Legnano story - note personali
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LO STREGONE DI CITTÀ: DON GIUSEPPE GERVASINI, EL RATANÀ –
 
la storia del “pret de Ratanà”, al secolo don Giuseppe Gervasini, lo “stregone urbano” la cui memoria è viva ancora oggi.
 
LO STREGONE DI CITTÀ: DON GIUSEPPE GERVASINI, EL RATANÀ
 
LA “FIUMANA DEI BENEFICIATI”
El pret de Ratanà tutt i mài i e fa scappà!. Nel modo di dire, probabilmente noto solo ai milanesi DOC (e io non sono tra quelli), si mantiene intatta la devozione popolare per il “prete di Ratanà”, ovvero don Giuseppe Gervasini, sacerdote con fama di guaritore, “stregone di città” (il regista Gianfranco Bettetini intitolò così il film del 1973 dedicato a lui), psicologo, uomo semplice e burbero ma dolce, ironico, generoso. Detestava essere chiamato pret de Ratanà, dal nome di Retenate, un paesino a est di Milano dove cominciò a officiare nel 1897. Ancora oggi la sua tomba al Cimitero Monumentale è luogo di incontro e preghiera: quando morì, i suoi devoti raccolsero con una colletta i fondi per seppellirlo lì e gli dedicarono una statua in bronzo con la scritta: Sacerdote don Giuseppe Gervasini – 1.3.1867 ⁄ 22.11.1941 – La fiumana dei tuoi beneficati ti ricorda e ti ricorderà sempre. Nel settembre del 1955, a 14 anni dalla sepoltura, la salma venne traslata al Riparto XX, in fondo, sulla sinistra, vicino al muro di cinta, per tacitare le lamentele dei parenti dei defunti sepolti vicino alla sua tomba, intorno alla quale si ritrovava sempre una gran folla. Dove si trova ora c’è un ampio spazio: è il luogo più visitato del Cimitero Monumentale, con fiori freschi e lumini accesi.
 
LA SCOPERTA DI UN DONO
Giuseppe Gervasini era figlio di Luigia Molinari, originaria di Bardello, nel Comune di Gavirate (Varese) e di Antonio, di professione piccaprèi (“tagliapietre”). Nacque a Robarello di S. Ambrogio Olona il primo marzo 1867, in una casa tuttora esistente, sulla strada che conduce al Sacro Monte di Varese. S. Ambrogio Olona a quel tempo contava 630 abitanti e non aveva le scuole elementari: ogni giorno Giuseppe percorreva a piedi tre chilometri per raggiungere la scuola in piazza S. Martino a Varese. In seguito frequentò il Ginnasio al Collegio Cristoforo Colombo di Varese. Morto il padre, la mamma Luigia, con il suo lavoro di assistente in filanda e con l’aiuto della famiglia Bianchi, proprietaria di una fabbrica di campane e dello stabile dove i Gervasini abitavano, riuscì ad assecondare il figlio nel suo desiderio di prendere i voti, e gli permise di studiare prima a Torino, al collegio di Valdocco fondato da don Bosco, poi a Monza, infine al Seminario di corso Venezia a Milano. Durante il servizio militare a Caserta, prestato tra il 1887 e il 1888 come addetto alla sanità, Giuseppe sviluppò la conoscenza di mali e rimedi, scoprendo forse anche di avere poteri di guarigione. L’11 giugno 1892 venne ordinato sacerdote in Duomo a Milano. Il primo incarico fu a Pogliano Milanese, poi a Cabiate (Co) e a S. Vittore al Corpo a Milano, nel 1896 a Peregallo di Lesmo in Brianza e, infine, dal primo giugno 1897, a Retenate, nella tenuta di Trenzanesio, presso la Cappellania dei conti Greppi. I continui spostamenti in località sperdute fanno pensare a un prete scomodo.
 
IL “MIRACOLO DEL TRAM”
Una o più volte alla settimana don Giuseppe andava a Milano. Percorreva la strada sterrata verso la Cascina Bianca e, leggendo il breviario, arrivava fino a Cassina de’ Pecchi, alla fermata del tram che da Gorgonzola portava in città. Lì, come raccontano, avvenne il famoso “episodio del tram”, che molti collocano invece a Baggio sulla linea del 34. Il tram arrivò in anticipo e don Gervasini, ancora lontano, non si affrettò: il conducente si spazientì e mise in moto il tram, che però rimase inchiodato fino a quando, con calma, il prete salì dicendo: adess te podet moeuves!. La storia si diffuse e a Retenate cominciarono ad accorrere molte persone curiose di conoscere il prete che aveva il potere di fermare o far partire il tram!
 
RIMEDI NATURALI E QUALCOSA IN PIÙ…
I racconti leggendari sulle sue stranezze si moltiplicarono in fretta. Alcuni sono disgustosi e lo ritraggono come una figura insieme attraente e repellente. Si sarebbe vestito sempre con una tonaca mai lavata. Il giorno in cui fu ordinato sacerdote, si sarebbe presentato per ultimo al banchetto in suo onore: alla notizia che gli avanzi ormai erano nel pollaio, avrebbe sottratto la ciotola ai pennuti per mangiarne il contenuto. A Retenate comincia anche la sua fama di guaritore: pare basti presentarsi davanti a lui per tornare a casa liberi da ogni malattia. Contadini e fittavoli gli si rivolgono anche per gli animali e non hanno dubbi sulle sue facoltà di medegon (“guaritore”). Chi lo conobbe lo descrive come un uomo di altezza media, robusto, scorbutico, trasandato, che otteneva guarigioni usando rimedi non scientifici. Ciàppa ‘stà érba chì e falla bùj, béven on cugiàa a la mattìna, in còo a óna settimàna te gh’hee pù niént: qualcuno ancora ricorda frasi come questa, pronunciate da lui o sentite ripetere dalle nonne e dalle mamme. Cominciarono ad arrivare persone da lontano, perfino da Roma e dalla Svizzera, non solo gente del popolo ma anche personaggi illustri. I suoi erano rimedi naturali. Don Giuseppe somministrava agli ammalati le erbe che coltivava nel suo orto: timo, rosmarino, maggiorana, menta, malva, gramigna, camomilla, biancospino, aglio e quello che raccoglieva nei boschetti o sulle rive dei fontanili. Prescriveva bicarbonato e lievito di birra, faceva attaccare sanguisughe dove c’era da togliere il sangue guasto, dava da mangiare scodelle di zuppa e spesso anche frutta e dolci ammuffiti. Ogni giorno comprava e distribuiva quaranta chili di pane ai poveri e invitava a pranzo tutti quelli che venivano da fuori. Gli bastava un’occhiata per capire di che cosa aveva bisogno l’ammalato. La sua profonda conoscenza di anatomia e patologia derivava dall’esperienza sul campo maturata durante il servizio militare. Ma c’era anche altro. Spesso gli portavano maglie di parenti o amici ammalati e lui dall’indumento sapeva descrivere la persona che l’aveva indossato, la malattia e il rimedio. Guariva senza chiedere nulla in cambio; solo che poteva permetterselo lasciava qualche moneta nella ciotola che si trovava sul tavolo della cucina. I “pazienti” erano spesso accolti da frasi colorite e scurrili, specialmente se si trattava di donne: Cossa te voeuret pioggiattona (“pidocchiosa”)… sciabalona (“sbilenca”)… sguerciona (“orba”)… puttana…
 
LA SOSPENSIONE “A DIVINIS” E IL TORCICOLLO DEL CARDINAL FERRARI
Un prete troppo fuori dagli schemi, che non poteva passare inosservato. Con il diffondersi della fama di taumaturgo, cominciarono i dissapori con il conte Greppi, anche per le gelosie dei medici del circondario che videro in don Gervasini un concorrente, accusandolo di esercitare abusivamente l’arte medica. Questa pratica di arte stregonesca non piacque nemmeno al cardinale Andrea Ferrari, anche se probabilmente meno ancora gli piacque il sostegno dato dal Ratanà alla folla in rivolta davanti ai cannoni di Bava Beccaris durante i moti milanesi del 1898. Nel 1902 lo stregone di città fu sospeso a divinis, cioè dalle sue funzioni di sacerdote. Dopo dieci mesi, il cardinal Ferrari revocò il provvedimento disciplinare. Don Luigi del Torchio racconta un curioso aneddoto: il cardinale, poco prima di partire per una visita pastorale, venne colpito da un forte torcicollo; disperato, non sapeva come fare, quando il suo segretario particolare gli suggerì di chiamare el Ratanà. Don Giuseppe andò in arcivescovado e in pochi minuti lo guarì: Eminenza, per adesso l’ho guarita, ma se mi punisce un’altra volta glielo farò ritornare!. E se ne andò.
 
“PARVA SED APTA MIHI”
Gli annali del Clero documentano che dal 1902 don Giuseppe fu residente a Milano, in una casa di ringhiera in via Pattari, vicino a piazza Fontana, non lontano dall’arcivescovado. Qui rimarrà molti anni, fino a quando, nel 1926, si trasferirà in via Fratelli Zoia 182 (nella zona di Baggio), in una bella casetta con giardino ricevuta in dono, pare, da una persona benestante come segno di riconoscenza per una guarigione insperata. Il cardinale Ildefonso Schuster aveva grande stima di don Gervasini e nel 1938 gli concesse la facoltà di officiare la messa in casa. Tutte le mattine alle otto, dopo la celebrazione, don Gervasini cominciava a ricevere i pazienti; a mezzogiorno consumava un pasto veloce; infine si dedicava nuovamente ai suoi assistiti fino a sera. Ormai vecchio, stanco e sofferente per un’infiammazione dei reni che lo fece soffrire molto (forse un tumore), morì dopo alcuni giorni di agonia, il 22 novembre 1941, a 74 anni. I suoi funerali furono seguiti da un corteo di 3000 persone, che formò una coda lunga due chilometri.
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