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TRADIZIONI
e
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Questo documento rappresenta un vasto archivio digitale multimediale dedicato alla preservazione della memoria storica e delle tradizioni locali di Legnano. La struttura è organizzata come un indice cronologico dettagliato che copre oltre un decennio di contenuti, includendo programmi culturali, podcast e materiale folcloristico raccolto sotto il progetto "Radio-Fornace". Attraverso migliaia di file in formato audio, video e documenti PDF, il portale funge da biblioteca virtuale per esplorare racconti comunitari e rassegne storiche. L'obiettivo principale è quello di offrire una storia web interattiva che colleghi il passato e il presente del territorio lombardo tramite una moderna consultazione online.
 
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Settimana 10       2024-03-04 -  Marzo - Calendario - la settimana
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05/03 - 10/065 - Martedi
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08/03 - 10/068 - Venerdi
09/03 - 10/069 - Sabato
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04 Marzo 2024 - lunedi - sett. 10/064
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La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (3/10)
L'elezione del nuovo duca dev'essere considerata come un beneficio del Cielo, perchè in seguito a questa le cose nel ducato presero un andamento favorevole, che sarebbe stato duraturo se Filippo Maria avesse lasciato un discendente maschio. Ma poichè morì senza alcun erede legittimo, di nuovo incominciarono i torbidi. Delle città che i Visconti avevano assoggettate, alcune anelavano di acquistare l'indipendenza, altre si univano a Principi stranieri. Tra i Milanesi stessi non v'era una volontà unica e concorde, desiderando alcuni di conferire il supremo comando della città a Filippo Sforza, genero di Filippo Maria e adottato come figlio, altri ad Alfonso, re di Napoli, altri infine a Carlo, duca di Orleans, che aveva sposata Valentina, figlia di Bernabò Visconti. In tale discordanza di opinioni il Senato milanese deliberò di reggere lo Stato sotto la denominazione di Repubblica e atterrato il castello di Milano, mutate le magistrature e preparato tutto ciò che era necessario alla guerra, affidò la condotta suprema della guerra a Francesco Sforza a questa condizione: che tutti i luoghi e borghi che avesse conquistati oltre l'Adda sarebbero appartenuti a lui, purchè avesse difeso la libertà e la Repubblica dei Milanesi principalmente contro i Veneti. Lo Sforza, assunto il comando della guerra, combattè con prospera fortuna contro moltissimi ma specialmente contro Venezia. Ma poichè appariva che egli cercava piuttosto il suo che l'utile dei Milanesi, questi mandarono ambasciatori ai Veneti, i loro più ostinati nemici, a trattare la pace. Ma saputolo lo Sforza, li precedette e strinse un patto d'alleanza con Venezia l'anno 1448; poi, insorgendo con tutta la sua esperienza della guerra, costrinse molti paesi ad arrendersi e, coll'aiuto dei Veneti, sottomise tutti i luoghi forti ficati che erano tenuti in nome dei Visconti, dei Castiglioni e dei Vistarini. Appunto in questo tempo condusse il suo esercito a Legnano, con l'intenzione di assalire e devastare il borgo di Busto. Ma dopo aver attaccato due volte il borgo, dalle frequenti piogge fu costretto a ritirarsi. Difendeva il borgo in nome della repubblica milanese Filippo Visconti, figlio di Gaspare, che vi era stato mandato appunto per questo. Ma poichè lo Sforza, come riferisce Giovanni Borromeo, non recedeva dai suoi tentativi di assoggettare i paesi rimasti fedeli ai Visconti e, sebbene respinto due volte, era ritornato con il proposito di condurre l'impresa a fondo, i Bustesi, intimoriti, si affrettarono a inviargli un'ambasceria per consegnargli volontariamente il borgo.
Ricordando questi tentativi di Francesco Sforza contro i Bustesi, Alberto Bossi in quel suo Elogio ai Bustesi, assevera che non altronde che dal Cielo e per intercessione della Vergine i Bustesi ebbero in tale circostanza l'aiuto necessario.
On defà de polin - Darsi da fare come un tacchino
Il dialetto milanese si mostra sempre arguto nel punzecchiare quei personaggi che si vantano immeritatamente, per esempio chi esalta l'importanza del proprio lavoro o del proprio ruolo sociale ma, in realtà, lo fa senza aver costruito nulla di concreto. Per costoro esiste un motto d'ispirazione zoologica: on defà de polin ovvero «pavoneggiarsi» come un tacchino. La similitudine con il grasso uccello da cortile è chiara: il tacchino, quando si sente osservato, non esita a mettersi in mostra, assumendo un atteggiamento impettito, gonfiando vistosamente le piume e allargando a ventaglio le variopinte penne della coda, mentre gloglotta e zampetta avanti e indietro per l'aia. Il vanitoso, ostentando la sua bellezza, corre così il rischio di finire in pentola per primo...
Le spade tra corredo - e offerta rituale
Nell'areale di diffusione delle culture della Scamozzina-Monza e di Canegrate le spade provengono tanto da corredi funerari, riferibili a individui di sesso maschile, quanto da luoghi, come le acque di fiumi e paludi, ove esse furono gettate come offerta votiva.
Nei sepolcreti della cultura di Canegrate le spade compaiono di norma in frammenti e non più utilizzabili, sottoposte all'azione del fuoco e deformate dal calore in quanto deposte sulla pira funebre insieme al defunto.
La relativa rarità con cui le spade compaiono nei corredi funerari nelle necropoli del Bronzo Medio e Recente dell'Italia nordorientale, fatto salvo il caso del sepolcreto dell'Olmo di Nogara nella bassa Veronese, suggerisce che esse rappresentino un simbolo di status di un ceto dominante, coincidente con una aristocrazia guerriera.
Nell'Europa transalpina è stata osservata una corrispondenza diretta tra corredi funerari e deposizioni votive; queste ultime mancano o sono più rare quando le spade compaiono nei corredi e viceversa. Nel caso delle culture del tardo Bronzo Medio Bronzo Recente dell'Italia nordoccidentale tale fenomeno non è facilmente osservabile a causa della relativa rarità di rinvenimenti, ma non può essere a priori escluso.
Marzo (3/4)
"Essendo ieri venerdì de marz, fui tratta dalla mia devozion a San Cels, e v'andiedi con quell sfarz che s'addice alla nostra condizion....
Il rito di recarsi in corteo nuziale a San Celso è ancora vivo ai nostri giorni; le coppie ci vanno per ottenere una benedizione speciale dalla Madonna, lasciando in dono il velo nuziale.
Siamo quasi a metà mese; in questo periodo anche il merlo si è fatto sentire: "Quand canta al merlu, sem for a de l'invernu", attenzione però a non farsi prendere dall'entusiasmo dei primi tepori, alleggerendo l'abbigliamento, perché l'influenza è in agguato! Non ascoltate quello che dicono un pò in tutta la Lombardia e cioè che:
"A marz se trà via covert e scalfarott, e chi gh'ha minga i scarp el vaga a pee biott!" (in marzo ogni villan vada scalzo).
Se "marzo pazzerello" alterna acqua e sole, trova molti proverbi che lo giustificano: "Acqua e sùl, la campagna la vè de gùl!" (per la campagna acqua e sole sono una manna). "Marz spolverent, segala e forment; Marz Gualdrott Erbe a Balott!" (Marzo polveroso, segala e frumento; marzo mattano, erba a mucchi).
"El forment in la palta e 'l formenton in la polver!" (il frumento va seminato nel terreno bagnato mentre il granoturco in terreno asciutto), comunque sia: "A somenà da marz a giugn, se falla minga!" pero, durante la semina bisogna darci dentro perché "la terra no la voeur ne po verèt ne avar!". Anche se la scienza non si è ancora pronunciata su questo argomento, attenzione a seminare con la luna giusta perché l'esperienza insegna che le semine fatte con la luna cattiva (luna crescente) vanno in fiore prima del tempo. La luna buona, secondo la sapienza di noster vècc è nelle due settimane che seguono la luna piena, fino a luna nuova.
Il 18 marzo di ogni anno, partendo dal 1848, è l'anniversario delle cinque giornate di Milano. II Giulini ricorda che durante quei giorni un gruppo di nobili milanesi fece voto di donare alla Madonna dei Miracoli, presso San Celso, una lampada d'argento qualora la Vergine li avesse aiutati a liberare Milano dai soldati di Radetzky; i pattan, come erano chiamati dai milanesi gli austriaci, abbandonarono la città e il voto venne mantenuto: la lampada cesellata da Giuseppe Milanaccio, arse davanti all'immagine della Madonna anche dopo il ritorno degli austriaci, che non osarono mai toccarla.
19 marzo: "San Giuseppe vegiarell, che governavev Gesù bell, governi l'anima mia: Gesù, Giuseppe e Maria. Amen!". Tra una luna giusta e una sbagliata ci avviciniamo alla primavera e chi ci accompagna a questo atteso appuntamento è il santo patrono di tutti i lavoratori: "San Giuseppe el porta la marenda, in del fazzolett!" (le giornate si allungano e i contadini si fermano di più nei camp, quindi è necessario portarsi da casa uno spuntino). "A San Giuseppe fioriss el perzeghett!" (la fioritura del pesco si manifesta con l'arrivo della bella stagione).
Una leggenda ci parla di San Giuseppe come "artiere del legno e commerciante di friggitoria", infatti non è raro vedere, sia nelle falegnamerie che nelle rosticcerie, l'immagine del santo. Si racconta che il falegname Giuseppe, della stirpe di David, al termine di ogni giornata lavorativa, trovasse per terra, accanto al suo bancone di artigiano, molti trucioli; non sapendo come sbarazzarsene, provò ad usarli per cuocere le frittelle di cui era ghiotto il suo figliolo Gesù. Un dolce profumo si sparse per le vie di Nazareth richiamando tanti bambini che reclamavano anche per loro le gustose frittelle, tanto che Giuseppe, aiutato da Maria, da allora dovette alternare il mestiere di falegname a quello di friggitore e venditore di tortelli.
con San Benedetto (21 marzo) che si entra ufficialmente in primavera e le rondini ce lo annunciano: "A San Benedett, la rondena la vegn al tèce".
Le rondini, chiamate anche "galinèle dla Madona", sono considerate di buon augurio nelle case coloniche dove nidificano numerose e indisturbate, come ci fa sapere lo scrittore e poeta Iginio Ugo Tarchetti (au tore del famoso romanzo Fosca), nel suo volume di poesie Disjecta: "Benedetta quella casa alla cui gronda i bei nidi appendete!".
 
       **************** fine giornata ************************
 
 
05 Marzo 2024 - martedi - sett. 10/065
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Cosa ascoltare oggi
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Ona donna de conclusion - Una donna di conclusione
Milano è una città che, fortunatamente, offre al sesso femminile numerose opportunità per studiare, lavorare e realizzarsi, e così è sempre stato. Da Cristina Trivulzio di Belgiojoso a Carla Fracci, Liliana Segre, Ornella Vanoni, Amalia Ercoli-Finzi, molti sono i nomi femminili che hanno dato e danno lustro alla città. E per loro il dialetto ha creato un motto che, con una sintesi perfetta, ammira e magnifica il carattere deciso di quelle donne che, grazie alle loro azioni positive, sono tenute in grande considerazione, sia nella loro famiglia sia nella società. In questi casi si dice che l'è ona donna de conclusion: è valente, sa prendere in mano una situazione difficile e risolverla, sa amministrare e decidere, concludendo con maestria anche le situazioni più intricate.
Il lavoro dei milanesi (1/4)
M: D'accordo, anche perché hai introdotto proprio l'argomento che, forse, è quello che più identifica la città, il lavoro, che rende un po' milanesi non solo gli abitanti ma an che tucc quei che, ogni dì, vegnen chi per lavorà. I milanesi hanno infatti la fortuna di stare in un luogo dove il lavoro ha sempre richiamato gente da fuori e non viceversa. Qualcuno lo chiama il DNA della nostra città, un tempo si usava il latino definendolo genius loci, altri hanno parlato di "canone milanese": più semplicemente, da noi si dice che fa e disfà l'è tutt lavorà. Fatto sta che quasi tutti quelli che vivono o hanno vissuto abbastanza a lungo nella nostra città hanno assimilato lo "spirito meneghino". Ed anche agli occhi di tutti, italiani e stranieri, Milano ha sempre rappresentato un luogo dove si lavora: gh'hinn (gh'eren...) fabbrich, bottegh, offizzi, la gent l'è semper in moviment, con tante nuove iniziative.
C: Te me fet vegni in ment la canzon del Gaber «...con tanta gente che lavora con tanta gente che produce... Com'è bella la città com'è grande la città...».
M: Cont i sò canzon el Gaber l'ha savuu descriv Milan e i milanes mei de mila liber, e sempre con tanto rispetto ed ammirazione per la città. Quando scriveva i suoi testi, era proprio il momento che Milano cresceva in tutti i sensi, benessere, immagine, considerazione... che poi era una conferma delle opinioni che quelli di fuori avevano dei milanesi (anche se mica sempre era favorevole).
C: Certo che, un tempo, proprio per cercare lavoro ve gniven in tanti a Milano, soprattutto dal meridione, ed era gente di ogni tipo, i più istruiti negli uffici pubblici, nella scuola, qualcuno ha perfino preso il premio Nobel, ma la maggior parte si inseriva nelle innumerevoli attività produttive che la città offriva. Magari trovaven nebbia, frecc, gris, solitudin, ma poi chi riusciva ad inserirsi, ed era la maggior parte, si sentiva orgoglios de vess milanes, o quasi,
M: In effetti a Milan el lavorà l'è semper staa a la base del noster viv, come ben ricorda un'altra canzone, quella che tutti considerano il nostro inno, O mia Bella Madonnina, dove si dice chiaramente che qui «...se sta mai con i man in  man...».
C: E c'è anche il detto Se te gh'héet nient de fà, va a scovà dove gh'è nett, che vuol dire la stessa cosa. Ma el fa inscì per fa l'è minga assee, perché la fama di lavoratori dei milanesi si accompagna alla cultura della qualità, una reputazione vecchia di secoli, che fabbricanti, artigiani, mercanti e an che contadini hanno saputo diffondere dovunque.
M: Siamo anche considerati gente perbene, laboriosa, onesta, anche se ultimamente queste doti sono un po' (tanto...) "inquinate". D'altra parte, sempre senza generalizzare, questi valori hanno riguardato tutti i milanesi, sciori e poveritt, e non si deve dimenticare uno dei nostri pilastri, la borghesia storica meneghina, spesso illuminata, un po' bauscia, con i suoi commenda e le sue sciore, ma che con orgoglio si mostra a fianco dei suoi lavoratori e investe per loro; la ditta e la città, sempre aperte all'innovazione.
C: Quasi divertirsi lavorando... Ma a divertiss hinn domà i sciori: domandel ai operari quanto se divertiven a tirà el carrett... Oggi, forse, un po' meno, ma Milano ha sempre rappresentato il luogo dove si lavora e si fatica soltanto, lasciando tutte le cose belle della vita altrove. E se fa fadiga anca a cercai i robb bei de Milan, che pure sono molte, materiali e no. In compens, anca chi hinn mai mancaa i fanigottoni, anzi, sembra proprio che, ormai, la voglia di lavorare i milanesi la stiano lasciando sempre di più agli altri. Puttost, ghe saria de parlà di donn, che purtroppo anche in questo campo non vengono mai prese in considerazione... Milano è famosa per i suoi artigiani, mercanti, operai, imprenditori, ma semper de omen se parla...
La muntagnèta
Ricordato più volte, è giunto il momento di riparlarne più ampliamente. Spiazzo erboso alto un metro e mezzo sopra il livello stradale, confinante a nord col vecchio cimitero, (ul cimiter vecc) a ovest col viale della Rimembranza, a est e a sud con la stradicciola carrabile che partendo dal piazzaletto della chiesina di S. Bernardo si congiungeva nel piazzale del cimitero nuovo con la stradina che portava alla cascina del Prete che oggigiorno chiamano Cascina Tangitt. In quel posto benedetto dal Signore io portavo le oche al pascolo, altri conducevano le pecore e le capre a brucare il trifoglio tenero che vi cresceva abbondante. Giocavamo nell'adiacente cimitero abbandonato e dalle balze (mi sembra un po' esagerato, ma le gesta gloriose della nostra età giovanile vogliono un po' di enfasi eroica) dalle balze dunque della montagnetta lanciavamo i nostri aquiloni. Lungo i lati est e sud cresceva una dolce catena di rialzi arieggianti con la debita "miniaturizzazione" la catena delle Alpi. Anche in questo posto che di speciale non possedeva proprio niente, ne abbiamo fatto di giocare. Ad ogni ora del giorno, col bello e col cattivo tempo, in compagnie di cinque, dieci e anche venti ragazzi. A palla, a ladri e carabinieri, a palla avvelenata, alle carte, a raccontarci le "esempie", a renderci, vicendevolmente edotti dei fatti scabrosi, e quindi per questo a noi proibiti. Addio montagnetta che hai portato via con te, quando ti hanno fatto sparire, una parte "gloriosa, e spensierata" della nostra prima giovinezza: con lo spiazzo erboso della montagnetta verde teatro solatio di giochi infantili e di litigi. Già, c'erano anche i litigi e non pochi.
Marzo (4/4)
"Pifania... tutt i fest la menna via; ma poeu riva San Benedett e ne porta on bel sacchett!". Mentre l'Epifania è l'ultima delle feste del periodo natalizio, San Benedetto e l'Annunciazione ci preparano al periodo pasquale: "Tra el spos e la sposa, se somèna la linosa!".
Tra lo sposo (San Giuseppe 19 marzo) e la sposa (Annunciazione di Maria - 25 marzo) si semina
il lino. Man mano che la primavera avanza, le violette perdono il loro delicato profumo. "A la Madonna di Garzon, de vioeul se ne catten pù, perché ormai hann pers tutta la soa virtù!". L'Annunciazione è chiamata nel bresciano la Madonna dei Garzoni, perché è consuetudine in questo giorno assumere nuovi lavoranti per la campagna, però, sempre in quel giorno si poteva anche cambiare padrone senza tanti problemi: "Quand la vioeula la profuma pù, mandi el padron a dà via el cuu!".
Il 25 marzo a Fiumelatte (Varenna) si attende l'apparizione dell'acqua. Il paese prende il nome dal torrente omonimo che esce in superficie solo da marzo a ottobre.
L'acqua esce impetuosamente dalla montagna il giorno dell'Annunciazione, quando in loco si festeggia la Madonna Nera, e si esaurisce il sette ottobre giorno della Madonna del Rosario; per questa sua caratteristica Fiumelatte viene chiamato: "El fium di dò Madonn!".
Passata la quaresima e festeggiate le Palme, parliamo delle varie manifestazioni che si svolgono durante la settimana santa cominciando da una antica usanza propria della gente dell'appennino pavese, dove al giovedì santo si usa bruciare nel campo vicino casa ogni cosa che non serve più. Il senso vero della cerimonia si è perso nella notte dei tempi ma forse si rifà all'abitudine di pulire le case in prossimità della ricorrenza pasquale, come ci ricorda la sapienza di noster vécc: "Pasquetta la voeur la cànetta!" di attribuire al fumo efflusso dai piccoli falò il potere di infastidire e tener lontani i rettili velenosi, evitando ai contadini, che si apprestano a tornare nei campi, il rischio di possibili morsicature. Nel mantovano sono convinti che: "Chi vol süche in abondansa ia meta zò par la Stmana Santa!" infatti, per tradizione, la seminagione importante avviene il venerdì santo; In questo giorno si seminano: prezzemolo, insalata, porri, coste, carote, verze, cavolfiori e piselli. Mario Merlo, studioso delle tradizioni pavesi, ricorda che fino agli anni Trenta del secolo scorso, nelle campagne della Lomellina, durante la settimana santa, si usava abbracciare tutti gli alberi da frutto nella convinzione che, così facendo, il raccolto sarebbe stato abbondante.
I momenti più suggestivi della settimana che precede la Pasqua erano e sono le funzioni serali: la partecipazione dei fedeli, i costumi delle varie congregazioni, il cantico dei sacerdoti e la statua del Cristo Morto, creavano un evento difficile da dimenticare, come ad esempio, la seco lare processione che tuttora si svolge ad Orzinuovi, in provincia di Brescia, con la partecipazione di molti devoti.
La sera di venerdì santo a Gromo, in val Seriana, sui monti circostanti, si usa ancora accendere dei grandi fuochi. Il rituale del fuoco lo si ritrova in Valtellina, nella zona di Bormio, dove la mattina del sabato santo, sul piazzale della chiesa, si brucia una gran catasta di legna; la brace, benedetta dal sacerdote, viene poi raccolta dai contadini e sparsa negli orti, nei campi e nei prati per avere un buon raccolto. In questo giorno, in tutte le chiese, si celebrano le liturgie che portano alla risurrezione di Gesù.
Nel Duomo di Milano, l'Arcivescovo, benedice il battistero e battezza alcuni bambini conferendo loro i nomi di Pietro, Giacomo e Giovanni, in onore degli Apostoli prediletti da Gesù.
A cerimonia conclusa le campane tornano a suonare festosamente...
"Campane di Lombardia voce tua, voce mia,
Voce, voce che vai via e non dai malinconia...".
Con questi versi, tratti da una poesia di Clemente Rebora, vi ricordo che: "Var pussee ona sgarlada de marz, che ona bonna sapada in april!", ovvero: vale più graffiare il terreno a marzo che una buona zappata in aprile, perché: "Someneri fa' a bonora, el va ben che l'innamora!".
 
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06 Marzo 2024 - mercoledi - sett. 10/066
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La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (4/10)
Poi, volendoti Francesco Sforza rovinare - (ti difendeva infatti il cavaliere della Libertà) ti circondò coi suoi accampamenti, ma la Vergine invocata, improvvisamente - venne in aiuto e per due volte la pioggia lo respinse (1).
Avuto in suo potere il borgo, (2) lo Sforza lo munì con le sue soldatesche, poi, avanzandosi verso Milano, ridusse i cittadini in così grandi strettezze che nell'anno 1450 al 10 Aprile (3) gli si arresero, dopo aver vissuto in libertà per due anni e sette mesi.
(1) Nel quartiere detto Canton Santo perchè ivi, secondo una pia tradizione, nella peste del 1630, la Madonna che si venera nella Chiesa di S. Maria in Piazza avrebbe alzata la mano a fermare il morbo, in una casa di proprietà dei Crespi Legorino si vede ancor oggi un affresco molto rovinato, di discreto pennello quattrocentesco, che rappresenta la Vergine con in braccio il Bambino e S. Giovanni e un altro santo che per essere assai giovane non pare debba raffigurare S. Giuseppe. Nel dipinto la Vergine ha la mano abbassata. E per questo particolare e perchè, per i caratteri stilistici, il dipinto è anteriore al miracolo asserito dalla tradizione ed espresso dal gesto della Madonna sopra ricordata, ci pare giusto pensare con il Cav. Luigi Milani che l'origine dell'affresco in parola debba rimontare al fatto dell'aiuto dato dalla Vergine ai Bustesi in questa circostanza.
(2) Vedi per una più circostanziata narrazione dei fatti B. Grampa 0. c. pag. 56-63.
Il Ferrario, o. c., a spiegare la resa dei Bustesi allo Sforza, pubblicò per il primo un documento del 1449, l'anno dopo della sottomissione, in cui si fa la storia delle pratiche che nascostamente si erano allacciate tra alcuni notabili bustesi e il governo della Repubblica Ambrosiana per consegnare il borgo allo Stato milanese. Tali pratiche non riuscirono a nulla per l'opposizione di alcuni borghigiani, tra cui il podestà Jacopo de' Trecchi, contro i quali i reggenti la Repubblica emanarono una grida il 27 Aprile del 1449, mettendoli al bando e confiscandone i beni. Vano provvedimento perchè circa 11 mesi dopo lo Sforza entrava in Milano e la Repubblica Ambrosiana cessava di esistere.
(3) Il Cusani - Storia di Milano, vol. 1. pag. 210 - pone la entrata dello Sforza in Milano al 25 Marzo 1450.
Sotto il dominio dello Sforza, non pochi avvenimenti si svolsero nel borgo di Busto, ma li riferiremo a suo luogo. Ma già intrecciandoli ai fatti degni di ammirazione che vi accaddero, ne narreremo anche altri.
Alberto Gallazzi che in quel tempo aveva in questo borgo cura d'anime, ricorda che dopo alquanti anni vi accadde un fatto degno di essere qui riferito.
Nell'anno 1484 mentre Ludovico Sforza, soprannominato il Moro, governava il ducato come tutore di Gian Galeazzo iuniore, Antonio Crespi, parroco di questo borgo, inorì e, racconta il Gallazzi, nell'ora stessa della morte, cioè alle ore dodici del 23 Novembre, la Chiesa, che per diciotto anni egli aveva retta, si oscurò di dentro e fu ripiena di tenebre, come se per la morte di così grande uomo essa fosse stata privata della sua luce e del suo splendore.
Ma l'anno seguente un morbo e una pestilenza mic dialissimi invasero quasi tutte queste regioni. Nella città di Milano, nel quadriennio che durò la peste, morirono centomila persone e nel borgo di Busto, nello spazio di un quadrimestre, mille e cento. Ad aumentare poi le miserie e le calamità, s'aggiunsero, come riferisce lo stesso Gallazzi, venti violentissimi di settentrione, grandinate copiose, un grande incendio e prestazioni forzate senza numero. Le tramontane devastarono tutte le biade, la grandine percosse e spezzò gli alberi, e dallo incendio fu distrutto un gran numero di case.
Qualche cosa di simile si racconta sia avvenuto presso questo borgo nell'anno in cui Lodovico Sforza fu preso presso Novara e mandato in Francia, e i Francesi occuparono il ducato di Milano, cioè nell'anno 1501.
Ogni fioeu el sò cavagnæu - Ogni bambino ha il suo canestrino
Che festa quando una famiglia è rallegrata dalla nascita di una bambina o di un bambino! I neogenitori si sentono al colmo della gioia, i parenti e gli amici festeggiano insieme a loro. Ma l'arrivo del neonato può causare anche qualche preoccupazione, perché si pensa al denaro necessario a soddisfare le numerose necessità del piccolo. Questo cruccio era frequente nei tempi passati (e purtroppo lo è anche oggi) soprattutto fra il ceto popolare, così, per cancellare ogni ombra, nacque un modo di dire ottimista, poiché afferma che ogni ficu, el sò cavagnæu. Il ficu, naturalmente, è il figlio, il neonato, e il cavagneu corrisponde al cestino nel quale i lavoratori riponevano le vivande, il proprio <<tesoro>> quotidiano. La spiegazione non è dunque difficile: nessuna paura, cari genitori, perché a Milano ciascun bimbo che nasce porta con sé un canestrino pieno di un bel pizzico di fortuna.
La stracàsta
Era la strada che conduceva a Castano Primo. Via Cesare Correnti via Montesanto, via Varese in mezzo alla proprietà Agusta, viale Adriatico, via Monte Grappa, via Adua. Il primo tratto, quello che ricordo maggiormente era formato da una via carreggiabile di campagna coi solchi delle ruote tracciate dal passaggio, da tempo immemorabile, dei carri agricoli e da trasporto. Tra le due rotaie, una stradetta di terra battuta per i viandanti, e per i ciclisti. La sede stradale era racchiusa e delimitata da due siepi lunghissime di robinie, con porte e aperture par i straèj che vi si immettevano e per l'accesso alle campagne o i piànn dei diversi contadini proprietari. Nel primo tratto di via Cesare Correnti dopo il ponte della superstrada fino al termine dove inizia via Monte Santo, tratto parallelo al corso dell'Arnetta c'erano le campagne del mio zio Mario e del mio zio Emilio. Non saprei dire quante ore vi ho trascorso. Ricordo, che era una via di molto traffico: carri, pedoni, biciclette. Ombreggiata e fresca d'estate, era una scorciatoia dove difficilmente si trovavano dazieri in agguato, pronti a comminare multe o a far pagare dazio. Allora, all'entrata di ogni comune, c'era la garitta del daziere e il balzello bisognava pagarlo per una infinità di prodotti. Per cui la stracàsta oltre che una scorciatoia per andare a Samarate o a Gallarate, era ombreggiata, riparata dal vento dalle due siepi che correvano parallele tra di loro ed era un modo quasi sicuro, per sfuggire alle grinfie del dazio. Niente rumori di motori niente fumo di scappamento. Trilli e voli di uccelli, stormire di fronde e tanta umbria, oasi incantevole per giocare a nascondersi. A destra andando in direzione di Samarate scorreva a dieci passi l'Arnetta. Andavamo a rifornirci d'acqua per dar da bere ai cavalli, ai pomidori, all'insalata, a la pròsa di ingùri e di melòn. Tanto le angurie che i meloni non venivano molto grossi, ma avevano una deliziosa dolcezza. L'ea 'na pròsa da tegn d'occ perché c'era sempre qualche mano lesta e malandrina che se ne appropriava indebitamente. Per non dare nell'occhio, la pròsa di melòn, veniva impiantata in mezzo al granoturco, e dal granoturco veniva così facilmente mimetizzata. In un campo appena dopo il nostro venendo verso Samarate dove ci sono oggigiorno le robinie dello stabilimento Agusta confinanti con l'estremità sinistra di via Monte Santo si punse a un piede con un ramèn rùgin, l'Alfio Puricelli fiò dul Gadàn che per quella puntura morì di tetano nel 1934. Le piante di robinie che formavano le siepi erano molto alte e si congiungevano nelle cime formando una specie di corridoio coperto, una galleria nero verde dove era difficile penetrare ai raggi del sole e dove regnava sempre, oltre a un fresco invidiabile, una penombra che invitava al sogno e alla meditazione. Naturalmente sul far della sera e nelle luminose notti di luna, era la meta preferita delle coppie in cerca di solitudine per le loro effusioni amorose. La stracàsta ovverossia la straèla di murùs.
 
 
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07 Marzo 2024 - giovedi - sett. 10/067
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Invers come ona pidria - Al rovescio come un imbuto
Il dialetto milanese descrive con un motto ironico e giocoso chi si presenta agli altri maldisposto, con un umore cattivissimo, tanto da risultare inavvicinabile. In questo caso si dice che la persona in questione è uguale a «un imbuto rovesciato» ed è meglio allontanarsene perché, se coinvolto in una qualsiasi conversazione, sarebbe capace di rispondere offendendo il proprio interlocutore.
La pidria è, infatti, un imbuto di grosse dimensioni, che non può per la sua stessa «natura» restare diritto. La sola maniera per far stare in piedi un imbuto è proprio quella di lasciarlo al rovescio rispetto al suo utilizzo, con la base rivolta a terra e con la punta in alto. Invers significa appunto rovesciato, in senso sia fisico sia umorale. Da questo traslato linguistico è nato il proverbio.
Per gli dèi e per la comunità. Deposizioni votive di spade nelle acque di fiumi e paludi
Anche nel territorio della cultura di Canegrate si manifesta un importante fenomeno cultuale ampiamente documentato in tutta Europa durante l'età del Bronzo e oltre: la deposizione a scopo votivo e il sacrificio di manufatti di vario tipo, specialmente armi e oggetti d'ornamento in bronzo, gettati nelle acque di fiumi, laghi e sorgenti.
È probabile che le cerimonie connesse a questo rito fossero celebrate dalla stessa aristocrazia, i cui maschi adulti erano seppelliti con la spada. Tali cerimonie si configurano, verosimilmente, come manifestazioni legate al mondo del sacro, alle quali potrebbero essere tuttavia sottese anche motivazioni di ordine sociale e politico.
Nel caso del recente ritrovamento di Turbigo, nelle acque del Ticino, è suggestivo ricordare che, ancora oggi, poco a sud del luogo della scoperta, un ponte è attraversato tutti gli anni dalle greggi transumanti, provenienti dalle Prealpi Lariane e dirette alla bassa pianura tra Pavia e Vercelli. In altri termini, non può essere esclusa una relazione tra il punto in cui avveniva il sacrificio e l'esistenza di ponti, guadi o linee di confine, nonché la possibile relazione con attività economiche come lo spostamento delle greggi, già praticato nell'età del Bronzo.
Altre spade provengono da Veduggio con Colzano (MB), località Cariggi, da Oggiono (LC), dal letto del fiume Adda presso Cassano d'Adda, dal letto del fiume Mera, all'uscita del Lago di Mezzola (Gera Lario, Olonio-CO).
...prendete la mia buona spada Excalibure portatela alle rive del lago: vi ordino di gettarla nell'acqua e di tornare poi a dirmi cosa avete visto...
La cà di me vecc
L'Eden della mia giovinezza, il giardino dove è cresciuto l'albero del bene e del male della mia vita. Vi sono nato, li ho imparato a muovere i primi passi, ho letto a sei anni i primi articoli della gazzetta dello sport, ho imparato a tracciare le prime aste con mano incerta, ho stentato a formare le lettere dell'alfabeto, il mio nome. Sul tavolo della cucina, aiutandomi colle dita delle mani, ho risolto le prime operazioni di aritmetica. Vegn chi patulott, cha ta proìi la tabelina. La tabelina era la tavola pitagorica. Tri par quatar. Ses par ott. Rispondevo con facilità e prontezza. Ero bravo nei conticini. Incò fa i pensierini cha l'e du dì che te i fè nò. E io paziente, nonostante la lunga malattia sofferta, con la cannuccia della penna in bocca per "esorcizzare" l'ispirazione, scrivevo con la mia scrittura un po' grossa ed irregolare due o tre paginette di pensierini niente male a non voler considerare le macchie d'inchiostro cadute tra pensierino e pensierino. Mi era maestra attenta e capace, nonostante non avesse frequentato che la terza elementate, mia madre. L'amore materno guidava e inventava con corretta approssimazione la sua sintassi e la sua grammatica. Poara dona. Per una grave broncopolmonite non ero in grado di frequentare la scuola e così il compito della mia istruzione era caduto nelle mani di mia madre. In di quatar mur du la cà ghe restàa seràa dentar la me us. La risenti ancamò cha la rispond ai dumand du la mama Cechina: dùdas quarantott, ventidù. Non erano, però, numeri da giocare al lotto.
Il lavoro dei milanesi (2/4)
M: Sai bene che stiamo parlando al maschile ma che vale tutto sia per gli uomini che per le donne, e soprattutto che nissun a Milan l'ha mai negaa l'importanza di donn anche nel lavoro, particolarmente al giorno d'oggi, nei negozi, negli uffici, ma anca prima staven mai cont i man in man, e quando non andavano a bottega, cercavano di fare qualcosa in casa, come sarte, modiste e altro, oltre beninteso a fare i lavori di casa, che giamò in de per lor hinn assee a renderle alla pari se non di più degli uomini. Ma ci sono anche altre doti che le donne milanesi sanno mostrare, come poeu vedaremm.
C: Certo, mi parlerai della moda, dello spettacolo, delle pubbliche relazioni... adess gh'hinn anca i influencer, ma l'è semper ai donn che ghe tocca de fa i fioeu e de tirai su, di fare tutte le cose di casa ed anche portare a casa uno stipendio. E poeu, se a quaidoeuna ghe ven in ment de fà quaicoss pussee, si mettono a criticarla perché significa che vuole fare la donna in carriera...
M: Anche per le donne le cose sono molto cambiate, e t'el set ben anca ti; indubbiamente, però, quello sul ruolo delle donne è un discorso che ci porterebbe lontano, ma te ghet reson a dì che quando si vuol parlare della donna milanese pensa subito alla bella signora che va in giro per via Monte Napoleone o ai bei tosann che trovi nei locali alla moda, che alternano vacanze a periodi di riposo, naturalmente sempre nei luoghi più esclusivi; alle quali, già da tempo, possono aggiungere le donne che ti ti e ciamet in carriera, che sono brave imprenditrici o svolgono mansioni manageriali anche ai massimi livelli.
C: Un tempo le donne di queste categorie erano poche e privilegiate, mentre oggi anche le donne diciamo così "comuni" hanno la loro milanesità, fatta di concretezza, disinvoltura, cosmopolitismo, savè vess semper a l'altezza de la situazion, fin da piscinitt. Ma comunque vale per tutti, donne e uomini: i milanesi hanno una cultura del lavoro che li porta a cercare quanto prima possibile di essere attivi e indipendenti e anche a non aver paura di rischiare.
M: Ancora oggi nelle scuole di Milano se te domandet a on fioeu o a ona tosa cosa vogliono fare da grandi nessuno o quasi parla di un impiego pubblico, e anche se poi non sono pochi quelli che lo cercano, è difficile sentire parlare di posto fisso. Del resto, la nostra è la tradizione della fabbrichetta o della bottega, che possono poi diventare anche industria o grande magazzino.
C: Forse è per questo che a Milano se dis andà a bottega invece che andare al lavoro... Ma, con questo insistere sul lavoro, voraria no che vegnissom sconfonduu cont i cines! Loro sì che hanno un vero culto del lavoro, mentre i milanesi cercano prima di tutto di vivere bene. Come diceva un nostro arcivescovo, bisogna lavorà per viv e minga viv per lavorà.
M: Bei paroll, indubbiament, ma te vivet mei se te lavoret ben, e Milano sa fare le cose bene e di qualità, e non per nulla è la città italiana più ricca di attività economiche, fabbriche grandi e piccole, imprese di ogni genere, sedi di importanti aziende, luoghi di incontro, fiere... tanto che siamo spesso definiti la locomotiva del Paese. Del resto, anche a livello europeo e finanche mondiale il così chiamato Distretto milanese o lombardo è uno dei più importanti ed apprezzati. Piuttosto, c'è da dire che un tempo quasi tutte le nostre fabbriche aggiungevano con orgoglio al nome della ditta quello della città (Bambilla Milano...), mentre oggi sembra quasi che ne abbiano vergogna. Il caso forse più eclatante è quello dell'Alfa Romeo, che è sempre stata co nosciuta con lo stemma di Milano, il Biscione e la Croce, circondato dalla scritta "Alfa Romeo Milano", ma da quando l'hanno regalata alla Fiat, il nome di Milano è sparito...
 
 
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08 Marzo 2024 - venerdi - sett. 10/068
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Mesterasc... danerasc - Il mestieraccio fa soldi
Molti modi di dire meneghini sono dedicati al lavoro e al guadagno che ne deriva. Questo si concentra in particolare sull'aspetto più umile, più faticoso del lavoro. Il mesterasc corrisponde infatti a tutte quelle imprese che nascono con stento, sgobbando, non adatte a chi è troppo schizzinoso. Grazie ai progressi tecnico-scientifici, oggi molti mestieri sono meno impegnativi, ma al tempo in cui il dialetto era la lingua corrente era frequentissimo impegnarsi come spazzacamini, facchini, contadini, stagnini, la vandaie e in un'altra miriade di compiti manuali. La città di Sant'Ambrogio ha sempre rispettato le per sone che lavorano onestamente, sporcandosi le mani ma non lo spirito e la coscienza. Anzi, le ha molto spesso ricompensate, tanto che i danerasc possono essere intesi sia come soldi (anche con un lavoro umile si può salire la scala sociale) sia come riconoscimento pubblico e ammirazione.
Marzo (1/4)
Narra una leggenda che i pescatori di Carate Lario, comune del co masco dal 1927 unito ad Urio, dopo ore di inutile attesa in mezzo al lago promisero, in cambio di una pesca abbondante, di far celebrare una funzione religiosa di ringraziamento in onore del santo ricordato quel giorno dal calendario; era il primo di marzo e si festeggiava S. Albino monaco e poi Vescovo di Angers, invocato come protettore dei bambini ammalati e dai non vedenti, la cui effige era custodita nella parrocchiale del paese. Detto fatto le reti si riempirono di pesci che in poco tempo colmarono le barche. Ma, come dice la sapienza di noster vècc: "La messa l'è longa se la divozion l'è corta!".
Nel tornare a riva, i pescatori, calcolarono che, con i soldi che avrebbero speso per mantenere la promessa, il guadagno si sarebbe dimezzato; smisero quindi di remare e con lo sguardo rivolto al cielo recitarono in coro: "S. Albino abbi pazienza, tu di messe puoi far senza, mentre noi con questi pesci, ci saziamo e siam felici!". Ma il santo non si lasciò commuovere, anzi, diede ordine ai pesci di tornare nel loro elemento e questi ubbidirono all'istante! Unanime però, fu anche la decisione dei pescatori che giunti a riva si diressero verso la chiesa e dopo essersi impadroniti della statua del santo la bruciarono sulla pubblica piazza. Per questa loro azione gli abitanti di Carate Urio sono tuttora chiamati dai paesi vicini: "brusasant", ovvero: bruciasanti! I caratesi rispondono:
"Ogni paes el gh'ha la soa usanza e quej che scherzen hinn senza creanza!".
Il primo giorno di marzo, in molte località lombarde, sopra un grande falò si bruciava "l'omm de paia" mentre tutt'attorno i giovani del paese si davano la voce cantando:
"Marsa Marsia, caval sensa bria, bria sensa sella, gh'è ona bella pivella. Cosa ghe dema in dotta? 'Na pell de vacca e ona pigotta, ona roda da mulin e per cossin? On sacch de spin!".
Questa filastrocca faceva parte del repertorio della "chiamata di marzo", evento che festeggiava la fine del periodo invernale e il tanto atteso ritorno della primavera. Ma la sapienza di noster vècc non è tanto convinta che marzo sia preludio alla bella stagione, soprattutto perché in questo periodo il terreno è ancora gelato e fangoso e di conseguenza lo si lavora a fatica, infatti: "Ul fréce marsulin al fà diventà matt ul cuntadin!" proverbio, però, mitigato da un altro più speranzoso: "La nev marzolina la dura no fin a la mattina!". Auguriamocelo perché, in questo periodo, in tutta la Lombardia, si preparano i campi alla semina.
"La bocca l'è minga stracca se no la sà de vacca!" (ogni pasto andava terminato con un pezzo di formaggio per, come si usava dire, "togliere l'unto", dei cibi troppo grassi).
Il quattro di questo mese la chiesa festeggia San Lucio I Papa, santo che però non ha niente a che vedere con il patrono dei formaggiai del quale parla una leggenda lombarda. Il nostro Lucio, di cui non si trova traccia nei due volumi di Piero Bargellini dedicati ai santi, secondo quanto riferito da Bagnoli nel suo libro sulle tradizioni popolari lombarde, sarebbe nato alla fine del secolo XIII in quel di Cavargna, località situata a 1071 metri d'altitudine, che dà il nome all'omonima valle in provincia di Como.
Le origini del culto dei Magi a Milano e Brugherio
In occasione della festività dell'Epifania, la chiesa ambrosiana celebra i Vespri con gran solennità a conferma delle proprie radici orientali. Le origini dei Re Magi sono tuttora avvolte da un alone di mistero; non si è certi da dove venissero (si presume dalla Persia), non è probabile che la famosa stella che seguirono fosse la cometa di Halley, anche la data del loro arrivo a Betlemme è controversa in quanto molti propendono per il 2 febbraio, giorno della festa della Candelora e per finire i loro nomi, attualmente conosciuti universalmente come Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ai tempi di papa Benedetto XIV (1740/58) erano chiamati Ator, Sator e Paratoras, mentre i milanesi li chiamavano Dionigi, Rustico ed Eleuterio.
A Milano le reliquie dei Re Magi ci arrivarono nell'anno 325, come dono dell'imperatore Costantino ad Eustorgio per la sua consacrazione a vescovo di Milano; i corpi dei Magi erano stati ritrovati da Elena, madre di Costantino, e tumulati in un'unica arca di pietra con la scritta "Sepolcrum Trium Magorum" che troviamo ancora oggi nel transetto destro della basilica di Sant'Eustorgio a Milano, ma ora il loro sepolcro è vuoto.
Il furto avvenne il 10 giugno del 1164 per opera di Rainaldo, cancelliere di Federico Barbarossa, che riuscì a sapere dove i milanesi avevano occultato le importanti reliquie, nella speranza di riuscire a salvarle mentre Barbarossa metteva a ferro e fuoco tutta la loro città.. Rainaldo le localizzò nella canonica di San Giorgio a Palazzo e le trasferì a Colonia in Germania dove vengono oggi custodite in un'urna d'argento preziosamente lavorata, nella chiesa di San Pietro.
In seguito, importanti personaggi milanesi cercarono di ottenere la restituzione delle stesse, da Ludovico il Moro a Federico Borromeo, ma senza successo. Solo nel 1903, per opera del cardinal Ferrari, si riuscì a ottenere una piccolissima parte delle stesse, attualmente custodite in una nicchia, dentro un piccolo scrigno, sopra l'altare dei Magi, sempre in Sant'Eustorgio.
Durante il Medioevo, le città d'Occidente rivaleggiarono tra loro nell'opera di riesumazione dei martiri della fede. Fu convinzione comune che le reliquie avessero un potere taumaturgico, che preservava le città da guerre, calamità e pestilenze. Chi più ne disponeva, più era protetto. Ambrogio, vescovo di Milano, regalò tre dei preziosi ossicini dei Re Magi (per l'esattezza, falangi delle dita) alla sorella Marcellina, che nel 374 si era stabilita in una cascina di Brugherio dove venne eretta una chiesetta dedicata al futuro santo. Nel corso dei secoli successivi i tre ossicini rimasero intatti a Brugherio, pressoché dimenticati fino al 1613. Il 27 maggio di quell'anno infatti, le reliquie dei Re Magi vennero traslate dalla chiesetta di Sant'Ambrogio (attuale via dei Mille al confine con Cernusco s/N e Carugate) alla chiesa di San Bartolomeo nel centro di Brugherio, dove sono tutt'ora custodite ed esposte alla venerazione dei fedeli ogni 6 gennaio.
La venerazione dei Magi, già diffusa nel territorio, si estese maggiormente.
Nel 2013 la locale comunità pastorale Epifania del Signore ha voluto festeggiare in grande stile l'anniversario, con una ricca rassegna di eventi, tra cui il corteo storico in costume, ripercorrendo il percorso effettuato allora dal carro che trasportava le reliquie, l'inaugurazione di un altare per permetterne la venerazione continua, il restauro del grande organo Tornaghi, la pubblicazione del libro di Luciana Tribuzio Zotti e Giuseppe Magni Una città nel segno dei Magi, che illustra la storia di Brugherio nel 1613 con un contributo dello storico Franco Cardini, per concludere con la messa officiata dal cardinale Angelo Scola. E poi nel giorno dell'Epifania, come da secoli dicono i brugheresi, "andém a basàa i umitt", un'espressione dialettale che sottintende l'usanza di mandare devotamente e affettuosamente tre baci verso il reliquiario dietro l'altare maggiore. L'espressione "umitt" (o piccoli uomini) è suggerita dalle tre sculture del reliquiario, che ritraggono i Magi inginocchiati.
 
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09 Marzo 2024 - sabato - sett. 10/069
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La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (5/10)
Alberto Bossi, che vide questi tempi, così ne parla:
Inoltre a mezza estate, quando la messe già era matura - non lontano da Busto, nubi tempestose coprirono il cielo ; donde un grandissimo arco, più nero della fuliggine il cielo aperto si protendeva lontano, e attraverso scendeva fino a terra; e terribile fuoco e fiamme gettava da un'estremità.
Peste abbastanza crudele (ne venne); e un improvviso terrore ai villani. Poichè spezzò le annose quercie e asportò i frutti - incendiò i campi e tutto rovinò - agli agricoltori.
Questo fatto straordinario avvenne anche nel 1502 e fu accompagnato secondo alcuni da uno, secondo altri da un altro prodigio.
Il medesimo Bossi così riferisce :
Passati i mesi del verno e uno dell'estate- quando i Galli, che tentavano di prendere di nuovo - Napoli, furono sconfitti ed uccisi dagli Spagnoli, - I pulcini due volte cantarono dall'uovo con sonoro carme per cinque giorni in Busto; tacquero nè più i parchi galli cantarono le esequie dei Galli (1).
A questi presagi tennero dietro molte sventure. Tra le altre si racconta che sia accaduta questa.
(1) Il poeta allude alle guerre tra Francesi e Spagnuoli per la divisione del Napoletano stabilita con il trattato segreto del 1500 tra il re di Francia Luigi XII e il re di Spagna. - Un episodio celebre di quella guerra è la Disfida di Barletta. Quanto ai pulcini che ancora nel guscio cantano le esequie dei Francesi, il lettore giudichi e..... sorrida.
Mentre imperava a Milano Luigi XII re dei Francesi, gli Svevi, spinti dal papa Giulio II contro quelli, perchè gli avevano tolto Bologna, dai monti, in cui s'erano posti, discesero più d'una volta a predare; e sebbene Gastone di Foix li avesse respinti due volte e costretti a ritornare in Germania, discesero ancora in Italia e se ne vennero dapprima a Varese, poi a Gallarate e finalmente, con mentito cammino, quasi si dirigessero come amici verso i Francesi, vennero a Lonate. Ma essendo venuti per spogliare le case e per fare distruzioni, si rivolsero a Busto dove vi era un gran numero di Francesi che custodivano il borgo per il loro Re. Questi, essendo liberi dal timore della guerra, avevano lasciate prive di guardie le porte e per il freddo intensissimo se ne stavano rinchiusi nelle case, disarmati e in preda al sonno. I Tedeschi, venuti nascostamente, occuparono fosse e porte e, sopraggiunta l'aurora, si misero a scorrazzare con grande clamore per le strade del borgo e a predare svergognatamente. Subito il clangore delle trombe chiamò i Francesi alla battaglia, ma, sebbene ne accorressero molti, non essendo ordinati in schiera e andando qua e là all'impazzata, furono ferocemente trucidati dai Tedeschi che, serrati in ordinanza, li assalivano. Soli si salvarono quelli che lasciato denaro, cavalli, indumenti e ogni prezioso arredo si diedero prontamente alla fuga. Dei borghigiani moltissimi patirono crudelissime e turpissime sevizie, altri si rifugiarono nei boschi, nelle grotte e nelle valli e traversarono il Ticino e l'Olona. Le donne e i fanciulli li salvò la Chiesa, i sacerdoti non la veste ma unicamente la tonsura.
Ma non solamente il borgo di Busto soffrì questi mali; anche i luoghi vicini e i sobborghi della città di Milano ne furono colpiti.
Di questi fatti fu testimone oculare Alberto Bossi che nel suo libro intorno ai prodigi avvenuti prima dell' arrivo dei Francesi, li assegna all'anno 1511. L'anno dopo, il Pontefice Giulio II, che fu chiamato vindice e liberatore dell' Italia, con l'aiuto dei Tedeschi e dei Veneti, costrinse Palissa (1), zio paterno del re dei Francesi, a ritornare in Francia e Massimiliano Sforza ricuperò il ducato Milanese. Questi lo conservò fino al 1515 finchè Francesco, re dei Francesi, dopo una violentissima battaglia presso Melegnano, ricevette per la prima volta la città stessa dai Milanesi. Massimiliano, abdicato a ogni diritto paterno, consegnò la rocca, che Pietro Navarro, per comando di Francesco, già da trenta giorni assediava, e tutte le altre sue possessioni con la condizione che a sè ed ai suoi soldati fosse concesso di aver salva la vita e di portar via dalla rocca ogni suppellettile che non fosse di guerra; inoltre il re si obbligò a pagargli ogni anno trenta- cinquemila scudi d'oro.
Te set andaa a scœula de giovedì - Sei andato a scuola di giovedì
Con questo proverbio, a Milano si classificava una  persona come ignorante, incompetente oppure, più bonariamente, come inesperta.
Per comprendere la perifrasi bisogna tornare all'epoca del Regno d'Italia e del fascismo, quando i giorni di apertura e chiusura delle scuole dell'obbligo non erano uguali a quelli odierni. La scuola restava infatti aperta dal lunedì al mercoledì e si riprendevano le lezioni dal venerdì al sabato. Oltre alla consueta festività domenicale, infatti, anche il giovedì era riservato al riposo degli alunni.
Apostrofare qualcuno dicendogli te set andaa a scæula de giovedì significa pertanto dirgli che ha studiato soltanto... nel giorno in cui la scuola era chiusa!
Le spade: modelli comuni, variazioni locali. Da Monza a Canegrate (XIV-XIII sec. a.C.)
Nel panorama delle spade finora note sono documentate varie tipologie che prendono il nome dalla località del primo ritrovamento. Talvolta rimane tuttavia incerto l'inquadramento tipologico degli esemplari frammentari che provengono da contesti funerari, dove si possono presentare bruciati e defunzionalizzati.
Tra le spade della cultura di Canegrate sono particolarmente caratteristiche quelle a lama lunga e stretta con codolo filiforme (tipo Monza) e quelle con codolo piatto e triangolare con tre o quattro fori per ribattini (tipo Rixheim). La variabilità di una serie di tipi intermedi dimostra la stretta affinità tra le spade tipo Monza e tipo Rixheim.
Tra queste forme intermedie si riconoscono gli esemplari inquadrabili nel tipo Cattabrega. Vi appartengono le spade ritrovate a Turbigo, Cassano d'Adda e Oleggio (NO), forse prodotte da officine indipendenti. Esse, pur ispirandosi a tipi di riferimento comuni, esprimevano gusti ed esigenze locali che spiegherebbero l'alta variabilità dei tipi.
Dalla necropoli di Canegrate provengono anche spade caratterizzate da lama più corta con espansione verso la punta, che sembrano indicare una evoluzione formale e funzionale relativamente più tarda.
VI RAVVISO O LUOGHI AMENI...
La colonia e la sdraja
E' vedendo in un angolo inutilizzabile la mia vecchia sdraia in queste piovosissime giornate di fine giugno, che mi è tornata alla memoria la colonia. Quanto sole e quanto leggere nel corso di una lunga giornata in mezzo a cento bambini e ragazzi; quanto giocare, quanta spensierata irrefrenabile allegria. E quanto vociare e sudare, sempre in movimento. Era più o meno dove adesso ci sono le scuole medie di via Giosuè Borsi. Portavamo il cestino della merenda? Non ricordo. Era la nostra spiaggia, la nostra riviera. A due passi da casa. Senza bisogno di prendere il treno. Quanti anni ci sono andato? Due, tre, quattro? Anche questo non lo ricordo con precisione. Ci ha pensato la guerra a distruggere il nostro castello fatato. Non più bagni di sole, merende all'aria aperta, non più giochi fatti nella più sfrenata gioia e libertà. All'innocenza dei bambini, alle grida, alle corse si sono sostituite le divise, le armi, le assurde e infami necessità della guerra. Soldati tedeschi e deposito di armi, di materiali e vettovaglie. Ogni ben di Dio se si considerava che i civili tiravano la cinghia. Tesserato il pane, la pasta, l'olio e il sapone. Dopo la guerra, il 25 aprile. Come per un colpo di magia, in quattro e quattr'otto, è sparito tutto. Hanno svuotato i depositi, hanno fatto man bassa di tutto. Tutto volatilizzato. Non c'è stato nessuno a rubare: dicevano gli eroi autori del misfatto. A noi è restato il ricordo del sole, dei giochi della nostra fanciullezza che lo scoppio della "tragedia inutile" ha all'improvviso cancellato dalla nostra vita. La colonia, la sdraja, 'I su, la cumpagnia (i tanti compagni morti, dispersi nel mondo, dimenticati) ma sopratutt ul temp perdùu che solo la magia della memoria può ritrovare e far rivivere come momento indimenticabile e capitale del nostro esistere.
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10 Marzo 2024 - domenica - sett. 10/070
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Cosa ascoltare oggi
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Semm in man del pojan - Siamo negli artigli del nibbio
nel dialetto meneghino chiama pojan il nibbio. Si tratta di un uccello rapace che si può scorgere spesso nelle campagne della pianura padana: vola in cerchio cercando le prede sulle quali gettarsi in una picchiata repentina, per ghermirle con i forti artigli e trasportarle nel suo nido. Nel gergo popolare el pojan corrisponde all'usuraio, allo strozzino, alla persona famelica e impietosa. Per aver fornito un piccolo aiuto - certo non dettato da generosità - pretende indietro somme inaudite, compensi non  dovuti e perseguita i malcapitati finiti nella sua sfera d'influenza. Costoro si disperano perché, nelle man del pojan, si sentono come un passerotto nelle grinfie di un nibbio: senza alcuna speranza. Guai ad avere a che fare con el pojan in carne e ossa: il volatile è indubbiamente più onesto e pietoso.
Marzo (2/4)
Lucio fin da ragazzo, divenne esperto nel condurre le mandrie al scolo, imparando anche l'arte di lavorare il formaggio; non vi era povero che bussando alla sua baita, non ricevesse in dono un pezzo di caciotta e una ciotola di latte appena munto. Per la sua missione a favore degli indigenti e dei malati, lo fecero santo e, nel giorno della sua festa, numerosi fedeli si recavano nella chiesa milanese di S. Bernardino alle Ossa, sostando in preghiera davanti al dipinto che raffigura un uomo alto e barbuto nell'atto di distribuire latte e formaggio ai poveri; quell'uomo è San Lucio che, oltre ad essere il patrono dei casari, lo era anche dei lattai, che poi gli preferirono S. Giorgio!
"Ogni ann gh'è on carnevaa e ona quaresima!" (Ogni anno ha il suo carnevale ma anche la sua quaresima). Lo si dice con rassegnazione alludendo al trascorrere lieto, ma anche triste, del tempo.
Passate le Sacre Ceneri, finito il carnevale ambrosiano, che mantenendo l'antica tradizione dura quattro giorni di più, eccoci alla prima domenica di quaresima. In uno dei preziosi almanacchi, editi dalla Famiglia Meneghina, nella rubrica Fiere, feste tradizionali e pie consuetudini trovo scritto: "Con l'inizio della quaresima, nelle chiese tacciono gli organi. In Duomo l'Arcivescovo canta i Vespri non con il Piviale ma con la Pianeta usata per la Messa".
Questa usanza fu introdotta da San Carlo Borromeo, il quale constatando che il Governa tore spagnolo permetteva di continuare, nella prima domenica di quaresima, gli schiamazzi carnevaleschi sul sagrato del Duomo, pensò ad uno stratagemma per richiamare all'interno della cattedrale quella moltitudine. Lo trovò uscendo dall'Arcivescovado, accompagnato da un collegio di sacerdoti, vestito di Pianeta.
Il popolo incuriosito dalla novità, lo seguì all'interno del Duomo; quando la chiesa fu gremita, il santo sali sul pulpito e, con una memorabile predica, convinse i presenti che i giorni di quaresima debbono essere giorni di penitenza, non ridanciani, invitandoli ad una solenne processione riparatrice e ottenendo ciò che non aveva mai potuto avere emanando uno dei suoi famosi veti:
"Durante il carnevale si fa divieto di usare abiti simili a quelli che portano le persone ecclesiastiche. E non vi sia persona alcuna che ardisca, mascherata o senza maschera, gettare contro porte, finestre, carrozze e dame: ova!".
Ecco un proverbio che accenna al tempo quaresimale consacrato al l'astinenza e al regime vegetariano:
"Da Natal a Pasqua, tutta l'erba la diventa insalada!".
In contrapposizione con un altro che recita: "Quaresima e presòn, i è fate per i coiòn!" evocante il magro raccolto che costringeva a digiunare chi non conosceva l'arte di arrangiarsi.
"Quand la quaresima la tocca tri més, nas la robba anca sui scés!". Era voce comune, tra la popolazione delle nostre campagne, che quando la quaresima toccava tre mesi, si ottenesse un buon raccolto.
Il primo venerdì di marzo è quasi sempre un venerdì quaresimale; in questo giorno, nei secoli XVII e XVIII a Milano era tradizione visitare sia la chiesa di San Marco che quella dedicata a S. Maria dei Miracoli presso San Celso dove si conservano due preziosi crocifissi; lo faceva anche la Marchesa Donna Fabia Fabron de Fabrian, stupendamente descritta da Carlo Porta nella sua celebre poesia La preghiera:
Il lavoro dei milanesi (3/4)
C: Se l'è per quell, gh'è sparida anca la fabbrica! Ma succede anche nella moda, dove da tempo siamo i primi della classe ma continuiamo a guardare compiaciuti "Jean JeanParis" piuttosto che "John John-New York" e quasi mai si legge "Milano" accanto al nome dei nostri più affermati stilisti. Forse perché, al giorno d'oggi, il concetto di lavoro non è più quello di un tempo, come tante altre cose del resto, quando c'era la soddisfazione di vedere il prodotto fabbricato con le proprie mani in un tal luogo e di sapere sarebbe durato una vita, mica l'usa e getta ormai imperante... Guarda per esempio i nostri tram: ghe n'è in gir ancamò quaidun che ha quasi 100 anni e, forse, sono ancora migliori di quelli più recenti.
M: I robb hinn cambiaa e anca tanto in svelt, e il lavoro manuale, la manifattura, così come l'agricoltura producono tantissimo con pochissimi lavoranti, e così abbiamo sempre più cose che hanno prezzi che ribassano ma che durano anche meno e, se se s'ceppen, costa pussee giustai che toeui noeuv. Ma questo non è del tutto vero per Milano, che se è tornata a crescere lo deve proprio alla qualità di quello che vi viene fatto, moda, design, servizi... solo che i nostri fabbricanti, pur conosciuti e stimati in tutto il mondo, sembrano non ancora del tutto convinti che aggiugere "fatto a Milano" (made in Milan) ai loro prodotti sia un qualcosa che ne migliori l'immagine.
C: E infatti si vedono solo magliette con scritto I love New York, J'aime Paris e così via, ma mai "Io amo Mila- no". Però forse i milanesi gh'hann minga bisogn de maiett per fass vede. O forse Milano è considerata ancora una città provinciale...
M: Certo, seguitom semper a fà fadiga a vess ben valutaa in Italia, figuremess foeura, e poi anche noi milanesi siamo ammalati di esterofilia, e così qualche rara maglietta con su il nome di Milano la si vede solo in pochi chioschi attorno al Duomo, ad uso e consumo dei turisti stranieri. Ma l'è minga el caso de ciappassela tropp... La figura del milanese che lavora, che è sempre impegnato a far qualcosa si è stata dagli operai e dalle operaie che riempivano le fabbriche al suono delle sirene ai signori vestiti di scuro e con le scarpe lucide e alle donne sempre alla moda e scarpe col tacco 12 che si muovono indaffarati tra un ufficio, un convegno, una fiera, un pranzo di lavoro...
C: Se l'è per quest, incoeu vann de moda anca i scarp de tennis, che a me ricordano il barbone di Jannacci e invece adesso si chiamano sneakers; oppure i pantaloni stracciati che se li vedesse qualche vecchio dei nostri tempi si domandereb be se semm diventaa inscì poveritt de andà in gir inscì con sciaa da non poterci permettere neppure un paio di pantaloni nuovi o, almeno, di rammendarli! E pensare che, fino a non così tanto tempo fa, la divisa dei milanesi era appunto la tuta...
M: Esageremm minga! Certo le fabbriche che alle 7 della mattina, o anche prima, suonavano le loro sirene e mettevano in movimento centinaia di migliaia di persone sono state l'emblema della Milano operaia, ma si lavorava anche nelle botteghe, negli uffici, nei negozi e in tutte le attività che fanno vivere una grande città.
C: Adesso le migliaia de operari gbhinn pu, ma il Salone del Mobile del 2019, quello prima del Covid, ha avuto in una settimana 380mila visitatori, ed il primo dopo il virus, nel 2022, 260mila. E numeri sempre molto alti li hanno anche tutte le altre manifestazioni che hanno ripreso alla grande dopo la pandemia, con gente che viene da tutto il mondo, anche se, per un motivo o per l'altro, adesso mancano russi e cinesi.
 
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lib368-Settimana-11

RVG settimana 11
 
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La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (6/10)
Pertanto Francesco, fatto trasportare in Francia Massimiliano con una scorta di cavalieri, entrò in Milano come in trionfo e fu ricevuto con ogni onore. Egli ebbe l'assoluto dominio della città, sebbene i Milanesi non tollerassero troppo a lungo quella dominazione per la soverchia lussuria dei Francesi e per le feroci uccisioni che erano fatte dei patrizi.
Inoltre le prestazioni, che il francese Lautrec comandava per mantenere l'esercito, erano così gravose e frequenti che molti si uccisero e moltissimi furono costretti a vendere ogni suppellettile. Di qui una miseria e una fame intollerabili che tolsero di vita moltissimi cittadini. Si arrivò a questo punto che moltissimi mangiavano le erbe crude a mo' di giumenti, e come sudici porci cercavano il cibo nel letame. Ho udito dire da alcuni, tra i quali mio padre allora decenne, che a Busto moltissimi, mentre tenevano ancora in bocca l'erba di cui si pascevano, esalarono lo spirito. Spesso poi i borghigiani al sopravvenire improvviso dei soldati furono costretti a fuggire, lasciando il pane non ancor cotto nel forno, e a ricoverarsi nei boschi ove si pascevano di rovi ancor verdi. Quelli che erano presi, se maschi, venivano appesi per i genitali, se femmine per i capelli finchè o avessero rivelato dove avevano nascosto il loro peculio o tra i tormenti morissero (1).
(1) La pittura, che il Crespi ci fa di quei tempi tristissimi, per essere raccapricciante non per questo è men vera. Il Cantù nella sua Storia di Milano Utet 1864, e prima di lui il Cusani o. c., il Verri, il Ripamonti, il Burigozzo e altri cronisti del tempo la confermano non solo nelle linee generali ma anche in molti particolari.
E non solo i Francesi, ma anche ogni sorta di predoni e le stesse bestie feroci infierivano contro i nostri, tanto che spesso, in questo borgo, i lupi entravano nelle case e rapivano i bambini dalle cune e dai lettucci e alle volte dal grembo stesso delle madri e miseramente li divoravano.
Perciò i Milanesi esasperati dalle troppe ingiurie e dai danni che loro recavano i Francesi, li cacciarono con l'aiuto di altri stati dalla città e, mentre quelli se ne andavano in fuga, accolsero con grandi dimostrazioni di gioia Francesco II Sforza che ricuperò il ducato. Questo avvenne nell'anno 1522.
Poco tempo dopo il re di Francia mandò in Italia l'ammiraglio Guglielmo Gonfier (1) Si tratta di Guglielmo Bonnivet. Il cronista ha errato il cognome, o almeno lo ha scritto come, probabilmente, lo pronunziava il popolo, famoso storpiatore di nomi. con un nuovo esercito per riprendere Milano, ma costui, vedendo che non si veniva a capo di nulla, lasciò l'impresa e sciolse la maggior parte dei suoi soldati dal giuramento di obbedienza. Gli altri, dopo aver invano assalita la rocca di Arona, si ritirarono nel seguente anno in Francia con Orsinio Rensio. Appunto in questo anno, poichè i Francesi facevano molte scorrerie, il borgo di Busto fu munito di nuove e più salde fortificazioni. Ma sul finire dell' inverno, trecento fanti e cento cavalieri francesi entrarono nel borgo per la porta Basilica e vi fecero preda e poichè tentavano di far anche peggio, gli abitanti, presi i carri, li disposero a mo' di bastione e, stando dietro di essi, si difesero, poi assalirono i predoni e alcuni ne uccisero, gli altri gettarono fuori del borgo.
In questa circostanza i Bustesi furono aiutati da Fioramonte Castiglione che, sebbene fosse il comandante di quelle milizie, tuttavia non permise che fosse commesso ciò che quella soldataglia aveva in animo di fare, e questo per la riverenza che aveva verso Galeazzo Visconti che egli sapeva essere stato dal re dei Francesi designato Conte del popolo bustese.
Ma come i cadaveri puzzolenti degli uccisi potevano corrompere l'aria, così il fetore fece scoppiare dei morbi violenti e una peste terribile. Dapprima essa apparve in Abbiategrasso, poi nel borgo di Busto e da ultimo invase tutto il territorio milanese e la stessa città di Milano dove fu tanto violenta che fece morire 140.000 persone (1).
(1) Il Grumello, cronista milanese del tempo, scrive: "Aphicata fu la peste crudelissima in epsa città per le robe amorbate d'epso castello (Abbiategrasso) portate in dicta cittade et si existima morissero de le anime octanta milia et più presto de più che mancho. -  il Burigozzo: "El povero Milano infettato de pestilentia comenzò a far de mal in pezzo... al giugno tanta mortalità e piccoli e grandi, che quaxi per Milano non era come nessuno perchè li sani fugivano, et li amalati non se potevano muovere.... el qual mese (luglio) fu tanto crudele che veramente non saria possibile poter narrare la crudelità e la mortalità grande che fu, donde era più sicuro a star in casa che andar in volta, et non vedeva se non gente con campanini in mano, se non carri de amalati; non li era officio, ne campana che sonasse non da corpo.... El mese de Augusto sino a mezzo lavorò anche lui, donde el dir saria troppo, ma al veder delli cimeterj delle giexe era una paura.... de sorte che non credo che mai fusse simile pestilentia et fu detto della morte de cento millia persone, et così credo,,.
Tiremm innanz... - Andiamo avanti
Era la sera del 2 agosto 1851 e fra le vie del centro città si snodava un corteo mesto, che accompagnava alla forca Amatore Sciesa, artigiano tappezziere di 37 anni. La storia racconta che Sciesa, come la maggioranza dei milanesi, non tollerava il dominio austriaco sul Regno Lombardo-Veneto ed era perciò entrato in contatto con alcuni gruppi repubblicani che combattevano per l'indipendenza, nonostante la feroce repressione dell'odiato feldmaresciallo Radetzky. La gendarmeria trovò il patriota in possesso di manifesti rivoluzionari e questo bastò per condannarlo a morte, dopo un processo sommario. Andando verso il patibolo, lo fecero passare sotto casa sua, in via Cesare Cantù, perché rivelasse i nomi dei compagni in cambio della libertà. Non lo convinsero: Amatore Sciesa rispose in dialetto: «tiremm innanz», cioè <<proseguiamo!»>. Da allora, queste due eroiche parole sono evocate con rispetto dagli individui più determinati, che non tornano indietro sulle scelte compiute.
1926. - L'individuazione della necropoli
La scoperta delle prime tombe relative alla necropoli si deve all'Ing. Guido Sutermeister, che nel luglio 1926 recuperò alcuni materiali durante i lavori di una cava di ghiaia (cava Morganti) circa 100 m a nord della Chiesa di Santa Colomba a Canegrate (MI).
Il ritrovamento fu merito dell'intensa attività di monitoraggio del territorio condotta dal Sutermeister, poiché - ci dice egli stesso essendo a conoscenza di questi lavori, chiese preventivamente agli "sterratori" di avvisarlo se avessero rinvenuto qualcosa di anomalo. Venne così convocato a soli quindici giorni dall'inizio degli scavi, quando il piccone degli operai portò alla luce un'urna contenente ossa combuste.
Con riferimento al numero progressivo dato ai suoi ritrovamenti nel Legnanese, chiamò la prima tomba L146; seguì il recupero di altre quattro sepolture, venute alla luce sia durante i lavori di cava sia durante la costruzione della casa Rimoldi, denominate L164, 165, 166 e 199.
L'area dei ritrovamenti divenne quindi oggetto di attenzione da parte dell'ingegnere che, nel giugno 1927, durante gli scavi per la posa di nuove tubature dell'acqua in corrispondenza dell'attuale via Bramante, recuperò così altre due tombe, L204 e L205.
Egli comprese subito non solo l'importanza della scoperta, ma anche il fatto che si trattava di sepolture preistoriche. In particolare le associò subito, e in modo corretto, a quelle scoperte pochi anni prima ad Albairate (MI), in località Scamozzina.
Dal punto di vista cronologico, la necropoli di Canegrate si colloca nel momento pieno e finale dell'età del Bronzo Recente (XIII secolo a.C.), con l'eccezione proprio della tomba L146 del 1926, che risulta invece databile alla fase finale della cultura della Scamozzina, ovvero a un momento iniziale del Bronzo Recente (fine XIV-inizio XIII secolo a.C.).
Il desiderio di iniziare su tale terreno una sessione di scavi sistematici era diventato vivissimo...
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12 Marzo 2024 - martedi - sett. 11/072
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Và a Biegrass a fa i stecch - Vai ad Abbiategrasso a fare gli stuzzicadenti
Questo antico modo di dire milanese si usava per ammonire coloro che non avevano voglia di impegnarsi, di lavorare (un peccato mortale per chi vive sotto la Madonnina!) e che preferivano essere mantenuti vivendo alle spalle delle altre persone, familiari o amici. L'origine del motto va individuata nella fondazione, il 27 dicembre 1874, della Pia Casa degli incurabili di Abbiategrasso, a beneficio della città di Milano. Restò attiva sino al 1937 e vi venivano ricoverate persone poverissime o affette da difficoltà fisiche oppure psichiche, il cui compito era quello di ritagliare a mano degli stuzzicadenti da vari ciocchi di legno, un lavoro per il quale era richiesta una perizia molto modesta.
Questo proverbio non è sicuramente gentile né politically correct, ma bisogna rammentare che risale a un tempo in cui il rispetto per gli esseri umani era spesso carente.
La cà di me vecc
L'Eden della mia giovinezza, il giardino dove è cresciuto l'albero del bene e del male della mia vita. Vi sono nato, li ho imparato a muovere i primi passi, ho letto a sei anni i primi articoli della gazzetta dello sport, ho imparato a tracciare le prime aste con mano incerta, ho stentato a formare le lettere dell'alfabeto, il mio nome. Sul tavolo della cucina, aiutandomi colle dita delle mani, ho risolto le prime operazioni di aritmetica. Vegn chi patulott, cha ta proìi la tabelina. La tabelina era la tavola pitagorica. Tri par quatar. Ses par ott. Rispondevo con facilità e prontezza. Ero bravo nei conticini. Incò fa i pensierini cha l'e du dì che te i fè nò. E io paziente, nonostante la lunga malattia sofferta, con la cannuccia della penna in bocca per "esorcizzare" l'ispirazione, scrivevo con la mia scrittura un po' grossa ed irregolare due o tre paginette di pensierini niente male a non voler considerare le macchie d'inchiostro cadute tra pensierino e pensierino. Mi era maestra attenta e capace, nonostante non avesse frequentato che la terza elementate, mia madre. L'amore materno guidava e inventava con corretta approssimazione la sua sintassi e la sua grammatica. Poara dona. Per una grave broncopolmonite non ero in grado di frequentare la scuola e così il compito della mia istruzione era caduto nelle mani di mia madre. In di quatar mur du la cà ghe restàa seràa dentar la me us. La risenti ancamò cha la rispond ai dumand du la mama Cechina: dùdas quarantott, ventidù. Non erano, però, numeri da giocare al lotto.
LA SCHIRPA
La schirpa era la dote della sposa. Gli studiosi fanno derivare la parola dal termine longobardo SKERPFA e dal gotico SKAIRPA. La schirpa era regolata da norme ben precise, usanze tramandate di generazione in generazione, come il matrimonio. C'era la mediazione "dell'agente matrimoniale" al quale era d'obbligo regalare, a fidanzamento concluso ul maross che in genere consisteva in una camicia di seta, solo se la combinazione andata a buon fine. Marussè, sensale, intermediario. Ecco uno stralcio di schirpa (stralcio da stralciare, tagliare i tralci, tagliare, levar via un brano) che si trova all'Archivio di Stato di Milano e porta la data del 19 ottobre 1576 in prima uno cassono de asse de noxo e più un pard di lanzolli de tella di lino e più una coperta de letto de panno e più una sottana di panno rosso con sopra li suoi bandi di vilutto nero et li suoi manichi e più pezzi quatra di tella de lino, tre sottili, et una grossa e più suga colli de camara n. doi uno lavorato de seda nera et l'altro de reffo biancho et doi sachetti de pettene
e più para tre de fodrette de cosine de letto de tella di lino
e più scufie due una de oro et l'altra de argento
e più una corona de ambri gialdi con li suoi segnaculi di cristalli
e più due anelli de oro
e più un paro de calzeti de pano rosso cremixi
e più un paro de maniglie de panno morello
I panni della schirpa o corredo nuziale venivano acquistati e confezionati uno dopo l'altro di sera, dopo una lunga giornata di lavoro in fabbrica (10 ore) dalla promessa sposa, sotto il lume incerte sbarlugiant du la lumm, mentre la mamma rigovernava i piatti e la nonna "contava" le antichissime storie del paese. Una òlta quan che mi ghea des ann, ul me nonu
Parlando della schirpa ho ricordato ul marussè (sensale) o ul maross, compenso per la senseria prestata. Derivano dal longobardo. Precisamente da marh (cavallo) o da sloz (chiusura del contratto). Il significato originario era: sensale di cavalli. Una stretta di mano sanciva il patto tra compratore e venditore sotto l'auspicio del sensale.
TRAVEDONA-MONATE -
Travedona-Monate: m. 273; kmq 9.14; abitanti 3.340.
L'unità amministrativa, situata circa 16 Km ad ovest del capoluogo, unisce due centri abitati limitrofi. Travedona è sulla sponda nord-orientale del Lago di Monate, il paese di Monate invece si affaccia sul lago sul versante nord.
Il toponimo Travedona è riconducibile al composto trans o intra e *vedona. Sono possibili due interpretazioni per vedona. Da una parte si può riferire al nome dell'abete (cfr. avedo) fornendo così l'interpretazione di "luogo tra od oltre gli abeti"; dall'altra è possibile che il fiume noto oggi come Acquanegra (o Acquanera) un tempo fosse denominato Vedona, da qui la spiegazione del nome come "luogo oltre il fiume Vedona?159
Il toponimo Monate, in dialetto noto come Monàa, può derivare dal nome personale latino Mon(n)us o dal nome germanico Amone entrambi attestati. Più difficile far risalire il toponimo alla voce lama (*lamone con aferesi della prima sillaba) dal significato di "piano acquitrinoso" derivante dal latino lama "palude", stagno"
1) Acquanegra: è il fiume più significativo che scorre in quest'area. E' attestato in alcune carte anche come Acqua Nera. Nel comune di Travedona-Monate il fiume è denominato Runge "roggia" per la maggior parte del suo tratto, ma nella parte inziale è definito Rungiùn "roggione" perché più ampio e mosso. E' l'unico emissario del Lago di Monate e nel suo tragitto verso il Lago Maggiore bagna il comune di Travedona-Monate, costeggia Biandronno, Bregano e Malgeso, curva a nord verso Brebbia per poi scendere nuovamente nel comune di Cadrezzate. Termina il suo percorso tortuoso nei pressi del comune di Ispra in località Lavorascio. E' lungo circa 7 km. Il nome è un composto trasparente e richiama il carattere torbido delle sue acque.
2) Arbur düre lüne: traducibile come "albero o alberi della luna". Questo bosco naturale, ora non più esistente, si estendeva a sud del paese sul confine con il comune di Comabbio e comprendeva alberi vari tra cui spiccavano maestose querce. I parlanti locali spiegano il toponimo descrivendo come nelle notti di luna piena le querce venissero illuminate più degli altri alberi creando così una visione suggestiva e particolare.
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13 Marzo 2024 - mercoledi - sett. 11/073
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La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (7/10)
A Busto la peste entrò con Giovanni de' Medici, condottiero delle milizie spagnuole. Egli, dopo aver saccheggiato, per ordine dello Sforza, Abbiategrasso, venne con mille soldati a Busto e, nei dieci giorni che vi dimorò, vendette all'asta il bottino che aveva portato da quel borgo. Ma non si era ancora allontanato con gli Spagnuoli da Busto che uno dei suoi soldati morì di peste. Poi a poco a poco il morbo si sparse e fece tali progressi fra gli abitanti del borgo che in cinque mesi ne morirono sette mila.
Davano forza al male la stagione e il calore estivo, poichè il morbo fece la sua apparizione il 1° Maggio del 1524 e durò fino al 1° Ottobre.
Il numero dei morti che abbiamo riferito pare esagerato, perchè la popolazione del borgo non contò una tale quantità d'anime neppure al nostro tempo nè si ha notizia sicura per l'addietro; tuttavia potè essere così grande allora il numero degli abitanti perchè dopo quei tempi moltissime case furono distrutte e al loro posto si aprirono piazze e si stesero orti dove una gran moltitudine di forestieri per qual che tempo si rifugiò come in luoghi assai protetti e fortificati, fuggendo gli incendi e le devastazioni delle guerre (1).
(1) Come è esagerata la cifra di 140.000 morti per la città di Milano, così lo è quella di 7.000 per Busto, nè vale a giustificarla l'osservazione che fa qui il nostro cronista, perchè bisognerebbe credere che il borgo al principio del 1500 avesse almeno dodicimila anime, mentre in realtà la sua popolazione doveva aggirarsi sulle quattro o cinque mila.
Nè questa fu l'ultima sciagura che colpì il borgo. Infatti nel 1526, Carlo V., austriaco, Imperatore Augusto, scacciato Francesco II Sforza, di cui fortemente sospettava, si impadroni del ducato milanese. In tale circostanza Bonifazio Visconti, che faceva scorrerie qua a là, entrò nel nostro borgo e cominciò a devastare ciò che potè, approfittando del fatto che in quel giorno i Bustesi erano usciti dal paese per raccogliere le messi.
Ma quando gli abitanti, a cagione di un furioso temporale, vi ritornarono, il Visconti fu costretto a fuggire. Circa il medesimo tempo, alle scorrerie dei soldati si aggiunse un'invasione di lupi affamati. Tanta era la voracità di queste bestie che osavano assalire perfino uomini armati e disseppellivano e rubavano i cadaveri dai sepolcri (1).
(1) Il già citato Burigozzo a proposito dei lupi scrive: "Fu tanta quantità de lovi su per lo paexe, che era una cosa granda, et fazevano tanto male in ammazzare persone zoè putini et donne, che quaxi si temeva a andar in volta se non erano 3 o 4 persone insema, tanto era el terror de questi lovi, et questa non era meraviglia, la causa perchè nelle ville erano mancade le persone, et per questo fu abondanzia de lovi come ho ditto
Forse fu questo il motivo che indusse poco tempo dopo i Bustesi a circondare di un muro i cimiteri e ad apporvi porte e battenti.
Quanto poi alle scorrerie e occupazioni militari, esse furono in quel tempo così numerose e così grande fu la quantità dei soldati sparsi sul territorio milanese che vennero a trovarsi contemporaneamente in questo borgo quattro condottieri con le loro milizie e per due anni vi si fermò il Tribuno dei soldati che chiamiamo Stratego (2).  (2) La guerra tra la lega italica e Carlo V. durò tre anni. Il re di Francia che parteggiava per la lega spedì in Italia due eserciti; gli Imperiali, dal canto loro, ricevettero numerosi soccorsi dalla Germania. Si combattè con accanimento e con alterni successi; le città del Ducato, ad eccezione di Milano e di Como, vennero prese e riprese; l'intera Lombardia, spopolata dalle pestilenze, oppressa da enormi estorsioni, rovinata dagli incendi, dai saccheggi e da tutti i mali d'una guerra implacabile, fu ridotta all'ultima miseria
Il mondo idilliaco nella pubblicità
La pubblicità vuol farci credere che...
- E' sempre bel tempo.
- Siamo tutti ricchi, belli e giovani.
- La famiglia italiana media è costituita dal padre che non raggiunge i 30 anni, la madre ha 20 anni e i figli hanno solo 10 anni in meno di loro, ovviamente tutti sani e bellissimi.
- Lei fa la mantenuta, infatti è sempre a casa che sforna torte e biscotti, innaffia le piante oppure si mette in perizoma e si lascia fotografare sul balcone dai vicini; quando ha il ciclo si arrampica sugli alberi oppure si butta col paracadute.
- Lui ovviamente è un super manager, lavora 2 ore al giorno, va in ufficio in elicottero, e prende sui 10 mila euro al mese per poter mantenere il casolare di campagna, la moglie e i cinque figli.
- I figli miracolosamente non litigano mai, vanno bene a scuola, sono ubbidienti e l'unica cosa che chiedono è la loro merendina preferita e l'unica disgrazia che potranno mai combinare è una macchia di cioccolata sulla maglietta (ma a quella ci pensa la nonna).
- Si fa sesso ogni giorno in ogni angolo della casa.
- Ci si può innamorare nel bel mezzo di un incendio che sta devastando un quartiere.
- Se la tua auto monta un tetto apribile è probabile che un caccia ti si accosti a testa in giù.
- Vieri sa cos'è l'ADSL.
- Quando ti ammali, se prendi una medicina ti passerà tutto in 30 secondi.
- I tuoi colleghi di lavoro sono tutti fotomodelli/e al di sotto dei 30 anni.
- Il capo non ti dice niente se ti becca col walkman o se fai disegnini in riunione.
- Se ti metti a ballare il tango in mezzo alla strada non ti prendono per schizofrenica.
- Quando fai una passeggiata ti può capitare di incontrare Antonio Banderas o Sean Connery.
- Se non hai voglia di cucinare, tuo marito e i tuoi figli si accontentano benissimo di una scatoletta di carne gelatinosa e ti ringraziano pure.
- Se fai il postino trombi come un coniglio.
- Quando è ora di cena tutta la famiglia si riunisce e fa una danza rituale con un camaleonte.
- Quando litighi col tuo ragazzo, fuori dalla porta ce n'è un altro pronto a consolarti.
- Le donne semplicemente adorano avere il ciclo e ti raccontano tutte contente com'è bello avere mezzo metro di cotone in mezzo alle gambe.
- I neonati non sporcano mai i pannolini e la prima cosa che imparano è cambiarsi da soli. Se pisciano, pisciano una strana acqua blu...
- Del Piero ha confidenza con gli uccelli (no, forse questa è vera...)
- Non c'è mai traffico e tutte le strade passano per vallate stupende dove ci sei solo tu!
- Gli animali non fanno cacca.
- Tua nonna fa yoga, ginnastica artistica, ti porta ai concerti, ti dà il numero di telefono del cantante e corre a portarti i vestiti perché tu, povera nipotina, hai voluto fare il bagno nuda.
- Giochi a basket e sei contento di stare a perdere tanto pensi alla tua macchina nuova. Che è una Fiat...
- Tu vai in giro e tutti ti ringraziano per aver fatto la spesa.
 
       **************** fine giornata ************************
 
14 Marzo 2024 - giovedi - sett. 11/074
redigio.it/rvg101/rvg-11-074.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
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redigio.it/dati2111/QGLH1013-Pusterla-Castiglioni.mp3 - #4,06 - dintorni di Mercallo dei Sassi - #36 - #32
CONFORT D'ALTRI TEMPI - Par scaldà i pè
Le nostre camere da letto (stànz) erano, come la cucina, immense. La mia conteneva tri cumudìtt, un cumò, un guardaròba, un baùl e quatar lecc da una piàza, e un tacapàgn e 'l portacadèn. D'invernu l'aqua la gelèa in du la bròca e sui vèdar sa fèan su i fiur da giàsch. Stando così le cose è facile capire che la stanza era quasi una piccola Siberia. Pell da bèra e trapuntìtt imbutìi da piumen d'oca e cuert pesant e dùpi. Il capitoletto mi è stato suggerito mentre stavo parlando delle varie prèe. Quela dul puzz, dul fogh, di legn, du l'usc e 'l mà du la prèa. Ma la prèa più antica e più utile specialmente quando di notte sa furmèan i candìi da giasch e gelèan i cann du l'aqua, era la prea dul lecc. Di due qualità ne ho avute: una costituita da un mattone di piccole proporzioni, l'altra da un sasso piatto di una quindicina di centimetri di diametro. Si facevano surriscaldare nel forno della stufa e poco prima di andare a coricarci, si mettevano in un sacchetto di tela e si spingevano in fondo al letto dove fungevano da scaldino per i piedi. Ul scalden da ramm pien da bras si faceva passare nel letto come si trattasse di un ferro da stiro per scaldare tutto il lenzuolo, si manovrava per mezzo di un manico di ferro ricoperto di legno all'impugnatura, manico lungo quasi un metro. Ul frà, invece, era una specie di arca di legno compensato con scheletro di ferro lungo un metro e mezzo e alta mezzo sulla cui base veniva posto uno scaldino con la brace. Ul frà (frate) teneva sollevate le lenzuola permettendo al calore di circolare per tutta la superficie interna del letto.
Guido Sutermeister. - Una vita per la storia
Guido Sutermeister (1883-1964) maturò la sua passione per l'archeologia, la storia e l'arte fin da giovane, quando si recò in Egitto e Medio Oriente per lavoro.
Il rinnovamento edilizio del Legnanese nei primi anni del '900 lo spinse a raccogliere e documentare le testimonianze antiche che affioravano dal terreno.
Lavorando sistematicamente, con l'approvazione della Soprintendenza alle Antichità della Lombardia, esplorò il territorio, tanto che i numerosi reperti da lui raccolti resero necessaria la costruzione del Museo Civico (1928).
Si trattò di recuperi di notevole importanza, in qualche caso di rilevanza internazionale. È il caso della necropoli di Canegrate e della patera di Parabiago, grande piatto in argento, lavorato a sbalzo e dorato, raffigurante il trionfo della dea Cibele e del pastore Attis.
La sua opera riguardò anche la conservazione delle memorie storiche e artistiche del territorio che, diversamente, sarebbero andate perdute: la Torre Colombera, un edificio utilizzato tra XV e XVI secolo come casa di caccia; il Castello di San Giorgio e i Palazzi Vescovili del XIII secolo (Palazzo Leone da Perego e Palazzo di Ottone Visconti).
Tra i suoi numerosi meriti vi fu anche quello di documentare con un disegno o un semplice abbozzo qualsiasi oggetto ritenesse degno di essere ricordato. Molti studiosi hanno potuto usufruire di questi lavori.
Attorno a lui si riunì un gruppo di sostenitori che formarono la «Società Arte e Storia», il cui patrimonio archivistico e librario comprende antiche pergamene, libri preziosi, documenti storici e un ricco archivio fotografico che illustra l'aspetto della città di Legnano nel periodo delle grandi trasformazioni. La Società provvide a pubblicare una collana di Memorie che raccolsero i contributi di vari studiosi e quelli di Sutermeister stesso.
Capire la crisi finanziaria
Se hai difficoltà a capire l'attuale situazione finanziaria mondiale la storia che segue potrebbe aiutarti:
Una volta, in un villaggio in India, un uomo annunciò ai contadini che voleva comprare delle scimmie per 10€. I contadini, vedendo che c'erano molte scimmie in giro, uscirono nella foresta ed iniziarono a catturarle. L'uomo ne comprò migliaia a 10€  ma, quando la disponibilità di scimmie cominciò a diminuire i contadini cessarono i loro sforzi.
L'uomo annunciò che ora le avrebbe comprate a 20€. Ciò rinnovò gli sforzi dei contadini che ripresero a catturare scimmie. Presto il rifornimento diminuì progressivamente e gli abitanti del villaggio cominciarono a tornare alle loro fattorie. L'offerta salì a 25€ ma la disponibilità di scimmie divenne così piccola che era una fatica vedere una scimmia, per non parlare di prenderla.
L'uomo annunciò che ora voleva comprare le scimmie a 50€ tuttavia, dovendo andare in città per alcuni affari, il suo assistente avrebbe fatto da compratore a suo beneficio. In assenza dell'uomo, l'assistente disse ai contadini: "Guardate tutte queste scimmie in questa grande gabbia dove l'uomo le ha radunate; ora voglio vendervele a 35€ e, quando tornerà dalla città gliele rivenderete a 50€".
I contadini misero insieme tutti i loro risparmi e comprarono le scimmie.
Poi non videro più né l'uomo né il suo assistente, solo scimmie dappertutto. Benvenuti a WALL STREET!
Per esclusione - (3-4 giugno 1890)
Per sentimento di delicatezza non abbiamo fatto il nome della farmacia che spedì la ricetta dello strofanto, che si vorrebbe fosse stato la causa della morte dell'Elmira Ravizza, volendo attendere il giudicato dell'autorità giudiziaria. Siccome però abbiamo accennato alla località, e siccome si trovano nei pressi altre farmacie, dobbiamo dichiarare che non si tratta né della farmacia Polli, né di quelle De Ponti, Miragoli, Castellini, Fraccari.
Disobbediente - (8-9 aprile 1891)
Tal Carlo Mauri è un misero saltimbanco che gira con una scimmia addomesticata per guadagnarsi il pane. Ieri verso sera egli stava dando una delle solite rappresentazioni nel sobborgo di Porta Tenaglia. Stanco di obbedire, l'animale si avventò d'un salto contro il saltimbanco e lo morse replicatamene al viso e ad un braccio. Il poveretto dovette recarsi all'ospedale.
Mestieri
On mestee l'è on granee. - Un mestiere è un granaio.
On poo per la gesa e on poo per el Santissem, - se tira-là benissem. - Lavorando un po' per la chiesa e un po' per il Santissimo, si tira avanti benissimo.
A fà l'ost e a cercà-sù se comenza, no se desmett pù. A fare l'oste e l'accattone, se si comincia non si smette più.
Chi gh'ha on mestee in man no ghe manca on tocch de pan. - Chi ha un mestiere ha sempre da mangiare.
Dal faree no tocca, dal speziee no mett in bocca. Dal fabbro non toccare nulla, dal farmacista non mettere in bocca nessuna cosa.
Per conoss l'inferna, bisogna fà el cœugh d'estaa e 'l carozzee d'inverna. - Per conoscere l'inferno bisogna fare il cuoco d'estate e il vetturino d'inverno.
Se te vœu conoss on tò nemis, cerchel in l'arte toa. Se vuoi conoscere un tuo nemico, cercalo fra quelli del tuo mestiere.
Lavorà con legria, l'è el mej mestee che ghe sia. Lavorare di buona voglia è il miglior mestiere.
On mestee ben cominciaa l'è mezz faa. Un lavoro ben cominciato è mezzo fatto.
 
 
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15 Marzo 2024 - venerdi - sett. 11/075
redigio.it/rvg101/rvg-11-075.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
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La bùla du l'aqua colda
Era invece una specie di busta di gomma a spigoli arrotondati con chiusura ermetica avvitata. Veniva riempita di acqua quasi bollente e serviva per molti usi. Par scaldà i pè, par scaldà 'I stomigh in caso di cattiva digestione. Non poche volte si teneva ferma per un po' di tempo nei posti colpiti dai dulur reumatich (acqua calda), dai distursiòn (acqua fredda). Si metteva in su la zuca se si era presa qualche capocciata (aqua fregia). Quando invece, giocando al pallone, si rimediavano pedate sugli stinchi, non usavamo la bula cun l'aqua gelàa per gli impacchi ma, una pezza imbevuta in continuazione di acqua borica gelata. Quando la mia cucina disponeva ancora del camino, ci sedevamo davanti al fuoco, facevamo una bella riserva di calore, soprattutto esponendo ad esso mani, piedi, e schiena. Scaldati a dovere (cold me i furnej) via di corsa a letto. Naturalmente senza: prea, scalden, bula, frà. Facendo non tanto tempo fa, una visita reclamata a gran voce da invincibile nostalgia al vecchio solaio (sulè) della mia vecchia casa, tra le tante cose accatastate e abbandonate, sommerse dalla polvere e dalle ragnatele, ho visto il frà e 'l scalden da ramm insema a padej e padelott. Mi è venuto nello stesso tempo frecc e famm. E una infinita tristezza.
Dal 1945 al 1960 (4/13)
C: Se véd che gh'era ancamò tanta gent che ghe n'aveva minga assée de guèrr. Ma forse gh'aveven minga tutt i tort quei che gh'aveven subìi i disgrazzi del fascismo e del nazismo e magari In quai manera cercaven forse de vendicass, anca se quei che voréven el comunismo gh'aveven minga ciàr che sarien passàa da ona dittatura a voeuna rossa minga meno grama. Se acorgeven nò che se gh'era de sperà de vegnì focura de 'sto disaster, bisognava ciappà i aiutt di american? Se anca avarissen poduu vèss minga del tutt disinteressàa, per nun éren tanta manna che la vegniva giò del ciel. E poeu gh'era nissun d'alter ch'el gh'aveva la possibilità de fall.
M: Allora l'era minga nancamò inscì ciar, anca perché de quell che succedeva in Russia se saveva nagott e forse propri per quell, ghe n'era tanti che se illudeven, che credeven che l'era el paradis in terra. Comunque la prima decision l'è stada quella de cascià via el re e la monarchia, cont el referendum del 2 (duu) de giugn 46 (quarantases) che l'ha portàa la Repubblica; 15 (quindes) dì dopo gh'è stada l'amnistia, vorsuda anca dal Togliatti, ma cont tanti di sò compagn che éren minga d'accord, che l'ha cercà de mètt ona preia sura i colp de chi l'era stàa fascista, anca se i pussée important éren giamò stàa giustiziàa o éren riessìi a scappà via. D'alter canton, quasi tuce i pubblich dipendent, chi pussée e chi meno, eren stàa fascisti, e el sarìa stàa praticament impossibil casciai via tucc, e poeu el saveven tucc che in del ventennio s'te gh'avevet minga la tessera del fascio te podevet minga lavorà in di uffizi pubblich. Inscì fà poca meraviglia che hann strasciàa la tessera vèggia cont su el fascio, per sostituilla cont quella noeuva cont su la cros democristiana o la falce e martell comunista; ecco come hann fàa i fascisti a sparì inscì a la svelta. Quanto a la vita de tucc i dì, el mangià l'era ancamò razionàa, anca se el se podeva trovà a la borsa nera che la gh'era ancamò, ma ghe n'éren tanti che gh'aveven pròpri nagott e bisogna daggh onor al Comun che l'ha istituì i mens popolar; nel '46 (quarantases) ghe n'era ona vintèna, che distribuiven centmila past al dì. Ma intant che gh'era ancamò de soffrì, per fortuna semper meno, intorna l'era tutt on ferment de attività, da la montagnètta de San Sir che la cresséva a vista d'oeucc, ai primm grattaciei in piazza de la Repubblica (che la gh'aveva appèna ciappà 'sto nom), che faseven cambià i connotati a Milano, anca se camminava in Galleria cont l'ombrell avèrt e tanti eren ancamò i macéri che restaven a l'aria, senza tècc né ripar...
massi erratici
Nelle colline attorno Mercallo, se uno ricerca puoi rimanere giorni a contare i massi erratici, ci sono tantissimi di varie forme di dare, specie oggi ha solo alcuni portano ancora le tracce degli antichi scalpellini che ci hanno lavorato. Eccolo qua. Il masso erratico. E adesso bisogna camminare per andarlo a cercare. Questo sasso, così come tanti altri suoi confratelli, benché lì nella loro natura di pietre dei buccioni. Hanno deciso di essere viaggiatori e di partire di andare seguendo, che ne so io. Le acque di smottamenti, i grandi movimenti della terra o comunque del ministero sono andati chissà da dove vengono, ma adesso riposano.
E tu viandante? Devi. Andarli a cercare glice graniti servizi che picassi di mercallo gli scalpellini hanno cavato per produrci, gradini, stipiti, architravi nella loro Sapienza antica. Oggi queste rocce portano ancora le tracce di quello antico mestiere. Altro masso, altre tracce. Si tratta di Coppelle, Incisioni, semisferiche realizzate da popoli antichi. Secondo alcuni per svolgere dei culti propiziatori. Secondo altri delle informazioni per gli antichi viaggiatori, cioè fondamentalmente una mappa che diceva dov'era una sorgente dove era un luogo.
Per proteggersi dove era un guado? Oggi, nell'era del GPS del Navigatore, purtroppo abbiamo perso le chiavi di lettura di queste antiche mappe scritte nella pietra. In effetti. Gli antichi avranno scritto qualche volta. Ho lasciato tracce. Nella. Avranno inciso qualcosa su di un albero, su di un lato? Ma si rendevano conto che quelli rimanevano. In balia poi dell'atmosfera del vento, dell'acqua di un fulmine. Con la pietra, il segno e permanente rimane nei secoli e noi? Con anche un po di emozione, siamo qui in questo momento a leggere dei segni enigmatici finché si vuole, ma assolutamente presenti.
Corgeno, capitale del canottaggio.
Quando ritorna capitale della Rimo Tricolore con i campionati italiani di canottaggio che prenderanno il via sabato 11 e domenica 12 giugno sulle acque del lago di Comabbio. L'evento, organizzato dalla Canottieri Corgeno in collaborazione con Federazione italiana canottaggio, comitato Fic Lombardia, Comune di Vergiate, provincia di Varese, Regione Lombardia e Camera di Commercio.
Vedrai i blocchi di partenza. 1051 atleti provenienti da 105 società in arrivo da tutta la penisola, 53 e i tricolori in palio nelle varie categorie, 15 titoli, junior, 14 pararowing, 10 pesi leggeri, 14 senior, insieme alle 159 medaglie dei 3 °.
Corgeno si conferma dunque il luogo perfetto per manifestazioni sportive di tale portata. Ricordiamo che nel 2021 lo stesso campo di regata fu teatro dei campionati italiani master. Perché indicare il molto intenso EE molto partecipato direi anche perché quest'anno abbiamo anche superato il migliaio di atleti, per questo tipo di manifestazione, quindi i campionati.
Di eccellenza, perché sono quelli più importanti, avendo i senior, quindi anche con gli olimpionici EE anche gli junior. Diciamo che Varese è diventata veramente la terra dei laghi e quindi il la terra della voga, perché con i suoi campi di gara, tra cui Genova, ha virato e Varese, eccetera, è diventato veramente il centro del canottaggio italiano e mondiale.
 
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16 Marzo 2024 - sabato - sett. 11/076
redigio.it/rvg101/rvg-11-076.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
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redigio.it/dati2111/QGLH1015-sesto-vie.mp3 - #9,34 -  dintorni di Mercallo dei Sassi - #36 - #32a
Urinari
Di ceramica o di smalto. Si mettevano ai piedi del letto per usarli di notte, perché, allora, pochissimi avevano i gabinetti in casa. Erano in fondo ai cortili dalla parte opposta rispetto alle abitazioni. Alzarsi nelle notti invernali e in mutande attraversare il cortile per fare pipì, era inconcepibile. Di prima sera ci si fermava davanti ai letamai che erano in mezzo ai cortili, soprattutto se pioveva e i cortili erano già allagati. Non c'era fognatura in paese e l'acqua stagnava un po' dappertutto. Qualche volta, essendo nella maggior parte delle case le camere da letto poste al primo piano (il pianterreno era riservato alla cucina e al salotto o alla sala di poco più bella della cucina) ci si affacciava sul ballatoio e si aggiungeva alla pioggia del cielo i nostri dorati liquidi organici. Come si vede non eravamo complicati e facevamo tutto con sublime filosofia. O tempora! o mores! che tempi, che costumi!
Prima di Canegrate.
La necropoli di Albairate e la cultura della Scamozzina-Monza
Sutermeister non si sorprese per il ritrovamento di Canegrate, perché, da profondo conoscitore dell'archeologia del territorio, era al corrente delle scoperte effettuate ad Albairate (MI), in località Cascina Scamozzina, da Alberto Pisani Dossi, pubblicate poi nel 1910 da Pompeo Castelfranco.
In terreni di sua proprietà Pisani Dossi rinvenne infatti, fra gennaio 1900 e aprile 1901, circa 30 urne, integre o in frammenti, e numerosi oggetti di corredo in bronzo: bracciali (armille), anelli, pendagli, pugnali, spilloni. Questi ritrovamenti, insieme a quelli di fine Ottocento di Monza, diedero il nome a una fase culturale caratteristica della fine dell'età del Bronzo Medio (XIV secolo a.C.) e dell'inizio del Bronzo Recente (prima metà del XIII secolo a.C.) diffusa nel territorio tra Sesia a ovest e Serio a est, con maggior concentrazione nella bassa pianura tra Ticino e Terdoppio.
Questa cultura si caratterizza per la diffusione del rito funerario della cremazione, con deposizione delle ossa combuste in urna, in genere biconica, chiusa da una scodella capovolta e deposta in un pozzetto riempito di terra di rogo. L'urna poteva essere accompagnata da un vaso più piccolo e contenere altri oggetti in bronzo, sia deformati dal calore perché esposti sulla pira funeraria, sia integri perché deposti come offerta.
Le scoperte più significative riferibili a questa cultura sono, oltre ai siti già citati, le necropoli di Gambolò, Cilavegna e Garlasco (PV), della Cattabrega di Crescenzago (oggi in comune di Milano) e di Premeno (VB), lungo il lato piemontese del Lago Maggiore.
Di particolare interesse è la necropoli di Gambolò, perché comprende sia tombe databili alla più antica cultura della Scamozzina-Monza sia elementi della cultura di Canegrate.
TRAVEDONA-MONATE -
3) Baragigodore: in dialetto attestato come Baragiòr o Baragiö. Il toponimo ricorre in due differenti località di Monate: la prima, a nord del paese, collega il Runchìt al Barasc, la seconda, più a sud al confine con Cadrezzate, unisce il Bosch di Fós con la località Valserene. Entrambe le aree localizzano una zona scoscesa che collega due punti con una piccola differenza altimetrica (v. Cadrezzate n. 1).
4) Barné: il toponimo non è localizzato nel comune e non è noto oggi ma è registrato solamente nelle carte del Catasto Regio del 1905 (v. Cadrezzate n. 2).
5) Barona: in dialetto la voce è Barüne. La località prende il nome dal torrentello noto appunto come Barüne. Il corso d'acqua nasce nella zona del Val a nord delle Casniére e della strada Provinciale e si immette nel fiume Acquanera, meglio noto in queste zone come Runge "roggia". Barüne è riconducibile forse alla radice celtica bar dal significato di "sterpeto"
6) Baróte: zona pianeggiante a sud ovest del centro di Travedona al confine con Monate. È incerta l'intepretazione del nome: forse vi si può trovare qualche attinenza con ii Barüne sopracitato
Nella tradizione di Travedona le persone non sposate e avanti con gli anni venivano appellate Barotun perché si raccontava che un uomo e una donna, una volta rimasti gli unici abitanti della zona, non avessero mai fatto conoscenza e fossero rimasti ognuno nella propria abitazione.
7) Belvedere: zona oggi non ben localizzata, ci sono moltissimi luoghi a Travedona e Monate a cui la gente associa questo nome (v. Cadrezzate n. 3).
8) Bosch di Fós: "bosco dei fossi". Piccolo bosco ad ovest del Saresée e limitrofo all'odierno campo da golf di Monate che è stato costruito su un'ampia area al centro del territorio comunale. Il nome del bosco è da ricondurre all'azione dell'uomo che spesso creava fossi e fossati per drenare il terreno del bosco così da renderlo meno paludoso
9) Bozzone: in dialetto Bužùn. Ci sono due possibili interpretazioni del nome. Il toponimo può rifarsi alla voce d'italiano antico bozza che denominava una "sorgente stagnante e spesso paludosa" o più semplicemente una "pozzanghera". È possibile comunque ipotizzare una derivazione dal termine dialettale bónze che era il luogo di raccolta del letame
I GALLI CISALPINI (1-5 )
La serie legata a italica pro Enea, dove analizzeremo tutte le fazioni che hanno popolato l'Italia, prima dell'espansionismo romano.
Quest'oggi parliamo dei Galli cisalpini. I Galli, o meglio celti, sono un'insieme di popolazioni provenienti per la stragrande maggioranza dalla Francia, ma erano presenti anche nella penisola iberica. In Gran Bretagna il loro espansionismo fu talmente grande che si espansero persino nel nord e centro Nord Italia, fondando nuove tribù o fazioni dall'insieme delle note storiche a disposizione. L'invasione gallica in Italia sfociava in queste varianti, l'assimilazione totale della cultura celtica da parte dei locali, oppure tramite intervento militare e quindi epurazione o sottomissione degli autoctoni. Socialmente parlando, di cisalpini erano insediati in villaggi soggetti al controllo di una città egemone, detta oppidum, di solito arroccata su un'altura che forniva protezione da un. di vista militare e per quanto riguarda l'economia, i Galli erano ottimi agricoltori, ma erano famosi per i saccheggi e per la lavorazione dei metalli, dai quali creavano non solo molti oggetti, ma anche spade, corazza di qualità.
Non mancavano anche l'allevamento e il commercio tra tribù e popoli di un Mediterraneo. Secondo gli scritti di Diodoro Siculo e Ammiano Marcellino, i celti erano rappresentati come persone di enorme stazza, si parla di uomini robusti che arrivano fino al metro e 70, carnagione chiara o arrossata, per la maggior parte biondi e in mancanza di questa tonalità si tingevano i capelli nell'acqua e calce nel loro adorabile visino spiccavano folti baffi.
Parlando di equipaggiamento, il Guerriero celtico era rappresentato dall'elmo Gallico, il quale poteva differenziarsi in diverse tipologie, l'armatura poteva essere di cuoio oppure dalla lorica amata di, ovvero la famosa cotta di maglia di loro invenzione e brandivano la lancia la lunga spada gallica e lo scudo, il tutto accompagnato molto spesso da pantaloni variopinti. La forza d'elite era rappresentata da una cavalleria dir poco distruttiva. In più, un'usanza particolare dei soldati era di appendere le teste dei nemici sui cavalli per sfoggiare la propria forza e incutere timore nel cuore degli avversari. Inoltre, portavano lo stesso equipaggiamento della fanteria, tranne lo scudo, il quale era più piccolo e leggero dato che era costruito in vimini e poi rivestito in cuoio. La tecnica di combattimento celtica era nota per il fatto che non eseguivano formazioni, molto probabilmente perché i Galli consideravano la guerra una battuta di caccia. In più erano anche noti i maestri nelle imboscate, la fama della loro tenacia in battaglia era leggendaria, più i guerrieri combattevano e più erano agguerriti e invasati. Forse è anche dovuto al consumo del cervogia che una birra lucida. In questo episodio è doveroso parlare anche dei druidi
I druidi erano considerati come figure cardinali nella società celtica, poiché rappresentavano non solo l'interpretazione divina, la quale era rappresentata dalle forze della natura, ma fungevano anche da insegnanti e giudici. Parlando più in specifico dei Galli italici di furono numerose fazioni, ma oggi parleremo di alcune tra le più influenti che analizzeremo in base alla suddivisione regionale e a tal proposito. Mi sono avvalso dell'aiuto di Mattia, dall'asta, leonida e arbor ponte di Atene.
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17 Marzo 2024 - domenica - sett. 11/077
redigio.it/rvg101/rvg-11-077.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2112/QGLH1103-baco-seta-03.mp3 - 5,34 -
redigio.it/dati2111/QGLH1016-sesto sempione.mp3 - #8,40 -  dintorni di Mercallo dei Sassi - #36 - #32a
La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (8/10)
Finalmente, quando Carlo V fu incoronato a Bologna imperatore da Clemente VII, il duca Francesco Sforza, liberato per intercessione dello stesso Papa da tutte le accuse che gli erano state fatte, tra la gioia di tutto il popolo Milanese, fu reintegrato nel possesso del ducato e per di più insignito di tutti i gradi delle dignità e della gloria, nell'anno 1530.
Ma l'imperatore non solo gli restituì il suo favore e lo chiamò duca di Milano, confermandogli il possesso paterno con decreto imperiale, ma, per legarlo a sè con un vincolo più stretto, gli diede in moglie Cristina che il re della Dania aveva avuto da Elisabetta, sorella dell'imperatore. Le nozze furono celebrate in Milano con lusso regale l'anno 1534 (1).
(1) Il Burigozzo fa una minuta descrizione del magnifico corteggio che da Sant' Eustorgio accompagnò la sposa fino al Duomo. Per staffieri de sue excellentia gli era dodici conti de primi della città nostra vestiti de veluto foderato da brocato con le sue barette con le penne dentro, che ciascheduno de loro parevano uno Imperatore, e questi tali staveno appresso alla persona de sua Excellentia tal che parea che sua Excellentia fusse in un bosco in mezzo di quelli Baroni per quelli personaggi bianchi.... Della bellezza de sua Excellentia veramente e più, gera divina che umana; ma de poca etate (15 anni), andò in Duomo poi al castello el al castello tirò gran artellaria.
Ma poco prima apparve nel cielo un portento annunziatore di cose tristi e infauste: poichè una stella crinita o una crudele cometa comparve per quindici giorni nel cielo d'Italia e coi suoi raggi preannunciò che sarebbe avvenuta qualche calamità. In questo borgo, nello stesso anno in cui furono celebrate le nozze dei due Principi, nel mese di Giugno, scoppiò un terribile uragano e, mentre il cielo era coperto da una nerissima nube e l'aria rimbombava di tuoni spaventosi, il fulmine, uscito dalle nubi aperte e spezzate, colpì così fortemente quella insigne e famosissima torre che fu costruita quasi tutta in mattone presso la chiesa di San Giovanni ad uso di campanile, che, forato da ogni parte la cuspide piramidale e smosse dal loro posto le colonne, poco mancò non la facesse rovinare completamente. Ancor oggi la torre mostra i segni di quella rovina nell'obelisco riparato e sull'epistilio della colonna meridionale dove l'avvenimento è ricordato. A questo fatto seguì, il 31 Ottobre del 1535, la morte di Francesco Sforza che tutti i Milanesi piansero con grande mestizia anche perchè prevedevano che, non avendo egli lasciato figli, sarebbero andati incontro a delle nuove calamità.
Da questo anno fino al 1542 non accadde nulla nel borgo che sia degno di particolare memoria.
Ma nell'anno 1547 densissimi nuvoli di grandi locuste, provenienti dalle spiagge del mare, invasero i nostri campi e devastarono le biade e le erbe dei prati divorandole fino alla radice e spogliarono in un baleno gli alberi di foglie non altrimenti che se fossero stati flagellati da una furiosissima grandine.
Anche durante la mia vita avvennero nel borgo alcuni fatti straordinari. E innanzi tutto nell' anno 1568, il 17 Maggio, l'anno prima dell' incendio della rocca navale veneta e due anni prima che il Sultano Soli- mano togliesse ai Veneziani l'isola di Cipro, essendo state rifabbricate la lanterna e la cupola della chiesa di S. Maria, si narra che avvenne questo fatto. Di mattina, mentre il cielo era sereno, d'improvviso una nera nube lo oscurò e non molto tempo dopo si udì un fragoroso tuono che parve scuotere la terra e lampeggiò tra i nembi un fuoco fuligginoso a cui tenne dietro un fulmine così veloce e così potente che fece traballare,come strappata dalle fondamenta, la bellissima chiesa della Vergine Genitrice che sorge nel mezzo del borgo.
Dal 1945 al 1960 (5/13)
C: E ghe n'è de quei che se poden vedé ancamò incoeu, in di ann 2000 (dòmila)...
M: ... Già, ma se cercava insomma de dismentegà el fascismo e i sò disgrazi, anca se podeven nò desmentegà i pover fioeu e i sò maester mort in de la scola de Gorla, ricordàa in del monument tiràa su nel '47 (quarantasett). Nel '48 (quarantott) poeu, el centenari di Cinq Giornàa l'era diventàa tutt vun cont i anniversari de la resistenza e di tanti partigian che éren mort.
C: Ma me par che el quarantott el gh'è stàa anca allora, nonostant la repubblica e l'amnistia.
M: In effett, la contrapposizion tra democristian e comunisti la se faseva semper pussée forta, fina ai elezion de l'avril '48 (quarantott), ch'hinn stàa vinciuu dai democristian. E poeu l'attentàa a Togliatti, cont la paura che la s'ciopass on'altra guèrra civil, che per fortuna la gh'è minga stada, on po perché el Togliatti l'è guarì in svelt, on po, disen, perché Bartali l'ha vinciuu el Tour de France e l'ha miss tucc in pas, ma sora tutt, disi mi, perché i american l'avarien minga permiss, Vist come s'éren spartì el mond cont i sovietich. Ma la base di comunisti l'ha fàa fadiga a digerì quella che ghe pareva ona sconfitta e in lui s'hinn fàa sentì conti occupazion de tanti fabbrich, e a Milan gh'éren tucc quei pussée grand, Breda, Falk, Pirelli, Borletti, Motta, eccetera. Ma poeu el bon sens l'è vegnuu foeura, anca se la gent de città, appena finida la guèrra, la viveva certo minga bén, gh'era pocch de mangià, tanti gh'aveven nanca la cà, el lavorà bisognava cercàssel in dove el gh'era, ma tutt l'era adrée a mèttess a post in svelt, tant che in di primm ann '50 (cinquanta) gh'eren 400.000 (quattercentmila) personn che lavoraven in de l'industria. I cà che éren minga stàa trà giò, éren in gran part ancamò quei de ringhera, cont i famili che viveven spèss domà in ona stanza, magari senza lavandin, cont i cèss in comun, ma dove se cognosséven tucc, nel ben e nel mal, come in di cort di paés. La gent la se moveva in tranvai, quaighedun in bicicletta, i pussée fortunàa in Vespa o Lambretta, appèna nassuu; l'automobil ghe l'aveven domà i sciori, inscì i fioeu, se giugaven minga in di cortil, el faseven in strada, i mas'c cont i tollitt, a tì ghe l'et, a tombinèlla, a la lippa, i tosann cont la corda, i serc, a campana, cont i numer pitturàa per terra cont el gèss, e stagh attent se passava on'automobil per minga fass trà sotta. Ma quai fioeu el giugava anca in mèzz ai maceri, e tanti hinn stàa quei che gh'hann lassàa quai did, man o anca pégg per via di bomb che eren minga s'cioppàa. I scoll s'hinn subit miss in funzion, anca se éren ancamò pocch quei che faseven i scoll medi. Ma giamò in di primm ann '50 (cinquanta) se podeva pensà a quaicoss de mei, come i scoll professionai e i istitutt tecnich, menter liceo e università eren ancamò per pocch.
Una storia in scarp de' tenis
Il dialetto mi ha sempre accompagnato nella vita. Nella mia famiglia era la lingua ufficiale.
Dialetto di Gorgonzola, che per i milanesi puri era un dialetto meno elegante. Ricordo che da bambino, e più ancora da adolescente, quando cercavo di ribattere col ragionamento al modo comune di pensare, mio papà Augusto mi diceva: «Te se' propri un disparin...». Indimenticabile il teatro dialettale all'Oratorio, con le canzoni cantate sul palco del Teatro Argentia. In uno spettacolo Don Francesco mi assegnò Lassa pur ch'el mond el disa. La ricordo ancora. E la canticchio quando sono solo. Il destino mi ha porta to a dirigere uno dei pochi giornali, forse l'unico, ad avere la testata in dialetto milanese: Scarp de tenis. Come quelle del barbun cantato da Enzo Jannacci. È questa la mia storia. Una storia milanese. E di un dialetto che vorrei non si perdesse mai.
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Radio Fornace Informa
 
La lista degli argomenti della settimana 11
 
  1. 1926. - L'individuazione della necropoli
  2. Capire la crisi finanziaria
  3. CONFORT D'ALTRI TEMPI - Par scaldà i pè
  4. Corgeno, capitale del canottaggio.
  5. Cosa ascoltare oggi
  6. Dal 1945 al 1960 (4/13)
  7. Dal 1945 al 1960 (5/13)
  8. Disobbediente - (8-9 aprile 1891)
  9. Guido Sutermeister. - Una vita per la storia
  10. I GALLI CISALPINI (1-5 )
  11. Il mondo idilliaco nella pubblicità
  12. La bùla du l'aqua colda
  13. La cà di me vecc
  14. LA SCHIRPA
  15. La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (6/10)
  16. La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (7/10)
  17. La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (8/10)
  18. Massi erratici,
  19. Mestieri
  20. Notizie dal Villaggio
  21. Per esclusione - (3-4 giugno 1890)
  22. Prima di Canegrate.
  23. Tiremm innanz... - Andiamo avanti
  24. TRAVEDONA-MONATE -
  25. Una storia in scarp de' tenis
  26. Urinari
  27. Và a Biegrass a fa i stecch - Vai ad Abbiategrasso a fare gli stuzzicadenti
 
Sommario
 
Le dirette
 
Pensiero della settimana
Casa mia per piccina che tu sia, mi costi una cifra in tasse
Chi tardi arriva è già a metà dell'opera
 

lib369-Settimana-11-bis

RVG settimana 11
BIS (radio da asporto)
 
Radio-video-giornale del Villaggio
redigio.it/rvg100/Radio-Fornace-informa.html -     redigio.it - Il sito di origine  
Settimana-1-bis del 2024
 
RVG-11-bis - da  - Radio-Fornace
Settimana 11       2024-03-11 -  Marzo - Calendario - la settimana
11/03 - 11-071 - Lunedi
12/03 - 11-072 - Martedi
13/03 - 11-073 - Mercoledi
14/03 - 11-074 - Giovedi
15/03 - 11-075 - Venerdi
16/03 - 11-076 - Sabato
17/03 - 11-077 - Domenica
 
11 Marzo 2024 - lunedi - sett. 11/071
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati5/QGLA251-armi.mp3 - Parte 1 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt01") - Abbigliamento non armatura - il costo - Il cavaliere ricco - Abbigliamento europeo - Cosa vi era prima del medioevo - Descrizione dei cavalieri pesanti e leggeri - #35
redigio.it/dati5/QGLA252-armi.mp3 - Parte 2 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt02") - 8,24 - 004136-004292
Non dimenticar le mie parole
redigio.it/rvg101/rvg11-071bis-1.mp3 - Non dimenticar le mie parole
Questa Te la racconto io.
I signori dello swing: Rabagliati, Otto, Bonino
Alberto Rabagliati (Milano, 1909-1974), inizia la sua carriera a la via del cinema. Simpatico a prima vista, cordiale ed esuberante, sbaraglia migliaia di concorrenti nel concorso indetto dall'americana Fox per cercare un emulo e sostituire Rodolfo Valentino, scomparso giovanissimo. Rabagliati ha un'ottima presenza fisica e tutti i connotati richiesti, ma il soggiorno in America per tentare il successo nel mondo della celluloide si rivela drammaticamente fallimentare. La permanenza oltreoceano non è però vana perché se il cinema gli chiude le porte, riesce ad assimilare in maniera molto convincente lo swing e il jazz che dominano la musica americana. Tornato in Italia porta con sé questo suo importante bagaglio di esperienze che, per il panorama nazionale, equivalgono a una novità assoluta. Dopo un esordio con Barzizza, parte per Cuba con Lecuona tornando poi in Italia per una tournée molto apprezzata.
Fa amicizia col maestro D'Anzi, già affermato compositore, che gli permette di spalancare tutte le porte del successo. Lancia Bambina innamorata e Ti dirò.
Bambina innamorata stanotte ti ho sognata, sul cuore addormentata e sorridevi tu. Bambina innamorata la bocca t'ho baciata, quel bacio ti ha destata, non lo scordare tu...
Ti dirò che tu mi piaci, ti dirò che nei tuoi baci si nasconde il mio destino, il sogno mio divino che ancor non conosci tu!
Sfonda poi con C'è una casetta piccina, di Valbrega e Prato.
Sposi! Oggi si avvera il sogno
e siamo sposi!
Tutto risplende a noi d'intorno
e luminosi ci sembrano persino i fior...
Il Regime che nel frattempo sanziona la musica esterofila e negroide come stupida e antifascista, chiude un occhio perché in quest'ultima canzone si fa riferimento alla campagna demografica appena lanciata in Italia. A Mussolini non piacciono questi nuovi ritmi <«<sincopati»>, ma ormai Raba è popolarissimo ed è quindi meglio trattarlo da amico piuttosto che combatterlo. Sono molti i successi legati al nome di questo simpaticissimo interprete che porta un'aria nuova nella canzone all'italiana, mascherando talvolta lo swing come un'esuberanza personale. Un esempio è dato da Ba, ba, baciami piccina in cui sillaba il testo con grande maestria.
Ba, ba, baciami piccina
sulla bo, bo, bocca piccolina,
dammi tan, tan, tanti baci in quantità tarataratarataratatà.
Al cinema interpreta se stesso, il cantante osannato e «divorato» con gli occhi dalle tante ammiratrici. Tra le canzoni da citare Tu musica divina (tu che m'hai preso il cuore, non sai che il canto d'un violin può far di un sogno il mio destin), poi Mattinata fiorentina di Galdieri e D'Anzi.
È primavera, svegliatevi bambine, alle Cascine messere Aprile fa il rubacuor... E a tarda sera, madonne fiorentine, quante forcine si troveranno sui prati in fior.
È poi la volta di Silenzioso slow (Abbassa la tua radio, per favor), di Maria la O e della Canzone del boscaiolo, di Morbelli e Barzizza (O boscaiolo, il sole sta per tramontar, lascia il lavoro, torna al tuo casolar). Il Primo pensiero d'amore è un altro grande successo.
Il primo pensiero d'amore sei tu, sei tu,
colei che non posso scordare mai più, mai più. Negli occhi tuoi belli c'è un velo
di dolcezza, di bontà.
Se cade una stella dal cielo,
quella stella ti dirà...
Il primo pensiero d'amore sei tu.
Quando canta Rabagliati, di Galdieri e D'Anzi, conferma la bontà della sua voce e il prestigio del personaggio.
Quando canta Rabagliati fa così
e sui fianchi ben piantati resta li. Nello sguardo scanzonato come un lampo fa brillar
e agitando sempre l'indice levato
fa un versaccio che somiglia a un miagolar.
Canta Rabagliati diviene una rubrica fissa dell'EIAR, uno spazio personale nei programmi di musica leggera, molto gradito dai radioascoltatori. Nel dopoguerra il successo non durerà a lungo anche perché la voce, di pari passo a una evoluzione del fisico, subirà un peggioramento e non gli permetterà più di supportare i suoi soliti fraseggi. La popolarità acquisita gli consentirà, comunque, di partecipare a una serie di riviste, anche di Garinei e Giovannini.
Natalino Otto, nato a Cogoleto (Genova), nel 1912, seguendo l'innata predisposizione per il ritmo, vorrebbe diventare batterista, ma gli esordi sono difficili e lo spazio che trova per le sue esibizioni è sempre molto ristretto. Cerca fortuna allora in America dove cominciano ad apprezzare anche le sue doti vocali; ottiene un contratto, ma non si ferma negli Stati Uniti perché ha nostalgia di casa. Preferisce piuttosto imbarcarsi sulle navi che attraversano l'Atlantico ed esibirsi a bordo. Nel giro di due anni percorre molte volte la rotta e assimila perfettamente la nuova musica d'oltreoceano, il jazz in particolare e, ritornato stabilmente in Italia, con varie formazioni di avanguardia, gira i locali più alla moda. Fondamentale per lui la collaborazione con Gorni Kramer. Suoi successi del tempo sono Mister Paganini, Le tristezze di San Luigi (versione mascherata di Saint Louis Blues). La radio sbarra il passo tanto a lui che a Kramer, ma il successo continua, cosa sorprendente, solo basandosi sulla vendita dei dischi che escono sul mercato a ripetizione. Fra le migliaia di canzoni ricordiamo Mamma mi piace il ritmo, Conosci mia cugina?, Polvere di stelle, la Star dust americana e Mamma voglio anch'io la fidanzata di De Santis e Del Pino.
Mamma non son più quel capriccioso ragazzino, che sgridavi pel suo fare birichino,
ora son cresciuto e sento un fremito nel cuore che, o mamma, dà il segnale dell'amore.
Natale Codognotto, come si chiama veramente, da quegli anni sarà solo più Natalino Otto. Senza la radio, e con l'ostilità del Regime, deve lottare molto, ma ha il prezioso appoggio dei giovani che apprezzano la musica che propone.
Ricordo ancora i trionfi di Lungo il viale, del Giovanotto matto, della Classe degli asini, di Rastelli, Larici e Ravasini.
Signorina Maccabei venga fuori, dica lei dove sono i Pirenei? Professore, io non lo so, lo dica lei!
C'è poi Voglio amarti così insieme con una serie di (proibitissime!) canzoni americane.
Voglio amarti così, teneramente, voglio amarti ogni dì, con tutto il cuor Solamente il tuo labbro sa dirmi le cose più belle solamente i tuoi baci
san darmi la felicità.
Nel dopoguerra, finito il forzato esilio, trova i fan che vanno ad applaudirlo. Partecipa a numerosi Festival di Sanremo con Mogliettina, Il pericolo numero uno, Avevamo la stessa età. Nel '54 incrementa i successi cantando, in coppia con Flo Sandon's, che diviene sua moglie.
Tanti sono i brani che Natalino Otto lancia ed è impossibile fare una selezione esauriente. Non si tratta in tanti casi di canzoni bellissime, ma rappresentano delle pedine importanti nella storia del jazz nella canzone italiana.
Ernesto Bonino (Torino, 1922-2008) è forse il meno fortunato del trio che comprende Rabagliati e Otto. Nel '41 lancia Se fossi milionario, un brano sincopato che piace ai giovani. Gradevole Non passa più di Liri e Marchetti.
Non passa più per la mia stessa via, non passa più perché non è più mia. Intorno i platani si spogliano col vento, col vento tornano le nuvole nel ciel...
Seguono Maria Gilberta, Bambola e Il giovanotto matto che, nella sua versione, fa incassare diritti d'autore consistenti a Lelio Luttazzi. Da ricordare ancora Birimbo-Biram-bo, un pezzo pieno di swing assimilato negli Stati Uniti. Presto sarà sul viale del tramonto. Il suo nome scomparirà per anni per ritornare, tristemente, nella cronaca dei giornali in tempi recenti. Completamente in miseria, chiede di fruire della legge Bacchelli che aiuta i cantanti (anche lirici) a superare le difficoltà economiche. I giornali lo ricorderanno ancora nell'aprile del 2008, alla sua morte, tracciando un ritratto che renderà giustizia ai suoi meriti.
LA POLITICA
redigio.it/rvg101/rvg11-071bis-2.mp3 -  la politica
Questa te la racconto io.
Ogni volta che un milanese è riuscito a diventare un capo politico, hinn pussee i dagn che l'ha faa che i benefici che ha portato.
Forse... la politica l'è minga el noster mestee.
M: Ah, la politica... Guarda Cecca, se gh'è quaicoss dove i milanes hinn negaa, forse l'è propi la politica. Abbiamo già ricordato tante volte che Milano è stata governata, per la gran parte della sua storia, da non milanesi: qualche volta da italiani (romani, piemontesi, romagnoli), più spesso da stranieri (goti, visigoti, longobardi, tedeschi, francesi, spagnoli, austriaci); anca Sant Ambroeus l'era on roman nassuu in Germania... E quando invece sono stati dei milanesi, come i Visconti, non erano certo in molti a voler loro bene, anche a Milano.
C: La bravura dei milanesi è sempre stata quella di fare le cose in grande: soldi, gran signori, palazzi, fabbriche, commerci, finanza... Ma quanto al governo, all'amministrazione della cosa pubblica, mei lassai fà ai stranier, che inscì fann i lor legg e ghe porten via cont i tass tutt quell che poden... E noi mugugniamo, ma lasciamo fare.
M: De esempi in la storia ghe n'è a bizzeff, ma quello, a mio parere, più significativo è risale al nostro momento forse più glorioso, quello delle Cinque Giornate, quando, dopo che noi milanesi siamo diventati finalmente padroni della nostra città, hinn subit andaa a cercà quaidun "de foeura" che i governass, financo gli stessi austriaci che avevamo appena cacciato, e che, infatti, dopo pochi mesi sono tornati nuovamente a comandarci. E, non contenti, noi continuiamo ad essere quelli che, a capodanno, applaudono e battono il tempo alla Marcia di Radetzky, ed è tutto dire...
C: Vedi propi che te gh'et minga ona bonna opinion de nun come politich! Ma se facciamo qualcosa, a noi piace farla bene e, se non siamo tagliati per la politica, forse è meglio lasciarla fare a chi ne è capace! Del resto, quasi tutte la grandi famiglie che hanno dato fama e lustro a Milano l'hanno fatto sotto il governo de quaidun d'alter.
M: L'è propi quest el problema, la mancanza di un senso dello Stato che andasse un po' più in là delle mura cittadine! E così Milano ha sempre delegato altri, che, al contrario, da questo punto di vista guardavano decisamente oltre. Chi, hinn vegnuu a comandagh can e porscei - tanto per non fare giri di parole - che, ogni volta, i milanesi accoglievano con entusiasmo, sperando che fossero migliori dei precedenti... Ma, t'et mai sentii de on loeugh dove i milanes hinn andaa lor a comandà debon? Dispiace dirlo, ma il nostro temperamento è sempre stato quello dei "sudditi", che per giunta si compiacciono dei favori dei padroni di turno.
C: Me par ch'el sia minga on problema domà noster... Sono secoli che le menti migliori d'Italia, non solo di Milano, lo dicono; e lo dice persino il nostro inno nazionale. Invano, però. Occorre però anche dire che ci sono state, e ci sono anche oggi, tante famiglie milanesi che hanno reso grande Milano un po' in tutti i campi, il che significa che anche i milanesi riescono, se non a guidare, almeno a condizionare anche ad indirizzare la politica.
M: Già, inscì te fann cred de vess el padron de quell che te gh'et e che te set bon de fà, mentre i veri "padroni" sono quelli che fanno le leggi e ti mettono in riga con le tasse e tutto quello che ci sta attorno: burocrazia, tribunali, forza pubblica, perfino la scuola e gli uffici locali, Regione, Provincia, Comune... Mei lassà perd 'sto argoment, che ghe fa passà per "ciolla" in tutta Italia, anche se con tutto il rispetto...
C: Voeur propi di che fa i politich l'è minga el noster mestee. Ma, forse, faremmo bene a cercare di essere almeno un po' più diplomatici, altrimenti... te gh'et propi reson ti: se femm mangià in sul co senza che se ne accorgiom.
M: Ma gh'emm minga de sbattess giò tropp, perché, tutto sommato, da quando c'è lo Stato Italiano, anche se a Milano sono nati gli estremismi, la città è riuscita a non farsi mai governare dagli estremisti; anzi, si può dire che qui, alla lunga, sia prevalso un rapporto virtuoso tra il capitale ed il lavoro, dando vita a una realtà liberal-socialista, dove anche i due grandi partiti del dopoguerra che si spartivano l'Italia, DC e PCI, non sono mai stati maggioritari.
C: Alla fin fine, però, siamo sempre soggetti alle decisioni degli “altri”, che, ultimamente, hann vorsuu mett el becch anca in del stadio di San Sir! Mi viene da dire che Milano è il cervello del Paese, ma ghe manca el fisich: non sa imporsi, rimane sempre sottorappresentata in politica, ed anche nella cultura. E quando qualcuno che lo grida indignato viene poi eletto al Parlamento di Roma, regolarmente si dimentica di Milano, ed anche in fretta.
M: A proposito di San Siro... una città si può identificare anche con i suoi colori, ma da noi il "rosso" e il "nero" ricordano più il Milan - voglio dire la squadra - della politica! Ultimament, gh'è saltaa foeura anca el "verd"... ma, anche in questo caso, più che alla Padania pensiamo alle nostre fontanelle o, magari, ai tram e ai taxi di un tempo... E poeu, gh'è el "giald", quello bello carico del nostro famoso risotto, e quello più smorto dei tram (quando non sono totalmente coperti dalla... pubblicità).
C: Ma, anca chi, il colore milanese più citato è il "grigio", che, ahimè, ci ha identificato per tanto tempo e che ancora è ben presente nella "percezione" che tanta gente ha della nostra città.
 
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12 Marzo 2024 - martedi - sett. 11/072bis
 
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati5/QGLA395-elezioni.mp3 - Parte 1 ("Elezioni per caso - Come avvenivano le elezioni nel XIII° secolo") - #01 #06 - 9,40
redigio.it/dati5/QGLA396-elezioni.mp3 - Parte 2 ("Elezioni per caso  - Come avvenivano le elezioni nel XIII° secolo") - #01 #06 - 8,15
Le Madonne e i poveri Cristi dimenticati sui muri
redigio.it/rvg101/rvg11-072bis-1.mp3  Le Madonne e i poveri Cristi dimenticati sui muri
Questa te la racconto io
Le immagini sacre tanto care ai milanesi di un tempo stanno scomparendo in silenzio. Quei poveri Cristi messi in croce e dimenticati in strada. Sono sempre più smunti, si consumano, ma lentamente, quasi volessero ancora gridare il loro amore per la città. Quasi non volessero scrostarsi, perché lì li hanno messi i padri dei nostri padri. Perché il cuore e la fede così voleva. Poveri Cristi di gesso oppure dipinti; i più fortunati hanno un vetro a proteggerli, gli altri sono addormentati nell'aria spesso viziata di Milano. E non sai più se è lo smog a cancellarli o il poco amore che ha la città per loro. Spariscono così anche le Madonne, con i Santi e gli Angeli che danno a lei conforto. Ma hanno una forza sorprendente e non si sbriciolano del tutto. Certo, non sono pitture d'autore, e non si sa neppure a chi aspetti il compito di conservarle, ma sono la città. Svaniscono mute le figure sacre, perdendo i colori e le preghiere dei passanti, però resistono. Sbiadiscono il rosa del volto, il celeste del mantello, il giallo ocra e tutti i colori di altre pie credenze.
Eppure, le immagini sacre sono come la punteggiatura della città. Sono virgole, che invitano a rallentare il passo. Sono parentesi, che trattengono e custodiscono un ricordo di una grazia o di una ferita ancora aperta. Talvolta c'è ancora oggi un lumino, spento da mesi, o un fiore, e poco importa se è di plastica. Non sperano neanche più, le pitture sacre meneghine, in una preghiera, si accontentano di un'occhiata amorevole anche se frettolosa. Quanti dipinti, altarini, edicole votive, bassorilievi, crocefissi, sopravvivono nella nostra città? Difficile rispondere, gli ultimi censimenti risalgono a più di due secoli fa! C'era un Elenco dei segni sacri esistenti nelle strade urbane di Milano, del 1799, censiti dal governo francese. In pratica, una vera e propria geografia dei segni religiosi, da Carlo Borromeo a Maria Teresa d'Austria. Quel registro, a dire il vero, serviva per cancellarli: via altarini e dipinti dalle vie della città, anche per i troppi fatti miracolosi ;Madonne che muovono occhi, piangono, sanguinano...») mal visti dalle autorità. Ma venerati dal popolo. La signora Teresa Cernuschi vedova Croci, come riportano i documenti dell'epoca, se la prese con l'ispettore del primo Rione Urbano mentre «t;faceva levare due immagini di culto esistenti sull'esteriore di sua casa n.4909, in contrada delle Ore». Per essere ancora più chiara, gli gettò addosso un orinale bello pieno. Altri tempi. Le due immagini sono scomparse per sempre, e la buona signora Teresa, dall'Aldilà, sta sbraitando per l'incuria e il poco amore che i milanesi d'oggi hanno verso le Madonne pitturate sui muri.
Quanti dipinti sacri sopravvivono, dunque? Di sicuro sono più di 120 solo nel centro storico; si aggiungano 60 edicole votive sparse nei vari quartieri, i dipinti nascosti nelle vecchie corti e un altrettanto non verificabile numero di altarini nei più recenti cortili.
Anche se rovinato, il dipinto con il Cristo deposto, nel cortile di via Ascanio Sforza 21, sul Naviglio Pavese, conserva ancora una sua forza. Il più bello è in via Sant'Eufemia 20, sulla parete posteriore dell'omonima chiesa. Protetto da una teca di vetro, pare obbligarti a rallentare, a gettare lo sguardo sul suo dolore, a perdere tempo dietro un pensiero.
Sullo spigolo di una casa, in via della Chiesa Rossa, lungo il Naviglio Pavese, una piccola statua del Cristo quasi si perde sulla grande croce abbracciata da un'edera rigogliosa. Poi c'è el Signoron de Milan, per le sue grandi dimensioni, color giallo ocra, lo stesso dell'abitazione privata che lo ospita, sul terrazzo d'angolo, in via San Dionigi, al Corvetto. Un tempo la casa si affacciava sull'acqua del canale della Vettabietta, ora ricoperto. Alta tre metri, la figura del Cristo Redentore dà il benvenuto a chi arriva da sud e benedice i moderni viandanti diretti a Chiaravalle. Trenta anni fa, per la sostituzione di un lampione, la benna di una ruspa aveva troncato di netto la mano destra. Poi, sul finire del 2020, è arrivata la mano nuova.
Alle Colonne di San Lorenzo, si affaccia proprio sulla movida dei giovani: è un Cristo malmesso, seppur protetto dal vetro. La parte inferiore del dipinto è sparita, ma fino a pochi anni fa si intravedeva il teschio di Adamo, quello che abitualmente viene raffigurato ai piedi della croce. Ostinato, quel Cristo protegge ancora i ragazzi che riempiono la notte ai suoi piedi, cercando una birra e una risposta ai tanti perché della vita.
C'è pure una Madonna in sosta vietata, in vicolo Pusterla, un budello di strada, da piazza
DA sinistra, el Signoron di via San Dionigi in una foto del 1971, quando aveva ancora la mano destra originale; sopra, la Madonna con Bambino sul balcone al civico 5 di alzaia Naviglio Grande.
Sant'Alessandro in Zebedia fino al retro dei negozi che si affacciano su via Torino. Il cartello di sosta vietata, il più delle volte divelto, è appoggiato a una spanna dal piccolo affresco che ingentilisce questo pezzetto di Milano così così. Ci sono fiorellini freschi e Maria è incorniciata da una finestra neppure troppo elegante. Lo sguardo è rimasto sereno e pare cercare uno sguardo e invitare il passante a proseguire sul sagrato di una delle più belle chiese della città.
Solo nel primo sorso del Naviglio Grande, alla Darsena, si mostrano alle pareti ben quattro immagini sacre. Al numero 5, quasi affacciata al balcone, c'è una Maria col Bambino e due Angeli. Più giù, sul bistrot all'angolo con via Argelati, le tracce di un altro affresco naif. Al 12, dopo il vicolo dei Lavandai, due Angeli genuflessi al Sacro Cuore. Al civico 4, una Beata Vergine. Segni che si allontano e non è solo il tempo a spegnerli. Una targhetta sotto la Madonna, al numero 20 di via Conchetta, tra San Gottardo e Naviglio Pavese, prova a mantenere in vita una bella preghiera per i giovanotti scapestrati del rione: Distendi il tuo mantello sopra i cuori duri e fa che in questa via, malnatt, drogaa gh'abbien minga da sbatte scontra on mur. Senza giri di parole, dritto negli occhi di Maria: pensa ai ragazzi, quelli di strada, sbandati e forse anche drogati. Una preghiera in dialetto così arriva prima.
Nella vicina via Torricelli, tra i civici 26 e 30, appare una consumata e grossolana pittura della Sacra Famiglia, accanto all'officina di un gommista. I colori si sono stancati di stare alla parete ma, dietro una fila di fiori finti, è rimasta la scritta, gustosa, naif, vera: Voi che passate per questa via, salutate Gesù, Giuseppe e Maria. Parole semplici da sembrare una preghiera.
E così sbiadiscono in un amen anche le altre, in via Gentilino 6, nel rione di corso San Gottardo, in viale Monte Nero, quando già si intravede la Rotonda della Besana, in chissà quanti altri quartieri... Sono tutti pezzi unici. Sono la città. Raccontano la fede di gente umile e di nobili signori. Arte povera solo perché semplice, genuina, commissionata dal cuore. Le immagini sacre che sopravvivono sui muri sono i segni della fede che ha abitato queste vie e queste pietre. Sono segni del nostro passato che si stanno allontanando. E non è il tempo a spegnerli.
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13 Marzo 2024 - mercoledi - sett. 11/073bis
 
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati5/QGLA253-armi.mp3 - Parte 3 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt03") - 10,32 - 004136-004293
redigio.it/dati5/QGLA254-armi.mp3 - Parte 4 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt04") - 8,33 - 004136-004294
Comune di Baggio (Bagg)
redigio.it/rvg101/rvg11-073bis-1.mp3 - Comune di Baggio (Bagg) Te lo racconto io -
Nome abitanti: Baggesi
Oggi fa parte del Municipio 7. Il nucleo storico del borgo si sviluppa attorno alla chiesa Vecchia (via Ceriani). Il toponimo deriverebbe da Badalocum (torre militare romana dalla cui sommità si vigilava sul territorio circostante) o da Badia aggeris (abbazia o torre del terrapieno). I primi insediamenti risalirebbero all'epoca celtica e sicuramente fu un borgo romano (IV secolo d.C). La prima testimonianza scritta del toponimo risale al 873 d.C.: si tratta di un atto per una disputa di terreni dove viene citato quale testimone un esponente della famiglia da Baggio. Nel 1861 la sua popolazione era di 1.251 abitanti, che salirà a 6.000 poco prima dell'annessione al Comune di Milano, nel 1923.
Di Baggio ricordiamo:
*Anselmo da Baggio, divenuto papa con il nome di Alessandro II (1061);
*nel Dicembre dell'anno 1400 inizia la costruzione del monastero degli Olivetani, oggi sede del Municipio di zona (cascina Monastero);
*la Cascina Linterno (denominata ad Infernum fine al tardo Cinquecento), oggi nei pressi del Parco delle Cave, dove si dice abbia soggiornato Francesco Petrarca durante la sua presenza a Milano in qualità di consigliere e ambasciatore di Giovanni Visconti;
*l'ultima casa di don Giuseppe Gervasini, el Pret de Ratanà, oggi in via Fratelli Zoia 182 (poco distante dalla Cascina Linterno);
*la strada Baggina, che congiungeva l'antico Comune a Milano, che diede il soprannome anche al Pio Albergo Trivulzio quando, agli inizi del '900, vi venne costruita la nuova sede;
* Umberto Nobile, che partì dall'aerodromo di Baggio il 15 aprile 1928 per la tragica spedizione al Polo Nord con il dirigibile Italia. A Milano è ancora in uso l'espressione dialettale Andà a Bagg a sonà l'òrghen (all'indirizzo degli scocciatori, per invitarli a togliersi da torno), che farebbe riferimento a un organo un tempo affrescato all'interno della gesa Veggia.
Aprile
redigio.it/rvg101/rvg11-073bis-2.mp3 - Aprile milanese - Te lo racconto io -
Primo aprile: pesce d'aprile! Tra le tante leggende nate attorno a questa burla, mi piace ricordare quella ideata nel 590 d.C. dalla Regina Teodolinda, sposa prima di Re Autari e poi del cognato Agilulfo.
Il primo aprile di quell'anno, la grande longobarda, radunò d'urgenza nella reggia di Monza, per importanti comunicazioni, i suoi Sculdasci (Ufficiali con  funzioni di giustizia nelle suddivisioni minori del Regno Longobardo). All'ora stabilita la Regina apparve nella sala del trono accompagnata da due cuochi che recavano su di un grande vassoio uno stupendo luccio pescato nelle allora limpide acque del Lambro. Indicando agli stupiti sudditi l'enorme pesce, di quasi un metro di lunghezza, la Regina disse ridendo: "Il problema è questo: sapete dirmi come cucinare al meglio questo splendido esemplare?!". E da allora il "pesce d'aprile" si rinnovò con nuove burle, anno dopo anno, in tutto il Regno Longobardo, arrivando fino ai nostri giorni.
Graziano Ballinari, è un cultore delle tradizioni lombarde e del Canton Ticino, nella sua Garabiolo, piccola località sopra Maccagno, dove si gode una splendida vista del lago Maggiore e delle isole Borromee, ha fondato il Museo Etnografico della Val Veddasca, nel cui interno è ricostruita una antica osteria e tante altre curiosità, fra le quali un settore dedicato alla Gioconda leonardesca (che in Val Veddasca venne nascosta quando fu trafugata dal Louvre) ritratta in tante pose, secondo l'ispirazione dei pittori della valle. Durante una mia visita, ai primi di aprile, mentre gustavamo cibi da lui appositamente preparati con antiche ricette raccolte sul posto, il Ballinari sosteneva che il connubio tra il pesce ed il primo giorno di aprile sia nato attorno al 1560, ai tempi di San Carlo Borromeo, quando ogni primo di aprile i pescatori del lago Maggiore si radunavano con le loro barche attorno all'Isola Bella in attesa della benedizione del futuro santo e, solo dopo averla ricevuta, davano inizio alla pesca primaverile.
La benedizione di San Carlo doveva servire ad infondere speranza nei pescatori e ad indurre i pesci a lasciare il fondale del lago dove si rifugiavano durante l'inverno. Se col ritiro delle reti la pesca era stata abbondante, al ritorno a terra, iniziavano i festeggiamenti con ricche mangiate e bevute che inevitabilmente finivano con scherzi che, anno dopo anno, consolidarono una tradizione arrivata fino ai nostri giorni.
"A Pasqua se mangia el cavrett e l'insalatinna cont i ciappett!" (Capretto, cicorino e uova sode, sono cibi tipicamente pasquali). È in aprile che quasi sempre si festeggia la Pasqua e a Milano, come troviamo scritto in una testimonianza del X secolo (lasciata dallo scrittore Beroldo), il Clero Metropolitano passava in processione dalla cattedrale invernale di Santa Maria a quella estiva di Santa Tecla dove, prima di entrare, l'Arcivescovo batteva tre volte le porte con la croce cantando i salmi poi, prima di dare inizio alle solenni funzioni, dava il bacio della pace a tutti i componenti del Capitolo, dicendo: "Christus Dominus resurrexit", i quali rispondevano: "Deo gratias, alleluia!".
Nel giorno di Pasqua, a Monza, si regalano come augurio i pasqualitt che sono, uova sode col guscio cotte al forno dopo averle posate su uno strato di pasta frolla dolce, tenute insieme da due strisce a crociera della stessa pasta. Ancora oggi si usano le pasquàrole, cioè i regali che si scambiano i fidanzati durante il periodo pasquale; le ragazze donano al loro innamorato un uovo avvolto in un fazzoletto, ricevendo in cambio un ramo d'ulivo dorato su cui sono attaccati oggettini graziosi e un piccolo cero, simbolo d'amore ardente!
Il giorno dedicato all'Angelo, i nostri nonni, portavano i loro figlioli nella basilica di S. Ambrogio a toccare la colonna di Arnolfo (Arcivescovo di Milano) che porta in alto il serpente di bronzo, con lo tenere lontano il male dei vermi.
Pasqua, vegnla basa o vegnla alta, la vegn via cò la sò frasca!". Questo adagio lombardo che ha l'equivalente toscano in: "Pasqua, voglia o non voglia, non fu mai senza foglia!", annuncia il ritorno del bel tempo, come conferma un proverbio mantovano: "Se a april an codéga, ad magg an as sega" (Se in aprile i prati non cominciano a verdeggiare, a maggio non si falcia). Il mese in cui si preparano i campi è aprile anche se: "April fa el fior e magg el gh'ha l'onor!" (Aprile fa il fiore e maggio si prende l'onore) perché è appunto in maggio che la fioritura è completa.
El temp come el sarà?... Mah! Brao chi le sa!". Questo simpatico gioco di parole denota l'incertezza con cui si affronta l'incognita del tempo. sapere con esattezza cosa ci aspetta bisogna consultare, come si faceva un tempo in tutta la Lombardia, una pianta di pesco. A seconda di quando e come avveniva la fioritura e se i suoi bei fiorellini, color rosa tenue, cadevano più o meno precocemente dai rami, si traevano auspici per i raccolti o per prevenire le malattie degli animali da stalla. I fiori di pesco sbocciano in marzo e aprile e, come marzo, anche aprile ha giornate instabili e la pioggia obbliga spesso a sospendere i lavori nei campi: "April, prilett, tucc i di on ruscett!"
(Aprile, apriletto, tutti i giorni una spruzzatina); ma, in questo periodo, l'acqua è benefica: "April ghe n'ha trenta ma se piovess trentun el faria mal a nissun!" perché: "Var pussee ona d'acquada a la soa stagion, che el car d'or del Re Faraon!".
Il volo radente delle rondini è pronostico di pioggia: "Quand la rondena la vola bassa, la ciama l'acqua a brassa!". Le rondini non fanno mai il loro nido sotto quei tetti dove vi è disunione, come ben sa la sapienza di noster vécc: "In d'ona cà dove gh'è discordia la rondena la fa minga el nid!".
Se mars no l'aiuta april, nanca a magg se impieniss el fenil!" (se in aprile i prati non cominciano a verdeggiare, a maggio non si falcia). Nei campi è tempo di compiere una vangatura uniforme per spargere il letame raccolto in precedenza nelle stalle del paese durante l'inverno e, se questo non viene fatto, la terra, per bocca della sapienza di noster vécc, si lamenta:
"Lasm el me stram, ch'am m'incàghi dal tò letam!" ovvero: se non vuoi darmi letame, interra almeno la parte fresca della mia erba e dello strame in modo che da solo arricchisca il mio terreno rendendolo fertile, perché:
In april buta anca el mànogh del badil!" (In aprile germoglia anche il manico del badile).
Freddo e tepore in questo mese si alternano: "April freschin, tantu pan e pocch vin!" (Aprile freddo tanto frumento e poca uva) e questo è un avvertimento anche per le persone: "Caves minga el vestì fin che el nespol l'è minga fiori!" anche se un proverbio mantovano recita: "Quand el ròsp el canta in dla bügnòla dl'invèran a sem föra!"
(Quando il rospo canta nello stagno è primavera). Sempre nel mantovano assicurano che: "A semnar le süche d'april, le ven grose cmè 'n baril!" (aprile è il mese indicato per seminare le zucche, di cui si fa largo uso nella cucina mantovana). Oltre ai famosi ravioli col ripieno di zucca, nei mesi primaverili vengono preparate minestre con ortaggi o erbe selvatiche colte nei prati, come la famosa minestra maridada (fatta con vari tipi di verdure che ben si sposano tra loro e cotte con carne di maiale), oppure si cuoce riso e latte... "el famos rìs e latt che l'è ona bontà!"... ricetta finita nel dimenticatoio per purtroppo lasciare spazio a cibi più sofisticati.
Da secoli il riso è di casa in Lombardia, tanto che ormai fa parte della tradizione derivante dall'antico culto di Gea: la terra.
Il lavoro iniziava con l'allagamento dei campi alla fine di aprile. Le mondine eseguivano fino agli anni Settanta del secolo scorso in risaia il trapianto delle piantine e la monda.
L'invio di riso in occasione di varie feste vale come augurio di prosperità ed è diffusissima la consuetudine di lanciare riso sulle coppie appena sposate mentre escono dalla chiesa, o dal municipio per augurare abbondanza e fecondità alla nuova famiglia.
"Al sòl scalda e l'acqua bagna, Dio al i a fà e 'li compagna!".
A proposito di nozze, segnalo un fatto accaduto qualche anno fa in un ristorante di Sesto San Giovanni, cittadina alle porte di Milano. Doveva essere una giornata indimenticabile e per un certo verso lo fu! Dopo il fatidico "St" davanti al sacerdote, il lancio del riso e le foto di rito, la folta comitiva era finita in un ristorante cittadino. A pranzo ultimato, dopo il tradizionale taglio della torta, uno dei testimoni, di origine meridionale, propose il taglio della cravatta dello sposo e la distribuzione dei suoi pezzetti agli invitati che avrebbero fatto un'offerta, in modo da raccogliere una somma supplementare per il viaggio di nozze. "El taj del terron", come da noi è chiamata tale usanza, venne però contestata da un cognato della sposa, brianzolo puro sangue; tra i due nacque una discussione che, complice l'atmosfera riscaldata dai molti brindisi, fece sì che la comitiva si dividesse in due fazioni, pro e contro il taglio della cravatta. In pochi minuti si scatenò un putiferio con lancio di piatti, bottiglie, bicchieri, seggiole e quant'altro capitasse a tiro dei contendenti tant'è che il proprietario vistosi semi-distrutto il locale chiamò i poliziotti che portarono al commissariato gli sposini e una trentina di invitati! Insomma una grande eccitazione perfettamente in tema con un detto che il grande Carlo Maria Maggi, nel 1600, aveva già messo in una delle sue commedie: "In temp de spos tripilla anca la vacca!".
A San Giorg, da la volta al tròs! A San Giorgio, 23 aprile, è il momento in cui il tralcio della vite comincia a crescere, perciò vanno scelti i migliori ramoscelli portanti una o più gemme produttive, per talea.
A San Giorg el bigatt el se mett al cold". In questo periodo si fanno nascere i bachi da seta che essendo delicati bisognava tenerli al caldo. Si racconta che le donne per assicurarsi che i bachi non mo- rissero li mettessero in bende e le posavano sul seno. Ecco alcune leggende legate a San Giorgio: gli abitanti di Annone Brianza sono chiamati "magna peverascia" (un'erba primaverile detta anche "peverina" di cui sono ghiotte le galline), perché anni addietro legarono una fune al collo di un asino e lo issarono con una carrucola, fin sulla cima del campanile della chiesa parrocchiale di San Giorgio per fargli mangiare un ciuffo di "peverascia" spuntato lassù non si sa come! Il povero ciuchino morì strozzato durante la salita e i suoi avventati impiccatori si meritarono per sempre l'appellativo di "magna peverascia".
La stessa cosa, stando ad un'altra leggenda, accadde a Baggio, popoloso quartiere periferico di Milano. Anche lì un contadino legò una corda al collo del suo asino e lo issò sul campanile della vecchia chiesa per fargli mangiare un ciuffo d'erba che spuntava tra i mattoni - a differenza di quello di Annone Brianza questo però si salvò, fu portato in trionfo a bordo di un tram in centro a Milano e fatto sfilare sul sagrato del Duomo. A Castelletto di Branduzzo, in provincia di Pavia, come ci fa sapere Mario Merlo nel suo Leggende Lombarde, accanto al castello rinascimentale c'è un terreno detto "Campo dei morti".
La leggenda vuole che in certe sere di fine aprile, allo scoccare della mezzanotte in quel campo appaia un bianco cavaliere, avvolto in un alone di luce, che si mette a caracollare col suo destriero per poi scomparire quando suona l'ultimo rintocco della campana.
Siccome nel salone del vicino castello vi è un affresco, raffigurante San Giorgio che lotta col drago, la fantasia popolare lo ha abbinato al cavaliere fantasma.
"San March l'è ona bella gésa!". L'origine di questo detto milanese è antica quanto la chiesa stessa che fu costruita nel 1250 e in seguito abbellita e arricchita con i regali dei vari Visconti che si susseguirono alla signoria di Milano. Ma uno di loro, Bernabò, per rifarsi delle spese sostenute dai predecessori, caricò di nuove tasse i milanesi i quali alla fine ebbero, sì, abbellita la loro chiesa ma a caro prezzo! Da ciò l'ironico detto: "San March l'è ona bella gésa!" che ancora oggi viene pronunciato dai vecchi meneghini quando si sentono proporre una cosa che sul principio sembra un affare ma alla fine finisce col costare parecchio!
Al 25 aprile, giorno di San Marco e anniversario della Liberazione, sono legati altri due proverbi che riguardano l'andamento stagionale:
Se pioeuv fra San March e San Grigoeu l'uga la va tutta in cavrioeu!". Se piove tra San Marco e San Gregorio (9 maggio), l'uva va tutta in pàmpini (il pàmpino è la foglia della vite).
Anche il secondo proverbio, per potersi esprimere ha bisogno di chiedere aiuto ad un giorno di maggio, dice infatti: "Tra San Marchett Crosett, on invernett!" cioè, tra San Marco ed il tre maggio, giorno un tempo dedicato al Ritrovamento della S. Croce, aspettiamoci un ritorno del freddo, chiamato: "Invernin de San Giorg!".
II 29 aprile la chiesa ricorda il martire San Pietro da Verona, ucciso nel 1252 dai patarini mentre attraversava la boscaglia di Farga presso Seveso; fu colpito con una scure alla testa e poi finito col pugnale Eletto, per il martirio che subì, a protettore contro l'emicrania ogn anno, il 29 aprile, i suoi devoti vanno nella chiesa milanese di Sant'Eutorgio a chiedere la grazia di essere preservati dal mal di testa per tutt l'anno. Per esserlo, basta toccare con il capo l'arca, oppure sfregare con fazzoletti o altri indumenti, tipo cappelli o foullard, il vetro dell'urna che custodisce la testa del santo.
Perciò se soffrite di emicrania, l'unico rimedio è andare il 29 aprile in S. Eustorgio "a piccaa la crapada!". Provare per credere! Come diceva...
 
 
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14 Marzo 2024 - giovedi - sett. 11/074
redigio.it/rvg101/rvg11-074bis.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi
Che l'abito non faccia il monaco, una linea di moda - C'era pure l'unisex - Intero guardaroba in un solo abito - Cloches, guanti, cornette - Linea di moda "flamboyante" - Civetteria maschile
redigio.it/dati5/QGLA399-vestire.mp3 - Parte 1 ("Che l'abito non faccia il monaco, una linea di moda")  #01 #06 - #50
redigio.it/dati5/QGLA400-vestire.mp3 - Parte 2 ("C'era pure l'unisex") - 004069-004140 - 5,51 - #50
Storie, personaggi, luoghi di Baggio Il somaro sul campanile
redigio.it/rvg101/rvg24-074bis-1.mp3 - Storie, personaggi, luoghi di Baggio Il somaro sul campanile Te lo racconto io -
Tanti, ma tanti anni fa, viveva a Baggio un contadino di nome Poldo il cui somaro, chiamato Bigio, ragliava giorno e notte. Smetteva di ragliare soltanto quando mangiava. Era l'animale più odiato del paese! Pareva avesse uno stomaco senza fondo perché mangiava, mangiava e più mangiava più la fame lo perseguitava. Poldo viveva nella costante disperazione di procurargli del cibo ed era costretto a rinchiuderlo nella parte più isolata della cascina, per non infastidire i paesani. Concluso il lavoro, Poldo legava un sacco di fieno alle orecchie del suo inseparabile amico, per andare, senza farlo ragliare, di gran corsa a brucare nei prati e lungo i bordi dei fossi.
Accadde un pomeriggio che Poldo e Bigio, sempre reciprocamente accompagnati dalla disperazione, si accorsero di un appariscente e appetitoso ciuffo d'erba cresciuto sul tetto del vecchio campanile; i due, dopo aver dilatato gli occhi, si guardarono con uguale pensiero e Bigio incominciò a ragliare rumorosamente, impuntandosi tanto che con difficoltà Poldo riuscì a trascinarlo in cascina.
Dopo cena, Poldo ritornò con il somaro sul piccolo sagrato della chiesa. Trovata la porta aperta della torre, Poldo entrò di corsa e sali, come un gatto, sulle scale di legno che conducevano al castello delle campane; da li agganciò una lunga e doppia corda alla croce, in cima al tetto; il canapo lo trovò al piano terra, dove il campanaro ammucchiava utensili e barattoli di grasso. Fatto l'aggancio, Poldo scese precipitosamente verso il suo somaro che, nell'attesa, ragliava, ragliava, ragliava, ragliava ripetutamente... l'imbragò con le corde che pendevano dall'alto del campanile e poi risalì nuovamente, sempre a quattro gambe - o gattoni, per essere più chiari - sulle strette scale di legno sino alle campane, per controllare che tutto fosse ancorato bene. Una volta ridisceso, iniziò a tirare la corda. Poldo tirava, tirava con fatica e il somaro ragliava, ragliava. Soltanto dopo vari tentativi, Bigio capì che non doveva lasciarsi strisciare lungo la muratura, ma sgambettare sulla parete del campanile. Così facendo, passo dopo passo, poté finalmente brucare e gustare il ciuffo che c'era sul tetto.
Una rotonda luna di primavera illuminava l'avventura dei due disperati. Sotto al campanile si erano nel frattempo riuniti degli ubriachi, appena usciti dalla vicina osteria. Nel gruppetto nessuno era in grado di mettere insieme tre parole che avessero fra loro una logica, né riuscirono a rimanere in piedi guardando il somaro brucare sul campanile.
Il somaro Bigio ritornò a terra, sano e salvo. E non ragliò mai più! In quel ciuffo mangiato sul campanile trovò fine la sua ingordigia.
Il contadino e il somaro vissero a Baggio felici e contenti per tanti e tanti anni.
Il giorno dopo l'avventura di Bigio sul campanile, i tre testimoni, superata la sbronza, iniziarono a raccontare di Poldo e del suo somaro, in versioni discordanti, e più arricchivano la storia di particolari, più la allontanavano dalla realtà. Per questo una ceramica parietale di grandi dimensioni ricorda oggi l'esatto episodio: i milanesi la definiscono una  favola , ma per noi baggesi altro non è che una delle meraviglie capitateci! E sempre per dimostrare a quei milanesi che non la vogliono capire, e per dare una secca risposta alla loro convinzione che il somaro sia morto strozzato prima di raggiungere l'erba, per ben tre volte abbiamo dovuto portare Bigio in centro: in piazza del Duomo (1945), in Galleria (1981) e a Palazzo Marino (1987), la prima volta sequestrando un tram a Baggio, le due successive sempre su tram ATM, ma noleggiati. Un'altra ceramica, collocata a parete poco lontano da quella del campanile, conferma anche quest'avventura tramviaria.
La nostra storia la raccontiamo con ceramiche o maioliche fra le vie del vecchio borgo. E così, in via Sgambati trovate quella che ricorda papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) - nell'incertezza che avesse o meno la barba, l'abbiamo raffigurato in entrambe le  versioni , con l'invito a esprimere la vostra preferenza. In via Gianella c'è invece l'elenco di otto famiglie vissute nel 1206. Numerose erano le vigne, dal 1250 sino al 1875, e la pigiatura è ricordata in una ceramica in via delle Forze Armate n.397. Nella stessa via, all'angolo con via Dalmine, l'immagine fra tendaggi con rose vuole ricordare che un tempo, in quello slargo dove si trova la ceramica, c'era l'Osteria della Rosa - i tendaggi sono in stile barocco: non a caso l'artista ceramografo è salernitano. Nel 1395 fu aperta la strada da Baggio al castello di Cusago, su richiesta di Gian Galeazzo Visconti, avvenimento raccontato in una ceramica posizionata all'inizio di via Cusago, che ricorda anche come la strada fosse diritta come un fuso. Sempre in via Cusago un'altra ceramica canta l'inizio di dicembre del 1400, quando prese forma il cantiere per la costruzione del monastero degli Olivetani, edificio sopravvissuto nei secoli e ora sede del Municipio 7. Se invece si desidera conoscere la planimetria catastale di Baggio nel 1722 la si può trovare sempre in Forze Armate, poco lontano dalla ceramica col somaro sul campanile: la mappa è appoggiata su delle ricciole; l'artista è napoletano e si notano piastrelle di vario stile locale, fra cui alcune pompeiane. Cosa c'entrano questi stili non lombardi? La storia di Milano e di Baggio ha visto, nei secoli, coinvolte persone da tutte le regioni d'Italia, e per questo abbiamo espressamente voluto che le varie esperienze nel settore ceramico si potessero notare anche nei nostri racconti. Le ceramiche finora posizionate sono 36 e così, passeggiando, le pareti del nostro borgo raccontano di partigiane, di una locale favolosa squadra di calcio (1946), della nascita della Cooperativa Edile (1907), della Croce Verde (1911), delle storiche botteghe di biciclette con i migliori meccanici del dopoguerra, di un dirigibile di Enrico Forlanini (1912)... Insomma, di certo non vi annoierete venendoci a trovare a Baggio!
 
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15 Marzo 2024 - venerdi - sett. 11/075bis
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO807-milano-CaOreggia.mp3 -  Luoghi di Milano
  2. redigio.it/dati2608/QGLO808-ripostiglio-Ranza.mp3 -  Luoghi di Milano
L'ANTICA PIAZZA DEL MERCATO di Varese (3-3 )
redigio.it/rvg101/rvg24-075bis-1.mp3 - l'antica piazza del mercato di varese (3-3 ) Te lo racconto io -
Ma lasciamo le capricciose vicende dell'irrequieta monella e ritorniamo parlare del  Sempioncino  che dopo alcuni anni di intensa attività, essendo decaduta come sala da ballo, prima della costruzione del Cinema Teatro Impero, venne trasformata in cinematografo, con il pomposo nome di Cinema Italia. Ma la sua esistenza fu di breve durata e ben presto dovette chiudere i battenti, poiché sul piano economico fu un vero disastro.
Riprendiamo la nostra storia alla metà degli anni trenta, quando la piazza del Mercato fu arricchita dal Monumento dedicato ai Caduti in guerra, trasferito dalla piazza XX Settembre, ritenuta troppo ristretta per la mole dell'opera, creata dal grande scultore Enrico Butti di Viggiù, già famoso autore del  Guerriero di Legnano , una statua tanto bella da sembrare vivente e che ancora oggi splende nel sole della piazza di Legnano.
Il monumento varesino aveva subito alcune critiche per il suo complicato simbolismo, ma Enrico Butti, con assoluta e ferma convinzione, lo considerava il suo capolavoro che esaltava l'eroismo del soldato caduto al servizio della Patria. E nella piazza del Mercato l'imponente opera monumentale mise in mostra con maggiore evidenza l'equilibrio tra spirito e materia, come disse Michelangelo:  La mano che obbedisce all'intelletto e che sa trasfondere nel poderoso cavallo, scattante e nitrente, la fierezza del suo destino guerresco, e nel Milite, che ha vinto e si riposa. La bontà e la forza dell'umile entrato nella storia col fragore e col sangue .
E di fronte a quel monumento, come in tutte le città italiane, anche la popolazione varesina, nel tardo pomeriggio del giorno 10 giugno 1940, si radunò compatta nella gremitissima piazza del Mercato, per ascoltare il Duce, che dal balcone di Palazzo Venezia, annunciò l'intervento in guerra delle Forze Armate italiane al fianco della Germania.
Interminabili applausi e sfolgorio di bandiere salutarono le parole di Mussolini, quando concluse il suo discorso con la parola d'ordine:  Vincere!
La sanguinosa guerra, lunga e disastrosa, ci portò lontani da Varese e quando siamo ritornati, alla fine del mese di febbraio 1946, con il treno del le ferrovie dello Stato, dopo un viaggio di undicimila chilometri, abbiamo attraversato a piedi la piazza del Mercato, vuota e malinconica, per raggiungere la nostra abitazione di Bosto. Con una sacca sulle spalle, la giubba e i pantaloni di marca americana, segnati da un vistoso  P.o.W.  (Prigioniero di Guerra), passando sulla piattaforma del monumento, tutto ci sembrò falso, comprese le bandiere e gli applausi che avevano osannato il discorso del Duce in quel lontano 1940.
Poi venne la Repubblica, e come la piazza Esedra in Roma, anche l'antica piazza varesina del Mercato mutò la sua denominazione. La Fiera (con la nuova sigla di Luna Park) fu trasferita in altro spazio della città, lasciando la monumentale di Enrico Butti in desolata solitudine:  simbolo dell' opera l'Italia unita o della Padania?
LA CURT (LA CORTE E I "CORTEGIANI")
redigio.it/rvg101/rvg24-075bis-2.mp3 - la curt (la corte e i "cortegiani") Te lo racconto io -
La curt, il cortile era una delle tante provincie della regione che era la Verghera di allora. Luogo circoscritto, autonomo con tradizioni, amicizie, disposizione topografica particolari.
Il cortile era un paese in miniatura: sul davanti case di abitazione in genere di due piani, a pianterreno i locali utilizzabili durante le giornate, le cucine erano dotate di camini grandi e massicci, le stanze (mai chiamate camere!) per dormire, come le cucine, ampie e gelate (d'inverno coi fiori di ghiaccio sui vetri e trasformazione in ghiaccio dell'acqua delle brocche); al primo piano ci si saliva o per una scala interna a chiocciola in ferro oppure in legno attraverso un'apertura (arbusèll) praticata nel soffitto in legno, oppure da una scala esterna con gradini di beola.
Il lato della casa che dava sul cortile aveva un marciapiede di cemento chiamato "ul ciment"; davanti alla stanza da letto correva un ballatoio con la ringhiera dove si sostava, appena alzati, a prendere l'aria fresca e pura del mattino.
L'orto sul davanti o dietro la casa, ricco di piante da frutto e di verdure di ogni genere.
Le stalle (buoi, mucche, capre, pecore, maiali) e sopra le stalle i fienili. Nei pollai, due o tre o anche di più e di grandezze diverse, viveva di tutto: galletti dall'andatura baldanzosa, galline faraone, padovane o livornesi razzolavano, cantavano il coccodè, si rincorrevano, si sottoponevano tranquille e rassegnate all'imperio del gallo, oche dalla piuma candida e soffice, anitre mute, anitre dalle piume di colorazioni diverse con riflessi dorati, piccioni, covate di pulcini, tacchini dall'aria un po' sciocca e vanitosa. I conigli venivano allevati nelle gabbie. Nel mezzo del cortile c'erano le rudère o letamai, fosse murate per la raccolta dei rifiuti inutilizzabili e del letame per chi possedeva animali da stalla. Non vi si gettavano i baccelli dei piselli o dei fagioli, non le foglie più esterne dei cavoli, dure anche dopo una lunga cottura, né le pelli delle patate, i resti dei pomodori utilizzati per il ragù o l'insalata; non si gettava l'anima delle zucchine anche se diventavano grosse come una casa, la buccia delle angurie o dei meloni, gli scarti dell'indivia o della cicoria. Era tutta manna per le galline, per i conigli o per i maiali. Le latte vuote o i vetri delle bottiglie venivano gettate sopra il tetto dei gabinetti e si portavano al cavo quando ce n'era abbastanza da riempire un carretto intero.
I gabinetti di ciascuna famiglia erano raggruppati in fila sotto il portico del fienile e poiché in casa non c'era bagno, quando il bisogno impelleva era giocoforza attraversare il cortile sotto l'acqua o la neve, se il tempo era inclemente, di giorno o di sera e anche di notte. Nelle case non c'era neanche l'acqua potabile che si doveva andare a prendere col secchio in mezzo al cortile. Se l'inverno era rigido gelava nella tubatura ed era necessario, tutti i santi giorni, accendere un fuoco di fascine o di margàsc (fusti secchi del granoturco) per sgelarla e renderla potabile.
Fonte alternativa il pozzo, presente in quasi tutti i cortili. L'acqua del pozzo era leggermente tiepida d'inverno e molto fresca d'estate.
Tanti cortili avevano ampi spazi liberi che servivano come aie per far seccare il trifoglio rosso, il granoturco, il frumento, per far asciugare le patate.
Era facile veder piantati, nella maggior parte dei cortili, alberi anche altissimi di noci, di fichi, di kaki, di ciliegie, di albicocche, di robinie e di gelsi, testimoni, questi ultimi, dei tempi in cui era molto attivo e redditizio l'allevamento del baco da seta.
Come in un calendario in uso da tempo immemorabile tutte le ore del giorno erano regolate in maniera fissa. Stabilite le ore del bucato, le ore da passare nell'orto, di andare in campagna, di provvedere per le spese, di stirare.
Alle conversazioni "comunitarie" (Tré donn, mercàa da Saronn) era sacro dovere partecipare. Tutte le comari contribuivano alle chiacchiere segnate all'ordine del giorno, rendendo così, di pubblico dominio, notizie e dicerie.
Ogni donna (il consesso era totalmente femminile) arrivava al luogo del convegno portando ciascuna il proprio seggiolino (cardeghìn) perché la panca addossata al muso di casa non era in grado di dare ospitalità a tutte e un pacchettino con una merendina, per un leggero spuntino pomeridiano.
Veniva passata in rassegna tutta la vita del paese dalla fine della conversazione del giorno precedente al momento della riunione in atto: si raccontavano i fatti succeduti a questo o a quella, le dicerie sulla Marieta o sulla Cesarina, i rincari dei generi alimentari, le malattie capitate al Tizio e al Caio, si parlava dei nuovi nati e si piangeva - a parole - sui deceduti recenti, paesani che la morte aveva reso persone amorevoli e per bene.
Gli uomini del cortile lavoravano tutto il giorno allo stabilimento e dopo, verso sera, in campagna. Il loro intervento nella vita chiacchierata del cortile era molto raro. Solo casi e fatti eccezionali li spingevano a parlare. Le ore libere preferivano passarle al circolo o all'osteria davanti ad un mazzo di carte o a un buon bicchiere di vino piemontese o pugliese.
La denominazione dei cortili, tramandata da tempi assai lontani, faceva soprattutto riferimento al primo proprietario, a chi aveva fondato il cortile costruendovi il primo nucleo abitativo o a chi dei suoi abitanti era stato il più famoso o il più ricco, a chi, insomma, aveva lasciato maggiore memoria di sé: per ricchezza, intraprendenza, capacità o risorse di lavoro o anche per la vita disordinata, dissipata o scapestrata.
Ecco l'elenco dei cortili (curt) più vecchi e famosi: la denominazione della via e del numero civico è attuale:
- CURT DUL FRA': piazza Volta 11, che confina, col lato sud, con proprietà delle suore dell'Asilo.
- CURT DI CULOMB O DU LA MORUCCI: via Palazzo 26, di fronte ai due gelsi centenari.
- CURT DUL BACICIA O DI MUCIT: dopo il cortile Colombo, via Palazzo 28.
-CURT DUL GEPA: confinante con la Curt CRAON: sparite. Sul loro terreno è stato costruito il condominio col negozio del tabacchino, Via Mazzini 14.
- CURT DUL BONGIORNO: via Nino Locarno di fronte alla tessitura Alceste Pasta. Il Buongiorno era titolare di un salumificio attivo intorno al 1920. Passando davanti al cortile, invaso da in mare di erba, si ha l'impressione che sia disabitato.
- CURT DI LAMPUGNAN: aveva sede in quel cortile la bottega di ciclista dei MUSTIOLA - via Indipendenza 31.
- CURT DU LA SCIURA MARIETA: Signorina biondiccia e sbiadita, non si era mai sposata ed era l'ultima erede rimasta dul Carlò Prandoni du la machina. Entrata in piazza Volta al principio di via Mazzini a destra.
- CURT DUL BAGATT: via Mazzini 17.
- CURT DI BARDAZ: Via Indipendenza prima del cortile Lampugnan (i Bardàz vendevano terraglie: facevano i piatè).
- CURT DUL GENI FURNE: in piazza Volta, dove c'era l'atelier di falegname del Marino Puricelli.
- CURT DUL SUMEN: situata in via Indipendenza appena dopo il fruttivendolo e di faccia al panettiere. Il suo piccolo orto, posto dietro la casa, confinava col mio giardino. L'asnèn dul Sumèn (l'asino del Sumèn) era l'animale più famoso di Verghera; come l'asino di Buridano e l'asina del profeta Balaam, nel mondo.
Quando rompeva la cavezza irrompeva nel suo orto: si sdraiava sulla schiena e scalciando per aria, ragliava per una buona mezz'ora (al fèa l'asnaia). Era imprevedibile e pazzoide. Poteva restar fermo, davanti ad una pozza d'acqua, dieci e anche quindici minuti. Il suo padrone era di mano lesta con la frusta, ma non serviva a niente. Duro peggio di un mulo. -
LA CASINA DI CIÒ: casa posta a sinistra dopo la fine della via Di Vittorio, al di là della tessitura Giorgetti ora chiusa (oltre la ex Pozzi, ceramiche).
LA CASINA DUL PRED: (ora Cascina Tangitt) dopo la terza crus e dopo la cà squaràa sulla stradetta (ora allargata e asfaltata) che portava alla Casina di Pòar prima e poi a Busto. Alla casìna dul Pred abitò, per vari anni, mia mamma prima di sposarsi. Alla casìna di Pòar o nei paraggi della Casina di Pòar pare sia nata la Beata Giuliana.
 
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16 Marzo 2024 - sabato - sett. 11/076bis
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2608/QGLO810-cereali-olioRicino-01.mp3 - Nel dopoguerra nel vicino Piemonte
redigio.it/dati2608/QGLO811-cereali-olioRicino-02.mp3 - Nel dopoguerra nel vicino Piemonte
IL PESCE PERSICO DELL'ISOLA DEI PESCATORI
redigio.it/rvg101/rvg24-076bis-1.mp3 - il pesce persico dell'isola dei pescatori Te lo racconto io -
Nel 1935 si tenne a Stresa una famosa conferenza che gli storici ricorderanno certamente. In quella occasione avvenne un episodio che mise in particolare luce una delle specialità gastronomiche dell'Isola Pescatori.
Al termine di una lunga e laboriosa seduta antimeridiana e poiché il programma della giornata non comprendeva alcuna colazione di carattere ufficiale, Laval, allora Ministro degli Esteri francese, all'uscita del Palazzo Borromeo, propose a Fladin, Presidente del Consiglio, di recarsi a gustare nella vicina Isola Pescatori i saporiti filetti di pesce persico.
- Io sono conosciuto da queste parti - aggiunse Laval con un sorriso - e ti farò da guida. Due anni orsono con la mia figliola ho avuto la ventura di capitare in una piccola trattoria dell'Isola Pescatori e di trovarvi del pesce cucinato in modo tale da suscitare l'ammirazione anche degli amici che erano con me. Vedrai che anche tu sarai dello stesso parere. -
I due eminenti uomini di Stato presero posto nella lancia a loro disposizione che li portò rapidamente nella vicina Isola Pescatori. Pochi minuti dopo, mentre tutti gli abitanti erano a rumore per tanta illustre e inaspettata visita, Flandin e Laval, con alcune persone del seguito, erano assisi alla bianca tavola della modesta trattoria... in attesa dei famosi filetti di pesce persico.
In breve, fuori del piccolo esercizio, si radunò una vera folla di quegli umili pescatori ai quali fecero corona alcuni reparti di Balilla, Piccole Italiane e Avanguardisti in divisa, nonché alcuni giovani varesini in crociera a premio sul lago, accompagnati dal Seniore Ugo De Mattei.
Fu così che Flandin e Laval, all'uscita della trattoria, si trovarono circondati da una folla plaudente, ricevendo omaggi dai piccoli in divisa, schierati su duplice fila. Flandin e Laval, sensibili a tale spontanea manifestazione di simpatia, vollero essere fotografati tenendo sulle braccia un balilla e una piccola italiana.
Questa inaspettata visita aveva messo sossopra l'Isola Pescatori, solitamente così tranquilla, anche quando le folte comitive dei turisti vi approdano per visitarla e per gustare la squisita cucina che anche Laval conosceva e apprezzava. Quella brava gente non immaginava che anche il Duce, informato della cena di Laval, avrebbe voluto assaggiare i famosi filetti di pesce persico.
L'avvenimento si verificò nel pomeriggio dell'ultimo giorno della conferenza - una Domenica - poche ore prima che il Capo del Governo Italiano ripartisse per Roma. Il Duce giunse improvvisamente nell'isola suscitando una profonda emozione nella padrona del ristorante e nelle sue figliole quando videro che l'illustre ospite voleva proprio pranzare nel loro modesto esercizio.
Per un momento la gioia e la trepidazione misero lo scompiglio in quella buona gente. Poi, incoraggiate dalla cordialità del Duce le donne ripresero animo ed i loro filetti di pesce persico ottennero un nuovo e meritato successo.
Un'oretta durò la cena, durante la quale il Duce fece onore ai piatti semplici che gli venivano portati, rivolgendo complimenti alle donne per la loro squisita cucina. E quando la sera aveva già velato tutto il magnifico scenario del Golfo Borromeo, il Capo del Governo, accompagnato da Ciano, Starace, Teruzzi e Grandi, lasciò l'Isola dei Pescatori, entusiasticamente salutato dalla popolazione.
Così anche l'Isola dei Pescatori, per merito dei filetti di pesce persico era entrata nel... quadro della Conferenza di Stresa. E vero che questa conferenza fu poi elegantemente ripudiata dagli amici d'Oltralpe; ma la fama dei filetti di pesce dell'Isola Pescatori rimase consacrata anche in questo episodio storico, tanto da continuare a richiamare ancora oggi comitive di visitatori e buongustai i quali sono entusiasti di questo piatto.
Va detto che negli anni trenta, la cucina locale traeva vantaggio delle prerogative dei paesi stessi, privilegiati da un clima delizioso, da fiori smaglianti e frutteti magnifici, mentre il lago forniva dei pesci che erano considerati tra i migliori d'acqua dolce. Purtroppo, in questi ultimi anni si è verificato un motivo di rottura con la natura, costituito da un grave inquinamento, con l'immissione nel suolo, nell'acqua e nell'aria di sostanze nocive in grado di alterare le caratteristiche chimiche e fisiche persino delle risorse. Se non si porrà rimedio nessuno potrà salvare il 'Fritto di pesce persico', la 'Tinca alla graticola', gli 'Agoni in carpione' e la 'Zuppa di pesce' che hanno sempre costituito la specialità di tutta la regione del Verbano.
BOTTEGHE E OSTERIE
redigio.it/rvg101/rvg24-076bis-2.mp3 - botteghe e osterie Te lo racconto io -
Osteria del Pozzo di Locarno Mario Tadela in piazza della Beata Giuliana, in omaggio al pozzo che stava, ai primi anni del '900, in mezzo alla piazza e che dissetava gran parte della popolazione. Osteria Bellaria di via Indipendenza del Silvio Branzagh dove c'era il covo degli specialisti della briscola e dello scopone, dove, soprattutto di domenica pomeriggio, i numeri dall'uno al dieci rimbalzavano da giocatore a giocatore (due coppie) per delle ore di fila senza posa, sussurrati e gridati, a raffiche in un crescendo rossiniano di foga impetuosa.
Che classe! Si trattava del gioco della morra (la mùra), gioco fatto di prontezza, di intuito, di abilità; abilità soprattutto nel prevedere il numero "gridato", tra poco dall'avversario. La squadra di morra di Verghera era la migliore in senso assoluto di tutta la zona. Era composta da quattro Puricelli: i due fratelli della Distilleria Puricelli (I Liquratt), da mio padre e dal mio zio Milò detto Fagiolino per la sua costituzione minuta (era di ferro, un maratoneta coi fiocchi, avversario irriducibile dello Speroni di Busto Arsizio, campione d'Italia).
Il circolino, sede della Banda, era di proprietà della cooperativa di consumo "La Nazionale", proprietaria del favoloso parco, dove si ballava a cielo aperto dalla fine della primavera all'inizio dell'autunno, famoso in tutta la provincia per il viale delle bocce a cinque corsie liscio e preciso come un biliardo, teatro di non pochi incontri e scontri ad alto livello regionale e nazionale.
Trattoria del Sole (zona della pesa pubblica) ritrovo prediletto dei camionisti affamati che transitavano giornalmente sullo stradone, ora strada statale 341 Gallarate-Novara (la stràa nòa).
La trattoria Roma del Cinto suonatore di trombone nella banda musicale, con fermata del tram Gallarate-Lonate Pozzolo; il bar del Massimino Cinquetti (Osteria Stella) un po' prima dell'attuale distributore di benzina all'inizio di Via Nino Locarno; il tabacchino che oltre al tabacco, ai francobolli e al sale vendeva vini e liquori e possedeva, come la trattoria Roma e il Cinquetti, due campi di bocce. Con tutti questi campi di bocce come si poteva, a Verghera, non essere giocatori di cartello e pressoché imbattibili?
Bocce, morra e calcio "specialità" vergheresi. Erano davvero bravi in questi sport i Vergheresi.
Prima della seconda guerra mondiale, negli anni trenta, Verghera annoverava tre fruttivendoli: la Iside in piazza, il Mocchetti detto il Malpensa appena dopo il vecchio Ufficio Postale, sulla sinistra, in principio di Via Mazzini; il Piantanida detto Brighela sulla destra alla fine di via Indipendenza.
Dalla Iside noi bambini andavamo tutti i giorni feriali, per comperare i "bersagliani" (biscottini a forma di animali) prima di andare all'asilo che, come adesso, era posto in Via San Bernardo, dietro il monumento della Beata Giuliana. Che piante enormi di ippocastani (castagni d'India) e quanto giocare coi loro frutti (i "cirlanfurla") che durante la guerra usavamo, dopo averli forati, per non farli scoppiare, nella stufa, invece del carbone.
I negozi di alimentari erano capeggiati dalla cooperativa di consumo "La Nazionale" i cui soci erano tutti cittadini di Verghera; non perseguiva scopo di lucro e devolveva l'utile di esercizio in opere di assistenza sociale operando anche da calmiere per gli altri negozi. C'era in fondo alla via Pastori, sullo stradone, la "bottega" del Milani Marcel; due panetterie: una del Piero Macchi dove si serviva la mia famiglia (che veneziane e cremonesi, sfornava), l'altra era quella della Marion e del Milani Carpàn, portiere kamikaze ed estroverso del Verghera, Allora la squadra era composta di oriundi vergheresi ed il premio di partita (se vinta) consisteva in un salamino cotto che si "consumava" nell'osteria del Tadèla. Qualcuno, quando ero un ragazzotto, l'ho mangiato anch'io.
Dimenticavo di mettere anche il negozio di alimentari del Giuan Puricelli, mutilato di guerra, fratello del Lucio Puricelli macellaio di via Eusebio Pastori, marito della Alma Zaroli passeggiatrice e conversatrice solitaria.
Altra macelleria quella del Rinaldo Ghice Puricelli di via Mazzini sulla sinistra prima di arrivare alla piazzetta della chiesa vecchia. Che qualità sopraffina di carne! Che brodo per il risotto domenicale! Molti contadini allevavano vacche e buoi per arrotondare le paghe, e in genere li vendevano ai macellai del paese. Le bestie, ingrassate a dovere, venivano vendute a peso o a occhio: mio padre vendeva a occhio (a stima) e non sbagliava mai, in più o in meno, di cinque chili, su un peso, per animale, di quattro o cinque quintali.
Il tempo - impietoso - ha stravolto tutto: spariti negozi, cooperative, circoli. Anche qui il progresso i supermercati - ha cancellato o affogato il negozio di una volta, dove compravi il pane che restava tale anche dopo due giorni o la carne che a friggerla non perdeva acqua e bontà.
Così va il mondo, e piangere sul tempo passato fa male al fegato e non risolve alcun problema.
 
 
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17 Marzo 2024 - domenica - sett. 11/077bis
redigio.it/rvg101/rvg11-077bis.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi
Che l'abito non faccia il monaco, una linea di moda - C'era pure l'unisex - Intero guardaroba in un solo abito - Cloches, guanti, cornette - Linea di moda "flamboyante" - Civetteria maschile
redigio.it/dati5/QGLA401-vestire.mp3 - Parte 3 ("Intero guardaroba in un solo abito") - 004069-004141 - 4,45 - #50
redigio.it/dati5/QGLA402-vestire.mp3 - Parte 4 ("Cloches, guanti, cornette") - 004069-004142 - 6,40 - #50
La radio - Un apparecchio radio degli anni Trenta.
redigio.it/rvg101/rvg24-077bis-1.mp3 - La radio - Un apparecchio radio degli anni Trenta. Te lo racconto io -
Non è esagerato affermare che la <<scatola parlante» di Guglielmo Marconi abbia cambiato le abitudini e i ritmi di vita delle famiglie italiane. Senz'altro è servita a riunire i componenti, a far sì che si diradassero le ore trascorse all'osteria davanti a una bottiglia di vino. La novità della grande scoperta coglie un po' di sorpresa una popolazione largamente analfabeta che non riesce a spiegarsi un fenomeno del genere. Al tempo stesso i bambini, che chiamano comunemente l'apparecchio radio, pensano che nell'interno nasconda dei nanetti che parlano, cantano e suonano. La radio viene vista, dunque, come un fenomeno affascinante e misterioso. Alcune canzoni, di grande successo, fanno un particolare riferimento alla grande invenzione di Marconi. L'avvento della televisione coglierà gli italiani più preparati. Il grande interesse che susciterà (pensiamo, ad esempio, a Lascia o raddoppia?) è legato all'essenza stessa del quiz televisivo, non al materializzarsi dell'immagine.
Un piccolo schermo casalingo che riporti, con le debite proporzioni, quanto si è abituati a vedere al cinema, non fa della televisione un argomento per la musica leggera, come ai tempi della radio. Dopo tanti anni ritroviamo, ancora cinguettante nella memoria, L'uccellino della radio, di Filippini, Nizza e Morbelli. Come le pecore televisive indicheranno poi un intervallo, il trillo dell'usignolo è il segnale per il passaggio da una stazione radiofonica all'altra. Sono in tanti a credere che, negli studi di registrazione, esista davvero una gabbia con un uccellino vivo. Non sono portati a pensare a una finzione, a una sorta di carillon con una molla da caricare. L'uccellino della radio diventa immediatamente il simbolo stesso dell'EIAR, poi della RAI e adesso lo ritroviamo ancora cinguettante in qualche trasmissione regionale.
Della radio l'usignol stamattina ha preso il vol, al suo libero cielo è voluto ritornar.
Nella gabbia a fili d'or rimaneva a malincuor,
tutti i passeri udendo di fuori cinguettar...
Un'altra canzone di grandissima popolarità e che in un certo senso può considerarsi di fronda perché è stata anche interpretata come un invito all'ascolto della proibitissima Radio Londra, è Silenzioso slow, che molti conoscono come Abbassa la tua radio, per favor, di Giovanni D'Anzi e Alfredo Bracchi.
Abbassa la tua radio, per favor,
se vuoi sentire i battiti del mio cuore,
le cose belle che ti voglio dir tu sola, amore mio, dovrai sentir...
Le mie parole tanto appassionate son timide carezze profumate. Abbassa la tua radio, per favor, perché io son geloso del mio amor.
Nel riascoltare Silenzioso slow si ha, ancora oggi, una piacevole sensazione. La canzone ha resistito agli anni e pur con un testo zeppo di parole tronche, poco in linea con la nostra lingua, pur con la consueta rima cuor-amor con l'aggiunta di favor e le inusitate frastuon-passion e sospir-udir, col richiamo alle timide carezze profumate (?), si fa perdonare per la gradevole melodia che sorregge i versi.
Strano e inconsueto è, viceversa, il tipo di messaggio che due dirimpettai innamorati si lanciano attraverso la radio. Si parla di Radio Torino e del Valentino, di Radio Bologna, Milano e Sanremo, di Radio Igea, di Barzizza e di Angelini, della Termini e di Rabagliati, del maestro Petralia, della Fioresi e del Trio Lescano. C'è, insomma, tutto quanto il firmamento musicale e si fa cenno anche al jazz in tempi ormai sospetti per questo tipo di ritmo «da barbari negri». La canzone si intitola Quando la radio, di Morbelli e Prato, 1940.
Quando la radio trasmette da Torino
vuol dir stasera ti attendo al Valentino, ma se, ad un tratto, si cambia di programma questo vuol dir «attento, c'è la mamma!» Radio Bologna vuol dir il cuor ti sogna, Radio Milano, ti penso da lontano, Radio Sanremo, stasera forse ci vedremo, e Radio Igea vuol dir lontan da te mi sento morir...
C'è l'accenno a Radio Sanremo che non esiste più da parecchi anni e a Radio Igea, anch'essa scomparsa, ma molto attiva in tempo di guerra.
Gradevole risulta anche la composizione di Cherubini e Bixio,
La famiglia canterina.
Dalla sera alla mattina,
zitta, zitta, piano, piano fa in sordina il Trio Lescano. Chi vuol sempre Boccaccini, chi l'orchestra d'Angelini, chi sta a orecchi spalancati per Alberto Rabagliati...
Mamma vuol la melodia, ma la figlia invece vuol il maestro Petralia
quando fa un accordo in do...
Oltre alla novità della radio «di occasione» di cui si fa cenno all'inizio del testo, come nella precedente canzone di D'Anzi e Bracchi, si nominano anche Boccaccini, Angelini, Rabagliati, Petralia, Pippo Barzizza, i brani Biancastella, Sulla carrozzella, Madonna fiorentina, La mia canzone al vento. È un ripasso, anche questo, di quanto la radio ammannisce quotidianamente. Piacevole il riascolto di C'è un'orchestra sincopata, di Cherubini e Bixio, in cui si afferma che nel cuor di ogni strumento dell'orchestra c'è nascosto un sentimento. Il Trio Lescano, con le ben note capacità delle tre ragazze olandesi, ci consegna un brano di grande jazz, a patto che tutti continuino a chiamarlo <<ritmo sincopato>>.
Misteri, magnolie e ombre illustri in quei cortili
redigio.it/rvg101/rvg24-077bis-2.mp3 - Misteri, magnolie e ombre illustri in quei cortili Te lo racconto io -
Testimoni credibili delle alterne vicende che nel corso degli anni hanno accompagnato la vita di Milano sono i cortili. Non soltanto i cortili che appartengono alla città monumentale, quella che le guide turistiche impongono assolutamente di vedere: i cortili del Castello Sforzesco, i chiostri di Santa Maria delle Grazie, i cortili di Brera, tanto per citare in fretta.
Dal centro alla periferia non si apre cortile che non custodisca un suo particolare capitolo, un brandello di storia ambrosiana da raccontare o almeno da suggerire. E quando non è Storia con l'iniziale maiuscola, viene proposta una curiosità, una nota di colore, talvolta si sconfina nel pettegolezzo, nelle chiacchiere da cortile, appunto.
E' un privilegio che li accomuna, questi nostri cortili. Dai più nobili ai più modesti e disadorni, gli uni e gli altri spesso ridotti a posteggio di auto, cicli e motocicli e a deposito di sacchi d'immondizie. Cortiloni solenni, maestosi, austeri (a palazzo Litta, palazzo del Senato, al Seminario arcivescovile) accanto ad altri raccolti, silenziosi chiostri.
Cortili «mignon" di dimore patrizie, eleganti e intimi, salottini all'aria aperta, qualcuno ridente e altri un po' freddini, con corredo di viti canadesi, glicini, magnolie, nicchie, fontanella, pozzetto, statue corrose dal tempo (ma in gran parte inaccessibili ai curiosi, ai quali soltanto è consentita un'occhiata fugace attraverso pregevoli cancelli in ferro battuto).
Cortili delle case di ringhiera, ingentiliti da una gabbia di canarini, una schiera di gerani, un ciuffo di verde, squillanti di voci come i più vasti cortili degli anonimi casermoni popolari.
Immagini milanesi che un mago della fotografia, Mario De Biasi, ha sintetizzato con 155 splendide "vedute" a colori, in un volume ("Cortili di Milano") curato da Guido Lopez per i testi, da Mario Palumbo per le didascalie e stampato da Cordani per le Edizioni Celip.
Dal Rinascimento in poi, adeguandosi ai dettami dei vari stili architettonici che si sono susseguiti (con particolare indulgenza al barocco, al rococò, al neoclassico, al liberty), i cortili sono riusciti a "datare" avvenimenti ed evocare personaggi: più fedeli di un documento scritto.
Ce lo conferma un altro libro-strenna ("Milano e i suoi cortili" di Attilia Lanza e Marilea Somarè, Libreria Milanese) che suggerisce in itinerario inconsueto, da Porta a Porta, di "visite guidate" a oltre 330 cortili. Una. camminata ricca di sorprese, alla scoperta anche di angoli sconosciuti e in compagnia di ombre magne.
Il selciato, i lastroni, il pavimento del cortile che calpestiamo ci potranno ricordare, se la memoria e le reminiscenze scolastiche ci aiutano, di essere stati attraversati (vengono in mente alla rinfusa e senza rispetto cronologico i primi nomi di un elenco che sarebbe chilometrico) da Ludovico il Moro, Leonardo e Bramante, Tomaso Marino, Beccaria, Parini, Napoleone, Stendhal, Radetzky, Manzoni.
Tutta gente, insomma, che a Milano ha lasciato un'impronta indelebile.
Tanti giardin 'n di cà, ona filera, frascon de poverett e poggioeu in fior profum de ogni sort, 'me l'era vera: sora i lingher e in di porton de scior.
Inscì tra proeus de roeus e 'na magnolia brancad de sògn e ballonitt de bòria.
 
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Radio Fornace Informa
La radio da asporto
La lista degli argomenti della settimana 11-bis
redigio.it/rvg101/rvg11-071bis-1.mp3 - Non dimenticar le mie parole
redigio.it/rvg101/rvg11-071bis-2.mp3 -  la politica
redigio.it/rvg101/rvg11-072bis-1.mp3  Le Madonne e i poveri Cristi dimenticati sui muri
redigio.it/rvg101/rvg11-073bis-1.mp3 - Comune di Baggio (Bagg) Te lo racconto io -
redigio.it/rvg101/rvg11-073bis-2.mp3 - Aprile milanese
redigio.it/rvg101/rvg24-074bis-1.mp3 - Storie, personaggi, luoghi di Baggio Il somaro sul campanile
redigio.it/rvg101/rvg24-075bis-1.mp3 - l'antica piazza del mercato di varese (3-3 )
redigio.it/rvg101/rvg24-075bis-2.mp3 - la curt (la corte e i "cortegiani")
redigio.it/rvg101/rvg24-076bis-1.mp3 - il pesce persico dell'isola dei pescatori
redigio.it/rvg101/rvg24-076bis-2.mp3 - botteghe e osterie
redigio.it/rvg101/rvg24-077bis-1.mp3 - La radio - Un apparecchio radio degli anni Trenta
redigio.it/rvg101/rvg24-077bis-2.mp3 - Misteri, magnolie e ombre illustri in quei cortili
Pensiero della settimana

lib370-Settimana-12

RVG settimana 12
 
Radio-video-giornale del Villaggio
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Settimana-12 del 2024
 
 
RVG-12 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 12       2024-03-18 -  Marzo - Calendario - la settimana
18/03 - 12-078 - Lunedi
19/03 - 12-079 - Martedi
20/03 - 12-080 - Mercoledi
21/03 - 12-081 - Giovedi
22/03 - 12-082 - Venerdi
23/03 - 12-083 - Sabato
24/03 - 12-084 - Domenica
 
18 Marzo 2024 - lunedi - sett. 12/078
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Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
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Il lavoro dei milanesi (4/4)
M: È la dimostrazione che a Milano c'è un concetto del lavoro che ci viene ampiamente riconosciuto, e credo anche che ce l'abbiamo (o, almeno, ce l'avevamo) addosso fin da piccoli. A questo proposito mi viene in mente quel commerciante di giocattoli che anni fa mi ha raccontato che, a Natale, i giocattoli più richiesti dai fioeu de Lombardia eren quei che somigliaven giamò on po al lavorà: il traforo, il meccano, la costruzioni; e per le bambine le bambole da vestire e le piccole botteghe da gestire.
C: Incoeu, anca per giugà bisogna savè l'ingles! Mas'c e fem min ghhann in man domà lo smartphone e con quello ci giocano tutto il tempo, quando non si divertono con la PlayStation davanti al televisore... D'altra part, hinn fioeu e se pò minga pretend che pensino a lavori che, fra l'altro, non vedono più fare nella loro città, dove tutto sta cambiando molto in fretta.
M: La Milan del 2000 le ormai passada da città industriale a città multifunzionale. La borghesia privata è stata in gran parte sostituita dalla finanza e da un settore terziario talvolta aggressivo, figlio della cosiddetta globalizzazione, basato su fiere, aeroporti, hub, affari, condotti spesso da una nuova classe dirigente molto politicizzata, cosa peraltro estranea al DNA milanese.
C: E se sa 'me l'è andada, da Tangentopoli in poi... Ma lassom dì ona robba che la me sta chi e che è proprio tipica dei tanti luoghi di lavoro milanesi dove ci sono un capo, quasi sempre maschio, e dei subalterni, maschi e femmine. Ebbene, quando il capo si rivolge ad un maschio lo chiama sempre per cognome, il sig. Rossi, o anche solo il Rossi; se invece è una femmina, il cognome praticamente non esiste, c'è solo il nome, la Teresa, la Luisa, e spesso le dà pure del tu. È un comportamento che ora è un po' meno diffuso (e, almeno, alle donne il capo non si permette più di dare anche qualche pacca sul sedere, sapendo di rischiare una denuncia...), ma l'è on brutt vizi, anche se, purtroppo, fa tanto milanese.
M: Dai... te parlet del capo offizi d'ona volta! Oggi, sul posto di lavoro, bisogna stare attenti a come si parla, se no te cascien via. Comunque, la prima cosa che è cambiata a Milano è proprio il lavoro, che comunque rispecchia le realtà e il ruolo storico della città, dalla fabbriche e botteghe artigiane, che erano le prime scuole di vita, alla capitale della finanza, editoria, moda, del design, e i giovani che oggi vogliono emergere sanno bene dove muoversi, anche se sono forse troppi quei che gh'hann minga ben ciar in ment s'el voeur di lavorà, vale a dire procurarsi redditi o risorse attraverso ciò che fanno di concreto.
C: Lè vera, ma 'sto problema l'è puttost de vialter masc che femminil, perché vedo sempre più donne, giovani e meno giovani, che sanno farsi valere a tutti i livelli, dalle hostess delle numerose manifestazioni alle dirigenti di aziende, fino alle nuove attività nate appunto con Internet e i cellulari.
M: Probabilmente hai ragione... Vorrà dire che bisognerà pensare ai capi famiglia sempre più al femminile... Comunque, i giovani milanesi sann ben come spendei i danee, anche se, magari, non hanno ancora bene imparato come si fa a guadagnarseli. D'altra parte, l'immagine che se portom adree l'è minga de gent che pensa solo a lavorare e fare quattrini, ma anche di gente a cui piace godersela. E poi il lavoro el gh'ha minga de vess domà on obbligh, ma un valore. E Milano è senz'altro una città per lavorare, ma anche per realizzare i propri sogni.
ATTO DI COMPRA-VENDITA
: Di uno stabile in Corte detta Frà, piazza Beata Giuliana a Verghera, frazione di Samarate.
Atto Dottor Antonio Pizzamiglio notaio di Gallarate telef. 303. - n. 9889 di repertorio 11novembre 1922.
Stabile composto da: 4 locali di abitazione al pianterreno coi relativi superiori, 2 rustici in cortile: 1 stalla, 1 portico coi relativi superiori area seminativa mq 442 (il giardino) 2 latrine con cisterna 2 letamai in cortile il tutto a £ 3.000 (tremila)
Conservatoria delle ipoteche di Milano: esatte tasse: £ 1,50 - emolumenti: £ 1,25
carte bollate £ 2 - Provincia di Torino - Registro Gallarate 1/12/1922 . 1249 vol 100 - esatte £ 418,60
TRAVEDONA-MONATE -
10) Brügher: ampia area verdeggiante a nord ovest del comune di Monate
11) Bun Gesü: cascina "Buon Gesù" poco a sud del Munt sulla strada che porta da Travedona a Comabbio. Nei primi anni del Novecento era luogo di passaggio e preghiera per le numerose donne di Travedona che a piedi tutti i giorni andavano a lavorare al cotonificio di Varano.
12) Camp d're Val: "campo della valle". Piccola area pianeggiante a ridosso del Lago di Monate, poco distante dal Port Vech.
13) Campelaz: attestato anche come Campelasc o Campasc, toponimo frequentissimo. Nel comune di Travedona designa due luoghi distinti. Uno a nord del paese limitrofo al Murin dü Val. L'altro a sud dal centro del paese ad ovest della strada del Tajagrande. Come spesso accade il nome designa un campo non del tutto adatto alla coltivazione.
14) Canööv: area piana che si estende a nord del paese di Travedona in un'area un tempo boschiva contornata dal Bosch, dal Bosch Gros e dal Salvascéte. Il nome potrebbe essere letto come un composto di Ca' "campi" e növ "nuovo". Appunto perchè sorti in un'area boschiva forse sono stati uno degli ultimi campi adibiti alla coltivazione.
15) Cantùn dür Nöc: "Cantone della Notte". È il nome attribuito ad una piccola zona in centro al paese che porta alla Chiesa cittadina, definita così perché un tempo poco illuminata e quindi non particolarmente sicura per gli abitanti.
16) Carolina: cascina meglio nota agli abitanti di Monate come Fighiröre. Grande cascina ancora oggi presente che si poggia su un terreno pianeggiante tra le località Pasquee e Prd di pom a nord-est del centro del paese di Monate. Nel nome dialettale si può leggere una derivazione dall'albero del fico
17) Carreggi del Bosco: strada utilizzata fino all'Ottocento per raggiungere il Selvèt dal centro del paese. In dialetto strada denominata Caregh. Il nome infatti richiama la caratteristica della strada di essere percorsa dai carri. È un termine generico che era probabilmente riferito a più zone del paese ma che poi è sopravvissuto solo in quest'area.
A sbafo - (29-30 dicembre 1892)
Nel pomeriggio di ieri il marmista Pacciarini Alessandro, un giovanotto di 24 anni, entrò nell'osteria di via Terraggio 1, e desinò. Quando fu poi il momento di pagare il conto dichiarò all'ostessa Margherita Tramazzani che non aveva in tasca il becco di un quattrino, e prendessero pure le misure che credevano. Si andò ad avvertire la vicina sezione di Questura e il Pacciarini venne arrestato.
Esproprio proletario - (17-18 febbraio 1895)
leri il pittore Luigi Ottolini, abitante in via Moscova, n. 50, entrava nei magazzini Bocconi e, chiesto un abito completo, ne scelse uno al prezzo di L. 66, ed indossatolo, fece per partire. Chiestone dal commesso il pagamento, il giovane pittore rispose: Ma lei è matto, lo sa che più non si usa pagare quel che si compera? Adesso si fa così, si prende quanto occorre ove si trova e ciascuno se ne va pei fatti suoi. Il commesso comprese d'aver a che fare con un pazzo, lo raccomandò a due agenti di P. S. che lo condussero all'Ospedale Maggiore, facendolo ricoverare in sala Macchio.
 
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19 Marzo 2024 - martedi - sett. 12/079
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Cosa ascoltare oggi
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La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (9/10)
Il tempio soffrì da questo scuotimento un danno inestimabile, perchè furono incendiate delle preziosis sime immagini, la fabbrica in moltissime parti fu danneggiata e sopratutto la lanterna o cupolino marmoreo, posto con grande maestria e bellezza sul fastigio del tempio, fu scosso e spezzato e cadde quasi completamente. Narro cose vere. La forza di quel fulmine fu tale che fece volare delle grossissime pietre e i frammenti delle colonne marmoree fin sopra l'altissima torre che abbiamo detto esser rimasta tra le sette antichissime del borgo e che sorge vicino alla chiesa.
Questo fatto avvenne proprio in quel tempo in cui i Calvinisti, suscitato un tumulto contro il re dei Francesi e altri cittadini che professavano la religione cattolica, li uccisero, e l'anno prima che i canonici della Scala, in Milano, mentre S. Carlo tentava di entrare nella loro chiesa per compiere il suo ufficio pastorale, gli chiusero le porte in faccia e, perduto ogni pudore, pubblicamente gli vietarono ogni sacra funzione quasi fosse un ribelle all'apostolica autorità. Un anno e cinque mesi prima Gerolamo Donato, chiamato dal popolo Farina, mentre S. Carlo coi suoi famigliari pregava, secondo il suo costume, nella Cappella Arcivescovile, gli sparò contro lo schioppo carico di un'unica palla più grande e di altre minori che sarebbero bastate, secondo il corso naturale delle cose, ad ucciderlo se per dono celeste non fosse stato a noi preservato. Da questo delitto del Farina il Papa Pio V. fu spinto ad abolire l'ordine degli Umiliati che si opponevano alla riforma, il che fece con bolla del 1570 (1).
d(1) È noto che S. Carlo, creato arcivescovo di Milano, attese alla riforma del clero secolare e regolare, che era caduto in pro- fonda corruzione. Fra gli ordini religiosi potentissimo era quello degli Umiliati che, esercitando l'arte della lana, aveva ammassate ingenti ricchezze ma aveva perduto ogni carattere religioso. S. Carlo si propose di richiamare l'Ordine all'osservanza della Regola primitiva. Di qui le ire e poi la trama per ucciderlo. I particolari del tentativo del Farina si trovano nei cronisti del tempo, uno dei quali dice: "Et havendo preso (il Farina) tra il legno et l'apertura della porta la mira nella schiena dell'illustrissimo Cardinale, che aveva la faccia verso l'altare, gli sparò l'archibugietto carico di una palla et di molti pernigoni che, come a Dio piacque, non l'offese niente, et la balla gli ammaccò un poco la carne, et li pernigoni senza offesa si sparsero per il rocchetto et per le vesti,,. Ricorda questo fatto una pittura nella Chiesa di S. Giovanni posta nella Cappella di S. Carlo, l'ultima delle cappelle di destra
In questo anno in tutta la Lombardia, ma specialmente nel territorio milanese, vi fu una carestia così grave che moltissimi corsero pericolo di morire di fame (2), e nell' inverno cadde tanta neve che nelle stesse campagne arrivò all'altezza . i quattro cubiti; e poichè per impedire la rovina delle case fu giocoforza gettarla dai tetti nelle vie pubbliche, queste ne rimasero così ingombre che per parecchi giorni non si poterono adoperare nè carri nè cavalli, non solo, ma per passare da strada a strada gli abitanti dovettero scavare gradini nella neve rappresa dal gelo e salirvi o aprirvi gallerie. Ma questo avvenne anche negli altri luoghi del Milanese.
(2) In questa carestia che infierì per tutto il milanese, rifulse la carità dell'Arcivescovo che fece distribuire ingenti elemosine e vesti e cibo agli indigenti, nutrendone, nei mesi che durò la fame, più di tremila ogni giorno.
Particolari a questo borgo furono invece i fatti che avvennero alcuni anni dopo (1).
(1) Fa meraviglia che il nostro Cronista non dica nulla della famosa peste scoppiata nel 1576 e detta appunto la peste di S. Carlo. Eppure essa devastò non solo Milano ma anche la Lombardia. Ma dal silenzio del nostro cronista si dovrebbe pensare che Busto allora ne sia stato immune, il che mi pare strano, dal momento che, per assoluta mancanza di norme igieniche, tutti i nostri paesi erano allora terreni assai propizi allo sviluppo di simili pestilenze.
E precisamente nel l'anno 1581 l'altissima torre campanaria della chiesa di S. Giovanni Battista fu di nuovo colpita dal fulmine così fortemente da averne smosse le colonne, e a ricordo del fatto ne fu scritta la data sopra l'epistilio della colonna che guarda a occidente. Due anni dopo fu fatta la traslazione della dignità Prepositurale da Olgiate Olona in questo borgo. Ma nell'anno stesso di questa traslazione avvenne una nuova calamità. Infatti, in seguito a due fortissime grandinate di cui l'una distrusse il frumento e le altre biade, l'altra i grani più minuti, anche la cupola minore della chiesa di S. Maria fu spezzata dal fulmine e caddero i suoi marmorei ornamenti.
TRAVEDONA-MONATE -
18) Casnegre: in dialetto Casniere. Piccola area che oggi è lambita dalla Provinciale in località Monate. Il toponimo è probabilmente da ricondurre alle voci dialettali casnè, casgnöla che nel mendrisiotto sono ricorrenti ed hanno come significato "castagneto ". E' probabilmente solo una paraetimologia il tentativo di spiegare il toponimo come "case nere", facendo riferimento ad alcune costruzioni abitative di scarsa qualità o fatiscenti.
19) Cave: zona a est del Tajagrande scavata sulle pendici dell'altura detta Mont. La cava è utilizzata da ormai due secoli per l'estrazione della mamma che un tempo ha rifornito Travedona e tutta l'area circostante. Oggi l'estrazione procede ancora e la marna rifonrisce il vicino cementificio nel comune di Comabbio.
20) Chiosetto: detta dai locali ciusèt. Diminutivo dal termine dialettale ciòos "chiuso", in riferimento a dei campi coltivati chiusi da siepi o da una zona recintata. A Travedona è presente anche una piccola frazione denominata il Ciós, poco a nord del centro del paese posta tra il Valun e il Pez. Inoltre la voce è largamente attestata in tutta l'area dialettale milanese
21) Crosa: in dialetto noto come Cröse. È una zona a nord del Peze che un tempo divideva i comuni di Travedona e Monate ora ammininistrativamente uniti. È probabilmente il luogo più alto delle due località ed è indicata anche come la zona in cui in periodo medioevale sorgeva il castello fortificato (v. Mercallo n. 5).
22) Cucù: letteralmente "cuculo". Ampia zona molto lontana ad est del paese che un tempo non era utilizzata per la coltivazione ed era poco frequentata. Per questo forse è stata attribuito il nome cucù che oltre ad indicare l'uccello indicava anche persone o luoghi poco sicuri o improduttivi. Proprio le stesse qualità attribuite al cuculo visto che era considerato una animale pigro e approfittatore poiché viveva e deponeva le uova nei nidi degli altri uccelli.
La cà di me vecc
Ott lucai: quatar sota, quatar sura, ul portigh in fond al curtil, la stàla neta me 'n specc e la casina sempar piena da fen. Rivedi il giarden cul pulè di galinn, i piòn, i anadritt senza us, i gràpul di fiùr di lilà un po' bianc, un po' culuràa da viola (che prufum ca sa sent ste ghe pàsi visen) e la topia du l'uga tuta piena d'umbria, tuta piena da pas. La cusina stragranda cul camen sempar pizz, la stua fugàa (quanta nev gha vegn giò) cun l'acqua che buìi e cui cerc sempar russ. La me mama setàa sota la lus un po' grisa che la vegn du la curt la cusiss la sutana, la rinforza i buton di calzon già da temp un po' slis! La prepara la scena, la cundiss l'insalata da patati e fasò. La specia i so fiò ul so omm ch'al ritarda - no, no, sent al vegn Giuanen te se ti' Te ritardi stasira, parchè? Semm setàa tucc insema tucc insema a discur, a parlà tra 'l rumur di curtej e furchett. E '1 Pilon che 'n giarden 'I fa 'n fracass da di nò, i galinn i cacàran sa lamentan i occh. Ciel serèn pien da stell cun la luna cha vaga senza nanca '1 ripos ul ripos d'un minutt. Sul divan, un po' stracc, mi ripensi a la vita uramai tutt'andàia i primm sogn da bagai, fantasii che mi vedi pasà in tucc i canton silenzius, in tutt i umbrii du la cà - Mama, mama asculta, somm mi cha ta ciami, ma par da sentì la to us. Somm chi in dul pulè in mezz ai occh e ai galinn. Vegn chi, patulot, ghe chi n'òo ammò tiepid part ti. Piscinina, in tutt du pian pituràa nuaset da for, e sul tecc i cupp rùman queta fresca e caezina la gha nient, al so 'nca mi, propi nient par ess special. Taul, cardegh, ul credenzen un buffè pesant da nus un divan senza do moll, quatar libar apena, apena, nanca 'n quadar da valur. Ma l'è stàia - sesant'ann fa- 'I me cantòn cun tanta lus, la me cà tuta duràa, la me arca piena da sogn.
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20 Marzo 2024 - mercoledi - sett. 12/080
redigio.it/rvg101/rvg-12-080.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
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Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2112/QGLH1106-mdonna-Veronca-2.mp3 - 9,27 - La Madonna della Veronca
redigio.it/dati2112/QGLH1196-storia-nordovest-10-2.mp3 - 5,06 -  Storia del nord-ovest diMilano
Inbiancà, sbiancà, o sbianchì
Scialbare di bianco: l'operazione era detta imbiancare anche se si usavano colori diversi dal bianco. Il colore più comune, sia per i muri esterni che interni di una casa era il bianco ottenuto dalla calcina o calce viva (perché fumava) con aggiunta di acqua. Altri colori usati erano il verdino, il celeste, il giallino, il nocciola. Colori tenui e tinte pastello per i locali interni. I gabinetti del cortile (chiamati càmar, cess, o latrina) sempre bianchi. Per gli esterni le tinte erano più marcate, a volte addirittura forti. Il sole dell'estate sbiadiva subito i colori aiutato dalla polvere delle strade sollevata dal passaggio dei carri e delle biciclette. Le pareti della cucina, del soggiorno, delle camere da letto erano ricoperte di fiori: fiorellini minuti e semplici per la cucina; più impegnativi, cioè più grandi e sgargianti per il tinello; se c'era la sala, i fiori sempre, le rose a grandezza naturale avevano alcuni petali fatti con l'oro che a toccarlo restava sulle mani o sui vestiti. I fiori raffigurati sulle pareti della camera da letto avevano sfumature e colori morbidi e conciliavano il sonno. Non si usavano, per le case modeste, le piastrelle di marmo, in nessun locale. In cucina e nella camera da letto il pavimento era formato di mattonelle di terracotta. Nella camera da letto le mattonelle venivano colorate con una vernice rosso fuoco. Tanti pavimenti erano fatti di assi larghi mezzo metro e lunghi tutta la lunghezza del locale. Dopo la guerra, gli esterni furono ricoperti di Teranòa (terra nuova), specie di intonaco già colorato che teneva la tinta molto più a lungo. Per gli interni si fece ricorso al ducotone (ora proibito perché cancerogeno) e alla tempera traspirante antimuffa. Ora si usa il plasticone.
I ESÈMPI
Ovvero le favole, le fiabe. Quelle che cominciano col fatidico c'era una volta. Niente missili, astronavi, ultraterrestri. Tutt'al più il manico di una scopa, che come il tappeto volante, gli stivali delle sette leghe o il cappello che rendeva invisibili, si trovavano nella maggior parte delle fiabe insieme all'orco che mangiava i cristiani (tuff tuff, al sa da cristianuff) e a Pollicino che era l'idolo degli ascoltatori più piccoli. Si contavano le esempie in qualsiasi momento della giornata: per propiziare il sonno dei più piccini, per invogliare noi ragazzi a dare una mano in un lavoro importante e urgente (sfuià 'I furmentòn) o quando l'acqua di un improvviso e violento temporale ci impediva di giocare all'aperto. La Rina Bartulina, abitante del mio cortile, era narratrice impareggiabile per la capacità che aveva di dosare gli effetti e di tenere sempre viva la curiosità degli ascoltatori.
Questa ma la cuntèa la me nona. Questa ul me pà l'à imparàa in Francia. Questa l'ho legiùa sul libar di esempi. Qual'è ch'ò da cuntà? Ogni ascoltatore voleva la sua, quella che preferiva e che non, si stancava mai di sentirsi ripetere. Scultèum cun la buca verta, sempre con la stessa impaziente attenzione. Mena i man, ci incitava la padrona. Laùra che te sculti stess. Era una favola, la nostra vita. La vita libera di cortile, il continuo vagabondare, scorazzare nell'acqua alta che il temporale "spingeva" nel mezzo della piazza, le palline di vetro e di terracotta, la rela, la gibulèa, rincorrere col fiato grosso ma immensamente felici, la palla fatta di stracci, non più grossa di un piccolo melone. Piccole cose, fanciullaggini? Come rimpiango che i bambini e i giovinetti non amino più, come noi una volta, le fole e le amabili follie delle "esempie". Che cuore costringere un bambino a impegnarsi davanti a un computer o a cominciare a cinque anni a frequentare le scuole: perché obbligarli a diventare "vecchi" un anno prima del tempo? Palloni, giocattoli, favole: questo è il pane quotidiano dei bambini. Il cuore non è un equazione di terzo grado, un dizionario di lingua straniera. I computer è meglio accantonarli e "tirarli fuori" il più tardi possibile. Favole e giocattoli. Come dice il poeta: amichetti, la vostra "festa" "s'anco tarda a venir, non vi sia grave!" Una olta, pusè da cent'ann fa, in un paès ...... Che paes? Ma rigordi pù 'I nom..... Una Olta, Donca ......
E la favola continua e continuerà finchè avrà vita l'umanità in barba ai decreti del ministro della pubblica istruzione e di quei genitori che vogliono fare dei loro figli ROBOT efficienti, tecnicamente preparati, per una brillante e redditizia carriera futura. Ahimè, in dùa la và a finì la fantasia, i sogn cui occ vert, la puesia cha l'e l'anima du la vita, e i ìsul dul tesor, e i paès di meravigli? Chi al gh'avrà vòia d'andà a fa 'n girett su la luna? o, più semplicemente, di sedere all'ombra di una robinia, sull'erba fresca e tenera dul busch dul frà e volare, volare, come dice la canzone, nel blu dipinto di blu.
Busto Arsizio - Gli inizi del borgo cap. 2 (1/4)
Le origini e i nomi dei fondatori dei luoghi sono nella maggior parte dei casi così avvolti nel mistero che anche gli storici più diligenti, scrivendo degli inizi di città anche grandissime, non poterono evitare nè le incertezze nè le contrarie versioni. E se questo avviene delle città maggiori, che cosa si potrebbe dire delle origini dei luoghi minori, che sebbene derivino il loro nome da qualche fondatore assai illustre, furono così coperti di dimenticanza che è difficilissimo poter dir di essi qualche cosa di certo?
Tuttavia accingendomi a dire di Busto Arsizio, io mi atterrò una via di mezzo, asserendo cose che dal lettore saranno approvate perchè esse o ci sono testimoniate dai documenti antichi o sono state ricavate dalla successione dei tempi e da sicurissime relazioni. Uno scrittore (1) in un libro scritto circa il 1490 asserisce che questo borgo fu nella giurisdizione dei Crespi i quali ebbero qui un grande castello. Egli infatti così scrive:
"Che anzi, fra le casate romane, o Crispo Sallustio, la casata Crispa, la tua, ancor resta, e rimane anche ora nella nostra città, come nella città di Roma. Ma da essa molti (ne rimangono) a Busto, dove quasi in aperta pianura teneva un grandissimo castello. Rimane ancora una torre tronca senza l'antica cuspide, accanto alla quale, non lontano, sorge una piccola chiesa dedicata alla Vergine, resto di una grande rovina (1).
(1) Alberto Bossi. Egli scrisse un poemetto latino in lode dei Bustesi, suoi concittadini.
Sebbene ciò che lo scrittore dice del castello sia vero, (e lo dimostreremo altrove) tuttavia non per questo si deve dire che Romani furono i fondatori del nostro borgo. Non sarebbe infatti giusto affermare con Diamante Marinoni e Bonaventura Castiglioni che Busto derivò il suo nome dal sepolcro degli uccisi Etruschi e nel contempo dire che fu fondato dai Romani, se è vero che Milano cadde in potere dei Romani, secondo Paolo Orosio ed Eutropio, sotto il consolato di M. Claudio Marcello e di Cornelio, cioè 376 anni dopo che gli Etruschi erano stati scacciati dalla regione Insubra dal celta Belloveso.
Raccontano infatti le storie che nell'anno 1100 prima dell' Incarnazione del verbo, i popoli della Tracia, sotto il comando del Re Ocno Bianoro discesero nel territorio milanese e vi posero le sedi. Giustino poi scrive che, essendo re Tarquinio Prisco, quinto dei re romani, cioè nell'anno 626 prima del parto della Vergine, Belloveso, nipote per parte di sorella a Ambigati re dei Celti, con 300.000 armati dalla Gallia, attraverso il passo Giulio, scese in Italia e s'avanzò fino nel territorio degli Insubri, e ivi si fermò con l'esercito tra il Ticino e l'Adda e poichè gli Etruschi opposero resistenza, li sconfisse e li trucidò.
(1) È vero che a Busto i Crespi sono e sono sempre stati numerosissimi tanto che, per distinguerne i diversi rami, si fece e si fa tuttora uso di soprannomi, ed è anche vero che il cognome Crespi è di pretta derivazione latina; ma è una congettura assai ardita quella del poeta che li vuol allacciare senz'altro al famoso storico romano. Così non si può credere vera, per mancanza di documenti, l'asserzione del poeta che questa famiglia avesse un castello. La torre di cui si parla e che veramente esiste, sebbene ricostruita, è da considerarsi piuttosto come una di quelle famose sette torri erette a difesa del borgo nel Medio Evo.
 
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21 Marzo 2024 - giovedi - sett. 12/081
redigio.it/rvg101/rvg-12-081.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
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Cosa ascoltare oggi
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L'Italia prima di Roma, gli antichi popoli. (1/2)
La penisola italiana è un'area marginale e di sviluppo tardivo rispetto alle civiltà orientali della Mesopotamia e dell'Alto Egitto.
Il neolitico. Il passaggio all'agricoltura avviene attorno al settimo secolo a.C. Elaborazione dei metalli, il rame, il bronzo e poi il ferro solo dal secondo millennio a.C. L'utilizzo della scrittura addirittura è attestato grossomodo dal nono secolo a.C. Si tratta dunque di un sviluppo estremamente tardivo rispetto alle fiorenti civiltà. E orientali che non solo avevano conseguito uno sviluppo tecnologico e culturale più avanzato, ma soprattutto avevano. Generato con formazioni politiche unitarie, impensabili sul territorio della penisola italiana. Il territorio italiano, infatti formato soprattutto da montagne. Quindi con piccole pianure e spesso acquitrinose, favorisce la frammentazione politica. Distinguiamo sostanzialmente un'epoca preistorica in Italia, è un'epoca storica, epoca preistorica. Quando parliamo di epoca preistorica ci riferiamo grosso modo al secondo millennio a.C. All'inizio del primo millennio a.C quindi utilizzo della scrittura. La cultura più antica presente sulla penisola italiana è probabilmente quella dei camuni. Stanziatisi. In valcamonica, attualmente provincia di Brescia. Si tratta di una cultura locale con scarsi contatti con i territori vicini. Di questa cultura abbiamo un lascito assai importante di pitture rupestri ancora oggi visitabili in quella zona. La seconda cultura di cui ci occupiamo è quella delle cosiddette terre mare. Terra matricola.
Si tratta di una cultura che diciamo è attestabile fino grossomodo al dodicesimo secolo a.C. Che si è stanziata nell'area della Pianura padana. È caratterizzata da insediamenti su palafitte circondati da argini piccoli molto piccoli, insediamenti palafitticoli. Gli insediamenti, dunque, erano perlopiù dei piccoli villaggi poco numerosi e la struttura delle abitazioni su palafitte con argine, ci informano del fatto che molto probabilmente questa cultura ha dovuto avere a che fare con inondazioni frequenti o con situazioni particolarmente paludose. Un'altra cultura, sempre di epoca preistorica, della quale ci occupiamo, è quella appenninica, geograficamente piuttosto estesa, perché grossomodo va dalla Romagna alla Puglia, lungo tutta la dorsale appenninica. Ma si tratta di una cultura piuttosto retratta. È composta soprattutto da pastori che, allevando mandrie di bestiame, si spostano lungo la dorsale appenninica in base alla alle stagionalità e in base alla alle, alle risorse che il territorio offre. Un'altra cultura presente sempre in epoca preistorica e quella nuragica.
Chiamata così per le costruzioni, i nuraghi che caratterizzano i villaggi di queste di questa cultura è presente sull'isola della Sardegna. I nuraghi sono delle costruzioni a forma di tronco di cono in pietra e ebbero probabilmente un carattere sostanzialmente difensivo, cioè la popolazione di si rifugiava durante gli attacchi da parte dei nemici. La cultura invece più importante è sicuramente quella villanoviana. Cultura di Villanova che si sviluppa. In area centro settentrionale. Grossomodo tra l'Emilia e la Toscana. Si chiama cultura di Villanova, perché i primi resti archeologici furono ritrovati presso l'insediamento di Villanova, vicino a Bologna. E una cultura sicuramente più avanzata di quelle che finora abbiamo trattato e gli insediamenti di questa cultura villanoviana erano se non altro, molto numerosi, probabilmente composti da alcune centinaia di abitanti. È probabile che questi insediamenti fossero composti da gruppi familiari diversi, i quali quindi dovettero anche istituire, probabilmente delle antiche, arcaiche istituzioni politiche per andare d'accordo e per spartirsi la terra dalla cultura villanoviana poi. Sullo sviluppo della cultura villanoviana anche con apporti di migrazioni successive, avremo lo sviluppo della civiltà etrusca in area Toscana e Alto laziale. Ecco, in questo schema abbiamo. L'elenco delle culture di epoca preistorica. Hanno tra l'epoca preistorica e l'epoca storica.
La facciata del Duomo
La sua prima facciata il Duomo la ricevette in prestito. Doveva trattarsi di una soluzione provvisoria, durò invece poco meno di 300 anni. Questa facciata apparteneva a Santa Maria Maggiore, basilica che era stata consacrata nell'836 e che nel 1386, quando fu benedetta la prima pietra della nuova cattedrale, era ridotta in condizioni disastrose. Il Duomo la incorporò e, man mano procedevano i lavori, cominciati dall'abside, un poco per volta la demoli. Rimase in piedi soltanto la facciata, in marmi policromi bianchi e neri, perchè una fronte, sia pure posticcia e via rimaneggiata, rattoppata e spostata, al Duomo bisognava comunque assicurarla.
Venne abbattuta nel 1683. Come sostituirla? Il problema era stato posto e discusso da tempo: un primo progetto l'aveva firmato, già nel 1537, Vincenzo , architetto generale della Veneranda Fabbrica del Duomo, l'organismo appositamente creato per raccogliere e amministrare i fondi per la costruzione del tempio e provvedere alle molteplici necessità tecniche e operative. Poi, chiamato dall'arcivescovo Carlo Borromeo, nel 1570 era arrivato Pellegrino Tibaldi, detto il Pellegrini, il quale, in ossequio allo spirito della Controriforma, aveva disegnato un'architettura di impronta "romana", classicheggiante, in contrapposizione al "gotico" eretico, che per altro era lo stile che caratterizzava l'intera chiesa. Il disegno del Tibaldi era stato di conseguenza aspramente criticato e osteggiato, anche dalla stessa Fabbrica. Comunque, con le correzioni apportate al progetto da Francesco Maria Richini, nel secondo decennio del 1600 la costruzione della facciata aveva finalmente preso il via. Ma, trascorsi pochi anni, un malaugurato incidente aveva mandato tutto a rotoli. Il 28 aprile 1628, nelle acque del lago davanti a Baveno, affondava la chiatta che trasportava la prima grande colonna di granito destinata alla facciata. Bloccati i lavori, abbandonata la soluzione Pellegrini-Richini, anche per motivi di costi, e poi, per oltre un secolo e mezzo, una consolidata situazione di stallo, tra sterili , beghe di architetti e ingegneri, divisi su decine e decine di nuovi progetti.
Ed ecco entrare in scena Napoleone I. Nel 1805, dopo essersi fatto incoronare re d'Italia, con due decreti del maggio e del luglio dello stesso anno, aveva ordinato di completare la facciata secondo il progetto di Leopoldo Pollack, che era più economico (un milione e 700 lire il preventivo) rispetto a quello di Felice Soave (tre milioni). Per non farla troppo lunga: il progetto Pollack, rielaborato e semplificato da Carlo Amati e Giuseppe Zanoja, andò in porto tra il 1806 e il 1814. A spese della Veneranda Fabbrica che, in attesa degli stanziamenti statali, deliberati ma mai erogati, era stata a da Napoleone ad alienare il suo intero patrimonio immobiliare.
Mancavano le porte. L'ultima l'ha modellata nel bronzo Luciano Minguzzi, nel 1965. Una travagliata storia secolare. Non a caso, di fronte a un'impresa che non finisce mai, i milanesi dicono: "l'è come la Fabbrica del Domm".
Quand on colorista de mestee tintor l'era tobis per imbroccà on color el padron ben rustegh el ghe diseva a 'st'omm: "Ovej, Angioloeu, anmò te see andaa in Domm" L'era talment giusta 'sta trovada pensand del Domm la soa facciada. Per primm hann dovrà la veggia, quella de Santa Maria Maggior Oh gent, adess tiree l'oreggia: l'era provvisoria, question de or. Senza trovà on remedi a 'sti malann l'hann lassada lì per tresent ann. Poeu gh'è rivaa el Tibaldi el Pellegrin, ghe daa on colpett de gionta anca el Richin; ma 'na colonna, quella de portada, dent in del Lagh Maggior a l'è negada. Napoleon, anlù de la peatida, rampa el Pollack, e che la sia fenida. Porch d'on sciampin, manchen anmò i usc: l'ultim, 'n di nost temp, l'è del Minguzz.
(1) specialista nel dosaggio dei colori.
(2) incerto
(3) l'intera frase significa non la finisci più
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22 Marzo 2024 - venerdi - sett. 12/082
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La chiesa di San Giorgio a Corgeno.
Oggi è San Giorgio. E il nostro patrono? Giorgio è anche il patrono della mia parrocchia Latina. E questo Santo sappiamo poco, ci sono poche tracce storiche, però sappiamo che c'è tanta devozione perché questo è uno dei santi che ci piacciono di più.
È stato nella sua anche aurea leggendaria, capaci di sconfiggere attraverso il drago. Il famoso drago. Il male, il male che c'è. Che c'era nella Chiesa che c'è anche nella società che c'è, forse in ciascuno di noi. Dietro di me sullo sfondo vedete anche che stanno scorrendo delle immagini vecchie eh di qualche anno fa.
Sono le immagini del palio delle contrade del palio che accorgevano. Era nato per una precisa volontà della popolazione. I paesi allora si è unito per alcuni anni intorno alla parrocchia, è gravemente colpita nelle sue strutture da un fulmine proprio 45 anni fa. E qui mi fa pensare, Eh, mi fa pensare che.
Che cosa ha voluto dire? Stare insieme quegli anni per sentirsi Uniti alla parrocchia? Anzitutto perché ci sono delle ragioni per stare insieme.
Ecco, ci sono delle ragioni che valgono ancora oggi trovare ragioni per stare insieme appena si potrà certo, ben queste regole di restrizioni larghe erano. Però non solo fisicamente, ma con il cuore, con la passione, stare insieme con passione. La seconda cosa che mi viene da dirvi e vincere sul pessimismo.
Vincere sulla rassegnazione e su quel veleno che in ogni comunità e anche il pettegolezzo, ecco la terza cosa che mi viene da dire è lasciarsi coinvolgere, lasciarsi coinvolgere senza criticare chi si dà da fare. Imparare a mettersi a disposizione della Comunità.
Poi ancora la quarta cosa. A sognare in grande. È bello quando Papa Francesco te lo dice, gli anziani sognino siano capaci di sogni e anche i giovani raccolgano questi sogni degli anziani. Sono esperienze che rafforzano la Comunità. Io questo sogno grande c'ho prima o poi ve lo dirò, ma tutti dobbiamo avere un sogno grande. Per il futuro della nostra comunità cristiana.
C'è un Salmo, il Salmo 54, che dice così getta sul Signore il tuo affanno. Ed egli ti darà sostegno. Mai permetterà che il giusto vacilli. E questo è molto bello e come Dio manda i santi, questi giusti, che non hanno vacillato nelle prove. Così anche noi nelle prove siamo chiamati a sperimentare la nostra capacità di resistenza e anche la nostra volontà. Di essere tenaci. Non vacilliamo se getti sul signore la tua fatica, la tua ansia non cadi, lui ti darà sostegno. Così siate anche voi siete giusti, non temete il nostro sostegno e Dio, San Giorgio ci dice questo.
Così preghiamo col nostro patrono, perché stani e sopprima quel drago che noi si chiama depressione, paura, fuga, fuga da Dio. Da questo virus si può guarire, ma c'è un'altro virus, c'è il virus dell'egoismo ed è più pericoloso questo virus. E quando ciascuno pensa per sé. Quando lo sono più?
Non si hanno più motivi. Per cui uno magari ci perde, ma si dà da fare e si sa commuovere anche di fronte a qualcuno che sta peggio. Quindi, cari amici, cari fratelli. Carico, genesi, ecco ci diamo l'appuntamento a Dio piacendo in autunno, per onorare la nostra Madonna della cintura che è un nuovo inizio per tutti. Pregate. Pregate e noi preghiamo per voi.
A me non piace tanto essere troppo presente sui video, però ci tenevo proprio che la festa di San Giorgio non passasse cosi. Vi ringrazio, vi ringrazio di cuore e vi lascio ancora qualche minuto a vedere questo sogno che. Esattamente 45 anni fa, aveva risvegliato un piccolo paese intorno a una figura di un grande prete, Don Gianfranco, che è stato capace di spendere i suoi anni più belli proprio in mezzo a voi grazie.
Il Bottonuto (1-2)
Il due vicoletti seguivano il tracciato delle fortificazioni. La parola bottonuto deriverebbe da botti.
Percorrendo in successione le vie rovello, Santa Maria, segreta,  Armorari, Spadari e Speronari, il nostro cammino in linea retta si interrompe contro la grande mole dell'edificio, all'angolo tra le vie Mazzini e giardino. Qui, di fronte al bacello di San Satiro, cominciava la contrada dei tre re, poi diventata via tre alberghi che, passando per il Bottonuto, permetteva di raggiungere le contrade di pantano e di Chiaravalle.
Il bottonuto era un'antica posterla alto medievale che si apriva nelle mura romane, la cui torre è ancora riconoscibile nelle fotografie scattate prima della demolizione. I due piccoletti seguivano il tracciato delle fortificazioni. La parola bottonuto deriverebbe da bottino, ovvero imboccatura di una fogna, al ricordo della realizzazione di un'opera idraulica costruita intorno alla metà del primo secolo, d.C. Che prese il nome di un marciume.
Del prosciugamento del laghetto che occupava l'attuale via larga, che diventò un Brolo, cioè un'area verde. Nomi delle vie pantano e della scomparsa via post laghetto ricordano che l'area rimase spesso soggetta ad allagamenti. Il tracciato delle vie tra alberghi e molto nuto ricalcava quello del Decumano romano della Quintana, che negli accampamenti era la strada che percorreva l'esercito per entrare ed uscire. In occasione della peste del 1606, come in numerose zone della città, venne elevata al centro dello Slab del Bottonuto una croce dedicata a San Glicerio, un obelisco di granito rosso di baveno, per permettere ai fedeli di pregare non uscendo di casa per il pericolo del contagio. Nel 1872 l'obelisco privato della Croce.
Viene trasferito all'incrocio tra via Marina e via boschetti. Trovando dei tre re, poi via terra nervi e il bottonuto rimasero per anni uno degli assi viari commerciali più importanti di Milano. Qui aveva sede uno degli alberghi più antichi della città, l'albergo dei tre re, conosciuto già nel 1476, la cui insegna con i tre Re Magi, dipinta dal pittore Gottardo Scotti. Segna più antica conosciuta. A questo si aggiunse in albergo cappello, costruito dove si trovava l'antica locanda del cappello rosso all'angolo tra via tre alberghi e via Falcone, da dove questo fotografo riprese il sacello di San Satiro. Più avanti dall'altro lato della strada, vedi costruito l'albergo reale, di cui possiamo vedere in una foto il portale che dava su un'altro circolare e di un disegno di cortile interno. Di fronte nel 1822 si aggiunse l'albergo Europa che fu uno dei primi ad essere dotato di banchi.
Tra giacente Contrada del pesce che diverrà poi via Paolo da cannobio, si trovava invece l'albergo San Marco e nella vicina via Visconti, l'Hotel Suisse, di cui vediamo in questa incisione il cortile interno. Tutta la zona era vivacissima, con un traffico continuo di carrozze che portavano i viaggiatori da tutta la Lombardia. Non è semplice. Giorni nostri orientarci per capire dove fossero queste antiche strade, perché l'unica via sopravvissuta ma completamente trasformata e la Paolo da Cannobio. La di una piantina ci aiuterà ad orientarci in questo dedalo di viuzze, il vero cuore perduto della città di Milano. Dopo l'unità d'Italia la zona del Bottonuto divento sempre più marginale e grandi alberghi in preferirono trasferirsi in corso Vittorio Emanuele.
Il quartiere era interessato ad uno dei più devastanti progetti che avrebbe stravolto il volto della città, la cosiddetta racchetta voluta dal piano regolatore del 1927, una nuova arteria destinata a collegare la rinnovata piazza San Babila. Con piazza Missori e Via Vincenzo Monti fino a piazzale cadorna per ricongiungersi con un grande rettifilo per la nuova stazione centrale. La zona del bottone. si sarebbe trova. Sono portiere di alto scorrimento e piazza Duomo.
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23 Marzo 2024 - sabato - sett. 12/083
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La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (10/10)
Appena un anno dopo, quando S. Carlo passò da questa vita per salire al Cielo, nell'anno 1588, un morbo mortale invase il borgo e in una sola estate morirono circa 800 persone e nel medesimo tempo la chiesa di S. Giovanni rimase priva del Prevosto, dei due curati e del sacrista. (2)
(2) È questo il morbo che il Ferrario o. c. chiama petecchiale. Esso sarebbe scoppiato nel 1586 a Gallarate dove fu mandato per curarlo, il medico Andrea Trevisio che scrisse un trattatello: De causis, natura, moribus accuratione pestilentium febrium vulgo, dictarum cum signis, sive pestechiis, perbrevis tractatus et observatio 1587 et 1588. Andrea Trevisii, medici Gallarati. Mediolani apud Pacificum Pontium, 1588.
Il Trevisio nel suo opuscolo dà anche l'elenco dei luoghi che maggiormente soffrirono per questo male, tra i quali vi è Busto Arsizio, dove il morbo si sviluppò per due 1agioni e cioè perchè " abonda di piscine, e perchè " le abitazioni son quasi sotterranee,.
Un altro fatto meraviglioso avvenne nel 1601, anno in cui il sepolcro di S. Carlo per il gran numero dei miracoli cominciò ad apparire più glorioso e prese ad affluirvi da ogni parte una gran quantità di fedeli.
Il 19 Agosto di questo anno le case anche in questo borgo furono scosse da un terremoto spaventoso cosicchè tutte traballarono. Otto giorni dopo cadde una grande quantità di rugiada che mutatasi in brina bruciò tutte le biade minute e principalmente il miglio, il panico e la melighe. E poichè ciò avvenne anche in tutta la Lombardia ne derivò una fame insopportabile. Ma ancor più orribile e difficile a narrarsi è ciò che accadde nel secondo mese da che erano state gettate le fondamenta della nuova chiesa di S. Giovanni Battista di questo borgo. Mentre infatti si attendeva con tutto l'impegno alla fabbrica di questa chiesa, il 15 Agosto 1609, poco dopo mezzogiorno, una nuvola nerissima e vapori minacciosissimi, rotti da lampi e saette frequenti, riempirono velocissimamente l'aria a settentrione e coprirono tutto il cielo. Sorsero poi da ogni parte vortici e venti impetuosi che assalirono alberi e case con tanta furia che poco mancò che ogni cosa fosse gettata al suolo. Pochi degli abitanti riuscirono a fuggire nella chiesa perchè la maggior parte erano nei campi o perchè le tegole e le travi dei tetti che, strappate dal vento, volavano qua e là, li costringevano a cercarsi un ricovero nel più interno delle case.
Cadde finalmente una dirottissima pioggia mista a grandine, tra vento, tuoni e saette che pareva la fine del mondo. lo e Domenico Carnaghi ci eravamo rifugiati nella chiesa per adempiere al nostro ufficio, come coloro a cui era affidata la cura delle anime, ed eran con noi alcuni pochi i quali, a stento, all'inizio dell'uragano, là erano quasi volati. Tutti ci eravamo posti sotto una volta di mattone, e sebbene il rifugio sembrasse sicuro, tuttavia temevamo che diventasse il nostro sepolcro. Dico cose vere: era così grande la forza di quella procella che, contorti i battenti assai forti, spezzò e aprì le porte della chiesa, sebbene fossero doppie e tenute chiuse da una solidissima spranga di ferro, e rovesciò anche una grandissima croce di ottone e rame, posta sulla cima della torre campanaria, che era solidissima e non era mai stata colpita o danneggiata nè dal fulmine, nè da altro colpo più potente. Gli alberi più alti o furono divelti completamente o ebbero tutti i rami spezzati; gli altri, che s'erano piegati al vento, rimasero così nudi e scortecciati da sembrare privi di ogni vita. L'acqua poi cadde in così grande quantità che e il borgo e la campagna parevano trasformati in un immenso lago, dal quale si precipitavano con corso rapidissimo verso i luoghi più bassi delle grosse fiumane.
(1) Col nome, formato grecamente, di cacodemone (cacós- cattivo) il cronista intende indicare il demonio in genere.
Alcuni allora asserirono che quella calamità era dovuta all'invidia del cacodemone (1) che mal sopportava che i Bustesi avessero una così bella chiesa a onore di Dio e del suo Precursore e pensarono che Dio l'avesse permessa per provare la fede e la costanza religiosa di questo popolo. Ma forse fu presagio di uno scellerato e pazzo disegno che Enrico IV, re dei Francesi, aveva incominciato a mettere in opera per togliere la signoria del Milanese a Filippo III di Spagna, re Cattolico. Ma quanto questo disegno era empio e abbominevole così, per grazia divina, non potè esser condotto a compi- mento e riuscì vano; poichè il re Enrico, mentre, dopo la coronazione solenne della sposa, visitava sopra un carro i borghi di Parigi e la pompa e l'apparato della città, fu trafitto col ferro da un Borgognone (1) e morì nell'anno 1610, poco prima che S. Carlo fosse annoverato tra i Santi Confessori da Paolo V., Pontefice Massimo.
DRAMMA AL CONVENTO DI SANTA TERESA (1-2)
Qualche secolo è trascorso dal 1658, quando a Biumo Inferiore ebbe origine il convento di Santa Teresa, con la professione di diciassette monache, che elessero la vita claustrale sotto la regola agostiniana. E anche se quella notizia ci è stata tramandata da un volume di antica storia varesina, quando ci capita di percorrere la via Vincenzo Walder, giunti di fronte alla Casa S. Giuseppe Lavoratore, ci ritorna in mente che proprio in quello stabile era ubicato l'antico convento, la cui cerimonia di apertura fu solennemente celebrata dall'Arcivescovo Litta, con l'assistenza del Preposto di Varese.
La chiesa, come la strada dove fu edificato il convento, venne dedicata a Santa Teresa e, successivamente, il luogo di culto e il chiostro, furono ingranditi a spese di alcuni privati, in modo che lintero edificio si trovò circondato da fioriti giardini e alti alberi.
Le monache portavano il velo e vestivano camici di lino. Avevano tutto in comune e nessuna di loro poteva possedere alcuna cosa. Le giovani che volevano entrare in convento dovevano inoltrare istanza alla sacra congregazione dei vescovi e le postulanti che venivano ammesse, dopo una rigorosa valutazione, dovevano attendere allo studio, essere addestrate ai lavori femminili e, in pari tempo, ricevere una formazione rigidamente religiosa e morale. Il lato negativo di quella prassi stava nel pericolo che qualche genitore senza cuore o per una mentalità distorta, mettesse la propria figlia con le suore, senza il suo pieno consenso, al fine di indirizzarla alla vita religiosa.
In questo caso, la sfortunata donna, se non si sentiva chiamata e non riusciva a fare, come si suol dire, di necessità virtù, diventava una creatura inquieta, infelice e, al limite, una sciagurata monaca di Monza.
Ciò purtroppo è accaduto anche nel convento di Santa Teresa, molti anni dopo la sua fondazione, prima ancora che le poche monache rimaste nella comunità di Biumo Inferiore, si ritirassero nel chiostro di S. Martino. Racconterò questa satira, così come l'ho recepita da un valente scrittore che, negli anni venti, operava presso le Industrie Grafiche del compianto Amedeo Nicola, stimato e benemerito imprenditore varesino.
Siamo nel Settecento. E il mese di luglio di un anno non precisato. Le vecchie cronache parlano di vicende e di individui in sobrio stile, dedicando poche righe agli eventi degli uomini in lotta con i problemi di tutti i giorni. In una villa sopra i colli che circondano Varese, si festeggia il fidanzamento di una graziosa ventenne, secondogenita del nobile varesino
Passano le carrozze sul vasto viale, tra cedri e magnolie, statue e zampilli che ornano lo spazioso parco. Le comari accorrono con i figliuoli in braccio, ma il cancello si chiude e respinge la plebe, curiosa e pettegola, mentre in fondo, dietro le vetrate, si intravedono svelte livree che passano e ripassano.
Arrivano gli ospiti e il proprietario della villa, perfetto cavaliere, riceve nobili, borghesi e religiosi, invitati alla festosa cerimonia, mentre la padrona di casa, con un breve sorriso di compiacimento, presenta i futuri sposi, felici e sorridenti per il loro amore sbocciato improvvisamente, da qualche mese, alla scuola di equitazione.
Appartata e visibilmente nervosa vi è la sorella della fidanzata. Una giovane non ancora diciottenne, dalle morbide curve che destano una certa attenzione da parte degli uomini, ma definita dalla madre come una ragazza irrequieta e dalla mentalità piuttosto contorta. Il suo dolce viso è offuscato, quasi tormentato, come se il fidanzamento della sorella creasse in lei un senso di profonda inquietudine.
Ciò attira l'attenzione del padre che da tempo la tiene sotto controllo, avendo preso in considerazione la proposta della moglie di convincere la figlia ad entrare in un convento. Quel proponimento non è un segreto per la giovane, convinta che il matrimonio della sorella maggiore, significhi per una situazione di rottura con il mondo civile, essendo destinata alla vita monastica, indipendentemente dalla sua volontà.
 
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24 Marzo 2024 - domenica - sett. 12/084
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L'Italia prima di Roma, gli antichi popoli. (2/2)
Abbiamo alcune popolazioni che si stanziarono tra l'area centrale della penisola e l'area settentrionale, in particolare in area centrale. Abbiamo la cosiddetta civiltà protolatino, composta da popoli diversi. I latini, i falisci, gli aurunci e i singoli sicani. Mentre in area settentrionale abbiamo alcune popolazioni che si stanziarono in epoca preistorica e poi ebbero una loro vita autonoma anche in epoca storica ed ebbero anche alcuni rapporti con i romani e gli etruschi. Questi sono i liguri stanziatisi nell'attuale Liguria, ma. Non solo, anche in area Centro Nord occidentale, Piemonte, Francia del Sud est. La cosiddetta cultura di golasecca, una particolare cultura affine a una cultura centro europea, la cultura di altstadt, stanziata sostanzialmente a sud del lago Maggiore. E il popolo dei veneti che occupò parte dell'attuale Veneto e che ebbe probabilmente origini orientali. Nazioni hanno poi interessato il Centro Italia, in particolare la migrazione di due gruppi etnici, il gruppo Osco e il gruppo Umbro. Del gruppo fanno parte alcune popolazioni che poi ebbero importanti relazioni, anche di lotta aspra, con i romani. Si tratta, per esempio dei sanniti. I sanniti, da cui derivarono poi gruppi in ad essi imparentati come quello dei lucani e dei bruzi i lucani stabilitisi, è sostanzialmente in Basilicata e i bruzi invece in Calabria. L'altro gruppo migrato, diciamo in area centrale, fu il gruppo Umbro di cui facevano parte alcuni popoli, tra cui gli umbri,  propriamente detti i volsci, e i sabini. Con tutti questi popoli romani ebbero a che fare addirittura da alcuni di questi popoli, come i sabini e discesero gran parte dei. Romani più antichi? In questa mappa, possiamo vedere come discorso relativo alla grande divisione politica presente sulla penisola tra epoca preistorica ed epoca storica, possiamo vedere come sia presente. I liguri in area nord occidentale con. Forti e influenze celtiche, la cultura di golasecca, anch'essa con influenze del. Centro Europa, i veneti? Ad Est, alcuni resti della cultura di Villanova in area romagnola, diciamo. La civiltà etrusca che si sviluppò in seguito. Come sviluppo, come evoluzione della civiltà di Villanova. E possiamo poi vedere anche alcuni resti della civiltà appenninica, se non altro nella sua conformazione, diciamo geografica, proprio sulla dorsale appenninica. Civiltà appenninica che poi è stata largamente invasa da diversi popoli di cui abbiamo già parlato. La Puglia che viene occupata da un popolo di origine balcanica, probabilmente quello degli japigi. E poi le varie costole dei sanniti come i lucani e bruzi che occuparono l'estremità sud dell'Italia, i Siculi e sicani che si trasferirono dal Centro Italia sull'isola di Sicilia. E poi i sardi che costituiscono, diciamo, un gruppo piuttosto autonomo, anche per questioni di lontananza geografica dalla penisola. A tutto questo si aggiunge un fenomeno di colonizzazione orientale da parte dei greci. Che occuparono sostanzialmente le coste dell'Italia meridionale. Dando origine a quella che poi verrà chiamata Magna Grecia. Tutto questo appartiene dall'ottavo secolo a.C. E poi i cartaginesi, ovvero. Quella costola dei fenici che si era stanziata nel Nordafrica. I cartaginesi, che con i loro grandi commerci marittimi si stanziarono in Sardegna. Si stanziarono in Sicilia. In Corsica. Ed ebbero forti relazioni con i popoli che avevano occupato precedentemente l'Italia, in particolare, per esempio con gli etruschi. In questa, in questo mosaico di popoli Il gruppo, diciamo. Protolatino, se vogliamo che si era insediato? In quella centrale, in particolare sui Colli. Laziali sui Colli laziali. In questa area centrale. Sarà poi all'origine della civiltà romana. E. La civiltà romana, che poi sarà in grado di riassumere, diciamo tutte queste diversità in una unità politica. Inizialmente, attraverso delle conquiste militari, successivamente, attraverso l'elaborazione di un sistema politico complesso.
A MODENA LA SECCHIA A VERGHERA LA "CALDERINA"
Chi ricorda ancora (erano gli anni venti e trenta) quando un ragazzino scalzo o con gli zoccoli ai piedi, a mattina inoltrata, col sole, col vento, coll'acqua, portava le "calderine" colme di cibo ai vergheresi che lavoravano nelle officine e nelle tessiture del gallaratese?
In esse c'era di tutto: la busèca, la cazola cui cùdiggh e i custinn, i mundaghìnn, il minestrone di riso o pasta ricco di tutte le verdure che era possibile trovare nella stagione in corso.
Il vivandiere teneva sulla spalla un robusto bastone, sul quale stavano appese in equilibrio le calderine; cinque sul davanti e cinque di dietro. Come arrivava nelle portinerie degli stabilimenti vi lasciava tante calderine quanti erano gli operai in essi dipendenti, del nostro paese. Negli anni venti un giovane apprendista una o tre volte la settimana, di sera, tornando dal lavoro, si fermava con gli amici, in una casa che, data l'età, non gli era consentito dalle leggi di frequentare.
Vi fu una volta sorpreso dalla polizia in visita di ispezione. Per la fretta di svignarsela, coi pantaloni in mano, per non essere portato al fresco, aveva dovuto abbandonare, nelle mani dei poliziotti la calderina che non gli era bastato il coraggio e il tempo di ricuperare. Naturalmente il fatto venne risaputo e se ne parlò in piazza per quindici giorni di fila. Il giovanotto che era un mio zio paterno e che aveva il mio stesso nome, divenne suo malgrado, l'eroe del giorno e per tutta la vita lo chiamarono "calderina".
LA "GIOBBIA"
Vecchia indimenticabile Giobbia. Ultimo giovedì di gennaio. Prima di uscire nella piazza gelata per assistere a "di quella pira l'orrendo fuoco" ci scaldavamo per bene davanti al camino immenso. Poteva starci seduta comoda una famiglia di almeno cinque persone. Era il posto più caratteristico e importante di quella caserma che sembrava la cucina della mia casa di allora nel cortile del Frà, dove l'acqua gelava nella brocca e si formavano sulle finestre i fiori di ghiaccio meravigliosi a vedersi, cucina che mi ricorda quella che il Nievo rievoca nella descrizione del castello di Fratta. Con paletò, (che era stato prima del mio fratello maggiore e che dopo sarebbe passato sulle spalle del mio fratello minore) con sciarpa che si poteva avvolgere più volte intorno al collo tanto era lunga, con i "zucarùni" (zoccoloni) con la suola di legno e col bordo di finto pelo colorato; niente cappello: avevamo tutti, in famiglia, una capigliatura abbondante per cui non c'era bisogno di un'altra protezione contro il freddo dell'inverno rigido e tagliente della fine di gennaio.
La catasta della legna che si doveva ardere era alta anche più di tre quattro metri. Tutti i ragazzi del paese andando di casa in casa, avevano fatto il loro dovere procurando tante fascine di legna secca e leggera, veloce a prendere fuoco e capace di alimentare una fiamma alta priva di fumo. Oltre l'ultimo piano delle fascine, che si era faticato non poco a spingere così in alto, svettava un palo lungo e robusto che sorreggeva una gigantesca bambola fatta e imbottita di vestiti vecchi e di sacchi di juta. La strega sacrificata ad essere divorata dalle fiamme era il simbolo del male che doveva venire vanificato dalla purezza del I primi anni il sacrificio si consumava in piazza grande davanti al monumento della Beata. I carabinieri ci proibirono poi, per paura forse di qualche incendio, di usare la piazza obbligandoci a cambiare il luogo al falò. Prima sul campo di calcio dell'oratorio maschile, poi sul campo di calcio di Via Borsi dove, dagli anni venti si disputavano gli infuocati Derby Cittadini.
Non c'è bisogno di dire che la folla intorno al rogo era straripante, vociante, irrequieta, diabolicamente rivestita dal riverbero delle altissime lingue di fuoco delle fiamme crepitanti. Ma poi come avviene per tutte le cose che a poco a poco finiscono per morire, l'ardore del fuoco andava vieppiù calando con improvvisi ritorni; la brace crepitava ancora ma accennava a momenti di stasi sempre più ricoperta dalla cenere. Ad un certo momento restavano vivi solo alcuni pennacchi di fumo.
La notte del Sabba era finita. Ciascuno di noi tornava alla sua casa con l'animo placato per la purificazione che il fuoco aveva operato nella nostra coscienza di poveri peccatori, bruciando la strega fatta di stracci simbolo della nostra miseria, della fragilità e caducità dell'uomo.
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La lista degli argomenti della settimana 12
 
  1. A modena la secchia a verghera la "calderina"
  2. A sbafo - (29-30 dicembre 1892)
  3. Atto di compra-vendita
  4. Busto Arsizio - Gli inizi del borgo cap. 2 (1/4)
  5. Cosa ascoltare oggi
  6. Dramma al convento di santa teresa (1-2)
  7. Esproprio proletario - (17-18 febbraio 1895)
  8. I esèmpi
  9. Il Bottonuto (1-2)
  10. Il lavoro dei milanesi (4/4)
  11. Inbiancà, sbiancà, o sbianchì
  12. L'Italia prima di Roma, gli antichi popoli. (1/2)
  13. L'Italia prima di Roma, gli antichi popoli. (2/2)
  14. La "giobbia"
  15. La chiesa di San Giorgio a Corgeno.
  16. La cà di me vecc
  17. La facciata del Duomo
  18. La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (10/10)
  19. La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (9/10)
  20. Notizie dal Villaggio
  21. Travedona-monate -
Sommario
Le dirette
Pensiero della settimana
Il danaro non è tutto, ci sono anche i diamanti
Ama il tuo prossimo: non questo,    il prossimo!
 
 
 

lib371-Settimana-13

RVG settimana 13
 
Radio-video-giornale del Villaggio
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Settimana-13 del 2024
 
RVG-13 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 13       2024-03-25 -  Marzo - Calendario - la settimana
25/03 - 13-085 - Lunedi
26/03 - 13-086 - Martedi
27/03 - 13-087 - Mercoledi
28/03 - 13-088 - Giovedi
29/03 - 13-089 - Venerdi
30/03 - 13-090 - Sabato
31/03 - 13-091 - Domenica
 
25 Marzo 2024 - lunedi - sett. 13/085
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Notizie dal Villaggio
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Cosa ascoltare oggi
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Busto Arsizio - Gli inizi del borgo cap. 2 (2/4)
Di poi assediò Milano dove non pochi degli Etruschi Insubri si erano rifugiati e dopo averla presa la devastò. I popoli dell'Etruria, cacciati di là, si ritirarono in quella regione che da allora fu detta Rezia dal loro duce Reso, come asserisce Livio, ma che ora è detta comunemente Grisia. Per questa ragione Gaudenzio Merula asserisce che la regione Retica e le Alpi Retiche si devono ritenere una particella dell'Italia.
Ma, scacciati gli Etruschi, i Galli ogni giorno più confluivano in Italia e discendevano in questi luoghi più piani o che fossero cacciati dalla loro sede dalla fame o che fossero attirati dalla feracità del suolo e dalla salubrità del clima. Dopo molte battaglie e di struzioni di luoghi, Belloveso stabilì la sede del suo regno nella regione Insubra e restaurò Milano e vi regnò per quarant' anni. Si racconta che in questo tempo egli fondò molti villaggi, e borghi e città e fra i primi Vico Seprio, come si legge nel Supplemento di Giustino, (1) borgo che dista da Busto non più di 7 miglia.(1) Storico latino del tempo degli Antonini, che scrisse le Historiae Philippicae che sono come un complemento della Storia di Livio.
Se poi il Vico Seprio che fondò Belloveso sia quello che esiste ancora e dista dal castello degli Insubri (Castelseprio) soltanto quattro stadi, o sia il castello stesso non è cosa abbastanza certa.
A tutti invece è noto che fra gli Insubri vi fu una città famosissima, chiamata Insubrio dal nome delle genti Insubri, che fu l'antica sede dello stesso popolo, quantunque non si sappia di certo se questa città sia da identificarsi con Milano o, come sembra più vero, sia un'altra città del territorio insubro fondata da Belloveso con i suoi Galli. Fra i paesi fondati da Belloveso e dai Galli, si deve mettere quello di cui narriamo la storia, al quale venne il nome di Busti dal rogo dei cadaveri degli uccisi Etruschi. Perciò non i Romani ma i Galli Celti sono i suoi fondatori (1). (1) Tutto questo racconto il nostro cronista l'ha tolto dalle Storie di Livio, libro V, e dalle Historiae Philippicae di Giustino. La critica moderna ha cercato di discernere il vero dal falso e quanto agli Etruschi, respingendo i dati cronologici e i nomi immaginari, inclina a credere che sian venuti in Italia dall'Oriente attraverso le Alpi e abbiano soggiogato gli Insubri che vi abitavano; quanto ai Galli riporta la loro invasione a quattro secoli avanti Cristo, posticipandola di due secoli circa alla data di Livio. Siccome però Livio scrive che i Galli Celti di Belloveso discesero in Italia attraverso le Alpi Giulie, alcuni storici credono che nel racconto liviano sia avvenuta la contaminazione di due tradizioni e cioè quella di una immigrazione Celtico-insubrica assai più antica e quella della immigrazione Gallica narrata dagli altri storici antichi e che culminò nell' incendio di Roma del 390 a. c. Così la critica moderna non ammette l'assedio di Milano da parte dei Galli di Belloveso ma ritiene che al tempo della sua calata in Italia, nel luogo dove ora sorge la metropoli lombarda, esistessero appena dei miseri e scarsi abituri insubri, al posto dei quali il condottiero Gallo stabilì il suo villaggio che a poco a poco crebbe d'importanza e di popolazione fino a meritarsi l'appellativo di città.
Quanto alla fondazione di Busto da parte dei Galli Celti è una vera supposizione del nostro cronista. Il Ferrario (o. c.) riferisce che nelle vicinanze di Busto e precisamente alla cascina delle Corde, mentre si costruiva la strada postale, furono ritrovate molte urne cinerarie etrusche. Ma per la mancanza deprecata di un museo civico quei documenti di vita antichissima sul nostro suolo sono andati dispersi.
Si racconta che in seguito questo borgo fu devastato e spopolato in modo tale che si trasformò in un pauroso bosco nel quale, non altrimenti che nella selva Ercinia in Germania, posero la loro tana dei ladroni che assaltavano e derubavano i viandanti. Questi ladroni si giovavano di sette fortissime torri (che qui esistevano) come di baluardi. Una di queste torri esisteva ancora in tempi recenti e da essa si può facilmente congetturare come dovettero essere le altre.
Fu devastata dal fulmine in tempi antichissimi e il 24 Marzo dell'anno 1578 rovinò completamente.
Poichè coll'aiuto di quel bosco e di quelle torri furono perpetrati ladronecci e uccisioni e delitti innumerevoli, fu necessario bruciarle e con questo unico rimedio porre termine agli assalti di quei crudelissimi predoni.
Nella Zecca perduta i fasti di Mediolanum
Finchè è stata un centro importante, per eventi storici o favorevoli congiunture politiche, Milano ha avuto la sua Zecca. Già in età celtica, ha supposto qualcuno, basandosi sul ritrovamento sotto piazza Fontana, nel 1936, di alcune dracme. Ma rimane una semplice ipotesi.
E' certo invece che una Zecca operò a Mediolanum in età romana imperiale, nel terzo secolo. I barbari premevano ai confini, la città aveva assunto importanza strategica e l'attività di una Zecca locale era suggerita dalla necessità di provvedere alle spese di guerra e di assicurare il ;soldo; ai legionari. Milano cominciò a coniare monete probabilmente al tempo dell'imperatore Gallieno (253-268 d.C.) e proseguì a lavorare per secoli fatta eccezione per temporanei periodi di sosta, quando l'officina fu trasferita per sicurezza a Pavia, poi a Ravenna. Furono sfornate monete per gli ultimi imperatori romani, per Desiderio re longobardo, Carlo Magno, gli imperatori tedeschi che erano anche re d'Italia. Ma arriviamo alla prima moneta autenticamente nostrana. Fu coniata sul finire dell'età comunale, tra il 1250 e il 1310: è il famoso "ambrosino" d'oro, così chiamato perchè sul rovescio recava l'effigie del patrono. Oggi viene riprodotta a cura del Comune che l'ha ribattezzata "ambrogino" e la conferisce ai benemeriti; cittadini o foresti.
Sulle monete l'immagine di Sant'Ambrogio ha goduto lunga fortuna. E' comparsa accanto al biscione visconteo, al profilo di Francesco Sforza, di Ludovico il Moro, ai gigli di Francia, alla testina di Carlo V, immortalato nelle sembianze di un antico, cesariano, eroe romano. L'ultima apparizio ne nel 1737, per celebrare Carlo VI, imperatore e duca di Milano.
La Zecca coniò poi quattrini per Maria Teresa e successori, per Napoleone, per i ritornati sovrani austriaci compreso Cecco Beppe e finalmente per Vittorio Emanuele II e Umberto I. Finché fu soppressa, con decreto reale, nel 1893: da allora il privilegio di fornire monete allo Stato spetta alla Zecca centrale di Roma.
A Milano nel 1932 fu abbattuto l'edificio all'angolo tra via Manin e via Moscova, dove la Zecca aveva trovato la sua ultima sede, dopo essersi trasferita dal palazzo di Brera nel 1809. A ricordo di questa secolare attività oggi non restano che i nomi di due strade: via Moneta, che presuppone l'esistenza di un'officina presso l'area occupata dal Foro romano, e via Zecca Vecchia, dove di sfornavano ;testoni e grossi» al tempo di Galeazzo Maria Sforza.
Se sa che i milanes, senza bordell, ne guadagnen de danee; però je metten no sott al quadrell, je fann foeura lì adree.
Per sedes secol ben bondant Milan l'ha fabbricaa palanch. La prima moneda ben nostrana 'n del duzent l'ha faa boriana, a oeucc e cros tra la metàa e la fin, ciamada poeu col nom de Ambrosin.
Anmò el nòst Comun, disemm in finis, ghe la consegna 'n festa a gent in primis, anca se tanti volt on poo sù per sù ghe la refila a quej che poeu el voer lu.
Fin del votcent, tronà se sent:
"L'Italia ormai l'è tutta unida, menemm la Zecca noeuva ben sortida, a Roma, regolada a capital", in dove el lavorà el faa tropp mal.
El vivoeur
L'è on ris'c, anca se el par on gioeugh, tirà foeura i castegn dal foeugh.
È un rischio, anche se pare un gioco, togliere le castagne dal fuoco.
Vecchio detto milanese che suona come un monito per coloro che intendono prendere decisioni non prive di incognite; gioco pericoloso, lo scherzare col fuoco, anche se talvolta è necessario. Togliere le castagne dal fuoco era inteso come togliersi dai pasticci, con annessi e connessi.
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26 Marzo 2024 - martedi - sett. 13/086
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Busto Arsizio - cap. 8 (1/5)
Giugno 1859: mese di grandi emozioni: guerra, furori patriottici, costituzione della Guardia, insubordi- nazioni, timori e... paure, hanno messo a dura prova i nervi dei nostri buoni bustocchi.
Fin dal giorno 6, quando le divisioni dell'Urban hanno passato Saronno e si sono soffermate a Senago, e Vittorio Emanuele ha posto il suo quartiere a Lainate nella vitta Litta, i bustocchi, dopo essersi rallegrati per quello che partiva ed acclamato a quello che arrivava, han già dimenticato tutti i rancori. Prova ne sia che l'Imperial Regio Commissario Crivelli, nonostante il grande cambiamento, non solo mantiene il posto, ma si trasforma, ipso facto, in Regio Commissario, e continua nelle sue funzioni, e a nessuno passa per la testa di << epurarlo ». Forse, ma solo per pochi giorni, quelli del grande trambusto, avrà osservata una prudente assenza, giacchè troviamo su qualche carta il nome del sostituto, Scannagatta, commissario aggiunto. (Ma in fondo dovevano essere buona gente e probabilmente bustesi come tutti, se può far fede il nome lombardo di Crivelli e quello del suo predecessore Bernardo Ottolini).
Nel frattempo gli avvenimenti incalzano mentre il grosso degli eserciti francese e sardo, si dirige su Milano. Gli ospedali, le scuole, i collegi e molte case private rigurgitano di feriti e di ammalati. Le donne, spe- cialmente ragazze e bambine provvedono, sotto la guida delle dame del comitato (Teresa Lualdi, Catterina Viola, Angiola Ottolini) a preparare con vecchi indumenti di lino o di cotone i « lisitti », piccoli bioccoli sfilacciati dal tessuto usato, che verranno utilizzati come materiale per le medicazioni.
I feriti ed i bisognosi di assistenza sono tanti che, il 15 giugno, il Commissario Aggiunto Distrettuale scrive alla Deputazione Comunale di Busto: « il numero stragrande di feriti e d'ammalati d'ogni maniera degenti negli spedali militari e case soccorsuali in Milano rende insufficiente al bisogno l'opera generosa e filantropica del personale medico chirurgico della precennata Capitale accorso spontaneamente in loro sussidio.
<< Onde quindi provvedere a così fatta urgenza in relazione all'ord. 12 and. mese n. 33 dell'Intendenza Ge- nerale della Provincia s'incarica senza indugio il personale Medico Chirurgico del proprio Comune a voler concorrere colle proprie prestazioni in loro sollievo dirigendolo a tall'uopo alla Congregazione Municipale di Milano, dalla quale riceverà le occorrenti istruzioni ».
La Deputazione convoca i tre medici condotti per sentire quale di loro sia disposto ad abbandonare tem- poraneamente il servizio, per accorrere in aiuto di Milano. Ma bisognò affidarsi alla sorte, perchè tutti e tre i medici fecero a gara per essere accettati.
Rispose, primo, il 16 giugno, il dott. Angelo Lualdi: « l'affluenza continua dei feriti ricoverati nella Regia Città di Milano, provenienti dai gloriosi campi di battaglia di Magenta e Melegnano, forse richiedono un pronto aiuto, anche dai medici della provincia per la scarsità del servizio dei medici condotti chirurgici di Milano. Ora, se fa di bisogno che uno fra noi medici chirurgici condotti abbia di concorrere in ajuto di chi fece tanto per la nostra indipendenza italiana, io sott." per il primo sarìa fortunato a concorrere volenterosa mente in soccorso dei prodi feriti con tutto lo zelo, premura e carità fraterna in un'opera così santa e pia.
Il Bottonuto (2-2)
Un'occasione troppo ghiotta per non immetterla sul mercato fondiario e concentrarle in quell'area. Le funzioni finanziarie commerciali. Si trattava di far terra bruciata di secoli di storia, ma purtroppo il la dell'abbandono dell'antico quartiere, ormai evitato da povera gente e piccoli malviventi e prostitute, fece sì che il nome dell'igiene e della morale, la speculazione, andasse a buon fine. Se è vero che i vicoletti la piazzetta nelle foto appaiono in stato avanzato di degrado e di abbandono, il resto del quartiere si mostra molto vivaci e gli edifici di un certo pregio dappertutto, negozi, caffè, trattorie toscane, le vendite di cibi cotti come pesci, fritti e polenta. Cantine divi.
Nello slargo del Bottonuto fanno bella mostra di sé in edicola una pompa di benzina è un vespasiano collocato proprio lì dopo il 1865, per evitare che i vicoletti venissero utilizzati alla bisogna, come sottolinea Paolo Valera che parla di un ambiente malfamato dove bisogna turarsi il naso per il terribile odore di fogna. Che proveniva dal vicolo delle quaglie, usato come pisciatoio. Anche questioni legate alla moralità pubblica vennero sollevate per radere al suolo il quartiere, vista la presenza di moltissime prostitute che attiravano sul luogo numerosissima clientela. Così il quartiere che era sorto su una delle strade romane più importanti della città, dove esistevano ancora i resti di una posterla medieval. Che aveva nell'Ottocento ospitato nei suoi alberghi visitatori di tutto il mondo in nome della decenza e della morale, ma perfino in prettamente speculativi, vennero dal suolo senza rimorsi, anche se, ironia del destino, la grande strada di scorrimento, la famosa racchetta, non verrà mai terminata, arrestandosi in piazza Missori.
Nei pressi della sua ultima vittima, l'antica chiesa di San Giovanni, incontro. Queste immagini dei cortili delle Visconti rastrelli ci raccontano di una Milano popolare ma dignitosa, sicuramente misura d'uomo demolita per costruire i grandi casermoni per uffici che oggi invecchiati e spesso inutilizzati, sembrano dei giganteschi scatoloni vuoti soppiantati dai grandi cartacieli in vetro acciaio. Sono sorti in diverse zone della città, molto più adatti alle nuove esigenze commerciali. Venne demolita anche la chiesa di San Giovanni in Laterano, che anticamente si chiamava San Giovanni isolano. Forse perché un tempo sorgeva all'interno di una piccola isola formata dal fiume Seveso che scorreva in quella zona. Il nome poi si corromperà nicolaiano per diventare Laterano, per volere che devono decimo?
La chiesa citato in un documento del 1052, nel 1634 venne completamente ricostruita per volontà di Bernardo bussero, che qui verrà poi sepolto. La facciata in stile barocco con arte, legioni, capitelli, ionici e sopra il portale era collocato un bassorilievo dello Scultore Carlo buono raffigurante la decollazione di San Giovanni Battista. La Chiesa a navata unica era divisa in tre campate, tutte sliterio ed aveva due capelle perlato. L'altare, i dipinti e gli arredi si possono ancora vedere nella nuova chiesa che, preso il titolo di San Giovanni Laterano in zona città studi. La Chiesa venne demolita nel 1936 e poco alla volta tutto il quartiere fece la stessa fine.
Marzo (2/3)1
Questa usanza fu introdotta da San Carlo Borromeo, il quale constatando che il Governatore spagnolo permetteva di continuare, nella prima domenica di quaresima, gli schiamazzi carnevaleschi sul sagrato del Duomo, pensò ad uno stratagemma per richiamare all'interno della cattedrale quella moltitudine. Lo trovò uscendo dall'Arcivescovado, accompagnato da un collegio di sacerdoti, vestito di Pianeta.
Il popolo incuriosito dalla novità, lo seguì all'interno del Duomo; quando la chiesa fu gremita, il santo salì sul pulpito e, con una memorabile predica, convinse i presenti che i giorni di quaresima debbono essere giorni di penitenza, non ridanciani, invitandoli ad una solenne processione riparatrice e ottenendo ciò che non aveva mai potuto avere emanando uno dei suoi famosi veti:
Durante il carnevale si fa divieto di usare abiti simili a quelli che portano le persone ecclesiastiche. E non vi sia persona alcuna che ardisca, mascherata o senza maschera, gettare contro porte, finestre, carrozze e dame: ova! .
Ecco un proverbio che accenna al tempo quaresimale consacrato all'astinenza e al regime vegetariano:
Da Natal a Pasqua, tutta l'erba la diventa insalada! .
In contrapposizione con un altro che recita:  Quaresima e presòn, i è fate per i coiòn!  evocante il magro raccolto che costringeva a digiunare chi non conosceva l'arte di arrangiarsi.
Quand la quaresima la tocca tri més, nas la robba anca sui scés! . Era voce comune, tra la popolazione delle nostre campagne, che quando la quaresima toccava tre mesi, si ottenesse un buon raccolto.
Il primo venerdì di marzo è quasi sempre un venerdì quaresimale; in questo giorno, nei secoli XVII e XVIII a Milano era tradizione visitare sia la chiesa di San Marco che quella dedicata a S. Maria dei Miracoli presso San Celso dove si conservano due preziosi crocifissi; lo faceva anche la Marchesa Donna Fabia Fabron de Fabrian, stupendamente descritta da Carlo Porta nella sua celebre poesia La preghiera:
Essendo ieri venerdì de marz, fui tratta dalla mia devozion a San Cels, e v'andiedi con quell sfarz che s'addice alla nostra condizion...
Il rito di recarsi in corteo nuziale a San Celso è ancora vivo ai nostri giorni; le coppie ci vanno per ottenere una benedizione speciale dalla Madonna, lasciando in dono il velo nuziale.
Siamo quasi a metà mese; in questo periodo anche il merlo si è fatto sentire:  Quand canta al merlu, sem fora de l'invernu , attenzione però a non farsi prendere dall'entusiasmo dei primi tepori, alleggerendo l'abbigliamento, perché l'influenza è in agguato! Non ascoltate quello che dicono un pò in tutta la Lombardia e cioè che:
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27 Marzo 2024 - mercoledi - sett. 13/087
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Notizie dal Villaggio
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La stazione centrale di Milano (1/3)
Ciao, sono Paola di Milano in tour oggi vi farò vedere con occhi nuovi un luogo che avete attraversato 10, 100, 1000 volte di corsa. La stazione centrale di Milano cosa cos'è che state dicendo? Ma non c'è niente da vedere in una stazione, solo una stazione. Ma cosa vuoi che ci sia da sapere? La stazione centrale di Milano, dove si prende il treno, quella stazione lì a mime che ha smight troppo? Eh no, cari miei, adesso vi faccio vedere io puntate le lancette dell'orologio indietro nel tempo, nel lontano 1931. Siete pronti? Andiamo. Eccoci, siamo in uno dei non luoghi più famosi d'Italia, la stazione centrale di Milano, luogo di tanti addii, arrivederci ad amici e parenti,. di partenza ed è. Molte bellissime vacanze ed enorme gigante di pietra in cui corriamo a perdifiato per prendere il treno. Scopriamo però ora tutta la bellezza e le curiosità che pervadono questo luogo con le mie 5 curiosita partiamo dalle basi, questa, inaugurata nel 1931, non è la prima stazione centrale di Milano. Bensì la seconda, la prima stazione centrale, che d'ora in poi chiameremo la vecchia stazione centrale. Si trovava infatti poco distante, in quella che oggi chiamiamo piazza della Repubblica. Dal 1840, anno in cui venne inaugurata la prima strada ferrata di Milano. Che collegava la città con Monza, Milano divenne in breve tempo la capitale ferroviaria del paese, questo grazie anche alla sua posizione strategica che garantiva agili collegamenti con l'Europa. Per questo in breve tempo fu necessario costruire una grande stazione centrale sul modello di quelle europee, al posto delle tante piccole stazioni. Che costellavano la periferia della città, la vecchia stazione centrale di Milano fu iniziata nel 1857 sotto la dominazione asburgica, ma venne ultimata nel 1864 sotto il Regno d'Italia e venne quindi inaugurata da un festoso re Vittorio Emanuele secondo. Che scese direttamente da un treno proveniente da Torino, dotata di ogni comfort, con ben sei binari e dico, sei è dotata dell'immancabile super tettoia in vetro acciaio all'ultima moda, vedeva al suo interno tre sale d'attesa, una per ogni classe di viaggio, uno sala d'attesa per i reali. Ufficio di posta, telegrafo, una stazione di polizia, ristoranti, bar e caffe, che figata. E questa prima grande stazione centrale, ma il traffico ferroviario aumenta talmente velocemente che in pochissimo tempo si rende già necessaria una nuova e più grande stazione centrale. Viene quindi scelto uno spazio vuoto e poco distante, l'attuale piazza Duca d'Aosta e nel 1906 il re Vittorio Emanuele, terzo possa simbolicamente la prima pietra. Sempre nel 1906. Ecco il primo bando di gara per scegliere il progetto vincitore.
Marzo (2/3)2
A marz se trà via covert e scalfarott, e chi gha minga i scarp el vaga a pee biott!(in marzo ogni villa n vada scalzo).
Se marzo pazzerelloalterna acqua e sole, trova molti proverbi che lo giustificano: Acqua e sùl, la campagna la vè de gùl! (per la campagna acqua e sole sono una manna). Marz spolverent, segala e forment; marz sgualdrott erbe a balott!(Marzo polveroso, segala e frumento; marzo mattano, erba a mucchi).
El forment in la palta e l formenton in la polver!  (il frumento va seminato nel terreno bagnato mentre il granoturco in terreno asciutto), comunque sia:  A somenà da marz a giugn, se falla minga!  pero, durante la semina bisogna darci dentro perché  la terra no la voeur ne poverèt ne avar! . Anche se la scienza non si è ancora pronunciata su questo argomento, attenzione a seminare con la luna giusta perché l 'esperienza insegna che le semine fatte con la luna cattiva (luna crescente) vanno in fiore prima del tempo. La luna buona, secondo la sapienza di noster vècc è nelle due settimane che seguono la luna piena, fino a luna nuova.
Il 18 marzo di ogni anno, partendo dal 1848, è l'anniversario delle cinque giornate di Milano. Il Giulini ricorda che durante quei giorni un gruppo di nobili milanesi fece voto di donare alla Madonna dei Miracoli, presso San Celso, una lampada d'argento qualora la Vergine li avesse aiutati a liberare Milano dai soldati di Radetzky; i pattan, come erano chiamati dai milanesi gli austriaci, abbandonarono la città e il voto venne mantenuto: la lampada cesellata da Giuseppe Milanaccio, arse davanti all'immagine della Madonna anche dopo il ritorno degli austriaci, che non osarono mai toccarla.
19 marzo:  San Giusepp vegiarell, che governavev Gesù bell, governi l'anima mia: Gesù, Giusepp e Maria. Amen! . Tra una luna giusta e una sbagliata ci avviciniamo alla primavera e chi ci accompagna a questo atteso appuntamento è il santo patrono di tutti i lavoratori:  San Giusepp el porta la marenda, in del fazzolett!  (le giornate si allungano e i contadini si fermano di più nei camp, quindi è necessario portarsi da casa uno spuntino).  A San Giusepp fioriss el perzeghett!  (la fioritura del pesco si manifesta con l'arrivo della bella stagione).
Vita da cani di lusso nella dimora di Bernabò Visconti
Grosso modo, sorgeva nell'area che dalla ex piazzetta Reale si estende fino a piazza Diaz e comprende via Marconi, via Rastrelli e via Pecorari. La "Cà di can", la casa dei cani.
In realtà, era la dimora principesca dei Visconti, signori di Milano, costruita sopra le ceneri di quel Broletto Vecchio che aveva ospitato le magistrature comunali. Nel 1287 Matteo I Visconti si era insediato nel Broletto e, dopo un incendio, lo aveva ricostruito e ampliato, ricavandone una piccole reggia, protetta da torri e fossato.
Dopo Matteo erano venuti Galeazzo I, Azzone (che al palazzo aveva aggiunto un vasto cortile porticato e quattro torrioni angolari e aveva gettato le fondamenta di san Gottardo in Corte), quindi Luchino, l'arcivescovo Giovanni e i tre fratellini Matteo II (presto morto avvelenato), Galeazzo II e Bernabò.
E' con l'entrata in scena di Bernabò che si incomincia a parlare di "Cà di can". Perché, nella sontuosa residenza, Bernabò aveva ricavato un enorme canile: bracco più, mastino meno, i suoi amici a quattro zampe arrivavano a 5 mila. Erano gli inquilini più numerosi anche se non tutte le mute cani- ne trovavano cibo e alloggio a palazzo.
Scrive lo storico Bernardino Corio, un secolo più tardi, che la maggior parte dei suoi cani messer Bernabò "distribuiva alla custodia de li cittadini et anche a contadini, li quali niuno altro cane che quegli potevano tenere. Questi due volte al mese erano tenuti a fare la mostra, onde trovandoli macri in grande summa de pecunia erano condennati, e se grassi erano, incolpandoli dil troppo similmente erano mulctati, e se morivano gli pigliava il tutto".
Un amore viscerale, s'intuisce, legava Bernabò al suo popolo canino, dal quale, con accurate scelte, si faceva accompagnare nelle frequenti battute di caccia, passatempo prediletto. E guai a chi, privato e pur nobile suddito o scalcagnato bracconiere, osava abbattere un cinghiale o una semplice pernice nelle terre che Bernabò considerava di propria esclusiva pertinenza. Finiva sbranato dai cani più feroci; se catturato vivo, le pene variavano a capriccio, gli mozzavano una mano, gli cavavano gli occhi, l'impiccavano.
L'anno 1385, 19 dicembre, Bernabò morì nel castello di Trezzo sull'Adda, dove il nipote Gian Galeazzo lo aveva confinato, praticamente prigioniero. Morì davanti a un piatto di fagioli, di cui era ghiotto, ma i legumi erano conditi con tale dose di veleno da ammazzare un toro. Fu sepolto in San Giovanni in Conca, antichissima chiesa divenuta cappella privata dei Visconti, in un mausoleo che venti anni prima il medesimo Bernabò si era fatto costruire da Bonino da Campione.
La "Cà di can" non esiste più, di san Giovanni in Conca restano (piazza Missori) i ruderi dell'abside e la cripta mentre la facciata è andata ad adornare la chiesa Valdese di via francesco Sforza.
Ma per fortuna ci è rimasto conservato (al Castello Sforzesco) il mirabile monumento di Bernabò, il quale fu politico scaltro, amministratore accorto e amico, forse non a torto, più dei cani che del genere umano.
E per fà pussee frecass 'sto Viscont, el Bernabò, l'ha vorsuu dent al palazz, oltre ai smorbi e al fricandò, on grand reggiment de can: mej ben lor che i fals cristian.
Vegnaraa on tal di, ma lù el saveva nò che i alter eren pront a sbattel giò.
Sbattuu in on canton, 'na certa sera, grazie 'na fiammenghina de borlott condii con gust in ona tal manera, senza bordell el g'ha giontaa el pellott.
(1) allegroni. Qui il significato è "cortigiani". (2) braciola. Qui il termine vale per "gozzoviglia".
 
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28 Marzo 2024 - giovedi - sett. 13/088
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L'è ora de finilla cont i privileg! l'è l'ora di benefit
«Oh finalment se da spazzi al privaa: basta con la sanità pubblica, basta cont i aziend de stato. Basta soratutt cont i privileg di pubblich dipendent». El privaa in di 'sti temp gran mòda: altra class, alter stil, nient a che vedè con quèi poveritt del pubblich impiegh. Per de pù, chi el gh'ha on parent stipendiaa, malvolentera, da el Stato, el cerca con disperazion de tegnill sconduu, come se l'avèss ciappaa ona malattia che la se tacca ai alter, ò 'l gh'avèss ona minga bèlla imperfezion.
El privaa l'è in su la bocca de tucc: se ne parla in di offizzi, a la fermada del tramm, al bar fra ona briòsc e on cappuccino. Oramài l'è ona mòda. El pubblich el fa nò scicch: l'è gris, piatt, anònim, polveros, l'è bon de fà pòcch. Gh'è di fioeu che a scòla se refuden de completà i generalità del pader. Fann finta de minga savè: «Papà? el soo nò che mestee el fa». Di alter hinn patetich: «Papà? Ah sì l'è disoccupaa». I pussee cattiv accetten anca i conseguenz de savè nò chi l'è el pader: «Papà? El conossi minga». Qualunque bosìa l'è mèj de la verità. Pussee sopportabil che ammètt de vèss fioeu d'on insegnant tròpp pagaa, d'on minga sensibil dottor de la Ussl, d'on odios direttor de l'offizzi di tass. I programma d'insegnament hinn provvisòri: tema come  El mè papà ,  Ier hoo com- el mè papà a lavorà ,  Ier l'era festa e el mè papà l'era a cà del lavorà... , princippi secolar de l'insegnament elementar, se pòden nò propònn.
Beh, e te me disaret minga che gh'hann tòrt. On poo de coerenza insòma. Se tutti se lamentom de la manéra che fonziònen i ospedai e i ambulatòri, se tutti taccom lit cont i impiegaa ai sportèi de l'anagrafe, se tutti protèstom contra i fonzionari corròtt, poeu scondèmes nò...». «Mì disi che l'è anca on problèma de cors e ricors stòrich.
Adèss per i dipendent pubblich la gira mal. Fra on poo se vedarà...».
Cossa te voeuret vedè. L'è minga fòrsi colpa soa de lor el disaster econòmich de la nazion? Hinn minga lor che passen i mattinn a mangià i cornètt in del bar che gh'è sòtta l'offizzi? E lassèmm pèrd i tangent, che l'è on discors complicaa, ma la stècca? I vègg  foeuravia  de tradizion: de quanti ann se ne parla... E i minga giustificaa privileg: i orari, l'età de andà in pension, i scunt?»
Tutt vera, però ona còssa la m'è minga ciara: che diffe- renza gh'è fra privileg e benefit? A part el riferiment de la lengua inglesa, quèi di dipendent pubblich hinn schifos, minga giustificaa, privileg del medioevo di òmen superior. Al contrari, se el direttor, el fonzionari ò anca l'impiegaa de l'impresa privada l'ottègn che la soa azienda la ghe daga a gratis ò quasi la macchina, el ghe permètt d'andà in vacanza cont el scunt in di sit turistich del grupp, el ghe daga la possibilità de fà di investiment ò di prèstit a con- dizion de favor, di assicurazion e pension de complement a tass de favor in di istitutt de crèdit vesin a l'offizzi... Tutt quèst el se ciama benefit. Tèrmin elegant, raffinaa, che voeur dì bòna organizzazion, savièzza de amministrador, vèss moderno, avegh abilitaa de impresari, vèss attiv e efficient de profession. Ma soratutt che'l mètt invidia».
Cap. 5 - Busto Arsizio - La posizione del borgo
Gli abitanti di questo borgo respirano un'aria temperatissima e assai pura, contemplano un cielo tersissimo, vivono sotto fulgentissime e clementissime stelle; lontani i fiumi, lontani vedono i monti eccelsi e di questi godono a sufficienza i vantaggi, non sentono gl' inconvenienti. Il suolo è abbastanza ferace, e la vite vi cresce non del tutto infeconda. Il terreno coltivato, ad eccezione della brughiera e dei borghi si stende dall'abitato per una profondità di mille passi e per un circuito di più di sette miglia.
(1) Sembrava allora (1613) che un periodo di pace e di prospe- rità incominciasse per il Milanese e in modo particolare per Busto, in cui entrava solennemente come feudatario l'illustre Conte Luigi Marliani, successore del fratello Antonio, cavaliere di Malta. Purtroppo durò assai poco perchè gli Spagnuoli fecero sentire assai presto il peso della loro dominazione. Per farsi un'idea delle condizioni delle terre rurali in quel tempo si leggano i Promessi Sposi.
Il borgo dista dal fiume Olona circa un miglio o al più due, sette dal Ticino, dodici dal lago Maggiore, diciotto dal lago di Como, da Abbiategrasso soltanto tredici. Non è così vicino alle città da risentire dei moti cittadini, nè così lontano che non si possano comperare in esse gli oggetti che abbisognano. Infatti Busto dista da Como diciotto miglia, quattordici da Novara, da Pavia trentacinque e finalmente da Vercelli venticinque. È così vicino ai luoghi di mercato che in un giorno solo gli abitanti possono andarvi e ritornare alle proprie case.
Solo in una cosa la Natura pare sia stata matrigna verso i Bustesi, cioè nel negar loro fonti perenni e verdeggianti prati. A questa mancanza si sperava un giorno che si sarebbe provveduto mercè l'aiuto di Gaspare Visconti, arcivescovo di Milano. Costui infatti aveva decretato di condurre dei canali non lontano dai colli attraverso al suolo incolto, e aveva incominciato l' im presa con sommo studio e grande spesa, ma prima di poterla compiere passò di questa vita, nell'anno di salvezza 1596 (1).
(1) L'idea di derivare un canale dal Ticino o dai laghi per irrigare l'alto Milanese fu ripresa più tardi finchè ebbe una prima parziale attuazione con il canale Villoresi aperto nel 1886-1891. Per la irrigazione della parte alta dell'altopiano milanese sono noti gli studi e i progetti del comm. ing. Leopoldo Candiani, bustese, e le deliberazioni di questi ultimi tempi del Consiglio Provinciale Milanese. È da augurarsi che presto i progetti diventino realtà.
Segond de come tira el vent sona i campan del convent.
A seconda di come tira il vento suonano le campane del convento.
Antico detto un pò tirato nei confronti dei conventuali che si comportavano a seconda di chi comandava, di come andavano gli eventi, giubilando o meno nell'alternanza degli stessi; una sottile accusa popolana d'essere delle banderuole.
Gent che leva su quand canta la vacca, l'è tarda de rifless e semper stracca.
Gente che si alza quando canta la mucca, è tarda di riflessi e sempre stanca.
Motteggio alquanto significativo per quelle persone pigre che si alzano sempre a giorno avanzato, sbadigliando continuamente e son rinfiacchite dal troppo riposare. La pungente arguzia milanese indirizza questo motteggio ai pelandroni in genere ed ai figli di papà scansafatiche, ai lazzaroni di ogni estrazione.
Il monastero di via Palazzo
Mio padre me l'ha ripetuto diverse volte che in fondo al cortile con la casa a forma di elle dei tre piani, cortile che pone termine al primo largo tronco di strada di Via Palazzo (che continua a sinistra passando stretta e tortuosa in mezzo a due file di case) c'era nei secoli scorsi (sei e settecento) un piccolo monastero di suore orsoline. L'ordine delle orsoline fu fondato nel 1535 da Angela Merici, per l'educazione delle giovinette e sottoposto alla regola di S. Agostino. Non si conoscono notizie precise sul loro operato e modo di vivere. Si pensa che furono soppresse con la calata di Napoleone in Italia. E' venuta conferma dell'esistenza del convento da un atto di catasto del 1722 detto di Maria Teresa (1717-1780), imperatrice d'Austria.
Usati per la raccolta e lo scarico di acqua piovana e per rifornimento di sabbia e ghiaietto per la costruzione delle case nuove. Il più importante ed usato era quello posto sul lato sinistro di via S.Bernardo a una cinquantina di metri dalla chiesetta omonima. Altro cavo abbastanza ampio e profondo, sull'angolo di sinistra formato dalla via Mazzini e da via della Vittoria, di cui ho già parlato.
Sono venuto a conoscenza di un terzo cavo di più modeste proporzioni in via Monte Rosa, dove c'è il parco dello stabile al n° 6 bis.
Chi va a l'osteria e giuga danée el se mangia la cà e anca el granée.
Chi va all'osteria e gioca danaro si mangia la casa e anche il granaio.
Nell'Alto Milanese era un proverbio molto diffuso, ma poi dal contado arrivò anche in città e la citazione soleva essere un rimprovero per i giocatori accaniti; a derisione delle tabelle dei giochi proibiti obbligatoriamente affisse c'era un detto: «Pur anca el gioeugh del lott te manda a quarantott» (anche il gioco del lotto ti manda a catafascio), un monito che intendeva sottintendere che anche un gioco legale prosciuga le tasche, anche il lotto dunque, gioco notoriamente governativo!
       **************** fine giornata ************************
 
29 Marzo 2024 - venerdi - sett. 13/089
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Busto Arsizio - Gli inizi del borgo cap. 2 (3/4)
Appunto dall' incendio del bosco il borgo rifabbricato, che dalla sua origine era chiamato Busta o Busto, fu chiamato, secondo alcuni, Busto Arsizio (1).
E secondo noi coloro che così pensano non sono lontani dalla verità.
In quale tempo sia avvenuta questa prima distruzione del paese non sappiamo perchè non ci son documenti che lo dicano. Possiamo pensare che sia avvenuta ad opera dei Galli, sotto il comando di Brenno contemporaneamente alla distruzione di Milano, nel sessantacinquesimo anno dal regno di Brunesedo Celta, figlio di Segoveso, circa duecento anni dopo la cacciata degli Etruschi dall' Insubria per opera di Belloveso, fratello di Segoveso.
(1) L'incendio che dette a Busto il suo secondo nome non è quello a cui allude il nostro cronista ma deve essere di data assai posteriore, probabilmente del sec. X d. C.
Gli storici, infatti, narrano che Brenno, valicate le Alpi, discese con seicentomila uomini in Italia dalla Gallia Senonense, invase l' Insubria, devastò per gran parte Milano e distrusse circa trecento paesi. Ora è lecito credere che tra questi paesi sia stato quello di Busto. I Romani poi, dopo cento anni, quando conquistarono Milano, ricostruirono Busto e lo fortificarono con un castello, dopo aver incendiato il bosco di cui abbiam fatto menzione. (1)
Infatti i Romani avevano la consuetudine di dislocare agli sbocchi delle valli alpine delle stazioni militari che accogliessero i popoli barbari abitanti di quelle montagne e li trattenessero dal fare incursioni contro i Galli Cisalpini che già erano favorevoli ai Romani e si governavano secondo il diritto di colonia latina. (2)
(1) La conquista romana di Milano e dell' Insubria avvenne dopo lunga ed aspra lotta nel 222 a. C; ma disceso Annibale in Italia, i Galli Insubri passarono dalla sua parte e combatterono alla Trebbia contro i Romani; in seguito appoggiarono i Galli Boi nella loro ribellione, finchè i Romani passato di nuovo il Po, li vinsero definitivamente in una cruenta battaglia presso Milano nel sec. II. a. C.
(2) Il diritto latino fu dato alle città della Gallia Traspadana (dal Po alle Alpi) nell'anno 89 a. C. Perciò la ricostruzione e la fortificazione del nostro borgo sarebbe avvenuta, secondo il cronista, circa quel tempo. A me pare invece che non di ricostruzione si debba parlare ma di fondazione. Che infatti Busto non debba la sua origine nè agli Etruschi, nè ai Galli ma ai Romani lo dimo strerebbe innanzi tutto il suo nome, di etimologia latina; in secondo luogo il fatto che durante la costruzione della Chiesa di S. Giovanni e più tardi, nel 1847, in Vicolo Visconti, furono trovate parecchie monete d'oro dei tempi romani. Invece l'epoca di questa fondazione, se prima o dopo l'era volgare, non la si può determinare senza cadere nell'arbitrio; perciò è meglio lasciarla nell'oscurità del mistero.
La stazione centrale di Milano (2/3)
Non mi piace, non mi piace. Non mi piace nessuno, non ho scelto nessuno. Tutto rimane fermo fino al 1912, quando vediamo arrivare un secondo bando di gara e finalmente abbiamo il vincitore Eulisse Stacchini, con la sua cattedrale del movimento, un progetto gigantesco, monumentale. Ansioso che avrebbe celebrato il mito della velocità e la ricerca del progresso tanto cari a Milano. Bene, iniziano subito i lavori e stop. Prima guerra mondiale, finisce la prima guerra mondiale e quindi lavori sto crisi post bellica, indolenza, lassismo, non si sa quali altri motivi. I lavori non vanno avanti, i lavori finalmente riprenderanno solo in epoca fascista, a partire dal 1924, per concludersi finalmente gloriosamente nel 1931 o per meglio dire, come si diceva all'epoca, nel nono anno del nuovo calendario fascista in cui gli anni venivano contati. Al nuovo anno zero, ossia il 1922, quello della marcia su Roma. Curiosità per il rivestimento del colossale scheletro in cemento armato della stazione si utilizzarono i materiali più pregiati, elegante pietra da aurisina, marmi policromi, stucchi. Questo perché il regime? Voleva dare l'idea di una città moderna ed elegante, al viaggiatore, anche straniero, che arrivava a Milano. Ma c'è il barbatrucco. Rivestire una superficie così grande e così monumentale con questi materiali pregiati sarebbe stato troppo costoso. Quindi ecco subito arrivare il trucchetto all'italiana. Sono stati utilizzati materiali costosi e pregiati solo fino ad altezza. Occhio mano a mano, poi, che si procede verso l'alto e che quindi le superfici sono meno controllabili dall'occhio umano. Sono stati utilizzati? Materiali che sembrano pregiati, ma non lo sono, ad esempio il cemento decorativo. Furbetti furbetti Eh? In stazione sono presenti tanti luoghi nascosti segreti, iniziamo a scoprirli parlando della sala d'attesa reale o come si chiama in questo caso padiglione reale, in quanto si tratta di una modestissima villetta su due piani. Arredata e decorata nei minimi dettagli con materiali fra i più pregiati, dove si trova nei pressi del binario 21, ossia sul binario che collegava Milano con la città di Monza, dove c'era la Reggia dei reali, questo padiglione nasconde al suo interno come una piccola matrioska, tante altre piccole chicche. Al piano superiore è presente il bagno, naturalmente, ma non è un bagno normale. Dietro la specchiera del bagno, infatti, si nasconde niente popodimeno che un passaggio segreto che avrebbe dovuto condurre in salvo la famiglia reale. L'intero entourage, in caso di pericolo imminente. Il passaggio segreto però. È talmente piccolo e stretto che ci sarebbe passato a malapena un bambino oppure giustamente Vittorio Emanuele terzo, che non ha mai brillato né per altezza né per prestanza. Pensate che la famiglia reale si serve di questo padiglione solamente tre volte, ma queste sale furono spesso utilizzate per riunioni politiche segrete. Che comprendevano i vertici delle gerarchie fasciste e talvolta anche i reali, trovare altre curiosità all'interno del padiglione reale è difficile, è come giocare una caccia al tesoro, bisogna sapere dove cercare bene, provate ad alzare un prezioso tappeto all'interno delle sale del piano superiore. Sollevandolo. Troverete un dettaglio sensazionale, una porzione del pregiato pavimento in legno e infatti decorata con tante piccole svastiche, anch'esse in legno.
El vivoeur
L'è on ris'c, anca se el par on gioeugh, tirà foeura i castegn dal foeugh.
È un rischio, anche se pare un gioco, togliere le castagne dal fuoco.
Vecchio detto milanese che suona come un monito per coloro che intendono prendere decisioni non prive di incognite; gioco pericoloso, lo scherzare col fuoco, anche se talvolta è necessario. Togliere le castagne dal fuoco era inteso come togliersi dai pasticci, con annessi e connessi.
Poeu pensall domà ona persona matta de robagh el lard de bocca a la gatta!
Può pensarlo soltanto una persona matta - di rubare il lardo di bocca alla gatta!
Vecchio modo di dire, quando qualcuno tentava una impresa il cui esito era scontatamente impossibile, a limite di follia.
El cavalier a spass
Ponend che i sentiment fudessen moneda ghe sarissen pù pover de quant se creda.
Supponendo che i sentimenti fossero moneta ci sarebbero più poveri di quando si crede.
In tutte le epoche si hanno avute prove delle disparità di sentimenti tra simili; agli eroismi si sono contrapposte grandi viltà, all'amore l'odio, alla franchezza la titubanza, alla sincerità la menzogna, alla fede l'apostasia, ecc.; da qui il proverbio che sentenzia quanto prevalgano i sentimenti negativi nel consorzio umano, ed il raffronto con la moneta non è a caso azzeccato, dal momento che da quando il denaro è stato inventato non si può vivere senza averne un minimo indispensabile.
 
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30 Marzo 2024 - sabato - sett. 13/090
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DRAMMA AL CONVENTO DI SANTA TERESA (2-2)
lei In cuor suo ha più volte tentato di parlare con il padre sull'argomento, dicendogli apertamente che non era sua intenzione di accettare l'assurda proposta di finire in un convento per l'emissione dei voti, solenni e perpetui. Ma ben sapendo che il genitore è un uomo freddo, severo, perfino cinico, che organizza e controlla la sua stessa vita, le è sempre mancato il coraggio.
La festa nella villa sta per raggiungere il suo apice. Mentre si prepara la cerimonia per lo scambio dei doni tra i fidanzati, il padrone di casa si accorge che la figlia minore è sparita, come se avesse voluto disertare la fase conclusiva del fidanzamento, essendo a conoscenza che il padre è intenzionato di comunicare ai presenti la lieta notizia:  che la minore delle figlie ha scelto di sua volontà la vita monastica per essere consacrata al Signore .
Di solito era la madre che andava alla ricerca della figlia. Ma questa volta si muove il padre, il quale, dopo aver cercato inutilmente la ragazza in giardino, raggiunge la sua camera al piano superiore. Spalanca la porta e, con vivo stupore, vede la stanza in disordine, la ragazza sopra il letto, seminuda. come se dormisse, con le mani tra le gambe. L'uomo non si scompose, forse già conosce le stranezze della propria figlia; la fissa con una minacciosa occhiata e rinchiude la porta, lasciando la camera.
L'impeccabile, ma cinico genitore, di nulla preoccupato per le condizioni della ragazza, calmo, come se nulla fosse accaduto, raggiunge la sala dove gli invitati sono in attesa di festeggiare i futuri sposi. Prima del ricco rinfresco, chiede un minuto di silenzio e dopo aver sanzionato ufficialmente il fidanzamento della coppia, con appropriate parole, chiede scusa per l'assenza della figlia, causa una leggera indisposizione e, tra gli applausi degli invitati, termina il suo breve discorso, comunicando che la giovane gli ha espresso la sua volontà di entrare in convento per vestire l'abito monacale, quale promessa fatta al Creatore, in contraccambio di grazia e di bene per la sua famiglia.
A questo punto, per giustificare il penoso episodio accaduto in quel pomeriggio, va detto che la giovane ragazza, al contrario della sorella maggiore, più volte aveva sentito il desiderio di tenerezze e di affetto da parte della madre, che invece non è mai stata dolce con lei.
Fu così che dopo alcuni mesi, avvilita e incapace di reagire, la povera figliola, facendo buon viso a cattiva sorte; aveva accettato di entrare nel convento di Santa Teresa. L'inflessibile genitore, pienamente soddisfatto per quella decisione, avvalendosi dell'appoggio di influenti personaggi, aveva ottenuto dalla Priora la promessa che il giorno delle nozze della figlia maggiore, coincidesse con la cerimonia di pronunciazione del Voto religioso;. Così, parenti e amici, dopo il matrimonio, si sarebbero recati con gli sposi al monastero per assistere alla professione della novizia.
Celebrato il matrimonio nella Basilica, la comitiva si reca al convento e non appena giunta ha inizio la cerimonia. Le monache vanno nella cella della novizia per condurla processionalmente in chiesa, e la trovano impiccata, appesa all'inferriata della finestra. Si può ben immaginare lo scompiglio e la desolazione di tutti i parenti. Solamente la Priora non si scompone. Ha una strana visione, non versa alcuna lacrima e con voce flebile dice poche parole, invitando le pie suore a pregare con lei per l'anima della defunta.
I componenti della comitiva, in preda allo sgomento, si allontanano dal monastero alla spicciolata, commentando a loro modo quanto accaduto. Il padre della fanciulla ritorna a casa, lasciando sul posto, annichiliti, la moglie e gli sposi.
Giunto nella villa si reca alla scuderia, tormentato dal rimorso, prende un cavallo, lo cavalca e si avvia verso Casciago per distrarsi. Ma che cosa sia successo in seguito non si è mai saputo. Solo dopo qualche giorno trovarono sfracellati, lui e il cavallo, nel fondo di un dirupo.
I GALLI CISALPINI (2-5 )
Per quanto riguarda il Piemonte e la Valle d'Aosta in queste due regioni riconosciamo due fazioni, a nord, i salassi, e per sordi taurini si insediarono, presumibilmente nel sesto secolo, a.C. in Valle d'Aosta. La valle della Dora Baltea e nel Canavese. Dove scarsamente antropizzate, colonizzando l'intero territorio e fondarono eporedia, l'attuale Ivrea. Secondo il mito i salassi erano discendenti dello stesso Ercole. In seguito arrivò a Cordeiro, figlio di Stato, un discendente di Saturno, il quale si mise a capo dei salassi. In seguito fondarono la città di cortesia. Parlando di. Salati consideravano il matrimonio un evento, di conseguenza era possibile sposarsi e divorziare liberamente senza alcun vincolo. Dopo il matrimonio i coniugi non convivevano e richiedevano un'eguale somma di denaro. E i loro beni non erano in comune se uno dei due coniugi moriva, l'altro aveva il dovere di prenderne il denaro e distribuirlo tra gli.
I taurini sono collegati al mito greco di fetonte, chiamato anche eridano. Antico nome attribuito al fiume Po, affermando che quest'ultimo dai culti egizi, dopo aver lasciato il Mediterraneo per disaccordi con le caste sacerdotali, avrebbe raggiunto il Nord Italia passando per le coste del Mar Tirreno, approdando nell'attuale Liguria. Da qui avrebbe raggiunto una grande pianura percorsa da un lungo fiume che sembrava il Nilo. Qui avrebbe fondato il culto. Applicato al Dio api dalla forma di Toro intorno al quindicesimo secolo, a.C. I taurini. Papi, adei, dalla forma zoomorfa, si sarebbero adattati alla nuova divinità. Per le fonti storiche i taurini sono definiti celti liguri proprio per il fatto che all'inizio questa fazione era ligure ed in seguito venne completamente assorbita dalla cultura celtica, sia in usanze che in costumi. La loro idea era laurasia e si ipotizza che fosse situata tra il Po e Dora riparia, nel territorio della vanchiglietta dell'odierna Torino. L'economia era basata su agricoltura, coltura e allevamento. Se parliamo di note storiche e risaputo che nel 218 a.C. Questa. Il l'attacco da parte di Annibale, allora già alleato degli insubri per rispondere al pericolo, si allearono con i romani nel tentativo di respingere la minaccia cartaginese. Tuttavia, taurasi fu completamente distrutta dopo un estenuante assedio durato tre.
Idrogeologia del bacino del lago di Monate (1-2)
Nella delimitazione del bacino idrologico si e' tenuto conto degli elementi di superficie e di quelli sotterranei.
Secondo la situazione superficiale, il bacino idrografico risulta esteso su un'area di 5.75 Kmq, ivi compresa la superficie lacustre pari a 2,52 Kmq.
Prendendo in considerazione la situazione sotterranea della zona a SE di Travedona, dove l'assetto degli strati ocenici, immersi verso occidente, e' tale da favorire la percolazione sotterranea delle acque verso il lago, l'area del bacino risulta incrementata di 0,74 Kmq.; tenendo conto di questa appendice sotterranea, la superficie complessiva del bacino idrologico reale e' di 6,49 Kmq.
In base alle caratteristiche fisiche, i terreni affioranti nell'ambito del bacino possono essere suddivisi nelle due seguenti classi:
a) - Terreni coerenti, prevalentemente impermeabili: a questa classe appartengono i vari termini del substrato terziario, e cioe' i calcari nummulitici dell'Eocene, nonche' i membri marnoso e conglomeratico della Gonfolite ologocenica; si osserva tuttavia che localmente i calcari eocenici possono dare luogo ad una certa permeabilita' per fratturazione. A questa classe si possono scrivere inoltre le argille del Gunz che costituiscono, ove presenti, la parte basale dei depositi quaternari.
b) - Terreni incoerenti, con permeabilita' modio bassa: vi appartengono i depositi glaciali (morene) fluvio-glaciari e lacustri del Quaternario. Questi depositi presentano caratteristiche di permeabilita' molto variabili, essendo costituiti da sabbie argillose, sabbie ghiaiose, ghiaie e argille; il limo e' diffuso e talora prevalente, influenzando direttamente il grado di permeabilita' dei sedimenti. In questi termini sono presenti serbatoi idrici in corrispondenza degli orizzonti clastici dotati di maggiore permeabilita' ma in generale il grado di permeabilita' e' piuttosto basso.
Nell'ambito del bacino imbrifero di Monate i terreni prevalentemente impermeabili (Classe a) affiorano soltanto del 13% circa sulla superficie e cioe' in  corrispondenza della dorsale di Faraona-Ternate e dei rilievi di M. Pelada, tra Osmate e Comabbio. Il rimanente 87% dell'area e' ricoperto da sedimenti quaternari, con permeabilita' mediamente bassa (Classe b).
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31 Marzo 2024 - domenica - sett. 13/091
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La stazione centrale di Milano (3/3)
Così, a mo di sobria decorazione, i vertici fascisti pensarono di omaggiare infatti in questo modo. Hitler, nel caso fosse venuto a visitare Milano e avesse dovuto attendere il treno proprio in questo padiglione, per scoprire l'ultima curiosità, dovrete questa volta uscire dal padiglione reale direttamente sui binari. È un dettaglio, quindi, che potete vedere ogni volta che prendete il treno, basta andare al binario 21. Qui come grandi decorazioni esterne, troverete tre quadroni di piastrelle dipinte che rappresentano i momenti salienti della storia della dinastia Savoia. Concentriamoci però solo su uno, quello che a noi interessa in questo grande riquadro potrete vedere una scena Vittorio Emanuele, terzo cavallo. Che incontra Benito Mussolini, che tutto felice testante gli presenta l'Italia fascista, ma è un Mussolini un po strano, cioè non ha la faccia. No, non ha la faccia. Questo perché si dice che un partigiano durante i giorni della liberazione abbia sparato. Fucilate contro il volto di Benito Mussolini, presente proprio su questo riquadro, sia le piccole svastiche in legno all'interno del padiglione, sia questo volto trasfigurato di Mussolini, sono stati mantenuti durante i restauri come damnatio memorie, altro luogo nascosto della stazione centrale. Purtroppo oggi non più visitabile e il grande ricovero antiaereo collettivo risalente alla Seconda guerra mondiale è nascosto nel ventre, nella stazione. Con grande lungimiranza, il ricovero antiaereo è presente all'interno della stazione sin dalla sua inaugurazione nel 1931, costruito in mattoni. Momento è nascosto nel secondo piano interrato della stazione, è probabilmente uno dei più grandi e sicuri rifugi antiaerei collettivi di Milano. Parliamo infine nell'ultimo luogo nascosto all'interno della stazione. Il più segreto è il più triste, il binario 21. Questa volta però stiamo parlando del binario 21 sotterraneo. La particolarità della stazione centrale è infatti quella di essere stata costruita su due livelli diversi, un livello sotterraneo con magazzini e binari per il carico scarico merci a livello strada e un livello sopraelevato. Quello su cui voi oggi prendete i treni o li aspettate bene? E proprio da uno di questi binari sotterranei, dal binario 21, che fra il 1943 e il 1944 partiranno dei treni tristemente speciali, treni non più carichi di merce ma carichi di persone trattate. Le merci, vagoni carichi di ebrei e dissidenti politici e diretti verso i campi di concentramento nazisti. Pensate che è ben più di 800 persone, molte di più, partiranno da questi binari e ne torneranno pochissime. Da pochi anni all'interno del binario. Tu non sotterraneo, è ospitato grazie alla preziosa iniziativa della senatrice Liliana Segre, il memoriale della Shoah che aiuta soprattutto i più giovani, ma in realtà tutti noi a non dimenticare le brutture della storia, a fare in modo che queste non si ripetano. Nel memoriale troverete a farvi da colonna sonora solamente il rumore dei treni che passano sopra le vostre teste. E a fare da decorazione solamente le spoglie mura di cemento armato che sono parte dello scheletro originale della stazione, un tempo e anche durante gli anni della Seconda guerra mondiale questi ambienti erano i magazzini delle regie poste e il binario per la destinazione ignota. Era lo stesso su cui tutti i giorni si. Cercavo, si scaricavano sacchi pieni di pacchetti posta e corrispondenza. Sia il memoriale della Shoah che l'intera stazione centrale sono luoghi che meritano veramente di essere conosciuti e sono fra i tour che io organizzo, a cui sono più affezionata. Spero quindi di potervi conoscere. Persona di accompagnarvi a fare il giro della stazione centrale del binario 21. Se questo video ti è piaciuto condividilo sui tuoi canali social, controlla sul sito www.milanointur.it. Previsione a breve un tour all'interno della stazione centrale e del binario 21 memoriale della Shoah. Seguici anche su Instagram e su Facebook. E non dimenticare di iscriverti al mio canale Youtube, alla prossima esplorazione urbana, Ciao.
Quando il terribile Barbarossa e la città fecero pace
La sua carta d'identità: Federico I di Svevia, casata Hohenstaufen, imperatore romano e re di Germania, comunemente noto come il Barbarossa. Per i tedeschi un grande sovrano, un eroe della stirpe; per i milanesi ancora oggi, e sono passati otto secoli, un nome da segnare nell'elenco dei "cattivi". La storia si è incaricata di rendergli giustizia, ha cancellato valutazioni esagerate nell'uno e nell'altro senso: in questa luce cerchiamo di vederlo, rievocando alla buona il lungo rapporto che ha avuto coi cittadini nostri antenati. Non c'è dubbio, l'impatto iniziale è disastroso. Tutte le volte (cominciando dal 1154) che piomba in Italia il Barbarossa manda in crisi i milanesi, li costringe a subire pesanti diktat, li soffoca con tasse a balzelli, gli toglie in pratica la facoltà di gestire la propria autonomia, li obbliga a sopportare l'insulto di un podestà di nomina imperiale.
Il peggio arriva ai primi di marzo del 1162, quando la città stremata e affamata è ridotta alla resa e apre le porte al sovrano tedesco, il quale, esiliati fuori le mura gli abitanti, ordina di distruggerla, affidandone l'incarico agli alleati lodigiani, cremonesi, pavesi, comaschi, novaresi. Sull'entità di questa rovina ci sono state esagerazioni: con i dovuti distinguo, provocarono più danni i bombardamenti del 1943 che non il Barbarossa, che si preoccupò di abbattere soprattutto le opere di difesa e risparmiò tra l'altro chiese, monasteri e antichità romane. Tempo sei anni (dunque assai meno di quanti occorrono per terminare la nuova sede del Piccolo Teatro) e Milano risorge. Poi la rivincita: il 29 maggio 1176 il Barbarossa è sconfitto a Legnano. Altri anni passano e all'imperatore ai milanesi il pragmatismo in politica suggerisce di intavolare un dialogo diverso. "Quando in Federico - scriveva Cesare Cantù - non vedemmo più un padrone ma un amico ci trattammo colle migliori cortesie: qualora venne a trovarci lo accogliemmo a grande onore; festeggiammo le nozze che volle qui celebrare di suo figlio colla erede del regno di Sicilia; noi gli demmo danari perchè n'avea bisogno, ed egli cedeva a noi terre imperiali del contado; noi promettevamo a lui di conservargli i domini suoi in Italia ed egli a noi di non far lega con altre città senza nostra saputa: e molti de' nostri l'avranno accompagnato quando andò crociato in Palestina, ove morì". Giugno 1190, annegato nel fiume Salef.
"Venne a trovarci" una prima volta nel settembre 1184 e ritornò nel gio dell'anno dopo, prendendo alloggio nel monastero di Sant'Ambrogio. E in Sant'Ambrogio (mentre la Zecca faceva battere in suo nome tre monete d'argento) il 27 gennaio 1186 presenziò al matrimonio di suo figlio Enrico con Costanza di Sicilia.
Per l'occasione, i milanesi avevano nascosto sotto un telo la lastra di marmo che sull'antica Porta Romana raffigurava il Barbarossa trascinato all'inferno da un mostro demoniaco (è conservata al museo civico del Castello Sforzesco). Stante la nuova alleanza non era il caso di esibire agli occhi di Federico un'immagine derisoria, che ricordava antichi odii, ormai sepolti.
Des ann dopo la battaglia de Legnan col Federich, disemm, gh'è staa la pas.
Ma, coi Comasch Paves e Lodesan gh'è ancamò el grèmm:
o bocca tas.
El Barbarossa, che l'era minga on boeu, in Sant' Ambroeus el presenzia al sposalizi de la Costanza cont el sò fioeu, el Ricoeu, mettend in del scorbin i vecc malefizi. E inscì stim a la man,
(1) - no l'era un gran demòni, a pensagh ben, che, in del trà giò Milan l'ha lassaa indree i ges e anca i convent.
1) canestro, cesta, paniere. Qui "mettend in del scorbin" significa (scordare, dimenticare).
Idrogeologia del bacino del lago di Monate (2-2)
Il bacino e' caratterizzato da apporti di natura esclusivamente meteorica che alimentano, precipitazione diretta, il lago e, per percolazione e infiltrazione sotterranea, la falda idrica; quest'ultima si estende intorno al lago, impregnando i serbatori naturali che contornano il bacino; la s uperficie freatica e' inclinata verso il lago e si raccorda con la superficie lacustre. Il rapporto tra l'area del bacino imbrifero, che e' molto modesta, e quella del lago e' tale da rendere piuttosto difficoltoso e lento il rinnovo delle acque del lago, a causa del limitato volume degli afflussi nel bacino.
I deflussi del bacino avvengono attraverso un solo emissario, il torrente Acqua negra, che da Travedona raggiunge il lago maggiore.
Le osservazioni effettuate in superficie e alcune indicazioni del sottosuolo consentono di affermare che il lago di Monate e' s soggetto a qualche perdita idrica nel sottosuolo. Si tratta verosimilmente a percolazioni sotterranee di entita' piuttosto modesta che hanno luogo nella zona sud del lago, presso la cascina della Palude, verso il bacino di Comabbio, nonche' lungo il versante situato a NW dell'abitato di Monate, verso il bacino dell'Acqua Nera: in quest'ultima zona si individuano in particolare alcune sorgenti, la cui portata complessiva e' valutata intorno a 4-5 litri/s, situate a zone comprese tra i 230 e i 255 metri circa e certamente alimentate dalle acque del vicino lago di Monate, che si infiltrano attraverso le morene delimitanti il lago stesso verso nord.
Non si hanno invece indizi di perdite lungo il limite orientale del bacino imbrifero (zona Travedona-Moncucco), ne' verso WSW (Cadrezzate-Osmate), cio' dovrebbe essere dovuto alla presenza del substrato roccioso a modesta profondita', quindi in grado di assicurare l'impermeabilita' del bacino in questa zona.
 
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La lista degli argomenti della settimana 13
  1. Busto Arsizio - Gli inizi del borgo cap. 2 (2/4)
  2. Nella Zecca perduta i fasti di Mediolanum
  3. El vivoeur
  4. Busto Arsizio - cap. 8 (1/5)
  5. Il Bottonuto (2-2)
  6. Marzo (2/3)1
  7. La stazione centrale di Milano (1/3)
  8. Marzo (2/3)2
  9. Vita da cani di lusso nella dimora di Bernabò Visconti
  10. L'è ora de finilla cont i privileg! l'è l'ora di benefiT
  11. Cap. 5 - Busto Arsizio - La posizione del borgo
  12. Segond de come tira el vent sona i campan del convent.
  13. Gent che leva su quand canta la vacca, l'è tarda de rifless e semper stracca.
  14. Busto Arsizio - Gli inizi del borgo cap. 2 (3/4)
  15. La stazione centrale di Milano (2/3)
  16. El vivoeur
  17. Poeu pensall domà ona persona matta de robagh el lard de bocca a la gatta!
  18. Dramma al convento di santa teresa (2-2)
  19. I galli cisalpini (2-5 )
  20. Idrogeologia del bacino del lago di Monate (1-2)
  21. La stazione centrale di Milano (3/3)
  22. Quando il terribile Barbarossa e la città fecero pace
  23. Idrogeologia del bacino del lago di Monate (2-2)
 
Sommario
Le dirette
Pensiero della settimana
Non esistono donne brutte. Dipende tutto da quanta vodka bevi.
Errare humanum est, perseverare ovest.
Chi la fa, l’aspetti. Chi non la fa, si purghi.

lib372-Settimana-14

RVG settimana 14
 
Radio-video-giornale del Villaggio
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Settimana-14 del 2024
 
 
RVG-14 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 14       2024-04-01 -  Aprile - Calendario - la settimana
01/04 - 14-092 - Lunedi
02/04 - 14-093 - Martedi
03/04 - 14-094 - Mercoledi
04/04 - 14-095 - Giovedi
05/04 - 14-096 - Venerdi
06/04 - 14-097 - Sabato
07/04 - 14-098 - Domenica
 
01 Aprile 2024 - lunedi - sett. 14-092
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Busto Arsizio - Gli inizi del borgo cap. 2 (4/4)
Nello stesso modo e per le stesse ragioni avevano stabilito delle colonie, dopo aver fondato nuove sedi o restaurate quelle antiche.
Così leggiamo nel principio dei Commentari della Guerra Gallica che Giulio Cesare stabilì delle legioni nei pressi del villaggio Tigurino per impedire agli Elvezi nascosti nelle selve, di uscirne a depredare e a devatare. E spesso qua e là nel paese degli Insubri, e specialmente vicino al lago Verbano, si vedono iscrizioni che ricordano i soldati italici e principalmente quelli delle legioni Galarita, a e Galbiana, dalle quali forse derivano ai luoghi i nomi, cioè dalla legione Gallarita Gallarate, dalla Galbiana Galbiate. Per non dire di altri, nel paese di Morazzone presso Castiglione, si trovano due iscrizioni della legione Scitica scolpite su due pietre quadrate a lettere semicubitali, nelle quali si fa menzione della quarta legione che era opposta ai popoli Sciti.
Queste iscrizioni sono ricordate da Bonaventura da Castiglione nel suo libro "De Antiquis Gallorum In- subrum sedibus,, e a me sono notissime perchè, un tempo, essendo in quel paese in cura d'anime, feci chiesetta di trasportare fuori le due lapidi dalla S. Maria Maddalena e le feci collocare nell'atrio della chiesetta stessa.
Ecco le parole delle iscrizioni :
I VETERANI
DELLA LEGIONE IIII
A GIOVE
V.S.S.L. M.
 
L. SENZIO L. F.
O. V. F. NERONE
PORTABANDIERA DELLA LEGIONE IIII
SCYTICA QUI NATO QUI È POSTO
M. SENZIO
L.F.O.V.F
MACRO VETERANO
DELLA LEGIONE IIII SCYTIÇA VIVENTE FECE
Stando così le cose non sarà fuor di luogo asserire che i Romani restaurarono questo borgo, distrutto da Brenno, e lo munirono di un castello per stabilirvi una colonia. E lo dimostreremo fra poco.
Bonvesin de la Riva
L'immagine di una città felice, almeno per condizione economica, commerciale, industriale, la vede e la celebra, orgoglioso ed entusiasta, un suo cronista-scrittore che è nato e vive in Ripa Ticinese. "Per il clima e per le acque e per la bellezza e la fertilità della pianura non potrebbe Milano esser meglio situata: lo provano all'evidenza e il gran numero di vecchi decrepiti che vi si incontrano e, per grazia di Dio, il continuo aumento delle nascite, della popolazione e della prosperità". Questo dice, anno 1288, nel suo "De magnalibus urbis Mediolani" (Le meraviglie della città di Milano), Bonvesin de la Riva, frate dell'ordine degli Umiliati, maestro di grammatica, che scrive in latino e in dialetto lombardo. Afferma (ma sulla bontà dei suoi dati statistici non si può giurare) che la città conta 200 mila abitanti e questa sembra davvero una cifra eccessiva. Merita credito quando parla di 12.500 case, e in ogni "casa decente" c'è un pozzo, di 60 "coperti" o porticati, di 200 chiese e 120 campanili, di 14 conventi dove vivono più di diecimila religiosi.
Sono dieci gli ospedali e quello di S. Stefano in Brolo può accogliere oltre mille ammalati e ha un reparto pediatrico capace di "allevare" 350 neonati. Un ospedale specializzato è riservato ai lebbrosi. Come sia garantita l'assistenza sanitaria non sappiamo, visto che i medici sono soltanto 28; però esercitano 150 chirurghi "eccellenti e non si crede abbiano pari nelle altre città della Lombardia".
Nell'elenco dei professionisti, degli intellettuali, 1500 notai e 120 giureconsulti, membri di un celeberrimo collegio. In tempi di imperante analfabetismo, si segnalano 18 professori di grammatica, 14 insegnanti di canto ambrosiano e più di 70 maestri nelle scuole elementari, che sono private. Abbondano pane, carne e vino: in più di mille botteghe trovi ogni ben di Dio, fresca pescheria, gamberi di stagione, latticini; sono aperti 300 forni e 410 macellerie, dove ogni giorno si abbattono 70 buoi, per non parlare di maiali, pecore e montoni. Fiorente l'industria delle armi: più di cento pro- vetti artigiani modellano ed esportano corazze, elmi, scudi, spade. Qui finisce le descrizione della Milano felice tramandata da Bonvesin. Il quale volentieri sorvola invece sulle vicende politiche, perchè la bella immagine potrebbero inquinarla. Vi accenna a malincuore, seppure col furore tipico e disarmato dei letterati, e genericamente lamenta: "O città che sei l'ornamento mirabile del mondo, splendente di grazie multiformi, chi possono essere quelli che ardiscono turbare la tua pace, se non certi tuoi cittadini prepotenti? Guai a quelli che, sostenendo i partiti faziosi, stimolano e istigano i magnati empi a rovinare la città".
Finisce il XIII secolo, antica nobiltà feudale ed emergente borghesia si disputano il potere, tra cruente lotte intestine muore il Comune democratico e s'instaura la Signoria dei Visconti.
L'era vun de quej giust, chi a Milan: tant de latin e dialett nostran. Milladusent: un'era tant giuliva, i temp del Bonvesin, quell de la Riva. El tronava:
"O cittadin malnatt, a tirà di sass a 'stà città gh'avii de vergognass". Pover pattan. Pensà che al dì d'incoeu te caven la camisa e anca i biroeu (1). - (1) letteralmente, i bulloni delle scarpe, tipo quelle usate dai calciatori. Qui sta per "denti".
Pappa buona  - (31 marzo-1 aprile 1897)
Ci si narra un fatterello curioso. Un venditore ambulante di agrumi, a forza di girare per la città col suo carretto, era riuscito ad accumulare parecchie  migliaia di lire. Poco fidandosi delle Banche, e meno ancora della moglie, soleva nascondere le sue carte da 100 e da 1000 fra il fondo del cassettone e il più basso cassetto di quello; ed a forza di ammucchiare si era fatto un bel capitale... infruttifero. Ma ci fu chi pensò a farlo fruttare e godere. L'altro giorno, nell'aprire il suo nascondiglio, il nostro uomo ne vide scappar fuori un topolino. Insospettitosi, levò il cassetto... e trovò che sotto ad esso c'erano due magnifici nidi di topi, i quali, come altrettanti principi scialacquatori, s'erano mangiato un migliaio di lire al giorno. Del tesoro non restavano che pochi pezzetti di carta senza valore! Il disgraziato assicura che i suoi piccoli ospiti gli mangiarono in tal modo circa L. 60,000; ma, pur sapendo che il fatto è vero, su codesta somma noi siamo disposti a fare uno sconto.
El sanguinarj Quand l'è bel cott e serviì denter on piatt te el manget per conilij anch se l'è gatt!
Quando è bel cotto e servito dentro un piatto, te lo mangi per coniglio anche se è gatto!
Il detto era molto diffuso a Porta Ticinese e sembra sia stato coniato per quella gente schizzinosa che diffidava degli osti; in altre parole è un altro modo di dire che l'apparenza inganna.
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02 Aprile 2024 - martedi - sett. 14-093
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EL VA, EL VA EL BARCHETT (1- )
Da una carta datata 1777 si rileva come certi signori barcaioli di Boffalora, di nome Castiglioni l';uno e l';altro Compagni, richiedono il monopolio di trasportare gente.
Come si siano svolte le pratiche e come avesse proceduto l';iter, non lo sappiamo; però sappiamo che cinquant';anni dopo, tra il 1824/1825 si riscontra un vero e proprio servizio organizzato di trasporto passeggeri sui tratti Milano Gaggiano, Milano Abbiategrasso, Milano Boffalora.
E venne così il magico momento de:
"EL BARCHETT DE BOFFALORA";
Ona disperazion ninada da l';acqua del Navili
lòtt lòtt la se vesina,
la riva giò in contrada.
On mond de poverett che ha lassaa indree i marscid;
calcaa dent el barchett
speranz magon e scorlid.
Era questa una barca più piccola dei barconi che siamo abituati a vedere ed aveva anche una specie di abitacolo, sorta di cabina chiamata non si sa perché la ";Gambarana";.
Ottimo e benedetto riparo nelle giornate di pioggia, di vento, di neve.
Se questa cabina, certamente non divisa in classi, potesse parlare, racconterebbe storie vissute, vicende sofferte, sogni perduti.
Il tragitto in lenta corrente era così lungo e le ore necessarie tante: per l'intero percorso ne occorrevano qualche volta otto e qualche volta dieci.
I bambini venivano sollecitati
";a traa in pee el gioeugh de l'oca
........gh'è on ciel gris che el saa de fiocca";.
Gli adulti si arrangiavano ad ammazzare il tempo con distrazioni varie. Era gente disperata o quasi; veniva dai paesi non solo rivieraschi, ma anche dall'interno della bassa: Albairate, Vermezzo, Zelo Surrigone, S.Vito di Gaggiano e cascine varie.
E LA VEGNEVA GIO' DA CASTELLETT ONA BANDINA AL COLL E DO'ZIBRETT
na biella 'na basletta
on materazz e la zietta; la sola compagnia
de dì e de nòtt.
L'iutava a pagà 'l fitt e a impienì el baslott
vendend pattinn
faa su coi bocconitt,
cavaa dal sacch di strasc
di nost sartinn.
Scendeva in città con quattro stracci avvolti nella ";bandina";, un largo panno che si annodava al centro e si portava a tracolla, poche stoviglie, qualche masserizia
"Trii piatt 'na fiammenghinna
quatter tovajoeu.........
COM'ERA IL MIO PAESE (1930 CIRCA) - (2/3)
Nel cavo l'acqua restava anche per settimane e se l'estate era piovosa, non scompariva del tutto, per la felicità delle legioni di rospi di cui, verso sera e nelle notti di luna, si sentivano i monotoni interminabili gracidii. Nel burrone, pieno d'acqua per un recente temporale, per poco non persero la vita per annegamento 'l Luigi Bartulen e 'l Nino Milani. Vollero attraversare il laghetto sulla marnetta del pane che era tutta fessure e che, appena ammarata, si riempi d'acqua inabissandosi.
Solo la prontezza, l'ardimento e la capacità natatoria di due compagni presenti come spettatori li trassero in salvo, trascinandoli a riva. Provammo tutti un grandissimo spavento. I due malcapitati, tremanti di freddo per il terrore provato, ci fecero anche scoppiare dalle risa perché erano totalmente ricoperti di verde muschio acquatico, dando l'impressione di somigliare a rospi giganteschi.
Una carreggiata tutta cosparsa di sassi e ricoperta di buche portava in fondo al buzòn. Era la via al Calvario dei cavalli. Era la via tormentata e quasi impraticabile sulla quale veniva "saggiata" la forza degli animali da acquistare, la loro resistenza alla fatica, la loro potenza. Il cavallo veniva aggiogato ad un carretto pieno di sacchi di patate o di granoturco o carico di sassi e dal fondo il carrettiere lo incitava verso l'alto, verso la strada. Se sosteneva bene la prima prova, si sottoponeva subito il cavallo, senza lasciare che si riposasse più di un minuto, alla seconda prova ben più impegnativa. Doveva ancora risalire dal fondo fin sulla strada con lo stesso carico, ma con una stanga tra le ruote. Se vinceva anche questa difficile prova, il cavallo veniva acquistato ad occhi chiusi, senza tirare di un solo centesimo sul prezzo richiesto.
Ogni mese noi ragazzi disputavamo come gara di corsa il periplo del nostro paese: posti focali, perché lì c'erano i commissari di corsa a controllare il passaggio: la pesa e la rèsiga. La rèsiga (la segheria Introini) aveva l'entrata in principio di via Adua, venendo da Verghera, a sinistra. Per l'entrata apparteneva a Samarate, ma il lato ovest, che confinava con via Monte Rosa, il lato sud e il lato est appartenevano a Verghera, perché i terreni e il cortile dei Mazett erano di Verghera. Era una segheria trafficata, dove c'era un continuo via vai di carri carichi di tronchi in arrivo e di carri carichi di assi da costruzione, assi da ponte e assi di tutte le larghezze e lunghezze in partenza. Ricordo ancora l'ingegnere Paolo Introini, mutilato dalla Grande Guerra, amico di mio padre, morto come avverrà qualche tempo dopo per suo fratello, durante un mitragliamento aereo alleato nel 1944.
La via dall'Eden - (9-10 ottobre 1897)
Chi esce dall'Eden, e in generale chi esce dai teatri, dalle chiese, dalle tranvie, specialmente in giorni di gran folla, tenga aperti gli occhi e chiuso il vestito se vuole difendersi dai ladri. Ieri sera all'Eden, finito il solito spettacolo, mentre la gente s'accalcava sulla porta d'uscita, un giovinotto, dato un magistrale spintone ad un signore che stava infilando un soprabito, gli fece cadere a terra il portafogli, lo raccolse, lo intascò, e con tutta calma si allontanò. Il derubato non s'accorse di nulla, e chi s'accorse tacque per non aver fastidi.
Chi se troeuva semper in [stat debitori el paga quand pissa el [cavall del Missori.
Chi si trova sempre in [condizione debitoria paga quando fa la pipì il cavallo [di Missori.
La statua equestre del colonnello Missori si trova nella piazza omonima, lontana dal Monte dei pegni o Monte di pietà; forse il detto milanese si limita ad affermare che quel cavallo farà la pipì soltanto quando certa gente onorerà i suoi debiti; sembra però che il detto sia stato coniato da un agente di cambio che esercitava l'usura nella vicina via Unione, attorno agli anni '30.
 
 
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03 Aprile 2024 - mercoledi - sett. 14-094
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Notizie dal Villaggio
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Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2111/QGLH1080-busto-cuinmaiale-pt06.mp3 - 6,57 -
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AL BAR E A TAVOLA SENZA RIMÒRS SE TE SCERNISSET ON PRODOTT  RIPULITO
«Camerer on cappuccino decafeinaa e senza s'ciuma per ch'el scior chì...».
In d'on bar qualsesia. In d'ona mattina come tutt'i alter. Tanta gent al bancon: l'è el moment de la prima svèlta colazion, prima de andà in offizzi. I ordinazion hinn i pussee divèrs: cappuccini cald, teved, ciar, cafè longh, curt, senza cafeina, american, maggiaa cald, maggiaa frègg, biccer de latt, tè al latt, tè cont el limon, ò senza nient. Ghe n'è per tutt'i gust, però la richiesta d'on cappuccino senza cafeina, senza s'ciuma (e magari anca senza zuccher) la par la negazion stèssa del  cappuccino  ò del sò significaa universal (dòpo  pizza  e  spaghetti , cappuccino l'è la paròla italiana pussee conossuda e utilizzada al mond).
Ma gh'è minga de meravigliass. I negòzzi, i supermercaa, i scaffai, i frigorifer e i cardenz hinn pien de  autonegazion . Gh'è el latt senza el lattòsio, el cafè senza la cafeina, el tè senza la teina, la birra senza l'alcol, la Còca Còla e i biscott senza 'l zuccher. Gh'è fina el butter con pòcch grass, perchè fall pròppi senza l'è impossibil. Ghe n'è on badalucch e vègnen venduu e consumaa in abbondanza.
Perchè? La rispòsta l'è molto sempliz; per motiv de salut, ò de diètta. Insòma per podè sentiss mèj, pussee in forma, pussee soddisfaa de sè stèss. Ma soratutt per ridù al minim el sens de rinonzia, de sacrifizzi.
Ona volta chi doveva stà a diètta per motiv d'estetica ò de salut el gh'aveva nò scamp: la rinonzia la doveva vèss decisa e total. Tròpp zuccher? Minga de dòlci, de bibit. E bisognava stà attent a la pasta e al El colesteròlo l'è alt? Nient condiment e nient formagg. Se gh'ha on sens de agitazion, de ansia senza motiv? Se dev rinonzià al cafè, al tè e a la Còca Còla che la gh'ha denter la cafeina e l'è come bev on cafè esprèss.
L'era verament dura. Settass giò al taol ò andà denter in d'on bar l'era ona sofferenza: chesschì nò, chellà nò e i amis che te tentaven con di invid con l'aria innocenta: «Ma dai, 'ste voeuret che la sia ona briosc...».
«Su dai! Per ona vòlta... poeu doman te recuperet!».
L'è pussee che facil fass tentà, gòd per on moment de la meravigliosa tentazion. E poeu finì cont el tormentass cont i rimòrs, dai sens de colpa.
Adèss tutt l'è pussee facil. L'è assee doprà prodòtt  dietetich   disinnescati , nètt come se fudessen tanti sit piscinitt  denuclearizzaa  (in doe però el nuclear el gh'è mai staa). Fantastich invenzion che te permetten de minga rinoncià al piasè del  contegnidor  ma te devet però eliminà quèll che gh'è denter che l'è pericolos. Se sa che di vòlt gust l'è nò pròppi l'istèss ma bisogna contentass. Perchè in fond - e quèst l'è forsi l'element principal de tutta la faccenda - la ròba pussee importanta l'è de salvà i abitu- din: on cafè a metà mattina, ona birra cont i amis, ona Còca denanz a la television, on cafèlatt senza  lattòsio  ma con tanti biscott senza zuccher.
El piasè de la  non rinuncia , la soddisfazion de sentiss come i alter ò almen minga tròpp divèrs. La tranquilli- tà de nò dovè pèrd i abitudin ch'hinn la nòstra vita de semper.
Tuscòss l'è pussee facil certament. Ma cont on doppi ris'c: la tròppa  fiducia  e l'effett  alibi . D'ona part vèss sicur che l'è davéra assee cattà foeura i prodòtt  disinnescati  per podè ottegnì i stèss effètt d'ona vera e dolorosa diètta. De l'altra part la meravigliosa sensazion de vèss in pas con sè stèss, d'avè rispettaa i prescizion del dottor ò del dietologh e de podè poeu descadenass in pacciad per compensà tusscòss e bon de cancellà in d'on soll colp mes de rinonzi sconduu e de prodòtt  denuclearizzati .
COM'ERA IL MIO PAESE (1930 CIRCA) - (3/3)
Dietro il lato sud della chiesetta si S. Bernardo, che era dotata di un bell'altare ligneo, e che, durante la prima guerra mondiale e poco dopo, aveva dato ricovero ai prigionieri slovacchi, come mi raccontava un mio zio paterno, c'era il vecchio cimitero anch'esso scomparso come la chiesetta, e la "muntagnèta", uno spiazzo leggermente rialzato, erboso, di un centinaio di metri quadrati: dove si giocava al pallone, ai ladri e ai carabinieri, a palla avvelenata, a nasconderci. Lì si portavano al pascolo le oche, le pecore e le capre, perché la ricopriva un verde mantello di tenera erba.
Durante le vacanze estive, tutti i pomeriggi non festivi, portavo al pascolo, sulla muntagnèta, le mie oche, un libro sotto il braccio, in una mano un bastone, e nell'altra il secchiello dell'acqua per abbeverare le mai sazie bevitrici.
Le oche, come arrivavano al pascolo, ricco di trifoglio tenerissimo, si sgranchivano prima con svolazzi, scatti e brevi corse, poi davano inizio al banchetto con aria solenne e distaccata.
Io che ne ho sempre avuto la mania, mi immergevo nella lettura e ben presto dimenticavo la ragione per cui mi trovavo in quel luogo: dimenticavo di essere un guardiano di oche, dimenticavo il mondo intero e perfino le oche. Le quali oche, comprendendo molto bene lo stato d'animo del loro pastore, (non sono per niente stupide, le oche) non appena si sentivano sazie, e dopo essersi sedute per un breve riposino, prendevano noia del luogo e provavano nostalgia del recinto di casa. Senza far schiamazzi per non disturbare il guardiano assorto nella lettura, in fila indiana, nella disciplina più perfetta, se ne tornavano a casa. Non c'era pericolo che sbagliassero cortile o dessero luogo a inconvenienti di traffico, da quelle bestiole intelligenti che erano, guidate dal capogruppo, che, com'era giusto, si dava un po' di arie.
Quando, dopo un bel po' di tempo, mi risvegliavo e ritoccavo terra, le oche non c'erano più. Le prime volte mi spaventai: partivo di corsa alla loro ricerca.
Ma per strada, i paesani, che già sapevano cos'era accaduto, sorridevano divertiti, e forse consideravano un po' matto e presagivano niente di buono per quel guardiano di oche che si lasciava abbindolare dalle fantasie dei libri.
Quand'ero appena nato (nel 27) venne a Verghera il parroco nuovo (Don Tancredi) in sostituzione di Don Luigi Brambilla che era stato parroco per più di cinquant'anni. La provincia di Varese fu istituita con decreto del 2 Gennaio 1927 togliendo una parte del territorio a quella di Como (zona di Varese) e una parte a quella di Milano, alla quale, con la denominazione di Alto Milanese, faceva parte anche il nostro territorio.
Pressappoco in quegli anni venne asfaltata la provinciale (la stràa nòa). Era proprio una meraviglia correrci sopra a piedi scalzi, liscia com'era, senza spine o pezzetti di vetro. Era bello percorrerla anche quando il solleone la surriscaldava fin quasi a scioglierne l'asfalto che noi chiamavamo gudròn, alla francese.
 
       **************** fine giornata ************************
 
04 Aprile 2024 - giovedi - sett. 14-095
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TRAVEDONA-MONATE -
23) Dursena: è difficile leggere nel toponimo un composto con dur "duro". Forse il termine può essere ricondotto alla voce "darsena" che è il luogo o la costruzione, nei pressi del lago, dove si ricoverano le barche (è ipotizzabile un semplice errore di scrittura sulla carta di riferimento). La località è in territorio di Monate sulla sponda nord del Lago di Monate.
24) Faraona: la più estesa frazione all'interno del comune di Travedona-Monate. È situata ad sud est del paese e della località Funtanevive. Questa frazione è composta a sua volta da due località, Cascine e Selvasce. Agli inizi del Novecento fu inglobata nel limitrofo comune di Biandronno e passò poi al comune attuale per volontà popolare.
L'interpretazione del toponimo è incerta e si potrebbe far risalire alla voce longobarda fara che copriva un'ampia area semantica "dell'appartenenza ad una casa o ad una famiglia". Il termine longobardo lo ritroviamo spesso identico nei toponimi italiani accompagnato, in molti casi, da uno specifico (cfr. Fara Olivana -BG-, Fara Gera d'Adda -BG-)167. Di solito la voce fara la troviamo designare entità abitative più ampie ma in rari casi abbiamo attestazioni di questo nome anche per frazioni o località più piccole (cfr. via fara a Gallarate -VA-168). Conosciamo pochissimi toponimi che presentano derivazioni dalla voce originaria (cfr. Farella località di Aquileia -UD-) e nessun caso, oltre a questo, in cui si può riscontrare la presenza di un accrescitivo come-one/-ona.
25) Fontanili: in dialetto Funtàn. Zona pianeggiante sulla costa del Lago di Monate che ospita una ricca fonte da cui tutt'oggi gli abianti di Travedona e Monate si riforniscono.(v. Comabbio n. 15).
26) Formighera: la voce dialettale è Furmighére (v. Osmate n. 8). Terreno molto appartato a ovest del Muncüch e che si apre ad ovest nel Arbur düre lüne (cfr. Formigara -CR-)169
27) Fornaci: dai locali noto come Furnàs. Si trovano a piedi del Mont e sono sorte in questa zona un tempo per sfruttare la risorsa delle cave.
28) Furnasèt: fornaci più piccole rispetto alle precedenti che sorgevano nei pressi del centro del paese. Ora non sono più esistenti ma la zona è nota ancora con questo nome.
29) Gaté: toponimo registrato solamente nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860. L'area oggi non è localizzata (v. Mercallo n. 19).
Dal 1945 al 1960 (6/13)
'Sto crèss de la città, comunque, l'ha minga riguardàa domà i milanes, ma tanta gent che l'è vegnuda chi a trovà fortuna, sora tutt de la bassa Italia, che chi i emm ciamàa, ma senza offesa, perché l'era assée che gh'avarissen voeuia de lavorà che quasi subit diventaven milanes anca lor. Compagn de quella po- vera gent che nel '50 (cinquanta) l'è rivada dal Polesine, dove l'ha perduu tuscoss cont la terribil alluvion del Pò, e che l'ha trovà a Milan la soa noeuva cà. In 'sti ann gh'è vegnuu a Milan quasi mezz milion de immigràa, e naturalment gh'era el problèma di allogg. Vegniven su di quartier che ie ciamaven "corea" dal nòmm de la noeuva guèrra che l'era giamò s'ciupada tra quei che fina a on para d'ann prima eren alleàa, occidentai e comunisti, cont cà pussée o meno regolar, in mèzz ai baracch o a di borghett che diventen di grupp de cà provvisori, anca senza ser vizi, che poeu sarann sostituìi dai casermon e dai cà popolar tirà su in ona quai manéra.
C: Var semper el detto che a Milan te domanden nò de dove te vègnet, ma se te se bon de fa. E inscì semm ai ann '50 (cin quanta), quei che forse hinn stàa i ann pussée milanes del dopo guèrra, che mis'ciaven operari e gent che vegniva de la campagna e cominciaven a dagh i connotati de città che la voreva vèss semper davanti a tucc e in tusscoss. E anca la gent la cominciava debon a viv mei. O almeno mì inscì me ricordi de quei ann.
La Rotonda della Besana (fondazione 1692) -  via Besana 12
L'edificio, che si chiamava in origine San Michele dei nuovi Sepolcri, era il foppone dell'ospedale Maggiore, costruito per dare sepoltura ai morti della Cà Granda. L'elegante struttura porticata e la chiesa sono di poco successive. Il nome attuale lo deve al nome della via, Enrico Besana, garibaldino.
Fino al 1782, nelle 80 cripte, arrivarono a stiparsi 150000 cadaveri. Le salme erano dei malati poveri, mentre quelli ricchi venivano sepolti nelle chiese. Scriveva il contemporaneo Serviliano Latuada nella sua Descrizione di Milano: "... e due bocche per ogni sepolcro, in cui si disciolgono i cadaveri più facilmente, e si tiene il regolamento di mutare ogni sera in giro la seppoltura, ondi si scansi l'esalazione dell'odore fetente, e si dia comodo tempo a consumare con maggiore facilità quegli esanimi corpi". Nella cripta sotto la chiesa trovarono una collocazione provvisoria le spoglie dei 324 Milanesi caduti durante le Cinque Giornate, poi traslate nel 1894 nel sacrario situato sotto il monumento celebrativo dell'insurrezione, capolavoro dello scultore Giuseppe Grandi, dove era Porta Tosa (oggi piazza Cinque Giornate). La Rotonda venne poi trasformata in ospedale per malati contagiosi, arrivando ad accoglierne 5000 durante l'epidemia di vaiolo del 1870.
Successivamente, fino al 1940, fu utilizzata come lavanderia del vicino Ospedale. Dopo un lungo periodo d'abbandono, dal 2014 la Rotonda della Besana ospita il Museo dei Bambini (Muba) e il giardino è stato trasformato in parco pubblico.
E' guarito il glicine dai sinuosi tentacoli
Nella città disastrata siamo condannati a camminare a testa bassa. Non per un, del resto inesistente, senso di colpa, non per la vergogna di una cattiva azione mai commessa, semplicemente per autodifesa. Per non precipitare negli infiniti trabocchetti disseminati lungo i dissestati marciapiedi e le strade.
Così, marciando a capo chino, passiamo senza vedere niente accanto a cose che pure meriterebbero un briciolo di attenzione, un'occhiata curiosa: potrebbe essere il fregio di un palazzo, il particolare di un monumento, lo spruzzo di una delle rare fontane, l'angolo di un giardino o di un cortile, un albero dall'aspetto singolare. Potrebbe essere un albero. Nel nostro caso, è un glicine. I botanici insegnano che si tratta di una pianta dicotiledone, della famiglia delle papilionacee, scientificamente battezzata "Wistaria sinensis" o anche "Kraunhia floribunda" e che è originaria della Cina. Chiusa la parentesi dotta, andiamo ad ammirare quel glicine davvero speciale che ha messo radici, più di cento anni fa, in via Marco De Marchi e ha infilato i suoi rami contorti nel piccolo giardino che si apre alle spalle della chiesa cristiana protestante di rito evangelico luterano. Il nostro glicine nasce da due robusti ceppi, l'aspetto è di nera cartapesta, che bucano il marciapiede e sono protetti da un basso recinto di barre di ferro. Dai ceppi si sviluppa un groviglio di grossi rami talmente contorti e ondulati da suggerire il paragone con i robusti tentacoli di un polipo gigante.
Questi vigorosi rami-tentacoli hanno preso d'assalto le tre finestre del muro di cinta, vanamente protette da grate di legno: il glicine ha forzato ogni resistenza ed è penetrato prepotentemente nel piccolo giardino, dove si è allungato strisciando sinuoso come un serpente e poi si è moltiplicato attraverso una ragnatela di più sottili ramoscelli finchè ha raggiunto e si è impadronito di un pergolato.
Per essere di città, il glicine di via De Marchi ha raggiunto un'età venerabile, dovrebbe avere circa gli anni della chiesa, inaugurata il 18 dicembre 1864. Ha attraversato momenti di crisi, è stato malato, nel 1981 fu chiamato dalla Svizzera un illustre botanico che lo rimise in salute con una energica cura ricostituente. Il pericolo peggiore era però riuscito a superarlo nel 1938 quando il nuovo piano regolatore, che prevedeva il prolungamento della via, ne aveva decretato la scomparsa. Fu invece risparmiato: gli ambientalisti esistevano anche allora e sapevano imporsi.
Oh gent, pensee al miracol! 'Na veggia glicine potenta ben franca in di tentacol, i ann hinn squas centtrenta, la viv anmò:
l'è lì, l'hann propi nò strappada anca coi lavorà per strada.
In via De Marchi, 'rent dò vii a la granda: voeuna ghe staa la pola che comanda e l'altra del poetta meneghin
che tucc el sann, el Porta scior Carlin.
 
       **************** fine giornata ************************
 
05 Aprile 2024 - venerdi - sett. 14-096
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EL VA, EL VA EL BARCHETT (2- )
Approdava e sbarcava al quartiere della Ripa o Riva, in cerca di un lavoro che fosse un po' meno da fame di quello che aveva lasciato nelle campagne. Purtroppo molti venivano aggrediti dalla tisi e destinati quindi alla consun zione: si spegneranno come il mozzicone di una candela, come ";on moccolott";. Però, sul ";barchett"; viaggiavano anche passeggeri non così affranti e sconsolati. C'eran quelli che scendevan nei dì dei grandi mercati, ed altri che venivan apposta per visitare la città, e lì ci stavano l'intera giornata ubriacandosi di progresso. Dopo la notte passata a bordo per risparmiare i soldi della locanda, ritornavano al paese: la sera sull'aia o nelle stalle, raccontavano le meraviglie viste. Gli altri ascoltavano e, la fantasia galoppava.
Gli ";altri"; erano quelli che non avevano il tempo per queste novità, ma soprattutto non possedevano la lira: per lira s'intende ";una lira";, il prezzo d'ingresso per accedere all'Esposizione Mondiale del 1906.
A cadenzare tale processione, come dice una nenia
"I dolor je cascen via
tra i fiasch in sto calvari
el lumm d'on osteria
l'è mej d'on santuari";.
badava un uomo, uno strano irripetibile ed insostituibile personaggio. Accompagnandosi con la ";vioeula";, la chitarra intonata allo sciabordio delle acque, cantava la storia di Adua, della disfatta di Dogali, della ribellione al potere centrale, causa del delitto di Piazza Vetra nel 1914.
Il tredici di agosto
in una notte scura
commisero un delitto
gli agenti di questura. Hanno ammazzato un angelo
di nome era Rosetta;
era di Piazza Vetra
battea la Colonnetta.
Chi ha ucciso la Rosetta
non è della ";ligera";;
viene dal meridione,
é della mano nera
Quando la nostalgia era ancor più struggente, narrava di piccoli fatti di uomini e donne viventi, o veramente esistiti: li incontreremo nel nostro breve, ideale viaggio.
Il suo nome balzellante al ritmo delle filastrocche, era come il batter preciso acuto e solenne di un martello sovra una stonata tastiera: ";TOROTOTELA";.
L'attività del ";barchett"; durò per decenni.
Le prime nubi sul suo inevitabile tramonto già si addensarono con l'entrata in funzione della prima tranvia a cavalli fino dal 29 maggio 1894.
E' d'obbligo ed interessante prima di procedere, inserire questa autentica annotazione.
GILDO GAMÈLA
Si chiamava Gildo, era di statura alta e smilzo di costituzione. Nome avvolto nella leggenda. Leggenda per un nome che è restato famoso nella storia civile di Verghera, soprattutto fino agli anni quaranta. Me ne parlava spesso mio padre quando, nelle fredde notti invernali, libero da impegni, si discorreva seduti davanti al fuoco acceso nel camino. Raccontavano le "storie" anche le donne del cortile, quando sul principio dell'autunno, sotto le stelle fredde della sera umida e fresca, si "spannocchiava", presente la comunità della corte al completo, il granoturco colto in quella stessa giornata. Era nato poco dopo il novanta (forse nel novantacinque) a Verghera, dove aveva fratelli. Non si conosce il motivo per cui intraprese la carriera del fuorilegge. Non risulta che abbia ucciso qualcuno. Era il capo riconosciuto di una banda di malviventi taglieggiatori, ladri di strada e di bestiame. Aspettava sulla strada, nascosto, i malcapitati da derubare che spiava di persona, facendo intervenire, al momento giusto, i compagni nascosti in luogo sicuro richiamandoli con un fischio speciale. Si racconta che i contadini facevano la guardia, armati di fucile, agli animali della loro stalla. Il Gamèla si nascondeva di giorno nella mangiatoia sotto il fieno e quando sentiva il contadino russare, gli toglieva dalle mani il fucile e così armato, slegava il vitello o la mucca o il cavallo o l'asino e lo spingeva fuori dalla stalla, tenendo sotto la minaccia dell'arma spianata il malcapitato contadino che, tremante di paura, aveva tutto l'interesse a far finta di niente.
Era costantemente ricercato dai carabinieri che arrivavano sul "posto", quando il Gamèla, a sua volta avvertito da "soffiate" inspiegabili, se l'era già svignata.
Aveva protetto la sua casa con buche, fili di ferro, corde tese contro le quali i carabinieri perdevano testa e tempo, dando modo al ricercato di scomparire senza lasciare tracce.
Una sera oscura e tempestosa, durant della legge, scappando sui tetti scivolosi delle case di una via intera. Ma alla fine fu arrestato dai carabinieri, che in quell'occasione ebbero maggiore fortuna rispetto alle altre volte, riuscendo anche a ferirlo al ventre. Fu catturato, portato sotto scorta all'ospedale. La porta della sua camera fu posta sotto continua vigilanza armata. Ma il Gamèla, che ne sapeva e ne faceva sempre una più del diavolo, riuscì a scappare saltando dalla finestra, dicono con la ferita tamponata da una mano. Alcune cronache verbali narrano che fu ucciso nella "camàna" di campagna della fidanzata, tradito da un conoscente. L'amica era di Samarate e il capanno, che serviva da deposito dei frutti della terra e di arnesi agricoli, era in località Giambrèa. Altre cronache danno versioni diverse.
Non aveva mai torto un capello, ne' rubato un filo d'erba ad un compaesano.
 
       **************** fine giornata ************************
 
06 Aprile 2024 - sabato - sett. 14-097
redigio.it/rvg101/rvg-14-097.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
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Busto Arsizio - cap. 7 (2/5)
<< Nella certezza che codesta Lodevole Deputazione Comunale vorrà farne calcolo dei miei sentimenti di filantropia, della quale ne diedi tante prove in tempi già difficili e pericolosi, mi sottoscrivo l'umilissimo dottor fisico Angelo Lualdi ».
Più prudente il dott. Custodi, che il 17 giugno scrive: « abbisognando il sottoscritto di intraprendere una cura di bagni a vapore per motivo di salute, prega questa Rispettabile Deputazione a volergli accordare una quindicina di giorni circa per intraprendere tale cura, essendo anche la stagione più opportuna.
< Siccome il Municipio di Milano fa appello anche ai Medici Chirurghi forensi per l'assistenza dei feriti così il sottoscritto (quando questa Deputazione glielo permetta) potrebbe nel medesimo tempo attendere tan- to alla cura di questi, quanto alla propria ».
Più focoso ed entusiasta il dott. Pavesi; « attesa la grande affluenza dei militari feriti, raccolti nella Città di Milano in seguito alle grandiose battaglie specialmente di Magenta e di Melegnano, ed in vista anche della eventualità d'aumento di tali feriti per altre fazioni campali che andranno a succedere, il sottoscritto in seguito al lamentato diffetto di personale sanitario, ed allo scopo anche di essere in qualche modo giovevole alla Santa Causa Italiana, prega questa Egregia Deputazione Comunale a volergli accordare un permesso di assenza onde recarsi a quella qualunque destinazione che gli potrà essere indicata dalla apposita Commissione Sanitaria Militare.
<< Il sottoscritto poi trova opportuno di ricordare come egli già altre volte si sia prestato al Servizio Militare nell'esercito Italiano. Nel 1848 egli fu addetto al Quartier Generale Principale di S. M. Sarda, come dal- l'unita dichiarazione del Medico in Capo d'allora S. Cav. Bonino; e prestò servizio negli spedali di Peschiera, Volta, Valeggio, Monzambano, Bozzolo etc. ove le mosse del Quartier Generale lo richiedevano; e nel 1849 fu addetto al corpo dei Cavalleggieri Lombardi come dall'unito attestato del Comandante di quella Brigata, al quale attestato sta pure unita la lettera di dimissione del Ministero di Guerra.
<< Ciò solo egli rende noto a codesta Perlodata Deputazione Comunale onde far conoscere con quale intimo desiderio egli ambirebbe di poter essere nuovamente di profitto a chi eroicamente espone la sua vita a prò del- la patria. Busto Arsizio 18 giugno 1859. Dottor Giovanni Pavesi, med. chir. condotto ».
La Deputazione fissò tre turni iniziali di un mese l'uno e si affidò alla sorte. Toccò per il primo mese al dott. Custodi, per il secondo ed il terzo ai dottori Pavesi e Lualdi che, « destinati dalla sorte a rimanere in Paese si sono spontaneamente e volonterosamente offerti a supplire con tutto lo zelo il quartiere destinato al me- dico assente ».
Dopo un mese però, cessate le esigenze staordinarie, i medici foresi vengono dimessi e il dott. Custodi avvi- sa la Deputazione che rientra in sede « per riassumere le mie ordinarie mansioni presso codesto Borgo ». (Avrà fatto anche la cura di bagni a vapore?).
Il 25 aprile 1860 i tre medici condotti di Busto erano pagati con la somma di L. 1123.40 annue, a cui andavano aggiunte L. 155.55 per il servizio che essi prestavano, a turno di un mese, per i poveri del comune di Sacconago.
« ...al generale lamento di troppo tenue retribuzione dei medici condotti venne già in moltissime località provveduto con aumento di stipendio meglio pro porzionato al quantitativo della popolazione ed all'estensione del territorio; e tali provvidenze, se vennero sentite necessarie ed effettuate in località di poca importanza, ove anche gli impegni sociali non esigono grave dispendio per il medico condotto, non vorranno certo essere disconosciute in una cospicua borgata come Busto Arsizio, delle cui vistose risorse economico-finanziarie non è qui il caso di fare l'enumerazione... » : così scrivevano i tre medici << alla Esimia Giunta Municipale » che esaminata la situazione, disdettò l'accordo con Sacconago e propose, con l'aumento dello stipendio a 1400 lire, e cioè alla cifra originaria del 1849, una nuova si- stemazione delle condotte, tenuto conto che dal 1853 Busto si onorava di un Pio Istituto Ospitaliero, approvato e lodato anche dall'Imperial-Regio Luogotenente Bürger con « convenienti espressioni di encomio e di incoraggiamento ».
Quella guglia onora il mercante di schiave
I denigratori di professione, gli invidiosi, osavano sussurrare che "quello li" la sua ricchezza se l'era costruita con criminale disinvoltura, in spregio a ogni legge umana e divina, esercitando, sotto il paravento di un'onesta attività mercantile, il lucroso commercio degli schiavi; per essere precisi, la tratta delle bianche. Mercante era comunque davvero Marco Carelli, nato milanese sotto il ducato dei Visconti (siamo nel 1300 e rotti) ma poi emigrato a Venezia, dove aveva aperto portego e fondego, casa e bottega. Negli affari era certamente abile e altrettanto fortunato. Sotto la tutela della Serenisssima Repubblica, era riuscito ad allargare i propri interessi fino a raggiungere i mercati più importanti: aveva spedito corrispondenti e creato filiali nel centro e nel nord d'Europa e in Oriente. Trattava generalmente tessuti e spezie; stando alle voci maligne, gli introiti più consistenti li avrebbe tuttavia ricavati vendendo ai potentati arabi ragazze bianche.
Soltanto calunnie? La verità non s'è mai saputa, documenti non esistono o, se c'erano, non sono arrivati fino a noi. Ma quando Marco Carelli, un anno prima di morire (a Venezia nel 1394) dettò il suo testamento, le solite malelingue avevano parlato di crisi di coscienza. Perché il munifico mercante non soltanto aveva destinato un congruo lascito per dotare le fanciulle povere, ma, soprattutto (da buon emigrante patito di nostalgia per la città natale), aveva donato l'ingente suo patrimonio alla Fabbrica del Duomo: un gruzzolo di 35 mila scudi d'oro, un valore oggi valutabile in parecchi miliardi.
Soldi benedetti, chiudendo gli occhi sulla loro forse non limpida provenienza, piovuti al momento più opportuno nelle esauste casse della Veneranda Fabbrica: le spese per la costruzione del Duomo erano enormemente aumentate (si era perfino temuto la minaccia di una sospensione dei lavori) nonostante il contributo quotidiano di offerte.
Di fronte a un dono tanto generoso quanto inatteso, i responsabili della Fabbrica non erano rimasti insensibili: un atto di riconoscenza, sia pure alla memoria, era più che doveroso. E avevano disposto due provvedimenti: la dedica a Marco Carelli della prima guglia eretta sul Duomo (tra il 1400 e il 1404 e in cima alla quale, sempre nel 1404, era stata collocata la statua, commissionata da Giorgio Solari, raffigurante in sembianza di San Giorgio) il duca Gian Galeazzo Visconti al cui nome è legato l'inizio della nostra cattedrale (l'originale si trova al Museo del Duomo, sulla guglia c'è la copia).
E, secondo ma ancora più significativo omaggio al mercante Carelli, la sua arca funebre, eretta nella quarta campata della navata esterna destra, sem pre in Duomo. Sarcofago disegnato (1406) dall'architetto modenese Filippino degli Organi, mentre le statue che lo adornano sono di Jacopino da Tradate. A quei tempi, tanto si poteva ottenere donando alla chiesa 35 mila scudi d'oro.
(1) a chi fiutava l'eredità.
Cuntà 'sta storia gh'è tant de brutt e bell che, 'penna vuu el sentor de tirà i calzett el g'ha piantà 'n del goeubb 'sto scior Carell a chi usmava el palpee on gram dispett.
Mi voeuri spend 'na seggia de palanch per vess ben regordaa come on grand omm, mi voeuri senza rogn nè puu nè manch la prima guglia de piazzà in sul Domm.
Me la faa su i danee, disem, se saa: vendend tosann per ben al scior Pascià.
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07 Aprile 2024 - domenica - sett. 14-098
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TRAVEDONA-MONATE -
30) Geréte: piccola area a sud di Travedona che si affaccia sul Lago di Monate. Il nome riprende la voce dialettale gèra "ghiaia" ed è un toponimo frequente per designare aree in riva a fiumi o laghi che sono caratterizzati da ghiaia e laterizi (cfr. Gera -CO-, Cascina Gerola -80-). Il suffisso forse rimanda ad un di collettivo anche se non abbiamo altre attestazioni dell'utilizzo di questo suffisso con questa particolare voce dialettale
30) Giardinette: il nome presente sulle carte è di tradizione seria La località è nota da locali come Rucars in italiano traducibile come "luogo del rovi". In dialetto infanti novo è denominator". E una piccola area a nord del centro del paese che un tempe or contornata da un recinto. L'atto di trascrizione compito cartografo ha portato un cambiamento del nome della località da un semplice "luogo di novi ad un più "grazioso" Giardinetto
32) Grauvigna toponimo che pare un composto trasparente di "grande" e "vigna" is Sialetto denominato Granvige. Il sito si trova a sud del paese a nord ovest del Munich di Travedona
33) Isale ampia zona di Monate a sud del centro del paese che si estende lungo una propagine all'interno del Lago di Monate. A est è bagnata dall'Acquanegra (Runge). Il nome isula "isola" è frequentissimo in Lombardia ed è attribuito a leggeri pendii e dossi circondati e toccati da corsi d'acqua siano essi fiumi, laghi o semplici torrenti (ct Isola zona di Milano, Isola frazione di Valsaviore BS.)
34) Lanchè nome da riferisi al tersine milanese lanca che ha siguifcato di "stage o terreno acquirinose" La località, che dà il nome anche ad una cascina è situata in territorio di Monate poco più a sud della Cascina Carolina (cfr. Foppa della Lanca -LC Prá Lancheita-CO-)"
35) Laverine in dialetto denominata ere, che nulla a che vedere con le "lavoratrici". In dialetto, infatti, il léur è la "lepre"". Un tempo questa zona era periferica rispetto al centro cittadino ed era parzialmente coltivata a causa della presenza di animali selvatici tra i quali, crediamo, anche la lepre. La zona del Leurin oggi è localizzabile tra il Runcùn e la Funtàn pochi metri a nord del Lago di Monate.
36) Lööch: letteralmente traducibile come "luogo" ma con significato anche di "podere" dal latino locus. Territorio di estensione latitudinale che insieme al Lüghet "luoghetto" si inserisce tra il Sel e il Selve a nord est del centro del paese di Monate. Un tempo era utilizzata come le Peze. L'unica differenza è che questa terra era coltivata a frutta.
37) Marèn: area pianeggiante e un tempo acquitrinosa a sud del Runchìt in località Monate (v. Cazzago Brabbia n. 16)
L'ANTICA PIAZZA DEL MERCATO di Varese (1-3 )
Con la nuova sistemazione dell'antica piazza del Mercato varesino, sono state aperte le porte della città a un maggior afflusso di autovetture, in un punto cruciale già penalizzato per la vicinanza dell'ingresso e uscita dell'autostrada.
E così la piazza dei nostri lontani ricordi, quella che ospitava il mercato e la Fiera di Varese si è completamente trasformata sotto le ruspe demolitrici, seguendo il ritmo dei tempi moderni.
Giudicare il nuovo volto della piazza Repubblica è ancora troppo presto, ma fin d'ora possiamo dire che coloro che hanno vissuto come noi lo spirito, le caratteristiche e il ritmo dell'ariosa piazza del Mercato, non possono fare a meno di ricordare con tanta nostalgia gli anni in cui, circondata dai rigogliosi alberi di tiglio, si trasformava in vecchia fiera di villaggio, dove baracche e baracconi sorgevano allineati nell'ampio perimetro quadrato.
Il ricordo dell'antica piazza del Mercato, attraverso le scritture, risale al secolo diciottesimo, quando venne realizzata la distruzione della  Caserma vecchia , un tempo monastero dei Gerolimini, divenuta proprietà del Comune.
Noi la ricordiamo particolarmente negli anni venti, nei giorni della fiera e del mercato, quale punto d'incontro dei varesini per lo scambio dei prodotti, la compravendita della merce, attività basilare nella vita umana e nei rapporti sociali.
Con l'arrivo della primavera la piazza del mercato, sepolta d'inverno sotto mucchi di neve spalata dalle vie cittadine, si rianimava, come la fioritura dei campi e nei giorni che precedevano la Fiera di aprile, arrivavano i carrozzoni traballanti, accuratamente dipinti a tinte speciali, tra lo schiamazzare eccitato e festoso dei monelli. Dalle finestre dei carrozzoni spuntava la fungaia degli occupanti, facce cotte da ogni clima, capelli scarnigliati e sguardi che offrivano l'impudenza di una esotica curiosità. E non c'era autorità di genitori o d'insegnanti che poteva frenare l'irrequieto accorrere dei giovani curiosi, perché anche loro subivano il fascino dei baracconi.
A quel tempo la fortuna delle donne barbute, delle donne-cannone, dei fratelli siamesi e di altre infinite varianti di esemplari umani ridicolizzati da un fisico disgraziato, era dovuto all'esistenza della fiera. La gente veniva dalle campagne, dai vicini paesi e affascinata dalle voci degli imbonitori si fermava davanti alla tenda che racchiudeva l'uomo selvaggio del Congo, figlio di un gorilla e di una donna rapita dalla sua tribù nel fiore degli anni. In realtà il selvaggio del Congo era nato probabilmente alla Bovisa, ma il nerofumo e la parrucca arruffata, con l'ausilio di urla bestiali nell'interno di una gabbia di ferro, servivano alla fantasia dell'imbonitore per attirare la curiosità degli ingenui visitatori.
Nelle case non si parlava d'altro. Con aria importante e sapiente, rigidi padri di famiglia, annunciavano l'imminente arrivo del Circo Equestre Spinetto, raccontando alle mogli trepidanti ed ai figli gli anticipi di quello che avrebbero visto al Circo in una delle prossime serate.
E puntualmente, leggermente in ritardo rispetto alle altre attrattive, giungevano le carovane del Circo nelle prime ore del mattino; e nella stessa serata la tenda era già issata per lo spettacolo inaugurale, vistosamente propagandato durante la giornata dai caroselli sonori che alcuni rappresentanti del Circo eseguivano nelle strade cittadine.
Avevano ragione i nostri padri, il Circo offriva un divertimento caratteristico, originale, emozionante, tutto pervaso dal fervore dei protagonisti che nel presentare i loro numeri suscitavano una suggestione indefinibile, ma schiettamente umana.
Cavallerizzi, atleti, acrobati e pagliacci, si alternavano nell'esecuzione del programma con grande bravura, sempre accompagnati dal gradito suono di un piccolo complesso bandistico e ricevendo un uragano di applausi al termine di ogni numero.
I BARBIS DUL FURMENTON (1-2)
Non ho mai fumato, per cui mi è totalmente sconosciuto il vizio del fumo. Sui quindici anni mi sono ripromesso di non toccare sigaretta di sorta e di utilizzare i soldi che avrei speso per il fumo nell'acquisto di libri. Così ho fatto e in più di cinquant'anni ho avuto modo di mettere in piedi, rinunciando alle sigarette, una biblioteca di più di quattromila volumi, di cui non pochi difficili da trovare anche in buone biblioteche. In casa però ero circondato da fumatori. Mio padre fumava le Maryland che erano forti e lo facevano tossire tutte le mattine quando si alzava, fino a togliergli il fiato. Era fumatore accanito e la salute passava in secondo piano. In casa fumavano Nazionali e Popolari, i miei zii fumavano il tabacco (tabacc da segonda, un po' più forte dul tabacc da prima). Con le cartine di riso marca Modiano si confezionavano sigarette, "estraendo" il "trinciato forte" e le cartine della tabacchiera che tenevano sempre in tasca per averla a disposizione ogni qualvolta il desiderio del fumo si faceva sentire. In tempo di guerra si fumavano le Mìlit, andanti e grossolane. Chi non aveva soldi da spendere ed era di buona bocca raccoglieva da terra i cicch e i mucc e si confezionava sigarette eterogenee dai gusti diversi: dalle Macedonia, fini e leggere, alle Popolari, forti da mozzare il fiato, perfino con Marlboro Lights e Galois francesi.
Dal nostar tabachen sa podèa cumprà i Alfa, Africa orientale, Macedonia con o senza filtro, Popolari, Nazionali, Milit (di contrabbando), Maryland, sigarette per signorine al mentolo, Turmac bleu e Turmac rouge in scatole di latta blu e rosse (sigarette turche leggermente drogate), tabacco di prima e di seconda, trinciato forte. Toscani e tuscanèi; Virginia.
Molto usata la pipa, soprattutto dagli anziani. Non si riempivano di profumato tabacco olandese, ma di trinciato che aveva odore (non si può parlare di profumo) ordinario e che restava a lungo sospeso in aria. Qualche vecchio masticava tabacco. Ho conosciuto un veneto (Pizzaia Giacomo) che fumava il toscano tenendo la parte accesa in bocca.
Aveva così tanto fumato che non sentiva più né l'odore né il profumo di qualsiasi genere di tabacco. Noi ragazzotti per darci aria di importanza, fumavamo nella pipa la camamèla (camomilla). Il profumo era buono ma richiamava insonnia e atmosfera da infermeria. È i ragazzi ai quali era severamente proibito fumare, (ta spùza 'I fiad. Fa sentì. Balabiott, t'è fumàa. Ghal dìsi mi al tò pà) come si comportavano?
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La lista degli argomenti della settimana 14
  1. al bar e a tavola senza rimòrs se te scernisset on prodott  ripulito
  2. bonvesin de la riva
  3. busto arsizio - cap. 7 (2/5)
  4. busto arsizio - gli inizi del borgo cap. 2 (4/4)
  5. chi se troeuva semper in stat debitori el paga quand pissa el [cavall del missori.
  6. com'era il mio paese (1930 circa) - (2/3)
  7. com'era il mio paese (1930 circa) - (3/3)
  8. dal 1945 al 1960 (6/13)
  9. e' guarito il glicine dai sinuosi tentacoli
  10. el sanguinarj quand l'è bel cott e serviì denter on piatt te el manget per conilij anch se l'è gatt!
  11. el va, el va el barchett (1- )
  12. el va, el va el barchett (2- )
  13. gildo gamèla
  14. i barbis dul furmenton (1-2)
  15. l'antica piazza del mercato di varese (1-3 )
  16. la rotonda della besana (fondazione 1692) -  via besana 12
  17. la via dall'eden - (9-10 ottobre 1897)
  18. pappa buona  - (31 marzo-1 aprile 1897)
  19. quella guglia onora il mercante di schiave
  20. travedona-monate -
  21. travedona-monate -
Sommario
Le dirette
Pensiero della settimana
 

lib373-Settimana-15

RVG settimana 15
 
Radio-video-giornale del Villaggio
redigio.it/rvg100/Radio-Fornace-informa.html -     redigio.it - Il sito di origine   
Settimana-15 del 2024
 
 
RVG-15 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 15       2024-04-08 -  Aprile - Calendario - la settimana
08/04- 15-099 - Lunedi
09/04- 15-100 - Martedi
10/04- 15-101 - Mercoledi
11/04- 15-102 - Giovedi
12/04- 15-103 - Venerdi
13/04- 15-104 - Sabato
14/04- 15-105  - Domenica
 
08 Aprile 2024 - lunedi - sett. 15/099
redigio.it/rvg101/rvg-15-099.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg101/rvg-xxx.mp3 -  qualche parola sull'
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2111/QGLH1041-tradizioni-milanesi-pt03.mp3 - #7,32 -
redigio.it/dati2112/QGLH1177raccolra-melgone-1.mp3 - 6,34 - la raccolta del melgone - le pannocchie -
ANDATA E RITORNO: - VIAGGIO NEL TRAPASSATO REMOTO (1-3)
La mamma mi raccontava spesso come il nonno muratore per non spendere soldi a comprare il biglietto del treno, andava a piedi a lavorare fin nella Svizzera tedesca.
In maniera simile si comportava a stagione finita per non intaccare il gruzzolo messo da parte con grande fatica e non poca abnegazione. I nostri vecchi - quando capitava andavano a piedi fino a Milano. Nel mio cortile abitava un meccanico molto bravo nel suo lavoro, che nei giorni lavorativi percorreva mattina e sera col sole, col vento, nella bufera del temporale estivo, sotto le nevicate di dicembre e di gennaio - la strada che andava da Verghera, piazza Volta, fino a Crenna e viceversa: in un anno quasi un giro d'Italia a piedi. Ciao, Alfredo. Ma non era il caso di meravigliarsi. Ai miei tempi a Verghera, non c'era la quinta elementare che ho dovuto frequentare a Gallarate. Due andate e due ritorni al giorno per tutti i giorni feriali con qualsiasi tempo, giovedì eccettuato, perché giorno di vacanza. Non poco per un ragazzino di dieci anni, anche se percorrevo il tragitto in bicicletta
Il primo viaggio della mia vita mi ha portato fino a Venezia. Era la metà degli anni trenta, eravamo almeno un centinaio di Verghera su di un treno che era più una tradotta militare che un treno passeggeri: classe terza scarsa, sedili di traversine di legno, vetri appannati da mezzo dito di polvere, trainato da una locomotiva della prima Guerra Mondiale, dalla cui ciminiera uscivano volute di fumo nero, tossico, puzzolente di anidride carbonica e pieno di corpuscoli di carbone acceso, dolorosissimi se entravano negli occhi, fischi laceranti ad ogni passaggio a livello, una sinfonia continua di assordanti rumori di vecchie ferraglie.
Tutto per amore della città lagunare, della Cà d'Oro, delle Procuratie Nuove e dei rii stagnanti infestati di immondizie, di moscerini, e di sgradevoli odori.
Poi Caravaggio. Tutti gli anni, per grazia ricevuta. In comitiva sul pullman di sessanta/settanta persone. Prima tappa Caravaggio con la messa, la comunione, le preghiere in santuario.
Poi scappate veloci a famose località vicine. Il posto più bello e le maggiori attrattive artistiche ce le ha offerte il Palazzo Visconteo di Brignano Gera d'Adda. Per la nostra sommaria istruzione artistica era come un fantastico palazzo delle fate. Una meraviglia.
A Caravaggio, per tener fede a un voto di mia madre, siamo andati almeno una trentina di volte. Ci meravigliò, le prime volte, la maestosità della basilica, gli ex-voto che tappezzavano le pareti interne del santuario e le piante di granoturco alte almeno due volte rispetto a quelle delle nostre campagne (con pannocchie lunghe quaranta centimetri), gli infiniti rivi e roggie d'acqua che servivano a bagnare prati e irrigare coltivi in caso di siccità o di scarsa pioggia. Sempre in comitiva, col conforto sonoro della banda musicale per festeggiare la festa sociale annuale, si faceva la traversata in battello del Lago Maggiore, da Arona a Locarno, con fermate intermedie alla Rocca d'Angera, al Palazzo Borromeo dell'Isola Bella, a Santa Caterina del Sasso e alla Madonna del Sasso di Locarno.
TRAVEDONA-MONATE -
38) Marsc: area adiacente al Maren. Con tutta probabilità l' etimo è da ricercare nella voce dialettale marse "marcio", in riferimento forse ad una marcita li presente.
39) Matèe: toponimo di dubbia origine. Alcuni abitanti del luogo indicano questa zona come l'antico luogo dove venivano uccisi e macellati gli animali, da cui forse la vicinanza del toponimo con il termine italiano "mattatoio". Questa località è molto a nord rispetto ai centri abitati di Monate e di Travedona, più a nord anche della località Pasquée. L'atto della macellazione, soprattutto quella in serie, era un atto da tenere lontano dalla vista delle persone, poiché era un momento di morte che male era vissuto all'interno della comunità.
40) Mis'ciane: terreno ai piedi della Crosa a pochi passi dal centro del paese. Il nome forse designava un'area coltivata con vari prodotti da cui il nome dialettale mis'cia "miscuglio".
41) Miseröö: piccolo agglomerato di case a ovest di Monate verso il comune di Cadrezzate. Il toponimo è riconducibile al termine dialettale miserin "misero" tipo di terreno. e si rifa, forse,
42) Mogni: in dialetto la zona è nota come Mögn. È presente anche la località Salt de Mogn. Le due aree sono limitrofe e si sviluppano in una piccola propaggine di terreno che immette direttamente sul Lago di Monate
43) Molini: in dialetto denominato Murin. Zona a est del centro di Travadona in cui scorre il fiume Acquanegra. Qui un tempo sorgeva un mulino detto Murin di Val "mulino della valle" che sfruttava appunto tale risorsa idrica.
44) Moncucco: noto come Muncüch. È un lieve dosso che si trova a sud del paese in direzione di Comabbio. Non ha niente a che fare con il Moncucco di Comabbio e con lo stesso toponimo rilevato a Cadrezzate
45) Mont: "monte" è l'altura che caratterizza Travedona con i suoi 301 metri ed è il luogo che ospita la cave. Nella cartografia ufficiale è detto Montebello, ma i locali non hanno mai utilizzato tale denominazione.
46) Monteggia: in dialetto Muntége, è una zona isolata ad est del comune sul confine con Bregano.
Riflessioni su Dio tra grigliate carnivore, vegetariane, vegane…
Tra grigliate carnivore, vegetariane, vegane…
PER SORRIDERE UN PO’
Più volte ho detto del presunto Dio di amore che – pur essendo onnipotente e capace quindi di escogitare ogni possibile sistema di nutrimento per i viventi – “crea” o quanto meno “permette che si sviluppi” un fenomeno così crudele come quello della catena alimentare, a causa della quale milioni di individui, per vivere, sono costretti a produrre terrore, generare atroce sofferenza fisica e dare la morte a milioni di altri individui… ogni giorno.
Poi mi viene detto che questo Dio di amore ha “pensato, voluto e amato l’uomo” fin dall’eternità, creandolo (??) e ponendolo addirittura al vertice della creazione.
Non posso fare a meno di pensare a un particolare: lo ha posto al vertice, ma contemporaneamente lo ha inserito a pieno titolo nella catena alimentare, e non solo come consumatore ma proprio come “cibo”.
Già!
Me lo vedo, questo Dio, mentre dice alla sua amatissima creatura:
“Caro Uomo, io ti amo da sempre ma, se vuoi un consiglio, difendi i tuoi cuccioli perché, per il modo in cui ti ho creato, rappresentano un cibo molto appetitoso per un sacco di altri esseri viventi (dalle formiche, alle fiere fino ai rapaci…).
Da adulto vedi poi di acquisire la capacità di fuggire o di uccidere per difenderti, perché un sacco di altri esseri viventi ti assaggeranno molto volentieri: devi però dotarti di strumenti di difesa perché quelli che ti ho dato io non sono per nulla sufficienti… purtroppo mi è scappata la mano e i tuoi predatori ne hanno di ben più efficaci dei tuoi… sai… loro hanno artigli, zanne, becchi potenti… odorato, udito, vista finissimi… corrono, nuotano o volano velocissimi… tu sei un pochino impedito e mediocre in tutte queste cose… purtroppo questo mi è sfuggito (non ho pensato a tutto) ma oramai la frittata è fatta… quindi… amatissima creatura mia, usa la tua intelligenza… datti da fare se non vuoi essere cibo…. Scusami… è andata così… ho fatto un po’ di casino ma devi capire: in fondo non sono mica Dio”
 
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09 Aprile 2024 - martedi - sett. 15/100
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Busto Arsizio - cap. 7 (3/5)
«Al dott. Lualdi, condotto e direttore dell'Ospedale venivano assegnati, con la nuova sistemazione, 2446 << anime » del quartiere interno; agli altri due, rispettivamente 4643 « anime » sparse in 202 case e cascine, e 4600 << anime » in 196 abitazioni, il tutto gravato da numerosi obblighi, che risalivano a un capitolato del 1817, discusso, abolito e risuscitato più volte. Non era escluso, fra l'altro, l'obbligo di due visite al giorno agli ammalati acuti e di due visite settimanali ai cronici << non dovendoli privare nella loro infelice posizione della soddisfa zione di vedersi non dimenticati dal medico >>. I condotti non potevano << obbligare gli ammalati di malattie tanto mediche che chirurgiche a recarsi per la visita al domicilio del medico-chirurgo, meno poi per salassi » nè, tanto meno, ricettare << in casa o per istrada agli ammalati giacenti a letto »; o chiedere compensi ai poveri, anche se « esteri »>, nemmeno sotto forma di generi vari. Solo coi non poveri, ai quali non dovevano in nessun caso rifiutare la assistenza, potevano far valere « il diritto al giusto compenso de' suoi incomodi ». Dovevano inoltre < essere solleciti » di notte, visitare gratis i gendarmi, consegnare al parroco gli attestati di visita ai cadaveri, assistere le donne partorienti, « aver occhio che non si esercitasse l'arte ostetrica da persone non approvate », invigilare sulle levatrici « perchè non eccedano i limiti dell'arte prescritta nei parti naturali » e anche << in genere » sulla loro condotta morale, vigilare sui << cerretani, i venditori di medicamenti », ecc.; eseguire gli innesti del vaiolo, tenere un registro giornale degli infermi, non allontanarsi di molto dalla residenza << nè di giorno nè di notte, ed in ogni caso lasciar scritto al proprio alloggio l'indicazione del luogo ove potrà essere reperibile» ma, sopratutto, denunciare tosto alla Deputazione << qualunque cosa che arrecar possa discussioni, o dissapori fra i medici-chirurghi condotti » perchè questa possa interporre tutta l'opera sua per « combinare in modo che la buona armonia tra di essi tanto utile al diligente servizio degli ammalati non abbia mai ad alterarsi ».
Invece, oh invece!
Tutto questo accumularsi di doveri, di regolamenti, di capitoli normali ed addizionali, aveva, come oggi, messo di malumore i medici. Perchè tante norme quando sarebbe bastato scriveva il dott. Pavesi simpegnare pei poveri le relative incombenze, prestarsi a tutte le visite ordinarie e straordinarie, diurne e notturne, nel numero richiesto dalla gravezza rispettiva dei mali... », esercitando le proprie funzioni «< in modo degno della propria qualità, e conforme ai principj della scienza, alle pratiche dell'arte ed ai dettami della coscienza? In questo unico, verrebbero a concentrarsi tutti i numerosi e prolissi capitoli normali e addizionali che si vorrebbero ora richiamare in vigore; e, per tal modo, i medici condotti, penetrati della alta missione a loro affidata dalle leggi della filantropia e dell'umanità, e non dalla sterile materialità di un capitolato, sapranno meglio adoperarsi al disimpegno delle loro incumbenze, onde, meritarsi sempre più la stima e l'affezione della popolazione. »
Quante cose e quante esperienze fanno mai gli uomini, che presto dimenticano! Da quanti anni si cerca mai di strozzare coi regolamenti un'arte che è solo confidenza, fiducia, passione, devozione?
Ma anche questi benedetti medici non sono propriamente degli stinchi di santo.
Dal 1945 al 1960 (7/13)
M: Ann milanes te diset, ma mì disaria anca tanto american. perché bisogna ricognoss che el gran svilupp che gh'emm avuu in Italia e anca a Milan in quei ann, l'è cominciàa cont i aiutt del piano Marshall, cioè danée e sostanz che gh'hinn stàa mandàa da l'America, e l'Italia la podéva nò daggh nient in cambi, cioè l'alleanza politica cont l'occident, cont el Patto Atlantico e i basi militar che gh'hinn ancamò incoeu dopo 80 (vottanta) ann. Ogni modo, hinn stàa ona grand desèna 'sti ann '50 (cinquanta), quei del boom economich, quand in tutta Italia, ma soratutt a Milan s'hinn giustàa quasi tucc i fabbrich che gh'aveven avuu di dagn in la guèrra e ghe n'era vegnuu su on sacch d'alter noeuv che s'éren miss a fabbricà i novità che seguitaven a vegnì foeura: i elettrodomestich, la plastica, i ròbb de consum, cont tanta gent che la se spostava dai cà de ringhéra, in dove lassaven spazi a quei che ve gniven de foeura, per andà in di condomini de vòtt pian che vegniven su compagn di fung; e poeu i scooter, cont la Vespa e poeu la Lambretta; l'automobil, la sescent prima e poeu la Cinqcent, la television, che la costava pussée del l'automobil, e semper a firmà pacch de cambiai, che se sperava de podè pagà; Ma inscì i milanes, vècc e noeuv, hann poduu cognoss on benesser mai vist in tutta la storia e soratutt spanduu a ona gran quantità de gent. Gh'eren semper i sciori naturalment, magari pussée sciori, e gh'eren semper anca i poveritt, forse meno poveritt, ma gh'era de lavorà per tucc e gh'era semper pussée gent che la faseva crèss ona via de mèzz che l'è stàa ciamàa el ceto medio, che l'è poeu stàa la vera sostanza de la Milan moderna.
C: L'è anca vera però che l'America in quei ann lì l'è stada on po el nòster modèll, cont el cinema, la musica, i articol de sum, el ciuingum (chewing gum) e el bughi vughi (boogie woo- gie), e tanti alter ròbb che cognossévom nò e che gh'è minga dubbi che gh'hann fàa viv mei e a pussée bon mercàa. E poeu bisogna mai desmentegà che hinn anca quei che gh'hann liberàa dal fascismo e dai alter dittatur; fo fadiga a capì come el sia success che dopo nanca vint'ann el sia vegnu foeura on odio antiamerican dai sessantottin che da 'sta gent gh'aveven praticament avuu tusscoss, benesser, possibiltà de lavorà e studià, e de viv in pas per tanti ann.
Le fornaci con forno Hoffmann (1-3)
Le prime fornaci risalgono all'epoca del Catasto Teresiano (1730-1760) e sono site lungo i margini del filone argilloso piu' antico: altre risalgono ai primi anno del novecento e sono dislocate ai margini dei filoni argillosi piu' esterni, in prossimita' delle vie di comunicazione, le fornaci sopperirono pertanto, in parte, alla mancanza di industrie "particolari" sul territorio sfruttando la stessa sterilita' del terreno.
L'insediamento delle fornaci segui' quindi schemi di divisione delle terre e di sfruttamento intensivo del terrazzo argilloso: in un primo tempo a isole nella parte centrale (antico), successivamente a strisce perimetrali lungo i lati del terrazzamento (piu' recente).
L'argilla delle Groane e' del tipo "detritico", cioe' formatasi e raggruppatasi per l'azione del trasporto nelle varie fasi geologiche. E' grassa e porosa, molto ferrata (ossido di ferro), adatta per la fabbricazione soprattutto di mattoni pieni.
Le terre adoperate per ala fabbricazione dei mattoni sono principalmente composte da silice ed allumina, calce carbonata, sabbia, ossido di ferro, acqua, ma si classificano soprattutto in base alla quantita' di sabbia contenuta: argilla grassa o argilla magra.
L'origine del mattone, ossia delle pietre artificiali fatte con terra - laterizi - risale alla piu' alta antichita'. L'omogeneita', una cottura regolare, un colore uniforme, un suono chiaro sotto la percussione sono da sempre i principali caratteri che distinguono i buoni mattoni.
La fabbricazione del mattone porto' alla Lombardia, nel 1928, il primato per il numero delle ditte e addetti presenti sul territorio. Quindici ditte operavano sul pianalto delle Groane che porto' ad esse, nel 1956, il primato della produzione nazionale.
La tecnologia piu' avanzata della lavorazione dell'argilla non differisce di molto dalla tecnologia primitiva di ibernazione-estivazione, sminuzzamento-impasto, modellatura, essicazione, cottura.
L'argilla , cavata manualmente (generalmente nei mesi autunnali) da squadre composte principalmente da un nucleo familiare, veniva ammucchiata per ibernare e nelle zone calde per essicare affinche' l'azione degli agenti atmosferici compisse la prima sgrossatura della terra. Nei mesi primaverili, solitamente i ragazzi e le donne provvedevano a pressarla con i piedi, dopo che era stata temprata con acqua prelevata da buche, chiamate "foppe".
Il "formista" provvedeva alla successiva fase della modellatura dei mattoni, per la quale venivano utilizzate cassette di legno.
 
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10 Aprile 2024 - mercoledi - sett. 15/101
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ANDATA E RITORNO: - VIAGGIO NEL TRAPASSATO REMOTO (2-3)
Le marce suonate dalla banda ci tenevano compagnia e in allegria dalla partenza all'arrivo, sia nell'andata che nel ritorno, specialmente al ritorno, i bandisti erano più allegri e più allegra era la musica che suonavano con non poche stonature.
Non avevano un fine orecchio musicale ma le intenzioni erano buone sia quelle della banda che le nostre: produrre un certo gradevole suono e godere del suono prodotto, suono sempre scanzonato e a volte perfino digestivo.
Poi c'erano le gite organizzate dall'oratorio e riservate ai giovani: gita con puntata all'isola di San Giulio, al Sacro Monte sopra Varese con visita alle cappelle e successiva scalata del Campo dei Fiori e fotografia di gruppo davanti alle tre crocette, al Mottarone dove si aveva la visione simultanea di tre laghi lombardi (o quattro?), a Varallo, al santuario di Crea, alla casa natale di Don Bosco.
Non sempre si andava così lontano. Si girava il mondo che ci circondava da vicino in bicicletta. Forse erano quelle le gite migliori, le più amate e le più desiderate.
Un continuo scattare, una voglia pazza di arrivare primi in un dato posto, buttarsi a capofitto nelle discese con audace sprezzo del pericolo, arrancare in testa, magari col fiato grosso e le gambe a pezzi, pur di arrivare soli in cima alle salite come fossimo dei Binda o dei Bartali in erba (di Coppi, che non era arrivato ad essere famoso, non si parlava ancora sui giornali).
Oh la beata gioventù che non ci abbandonava mai, che brillava nei nostri occhi accesi dallo sforzo del pedalare, nel continuo gridare a squarciagola compagni che non erano lontani da noi che qualche metro, cantare, fischiare, schiamazzare, fare scherzi ed essere vittima di scherzi.
Non è vero - ora che ci penso che il mio primo viaggio è stato quello di Venezia. Ero da poco chierichetto quando Don Dante, mi portò, insieme agli altri chierichetti più anziani di me, ad una gara di catechismo per chierichetti, a Milano.
(Ho ripetuto in una sola frase per ben tre volte il sostantivo chierichetti: che sottolineatura blu su due dei tre chierichetti avrebbe tracciato la mia maestra Ida Comuni ancora viva qualche anno fa. Hai quasi cent'anni, se vivi, ti benedica il Signore).
Avevo una tale paura di non essere in grado di rispondere alle domande che non mi bastava l'animo di guardare in giro.
Non mi accorsi dei tram, dei palazzi molto più alti e molto più belli della casa della nostra via Palazzo; non provai stupore neanche alla vista della selva, delle guglie e delle statue del Duomo; la Scala mi lasciò indifferente, e così pure la Galleria.
Dal 1945 al 1960 (8/13)
M: L'è minga facil de capì, ma in 'sti ann '50 (cinquanta) gh'è staa on personagg che l'ha vorsuu dì tanto per Milan, ma che cont i american el gh'ha avuu i sò bei problemm: Enrico Mattei, on ex capo partigian che l'è stàa miss a liquidà l'Agip e invece de seràlla l'è riessì a falla crèss fin a falla diventà tanto granda de dagh fastidi ai compagnii american del petroli, e inscì gh'è quaighedun che ghe dà la colpa pròpri ai american per la soa mort, che la gh'è stada nel 1962 (milanoeuvcentsessantaduu) quand el sò ae- roplano l'è s'cioppàa in aria appèna foeura de Milan, intant che l'era adrée a atterrà a Linà. El rivava da la Sicilia e gh'è chi dis che gh'è de mèzz la mafia, de concert appunto cont i american. Ona gran brutta storia, che certo l'ha fa vedè l'America sotta on profil certament minga bèll e l'ha fa vegnì tanti dubbi anca a quei che ghe voreven minga mal. Ma insèmma a la soa storia de partigian, politich, industrial, editor (el giornal Il Giorno l'ha fondàa lù in quei ann lì e l'era diventàa in svelt el primm concorrent del Corriere) el Mattei gh'ha lassàa Metanopoli, on noeuv quartier crèssuu tra Milan e San Donà, on borg vegnuu su intorna a la fabbrica e i sò uffizzi, e abità dai sò lavorador, complètt de scòll. gésa, impiant sportiv, e servizi vari, che l'è stàa on po l'esempi di alter sitt vegnuu su intorna a Milan a la stessa manéra, come Zingonia, Brollo, Borghi e alter che ciappaven el nom dai padron di fabbrich. Insèmma a 'sti iniziativ che podàrium ciamà appunto padronai, in di ann '50 (cinquanta) i cà seguitaven a vegnì su in tutt i manér, dai casermoni popolar, ai condomìni de proprietà, ai primm grattaciei, in piazza Repubblica, a Porta Volta, fina a la torr Velasca, che in principi l'era minga piasuda, ma che poeu l'è di- ventada anca lée vun di simbol pussée caratteristic de Milan. Poeu l'aeroport de Linà, che per quei ann l'era el massim, anca se in pocch temp el sarìa restàa on aeroportin de città, tanto comod però per nun milanes e anca per el traffic de gent italiana e straniera che la vegniva a Milan semper pussée numerosa per i sò affari.
C: Certo che tucc quei cà che hinn vegnuu su compagn di fung hann fàa anca crèss di periferii dove viv l'era giamò in princìpi minga tanto bell e hinn diventàa semper pégg, e poeu gh'hann minga aiutàa a fagh avè ona bèlla immagin, vist che i tanti vis  tador che te me diset, vegniven minga chi per turismo, anzi, ap- pèna podeven scappaven via. E pensà che de ròbb bei a Milan ghe n'era semper tanti, anca dopo che la guèrra n'aveva trà giò on po. L'è on'immagin de città che fèmm semper fadiga a fà capì a chi ghe cognoss minga. Ma d'altra parte i primm a credegh pocch semm nun milanes, che appèna gh'emm on quai dì liber, semm subit pront a scappà via de Milan, anca se chi visin gh'emm debon di gran bei post, el Lag de Comm, el Maggior, la Brianza, che se fudesser inturna a quai altra città sarien consideràa insemma a la città stessa.
Le fornaci con forno Hoffmann (2-3)
Dopo l'essicazione il mattone veniva raccolto, sempre a mano, e in "cobbie" (pacchi regolari nel numero e nella forma) sotto le falde del tetto, per venire poi introdotte all'interno del forno.
L'antisignano del forno moderno e' stato il forno a pignone caratterizzato da una forma piramidale che racchiudeva al proprio interno, intorno ad una buca scavata nel terreno, i materiali da cuocere.
Questo tipo di forno "a fuoco intermittente" causava una saltuarieta' nella produzione in quanto obbligava a lunghe e improduttive soste in attesa di carico, cottura e raffreddamento del materiale; inoltre aumentava il rischio cui era sottoposta l'intera produzione. Questo spiega l'intromissione di segni religiosi che ricordano l'atavica venerazione per l'elemento fuoco.
L'avvento del forno Hoffmann, messo in funzione per la prima volta il 22 novembre 1858, col principio del funzionamento del forno continuo, con il recupero del calore, produsse effetti sorprendenti, contribuendo a meccanizzare l'industria dei laterizi.
I primi forni Hoffmann hanno la forma di una galleria circolare fiancheggiata da due muri verticali e coperta da una volta: nel muro esterno ci sono varie aperture o porte per "infornaciare" e "sfornaciare"; nel muro interno esistono bocche aperte a livello del pavimento che, con condotte in muratura regolate da valvole a campana, permettono alla galleria di comunicare col collettore del fumo; quest'ultimo circonda la base del camino, che per mezzo di aperture, attiva il tiraggio del fumo stesso.
Nella volta si trovano, ad intervalli regolari, aperture munite di coperchio per l'introduzione del combustibile. Il fuoco e' attivato in due celle dalle quali fuoriescono i prodotti della combustione che riscaldano i mattoni posti nelle celle successive. L'aria che entra dalle porte di celle antecedenti si scalda a contatto dei mattoni in queste contenuti, gia' in fase di raffreddamento, accellerando cosi' il raffreddamento stesso e acquistando del calore che rendera' piu' sollecita la cottura dei mattoni posti nelle celle in cui si fa fuoco. Scaricando cosi' le celle nelle quali i mattoni si sono raffreddati e ricaricandole con materiali pronti per la cottura, l'operazione diventa continua. E' per questo che le fornaci Hoffmann sono dette a "fuoco continuo".
Col tempo il forno Hoffmann assunse la forma allungata per permettere il passaggio uniforme delle correnti d'aria calda e fredda; il camino venne spostato lateralmente o in testa al forno.
Per meglio proteggere i mattoni durante le fasi di carico e scarico attraverso le bocche, vennero allungate le falde del tetto: nel forno Hoffmann, a differenza del forno a pignone dove le "cobbie" costituivano il nucleo centrale fisso del forno, l'accatastamento del materiale e' distribuito su tutta la lunghezza del percorso esterno per essere poi introdotte attraverso bocche laterali.
Il taglio delle teste permise di caricare i pacchi di mattoni sfruttando meglio la capienza del forno ed i mezzi meccanici. Quest'ultimo intervento inizio' il processo di meccanizzazione che stravolse la conformazione originaria.
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11 Aprile 2024 - giovedi - sett. 15/102
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Finiti al castello i guai del bel Gastone
Certamente non è famoso come Ilaria del Carretto, che riposa serena nel Duomo di Lucca, né attira baci di romantiche visitatrici come Guidarello Guidarelli, che dorme all'Accademia di Belle Arti di Ravenna. Tuttavia un indubbio fascino, una suggestiva nota patetica non possiamo negarli al nostro (lo conserviamo al Castello Sforzesco) seppur meno celebre Gaston de Foix. Il quale aveva qualcosa in comune con Guidarello: erano vissuti nella stessa epoca, avevano esercitato il mestiere di «uomo d'arme», erano morti di morte violenta e in giovane età: a 33 anni nel 1501 Guidarello, a 23 Gastone nel 1512, proprio davanti alle mura di Ravenna.
Per quanto interessa il nostro racconto basterà ricordare che, agli inizi del '500, il re di Francia Luigi XII, vantando discendenze dai Visconti e quindi titoli per pretendere il ducato di Milano, arriva in Lombardia e caccia in esilio Ludovico il Moro.
Nasce un conflitto che dura anni, scendono in campo papa Giulio II, il re di Spagna, l'imperatore Massimiliano, Venezia, staterelli minori e le milizie svizzere che, essendo mercenarie, cambiano disinvoltamente bandiera e si offrono a che più le paga.
Nella guerra che non conosce soste, anno 1511, il comando dell'esercito francese viene affidato al poco più che ventenne Gaston de Foix, duca di Nemours, figlio del visconte di Narbona e di Maria d'Orleans, sorella del re. Il regale nipote è un bel condottiero, valente e fortunato, infila vittorie su vittorie, lo chiamano la «&lt;folgore d'Italia». Finché, 11 aprile 1512, giorno di Pasqua, presso Ravenna si combatte una gran battaglia e Gaston, in una mischia, è sbalzato di sella e ucciso da fanti spagnoli a colpi di spada e di picca.
Il cadavere è trasportato a Milano e sepolto in Duomo. Ma in quello stesso anno, mutate le sorti dei belligeranti, lo strappano dalla tomba per mostrarlo in atto di sfregio alla guarnigione francese assediata nel Castello. Lo ripongono poi nella chiesa del monastero di Santa Marta che sorgeva sull'area dell'attuale piazza Mentana. Trascorsi dieci anni e sfrattati i francesi, i miseri resti una volta ancora vengono rimossi e finiscono dispersi nel fossato del Castello.
Sorte non più felice è toccata al monumento funebre, voluto dal nuovo re di Francia, Francesco I, e commissionato nel 1515 allo scultore milanese Agostino Busti detto il Bambaja: non fu mai portato a termine e i vari frammenti, rimasti per anni presso Santa Marta, andarono ad arricchire musei e collezionisti privati. A Milano, in una sala del Castello, è stato raccolto il nucleo più consistente del sepolcro smembrato. Andiamola a vedere la statua giacente del glorioso guerriero.
Nanca pù in Domm se poeu ben requià pensand a la toa fin, Gaston de Foix. Spacchen la tomba 'me spaccaa on quadrell per mostral ai frances saraa in Castell. Poeu, finalment, 'me dis 'na veggia carta, el poggen in convent a Santa Marta. Ma anmò no l'è fenida per 'sti oss che, via i frances, je sbatten in del foss. E lì, al Castell, de 'sto bel pretendent a gh'è restaa on tocchel de monument.
Le fornaci con forno Hoffmann (3-3)
La produzione a "ciclo continuo" rivoluziono', con l'introduzione dei mezzi meccanici, la lavorazione dell'argilla; dopo la miscelazione, per recuperare consistenza e plasticita', l'argilla veniva impastata epassata attraverso una filiera che la sagomava a secondo delle dimensioni volute per essere poi tagliata ad intervalli regolari da un filo di ferro. Tra le macchine si ricorda la "stupida" di Clayton in grado di impastare e trafilare.
I mattoni una volta formati, venivano prelevati a tre a tre, cosparsi di sabbia e posti ad essicare sulle gambette: speciali filari di legno o cemento coperti da tegole o da stuoie di paglia a protezione delle intemperie.
Il periodo di essicazione, in questi filari alti mediamente un metro da terra e rapportati sempre all'altezza dell'uomo, variava da luogo a luogo e a seconda del tempo atmosferico (generalmente da una settimana a quindici giorni).
Il ricordo delle vecchie fornaci impallidisce alla luce delle moderne trasformazioni tecnologiche. I moderni contenitori dell'industria dei laterizi, senza piu' ciminiere,sostituiti da gruppi di ventilatori, i mastodontici silos, gli impianti continui della catena di produzione, sono entrati ormai a fare parte del paesaggio industriale quotidiano.
Dove le attivita' si sono estinte le fornaci crollano o sono riutilizzate in modo inadeguato e non corrispondente alla finalita' del parco con interventi che costituiscono pesanti manomissioni del patrimonio culturale e dell'ambiente.Questi edifici, invece, la cui caratteristica principale e' "quella di essere un luogo", concorrono alla formazione di un notevole patrimonio che non deve essere disperso o abbandonato, ma ricomposto in un unico ecosistema.
Il parco nel suo piano ha definito le aree dove insistono tali strutture come zone di interesse storico ambientale nelle quali e' consentito il recupero della struttura originale, comprese le gambette per l'essicazione naturale dei mattoni.
Il fine del parco e' quello di cercare la possibilita' di soluzione del problema dell'assetto delle fornaci in funzione, il riuso di quelle dismesse, non piu' idonee a scopi produttivi, della salvaguardia dei ruderi, ove convenga, per giungere ad avviare, almeno a grandi linee, lo studio di un programmati intervento che soddisfi le esigenze del parco, dei Comuni in esso esistenti, che sia in accordo con le legittime aspettative della proprieta', potendo privilegiare fini sociali, di sostegno ad attivita' ricreative, in linea con un discorso di parco attrezzato per il tempo libero.
Da Milano a Pavia e Certosa
#vol #sett - Anche a Pavia si può andare tanto per tramway (2. ore) che per ferrovia (1 ora).
A Pavia sono degni di essere visitati l’antica Università coi suoi ricchi Musei, il Duomo e la chiesa di San Michele.
Lungo lo stradale da Milano a Pavia, a circa sei chilometri da questa città ammirasi la Certosa, giudicala una delle più insigni opere d’architettura italiana. Galeazzo Visconti ne decretò la costruzione nel 1396. Della facciata è autore Ambrogio da Fossano, che l’ha compiuta nel 1473. E ricchissima, e decorata di statue, di medaglie, ed ornati eseguiti dai più distinti artisti di quell’epoca, quali il Solaro, il Fusina, il Busti, il Marco d’Azzaie, ecc. ecc. Le cappelle che ascendono al numero di quattordici, contengono bei mosaici, per la maggior parte lavorati dalla famiglia Sacchi nello spazio di tre secoli !
Gli affreschi che decorano le cappelle sono del Panzoni.
Il Mausoleo di G. Galeazzo Visconti, il cui disegno è di Galeazzo Pellegrini (1490) fu compiuto nel 1562, da parecchi scultori, fra i quali, il Cristoforo Romano, che vi scolpi le decorazioni ed arabeschi a fogliami. Vi si ammirano le tavole rappresentanti san Brunone del Cerano, e gli affreschi nella vòlta, attribuiti al Bramantino. La Certosa fu soppressa nel 1782 da Giuseppe II. Nel 1845 vennero ripristinati i Certosini, soppressi poi nuovamente.
Origine dell’Esposizione.
L’opportunità di una Esposizione italiana, da tenersi in Milano nel 1881, e il  modo più conveniente per attuarla vennero primamente enunciati dai signori Luigi Fuzier, Luigi Ginoulhiac, Stefano Labus, Giulio Richard e Giuseppe Speluzzi alla Camera di Commercio ed Arti di Milano, nella seduta del 23 dicembre 1879.
Siffatte proposte ottennero immediata accoglienza; onde fu tosto provveduto alla nomina di un Comitato esecutivo, che, proclamato eletto nella susseguente seduta del 4 gennaio 1880, costituivasi come è innanzi indicato, e sotto la data del 1° febbraio 1880, emetteva un manifesto allo scopo di recare l’idea di una mostra dei prodotti industriali nazionali a notizia dei corpi costituiti e dei cittadini d’ogni parte d’Italia, e di provocare adesioni e incoraggiamenti. Nè le adesioni e gli incoraggiamenti si fecero molto attendere, chè anzi vennero numerosi e splendidi, accompagnati dal plauso di tutto il paese.
Gli edilìzi dell’Esposizione.
L’area occupata per l’esposizione è di circa 200 mila metri quadrati con un perimetro dello sviluppo di oltre 2300 metri; di quell’area più di 56 mila metri quadrati resta coperta da edifìci quasi tutti appositamente eretti ; codesti edifìci sorsero quasi per incanto, essendosi impiegato alla costruzione di essi circa 8 mesi. In tutto i fabbricati oltrepassano il numero di 40.
Il salone pompeiano è qualche cosa di gentile e di forma rettangolare a due piani : uno a livello della galleria principale, l’altro è una specie di gran ballatoio che gira tutto all’intorno ed al quale si accede da due scalinate laterali. Il ballatoio o galleria circolare è sostenuto da colonne scanalate, stile pompeiano, fìnto marmo, coi capitelli di bronzo, e di stile pompeiano sono parimenti tutte le decorazioni ; è in questa galleria che è collocata specialmente l’esposizione etnografica, cioè dei caratteristici e pittoreschi costumi di tutta Italia. 11 salone pompeiano è stato costrutto su disegno dell’ing. Cerutti.
Il cortile della Villa Reale fu pure convertito in una gran sala ove sono le oreficerie. Eleganti pur sono le grandi  gallerie, le decorazioni leggiere e di perfetto buon gusto a linee rosse e nere, verdi e nere, bianche e nocciuola. La rotonda esagonale di contro alla Villa Reale è un gioiello di sfumature e di ornati. Le gallerie delle macchine maestose e piene di luce hanno fondo giallo con ornati nero e rosso.
Le gallerie delle statue e dei quadri sono elegantissime, ottimamente predisposte e di un effetto davvero meraviglioso, la distribuzione della luce vi è perfetta, giammai in nessun’altra esposizione italiana e in molte altre all’estero ci venne dato di vedere così bene e così opportunamente collocate le opere degli scultori e dei pittori. I padiglioni ed i chioschi sono pur belli; hanno i pinacoli rossi cogli archi a ferro di cavallo, di stile arabo, coi trafori di legno, stile svizzero : vi sono casette e porticati di cemento, di ghisa, di ferro, tempietti di terra cotta, chdlets di legno e molte altre costruzioni di stile elegantissimo; si improvvisarono giardinetti, luoghi di riposo e di conforto pei visitatori
Arcivescovado
Nel palazzo di residenza dell’arcivescovo, vi è una bellissima raccolta di quadri. Esso è diviso in due separati cortili; uno serve per l’abitazione dell’Arcivescovo, e l’altro pel Capitolo. Il maggior cortile è di soda e bella architettura del Pellegrini, come lo è la comodissima scuderia di forma decagona a tre piani ora chiusa.
Le statue di marmo di Carrara rappresentanti le Sirene che veggonsi nella bella piazza Fontana, adiacente a questo palazzo, sono lavoro del Franchi
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12 Aprile 2024 - venerdi - sett. 15/103
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Busto Arsizio - cap. 7 (4/5)
Da molti anni, cioè dal 1828, i condotti bustesi erano assistiti da un quarto medico, o « chirurgo minore » che, nominato in via di esperimento, era stato poi trattenuto con l'obbligo di prestare la sua opera, massimamente quella del salasso, su ordine del medico, al quale il chirurgo era per regolamento << necessariamente subordinato »>, a tutti i poveri che ne avessero bisogno, al loro domicilio, salvo quelli delle cascine lontane ai quali doveva provvedere il condotto stesso.
Era, questo flebotomo, un certo dottor Domenico Bianchi, pavese focoso per temperamento e, sembra, per opinioni, propenso a considerare per ignoranti tutti questi nuovi medici che vedeva avvicendarsi in Busto a ordinare medicamenti sempre nuovi e salassi a sproposito. Il curioso era che, proprio lui, che aveva per ufficio quello del flebotomo, era un acerrimo nemico dei salassi, che faceva a malavoglia e non senza discussioni, forse per togliersi di dosso quella << regolamentare subordinazione » al medico.
Fioccavano così, da anni, contro il Bianchi, rimostranze ed accuse che la Deputazione cercava, di volta in volta, di calmare o di colpire, sempre con scarso risultato, al punto che, il 23 aprile del 1856, di fronte a un nuovo colpo di testa del chirurgo, si vede costretta a rivolgersi all'Imperial Regio Commissario perchè senta il Bianchi « sulla circostanza di non aver fatto a tempo debito alcuni prescritti salassi », che, per essere prescritti dal medico condotto, imbestialivano sempre di più il chirurgo.
Passa poco tempo, ed è la volta della Angela Cerana che espone alla Deputazione di << essere stata maltrattata con parole ingiuriose e discacciata con calci perchè cercava di calmarlo nella sua furia bestiale, rifiutandosi (il Bianchi) di salassarla >>.
Scenate del genere avvenivano ogni giorno anche in Ospedale, dove il Bianchi svolgeva le sue mansioni di flebotomo e di acerrimo competitore col direttore Lualdi; talchè un giorno << per evitare pubblicità ridicolaggini ed inconvenienti » il Lualdi riesce a farlo sospendere dal servizio, accennando anche, fra i motivi addotti nel rapporto, « alla sua maniera di pensare e per il suo cattivo carattere ». E il Bianchi, per rappresaglia, mentre accusa l'Ospedale per aver affidata la direzione alle chiacchere, ai preti e ai capricci di un individuo « che non sa nemmeno dirigere se stesso », fiuta di salassare due ricoverate dell'Ospizio dei cronici e, sollecitato per amicizia, risponde che « l'amicizia è amicizia, i diritti sono diritti, i doveri sono doveri!», mentre il Lualdi replica e l'altro controbatte che « alla fine son cambiati i tempi!» Siamo nel 1860, il patrio nuovo governo sembra voler rinnovare tante cose, spira aria di fronda contro i preti, accusati di essere ancora devoti all'Austria; e in Ospedale ben tre preti fanno parte del Consiglio!
Intanto fioccano nuove risposte. Il Bianchi, che si firma << umile servo », con evidente ironia, continua a discutere e a rifiutare i salassi: quello ordinato alla Carolina Stefanazzi abitante al civico n. 120, e quello prescritto a Luigia Bottigelli « da qualche ora travagliata dalle prime doglie di parto » e per la quale la le-atrice Carolina Tosi aveva << creduto il caso di una cacciata di sangue »>! Povero dottor Bianchi, non aveva tutti i torti; si era recato al letto della ammalata, « esplorò soltanto il polso dissero le vicine — e senz'altro disse risolutamente che si rifiutava di salassarla perchè il salasso era mal indicato e che, come individuo amante del prossimo non voleva copparla ». Ma era la medicina di allora e le obiezioni del Bianchi, considerato << l'anello di discordia tra collega e collega », non venivano più ascoltate. E così gli si gridò il crucifige quando la ammalata, salassata dal dottor Custodi, riuscì nonostante tutto a partorire e a salvare la pelle.
A furia di liti, di ripicchi, di denuncie, si arriva intanto al giorno in cui la Deputazione perde la pazienza e chiede al Bianchi una ragione di questo suo modo di comportarsi e l'archivio - cosa strana ci ha con- servato un grosso fascicolo di carte e un gioiello di r sposta, che val la pena di sfogliare.
Storie, personaggi, luoghi di Affori I due morosini (1/2)
La conoscenza di un borgo, di un paese, di un quartiere passa attraverso la sua storia fatta di eventi, date, personaggi, il tutto documentato e conservato negli archivi o nei ricordi di famiglia. Ma non possono mancare novelle, fantasie tramandate da generazioni attraverso racconti ascoltati al caldo di un camino nelle buie e fredde serate invernali. Fanno anch'esse parte del grande mosaico della storia di una comunità che condivide il quotidiano. Tra le memorie tramandate anche dai miei nonni ne conservo una in particolare, che vi racconto. Dal santuario dedicato a Santa Maria alla Fontana partiva un'importante strada che senza soluzione di continuità congiungeva le attuali via Farini, Imbonati, P. Rossi, Astesani e proseguiva verso Como, oggi chiamata via Comasina. Attraversava il borgo di Affori dividendolo in due parti ben distinte come sponde di un fiume. In quel tratto la strada era ombreggiata da una verde processione di alti pini, secolari platani, olmi e bagolari: un vero tripudio di alberi ad alto fusto, ornamento e vanto delle deliziose ville di cui Affori andava orgogliosa.
Proprio nel cuore del paese due alberi spiccavano in tutta la loro dignitosa maestosità: per noi afforesi erano la Pianta e il Pino, in realtà un platano e un cedro del Libano.
Ambedue vecchie glorie locali, cariche di età, circondate di fama e di affetto. Per chi entrava in Milano da nord o ne usciva verso le colline comasche sembravano due colonne di una trionfale porta della città costruita dalla Natura, il loro era sempre un benvenuto o un arrivederci, un souvenir o un saluto d'accoglienza: una vera favola!
Erano posti sui due lati dello  stradone principale , quasi un riflesso l'uno dell'altra. Pur essendo di pari genere (un cedro ed un platano),
Scarfa per  noi erano un Pino ed una Pianta, una vetusta coppia, ma sempre verde e di giovanile aspetto. Ogni primavera Lei, la Pianta, si rivestiva di un brillante manto che ne nascondeva l'età, Lui, sempre in impeccabile abito alla moda. Si diceva in paese che nelle notti primaverili si abbandonavano a raffinati duetti, sussurrandosi espressioni sentimentali inaccessibili a noi umani! E forse era vero. Forse si guardavano in silenzio poi, con lieve fruscio di Lei e ondeggiare della cima di Lui, si scambiavano luci e ombre, profumi e colori... E vuoi dire che non si amassero a loro modo? Li chiamavano i due morosini, ed erano amanti anche per noi ragazzi, che ne ammiravamo la bellezza, la maestosità, il loro gigantesco quanto dolce aspetto, il loro fruscio ai venti del nord, il loro abbigliamento ammantato di nevi invernali, il loro pianto con le piogge autunnali, lo splendido abito verde delle loro più serene e gioiose primavere.
DI due morosini di via Astesani in un quadro di Angelo Scorta, afforese, amico di Luigi Ripamonti, scomparso qualche anno fa.
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13 Aprile 2024 - sabato - sett. 15/104
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Dal 1945 al 1960 (9/13)
M: Incoeu, in di ann dòmila e passa, i ròbb hinn on po cambiàa, ma allora l'era inscì, anca perché sérom famos per la nebbia, tanto che tucc quei che parlaven de Milan la pitturaven semper compagn di quader del Sironi, ona specie de giron de l'inferno, semper scura e grisa, pièna de fabbrich e de fumm, e nissun ghe dava a tràa al Manzon quand el diséva che el ciel de Lombardia l'è inscì bell, quand l'è bell. E in effett Milan l'è mai stada famosa el sò clima, particolarment in quei ann, cont i inverni frèce, nebbios, cont ona carisna in de l'aria che l'era on po la conse guenza de l'industrializzazion turbolenta e senza tanti regol che la riguardava on po tucc i pussée important città del mond, ma che chi a Milan la se faseva vedè, e sentì in misura pussée forta, via che chi in de nun, in mèzz a la pianura, circola per poca e el vent l'è rar. Per fà andà i fabbrich e i riscaldament di cà se dopraven soratutt el carbon o la lègna, e d'inverno quand te passavet el did sul scòss di finèster t'el tiravet indrée tutt sporch de negher, inscì come quand te se boffavet el nas te vegniva foeura on po de quel negher che te avevet respiràa (l'alter po el restava in di polmon...). De allora i industri hinn pian pian sparì de la città e hinn stàa modernizzàa cont di macchin semper pussée rispettos de l'ambient, ma poeu bisògna dàgh el sò merit anca a quei che s'hinn battuu e s'hinn dà de fà per rend pussée vivibil la città, tanto che la nebbia l'è praticament sparida. Allora gh'eren ancamò tanti stuv, che però cominciaven a lassà post ai calorifer, el carbon l'ha lassà spazi al gasolio prima e al gas metano poeu. In compens cresséven i automobil, anca lór cont el sò bell inquinament, ma anca la benzina l'è diventada semper pussée nètta e i motor s'hinn perfezionàa per trà foeura meno sporch possibil. D'està in compens, faséva on gran cald, de nott come in del dì, soratutt in agost, cont quaighedun ch'el dormiva sora i lenzoeu bagnàa...
C: L'aria condizionada la gh'era minga...
Storie, personaggi, luoghi di Affori I due morosini (2/2)
Immagino che nelle ore soleggiate e silenziose d'estate o nelle brume autunnali si scambiassero memorie e ricordi di truppe napoleoniche, degli austro-russi-cosacchi del generale Suvaroff, dei fermenti delle epiche giornate milanesi del 1848... ma anche ricordi dello zoccolìo dei tiri a quattro con carrozze di lusso, da passeggio, e di gruppi di dame e cavalieri a passeggio o seduti ai due famosi ristoranti. Lui allargava i poderosi rami presso il ristorante con alloggio, sala da tè e biliardo  Affori chez Torretta , Lei affiancava l'altrettanto famoso ristorante  La Pianta , luoghi di incontro fra borghesi, artisti e vip. Tradizioni mantenute sino ai giorni nostri, con quel profumo di nostalgia di tempi d'oro dei salotti letterari e mondani dell'800 milanese. Tra i vari pettegolezzi sui due morosini si sussurrava anche che Lei avesse abbandonato la compagnia dei platani che adornavano il parco di Villa Litta Modignani per mettersi in bella mostra sul frequentato stradone, dove avrebbe attirato l'attenzione dei passanti op- pure per incontrare Lui, il cedro. E infatti nessuno ancora si spiega cosa ci faccia un così maestoso albero solo soletto... Pettegolezzi! Non ho ancora capito perché li chiamassero morosini: un diminutivo in contrasto con la loro ultrasecolare età; e mi domando perché non si siano mai sposati. Forse lo stavano progettando quando Lui, il maestoso, incrollabile cedro cominciò a mostrare i segni dell'età. Un inevitabile momento del ciclo della vita. Lei se ne accorse, ed ebbe inizio un nuovo corso nel loro rapporto. Quando venne quel giorno, noi ragazzini, attoniti, addolorati, delusi come dopo un sogno infranto, l'abbiamo visto cadere ramo per ramo in pezzi, un mucchio di legno e aghi color cinereo. Ogni volta che proietto nella mente quella scena, il cuore fibrilla e avverto ancora il profumo di quei rami spezzati, di quell'immenso tronco decapitato: profumo di vita mai spenta. Lei, la nostra Pianta, sbigottita, accusò il colpo; da allora non ha più indossato quello sfavillante verde di un tempo, sempre più bitorzoluta, complice anche il crescente inquinamento. Ora il suo sguardo un po' spento vaga al di là dello stradone dove, forse per attutirne il dolore, hanno piantato un albero che col tempo sarà forse all'altezza di quel cedro; ma non è più lui! Lei è sempre più amata dagli afforesi, che la annoverano fra i loro simboli storici. Ma Affori non ha più da raccontare una favola come quella, il mito è sfatato, non abbiamo più i nostri Romeo e Giulietta. Favole, nonni, camini oggi svaniscono nelle nebbie della nostalgia, rimangono solo i sogni dei nipotini!
CULTURA ISTRUZIONE (1-5 )
A Milano c'è la pratica e la grammatica... gh'è el molitta e gh'è el dottor!
?M: In effetti, quell che te diset de la cusinna el ghe porta a parlà de la cultura, che, in comune, hanno la curiosità, la voglia che abbiamo noi milanesi di interessarci di tutto, di conoscere le cose... mei se robb bonn ma anca bei. E così Milano l'è minga domà la capital del mangià ben con il suo straordinario assortimento di locali di ogni genere, ma è anche un luogo dove la cultura ha una quantità di motivi di interesse, una varietà di musei che ci raccontano dei tempi più remoti fino alla modernità più "estrema"... Insomma, storia, arte, scienza qui sono davvero di casa. E per restà ai noster dì, Milano è anche la capitale dell'editoria italiana: quasi tutti i più importanti editori sono di qui; e chi voeur mettess a scriv e mandà in gir el sò penser, per gran parte passa di qui, dove vale sempre il detto che, chi arriva a Milano, ghe domanden nò de dove el ven, ma se l'è bon de fa.
C: Ed è cultura anche la qualità dei palazzi del centro e la modernità dei nuovi grattacieli, che stanno dando nuove, inaspettate prospettive al panorama milanese, che el gh'ha nient de invidià ai quei pussee famos de alter città.
M: E poi le chiese: un numero davvero sorprendente di chiese di notevole valore e con tante varietà di stili, dal più antico romanico e certosino al medievale al rinascimentale fino all'architettura contemporanea. Con, al loro interno, una presenza notevole di d'arte: quadri, affreschi, sta- opere tue, vetrate... Tutte cose che, nei secoli passati, godevano del più grande interesse di tutti i milanesi, dai pussee sciori ai poveritt, uniti nel desiderio di vedere custodito nelle loro parrocchie il massimo della magnificenza; ed alle quali spesso lasciavano, infatti, i loro beni in eredità chirle ancora di più.
C: Forse anche perché temevano di non andare in Paradiso e cercavano così di ripagare i loro peccati... Grandi peccatori Grandi cattedrali ha scritto qualcuno. Ma i milanes d'incoeu come se comporten davanti a tanti bei robb, a tanta cultura? Ho la netta sensazione che femm fadiga a cognossei di conseguenza, non sappiamo dar loro tutta l'importanza che invece meriterebbero.
M: Ghè on po de ver in quell che te diset, perché con la scu- sa che il primo pensiero dei milanesi, forse prima ancora della famiglia, è il lavoro, sembra che tutto quello che non porta benefici concreti e rapidi non meriti di essere seria mente preso in considerazione.
C: Me ven in ment la frase attribuita a un autorevole personaggio, che con la cultura non si mangia, ma forse costui non si rende ben conto che la prima ricchezza dell'Italia è proprio il suo patrimonio culturale, che a Milano non manca proprio. Però, più che di milanesità, qui si dovrebbe lare di italianità.
M: Vero! La cultura, insieme al paesaggio, è la prima ricchezza dell'Italia intera, ma anca in quest Milan el riess quaicoss de sò, grazie alle innumerevoli iniziative nate proprio qui e che seguiten a sviluppass cont semper di noeuv idei e che, naturalmente, non mancano di caratterizzare anche i tantissimi milanesi che vi partecipano.
C: Me ven però on dubbi: 'se voeur dì cultura? Perché sento parlare di cultura quando c'è un concerto alla Scala, una mostra a Palazzo Reale, una visita guidata a Brera, un corso universitario, uno spettacolo al Piccolo, ma anche a proposito di una festa di quartiere o di uno degli innumerevoli festival che si tengono soprattutto d'estate.
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14 Aprile 2024 - domenica - sett. 15/105
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ANDATA E RITORNO: - VIAGGIO NEL TRAPASSATO REMOTO (3-3)
In prima fila c'era l'esame di catechismo e la sua ombra mi nascondeva e oscurava Milano intera.
Ma il mio viaggio di Gulliver, il mio viaggio all'isola del tesoro, il mio viaggio nel paese delle meraviglie, risale all'estate del trentadue, quando, per motivi di salute i miei genitori mi portarono a Dissimo, in Valle Vigezzo.
Nell'inverno trentuno-trentadue frequentavo la prima elementare. Ci era maestra Argia Miglioli-Lazio, la "vegèta", per noi bambini cattiva come la peste, che ci comandava percuotendoci con frequenza a colpi di canna di bambù sulle mani. La malattia fu lunga; a niente valsero le polentine bollenti di linosa né lo sciroppo Famel. Il dottor Ollearo consigliò la montagna e la montagna per me, da allora e per sempre, si chiamò Dissimo.
La prima volta viaggiammo su una balilla nera, con la tromba di gomma che faceva POT-POT con la voce lontana e roca, traballante, che arrancava lungo i tornanti della valle, lenta e bolsa, sfiancata per la fatica e che lasciammo in riposo a Meis in una stalla ripostiglio dove al momento del ritorno la trovammo decorata da una infinità di profumati regali donatici abbondanti dalle galline che vi dormivano sopra di notte. -
Salimmo a piedi fino a Dissimo su una mulattiera ripida e sassosa. La salita cominciava dal ponte dei mulini ed era lunga quasi due chilometri. Quante volte l'ho ripercorso quel sentiero, da allora a quando qualche anno dopo la guerra, si incominciò a tracciare la strada carrozzabile?
Paesino sperduto a pochi chilometri dal confine con la Svizzera, di non più di un centinaio di abitanti, senza illuminazione stradale, senza acqua che bisognava andare a prendere alla fontana con un recipiente a forma di cilindro, di legno, alto due metri che si doveva caricare sulle spalle. Per la nostra inesperienza, ci rovesciavamo sempre addosso buona parte dell'acqua in esso contenuta.
Era un paese senza radio, senza dottore, senza bar, senza ufficio postale, con pochi collegamenti coi paesi più importanti della valle, quasi sempre deserto, una specie di Tebaide di povere case disadorne, ma dove, alla sera, vedevi le stelle grandi così, perché le vedevi vicine a non più di mille metri, e vedevi la luna vagare sopra le montagne scortata da cento nuvolette gialle e grigie il verde dei prati e delle foglie degli alberi brillava alla luce viva del sole, e sentivi cadere l'acqua dei ruscello scroscianti, e sentivi la pace sospesa, invisibile ma viva, sopra la tua testa: una pace che ti confortava e ti obbligava ad essere felice.
E te rivedo, ridente e solatia, Dissimo cara,
piccolo nido d'antichi ricordi.
CULTURA ISTRUZIONE (2-5 )
M: Te set ti a dill: tutto quello che hai elencato è cultura, dal Cenacolo di Leonardo all'organo di Baggio alla sagra del Panettone. Ed è proprio per questo che Milano riesce a produrre e diffondere cultura a tutti i livelli.
C: Forse, però, minga tucc la pensen inscì. Hai citato il Cenacolo, ma mi risulta che sia l'unico sito di Milano ad essere stato iscritto nella lista UNESCO come Patrimonio dell'Umanità E tutto il resto? Il Duomo, la Scala...? Qualcuno li ritiene meno meritevoli della pizza...
M: L'UNESCO è una istituzione indubbiamente benemerita, ma come tutte le organizzazioni delle Nazioni Unite la tegn cunt pussee degli aspetti politici che delle realtà effettive, e Milano, si sa, politicamente non è mai stata molto... diciamo capace...
C: Per fortuna, però, gh'emm mai piangiuu sora. Anzi, abbiamo continuato a valorizzare praticamente tutti gli aspetti della cultura italiana, non solo di quella milanese. Penso al Touring Club, al FAI, alla Triennale, a manifestazioni e spettacoli che riempiono, numerosissimi, l'intero calendario di ogni anno.
M: Touring e FAI: uno attivo da oltre 120 anni, l'altro più giovane ma di grande attualità, nati entrambi a Milano grazie al dinamismo ed alla mentalità aperta e di larghe vedute di una borghesia illuminata, che unisce aspetti economici e culturali e l'è bonna de offrì debon un concetto concreto di milanesità. Basti pensare a come siano riusciti a diffondere in tutta Italia lo spirito di volontariato che consente di far fruire di tanti beni culturali altrimenti inaccessibili e che coinvolge sempre più persone, di ogni età e istruzione, uniti dal desiderio di conservare e valorizzare il nostro patrimonio.
C: Certo sono due istituzioni che ghe fann tanto onor, ma qualcuno dice che l'immagine di Milano che esportiamo sia basata su moda e design e shopping, che indubbiamente sono importanti, ma non esprimono la "vera" città. L'immagine più vera, dicono, è quella descritta da Testori, Jannacci, Gadda, Scerbanenco, Gaber, che quando ti e legget o ti e sentet, ghe fann sentì tanto milanes; e credo che lo facciano capire anche agli altri. Senza dimenticare che, almeno personalmente, lo stesso mi capita quando ascolto una certa aria di Verdi oppure vedo i quadri di Boccioni o sento cita- re I promessi sposi... Effettivamente, è tutta cultura che possiamo definire davvero milanese.
M: Hinn tanti i robb che fann cognoss Milan in de per tutt i canton, ma è sempre particolarmente difficile far conoscere le tante mirabili cose "nascoste" e, per questo, spesso sconosciute anche agli stessi milanesi, come i bellissimi cortili dei palazzi del centro. Ma hinn anca de meno quei che poden ammirà le collezioni che si trovano nelle case di tanti milanesi più o meno ricchi, che contribuiscono a dare lustro al nostro carattere di godere delle belle cose. Me vegnen in ment i tanti raccolt che hinn staa lassaa ai musei da privati cittadini che ne hanno goduto in vita, dalla Raccolta delle Stampe Bertarelli, alla casa dei coniugi Boschi. E a proposito del romanzo dei Promessi sposi, lassom dì che, allora a Milan, se parlava domà el dialett ed è stato proprio il Manzoni a rendere nazionale la parlata toscana anziché quella lombarda, peraltro obbiettivamente più ostica. Ma adesso che parliamo italiano, siamo criticati per come lo pronunciamo, con le nostre "e", "o" eccetera, e nei media i primi ad autocriticarsi sono proprio i milanesi, quasi che gh'abbien vergo del lor dialett.
C: Forse per questo in tutti i media si parla solo dal romanesco in giù... Mi ricordo di un Renzo Tramaglino con accento romano e la sua Lucia mica tanto distante... Ma tegnemel el noster accent, e semmen orgoglios! Anche perché è il modo forse più espressivo del nostro essere milanesi. Quanto ai patrimoni sconosciuti nelle case di molti collezionisti milanesi, restano spesso nascosti perché si teme che le istituzioni non siano in grado di valorizzarli rendendoli publici e neppure di conservarli cont almeno on po del spirit de quei che i hann miss insemma. Ma questo rafforza il concetto che la cultura produce ricchezza, se non altro perché l'è on patrimoni ch'el seguita a cress de valor.
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La lista degli argomenti della settimana 15
  1. andata e ritorno: - viaggio nel trapassato remoto (1-3)
  2. andata e ritorno: - viaggio nel trapassato remoto (2-3)
  3. andata e ritorno: - viaggio nel trapassato remoto (3-3)
  4. arcivescovado.
  5. busto arsizio - cap. 7 (3/5)
  6. busto arsizio - cap. 7 (4/5)
  7. cultura istruzione (1-5 )
  8. cultura istruzione (2-5 )
  9. da milano a pavia e certosa
  10. dal 1945 al 1960 (7/13)
  11. dal 1945 al 1960 (8/13)
  12. dal 1945 al 1960 (9/13)
  13. finiti al castello i guai del bel gastone
  14. gli edilìzi dell’esposizione.
  15. le fornaci con forno hoffmann (1-3)
  16. le fornaci con forno hoffmann (2-3)
  17. le fornaci con forno hoffmann (3-3)
  18. origine dell’esposizione.
  19. riflessioni su dio tra grigliate carnivore, vegetariane, vegane…
  20. storie, personaggi, luoghi di affori i due morosini (1/2)
  21. storie, personaggi, luoghi di affori i due morosini (2/2)
  22. travedona-monate -
Sommario
Le dirette
Pensiero della settimana

lib374-Settimana-16

RVG settimana 16
 
Radio-video-giornale del Villaggio
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Settimana-16 del 2024
 
 
RVG-16 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 16       2024-04-15 -  Dicembre - Calendario - la settimana
15/04 - 16-106 - Lunedi
16/04 - 16-107 - Martedi
17/04 - 16-108 - Mercoledi
18/04 - 16-109 - Giovedi
19/04 - 16-110 - Venerdi
20/04 - 16-111 - Sabato
21/04 - 16-112 - Domenica
 
 
 
15 Aprile 2024 - lunedi - sett. 16/106 
redigio.it/rvg101/rvg-16-106.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi
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Non fiori ma opere di bene
Quando c'era miseria e il benessere d'oggigiorno era di là da venire, tutto quel che si faceva o si comprava o si piantava aveva ragione d'essere solo se era conveniente, se dava frutti, se era cioè utile alla economia della famiglia.
Una pianta di abies picea, di camelia, di araucaria excelsa? Per che farne? Ma è ornamento per la casa, le dà un'aria distinta, signorile, la casa diventa tutta un altra cosa.
Allora (anni trenta) nessuno che non fosse ricco aveva dubbi. Invece del cedro del Libano un albicocco, invece della camelia bilobata un ciliegio, invece dell'araucaria una pianta di melo, di pero, o di fico. Non la bellezza, il verde fine a se stesso, ma l'utilità materiale delle pesche coltivate nell'orto di casa, delle noci, delle nocciole, dell'uva del filare che faceva da divisorio tra l'orto e il pollaio.
Dovunque ci inseguiva il fantasma della fame, la penuria dei soldi, la necessità di economizzare, di cavar sangue perfino dalle rape.
Il prato seminato davanti a casa era di trifoglio: oltre che a fare una specie di tappeto verde serviva da pastura per le oche che durante l'estate fornivano la piuma morbida per trapunte e cuscini d'inverno, ingrassate a dovere, costituivano il piatto forte per i cenoni di fine anno.
Filari di uva, piante di mele (nel mio giardino avevo un albero che produceva mele cotogne di una grossezza eccezionale: erano il sogno delle mie galline che a furia di beccate si mangiavano anche il torsolo), piante di pere in fila di quattro o cinque, piantone di kaki (ne producevano a quintali) noci giganteschi, una mia pianta di albicocche superava in altezza la mia casa di due piani, pesche, prugne gialle e blu così dolci e buone che venivano prese d'assalto dalle api prima ancora della loro maturazione.
Importanza capitale per l'economia paesana era costituita dai gelsi o mori, da noi chiamati "muròn": le loro foglie erano cibo prezioso e insostituibile per l'allevamento dei bachi da seta, attività prospera soprattutto nei primi venti anni del secolo.
Tutte le nostre campagne erano percorse da file continue di gelsi: il loro frutto, le more, era molto gustoso. (Per chi non ha mai visto un gelso in vita sua: ne esistono due più che centenari e sono così vecchi che hanno il tronco quasi cavo. Tuttavia, prosperano ancora benissimo; si trovano a Verghera a metà circa di Via Palazzo di fronte al cortile che porta il numero civico 24. Come riescono a sopravvivere? Vestono quest'anno come tutti gli anni precedenti, una ricchissima corona di vivissime e sanissime foglie verdi).
Si coltivava, durante la mia fanciullezza, il ravizzone, una piantina non più alta di trenta o quaranta centimetri, ricoperta di vivissimi fiori gialli dai quali, per spremitura, si otteneva un olio denso e saporito. Patate, segale (coltivata sui terreni più poveri), grano, granoturco o formentonino frumentone, granoturco di seconda semina (pannocchie e piante più piccole, rispetto al granoturco normale, seminate sui terreni dove si era già fatto il raccolto del grano) orti con tutte le verdure utili per la cucina di casa, zucche comprese; non mancavano le erbe per profumare gli alimenti.
Erano tanti anche i campi coltivati ad avena per i numerosi cavalli del inutili dal progresso paese che sono man mano scomparsi, resi inutili dal progresso meccanico
Poiché la nostra campagna, non essendo irrigata, aveva bisogno di una certa quantità di acqua piovana che la natura non mandava mai in quantità sufficiente, ne derivava che la produzione agricola fosse scarsa e di non alta qualità.
Zona industriale soprattutto, la nostra proprietà terriera era spezzettata ed in genere bastava appena per il fabbisogno di una famiglia di cinque o sei persone.
Da quando il mondo è cambiato, davanti alle nostre case piantiamo cipressi, araucarie, magnolie. Non per la loro bellezza di flora qualificata, ma come simbolo e misura della nostra ricchezza.
Non esigenza estetica dunque, ma snobistica manifestazione di orgoglio e presunzione. Come dire la Mercedes invece di una Fiat utilitaria.
TRAVEDONA-MONATE
47) Móte Bianche: Il toponimo è attestato nell'area poco a nord del Miseröö e designa una piccola altura. La voce móte è di larga diffusione . La specificazione bianche forse si riferisce al colore chiaro dell'altura dovuta a particolari coltivazioni o inflorescenze, oppure si può rifare alle caratteristiche del monte forse un poco spoglio
48) Motta: due toponimi riprendono questa voce. A Travedona è presente il Mot ampia zona a sud del Furnas. A Monate è localizzabile il Móte poco a nord dal centro del paese.
49) Occhio: toponimo di dubbia localizzazione e di incerta etimologia registrato unicamente in una pubblicazione locale del 1990 dal titolo Il lago di Monate a cura di Paolo Baretti L'etimo del nome è da ricercare proprio nel nome öc "occhio" che indica, per similitudine, una zona da cui scaturisce l'acqua. Anche i parlanti locali affermano che le varie sorgenti presenti sul territorio erano dette "occhi" perché erano i luoghi in cui l'acqua zampillava facendo "lacrimare la terra".
50) Pasquée: area a nord est di Monate sul confine con Travedona poco a nord della Cascina Carolina (Fighiröre). In dialetto si definisce pasquée un "pascolo o terreno non coltivato", dal latino pascua "pascolo". I locali fanno notare come quest'area fosse caratterizzata da un terreno umido che era disposto come pascolo comune per tutti i mandriani del paese.
51) Peschére: zona di confine fra Travedona e Monate costituita da un'area ampia e pianeggiante che fino agli anni '50 del Novecento ospitava un'estesa coltura di pesche, prodotto rinomato e caratteristico della zona. Difficilmente il nome può avere attinenza con l'attività della pesca essendo una zona pianeggiante lontana dal Lago.
52) Peže: due zone di Travedona prendono questo nome. La prima è appunto Peže la seconda Péz. Ure peže "il pezzo di terra" è il singolare mentre i pez "i pezzi di terra" designa il plurale. Dal singolare si è forse arrivati per errore al toponimo Repetino attestato alla fine dell'Ottocento. Questi due luoghi non distanti tra loro erano situati nei pressi del centro del paese ed erano dei piccoli orti generalmente di proprietà della Chiesa che venivano gestiti dagli abitanti locali per coltitvare ortaggi e verdura di stagione
53) Piane: in dialetto pian è voce frequentissima per indicare un terreno pianeggiante. A Un toponimo Occulum è attestato anche in un atto notarile del 1198 in riferimento ad un campo venduto nel comune di Comabbio.   Travedona è una piccola area pianeggiante che collega una piccola pozza d'acqua detta Laghèt con le Funtanevive.
54) Piedimonte: cascina collocata a nord-ovest della Cascina Buon Gesù e ad est del centro abitato di Travedona in una zona in leggero pendio. Il nome si riferisce alla sua posizione ai piedi del cosiddetto Munt.
Lombardia, terra di laghi e di storia. Oggi vi racconterò 2 leggende della Lombardia.
Nel bellissimo lago d'Iseo c'è una leggenda. Si dice che il 14 luglio di ogni anno il lago si tinga di uno strano colore cupo. Secondo la storia si tratta di una strega, la matta, che trascina sul fondale chi osa farsi il bagno. Si tratta di una leggenda, è vero, ma ci sono state davvero delle strane morti durante la famosa giornata della matta? Bergamo e Seriate c'è un portone di pietra noto come il portone del diavolo. Fu realizzato nel 1550 e su di esso si racconta una leggenda. Si dice che l'architetto, non riuscendo a realizzare quel portone second o le indicazioni assurde dei committenti, esclamò, nemmeno il diavolo riuscirebbe a costruirla. Quella notte il diavolo si palesò davanti all'architetto e costruì il portone per suo conto. I committenti rimasero sbalorditi, ma ancora non erano soddisfatti e così l'architetto si rivolse ancora al diavolo. Alla fine il portone fu realizzato esattamente come era stato richiesto e si dice che poco prima di un temporale nella zona del portone si possa sentire l'odore di zolfo, un segno della presenza demoniaca.
Gino, nell'anno 999 il vecchio Ponte Romano crollò e chi voleva passare dall'altra parte passando da Pavia, doveva utilizzare le barche. Si dice che il 24 di dicembre un gruppo di persone vuole raggiungere l'altra sponda, ma una nebbia fitta impedì loro il passaggio. Si palesò una figura vestita di rosso e fece apparire un ponte fatto di nebbia. Si rivolse infine ai passanti e disse, questo ponte diventerà di pietra se il primo che lo attraverserà mi donerà la sua anima per sempre. L'arcangelo Michele, che era presente fra i passanti, disse al diavolo che avevano bisogno di riflettere e gli chiese intanto di completare l'opera, mentre loro avrebbero deciso chi mandare per primo il diavolo completa l'opera e San Michele decise di far attraversare un caprone. Il diavolo fu ingannato e nessuno dei presenti venne sacrificato.
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16 Aprile 2024 - martedi - sett. 16/107
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Cosa ascoltare oggi
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Cap. 3 - Il Castello o rocca e il fosso (1/2)
Il nome che negli antichi tempi sarebbe stato conveniente a questa nostra terra, più che di borgo (1) sarebbe stato quello di fortezza perchè oltre le sette fortissime torri che come rocche lo munivano, ebbe sempre all' ingiro il fosso e il bastione. Da quella parte poi, ove sorge la chiesa di S. Michele, sorgeva la rocca principale, ed anche ora a chi guarda bene il luogo, facilmente la cosa appar verosimile. Ma il fatto è attestato anche da scritti e documenti.
(1) Secondo il Ferrario, Busto Arsizio avrebbe cominciato a chiamarsi, nelle carte officiali, colla denominazione di borgo nella seconda metà del sec. XIII. Infatti nelle pergamene di data anteriore si trova quasi sempre in loco Busti. Tuttavia è certo che fin dal secolo XII Busto aveva già acquistato una certa importanza e nella carta dell' Ager Mediolanensis pubblicata dal Giulini nella parte IX delle Memorie spettanti alla Storia, al Governo ed alla descrizione della città e della campagna di Milano nei secoli bassi, Busto apparre indicato come borgo
Infatti Anselmo Pozzi, che redasse gli elenchi di tutti i redditi della Chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista di questo borgo, alla presenza di Baldizone Stampa, console milanese di giustizia, testimonia di averli scritti nel castello di questo borgo nell'anno 1242. Detto castello fu eretto in quella parte del borgo che era la più alta affinchè da esso si potesse sorvegliare tutto il paese e il territorio circostante. Ancora vi rimane in piedi la torre che allora serviva per esplorare, ora invece porta le campane della chiesa sopra ricordata. Solamente la sommità di essa è di recente costruzione. Nel 1559 fu, a spese della comunità, adattata a torre campanaria per tre campane. Anche ora si vedono molti blocchi di pietra dura, che furono tolti dalle rovine della torre, sparsi qua e là nei giardini parrocchiali e nelle case dei privati. Ma, se non mi inganno, insieme alla torre starebbe ancora in piedi anche il castello se gli intestini odi civili dei Milanesi e le frequenti battaglie, e le terribili inimicizie tra i Torriani e i Visconti, tra la classe popolare e quella dei Nobili, e la libidine di potere, e le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini non avessero sconvolte le città e rovinati i paesi e i castelli. E fra questi io non dubito che ci sia stato anche il nostro.
Infatti i Bustesi durante la grande contesa tra i Torriani e i Visconti, sorta per la signoria del Milanese, furono sempre fedeli alla famiglia dei Visconti e alla classe dei nobili contro i Torriani (1). Ma questa fedeltà procurò al borgo molti mali e grandissime offese, tra le quali la distruzione del castello fatta da Napo Torriani, contemporaneamente a quella delle altre rocche patrizie. Tutto questo, dall'esame delle storie, si sa che avvenne nell' anno 1276, cioè un anno prima che l'arcivescovo Ottone, della famiglia dei Visconti, dopo un lungo esilio suo e di molti patrizi, conquistasse il dominio assoluto del Milanese, dopo aver sconfitto l'esercito di Napo presso il borgo di Desio e aver preso Napo stesso che l'imperatore Rodolfo aveva nominato poco prima governatore di tutta la Lombardia. Questa vittoria sui Torriani, Ottone la riportò con l'aiuto del grande Matteo, suo pronipote, e di altri molti. Siccome poi Matteo ebbe l'incarico di una ambasceria per l'arcivescovo presso l'imperatore Rodolfo, Ottone gli sostituì come comandante dell'esercito, Alberto Confalonieri, bresciano, che era pretore (2) di Milano. Costui, come racconta Bernardino Corio nella sua storia di Milano, cacciati gli abitanti da Castel Seprio, condusse il 28 ottobre 1285 l'esercito a Fagnano, che dista dal borgo di Busto quattro miglia, avendo. in animo di stabilirsi presso Castiglione che Napo aveva quasi distrutto dalle fondamenta con altri borghi e castelli in odio dei patrizi milanesi.
(1) Nella lotta tra i Visconti e i Torriani non solo Busto ma tutta la parte nord del Milanese (l'Alto Milanese) tenne per i Visconti, mentre la parte sud (il basso Milanese) era per i Torriani.
(2) Podestà, dice il Corio nella Storia di Milano, parte II cap. VII, dove diffusamente racconta questo episodio della lotta tra Visconti e Torriani.
dal 1945 al 1960 (10/13)
M: Eh già, ma sérom istèss tuce in città, éren semper pocch quei che podéven andà in vacanza, e la città l'era pièna de milanes che viveven in gèner in del sò quartier, anzi in de la soa via, dove gh'era tusscoss, la cà, l'osteria, i bottegh, voeuna per ogni gèner el lattée, el prestinée, el cervelée, l'offellée, el droghée, la posteria che la vendeva on po de tusscoss, e via inscì, e poeu se cognosseven tucc; e i fioeu giugaven in strada, anca s'el cominciava a diventà pericolos per el traffich. E a 'sto proposit, l'è in chi ann lì che i milanes hann fàa conoscenza di gran bus in tanti strad important, che sarien poeu diventàa la Metropolitana, che la sarà poeu inaugurada nel '64 (sessantaquatter), ma in compens s'è anca comincià a dismètt diversi linei del tram, compres el famos Gambadelègn, che l'era attiv fina dal 1880 (milavòttcentvot tanta), per lassà post ai filobus de la circonvallazion esterna e a noeuv linei da autobus, che in quei ann sbatteven foeura di fumm spuzzolent, inscì come del rest i automobil, che semper pussée gent la se podeva permètt.
C: L'è el progrèss caro mio, che cont la tecnica el seguita a dagh tanti ròbb noeuv e indubbiament el ghe fà cambià anca i abitu din, ma me par che i co de la gent hinn ancamò quei de mila ann fa. Quai volta funzionen bén, quai altra mal; S'te me diset puttost di politich de allora?
M: Certo el co de la gent e anca di governant el cambia nò cont la velocità de la tecnica, ma se pò minga negà che la politica italiana e anca europea, in 'sti ann ona ròbba bòna l'ha fada, e l'è debon ona gran ròbba, quella de fagh avè 75 (settantacinq) ann de pas, e sperèmm che alter tanti ghe ne sien ancamò, ma per el rest de stupidad n'ha fàa tanti e indubbiament hann toccàa anca Milan, e quasi semper per fa di dagn, vist che el governo de Roma l'è semper stàa distant di problèmm de l'economia e del svilupp, cont on'idea de Stato a metà tra el comunismo e la Gésa, e vist che praticament l'Italia l'è stada divisa domà tra democristian, che ciappaven i danée di american, ma forse pussée ordin dal Vatican, e comunisti, che ciappaven ordin e danée de la Russia, che allora la se ciamava Unione Sovietica. E inscì i milanes hann dovuu fa quasi tusscoss in de per lor, anca se ona colpa ghe l'hann anca lor, cioè quella de vorè minga interessass de politica, o forse de vèss minga bon de vèss politich. In di quei ann li, se te doman- davet ai fioeu che eren adrée a finì la scòla che mestée voreven fà, quasi a nissun ghe vegniva in ment i uffizzi pubblich e men che men la politica, e inscì pian pian seguitavum a vèss magari semper pussée bravi à lavorà, a tirà su fabbrich e bottégh, a in ventà di mestée noeuv, ma i légg ie faseven i alter e chi a comandà eren semper pussée quei che vegniven de lontan, tanto che in di uffizzi pubblich de Milan ormai quasi tuce vègnen da la bassa Italia. Ma per fortuna la forza di milanes, de allora e d'incoeu, l'è rièssida a fagh crèss istèss, anca perché se cressevom minga nun, gh'éra minga de danée nanca per lor, politich, burocrati e compagnia bèlla.
SCHERZ, CANTA E BALLÀ A COMAND: ALLEGRIA OBBLIGADA, CHE TRISTEZZA!
«Oh, se Dìo voeur da adèss sèmm in Quaresima. L'è finida con 'sto Carneval!».
;Dì, ma tì te se sentet ben?».
«Benissim, anzi, da incoeu mèj. Mì ne podevi pù de mascher, fest, gioeugh, schèrz...».
«Ò bèlla, ò bèlla, mì savevi nò de 'sta toa vocazion masochista. Te fa piasè soffrì?».
Dì nò di stupidad... L'è pròppi nò masochismo, mì voraria domà on poo de lògica».
Famm capì
Tì pénsegh ben a sora. El Carneval el nass come ultim s'cioppettant moment de legria prima de la Quaresima, del temp de penitenza, de limitazion, de sacrifizzi. Ona sòrta de compensazion anticipada. Inscì come la gran pacciada pasqual la darà el via libera al tornà indree del divertiment, de la giòia. Almen a tavola. Donca per avè el diritto a festeggià el Carneval bisognarìa impegnass a rispettà con altertant impègn i restrizion de la Quaresima. Ma adèss chi l'è che le fa? Se festeggia el Carneval, ma se ignora la Quaresima. Inscì l'è tròpp facil. E poeu, che bisògn gh'è de dedicà on period determinaa al Carneval? Chì oramai l'è carneval semper e depertutt. Basta guardass in gir, per i strad. Basta leg i giornai, guardà la television. Lì l'è ona carnevalada continoa: la gent che la vosa, che la fà i gèst, che la taccà-lit, che la cunta sù i sò fatti; di gent mai vist e  pseudòfamos  che gòden a fass spià dal bus de la saradura; di personagg con di pettenadur e vestii improbabil. I pussee seri hinn quèi de  Scherzi a parte ...
Adèss mì hoo capii. Mì me seri sbagliaa. Tì te see nò masochista, tì te see domà on vegg moralista brontolon». «El sarà anca inscì. Ma l'è minga assee. La verità l'è che mì troeuvi stupida la legria a comand, la festa obbligada. Mì soppòrti nò l'idea che in cèrti dì e in cèrti pòst se gh'ha de stà sù allegher, che se deva per forza avè voeuja de scherzà. L'è ona ròba de ciòd, l'è minga natural. E a vèss sincer giamò el me piaseva pòcch quand seri fioeu. Mì capivi nò che gust ghe fudèss a andà in gir mascheraa. E poeu, chi l'è che l'ha dii che a Carneval ogni scherz el var? On schèrz stupid el fa inrabì sia a Carneval che in qualsessìa moment de l'ann».
Insòma, per tì l'era on patiment giamò de quand te seret piscinin...
«Esagerèmm nò. Mì me divertivi minga tròpp, ma l'era nanca on dramma. La situazion però l'è peggiorada andando innanz cont i ann...».
«Natural, a diventà vègg tì te see diventaa pussee secca- perdee».
«Nò. Cioè, el pò vèss anca inscì, ma l'è nò quèll el pro blèma. El guai l'è che cont el passà di ann el Carneval, a Milan, l'è diventaa pussee ona ròba pubblica e donca el s'è diffus. Ona vòlta gh'eren i fioeu in maschera e on quai schèrz goliardich de student d'università con la voeuja de fa stupidad. Ormai, da ann, sèmm passaa al Carneval istituzional: l'è organizzaa, pianificaa, finanziaa dal Comun. Gh'è manifestazion, festeggiament, musica, cant, ball, esibizion... L'è l'esaltazion de la legria obbligatòria. Ona tristezza...».
«Ma insòma, tì 'se l'è che te vorariet propònn?».
;Personalment mì sarìa per tirall via. Ò per lo men per tornà indree a ona portada pussee  limitada . Quatter  ciaccer , e parli de dolci, on para de tortèi e ona piccola festa per i fioeu che gh'hann voeuja de falla. A pensagh ben a sora, l'unica ròba che mì soppòrti de 'sto Carneval pubblich l'è la sfilada di carr organizzada dai oratòri, cont i fioeu in gir per la città, cont adree i pret sudaa e i suòr cruzziaa. Lor però la Quaresima la farann in sul séri. Anzi, a vardà i facc stravòlt a la fin del corteo, par che lor abbien cominciaa la penitenza el dì prima».
 
 
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17 Aprile 2024 - mercoledi - sett. 16/108
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PIGOTA E CAÀL DA SCONCA
Se non miseria, povertà. Povertà di vita, miseria di divertimenti. Pigott, ovverossia bambole di stracci, par i tusanett che noi ragazzi per deriderle, chiamavamo bagiànn. Caàl da scònca, ovverossia cavallucci a dondolo di legno con redini vere, sella e finimenti finti con la parte inferiore poggiante sul pavimento a forma di mezzaluna. Altro mezzo di divertimento il triciclo di ferro con manopole finte, sellino di finto cuoio, copertoni (un cordoncino grosso come un dito) pieni per non fare rumore quando erano in movimento. Il mio triciclo lo chiamavamo trifusìll perché era tutto sbilenco e sgangherato. Paragonarlo alle bici per bambini di adesso susciterebbe risa e compassione. Di buono avevano solo la resistenza e per questo passavano nelle mani di tutti i fratelli della stessa famiglia. Giugheum al dutur e naturalmente volevamo visitare le nostre piccole compagne di gioco, giugheum a la maestra, organizzavamo la bottega per la vendita di generi di ogni specie, giugheum al barilott, a la rela, a la gibulèa, a la montacaalina, ai suldàa (con armi di legno o di latta) a ladar e carabigner, a scòndas, a palla avvelenata, a tòmbula, a dama, ai cart (a robamazett, a la pepa tència, a brìscula semplice e a ciamà, a scupa, a trisett) con le carte costruivamo i famosi castelli innalzati con particolare attenzione e con mano leggera. I solitari che non ci riuscivano quasi mai ci tenevano impiegati per interi pomeriggi quando il tempo inclemente ci vietava l'uso degli spazi liberi. Era però quello della palla il gioco dei giochi per noi ragazzi. Prima una bala da peza, poi una bala di goma che quando per avventura entrava nella bottega del Marino legnamè usciva sventrata (orrore!) tagliata in due. Il pallone, molto più piccolo di quello regolamentare, lo vedemmo quando eravamo già grandicelli. Aveva un buchell per gonfiarlo è una stringa di cuoio per chiuderlo. Chi possedeva uno dei primi palloni visti sui campi di gioco (piazza Volta e la muntagneta) era posto sul gradino più alto nella stima che i suoi amichetti portavano per lui.
La bicicletta era l'ultimo dono-giocattolo. Né troppo bassa, né troppo alta, ma una via di mezzo tra il triciclo infantile e la bicicletta da uomo, detta anche bicicleta da viacc. Cul bul (costo dieci lire, obbligatorio pena multe salate) ul fanal (ul ciar) e la dinamo marca Aprilia, costruiti dal Frisoni e Torresan di Verghera, ul selen da curàm, i freni che alle frenate improvvise stridevano e ti catapultavano oltre il manubrio se non ti tenevi ben saldo, i parafang che ballavano e davano un suono da tola màrcia ogni volta che si saliva su un sasso o si cadeva in un avallamento della strada non ancora asfaltata.
E così una volta il triciclo, un'altra 'I caàl da scònca, la bala o la pigòta da peza, la monta caalìna o la pepa tència (la donna di picche, nel gioco delle carte) così, con giochi "poveri" ci siamo divertiti anche noi. Ci stancavamo correndo dappertutto, senza sosta, alternando il gioco allo studio e al lavoro dei campi. Alla mattina a scuola, il primo pomeriggio giochi e vagabondaggi, il tardo pomeriggio, al ritorno dei grandi dallo stabilimento, si dava una mano per cogliere granoturco o per raccogliere le patate. Studio, divertimento, lavoro. Ometti sensati e giudiziosi, nonostante tutto. Tanta voglia di giocare, data l'età, ma anche precoce senso di responsabilità. Ci davano la mancia alla domenica. La mancia non era né un dono né un regalo. Era una specie di paga - dono da utilizzare per i nostri bisogni personali. Già allora, a quella età, sebbene fossimo appena ragazzi, i nostri genitori volevano sensibilizzarci al dovere del lavorare e all'orgoglio dell'essere indipendenti e utili.
Cap. 3 - Il Castello o rocca e il fosso (2/2)
Ma, dopo più matura considerazione, diede l'ordine di ritornare con l'esercito a Busto. Alberto fece fortificare di nuovo il borgo, scavandovi intorno il fosso e cingendolo con un bastione, e vi dimorò fino al mese di Novembre, poi, consolidate le fortificazioni e lasciato un abbondante numero di fanti e di balestrieri che custodissero il borgo, se ne tornò a Milano.
Ma non si deve intendere che Alberto abbia fatto costruire un nuovo fosso e un nuovo bastione; egli fece rifare e restaurare gli antichi, poichè le tavole del sopranominato Anselmo Pozzi provano che come il castello così anche il fosso esisteva già nell' anno 1242. Perciò il fosso non fu scavato per la prima volta per ordine di Alberto, ma fu sgombrato e il bastione. fu rabberciato, quasi in quel tempo stesso che l'Arcivescovo Ottone fece costruire la rocca nei borghi di Legnano, Cassano e Angera. Ma altre restaurazioni del bastione furono fatte in seguito.
Essendo un giorno scoppiati in Milano una ribellione e grandissimi tumulti contro Giovanni Maria Visconti, che fu secondo Duca di Milano, moltissimi fra quelli che abitavano fuori di Milano si distaccarono da lui, e tra gli altri, Facino Cane, di Casale, tolse Pavia al Duca. In seguito Facino, perchè i Bustesi erano rimasti fedeli al Duca e ne difendevano le parti, tentò di radere al suolo il borgo. Ma di ciò discorreremo più copiosamente altrove. Per questo i Bustesi circondarono il borgo con un altro bastione, maggiore del primo. e lo cinsero con un fosso più profondo e fortificarono il luogo più di prima, cosicchè non vi era più nessun modo di entrare se non attraverso ponti levatoi e quattro porte che sempre erano chiuse da solidissimi battenti.
E finalmente, essendo Duca di Milano Francesco II Sforza, poichè i Francesi facevano frequenti scorrerie nel territorio milanese, le fosse e il bastione furono di nuovo rinforzati e ridotti in condizioni migliori per opera non solo dei Bustesi ma anche degli abitanti delle pievi vicine. E ciò hanno riferito coloro che vissero in quei tempi e ne soffrirono le offese. Di conseguenza furono di nuovo costruite le porte, aggiunti i ponti levatoi, aperte feritoie e finestre oblique e innalzato un doppio bastione assai maggiore degli anteriori.
Tutte queste opere noi le vedemmo ancora saldissime e atte a respingere facilmente ogni assalto di ? cavalleria; ma ormai quasi tutte sono state levate e, per l'incuria di coloro che sono stati preposti al governo della città, quasi tutto il bastione fu distrutto, le fosse riempite di detriti, le porte devastate, le mura aperte da ogni parte e tutto, in una parola, ridotto come in aperta campagna. E la cagione di questo si è che i più giovani, nati sotto il governo di re potentissimi, (1) non hanno esperimentato le offese e le miserie dei tempi passati, nè temono che possa a loro di nuovo accadere quello che si dice sia accaduto ai nostri maggiori.
Concludendo, ciò che abbiamo narrato intorno al fosso, al bastione, alle porte e alle altre mura del borgo è vero ed è comprovato da ciò che di esse ci è rimasto.
(1) Il cronista allude ai re di Spagna che tenevano il Milanese per mezzo di governatori fin dalla morte di Francesco II Sforza avvenuta il 10 Novembre 1535.
CULTURA ISTRUZIONE (3-5 )
M: Senz'altro vale per le grandi collezioni, ma anca per quei che varen de meno: ai loro possessori resta sempre il piacere di averle godute e di essere diventati ricchi se non di denaro quanto meno di cultura. A proposito, sai che anche Diabolik e Tex Willer sono "nati" a Milano, da genitori milanesi, anca se parlen minga in dialett? Il collezionismo non è certo un'esclusiva dei milanesi, ma è qui che se ne trova in misura senz'altro rilevante e di notevole livello. Ricordiamoci delle nostre famose e preziose case-museo...
C: Se poden minga desmentegà i grandi mecenati, imprenitori e aziende, che a Milano si sono distinti per investire non solo nelle loro attività economiche, ma hanno arricchito le loro imprese di opere d'arte e di cultura, spesso favorendo e sostenendo la creatività di tanti artisti emergenti, lasciando così a Milano un patrimoni che domà da pocch temp l'è staa miss a disposizione della gente. Mi riferisco alle grandi banche, che hanno dato nuova vita agli importanti palazzi delle loro sedi storiche; ma anche alle aziende che hanno creato dei musei d'impresa, ricchi di arte e di cultura. E me pias anca fà quai nomm: le centenarie Pirelli, Branca, Campari e le più giovani Armani e Prada.
M: E poi, a proposito del patrimonio, n'emm minga dii asee de quell che gh'è in di noster ges, che è della più grande importanza e che tanti milanesi non si rendono forse neppure modo forse più espressivo del nostro essere milanesi. Quanto ai patrimoni sconosciuti nelle case di molti collezionisti milanesi, restano spesso nascosti perché si teme che le istituzioni non siano in grado di valorizzarli rendendoli pubblici e neppure di conservarli cont almeno on po del spirit de quei che i hann miss insemma. Ma questo rafforza il concetto che la cultura produce ricchezza, se non altro perché l'è on patrimoni ch'el seguita a cress de valor.
 
 
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18 Aprile 2024 - giovedi - sett. 16/109
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Dati di concessione. (3- )
Il 30 aprile 1880 il Sig. Curti Gioachino per la ";Società dei Tramway del Nord Centrale d'Italia"; chiede la concessione per una tranvia a vapore: Milano - Corsico - Abbiategrasso - Vigevano, della lunghezza di 29,440 km. Il 30 dicembre 1903 viene aperta all'esercizio la tranvia Milano Corsico; concessione data alla Società Genovese Italiana Edison di Elettricità il 23  ottobre dello stesso anno.
Alla medesima Società verrà poi concessa nel 1912 la costruzione e l'esercizio del tratto Corsico Abbiategrasso.
Con un decreto ministeriale del 1919 si riconosce il diritto alla Società Trazione Elettrica Lombarda di subintegrare alla Edison.
Nel 1939 alla S.T.E.L. subentra il Comune di Milano.
Riportiamo ora, augurandoci che il lettore non si annoi, un popolare quanto fantasioso modo di interpretare l'avviso sonoro dell'arrivo del ";Tram bianco"; della già nominata S.T.E.L.
In prossimità del centro abitato quattro acuti segnali ne avvertivano l'ingresso: “tù - tô - tú - t?” .
La gente diceva: "; el riva el Mascagni";.
In quei quattro fischi l'orecchio musicale identificava un pezzetto dell'Amico Fritz: ";tutto tace";.
E' chiaro e lampante che l'avvento dei mezzi di locomozione elettrici assorbì la clientela della barca.
Il servizio, ma per breve tempo, si ritiene che funzionò ancora sul tratto Boffalora-Abbiategrasso; fu il canto del cigno al quale seguì il definitivo riposo. Però, i momenti, se non proprio storici ma almeno di costume, vengono fissati nel tempo.
Cleto Arrighi nel 1870 ci regalò la spassosa quanto amara farsa: ";EL BARCHETT DE BOFFALORA";.
Le filodrammatiche l'inserirono in cartellone per anni ed anni facendone spesse volte uno scempio d'interpretazione.
Il trasporto continuò non più per passeggeri ma per merce; in sintesi ";il collettame";.
Due barche si alternavano nel corso della settimana: la Barenghi e l'Asiani. I tre fratelli Asiani, uomini rotti ad ogni fatica, pronti, decisi e, qualche volta impetuosi, avevano contrasti piuttosto robusti con i barcaioli della sabbia. Incrociandosi nel percorso, spesso venivano a parole, se non proprio a fatti.
El ";Paronett";, da padroncino, ultimo ammiraglio dei barconi stracarichi di materiale ghiaioso, ci conferma che quella barchetta, venti, venticinque metri di lunghezza, era soprannominata con un piccolo segno di disprezzo la ";Battèla";.
La merce veniva caricata e scaricata al 62 sull'Alzaia.
Lì un magazzino deposito raccoglieva i colli da portare ad Abbiategrasso. Questa casa, una delle poche esistenti con la ringhiera su strada, ancor oggi si cita come la ";giazzera";.
I GALLI CISALPINI (3-5 )
Per quanto riguarda la Lombardia, era una popolazione che viveva didattici occidentali e si estendeva a sud fino ai valichi alpini e si aprono nella vettura padana. Comprendevano quindi intanto Ticino, la parte occidentale della Lombardia e Val Dossola la capitale. l'attuale Domodossola, però spiccava anche un'altro insegnamento di litio, oggi Bellinzona. All'epoca anche Milano Mediolanum per i romani era sotto controllo. Lo consiglino, ma erano riusciti a conquistarla solo dopo una guerra contro gli etruschi, cioè il 600 e il 500 a.C. Secondo lui il vecchio, furono accompagnati da Ercole durante l'attraversamento delle Alpi, per poi essere abbandonate a metà strada. Al contrario, poi lì e Catone Ritennero che la loro nascita derivasse da una tribù sconosciuta, avversione e con la destra buone, il quale considerava il leuzzi uramaki. Divisi dai reti. È curioso sapere che si può. Pisa, che siano, che si siano stabiliti ancora prima delle guerre galliche e quindi sarebbero una delle popolazioni più ancestrale in Italia? Analizzando l'economia, i nobili lonzi vivevano a del benessere, dato che sono stati trovati corredi in al 100 e vasi bronzei. Tutto arricchito da un'abbondante produzione agricola che. Facevano pagare per il transito nei loro territorio, tuttavia è molto probabile che compissero anche l'azione dei territori meridionali.
Insubri erano una popolazione stanziata nell'Italia Nord occidentale, non sappiamo né quando arrivarono né da dove siano venuti e neppure di che più poetico fossero vista la il cartina di ritrovamenti archeologici. A tal proposito sono state prese in considerazione due ipotesi, la meno probabile, supportata dai di Olivio, che ritenne che gli altri fossero arrivati in Italia tra il settimo e il sesto secolo a.C. Seconda è più probabile. Tesi ipotizza che l'inizio vi fossero originali della Francia meridionale e in seguito entrarono in Italia invadendo il territorio ligure con la fusione della cultura autoctona insubri, vennero catalogati nella classe dei celti liguri due tizi che Milano sia stata fondata intorno al 500 da un gruppo di Insubri. In economia questa frazione spiccava nell'arte del commercio, soprattutto con gli etruschi, la Venezia e la Gala Transalpina. In termini politici e sociali, questi carri erano rappresentati da un'oligarchia plutocratica, ovvero guidati dai nobili più ricchi. E curioso sapere che gli insubri hanno adottato l'alfabeto de Ponzio. Il quale in seguito subì un forte influsso da quello etrusco da cui infine fu sostituito.
I COGNOMI PIÙ DIFFUSI
Sono i LOCARNO, i TONETTI, i LAMPUGNA NI, i MILANI, i PURICELLI. Di questi ultimi si hanno notizie storiche più antiche rispetto alle altre famiglie.
Don Luigi Brambilla annota: "Dall'ispezione dei registri non ci si può fare un'idea precisa del come si componesse questa popolazione (di Verghera)".
Salvo le famiglie più sopra citate che risultano presenti sul territorio dal milletrecento, è da notare la presenza di nuclei famigliari il cui cognome è possibile, ancora oggi trovare nel circondario: BOTTINI, MARTIGNONI, SCHIAVINI, GUSSONI, TURATI, GIORGETTI. Considerando che non hanno lasciato discendenti fino ai nostri giorni, è da pensare che dette famiglie mancavano di discendenze maschili o che il loro soggiorno sia stato solo temporaneo. Incompatibilità col territorio, con la popolazione, motivi di lavoro, quale "non gradimento" lì ha spinti ad abbandonare il nostro paese?
In piazza Vetra il boia era di casa
Piazza della Vetra. In dialetto nostrano, la Vedra. I cultori di toponomastica discutono se il nome derivi da un canale Vepra che in epoca romana dirottava dall'Olona e qui confluiva nel Seveso e nel Nirone per poi riversarsi nella Vettabia; oppure se sia da collegare a Platea Vetera (piazza vecchia) o ancora a Castrum Vetus, che chiaramente si riferisce ad un accampamento militare. Comunque sia, sopra la Vepra passava un ponte che fu chiamato (non si sa quando) Ponte della Morte.
Un battesimo premonitore? Certo è che se, attraverso i secoli, la piazza ha cambiato radicalmente faccia, mai è riuscita a liberarsi da una sinistra, macabra etichetta. Piazza della Vetra sembra da sempre destinata ad accogliere cadaveri. Oggi ci sono sciagurati che scelgono il pratone dietro l'abside di San Lorenzo per morire di droga; in tempi andati qui era eretto stabilmente il patibolo. In servizio permanente fino agli inizi del secolo scorso.
La forca era destinata ai condannati che non potevano vantare quarti di nobiltà, ai popolani, agli artigiani, ai borghesi piccoli piccoli, naturalmente ai banditi di strada, agli assassini di mestiere, agli eretici, alle streghe, insomma a quanti incappavano nei rigori di una legge feroce. La saggezza popolare inventò un proverbio: "A la Vedra no ghe va che i calzon de fustagn", per dire che ad andarci di mezzo sono sempre i poveracci.
Ai nobili erano riservati un trattamento di riguardo e un altro palcoscenico. Intanto c'era chi, seppure responsabile di omicidio o di delitto di lesa maestà, se la cavava con l'esilio. A chi non riusciva a sottrarsi alla pena capitale, il boia non metteva il cappio al collo ma gli mozzava la testa con un colpo di mannaia e lo spettacolo avveniva in piazza Mercanti, al Broletto nuovo, con esposizione del cadavere decapitato sotto la Loggia degli Osii. Siamo in epoca viscontea, sforzesca, spagnola.
Alla Vedra la forca funzionava al centro del prato. In particolari circostanze ci si accontentava di impiccare l'effigie dei rei latitanti, talvolta si ricorreva al rogo e si bruciavano anche cadaveri dissotterrati. Impossibile, in poche righe, elencare le vittime di piazza Vedra. Meritano tuttavia una menzione Battista Scorlino e Giacomo Legorino, che intorno alla metà del '500 avevano organizzato una banda responsabile di oltre 300 omicidi. E l'infelice Gian Giacomo Mora, modesto barbiere alla cui memoria è stata intitolata una strada: fu giustiziato nel 1630 come untore, ma era innocente. Un errore giudiziario. Può accadere anche oggi.
Quand tutt in tir rivava el boja che el dava el sò spettacol on mar de gent, ona quaj troia e de lingèra on ròccol.
La forca de la Vedra in mezz al pràa la ghe toccava giust ai poverett, che i alter con grand lusso eren trattaa, an' lor ben assassin, però sciorett.
Intanta che dindaven i palanch ghe tajaven el còo
a la lus del sô
in mezz a la piazzetta di Mercant.
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19 Aprile 2024 - venerdi - sett. 16/110
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TRAVEDONA-MONATE -
55) Piodé: piccola conca del terreno designata come Valletta del Piodè nella carta del Catasto Regio del 1905. Oggi il toponimo non è localizzabile. Nel dialetto locale pioda è "la pietra" e il piodè, con la presena del suffisso -etum, è una "pietraia"
56) Planciola: toponimo non localizzato sul territorio e attestato solo in un atto di vendita del 1026 e riferito alla località di Monate
57) Port Vec: "porto vecchio". La più ampia e antica spiaggia di Monate che un tempo raccoglieva le donne intente a lavare i panni.
58) Pra di pöbi: "prati dei pioppi". Prati un tempo coltivati a pioppo, albero che dava il legno utile per la produzione della carta. Questa zona ampia si estende tra il fiume Barune e i terreni Pasquée a nord est di Monate.
59) Pradogni: noto anche come pedrògne. Località tra Traveodna e Monate a nord del Peschére e ad est del Sabiün. L'origine del nome è incerta, si potrebbe riconoscere la presenza della voce pra "prati" e forse il termine dialettale ogna "ontani". È attestato inoltre nel comune ticinese di Caslano un micro toponimo Pradone caratterizzato da un terreno ad angolo appartato e quasi nascosto alla vista di molti
60) Prati Magri: in dialetto noti come Pra Sèch è un terreno che si estende longitudinalmente in territorio Monate. Il toponimo è frequentisismo qui e in altri comuni e designa dei campi non particolarmente produttivi per la coltivazione. La voce può essere messa in relazione con il toponimo Prati Grassi
61) Prati Viguno: toponimo oggi non più conosciuto e attestato nelle carte del Catasto Regio del 1905
62) Rosalinda: cascina non localizzabile e registrata solo nelle carte del Catasto Regio del 1905.
63) Ruccellai: villa sita su un piccolo poggio al nord del centro di Travedona che prende il nome da una facoltosa famiglia della zona.
64) Runchìt: ampia zona a sud del Brügher e del Barigiör e a nord del Marèn
65) Sabiün: "sabbione", toponimo molto frequente che designa un'area con un terreno soffice e poco compatto non particolarmente produttiva per la coltivazione, ma utilizzata ugualmente per la coltura di patate e asparagi che meglio di altri si adattavano a questo particolare terreno. Quest'area si trova nei pressi del centro del paese pochi metri a est del Pedrògne.
66) Saresée: ampia area a sud del Brügher. Il nome deriva dal dialettale salasera "salice"I rami dell'albero, particolarmente lunghi e flessibili erano utilizzati per legare le viti nelle numerose vigne della zona.
Dati di concessione. (4- )
Due sono i motivi per cercare di spiegare questo termine.
Il primo ci ricorda un ampio stanzone pieno di ghiaccio; i macellai ";con in spalla on quart";, ricoveravano i pezzi per tenerli al fresco.
Il secondo, precisa appunto che in virtù di questo giacimento refrigerante, le famiglie di questa porta si sentivano ristorati l'estate e ghiacciati d'inverno. Conclusa la sua glaciale carriera, venne trasformata in officina di verniciatura. Il 30 giugno 1930 il Sig. Aristide Gambolò stipulò il contratto d'affitto con il padrone di casa Sig. R. Gallone.
La Ditta, ancora esistente, é una fra le più qualificate in Europa e lo era anche a quei tempi: basti pensare che le motociclette prima di essere esposte al pubblico in occasione delle mostre, venivano affidate al Sig. Gambolò: una rinfrescata al trucco e via, pronte per la passerella.
Risulta però che le cose nel cortile, dove un bidone fungeva da braciere, non esisteva ancora la spruzzatura a fuoco, non funzionassero tranquillamente. Tra fumi e polveroni in perenne ascesa, é facile immaginare il piacere degli inquilini: si trovavano la casa impregnata di nero pulviscolo, nonché le mani e il volto così ben tinti da recar invidia ad un carbonaio.
E così tra urla che scendevan dalla ringhiera si presentava il Signor Orlandi di professione fabbricante di pennelli e di piccoli telai per tessitura: la sua affascinante capigliatura bianca s'era imparentata con un corvo di razza. E venne il giorno dell'agognato compressore.
Come entrava in funzione non dava certamente la gioia di una brezza; il continuo assordante rumore produceva vibrazioni tali da far tremare le case. La donnetta del secondo piano inveiva contro l'Aristide il quale non sopportandola più, onde evitare altro chiasso, mandava su il figlio quale pacere. Ed il figlio divenne spettatore di una scenetta che sarà poi raccontata per anni. Per farla breve! La poverina rincorreva il tegamino; i sobbalzi del tiranno compressore lo facevan saltellare da una parte all'altra della stufa col pericolo che si rovesciasse: lui e le uova.
La conclusione era quella di quei tempi sani e, questo il commento finale: ";dopo tutt, l'è gent che lavora";, ossia tutto bene, si stanno guadagnando il pane.
E lavoravano anche sulle macerie della casa distrutta dai bombardamenti con aggravio degli inconvenienti.
Pensarono, almeno fu uno dei figli che pensò di risolvere il problema, rimettendo tutto in un tubo che andava poi a scaricarsi nella fogna.
Ma la fogna si ribellò. Un ometto intento a soddisfare un intimo quanto urgente bisogno, si trovò un potente e penetrante getto in quel tal sito tale da paragonarlo ad un improvviso clistere.
L'uscita impetuosa dell'ometto sulla ringhiera, con i calzoni in mano, deve essere stata degna della Commedia dell'arte.
LA VIULETA, LA VA, LA VA
Veleno, se mi baci, ti darò il mio veleno. Oh Wandissima dei miei anni verdi. Le canzoni popolari che alimentavano l'allegria nei momenti più importanti della vita comunitaria, chi le ricorda più? Canzon dul Carlo Cudiga, di temp indrè. Che stufia! Eppure erano l'anima delle riunioni commemorative, dei festeggiamenti, degli sposalizi, dei lavori di gruppo. Bastava un bicchierino di troppo, un accenno, un tentativo di "canto" per coinvolgere e scatenare la "bagarre", come dicono i francesi. Una canzone dopo l'altra con la temperatura ambiente sempre in aumento; alla fine di ogni canzone un nuovo bicchierino per "oliare" cioè lubrificare la gola. Quel mazzolin dei fiori. I cantori - pareva incredibile - disponevano di una riserva inesauribile di voce. L'entusiasmo saliva alle stelle, gli animi si accendevano e naturalmente, veniva subito voglia di ballare. Cantare di ballare. Cantare o me bela Marietina - e ballare. Il culmine, il momento più caldo. Quatar salt in alegria. Faccetta nera, Milàn l'e 'n gran Milàn, Tornerai, Cara Virginia, Amor Amor, portami tante rose, Sentimental, Paesanella. E tante altre canzoni degli anni trenta. Come chiusura era quasi sempre cantata la stessa canzone. Era l'ultimo fiore estratto, per incantesimo, dal mazzo canoro. Le note esaltavano in maniera particolare e speciale oltre ogni dire, lo spirito dei cantori. Viva l'amor, viva l'amor e chi lo sa far. Se non ubriachi certamente erano brilli tutti, donne comprese. Anzi, a volte, erano proprio le donne le più accese, le più esaltate, rosse in faccia come fuoco in faccia e con le camicette slacciate per rinfrescarsi un po' i fiori del davanzale.
Bimba tu non sai cos'è l'amore è una cosa bella più del sole, più del sole dà calor.
Scende lentamente nelle vene e poi giunge piano fino al cuore.
Nascono così le prime pene primi sogni dor.
Ex giovanotti della mia età chi ricorda ancora le parole e la musica della vecchia canzone? Chi ricorda ancora i sogni e le speranze che le belle note hanno suscitato facendo palpitare il cuore ignaro e autodidatti, affiatati nonostante innocente? Cori senza maestro, l'estemporaneità, l'improvvisazione, ma pieni di passione entusiasta.
Wandissima, dolce e desiderabile, ineffabile sarebbe stato il tuo veleno. Solo un sogno e sarebbe durato troppo poco. Illusione, dolce chimera sei tu, anche se ha fatto sognare e sperare per tutta la vita. Inutilmente.
       **************** fine giornata ************************
 
20 Aprile 2024 - sabato - sett. 16/111
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I GALLI CISALPINI (4-5 )
Ci spostiamo nel nord-est, dove passerai la. I carni originali del bacino del Reno giunsero in Italia nel quinto secolo, avanti con una delle ultime grandi migrazioni e si stanziarono all'estremità orientale dell'arco alpino tra il Friuli e Slovenia e Austria. Qui ebbero contatti con veneti, il Liri e reti con i quali iniziò un processo di sincretismo culturale, soprattutto con i primi due, tanto che verso la fine della loro storia sono praticamente indistinguibili dai locali. Nonostante la fusione con i veneti, la loro identità culturale e abbastanza chiara, infatti, non appartenendo al gruppo etnico di le ponti, il loro dialetto era probabilmente una variante della lingua celtica tendente al germanico, assimilato durante l'attraversata della regione del Norico. Nel corso della loro storia seguirono il destino dei veneti, lasciandosi però più pacificamente l'analizzare fino alla completa annessione dei loro territori nel secondo secolo. Questo notevole la Fondazione della Colonia romana di Aquileia nel 181 a.C. Dopo re del. Commemorata su una stele, rinvenuta il sito. Che riporta Lucius Manduchi Linus, a cui lei e colonie Giunsero nella Valle Padana con la grande migrazione del circolo pontino del 400 a.C. Guidati dal grande e littorio. E si fermarono temporaneamente nella valle dell'Adige. Ma furono spinti a sud dalle migrazioni delle bellicose tribù germaniche dei Camuni. Si insediarono quindi nei territori che oggi comprendono indicativamente le province di Brescia, Bergamo e Verona, ma furono in eterno conflitto con i veneti per il controllo del vicentino, almeno fino alla seconda guerra punica e con i boy per dilagare sul PO. . Oh a tal proposito, erano celebri tra i popoli confinanti come bruti e guerrafondai, e tale nomea giunse anche a Roma, dal momento che tali li considera anche polibio. Erano in realtà, come molti decise alpini giunti con le grandi migrazioni, comunità rurali che nelle loro terre natali del nord avrebbero trascorso una quieta storia di agricoltori e mandriani. Se solo l'esplosione demografica del primo millennio a.C non li avesse costretti. Quando il comune tribù si schierano a fianco dei punici in opposizione a quella e vendite. La loro sorte fu la medesima di tutti quei cisalpini che seguirono Annibale fino alla sconfitta, inizialmente assoggettati al potere centrale di Roma. Come è stato tributario? Furono infine fagocitati nella Repubblica in rapida espansione, all'alba del secondo secolo, avanti.
Linguni. Simile a quella dei fenomeni e la sto ria dei singoli, anch'essi a seguito di eliotropio e anch'essi premuti su dai camuni ben più dei fenomeni, tanto che il loro territorio si ritrovò a essere inglobato nelle regioni del villano. Comunque, alla fine delle peregrinazioni si considerarono per breve tempo con i vicini xenon, per poi separarsene e ritirarsi nella ristretta regione del Delta del grande fiume. Tuttavia i Poveretti non ebbero mai la fortuna delle altre tribù e non si procurarono mai in territorio dai confini precisi, infatti si stabilirono in modo parzialmente sedentario. All'interno dei domini altrui, ad esempio, alcune comunità venetico ed etrusche li accolsero a spina e ad Adria. Per quanto riguarda la loro fine, non è chiara, in quanto l'identità etnica di tale popolo sembra sbiadire col tempo, man mano che i vari gruppi si integravano nelle comunità che li ospitavano. L'ipotesi più accreditata è che alla fine si fusero con i villanoviani, andando a formare il ramo padano delle genti etrusche, in una commistione di costumi celtici e i tattici. Civiltà che hanno popolato il Centro Nord Italia, passo la parola ad Angelo Conte di. I Galli boy furono una delle tante popolazioni celtiche della Gallia, che ha preso occasionalmente migravano e si spostavano in areali che andavano grossomodo dall'odierna Francia fino alle rive del Danubio, in Pannonia o persino old. 
CULTURA ISTRUZIONE (4-5 )
M: E poi, a proposito del patrimonio, n'emm minga dii assee de quell che gh'è in di noster ges, che è della più grande importanza e che tanti milanesi non si rendono forse neppure conto di avere, come del resto accade in tutta Italia, che di straordinaria ricchezza millenaria è piena. Ma qui si può introdurre un nuovo aspetto della milanesità e vale la pena di spendere qualche parola sul rapporto dei milanesi con la religione.
C: Ma prima de parlà de religion, se pò minga lassà foeura de la cultura l'istruzion, che peraltro con la religione non è mai andata tanto d'accordo. E a Milano ne sappiamo qualcosa se fino a 100 anni fa non c'è mai stata un'università.
M: È vero! La prima è stata il Politecnico, verso la fine dell'Ottocento, e poi la Bocconi ai primi del Novecento, che sono poi sono più significativa espressione della cultura milanese di oggi, le scienze la prima, l'economia e la finanza la seconda, e tuttora sono il fiore all'occhiello dell'istruzione universitaria meneghina. Poi negli anni Venti sono arrivate la Cattolica e la Statale, che man mano hanno introdotto numerose altre facoltà, dalla medicina, all'umanistica, alle scienze politiche... Incoeu, ghe n'è anca de quei pussee specialistich, dedicate alle nuove realtà come la moda, il design, la pubblicità giusto per fare qualche esempio. Senza dimenticare il Conservatorio e l'Accademia di Brera, i cui diplomi valgono come una laurea.
C: Voraria nò che passassom per una città di cervelloni... ma indubbiamente andare in giro per il mondo coi diplomi di queste scuole è un merito per chi li ha conseguiti ma è motivo di vanto anche per la nostra città che ha saputo attrarre tanti studenti... e incoeu hinn tanti quei che vegnen de foeura, anca de l'ester, per studiare proprio a Milano. Problemi degli alloggi permettendo (ma quella dei costi è un'altra questione). Puttost, s'te me diset a proposit di alter scoll, dalle elementari alle superiori?
M: Lassom prima di dei costi dell'istruzione, che, a certi livelli, sono sempre più elevati, e qui si innesta la solita, spinosa questione istruzione pubblica-istruzione privata, cioè di quanto e come debba intervenire lo Stato per consentire a tutti di studiare, indipendentemente dalle condizioni eco- nomiche. Quanto ai alter scoll, fina a cent'ann fa gh'era l'obbligh domà di frequentare solo le elementari, poi si è portato l'obbligo a 16 anni. Ma la scuola italiana continuava, purtroppo, ad essere molto, troppo classista, cioè riservada a quei che se la podeven permett. Infatti, già dopo la Quinta elementare si creava una distinzione netta tra chi pensava di proseguire gli studi, alle medie e poi al liceo, e chi invece el cercava, per voeuia o necessità, di entrare quanto prima nel mondo del lavoro, passando dalle scuole professionali e poi dagli istituti tecnici, che, però, non consentivano l'accesso alle università.
C: Incoeu, per fortuna, tusscoss l'è avert a tucc, ma è rimasta una certa forma di differenziazione tra scuole pubbliche e scuole private, dove, chi se lo può permettere, cerca di mandare i propri figli pensando che siano migliori. E a Milano ce ne sono molte.
L'ANTICA PIAZZA DEL MERCATO di Varese (2-3 )
Era quella l'epoca gloriosa del  Trio Salvadori , tre bellissime ragazze in costume da ginnasta che eseguivano difficili e acrobatici esercizi, avvalendosi di una rete metallica, quale trampolino di lancio. Trionfava anche il clown Francesco Fornasari che, oltre ai suoi numeri di divertente comicità, con gli occhi bendati, eseguiva alla perfezione il saldo in piedi sul cavallo con la piroetta, uno tra i più difficili numeri dell'alta equitazione. Verso la fine dello spettacolo lo stesso Fornasari, con una serie di campanelli agganciati ai polsi delle mani, intonava famose musiche, tra le quali il  Valzer dei pattinatori , chiudendo con alcuni scherzosi stornelli popolari dedicati alla cittadinanza, tra gli applausi generali del pubblico.
Al termine della Fiera le carovane sparivano d'incanto, lasciando la piazza anche di notte, creando nei ragazzi un malinconico ricordo che durava pochi giorni, ben sapendo che il parco dei divertimenti sarebbe ritornato in autunno, sia pure in formato ridotto.
E fu proprio nella Fiera autunnale del 1927 che il circo Spinetto si portò via Margherita, una giovane e attraente ragazza di Giubiano, entrata nei sogni della nostra giovanile età, ma più che mai attratta dalla nomade e avventurosa vita del circo equestre.
Liberata dagli impianti di divertimento la piazza del Mercato riprendeva il suo normale aspetto, quale punto d'incontro commerciale nei giorni di mercato, mentre in alcune ore pomeridiane era assediata da gruppi di giovani che si divertivano al gioco del pallone. E diversi furono i varesini che, dal-a piazza del Mercato, fecero la loro apparizione nella massima squadra calcistica cittadina sul campo delle Bettole, senza l'ausilio di scuole e isitruttori, come si verifica oggi nel dorato mondo calcistico italiano.
Un'altra occasione di svago nella piazza del Mercato è stata l'apertura del  Sempioncino , una sala da ballo al piano rialzato nello stabile confinante con il Caffè Firenze in zona centrale della città
Luogo preferito delle brigate giovanili che affluivano dai vicini paesi e anche per le giovani domestiche che, nei pomeriggi domenicali, dopo una settimana di fatiche andavano alla ricerca di un meritato divertimento con i loro fidanzatini, lontane dalle padrone isteriche, dove erano sottoposte a imperiosi ordini e continui rimproveri.
L'atmosfera pomeridiana era pertanto carica di giovanile entusiasmo e al suono di una scelta orchestrina, le giovani coppie, amorosamente avvinghiate, turbinavano in travolgenti balli di quell'epoca: dal valzer alla polka, dal charleston alla rumba, sino ad imitare Rodolfo Valentino in ben studiati passi di tango, mentre qualche ballerino dei più audaci sussurrava ardenti parole d'amore alla compagna.
In orario serale dei giorni festivi la sala assumeva un aspetto più mondano, essendo frequentata da coppie cittadine e della periferia che concepivano il ballo come il seguito di una giornata sportiva.
Tra l'elemento femminile delle serate danzanti si distingueva una  monella  della Motta, loquace, sempre sorridente e disponibile, che al termine delle danza era sua abitudine rimorchiare un amico che le facesse compagnia nell'oscurità della piazza, vicino a qualche albero, dove un accorto guardone poteva assistere a curiose scenette, ricche di bisbigli, di carezze e baci che terminavano con misteriose manovrine, da non confondere con quelle governative, oggi assai di moda.
La ragazza, pur avendo superato abbondantemente i vent'anni, era una specie di diavolessa, belloccia, ma non troppo; svelta come una lepre, dalle abitudini mascoline, sempre circondata da ragazzi e ragazzine più giovani, come se fosse una maestrina tra le scolaresche.
Sul suo conto era nata una storia quasi boccacesca, ma certamente veritiera perché ella stessa si divertiva a raccontarla. In una serata nebulosa e fredda di un Giovedì grasso, mentre camminava solitaria nelle vicinanze della Caserma Garibaldi, udì qualcuno che fischiava dolcemente, chiamandola dalla finestra, con tutte le squisite grazie di un uomo innamorato.
Era un caporale del presidio, forse già conosciuto dalla ragazza, che la invitava a salire per trascorrre una serata in lieta compagnia. Ma poiché la porta d'ingresso era vigilata dalla sentinella, le suggeriva di entrare dalla stessa finestra.
Per la giovane, infreddolita e alla ricerca di qualche svago, fu come una manna: - Ma come faccio a salire? - gli disse, trepidante.
Allora il caporale le fece scivolalre una scala a corda, dicendole sottovoce: - Sali in fretta, non avere paura, tieniti salda! -
La nostra amica non se lo fece ripetere due volte e afferrando la fune a due mani, si arrampicò, svelta come una scimmia, mentre il suo galante complice, aiutato da un altro commilitone, teneva saldamente l'improvvisata scala.
Mentre stava per raggiungere il davanzale della finestra un suono improvviso di tromba la fece trasalire e con mano agile, evidentemente spaventata, scese abilmente dalla corda e non appena a terra si precipitò a gambe levate verso la via di casa.
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21 Aprile 2024 - domenica - sett. 16/112
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Chiese Sconsacrate - San Michele ai Nuovi Sepolcri
Le grandi città sono sempre state ricche di edifici adibiti a luoghi di culto. Ogni chiesa aveva una sua identità, alcune esprimevano il prestigio di famiglie influenti, altre identificavano diversi ordini religiosi, ciascuna, però, lasciava un suo messaggio. Col passare del tempo, a seguito di eventi storici rilevanti, alcune di esse subirono trasformazioni tali da perdere la loro sacralità. Così, splendide opere architettoniche furono destinate a luoghi di aggregazione, spazi polifunzionali, sedi di eventi culturali …..San Michele ai Nuovi Sepolcri - Milano - Viale Regina Margherita
Comunemente chiamata “La Rotonda della Besana”. Oggi costeggia Viale Regina Margherita nella cerchia dei Bastioni Spagnoli nel tratto che da Porta Vittoria si snoda verso Porta Romana.
Nasce nel 1695 come “Foppone”, ovvero cimitero per i morti della Ca’ Granda (Ospedale Maggiore) in un terreno situato sotto le mura del Bastioni. Sotto la pavimentazione del portico che circonda la chiesa sono dislocate ancora un imprecisato numero di cripte molto profonde. Si tratta di loculi nei quali furono radunate e poi murate le salme. Nel 1713 Attilio Arrigoni progettò la chiesa centrale, dedicata appunto a San Michele, oggi sconsacrata. La chiesa ha la forma di una croce greca, con bracci di misura uguale. All'incrocio dei bracci si eleva la cupola ottagonale, coronata dalla lanterna slanciata. Ai termini di ciascun braccio vi sono quattro facciate identiche. Più elaborato e scenografico è invece l'interno, a tre navate. La copertura a capriate lignee è sorretta da pilastri in pietra, scanalati, a base ottagona. I capitelli, di ordine ionico, sono decorati con raffigurazioni di teschi e ossa, allusive alla destinazione del complesso e tipiche dell'iconografia barocca.
Tutto intorno, separato da un prato, vi è un portico di forma circolare definito da otto segmenti di cerchio costruito da un colonnato aperto verso l’interno e da un muro di mattoni a vista aperto verso l’esterno da finestroni. Nel 1808 il Vicerè d’Italia Eugenio di Beauharnais voleva destinare questo luogo a Pantheon del Regno, dove dare sepoltura agli uomini illustri d’Italia. A seguito della caduta di Napoleone il progetto non venne mai concretizzato. Il complesso, di proprietà comunale dal 1958, è usato come spazio verde pubblico e come spazio espositivo per mostre temporanee, proiezioni ed eventi culturali.
La rotonda di San Michele “ai nuovi sepolcri”
Quando l’Ospedale non fu più in grado di reperire all’interno ulteriori spazi di sepoltura (e considerando che la situazione igienico sanitaria era divenuta comunque intollerabile a causa del fetore di decomposizione dei morti ivi inumati) si optò per la costruzione di un apposito e distante sepolcreto finalizzato ai soli cadaveri della Ca’ Granda, stabilendo contestualmente la proibizione di effetturare ulteriori sepolture interne.
La zona per il camposanto fu scelta il più vicino possibile al nosocomio, pur restando dallo stesso e dalle abitazioni della zona adeguatamente separato. Per raggiungerlo, fu costruito il ponte detto dell’Ospedale, che scavalcava il naviglio interno (oggi via Francesco Sforza) e quindi predisposto un rettifilo (oggi via San Barnaba e via Besana) che conducesse celermente alla località prescelta.
I lavori per il cimitero, che prese il nome di Nuovi Sepolcri (ma comunemente detto dai milanesi “Foppone dell’ospedale”), iniziarono nel 1695 e, procedendo celermente, consegnarono alla città un razionale camposanto che venne utilizzato a partire dei primi mesi del 1700.
Nel 1713 Attilio Arrigoni progettò la chiesa centrale, dedicata appunto a San Michele, mentre per aversi l’attuale recinto porticato si dovette attendere il 1725.
La Rotonda, oggi detta di via Besana, funzionò per circa 82 anni, accogliendo all’anno una media di 1500 morti, per un totale approssimativo di ben 126.000 sepolture.
Nel 1809 Eugenio di Beauharnais volle trasformare la Rotonda in pantheon del Regno d’Italia (la cui capitale era appunto Milano) e incaricò il Cagnola di studiarne le dovute trasformazioni. Il progetto tuttavia naufragò, e ben presto lo spazio dell’ex cimitero finì con ’ospitare gli ammalati contagiosi, e ciò fino a quando venne aperta la moderna struttura sanitaria del Derganino, nel 1896.
CULTURA ISTRUZIONE (5-5 )
M: E i pussee sciori vann anca foeura de l'Italia per cercare le scuole più rinomate e prestigiose, soprattutto dove si dove si parla inglese. Ma ci tengo a dire che la scuola pubblica, qui a Milano, almeno fino agli anni Sessanta/Settanta, è stata di primissimo livello, tanto che mi sento di affermare che la struttura portante della Milano del boom economico era fatta da diplomati degli istituti tecnici e professionali, che la loro "università" la facevano poi sul campo, col lavoro da impiegati, dirigenti, imprenditori. E mentre questi se tiraven su i manegh, i loro coetanei più fortunati, che potevano frequentare l'università, andavano in giro a protestare inneggiando, occupando facoltà, spaccando vetrine e gridando che per i padroni ed i borghesi c'erano... pochi mesi. Propi l'incontrari del spirit milanes, faa de libertà e iniziativa.
C: Te me paret on po tropp polemich, anche se, tutto sommato, la penso come te, visto che anche noi due eravamo dalla parte de quei che tiraven el carrett e vedevamo l'università come un mondo lontano e precluso. Ma bisogna anche riconoscere che uno stimolo all'emancipazione non solo degli studenti, ma dei giovani in generale, dei lavoratori e delle donne i movimenti del '68 lo hanno pur dato.
M: Guarda che l'emancipazione la gh'è stada in tutt el mond, probabilmente perché i tempi erano ormai maturi, senza le follie degli "anni di piombo", che gh'hinn staa domà chi in de nun. E, purtroppo, Milano si è distinta anche in questo. Ma rimango convinto del fatto che la milanesità migliore l'abbiano diffusa quelli che tiraven el carrett, come dici tu, e non quelli che scendevano in piazza con le bandiere rosse, se non di peggio... Piuttosto, si può riconoscere che quei movimenti abbiano aiutato gli italiani a vegnì foeura da una certa arretratezza, che però, a mio parere, più che ai "padroni e borghesi" era storicamente dovuta alla presenza della Chiesa, da noi particolarmente... diciamo asfissiante, anche perché i nostri governi sono stati sempre più o meno condizionati dal Vaticano, che non si è mai rassegnato alla perdita del suo potere temporale che esercitava soprattutto qui, in Italia. Adesso sì, cara la mia Cecca, che, come suggerivi, possiamo parlare della religione dei milanesi.
Quando congelare polli e pesci era vietato dalle grida
A desso le cose vanno diversamente. I tempi sono cambiati e non accade più che un ordine, una disposizione, un decreto dell'autorità costituita vengano ignorati. Un esempio recente: le targhe alterne. Le cose comunque, almeno in tema di ordinanze non rispettate, andavano certamente peggio all'epoca della dominazione spagnola, che a Milano è durata dal 1535 al 1706. Dominazione spagnola: due parole che volgarmente, a dispetto della verità storica, hanno assunto e tramandato un significato negativo: malgoverno, amministrazione quanto meno disordinata. C'è un pizzico di vero, ma molto da correggere. Restando in argomento, testimoni di quei 170 anni travagliati sono le grida». Annunciavano i provvedimenti legislativi emanati dal governatore inviato da Madrid, talvolta anche dal sindaco, che allora si chiamava Vicario di provvisione. Venivano sparate a getto continuo: ogni nuovo governatore (sono stati 43) si vedeva costretto a rispolverare le ordinanze del collega che lo aveva preceduto, cambiando qualche virgola ma non la sostanza del testo, e nuove ne aggiungeva. Nella speranza, negata dai fatti, che ottenessero finalmente rispetto. Erano leggi, in molti casi, fatte per non essere osservate.
Erano soprattutto la dimostrazione dell'impotenza delle autorità di fronte al dilagare della delinquenza. Sentite questa, datata 27 settembre 1583 e firmata dal governatore don Carlo d'Aragona, principe di Castelvetrano, duca di Terranova: ordinava "a tutte le terre ed uomini, generalmente e particolarmente, nelle occorrenze si levino in aiuto e favore degli ufficiali della giustizia; diano campana a martello; serrino le porte e corrino le strade e ai passi della campagna e facciano ogni sforzo possibile acciò i bravi, vagabondi, malviventi tutti non possano sfuggire il castigo che meritano". Le grida» si preoccupavano di regolamentare anche le più banali attività della vita quotidiana. Una arrivò a proibire di "tener pesci, pollastri, anitre nel ghiaccio, acciò non perdano la bontà loro". Quest'altra vietava di "accattar lumache al tempo che son discoverte", mentre ai ciabattini s'imponeva che "non possano alle scarpe fruste mettere che la suola e il calcagno nuovi". Però si permetteva "a chiunque non abbia casa piantata in città d'andar à bere e a mangiare nelle osterie e nelle bettole a suo agio".
Le sanzioni minacciate agli inadempienti erano, in molti casi, tremende. Per chi introduceva clandestinamente libri dannati dal Sant'Ufficio c'era la pena di morte, ad arbitrio del governatore. Stessa sorte per i responsabili di "motteggi, satire, pasquinate, libelli famosi, affissioni di corna, di cerchi e simili". Contro "chi fa ai pugni o ai sassi o nuota in un'acqua entro il circuito delle mura" era comminata una pena blanda: la "frusta se fanciulli e tre tratti di corda se adulti". L'equivalente, al giorno d'oggi, di una multa per sosta vietata.
E tucc 'sti ballabiott vosaven fort: "'Na ròbba la vaa no, l'altra ne men, voltà ch'el canton là te seet in tort, fà el bagn 'n del Navili no va ben".
Nanca mett in del giazz pess e pollaster per via, diseven, che perden el savor. Ma 'sti spagnoeu che loeuggia d'on disaster, piantaa 'n del goeubb per secol de dolor.
 
       **************** fine giornata ************************
 
La lista degli argomenti della settimana 14
  1. cap. 3 - il castello o rocca e il fosso (1/2)
  2. cap. 3 - il castello o rocca e il fosso (2/2)
  3. chiese sconsacrate - san michele ai nuovi sepolcri
  4. cultura istruzione (3-5 )
  5. cultura istruzione (4-5 )
  6. cultura istruzione (5-5 )
  7. dal 1945 al 1960 (10/13)
  8. dati di concessione. (3- )
  9. dati di concessione. (4- )
  10. i cognomi più diffusi
  11. i galli cisalpini (3-5 )
  12. i galli cisalpini (4-5 )
  13. in piazza vetra il boia era di casa
  14. l'antica piazza del mercato di varese (2-3 )
  15. la rotonda di san michele “ai nuovi sepolcri”
  16. la viuleta, la va, la va
  17. lombardia, terra di laghi e di storia. oggi vi racconterò 2 leggende della lombardia.
  18. non fiori ma opere di bene
  19. pigota e caàl da sconca
  20. quando congelare polli e pesci era vietato dalle grida
 
Sommario
Le dirette
Pensiero della settimana
 

lib375-Settimana-17

RVG settimana 17
 
Radio-video-giornale del Villaggio
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Settimana-17 del 2024
 
 
RVG-17 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 17       2024-04-22 -  Dicembre - Calendario - la settimana
22/04 - 17-113 - Lunedi
23/04 - 17-114 - Martedi
24/04 - 17-115 - Mercoledi
25/04 - 17-116 - Giovedi
26/04 - 17-117 - Venerdi
27/04 - 17-118 - Sabato
28/04 - 17-119 - Domenica
 
22 aprile 2024 - lunedi - sett. 17-113
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TRAVEDONA-MONATE -
67) Selvetto: in dialetto Selvèt è la zona a sud del Rünch a ovest del paese di Travedona sul confine con Monate. Il termine selv come indica una zona di boschi ed è frequentissimo in toponomastica.
68) Sóche: piccolo balzo del terreno che sovrasta il Ruetàri a sud della zona boschiva del Bosch e del Bosch Gros. In dialetto soca designa la "gonna" ma non crediamo essere questa l'origine del nome. Per trovare un'etimologia più plausibile possiamo considerare la voce dialettale zòca che ha vari significati tra i quali "buco scavato per contenere acqua a scopo domestico, oppure la voce dialettale sòch "ceppo" o "ciocco", ad indicare forse una cumulo di ceppi di legno.
69) Strecciolo: è una strada stretta, detta in dialetto streciöö, che si dipana nel centro del paese. Un tempo era più lunga e portava fuori dal centro; ora invece è stata tagliata e designa un tratto non più lungo di 30 metri
70) Tajagrande: località nota anche come Tajanmèz. Prende il nome da una strada che divide in due parti l'antica zona boschiva del paese segnando l'arbitrario confine tra il paese e la campagna di Travedona .
71) Turàsce: piccola lingua di terra che si estende latitudinalmente in località Monate a sud del Löch poco distante dalle sponde del Lago di Monate ).
72) Vallone: in dialetto noto come Valün. Il sito è a nord del Chiosetto ed è caratterizzato da una leggero pendio che va restringendosi verso la strada provinciale che segna l'ingresso in Monate.
73) Vignöö: piccola area un tempo coltivata a vigna limitrofa al Peze al confine tra Travedona e Monate
74) Vignuvéle: località di Travedona a ridosso del Salvascéte e a nord del Laghèt un tempo utilizzata per la coltivazione dell'uva. Da pochi anni quest'area è stata ripresa in mano dalla Pro Loco cittadina e riutilizzata per produrre il vino di Travedona proposto spesso nella ristorazione locale ed esportato anche all'estero. Il nome dell'area dovrebbe essere con tutta probabilità un composto di "vigna" e "novella".
75) Zavattè: (žavattè) in dialetto sciavatàa designa "il ciabattino ". Il toponimo riprende il nome di un possibile artigiano che li vi lavorava o un soprannome di qualcuno che così poteva essere scherzosamente chiamato
Dal 1945 al 1960 (11/13)
C: On bel quader el tò, ma effettivament i ròbb hinn inscì anca ai dì d'incoeu, anzi, da quand gh'è nanca pu la leva militar obbligatoria, anca i soldà hinn per la maggior part di meridionai. Sperèmm che almeno quei che resten chi seguiten a fà quell che hann fàa i lór parent de on temp, che hinn diventàa di milanes anca lor. Ma famm savè on po mei quell che gh'è success in 'sti ann '50 (cinquanta).
M: tanti ròbb hinn cambiàa de allora, ma la sostanza l'è quella. Comunque per restà a quei ann, a quell che gh'emm giamò dì, podum giontà quaicoss d'alter: per comincià, nel '51 (cinquantun) gh'è cambiàa el sindich, Ferrari, on socialista anca lu, ma del Psdi, quel democratich, ch'el s'era dividuu dal Psi, ch'el poggiava i comunisti. E inscì se pò di che la continuava la tradizion di nòster governant, de idei socialisti, ma semper cont la voeuia de vèss lontan dai partii dominant, che a Milan hinn mai rièssìi a comandà. Disuu quest, i fatti de 'sta desèna che forse pussée de tucc hann cambiàa la nostra vita hinn stàa la television, che in Italia l'è rivada nel '54 (cinquantaquatter) e i supermercàa, quai ann dopo. Tucc e duu gh'hann avuu protagonista la nostra città; la tv cont la noeuva séd de la Rai in cors Sempion che l'è diventada cont el sò teàter denter la Féra el sit pussée famos d'Italia cont la trasmission "Lascia o Raddoppia?" che al giovedì la tegniva quasi tucc davanti al televisor, la maggior parte però minga in cà soa (el televisor el costava car, l'era ancamò ona ròba de sciori...), ma in di bar o financa in di cinematografi, che se de nò el giovedì sera ghe andava nissun; anca i supermercàa in Italia hinn nassuu a Milan, cont i primm dervìi nel '56/57 (cinquantases/sett), anca se on para de ann prima ghe n'era stàa dervì vun che però l'è subit fallì, perché troppa gent la credeva che self service voreva dì de cattà su la roba in de per lor, ma senza pagalla. Tutta ròbba che in America la gh'era giamò de vint'ann, ma che chi in de nun la voreva dì el massim de la modernità.
I GALLI CISALPINI (5-5 )
Gli storici non concordano sul luogo natio dei boi. L'etnia potrebbe essersi formata in gabbia oppure in Germania. Ciò che è certo, tuttavia, è che numerosi toponimi ancora oggi conservano il nome dei Galli Boi. La Boemia dal latino boi. Cioè ne è un chiaro esempio, ma anche la Baviera e persino la città di Bologna. Presenti in Europa fin dal sesto secolo, a.C. I boemi. Così come molte altre popolazioni celtiche, prevalentemente tra il quinto e il quarto secolo. Stanziarono nella Valle Padana. Condanno forse la città di Lodi e occuparono la città etrusca di Felsina, l'odierna Bologna, e divenne in seguito bononia presso i romani. Però mi ricordo del loro nome. Secondo polibio, i Bois sarebbero arrivati in città dopo che a adeste, ricco commerciante di felsina, richiese il loro aiuto per risolvere una disputa con i suoi concittadini. I boy, ammaliati dai doni che avevano ricevuto, si sarebbero stabiliti lì per continuare a goderne. In Italia il territorio dei Boi si estendeva in Emilia Romagna fino al fiume Montone, oltre il quale abitavano nei vicini Galli senoni. Infine, nel 189 a.C. Soggiogati dai romani. E poi se ne andarono dall'Italia, migrando a Oriente, verso il Danubio e in Boemia, dove restarono indipendenti fino al primo secolo a.C. In parte, vennero dunque assoggettati dai Marco e in parte si dispersero.
Altrettanto importante fra le civiltà celtiche dell'Italia fu quella dei Galli senoni. Giunti attraverso le Alpi nel 400 a.C., come racconta. Attraversarono la Pianura Padana e Salerno sulle coste orientali dell'Italia, in Emilia Romagna, proprio vicino ai territori dei Boy e in mezzo ai fiumi uso e di. Provenienti indubbiamente dalla Gallia, alcuni loro rami parteciparono alle scorrerie Balcani che operate dal Celtic tra il quarto e il terzo secolo a.C. Fondarono la città di Senigallia moderna Senigallia, rendendola la propria capitale ed effettuarono delle grandi scorrerie sia in Toscana che in Magna Grecia, tanto che furono assoldati dai siracusani come mercenari per combattere contro i cartaginesi in Sicilia. Come gran parte dei loro fratelli Gallici, i senoni erano un popolo dedito alla guerra di Ventura e al saccheggio, ma si dedicavano anche al commercio dell'artigianato con i vicini piceni. Con la Colonia Siracusana di Ancona e con gran parte dei popoli italici delle più fiorenti colonie greche del meridione, tra cui Taranto. Sono conosciuti storicamente sopratto per essere stati i primi ad aver espugnato la città di Roma. Nel 391 a.C. C'è un brenno invase all'etruria e cinse d'assedio la città di chiusi. Gli abitanti di disperati chiesero aiuto a Roma, la quale intervenne. Ma nel 390 a.C. I romani non conoscevano ancora lo schieramento, manipolare, vennero sconfitti nella battaglia del fiume Allia e la città stessa venne brutalmente saccheggiata. Il Campidoglio, tuttavia, resistette e venne posto sotto assedio. Poi, dunque nominato dittatore Marco Furio Camillo, che però non venne investito dalla carica affinché Il Messaggero Ponzio Comino non giunse a Roma dalla città, da poco sottomessa di veio, spezzando così l'asse. Poiché la città era stremata dalla fame, il Senato decise di effettuare un accordo con i Galli. Brenno, accetto a patto che i romani avessero consegnato 1000 libbre d'oro puro. Il ramo occidentale dei senoni, quelli stanziati in Gallia, sopravvisse fino alle conquiste di Cesare. Poi il mitico popolo di brenno che fece tremare Roma scomparve per sempre dalla storia. E con i senoni concludiamo questo Atlante di Galli cisalpini.
San Satiro
D’ordine di Lodovico il Moro costrutta non sappiamo da chi, sul cadere del secolo XV ; il disegno però è bramantesco, e diffatti il ricchissimo ottagono della sagrestia è di Bramante co’ bassirilievi del Caradosso. Veda il lettore in quella mirabile prospettiva del coro il secondo passo fatto in Milano dall’architettura per giungere al moderno; in Sant’Eustorgio è il primo.
A quest’eleganza fu ridotta la chiesa nel 1817. Pizzagalli disegnò l’altar maggiore. Gr'. Rusca scolpi le statue, Strazza fuse i bronzi, il prof. Comerio vi rappresentò sul muro colla eleganza e severità del suo bel disegnare, quel miracolo da cui la pietà dei fedeli fu spinta ad erigere questo tempio.
Nella sagrestia dove i sacerdoti si parano, vi sono tre tavole antiche del Nolfo da Monza, secondo il Lanzi, san Giovanni, santa Lucia, sant'Apollonia. Nel locale di mezzo vi sono alcuni dipinti procaccineschi.
Nel braccio a sinistra dell’altar maggiore vi è nella chiesa antica la deposizione con molte statue, pregiato lavoro del Caradosso.
Questa chiesa, dopo l’ultimo restauro, riesce una delle più eleganti della città.
San Sebastiano.
Nell’epoca dolorosa in cui Milano era afflitta dalla peste l’anno 1576, per voto fatto dalla città, venne eretta questa chiesa in onore di san Sebastiano; il celebre Pellegrini ne concepì il disegno di forma circolare, e riesci una delle più belle che veggonsi in Milano. Magnifica è la parte esterna ornata di lesene binate d’ordine dorico, con cornice elegantemente lavorata; l’ordine ionico si vede superiormente all’attico praticabile. Tre porte, una maggiore ornata con colonne, e due laterali più semplici, danno ingresso all’interno, il quale corrisponde alla bellezza esterna per la sua semplicità ed eleganza; un ordine di lesene disposte in giro divide le cappelle arcuate ; il coro è di figura ottagona con cupola circolare.
Nell’altare a sinistra ammirasi una pittura stimabile del Martirio di san Sebastiano, e si crede anche dal Lanzi opera del Bramante. L’altare di marmo in cui fu collocato il Crocifisso è disegno del professor Levati; nel secondo a diritta Stefano Danedi, detto il Montalto, scolaro del Morazzone, espresse l'Annunziata, e nel semicircolo dipinse la Strage degli Innocenti.
 
       **************** fine giornata ************************
 
 
 
23 aprile 2024 - martedi - sett. 17-114
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dati di concessione. (5- )
Una notte improvvisamente nevicò: era appena terminata la seconda guerra mondiale.
Era tanto alta la neve che copriva persino le sponde del Naviglio. Tutto fermo, tutto bloccato.
Verso mezzogiorno all'entrata del cortile appare un uomo; l'Aristide lo guarda bene e si mette le mani nei capelli. L'Ernesto Pellizzoni, da Morimondo dove era sfollato, se n'era venuto a piedi per giustificare la sua assenza data l'impossibilità di presentarsi in orario.
Dopo aver consumato il pasto a base di gorgonzola, seduto su uno dei gradini della scaletta che portavano alla vasca dove si rovesciavano i rifiuti, se ne tornò, sempre a piedi, a Morimondo; partì subito per paura di incontrare il buio.
Questo Ernesto fratello del Carlo con il quale era padrone del 56, sull'Alzaia s'intende, anch'esso distrutto dai bombardamenti, possedeva lì al 62 due torchi per panni, ed aveva anche una piccola officina per la costruzione delle bocche per forni di panettieri.
Ormai anziano andò a dare una mano ai Gambolò per sentirsi ancora utile. Se c'era dell'esagerazione nel senso del dovere c'era però anche e soprattutto il rispetto alla sacralità del lavoro.
Ci immaginiamo tanti sorrisini di compatimento: si è dimenticato che fra i lettori ci potrebbero essere degli impiegati dei pubblici uffici.
La barca, ossia il ";Corriere d'acqua"; rimase in attività sino al 1955 circa, poi fu sostituita dall'autotrasporto e non se ne parlò più.
Nello stesso stabile c'era ";l'Osteria del Porto";, il rifugio sicuro per alleviare l'arsura implacabile ed il freddo immagazzinato nel lungo viaggio.
C'è ancora quel locale; non porta più lo stesso nome ed è stato trasformato, anzi sfigurato all'insegna della nuova moda.
Dall' ";Isola Fiorita"; sita all'83, l'unica che conserva ancora la stessa dicitura, al S.Girolamo del 63 e, le altre le incontreremo poi, tutte hanno subito il medesimo destino.
Ormai sono frequentate da un tipo di clientela improvvisata.
E' scattata la molla dell'ambizione di attrarre una ";élite";, a modo loro s'intende, sempre più anonima e chiassosa, quanto sbiadita e squallida. Di fronte, al di là dell'Alzaia, la Via Angelo Fumagalli al secolo Carl'Ambroio (1724-1804). Abate Cistercense in Sant'Ambrogio, lasciò la carica nel 1796 per poter terminare la sua opera principale: ";le istituzioni diplomatiche";: l'aveva iniziata molti anni prima nella serena quiete dell'Abbazia di Chiaravalle.
In fondo alla via c'era un lungo muro sul quale si leggeva chiaramente ";Velodromo milanese";.
La conferma di questa istituzione sportiva ce la dà Raffaele Bagnoli nel volume secondo de ";Le strade di Milano";.
Riportiamo uno stralcio dell'autore a proposito di questo primo velodromo:
";Solo al termine della via, la casa che fa angolo con Via Argelati, rappresenta l'ultimo esemplare di quelle vecchie abitazioni che caratterizzavano l'ambiente. Di fronte ad essa, dove è sorto il nuovo gruppo di case dall'architettura borghese qualificata, fu costruita la prima pista di terra battuta per le corse in bicicletta che, per alcuni anni, fu considerata come il velodromo di Milano.";
Marzo (3/3)
Una leggenda ci parla di San Giuseppe come  artiere del legno e commerciante di friggitoria , infatti non è raro vedere, sia nelle falegnamerie che nelle rosticcerie, l'immagine del santo. Si racconta che il falegname Giuseppe, della stirpe di David, al termine di ogni giornata lavorativa, trovasse per terra, accanto al suo bancone di artigiano, molti per cuocere trucioli; non sapendo come sbarazzarsene, provò ad usarli le frittelle di cui era ghiotto il suo figliolo Gesù. Un dolce profumo si sparse per le vie di Nazareth richiamando tanti bambini che reclamavano anche per loro le gustose frittelle, tanto che Giuseppe, aiutato da Maria, da allora dovette alternare il mestiere di falegname a quello di friggitore e venditore di tortelli.
È con San Benedetto (21 marzo) che si entra ufficialmente in prima vera e le rondini ce lo annunciano:  A San Benedett, la rondena la vegn al tèce .
Le rondini, chiamate anche  galinèle dla Madona , sono considerate di buon augurio nelle case coloniche dove nidificano numerose e indisturbate, come ci fa sapere lo scrittore e poeta Iginio Ugo Tarchetti (autore del famoso romanzo Fosca), nel suo volume di poesie Disjecta:  Benedetta quella casa alla cui gronda i bei nidi appendete! .
Pifania... tutt i fest la menna via; ma poeu riva San Benedett e ne porta on bel sacchett! . Mentre l'Epifania è l'ultima delle feste del periodo natalizio, San Benedetto e l'Annunciazione ci al preparano periodo pasquale:  Tra el spos e la sposa, se somèna la linosa! .
Tra lo sposo (San Giuseppe - 19 marzo) e la sposa (Annunciazione di Maria - 25 marzo) si semina il lino. Man mano che la primavera avanza, le violette perdono il loro delicato profumo.  A la Madonna di Garzon, de vioeul se ne catten pù, perché ormai hann pers tutta la soa virtù! . L'Annunciazione è chiamata nel bresciano la Madonna dei Garzoni, perché è consuetudine in questo giorno assumere nuovi lavoranti per la campagna, però, sempre in quel giorno si poteva anche cambiare padrone senza tanti problemi:  Quand la vioeula la profuma pù, mandi el padron a dà via el cuu! .
Il 25 marzo a Fiumelatte (Varenna) si attende l'apparizione dell'acqua. Il paese prende il nome dal torrente omonimo che esce in superficie solo da marzo a ottobre.
L'acqua esce impetuosamente dalla montagna il giorno dell'Annunciazione, quando in loco si festeggia la Madonna Nera, e si esaurisce il sette ottobre giorno della Madonna del Rosario; per questa sua caratteristica Fiumelatte viene chiamato:  El fium di dò Madonn! .
Passata la quaresima e festeggiate le Palme, parliamo delle varie manifestazioni che si svolgono durante la settimana santa cominciando da una antica usanza propria della gente dell'appennino pavese, dove al giovedì santo si usa bruciare nel campo vicino casa ogni cosa che non serve più. Il senso vero della cerimonia si è perso nella notte dei tempi ma forse si rifà all'abitudine di pulire le case in prossimità della ricorrenza pasquale, come ci ricorda la sapienza di noster vécc:  Pasquetta la voeur la cànetta!  di attribuire al fumo efflusso dai piccoli falò il oppure infastidire e tener lontani i rettili velenosi, evitando ai contadini, che si apprestano a tornare nei campi, il rischio di possibili morsicature. Nel mantovano sono convinti che:  Chi vol süche in abondansa ia meta zò par la Stmana Santa!  infatti, per tradizione, la seminagione importante avviene il venerdì santo; in questo giorno si seminano: prezzemolo, insalata, porri, coste, carote, verze, cavolfiori e piselli. Mario Merlo, studioso delle tradizioni pavesi, ricorda che fino agli anni Trenta del secolo scorso, nelle campagne della Lomellina, durante la settimana santa, si usava abbracciare tutti gli alberi da frutto nella convinzione che, così facendo, il raccolto sarebbe stato abbondante.
 
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24 aprile 2024 - mercoledi - sett. 17-115
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Notizie dal Villaggio
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Cosa ascoltare oggi
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Dati di concessione. (6- )
Un vecchietto arzillo e lucido raccontava quasi inebriato, dei giorni di gara. Non appena veniva segnalato l'arrivo di una carrozza sulla quale viaggiava un ";pistard";, i ragazzini più svelti l'attendevano per accaparrarsi l'onore di portare la bicicletta sino alla pista: seguiva la rituale ";mancetta";.
Il vecchietto classe '900 lo chiamavano ";Ambrosin";, da Ambroeus equivalente a sempliciotto; ma non lo era per niente, era soltanto bonario.
Quando il velodromo fu chiuso il terreno venne acquistato dai Minorini, antica famiglia residente in zona Argelati.
Diciamo un po' chi era questo Signor Argelati Filippo nato a Bologna nel 1685 e spentosi a Milano nel 1751.
Era uno storico che diresse la tipografia Palatina Milanese.
Collaborò con il Muratori alla realizzazione di quella monumentale opera, qualcosa come ventotto volumi che trattano la storia dal IV° al XVI° secolo: ";Rerum Italicorum Scriptores";.
Questo illustre Signore porta un nome troppo difficile da pronunciarsi: le nostre donnette per tagliar corto dicevano: ";Fili Porgelati"; e, non se ne parlava più.
Torniamo ai Minorini.
Uno lo ricordiamo poichè la moglie Crosti Giuseppina, sua vedova, alla morte lasciò una rispettabile somma alla Cà Granda, Ospedale Maggiore. L'altro perchè era il padre del Lodovico.
";El Lodo"; come era simpaticamente chiamato in quartiere, ebbe i natali nel 1892 nella patrizia casetta all'angolo della Fumagalli.
Era orgogliosissimo dell'orto giardino ch' era sorto appunto dov'era il velodromo.
E, ne aveva ben ragione perchè al centro troneggiava un superbo ciliegio alto.
Finchè un lontano giorno verso il '60 circa, via il muro con la scritta, eliminato  l'orto, incominciò l'avventura del nuovo quartierino.
Il progetto per la costruzione della prima casa ebbe vita difficile e fu protagonista di una patetica vicenda: da essa i nuovi progettisti in carica dovrebbero trarne una lezione da ricordare per tutta la vita.
E la vicenda era proprio il ciliegio: ";casa nuova sì, diceva la Signora Giuseppina Giussani, vedova del Lodo e madre della Maria Carmen che amorevol mente viene chiamata Cicci, ma il ciliegio non si abbatte!";
Finalmente saltò fuori, almeno parve, il progetto giusto.
Il palazzo crebbe, fu finito, vennero ad abitarlo gente di fuori e, poco tempo dopo, purtroppo il ciliegio morì.
Fu la prima cosa bella a morire fra tante altre cose belle che esistevano sulla Riva.
Al n°10, una piccola casa che fu poi abbattuta, era circondata da ampi magazzini.
Vi agiva uno spedizioniere il Signor Ettore Fornonzini, un uomo tutto lavoro ed innamorato del progresso e delle novità; se a quei tempi, fosse stata messa in vendita la luna, con ogni probabilità l'avrebbe comperata.
Sua figlia Regina si dilettava in modo eccellente al pianoforte.
Quando rientrava dall'America, dove si esibiva, un tenore di vaglio, faceva un salto a salutare questi suoi conoscenti.
E' facile intuire quindi che non poteva congedarsi senza fare una cantatina. Allora fra lo stupore dei presenti, il nitrire dei cavalli e l'odore di fieno, volavano le note di ";Oh paradiso"; la romanza da l'Africana di Meyerbeer che doveva essere una sua specialità.
Quando piante, aglio e olio sconfiggevano la peste
Piglia tre once di cera nuova, due once di olio d'oliva, una mezza oncia di olio di hellera (edera), di olio di sasso, di foglie di aneto, di bacche di lauro peste, di salvia, di rosmarino e un poco d'aceto".
Questi ingredienti li farai bollire fino ad ottenere una pomata che dovrai spalmare sulle tempie, le narici, i polsi e le piante dei piedi, ma soltanto dopo aver mangiato aglio e cipolle e bevuto aceto.
Era la ricetta - correva l'anno 1630, l'anno della peste "manzoniana" ferita dagli untori come antidoto contro il contagio, anche nota come "unguento dell'impiccato", perchè strappata, sotto tortura, a un poveraccio poi finito sulla forca.
Ad altrettanto infallibili e naturalmente diaboliche ricette ricorrevano, sempre gli untori, per lo scopo opposto, per incrementare il numero degli appestati.
Questi "nemici del popolo" usavano, come elemento base, gli "escrementi putrilaginosi delli bubboni", che costituivano la fonte principale del diffondersi della pestilenza, grazie anche al contributo delle innumerevoli schiere di famelici topi e a nidiate di talpe.
I restanti componenti delle ricette usate dagli untori erano talvolta parto della fantasia popolare. Si arrivò a immaginare che bisce, rospi e ramarri, dopo aver mangiato "creature morte", andassero sotto terra a confezionare unguenti.
"Si pigliava di tre cose, tanto per una. Cioè un terzo della materia che esce dalla bocca dei morti, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo del ranno un altro terzo". La paternità di questo impiastro se l'attribuì, conve nientemente torturato, Gian Giacomo Mora, vittima innocente della caccia all'untore. Faceva il barbiere, aveva moglie, un figlio e tre bambine e perse tutto: vita, famiglia e casa (all'imbocco della via oggi a lui intitolata) ai primi di agosto del 1630. Condannato a morte, col "complice" Guglielmo Piazza, dal Senato milanese il quale ordinò che "i nominati Piazza e Mora sieno torturati, adoperando anche il canape; che posti sur un carro sieno condotti al luogo del supplizio, per via sieno tanagliati con ferro rovente, dinanzi alla bottega del Mora sia ad entrambi mozza la mano destra, sien loro sfracellate le ossa, si innalzi la ruota, essi vi sieno intrecciati vivi, dopo sei ore scannati, poi si ardano i cadaveri, le ceneri si gettino al fiume, la casa del Mora sia spianata e sullo spiazzo eretta una colonna che abbia nome d'infame e porti una iscrizione del fatto".
La "colonna infame" fu abbattuta nel 1778 per iniziativa di Cesare Beccaria e di Pietro Verri. La cronaca del processo a Gian Giacomo Mora l'ha scritta un certo Alessandro Manzoni.
Se sa che a chi temp là i impestaa eren talment tant de toeut el fiaa e allora ghe pensaven ben i untor che ne inventaven voeunna tucc i or.
E l'aj e la pollina, o giò de lì, che se stemm ben la femm giust tucc i di.
In mezz a tanti impiaster e vespee el Mora, che el faseva domà el barbee, denanz al sò stanzin, colonna infama, l'è staa mondaa 'me se el fudess 'na rana.
Monumento Castelbarco presso Ispra sul lago maggiore
La famiglia Castelbarco, una delle più illustri ed antiche famiglie della metropoli lombarda, possiede , come è uso delle principali case patrizie, in amenissima posizione presso il lago Maggiore, una elegantissima villa di campagna, ove passa buona parto dell’ anno, godendo le salubri aure di quella amenissima parte delle nostre provincie. Presso quel luogo di delizie sorge il monumento,  e che fu eretto alla memoria della principessa Antonietta Litta Albani Castelbarco, morta nel 1855 a dì 4 ottobre. Il monumento merita una speciale considerazione. Esso fu cominciato su disegno del distinto architetto Luigi Robecchi di Milano nel 1856, e non fu compiuto che nel 1865, costando l'ingente somma di lire 200,000. L’esterno è tutto di granito bianco delle cave di Baveno sul lago stesso; l’interno è di granito rosso delle cave suddette. L’edificio si divide in tre piani. Nel piano superiore, in cui si entra dalla porta sotto il portico, sta la cappella, la cui cupola a quadretti è sostenuta da colonne di granito rosso, tirato a lucido, sul piano di mezzo trovasi la tomba, della illustre estinta, posta a levante dell’edificio. La tomba è pure di granito e l’immenso coperchio e d’un sol pezzo.
Nel piano inferiore trovansi i sotterranei.
Questo monumento, forse l'unico privato di tale importanza e di così ingente spesa, trovasi sulla strada che da Angera conduce a Ispra e dirimpetto a Belgirate, Dalla sommità si gode uno stupendo panorama del lago e del viale fiancheggiato di cipressi, che conduce alla riva del lago, ove termina con una balaustrata pure di granito. L’ edificio è grandioso, e distribuito con moltissima arte e buon gusto.
 
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25 aprile 2024 - giovedi - sett. 17-116
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Marzo (3a/3)
I momenti più suggestivi della settimana che precede la Pasqua erano e sono le funzioni serali: la partecipazione dei fedeli, i costumi delle varie congregazioni, il cantico dei sacerdoti e la statua del Cristo Morto, creavano un evento difficile da dimenticare, come ad esempio, la secolare processione che tuttora si svolge ad Orzinuovi, in provincia di Brescia, con la partecipazione di molti devoti.
La sera di venerdì santo a Gromo, in val Seriana, sui monti circostanti, si usa ancora accendere dei grandi fuochi. Il rituale del fuoco lo si ritrova in Valtellina, nella zona di Bormio, dove la mattina del sabato santo, sul piazzale della chiesa, si brucia una gran catasta di legna; la brace, benedetta dal sacerdote, viene poi raccolta dai contadini e sparsa negli orti, nei campi e nei prati per avere un buon raccolto. In questo giorno, in tutte le chiese, si celebrano le liturgie che portano alla risurrezione di Gesù.
Nel Duomo di Milano, l'Arcivescovo, benedice il battistero e battezza alcuni bambini conferendo loro i nomi di Pietro, Giacomo e Giovanni, in onore degli Apostoli prediletti da Gesù.
A cerimonia conclusa le campane tornano a suonare festosamente...  Campane di Lombardia voce tua, voce mia,
Voce, voce che vai via e non dai malinconia... .
Con questi versi, tratti da una poesia di Clemente Rebora, vi ricordo che:  Var pussee ona sgarlada de marz, che ona bonna sapada in april! , ovvero: vale più graffiare il terreno a marzo che una buona zappata in aprile, perché:  Someneri fa' a bonora, el va ben che l'innamora! .
Tracce della sventurata Gertrude a Palazzo Marino
Nella stanza del sindaco, a Palazzo Marino, è nata la Monaca di Monza. O forse era la stanza accanto, o un'altra ancora. C'è un po' di confusione, d'accordo, ma davvero non si riesce a essere precisi: troppe trasformazioni e rifacimenti e traslochi ha subito l'ambiente nel corso dei secoli.
Certo è che Marianna de Leyva (diventerà suor Virginia e, nei "Promessi Sposi", la "sventurata" Gertrude) venne al mondo, nel novembre o nel dicembre del 1575, nel palazzo che il nonno materno, Tomaso Marino, aveva cominciato a farsi costruire nel 1553 su progetto di Galeazzo Alessi, l'architetto più in voga dell'epoca.
Non aveva badato a spese il banchiere Marino, che veniva da Genova già ricco e a Milano, scaltro, intraprendente, spregiudicato e assistito dalla dea bendata, era riuscito ad accumulare in tempi brevi un'enorme fortuna come appaltatore di gabelle (la più redditizia e impopolare era l'imposta sul sale), finanziatore di eserciti, del papa e dell'imperatore Carlo V, e avido usuraio. Grazie al rapporto coi potenti, gli era riuscito di farsi nominare marchese di Castelnuovo, duca di Terranova, senatore, cavaliere di Santiago.
Tanto bastava, si suppone, per ritenersi soddisfatto, appagato, invidiato. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Ed ecco in agguato, dietro l'ingannevole facciata di un ostentato perbenismo, la tragedia familiare. Sanguinosi drammi a catena: il figlio Andrea, 14 anni, uccide un servo; un altro figlio, Nicolò, per gelosia ammazza la moglie; lo stesso Tomaso Marino (ma qui mette zampino la leggenda che peraltro si giustifica perchè trova radici in terreno fertile, considerati i precedenti misfatti) avrebbe messo a morte una sua giovane, bellissima amante, Arabella Cornaro, nobildonna veneziana.
Protagonista dell'ultimo dramma è Marianna. Nasce tre anni dopo la scomparsa del nonno: Tomaso Marino è morto il 5 maggio 1572, a 97 anni, ed era sull'orlo della bancarotta, aveva perso i favori della Corte di Madrid, la sua immensa fortuna si era ridotta in briciole, il vagheggiato gran palazzo era rimasto incompiuto. Sarà completato, con la facciata verso piazza della Scala, soltanto nel 1889-90 da Luca Beltrami. Marianna, dunque. Il padre è il conte don Martino de Leyva, feudatario di Monza e figlio del primo governatore spagnolo di Milano; la madre è Virginia Marino, figlia di Tomaso. A 11 anni Mariannina è costretta nel convento delle Benedettine di santa Margherita, a Monza; a 16 diventa monaca, è suor Virginia, dal nome della madre.
Il seguito della storia i "manzoniani" la conoscono: la "tresca amorosa" con Giampaolo Osio "nobile, ricco, abbondante di ozio e dissoluto", due maternità, l'assassinio di una conversa, la scoperta dello scandalo, il processo canonico e la condanna alla segregazione perpetua, scontata dapprima in una cella di tre metri per uno e ottanta nella Casa delle Convertite di Santa Valeria, che era il ricovero delle prostitute anziane e ammalate. Finchè il cardinal Federigo le concede di andare a morire nel convento monzese che l'aveva accolta bambina. Correva l'anno 1650.
(2) - La tosa de la tosa del Marin nassuda in del palazz de marca stròlega faa su per via di appalt 'n del scorbin, a vundess ann l'ha miss el vel de monega. Virginia el nom de lista e, faada granda, de vizi n'ha ciappaa ben on sconquass: duu fioeu de sfròs e l'omm semper in branda e on mazzament de restà lì de giazz. El nost Manzon Gertrude l'ha ciamada lassand la storia giusta 'me l'è stada.
1) palazzo marchiato da un sinistro sortilegio.
2) canestro, cesta, paniere.
Busto Arsizio - cap. 7 (5/5)
Scrive il Bianchi:
<< Ecco finalmente dopo avere esaminato me stesso scrupolosamente, gli altri, le circostanze, gli accessorij, ecc. a rispondere alle due lettere speditemi. Non temo, perchè sotto la tirannide, il misero non è creditato e disprezzato; ma il nuovo governo libero e di savie leggi difende gli innocenti e va in cerca della verità ».
Questo, il prologo.
Lo accusano di negligenza?: ma sono « infami calunniatori, insidiatori di un padre di famiglia »; lo curano per coglierlo in fallo?: ma l'inquisitore << muore senza arrivarci, e così un secondo, che « fece lo stesso, ma non la vinse; ed io prego per loro scrive il Bianchiessendo più cristianissimo del Re di Francia ».
 
Lo accusano di mala volontà?: ma l'anno 1854 quando venne il colera « un medico era già ammalato, gli altri due si ammalarono per codardia. Io ho servito per 10 giorni, Busto, i due Ospedali, Sacconago e tutto insomma, nessuno ha potuto tacciarmi di negligenza, e cosa ho percepito? niente. Chi comandava allora diedero i denari ai poltroni, ed a me niente, ed io non ho parlato. »
Dei suoi ignoti calunniatori dice che « poichè la bestia si conosce al pelo, e non ci vuole l'occhio geometrico di Archimede, o l'astronomo di Oriani per individuarli, ma io siccome ho la logica in testa e non nelle scarpe... conoscendogli alla livrea, sapendone i loro secondi fini mi fa raccapriccio, io che in 32 anni come dissi ricevetti premi, lettere d'onorificenze, ed ora per questi vigliacconi dovrò avere ingiuste mortificazioni... ».
E così, di bene in meglio, il focoso dottor Bianchi cita e scomoda i classici < italiani latini e francesi »>, Nicolò Machiavelli, il diritto canonico, il « Presidente di Monteschioù nel suo spirito delle leggi », il Beccaria, la Casta Penelope, il dottor Rajberti e, finalmente, anche il Porta che chiama in suo aiuto perchè, avendo egli (Bianchi) studiato sui classici,
<< classic sont e voeuri stagg, sarò fors'anc
on cojon, ma on cojon classeg almanc... ».
Ma non finisce così: si paragona « all'abbronzito guerrier che non li teme » (i calunniatori); protesta in rima il suo amore ai bustocchi:
«< che ne mai la destra stesi per offendere i Bustesi... >>; afferma che questo scritto non è altro che una prefazione alle sue opere future », e poi, quando tutto il memoriale è steso in bella calligrafia, pronto da consegnare alla Superiorità, non sa trattenersi dal metterci di suo pugno, con una scrittura impossibile:
<< io farò a costoro
di stoppa rimaner la barba d'oro... >>;
e, più sotto:
« no, non son di quei babioni
che si fanno infinocchiar... »,
e, ultima considerazione: << e se questo mio scritto gli ha divertiti ne godo, se gli ha annoiati, come è più fa- cile, dirò con Alessandro Manzoni, mi abbiano per iscusato per che non l'ho fatto aposta »>.
Finì col buscarsi, per la seconda volta, una ammonizione « a sensi e per gli effetti del prescritto dai capitoli che regolano la condotta di chirurgia e delle altre disposizioni eccetera... >>
Qualcuno dei nostri nonni l'avrà anche conosciuto, questo chirurgo bizzoso ed estroso, flebotomo nemico dei salassi, medico nemico dei colleghi, scrittore nemico della sintassi.
       **************** fine giornata ************************
 
26 aprile 2024 - venerdi - sett. 17-117
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Varano Borghi -
Varano Borghi: m. 281; kmq 3.32; abitanti 2190.
Comune della provincia di Varese, situato 14 Km a sud-ovest del capoluogo sulla sponda nord-est del Lago di Comabbio.
Il toponimo Varano, in dialetto Varàn, è con tutta probabilità un prediale da riferirsi al gentilizio latino Varius con il suffisso aggettivale -anus (cfr. Varano de' Melegari -PR-). La specificazione Borghi aggiunta nel 1906 è un omaggio all'Ing. Paolo Borghi, nativo del luogo, esimio cittadino creò un grande stabilimento per la lavorazione del cotone che diede lavoro a molte persone di tutto il nord Italia
1) Boffalora: dai locali nota come Bufalöra. Un tempo nominata sulle carte anche come Buffalora. Ampia zona leggermente rialzata a sud del centro del paese che si estende su una propaggine di terra a ovest della Torbiera. Voce largamente attestata in Lombardia (v. Osmate n. 3).
2) Costa; è una lunga lingua di terra che si affaccia sul Lago di Comabbio e porta dal vecchio Stabilimento alla piazza del paese. La voce è ampiamente diffusa in Lombardia, anche qui derivati come Costina, Costone, Costino'
3) Dandalo: toponimo registrato solamente nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860 e non più conosciuto oggi dagli abitanti del comune. Ipotizzando un errore nella trascrizione cartografica, il nome potrebbe fare riferimento al dandalò, che è uno strumento di ferro utilizzato dai calzolai per lisciare la suola delle scarpe Con questo nome, forse, si designava una piccola zona del paese che ospitava le attività dei calzolai.
4) Funtanasc: zona a sud-ovest del centro abitato dove sono presenti due sorgenti sotterranee che forniscono a tutt'oggi una parte dell'acqua al comune di Varano Borghi, Sopra a questa località infatti sono state costruite le pompe idrauliche atte a rifornire il paese.
5) Funtanit du Bèl: area sulle sponde orientali del Lago di Comabbio, dove, fino ai primi anni '30 del Novecento, le donne andavano a lavare i panni. Quest'area era composta da tre lastroni di pietra posti come lavatoio che si immergevano nelle acque del lago. Il sintagma che costituisce il toponimo è un chiaro riferimento ad una o più fonti d'acqua (Funtanit infatti designa un nome plurale), lo specifico invece risulta poco chiaro. Alcuni abitanti del paese interpretano il nome come "Fontane delle belle (signore)" con una sorta di ironia.
SPAZACA DETTO ANCHE SULÈ
Era il ripostiglio ultimo di tutte le "cose" della casa che una volta si usavano quotidianamente e che ora, perché sorpassate e quindi inutili, si posavano in "abbandono" in un "angolo" speciale detto sulè. Aggeggi che erano stati utili e che non poche volte ci avevano dato un poco di felicità. In suo onore, la mattina dell'otto ottobre, mentre aspettavo di andare a fare le spese "ho sciolto" "al spazacà" un cantico che forse non morrà. Ta piaserìss, eh? Ma te se nò, 'I don Lisander. Pazienza, bisogna cuntentàss. Ul spazacà era lo spazio delimitato dal tetto e dal soffitto di stanz. Era per noi ragazzi il posto ideale per nasconderci, sicuri che lì nessuno avrebbe pensato di cercarci. Polvere, ragnatele, sedie spaiate e spagliate (sedie senza il sedile di paglia) padell, padelott, paiò da ramm metù in sulè da quand sa pizèa pù 'l fog in dul camen. Ul cadregott, ul staniò, ul telàr da bicicleta senza la cadèna e cui ròo senza cupertòn.
Ier, che noia, l'ha piuùu par tutt ul dì. Ver i des ur da sira - al sea nò se fa - somm andài a fa 'n gir e somm finìi sul spazacà. Visen a la trapula par ciapà i fuìtt al caalen da sconca tutt pituràa da russ (quanta pulvar ghe 'n gir e quanti ragnatel suspes sui cudaghett dul tecc) ho vist un cadregott cunsciàa da fa pietà, un tàbar ch'al par un culabrod, un zucaròn tutt scalcagnàa ch'ul bord da pel viola, la me cartela cun dent un silabari cui foj mangiàa di ratt. In un cantòn gh'e setàa giò, sul gomit dul canon du la stua, un fiulèn ch'al gha nò des ann scundùu, pien da paura, par ciapà nò la paga.
La me mama Cechina la sa scalmàna che stìza la gha indoss! la sa sgula par nient sota, in curtil, tra 'l puzz e la rudera, e la ma ciàma cuntinuament par nom.
soror juliana de purizellis de cassinis de verghera (1426-1501) (1-2)
Nella lettera indirizzata dalla venerabile badessa Benedetta Biumi a Mons. Gasparino de Porris, di cui si conserva una copia nella Biblioteca Ambrosiana, tra l'altro si legge: "la devotissima sorella Giuliana fu donna di vita venerabile e di somma perfezione".
Questa serva di Dio era ricca di fede, di virtù e di costanza; l'obbedienza, tra le virtù da lei possedute, non soltanto fu ammirevole, ma addirittura incredibile.
Era tale la sua carità che non appena le veniva chiesta qualsiasi cosa, subito la faceva se appena le era possibile farla. Non cessava mai un istante di lavorare, né rifiutava di fare tutti i lavori più umili e servili, della vita monastica, come aveva fatto per anni nella sua vecchia casa, nella completa obbedienza ai genitori.
Giuliana Puricelli è fondatrice, con la beata Caterina di Pallanza, del Monastero agostiniano di Santa Maria del Monte sopra Varese.
Nata a Verghera nel 1426 da poveri contadini, resterà essa pure fino alla morte contadina nel profondo dell'anima per quel suo darsi sempre da fare, per quella specie di attaccamento al sacrificio che l'ha caratterizzata durante tutta la sua esistenza.
Il 14 ottobre 1454 lasciava la sua casa dove il padre autoritario la angustiava, e in compagnia di un fratello, saliva i sentieri che portavano alla vetta del Sacro Monte. La via era malagevole, ma, la giovane, robusta e abituata alle fatiche della terra, era animata dalla forte volontà di superare ad ogni costo l'ultimo ostacolo che la separava dalla meta tanto sospirata.
Da quel momento incominciava una vita nuova. Fra se' e il passato appena abbandonato, Giuliana poneva con fermezza un abisso che non avrebbe più tentato di valicare.
Col morire di quel giorno straordinario sentiva spegnersi in cuore i lunghi anni trascorsi nel mondo che considerava come un esilio senza pace.
Rinunciava a diventare sposa e madre, si privava di tutte le libertà che la vita (allora certamente non facile) le poteva offrire. Che cos'era tutto questo in confronto al mistico piacere di diventare creatura d Dio! Lassi, finalmente, si sentiva fuori dal mondo, di quel mondo che per la verità, aveva poco conosciuto ma nel quale aveva intuito l'implacabile nemico di ogni tentativo di perfezione cristiana.
Dio aveva donato a lei, ignorante fanciulla di campagna, il più grande amore che possa stare nel cuore dell'uomo: l'amore per Primo fatto importante, anzi capitale per lei, fu l'incontro con Caterina da Pallanza, la quale fu subito conquistata dalla innocenza e dalla forza di carattere della giovane vergherese.
 
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27 aprile 2024 - sabato - sett. 17-118
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Dati di concessione. (13- )
Un bel dì si chiese: "Se comprassi un carretto, di roba ce ne starebbe di più e tirerei fuori meglio la giornata!" e, comprò il carretto.
Ma, il carretto era pesante da trascinare ed allora per poterlo trascinare comprò un asino: ciucco sì ma non proprio bestia.
L'asino era tanto caro, servizievole e fin troppo obbediente: tanto obbediente che imparò, seppur con tanto impegno, a non mangiare e quando ebbe ben bene "imprenduto", morì.
Questo somaro ed il suo padrone, qui nel quartiere, passarono alla storia. Nacque così quel detto "te gh'è on po de l'asin del Maran"; a chi fosse rivolto è facile immaginare.
Attraversiamo il ponte e, ci troviamo in Via Pasquale Paoli: quale significato possa avere un patriota Corso, 1725-1807, sul Naviglio Grande, lo sa solo chi ce l'ha messo.
I nuovi arrivati non sanno niente, ma noi che qui abbiamo radici profonde, questa strada la chiamavamo e la chiamiamo sempre la "Via Noeuva"; così fu definita dalla gente quando venne aperta, essendo a fondo chiuso. Agivano importanti, per quei tempi, "lavoreri", fabbriche di grido.
In primis l'officina delle biciclette, la "Dei"; la campanella, avviso per gli operai in attesa di prendere il posto di lavoro era come un segnale orario. "Gh'è sonaa l'ora del Dei, ciappa la cartélla e fila a scoeula".
La fabbrica risale agli inizi del '900 e risulta che Umberto Dei fosse un pistard, che aveva sostenuto competizioni anche in America.
In fondo sulla sinistra la "Pavesi e Volpato" maglificio di prima qualità. Ma chi era veramente questa gente che si guadagnava da vivere negli opifici già menzionati, non ultimo il Siero Terapico Ente morale Serafino Belfanti e che, abitando sulle ringhiere aveva costituito un nucleo sociale, una geografia umana il cui denominatore comune era la povertà?
E' necessaria una pausa: tanto il mio barcaiolo non si sta annoiando. Ascolta divertito una sagoma inqualificabile di imbianchino a tempo libero e, saggio ubriaco a tempo pieno.
Sul ponte sta solennemente declamando: "Io, Armando Quaglia, vi dico sempre del bene e mai del male".
Aggiungeva poi, eloquentemente eccitato: "Viva Caldara, viva Filippetti, viva Turati. I "fazzolétt", i fascisti della sezione Diaz in attenta perlustrazione, lasciavano correre.
Proprio loro che al posto della Garbo sognavano "Faccetta nera", ci facevano sopra una ghignatina.
E, questa pausa non si esaurisce; vengono in scena i personaggi veri, insostituibili inquilini delle alte case a quattro piani più solaio abitabile; quattro piani di una volta per intenderci.
Ogni piano, tra corridoio e ringhiera, aveva in carico una quindicina di famiglie.
Uno dei proprietari di questi caseggiati, non dormitori, ma case ripeto, era il Commendator Edoardo Cirla.
Sposò una Binda assumendosi in tal modo anche la responsabilità della nota cartiera sita in Conca Fallata.
Aveva più del signorotto inglese che del "padron de cà".
Alto, baffi coltivati e regolati da mani esperte ed una capigliatura da far invidia a parrucche di lusso confezionate per grandi attori.
Abito a doppio petto, relativo gilè, ed un cappello semirigido con il bordo dell'ala alzato per tutta la circonferenza.
Batteva il bastone ornato di pomello d'avorio nel salir le scale: la notizia del suo arrivo, passando di uscio in uscio, fulminea saliva al quarto piano. Visitava personalmente gli inquilini anche per riscuotere l'affitto. Non tutti erano in grado di mantenere l'impegno ed allora, nel caso di comprovata necessità, sarebbe ripassato il prossimo trimestre.
Lo sfratto doveva essere l'ultimo atto da compiersi; e quando lo si doveva eseguire, vuol dire che si era giunti all'estremo.
La gente veniva "ritirata" alle "Bande Nere".
Gli ospiti vestivano in abito grigio pepe e sale, tanto per distinguerli e così ancor più umiliarli.
"Scior Doard, me pioeuv in cà". Non se lo faceva ripetere due volte, chiamava:
"el Gioannin magutt
mari de la Carlotta
rostida da on mal brutt"
ed in poco tempo, tutto risolto.
Gli edifici del borgo
Pochissimi sono in questo borgo gli edifici che ostentino una certa sontuosità e magnificenza di struttura, eccezion fatta per quelli di uso ecclesiastico. (1) Tuttavia e per l'ampiezza del territorio e per il numero delle case, esso supera quasi ogni altro luogo del territorio milanese e perfino parecchie città fortificate e munite di mura.
Il borgo, infatti, comprende nel suo circuito 272 case assai grandi che contengono più di settecento famiglie o focolari, e sebbene non abbia nessuna frazione e le case non siano separate tra loro che da piccoli giardini, il suo perimetro misura non meno di un miglio.
Ma il non aver edifici assai alti e sontuosi può esser per questo paese ragione sufficiente per levargli importanza. Al contrario esso fu sempre un luogo abbastanza forte, spesso ebbe nemici acerrimi e troppo spesso dovette alloggiare e nutrire truppe che vi svernarono.
Questi fatti anzi spiegano il perchè della bassezza e povertà delle case; più facilmente, infatti, esse si salvavano dalle offese nemiche quanto meglio erano protette dai bastioni. Ma c'è di più. Il borgo sorge in una pianura aperta ai venti di settentrione e gli abitanti non possono difendersi dalle loro offese che costruendo case di poca altezza. Già dicemmo che le fondamenta del borgo furono gettate dapprima tra i sepolcri degli Etruschi e nel suolo bruciato, e in un secondo tempo tra le rovine e tra le radici degli alberi; v'era quindi da temere che, se le fondamenta non si fossero poste molto in profondo, in breve gli edifici sarebbero crollati.
(1) II cronista evidentemente descrive il borgo come era al suo tempo, cioè alla fine del sec. XVI e al principio del XVII.
Capilavori dell’ arte e dell’ industria - decorazioni interne d’appartamenti
di Lepantre
Questa volta attingeremo nell’inesauribile cartella di Lepantre, compositore d’ornamento, di cui abbiam già avuto materia di parlare nel nostro giornale.
Si tratta in primo luogo di un fregio coerente monumentale, che può servire per una gran sala, una galleria ecc.
Questo bellissimo lavoro, quei maestosi fogliami, quelle figure intrecciate con motivi di fantasia, espresse in oro ed a colori molto vivi, possono divenire una splendida corona, per un edificio o servire d’incorniciatura ad un plafon ornato di pitture.
Il profilo della porta e del camino ci danno una idea del buon gusto e dell’esattezza dispiegata da Lepantre nella decorazione interna degli appartamenti.
Il caminetto è per se solo un soggetto di studio per molto professioni industriali.
Insistiamo sulla parola studio, perchè, come ci siamo espressi altra volta, le memorie artistiche che veniam pubblicando ricercandole in tutti i tempi, non sono modelli da imitare, ma documenti da consultare.
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28 aprile 2024 - domenica - sett. 17-119
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Notizie dal Villaggio
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redigio.it/dati4/QGLA008-dialetto-storia-6981-1.mp3 - Parte 1 ("Il dialetto e storie") - Una serie di racconti di come si viveva un tempo non troppo remoto - I contratti di besti - Alla fiera di San Giuseppe e il mercato - Contrattazioni a marenghi - facebook - #35 #48 -
redigio.it/dati4/QGLA009-dialetto-storia-6981-8488.mp3 - Parte 2 ("Il dialetto e storie") - Una serie di racconti di come si viveva un tempo non troppo remoto - La Bataglia da Legnan e Busti - La vigna della Boschessa - Il bosco del Figuzzo e della Bersanella Brambilla presso Busto Arsicio - La memoria dei popolani - #27 - #35 #48 - #69 -
IN GIRO PER LE PORTE (14- )
La Marion, centottanta chili di donna, attendeva il ritorno di suo marito l'Attilio, infermiere al Zonda.
Il suo arrivo annunciato da una lunga e rumorosa discussione con l'altro infermiere, el Bollettin, metteva in agitazione tutte le donne delle porte. Un piramidone per la Luisina, "ona polentina", impasto di farina di lino scottante da applicarsi sul petto protetto da un brandello di tela, per el "piccaprei", scalpellino, che si era buscato una bronchite e, per el "ghicc" una porzione de "salamar".
Era el "ghicc", così chiamato perchè da ragazzo aveva fatto il chierico, un uomo piccolo dagli occhi di lago conoscitore di tutti i postriboli e tenutarie varie.
Pur tuttavia fraternizzava con un distinto signore dall'abito smunto, consunto ma non bisunto, che non nascondeva una buona fattura ed un trascorso rispettabile; si è sentito dire che ogni mattina accompagnava una nobil donna decaduta a prendere la minestra dai frati a Monforte e, c'è da crederci.
A fare da contrappeso, un omone bontempone e simpatico, direttore generale del reparto sbronze.
Il sabato, la domenica, il lunedì, senza trascurare le code del mercoledì e del giovedì, coinvolgeva gli uomini delle case trascinandoli in baldorie a suon di prosecco ed affini.
Ricevette persino un premio dalle case produttrici ritenendolo un rivenditore, mentre in verità era un privato consumatore.
Riportiamo una curiosa, bizzarra e spassosa affermazione del nostro omone e del suo socio, appunto "el ghicc".
Erano convinti di essere i più eminenti della classe 1904, salvo, detto con degnazione, il Principe di Piemonte loro coscritto.
E così di corridoio in corridoio, di ringhiera in ringhiera, ci si addentra sempre più nella galleria: non ci troveremo solo quadri a fosche tinte, ma scopriremo anche teneri e romantici acquarelli.
Uno di questi, la Carla, l'unica che aveva i requisiti, "dattada" come dicevano quelli delle porte, a frequentare le pasticcerie: le altre ragazze si accontentavano del "pan con l'uga e del pan coi figh."
Vestiva in modo se non chiassoso, abbastanza vistoso, ma non pacchiano e si truccava provocando le sibilline critiche di quelle che non se lo potevano permettere: lei aveva il portamento. Il marito, "el Nino Ravetta", uomo elegantissimo e raffinato, uno dei pochi che poteva permettersi le scarpe di vernice, era investito della carica di "guardiasala" al Savona, un locale in Corso Genova, dove si ballava.
La mamma della Carla, Adelina la "donnin", tanto era piccola e minuta che ben ripiegata poteva essere contenuta in un sacco da montagna, faceva parte del quartetto da camera, o meglio da stanza, del rosario serale.
Con lei l'Angelina Dondè, la Pierina, madre dell'autore di questa carrellata, e la Rachele, la grande vecchia dal dentino solo......
"La pussee veggia de la porta:
l'ha rangiaa l'impastadura, dopo vess morta".
"El Lisander portaletter", uomo che metteva soggezione: forse era la divisa corredata da relative fasce tipo "buffa", fanteria.
Amore, musica e leggende nel verde di Villa Simonetta
F U n nome dolcissimo, Clelia Simonetta, e i cronisti del tempo testimoniavano che la gentildonna era assai bella, colta e amabile, particolarmente appassionata di musica che allora, a cavallo tra il Sette e l'Ottocento, forniva pretesto e motivo per godibili concerti e trattenimenti nei salotti della gente importante. I cronisti più maliziosi aggiungevano che, riposti gli strumenti, spesso Clelia si appartava col compagno di turno in un'altra stanza per riprendere con diverso piacere, il concerto da camera. Giudizio morale a parte, niente da eccepire. Senonchè nell'alcova, dopo una carezza, un bacio e qualcosa di più, capitava talvolta che la effervescente creatura si trasformasse in un diabolico mostro: si comportava come la mantide religiosa, l'insetto che uccide e divora il maschio dopo aver fatto l'amore. Insomma, forse perchè l'amplesso non era riuscito di perfetto gradimento, forse soltanto per noia, l'incauto amante provvisorio veniva invitato a una passeggiata nel vastissimo parco e la signora, d'un tratto, pronunciava a gran voce la parola "amore" che un'eco prodigiosa ripeteva trenta volte. Alla trentesima, dalla macchia sbucava il sicario che strangolava o stilettava il malcapitato. Oppure quest'ultimo - stando a un'altra versione - veniva fatto precipitare in un pozzo profondo, irto di lame, in cui trovava lenta e orribile morte. Leggende, calunnie gratuite?
Forse a quell'epoca prosperavano cronisti di scarsa coscienza professionale a caccia di scandali: se non li scoprivano, li inventavano. Noi siamo in grado soltanto di assicurare che, nei giardini di villa Simonetta, non s'è mai trovata traccia di pozzi.
Villa Simonetta, dunque. Citata in una carta antica come una meraviglia tra "le ville di delizia o palaggi camperecci dello Stato di Milano", era stata dapprima chiamata "la Gualtiera", perchè fatta costruire, alla fine del '400, da Gualtiero Bascapè, cancelliere di Ludovico il Moro. Era stata quasi inte ramente rifatta nel 1547 da Domenico Giunti ed era diventata "la Gonzaga" dal nome di Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, al quale l'aveva regalata un gruppo di appaltatori come ringraziamento dei favori ricevuti dal medesimo per i lavori delle mura cittadine.
Finalmente era passata ai Simonetta, discendenti di quel Cicco che, dopo essere stato gran fiduciario degli Sforza, era stato fatto decapitare da Ludovico il Moro nel 1480. E villa Simonetta è rimasta a dispetto di vari, successivi passaggi di proprietà.
Ora appartiene al Comune, che l'ha destinata a sede della Scuola Civica di Musica. E che provvede a continui restauri. Ingenti danni l'ex superbo edificio aveva subito per i bombardamenti del 1943, ma già nell'800 era cominciato il suo degrado diventando ospedale, lavanderia, officina meccanica, osteria, caserma.
Eppure era stato dichiarato monumento nazionale.
1) arroganze.
Ai temp antigh l'era la Gualtiera per via del sò padron, el Bascapè, tanto devot e anca tirapee del Moro, on principon de fera.
Ma, prima che la Clelia la rivass, l'è passada 'me Gonzaga in onor de 'na tal paga di scior spagnoeu ben colmi de smargiass."
L'era la Clelia, donna Simonetta, ona beltà e i omm je contentava: dopo avè faa i sò facc, tornada quietta, mettendegh la creanza, je strangolava.
 
 
 
 
       **************** fine giornata ************************
 
La lista degli argomenti della settimana 17
  1. travedona-monate -
  2. dal 1945 al 1960 (11/13)
  3. i galli cisalpini (5-5 )
  4. san satiro
  5. san sebastiano.
  6. dati di concessione. (5- )
  7. marzo (3/3)
  8. dati di concessione. (6- )
  9. quando piante, aglio e olio sconfiggevano la peste
  10. monumento castelbarco presso ispra sul lago maggiore
  11. marzo (3a/3)
  12. tracce della sventurata gertrude a palazzo marino
  13. busto arsizio - cap. 7 (5/5)
  14. varano borghi -
  15. spazaca detto anche sulè
  16. soror juliana de purizellis de cassinis de verghera (1426-1501) (1-2)
  17. dati di concessione. (13- )
  18. gli edifici del borgo
  19. capilavori dell’ arte e dell’ industria - decorazioni interne d’appartamenti
  20. in giro per le porte (14- )
  21. amore, musica e leggende nel verde di villa simonetta
 
Sommario
Le dirette
Pensiero della settimana
 

lib376-Settimana-18

RVG settimana 18
 
Radio-video-giornale del Villaggio
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Settimana-18 del 2024
 
 
RVG-18 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 29/04 - 2024-04-29 -  Dicembre - Calendario - la settimana
29/04 - 18-120 - Lunedi
30/04 - 18-121 - Martedi
01/05 - 18-122 - Mercoledi
02/05 - 18-123 - Giovedi
03/05 - 18-124 - Venerdi
04/05 - 18-125 - Sabato
05/05 - 18-126 - Domenica
 
29 aprile 2024 - lunedi - sett. 18-120
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Notizie dal Villaggio
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Varano Borghi -
6) Gaggio: zona che un tempo ospitava due cascine ed oggi ospita il più grande complesso residenziale del paese. Questa zona si trova sul confine con il comune di Casale Litta e con la località Villa Dosia a sud-est del paese. Lo sviluppo di quest'area ha fatto sì che oggi gran parte di questo territorio sia amministrativamente gestito dal comune di Casale Litta
7) Malpaga: ampia località a ridosso del cimitero comunale. Un tempo quest'area era una delle poche coltivate anche se il terreno non era molto produttivo a causa di un terreno particolarmente arido, da qui con molta probabilità il suo nome (mal paga come poco redditizio) Quest'area dopo essere stata quasi completamente trascurata dall'uomo è oggi sede di grandi ville residenziali (V. Ternate n. 15).
8) Stabilimento: noto anche come Stabiliment de Varàn. Sorto nel sud del paese nel 1813 per volere dalla facoltosa famiglia legnanese dei Borghi (già proprietari di ampie zone di Comabbio, Ternate e Corgeno, nonché della stessa Varano), questo grande centro industriale ospitava laboratori di tessitura e filatura dando lavoro a migliaia di persone, non solo di Varano. Da questa attività la famiglia Borghi parti per sviluppare la propria fortuna economica che la porterà ad ampliare Varano e a rimodellarla, secondo le esigenze dello Stabilimento, nella forma urbanistica che assume ancora oggi. L'attività di tessitura durò per più di cento anni; oggi lo Stabilimento è stato in gran parte smantellato e le poche parti ancora funzionanti, comprate da nuovi proprietari, svolgono attività di assemblaggio materiali di plastica e telai.
9) Vigna secca: in dialetto noto come Vigne Sèch. La località posta a pochi metri a nord del cimitero comunale ha ospitato fino agli anni '70 del Novecento coltivazioni di gelsi per l'allevamento dei bachi da seta. Il toponimo è molto ricorrente (v. Ternate n. 35) anche se in questo caso particolare non sembra esserci una diretta corrispondenza con la coltivazione dalla vite.
Dati di concessione. (7- )
In quella famiglia si esercitava umilmente e silenziosamente la carità cristiana; non quella pelosa stile damazze che si fan chiamare della S. Vincenzo. Ceste di carbone per quelle povere donne ormai non più in grado di guadagnarsi da vivere col faticoso quasi disumano lavoro di lavandaia. Corredini ai bambini, contributi immediati affinchè le nozze non si celebrassero con una montagna di debiti e, tanti altri interventi non appena venivano a conoscenza di necessità impellenti.
La conduttrice di questa santa operazione era la figlia, appunto la pianista. E, venne il giorno...
Tutte quelle ragazze e gli amici del marito che avevano beneficiato, sparirono. Non si pretendeva riconoscenza, ma almeno il conforto della parola. Si dimostrarono perfette beghine ed impareggiabili ";basaman";. E' scritto da tempo: se vuoi uno sgarbo o una cattiveria, rivolgiti ai praticanti ostinati dalle mani giunte e sei sicuro di azzeccare in pieno. Quella santa donna si ritirò senza dire niente e senza recriminare, senza dimostrare la sua amarezza, ma nel suo cuore, si pensa o si può facilmente presumere, le son rimaste impresse le figure di quelle persone squalificate che dovrebbero vergognarsi di proclamarsi cristiane.
Compito dello spedizioniere era quello di avviare i carri trainati da robusti cavalli alla Stazione di Porta Genova. Lì arrivavano dalla Sicilia i treni carichi di botti contenenti il vino Marsala.
Le botti venivano depositate nei magazzini e poi distribuite ai vari clienti: alberghi, ristoranti, osterie. La moda di nuovi prodotti ebbe l'effetto di ridurre al minimo il consumo di tale prelibato vino; pensare, e qui viene a galla un ricordo caro, che una bottiglia di quello all'uovo accompagnata da un pacchetto di biscotti ";Savoiardi";, era il rito nel recar visita ai malati convalescenti. Presso questa ditta lavorava uno stalliere che era anche carradore e cavallante: ";el Battista";. Pur avendo una famiglia alloggiata al n°1 della stessa via, lui dormiva nel fienile sopra la stalla e lo fece fino alla fine, quando fu mandato a riposo l'ultimo cavallo ed arrivarono i camioncini.
Tutti lo chiamavano nonno.
Per anni ed anni dormi sulla cascina sopra la stalla, contando il batter degli zoccoli nelle notti brevi. S'alzava al primo suono delle campane per dare il fresco profumato fieno ai cavalli che lo aspettavano.
Parlava con loro ogni sera raccontando le attese nelle osterie, asciugava le criniere umide e li salutava alla voce, per nome.
la storica «martinella» del carroccio
E’ sul campanile di un eremo medievale dell’Oltrepò pavese la storica «martinella» del carroccio
Scoperta per caso durante ricerche sul monachesimo irlandese in Lombardia
La campana del carroccio donata, con la croce lobata, dal vescovo milanese Ariberto d’Intimiano all’esercito della Lega Lombarda come simbolo di richiamo al valore, all’unità e alla fede dei federati lombardi, si trova sul campanile dell’Abbazia di S. Alberto a Butrio di Ponte Nizza in provincia di Pavia.
Chi scrive queste note ha a sua volta approfondito con riscontri e sopralluoghi la scoperta e ha avuto modo di sviluppare, nell’ambito di ricerche storiche svolte sui rapporti tra i Malaspina e l’abbazia di San Colombano a Bobbio, l’interesse per la campana suscitato originariamente nell’architetto Cate Calderini dalle numerose segnalazioni locali, frutto anche, va detto, di testimonianze e di leggende vecchie di secoli.
Il marchese Obizzo Malaspina nell’XI secolo era signore di molte terre e castelli nel territorio che va da Pontremoli fino all’Alto Monferrato ed era personaggio molto influente all’epoca della battaglia di Legnano.
Alla calata in Italia dell’imperatore Federico I da Susa nel 1168 si schierò al suo fianco, col marchese di Monferrato e il conte di Biandrate, ma successivamente ritenne conveniente abbandonare la parte imperiale e aderire agli ideali della Lega Lombarda. Parteciperà quindi alle trattative della pace di Costanza, nel cui documento avrà una citazione particolare . In un manoscritto conservato nell‘Archivio di Stato di Pavia Obizzo Malaspina è indicato come primo «custode» della «martinella» del carroccio .
Un ulteriore supporto documentale ci è stato fornito da Fabrizio Bernini, uno storico del Pavese e del Vogherese , autore di varie pubblicazioni; alla sua cortesia dobbiamo le informazioni, le notizie e i documenti che ci hanno permesso di arrivare alla storica «martinella». L’eremo monastico risale ai primi anni del Mille, quando il frate Alberto, che osservava la regola di S. Benedetto, scelse come luogo di preghiera una grotta naturale tra Begna e Borrione, dove poi sorgerà l’abbazia per opera dello stesso monaco che vi rimase dal 1020 al 1073. Ampie e precise sono le testimonianze raccolte dal Bernini. Esse sono comprovate anche da un memoriale redatto da padre Paolo Cassola, rettore dell’eremo di S. Alberto dal 1900 al 1920. Egli, attingendo anche dal carteggio dei Malaspina, conservato nell’Archivio di Stato di Pavia, aveva raccolto in questo manoscritto la storia dell’abbazia e della campana del carroccio, per ottenere un sussidio straordinario dal Ministero della guerra per i restauri della stessa abbazia.
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30 aprile 2024 - martedi - sett. 18-121
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Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
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L'È MEJ SARAI SÙ IN D'ON CORTIL D'ON MUSEO COME ON  BALLABIOTT
Ballabiòtt : espression dialettale che la voeur dì  persona che la var pòcch, de la qual se pò nò fidass : tra el sempliz facilon e el ver e pròppi imbrojon .
I vègg milanes sann però che per capì ben el sò ver significaa se dev fà duu pass in centro e pontà in su la Pinacotècca de Brera. Gh'è minga bisògn de pèrd tanto temp tra i sal per ammirà di quader meraviglios. L'è assee andà denter in del cortil de l'Accadèmia e guardà. Lì, in mèzz, bèlla granda gh'è la statoa dedicada da la città a Napoleon.
L'imperador, el grand conquistador, che l'avaria dovuu sfilà cont i trupp sòtta l'arch de trionf del cors Sempion, l'è immortalaa in del bronz senza vestii: biòtt, come on dio grècch. Almen quèsti eren i intenzion de l'artista.
Ai milanes di primm temp del Vòttcent però la scultura l'ha faa on effètt del tutt divèrs. I popolan, ma fòrsi anca i nòbil, hinn minga riessii a vedè in quèlla statoa nient de eròich ò de spriritualment classich. El comment de tutti l'è staa molto sempliz: «El par vun ch'el balla biòtt».
De chì, la dis la tradizion, el soranòmm  ballabiòtt  daa prima a la statoa del Napoleon (che l'è stada sarada in del cortil de Brera inveci che missa in mostra in d'ona piazza) e poeu a chissessìa ch'el se comporta senza serietà.
Tutt quèst per dì che el succèss ò la mancanza de succèss d'on monument di vòlt l'è ligaa a di fatt che gh'hann pòcch a che vede cont el giudizzi artistich ò cont i premèss colturai che n'hann stabilii la realizzazion.
I statov, a differenza di quader, gh'hann de spèss ona fonzion pubblica e donca, cont el pubblich gh'hann de fà i cunt. Basta pensà che fin fann i monument de significaa politich: miss in mostra in de la bòna sòrt, spostaa in di canton sconduu quand cala la popolarità del soggètt che gh'è rappresentaa, adrittura tra giò e distrutt quand, cont on improvvis cambiament, la popolarità calada la diventa on cròll violént. Per quèst, se el Comun el decidarà de rivedè la posizion e l'esistenza stèssa de cèrti monument cittadin, el doarìa tegnì cunt, oltra ai valutazion di tecnich, di espèrt e di critich, anca del giudizzi de la gent, che, tutt'i dì, si e troeuva denanz ai oeugg. Monument magari senza on particolr valor artistich, ma car ai abitant d'ona zòna perchè ne fann part  da semper  e hinn ormai on element del qual se pò nò fà a men perchè el fa part del panorama sentimental disegnaa dai lor ricòrd.
Alter òper, inveci, anca se firmaa da famos autor, hinn minga riessii a conquistà on spazzi in del spirit de la città e di milanes: realizzazion ch'hann minga savuu causà entusiasmo ò affett, ma nanca l'ironia distaccada necessaria a creà on soranòmm per toeu in gir. Basta pensà a la  Guggia e Fil  del piazzal Cadòrna ò al misterios  Monument al Pertini  in via Manzon.
E hinn quèsti i òper ch'el Comun el doarìa fà sparì, magari sarandoi sù in del cortil d'on quai museo in doe di espèrt, student e studios pòden esaminai e ammirai, e sparminn però la vista ai passant ingenov.
Pròppi come el vègg  ballabiòtt .
Quand a paccià e bev vun el se fa senti l'è meij minga invidall e le meij toeugh on vestii.
Quando a mangiare e bere uno si fa sentire, è meglio non invitarlo e' meglio comperargli un vestito.
Vecchio detto milanese che equivale all'altro anche più noto: «L'è meij caregall che impienill!», ovvero: «È meglio caricarlo che riempirlo!» >, dove si intende affermare che c'è gente che per essere soddisfatta occorre di una quantità tale di cibo che sarebbe meno costoso regalarle un abito; indubbiamente l'espressione che si ravvicina di più è quella genovese «U gh'ha nu stomegu de dui camali de portu» (ha lo stomaco di due scaricatori del porto).
El cicisbeo
Did scisciàa, ong resignàa [l'è ciar patent che l'è timidezza, rabbia [o pentiment.
Dita succhiate, unghie [rosicchiate è chiaro patente
che è timidezza, rabbia o [pentimento.
Un detto con tutta la sua eloquenza; un motteggio per coloro che hanno la cattiva abitudine di fare l'una o l'altra cosa quasi per vizio in circostanze di perplessità, indecisione.
Busto Arsizio - cap. 9 (1/4)
«capitolo 9
Sono partiti i << lurücchi » o « zurücchi » che dir si voglia (dal zurüch tedesco, e, prima di loro, i francesi venivano chiamati familiarmente i « lüsanfran>> dall' << allons enfants » della marsigliese); non si sono ancora sistemati i nuovi uffici di Sua Maestà Sarda; tutto è ansia per la guerra che si avvicina ai giorni di San Martino e Solferino; i primi militi della Guardia Nazionale fanno la loro apparizione col giubbotto a righe turchine; i cantastorie che intrattengono il « colto e l'inclita » sulla piazza cantano già le prime strofe patriottiche; e già si sente aria di insofferenza e di rivolta. << Adesso come prima»: parola d'ordine degli insoddisfatti.
Il 27 giugno il Capitano Gio. Donato Travelli << rassegna » all'Onorevole Deputato Politico di Busto Arsizio, un suo preoccupato rapporto: « L'Esponente Capitano della Guardia Nazionale Bustese, denuncia che per comunicazione di probissime persone, che indicherà anche nominativamente ove sia del caso, jeri a sera, verso le ore 11 pomeridiane il Crespi Battista detto il Muto del Mania famigerato sinistramente per condotta pregiudicata, con altri due individui, che si va a procurare di conoscere di nome, in un attruppamento di popolo, che veniva verso il Corpo di Guardia attuato nella Contrada della Finanza (l'attuale via Cavour), in occasione d'un arresto eseguitosi, minacciava di scaricare delle pistole nello stesso Corpo di Guardia, e contro i militi Nazionali, e ne furono impediti da individui vicini, che in seguito a regolare procedura, che si avesse ad instruire si potranno scoprire.
<< Interessa urgentemente, una perquisizione rigorosa al domicilio del Crespi, soggetto assai pericoloso e di notoria capacità a qualsiasi delittuosa azione, per trovarvi armi, o munizioni, che presso un simile individuo potrebbero essere fatali, ed anche l'arresto personale dello stesso Crespi, che fu sempre ed è tuttora un pessimo soggetto sotto ogni rapporto. Busto Arsizio 27 giugno 1859 ».
I deputati Pasquale Pozzi e Angelo Airaghi trasmettono la lettera ai RR. Carabinieri con una nota: < Crespi Battista detto il Muto è individuo di pessima condotta pregiudicato per detenzioni moltissime sofferte come ladro e aggressore... ». La perquisizione subito effettuata la notte stessa non frutta nulla: il Crespi non è in casa, i parenti non ne sanno nulla e non si trovano armi. Ma i deputati insistono poco soddisfatti dell'insuccesso, ed entra in scena anche un soprannome noto, il Bili.
<< All'On. Comando dei R. Carabinieri in Luogo. Ad onta che dalla perquisizione eseguita al domicilio del nominato Gio. Battista Crespi non sia emersa le esi stenza di armi o munizioni essendosi egli trovato assente da casa ad ora così avanzata, la Deputazione avendo tutto il fondamento di credere che questo cattivo soggeto sia assente per commettere misfatti, trova opportuno di interessare l'On. Comando a porsi sulle tracce onde conseguire il di lui arresto.
 
       **************** fine giornata ************************
01 maggio 2024 - mercoledi - sett. 18-122
redigio.it/rvg101/rvg-18-122.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg101/rvg-xxx.mp3 -  qualche parola sull'
Cosa ascoltare oggi
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Dati di concessione. (8- )
Quando la stalla fu chiusa, singhiozzò disperatamente aggrappato al collo del moro.
IL VERO POETA
Un architrave - qualche mattone - son testimoni - d'una casetta:
l'hanno distrutta - hanno abbattuto - con le sue mura - tanta tristezza.
Ci stava un uomo - un vero poeta - la notte usciva - a declamare -
con la sua voce - calda e profonda, - brani di dramma - battute amare.
Nessuno mai - l'ha preso sul serio - neanche sua madre - l'aveva capito
con ossessione - l'aveva stordito, - doveva farsi - una posizione.
La posizione l'ha fatta in un lager - dove ha lasciato - mezzo polmone;
nelle baracche - di legna marcia - scriveva versi - sopra un cartone.
Per tanti anni - ha fatto l'attore - in un teatro - con poche scene;
qualche parrucca, - e nel sottopalco s'era ghiacciato  - anche il cerone.
Era un teatro - di povera gente - veniva in sala - con lo scaldino
ed aspettava - il gran scenone - da raccontare - alla vicina.
Han detto in tanti ch'era un fallito - qualcuno ha detto - ch'era un barbone,
non gli riguarda - non fa attenzione - torna a cantare - qualche canzone.
Una di queste - è tutta un'accusa - l'altra rammenta - giorni felici, l'ha scritta apposta
per farne un coro; - la canteranno - quei pochi amici.
Sulle macerie di quella casetta hanno costruito un palazzo lussuoso tanto per non essere da meno con gli altri dirimpettai: so che qualcuno si è preso la briga di chiamarli ";le torri";.
Si pensava e ci si illudeva che i nuovi inquilini o condomini arrivati chissà da dove, senza tradizionali basi ben radicate in un quartiere, con pazienza e costanza, si sarebbero inseriti nell'ambiente.
Non s'era fatto i conti con la loro estrazione non certo popolare in quanto a cultura, che non poteva contemplare tale processo.
Pochi i casi validi a rendere meno dura la disillusione.
Non si sa bene e, forse nemmeno vale la pena di saperlo, se il loro stare insieme, si fa per dire, uscio a uscio abbia potuto suscitare il desiderio di rapporti amichevoli e profondi: in parole povere qualcosa di serio.
Pensiamo proprio di no.
";Sarà difficile ch'io ti sposi"; dice un antico adagio ";dal ciel vedrai cader la neve nera";.
Qualcuno dei nostri vecchi, volutamente fatti scomparire, con una certa arguzia tipica degli uomini di ringhiera, avrebbe certamente sottolineato che in una delle case nuove: ";gh' è voeuna che l'è al governo";.
Tanto per finire in gaudio questa divagazione, certamente non a tutti simpatica.
SOROR JULIANA DE PURIZELLIS DE CASSINIS DE VERGHERA (1426-1501) (2-2)
L'attività delle "selvatiche" (così erano chiamate le donne penitenti, che pregavano vivendo una vita primitiva di stenti e privazioni, lontane dal mondo) da quel momento assunse, sotto l'impulso di Caterina e di Giuliana, nuove forme di vita pratica, evolvendo da un individualismo ascetico ad una comunità inserita nel tronco allora assai vivo della regola agostiniana.
Le celle, le capanne, le grotte sparirono e accanto alla basilica della Madonna sorsero le alte mura del monastero, arcigno e potente come una fortezza, ma come una fortezza della fede. Giuliana fu sempre considerata, nella sua qualità di prima compagna di Caterina da Pallanza, cofondatrice delle romite del Sacro Monte.
Quando questa morì (aprile 1478), benché fosse eletta a succederle nella direzione del Monastero, per le sue innegabili doti di governo Benedetta Biumi, tutte le suore si strinsero spiritualmente intorno all'ormai vecchia conversa Giuliana.
Non sapeva né leggere né scrivere e delle tante preghiere ispirate dalla pietà cristiana, aveva imparato solo il Pater Noster e l'Ave Maria. Divideva il suo tempo tra la macerazione del corpo stanco e vecchio e l'obbedienza; era umile con le consorelle e prodiga nel soccorso ai poveri e agli infelici.
Giuliana morì settantacinquenne il 15 agosto 1501 e le sue spoglie mortali riposano nell'oratorio della Basilica di S. Maria, vicino alla Beata Caterina, da Pallanza.
Le vite dei santi sono intessute di fatti meravigliosi: quelle di S. Francesco, di Santa Caterina, di Sant'Antonio, di S. Chiara ne sono l'esempio più fulgido. Il meraviglioso nella vita della Beata Giuliana sta nella sua profonda umiltà che è stata la pietra angolare su cui hanno poggiato tutte le altre sue virtù: l'obbedienza, l'amore per i suoi simili, il lavoro indefesso, la preghiera costante, il sopportare con ferma rassegnazione tutte le prove e le tentazioni mandatele dal Signore. Un carattere deciso e assoluto, fiorito dalla sua origine di umile contadina. Per seguire Gesù abbandona la sua casa, la sua terra, i genitori, i fratelli, la brughiera: non ha forse il Maestro detto che non è degno di lui chi non ha il coraggio di abbandonare tutto ciò che possiede?
Giuliana non ha avuto esitazioni o debolezze: ha abbandonato la vita contadina che le poteva dare sicurezza e gioia, per la solitudine e la preghiera.
Il «fenomeno»> Fred Buscaglione
è un personaggio atipico nel panorama della musica leggera italiana. Inizia la carriera suonando il contrabbasso, si diploma al Conservatorio e si cimenta anche col violino. Lo attira il jazz e la sua voce, roca e particolare, lo asseconda in questa direzione. Siamo ancora negli anni dell'anteguerra quando, girando per i locali di Torino, fa amicizia con Leo Chiosso che scrive testi per canzoni, per programmi radiofonici e teatrali.
Inizia fra di loro un sodalizio che, nel dopoguerra, sfocia in risultati davvero sorprendenti. Fred viene lanciato come un personaggio alla Clark Gable di periferia, un rubacuori da strapazzo, ma molto simpatico.
Il suo repertorio si anima di pupe imprevedibili che lo amano e lo fanno soffrire. Nascono canzoni memorabili che incontrano il favore del pubblico, come Che bambola!
Mi trovavo per la strada
circa all'una e trentatrè
l'altra notte mentre uscivo
dal mio solito caffè, 
quando incontro un bel mammifero modello 103, che bambola!
Chi è Porfirio Villarosa se non Buscaglione stesso, viveur made in Italy? Canzoni ironiche che si adattano perfettamente allo stile di vita di Fred, col baffo da conquistatore.
I locali alla moda se lo contendono e lui presenta Teresa non sparare, con una singolare interpretazione del testo.
Teresa, ti prego, non scherzare col fucile per la rabbia tua, la bile può scoppiar.
Perciò Teresa, ti prego, non scherzare col fucile, far così non è gentile...
Un altro clamoroso successo si rivela Eri piccola (così).
T'ho veduta, t'ho seguita,
t'ho fermata, t'ho baciata.
Eri piccola, piccola, piccola così.
Tutti i testi di Chiosso funzionano a meraviglia ed è un trionfo. Molto bello il brano Che notte (quella notte!)
Che notte, che notte quella notte!
Se ci penso mi sento le ossa rotte; beh, m'aspetta quella bionda che fa il pieno al Roxi-Bar...
Di Chiosso e Buscaglione, ai primi passi, è anche un pezzo particolare, diverso da tutti gli altri. Forse anche difficile da piazzare, Jumbala Bay. Piace a Gino Latilla che deve faticare non poco con Angelini per farlo accettare nel repertorio. Si rivela una canzone azzeccata. Latilla, riconoscente, si presta per aiutare il lancio di Fred come cantante del complesso degli Asternovas, che annovera musicisti come Pisano e Libano, destinati a una brillante carriera. Uscendo dal suo cliché, Buscaglione canta Guarda che luna, uno slow molto piacevole e pieno di atmosfera, scritto da Pallesi e Malgoni.
Guarda che luna, guarda che mare,
da questa notte senza te dovrò restare, folle d'amore, vorrei morire,
mentre la luna di lassù mi sta a guardare...
Rientra nel personaggio con Whisky facile, una canzone autobiografica. È proprio lui quello, con la sigaretta eternamente fra le labbra e un bicchiere di liquore da vuotare. Ha bevuto un po' troppo anche quella notte quando, all'alba del 3 febbraio 1960, si schianta a Roma con la sua Thunderbird color rosa, contro un camion. Non esiste ancora il controllo con l'etilometro, ma le parole della sua ultima canzone sono una dichiarazione di responsabilità. Se c'è una cosa che mi fa tanto male è l'acqua minerale! È proprio entrato nel personaggio. I fan accorrono numerosi al suo funerale per testimoniare il loro dolore. Fred è ancora vivo nei ricordi della gente.
 
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02 maggio 2024 - giovedi - sett. 18-123
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IN GIRO PER LE PORTE (15- )
Quando era di riposo, camminava pendendo a sinistra come avesse sempre il borsone a tracolla.
Nelle serate d'estate scioglieva la stanchezza accumulata nel continuo andare, mettendo a mollo i piedi: l'acqua veniva riscaldata in un catino esposto sulla ringhiera assolata.
La sua smisurata passione per i fiori seminati e raccolti in alte cassette a muro, recava qualche conforto alla vitaccia grama.
Andava di rado all'osteria per evitare discussioni.
Quelli che lavoravano "sotto Comune" o alle dipendenze dello Stato, venivano tollerati, purchè non mettessero in bella mostra il loro privilegio di "piantastabile", lavoro assicurato. Se sgarravano saltavan fuori le massime "vojalter tranvier sii di mandrogn o giò de lì".
"I portaletter e i borlacatt, dazieri, se hinn no badin hinn lomellin" e, via di questo passo senza trascurare i ferrovieri anche loro coinvolti nel discorso. Si pensi che in Via Faraday, una laterale di Lodovico il Moro, esiste una casa costruita nel 1910, alla quale hanno affibbiato il nome "cà di portaletter", appunto per il tipo e la professione degli inquilini.
Patetica la tua figura "Gioanna matta": non eri per niente pazza, forse un poco stramba, ed inventavi storie a non finire.
Tra una decina e l'altra del rosario, le raccontavi ai bambini terrorizzati dal buio delle cantine usate come rifugio antiaereo; la specialità tua era la varietà di battute comiche e maliziose che uscivano dalla bocca, si fa per dire, della balbuziente "erba peteghina".
Ogni sabato sera s'aspettava la scena fissa, e tutti a sbirciare dagli usci semi aperti o appostati lungo le ringhiere.
Attenzione: sta per arrampicarsi su per le scale, la famiglia de la Fiora; meta la loro stanza.
Sequenza scenica.
La moglie scendeva al trani per raggiungere il marito: ricordiamo che per trani si intendon quelle osterie dedite alla mescita dei vini pugliesi, donde il nome.
Visto il marito allegrotto, si lasciava tentare da alcune "staffette" di squinzano o giù di lì, dimenticando in breve lo scopo della sua visita.
I figli maschi, erano tre, non vedendo arrivare i genitori si preoccupavano a turno di rintracciarli; chiaramente ad uno ad uno facevan la stessa fine. Ed ecco allora che, buttati fuori dal locale, si formava la malsicura cordata; a tempo di record un'oretta buona per conquistare il quarto piano. Nel dì ch'era di turno per il riposo settimanale, i giovanotti e le signorine assediavano il Battista, cameriere in prima al Carminati, ritrovo noto in piazza Duomo con vista su piazza Mercanti, per saper ben ben come andavan le cose in un "sit de nott" a loro inaccessibile.
Lui, ricamava ed arrotondava in abbondanza tirando fuori, oltre ai fatterelli piccanti, cifre quasi astronomiche che la gente spendeva nelle raffinate baldorie: indi chiamava in causa la Lina del secondo piano, donna che poteva confermare essendo serva in casa di ricchi signori, e di quei signori confidente del signorino maggiore.
Notti da hooligans con la "Compagnia de la teppa"
Non sarà un primato di cui andare orgogliosi, ma Milano ha anticipato di ben 170 anni gli scatenati hooligans che approfittano degli appuntamenti sportivi per manifestare la loro violenza. E' evidente che per la nostrana Compagnia de la teppa, poco meno di due secoli fa, altri erano i motivi per inventare cagnara e spedizioni punitive. Le partite di calcio a quel tempo non potevano certo essere un pretesto. Tuttavia si possono riscontrare due elementi in comune, tra gli hooligans di oggi e i teppisti milanesi di ieri: la violenza gratuita e la predilezione per le osterie e le sbronze colossali.
Ma, anzitutto, perchè teppa?
C'è chi ha fatto derivare la parola dal croato teppis, che vuol dire violento; altri, sembra con più valida ragione, hanno osservato che teppa, in dialetto milanese, significa muschio e poichè la Compagnia usava spesso ritrovarsi di notte all'aperto su una scarpata del Castello ricoperta di muschio, sarebbe questa l'esatta origine dell'appellativo. Non basta: distintivo dei teppisti era un cappello di feltro di colore variabile ma dal pelo a riccio "lungo sollevato e scomposto" (come spiega Giuseppe Rovani nei suoi "Cento anni"), proprio come il muschio: ecco dunque un altro solido argomento per spiegare quel nome.
La Compagnia de la teppa teneva il suo quartier generale all'osteria e sovente traslocava.
Dall'osteria del Galletto a quella del Monte Tabor (era aperta a Porta Romana, frequentata dagli aristocratici, dal vicerè Ranieri e consorte), alla Villa Simonetta: non andiamole a cercare, sono tutte scomparse.
I suoi componenti non erano malavitosi di professione, bensì figli di buone famiglie borghesi, nobili, artisti (lo scultore Pompeo Marchesi): giovanotti scapestrati, dagli ideali infranti, che uscivano dal terremoto provocato da Napoleone e mal sopportavano l'avvento della Restaurazione. Bastonare un passante sconosciuto sorpreso in solitudine in piena notte, prendere a sberle un ufficiale austriaco, entrare in un locale per buttare all'aria una riunione conviviale, pestare un marito per portargli via la
moglie: erano questi i passatempi preferiti dalla Compagnia de la teppa. La quale rimase in vita dal 1818 al 1821 e finì i suoi giorni in un'aula del tribunale: 118 imputati.
Il fattaccio che ne decretò la sparizione va ricordato.
Due cervelli della banda, il sedicente "barone Bontempo", anche noto come "Mazzasès" (ammazzasei) e lo svizzero Mauro Bishinkommer organizzarono il rapimento di una ventina di dame, tra le più altezzose e galanti dell'alta società, e le condussero alla Villa Simonetta, dove era stato predisposto un sontuoso banchetto, a base di manicaretti intrisi di afrodisiaci.
Come commensali le attendevano altrettanti nani, racimolati da "nan Gasgiott", addobbati da re e principi con costumi affittati alla Scala.
Il festino degenerò e la teppa dovette intervenire per calmare a colpi di bastone i nani più eccitati. Le signore furono poi riaccompagnate a domicilio indenni e non fiatarono.
Ma lo scherzo era andato oltre i limiti, la gendarmeria ne venne a conoscenza e scattarono le manette.
Fioeu de gent per ben e no del guast 'na batteria de marca giovinaster, quand ghe girava de traa per ari el bast," oltra a del mal, faseven di disaster.
(1) - Vers el vòttcentvint la gran battuda, tarej al vent, bonbon con pres de streppa. Ma poeu, 'na nott, la pola l'ha bevuda 'sta grama Compagnia de la Teppa.
1) la frase significa "fare cose sconsiderate". Oggi diciamo "fare casino".
 
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03 maggio 2024 - venerdi - sett. 18-124
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Storia di Busto  - e le relazioni
I quartieri e le contrade del borgo
Ma io e da alcune piccole memorie e specialmente dal legato Verfloa dei Castoldi che morì circa il 1350 ho appreso che questo quartiere non si chiamava Piscina ma Pessina e la strada si dovrebbe chiamare Pessinunte. Fu Pessino, un emporio della Frigia, e se crediamo a Strabone, un luogo di mercato costruito dai re Attalici o Asiatici con portici e un tempio dedicati a Cibele, madre degli dei, in onore della quale era stata innalzata una statua e si facevano dai Frigi delle rappresentazioni teatrali turpissime, accompagnate dal suono delle tibie e dei timpani. Questa statua o grande sasso, che per essi fungeva da statua, fu trasportata dai Romani dal monte Ida, donde Cibele prese il nome di Idea, a Roma e posta sul Palatino, sotto il consolato di P. Cornelio Scipione Africano e di P. Licinio, come attesta Livio nel libro 19. Ma dopo tredici anni M. Giunio Bruto dedicò alla stessa Cibele Berecinzia un tempio fatto fabbricare dai consoli P. Cornelio e C. Claudio.
I Romani poi vollero che il 12 Aprile, giorno in cui la statua era stata trasportata a Roma, si celebrassero quei giuochi che furono chiamati Megalesi, cioè grandi. In essi gli attori rappresentavano sulla scena con grande lascivia le azioni più sporche e più turpi, e questa impura superstizione dei Romani altri, per altri rispetti onestissimi, abbracciarono e divulgarono, vagando per le città, senza trattenersi da parole o da fatti indecenti, cosicchè furono chiamati i sacri cinedi di Cibele. Questa dea fu identificata con Rea e con Vesta e dai Romani fu chiamata Pessinunzia dalla città di Pessinunte.
Ora si deve credere che giuochi di questo genere siano stati portati dai Romani anche nell' Insubria, perchè, essendo pieni di licenza e turpitudine, stimavano fossero gratissimi a tutto il consesso degli Dei che, come scrive Diodoro nel libro IV della sua Biblioteca, si credevano generati da quella dea e cioè al Sole, alla Luna, a Giunone, a Nettuno e a Plutone.
Ora, tornando al nostro borgo, dopo che i Romani ne ebbero il possesso, si deve pensare che vi cele- brassero anche questi giuochi e specialmente in questo quartiere dove già dicemmo che dagli stessi fu eretta la rocca.
Perciò io direi che questo quartiere fu chiamato Pessina, e la contrada Pessinunte, dai giuochi che si celebravano in onore di Cibele a Pessinunzia. Alcuni vestigi di questi giuochi si osservano ancora Milano e quasi in tutta l' Insubria. Infatti non v'è quasi paese di essa in cui, in un giorno stabilito, gli uomini non s'aggirino schiamazzando troppo liberamente e abbandonandosi ad atti licenziosi quasi fossero divenuti pazzi. Qui poi, questo costume è più vivo che in altri luoghi; poichè il 24 luglio gli uomini corrono per il borgo, suonando flauti e zampogne e, percuotendo oggetti di bronzo come fossero timpani, irrompono nelle case delle donne di malaffare; e in queste azioni si distinguono sugli altri gli abitanti di questo quartiere e quelli della contrada Sciornago.
Quanto queste costumanze si accordino con quelle dei giuochi Megalesi, lo mostrano i versi di Ovidio nel libro IV dei Fasti:
Tosto Berecinzia col corno ricurvo Suonerà, e vi saranno le feste della madre Idea. Andranno i mezzi-maschi, e percuoteranno [pazzamente i timpani E i bronzi, percossi col bronzo, risuoneranno. Il flauto dà come prima i ritmi frigi.
Di qui forse derivò quella oscenissima maniera di parlare che così si propagò che non solo gli uomini, a cui dalla superstizione romana era permesso, ma anche le donne alle volte la usano senza alcun riguardo al decoro e alla cristiana onestà (1).
(1) È quasi inutile osservare che questa lunga elucubrazione sul- l'origine del nome del quartiere Piscina va relegata nel mondo dei castelli in aria. Essa però dimostra l'erudizione del nostro cronista, che cita di prima mano gli autori latini e insieme il vezzo, comune fin dal medio evo e rafforzatosi nei secoli dell' Umanesimo, di ricorrere ai Romani per spiegare anche ciò che con essi non ha niente a che fare. La spiegazione più semplice e più verosimile è che il quartiere si chiamasse Piscina (e non Pessina) per la presenza della famosa vasca a cui si conducevano gli animali per l'abbeverata.
È contiguo alla contrada Pessinunte il quartiere che chiamiamo Sciornago o Zoornago. Esso è il più piccolo per numero di edifici, ma per lo splendore di essi, per la quantità delle ricchezze, per la generosità pia non è superato da nessun altro. Dopo aver indagato accuratamente la forma e l'etimologia di questi nomi, mi son fatta la convinzione che essi siano corrotti e penso che si debba dire non Sciornago o Zoornago ma Siornaco o Zoornaco; e a ciò mi fa pensare e l'angustia del luogo e la qualità degli abitanti. Abbiamo detto che è un quartiere assai angusto e piccolo; esso ha anche degli abitanti facilissimi all' ira. Perciò non è fuor di luogo asserire che si chiami Siornaco, che significa piccolo, turbolento e torbido e preparazione al dolore. Infatti sior significa piccolo, turbolento e torbido; nachon, invece, dolore preparante. O almeno si dovrà dire Zoornaco, che significa quasi la stessa cosa, se è vero che zoor vale iracondo e nachon preparante il dolore o preparazione dell' iniquità, perchè questa contrada è iraconda e facile a organizzare la vendetta, e i suoi abitanti difficilmente si lasciano superare da chicchessia e sono intollerantissimi delle ingiurie. (1)
(1) Anche la spiegazione, ingegnosa se si vuole, del nome del quartiere Sciornaco, proposta dal cronista, non può essere ac- cettata; poichè niente giustifica il ricorso che il Crespi fa a parole tedesche (Zorn, in tedesco, significa ira) o celtiche, per spiegare un nome che deve riferirsi a circostanze locali.
La terminazione in ago si trova, infatti, in molti nomi di paesi della regione lombarda (Sacconago, Crennago, ecc.) e pare signi- fichi abitazione; e il nome Scior perchè non potrebbe essere il milanese Sciur - signore (dal latino senior)?
In appoggio a questa mia interpretazione cito il fatto che il quartiere Sciornago, press'a poco le odierne vie Porta, Lualdi ed adiacenti, fu in antico abitato dalla parte più ricca della popolazione del borgo.
Il Ferrario (o. c.) ci dice solo che questo quartiere era abitato da più famiglie dei Gallazi, ma si può ricordare che i Gallazi diedero a Busto fin dal Medio Evo notabili, parroci e magistrati, e che dalle carte notarili appaiono fra le più ricche famiglie del borgo.
Per questo io propenderei a credere che il nome Sciornago sia derivato al quartiere dalla qualità di ricchi dei suoi abitanti.
Ma veniamo all'ultimo quartiere. I nostri maggiori l'hanno chiamato Vico sano per l'aria salubre e per il cielo clemente; e infatti non v'è contrada in tutto il borgo che abbia un'aria più temperata e più costante. Per questo, quando scoppiò la peste che nell'anno 1524 dall' Incarnazione del Verbo invase non solo Milano ma anche i luoghi vicini e principalmente questo borgo, quelli che erano stati preposti a curare il morbo stimarono che nessun luogo fosse più atto a piantare le capanne degli infetti e a curare il morbo che quello che chiamiamo il prato di Sanovico (1).
(1) A questo riguardo si deve notare che nella tradizione e nel dialetto bustese il nome del quartiere, che corrisponde all'odierna via Montebello e vicoli annessi, è Savigo non Vicosano. Il che farebbe pensare dapprima al nome di un Santo: San Vico, cioè San Lodovico. Ma poichè non consta che i Bustesi ebbero mai una devozione speciale verso questo santo, bisogna accettare la spiegazione del Crespi e pensare che Savigo sia derivato da Sano vico. Il fatto poi, asserito dal nostro cronista, che il quartiere godesse d'un clima migliore degli altri e contasse pochi ma begli edifici, quantunque possa suscitare un po' di meraviglia perchè il quartiere cosi com'è ancor oggi, col dedalo dei suoi vicoli e con l'angustia della sua contrada, appare a noi moderni come tutt'altro che sano e bello, può essere facilmente spiegato pensando che questo quartiere è posto a settentrione e riceve quindi l'aria fresca e sana dei monti, e nella sua parte più settentrionale si elevava gradatamente verso la porta rendendo possibile l'erezione di edifici che, a confronto della maggior parte delle casupole costituenti il borgo, potevano esser detti belli.
Molte cose ornano questo luogo di cui diremo in appresso.
Solo, a conclusione di questo capitolo, aggiungerò che a ogni quartiere si accede per le rispettive porte, delle quali altrove dicemmo. Presso di esse furono edificate le case dei custodi che il popolo chiama parnarecie ma io chiamerei prunarecie dai bracieri vicino ai quali i custodi sedevano (d'inverno) (1). Ma oramai tutte queste porte sono cadute in rovina e, eccetto le volte, niente è rimasto, quantunque si vedano ancora i vestigi e delle prunarecie e dei ponti mobili, e io stesso abbia osservato nella casa parrocchiale della Chiesa di S. Maria in Piazza delle grosse catene che vi sono state conservate fino al nostro tempo.
(1) Il nome, storpiato come al solito dal popolo, è ricondotto dal Crespi alla sua esatta lezione. Esso viene da pruna che in latino vuol dire bracie, carboni accesi.
Quali vicende disgraziate abbia incontrato il borgo e quali cose meravigliose vi siano accadute
È impossibile narrare quante volte questo borgo abbia esperimentato l'avversa fortuna; tuttavia tenterò di riferire i fatti che ho appresi o dalle relazioni anteriori o dai monumenti antichi o che le vicende dei tempi mi inducono a credere siano realmente avvenuti.
Tralascerò i danni e quegli antichissimi eccidi che il borgo subì o dal senone Brenno o sotto i Romani, perchè già ne ho fatto menzione quando ho narrato gli inizi del borgo, là dove dissi che esso fu ridotto all'estrema rovina e per tanto tempo rimase così devastato che ne venne un grandissimo bosco, ricoscimento
TRAVEDONA-MONATE -
67) Selvetto: in dialetto Selvèt è la zona a sud del Rünch a ovest del paese di Travedona sul confine con Monate. Il termine selv come indica una zona di boschi ed è frequentissimo in toponomastica.
68) Sóche: piccolo balzo del terreno che sovrasta il Ruetàri a sud della zona boschiva del Bosch e del Bosch Gros. In dialetto soca designa la "gonna" ma non crediamo essere questa l'origine del nome. Per trovare un'etimologia più plausibile possiamo considerare la voce dialettale zòca che ha vari significati tra i quali "buco scavato per contenere acqua a scopo domestico1185 (cfr. Socco frazione di Fino Mornasco -CO-)18%, oppure la voce dialettale sòch "ceppo" o "ciocco", ad indicare forse una cumulo di ceppi di legno.
69) Strecciolo: è una strada stretta, detta in dialetto streciöö, che si dipana nel centro del paese. Un tempo era più lunga e portava fuori dal centro; ora invece è stata tagliata e designa un tratto non più lungo di 30 metri (v. Cazzago Brabbia n. 25).
70) Tajagrande: località nota anche come Tajanmèz. Prende il nome da una strada che divide in due parti l'antica zona boschiva del paese segnando l'arbitrario confine tra il paese e la campagna di Travedona (v. Cadrezzate n. 33).
71) Turàsce: piccola lingua di terra che si estende latitudinalmente in località Monate a sud del Löch poco distante dalle sponde del Lago di Monate (v. Cazzago Brabbia n. 28).
72) Vallone: in dialetto noto come Valün. Il sito è a nord del Chiosetto ed è caratterizzato da una leggero pendio che va restringendosi verso la strada provinciale che segna l'ingresso in Monate (v. Mercallo n. 24).
73) Vignöö: piccola area un tempo coltivata a vigna limitrofa al Peze al confine tra Travedona e Monate (v. Cadrezzate n. 38).
74) Vignuvéle: località di Travedona a ridosso del Salvascéte e a nord del Laghèt un tempo utilizzata per la coltivazione dell'uva. Da pochi anni quest'area è stata ripresa in mano dalla Pro Loco cittadina e riutilizzata per produrre il vino di Travedona proposto spesso nella ristorazione locale ed esportato anche all'estero. Il nome dell'area dovrebbe essere con tutta probabilità un composto di "vigna" e "novella".
75) Zavattè: (žavattè) in dialetto sciavatàa designa "il ciabattino "Il toponimo riprende il nome di un possibile artigiano che li vi lavorava o un soprannome di qualcuno che così poteva essere scherzosamente chiamato
Ospedale di Saronno: un percorso di 108 anni
La storia comincia lontano, ufficialmente il 10 settembre 1893, quando fu inaugurata la prima sede dell’Ospedale di Saronno: dieci letti e tre infermiere sotto la direzione straordinaria di Padre Monti, il fondatore dell’Ordine dei  Concezionisti, proposto recentemente per la beatificazione, da Papa Giovanni Paolo II. Un percorso lungo 108 anni che, sul filo della memoria, richiama subito i milioni di persone che hanno varcato la soglia del nosocomio per riceverne cure e prestazioni, alle centinaia di medici e infermieri che si sono prodigati, per dare sollievo ai loro pazienti, con i mezzi messi a loro disposizione.
La cittadinanza di Saronno, vive la realtà dell’ospedale in modo quasi esclusivo, considerandola, a torto o ragione, una cosa che appartiene per diritto alla città. Del resto, l’iter per la costruzione dell’ospedale è proprio da ascrivere al merito esclusivo di alcuni benemeriti cittadini saronnesi: Giovanni Campi, Giuseppe Legnani e Giovanni Volonteri che, ancora trent’anni prima dell’inaugurazione dei "dieci letti", vale a dire nel 1861, costituirono una commissione per raccogliere i mezzi necessari per realizzare un ospedale pubblico. Verso la fine del secolo, grazie alla munifica donazione di un’area di circa 10.000 metri quadrati ubicati nell’allora periferia della città, da parte delle sorelle Lucini, si diede inizio ai lavori di ampliamento e alla costruzione del primo vero edificio ospedaliero. Il nuovo nucleo fu inaugurato nel 1901 e a condurre il nuovo ospedale, fu chiamato don Giuseppe Borella che con un piglio imprenditoriale ed un carisma particolare riuscì, in quindici anni, a far ingrandire il nosocomio e a renderlo una realtà molto importante per tutto il territorio saronnese. Un busto in bronzo, all’ingresso del padiglione di Medicina, ricorda a tutti coloro che varcano la soglia l’opera di questo prete-imprenditore che è riuscito a coniugare carità ed efficienza. Agli infermieri di Padre Monti si aggiunsero, per il reparto femminile, le suore del beato don Luigi Guanella, altro personaggio che ha lasciato i segni del suo passaggio, fondando la  Congregazione delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza. Nel 1924, l’ospedale, viste le dimensioni e l’importanza territoriale conquistata, fu classificato come Ospedale di Circolo. Nello stesso anno, un altro lascito, del saronnese Morandi, permise la costruzione del nuovo padiglione riservato alla maternità e da allora è stato un susseguirsi di modifiche strutturali che hanno portato l’ospedale cittadino, ad essere una realtà molto importante per Saronno e per tutto il circondario. Alle suore di don Guanella, subentrarono le Suore Francescane Angeline la cui presenza, rimasta ininterrottamente intrecciata all’esistenza dell’ospedale, continua ancora ai nostri giorni. Nel 1993, l’ospedale ha festeggiato, alla presenza dell’allora Ministro per la Sanità Maria Pia Garavaglia, i suoi… primi cent’anni. Oggi, è diventato parte integrante dell’Azienda Ospedaliera di Busto, Tradate e Saronno alla cui direzione generale c’è il dottor Ambrogio Bertoglio. La direzione sanitaria di Saronno è affidata al dottor Cavallaro, mentre il dottor Osvaldo Basilico è responsabile per la parte amministrativa.
 
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04 maggio 2024 - sabato - sett. 18-125
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Dati di concessione. (9- )
L'attività dello spedizioniere comportava l'assunzione di uomini di fatica, i facchini.
Onde avere la possibilità di averli raggruppati, diciamo a squadre, s'era costituita una cooperativa.
Il primo ";ufficio";, anticamente si trovava in Alzaia Naviglio Grande n°6, fu poi trasferito in Piazzale Stazione Genova più per ragioni di comodità che di necessità; il lavoro non mancava, ce n'era tanto da richiedere mano d'opera su altre piazze.
Per poter rintracciare questi robusti ed infaticabili omaccioni, era semplicissimo: bastava mettere dentro la testa nell'osteria accanto; un calicino giusto e, contratto fatto.
L'insegna in vetro color amaranto, una dicitura in oro scuro: ";Osteria della Regina"; il nome della padrona, simpaticamente soprannominata la ";Gondrana"; riferendosi alla sua stazza grossolanamente assomigliante ai robusti brocchi della Ditta Gondrand.
Era una Ravini imparentata con quel tal Ravini nominato ";el Verdi"; data la sua smisurata passione per l'opera lirica, della quale conosceva non solo romanze, ma brani e recitativi; alla sua maniera, s'intende.
Anzichè pollo scriveva "pulo" e "risso" al posto di riso, ma sapeva far di conto, senza sbagliarsi mai.
Ad una certa ora, sera tarda se non notte, s'adunavano quelli che del canto ben ne conoscevano lo stile ed il fascino. Fossero "brusaton" ovvero cremazionisti anticlericali, oppure "paolott" o "martorott de l'oratori" non importava; ciò che valeva era il cantar bene.
Quando scivolavano nel lirico, per intonarsi "s'interzavano", passandosi sottovoce le tonalità da azzeccare.
Sicuri delle tre note de: la ve..., la ve..., la ve..., attaccavano con precisione da bacchetta:
"La Vergine degli Angeli.........
"e via sino alla fine del brano.
Nel coro della "giardiniera", ce la mettevan proprio tutta.
Si disponevano intorno ad un tavolo; ognuno serrava tra le mani un bicchiere colmo, di vino s'intende.
Poi il solista incominciava:
"Ohi giardiniera ti voglio far sposa dammi una rosa, dammi una rosa, ohi giardiniera sarai la mia sposa dammi una rosa del tuo giardin".
Ed il coro stando seduto rispondeva:
"Non posso dartela la tengo nel cuore
voglio l'amore voglio l'amore,
non posso dartela la tengo nel cuore, voglio l'amore
ed a questo punto tutti si alzavano e levando il bicchiere a gran voce esclamavano
e la libertà"
Sotto quell'Arco c'è un camaleonte
Esistono monumenti che si comportano come camaleonti. Facili a mutare opinioni, opportunisti, validi per tutte le stagioni. Stagioni politiche, non meteorologiche. Gli basta un piccolo ritocco, cambiare un fregio, un ornamento, sostituire una iscrizione, una dedica e la trasformazione è compiuta. Classico esempio di questa disinvolta metamorfosi è l'Arco del Sempione, ribattezzato della Pace, nato per celebrare Napoleone ma inaugurato da un sovrano austriaco e infine testimone delle nuove fortune di una Italia che si avviava all'unità.
Certo, per agevolarne i vari, successivi adattamenti contribuì la durata dei lavori. La prima pietra era stata posata il 14 ottobre 1807. Ma trent'anni dopo Pompeo Calvi poteva ancora dipingere il quadro "L'Arco della Pace in costruzione".
Il fatto è che l'Arco (lontano parente, su progetto del marchese architetto Luigi Cagnola, di quello che Roma imperiale aveva dedicato a Settimio Severo) era stato concepito a gloria dell'invitto Napoleone il quale però, di lì a pochi anni, 1814, era stato battuto e confinato all'Elba.
In aprile a Milano erano ritornati gli austriaci e due mesi dopo, anche in conseguenza della crisi economica che aveva accompagnato gli eventi politici, si era ritenuto conveniente sospendere i lavori. Cesare Cantù, scrivendo nel 1857, afferma che "al 1814 erasi all'imposta delle due arcate minori".
Il cantiere si rimise in movimento nel 1826, dopo che la Congregazione municipale (oggi diciamo il Consiglio comunale) aveva chiesto e ottenuto dalle autorità austriache "di poterlo proseguire (l'Arco) applicandovi i crediti che le provincie avevano per somministrazioni militari e supplendovi pel resto lo Stato. Così ripigliaronsi i lavori - è sempre Cesare Cantù a ricordare - e furono finiti nel 1838".
L'Arco, dunque, fu inaugurato il 10 settembre 1838 dall'imperatore Ferdinando I, venuto a Milano per farsi incoronare re del Lombardo- Veneto. Arriviamo infine al dicembre 1859, quando (registrava Giuseppe Gargantini nella sua "Cronologia di Milano" edita nel 1874) "viene cancellata l'epigrafe ricordante giorni di schiavitù e sostituita altra per rammentare il solenne ingresso di Vittorio Emanuele e di Napoleone III ed eternare la memoria della nostra liberazione". Per la cronaca, i due sovrani erano passati trionfanti sotto l'Arco l'8 giugno di quell'anno, dopo la vittoria riportata sugli austriaci a Magenta.
Millavottcentsett: adree cont i zibrett - (1) ciabatte, pantofole. Qui il verso ha il significato di "rincorrere".  - ) - che tacchen a traa in pee on arc d'onor al pussee grand de tucc, l'imperador. Ma prima che madurass la circostanza Napoleon l'aveva perduu la stanza.
Millavòttcentrentòtt: - gh'è on alter rebelòtt, la "dedicatio" la gira 'n su l'istant che vegn 'n scenna el primm di Ferdinand.
Millavottcentcinquantanoeuv: sortiss ona doppietta che se moeuv: "Vaa scancellaa d'on bott sto vecc spuell. Gh'è chi el second Vittori, el Manuel, in batteria de vun ch'el faa el so vers, alter Napoleon de marca terz".
Ergo: cinquant'ann fà, storia de cuntà, - i fazzolett de negher eren no priv, poeu s'hinn tengiuu d'on ross bell viv. Adess che la grand polta l'è menada i fazzolett hinn smunt 'me 'na cagiada.
 
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07 maggio 2024 - domenica - sett. 18-126
redigio.it/rvg101/rvg-18-126.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
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I quartieri e le contrade del borgo
Tutte le case di Busto sono racchiuse in quattro quartieri principali: Basilica, Piscina, Zornago, Sanovico.
Il quartiere di Basilica (1) In dialetto bustese: Basega. ) per la quantità di popolo, per la moltitudine delle famiglie e per l'ampiezza del territorio supera tutti gli altri. Da esso per la porta di oriente i borghigiani si dirigono alla volta della città
I nostri antenati chiamarono questo quartiere col nome di Basilica perchè ivi principalmente si teneva il mercato ed era più ampio e più notevole degli altri quartieri. Esso si divide in tre minori contrade, la superiore, che è volta a settentrione, si chiama contrada Ratto, l' inferiore, che si dirige a mezzogiorno, contrada Palearia, la mediana, che si spinge dalla porta del borgo fino alla piazza, si chiama contrada Strato per le pietre che vi sono disseminate e composte. La contrada Ratto era posta in luogo più alto e fu chiamata così, a mio avviso, sia perchè è posta a settentrione, sia perchè, forse, il bastione era ivi più alto, sia, infine, perchè di là si discende alla restante parte del borgo; infatti è una via in discesa. Quanto al nome della contrada Palearia diverse sono le opinioni. Alcuni pensano che sia stata chiamata così perchè in questa contrada più che nelle altre si fabbricano oggetti di paglia. Ivi principalmente si fa la macinatura e si tritura il grano essendo il luogo ben esposto ai raggi del sole. Ma io credo che la contrada abbia derivato questo nome dal fatto che quivi ha preso inizio il borgo costituito in origine di capanne di paglia. Infatti i Galli, che fondarono moltissimi paesi dell' Insubria, scacciati i nemici, come dice Bonaventura Castiglioni, a poco a poco discesero dai monti, che abitavano, al piano e ivi costruirono per molti anni, a ricovero degli armenti e degli arnesi pastorali, dei tuguri di paglia per difendersi dalle ingiurie del cielo, secondo il costume dei Numidi; poi, dopo molto tempo, appresi i costumi italici, sull'esempio delle altre città, che avevano visto gue reggiando per l'Italia, cinsero le città di mura e fortificarono i borghi con bastioni per respingere più facilmente le incursioni e le offese dei nemici.
(2) La porta d'oriente era la porta Milano situata al principio del Corso XX Settembre all'incirca dove era il passaggio a livello della vecchia sede ferroviaria.
(3) È quella che in dialetto bustese si chiama a contraa di ratti.
Ora è lecito credere che così sia avvenuto anche in questo borgo e che la contrada Palearia e la contrada Basilica siano state chiamate così perchè quella ebbe inizio con le capanne di paglia e questa fu sempre il quartiere principale del borgo. Da questa maniera di costruire i luoghi forse derivò il suo nome la famiglia dei Paleari, che fiorì nel borgo fino al 1386 (1). (1) Le ragioni addotte dal cronista a spiegare i nomi delle con- trade Basilica, Ratto e Palearia hanno del falso e del vero. Il Ferrario (o. c. pag. 156) si accontenta di citare i nomi delle contrade, lasciando ogni spiegazione di essi. Secondo noi il nome di Basilica che si trova in una pergamena del 1243, è di origine romana e si collega al fatto che in questo quartiere si teneva il mercato; la contrada Ratto probabilmente deve il suo nome ai minuscoli roditori di grano che vi dovevano abbondare per la esistenza di molini primitivi. Più probabile appare la spiegazione del nome della contrada Palearia, sfrondata s'intende dal lungo accenno ai Galli; sebbene si possa capovolgere il ragionamento e pensare che la contrada abbia preso il suo dal nome dei Paleari che vi abitavano.
Per ampiezza di abitato e per numero di famiglie s'accosta alla contrada Basilica quella che alcuni chiamano Piscina. Secondo essi si sarebbe così chiamata perchè dalla sua porta, che guarda a occidente, si va nei luoghi dove abbonda il pesce e per essa viene importato nel borgo dal lago Maggiore e dal Ticino.
Altri invece dicono che si chiama Piscina perchè attraverso questo borgo e questo quartiere si trasportavano i pesci in città dai luoghi pescosi, prima che fosse scavato il Cuvisso o Naviglio che dal corso del Ticino, i Milanesi, ad allontanare la fame, come dice Catone, condussero per quasi duecento stadi fino al borgo di Abbiategrasso, poi come un fosso chiusero entro la stessa città di Milano, nell'anno 1257, al tempo di Martino della Torre, il quale per i meriti acquistati a Roma ebbe dai Lombardi le più alte cariche (1(1) Nel 1179 fu fatto il primo tronco di canale dal Ticino ad Abbiategrasso; nel 1257, sotto il podestà Amizone Carentano, da Lodi, il cavo fu prolungato fino a Milano. ). Altri infine fecero derivare il nome Piscina dalla piscina che è in mezzo al borgo; ad essa fin dalla porta del quartiere scorre il fosso che raccoglie le acque piovane. E in verità il borgo ha una grandissima vasca, costruita nel centro dell'abitato, che raccoglie le acque che cadono dai tetti e scorrono per le vie in declivio, nettandole dalle immondizie (2).
Dall'esame della struttura degli edifici è lecito pensare che la piscina sia stata costruita allorchè il borgo fu edificato la seconda volta e la ragione della sua costruzione sia stata la mancanza di fiumi e di fonti e la profondità dei pozzi. Essendovi infatti dal livello dell'acqua alla bocca del pozzo più di 50 cubiti, era assai malagevole l'abbeverare i giumenti ed estinguere gli incendi che per caso fossero scoppiati. Dunque da questa piscina dicono alcuni sia derivato il nome all'intero quartiere.
(2) A questo punto il già citato trascrittore del 1714 aggiunge tra parentesi: Questa in seguito fu tolta via e ne furono costruite altre presso le porte del borgo a comodo degli abitanti e per le necessità occorrenti. Questo piacque indicare al trascrivente
(1) Nel 1179 fu fatto il primo tronco di canale dal Ticino ad Abbiategrasso; nel 1257, sotto il podestà Amizone Carentano, da Lodi, il cavo fu prolungato fino a Milano.
(2) A questo punto il già citato trascrittore del 1714 aggiunge tra parentesi: Questa in seguito fu tolta via e ne furono costruite altre presso le porte del borgo a comodo degli abitanti e per le necessità occorrenti. Questo piacque indicare al trascrivente
Poeu pensall domà ona persona matta de robagh el lard de bocca a la gatta!
Può pensarlo soltanto una persona matta di rubare il lardo di bocca alla gatta!
Vecchio modo di dire, quando qualcuno tentava una impresa il cui esito era scontatamente impossibile, a limite di follia.
El pugil
Chi compra per tant e vend per pocch el se vanza la dj occh.
Chi compra per tanto e vende per poco si avanza la delle oche.
Questo detto è nato tra i commercianti e suona come un monito a coloro che pur di fare concorrenza svendevano le merci, mettendo in difficoltà i colleghi e finendo poi col fallire; il detto era molto in uso tra gli ortolani del Verziere in piazza S. Stefano.
Obizzo Malaspina, il primo custode della «martinella»
Così risulta che la campana del carroccio sarebbe stata custodita per lungo tempo nella residenza privilegiata di Obizzo Malaspina, il castello di Zucchi nella Valle di Nizza, uno dei più fortificati del tempo, che sorgeva a 715 metri di altitudine tra i monti Succo e Bagnara. Padre Cassola descrive il maniero di Zucchi come un ameno castello munito di cinque torri difesa,dal quale si godeva un grandioso e magnifico panorama su tutta la valle Staffora. Era il maniero più strategico, più munito e inespugnabile di tutto il territorio .
Dalla rocca di Zucchi la «martinella» del carroccio era stata portata all’abbazia di S. Alberto (ma non si sa in che periodo e da chi) e collocata in un modesto campanile a vela sul tetto dell’oratorio di S. Maria annesso alle altre costruzioni dell’eremo fondato da S. Alberto. La ricostruzione cronologica degli abati e rettori della Badia di Butrio assegna la titolarità dal 1454 al 1461 a Taddeo de Noxeto (Noceto), discendente dal nobile casato di Busseti di Tortona, che fu anche il primo abate commendatario, in quanto la badia era stata nel frattempo elevata a commenda dal Vaticano.Forse fu proprio questo abate a prendere in consegna dai discendenti di Obizzo Malaspina la campana del carroccio,dovendo dotare il nuovo campanile della chiesa dell’eremo di un concerto campanario facendola così collocare insieme ad altre due di nuova fusione. Il trasferimento a Butrio della storica «martinella» del carroccio ad opera dell’abate Taddeo sarebbe provato dall’aggiunta del suo nome alla iscrizione, su due righe, nella parte superiore dello stesso sacro bronzo: «MCCCCLIIII xps rex venit i pace ds horet- e...Tadeus de Noxeto comedatarius abacie S. Alberti». La trascrizione e chiave di lettura di questa scritta sulla campana è offerta da un monaco della stessa abbazia, Padre Placido Lugano , che afferma: «Nella prima riga si hanno due lacune: tra la «s» e la «e» manca una lettera: dopo la «e» ne mancano tre. Sciogliendo le abbreviazioni e riempiendo le lacune si legge: MCCCCLIIII Christus rex venit i(n) pace D(eu)s h(on)oret(ur): S.(A.) e(tus), cioè Sanctus Albertus in luogo di Deus honoretur, si può leggere anche D(eu)s h(om)o re(surrexi). Il S. Albertus sarebbe il nome dato alla campana ».
La data, 1454, posta sulla stessa, non deve quindi ingannare, e non è contraria alla tradizione che identifica questa campana con la «martinella» del carroccio.
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La lista degli argomenti della settimana 14
  1. varano borghi -
  2. dati di concessione. (7- )
  3. la storica «martinella» del carroccio
  4. l'è mej sarai sù in d'on cortil d'on museo come on  ballabiott
  5. quand a paccià e bev vun el se fa senti l'è meij minga invidall e le meij toeugh on vestii.
  6. el cicisbeo
  7. busto arsizio - cap. 9 (1/4) - «capitolo 9
  8. dati di concessione. (8- )
  9. soror juliana de purizellis de cassinis de verghera (1426-1501) (2-2)
  10. il «fenomeno»> fred buscaglione
  11. in giro per le porte (15- )
  12. notti da hooligans con la "compagnia de la teppa"
  13. storia di busto  - e le relazioni
  14. travedona-monate -
  15. ospedale di saronno: un percorso di 108 anni
  16. dati di concessione. (9- )
  17. sotto quell'arco c'è un camaleonte
  18. i quartieri e le contrade del borgo
  19. poeu pensall domà ona persona matta de robagh el lard de bocca a la gatta!
  20. el pugil
  21. obizzo malaspina, il primo custode della «martinella»
 
Sommario
Le dirette
Pensiero della settimana
 
 
 
 

lib377-Settimana-18bis

RVG settimana 18BIS
Radio-video-giornale del Villaggio
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Settimana-18bis del 2024
RVG-18bis - da  - Radio-Fornace
Settimana 29/04 - 2024-04-29 -  Dicembre - Calendario - la settimana
29/04 - 18-120 - Lunedi
30/04 - 18-121 - Martedi
01/05 - 18-122 - Mercoledi
02/05 - 18-123 - Giovedi
03/05 - 18-124 - Venerdi
04/05 - 18-125 - Sabato
05/05 - 18-126 - Domenica
 
29 aprile 2024 - lunedi - sett. 18bis-120
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
Storia delle elezioni nel XIII secolo - Come avvenivano le elezioni in quel secolo
redigio.it/dati5/QGLA397-elezioni.mp3 - Parte 3 ("Elezioni per caso  - Come avvenivano le elezioni nel XIII° secolo") - #01
redigio.it/dati5/QGLA398-elezioni.mp3 - Parte 4 ("Elezioni per caso  - Come avvenivano le elezioni nel XIII° secolo") - #01
LA SOLIDARIETÀ
redigio.it/rvg101/rvg-18-120bis.mp3 - la solidarietà
A Milano non si lascia indietro nessuno: gh'è semper quaidun che te dà ona man!
M: Un aspetto, quello della solidarietà, che spesso, infatti, mescola motivazioni religiose e civili, e che - fai poprio bene a ricordarlo - vede anche qui primeggiare la nostra città. Per la verità, l'è nò che i milanes sien inscì tucc avert e disponibil vers i alter, ma è un fatto che, quando c'è da tirar fuori i quattrini per aiutare quelli che hanno bisogno, noi a Milano siamo sempre in prima fila. Quaidun el ricorda quando si aprivano le sottoscrizioni per aiutare le vittime di gravi disgrazie che accadevano in Italia e c'era l'usanza di trasmettere alla radio i dati che arrivavano dalle varie città e, regolarmente, da Milano arrivavano contributi pari quasi a quei de tucc i alter città miss insemma; ed erano tanti i milanesi che proprio di questo si sentivano orgogliosi. E non parlo solo di soldi o beni di prima necessità, ma an- che di interventi concreti di assistenza e aiuto a che ne ha bisogno.
C: Minga per nient semm cognossuu per quei "cont el coeur in man", anche se poi ci sentiamo dire che è perché semm pussee sciori... In effetti, se è indubbiamente meritevole fare del bene con soldi e fatti concreti, mi sembra però che non abbiamo la fama di essere ospitali, non dico negli alberghi, ma nelle nostre case: anche se se aiutiamo volentieri i bisognosi, cerchiamo di non farlo in casa nostra.
M: L'idea che gli altri si fanno di Milano è piena di luoghi comuni e forse proprio il più sbagliato è quello che non saremmo ospitali. Certo semm minga abituaa a fa tanti salamelecch, ma, se guardiamo alla sostanza, è difficile trovare in Italia una città più accogliente ed ospitale di Milano. Il milanese, però, dall'ospite si aspetta, almeno, che si adegui alle regole locali...
C: Mah, mi sembra piuttosto che siano certi stranieri a voler imporre a noi le loro regole. Comunque, fai bene a ricordare che da sempre Milano è un luogo dove l'è pussee facil de vegni accolt, e non solo se in buona salute ma, soprattutto, se bisognoso di cure. E fin dai secoli passati: penso all'Ospedale Maggiore, costruito nel Quattrocento.
M: E negli anni si sono affiancate tante altre istituzioni, magari piscinitt e meno cognossuu, ma non per questo meno benemerite, che si occupano dei più svariati bisogni - l'infanzia, la disabilità, l'indigenza... - e, alla base di tutte, c'è sempre la partecipazione dei milanesi attraverso il volonta- riato, che a Milano vede un numero sempre maggiore di persone impegnate ad offrire poco o tanto del proprio tempo e delle proprie possibilità a tutte queste iniziative, grandi o piccole che siano. Pertanto, se a qualcuno non sembriamo così ospitali ed espansivi, in realtà, quand gh'è de fa accoglienza a quaidun, i primm che ghe vann inconter hinn quasi semper i milanes; e minga domà cont i danee, come ho già detto, ma con una presenza concreta e disinteressata, senza distinzioni di idee, credo e colori.
C: In effetti, credo che ognuno di noi el cognossa quaidun ch'el se dedica al volontariaa, sulle ambulanze, negli ospedali, a servire i pasti ai poveri, ad assistere i disabili. Sono numerosissimi i milanesi che donano il sangue, insegnano l'italiano agli stranieri, tengono i corsi nelle università della terza età, perché sono sempre di più le persone che vogliono imparare quando vanno in pensione.
M: In effetti, in Italia, quando si parla di pensionati, si pensa subito a vun settaa giò sora ona panchina al parch o a guardà la gent che la lavora, ma qui a Milano chi ha la fortuna di andare in pensione in buona salute el pensa subit a fa quaicoss de util: dall'operaio al manager, tutti cercano di mettere a disposizione la loro professionalità a chi ne può aver bisogno. E anche moltissimi liberi professionisti, che in pensione non ci vanno praticamente mai o quasi, trovano il modo di render si utili alla collettività...
C: ... Magari anche solo andando ad assistere i bambini che escono da scuole... Credo, però, che la solidarietà, sempre ammirevole, la poda fà ben pocch senza le adeguate strutture sanitarie e altri servizi essenziali. Ho già ricordato la Cà Granda, il nostro glorioso Ospedale Maggiore, uno dei primi ospedali moderni al mondo; ma oggi, tutto attorno alla città, ne abbiamo una serie di primissimo livello, tanto che vegnen chi a curass de tutta Italia, e anca da foeu ra. Anche se qualche magagna sembra stia saltando fuori anche qui da noi... Ho già ricordato la Cà Granda, il nostro glorioso Ospedale Maggiore, uno dei primi ospedali moderni al mondo; ma oggi, tutto attorno alla città, ne abbiamo una serie di primissimo livello, tanto che vegnen chi a curass de tutta Italia, e anca da foeura. Anche se qualche magagna sembra stia saltando fuori anche qui da noi...
MENZOGNA E SORTILEGIO
redigio.it/rvg101/rvg-18-120bis-2.mp3 - menzogna e sortilegio
Me ne sono mai ricordato eppure sono "debolezze" ancora all'ordine del giorno. Credenze molto diffuse. Parlo del malocchio, della malasorte, della superstizione e di come scongiurarle. Elenco le più conosciute e le più temute. Non faccio commenti. Ricordo solo che siamo ormai arrivati alle porte del 2000 e che i nostri bisnonni oltre che quasi analfabeti non disponevano degli attuali mezzi di informazione.
Credenza: porta male incontrarne uno per strada, incontrarne tre rappresenta una grande disgrazia. Per scongiurare il pericolo basta toccare la spalla della prima persona che ci capita sottomano per strada.
La scàa - Purta mà ste ghe pasi sota. Primm: intant che te pasi al po' sempar vegnitt in co un quicoss ch'al scapa via di man a chi ghe su a laurà. Secondo: passare sotto (motivo simbolico) equivale a bloccare il flusso vitale. O questi maghi, che fantasia malata.
Gatt - (Sopratutt sa l'è negar) purta mà incuntral par stràa peg se 'I tà traèrza la stràa parchè, i disan i maghi chi san tuscoss, ul gatt negar l'e l'incarnazion dul diàul o d'una strìa. Par scongiurà 'l pericul l'e mei turna indrè e cambià straa. O forse l'e mej cambià cò.
Fazulett - Sa cred che regalà o ciapà in regal un fazulett al purta scarògna. Al sariss tame augurà lacrim al destinatari. Niente disgràzi se insema al fazulett sa regala anca 'na munèda. Magari una moneta rara e preziosa.
Sa - (Il sale) Credenza: porta male rovesciarlo a tavola. Sentite il perché. Prima ipotesi: perché il primo a farlo fu Giuda durante l'ultima cena. In questo caso il sale è simbolo di tradimento. Seconda ipotesi: nell'antichità si spargeva sale sui campi delle città vinte per renderli sterili ed affamare così le popolazioni nemiche. L'e 'na nuità sia 'l primm che 'l segond cas. Mai sentìi. Par venc la sfurtuna basta butàn un pizighen dadrè di spall. Sa sa nò se l'e mei a destra o a sinistra. Sa urì nò sbaglià un pizighen a destra cun la man manzina e un pizighen a sinistra cun la man driza.
Ul specc - Lo specchio, (per i nostri bisnonni spicc, ma era anche abituale miroir, alla francese): Chi ne rompe uno si procura guai a non finire (secondo alcune credenze almeno per sette anni. Che esagerazione!) Tra l'altro porta male rimirarsi in uno specchio rotto. Si devono raccogliere tutti i frammenti anche i più piccoli, e gettarli in un corso d'acqua. Difficile per chi abita in un deserto.
Oli - (Olio) Purta disgrazia a chi lo struèca (lo versa) sul taul o in tera e a tuta la famiglia. Par rimedià sa sa nò se fa. L'unica l'e stagh atent e versàl no. Sa risparmia l'oli e la fadiga da netà (pulire).
L'umbrela - Verd l'umbrela in cà al tira la mort. Sota al baldachen ch'al parea un umbrela ul pred cinquant'ann fa al purtei l'oli sant ai moribond. In qui casi chì basta tucà 'l portafurtuna (l'amuleto) o tucà fer o legn. A chi al gha la zuca (testa) da legn, ul so cò. Semplice, no?
Capèl, po' basta - Per ultimo il cappello. Non va mai appoggiato (è anche questione di igiene) su di un letto o una tovaglia apparecchiata, come si dice, facevano i preti quando portavano i sacramenti ai malati gravi. Non esiste uno scongiuro ad hoc. Ognuno se la cavi come vuole. Evitare le malattie gravi o non chiamare in casa il prete potrebbe essere una soluzione semplice. O non portare il cappello.
Basta con le superstizioni. - Sta piovendo ma devo per forza uscire. Come faccio? C'è un gattone nero seduto, a farsi pulizia, davanti al mio cancello. Mi faccio coraggio ed esco ugualmente. Comincia male, la giornata. E' meglio fare gli scongiuri.
 
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30 aprile 2024 - martedi - sett. 18bis-121
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati5/QGLA255-armi.mp3 - Parte 5 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt05") - 8,50
redigio.it/dati5/QGLA256-armi.mp3 - Parte 6 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt06") - 9,52
VIVERE INSIEME
redigio.it/rvg101/rvg-18-121bis.mp3 - vivere insieme
Noi vecchi siamo portati a magnificare il tempo andato; prima di noi lo facevano i nostri padri, i nostri nonni. Soprattutto la vita che si conduceva in comune, la vita di cortile: cordialità se non amicizia, pronti nell'aiutare in caso di bisogno, sempre disponibili a parlare, anche del più o del meno, a scambiare, a prestare, a sostituire, a curare. Non era fatica dare una mano nei lavori quotidiani di casa o stagionali, in campagna. Non avveniva che si ignorasse tutto o quasi del vicino di casa; dire buongiorno o che bella giornata, era troppo poco.
La gente in genere sentiva vivo ed operante il fatto di essere nati e di continuare a vivere nello stesso paese. Campanilismo? Certo, campanilismo che a volte non ci permetteva di vedere i nostri torti, i difetti che avevamo in quanto nati a Verghera: eravamo sempre i più bravi, i più svelti, i più istruiti, diversi, in meglio, dagli altri.
E gli altri erano "quelli" di Samarate o di San Macario. Era l'orgoglio comunitario che esultava per una vittoria in una partita di calcio, in un derby, se uno dei nostri era arrivato primo in una corsa ciclistica locale o regionale, se in un nostro orto o nella campagna del Ricò era nata e cresciuta una zucca di proporzioni gigantesche e se l'albero delle mele cotogne aveva, quell'anno, portato frutti di eccezionale grossezza, se nelle feste patronali gli addobbi, l'illuminazione, le cappelle, la processione serale, o il concerto bandistico erano risultati migliori, richiamando una maggiore quantità di stranieri, cioè di abitanti di paesi vicini.
La gente di Verghera formava una comunità compatta, disponibile, soccorrevole, pronta all'occorrenza. Cos'è cambiato nel tempo? Perché non è più come prima? La vita che è diventata meno dura, la ricchezza che ha aumentato l'orgoglio personale con conseguente voglia di considerarsi diversi o superiori, i divertimenti che ci portavano sempre lontani da casa, i tanti venuti a vivere nel nostro paese provenienti da regioni lontane, che hanno portato e tenuto nel cuore la loro Verghera: ecco cosa è cambiato per sempre.
I fatti, le vicende, i dolori, le disgrazie avevano valore corale: una morte addolorava tutti. Ciascuno di noi aveva più di un motivo per rammaricarsi del concittadino scomparso.
Quanti avvenimenti passati ce lo riportavano alla mente: bambino compagno dei primi giochi infantili all'asilo, poi a scuola (come copiava la soluzione del problema sbirciando sopra la spalla di chi sedeva davanti a lui), poi giovinotto quando si andava in compagnia (che compagnie chiassose, impertinenti, nottambule) in compagnia, dicevo, a caccia (absit iniuria verbo) di belle fanciulle.
Le nostre vite erano parallele: la vita di uno si muoveva in mezzo, insieme, a fianco della vita degli altri.
C'erano poche cose da tenere nascoste, molte invece le cose che ci legavano.
Da tutto ciò derivava che la festa del paese mobilitava tutta la popolazione fin troppo orgogliosa della sua origine e del suo stato. Quando la banda, per festeggiare l'anno nuovo, strombazzava (come rimbombava la grancasssa!) per le vie cittadine, era seguita sì da un codazzo di ragazzini vivaci e maleducati, ma anche da ragazze, donne, uomini e giovanotti.
Quando la banda organizzava la gita-premio annuale (meta Locarno, in battello lungo tutto il Lago Maggiore) in non meno di cento partecipavano alla traversata.
Concorso enorme di folla ai funerali, alle processioni; tutto esaurito al circolino e al circolone nelle serate di concerti e nei cortei del 4 novembre quando mi facevano recitare, davanti ai mutilati, ai combattenti, alle autorità civili, militari e religiose e a un mare di folla, la poesia della presa di Gorizia (Notte del sette agosto, chi mai ti dimenticherà?) di Vittorio Locchi, il poeta soldato inabissatosi col suo sommergibile nel Mare Egeo.
Folle oceaniche ai discorsi del duce prima e durante la guerra, ai comizi del senatore socialista Francesco Buffoni quando si inneggiava alla libertà riconquistata.
Allora il popolo era più popolo di adesso, la gente più gente di adesso. Nei rapporti personali ora ci si comporta con maggiore freddezza, con più formalità anche se all'apparenza non pare. C'era la società di mutuo soccorso per i contadini sfortunati; si ripagava la sfortuna con l'unione, con la mano tesa e il portafogli aperto.
Ricordo che quando si pensò di costruire la cappella dei caduti al cimitero e l'oratorio maschile, fu una gara continua di offerte in barba alla povertà che allora era costante casigliana, aveva cioè posto fisso nella nostra casa, ci era coinquilina. Si fece tutto senza tasse, senza obbligo, per "campanilismo": ecco la differenza.
Non dico i nomi, anche se li ricordo molto bene, di coloro che vollero fermamente e operarono degnamente per la loro realizzazione. C'erano ancora persone per bene, che erano egoisti solo quel tanto che bastava per vivere, che odiavano le tangenti e le bustarelle, vive e presenti anche allora, naturalmente adeguate ai tempi che correvano, tempi piccolo-borghesi.
Cento milioni di lire era una cifra impensabile, un miliardo una cifra astronomica, buona solo per misurare la distanza delle stelle. Ma allora si commuovevano quando sentivano suonare o cantare l'inno del Piave e del Montegrappa e pensavano che la bandiera tricolore rappresentasse la purezza dell'anima della nazione.
Il mio professore del liceo ci diceva sempre che era più difficile essere galantuomo che eroe o santo, perché si può diventare, a volte, eroi o santi, o morire da eroi e da santi in poche ore appena, mentre essere galantuomo vuol dire non sbagliare mai, restare onesti per tutta la vita. E' duro e molto difficile, ma penso che loro erano galantuomini. E poi c'era ogni anno la visita della leva militare. Si faceva baldoria (niente droga, naturalmente) in un locale parato con festoni colorati di carta e di fiori, lavoro gratuito di tante sere delle coscritte. Le due Angeline, Ermelinda, Carla, Rosetta, Franca, Giannina, Lucia, Pinuccia. Graziose e care amiche, chiacchierine e vivaci, è passato più di mezzo secolo da allora. I nostri capelli sono diventati grigi. Amica ricordi ancora? Chi baciava, sul vetro della finestra, il tuo volto riflesso, ridente di grazia, di allegria e di giovinezza, nell'osteria STELLA del Massimo Cinquetti? Oh tempi beati! Si ornava di piante, di fiori, di festoni di carta e di damigiane piene di vino, il carro del coscritto Geni Burén, che percorreva, tra canti e schiamazzi, le vie del paese, offrendo, al suono di una fisarmonica, da bere a tutti quelli, conoscenti e no, che il caso ci faceva incontrare.
Ma le cerimonie popolari, più popolari, erano i matrimoni. In chiesa si andava a piedi: un lungo corteo rivestito degli abiti migliori che sapevano di canfora lontano un miglio. Il corteo sfilava, a due a due, uomo e donna, per tutta la strada, compunto e consapevole dello spettacolo che stava offrendo, tra una interminabile ala di folla in attesa, sia sul lato destro che sul lato sinistro della via. Sul sagrato della chiesa aspettavano tante persone di condizioni diverse col riso fatale da gettare agli sposi, nascosto nelle tasche della giacca o dei grembiuli. Faceva parte della messinscena che la sposa ritardasse, sull'orario stabilito, almeno di un quarto d'ora, senza per questo, che le campane smettessero, un solo momento, di suonare a distesa. Il sacrista sapeva benissimo il perché.
Il banchetto che coronava l'avvenimento e che si consumava nel cortile della casa dello sposo, iniziava nel pomeriggio inoltrato e durava fino a tarda notte. Da mangiare c'era di tutto, con abbondanza. Da bere c'era di tutto, con abbondanza. Che "ciocche", figlioli! Da non potere neanche più reggersi in piedi. Venivano cantate, dapprima col dovuto rispetto, tutte le arie, canzoni, romanze del repertorio paesano, poi, man mano che il vino, calando nella damigiana aumentava nello stomaco degli invitati (donne comprese), tutto diventava effervescenza, baldoria, un gridare continuo, pareva di essere in una specie di bolgia infernale (come nei quadri di Peter Bruegel). Era spasso finale e chiusura d'obbligo lo scherzo-sorpresa nella camera nuziale, allusivo all'immediato futuro che attendeva la giovane sposa. Così è passato il tempo, soprattutto fino agli anni cinquanta. Poi, man mano, lentamente, le cose sono cambiate. Verghera è andata avanti col progresso, ha ospitato e ospita tanti "stranieri", e ha perso i lineamenti di una volta. Ha indossato un vestito nuovo, diverso, di lana migliore (migliore? non credo), vive, sogna, ama, si dispera in maniera diversa. Non più all'acqua e sapone, ma con un pizzico di droga.
 
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01 maggio 2024 - mercoledi - sett. 18bis-122
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO820-1936-06-30-pt01.mp3 - Accadde nel 1936
  2. redigio.it/dati2608/QGLO821-1936-06-30-pt02.mp3 - Accadde nel 1936
LUDI GIOVANILI
redigio.it/rvg101/rvg-18-122bis.mp3 - ludi giovanili
A giugum a induinà i cità
Era il gioco dei giorni di pioggia e di neve. Non si poteva correre in giro per il mondo e tacitamente il raduno della masnada avveniva sul pianerottolo di mezzo della mia scala esterna che dalla cucina a pianterreno portava al ballatoio, (ul curidur), al granaio (ul granè) e alle camere da letto (i stanz da sura). Ci si sedeva per terra o meglio sui gradìtt da sass (sul primo della seconda rampa) ai bordi del pianerottolo (bord da sass, perché l'interno era formato da mattoni madòn) di cotto. Si tirava a sorte a chi doveva essere il capo, a chi spettava fare le domande (te ori pari o dispar? Dispar. Giò i man. Pari. Tuca a mì).
Sapete qual'è la cità pusè longa dul mond? No? Vergogna. Ma è Ventimiglia. E la Cità cha la ula (vola)? Mosca. No, no. Al var no. Niente città straniere. Si sente una vocetta che suggerisce Aquila. Gha sto no, gha la dìa lù. Stronz, sèra quela bucàscia. Altre domande su altre città. La cità cha la fa i bus in tera? Ma rigordi pu. No, no ma egna in ment. L'e in Sicilia: Trapani. Esultanza e orgoglio. Sorriso compiaciuto di chi la sa lunga. qual'è la cità cha la cascia via 'I pà. Subito veloce come un razzo Pavia. La cità cha gha n'è una inscì anca in Egitt. Ul Richen ci pensa. Ma fa solo finta, sa già il nome e lo dice dopo un po' di sospensione: Alessandria
Qual'è la cità che legiùa a l'incuntrari la vor dì amor? E la tera cines cha l'e no in Cina ma in Italia? Questa l'è facil. Terracina. Gioco e geografia nello stesso tempo. Gioco sedentario per ragazzini decenni (importava stare riparati dalla pioggia) e geografia elementare capace di coinvolgere studentelli svogliati e somarelli. Una specie da class di asin La cità cha la bèe, Trani e avvicinavamo il pollice alla bocca per indicare l'azione del bere. Restando nel campo dei pampini dei grappoli dei raspi di pincirò e di tagasc (acino e pelle dell'acino): Dimm trè cità ch'inn dientàa famus par ul ven e al ven di so vign an dai ul nomm. C'era un piccolino che per via del padre dispensiere e cantiniere conosceva a menadito vini e città: ul Gatinara Piemuntes, ul Bardulen, lag da Garda, Manduria e Squinzan, Puglia. I due ultimi gioielli liquidi venduti dul circulòn. Ven du la basa. Marsala la città dello sbarco dei Mille e il suo vino né ven ne liqùr, ven pài donn, Crema la città più dolce d'Italia e Pomezia la città delle mele. Amor capovolto era Roma.
Bastava un raggio di sole o il cessare del rumore della pioggia per interrompere la riunione. Tutto finito di colpo. La cità pusè longa dul mond (qual'è?) la cità che ula (vola) ul bicèr da squinzàn. La class di asin in geografia si trasformava in una squadretta di calcio. Attenta, corretta, spigliata. Il ragazzino che sapeva tutto dei vini conosceva a memoria il nome dei calciatori in formazione della Juve del leggendario quinquennio: Combi, Rosetta, Calligaris ....
Barilòtt - Gioco infantile, specialmente femminile, giocato sulla terra battuta con le righe tirate con la punta di un bastone o più tardi, sull'asfalto, col gesso. Era un grande rettangolo, diviso in due parti e ogni parte formata da tre altri piccoli rettangoli. Si cominciava lanciando un piccolo sasso piatto nel primo rettangolo, sasso che veniva spinto sempre con lo stesso piede negli altri rettangoli e fuori dall'ultimo, senza mettere il piede per terra e senza che il sasso si fermasse sulle righe che delimitavano i rettangoli. Il primo rettangolo in alto del secondo scomparto era quello del riposo.
Rèla - Vecchio gioco molto diffuso che assomiglia un poco al BASEBALL (forse che l'inventore del BASEBALL non abbia avuto l'idea dal nuovo gioco vedendo giocare a la rèla i ragazzi di Verghera?). Come la gibulèa, la rèla era gioco prettamente maschile. Attrezzi necessari due pezzi di legno, rotondi, lisci, solidi. Uno, lungo un metro, normale, uno di una trentina di centimetri con le estremità molto appuntite. Si metteva il legno più corto per terra, col bastone lungo, che fungeva da mazza, si colpiva una delle estremità appuntite con un colpo secco e deciso in maniera di farlo alzare da terra un metro circa poi senza farlo ricadere colpirlo di nuovo nel mezzo con forza per lanciarlo lontano. L'avversario del lanciatore si poneva a buona distanza e in posizione presunta favorevole per abbrancare a volo il legno battuto. Era pericoloso sostare vicino al battitore. Si dava il caso (dolorosissimo caso) che uno o l'altro dei bastoni finisse sul naso di chi invece doveva catturarne uno solo, il più corto, con le mani.
Cucàgna - Ul paes du la cucagna. N'ho sempar sentì parlà, ma l'ho mai vist. L'e dumà 'na manera da dì. L'è un riferìss a un mond ch'al ghe no. Sogn impusibil du la fantasia. Esiste invece il palo della cuccagna, alto quattro o cinque metri, tutto ricoperto di uno strato di grasso sulla cui cima sono appesi salami, bottiglie di vino e altre specialità mangerecce (cenone in vista per i vincitori). Due compagnie di scalatori volenterosi alternandosi dovranno salirvi fino in cima. Al più piccolo ed agile del gruppo sarà riservato il compito di toccare con la mano il cerchio sul quale sono appesi i premi che diverranno di proprietà del gruppo che avrà la capacità e la fortuna di arrivare primo alla meta. Era un divertimento che si rinnovava ogni qualvolta arrivava la festa dell'oratorio o quella patronale. La gente perdeva ore intere per assistere ai tantissimi tentativi di scalata. Non era facile salire sul palo della cuccagna unto com'era di grasso per tutta la sua lunghezza. Penso che se c'è ul paes du la cucàgna, esiste solo sulla cima di un palo altissimo (più di un chilometro) ricoperto di uno strato continuo di grasso, in posizione irrangiungibile. Se no, che paes du la cucagna l'è?
Gibulèa - Gioco popolare per ragazzi, un po' violento e pericoloso. Si metteva in un piccolo cerchio una latta vuota (di salsa, marmellata, conserva) da colpire con un sasso piatto e rotondo da un distanza di cinque metri (linea di tiro). La latta colpita doveva essere bocciata fuori dal cerchio. Chi era "sotto" cioè era condannato a rimettere a posto la latta, doveva, dopo, cercare di catturare uno dei partecipanti che oltrepassavano la linea segnata prima del cerchio per riprendere il sasso lanciato per colpire la latta. Non potevano essere presi se la latta non era posizionata, in posizione verticale, nel cerchio. Prima del tiro del sasso, che avveniva dietro la linea del lancio si poteva avvertire del prossimo tiro gridando: òcio le bàgole (attento alle palle). Chi non diceva la formula sacra mentale o si faceva toccare con la mano oltre la linea del campo di battaglia andava sotto. Era condannato a rimettere a posto la latta ogni qualvolta veniva colpita. Riepilogando: due linee distanti tra loro cinque metri: linea di lancio del sasso, linea di demarcazione tra campo neutro e campo di battaglia, cerchietto di trenta centimetri di circonferenza per metterci la latta, latta che doveva essere cambiata due o tre volte nel corso di una giocata per i tanti colpi ricevuti. Qualcuno dei contendenti, impetuoso e anche un poco irresponsabile, si prendeva, qualchevolta, il sasso lanciato con forza in diverse parti del corpo. Paura, dolore e sangue se veniva colpita la testa. Chiaro? Non so dire un modo migliore, ma basta se ho reso l'idea.
Mònta caàlina - (A monta cavallo). Altro gioco della mia giovinezza ora del tutto scomparso. Due gruppi di quattro ragazzi ciascuno, i condannati, che come si diceva, stavano "sotto" e gli altri, i fortunati che avevano vinto, tirando a sorte, la posizione migliore per iniziare il gioco. Uno dei "sotto" stava con la schiena appoggiata a un muro e con le dita delle mani allacciate, poste all'altezza della pancia doveva sostenere la testa di un compagno che, prendeva una posizione molto curva come fosse un cavallino; gli altri due si attaccavano al posteriore del cavallino. Un palo che sosteneva il primo dei compagni unito con gli altri come a formare un lungo cavallo. Gli altri quattro uno dopo l'altro saltavano a cavalcioni dei tre. I quattro di sotto non dovevano cedere per non perdere; i quattro di sopra dovevano stare in equilibrio sui dorsi degli avversari senza toccare terra coi piedi, pena la sconfitta. Far cadere i cavalieri, far cedere i cavalli: era arte raffinata i marchingeni che si mettevano in atto dalle due parti in gioco per ottenere il risultato voluto.
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02 maggio 2024 - giovedi - sett. 18bis-123
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
Che l'abito non faccia il monaco, una linea di moda - C'era pure l'unisex - Intero guardaroba in un solo abito - Cloches, guanti, cornette - Linea di moda "flamboyante" - Civetteria maschile
redigio.it/dati5/QGLA401-vestire.mp3 - Parte 3 ("Intero guardaroba in un solo abito") - 004069-004141 - 4,45 - #50
redigio.it/dati5/QGLA402-vestire.mp3 - Parte 4 ("Cloches, guanti, cornette") - 004069-004142 - 6,40 - #50
DOTTORE COME FRATELLO
redigio.it/rvg101/rvg-18-123bis.mp3 - dottore come fratello
Per vocazione vuol dire col cuore; vuol dire stare dalla parte di chi soffre, di chi ha bisogno. Vuol soprattutto dire: "Eccomi" in qualsiasi momento della giornata: nella notte più tarda, all'alba, con la pioggia, il vento, la neve.
Essere sempre di servizio, servizio compiuto con la massima efficienza e tempestività. E quasi sempre il servizio era gratuito per coloro che intristivano (stavo per scrivere che vivevano, ma che vita era?) nell'indigenza e nel bisogno.
Confortava con la parola, confortava sapere della sua capacità tecnica. Gratis et amore hominis. Così lo vedevo allora, così lo rivedo adesso, dopo tanti anni. Un sant'uomo, un dottore attento, scrupoloso, capace e umano.
Alfredo Ollearo, piemontese di nascita, scapolo, fratello del generale Ollearo che si era distinto in Albania nella seconda Guerra Mondiale era il medico condotto del Comune di Samarate.
Una condotta vasta come territorio, numerosa come quantità di pazienti.
I tre paesi principali costitutivi del Comune erano abbastanza distanti tra loro se si pensa che la bicicletta era il suo unico mezzo di trasporto. A casa nostra venne tutti i giorni per più mesi di fila, quando il mio fratello minore, affetto da empiema polmonare toracico, tralasciato senza speranza di guarigione dal professor Costantini, primario dell'ospedale di Gallarate, aveva bisogno di medicazione giornaliera. Era il 1931. Non voleva essere pagato. Che brutta parola per un dottore! Avete più bisogno di me, diceva. Pensate ai vostri bambini: non fate mancare loro niente.
Avevamo galline e anitre nel pollaio e tante patate. Pensavamo di compensare in qualche maniera con le galline e le patate. La maggior parte delle volte ci rimandava patate e galline.
Era d'animo gentile, di carattere bonario, ma fermo e schietto.
Quando veniva da noi mi accarezzava la testa irsuta di capelli scarmigliati e mi raccomandava sempre: "Non dimenticare, quando sarai grande, quello che fa per voi la vostra mamma”.
O uomo di Dio, che pensavi sempre agli altri, che servivi sempre gli altri, che additavi sempre la bontà e lo spirito di dedizione degli altri, che non avevi pensieri o attenzioni o preoccupazioni che per gli altri; e non eri padre ad alcuno, e non eri madre di nessuno.
Aveva l'ambulatorio nella casa Ferrario di via Dante. Rivedo la sua governante grigia, burbera, severa, di poche parole che cercava di difenderlo, prevenendo ed ostacolando la sua eccessiva generosità. Una volta, quando mi ero fatto un taglio lungo e profondo sul lato sinistro del ginocchio destro, mio fratello mi portò dal dottor Ollearo in bicicletta. La ferita mi fu cucita con sei o sette punti di sutura con una specie di lesina da calzolaio e un filo tipo "strafunzen" cioè con una specie di spago. La cauterizzazione della ferita fu fatta con la fiamma viva, per timore che nella profondità di essa si potessero annidare microbi mortali.
Gli hanno dedicata fuori mano una via alla memoria ed intitolato al suo nome il Centro Anziani.
Non so se c'è il paradiso: se là c'è un posto, per ripagare la tua dedizione incondizionata, è senza dubbio riservato a te. Hai sempre dato. Non ti sei mai rifiutato di compiere sacrifici, non ti sei mai lamentato delle privazioni che la vita riservava al tuo altruismo. Santo senza aureola, ma santo esemplare, santo da imitare. Forse senza fede in Dio, ma con tanta fede nell'uomo. Il Signore ti benedica, tu che avevi un cuore grande come una casa. E nonostante le tante esperienze dolorose e le tante complicazioni quotidiane della vita, eri restato un puro di cuore.
Non ti eri dimenticato mai di quello che tuo padre - capitano medico - ti aveva raccomandato il giorno della tua laurea: "Ricorda, rispetta sempre i poveri!".
LA BOGIA PELAA
redigio.it/rvg101/rvg-18-123bis-2 .mp3 - la bogia pelaa
Negli anni trenta toccava alle mamme fare le "parrucchiere" di famiglia. Tagliavano le chiome ai loro figli. Forse è meglio dire che si arrangiavano a tagliare i capelli alla prole. I taièan i caèj cun la tazìna. Mettevano in testa ai figlioli la tazzina dul latt e cafè per non fare qualche zaff e per mantanere il taglio uniforme e lineare. Era per risparmiare i danè dul barbè, che era un bel risparmiare per chi aveva famiglia numerosa. Tante donne, che oltre alla famiglia, avevano da accudire alla stalla dovevano lavorare la campagna e coltivare l'orto, non avevano tempo di gingillarsi. Non si preoccupavano degli strilli dei marmocchi offesi e con mano svelta e capace i fean adiritùra la bògia, cun la machinèta, senza 'n briciul da pietà. I taièan a ranza tera. Lasciavano il cuoio capelluto quasi scoperto, privo di capelli. Tempo risparmiato perché, a ricrescere, la zazzera impiegava più tempo. Sta sicùr - confortava la mamma che gha nèa nanca par i ball, par i lament di fiò - sta sicur che la zuca la respira pusè ben e ta nass nò i piocc in cò. Le bambine lasciavano crescere le treccie (no, i cùu da cavall) così gli interventi delle barbieresse oltre ad essere molto più rari erano anche più facili. Guarda caviòn (pien da cavèj) quanta làna te lassàa giò in tera. Noi bambocci guardavamo con rammarico e con rimpianto i neri fili recis i che giacevano sul pavimento e vedevamo già le nostre amichette scherzarci, con la lingua lunga in fuori. Se la svignavano subito per paura di rappresaglie, ma, andandosene, cantavano, ridendo la filastrocca del bogia pelàa la faj i turtej.
I BARBIS DUL FURMENTON (1-2)
redigio.it/rvg101/rvg-18-123bis3 .mp3 - i barbis dul furmenton (1-2)
Quando il granoturco era maturo vagabondavano nelle campagne con un sacchetto di tela bianca che riempivano da barbìs dul furmenton. Verso la fine di settembre, soprattutto se il tempo era asciutto e caldo, i barbis i ciapèan un culur tra 'I negar e 'l maròn scur, culur ideal, tabac da prima qualità. Le prime fumate le consumavamo (che gusto!) accovacciati tra i filari delle piante già cimàa (cioè senza l'inflorescenza terminale) e senza i frascàsch, seccati e dati in pasto alle bestie. Scòd la sed vincere la sete. Appagato il desiderio impellente si fumava poi con comodo un po' dappertutto, lontano però dagli occhi sempre vigili dei nostri genitori, che avendo fatto prima di noi le stesse marachelle, ci aspettavano al varco. I barbìs dul furmentòn èan i sigarètt, e i tuscàni? Sul tronco delle viti si formavano delle scorze che col tempo si sollevavano a metà, per cui era facile scrostarle. Si riducevano sottili più dei fiammiferi e della stessa lunghezza. Bruciando davano un odore profumato intenso e particolare che ci mandava in estasi. Tanti di noi raccoglievano i cicch e i mucch e fumavano come i grandi. Cun la mancia du la festa non era certo possibile andare una volta alla settimana al cinema e comprarsi anche una sola sigaretta. Il tabaccaio le vendeva anche sciolte, due o tre per volta, e cercava di capire se le compravamo per noi o per i nostri parenti. Pòar laù: poveri piccoli. Pòar fiò: poveri figlioli. A ghèm nò da sfujà verz: non avevamo da scialacquare. Vita stràscia, a pensarci adesso. Ma allora è forse merito del tempo? la vita era davvero meravigliosa. Anche per merito di barbìs dul furmentòn, di cicch e di mucch. Pòar ratìtt: poveri topolini, diceva mia madre, a ghì aùu (avuto) propi nagott da bell in la vita.
Ci ho pensato a lungo, ma solo ora, a capitoletto finito, mi viene in mente di come erano chiamate le sigarette che alla pari col tabacco olandese per le pipe, erano le più fini, le più bionde, le più leggere, le più odorose sigarette in commercio. Non in pacchetto ma confezionate in scatoletta di cartone: le serraglio. Erano le più care di tutte e trop legèr. Sigarètt da signorìn, bon par i gagà. Era solo una scusa. Come l'uva acerba della volpe, erano irragiungibili dal nostro borsellino che piangeva sempre miseria.
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03 maggio 2024 - venerdi - sett. 18bis-124
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati5/QGLA257-armi.mp3 - Parte 7 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt07")- 12,01
redigio.it/dati5/QGLA258-armi.mp3 - Parte 8 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt08") - 7,48
ANAGRAFE NON COMPUTERIZZATA - Dei soprannomi
redigio.it/rvg101/rvg-18-124bis.mp3 - anagrafe non computerizzata - dei soprannomi
Era ed è come un'anagrafe. Perfetta, con ricerca automatica, senza bisogno di computer né di schede perforate.
Di soprannomi c'erano e ci sono quelli personali e quelli famigliari. Un soprannome era ed è il più immediato, preciso e colorato segno distintivo, personale e famigliare. Ironico, spregiativo, scanzonato, specchio di un difetto fisico o morale, rivelatore di cattive abitudini, nuove o inveterate o di qualità nascoste.
Perché chiedere il nome della persona cercata, la paternità, la via abitata e il numero civico? Bastava o basta chiedere (non a uno che è venuto da Canicattì o da Alberobello, ma a uno che è nato e restato a Verghera) del Giuanin dul Frà e vi era o vi è indicata la via, il numero civico, la casa dell'interessato, subito, sul momento, senza esitazione. Se non avevate fretta vi avrebbero fatto anche delle confidenze, dette cose segrete, sconosciute a tanti.
Parole speciali, fascinose, pregnanti, che in un solo sostantivo racchiudono mondi svariati.
Baloss, cioè furbo, ma detto invece con ironia e una certa derisione di chi "possedeva" la faccia un po' tonta;
La Fa' Facc, la strapazzona, la lavoratrice accanita, indefessa, detto invece a canzonare una fà nigott (che non fa niente), una lazzarona patentata.
Il capostipite, cioè il primo che veniva incoronato "baloss" trasmetteva titolo e corona ai suoi diretti discendenti, i quali, anche se furbissimi, restavano marchiati per sempre e obbligati, vita natural durante, a portare l'ingrato titolo nobiliare.
C'è nei soprannomi furbizia, cattiveria, satira, bonomia: una specie di elenco di vizi, difetti e virtù degli uomini, una specie di Gotha popolare, una galleria ideale in cui sono rappresentati ed esposti i ritratti surreali, impressionisti, realisti dei rappresentanti più illustrib della élite intellettuale, borghese, contadina ed operaia della Verghera di sempre.
Si risparmiavano, per doverosa deferenza, i preti che però, gli anticlericali più accaniti chiamavano, con un certo livore, scurbatt cioè corvi. Di bianco avevano solo il colletto: l'abito talare, le calze, le scarpe, i calzoni era tutto nero. Anche la coscienza? Chissà!
Comincio coi soprannomi di casa mia, dei Puricelli Fra' presenti da almeno seicento anni sul nostro territorio, il cognome più numeroso, e tante volte, nei secoli, protagonisti della storia antica, vecchia e nuova della nostra borgata.
Geni Murne' (Eugenio Mugnaio, mio nonno paterno).
Giuanin dul fra' (mio padre). La nostra famiglia proveniva dal cortile Fra' adiacente e comunicante con la piazza Volta. Uno della nostra famiglia si era fatto frate, ma poi, aveva gettato il saio alle ortiche, riprendendo il posto in seno alla famiglia nel vecchio cortile.
Altri soprannomi di mio padre: Giuanin Curtela (coltello al femminile come quello lungo e largo che si usa per affettare le angurie); senza brash (mutilato di guerra del braccio destro) e Medaion (con tante medaglie: due d'argento, una di bronzo, e una croce di Cavaliere della Corona d'Italia).
Ogni famiglia che abbia una trentina di anni di anzianità ha il proprio soprannome. Anche le famiglie che vivono nell'anonimato o nella riservatezza più controllata: niente sfugge all'occhio attento e vigile del demone che vaga instancabile e non visto, alla ricerca di nuove persone da ridicolizzare o da rendere famose e fin anche (si fa per dire) immortali nell'ambito locale.
Soprannomi familiari
I Baloss, i Burela, i Tracch, i Bocc, i Catabiss, i Malpensa, i Maza Cavai, i Maza Asnitt, i Maza Vacc, i Mustiola, i Caragnan, i Bula' (perché provenienti da Bollate), i Rumana (uno degli antenati aveva visitato Roma), i Busciaghitt (provenienti da Albusciago), i Pasquell, i Locarno Barbon, i Locarno Strasce', i Locarno Sacrista, i Stefani Profughi (venuti da Feltre durante la prima guerra mondiale), i Bartulitt, i Puliro' (i pollaioli), ul Ngiulen (ne era il capostipite, era suonatore estemporaneo di tromba, sovente disturbatore della quiete notturna), i Gamèla (nome tristemente famoso, una specie di "passator cortese" vergherese), i Roa, i Puricelli Liquoratt, i Puricelli Piciott (tenitori della stazione di monta taurina, sovente spiata da noi ragazzi curiosi di vedere cose nuove e soprattutto diverse), i Purcelatt (proprietari del salumificio di Via Adriatico), i Sinaghitt (perché provenivano da Sacconago), i Tonetti Piate' (venditori di piatti e chincaglierie), i Cruatitt, i Sgramela (i giusta oss), i Luna' (provenienti da Lonate Pozzolo), i Papota, i Buren, i Mucit chiamati anche Bacicia (il capostipite aveva di un dito, solo una falange, cioè un mucc), i Bardazz, i Bùta, i Mismirì (originari di Mezzomerigo), i Bacheta, i Sumen, i Mincio (i vecchi), i Minciorelli (i giovani), il capostipite (trisnonno?) aveva combattuto sul Mincio nella Guerra di Indipendenza, i Gepa', i Zagn, i Vasalet (stirpe di bevitori che, quando avevano sete, vuotavano anche un vasello - o vaso piccolo - colmo di vino), i Cazoa, i Gramulit, i Futa, i Palerma, i Cota, i Ciucio (cioè asino; ad andare al mercato avevano cominciato coll'asino e sono arrivati alla Mercedes), i Manoca, i Manzitt (mancini), i Barbisitt, i Taca su' (lavoratori e artigiani produttori di corda, gretti e rigidi, possedevano un cane chiamato Nerone ancor più cattivo di quanto comportava il suo nome), i Pesitt, i Dencitt, i Bisen, i Gulit (i Banca dell'impresa edile), i Leluia (macellai di via Mazzini), i Nisciuela, i Camana (da capanna), i Pidrela (falegnami di via Palazzo), i Martalet (deriva dalla bella siepe sempreverde che avevano in giardino), i Ranza, i Scigait (Puricelli Giovanni mutilato di guerra Scigain, negozio di generi alimentari all'inizio di via Indipendenza), i Cicela (Protasoni di via del cimitero), i Cilitt (famiglia Grassi), i Muntuna', ul Bigen, i Calaò, i Cràa (da capre: operaie della Tessitura Alceste Pasta, così chiamate perché, quando avevano bambini da allattare, ottenevano il permesso di uscire per la bisogna, venivano così paragonate alle capre quando allattavano la prole. Il soprannome poi fu di tutte le operaie della tessitura, giovani, vecchie, prolifiche o no perfino lo stabilimento finì col portare quel nome).
E per finire coi soprannomi familiari riporto una specie di filastrocca che celebrava la famiglia Morosi quando settanta-ottanta anni fa abitava nella cascina che c'è ancora sulla destra della Stràa noa per andare a Gallarate, poco dopo lo stabilimento Alceste Pasta: Len, Lon, Lena Zola, Paciara, Canela: i figli, 
la Nita e '1 Giuanò: i genitori,
la Bela bianca sul pugiò.
La Nita o la bela bianca (nera come il fuèn) era la mamma. Non ricordo con sicurezza, se fu il Len o il Lon, a buttarsi nel pozzo senza procurarsi nemmeno un graffio. Era un matocch, cioè un quasi matt. Ricordo invece che quella sera, sul tardi, andai anch'io fin là per curiosare, a piedi e senza provare timore per la lunghezza della strada, dell'oscurità della notte e dell'aver trasgredito gli ordini della genitrice che vietavano di uscire dal cortile senza permesso, soprattutto nelle ore serali.
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04 maggio 2024 - sabato - sett. 18bis-125
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati5/QGLA394-armi.mp3 - Parte 9 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt09") - 6,09
  2. redigio.it/dati2608/QGLO822-1936-07-02-pt01.mp3 - Accadde nel 1936
Soprannomi personali (con noterelle personali)
redigio.it/rvg101/rvg-18-125bis.mp3 - Soprannomi personali (con noterelle personali)
Ul Milò del craon (caprone), ul Tunagon dul Malpensa, ul Susi, ul Cianghei, ul Sacanebia, ul Cicarlin, ul Bagela, ul Pin du la bionda, ul Slim, ul Gajeta, l'Agostino Carmela, ul Peiz, la Carulò fa il lacc, la Maria Beata, ul Giulai, ul Zep du la Sonta, ul Ceco Pisacc, ul Calderina, ul Cunilatt, ul Bilò (pulcino), ul Gambusio (alto di gambe), ul Gata Morta (portiere della squadra di calcio però sempre vigile e scattante), Ul Ghiaccio (distribuiva casa per casa, i pani del ghiaccio che venivano messi nella giascera, una specie di comodino a più ripiani che fungeva da frigorifero), ul Cagnino (cattivo come un cane cattivo), ul Sarto Caghen, ul Siel, ul Luis dul Biel, ul Niel, la Basluten, la Ida dul Ruca, ul Basalò, la Fà Facc, ul Riguleto, ul Gino Baco (detto "il figurino di Parigi" per la sua eleganza tutta paesana), ul Pasarin, ul Barbison, la Cleria sorella del Balos (una furia sempre vociante: tè ùsi teme la Cleria - si diceva); la Bigiarin, ul Co Guzz, ul Brascen, con una mano deformata per una caduta, bidello e custode del cimitero, marito della Nebia (moglie, dalla faccia color biancolatte), la Rusa (rossa di capelli), la Bela Itaglia (con la g), la Maria bela, la Cucen, ul Tapò, ul Bagatt (calzolaio), ul Palerma, la Maria d'Urog (di Orago), ul Barlam (dal nome di battesimo Boreamo, nome di origine biblica), ul Misctiga, ul Zepp di Culomb, ul Caldar (Aldo Gobbi calciatore), ul Pipò, ul Pitalèn, Urbano e Vitòri dul Radesch.
Verso gli anni 1870 nella casa che fu poi del Cerutti Milò (ora via Vittoria 10) era di stanza un distaccamento di artiglieria italiana. Mentre un soldato stava lasciando la casa, a cavallo, per motivi di servizio, si imbatté in un ragazzino che piangeva disperato. Il buon soldato, per quietare il piccolino, cercò di caricarlo in groppa al cavallo, ma non riusciva ugualmente a calmarlo. Alla mamma del piangente chiese il motivo di tanto affanno. La donna rispose: l'è catìi me '1 Radesch. E' cattivo come il Radetzky. Johan Joseph Radetzky, feldmaresciallo (1766-1858) era il comandante in capo delle truppe austriache in Italia.
Da allora Radesch fu il soprannome del piccolo, di suo figlio e del nipote. Sull'arco della casa del Milò, una volta, era dipinto, a ricordo della permanenza antica, lo stemma dell'artiglieria italiana.
La Giuanina dul centu lia (cento lire) (lavorava la calza seduta in cortile tenendo a portata di mano una "stageta" con infisso in cima un chiodo per potersi grattare la schiena con facilità e comodità. (Staggia: asta come quelle che sostengono le tegole del tetto o bastone). La Pina Carulot (abitava nel mio cortile e di sera, quando rientrava a casa si fermava, appena varcato il vano del portone, a gambe allargate non portava mai mutande - ad irrorare il terreno del cortile dove di solito cresceva la più bella erba del mondo. (Le vecchie della sua età [ottanta anni] si comportavano tutte come lei). Ul Ghicc di Leluia, ul Tencon (Locarno tabacchino), ul Parò (ciclista dei Mustiola), ul Gambon, ul Ciaschin (Franceschino, Francesco Lampugnani), la Mangia Salam, la Bistuchina, ul Balela, ul Sen dul Tenciù, ul Meza Dona, ul Gadan (che vendeva d'estate angurie, granatine e gelati, d'inverno caldarroste sull'angolo tra piazza Volta e l'inizio di via Indipendenza. Un suo figlio, Alfio di nome, era morto molto giovane di tetano).
Una citazione particolare per Carlo Prandoni già ricordato in merito alla costruzione del cimitero nuovo. All'occorrenza fungeva da notaio, da giudice di pace o conciliatore, consigliere, paciere; era il direttore tecnico della tessitura Alceste Pasta dove si tesseva, su telai, tela robusta e resistente. Per questa sua attività direttoriale era chiamato Carlò du la machina.
Da ricordare anche la sciura Pepina (Giuseppina Manzini in Souza) benestante proprietaria di terreni e di casa (la cà rusa, la casa rossa, in via Bolzano circondata da almeno duecento pertiche di terreni e da una infinità di filari d'uva affittati ai Pidrela e poi passati agli Stefani di Feltre, la casa abitata dal Giacumen Bagatt tra via Indipendenza e il principio di Via Bolzano, il circolino dove si dava convegno l'alta società della zona per partecipare a balli rimasti leggendari e favolosi per le toilettes delle signore e soprattutto per le audaci scollature delle partecipanti.
I contadini, increduli e sgomenti, commentavano: ai bàlan bei e biutt (cioè, a dire della gente, ballavano nudi). Il marito della sciùra Pepina, arrogante, inflessibile nell'esigere il canone d'affitto che era corrisposto metà in moneta sonante e metà in prodotti della campagna, si era sentito minacciare da uno dei Pidrela col fatidico "verrà un giorno" di Frate Cristoforo, perché non gli era stata concessa proroga al pagamento dell'affitto. Ul Pidrela si era arrangiato ugualmente, aveva fatto tirare la cinghia a tutti quelli della casa, ma l'ebbe vinta. Il signor Giacinto cadde in miseria e morì solo e abbandonato in una stalla. Si diceva di lui che era stato tenutario di una casa chiusa a Legnano.
La Sciura Pepina fu animatrice delle iniziative che avevano dato il via e i soldi per l'organizzazione e la costituzione, poco prima della fine del secolo scorso, della banda musicale. Tante delle notizie di questi capitoletti le devo all'amicizia delle signorine Varisco che ringrazio.
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07 maggio 2024 - domenica - sett. 18bis/126
 
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
Che l'abito non faccia il monaco, una linea di moda - C'era pure l'unisex - Intero guardaroba in un solo abito - Cloches, guanti, cornette - Linea di moda "flamboyante" - Civetteria maschile
redigio.it/dati5/QGLA403-vestire.mp3 - Parte 5 ("Linea di moda "flamboyante"") - 004069-004143 - 4,56 - #50
redigio.it/dati5/QGLA404-vestire.mp3 - Parte 6 ("Civetteria maschile") Vestire pratico e gentile nel medioevo fino al rinascimento - Linee di moda - Calzabraga e farsetto - Le calze e le braghe e le braghette -  3,55 -  - #50
La disfatta di Federico Barbarossa
redigio.it/rvg101/rvg-18-126bis.mp3 - la disfatta di federico barbarossa
Preceduta dalla Dieta di Ratisbona, la quinta calata del Barbarossa avvenne nell'autunno 1174, lo seguivano le truppe del fratello Corrado, di Ladislao di Boemia, di Ottone di Wittelsbach, degli arcivescovi di Colonia e di Treviri nonchè le milizie di molti principi e vescovi, inoltre c'erano bande mercenarie di Babansoni (del Brabante).  Attraversò la Savoia ed entrò in Italia per il Moncenisio.  Nel 1175 Federico assediò Alessandria; ma inutilmente. Ed anch e cercava nuovi alleati in Italia: alcune città della Lega passarono dalla sua parte, mentre riceveva forti soccorsi dalla Germania, che giunsero, infatti, nella primavera del 1176. Fu allora che i Milanesi, anche se non potevano contare su tutte le forze della Lega, deliberarono di giocare la carta decisiva.
Così si giunse alla battaglia di Legnano il 29 maggio, tra il Ticino e l'Olona, a trenta chilometri da Milano. Al grido “ sant'Ambrogio! “, attorno al Carroccio, mentre la Compagnia della Morte urlava e si lanciava sulle truppe tedesche, gli alleati vinsero clamorosamente e batterono Federico con una grave sconfitta. Egli cadde da cavallo che gli fu ucciso, scomparve nella mischia, si salvò errando, sconosciuto sul campo di battaglia.
La vittoria di Legnano assicurò l'indipendenza alle città lombarde e costrinse l'imperatore a riconciliarsi con il papa, Alessandro III°, a cui l'anno dopo si umiliò in Venezia all'ingresso della basilica di San Marco. Il 23 giugno 1183 venne la Pace di Costanza a rinsaldare gli effetti conquistati sul campo di battaglia; e Federico scomparve nel 1190 mentre partecipava alla Terza Crociata, annegando nel fiume Salef, sul confine della Siria.  La pace di Costanza aveva introdotto la nuova figura del Podestà, che avrebbe poi soppiantato quella dei Consoli della città. Primo Podestà di Milano fu Uberto Visconti da Piacenza.  La parte di Melegnano che era sulla sinistra del fiume Lambro (ora occupata dalle Vie Dezza, San Martino, Sangregorio, Lodi, Piave, Volturno, Gramsci, ed altre più recenti) e le terre di Vizzolo e di Calvenzano erano da secoli nei confini naturali del territorio laudense, e quindi anche nella diocesi di Lodi, a cui pagavano i tributi.
Ma nel Trattato di Pace tra Milano e Lodi, stipulato il 28 dicembre 1199, i Lodigiani cedettero ai Milanesi tutta la zona di Melegnano che stava sulla sinistra del Lambro, con Calvenzano e Vizzolo, che dovevano per sempre rimanere nel dominio milanese. E così Melegnano si trovò unificata, come comunità stretta attorno alle rive del suo Lambro. Fu una pace di buon compromesso, perchè i Milanesi ricevevano la parte melegnanese che stava a sinistra del Lambro e mantenevano alcuni diritti che già avevano sulla navigazione del Lambro.
Ma anche i Lodigiani poterono mettere per scritto che “ a riguardo del fiume Lambro da sotto Melegnano fino al Po, dall'una e dall'altra sponda, nessun ponte, ne porto deve essere costruito se non con il permesso e la volontà del Comune di Lodi”. La vittoria di Legnano, che ebbe una vasta risonanza in tutta Italia ed Europa, e la relativa Pace di Costanza del 1183 determinarono diverse prese di posizione e di revisione di vecchi contratti e di ingiustizie sofferte o presunte tali. Un caso di questi avvenne il 13 luglio 1185, quando Giordano di Melegnano, e gli eredi di Guido ed Alberto che già abbiamo trovato a Maleo, essi pure melegnanesi, pretesero la restituzione di parte della sostanza immobiliare che a loro era stata tolta, presentando la causa legale contro il vescovo di Cremona, Offredo, un amico dell'ex Barbarossa.
Difatti il 13 luglio 1185 Ydo di Tortona, giudice del tribunale imperiale, con il vescovo di Novara, Bonifacio, e con il vicario imperiale del tribunale, Metello, emise la sentenza che Offredo, vescovo di Cremona, dovesse restituire il possesso di metà delle terre di Malco a Giordano di Melegnano, ed il possesso della quarta parte agli eredi di Guido e di Alberto che la domandavano.
Una campana in lega di rame, oro e argento
redigio.it/rvg101/rvg-18-126bis2.mp3 - Una campana in lega di rame, oro e argento
Perché allora l’abate Taddeo di Noceto fece applicare il suo nome e la suddetta iscrizione? Ce lo rivela ancora il già citato Padre Paolo Cassola nel suo memoriale, dove tra l’altro scrive che: l’abate Noceto «per occultare la campana in modo che non venisse derubata, fece applicare tutto all’ingiro di essa il proprio nome. L’attento osservatore scopre subito a prima vista che le lettere con le quali è scritto il nome... sono posticce e che vennero applicate alla famosa campana vari secoli dopo. E’ noto poi che nel Medio Evo di questi inganni se ne facevano molti, anche intorno alle reliquie dei santi, per sottrarle alla rapacità degli uomini e all’entusiasmo religioso. Niuna meraviglia quindi se alcuni storici, tratti in inganno dall’astuzia usata da quell’abate, hanno creduto (contro la tradizione costante) che la campana non fosse del carroccio di Milano. Ma contro costoro grida la tradizione diffusa non solo nel popolo ma tra gli stessi uomini dotti. Tanto è vero che questa tradizione è tramandata per mezzo di scritti e di stampe. Anzi alcuni anni orsono il famoso gesuita padre Savio, storico insigne, passando a Varzi per andare a Bobbio, ebbe occasione di trattenersi in argomenti storici con l’illustre dottor Giacomo Piana, assessore del Comune di Varzi; ora avvenne che egli manifestò al Piana l’idea di vedere con i propri occhi la famosa campana del carroccio di Milano e che da secoli si conservava in S. Alberto e che a tale effetto si era recato a Varzi per venirla a vedere... ».
La campana pesa 200 chilogrammi, è alta 47 centimetri e ha un metro e mezzo circa di circonferenza. Stando anche alla testimonianza della ditta Eredi Giovanni Borroli di Genova, che nel 1856 aveva proceduto ad accordare questa e le altre due campane collocate sul campanile, era stata confermata la circostanza che si trattava di una campana fusa nel Mille e che nella lega era stato impiegato, oltre al rame, anche oro e argento, affinché non si rompesse cadendo e perché il suo suono fosse più squillante e i suoi rintocchi si udissero da più lontano non solo come richiamo per le contrade di Milano nel momento del pericolo e del bisogno di volontari, ma anche durante le battaglie, come richiamo al valore e alla fede dei combattenti.
Infine un particolare importante confermerebbe la autenticità della «martinella», riconducendola a quella donata dall’arcivescovo Ariberto d’Intimiano alla Lega Lombarda: due piccole borchie nelle quali è scolpita come in trionfo una donna che ha ai suoi piedi un uomo inginocchiato. La donna, nel senso mistico religioso cattolico, rappresenterebbe la Madonna e l’uomo in ginocchio l’umanità. Attorno ai due borchioni vi sono cinque iniziali di altrettante parole, e precisamente: F. R. U. O. S., cioè Fiet Regnum Unum Ovile Sanctum, che tradotte suonano: vi sarà un regno solo, un santo ovile. L’ultima parola potrebbe anche essere solum, un solo ovile.
Questa interpretazione delle sigle è confermata anche nel manoscritto del già citato padre Paolo Cassola, rettore nel primo Novecento dell’Abbazia di Butrio, che aggiunge alcune considerazioni riferite all’arcivescovo Ariberto. «Egli riconosceva - afferma il Cassola - tanto l’Impero Romano come la Chiesa di Roma, ma in pari tempo voleva e riconosceva la libertà d’Italia e dei suoi Comuni contro l’egemonia dell’imperatore tedesco». E quindi la frase riportata sulla campana, a suo parere, potrebbe anche essere interpretata in «un solo ovile», cioè l’unione delle Chiese dissidenti. «In tal senso le sigle - afferma l’abate Cassola - riassumono il diritto naturale dell’ordine pubblico, basato su leggi cristiane, a difesa delle libertà popolari dei Comuni, sostenute dalla potenza del Sacro Romano Impero». Ora che tradizione, documenti e riscontri ci hanno portato a scoprire l’esistenza e il luogo dove è conservata la «martinella» del carroccio c’era da auspicare che, in occasione della imminente Sagra del Carroccio del 2000, la si potesse avere a Legnano per esporla e portarla magari anche in sfilata.
La Famiglia Legnanese, in accordo col prevosto di Legnano Carlo Galli ha subito avviato i primi contatti con l’attuale rettore dell’eremo, don Francesco Maragno.
Dopo una trasferta a Butrio, lo stesso rettore ha sciolto le riserve, concedendo la rimozione provvisoria della storica campana affinché, con tutte le garanzie che richiede lo spostamento di un così antico e prezioso cimelio, possa essere trasportata a Legnano per l’edizione di quest’anno della Sagra.
La campana potrà così essere anche sottoposta a nuove probanti prove scientifiche per certificare la più precisa data di fusione.
 
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La lista degli argomenti della settimana 18bis
 
redigio.it/dati5/QGLA397-elezioni.mp3 - Parte 3 ("Elezioni per caso  - Come avvenivano le elezioni nel XIII° secolo") - #01
redigio.it/dati5/QGLA398-elezioni.mp3 - Parte 4 ("Elezioni per caso  - Come avvenivano le elezioni nel XIII° secolo") - #01
redigio.it/dati5/QGLA255-armi.mp3 - Parte 5 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt05") - 8,50
redigio.it/dati5/QGLA256-armi.mp3 - Parte 6 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt06") - 9,52
redigio.it/dati2608/QGLO820-1936-06-30-pt01.mp3 - Accadde nel 1936
redigio.it/dati2608/QGLO821-1936-06-30-pt02.mp3 - Accadde nel 1936
redigio.it/dati5/QGLA401-vestire.mp3 - Parte 3 ("Intero guardaroba in un solo abito") - 004069-004141 - 4,45 - #50
redigio.it/dati5/QGLA402-vestire.mp3 - Parte 4 ("Cloches, guanti, cornette") - 004069-004142 - 6,40 - #50
redigio.it/dati5/QGLA257-armi.mp3 - Parte 7 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt07")- 12,01
redigio.it/dati5/QGLA258-armi.mp3 - Parte 8 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt08") - 7,48
redigio.it/dati5/QGLA394-armi.mp3 - Parte 9 ("Medioevo - Armi e abbigliamento guerresco nel XII secolo - pt09") - 6,09
redigio.it/dati2608/QGLO822-1936-07-02-pt01.mp3 - Accadde nel 1936
redigio.it/dati5/QGLA403-vestire.mp3 - Parte 5 ("Linea di moda "flamboyante"") - 004069-004143 - 4,56 - #50
redigio.it/dati5/QGLA404-vestire.mp3 - Parte 6 ("Civetteria maschile") Vestire pratico e gentile nel medioevo fino al rinascimento - Linee di moda - Calzabraga e farsetto - Le calze e le braghe e le braghette -  3,55 -  - #50
 
redigio.it/rvg101/rvg-18-120bis.mp3 - la solidarietà
redigio.it/rvg101/rvg-18-120bis-2.mp3 - menzogna e sortilegio
redigio.it/rvg101/rvg-18-121bis.mp3 - vivere insieme
redigio.it/rvg101/rvg-18-122bis.mp3 - ludi giovanili
redigio.it/rvg101/rvg-18-123bis.mp3 - dottore come fratello
redigio.it/rvg101/rvg-18-123bis-2 .mp3 - la bogia pelaa
redigio.it/rvg101/rvg-18-123bis3 .mp3 - i barbis dul furmenton (1-2)
redigio.it/rvg101/rvg-18-124bis.mp3 - anagrafe non computerizzata - dei soprannomi
redigio.it/rvg101/rvg-18-125bis.mp3 - Soprannomi personali (con noterelle personali)
redigio.it/rvg101/rvg-18-126bis.mp3 - la disfatta di federico barbarossa
redigio.it/rvg101/rvg-18-126bis2.mp3 - Una campana in lega di rame, oro e argento
Sommario
Le dirette
Pensiero della settimana
 

lib378-Settimana-18

RVG settimana 19
 
Radio-video-giornale del Villaggio
redigio.it/rvg100/Radio-Fornace-informa.html -     redigio.it - Il sito di origine  
Settimana-19 del 2024
 
 
RVG-19 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 19       2024-05-06 -  Dicembre - Calendario - la settimana
06/05 -19-127 - Lunedi
07/05 -19-128 - Martedi
08/05 -19-129 - Mercoledi
09/05 -19-130 - Giovedi
10/05 -19-131 - Venerdi
11/05 -19-132 - Sabato
12/05 -19-133 - Domenica
 
 
06 Maggio 2024 - lunedi - sett. 19/127
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2112/QGLH1149-Busto-madonnina.mp3 - 5,04 -
redigio.it/dati2112/QGLH1150-busto-vendemmia-1.mp3 - 5,04 -
Dati di concessione. (10- )
redigio.it/rvg101/rvg-19-127-1.mp3 - Dati di concessione. (10- )
C'era una volta un piccolo frutteto.
Un pergolato, brevi filari d'uva, due prolifiche piante: fichi bianchi e neri. Stava dietro ad una bottega, un antro semibuio illuminato dal fuoco di una fucina; l'inverno sembrava incastonato nella nebbia.
Sopra l'ingresso, quale insegna, allineati ferri di cavallo.
Ai lati si fermavano i ragazzini attirati dall'inconfondibile odore di zoccolo bruciato: chissà la voglia che avevano di agitare quel manico di scopa in cima al quale era legato un mozzicone di coda, di cavallo appunto, arnese indispensabile per scacciare le mosche che infastidivan le bestie.
Il cadenzato batter del martello sui chiodi, ritmava la giornata.
Vapori soffiati da un secchio colmo di acqua dove s'immergevano i ferri incandescenti, filtravano tanto spettacolo quasi irreale.
La curiosità dei passanti non disturbava i maniscalchi: berretto in testa ed il grembiulone in cuoio di misura a tre quarti per non disturbare i movimenti, scendeva ancor più solenne.
Non c'eran garzoni a reggere la zampa del cavallo; ognuno doveva eseguirlo da solo il lavoro, bene e con la massima indipendenza.
Un documento procuratoci dalla Mariuccia dice che suo padre: Umberto Cattaneo nato a Milano nel 1890, consegue nel 1927 a pieni voti, l'attestato della "Scuola professionale teoricopratica di MASCALCIA".
Può quindi esercitare a pieno titolo in quella bottega sita in Ripa di Porta Ticinese al 77; l'antenato Luigi, l'artiere fondatore lì aveva iniziato l'attività nel 1866.
Correva l'anno XVII dell'era fascista, ossia il 1939; nel celebrato di del XXI Aprile, l'associazione nazionale degli artigiani conferisce alla Ditta la medaglia di bronzo.
Oltre all'Umberto, ci lavorava anche il fratello Luigi, "el Gin", così chiamato; niente da stupirsi, poichè di Luigi detto come scritto, era concepito solo quello del "vago giglio di candore immacolato".
Avevano alle dipendenze quattro lavoranti e c'era da fare per tutti, spesse volte tralasciando di santificare le feste.
Nessuna meraviglia, poichè mettendo insieme gli spedizionieri che operavano in zona, si potevan contare ad occhio e croce un centinaio di cavalli: quindi per ottenere un lavoretto ben fatto, si doveva procedere per appuntamento. A questi si aggiunga poi il ferrar in sede alla Centrale del latte in Pompeo Leoni, presso la quale si dovevan per forza recare la domenica.
A proposito correva voce che: "el Berto l'è forsi l'unich che el sà come se ferra on boeu".
Non che i buoi avessero a che fare con la Centrale del latte, ma tanto per sottolineare quant'era considerato nel suo mestiere.
Il terzo fratello, l'Ambrogio era veterinario; in pratica attività a ciclo completo, tutto in famiglia.
Persona tutto di un pezzo "el scior Dottor"; non ha mai voluto legarsi ad alcun carro.
E' chiaro che faticò sempre per avere delle condotte: con quelli di prima della guerra del '40 per un verso e con gli altri dopo il '45 per un altro.
La "mascalcia" chiuse nel 1951 dopo 85 anni di attività: era in arrivo l'invasione dei veloci quanto fragorosi motori.
In crociera sul Naviglio tra musica e castagnaccio
redigio.it/rvg101/rvg-19-127-2.mp3 - In crociera sul Naviglio tra musica e castagnaccio
Secolo scorso. Da non confondere con la "battèlla", che trasportava soltanto merci, "el barchett" era il barcone riservato ai passeggeri che partiva dalla Darsena di porta Ticinese e, risalendo il Naviglio Grande, approdava a Boffalora sopra Ticino. Un percorso di circa 50 chilometri, un dislivello di 33 metri da superare, il viaggio durava all'incirca quattro ore. Al ritorno, in direzione di Milano, "el barchett" procedeva più spedito, perchè scivolava con la corrente a favore: se non c'erano intoppi riusciva a risparmiare anche quarantacinque minuti. Rimanere tante ore sopra l'acqua, davanti agli occhi un paesaggio che nemmeno allora era dei più ameni, il problema capitale era come rompere la monotonia. Non diversamente da come ci si comporta oggi durante una crociera nel Mediterraneo, si oziava, ci si perdeva in chiacchiere, pettegolezzi, si giocava barando a carte, si sbadigliava e si dormiva. A bordo, s'intende, non c'erano cinema, nè salette da ritrovo, mancavano pure ristorante e bar, ma, quanto a mangiare e bere, nessuna difficoltà. Un sacchetto di provviste per le più elementari necessità i viaggiatori previdenti se lo portavano da casa: pane, formaggio, salame, un fiasco di rosso e una bottiglia d'acqua che, col trascorrere delle ore e quando il sole bruciava, diventava imbevibile. Poi, c'era il ristoro volante. Assicurato da "quell di cùni", tanto per citare, da "quell di pericotti", dal "Gigi de la gnaccia", insomma da una schiera pittoresca di venditori ambulanti che per una manciata di centesimi offrivano fili di castagne, pere cotte, castagnaccio. Non mancava l'intermezzo musicale. Lo assicurava il "torototéla". Parola che significa insieme sia lo strumento, sia il suonatore. Nel suo monumentale, prezioso e insuperabile Vocabolario Milanese-Italiano, edito nel 1839, Francesco Cherubini scrive che si trattava di un "rozzissimo strumento musicale consistente in una sola corda di budello raccomandata ai due capi d'un lungo bastone e tesa per mezzo d'una vescica gonfia d'aria che verso la cima le serve da tavola armonica". Quanto al suonatore, il giudizio di Cherubini è d'impietosa stroncatura. "Fin verso il quarto lustro del secolo attuale - scrive - questo "Torototéla" fu lo strumento prediletto da quegl'idioti che formavano le delizie del nostro volgo con certi loro improvvisi ne' quali per tutta poesia non si udiva che una tempesta di rime storpiate allusive alle persone che ne formavano l'uditorio e terminanti nel perpetuo intercalare "Torototéla, torotototà". Avrà anche stonato ignobili filastrocche, il bistrattato "Torototéla», però a modo suo sapeva pure interpretare le infauste battaglie di Dogali e di Adua a intenerirsi sulle miserie di chi emigrava verso le lontane Americhe. Comunque, è stato un personaggio, cancellato da quella stessa morte lenta, naturale, indolore, che ha messo in secca anche "el barchett de Boffalora", soppiantato dalle prime tranvie a cavallo.
Va là va là barchett 'n su l'acqua 'nsognorenta e mena giò bel quiett sto mond de poverett.
I grand giughenn a sbatt i fioeu giughenn a l'oca; speremm, sto temp malnatt, ch'el pioeuva no o ch'el fiocca.
On vecc con la badinna
con denter i lenzoeu tri piatt 'na fiamenghinna e quatter tovajeou.
'Na sposa in scossaron in brascia on fioeu de tetta la usma on caldaron sperand quell pocch che spetta.
Gh'hann i front de preja lustraa de la schighera e gh'è chi ghe someja a on moccolott de cera.
E cascen via i dolor coi fiasch: in sto calvari el lumm de on'osteria l'è mej d'on santuari.
Va là va là barchett 'n su l'acqua 'nsognorenta e mena giò bell quiett sto mond de poverett.
 
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07 Maggio 2024 - martedi - sett. 19-128
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2112/QGLH1162-cronache-varesine.mp3 - 7,47 -
redigio.it/dati2112/QGLH1151-busto-vendemmia-2.mp3 - 5,41 -
Busto Arsizio - cap. 9 (1/3)
redigio.it/rvg101/rvg-19-128-1.mp3 - Busto Arsizio - cap. 9 (1/3)
<< Locchè vorrà compiacersi di eseguire anche in confronto di Crespi Pasquale detto Bilì altro individuo che proferiva minacce contro questa Guardia Nazionale... Busto Arsizio 28 giugno 1859 ».
Era successo che il 26 giugno, nella contrada Savico si era avvertita una << esplosione di arma da fuoco » al passaggio del « pelottone » della Guardia. Orrore! (E magari chissà che paura nel corpo dei nostri bravi militi bustocchi!) Attentato? Tradimento? Ghè scià anmo i tudeschi? I componenti del « pelottone >> comandato dal sergente Travelli Gilberto « che pattugliava per quella via » non si persero d'animo. Perlustrarono nei dintorni e agguantarono certo Carlo Galazzi detto Badan e lo portarono al Corpo di Guardia.
« A pronta evasione della nota di codesta Lodevole Autorità si fa rapporto come l'aresto di cui è cenno nella Denuncia 27 and. al n. 15 di Protocollo della Guardia Nazionale in luogo seguisse nella persona di Carlo Galazzi detto Badano, Possidente e Negoziante di Bestiame in Busto Arsizio, che si credette autore di esplosione d'arma da fuoco nella contrada Savico, quando appunto il Pelottone di Guardia Nazionale comandato dal Sergente Travelli Gilberto pattugliava per quella via. Venuto al Corpo di Guardia, e perquisito individualmente, non lo si rinvenne detentore di arme alcuna, per cui nella imputazione diretta, ma non bene accertata, e stante la notorietà del soggetto non pregiudicato in via politica, fu rimesso in libertà, coll'ammonizione che si credette del caso... ».
Evidentemente si era preso un granchio e l'autore dello sparo aveva saputo tenersi ben nascosto. Ma l'arresto e la perquisizione del Galazzi non andarono a genio del Muto dul Mania e del Bilì e di altri che si erano raccolti per la strada, minacciosi e armati di pistola e forse decisi a pescare nel torbido. I tedeschi si erano allontanati da Busto da soli venti giorni e la Guardia composta tutta di bustocchi, evidentemente. non incuteva paura nè rispetto. Sembrava dunque facile raccogliere gente e far chiassate e minacce all'indirizzo dei militi. Ma il Comandante della Guardia e la Deputazione non si lasciarono impaurire e ritornarono alla carica, nonostante la perquisizione infruttuosa.
<< All'Onorevole Deputazione Comunale in Busto Arsizio. Pur troppo presentivasi che la perquisizione di armi presso il Crespi Gio. Battista detto Muto, non avrebbe dato alcun risultato, mentre individuo facinoroso, ed astuto, come è, sa ben nascondere i mezzi di cui usa ad azioni delittuose, od al domicilio di complici, od in località che non lo possano compromettere. Ad ogni modo si insta, e si prega perchè un soggetto così pessimamente pregiudicato, e pel quale vi hanno già precedenti sentenze d'arresto, ineseguite per ordinaria latitanza sia tradotto nelle carceri colla possibile sollecitudine a cura dei Reali Carabinieri, in vista anche della Pubblica Sicurezza, e per prevenzioni di possibili disordini: dovendo bastare il titolo denunciato a tale misura, di cui si forniranno le incontrovertibili prove alla Autorità inquirente, non potendone per ora essere a competenza di codesta Onorevole Deputazione la procedura del caso: e bramando momentaneamente i Testimonj, che verranno al Giudizio indicati dal Capitano Denunciante conservarsi innominati, a declinare possibili soprusi, e personali vendette delli incriminati Crespi Muto e Bili Pasquale pur troppo di squisita capacità a qualsiasi mal'azione.
<< Si officia poi il patriottismo, e l'encomiata risolutezza di codesta onorevole Deputazione a volere con morale appoggio, e con valida cooperazione coadjuvare al servizio della Guardia Nazionale coll'accoglierne i rapporti del caso, e adottarne l'eventuali proposte, che saranno sempre dirette alla conservazione del Buon Ordine, onde congiuntamente tutelare il decoro, e la pubblica fiducia, corrispondendo con nobile gara alle dispositive del Regio Potere per la rigenerazione felice di questa nostra cara patria, che sta nel voto universale. Busto Arsizio, il 28 giugno 1859. Il Comando della Guardia Nazionale. D.re Travelli Gio. Donato Capitano, Ing. Carlo Ferrario Tenente ».
Il "Galmarini" di Tradate, nato dall’amore paterno
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Il "Galmarini" di Tradate, situato nella zona nord della cittadina e con ingresso in piazza Zanaboni, già via 11 Febbraio, iniziò la propria attività come "Opera Pia Ospedale Civile - Luigi Ambrogio Galmarini", per iniziativa del tradatese Agostino Galmarini, sensibilizzato dalla necessità di un ospedale in Tradate dalla morte in giovane età dei quattro figli, avvenuta presso l’ospedale di Ginevra. Inizialmente l’Istituto era finalizzato al ricovero, cura e mantenimento degli infermi indigenti residenti a Tradate. Il personale era composto da un medico, due infermieri e tre suore appartenenti all’Ordine di San Vincenzo. Nel 1925 si costituì il Circolo Ospedaliero e l’anno successivo iniziarono i lavori di ampliamento completati nel 1929. Nel 1930 venne dato l’avvio alla costruzione del Padiglione Sanatoriale, che divenne attivo il primo marzo 1933. In seguito la struttura si estese con ampliamento del padiglione centrale (1951), la costruzione di un nuovo padiglione destinato a Medicina, Maternità, Laboratorio Analisi e Radiologia (1958), l’ampliamento del Sanatorio con l’attivazione dei reparti di Otorinolaringoiatria, Oculistica, Pediatria, Dermatologia ed infine la costruzione di un nuovo complesso di sei piani destinato alla Chirurgia Generale, Ortopedia, Pediatria, Ostetricia/Ginecologia, Nido, Anestesia e Rianimazione, Uffici Amministrativi (1970). Contemporaneamente il primo edificio venne adibito a scuola per infermieri professionali, che iniziò l’attività nel 1971. Nel 1981, con la riforma sanitaria, il presidio entrò a far parte dell’USSL n. 7 di Tradate e successivamente dell’USSL n. 3 di Busto Arsizio. Dal 1998 il "Galmarini" fa parte dell’Azienda Ospedaliera di Busto Arsizio.
Galleria V. E.
redigio.it/rvg101/rvg-19-128-3.mp3 - Galleria V ittorio Emanuele.
La Galleria Vittorio Emanuele grandiosa costruzione, il cui disegno è del compianto architetto Mengoni, misura metri 195 di lunghezza e metri 39 di larghezza. La superficie totale dei fabbricati di essa è di metri quadrati 8600. I fabbricati laterali hanno l’altezza di 26 metri. Dal piano alla sommità della copertura a vetri, nella branca intorno all’ottagono, l’altezza è di metri 32.
La cupola dell’ottagono ne misura 50. Gli archi d’ingresso verso le vie Silvio Pellico e Giovanni Berchet hanno una luce netta di metri 23 per metri 12. Gli archi maggiori verso la Piazza del Duomo e della Scala sono alti metri 24 e larghi m. 12.24.
Venticinque statue decorano gl’ingressi e l'ottagono. Del professore Magni, di recente tolto all’arte, sono le statue rappresentanti Leonardo da Vinci, Galileo, Pier Capponi, Cavour, Volta e Michelangelo. Del Tabacchi sono il Dante, il Lanzone. Di Barzaghi il Raffaello, di Guarneri il Macchiavelli, di Tantardini il Romagnosi, di Corti il Galeazzo Visconti, del Pandiani il Beno dei Gozzadini e il Colombo, del Selleroni P Arnaldo da Brescia, del Manfredini il Monti, ecc., ecc.
Gli affreschi che adornano gli scompartimenti della volta dell’ottagono sono pregevolissimi. L'Europa fu dipinta dal Pietrasanta, l'Asia dal Giuliano, l'Africa dal Pagliano, e l'America dal Casnedi. Nei pennacchi dei due archi verso la via Silvio Pellico e la via Berchet, il prof. Giuliano dipinse la Scienza, il Pietrasanta l’Industria, il Casnedi l'Arte e il Pagliano VAgricoltura.
Centoquattro sono le lesene, ed altrettante le cariatidi che adornano la galleria, sulle quali si alternano dodici varietà di modelli.
La tettoia è di ferro battuto e ferro fuso o ghisa, coperta di cristalli di Saint Gobain ; il peso complessivo del ferro del solo ottagono oltrepassa le 300 mila libbre di ferro fuso e lavorato. Tutta questa mole si appoggia solidamente alle quattro arcate della volta di cristallo e sulle quattro intestature a volta dei fabbricati formanti la parte centrale della Galleria. Essa tettoia è percorribile nella lunghezza in tutti e quattro i bracci, e precisamente fino al colmo della stessa.
A mezzo poi di scale di ferro fìsse, si può giungere alla sommità della cupola comodamente e senza pericoli di sorta. Sopra il ricco cornicione che termina il primo piano, si appoggia una elegante ringhiera di ferro, che gira maestosamente intorno all’edificio. La fregiano stemmi delle cento città principali d’Italia. La pavimentazione è a sistema detto alla veneziana. Il centro è il più riccamente lavorato. Yi si vedono quattro stemmi a mosaico, rappresentanti la casa regnante di Savoia, la città di Milano, e gli altri due sono gli stemmi deiringhilterra.
La illuminazione ordinaria della Galleria è fatta da 550 fiamme a gaz, parte lungo i lati, a mezzo di bracci di bronzo dorati, con globi di cristallo smerigliati e faccettati di fabbrica belga, posti a metri 4.60 da terra.
Imponente è la illuminazione straordinaria in occasione di feste.
Venti scale, aventi accesso dai cortili, conducono nei  piani superiori.
Le botteghe di questo bellissimo edificio sono novantadue.
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08 Maggio 2024 - mercoledi - sett. 19-129
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Busto Arsizio - cap. 9 (23)
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Intanto la povera Guardia Nazionale era sempre vigile nella difesa della pubblica tranquillità e nell'esercizio dei propri doveri. Questa volta però, si tratta di... odori. E vorremmo dedicare queste righe al nostro sindaco di oggi perchè, cambiati i sindaci e passati gli anni, gli odori sono purtroppo rimasti.
Il 5 luglio del 1859, « a compimento del Dovere » le Guardie Eugenio Crespi, Carlo Cova ed Erasmo Moroni, commesso sanitario, comandati dal caporale Antonio Nobili, perlustrano le vie del borgo e, come i cani da caccia, sentono... un odore. Leggiamo nel rapporto:
<< Alla Lodevole Deputazione Comunale, il sottoscritto Commesso Sanitario anche di servizio alla Guardia  Nazionale, dà pronto avviso come un carretto carico di un recipiente contenente acqua fetida servita ad uso di filatura da bacchi, appartenente al signor Zanna Giulio, sortiva precisamente alle ore 10 e un quarto pomeridiane dalla propria casa, diffondendo un intollerabile odore, del che il Corpo della Guardia d'ispezione molto se ne lagnò.
<< Più questa mattina alle ore cinque meno un quarto, il contadino Della Bella Francesco abitante al n. 69 passava con un altro carretto carricato di voluminoso recipiente contenente lo spurgo di latrina pure di odore insoffribile, e precisamente traversando la Piazza Santa Maria, quando di unanime consenso della Guardia Nazionale e per ordine del primo Tenente Sig. Ing. Ferrario si fece il tutto tradurre al Palazzo Comunale per quelle pratiche che nella sua saggezza troverà del caso codesta Autorità».
Immaginiamoci ora Palazzo Cicogna, col corpo di reato in sequestro stazionante in cortile a diffondere sempre più i suoi effluvi. Vennero chiamati il sindaco e la deputazione (povero Pasquale Pozzi, quale mai monumento si merita?), si annusò, si discusse, si interrogò il Della Bella e alla fine, « nella sua saggezza », multa: multa di austriache lire sei, ridotte poi a sole lire tre, che furono distribuite ai poveri; e diffida al signor Giulio Zanna, industriale, che « venne regolarmente posto in avvertenza » per l'avvenire.
Ma l'avvenire ha dato evidentemente torto alla Deputazione.
Un fatto ben più grave si sta intanto preparando per l'agosto.
Il passaggio al nuovo regime, come sempre, suscitò dapprima molti entusiasmi, poi, qualche malcontento, infine un senso di insofferenza fra la popolazione. Era del resto inevitabile che i primi provvedimenti, che tendevano a disciplinare con una certa energia gli incomposti desideri di tutti, suonassero offesa agli assetati di libertà e, chissa mai perchè, di benessere. Era diffusa l'opinione che, finita la dominazione austriaca, tutto si sistemasse automaticamente e si iniziasse un regno, mai conosciuto, di prosperità.
Prima doccia fredda fu, specialmente per Busto, la abolizione, col 15 luglio, delle dogane interne, che metteva i nostri tessuti alla mercè della concorrenza; poi, la notizia che circolava con insistenza di una chiamata alle armi dei giovani nati dal 1830 al 1839, anche di quelli che avevano già servito sotto l'Austria; infine, il quotidiano continuo aumento dei generi di prima necessità, in particolare dei commestibili. A coronare questa ridda di notizie si era messa a circolare anche quella di una imminente grave disoccupazione che, in corso da anni per la avvenuta congiunzione ferroviaria con Genova e il conseguente diminuito costo del trasporto del cotone, prima effettuato dai numerosi cavallanti bustesi, si sarebbe ora aggravata per la introduzione dei telai meccanici che il Cantoni stava impiantando negli stabilimenti della Castellanza.
IL FOLCLORE BOSINO (1-2)
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Le cose belle, con la loro semplicità e schiettezza, restano immutate, come una sfida al tempo, e trovano nella coscienza degli uomini saggi ragioni valide di esistenza, perché il buono, il bello e il giusto, non periscono mai.
Sono convinto di non dire nulla di fuori luogo, se riallaccio questo discorsetto introduttivo al Gruppo Folcloristico dei Bosini  di Varese che, percorrendo una lunga e faticosa strada, iniziata con la proclamazione della città varesina a capoluogo della provincia, si trova ancora oggi al servizio delle tradizioni popolari, mantenendo la sua piena vitalità anche nel momento in cui in altre località venivano disdegnate.
Questo benemerito complesso, si presenta alla pubblica ribalta più vispo che mai, per manifestare intatto il suo patrimonio di folclore, di cori e balletti tradizionali, gelosamente custoditi e che ha ricevuto in eredità dai più insigni poeti dialettali e musicisti del varesotto, di cui ricordiamo gli incancellabili nomi: Jemoli Speri della Chiesa, Giuseppe Talamoni, Nino Cimasoni, Carmen Broggi, Ettore Lombardi, Eros Sciorilli, Aurelio Maggioni, Luigi Luoni, Consonni e altri ancora, tanto per citare gli artefici maggiori del  Canzoniere Bosino; che costituisce l'inizio e la continuazione di attività della intramontabile compagine.
Da Venezia ad Agrigento, da Firenze a Roma, dalla Spagna alla Francia, dalla Germania all'Ungheria, dalla Svizzera alla Danimarca, fino alla Cecoslovacchia, e proseguendo via via verso altre città del continente europeo, si possono registrare le luminose tappe percorse dal Gruppo Bosino; in settantanni di interessante, e molto spesso, estenuante attività.
I suoi canti popolari, i suoi semplici ma caratteristici balletti, le sue gustose scenette di carattere schiettamente agreste, hanno divertito un po ovunque migliaia e migliaia di spettatori.
E; un bel programma quello che i Bosini, periodicamente rinnovati nei ranghi e nello spirito, presentano nelle più svariate manifestazioni. Esso comprende antiche e più recenti canzoni dialettali che hanno la grazia e la fragranza dei campi in fiore; e le danze caratteristiche che ricordano l'ingenua e spensierata gaiezza dei contadini nei giorni di festa all'ombra dei casolari. Canzoni e danze che ancora sopravvivono in certi silenziosi borghi valligiani, i cui abitanti si rallegrano, ancora oggi, col suono delle campane e di qualche stagionata fisarmonica, ma ancora buona per stimolare nei giorni di festa, le ugole e le gambe, senza lasciare indifferente il cuore.
Questo patrimonio folcloristico, nel quale l'idillio preludente le nozze di due anime candide, si associa all'inno che esalta le bellezze dei paesaggi del varesotto, dopo essere stato elaborato, trascritto e arricchito da poeti musicisti nativi, ha i suoi ravvisatori o meglio ancora ambasciatori, armonici ed espressivi, che in ogni cambio generazionale, vestendo i costumi tradizionali, sono gli interpreti insuperabili di brillanti e pittoresche esibizioni che richiamano alla memoria gli usi e costumi di casa nostra.
Si tratta di un complesso talmente composto da laboriosi lavoratori e casalinghe, arricchito da alcuni esperti pensionati che, di anno in anno, si è affermato come una delle più affermate formazioni del genere, tanto che la sua marcia nel mondo folcloristico è stata rapida e duratura. Ovunque si presenta, l'esito è superiore ad ogni aspettativa, e ogni città visitata, sia in Italia che all'estero, gli ha riservato eccezionali e festose accoglienze.
In tal senso voglio ricordare la festa popolare animata dai bosini, svoltasi il 6 giugno 1976 sulle sponde del pittoresco laghetto di Ghirla, in occasione del campionato italiano di pesca alla trota. Era una domenica piena di sole che mise in luce l'incantevole scenario della Valganna. Il clima era mite e piacevole, tanto che i numerosi turisti convenuti anche da altre regioni della penisola, gremivano letteralmente lo spazioso lido dell'Associazione Pro Valganna; per una salutare giornata di aria e di sole, ma erano particolarmente attratti dalla eccezionale gara di pesca e dalla programmata esibizione del gruppo folcloristico varesino.
 
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09 Maggio 2024 - giovedi - sett. 19-130
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
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IL FOLCLORE BOSINO (2-2)
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Il lago di Ghirla, formato dal fluente Morgorabbia, posto in un pittoresco paesaggio silvestre, dall'aspetto severo a ridosso delle montagne, si distendeva come un lucido fondale, fra collinette verdeggianti, tanto da costituire un fiabesco scenario. Su questa splendida località, non distante dalla Badia di Ganna, sono state narrate molte romantiche storie. Anzi, qualcuno, durante la nostra permanenza mi ha raccontato una favolosa leggenda, riguardante la storia di due giovani della Valganna, accesi di vivo amore, ma contrastati dai genitori che non vedevano di buon occhio quella unione. Secondo la leggenda gli innamorati con le loro lacrime avrebbero formato i due laghi: la ragazza il laghetto di Ganna e il giovane quello di Ghirla, con lo scopo di rimanere vicini per l'eternità.
Mentre commentavamo quell'inverosimile racconto, all'improvviso, come in una fiaba, dalle sponde del lago e dalle alture dei prati, spuntarono simili alle sirene alcune graziose contadinelle in costume d'altri tempi e scoppiettanti d'allegria. Erano le bosine del gruppo folcloristico di Varese, seguite da alcuni eccitati campagnoli, anch'essi stranamente abbigliati, ma ben decisi a non perdere d'occhio le loro donne.
L'originalità di quella apparizione fu messa in evidenza da una ben congegnata regia che prevedeva il comportamento arguto degli uomini, all'inseguimento delle donzellette che sgambettavano tra l'erba dei prati, con audaci movenze, desiderose di dare espressione ai loro finti capricci, indirizzando nel contempo ai loro inseguitori tipici strambotti dialettali per farli desistere dai loro intimi e amorosi desideri.
A quella indovinata sequenza è seguito in noi un attimo di viva commozione nel rivedere tanti carissimi amici e amiche di un passato indimenticabile. Ma il nostro desiderio di un affettuoso abbraccio svani sull'istante, poiché il gruppo era atteso con impazienza dalla folla, desiderosa di concludere la festosa giornata, assistendo all'atteso spettacolo popolaresco di spensierata allegria.
Il microfono è passato subito nelle mani di un brillante presentatore, che ha dato il via al lieto carosello, canoro e danzerino. Le belle canzoni dialettali, semplici e senza pretese, candide e senza orpelli, hanno avuto il sopravvento sulla folla, gaia e plaudente per la divertente esibizione.
Anche le note melodiose delle fisarmoniche, accarezzate da sapienti dita, si diffondevano nello spazio con le fresche canzoni del popolo, sino a spegnersi sopra gli alberi delle feconde colline che dominano la vallata.
Ancora una volta, nel naturale scenario di una incantevole zona agreste, è prevalso l'antico motto: 'canta che ti passa, e tra gli applausi scroscianti del pubblico i bosini interpretavano con bravura e spontaneità le gustose scenette e le belle canzoni che rappresentano la popolazione del varesotto ed i suoi più vivi sentimenti.
Ecosì trascorsa un'altra indimenticabile giornata, allietata dalla brillantissima esibizione del complesso folcloristico varesino, in un autentico scenario di sapore agreste. Una delle tante, infinite rappresentazioni, effettuate durante la sua lunga esistenza che risale al 1927, quando il professore Giuseppe Talamoni, stimolato dal marchigiano Nino Benni, direttore del disciolto Dopolavoro Provinciale, diede vita alla ormai famosa compagine, con lo scopo di mantenere quel filo ideale che, allacciando le nuove generazioni a quelle del passato, ha dato ai varesini la sensazione sulla continuità della vita, legata tenacemente alla propria terra ed ai costumi dell'antica gente.
Non ho rievocato a caso la manifestazione dei Bosini presso il lago di Ghirla, poiché dopo settant'anni di attività del complesso, ciò che importa rilevare è il senso pratico, la saggezza morale, la fantasia creativa, l'amore della propria gente e del focolare, che i bravi interpreti, di alternato ricambio generazionale, si sono sforzati di raccogliere e interpretare, infondendo tra la popolazione i sentimenti profondi, le attitudini e i motivi spirituali che si esprimono in quelle manifestazioni tradizionali dell'anima popolare.
Quando sulle rotaie del tram scalpitavano gli zoccoli
redigio.it/rvg101/rvg-19-130-2.mp3 - Quando sulle rotaie del tram scalpitavano gli zoccoli
Il 13 settembre 1841, trainato da un cavallo, un carrozzone montato su quattro ruote lasciò piazza del Duomo e raggiunse Porta Nuova. A Porta Nuova c'era la stazione della ferrovia per Monza. Quel cassone traballante, otto posti a sedere, prezzo della corsa 25 centesimi, inaugurò a Milano il servizio di trasporto pubblico. A questa prima linea di «autobus» (subito ribattezzati "omnibus") nel ventennio successivo altre se ne aggiunsero: mancano notizie precise, ma è certo che alla stazione di Porta Nuova, col tram a cavallo, si arrivava dal dazio di Porta Ticinese, dal Carrobbio, dal largo del teatro Carcano e da piazza Mercanti. Le carrozze erano diventate più capienti, quattordici e anche sedici passeggeri potevano accomodarsi sui sedili, immutato il prezzo del biglietto, soltanto era stato necessario aggiungere al tiro un secondo cavallo.
Il 28 giugno 1861 la neocostituita Società Anonima Omnibus presentò al consiglio comunale un progetto per ampliare la rete di trasporto a undici linee. Ne furono approvate tre, a titolo di esperimento: da piazza del Duomo alle Porte Ticinese, Garibaldi e Venezia. Nove omnibus entrarono in servizio il 1° gennaio 1862, viaggiavano a intervalli di dieci minuti, dieci centesimi la corsa di giorno, quindici quando arrivava il buio della sera. Già nel 1864 le vetture erano salite a trentacinque. Il successo dell'iniziativa indusse la giunta municipale, l'anno successivo, ad approvare le restanti otto linee proposte: la città venne così servita da una rete di "omnibus" che collegava il Duomo alle varie Porte.
Più tardi si cominciò a vagheggiare l'idea di una "ippovia guidata" (così la chiamavano i giornali), una linea di tram a cavalli su rotaia, che doveva snodarsi lungo la circonvallazione. L'"ippovia" fu realizzata soltanto nel 1885, ma già se ne parlava dal 1874, quando la Società degli Omnibus insisteva per attrezzare tutte le linee interne della città con binari metallici. Il Comune era rimasto sordo, ma la SAO, bocciata in città, si era rivalsa ottenendo l'esercizio di un tram a cavalli da Milano a Monza. Questa "ippovia" fu inaugurata l'8 luglio 1876: partiva da Porta Venezia, due cavalli, I carrozzoni a due piani, posti di prima classe 25 centesimi. Le rotaie del tram entrarono in città 5 anni dopo.
Poi la rivoluzione sconvolgente. L'8 novembre 1892 la Società Generale di Elettricità Edison ottiene l'autorizzazione comunale di elettrificare l'intera linea di trasporto pubblico urbano. E l'ultimo tram a cavalli va per sempre in rimessa nel 1902.
Tarlicch tarlòcch, el riva el bròcch, el tira la bigonza, vott passegger per Monza. A Porta Noeuva ciappen el vapor gent che curiosa a tucc i or.
Poeu i bròcch hinn diventaa ben duu e gent in di casson semper deppuu. Quand in di strad hann miss giò i rotaj gh'è saltà foeura quel che l'è el tramvaj. Rivada la "corrent" 'me primadonna tucc 'n sul car per andà in carbonna.Serom allora in del millanoeuvcentduu: el bròcch e la pollina g'hinn staa pu.
 
 
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10 Maggio 2024 - venerdi - sett. 19-131
Notizie dal Villaggio
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Dati di concessione. (11- )
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E lui, il Berto, che per essere sempre in moto si occupava di terreni o giù di lì, lo si trovava spesse volte sul ponte di Via Valenza a fare quattro chiacchere abbondanti con quelli che avevano avuto a che fare con il suo mestiere. Oltre ai diversi carradori rimasti senza lavoro, dei quali "El Castold" con tanto di tabarro e frusta ne era il simbolo, a confabulare c'era anche " El Malegori" "sellee": sapeva più lui di finimenti, che Verdi di musica. Era ancora ragazzo, a cavallo fra l'ottocento e il novecento quando imparò a sistemare sottopancia e paraocchi, lavoraccio che non dava tregua; non si crede proprio che abbia potuto godersi il vantaggio del sabato inglese. "Rico", nel senso di Federico e non Enrico, "Come l'è andada con la ferrovia"? Perchè lui, Federico Vietti era ufficialmente autorizzato, in quanto perito riconosciuto dalle FFSS, di quantificare i danni riscontrati sui vagoni merci; era normale che durante il viaggio da Marsala a Milano, qualche bozzello o qualche pinta si sarebbe trovata con le doghe fracassate.
Il di lui padre Benedetto, nel 1914 dopo aver lasciato in Ripa la vecchia piccola Officina, comprò in Via Marco Fusetti, breve strada dedicata alla prima medaglia d'oro assegnata ad un milanese (1893-1915).
Lì si mise alla grande nel mestiere di bottaio.
L'altro figlio Angelo, entrò anche lui in attività cosicchè, tutti sotto in famiglia a fabbricare e a riparare botti sinistrate, sempre tenendo conto degli impegni in Stazione Genova dell'esperto Federico.
Anche loro cessarono verso il '55: il sano e pacato legno, lasciava il posto alla rivoluzionaria plastica.
Ora il nostro Berto è rimasto solo.
Forse starà ripensando quando caporal maggiore maniscalco nelle guerre dell'11 e del '15-'18, gli toccò di ferrare il cavallo di Badoglio.
Certamente starà ancora ricordando quel giorno quando si arrabbiò con il Rivolta, negoziante in cavalli di alto rango, con relativo maneggio in Ripamonti.
Aveva accompagnato la vedova Fornonzini, lo spedizioniere; ne aveva bisogno uno un po' in grazia di Dio.
Mise gli occhi su un nero bello e lucido.
Gli fu rifiutato perchè faceva parte di una pariglia da spedirsi a Napoli; sarebbe stato l'orgoglio di una pompa funebre partenopea.
Il resto ve lo immaginate.
Un bel giorno, silenziosamente e con tanti ricordi in saccoccia, se ne andò: da quattro mesi aveva compiuto i novantacinque.
L'esser saggio, forse, l'aveva imparato dai cavalli.
Busto Arsizio - cap. 9 (3/3)
redigio.it/rvg101/rvg-19-130-2.mp3 - Busto Arsizio - cap. 9 (3/3) - Piazza del Duomo.
Già nel '54 un aumento di cinque centesimi sul prezzo del pane aveva scatenato tumulti un po' dappertutto; e anche a Busto si erano verificate alcune dimostrazioni. Ora, su quell'esempio e per le notizie che giungevano da quasi tutta la Lombardia ove scoppiavano tumulti più o meno gravi (a Crema, a Lodi, ecc.), gli operai avevano chiesto un aumento di paga.
Gli industriali, anch'essi dubbiosi sull'avvenire della industria cotoniera, si erano decisamente opposti, co- sicchè il malcontento e i discorsi si facevano di giorno in giorno più forti, aggravati dalla incertezza del momento e, forse, da numerosi elementi decisi a pescare nel torbido.
Il 3 agosto, di mattino, forse dopo i primi tumulti in Busto, una grossa squadra di dimostranti << a suon di tamburo e a bandiera spiegata » mentre le campane di Sacconago suonano a stormo, si porta a Castellanza. Depone il << Pelascia» alias Giuseppe Pozzi che, mentre egli si trovava a lavorare << in un suo fondo denominato Campo Grande nel territorio di Sacconago, circa cento passi lontano dall'abitato, di là udendo il suono della campana a stormo, si affrettò a portarvisi temendo d'incendio ». In altro momento dice invece di aver visto < la turba degli operaj recarsi alla volta di Castellanza > stando nel suo campo.
Ma un rapporto del Comune dice che « sembra impossibile che il Pozzi, essendo occupato nel suo campo a lavorare frammezzo a quel bosco di viti e gelsi e siepi potesse scorgere gli operaj che passavano sulla strada che mette a Castellanza ». Sta di fatto che il « Pelascia » è il secondo degli arrestati.
La turba, che non cessa di gridare, si ingrossa lungo la strada raccogliendo altri dimostranti, in particolare quelli che venivano dallo stabilimento Candiani alla Garottola, capitanati pare dall'Angelo Erba detto Martin e, nientedimeno, che dal Candiani stesso. Così dice un foglio della Regia Questura Distrettuale di Pubblica Sicurezza che si rivolge alla Deputazione perchè <« sarà compiacente di categoricamente e coscenziosamente soddisfare alle ricerche contenute nell'ultima nota 7 andante (che non si è trovata fra le carte) della locale R. Pretura, riferibilmente agli inquisiti detenuti Erba Angelo detto Martin e Pietro Candiani fabbricatore di tessuti in cotone, entrambi di Busto Arsizio, ecc. ».
Che cosa sia veramente successo in questo frangente non ci è stato possibile conoscerlo con esattezza, sulla scorta delle poche carte rimaste. È certo che i dimostranti, arrivati davanti al cotonificio Cantoni diedero inizio a una fitta sassaiola e, padroni del campo, invasi i locali, si avventarono sulle macchine.
Il guaio è certamente grosso, tanto più che, nello scorrere l'elenco dei partecipanti e dei possibili « mandanti » del tumulto, vi troviamo alcuni nomi che lasciano perplessi. Crespi Francesco Maria detto Tangin, Crespi Carlo detto Perellino, il Giovanni Pigni (che troviamo nella Guardia Nazionale col grado di Maggiore Comandante), il Crespi Carlo detto Raffaell, « sono tutti onesti commercianti di condotta sotto ogni rapporto incensurabile e incapaci di commettere violenze di sorta >. Così dicono le informazioni della Deputazione. Ma la notizia che il Candiani, proprietario di un grosso opificio, sia già convocato a mezzogiorno dello stesso 3 agosto nell'ufficio del Questore, e, in seguito, arrestato, ci fa pensare che la rivolta e le violenze siano state fomentate o sobillate dai bustocchi « fabbricatori di tessuti » che vedevano ormai nelle macchine « meccaniche » una temibilissima concorrenza.
La Regia Questura Distrettuale, avvenuto il tumulto, si mette subito all'opera per la ricerca dei responsabili. Già il 13 settembre si contano 16 arrestati, 23 << dati a sospetto », 11 inquisiti, e una filza di nomi che ci danno un vivissimo quadro della Busto di allora.
Chi sono dunque questi uomini?
Una nota che il Regio Commissario Distrettuale di Pubblica Sicurezza Caravaggio scrive alla « lodevole Deputazione » ce li descrive tutti col loro nome, il cognome e l'indivisibile soprannome. Leggiamo un po':
Piazza del Duomo.
Questa piazza, tuttora incompleta, è opera dell’architetto Mengoni. Questi ha voluto contrapporre alle forme acute del Duomo, masse larghe, di grandiosa semplicità, in cui predomina la linea orizzontale.
Il Mengoni tolse il risalto dell’arcata in prospetto dell’angolo sporgente del Palazzo di Corte, e dispose tutto il lato nord della piazza, lungo un solo non interrotto rettilineo. Soppresse tutti i cavalcavia, immettendo nella piazza le strade mediante shocchi liberi ed aperti. Stabilì per la piazza Mercanti una comunicazione libera fra il Corso Vittorio Emanuele ed il Cordusio.
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11 Maggio 2024 - sabato - sett. 19-132
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
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Non dimenticar le mie parole
redigio.it/rvg101/rvg-19-132-1.mp3 - Non dimenticar le mie parole
I signori dello swing: Rabagliati, Otto, Bonino
Alberto Rabagliati (Milano, 1909-1974), inizia la sua carriera tentando la via del cinema. Simpatico a prima vista, cordiale ed esuberante, sbaraglia migliaia di concorrenti nel concorso indetto dall'americana Fox per cercare un emulo e sostituire Rodolfo Valentino, scomparso giovanissimo. Rabagliati ha un'ottima presenza fisica e tutti i connotati richiesti, ma il soggiorno in America per tentare il successo nel mondo della celluloide si rivela drammaticamente fallimentare. La permanenza oltreoceano non è però vana perché se il cinema gli chiude le porte, riesce ad assimilare in maniera molto convincente lo swing e il jazz che dominano la musica americana. Tornato in Italia porta con sé questo suo importante bagaglio di esperienze che, per il panorama nazionale, equivalgono a una novità assoluta. Dopo un esordio con Barzizza, parte per Cuba con Lecuona tornando poi in Italia per una tournée molto apprezzata.
Fa amicizia col maestro D'Anzi, già affermato compositore, che gli permette di spalancare tutte le porte del successo. Lancia Bambina innamorata e Ti dirò.
Bambina innamorata stanotte ti ho sognata, sul cuore addormentata e sorridevi tu. Bambina innamorata la bocca t'ho baciata, quel bacio ti ha destata, non lo scordare tu...
Ti dirò che tu mi piaci, ti dirò che nei tuoi baci si nasconde il mio destino, il sogno mio divino che ancor non conosci tu!
Sfonda poi con C'è una casetta piccina, di Valbrega e Prato.
Sposi! Oggi si avvera il sogno
e siamo sposi!
Tutto risplende a noi d'intorno
e luminosi ci sembrano persino i fior...
Il Regime che nel frattempo sanziona la musica esterofila e negroide come stupida e antifascista, chiude un occhio perché in quest'ultima canzone si fa riferimento alla campagna demografica appena lanciata in Italia. A Mussolini non piacciono questi nuovi ritmi <«<sincopati»>, ma ormai Raba è popolarissimo ed è quindi meglio trattarlo da amico piuttosto che combatterlo. Sono molti i successi legati al nome di questo simpaticissimo interprete che porta un'aria nuova nella canzone all'italiana, mascherando talvolta lo swing come un'esuberanza personale. Un esempio è dato da Ba, ba, baciami piccina in cui sillaba il testo con grande maestria.
Ba, ba, baciami piccina
sulla bo, bo, bocca piccolina,
dammi tan, tan, tanti baci in quantità tarataratarataratatà.
Al cinema interpreta se stesso, il cantante osannato e «divorato» con gli occhi dalle tante ammiratrici. Tra le canzoni da citare Tu musica divina (tu che m'hai preso il cuore, non sai che il canto d'un violin può far di un sogno il mio destin), poi Mattinata fiorentina di Galdieri e D'Anzi.
È primavera, svegliatevi bambine, alle Cascine messere Aprile fa il rubacuor... E a tarda sera, madonne fiorentine, quante forcine si troveranno sui prati in fior.
È poi la volta di Silenzioso slow (Abbassa la tua radio, per favor), di Maria la O e della Canzone del boscaiolo, di Morbelli e Barzizza (O boscaiolo, il sole sta per tramontar, lascia il lavoro, torna al tuo casolar). Il Primo pensiero d'amore è un altro grande successo.
Il primo pensiero d'amore sei tu, sei tu,
colei che non posso scordare mai più, mai più. Negli occhi tuoi belli c'è un velo
di dolcezza, di bontà.
Se cade una stella dal cielo,
quella stella ti dirà...
Il primo pensiero d'amore sei tu.
Quando canta Rabagliati, di Galdieri e D'Anzi, conferma la bontà della sua voce e il prestigio del personaggio.
Quando canta Rabagliati fa così
e sui fianchi ben piantati resta li. Nello sguardo scanzonato come un lampo fa brillar
e agitando sempre l'indice levato
fa un versaccio che somiglia a un miagolar.
Canta Rabagliati diviene una rubrica fissa dell'EIAR, uno spazio personale nei programmi di musica leggera, molto gradito dai radioascoltatori. Nel dopoguerra il successo non durerà a lungo anche perché la voce, di pari passo a una evoluzione del fisico, subirà un peggioramento e non gli permetterà più di supportare i suoi soliti fraseggi. La popolarità acquisita gli consentirà, comunque, di partecipare a una serie di riviste, anche di Garinei e Giovannini.
Natalino Otto, nato a Cogoleto (Genova), nel 1912, seguendo l'innata predisposizione per il ritmo, vorrebbe diventare batterista, ma gli esordi sono difficili e lo spazio che trova per le sue esibizioni è sempre molto ristretto. Cerca fortuna allora in America dove cominciano ad apprezzare anche le sue doti vocali; ottiene un contratto, ma non si ferma negli Stati Uniti perché ha nostalgia di casa. Preferisce piuttosto imbarcarsi sulle navi che attraversano l'Atlantico ed esibirsi a bordo. Nel giro di due anni percorre molte volte la rotta e assimila perfettamente la nuova musica d'oltreoceano, il jazz in particolare e, ritornato stabilmente in Italia, con varie formazioni di avanguardia, gira i locali più alla moda. Fondamentale per lui la collaborazione con Gorni Kramer. Suoi successi del tempo sono Mister Paganini, Le tristezze di San Luigi (versione mascherata di Saint Louis Blues). La radio sbarra il passo tanto a lui che a Kramer, ma il successo continua, cosa sorprendente, solo basandosi sulla vendita dei dischi che escono sul mercato a ripetizione. Fra le migliaia di canzoni ricordiamo Mamma mi piace il ritmo, Conosci mia cugina?, Polvere di stelle, la Star dust americana e Mamma voglio anch'io la fidanzata di De Santis e Del Pino.
Mamma non son più quel capriccioso ragazzino, che sgridavi pel suo fare birichino,
ora son cresciuto e sento un fremito nel cuore che, o mamma, dà il segnale dell'amore.
Natale Codognotto, come si chiama veramente, da quegli anni sarà solo più Natalino Otto. Senza la radio, e con l'ostilità del Regime, deve lottare molto, ma ha il prezioso appoggio dei giovani che apprezzano la musica che propone.
Ricordo ancora i trionfi di Lungo il viale, del Giovanotto matto, della Classe degli asini, di Rastelli, Larici e Ravasini.
Signorina Maccabei venga fuori, dica lei dove sono i Pirenei? Professore, io non lo so, lo dica lei!
C'è poi Voglio amarti così insieme con una serie di (proibitissime!) canzoni americane.
Voglio amarti così, teneramente, voglio amarti ogni dì, con tutto il cuor Solamente il tuo labbro sa dirmi le cose più belle solamente i tuoi baci
san darmi la felicità.
Nel dopoguerra, finito il forzato esilio, trova i fan che vanno ad applaudirlo. Partecipa a numerosi Festival di Sanremo con Mogliettina, Il pericolo numero uno, Avevamo la stessa età. Nel '54 incrementa i successi cantando, in coppia con Flo Sandon's, che diviene sua moglie.
Tanti sono i brani che Natalino Otto lancia ed è impossbile fare una selezione esauriente. Non si tratta in tanti casi di canzoni bellissime, ma rappresentano delle pedine importanti nella storia del jazz nella canzone italiana.
Ernesto Bonino (Torino, 1922-2008) è forse il meno fortunato del trio che comprende Rabagliati e Otto. Nel '41 lancia Se fossi milionario, un brano sincopato che piace ai giovani. Gradevole Non passa più di Liri e Marchetti.
Non passa più per la mia stessa via, non passa più perché non è più mia. Intorno i platani si spogliano col vento, col vento tornano le nuvole nel ciel...
Seguono Maria Gilberta, Bambola e Il giovanotto matto che, nella sua versione, fa incassare diritti d'autore consistenti a Lelio Luttazzi. Da ricordare ancora Birimbo-Birambo, un pezzo pieno di swing assimilato negli Stati Uniti. Presto sarà sul viale del tramonto. Il suo nome scomparirà per anni per ritornare, tristemente, nella cronaca dei giornali in tempi recenti. Completamente in miseria, chiede di fruire della legge Bacchelli che aiuta i cantanti (anche lirici) a superare le difficoltà economiche. I giornali lo ricorderanno ancora nell'aprile del 2008, alla sua morte, tracciando un ritratto che renderà giustizia ai suoi meriti.
 
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12 Maggio 2024 - domenica - sett. 19-133
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
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Ora, il mio barcaiolo "slongaa sora el guarnacc", ovvero quasi sdraiato sul lungo timone che governa la barca, si scuote.
S'appoggia alla lunga pertica e facendo leva sul fondo, si stacca dalla sponda. Si arriva e si sosta al ponte di ferro o ponte nuovo costruito fra il 1901 ed il 1905 per mettere in comunicazione la Via Casale con la Via Pasquale Paoli. Provvidenziale fu la sua realizzazione; un notevole risparmio di strada per raggiungere i posti di lavoro, la vera ragione per la quale fu costruito questo quartiere.
Ricordiamo della Via Casale, la scuola per sordomuti al n°6 e nella stessa. porta la cantoria Giuseppe Verdi, diretta dal maestro Gerevini.
Non c'è da stupirsi; corali di canto, tra liturgiche e liriche, sulla Riva ce n'erano in abbondanza.
Il segreto era uno solo: si incominciava a cantare da bambini e quindi la preparazione era quasi naturale e la passione per questo libero modo di esprimersi sempre più accesa.
Bottegaio in prima "el prestinee" scior Sacchi, al quale successe el Carugati, che "marcava", ossia segnava cliente per cliente le spese giornaliere: la fine settimana si regolavano i conti.
Aveva un libretto lungo e stretto con una copertina color carta da zucchero. Annotava i crediti a penna; l'inchiostro veniva asciugato cospargendovi sopra pizzichi di farina. Spesse volte smarriva volutamente la pagina come se avesse scritto con l'inchiostro simpatico, e così il conto si trovava silenziosamente saldato.
All'angolo con l'Alzaia esiste ancora una farmacia. Era titolare il Dottor Cordara Armando; l'aveva rilevata nel 1929, anno in cui suo fratello pure farmacista, ottenne il permesso di esercitare a Courmayeur.
Ancora oggi, quella là ai piedi del Monte Bianco condotta dagli eredi, porta lo stesso nome.
Le donne avevano una venerazione per "el speziee": lui le ascoltava e, nel limite del possibile, le aiutava pazientemente cercando di spiegar loro che il Kalmine non si doveva usare come fosse la pasticca del Re Sole.
A dare ancora più colore all'ambiente, un omino paffutello, calmissimo, e che parlava con una cadenza ostinatamente monotona: padrone di una carriola di frutta e verdura a posteggio fisso al n°5.
Per distinguerlo dagli altri ambulanti del suo mestiere lo chiamavan "el marenna" da amarena.
Suo concorrente era "el Maran", ambulante nel senso che veramente ambulava. Girava per la zona del Naviglio inoltrandosi sino in Via Arena al di là del laghetto, presso la "Cà di can...": era così chiamato un caseggiato abitato da invalidi che avevan subito l'amputazione delle gambe. La carrozzina, loro mezzo di trasporto, veniva trainata dal fedele amico dell'uomo.
Ritorniamo però al nostro omino con il cesto "la cavagna", piena di frutta e verdura.
Museo Civico (ai Giardini Pubblici, Via Manin)
redigio.it/rvg101/rvg-19-133-2.mp3 - Museo Civico (ai Giardini Pubblici, Via Manin)
Pervenne al Municipio nel 1838 per l’acquisto da esso fatto delle ricche raccolte d'oggetti naturali di proprietà del nobile Giuseppe De Cristoforis e Giorgio Jan, ampliato in seguito con continui acquisti e doni di privati; si che va annoverato fra i più notevoli d'Italia, e per alcune speciali raccolte non teme confronto neppur fuori. Di 40 sale circa si compone il Museo e cioè, in pian terreno : Erbario, la Raccolta tecnologica, la Sala dei modelli, la Galleria dei minerali, fra cui dei rarissimi e per le forme cristalline e per la provenienza ; gli zolfi di Sicilia, i petroli di molte località italiane ; una raccolta di rocce distinte per serie geologica e per località, la Sala di etnografia con pregiati oggetti delle isole del Pacifico e delle tribù del centro dell’Africa, la Collezione paleo-etnografica cogli oggetti dell’epoca preistorica delle stazioni lacustri dei laghi di Lombardia, le Raccolte paleontologiche contenute in due sale, nella prima delle quali stanno i fossili invertebrati, fra cui la Collezione delle Conchiglie dei terreni terziarii distinguesi per copia di specie e d’individui ; nella seconda, o Galleria de’ vertebrati, degna d’osservazione per bellissimi fossili d’Italia, quale lo Scheletro di Balena lungo 21 piedi; gli Elefanti di Leff'e, l'Orso delle caverne, ecc. ecc. Al primo piano procedono tre sale in cui si conserva la Raccolta dei Mammiferi ; poi quelle d'Anatomia comparata con crani, scheletri e preparazioni di visceri. La Galleria degli Insetti, dei Crostacei e dei Polipai; in questa i grossi Granchi del Giappone e le Madrepore del Mar Pacifico primeggiano fra tutti.
Le Sale de' Pesci tra cui molti a secco, le Gallerie degli Uccelli, ove attira l’attenzione una raccolta di nidi di specie lombarda, Le Sale dei Sauri e dei Batraci. La Sala dei Serpenti con una ricchissima collezione nell’alcoole di questi animali, con grossi coccodrilli e tartarughe e pescicani, finalmente la Galleria delle Conchiglie e degli animali inferiori, parte allo spirito, parte a secco, presentante le più vaghe e singolari forme.
Possiede il Museo Civico una biblioteca pregiata per il numero dei volumi di Storia Naturale. Vii sono da ammirare in questi alcuni dipinti a fresco di Tiepolo veneziano, e sullo scalone i busti in marmo di G. Jan e G. De Cristoforis, fondatori del Museo, e di C. Porro e C. Bassi, legatari del Museo. Sotto il portico vi è un gruppo grandioso in gesso di Pompeo Marchesi, rappresentante Ercole che libera Aiceste^ alquanto guasto.
Il Comune mantiene presso il Museo una scuola di Storia Naturale.
 
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La lista degli argomenti della settimana 19
redigio.it/dati2112/QGLH1149-Busto-madonnina.mp3 - 5,04 -
redigio.it/dati2112/QGLH1150-busto-vendemmia-1.mp3 - 5,04 -
redigio.it/dati2112/QGLH1162-cronache-varesine.mp3 - 7,47 -
redigio.it/dati2112/QGLH1151-busto-vendemmia-2.mp3 - 5,41 -
redigio.it/dati2112/QGLH1153-duomo-rifugio.mp3 - 5,51 -
redigio.it/dati2112/QGLH1154-maria-giuliana.mp3 - 4,47 -
redigio.it/dati2112/QGLH1155-busto-brughiera.mp3 - 8,47 -
redigio.it/dati2112/QGLH1171-milano-sergio-3.mp3 - 2,44 -
redigio.it/dati2112/QGLH1163-cronache-varesine.mp3 - 8,22 -
redigio.it/dati2112/QGLH1169-busto-ferragosto-1.mp3 - 4,37 -
redigio.it/dati2112/QGLH1164-cronache-varesine.mp3 - 8,04 -
redigio.it/dati2112/QGLH1181-vigilia-natale-2.mp3 - 7,56 -
redigio.it/dati2112/QGLH1165-cronache-varesine.mp3 - 7,33 -
redigio.it/dati2112/QGLH1170-busto-ferragosto-2.mp3 - 4,39 -
 
redigio.it/rvg101/rvg-19-127-1.mp3 - Dati di concessione. (10- )
redigio.it/rvg101/rvg-19-127-2.mp3 - In crociera sul Naviglio tra musica e castagnaccio
redigio.it/rvg101/rvg-19-128-1.mp3 - Busto Arsizio - cap. 9 (1/3)
redigio.it/rvg101/rvg-19-128-2.mp3 - Il "Galmarini" di Tradate, nato dall’amore paterno
redigio.it/rvg101/rvg-19-128-3.mp3 - Galleria V ittorio Emanuele.
redigio.it/rvg101/rvg-19-129-1.mp3 - *Busto Arsizio - cap. 9 (23)
redigio.it/rvg101/rvg-19-129-2.mp3 - il folclore bosino (1-2)
redigio.it/rvg101/rvg-19-130-1.mp3 - il folclore bosino (2-2)
redigio.it/rvg101/rvg-19-130-2.mp3 - Quando sulle rotaie del tram scalpitavano gli zoccoli
redigio.it/rvg101/rvg-19-130-1.mp3 - Dati di concessione. (11- )
redigio.it/rvg101/rvg-19-130-2.mp3 - Busto Arsizio - cap. 9 (3/3) - Piazza del Duomo.
redigio.it/rvg101/rvg-19-132-1.mp3 - Non dimenticar le mie parole
redigio.it/rvg101/rvg-19-133-1.mp3 - Dati di concessione. (12- )
redigio.it/rvg101/rvg-19-133-2.mp3 - Museo Civico (ai Giardini Pubblici, Via Manin)
Le dirette
Pensiero della settimana

lib379-Settimana-20

RVG settimana 20
 
Radio-video-giornale del Villaggio
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Settimana-20 del 2024
 
 
RVG-11 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 20       2024-05-xx-  Marzo - Calendario - la settimana
13/05 - 20-134 - Lunedi
14/05 - 20-135 - Martedi
15/05 - 20-136 - Mercoledi
16/05 - 20-137 - Giovedi
17/05 - 20-138 - Venerdi
18/05 - 20-139 - Sabato
19/05 - 20-140 - Domenica
 
13 Maggio 2024 - lunedi - sett. 20-134
Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati1/QGL405-ferrovia-decauville.mp3 - La ferrovia privata, la Decauville a Travedona - #32a - 4,04 - #50 rvg
  2. redigio.it/dati1/QGL406-le-palafitte.mp3  - Il lago di Comabbio e le sue palafitte - #32a - 6,26 - #50 rvg
  3. redigio.it/dati2605/QGLO485-pesce-persico.mp3 - Il pesce persico dell'isola dei pescatori - #73 -
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14 Maggio 2024 - martedi - sett. 20-135
Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO800-1936-07-01-pt01.mp3 - Accaduto nel 1936
  2. redigio.it/dati2608/QGLO801-1936-07-01-pt02.mp3 - Accaduto nel 1936
  3. redigio.it/dati2212/QGLI1199a-diritti-pesca-01.mp3 - I diritti di pesca sul lago di Comabbio - Note e appunti - #32a - 7,41 - #36 -  #73 -
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15 Maggio 2024 - mercoledi - sett. 20-136
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Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO802-1936-07-01-pt03.mp3 - Accaduto nel 1936
  2. redigio.it/dati2608/QGLO812-cattive-preghiere.mp3 -  storielle in dialetto
  3. redigio.it/dati2212/QGLI1199b-diritti-pesca-02.mp3 - I diritti di pesca sul lago di Comabbio - Note e appunti - #32a - 8,33 - #36 - #73 -
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16 Maggio 2024 - giovedi - sett. 20-137
Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO823-1936-07-02-pt02.mp3 - Accadde nel 1936
  2. redigio.it/dati2608/QGLO825-naviglio-grande-01.mp3 - Storia del Naviglio grande
  3. redigio.it/dati2111/QGLH1069-setso-pesca.mp3 - 3,33 - La pesca a Sesto Calende - #73 -
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17 Maggio 2024 - venerdi - sett. 20-138
Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
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  1. redigio.it/dati2608/QGLO809-delitti-pene.mp3 - Un trattato storico
  2. redigio.it/dati2608/QGLO813-Luisin-tassista-01.mp3 - Racconto di un tassista milanese -
  3. redigio.it/dati2110/QGLH985-pesca-Sesto.mp3 - #73 -
Il titolo
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18 Maggio 2024 - sabato - sett. 20-139
Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO830-facciata-Duomo.mp3 - La sua prima facciata, il Duomo l'ebbe in prestito
  2. redigio.it/dati2608/QGLO826-naviglio-grande-02.mp3 - Storia del Naviglio grande
  3. redigio.it/dati2005/QGLG474-lago-Monate-pt01.mp3 - Il lago di Monate e i diritti di pesca - Le drivazioni -  - #32 - 9,08 - #73 -
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19 Maggio 2024 - domenica - sett. 20-140
Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2005/QGLG475-lago-Monate-pt02.mp3 - Il lago di Monate e i diritti di pesca - Le drivazioni -  - #32 - 9,52 -  - #73 -
  2. redigio.it/dati2604/QGLO317-Sesto-calende-17.mp3 - Sesto Calende: -Nuovi mezzi di trasporto e comunicazione- #73 -
  3. redigio.it/dati2604/QGLO318-Sesto-calende-18.mp3 - Sesto Calende: leprime eperienze di volo del Verdenback- #73 -
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Radio Fornace Informa
 
La lista degli argomenti della settimana 20
 
 
Sommario
 
Le dirette
 
Pensiero della settimana
 

lib380-Settimana-21

 
 
 
 
 
 
RVG settimana 21
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana 43 del 2023
 
 
 
 
 
 
 
 
  1. redigio.it/dati2005/QGLG476-lago-Monate-pt03.mp3 - Il lago di Monate e i diritti di pesca - Le drivazioni -  - #32 - 9,21 -  - #73 -
  2. redigio.it/dati1902/QGLF114-caccia-comabbio.mp3 - La caccia nei dintorni del Lago di Comabbio - Societa' di cacciatori e raccoglitori - Tecnica per sfinimento, dispendio di energia, - la pesca - Caccia con la spingarda - Il pescino - 4,48 - #73 -
  3. redigio.it/dati1/QGL402-lago-monate.mp3 - Il lago di Monate. Derivazioni delle acque e diritti di pesca - #32a - 25,22 - #73 -
  4. redigio.it/dati1/QGL404--diritti-pesca.mp3 - Sui diritti di pesca e di caccia sul lago di Monate. Novembre 1924 - #35 -  #32 23,17 - #73 -
  5. redigio.it/dati2/QGL555-diritti-pesca.mp3 - I diritti di pesca sul lago di Comabbio - Note e appunti -  - #32 - 15,07 -  - #73 -
  6. redigio.it/dati2603/QGLO208-Biandronno-storia-01.mp3 - Biandronno: cenni storici - #73 -
  7. redigio.it/dati2603/QGLO209-Biandronno-storia-02.mp3 - Biandronno: cenni storici -  - #73 -
  8. redigio.it/dati2603/QGLO210-biandronno-leggenda-03-mp3 - Biandronno: una leggenda  e la cappelletta -  - #73 -
redigio.it/dati2306/QGLL533-devozione-cappellette-01.mp3 - Cappellette votive di Corgeno - San Rocco - san Antonio da Padova - deposizione di nostro Signore - 6,51 -
redigio.it/dati2306/QGLL534-devozione-cappellette-02.mp3 - Cappellette votive di Corgeno - Madonna di lourdes - Santa teresa del Bambin Gesu - San Antonio di Padova - Madonna dell'aiuto - 6,10 -
redigio.it/dati2305/QGLL495-giazzere-corgeno-01.mp3 - le giazzere di Corgeno e San Giacomo
redigio.it/dati2109/QGLH855-lago-Comabbio.mp3 - fauna della baia di Corgeno - pesci - persico, boccalone, luccio perca pesce gatto invasivo - 3,44 - #36 #32a
redigio.it/dati2006/QGLG604-Corgeno-SanGiorgio.mp3  - La chiesa di San Giorgio a Corgeno - 9,11 - #32 - #35 - #36 -
redigio.it/dati2006/QGLG605-oratorio-corgeno.mp3 - L'oratorio di San Rocco e santa Valeria di Corgeno - #32
redigio.it/dati2006/QGLG550-turascia-corgeno.pdf -  - #32
redigio.it/dati2006/QGLG587-Comabbio-Corgeno.mp3 - Alcuni studi sulla fortificazione di Corgeno - #32a- Comabbio - #36 - 7,19
redigio.it/dati2006/QGLG588-Comabbio-Corgeno.mp3 - Alcuni studi sulla fortificazione di Corgeno - #32- Comabbio - #36 - 6,00
redigio.it/dati1902/QGLF112-comabbio-corgeno.mp3 - Una breve descrizione
redigio.it/dati1901/QGLF081-lanci-proibiti.mp3 - Lago di Corgeno, Comabbio- Volo a vela dalla Fornace di mercallo dei sassi - 2,53 - #32a -  #36
  1. redigio.it/dati2604/QGLO341-Comabbio-malattia.mp3  La malattia del lago di Comabbio - #73 -
  2. redigio.it/dati2604/QGLO342-idrogeologia-Comabbio.mp3 - Idrogeologia del bacino del lago di Comabbio - #73 -

lib382-Settimana-22

 
 
 
 
 
 
RVG settimana 22
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana 43 del 2023
 
 
 
 
  1. redigio.it/dati2604/QGLO319-Sesto-calende-19.mp3 - Sesto Calende: i primi raid aviatori partono da Sesto Calende- #73 -
  2. redigio.it/dati2604/QGLO320-Sesto-calende-20.mp3 - Sesto Calende:12  agosto 1915, nasce la SIAI Societa' Idrovolanti Alta Italia- #73 -
 
  1. redigio.it/dati17/QGLC753-sette-laghi.mp3 - Sette sono le valli e sette sono i laghi. Nella zona del varesotto - #35 - #48 - 20,34 - #73 -
  2. redigio.it/dati20/QGLP072-pista-monate.mp3 - due laghi una pista - 5,40 - #32 #73 -
 
  1. redigio.it/dati2604/QGLO335-stazioni-lacustri-01.mp3 - Stazioni lacustri dei laghi di Varano -  considerazioni attorno alle palafitte - pg19-23 - #73 -
  2. redigio.it/dati2604/QGLO336-stazioni-lacustri-02.mp3 - Stazioni lacustri dei laghi di Varano -  considerazioni attorno alle palafitte - pg19-23 - #73 -
  3. redigio.it/dati2604/QGLO337-biblioteca-Comabbio.mp3 - Biblioteche e cultura a Comabbio: testimonianze e memorie del passato - #73 -
  4. redigio.it/dati2604/QGLO338-lago-Comabbio.mp3 - Ricerche sul bacino del lago di Comabbio e storia - Come era e come e' - #73 -
  5. redigio.it/dati2604/QGLO339-variazioni-Comabbio.mp3 - appunti sulle antiche variazioni di livello del verbano e dei laghi di comabbio e di varese     - - #73 -
  6. redigio.it/dati2604/QGLO340-Lago-storie.mp3 - storie in riva al lago:  racconti, tradizioni, proverbi e curiosita' da corgeno e dintorni. - #73 -
  7. redigio.it/dati2604/QGLO343-Comaggio-quando.mp3 - Cos'e' un lago - Origine del lago di Comabbio - #73 -
  8. redigio.it/dati2604/QGLO344-lago-Comabbio.mp3 - Lago di Comabbio - Lineamenti geologici - Paleografia del quaternario -  - #73 -
 
 
 
 
  1. redigio.it/dati2511/QGLN1015-antiche-provinciali-04.mp3 - Antiche provinciali: - Varese - Vergiate - S.P.17 - strada del Buon Cammino - RF-348 - 3,39 -  AUDIO - #73 - rvg
  2. redigio.it/dati2511/QGLN1016-antiche-provinciali-05.mp3 - Antiche provinciali: - Isolino - Virginia - S.P.18 - Bardello - Vergiate - 7,01 -  AUDIO - # 73 - rvg
  3. redigio.it/dati2306/QGLL535-devozione-cappellette-03.mp3 - Cappellette votive di Vergiate - Santa Eurosia - 7,31 - #73 -
  4. redigio.it/dati2306/QGLL540-devozione-cappellette-04.mp3 - Cappellette votive di Vergiate - Madonna del rosario e San Domenico - 5,53 - #73 -
  5. redigio.it/dati2306/QGLL541-devozione-cappellette-05.mp3 - Cappellette votive di Vergiate - Annunciazione  - Immacolata concezione - Madonna - 6,09 - - #73 -
  6. redigio.it/dati2306/QGLL542-devozione-cappellette-06.mp3 - Cappellette votive di Vergiate - introduzione - 8,43 - - #73 -
  7. redigio.it/dati2201/QGLI090-dialetto-vergiate.mp3 - dialetto - cenni sulla comunita' di Vergiate - 7,38 - #73 -

lib383-Settimana-23

 
 
 
RVG settimana 23
 
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Settimana 43 del 2023
 
 
 
 
  1. redigio.it/dati1/QGL407-reperti-storici.mp3  - I reperti preistorici a Cuirone - #32 - 2,00 -  rvg
  2. redigio.it/dati16/QGLC674-comabbio.pdf - una serie di fotografie del lago e dintorni - #32
  3. redigio.it/dati1901/QGLF038-colonie-estive.mp3 - Colonie estive nella zona di Comabbio - 4,43 - #50 #36 rvg
  4. redigio.it/dati1901/QGLF044-sabino-ghitta.mp3 - Il mago Sabino e la Ghitta del Verziere - 12,26 #36
  5. redigio.it/dati1901/QGLF045-grandi-spaventi.mp3-  grandi spaventi molti anni fa nel paese vcino a Comabbio - 4,53 #36 rvg
  6. redigio.it/dati1901/QGLF046-stanghe-asini.mp3 - Stanghe e asini nei paesi del lago di Comabbio - 4,30 #36 #48 rvg
  7. redigio.it/dati1901/QGLF048-comabbio-telefono.mp3 - Nei nostri paesi intorno al Lago di Comabio, arrivo' il telefono - 3,12 - #36 #48 rvg
  8. redigio.it/dati1901/QGLF069 -lago-comabbio.mp3 - Cenni storici sul Lago di Comabbio - 5,06 - #36 #48 #32 rvg
  9. redigio.it/dati1901/QGLF070-villa-comabbio.mp3 - Una villa romana nei dintorni del lago di Comabbio - 8,22 - #36 #32 rvg
  10. redigio.it/dati1901/QGLF071-battaglia-corneliane.mp3 - 218 ac. romani e barbari - 6,59 - #36 #32 rvg
  11. redigio.it/dati1901/QGLF072-storia-comabbio.mp3 - La storia dai romani - 3,53 - #36 #32
  12. redigio.it/dati1901/QGLF073-territorio.Comabbio.mp3 - Vita nei dintorni di Comabbio - 5,43 - #36 #32 rvg
  13. redigio.it/dati2604/QGLO312-Sesto-calende-12.mp3 - Sesto Calende: Contadini e fittavpoli dell'Ottocento - #73 -
  14. redigio.it/dati2604/QGLO313-Sesto-calende-13.mp3 - Sesto Calende: Aziende ed attivita'n  durante gli ultimi annidell'Ottocento - #73 -
  15. redigio.it/dati2604/QGLO314-Sesto-calende-14.mp3 - Sesto Calende:Due novita' alleporte del Novecento: l'automobilee le biiciclette.  - #73 -
  16. redigio.it/dati2604/QGLO315-Sesto-calende-15.mp3 - Sesto Calende:Arriva l'energia elettrica - #73 - rvg
  17. redigio.it/dati2604/QGLO316-Sesto-calende-16.mp3 - Sesto Calende: Le aziende al principio del Novecento.  - #73 -
 
 
  1. redigio.it/dati1901/QGLF033-memorie-nostalgie.mp3 - Operazioni di tutti i giorni tanti anni fa nei luoghi vicini al lago di Comabbio - 5,21 - #50 #36 #48 - RVG
  2. redigio.it/dati1901/QGLF034-carettieri-delpaese.mp3 - I carrettieri di paese - Zona Comabbio - 6,01 - #50 #36 #48 #32a rvg
  3. redigio.it/dati1901/QGLF035-cacciatori-delpaese.mp3 - Cacciatori del paese - Zona Comabbio - 8,07  - #50 #36 #48 rvg
  4. redigio.it/dati1901/QGLF036-boulange-stracciaio.mp3 - Boulange di una volta nella zona di Comabbio - 4,47 #36 #48 rvg
  5. redigio.it/dati1901/QGLF037-tempiantichi-biricchinate.mp3 - Tempi antici e biricchinate nella zona di Comabbio. - 7,44 - #50 #36 rvg
 
  1. redigio.it/dati2001/QGLG020-la-ferrovia-pt01.mp3  - La ferrovia nei dintorni del lago di Comabbio  - (da qgl403) - #32 - 10,53
  2. redigio.it/dati2001/QGLG021-la-ferrovia-pt02.mp3  - La ferrovia nei dintorni del lago di Comabbio  - (da qgl403) - #32 - 10,31
  3. redigio.it/dati2001/QGLG022-la-ferrovia-pt03.mp3  - La ferrovia nei dintorni del lago di Comabbio  - (da qgl403) - #32 - 7,43
 
  1. redigio.it/dati1902/QGLF113-comabbio-sedimenti.mp3  - Sedimenti - 3,55 - #73
  2. redigio.it/dati1902/QGLF108-caccia-comabbio.mp3  - Prima attivita' umana per la sopravvivenza - Caccia a sfinimento - Caccia con la spingarda sul pascino (barca piatta in metallo a pedali) - 4,55 - #50#36 #32 - #73
  3. redigio.it/dati1902/QGLF109-caccia-comabbio.mp3  - Regolamenti sulla zona bandita n. 23 - Riserva di caccia - Ripopolamento - Tipi di caccia e razze di cani - 8,06 #36 #32 #73

lib358-Settimana-01

 
RVG settimana 01
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-01 del 2024
 
Settimana 01       2024-01-01 -  Calendario - la settimana
01/01 - 01-001 - Lunedi
02/01 - 01-002 - Martedi
03/01 - 01-003 - Mercoledi
04/01 - 01-004 - Giovedi
05/01 - 01-005 - Venerdi
06/01 - 01-006 - Sabato
07/01 - 01-007 - Domenica
RVG-01 - da  - Radio-Fornace
 
 
01 Gennaio 2024 - lunedi - sett. 01-001
redigio.it/rvg100/rvg-01-001.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-009.mp3 - Saluti di fine anno e chiusura programmi
 
previsione spese per il 2024
01/02/2024 - rata 1 - 400 + elettricita'
01/03/2024 - rata 2 - 500
01/05/2024 - rata 3 - 500
01/07/2024 - rata 4 - 500
01/09/2024 - rata 5 - 500
02/11/2024 - rata 6 - 300
       totale                  2700
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO576-milanesi-sidiventa-01.mp3 -
Milanesi di nasce ... e si diventa - Un dialogo in dialetto - per essere milanesi non occorre lo ius soli l'e' assee l'aria de Milan 
Notizie di RVG (Radio-Video-Giornale)
Toponimi di Cadrezzate
13) Monteggia: noto come Muntége, è una piccola altura che si incontra a nord-ovest del paese sulla strada che porta verso Brebbia. Olivieri segnala in alcune carte del XIII secolo un loco Montegia (de Brebia3). Oggi il nome è legato a quello di un ponte: è infatti noto a tutti i locali il Ponte di Monteggia. Il nome si rifà al latino monticulus per indicare una piccola altura. Il toponimo è largamente presente in tutta la Lombardia con altre forme e diverse desinenze suffissali (cfr. Montecchio -CO-, Montecchie -LO-)
14) Montelungo: in dialetto Munteslüngh, è un poggio che si estende più in lunghezza che in altezza localizzabile tra l'area del Rondegallo e quella della Baraggiola.
Il lavoro dei milanesi 3)
M: Ora si viaggia molto per il mondo ed è facile trovare italiani un po' dappertutto, e in tutte le stagioni; e i milanesi sono naturalmente tra i più numerosi, un po' per la "smania" di uscire dalla città di cui abbiamo detto, e un po' perché hanno qualche soldo in più da spendere, ma l'è vera che quand semm a l'ester gli stranier ghe sconfonden con gli altri italiani, anche se tra di noi riusciamo quasi sempre a dstinguerci, perché non parliamo più in dialetto, anche se i nostri accenti sono inconfondibili.
C: Finora abbiamo parlato di tempo libero tradizionale, ma, durante la giornata, sono diventate tante le ore che non sono impegnate dal sonno o dal lavoro o dallo studio... Me piasaria parlà de quell che fann i milanes quand stann a Milan, nella vita di tutti i giorni, durante la settimana.
M: Prima di tutto i milanesi a Milano del di lavoren, o anca de nott se hinn de turno; e chi non lavora è perché studia oppure è pensionato oppure è impegnato con la famiglia, ma ci sono anche i disoccupati - qualcuno anche per scelta... Quando non lavorano, e non sono a casa a riposare, perché anca i milanes dormen...
C:...Par però che ai grand personagg sien assee tri o quatter or de sògn, ma anche in questo caso si dice solo degli uomini, mai delle donne...
M: ...Ma lascia stare i padreterni alla Napoleone, qui parliamo di persone comuni, che di notte si fanno le loro belle dormite e che, appunto, quando non dormono... hanno la fortuna di avere a disposizione molti diversivi: cinema, teatri, musei, locali di spettacolo, impianti sportivi, luoghi vari di ritrovo, ma anche, più semplicemente, di passeggiare per la città, che è davvero un ottimo diversivo, perché ogni canton l'offriss motiv de interess: ges, cà, cort, bottegh...gh'è semper quaicoss da scoprire, anche per i milanesi con tanti anni sulle spalle, come noi due...
C: Sì, ma quando non lavoriamo stemm anca volentera a cà, soprattutto se meno giovani. Anzi, sono tanti quelli che si muovono solo per fare la spesa o per portare a spasso il cane; e la domenica, adesso, si va anche poco a messa. Ormai la TV occupa molto del nostro tempo libero; e poi il Covid ci ha anche messo del suo a cambiarci le abitudini
M: Un tempo c'erano i circoli e i salotti per persone di rango e i cortili o la via per la gente del popolo,; e per tutti c'erano i bar, le osterie, le bocciofile; e spettacolo voleva dire teatro e, diciamo dal dopoguerra, soprattutto cinema. Ma la voeuia de incontrass e de stà insemma l'è mai passada, incoeu la se ciama movida, e non è certo cosa solo milanese, anche se quando se ne parla si mostrano sempre i nostri Navigli, che sembrano diventati il simbolo stesso di questo modo di trascorrere il tempo libero, di giovani e meno giovani, nel buono e nel gramo.
C: Te m'et minga parlà di giardin: a Milano mi sembra che di verde ce ne sia tanto, ci sono dei bei parchi famosi, ma anche tanti pussee piscinitt, quasi sconduu tra una via ed un'altra o all'interno di palazzi del centro, e anche tanti viali alberati, e si approfitta di ogni spazio disponibile per piantare qualche pianta o aiola. Un tempo si passeggiava molto in ogni stagione, e ai Giardini Pubblici c'era anche lo zoo, che alle generazioni di un tempo piaceva tanto, ma che quelle nuove hanno fatto di tutto per fall sparì e ghhinn riessii.
Da Santa Lucia a Natale il passo è breve. (1/2)
Il 21 dicembre è San Tommaso e: "Comenza l'inverno, brutt, longh, malinconich per i vècc,che ai bagaj no 'l ghe fa ne cald né frecc, perchè hinn pien de sugh e de calor interno". Fra quattro giorni è Natale, festività attesa da tutti.
Alla vigilia fervono i preparativi per il cenone o, come dicono i cremonesi "per mett all'orden el disnà" senza però dimenticare che "l'è la regola che la ten in pee el convent" cioè: "bisogna fà el pass second la gamba" anche se il medico-poeta Giovanni Rajberti la pensava diversamente: "El dì de la vigilia vann tucc a fà ona visita al verzee che 'l deventa l'ottava meraviglia per virtù di pessee, cervellee, fruttiroeu o polliroeu... E cappon a monton e pollin senza fin, e on sterminni de occh, trifol, légor, salvadegh e fasan: gh'è la grazia di Dio proppi a balocch che la naspa la vista e la consola: bell fondament per i peccaa de gola!".
Per la messa di mezzanotte la chiesa è gremita di gente; nel magentino, la notte di Natale, si spruzza acqua benedetta ai quattro angoli della cucina, in camera da letto e nella stalla, dove qualcuno sosteneva che in quella notte gli animali parlassero.
Quando l'albero di Natale non era ancora di moda, i ragazzi andavano nei boschi o nei campi a cercare la tèppa (muschio) che doveva servire per il presepe. Qualcuno più intraprendente ne raccoglieva di più, lo metteva in cassette che caricava sul portapacchi della bicicletta e pedalando arrivava in città dove lo vendeva agli angoli delle strade.
La tèppa, ovvero quel particolare tipo di muschio morbido che raccolto in piccole zolle serviva per riprodurre l'erba del presepio, dalla liggéra (teppisti) era intesa in altro modo! Infatti la frase: "Voo a mett el bambin in la tèppa!" che a persone non abituate al loro linguaggio convenzionale poteva voler dire: "Alla mezzanotte della vigilia metto la statuina del Bambinello nel muschio del presepio!". Per i nostri locch (balordi), significava invece "accoppiarsi con una donna la notte della vigilia di Natale!".
Ma torniamo al pranzo di Natale, cercando almeno in questo giorno di dimenticare il proverbio pavese che dice:
"Pansa piina, pensa no par quàla voda!" ovvero: chi è sazio non pensa a chi ha fame. A Sondrio, "gran paciada de pizòcher"; a Brescia "bòse frite, pulintina, formaj vècc e vì de spina" (agnello fritto, po lentina, formaggio stagionato e vino novello), mentre in Valsassina si gustano gli scapinasc che sono ravioli giganti con ripieno di carne, uvetta e amaretti; poi come secondo piatto, cappone ripieno e frutta secca. A Casalpusterlengo stanghéti, specie di agnolotti asciutti, capòn e biancustà cun la mostarda de Cremona!
Argomenti del giorno
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
Toponimi di Cadrezzate
Il lavoro dei milanesi 3)
Da Santa Lucia a Natale il passo è breve. (1/2)
 
       **************** fine giornata ************************
 
02 Gennaio 2024 - Martedi' - sett. 01-002
redigio.it/rvg100/rvg-01-002.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Il taglio del bar
Il bar è sempre stato diviso in due, la parte del bar la quale i gestori pagano l'affitto ed è una parte loro solo loro possono gestire, mentre la parte quella verso la piazza è quella comune. si intende che se un giorno i gestori del bar non aprono per giusti motivi, alla parte comune l'accesso comunque deve essere sempre garantito per quei villeggianti che vogliono ritrovarsi al caldo e tranquillamente.
Quindi come si può chiudere il bar? C'è già un certo tipo di divisione, si tratterebbe forse di fare qualche divisione mobile apribile e chiudibile in qualsiasi momento? così per avere le due parti separate e per avere anche la parte tutta in comune quando e' giustamente necessario?  Può darsi. Dividiamo in due bar
Radio-Fornace
  1. Radio fornace richiede ai villeggianti e non, se possibile avere disponibilita' di televisori vecchi da portare in discarica.
  2. Servono per il Ludico 2024?. Indispensabile la porta USB e telecomando
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO549-Milano-celtica-03.mp3 -
Milano celtica e la dracma padana -
Toponimi di Cadrezzate
28) Quadro del Morone: il toponimo è composto da due nomi. Il primo probabilmente fa riferimento o alla forma del campo o ad una unità di misura di estensione (cfr. Quadro località di Casteggio -PV)Il secondo è riconducibile alla voce dialettale morón "gelso" (cfr. Morona e Morone località presso Casteggio-PV-).
29) Rondegato: piccola area che si estende per pochi metri a ridosso della Baraggiola. Possiamo abbozzare soltanto delle ipotesi per questo nome. I locali infatti conoscono questa zona come Rundégal, di etimologia dubbia. E' ipotizzabile una derivazione dal termine dialettale rónden "rondine" 'per la presenza del volatile nella bella stagione.
30) Rossino: (v. Cadrezzate n. 18).
31) Sabbione: in dialetto Sabiùn. È, con molta probabilità, una piccola zona creatasi passaggio del fiume Acquanegra o con lo scorrere di altri rigagnoli minori che al fiume confluiscono. Queste zone erano caratterizzate da un terreno sabbioso e ciotoloso non adatto alla coltivazione.
Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B1
Ma Gallarate non paga!
Passa un altro anno e siamo al 10 marzo del '56. Busto pare che abbia pazienza da vendere ma, a quanto pare, non intende cedere e... condonare.
<< Indarno la scrivente ha fatto istanza per ottenere dalla Deputaz.e Com.le di Gallarate il rimborso delle spese sostenute fin dal 1854 per invio in quel Borgo della Macchina Idraulica Comunale onde spegnervi un incendio, invio fatto dietro richiesta dell'I. R. Tenente di Gendarm.a residente in Gallarate stesso.
<< Indarno la scrivente si è rivolta a questo I. R. Commiss.to pregando perchè volesse interessarsi onde fosse definita tale pendenza, perocchè i rapporti Deputatizi 9 marzo 1855 e 3 maggio d.o anno N. 274 ima- sero inevasi.
<< Non potendo la scrivente lasciare inesatto questo credito del Comune, prega l'I. R. Commiss.to D.le a volergli ottenere dall'Autorità Prov.le il permesso di spiegare contro la Comunità di Gallarate gli atti con- tenziosi pel titolo di cui sopra, ritornando alla scrivente gli atti trasmessi col succitato foglio 9 marzo 1855 ».
Ma Gallarate non paga!
Informata la I. R. Delegazione Provinciale di Milano, questa finalmente acconsente che la Deputazione di Busto chiami in giudizio quella di Gallarate << visto risultare infruttuose le pratiche onde ottenere il rimborso del credito pel soccorso prestatogli colla propria macchina idraulica, ecc. ».
Noi speriamo che la questione sia risolta e che Gallarate abbia finalmente pagato e possegga le relative ricevute in regola: che se non fosse, questa volta provvederemo noi, allo scadere del centenario.
Ma perchè dunque questo cattivo animo dei gallaratesi contro i bustocchi?
Bisogna convenire -se leggiamo il Crespi Castoldi che si tratta di una ruggine di vecchia data, da quando cioè e siamo al 1400 il borgo di Busto e la pieve di Olgiate Olona vengono sottratti alla giurisdizione dei magistrati del Seprio, che erano in Gallarate.
Lasciamo stare quello che dice il nostro canonico, storico provveduto di molta fantasia, sulle lotte fra guel- fi-gallaratesi e ghibellini-bustocchi: ma quell'affronto bustese e quelle suppliche ripetute per scuotere l'insof feribile giogo del borgo vicino, avevano finito col dare tremendamente ai nervi a tutti i gallaratesi, che si reputavano uomini di lettere e di legge, di certo superiori a questi rozzi battitori e fabbricatori di panni. Si arrivò anche alle mani e peggio, perfino alla guerra dichiarata e alla costruzione di due terrapieni che servivano a sorvegliare il nemico e a difenderci dai sassi e dalle saette; terrapieni che i buoni uffici del pretore Ambrogio Bossi riuscirono a far demolire, verso la fine del '500.
Ma il malanimo rimase e si accentuò. Quelli di Gallarate continuarono a credersi i tutori della dignità e del prestigio della zona; quelli di Busto, che crescevano ogni anno e lavoravano e trafficavano e giravano il mondo, a ritenersi umiliati da tanta soggezione. E così, tutte le volte che un avvenimento qualunque ne dava l'occasione, i bustocchi si impuntavano.
In questi anni, fra il '54 e il '55, per la progettata definitiva sistemazione dell'Ufficio di commisurazione delle Tasse e Rendite, che, vuoi caso, siede proprio in Busto ed opera per i distretti di Busto con Cuggiono e di Gallarate con Somma, si minaccia un trasferimento, e, orribile a dirsi, questo avverrebbe proprio a favore di Gallarate.
Da Santa Lucia a Natale il passo è breve. (2/2)
La mostarda lombarda ha origini antichissime, è una delle tante in- che utilizvenzioni casuali scaturite dall'estro della gente campagna zava la frutta in eccedenza o quella caduta acerba dagli alberi per presapore stuzzicante. parare un contorno dal
Il pranzo di Natale si può terminare secondo la tradizione più semplice con mele, arance e torta casalinga, oppure con torrone, spumante e panettone; di panettone poi qualche fetta bisogna metterla da parte in osservanza al proverbio che recita: "Panetton de Natal el ven mai poss, a mangial a San Bias el benediss la gola e el nas!".
Tante sono le versioni sulla nascita del famoso dolce milanese; io vi propongo quella che mi sembra la più poetica:
On prestinee di nome Togn o Toni, volle preparare un dolce diverso dal solito per il compleanno della sua innamorata che cadeva il 25 dicembre; lo fece talmente buono che, da allora, ogni anno, lo dovette preparare per tutti i suoi clienti dando vita al pan del Togn o pan Toni, che col passare del tempo è diventato il moderno panettone che, sia Motta che Alemagna, hanno industrializzato e fatto conoscere in tutto il mondo.
Ecco alcuni proverbi dedicati al giorno della nascita di Gesù: "L'oeuv del dì de Nadaa el fà guari el venter a chi ghe l'ha malaa!" (L'uovo fatto il giorno di Natale guarisce dal mal di pancia); "A Nadal el sbagg d'on gall!" (lo sbadiglio di un gallo), per dire che le giornate si allungano di poco; "Quell'li l'è nassuu el dì de Natal!", lo si dice di una persona fortunata ...e se qualche lettore è nato proprio in questo giorno, deve crederci perché: "I proverbi fallen mai, vist che gh'hann miss pussee de cent'ann a fai!".
Trascorse le feste natalizie, eccoci all'ultimo giorno dell'anno: San Silvestro ogni lavoro, d'ago o di uncinetto, doveva essere ultimato altrimenti non si sarebbe più potuto finirlo. Un tempo in quella notte, ogni bergamasco preparava il pane in casa propria e tutta la famiglia doveva partecipare alla panificazione traendone previsioni di prosperità o miseria a seconda della buona o cattiva riuscita della cottura.
Nel comasco, nel varesotto e nel lecchese era considerato di buon auspicio mangiare polenta prima della mezzanotte perché avrebbe fatto aumentare la futura produzione dei bozzoli.
Per le ragazze della bassa milanese invece niente veglione; prima della mezzanotte andavano in chiesa a cantare il Te Deum di ringraziamento, per tutti i benefici ricevuti durante l'anno, poi dovevano correre subito a casa altrimenti rischiavano di essere colpite da la stanga de San Sil vester che, a detta delle nonne, si aggirava per le strade del paese a bastonare le fanciulle che non si erano ancora coricate!
Argomenti del giorno
  1. Notizia dal Villaggio
  2. Radio-Fornace
  3. Cosa ascoltare oggi
  4. Toponimi di Cadrezzate
  5. Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B1
  6. Da Santa Lucia a Natale il passo è breve. (2/2)
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03 Gennaio 2024 - Mercoledi' - sett. 01-003
redigio.it/rvg100/rvg-01-003 .mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
E' certo che dovremmo risparmiare denaro comune nel villaggio. Dovremmo intervenire in qualche modo e da qualche parte, c'è chi propone di chiudere il ludico quindi non si fa più niente. Benissimo ma nessuno impedisce che si possa anche chiudere anche, e nel frattempo anche la piscina che non è poco.
Una cosa però è possibile ed è doverosa e sta anche nei miei progetti.
cominciamo dalle piccole cose.  esempio sarebbe:  il ludico per la sua attività ha bisogno di ore e ore della dell'aiuto delle segretarie sia per fare i volantini, per fare le brochure, per stamparle e portano via un bel po di ore. Sse ludico si organizza bene nella sua pubblicità o informazione potrebbe evitare tutte queste ore di lavoro alle segreterie le quali possono dedicarsi a fare dell'altro a fare il loro lavoro. Che ognuno faccia il suo e completamente., non che abbia sempre bisogno di altri, perché il lavoro degli altri sembra che sia gratis e non valga nulla. Risparmiamo il lavoro anche degli altri
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO575-peppone-DonCamillo.mp3 -
Peppone e Don Camillo alla crociata di Stroppiana -  Aboliti nelle scuole i simboli della religione cattolica -
Toponimi di Cadrezzate
15) Motta Pianca: il toponimo ricorre in dialetto come Mööt Pianch, ma qualche parlante locale è solito citarlo anche come Bianch, termine più noto e trasparente. L'altura si trova a ridosso della più alta zona detta Motte e si colloca all'intersezione delle strade che da Cadrezzate portano a Ispra, Capronno e Travedona. Motta è nome di vari luoghi lombardi con il significato di "mucchio di terra". L'origine è sicuramente da ricercarsi nel latino volgare mutta, forse originato da una base celtica muts. Una possibile interpretazione per Pianca può essere cercata nel termine tardo latino planca (o palanca) con il significato di "superficie liscia anche in pendio" (cfr. Pianca, località sopra a Mandello -LC-, Pianca frazione di San Giovanni Bianco -BG-).
16) Motte: in dialetto Mööt, è la maggior altura di Cadrezzate e sulla sua cima si ergono la Cascina Castello e la Cascina Belvedere. Il Mööt (in dialetto la voce è maschile) è raggiungibile tramite la vecchia strada che da Cadrezzate portava a Ispra, oggi sostituita dalla Strada Provinciale. Un tempo ospitava le numerose vigne presenti in zona che venivano coltivate attraverso ampi terrazzamenti che hanno plasmato la forma del Mööt con i caratteristici gradoni, ancora oggi scorgibili nonostante l'abbandono delle vigne.
17) Novelle: strada oggi non localizzabile registrata sulle carte del Catasto Regio del 1905.
Giuan Gabèla sfrusadùi (1/2)
Ho trovato Giuàn Gabela: è qui in brughiera intento a raccoglier muschio (tèp- pa) e a sfrondar pini per fare il Presepio.
Sapete: ho i miei nipotini, che se non preparo loro il presepio mi fanno il muso lungo un metro. È meglio prender tempo, perchè se dovesse nevicare a cercar la tèppa sarebbe un bel fastidio! Mi fate ridere, Giuàn Gabèla, al pensiero che voi siate qui a cercar teppa invece che a sfrusà bricòl!
Oh, vi ricordate ancora! Quasi non mi ricordo più io. Son passati, ormai, tanti anni! E, poi, la mia, come quella di molti altri, è una fama scroccata... Noi veramente, non eravamo dei veri sfrusadùi, ma degli addetti ai trasporti. Noi non andavamo in Svizzera a contrabbandare, noi non attraversavamo la frontiera. Noi trasportavamo i bricòl già contrabbandate, da sottofrontiera a Busto. Non abbiamo mai attraversato l'Olona. I bricòl venivano fatte passare dai ponti dell'Olona di giorno, mascherate in carri di fieno o di letame, depositate poi in capanne deserte in mezzo ai boschi, dove andavamo noi di notte a prelevarle. Ecco a che cosa si riduceva la nostra funzione di contrabbandieri, dei tempi in cui il contrabbando si esercitava su larga scala. Certo che correvamo anche noi i nostri rischi. Se le guardie ci pescavano, si finiva in galera e non era un bel gusto. Accadeva, però, di rado; perchè preferivamo abbandonare la bricòla nelle mani degli inseguitori che lasciarci prendere. In questo caso perdevamo il prezzo del trasporto. Perchè non ci pagavano se non consegnavamo labricòla...
Dunque, era vostro interesse non lasciarvi prendere...
Oh, quante corse ho mai fatto! E, poi, bisognava star attenti ai ladri! Non erano tanto le guardie che ci impensierivano; ma i ladri. Sicuro, i ladri! Ci spiavano di nascosto, ci lasciavan depositare la bricòla nel nascondiglio e poi ce la rubavano! Ed in questo caso noi dovevamo rispondere, se no si era accusati di far comunella coi malandrini.
Non era un allegro mestiere, in fin dei conti !
Tutt'altro che allegro ! Tanto che son quasi quarant'anni che l'ho abbandonato. Figuratevi che io stavo di casa alla Porta Capuana, quell'immenso cascinale che hanno buttato giù da qualche anno ed i cui ruderi sono ancora lì a recare testimonianza della sua famigerata esistenza. Sapete benissimo che, ai mei tempi, alla Porta Capuana, abitavano da una parte le Guardie di Finanza e dall'altra i contrabbandieri. Guardie e contrabbandieri si spiavano e si sorvegliavano a vicenda. Le guardie si servivano delle ragazzotte, colle quali fingevano di fare all'amore, per conoscere i nostri itinerari; noi incaricavamo le lavandaie e i fornitori di viveri di darci informazioni sugli ordini di servizio. Immaginate che io quando dovevo andare per bricòl dovevo fingermi ubriaco, sentirne di tutti i colori da mia moglie, farmi portare a letto in ispalla, mettermi a russare forte e poi saltare dalla finestra che dava sull'orto e via di corsa! E la mattina presto rientrare dalla finestra nella mia camera e poi farmi svegliare ad ora tarda e fingere di alzarmi con ancora negli occhi i fumi del vino. Invece, quanti chilometri a piedi per i nascosti sentieri della brughiera! E tutto per la misera moneta di cinque lire! Roba da non dire. Quando poi ho saputo che le guardie avevan ricevuto l'ordine di sparare sui trasportatori, addio mio bello, mi sono ritirato... a vita privata! In fine, quando sono andato, dopo tanti anni, a confessarmi per Natale, ed ho sentito dalla bocca del confessore che a fare il contrabbandiere era peccato, non ne volli sapere più del tutto.
Argomenti del giorno
  1. Notizia dal Villaggio
  2. Cosa ascoltare oggi
  3. Toponimi di Cadrezzate
  4. Giuan Gabèla sfrusadùi (1/2)
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04 Gennaio 2024 - Giovedi' - sett. 01-004
redigio.it/rvg100/rvg-01-004.mp3 - Te la racconto io la giornata
Nessuna notizia dal Villaggio
Proverbio del giorno
Nel bus che i donn gh'han sotta el venter, l'è on bel vizzi metteghel denter; dopo el gioeugh, quand el fond s'è toccàa, l'è a tirall foeura che l'è on peccàa!
Nel buco che le donne hanno sotto il ventre, è un bel vizio metterglielo dentro; dopo il gioco, quando il fondo s'è toccato, è a tirarlo fuori che è uso è costituito dalla dizione più che dal fatto in sè, dal momento che mondo è mondo ed in tutti i cinqu n peccato!
Indubbiamente il problema più grose continenti ciò avviene senza tante turbe, con buona pace per coloro che ne fanno motivo di puritaneria; da qui siamo d'accordo che ogni aggiunta è senz'altro inutile.
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO810-cereali-olioRicino-01.mp3 - Ma che gustosi questi cereali all'olio di ricino -
Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B2
I bustocchi si rivolgono alla Sua Eccellenza il Ministro delle Finanze:
« Cugionno, Somma, Saronno sono a due leghe da Busto, mentre se l'Ufficio fosse posto a Gallarate quei Capo-Distretti disterebbero da quell'Ufficio da oltre tre leghe.
<< La popolazione di Busto Arsizio ascendente a dodici mila abitanti (12.000) ed il suo esteso commercio ne fanno indubbiamente il punto più importante, mentre il vicino Gallarate non raggiunge la metà della detta popolazione.
«Se mai entra nelle attuali mire di Vostra Eccellenza la sistemazione degli Uffici Tasse, ed immediata esazione, questa rispettosa Deputazione Comunale ardisce presentarvi questo voto, questo desiderio, questo bisogno, acciò si degni prescegliere Busto Arsizio, e così questo Comune dovrà pure a Vostra Eccellenza parte di sua floridezza, mentre che la vostra determinazione avrà ben anche provveduto al maggior comodo degli altri Distretti >>.
E non basta! In una successiva supplica all'I. R. Ministero delle Finanze in Vienna, si aumenta la dose:
« A tacere della maggior centralità si osserverà che l'estimo di Busto Arsizio con Cuggiono ascende a scudi 1,905,352; mentre quello di Gallarate con Somma ascende a soli scudi 1,287,602. La diversità di quasi 700,000 scudi deve naturalmente importare maggiori operazioni, molto più attesa la maggior popolazione, la quale nel Distretto di Busto con Cuggiono presenta la cifra di 63,167 abitanti, mentre quello di Gallarate con Somma non presenta che la cifra di 44,594 abitanti.
«Se è lecito misurare il numero dei contratti dal numero di notai si osserva che nel Distretto di Busto con Cuggiono furono determinati 4 notai, mentre per quello di Gallarate con Somma non ne sono determinati che due soli.
<< Se dal numero di mercati settimanali e delle fiere annuali vuolsi vedere il movimento degli affari, nel Di- stretto di Busto con Cuggiono tengonsi tre mercati settimanali e cioè a Busto, a Castano ed a Legnano, mentre nel Distretto di Gallarate con Somma se ne tengono due; nel Distretto di Busto con Cuggiono tengonsi tre fiere annuali, cioè in Castano, Inveruno e Legnano, mentre nell'altro distretto non se ne tiene alcuna.
<< Se vuolsi giudicare della maggior floridezza dalle spese comunali compresi i carichi, il Distretto di Busto con Cuggiono presentò nel 1853 un'uscita di L. 881,764,62; mentre il Distretto di Gallarate con Somma presentò quella di L. 688,346,91.
<< In ogni ramo che comparar si voglia si presenterà sempre che Busto, sia da solo che coll'unito distretto di Cuggiono, supera di rilevante ammontare Gallarate col suo distretto.
<< Sotto il lato d'importanza commerciale non si esita a dire quasi nullo il commercio del Distretto di Gal- larate con Somma a petto di quello di Busto con Cuggiono. Nel Distretto di Busto con Cuggiono il setificio conta n. 18 filande a vapore principali, mentre quello di Gallarate con Somma non ne conta che 3. Nel solo Distretto di Busto lavorano 11 filature di cotone con oltre 50.000 fusi, mentre nessuna in quello di Gallarate con Somma.
<< Dopo tutto ciò non si può per vero che fare una domanda, come mai ritenuta anche un'eguale centralità, dati questi estremi e quelli già esposti, possa dubitarsi della preferenza. L'unico motivo sta nella consuetudine di tempi andati, nei quali Gallarate come sede della giurisdizione feudale teneva una superiorità d'importanza.
Giuan Gabèla sfrusadùi (2/3)
Vi hanno spaventato di più le fucilate delle guardie o gli ammonimenti del confessore, dite un po' sù, Giuàn Gabèla?
Lasciamola li! Volete vedere dove andavamo noi a nascondere i bricòl, per metterle al sicuro dai ladri? In quel rovaio. Punti di riferimento quella pianta di rovere e quella pianta di castano. Dall'una all'altra pianta in linea retta, cento passi. Rovi e sterpi. Sotto, c'è ancora il buco, il ricovero posticcio di bricòl. Altri venivano, senza che noi li conoscessimo, a ritirarle. Ogni servizio era fatto in segreto. In tanti anni che ho fatto il trasportatore di tabacco non ho mai conosciuto le persone degli impresari. Il Crapa soltanto noi conoscevamo, ch'era quello che ci pagava il servizio. Ad ogni modo, tempi lontani. Che Dio mi lasci vedere anche questo Natale! E poi, se mi vuol chiudere gli occhi, sia fatta la volontà sua...
Giuàn Gabèla se ne va, col suo fascio di teppa sulla groppa e con alcune ramaglie di pino sulle spalle. Procede lentamente, con molta tranquillità, da uomo che sa d'essere alla consunzione della sua giornata. Non si direbbe che quell'uo mo, ormai curvo dagli anni, ai suoi tempi abbia trottato come una gazzella, abbia scavalcato a piè pari delle siepi, saltato burroni e tenuto a bada pattuglie di Guardie di Finanza e di Carabinieri !
La caduta della neve è sempre un fatto spettacoloso, sia per i piccoli che per i grandi ed anche un pochino misterioso. La gente riesce a darsi conto della pioggia e della grandine senza grande sforzo, ma quello della neve è tal fenomeno che sempre richiede un giuoco di fantasia per immaginarlo. Infatti pioggia e grandine non hanno offerto gran che di materiale alla poesia, mentre la neve ha riempito tutte le biblioteche. Anche i grandi alla caduta della prima neve della prima neve della stagione si commuovono, ridiventano un pò bambini e rigiuocano, almeno col pensiero, a colpi di bianche pallottole compresse, come ai bei tempi lontani. La neve è tutto un nostalgico richiamo ai bei giorni di giovinezza. Ed ecco che anche il nostro anziano poeta riprende il verso per cantare << il bianco monte ed il bianco piano ».
Argomenti del giorno
Proverbio del giorno
Cosa ascoltare oggi
Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B2
Giuan Gabèla sfrusadùi (2/3)
 
       **************** fine giornata ************************
05 Gennaio 2024 - Venerdi' - sett. 01-005
redigio.it/rvg100/rvg-01-005.mp3 - Te la racconto io la giornata
Nessuna notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2608/QGLO811-cereali-olioRicino-02.mp3 - Ma che gustosi questi cereali all'olio di ricino -
Proverbi
Di volt a s'è pussée fortunàa cont on bel cuu che on bon ragionà.
Delle volte si è più fortunati con un bel culo che un buon ragionamento.
Detto popolare significante che anche la fortuna è spesso direzionata da componenti estranee; ad esempio nell'assunzione di personale  femminile la bella presenza prevaleva sulla buona cultura e ciò poteva determinare scelte ... di parte.
Ovviamente il detto tiene debito conto anche della popolaresca attribuzione di chi è veramente fortunato per cui si dice che ha «un bel culo>>.
Il lavoro dei milanesi 4)
M: Sul verde di Milano la penso come te: i dati ufficiali dicono che ce n'è poco, ma se si sommano tutti gli spazi verdi credo che ghemm nient de invidià a città che hanno la fama di esserne particolarmente ricche. E poeu adess gh'emm anca i grattacieli con le piante, il Bosco Verticale, che stanno facendo scuola nel mondo. Quanto allo zoo, l'è dispiasuda tanto anca a mi la sua scomparsa... Se gli animalisti qualche ragione l'avevano, soprattutto per certi animali davvero sacrificati e fuori dal loro habitat, meno credo ne avessero per tanti altri, che avrebbero potuto essere lasciati in uno spazio che andava certo un po' rinnovato, per el piasè e l'interess de tanti grand e fiolitt. Ma parlando di parchi, non si può fare a meno di parlare di sicurezza, che rende sempre più difficile frequentarli, soprattutto in orari e stagioni dove c'è poca gente.
C: Ecco: la sicurezza, gran bel problema, peraltro non solo nostro, ma a Milano se gh'ha l'impression ch'el sia permiss tusscoss, soprattutto di questi ultimi tempi. Le leggi ci sono, ma non c'è nessuno che le faccia rispettare, e oggi sembrano spariti persino i vigili.
M: Un tempo non lontano, anca i noster Ghisa facevano parte della milanesità. Ma sono cresciuti enormemente i diritti, di tutti noi, senza che venisse data la giusta importanza anche ai doveri, e così sembra che ognidun el poda fa quell ch'el voeur, anche se sbagliato, con buone probabilità di non venire punito.
C: Lasciando da parte i reati più gravi, penso alle infrazioni stradali, alla "piccola" evasione fiscale, alle tante scorrettezze, cose tipiche di quella che abbiamo sempre chiamato la cultura del furbo, che emm semper criticaa in di alter, ma che gh'hoo paura la tocca anca nun.
M: Il nostro proverbio Chi vosa pussee, la vacca l'è soa ci ricorda che i furbi e i prepotenti non sono mai mancati, neppure qui, anche se, almeno per questo, non siamo famosi...
In compens, semm cognossuu per el traffic e l'inquinament. Purtroppo, infatti, escono regolarmente i dati che ci ricordano che siamo ben al di sopra della soglia dei valori consentiti e ci raccontano quanti sono morti a Milano per lo smog.
C: Anca se se dismentighen de di quanto è scesa la mortalità e, di consequenza, quanto è salita la nostra età media. Adesso sembra che gli anziani siano quasi più numerosi dei giovani, smog o non smog. E poeu, par che la nebbia la sia sparida...
M: L'è vera anca quest! La nostra Pianura Padana soffre effettivamente di un clima non particolarmente salubre, forse soprattutto per la poca ventilazione, tanto che c'è stato qualcuno che ha proposto di tagliare il colle del Turchino per fa corr l'aria del mar... E, forse, è anche per questo che ci piace andare così spesso fuori. Ora, però, le modernità della tecnologia ci permettono di stare più agevolmente in città, cont i cà ben riscaldaa d'inverno e rinfrescaa d'estaa, e con tanti servizi che distraggono giovani e anziani, palestre, piscine, aree attrezzate nei parchi, così il clima passa in secondo piano, anche se dovremmo tutti impegnarci per cercare di migliorarlo.
C: Piscine, palestre... consumano però molta energia, in sieme a quella che serve per i trasporti, alle auto in particolare, che è poi quella che contribuisce in modo decisivo sull'inquinamento... E poeu, l'energia la costa semper pussee, per cui mi pare giusto pensare di ridurre tutti questi consumi: vale per la salute ed anche per il portafoglio!
M: Ecologia, la par effettivament la "parola d'ordin" delle città moderne, a partire appunto dai consumi di energia, ma anche dalla gestione dei rifiuti, dalla mobilità di persone e cose, ma tutto questo presuppone una buona dose di senso civico e questo non so fino a che punto anca nun milanes ghe l'emm...
Giuan Gabèla sfrusadùi (3/3)
lo ho presente la scenetta graziosa di una piccola bimbetta che per la prima volta in vita sua vedeva la neve. Vieni, dicevan le sorelline più alte, a vedere la neve. La piccola appena alzata dal letto, al sentire lo strano vocabolo di << neve », sgranò gli occhi come dinnanzi ad un suono di mistero. Come vide la terra coperta di bianco ed il folleggiare dei batuffoli, indietreggiò come impaurita e fece verso di scappare. Mamma la neve!? Le sorelline ridenti e giulive, la ripresero per mano: vègn chi, preuva, l'è 'l zücar! La pupattola allungò la mano e subito la contrasse : l'è frègia! Tutti risero. Preuva a mètala in buca, l'è dulzi! Provò ad assaggiarla: l'è vèa non cha l'è dulzi, cussa l'è? Dopo qualche minuto era tutta una festa: pallottole, capitomboli, trilli, risate, paradiso di bimbi e di grandi; la neve!
Ma io non rubo il mestiere ai poeti e vi parlo per un istante della neve dal punto di vista utilitario. All'ultima nevicata, conversando con alcune giovinette mi sentii dire: Vedete quanta neve ! La si potesse conservare per quest'estate! - lo sono subito scattato: Come? La neve si è sempre conservata per l'estate! Non vi ricordate quando i macellai ed i salumieri si rubavan la neve per metterla in ghiacciaia? Le giovinette si son guardate stupefatte, come se cascassero da un mondo al disopra delle nubi: Quando mai? Aspettate: forse una trentina di anni fa! Sono scoppiate in una risata sonora e, se non si fosse trattato di giovinette gentili, dovrei dire insolente.
Trent'anni fa noi attendavamo alcuni lustri per venire al mondo! - Mi son dato un schiaffetto sulla guancia destra a punizione della mia smemorataggine: il tempo passa e tu dimentichi d'essere invecchiato!
Allora, state a sentire che vi racconto. Prima che ci fosse il ghiaccio artificiale, prima che impiantassero i frigoriferi, con che cosa si conservavano in estate gli alimenti ed in special modo le carni? Col ghiaccio naturale e con la neve agghiacciata. Il ghiaccio si raccoglieva nelle « bozze > di scarico delle acque, perchè ai tempi di cui parlo la fognatura non c'era e le piovane scaricavano in fossi e in pozze ai margini delle strade. Ma la vera cuccagna per i macellai era la neve. Quando nevicava erano a posto. Andavano a gara a segnare la neve più vicina alla loro ghiacciaia. Il Puzèn cercava di accaparrarsi la neve di piazza S. Giovanni, il Badòn quella di Prà Esili, la Ciàma quella di Prà S. Michè, il Pineta quella di Prà di Remàgi e via dicendo... Bastava mettere un palo in mezzo alla neve col nome del primo arrivato per fissare il suo diritto di prelazione. Ciò faceva piacere anche al Comune, il quale risparmiava i soldi dello sgombero. La neve, trasportata con dei carretti veniva rovesciata in speciali botole larghe, all'interno, come cantine e veniva accompagnata nella lenta caduta in botola con abbondanti secchi d'acqua, cosicchè si formava un pastone ghiacciato, che serviva per tutta l'estate a tener fresche le carni che vi si deponevan sopra. C'era poi il ghiaccio per gli ammalati, che veniva raccolto d'inverno in derivazione di acque correnti e tenuto da parte per questo speciale uso. Il servizio di fornire il ghiaccio per gli ammalati, era pure disimpegnato dai macellai. Vedete, care le mie donzelle, che non c'è nulla di mira coloso nella conservazione della neve e del ghiaccio invernali per l'estate? Passan gli anni, tutto muta o si trasforma, tu sola o poesia sei sempre viva e sempre fresca... come la neve!
Argomenti del giorno
Cosa ascoltare oggi
Proverbi
Il lavoro dei milanesi 4)
Giuan Gabèla sfrusadùi (3/3)
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06 Gennaio 2024 - sabato - sett. 01-006
redigio.it/rvg100/rvg-01-006.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Il bar e' aperto il 08 09 10 dicembre
Il bar e'aperto il 30/31 dicembre
il bar e' aperto il 06 07 gennaio
Il bar e' aperto il 27 28 gennaio
il bar e' aperto il 10 11 febbraio
Il bar e' aperto il 24 25 febbraio
Proverbi
Tant int el lusso quant int i miserii, l'ultem domicilii l'è el cimiterii.
Tanto nel lusso quanto nelle miserie, l'ultimo domicilio è il cimitero.
È difficile stabilire come, dove e quando sia nato questo detto; era indubbiamente una sorta di consolatoria dei più poveri, un aspetto della filosofia di chi è conscio che l'unica reale risoluzione di una vita, da povero o da ricco è il cimitero.
È poco conosciuto nella forma originale, sostituito da altri detti consimili.
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO536-Milano-Gottardo.mp3 - Milano Gottardo - La quieta via Custodi - Le placide atmosfere di fine Ottocento - il Gentilino
Toponimi di TERNATE (29)
Ternate: m. 281; kmq 5.05; abitanti 2.250.
Comune della provincia di Varese situato 15 Km a sud-ovest del capoluogo sulla sponda nord del Lago di Comabbio.
Il toponimo Ternate, in dialetto Ternà, è attestato per la prima volta in documenti del XII secolo come Ladernatee un secolo dopo lo troviamo come Trinate. L'oscillazione del nome già nelle prime attestazioni ci lascia molti dubbi circa l'etimologia del toponimo. Varie sono le ipotesi a riguardo. È molto difficile far risalire il nome alla voce latina trinus in riferimento alla posizione del paese tra i tre laghi. Più probabile, ma non certo, un riferimento più concreto al "terreno" etimologia supportata da altri toponimi in Lombardia (cfr. Trecella frazione di Pozzuolo Martesana -MI-). È possibile anche un'origine dal nome proprio latino Latterninus (o Latterna) se si considera plausibile la prima attestazione Ladernate a nostra disposizione.
1) Anade: su alcune carte individuato anche come Anadé. È una piccola cascina pochi metri a nord della Cascina degli Ori. Il nome è di difficile interpretazione: due sono le voci dialettali che possono essere messe in evidenza, da una parte Anàde che designa il guadagno annuo di un lavoratore, dall'altra la voce Anadè che indica il "pollaio per anatre">. Non è da escludere infine che il toponimo possa richiamare l'anatra, in dialetto Aneda, in riferimento ad un soprannome di un antico proprietario.
2) Baranchina: ampia area situata pochi chilometri a est del poggio di Santa Maria e a sud della Cascina Motte a nord del centro abitato del paese. Di dubbia origine
Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B3
<< Ma questo Eccelso Ministero saprà ben provvedere alle condizioni ed ai bisogni attuali dei proprii sudditi, fra i quali a nessuno inferiore in devozione e fedeltà si vanta » ...il borgo di Busto.
Ma è mai possibile che tutto questo passi senza vendetta, e che si possa impunemente lasciar dire di Gallarate che tutti i suoi meriti sono solo << nella consuetudine dei tempi andati? ».
È forse per questo che la Onorevole Deputazione di Gallarate disdegnò anche l'aiuto della « Macchina Idraulica >> chiamata a spegnere l'incendio: meglio bruciar tutto che chiedere aiuto ai bustocchi!
Se poi pensiamo che tutto questo accanimento aveva lo scopo di tenersi o di tirarsi in casa l'ufficio delle tasse, non c'è che da scrollare miseramente la testa. Oggi, forse, non succederebbe più.
Per chi volesse conoscere lo sviluppo delle vicende possiamo aggiungere che, trascinate le decisioni, fra suppliche e controsuppliche, fino al 1858, per decreto della << Inclita I. R. Prefettura delle Finanze 14 giugno n. 14442/2287, ed in relazione all'ossequiato Dispaccio di S. E. il Signor Barone Luogotenente de Bürger in temporaria rappresentanza di S. A. il Serenissimo Arciduca Governatore Generale », l'ufficio delle tasse rimase a Busto, con notevole sacrificio della Deputazione Comunale che, per un affitto annuo di Austriache Lire Duecento, aggiunse ai quattro locali già in uso, anche un quinto locale, e cioè « l'ampia sala che serviva d'ufficio alla Deputazione medesima », e ciò per conservare < l'opportunità che l'ufficio stesso venisse a trovarsi collocato nel medesimo caseggiato nel quale sono riunite I'I. R. Pretura, l'I. R. Commissario Distrettuale ed il Corpo di Gendarmeria, stazionato nel paese ».
Busto felice era dunque riuscito a tirarsi in casa quella delle tasse... per farla a Gallarate.
Mentre si rinnovano questi uffici, e anche gli I. R. Gendarmi volevano stare un po' comodi, lo spirito di iniziativa dei bustocchi non veniva meno e già si pubblicavano gli appalti per il nuovo carcere, allora ridotto praticamente ad una sola stanza, rimasta tal quale dal 1837, quando era stata affittata, per austriache lire 55 annue, alla Autorità di Polizia. A questa stanza carceraria si arrivava passando per la cucina della I. R. Gendarmeria, ed era uno stanzone buio, con due finestrelle munite di ferriate doppie e con un tavolaccio che correva lungo i muri, salvo una necessaria interruzione per far luogo ad un aggeggio che, sulle carte, è definito << col suo foro rotondo »>.
Ma si provvedeva anche ad altre novità. Si progettava la fondazione di un Asilo, costruito poi sul terreno della Scuola dei Poveri con una spesa di 40.000 lire, si sistemavano le strade, si rinnovava il piazzale fuori Porta Milano, si restaurava la Cap pella della Madonna in Veroncora, e, non ultimo, si sorvegliavano anche le donne pubbliche, le silfidi bustesi di cent'anni fa, la Rossina, la Balina, la Sgorazza, la Rosa; e vi faccio venia dei loro veri nomi, povere donne.
A stria dàa Cuntrà di RàtiMa (1/3)
L'attuale Via G. B. Bossi era una volta Cuntrà di Ràti. Case ch'eran » ratere ». Circolavano infatti i topi a frotte e a loro agio, poichè trovavan con facilità la loro pastura. In assenza di fognatura lo scarico delle piovane e delle acque di lavanderia avveniva in pozzi a fondo perdente installati nei cortili. Facili gli ingorghi e i rigurgiti poltigliati. I topi avevan di che diguazzare fra il fango e i rifiuti di cucina impolpettati di stercura. A breve distanza la < rateria» trovava il parco di passeggio e di svago. Dove c'è ora Via Antonio Pozzi con i fabbricati delle Associazioni Cattoliche c'era campagna. Solo una stradella nullaffatto sistemata, allancata e ammontagnata di sassi scaricati alla rinfusa, congiungeva Via dell'Ospedale (Via Umberto I) con Piazza del Conte (Piazza Vittorio Emanuele). In questa stradella nelle ore serali si muovevano ombre spasimanti dei due sessi, intenti ad ammazzare il chiaro di luna. Scherzosamente, fino a una trentina di anni fa, questo sganghero di strada azzoppata e guercia (non c'era illuminazione, infatti) venne chiamata Via Giardini. Parco di fantasmi infoiati e di topi giubilanti.
In una delle case di Cuntrà di Ràti aveva la sua abitazione una strega, di quelle che fanno il giuoco delle carte ed altri giuochi men puliti, per << malefiziato » della < disfare » le diavolerie di altre streghe che avevan gente. Le persone malefiziate appartenevano generalmente al sesso femminile. Si sa che quello femminile è il sesso debole per definizione, epperò meno resistente alle « malefiziazioni ». In quel tempo la strega era asse diata dalle malefiziate che ricorrevano a lei per << disfare il giuoco maligno Tanto era pressata dal lavoro da fissare un numero d'ordine alle ressanti. Giova avvertire che l'orario utile di lavoro era molto ridotto. Le ore buone strologare per < eran quelle che correvano fra le dieci di sera e mezzanotte.
Argomenti del giorno
  1. Cosa ascoltare oggi
  2. Proverbi
  3. Toponimi di TERNATE (29)
  4. Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B3
  5. A stria dàa Cuntrà di RàtiMa (1/3)
 
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07 Gennaio 2024 - Domenica - sett. 01-007
redigio.it/rvg100/rvg-01-007.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Il bar e' aperto il 08 09 10 dicembre
Il bar e'aperto il 30/31 dicembre
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Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO592-dialoghi-milanesi-01.mp3  - Dialogo fra due milanesi su argomenti dal 1945 al 1960 - in dialetto -
Toponimi di Ternate
3) Barass: area pianeggiante al di sotto del Roncàas a sud del paese sul confine con il comune di Comabbio (cfr. Barasso frazione di Comerio -CO-, Baradello -CO-). (v. Cadrezzate n. 1).
4) Bronzina: antica e grande cascina situata pochi metri a sud-est della località Pacit a ridosso dell'attuale linea ferroviaria che porta alla stazione di Travedona-Biandronno. La cascina è nota anche come località Bàier, come attestato dalla carta IGM di inizio '900. Entrambe le denominazioni sono oscure: forse il nome Bronzina può essere ricondotto ad un nome famigliare per la presenza accertata del casato Bronzi nella zona della basca comasca (cfr. Bronza in località Mairano -BS-),
5) Brughiera: in dialetto Brüghéra, è la zona sotto al poggio Santa Maria che collega l'altura con la località San Sepolcro più a sud (v. Cazzago Brabbia n. 2).
6) Buscior: o Bosciùr è una zona pianeggiante un tempo pratosa che si estende a nord della stazione ferroviaria in direzione del comune di Varano. Il nome è con molta probabilità da far risalire alla voce dialettale bösciol o böscior che il ha significato di "cespuglio spinoso o spina">
Fidanzati a tempo perso
Le ragazze di New York che faticano a trovare l'anima gemella o che, semplicemente, non hanno né il tempo né la voglia di imbarcarsi in una relazione seria, hanno scoperto i <<sometimes boyfriends», vale a dire i «<fidanzati qualche volta>>. Compagni part-time, qualcosa meno dei fidanzati veri, qualcosa più dei partner di sesso. Ci si esce a cena, si chiacchiera, si fa un giro in libreria e naturalmente si fa l'amore. Non è necessario vederli spesso, sentirli al telefono tutti i giorni, spedire e-mail o sms né trascorrere insieme i fine settimana. Le ragazze li chiamano quando hanno voglia di sentirsi fidanzate, il resto del tempo si possono tranquillamente considerare single. Un <<sometimes boyfriend» può essere il frutto di un incontro occasionale avvenuto in vacanza: ci si conosce, ci si piace, ma si scopre che si abita in due città molto distanti tra loro. Se non si vuole perdere di vista una persona con cui c'è un buon feeling, ma allo stesso tempo non si vuole instaurare un'impegnativa storia a distanza, non resta che fidanzarsi a tempo perso. Meglio che stare sole...
Il lavoro dei milanesi 5)
C: Ecco, appunto, a proposito di senso civico penso agli animali in città: ce ne sono moltissimi, ma si vedono soprattutto i cani in giro, che sono spesso molto belli ed espressivi e indubbiamente fanno ormai parte di tante famiglie e tengono compagnia anche alle persone sole, ma... minga semper i sò padroni se comporten come se dev...
M: Ma l'è minga necessari avegh i animai per mettere in mostra lo scarso senso civico: l'è assee vede se se troeva per terra, dai mocc a ogni tipo di spazzatura lasciata in de per tutt i canton. È la solita storia che riguarda un po' tutti noi italiani, che appena fuori di casa consideriamo tutto quello che ci circonda come qualcosa di estraneo, da trattare senza alcun riguardo, tanto... non è roba nostra. Invece, l'è propi robba nostra. Anca nun milanes gh'emm tanto de imparà al riguard.
C: Ma la città è forse più "vissuta" da chi non di Milano, dai turisti, da chi del dì el ven chi lavorà e de nott a per divertiss... e chi pensi che ghe sia tanto de di.
M: Le grandi città hanno più o meno tutte gli stessi problemi ed effettivamente chi ghe viv spess el cognoss pocch o nient de quell che succed foeura di sò ambient, soprattutto di notte. Ma qui credo che la milanesità c'entri poco, se non il grado di tolleranza che le nostre autorità sono disposte a concedere, e forse concedono troppo.
C: Questo el var però per la città che se ved, ma gh'è anca quella che se ved nò, nei quartieri più problematici, dove si mescola gente di ogni tipo, e anche da qui può uscire una forma di milanesità.
M: Certo, a chi vede Milano solo come un luogo per trasgredire non interessa parlare di appartenenza o meno alla città, ma i trasgressivi sono sempre una minoranza, anca se l'è quella che la se fa sentì e la fa pussee fracass, mentre la maggioranza vuole a tutti gli effetti sentirsi milanese. E sempre più spesso vengono proprio da quei quartieri più problematici, come li hai chiamati tu, esempi di nuove espressioni di milanesità.
C: Già, non c'è solo il mondo della moda, della finanza, del design... ci sono gli influencer, i rapper, gli sportivi... e anca se se ciamen in ingles vegnen quasi semper da la periferia e sono di origini spesso molto lontane.
M: "Milano, a place to be": anca quest l'è minga milanes, ma l'è ona bella reclam! Come abbiamo già detto, negli ultimi anni Milano è diventata una città apprezzata, un luogo meritevole di essere visitato anche per scoprire i suoi tesori culturali e per stare bene. Sono davvero tanti i turisti che troviamo in giro tutti i giorni, ormai in ogni stagione: ma lo sai che oggi hanno persino già superato in numero quelli di prima del Covid?
C: Ciombia! Ma forse veden minga i tanti magagn che gh'hinn ancamò. Finora abbiamo detto forse anche troppo delle CO se belle e buone di Milano, ma gh'è ancamò tanto de fa per migliorare la qualità della vita, le periferie, le aree dismesse, il verde, la mobilità, la capacità di attrarre investimenti e cervelli, oltre che braccia.
M: Gh'è minga dubbi... Ma per quanto riguarda il verde, oltre a quello che abbiamo già ricordato, vorrei aggiungere che sono poche le grandi città europee che possono vanta re un parco così vasto e vivo come il nostro Parco Agricolo Sud, e nessuno o quasi ne tiene mai conto, salvo i tanti ciclisti che, sempre più numerosi, lo percorrono in lungo e in largo.
C: Le statistiche ancora lo ignorano, ma guarda che il paesaggio dei nostri campi, con le sue cascine e i Navigli sono in tanti ad apprezzarlo, non solo i ciclisti... Le nostre risaie, per esempio: se ti capita di arrivare con l'aereo a Linate in del mes de magg, quando sono allagate, all'imbrunire, è un spettacolo straordinario. E da lì in mezz'ora sei in centro!
Proverbi
Inutel vantass d'on bon usell quand che se sa che l'è tutta pell!
Inutile vantarsi di un buon uccello quando si sa che è tutta pelle!
Detto alquanto corrosivo ed allusivo, usato nei confronti di coloro che vantano virilità, ma in realtà sono frolli e nel caso specifico ricorrono ad una vera e propria millanteria.
Argomenti del giorno
  1. Cosa ascoltare oggi
  2. Proverbi
  3. Toponimi di TERNATE (29)
  4. Fidanzati a tempo perso
  5. Il lavoro dei milanesi 5)
 
 
 
 
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lib359-Settimana-02

 
 
RVG settimana 02
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-02 del 2024
 
Settimana 02       2024-02-08  - Calendario - la settimana
08/02 - 02-008 - Lunedi
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RVG-02 - da  - Radio-Fornace
 
 
 
08 Gennaio 2024 - lunedi - sett. 02-008
redigio.it/rvg100/rvg-02-008.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-008.mp3 - Una diretta a proposito della musica del bar in occasione del 31 dicembre.
Toponimi di Cadrezzate
18) Padolette: strada che continuava un tempo il Rossino. Entrambi i toponimi oggi non sono più conosciuti. Le voci sono tratte dalle carte del Catasto Regio del 1905.
19) Passeraccio: zona boschiva che si inserisce tra la strada che porta verso Ispra e la strada che gira verso il limitrofo comune di Capronno. Il nome sembra essere trasparente e potrebbe suggerire un antico luogo di caccia agli uccelli (v. Comabbio n. 30).
20) Pauretta: strada di incerta localizzazione, forse da individuare nella zona est del paese in un'area adiacente al lago. Il nome potrebbe risalire alla voce dialettale pau "palude" con la presenza del suffisso di diminutivo -èta in dialetto e -etta in italiano. Notiamo anche in questa voce il rotacismo della laterale. Un'altra difficile ipotesi etimologica fa risalire la voce al nome pauràt che in dialetto sembra designare "il conoscitore e frequentatore della palude"
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO813-Luisin-tassista-01.mp3 - Milano e il Luisin tassista -
A stria dàa Cuntrà di RàtiMa (2/3)
Calate le tenebre, nelle strade pressochè deserte ed abbuiate, due donne infazzolettate di nero, come due penitenti che nascondono il volto agli umani sguardi, camminano a passo lesto scantonando furtive. Persona che le vedesse direbbe : vanno in cerca del prete per un moribondo oppure della levatrice per un nascituro; lasciamole in pace senza curiosare, chè starebbe male. La donna più giovane (la malefiziata) non osa volgere la testa indietro, tuttavia ha il tremore nelle ossa. Se fosse possibile penetrare lo sguardo oltre il fazzolettone che le copre il volto si potrebbero scorgere sulla fronte delle goccie di sudore. Sudor freddo della paura di esere spiata e scoperta, nel qual caso il giuoco » non potrebbe essere disfatto »>. Supplisce la vecchia (manutengola della strega) con delle sterzate di capo, quasi volesse scacciare delle mosche noiose, a scopo esplorativo. Accertatasi che nessun'anima viva le pedina, bisbiglia all'orecchio della giovane: «Nessuno ». Automaticamente l'andatura si accelera. Cuntrà di Ràti: ci siamo, appena due passi ancora. Il cuore batte in petto alla donna giovane e trema. Indugia ad alzare il piede per scavalcare il rialzo dello sportello che immette nel cortile. La vecchia la spinge con una manata, poi rinchiude lo sportello battendo i tre colpi di prescrizione, affinchè la strega sappia chi arriva e prepari il ricevimento con le dovute convenienze. Venti gradini sgangherati da salire e siamo sulla ringhiera tremolante. Si apre un uscio a mezzanta e le due donne (la giovane e la vecchia) precipitano da tre gradini nella camera buia, appena solcata da una striscia chiara prodotta da un lumino agonizzante nell'ultima goccia d'olio. L'aria è appestata dal lezzo dello stoppino insecchito. La strega si leva lo scialle dalle spalle incurvate un po' dagli anni, un po' dalla posa necessaria. Incomincia a lamentarsi : «Sono malandata e stanca. Sentite che tosse! Se non fosse per un riguardo a voi Marianna, cara amica mia, questa sera non avrei ricevuto nessuno. Il gatto in un angolo fa le fusa e non si disturba per i topi che gli saltellano attorno. Son di casa ormai ! C'è della brage di carbonella nella scaldina dal coperchio forato. La strega alza il coperchio della scaldina e lascia cadere sulla brage una polverina che, abbruciando, diffonde un odore indefinibile, ma serve a far girar la testa a chi non vi è assuefatto. La giovane donna impallidisce ed ha qual che strappo di vomito. Capito, le fa male l'incenso ! La scaldina vien tolta dalla camera e posta sul corridoio. Qua un goccio di scacciamali ». È forte a prendersi, ma fa passar subito. Giù, giù, ecco fatto! Un momentino solo e il malessere sarà passato. Ecco che già si rianima in volto. Guarita da questo male! Ora veniamo all'altro. << Disturbi, dolori di stomaco, mal di capo, vomito, insonnia, sogni paurosi tremendi, mi par sempre di dover morire da un momento all'altro. Ogni tanto mi manca il respiro, par che ci sia una mano che mi strozzi la gola. Che tremendo, che tremendo! I medici dicono che non ho nulla: nervoso, fissazioni... Non capiscono niente. Temo di essere stregata! > Ah, ah, ah!!
I segreti della chiesa della Purificazione - 2
Tra XIII e XIV secolo dovremmo immaginare la c ostruzione come una cappella campestre al di là dell’Olona, utilizzata dagli abitanti di quella contrada. Il nome, ad ogni modo, rimane inalterato tanto è vero che, qualche secolo più tardi, possiamo leggerlo in un Instrumento di Cambio factum tra R.P. Jacobum Rettorem S(anc)te Marie loci Legnarelli et Melchior et Ambrosium fratres de Crespis, rogato da Bartolomeo Formenzan anno 1597. In breve i fratelli Crespi e il canonico di Santa Maria, di comune accordo, fanno uno scambio di terreni. Una chiesa, dunque, con buona probabilità, esiste dalla seconda metà del 1500 ed è circondata da acque, pascoli, campi.
Difficile trovare in loco documenti antecedenti al 1584.
In quell’anno, infatti, il 7 di agosto San Carlo fa trasferire la prepositura da Parabiago a Legnano presso la chiesa dei Santi Salvatore e Magno. Poiché qui i canonicati sono due, entrambi posseduti dal Reverendo Padre Battista Crespi, li erige in due canonicati coadiutoriali: uno in San Magno, l’altro presso la chiesa di Santa Maria nella contrada di Legnarello.
Questo avviene per comodità, o meglio per necessità, dal momento che il fiume Olona, scorrendo tra le due parti del borgo, spesso con le sue inondazioni, impedisce il transito. Oltre la chiesa vengono assegnati casa, giardino e beni. La faccenda suscita mugugni e ricorsi se il papa Gregorio XIII si vede costretto a far intervenire il vescovo di Cremona Cardinal Sfrondati (in seguito sarà papa Gregorio XIV) per dirimere la questione.
(lettera del 18 luglio 1586).
Proviamo ora a domandarci come mai dedicare un luogo sacro alla purificazione e cosa mai debba purificare la Madonna. L’intitolazione vuole sottolineare l’importanza della maternità. Come leggiamo nelle sacre scritture risale alla tradizione ebraica la celebrazione di due riti che avvengono quaranta giorni dopo la nascita di un bambino.
Il primo è la presentazione al tempio. Ecco il passo dell’Antico Testamento (Pentateuco Esodo 13) “Il Signore disse a Mosè:
Consegnami ogni essere che esce per primo dal seno materno tra gli israeliti: ogni primogenito di uomini o di animali appartiene a me”. In seguito il bambino sarà riscattato dai genitori con il pagamento di 5 sicli d’argento. (circa 50 grammi)
Il secondo è la purificazione della madre. Si basa, sempre, sull’Antico testamento (Pentateuco Levitico 12) “Il Signore parlò a Mosè e disse: Parla agli Israeliti dicendo:
Se una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà impura per sette giorni; sarà impura come nel tempo delle sue mestruazioni…Poi ella resterà ancora 33 giorni a purificarsi del suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Ma se partorisce una femmina sarà impura due settimane come durante le sue mestruazioni; resterà 66 giorni a purificarsi del suo sangue”.
Insomma non siamo in regime di parità: 40 giorni contro 80, le femmine sono sempre un problema!
Il ritorno alla comunità implica l’offerta al tempio di un agnello e di un colombo, o due tortore se la famiglia è povera.
L’usanza della festa passa al cristianesimo e, in origine, viene fissata nel giorno 15 febbraio. Secondo il calendario romano questo è l’ultimo mese dell’anno nel quale si svolgono le Februalia , cioè le feste di purificazione religiosa dei vivi, in onore di Iuno Februata (Giunone Purificata) perché fa uscire dopo il parto la placenta e quindi purifica la madre la quale, a suo tempo ha già invocato la dea Iuno Lucina (Giunone dea della luce) perché porti alla luce, appunto, il nascituro. Ma in questa data viene a coincidere con gli antichi riti romani e pagani dei Lupercalia.
 
 
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09 Gennaio 2024 - Martedi' - sett. 02-009
redigio.it/rvg100/rvg-02-009.mp3 - Te la racconto io la giornata
Nessuna notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO814-Luisin-tassista-02.mp3 - Milano e il Luisin tassista -
Toponimi di Cadrezzate
21) Persico: strada oggi non ben localizzabile e documentata in carte notarili di fine Ottocento, che si presuppone congiungesse il centro del paese al Lago di Monate. Il pesce persico, insieme alla tinca e al cosiddetto lavarello, è la risorsa principale per i pescatori della zona.
22) Peverascia: è il nome di un prato non molto esteso a sud-est del centro del paese che ospitava forse un tempo la peverascia, in italiano nota come "centonchio": erba infestante che fiorisce spontaneamente durante tutto l'anno per lo più accanto ai muri e nelle strade non selciate. (cfr. Peveranza frazione di Cairate -VA-).
23) Piaggiolo: area pianeggiante a ridosso del Lago di Monate. Il nome può essere ricondotto al latino plaga "pianura""" continuato in dialetto prima e in italiano poi con un diminutivo (cfr. Piaghedo, frazione di Gravedona -CO-)
Busto Grande - 170 anni fa  - capitolo sesto (1/4)
Aprile 1859: primavera in fiore e rumore di tempesta. Nel vicolo Crespi, da poco tempo ingoiato da un palazzone moderno tutto vetri luccicanti e biancore di marmi, addentrato nell'agglomerato di casupole che si addossano alla basilica di San Giovanni, il signor Giuseppe Lualdi ha impiantato da tempo, in un fabbricato di sua proprietà, ai numeri civici 173 e 174, una novità guardata con grande sospetto. Si tratta di una infernale << macchina a vapore », che deve servire a non si sa quale specifico lavoro, per quanto ci sembri facile indovinarlo; sarà stato, anche lui, come tanti, un preparatore di tessuti o un tintore di cotone. Fatto sta che la macchina funziona senza riposo.
Da una parte, il prevosto Piazza arriccia il naso e scuote la testa; dall'altra i canonici Ajroldi e Todeschini fanno brutti commenti. All'intorno, i proprietari di case (le abbiamo viste demolire in questi giorni e, oh Dio, non avevano tutti i torti!) sono preoccupati al vedere tutto quel fuoco e quel fumo che avvolge i loro fienili e le loro catapecchie.
Ma il signor Giuseppe Lualdi è un pioniere. Non si cura degli umori dei canonici, nè di quello dei vicini; come trascura le velate minaccie di buona parte del popolo che guarda di malocchio le macchine, questi arnesi costruiti per togliere il pane di bocca agli artigiani, o, come si diceva allora, agli artisti.
Fatto sta che un brutto giorno di questo aprile in fiore, la macchina a vapore, a furia di ingoiar carbone e vomitar fumo, saltò in aria con un tremendo boato che riempì di terrore tutto il borgo e fece tremare i vetri della chiesa, della casa del prevosto e dei canonici, e appiccò il fuoco alle case circostanti.
Arrivò la << Macchina Idraulica » coi brentatori, i facchini, il codazzo dei volontari faccendoni e, fra tanti, anche il Direttore e il Custode. Il fuoco venne spento, non senza gravi danni che, per quanto coperti dall'assicurazione, impressionarono notevolmente i bustocchi.
Ma passata la prima paura si tirarono dei gran respiri di sollievo, mentre nella offelleria del Magnaghi, che stava quasi in faccia al luogo della macchina, si riprendevano le discussioni politiche, con tutte le cau- tele che la dominazione austriaca imponeva. Della macchina a vapore, dopo il gran discorrere dei primi giorni << aveva fatta ormai la sua logica fine », dicevano i meglio informati del paese - nessuno se ne ricordò più, e i più accaniti nemici si fregavano le mani soddisfatti: - lo dicevamo, noi, che non durava! ; e perciò nes suno si curò di fare i conti col Lualdi.
Costui lasciò calmare le acque o, per essere più precisi, le lasciò intorbidare di tutto quel che bolliva in pentola in quei mesi. E, mentre gli animi erano rivolti alla guerra, a Magenta, al generale Urban, alla Guardia Nazionale, il Lualdi si dava da fare in gran silenzio e macchinava nuovi piani.
Quale non fu la costernazione dei vicini quando trapelò la notizia che il Lualdi, forte della legge che permetteva tali inaudite novità, stava di nuovo impiantando la « macchina a vapore ».
La Madonna accoltellata (1/2)
Chi ha mai giocato a zara? Qualche accanito giocatore o qualche esperto del settore sa di che cosa si tratta, ma per la maggior parte di noi è un mistero. Eppure nel Medioevo era un gioco d'azzardo assai di moda nonché un ottimo sistema per rovinarsi, come anche Dante conferma (Purgatorio, VI, I):
Quando si parte il gioco della zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara.
<<Si giocava con tre dadi, e contavano negativamente le somme dei punti inferiori al sette e superiori al quattordici. (...) Dall'ara- bo zahr, dado» (Gabrielli). Si intendeva "zara" come "zero"; vien da lì anche il termine di azzardo. Nell'Ottocento milanese, decaduto il gioco, quella parola in milanese significava "rischio".
Tanta antiquata erudizione a che pro? Per ambientare un'altra leggenda che riguarda ancora una volta la Madonna, o meglio una delle sue immagini diffuse un tempo agli angoli di molte strade milanesi, prima dello sfratto in massa per opera di "illuminati" assortiti. Questa volta ci troviamo nel 1242 (il 25 marzo, preci sa qualcuno), quando un tabernacolo con l'immagine sacra della Madonna col Bambino ancora si trovava esposto nella contrada del Falcone, una delle strade più anguste del centro cittadino che prendeva nome da una rinomata locanda. Nel crocicchio di fianco a San Satiro c'era un po' di tutto e naturalmente negli angoli vi si giocava, senza badare agli editti cittadini che vietavano il gioco d'azzardo. Uno di questi giocatori di zara s'era intestardito, anche se la giornata non gli appariva in nulla favorevole, al punto da giocarsi se non la camicia almeno la casacca. Càpita ancora oggi. Imbestialito dalla sfortuna, non potendo prendersela con nessuno se non con sé stesso, estrasse il pugnale e con quello vibrò una tremenda coltellata all'immagine della Madonna dipinta sul muro, bestemmiando e gridando: «To', prendi!» come se Maria Santissima c'entrasse in qualcosa con le sue perdite ai dadi. Secondo altre fonti, le avrebbe tirato un sasso; secondo altre ancora, la pugnalata fu diretta al Bambino. La precisione, è questo il bello delle leggende.
Parole milanesi
Diàvul, diàul = diavolo. Catii 'mè 'l diàul = Lett. "cattivo come il diavolo", tuttavia il vero significato è "os- sesso, indemoniato" derivando dal latino "captivus diaboli", prigionie ro del diavolo, poi storpiato nella dizione dialettale. Cussè diàul süccéed? = che diavolo succede? La farina dul diàul la va tüta in crüsca = la farina del diavolo va tutta in crusca. L'è 'l diàul ca sa peccéna ra cùa (ul ciu) = lett. "è il diavolo che si pettina la coda (il deretano)", locuzione usata per indicare le ultime scariche.di tuoni dopo che il temporale è ormai cessato. Lè 'n bun diàul è un brav'uomo. Ul diàvul al fa i pignatt ma mia i cuèrc = il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Un póar diàul un poveraccio. Vegh 'doss ul diàul = essere agitato, in continuo movimento o, anche, essere cattivo, maligno. Diavuléri = diavolio, gran quantità di persone, gran trambusto. Diavulétt, diaulétt = diavoletto, usato anche come vezzeggiativo per un bimbo: che bell diaulétt! = che bel diavoletto!
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10 Gennaio - Mercoledi' - sett. 02-010
redigio.it/rvg100/rvg-02-010.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg101/rvg-011.mp3 - Una diretta del 09/01/2024
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO815-Luisin-tassista-03.mp3 - Milano e il Luisin tassista -
A stria dàa Cuntrà di RàtiMa (3/3)
Vediamo. Le carte diranno loro. Io non so nulla. Sono le carte che di cono. L'importante è di saperle leggere. Io ho imparato a leggerle dalla mia povera nonna, una santa donna e Dio l'ha certamente in gloria. Ve- diamo. Le carte vengono stese a quattro a quattro sul capace grembiule tenuto aperto dalle gambe triangolate. Un momento, ci siamo! Questa donna ha una brutta ghigna ed è seguìta da un ceffo di fante, il che è peggio. Però c'è un rimedio. Se dopo questo sette gira l'asse di... quadri...
ecco che è venuta ! Salva, ma ci vorrà del tempo... Veniamo al secondo esperimento, al controllo: Piripipiri, piripipò giò, giò, giooò! Le catene del focolare oscillano, saltellano e sbattono contro la cappa del camino. Da uno spioncino sbuca una tortorella gentile che, dopo aver svolazzato sul capo delle donne, va a posarsi su di un cuscino. La malefiziata sviene. Si provvede con una spruzzata di aceto forte a farla rinvenire.
Non è il caso di spaventarsi. Sono innocenti scherzi di spiriti beffardi. Anzi, la loro presenza è stata la sua fortuna, cara la mia donna ! Ha visto dove s'è posata la tortorella? Sul cuscino. Vada a casa, tolga la fodera del cuscino sul quale lei poggia il capo quando dorme, levi la piuma ed esamini bene. Se trova per caso un ago, una stringa, un ciuffo di capelli, un nastrino, lo tolga e lo porti a me. Ciò è indispensabile per << disfare il giuoco del malefizio..
A Stria dàa Cuntrà di Ràti conosceva bene il suo mestiere. Era molto riservata, sapeva mantenere il segreto e non dava confidenza ad alcuno. In chiesa teneva la sedia e si appostava misteriosa all'ombra incerta delle pareti del confessionale. Non si fermava mai per strada a chiaccherare, filava diritto, il volto seminascosto. Ogni tanto si inoltrava in Cuntrà di Rati qualche vettura padronale. La strega vi saliva frettolosa. La vettura partiva veloce. La gente spalancava gli occhi e rimaneva confusa. Pensava: cer- tamente c'è di mezzo qualche stregoneria di grande importanza !
La strega non si confessava mai a Busto. Si sapeva che andava a Verghera, almeno la strega lo lasciava credere. E tutti sanno che Verghera era molto rinomata per i convegni di stregozzi. Questo fatto contribuiva a circondare la strega di prestigio e di soggezione. Una donna che, inconsaputamente, aveva affittato dei locali nel cortile della strega, venutane a conoscenza, credette opportuno di chieder consiglio al suo confessore, al quale certamente doveva aver fatto scuola don Abbondio, se così rispose: Ai strji beugna credighi non, a bòn coentu l'è mèi lassài in dul sò breudu. Sa sà mai... Dèghi ul bòn giurnu e stè in sü àa vostra...
Più sopra abbiamo dato un'idea delle sedute della strega. Le malefiziate, prima di uscire dal loro tormento, dovevano far ritorno più volte dalla strega colle mani ingombre. Una volta una gallina, un'altra le uova, un'altra il coniglio. La strega non voleva essere pagata. Si degnava semplice- Madonna delle grazie ». Col mente di accettare delle offerte, come una suggerimento della complice della strega, le malefiziate arrivavano ad offrire orecchini, spille, anelli d'oro. Una bazza!
La polizia aveva già avuto sentore d'un qualche cosa di poco pulito e sorvegliava. A far scoppiare la bomba concorse una imperdonabile imprudenza della strega. Ad una malefiziata azzardò indicare la vecchia ma trigna come autrice del malefizio. Fu il finimondo. La malefiziata si confidò col marito, il quale se la prese con la matrigna della moglie e voleva <inforcarla » con un tridente. Sollevamento dei famigliari ed intervento dei carabinieri. La conclusione fu che la strega finì in gattabuia a meditare sulle sue < balossate ».
Dopo i carabinieri vennero i picconieri. Il fabbricato che ospitava la strega venne abbattuto. Sorsero le scuole comunali Giosuè Carducci, che attualmente ospitano il Liceo-Ginnasio. Quanto cammino in breve volger di anni!
Che cosa ne pensa la malefiziata ch'è sempre al mondo: sana, robusta e gioviale, ancorchè vecchiotta, circondata di figli e di nipoti?
A quante panzane si credeva una volta...
Busto Grande - 170 anni fa  - capitolo sesto (2/4)
Leggiamolo:
<< Inclita Deputazione Comunale di Busto Arsizio. << È giunta notizia, a noi sottoscritti, che nella casa Lualdi sig. Giuseppe al Comunale n. 173-74 si allestisca tuttavia quella macchina a vapore, la quale, tre mesi or sono, arrecandoci l'incendio nelle nostre case coloniche circonvicine, apportò tanto danno, a noi ed all'assicurazione degli incendi, e quel che è peggio ai poveri contadini ed artisti attigui i quali si dichiarano sin d'ora impotenti a riparare un altro danno futuro futuribile, dando il proprio obolo all'assicurazione medesima de gl'incendi.
<< Noi sottosegnati, non per far onta alla legge, la quale (ci si riferisce) sanziona tali macchinismi anche di mezzo all'abitato, bensì per esplicitamente il nostro sentimento manifestare all'autorità competente, in cui abbiamo riposto ogni nostra fiducia, sottoponiamo a quest'inclito Questore i nostri riflessi, pregandolo in pari tempo a prenderli in considerazione: 1° L'incendio è prossimo a temersi per la nuova costruzione della macchina a vapore, locata nel medesimo luogo, perchè parecchi fenili necessari ai contadini la circuiscono. 2° L'incendio è prossimo a temersi perchè tanta è la contrarietà a tali macchine nel rozzo popolo artista del Borgo, che sembra a noi, quasi sempre sulle mosse per clandestinamente arrecare danno alla macchina stessa. Le informazioni che quest'inclita Deputazione potrà desumere in paese, chiariranno il nostro timore. 3° L'incendio è prossimo... e già l'assicurazione degli incendi quasi prevedendolo, avvisa i suoi assicurati, che ne diano avviso, sotto comminatoria di non averli per assicurati, qualora venisse rimpiantata la macchina a vapore nel luogo della recente rovina.
<< Con tutto il rispetto, noi subordiniamo le presenti avvertenze a quest'inclito ufficio, fiduciosi di non essere al tutto posti in cale, giacchè se la Legge permette tali costruzioni di mezzo agli abitanti, con altrettanti disposizioni savvissime tutelerà al certo gli opponenti in base a dichiarati argomenti.
« Bartolomeo Piazza, Prevosto; C.te Luigi Ajroldi Can. Curato Anziano; Carlo Todeschini; Aquilino Crespi; Giuseppe Crespi detto Bonino; Maria Marcora ved. Pellegatta; Madalena Pellegatta.
<< Busto, 28 luglio 1859 ».
Parole milanesi
Di = dire. Digh adré a quaivun = parlar male di qualcuno. Disi bè mi... voglio ben dire... Di da si o dì da nò = dire di sì o dire di no. Di sul = racconta, dai! parla. Fagala di (a qual vün) spuntarla contro qualcuno (sia in una controversia, sia in una semplice discussione). Ga n'ha dij un sacch o ga n'ha dij da tücc i cultur= glie ne ha dette un sacco o di tutti i colori. Ch'è pocch da di= vi è poco da dire. I uraziun da di ul di di Mort = le orazioni prescritte per il giorno dei Morti. Mia par dì ma... = non per dire ma... Truvà da dì = trovar da ridire. Vegh un bel dì... = aver un bel dire... Vegh da dì = aver da dire. Usato anche nel senso di "se" = a dì ca 'l fasess bell sa pudaria lassà a cà l'umbrèll = se fosse bel tempo si potrebbe lasciare a casa l'ombrello.
Il rattin - (Galleria Vittorio Emanuele II)
Il 13 settembre 1877, quando venne inaugurata la Galleria Vittorio Emanuele II, era già attivo un sistema di illuminazione a gas per quello che ben presto sarebbe stato ribatezzato il salotto di Milano»: lampade a candelabro con fiammelle venivano accese ogni sera dai lampeè, gli operai addetti all'accensione dei lampioni pubblici - l'elettricità, infatti, arriverà soltanto a partire dal 1885. L'unica parte della Galleria che non poteva essere raggiunta facilmente era la cupola, alta più di cinquanta metri dal suolo. Per ovviare al problema, l'architetto Giuseppe Mengoni, progettista del capolavoro in ferro, inventò un ingegnoso marchingegno caricato a molla, simile a un topolino, che correva su una rotaia posta sulla circonferenza della cupola, a pochi centimetri da un sistema di ugelli a gas per l'illuminazione. Il piccolo carrellino, detto appunto rattin, era munito di un tampone imbevuto di liquido infiammabile e, una volta acceso, propagava la fiamma lungo tutti i lumi della cupola, producendo anche uno spettacolo suggestivo per il pubblico che vi assisteva ogni sera. Oggi, il rattin è custodito a Palazzo Morandi.
 
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11 Gennaio Giovedi' - sett. 02-011
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  2. La Befana
Viene, viene la befana
Viene, viene la Befana
vien dai monti, è notte fonda;
com'è stanca e la circonda
neve, gelo e tramontana, viene, viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce e la neve è il suo fardello, il gelo il suo mantello ed il vento la sua voce;
ha le mani al petto in croce.
Lei si accosta piano piano alla villa e al casolare,
a guardare e ad osservare, or più presso,
or più lontano,
piano, piano, piano, piano.
Che c'è dentro questa villa?
Guarda, guarda,
tre lettini
con tre bimbi a nanna buoni.
Guarda, guarda,
ai capitoni c'è tre calze lunghe e fini,
oh tre calze e tre lettini.
Un lumino brilla e sale
e ne scricchiolan le scale, il lumino brilla e scende
e ne palpitan le tende.
Chi mai sale e chi mai scende?
Coi suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso
e il lumino le arde in viso
come lampada da chiesa.
Coi suoi doni mamma è scesa.
Ma che c'è nel casolare?
Guarda, guarda
tre strapunti
con tre bimbi a nanna buoni
tra la cenere e i carboni,
c'è tre zoccoli consunti;
oh, tre scarpe e tre strapunti!
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  1. Busto Grande - 170 anni fa  - capitolo sesto (3/4)
La protesta è un capolavoro: lusinghe e minaccie vi ricorrono con abilità, contro la legge « che sanziona tali macchinismi anche di mezzo all'abitato ». Ma è un capolavoro inutile.
La Deputazione è visibilmente preoccupata e il 6 settembre chiama il Lualdi, « per cose che lo riguardano >>. Il Lualdi si presenta subito, << dichiara di non potere per alcuni giorni comparire ad intrattenersi sul- l'argomento della istanza 27 agosto p.p. e prega perchè gli sia comunicato copia della istanza stessa onde potere dare quelle risposte che valgano ad evadere la istanza stessa e dar base al giudizio da pronunciarsi dalla Deputazione »><.
La risposta del Lualdi e la difesa della « macchina a vapore » non si sono trovate. È un peccato. Sembra però che non siano state molto pronte, se il 14 settembre la Deputazione lo diffida a voler dare notizia:
prima di intraprendere le operazioni necessarie per riattivare quella macchina a vapore che vi esisteva anteced.te all'incendio avvenuto il giorno 11 p.p. aprile, vorrà compiacersi il sig. Lualdi di darne notizia alla scrivente Deputazione ond'ella possa preventivamente esaurire quelle pratiche che in proposito le incumberebbero a sensi dei veglianti regolamenti »>.
Cosa se ne sarà fatto? Oggi, dopo cento anni, i macchinismi a vapore non impressionano più: ormai siamo all'atomica.
Che ne sarà di noi, fra cento altri anni, quando i nostri nipoti leggeranno le nostre vicende?
Mentre il Lualdi dunque rimetteva la macchina in funzione, ben altre preoccupazioni assillavano i bustocchi e facevano ormai la spesa dei discorsi.
Il 30 aprile del 1859, avvicinandosi all'orizzonte grossi nuvoloni di tempesta che si scaricarono, un mese dopo, con quelle conseguenze che tutti sanno, a Magenta, l'Imperial Regio Commissario Distrettuale di Busto Arsizio, Crivelli, «< in esecuzione di ordini superiori e per norma di chiunque avesse interesse » avvisò, con lettera 2267 di protocollo, la Deputazione Comunale del luogo, che il Comandante della II Armata sospendeva immediatamente tutte le corse della strada ferrata per Magenta e « in generale il confine verso il Piemonte » che doveva in ogni caso << essere chiuso e segregato da ogni comunicazione, essendo questa misura già stata adottata nel limitrofo stato Piemontese da quel Governo ».
San Bernardino 11 - I miracoli
Data la grande fama del Santo, numerosissimi sono gli eventi straordinari a lui attribuiti. Qui ci limiteremo a citarne alcuni di quelli suffragati dall'opera di artisti antichi o di quelli più vicini a noi, ben consapevoli di dimenticarne, strada facendo, una miriade. Alle leggende scaturite e diffuse dalla intensa fede popolare dobbiamo aggiungere le numerose testimonianze capaci, lungo tutta la penisola, di fermare questo o quell’attimo straordinario, che ha avuto come protagonista frate Bernardino. In questa sede non possiamo certo citarle tutte, quasi ogni paese, chiesa, oratorio, edicola, come vedremo, ha un riferimento al passaggio o alla vita del santo Intanto iniziamo dalla credenza popolare che aleggia nel Mantovano. Ecco il fatto storico:
nel 1421 Bernardino è chiamato a Mantova da Paola Malatesta, moglie di Gianfrancesco Gonzaga, per predicare in occasione della quaresima.
E fin qui nulla di strano, ma arriva a Mantova via lago con un discepolo, galleggiando sulle acque del Mincio sopra il suo mantello a mo’ di tappeto volante.
La vicenda è illustrata, tra le altre, nell'attuale chiesa di San Bernardino a Salò su una delle quattro tele di Giovanni Andrea Bertanza, ciclo databile tra 1616 e 1619 circa .A Scurcola Marsicana, 1438, dopo aver predicato come suo solito per alcuni giorni, vuole ringraziare la popolazione, ma da povero francescano quale è, non possedendo nulla, lascia il bastone di ferro sul quale si appoggia per camminare. Ancora oggi "la bastoncella” oggetto di devozione non è custodita in un luogo sacro ma, poiché è stata donata alla gente, è conservata dalla confraternita di San Bernardino da Siena.
Sempre nel 1438, sul piazzale della basilica di Collemaggio Bernardino predica per dodici giorni che precedono la festa dell’Assunta. Il popolo al termine di una predica sulla Madonna, paragonata ad una stella, a mezzogiorno vede una stella luminosissima, che si posa sulla testa del santo.
Lungo l’itinerario da Massa Marittima all’Aquila "… ad Aquilam missus sum” durante le soste predica e a Spoleto guarisce molti malati con il segno della croce 8, 9, 10 maggio. Il 16 maggio arrivano in vista di Sella di Corno fa un caldo torrido. Bernardino arso da febbre alta chiede acqua.
Nessuno sa che fare, Bernardino indica a fatica con la mano un punto. Fra’ Bartolomeo corre in quel luogo e vi trova una sorgente miracolosamente scaturita. Ancora oggi è chiamata fontana di San Bernardino.
Ma l'ultimo miracolo avviene quando il santo è ormai scomparso. Nemmeno la morte pone fine ai miracoli. Bernardino come apostolo della pace, capace di riconciliare i cuori della gente, è chiamato dal vescovo per mediare l’amicizia tra due famiglie rivali dell’Aquila. Parte da Massa marittima con quattro compagni ed attraversa l’Umbria alla volta del Molise.
Siamo alla fine di aprile del 1444. Di lì a non molto però le sue condizioni di salute si aggravano e i frati sono costretti a trasportarlo in barella fino all’Aquila. Quando finalmente vi giunge, tra il 17 e 18 di maggio non è in grado di predicare e, ospitato nel convento di San Franceso, muore nel pomeriggio del giorno 20. Gli aquilani espongono in chiesa il suo corpo che attira innumerevoli persone.
Intanto le lotte tra famiglie nemiche proseguono. I testimoni narrano che da morto, dentro la bara il suo corpo versa sangue. La notizia si sparge per la città e tutti accorrono meravigliati per vedere e si riappacificano.
Solo in questo momento, quando le opposte fazioni cittadine smettono di lottare, il flusso si arresta. Questa è considerata la sua ultima predica la cosiddetta predica del sangue.
Gennaio
La suddivisione del tempo racchiusa in mesi e anni subì nei secoli periodiche modifiche, al fine di ovviare alle imprecisioni che di volta in volta venivano riscontrate.
Il calendario romano comprendeva inizialmente 10 mesi, da marzo a dicembre, per un totale di 304 giorni; successivamente passò a 355 giorni, divisi in 12 mesi, con l'aggiunta di gennaio e febbraio.
Gennaio, in latino "ianuarius", era sacro a Giano, il dio che proteggeva tutto ciò che si andava a iniziare.
Sotto Giulio Cesare, nel 46 a.C., si adottò l'anno solare di 365 giorni e si introdusse l'anno bisestile ogni quattro.
Oggi il calendario ufficiale, nella maggior parte del mondo, viene chiamato Gregoriano e prende il nome da papa Gregorio XIII, che lo introdusse nel 1582. Si basa sul ciclo delle stagioni, è sempre composto da 12 mesi, ma con durate diverse (da 28 a 31 giorni) per un totale di 365 o 366 giorni. L'anno di 366 giorni è detto bisestile e ricorre ogni quattro anni, con alcune eccezioni.
Molti proverbi contadini per il mese di gennaio prendono spunto dai campi, dalla volta celeste e dalle ricorrenze religiose. Il gelido mese viene ricordato con "Il freddo di gennaio riempie il granaio e povertà in pollaio" oppure, se c'è scarsità di precipitazioni, "Con gennaio asciutto, grano dappertutto". A ricordo di quando le condizioni igieniche erano precarie, ecco il meno conosciuto: "Chi uccide le pulci a gennaio, ne uccide un centinaio"; infine, il più famoso (almeno la prima parte): "A gennaio l'Epifania tutte le feste le porta via, poi arriva San Benedetto che ne riporta un bel sacchetto!".
 
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12 Gennaio 2024 - Venerdi' - sett. 02-012
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Notizia dal Villaggio
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  2. Busto Grande - 170 anni fa  - capitolo sesto (4/4)
Sta di fatto che in quel Busto, questa, ed altre misure del genere, lasciavano il tempo che trovavano. Chiudere il confine ai bustocchi detti << trapananti >> per la loro abilità di trapanare tutti i confini, in particolare quello svizzero con le bricolle di tabacco, voleva dire continuare esattamente come prima. Tutti sapevano che la Imperial II Armata stava schierandosi, fronte a nord, lungo la riva sinistra del Ticino, pronta a ricacciare i Franco-Sardi nel fiume; e uno dei punti principali, quello più atteso, era il passaggio di Lonate Pozzolo, passaggio, questo, ormai famoso. Qui infatti, il giovane Angelo Travelli, studente a Pavia, unico figlio maschio del notaio Gio. Donato, condannato al domicilio coatto per aver partecipato alla manifestazione milanese per Felice Orsini, aveva preso il volo per Torino, ove si era arruolato nei bersaglieri; qui avevano trovato la strada per il Piemonte non uno ma cento patrioti aiutati, consigliati, e guidati dai nostri popolani. Lo racconta anche il Visconti-Venosta, con una prosa gustosissima, nelle sue memorie.
Il 30 maggio, il « Sargente » dell'Imperial Regio Reggimento Ajroldi, « quondam Magni Giovanni »>, si  presenta alla Deputazione Comunale accompagnato da due gendarmi e chiede l'assistenza della sopradetta per rintracciare tre bustesi fuggiaschi. Si tratta di tre carrettieri: Giuseppe Tosi, Giovanni Crespi e Luigi Pozzi. Costoro, mobilitati al servizio logistico dell'Armata, con carro e cavallo, ed assegnati al magazzeno distrettuale di Binasco preferiscono abbandonare il posto e darsi alla macchia.
(Dice il Comandini che il 28 aprile tutti i cavalli mobilitati vennero radunati in Piazza d'Armi a Milano per essere assegnati alle varie residenze. Fin da allora i ragazzi avvicinavano i conducenti incitandoli a disertare o, quanto meno, dicevano loro: << va adasi! ». I tre bustocchi preferirono non andare del tutto!).
« La loro ricerca, capitanata dal << Sargente » coi due Gendarmi di rinforzo, venne effettuata dai cursori (guardie comunali) Pietro Crespi e Angelo Lualdi, con una perquisizione a domicilio, che rimase infruttuosa. A Busto si raccontò poi che in tutte e tre le case si trovarono i letti caldi. (Quanti ricorsi...! Pochi anni fa gli sbirri repubblichini non sapevano capacitarsi di trovare il letto caldo al posto di un filosofo che, in camicia e mutande attraversava al volo la Piazza Santa Maria!). Il << Sargente » non rimase contento: voleva altri carri ed altri cavalli e la Deputazione « procedette alla ricerca di altri individui che si prestassero al servizio, ma questo tornò impossibile ». Si stese allora un verbale che giustificasse Deputazione e << Sargente » davanti al le « Superiorità »; ma si vede che il verbale non venne tenuto in grande considerazione se, il 1° maggio, il borgo fu sottoposto ad una prequisizione generale... sempre con lo stesso risultato. E pensare che un mese prima il Maresciallo Gyülai aveva minacciato di mettere a ferro e a fuoco «< con centomila baionette », i paesi ribelli; e i bustocchi cantavano << Guarda Gyulai ch'al vegn da primavera ta mettom in capponera a canta chichirichì»; chichirichì che i bustocchi per non so qual riposto motivo, hanno sempre trasformato in << cu- carechü » che vuol dire tutt'altra cosa che il canto del galletto.
I segreti della chiesa della Purificazione - 3 (1/2)
Il dies festus a Roma ricorda Faunus o Lupercus protettore dei pastori, divinità essenziale per un’economia di agricoltori e allevatori di bestiame. Il nome di derivazione complessa è legato al termine latino Lupus ( greco lukoV ) per ricordare i gemelli Romolo e Remo allattati dalla lupa, ma anche al Mons Lycaeus, cima dell’Arcadia dove secondo il mito sarebbero nati sia Giove sia Pan, dio delle montagne e della vita agreste, a cui sono intitolati un santuario ed un bosco sacro.
L’inno omerico, a lui dedicato, narra di uno strano bambino con corna, barba e piedi di capra, abile nel suonare la siringa, amante della danza e della musica, motivo di divertimento per gli dei. Insomma, che il culto sia greco o latino, Luperco o Fauno sta per distruttore dei lupi e quindi difensore delle greggi, e contemporaneamente lupo lui stesso in una insanabile ambivalenza. Il dato certo è che ai Romani i Lupercali (Lupercalia)piacciono molto, sarà per le corse dei giovani intorno al Palatino e forse anche per quel pizzico di follia o licenziosità che portano con sé dopo le abbondanti libagioni. Se poi aggiungiamo che la festa inizia all’ombra del fico dove, secondo la leggenda, sono stati trovati i gemelli sani e salvi si capisce come mai sia una tradizione fra le più dure da estirpare. Un bel problema in epoca cristiana avere un dio capretta con gli attributi del diavolo e tutto ciò che ne consegue! sta di fatto che dopo aver stabilito la Natività il 25 dicembre la purificazione viene fissata per il 2 di febbraio. Anche se secondo il calendario astronomico questo è il giorno in cui termina l’inverno buio ed inizia la primavera luce (latino lux; greco lukh notare come sono simili le pronunce e il suono di lùcos lupo e lùcheluce) e dove si svolgono comunque feste in occasione delle ricorrenze legate alla natura solstizi, equinozi, cambio stagioni… Il passaggio alla bella stagione, il sole che ritorna, la natura e la vita che si risvegliano, sono celebrate dalle donne mentre girano per le strade con ceri e fiaccole accese.
La Madonna accoltellata (2/2)
Uno sfogo di rabbia come tanti e del tutto inutile: ma questa volta qualcosa accadde: dall'immagine sacra sgorgò il sangue. Il crocicchio era frequentato e molti furono testimoni del miracolo. L'accoltellatore era rimasto paralizzato, pallido, e sembra ci sia voluto un bel po' prima di riaversi dallo stupore. Dopo corse a confessarsi e cambiò vita da un istante all'altro, profondamente pentito del suo gesto. Si dice che, come il fra Cristoforo manzoniano, si sia dato a una vita di penitenza morendo a tempo debito non soltanto in grazia di Dio ma addirittura in fama di sant'uomo: si chiamava Massanzio da Vigonzone.
Dopo la metà del Quattrocento la venerata immagine fu staccata e trasferita all'interno della nuova Santa Maria presso San Satiro dove ancora si trova presso l'altar maggiore, al centro della sorprendente prospettiva del finto presbiterio ideata dal Bramante. Le due figure ai lati dovrebbero essere quelle dei signori che hanno voluto lo spostamento della sacra immagine dalla strada alla chiesa: Gian Galeazzo Sforza e Bona di Savoia. Nel 1817 il pittore Agostino Comerio dipinse sulla vicina lunetta la storia del miracolo: leggenda, realtà? Soltanto la Fede può dare una risposta. Una leggenda assai simile - con un sasso al posto del pugnale - si racconta per l'oratorio di Santa Maria del Sasso in via Magolfa, al Ticinese: ma oggi la chiesetta è uno spazio privato e non visitabile, quindi bisogna tenersi ogni curiosità o soddisfarla coi vecchi libri.
CADREZZATE   e i suoi toponimi
Cadrezzate: m. 281; kmq 5.00; abitanti 1570.
Comune della provincia di Varese, situato 18 km a sud-ovest di Varese sulla sponda occidentale del Lago di Monate.
Il nome è attestato per la prima volta in alcuni documenti nell'anno 999 come Cadregiate. L'origine del toponimo è dubbia e si potrebbe far risalire ad un antroponimo del tipo *Catricius o Catrinius. Un'ipotesi più datata riconosce in Cadrezzate l'antroponimo Quadratius attestato in vari documenti.
1) Baraggiola: in dialetto Barigiöre. È una piccola area nei pressi del centro del paese, un tempo adibita a rimessa per gli attrezzi dei campi, ma anche utilizzata come piccolo spazio di terra per coltivare verdure ad uso domestico. Il nome è diffuso in più luoghi lombardi anche in varie altre forme (cfr. Baraggia nel comune di Vimercate -MI-, Barazzina nei pressi di Lodi). Il toponimo deriva dal'appellativo dialettale lombardo e piemontese baragia che significa "landa", "luogo incolto". E' possibile una connessione con la voce friulana baràzz "rovo". Alcuni vi scorgono una radice gallica *barros "roveto, sterpeto">
2) Barnée: toponimo di difficile localizzazione odierna e registrato nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860. Il nome potrebbe derivare dalla forma lunga e stretta del terreno che richiama la forma del bernàsc, paletta di ferro utilizzata per raccogliere la cenere nel camino o focolare. Bernàsc deriva dal latino pruna "carbone ardente" più il suffisso -aceu(m) (cfr. località Bernàs a Cernobbio -CO-) 37. Ha maggior pertinenza fonetica, però, l'etimologia che porta alle voce latina prunetum "insieme di prugni".
3) Belvedere: località che un tempo presentava una cascina, mentre oggi l'area è occupata da una grande casa famigliare. Il Belvedere è situato sul Mööt e divide la Motta dalla Cascina Castello. Dal Belvedere si può avere la visione completa della zona che da Cadrezzate porta ad Ispra, sul Lago Maggiore: da qui il suo nome.
 
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13 Gennaio 2024 - sabato - sett. 02-013
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Notizia dal Villaggio
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Toponimi di Ternate
7) Campi Grandi: vasta area a nord del paese che lambiva il comune di Biandronno. Un tempo adibita a grandi coltivazioni, agli inizi degli anni '30 del Novecento è stata completamente riqualificata ed edificata per la costruzione della grande industria Ignis poi diventata stabilimento Whirlpool.
8) Colombera: nota anche come Colombara. Piccola località a sud-est del paese caratterizzata oggi da fitte case a schiera. Il toponimo è frequentissimo in tutta la Lombardia con vari suffissi finali (es. Colombarola, Colombaro, Colombirola, Colombarolo, etc...) e probabilmente si riferisce ad antichi allevamenti di colombi e piccioni o comunque alla loro presenza
9) Deserto: voce registrata in un atto notarile dell' XI secolo per una località oggi non più nota agli abitanti di Ternate . Il toponimo è molto frequente in Lombardia e indica un terreno non ospitale alla coltivazione (cfr. Deserto frazione di Paderno -CR- e Deserto frazione di Cuasso al Monte -VA-)146.
10) Fenegrò: voce registrata in un atto notarile dell'XI secolo, è oggi non più localizzabile all'interno del comune. Con buona certezza riflette una forma latina classica fenuculum poi passata nel latino tardo come feniculum/*feniculatum che indica il "finocchio" (attestato nel 998 un loco fenegrao vicino a Como). La pianta cresce anche selvaticamente nei campi e produce fiori gialli usati un tempo per calmare disturbi di stomaco
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GIOEUBIA
T'àn fé brüta o t'àn féi bela... ta se' lì.
Cul sedazu ch'al pendi'n foeua! Ul gerletu pien da barlafüsi e lüganeghitipai giuan, vigi, grandi e pisciniti... Cont'ul nasu ca pisa in buca. Ul panétu ch'al tegn coldu'l co. Ul scusà e a scua sempar pronti pai faci da cà.
L'é un pò curiusa, l'é un pò lapéta... L'é 'na gioeubia... l'é 'na gran lauadua... Ma la gh'à indossu di mal qualità: Malmustusa e disèm anca... "marucheta".
Noeugn da Büsti, sti rosti chi, àn voeuam mia. Noeugn ma piasi ridi e magai scherzà... Cadreghen da boeugiu e tüci i ma' Féman un fagot e brüsèmai via.
A sto mondu bei robi gh'à voeui e legria! Le par chèl che a Bustoca la và spécia pa'l risotu e lüganiga. Poeu, a fa quatar salti in cumpagnia cui viuliti, a ghitara, ul tambui, ul piano e a cantà cont'a müsica noeua e müsica végia, da brai parson e non lüganeghiti.
Eccoci, dunque, ad un'altra tradizione bustocca: il Festival del Sabato grasso. Anche un tempo si sapeva ridere e scherzare, proprio come oggi se non più di oggi ed in questa occasione così rara e pertanto preziosa ci si poteva concedere qualche... licenza, fare qualche strappo alla regola nell'austero clima del tempo.
Il "Festival" veniva costruito nei giorni di Carnevale in piazza Santa Maria e la sua prima apparizione rimonta al 1884.
L'idea di questa bizzarra costruzione, sorta forse nelle serate invernali, attorno a qualche tavolino del caffè Cordini o Verani, aveva trovato in Luigi Crespi, disegnatore abilissimo e vero animo di artista, chi la seppe davvero realizzare. Egli ne tracciò i disegni e ne seguì la costruzione.
Ogni anno il Festival variava di forma. Se ne crearono a foggia di pagoda cinese, di tempio, di giardino. La illuminazione serale, poi, era ottenuta con fiammelline a gas, accese con maestria lungo tubi di ferro, forati a brevi intervalli, che rincorrevano il disegno della costruzione, almeno finché non intervenne la luce elettrica a dare le più fantasiose attrazioni a questo pubblico ballo, tanto caro ai bustocchi, cessato dopo il 1905.
In effetti, il Festival costituiva il massimo dei divertimenti.
Per la povera gente il carnevale era contenuto nello spazio di poche ore in un anno, per cui era atteso con la massima aspettativa.
Come il panettone si mangiava una sola volta all'anno, così quattro salti si facevano solamente il sabato grasso.
Allora non avevano ancora inventato la "permanente": le ragazze si pettinavano l'una con l'altra senza alcuna spesa, chi con le trecce, chi col "scignon". Non mancava un nastrino nei capelli e un pezzo di pizzo sul collo del "corsetto".
Nella loro semplicità, le ragazze di allora erano molto belle.
Al Festival venivano accompagnate dalla mamma o dalla sorella maggiore: non erano mai sole.
Nel Festival si dava sfogo all'entusiasmo. I giovanotti, la sera del sabato grasso, mangiavano fuori casa e ballavano a suon di fisarmonica. Tutti gli altri sedevano al desco familiare con qualche piatto casalingo di circostanza.
Generalmente, prima di dar vita al Festival, si incolonnava una fitta schiera di carri allegorici mascherati, con lancio di fiori e di dolci. Ciò era immensa gioia dei bambini.
Oggi è Carnevale tutto l'anno e forse per questo, perduto il piacere di qualcosa di diverso, ci si abbandona ad eccessi di cattivo gusto.
I segreti della chiesa della Purificazione - 3 (2/2)
Questa è un’antica usanza che si sposa bene con la fede. Così papa Gelasio I, episcopato tra 492-496, ottiene dal senato l’abolizione della festa pagana. La devozione popolare, conservando usi e costumi stratificati ab antiquo, sostituisce il fuoco con le candele. Nel VI secolo Giustiniano ne fissa la data attuale. Il festum candelarumdiventa la Candelora. Fin dal VII-VIII secolo a Roma si svolge una processione con candele e benedizione di ceri a significare “la luce” che ciascuno di noi deve portare nella propria vita.
Anche oggi sono utilizzate a San Biagio per benedire la gola. Ecco in maniera un po’ rocambolesca come Giunone, Pan, Fauno e le candele sono legate tra di loro e soprattutto, a torto o a ragione, cosa si è stratificato nel corso dei secoli.
Ma torniamo alla nostra chiesa della Purificazione. Intanto il luogo non è cambiato: prati, vigne, vignoli, bocche d’acqua come si legge nella raccolta di carte del 1600.
Nella Storia delle chiese di Legnano il Prevosto Agostino Pozzo nel 1650 scrive: «…questo luogo di Legnano è diviso in due parti dal fiume Olona e la parte minore si chiama Lignarello, una contrada lunga un’archibugiata. Nel medesimo luogo vi è una chiesa sotto il titolo della Purificatione della Beata Vergine, già cappellania a beneficio semplice, ora unito ad un canonicato coadiutoriale, nella quale si celebra ogni festa dal canonico che abita nella casa della medesima chiesa e vi conserva il SS. Sacramento…».
Il primo prevosto di Legnano Padre Giovanni Battista Specio, attivo dal 1584 per ben 43 anni, lascia nel 1627. Gli subentra nella prepositura legnanese, nel 1628, Agostino Pozzo il quale fa collocare i reliquiari di Legnanello nelle casse costruite dall’artigiano Giovanni Paolo Rossetti.
Toponimi  di Cadrezzate
4) Bösch di Ströligh: piccola zona boschiva che si incontra a est del paese in direzione Brebbia. Questo bosco è detto Ströligh, letteralmente "astrologo", che era il termine utilizzato dai locali per designare gli zingari (l'astrologia messa in relazione con la cartomanzia praticata in alcuni casi dalle donne zingare). Gli abitanti del luogo più anziani ricordano che già da inizio Novecento gruppi di nomadi si insediavano per brevi periodi in questo bosco ed erano un elemento di forte disturbo e di timore per la comunità, poiché additati come rapitori e mangiatori di bambini.
5) Canèe: zona detta anche Canét. Nel toponimo scorgiamo la presenza del suffisso -etum di collettivo frequente nei toponimi che hanno come base il nome di una pianta o vegetale . Questo sito costeggia il Lago di Monate ed è limitrofo al Piaggiolo. Il nome si rifà inequivocabilmente alle canne, ancora oggi abbondanti e rigogliose, che spuntano dalle rive del lago. La località è rinomata, perché è un importante sito archeologico ove sono ubicati resti di palafitte che testimoniano antichissimi insediamenti preistorici.
6) Casa dei Ladri: toponimo non più riconosciuto oggi. È attestato nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860.
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14 Gennaio 2024 - Domenica - sett. 02-014
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Notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO515-Milano-SanGottardo-06.mp3 - Milano San Gottardo e oltre - ancora Corso Gottardo e altre linghere - dove venne girata una scena della priovra
Toponimi di Cadrezzate
24) Porà: toponimo registrato sia nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860 sia nelle carte del Catasto Regio del 1905. Oggi se ne ignora la localizzazione. L'etimologia del termine è incerta: potrebbe valere o "poroso", come riferimento al terreno, o "piantato a porri" (cfr. Porè -LC-)51 per il tipo di coltivazione in esso praticata
25) Prada: toponimo frequente che continua il plurale del latino pratum. La voce è presente in molti luoghi della Lombardia con suffissi differenti (cfr. Pradazzo -CR-, Pradella -CR- Pradera -SO-).
26) Prati Grassi: il toponimo riferisce delle qualità ottimali per la coltivazione di quel  terreno. L'aggettivo "grassi" infatti è riconducibile al termine "grasso" apposto a molti toponimi in Lombardia (cfr. Abbiategrasso -MI-, Bulgarograsso -CO-
27) Preda del Vassallo: toponimo che designava con molta probabilità una grande masso (préda "pietra" dal latino petra attraverso la forma metatetica *preta) presente in un terreno dato in custodia ad un vassallo. Non è da escludere la possibilità che "vassallo" si riferisca ad un cognome o soprannome di un antico proprietario.
Cosa preparo oggi
ALTRE VERSIONI DELLA GIOEUBIA
Da quale paese venga la Gioeubia, proprio non si sa. Si parla della Turchia, del lontanto Oriente, dell'India addirittura, ma non si è sicuri. Ha gusti troppo casalinghi, per venire da tanto lontano: così, qualcuno ha azzardato l'ipotesi che, al congiungersi degli astri di gennaio, la Gioeubia nasca dall'aria. Un soffio, un piccolo vortice, una nuvola ed è fatta. Nasce in quota, come si dice, e si abbassa sui paesi, sulle case, sui camini. Che abbia una scopa, lo diciamo e lo immaginiamo noi. Dicono, quelli che hanno avuto la sfortuna di vederla, che d'improvviso scende una gamba dal camino, una gamba rossa che si allunga sempre più (la Gioeubia non è tale se non porta una gonna corta e le calze rosse); una folata di vento caldo e una "sguriàa" di caligine nera, che finisce nella padella: è il ghigno della Gioeubia.
"Dònn, dònn 'ndé à durmi
ch'a l'é ura de muri
e sa credì che Diu lu manda
guardé in l'aria ch'a vegn giù 'na gamba..."
Un lampo, un tuono, la donna cade a terra tramortita, i figli piangono, la "mama granda" sgrana rapidamente il rosario; il "regiù", se comanda, si attacca alla grappa. In verità, è successo solo rarissime volte, forse anche una volta sola da noi, ma tutti ci credono e tramandano la storia. Il modo di salvarsi c'è: il risotto.
Col risotto, la Gioeubia assaggia, controlla, si calma e passa via; ma, se il camino non fuma e il profumo non si sente, sono guai.
Per gli uomini ormai provati dall'inverno, il fuoco e il banchetto hanno il potere di far apparire l'avvenire sereno e gioioso.
Parole milanesi
Tóma (pl.tómm) = caduta, capitombolo. L'ha fai 'na brüta tóma = ha fatto una brutta caduta. Ciapà Roma par tólett. prender Roma per toma, ovvero prender lucciole per lanterne.
Tòni = pagliaccio del circo. Nel nostro dialetto significa inoltre stupidotto, babbeo. Tòni mòll = dicesi di persona impacciata, timorosa. È così chiamata anche la tuta da lavoro che, in bello, rassomiglia all'abito del pagliaccio.
Tòniga = tonaca, abito talare. Tòpia pergolato, specialmente a viti. Rent a la cà dul Bianchi farée, in via Cimarosa a Varés, gh'è anmò 'na tòpia da 'mericàna ca la créss fö du l'asfalt sulla facciata della casa del Bianchi fabbro ferraio, in via Cimarosa a Varese, vi è ancora oggi un pergolato d'uva americana che nasce dall'asfalto.
Tòpoli (giügà a) = giocare a nascondino. Toor toro. Menà ra vàca al toor condurre la vacca alla monta. Tajàgh ra testa ar tòor = tagliar la testa al toro, prendere una decisione drastica. Tòrc torchio, frantoio.
Torototèla - antichissimo rozzo strumento musicale monocorde con cassa armonica costituita da una ve- scica gonfia d'aria. Un tempo usato anche dagli arabi (da loro chiamato Arabebbàh) per intonare canti erotici. Andò in disuso agli inizi del secolo quando ancora lo impiegavano certi cantastorie ambulanti che, nei mercati e specialmente sui barconi che facevano servizio passeggeri sui navigli milanesi (da Milano a Gaggiano, Boffalora e Abbiategrasso), improvvisavano rime strampalate, spesso a scherno del volgo uditore, terminando queste rime sempre col ritornello "torotèla, torototà". Il bosino usa questo termine per indicare un tipo d'uomo senza carattere e voltagabbana.
Il primo caffè espresso
Angelo Moriondo, Luigi Bezzera, Desiderio Pavoni, Pier Teresio Arduino, Giovanni Achille Gaggia, sono i nomi che hanno fatto la storia del caffè espresso.
Nel 1884, all'Esposizione Generale di Torino, a quel tempo capitale d'Italia, Moriondo, padrone dell'American Bar situato nel centro della città, presentò una macchina per produrre il caffè istantaneo. in più tazze contemporaneamente. Nella "caffettiera" l'acqua veniva portata a ebollizione e, attraverso un sistema di serpentine, fatta passare fino a raggiungere il contenitore del caffè torrefatto. L'invenzione fu poi brevettata a Parigi il 23 ottobre 1885. Tuttavia, la macchina per il caffè istantaneo preparava un caffè poco consistente, non cremoso, molto amaro e soprattutto caratterizzato dal sapore di bruciato.
Nel 1901 Bezzera, nella sua officina di via Volta, nel centro di Milano, brevettò una macchina che adottava per prima la maniglia portafiltro singola, cioè per una sola tazza, soluzione da allora mai abbandonata.
Nel 1902 il brevetto venne poi acquistato da Pavoni, che intuì la grande potenzialità del prodotto, e ne sviluppò la commercializzazione nei locali pubblici.
Nel 1910 il torinese Arduino costruì una macchina che assicurava facilità di esercizio, velocità di mescita e dimensioni contenute, che chiamò "La Victoria". Iniziò una battaglia tecnica e commerciale tra Pavoni e Arduino, a colpi di brevetti, che nel 1913 arrivarono a ventidue! Finita la guerra, la competizione tra i diversi marchi ripartì. -
 
El caffettee del "caffe del Genæucc" in piazza del Duomo, in una fotografia d'epoca. Non è chiaro perché venisse chiamato così: forse perché si beveva alla buona, all'aperto, seduti sul marciapiede appoggiando la tazza sulle ginocchia, soprattutto la mattina presto, oppure, più probabilmente, perché per servirsi dal rubinetto della piccola caldaia montata su un carrettino bisognava abbassarsi, piegando un ginocchio, poiché era quasi raso-terra. Era il "caffè dei poveri", che resistette fino all'inizio della Prima guerra mondiale: una bevanda acida, bruciata (nella caldaia ribollivano i fondi raccolti nei ristoranti vicini), ma calda.
 
Nel 1938 Gaggia, barista milanese, rivoluzionò completamente la preparazione del caffe, superando l'utilizzo del vapore, tecnologia propria delle macchine prodotte fino a quell'epoca, introducendo un sistema di pistoni che spingevano acqua ad alta temperatura attraverso la polvere di caffè. Lavorando nell'azienda di famiglia, il caffe Achille in viale Premuda, si accorse che i gusti dei clienti stavano diventando sempre più esigenti, e cercò di cambiare quel troppo amaro che egli definì simile a «camminare in una Milano nebbiosa». La ricerca venne portata avanti in parallelo a quella di Antonio Cremonese, titolare di un bar in via Torino. Entrambi consapevoli del potenziale del caffè, per loro non sufficientemente sfruttato fino a quel momento, erano alla ricerca, appunto, di una tecnica produttiva in grado di trasferire nella bevanda le caratteristiche organolettiche della materia prima. Cremonese depositò nel 1936 il brevetto no 343 230 con la certificazione del metodo detto "rubinetto a stantuffo per macchina da caffè espresso". Fu questo il primo brevetto in assoluto di una macchina per fare il caffè che chiamò "espresso" il suo prodotto. Nello stesso anno Cremonese morì maturamente. Achille Gaggia acquistò il brevetto, e, nel 1938, depositò il n° 365 726, per la nascita di una macchina che chiamò "Lampo", che produceva un morbido strato di "crema naturale", presentato alla Fiera Campionaria. Tuttavia, il nuovo sistema non ebbe molto successo commerciale, perché doveva sostituirsi alle macchine già in uso nei locali. Nel 1947 Gaggia registrò un secondo brevetto con l'introduzione del pistone e la sostituzione del sistema a torchio con una leva che spingeva a 9/10 atmosfere l'acqua nel caffe macinato. L'acqua a quel livello di pressione riuscì a estrarre quegli aromi che finalmente regalarono la tipica pienezza al gusto e le componenti che diedero origine alla crema. Era così nato il caffè che si assapora oggi, denso, cremoso, consistente, persistente nel gusto e con aroma intenso, unico in ogni sua caratteristica e che non aveva precedenti.
Nel 1948, la sua ditta, a Robecco sul Naviglio, iniziò la produzione in serie e la prima macchina, denominata "Tipo Classico", venne istallata al bar Motta & Biffi in Galleria. Questa macchina assommava contemporaneamente una rivoluzione tecnologica ed estetica: sviluppata orizzontalmente, slogan e logo inconfondibili, con bellissime leve, faceva sembrare il barista un vero artista sul palco. Fu subito coda, decretando il velocissimo successo della "crema caffe espresso", che diventerà uno dei simboli più famosi del made in Italy. A Binasco si trova il Mumac, Museo della Macchina per Caffe, che ha da poco compiuto dieci anni. All'interno di un palazzo rosso, dalle forme sinuose, un'esposizione di oltre cento macchine, che  cambiano a rotazione.
 
 
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RVG settimana 03-2024
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-03 del 2024
 
Settimana 03       2024-01-15-  - Calendario - la settimana
15/01 - 03-015 - Lunedi
16/01 - 03-016 - Martedi
17/01 - 03-017 - Mercoledi
18/01 - 03-018 - Giovedi
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Notizie dal Villaggio
Una città, le sue origini, la sua storia”: a Legnano tornano i “Giovedì del museo” nel segno del centenario
Primo appuntamento con i "Giovedì del museo" l'11 gennaio con "Legnano prima della storia. Alle radici del territorio"
EventiGiovedì del museo Legnano
giovedì del museo 2024 a legnano
“Giovedì del museo” nel segno del centenario di Legnano Città quelli che prenderanno il via l’11 gennaio a Palazzo Leone da Perego. È, infatti, “Una città, le sue origini, la sua storia” il filo conduttore dell’edizione 2024 del ciclo di quattro conferenze organizzato da assessorato alla Cultura e museo civico “Sutermeister” in collaborazione con gli Amici del museo e la Famiglia Legnanese. Nelle conferenze si andranno ad affrontare fasi significative del passato e le diverse culture espresse dal territorio nel tempo facendo memoria delle popolazioni che hanno abitato i luoghi in cui è sorta Legnano per comprendere meglio la sua evoluzione nel tempo.
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«Nell’anno del centenario del riconoscimento a Legnano del rango di Città non saranno soltanto organizzate manifestazioni specifiche per celebrare la ricorrenza – spiega Guido Bragato, assessore alla Cultura -; il nostro intento, quando possibile, è di connotare gli eventi che già si svolgono in città alla luce del centenario, quindi con una particolare attenzione alla parabola storica di Legnano. Nel ciclo dei “Giovedì del museo” saranno quattro i periodi presi in esame per guardare al nostro territorio, quello dell’età del bronzo, quello della civiltà celtica, per continuare con la fase romana e terminare con un balzo nell’Alto Medioevo e nel Rinascimento. Le conferenze cominciano, quindi, da un argomento che è oggetto della mostra allestita a Palazzo Leone da Perego, quello della cultura di Canegrate, e con il curatore stesso dell’esposizione, Tommaso Quirino, nel ruolo di relatore; un’occasione per comprendere e apprezzare meglio i reperti di un’epoca lontana circa 3.300 anni da noi, ma che ha ancora qualcosa da dirci».
 
 
Il programma dei Giovedì del museo
Si parte giovedì 11 gennaio con “Legnano prima della storia. Alle radici del territorio”, incontro che avrà come relatore Tommaso Quirino. Giovedì 8 febbraio, poi, toccherà a “Questioni di identità. Essere Celti nel territorio di Legnano nella fase della romanizzazione”, con relatrice Marta Rapi.
 
Giovedì 7 marzo sarà la volta di “Case per i vivi, case per i morti. Abitati e necropoli di epoca romana nel Legnanese”, incontro che vedrà come relatrici Ilaria Calabrese e Giulia Tremolada, per concludere giovedì 4 aprile con “Un volgo disperso repente si desta. Il borgo di Legnano tra Alto Medioevo e Rinascimento” con  relatrici Federica Barbaglia e Miriam Romagnolo.
 
Tutti gli incontri avranno inizio alle 21 e sono a ingresso libero.
 
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Tornano i “Pomeriggi musicali” a Legnano: all’auditorium delle Tosi il trio di fiati dell’Orchestra Haydn
I prossimi concerti dei "Pomeriggi musicali" saranno domenica 11 febbraio nella chiesa di San Pietro e domenica 10 marzo all'auditorium delle scuole Bonvesin
EventiWeekend Legnano
Avarie
Terzo appuntamento domenica 7 gennaio alle 16 con i “Pomeriggi musicali”, la rassegna musicale ad ingresso libero organizzata dall’amministrazione comunale nei vari quartieri della città: a esibirsi nell’auditorium della scuola media Franco Tosi, in via Santa Teresa, sarà il trio di fiati dell’Orchestra Città di Legnano Haydn, composto da Danilo Zaffaroni (fagotto), Claudio Andrea Balletti (oboe) e Pier Angelo Prandoni (flauto).
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Cinque i brani in programma: Trio in sol minore di Antonio Vivaldi, la trascrizione d’arie d’opera di Wolfgang Amadeus Mozart, la trascrizione da pezzi per pianoforte di Edvard Grieg, Affabulando (Una favola di Esopo con musica e narrazione) di Danilo Zaffaroni e la trascrizione d’arie “Nessun dorma” e “Un bel dì vedremo” di Giacomo Puccini.
 
 
I prossimi concerti dei “Pomeriggi musicali” saranno domenica 11 febbraio alle 16 nella chiesa di San Pietro, dove si esbirià il quartetto d’archi dell’Accademia Concertante di Milano con la partecipazione straordinaria del Maestro Lorenzo Meraviglia con musiche di Mozart, Haydn e altri, e domenica 10 marzo alle 16 all’auditorium delle scuole Bonvesin, con protagonista il quartetto di arpe “Arpe Diem” con Davide Burani, Federica Sainaghi, Donata Mattei e Morgana Rudan che suoneranno musiche di Giuseppe Verdi, Antonio Vivaldi, Peter Ilijtsch Tschaikowsky, Ernesto Lecuona e Georges Bizet.
 
Gli esecutori
Danilo Zaffaroni ha conseguito i diplomi di Fagotto (1987, classe M.o L. Brandolini), Composizione (1994, classe M. o U. Rotondi) e Musica elettronica (1998, classe M.o R. Sinigaglia) al Conservatorio di musica di Milano “G. Verdi”. In qualità di strumentista ha collaborato con orchestre quali Angelicum e RAI di Milano, “Meditteranean Symphonic” Orchestra e Orchestra “Stabile” di Como tenendo diversi concerti sinfonici e cameristici oltre che in Italia anche in Europa. Come autore ha avuto esecuzioni di propri lavori sia in Italia sia all’estero.
 
Claudio Andrea Balletti ha compiuto gli studi musicali al Conservatorio “G.Verdi” di Milano, diplomandosi brillantemente in Oboe nel 1990, per poi proseguiew gli studi all’Accademia Europea di Musica di Erba. Tra il 2009 e il 2011 ha fatto parte stabilmente dell’orchestra del musical La Bella e la Bestia, spettacolo prodotto da Stage Entertainment e rappresentato nei teatri Nazionale di Milano e Brancaccio di Roma, riscuotendo un enorme successo di critica e pubblico. Ha compiuto, inoltre, gli studi di Composizione e nel novembre 2016 ha partecipato al corso di “Tecnica di Composizione Musicale per il Cinema”.
 
Pier Angelo Prandoni è diplomato in flauto traverso e didattica della musica a Milano. Si è specializzato successivamente nel repertorio barocco con strumenti originali. Da diversi anni fa parte del gruppo di musica Klezmer Agorà Ensemble e collabora con il coro Kol Hashorim. Suona regolarmente, utilizzando sia il flauto che l’ottavino, con le orchestre F.J. Haydn di Legnano, Microkosmos e Amadeus.
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO516-Milano-SanGottardo-07.mp3 - Milano San Gottardo e oltre - rievocando Demetrio Pianelli - una incredibile sequenza di cortili -
Mostra: La necropoli di Canegrate
I tre filmati
redigio.it/rvg-100/box-64-Canegrate1.mp4  - resoconto della visita della Mostra "Necropoli di Canegrate"
redigio.it/rvg-100/box-65-Canegrate2.mp4  - resoconto della visita della Mostra "Necropoli di Canegrate"
redigio.it/rvg-100/box-66-Canegrate3.mp4  - resoconto della visita della Mostra "Necropoli di Canegrate"
Canegrate - necropoli dell'età del bronzo di Canegrate 1
70 anni fa iniziava lo scavo di una delle necropoli preistoriche più estese dell'Italia nord occidentale la necropoli dell'età del bronzo di Canegrate 
Un ritrovamento così significativo che spinse gli studiosi dell'epoca ad utilizzare il nome di questa localita' per definire convenzionalmente una intera cultura sviluppatesi in questo territorio nel tredicesimo secolo.
Questa storia risale a qualche decina di anni prima quando nel 1926 l'ingegner Guido Sutermeister scoprì le prime urne ed allora e fino agli scavi  Ferrante Rittatore Vonwiller 1953 1956 vigilò con passione costanza su quel sito che rimane tuttora uno degli e più importanti della  Lombardia occidentale
La mostra vuole riportare all'attenzione del pubblico questa importante scoperta cercando di raccontare quali erano i costumi le attività e la società di una popolazione che ci riporta alle radici del nostro territorio
In questo racconto le storie antiche delle persone che vennero sepolti più di 3000 anni fa Canegrate e si intrecciano con quelle più recenti degli studiosi e dei ricercatori che hanno permesso di riportarla alla luce personaggi straordinari del mondo della cultura della ricerca dell'archeologia
Oltre ai corredi rinvenuti a canegrate trovano spazio anche altri oggetti provenienti dal medesimo areale geografico ma riferibili alla cultura immediatamente precedente detta cultura della Scamuzzina Monza e materiali coevi ma rinvenuti in altre località oggetti frutto di ritrovamenti ottocenteschi e di recentissima scoperta esposti per la prima volta in associazione tra loro oggetti che parlano di mobilità e di relazioni con altre culture anche molto distanti.
Oggetti che rivelano gesti e riti di un mondo lontano un mondo prima di noi.
Gennaio (1/2)
Inizia un nuovo anno con tanto di auguri e offerta di taccuini (dall'arabo taquim), come recita questa filastrocca: "Auguri per l'ann noeuv, con figh, tàccoin e oeuv! Gh'è el Rustegh Induvin o El gran Ciaravallin, col gir di quarant'or e della luna, e fior de terni al lott per fà fortuna! Vun véd bianch e l'alter negher; se Tizi el dis: pìangii; Semproni el dis: stì allegher!”. Nel mantovano, a proposito di taccuini o lunari, citano questo proverbio: "G'avessia, Fusia e Magari i era tri coion ch'a stampava i lunari!" (Se avessi, se fossi e magari, erano tre babbei che stampavano i lunari).
Se proviamo a sfogliare un virtuale abecedario, troveremo che i principali momenti calendariali di gennaio comprendono la famosa tradizione della Ghirlanda, la Conversione di San Paolo, le quattro stagioni e i giorni della Merla. Il significato della Ghirlanda era quello di pronosticare, dal primo al dodici di gennaio e dal tredici al ventiquattro, l'andamento meteorologico dei dodici mesi dell'anno. Nella prima dozzina si susseguono i mesi in ascesa: uno gennaio, due febbraio ecc., nella seconda si va a ritroso: tredici per dicembre, quattordici per novembre e così via, fino a ritornare da capo a gennaio. Ogni giorno si riferisce alla metà del mese cui è accoppiato e il rito consiste nel mettere del sale fino in un mezzo guscio di noce, precedentemente svuotato dal gheriglio, e dopo aver lasciato il vassoio, con i ventiquattro mezzi gusci messi in circolo (da qui il nome di Ghirlanda), per una notte in un angolo della casa, al mattino seguente si traggono auspici sul tempo: se il sale di un guscio è umido, si preannuncia cattivo tempo nel mese a lui assegnato, se invece rimane asciutto sarà bel tempo. Ad esempio, se nel decimo guscio il sale è umido, la prima metà di ottobre sarà piovosa, se nel quindicesimo il sale è asciutto l'altra metà di ottobre sarà bella. Questa tradizione era diffusa in tutta la Lombardia fino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, ed era tramandata solo oralmente in alcuni nuclei familiari, nei quali non erano ancora giunti o erano rifiutati gli effetti del consumismo. Da 40 anni, a Isola Dovarese (CR) Ornella continua la tradizione della Ghirlanda e tutto il paese segue i suoi responsi.
Il primo gennaio, il calendario ricorda la Circoncisione di Gesù Cristo, detta anche Festa dell'ottava di Natale. Agli inizi del cristianesimo i giudeo-cristiani imponevano la circoncisione ai neo-convertiti; questa pratica andò avanti fino a quando il Concilio di Gerusalemme, stabili la non obbligatorietà della circoncisione, praticata ancora ai nostri giorni dai cristiani della chiesa etiopica. Molti pittori, fino al XIX secolo, illustrarono questo soggetto; tra i più famosi vi è il quadro di Andrea Mantegna, esposto agli Uffizi di Firenze.
Parole milanesi
Patina = presina. Fig. al plurale pa- tìnn indica orecchie piuttosto grandi: t'he vist che dó patìnn? = hai visto che due orecchie a sventola?
Patóia, patuiùn = patóia ha lo stesso significato di pàta (vedi) comprendendo tuttavia anche il cavallo dei pantaloni, ma viene usato quasi solo in senso ironico, scherzoso: sàra si la patoia! = chiudi la pàta! Patóia, come pure patuiùn, è inoltre un epiteto che si affibbia a persona trasandata, trascurata nel vestire o con le brache sempre cascanti. I due termini si usano anche per indicare persona impacciata, tarda, imbelle.
Patóna = specie di copertina, composta di panni sovrapposti, trapuntati o imbottiti, su cui si appoggiava il neonato per cambiargli le fasce ed i pannolini, oppure che veniva posta nel letto sia dei bimbi che dei vecchi, fra il lenzuolo ed il materasso, a salvaguardia dello stesso dalle emissioni di pipì. Indica anche la stuoia trapuntata, coltrone, posta a chiusura di porte con molto passaggio, ad esempio le entrate secondarie delle chiese, quando ancora non esistevano i dispositivi di chiusura automatica.
Toponimi di Cadrezzate
32) Storta: cascina ubicata su un piccolo poggio al di sotto delle Motte sulla strada che porta verso Capronno. In dialetto è detta Stórte. Una possibile interpretazione del nome è da riferirsi al tipo di costruzione che un tempo veniva eseguita senza il filo a piombo, per cui spesso venivano eretti muri non ben allineati (cfr. la Storta micro toponimo nel comune di Rancate nel distretto di Mendrisio)58. La Cascina Storta oggi non pare avere questa particolarità, ma a Cadrezzate sono presenti almeno due strutture che hanno questa caratteristica.
33) Tajadaccio: località non ben individuabile all'interno del comune e registrata solo nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860. Il nome è da riferirsi al termine dialettale taiàda che significa "taglio del bosco" o "disboscamento». Il suffisso -accio è forse una spia di una patina toscaneggiante posta sul nome nel momento della registrazione su carte ufficiali: in dialetto milanese possiamo supporre che il suffisso fosse -àse che poteva indicare un qualcosa di poco valore o di ormai abbandonato, trascurato.
34) Valcanée: il nome è forse da intendere va al canée "strada che porta al canèe" (v. Cadrezzate n. 5).
I segreti della chiesa della Purificazione
IIn loro onore si organizza una ocessione nel 1634 a cui partecipano in corteo anche gli scolari della chiesa di Legnanello con lo stendardo del SS. Sacramento. Nella chiesa della Purificazione si va ogni anno il giorno della medesima festa a cantare il primo vespro e il secondo con la messa.
Il titolare (il primo con il nome di Canonico Coadiutore è stato padre Francesco Bracello) abita nelle stanze presso la chiesa ed ha come carico di celebrare le feste a cui si aggiungono tre celebrazioni alla settimana, come si vede nelle ordinazioni fatte da Federico Borromeo nel 1617 in atto di visita. Deve adempiere ai legati sia del notaio Fumagalli del 1615 sia dell’Instrumento rogato da Luca Lampugnani nel 1591. La rendita di un prato di venti pertiche vicino al mulino serve, dal 1642, a far celebrare due messe la settimana per Giuseppe Lampugnani, morto di peste dopo la moglie e i figli.
Nella chiesa della Purificazione risiedono gli scolari del SS. Sacramento che, durante le feste, intervengono alle processioni e dicono l’ufficio della Beata Vergine. Ogni terza domenica con l’abito rosso di tela portano le torce all’elevazione e, dopo il vespro, alla processione che si fa intorno alla piazza. (La Confraternita del SS. Sacramento odierna, esistente presso la chiesa della Madonnina, durante le cerimonie indossa mozzette rosse).
Per tutto il Settecento, come si può vedere anche dalle mappe del catasto Teresiano, il luogo è sempre caratterizzato da acqua, campi arati, vigne, prati, rogge, gelsi, proprietà di nobili e comunità religiose.
Tra qualche casa e qualche orto la Purificazione è denominata chiesa Parrocchiale di Legnanello.
Nel Libro mastro della Chiesa della Purificazione eretta nella contrada di Legnarello che annota con grande cura e precisione entrate, uscite e legati dal 1759 al 1808, leggiamo che abitanti di Legnano e Rescaldina hanno in affitto  vigne, campi da arare, piante di vite e pagano i canoni alla suddetta chiesa. Anche i cittadini illustri, che possiedono capitali, o la veneranda scuola dei Santi Magi, tutti sono contribuenti da un minimo di lire 52 ad un massimo di lire 136.
Questo implica una grande attenzione non solo ai conti, ma anche ai terreni e alle acque.
Il tutto è ribadito nell’elenco stilato, dopo la visita generale lungo il corso del fiume Olona, nel 1772, dall’ing. Gaetano Raggi nel tratto tra Legnano e Vedano di bocche, doppiere, bocchelli, molini, fontanili necessari per i prati e l’agricoltura. Interessante anche la convocazione dei Deputati dell’Estimo unitamente al Parroco, Priori, Fabbricieri, Amministratori con le copie dei conti in ordine per esaminare i bilanci delle istituzioni religiose.
1776 In un successivo documento del 1793 si fa menzione di un orologio posto sulla torre della chiesa di Legnarello “solamente tre anni or sono” (1790) perché prima per le ore era sufficiente il tocco della campana.
E intanto, senza alcun sospetto dell’influenza che avrà sulla nostra storia, nasce a Verona il primo marzo 1774, da famiglia nobile e facoltosa, Maddalena di Canossa.
 
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16 Gennaio 2024  - Martedi' - sett. 03-016
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Biandronno (1/2)
Biandronno: m. 261; kmq 8.37; abitanti 3.100
Comune della provincia di Varese situato 14 km a ovest del capoluogo, lungo la sponda sud-ovest del Lago di Varese.
Il nome del comune è attestato fin dall'anno 828 come Blandaronno o Blanderonno. L'origine del toponimo Biandronno, in dialetto Biandròn, è quasi sicuramente da far risalire all'antroponimo celtico Blandiro, attestato in una iscrizione a Como (cfr. anche Biandrate -NO-). Il suffisso -onno, molto diffuso nei toponimi lombardi, è forse una alterazione del derivato onomastico -onis/-one
1) Baserga: vecchio e originario nucleo di case di Biandronno, situato circa 500 metri a nord dalla piazza cittadina. Ora la località è attraversata dalla strada provinciale. Il nome è da far risalire al termine dialettale basèlga "basilica" (più spesso utilizzato nell'accezione di "edicola","cella" o "piccolo oratorio") con rotacismo per arrivare alla forma attestata.
2) Cascina del Barbucci: località sita tra la frazione di Cassinetta Rizzone e il comune di Travedona-Monate in una zona pianeggiante lungo un piccolo scoscendimento del terreno. È curioso notare come quest'area non abbia mai ospitato una cascina, ma fosse costituita da semplici terreni coltivati di proprietà della famiglia Lucchini, soprannominata Barbuc.
3) Cascina Giulia: località nota anche come Canööf (v. Travedona-Monate n. 14). Questa zona, poco a nord rispetto alla Cassinetta sulla direttiva che porta a Bregano, era caratterizzata da una cascina che oggi è ristrutturata e ospita un centro residenziale.
4) Cassinetta Rizzone: località quasi 5 km a sud del centro abitato, al confine con il comune di Ternate. Non abbiamo registrato alcuna forma dialettale per il toponimo. È l'unica frazione del comune. Questa località ospita oggi la sede italiana della famosa azienda di elettrodomestici Whirlpool (un tempo Ignis): per questa presenza ormai decennale il territorio della Cassinetta si è sviluppato sia demograficamente che urbanisticamente tanto da superare come numero di abitanti il resto del comune di Biandronno. Cassinetta è toponimo frequentissimo anche con varie oscillazioni (cfr. Cascinetta, località di Gallarate -VA-) e deriva dal termine dialettale lombardo cassina "cascina" che designa un "gruppo di case per famiglie di contadini". Lo specifico Rizzone, aggiunto nel Novecento per distinguere il toponimo da altri simili, è scarsamente utilizzato dagli abitanti della zona. L'etimologia non è ben definita: due possono essere le ipotesi. La prima è che il nome faccia riferimento ad un vecchio proprietario che poteva avere un soprannome del tipo Rizzit o simili (v. Comabbio n. 5 e Osmate n. 17). Altra possibilità interpretativa può essere ricercata nel termine dialettale rizàda "boccia di pietra", materiale con il quale era costituito il pavimento della prima originaria cascina sorta in questa località.
Gennaio (2/2)
Un'antichissima consuetudine, che nessuno ricorda più, stabiliva di non fare nessun contratto il secondo giorno di gennaio, perché momento sfavorevole a questo tipo di operazioni.
Sei gennaio: Epifania del Signore (la Pasquetta lombarda). A Milano grande affluenza di forestieri e stanziali alla tomba dei Re Magi, in ricordo della festa che si svolgeva nella basilica di S. Eustorgio, prima che Federico Barbarossa trafugasse i corpi dei Magi portandoli a Colonia "Insigne era la maniera con cui i Santi Re venivano esposti alla pubblica venerazione. Si estraevano dalla loro cassa, e vestiti colle insegne reali, ritti in piedi, coronati nel capo, si collocavano sull'altare maggiore". Anche quando l'arca, rimase vuota, ogni anno i milanesi continuarono a venerarla, finché nel 1336, Giovanni Visconti, signore di Milano, istituì una grandiosa processione che rievocava il viaggio dei Magi a Betlemme, come ci testimonia il cronista domenicano Galvano Fiamma: "Si scelsero tre uomini di bella corporatura che si vestirono con le insegne reali, e accompagnati da grande equipaggio di servi, cavalli e cammelli, riempivano gran tratto della strada con tale comitiva. Precedeva una stella di oro sfavillante, con tale artificio sostenuta in aria, che sembrava si muovesse da se stessa. Alle colonne di S. Lorenzo, su d'un trono assai elevato, sedeva Erode attorniato da scribi e sapienti del regno. Quivi si fermavano a ricercare dove fosse nato il Re dei Giudei. Poi si avviavano alla basilica di S. Eustorgio a suon di trombe e di tamburi tra lo schiamazzo del popolo. Nella basilica si vedeva la spelonca di Betlemme, dove Maria teneva in braccio il Divin Bambino. Entravano nella sacra spelonca i tre Re, offrendo i loro preziosi doni, ed esprimendo con devota imitazione il rimanente della storia dei Santi Re Magi. Tanto fu il giubilo dei cittadini, che fu decretato che, ogni anno, si rinnovasse".
Grazie al Beato Cardinale Andrea Carlo Ferrari "El Cardinal de Milan", una modesta parte dei resti dei Santi Re vennero restituiti nel 1903, ed attualmente sono di nuovo custoditi nella basilica di S. Eustorgio di Milano.
"Pasqua, Pasquetta, che la ven tre volt a l'ann, mama mia me maridaroo quest'ann?"... Questa filastrocca veniva sussurrata dalle ragazze mentre si avvicinavano alla mamma con finta indifferenza; recitata la filastrocca si mettevano a parlare di varie cose e se la "regiora", che non doveva accorgersi di nulla, durante il dialogo pronunciava qualche "St", entro l'anno si sarebbero sicuramente sposate. Poi per conoscere la condizione economica del futuro marito la giovane prendeva tre fagioli e dopo averne sbucciato uno per intero, il secondo a metà e il terzo lasciato con tutta la buccia, li metteva sotto il cuscino e ci dormiva sopra. Al mattino, appena sveglia e ancora al buio, la fanciulla metteva la mano sotto al cuscino prendeva un fagiolo a caso e lo gettava in mezzo alla stanza; poi si alzava, apriva le imposte e correva a cercarlo: se era completamente sbucciato lo sposo era indigente; se sbucciato a metà, ne ricco ne povero; se invece era quello con l'intera buccia allora era facoltoso!
"An de néf, an de ben, an de fén!"... a proposito di neve voglio regalarvi una piccola curiosità che ho trovato su una rivista scientifica: mai vi capiterà di vedere un fiocco di neve incontrarsi con un altro, perché ciascuno, con eguale ritmo, percorre la propria strada dal cielo alla terra. Per chi ama sciare la neve è motivo di gioia, ma questo sport non è ben visto ne dai mandriani ne dai contadini perché il continuo andare su e giù per la montagna, il calpestarla continuamente, impedisce alla terra di riposarsi e riprendersi, come ben sa la sapienza di noster vècc: "A cunt di sciador i nost montagn, gh'hann pù l'inverna per pezzass pagn!"
Il "ponte dei Morti" - via Francesco Sforza ang. via San Barnaba
Da un portale secondario dell'Ospedale (Cà Granda) che si affacciava sull'omonimo Naviglio (rimasto scoperto fino agli anni Trenta), per secoli, uscirono i morti poveri trasportati nudi su un carro, oltre il "ponte dei Morti", in casse apribili sul davanti per agevolarne lo scivolamento nella foppa del cimitero del nosocomio, la Rotonda della Besana. I ricchi venivano invece sepolti nelle chiese.
La Cà Granda è stato il primo ospedale laico del mondo occidentale. All'inizio, venne gestito da un "governatore de li granari", disponeva di due "primari", di quattro "fisici" (medici), di quattro "ciroici" (chirurghi), di un farmacista e di quattro specialisti, rispettivamente per il morbo gallico (la sifilide, portata in Italia dalle truppe di Carlo VIII), per la tigna, per i calcoli renali e per l'ernia. I criteri per la salvaguardia dell'igiene erano innovativi per i tempi, ma non prevedevano una separazione per tipo di malattia e due malati potevano giacere nello stesso letto. Nelle corsie becchettavano le galline e giravano i venditori ambulanti. Un visitatore straniero dell'epoca annotò: "Esso spedale nutre giornalmente 1600 persone oltre gli ammalati, giacché stanno ivi contabili, scrivani, barbieri, sarti, calzolai, dimodocché il contabile novera ogni anno allo spedaliere 30000 ducati milanesi".
 
 
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17 Gennaio 2024 - Mercoledi' - sett. 03-017
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redigio.it/dati2608/QGLO808-ripostiglio-Ranza.mp3 Milano: il ripostiglio di cascina Ranza
Toponimi di Cadrezzate
35) Vallaghe: anche questo toponimo, localizzato nella zona sud del paese verso la sponda nord del lago, può essere visto come una contrazione della locuzione va al lagh "strada (sottointeso) che va verso il lago".
36) Veste: strada che un tempo conduceva dalla zona delle Motte ad un imprecisato bosco. Oggi il toponimo è sconosciuto e non localizzato. La voce è registrata nelle carte del Catasto Regio del 1905. L'origine è incerta: in dialetto troviamo due voci che possiamo collegare con il toponimo, vestàse "avvallamento" e vestèe "madia" (cfr. monte Vesta a Toscolano -BS-)
37) Vigane: nome frequentissimo in toponomastica. La voce prende le mosse dal latino vicanum, che indicava il "diritto di proprietà comune"utilizzata prevalentemente in epoca tardo latina. Spesso la voce dialettale è stata italianizzata sulle carte più recenti come Vigano o Vigane (cfr. Vigana frazione di Massalengo -PV-, Vigano frazione di Gaggiano -MI-).
Gennaio (3/4)
Un tempo, quando non potevano disporre di televisione, computer o gio chi elettronici, il divertimento dei bimbi consisteva nel fà su l'omin de nev o nel scivolare su di un sentiero ghiacciato tracciato nella neve, come racconta questa testimonianza che ci arriva dal lodigiano: "In invèrn quand èra fiucàd (quei i èru fiucàd! Fiucàd d'anteguera), i se divertivu a tìràs i bal de nou; poeu indue el giàs de qualche pucia el diventèva bèl dur, se ciapèva la rincursa e se fèva la sguiàrola,cun di culatàd che t'la fevu 'gni rus invernighent!" (In inverno quando era nevicato, quelle erano nevicate, nevicate d'anteguerra, ci si divertiva a tirarsi le palle di neve; poi dove il ghiaccio di qualche pozzanghera diventava bel duro, si prendeva la rincorsa e vi si scivolava sopra, prendendo a volte delle sederate che ti facevano diventare le natiche rosse come la brace!).
Una tradizione inverunese ricorda che: "Ul derset de chèl mes chi, chl'è S. Antoni, se feeva i falò in tucc i curt e cuntrà par brusà la barba al Toni".
Nelle nostre campagne si dà grande importanza a questo giorno e i contadini si augurano che l'anno nuovo porti prosperità alle loro colture e alle loro mandrie e greggi e, siccome: "Chi stà vesin al campanin, ghe manca mai ne 'l pan, ne 'l vin!", il sacerdote è condotto nei granai e nelle stalle a benedire ogni cosa con spruzzi di Acqua Santa.
Lo accompagna un chierico e un portaceste, poiché è di rito la distribuzione dei panini di S. Antonio, che si daranno poi da mangiare alle bestie per preservarle da ogni male. L'usanza nacque perché al santo eremita egiziano è da sempre affidata la protezione del bestiame come testimonia la sua immagine, presente in ogni stalla, nell'atto di benedire gli animali domestici. Nel cremonese è anche attribuito al santo il potere di far ritrovare gli oggetti smarriti: "S. Antòni da la bàarba bìàanca, fame truà chèl che me manca". Provate, in caso di bisogno, ad invocarlo anche voi, chissà mai che funzioni davvero...!
"El di de la Conversion de San Paol, chi comanda l'è el diavol, on poo fa bell on poo fa brutt, in quel dì lì succed de tutt!".
Anche in Lombardia, la Conversione di San Paolo è legata alla credenza secondo cui il santo divenne cristiano proprio il 25 gennaio e il calendario dedica questa giornata al ricordo della conversione di Saulo di Tarso, avvenuta nel 34 d. C., sulla via di Damasco. I meteorologi e i contadini concordano nell'indicare questo giorno come quello in cui gli eventi atmosferici si alternano disordinatamente, con prevalenza al cattivo tempo. Secondo testimonianze raccolte nel cremonese (Soresina e circondario), il 25 gennaio si andava a battere con lunghi bastoni gli alberi da frutto del proprio campo, recitando una formula rituale o una preghiera, perché era convinzione che così facendo il raccolto sarebbe stato abbondante. L'atto di percuotere, gli alberi viene accomunato alla cacciata del Zenerù (Gennaio) e con esso del freddo e del cattivo tempo, preconizzando l'avvento della primavera.
Altra tradizione di gennaio è la Giubianna, antichissima festa che si svolge nell'ultimo giovedì del mese; un fantoccio di paglia, che simula la figura di una vecchia, viene portato in giro per il paese e poi bruciato sulla piazza, al canto di: "Giubianna, giubianna, una quarta de luganega; giubianna, giubianna, una quarta de luganeghin!".
Canegrate - La storia delle ricerche. Verso lo scavo scientifico
Sono passati 70 anni dall'inizio degli scavi ma si può ricostruire la storia delle ricerche intrecciando documenti, immagini e testimonianze che, tra le righe, hanno ancora molto da raccontare.
Maggio 1952 - Un'altra straordinaria scoperta
Durante gli scavi per la costruzione dell'abitazione del signor Mario Colombo, nell'attuale via Bramante, a ovest dei ritrovamenti precedenti, vennero rinvenute, aca. 60cm di profondità, delle nuovetombe. Alcune andarono distrutte, mentre altre furono recuperate, grazie all'attenta opera di sorveglianza di G. Sutermeister che capì subito l'importanza di questo ulteriore ritrovamento e la necessità di estendere la ricerca.
Marzo 1953 - I sopralluoghi e l'affidamento della direzione delle ricerche
Grazie alla segnalazione dell'ingegnere, il professor Ferrante Rittatore si recò a Canegrate e insieme effettuarono un sopralluogo. In seguito Rittatore scrisse: << Fin dalla prima volta in cui vidi i pochi resti che allora si conoscevano di tali tombe ebbi la netta impressione che ci si trovasse di fronte ad una facies ben definita e ben differente da quella di Golasecca».
Considerato il rischio che i proprietari proseguissero nei lavori, Sutermeister pregò Rittatore di insistere presso la Soprintendenza alle Antichità della Lombardia affinché venisse eseguito uno scavo regolare. Così il 19 marzo 1953 il Soprintendente, Nevio Degrassi, accompagnato da Rittatore, andò sul posto e si rese conto dell'importanza del ritrovamento, affidando al professore la direzione delle ricerche.
Il Lazzaretto e la peste (fondazione 1488) -  via San Gregorio 5
Si decise la costruzione del Lazzaretto per l'intensificarsi delle epidemie di peste. Nel corso di tre secoli la città venne colpita almeno dieci volte. Secondo stime approssimative la malattia uccise, com- prendendo il contado, 30.000 persone nel 1451, 100.000 nel 1485- 90, 100.000 nel 1524-29, 70.000 nel 1576 al tempo di Carlo Borromeo arcivescovo. La peggiore fu quella del 1630-32 (la peste de I promessi sposi), quando nel Milanese morirono più di 2.000 persone al giorno, fino al totale di 150.000.
Di fronte a cifre così imponenti il Lazzaretto risultò subito insufficiente, anche se arrivò a contenere 16.210 appestati!
Le 288 celle avevano un camino, una finestra con inferriata, il pavimento lievemente inclinato per facilitare pulizia e scarico dei rifiuti in un apposito canale che circondava l'edificio. La struttura era quadrata, con lati di 375 metri, tre dei quali porticati in un elegante stile rinascimentale-lombardo, con al centro una chiesetta aperta su tutti i lati in modo da poter far seguire la messa da ogni cella. Finito il periodo delle epidemie il Lazzaretto venne utilizzato come prigione per soldati francesi, accampamento di truppe tedesche, scuola veterinaria, sede dei festeggiamenti per la neonata Repubblica Cisalpina. Dal 1812 fu destinato a umili abitazioni e piccole attività artigianali. Nel 1881 venne acquistato dalla Banca di Credito Italiano, che finì col demolirlo.
Ne rimane un frammento in via San Gregorio 5, ora sede della chiesa russo-ortodossa di San Nicola. I nomi delle strade vicine richiamano personaggi legati alla sua storia: il medico Lodovico Settala, il cappuccino direttore del Lazzaretto Felice Casati. La chiesetta, modificata nel tempo, si trova all'incrocio tra viale Tunisia e via Lecco.
Il tempo, le stagioni e il calendario
Santa Lucia
Santa Lucia bella dei bimbi sei la stella pel mondo vieni e vai e non ti fermi mai.
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I Santi di dicembre
Ai tredici Santa Lucia,
ai ventuno San Tommaso canta,
ai venticinque la nascita Santa,
ai ventisei Santo Stefano, che fu lapidato,
ai ventisette San Giovanni chiamato,
ai ventotto i martiri innocentini,
ai trentuno finito l'anno, finiti i quattrini.
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La notte di Natale
La notte di Natale è nato un bel bambino,
bianco, ross0, tutto ricciolino.
Maria lavava, Giuseppe stendeva, il bimbo piangeva per il freddo che aveva.
Non piangere figlio che adesso ti piglio, pane non ho, ma latte ti dò. Suonava il campanello, il bue e l'asinello, Giuseppe e Maria che bella compagnia.
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Natale
Per Santa Lucia e per Natale
il contadino ammazza il maiale.
Chi per Natale non ammazza il porco, tutto l'anno resta col muso storto.
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18 Gennaio 2024 - Giovedi' - sett. 03-018
redigio.it/rvg100/rvg-03-018.mp3 - Te la racconto io la giornata
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Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO812-cattive-preghiere.mp3 - Cattive preghiere - La Madonnina - la portinara vigliacca - la ciciarone e lo student - 
Toponimi di Biandronno
9) Gesiolo: o Gesiöör, è una piccola cappella a sud del centro del paese sulla strada che dal Montesé porta al Roncato. In dialetto la gésa è la "chiesa". Il nome della cappella quindi non è altro che il termine generico dialettale con la presenza del suffisso diminutivo -öl, passato ad -ör per il fenomeno del rotacismo. La voce è molto frequente nei microtoponimi lombardi con numerose varianti.
10) Isola Virginia: detta anche Isulin "isolino". Triangolo di terra che si erge all'interno del Lago di Varese separato dalla costa da uno stretto canale chiamato Ticinello. L'isola, di circa 0.9 kmq, è ricoperta da una fitta vegetazione composta da salici, querce, ontani neri e canneti. Nell'antichità nota come Isola di San Biagio, venne acquistata nel 1822 dal duca Litta che la volle chiamare come la moglie Camilla. Nel 1878 l'isola cambiò nuovamente proprietario passando nelle mani di Andrea Ponti che subito la ribattezzò come la sua consorte, la marchesa Virginia Ponti Pigna, da cui il nome attuale di Isola Virginia. Dal 1962 l'isola è di proprietà del comune di Varese per gentile concessione del marchese Gian Felice Ponti. Attualmente l'isola ospita un museo dedicato alla famiglia Ponti e un bar-ristorante
* Si pensa che in cima a questa altura fosse collocata una torre di avvistamento romana poi utilizzata e fortificata anche dal Barbarossa. Ciò perché da questa posizione la visuale su tutto il Lago di Varese era perfetta ed era possibile vedere (anche a tutt'oggi) la torre di avvistamento romana più nota e documentata situata nel comune di Velate, paese sulla sponda nord del Lago di Varese.
La storia delle ricerche. La necropoli torna alla luce
Primavera/estate 1953 - Prima campagna di scavo
Come attestato dai documenti, nei mesi di aprile e maggio vennero realizzati diversi saggi di scavo ad opera della Soprintendenza che, in seguito, comunicò al proprietario della casa la data dell'inizio degli scavi: lunedì 13 luglio 1953.
Nel corso della primavera-estate, in tre riprese, per un totale di circa sei settimane, il professor Ferrante Rittatore intervenne dapprima sull'area interessata dai lavori e poi allargò lo scavo. La ricerca venne condotta esplorando la zona con trincee successive di circa 1 m di profondità, rinvenendo 97 tombe. La Soprintendenza alle Antichità diede pieno appoggio, inviando sul posto nei primi giorni il signor Antonielli e, durante tutta la campagna di scavo, il sig. Minardo. L'ingegner Sutermeister spesso presenziò agli scavi "in cordiale collaborazione" e partecipò ai lavori anche lo stradino del comune di Canegrate, il signor Massagrandi. Diversi quotidiani pubblicarono la notizia e, durante lo scavo, vennero in Italia studiosi svizzeri e tedeschi che poterono osservare i ritrovamenti e "tutti furono concordi nel mostrare il loro profondo interessamento per questa nuova scoperta".
Agosto 1954 - Un altro interessante ritrovamento casuale
A circa 700 m dal luogo del ritrovamento della necropoli, nel cortile della scuola dell'infanzia Gajo, a 90 cm di profondità, venne trovata un'altra tomba, ma i saggi effettuati nelle vicinanze ebbero esito negativo.
1954-1956 - Seconda campagna di scavo
Grazie ai fondi messi a disposizione dell'Amministrazione civica di Milano, a Canegrate continuarono le ricerche. Gli scavi, che portarono alla luce altre 67 tombe, vennero eseguiti in tre periodi successivi, dal 22 settembre 1954 all'autunno 1956, attorno all'area dello scavo 1953 e furono estesi con l'obiettivo di individuare l'intera necropoli.
I benefici psicofisici della vacanza (anche se mini)
Il viaggio è una porta attraverso la quale si esce dalla realtà nota e si entra in un'altra realtà inesplorata, che somiglia al sogno. (Guy de Maupassant)
Il viaggio è una porta attraverso la quale si es realtà inesplorata, che somiglia al sogno. (Guy
Nella terza estate dopo la pandemia, sono aumentate le prenotazioni per una vacanza, più o meno lontano da casa. Questa è una buona notizia perché persino la scienza ha dimostrato che viaggiare porta tanti benefici anche per viaggi brevi, come può essere un fine settimana.
Il benessere inizia già durante la fase di programmazione di un viaggio perché porta ad una sorta di piacere anticipatorio che aiuta a vivere meglio il quotidiano in attesa del "premio" rappresentato dalla vacanza. Secondo lo psicologo Adam Galinsky, andare in giro per il mondo aiuta il cervello a funzionare meglio e rende più creativi.
Viaggiare, uscire di casa propria vuol dire mettersi in discussione, lasciare la routine quotidiana e le relazioni usuali, ci si confronta con altre abitudini, altre persone. Questo porta ad arricchirci come esseri umani e vedere la nostra vita sotto un'altra luce.
Galinsky afferma: "la chiave sta proprio nell'immergersi in ciò che non si conosce, nell'adattarsi e confrontarsi con il diverso ".
Per un benessere fisico e un equilibrio mentale è importante sapersi allontanare dalle responsabilità quotidiane e per questo è importante il viaggio. Prendersi una vacanza stando a casa non è certo la stessa cosa: non si riesce ad uscire dalla routine ed avere tutti i benefici che un viaggio può dare.
Occorre quindi prendersi delle pause al di fuori delle proprie mura di casa; non sono necessari viaggi lontani e lunghi, bastano anche uscite brevi vicino a casa. Non è importante neppure la modalità scelta per il viaggio, può essere un tour, una crociera oppure una semplice vacanza organizzata in autonomia.
L'importante è cambiare un poco l'orizzonte e dedicare più tempo alle attività preferite perché anche queste, quando si è stanchi, aiutano il recupero psicologico.
Fare una vacanza fa bene anche alla salute: è stato dimostrato che viaggiare un paio di volte durante l'anno riduce il rischio di malattie cardiovascolari e ha un effetto antidepressivo.
La Cà Granda (fondazione 1456) -  via Festa del Perdono
Francesco Sforza fece sua l'idea, nata durante la breve Repubblica, di concentrare in un unico complesso, più facile da gestire, tutti i vecchi ospedali della città. Chiamò per costruirla il fiorentino Averulino, detto il Filarete (a cui seguirono Solari e Amadeo).
Questa prima parte venne terminata nel 1497. Il Vasari, in visita a Milano, scrisse: "tanto ben fatto e ordinato che simile non credo sia altro in Europa". La seconda, quella centrale, venne edificata con la donazione del 1624 di Gian Pietro Carcano, ricchissimo commerciante tessile, mantenendo i moduli architettonici quattrocenteschi. Anche l'ultimo ampliamento, che venne eseguito tra 1798 e 1804 grazie al lascito del notaio Giuseppe Macchio, seguì sostanzialmente il progetto originario.
Al termine dei lavori il complesso era formato da due blocchi divisi dal grande cortile, ogni blocco con al centro una crociera che rava quattro settori, ognuno con un piccolo cortile porticato. L'ospedale funzionò per cinque secoli, per poi venire trasferito a Niguarda nel 1939. Nonostante i pesanti bombardamenti dell'agosto 1943, il complesso è rinato grazie a una ricomposizione dove possibile e a una ricostruzione in chiave moderna attenta a non dimenticare l'antica impostazione. Ora è sede dell'università Statale. Nella crociera quattrocentesca (con ingresso dal cortile maggiore, dove è stata ricavata una sala di lettura, sono ancora ben riconoscibili le nicchie-armadietto e i corridoi di servizio.
Gesù bambino
Gesù bambino,
stammi vicino stendi la mano,
fa' che sia sano.
Proteggi sempre babbo e mammina veglia dal cielo la mia casina.
Fa' che sia docile, tranquillo e buono ai miei capricci dammi il perdono. Mattina e sera accogli tu la mia preghiera bambin Gesù!
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È' dicembre
È dicembre,
freddo e gelo,
fischia il vento giù dai monti, l'acqua è ghiaccia nelle fonti, ma se il tempo è così freddo cosa importa?
Fra gli alari, negli sperduti casolari,
brilla il fuoco,
lietamente tutti aspettano il Natale.
Una grande luce s'accende ed annuncia al mondo intero che Gesù bambino è nato, tanti doni ci ha portato.
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19 Gennaio 2024 - Venerdi' - sett. 03-019
redigio.it/rvg100/rvg-03-019.mp3 - Te la racconto io la giornata
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Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO517-Milano-SanGottardo-08.mp3 - Milano San Gottardo e oltre - un palazzo dei quartieri alti - la quieta via Custodi - le placide atmosfere di fine Ottocento -
I segreti della chiesa della Purificazione
Si sono di recente conclusi i lavori di manutenzione riguardanti le proprietà delle suore Canossiane. Dopo un positivo e promettente inizio l’attività è stata estesa ad altri edifici insistenti sulla via Melzi. Noi desideriamo descrivere quelli che si affacciano su corso Sempione che sono sotto gli occhi di tutti.
Prima di intervenire, con l’ok della soprintendenza, sono stati eseguiti saggi di pulitura per verificare lo stato attuale e pianificare le necessarie fasi operative.
Non solo gli agenti atmosferici, con l’alternarsi di sole e pioggia causano danni alle pareti, ma anche il continuo passaggio di automobili in una via così nevralgica per il traffico e i relativi scarichi, le emissioni degli impianti di riscaldamento, e non ultima l’umidità di risalita macchiano, anneriscono, gonfiano gli intonaci e li sfarinano.
Mi fa piacere sottolineare che un team di professioniste ha lavorato in sintonia nel rispetto dei dettami imposti dalla Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per la Città metropolitana di Milano: il progetto nonché la direzione dei lavori si devono all’arch. Anna Croci Candiani, la responsabilità dell’istruttoria all’arch. Federica Cavalleri, l’opera delle restauratrici dott. Maria Chiara Angellotti Zampollo e dott. Stefania Gatti ha completato il raggiungimento degli obiettivi.
Sono stati rimossi chiodi, zanche, rappezzi precedenti, consolidati i distacchi di intonaco, pulite e tinteggiate le superfici, rinforzate stuccature e sigillature. Sotto i vari strati di pittura si è trovata la tinta presumibilmente originale: l’ocra in un paio di tonalità, le lesene hanno ripreso il loro antico aspetto e le colonne hanno nuovamente rivelato il granito rosa. Interessante il lavoro eseguito sullo stemma di famiglia costituito da calce e polvere di marmo.
Ha riportato alla luce i particolari dell’aquila gentilizia con la corona, le ali spiegate nonostante le numerose sovrapposizioni. Sulla facciata della chiesa il finestrone centrale affiancato dai due tondi laterali, i capitelli delle lesene e il monogramma della Madonna sono adorni di festoni a stucco (trionfi di nastri, frutta, foglie d’acanto) che spiccano sul bianco crema, mentre un bel dentello corre sopra le arcate dell’ingresso. Dimenticato il precedente color terracotta, ora gli edifici color ocra, ravvivati da un fregio decorativo costeggiano il marciapiede del Sempione.
Ripristinare il degrado rispettando la storicità e il vissuto del monumento è quello che è stato fatto e ci dà modo di poterlo narrare. Andare indietro nel tempo a cercare le origini di questo luogo di culto è per noi un itinerario affascinante.
Infatti la chiesa, comunemente detta della Barbara Melzi, oggi cappella privata appartenente alle suore Canossiane, ha una storia antica. Compare già nel Liber notitiae sanctorum mediolani (Libro della conoscenza dei Santi di Milano) di Goffredo da Bussero (XIV sec.) a proposito dei luoghi sacri dedicati alla Madonna. Nel reparto “Memoria ecclesiarum sancte dei genetricis Mariae” ( Notizia delle chiese di Maria santa madre di Dio ) troviamo specificato il nome di “Santa Maria ecclesia sancte Mariae ad Legnianello” (chiesa di Santa Maria presso Legnanello) . Chi ha un po’ di dimestichezza con la lingua dei Romani antichi si sarà accorto che qua e là sono spariti i dittonghi, in compenso sono entrati lemmi di nuovo conio.
Gennaio (4/4)
Giubianna, nell'antico brianzolo, oltre che giovedì, significa anche fantasma; era la festa delle donne non più giovani, che si radunavano per festeggiare la fine della seminagione e in allegria giubbianaven, perché giubianna è anche civettare e pettegolare, ovvero: giubbianà! - Per i più piccini la Giubianna è una vecchia strega che la notte dell'ultimo giovedì di gennaio gira per le nostre campagne, entra nei paesi e si avvicina alle porte delle case per spaventare i bambini disubbidienti e, se quel giorno si è stati un poco discoli, c'è il pericolo di sentire lo scalpiccio dei suoi zoccoli, di udire la sua voce rauca che da una fessura della porta, dice le temute parole: "Usc... usc... senti odor de cristianusc!". L'unico rimedio contro la fattucchiera è il risotto con la luganega; bisogna pregare la mamma di prepararlo e mangiare il risotto fumante, intorno al quale devono arrivare i primi moscerini chiamati per l'appunto i moschitt de la Giubianna e se, mentre lo state mangiando, sentite all'uscio di casa un lamentoso: "Usc... usc... senti odor de cristianusc", rispondete sicuri: "No! L'è l'odor del risott che la m'ha fà la mia mamma, e a ti te ne doo nanca on ciccin!". Così dicendo, avrete vinto perché, piena di rabbia, la Giubianna se ne andrà zoccolando per le vie del paese in cerca di un altro bambino ribelle da spaventare!
Dal 26 al 29 gennaio con solo quattro mezzi gusci, tornava il rituale della Ghirlanda: con lei si pronosticava l'andamento delle stagioni: la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno. Più che il bello o il cattivo tempo, per le quattro stagioni il riferimento era ciò, che le caratterizzava e cioè: raccolto, semina, quantità e qualità dei prodotti e la Ghirlanda aveva la funzione di far conoscere in anticipo fatti o eventi con la speranza di poterli prevenire.
Narra una leggenda che quando Gennaio aveva solo ventotto giorni, durante una partita a dadi con Febbraio, lo ridusse sul lastrico; non sapendo come pagare i debiti, il povero Febbraio offrì al vincitore, Gennaio, i primi tre giorni del suo mese, così Febbraio restò lui con ventotto giorni. Fin dall'antichità questi tre giorni, considerati i più freddi dell'anno, vennero chiamati i giorni della Merla e tra le varie ipotesi c'è chi identifica il nome Merla con moron (gelso), le cui foglie servivano da alimento al baco da seta. La Merla veniva cantata davanti alla chiesa del paese come augurio al bel tempo, affinché il gelso facesse foglie grandi e belle per nutrire bene i bachi.
La voce solista, sempre una donna, saliva su un cumulo di fascine poste sul sagrato (per questo veniva chiamata la fasinera) e dava "il la" ai vari gruppi che iniziavano a cantare: "Trà la rocca in mezz a l'era, che se gh'è nivolven el seren, trallallera, trallallera, trallallera, trallallà!".
Finito il canto le fascine venivano bruciate e la cenere sparsa nei campi a propiziare un buon raccolto, oppure mescolata alle foglie del gelso date in nutrimento ai cavalèr; se però la Merla non era cantata bene, con una perfetta intesa tra le voci dei vari gruppi, la produzione del baco rischiava di andare perduta. Per la famiglia contadina l'allevamento dei cavalèr era molto importante, perché la vendita dei bozzoli costituiva il primo guadagno dell'annata.
Ora che l'allevamento dei bachi è quasi scomparso, in alcuni luoghi la Merla si canta ancora, è un momento di folclore molto sentito, ma il suo vero significato è andato perduto.
l'Intelligenza Artificiale (IA)
Cos'ha a che fare l'Intelligenza Artificiale (IA) con un "pappagallo stocastico"? Sappiamo fino a che punto essa pervade la nostra vita quotidiana?
Se pensiamo a un assistente virtuale come Siri o facciamo una qualunque ricerca su Google, non solo stiamo usando l'intelligenza artificiale come se fosse uno strumento tra altri, ma stiamo inconsapevolmente contribuendo ad addestrarla. L'IA non nasce infatti come Minerva armata dalla testa di Giove, ma presuppone un enorme lavorio di selezione e inserimento di inimmaginabili quantità di dati, al quale ognuno di noi contribuisce inconsapevolmente ma attivamente, con criteri il più delle volte oscuri e viziati da una fitta rete di scelte, filtri e pregiudizi impossibile da ricostruire a posteriori. Dati e sequenze linguistiche che, nell'elaborazione dei "modelli di linguaggio" su cui si basa e con cui opera, l'IA ripete a caso come un pappagallo, sulla base di combinazioni probabilistiche, senza comprenderne il significato.
È nell'ambito sanitario che l'IA mostra tutta la sua potenza e insieme i rischi a cui ci espone.
Se in ambito diagnostico i risultati raggiunti da strumenti e tecnologie d'avanguardia sono stupefacenti, non bisogna sorvolare su criticità e rischi altrettanto evidenti.
Due sono i problemi che l'uso dell'IA incontra: la "esplicabilità" (explainability), ovvero il fatto che l'opacità dell'operato dell'IA rende molto complicato fugare l'eventualità di diagnosi errate o di trattamenti inappropriati a scapito del paziente, e l'effetto "scatola nera" (black box), per il quale i modelli di apprendimento utilizzati dalla IA rendono non trasparenti le decisioni diagnostiche della macchina.
Siamo dunque ben lontani dall'immaginare macchine che sostituiscano i processi cognitivi ed emotivi umani. L'IA è profondamente interconnessa con l'elemento umano, ma proprio questa consapevolezza ci obbliga a chiarirne le dinamiche e i processi, anche sul piano etico e giuridico.
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20 Gennaio 2024 - sabato - sett. 03-020
redigio.it/rvg100/rvg-03-020.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO577-milanesi-sidiventa-02.mp3 - Milanesi si nasce ... e si diventa
Toponimi di OSMATE (1/2)
Osmate: m. 333; kmq 3.43; abitanti 445
Comune della provincia di Varese 19 Km a sud-ovest del capoluogo, situato sulla sponda sud occidentale del Lago di Monate
Il toponimo, in dialetto Usmà, è attestato a partire dal XIII secolo come Usmate (cfr. Usmate -MZ-)123 e con molta probabilità è un prediale derivante dal nome latino Auximus o Ocimus 124 (il secondo attestato in una lapide a Milano) -
Albini: cascina tutt'ora esistente situata nella zona di Provesci. La cascina è forse la più antica del paese e prende il nome dalla famiglia che l'ha costruita. La famiglia Albini è ritenuta da tutti gli abitanti di Osmate una delle più facoltose che per prime si insediarono nel paese.
2) Bettola: nel dialetto locale definita Béture. Complesso di case con al centro la vecchia cascina situata nella zona pianeggiante opposta all'ormai abbandonato stabilimento di tessitura (v. Mercallo n. 2).
3) Biis: area molto limitata situata alle spalle dell'antico stabilimento di tessitura caratterizzata un tempo da un piccolo bosco che era stato in parte eliminato per far spazio ad alcune colture. Oggi quest'area è stata abbandonata ed è ritornata interamente boschiva. L'origine del toponimo è incerta ed è forse da far risalire ad una voce dialettale bis "bigio" da intendere come "terreno o zona scura'
4) Bufalöre: altro nome con cui si designava un tempo l'area che sulle carte è denominata Fino al 1970 il comune di Osmate era unito amministrativamente a quello di Lentate, piccolo paese di circa 170 abitanti, poco più a sud. Ora Lentate è denominata sulle carte come Lentate Verbano ed è una località del comune di Sesto Calende, E' fantasioso il tentativo di far risalire il toponimo Osmate ad una antica divinità pagana dei boschi chiamata Oscio Mater. Paiétt. In italiano è frequente il toponimo Boffalora. E' largamente condiviso il modo di intendere il nome come composto di boffa "sbuffo, soffio" più l'óra "vento" con il significato quindi di "soffia il vento". In generale i luoghi che portano questo nome sono zone rialzate poco protette ed esposte ai venti
5) Campagna: ampia area che ospita tutt'ora una cascina definita appunto Cascina Campagna. Quest'area si snoda a sud del Runch nella zona che da Osmate porta a Lentate Verbano, nei pressi della quale troviamo anche la Cascina Pometta. L'area denominata dai locali la Campagn ospitava antiche coltivazioni di grano e mais e alcune aree erano adibite alla coltivazione dell'uva, da cui anche il nome Vignöö attribuito ad alcune di esse.
6) Colla: cascina esistente ancora oggi su una piccola spianata al confine con il comune di Comabbio, un tempo zona prevalentemente boschiva, oggi in parte recuperata ed edificata con un residence. In dialetto la zona è nota come Ca' Cól. L'italianizzazione con il termine "colla" quindi non pare felice. L'interpretazione del nome dialettale può forse essere ricondotta al dialettale cola "colle, altura"(cfr. Cola frazione di Novate Mezzola -SO-, Cöla monte sopra Ballabio -LC-)128.
7) Funcurune: riva sud del Lago di Monate dove il pendio del Moncucco si immette nel lago. In quest'area la sponda lacustre è molto profonda creando quindi un fondale unico nel panorama dei laghi prealpini di origine glaciale. Il lago infatti è il più profondo (più di 40 metri di profondità massima) tra i piccoli laghi di origine glaciale della Lombardia. Alcuni locali interpretano il nome come una forma contratta del sintagma "fund cur düüne" traducibile in italiano come "fondo con le dune".
8) Läägh de Furmich: riva lacustre a sud della località Bettola poco distante dalle paludi e torbiere di Osmate. L'area prendeva questo nome perché nei periodi di ritiro del lago diventava zona secca e arida dando spesso casa a numerose formiche. La zona non era quindi molto amata dai locali per la balneazione.
9) Monteggi: noto come Muntéc. La localizzazione del toponimo è incerta (v. Cadrezzate n. 13).
Immagini, documenti e testimonianze.
I protagonisti raccontano le scoperte
Questa importante scoperta archeologica fu possibile grazie agli interventi di tutela e segnalazione dell'inge- gner Guido Sutermeister e all'opera di ricerca e di divulgazione del professor Ferrante Rittatore, ma soprattutto alla loro passione per l'archeologia.
Così li ricordò il professor Mario Mirabella Roberti in una testimonianza: «Quando nell'ottobre del 1953 mi è stato affidato l'incarico di reggere la Soprintendenza alle Antichità della Lombardia, ho assai presto incontrato Rittatore e il primo contatto è stato su di un arido terreno fra le case in un paesotto dell'alto Milanese, Canegrate, sotto Legnano. L'ing. Guido Sutermeister, ispettore onorario, vi aveva scoperto delle tombe e si era rivolto a Rittatore per saperne di più. E lui vi aveva riconosciuto non una consueta necropoli, ma un "campo d'urne", di un tipo sconosciuto in Lombardia e quindi la presenza di una nuova "cultura"».
Parole e immagini di 70 anni fa sono state "catturate" grazie ai documenti conservati negli archivi della Soprintendenza e del Comune di Canegrate, ma soprattutto alle fotografie, come quelle scattate dal signor Renato Colombo, figlio del proprietario della casa, durante la costruzione della quale emerse il nucleo principale della necropoli.
- II Sanatorio Regina Elena
Il Sanatorio Regina Elena di Savoia, inizialmente "Istituzione di assistenza ai tubercolotici di Legnano", fu realizzato a Legnano tra il 1921 e il 1924, e inaugurato il 19 giugno 1924, alla presenza della Regina Margherita, con una iniziale capacità ricettiva di 104 letti, successivamente ampliata.
I primi progetti risalgono al 1917, ma solo nel 1921 il Comitato istitutivo affidò l'incarico per la realizzazione all'ingegnere Carlo Jucker, a suo tempo direttore del Cotonificio Cantoni.
Il complesso, una leggiadra costruzione dalle linee sobrie ed eleganti, vivace nelle decorazioni e nelle movenze architettoniche, era composto da un corpo centrale a due piani e da due padiglioni laterali ad un piano, con verande ed ampie vetrate per le cure elioterapiche. Nella parte posteriore erano situati i locali per le visite mediche, la radioscopia, i laboratori e gli uffici amministrativi. Nei sotterranei, luminosissimi, erano disposti tutti i servizi: cucina, dispensa, locali di disinfezione e sterilizzazione... I due bracci, il destro per le donne, il sinistro per gli uomini, comprendevano camere accoglienti, dipinte con colori pastello e motivi floreali, munite di tutti i confort e di uno speciale impianto di aerazione.
Accanto alla struttura vi erano due solarium in stile liberty anch'essi separati, il destro per le donne, il sinistro per gli uomini, costruiti in legno e calcestruzzo, con forma ad arco rivolta a mezzogiorno per permettere la doppia esposizione al sole, invernale ed estiva. Partendo da un basamento rialzato, erano ornati con strutture lignee di pilastrini e pareti intelaiate. In questi spazi si trovavano sedie a sdraio assegnate ad ogni singolo malato e numerate progressivamente. Scorrevano su binari e potevano essere ricoverate agevolmente ogni sera in un corridoio centrale, per preservarle dall'umidità o dalla pioggia. Purtroppo queste strutture, significative per efficienza ed eleganza, furono abbandonate al degrado e all'incuria amministrativa per decenni, e risultano ad oggi irrimediabilmente perdute.
Immerso in un magnifico parco, sistemato in parte a pineta con diverse centinaia di conifere e in parte a giardino all'inglese, il sanatorio era una costruzione modernissima, nella quale furono adottati metodi terapici per l'epoca molto progrediti, "in modo che l'ammalato non avesse l'impressione di trovarsi in un luogo di dolore".
 
 
 
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21 Gennaio 2024 - Domenica - sett. 03-021
redigio.it/rvg100/rvg-03-021.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2608/QGLO803-1936-07-01-pt04-mp3 - I fanciulli delle colonie estive - Oltre 1500 ragazzi alla villeggiatura montana - Le partenze disposte dalla O.N.P - l'avanguartdia dei figli italiani all'estero -
Toponimi di Cadrezzate
38) Vignaccia: zona collocabile sul pendio sud delle Motte. La voce è da far risalire al latino vinea "vigna, vigneto". Il termine è molto produttivo e registrato con vari suffissi in quasi tutti i comuni studiati. Questo tipo di coltura è stata largamente impiegata dai locali in conseguenza delle numerose zone collinari ben soleggiate durante l'anno.
39) Vignola: area un tempo coltivata che si trovava a sud del paese nella zona che porta verso il comune di Brabbia
40) Vignolo Vassallo: località di incerta individuazione sul territorio comunale registrata solamente nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860
San Bernardino - L’interpretazione degli artisti
Ribadito il concetto che sono i i francescani a veicolare il culto del santo in lungo e in largo per l’Europa, vediamo cosa succede nelle nostre vicinanze.
A Brescia rimane, anche se alquanto ammalorato, un notevole ciclo pittorico nel secondo chiostro del complesso monastico di San Giuseppe. Sono più di trenta lunette, risalenti al Seicento, affrescate con altrettanti episodi della vita del santo. Il metodo pastorale di Bernardino è stato molto apprezzato da papa Giovanni XXIII come modello da seguire tanto che lo ha riconosciuto come “Dottore della chiesa”. Le qualità taumaturgiche inoltre hanno ispirato la costruzione del primo grande ospedale di Brescia ed ora il nome di Bernardino è ricordato negli ospedali di Santo Spirito e San Luca della Misericordia in città.
Tutti avranno visto o almeno sentito parlare della Pala di Brera, ma forse non tutti sanno che prima di trovarsi in Accademia è stata presente, fino al 1810, nella chiesa francescana di San Bernardino ad Urbino. Il committente Federico da Montefeltro fa erigere l’edificio sacro come mausoleo ducale, tra il 1482 e il 1491 circa, su progetto di Francesco di Giorgio Martini e con la direzione dei lavori affidata ad un giovane Donato Bramante. All’interno si può leggere in alto, lungo tutto il perimetro, un’iscrizione in latino per lodare il santo, che tradotta suona così “O splendore di pudicizia, pieno di zelo per la povertà, amatore dell’innocenza, cultore della verginità, percorritore della sapienza, protettore della verità, davanti al trono fulgido dell’eterna maestà, prepara per noi l’ingresso della divina pietà implora per noi la grazia o beato Bernardino”.
Nella pala Federico, il duca di Urbino, compare in primo piano in ginocchio a mani giunte rivestito dall’armatura.
La Madonna è posizionata al centro di fronte e guarda il figlio disteso sulle ginocchia. Ha i capelli raccolti in una cuffia ed è coperta dal manto blu bordato da un nastro. Ai lati tre santi a sinistra di chi guarda, Bernardino che spunta tra Giovanni e Girolamo; tre a destra Giovanni evangelista, Francesco, Pietro. Dietro quattro angeli assistono alla scena come muti testimoni. Piero della Francesca ambienta l’insieme in un’abside dalla volta a botte ricoperta da un soffitto a cassettoni, sorretta da lesene scolpite che uniscono in maniera indissolubile architettura e personaggi.
Svariati sono i particolari simbolici: il corallo di Gesù bambino, oltre a rappresentare l’amuleto che protegge i neonati, con il suo colore anticipa il sangue vale a dire la morte in croce; l’uovo che pende dalla conchiglia al centro sta a significare la perfezione e la rinascita quindi la resurrezione di Cristo.
Ma a Brera è presente un altro quadro di autore famoso dedicato al santo vale a dire il San Bernardino e angeli di Andrea Mantegna La tela databile al 1469 presenta un grande arco riccamente ornato da festoni di frutta sormontato da cherubini che curiosano dall’alto.
In primo piano spicca il Santo a piedi nudi, rivestito di un saio con una semplice corda annodata intorno alla vita.
In mano reca il trigramma, suo segno distintivo, e sotto il braccio un grosso volume. La sua essenziale povertà contrasta fortemente con l’opulenza dell’ambientazione ed il ricco abbigliamento dei due angeli che lo affiancano.
Un esplicito omaggio al modo di predicare bernardiniano è la scritta latina che corre sull’architrave “Huius lingua salus hominum” (la lingua di questo «è» salvezza degli uomini o, più liberamente, la sua parola «è» salvezza degli uomini). (14 - continua)
Parole milanesi
Patt =i patt di zòcur = le strisce di pelle o tessuto inchiodate al legno degli zoccoli.
Patun = sberlone, cazzotto. Patüsc, patell = pannolino. Paüra, pagüra = paura. Pagüra mia, ga pensi mi! = non temere, ci penso io!
Pe, pée = piede, piedi. Andà a pè = camminare a piedi. Ciapà pè = prender piede. Dà un pée in dur cüü =
pée = nelle famiglie numerose i bambini, per ragioni di spazio, venivano talvolta messi a dormire in due nello stesso letto, uno con il capo rivolto alla testata e l'altro col capo rivolto alla pediera del letto. Durmì in pée dormire in piedi, essere tardo di riflessi. Fài cunt i pée = fatto coi piedi, malfatto. Fài in sü i düü pée = lett. fatto sui due piedi cioè subito, all'istante. In punta da pée = in punta di piedi. I pè piàtt i piedi piatti. Levàss in pée = alzarsi in piedi. Mett in pée, trà in pée = mettere in piedi, approntare, allestire, avere iniziative. 'Nà fö di pée = andarsene. 'Nà a pè 'n tèra = andare a piedi nudi. Netà i pée = nettar- si le suole delle scarpe sullo stuoino. Paré un mort in pée = sembrare un morto in piedi. Piantà in pée un gar- büi = provocare una lite, disordine. Picà i pée = spazientirsi, mordere il freno, scalpitare. Puntà i pée = puntar i piedi, impuntarsi. Tegnì in pée = sostenere. Vegh mia frécc i pée = lett. non aver freddi i piedi, detto riferito a chi ha, o maneggia tanti soldi. Pecàa peccato. Brütt 'me 'l pecàa brutto come il peccato. Pecàa cunfessàa l'è mèzz perdunàa = peccato confessato è mezzo perdonato. Pécc = capezzolo, mammella, riferito in particolare al bestiame. Quando la mungitura veniva effettuata a mano, prima di iniziarla sa lavava i pécc d'ra vàca si provvedeva a lavare i capezzoli della vacca. Vàca cun ligàa ur pécc = mucca con le mammelle poco sviluppate perciò di difficile mungitura. Avégh vün pa 'l pécc = avere in pugno una persona. Pécc significa inoltre straccio, indumento consunto, fuori uso.
Soprannomi ed epiteti Suranómm e titul (1/2)
Molti di questi epiteti e soprannomi sono raccolti nel Parolario o in questo volume, con la traduzione e/o il significato. Per molti altri non esiste il corrispettivo nella lingua italiana, in quanto non hanno alcun senso particolare ma soltanto lo scopo di identificare le persone cui erano dedicati.
Specie nei paesi, rilevante era il numero di famiglie che portavano lo stesso cognome: è significativo, ad esempio, il caso di Brinzio, dove la gran parte delle famiglie portava i cognomi di Vanini e Piccinelli.
Per quanto riguarda i nomi non v'era certo la grande varietà attuale essendo questi limitati ai più tradizionali quali Carlo, Giovanni, Giuseppe, Antonio e non molti altri.
Era poi consuetudine di attribuire al primogenito il nome del nonno paterno, ragion per la quale ogni due generazioni si trovavano persone con l'identico cognome ma anche con lo stesso nome per cui era assai facile qualche confusione.
Era perciò giocoforza ricorrere ad aggiustamenti del nome in base alle caratteristiche dei singoli, così che il nome di Carlo diventava Carlùn se questi era grande e grosso, Carlin se era minuto, oppure Carlètu o Carlo. Lo stesso dicesi per gli altri nomi: Giüsepp, Giusepìn, Giusepùn, Pepp, Pepin, Pepùn, Pepòta, Pepinét ecc..
Esaurito questo repertorio si ricorreva ai mestieri ed allora si trovava il Pepin bagàtt (se faceva il calzolaio), il Giüsèpp di böö (se possedeva buoi), il Giusepp farée (se faceva il fabbro), il Giusepp marussée (se faceva il sensale); oppure ai soprannomi, più o meno gradevoli, attribuiti in base a caratteristiche fisiche od altro della persona: cò da pan gialdìn, se era biondo; cò da binìis, se aveva la testa allungata; cò d'oss, se era completamente calvo; cò güzz, se la testa era un po'appuntita; gambéta o zupétt, se era claudicante; dundìna, se aveva una andatura ciondolante, e così via.
Così che, se in un paese si andava a cercare il sig. Giuseppe Tal dei Tali, era assai difficile ottenere corrette informazioni, ma se si era a conoscenza che colui era il Güsepp di böö chiunque sapeva indicarlo.
Molti soprannomi o epiteti non erano però attribuiti per necessità, ma, talvolta, derivavano perlopiù da osservazioni critiche riguardanti l'aspetto, le abitudini ed i comportamenti della persona.
 
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lib361-Settimana-03

 
RVG settimana 04
 
Ra  dio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-04 del 2024
 
Settimana 04       2024-01-22 -  - Calendario - la settimana
22/01 - 04-022 - Lunedi
23/01 - 04-023 - Martedi
24/01 - 04-024 - Mercoledi
25/01 - 04-025 - Giovedi
26/01 - 04-026 - Venerdi
27/01 - 04-027 - Sabato
28/01 - 04-028 - Domenica
RVG-04 - da  - Radio-Fornace
 
22 Gennaio 2024 - lunedi - sett. 04-022
redigio.it/rvg100/rvg-04-022.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF073-territorio.Comabbio.mp3 - Vita nei dintorni di Comabbio - 5,43 - rvg
Toponimi di Biandronno
11) Laghet: piccolo specchio d'acqua all'interno della zona acquitrinosa a nord-ovest del Lago di Varese, creatosi a causa della cava costituita per estrarre il materiale utilizzato per la produzione di mattoni nella fornace a sud del paese.
12) Montége: zona ora pianeggiante un tempo caratterizzata da una masseria in cui avveniva la monta taurina e costituita da campi coltivati a mais. Oggi quest'area è tagliata in due dalla stazione ferroviaria di Travedona-Biandronno a sud-est del centro cittadino (per l'etimo v. Cadrezzate n. 13).
13) Montesé: piccola zona pianeggiante al di sopra di un leggero poggio che dal centro del paese porta alla Fornace a sud-est di Biandronno. Toponimo di non semplice interpretazione, forse da intendere come "monticello", legato indubbiamente al termine "monte", vista anche la sua collocazione geografica (v. Cadrezzate n. 13).
14) Nüstrin: piccola area pianeggiante che collega il Gesiolo alla Fornace. Alla fine degli anni '90 del Novecento, durante alcuni lavori di ricerca, sono stati trovati reperti e materiali che fanno presupporre l'antica presenza di un cimitero pagano. Di etimo incerto, forse da ricondurre ad una voce ticinese nèstula che significa "laccio" o "stringa" che si potrebbe riferire alla forma del terreno31.
OSMATE (2/2)
10) Murinasc: zona di Osmate che si affaccia sul lago adiacente al punto in cui il Valun si immette nel Lago di Monate. Il nome forse segnala l'antica presenza di un mulino in dialetto detto mulin o murin.
11) Paiét: terreno poco esteso situato su un piccolo crinale adiacente alla Casa San Giorgio. L'origine del nome è incerta. Forse si può far derivare dal termine paièta "loglierella" o riferito ad altri tipi di erba palustre diffusi in quest'area , oppure direttamente da paia "paglia, erba" tramite il suffisso -etum
12) Poleggetti: o Poleggette, in dialetto definito come Pulegèt, designa due luoghi distinti di Osmate. Una prima area così denominata si estende sopra l'odierno cimitero comunale di poco a est dalle Fontanazze di Comabbio, luogo che segna il confine tra i due comuni. Un'altra zona nominata Pulegèt è situata sulle rive del Lago di Monate ed era un tempo zona balneabile e utilizzata dai locali perché una delle poche spiagge basse e sabbiose che il lago offrisse. Il nome è forse da far risalire al termine dialettale polee "pollaio"con il suffisso finale da intendersi come diminutivo. Oppure possiamo ipotizzare una derivazione dalla voce dialettale pulèc "finocchio, cumino dei prati"
13) Pometta: attestato in alcune carte anche come Pomette, dai locali definito come Pumèt. E' una cascina tutt'ora esistente che si trova a sud-ovest del centro abitato tra il Montecucco e il Monte Calvo sulla strada che porta verso Lentate. L'origine forse può essere trovata nel termine latino pomum "frutto", continuato poi nel dialettale póm. Il toponimo presenta un suffisso di diminutivo che forse non è da intendere come "piccolo albero da frutto" ma come un luogo nato in un secondo tempo rispetto ad una realtà ben più conosciuta e anteriore.
14) Pramaggioli: in dialetto meglio noti come Primigiöö. La zona che definisce quest'area è incerta ma senza dubbio si riferisce ad alcuni campi un tempo coltivati. Il toponimo è di difficile comprensione ma vi si potrebbe leggere un Pra Mag "prati magri" come attestato anche in un terreno del comune ticinese di Rencate noto come Pramág o Pramaggio 133 (v. Cadrezzate n. 26). Non è da escludere però una interpretazione che si riferisca a "i primi campi coltivati" partendo da un ipotetico *primic(u)lum poi passato a *primig con l'aggiunta, infine, di un suffisso di diminutivo.
Soprannomi ed epiteti Suranómm e titul (2/2)
Così, ad esempio, una persona pia e assidua frequentatrice della Chiesa era qualificata come basabanchitt o basabalaüstar o pateraveglòria o mangiasignùur; un assiduo frequentatore delle osterie con conseguenti frequenti sbronze era ciucàtt, ciuchina, ciucatun, sborniafissa ecc.; se un tale aveva il vizio di grattarsi il didietro era gratificato di gratacüü e se invece si grattava il davanti era gratapàta; uno alto di statura: canela, perteghéta, cudeghéta, anima lunga, pirlùnga; se era anche un po'tardo grand e cióla; se malvestito: spuentapassàr, e chi più ne aveva più ne metteva.
Anche le donne avevano ovviamente la loro parte, ad esempio quelle che eufemisticamente diremmo un po' loquaci: betoniga, bucascia, lenguascia, slapetòna, sabèta, mentre per quelle di facili costumi: baltroca, ciapabigul, pelànda, pelàscia, pelegrina, peltréra, penàgia, pelòzza, slàndra.
I nostri antenati non difettavano di fantasia e di senso dell'umorismo nell'inventare appellativi ed epiteti: un salumiere che non portava il grembiale e si puliva le mani unte sul davanti dei pantaloni era diventato ul patavùncia; un tizio che portava pantaloni un po' bassi di cavallo era il patamòla; quando, usciti dall'osteria ad ora tarda, si fermavano ad orinare sui muri, quel tale che la faceva un po'di traverso era diventato il pissastòrt; quel contadino che, con la bùnza sul carro, svuotava i pozzi neri per ingrassare i prati, onde accertarsi che il "materiale" fosse di ottima qualità e non troppo allungato con acqua, vi ficcava dentro un dito e se lo passava sulla lingua (sic), era diventato il sagiamèrda.
Il vino nostrano, detto grimèll, era di gradazione piuttosto bassa e 'l faséva dumà pissà. Il buon consumatore di questo vino era pertanto costretto a dislazzà la pàta assai di frequente e poi riallacciarla. Di conseguenza l'allacciatura dei pantaloni era sottoposta a notevole usura. Da qui il nome di strasciapàta, attribuito in questo caso non a persona ma al vino.
L'argomento offrirebbe il destro di continuare ancora per molto ma, poiché pensiamo e speriamo di aver chiarito i concetti, ci fermiamo.
Busto Arsizio - cap. 7 (1/4)
Piove, piove da gran tempo. La campagna è tutta un pantano, le strade sono impossibili e il destino vuole che non passino che truppe. Austriaci dappertutto, che impiantano i pali telegrafici della linea Milano-Gallarate, che perquisiscono, che cercano armi « legalmente e illegalmente possedute», che incollano proclami sui muri, che cercano alloggi; e quando gli alloggi non si trovano, perchè ben pochi vorrebbero avere un tedesco in casa, requisiscono l'albergo della Giulietta Turati vedova Marcora e quello del Giuseppe Tosi Giandalén, al quale portano via, per un certo tempo, assieme a due cavalli anche la diligenza, altrimenti detta « ul ve lòciu», da usare per il servizio della Armata, restituendola poi in stato tale che il Tosi avanza al Comune la richiesta di 18 marenghi per danni, peraltro non pa- gati.
L'atmosfera del borgo va facendosi di giorno in giorno più pesante. Il 12 maggio del 1859, una notifi cazione del Governatore del Lombardo-Veneto deferisce ai consigli di guerra quelli che cantano in pubblico le << canzoni rivoluzionarie ». Per chi non lo sapesse, si cantava da pochi mesi « La bella Gigogin », « Richetta Richettina », e « A Castellanza a catà i bei fiori »; e le cantavano le tessitrivi della « Privilegiata Fabbrica Pietro Candiani » e della «Privilegiata Francesco Turati » che da alcuni anni faceva battere 1400 telai di cui 30 a Jacquard, e dava lavoro a 3500 operai per undici o dodici ore al giorno, e, in qualche caso, anche quattordici.
A Castellanza a catà i bei fiori,
A Castellanza a catà i bei fiori, viva l'amore, viva l'amore,
viva l'amore e chi lo sa fa.
Se questa era la rivoluzione, non possiamo far altro che sottoscriverla.
Ma il 23 di maggio e la notizia arriva come una bomba - Garibaldi attraversa il Ticino a Sesto Calende, e a mezzanotte, per la strada di Corgeno e sotto una pioggia sempre dirotta, raggiunge Varese, mentre a Busto, per prudenza, gli austriaci si ritirano e si raccolgono a Castellanza e a Legnano. Il 24 mezza Busto si riversa a Gallarate dove si dice passano i garibaldini, mentre il Tenente Maresciallo Urban, che è in villa Cantoni alla Castellanza, ripreso animo, si porta verso Como con le sue brigate alla ricerca del nemico e, non trovatolo, ritorna su Varese ove, il 26, viene battuto, e suoi croati si buttano in fuga sulle nostre campagne, ritirandosi tanto lestamente dicono le cronache da far persino credere a una manovra. Ripreso coraggio, l'Urban è di nuovo, il 30 maggio, a Castellanza con le brigate Rupprecht, Schaffgoste e Augustin e gli ussari pieni di paura. La notte, in un bivacco stabilito lungo la strada, tutti i croati sono in allarme: giungono da Castellanza dei sinistri rimbombi. Gli austriaci gridano come forsennati: « garibalda, garibalda! »; e invece sono gli sbiancatori della Garottola che battono le pezze.
 
       **************** fine giornata ************************
 
23 Gennaio 2024 - martedi - sett. 04/023
redigio.it/rvg100/rvg-04-023.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF072-storia-comabbio.mp3 - La storia dai romani - 3,53 - #36 #32
Toponimi di Biandronno
15) Ponte della Brabbia: piccolo ponticello in ferro situato sulla strada che da Comabbio porta a Varese e che sovrasta il fiume Brabbia, dialettalmente noto come Bràbie, confine naturale tra Biandronno e Cazzago Brabbia (v. Cazzago Brabbia n. 1).
16) Roggia Gatto: nota anche come Rùngia. Piccolo corso d'acqua che unisce il Laghèt al Lago di Varese e taglia latitudinalmente il comune passando al di sotto della strada provinciale che da Biandronno porta a Bardello. Il nome è da far risalire con tutta probabilità alla voce dialettale gat "canale di scolo" ben attestata nelle aree del piacentino e della Lombardia meridionale.
17) Roncato: o Runcàar è la zona che porta dal Gesiolo fino al comune di Travedona tramite una leggera salita. Il toponimo è dei più frequenti in tutta la Lombardia ed è un derivato dal latino runcare "sarchiare, dissodare". La voce dialettale ha un suffisso diverso dalla forma ufficiale, forse da far risalire all'aggettivo latino runcalem "relativo al ronco"
18) Rööch: monticello a sud-est del paese che ospita l'attuale acquedotto di Biandronno. Il nome con tutta probabilità è da far derivare dal termine "roca" o "rocca" con il significato di "promontorio"
19) Sötcà: piccola area al di sotto della Baserga verso il Lago di Varese un tempo zona di campi coltivati, ora area residenziale. Il nome è con tutta probabilità un composto di "sotto" e "casa" con riferimento appunto al nucleo abitativo in zona Baserga.
Agricoltura e mondo contadino
A camp tempestaa no var benedizion. Quando cade la grandine su un campo non c'è benedizione che valga.
Acqua de fevree, l'impieniss el granee. L'acqua di febbraio riempie il granaio.
A pientà i fav de s'genee se fà on bell favee. Le fave piantate a gennaio riescono bene.
April ghe n'ha trenta, e se piovess trentun, fa mal a nissun. - Aprile ha trenta giorni, ma se piovesse per trentun giorni non farebbe male alla campagna.
A san Barnabà, taja el praa. - A san Barnaba taglia il prato.
A san Gall, se somenna al pian e al vall. Per san Gallo si semina in pianura e in valle.
In temp de segarìa no se dis né pater, né avemaria. Quando è tempo di mietitura non c'è tempo per dire le orazioni.
A san Giorg la spiga in l'orz. - A san Giorgio l'orzo ha la spiga.
Chi gh'ha la vigna sova, in tra marz e april le brova. Chi ha una vigna la pota tra marzo e aprile.
El ris el nass in l'acqua e el mour in del vin. Il riso nasce nell'acqua e muore nel vino.
Giugn streng el pugn. - In giugno si stringe la falce in pugno.
L'acqua a sant'Anna l'è mej de la manna. - La pioggia il giorno di sant'Anna è più gradita della manna.
L'acqua dopo san Bartolamee l'è bonna de lavà i pee. La pioggia dopo san Bartolomeo non serve più a nulla.
O bagnaa o sutt, per san Luca somenna tutt. Che sia un'annata bagnata o siccitosa, entro il giorno di san Luca bisogna seminare tutto.
Per san Martin tutt el móst l'è vin. Entro san Martino tutto il mosto diventa vino.
Busto Arsizio - cap. 7 (2/4)
Il giorno dopo, verso sera, l'Urban spediva a Busto una squadriglia di cacciatori tirolesi per requisirvi dei viveri.
<< Era la truppa all'ingresso del Borgo, allorchè le campane della Parrocchiale suonando i segni della benedizione spaventarono quei soldati in guisa che incontratisi a caso in un giovane tessitore lo arrestarono e colla bajonetta alla gola il trasferirono tosto frammezzo alla colonna che accampava sulla strada poco lungi dal paese ».
<< Colpito da tanta sì improvvisa sventura il padre dell'arrestato trovò questo ascoltante della Pretura, marchese Leopoldo Corio, che generoso si assunse l'incarico di presentarlo al Comandante Austriaco onde ottenere la liberazione dell'innocente suo figlio.
<< Ma tutto fu indarno, anzi maggior male che il padre ed il nobile suo protettore furono essi pure posti in arresto, e solo il Corio, dopo aver fatta conoscere la propria qualifica e protestato pegli indegni trattamenti sofferti dalla soldataglia, venne lasciato libero e potè nell'oscurità della notte con evidente pericolo della vita evadersi pej campi.
<< Ma non bastava ancora che il padre ed il figlio Crespi senza alcuna colpa fossero barbaramente caricati di catene, ma un terzo individuo, certo Fagnani di questa borgata che per curiosità erasi recato sulla strada veniva arrestato ed insieme cogli altri due trascinato via dalle Truppe Austriache.
<< Questo doloroso fatto accadeva come si disse, la sera del giorno 30 maggio e d'allora in poi nulla più si seppe della sorte toccata a que' disgraziati ».
Questa lettera « all'Eccelso Governo Generale per la Lombardia in Milano »>, da parte della Deputazione Comunale di Busto, il 12 luglio 1859, non pare abbia avuto risposta.
< Ora che venne stabilito un armistizio fra le Truppe Alleate e quelle dell'Austria diceva la lettera la scrivente credesi in dovere di portare la cosa a cognizione di cod. Eccelso Governo Generale perchè coi mezzi che stanno a sua disposizione si degni di verificare se esistano tuttavia i prenominati individui ed in caso affermativo provocarne il rinvio alle loro famiglie che vivono già da tanto tempo desolate e trepidanti per la vita degli sventurati loro parenti ».
Le carte dell'archivio di Busto non ne dicono niente. Come sarà finita per i Crespi e il Fagnani, tradotti fino a Verona, vittime della isterica paura degli austriaci, in quei giorni?
Il 2 giugno, mentre il Garibaldi da Laveno per Induno e Arcisate si buttava su Como, i Franco-Sardi passano il Ticino a Turbigo, e l'Urban ritorna di nuovo da Varese su Busto, con 3000 uomini, per tamponare la falla. I primi bagliori della guerra si sentono già a Busto il giorno dopo, quando i turcos affrontano gli austriaci per le strade di Robecchetto e di Turbigo fino a Malvaglio, e sopra, fino a Castano, dove battono i battaglioni del reggimento Principe Wasta.
La zona intorno al borgo è un solo formicaio di soldati. Voci su voci corrono su tutte le bocche: Napoleone III è a Turbigo, Vittorio Emanuele II a Galliate, Garibaldi pare dappertutto, l'Urban non si sa.
Il 4, finalmente, non si capisce più niente.
Cave canem/1 - (9-10 marzo 1876)
leri mattina in piazza del Duomo l'accalappiacani voleva, secondo il suo dovere, portar via un cagnolino perché non aveva la museruola. Il padrone del cane, che probabilmente è uno di quelli che chiamano indipendenza la violazione della legge, piuttosto che consegnare il cane, lo sbatté replicatamente in terra e l'uccise senza rispetto alcuno all'idea di decoro e umanità. Quel brutale fu arrestato.
 
       **************** fine giornata ************************
 
24 Gennaio 2024 - mercoledi - sett. 04/024
redigio.it/rvg100/rvg-04-024.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF071-battaglia-corneliane.mp3 - 218 ac. romani e barbari - 6,59 - #36 #32 rvg
Il Coperto dei Figini - (Piazza del Duomo)
Racconta Bonvesin de la Riva che già nel XIII secolo Milano contava più di sessanta <<Coperti»>, ovvero edifici porticati con botteghe. Il più famoso fu certamente il Coperto dei Figini, in piazza Duomo, antico luogo dello shopping dei milanesi. La piazza, prima del restauro finale del 1863, su progetto dell'architetto Giuseppe Mengoni (lo stesso della Galleria), presentava un assetto diverso, con il popolare rione del Robecchino a destra del Duomo e il Coperto dei Figini a sinistra. Quest'ultimo era un palazzo rinascimentale porticato costruito, su commissione di Pietro Figino da Guiniforte Solari, sull'area prima occupata dall'antica Basilica di Santa Tecla, della quale vennero riutilizzate le colonne e il muro perimetrale per dar vita a un elegante edificio a più piani che divenne il cuore commerciale dei milanesi. Il Coperto ospitava botteghe di abbigliamento, passamaneria, telerie, oreficerie e molti bar, tra cui il Campari, tutti con le vetrine sotto i portici. Rimase attivo fino al 1864, quando fu domilito per far posto alla costruzione della Galleria Vittorio Emanuele II.
MEDICINE FATTE IN CASA - Decott da Bisii
Medicine fatte in casa. Le materie prima erano a portata di mano: il fuoco del focolare, un po' di acqua, un po' di zucchero, e 'l padelott. Mezz'ora un ora di cottura. Far raffreddare il tutto, 'l culen, una scudelòna o tazinòna da due litri da riempire di liquido che in genere aveva colorazione e riflessi dorati, più o meno come il tè. Ul decott da bisìi è quello che ricordo con più vivezza perché ne ho bevuto un vasèll, una botticella. Ragazzo, ero debul da pulmòn, e dovevo specialmente d'inverno ricorrere allo sciroppo Famèl. Vuoi perché costava soldi, vuoi perché a furia di berlo si ottenevano, per assuefazione, scarsi risultati (la penicillina era ancora da scoprire) si ricorreva a quelle medicine casalinghe che si conoscevano da tempo immemorabile e che, nei casi di tutti i giorni non gravi né pericolosi, si usavano in tante famiglie. Cùstan nient. Un pù da temp a catàj. Un po' da zúcar e da fogh. Fa mà, i fan ma nò. A me hanno sempre fatto bene e devo dire che bevevo con un certo piacere quegli intrugli zuccherati, forse perché mi sono sempre piaciuti i cibi e le bevande dolcificate. Servivano per la tosse, per purificare il sangue, per eliminare l'infesciadùra, per vincere la stitichezza, per rinforzare i reni ai bambini che ancora grandicelli mollavano la pipì a letto, per vincere l'infiammazione degli occhi o della bocca, perfino erbe da mettere nelle orecchie per calmare il dolore dei denti.
Decott da malva, da scigull e da àji, impacc da camamèla, aqua buìa di ratt muigiò par rinfurzà i reni, barbìs da furmenton, fiur da sambugh, buter par fa egnì a cò i bugnon, impacc da pìsa, (sì, impacchi di pipì per calmare o meglio annullare in brevissimo tempo il dolore acuto dovuto a storte o distorsioni articolari). La pel da bera per guarire gli orecchioni, i ragnèe (ragnatele) per disinfettare le ferite da taglio e le abrasioni. La povertà e il fabbisogno aguzzano l'ingegno. I buoni risultati e la convenienza (costi minimi) sono motivi sufficienti per far continuare sulla stessa strada. I bisìi, le ortiche, sono erbe cattive perché le loro punture irritano la pelle arrossendola e producendo vescichette dolorose, ma sono utili come medicamento e buonissime e gustose cotte nella minestra. MEDICUS CURAT, NATURA SANAT. E' un latino così facile che non ha bisogno di traduzione.
Mi viene in mente proprio adesso un altro decotto: decott da gramègna. Erbaccia difficile da estirpare totalmente (basta una radicetta dimenticata o sfuggita alla ripulitura per dar vita in pochissimo tempo a una rigogliosa nuova colonia) che si faceva bollire e il decotto ottenuto si usava, ma per cosa? E poi si faceva bollire davvero la gramigna? Mah. Quando una persona era attaccaticcia, noiosa, insistente, veniva definita peg du la gramègna.
Toponini di CADREZZATE
7) Cascina Castello: vecchia cascina oggi ristrutturata e abitata situata nel punto più alto del paese, sul poggio detto Motte. Il nome forse indica l'antica presenza di una fortificazione (castèl da latino castellum, derivato di castrum) che sempre veniva costruita nel punto più alto così da garantire protezione e difesa per tutta la popolazione . Non sono rimaste tracce di questa possibile fortificazione.
8) Galletto: antica cascina, ora non più esistente, che forse era situata sulla vecchia strada che da Cadrezzate porta a Osmate. Il nome potrebbe rifarsi alla famiglia Galetto, ancora oggi abitante ad Osmate.
9) Gesiolo: piccola cappella campestre situata sulla strada che porta verso Brebbia. Un tempo queste strutture avevano la funzione di riparare i contadini nei campi durante le improvvisi piogge ed erano anche il luogo dove si pregava per la buona riuscita del raccolto e si benedicevano buoi e asini utilizzati per l'agricoltura e l'allevamento (v. Biandronno n. 9).
10) Martinello: strada consorziale oggi non più individuabile attestata nelle carte del Catasto Regio del 1905.
11) Mogno: in dialetto noto come Mügn. È una zona pianeggiante che porta verso Monate, ora area residenziale. L'etimologia del termine è dubbia ma si possono riconoscere due forme di riferimento. Il termine mògn nei dialetti alto milanesi può voler dire "umido", ma indica anche "un tipo di foraggio scadente". In milanese esiste, però, anche il termine mognon "salice" e la presenza di questa pianta in area lacustre è da sempre significativa per le comunità locali.
Ferrante Rittatore Vonwiller. Appassionato ricercatore, innovatore e entusiasmante divulgatore
Ferrante Rittatore (1919-1976, solo nel 1953 aggiunse il cognome materno Vonwiller) nacque a Milano il 2 febbraio 1919 e fin da bambino mostrò un'innata passione per l'archeologia. Si laureò a Firenze nel 1942 e fu Medaglia d'argento a El-Alamein e medaglia di bronzo nella Guerra di liberazione.
Dal 1946 fu assistente alla cattedra di Paletnologia dell'Università di Milano, dal 1952 libero docente e quindi incaricato di Paletnologia prima nella Facoltà di Scienze, poi in quella di Lettere dal 1966. Direttore del Museo Civico Archeologico "P. Giovio" di Como dal 1962 al 1976, ispettore onorario per la preistoria in Lombardia, condusse numerosissime ricerche su tutto il territorio nazionale (in Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, nel Lazio e nel Gargano).
Rittatore condusse lo scavo della necropoli di Canegrate con estrema passione e competenza in un momento storico in cui l'archeologia stava muovendo i primi passi verso lo sviluppo di una metodologia scientifica.
Lo scavo scientifico e in estensione, la documentazione, lo studio e la ricerca furono condotti con metodologie d'avanguardia per quei tempi.
Inoltre riconobbe l'importanza di questo ritrovamento e propose di chiamare la facies archeologica, fino ad allora sconosciuta, "cultura di Canegrate", divulgandone la conoscenza con pubblicazioni scientifiche anche a livello internazionale. Affermò infatti: «Canegrate è molto più importante dei precedenti ritrovamenti per il numero e la ricchezza delle tombe rinvenute, tanto che si può proporre di chiamare cultura di Canegrate questa facies la cui esistenza non era stata fin'ora conosciuta>>.
Fu un appassionato divulgatore, capace di stimolare la curiosità, e si dedicò con entusiasmo, per tutta la vita, alla ricerca e alla valorizzazione. Ne sono testimonianza non solo le numerose pubblicazioni scientifiche, anche a livello internazionale, dedicate a questa importante scoperta, ma anche le conferenze organizzate per i cittadini.
 
 
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25 Gennaio 2024 - giovedi - sett. 04/025
redigio.it/rvg100/rvg-04-025.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF070-villa-comabbio.mp3 - Una villa romana nei dintorni del lago di Comabbio - 8,22
Storie di Milano - El nost Milan in casa Merini
Non si può immaginare Milano senza l'irriverente ironia della sua lingua che non ha risparmiato nemmeno luoghi e avvenimenti
Una caratteristica di Alda Merini era la capacità di trasfigurare la tragedia in commedia. L'aiutava il dialetto milanese: quando era arrabbiata le veniva ancora meglio. Ho lavorato quasi quindici anni al suo fianco e come gli altri amici che l'hanno conosciuta bene, insieme alla poesia, che le era stata donata dal Cielo e di cui era portatrice naturale, Alda era un genio comico. In pochi istanti riusciva a guardare e a far vedere agli altri una situazione effettivamente tragica, che lei trasformava in qualcosa che poteva far ridere fino alle lacrime. Il dialetto milanese, con la sua ironia e il suo humour, l'aiutava a trasformare quello che la affliggeva in qualcosa di allegro. Ricordo un giorno con lei molto cupo. Alda sul letto, fuori pioveva. Un silenzio angoscioso nella stanza, finché Alda iniziò improvvisamente un monologo che sembrava uscito da El nost Milan: protagonista un ubriaco, che aveva scambiato un palo della luce per una signora. Un'improvvisazione di oltre mezz'ora.
lda impersonificava l'ubriaco che in dialetto milanese tentava di comunicare con l'immaginaria signora, che era il palo della luce. Così la giornata si trasformava. La pioggia e la cupezza erano diventati elementi necessari per il monologo, perché l'ubriaco si trovava effettivamente di notte, da solo, sotto una pioggia scrosciante, cercando di intravvedere il viso della signora che non rispondeva mai.
Ricordo le lunghe telefonate nelle quali Alda mi dettava poesie sublimi, per passare poco dopo a una bar- zelletta: poi ridendo metteva giù il telefono. Così era: pura poesia e pura allegria. Un giorno Alda chiamò il suo grande amico Alberto Casiragy. Era disperata: <<Ier sera seri dre' a pensàa de mazzam...».
Alberto le rispose: «Ma Alda, non hai appena man giato? Ma scrivi una poesia e lasciamo perdere, perché la vita è più forte della morte».
E l'Alda iniziò a dettare: «Quando cade una rosa / e viene riassorbita dalla terra / e la sua carne di fiore diventa spirito, / la terra piange per questa sua morte. / Così io piango perché tu sei caduto / nel mio grembo, inaspettatamente».
Così la poesia, insieme all'innata allegria e alla voglia di vivere, erano le sue misteriose forze. Con il dialetto sempre accanto.
MANGIARE, PER TENERE IN VITA IL CERVELLO (1/2)
Non c'era penuria di cibo, ma solo penuria di soldi. Pochi erano i soldi, molto pochi, e bisognava tirare la cinghia. Però non ho mai sentito dire che qualcuno fosse morto di fame. Magari si viveva di uova (per chi aveva le galline) di galline quando finiva la stagione produttiva delle uova (galina vegia fà bon brod) e di patate come è capitato a me. No la fame non l'ho mai patita. A volte un pasto (e non qualche volta solamente) consisteva in una scodellona da due litri colma di minestrone. E che minestrone: gambe di sedano, fagioli, carote, patate, foglie di verza intere, riso o pasta a piacere, qualche volta ne' riso ne' pasta, ma solo verdura. Cotta e ricotta ma mai frullata.
Il condimento consisteva in un po' d'olio, un pizzico di burro, e una bella fettona di lardo dalla larga e viva vena rossa.
La carne si comperava solo una volta la settimana per il brodo del risotto della domenica. Quanti piatti di risotto ci sono nella mia vita, tanti quante le stelle della via lattea: coi fegatini, con la luganiga, con i ossbus, coi bruscitt, con lo zafferano, coi funghi, ul ris in cagnon, ul risott in padela (coi fagioli e le patate). Quel riso che in tempo di guerra andavamo a barattare, in bicicletta, fino a Cameri, a Trecate, a Cerano.
Cotto in bianco con un goccio d'olio e con un po' di burro, o con un cucchiaio di salsa o di pesto, cotto col latte e con le rape, o compresso in polpette.
E la "buseca" (trippa), mangiare popolare, ma gustoso con quei fagioli borlotti o di Spagna che mi ricordavano sempre quel verso dantesco che dice: "ed elli avea del cul fatto trombetta" e la "cazola" che mia mamma preparava il giorno prima cuocendo per delle ore di fila le foglie delle verze che alla fine si riducevano a un decimo del volume iniziale.
Toponini di CADREZZATE
12) Moncalvo: altura di circa 300 metri a sud del paese al confine con i comuni di Osmate e Capronno, che i locali chiamano Muntcalv. Il toponimo è frequente anche in altre zone della Lombardia e d'Italia (cfr. Moncalvo località di Versiggia -PV-)42. Il nome, con tutta probabilità, richiama le caratteristiche di un monte poco ricoperto da alberi e arbusti (v. Comabbio n. 19).
13) Monteggia: noto come Muntége, è una piccola altura che si incontra a nord-ovest del paese sulla strada che porta verso Brebbia. Olivieri segnala in alcune carte del XIII secolo un loco Montegia (de Brebia3). Oggi il nome è legato a quello di un ponte: è infatti noto a tutti i locali il Ponte di Monteggia. Il nome si rifà al latino monticulus per indicare una piccola altura. Il toponimo è largamente presente in tutta la Lombardia con altre forme e diverse desinenze suffissali (cfr. Montecchio -CO-, Montecchie -LO-)44.
14) Montelungo: in dialetto Munteslüngh, è un poggio che si estende più in lunghezza che in altezza localizzabile tra l'area del Rondegallo e quella della Baraggiola.
15) Motta Pianca: il toponimo ricorre in dialetto come Mööt Pianch, ma qualche parlante locale è solito citarlo anche come Bianch, termine più noto e trasparente. L'altura si trova a ridosso della più alta zona detta Motte e si colloca all'intersezione delle strade che da Cadrezzate portano a Ispra, Capronno e Travedona. Motta è nome di vari luoghi lombardi con il significato di "mucchio di terra". L'origine è sicuramente da ricercarsi nel latino volgare mutta, forse originato da una base celtica muts. Una possibile interpretazione per Pianca può essere cercata nel termine tardo latino planca (o palanca) con il significato di "superficie liscia anche in pendio" (cfr. Pianca, località sopra a Mandello -LC-, Pianca frazione di San Giovanni Bianco -BG-)46.
L'organizzazione della necropoli
Non è possibile definire con precisione l'estensione della necropoli di Canegrate, il numero di tombe e la loro precisa disposizione. Al momento delle campagne di scavo, infatti, alcune zone del sepolcreto erano precluse all'indagine per la presenza di edifici o già intaccate dalle attività di cava.
L'area indagata da Ferrante Rittatore dal 1953 al 1956 è una fascia di 42 m in senso ovest-est e di 19 m in senso sud-nord, per un totale 680 mq. Tuttavia, tenendo conto delle scoperte iniziali documentate dall'ing. Sutermeister nella cava Morganti e nella proprietà Rimoldi, è probabile che la necropoli si estendesse per 65 m in senso ovest-est e occupasse oltre 1200 mq.
A non grande distanza, inoltre, vi erano forse anche altre aree di sepoltura: ad esempio la tomba rinvenuta 600 m a sud, presso la scuola dell'infanzia, nel 1954, può appartenere a un diverso nucleo di tombe.
Il numero di sepolture rinvenute tra 1953 e 1956 è di 164. Questo valore però non è realistico: nell'area della casa Colombo potrebbero esservi state circa 50 tombe, altre decine potrebbero essere state distrutte nella zona orientale della necropoli, fortemente intaccata dalla cava Morganti. È verosimile che le tombe fossero almeno 300.
Osservando la planimetria di scavo, la disposizione delle sepolture appare a tratti più rada, a tratti invece abbastanza fitta. Si riconoscono infatti zone di maggiore densità, in cui le tombe risultano anche a contatto e potrebbero suggerire legami familiari. In questo caso è plausibile che vi fossero segnacoli o elementi per distinguere i vari nuclei.
Durante lo scavo sono state individuate anche alcune aree carboniose, a volte caratterizzate dalla presenza di cocci e ossa combuste, che Rittatore interpretò come aree di cremazione (ustring).
Rituale funerario e strutture tombali
Il rituale funerario della cultura di Canegrate è la cremazione esclusiva. È questa la pratica funeraria prevalente nella tarda età del Bronzo (dal XIII secolo a.C. circa) anche in Italia nord-orientale e in ampie aree a nord delle Alpi dove, data la presenza di estese necropoli a cremazione, si è parlato di cultura dei Campi di Urne.
Le tombe sono costituite da un pozzetto in cui è deposta l'urna cineraria e che è colmato, nella maggior parte di casi, con la terra carboniosa del rogo. Si tratta quasi sempre di pozzetti in nuda terra, talora con una pietra sul fondo e una a copertura. Fanno eccezione alcune tombe con ciottoli a rivestimento delle pareti (t. 75, t. 98) o disposti a formare una specie di cista litica a protezione dell'urna (t. 9), nonché prive di cinerario, con le ceneri coperte da qualche frammento ceramico.
Le tombe di norma sono singole e contengono una sola urna, priva di ciotola- coperchio. Vi sono tuttavia pozzetti utilizzati per più ossuari e pozzetti con un solo ossuario ma contenente deposizioni multiple. Ad esempio, nell'urna della t. 9 erano sepolti 5 individui subadulti, di età tra 1 e 10 anni, mentre l'urna della t. 25, bisoma, conteneva un adulto di genere non specificato e un bambino. Situazioni di questo genere sono solitamente riferite a decessi simultanei e a individui con un legame di parentela o affettivo.
Un aspetto caratteristico del rituale consiste nella posizione capovolta dell'urna, cioè con la bocca rivolta verso il basso, che a Canegrate riguarda quasi la metà delle tombe analizzabili. Il fenomeno è stato ricondotto al genere del defunto, poiché i corredi con elementi segnatamente maschili, come le armi, hanno l'urna capovolta, mentre quelli femminili hanno l'urna dritta. Urne capovolte sono documentate anche in altri contesti della cultura di Canegrate, come a S. Jorio di Locarno e ad Appiano Gentile (CO).
Si parla di "orientamento bipolare secondo il genere"; spesso le comunità protostoriche regolavano l'uso dei sepolcreti - e talora anche l'accesso - secondo parametri legati al sesso, come sembra in questo caso, all'età, al lignaggio e ad altre condizioni significative per i codici che ne definivano l'articolazione sociale.
 
 
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26 Gennaio 2024 - venerdi - sett. 04/026
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La colonna del diavolo (Basilica di Sant'Ambrogio)
Milano anche il diavolo ci ha messo lo zampino, anzi, le corna. E le ha lasciate impresse in maniera indelebile nella colonna romana posta a sinistra dell'ingresso della Basilica di Sant'Ambrogio, dove a circa un metro di altezza dal suolo sono visibili due fori perfettamente rotondi. Secondo un'antica leggenda, il diavolo avrebbe tentato il vescovo Ambrogio in persona, per farlo vacillare dalla sua fede, ma in cambio avrebbe ottenuto solo un fortissimo calcio, finendo per piantare le corna contro la colonna, prima di sfuggire al vescono dileguandosi attraverso i due fori. La colonna in questione è un resto dell'antico palazzo imperiale fatto erigere da Massimiano nel III secolo, quando l'antica Mediolanum era capitale dell'Impero romano d 'Occidente. In ricordo di questo avvenimento, si dice che talvolta dalla colonna escano effluvi solforosi, e che la domenica che precede la Pasqua il diavolo faccia ancora la sua comparsa alla guida di un carro che carica le anime dei dannati da portare all'Inferno.
MANGIARE, PER TENERE IN VITA IL CERVELLO (2/2)
E le cotiche belle grasse con qualche pelo refrattario alle raschiate del "salamat" e le costine non spolpate, ricche di carne. E l'odorino che usciva invisibile ma stuzzichevole in cortile e arrivava fino in piazza. La cottura era lunga e meticolosa. "Ul fa bon" delle cotiche e delle costine doveva impregnare le verze che prendevano una colorazione quasi bruno-bluastra.
Ut unum sint. Davvero verze, brodo, cotenne e costine dovevano diventare una cosa sola.
L'insalata "di patati e fasoeu" con un po' d'aglio e abbondanza di prezzemolo; olio, sale, lardo venato o pancetta, con una presa di sale; polenta bergamasca coi bruscitt o col merluzzo cotto nel latte: castagne cotte mangiate col latte appena riscaldato; pan cotto col "pane giallo" che si faceva cuocere nel forno comunale che c'era in piazza e che doveva durare una settimana intera.
Insieme si cuoceva anche il pane uvetta (con l'uva secca e dolce: uva sultanina) e fichi; la "paciarota" (avanzi di minestra con pane giallo), la quagiàa: latte cagliato che si raccoglieva in un grande tovagliolo perché ne sgocciolasse l'acqua e che mangiavamo zuccherata: quel che restava era la "furmagina" che si gustava in tante maniere diverse: al naturale, sulla insalata verde o insaporita col sale e pepe. E 'I "sancarlin"? E' proprio una fortuna non essermi mai mancato l'appetito e che stomaco e fegato abbiano sempre funzionato a meraviglia! I disnà da spus, i banchetti annuali dei coscritti, le commemorazioni solenni di feste speciali, dei trentesimi o quarantesimi di matrimonio erano vere e proprie "cerimonie mangiatorie", e duravano ore e ore. Durante il loro svolgimento capitava di tutto: cantare, ballare, mangiare, e ancora mangiare, ballare e cantare: pareva che non dovesse finire mai. E bere, bere, bere: vini corposi di alta gradazione (non conoscevamo la birra).
Vini pugliesi pigiati nelle cantine della cooperativa che si spillavano addirittura dalla botte. Quando si metteva mano al vino prodotto in loco, nostro orgoglio e vanto enologico, (ul strasciapata) i bevitori perdevano subito la trebisonda, provavano difficoltà non solo a camminare, ma perfino a stare in piedi.
Ah, che vino: si diventava subito brilli e che potere diuretico, aveva! (ecco il perché dello "strasciapata").
E per finire: chi a Verghera mangia ancora la rusumàa? Bianco d'uovo sbattuto a neve, latte tiepido appena munto e vino rosso: un miscuglio che per uno stomaco delicato era come mangiare qualcosa di indigeribile.
Era forte la rusumàa e pesante, difficile sì da digerire, ma aveva un profumo tutto particolare, una delicatezza da non dire e una bontà da nettare degli dei.
Che vita beata quando eravamo poveri e semplici !
Toponini di CADREZZATE
16) Motte: in dialetto Mööt, è la maggior altura di Cadrezzate e sulla sua cima si ergono la Cascina Castello e la Cascina Belvedere. Il Mööt (in dialetto la voce è maschile) è raggiungibile tramite la vecchia strada che da Cadrezzate portava a Ispra, oggi sostituita dalla Strada Provinciale. Un tempo ospitava le numerose vigne presenti in zona che venivano coltivate attraverso ampi terrazzamenti che hanno plasmato la forma del Mööt con i caratteristici gradoni, ancora oggi scorgibili nonostante l'abbandono delle vigne.
17) Novelle: strada oggi non localizzabile registrata sulle carte del Catasto Regio del 1905.
18) Padolette: strada che continuava un tempo il Rossino. Entrambi i toponimi oggi non sono più conosciuti. Le voci sono tratte dalle carte del Catasto Regio del 1905.
19) Passeraccio: zona boschiva che si inserisce tra la strada che porta verso Ispra e la strada che gira verso il limitrofo comune di Capronno. Il nome sembra essere trasparente e potrebbe suggerire un antico luogo di caccia agli uccelli (v. Comabbio n. 30).
20) Pauretta: strada di incerta localizzazione, forse da individuare nella zona est del paese in un'area adiacente al lago. Il nome potrebbe risalire alla voce dialettale pau "palude" con la presenza del suffisso di diminutivo -èta in dialetto e -etta in italiano. Notiamo anche in questa voce il rotacismo della laterale. Un'altra difficile ipotesi etimologica fa risalire la voce al nome pauràt che in dialetto sembra designare "il conoscitore e frequentatore della palude"47
21) Persico: strada oggi non ben localizzabile e documentata in carte notarili di fine Ottocento, che si presuppone congiungesse il centro del paese al Lago di Monate. Il pesce persico, insieme alla tinca e al cosiddetto lavarello, è la risorsa principale per i pescatori della zona.
1. Le prime civiltà della pianura padana
I primi sicuri segni della presenza dell'uomo nel nostro territorio risalgono al secondo millennio avanti Cristo, quel periodo che va sotto il nome di età neolitica e che ha come centri principali, a noi vicini, l'Isolino del Lago di Varese e la Lagozza di Besnate. Erano villaggi di palafitte, con economia agricola e pastorale. Dai reperti conservati nei musei di Milano, Varese, Gallarate e Legnano, possiamo capire che già vi si lavoravano il lino e la lana.
L'epoca successiva (tarda età del bronzo) è caratterizzata dalla "cultura" di Canegrate, che prende nome da una necropoli ritrovata nei pressi di quella cittadina, vicino a Legnano. Ceramiche, bronzi, armi, spille e collane testimoniano di una civiltà più evoluta, che, dai confronti effettuati dagli archeologi, rivela sorprendenti somiglianze con usi e costumi di popoli d'Oltralpe dello stesso periodo.
All'età del bronzo segui l'età del ferro, che vide la fioritura, nel nostro territorio, dell'importante civiltà di Golasecca, protrattasi nel tempo dall'800 fino al 400 a.C.. La necropoli (località non troppo distante dall'abitato, ove si seppellivano i morti), il cui primo scavo sistematico risale alla fine del secolo scorso, ci ha mostrato i notevoli progressi nella tecnica e nell'arte compiuti dagli abitatori, sicuramente di stirpe ligure, di Golasecca, collocata poco a Sud di Sesto Calende, cosi da dominare la via di comunicazione naturale del Ticino.
Proprio lungo e attraverso il fiume, Golasecca commerciò con popolazioni anche lontane e sicuramente più evolute, come gli Etruschi; questi le trasmisero, fra l'altro, l'alfabeto come ci rivela la stele di Vergiateora al Museo Archeologico di Milano che è senza dubbio la più antica testimonianza dell'uso della scrittura nella nostra zona.
Ai Liguri di Golasecca si sovrapposero nel V secolo a. C. popolazioni celtiche, tra le quali gli Insubri, che la tradizione vuole fondatori di Milano. Queste nuove popolazioni non cancellarono la civiltà precedente, ma imposero unicamente la loro superiorità militare, che tuttavia crollò nel momento in cui Roma conquistò la pianura padana, dopo la battaglia di Clastidium - l'odierna Casteggio, presso Pavia - nel 222 a.C..
Cosa e' il rotacismo
Il rotacismo nella lingua lombarda
Nella variante milanese della lingua lombarda, la -l- intervocalica era comunemente sostituita da -r-, mentre nel dialetto moderno questa caratteristica tende a scomparire.
Nei dialetti della Lombardia occidentale il rotacismo è in generale arretramento, in particolare nella città di Milano: qui sopravvivono comunque forme come vorè (volere), varè (valere), dorì (dolere), cortèll (coltello), scarogna (scalogna), pures (pulce), sciresa (ciliegia), carisna (caligine), regolizia o regorizia (liquirizia), mentre risultano scomparse forme come ara (ala), candira (candela), sprendor (splendore), gorà (volare), gora (gola), Miran (Milano) e scœura (scuola); [2] Queste ultime forme sono ancora rintracciabili nella periferia milanese e nelle altre province lombarde, in particolare nelle aree montane e rurali.
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27 Gennaio 2024 - sabato - sett. 04/027
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La scrofa semilanuta - (piazza dei Mercanti, palazzo del Broletto Nuovo)
La piazza dei Mercanti è uno dei luoghi più antichi di di Milano. Un tempo era il centro da cui si poteva accedere alle sei vie dedicate alle corporazioni di arti e mestieri della città: Armorari, Orefici, Cappellari, Spadari, Speronari e Fustagnari, alcune dell e quali sopravvissute nella toponomastica della città moderna. Con la splendida Loggia degli Osii, risalente a oltre settecento anni fa, l'antico pozzo e il Broletto Nuovo, la piazza custodisce anche il più antico simbolo della città: la scrofa semilanuta, visibile nel bassorilievo de l secondo arco del Broletto Nuovo e tra le zampe dell'aquila che è posta sul balconcino della Loggia. La leggenda narra che questo animale dall'aspetto poco familiare sia stato il simbolo della città prima dell'età comunale e del biscione, e sia ricollegabile alla fondazione di origine celtica - narrata anche da Tito Livio nelle sue Historiae - ad opera di Belloveso, il quale, interrogati gli oracoli in merito al sito dove far sorgere le fondamenta della città, ebbe questa risposta: «Una porca di lana ricoperta segni il principio alla cittade e il nome». Ed ecco sorgere Mediolanum.
Olì da merluzz
Questo era invece il ricostituente per eccellenza. Quando andavo ancora all'asilo prima del pranzo del mezzogiorno, la suora Davida ci metteva tutti in fila indiana, e dalla bottiglietta di ciascuno, ci metteva in bocca una cucchiaiata del liquido grasso e incolore e subito dopo, direttamente nella bocca ancora spalancata, un bombon dolcificante. Ciascuno possedeva la sua bottiglietta da oli da merluzz e aveva il cucchiaio personale. Poiché siamo all'asilo, restiamoci. Quando era di turno la minestra noi bambini ci divertivamo a togliere tutti i fagioli che mettevamo nel fazzoletto e schiacciavamo sulla fronte ricavandone una specie  di focaccetta che divoravamo come se fosse stato cibo degli dei. Era la figascèta. Ciascuno di noi aveva anche in dotazione il flacone dello sciroppo Famèl specifico contro la tosse e la bronchite leggera. Per detti disturbi ci facevano bere decotti ottenuti bollendo i bisìi (le ortiche) i barbìs dul frumenton (le barbe del granoturco) i fiur dul sambùg (i fiori del sambuco): se le affezioni erano di lieve entità. La farmacopea contadina era ricca di risorse che costavano poco o niente ed era facile trovare un po' dappertutto. Malattie e medicine: senza volerlo il pensiero corre al dottor PURGONE di Molière.
Toponini di CADREZZATE
22) Peverascia: è il nome di un prato non molto esteso a sud-est del centro del paese che ospitava forse un tempo la peverascia, in italiano nota come "centonchio": erba infestante che fiorisce spontaneamente durante tutto l'anno per lo più accanto ai muri e nelle strade non selciate. (cfr. Peveranza frazione di Cairate -VA-)48.
23) Piaggiolo: area pianeggiante a ridosso del Lago di Monate. Il nome può essere ricondotto al latino plaga "pianura""" continuato in dialetto prima e in italiano poi con un diminutivo (cfr. Piaghedo, frazione di Gravedona -CO-)50.
24) Porà: toponimo registrato sia nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860 sia nelle carte del Catasto Regio del 1905. Oggi se ne ignora la localizzazione. L'etimologia del termine è incerta: potrebbe valere o "poroso", come riferimento al terreno, o "piantato a porri" (cfr. Porè -LC-)51 per il tipo di coltivazione in esso praticata 2 (cfr.
25) Prada: toponimo frequente che continua il plurale del latino pratum. La voce è presente in molti luoghi della Lombardia con suffissi differenti (cfr. Pradazzo -CR-, Pradella -CR- Pradera -SO-)53.
26) Prati Grassi: il toponimo riferisce delle qualità ottimali per la coltivazione di quel terreno. L'aggettivo "grassi" infatti è riconducibile al termine "grasso" apposto a molti toponimi in Lombardia (cfr. Abbiategrasso -MI-, Bulgarograsso -CO-)54
27) Preda del Vassallo: toponimo che designava con molta probabilità una grande masso (préda "pietra" dal latino petra attraverso la forma metatetica *preta) presente in un terreno dato in custodia ad un vassallo. Non è da escludere la possibilità che "vassallo" si riferisca ad un cognome o soprannome di un antico proprietario.
28) Quadro del Morone: il toponimo è composto da due nomi. Il primo probabilmente fa riferimento o alla forma del campo o ad una unità di misura di estensione (cfr. Quadro località di Casteggio -PV)55. Il secondo è riconducibile alla voce dialettale morón "gelso" (cfr. Morona e Morone località presso Casteggio-PV-)56.
Busto Arsizio - cap. 7 (3/4)
Si vedono da lontano guizzi di luce (lo ha racconato un testimone oculare), si sente sempre più insistente il rombo del cannone. Mezza Busto, che durante la notte si era riversata a Lonate Pozzolo per vedere la 2° divisione sarda che aveva passato il Ticino e puntato su Castano, il mattino del 4 si riversa a Castano e a Vanzaghello dove dicono siano arrivati i bersaglieri, che invece sono a Corbetta. Altri si spingono anche più avanti, verso Cuggiono e Magenta: sono l'avvocato Travelli, un Antonio Ballarati e certo Bruschetti.
Questi spostamenti frenetici di torme di gente « che vuol vedere » sono incredibili. Mentre le strade sono ingombre di cariaggi di ogni sorta che ostacolano la marcia delle divisioni, al punto che più volte i soldati sono costretti ad abbandonare le strade per buttarsi attraverso i campi incontro al nemico, i popolani si muovono, a frotte di invasati e di curiosi che saltano siepi e traversano i terreni coltivati, e si trovano più volte nel pieno della confusione di una battaglia che, come questa di Magenta, ancora a tarda sera, non si riesce a capire chi l'abbia vinta.
È notte alta, il cannone non ha ancora smesso di brontolare di lontano, e già passano in Busto, mentre tutti vegliano e sono per le strade, i primi fuggiaschi e i primi feriti. Sono gli austriaci - formidabili vecchi soldati che hanno disperatamente tentato di salvare l'onore; sono i turcos, soldati marocchini, abilissimi maneggiatori di coltello (hanno sempre combattuto solo alla baionetta, e andavano contro il nemico con furia incredibile, spaventosamente trasformati in ossessi, urlando, saltando, agitandosi per stordire e impaurire gli avversari); sono i bersaglieri del 9° battaglione del generale Fanti, che hanno combattuto a Marcallo. Cercano acqua e pane e bende, e gli ussari dell'Urban non sono più i prepotenti di prima.
L'Urban, che viene da Abbiategrasso, dopo aver perso, in questi giorni, tempo prezioso intorno a Busto (e una parte della colpa della disfatta è stata proprio attribuita al suo mancato intervento) nell'inoltrato pomeriggio del 4, con grande spavento degli abitanti, è di nuovo in paese con 3000 uomini; fa legare le campane per paura di sommosse, mette tutto a soqquadro, perquisisce, si fa consegnare scorte di viveri e, il mattino del 5, è sulla Piazza Santa Maria, vuole tutta la posta, apre ogni lettera e butta a terra quelle che non lo interessano; poi, improvvisamente ordina la partenza. Si racconta che, in questo momento, davanti agli occhi stupefatti dei bustesi, butta sul banco dell'Albergo d'Italia una moneta da venti franchi con l'effige di Napoleone, e dice: « il vostro amico sarà qui a momenti ».
Una singolare avventura aspetta i tre bustesi che, dopo aver passato la notte per i campi fra il tuonare e il lampeggiare furioso della battaglia di Magenta, il mattino, mentre si aggirano ancora fra le campagne biancheggianti dei nastrini delle cartucce strappati coi denti, in mezzo a feriti che urlano e ai morti che ingombrano strade e fossati, vengono avvicinati da due generali che arrivano a cavallo, seguiti da uno stuolo di ufficiali. Uno di essi li interroga, e risponde per tutti l'avvocato Travelli. Riferisce che l'Urban è ormai partito da Busto coi diecimila uomini della sua divisione, in ritirata verso Legnano. Il generale gli chiede come sappia che gli uomini dell'Urban siano proprio diecimila e il Travelli risponde di saperlo per avere egli controllate, proprio in quei giorni, le note relative alla requisizione del pane. Il generale, che è il Mac-Mahon, da pochi minuti duca di Magenta, si volta all'altro per riferirgli ed i nostri si accorgono esterefatti che si tratta di Napoleone, Imperatore dei Francesi.
Gli uomini che intanto sopravvengono da Busto e dai paesi, non sanno ancora rendersi esatto conto di quel che è successo durante la notte. I primi che passano per Castano si vedono intimare l'alt da una sentinella del Saluzzo che, sentito della fuga dell'Urban si mette a saltare dalla gioia. Poi, man mano che si avvicinano a Magenta, i morti e i feriti, che si trovano dappertutto, inducono molti dei nostri ad arruolarsi per la raccolta e per la sepoltura.
 
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28 Gennaio 2024 - domenica - sett. 04/028
redigio.it/rvg100/rvg-04-028.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
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La Foca barbisa - (Il tram per la pulizia delle strade)
Il nome riecheggia ancora nella memoria di molti milanesi, ma forse si è persa traccia della sua origine, e dunque la Foca barbisa sembra appartenere alla schiera degli animali mitologici. Al contrario, si tratta dell'ennesimo esempio di efficienza ambrosiana. All'inizio del Novecento, infatti, per mantenere pulite le strade polverose della città, in gran parte ancora in terra battuta, l'amministrazione comunale decise di riadattare alcuni tram installando sulle carrozze - per l'occasione dipinte di grigio, per distinguerle da quelle adibite al trasporto dei passeggeri - delle capienti cisterne d'acqua che alimentavano due potenti getti situati nella parte anteriore della vettura. Al suo passaggio, il tram grigio sputava fiotti d'acqua ai due lati e pareva veramente una foca con i baffi. Ma non fu l'unico tram a meritare un divertente soprannome: prima di lui c'era già stato il Gamba de legn, e più tardi arriveranno le Gioconde, i tram funebri che portavano le salme al camposanto.
UL CAMP DI CENT PERTIGH
Non si finisce mai di sudare e soffrire in quel campo immenso, senza fine, che è il simbolo della vita. Semm sempar da capp: sempre da capo. 'Na olta la caazaia, 'na olta prima da rià nanca a metà, 'na olta un po' prima da ria in fond. In principio, a metà, in fondo. In fondo, a metà, in principio. Si capovolge il ruolo dell'operare, cambiano i momenti. Ma è sempre la stessa favola antica. Avant e indre e po' sa turna dal fond a la caazaia.
O Madona l'è '1 camp di cent pertigh, era questa, immancabile, l'esclamazione di rammarico, quando si doveva incominciare a tagliare il prato, a mietere il frumento, a cogliere il granoturco o cavare le patate, nel campo grande quello riservato alle coltivazioni più importanti.
Al finiss pù: non finiva mai. Si incominciava col fresco, di buon'ora. Ma man mano che il sole saliva alto nel cielo e si facevano sempre più sentire e il caldo e la fatica: o Signur sem chi ancamò in principi. Incò a emm a cà pù. A sera si andava si, a casa. Stanchi e soddisfatti. Era la schiena il punto dolente. Stanchi morti noi bambini. Ma soddisfatti i vecchi perché quel giorno i ean riàa in fond al camp di cent pertigh. Ora che la vita volge al tramonto illuminata da vespero, la stella della sera, ora che è il momento, come diceva il mio professore del liceo, di tirare i remi in barca, di fare un po' di conti, mi pare di essere ancora curvo a raccogliere nel cavagno le patate di una annata lontana, proprio lì dove comincia la caazaia. Mi pare di non essermi mai mosso da quel posto. Guardo in giro: frumento, gelsi, siepi, la strà Casta la stradicciola che portava a Castano Primo e ul camp di cent pertigh, cioè la nostra vita dove ognuno di noi ha avuto, anche se non vista, la sua stella cometa.
ALL'OMBRA DEL CAMPANILE - Le campane   (1/2)
Nel 1680 il nostro campanile aveva solo due piccole campane ; una venne venduta e portata a Turbigo (20 febbraio 1688), l'altra, venduta e mandata a Milano, due mesi dopo.
All'inizio del XVIII secolo, sul campanile di Verghera erano installate tre piccole campane. I fedeli si lamentavano per la pochezza delle campane e il parroco don Lepori pensò bene di indire, nei primi di gennaio del 1785, una sottoscrizione tra le poche famiglie che contava la comunità per poter dotare il campanile di campane più grandi e sonore.
Capitò proprio allora l'occasione di acquistare le tre campane del monastero delle suore di S. Michele di Gallarate appena soppresso. L'acquisto "costò" ai vergheresi la bella cifra (per quei tempi, naturalmente) di £. 2982 e se ne incaricò Giuseppe Locarno, con l'assistenza del suo parroco.
Dunque campane più grandi e sonore che, con buona pace dei vergheresi, andarono a sostituire quelle precedenti, vendute a loro volta ai cittadini di Lonate Pozzolo.
Ma col passare del tempo non soddisferà più l'ambizione dei fedeli nemmeno l'ultimo "lotto di bronzi" acquistato. I paesi vicini vantavano campane più rispettabili: non erano motivi di carattere religioso alla base del mal contento, ma di orgoglio municipale ferito e umiliato, era pura e semplice invidia.
Aumentava la popolazione della ex cascina (800 anime in tutto) e aumentava anche il benessere; in mezzo al popolo dei contadini si facevano strada i mercanti, gli esercenti, i negozianti. Ed ecco che nel 1884 il parroco don Luigi Brambilla dovette capitolare: fece togliere dal campanile le campane in attività, furono spezzate e fuse nel nuovo concerto di cinque campane" che ancora oggi, dalla cella campanaria, guarda dall'alto il paese di Verghera che cresce sempre più in uomini, in case e in ricchezza (e in sapienza?),
E adesso seguiamo le varie peripezie cui si dovette sottostare per la realizzazione, il trasporto, la messa in opera e la benedizione delle campane e il corteo dei carri (14) che le portarono nella loro nuova dimora; lasciamo la parola al maggior protagonista di questa vicenda "canora", cioè al parroco di allora Don Luigi Brambilla. Dovette essere una manifestazione davvero unica e suggestiva.
Parla il parroco: "Il peso complessivo delle tre campane esistenti era di Kg. 830, fuse nel 1771 dalla rinomata ditta Comerio (di Busto Arsizio?). Nel 1884, essendo il castello delle campane in completo disfacimento, si pensò di rinnovarlo costruendo un cupolino che rialzasse e desse ornamento al campanile, e istallando un nuovo concerto di cinque campane.
Fu nominata una commissione per realizzare detta opera. Venne scelta la ditta Barigozzi di Milano e il concerto fu stabilito in mi-bemolle. Le tre vecchie campane vennero inviate a questa ditta e venne fissato il 25 Settembre 1884 come giorno per la fusione.
La mattina del 25 Settembre, alla presenza di una rappresentanza di vergheresi, che passò la notte precedente vigilando il forno di fusione nel quale erano già state messe le campane vecchie ridotte a pezzi, ebbe inizio l'importante operazione della fusione, che riuscì ottimamente.
Ul nom da batesim
Ambra, Giada, Ivan: modernità. Carlo, Mario, Giovanni, Giuseppe, Francesco, Luigi: addio, nomi di una volta. Ambrogio? A Milano è quasi più facile trovare un Gennaro o un Salvatore nato da milanesi che un Ambròs, frutto di amore meneghino. Càmbia tuscoss. Il nome non è più nome tradizionale di famiglia, omaggio alla memoria del nonno o del genitore morto, ricordo e rinnovo di un passato famigliare da non dimenticare, eredità ricevuta e da trasmettere. Qui parlo del nome, ma non si tratta solo del nome. Svaniscono, si rarefanno, sbiadiscono i connotati di un paese come quelli di una famiglia. Donne e buoi, paesi tuoi: non tanto nel senso che uno di Verghera debba sposare per forza una di Verghera, ma nel senso soprattutto di affinità di sentimenti, di abitudini, di tradizioni. Il contatto di civiltà diverse non sempre dà luogo a civiltà migliore. E' più facile accogliere a volte il negativo, più del positivo e il sovrapporsi di usi e di costumi nuovi cancella e mortifica tradizioni e modi di vita che sarebbe bene restassero vivi e sempre presenti.
Ma torniamo ai nomi. Guai se mio padre non avesse imposto al suo primo figlio il nome di suo padre. Se io fossi nata femmina avrei dovuto chiamarmi Caterina, nome della mia nonna materna. Formalità? Non direi. Pensando le "cose" in questi termini tutta la vita sarebbe o dovrebbe essere una continua e inutile formalità. Luisò Sen, Luisen, Luis, Carleto, Carleten, Carlò, Carlèn, Cèco, Cecò, Cechèn, Ciaschèn, Cech, Marièta, Marietina, Marion, Mieta, Mietèn, Mariùcia, Mariucina, e via, via. Ambra e Giada. Nomi freddi e senza vita come le pietre di cui portano il nome.
 
 
       **************** fine giornata ************************
 
 
 
 
La lista degli argomenti della settimana 04
Agricoltura e mondo contadino
All'ombra del campanile - Le campane   (1/2)
Busto Arsizio - cap. 7 (1/4)
Busto Arsizio - cap. 7 (2/4)
Busto Arsizio - cap. 7 (3/4)
Cave canem/1 - (9-10 marzo 1876)
Cosa ascoltare oggi.
Cosa e' il rotacismo
Ferrante Rittatore Vonwiller. Appassionato ricercatore, innovatore e entusiasmante divulgatore
Il Coperto dei Figini - (Piazza del Duomo)
L'organizzazione della necropoli
La colonna del diavolo (Basilica di Sant'Ambrogio)
La Foca barbisa - (Il tram per la pulizia delle strade)
La scrofa semilanuta - (piazza dei Mercanti, palazzo del Broletto Nuovo)
Le prime civiltà della pianura padana
Mangiare, per tenere in vita il cervello (1/2)
Mangiare, per tenere in vita il cervello (2/2)
Medicine fatte in casa - Decott da Bisii
Olì da merluzz
Osmate (2/2)
Rituale funerario e strutture tombali
Soprannomi ed epiteti Suranómm e titul (2/2)
Storie di Milano - El nost Milan in casa Merini
Te la racconto io la giornata
Toponimi di Biandronno
Toponini di cadrezzate
Ul camp di cent pertigh
Ul nom da batesim
Sommario
 
Le dirette
Nessuna diretta
Pensiero della settimana
Quand che i donn tacchen a fa i sabett,  fan descors che fan’anda’ gio’ i calzett.
Tra il dire e il fare c'è di mezzo "e il"
Partire è un po' morire, ma morire è partire un po' troppo
 
 
 
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lib362-Settimana-05

 
RVG settimana 05
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-05 del 2024
 
Settimana 05       2024-01-20 -  - Calendario - la settimana
29/01 - 05-029 - Lunedi
30/01 - 05-030 - Martedi
31/01 - 05-031 - Mercoledi
01/02 - 05-032 - Giovedi
02/02 - 05-033 - Venerdi
03/02 - 05-034 - Sabato
04/02 - 05-035 - Domenica
RVG-05 - da  - Radio-Fornace
 
 
 
29 Gennaio 2024 - lunedi - sett. 05/029
redigio.it/rvg100/rvg-05-029.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-009.mp3 - Come funziona Radio Fornace 2024-01-04
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati1901/QGLF034-carettieri-delpaese.mp3 - I carrettieri di paese - Zona Comabbio - 6,01 - #50 #36 #48 #32a rvg
Toponini di CADREZZATE
29) Rondegato: piccola area che si estende per pochi metri a ridosso della Baraggiola. Possiamo abbozzare soltanto delle ipotesi per questo nome. I locali infatti conoscono questa zona come Rundégal, di etimologia dubbia. E' ipotizzabile una derivazione dal termine dialettale rónden "rondine" 'per la presenza del volatile nella bella stagione.
30) Rossino: (v. Cadrezzate n. 18).
31) Sabbione: in dialetto Sabiùn. È, con molta probabilità, una piccola zona creatasi passaggio del fiume Acquanegra o con lo scorrere di altri rigagnoli minori che al fiume confluiscono. Queste zone erano caratterizzate da un terreno sabbioso e ciotoloso non adatto alla coltivazione.
32) Storta: cascina ubicata su un piccolo poggio al di sotto delle Motte sulla strada che porta verso Capronno. In dialetto è detta Stórte. Una possibile interpretazione del nome è da riferirsi al tipo di costruzione che un tempo veniva eseguita senza il filo a piombo, per cui spesso venivano eretti muri non ben allineati (cfr. la Storta micro toponimo nel comune di Rancate nel distretto di Mendrisio). La Cascina Storta oggi non pare avere questa particolarità, ma a Cadrezzate sono presenti almeno due strutture che hanno questa caratteristica.
33) Tajadaccio: località non ben individuabile all'interno del comune e registrata solo nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860. Il nome è da riferirsi al termine dialettale taiàda che significa "taglio del bosco" o "disboscamento». Il suffisso -accio è forse una spia di una patina toscaneggiante posta sul nome nel momento della registrazione su carte ufficiali: in dialetto milanese possiamo supporre che il suffisso fosse -àse che poteva indicare un qualcosa di poco valore o di ormai abbandonato, trascurato.
Parole milanesi
Finta finta. Fà finta da... fingere di... Con finta si intende inoltre un striscia di tela, generalmente ben ricamata, che si usa come copricuscini per maggior abbellimento del letto. È inoltre la parte dell'abito atta a co- prire occhielli e/o a far da finitura alle tasche e/o a simularle. Fintun = simulatore.
Fiö = figlio, figliolo. Fiö da téta = lattante. Fiö magiùur = primogenito. Vegh nè fiö nè cagno essere completamente solo. Car ul mè fiö = figliolo mio caro (espressione paternamente affettuosa generalmente usata dall'anziano che si rivolge al giovane). Fa mia 'l fiö! = non comportarti da bambino. Ogni fiö 'l porta adré 'l so cavagnö = ogni figlio che nasce porta con sè l'aiuto della provvidenza. Fiö tropp carezzàa l'è mal levàa = un figlio troppo coccolato cresce male. Riis e fasö minestra da fiö, rìis e bagiann minestra da tusànn = lett. riso e fagioli minestra da ragazzi, riso e fave minestra da ragazze, antico detto scherzoso sulla separazione dei sessi. Vultà ul fiö in ra cùna = lett. rigirare il bimbo nella culla, ovvero cambiar le carte in tavola. Vegnì si inséma fin da fiö = crescere insieme fin da bambini. Vess tegnüü 'mè 'l fiö d'ra serva = non essere tenuto in alcuna considerazione.
Fiòca, née, néev = neve. Aria da fiòca = aria di neve. Fà via ra fiòca = spalare la neve. Na sbrufadina da fiòca = una spolveratina di neve. Sta nocc ghè gnùi gió un lezaa da fioca = stanotte è caduta moltissima neve. Fiòca è anche usato nel significato di fioca: vah che tocch da fiòca! = guarda che pezzo di ..., ad indicare una ragazza bella e sexy.
Busto Arsizio - cap. 7 (4/4)
Hanno combattuto in quel giorno, oltre centomila uomini, e diecimila sono rimasti sul terreno.
Pochi giorni dopo, Busto è già per le strade ad acclamare il Commissario Reale La Farina e a cantare le prime strofe... politiche:
Giülay l'é 'ndei a Magenta, con tütta aa so Armaa,
e cand l'é vanzà là,
l'ha trovà nagutt da fà. Va là, va là Gilay,
s'é pür un Ré dul aj.
Nel frattempo non si resta inoperosi: si dispone per il ricovero dei feriti nel nostro nuovo ospedale; arrivano i primi carabinieri ed una compagnia di bersaglieri; si organizza la Guardia Nazionale; si corre in massa a Nerviano ad assistere al passaggio di Vittorio Emanuele II e del generale Fanti; le donne raccolgono 400 lire che vengono offerte alla famiglia di un bersagliere ferito a Magenta e che muore nel nostro ospedale. Un comitato raccoglie 80 materassi per i feriti di San Martino e Solferino. Un altro comitato provvede alla raccolta dei fondi per la sottoscrizione del milione di fucili.
Ma vi sono anche le preoccupazioni. Armi ne saltan fuori dappertutto e non vengono consegnate alle autorità. Bisogna farlo dire in chiesa, con una lettera della Deputazione al Prevosto, perchè ne faccia parte alla popolazione « nei modi più adatti ».
Il 24 giugno i deputati municipali avvisano il Comando dei Reali Carabinieri che « essendo in questo momento riferito alla Deputazione che alla Cascina Rajnoldi al n. 482 trovasi uno sconosciuto individuo che diffonde voci allarmanti, la prego a procedere tosto al di lui arresto onde si possa verificare se mai il tristo sia un agente austriaco incaricato di sovvertire e sparger timori nel popolo ». E il 26 giugno la Deputazione proclama: << gli autori di notizie allarmanti che possono favorire la causa dell'Austria, quelli che cercano di scemare gli spontanei effetti del risorgimento italiano sia in pubblico che in privato saranno posti fuori della legge e trattati come traditori del proprio paese ». Il 1° dicembre la Deputazione, a firma dell'Ing. Crespi, avvisa la Regia Questura Distrettuale di Busto Arsizio che < assunte accurate informazioni ecc. si ha il pregio di riferire essere infatti corsa voce della comparsa in paese di un manifesto manoscritto di tenore repubblicano, che però scomparve tosto, nè fu possibile constatare da chi e da qual luogo fosse provvenente. Un altro manifesto a stampa, intitolato " Garibaldi e la sua spada ", circolò del pari in paese e questo si vuole portato da Milano ma ignorasi per opera di chi. Del resto nè il primo proclama repubblicano, nè il secondo risguardante l'Italia Centrale e di tenore per nulla soddisfacente fecero alcun senso nella popolazione, che in generale è ben contenta dell'attuale stato di cose e soprattutto aborre da idee repubblicane ».
Vinta la guerra la Questura Regia era già alla caccia di quelli che volevano la repubblica.
LA CUCINA (1/3)
Chissà quando anche su un naviglio giapponese troveremo el risott giald del Brambilla...
M: Speriamo che, insieme ai grattacieli e alle piste ciclabili, qualcuno inizi presto a pensare anche agli impianti sportivi... Ma, tornando al nostro maratoneta campione olimpionico mancato, oggi per arrivare ad Atene ghe voeuren on para d'or e si viaggia facilmente in tutto il mondo, virus e guerre permettendo, e, come abbiamo già detto, l'è minga difficil trovà di italian in de per tutt i canton e in ogni stagion. Anche i posti più lontani sono alla portata di tutti, o quasi, e, naturalmente, i milanesi sono in prima fila. E abbiamo anche già detto che, quando siamo all'estero, non ci distinguono dagli altri italiani, anche se, tra di noi, riusciamo sempre a riconoscerci. Ciappa, a esempi, la cusinna: quasi tutti gli italiani cercano i ristoranti dove si mangia la pasta asciutta o la pizza, mentre, al contrario, sono pochi i milanesi che non sono curiosi di provare la cucina del luogo. Magari ciappen on bidon, ma a noi piace conoscere le usanze di dove andiamo.
C: Parli di cucina, un altro argomento dove, anca chi, a vialter omm ve pias comandà, cont i voster "chef" che par che abbien inventaa lor el mangià, quando si sa che è dal principio del mondo che, a far da mangiare, sono sempre state le donne! Ma non voglio entrare in polemica... Rimaniamo a quello che vuol dire la cucina per i milanesi. Mi sembra che la cucina italiana sia un po' centrata sul territorio, anzi, proprio per quello che hai detto, qui a Milano abbiamo uno straordinario assortimento di ristoranti che offrono la cucina di ogni parte d'Italia, e del mondo, ma hinn pocch quei che offrissen i "noster" piatt. Per non dire di fuori, sia all'estero che nelle altre Regioni d'Italia: ricordi minga d'avè mai vist un ristorante di cucina milanese, nanca per el noster glorios risott... Forse trovi la cotoletta, ma poi dicono che non è milanese e nel menu te la propongono col nome tedesco, anzi austriaco...
M: In effetti, a girà per el mond te troeuvet minga ona città che la gh'abbia tanti ristorant con la varietà e la qualità di quelli che abbiamo a Milano, mentre i nostri piatti non sono conosciuti come meriterebbero; e semm nun milanesi primm a mettei quasi in d'on canton, perché quando usciamo a mangiare anche qui in città raramente cerchiamo la nostra cucina. Eppure el risott - quello vero! - è ineguagliabile. E l'oss bus e la cassoeula gh'i emm domà nun! Ma 'ste voeuret, sembra quasi che troviamo un certo compiacimento per quello che abbiamo in negativo, dal clima alle canzonette, al mare che non c'è alla cucina, appunto, e così ci vantiamo di avere i migliori ristoranti di ogni Regione d'Italia puttost de quei che offrissen la nostra cusinna.
 
 
       **************** fine giornata ************************
 
30 Gennaio 2024 - martedi - sett. 05/030
redigio.it/rvg100/rvg-05-030.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-010.mp3 -  qualche parola sul funzionamento della Radio Fornace 2024-01-04
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati1901/QGLF035-cacciatori-delpaese.mp3 - Cacciatori del paese - Zona Comabbio - 8,07  - #50 #36 #48 rvg
Toponini di CADREZZATE
34) Valcanée: il nome è forse da intendere va al canée "strada che porta al canèe" (v. Cadrezzate n. 5).
35) Vallaghe: anche questo toponimo, localizzato nella zona sud del paese verso la sponda nord del lago, può essere visto come una contrazione della locuzione va al lagh "strada (sottointeso) che va verso il lago".
36) Veste: strada che un tempo conduceva dalla zona delle Motte ad un imprecisato bosco. Oggi il toponimo è sconosciuto e non localizzato. La voce è registrata nelle carte del Catasto Regio del 1905. L'origine è incerta: in dialetto troviamo due voci che possiamo collegare con il toponimo, vestàse "avvallamento" e vestèe "madia" (cfr. monte Vesta a Toscolano -BS-)
37) Vigane: nome frequentissimo in toponomastica. La voce prende le mosse dal latino vicanum, che indicava il "diritto di proprietà comune "utilizzata prevalentemente in epoca tardo latina. Spesso la voce dialettale è stata italianizzata sulle carte più recenti come Vigano o Vigane (cfr. Vigana frazione di Massalengo -PV-, Vigano frazione di Gaggiano -MI-).
38) Vignaccia: zona collocabile sul pendio sud delle Motte. La voce è da far risalire al latino vinea "vigna, vigneto">. Il termine è molto produttivo e registrato con vari suffissi in quasi tutti i comuni studiati. Questo tipo di coltura è stata largamente impiegata dai locali in conseguenza delle numerose zone collinari ben soleggiate durante l'anno.
39) Vignola: area un tempo coltivata che si trovava a sud del paese nella zona che porta verso il comune di Brabbia (cfr. Cadrezzate n. 38).
40) Vignolo Vassallo: località di incerta individuazione sul territorio comunale registrata solamente nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860 (cfr. Cadrezzate n. 27).
Parole milanesi
Fiòcch = fiocco. 'Na roba cunt i fiocch = una cosa coi fiocchi, eccellente. Nell'antica nomenclatura, riferita al bestiame, il termine i fiòcch stà ad indicare i fiocchi di peli nelle orecchie dei bovini caratteristico delle razze svizzere pregiate, mentre i fiocch in boca sono due denti di latte che anch'essi attestano la buona qualità della bestia.
Fìra, fila = fila. Fira da muntàgn = catena di monti. Fìra da piant = fila di piante. Fira da vidùur = filare di viti. L'ha cuntàa si 'na fila da busij = ha raccontato una fila di bugie.
Firàgn, firàgna = filare, vedi filàgn. Firas = felce, felci. (Polypodium vulgare e Driopteris filixmas). Il secondo è il felce maschio il cui estratto etereo è tuttora ottimo rimedio contro la tenia (Tenia solium). Firigàgn = poco, scarso detto di giovane esile, smilzo. Firlafùrla trapano. Termine di chiara derivazione onomatopeica, sopratutto quando si riferisce ai vecchi trapani a mano per legno od oreficeria, azionati dallo svolgersi e riavvolgersi di una cordicella lungo uno stelo rotante, dotato di volano, su cui è fissata la punta perforante. Indica inoltre l'altro tipo di succhiello da falegname detto in dialetto anche girabachin ed in lingua "menaruola".
La schiscetta (1/2)
Schiscetta, schiscèta in dialetto milanese, da schiscià, che vuol dire schiacciare. È un termine che ispira simpatia, perché è senza pretese, sa di umiltà, di casereccio, muove tenerezza. Per i pochi milanesi che non la conoscono, è un contenitore, di solito in alluminio, a volte diviso in comparti, a chiusura ermetica, che serve per il trasporto e il consumo di vivande, di solito schiacciate per riempirlo al massimo. Un giorno dell'immediato dopoguerra, siamo nel 1949, Renato Caimi stava raggiungendo Milano in tram da Nova Milanese, affollato di lavoratori. Molti con il pasto da consumare durante la sosta di mezzogiorno, preparato dalle madri o dalle mogli, dentro contenitori di ogni tipo tenuti insieme con lo spago, legati alla bell'e meglio. A una brusca frenata, un passeggero perse l'equilibrio, gli cadde di mano un pentolino pieno di minestra che andò a finire su un povero malcapitato. Caimi lavorava nel settore automobilistico, e gli venne da pensare a un contenitore in alluminio da chiudere ermeti- camente con un sistema mutuato dalle balestre.
Così, nel 1952, nacque la schiscetta classica, titolata "La 2000", prodotta dalla Pentolux, che stava per diventare un simbolo, una piccola icona che avrebbe segnato la storia del lavoro nel periodo del boom economico. Il fatto che la schiscetta sia stata prodotta industrialmente per un grande serbatoio d'utenza, con la conseguente diffusione di massa, l'ha fatta entrare nel linguaggio comune italiano. I sinonimi dialettali, tutti per significare contenitori per portare il cibo sul luogo di studio o lavoro, sono numerosi: caccavella, fagottaro, maren na, baracchin, tecietta, gaungiu, scutedd, cumpanaggio, gamella, gluppa.
In Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, Italo Calvino la chiama "pietanziera", dedicandole l'omonimo racconto: «Le gioie di quel recipiente tondo e piatto chiamato pietanziera consistono innanzitutto nell'essere svitabile. Già il movimento di svitare il coperchio richiama l'acquolina in bocca, specie se uno non sa ancora quello che c'è dentro, perché ad esempio è sua moglie che gli prepara la pietanziera ogni mattina. Scoperchiata la pietanziera, si vede il mangiare li pigiato: salamini e lenticchie, o uova sode e barbabietole, oppure polenta e stoccafisso, tutto ben assestato in quell'area di circonferenza come i continenti e i mari nelle carte del globo, e anche se è poca roba fa l'effetto di qualcosa di sostanzioso e di compatto. Il coperchio, una volta svi tato, fa da piatto, e così si hanno due recipienti e si può cominciare a smistare il contenuto».
Invito a Gesù bambino
Invito a Gesù bambino
Vieni, vieni Gesù bambino,
a riposare il tuo capino sul guanciale del mio lettino; vieni vieni, che t'aspetto;
vieni vieni, non tardare senza te non posso stare.
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È arrivata la befana
È arrivata la Befana,
non è quella degli altri anni, ha mutato vesti e panni
e s'è messa la barbantana.
Regalateci qualcosa non ci fate più aspettare, i compagni che sono avanti ce la vogliono levare.
È arrivata la Befana! È arrivata la Befana!
Qui giungemmo preparati con i canti e con i suoni, gentilissimi signori
a voi tutti siamo grati! Vi ringrazia la Befana
che l'avete favorita,
Dio vi lasci una lunga vita, buona gente state sana!
arrivata la Befanal
E arrivata la Befana!
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Anno nuovo
Anno nuovo, benvenuto!
lo ti porgo il mio saluto un saluto piccolino ed un poco birichino.
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La befana
La befana vien di notte con le scarpe tutte rotte con le toppe alla sottana viva viva la befanal
Purtà i oli sant
Portare l'olio santo, cioè l'estrema unzione. Solo per i moribondi. Stessa la processione, i componenti, l'abbigliamento. Il sacerdote con una teca colma di olio santo col quale si segnava, con una croce, i cinque sensi del moribondo oltre le mani e i piedi; Sacrista Col Baldacchino; chierichetto col campanello per avvertire i passanti di raccogliersi in preghiera al prossimo passaggio del sacerdote.
Oggi giorno le cose si sono semplificate. La gente non ha più né il rispetto né la fede di una volta e, scene simili non succedono più. Ancora trent'anni fa tutti i negozi davanti ai quali passava un funerale, abbassavano le saracinesche come segno di compartecipazione al lutto mentre i passanti ai margini della strada si soffermavano in rispettoso raccoglimento. Oggi invece irriverenza, fretta, poco rispetto per il dolore degli altri, desiderio che tutto finisca il più presto possibile.
Purtà '1 Santissim
Portare il Santo Sacramento ai malati gravi o ai moribondi. Il prete, con la cotta bianca e la stola viola, porta in una scatoletta dorata la sacra particola. Il sacrista tiene sospeso sul capo del sacerdote una specie di ombrello a baldacchino. Il chierichetto in cotta bianca e in sottanella nera, col campanello che ha in una mano, avverte i passanti del passaggio divino. E' suggestiva e surreale la breve processione se avviene di sera per la cattiva illuminazione stradale. Intorno al letto i parenti più stretti, in commovente raccoglimento, fanno corona al moribondo che, come dicevano i nostri vecchi, vedono in quel momento aprirsi le porte del paradiso.
 
 
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31 Gennaio 2024 - mercoledi - sett. 05/31
redigio.it/rvg100/rvg-05-031.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-xxx.mp3 -  qualche parola sull'
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati1901/QGLF036-boulange-stracciaio.mp3 - Boulange di una volta nella zona di Comabbio - 4,47 #36 #48 rvg
Febbraio (1/6)
"Per vendicass che i dì hinn domà vintott, febrar l'è el pussee balandran di ballarott!".
Questo mese porta ancora il segno de l'inverno e il gelo ricopre la terra, anche se le energie in essa contenute si preparano al risveglio primaverile.
Nel linguaggio dei fiori, febbraio e affidato all'anemone, un fiore soli tario dal colore rosso o violaceo che simboleggia la semplicità e l'amore.
"Quand al sol la nef indòra: nef, nef e nef ancora!". Per la bianca neve, qualcuno ha creato una poetica leggenda; narra di una dolce e bella principessa longobarda che, sebbene innamorata del pretendente al trono di un vicino regno, non voleva convolare a nozze nella nebbiosa e fredda stagione invernale, ma preferiva attendere la primavera. Il principe però, volendo al più presto presentare ai suoi sudditi la loro futura regina, ruppe ogni indugio e una mattina, tipicamente invernale, andò da lei con rinnovate proposte d'amore deciso a sposarla subito. La giovane, per amore, acconsentì, ma da quel giorno divenne malinconica come il paesaggio che la circondava! Quando il corteo nuziale mosse verso la chiesa, il suo angelo custode, provocò un evento straordinario: dal cielo caddero soffici fiocchi bianchi che ben presto ricoprirono ogni cosa, cambiando il grigio paesaggio in qualcosa di gioioso e poetico che fece tornare il sorriso sul volto della sua protetta. I sudditi presenti, assistendo per la prima volta a questo avvenimento imprevisto, pensarono ad un miracolo e poiché la principessa si chiamava Neve da quel giorno il suo nome passò ad indicare la bianca coltre appena caduta. A ricordo di quell'episodio, puntualmente ogni anno nei mesi invernali, il fatto si ripete.
"La nev l'ingrassa i campagn!". La neve rende fertile la campagna e siccome in questi giorni ci si prepara al prossimi lavori campestri, forza che: "Barba insaònada, lé mèsa cavada!" cioè: chi ben comincia è a metà dell'opera.
"Quando senti nominar Maria, non domandar che vigilia sia". Questo proverbio è ormai caduto in disuso, perché il digiuno della vigilia non è più osservato, ma il nome di Maria ricorre subito in questo mese, come possiamo verificare dando uno sguardo al calendario: due febbraio, purificazione di Maria Vergine.
Toponimi di Biandronno
5) Castèl: località nota anche come Castelvetro (presumibilmente derivante da un forma latina castellum veterum "castello vecchio"). È la parte più alta del paese situata di fronte alla piazza cittadina e rivolta a strapiombo sul Lago di Varese, a sud della Chiesa di San Lorenzo26
6) Custèra: cresta che si estende longitudinalmente tra il Laghèt e il comune di Bardello che confina a nord con Biandronno. Questo rialzo del terreno è così denominato nella parte ovest. La parte est invece, verso il lago, è nota come Runchìt. Il nome Custèra è da far risalire al termine costa con l'accezione di "pendio, parte rialzata" con l'aggiunta del suffisso -era.
7) Fornace: in dialetto noto come Furnàas. Costruzione realizzata nei primi anni venti del secolo scorso e che ha rifornito di mattoni e laterizi il comune di Biandronno e i limitrofi fino agli anni '60. Il sito è ubicato a sud della strada comunale che da Biandronno porta al limitrofo comune di Bregano.
8) Gefe Pagàn: località posta a circa 200 metri di fronte al Nüstrin, caratterizzata dalla presenza di un pozzo nel quale alla fine del XIX secolo Giuseppe Quaglia ha rinvenuto ossa presumibilmente umane che hanno fatto pensare ad un luogo utilizzato in epoca romana per compiere rituali pagani anche legati a sacrifici umani (Chiesa pagana). Forte è quindi il suo collegamento con la località adiacente del Nüstrin
La schiscetta (2/2)
Ne parla anche Erri De Luca, scrittore con un passato da operaio specializzato: «Era un oggetto sacro e un intervallo liturgico, quello di pranzo. (...) Sulle chiacchiere nostre batteva un rumore di metallo raschiato e si spandeva odore di cucine buie. Chi aveva una donna a casa, si trovava il pranzo cucinato da lei alzatasi prima di lui. Chi non aveva nessuno, doveva pensarci la sera a cucinare in più per il giorno dopo. L'apertura del coperchio era solenne. Saliva al cielo un profumo che si univa a quello degli altri».
Essendo le schiscette tutte uguali, gli operai incidevano sull'acciaio del coperchio il nome e il cognome o, più spesso, solo le iniziali, altri personalizzavano il manico, rivestendolo con un filo metallico colorato o contrassegnandolo con una piccola medaglietta. La schiscetta veniva infilata in una borsa di finta pelle scura, insieme con un pezzo pane, un frutto, un fiaschetto di vino.
Grazie alla schiscetta venne fatta conoscere ai settentrionali la cucina mediterranea, propagandata involontariamente dagli emigrati siciliani, calabresi e pugliesi, che offrivano maccheroni al sugo di pomodoro, frittata di pasta, orecchiette con cime di rapa.
Ma gli Anni Settanta hanno segnato la fine di un'epoca. Nelle grandi fabbriche del Nord ci si batté per ottenere il diritto alla pausa-pranzo nelle mense, poi arriveranno i buoni pasto. Tuttavia, dopo un dilagare di ripetitive mense aziendali, di anonime tavole calde, di piatti surgelati serviti al bar, e soprattutto grazie a una nuova coscienza alimentare, la schiscetta sta tornando a essere protagonista. La usano soprattutto i più giovani: li si vede nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, anche se non è più "La 2000" dei loro nonni e dei loro padri, sostituita da eleganti lunch-box, leggeri, termici, colorati, a più scompartimenti. Secondo quanto emerge da un'analisi Coldiretti del 2018, sono infatti circa dieci milioni gli italiani che oggi pranzano coi piatti preparati in casa sotto la spinta di una svolta salutista che porta a scegliere con cura i cibi da consumare. Leggerezza, semplicità e praticità sono gli elementi della schiscetta perfetta nell'era della sostenibilità alimentare. Negli uffici, su un tavolo comune, il pasto diventa un momento di allegria, di scambi gastronomici. Magari, se è una bella giornata, perché non andare a mangiare nei giardini di sotto?
Il 15 luglio 2021 la delegazione di Museimpresa in visita al Quirinale, in occasione del ventennale dell'associazione, ha donato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella una schiscetta originale del 1952 come <<simbolo del lavoro, dell'impegno di uomini e di donne nella rinascita post-bellica, oggetto della memoria che, scandendo un momento della giornata, quello dedicato al pasto in fabbrica, racconta quel fare impresa che fin da allora è innovazione, creatività e inclusione sociale».
LA CUCINA (2/3)
C: E a proposito di mare, si dice infatti che il miglior pesce d'Italia, quello più fresco, el se mangia a Milan, e il pesce non è certo un nostro prodotto tipico. E lo stesso vale per molti fra i prodotti più rinomati e, naturalmente, più costosi ed esclusivi.
M: I milanes, quand vann a mangià, hinn minga tanto de bocca bonna: ghe piasen i robb de qualità. E i produttori lo sanno, così la roba "migliore" arriva sempre prima qui, dove sanno di spuntare dei prezzi migliori. E poi, inevitabilmente, il conto sale...
C: Mi viene in mente quel nostro detto, com'è che dice? Cinq ghei pussee... ma ross. Purché sia "quello bello", insomma, anche a prezzo più alto. E questo vale un po' per tutto, anche per un bel vestito colorato de quai bella tosa. Ma ci siamo anche quasi tutti dimenticati che, attorno a Milano, grazie ai nostri antenati, abbiamo una Pianura Padana che ci sa dare ogni ben di Dio e della migliore qualità: latte, carne, verdure, salumi, formaggi...
M: E hinn pocch quei che sann che l'è a Milan che l'è staa inventaa el Grana, anca s'el ciamen Parmigiano, e poeu el risott... Pensa che il riso è probabilmente l'alimento più consumato nel mondo, ma dovunque lo mangiano come se fosse qualcosa ch'el serviss domà a impienì la panscia a bon mercaa, ma è solo qui da noi che siamo stati capaci di fare del riso un qualcosa di davvero speciale, che da solo meriterebbe a dare gloria alla cucina milanese. Per minga di del Panetton, con la P maiuscola, altro nostro grande vanto. Ma non voglio con questo sminuire tutte le bontà di tutte le altre cucine, domà che nun milanes semm quasi i unich a distinguess per parlà mei de la robba di alter che nò de la nostra.
C: Anca questa l'è milanesità, anca se on po a l'incontrari... Ma forse è un pregio, perché significa che siamo capaci di riconoscere le cose e dare loro il giusto valore, anche se non sono farina del nostro sacco. Oltre al cibo, comunque,, ci facciamo notare anche per le nostre abitudini in campo "alimentare": per esempio, la colazione in piedi al bancone del bar, il pranzo ridotto ad un panino o poco più, la cena non più tardi delle 20. E per i nostri negozi di gastronomia e pasticceria, che costen car, ma gh'è de la robba che l'è el mei che se poda avè! pussee
M: E, infatti, si sono fatti conoscere in altre città, anca in del mond. Ma il nome di Milano è noto, da tempo, anche nel campo degli alcolici, coi famosi bitter, amari, fernet, nati qui nell'Ottocento e tuttora diffusi e apprezzati ovunque.
 
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01 Febbraio 2024 - giovedi - sett. 05/032
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Febbraio (2/6)
Nel milanese la festa è comunemente detta "Madonna della Ceriola" e a Milano l'Arcivescovo con tutto il Clero, convenivano in S. Maria Beltrade dove, dopo aver benedetto l'incenso e cantato gli Inni e i Salmi, avviavano una processione detta della Idea, rappresentata in una famosa scultura in rilievo ora conservata al Castello Sforzesco. Dal 1589, questa manifestazione si fa all'interno del Duomo recando in processione un quadro di Michelino da Besozzo che raffigura la Purificazione e la Divina Maternità della Madonna.
Era anche la festa dei brugnon (come il popolino chiamava gli osti) celebrata con sfarzo fino ai primi decenni del secolo scorso; con nastri e fiori nel cappello e col grembiule ricamato d'oro, gli osti, percorrevano le vie cittadine offrendo tazze di vino e raccogliendo offerte che in parte poi devolvevano al parroco di S. Stefano.
"A San Bias ga gea a guta sot'ul nas!" (A San Biagio gela la goccia sotto il naso) recita un proverbio di Arconate, un paese in provincia di Milano, dove lo storico locale, Claudio Amoni, ci fa sapere che il 3 febbraio i fedeli andavano in chiesa di buon mattino con del pane bianco, pan d'anice e qualche biscotto che il prete benediva in modo che, consumandolo, la famiglia veniva preservata dal mal di gola per tutto l'anno.
Non venivano dimenticate le bestie della stalla e per loro si benediceva una ruota di pane giallo. Poi il capo famiglia andava a Magenta, dove San Biagio è venerato, per ricevere una benedizione speciale dopo aver baciato due ceri, benedetti il giorno della Candelora; prima di tornare al paese comprava alla fiera locale on firon de castegn che avrebbe mangiato con tutta la famiglia.
"Tutt i sant voren la soa candela" dicono nel lodigiano dove, sia a Codogno che a Salerano sul Lambro, il 3 febbraio si tiene la sagra in onore di S. Biagio, col rito della benedizione della gola con le candele benedette.
Le nonne offrono ai loro nipotini una fetta di panettone raffermo messo da parte il giorno di Natale in omaggio al proverbio che recita: "El dì de S. Bias se benediss la gola e el nas".
Le giornate cominciano ad allungarsi e la sapienza dei nostri vecchi lo conferma: "A San Bias, dò or ras!".
Un tempo nel lecchese, ai primi di febbraio, un corteo di ragazzi e ragazze andava nei prati attorno ai paesi, suonando campanacci e battendo fra loro dei ferri; era la cerimonia del "ciamà l'erba" per propiziare una felice stagione agricola.
Parole milanesi
Destrügà = distruggere, sciupare, consumare totalmente.
Destrügùn = sciupone, distruggitore.
Detà = dettare. Detà léeg dettar legge.
Detàa = dettato, adatto. Quell vistì lì l'è propi detàa pa' ra festa = quel vestito è proprio adatto per la festa. Devòtt = devoto.
Di = giorno. Ai mè dì = ai miei tempi. Al dì d'incöö = al giorno d'oggi. Da dì in dì = di giorno in giorno. Dà i vott dì = licenziare un dipendente o, anche, licenziarsi dando gli otto giorni di preavviso. Dì da festa, dì d'laù = giorno festivo, feriale. Ul dì adré = il giorno. Dul dì = di giorno. L'alt dì = l'altro ieri. Tucci di na passa vun = lett. tutti i giorni ne passa uno, ovvero tutti i giorni si invecchia. Tücc i dì sa na imprend vuna nova tutti i giorni si apprende qualcosa di nuovo. Hinn 'me 'l dì e la nocc = lett. sono come il giorno e la notte, ovvero sono diversissimi.
El risott giald - (1/4)
400 g de ris superfin; - - 1,2 l de broeud de boeu e boscin;
50 g de formagg de grana grattaa; - 50 g de panera fresca;
- 50 g di scigolla triada;
- 25 g de midolla de boscin triada; - 0,2 g de safran.
Fà palpà in d'ona cassiroeula la midolla e la scigolla triada. Giontà el ris, fal tostà ben per 2 mignuu, versà el primm cazzuu de broeud bujent e rurà adasi. Segutà a rurà e a mett dent broeud man a man ch el se succia. Pena primma de tirà via el risott del foeugh, giontà el safran, rurà ben, tirà via del foeugh, mantecà cont la panera e cont el formagg grattaa. El risott el và tegnuu a l'onda: i gran de ris gh'han de vess ben staccaa, ma ligaa tra de lor d'ona bella cremina. (Libera traduzione in milanese da La cuciniera che insegna a cucinare alla casalinga, almanacco del 1809)
Il risotto alla milanese è un'icona gastronomica della città. Che cosa vuol dire? Che così viene chiamato e riconosciuto su tutti i menu italiani e stranieri, inconfondibile per il giallo-oro dei chicchi.
Anche la paella valenciana è un'icona gastronomica, e i due piatti hanno come ingrediente comune lo zafferano. Il nome deriva dall'arabo zaafaran, una pianta il cui fiore, di un colore che varia da lilla chiaro a viola purpureo, contiene tre fili rossi, da cui si ricava la caratteristica polvere, usata nell'industria dei liquori, come condimento, ma anche come digestivo e stimolante nervoso, e i cui paesi d'origine sono la Persia e l'India. La sua diffusione è seguita all'invasione della Spagna da parte degli Arabi, nel 756, che cominciarono a commerciarlo con gli altri Paesi che si affacciavano sul Mediterraneo. In particolare, in Sicilia, loro terra di conquista, dove ancora oggi viene utilizzato in alcune ricette, come la pasta con le sarde. Essendo ancora una spezia rara e pregiata, leggi molto rigide vietavano l'esportazione dei bulbi dalla Spagna, che così ne mantenne il monopolio commerciale, fino a quando, sotto il regno di Filippo II (1527-98), un padre domenicano, tal Santucci, riuscì a sottrarne piccole quantità che portò nella sua terra d'origine, l'Abruzzo, che a tutt'oggi è la regione che continua a produrlo.
2. La dominazione romana
Da questo momento il nostro territorio rimase sotto il dominio romano, del quale tuttavia non abbiamo dati e reperti archeologici particolarmente interessati. Si deve giungere al I e al II secolo dopo Cristo, perchè i ritrovamenti si facciano abbondanti e significativi; è il periodo in cui la regione risentiva delle ricchezze di Milano, ormai grande centro dell'Impero Romano: ne è una testimonianza eloquente <<la patera» di Parabiago, piatto argenteo, ritrovato in una tomba, sul quale sono eseguite a rilievo scene mitologiche.
Ritornando alla nostra città, dobbiamo notare che si sono ritrovate solo poche e frammentarie tracce del periodo romano, come del resto per le precedenti età. Tuttavia, a giustificare l'origine e la presenza della civiltà latina in Busto, stanno alcuni segni molto precisi: anzitutto il nome, che deriva quasi certamente dal termine latino <<bustum», cioè bruciato, con riferimento quindi alla aridità del terreno, di cui si è già detto in precedenza. Anche in Arsizio («<arsiccio») è facile riconoscere lo stesso concetto: terra arsa, bruciata, arida.
Qualche studioso poi ha creduto di poter vedere nell'antica forma della città alcune caratteristiche, che si ricollegano alla pianta delle città costruite dai Romani: la forma quadrata, infatti, deriverebbe da quella tipica dell'accampamento militare romano. Se il confronto può sembrare suggestivo e per certi aspetti verificabile come puoi constatare osservando la cartina d'altra parte bisogna anche ricordare che nessun ritrovamento ha finora confermato questa supposizione.
La topografia, dunque, cioè la pianta della città, e la toponimia, cioè lo studio del nome della città, potrebbero essere i due indizi più importanti dell'origine latina di Busto Arsizio.
Toponimi di Osmate OSMATE (2/2)
15) Provesci: in dialetto Pruèsc. È una piccola area collinare adiacente ai Poleggetti. Il termine è di origine dubbia. Nei dialetti lombardi esiste una voce prova "proda" che sta a siginficare un "tratto di terra prativo sul dosso di un monte o di un argine" (cfr. Provezze frazione di Provaglio Iseo -BS-)134.
16) Riale: nota su alcune carte anche con il semplice termine Roggia, è denominata dai locali Valun "vallone"(v. Mercallo n.24). Il toponimo deriva dal termine latino ri(v)us "ruscello"135. È un piccolissimo corso d'acqua che scorre internamente al comune di Osmate. Nasce da una sorgente sotterranea nella zona boschiva dove è situata la Casa San Giorgio e si getta dopo poche centinaia di metri nel Lago di Monate.
17) Rizzit: zona adiacente alla Cascina Bettola probabilmente utilizzata come terreno coltivabile. Il nome del terreno dovrebbe derivare da quello del proprietario che era soprannominato a Osmate Riz "ricciolo". Questa persona possedeva e abitava fino ai primi anni del Novecento la Cascina Bettola
18) Runch: in italiano Ronco (v. Biandronno n. 17). Vasta area che si estendeva al di sopra dalla Cascina Pomette caratterizzata da un terreno sassoso particolarmente adatto per la coltura di vigneti. L'area si estendeva fino al comune di Lentate per lasciare poi spazio alle zone boschive più a sud e più basse dal punto di vista altimetrico.
 
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02 Febbraio 2024 - venerdi - sett. 05/033
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Febbraio (3/6)
Finito il giro passavano, di casa in casa, a ricevere per lo più qualche castagna, tanto che in alcune località la manifestazione invece de "ciamà l'erba" venne chiamata "ciamà castegn"; finito il giro le castagne buone venivano messe ad essiccare al caldo su di una grata (grée) mentre quelle guaste (i carcai) si gettavano sui prati per concimarli, come ci ricorda una filastrocca di Premana. "I castegn su per la grée e i carcai foeu per i prée: castegn, castegn, castegn!".
Nel 1740 nel suo Viaggio in Italia l'inglese John Georgie Keysler, scriveva: "II lago Maggiore è circondato da ogni parte di colline coperte di vigneti. Al di sopra dei vigneti ci sono boschi di castagni, i cui frutti vengono consumati in quantità tale che, quando le castagne sono molto abbondanti, il prezzo del grano cade. Esse rimangono verdi e fresche fino a Natale: arrostite e immerse nel vino rosso, sono una leccornia non trascurabile".
Nella seconda settimana di febbraio si festeggia il maggior numero di santi e sante legati alla tradizione popolare e contadina della nostra Lombardia. Ve li presento, in ordine di entrata, come si usa in teatro per i personaggi di una commedia, cioè come sono elencati nel calendario: Cinque febbraio, S. Agata, le nutrici l'hanno eletta loro protettrice. E invocata anche contro la carestia, il fuoco e l'inondazione. "Per S. Agata la tèra arfiada e l'ortolan semna la salada". È in questo periodo che negli orti incominciano le prime semine delle verdure primaticce; è anche tempo di trapiantare le cipolle e i “gugellin" ovvero le piantine appena spuntate dalla terra. Dopo S. Agata ecco l'Abate San Romualdo (7 febbraio), fondatore sul Campo di Maldolo, nell'alto Casentino, del monastero di Camaldoli (Ar) dal quale l'Ordine dei Camaldolesi prese il nome.
S. Romualdo è detto "il santo rurale" perché dettò le prime norme di legislazione forestale. S. Onorato (8 febbraio) è invocato prò e contro la pioggia e se diamo ascolto alla sapienza dei nostri vecchi, questo santo non poteva che essere "onorato" in questo mese, perché: "Febbrar l'è fioeu d'ona ferlòca, o che el pioeuv o che el fioca!".
"Genee e fevree la nev ai pee!". In questo mese, soprattutto se alla Madonna della Candelora il tempo non è stato bello, non è raro trovarsi nel bel mezzo di una nevicata: "A Sant'Apùlonia a fiucà al gh'ha no vargònia!" (A S. Apollonia, 9 febbraio, una nevicata è più che naturale).
Per il martirio che subì ad Alessandria d'Egitto, nel giorno a lei dedicato, si va in chiesa a ricevere la benedizione e ad implorare la grazia di tener lontano il mal di denti. A Cantù, per Santa Apollonia, si celebra una grande festa con giostre, bancarelle, dolciumi e zucchero filato per la gioia dei bimbi; si vendono anche le ormai quasi introvabili castagne infilate con lo spago: "i firun". Un tempo era così tanto l'afflusso dei devoti della santa che raggiungevano Cantù sia a piedi, sia coi carri o in bicicletta che i "fironatt", per paura di non trovare il posto dove esporre la merce, arrivavano tre giorni prima, dormendo di notte sulle ceste delle castagne.
El risott giald - (2/4)
La leggenda vuole che il celebre risotto abbia un anno di nascita, il 1574. Lo zafferano aveva già fatto la sua comparsa un secolo prima, negli eleganti banchetti degli Sforza, dove, tra l'altro, era diffusa l'usanza di ricoprire con una sottile foglia d'oro le vivande servite a tavola. Secondo un manoscritto che oggi si trova alla Biblioteca Trivulziana presso il Castello Sforzesco, un famoso mastro vetraio, Valerio di Fiandra, che all'epoca lavorava alle vetrate di Sant'Elena del Duomo, era aiutato da un assistente che aveva soprannominato Zafferano, o più probabilmente Zafranon, per la sua mania di aggiungere un po' di giallo in qualunque mescola usasse. Per scherzare, un giorno il maestro gli disse che, continuando così, avrebbe finito per mettere del giallo anche nel risotto. Il giovane lo prese in parola e il giorno delle nozze della figlia di mastro Valerio si accordò con il cuoco incaricato del banchetto e fece aggiungere dello zafferano al riso, di solito condito con il solo burro. Il piatto ebbe un gran successo, grazie al gusto, nuovo e saporito, ma anche al colore, che ricordava l'oro. La sintetica ricetta in dialetto riportata in apertura è corretta, ma dà per scontati gli accorgimenti, la scelta degli ingredienti, i piccoli trucchi, le giuste tempistiche, cose che fanno la differenza tra normalità ed eccellenza.
Fra le tante, diamo qui preferenza alla divertente ma anche competente versione di Carlo Emilio Gadda, in un articolo apparso sulla rivista aziendale dell'ENI, "Il gatto selvatico", nell'ottobre del 1959.
«L'approntamento di un buon risotto alla milanese domanda riso di qualità, come il tipo Vialone, dal chicco grosso e relativamente più tozzo del chicco tipo Caterina, che ha forma allungata, quasi di fuso. Un riso non interamente "sbramato", cioè non interamente spogliato del pericarpo, incontra il favore degli intendenti piemontesi e lombardi, dei coltivatori diretti, per la loro privata cucina. Il chicco, a guardarlo bene, si palesa qua e là coperto dai residui sbrani d'una pellicola, il pericarpo, come da una lacera veste color noce o color cuoio, ma esilissima: cucinato a regola, dà luogo a risotti eccellenti, nutrienti, ricchi di quelle vitamine che rendono insigni i frumenti teneri, i semi, e le loro bucce velari. Il risotto alla paesana riesce da detti risi particolarmente squisito, ma anche il risotto alla milanese: un po' più scuro, è vero, dopo l'aurato battesimo dello zafferano.
3. Il Medioevo (1/2)
Dopo la caduta dell'Impero Roano d'Occidente (476 d.C.), Busto segui le vicende della Lombardia e del Seprio in un periodo storico par ticolarmente tormentato, del quale niente possiamo sapere con precisione.
Con il nome di Seprio veniva indicata in quei secoli quella fascia di territorio lombardo, fra l'Olona ed il Ticino, che faceva capo a <<Sibrium»>, l'odierna Castelseprio. Il centro, già fiorente negli ultimi tempi dell'impero romano, conobbe un periodo di notevole splendore dopo le invasioni barbariche e i Longo- bardi, a partire dal VI secolo d. C., ne fecero la roccaforte più importante della regione a nord di Mila- no. Un'altra notevole traccia della presenza longobarda nelle immediate vicinanze di Busto è il monastero che Maniconda, una dama della corte del re Liutprando, fondò nel 735 a Cairate, centro in prossimità della più famosa Sibrium.
Per trovare notizie che riguardano più propriamente Busto Arsizio, si deve giungere fino al 922 anno in cui il nome del borgo viene citato in alcuni documenti di notai; ma solo dopo l'anno 1000 possiamo intuire l'importanza del borgo medievale attraverso i suoi <<capitani>>.
I capitani, forti del possesso di un feudo, situato nei paesi intorno a Milano, godevano di notevole influenza politica ed economica, tanto da essere chiamati dall'arcivescovo di Milano a partecipare al governo della città. Ed anche i capitani di Busto intervennero nella vita politica milanese e nella formazione di questo Comune.
Quando scoppiò la lotta tra i comuni lombardi e l'imperatore Federico Barbarossa, il borgo vide svolgersi nelle campagne vicine la battaglia passata alla storia come la battaglia di Legnano, dopo la quale le sorti di Busto si legarono, ancor più strettamente a quelle di Milano.
Il secolo XII fu caratterizzato dalla crescita del borgo, che vedeva svolgersi al suo interno un fenomeno comune a buona parte dell'Italia: venne formandosi, infatti, in quegli anni un gruppo sociale, quello dei borghesi, cioè gli abitanti del borgo, che forte della sua condizione economica, voleva partecipare attivamente alla vita cittadina. Erano mercanti, proprietari di terreni agricoli e case, che si affiancarono ai nobili nella formazione del. <<comune».
 
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03 Febbraio 2024 - sabato - sett. 05/034
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Febbraio (4/6)
A Lovere, nel Santuario gestito dalla congregazione delle suore di Carità, dette di Maria Bambina. fondato da Santa Bartolomea Capitanio, vi è una cappella con dipinta l'immagine di S. Apollonia, patrona dei dentisti e protettrice dei loro pazienti.
A Vigano (LC) il 9 febbraio è festa grande in onore S. Apollonia loro patrona.
A Precasaglio (BS), a 1584 m. di altitudine, il 9 febbraio si festeggia la Santa e potete trovare la sua immaginetta con la preghiera da recitare. Anche in Duomo a Milano, a fianco dell'altare dedicato a S. Agata (primo a destra entrando), è situata la statua della Santa; curiosamente sul piedistallo vi è inciso non S. Apollonia, ma "Appolonia" con due "p" e una "elle"! Ho cercato una sua immaginetta sia in sagrestia che al bookshop, al Museo del Duomo e alla libreria dell'Arcivescovado, senza poterla trovare. Posso pubblicare, per i miei lettori, la preghiera dedicata alla santa solo grazie ad una impiegata del Comune di Milano, la signora Teresa, che, mi ha regalato la preziosa immaginetta che porto sempre con me:
"Per quell'acutissimo dolore che voi soffriste, o gloriosa santa Apollonia, quando per ordine del tiranno vi furono strappati i denti, otteneteci dal Signore la grazia di essere liberati da ogni molestia relativa a que sto male, o perlomeno soffrirlo con imperturbabile rassegnazione".
Un tempo si usava prendere il dente che ci si era appena fatto estrarre e lo si gettava sul fuoco del camino, non senza aver prima invocato la santa: "Foeugh, damen vun noeuv, damen vun stagn, che el me dura cent'ann!".
"Acqua de fevree la par on letamee"
(L'acqua di febbraio è come concime e riempie il granaio). In questo mese si alternano freddo e pioggerelline intermittenti che sono magari fastidiose per l'uomo ma salutari per il terreno che sta per riaprirsi alla vita dopo il letargo invernale, come ben sa la sapienza di noster vécc: "Se a febbrar fa no brutt, nass l'erba da par tutt!".
Nel mantovano dicono: "Al vent, l'ultim giòrn ad carnval, l'impregna la ròar” (sugli alberi, l'ultimo giorno di carnevale, che di solito è a metà mese, nascono i germogli), come ci ricorda una nota poesia di Giovanni Pascoli scritta per San Valentino: "Oh, Valentino vestito di nuovo come le brocche dei biancospini...".
El risott giald - (3/4)
Recipiente classico per la cottura del risotto alla milanese è la casseruola rotonda, ma anche ovale, di rame stagnato, con manico di ferro: la vecchia e pesante casseruola di cui da un certo momento in poi non si sono più avute notizie: prezioso arredo della vecchia, della. vasta cucina: faceva parte come numero essenziale del "rame" o dei “rami” di cucina, se un vecchio poeta, il Bussano, non ha trascurato di noverarla nei suoi poetici "interni", ove i lucidi rami più d'una volta figurano sull'ammattonato, a captare e a rimandare un raggio del sole che, digerito il pranzo, decade. Rapitoci il vecchio rame, non rimane che aver fede nel sostituto: l'alluminio.
La casseruola, tenuta al fuoco pel manico o per una presa di feltro con la sinistra mano, riceva degli spicchi o dei minimi pezzi di cipolla tenera, e un quarto di ramaiolo di brodo, preferibilmente di manzo: e burro lodigiano di classe.
Burro, quantum prodest, udito il numero de' commensali. Al primo soffriggere di codesto modico apporto, butirroso-cipollino, per piccoli reiterati versamenti, sarà buttato il riso: a poco a poco, fino a rag- giungere un totale di due tre pugni a persona, secondo l'appetito prevedibile degli attavolati: né il poco brodo vorrà dare inizio per sé solo a un processo di bollitura del riso: il mestolo (di legno, ora) ci avrà che fare tuttavia: gira e rigira. I chicchi dovranno pertanto rosolarsi e a momenti indurarsi contro il fondo stagnato, ardente, in codesta fase del rituale, mantenendo ognuno la propria "personalità": impastarsi e neppure aggrumarsi.
: non Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve far bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso ha da indurarsi, ho detto, sul fondo stagnato. Poi a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l'aggiungervi a mano a mano del brodo, in che vorrete esser cauti, e solerti: aggiungete un po' per volta del brodo, a principiare da due mezze ramaiolate di quello attinto da una scodella "marginale", che avrete in pronto. In essa sarà stato disciolto lo zafferano in polvere, vivace, incomparabile stimolante del gastrico, venutoci dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè. Il brodo zafferanato dovrà aver attinto un color giallo mandarino: talché il risotto, a cottura perfetta, venti-ventidue minuti, abbia a risultare giallo-arancio: per gli stomaci timorati basterà un po' meno, due cucchiaini rasi, e non colmi: e ne verrà fuori un giallo chiaro canarino.
3. Il Medioevo (2/2)
Il nuovo governo del borgo provvedeva alla manutenzione delle strade che raggiungevano le località vicine e Milano, alla conservazione delle mura e del fossato di difesa, alla piazza dove si tenevano le assemblee, al pozzo, importante per il rifornimento di acqua al borgo, e ad un <<pratum», piazza erbosa situata in ogni contrada, dove i notai svolgevano le loro mansioni.
Un cronista del 1600, Pietro An tonio Crespi Castoldi, ci ricorda la suddivisione del borgo medioevale in quattro contrade: Basilica, il quartiere attorno alla chiesa di San Giovanni; Piscina, così detto dalla vasca dove gli abitanti portavano gli animali ad abbeverarsi; Sciornago, il quartiere più ricco; e infine Sanovico, la contrada forse più salubre, come ci suggerisce il nome e che nel dialetto dei vecchi è ancor oggi chiamata <<Savigu», l'odierna via Montebello.
A indicare l'importanza del borgo e a testimoniare la crescita della popolazione - anche se, purtroppo, non possediamo dati precisi - Busto, in questo periodo, poteva vantare ben tre chiese, San Giovanni San Michele, la cui origine risaliva al periodo longobardo, e Santa Maria, probabilmente la più antica, posta com'è nel cuore del borgo medioevale.
Oltre a queste chiese va citata la presenza in Busto del convento delle Umiliate, situato nella contrada di Basilica, dove le monache praticavano, tra l'altro, la tessitura della lana, una attività che, secondo i documenti, era già fiorente alla metà del XIII secolo: è un segno della presenza già nel borgo medioevale di una prima attività tessile, tuttavia di limitata produzione. Sappiamo pure dai documenti che nel borgo fiorivano numerose altre lavorazioni artigianali, attorno alle quali prosperavano anche i commerci, poichè alcuni bustesi vendevano a Milano e nel ducato i fustagni e le «bombasine>>> prodotti nel borgo.
Il secolo XV è per la Lombardia un periodo particolarmente tormentato: la regione passa dal dominio dei Visconti a quello degli Sforza, attraverso guerre, devastazioni e saccheggi, accompagnati da carestie e pestilenze, da cui non si salva neppure Busto.
Pure in un momento così difficile va ricordata l'istituzione del primo tribunale (1440, con la concessione al podestà del potere di «<dirimere qualsiasi questione o lite civile e criminale, somma o valore e di sentenziare e di applicare pene pecuniarie e corporali fino all'estremo supplizio compreso» (Bondioli). E a confermare l'importanza crescente del borgo, Busto venne elevata a contea nel 1488.
Con il riconoscimento giuridico ed amministrativo e con la crescita delle attività artigianali, si venne formando, verso la fine del secolo, un ambiente culturale umanistico sull'esempio della corte sforzesca di Milano.
 
 
 
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04 Febbraio 2024 - domenica - sett. 05/035
redigio.it/rvg100/rvg-05-035.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
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  1. redigio.it/dati1901/QGLF045-grandi-spaventi.mp3-  grandi spaventi molti anni fa nel paese vicino a Comabbio - 4,53 #36 rvg
Febbraio (5/6)
San Valentino è il santo protettore degli innamorati; si festeggia il 14 febbraio, giorno in cui fu martirizzato a Roma per ordine dell'Impera tore Claudio il Gotico. Il patrono dell'amore nacque a Terni, in Umbria, nel 170 d.C., fu ordinato sacerdote a vent'anni e divenne Vescovo a trenta. Leggende sulla sua vita ve ne sono tantissime; una di queste vuole che Valentino fosse specializzato in problemi di cuore e a lui si rivolgessero sia i fidanzati che le coppie in crisi. Bastava fare quattro chiacchiere con lui perché l'amore, come d'incanto, rifiorisse; alle coppie riappacificate il santo regalava un fiore che pare non appassisse mai. La festività ebbe un certo risalto a cominciare dal Medioevo e poiché si diceva che il 14 febbraio, all'annunciarsi della primavera, gli uccelli cominciavano ad accoppiarsi, la festa di San Valentino segnava l'annuale risvegliarsi della natura e dell'amore.
In questo periodo il carnevale finisce ovunque, tranne che a Milano, dove inizia il carnevalone ambrosiano che dura fino al sabato seguente, chiamato sabato grasso. Fino ai primi del 1900, in questo giorno, in piazza Duomo, aveva luogo la fiera degli organetti di Barberia, chiamati in dialetto vertical; tutti quelli presenti a Milano si trovavano là ed iníziavano le trattative per soddisfare le numerose richieste dei circoli ricreativi e delle osterie dove alla domenica si ballava. Ricorda lo storico Raffaele Bagnoli: "Allora el vertical l'era il Re del Carneval!".
Al milanese Enrico Mangili si deve l'invenzione delle stelle filanti; intuizione che ebbe un giorno in cui si trovò per caso davanti ad un apparecchio telegrafico dal quale usciva, allungandosi man mano sul tavolino, una strisciolina di carta...
Verso la fine del mese la temperatura si fa più mite e la neve comincia a sciogliersi, infatti: "A San Mattia (24 febbraio) la nev la va via!" e nei nostri laghi inizia la pesca di lavarelli e lucci: "A San Mattia el pès el se invia".
Un occhio di riguardo va alle nostre rane pescate nei laghetti alpini di notte, quando l'acqua sta per sgelare, oppure catturate lungo i torrenti; Pietro Pensa, memoria storica del lecchese, ricorda che da secoli erano celebri le rane del lago di Losa di Premana, che portate a Milano venivano donate all'Arcivescovo... le nostre belle rane, piccole e gustose, consumate in umido, fritte, con il risotto o in frittata; basta che non siano quelle di allevamento, provenienti dal Giappone o da qualche paese asiatico, senza sapore e tanto grosse da sembrare rospi, che molti ristoratori al giorno d'oggi tentano di propinarci!
...A proposito di rane, riporto un aneddoto raccontatomi da Giorgio Caprotti, medico, poeta, studioso delle nostre tradizioni e cultore della milanesità.
El risott giald - (4/4)
Quel che più importa è adibire al rito un animo timorato degli dèi e reverente del reverendo Esculapio o per dir meglio Asclepio, e immettere nel sacro "risotto alla milanese" ingredienti di prima (qualità): il suddetto Vialone con la suddetta veste lacera, il suddetto Lodi (Laus Pompeia), le suddette cipolline; per il brodo, un lesso di manzo con carote-sedani, venuti tutti e tre dalla pianura padana, non un toro pensionato, di animo e di corna balcaniche; per lo zafferano consiglio Carlo Erba Milano in boccette sigillate: si tratterà di dieci dodici, al massimo quindici, lire a persona: mezza sigaretta. Non ingannare gli dèi, non obliare Asclepio, non tradire i familiari, né gli ospiti che Giove Xenio protegge, per contendere alla Carlo Erba il suo ragionevole guadagno. No! Per il burro, in mancanza di Lodi potranno sovvenire Melegnano, Casalbuttano, Soresina, Melzo, Casalpusterlengo, tutta la bassa milanese al disotto della zona delle risorgive, dal Ticino all'Adda e insino a Crema e Cremona. Alla margarina dico no! E al burro che ha il sapore delle saponette: no! Tra le aggiunte pensabili, anzi consigliate o richieste dagli iperintendenti e ipertecnici, figurano le midolle di osso (di bue) previamente accantonate e delicatamente serbate a tanto impiego in altra marginale scodella. Si sogliono deporre sul riso dopo metà cottura all'incirca: una almeno per ogni commensale: e verranno rimestate e travolte dal mestolo (di legno, ora) con cui si adempia all'ultimo ufficio risottiero. Le midolle conferiscono al risotto, non più che il misuratissimo burro, una sobria untuosità: e assecondano, pare, la funzione ematopoietica delle nostre proprie midolle. Due o più cucchiai di vin rosso e corposo (Piemonte) non discendono da prescrizione obbligativa, ma, chi gli piace, conferiranno alla vivanda quel gusto aromatico che ne accelera e ne favorisce la digestione.
Il risotto alla milanese non deve essere scotto, ohibò, no! solo un po' più che al dente sul piatto: il chicco intriso ed enfiato de' suddetti succhi, ma chicco individuo, non appiccicato ai compagni, non ammollato in una melma, in una bagna che riuscirebbe schifenza. Del parmigiano grattuggiato è appena ammesso, dai buoni risottai; è una banalizzazione della sobrietà e dell'eleganza milanesi. Alle prime acquate di settembre, funghi freschi nella casseruola; o, dopo S. Martino, scaglie asciutte di tartufo dallo speciale arnese affetto-trifole potranno decedere sul piatto, cioè sul risotto servito, a opera di premuroso tavolante, debitamente remunerato a cose fatte, a festa consunta. Né la soluzione funghi, né la soluzione tartufo, arrivano a pervertire il profondo, il vitale, nobile significato del risotto alla milanese».
Buon appetito!
LA CUCINA (3/3)
C: Un po' meno nel campo dei vini, che in provincia di Milano si producono solo a San Colombano... Comunque, per i vini i milanesi hinn semper staa de bocca bonna, con i rossi dell'Oltrepò, poi affiancati dai più robusti pugliesi, tanto diffusi in città agli inizi del Novecento da aver reso il nome di trani sinonimo di osteria.
M: Anche nei vini ci siamo evoluti: così come a Milano ci sono ristoranti di ogni Regione d'Italia (lasciando da parte gli esteri), così al supermercato e in enoteca - la bottiglieria de ona volta - troviamo una vasta selezione non solo di vini lombardi ma anche di rossi e bianchi di ogni provenienza, cosa ben più rara nelle altre Regioni, dove a tavola si consuma quasi do mà el vin del loeugh. E poi non dimentichiamo il caffe so, per il quale Milano è famosa non tanto per il prodotto quanto per le macchine che lo fanno e che, infatti, portano il nome della città in moltissimi bar d'Italia e del mondo.
C: E sì, l'espresso al bancone del bar è nato qui e non è un caso che nella fabbrica forse più nota ci sia oggi anche il museo di queste macchine. Ma allora... saria pussee giust ciamall caffè espresso "alla milanese".
M: Se l'è per quest, el nomm de Milan el gh'era anca sulla miscela Leone e sulla cicoria Frank, i surrogati del caffè al tempo dell'autarchia, che si fabbricavano dove ora c'è il museo di Armani. Ma mi piace concludere l'argomento cucina con un aneddoto che risale addirittura ai tempi degli antichi romani, quando i legionari che arrivarono a Mediolanum al seguito di Giulio Cesare scoprirono il burro e si meravigliarono, restando anche un po' inorriditi, del fatto che i locali lo mangiassero, al posto dell'olio d'oliva, quando loro lo usavano tutt'al più per lubrificare armi e armature. Ma per evitare quello che sarebbe suonato come un incidente diplomatico, Giulio Cesare se ne uscì con quella che sarebbe poi diventata una frase proverbiale: De gustibus non est disputandum.
C: Interessante! D'altra part, se pò di che el buttér el faga part della cultura centroeuropea, mentre l'olio d'oliva appartiene a quella mediterranea. E, se vogliamo farci conoscere per la nostra cucina, è proprio il burro che non dobbiamo farci mai mancare!
 
 
 
       **************** fine giornata ************************
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RVG settimana 06
 
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Settimana-06 del 2024
 
 
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05 Febbraio 2024 - lunedi - sett. 06/036
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  1. redigio.it/dati1/QGL405-ferrovia-decauville.mp3 - La ferrovia privata, la Decauville a Travedona - #32a - 4,04 - #50 rvg
Febbraio (6/6)
L'amico Giò, sempre alla ricerca di cose genuine, aveva scovato una vecchia trattoria, situata all'interno di una cascina, nella verde campagna briantea. Dopo aver ordinato un piatto di cassocula, in attesa che fosse pronta, curiosando all'interno della cascina, vide un'anziana signora seduta all'ombra del fienile con accanto un mastello pieno di acqua in cui sguazzavano rane; prendendone una alla volta, con con- sumata perizia, toglieva loro la pelle, le passava in un secchio pieno di farina e le gettava ancora vive in una pentola di olio bollente. Abbastanza scioccato, Giò chiese alla donna se non pensasse mai alla sofferenza delle povere ranocchie al contatto con l'olio bollente. Serena la contadina rispose: "Tant hinn suéffaa!" (Tanto sono assuefatte!).
In questo periodo di fine febbraio vanno ultimati i lavori nei campi: negli orti la coltivazione degli erbaggi è affidata alle donne, che meglio di chiunque conoscono i piccoli segreti della seminagione, in omaggio al proverbio che recita: "Chi g'ha on bon ort el g'ha on second porch!" perché l'orto, se ben curato, è la seconda dispensa della casa!
"Febbràr, febbrarett, curt e maledett", si dice così perché può esserci un ritorno del freddo quando ormai tutti sperano nella fine dell'inverno.
Per "indovinare" se il tempo sarebbe stato bello o brutto, ogni località aveva il suo proverbio che basandosi sulla formazione delle nuvole, dal cambiar del vento o dal colore del cielo, prevedeva le condizioni meteorologiche; eccone alcuni raccolti un po' in tutta la Lombardia: "Valtellina ciara tutt el mond la masara, Valtellina scura tutt el mond la sgura!".
Nel lecchese: "Quand la Grigna la g'ha el capell, punda la ranza e ciapa el restell!".
Nel milanese: "Quand el ciel l'è a fett de pan, se pioeuv minga incoeu, pioverà doman!".
Nel mantovano: "Quand al nivol al va al Po, s'at vo dl'acqua, t'an darò!".
Nel magentino: "Se el temporal el ven da Bià, ciapa la sapa e scapa a cà, s'al vegn da la montagna, ciapa la sapa e va in campagna!" (Se il temporale arriva da sud ovest, verso Abbiategrasso, occorre ripararsi dall'imminente pioggia; se invece arriva dalla parte delle montagne si può tranquillamente restare a lavorare in campagna).
Nel bergamasco perfino il comportamento dei bambini suggeriva previsioni: "Quand i putei i stà chièt, l'è segn de brött temp!".
Concludo questa carrellata con un proverbio che può sembrare irriverente: "El temp l'è come el cû, perché el fà come el voeur lù!"... liquidando così tutti gli improvvisati "Bernacca" che credono di saper prevedere che tempo farà.
Toponimi di Ternate
11) Fornace: in dialetto Furnàas. Piccola zona a pochi metri a est del centro del paese dove sorgeva la fornace alimentata da una piccola cava di argilla nelle vicinanze.
12) Gattè: un tempo zona che ospitava una cascina ora il nome designa una vasta area a nord del paese che confina con Travedona e Biandronno (v. Mercallo n.19).
13) Gravitè: area che si sviluppa in lunghezza ad ovest della palude Brabbia che lambisce ilcomune per un lungo tratto e lo divide da Varano Borghi. Il nome è forse riconducibile a grava "greto alluvionale" oppure al tipo di terreno (cfr. Gravedona -CO-)14.
14) Longheria: area detta anche Longhino. Piccolo terreno di forma allungata che si sviluppa a sud del paese e confina ad est con la Baranchina L'etimo del toponimo è probabilmente da ricondurre alla forma del terreno lungo e stretto (cfr. Longhena località di Mairano-BS-, Longane -CO-)149..
15) Malpaga: ampia area di confine con il comune di Varano Borghi a nord-est del paese. La zona, un tempo coltivata con mais, è dagli anni '60 del secolo scorso diventata la principale area residenziale anche grazie all'impulso dell'industria Whirlpool sorta a pochi chilometri nel comune di Biandronno. Il toponimo è attestato in molte aree della Lombardia. In dialetto malpaga designa il "cattivo pagatore". Il nome si può interpretare o come un terreno poco produttivo che induce ad avere pochi guadagni e quindi ad essere spesso insolvente o più direttamente come un terreno che "ripaga male" gli sforzi di una giornata di un contadino.
16) Mercanteggia: strada nota anche come del Mercanteggio. È la prima strada interamente battuta costruita all'interno del comune che partiva dal comune di Comabbio fino a toccare il comune di Biandronno. Oggi ne è rimasto solo un piccolo tratto che passa proprio nel centro del paese. Il nome è da far risalire probabilmente alla funzione che aveva questa strada, cioè quella di collegare diversi paesi per favorire il passaggio di merci.
LA CASA (1/6)
Io, abitare fuori dai Bastioni, mai! Ma poi i Bastioni i hann traa giò...
M: Bene, cominciamo dalla casa. Ma proprio a proposito di case, fammi ricordare che il Meneghino di un tempo (cioè io, diciamo 200 anni fa) è servo, non padrone, ma vive in pieno centro, in di tanti cà de ringhera che stann fianc a fianc cont i grand palazzi di sciori, con i cortili che fervono di attività di ogni genere, dall'artigiano alla fabbrichetta; e, soprattutto, parla lo stesso dialetto dei signori, anche se sue certe espressioni fanno storcere il naso a qualche vicino di casa cont on po de spuzza sott el nas.
C: Oggi, però, è molto cambiato: il centro è considerato quello che sta dentro la circonvallazione dei Bastioni, dove sono concentrate le case di livello più elevato, dai grandi palazzi importanti vecchi di secoli, alle grandi case signorili dei primi del Novecento, e dove vive ancora la tradizionale borghesia milanese, tanto è vero che si dice che i milanesi più genuini se senten minga tai se stann minga denter 'sto serc.
M: Voraria minga ch'el fudess compagn d'on giron del Dante... ma è vero che i milanesi in generale, non solo i benestanti, chiamano "periferia" tutto quello che è fuori dalla terza circonvallazione, quella della 90-91 (uno dei mezzi simbolo di Milano, l'affollatissimo filobus che percorre la circonvallazione esterna, appunto). Anzi, se tornom indree on cicinin, si fermavano alla seconda, quella di Bastion spagnoeu e della storica linea tranviaria 29-30, per arrivare infine alla prima, la Cerchia dei Navigli, che oggi sono coperti ma racchiudono comunque il "vero" centro storico di Milano. Ora in questo centro ci abitano in pochi, quasi tutti di alto rango, per il resto sono uffici e botteghe di lusso. La borghesia che hai citato, che è poi quella che si può dire abbia fatto le fortune di Milano, la troviamo, appunto, nella seconda fascia, dove gh'hinn forse i cà pussee bei della città, costruite perlopiù nei primi vent'anni del Novecento.
Nella terza fascia troviamo on po de tusscoss, case popolari e quartieri eleganti e di qualità, spesso intercalati con spazi verdi, piccoli ma numerosi. E anche tante cascine, coi loro campi, rogge, canali che hanno però fatto perdere quasi del tutto le loro tracce. È qui che i borghesi delle prime fasce avevano le loro fabbriche, che fino a non molti anni fa occupavano la gran parte dello spazio, spesso affiancati dalle case d'abitazione degli operai che cercavano di stare vicino ai luoghi di lavoro. Gran parte di queste case erano case di ringhiera, che erano una specie di simbolo della Milano opero sa. Adess i fabbrich gh'hinn pu e le case di ringhiera, almeno quelle poche rimaste, sono diventate abitazioni "alla moda", tanto apprezzate ed adeguatamente rivalutate, mentre le fabbriche sono spesso diventate dei musei o anche residenze sofisticate che chiamano loft. E sono rimasti anche alcuni borghi e quartieri della vecchia Milano, come el Borg di formaggiatt (corso San Gottardo e dintorni) o el Borg di scigolatt (via Canonica e dintorni)...
 
       **************** fine giornata ************************
 
 
 
06 Febbraio 2024 - martedi - sett. 06/037
redigio.it/rvg100/rvg-06-037.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-xxx.mp3 -  qualche parola sull'
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati1/QGL406-le-palafitte.mp3  - Il lago di Comabbio e le sue palafitte - #32a - 6,26 - #50 rvg
redigio.it/dati2601/QGLO014-Angera-SanMartino-01.mp3 - Il monte di San martino in Monte in Angera - 6,19 rvg
Toponimi di Ternate
17) Moccio: in dialetto Mööc. Area molto piccola che si estende a nord del paese e confinava un tempo con la cascina Trinità, oggi non più esistente. Si può far derivare il nome dalla voce milanese moce "tronco", forse per indicare una strada chiusa o interrotta da un tronco d'albero o simili
18) Ori: cascina ancora oggi presente situata al confine est con il Canale Brabbia e a nord del confine con il comune di Varano Borghi. Ori può essere fatto risalire alla voce dialettale ör dal significato di "colle o ciglione" (cfr. Oria frazione di Valsolda -CO-)152
19) Pacit: una delle più antiche località di Ternate situata a nord del paese al confine con Travedona e Cascinetta Rizzone che comprende la Cascina Gattè. L'etimologia del nome è oscura. Il suffisso finale-it in potrebbe essere letto come plurale della forma singolare -in che designa un nome personale o famigliare. Più semplicemente si potrebbe pensare ad un cognome Pacini largamente diffuso .
20) Palù: cascina oggi nota come Cascina Palude, situata pochi chilometri a nord della Cascina Ori. Il nome non è altro che il termine dialettale palude.
21) Paurascio: sulle carte si può trovare anche come Paurdascio. Piccola area a nord del paese al confine con il comune di Varano. Questa zona un tempo ospitava l'importante attività industriale detta Industriale Calce che produceva calce per tutto il territorio circostante. L'attività è stata in funzione fino alla metà del Novecento ed era alimentata anche dalla Cava del limitrofo comune di Travedona-Monate (v. Travedona-Monate n. 19). Il nome si dovrebbe ricollegare ai derivati della voce dialettale pau "palude" o paurèt "colui che lavora nella palude"(v. Cadrezzate n. 20). L'area però nella quale è situata questa zona è molto distante dalla Palude Brabbia e quindi non si riesce a giustificare pienamente questa voce.
22) Pozzone: cascina situata a pochi metri a nord del centro del paese. Il nome è dovuto alla costruzione sorta su un grande pozzo per il rifornimento di acqua (v. Cazzago Brabbia n. 18).
23) Roncass: (Roncàas) zona scoscesa a sud del paese verso Comabbio che finisce il suo declivio sulla piana che ospita il centro del paese (v. Biandronno n. 17).
24) San Sepolcro: primo centro d'insediamento del paese a sud dell'attuale centro abitato elevato su un leggero poggio. Il nome dovrebbe rifarsi ad un antico monastero locale, ora non più esistente, che aveva tale nome
LA CASA (2/6)
C: ...Quell che adess l'è el quartier cines!
M: Sì, altri nuovi milanesi che hinn quasi cent'ann che hann cominciaa a vegni chi; e adesso pare che il cognome più diffuso in città sia proprio cinese, Hu. Ma bisogna anche ricordare altri quartieri che si possono definire storici, come l'Isola, la Bovisa, il Giambellino, Lorenteggio; e poi quelli attorno alle Porte altrettanto storiche, Ticinese, Comasina, Vercellina, Orientale eccetera. E, ancora, i vecchi Comuni autonomi inglobati a Milano nel 1923, Lambrate, Dergano, Musocco, Crescenzago eccetera, che forse conservano ancora una quota maggiore di autentici meneghini, anche se un tempo erano considerati "ariosi".
C: Qualche decennio fa però pareva che i milanes voreven stà in città, soprattutto i nuovi benestanti del boom, e così sono nati dei quartieri esterni come San Felice, Milano 2, Milano 3, che volevano rassomigliare a villaggi esclusivi riservati a gente con buone disponibilità.
M: E, in effetti, par che el Comun pussee scior d'Italia sia quello di Basiglio, dove appunto sorge Milano 3, ma ci sono anche zone periferiche della città che ospitano quartieri di lusso, come ad esempio San Siro, che però se troeuven spess taccaa cont i cà popolar, anca on po malfamaa. Bisogna poi considerare che il territorio del Comune di Milano l'è piscinin (poco meno di 182 km2) e appenna foeura gh'è quell che ciamom l'hinterland, con tanti Comuni attaccati alla città che però sono indipendenti, e così è nata la cosiddetta Città Metropolitana, una specie di istituzione a metà tra il Comune allargato e la Provincia ridotta, che dovrebbe comprendere appunto il territorio che è tutt'uno con Milano. Incoeu però se capiss minga nancamò se l'è che tocca al Comun, alla Provincia, a la Region...
C: Forse bisognerebbe spostare il nuovo limite alla Tangenziale, che la par giamò ona quarta circonvallazion. Comunque, in questi ultimi anni c'è stato un gran ritorno della città, che trova la sua maggiore espressione nei nuovi quartieri di CityLife, dove c'era la vecchia Fiera, di Porta Nuova, lasciata in stato pietoso per più di 50 anni dopo la guerra, e delle fabbriche dismesse ora diventate zone alla moda.
M: Debon on cambiament notevol, reso ancora più signifi cativo dalla qualità degli edifici che stanno disegnando un nuovo profilo della città, ma che fanno anche costare sempre più care le case, per cui si torna a cercare fuori, e non più villaggi esclusivi ma abitazioni dai costi più accessibili. Peraltro, si sta ancora modificando il volto di tante altre zone, in particolare dove c'erano i grandi scali ferroviari
Porta Romana, Porta Vittoria, via Farini. Ma non si sente ancora tanto parlare delle caserme mezze abbandonate e del famigerato carcere di San Vittore, un vero e proprio anacronismo nel centro di una città moderna. Intant però par che se semm dismentegaa delle periferie, tirate su male con i casermoni degli anni Sessanta/Settanta, che hanno dato vita a quartieri non proprio modello, come Gratosoglio, Quarto Oggiaro, Gallaratese e che oggi sono molto deperiti, con grossi problemi di vivibiltà, soprattutto nelle case popolari di proprietà pubblica, dove succed de tusscoss e spess minga tanto de bon. E lì abita ormai moltissima gente che l'ha gh'ha el diritt de ciamass milanes, ma che fatica ad identificarsi con l'idea che si ha di noi.
El vicol di lavandee - » vicolo dei Lavandai ang. alzaia Naviglio Grande
Del tipico lavatoio ne è rimasto solo qualche esempio. La lavandaia (lavandera) appoggiava sulla pietra inclinata (preja) un asse di legno a tre sponde con impugnatura (brellin), su cui fregava i panni utilizzando come solvente el palton. Esisteva la lavandera de color, de bianch, de gròss, de fin.
A inizio '800 ci si ingegnava con mestieri per strada: el magnan stagnava le pentole, el strascee ritirava panni usati, el rottamatt ritirava ferri vecchi, el ciaparatt cacciava topi, el moletta era l'arrotino, el cadreghee l'impagliatore di sedie, el trombee l'idraulico. Quando non esisteva il sostantivo specifico si usava il pronome quèll e l'oggetto: quèll del zuccher filaa, de la riffa (venditore di dolciumi a scommessa), de la scimbietta (scimmietta) e de l'orghenin, del lott, di rann (delle rane), di cuni che vendeva le castagne di Cuneo infilate a collana, di pericotti (pere cotte), de la gnaccia (castagnaccio) che veniva dalla Toscana.
Per strada era facile incontrare le piscinine (apprendiste) che consegnavano a domicilio grandi scatoloni coi vestiti delle signore, ma in troppe poi avviate alla prostituzione. A fine '800 in migliaia trovarono lavoro nelle fabbriche. Le condizioni erano dure, fino a 14 ore di lavoro al giorno, senza ferie, senza mutua per le malattie né pensione per la vecchiaia. Per donne e bambini tre e sei ore di lavoro per un chilo di pane, rispettivamente.
 
 
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07 Febbraio 2024 - mercoledi - sett. 06/038
redigio.it/rvg100/rvg-06-038.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-xxx.mp3 -  qualche parola sull'
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati1/QGL407-reperti-storici.mp3  - I reperti preistorici a Cuirone - #32 - 2,00 -  rvg
Le urne, il corredo e l'immagine del defunto
Come urne sono utilizzati sia recipienti specifici, in argilla fine con superficie liscia e decorata a solcature sottili e a coppelle, sia vasellame d'impasto più grossolano e d'uso domestico, ben documentato negli abitati di questo gruppo culturale. Tipiche della produzione più fine sono le urne biconico-lenticolari, di piccole dimensioni e numericamente prevalenti, e le urne più grandi biconiche e ovoidali; la produzione più grossolana si esprime invece in piccoli contenitori a imboccatura aperta, ovoidali o troncoconici. Le piccole urne biconico-lenticolari a Canegrate sono nei 2/3 dei casi associate a bambini, per il resto ad adulti; quelle grandi sono per adulti o per le tombe plurime.
Nelle urne si trova il corredo personale e, in rari casi, un vasetto accessorio. Altri elementi del corredo possono trovarsi nel riempimento del pozzetto. Sono oggetti per lo più alterati dal calore del rogo, a volte anche spezzati intenzionalmente e resi inutilizzabili, "sacrificati" per accompagnare per sempre il defunto. Non manca l'offerta di manufatti deposti integri o nuovi, come il pugnaletto della t. 75, una sepoltura femminile particolarmente ricca.
Attraverso gli oggetti di corredo possiamo dare una immagine ai defunti. Comprendiamo che indossavano abiti fermati da spilloni di bronzo, per gli uomini in un solo esemplare e per le donne in numero maggiore, goliere a tortiglione o a sezione circolare e bracciali a capi aperti in bronzo. Goliere e bracciali sembrano essere stati portati sia da maschi che da femmine e, in virtù della loro frequenza, possono essere considerati rappresentativi del costume della cultura di Canegrate. Meno frequenti sono i bracciali in osso decorati a cerchielli incisi, le perle di vetro, i pendagli e gli orecchini di bronzo. Di pertinenza femminile, a parte le fusarole, sembrano gli orecchini, le perle di vetro per i pendagli e per la decorazione della testa degli spilloni e pugnaletti con foro per la sospensione. D'appannaggio maschile sono considerate le armi: spade, cuspidi di lancia, pugnali e coltelli.
Le basiliche ambrosiane -  piazza del Duomo
Ambrogio volle Milano sotto la protezione divina. Progettò così quattro basiliche al di fuori della cinta muraria, ai quattro punti cardinali, e alla loro intersezione il battistero, ottagonale poiché l'ottavo giorno è quello della Resurrezione, della nascita dell'uomo nuovo rigenerato dal Battesimo.
Le strisce sul sagrato del Duomo riproducono il perimetro del battistero voluto da Ambrogio nel 378, poi demolito per far posto alla cattedrale. Quattro metri sotto il livello della piazza sono visitabili le fondamenta e la fonte battesimale [ v. foto sopra]. Qui, la notte di Pasqua del 387, Ambrogio battezzò il futuro Sant'Agostino. Costui era arrivato a Milano tre anni prima: rètore, laico, dopo aver sentito parlare il vescovo prese "subito ad amarlo" (scrisse nelle Confessioni). A sud-est la basilica Apostolorum, che venne poi dedicata a San Nazaro perché Ambrogio la arricchì del corpo del santo scoperto dodici anni dopo nel campo dei Tre Mori.
A ovest la basilica Martyrum (oggi Sant'Ambrogio), dedicata a chi aveva pagato col supplizio il credo per la nuova fede, contenente reliquie dei martiri Gervasio e Protasio, e dove è sepolto Ambrogio. A nord-ovest la basilica Virginum (oggi San Simpliciano), dedicata alle giovani che votavano l'esistenza a Dio. A quei tempi la donna era considerata res, cioè proprietà, e quindi ufficializzare lei la possibilità di una scelta autonoma consacrandosi al Sifu un'idea rivoluzionaria.
A nord-est la basilica Prophetarum o del Salvatore, poi San Dionigi, dedicata a chi tutto precedeva e riepilogava (demolita per fare posto ai bastioni di Porta Venezia). La sua grande fonte battesimale in porfido sarà trasferita in Duomo.
CI SI VEDE PER IL... "CAFFÈ"? (1/3)
Non si sa se sia vero, ma qualcuno ha messo in giro la voce che, quando il grande re di Polonia Jan Sobieski salva letteralmente l'Austria e di conseguenza l'intera Europa sbaragliando i Turchi a Vienna nel 1683, gli vengono portati dei sacchi ripieni di misteriosi "fagioli verdi" recuperati nell'accampamento ottomano abbandonato in tutta fretta: ma lui, avendo sul momento ben altri pensieri per la testa, pensa bene di girarli a un tale Jerzy Franciszek Kulczycki, uno dei suoi ufficiali veterani che l'ha seguito in tante imprese.
Orbene, quando questo Jerzy, polacco, realizza di averne proprio piene le tasche di guerre e decide di prendersi il meritato riposo con la liquidazione corrispostagli dal sovrano, pensa bene di sistemarsi a Vienna, visto che è già lì, e di aprire un suo localino. Quando parliamo però di localino non stiamo parlando ancora di un baretto, che allora non si usava, stiamo parlando di un "caffe".
Jerzy non lo sa ma, con la fortuna dei principianti, ha imboccato il filone giusto perché, giusto qualche anno dopo, arriva il Settecento, l'âge d'or per il caffè in tutta Europa, non più solo, quindi, un appannaggio dell'Oriente, da dove un secolo prima arrivava raramente, giungendo nei nostri porti sotto forma di erba me- dicinale, a prezzi altissimi e non certo conosciuto come bevanda normale.
Il caffè si chiama così dalla regione montuosa in Etiopia denominata Kaffà, e si era presto diffuso nel mondo musulmano, che vieta il consumo di alcool, ed era quindi definito "il vino d'Ara- bia". A dir il vero non è che fosse molto ben visto dalle autorità religiose locali, per il suo potere eccitante, per cui, tanto per cambiare, si pensa bene di vietarne assolutamente il consumo alle donne; e anche per quanto riguarda gli uomini viene spesso demonizzato e indicato quale pretesto per non frequentare la moschea.
La stessa avversione, guarda caso, si registrerà, almeno agli inizi, da parte della Chiesa, che arriva a definirlo addirittura "bevanda. del Diavolo" sempre per il suo carattere eccitante.
A un certo punto anche da noi comincia a dilagare l'abitudine di consumarla in un nuovo tipo di locale che in pochi anni spopola, un posto che si caratterizza per esser ben diverso sia da osterie e birrerie, roba da plebaglia, che dagli esclusivi club aristocratici.
Un posto da borghesi, da commercianti, da capitalisti, da illuministi, un posto dove contrattare, dove confrontarsi, dove discutere, dove leggere di tutto, un posto di nuove curiosità e di nuove libertà, di idee anche un po' sovversive per l'epoca, perché uno dei motivi che contribuirà al successo di tutto ciò sarà il fatto di andare di pari passo con l'affermarsi delle nuove idee e all'interesse rinnovato per quel mondo esotico dell'oriente: basti pensare alle Lettere persiane di Montesquieu e alla fortuna di certi romanzi che evocano atmosfere di velato erotismo.
 
 
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08 Febbraio 2024 - giovedi - sett. 06/039
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  1. redigio.it/dati16/QGLC674-comabbio.pdf - una serie di fotografie del lago e dintorni - #32
Toponimi di Ternate
25) Santa Maria: altura principale  del comune di Ternate che si sviluppa tutta all'interno del paese. Il rilievo di circa 270 metri è a nord-ovest rispetto al centro del paese e alle sue pendici si sono formate le prime abitazioni che hanno dato vita poi al comune vero e proprio di Ternate. Insieme alla località San Sepolcro (posta sullo stesso asse in direzione sud rispetto al poggio) la località Santa Maria e il Pacit formano il nucleo storico e più antico del paese.
26) Selva Spagnoi: un tempo piccola radura che si estendeva a nord del paese e fungeva da confine naturale con la località Cassinetta Rizzone di Biandronno. Lo specifico Spagnoi è voce oscura. È pensabile il riferimento ad un cognome ampiamente diffuso come Spagnoli, oppure è ipotizzabile il riferimento alla voce dialettale Spagnöö che si riferisce al Moròn "gelso"155.
27) Trinità: antica cascina oggi non più esistente edificata sul terreno un tempo noto come Campi Grandi (v. Ternate n. 7). Questo toponimo quindi non è più conosciuto dagli abitanti ternatesi e resta registrato solo nelle carte catastali di inizio secolo.
28) Verago: voce registrata in un atto notarile del 1027. Oggi la località non è più nota agli abitanti di Ternate 156. La voce è da considerarsi un prediale poiché continua un nome gentilizio del tipo Verius o Varius (cfr. Verate -CO-e Verano Brianza -MI-)157.
29) Vignasecca: località attigua al terreno Malpaga. Nome trasparente che si riferisce ad un terreno piantato un tempo a vigna. Designa probabilmente un terreno predisposto alla coltivazione dell'uva ma poco produttivo (v. Cadrezzate n. 38).
Dalle ceneri al laboratorio, uno sguardo preliminare sulla necropoli di Canegrate
A differenza di quanto si pensi, la cremazione non provoca la polverizzazione completa di un corpo, ma altera le ossa, in forma, colore e dimensione, restituendo dei frammenti analizzabili, seppur con qualche difficoltà. Questi cambiano a seconda della temperatura raggiunta dalle fiamme o dal tempo di esposizione al fuoco. Le ossa provenienti dalla pira possono essere sottoposte a rituali diversi, come ad esempio lo spargimento in campo aperto, la raccolta in un contenitore o la sepoltura con tutta la struttura funeraria.
Nonostante questa sfida, anche gli individui cremati possono ancora raccontarci le loro storie, accrescendo la nostra capacità di ricostruzione del passato; non va dimenticato che anche il reperto più piccolo può contenere informazioni preziose. Il sepolcreto a incinerazione di Canegrate si configura come un sito nevralgico per l'indagine della popolazione che ha vissuto in Italia settentrionale in questo periodo storico. Le analisi, tuttora in corso, mostrano una necropoli varia, composta da uomini, donnee bambini. Data la scarsità dei materiali, spesso è difficile diagnosticare con certezza il sesso o stimare con precisione l'età; nonostante ciò, si comincia a percepire una popolazione attiva, che viveva e soffriva, sforzando sovente il proprio corpo e subendo disagi dovuti a eventi accidentali. Solo quando si avrà una visione complessiva di tutta la popolazione si potrà meglio identificare chi fossero e che vita abbiano condotto.
La tomba 121, qui esposta, appartiene a un bambino di circa sei anni, il cui corpo non ha ancora sviluppato i caratteri sessuali (1). Le ossa mostrano le tracce di una malattia che lo affliggeva da lungo tempo, viste le evidenti reazioni infiammatorie (2) su più ossa del corpo, più probabilmente di origine gastrointestinale o polmonare.
PERCHÉ NON POSSIAMO DIRCI SVIZZERI...
Finita l'era degli Sforza, Milano è ormai saldamente e inesorabilmente sotto i Francesi, che impongono come governatore della città lo spregiudicato condottiero Gian Giacomo Trivulzio, ormai divenuto la loro longa manus in Italia e che, per ringraziamento per i servigi resi, viene nominato addirittura maresciallo di Francia dopo aver sconfitto Venezia nella battaglia di Agnadello e gli Svizzeri nella cruentissima battaglia di Marignano (l'attuale Melegnano).
La famosa "battaglia dei Giganti" del 1515, come la definì proprio il Trivulzio per la carneficina che avverrà sul campo, si parla di 10 o 15.000 morti, fu combattuta fra gli Svizzeri alleati dell'ultimo degli Sforza, Massimiliano, e i Francesi che si era cercato l'ennesima volta di scacciare da Milano.
Il Massimiliano di cui qui si parla è il figlio di Beatrice d'Este e di Ludovico, anche se il ritratto che ci è pervenuto di lui è ben diverso da quello del Moro: non solo perché lui è biondo e con gli occhi azzurri (eredità della madre, come tutti gli Este bionda e di carnagione chiara), ma, soprattutto, sarà magari stato il trauma di essersi visto sparire nel giro di pochi anni entrambi i genitori, certo è che da loro non ha ereditato alcun talento.
Da subito si rivela niente di più che un pupazzo che gli Svizzeri, già al soldo del padre, mettono formalmente alla guida di ciò che resta del Ducato di Milano con l'intento nemmeno troppo celato di annetterselo al più presto; e che non sia certo un cuor di leone lo dimostrerà quando, dopo la sconfitta, si presenterà a Francesco I col cappello in mano per cedergli tutti i diritti sul Ducato in cambio di una più che discreta pensione vitalizia e della promessa di adattarsi a vivere fino alla morte in Francia da semplice cit tadino sotto stretta sorveglianza della polizia.
Come recita il motto "ex clade salus" (dalla sconfitta la salvezza) che fa bella mostra di sé davanti alla chiesetta su una grande lastra di granito che la Svizzera vi fece portare qualche anno fa dalle sue montagne, fin dal quel 1515 gli Svizzeri, come comunità, mostrarono di avere la capacità di metabolizzare quella carneficina e, sulla spinta dell'onda emotiva che ne era seguita, decisero proprio da quel momento che la Confederazione sarebbe rimasta neutrale nei secoli a venire, tranne che nel caso di violazione dei propri confini. Decisione non da poco per quei tempi, se si considera che, pro- prio per la coesione in battaglia che ne caratterizzava le truppe, rigorosamente raggruppate su base cantonale, il loro esercito aveva sempre dato del filo da torcere in ogni conflitto di cui era stato protagonista fino ad allora.
CAOS URBANISTICO (1/2)
Nella città agli albori del 1700 gli spazi son quelli che sono. Milano presenta ancora un nucleo a troppo alta densità abitativa all'interno della storica Cerchia dei Navigli di viscontea memoria e uno, fortunatamente meno densamente abitato perché inframmezzato qua e là da orti e piccoli terreni coltivati a uso privato in un'ottica di sussistenza familiare, all'interno delle mura spagnole volute da don Ferrante.
Comunque la si giri, la città appare come il brutto prodotto sorto per vari processi succedutisi nel tempo in modo del tutto casuale. Gli spazi che offrono quelle poche piazze, se di piazze si può parlare, non sono più che slarghi di impronta del tutto occasionale, sorti dove certe vie finiscono con l'incrociarsi o che si aprono di fronte a palazzi patrizi con maggiori pretese o a certi grandi monasteri.
All'interno della Cerchia dei Navigli le strade sono strette e gli spazi risicati, basti pensare a quelle viuzze oggi così ambite intorno al fashion district o alla zona della Borsa.
Se oggi ogni abitazione ha il suo numero civico, a contraddistinguerla, in precedenza ci si affidava solo al nome della via cioè della contrada, magari facendo riferimento a quel palazzo dove risiedeva quella tal famiglia patrizia o a quella corporazione artigiana che vi operava o, ancora, a quella chiesa o a quel monastero che vi sorgeva.
Ma poi arriverà Maria Theresia con quei suoi numeri civici, appunto, "teresiani", così stranamente lunghi che, ancora oggi, da qualche parte, fanno capolino.
Bisognerà attendere la fine del 1800, con l'avvento del Regno d'Italia, perché quei numeri civici, a Milano, si adeguino a una nuova, ora uniforme disposizione: i numeri devono esser bianchi su fondo nero e, girando le spalle al Duomo, dovranno essere rigorosamente pari a destra, se dispari a sinistra.
Quanto alle architetture private che si incontrano nelle vie, la velleità di apparire non si addice più di tanto al patriziato cittadino. In città, non sempre, ma spesso, per le facciate dei loro palazzi, i ricchi optano più per il low profile, anche se all'epoca non si parla ancora di sequestri per estorsione. Poi, varcati quegli impenetrabili portoni, si apre tutta un'altra storia.
Non è un caso, del resto, se proprio a Milano è nato quel vecchio adagio che così suona: "el de denter l'è per i padron, el de foeura l'è per i minciòn".
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09 Febbraio 2024 - venerdi - sett. 06/040
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Toponimi di Cazzago Brabbia
7) Ciappera: lungo tratto di riva che va dall'inizio del fiume Brabbia alla strada detta Stravéla, "stradetta". In dialetto troviamo due nomi per questo luogo: Cipéra e Ciàpa. Il nome sarebbe facilmente spiegabile facendolo risalire al termine tardo latino clappa che significa "lastra di pietra piatta". Il riferimento a questi terreni però non è molto pertinente, perché la zona vicina al lago è più umida che arida e pietrosa. Un' altra possibile interpretazione attribuisce al termine latino clappa il significato di modus agri cioè "'unità di misura per un appezzamento di terreno ".
8) Conserva: in dialetto cunsèrt o giazèr, è il luogo adibito alla conservazione del cibo, indispensabile per gestire risorse alimentari anche nei periodi di siccità e carestia. Questa zona era caratterizzata da tre ghiacciaie costruite sul finire del Settecento nelle vicinanze della contrada Brabbia nella parte nord del paese. La pratica di costruire piccole strutture in mattoni, riempite con ghiaccio e neve nei periodi invernali, in cui riporre pesce e carne per la loro conservazione, si è protratta fino agli anni '40 del Novecento, sostituita poi dalla moderne tecniche di rifrigerazione e conservazione del cibo'. Il nome dialettale cunsèrt è stato italianizzato in "conserva" per la prima volta nell'atto notarile del 1922, che prevedeva l'acquisto dei diritti di pesca della Cooperativa dei Pescatori dalla allora proprietà della famiglia Ponti.
9) Cuèt: in italiano traducibile come "codina", "codine" o "codino". Difficile capire se la voce sia il plurale del termine dialettale cuéta "codina" o il singolare con la particolare caduta della -a finale, fenomeno riscontrato già in alcuni toponimi di queste zone. Si direbbe comunque essere il diminutivo plurale della voce cùa "coda" che continua il latino cauda. Il toponimo si riferisce probabilmente ad una piccola striscia di terra simile nella forma ad una coda.
10) Fòssüra: piccola cresta che porta alle sponde del Lago di Varese. Il nome sembra essere un diminutivo con rotacismo del nome dialettale fòs "fosso""". Il toponimo dovrebbe indicare il "luogo in cui è presente un fosso", di cui però oggi non c'è traccia alcuna.
ANTICHE AMICIZIE
Siamo diventati grandi insieme. Certo che lo conosco. Abbiamo scaldato insieme i banchi di scuola, giocato insieme alla palla in piazza, insieme abbiamo fatto qualche volta a cazzotti, giocato alla gibulèa, a ladri e carabinieri, ci siamo scambiati i primi libri. Io Salgari lui Verne, io London, lui Stevenson, poi Conrad fino a Pirandello, fino a Thomas Mann. Si chiama, questo vecchio amico, Gino Stefani figlio di genitori profughi di Feltre durante la prima guerra mondiale. Abitava a sinistra della metà di Via Bolzano, nella cascina - la cà rusa circondata da almeno duecento pertiche di terreno coltivato. C'erano a dir poco una cinquantina di filari d'uva che aiutavo anch'io a cogliere e a pigiare nel tino di sedicimila litri posto in mezzo al cortile. Gino da giovane era un eccellente clarinettista jazz. Aveva suonato un po' dappertutto, nelle più famose orchestre del momento. Abbandonò l'attività musicale per entrare nei Gesuiti all'Aloisianum di Gallarate. Regalava tutto quanto sua madre gli comperava per il corredo: maglie, camicie, pullover, vestiti. Abbandonò anche i Gesuiti e si trasferì a Bologna dove, tuttora, insegna al conservatorio musicale. Quante passeggiate a piedi e quanto chiacchierare, discorrere, discutere, abbiamo fatto insieme. Una domenica ero andato a Milano per assistere a una partita di calcio, un derby. Venne un diluvio di pioggia e così dovetti rinunciare alla partita. Andai in un locale dove sapevo che lo avrei trovato con la sua orchestra. Passai un pomeriggio eccellente anche se il jazz non mi era molto famigliare. Caro Gino, come va? Ti ricordi quando mi hai prestato da leggere "il borgo" di William Faulkner e io a te "il diavolo al Pontelungo" di Riccardo Bacchelli?
Una quindicina di giorni fa, mentre passavo in rassegna i miei libri, che non ho più posto dove metterli da tanti che sono diventati (mi capita spesso di fermarmi in contemplazione di qualche volume che mi ha particolarmente entusiasmato) ho rivisto la copertina celeste- cenere del "Ritratto di Signora" scritto nel 1879 da HENRY JAMES (1843-1916) scrittore statunitense, uno dei tanti capolavori della collana Narratori Stranieri tradotti,
Non puoi averlo dimenticato tanto ci esaltò la scoperta del nuovo scrittore. L'ho riletto, da allora, ancora due volte. L'entusiasmo è immutato, come quello di cinquanta anni fa. Forse un poco di più. Ciao Gino, a domenica prossima, verso le dieci, al solito posto, sull'angolo davanti alla casa, del Giucumèn Calzulàr. Ci vediamo.
Dai dati antropologici e archeologici alla ricostruzione di uno spaccato della società
Secondo l'analisi antropologica eseguita negli anni '50 dal prof. Luigi Cardini ed ora in corso di approfondimento da parte dell'équipe della prof.ssa Cristina Cattaneo, il gruppo umano che la necropoli di Canegrate restituisce appare rappresentativo dell'intera comunità: è presente una maggioranza di sub-adulti, compresi i giovanissimi e i perinatali, che corrisponde alle percentuali attese in società a mortalità naturale, cioè non modificata dall'introduzione di antibiotici e vaccini. Diversamente da quanto si registra presso le contemporanee comunità dell'Italia nord-orientale (esclusione dalla sepoltura nella necropoli e dal rito crematorio fino ai 2-3 anni), a Canegrate non sono poste limitazioni di uso della necropoli per i soggetti più giovani, che vengono deposti con corredo e oggetti di prestigio, al pari degli adulti.
I materiali di corredo che accompagnano i defunti probabilmente non riflettono l'immagine degli individui in una dimensione quotidiana, ma rispecchiano l'identità sociale che si voleva affermare nel momento della cerimonia funebre.
I corredi comprendono solo due categorie di oggetti - elementi dell'abbigliamento e dell'ornamento personale e armi - che sembrano enfatizzare una differenziazione tra individui basata essenzialmente sul principio di genere; anche la modalità di sepoltura con orientamento bipolare delle urne si inserisce in questa tendenza. Chi sarebbero allora le "signore" e i "guerrieri" che ci mostra il costume? Il fatto che alcuni dei portatori di spada siano ancora dei bambini (t. 6, t. 9, t. 92), ci porta a ritenerli i membri di una élite che si connota attraverso il possesso degli attributi guerrieri, a prescindere dalla classe di età e dall'effettivo esercizio delle armi, nel quadro di una società che si va segmentando sulla base di articolazioni socio-economiche acquisite su base ereditaria.
 
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10 Febbraio 2024 - sabato - sett. 06/041
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redigio.it/dati2511/QGLN1015-antiche-provinciali-04.mp3 - Antiche provinciali: - Varese - Vergiate - S.P.17 - strada del Buon Cammino - RF-348 - 3,39 -  AUDIO - #73 -
redigio.it/dati2601/QGLO015-Angera-SanMartino-02.mp3 - Il monte di San martino in Monte in Angera - 7,11 - rvg
CAZZAGO BRABBIA (30) - Cazzago Brabbia: m. 265; kmq 3.86; abitanti 785.
Comune della provincia di Varese situato 11 km a ovest del capoluogo sulla sponda meridionale del Lago di Varese.
Il toponimo Cazzago sembra risalire a un più antico Cagazago attestato nell'anno 840. Per questo lo si potrebbe ricondurre ad un nome personale Cacatius con l'aggiunta del suffiso -acu. Lo specifico Brabbia, aggiunto in epoca unitaria per meglio differenziarlo da altri Cazzago presenti in Lombardia, (cfr. Cazzago San Martino -BS-) ha una etimologia dubbia. Si potrebbe pensare al celtico barros "cespuglio"".
1) Brabbia: fiume che crea un confine naturale tra i comuni di Cazzago Brabbia e Biandronno. Il corso d'acqua (1,3 km) è un emissario del Lago di Comabbio e si getta alla fine della sua corsa nel Lago di Varese, in località denominata dai locali Imbóch "imbocco". Il suo corso è molto lento e irregolare nel tratto finale, quello che bagna il comune di Cazzago Brabbia, mentre la parte che porta al Lago di Comabbio è più lineare in quanto ben tenuta e adibita alla navigazione fino alla fine dell'Ottocento per volere di alcuni facoltosi possidenti locali. Il nome del fiume, che fornisce lo specifico al Comune di Cazzago ed è noto localmente come "canale", è di dubbia derivazione. È possibile vedere nel nome una derivazione dalla voce celtica bar/barros "cespuglio" oppure dal termine tardo latino *plebula diminutivo di plebs "pieve" (cfr. Brebbia -VA-)67. Per motivi fonetici è più difficile far risalire il toponimo alla voce longobarda braida "podere, campi pianeggianti", che ha dato luogo a vari toponimi in tutta la Lombardia (cfr. Brera, località in Milano) e al termine breda usato in bresciano e cremonese con il valore di "campo".
2) Brüghet: la zona che sovrasta la Ciapéra. Il termine è sicuramente un diminutivo di brügh "brugo, erica" e deriva dal celtico brucus "pietraia", terreno magro e poco produttivo dove cresce l'erica.
La Darsena e i navigli (secolo XII-XIX) - viale Gorizia ang. ripa di Porta Ticinese
È il "porto" di Milano. Vi convergono 3 canali: il Naviglio Grande, il Naviglio Pavese e il Naviglio Interno. Essi furono costruiti allo scopo di portare acqua alla città per migliorare la difesa militare, le attività commerciali e artigianali, la salute pubblica. Il Naviglio Grande fu il primo a essere costruito. Pochi anni dopo la distruzione della città da parte dell'imperatore Federico I detto il Barbarossa, nel 1179 i Milanesi iniziarono i lavori per portare fin qui le acque del lago Maggiore e del Ticino, con un percorso di 50 km. Il Naviglio Interno, costruito nel '400, attraversava la città con un sistema di conche, ma è stato coperto negli anni Trenta per facilitare i trasporti su terra. Esso portava qui, attraverso il canale della Martesana, le acque provenienti dal lago di Como e dall'Adda. Il Naviglio Pavese fu completato nel 1819 e, in deflusso, si riallaccia al Ticino nella sua parte navigabile e quindi al Po e al mare. La Darsena fu costruita ai primi del '600 sotto il governatore spagnolo Pedro de Acevedo conte di Fuentes. In Darsena arrivavano chiatte trainate controcorrente da cavalli (poi motorizzate), cariche soprattutto di sabbia e ghiaia, ma anche di legname e persone. Attraverso il Naviglio Grande fu trasportato il marmo per il Duomo, che arrivava dalla cava di Candoglia lungo il fiume Toce e poi il lago Maggiore.
Abbazia di Chiaravalle (fondazione 1135) -  via Sant'Arialdo 102
L'abbazia fu fondata da San Bernardo di Clairvaux, venuto a pacificare la città con papa Innocenzo II. Bernardo fu pregato dai Milanesi di fondare un monastero a somiglianza del suo in Francia (i Cistercensi erano famosi per le conoscenze in opere di bonifica agricola). Bernardo accettò in dono una estesa zona acquitrinosa infestata dalla malaria e chiamò alcuni dei suoi monaci.
Con sapienti opere irrigue essi riuscirono a ottenere tre sfalci annuali, ponendo le premesse per un allevamento bovino assai redditizio. In seguito le proprietà vennero affittate a famiglie contadine cui era data la possibilità di risiedere nelle "grange" monastiche. Venne così proposto un modello di sviluppo alternativo rispetto ai vincoli del sistema feudale, offrendo alla plebe una possibilità di affrancarsi dalla povertà con il lavoro.
Sulla scorta del loro insegnamento molte terre a sud di Milano vennero riorganizzate. L'opera di recupero agricolo portò alla prosperità, che permise l'erezione del monumentale complesso architettonico, seppure pensato privo di ogni ostentazione. I Cistercensi furono anche abili diplomatici e agirono spesso come mediatori nei trattati di armistizio e di pace.
Nel cimitero dell'abbazia vollero essere sepolti Pagano, Jacopo, Martino e Filippo della Torre.
Nel convento si ritirò a morire l'arcivescovo Ottone Visconti. Con lui, vittorioso nella sanguinosa battaglia di Desio (1277) contro la famiglia dei Torriani, iniziò la dinastia dei Visconti e la fine dell'epoca comunale. Fu il primo morso de "la vipera che il Milanese accampa", come scrisse Dante. Napo Torriani, il vinto, fu lasciato a penzolare in una gabbia, dove morì diciotto mesi dopo. L'abbazia decadde sotto gli Spagnoli e l'ordine venne abolito da Napoleone nel 1796. Il complesso divenne caserma, un'intera ala che era opera bramantesca venne rasa al suolo, la ferrovia fu costruita proprio a ridosso delle mura. Nel dopoguerra si iniziarono i lavori di recupero. Nel 1952 sono tornati i monaci.
La caratteristica torre nolare (detta Ciribiciaccola) dell'abbazia di Chiaravalle, che a lungo fu lo svettante punto di riferimento per l'ampio circondario. È curioso ricordare che non era prevista nel progetto iniziale; solo a meta del XIV secolo, quando il rigore cistercense si era alquanto rilassato, consentendo maggiori concessioni agli aspetti decorativi, fu deciso di innalzarla. Oltre a non essere precisa la data di costruzione, non è del tutto certo l'autore, benché gli studiosi oggi siano propensi a ritenere che sia Francesco Pecorari, al quale si deve anche il campanile della chiesa di San Gottardo in Corte a Milano.
Carne malata - (13-14 marzo 1876)
Vorremmo poter notare con nota indelebile di vergogna quei commercianti di commestibili che non si fanno scrupolo di vendere generi guasti e alterati, senza alcun riguardo alla sa lute pubblica. Molte malattie hanno la loro sorgente nella schifosa cupidigia di questi signori. Uno di essi è Vincenzo de Micheli, pizzicagnolo nel sobborgo di Porta Tenaglia al num. 80, al quale vennero sequestrati ieri, a cura del delegato civico signor Crespi, 125 chilogrammi di carni salate, riconosciute nocive, e che pure quel bravo uomo cercava di vendere.
Promesse, promesse (7-8 aprile 1876)
Un fattorino di studio è mandato dalla ditta Fumagalli e Roveda, commissionari in chincaglierie, a pagare una cambiale di duemila lire.
Come! disse fra sé il fattorino per via, che cominciava a provare tutta la verità di quel proverbio l'occasione fa l'uomo ladro. - Come! dovrò io pagare la cambiale? - Fossi matto! In quel momento pensò alla Svizzera: e già ne vagheggiava il fido asilo e i monti insuperabili. Andò nella Svizzera: ma una notte assalito dai più atroci rimorsi, scrisse, tremando, e mandò ai suoi padroni un simile bigliettino: «Cari padroni! lo vi ho rubato 2000 lire, confesso il mio delitto, e me ne pento, ma vi prometto, sul mio onore, di restituirvele a pronta cassa, appena avrò fatto fortuna in America dove intendo salpare. Addio». La cosa è comica, ma la ditta Fumagalli e Roveda ha denunciato la truffa, e già la giustizia procede a sensi di legge contro il disonesto fattorino.
 
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11 Febbraio 2024 - domenica - sett. 06/042
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Toponimi di Cazzago Brabbia
3) Bonze: in dialetto Bunž. E' il nome dato ad una botte ovale utilizzata per il trasporto del pozzo nero. Prima dalla costruzione della rete fognaria moderna, la pratica di riversare i liquami in un buco fatto nel terreno era di larghissima diffusione, così come l'utilizzo periodico della bonza per svuotarlo. Il termine è forse derivato dal tardo latino bicongius, che designava una misura per liquidi". La bonza di Cazzago era situata lontana dal centro del paese in una zona compresa tra il fiumiciattolo del Riale e le sponde del Lago di Varese.
4) Ca dür läägh: letteralmente "casa del lago", situata a est della Funtana. Era un piccola costruzione, oggi non più esistente, in muratura, usata dai pescatori per riporre i loro attrezzi e per svolgere piccoli lavori di manutenzione sulle reti e sul materiale della pesca. Nei periodi di epidemie era usata come casa per ospitare i malati (es. durante il colera nel 1867).
5) Castèl: è il nome del luogo più alto di Cazzago Brabbia. Si trova nel centro del paese, poco a sud della Chiesa (cfr. Cadrezzate n. 7). Oggi non ci sono tracce di tale fortificazione, ma i pescatori chiamano ancora questa zona come Ca valta "casa alta" e la usano per orientarsi mentre navigano nel lago per la pesca.
6) Chignoli: piccolo terreno a forma triangolare che si inserisce in un'ansa del Riale a metà del suo percorso verso il Lago di Varese. In dialetto il chignöö o cügnöö designa la "bietta" o il "cuneo". Si tratta di una metafora geomorfica molto comune.
CI SI VEDE PER IL... "CAFFÈ"? (2/3)
Per la cronaca, pare che Voltaire sia stato per tutta la vita un consumatore compulsivo di caffè.
Un vero e proprio boom, se uno passeggia per Londra o per Parigi, che da sola, sul finire del XVIII secolo, di caffè ne conta 700! Un boom che ben presto si registra, in misura in parte differente, anche qua da noi, dove quel tipo di locale è frequentato perfino da esponenti della vecchia nobiltà; per rendersene conto basta camminare per le calli di Venezia, che col solito intuito penserà subito di applicarci una regolare tassa, ma anche per le vie di Roma, di Padova, di Torino... e di Milano.
Un curiosità. A Firenze esiste un locale chiamato il "Caffè dei ritti" perché lì il caffè lo si consuma rigorosamente in piedi al bancone, proprio come al bar dei giorni nostri!
Si tratta ormai di un fenomeno sociale che non può di certo sfuggire al fiuto di quell'avvocato borghese, Carlo Goldoni, che nel tempo libero già da un po' si diletta a mettere in scena piccole, all'apparenza banali storie di tutti i giorni, storie popolari, in antitesi rispetto alla consolidata moda del celebrato teatro aulico. In laguna passa certe mattinate libere da impegni legali divertendosi ad andare a zonzo (a Parigi, dove pure approderà in seguito, lo definirebbero un flâneur) per le calli, avendo cura di guardarsi intorno, da curiosone impenitente qual è, e ovviamente di tanto in tanto ci scappa un caffè, dove non disdegna certo di fermarsi, affascinato dalle conversazioni a volte molto erudite fra appassionati seguaci di nuove idee spesso anche un po' pericolose, dai rapporti fra i borghesi emergenti e i nobili ormai inesorabilmente decaduti e da quegli avventurieri senza scrupoli sempre in cerca del colpo di fortuna che li possa mantenere, gente alla Casanova, giusto per non far nomi.
Poi la sera, quando è in vena, comincia a buttar giù quelle battute che, forse lui nemmeno se lo immagina, così banali non devono poi proprio essere se, come è vero, entreranno addirittura nella storia del teatro europeo... le battute de La bottega del caffè. Sul modello di certe riviste londinesi che hanno origine in questi locali, un certo conte Pietro Verri da Milano fonda qui da noi un foglio che si limita a chiamare "Il Caffè", su cui scrive anche lui e nel quale trasferisce tutto il suo entusiasmo per quelle idee che arrivano sempre più prepotentemente da Oltralpe.
Le definiscono, quelle idee, con un neologismo creato ad hoc, "illuministe", perché sono il prodotto di un pensiero che mira a "illuminare" la mente dell'uomo, finora vittima di ignoranza e superstizione, con le semplici armi della pura ragione, della critica, della scienza.
Roba che non sarebbe certo dispiaciuta a certi nostri illustri esponenti del Rinascimento.
Dopo gli studi di impronta filosofica ma anche economica fatti, tanto per cambiare, dai Gesuiti del Collegio di Brera e dopo una breve parentesi in guerra, il Verri si ferma a Vienna e, sotto il governo teresiano, entra a far parte della schiera dei funzionari asburgici.
Ma poi decide di tornare a Milano e su invito del fratello Alessandro prende a frequentare quella che si potrebbe proprio definire una gran bella compagnia, una compagnia di quelle che, come suol dirsi, ti formano nella vita: un Beccaria, un Porro Lambertenghi, un Secchi, un Longo, un Carli.
Un bel giorno, questi buontemponi, stanchi di continuare a far notte con le loro discussioni nei caffè e poi per strada, quando il gestore del caffè li sbatte fuori perché la mattina dopo deve svegliarsi di buon'ora, hanno questa pensata: visto che ormai si può dire che noi si sia una redazione bella e buona, perché non si fon da un nostro giornale?
Dunque, vediamo: un quotidiano? No, troppa fatica!
Un settimanale? Sarebbe lo stesso! Allora un mensile? No, troppo intervallo tra un numero e l'altro, chi se lo ricorda più!
Macinato canaglia - (27-28 luglio 1878)
leri il nostro tribunale correzionale condannava alla multa di cinquanta lire l'ingegnere Uglietti per ingiurie. Ed ecco perché. Nello scorso febbraio il signor Uglietti entrava in un mulino per fare collocare una ruota da macina, quando s'imbatté in certo Gruppi, revisore del macinato. Fra una parola e l'altra vennero a questo dialogo: «Ah lei è del macinato, eh?». «Sicuro!...». «Caspiterina, che fior di galantuomini lor signori». E voltegli le spalle si intratteneva con altri dicendo: «canaglia, birboni!».
Il Gruppi, «pel decoro de corpo», come disse all'udienza, sporse, alla sordina, querela contro l'Uglietti.
Pane e bilancia - (16-17 agosto 1878)
Nel sobborgo di Porta Tenaglia ricorreva ieri la festa della Bovisa. Il fornaio Menni, che ha bottega alla Fontana, nel sobborgo di Porta Garibaldi, pensò che il pubblico tutto intento nella celebrazione di quella festa, si sarebbe di legge rilasciato gabbare. Mandò, perciò, nel sobborgo di Porta Tenaglia i suoi rivenditori, con pani calanti di peso di sessanta grammi per ogni mezza libbra. I vigili urbani sequestrarono quel pane, che oggi si è distribuito ai poveri di quel luogo. Il sor Menni dovrà rispondere all'autorità giudiziaria, beninteso, per questa sua poco onesta marachella.
Gatto matto - (11-12 febbraio 1885)
Nello stallazzo del Cavalletto, in via Ospedale, v'era un grosso gatto. In questi giorni il bell'animale scomparve, e lo stalliere Carlo Grassi, d'anni 24, ebbe sospetto che il gatto fosse stato ucciso dai facchini della sostra di legna di B. Caramella, che è precisamente di contro allo stallazzo. leri mattina il Grassi, veduti i sostrai Carlo Perego e Luigi Turioni, che stavano aprendo la bottega, andò a lamentarsi, con parole un po' vive, della sparizione del gatto, dimenando una frusta che aveva in mano. Il Perego ed il Turioni gli saltarono addosso e lo buttarono in terra, producendogli quattro ferite lacero contuse alla testa. Il brutto fatto fu deferito all'autorità giudiziaria.
       **************** fine giornata ************************
 
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lib364-Settimana-07

 
RVG settimana 07
 
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Settimana-07 del 2024
 
 
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Settimana 07       2024-02-12 -  Febbraio - Calendario - la settimana
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Proverbi della tradizione meneghina
Ci sono temi e insegnamenti sempre attuali che riconoscono il valore dell'impegno e dell'intraprendenza contro la rinuncia e il pessimismo
El milanes del dì d'incoeu
Tralasciando le origini celtiche, etrusche e latine e i molteplici contributi delle occupazioni lon gobarda, franca e teutonica nel Medioevo e di quelle ispaniche, austriache e francesi dal 1600 al 1800 (dopo la fine del periodo delle signorie), si usa prendere come fonte primigenia del dialetto milanese il testo Varon milanes de la lengua de Milan, stampato a Milano nel 1750 da Gian Giacomo Como insieme a El Prissian de Milan de la parnonzia milanesa, i cui autori sono rispettivamente l'ossolano Giovanni Capis e Giovanni Ambrogio Biffi.
La lingua comunica informazioni, sentimenti, concetti, bontà, cattiverie, carattere dei popoli ed emozioni attraverso il teatro, o la canzone, fatta di testi e musica. La lingua evolve con la mescolanza di culture, con le migrazioni dei popoli, con le occupazioni militari e con le attività economiche dell'uomo, che mutano con nuove invenzioni e con esigenze sociali, politiche e civili.
L'italiano casalingo a Milano era, fino al primo Novecento, infarcito di milanesismi (è questo, per esempio, il motivo per cui Alessandro Manzoni sentì come necessaria la proverbiale «risciacquatura in Arno» dei suoi <<panni>>). Con le migrazioni interne, il milanese si è arricchito di tanti neologismi dialettali generando così una lingua sui generis, una sorta di italo-milanese con cadenze e assonanze che prendono in prestito parlate di altre regioni, specie del Sud Italia. Nella seconda metà del Novecento hanno avuto influenza sulla parlata milanese molti autori, cantanti, attori come Dario Fo, Nanni Svampa e i Gufi, Piero Mazzarella, e molti altri, spesso usciti da quella fucina di comici che fu il Derby Club.
Hanno dato il loro contributo in merito anche alcuni attori di teatro dialettale milanese che hanno militato tra le file della Famiglia Meneghina, spesso collocandosi sulle tracce dei repertori dei grandi autori e attori della altrettanto grande stagione del teatro milanese (quella che tra il 1870 e il 1900 vide protagonisti Edoardo Ferravilla, Edoardo Giraud, Gaetano Sbodio, Dina Galli e tanti altri): stiamo parlando di Maria Pia Arcangeli, Liliana Feldmann, Evelina Sironi, Enza Pria, Angelo Fusar Poli, che hanno interpretato e valorizzato un milanese prevalentemente popolare ma lessicalmente molto rigoroso.
Anche questa collana di libri, che fa seguito a quella dei tre già pubblicati nel maggio 2021, sembra aver fatto affiorare un fiume carsico, che è andato via via ingrossandosi, portando a conoscenza di molti milanesi un patrimonio ricco e sconosciuto che, a tutti gli effetti, appartiene a loro, formato da lessico, proverbi, detti, mestieri, storie e leggende.
Non possiamo dimenticare un fenomeno attualissimo e straordinario rappresentato da un intraprendente giovanotto milanese, Valerio Saccà, che con la sua Compagnia Burattini Aldrighi gira il mondo mettendo in scena i burattini che lui stesso crea, utilizzando un milanese italianizzato.
In conclusione, ritengo che oggi possiamo essere moderatamente ottimisti circa la riscoperta, il risveglio, o la rinascita (comunque la si voglia chiamare) del milanese, in particolare di una parlata milanese che, come ho detto nel titolo di questo mio contributo, è quella del dì d'incoeu, cioè una miscela arricchita di molti lemmi provenienti da culture diverse. E non li dobbiamo guardare con il severo occhio critico del purista o del cruscante, ma prenderne atto con la schiettezza che è tipica del milanese, come si fa con ogni nuovo fenomeno.
La cultura di Canegrate. Territorio e cronologia
Rittatore propone di utilizzare i ritrovamenti e il toponimo di Canegrate per definire un'intera cultura. Ma cosa si intende per cultura? Nella letteratura archeologica, e in particolare nello studio delle popolazioni preistoriche, questo termine o quello più generico di facies archeologica definiscono un specifico complesso di resti - tipologie di manufatti, utensili e ornamenti; abitazioni e riti funerari - costantemente associati a un'area geografica limitata.
Le caratteristiche delineate per la necropoli di Canegrate trovano diffusione in un areale che comprende la Lombardia occidentale, la provincia di Novara e parte di quella di Vercelli, con una particolare concentrazione lungo l'asse del Ticino e del lago Maggiore. Necropoli e gruppi di tombe della cultura di Canegrate sono stati scoperti anche in Canton Ticino, nel Sottoceneri, a Locarno e nei dintorni di Bellinzona. Rispetto alla precedente cultura della Scamozzina, ampiamente diffusa nella media e bassa pianura, quella di Canegrate sembra prediligere l'alta pianura e l'area prealpina e alpina.
Dal punto di vista cronologico si colloca nella fase convenzionalmente definita come Bronzo Recente, che corrisponde grossomodo al XIII secolo a.C. e in Italia settentrionale coincide con l'ultimo periodo di vita delle palafitte del lago di Garda e delle terramare (villaggi arginati caratterizzati da abitazioni su impalcato ligneo, ma all'asciutto).
Se da una parte non sono ancora chiare le origini di questo gruppo culturale, dall'altra appare evidente che il territorio da esso occupato non subisce con il passare dei secoli estesi fenomeni di spopolamento. Nel passaggio dal Bronzo Recente al Bronzo Finale (XII-X secolo a.C.) non si registrano cesure nella documentazione archeologica, ma si ravvisano al contrario elementi di continuità: la più antica ceramica del Bronzo Finale presenta una stretta parentela con quella di Canegrate, da cui sembra derivare per un processo graduale e senza interruzioni. La medesima continuità si registra anche a livello geografico, poiché l'areale di distribuzione di questi elementi prefigura quelle che saranno la provincia occidentale e la provincia alpina della futura cultura di Golasecca.
Si può dire anzi che Canegrate mostra alcuni caratteri di celticità, elemento poi distintivo dei Golasecchiani.
VI RAVVISO O LUOGHI AMENI... - Ul lazarett
In antico: ospedale dei lebbrosi, appestati e colerosi, luogo di quarantena. Famosi i lazzaretti rievocati nelle pagine dei Promessi Sposi. Il lazzaretto di Verghera è luogo di sepoltura dei morti delle varie epidemie di peste succedutesi verso la metà del 1600.
Il posto è squallido e negletto. Si trova a fianco del lato maggiore sud del nuovo campo sportivo di via di Vittorio. Tre cipressi posti agli apici di un ideale triangolo simbolo forse della divina Trinità ricordano la sacralità del luogo di sepoltura dei nostri antenati morti di peste. Perché è sempre restato misconosciuto? Perché non vi si è costruito un piccolo altare di pietra? Perché non sono mai state riesumate le ossa gettate nella fossa comune alla rinfusa dando loro una onorevole sepoltura? Quando ero bambino i nostri vecchi parlavano del luogo con molta riverenza. Passandovi davanti si scoprivano con religiosa deferenza il capo e, mormorando una preghiera, si facevano il segno della croce.
Nei momenti di maggiore difficoltà i nostri nonni si rivolgevano, nelle preghiere quotidiane ai morti del Lazzaretto per chiedere aiuto e protezione. Ricordo anche che quand'ero bambino nel mezzo del terreno racchiuso dai tre cipressi c'era una croce di ferro alta due metri e più, molto simile a quelle della via della casìna dul pred.
Il pugnale alfieriano - (21-22 agosto 1876)
Lo scalpellino Dom... Vincenzo ieri depose gli scalpelli e afferrò litri e bevve e bevve fino a quel punto in cui la ragione fa viaggio. Gridò, tempestiò, e armato d'un pugnale alfieriano si mise a minacciare come un ebbro eroe da scena i suoi spettatori che anziché applaudirlo, ridevano a vederlo. Lo scalpellino si avventò d'improvviso contro un avventore dell'osteria accusandolo di avergli rubato del denaro; ma ubbriaco fracido com'era, il pugnale gli si infisse nei ginocchi. Fu arrestato e trasportato nell'infermeria delle carceri criminali: e ciò va bene.
Ladro di lenti - (5-6 marzo 1877)
Da qualche tempo le famiglie degli estinti non potevano più collocare sulle croci e sulle tombe dei cimiteri le fotografie dei loro cari defunti, perché i ladri sacrileghi le rapivano colle lenti, che servivano ad ingrandirne le sembianze. Nel Cimitero di Porta Venezia si stabilì alla fine una speciale sorveglianza, e ieri si colse il marmista Giovanni Monti nel punto che stava distaccando lenti e ritratti da un monumento. Fu perquisito, e in tasca gli furono trovate parecchie lenti rapite ad altre tombe. Fu arrestato e sarà punito.
 
       **************** fine giornata ************************
 
 
 
13 febbraio 2024 - martedi - sett. 07/044
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Toponimi di Cazzago Brabbia
11) Funtana: zona nei pressi del Lago di Varese che un tempo ospitava un lavatoio al coperto, utilizzato soprattutto nella stagione invernale, alimentato da una fonte naturale. da cui il suo nome.
12) Gaggiette: area a est rispetto al centro del paese, bagnata da un fiumiciattolo detto Riale. Il toponimo, con formazioni diverse, è largamente attestato in tutta l'area alto-milanese (cfr. Gaggiolo frazione di Cantello -VA-, Gazzada -VA-)78. L'origine del nome è da ricerarsi presumibilmente nel termine gajum del latino medievale che continuava a sua volta il longobardo gahagi con il significato di "bosco chiuso da una siepe o da un recinto ". Nel dialetto locale è detto gäsg. Da notare come anche in Valcamonica il gas indichi il bosco.
13) Goré: attestato anche come Gurée. Dovrebbe indicare un luogo con una fitta presenza di salici, da *gorra "salice" più il suffisso di collettivo -etum (cfr. Gorreto -GE)Non è da escludere la possibilità che il toponimo derivi dal latino gaurus "fosso, acquitrino' passato poi al latino medioevale goretus, propriamente il luogo dove crescono i giunchi. Il terreno si colloca a sud ovest del paese tra il Fosso di Mezzo e il fiume Brabbia
14) Laghetto della Fornace: piccolo spechio d'acqua che si staglia nel centro della palude e che è alimentato dal Fosso di Mezzo. Questo laghetto era un tempo la cava dove avveniva l'estrazione dell'argilla utilizzata nella vicina Fornace per la realizzazione di mattoni. Una volta dismessa la cava, le acque piovane e i rigagnoli circostanti l'hanno riempita dando vita al Laghetto.
15) Mottarello: in dialetto è detto Mütarèl (v. Cadrezzate n. 15). Il termine designava un monticello ora non più presente a causa di una spianata effettuata negli anni '50 del secolo scorso, per agevolare la costruzione della strada che costeggia a sud il Lago di Varese.
16) Paludi di Mara: vasta zona inserita nella palude Brabbia dove da sempre si estrae torba. Mara è la storpiatura cancelleresca del termine dialettale Mar di probabile derivazione celtica, infatti mara in celtico è la "palude" (cfr. longobardo marisk "palude"). Nei pressi troviamo anche il toponimo Marèl che ne è il diminutivo (piccola palude).
Proverbi - Commercio, risparmio ed economia
A comprà s'impara a spend, e anca a vend. Comprando si impara a spendere, ma anche a vendere. - A pagà e morì s'è semper i n temp. - A pagare e a morire si è sempre in tempo.
A pagà prima s'è mai servii.
Se si paga in anticipo non si è mai serviti. - A vend per el besogn se ghe perd semper. Se si vende per necessità ci si rimette sempre.
Besogna vardass del bon mercaa per no restà bolgiraa. Bisogna guardarsi dal vil prezzo per non essere frodati.
Chi gh'ha soci, gh'ha padron. Chi ha soci ha padroni.
Chi impresta, perd la vesta. - Chi presta perde anche l'abito.
Chi ha imprestaa, va a fraa. - Prestando si rischia di diventare poverelli come un frate.
Chi mangia la gaina di olter, impegna la soa. Chi mangia la gallina altrui impegna la propria.
Chi paga el debit, perd el credit. Chi paga il debito perde il credito.
Chi paga subet, paga doppi. - Chi paga subito paga il doppio.
Debit de massee, investidura de patron. - Il mezzadro indebitato con il padrone è sicuro di non essere licenziato.
Mè pader e mè missee barbetta, m'han lassaa per testament, de dà mai nagott a cretta. Mio padre e mio nonno mi hanno lasciato per testamento di non dar mai nulla a credito.
El bon mercaa el strascia la borsa. - Il poco prezzo rovina la borsa.
El primm guadagn l'è comprà ben. - Il primo guadagno è comperare a buon prezzo.
Negozzi squaiaa, l'è mezz sassinaa. Un affare divulgato è mezzo rovinato.
Dove vivevano? - Gli abitati dell'età del Bronzo Recente
La documentazione principale riferibile alla cultura di Canegrate proviene dalla scoperta di tombe e necropoli, mentre sono rari gli abitati finora identificati, nessuno dei quali oggetto di scavi scientifici. I dati a disposizione sono dunque molto lacunosi e mancano informazioni precise sulle strutture abitative, sull'estensione dei villaggi e sull'economia primaria (agricoltura, allevamento, attività mineraria).
Una delle poche testimonianze riferibili a un insediamento si colloca proprio a Legnano, in località Gabinella, tra via per Castellanza e la prosecuzione di via Roma. Nel corso degli anni Ottanta sono stati effettuati alcuni piccoli saggi di scavo che hanno permesso di identificare strutture in ciottoli, interpretate come supporti per l'essiccamento dei vasi prima della cottura e quindi associate ad attività artigianali, e un muretto di ciottoli a secco che poteva costituire una recinzione.
Presumibilmente, le abitazioni erano costruite in materiale deperibile, legno, argilla e paglia. Resti dicapanne sono stati individuati a Garlasco (PV), in località Boffalora, a Ponzana (NO) e Lumellogno (NO), ma troppo scarsi per proporre una ricostruzione. Si conservano frammenti di intonaco d'argilla con tracce del tavolato ligneo del pavimento o delle ramaglie con cui erano fabbricate le pareti.
Tracce di un abitato, ovvero buche di palo o semplici aree con dispersione di materiale ceramico, sono state individuate in località Bosco del Monte a Castelletto Ticino (NO) e a Vedano Olona (VA). Materiale sporadico è stato recentemente recuperato in superficie a Solaro (MI).
Anche nel Canton Ticino i dati relativi agli insediamenti sono piuttosto rari: provengono da uno scavo effettuato negli anni Quaranta al Castello di Tegna in Valmaggia e da alcuni ritrovamenti più recenti in Val Mesolcina, sul pianoro di S. Maria di Castello e lungo il versante settentrionale (Grotto) e meridionale (Cugias).
I tre crus e la cà squaràa
Le tre croci e la casa crollata. Croci di ferro alte due metri poste a distanza di cinquecento metri una dall'altra sulla via, che passato il cimitero, porta alla casìna dul pred ora cascina Tangitt. La prima croce è ancora intatta e visibile all'incrocio segnato da due pietre miliari con l'indicazione della direzione di marcia. Su una le freccie indicano la direzione Busto e Arconate, sull'altra di Verghera e Gallarate. La seconda croce era un po' prima della curva e la terza un po' dopo la curva che il sentiero faceva in prossimità della cà squaràa di proprietà dei Tonetti Rumana. Detto cascinale di campagna era servito per il rifornimento di materiale da costruzione per una casa che i Rumana poi costruito altro posto. Quell'appezzamento era stato per lungo tempo lavorato dal Pàcio Bonardi nativo del paese bergamasco da dove veniva anche mia madre. Era un tipo molto singolare di contadino timorato e di galantuomo. Amava, con schiettezza un buon bicchiere di vino e qualche volta stracimava, lasciandosi prendere la mano dall'affetto un po' esagerato per Bacco. Era astemio in maniera assoluta per tutto il periodo della Quaresima; non toccava vino anche se la tentazione  fosse venuta dal capo dei diavoli in persona. Il posto dove stavano erette le croci era luogo di culto e di preghiera. Il giorno di San Marco, 25 aprile, tutti gli anni una processione partendo dalla chiesa arrivava fino alla terza croce dopo aver sostato in preghiera davanti alle altre due. Era la processione che si effettuava ogni principio di primavera per impetrare dal cielo un anno di messi feconde, per invocare principalmente l'acqua necessaria alle nostre campagne, prive di irrigazione, per la loro prosperità. La processione usciva dalla chiesa alle sei del mattino e il concorso della folla era strabocchevole. I vergheresi lavoravano sì, nelle industrie, ma l'agricoltura era pur sempre una specie di lavoro aggiunto, necessario per arrotondare la paga e consolidare la loro situazione economica. Ad petendam pluviam era la motivazione che informava lo spirito religioso della spontanea manifestazione popolare: per chiedere acqua.
 
       **************** fine giornata ************************
14 febbraio 2024 - mercoledi - sett. 07/045
redigio.it/rvg100/rvg-07-045.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal  Villaggio
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Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati17/QGLC756-osterie-varese.mp3 - Le osterie del varesotto - #73 - rvg
LE NOSTRE MALATTIE INFETTIVE
Cominciamo cun i uregiuni
Infiammazione delle ghiandole parotidi con tumefazione della parte esterna dell'orecchio. Orecchioni. Malattia infettiva per colpa della quale non eravamo ammessi alle lezioni scolastiche. Parotite. Dietro l'orecchio i nostri genitori ci disegnavano una grande croce nera con l'inchiostro e coprivano la zona infiammata con un quadratino di pelle di pecora per tenere al caldo la zona colpita.
I felz
Era una febbre eruttiva, contagiosa, epidemica propria dell'infanzia tipo rosolia, scarlattina, morbillo. La pelle si copriva tutta di piccole macchie rosse. Proibito uscire di casa e prendere freddo.
Terizia
Dovuta ad un travaso di bile e conseguente assorbimento della bile da parte del corpo. Colore giallognolo - verdiccio che si manifesta prima nella sclerotica, alle tempie e al collo e poi in tutto l'organismo. Itterizia Verd da terìzia: verde per l'itterizia.
Tusasnina
Pertosse. Tosse canina, ferina o asinina. Malattia infettiva localizzata negli organi respiratori con tosse forte e insistente e con frequenti conati di vomito. Propria dei bambini che venivano portati alla mattina molto presto in bicicletta nei boschi della zona per respirare aria pura e fresca.
Màa grupp
Si trattava di una violenta infezione alla gola (difterite) con conseguente difficoltà respiratorie. Era propria dei bambini di meno di dieci anni di età. Spesso era mortale. I giovani malati tra spasimi atroci morivano per soffocamento.
La quarta malatìa
Non meglio identificata. Veniva dopo il morbillo, la scarlattina e la rosolia ma non era né l'una né l'altra né l'altra. Malattia infettiva anch'essa che colorava la pelle di un rosa tenue e la punteggiava con macchioline rosse. Niente scuola e niente freddo. Ci voleva pazienza per queste malattie che non erano pericolose e che colpivano tutti i bambini di età scolare. Lo sfogo era parabolico: sempre accentuato fino al massimo, poi lenta e costante discesa delle manifestazioni cutanee.
Oli da rìcin
Era la purga classica e infallibile degli anni trenta. Un cucchiaio da tavola da ingoiare tra mille smorfie e boccacce e dopo, per accomodare il sapore infame che restava in bocca una caramellina. In quelle giornate attraversavamo il cortile per andare ai servizi quattro o cinque volte, con la mano già pronta per slacciare i pantaloni.
Del nome del borgo di Busto e della sua etimologia (1/2)
Milano, capitale e metropoli dell'Insubria, (1) è circondata da così gran numero di borghi, che non si può vedere niente di più notevole altrove; inoltre potendo questi borghi con facili provvedimenti essere ridotti a città e muniti di presidi, essa, se se ne offrisse l'occasione, potrebbe innalzarsi a fortissimo e sicurissimo regno.
Fra questi borghi serba un posto non ultimo Busto Arsizio di cui io ho intrapreso a narrare gli inizi e lo svolgimento. È questo un antichissimo borgo della Insubria, e da esso trasse origine la famiglia dei Busti (2).
(1) Nome antichissimo della Lombardia derivato dagli Umbri del nord o Ins-Umbri, uno dei primi popoli che vi abitarono.
(2) È noto che nel Medio Evo le famiglie nobili trassero il cognome dal luogo di origine, cognome che rimase ai loro membri anche quando si trasferirono altrove. Il Crespi asserisce recisamen te che i Busti o de Bustis sono originari del nostro borgo. Il Ferrario nelle sue Notizie storico statistiche lo conferma e aggiunge che questa famiglia nei tempi più antichi "vi alternava la dimora con la città, dove fin dal sec. XII esercitava cospicue cariche,. Così un de Bustis è menzionato dal cronista Fiamma tra i capitani e valvassori che seguivano il partito dei nobili. Un Amizone de Busti fu delegato della parte dei capitani e valvassori nel capitolato stabilito nel 1258, conosciuto con il nome di Pace di Sant'Ambrogio. Altri dello stesso cognome mi fu dato incontrare qua e là, tra cui basti citare frate Bernardino de Busti celebre predicatore e autore di opere religiose, di cui una, la Corona o Thesauro spirituale, ristampata nel 1925 in Roma da Riccardo Pascucci; e Agostino Busti detto il Bambaja, per il quale rimando il lettore alla monografia di Giorgio Nicodemi, edita nel 1925.
Ma poichè quattrocento anni fa il borgo era chiamato Busti Arsizio (1) o Busto Arsizio, alcuni hanno preteso di chiamarlo Busto Arso o Bustaccio.
Ora si usa chiamarlo piuttosto col nome di Busto Grande che con qualsiasi altra determinazione.
Diamante Marinoni, patrizio e Senatore Milanese, dice che la causa di questo cambiamento del nome fu il bisogno di distinguere il nostro borgo dall'altro che è chiamato Busto Piccolo o Busto Garolfo, e sorge a non più di 5 miglia di distanza, e il medesimo. storico aggiunge che il nome di Busto derivò al luogo. dai cadaveri abbruciati dei caduti nella battaglia vittoriosa dei Galli contro gli Etruschi. Ciò afferma nel suo trattato intorno all'origine, antichità e nobiltà delle famiglie milanesi e con lui s'accorda Bonaventura Castiglioni nel suo libro intorno alle sedi dei Galli Insubri.
L'Arnèta
Torrente che nasce dalle Prealpi Varesine e che attraversando Gallarate, passa a fianco di Verghera, e si perde, scomparendo dopo aver formato una palude di acque stagnanti con alte piante pietrificate, nelle campagne di S. Antonino. Paesaggio lunare che merita di essere visitato. Poverissimo d'acqua d'estate, con acqua quasi abbondante nelle stagioni più ricche di pioggia, straripava più di due o tre volte in primavera e in autunno. L'acqua colmava la conca che circondava il ponte di Cardano al termine di via Adriatico e il cavo dei Piciòtt, subito dopo il ponte, a destra. L'acqua dello straripamento a volte raggiungeva Piazza Volta. Torrente collettore degli scarichi fognari e industriali dei paesi che attraversava aveva sempre l'acqua nera come il carbone. La zona del gallaratese era ricca di tessiture e di filature e di conseguenza di tintorie e di stamperie di tessuti. Tessuti da tingere in nero utilizzati per confezionare grembiuli neri da lavoro. I resti delle operazioni di tintoria finivano nell'Arnetta come nell'Arnetta finivano i rifiuti liquidi e solidi dell'ospedale. Non era luogo da giocarci, ma noi ragazzi, non andavamo troppo per il sottile. Se le nostre mamme si accorgevano della disubbidienza erano botte sacrosante.
Il nero dell'acqua si depositava sul fondo del letto, i ciottoli erano ricoperti da una scivolosa melma nero-verde, il fondo era disseminato di pezzi di vetro e di culi di bottiglie. Sopra il livello dell'acqua, sulle rive erano visibili le tane dei topi di chiavica, topi grossi come gattini di tre o quattro mesi. Attraversavano l'Arnetta a nuoto e si vedevano benissimo gli incisivi luccicare bianchi e appuntiti e la coda lunga e grossa, remigare nella corrente. Due o tre ore prima che scoppiasse il temporale abbandonavano le loro tane scavate al livello dell'acqua e si disperdevano nelle campagne vicine. Le piene inevitabili e frequenti di una volta non si ripetevano più per la dispersione che si opera prima di Gallarate con la rottura degli argini che lungo il percorso sono stati provvidenzialmente rinforzati in diversi punti.
Passando il Rubicone Cesare è diventato nemico di Roma. Passando l'Arnetta, cioè traversando il torrente teatro inimitabile delle nostre scorribande e avventure giovanili, termine di confine tra il nostro paese il comune di Cardano, andandocene per sempre, lasciamo alle nostre spalle le vie, le case, gli orti, i giardini di Verghera, i giorni beati e tristi della nostra vita passata. Una parte di noi stessi. Il nostro cuore di allora. Ci portiamo via solo le nostre memorie. Al par nanca vera, ma l'e propi inscì. Mia mamma, che pure aveva abbandonato il suo paese natale da bambina, parlava della sua Brignàa che era vicina a Careàss (Brignano Gera d'Adda vicina a Caravaggio) almeno una volta al giorno. Sempre e solo per fare paragoni. E il paragone era sempre a favore della sua Brignano. Non morirei tranquillo se nell'aldilà non fossi sicuro di trovare - stèsa precisa - una Verghea in dùa a fa ben nun ghe manèa. Proprio così, anche in Paradiso. Se no, che malinconia e che monotonia. Con la piazza allagata dopo il temporale, con l'osteria Bellaria, cul giustaoss e i quatar Purisej du la mùra, ul buzòn e la muntagnèta, e ul Lazaret con un'arca noa par i mort du la pest, e 'l Carlen dul Piciott chal canta i filastrocc in dul bel mezz du la piaza.
 
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15 febbraio 2024 - giovedi - sett. 07/046
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Toponimi di Cazzago Brabbia
17) Piàn: breve spianata che costeggia il Lago di Varese a pochi metri dalla Funtana.
18) Póz: zona poco a nord del Runch. Un tempo venivano create delle piccole buche nel terreno per la macerazione della canapa. Questa attività era favorita dal terreno particolarmente umido e argilloso che dava agio nella lavorazione della pianta. Il toponimo si rifà al latino puteum "buca, fosso", da cui l'italiano "pozzo".
19) Pregòss: piccola distesa pianeggiante a nord del Marèl, a sud del centro del paese. Il nome è forse un composto di pra "prati" e gròs "grossi" toponimo ricorrente in tutta l'area.
20) Riale: in dialetto denominato Riää dal nome generico latino rivus. Il breve torrentello nasce e muore all'interno del comune di Cazzago Brabbia partendo da alcune sorgenti sotterranee vicine al centro cittadino nei pressi di una pietra miliare detta Segnääl "segnale" e sfocia poi nel Lago di Varese 83. È un affluente del Canale Brabbia.
21) Rogorée: o Riguré è il nome dialettale per indicare un insieme di querce, dal termine dialettale rùgura "quercia". L'etimologia è da ricercarsi nel latino robur "quercia". Quest'area molto piccola si trova a est del Laghetto della Fornace e confina con la zona delle Gaggiette.
22) Runch: zona nei pressi delle sorgenti che danno vita al Riale (v. Biandronno n. 17).
18) Ruscàl: terreno vicino al nuovo cimitero comunale. Il toponimo potrebbe derivare dall'appellativo dialettale rüsca che dovrebbe riflettere una voce celtica che significa letteralmente "scorza o corteccia di rovere ". Il termine dialettale, poi, è usato e attestato per indicare un lavoro particolarmente faticoso. Il toponimo, quindi, potrebbe indicare un luogo dove si praticava un mestiere.
24) Sciarèe: piccola striscia di terra che si sviluppa in lunghezza anch'essa a cavallo del Riale. Il toponimo è attestato anche come Sceréa. Con tutta probabilità il nome deriva dal latino cerretum "cerro", specie di quercia che cresce soprattutto nei terreni sassosi. Il toponimo è largamente attestato in tutta la Lombardia sia come Cerro e Cerreto (cfr.. Cerro Maggiore -MI-), sia nella forma Sciarè/Scerèa (cfr. Sciarè zona di Gallarate -VA- ).
IL LAVORO DEI CAMPI
A quei tempi (anteriori alla seconda guerra mondiale) i paesani di giorno lavoravano nella fabbrica e prima che calasse la sera trovavano qualche ora da dedicare al lavoro dei campi: seminare e coltivare verdure, zappare, mietere, dissotterrare patate, cogliere granoturco. Con la carriola si trasportava qualsiasi genere di prodotto della terra che non fosse stato il grano. Era sempre stracarica: quanti viaggi, quante sudate, avanti e indietro; non pochi chilometri dal sorgere al tramontare del sole per ogni giornata.
Era dura e ingrata la vita del contadino: non c'era anno in cui tutto filasse liscio: estati asciutte senza pioggia, temporali improvvisi e violenti, grandinate.
E se non pioveva da tempo, arrivava il vento ad asciugare ancora di più la terra già morta di sete.
Non pochi erano gli anni in cui non si riusciva a ricuperare nemmeno i soldi delle sementi; senza contare il lavoro e tanta fatica sprecati. In quegli anni si lavorava solo per prendere caldo. Il granoturco raccolto veniva scaricato tutto in cortile davanti alla casa del proprietario. Di sera i vicini davano una mano a "sfogliare" o a scartocciare le pannocchie che venivano poi portate sul granaio nei "cavagni" di vimini. Su e giù, sulla scala a gradini di sasso, un centinaio di volte. Una delle donne presenti, in genere la padrona, aveva il compito di raccontare le favole ("esèmpi") al fine di tener desta l'attenzione degli aiutanti, specialmente i bambini.
Era un lavoro divertente: si cantava anche, si scherzava, si raccontavano i fatti degli altri, le novità del paese.
Il grano, raccolto invece verso la fine di giugno o in principio di luglio, si portava sul granaio dove restava in attesa di essere trebbiato, fino alla metà di agosto.
Si ricaricava covone dopo covone, fino a quando si arrivava all'ultimo strato. A questo punto cominciava il divertimento: iniziava la caccia ai topi che avevano nidificato e procreato in tutti gli angoli del granaio. I ragazzi si armavano di bastoni, i gatti (tutti quelli del cortile) disponevano di artigli uncinati ed acuminati tanto che alla preda sarebbe stato impossibile liberarsi.
I gatti allora, i topi se li mangiavano e come! Essendo molto prolifici e avendo a disposizione una quantità per loro enorme di grano, erano diventati una tribù molto numerosa e ben pasciuta. Era una vera e propria carneficina. Lo spettacolo ripagava così delle tante spighe private dei loro chicchi dagli ingordi e invadenti animaletti.
Dal Piemonte veniva a Verghera la trebbiatrice. Sullo spiazzo di via San Bernardo (zona chiamata "la màchina") carro dopo carro, dall'alba a sera inoltrata, in mezzo a un frastuono da non dire e avvolti da una perenne nuvola di polvere, si procedeva (che divertimento per tutti i bambini!) alla trebbiatura.
In mezzo al granoturco, per tenerlo al riparo dai malandrini, (allora c'erano oltre ai ladri di verdura, i ladri di galline e i ladri di biciclette) si "piantava" una specie di orto: insalata, finocchi, cavoli, carote, prezzemolo, sedano, pomodori e coste (i erbètt.).
Mio zio che aveva la campagna a cento metri dall'Arnetta, ci mandava con la carriola carica di una damigiana a prendere l'acqua da metter nel buco dove si interravano le piantine di cavoli, comperate al mercato
SUI BANCHI DI SCUOLA (1/2)
In piazza e nelle strade si svolgeva la maggior parte della nostra libera vita di ragazzi. La piazza e le strade furono la prima grande scuola dove imparammo molte cose, anche troppe, senza l'aiuto dei libri e dei maestri.
Ricordo che l'insegnante della prima classe elementare (Argia Miglioli Lazio, vecchissima d'aspetto "la vegèta" che a guardarla bene, almeno nel mio ricordo, assomigliava più ad una strega che ad una persona normale) era autoritaria, non tollerava in classe né disattenzione né svogliatezza, soffocava sul nascere qualsiasi tipo di insubordinazione, era acerrima nemica di ogni baccano. Una specie di spaventa bambini.
Ricorreva spesso ai castighi corporali. Il più comune era quello di farci metter le mani sul banco a palme in giù e con una lunghissima canna di bambù, restando seduta sulla cattedra, batteva sulle nostre dita con furore e con stizza. E gli alunni guai a lamentarsi, perché era sempre portata a rincarare la dose. Con bontà tutta materna e femminile! Dopo le percosse, sempre per castigo, ci mandava dietro la lavagna, o in corridoio a farci deridere dagli alunni delle altre classi, quasi fossimo piccoli delinquenti da mettere alla gogna.
Era dura e inflessibile: la sua più grande soddisfazione la provava quando, a mezzogiorno, per castigarci di avere detto solo una parola in più al compagno di banco, o risposto male a una interrogazione o per essere stati disattenti, ci proibiva di tornare a casa, facendoci così saltare il pasto di mezzogiorno.
Lo sa il cielo con quante bacchettate mi obbligò a scrivere con la destra, io che ero mancino naturale! Che differenza tra l'accanimento di allora e il permissivismo d'oggigiorno. "In medio stat virtus", né troppo a destra, né troppo a sinistra.
Molto diversa, dolce per natura, materna, la mia seconda maestra ha lasciato nel mio cuore un così vivo ricordo che, dopo sessant'anni, il tempo non è riuscito a cancellare.
Ha avuto una grande influenza sul mio animo e nella formazione del mio carattere. Ci incitava a leggere, portava a scuola riproduzioni a colori di quadri celebri, vidi allora per la prima volta gli affreschi della cappella degli Scrovegni, ci leggeva poesie del Pascoli (la prima: "Il sole e la lucerna", dai Canti di Castelvecchio, la imparammo a memoria) e poesie di Ada Negri, la maestrina lodigiana da lei tanto amata. Ci parlava spesso dei metodi di insegnamento di Maria Montessori e ci insegnava a vivere parlandoci di lealtà, di coraggio, di libertà. Noi, attenti, seri come piccoli ometti, pendevamo ansiosi dalle sue labbra. Non si sarebbe sentita volare una mosca, in quei momenti.
 
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16 febbraio 2024 - venerdi - sett. 07/047
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LA  PASTASUCIA E LA CUMÀ
(LA PASTASCIUTTA E LA LEVATRICE) (1/2)
25 Novembre 1925. Ore sei del mattino. Gianin, l'è un Purisell. Sul grandissimo camino della nostra immensa cucina era acceso un fuoco vigoroso e scoppiettante, alimentato da legna di fascina, sul quale era posto un caldaio colmo di acqua bollente: un po' doveva servire per la levatrice (la cumà) e un po' era riservata alla cottura della pasta per la fatidica "pastasùcia" se il nascituro sarebbe stato maschio. Alle sei del mattino? E perché no? Pastasciutta sacrosanta, una specie di incoronazione famigliare.
Si era già cucinato pastasùcia quand'era nato il mio fratello maggiore (maschio e primogenito); altrettanto si sarebbe fatto, qualche anno dopo, per il mio fratello minore. Prorompeva la gioia per la nascita di un figlio e maschio per di più. Tre maschi aveva avuto mio padre: quale soddisfazione paterna e orgoglio maschile. Il maschio era l'erede del nome e il continuatore della stirpe. La nostra "casa" godeva in Verghera di una lunghissima continuità e di una meritata stima: documentata dal 1300! Un bel po' di storia.
Puricelli è la contrazione della frase latina “puri ut coeli", cioè puri come i cieli (quando sono sereni).
Il parroco di Samarate nel 1390 circa era un De Purisellis; un De Purisellis l'inviato speciale al vescovo di Milano per richiedere l'autorizzazione per le Cassine de Verghera all'autonomia parrocchiale; di casa nostra uno dei primi medici del paese; lustro e fama sopra ogni altro ci venne dalla vita santa ed esemplare della Beata Giuliana Puricelli, cofondatrice della comunità religiosa del Sacro Monte sopra Varese.
Tra i Puricelli illustri, Gian Pietro Puricelli (1589-1659), Monsignore, Prefetto agli Studi di Milano, studioso di fama, insigne storico. Durante il periodo napoleonico, visse nel gallaratese un Puricelli giurista, dotato di qualità di diplomatico sagace ed accorto: fu al servizio delle potenze continentali coalizzate contro Bonaparte.
Ci fu anche un Giuseppe Puricelli, nato a Gallarate nel 1825 e morto nel 1894, pittore di buone qualità che studiò all'Accademia di Brera sotto la guida dell'Hajez e del Sogni, e fece esposizioni a Torino e a Napoli.
Tra le pecore nere, invece, della famiglia, Carlo Purisello, giustiziato a Gallarate per omicidio nel 1637, e Carlo Puricello detto Filippino, arrotato (sottoposto cioè al supplizio della ruota con altri) nel 1747, sempre a Gallarate.
Quanti poi i Puricelli che si sono sparsi nella provincia di Varese e oltre?
Il maschio era anche la salvaguardia e la garanzia per la conservazione del patrimonio: terreni, case e bestiame. Tutto restava della famiglia. Una figlia, sposando, avrebbe cambiato nome e avrebbe “portato via” dalla casa dei vecchi avi la dote (la schirpa). Aveva un significato particolare la nascita del figlio maschio, specialmente se era il primo nato. Per lui in casa si mettevano in atto tutti i privilegi. Era il beniamino, il favorito, il protetto. L'istruzione era riservata soprattutto a lui; i vestiti più belli erano i suoi, godeva della considerazione e del rispetto dei fratelli minori: era una specie di piccolo padre.
A destra e sinistra della tenda
E' risaputo che fino alla seconda guerra mondiale scoppiata nel quaranta, nella navata della nostra chiesa le donne (solo le donne!) stavano nella parte sinistra, mentre nella parte destra stavano solo gli uomini. I figli piccoli erano custoditi dai papà, le figlie piccole dalle madri. C'era il gruppo degli anziani, il gruppo giovani, il gruppo fanciulli e ogni gruppo aveva il suo istruttore di dottrina e di catechismo.
Alcuni insegnanti da quei "bravi analfabeti" che erano, non sapevano né leggere né scrivere né parlare in italiano. Si esprimevano e insegnavano in dialetto, facendosi capire benissimo. Forse era più facile spiegare i misteri della fede e anche più facile capirli. Tre gruppi anche per le donne. E tre insegnanti. Per evitare che la tentazione spingesse gli sguardi degli uomini verso il luogo dove stavano le donne e viceversa, (il demonio era sempre in agguato, anche nelle chiese) una lunghissima tenda divideva la navata in due navate più piccole: la navata riservata (strettamente riservata) al genere femminile e la navata riservata (strettamente riservata) al genere maschile. L'istruttrice di noi bambini era la suor Prudenzia che, piuttosto piccola di statura, per farsi vedere e per vedere meglio saliva sul posapiedi di una panca. Lei parlava in italiano e qualche volta, agli ascoltatori più disattenti, tirava le orecchie.
L'organo suonato dal Romeo, il mantice girato qualche domenica anche da me, le cappelle immerse sempre in una penombra surreale, la balaustra così bella, di marmo color rosa antico, la tenda separasessi alla cui ombra vegetava la mia piccola dubbiosa fede: tutto finito, tutto Scomparso. Che pena per il cuore che non può vivere che di ricordi di sessant'anni fa.
Del nome del borgo di Busto
e della sua etimologia (2/3)
Livio nel libro Vo delle Storie scrive che in Roma presso l'Equimelio (?) esistettero i Busta Gallica, che così si chiamavano perchè ivi i Galli avevano bruciato i corpi dei loro morti di pestilenza; Cicerone nel libro III del De Legibus chiama Bustum il sepolcro; alla stessa maniera questo borgo fu chiamato Busto perchè qui, dopo la vittoria dei Galli contro gli Etruschi, i corpi dei morti furono cremati e sepolti (2). Quindi il nome del borgo nient'altro significa che cremazione di morti, incendio di sepolcri o sepolcro incendiato.
Io credo che sia avvenuto per ignoranza del volgo che Busto si trovi qua e là con la terminazione in i ma che invece il nome sia venuto per derivazione e che Bustum sia detto per sincope invece di Bustorum; così che si dovrebbe dire Arsizio dei busti, e incendio dei busti, non Busto incendiato.
(1) La denominazione medievale del borgo pare quella di Busti Arsizo. Il Ferrario (o. c.) ne adduce a prova una pergamena del 28 Febbraio 1171 ove leggesi tale nome.
(2) L'opinione del Crespi potrebbe essere accettata se anche i Galli Celti come i Romani avessero usato chiamare bustum il sepolcro o il cadavere cremato; ma ciò non risulta. Bisognerà perciò cercare un'altra spiegazione o rinunciare all'origine gallica.
Ciò è confermato e dall'antico linguaggio e dallo stemma del borgo. Infatti fu costume degli antichi chiamare questo borgo Busti Arsizio e quelli che qui nacquero furono chiamati non di Busto Arsizio ma di Busti Arsizio quasi dall' incendio del Busto o sepolcro.
Così pure lo stemma del borgo, contrassegnato da un duplice B, il secondo dei quali ha dipinto sotto una fiamma, mostra che si deve dire Busti, in numero plurale, non Busto in singolare, a guisa dei Busti che sono a Roma. Cosicchè diciamo Busto Arsizio invece di Bustorum Arsizio e incendio dei busti, poichè la fiamma dipinta sotto il B significa incendio e il doppio B significa pluralità. Nè questa nostra interpretazione discorda dall'uso degli scrittori più recenti, poichè anche i maestri del giure quando menzionano nello scrivere parecchie leggi usano la sigla LL; quando invece si richiamano a una sola legge scrivono un'unica L.
 
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17 febbraio 2024 - sabato - sett. 07/048
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Toponimi di Cazzago Brabbia
25) Streccione: in dialetto streciùn. È l'accrescitivo di stréc, dal latino strictus "stretto". Così sono chiamati questi appezzamenti di terreno lunghi e stretti che congiungono la palude Brabbia al Fosso di Mezzo.
26) Tarompa: in dialetto Tarumpa. Piccola zona a nord-est del centro del paese. Il nome è di dubbia interpretazione: una spiegazione potrebbe venire dall'elemento celtico tar diffuso nella toponomastica italiana (cfr. fiume Taro in Emilia affluende del Po). La voce tar è riconducibile all'indoeuropeo *tor/tar che copre l'area semantica del termine "veloce
27) Trébia: zona sul confine con il comune di Biandronno che si sviluppa longitudinalmente lungo il corso della Brebbia. La trebbia è un'erba magra utilizzata un tempo come cibo per alimentare il bestiame. Il nome "trebbia" potrebbe derivare dal latino tribula "erba spinosa", che forse continua una voce celtica
28) Turiùn: zona nel centro del paese a pochi passi dalla Chiesa cittadina. Il nome richiamava forse l'antica presenza di una torre oggi del tutto scomparsa. Turiun dal dialetto fùrr che continua a sua volta il latino turris "torre".
29) Vignicurin: piccolo appezzamento di terreno al confine tra l'antica suddivisione tra campagna e centro del paese. Il toponimo riflette con tutta probabilità la presenza di una vigna (v. Cadrezzate n. 38) ed è un nome doppiamente composto da due diminutivi, -icul (poi passato a -icur per rotacismo) e -in.
30) Volta d'Amore: la zona che prende questo nome è un piccolo terreno che si affaccia sul Lago di Varese bagnato dal lago tramite una piccola insenatura da cui il termine "volta" (dal latino volvere, "girare" in italiano, cfr. "golfo"). Il termine di specificazione "d'Amore" è di dubbia origine ed è segnalato nelle carte del Catasto Regio del 1905. In dialetto infatti troviamo il nome mur. Secondo Stadera murr è da intendere con la u breve quindi con il significato di "mora, frutto del rovo". In dialetto muur "amore" è pronunciato con la u lunga. È possibile che cartografi senza nessuna conoscenza del dialetto locale avessero frainteso il nome da indicare sulla carta e lo abbiano adattato romanticamente secondo la propria interpretazione
LA PASTASUCIA E LA CUMÀ
(LA PASTASCIUTTA E LA LEVATRICE) (2/2)
Per le femmine pochi riguardi: lavoro domestico, apprendistato dalla sarta del paese, niente istruzione, che per loro veniva considerata una spesa superflua e quindi inutile.
I bambini venivano portati al fonte battesimale dopo otto o dieci giorni dalla loro nascita. I genitori temevano di lasciare il piccino nelle mani del peccato originale, di cui, mi sia concesso dirlo, non avevano colpa alcuna. La cerimonia del battesimo era solenne e di carattere fortemente religioso. Motivo per riunire la parentela e rinsaldare così i vincoli di affetto che allora erano molto più sentiti. C'era poi "l'immissione" nel novero dei credenti di una nuova anima innocente.
Niente banchetti milionari, pellicce milionarie, fuoriserie milionarie: ci si comportava come dettava la semplicità e lo stato economico- sociale della stragrande maggioranza dei vergheresi (i quali non si vergognavano della loro onesta povertà). Le puerpere, da parte loro, si facevano un dovere sacrosanto di allattare la loro prole. Vivevano prigioniere, per quaranta giorni, della tradizione che le considerava donne "speciali" che non potevano (non ho mai capito e saputo per quale motivo) attraversare o uscire dal cortile fino a quando la benedizione del parroco toglieva il divieto e le reintegrava nella vita normale. Che cosa c'era che non andava nell'aver dato la vita a un nuovo mortale? Non è un comando divino il moltiplicatevi? E il fantolino, l'innocenza fatta persona, che non aveva chiesto a nessuno di nascere, che, aperti gli occhi, non aveva fatto altro che piangere, dormire e succhiare il latte dal seno materno? Cosa c'entravo io coi peccati di Adamo ed Eva che, forse, non sono mai esistiti e con la fantasia malata e assurda di teologi disoccupati?
Il peccato originale: illogicità che non ho mai compreso.
Al principio di questo capitoletto ho parlato della levatrice, la nostra "cumà". Nel servizio sanitario affiancava il medico condotto: aveva cognizioni di scienza e arte medica, ma era soprattutto preposta alla nascita dei piccoli vergheresi.
La nostra Rosa Righini, madre del dottor Colombo, ha assolto con maestria ed umanità il suo compito per quasi mezzo secolo: dal principio degli anni venti fino alla fine degli anni sessanta.
Di carattere cordiale, estroversa, pronta a qualsiasi chiamata, durante il giorno o durante la notte, col buono o il cattivo tempo, ha fatto vedere la luce a molti nati prima e dopo di me. Era larga di consigli, rincuorando infondeva fiducia e dava, anche se non richiesti, aiuti materiali a chi si trovava in condizioni economiche precarie. Quando mi capita di vedere un bambino nato da poco, riappare sempre nella memoria la tua faccia bonaria e gentile, indimenticabile sciùra Rosa.
Le strane statue del Duomo - (Duomo di Milano)
Non tutte le statue del Duomo di Milano hanno avuto la stessa fama della Madonnina, protagonista di detti popolari e celebri canzoni. Tuttavia, il Duomo nasconde parecchie sorprese per chi abbia la voglia di cercarle tra le sue terrazze. Si comincia con due lottatori: Primo Carnera, l'italiano che conquistò il titolo dei pesi massimi nel 1933, e Erminio Spalla, attore in molti film, tra cui Miracolo a Milano. Poi il leggendario drago Tarantasio, che terrorizzò gli abitanti dell'antico lago Gerundo, dal fondo del quale emanava lingue di fuoco e odori pestilenziali. E ancora, l'antesignana della celebre Statua della Libertà di New York: una signora con fiaccola e corona posta sulla facciata del Duomo, sopra al portone centrale. Tra le guglie si nascondono anche Dante, Toscanini, una statua del Duce ampiamente ritoccata nel Dopoguerra e persino un tributo a un piccione. Non manca, infine, una nutrita varietà di attrezzi sportivi: racchette da tennis, palloni da rugby, piccozze, insomma, un mondo oltre a quello dei santi, tributo alla vita laica della città.
LA FESTA PATRONALE (1/2)
Era divisa in quattro parti la festa patronale, che cade all'otto settembre, giorno della natività di Maria Vergine, ma festeggiato la prima Domenica antecedente o posteriore a tale data.
1a parte: quella di carattere religioso: la messa, la comunione, visita, in paese, alle cappelle e agli archi trionfali;
2a parte: la brugheràa: pranzo e divertimenti in un bosco poco lontano dall'abitato; non più di un quarto d'ora a piedi con andatura turistica.
3a parte: in prima serata la processione per le vie cittadine; preannunciata in precedenza per dare modo agli abitanti del luogo di addobbare convenientemente cancelli, porte e finestre.
4a parte: dopo le nove concerto in piazza. Musica operistica e operettistica, qualche vecchia canzone romantica.
Era orgoglio di ogni cortile di mettersi in gara per allestire la cappella migliore con statue di santi e animali, getti d'acqua, laghetti, montagnole coi castelli sulla sommità, giochi di luci colorate, festoni intrecciati di fronde di sempreverdi guarnite da una infinita varietà di fiori, naturali e finti.
Festoni di fiori dunque e di carte colorate; "sandaline" bianche e rosse, appese sulla cima di pali piantati la settimana prima della festa in posti fissi, tese nel bel mezzo e lungo i lati della piazza, da muro a muro, lungo le vie principali e le vie della periferia.
Sulla piazzetta della chiesa o in piazza grande erano allineate bancarelle di dolciumi, di palloni multicolori, di trombette e fischietti. Era un continuo andare e venire di gente a piedi che spingeva a mano le biciclette un mare di gente che arrivava dai paesi vicini: colori, spari di mortaretti, suoni di ogni sorta, vociare continuo. Ricordo che, prima della guerra, mischiati coi venditori ambulanti, c'erano anche i cinesi col fascio delle cravatte appese al braccio sinistro: "Signoli, merce pella, costa poco". Avevano una vocettina femminile, dolce e delicata, erano rispettosi e discreti.
La tensione durava tutta la mattina. Per noi bambini si trattava di alta tensione.
Verso mezzogiorno il paese si spopolava: silenzio e solitudine si impossessavano di tutte le vie. I forestieri tornavano ai loro paesi; i vergheresi invece si preparavano per andare al buscc dul frà per la brughierata.
 
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18 febbraio 2024 - domenica - sett. 07/049
redigio.it/rvg100/rvg-07-049.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
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BALÓN E AQUILONI
Altro momento storico della mia prima fanciullezza, molto vivo nella mia memoria, ricordo più che chiaro non appena una qualsiasi occasione me lo richiama dalle ombre del passato. Chi conta più o meno i miei anni ricorda ancora quelle piccole mongolfiere o palloni dalle forme più strane che il vento, nei giorni del lancio, spingeva da Gallarate verso le campagne e le case del nostro paese, e che tenevamo sott'occhio per delle ore intere nel timore che il vento, cambiando d'improvviso direzione, le spingesse o verso la collinetta di Cardano o verso i boschi di Busto?
Si restava trepidanti col naso in aria, si sollecitava, col cuore in gola, il momento in cui incominciava, tra molti tentennamenti, il lento digradare, con sbandamenti, con riprese improvvise, discese, risalite, sbalzi. Volevamo a tutti i costi, essere i primi a mettere le mani sul piccolo aerostato; per noi era titolo di orgoglio portare a casa nostra, in mostra per chi volesse vederli, i resti ambiti della incerta trasvolata. Anche noi di Verghera, per qualche anno, con non troppa fortuna in verità, abbiamo copiato e tentato di imitare i brusa balon da Galarà. Ma vuoi per la imperfetta costruzione dell'aeromobile, o per la dinamica irrazionale o per il fuoco di spinta insufficiente e non sempre tenuto costante, se era possibile effettuarne il lancio, non era possibile tenerlo in volo per più di dieci minuti, con nostro grande disappunto. Ma se non ci andava bene come "brusa balon" eravamo invece provetti lanciatori e navigatori nello spazio, con vento di brezza appena accennato, degli aquiloni. Azzurri, neri, rossi, a righe vistose gialle e verdi, con stecche rubate nottetempo alle stuoie delle finestre di casa nostra o delle vicine, con carta speciale che garriva come fosse vela di vascello in tempestosa traversata, leggera e forte ad un tempo, con code formate o da una striscia continua o con code ad anelli concatenati, uniche attaccate all'apice inferiore del corpo fatto a rombo, o doppie pendenti spigoli laterali o addirittura a tre code, lenti e maestosi come fortezze volanti.
Seduti sulle balze erbose della montagnetta, dietro al cimitero vecchio, li seguivamo, in trepidazione costante quando prendevano quota, lentamente ma progressivamente, minuto dopo minuto. Che delizia, che ansia, che voglia di azzurri spazi infiniti.
Il nostro cuore saliva con gli aquiloni sugli altopiani. Il tempo si fermava immobile fintanto che durava l'incanto. Magia degli anni trenta. Eravamo appena decenni. La bellezza dei sogni fatti di niente, dell'azzurro del cielo, dei raggi del sole, del verde e dei colori dei fiori. Prima uno, poi due, tre, fino a cinque, fino a dieci: aquiloni in contemporanea libera uscita, in competizione con passeri, rondini, piccioni, diventavano quasi uccelli essi stessi, le nostre grida che li seguivano, che li incitavano, che si spezzavano quasi terrorizzate quando un colpo improvviso di vento li faceva ondeggiare come se andassero alla deriva, come se stessero per precipitare, il respiro di sollievo quando tutto si ricomponeva e il volo ridiventava tranquillo. Mentre scrivo, col cuore colmo di tristezza, mi domando con angoscia dove si è dissolta la mia fanciullezza, dove sono andati a finire gli aquiloni, dove sono volate le oche che spingevo al pascolo nei giorni spensierati delle vacanze estive, dove è svanita la gioventù beata dei primi pantaloni lunghi.
In questo momento di malinconico stupore "io vivo altrove e sento che intorno sono nate viole"!
Non terroni, ma milanesi
Erano gli anni Cinquanta. Io ero una ragazzina del liceo e abitavo non lontana dal quartiere Isola. Li i dialetti di tutt'Italia milanese compreso - si mescolavano allegramente, e tutti si capivano. Tra vie e viuzze piene di botteghe di ogni tipo c'era un frequentatissimo «trani» (il cui nome derivava dall'omonima città della Puglia da cui erano emigrati molti pugliesi che commerciavano vino, frutta e verdura). dove capitai un giorno per comprare del vino sfuso per la mia famiglia. Solito brusio e chiacchiericcio degli avventori, seduti ai tavoli a bere e a giocare a carte, poi di colpo scoppia un diverbio con urla tra i clienti. Improvvisamente, uno di questi si alza e con voce irata dice al suo interlocutore: «Fa no el bauscia!». Alla strascicata parlata pugliese si era sostituita con chiarezza e incisività irresistibile la <<lingua>> milanese, che meglio sembrava esprimere i sentimenti di chi l'aveva pronunciata. In quel momento mi è venuto un dubbio: che i «terroni> fossero spariti, che non ci fossero più?
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Per vangà e zappà no besogna degiunà. Per vangare e zappare non bisogna digiunare.
S'el piœuv a san March o a san Grigou l'uga la va tutta in cavricu. - Se piove a san Marco o a san Gregorio, l'uva va tutta in pampini.
Someneri desembrin el var nanca trii quattrin.  - Seminare in dicembre rende ben poco.
Tajadura malfada, pianta ruinada. - La potatura fatta male rovina la pianta.
Vendembia temporida, de spess la va fallida. - La vendemmia fatta troppo presto è spesso disastrosa.
Del nome del borgo di Busto e della sua etimologia (3/3)
Nè è da meravigliarsi che nessuno prima d'ora abbia posto mente a ciò perchè anche coloro che sono istruiti nelle umane lettere, seguendo l'uso comune considerazione alcuna degli antichi monumenti, che per noi devono essere un fortissimo argomento, hanno qua e là adoperato il nome Busto Arsizio al singolare. Più impropriamente uno scrittore (1) volle inventare il nome Busto Artitio derivandolo dalle molte arti che nel borgo in ogni tempo furono esercitate, perchè le antiche tavole fanno fede che il borgo non si chiamò Artitio ma Arsizio da " ardere, (2).
E tuttavia non nego che se, abbandonato il prisco linguaggio, fosse concesso di trovare un nuovo vocabolo, questo di Artitio ben si addirebbe a questo borgo, perchè non v'è quasi nessun altro luogo del territorio milanese che possa con ragione esser paragonato a Busto per la molteplicità delle arti
Infatti non v'è casa quasi in cui non sia esercitato qualche mestiere. Ai giorni nostri sono aperte cento- quaranta officine e sessanta si possono ancora vedere chiuse, le quali si deve credere siano servite non ad uso di botteghe ma di laboratori.
Per questa ragione colui che disse che il nome di Busto Arsizio deriva dall'esercizio delle arti, ha la sua parte di merito.
(1) Non mi è stato dato di trovare chi sia questo scrittore. Forse qui il Crespi allude ad Alberto Bossi o al Gallazzi. (vedi prefazione).
(2) Secondo il Rampoldi: Corografia d'Italia, l'appellativo Arsizio rimonterebbe al sec. IX e sarebbe dovuto a un grave incendio che in quel tempo avrebbe distrutto interamente il borgo; cosa non improbabile dato il materiale, legno e paglia, con cui erano allora fabbricate le case.
LA FESTA PATRONALE (2/2)
Col fagotto dei cibi sotto il braccio, incominciava l'esodo verso il bosco. Lunghe file di persone, a gruppi "per famiglia", parlando del più o del meno, cantando canzoni popolari, in un clima di forte eccitazione. Nel bosco, dove era già stata posta nel bel mezzo di uno spiazzo erboso una botte capace, colma del miglior vino nero, c'era anche il banco di mescita con bottiglie dei liquori più vari.
Si mangiava seduti sull'erba: polli arrosto, bistecche, salamini. La gente vuoi per il caldo, vuoi per il cibo, vuoi per il vino, arrivava subito alla "pressione" giusta. Pressione che raggiungeva il culmine, quando, venuto il momento più sospirato, un distaccamento della banda musicale (per lo più clarinetti) attaccava con brio e foga valzer, polche e mazurche.
Aveva inizio il ballo preannunciato da tre formidabili colpi di cembali. Apriti cielo. Giovani, anziani, vecchi, uomini e donne, tutti facevano a gara a chi era più originale, più resistente, più bravo.
L'improvvisata jazz-band non si risparmiava; non si risparmiavano i ballerini; nemmeno quelli che assistevano ai bordi della pista si risparmiavano incitando e acclamando. Un motivo più sfrenato dell'altro: la riserva di fiato dei musicanti e dei ballerini era inesauribile, Bacco permettendo. Avanti tutta fino al crepuscolo, perché ormai era giunta l'ora del ritorno. Di stelle era palpitante la volta celeste. Nel cuore c'erano tanti rimpianti e tanta malinconia. La processione serale col simulacro della Vergine cambiava itinerario ogni anno ed era sempre suggestiva per le luci che i partecipanti recavano in mano, gli stendardi, il baldacchino dell'officiante, le ali di folla assiepata lungo le vie del percorso. E dulcis in fundo, a coronamento della giornata, la banda cittadina teneva in piazza grande, il concerto strumentale: ouvertures, intermezzi, preludi e pot- pourri di opere e operette celebri.
Durante l'esecuzione dei vari brani il silenzio era totale e generale era l'attenzione degli astanti che non lesinavano battimani e consensi. Qualcuno accompagnava canticchiando sottovoce o fischiettando allegro e spensierato.
La festa del paese era sentita e goduta come una giornata speciale, tutta dei vergheresi, seconda solo al Natale. O forse, per l'allegria e l'eccitazione, anche più del Natale.
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RVG settimana 08
 
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Milano-Galleria -Il parto - Una gestazione travagliata  (1/2)
Al compimento della prima fase dei lavori, cioè del completamento della Galleria vera e propria, con esclusione degli ingressi monumentali e di qualche particolare interno, la grandiosa opera nata dal progetto mengoniano fu con rapidità, senza esitazioni, adottata con grande affetto dal popolo ambrosiano. Da tutto il popolo ambrosiano, senza distinzione di condizione sociale o intellettuale.
A nessuno poteva sfuggire l'opportunità di disporre, in pieno centro, di un ampio spazio coperto entro il quale, al riparo dalle bizze del tempo, passeggiare, soffermarsi a chiacchierare, oltre, naturalmente, a sfuttarne il breve e comodo percorso per giungere con maggior rapidità da piazza del Duomo a piazza della Scala. I milanesi ne fecero prontamente il loro "salotto" definizione affettuosa rimasta nell'uso comune ancora oggi, il vero centro della vita sociale e mondana della città, fiore all'occhiello e simbolo, insieme con il Duomo e la Madonnina, della metropoli lombarda.
Ma poiché, come recita il proverbio, << non c'è rosa senza spine», anche il lungo iter progettuale e realizzativo di questo "fiore all'occhiello" non era stato privo di ostacoli, difficoltà, perplessità, giudizi negativi. Né di disavventure economiche.
Il primo atto dell'amministrazione presieduta da Antonio Beretta, non appena insediata, fu quello di far realizzare un rilievo in scala 1:1000 della piazza del Duomo e sue adiacenze, da esporre in pubblico affinché chiunque potesse esprimere idee e suggerimenti per la sistemazione della piazza e la costruzione della "via", o "bazar”, da intitolare a Sua Maestà il Padre della Patria.
Il 3 aprile 1860 tutto era pronto. L'iniziativa comunale era resa nota alla popolazione tramite un manifesto in cui si leggeva: « [...] A tale scopo la Giunta municipale fece appositamente rilevare una esatta pianta della parte centrale della città, e ne tiene disposto buon numero di copie litografate in iscala 1:1000. I cultori quindi dell'edilizia e dell'arte che intendessero interessarsi dell'argomento, sono invitati a presentarsi a questi uffici municipali, ove potranno ottenere queste copie per farne oggetto di studio. Quelli che intendessero presentare dei progetti, vorranno tracciare, anche solo in semplici linee iconografiche, il perimetro della nuova piazza del Duomo, e il piano di sistemazione delle corsie e delle piazze vicine, anche mediante nuove vie. I disegni dovranno essere corredati da scritti o memorie.
Dal 1945 al 1960 (1/13)
(milanoeuvcentquarantacinq - milanoeuvcentsessanta)
C: El fascismo finalment l'era finìi, ma me par ch'éren minga tucc d'accord a fà andà i ròbb a la stessa manéra; socialisti, comunisti, democristian, che staven insèmma quand faseven i partigian, adèss che gh'era pu el nemis fascista hann subit cominciàa a taccà lit e gh'hoo sentìi dì che sérom quasi adrée a fà on'altra guèrra civil tra quei che voreven stà cont i american e quei cont i russi. Se l'ha vorsu dì tutt sto gibilée per Milan?
M: Minga domà per Milan, ma per tutt el mond, che i paés che hann vinciuu s'eren miss d'accord per spartiss, soratutt America e Russia, e per fortuna, disi mi, l'Italia l'è toccada ai american....... Ma gh'è minga dubbi che la part pussée attiva de la Resistenza l'era fada de comunisti e de socialisti e 'sti chi tegniven per la Russia e se quai caporion i avariss minga tegnu a fren, eren pront a tirà foeura di cantinn e di sorée i armi che tegniven ancamò, sconduu per l'evenienza. Tra l'alter gh'è anca de dì che gh'era giamò on governo italian da pussée d'on ann che l'aveva in quai manera miss d'accord comunisti e democristian, e poeu bisogna minga desmentegass che quasi tutta l'amministrazion pubblica l'era ancamò quella fascista, e sarìa stàa praticament impossibil cambialla tutta senza fà andà tusscoss a gamb all'aria, anca se éren minga pocch quei che voréven ona bèlla epurazion. E inscì la gh'è stada ona amnistia general che l'ha vorsuu tiràgh sora ona riga decisa e fà desmentegà quell che gh'era success in di ultim vint'ann. La stessa ròbba l'è succeduda tra quei che in de la guèrra eren stàa i peggior nemis; per esempi, già dopo nanca 5 o 6 (cinq - ses) ann, in di vacanz al mar, i mei client di pension de Rimini éren i todesch, magari cont el visin de ombrellon inglés, e sa Dio se gh'era anca quaighedun de quei che aveven fa i guardian o pégg in di camp de stermini, o gh'aveven partecipàa a di terribil massacri, o che gh'aveven trà giò cont i sò bomb mèzza Italia. Difficil per tanta gent de mètt ona preia sura, ma la voeuia de tornà a viv l'è stada pussée forta, anca se bisogna mai desmentegass de tutt el mal che gh'è stàa fàa.
C: Adèss semm tucc europei, ona ròbba che per i nòster vèce la saria paruda de minga créd, ma la gh'ha portàa ormai pussée de 75 (settantacinq) ann de pas, anca se par che sien minga tuce inscì content, vist che seguita a crèss l'insofferenza de tanti Region che voeuren fà in de per lór e vèss indipendent, e nun chi a Milan ne savèmm quaicoss, cont la nostra Lega. Ma tornèmm a la nostra Milan e a quei ann lì del dopoguerra.
SUI BANCHI DI SCUOLA (2/2)
In terza, allevammo in classe i bachi da seta (i bugatt). Allora c'erano ancora molti gelsi (i muròn) nelle nostre campagne in lunghi filari. Chi componeva i pensierini più belli o risolveva per primo il problema di aritmetica, riceveva, come premio, l'incarico di fare il rifornimento delle foglie di gelso, nutrimento indispensabile di quegli insetti preziosi. Si chiamava, la mia maestra, Ida Comuni, milanese, ed era, qualche anno fa, ormai più che novantenne, ancora viva. Ci spiegava che differenza c'era tra cimitero (parola greca che vuol dire dormitorio) e camposanto, voleva che dicessimo rosolacci e non papaveri e che la corte era quella dei re, la nostra, invece, (la mè curt) luogo di abitazione di noi povera gente, era il cortile. L'ho rivista qualche anno fa nella sua abitazione milanese di via Mecenate, ancora di animo giovanile, di spirito vivace e di grande umanità. Non c'era negli anni trenta la quinta elementare a Verghera, così che si doveva andare, per il compimento del ciclo, a Samarate o in qualche altro comune vicino. Si andava a scuola tutto il giorno mattina e pomeriggio; il sabato: lezioni manuali la mattina, il pomeriggio esercitazioni premilitari. A dieci anni! Giorno di vacanza era il giovedì. La quinta l'ho frequentata a Gallarate nelle vecchie scuole di via Seprio, ora demolite. Il mio maestro si chiamava Colombo; era di Cedrate e per farci imparare come si componevano i temi, ci suggeriva prima di scrivere in dialetto e di farne poi la traduzione italiana. Quant'acqua e neve, vento e nebbia; quanto freddo ai piedi e alle mani. Avevo in dotazione una cartella di cuoio che fu prima del mio fratello maggiore e dopo, del mio fratello minore. Resistentissima e molto larga, tanto larga che oltre ai libri ci stava comodo lo Zingarelli che contava duemila pagine. Anche la bicicletta, detta "sbarcela", passò nelle mani di tutti e tre. Tanto la cartella che la bicicletta, la usarono poi nostri giovani parenti. Esse, cartella e bicicletta, si comportarono sempre con grande dignità, senza vergognarsi mai della loro veneranda età.
Cave canem/2 - (20-21 giugno 1878)
Sono dunque avvisati i padroni di cani: i cani senza museruola saranno accalappiati ed inesorabilmente uccisi. Non si potrà più riscattarli nelle quarantott'ore, come fu permesso finora. Tutti i cani che vengono cacciati nel carretto dell'accalappiacani sono de' condannati che vanno alla morte. I cani accalappiati vengono trasportati al canile annesso alla Scuola superiore di veterinaria. Ci capitano talora de' cani di gran prezzo, cagnolini microscopici, cani del San Bernardo, cani di Terranova, cani da caccia delle migliori razze. Quando non vengono riscattati dai propri padroni, nessuno può salvarli. Debbono essere annegati. D'ora innanzi non saranno più annegati dopo quarantott'ore, ma appena giunti al canile.
 
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20 Febbraio 2024 - martedi - sett. 08/051
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Milano-Galleria -Il parto - Una gestazione travagliata  (2/2)
Questi lavori dovranno essere consegnati entro il mese di giugno al Protocollo del Municipio di Milano, che ne rilascerà ricevuta; passato questo termine verranno esposti al pubblico, perché l'opinione e la stampa li possano discutere; il Consiglio comunale sarà poi chiamato a deliberare in proposito [...] ».
Il Consiglio comunale ne avrebbe discusso per i successivi sei anni. Benché non si trattasse di un vero e proprio concorso, l'<< argomento », come l'aveva definito la giunta Beretta, suscitò notevole interesse. Duecentoventi furono i progetti presentati da centoventi soggetti diversi (architetti, ingegneri, artisti e altri non meglio qualificati), per l'esame dei quali fu istituita un'apposita commissione che, come nella migliore tradizione italica, non conseguì alcun risultato effettivo. L'anno successivo, la lotteria organizzata allo scopo di raggranellare fondi per la costruenda piazza, nonostante l'interesse della popolazione per i destini del loro centro storico andasse aumentando, ebbe scarso successo.
Il Comune decise dunque di bandire un vero e proprio concorso, al quale parteciparono diciotto progetti che una nuova commissionegiuria, presieduta dal sindaco Beretta, poté esaminare dal giugno 1862. Nessuna delle proposte fu ritenuta meritevole di vittoria.
La commissione ritenne però che un progetto, firmato con lo pseudonimo "Dante" (sotto al quale si celava l'architetto bolognese Giuseppe Mengoni), fosse degno di approfondimento. Avviò dunque un nuovo complesso meccanismo di gara che prevedeva l'affidamento agli autori dei tre progetti più interessanti (quello, citato, del Mengoni, più quelli di Carlo Pestagalli e Nicola Matas) della stesura di un nuovo progetto collegiale per la Galleria e di tre distinti progetti per la piazza. Il risultato di questa gara fu che Matas si ritirò, a causa di precedenti impegni, e Mengoni e Pestagalli presentarono due nuove proposte. Per quanto riguarda la Galleria fu accettato il progetto Mengoni, mentre in relazione alla piazza fu indetta una ulteriore gara tra i due architetti. In una riunione del settembre 1863 il Consiglio comunale si rese però conto dell'assurdità di un simile concorso che, se portato a compimento, avrebbe potuto, in caso di vittoria del Pestagalli, minacciare l'unità del disegno del complesso piazza-Galleria e adiacenze. Si decise dunque di affidare a Giuseppe Mengoni la stesura di un progetto complessivo.
Dal 1945 al 1960 (2/13)
M: Del '45 (quarantacinq) t'hoo giamò di quell che gh'è success, de l'agonia del fascismo in di primm quatter més, ai disordin che gh'hinn seguitàa, a la cunta di dagn e finalment al principi de la ricostruzion de tusscoss, di fabbrich, palazzi, monument, ma anca di co di milanes, che domà Dio sa quanti de lór fina a ier se vesti ven cont la camisa e adèss vann in gir cont la bandera rossa. Gh'emm inscì de ricordass la storia bòna de quei che gh'hann subit cominciàa a risvoltass i mànigh e a tirà su Milan, e quella grama di opportunisti che in mezz al disordin gh'hann trovàa de fà i sò interess, magari profitand di disgrazi de tanta pòvera gent che viv l'ha dovuu svend quell pocch che 'l gh'aveva. I ann dopo hinn stàa come ona gran valanga, che però invece de portà alter dagn, per nostra fortuna l'ha miss in moviment i mei qualità di milanes e l'ha fàa vegnì foeura la voeuia de vèss ancamò el motor de l'Italia. Certo, éren minga tucc ròs e fior, ma in 'sti 5 (cinq) ann del primm sindich de la repubblica, gh'è de recordass tanti ròbb in positiv; giamò nel '46 (quarantases) s'hinn dervì la Féra e la Scala, dò di glori mondiai de Milan, on para d'ann dopo on'altra gloria, questa noeuva, gh'è nassuu el Piccolo Teatro, e poeu hinn stàa i ann di fabbrich giustàa, Pirelli, Breda. Falk, ma anca de quei noeuv, la Innocenti cont la Lambretta, la Ignis cont i frigorifer, la Candy, cont i lavatris che tanto hann cambiàa la vita a vialter donn, e poeu tanti fabbrich pussée piscinitt, ma che hann vorsuu di tanto per quell che la saria poeu stada Milan in di ann a seguì; e gh'è stàa anca el temp per mètt ona noeuva porta del Dòmm. E s'è tornada a dervì la Rinascente, che la s'era trasferida in del palazzi de la Reson, in piazza Mercanti. Comunque 'sti ann '40 gh'hann pocch de bon de fass ricordàa, prima cont la guèrra e poeu cont tanta miseria, e anca cont di disgrazi, come quella del Turin, la squadra de calcio, che anca se l'era nò de Milan l'era ben vorsuda anca chi, e che nel magg del '49 (quarantanoeuv) la s'è sfracellada cont l'aeroplano contra la Basilica de Superga.
C: Me ricordi, l'è stada debon ona ròbba che l'ha fàa piang on po tutta l'Italia. Ma in mezz ai disgrazi, gh'emm de considerass fortunàa che sia i todesch che scappaven, sia i american e i partigian che rivàven, hann minga trà giò anca quell che l'era restàa in pée, anzi me par che i famigerati palazzi simbol del ventennio hinn stàa dopràa dai noeuv governant. Meno mal che el bon sens el gh'ha avuu el sopravvent sora la voeuia de fa sparì tutt quell ch'el ricordava la dittatura.
VITA E MORTE DI ANIMALI (1/4)
Mi ha invogliato a scrivere sugli animali la domanda che mi ha rivolto una signora, mentre in biblioteca, pochi giorni prima del Natale, si parlava del più e del meno. Come si fa ad uccidere un bue? ('1 manzò). Come si fa adesso, non lo so. Quando ero un ragazzino si uccidevano sparando loro nella testa un colpo di pistola (soprattutto per i tori); oppure conficcando con forza un martello a forma di cono nel cervello della bestia che veniva preventivamente bendata. In tutti e due i casi la morte era istantanea.
Il maiale, la pecora e la capra si sgozzavano. Al coniglio preso per i piedi posteriori veniva inferto un fortissimo fendente col bordo della mano tra capo e collo, dietro le orecchie. Alla gallina si ficcava la punta della forbice nell'occhio o le si tirava, con forza, il collo. Le oche erano dure a morire. Mia mamma stendeva il loro collo sotto il manico della scopa su cui poggiava i piedi e tirava per le gambe la malcapitata che qualche volta, se il collo non era stato tirato a dovere, vagava, ma per poco, come una sonnambula intorno al cortile, stramazzando dopo una decina di passi percorsi barcollando.
Il sangue delle vittime veniva raccolto in recipienti e si usava per farne speciali frittelle o si utilizzava per confezionare, soprattutto col sangue dei maiali, squisiti sanguinacci.
Le galline erano la nostra carne della domenica. I manzi uccisi dai macellai del paese venivano per lo più allevati nelle nostre stalle, erano quindi eccellenti come carne. Che brodi e che risotti! E che bistecche: niente acqua misteriosa e niente gonfiature dovute agli estrogeni; risultavano tenere e saporite da leccarsi le dita. Poiché molte famiglie allevavano animali, quando arrivava per loro il momento buono, venivano condotti per essere fecondati dal Coppe che stava di "stalla" nelle campagne tra Verghera e Busto, dopo la cascina del Prete. Questo accadeva per le pecore e le capre, allevate soprattutto per il latte, la riproduzione e le pelli che, conciate, si stendevano sui letti per scaldare d'inverno i piedi infreddoliti. Le mucche, invece, le portavano alla stazione di monta taurina regolarmente autorizzata e famosa nella zona per il vigore e la infallibilità dei "tori di servizio". Noi ragazzini venivamo spesso colti in flagrante come guardoni, mentre, attaccati alle inferriate della finestra, adocchiavamo un po' ignari e molto stupiti il fenomenale, inspiegabile evento. Il sacro mistero (e poi dicono che allora non c'era niente di bello da vedere!) si recitava in via Eusebio Pastori sul lato destro della strada appena dopo il prestino del Pietro Macchi. Ho ancora nelle orecchie i muggiti lamentosi e prolungati di quelle povere bestie.
LA PIA
Non "ricordati di me che son la Pia", del purgatorio dantesco ma la Pia natalizia che era con frequenza suonata durante le feste della natività dall'organo della vecchia chiesa. Chi ricorda i pastori d'Abruzzo che passavano di casa in casa, per i cortili e le strade del paese, poco dopo la metà di dicembre e che come le rondini tornavano tutti gli anni? Due uomini anziani e un ragazzo di non più di dieci anni. Uno suonava la zampogna, il secondo dava voce acuta a un piffero di legno e nello stesso tempo, azionando col piede una mazza legata a un filo batteva ritmicamente su di una specie di grancassa che portava sulle spalle. Il ragazzino, con un piattino di metallo in mano e sull'altra un pappagallo e i foglietti colorati della buona ventura, passava di uscio in uscio a raccogliere l'obolo della gente. Restavano in paese una mezza giornata e per tutte quelle ore si sentiva, proveniente dalle parti della chiesa, dalla via san Bernardo da via Indipendenza o dalla via Eusebio Pastori l'ansimare roco e stanco della zampogna e gli striduli piagnistei del piffero. Mia mamma, che non mancava mai di trarre insegnamenti dagli eventi e dai fatti che tutti i giorni ci capitano sotto gli occhi, metteva in rilievo la fatica del vagabondare quotidiano del povero ragazzo vestito di stracci e forse affamato, con la nostra vita di perdigiorno. Viòltar - ci diceva si nasùu cun la camìsa. Noi che eravamo nati secondo mia madre cun la camisa vivevamo di minestrone e di patate. Come si vede 'na camisa un po' tropp strència. Ma alla sera, rimbeccava mia mamma, non avevano un letto in cui dormire e un po' di fuoco con cui scaldarsi. Suonavano, gli zampognari, canzoni e filastrocche delle loro regioni e, di quando in quando, il brano della Piva che mi restava nelle orecchie, anche quando nel dormiveglia che precedeva il sonno, stavo volando, con ali fatate, verso il mondo dorato dei sogni.
 
 
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21 Febbraio 2024 - mercol edi - sett. 08/052
redigio.it/rvg101/rvg-08-052.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
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Milano Galleria - Demolire per ricostruire
Nell'evolversi delle vicende succintamente narrate, l'opinione pubblica, intanto, a mano a mano che le proposte si rendevano note, non mancò di prendere posizioni. Che erano in gran parte avverse ai faraonici disegni del Mengoni che la Giunta aveva fatto propri.
Erano molti i milanesi che non vedevano di buon occhio sventramenti e demolizioni che l'amministrazione andava progettando e attuando (non soltanto in merito alla costruenda nuova piazza del Duomo) in nome di un allineamento di Milano con le altre grandi capitali europee, affinché «< in un avvenire più sollecito e vicino, abbiano a sorgere tra di noi quegli istituti di utile pubblico, che in mezzo a' suoi agi ancora invoca la nostra città », come aveva precisato il manifesto comunale del 3 aprile 1860.
Così si esprimeva Cesare Correnti (1815 - 1888), milanese DOC, patriota, politico e scrittore, poi senatore e ministro del Regno, in una famosa lettera alla contessa Clara Maffei: << Quest'Italia nuova Dio la benedica! ma fin qui è un corpo che non ha ancora trovato un'anima. E intanto l'anima della nostra vecchia Milano se ne va. Forse mi farà cieco il dolore, forse, avendo finito io, mi par che molte cose, le quali mi furono sante e dilette, minaccino di finire! ». E così la pensava una buona percentuale della gente milanese. La stampa, ovvero gli intellettuali, era divisa tra chi sosteneva a gran voce le istanze di rinnovamento invocate dagli amministratori e coloro che, al contrario, profondamente abbarbicati alle loro radici, respingevano a priori qualsiasi progetto di ammodernamento di un tessuto cittadino che, a onor del vero, necessitava, in molti suoi settori, di una operazione di "ripulitura" dal secolare sovrapporsi di brutture edilizie e storture urbanistiche.
Il buonsenso avrebbe potuto consigliare di trovare una ragionevole via di mezzo tra la conservazione totale e la demolizione radicale. Purtroppo l'ansia di fare presto qualche volta in buona nel cercare di fede; troppo spesso imposta dalla speculazione dare a Milano un volto nuovo, più consono al nuovo status di metropoli (risultato poi vieppiù ottenuto con l'annessione dei Corpi Santi al territorio del Comune di Milano, nel 1873), provocò, nei fatti, la distruzione di una grande parte della Milano storica, con la conseguente perdita di un ingente patrimonio artistico e architettonico.
Una tendenza all'incontrollata ri forma dell'ordito urbano che, peraltro, diverrà una costante di tutte le amministrazioni ambrosiane che si avvicenderanno, dall'indomani dell'annessione alla corona sabauda, per oltre un secolo.
Per rimanere nel solo àmbito delle proposte per un nuovo complesso piazza del Duomo via (o galleria) da dedicarsi a S. M. il re Vittorio Emanuele II-e adiacenze, numerose e di rilievo erano le demolizioni prospettate; tra le più deprecate dai tradizionalisti, vanno segnalate quelle del cosiddetto "coperto dei Figini", rinascimentale, e dell'isolato del Rebecchino, di poco posteriore al precedente, entrambi antistanti la cattedrale, e la eliminazione del reticolo di antiche vie e viuzze a settentrione della cattedrale stessa, non senza la distruzione di edifici di pregio.
Non ultimo in ordine di importanza era anche il problema della disponibilità economica. Il popolo non era così sprovveduto da non rendersi conto che opere di tale mole avrebbero finito con il pesare in misura notevole, forse insostenibile, sulle sue già povere tasche.
VITA E MORTE DI ANIMALI (2/4)
Il tenutario della casa a luci rosse per animali con licenza di procreare, era un gigante che aveva moglie figli e figlie giganti come lui, di nome Carlèn dul Piciott, mutilato per una inguaribile ferita rimediata in una gamba durante la prima guerra mondiale. Col cuore in mano, allegro, sempre festoso, scanzonato, amante (con troppo vigore, direbbe Dante) del dio Bacco, cordialissimo con chicchessia, era dicitore finissimo di filastrocche che erano la delizia di noi bambini che ascoltavamo rapiti e a bocca aperta: "O Dio, c'è tanta polvere perché non piove più, io ho tanti debiti perché non pago più: vado dal fornaio e incontro il macellaio, vado dal salumaio e incontro il calzolaio... oppure:
"che cosa importa a me se non son bella, mi g'ho l'amante mio che fa il pittore, se mi dipingerà come una stella, che cosa importa a me se non son bella, e ancora, alzando sempre di più la voce che diventava roca: che cosa importa a me se il pan l'è caro, mi g'ho l'amante mio che fa il fornaro ecc.,
finché, seccatagli la gola per il gran declamare, non sentiva l'urgentissimo bisogno di un rinfrescante bicchiere di squinzano. Se ne andava alla chetichella lasciando di stucco l'uditorio che ignorava il motivo della repentina partenza.
Chi non aveva per casa un gatto, aveva certamente un cane. Non c'era casa che non avesse la gabbia col canarino e non fosse allietata dai trilli e dai gorgheggi dei piccoli cantori.
D'inverno ci si divertiva (divertimento crudele) a nascondere sotto la neve, le trappole con infisse sull'asticciola dello scatto, un granello di mais per catturare passeri e fringuelli.
Per le festività natalizie, le baldorie di fine anno, i banchetti propiziatori dell'anno nuovo, le massaie usavano per le bestie (ruspanti garantite) predestinate alle "paciate", un trattamento speciale, un sistema di "ingrassaggio" davvero doc. Dovevano arrivare al traguardo finale grasse a puntino per onorare degnamente la tavola sulla quale si riservava loro l'onore di comparire.
L'altro giorno passando in via Adriatico sull'angolo che fa con via Monte Bianco ho rivisto, come del resto tutte le volte quando ci passo a piedi o in bicicletta, la vecchia casa del Locarno Galdèn e, oltre che di lui (piccolo e magro, un quinto rispetto alla sua compagna, dall'aria furba, che a fischiare era più bravo di un merlo) mi sono ricordato di sua moglie senza riuscire, dopo tanto pensare, a tirare in mente il suo nome. Ho chiesto ad amici della mia stessa età, ma nessuno se ne ricordava più. Così, poiché ero deciso di venirne a capo, la mattina di Natale, ho girato e rigirato nel cimitero in cerca della tomba della famiglia di Galdino Locarno e dopo una mezz'ora buona l'ho finalmente trovata. Quante volte sono andato da lei coi galletti legati per le zampe, come Renzo Tramaglino quando va dal Dottor Azzeccagarbugli, per farli "capunàa"?
COM'ERA IL MIO PAESE (1930 CIRCA) - (1/3)
Sono confusi i ricordi di com'era il mio paese quand'ero fanciullo. Case demolite, alberi spariti, a volte basta un tetto rifatto, le imposte e una porta nuova per farci sembrare diversa una abitazione. In mezzo alla piazza c'era un pozzo: vi si andava ad attingere acqua, quando la rete per la distribuzione dell'acqua a domicilio era di là da venire. Dalla piazza iniziava la via Palazzo: via che finiva in un cortile dove era stata costruita la casa più alta del paese: tre piani! Sul lato sud della piazza c'era e c'è il monumento alla Beata Giuliana, benedicente, unica gloria della modesta storia paesana. La statua, alta tre metri circa, era stata voluta dalla popolazione (i tardi nepoti, come dice l'iscrizione) i primi anni del nostro secolo.
Sul principio della via Mazzini, a destra, c'era il forno pubblico, dove, ogni giorno e a turno, si cuoceva il pane: "i roo da pangiàld". Il forno era riscaldato con fuoco di fascine ed era attivo tutti i giorni feriali. Le ruote, così croccanti il primo giorno, diventavano sempre più rafferme col passare dei giorni. La provvista doveva durare una settimana intera per una famiglia che in media contava da quattro a sei persone. La piazza e le vie che vi immettevano erano acciottolate: mi tornano alla mente i selciatori intenti al lavoro con zappettine, seduti su seggiolini rotondi di legno dotati di una corta gamba per l'appoggio sul terreno. Venivano continuamente riforniti di selci e di sabbia; erano molto veloci nel lavoro, attenti e precisi.
Nelle giornate di temporale, soprattutto quand'erano violenti, tutte le vie che sboccavano nella piazza, vi portavano torrenti d'acqua piovana riempiendola nel giro di cinque minuti. Noi ragazzi, a piedi scalzi, vi scorrazzavamo in lungo e in largo, spruzzando getti d'acqua da tutte le parti e ci divertivamo un mondo.
Divertirci non era complicato come oggi e costava molto poco, a volte niente, come fare salti e giravolte in un qualsiasi posto della piazza nell'acqua alta che la allagava.
L'acqua che si raccoglieva in piazza durante il temporale, andava poi a riversarsi nel buzòn, nel "burrone", il cavo di via S. Bernardo che si trovava, a sinistra andando verso il cimitero, poco prima di arrivare alla chiesetta di S. Bernardo e che è stato colmato di terra su cui sono state costruite alcune case. Un altro cavo, ma di dimensioni più piccole, era stato aperto sull'angolo di via Mazzini con via della Vittoria che prima della seconda Guerra Mondiale era strada regolare per i primi cinquanta metri. Per il resto, fino allo stradone era una carreggiata stretta ed erbosa. Anche questo cavo, che fronteggiava sul lato della via Mazzini l'oratorio maschile, fu ricoperto di terra e vi si costruì sopra un condominio (via Mazzini, numeri 36-42).
       **************** fine giornata ************************
 
22 Febbraio 2024 - giovedi - sett. 08/053
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ALL'OMBRA DEL CAMPANILE - Le campane   (2/2)
Il 6 ottobre Don Guerrino Arnelli, fondatore della scuola S.Cecilia di Milano, provati i toni, dichiarò il concerto eccellentemente riuscito. Nel frattempo si completò il cupolino si sovrappose il parafulmine, mettendo anche in opera parte del castello.
Sabato 18 ottobre 1884: le cinque campane arrivarono a Gallarate e per la domenica seguente, si programmò di portarle a Verghera. All'occasione partecipò anche la "novella" società filarmonica del paese composta da venticinque giovani operai tessitori. Si addobbarono a festa anche i carri per il trasporto. Ne arrivarono quattordici. Si formò un lungo corteo: precedevano alcuni a cavallo, poi la commissione, poi la banda, indi i carri preceduti, fiancheggiati, e seguiti dalla popolazione plaudente, commossa di quella commozione che fa ridere e piangere nello stesso tempo, soprattutto sorpresa di vedere campane così grosse.
Giunti sul sagrato della Chiesa, le campane furono sospese sotto un elegante padiglione, pronte per la benedizione che ebbe luogo nel pomeriggio della stessa domenica 19 ottobre, impartita dal prevosto Gallarate don Federico Velloresi, delegato dall'Arcivescovo. campane secondo la consuetudine ebbero i loro padrini:
la prima campana dedicata a Maria Nascente, del peso di Kg. 1014 con tonalità "mi-bemolle", ebbe come padrino il sig. Locarno Giovanni negoziante;
la seconda, dedicata a S. Carlo, in memoria nel 3° centenario della morte, del peso di Kg. 691, con tonalità "fa", ebbe come padrino il Sig. Bianchi Angelo di Milano, generoso benefattore;
la terza, dedicata a S. Bernardo, del peso di Kg. 470, con tonalità "sol" ebbe per padrino il Sig. Puricelli Carlo fu Pietro, quale rappresentante della commissione;
- la quarta, dedicata a S. Anna, del peso di Kg. 373, di tonalità "la- bemolle", padrino il sig. Provasoli Francesco, esercente;
- la quinta, dedicata alla Beata Giuliana, del peso di Kg. 276, di tonalità "si bemolle", ebbe per padrino il Sig. Puricelli Giuseppe quale rappresentante la fabbriceria che scelse questa, nutrendo la speranza essere tra i discendenti della Beata.
Il peso complessivo delle campane è di Kg. 2825, e il prezzo oltre che delle campane, anche del cupolino, della riparazione dell'orologio, dell'imbiancatura del campanile e delle spese della festa, fu di circa Lire 9.000.
VITA E MORTE DI ANIMALI (4/4)
Ho avuto anche una gattina nera che combatteva alla pari con i topi di chiavica (i ratt da curmegna) così grossi che parevano essi stessi altrettanti gatti. Quando doveva entrare in casa, si aggrappava alla maniglia della porta, facendola, scattare e aprendo così il battente. Dormiva sempre accoccolata sui miei piedi e considerando il gelo che stazionava di continuo nella nostra camera, fungeva da graditissimo scaldino. Aveva il debole di essere spietata cacciatrice di uccelli, ma questo faceva piacere a mia madre che dagli uccelli si vedeva sempre sconvolte le aiuole appena seminate.
Per chiudere il capitoletto degli animali ricorderò come mio fratello Gianfranco allevò una covata di usignoli composta di cinque fratellini. Si sa che è molto difficile tenere in vita i piccoli appena nati. Non bisogna assolutamente dimenticarsi di loro neppure una volta sola, potrebbe essere la loro fine. Gli usignoli sono carnivori ed era necessario quindi, tagliuzzare il fegato, i lombrichi e la carne in genere, in minutissime particole adatte al becco, alla gola e allo stomaco degli uccellini che erano sempre lì con la gola spalancata in attesa del cibo. Sembrava sempre che fossero morti di fame, che non mangiassero chissà da quanto tempo. Mio fratello lavorava a turno alla manifattura di Rivoli, in via Matteotti, a Gallarate. Una settimana cominciava alle sei del mattino, una settimana alle due del pomeriggio. Ne conseguiva che distribuiva il primo pasto alle cinque del mattino e l'ultimo alle undici di sera, a seconda dei turni. Era una meraviglia e una grande soddisfazione vederli crescere tutti e cinque insieme. E crebbero e crebbero fino a che divennero grandi, capaci di volare. Mio fratello tenne il più bello e intelligente per sé, gli altri li regalò ad amici.
L'usignolo che allietò per vari anni col suo canto spiegato e brillante la cucina della nostra casa era un maestro cantore. L'Alfredo Milani - l'operaio maratoneta che ogni santo giorno, a piedi, andava fino a Crenna a lavorare - restava incantato sotto la gabbia a sentirlo modulare, in un crescendo travolgente, note dopo note, senza stancarsi mai. Lo paragonava a Tamagno, grande tenore morto a Varese, e degno antagonista di Caruso. Quando la sera tornava dal lavoro stanco per il tanto camminare e per la lunga giornata di fatiche, non andava direttamente a casa sua, ma si fermava davanti alla gabbia dell'usignolo. E l'usignolo, consapevole dell'onore che gli si tributava, apriva subito il becco per lasciare uscire una cascata irrefrenabile di gorgheggi. E come dice D'Annunzio "il cantore si inebriava del suo canto". L'è propi Tamagno, affermava l'Alfredo Milani che il canto aveva come riposato dalle fatiche della lunga giornata. Ma una volta - maledetta quella volta - mio fratello, mentre apriva lo sportelletto della gabbia per cambiargli l'acqua, lo lasciò scappare. Volò subito via l'usignolo con un volo basso e incerto fino a dove stava pensierosa la gattina nera che, appena lo vide, con un balzo degno del più bravo portiere del mondo, lo abbrancò a volo con stupefacente precisione e prontezza. Mio fratello pianse e la cucina restò muta fino a quando comprammo un canarino arz rosso e giallo, lui pure un maestro cantore. Anche lui chiamammo Tamagno. Si dimostrò degno della successione e del nome.
Ul paschè
E' il sagrato della chiesa. Questa parola la pronuncia sempre mia moglie bustocca. Qualche volta la parola l'ho sentita pronunciare anche dai nostri vecchi.
Era luogo sacro perché nei secoli scorsi vi si seppellivano i morti. PASCHE' è la contrazione e la pronuncia popolare delle parole latine PAX EIS, pace a loro. Che i fedeli pronunciavano come invocazione e preghiera, nell'atto di attraversare il territorio prima di entrare in chiesa, REQUIEM AETERNAM DONA EIS, DOMINE: a loro, dona o Signore, la pace eterna. Sul PASCHE' DU LA GESA, da bambini, giocavamo ai quattro cantoni. Senza saperlo, le nostre esclamazioni di gioia, tenevano compagnia alle anime dei morti che erano stati sepolti, tanti anni fa sotto i nostri piedi.
Qualcuno di loro era stato il nonno del nonno, del nonno di mio padre e quindi un mio antenato.
PASCHE', cioè, PAX TIBI, nonnino.
Il Pudore nascosto (8-9 ottobre 1877)
Erano dieci ore e mezzo d'ieri sera e in via del Pesce, vicino a una casa, dove la statua del Pudore è coperta con tanto di lenzuolo, successe un diavolio spaventoso. Che note acute! Che bassi profondi! Che accompagnamento di calci e pugni. Un tal M... Carlo, che non ostante sia macellaio, ha un cuor tenero tenero, e non può veder di cattivo umore neanche una mosca, voleva ristabilire i buoni accordi tra quelle furie, ma una di quelle lo percosse con un bastone, lo contuse, e un'altra gli rubò l'orologio!
Cenci in questura - (22-23 ottobre 1877)
L'autorità ha disposto che gli ubbriachi raccolti come cenci per istrada dai vigili urbani e dalle guardie di Pubblica Sicu rezza, in luogo di essere condotti tutti all'Ospedale Maggiore come si fece finora, sieno portati alla questura, mandan do all'ospedale solamente quelli che presentassero urgente bisogno di cura medica o chirurgica. Il vedersi condotti come ladri alla questura, potrà frenare i fervidi continuari di Noè dalle loro eccessive libazioni?
 
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23 Febbraio 2024 - venerdi - sett. 08/054
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La chiesetta
Piccina era, modesta, immersa sempre, anche nelle vivide giornate estive, in una penombra crepuscolare che era garanzia di pace e un invito costante alla preghiera.
Il coro dietro l'altare, l'organo a mantice sopra la porta d'entrata, il battistero nella cappella a sinistra dell'ingresso, il pulpito, le cappelle dei santi rivedo, come se stessi ancora in piedi nel bel mezzo della sua navata, a guardare felice e sereno, intorno a me, le ombre suscitate dal ricordo della mia fanciullezza.
Piccola chiesa dove era facile il raccoglimento e la meditazione, così simile, anche se più vasta, alla cameretta dove Gesù raccomandava di rinchiudersi a pregare.
Sul sagrato, dove secoli prima venivano sepolti i defunti, c'erano, disposti a quadrato, quattro paracarri, che servivano ai ragazzi che attendevano di entrare in chiesa per assistere alle funzioni, per giocare ai quattro cantoni.
Sulle pareti laterali dell'altare erano raffigurati a fresco il sacrificio di Isacco e la nascita di Maria Vergine, sopra la porta della sacristia, a sinistra, pendeva la campanella che annunziava con allegria argentina l'inizio delle funzioni, mentre a destra una porticina immetteva nella cella riservata alle corde delle campane, e da dove si saliva per mezzo di una scala a pioli, nella cella campanaria da cui si godeva una vista stupenda: le alpi dominate dal Monte Rosa, le Prealpi Varesine col Sacro Monte e il Campo dei Fiori, le Prealpi comasche con le Grigne e il Resegone, e le piane di Busto e di Gallarate coi boschi della cascina del Prete.
Quante ore della mia infanzia e della mia giovinezza sono trascorse sui banchi della chiesa, quante figure di parroci, di coadiutori, di suore, di gente ho visto genuflessa a pregare o a meditare ai piedi della bella balaustra di marmo rosso.
Vivissimo è il ricordo della morte, avvenuta sull'altare maggiore, mentre esponeva il Santissimo all'adorazione dei fedeli, del coadiutore don Francesco Rebuzzini, sessantacinque anni fa, quando avevo sei o sette anni.
Sugli otto nove anni sono stato chierichetto; ma la sottanina nera o rossa che fosse mi andava sempre stretta. Allora mi dava già fastidio, ma non come adesso, il fumo delle candele.
Il più vivo dei ricordi legati alla chiesa è quello che mi riporta alla memoria la figura di Idelfonso Schuster, arcivescovo di Milano, dal quale sono stato cresimato.
Noi bambini lo guardavamo, attoniti e felici, mentre segnava con l'olio santo le nostre fronti ancora innocenti del segno della croce. Ci stupiva, che il santo Cardinale, vivesse con due uova al giorno. Domenica 12 maggio 1996 ho assistito, in piazza S. Pietro, alla sua beatificazione. Il colonnato era stupendo a vedersi nella sua geometrica perfezione, e la cupola grandiosa dorata dal sole e percorsa dalle ombre che il movimento delle nuvole rinnovava continuamente, mi richiamavano alla memoria il volto esangue e dolce, quasi trasfigurato, del piccolo fragile Cardinale che aveva illuminato di splendida luce uno dei giorni più puri della mia giovane esistenza.
Dal 1945 al 1960 (3/13)
M: In effett, se se esclud el fatto che hinn stàa trà giò tutt i simbol del fascismo, come appunto i fasci e i fras del duce che gh'eren scrivuu in de per tutt i canton, tucc i "casa del fascio" hinn diventàa séd de quai istituzion pubblica, sindacàa, carabinier, polizia, menter i alter hann continuàa a fà quell che faséven,
come el tribunal, la borsa, l'ospedal de Niguarda, anca se éren stàa bombardàa anca lór e magari gh'aveven bisogn de vèss giustàa. Subit poeu, hinn stàa cambiàa i nomm ai strad, on po cont quei che gh'aveven Prima del fascismo, on po cont quei di partigian e alter personagg che hann fàa on po la storia de l'antifascismo, semper però cont la bònna abitudin de mètt la soa bèlla targa de marmo a ogni in- cros di strad.
C: Gh'hoo sentì dì che i fascisti in di ultim dì aveven cambiàa i cartèi di strad per sconfond i inglés e american e fagh sbaglià strada. L'è vera?
M: On po l'è vera, soratutt foeura de Milan, ma i alleàa gh'aveven giamò pensàa in de per lor, cont di sò cartei scrivuu in inglés. Ma i american hinn stàa chi pocch, anca se gh'hann lassàa per quai temp di commissari che ghe ricordaven chi l'era che aveva vinciuu la guèrra e che el comandava.
C: Fidàss l'è ben... ma gh'aveven minga tutt i tort, vist che l'Italia la pareva giamò vorè divìdess ancamò: quei che voreven stà cont i american e quelli che ghe piaseva la Russia.
M: L'emm giamò dì, meno mal che semm restàa de la part giusta, e inscì la vita a Milan l'ha comincià a riprend cont el sò bon e el SÒ gramm. Per la cronaca bisogna però ricordass di ròbb che gh'hann fàa pussée rumor; nel '46 (quarantases), on ann dopo che l'hann taccàa su, hann trafugà la salma del duce che la stava a Musocch, trovada poeu on més dopo a la Certosa de Pavia; semper nel '46 (quarantases) la gh'è stada la rivolta a San Vittor organizzada su istigazion del bandito Barbieri, che l'era appèna stàa miss in galera dopo che per on ann l'aveva terrorizzàa mezza Milan cont la soa banda de l'isola; e poeu a la fin de november, el delitt de Rina Fort, definida la "belva de via San Gregori", che l'ha mazzà la mié del sò moros e i sò tri fioeu. Ma de fioeu ghe n'è poeu mort 45 (quarantacinq), negàa a Albenga nel lui '47 (quaranta- sett); éren quasi tucc orfanei de guèrra che éren lì in ona colonia estiva del Comun. Semper nel '47 (quarantasett) hinn poeu con tinuàa i delitt politic, e anca la voeuia di comunisti de fà la rivoluzion, tanto che ciàppen el pretest del cambi del prefett per occupà la prefettura de cors Monfort cont di squader armàa tra i quai gh'era anca la famigerada Volante Rossa, ona compagnia de esaltàa che la se scondeva dedrée ona casa del popolo e che l'è stada smontada dopo on para d'ann. Hinn stàa però duu dì che pareva che comunisti e militar se sarien poduu sparà addoss. Ma par che quando el Pajetta, che el comandava 'sti rivoluzionari, l'ha annunciàa trionfant al capo di comunisti Togliatti: «Semm padron de la Prefettura de Milan», la risposta l'è stada: «E adèss, s'te 'te n fee?». E inscì s'è subit smontàa tusscoss.
LA PESTE DEL 1576-77 E DEL 1630-31
E' sempre don Luigi Brambilla che scrive: "Pure dai registri parrocchiali rilevò che anche qui fuvvi la peste detta del cardinale Federico nell'anno 1631, poiché nel registro dei nati trovo nell'agosto e nel Settembre di quell'anno che non si portavano i bambini alla chiesa ma si battezzavano in casa per paura del contagio.
Se tale contagio abbia fatto qui (cioè a Verghera) numerose vittime o meno non lo si può sapere, mancando il registro dei morti di quel tempo, e se dobbiamo indurre per analogia, dobbiamo dire che ci deve essere stato un discreto numero di morti, poiché ad Arnate (paesino posto tra Verghera e Gallarate) dove furono conservati i registri, oltre che un buon numero di parrocchiani, morirono "de peste" anche due parroci.
Nell'epidemia del 1637 o in quella anteriore di San Carlo (1576-77) è certo che di peste ne morirono non pochi e ne fa fede il Lazzaretto, tuttora esistente, dove dura la tradizione che là furono seppelliti i morti della peste".
Cave canem/3 - (20-21 giugno 1878)
leri furono accalappiati cinquantun cani. Vennero tutti uccisi.
Cave canem/4 (27-28 luglio 1878) Se i lettori credono che i cani abbiano fatto giudizio, s'ingannano. I cani mordono sempre rabbiosamente. Anche ieri ci furono nuovi morsi e nuovi morsicati. Un abbonato ci domanda quante furono le persone cauterizzate all'Ospedale Maggiore dal primo gennaio al primo luglio. Ecco: furono centoundici persone. Nel mese corrente, il numero delle morsicature è più grande di quello dei mesi scorsi, e perciò molti i cauterizzati. Ora è difatti penetrata in tutti la persua sione che quando si è morsi, bisogna farsi cauterizzare, alfine di preservarsi dall'idrofobia. A Milano, tre furono quest'anno gl'infelici morti di idrofobia!
 
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24 Febbraio 2024 - sabato - sett. 08/055
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Aquasantèn e segn du la crus (1/2)
Acquasantiere in marmo rosa di Verona, dello stesso materiale della balaustra dell'altare della vecchia chiesa parroccchiale ora demolita. Distrutte o vendute? Alte di stelo e con la conca ampia e capace, erano poste a destra e a sinistra del corridoio centrale appena dopo l'entrata. Ne ho viste due uguali per forma ed altezza nella chiesa di Olgia (Valle Vigezzo) ma scolpite nel sarizzo.
A Pasqua era uso abituale delle nostre donne di andare in chiesa e di fare "provvista" di acqua santa che doveva bastare fino alla settimana della passione dell'anno successivo.
Venivano sistemati, ai piedi delle pile, due mastelli colmi di acqua benedetta, dai quali veniva attinta la quantità necessaria da portare per chi ne aveva necessità o piacere alla propria abitazione.
Appena varcata la soglia la massaia, per prima cosa, provvedeva ad aspergere con l'acqua benedetta i quattro angoli di ogni locale per purificarlo dagli spiriti del male. Simile benedizione era riservata anche alla stalla e al fienile. Si teneva sempre in casa una certa quantità di acqua benedetta come antidoto al malvolere del demonio, come salvaguardia dal malocchio, dalla superstizione, dagli intrighi delle fattucchiere.
Nella camera da letto, appena varcata la soglia, appesa al muro, c'era la pilèta du l'aqua Santa o aquasantèn nel cui cavo si poteva trovare, in ogni giorno dell'anno, l'acqua benedetta per segnarsi.
Tutte le sere, difatti, prima di coricarsi, dopo di aver recitato le orazioni di ringraziamento per la giornata felicemente trascorsa, si sostava davanti a l'aquasantèn per recitare in fretta, in fretta, mezz indurmentàa, cul cò pesant da sogn e stracch da dì nò, un requiem aeternam par tucc i nòstar poar mort par tègnat la man sul cò. Di maiolica o di ceramica, bianca con fregi in oro e la figura in azzurro dell'Angelo custode o in bruno del Battista battezzante, l'aquasanten era una specie di reliquia da considerare sacra per la pace, la serenità e la protezione della casa immersa nel meritato riposo serale. Per usare l'aquasantiera non mancava mai l'occasione. Ste ori ghe sempar chi ma or mà e po' a druåla né la custa né la fa dagn ul puse l'e avegh fed. Nessuno ufficialmente credeva alle assurdità della superstizione, ma, sotto sotto, non si sa mai.
VITA E MORTE DI ANIMALI (3/4)
I galletti altezzosi e ignari che la moglie del Galdèn Giuseppina Uslenghi, madre di suor Gertrude e di un emigrato morto in America, la cui figura maestosa e solenne (un quintale e mezzo?) ho viva davanti agli occhi e che stava seduta con molta fatica su una seggiolina che la reggeva appena appena - aveva operato, tagliando con una forbice comune, ricucendo con un ago e del refe, e disinfettato con cenere prelevata dal focolare spento, per renderli "capponi", formavano l'orgoglio dei contadini grossi e grassi com'erano, da sembrare perfino "pompati" ed "estrogeneizzati". La chirurga riuniva poi in un pacchetto tutti i testicoli asportati, che io portavo a casa e che la mia mamma utilizzava (che bontà!) per impreziosire e insaporire il risotto della domenica. Dei galletti resi eunuchi ne sopravviveva la maggior parte. Gli sfortunati finivano, con l'acqua, il condimento e le verdure adatte, nel "padelòtt" riservato al brodo e al risotto insieme ai "requisiti" asportati della loro mascolinità.
Pilon era il protagonista del romanzo "Pian della Tortilla" di John Steinbeck (se ne ricavò il film Gente Allegra, attore principale Spencer Tracy). Mi aveva da poco entusiasmato la lettura del racconto dove si narrano le gesta di un gruppo di paisanos di Monterrey, quando venni in possesso, non ricordo come, di un piccolo cane bastardo di stirpe volpina bianco e nocciola, con una coda fioccosa e bellissima. Gli occhi erano parlanti. Gli mettemmo nome Pilon, e il cane, di rara intelligenza, fu per noi fratelli il fratello più piccolo, il più coccolato, il più amato.
Custodiva la nostra casa come un carabiniere, con vigile e instancabile attenzione, proteggeva le nostre galline, le oche, i tacchini, le anitre, con la solerzia interessata di un padrone. Si usava ancora, allora, rubare nei pollai, affumicando i volatili, per non farli schiamazzare. Ma al Pilon nessuno era in grado di farla. Capiva tutto questo la chioccia americana (la mericanela) che andava a porsi sotto la sua protezione con tutta la covata, a ridosso della sua cuccia. Memorabile fu quando ci diede la possibilità di catturare una sera, il porcospino maschio e, la sera dopo, il porcospino femmina, voraci divoratori di pulcini appena nati. Riuscì a rompere la catena e a porsi tra la chioccia e l'assalitore tenendolo a bada e abbaiando in maniera forsennata per richiamare la nostra attenzione.
Ci fu rubato da un invalido che passava, di casa in casa, a cercare l'elemosina su una carrozzella trainata da cani. Da quel giorno, nonostante le nostre appassionate ricerche, non lo vedemmo più. La sua cuccia vuota mi faceva venire il magone ancora un anno dopo la sua scomparsa.
AL PONTE DI OLEGGIO
Andà al Tisèn a tò l'aqua Quando da bambini vedevamo le nuvole grigie e nere correre inquiete nel cielo che minacciava tempesta e volevamo conoscere il perché di tanta fretta, i nostri genitori ci spiegavano che le nuvole stavano correndo verso il Ticino a caricarsi d'acqua da rovesciare sulle nostre campagne e sulle nostre case. I vann giò al Tisen a caregàss d'aqua. E se il cielo era proprio nero, di piombo, con nuvolette leggere e grigie impazienti, nuvolette che presagivano grandine e bufera di vento, aggiungevano facendosi il segno della croce, sperèm ch'ai pèrdan la stràa. Qualche volta perdevano la strada, qualche volta invece ritornavano sicure per la stessa strada seminando torrenti d'acqua misti a grandine, sospinti da forte vento di tramontana.
Nonostante l'ulivo benedetto della domenica delle Palme acceso nel bel mezzo del cortile per permettere al fumo di salire in alto nel cielo ad esorcizzare le nuvole incombenti, nere e minacciose, e le campane avessero suonato a rumm per un quar  to d'ora di fila e il prete con la stola viola della penitenza in piedi sul cimitòri avesse imperterrito, benedìi '1 temp. Mi è sempre piaciuta l'immagine delle nuvole che vanno verso il Ticino a riempire d'acqua i secchi da rovesciare sui tetti delle nostre case e sulle vie polverose del nostro paese. E qualche volta mi vedevo, piccolo cavaliere dell'apocalisse, a cavalcioni su una di esse. Mia mamma capiva benissimo il mio stato d'animo e, scrollandomi un poco mi diceva all'orecchio: vegn in cà. S'al cumència a piòo sé bagni tutt. E il sogno finiva risvegliato da un'assordante bordata di tuoni. Anche ora quando il mio cuore ha bisogno d'acqua per annaffiare i fiori che la mia fantasia coltiva nel suo camp di cent pertigh, vado anch'io a tò l'aqua al pont da Uleg. E i fiori, di cento colori diversi hanno vita lunghissima. Alcuni sono sbocciati quando avevo quindici anni e mi recano ancora il profumo ineffabile della perduta giovinezza.
Curiosità storiche sulla Beata Giuliana
In margine a quanto detto sopra rileviamo che non è stato ancora stabilito con sicurezza e forse non lo sarà mai, se il luogo di nascita della Beata Giuliana sia appartenuto al territorio di Busto Arsizio o di Verghera. Nei primi anni del secolo ci furono contestazioni e screzi tra le due comunità che volevano attribuirsi la concittadinanza della Beata.
La venerabile Biumi precisa che il padre della "romita" staera (cioè stava) a una certa abitazione tra Busto e Gallarate, dicta Verghera (località Cascina de li poveri).
Fu beatificata da Lorenzo Ganganelli, papa Clemente XIV, il cui pontificato durò dal 1769 al 1774. Il corpo della beata sepolto in un primo tempo dentro il monastero venne in seguito, dopo circa un quarantennio, collocato nel coro delle monache. Nel 1612 per decreto del Cardinale Federico Borromeo fu dapprima traslato vicino al Capitolo; nel 1650 deposto nell'Oratorio delle Sante Reliquie per essere poi riportato nel Comunicatorio delle Suore. Finalmente nella prima metà del 18° secolo il corpo della Beata Giuliana e quello della Beata Caterina furono collocati definitivamente nell'oratorio delle Reliquie a fianco del Santuario, ove ancor oggi si possono venerare. Nel 1903 fu tolto alla Beata Giuliana l'avambraccio sinistro, per esaudire la preghiera espressa dal parroco di Verghera don Luigi Brambilla il quale voleva avere, per i suoi fedeli, una reliquia della concittadina da venerare.
 
 
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25 Febbraio 2024 - domenica - sett. 08/56
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Aquasantèn e segn du la crus (2/2)
Tanto cosa costa spargere un po' di acqua santa? Nella pila di marmo rosa che sembrava un fungo gigante con la "cappella" capovolta, lucente, levigata e fredda, era sempre possibile trovare, gratuitamente, acqua benedetta. Mi piacevano le pile immobili che nella penombra odorosa d'incenso sembravano due sentinelle, ma disarmate, che montavano instancabili la guardia perenne alla porta della chiesa per impedire al genio del male di avere libero accesso nella casa del Signore, rifugio dei poveri peccatori. Richiama fatalmente '1 segn du la crus. Si l'Acqua santa richiama fatalmente 'I segn du la crus. Si faceva un po' dappertutto. Entrando, uscendo, passando davanti alla chiesa o al camposanto, quando per strada si incontrava il sacerdote che recava il viatico o l'estrema unzione a qualche moribondo o quando iniziava o finiva la giornata, all'inizio del pranzo o della cena. Una veneranda vecchia del mio cortile si segnava sulla bocca ogni qualvolta sbadigliava e sulla fronte quando, così confessava con candore e innocenza, l'assaliva qualche cattivo pensiero o desiderio peccaminoso. Ma segnea da noce ricordava spesso, nei percorsi oscuri delle strade del paese non ancora illuminate dalla luce elettrica. Era - 'I segn du la crus l'arma segreta che vinceva paure, timori, indecisioni.
Una specie di medicina salutare per scacciare o disperdere le ombre inquietanti del nostro misterioso e incomprensibile subcosciente. Segnas: gesto abituale, compiuto a volte con scarsa se non senza partecipazione, ma sempre gesto liberatorio e propiziatorio.
Te fai ul segn du la crus? Te di i urazion? Le stesse domande ripetute per tanti anni, per una infinità di giorni, tutte le mattine, da mia madre ai suoi tre bambini. Si mama era la bugia immancabile di quasi tutte le risposte.
O'perché, addormentati ancora, non si aveva avuto il momento di pensarci o perché l'ansia di correre subito a giocare, non ci lasciava né il tempo né la voglia di recitarle, le preghiere, o di accennare al benché minimo segno di croce. Segnàs, i urazion, te fai ul segn du la crus? Tempi lontanissimi.
Altro mondo, tempi e mondo trapassatoremoti.
SUNÀ RUMM
Si è persa l'usanza, al sorgere dell'alba del giorno di San Marco, di andare in processione fino alla seconda croce, sulla strada che alla cascina del Prete, per impetrare la grazia della pioggia, così necessaria per i campi ridestati alla vita dal ritorno della primavera. E nemmeno si usa più, quando il cielo si oscura di neri e minacciosi nuvoloni, carichi di grandine, attaccarsi al campanone (tonalità mi- bemolle) a "sunà rumm" per scongiurare il furore della tempesta in arrivo.
Minaccia grave per il povero contadino che intuiva il pericolo di vedersi distruggere il paziente e duro lavoro di una annata di sacrifici. Mi pare di vedere come se fosse ieri, uscire dalla chiesa e fermarsi sul sagrato, il parroco, in cotta bianca e stola viola, affiancato dal chierichetto, che tiene in mano il secchiello e l'aspersorio già intinto nell'acqua benedetta per la benedizione propiziatoria.
Il campanone continua a suonare con rintocchi gravi, solenni, come per un mortorio.
Il parroco con l'aspersorio nella mano traccia segni di croce verso i quattro punti cardinali. L'operazione viene ripetuta più volte. Bisogna vincere la caparbia volontà di male del maligno.
Trepidanti e timorose le donne bruciano, nei cortili, ramoscelli di ulivo benedetto. I contadini hanno abbandonato il lavoro nei campi e tornano alle loro case con le zappe in spalla. E' evidente che il temporale viene dal Monferrato e può essere pericoloso non essere protetti da un riparo.
Quando nelle notti fredde d'inverno stavamo seduti intorno al focolare dell'immensa cucina a scaldarci, i vecchi raccontavano come don Luigi Brambilla, in un fosco pomeriggio da tregenda, avesse piegato il malvolere del tempo, costringendolo a scaricare tutta la grandine di cui era portatore in un piccolo campo non coltivato, fuori del paese. Se le nuvole cariche di distruzione passavano sopra le nostre case e campagne senza recare alcun danno, il merito era tutto da attribuire alla benedizione del parroco e al grido delle campane. La fede popolare era ancora grande e tutti erano soddisfatti di sentire sul loro capo e sul loro paese, la protezione della mano di Dio. Ed erano appagati dalla protezione che sopra di loro esercitava il loro parroco, uomo di Dio e àncora sicura nelle tribolazioni e nelle traversie giornaliere della vita a volte ingrata e ingiusta capace di combattere, ad armi pari, con le forze della natura. Era per loro un sant'uomo. E come tale lo piansero alla sua morte
LA CASA (3/6)
C: Par che ghe sia l'ambizione di avere i 15 minuti come tempo massimo per raggiungere il centro da tutte le periferie: lodevole e forse anche fattibile, viste le dimensioni della nostra città, ma poeu a dormi se va semper in periferia...
M: Certo, l'importante però è che la città sia disponibile in misura più equilibrata e, soprattutto, messa in condizioni di vivibilità migliori, in termini di sicurezza e servizi di vicinato; e forse podarien vess i abitant medesim a dagh valor ai sò sitt. Penso ai piccoli centri della provincia, ma anche a quelli che ora fanno parte di Milano, dove ancora si è conservato un tessuto abitativo che nelle periferie inventate non c'è, e si riesce anche ad avvertire un senso della milanesità ancora genuino.
C: Ma ormai tutti questi rioni e paesi sono abitati in buona parte da stranieri: tanti si sono integrati, ma tanti altri non so quando mai si potranno definire milanesi, e par che i pussee giovin, anca se nassuu chi, preferissan sentiss stranier de proposit, quasi in senso di sfida con il luogo che li sta ospitando.
M: L'è on bell problema, compagn del rest a tucc i grand città, che tendono sempre di più ad allargarsi e ad ospitare gente proveniente da tutti i continenti e talvolta, com'è inevitabile, anche poco raccomandabile. Ma chi vegn foeura quella che è una specie di caratteristica di Milano, difficile da definire, che riesce a far diventare tutti, o quasi, milanesi e in tempi neanche tanto lunghi. A Milan anca i moron fann l'uga, dice un vecchio proverbio, ed è sperabile che anche coloro che d'aspetto ci assomigliano di meno fra non molto si sentiranno milanesi, inscì come l'è semper success a tucc quei rivaa chi d'ogni part.
C: M'hinn semper piasuu quei noster amis "terroni" (detto con grande simpatia) che si sforzavano di parlare in dialetto, anca se per lor el milanes l'è difficil cont i sò "o" e "u"... e ormai lo sento sempre più spesso fare anche da cinesi, africani, sudamericani, che d'altra parte sono ormai una bella fetta degli abitanti di Milano. Certo, l'è minga assee el dialett, anche perché sono i milanesi i primi ad averlo dimenticato, ma qui c'è da sperare che i piccoli centri della provincia dove ancora lo si parla, seppur "arioso", riescano meglio allo scopo, poiché vi abitano genti che, oltre al dialetto, conservano ancora molte delle tradizioni che l'è propi on peccaa perd.
M: A proposito di tradizioni, mi piace ritornare ai palazzi del centro, quelli dove abitano i grandi signori, o forse meglio, i grandi ricchi (in dialetto, fra l'altro, sono chiamati allo stesso modo: sciori), magari non più intestati alle persone ma alle società (a volte con sede in Paesi dove si pagano meno tasse...). Quei palazzi vecchi anche di 3-400 anni, con i bellissimi cortili che un tempo ospitavano le scuderie dei cavalli e delle carrozze e oggi garage e palestre, e che sono ancora il massimo dell'ambizione di chi vive a Milano e vuole sentirsi un vero milanese.
 
 
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lib366-Settimana-09

RVG settimana 09
 
Radio-video-giornale del Villaggio
Settimana-09 del 2024
 
 
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Settimana 09       2024-02-26 -  Febbraio - Calendario - la settimana
26/02 - 09/057 - Lunedi
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01/03 - 09/061 - Venerdi
02/03 - 09/062 - Sabato
03/03 - 09/063 - Domenica
 
26 Febbraio 2024 - lunedi - sett. 09/057
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LA CASA (4/6)
C: De gent cha l'ha faa i danee, e anche tanti, a Milano ce n'è sempre stata e per fortuna, dico io, ghe n'è ancamò; ma fa piacere vedere che anche molti che vengono da fuori hanno l'ambizione di abitare in case sempre più belle, a cominciare proprio dai grandi palazzi del centro, spesso con magnifici giardini che possono godere solo loro e nessuno, da fuori, immagina che ci siano. Ma gh'hoo l'impression che tanti de sti cà stiano diventando dei luoghi di rappresentanza, senza che qualcuno ci abiti.
M: Milano, da qualche decennio, è diventata una città attraente anche a livello internazionale, e inscì i cà pusse bei e important sono diventate un bene di investimento prima che di abitazione, compresi anche palazzi e grattacieli destinati ad uffici, che semm chi a domandass a chi servissen, visto che di uffici ne occorrono sempre di meno.
C: E inscì i prezzi di cà seguiten a cress ed è sempre più difficile trovare casa in città pagando cifre ragionevoli, anche se i negozi lasciati vuoti dai bottegai che non ci sono più sono stati in gran parte occupati da agenzie immobiliari.
M: Se te penset che in ona bottega de pocch meter quader, dove gh'era magari on droghee, per guadagnarsi da vivere bisognava vendere migliaia di prodotti e ora nello stesso locale basta vendere anche un solo appartamento al mese e ti sei guadagnato la pagnotta... E poi c'è anche tutto un fiorire di attività legate alla casa: architetti, designer, arredatori, che si fanno pagare profumatamente proprio da chi ha ambizioni e, naturalmente, disponibilità.
C: Mi vengono in mente anche gli appartamenti ricavati nelle vecchie fabbriche dismesse, i loft come hai detto tu, che sono diventati più ricercati, e cari, di tante case signorili, dove appunto tutti questi nuovi professionisti si sono sbizzarriti a inventare nuovi modi di abitare. Par quasi che anca la cà la sia diventada un ben destinaa a durà pocch, come un usa e getta qualsiasi.
M: Speremm de nò... Di questi tempi, poi, ci sono sempre nuovi problemi legati alla casa, per esempio il numero crescente di singoli, i cosiddetti single, che vivono la casa quasi come un pied-à-terre, sia in appartamenti propri sia nei residence, una ormai consolidata variante dell'albergo. E quello degli studenti, che le nostre università riescono ad attrarre, ed è cosa molto positiva, ma che sono molto poco attrezzate per ospitarli a prezzi ragionevoli, visto che i cà in affitt hinn semper de meno e costen semper pussee. E di nuovo torniamo alle case popolari, il problema più grosso, perché riguarda molte persone che non hanno abbastanza soldi, e ci deve pensare lo Stato o la Regione o il Comune, e sappiamo che è purtroppo cronica la scarsa capacità degli enti pubblici di gestire le cose.
C: Quando si parla di singoli si pensa sempre ai giovani, mai agli anziani, che sono poi quelli che hanno i problemi maggiori, anche se magari vivono in una casa di proprietà: i fioeu tenden a dismentegai, i portinar gh'hinn pu, i visin de cà quasi sann nanca chi hinn... Fin che restano in coppia va tutto bene, ma quando ne muore uno, e in genere il primo ad andarsene è il maschio, le cose si fanno difficili. E disi domà de gent che la sta on po ben, perché se pensiamo a chi non è proprietario della casa e vive magari nelle case popolari, rischia perfino di vedersi occupato l'appartamento da qualche delinquente.
Bombay, la regina dello Zoo (Giardini pubblici Indro Montanelli)
A passeggiare oggi tra gli alberi e i sentieri dei Giardini Indro Montanelli, a Porta Venezia, nel primo parco pubblico di Milano voluto dagli austriaci nel Settecento, si fatica a immaginare che una parte dei questo luogo sia stata abitata da leoni e leonesse, scimmie e giraffe, orsi bianchi e bruni e perfino foche ed elefanti. È la storia, un po' triste, dello Zoo di Milano, tappa domenicale delle famiglie con bambini e pena delle associazioni animaliste, che hanno combattuto per la sua chiusura fino al 1992. Tra le molte attrazioni, la più famosa è stata senz'altro l'elefantessa Bombay, ammaestrata per ogni tipo di gioco, capace di ballare, dondolarsi sulla trave e addirittura portare gli occhiali! Come abbia fatto a sopravvivere tanto a lungo in un parco milanese, contesa dalle grida dei bambini, non è dato saperlo. Il suo destino però era di rimanere legata a Milano in eterno, tanto che dopo la sua morte, avvenuta nel 1987, fu trasferita al vicino Museo di Storia Naturale, dove è ancora possibile ammirarla immersa nel diorama di un mondo senza dubbio più consono alle sue abitudini.
Ambiente e clima. - La distribuzione dei siti e il ruolo dell'idrografia
I siti archeologici dell'area culturale della Scamozzina- Monza e di Canegrate manifestano una speciale relazione con l'acqua, è dunque opportuno prestare attenzione allo sviluppo dell'idrografia nell'analisi della loro distribuzione. Si possono distinguere:
1. Siti montani. Si collocano nel Biellese e in Canton Ticino e sono caratterizzati dalla vicinanza a corsi d'acqua grandi e piccoli, sempre a regime perenne, sorgenti, laghi grandi e piccoli, torbiere.
2. Siti di pianura. Molti siti nella pianura novarese, nell'alta e media Brianza e nella bassa milanese sorsero presso piccoli corsi d'acqua, spesso in aree di risorgiva. Un caso è San Pietro Mosezzo, lungo il limite superiore delle risorgive nell'alto novarese (linea a pallini blu in figura).
3 -I fiumi maggiori (Ticino e Adda), avevano scavato valli profonde, invece i fiumi più piccoli (Olona, Lambro, Serio) e di risorgiva, non avendo questa forza erosiva, erano lenti e formavano paludi in aree depresse. Infine, in Lomellina si trovano diversi siti all'asciutto su terrazzi di risaie.
4. Siti pedemontani. Interessano gli anfiteatri dei ghiacciai del Ticino e dell'Adda, con corsi d'acqua e molte acque stagnanti, cioè laghi, paludi e torbiere e pianalti, alcuni dei quali oggi obliterati dall'impianto (aree in colore indaco in figura). Verso la fine del Bronzo Medio (XIV secolo a.C.) scompaiono gli insediamenti palafitticoli costruiti in precedenza nelle aree umide. Persiste tuttavia l'uso di abitare in prossimità di corsi d'acqua, ma in posizione dominante (come la necropoli di Canegrate sulla valle dell'Olona) o al margine di acque aperte o paludi, caratterizzate da ristagno temporaneo o permanente di acqua.
5 - bacini fluviali hanno sempre rivestito un ruolo fondamentale per i collegamenti. Nella tarda età del Bronzo, ha grande importanza il Ticino con i suoi affluenti alpini, che segnano la via verso i passi del S. Gottardo e del S. Bernardino e i territori d'oltralpe in cui abitavano altri gruppi che i reperti mostrano effettivamente in relazione con l'area Scamozzina-Monza e Canegrate.
L'amerikano
(17-18 agosto 1886) Il ladro che giorni or sono rubò una spilla di brillanti alla Stazione Centrale, non è Zanzi Romeo, abitante in corso Garibaldi n. 47, stuccatore, com'egli si era qualificato: ma bensì un tal Galli Ambrogio, tessitore in nastri pregiudicato. Egli aveva dato un nome falso all'autorità per scansare una pena maggiore, essendo recidivo. Lo Zanzi esiste, ma è in America e fa l'onesto negoziante.
Harakiri - (29-30 luglio 1888)
Nella sala San Paolo del nostro Ospedale Maggiore, fu ricoverato tre mesi or sono un vecchio parrucchiere, abitante in via S. Marco, malato gravemente. Ieri, durante la distribuzione della zuppa, il povero Figaro corse alla latrina. Un infermiere, avvedutosi quasi subito dell'assenza del malato, gli fu dietro, ma lo trovò con un rasoio in mano ed una enorme ferita, in forma di croce, al ventre. L'ex barbiere fu disarmato in tempo da impedirgli di consumare quel suicidio alla Giapponese. Il ferito fu quindi trasportato nel proprio letto, e tosto medicato e diligentemente cucito.
ONA VITA SPENDUDA A BARCAMENASS TRA I TELECOMAND
Vorevi cambià canal e gh'è partii el condizionador. Inscì mì hoo cominciaa a pensà che in la cà ghe fuss on quai demòni  elettromagnetich  bon de invià ò de smorzà per el piasè sò de lù, elettrodomèstich e apparècc tv. Nient de tutt quèst. Mì avevi domà sbagliaa el telecomand: vorevi passà in sul Canal 5 e schisciavi 'me on matt el tast de fà invià el condizionador». Quest l'è inevitabil in di cà in doe i telecomand aumenten dì per dì, spars tra i tavole i divan, i mobilètt e i ciffon.
Fin'a on quèi ann fa el telecomand l'era vun e l'era l'unich, ver segnal de comand in de la famiglia: el scètter del capp, el baston del  pòtere  senza limit, var a dì come quèll che ona vòlta in di campagn del Vòttcent, eren staa i ciav de la dispensa.
In sul tavol ò in su l'ottomana el telecomand el vegniva miss arent al resgiô ch'el podeva dispònn com'el voreva. Amabil sciori dispòst a lassà in man di miee tutt l'andament de la cà e a subì i sò scèlt in materia de vestì, mangià e vacanz, faseven varè l'autorità che ghe competeva, pù ò men spòttica, in sui programma de la television. Ma quèst l'era domà la  preistòria. A mètt prèst in crisi quèll modell ecco el moltiplicass di televisor. Giamò el vegnì a voltra el second apparècc (in cusina ò in stanza de lètt), l'ha creaa i primm rottur in quèll sistèma de  pòtere”. E quand anca i fioeu hann conquistaa el diritto a on pròppi televisor, gh'è crollaa tusscòss. El  potere  tv del resgiô l'è sparii come anca l'union famigliar, sparsa tra i vari apparècc, in di divers stanz, a guardà programma different. E l'era minga finida. Ai duu ò trii telecomand tv hann cominciaa a giontass quèi del videoregistrador e del com- plèss hi-fi. E quand i videocassètt hann lassaa el pòst ai dvd, el videoregistrador, cont el sò telecomand, l'è restaa a bon cunt al sò pòst, come lettor di vègg cassètt e co me strument de registrazion di programma tv. Ma a fagh compagnia intrattant gh'era rivaa el  decòder  di ret satellitar (ò digital) cont el sò regolar comand a distanza. Poeu l'è stada la vòlta del condizionador, e el numer di comand a distanza l'è aumentaa anmò pussee: tanti, (se pòden telecomandà anca i tapparèll, i lampadari e i ventilador de soffitt) tutti che se somèjen de fa spavent e altertant inutil se pontaa contra l'apparècc sbagliaa. Ogni tentativ de mes'ciall l'è destinaa senz'al ter a fallì e anca la soa sostituzion l'è on'impresa minga de pòcch.
Quand on telecomand el se s'cèppa l'è praticament impossil trovà anmò el stèss mòdell: se dev ripiegà sui modèll universai. Pù ò men dotaa de fonzion, che salten on poo de chì e de là, fassaa sù in di sò tutinn de gòma, i universai vann  taraa  second la marca del televisor.  Attenzion però  el spiega el gentil commèss del negòzzi d'elettrodomestich,  i còdes d'identificazion de la marca hinn riferii ai modell abbastanza recent. Se el televisor l'è molto vègg, gh'è'l ris'c che fonziònen nò .
Ma allora - gh'è de domandass - a cosa servèn?». Se'l televisor l'è de adèss l'è anca el telecomand, che se spera el fonziona anmò ben; e se pròppi el dovèss rompes cuntum de trovà anmò el modèll original. El ricambi universal el sèrv giust per sostituì i telecomand vègg e che ormai fabbrichen pù».
E l'è inscì, al de là di scrupol del commèss. E a l'elenco di telecomand domèstich se pò taccà anca l'ultim rivaa: el sostitutt.
 
 
 
 
 
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27 Febbraio 2024 - martedi - sett. 09/058
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Andare a ufa - (L'esenzione dai dazi per la Veneranda Fabbrica del Duomo)
Quante volte abbiamo sentito dire «andare a ufo», oppure «a ufa»? Ma da dove arriva questa locuzione popolare che usiamo per indicare qualcuno che scrocca o non paga un conto? Per capirlo dobbiamo tornare al XIV secolo, e precisamente al 15 marzo 1386, quando venne posata la prima pietra del Duomo dando avvio ai lavori della Veneranda Fabbrica. Per il trasporto dei marmi di Candoglia, che Gian Galeazzo Visconti volle utilizzare per la costruzione della cattedrale, si stabilì che non fosse necessario pagare un dazio o una gabella per l'ingresso in città. I barconi che trasportavano i materiali per la costruzione del Duomo furono quindi contraddistinti con la sigla AUFA (acronimo per Ad Usum Fabricae Ambrosianae), generando così la nascita del detto popolare, forse anche sull'onda del sarcasmo dettato dal privilegio. Naturalmente, tanta generosità non fu gratuita: in cambio dell'esenzione dai dazi, la Veneranda Fabbrica del Duomo si incaricò delle spese di manutenzione del Naviglio Grande, la via di trasporto usata per tutti i materiali da costruzione.
Ambiente e clima. - Differenze ambientali e storia del clima: il rapporto con altri territori
Il territorio dell'area culturale Scamozzina-Canegrate si differenzia nettamente dal territorio della coeva cultura delle Terramare (villaggi caratterizzati da cinte difensive in terra e fossati perimetrali, con case su pali in legno e pertanto rialzate dal suolo), che si sviluppava a est dell'Oglio e soprattutto a sud del Po. L'areale terramaricolo è altimetricamente più basso (sotto i 50 m s.l.m.), costituito da depositi più fini, in prevalenza limosi e quasi saturi d'acqua. Perciò la costruzione delle Terramare nell'età del Bronzo Recente richiese specifiche opere di sistemazione idraulica, che non furono sperimentate tra Lombardia occidentale e Piemonte orientale.
Vi erano inoltre differenze climatiche che si percepiscono anche nel clima di oggi. Il settore piemontese e lombardo occidentale della pianura padana è più umido di quello mantovano-emiliano, soprattutto d'estate. Il regime dei fiumi alpini e delle acque sotterranee a nord del Po è perennemente ben alimentato da ghiacciai, nevai e grandi laghi, mentre i fiumi appenninici sono soggetti a un regime torrentizio e all'aridità estiva del clima mediterraneo. Queste differenze idrologiche, dovute al clima e alla conformazione delle montagne, influenzano la storia delle foreste e dell'agricoltura e del popolamento dell'età del Bronzo.
Negli ultimi due millenni a.C. - tra l'inizio dell'età del Bronzo e l'età Romana imperiale - il clima della regione alpina e dell'alta Pianura Padana subi variazioni che sono state concordemente registrate dalle oscillazioni di numerosi ghiacciai nelle Alpi, ad iniziare dal più grande dei ghiacciai alpini (Ghiacciaio dell'Aletsch nelle Alpi Bernesi). Le fasi culturali di Scamozzina e Canegrate caddero in un periodo climatico di ottimo termico, cioè in un massimo caldo, con ritiro dei ghiacciai, che perdurò un paio di secoli tra il 1410 e il 1170 a.C. circa. Più tardi, all'inizio dell'Età del Ferro, si verificò un'importante fase fredda, tra 890 e 600 a.C. circa.
Lametta - (6-7 settembre 1888)
Il legnaiolo Luigi Zimbelli, abitante al n. 127 su corso San Gottardo, ebbe ieri la disgrazia di andarsi a far radere la barba da un parrucchiere, che stava altercando col suo giovane. Questi pensavano più a scambiarsi delle insolenze che al malcapitato, che affidava all'opera loro, l'onor del mento..., tanto che inavvertitamente gli produssero col rasoio una grave ferita al naso. Il legnaiolo corse a farsi medicare, giurando in cuor suo di non tornare più in quel negozio.
Pollice verde - (4-5 luglio 1889)
Giorni sono le guardie sorpresero quattro individui che, armati di scure, stavano abbattendo alcune piante dei bastioni, chi sa mai per quale motivo. Furono arrestati. Erano muratori a spasso che non volevano rimanere oziosi. Si chia mano Re, De Molli, Rho e Puricelli e hanno tutti dai 22 ai 24 anni. Il pretore li condannò per citazione direttissima a qualche giorno di carcere.
I falò di Sant'Antonio Abate
Nel corso dei secoli gennaio si è affermato come il mese in cui la notte è più punteggiata di fuochi. Le convinzioni umane hanno vacillato vistosamente, ma i magici rituali di un tempo sono rimasti intatti. I nostalgici ardono le vecchie cose inutili o una fattucchiera d'aspetto laido per seppellire definitivamente i malanni dell'anno vecchio. Altri levano in cielo pire o roghi per propiziare i raccolti o, come si è soliti dire, la qualità della vita. Il fuoco ha sempre suscitato sentimenti contrastanti ma, ricordiamolo, dal fuoco nascono pascoli più verdi.
Nuovi cultori si ritrovano ogni anno in Martesana: il 17 gennaio si cementa ancora un patto tra generazioni. A Vimercate e ad Omate [, a Truccazzano come a Vimodrone, passando attraverso Brugherio, Bellinzago, Pozzo d'Adda, Pessano con Bornago, Gorgonzola e Sant'Agata Martesana, i festeggiamenti si susseguono come i grani di un rosario.
Accorrono frotte di donne da marito a sfidare un destino improvvido e baro: "Sant Antoni miraculus - recitano a memoria - famm la (esse strascicata, se proprio a voi tocca salmodiarla) de truà el murus, famel truà grand e gross, damel minga senza l'oss!". E tempo di schermaglie e di giochi d'amore. Fatte le proprie scelte, tutti sciamano, chi sul ponte medioevale di San Rocco a Vimercate, il rivoluzionario in piazza, il "paulot" all'oratori, lo sportivo collaudato sul rettangolo di gioco. Alte si levano le pire, controllate dalla protezione civile e dall'ecologista di turno. Le varie Pro Loco hanno il compito di far funzionare la cucina da campo, escono da mani operose "frittelle di molte maniere", vin brulé e cioccolata.
Ecco cosa dovete riporre nel grumo di pasta lievitata secondo i dettami del vecchio "scalco":
"Uve passe o cotte, zibibbo, passarine rosse o nere del Levante, mele, figh, datteri di Barberia, mandorle, pinoli, straccaganasse, noci o nocciole del Piemont".
Dato il genere di consolazioni, non parrebbe molto appropriato allo stile di vita del santo anacoreta egiziano. Sant'Antonio si cibava di rare erbe e locuste nel deserto della Tebaide.
All'osservazione si oppone un però... chi partecipa a questo rito, sacro e pagano insieme, lo fa nel nome di quel "foco" che piacque anche al santo d'Assisi, Sant'Antonio andò fin all'Inferno per "torre un tizzone da recare agli omini"
Nelle pale d'altare, come nei quadri di devozione familiare, Sant'Antonio Abate è ritratto ritto in piedi con il lungo bastone a T, la campanella, il porcello e un focherello ai margini del quadro e della radura. È protettore umile di chi pene d'Inferno per il "fuoco di Sant'Antonio", degli animali domestici e dei contadini. Ma anche di alcune associazioni: i macellari e i canestrari.
Marzo (1/3)
Narra una leggenda che i pescatori di Carate Lario, comune del comasco dal 1927 unito ad Urio, dopo ore di inutile attesa in mezzo al lago promisero, in cambio di una pesca abbondante, di far celebrare una funzione religiosa di ringraziamento in onore del santo ricordato quel giorno dal calendario; era il primo di marzo e si festeggiava S. Albino monaco e poi Vescovo di Angers, invocato come protettore dei bambini ammalati e dai non vedenti, la cui effige era custodita nella parrocchiale del paese. Detto fatto le reti si riempirono di pesci che in poco tempo colmarono le barche. Ma, come dice la sapienza di noster vècc:  La messa l'è longa se la divozion l'è corta! .
Nel tornare a riva, i pescatori, calcolarono che, con i soldi che avrebbero speso per mantenere la promessa, il guadagno si sarebbe dimezzato; smisero quindi di remare e con lo sguardo rivolto al cielo recitarono in coro:  S. Albino abbi pazienza, tu di messe puoi far senza, mentre noi con questi pesci, ci saziamo e siam felici! . Ma il santo non si lasciò commuovere, anzi, diede ordine ai pesci di tornare nel loro elemento e questi ubbidirono all'istante! Unanime però, fu anche la decisione dei pescatori che giunti a riva si diressero verso la chiesa e essersi impadroniti della statua del santo la bruciarono sulla pubblica piazza. Per questa loro azione gli abitanti di Carate Urio sono tuttora chiamati dai paesi vicini:  brusasant , ovvero: bruciasanti! I caratesi rispondono:
Ogni paes el gh'ha la soa usanza e quej che scherzen hinn senza creanza! .
Il primo giorno di marzo, in molte località lombarde, sopra un grande falò si bruciava  l'omm de paia  mentre tutt'attorno i giovani del paese si davano la voce cantando:
Marsa Marsia, caval sensa bria, bria sensa sella, gh'è ona bella pivella. Cosa ghe dema in dotta? 'Na pell de vacca e ona pigotta, ona roda da mulin e per cossin? On sacch de spin! .
Questa filastrocca faceva parte del repertorio della  chiamata di marzo , evento che festeggiava la fine del periodo invernale e il tanto atteso ritorno della primavera. Ma la sapienza di noster vècc non è tanto convinta che marzo sia preludio alla bella stagione, soprattutto perché in questo periodo il terreno è ancora gelato e fangoso e di conseguenza lo si lavora a fatica, infatti:  Ul fréce marsulin al fà diventà matt ul cuntadin!  proverbio, però, mitigato da un altro più speranzoso:  La nev marzolina la dura no fin a la mattina! . Auguriamocelo perché, in questo periodo, in tutta la Lombardia, si preparano i campi alla semina.
La bocca l'è minga stracca se no la sà de vacca!  (ogni pasto andava terminato con un pezzo di formaggio per, come si usava dire,  togliere l'unto , dei cibi troppo grassi).
II quattro di questo mese la chiesa festeggia San Lucio I Papa, santo che però non ha niente a che vedere con il patrono dei formaggiai del quale parla una leggenda lombarda. Il nostro Lucio, di cui non si trova traccia nei due volumi di Piero Bargellini dedicati ai santi, secondo quanto riferito dal Bagnoli nel suo libro sulle tradizioni popolari lombarde, sarebbe nato alla fine del secolo XIII in quel di Cavargna, località situata a 1071 metri d'altitudine, che dà il nome all'omonima valle in provincia di Como.
Lucio fin da ragazzo, divenne esperto nel condurre le mandrie al pascolo, imparando anche l'arte di lavorare il formaggio; non vi era povero che bussando alla sua baita, non ricevesse in dono un pezzo di caciotta e una ciotola di latte appena munto. Per la sua missione a favore degli indigenti e dei malati, lo fecero santo e, nel giorno della sua festa, numerosi fedeli si recavano nella chiesa milanese di S. Bernardino alle Ossa, sostando in preghiera davanti al dipinto che raffigura un uomo alto e barbuto nell'atto di di- stribuire latte e formaggio ai poveri; quell'uomo è San Lucio che, oltre ad essere il patrono dei ca- sari, lo era anche dei lattai, che poi gli preferirono S. Giorgio!
Ogni ann gh'è on carnevaa e ona quaresima!  (Ogni anno ha il suo carnevale ma anche la sua quaresima). Lo si dice con rassegnazione alludendo al trascorrere lieto, ma anche triste, del tempo.
Passate le Sacre Ceneri, finito il carnevale am brosiano, che mantenendo l'antica tradizione dura quattro giorni di più, eccoci alla prima domenica di quaresima. In uno dei preziosi almanacchi, editi dalla Famiglia Meneghina, nella rubrica Fiere, feste tradizionali e pie consuetudini trovo scritto:  Con l'inizio della quaresima, nelle chiese tacciono gli organi. In Duomo l'Arcivescovo canta i Vespri non con il Piviale ma con la Pianeta usata per la Messa .
 
 
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28 Febbraio 2024 - mercoledi - sett. 09/059
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Basilica di Sant'Ambrogio (secolo IV-XII) - piazza Sant'Ambrogio
L'area su cui Ambrogio volle che venisse edificata la chiesa era allora una grande zona cimiteriale in aperta campagna, con alcune edicole dedicate ai martiri cristiani ivi sepolti (l'unica rimasta, chiamata oggi San Vittore in Ciel d'Oro per il colore del bellissimo mosaico, fu inglobata successivamente nella basilica). La chiesa venne pronta nel 387 e chiamata basilica Martyrum perché in essa Ambrogio collocò, dopo averli ritrovati, i resti dei martiri Protasio e Gervasio.
Ambrogio volle essere sepolto in questa chiesa, e con lui anche il fratello Satiro e la sorella Marcellina. Le forme attuali dell'edificio sono il risultato delle modifiche fatte nell'VIII e nell' XI secolo. L'altare d'oro , voluto dal vescovo Angilberto nell'835, è tra le opere di oreficeria più importanti al mondo. Vi officiavano insieme, tra aspre dispute anche a bastonate, monaci benedettini e canonici, entrambi con un proprio campanile (rispettivamente dell'VIII e XII secolo).
In questo luogo vennero incoronati re d'Italia Berengario (888), Lotario (931), Ottone I (961), Enrico III (1046), Enrico IV (1081), Enrico VII (1311), Ludovico il Bavaro (1327), Carlo IV di Boemia 1355), Sigismondo d'Ungheria (1431).
Qui il vescovo Ansperto, nell'875, diede sepoltura all'imperatore Gudovico II trafugando la salma da Brescia, per aumentare il pretigio della chiesa.
Qui Carlo Magno fece battezzare una delle nove figlie.
Qui, in una sfarzosa cornice tra migliaia di invitati, venne consacrato il primo duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti. Era il 5 settembre 1395: "spectaculo de tanta solemnità al quale vi concorse gente da tutte le nazioni de' cristiani, et anche infedeli".
La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (1/10)
Quali vicende disgraziate abbia incontrato il borgo e quali cose meravigliose vi siano accadute
È impossibile narrare quante volte questo borgo abbia esperimentato l'avversa fortuna; tuttavia tenterò di riferire i fatti che ho appresi o dalle relazioni anteriori o dai monumenti antichi o che le vicende dei tempi mi inducono a credere siano realmente avvenuti. Tralascerò i danni e quegli antichissimi eccidi che il borgo subì o dal senone Brenno o sotto i Romani, perchè già ne ho fatto menzione quando ho narrato gli inizi del borgo, là dove dissi che esso fu ridotto all'estrema rovina e per tanto tempo rimase così devastato che ne venne un grandissimo bosco, ricovero dei ladroni e dei briganti di strada.
(1) Il nome, storpiato come al solito dal popolo, è ricondotto dal Crespi alla sua esatta lezione. Esso viene da pruna che in latino vuol dire bracie, carboni accesi.
Tralascio quel grandissimo incendio che finalmente fu appiccato a questo bosco per istanarne i predoni e far cessare le loro inumane e sanguinose aggressioni. Questo incendio fu così terribile che ne andarono bruciate quelle sette solidissime torri che avevano dei muri larghi quasi dodici cubiti, i quali per il soverchio calore del fuoco quasi si disseccarono e caddero, cosicchè a stento una ne giunse fino all'anno 1578.
Qual che sia stata la sorte del borgo sotto i Goti e sotto i Longobardi o sotto i Visconti prima dell'Arcivescovo Ottone e del grande Matteo Visconti, è certo che nelle lotte tra i Torriani e i Visconti questo borgo dovette subire grandissimi danni e devastazioni e quasi la rovina, come già abbiamo detto. Ma, cacciati i Torriani, la fortuna favorì i Visconti e non si ebbe quasi più nulla a soffrire nel borgo fino al tempo di Giovanni Maria Visconti che ebbe il governo dopo Gian Galeazzo, suo padre, e primo duca di Milano, sotto la tutela della madre e di Francesco e Manfredo Barbiani.
Sebbene infatti agli inizi del suo governo, cioè nell'anno 1403, i delegati di 64 popoli e città soggette avessero prestato il giuramento di obbedienza e fedeltà, tuttavia dopo poco, dapprima nella città di Milano, cominciarono a sollevarsi dei tumulti per opera di Antonio Visconti che mal sopportava che, per il testamento paterno, il duca non fosse affidato alla tutela e alla fede della famiglia Visconti. In seguito avvenne una grande ribellione delle città esterne, moltissime delle quali furono tolte al duca.
Facino Cane, per non parlare delle altre vicende, adi rato perchè i Bustesi si conservavano fedeli alla parte del duca, tentò di rovinare e di demolire dalle fondamenta anche questo borgo; ma i Bustesi, costruito un terra- pieno e cinto il borgo di mura più forti, lo respinsero. Facino, visto fallito il suo intento, se ne partì (1).
(1) Su questo episodio vedi Ferrario o. c. e B. Grampa in Pagine di Storia e di Vita Bustese - Busto Arsizio 1927 - che riproduce dal Ferrario la nobile lettera scritta da Benedetto da Marano, Vicario del Seprio, sotto la cui giurisdizione era allora Busto, e controfirmata dai magistrati della Comunità, al duca di Milano, per invocare soccorsi contro il terribile condottiero; e dà una colorita narrazione di quegli angosciosi momenti.
Amicizia
I mosch se ciappen col mel e se spaventen con l'asee.  - Le mosche si acchiappano con il miele e si spaventano con l'aceto (cioè con la cortesia si attrae il prossimo).
A l'amis pelegh el figh, al nemis pelegh el persegh. All'amico pela il fico, al nemico la pesca.
Bisogna stà pussee amis del diavol che di sant. Bisogna restare più amici del diavolo che dei santi.
I amis hin quij che se gh'ha in saccoccia. Gli amici sono quelli che si hanno in tasca (cioè i denari).
L'amis vecc l'è on gran bell specc. - Un vecchio amico è come un gran bello specchio.
L'è mej on amis che cent parent. - È meglio un amico che cento parenti.
Prima de fatt on amis, mangia insema on carr de ris. Prima di conoscere un amico bisogna mangiare insieme a lui un carro di riso.
Se te vœu fatt on nemis, impresta danee a on amis. Se vuoi farti un nemico, presta denaro ad un amico.
I fals amis hinn come i mosch, che da la sira - a la matina, fin che gh'è de mangià, stann in cusinna. I falsi amici sono come le mosche, che dalla sera alla mattina, finché c'è da mangiare, stanno in cucina.
Amicizia rinovada, l'è minestra riscaldada, che no var ona bolgirada. - L'amicizia rinnovata è una minestra riscaldata che non vale nulla.
Borgo Camuzzago e San Mauro
All'epoca in cui il territorio tra Bellusco, Ornago e dintorni era una landa boschiva e inospitale (frequentata anche dai lupi), nel 1152 ai canonici del Santo Sepolcro parve cosa buona e giusta mettere in piedi un ospizio e una chiesetta a uso dei pellegrini.
Nel 1478 i monaci benedettini presero il posto dei canonici e vi rimasero sino al 1773 e fu con la loro partenza che il convento si trasformò in una vivace cascina rurale, destinata a spopolarsi lentamente fino a essere completamente abbandonata e in rovina alla fine del Novecento. Una visita alla chiesa del San Sepolcro, ora Santa Maria Maddalena, compensa chiunque dei disagi per essersi avventurato, in piena campagna. La terra dell'antico ducato non finisce mai di stupire per la munificenza dei Signori e la devozione degli abitanti.
Qui venne Bernardino Butinone da Treviglio ad affrescare l'abside e le pareti dell'unica navata con la sua arte meravigliosa: la Cena di Gesù in casa del Fariseo vi lascerà stupiti e sgomenti.
Camuzzago, frazione di Bellusco, festeggia San Mauro in modo originale e contagioso e la riuscita della manifestazione è misurata dall'aumento continuo dei partecipanti. In due decenni, gli ex abitanti della cascina abbandonata, che si ritrovano insieme ogni anno, sono passati da 60 a oltre 150 persone. Un esempio beneaugurato di longevità.
Le indagini all'anagrafe continuano per ricostruire il quadro dei pigionanti dell'antica cascina prima del grande esodo. I promotori di questa "rimpatriata", che persegue anche fini benefici, non lesinano gli sforzi. È stata creata un'Associazione denominata "Amici di Camuzzago" nata nell'intento di mantenere vivo il ricordo non solo di un luogo ma anche di un modo di vivere e di essere. Nel giorno che si festeggia il loro patrono, organizzano visite guidate presso la chiesa che non è più luogo di culto ma di incontri e attività culturali.
Oggi il borgo e la chiesa sono di proprietà della società San Mauro Srl, che ha provveduto al piano di recupero e alla ristrutturazione dell'intero complesso.
 
 
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29 Febbraio 2024 - giovedi - sett. 09/060
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LA CASA (5/6)
M: Te tocchet on tasto molto doloros, che però l'è minga domà milanes, ma è una realtà di quasi tutto il mondo, che vede la popolazione aumentare a dismisura, che poi si riversa in massima parte nelle città. Nun semm ancamò fortunaa col nostro milione e mezzo scarso di abitanti, che diventano magari due o tre durante la settimana, ma pensa agli agglomerati di 15-20 milioni di persone. In effetti, sono come degli Stati interi, che hanno bisogno di tutti i servizi e la strutture di uno Stato, che però magari sta lontano, come è il caso nostro, e così tante decisioni non si riescono a prendere oppure vengono prese male. A Milano, la maggioranza delle persone abita in casa di proprietà, ma per chi ghe l ha nò i problemi possono essere particolarmente difficili. E pure per chi ce l'ha, come gli anziani soli, che però gh'hann forse bisogn de quaicoss d'alter.
C: Certo che così, anche con le nostre dimensioni contenute, senza i grandi sobborghi milionari (di gente, non di soldi...) trovare dei nuovi milanesi è più difficile, visto che i nostri tanto decantati esempi di efficienza e modernità, inscì ris'cen de diventà quaicoss de negativ, quando leggi sul giornale i fatti causati da questi problemi, mentre su un'altra pagina si parla della smagliante modernità.
M: Eh già, dopo quello che abbiamo detto all'inizio su come ci vedono da fuori, ogni tanto torna di moda raccontare chi sono i milanesi, ma ancor più le milanesi, sempre però prendendo come esempio quel mondo che l'è minga certament quell di cà popolar... Sono, in genere, donne che parlano di voi donne e non so se fanno un favore o meno alle donne milanesi, perché regolarmente si parla soltanto di quelle che tanti chiamano radical chic, ricche, belle, colte e naturalmente intelligenti e sempre giovani ed immancabilmente anche di sinistra. E naturalment dove stann de cà? Il loro ideale sembra essere il salotto della Contessa Maffei in via Bigli, ma va ben tusscoss, purché nelle zone "in" di Milano, firmato dagli architetti e arredatori di tendenza e magari anche fotografato per qualche rivista patinata.
C: Ho letto che uno di questi archistar ha parlato di una Milano fatta più che di quartieri di tanti luoghi chiamati unità di vicinato, più di 70 ne ha individuate, che, ripensando al passato, potrebbero assomigliare alle vecchie contrade, ma fo fadiga a pensà che le milanesi moderne che hai descritto si adatterebbero a questo modo di vivere la città.
M: L'ho leggiuda anca mi, insieme ai dati di una ricerca fatta nel 2022 da un istituto specializzato su milanesi di tutte le età, nei nove Municipi della città, dove risulterebbe che oltre l'80% di loro è soddisfatto del quartiere in cui vive e ben il 90%, se proprio dovesse cambiare casa, non vorrebbe uscire da Milano.
La Scala con i suoi caffè - (Piazza della Scala)
Il 13 agosto 1778, quando il Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala venne inaugurato con la messa in scena dell'Europa riconosciuta di Salieri, la piazza antistante il teatro non esisteva. Al suo posto vi era un dedalo di viuzze animate che prendeva il nome dalla chiesa demolita di Santa Maria alla Scala, o delle Case Rotte, e ospitava una miriade di caffè, vivace luogo di ritrovo di artisti, letterati e impresari. C'era il Caffè Martini, anche noto come Caffè Dujardin - dal nome del fondatore Vincenzo Dujardin - dove si trovavano i librettisti scapigliati (forse per la fama della sua gastronomia), il noto Caffè della Peppina, ritrovo dei pensatori mazziniani, e il Caffè Cambiasi, dove un giovane garzone napoletano, Domenico Barbaja, inventò la barbajada, una miscela di caffè, cioccolato e panna che divenne famosa in tutta la città. Per la cronaca, garzone, divenuto un noto impresario teatrale, aprì non lontano il Caffè dei Virtuosi. Infine, tra la Corsia del Giardino e quella di san Giuseppe (oggi via Manzoni, angolo via Verdi) si aprivano le vetrine del Caffè Cova, ritrovo del bel mondo e sede del Circolo dell'Unione.
Febbraio
Nel calendario romano arcaico, febbraio era l'ultimo mese dell'anno e terminava ufficialmente nei giorni 23 e 24, corrispondenti alla festa di "Terminitalia" e al "Regifugium". I giorni successivi per arrivare a marzo servivano per fare coincidere l'anno solare ai canonici 365 giorni, un po' come facciamo ancora oggi con l'aggiunta del 29 febbraio ogni quattro anni.
Il nome deriva dal latino "februarius" o "februarium", vale a dire il mese delle purificazioni dai riti che avvenivano durante questo mese, mentre i romani lo consacrarono a Nettuno, il dio del mare, che era invocato dai marinai dell'antica Roma per propiziarselo in vista della bella stagione e quindi con la ripresa delle navigazioni.
È il mese più povero sotto l'aspetto agricolo, richiama la gente al raccoglimento e alla meditazione e ci si augura che sia umido e nevoso come ci ricordano due proverbi: "Febbraio umido, buona annata" e "Febbraio nevoso, estate gioioso" ma non dimentichiamo il più famoso "Febbraio febbraietto, corto e maledetto".
Rivolta d'Adda: la Fiera di Merci e Bestiame
Il 9 febbraio ricorre il martirio di Sant'Apollonia, avvenuto ad Alessandria d'Egitto verso il 249 d.C. sotto la persecuzione dell'imperatore Gaio Messio Quinto Traiano Decio.
Poco sappiamo della vita della santa, mentre sono bene conosciuti gli avvenimenti del martirio, cominciato con una sommossa popolare che produsse il massacro di moltissimi cristiani. I persecutori della vergine Apollonia cominciarono a estrarle tutti i denti, quindi accesero un rogo con la minaccia di bruciarla viva se non avesse rivolto loro parole blasfeme. Dopo aver riflettuto e riuscendo nel frattempo a liberarsi momentaneamente dei suoi aguzzini, senza alcun indugio si gettò nel fuoco fu consumata.
La santa fu prescelta quale patrona dai dentisti e invocata spesso come protettrice contro il mal di denti e delle mascelle e più genericamente da tutti coloro che ne temono il dolore.
A Rivolta d'Adda in questi giorni si tiene la "Fiera di Sant'Apollonia"; è la prima fiera dell'anno per gli operatori del settore agricolo, infatti, nell'ambito della manifestazione si tiene anche la "Fiera Regionale di Merci e Bestiame" giunta nel 2016 alla 188.ma edizione.
Una kermesse che comprende manifestazioni musicali, folkloristiche e sportive, convegni sull'agricoltura, una rassegna di macchinari agricoli, esposizione di bestiame da latte e da allevamento. La fiera si svolge tradizionalmente il secondo lunedì del mese di febbraio e la domenica che lo precede: nel giorno festivo si ha una grande affluenza di pubblico mentre il lunedì è dedicato agli "esperti" del settore.
Lungo le vie Battisti e Cereda, piazza Ferri e lungo i portici del palazzo comunale, sono esposti animali quali bovini, cavalli, conigli e perfino gli struzzi. Molti i premi che vengono consegnati ai migliori animali esposti, ma il più ambito è quello destinato alla vacca da latte, seguono altri premi per manze e giovenche, alle vacche primipare e alle mammelle più prolifiche, non manca quello al miglior allevatore ed espositore. Come si può intuire, la fiera è un grande appuntamento agricolo, con presenze provenienti da tutta la regione e mantiene viva la tradizione secolare di un mestiere, oggi secondario, del contadino, ma tuttora indispensabile a tutti noi per i prodotti genuini che ci fornisce quotidianamente.
Il clou della fiera avviene la domenica mattina quando la Pro Loco distribuisce ai visitatori la tipica trippa, sotto il portico del Comune.
Spostandoci verso le vie Giulio Cesare e Giuseppe Garibaldi e incro ciando piazza Vittorio Emanuele ci troviamo nella miriade di bancarelle e venditori ambulanti, dove si trova di tutto, ma soprattutto i prodotti enogastronomici. Interessanti mostre sono allestite, di volta in volta, nel cortile di palazzo Celesia dove spesso sono esposti oggetti tipici della Rivolta di un tempo, che nel Medioevo era chiamata "Ripalta Sicca", e che recentemente è stata nominata "Riolta Vegia" per una mostra che fornisce ai visitatori l'immagine di ciò che è stato il mondo contadino locale fino a pochi decenni fa.
 
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01 Marzo 2024 - venerdi - sett. 09/061
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Ambrogio (secolo IV) - >> Basilica di San Nazaro Maggiore, largo Richini
Dopo l'Editto di Costantino del 313, che consentì la libertà di culto, si venne a creare uno scontro fra la dottrina cristiana sancita dal Concilio di Nicea (325) e quella di Ario, che negava l'identica natura di Dio Figlio con Dio Padre.
In questo contesto, a Milano, nacque nel 374 una contesa per la successione del vescovo Aussenzio di fede ariana. In quel periodo anche le corti imperiali erano divise, nicena a Costantinopoli con Teodosio e ariana a Milano con Valentiniano. Per calmare il tumulto venne chiamato il governatore della provincia, Aurelius Ambrosius (nato a Treviri da nobile famiglia romana), laico e istituzionalmente neutrale. Il suo intervento piacque a tutti, tanto che lo convinsero ad abbandonare la carriera civile, a ricevere i sacramenti e dopo pochi giorni a diventare vescovo.
Era il 7 dicembre, ancora oggi festa del Santo Patrono. Ambrogio per vent'anni si distinse per forte personalità, capacità oratoria, erudizione, intransigenza con i potenti, predicazione appassionata, lotta acerrima contro i credi non cattolici, abilità politica e amministrativa, carità verso i poveri. Promosse il monachesimo soprattutto femminile, convertì il filosofo Agostino che divenne il più grande dei Padri della Chiesa, introdusse il canto antifonato e compose inni, rinnovò la liturgia (rito ambrosiano), ritrovò e provvide alla traslazione dei corpi di martiri favorendone la diffusione del culto. La basilica Apostolorum (oggi San Nazaro) è una delle quattro da lui volute fuori dalla cinta muraria, ai poli della città. La chiamò così perché conteneva reliquie
La metallurgia tra Bronzo Medio e Recente
Tra il Bronzo Medio e il Bronzo Recente (XVI-XIII secolo a.C.) si assiste all'affermarsi su ampia scala dell'artigianato legato alla produzione di manufatti in bronzo. Le attività metallurgiche comportano l'alligazione del rame con lo stagno e la fusione in matrici chiuse o aperte per la realizzazione di un'ampia gamma di utensili, armi e oggetti d'ornamento.
La metallurgia rappresenta uno degli aspetti più caratteristici delle culture della Scamozzina-Monza e di Canegrate e testimonia l'esistenza di un sistema di scambi di idee e oggetti tra popolazioni di territori anche molto distanti tra di loro.
La diffusione delle tecniche di lavorazione dei metalli vede come protagonisti artigiani che si spostavano tra aree più o meno contigue, non necessariamente appartenenti agli stessi gruppi culturali. In questo modo facevano circolare oggetti finiti e modelli, riprodotti poi localmente (anche con variazioni morfologiche) ma riconducibili a un'idea comune. L'area di nostro interesse rientra in questo schema di diffusione e testimonia legami molto vivaci tra il nord e il sud delle Alpi: le influenze stilistiche viaggiavano indistintamente da nord a sud e viceversa. Prove di questi contatti sono rappresentati da asce, pugnali, spilloni, spade ed elementi di ornamento che oggi ritroviamo non solo nelle aree di riferimento della cultura di Canegrate ma anche in tutti quei territori partecipi degli scambi, come la Svizzera, la Germania meridionale e la Francia orientale. Testimonianza indiretta di produzioni realizzate localmente è costituita dal ritrovamento di matrici di fusione ricavate da pietra del luogo ma destinate alla creazione di oggetti diffusi a nord delle Alpi. Vi sono esempi già dalla media età del Bronzo, tra cui una matrice da Viverone (BI) da cui si realizzava un tipo di spada documentato poi in Germania.
Pessano con Bornago e la Sagra del Firùn
Rimanendo nell'ambito di Sant'Apollonia, è singolare il caso del di Pessano con Bornago, che, dopo oltre cinquant'anni, ha riproposto dal 2003 una festa che solo gli anziani possono ricordare, risvegliando le tradizioni di una volta, i ricordi di un mondo rurale di cui restano poche tracce.
I paesi di Pessano e Bornago sono stati uniti il 1° settembre 1870, ma ancora oggi gli abitanti si sentono indipendenti l'uno dall'altro, tanto è vero che due sono le chiese e due sono anche i cimiteri; Sant'Apollonia è la santa protettrice di Pessano, mentre Bornago ha Sant'Anna. Difficile quindi fare una festa che siglasse l'unificazione dei due paesi, ma nel caso specifico di Sant'Apollonia, l'Amministrazione comunale è riuscita a fare un passo molto importante per una festa comune.
Nella chiesa parrocchiale di Pessano, dedicata ai Santi Vitale e Valeria ci sono molte testimonianze del legame con Sant'Apollonia quali una vetrata e una statua con gli emblemi della palma del martirio e la tenaglia con la quale le sarebbero stati strappati i denti, collocati sulla parete a sinistra entrando dall'ingresso principale: inoltre sono presenti un'ovale raffigurante la santa con un fazzoletto sulla guancia, due reliquiari d'argento con frammenti d'osso e un busto d'argento, conservati nella sacrestia. Come possa, la parrocchia di Pessano, aver ottenuto due frammenti di ossa, ancora oggi, rimane un mistero.
Con la nuova "Fiera di San- t'Apollonia" si è riscoperta anche quella che era chiamata la "Sagra del Firùn", che prende il nome dalle castagne infilate nello spago e poi intrecciate, come una spina dorsale, da cui deriva il termine lombardo.
Una ricerca storica, effettuata da Monica Meroni, ci riporta alla luce la preparazione del "firùn", nelle vecchie edizioni della sagra, tra la fine dell'800 e la seconda guerra mondiale.
Acquistate le castagne, forse nella zona di Lecco, erano messe a bagno nell'acqua per ammorbidirle, quindi erano disposte in secchi, si prendeva dello spago, un ago da calzolaio molto lungo e si infilavano quattro volte. Se ne facevano delle file, da due a otto, e quindi venivano intrecciate. Una volta completato il "firùn", era cotto nei forni del pane e appena sfornato era coperto con teli di juta per far sì che il vapore non fuoriuscisse, infine era decorato con strisce di carta crespa colorata. La fiera offriva ai giovani l'occasione per l'aggiustamento, vale a dire la presentazione ufficiale del fidanzamento, essendo una delle poche occasioni in cui il pranzo di casa era particolarmente solenne. I ragazzi cercavano tra le bancarelle il "firùn" da regalare alla fidanzata, sceliendo quello meglio decorato e più costoso perché si doveva fare bella figura e quindi non si badava solo alla qualità.
Ogni anno l'Amministrazione sceglie un tema. Nel 2016 è stato proposto "Comunicare per conoscersi". La comunicazione, in tutte le sue declinazioni, è stata interpretata come strumento di conoscenza reciproco e quindi come filo conduttore che ha legato le opere del palio, le mostre e le iniziative presenti nel ricco programma.
San Sebastiano, il santo che sconfisse la peste
San Sebastiano è ricordato nella terza festività del mese, ma il giorno a lui intitolato cade il 20 gennaio. Secondo il parere autorevole di Sant'Ambrogio trattasi di un santo milanesissimo, vissuto nel terzo secolo e soldato romano di mestiere.
Nell'autunno del 1576, Milano era imperversata dalla peste, e all'arcivescovo Carlo Borromeo venne in mente di chiamare in aiuto San Sebastiano anziché il patrono di Milano Sant'Ambrogio e San Sebastiano in qualità di vice, fece discretamente la sua parte: nel gennaio 1578 la peste cessò ufficialmente.
In suo onore fu costruito a spese del Comune, in via Torino nel centro di Milano, il tempio di San Sebastiano a pianta circolare su progetto di Pellegrino Tibaldi detto il Pellegrini, dove ogni anno si celebra una solenne cerimonia per commemorare la fine della peste, sempre nella giornata del 20 gennaio.
L'iconografia ufficiale lo rappresenta legato a un albero e trafitto da frecce. Dagli altari San Sebastiano è passato disinvoltamente nel calendario civile. In qualità di soldato, congedatosi per motivi di forza maggiore, è stato eletto patrono delle forze dell'ordine italiane, in particolare il Corpo di Polizia Locale.
A Cernusco sul Naviglio gli è dedicata una giornata intensa di celebrazioni. Al bilancio annuale del Corpo di Polizia, fatto dal suo comandante, seguono la sfilata della banda musicale, la promozione degli agenti per merito distinto, la benedizione della bandiera del Corpo da parte del prevosto di Santa Maria Assunta e la messa. La cerimonia si conclude solitamente con l'intervento del sindaco, seguito da un momento conviviale a cui possono prendere parte tutti i presenti.
Comune di Affori (Affor/ Affer)
Nome abitanti: Afforesi
Oggi fa parte del Municipio 9 e il suo centro si trova in piazza Santa Giustina, con l'omonima chiesa. Il toponimo è incerto: qualcuno lo riconduce a Sancta Justina ad foras, per distinguere la chiesa dalla preesistente Sancta Justina ad intus, all'interno delle mura della città; oppure Ad forum (per la presenza di un antico mercato); o Ad fontem (per l'abbonante presenza di fontanili). Dell'antico abitato si fa menzione negli Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano fatti nel 1346. La sua vocazione è stata a lungo prevalentemente agricola. Nel 1858 contava 2.243 abitanti; prima di venire aggregato a Milano, nel 1923, il Comune superava le 20.000 unità. Di Affori ricordiamo:
*la seicentesca Villa Litta Modignani, utilizzata in passato come residenza estiva e luogo di ritrovo della nobiltà milanese, che nell'800 fu sede anche di uno dei più importanti salotti intellettuali milanesi;
*la chiesa di Santa Giustina, che custodisce una piccola copia della Vergine delle Rocce, che gli studiosi convergono oggi nell'attribuire a Bernardino Luini;
*il Corpo Musicale Gaetano Donizetti, noto come la Banda d'Affori, fondato nel 1853, che si ricorda soprattutto per la canzone dialettale Il tamburo della banda d'Affori (1942);
*lo stabilimento tipografico dove si stamparono per molti anni i prodotti periodici del Corriere della Sera;
*uno splendido esemplare centenario di Platanus Acerifoli, tra via Astesani e viale Affori. Affori era anche il luogo da dove provenivano i rizzarditt, esperti nella pavimentazione a Iciottoli delle vie (rizzada), attività che occupava i contadini afforesi nei mesi in cui languiva il lavoro nei campi.
 
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02 Marzo 2024 - sabato - sett. 09/062
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LA CASA (6/6)
C: Dati che fanno pensare bene, ma come semper succed, on cunt l'è la teoria, un altro la pratica, la vita reale, che continua ad avere a che fare coi problemi di parcheggi, trasporti pubblici, verde, mancanza di attività commerciali... per non parlare dei numerosi spazi ed edifici lasciati in abbandono.
M: Certo è lodevole offrire opportunità di aprire negozi e luoghi di socializzazione all'interno di questi quartieri e cercare di ricreare una cultura di vicinato, ma se poi gli abitanti preferiscono far la spesa nei centri commerciali e ritrovarsi solo per svago a Brera o sui Navigli, ecco che un operatore privato rinuncia all'impresa. Inscì se dev sperà in quaicoss ch'el daga vita ai vari luoghi abitativi, e quando questo avviene, come per fortuna continua ad accadere, se derven di prospettiv debon interessant. È il caso di Porta Nuova e CityLife, che abbiamo già ricordato, ma anche dei luoghi legati al Salone del Mobile, quelli appunto chiamati Fuori Salone, come via Tortona e dintorni, e Lambrate e il più recente NoLo, come l'è stada appenna ciamada all'americana la zona a nord di piazzale Loreto, senza dimenticare la vecchia Isola... Ma ormai queste zone gh'hann pu nient de la periferia. Adesso c'è anche chi parla di città orizzontale, che forse significa che è finita (per il momento) la stagione dei grattacieli e si tende ad andare verso l'esterno...
C: Me par d'avella giamò sentida 'sta storia, quando si parlava male del Pirellone o della Torre Velasca e poi si costruivano i casermoni alla sovietica in periferia... Certo che, verticale o orizzontale che sia, non basta abitare a Milano per definirsi milanesi, bisogna avegh voeuia di entrare nello spirito meneghino, fatto di concretezza ed apertura, anche se, come abbiamo ripetuto, vivere qui diventa sempre più costoso e le disuguaglianze tendono a crescere. Ma sono convinta che gh'è in de l'aria de Milan quaicoss ch'el riess semper a superare tante difficoltà ed a farci stare tutti (anche quelli che arrivano da fuori, vicini o lontani che siano) sempre un po' più avanti.
M: A proposito di concretezza, a Milano la casa non è solo contenitore di persone, ma anche di cose: l'arreda mento, il design, come già ricordato, sono ricercati quanto e forse più degli edifici stessi, e di tutto questo Milano è diventata la capitale. E poi "casa" sono anche i luoghi dove si lavora - uffici, fabbriche, botteghe... - dove se viv spess pussee temp che in cà propria.
C: Comunque, me pias el noeuv profil che Milano l'ha ciap paa in di ultim vint'ann, lo skyline, come si chiama col solito inglese. Con una rapidità che, per le nostre abitudini, ap pare incredibile. Speremm che tutta 'sta robba la dura, e che non sia qualcosa di effimero, destinato a diventare come tutti quegli edifici abbandonati che ancora sono lì a vosà vendetta, anche se, a suo tempo, hanno dato lavoro a tanta gente.
M: Ancamò el Bonvesin de la Riva, forse il più milanese dei nostri letterati, che qualcosa come 750 anni fa diceva: «Il segreto di Milano non sta nella sua immutabilità, ma nella sua capacità di cambiare>>.
C: Quella che invece me par che la sia mai cambiada è la nostra fama di essere grandi lavoratori, anzi direi addirittura amici del lavoro. Cosa dici, passiamo a questo nuovo argomento?
La storia di Busto e le sue relazioni - capitolo 7 (2/10)
Non mancano di quelli che scrissero che in tale congiuntura i Bustesi furono aiutati dai Santi Re orientali, ossia dai tre Santi Re Magi, già prima invocati con pubblica preghiera. Essi apparvero in atto di combattere contro Facino Cane come il divo Ambrogio aveva assistito Azone contro Visconti presso Parabiago.
Così infatti scrive Alberto Bossi nel suo Elogio al popolo bustese :
Affrettati a venerare i tuoi dei (i Re Magi), fuggi i peccati, e così essi concederanno ricchezza e i loro doni al borgo. - Ti diedero la salvezza e nessun nemico armato finora ti spogliò.
L'atroce guerra o per le piogge o per altro aiuto si allontanò. L'ira del duce Facino credette di poter tutto distruggere, - là dove, a somiglianza dei castelli, sta ancora oggi il bastione.
Quei re che tu, supplice, coi voti e con le preghiere avevi invocati apparvero e porsero il loro aiuto.
Fuggi: quando vide che non coi mortali - ma con i celesti egli combatteva (1).
Comunque si pensi di questa apparizione dei Magi è certo che Facino assalì il borgo e che i Bustesi in quella circostanza, implorarono l'aiuto di quei Santi e fecero un voto (2).
Ciò risulta da monumenti pubblici, e noi ne tratteremo più diffusamente là dove mostreremo che quel voto fu fatto dai borghigiani in seguito al timore e al terrore delle devastazioni che erano fatte nel ducato milanese da Ottobono dei Terzii, sebbene di poi, per l'assalto di Facino, quel voto sia stato rinnovato o almeno si cominciò a porlo in esecuzione. Facino Cane dovette metter fine alle devastazioni nel contado milanese per l'intervento generoso del duca Giovanni Maria.
Quando, infatti, egli vide che Facino gli devastava il territorio, Giovanni Maria gli affidò il comando di tutto l'esercito ghibellino e lo nominò capitano delle sue milizie; e Facino Cane tenne questa carica con tanta fedeltà che, quando, poco dopo, Giovanni Maria fu ucciso in mezzo all'atrio del palazzo ducale, mentre usciva dalla chiesa di S. Gottardo, da alcuni della famiglia dei Triulzi che avevano congiurato contro di lui, coll' aiuto suo, Filippo Maria, fratello del duca defunto, fu eletto duca in luogo di Giovanni Maria. Non solo, ma l'aiuto di Facino fu assai utile a Filippo Maria, perchè per opera sua a lui si ricongiunsero quelli che a Giovanni Maria si erano ribellati.
(1) Per testimonianza del Ferrario o. c. questi versi stavano scritti su l'arco della porta detta dei Re Magi che s'apriva a settentrione nella località che ha conservato a lungo il nome di Ponte dei Re Magi per il ponte levatoio che vi dovette essere allorchè esistevano ancora le vecchie fortificazioni.
(2) Il voto che i Bustesi fecero in ringraziamento della grazia ottenuta fu di celebrare con particolare solennità la festa dell' Epifania, dedicata, come ognuno sa, ai SS. Re Magi. Si facevano a questo scopo nei secoli scorsi solenni processioni nei tre giorni precedenti la festa; poi, invece delle processioni, si usò, sempre in quei giorni, suonare le campane a distesa. Anche oggi la popolazione del quartiere Savigo celebra la festa dei Re Magi con luminaria e concerti e albero di cuccagna.
Le Gioconde (I tram funebri)
A partire dal 1500, Milano si misurò con il problema della sepoltura dei suoi morti che, in una città in espansione, crescevano di numero. Con l'inaugurazione del cimitero Maggiore, nel 1895, si cercò di colmare il sovraffollamento dei piccoli cimiteri di quartiere, ormai totalmente inglobati nell'abitato. Tuttavia, sorse fin da subito il problema dei cortei funebri, che dovevano raggiungere una zona troppo periferica. Per questo il Comune, insieme a Edison, la società che gestiva i tram elettrici, fece realizzare delle vetture per il trasporto dei feretri e degli accompagnatori, con sedili di velluto, vetri smerigliati e locali ventilati. I tram funebri, di colore scuro, vennero subito ribattezzati «Gioconde», per la triste funzione svolta. La prima stazione di servizio fu quella di via Bramante, dove giungevano le salme provenienti dalle diverse parrocchie per essere trasferite sul tram e accompagnate nell'ultimo viaggio verso il cimitero. Ben presto fu necessario aggiungere una seconda stazione, per la zona Sud della città, in Porta Romana, nell'edificio che oggi ospita le Terme di Milano.
La fiera di Gessate dedicata a San Mauro
Da più di un secolo Gessate, l'ameno paese che, in passato, ha visto don Lisander (Alessandro Manzoni) recarsi in visita ai suoi cugini Beccaria, anima una fiera di buone tradizioni, che sa proporre iniziative sempre nuove. Da queste parti sta sugli scudi un monaco famoso per l'osservanza alla regola benedettina.
Dopo essere stato tra i primi seguaci di San Benedetto, gli successe come priore nell'abbazia di Montecassino. Nell'agiografia San Mauro è ricordato per un prodigio, che valse a salvare San Placido, suo inseparabile amico e confratello, da acque insidiose.
Gessate si è legata, da tempo immemore, alla storia dell'ordine benedettino di Sant'Ambrogio per via di alcuni ubertosi terreni. A partire dal X secolo l'abate milanese delegò un suo monaco all'opera di con- duzione di un fondo agricolo, ricevuto per lascito a Gessate. È scritto sulle carte d'archivio. Furono proprio i monaci, nel 1679, a donare alla comunità gessatese una reliquia di San Mauro abate, divenendo così il patrono del paese.
Agli esordi la fiera di Gessate contava tre banchetti sparsi tra gli olmi secolari, giusto a lato della chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Nel tentativo di evocare lontane atmosfere, si è pensato di intervistare Luigi Bagnaschi, venditore di marroni D.O.P. di Cuneo e decano. Ecco la risposta: "più di 50 anni fa, mio padre ed io venivamo da Sant'Angelo Lodigiano (dove vivo ancora), vendevamo castagne, cosa che faccio tuttora". La signora Quadri, a sua volta, gli fa eco: "mio padre ha cominciato a venire qui dal 1911 vendere dolciumi, veniva su di un carretto tirato da un cavallo macilento. Ha tirato avanti fin che ha potuto, poi gli è subentrato mio fratello". Alle bancarelle si è affiancato da alcuni anni lo stand del commercio equo e solidale, "cerchiamo di fare del bene", informa Lino Guarnieri, uno tra i promotori dell'iniziativa, "ci siamo ripromessi di concorrere a finanziare l'accoglimento di un gruppo di minori, reduci dall'esperiaenza di Cernobyl”. Nel novero delle iniziative fisse della fiera rientra una riunione conviviale, che si svolge alla domenica o nel sagrato della chiesa cornice elegante di villa Daccò: è la trippa con gli Alpini, curata dal oppure nella Gruppo Alpini di Gessate. Si degusta il piatto della tradizione: la trippa di maiale. Il lampredotto, così è chiamato il piatto in lingua, faceva la sua apparizione sulla tavola dopo che il maiale stato macellato e lavorato. Se ne faceva consumo compatibilmente con il calendario liturgico. Consultando un libro di cucina di Carnacina- Veronelli, solo in Italia centrale sono state rinvenute ben sette versioni di questo monumento alla cucina povera.
L'evento è molto sentito dagli abitanti dei paesi limitrofi, richiamati sia dalla mostra mercato che si tiene sempre in via Badia sia dalle numerose messe che vengono celebrate nella chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo dove, per l'occasione, viene esposta alla venerazione dei fedeli, la reliquia del santo.
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03 Marzo 2024 - domenica - sett. 09/063
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Notizie dal Villaggio
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Cosa ascoltare oggi
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CI SI VEDE PER IL... "CAFFÈ"? (3/3)
"Allora... Sentite me, che ne dite se si fa una uscita ogni dieci giorni?": "Aggiudicato!".
E ora viene il problema: come lo si chiama codesto giornale? Non stiamo lì a iniziare una ridda infinita di ipotesi, come quando marito e moglie devono accingersi a scegliere il nome al nascituro, che poi ti fa arrivare al litigio.
"Dove si finisce immancabilmente per trovarsi la sera se non... al solito caffe?"
"Via, aggiudicato! Lo si chiamerà Il Caffè!"
Probabilmente la genesi della rivista non è stata esattamente così, ma è un dato di fatto che dal giugno 1764 al maggio 1766 questo foglio raccoglierà tutta una serie di interventi dei redattori che non solo nella storia dell'illuminismo lombardo e italiano ma anche nella storia politica ed economica di Lombardia avranno un gran peso nei decenni a venire e ne promuoveranno la rinascita in vari campi.
Attenzione però: stamparlo a Milano, o comunque in Lombardia, comporterebbe la possibilità di incorrere nelle maglie della rigida censura austriaca; meglio quindi varcare l'Adda, come il Renzo dei Promessi Sposi, e mettersi al riparo nella ben più tollerante Serenissima Repubblica. Lo si stamperà a Brescia.
Il foglio raggiunge un'eco così vasta che comincia una serie di fitti scambi, almeno per quanto lo consentono i mezzi dell'epoca, quindi non certo in tempo reale, con un certo Diderot, con un certo Voltaire e, addirittura, un certo d'Alembert si scomoderà da Parigi per venire a conoscere di persona i famosi membri di questo circolo.
Il prestigio acquisito da Pietro verri lo fa assurgere addirittura al ruolo di membro del Supremo Consiglio dell'Economia su invito di Rinaldo Carli, uno dei fondatori della prima ora, che, nel frattempo, per le sue idee, è stato scelto dall'amministrazione austriaca a presiederlo.
Ma parecchi di quei quattro amici al... caffè ne faranno, di strada. A Cesare Beccaria, dopo aver scritto quel dirompente Dei delitti e delle pene che alla corte di Maria Teresa non è certo passato inosservato, viene assegnata la cattedra di Economia Pubblica e ad Alfonso Longo quella di Diritto Pubblico Ecclesiastico presso le Scuole Palatine.
Col suo stile diretto ed essenziale, senza la minima concessione alla piacevolezza espositiva, Pietro Verri non si considera certo "un arrivato" e non smette di far uscire tutta una serie di pubblicazioni nei campi più disparati che in effetti lasceranno il segno: dalle Considerazioni sul commercio nello Stato di Milano alle Meditazioni sull'economia, dalle Meditazioni sulla felicità al Discorso sull'indole del piacere e del dolore e a Le osservazioni sulla tortura.
Con l'avvento di Giuseppe II in veste di unico regnante a seguito della morte della madre, le fortune del Verri paiono offuscarsi, per poi tornare, quando ormai è anziano, agli antichi splendori con l'arrivo a Milano di quel "piccolo Còrso": e allora entra, insieme ad alcuni dei compagni della prima ora e a un pretino che di nome fa Giuseppe Parini, nella municipalità Milanese della re pubblica Cisalpina, dove, durante una delle solite discussioni notturne, muore poco meno che settantenne.
Il conte Pietro Verri viene sepolto a Ornago.
Un suo fratello minore, di ben più modesto livello culturale, che di nome fa Giovanni, passerà invece alle cronache (rosa) per la liaison con una certa Giulia Beccaria, una liaison che darà letteralmente la vita a colui che diverrà l'autore di un tal feuilleton che (ma guarda un po'!) parla di due sposi promessi.
Quand el còrp el se frusta, l'anima la se giusta - Quando il corpo invecchia, l'anima si ravvede
Questo motto, a una prima lettura può sembrare un po' cinico, ma si limita a registrare la realtà della natura umana. La gioventù, momento della vita spesso complicato ma sicuramente molto felice e altrettanto rimpianto durante l'intera esistenza, non si appaia con la penitenza ma con l'entusiasmo, la sperimentazione, e anche con gli eccessi. Quando gli anni aumentano, grazie all'ingresso in scena dell'e sperienza le persone preferiscono affidarsi alla saggezza, si tranquillizzano e può persino accadere che qualche giovane scavezzacollo diventi con la maturità un esempio di eccellente virtù.
E il motto con cui il popolo meneghino delinea le stagioni degli esseri umani, nella sua arguzia, riesce a sintetizzare un dato di fatto: se il corpo si mortifica, invecchia, non «pecca» più (o almeno pecca poco), lo spirito si eleva.
Treviglio, un miracolo prodigioso
All'alba del 28 febbraio 1522, la città di Treviglio era in preda alla disperazione, non sapeva più cosa fare per salvarsi dall'attacco nemico francesi comandate dal generale Visconte di Lautrec, delle truppe pronte al saccheggio e alla distruzione della città. Anche l'ultimo tentativo di offrire le chiavi del borgo, da parte I quattro consoli, rimase senza esito e ognuno si preparo al peggio.
Le donne trovarono rifugio presso le chiese per pregare. Anche nel monastero delle agostiniane si pregava assiduamente ma qualcosa di inverosimile stava per accadere. Sulla del campanile del monastero, era collocato un affresco con l'icona della Vergine seduta, con le mani giunte e con in grembo il Bambino. Verso le otto del mattino, il dipinto cominciò a versare copiose lacrime, tanto che le monache e le fedeli presenti gridarono al "Miracol, miracol" e prese da un'eccitazione crescente corsero verso il centro del paese. In poco tempo il clamore della folla giunse fino al generale Lautrec che era molto cattolico, il quale accorse prontamente nel monastero e costatando che le lacrime scorrevano sul volto della Madonna, tra lo stupore generale, depose la propria spada e l'elmo ai piedi dell'affresco miracoloso e, radunate le sue truppe tolse l'assedio. La città era salva.
A seguito dell'avvenimento, il Consiglio comunale proclamò l'ultimo giorno di febbraio, festa della città, e decise di edificare una chiesa dedicata alla Vergine. Fu così che tra il 1594 e il 1619, sorse il santuario, nei pressi del luogo miracoloso, che prese il nome di "Beata Vergine delle Lacrime" e proprio nel 1619, alla presenza del cardinale Federico Borromeo, fu traslata l'immagine miracolosa della Vergine nel nuovo edificio. Ancora oggi la troviamo sull'altare, mentre, nella prima cap pella della navata sinistra, sono collocati la spada e l'elmo del generale Lautrec. Non meno importante è la decorazione della volta a botte che, appena entrati, troviamo sopra le nostre teste. Si tratta di un'enorme affresco eseguito da Gianluca e Carlo Molinari, tra il 1719 e il 1722, che rappresenta l'episodio del 1522 con attorno l'immagine della città di Treviglio, ancora circondata dalle mura merlate.
Dal 2001 la Pro Loco trevigliese organizza un'attenta ricostruzione storica del giorno del miracolo, con tutti i suoi momenti e personaggi principali, lungo un percorso che, partendo dalle quattro porte di Tre- viglio, culmina nel centro storico in piazza Insurrezione e nel santuario. Sono circa duecentocinquanta le persone impegnate, in sontuosi vestiti d'epoca, che sfilano per le vie cittadine, precedute dagli sbandieratori e seguite dai cavalieri, guidati dal generale Lautrec con il suo esercito. La manifestazione è chiamata "Miracol, si grida" e tocca il culmine quando le pie donne, consapevoli di quanto sta accadendo, corrono verso la chiesa di San Martino invocando al miracolo e, informato il parroco, tornano sulle scale del santuario e insieme a un gruppo di figuranti vestiti da suore Agostiniane, invocano il "Te Deum" di ringraziamento.
 
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lib384-settimana-43

 
 
 
 
 
RVG settimana 43
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana 43 del 2023
 
 
 
 
 
RVG-43 - da  - Radio-Fornace
 
 
 
Settimana 43
dal 28 Ottobre 2023 al 29 Ottobre 2023
 
Settimana 43
Carissimi Soci, si avvicina il primo appuntamento della stagione autunno ?? inverno ? . Siete tutti invitati alla tradizionale castagnata ?? della Fornace : saremo lieti di offrire Vin Brûlé, bibite e dolcetti . Come lo scorso anno , per chi avesse piacere , potranno portare torta ?? o biscotti ?? da condividere. Saranno allestiti piccoli laboratori creativi a tema Halloween ??. (lucico 17/10/2023)
Ciao, il 29 ottobre sei invitato a pranzo da Marisa ,Cristina e Francesca c/o il ristorante della Fornace in segno di ringraziamento per l’aiuto che ci hai dato questa estate .
Chi volesse offrire il proprio aiuto per la preparazione delle castagne Sabato e la distribuzione Domenica può scriverci qui.
Carissimi , chi volesse portare torta o biscotti mi faccia sapere qui entro domani sera per poterci organizzare . Grazie
 
2023/10/28 -  sabato
Preparazione della castagnata - In fornace il gazebo arredato - tavoli con tovagliette e arredo centrale - 60 kg di castagne da incidere da volontari - 60 kg per 4euro al KG - + 5 ottimi taglierini - Cercasi volontari
2023/10/29 - domenica
Castagnata in fornace - Vin Brule' fatto al bar - beveraggi leggeri - dalle 1530 alle 1800, cottura su due griglie rotanti e fine gloriosa
Tradizionale castagnata. ci saranno bibite, vin Brule', dolci per tutti. Chi ha il piacere potra' portare torte e biscotti da condividere. Per i piu' piccoli laboratori creativi  a tema Halloween
A pranzo al bar - Pizzoccheri - strudel di mele - I volontari dell'anno 2023 sono invitati al pranzo
Le rotonde a mercallo.
Sono finalmente iniziati i l avori per la realizzazione delle rotonde sulla strada provinciale 629... Dopo il rallentamenti sopraggiunti a causa dell'aumento dei costi delle materie prime. Ora finalmente partito il progetto da 5 milioni e mezzo di euro che punta a riqualificare una delle arterie più sfruttate del territorio che collega Vergiate a Besozzo... Ad annunciare l'avvio dei lavori è stato presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. il 4 novembre durante la premiazione della terra dei due laghi ha comunità europea dello sport virgola, sottolineando che questo progetto incentiverà anche il turismo nei nostri territori. Il progetto è partito nel 2023, a novembre 2023.
2023/10/28 -  sabato
Viaggio nel tempo
- Il prezzo del silenzio - 6 7 maggio 1876
In un prato denominato La Cazzola, fuori di Porta Vittoria, aveva luogo, sabato  mattina, una partita d'onore alla sciabola fra il nobile R.M. e il conte C.D. Alcune parole un po' aspre scambiate fra essi sul finire dell'ultimo veglione alla Scala, accompagnato da qualche gesto ... un po' troppo vivace, furono la causa del duello, che ebbe luogo poche ore dopo; i padrini vi assisterono ancora in abito da ballo. Il signor M. riportava  una leggiera ferita al braccio. Quattro contadini erano accorsi per impedire il duello, ma si affrettarono ad allontanarsi dietro l'invito ricevuto da uno dei padrini, invito che era accompagnato, ben inteso, dall'offerta di un paio di scudi.
Notizie dall'ufficio
- Contatori -  22 ottobre 2023 - Nei prossimi giorni, i manutentori faranno il giro per i lotti per effettuare le letture dei contatori, pertanto, chiediamo a chi ha provveduto a chiudere con il lucchetto, di provvedere a rimuoverlo gia' in settimana, in caso contrario si troveranno a una azione forzata
Notizie dalla piscina
Quando cominceranno i lavori di manutenzione?
 
Proverbio del giorno
la donna golosa
Sont minga una balenna, ma in sostanza
de ciccia ghe n'hoo adoss in abbondanza,
Me disen, "pacciarotta" e 'l me peccaa
l'e' propri quell, che a mi' me pias paccia'
Me pias la pasta, el ris, la rostisciada,
la torta de castegn, la barbajada ...
De la cazzoeula poeu, gioia del venter,
me pias anca quel nomm che se legg denter.
E alora? E alora nient: Santa Lucia:
ghe n'avariss da chili de tra' via,
ma preferissi domandat che i magher
(i donn, i donn) t'je cascet in un lagher,
insci' che ai grass ghe, manca mai l'omett
par godi la vita a tavola e in lett.
Notizie dal Campone - nessuna notizia dal campone
Il pranzo di oggi - cucina - Il bar
Mercoledi' 1 novembe 2024 - Polenta e Bruscitt - Polenta
Il pranzo di oggi - cucina - Il bar
Mercoledi' 1 novembe 2024 - Polenta e Bruscitt - Polenta e zola -  su prenotazione - 345-5113853
Domenica  5 novembre 2024 - a pranzo - Bollito misto - Tagli di manzo, testina, lingua, coda, cotechino, gallina con salsa  e contorni - su prenotazione

lib385-Settimana-45

 
RVG settimana 45
 
Radio-Video-Giornale del Villaggio
 
Settimana-45 del 2023
 
RVG-45 - da  - Radio-Fornace
 
ettimana 45        2023-11-06  -  Novembre - Calendario - la settimana
lunedi        06/11       settimana 45        310 giorno
marrtedi        07/11       settimana 45       311 giorno
mercoledi        08/11        settimana 45        312 giorno
giovedi        09/11        settimana 45        313 giorno
venerdi        10/11        settimana 45        314 giorno
sabato        11/11        settimana 45        315 giorno
domenica        12/11       settimana 45        316 giorno
06 Novembre 2023 - lunedi - sett. 45-310
redigio.it/rvg100/rvg-45-310.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
  1. Richiesta di riunione del Ludico per organizzazione 2024
  2. Taglio delle piante di fronte al bar.
  3. Avete pagato la rata di Novembre di xxx euro???
  4. Ricordatevi che a dicembre c'e' una altra rata di xxxxx euro da pagare che porta l'esborso dei villeggianti a xxx euro per tutto l'anno 2023. Le cifre sono in chiaro ma oscurate per motivi di privacy
Richiesta di volontari
Si tratta di aiutare per l'installazione dell'arredo natalizio.
Notizie di RVG (Radio-Video-Giornale)
RVG significa Radio Video Giornale - Un servizio ideato e creato da Radio_Fornace
per il Villaggio. - 
- RADIO - perche' gia' Radio-Fornace come servizio esiste da tre anni in formato  *.mp3 (in rete privata)-
- VIDEO -  perche' sono in allestimento video da mediamente 4 minuti da vedersi solamente in schermi televisivi approntati solo nel villaggio (aggiornati occasionalmente) - formato *.MP4
- GIORNALE -  Tutte le infornazioni possono essere lette in *PDF
RVG e' un settimanale (a costo = 0) ideato per dare informazioni calendarizzate nei tre  formati per il servizio LUDICO 2024 e quanto concerne la vita del villaggio.  Articoli di una decina di righe con contenuti ad uso pubblico, sono ben accetti  in una rubrica adatta.
Viaggio nel tempo - Galateo del cocchiere - 27 febbraio 1877
Ci e' piu' volte  accaduto di udire i cocchieri delle pubbliche vetture e i conduttori di omibus scambiarsi, mentre si incontrano, sconce parole. Ieri ve ne era uno che in omibus con alcune signore e il conduttore, incontrato un suo rivale, si senti' sollevare la bile e giu' parole indecenti. Non potrebbe l'Onorevole direzione degli omibus invitare il suo personale di imparare un po' di galateo?
Dove andare - Albizzate - novembre
Albizzate /varese) - Sagra della Candelora il 2 febbraio in frazione Valdarno -
Rassegna dei canti popolari e di montagna - prima settimana di novembre - E' l'autunno culturale albizzatese, nell'ambito del quale vengono organizzate molte manifestazioni
Resti del castello, chiesa di San Ludovico e la parrocchiale del XVI secolo
Una preghiera cattiva -  L'astemi
L'astemi
MI, quei che beven, je capissi no,
ghe la foo minga a diventagh amis:
se troevom par disna', se settom gio' ...
mi resti li', lor vann in paradis.
Mi vizi ghe n'hoo no, giughi no ai dadi,
me godi la mia vita a zero gradi;
confessi: mi ghe tegni minga adree
a quej volett che fann i ciooccattee!
pero' , quand tornen dopo la gajna,
t'je vedet col coo in man, a la matinna,
e allora voraria, se un sant me assist,
ciappaj, per una oreggia e digh: " t'hee vist
che il to' parla' d'jersera, insci'......divin
l'era un parla' nient alter che di vin?
07 Novembre 2023 - Martedi' - sett. 45/311
redigio.it/rvg100/rvg-45-311.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Carissimi Soci Ad un mese dalla chiusura delle attività estive , siamo già pronti a ripartire con la stagione autunno ?? /inverno ? . Ad aprire la lista sarà un  Appuntamento immancabile ed imperdibile in Fornace ; domenica 29 ottobre torna la castagnata  ?? .  Si potranno gustare Castagne arrostite accompagnate da Bibite e Vin brûlé. Come lo scorso anno , per Chi ha piacere, si  potranno  Portare  torte  (o qualsiasi altro dolce) fatte in casa per arricchire la merenda. Per i più piccoli saranno allestiti dei piccoli laboratori di lavoretti e giochi  . (notizia Ludico 03/10/2023)
Editoriale
Non e' ancura certo della presenza e collaborazione di RadioFornace con il Ludico 2024. Entro pochi giorni mi presentero' con i tre responsabili del Ludico per definire il mio compito.
Nel progetto personale nel villaggio per il 2024, (RVG) sono gia' attivo come volontario in aiuto al ludico nei modi che ho programmato. Quindi ben poco ho da aggiungere in termini pratici, ma.......
Radio-Fornace
  1. Radio fornace richiede ai villeggianti e non, se possibile avere disponibilita' di televisori vecchi da portare in discarica.
  2. Servono per il Ludico 2024. Indispensabile la porta USB e telecomando
Viaggio nel tempo - Fumo clandestino - 5 gennaio 1939
Fumo clandestino - Si era notata da qualche tempo una rilassatezza nella osservanza della proibizione di fumare al cinematografo, malvezzo che disturbava gli spettatori e la proiezione che rappresenta un pericolo. Non e' raro infatti, vedere nel buio, balenare la fiammella di un accendisigari o la brace di una sigaretta. La polizia si e' preoccupata  di ricondurre alla disciplina questi fumatori clandestini e ha disposto uno speciale servizio. L'altra sera, numerosi agenti si sono distribuiti in numerosi cinematografi del centro e della periferia, soprendendo una trentina di fumatori e dichiarandoli in contravvenzione.
Dove andare - Gallarate - novembre
Festa della Madonna di Campagna - terza domenica di novembre - ai seicentesco santuario dedicato alla Madonna di campagna che ha preso il suo nome  - La chiesa del XVII secolo, - la chiesa di San Pietro del XII secolo - Chiesa di Santa Maria Assunta con campanile quattrocentesco -
Le nostre parole
Giazzeer - Costruzioni a base circolare  in pietra o mattoni, scavate nella profondita' del suolo ed emergenti di 4-5 metri con copertura a forma conica. Localizzate nei dintorni dei laghi (tre sono conservate a Cazzago Brabbia) in esse, durante l'inverno, veniva immagazzinato il ghiaccio proveniente dai laghi e servivano principalmente alla conservazione del pescato. -
Giazzir - Ghiacciaia casalinga, antesignana del frigorifero, costituita da un mobile in legno internamnte rivestito  di lamiera zincata, con uno scomparto per il ghiaccio e l'altro per i cibi da conservare. Era alimentata con pani di ghiaccio che venivano venduti a domicilio
Gaetan, Gaitana -  anche borsetta da donna oppure la piccola valigetta a soffietto usata un tempo per i medici  e profesionisti
Viaggio nel tempo - Esoso - 23 maggio 2001
Esoso -  Brutta avventura per un biellese di 47 anni: mentre l'altra sera alle ore 21.15 stava dando l'elemosina a un marocchino in piazza Zavattari, dalla tasca dei pantaloni e' uscita una banconota di 50.000 lire. Il nordafricano se ne e' subito appropriato. All rimostranze del proprietario, il magrebino ha spezzato il collo di una bottiglia di birra trovata per terra e si e' scagliato contro l'italiano.che cercava di tornare in possessso dei suoi soldi. L'italiano ha dovuto farsi medicare al San Carlo 
Proverbio del giorno
La suocera gh'ha pocch de cattà foeura: ghe l'ha sù col gener o cont la noeura!
La suocera ha poco da scegliere:
o ce l'ha col genero o con la nuora!
Un detto che classifica bruscamente il ruolo delle suocere a seconda dei casi in cui è in giuoco il ruolo primario di madre: suocera comunque restando, si adegua alla situazione aderendo bene anche al caso di esserlo tanto di nuora che di genero!
 
 
08 Novembre 2023 - Mercoledi' - sett. 45-312
redigio.it/rvg100/rvg-45-312.mp3 - Te la racconto io la giornata
Nessuna notizia dal Villaggio
Dove andare - Luino - Mercoledi'
Mercato tradizionale del mercoledi' -  - Mercato famosissimo e pittoresco, dove si puo' trovare di tutto. Le sue origini sono lontane, essendo stato istituito per volere di San Carlo Borromeo nell'anno 1541. Da allora la tradizione e' sempre mantenuta viva, e gia' secoli fa Luino veniva definita dai viaggiatori stranieri come la "citta' mercato".  - A Luino, mercoledi' e' il giorno piuì importante della settimana: centinaia di bancarelle con le merci piu' svariate invadono letteralmente la cittadina e i viaggiatori, particolarmente piemontesi, lombardi, svizzeri e tedeschi, raggiungono specie nel periodo che va da Pasqua a settembre, la punta di cinquantamila persone e anche oltre.  - Mercoledi' e' anche il giorno in cui esce un antico giornale locale "Corriere del Verbano" fondato nel gennaio 1879
Mestieri di una volta
STRASCEE - Strascee......stracciaioo..... pell da cunili ..... os e butili !!! - Cosi' gridava quello che in dialetto era lo strascee, e che in italiano era impropriamente chiamato straccivendolo, in quanto, girando per le strade, gli stracci li comperava, non li vendeva. E infatti pesava i prodotti con la "stadera", la tipica bilancia a leva con la quale pesava i prodotti che acquistava e che "pagava" perche' successivamente li avrebbe venduti per una ulteriore utilizzazione. Oggi si fa' tanto parlare della raccolta differenziata, ma lo strascee, fino agli anni cinquanta, faceva gia' una sorta di quel tipo di raccolta: infatti gli stracci andavano a finire in qualche stabilimento di follatura o riutilizzo, dalle pelli di coniglio sarebbero uscite pellicce o quanto meno colli di "lapin", le ossa servivano alle fabbriche di sapone e le bottiglie venivano lavate e rivendute agli osti e ai negozianti di vino. Unica differenza tra lo strascee e la raccolta differenziata e' che il primo comperava i materiali di scarto e li pagava, mentre per la seconda arriva punrtualmente la cartella della relativa tassa da pagare.
l'angolo delle cavolate
Storia di Milano - il giornale di Milano: Avant e indré.
Milano fu creata all'alba dei tempi da un gruppo di barbari; allora portava il nome Mediolanum (dal latino: "in mezzo all'ano") ed era solamente un piccolo borgo di impiegati assicuratori quasi per nulla dotati (tale caratteristica fisica si è mantenuta integra fino ai tempi moderni).
Successivamente prese il nome odierno Milano da un calabrese (terùn) in gita in tale città che scivolando su un volantino della lega cadde di fondoschiena sul grigio asfalto esclamando: "Miiiiii l'anoo!".
Durante l'Impero romano i milanesi facevano già gli assicuratori; questo provocò molta disoccupazione, dato che a quei tempi non si assicurava nessuno.
Più tardi vennero inventate le società assicurative e i milanesi, i quali avevano esperienza millenaria, divennero immediatamente leader mondiali del settore.
Negli anni ottanta Milano subì un curioso fenomeno fisico: diventò improvvisamente un enorme bicchiere di Jack Daniel's (la famosa Milano da bere). Fortunatamente, negli anni novanta tutto tornò normale e nessuno degli abitanti si accorse dei 10 anni persi, indaffarati com'erano.
Cosi' di raccontava
El pover sindic . - I dispiasè comincen la matinna perchè se pioeuv, se fiocca, se fa frecc la colpa de chi l'è, porca martinna? Del sindich, che '1 doveva slargà i tecc!
Se ai can, se sa, ghe scappa de pissà, sont semper mi quell che ghe va de mezz L'è tutta colpa mia, se la città a pocch a pocch, l'è diventada on cess!
O Sant Ambroeus, a tì la te va mej: cont la toa gesa, cont i "oh bej, oh bej Femm cambi: tì te vegnet giò a Milan insemma ai tò romponi de ambrosian, e mi vegni sul tron in mezz al ciel, a cuntà sù i pissad, ma di candel!
La busecca in broeud
De grazia la me disa sciora Cecca:
Lee che l'è la miee de Meneghin Peccena, bon commensal an' quand l'è a panscia pienna vo ben a fa inscì a fa la busecca ?
Per prim mi fo tosta quatter bei scigolonn, tajaa a quadrett, con butter e con lard e i fo palpà, ma senza truscia rosolandei quiett. Quand peu in ben rostii, ghe foo brasà dent la busecca bell'e preparada già lavada, buida e ben tajada.
La bagni giust, mettendegh in misura l'acqua e ghe gionti subit la verdura. Tanti bei fasoloni bianch, el zeller, i caròtol, tomates, drògh e pever, erba savia e, insemma, on bell toccon de coa de manz che faga del broeud bon. 
La lassi anda adasi ben quattada, de vess già còtta, pronta per mezzdi. Còtta, la lassi lì a quietà per dagh poeu cna desgrassada.
Infin la sagi e rangi de saa, de gust e peu quiet, quiet, la mangi mettendegh sù abondant el parmesan e masarandegh dent di tòcch de pan. Infin, per completà la colazion, paci coi peveron de qui in l'asee, la coa già còtta insemma e me la sbaffi in pas con tutta flemma.
 
09 Novembre 2023 - Giovedi' - sett. 45/313
redigio.it/rvg100/rvg-45-313.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Nota del giorno
E anche quest'anno, come tutti gli anni, è arrivato il rilievo  per il consumo dell'energia elettrica. Cioè rilievo significa prendere i numeri che sono stati registrati l'anno scorso a dicembre a ottobre a ottobre di quest'anno ed è arrivato anche il mio resoconto. Posso dire che è irrisorio e moltiplicato per zero 30 kilowatt anche in euro è irrisorio. Si vede che mi so gestire bene. E voi?
Dove andare - Porto Ceresio - Novembre
Porto Ceresio - Spettacoli di arte varia, spettacoli canori, musicali, folcloristici, dialettali che si riferiscono essenzialmente, ai fatti della vita quotidiana del paese.
Proverbio del giorno
Quad i donn tacchen a fa i sabett, fan descors che fan'anda' gio' i calzett
Quando le donne cominciano  a fare le pettegole fanno discorsi che fanno andare giu' le calze. -
Questo proverbio e' nato nella vecchie case di ringhiera ad uso di quelle donnicciole che passano piu' tempo a commentare i fatti degli altri piuttosto di badare alle loro faccende: questi pettegolezzi erano talmente insulsi che annoiavano l'ascoltatore o ascoltatrice, per  cui si diceva che erano discorsi che facevano andare giu' le calze (tanto insipidi che rompevano gli elastici che reggevano le calze)
Interrogativi d'amore
M'ama non m'ama - mi sono smaltato - di margherite - M'ama non m'ama ... le signorine molto innamorate, quando si valgon di quella consultazione gratuita dell'amore che consiste nello sfogliare una margherita, non credono mai al responso dell'ultimo petalo   ... se questo responso e' negativo (non m'ama). Credono soltanto al reposno affermativo,  anche se e' ottenuto ricorrendo ad una margherita di ricambio
Toponimi di Mercallo
17) Ponte del diavolo: piccola costruzione  in legno di circa 60 metri che congiunge le due parti del Vallone al di sopra del torrentello detto dai locali Rungia.
18) Pra dal Lööf. ampio prato pianeggiante che si estende longitudinalmente ai piedi del Monte del Porto sito nel comune limitrofo di Sesto Calende. Questo terreno fa da confine naturale tra i due comuni. Il nome può essere fatto derivare dal termine dialettale luf "lupo" (cfr. Lova frazione di Malonno -BR-)sia per la presenza fisica dell'animale in questo territorio, come ricordano anche alcuni anziani abitanti della zona, sia per la selvatichezza della località poco ospitale per l'uomo.
Storielle
REGALI DI NOZZE - È bello essere generosi: ma con chi? - Questo è il punto.
Non auguratevi, giovani fidanzati alla vigilia delle nozze, che dei conoscenti acquistino per voi regali esageratamente belli, e costosissimi. È capitato, è capitato ad un tale, dopo un acquisto del genere, di rimuginare a lungo dinanzi a una zuccheriera stupenda d'argento massiccio d'immenso valore:
"Con quello che mi costa, quasi quasi me la tengo io", e di decidere infine d'inviare agli sposi felici, anziché quella preziosa zuccheriera, un telegramma.
Non c'è miglior acquisto di un dono.
I sardinn marinaa
In del pessee comprà quand che gh'in bei fresch e bon mercaa
e bei gròss, on mezz chilo de sardinn e, dopo avei nettaa co'l toeugh el coo, i busecch e peu el coin, e dada ona lavadina, fai sugà distendei su on mantin.
Intant fa 'sta tridadina: mezz'on fesin de ai 'na scigoletta, on poo d'erborin fresch, dò gamb de zeller, de laur ona foietta, tre inciòd con foura i resch.
Mett in piatt i sardinn con la tridada ben fina, on duu cugiaa d'asee, cinq d'òli fin, ona sbroffada de pever e de saa.
Messedai con riguard de nò spelai e in d'on biellin bel pian, a coa in dent, a schena in sù, piazzai ben ben de man e man, tucc in corona.
Coeusi sul fornell ò in forno ma adasin con poggiaa sui sardinn, giust a cappell on piatt ò on covercin.
Quand in frecc, impiattai co 'l sò bagnett e spremegh soravia mezz limon.
Guarnij poeu con di fett de limon tutt el piatt. E così sia.
 
 
 
 
10 Novembre 2023 - Venerdi' - sett. 45/314
redigio.it/rvg100/rvg-45-314.mp3 - Te la racconto io la giornata
Nessuna notizia dal Villaggio
Dove andare - Bareggio - novembre
Bareggio - fiera del 4 novembre - Un tempo importante punto di incontro per tutti gli allevatori della zona, e' ora divenuta una fiera di generi vari con particolare riguardo agli alimentari, ai fiori e gli animali domestici.
Cosa avete sognato?
Una carrozza - o un traino animale
E' simbolo del modo in cui si va avanti nella vita e raggiungono i propri obiettivi, in base a questa simbologia si ricavano i seguenti risultati:
1) - un traino mediante una coppia di asini segnala problemi e ostacoli provocati dalla propria sconsideratezza
2) - Un traino mediante una coppia di buoi indica che perseguono i propri obiettivi con grande energia, perseveranza e fermezza
3) - Un traino mediante una coppia di cavalli e' segno che faranno rapidi progressi senza incontrare gravi ostacoli
Viaggio nel tempo
Tamponamento(29 novembre 1977) -  La paura e il traffico hanno ucciso ieri un cavallo a Milano. Non un campione, ma un anonimo equino da traino, legato a un biroccio e fuggito all'improvviso. Dopo aver seminato il panico tra i cittadini e tamponato una ventina di auto, si è "scontrato" con l'ennesima vettura: rimasto gravemente ferito, lo hanno dovuto abbattere.
Toponimi di Mercallo
19) Prà Gattina: in dialetto noto come pragatin, è un terreno particolarmente umido caratterizzato da sorgenti sotterranee situato a sud sul confine con il comune di Oneda. II nome non dovrebbe avvere affinità con il felino, ma potrebbe derivare da due termini botanici. La prima ipotesi è la gattice (gàtol in dialetto) cioè "pioppo bianco" che deve il suo nome alla somiglianza degli amenti che lo compongono che richiamano la coda del gatto. La seconda ipotesi è una derivazione dal nome dall'erba gattera o gattaia che è caratterizzata da fiori azzurri e si dice abbia proprietà medicamentose
20) Prà Sercè: letteralmente "prati circondati, racchiusi". Con questo toponimo si nominavano dei campi recintati ad uso privato. Il toponimo attestato nelle carte del Catasto Regio del 1905 oggi non è più individuato.
Viaggio nel tempo
L'uomo-vespa - (10 febbraio 1934) - È ricomparso l'uomo-vespa: quel tipo di maniaco che tempo fa aveva destato gran chiasso a Trieste ed in altre città, perseguitando le donne giovani e graziose, che colpiva alle spalle con un lungo spillone. Da qualche giorno, Milano è teatro delle strane gesta di uno squilibrato che si è messo a calcar le orme del suo predecessore triestino: si appiatta agli angoli della strada, segue con la più innocente delle espressioni le sue vittime, poi, ad un tratto, leva di tasca il pungiglione e con quello colpisce volgendo in giro, indifferente, lo sguardo annoiato.
Il guaio del dialetto milanese
- E il guaio? E che in semper meno quei che parla nel nostro bel dialett. Non lo si sente più. Quasi più da nessuna parte, ma neppure a Milano, figuriamoci fuori. Radio, TV, canzoni, persino cabaret sembrano aver dimenticato il milanese. Rimane ancora qualche locale che vuole richiamare le vecchie osterie e qualche benemerita istituzione che si dà da fare per tenerlo vivo. Ma ghoo paura che tra un quai ann  interesserà più a nessun.
Ve no' insci' pessimista? Forse a Milano città questo è vero, ma se ci spostiamo in provincia, verso il Ticino e l'Adda fino in Svizzera, il dialetto è ancora molto parlato. Le minga il milanesda Milano e neppure un dialetto unico, ma tutto sommato ci si capisce. Ed è proprio in quella parte del nostro territorio che si danno più da fare per tenerlo vivo.
Però a podum minga contentass di questo surrogato del milanese. A me piacerebbe che anche a Milano, se fasess quaicoss pusse per tegnill viv  Magari a cominciare dalle scuole, anche se mi rendo conto che mancherebbe soprattutto chi sia in grado di insegnarlo. E poi, nel tempo libero ci sono in effetti tante altre cose alle quali potersi dedicare, oltre allo studio del dialetto. Per esempio, lo sport in cui ancora non l'abbiamo parlato.
 
 
11 Novembre 2023 - sabato - sett. 45/315
redigio.it/rvg100/rvg-45-315.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Dove andare - Legnano - novembre
Fiera di Legnano - primi due giorni di novembre - Fiera tradizionale del bestiame e dei prodotti agricoli, con annessa mostra mercato dell'artigianato. Concerti bandistici e iniziative collaterali di vario genere
Cosa avete sognato?
Avete sognato un Maiale?  - Incarna un atteggiamento di benessere e di fortuna, che puo' anche riferirsi ai sentimenti. Talvolta consiglia di seppellire certe vecchie speranze, perche'  e' quasi impossibile che si avverino; cio' vale soprattutto quando nel sogno si vedono persone anziane dimagrite.
Approcci superati
La sigaretta e' il tipo perfetto del perfetto piacere: e' squisita e vi lascia insoddisfatti - Ci consta che dal repertorio del dongiovanni e' stata definitivamente abolita, perche' ritenuta ormai vecchia e stantia la frase "Le da' fastisio il fumo?" che fino a non molto tempo fa gli uomini dalle intenzioni galanti sceglievano per abbordare sui treni le viaggiatrici solitarie. Forse qualche giovanotto alle prime armi e alle prime sigarette  le userebbero ancora volentieri, ma, ahime', ogni volta che trova in uno scompartimento una donna sola, quest'ultima sta' gia' fumando....(farnadare, far riuscire, mandare in fumo: locuzione che sta per: far fallire, sventare, rovinare un progetto, deludere una speranza)    
Toponimi di Mercallo
21) Ròcol: piccola zona boschiva situata a sud-est della Cascina Paradiso. Un tempo era la zona adibita alla caccia di uccelli quali viscardi, merli e passeri (v. Comabbio ).
22) Ronchi: meglio noti come Runch. È una zona caratterizzata da un leggero pendio al di sotto della Cascina Paradiso (v. Biandronno ).
Proverbi Milanesi
Vardà i tosann a l'età che l'è semper moll a se conclud nagott é ven el stortacoll!
Guardare le ragazze all'età che è sempre molle non si conclude nulla e viene il torcicollo!
Significativo motteggio per quegli uomini che ammiccano ancora da vecchi galli alle ragazze, anche con pretese di presunta esuberanza mascolina. Poichè per la strada questi maturi ganimede si voltano frequentemente per vedere anche da retro certe rotondità corrono il rischio di farsi venire un torcicollo.
I articiocch
«Gina, ho sentii giò pres de la pòrta quel di articiocch. Va giò compren on poo che fin ch'in tener conven tegnin de scorta, ma scernei bei pesant, fresch, abbia coo.
Vedei! Ma sì, in pròpi quei coi spin. In anca tener, fresch; toeu, portei via. Fan quatter per mesdì, ma a la giudia, ben rostii in l'òli in d'on cazzirolin.
Toeugh via on tre ò quatter di prim foeui, mochei in ponta a toeugh tutt i guggion e freghei on ciccin cont el limon per tegnii bianch, peu dervi e fagh on voeui in del mezz.
Calchech dent ona tridada. d'erborin e de inciòd, pòch pan grattaa, poch ai, pever, ma tutt ben messedaa. Poeu ben in strenc con su ona bella oliada ti fett andà pian pian cot a dover, come ho dii, strenc in d'on cazzirolin. Doman poeu, te me 'n farè on piattin in frittura al formace, fa andà al butter.
Primma mondei poeu, fettei giò a lama per el long, infarinei, a fetta fetta pocì in l'oeuv e fai rostì in la padeletta con del butter o oli, a bonna fiamma.
Apena carpia l'oeuv, adree a la man, mettei giò, in coròna ò pur in fila, in d'on piatt che và al forno ò in pirofila e quattei cont on sbròff de parmesan, ò magara con fett de bon gruera ò fontina e fai coeus ben ben palpaa con su el test ò in del forno moderaa. T'è capii peu? Ben, fai doman sera».
 
 
 
           
12 Novembre 2023 - Domenica - sett. 45/316
redigio.it/rvg100/rvg-45-316.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Forse il Burraco? Dove sta la notizia? Solo nel whatsapp del Burraco. E' ritenuta una notizia privata di un gruppo a se' , quindi non societaria  del villaggio. Wiva i gruppuscoli. Wiva l'integrazione.
Riunione del Ludico per il programma 2024? - Non si e' presentato nessuno quindi si comincia male e non finira' meglio
Dove andare - Bollate - domenica
Mercato dell'usato e dell'antiquariato - E' una iniziativa recente, ma che sta assumento notevole importanza per la qualita' e e la quantita' degli oggetti esposti, provenienti da tutta Italia e di rilevante richiamo per gli intenditori e gli appassionati.
In cucina - a casa
El piuen di ravioeu - Su un quattr'etti de manz brasaa in ristrett - (se i ravioeu van faa succ) o rost spulpaa, - (se van in broueud), se gionta, tajaa a feti - mezz'etto de giambon crud e sgrassaa, o salam zerb, duu etti grana fin, duu amaretti, se soon bell mostazzin.
Se passa al tridatutt ben, ben tuscoss,  al pass grand e peu al fin, do volt almen.
Peu denter duu ross d'oeuv bei fresch e gross, mezza moscada e drogh. Ecco fa el pien. Con quest, mettenden gio tant'me un fasoeu, sora la sfocuia d'oeuv, se fa i ravioeu
Es se poeu se vouer fa di angnolott de magher, cocus mezz chilo de spinazz ben scolaa e senz'acqua e, quand in cott, spremei, taiai o fai passa al sedazz, mesc'iai con la ricotta alla romana bella fresca e abbnondant formacc  de grana, sal, nos moscada, due ross d'oeuv o trii.
Fa su i so agnolott piuttost grossei e mangiai non tant cott, ma ben conddii con butter o formacc. Se no e in mei) con desora una bella tritadina de tomates tiraa in salsettina.
 
L'angolo delle cavolate
Milano è la capitale controvoglia della Polentonia o Padania.
È governata con benevolenza e saggezza da Sua Democraticità Giuseppe Sala, uomo molto aperto e devoto all'uguaglianza sociale, senza distinzione di sesso, razza, falsaggio dei conti dell'Expo 2015 e, soprattutto, religione.
Per le sue attività culturali e il suo alto grado di civilizzazione, Milano è, altresì, chiamata la Colombia del Nord, che, con i suoi 1 300 000 abitanti, è una delle più grandi città del Mongo, del Congo, e supera persino Napoli.[1]
Il signore incontrastato di Milano è il Cavaliere Mascarato Polentone che, come ogni supereroe, difende la città dalla criminalità grazie ai suoi superpoteri, quali il sorriso eternamente smagliante (una dentiera?), i capelli di Medusa e le corna a sorpresa.
Molti vanno a lavorare a Milano con la faccia così: ":D", e tornano con la faccia così: ":|". Altrettanti sono dediti alla droga, che in questa città è reperibile quasi quanto nell'aria sospesa di Roma, e per loro il paragone vale al contrario. Le droghe più diffuse sono la bbamba, il cinquello, la deca e la figa.[2]
I suoi abitanti si chiamano polentoni e sono occupati tutto il giorno a sputare sentenze sul resto degli italiani perché non hanno un cavolo da fare. Secondo i polentoni, tutto ciò che non è Milano non vale nulla.
Per la gioia di vivere e la fortuna media dei suoi abitanti, è considerata la New York de' noantri.
Toponimi di Mercallo
23) Sceret: o Sciarèda è una piccola area pianeggiante che un tempo ospitava la masseria più grande del paese, detta Cascina Pozzo a causa del profondo pozzo che pescava nel sottosuolo le sorgenti naturali (v. Cazzago Brabbia n. 24).
24) Vallone: meglio noto come Valün. È una piccola conca naturale formatasi passaggio del torrentello Rungia che scorre all'interno del paese e che finisce la sua corsa nel Lago di Comabbio. Il nome è del tutto trasparente e va ad indicare una zona delimatata da alture che si distingue per grandezza all'interno del limitato contesto geografico di riferimento. Dal latino vallis "valle o vallone"121

lib386-Settimana-46

 
RVG settimana 46
 
Radio-Video-Giornale del Villaggio
 
Settimana-46 del 2023
 
RVG-46 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 46        2023-11-13  -  Novembre - Calendario della settimana
lunedi        13/11       settimana 46        317 giorno
marrtedi        14/11       settimana 46        318 giorno
mercoledi        15/11        settimana 46        319 giorno
giovedi        16/11        settimana 46        320 giorno
venerdi        17/11        settimana 46        321 giorno
sabato        18/11        settimana 46        322 giorno
domenica        19/11       settimana 46        323 giorno
 
13 Novembre 2023 - lunedi - sett. 46-317
redigio.it/rvg100/rvg-46-317.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
villaggio - spese 2023 - 01/01 400+luce rata1- 01/03 450 rata2 - 01/05 450 rata 3 - 01/07 - 450 rata4 - 01/09 450 rata5 - 01/10 253 ripianamento per anno 2022 - 01/11 200E (ancora solo per 2024 2 2025) 01/12 300 per concludere a 3053 euro pagati nel 2023
E' previsto per l'anno 2024 la quota annua di circa : vedi verbale assemblea. ( secondo i miei conti e previsioni: 2900)
Richiesta di volontari
Si tratta di aiutare per l'installazione dell'arredo natalizio.
Notizie di RVG (Radio-Video-Giornale)
RVG significa Radio Video Giornale - Un servizio ideato e creato da Radio_Fornace  per il Villaggio. -
- RADIO - perche' gia' Radio-Fornace come servizio esiste da tre anni in formato  *.mp3 (in rete privata)-
- VIDEO -  perche' sono in allestimento video da mediamente 4 minuti da vedersi solamente in schermi televisivi approntati solo nel villaggio (aggiornati occasionalmente) - formato *.MP4
- GIORNALE -  Tutte le infornazioni possono essere lette in *PDF
RVG e' un settimanale (a costo = 0) ideato per dare informazioni calendarizzate nei tre  formati per il servizio LUDICO 2024 e quanto concerne la vita del villaggio.  Articoli di una decina di righe con contenuti ad uso pubblico, sono ben accetti  in una rubrica adatta.
Viaggio nel tempo
Un buco nel Boeucc - (4-5 novembre 1876) leri, il cuoco dell'osteria del Boeucc, nella nuova via Dogana, passò un brutto quarto d'ora. Era intento a battere delle costolette nella sua cucina negli ammezzadi, quand'ecco sente sprofondarsi sotto i suoi piedi il terreno. S'apre un buco con gran fracasso e la sua gamba sbuca dal soffitto della sottoposta tipografia Simonetti. Alle sue grida si corre, lo si estrae dal foro, si chiama un assistente tecnico municipale per ovviare al pericolo che tutto il pavimento crollasse, ma ecco, quegli mette appena il piede sul pavimento che un altro buco si apre stridendo e l'assistente municipale vi sprofonda esso pure con una gamba! La casa fu fatta costruire dal Municipio ed è quella  che l'anno scorso salutò nel modo identico un inquilino dell'ultimo piano!
Dove andare -
Carnevale sabato grasso - LAVENO-MOMBELLO (Varese)
Gruppi mascherati e gran sfilata di carri allegorici.
Fiera campionaria e della ceramica ultima settimana di luglio
Rassegna della produzione locale, specie di opere in ceramica che è molto nota e apprezzata.
Concorso delle barche illuminate 15 agosto
Le luminarie sul lago Maggiore sono una tradizione caratteristica di questo paese e costituiscono un suggestivo spettacolo con la sfilata delle tipiche barche dei pescatori, tutte illuminate e addobbate secondo un soggetto o una allegoria particolari. In chiusura, grande spettacolo piroecnico sull'acqua.
Toponimi di Mercallo
1) Bellingera: cascina situata tra la sponda ovest del Lago di Comabbio e il Monte della Croce, su un poggio che domina il comune. Il nome può essere ricondotto ad un cognome Bellingeri che a sua volta può riflettere un antico Belingario (cfr. Bellingera, casale presso Turro-MI-)108
2) Bettolino: Beturin in dialetto, è una grande cascina sita ad est della provinciale 629 nella parte bassa del paese verso il lago. Il toponimo è ricorrente in tutta Italia. In tutte le sue varianti possibili (Bettola, Bettolina, Bettolino) sempre con il significato di "luogo che ospita vetturali o viandanti in genere" 109.
Cosa ascoltare oggi
RF303  - redigio.it/dati2512/QGLN1180-Lago-Biandronno-06.mp3 - Lago di Biandronno - 9,44 -  - Radio Fornace del 04 Luglio 2023 -
Storielle
AMORE PLATONICO - Vedere e non toccare è una cosa da imparare. (Proverbio italiano)
Compatitemi pure, scuotete la testa, ridete se la cosa vi fa ridere, ma io avrei voluto innamorarmi platonicamente: anche a rischio di far pensar male, di sentirmi citar continuamente a beffa il verso di Aleardo Aleardi: Si guardan sempre e non si toccan mai (son le due isolette vicine, simbolo dell'amore platonico romantico).
E come quel personaggio d'un "racconto idiota" di Alphonse Allais, che diceva:
"Io sono un tipo sul genere di Balzac. Bevo una quantità enorme di caffè.
lo sono un tipo sul genere di Napoleone. Mia moglie si chiama Giuseppina.
lo sono un tipo sul genere di Molière. Sono becco", avrei proprio voluto dal canto mio poter dire:
"Io sono un tipo sul genere di Dante: amo una donna d'un amore come quello di Dante per Beatrice": anche a rischio d'esser mandato da quella donna all'Inferno, anche a rischio di non esser creduto dagli amici: e quel ch'è molto peggio, da me stesso. "Sai? Amo una donna d'un amore platonico". "Non ci credo".
"Nemmeno io".
 
14 Novembre 2023 - Martedi' - sett. 46-318
redigio.it/rvg100/rvg-46-318.mp3 - Te la racconto io la giornata
Lettura della settimana - martedi
Busto Grande cento anni fa
Prefazione
(questo libro e' stato scritto nel 1956 e di dati e fatti narrati sono presumibilmente del 1856 e dintorni)
Le pagine che seguono non sono una Storia con la maiuscola: sono gli appunti frettolosi di un cronista che ha vissuto alcuni avvenimenti, sulle carte piene della polvere di cent'anni fa e ancora odorose di sigaro to- scano, quei sigari che i nostri nonni fumavano fino a bruciarsi i baffi.
Sono appunti, raccolti alla meglio, per curiosità e per diletto, senza nessun legame fra di loro e, molti, senza fine perchè le carte si sono disperse qua e là negli anni. Vogliono solo servire, se riescono, a far rivivere qualche isolata vicenda, un sorriso, un ricordo. Perchè molte volte, nella ricerca curiosa, ci si trova davanti a figure di uomini che ci sembra di avere già conosciuti, coi quali abbiamo già simpatizzato e parlato, e ai quali noi vorremmo oggi rispondere come se ricordassimo, come se avessimo vissuto con loro, come se questa separazione degli anni non fosse mai esistita. Qualche volta mi è successo perfino di sentire la loro voce, poveri nostri bisnonni di tanti anni fa, quando guardavo quei bei svolazzoni delle loro firme ancora fresche di sabbiolina minuta.
Queste pagine sono dunque il tentativo, un po' alla buona, di far conoscere gli uomini bustocchi nel loro ambiente, e con le loro stesse parole, che ho sempre cercato di trascrivere fedelmente. In verità sarebbe stata mia intenzione quella di presentare solo le loro pagine, senza commento, ma non ho saputo resistere alla tentazione di metterci anche qualche spiegazione, o meglio, qualche fronzolo mio. Posso assicurare però, che tutto è stato tolto di peso dalle loro carte e che la fantasia è servita solo a rivestire di parole avvenimenti realmente accaduti e dei quali è rimasta comunque una traccia.
Nel prossimo martedi', il primo capitolo
Editoriale di RadioFornace
E' certo che dovremmo risparmiare denaro comune nel villaggio. Dovremmo intervenire in qualche modo e da qualche parte, c'è chi propone di chiudere il ludico quindi non si fa più niente. Benissimo ma nessuno impedisce che si possa anche chiudere anche, e nel frattempo anche la piscina che non è poco.
Una cosa però è possibile ed è doverosa e sta anche nei miei progetti.
cominciamo dalle piccole cose.  esempio sarebbe:  il ludico per la sua attività ha bisogno di ore e ore della dell'aiuto delle segretarie sia per fare i volantini, per fare le brochure, per stamparle e portano via un bel po di ore. Se ludico si organizza bene nella sua pubblicità o informazione potrebbe evitare tutte  queste ore di lavoro alle segreterie le quali possono dedicarsi a fare dell'altro a fare il loro lavoro. Che ognuno faccia il suo e completamente., non che abbia sempre bisogno di altri, perché il lavoro degli altri sembra che sia gratis e non valga nulla. Risparmiamo il lavoro anche degli altri
Note del giorno
L'infermeria. La sua funzionalita'  - Ne parlerempo in seguito
Radio-Fornace
  1. Radio fornace richiede ai villeggianti e non, se possibile avere disponibilita' di televisori vecchi da portare in discarica.
  2. Servono per il Ludico 2024. Indispensabile la porta USB e telecomando
Viaggio nel tempo
Garibaldi fu cremato - (2-3 agosto 1886) La Nuova Lega Anticlericale milanese, nell'assemblea tenuta ieri, votava alla unanimità il seguente ordine del giorno: «La Nuova Lega Anticlericale milanese, mentre invita tutte le Associazioni politiche e militari e specialmente i reduci garibaldini e le Società anticlericali a promuovere una seria agitazione perché siano scrupolosamente eseguite le ultime volontà di Giuseppe Garibaldi, invita la Società di cremazione, quale ente morale riconosciuto, ad intimare legalmente alla famiglia Garibaldi, il rispetto della volontà espressa dal Generale in riguardo alla cremazione del di lui cadavere».
Le nostre parole
Matòcch = stupido, scimunito o anche pazzerellone, bello spirito, leggerone, che ama divertirsi e divertire. Significa inoltre, in accezione affettuosa, scioccone, stupidone. Il peggiorativo matucàsc può avere sia lo stesso significato affettuoso, sia quello di povero di spirito: l'è 'n póar matucàsc = è un povero di spirito, inoffensivo.
Dove andare -
Fiera del Cardinale la prima domenica di ogni mese  - CASTIGLIONE OLONA (Varese)
Così denominata a ricordo del cardinale Branda Castiglioni che, nel 1400, volle edificare sulla rocca una cittadella, arricchendola di monumenti e di pregevoli opere d'arte. La famiglia del cardinale conservò il possesso del paese fino al XVIII secolo. La fiera è divenuta una delle più importanti d'Italia per l'artigianato e l'usato, e una delle più serie e qualificate in quanto l'autenticità degli oggetti esposti è sempre rigorosamente controllata.
Per l'intera giornata il borgo medioevale, a partire dalla piazza fin sull'erta ciottolata che porta alla Collegiata e al Battistero, è invaso da una folla enorme tra variopinte bancarelle, spettatori, mercanti, curiosi, esperti. Il giro di affari è altrettanto notevole. Si trovano gli oggetti più disparati, dai grandi mobili di pregio ai libri antichi, da ceramiche di valore a piccoli oggetti di artigianato minore. Vi sono anche antiche botteghe, come per esempio per il restauro, ed è ritornata la usanza di impastare il cosiddetto << pane del Cardinale », dolce caratteristico del luogo. A volte, compaiono quei pochissimi superstiti di un'antica tradizione che sono i cantastorie: a suon di fisarmoniche, sassofono e batteria cantano canzoni, di solito storie patetiche e drammatiche, e vendono oggettini di carattere religioso come le medagliette dell'immagina della Madonna o scatolette con l'effige del Papa-
Cosa ascoltare oggi
RF302 - redigio.it/dati2512/QGLN1179-Lago-Biandronno-05.mp3 - Lago di Biandronno - 8,40 -  - Radio Fornace del 03 luglio 2023
15 Novembre 2023 - Mercoledi' - sett. 46-319
redigio.it/rvg100/rvg-46-319 .mp3 - Te la racconto io la giornata
Nessuna notizia dal Villaggio
La nuova rata di dicembre 2023 da pagarsi in dicembre
Note del giorno
Note sul "campone" . Qualche giorno fa ho fatto un giro per il parcheggio guardando il campone del quale ne ho fatte delle fotografie e finiranno su video. Il tutto abbastanza a posto e in ordine, pulito sicuramente perché non ci hanno pensato quelli che ne fanno uso, ma sicuramente andato al costo del villaggio,e questo va detto.
Per chi vorrebbe risparmiare, potrebbe essere una voce interessante.
La pulizia del campone è fatto una volta 2 o tre o piu'. Molte di piu' quando ci sono i fruitori.
Chi ha buoni pensieri di risparmiare e che se  inventi pure qualcosa.
Sotto il tendone tutte le sedie erano ben ammonticchiate. per poter passare l'inverno, ma anche il campo, a parte l'erba alta, che, vabbè, si potrebbe dargli un colpetto e poi c'è la parte ripida quella parte che dal parcheggio al campo va su fino allo stradone. -  Sarebbe interessante fare un bel po di pulizia quindi sfogliare via anche parecchio tenere pulite le piante e siepi. - tanto è difficile che qualcuno possa fermarsi sulla strada e di lì sul passare e scendere. -  però almeno per quattro o 5 m anche sei in certi posti e se si riesce a pulire appunto tutta questa parte di siepi o anche le piante che potrebbero soffrire di questa invasione di piccole piante invadenti
E liberare anche quel passaggio pedonale che una volta, tantissimi anni, fa non ricordo si chiamava il sentiero dell'amore o delle passeggiate romantiche e si poteva anche passare ma solo in  quei 50 cm che ancora ci sono ed è possibile probabilmente usufruire.
Arrivare al taglio di quelle siepi e invadenti fa bene all'occhio, poi sembrerebbe che il posto sia anche più largo e non sarebbe male nel campone. -  teniamo presente che ci sarebbe da spendere anche un bel po di soldi ancora, e non pochi,  ci sarà una certa valutazione, e  dobbiamo rendere conto e la rete,  tutte le reti che vanno verso con l'officina di riparazioni che c'è in fondo,  e su quella sulla strada i pali sono marciotti e alcuni sono anche già un po' handicappati, che stanno lì e non cadono sulla strada perché c'è la rete che li tiene assieme rete che naturalmente ha il suo tempo e poi dovrebbe essere rifatta.
Ci aggiorniamo prossimamente
(Queste note sono registrate in diretta - L'italiano scritto e' andato in vacanza)
Editoriale
Il progetto RVG e' comunque partito indipendentemente dalle informazioni del  LUDICO, dall'offerta presentata al Consiglio, dalle fazioni, e alla distibuzione, ecc.
RVG - notizie
RVG, Ho aggiunto a questa rubrica anche dei libri il martedì e il venerdì, due libri separati di un capitolo ciascuno. Martedì un capitolo di un libro, il venerdì un capitolo di un'altro. come finirà poi il discorso?
Nn fondo all'anno o in fondo all'ultimo capitolo ci sarà non solo l'audiolibro ma anche tutto il testo che potete tenerne a cuore e ascoltarlo e anche leggerlo se volete in tutte le forme possibili che a richiesta riesco a fare,
Tutto meno che carta stampata,che  è l'unica cosa che ha un costo e non mi riguarda
Dove ci sono costi io non ci sono assolutamente, poi quando si parla di risparmiare, succede anche anche questo.
Questi libri parlano di storie precedenti e trattano di storia, quindi qualcuno potrebbe anche identificarsi con il bisnonno e forse con l'inizio della propria generazione
Sono libri che non si trovano in commercio,  questo ho detto.
Proverbio del giorno
Gh'è chi degiuna, chi s'empieniss el goss; chi mangia carna e chi resigna hi oss. - C'è chi digiuna, chi si riempie il gozzo; chi ma ngia carne e chi rosicchia le ossa. Simile ad altri, questo motto denuncia apertamente opposti aspetti della società: la disuguglianza, l'abbondanza e l'indigenza. È ancora in uso; in forme diverse lo si trova anche in altri dialetti e in italiano. -
Folclore
Il gobbo - Accidenti, però: che full immersion nel remoto! È fantastico psi- canalizzarsi al computer. Ancor meglio della macchina per scrivere, poiché puoi correggere immediatamente e, come lo fai, pensi al seguito... e ti fai venire in mente ondate di ricordi...
Gobbo so pare
Gobba so mare
Gobba la figlia de la sorella
G'era gobba anca quella
G'era gobba anca quella
Gobba la nonna
Gobbo so nonno
Gobba la moniga nel convento
Gobbo quel diavolo mai contento
Del paron detto "gran cojon".
Mestieri di una volta
el molétta - El molettin
Mè pader fa el molétta e mi foo el molettin,
quand sarà mort mè pader faroo el molètta mí,
e zon e zone zi.
Mè pader el ciappa i zvanzigh e mí ciappi i quattrin:
quand sarà mort mè pader faroo el molètta mí,
e zon e zon e zi.
El molettin  - Il figlio dell'arrotino vuole onorare il mestiere del padre giurando che da grande ne proseguirà l'attività. L'ingenuità del "molettin" muove al riso, ma il ritornello "e zon e zon e zi" dà alla canzone una tal gaiezza, da far dimenticare ogni altra dimensione.
Quasi del tutto priva di carattere onomatopeico, a differenza di "Don, gh'è chi el moletta", la melodia si raggruppa in un tema di otto misure il cui giro armonico non va oltre la dominante, ed è più che altro una sillabazione del testo. Mè pader fa el molétta e mi foo el molettin, quand sarà mort mè pader faroo el molètta mí,
Cosa ascoltare oggi
  1. RF301 - Radio Fornace del 02 luglio 2023  - - redigio.it/dati2512/QGLN1178-Lago-Biandronno-04.mp3 - Lago di Biandronno - 720 -  -
 
16 Novembre 2023 - Giovedi' - sett. 46-320
redigio.it/rvg100/rvg-46-320.mp3 - Ti racconto il giornale
Nessuna notizia dal Villaggio
Dove andare
Presepio sommerso - Natale - LAVENO-MOMBELLO (Varese)
Anche questa è una tradizione antica e suggestiva: nel golfo vengono immerse le statue raffiguranti i vari personaggi natalizi, fatte in sasso di Vicenza, e ogni anno aumentate di numero, così da formare un singolare presepio sommerso di sempre maggiore dimensione. La deposizione di Gesù Bambino avviene la notte di Natale, nel lago illuminato.
Volontari cercasi:
- .  Si tratta della richiesta dei volontari  volontari che possono aiutare, un giorno di questi novembre, a montare gli allestimenti natalizi. Si tratta dell'albero, luci, colori, lampade, insomma tutto quello che si può fare. Naturalmente saremo coadiuvati per i lavori più pericolosi da chi è ha adetto ma a tutto il resto dobbiamo farcelo noi. Occorrono i volontari. Non sgomitate, mi raccomando.
Proverbio del giorno
Testa non doeur se cuu non voeur.
Testa non duole se culo non vuole. - Questo è il più schietto proverbio popolare milanese sulle alterazioni fisiologiche; il mal di capo,, come lo si definisce in altra maniera è spesso dovuto a cattivo funzionamento dell'intestino, il cui pertugio d'uscita è quello che scienza chiama «ano».
Mestieri di una volta
UL BRÜMISTA - Prima dell'avvento dei taxi, il servizio di piazza era esercitato con le carrozze che stazionavano in attesa dei clienti sui piazzali delle stazioni o altri luoghi strategici. Quando l'attesa tra un viaggio e l'altro era lunga, il brümista si preoccupava di abbeverare il cavallo con un secchio d'acqua presa alla fontanella pubblica, e gli appendeva, a mo' di museruola sotto il muso, un sacchetto con biada o avena. Espletate queste mansioni, attendendo il cliente, sonnecchiava seduto a cassetta al riparo di un ombrello che lo proteggeva vuoi dalla pioggia, vuoi dai raggi cocenti del sole.
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati1901/QGLF033-memorie-nostalgie.mp3 - Operazioni di tutti i giorni tanti anni fa nei luoghi vicini al lago di Comabbio - 5,21 - #50 #36 #48 - RVG
Cosi' di raccontava
El mari cattiv - Confessi el mè peccaa, me pias la donna, sì, la me pias in tutt i sò espression: vestida de gran sciora, de barbonna o bella biotta, a mia disposizion.
E poeu, la me pias bionda, rossa, negra, girada sul davanti e sul dedree, romantica, carnal, rognosa, allegra... Insomma, a mi me pias anca la miee.
Contraddizion? Ma no, perché in sostanza pussee di donn me pias la vedovanza: l'è bell debon sposaj, fà on poo de guerra e poeu infilaj ben ben sotta la terra. Per quest, invece de pregà Gesù,
te preghi tì, animascia de Landrù
IL GIARDINO DELLE DELIZIE
L'orto dei monaci - Descritto dagli antichi come un luogo paradisiaco, con il cristianesimo il giardino diventa specchio dell'Eden. E i chiostri delle abbazie, ricolmi di fiori, frutti e piante officinali, vere oasi di benessere
Recinzioni impenetrabili, una fontana perenne, angeli annunzianti, fiere mansuete, e ancora aiuole perfette, alberi sagomati e carichi di frutti, fonti e fontane, animali fantastici, gesti cortesi misurati e lenti, giochi di destrezza e parole d'amore, qualche rara immagine di lavoro. Questi i giardini che propongono le immagini dei manoscritti medievali. Giardini evocati dalla fantasia, costruiti sui simboli, lontani dalla realtà, dei quali si raccontano i particolari (recinzioni, aiuole, alberi e fiori, fontane) ma che sarebbe sbagliato pensare come proiezioni della realtà.
All'origine c'è la Bibbia, il giardino dell'Eden, che interpreta l'aspirazione archetipica dell'uomo di un mondo dove non vi siano animali feroci, non vi siano malattie, non vi sia la vecchiaia, con tanti alberi piacevoli a vedersi e con frutti buoni da mangiare, dove l'acqua dolce non manca mai, con qualche albero dalle virtù eccezionali; un luogo che s'addensa dei più elementari desideri degli uomini: «Allora il Signore Iddio con la polvere del suolo modellò l'uomo, gli sof fiònelle narici un alito di vita e l'uomo divenne essere vivente. Poi il Signore Iddio piantò un giardino in Eden, a Oriente, e vi collocò l'uomo che aveva modellato. Il Signore Iddio fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli all'aspetto e buoni a mangiare e l'albero della Vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Dall'Eden usciva un fiume che irrigava il giardino, e da lì si divideva in quattro rami>>.
IL MISTERO SVELATO
Il giardino (termine che la lingua italiana mutua dal francese jardin, che a sua volta deriva dal franco gard, che significava luogo chiuso) nel Medioevo, come lo raccontano le fonti più accessibili, in immagini e scrittura, è un'idea piuttosto che una realtà, spesso espressione di una perfezione irraggiungibile e di un mondo perfetto. Nel giardino il tempo si ferma: è sempre primavera, nel giardino viene meno ogni necessità. È luogo dell'innocenza e della giustizia, luogo che può dare soluzione al disorientamento dell'uomo, ma in quanto tale è anche il simbolo della sua più profonda ricerca interiore; è il mistero svelato, la meraviglia e il piacere assoluto; la riconquista di una dimensione perduta. E insieme il luogo della trasformazione della natura a dimensione umana e momento di trasformazione dell'infinito in finito, come tale luogo di tranquillo rifugio, sia per l'ordine interno che si contrappone al disordine esterno il conosciuto allo sconosciuto - sia anche per la dimensione finita che lo rapporta alla vita dell'uomo. È il luogo dove trionfano i sensi: sfiorare i petali di una rosa, l'odore dei fiori, il gusto di un frutto, il colpo d'occhio di siepi e aiuole, il canto degli uccelli, possono dare un piacere sottile o esercitare a condizio- nare il corpo e la mente.
Difficile capire come fosse nella realtà, quanto fosse diffuso, quali piante vi fossero coltivate e come, se vi fossero tipi diversi da regione a regione; ancora più labile, la distinzione tra orto e giardino. Solo molto tardi, con il XII-XIII secolo, la terminologia comincia a definirsi e a distinguere, le fonti documentarie cominciano a lasciare testimonianze, più frequenti in alcune regioni europee.
NATURA E CULTURA
La società romana della pars Occidentis dell'Impero, dopo il 476 d. C., da quando i popoli germanici foederati fondarono al suo interno regni nei quali l'elemento romano e quello "barbarico" in vario modo convivevano, continuò a lungo a mantenere i suoi caratteri e i suoi quadri istituzionali, a livello provinciale e municipale, ma vide progressivamente decadere e destrutturarsi quelli socioeconomici e culturali.
Mutarono progressivamente, in particolare, le abitudini alimentari, i caratteri produttivi e il rapporto con l'ambiente e con la natura. I popoli insediatisi all'interno del limes sono portatori di un tipo di alimentazione fondato sui grassi animali e sulle proteine, e per ciò occorrevano spazi aperti per l'allevamento di bovini, ovini e caprini; all'agricoltura si sostituì soprattutto un'economia di raccolta. Boschi e brughiere tornano a invadere in parte le aree che in età romana erano state deputate all'agri- coltura; scompaiono, o si contraggono, anche quelle più o meno vaste estensioni di terreno che i Romani avevano adibito (all'interno dei cent demici o, più spesso, fuori di essi) horti (per gli antichi un luogo protetto, spesso chiuso, dove erano colt vate le verdure per l'alimentazione ma anche alberi fruttiferi, fiori e verde per il piacere), a pomaria (frutteti), a viridaria (termine più generale, ripreso in seguito nel francese antico vergier, che indica un luogo verde per alberi, arbusti ed erbe, al quale cor- rispondono i nostri orti, giardini e verzieri) e che in rapporto alla loro estensione, al loro aspetto, alla loro funzione, avevano in passato rivestito differenti funzioni: alimentare, igienica, medica, estetica, simbolica; che erano stati insieme luoghi dell'utile e del piacere.
L'afflusso di genti abituate al nomadismo, o all'economia fondata comunque sull'allevamento e sulla raccolta , mise in crisi l'antica volontà dell'uomo - sostenuta da una tecnica sapiente di controllare la natura e  piegarla al suo volere governando la e qualità delle colture e lo sbocciare, il crescere, il maturare di piante, fiori e zi frutti, gestendo la qualità dei suoli,l'apporto delle specie animali, il flusso delle acque, in un sapiente ed equilibrato rapporto con i microclimi e con l'avvicendarsi delle stagioni. Tende in altre parole a scomparire, con quello che noi siamo abituati a definire Alto Medioevo (secc. V-IX ca.), il prodigioso effetto dell'incontro fra natura e cultura in uno spazio in cui il mondo vegetale, animale e quello delle acque s'incontrano per dar vita al giardino.
 
17 Novembre 2023 - Venerdi' - sett. 46-321
redigio.it/rvg100/rvg-46-321.mp3 - Ti racconto il giornale
Nessuna notizia dal Villaggio
Dove andare -
Palio dei Castelli 14-15 giugno -  CASTIGLIONE OLONA (Varese)
Non è una tradizione antica come quella di Siena, pur tuttavia dopo nove anni dalla sua istituzione ha raggiunto un grande successo e si affianca ormai, come tipo di manifestazione folcloristica, all'altra esistente in Lombardia che si svolge a Legnano con il Palio del Carroccio. Con il palio si intende rievocare gli avvenimenti storici rappresentandone ogni anno uno diverso che hanno improntato la storia medioevale della città, come per esempio l'assedio del 1071 da parte dei milanesi, oppure quello del 1161, sempre da parte dei milanesi, con l'intervento del Barbarossa. Ogni rione si prepara sul tema dell'anno e il giorno della rievocazione sfilano pittoreschi cortei in costume d'epoca, recitando ognuno la propria parte di storia.
La competizione per conquistare il palio è vivace e ag gressiva, a base di corsa dei cerchi, gara delle botti e altri giochi popolari, con la partecipazione di sbandiera tori, balestrieri e molti altri personaggi in costume; la pre miazione avviene al Parco del Monteruzzo.
Viaggio nel tempo
Ognissanti (26-27 gennaio 1897) leri notte, verso le 2.30, alcuni nottamboli seguivano sghignazzando un uomo, completamente nudo, il quale teneva un fardello serrato sotto le ascelle. Giunto in piazza della Scala, il disgraziato si fermò e, rivolti gli occhi con atteggiamento ispirato verso il cielo, insensibile agli stimoli del freddo, incominciò ad invocare le divinità di tutte le religioni. Sopraggiunsero in buon punto due guardie di questura le quali, senza non poca fatica, riuscirono a persuaderlo a salire in un "brougham" e ad accompagnarlo all'Ospedale di S. Vittore. Il poveruomo è tal Filippo Zeppini, di 44 anni, marmorino; egli fu altre volte ricoverato in sala Macchio perché affetto da mania.
Mestieri di una volta
UL GELATÉE - Il gelataio ambulante, con il carrettino spinto a mano o quello triciclo a pedali, era la gioia dei bambini. Vendeva il gelato in due tipi di "confezione": la parigina, cioè il cono, nonché una sorta di sandwich che confezionava con il misürin, un apposito attrezzo graduato, rotondo o rettangolare, nel quale inseriva prima una cialda, poi una o più porzioni di gelato fino a riempire l'attrezzo, quindi una seconda cialda a chiusura. Il misürin era dotato, all'interno del manico, di un sistema manuale di espulsione del gelato così confezionato.
Cose milanesi
La conca di Viarenna (1439) - via Conca del Naviglio - Nel 1388 Gian Galeazzo Visconti, per abbreviare il trasporto via terra del materiale necessario alla costruzione del Duomo, fece costruire un naviglio accessorio che dal Naviglio Grande raggiungeva  il Naviglio Interno e quindi una piccola darsena (interrata nel 1857) situata dove oggi si trova via Laghetto, di fianco a Santo Stefano. Tra i due navigli esisteva un dislivello di tre metri.
Per superarlo, nel 1439, venne costruita la conca di Viarenna, la prima di tutto il sistema navigabile che rese Milano famosa come "città d'acqua".
Di lato sorgeva il dazio, detto "della catena", perché le barche erano costrette a fermarsi per il pagamento della gabella di fronte a una pesante catena che impediva il passaggio.
Tuttavia, per 5 secoli, i 550.000 blocchi di marmo che arrivavano dalle cave di Candoglia per rivestire la cattedrale non pagarono dazio: su di essi era stampigliata la sigla di esenzione A.U.F. (Ad Usum Fa bricae). "Lavorà a uf" dicevano i Milanesi quando lavoravano gratis alla costruzione del Duomo, da cui è derivato "mangià a uf". La lapide sull'edicola ricorda la donazione dei proventi del dazio fatta nel 1497 da Ludovico Sforza alla Veneranda Fabbrica del Duomo, in ricordo della amatissima moglie Beatrice, morta a 23 anni.
IL GIARDINO DELLE DELIZIE
LOCUS AMOENUS
Gli antichi avevano sognato e teorizzato il giardino. L'idea di un luogo nel quale regna una perenne primavera, e fiori e frutti sono insieme e sempre disponibili per l'uomo, si trova già nell'Odissea di Omero, là dov'è descritto il giardino di Alcinoo nell'isola dei Feaci. L'immagine di un luogo perfetto, con una natura mite, amica e generosa (l'esatto contrario di come di solito la natura si presentava, specie nelle asprezze desertiche del vicino Oriente), era giunta forse ai Greci da notizie relative ad aree ni- lotiche dell'Egitto, ai giardini pensili di Babilonia, ai pair-daëza (in persiano "parco reale di caccia e di piacere", da cui l'ebraico pardes e il greco parádeisos) dei Gran Re iranici, che l'avventura di Alessandro Magno aveva reso famosi anche in Occidente. Un luogo perfetto per abitanti privilegiati, ma anche un luogo pericoloso, dominato da un eterno rischio di squilibrio e dunque di sparizione.
I poeti latini, da Virgilio a Claudiano, avevano fatto a gara per immaginare giardini splendidi, spesso raccontati sul modello del locus amoenus, che erano diventati suggestione anche per l'incorrotta dimora dei beati, i "Campi Elisi". D'altra parte autori di opere naturalistiche o geoponiche come Catone, Varrone, Columella, Plinio il Vecchio, Marziale e Palladio avevano insegnato come disegnare e organizzare giardini, parchi, frutteti, riserve e giochi d'acqua, sistemi d'irrigazione. Quasi ogni casa romana aveva un giardino, per le necessità giornaliere, ma anche per il superfluo, per fiori e per frutti, per la bellezza del corpo. Sulle pareti di Pompei genietti alati pressano, miscelano, macerano fiori per farne essenze di profumi; nel giardino della Casa del Profumiere crescevano ulivi per l'olio in cui far macerare i petali, c'erano piante di mirto, rose, viole, gigli e meli cotogni per distillare profumi. Varrone, discettando delle tenute di nel De re rustica, forniva uno campagna schema di aviarium, di uccelliera, che è rimasto un classico modello di come gli uccelli in gabbia possano armonicamente far parte del panorama d'un giardino, associati a bacini d'acqua, ad alberi e a una tavola da pranzo. Era un modello che egli aveva realizzato realmente nella sua villa di Cassino.
PARADISO IN TERRA
Il mondo cristiano, d'altronde, non aveva avuto difficoltà a scorgere nel giardino di Alcinoo, nei "Campi Elisi", nelle varie forme di locus amoenus descritte dalla poesia pagana (il giardino di Flora nei Fasti di Ovidio, quello di Amore in Claudiano) altrettanti modelli sia del Paradiso di cui si parla nel Nuovo Testamento e in molti scritti apologetici e patristici - il luogo cioè nel quale i beati hanno il loro refrigerium - sia dei tre giardini della Sacra Scrittura: il paradisus voluptatis dell'Eden (o "Paradiso terrestre", come è comunemente noto); l'hortus conclusus, cioè il "giardino recintato" che la Sposa descrive nel Cantico dei Cantici; infine il giardino di Giuseppe d'Arimatea nel quale era scavato il Sepolcro del Signore e dove Gesù risorto era apparso, sotto l'aspetto di hortulanus (giardiniere), a Maria Maddalena. I tre giardini scritturali finivano con l'identificarsi fra loro come il luogo dell'assoluta felicità, della perfezione, della salute fisica e della salvezza spirituale. Giardino dell'Eden e Campi Elisi di tradizione classica si incontravano così nell'immagine del Paradiso: il refrigerium dei beati, del quale spesso si parla in Acta e Passiones martyrum, era ambientato in scenari di acque vive e freschissime, fiori e frutti quindi un'e- ternità simboleggiata dalla contestualità temporale di fenomeni di solito presenti in differenti stagioni dell'anno - percorsi da una brezza leggera e costante, con la presenza di animali liberi e amici dell'uomo. Il Paradiso acquistava i tratti del giardino; e il giardino a sua volta veniva costruito, dove e quando fosse possibile, sul modello paradisiaco. E il monastero era immaginato (come già lo proponeva la Historia monachorum) separato dal mondo da spazi deserti e impervi e dal muro he lo circondava; all'interno pozzi, ori irrigati, tutti gli alberi e i frutti del Paradiso, ricco di quanto fosse necessario per i monaci.
I QUATTRO FIUMI
Dal centro del chiostro benedettino, fonte o albero che fosse, si dipartivano quattro bacini d'acqua o quattro sentieri disposti in maniera cruciforme, a memoria dei quattro fiumi del mondo descritti dal Genesi. Il chiostro diveniva così immagine del Paradiso terrestre e figura di quel Paradiso eterno del quale la vita monastica doveva già essere anticipazione, di quella Gerusalemme celeste al cui centro è piantato l'albero della Vita e di cui parla l'Apocalisse. Il chiostro rappresentava l'immagine su cui la Sacra Scrittura si apre e quella su cui [essa] si chiude: era l'alfa e l'omega della vita del monaco.
Visto dall'esterno, da una povertà dell'animo che dialogava con quella del corpo, l'orto del monastero può sembrare anche per questo un paradiso. Nel suo poemetto Hortulus, Walafrido Strabone, monaco della Reichenau, spiega nel IX secolo come piante, fiori, frutti ed erbe del giardino siano destinati tanto a fornire alimento e benessere quanto a dispensar gioia a chi può goderne e ammirarne forme e colori, aspirarne gli aromi, riposarsi all'ombra nei giorni di calura: la ruta è utile contro i veleni; l'aglio dà sapore ai cibi, aiuta la digestione, toglie la nausea e scioglie i calcoli; l'artemisia ha qualità emostatiche; la nepitella è odorosa e il suo unguento è cicatrizzante; il rafano addolcisce la tosse. Moltissimi mistici e sapienti trattatisti nei secoli X-XIII discettano sui giardini: da Herrada di Landsberg a Ildegarda di Bingen, da Alano di Lille a Vincenzo di Beauvais. I trattati, detti Erbari (santa Ildegarda ne compose uno celebre), erano al tempo stesso elenchi ragionati di piante, descritte e illustrate nel loro aspetto e nelle loro proprietà terapeutiche, e testi a carattere mistico-allegorico, nei quali a ogni essenza vegetale corrispondevano virtù e poteri divinamente disposti e talvolta magicamente evocati.
Separate nelle immagini del De rerum naturis di Rabano Mauro da un semplice steccato di legno le erbe del- l'orto si distinguono dalle erbe spontanee dei prati. L'orto, cioè l'hortus deliciarum, cioè il Paradiso, rappresenta la Chiesa attuale, ma anche la Chiesa del Genesi e del Cantico dei Cantici; il fiume che nasce in Paradiso è Cristo; i quattro fiumi che irrigano la terra possono essere la prudenza, la temperanza, la fortezza e la giustizia e per allegoria i Quattro Vangeli; l'albero della Vita è ancora Cristo; quello del bene e del male il libero arbitrio. Anche le erbe dell'orto hanno i loro significati allegorici: cipolla e aglio segnano la corruzione della mente, il rafano esprime la continenza contro le suggestioni del diavolo, le lattughe indicano le necessità di evitare i perversi piaceri della vita, e così continuando per prezzemolo, coriandolo e sedano.
L'ALBERO DELLA VITA
Isidoro di Siviglia insegnava che Paradiso, in latino, si traduce dal greco ho tus; l'intero monastero può essere allora per allegoria un hortus, il Paradiso. Dove alberi diversi compensano ogni mancanza e imperfezione, e se al tempo opportuno si mangerà un loro frutto, non si avrà più fame, un altro toglierà la sete, un altro ancora farà scomparire la fatica. E l'ultimo albero, quello della Vita, darà, a chi se ne ci- berà, la virtù di non invecchiare, non ammalarsi, non morire mai: l'orto monastico annulla tutte le conseguenze del primo peccato; nel monastero si conquista la vita eterna. Nei monasteri medievali - specialmente in quelli benedettini esistevano più giardini, che avevano diverse funzioni adombrate nei nomi (viridaria, pomaria, herbaria): la Regula di San Benedetto prescrive che ogni monastero sia sempre provvisto di riserve d'acqua e di un hortus. Nel celebre piano dell'abbazia di San Gallo, inviato intorno all'anno 820 dall'abate della Reichenau all'abate Gozbert, gli spazi deputati a orti e a giardini sono ampi e differenziati: da quelli in cui si coltivano i vegetali destinati all'alimentazione, alle aiuole nel- le quali crescono i "semplici" utilizzati nella preparazione dei farmaci, al cimitero, fino al claustrum chiuso e recintato appunto, al centro del quale stanno il pozzo o la cisterna simbolo del Cristo Fons vitae, oppure un albero, simbolo al tempo stesso dell'albero primordiale della Vita descritto dal Genesi e dell'albero della Croce.
Tre spazi sono destinati alla coltivazione, con funzioni e con piante diverse. Un orto (hortus) rettangolare scandito da diciotto aiuole disposte su due lati, ciascuna con un'essenza: da un lato cipolle, porri, sedano, coriandolo, aneto, papavero, rafano, un se condo tipo di papavero (magones), bietola; dall'altro aglio, scalogno, petrosilla, cerfoglio, lattuga, santoreggia, pastinaca, cavolo, nigella. Un erbario (herbularius), di forma quadrata, con otto aiuole disposte lungo il perimetro e otto all'interno su due fila: lungo il perimetro sono previsti gigli, rose, fagioli, santoreggia, costo, fieno greco, rosmarino, menta; al centro salvia, ruta, gladiolo, puleggio e accanto menta acquatica, cumino, levistico e finocchio. Il terzo spazio, coltivato ad alberi da frutto è il cimitero, con al centro la croce contornata dall'iscrizione: "Tra gli alberi della terra la croce santissima, che in perpetuo dà i frutti della salvezza"; tra le tombe dei monaci avrebbero dovuto esserci quindici piante: melo, pero, prugno, pino, sorbo, nespolo, lauro, castagno, fico, cotogno, pesco, nocciolo, mandorlo, gelso e noce.
 
 
18 Novembre 2023 - sabato - sett. 46-322
redigio.it/rvg100/rvg-46-322.mp3 - Ti racconto il giornale
Notizia dal Villaggio
Viaggio nel tempo
Le aberrazioni della beneficenza. Berlino s'è costituita recentemente una Società di giovani volonterosi d'ambo i sessi per venire in soccorso... degli ubbriachi. I membri di essa accompagnano a casa i ferventi devoti di Bacco e di Gambrinus incapaci di guidarsi da soli, o sostenendoli sotto le ascelle o trasportandoli su apposita barella o, se questa mancasse, sollevandoli addirittura sulle braccia. Tutto ciò seriamente, con l'aggiunta di un locale proprio munito di una scritta ben visibile, nonché di una uniforme severa, fra il claustrale ed il militare. È a sperarsi, che, con questa coltura intensiva, la bella pianta dell'ubbriachezza pigli nuovo slancio ed i suoi cultori diventino legione! -
Mestieri di una volta
UL MANGIA-VÉDAR - Antesignano dei vegetariani ed in perenne cura dimagrante, il mangia-vetro si esibiva ogni tanto il lunedì nella piazza del mercato, ingollando qualche lampadina, chiodi, sassolini e stoppa, il tutto accompagnato da qualche bicchiere di acqua saponata.
Metri di misura
Ùnza = ... misura di peso di circa 28 grammi in uso prima del sistema metrico-decimale. Nel contado usata per indicare la resa in burro del latte: un'unza par bucàa: 28 grammi di bu  ro per boccale (0.786 litri) di latte. Fino a un po'di decenni fa ancora usata come unità di misura per il seme dei bachi da seta: un'ùnza, pari a circa 40.000/60.000 uova. Indica, in senso figurato, una quantità minima di qualcosa: gh'è pi nanca un'ùnza = non c'è più nemmeno un filo d'olio. - d'oli       
Cose milanesi
viale Gorizia ang. ripa di Porta Ticinese - È il "porto" di Milano. Vi convergono 3 canali: il Naviglio Grande, il Naviglio Pavese e il Naviglio Interno. Essi furono costruiti allo scopo di portare acqua alla città per migliorare la difesa militare, le attività commerciali e artigianali, la salute pubblica. Il Naviglio Grande fu il primo a essere costruito. Pochi anni dopo la distruzione della città da parte dell'imperatore Federico I detto il Barbarossa, nel 1179 i Milanesi iniziarono i lavori per portare fin qui le acque del lago Maggiore e del Ticino, con un percorso di 50 km. Il Naviglio Interno, costruito nel '400, attraversava la città con un sistema di conche, ma è stato coperto negli anni Trenta per facilitare i trasporti su terra. Esso portava qui, attraverso il canale della Martesana, le acque provenienti dal lago di Como e dall'Adda. Il Naviglio Pavese fu completato nel 1819 e, in deflusso, si riallaccia al Ticino nella sua parte navigabile e quindi al Po e al mare. La Darsena fu costruita ai primi del '600 sotto il governatore spagnolo Pedro de Acevedo conte di Fuentes. In Darsena arrivavano chiatte trainate controcorrente da cavalli (poi motorizzate), cariche soprattutto di sabbia e ghiaia, ma anche di legname e persone. Attraverso il Naviglio Grande fu trasportato il marmo per il Duomo, che arrivava dalla cava di Candoglia lungo il fiume Toce e poi il lago Maggiore.
Toponimi di Mercallo
3) Boga: denominata dai locali Böga, è una ex-cascina, ora ristrutturata, posta lungo un leggero declivio al di sopra della attuale zona residenziale nota come Prati Azzurri. Termine di dubbia interpretazione. In dialetto la boga è una grossa fascia di ferro che accerchia la stanga del maglio. Può essere anche un pesce commestibile presente nel Laghi di Monate e Comabbio. Se ipotizziamo una derivazione da una voce *bova o simili, possiamo pensare ad un luogo un tempo interessato al pascolo o all'allevamento dei buoi.
4) Campaccio: toponimo molto ricorrente, detto dai locali Campàsc. La zona è localizzabile a sud del centro del paese in un'area lunga e stretta che costeggia il Lago di Comabbio ad ovest della strada Provinciale 629. Il termine è trasparente e indica come spesso accade la qualità di un campo, in questo caso non particolarmente adatto alla coltivazione o comunque non molto produttivo.
19 Novembre 2023 - Domenica - sett. 46-323
redigio.it/rvg100/rvg-46-323.mp3 - Ti racconto il giornale
Notizia dal Villaggio
Oggi, 19 di novembre del 2023, domenica mattina. L'argomento di oggi è la divisione in due, quella del bar. Questa divisione non c'e' mai stata fisicamente, ma ora, quando i gestori del bar convengono con i villeggianti una chiusura, invernale, dove vanno i villeggianti a ritrovarsi? - In club house, quella che e' ora la saletta tv. Tavoli, sedie, due quadretti, qualche semplice attrezzatura e una macchinetta del caffe' (gestita dal bar) e' tutto a costo zero e pronta in poche ore. Cosi' si risparmia l'incombenza di costruire divisori di qualche migliaio di euro (poi inutili e ingombranti).
Ed e' tutto pronto.
Quindi: club house (istituzione dimenticata) in saletta TV (poco utilizzata). Nessuna spesa per modificare il bar.
per meglio intender, ascoltare redigio.it/rvg100/rvg-001.mp3 -  Radio Fornace - una diretta - divisione con  tramezza bar
Folclore
Donne gh'è chí 'l magnano - Donne, c'è qui il "magnano", aiutatelo per favore!
La bella sposotta capisce subito quali sono le necessità dello stagnino, e lo accontenta di buon grado dandogli anche qualcosa in più del dovuto, che però non si può dire.
Se ne accorge il marito beffato, ed il povero stagnino finisce a casa con la testa rotta da un bastone nerboruto. Non gli necessitano dottori e avvocati, da solo infatti riesce a stagnarsi la testa "al post di sò pignatt".
Il finale scherzoso rende ancor più gaia una canzone che ha avuto un momento drammaticissimo, da volgere quasi in tragedia la situazione, già di per sé triste, del povero stagnino, derelitto per una sorte ingiusta che lo obbliga a mendicare, ogni giorno, un pezzo di pane di casa in casa.
La melodia è gaia e simpatica anche perché imita il grido dello stagnino che chiama le donne sull'uscio di casa.
Magnano -  Donne donne gh'è chí 'l magnano che 'l gh'ha væuja de lavorà e se gh'aví quajcoss de fà giustà tosann gh'è chi el magnan che 'l gh'ha væuja de lavorà.
Salta fœura ona sposotta
cont in man 'na pignatta rotta:
E se me la giustii propi de galantòmm mí si ve la daría de nascost del mè omm.
El marito apos a l'uscio
el gh'aveva sentito tutto
el salta fœura cont on tarèll in man e pim e pum e pam su la crapa del magnan.
Parola del giorno
Cavedàgna = strada campestre, viottolo. Le cavedàgn traggono origine dagli spazi (sùlch) lasciati fra un campo e l'altro non arando in quei punti il terreno, costituendo così, per tacito accordo, il confine fra le pro- prietà e permettendo inoltre l'accesso dei carri ai campi coltivati. Il lemma deriva probabilmente da "capitanea" voce della bassa latinità che stà ad indicare la testata, il limite di un campo.
In cucina - a casa
El minestron - «Caro elo, parola, mi ghe digo che no gh'ho mai magnà on minestron savorio, gustoso, tal de amigo come el xe questo. Salo che'l xe bon? Ciò, siora muger, altro che i risi e capuzzi scaltrii e i risi e bisi!...>>
«Dasseno, Bortolin, ti gha reson. Oh sì. Ma, prima che nu se ghe toga el disturbo a sto sior, con permission, voi farmelo spiegar ben da la coga.»> «Se la cred ghe l'insegni bell e mi, sciora Catina, che la faga inscì:
Se la gh'ha del broeud, mei, se nò la metta a foeugh el sò caldar cont acqua pura e dent codegh de lard, se nò panscetta tajada giò a fettinn e peu, in misura, le condiss a dover con 'na pestada, de lard con dent ona fesa de ai schisciada. Poeu giò fasoeu borlott in abbondanza, dent caròtol e zeller tajaa fin e pòmm de terra a tocc segond l'usanza el sal e dent de savia on ramettin, e anca on bell tomatis. Quatta su e  fall buj e che al buja a desmett pù. Quand in còtt i verdur, ma còtt ben, ben, dent i verz e fagh dà vòtt ò des buj, peu giò el ris e che al buja svelt, in pien. Infin, dent i erborinn taiaa, a fregui. Cott el ris, dent del bon formace grattaa e el minestron l'è pront. Se l'è d'estaa l'è bon anca, frecc, l'è on bombonin. On moment: i verdur han de bui adasi no men don para d'or e mezza, o quasi. «Oh-grazie, grazie, ma che bravo scior Peppin!».
Proverbio del giorno
Lontan dai oeucc lontan dal coeur, ma se l'è amor sincer non moeur. - Lontano dagli occhi lontano dal cuore, ma se è amore sincero non muore. -
Proposto anche in lingua; è un detto molto conosciuto e diffuso che non ha bisogno d'essere spiegato!
IL GIARDINO DELLE DELIZIE
LE PIANTE DI CARLOMAGNO
Alcune di queste piante compaiono nel De cultura hortorum di Walafrido Strabone e comparivano anche nel Capitulare de villis, dove Carlomagno imponeva che nell'orto ci fossero ben 57 piante e le elencava una per una, aggiungendo che gli alberi da frutto dovevano essere, in molti casi, di tipi diversi per ciascun frutto.?
Strabone parlerà, in versi densi di nostalgie virgiliane, del cerfoglio, del papavero, della lattuga sclarega, del- l'aglio, del rafano, indicandone con attenzione le qualità terapeutiche, i rischi della coltura, descrivendone le forme, la migliore collocazione negli spazi e secondo l'insolazione, ma senza alcuna tensione simbolica o allegorica, anzi proiettando la sua scritura sulla conoscenza dell'esperienza comune e sull'esperienza del proprio lavoro, nel superamento della tradizione antica.
MAI SENZA FRUTTO
Nelle sue Etymologiae Isidoro di Siviglia definisce l'orto in modo significativo: «Si chiama orto perché vi nasce sempre qualcosa. Negli altri terreni nasce qualcosa una volta l'anno; l'orto invece non è mai senza frutto». L'enciclopedista medievale proponeva in tal modo un rapporto fra il giardino e la nascita (oriens), sottolineava la capacità teomimetica dell'uomo di organizzare la natura in modo da vivere co
me in un'eterna primavera, e suggeriva ancora come l'uomo potesse - con l'intelligenza e il lavoro, conseguenza peraltro del peccato originale - riproporre a se stesso forme di vita adamitica simili a quelle precedenti al peccato. Rabano Mauro riprendeva alla lettera Isidoro, distingueva tra le nobili erbe dell'orto e quelle vilissime che crescevano spontanee nei campi e precisava come l'orto sia figurazione della Chiesa. Il suo trattato De rerum naturis è spiegazione mistica e storica e il lettore avrebbe trovato soddisfazione al desiderio di conoscere di ogni cosa la realtà e l'allegoria. Rabano legge e rappresenta secondo allegoria la terra, i campi, la coltura dei campi; le erbe dei campi e degli orti. Tra le erbe che crescono spontanee nei campi è il fieno, che nutre la fiamma, e il fieno indica per allegoria la fragilità della natura umana; il fieno che è bello quando è più verde e fiorisce ma, quando appassisce, marcisce come gli empi; il fieno che rappresenta la storia del mondo e i peccatori; il fieno rappresenta i nobili che arricchiscono facilmente e vestono con abiti verdi. Ma le erbe dei campi, e il fieno tra esse, crescono virulente nei luoghi incolti e conservano la loro qualità agreste e insipida, come il fieno inaridiscono rapidamente e muoiono  presto.
I CONSIGLI DI COLUMELLA
In età neroniana, Columella dedica al giardinaggio il libro X del De re rustica (De cultu hortorum), che è il fondamento dell'arte imperiale dei giardini; si propone come continuatore delle Georgiche di Virgilio ma, se il De re rustica è in prosa, il libro dedicato ai giardini è in versi. Columella insegna come scegliere il terreno più adatto per l'orto-giardino, che cosa piantarvi, e quando: alberi da frutto e fiori, «<le stelle della terra»; accanto le erbe, sia alimentari che medicinali, delle quali lo scrittore non trascurava di cantare anche la bellezza. Il discorso sugli orti continua nel libro successivo con un preciso calendario astronomico dei lavori della terra, con il consiglio di recingere l'orto con una siepe viva e con notizie su erbe e ortaggi. In un'altra opera, il De arboribus, Columella parla di vigne e di frutteti, che entreranno più tardi nell'universo proprio del giardino; non è del resto un caso che Columella chiudesse il libro dedicato agli alberi, che si apriva con la vite, parlando della viola e della rosa.

lib387-Settimana-47

 
RVG settimana 47
 
Radio-Video-Giornale del Villaggio
 
Settimana-47 del 2023
 
RVG-47 - da  - Radio-Fornace
Calendario della settimana
Settimana 47        2023-11-20  -  Novembre
lunedi        20/11       settimana 47        324 giorno
marrtedi        21/11       settimana 47        325 giorno
mercoledi        22/11        settimana 47        326 giorno
giovedi        23/11        settimana 47        327 giorno
venerdi        24/11        settimana 47        328 giorno
sabato        25/11        settimana 47        329 giorno
domenica        2/11 6       settimana 47        330 giorno
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20 Novembre 2023 - lunedi - sett. 47-324
redigio.it/rvg100/rvg-47-324.mp3 - Ti racconto il giornale
Notizie dal Ludico
Notizie dal Villaggio
Qui si lavora: E' pronto il menu' di Capodanno. (consultare il volantino)
Richiesta di volontari
Si tratta di aiutare per l'installazione dell'arredo natalizio.
Notizie di RVG (Radio-Video-Giornale)
Nota del giorno - E anche quest'anno, come tutti gli anni, è arrivato il rilievo per il consumo dell'energia elettrica. Cioè rilievo significa prendere i numeri che sono stati registrati l'anno scorso a dicembre a ottobre a ottobre di quest'anno ed è arrivato anche il mio resoconto. Posso dire che è irrisorio e moltiplicato per zero 30 kilowatt anche in euro è irrisorio. Si vede che mi so gestire bene. E voi?
Autunno Milano
e, all'improvviso, l'estate sprofondo'  nell'autunno.Le metropoli non sono i luoghi più adatte per apprezzare fino in fondo tutte le sfumature in una stagione così romantica e malinconica come l'autunno. Non lo sono perché divorate da due dei mali più vistosi della modernità, il rumore e la fretta.L'autunno, invece, è una stagione dalla atmosfere rarefatte, una stagione dal passo lento, una stagione fatta di raccoglimento e di silenzio.
La bicicletta
Uno dei primi celeriferi. - Fino alla fine del XIX secolo, il mezzo di trasporto più diffuso era la carrozza: prima dell'avvento delle automobili, infatti, le persone erano costrette a spostarsi in questa vasca da bagno con le ruote, trainata da cavalli. Questo fu per lungo tempo l'unico modo per raggiungere in poco tempo[1] città tra loro distanti anche centinaia, ma che dico, migliaia di centimetri. -
A seconda dell'impiego a cui erano adibite, esistevano vari tipi di carrozze, ma tutte quante avevano dei difetti comuni: il consumo eccessivo di combustibile[2], la bassa velocità ma soprattutto la costante puzza di merda. Non dimentichiamoci del povero cocchiere, sistemato al di fuori della carrozza ed esposto alle intemperie; costretto a queste avversità, cercava di sfogarsi come poteva frustando i poveri cavalli (che comunque continuavano ad andare lenti). -
Si iniziò così a pensare ad un nuovo e rivoluzionario mezzo di trasporto che sapesse unire esercizio fisico, vita all'aria aperta, riduzione dei consumi, maggiori velocità e rispetto per l'ambiente (e per i cavalli); era la nascita dell'automobile della bicicletta.
Cosa ascoltare oggi
RF446 - redigio.it/dati2510/QGLN987-Varano-Borghi-appunti-01.mp3 - Appunti su Varano Borghi - Comune del 1908 - Era nella provincia di Como fino al 1926  -
Toponimi di Mercallo
5) Croso: in dialetto noto come Crös. Il toponimo è molto frequente in Lombardia nelle zone di media collina e di montagna. Il termine nei dialetti lombardi indica "un sentiero di montagna scavato naturalmente dall'acqua" . Alcuni intervistati hanno fatto notare come spesso questa voce possa indicare la zona più alta di un paese, in alternativa al toponimo Castèl, già citato in questo corpus . L'origine del nome è forse da cercare nella voce celtica *crosu "incavato"
6) Cuèt: prati un tempo coltivati situati a pochi metri a sud del centro del paese nei quali si coltivava principalmente mais a motivo di un terreno particolarmente favorevole (v. Cazzago Brabbia n. 9).
Novembre
Siamo al nono mese dell'antico calendario arcaico romano, chiamato "november", dedicato alla dea delle foreste e della luce lunare Diana o Artemide, considerata anche la protettrice degli schiavi e dei servi.
Per l'antica Grecia, il mese che cominciava il 15 novembre era chiamato "Maimacterione", mentre durante la rivoluzione Francese il periodo dal 22 ottobre al 20 novembre fu chiamato "Brumaio", di chiara ispirazione romana - le feste istituite da Romolo in onore del dio Bacco furono infatti chiamate le "Brumali". Lo stesso termine si ritrova nel'opera-balletto Carmina Burana di Carl Orff (1895/1982), portata al successo come colonna sonora di numerosi film, nella quale una strofa recita: "Tempore brumali vir patiens, animo vernali lasciviens. O! O! Totus floreo!".
Novembre comincia con la celebrazione di due feste, quella del primo giorno del mese, che è dedicata a tutti i santi, originata da papa Bonifacio IV, tra il 608 e il 615. Egli ricevette in dono dall'imperatore d'Oriente Foca il tempio della dea Cibale, costruito da Marco Vespasiano Agrippa sei secoli prima. Bonifacio IV ne fece un tempio cristiano, che venne dedicato alla Madonna e a tutti i santi martiri, proprio nel giorno del primo novembre, e fu da allora che vennero festeggiati in quella data tutti i santi, dapprima solo a Roma e poi nell'intera cristianità.
Il 2 novembre ricorre la commemorazione dei defunti, consuetudine che nasce dopo la fine del I millennio e che spesso è abbinata al crisantemo, considerato, a torto, foriero di sventura; pensate che nei paesi orientali è simbolo di buona sorte. Da noi questo fiore simboleggia le visite ai cimiteri che in quei giorni sono affollati nel ricordo dei nostri morti a suffragio storico della pietà di ognuno di noi, nei confronti di chi ci ha lasciato.
Novembre è il mese del tartufo, mentre a San Martino (11) si assaggia il primo vino; cadute le foglie compaiano le prime nebbie, nelle città predomina il grigiore. Permane qualche residuo di profumo collinare dal sottobosco, ma l'inverno è imminente e la natura sta per cadere nel suo letargo stagionale, con le prime nevicate sulle montagne.
Sempre in tema di santi, in questo mese si festeggiano San Carlo Borromeo (4), San Martino di Tours (11), San Renato (12), Santa Cecilia (22), Santa Caterina d'Alessandria (25), San Massimo (27) e Sant'Andrea (30).
Per i proverbi, i riferimenti ai santi sono un'usanza, cominciando da "A San Martino ogni mosto è vino" oppure "A San Martino si lascia l'acqua e si beve il vino". Altri santi avvertono che "Per Santa Caterina la neve alla collina" e "Per Sant'Andrea ti levi da pranzo e ti metti a cena". Per finire, un avvertimento: "Se in novembre non hai arato, tutto l'anno sarai tribolato".
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21 Novembre 2023 - Martedi' - sett. 47-325
redigio.it/rvg100/rvg-47-325.mp3 - Te lo racconto la giornata
Notizie dal Ludico
Notizie dal Villaggio
Esiste un lavorio intenso nel gruppo Whatsapp (miglioriamo la fornace"): arrivano proposte che vengono catalogate e numerate. Questa lista serve per ragionarci sopra una ad una.  e sviscerate.
Tante non sono menzionate perche' sono insopprimibili e senza possibilita' di riduzione (vedi tasse, manutenzioni ordinarie, ecc.)
Comunque mi prendo agio a tenerle in considerazione perche' anche una volta ben definite, vanno discusse con il consiglio, l'amministrazione e tutti gli altri soci. Ma e' ancora presto per qualsiasi considerazione.
Troppo presto.  Il ludico e' il piu' colpito . 3000 euro x 31  0 = 930.000 euro      40.000 / 930.000 = 4,3 %-  Togliere il ludico totale e' 4,3% - Risparmieremmo 129 euro all'anno.
Continuiamo la ricerca!!!!!  anche se mi sono scocciato!!!!!!
Radio-Fornace
  1. Radio fornace richiede ai villeggianti e non, se possibile avere disponibilita' di televisori vecchi da portare in discarica.
  2. Servono per il Ludico 2024. Indispensabile la porta USB e telecomando
La bicicletta
Dalle High bicycle ad oggi - Mancava poco per arrivare alle biciclette moderne: in fondo bastava inventare i pneumatici, la catena, lo sterzo, la trasmissione posteriore, il telaio di carbonio, i freni, i raggi. Ma anche il sellino. Quisquilie. Ora la bicicletta era davvero pronta a diversificarsi nelle forme più svariate e inutili; dall'inizio del secolo scorso, questo mezzo di trasporto ebbe una grandissima diffusione in tutto il mondo, nonostante la sua incompatibilità con gli altri utenti della strada (le carrozze prima e le auto dopo) che ogni anno provoca la morte di circa ventordici ciclisti. Infatti, secondo un articolo apparso recentemente sul prestigioso Times[4], la bicicletta è l'invenzione che dà più possibilità di lavoro ai becchini. -
Piccoli gesti - Trasporti
Sempre in movimento ma sostenibile
prediligi camminare, la bicicletta o i mezzi pubblici sulle brevi distanze .
Cerca di evitare di prendere la macchina o l'aereo quando non è necessario, soprattutto sulle brevi distanze, preferendo invece il treno.
Condividi l'automobile con altre persone per percorrere lo stesso tragitto o una parte di esso
Toponimi di Mercallo
7) Formighera: o Furmighéra è un appezzamento di terra a sud del paese al confine con il comune di Oneda, in un'area pianeggiante. È possibile interpretare questo toponimo come "formicaio" sulla scia di altri toponimi presenti in Lombardia derivanti dal termine latino formica
8) Fornace: denominata Fürnàas, è una zona nota di Mercallo poiché ospita ancora oggi tracce di quella fornace che per quasi un secolo è stata centro lavorativo per gli abitanti di Mercallo e dintorni. Il forno, di proprietà dei fratelli Colombo, è stato alimentato con (v. l'argilla proveniente dalla zona del Cret del limitrofo comune di Comabbio Comabbio ) e successivamente con una cava nello stesso comune di Mercallo in una zona a ridosso del Lago di Comabbio che ha poi dato vita al Laghèt o Pai, piccola pozza d'acqua ora indipendente e distante circa 150 metri dal lago. Questa cava di estrazione dell'argilla e la fornace erano collegati da un binario sul quale scorreva il materiale che veniva cotto nella fornace, rimasta attiva fino agli anni '60 del Novecento.
Cosa ascoltare oggi
RF447 - redigio.it/dati2510/QGLN988-Varano-Borghi-appunti-02.mp3 - Appunti su Varano Borghi - RVG
Lettura della settimana - martedi
Busto Grande cento anni fa
Capitolo primo 1)
<< La prima metà dell'anno 1852 fu, almeno per Busto Arsizio e i circostanti paesi, per la non ordinaria scarsezza di pioggie, grandemente asciutta e secca... ». Non piovve per parecchi mesi, e i germogli di segala facevano fatica ad allungarsi di qualche centimetro sul terreno arido e ciottoloso che circonda il borgo. L'inverno non accennava ad andarsene nonostante il sole e faceva numerose ricomparse, con gelate improvvise. La notte dal 21 al 22 aprile calò sui campi una eccezionale brinata che distrusse quel poco che ancora resisteva alla siccità. Il termometro aveva segnato parecchi gradi sotto lo zero ed aveva fatto rabbrividire di freddo e di paura gli abitanti. Così il raccolto fu perduto e alla miseria si vennero ad aggiungere la carestia e la fame.
In giugno, le montagne del Varesotto e dell'Ossola si coprirono di neve e i venti soffiarono sul borgo una nuova ondata di freddo. Si arrivò, sempre all'asciutto, ai primi di luglio, quando un caldo tanto soffocante quanto improvviso si accanì contro la popolazione sfiduciata. Il 25 luglio, finalmente, si aprì il cielo e rovesciò sui campi e sulle case una gran massa d'acqua, che durò qualche giorno, e allagò quel poco che era cresciuto in tanto squallore. Sembrava però che la stagione ormai dovesse riprendere il suo corso normale.
Il 26 luglio, il dottor fisico Ercole Ferrario venne chiamato a vedere sette ammalati; il 27, otto altri. Così cominciò la pestilenza.
Il borgo di Busto Grande, per chi veniva da Milano e dalla Castellanza, lungo la strada che si staccava dalla napoleonica all'altezza della cascina del Buon Gesù, si presentava come uno dei grossi borghi incolori della campagna dell'alto milanese, anzi, senz'altro, il più grosso. Cascine sparse su un terreno avaro sempre in attesa d'acqua, sia che questa dovesse venire dal cielo o dagli uomini, come fanno fede le numerose frequenti processioni e i non meno numerosi progetti di irrigazione che già da allora, e da secoli, ingombravano i tavoli delle autorità cosidette costituite.
Il borgo conservava, visto di fuori, le solite caratteristiche, anche se, all'inizio della strada Ballone, si potevano notare dei segni diversi dai consueti: un lungo viale alberato, che un bando municipale del 1810, o pressapoco, aveva ridotto « ad uso di passeggio pubblico con piantagioni esotiche, siepi carpanili, cunette, ed altro
Ma si notavano anche, all'ombra discreta delle piantagioni esotiche, alcune delle numerose costruzioni - stanzoni e stanzonelli, si chiamavano adibite alla lavorazione del cotone, che si erano andate sviluppan- do in tutta la zona, dalla Castellanza a Gallarate, facendo centro a Busto, ove, vuoi per il carattere degli imprenditori, pronti ad ogni iniziativa e ad ogni rischio, vuoi per quello degli abitanti, che ostinatamente cercavano alle fabbriche, da secoli, quello che la terra non dava loro a sufficienza, si erano rapidamente sviluppate e ingrandite fino ad assumere il carattere di una vera e propria industria.
Scriveva, già nel 1614, un canonico, faragginoso storico bustese, che « su una popolazione di poco più di settemila anime »>> si contavano centoquaranta officine aperte e oltre sessanta chiuse: il che può almeno significare che, nei periodi di intenso lavoro, battevano a Busto, nel seicento, ben duecento fabbriche, quale più quale meno importante, ma tutte decisamente piene del fracasso di numerosi telai.
Il dottor Ercole Ferrario era allora uno dei tre medici che facevano servizio condotto per i poveri. Nato a Gallarate, laureatosi a Pavia, se n'era venuto a Busto ad esercitare la professione, coltivando ad un tempo la ricerca erudita, la lettura dei classici, il piacere di scrivere, insomma tutta quella infarinatura umanistica così frequente nei medici del secolo scorso. Sopratutto amava studiare, rifacendosi alle antiche esperienze, la vita di alcuni medici saliti in fama e scriverne con qualche commento non privo di interesse. Amava la sua e la nostra terra e ne studiava gli uomini e le loro occupazioni, il vitto, le condizioni delle abitazioni, le possibilità agricole; e di tutto rendeva conto, quasi ogni anno, in qualche breve memoria che veniva pubblicando sui giornali o sulle riviste. Uomo meticoloso e preciso, prendeva nota degli avvenimenti, e segnatamente di questi che stiamo raccontando e che hanno per oggetto quel morbo di cui abbiamo fatto cenno all'inizio. << Mio intento è solo di descrivere l'epidemia che ho dovuto curare specialmente per ciò ch'essa si presentò con alcuni sintomi non comuni a siffatto morbo. Che se la storia ch'io ne darò riuscirà meschina e difettosa, come lavoro di un'oscuro e indotto medico, massime ove si voglia mettere al ragguaglio di quelle stese da oculati e abilissimi medici, nutro però fiducia che non abbia ad essere del tutto spregievole a motivo dell'unico vantaggio che derivami dalla posizione mia di medico condotto. Imperocchè le migliori e più accreditate, almeno per quanto io ne so, descrizioni che di tal morbo si hanno, furono opera di medici che lo osservarono negli ospedali, e perciò molte particolarità concernenti specialmente l'eziologia non poterono a loro esser ben note. Laddove fra i malati, ch'io curai, io verso continuamente, e conoscone appieno le abitudini, le occupazioni, la maniera di vitto, la condizione delle loro abitazioni, ogni cosa insomma che li riguarda
E, più sotto:
« A più chiara intelligenza di quanto sono per esporre giova avvertire che Busto Arsizio è una assai grossa borgata nella provincia di Milano, popolata da quasi 12.000 abitanti dediti al commercio ed alle manifatture del cotone, ed all'agricoltura. Qui v'ha sempre quantità grande di malati essendo, per quanto pare a me, e fatti i debiti ragguaglj, il numero di essi in questo borgo almeno il doppio di quello de' circostanti paesi, e ciò per motivi a questo borgo speciali... Il servizio sanitario è affidato a tre medici-chirurghi condotti, e ad un flebotomo. A questa condotta è aggiunto anche il comune di Sacconago colla popolazione di circa 1700 anime, e questo è servito per turno mensile dai medici di Busto. Il personale sanitario è insufficiente; poichè quando hassi anche Sacconago, un sol medico deve attendere ad una popolazione di circa 5600 individui, molti dei quali alloggiano in numerose cascine, delle quali parecchie son lontane da uno a due miglia dal comune, e molto discoste tra loro. Ora chi ha il terziere più zeppo di poveri, com'è il caso mio, quando ha anco Sacconago è veramente oppresso da faticosissimo lavoro, a motivo e de' molti ammalati, e delle cascine che sono per me 45, in cui abita meglio d'un migliaio di persone, sicchè talvolta non si può attendere convenientemente alle cure ».
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22 Novembre 2023 - Mercoledi' - sett. 47-326
redigio.it/rvg100/rvg-47-326.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
Notizie dal Villaggio
Mio sono scocciato della chat di whatsapp de "miglioriamo la fornace" . Ero curioso perche' dal titolo della chat mi ha incuriosito. Vediamo cosa si puo' fare.
Risultato dopo due giorni: Inutili e inconcludenti. Anche a spremere, mi risulta che e' una chat  dove l'argomento rimarra' eterno.
Non ci entro piu' . E' una perdita di tempo.
Toponimi di Mercallo
9) Gerbi di Canè: terreno un tempo coltivato al di sotto del Montrucco, adiacente all'odierno cimitero comunale cittadino. I due termini sono già stati analizzati in precedenza (v. Comabbio e Cadrezzate ).
10) Gerbiaschio: cascina denominata dai locali Gerbiàsch situata anch'essa tra la sponda ovest del Lago di Comabbio e il Monte della Croce, pochi metri sotto la Bellingera. E' segnata sulle carte anche come Gerbiasco. Il nome può essere fatto risalire alla voce dialettale gerb "acerbo" (v. Comabbio ) con l'aggiunta del suffisso-asch, forse con valore dispregiativo.
11) Mirabella: grande cascina meglio nota come Mirübéla situata sul confine sud nei pressi del comune di Oneda (v. Comabbio).
Cosa ascoltare oggi
RF300 - Radio Fornace del 01 luglio 2023  - redigio.it/dati2512/QGLN1177-Lago-Biandronno-03.mp3 - Lago di Biandronno - 7,25 -  -
La bicicletta
La mountain bike - Gesù e il solito allenamento quotidiano con la sua mountain bike.
La mountain bike è il sogno di ogni bambino. È una bicicletta che può andare praticamente ovunque, salvo che sull'asfalto. Infatti, mentre è possibile scalarci l'Everest, non è possibile andare a più di 2 km/ora in strada, perché le 45 sospensioni presenti sulle ruote disperdono tutta l'energia della pedalata.
Bicicletta a pedalata assistita - Mr. Bean prova una bicicletta a pedalata assistita. Giustamente, Bismarck lo guarda male. « Bello, questo motorino! » - (Idiota su bicicletta a pedalata assistita.)
Chi vuole passare per ciclista, ma è troppo pigro per impegnarsi seriamente, deve comprare assolutamente questa bicicletta; infatti, il piccolo motore celato nel telaio vi permetterà di superare ogni salita[5]. In alternativa, potete sempre pedalare rimanendo attaccati alla presa di corrente con l'apposito cavo. Ricordate, però, che quando la acquisterete molto probabilmente la gente penserà che voi siate degli scansafatiche. E non avranno tutti i torti. Fareste meglio a dire che, in realtà, non avevate neanche i soldi per un ciao, maledetto ciao. Uso consigliato: qualunque, basta che abbiate almeno qualche km di prolunga e una presa di corrente
Busto Grande cento anni fa
Capitolo primo 2)
Eppure il dottor Ferrario, nonostante il lavoro gravoso, trovava, di ritorno dalle visite, e accomodato il calesse, il tempo di studiare e riordinare le annotazioni della giornata:
<...al dopo pranzo del 26 luglio, vale a dire nel giorno che successe a quello in cui cominciarono a cadere abbondanti piogge, fui chiamato a vedere sette ammalati, che tutti presentavano gli stessissimi sintomi, e nel 27 otto altri attaccati dallo stesso morbo. E il numero di questi ammalati crescevasi ad ogni tratto or di due, or di tre, ed or di più infino al 10 settembre, essendo in quel giorno pervenuti al numero di 76 >>.
<< ...in alcuni cominciava con un oscuro ma non grave malessere: lagnavansi essi di una certa pigrizia nelle membra, e d'avere il corpo indolenzito quasi fosser stati percossi; volontieri si corcavano, ma presto si levavano, e quasi per scuotersi di dosso quella ingrata pigrizia si davano a qualche lavoro, il quale però eran costretti a tosto abbandonare non reggendo loro le forze. ...io cominciai sempre dalle cavate di sangue generali; e queste ripetei fino otto, dieci, dodici ed anco più volte... feci pure grande uso delle sanguisughe... Le emissioni di sangue erano i principali soccorsi: ma convien dire che il vantaggio, che se ne ritraeva, non era giammai nè evidente, nè pronto... Dopo le cacciate di sangue, all'assoluta dieta e alle bevande semplici io affidava special mente la cura de' miei ammalati... permettevo poi che l'acqua fosse acconcia con limoni, aranci, aceto o con serve d'amarasche e lamponi... ».
Nel borgo, intanto, andava dilagando la paura. Chi parlava di tifo petecchiale, malattia che aveva più volte invaso il paese, chi temeva il tramutarsi del morbo in colera, che quasi ad ogni anno faceva la sua apparizione; chi dava la colpa al pane rincarato di ben due centesimi e- non ultimi - vi erano anche quelli che attribuivano una buona parte del male ...all'ospedale che stava sorgendo sul vialone della Beata Vergine delle Grazie.
Il dottor Ferrario si chiese più volte, nelle sue meditazioni, dopo le tremende giornate se « potrebbe per avventura a taluno nascere il dubbio che questa maniera di malattia, anzichè epidemica od endemica, dir si debba contagiosa ». Ma occorreva dimostrare che fosse importata diceva << ma non mi venne fatto di trovarlo, giacchè nessuno de' primi che s'incontrarono era stato fuori di Busto, nè ne' limitrofi paesi avevasi tal morbo ». Pensò alle belle uve bustesi, che da due anni << vedevansi schifosamente insozzate e guaste dal rovinoso oidio » : ma lo dovette escludere, avendo constatato che la malattia infieriva anche nell'interno del borgo, dove non crescevano viti. Gli parve allora ragionevole pensare che la alterna condizione dell'aere « caldo e secco » e le pioggie recenti portassero ad uno squilibrio elettrico, e cioè << l'improvviso mutamento dello stato igro-termo-elettrico dell'atmosfera >> favorisse il nascere e lo svilupparsi del morbo. Ma perchè  si disse Sacconago, in cui le condizioni atmosferiche erano identiche a quelle di Busto, non si ebbero ammalati? Pensò alla professione principale dei bustesi, ma anche questa ipotesi cadde perchè si riscontrarono ammalati anche fra gli artigiani e i contadini << ed anco persone di agiata condizione ». Occorrevano dunque scrive sempre il nostro medico - < cognizioni ben più ampie di quelle di un tapinello di medico condotto, a cui scarsissimo è il tempo per procacciarle e più scarsi ancora i mezzi... E se a taluno potesse parere che si cavasse troppo di sangue, o falsamente e dannosamente si lasciassero da banda i purganti, od altro di simile, io a costui farei notare che le malattie si modificano grandemente secondo i tempi e i paesi, i quali spesso dan loro una particolare fisionomia... ».
Eppure, a questo punto, il nostro medico aveva forse messo il dito sul giusto: il paese.
< Sonvi al nord-ovest di Busto continua il nostro e a poca distanza dal paese, parecchie cascinette fondate in mezzo ai colti, nè da essi divise per siepi o muri. Benchè un po' umide nelle stanze inferiori, si debbono considerare non pertanto come non insalubri abitazioni... Nell'interno del borgo avvi una contrada diretta dal sud al nord, abitata dal più minuto popolo che là vi è veramente intasato e stipato. Quanto sieno orribili quivi alcune abitazioni, e come vi si trascuri tutto ciò che non solo la polizia medica, ma l'istinto medesimo suggeriscono, io non voglio dirlo, per non destare in altri il ribrezzo che son costretto più volte a provare». (Che ne dicono i nostri urbanisti del 1956 che buttan giù le ville per costruirci dei palazzoni, e lasciano ancora in piedi queste brutture?). Ma continuiamo la lettura: << Granchè, granchè che ove è maggior l'opulenza, ivi siavi anco la più schifosa e ributtante inedia! Veramente gli estremi si toccano. Questa è la contrada di Savico, nome che alcuni vogliono derivare da Sanus vicus. Se ciò fosse, sarebbe pure la bella ironia... E, cosa strana ma pur vera, il morbo più infierì nelle cascinette che non nella sozza contrada di Savico. Ma ciò che non è punto strano, sibbene doloroso, mietè assai più vit- time in Savico, che nelle cascinette... ».
II povero dottor Ferrario, che nella divisione delle condotte mediche gli era proprio toccata quella dei quartieri più miseri « zeppi di poveri », iniziò la sua via crucis al rovesciarsi del secondo acquazzone. Quattro mesi esatti, senza riposo, di porta in porta, di cascina in cascina, a far salassi e fomenti, a guardar lingue e applicare sanguisughe, ma, sopratutto, a prendere amorosamente nota di tutto: del « garzonetto » Z. C., garzonetto di sarto, di anni 17 e mezzo, << d'abito scrofoloso » morto « un po' prima della mezzanotte, quantunque sollecitamente mi vi recassi »; della maritata R. M. << lavandaja, robusta e assai laboriosa », che spirò il 6 settembre « giorno piovoso e nubiloso »; della giovinetta G. G. di 18 anni, « di tempra delicata, pallida, amenorroica, tessitrice, nubile e di mal ferma salute »>, che morì il 2 settembre mentre si alzava << un impetuoso e freddo vento »; del contadino A. G. di anni 25, << robustissimo e assai faticante » che « reca stupore come duri in vita ». Tutto ciò di giorno in giorno, per quattro mesi, senza aiuto, peraltro richiesto ma negatogli dal podestà e dai savi municipali, che avevano evidentemente più a cuore le finanze comunali che la salute della popolazione
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23 Novembre 2023 - Giovedi' - sett. 47-327
redigio.it/rvg100/rvg-47-327.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
Notizie dal Villaggio
Toponimi di Mercallo
.14) Paradiso: un tempo la più grande cascina del paese, situata pochi metri a nord del centro cittadino. Il nome forse è dovuto all'ottima vista che si gode da questa posto e alla grandezza della costruzione che oggi, ristrutturata, ha dato vita a due grandi abitazioni distinte.
15) Paurèt: piccolo campo un tempo coltivato sulla sponda sud del Lago di Comabbio ora diventato boschivo e paludoso a causa dell'abbandono (v. Cadrezzate).
16) Pintisin: bosco situato tra le piccole valli create tra il Monte della Croce e la Bellingera, oggi zone boschive e che un tempo ospitavano piccole colture di uva. Il toponimo ha una etimologia incerta. In dialetto è nota la voce pintin (o pentin) che designa il "regolo", un uccello simile al passero. Potrebbe trattarsi, dunque, di un diminutivo.
Cosa ascoltare oggi
  1. RF299 - Radio Fornace del 30 giugno 2023  - redigio.it/dati2512/QGLN1176-Lago-Biandronno-02.mp3 - Lago di Biandronno - 8,58 -  -
Proverbi Milanesi
Se nel cervell te fee rotolà i penser, non te ghe dee el temp de formà ragner!
Se nel cervello fai rotolare i pensieri, non gli dai il tempo di formare ragnatele!
Un detto ormai caduto in disuso, ancora validissimo però per il suo significato. Era citatissimo per coloro che dimenticavano sovente di tenere fede agli impegni assunti; l'allusione alle ragnatele era un invito a pensare e ragionare per ricordare.
Tradizioni culinarie di Crema
Miracolosamente sospesi fra dolce e salato, nobilissimi, i "turtei" si gustano tradizionalmente conditi con burro, salvia e abbondante grana grattugiato. Quale occasione migliore per farlo nell'annuale Tortellata Cremasca, puntualmente imbandita in piazza a Crema per Ferragosto?
LE COTICHE E I FAGIOLI Sarà meglio invece attendere giorni meno canicolari per assaporare altre specialità del territorio cremasco e cremonese, come le cotiche con i fagioli dell'ochio. Lessati con rosmarino i fagioli preventivamente bagnati, le cotenne scottate, tagliate a listerelle, infarinate e rosolate nel burro, bagnate di Marsala, saranno lentamente cotte per un paio d'ore con pelati aggiungendo di tanto in tanto un poco di brodo dei fagioli, uniti una decina di minuti prima di concludere per "maritare" i sapori e servire il tutto spolverato di grana grattugiato con crostini di pane. In tutta la Lombardia si pratica una variante fatta con fagioli borlotti lessati, ma in questo caso, bollite lungamente a parte anche le cotiche con aglio, cipolla e sedano, si uniscono gli uni e le altre in casseruola con un soffritto di carota, cipolla, sedano e lardo appassito nel burro, facendo insaporire adagio per una mezz'oretta con pomodoro e qualche cucchiaiata di brodo delle cotiche, assaporando infine il tutto con la benedizione di un rosso asciutto e corposo.
Lago di Comabbio
Il Lago di Comabbio è un'altra oasi naturalistica di notevole interesse. Possiede tra le piante che ornano le sue rive delle vere e proprie rarità, soprattutto nella fascia di vegetazione galleggiante. Tipica è la pianta i cui frutti sono noti come "castagne d'acqua", ancora oggi mangiate dalla gente del lago.
La bassa profondità nonché lo scarso ricambio delle acque del Lago di Comabbio favoriscono durante il periodo invernale la formazione di uno strato di ghiaccio di discreta dimensione e sin dai tempi più antichi le comunità rivierasche godevano del diritto di uso civico della cavatura del ghiaccio, che veniva raccolto in ghiacciaie per la conservazione del pesce e di altre derrate alimentari.
La baia di Corgeno
Un'area poco conosciuta offre peculiarità rilevanti dal punto di vista ambientale, naturalistico e storico. La fioritura delle piante acquatiche e la nidificazione di molte specie di uccelli di palude rende questi ambienti particolarmente interessanti nel periodo primaverile. - La sponda meridionale del Lago di Comabbio, nota come baia di Corgeno, è una area verde in cui nidificano molte specie di uccelli acquatici e di anatre. Questo specchio si d'acqua si caratterizza anche per l'alta pescosità, con un patrimonio ittico vasto, costituito soprattutto da lucci, lucci perca, scardole, carpe e tinche. - La frazione di Corgeno offre al visitatore la possibilità di percorrere un itinerario naturalistico noto come 'Percorso Acqua', che costeggia le rive del lago, inoltrandosi nei canneti circostanti, attraversando una spiaggia attrezzata ed un centro di canottaggio tra i più importanti della zona. - Sempre a Corgeno si trova una buona parte di quell'area lacustre nota come "palude di Mercallo" per la quale è documentata la presenza di antiche popolazioni d'origine celtica, chiamate "Corogennates":- in questa zona, dove il lago si fa sempre più paludoso, sono stati infatti scoperte alcune palafitte, le uniche che siano state rinvenute sul Lago di Comabbio e che insieme agli impianti palafitticoli del vicino Lago di Varese, costituisce un sistema archeologico tra i più importanti al mondo. La scoperta di tali insediamenti preistorici risale alla fine del diciannovesimo secolo, periodo in cui la febbre dell'archeologia ha permesso il ritrovamento di molte testimonianze sul territorio varesino.
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24 Novembre 2023 - Venerdi' - sett. 47-328
redigio.it/rvg100/rvg-47-328.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
Notizie dal Villaggio
Toponimo di Comabbio
3) Biès: piccolo terreno all'interno del Prin. L'etimologia del termine è incerta. Biès può essere fatto risalire alla voce dialettale pubiée "pioppeto" (cfr. Biée microtoponimo presente nel comune di Pura nel distretto svizzero di Lugano)con la presenza del suffisso -icum, largamente attestato tra i fitotoponimi, che spiegherebbe così l'insolito esito in -s finale praticamente assente in quest'area dialettale. Un'altra ipotesi foneticamente plausibile è *abietum "insieme di abeti", etimologia meno probabile, però, vista la scarsa presenza della pianta a questi livelli altimetrici.
4) Bosch a Fusitt: (Fufit) è il bosco che si incontra una volta superato il Morasson. Il bosco ha un nome di dubbia origine che seguendo le leggi fonetiche difficilmente può risalire ad un diminutivo del termine dialettale fòs "fosso". I parlanti locali assicurano comunque l'ampia presenza di fossi, utilizzati per drenare il terreno umido e renderlo disponibile alla coltivazione (v. Cazzago Brabbia)
La bicicletta
Bicicletta a scatto fisso - Incontro tra un'auto e alcune biciclette a scatto fisso. Cosa hanno in comune? Sia quest'auto che le bici non hanno i freni. - « Bella, ma dove sono i freni? » - (Uno che non ha capito bene cosa si intende per scatto fisso. )
La bicicletta a scatto fisso è un tipo di bicicletta dove, per mancanza di voglia dei costruttori, mancano il cambio, i rapporti, i freni e qualche volta anche il sellino (es. bici per sole donne o diversamente maschi)[6]. Questo implica la totale mancanza di meccanismi a ruota libera: in altre parole, vuol dire che il movimento della pedalata viene trasmesso direttamente alla ruota. Sarebbe quindi teoricamente possibile andare in retromarcia pedalando all'indietro, ma qualcuno ha decretato che questo metodo serva a fermarsi. La risposta dei nostri esperti è stata boh.
Uso consigliato: solo per gli amanti dell'adrenalina pura. Infatti nel 98,7% dei casi una frenata con questo tipo di bicicletta porta inevitabilmente alla rottura dei tendini delle gambe.
BMX - Questa non è una BMX, ma un truzzo la comprerebbe comunque. - « Minchia, oh! » - (Truzzo su bmx, poco prima di perdere tutti i denti.)
Le BMX, dette anche bici per nani, sono biciclette monomarcia, leggere e robuste ideate per i truzzi che vogliono apparire spettacolari. Sono talmente piccole che su di esse vengono spesso montate le ruote degli skateboard. Siccome i tracciati di gara riservati a queste bici sono caratterizzati da dossi, curve paraboliche, botole e massi rotolanti, solitamente chi le compra è convinto di aver comprato un mezzo da motocross. Uso consigliato: per chi vuole rendere ricco un suo amico dentista.
Specialità culinarie milanesi
Per realizzare piatti di settima scelta, la cucina milanese vanta una varietà e una qualità che poche città al mondo si possono permettere. La straordinaria gastronomia milanese richiede una preparazione fuori dal comune che solo i veri milanesi posseggono e si tramandando gelosamente di generazione in generazione. Come esempio di piatti intricati possiamo contare:
La polenta: difficilissima prelibatezza che si prepara mettendo la farina gialla nell'acqua bollente e lasciandola lì senza far niente fin quando diventa simile al purè, ma più grumoso.
Il risotto alla milanese: altro impervio piatto che si prepara mettendo il riso a bollire nell'acqua e quando è quasi cotto si aggiunge lo zafferano.
La cotoletta alla milanese: piatto che non è costato niente in termini di creatività in quanto scippato impunemente alla cucina austriaca (la famosa viennese, così si chiama l'originale).[4] Si prepara immergendo la carne nell'uovo sbattuto, passandola nel pangrattato e, infine, friggendola nel burro. Ottimo modo per accorciarsi la vita di un anno ad ogni morso.
La pizza, quella vera, quella egiziana.
Basta. Finito. Non c'è più niente di niente. Zero. Out. Stop. Finish.
Tuttavia, Milano esprime il meglio della propria gastronomia nella pasticceria, vero fiore all'occhiello che rende questa città famosa in tutto il mondo. Tra gli antichissimi e squisiti dolci possiamo citare, tra gli altri:
La torta di mandorle: il capolavoro assoluto, il dolce che esprime tutta la forza e il carattere della terra milanese. Il segreto è nelle mandorle, provenienti al 100% dalla Puglia.
Il panettone: dolce natalizio originale creato a Milano e che giusto a Milano piace, in quanto tutto il resto dell'Italia ne è disgustata e preferisce dolci più sfiziosi o, in alternativa, il pandoro.
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25 Novembre 2023 - sabato - sett. 47-329
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Notizie dal Ludico
Notizie dal Villaggio  
Toponimi di Mercallo
12) Monte della Croce: altura che si erge a ovest del comune di Mercallo e a sud del Monte Pelada. Raggiunge i 450 metri di altezza ed è quasi il doppio di estensione rispetto al Monte Pelada. Il toponimo è frequentissimo in tutta la Lombardia e compare anche a pochi chilometri da Mercallo nel comune di Taino. Il monte è amministrativamente sotto il limitrofo comune di Sesto Calende, ma una piccola parte si trova nel territorio di Mercallo. La parte declinante caratterizzata da una fitta boscaglia è denominata dagli abitanti di Mercallo Buréta (nome che può essere visto come un collettivo in -etum del termine dialettale bóra "tronco d'albero abbattuto" ed indicava, forse, un luogo in cui si affastellavano i tronchi)
13) Montrucco: in dialetto Montruch. Zona leggermente in salita che un tempo ospitava una cascina situata sopra l'attuale cimitero comunale. È incerta l'etimologia del nome. In dialetto esiste il termine montarüch "monticello", a cui si potrebbe ricondurre. E' possibile anche una storpiatura del ricorrente toponimo dialettale Moncücch "Moncucco" (v. Comabbio ).
Milano turistica
Milano può vantare, inoltre, grandi bellezze naturali. Ad esempio l'imponente fiume (ah ah ah) Naviglio, dotato di una portata d'acqua di tre sputi al minuto, oppure il vasto lago (ah ah ah) Idroscalo, che 70 anni fa ai tempi del Duce era una pista per idrovolanti, e che ora s'è trasformato in meta di trans brasiliani (viados), che in estate ballano il samba in tanga e suonano il berimbau, tra mangiate di churrasco, bevute di capirinha, e inculate a trenino molto ammirate presso i maggiori voyeur cittadini (presenti anche a Parco Lambro). Oramai non vola più nulla sull'Idroscalo, tranne le zanzare tigre, che in estate insanguinano le piacevoli serate; munirsi quindi di zampironi al napalm e retine, nonché lanciafiamme. Comunque si può passare una piacevole serata con una cenetta a lume di candela in compagnia della fauna locale: pantegane di fogna che fanno il bagno e aspettano di mangiare i vostri avanzi di cibo, come l'orso Yoghi a Yellowstone. Inoltre, Milano vanta una posizione strategica: con sole 4 ore di macchina ci si può divertire sciando sulle Alpi e con sole 7 ore si può andare a fare una nuotata nel mare.
Oroscopo universale
Leggete l'oroscopo che segue, è stato scritto appositamente per voi: «Alcune delle tue aspirazioni tendono a essere poco realistiche. A volte sei estroverso, affabile, socievole, mentre altre volte sei introverso, diffidente e riservato. Hai scoperto che talvolta non è saggio rivelarsi troppo francamente agli altri. Ti vanti di essere un pensatore indipendente e non accetti l'opinione degli altri senza prove soddisfacenti. Preferisci una certa quantità di cambiamenti e di varietà e ti senti insoddisfatto se ti trovi di fronte a restrizioni e a limitazioni. A volte hai seri dubbi se hai preso o meno la decisione migliore o fatto la cosa giusta. Disciplinato e controllato all'esterno, dentro di te tendi a essere ansioso e insicuro. Nell'adolescenza hai avuto qualche problema. Pur avendo qualche debolezza di personalità, sei generalmente in grado di compensarla. Hai una gran quantità di capacità inespresse che non hai diretto a tuo vantaggio. Hai la tendenza a essere critico di te stesso. Hai un forte bisogno di piacere e di essere ammirato dalla gente». Vi siete riconosciuti? Non c'è da stupirsi: si tratta di una collezione di frasi generiche c he vanno bene per chiunque, raccolte dallo psicologo Bertram Forer per dimostrare il fenomeno noto come «effetto Barnum». Secondo tale fenomeno le persone accettano volontariamente interpretazioni della personalità composte di frasi vaghe che si adattano bene a gran parte della popolazione. Ecco perché quando leggiamo l'oroscopo tendiamo a credere che dica il vero.
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26 Novembre 2023 - Domenica - sett. 47-330
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Notizie dal Ludico
La presentazione del pranzo al bar per il 26 novembre, la festa di capodanno anche per i ragazzi e bambini e la notizia dell'annullamento della gita a Santa Maria Maggiore per i mercatini.
Notizie dal Villaggio
Carissimi Soci…. Ci riproviamo ! Sabato 9 Dicembre ,  Vorremmo organizzare la gita natalizia ai mercatini tradizionali di Santa Maria Maggiore.  Partenza dal Villaggio h 9 (arrivo a S.Maria alle 10.30 circa ) e rientro h 17 .  Quota iscrizione pullman 17 euro . Avremmo però bisogno della conferma di partecipazione entro sabato 18 novembre per poter opzionare il pullman.  Tutti i dettagli in locandina.
Carissimi , opzione mercatini prorogata fino al 24 novembre  Siete ancora in tempo
Toponimo di Comabbio
5) Boschi di Razzit: (Razit) questo bosco costeggia il sopracitato Morasson. L'etimologia del termine è dubbia. Forse il nome è da far risalire ad un soprannome o nome di persona.
6) Brugo: zona ai confini del comune non colitvata e caratterizzata da erbacce e sterpaglie denominate genericamente brugo "erica". (V. Cazzago Brabbia n. 2).
7) Brusisch: (brüfisc) stretta e ripida zona che unisce Comabbio al lago di Monate. La voce deriva dal verbo brüfà "bruciare" e in dialetto non vuole dire altro che un "appezzamento di bosco ripulito* forse con l'utilizzo proprio del fuoco.
Bicicletta
Bicicletta pieghevole - Una bici troppo pieghevole. - « Ho continuato a piegare, piegare, piegare...ad un certo punto è sparita. » - (Qualcuno che si è fatto prendere la mano.)
Le biciclette pieghevoli sono una via di mezzo tra una bicicletta normale e un monopattino. Hanno in comune con le BMX la dimensione ridotta, che provoca ilarità nei passanti. Negli ultimi anni hanno riscosso molto successo, insieme al segway, come mezzo alternativo per combattere l'inquinamento. Nessuno ha capito che in realtà queste non sono altro che biciclette normali rimpicciolite e scomode. Però in questo modo fanno molta tendenza. Uso consigliato: per chi vuole apparire fashion.
Tandem -    La stessa cosa ma di più: Tandem. - O uno dei due si è seduto al contrario, oppure è un tandem dell'Ikea e l'hanno montato male. Comunque, entrambi lo scopriranno quando andranno a stamparsi contro un palo. Diciamo tra poco. - « Ma certo che sto pedalando! » - (Stronzo che siede dietro su tandem.) - Questa è la bici ideale per chi vuole provare l'ebbrezza di sedersi su un sellino, facendo però pedalare un altro. Il risultato finale assomiglia quindi a quello ottenuto con la bicicletta a pedalata assistita. Uso consigliato: ogniqualvolta avrete voglia di prendere per i fondelli un ciclista. Basterà infatti far credere al suddetto ciclista che siete appena diventati appassionati di ciclismo e siete ansiosi di praticare questo nobile[citazione necessaria] sport, magari con l'aiuto di un vero esperto (ovvero lui). Poi fatelo sedere nel posto davanti; quando siete stanchi, semplicemente alzate le gambe. Occhio a non farvi sgamare...risate assicurate!
Cosa ascoltare oggi
  1. RF298  Radio Fornace del 29 giugno 2023 - - redigio.it/dati2512/QGLN1175-Lago-Biandronno-01.mp3 - Lago di Biandronno - 7,41 -
Proverbi Milanesi
Vardà i tosann a l'età che l'è semper moll a se conclud nagott é ven el stortacoll!
Guardare le ragazze all'età che è sempre molle non si conclude nulla e viene il torcicollo!
Significativo motteggio per quegli uomini che ammiccano ancora da vecchi galli alle ragazze, anche con pretese di presunta esuberanza mascolina. Poichè per la strada questi maturi ganimede si voltano frequentemente per vedere anche da retro certe rotondità corrono il rischio di farsi venire un torcicollo.
Il museo del Duomo
Sperando di fare cosa gradita  riordiamo la proposta di un In Giro per Milano –
Visite Guidate per Tutti del fine settimana - Buona partecipazione e… passate parola!
Domenica 26 Novembre ore 15:30 - Il Museo del Duomo: la Cattedrale infinita
Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, inizia la costruzione della Cattedrale nel 1386: stile e materiali non sono quelli abituali in città e questo rende da subito l'imponente cantiere un luogo di scambi internazionali tra ingegneri, artisti e maestranze, che vi collaborano per secoli. Attraverso le sale del Museo del Duomo, riscopriamo non solo la storia e le numerose leggende di quello che viene considerato il simbolo del capoluogo lombardo, dalla sua fondazione fino al XX secolo, ma anche la storia della stessa città, ammirando dipinti, sculture, vetrate, arazzi, bozzetti e grandi modelli architettonici.
Fiera Benefica Natalizia San Vincenzo
Ricordiamo inoltre che Da giovedì 23 a domenica 26 Novembre ore 10:00–19:00
Circolo Filologico Milanese Via Clerici, 10 0121 Milano MM1 Cordusio)
Come ormai da tradizione, un'importante occasione per anticipare gli acquisti dei regali natalizi con doni di qualità che aiutano ad aiutare
Nella splendida cornice del salone Liberty  del Circolo Filologico Milanese una fiera benefica organizzata dai volontari Vincenziani a favore delle povertà cittadine dove troverete anche i libri Meravigli
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lib388-sittemana-48

 
RVG settimana 48
Radio-Video-Giornale del Villaggio
Settimana-48 del 2023
 
RVG-48 - da  - Radio-Fornace
 
Calendario - la settimana
Settimana 48        2023-11-27  -  Novembre/Dicembre
27/11 - 48-331 - Lunedi
28/11 - 48-332 - Martedi
29/11 - 48-333 - Mercoledi
30/11 - 48-334 - Giovedi
01/12 - 48-335 - Venerdi
02/12 - 48-336 - Sabato
03/12 - 48-337 - Domenica
 
27 Novembre 2023 - lunedi - sett. 48-331
redigio.it/rvg100/rvg-48-331.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
Notizie dal Villaggio
Loris ci ha lasciato
Richiesta di volontari
Notizie di RVG (Radio-Video-Giornale)
Cosa ascoltare oggi
  1. RF360 - Radio Fornace del 12 maggio 2023 -Conversazioni igieniche: il dormire con le finestre aperte -   redigio.it/dati2504/QGLN394-dormire-finestre.mp3 - RVG
Toponimo di Comabbio
COMABBIO  - Comabbio: m. 307; kmq 4.76; abitanti 958.
Comune della provincia di Varese situato 16 Km a sud-ovest del capoluogo, unico dei comuni presi in esame ad affacciarsi sia sul Lago di Monate sia sul Lago di Comabbio. - Il toponimo Comabbio, in dialetto Cumàbi, è documentato già dall'anno 1030 come locus Comabio ed è con tutta probabilità da far risalire ad un antroponimo latino Comavius attestato.
1) - Basarè: (bafaré) zona pianeggiante che conduce dalla campagna al Lago di Monate. Il toponimo, di difficile spiegazione, potrebbe avere origine dalla voce dialettale bafardera Luoghi di Cazzago, "macigno"" con il suffisso -etum di collettivo. In questa zona ipotizziamo l'antica presenza di un terreno sassoso.
2) Bernasc: (bernàsc) piccola lingua di terra che si estende a sud rispetto al centro del paese sul confine con il comune di Ternate
Proverbi Milanesi
Gh'è quij che fan su danée come tèra e quij che fan cont i danée la goera.
Ci sono quelli che fanno danaro come terra e quelli che col danaro fanno la guerra.
Vecchio proverbio milanese ancora usato e diffuso tra i ceti popolari di tutta la Lombardia. Sta a significare come ci siano persone che arricchiscono rapidamente e senza grande spreco di energia e chi invece è sempre in conflitto con il danaro, nel senso che ne dispone poco e conduce la sua guerra per farlo bastare e per non soccombere nella vita.
Tradizioni culinarie di Crema
Crema - Tra i prodotti tipici del territorio, per quanto fatto anche in altre parti della provincia di Cremona nonché in quelle di Bergamo e Brescia, vi è il formaggio "salva", dalla caratteristica forma a parallelepipedo, che nel nome custodisce presumibilmente il segreto della propria origine. Pare infatti che il "salva" sia nato dall'esigenza di utilizzare il latte in eccedenza, specie d'estate, quando l'abbondanza d'erba si traduceva in esuberanza di latte e, fatti i formaggi freschi destinati a pronto consumo, il quantitativo in più era trasformato in formaggi da stagionare ovvero "sal vare" per l'inverno, massaggiandone d'olio la crosta.
Il "salva", meritevole del riconoscimento DOP richiesto dal consorzio dei produttori, si ricava da latte vaccino pastorizzato perlopiù scremato, coagulato per addizione di caglio con fermenti lattici alla temperatura di 37-38 °C. Rotta delicatamente la cagliata a dimensione di nocciola, la si preleva con teli distribuendola nelle fascere per lo spurgo: il sale può essere dato a secco, tradizionalmente, oppure in salamoia. Durante la stagionatura, di almeno due mesi, ma protratta anche sino a un anno e oltre, la crosta è lavata con acqua e sale ed eventualmente, in omaggio all'antico uso, trattata con olio, vino ed erbe aromatiche (specie rosmarino), per ingentilire e impreziosire l'aroma. Al termine il "salva", usualmente prodotto in forme di peso variabile fra 3 e 5 chilogrammi (ma di recente sono state introdotte pezzature più piccole), ha crosta scura, liscia e sottile: la pasta con rada occhiatura, compatta e scagliosa, più tenera a contatto con la crosta, bianca nel prodotto fresco, tende al paglierino con l'età, con odore intenso caratteristico ed eccellente sapore aromatico e marcato, gradevolmente acidulo.
Se volete gustare davvero il "salva" (che qualcuno ama mettere sott'olio con il pepe), fatelo nel modo tradizionale, ossia con le "tighe", peperoni verdi sott'olio o sott'aceto, oppure con il "pipèto", purea di verza con pangrattato e aglio: ma è ottimo anche con olive, mostarda di Cremona, miele o cotognata.
El conili
«Lava el conili, sughel sù ben, ben, marinel cont el sugh d'on bell limon e peu per tre orett e minga men, lassel al fresch, de bass, in cantinon. Quand che l'è vora fall a tocch grossei e con oli e lard fa giò a quadrett te 'l mettet al fornell a bonn fiammei voltandel dent per dent cont el palett. Quand l'è ross fall andà pianin, ma a rost, poeu in sull cott, dení tre inciod e on gott de asee Sorbii, inumidissell de broeud o al post te 'l mettet al fornell a bonn fiammei voltandel dent per dent cont el palett. Quand l'è ross fall andà pianin, ma a rost, poeu in sull cott, dení tre inciod e on gott de asee Sorbii, inumidissell de broeud o al post  de acqua. E che 'l coeusa cott assee.
L'ha de vess minga secch, ma bel, mostoos, minga a less, ma bell d'òr. Va ben? Però... Daa che l'è gròss, fal mezz con dent i noos che l'è inscì bon. Fa inscì: te 'l tajet giò a tocchei, poeu te 'l mettet su in padella cont 
 
 
 
 
 
28 Novembre 2023 - Martedi' - sett. 48-332
redigio.it/rvg100/rvg-48-332.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
Notizie dal Villaggio
Radio-Fornace
  1. Radio fornace richiede ai villeggianti e non, se possibile avere disponibilita' di televisori vecchi da portare in discarica.
  2. Servono per il Ludico 2024. Indispensabile la porta USB e telecomando
Toponimo di Comabbio
3) Biès: piccolo terreno all'interno del Prin. L'etimologia del termine è incerta. Biès può essere fatto risalire alla voce dialettale pubiée "pioppeto" (cfr. Biée microtoponimo presente nel comune di Pura nel distretto svizzero di Lugano)con la presenza del suffisso -icum, largamente attestato tra i fitotoponimi, che spiegherebbe così l'insolito esito in -s finale praticamente assente in quest'area dialettale. Un'altra ipotesi foneticamente plausibile è *abietum "insieme di abeti", etimologia meno probabile, però, vista la scarsa presenza della pianta a questi livelli altimetrici.
4) Bosch a Fusitt: (Fufit) è il bosco che si incontra una volta superato il Morasson. Il bosco ha un nome di dubbia origine che seguendo le leggi fonetiche difficilmente può risalire ad un diminutivo del termine dialettale fòs "fosso". I parlanti locali assicurano comunque l'ampia presenza di fossi, utilizzati per drenare il terreno umido e renderlo disponibile alla coltivazione (v. Cazzago Brabbia)
Lettura della settimana - martedi
Busto Grande cento anni fa
Capitolo secondo
Via Milano, o, per dirla all'antica, la Corsia di Basilica, o « Baséga », sta cambiando faccia. A tutta prima si potrebbe pensare che trasformazioni del genere ne siano avvenute molte nel corso dell'ultimo o degli ultimi secoli, su questa strada che è il centro della Busto di oggi, come di quella di allora; ma non è così: la contrada << da Baséga » è ancora quella descritta dal canonico Reguzzone e dal Crespi Castoldi, ai tempi della peste. È una strada che conserva la sua onesta faccia di stradagrande del borgo, coi negozi allineati senza interruzione, e la Beata Giuliana da poco tempo tirata in disparte per far posto al traffico di oggi.
Già nel 1842, una delibera della Deputazione Comunale aveva provveduto la strada di una illuminazione a olio; ma ci mettevano anche del sego, e perdippiù, sia per il costo dell'olio che per l'indole poco nottambula degli abitanti, soliti a coricarsi e ad alzarsi con le galline, le lampade venivano accese solo nelle grandi occasioni; e può far fede, in tal senso, una lettera del Capitano della 5" compagnia di Guardia Nazionale che, il 19 aprile del 1848, fa conoscere alla Deputazione che << se questa sera avesse a durare ancora lo stato atmo sferico d'oggi sarebbe necessario far accendere le lampade per evitare disordini che nascer potrebbero a causa dell'oscurità ».
Ciò nonostante la luce non doveva essere molta, dal momento che i gendarmi o « pulizài », giravano per il borgo in << notturna perlustrazione» armati, oltretutto, anche di una lanterna a << moccolotto», che spiaccicavano sul viso dei passanti; << moccolotti » che, per il periodo dal 7 gennaio 1851 al 14 luglio 1852 costarono alla Deputazione ben 22 lire austriache, che il «< signor Steffeno Pozzi esatore comunale » pagò ad Antonio Reschigna, che era allora, nel borgo, il solo « fabbricatore di cera con licenza »>.
Ma ritorniamo in « stra Baséga »>.
C'erano poco dopo la metà del secolo i << macellai mastri » e i << salsamentarj » che scolavano per la strada le acque fetide ed esponevano carni e salami e intingoli alla luce del sole e al comodo delle mosche, a marcio dispetto delle circolari delegatizie, che si rincorrevano, dal '40 al '41, dal '44 al '56 con sempre più truci propositi, e nonostante i due « Fiorini di multa >>, per la prima volta, << da aumentarsi poi per titolo di recidività sino alla somma di Fiorini dieci, oltre la perdita della carne stessa »>.
Venivano poi le osterie, di Catterina Gallazzi al civico numero 172, e di Ambrogio Pellegatta al 168, che chiudevano un'ora dopo la campana serale; le vendite di liquori di Francesco Garbini in casa Ferrario al numero 46, di Giuseppe Restelli in casa Candiani al 170, di Angelo Marcora al 22, nei locali della Fabbriceria, e quella famosa del Magnaghi, con comodo di offelleria, al n. 17 in casa Crespi, tutte che chiudevano alla campana. Infine venivano due alberghi, quello del Vapore di Gioacchino Pozzi al 21 e quello del Gambero, della Angela Bianchi Introini, al 22, che chiudevano a mezzanotte e che passarono le soglie del novecento.
I negozi rimanenti, e non dovevano essere molti, eran divisi fra gli altri esercenti, mercanti, fruttivendoli, << spurtinetti ». Tutto il traffico del borgo passava dunque di qui per sfociare, attraverso la Porta Milano abbattuta nel 1861 per indecorosa vetustà, nella nuova piazza Garibaldi, allora < Prato fuori Porta Milano da dove partiva la « strada Ballone » che, attraverso la Cascina Cairora, ora Buon Gesù, si allacciava alla Strada Napoleona o del Sempione, ove esisteva la stazione di posta della diligenza per Milano, per Gallarate e per il Lago Maggiore.
Dall'altra parte, la « Baséga» si allargava sul Prato Grande di San Giovanni e i venditori si allineavano sulla piazza con ogni genere di merce: tessuti, scampoli, zùccar e zuccarùni con la punta dorata, tabarri, bonetti, sciarpetti, scalfitti, lazzafèssi, bottoni di ogni genere, bindelli, plüsciu per l'orlo delle sottane, e, sopra ogni cosa, i dolciumi. Fra tutti, il sovrano dei dolci, che si preparava sul luogo, fra un nugolo di mosche e con ripetuti sapienti sputi sulle mani, era lo zucchero filato, o stirato, come dicono le cronache. Il quale zucchero stirato era stato più volte proibito dalla << Inclita Amministrazione », ma i bottegai non se ne davano per inteso.
 
 
29 Novembre 2023 - Mercoledi' - sett. 48-333
redigio.it/rvg100/rvg-48-333.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
Notizie dal Villaggio
Cosa Ascoltare
  1. redigio.it/dati2606/QGLO500-Sesto-Calende.mp3 - Sesto Calende e l'abbazia di  San Donato
Toponimo di Comabbio
5) Boschi di Razzit: (Razit) questo bosco costeggia il sopracitato Morasson. L'etimologia del termine è dubbia. Forse il nome è da far risalire ad un soprannome o nome di persona.
6) Brugo: zona ai confini del comune non colitvata e caratterizzata da erbacce e sterpaglie denominate genericamente brugo "erica". (V. Cazzago Brabbia n. 2).
7) Brusisch: (brüfisc) stretta e ripida zona che unisce Comabbio al lago di Monate. La voce deriva dal verbo brüfà "bruciare" e in dialetto non vuole dire altro che un "appezzamento di bosco ripulito* forse con l'utilizzo proprio del fuoco.
Lettura della settimana - martedi
Busto Grande cento anni fa
Capitolo secondo 2)
Scrive a questo proposito, il cursore municipale:
< ...ad onta di ciò il surriferito ieri ebbe l'audacia di portarsi vicino la chiesa di San Michele, coll'apposito occorrente e colà da mezzo giorno alle quattro pomeridiane e precisamente al termine della Benedizione, stava tranquillo fabbricando e smerciando lo zucchero stirato... >>.
E più oltre: < ...quando all'improvviso questa mattina nel mentre passava sulla Piazza Santa Maria vidi esservi più d'un fabbricatore di zucchero stirato che stavano pubblicamente preparandolo... ».
E ancora: ... « il 7 corrente mese certo Rossi venditore di liquori nella Corsia Basilica stava vendendo lo zucchero stirato... >>
È dunque credibile che, per tutto questo vario traffico, i nostri bisnonni si siano sempre preoccupati della viabilità delle contrade, e in particolare di questa di « Baséga », ed abbiano accarezzato per molto tem- po il proposito di migliorarla.
Infatti, già il 25 novembre 1854, i signori consiglieri e deputati << intervenuti nella straordinaria adunanza del Consiglio Comunale » tenutasi con l'assistenza dell'Imperial Regio Commissario Distrettuale, richiamandosi già ad altre numerose decisioni degli anni trascorsi e « in esecuzione delle precedenti rispettate ordinanze delegatizie », rispolveravano un vecchio argomento:
1) << si è proposto al Consiglio se intende di aderire in massima di mettere le trottatoje di miarolo nelle Contrade di questo Borgo, per cui distribuite le palle e raccolti i voti si trovarono affermativi n. 15 e contrari n. 6 quindi approvato in massima il progetto suddetto »;
2) << in quali contrade intenderebbe che si ponessero le dette trottatoje. Il Consiglio ha quindi proposto che siano poste le trottatoje nelle seguenti principali contrade: la Corsia Basilica, ossia di Porta Milano; la Corsia di Porta Ticino; la Corsia di Porta Novara, riservandosi in seguito di designare quelle altre contrade per le quali si riconoscerà necessario di fare le trottatoje di miarolo. Mandata alla votazione segreta si ebbero affermativi n. 20 e contrari n. 1 quindi approvato a maggioranza assoluta di voti »;
3) « quale somma intende di fissare per l'esecuzione di tale opera anno per anno. Dopo l'approvazione del secondo progetto intervenne il consigliere Giuseppe Crespi fu Gio. Batta. Il Consiglio ha adottato di fissare per l'esecuzione di tale opera il prodotto di un centesimo di sovrimposta sopra ogni scudo d'estimo del Comune, da esigersi d'anno in anno fino a che sarà ultimata l'opera stessa. Mandata alla votazione la premessa determinazione si ebbero voti affermativi n. 20 e contrari n. 2 quindi a maggioranza di voti approvata. Firmano: Giovanni Bonomi, presidente della Deputazione, Angelo Crespi Paganino, consigliere e primo estimato, Giuseppe Bianchi, consigliere commerciante e, ultimo, Felay, imperial regio eccetera »>.
Ma i trottatoj di miarolo non vennero!
Dvavero cuorsio!
Secnodo un prosseore dlel'unviesrità di Cmabrdige, non imorpta in che oridne apapaino le letetre in una paolra, l'uinca csoa imnorptate è che la pimra e la ulimta letetra sinao nel ptoso gituso. Il riustlato può serbmare mloto cnofsuo e noonstatne ttuto si può legerge sezna mloti prleobmi. Qesuto si dvee al ftato che la mtene uanma non lgege ongi ltetera una a una, ma la paolra nel suo isineme. Cuorsio, no?
Come manipolare le elezioni
Con il termine «profezia che si autoavvera» si intende una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l'avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità. La vita di tutti i giorni si basa su affermazioni, credenze, aspettative, definizioni della realtà che per il semplice fatto di essere state pronunciate o pensate hanno, per noi, effetti reali. Possono essere effetti trascurabili o importanti, tragici o comici, ma sono, comunque, reali e hanno la tendenza ad autorealizzarsi se le circostanze lo permettono. Se crediamo di essere odiati dalle persone che ci circondano, possiamo mettere in essere una serie di comportamenti che possono innescare negli altri reazioni di odio, le quali, a loro volta, possono confermare la nostra credenza originaria. In altre parole, il semplice fatto di credere di essere odiati può causare odio reale. E questo odio reale può avere sulla nostra esistenza effetti devastanti.
Un esempio rilevante di profezie che si autoavverano riguarda i sondaggi elettorali e quello che gli psicologi chiamano «<effetto carrozzone», quando cioè gli elettori tendono a votare per quel partito che i sondaggi danno per vincente. Qui la profezia funziona in questo modo: il partito A è in testa, gli elettori votano per il partito A, il partito A vince. L'effetto carrozzone può essere amplificato dai media, che possono presentare dati artificiosamente elaborati perché si realizzi la previsione che meglio li aggrada. In questo caso, agisce il meccanismo noto come triangolo delle opinioni: i media suggerisco no una determinata tendenza e poi la diffondono in maniera sistematica. Il candidato A è indicato perdente nelle elezioni a causa delle sfavorevoli attestazioni dei sondaggi, ma i rilevamenti negativi sono dovuti al fatto che i media continuano a suggerire che perderà le elezioni. Come salvarsi da questa situazione? Semplice, ignorando i sondaggi e chi li diffonde.
La corsa dei nudisti
Dal 1986, l'Università del Michigan (Stati Uniti) ospita ogni anno una singolare corsa: la «Naked Mile Run», la <<Corsa del miglio nudo». Vi prendono parte gli studenti che stanno per laurearsi e che, la sera dell'ultimo giorno di lezioni, si denudano e si mettono a correre per i prati del campus universitario di fronte a circa 10.000 spettatori. La corsa non è sponsorizzata né appoggiata in alcun modo dall'Università, e correre nudi è considerato un reato nel Michigan, eppure nonostante gli arresti che la polizia effettua ogni anno, più per dovere che per convinzione, la popolarità della corsa non sembra diminuire. Se verrà chiusa, dicono gli organizzatori, sarà solo per colpa dei tanti guardoni che cercano di mettere le mani addosso alle ragazze più carine.
 
 
30 Novembre 2023 - Giovedi' - sett. 48-334
redigio.it/rvg100/rvg-48-334.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare
  1. redigio.it/dati2606/QGLO501-Sesto-Calende.mp3 - Se sto Calende e la chiesa di San Vincenzo -
Toponimo di Comabbio
8) Busen: (Büsen) piccolo avvallamento del terreno che si estende tra il Montino e il comune di Mercallo. L'etimo è da ricercare nella forme *bucinu e bùfan che fanno riferimento ad un "prato a bosco in pendio". La presenza di un avvallamento tra le collinette circostanti ha fatto sì che il nome fosse ricondotto dai parlanti locali più direttamente al termine dialettale bus, in italiano "buco", ma questa paraetimologia non spiegherebbe la presenza del suffisso -en. Un tempo questa zona ospitava un Mulino alimentato, tra le altre, anche dalle Sorgenti Ballerine.
9) Canè: è la zona ora occupata dal Cimitero comunale. Un tempo era un'area paludosa fitta di canneti (v. Cadrezzate n. 5).
10) Colle Motto: in dialetto il Möt. È la zona sottostante all'odierna chiesa di San Giacomo e all'Oratorio parrocchiale (v. Cadrezzate n. 16).
Lettura della settimana - martedi
Busto Grande cento anni fa
Capitolo secondo 3)
Passò la guerra, se ne andò l'imperial regio governo austriaco ed arrivò il governo di sua maestà Vittorio Emanuele II°; si fecero le nuove liste elettorali, si elessero nuovi consiglieri che ritornarono puntualmente sull'argomento. Il 5 dicembre dello stesso anno, durante il Consiglio Comunale straordinario « si chiese un progetto di tombinatura della strada di Porta Milano allo sbocco delle contrade di sant'Antonio e Finanza per poterle poi sistemare in lastre di granito ». Il progetto iniziale si era evidentemente arenato su... nuovi progetti!
-Vennero le trattatoje? Sì, perchè le ricordiamo anche noi: ma quando?
Intanto, alle lanterne ad olio si erano sostituiti, dopo progetti e indecisioni e discussioni, ben trenta lampioni << a lucelina», sfolgoranti di luce e, a detta di tutti, pericolosi per il mal d'occhi, così diffuso in Busto, e che veniva certamente aggravato da tanto splendore. E grazia a Dio che non si era accettato il pazzesco progetto che il signor Luigi Ferrario era riuscito a far discutere d'urgenza dalla Giunta Municipale, il 15 settembre 1861, perchè gli fosse concessa aberrazioni del progresso nientemeno che l'impresa per la notturna illuminazione « a gaz », di tutta la borgata!
Dove si sarebbe finiti di questo passo? Occhio dunque ai progetti! Che ne direste oggi se, una semplice debolezza dei nostri Savi Municipali avesse lasciato fare al signor Marchese Cornaggia, anche lui presentatore e sollecitatore di un suo progetto, il comodo suo?
Siamo negli anni del progresso. « Strà Baséga », con quello scolo di acque fetide che vengono dai negozi (e fossero solo quelle!), non dà uno spettacolo edificante. Quando piove, poi, queste acque si ingrossano, la piscina del Prato di Basilica trabocca, (e se ne è già interessato il Consiglio Municipale del 1823), e corre giù una << rongia» che allaga il Prato fuori Porta Milano e la contrada e il Prato di San Gregorio. Si salvava solo la contrada dei Ratti, che era in discesa, perchè veniva giù da una specie di bastione che correva sul luogo della attuale via Antonio Pozzi (aperta nel 1861).
Ma quel che più spiaceva, evidentemente, al nostro Marchese era il veder mescolare a queste acquacce inutili, anche quella grazia di Dio che veniva giù dai << Pubblici Pisciatoj », e che andava dispersa. E perciò anch'egli presentava il suo bravo progetto in Comune, chiedendo l'appalto dei pubblici luoghi di piccolo comodo. Ma il vigile Consiglio Municipale, mentre non sembra alieno dall'introdurre in Busto una simile novità, non perde d'occhio la domestica economia e... distingue. Infatti, chiamato a decidere, il 29 gennaio del 1862, circa la proposta avanzata dal marchese Cornaggia, di farsi << attivatore ed appaltatore de' Pubblici Pisciatoi, data lettura degli atti che si riferiscono a questo affare, viene la proposta respinta alla unanimità pei seguenti riflessi: poichè il proponente sig. marchese Cornaggia variando la sua proposizione prima,dello spurgo dei Pisciatoj Pubblici, vorrebbe oggigiorno associare a questa operazione anche lo spurgo dei pozzi neri, ritenendosi s'intende di sua proprietà le materie fecali, non è più possibile progredire nelle trattative giacchè siffatti concimi ricercatissimi ed utilissimi alla nostra agricoltura non sarebbe mai conveniente che fossero ceduti a chicchessia... »
Avete capito? Per fortuna nostra si trattava di amministratori intelligenti, gente posata, intenta in ogni caso a pesare il pro ed il contro per il bene di questo << caro angolo di patria >>
Scrivevano infatti: « se voi, o Signori, convenite con noi e ci ajutate col vostro suffragio, noi nutriamo fiducia di condurre mano mano, e vincendo le angustie dei tempi, questo nostro caro angolo di patria a quel grado di benessere, di civiltà e d'importanza a cui la posizione geografica e tanta copia di elementi di ricchezza intellettuale e morale gli danno diritto... >>.
E così, anche il signor marchese, dovette far macchina indietro; e non si sarebbe certo stupìto, se avesse potuto, non molti anni fa, essere presente alle recriminazioni e alle lamentele dei contadini, chiamati per il passato ad acquistare il contenuto dei « pozzi neri - che trasportavano poi sulle non dimenticate << bonze "   (perchè « bonze? », perchè panciute come un bonzo giapponese? Guardate un po' dove va a finire l'etimologia!), quando si sono trovati di fronte allo scempio del << prodotto » anacquato e reso inservibile, sempre per quella smodata mania di progresso, da quei nuovi cosi che si chiamavano << cessi inglesi ».
Con una rana in bocca si medita meglio... forse
Un insegnante di Yoga indiano, Yogesh Chavan, sostiene di poter insegnare ai bambini a superare la paura e a meditare mostrando loro come lui stesso riesce a restare calmo pur tenendo rane, scarafaggi o serpentelli in bocca. <<Naturalmente»> dice Chavan <<prima di ogni esibizione devo pulire bene gli animali. Le rane, per esempio, sono creature a sangue freddo e, a contatto con una superficie calda, urinano. Quanto ai serpenti scelgo sempre quelli non velenosi. La paura è una condizione psicologica che si può cercare di superare meditando.>> Resta da vedere se le paure dei bambini si sono davvero ridotte vedendo le imprese del loro maestro o si sono invece moltiplicate...
01 Dicembre 2023 - Venerdi' - sett. 48-335
redigio.it/rvg100/rvg-48-335.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
redigio.it/rvg100/rvg-002.mp3 - Un compendio di  Notizie  dal Ludico - notizie dal Villaggio e ....
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare
  1. redigio.it/dati2606/QGLO502-milleusi-olio.mp3 - I mille usi dell'olio - fonte di luce -
Toponimo di Comabbio
11) Cret: terreno non coltivato che porta al Lago di Comabbio nella parte sud del paese al confine con Mercallo. Il terreno di quest'area era argilloso e fu un importante punto di raccolta di argilla utilizzata poi per la costruzione della Fornace nel limitrofo comune di Mercallo (v. Mercallo n. 8). Da qui il suo nome Cret "creta"
12) Cuzòta: è il nome dato alla parte meridionale del paese che si estende dalla pesa pubblica fino al cofine con Osmate e il Monte Pelada. Forse il nome è un composto da due voci dialettali come cu "capo"(dal latino caput inteso come parte, una parte del paese) e la voce dialettale sota "basso"; così da formare il nome che indica la "parte di sotto "
13) Cuzüra: è il nome dato alla parte settentrionale del paese che si estende dal cimitero fino alla pesa pubblica. Il nome segue lo stesso procedimento compositivo presentato nel lemma precedente. Il dialettale cu in combinazione con la voce sura "sopra" nel significato di "parte superiore del paese".
Lettura della settimana - martedi
Busto Grande cento anni fa
Capitolo secondo 4)
Così fu anche per le Porte od Archi, come vengono chiamati nelle carte comunali.
Da tempo immemorabile Busto aveva, come le città munite, quattro porte che venivan chiuse la notte per difendere il borgo dai malfattori: porta Milano, sulla odierna piazza Garibaldi; porta di Savigo, al ponte dei Re Magi; porta Piscina in piazza San Michele e porta Novara o di Ticino, presso la chiesa di San Rocco: tutte costruzioni senza pretese d'arte nè di vetustà storica.
All'inizio della seconda metà del secolo scorso, gli archi erano ormai ridotti a pericolosi relitti. Le Depu- tazione Comunale « con saggio consiglio » ne propose l'abbattimento; ma la « Comunale Rappresentanza, non per buone ragioni ma chi sa per quale frivolo riguardo» respinse la proposta.
Il 30 settembre 1858 la Deputazione ritorna alla carica con una lettera all'Imperial Regio Commissario in cui si legge: << ma lo stato attuale non è più quello di parecchi anni or sono, chè, rovinati dal tempo due in specie richieggono inflessibili riparazioni. Ciò premesso e ravvisando anche la scrivente che gli archi in discorso non sono di alcuna importanza storica ed artistica in genere, propone che a scanso del dispendio occorribile per la loro riparazione e pel miglior decoro del pubblico ornato sia di nuovo sottoposta alla deliberazione del Consiglio con il proposito di atterrare i ripetuti archi... ».
Il Consiglio del 27 ottobre 1858 non disse si ne no e... tutti i secoli sono lo stesso secolo... nominò una commissione, composta dagli ingegneri Carlo Ferrario e Luigi Tosi, che si prese tempo fino al 17 aprile del 1860 per riferire come segue: < I sottoscritti delegati da codesto Consiglio Comunale tenutosi nel giorno 27 ottobre 1858 a progettare le opere di miglioramento o di riparo necessarie agli archi d'ingresso a questo Borgo, recatisi sopra luogo per le opportune ispezioni di arte ebbero a ravvisare come gli archi d'ingresso alla Corsia di San Rocco e Porta Ticino, oltre al non essere suscettibili di alcun miglioramento nella loro condizione trovansi in tale stato che certo non sarebbe prezzo dell'opera il ripararli avuto riguardo al loro dissesto e sfacimento.
Opinando pertanto per la pronta demolizione dei medesimi i sottoscritti sono d'avviso che a togliere in parte la mostruosità della visuale al caseggiato a sinistra entrando dalla Corsia di San Rocco, si abbiano a lasciare i pilastri laterali all'arco d'ingresso riattandoli nel miglior modo possibile.
Relativamente all'arco d'ingresso della Corsia Basilica, siccome questo non sente il bisogno di un istantaneo provvedimento i sottoscritti si riservano a presentare il loro progetto sia di riparo che di miglioramento voltachè da codesto Consiglio Comunale venga deciso se debbasi migliorare nella sua condizione, oppure rinnovare mediante il di lui atterramento >>.
Fu così che il 20 Dicembre dello stesso anno il Consiglio accettò la proposta, decretò la morte anche dell'arco di Porta Milano, e convocò i confinanti per gli accordi sulle riparazioni alle case che facevano corpo con gli archi. E nel 1861 le tre porte di Busto, di San Rocco, di Piscina, e di Baséga, se ne andarono il lagrimate in macerie. Quella di Savico venne risparmiata ancora per un po' di anni.
Tradizioni culinarie di Crema
LA TRECCIA D'ORO - Risale invece alla fine del Novecen to l'invenzi one della cosiddetta treccia d'oro, divenuta in breve assai popolare anche fuori Crema, così chiamata appunto perché l'impasto, diviso in tre filoncini, è graziosamente intrecciato. Si compone di farina, uova, burro e zucchero con lievito e aroma di vaniglia cui s'aggiungono arancia e cedro canditi nonché uvetta, lavorando a lungo il composto per renderlo omogeneo ed elastico prima di lasciarlo lievitare coperto da un canovaccio umido e dargli quindi la forma descritta: spennellata di uovo sbattuto, la soffice treccia uscirà bruna dal forno ben caldo, similmente a pasta brioche, per essere eventualmente glassata e finalmente spolverata di zucchero a velo.
Che paura!
La fobia è il terrore per qualcosa che non è legato a un pericolo imminente; chi ne soffre si rende conto che la sua è una paura irrazionale ma non può controllarla. Ecco alcune fobie poco conosciute. Fobofobia: se ne soffrite smettete subito di leggere, è la paura delle fobie. Gamofobia: molti ne sembrano affetti, ma in pochi ne soffrono veramente, è la paura del matrimonio. Ergofobia: che ci crediate o no esiste davvero, è la paura del lavoro. Crometofobia: dei soldi c'è chi ne ha troppi, chi non ne ha e chi, come chi è preda di questa fobia, ne ha paura. Coulrofobia: se siete passati indenni dalla lettura di It di Stephen King allora non ne soffrite, è la paura dei clown.
 
02 Dicembre 2023 - sabato - sett. 48-336
redigio.it/rvg100/rvg-48-336.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
Carissimi soci , il nostro Villaggio è pronto per  accoglierci in una magica Atmosfera . Non mancate al nostro Christmas Party !  - A partire dalle ore 14 con il Laboratorio di Biscotti e la consegna delle letterine per Babbo Natale
A seguire  accenderemo ufficialmente il nostro Albero e ci scambieremo gli auguri accompagnati da un concerto Natalizio esclusivo   .
brinderemo insieme con panettone /pandoro e cioccolata calda
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare
  1. redigio.it/dati2606/QGLO510-Milano-SanGottardo-01.mp3 - Milano San Gottardo e oltre - Il borgo dei Furmagiatt - le case del formaggio
Toponimo di Comabbio
14) Fiocca: piccola strada che costeggia l'odierno cimitero comunale nel suo versante nord. La spiegazione del nome è incerta. Una possibile interpretazione è che la zona, poco esposta al sole, in inverno ospitasse per lungo tempo la neve e il ghiaccio, in dialetto appunto fiòca.
15) Fontanazza: un tempo la zona ospitava una cascina. Il nome indica un' area di ampie dimensioni che costeggiando il Morasson porta ad Osmate. Qui non è più presente la cascina, ma è ancora visibile e utilizzata la sorgente che ha dato il nome al luogo.
16) Mirabella: zona verdeggiante ai piedi del Monte Pelada, limitrofa al Büsen. Il significato del nome sembra trasparente: si può spiegare il nome come luogo "dove si gode di una ottima vista" (cfr. Cadrezzate. 3).
17) Mirasole: piccola stradina che sovrasta la zona della Prea Matta. Il nome con tutta probabilità si riferisce al fatto che il luogo è baciato per lunga parte della giornata dal sole.
Proverbi Milanesi
Gh'è quij che fan su danée come tèra e quij che fan cont i danée la gouera.
Ci sono quelli che fanno danaro come terra e quelli che col danaro fanno la guerra.
Vecchio proverbio milanese ancora usato e diffuso tra i ceti popolari di tutta la Lombardia. Sta a significare come ci siano persone che arricchiscono rapidamente e senza grande spreco di energia e chi invece è sempre in conflitto con il danaro, nel senso che ne dispone poco e conduce la sua guerra per farlo bastare e per non soccombere nella vita.  
Sindrome straniera
Basta un colpo in testa e, d'improvviso, ci si può mettere a parlare con un accento straniero. Non è un fenomeno frequente, ma si conoscono almeno una cin quantina di casi, dal 1919 in poi, di «sindrome da accento straniero». Una delle ultime vittime è Tiffany Roberts, un'americana della Florida, che dopo un'apoplessia perse la capacità di parlare. Dopo mesi di riabilitazione, recuperò la parola ma si ritrovò con un bizzarro accento britannico, ancora più strano per il fatto che la donna non era mai stata in Inghilterra. Prima di lei aveva fatto notizia Stewart Rayner, coinvolto nel settembre del 1996 in un incidente automobilistico. Quando si riprese, il suo accento tipicamente londine se fu sostituito dalla tipica parlata aperta degli Stati Uniti meridionali. Lo stesso anno, l'inglese Anne Bristow-Kitney soffrì un'emorragia cerebrale e si riprese parlando un perfetto francese. «Conoscevo la lingua» disse Anne «ma improvvisamente parlavo come se fossi nata in Francia. Non mi rendevo nemmeno conto di parlare francese, sapevo solo che stavo comunicando.» La causa di questo bizzarro disturbo sembra risieda in una lesione alla parte sinistra del cervello, dove si trovano i centri di controllo del linguaggio. Di solito il "problema" migliora con il passare del tempo.
Gli animatori
Davide 3 - Bagnino - Il bagnino comune, o bagninus bagnantibus assistens maculatus vulgaris - noto anche come assistente bagnanti - è un esemplare di ominide semiacquatico che risiede nelle vicinanze delle piscine e delle spiagge. La sua principale attività è bullarsi, ovvero tentare di rimorchiare le giovani bagnanti avvenenti e inesperte, tramite un potente mezzo ispiratore di mascolina virilità: il fischietto
DJ - pippo 2 - I DJ, più comunemente detti "i cazzoni delle discoteche" si divertono a sparare dalle povere casse un'accozzaglia di rumori spesso definita da loro techno, house, liscio (senza farsi mancare una buona dose di quella primitiva forma di comunicazione usata dalle scimmie), il che provoca spesso disappunto nei vicini di casa. - Purtroppo gli esemplari di questa razza sono in continuo aumento, infatti sempre più spesso si possono trovare nickname con il prefisso DJ seguito da abbreviazioni, storpiature del nome o parole inglesi messe a caso: questo perché sono idolatrati dai truzzi e spesso riscuotono incomprensibilmente successo tra le femmine della già citata razza.
La formula dell'amore
Esiste l'anima gemella? Siamo onesti, tra un o una top model e una bellezza mediocre è più facile che siano i primi a ricevere le nostre attenzioni. Ma la bellezza non è tutto e se le aspettative sono troppo alte od omologate è più facile rimanere insoddisfatti. Che sia vero non ce lo dice solo la mamma ma anche la matematica: un modello noto come <<Stable Marriage Problem» (problema del matrimonio stabile), in particolare, ci suggerisce di tenere conto di altri fattori, oltre alla bellezza, nella ricerca del o della compagna di vita. «Nel modello», spiega Andrea Capocci, fisico italiano all'Università di Friburgo in Svizzera e coautore insieme a Guido Caldarelli dell'Università La Sapienza di Roma di una ricerca su questo argomento, «ci sono N uomini e N donne. Ogni uomo ha una classifica di preferenza per le donne e ogni donna ne ha una per gli uomini. Per esempio, secondo Giovanna Paolo è il più bello, poi viene Luca, poi Marco. La top ten di Lisa sarà diversa e così via. Ora, siccome i "belli" sono preferiti da più persone significa che ci sarà maggiore concorrenza e minore soddisfazione. L'omologazione culturale, conseguenza di sistemi di comunicazione che presentano standard uniformi, come lo star-system, diminuiscono la soddisfazione. Se invece si hanno gusti diversi dagli altri, la soddisfazione è più alta. Nel modello c'è frustrazione perché raramente ci si sposa con il partner preferito, ma c'è un'ottimizzazione della propria soddisfazione>>.
 
03 Dicembre 2023 - Domenica - sett. 48-337
redigio.it/rvg100/rvg-48-337.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
Qui vi sono le notizie che raccolgo e solo quelle. Sicuramente non sono quelle ufficiali, in quanto non ho il compito di propagandare e sostenere il gruppo Ludico al quale non ho alcuna appartenenza.
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare
  1. redigio.it/dati2606/QGLO511-Milano-SanGottardo-02.mp3 - Milano San Gottardo e oltre - burlesche dicerie sui furmagiatt - la chiesa di San Gottardo al Corso -
Toponimo di Comabbio
18) Moncucch: altura di circa 380 metri che si appoggia sulla sponda sud-est del Lago di Monate. Il monte è diviso tra i comuni di Comabbio, Osmate e Travedona-Monate. Il sintagma è frequente in dialetto e ha il significato di "dosso" o "collinetta"
19) Monte il Castello: detto anche Castelàsc. È una piccola altura che ospita a tutt'oggi una grande casa a tre piani, forse la più grande del paese, abitata nel corso dei secoli dalle famiglie più importanti di Comabbio (cfr. Cadrezzate n. 7)
20) Monte Pelada: è il colle che caratterizza Comabbio con i suoi 481 metri di altezza. Molto probabilmente il nome Pelada deriva dalla caratteristica che aveva un tempo il colle di essere brullo e quasi privo di alberi e vegetazione. (v. Cadrezzate n.12). Ora il Monte Pelada si presenta più verdeggiante grazie al lavoro dell'uomo e ad un clima più favorevole. Un tempo infatti erano più frequenti lunghi periodi di siccità che non favorivano la crescita di arbusti rigogliosi e resistenti.
21) Montino: in dialetto detto Montit, è una piccola altura che ospita l'acquedotto che fornisce l'acqua al paese di Ternate. Il nome è facilmente spi egabile come "piccolo monte".
prefisso re
Ecco perché nella frazione nove famiglie su dieci davanti al cognome hanno il prefisso re
Vittorio Emanuele II avrebbe particolarmente gradito l'accoglienza riservata da chi abitava nella zona
Perchè mai il 90 per cento delle persone originarie della frazione Sant'Ilario di Nerviano ha un cognome preceduto dal suffisso "re"? Il dato è curioso e in molti hanno provato a cercare spiegazioni scientifiche, basate su ricerche genealogiche. Nel Medio Evo, ad esempio, il sufisso "re" veniva attribuito a chi eccelleva in un mestiere o semplicemente a chi vinceva gare o tornei. Più in generale "re" indicava che un luogo stava sul fiume (rio). Ma ciò non chiarisce questo affollamento di "re" soltanto nella piccola frazione nervianese.
La spiegazione esiste, ma appartiene a quella tradizione orale popolare che resiste ormai da oltre due secoli. E nessuno avrebbe mai pensato di metterla nero su bianco se cinquant'anni fa non fosse accaduto che un calciatore di fama mondiale, originario proprio di Sant'Ilario, non ne avesse parlato durante una storica intervista. Fu il giornalista sportivo Franco Melli a riportare le parole di Luciano Re Cecconi, centrocampista della Lazio guidata da Tommaso Maestrelli. Un campione, un mito, che già si era conquistato il soprannome di "angelo biondo" e il cuore dei tifosi italiani.
«Quel Re davanti al mio cognome- disse dunque il calciatore è un regalo del re. Vittorio Emanuele II passò per Busto Arsizio e per Nerviano e gradi la buona cucina e l'accoglienza ricevuta. Allora volle beneficiare le gente delle nostre campagne con una dono simbolico ma indelebile. Così i Cecconi diventarono pomposamente i Re Cecconi, i David Re David, in base al riconoscimento stampato. Il regalo di Vittorio Emanuele II, trasmesso di generazione in generazione, l'ho accolto con orgoglio. È una ricchezza che il mondo non potrà mai portarmi via. Ho il cognome ornato. E suona bene».
Purtroppo il mondo, o meglio un tragico equivoco maturato all'ombra dei cosiddetti anni di piombo, gli portò via tragicamente la vita. Re Cecconi morì colpito dalla pistola di un gioielliere romano, a soli 28 anni il 18 gennaio 1977, in circostanze che ancora fanno discutere. Pare che Luciano stesse facendo uno scherzo a un gioielliere che era amico di un suo amico, e che quello lo abbia scambiato per un rapinatore, sparandogli senza neppure chiedergli chi fosse.
La convinzione di Re Cecconi sull'origine del proprio cognome trova conferma nella lapide che ricorda il passaggio del re, nel 1859, a Sant'Ilario. Nessun riscontro invece riguardo a un'altra improbabile e maliziosa leggenda popolare secondo cui Vittorio Emanuele II, sensibile alle belle donne di campagna, passò a Sant'Ilario alcune notti "ardenti", generando una sorta di discendenza reale nella frazione nervianese. Ma questa è tutta un'altra storia.
Gli animatori
maestro di ballo - pippo 4 - Il Ballo delle Debuttanti (o delle Debuttane) è una barbara usanza che, al pari dell'elezione di Miss Italia, andrebbe vietata per legge o almeno svolta in gran segreto. Uno dei motivi per cui entrambe sopravvivono è che la madre delle teste di cazzo è sempre incinta, nel caso specifico di una femmina. Spesso è proprio la mamma a spingere la figlia a partecipare, deve essere così per forza: se l'iniziativa venisse dal padre saremmo costretti a gettare al macero tutto quello che ha scritto Charles Darwin. Il discorso può sembrare permeato da una vena di maschilismo, ma negare l'evidenza non è accettabile nemmeno da una lesbica frigida con le mestruazioni a cui si è appena rotto un tacco in mezzo ai sampietrini distratta da un'unghia spezzata mentre passava davanti a un negozio di scarpe.
maestro di yoga - pippo 5 Yoga è una parola di una qualche lingua di un qualche stato che significa "unione". Infatti questa pratica antichissima favorirà, in un futuro dove i dinosauri nazisti cammineranno nella natura incontaminata e giovani atleti di kung fu combatteranno per la salvezza di una terra piena di case saltate fuori da delle capsule, la terribile tecnica della fusione. Lo yoga è, oltretutto, il nome di uno dei sei cardini della filosofia rel igiosa indù, ma degli altri cinque cardini nessuno sa nulla. Fortunatamente.
Balbettii universali
Per quanto diversa possa essere la lingua dei rispettivi genitori, esiste una notevole somiglianza nei balbetta- menti dei bambini piccoli di tutto il mondo. Lo studio condotto su 15 diversi «<linguaggi ambientali» ha rivelato che i bambini dall'Africa alla Norvegia nei loro balbettii usano in gran parte le stesse consonanti. Per esempio, tutti i bambini studiati avevano pronunciato le consonanti <<m>> e <<b>.
 

lib389-Settimana-49

 
RVG settimana 49
 
Radio-video-giornale del Villaggio
Settimana-49 del 2023
 
 
RVG-49 - da  - Radio-Fornace
 
 
Settimana 49        2023-12-04  -  Dicembre - Calendario - la settimana
lunedi        04/12 - 49-338
marrtedi        05/12 - 49-339
mercoledi        06/12 - 49-340
giovedi        08/12 - 49-341
venerdi        09/12 - 49-342
sabato        10/12 - 49-343
domenica        03/12 - 49-344
 
 
04 Dicembre 2023 - lunedi - sett. 49/338
redigio.it/rvg100/rvg-49-338.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
Il palio del lago di Comabbio nel giugno del 2022.
  la spiaggia di corgeno ha ospitato la prima edizione del palio del lago di Comabbio . Ad aprire il palio sabato sera è stata la sfilata degli atleti dei 5 comuni, accompagnati dalla fanfara dei bersaglieri di Vergiate e dopo il saluto delle autorità civili e dei commissari europei di ACES Europe in visita proprio in quei giorni per valutare il nostro territorio è stato dato il via al primo gioco lo spaccalegna. -  la domenica è stata caratterizzata del molteplici giochi quali la staffetta intorno al lago, il tiro alla fune, la gara dei pedalò e "un resegun" intervallati da giochi per bambini e tanto divertimento. -  nell'intera area feste . Il palio stato vinto dal Comune di Vergiate. -  Ci rifaremo il prossimo anno . Vi aspettiamo comunque in giugno del 2024 con la quarta edizione del palio di Comabbio. E forza Mercallo
Note del giorno
Il museo -
Notizie di RVG (Radio-Video-Giornale)
Toponimo di Comabbio
22) Morasson: attestato anche come Murenžun. E' una strada che  si inerpica dietro al Monte Pelada e che porta a due altre zone rilevanti. L'interpretazione del nome Morasson è controversa. Il toponimo può essere inteso come derivato da un nome proprio di persona del tipo Morasso o Morazzoni, derivanti dall'aggettivo "moro" (cfr. Morazzone -VA-). Alcuni parlanti locali fanno risalire il nome ad un termine *murazzo che richiama la presenza di un declivio non troppo pronunciato.
23) Nusét: seconda area compresa nel Prin. Nusét "insieme di noci" è derivato del nome dialettale nós "noce"con l'aggiunta del suffisso -etum. La coltivazione di noci dava ai coltivatori locali abbondante olio. Da un secolo ormai questa pratica è scomparsa, così come i noci.
24) Oné: traducibile in italiano come "insieme di ontani". Nome di una piccola area alla quale si accede mediante il Morasson. Deve tale denominazione alla la fitta presenza di ontani (cfr. Oneda frazione di Sesto Calende -VA).
Dicembre
Dicembre era indicato come il decimo e ultimo mese dell'antico calendario romano, consacrato a Saturno, dio della terra e dei morti. Durante questo mese avviene il solstizio d'inverno e da quel giorno la luce prevale sul buio, infatti le giornate cominciano ad allungarsi a scapito della notte, che diventa più corta. Molti popoli antichi accoglievano quest'inversione con vari festeggiamenti: i romani celebravano le "Saturnali" dal 17 al 24 in onore del dio Saturno, gli egiziani festeggiavano il dio Osiride, i greci il dio Kronos, gli atzechi celebravano il dio del sole Tlalo ques e i persiani il dio Mitrah.
Oggi come allora si vive il dicembre come un mese di festa. Nel medioevo questo mese vedeva raffigurato un contadino che uccide il maiale. Le varie feste che si susseguono, con l'apoteosi del Natale, fanno sì che è il mese propizio per chi vuole riposare, visto che nel campo agricolo quasi ogni attività è sospesa.
In dicembre si festeggia la Vergine Maria Immacolata (8), naturalmente Natale e Santo Stefano (25 e 26); i santi più popolari sono Santa Barbara (4), San Nicola di Bari (6), Sant'Ambrogio (7), Santa Lucia (13), San Giovanni Evangelista (27), San Davide (29) e San Silvestro, che chiude l'anno il giorno 31.
Siamo dunque nel mese durante il quale la terra riposa e di conseguenza anche l'uomo e un antico proverbio lo ricorda: "Seminare dicembrino vale meno di un quattrino"; "Dicembre, piglia e non rende" eppure qualcosa riaffiora ancora dalla terra poiché "Ogni cosa ha il suo momento, e le rape per l'Avvento". Non manca il proverbio sulla neve: "La neve prima di Natale è madre, dopo è matrigna" e quello sul Natale: "Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi" ma anche "Chi fa Natale al sole fa Pasqua al fuoco". Concludiamo con l'avvertimento: "Se piove per San Bibiana, piove per quaranta dì e una settimana" come dire, tenete l'ombrello sempre a portata di mano!
Toponimo di Comabbio
25) Prà Biagg: spesso lo si trova nominato anche come Prà Biach. Il nome identifica dei prati situati sulla strada che costeggia l'attuale campo sportivo comunale e che conduce verso il limitrofo comune di Osmate; campi che un tempo avevano un terreno particolarmente umido. Alcuni parlanti locali credono che la voce biagg rimandi al lemma precedente. Il dialettale cu in combinazione con la voce sura "sopra" nel significato di "parte superiore del paese".
Il lavoro dei milanesi 1)
C: Sfidi mi! Cerchen i post pussee bei, spenden pussee di alter, hinn generos cont i manc... Ma non c'è dubbio che noi milanesi, quando andiamo in giro per l'Italia, riusciamo sempre a farci notare, e tutto sommato a quelli del luogo non dispiaciamo, visto che cerchiamo (quasi) sempre di tenere buoni rapporti con i locali, anche se non escludo che fra questi ultimi ci possa essere una certa dose di ipocrisia, de quei che ghe fann ona bella faccia fintant che ghe convegn e poeu... ghe sparlen adree.
M: Bisogna mai dismentegass che, in Italia, seguitom a por tass adree le rivalità dei Comuni del medioevo, che, quando capitava, si buttavano addosso l'olio bollente dalle mura delle loro città che stavano magari a on tir de s'ciopp tra lor, e anca incoeu basta voltà el canton per trovarsi qualcuno che ti vede, se non come nemico, quanto meno con occhio dif fidente. E questo vale particolarmente per noi milanesi, che bene O male per tutto quello che ci portiamo dietro siamo da un lato meritevoli di rispetto ma dall'altro femm nass una certa dose di invidia, e l'invidia, si sa, se non è frutto di ammirazione, è un cattivo sentimento. C'è però da dire che se ci troviamo fuori d'Italia, le cose cambiano: càpita spesso infatti di trovare in giro per il mondo italiani che alla domanda "Da dove venite?" rispondono "Da Milano!" anche se, in realtà, abitano lontano chilometri da qui. Voeur dì che se renden ben cunt che la nostra città, all'estero, ha un'immagine che vale, e non per le tante belle cose che rendono famosa l'Italia, ma proprio per la qualità dei milanesi.
C: Stemm attent a vantassen minga tropp... Se fa in svelt a ciappà i cattiv abitudin! Come si dice, la moneta cattiva scaccia la buona. E poi, quando siamo in giro per il mondo, prima di essere milanesi, siamo conosciuti come italiani, e non sempre siamo visti come modelli di virtù, anche se sono sempre di più le persone che sanno che l'Italia è lunga e stretta e sono informate di come vanno qui le cose. Ma gh'è anca quaicoss che me pias minga tropp de nun milanes, e cioè che, non appena hanno un po' di tempo libero, non vedono l'ora di andar via da Milano. E meno male che, da qualche tempo, arrivano i forestieri, se de nò, la domenica Milan la saria on mortori...
M: Hai toccato un tasto dolente - si fa per dire - della milanesità, vale a dire la non grande stima, e conoscenza, che i milanesi hanno della loro città. D'accordo quando ci sono le vacanze, quand a tucc pias andà al mar o in montagna o a fa quai bell viaggett in gir per el mond; ma quando arriva la fine della settimana, il week end, immancabilmente bisogna andare fuori città, anche solo per la gita di un giorno. Certo il mare è a poche ore di strada, e ancora più vicini sono bellissimi laghi e montagne e, soprattutto, c'è la nostra bella Milano... Ma, purtroppo, una caratteristica di molti (troppi) milanesi l'è quella de savè pocch o nient de tutt i meravili che gh'hann in città. Conoscono magari tutto di Parigi, Londra, Amsterdam, New York, ma non hanno mai trovato il tempo di salire sulle terrazze del Duomo, di vedere il Cenacolo, di entrare in San Maurizio, la "nostra" Cappella Sistina.
C: Fina a minga tanti ann fa al sabato, e soprattutto la domenica, Milano pareva davvero un mortorio. In auto, moto, treno, pullman... i milanesi vedeven minga l'ora de andà foeura città, puttost che nient andava ben anca l'Idroscalo. Anzi, da quando è cominciata l'inflazione degli scioperi, tanti hanno imparato a farli proprio di venerdì, per allungare il week end. Non che ora i milanesi siano cambiati, ma in compenso sono arrivati tanti turisti che, virus o guerre permettendo, oltre allo shopping, conoscono le nostre bellezze ben più di noi: musei, palazzi storici, monumenti, chiese... E ci sono anche i volontari del Touring Club e quelli del FAI, che consentono di tenere aperti numerosi siti, luoghi importanti dove si entra anche gratis, a dirci che la maggior parte dei visitatori sono stranieri, qualche italiano e, purtroppo, pochissimi i milanesi, che puntualmente restano a bocca aperta nel vedere cose che non sapevano neppure esistessero, eppur gh'i hann semper avuu davanti ai oeucc.
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05 Dicembre 2023 - Martedi' - sett. 49/339
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Note del giorno
La piscina. Quando cominciano i lavori?
Toponimo di Comabbio
26) Prea Matta: zona scoscesa sulla strada che da Comabbio porta a Osmate verso il Lago di Monate. Questa zona era caratterizzata dalla presenza di una pietra molto friabile che con tutta probabilità ha fornito il nome. Prea Matta letteralmente "pietra marcia, instabile" (cfr. Cornamatta -BG-).
27) Prin: zona pianeggiante adibita un tempo alla coltivazione che si estende tra l'attuale Statale 629 e il lago di Comabbio. Il nome pare essere un derivato dalla voce dialettale primm o primin "primo", inteso come primo campo coltivato. Non è da escludere però neanche la derivazione dal verbo prinà "brinare"
28) Punta Ghiacciaia: piccolo promontorio sul lato nord-ovest del lago di Comabbio che ha ospitato un tempo la ghiacciaia (in dialettto giazèr) del paese. Ancora oggi è possibile vedere questa costruzione caratteristica (vedi Cazzago Brabbia, n.1).
Busto Grande - 170 anni fa
capitolo terzo
La << Deputazione Amministrativa della Comune di Busto Arsizio » sempre vigile degli interessi del borgo, fece appello, nel 1856, con 1856, con una domanda rimessa per la imperial regia via gerarchica alla Commissione Centrale di beneficenza, amministratrice della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, perchè si aprisse finalmente anche a Busto  una «< cassa filiale ». La stessa I. R. Luogotenenza della Lombardia, quattro anni prima, e ora, nel trasmettere la domanda, osservò che « la Comune di Busto Arsizio sarebbe tra le poche borgate della Lombardia nelle quali una Cassa Filiale di Risparmio potesse corrispondere a reali bisogni... >>
Ma la Commissione di Beneficenza, nel rispondere, volle dare ai bustocchi una severa lezione alla quale, sia detto fra parentesi, i nostri diedero una stupefacente risposta.
E chi ci dice scriveva la Commissione che la Cassa Filiale può essere istituita con fiducia, se i bustocchi sono quelli che sono, se ascoltiamo le brutte voci che circolano su questo Busto e « se diamo fede alla stessa domanda della Deputazione Comunale? ».
Il successo di una Cassa Filiale in Busto « non è che una speranza, la quale per essere tradotta in atto ha mestieri del libero concorso della volontà degli abitanti >>. Ora continuava la lettera << la conserva- zione fruttifera degli avanzi che possono effettuare sulle mercedi del lavoro » i bustocchi potrebbero ottenerla ad un solo prezzo: << diminuendo le loro spese ed astenendosi specialmente in quelle spensierate dissipazioni che sacrificano alla crapula ed al soddisfacimento di viziose tendenze l'agiatezza futura e le risorse della vecchiaia >>.
E continua: << le abitudini di numerosi operai di quel ricco e popoloso Borgo sono disordinate; i guadagni sono sciupati nelle spese più improvvide, e queste assorbono largamente tutto quanto potrebbe darsi al Risparmio previdente e onesto ».
E la deputazione crede che basti la apertura di una cassa filiale << a por freno a queste funeste tendenze, ca- gione precipua della miseria del povero? ». Illusa Deputazione! Certamente continua la filippica e gli elementi che possono alimentarla (la filiale) abbondano assai più nel Borgo di Busto, e per la maggior popolazione» (e qui fa un confronto con la recente inutile esperienza di Chiari ove la filiale ha dovuto essere chiusa) « e per le ricche e fiorenti industrie di cui è la sede ed il centro. Ma resta a dubitarsi dell'elemento morale: quello della volontà; « nè si può essere sicuri che la esistenza di una Cassa operi una pronta riforma sul costume della classe intiera... >>.
Risposta, in sostanza, negativa e, ammettiamolo ora dopo cento anni, ignorante. La Cassa non si fida dei bustocchi. Ma chi erano dunque questi bustocchi dell'ottocento e quale mai fama si erano fatta?
Morti di sonno
Si può morire rifiutandosi di mangiare e di bere, ma ci si può suicidare cercando di non dormire? Per quanto si tenti, non è possibile: prima o poi il sonno arriva, indpendentemente dagli sforzi che si possono fare. La privazione di sonno, però, provoca serie alterazioni della psiche, dovute forse più allo stress che alla mancanza di qualche funzione fondamentale svolta dal sonno. Una prova di ciò si ha nel fatto che nel 1966 il diciassettenne Randy Gardner rimase sveglio per 264 ore, non mostrando alcun sintomo psicotico. Dopo la sua impresa dormi per circa 15 ore di seguito e si risvegliò sentendosi bene. Quindi, l'unico effetto sicuro della privazione del sonno è quello... di fare addormentare il soggetto.
Lago di Monate
Il lago di Monate e' impostato su un catino naturale, costituito essenzialmente da depositi glaciali fini e pressoche' impermeabili; tale caratteristica dovrebbe essere assicurata dalla presenza delle argille di Gunz che, nella zona, sono visibili a SW del lago di Comabbio, oppure  da differenziazioni argillose in seno alle sovrastanti morene Wurmiane.
Dove i depositi morenici risultano meno impermeabili, per l'aumento degli elementi grossolani oppure per la diminuzione della componente limosa, si possono verificare perdite sotterranee, di cui si fara' cenno piu' oltre.
Lo spessore dei terreni quaternari nella zona in esame e' molto vario: da qualche metro a decine di metri: ma localmente lo spessore puo' avvicinarsi al centinaio di metri, come risulta da alcuni sondaggi eseguiti nella zona immediatamente a SE del lago di Monate.
Il sottostante substrato roccioso e' costituito da una monoclinale immersa verso WSW che porta ad affiorare i termini piu' antichi verso oriente ( Cretaceo di Cazzago Brabbia) e quelli piu' recenti verso Ovest (Oligocene di Osmate- Monte Pelada), come illustrato nella sezione geologica A (fig. 5).
Procedendo da est verso Ovest e quindi dai termini stratigrafici piu' antichi a quelli piu' recenti, si puo' osservare, facendo riferimento alle figure 2,3 e 5, quanto di seguito descritto.
- A Cazzago Brabbia, in corrispondenza della costa meridionale del lago di Varese, affiorano arenarie grossolane appartenenti al Cretaceo Superiore
- Tra Faraona e ternate, a est del lago di Monate, si sviluppa l'importante affioramento dei calcari Nummulitici dell'Eocene, costituito da oltre 50 metri di calcari, brecciole calcaree e marne, regolarmente stratificati. Questa formazione, denominata "Ternate" e' oggetto di coltivazione in cave aperte lungo il crinale S. Maria.
- A Sud e SW del lago di Monate, nei rilievi di M. Pelada, tra Osmate e Comabbio, affiora la massiccia successione di conglomerati e arenarie rossastri costituenti il membre superiore denominato " Como" della formazione delle Gonfolite di eta' Oligocenica. Lo spessore di questi terreni affioranti nella zona e' di circa 160 metri.
Vi e' da osservare inoltre che tra i calcari Nummolitici di faraone e il sovrastante membro conglomeratico della Gonfolite, cui si e' fatto ora cenno, si sviluppa una successione marnosa di spessore valutabile tra i 100 e i 300 metri ( Membro marnoso della Gonfolite denominata "Chiasso") che, nella zona in studio non affiora perche' ricoperto dalle morene e dallo stesso lago di Monate, il quale probabilmente si e' impostato in corrispondenza delle marne in oggetto, data l'agevole erodibilita' di queste. Dal punto di vista strutturale, si e' accennato al fatto che la zona e' caratterizzata da un generale andamento monoclinalico, con immersione verso WSW di 15° 25° circa. Cio' non esclude tuttavia la probabile presenza di alcune dislocazioni, difficilmente individuabili a causa della copertura quaternaria, ma suggerite da qualche particolare situazione geologica presente nella zona del lago di Comabbio e del Canale Brabbia. Si tratta in particolare dell'affioramento ocenico di varano Borghi, non facilmente raccordabile con le marne oligoceniche di Inarzo-Bernate, come pure, piu' a sud, dell'ocene di Oneda in rapporto ai conglomerati oligocenici di M. Pelada.
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06 Dicembre 2023 - Mercoledi' - sett. 49/340
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Proverbio del giorno
Per tornacunt, per fa giughina, chi va al molin el se infarina.
Per tornaconto, per divertimento, chi va al molino si infarina.
Vecchio detto che dimostra come si può rivelare anche involontariamente una propria azione, sia che ciò avvenga per ragione valida sia che l'azione è frutto di bizzarria, prima o poi si viene coinvolti dall'ambiente e ne resta la traccia. Il detto è noto nella seconda parte, in lingua italiana; è diffusissimo.
Dal Barbarossa a Napoleone sul Sempione sono passati tutti
Non solo re Vittorio Emanuele II durante la Seconda Guerra di Indipendenza pernottò fra Nerviano e Sant'Ilario. Sono infatti molti i passaggi illustri che il Comune e le sue frazioni hanno visto nel corso dei secoli e non sempre con risultati di cui andare fieri. - Il merito (o in alcuni casi la disgrazia) sta infatti in quell'affacciarsi del Comune sulla Statale del Sempione, da sempre importante via di collegamento col Nord Europa. Ai tempi degli antichi Romani la via si chiamava Severiana Augusta e univa Milano al Verbano, facendo sostare mercanti e eserciti lungo il suo percorso. Una posizione strategica che l'imperatore Federico Barbarossa utilizzò per mettere in difficoltà l'esercito meneghino (verso le fine di maggio del 1161 "operò il taglio delle viti, distrusse le biade e saccheggiò per sbarrare la strada dei rifornimenti a Milano" si legge nelle "Gesta Fe derici I") nel contempo approfittando del fiorente e rinomato mercato, appunto, di Nerviano. Secoli dopo il borgo fu al centro delle dispute tra Torriani e Visconti e proprio da qui partì la congiura contro Matteo Visconti che vide il rientro dei Torriani a Milano seppure per breve tempo. Anche Napoleone passò per Nerviano e ne ottenne giuramento di fedeltà.
La posizione strategica è stata la fortuna e la sfortuna del Comune
Note del giorno
Sicurezza: Servizio e le sue funzioni sicurezza.
Toponimo di Comabbio
29) Puràa: zona ampia che si estende nei pressi del centro del paese e che è stata per lungo tempo di proprietà della famiglia Campiglio. Il terreno era caratteriazzato da ampie pozze d'acqua generate da un confluire di rigagnoli e sorgenti sotterranee (v. Cadrezzate n. 24).
30) Roccolo: è la zona più alta del Montino. Qui si svolgeva la caccia agli uccelli, che veniva compiuta per mezzo del roccolo, cioè di un luogo con una tesa verticale posta tra piante e arbusti. Questa attività era molto diffusa nella zona e molto redditizia. In ogni comune c'era più di una zona predisposta per la caccia agli uccelli e frequentemente venivano chiamati veri e propri professionisti che lavoravano a giornata nei vari roccoli
31) Roncasch: (Roncàsc) o Roncaccia è una piccola zona declinante attigua al Bernasc. Il suffisso-asc connota un terreno difficile da colitvare.
Tradizioni culinarie di Crema
LA "SPONGARDA" - Con quel nome dal suono dolce e goloso, anche se l'etimo non ha niente a che fare con la pasticceria, Crema non poteva non essere culla di leccornie, sia tradizionali che di origine più recente, ma tutte squisite, fatte oggi perlo più artigianalmente, a cominciare dalla celeberri ma "spongarda", ricca di gusto e aroma quanto semplice di ingredienti. Qualcuno la vuole riconoscere nella "torta bianca", fatta con farina, zucchero, spezie e burro, nominata fra le altre dolcezze ("marzapane cum malvasia, torta bianca, torta de peri, torta de herbe, sfogliata de zucharo, butirro e cinamono, offelle, pigochate, mandorlate, torta de pistacchi e di zucharo") offerte in un sontuoso banchetto cinquecentesco descritto negli "Annali" di Pietro Terni raccolti nel volume "Istoria di Crema" da Fino Alemanio nel 1566: miele e mandorle, secondo quest'ipotesi, sarebbero un'aggiunta del tardo Settecento. Un'altra versione colloca invece l'invenzione della spongarda ai primi dell'Ottocento e  l'attribuisce a un pasticciere cremasco. Sia come sia, la "spongarda" (che ha la "sponga", ossia la spugna, nel nome, ma si presenta piuttosto soda e compatta), si compone di un impasto di farina, zucchero e burro con miele, mandorle tritate, pinoli, noci o nocciole, uva passa, cedro candito, cannella e altre spezie, accomodato in teglie tonde con spessore di circa 2 centimetri e cotto in forno.
Le Cinque Giornate (23-24 marzo 1879)
L'anniversario delle gloriose Cinque Giornate, fece ieri dar di volta al cervello a un infelice operaio, Ernesto Pasqua, di cinquant'anni. Il Pasqua si era messo in mente di correre frettoloso incontro al nemico e di erigere delle barricate. Sul far de lla sera entrò in casa frettoloso, si mise in maniche di camicia e disse alla moglie di far presto ad aiutarlo, perché non c'era tempo da perdere. Prese un tavolo, principiò a gettarlo in corte, poi una sedia e già stava per gettare dalla finestra altri oggetti, quando al rumore accorsero i casiliani, e ce ne volle del buono e del bello per frenare quel poveretto. Intervennero pure agenti di pubblica sicurezza e allora messo il pazzo in un "brougham" fu condotto all'ospedale. Il poveretto ha preso parte principale nel combattimento a Porta Tosa nel 1848, ed a quanto ci si assicura è stato uno dei più valorosi combattenti.
Schiavo per amore
E' il 25 dicembre dell'anno 1000 e Stefano è incoronato re d'Ungheria con una corona inviatagli dal Papa Silvestro II. - Una delle sue leggi.
Stefano accolse nella sua legislazione cristiana le regole e le consuetudini del suo popolo concernenti la schiavitù . Delle leggi sancito ufficialmente la distinzione giuridica tra uomini liberi e uomini schiavi in latino servi . Lo schiavo poteva essere comprato e venduto. Ognuno aveva un prezzo, a seconda delle qualità e abilità. Tuttavia Stefano cerco' di limitare il dilagare della schiavitù nella legge I 22 infatti proclama, " è sancito che il decreto regale che d'ora in poi nessun governatore militare osi ridurre schiavitù una persona libera" . E chi era schiavo poteva diventare libero libertus se il padrone voleva. Allo stesso tempo però il re ordinava di ridurre le schiavitù i liberi che avevano commesso certi reati, come il furto o la fornicazione, per la terza volta, con una schiava, e se un libero decideva di sposarsi con una schiava, doveva diventare anche lui schiavo. La conversione dell'Ungheria  al cristianesimo non comportò affatto l'abolizione della schiavitù, anzi essa fu confermata e ufficializzata in un certo senso sacralizzata dalla nuova religione
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07 Dicembre 2023 - Giovedi' - sett. 49/341
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Notizia dal Villaggio
Vorrei ricordare ai responsabili del Ludico, che dalla settimana 46, esiste la bozza di contratto per il "referente del Ludico". E' bene che venga preso in visione e accettato. (Con il passare del tempo, si deteriora) - Chi tardi arriva è già a metà dell'operama, non piglia pesci
Toponimo di Comabbio
32) Sorgenti Ballerine: toponimo conosciuto e tramandato oralmente solo da pochissimi parlanti locali. È una una piccola fonte sorgiva situtata nei pressi dell'Onè, caratterizzata dalla presenza di terreno non stabile, movimentato. Da qui il suo nome.
33) Sotpóz: piccola zona nei pressi della chiesa di San Rocco che un tempo era di proprietà della famiglia Galetti, che disponeva di un grande pozzo. Il nome quindi nasce proprio dalla sua posizione nel territorio rispetto a questo pozzo privato.
34) Vigan: nome molto ricorrente anche in varie altre versioni. Il Vigan è un campo di ampie dimensioni individuato nell'area diametralmente opposta al Prin, sul lato est della provinciale 629 (cfr Cadrezzate n. 37).
35) Zerbini: cascina che ha resistito fino alla prima metà del XX secolo, ma ora non è più esistente. Il terreno riedificato porta ancora il suo nome. Può essere fatto risalire al termine dialettale zerbin o gèrb nel senso di "acerbo" e quindi in riferimento al terreno si indica la qualità gerbida, non particolarmente adatta alla coltivazione. Il nome gerbo o navèsch indica anche una specie di gramigna che infesta i campi e li rende poco produttivi per la coltivazione"
Tradizioni culinarie di Crema
La torta bertolina, la polenta dolce e i... "graffioni" - Di grana più rustica e origine domestica ci pare invece la celebre torta bertolina, grossa e massiccia, facile a conservarsi, a base d'uova, farina, zucchero, burro e olio con lievito e aroma di   vaniglia più l'aggiunta tradizionale di uva fragola anche in superficie, talché i chicchi, scoppiando al calore del forno, la costellano tipicamente di piccoli crateri, innevati di zucchero a velo. Per finire, ospitiamo tra le dolcezze del cremasco una preparazione fatta per la verità anche altrove, con il sapore delle buone cose di casa: la polenta dolce.
Alla base, una polentina fatta cuocendo la farina di mais nel latte, con la quale, una volta tiepida, s'impastano tuorli, zucchero, burro,
Busto Grande - 170 anni fa
capitolo terzo 2)
Quij de Bust e de Legnan
tegnen in pée la forca de Milan,
dicevano i busecconi facendoci su, per giunta, delle grasse risate, sul campanile concimato e cresciuto, sull'allargamento della chiesa a forza di spintoni, sul paese << di lùrdi » o dei baggiani.
Però, in fondo in fondo, vi era sempre un certo qual timore... reverenziale nel trattare con questi bustocchi in fama di accoltellatori, di grassatori, di contrabbandieri, di buoni a tutto anche, e non ultima impresa, di lavorare e di far danari.
A quij de Bust e Gallaraa,
tocchegh la man a lassi andà:
non si sa mai quel che può capitare con certe amicizie! (1).
(1) Veramente, se dobbiamo credere al canonico Reguzzone che scrisse una « Storia della peste avvenuta nel borgo di Busto Arsizio » nel 1630, timori e accuse, pur avendo un loro fondo di verità, non erano del tutto da imputare ai bustocchi. << Era l'aria dei Paesi et la constellatione dei Pianetti » colpevoli di dar vita ad una « complessione conforme alla tempre di quel Cielo »; la quale « complessione » sembra si manifestasse sui bustocchi con un « uiuere barbaresco et dishonesto parlare », con << una depravata natura alle brutte parole..., alle profane dissolutioni, alli giochi, alle bettole, alle taverne, ai latrocinj, alle bestemmie atroci, alle sensualità, alla gola, all'odio, all'otio, alle mormorationi, alle vendette, alle persecutioni, all'inganni, alli contratti illeciti; finalmente a tutta la libertà Maomettana e vita diabolica... »; il che non è poco per un canonico che diceva lui così scriveva anche < per il troppo affetto che li porto e per il zelo della patria », se, diceva sempre lui, era piuttosto disposto a darne colpa agli astri e agli avvenimenti. Chissà se noi poveri nipoti, pur rimanendo << gente ostinata, dura e pertinace di capriccio » possiamo qualche volta sperare che « Pianetti e constellationi » abbiano cambiato  umore?
È certo che la cattiva fama dei bustocchi aveva tratto qualche peso dal loro carattere spericolato, dalle loro imprese e dai molti avvenimenti specialmente degli anni che seguono le rivoluzioni e le guerre.
Scriveva il Ferrario, nella sua Cronistoria di Busto, che nel 1849 Busto fu occupata militarmente due volte « con miccia accesa », e aggiunge: « la prima occupazione fu eseguita con molta cautela, anzi con pau- ra; la seconda fu aggravata dallo stretto assedio dalle 6 antimeridiane fino al mezzodì » del 30 settembre, assedio sostenuto niente di meno che da « tremila tra cavalli e fanti e sei cannoni e molti gendarmi » e i due famosi Garimberti, poliziotti rotti al mestiere e pronti a rovistare tutto il paese, casa per casa. Cercavano istigatori di rivolte e magazzeni di armi; ma era talmente assurdo per i bustocchi il farsi prendere e per i tedeschi il credere di riuscirci che, l'unico che ci cascò, il sacerdote Paolo Bonomi (e era nativo di Gallarate!) suscitò tale incredula meraviglia, che venne preso per matto e rimandato a casa dopo due mesi di castello. Aveva infatti nascosto le armi nella grondaia della sua casa, proprio davanti a quella finestrella del campanile dalla quale i tedeschi erano soliti perlustrare, col binoccolo, il borgo.
Però, se noi rovistiamo fra le effemeridi bustocche del '49, si direbbe proprio che le paure dei poliziotti non erano del tutto infondate. Ad esempio:
« 1849, 12 maggio. In Busto Arsizio è appiccato il grassatore Giuseppe Castelli detto Badalücc, che il 17 aprile aggredì fra Nerviano e Castellanza i Tosi di Busto e da loro arrestato dopo essere corsi ad armarsi di falci presso un arrotino »>.
« 1849, 30 agosto. - Sono fucilati a Milano Giuseppe Tovaglieri detto Bonett, di Busto Arsizio, di anni 22, tessitore, e Tommasini Angelo, detto Pirlen, di Gornate, di anni 29, dediti al brigantaggio e detentori di armi ».
« 1849, 13 dicembre. Per delitto di rapina, consumato il 13 novembre in un caffè di Busto Arsizio e per detenzione di armi sono appiccati Carlo Cassani detto Ziffolin, di anni 22, di Busto, e Ferrazzi Pietro Paolo, detto Cardanin, di Busto, di anni 30, disertore >>.
Quest'ultimo episodio rimase famoso e se ne parlò per moltissimi anni e se ne descrissero con raccapriccio i particolari in tutte le case bustesi. - Un manifesto, allora diffuso in tutto il paese a suscitarvi interesse ed emozione, ci descrive ampiamente l'accaduto.
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08 Dicembre 2023 - Venerdi' - sett. 49/342
redigio.it/rvg100/rvg-49-342.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Ludico
Concerto di Natale con Monica Della Vedova (voce) e Francesco Musazzi (piano)
Brani natalizi in versione Gospel Swing. (vedi locandina)
Notizia dal Villaggio
Il bar e' aperto il 08 09 10 dicembre 
Il bar e'aperto il 30/31 dicembre
il bar e' aperto il 06 07 gennaio
Il bar e' aperto il 27 28 gennaio
il bar e' aperto il 10 11 febbraio
Il bar e' aperto il 24 25 febbraio
La passerella sul lago di Comabbio
VARESE - Per l'estate 2023 la passerella tornerà utilizzabile dalla cittadinanza in tutta sicurezza.
È terminata la fase progettuale ed autorizzativa dei lavori di rifacimento della passerella ciclopedonale di Comabbio. Questa passerella, che si snoda nei territori comunali di Comabbio e Ternate, è uno dei punti più della pista più caratteristici della ciclopedonale. Realizzata con una struttura portante lignea, allo stato attuale presenta evidenti segni di degrado tali da comprometterne in alcuni punti la sua stabilità: per evitare rischi di incolumità dei fruitori, ne è stato interdetto il transito. Durante i mesi di chiusura sono state effettuate valutazioni tecniche sulle possibili soluzioni progettuali, senza tralasciare alcuna tecnica realizzativa. Si è constatato che anche i pali di sostegno sott'acqua presentavano i primi segni di marcescenza che avrebbero comportato, tra pochi anni, la stessa problematica per la struttura portante. Si è pertanto deciso di procedere ad un rifacimento anche dei pali in modo da garantire la durabilità dell'opera. Naturalmente questo intervento aggiuntivo ha comportato un significativo aumento della spesa inizialmente preventivata, alla quale si è aggiunto il caro materiali registrato negli ultimi 18 mesi.
Provincia di Varese ha dovuto, quindi, reperire e stanziare nel corso dell'anno 2022 risorse aggiuntive. Attualmente l'opera ha un costo complessivo di 2.1 milioni di euro, un importo notevolmente superiore a quello inizialmente ipotizzato di 1,3 milioni di euro.
Inoltre, i tempi inizialmente previsti per l'inizio dell'opera si sono allungati ed è stato necessario condividere la nuova progettuale, visto l'ambito soluzione e naturale di particolare paesaggistico pregio, con tutti gli enti preposti alla tutela del territorio. Nello specifico, la nuova soluzione prevede la realizzazione di una struttura portante in acciaio, così da eliminare la possibilità di marcescenza che si è creata.
La collaborazione e l'interlocuzione con le Amministrazioni dei Comuni interessati (Comabbio e Ternate in primis, ma anche Vergiate, Varano Borghi e Mercallo) è stata costante e proficua, così da accelerare l'iter amministrativo autorizzativo. Tramite un appalto, secondo quanto previsto dalla normativa legata ai lavori pubblici, è in fase di selezione l'impresa che eseguirà i lavori e presto si potrà procedere all'apertura del cantiere e alla realizzazione dell'opera. II cronoprogramma lavori prevede l'esecuzione dei lavori nei primi mesi del 2023 in modo da garantire la fruibilità della passerella nella stagione estiva 2023.
Toponimi di Biandronno
BIANDRONNO - Biandronno: m. 261; kmq 8.37; abitanti 3.100 - Comune della provincia di Varese situato 14 km a ovest del capoluogo, lungo la sponda sud-ovest del Lago di Varese.
Il nome del comune è attestato fin dall'anno 828 come Blandaronno o Blanderonno. L'origine del toponimo Biandronno, in dialetto Biandròn, è quasi sicuramente da far risalire all'antroponimo celtico Blandiro, attestato in una iscrizione a Como (cfr. anche Biandrate -NO-). Il suffisso -onno, molto diffuso nei toponimi lombardi, è forse una alterazione del derivato onomastico -onis/-one (cfr. Castronno -VA-, Saronno -MI-).
1) Baserga: vecchio e originario nucleo di case di Biandronno, situato circa 500 metri a nord dalla piazza cittadina. Ora la località è attraversata dalla strada provinciale. Il nome è da far risalire al termine dialettale basèlga "basilica" (più spesso utilizzato nell'accezione di "edicola","cella" o "piccolo oratorio") con rotacismo per arrivare alla forma attestata.
Busto Grande - 170 anni fa
capitolo terzo 3)
<< Una delle più impudenti aggressioni avveniva in un caffè a Busto Arsizio, paese a venti miglia da Milano, nella sera del 13 novembre ultimo decorso, per fatto di Cassani Carlo, surnomato Zifolin, di Giuseppe e Maria Colombo, d'anni 22, di Busto Arsizio, tessitore, celibe cattolico; e di Ferrazzi Pietro Paolo, surnomato Cardanin, di Carlo Giuseppe e Senalda Maria, d'anni 30, di Busto Arsizio, tessitore, celibe, cattolico, sedicente disertore dell'I. R. Reggimento fanti Arciduca Alberto, e condannato fuggitivo dalla fortezza di Pizzighettone.
<< Era il caffè ancora aperto ed animato da diversi avventori, quando vi entrarono baldanzosamente i suindicati due individui con stili e pistole, spargendo la loro comparsa l'universale costernazione, perchè noti aggressori di strada, e già da tempo il terrore e l'esecrazione di quelle contrade per prepotenze e ribalderie di ogni sorta. Nè l'ignominiosa loro fama si smentì nemmeno in questa circostanza, giacchè essi misero a soqquadro tutto il caffè; onde tolto il passo e la parola agli avventori, sotto pena della vita, e percossi taluni dei medesimi, posto in fuga il caffettiere, ed in mortali angoscie la di lui moglie, col tentare fra le imprecazioni di atterrare l'uscio della stanza che la rinchiudeva, sforzato e vuotato il cassetto del banco di denaro ed argenteria, e con minaccie costretti alcuni degli stessi avventori a prestar persino mano nell'impresa del bottino ed a vegliare di fuori. Dopo ciò i due malvagi al sopravve- nire della forza riuscirono a sottrarsi colla fuga, venendo gravemente ferito da colpo di stilo uno dei gendarmi accorsi per fermarli.
« I loro passi però essendo segnati dall'abbominio generale, non rimasero a lungo celati, scoprendosi che si erano rifugiati nel Canton Ticino, e colà per sospetti arrestati sotto falso nome; mentre il processo contro di loro incamminato, li mostrava legalmente indiziati an che di altri delitti, cioè di omicidio, rapina, pubblica violenza mediante minacce, e vari ferimenti seguìti nel corso di quest'anno, non che già condannati per furto.
<< Fatte note le scelleratezze di costoro al Governo Svizzero, il medesimo ne accordava la estradizione, e nel giorno 13 corrente vennero poi essi tradotti dinanzi al Giudizio Militare Statario in Busto Arsizio, ivi riunitosi appositamente, il qual Giudizio, all'appoggio di esuberante prova testimoniale, li dichiarò colpevoli del suddetto delitto di rapina, e del possesso d'armi, ed in base all'art. 35 di guerra ed al Proclama 10 marzo pp. di S. E. il signor FeldMaresciallo Conte Radetzky, li condannò alla pena di morte colla forca, oltre all'indennizzo verso i danneggiati, seguendone anche l'esecuzio ne alle dodici meridiane dello stesso giorno ».
Così il manifesto affisso << ai luoghi soliti » per informare la popolazione, che accorse sul Prato di San Mi- chele, intorno alle forche, su tribune improvvisate con carri ed attrezzi di ogni genere
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09 Dicembre 2023 - sabato - sett. 49/343
redigio.it/rvg100/rvg-49-343.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Il bar e' aperto il 08 09 10 dicembre
Il bar e'aperto il 30/31 dicemb re
il bar e' aperto il 06 07 gennaio
Il bar e' aperto il 27 28 gennaio
il bar e' aperto il 10 11 febbraio
Il bar e' aperto il 24 25 febbraio
Come un buon vino
Invecchiando si migliora. È quanto emerge da uno studio pubblicato dal «Journal of Personality and Social Psychology» che dimostra come la disponibilità, tratto fondamentale della personalità definito come la capacità di essere accoglienti, generosi e di dare aiuto, tende ad aumentare costantemente nell'età adulta. In particolare tra i 30 e i 40 anni, periodo in cui, mediamente, le persone si trovano a occuparsi dei figli e sviluppano le capacità necessarie per accudirli. Anche la consapevolezza di sé, definita come la capacità di essere propositivi, darsi regole e pianificare il futuro, così come una maggiore stabilità emotiva e una consapevolezza delle proprie possibilità, sono tratti fondamentali della personalità che crescono con il passare degli anni.
Toponimi di Biandronno
2) Cascina del Barbucci: località sita tra la frazione di Cassinetta Rizzone e il comune di Travedona-Monate in una zona pianeggiante lungo un piccolo scoscendimento del terreno. È curioso notare come quest'area non abbia mai ospitato una cascina, ma fosse costituita da semplici terreni coltivati di proprietà della famiglia Lucchini, soprannominata Barbuc.
3) Cascina Giulia: località nota anche come Canööf (v. Travedona-Monate n. 14). Questa zona, poco a nord rispetto alla Cassinetta sulla direttiva che porta a Bregano, era caratterizzata da una cascina che oggi è ristrutturata e ospita un centro residenziale.
Tradizioni culinarie di Crema
La treccia d'oro e i suoi ingredienti. - amaretti polverizzati e cannella: trasferito il composto nella tortiera imburrata, si metterà il dolce per mezz'ora in forno medio, spolverandolo di zucchero al velo una volta freddo e gustandolo non senza stappare un gioioso moscato, anche di tipo tranquillo. Per concludere in bellezza la rassegna di dolci tentazioni cremasche, ecco i tipici "graffioni", italianizzazione del nome dialettale di "gran fignon", prodotti oggi  artigianalmente in tutta la provincia di Cremona: tondi, dolcissimi, inebrianti cioccolatini bitorzoluti che racchiudono ciliegie marasche incamiciate in un guscio di zucchero riempito di maraschino e coperto di cioccolato. I graffioni, detti localmente "gran fignon".
El cunili in cereghin
Invidaa, me trovava vòtt dì fà a on bell pranzett in cà de dònna Pia. Serom vòtt e, tra i alter, gh'era là come òmm de famiglia e de legria on cusin de la sciora, el car pittor Cleriz, poeu di popòl e el scior dottor.
Gran sfogg de fior, tapèe, specc, berlinghitt, parolinn, bei ridad e ròbba bònna e, confessi, ho mangiaa cont apetitt mei di alter, fasend a la padròna tutt i me compliment a ogni portada, vuna pussee del'altra prelibada.
Ven che el pittor (e serom a la frutta) el me fà: «Che 'l scusa sa? L'ha mangiaa assee? Se mai gh'è on piatt de bòna pasta sutta, me par, già pronta. Vera Pia?» E lee: «Ma per Bacco, no el faga compliment, l'è in cà de amis! Ma duu, se lu el se sent.»
Mi resti lì de stucch, come interdett, ma poeu respondi: «Donna Pia, la scherza... Forse perché son staaa on poo indiscrett? ò la voreva che andas in terza?»
E, tra el sorpres el mezz mortificaa, l'ho trada in rid coi alter invidaa.
Ma replica el pittor: «Forse, neh, Pia, el preferis duu oeuv in cereghin...".
«Va ben.», rispond la sciora; e la và via. Sont li muff quand, de lì a on momentin me vedi a presentà, ma faa a dover, nient de men che quattr'oeuv faa al butter.
Me senti offes e intant che se òsa di: «Ma giò, ma giò, ghe stan!» salti sù in pè e protesti: «Signora, questa chi l'è nò creanza. Famm on scherz. Perché? Mi i rispetti tutti, ma, per Dio, gh'ho diritt al rispetto loro anch'io!»>
Eli fo per andamen via. «Ma nò»,
el fà el pittor, «ma i mangiom anca nun!>> Difatti in quella vegnen denter dò servett con sett piattei, vun per ciascun, sett piattei cont i oeuv in cereghin... De bell noeuv resti lì come on cretin....
Stem a sentì: no eren che di mezz mognagh de qui al sciròpp, poggiaa a dover su on lett de lattemel faa bell cavezz e cont ai bòrd a fa l'òr del butter de la cannella. Ma eren preparaa inscì ben de ingannà anca quel ch' i ha faa.
Fatto stà che a la fin, dòpo dò scus che m'ha faa quel birbon de quel pittor, e mi a la sciora, el fatt el s'è conclus cont on bell para d'or de bon umor. Mi rideva, ma quei... a pù non pòss... E quei car popòl peu?... A s'scioppa gòss.
La goccia che fa traboccare il vaso
In psicologia è nota da tempo una sindrome detta del <<burnout>> (esaurimento), con cui si indica una progressiva perdita di idealismo, energia, motivazione e interesse legata alle condizioni di lavoro, che caratterizza gli operatori impegnati soprattutto nelle professioni di aiuto, cioè a contatto continuo o prolungato con pazienti in situazioni di particolare urgenza o gravità (ad esempio, malati terminali). Questa progressiva "usura" psicologica può risultare in una crisi improvvisa che ha come conseguenza un vero e proprio esaurimento nervoso. <<D'altra parte», dice Sergio Della Sala, neurologo all'Università di Aberdeen, «è risaputo che determinati eventi stressanti possono avere conseguenze letali sulla vita degli individui. È noto, per esempio, che sposi di che decedono, hanno una più alta probabilità di persone decedere loro stessi. Gli stress possono essere di vario tipo, sia naturali (come esami, divorzi, supervisione di parenti con malattie croniche...) che patologici (come la depressione, o credenze pessimistiche circa il proprio futuro), in ogni caso - come dimostra anche la ricerca sullo stress indotto in laboratorio - hanno effetto sul sistema immunitario, diminuendone l'efficacia e inducendo una riduzione delle risposte di difesa dell'organismo. Da cui la reazione a catena, catastrofica, di una malattia dopo l'altra, di un guaio dopo l'altro, di un evento negativo dopo l'altro.>>
CUCINA BUSTOCCA
Ci sembra inutile soffermarci a discutere sull'originalità o meno della cucina bustocca: è molto più pratico prendere atto dell'esistenza di alcuni piatti particolari, cui i Bustocchi sono affezionati, tanto che i vecchi, ancora oggi, ne trasmettono le ricette ai giovani. Non si parla, nei ricettari dei tempi passati, di aperitivi, antipasti, desserts. Il buon pasto è composto di un piatto unico, accompa gnato da pane o polenta e da un bicchiere di vino nostrano: è il pasto delle grandi occasioni, che sono davvero speciali, anche a tavola.
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10 Dicembre 2023 - Domenica - sett. 49/344
redigio.it/rvg100/rvg-49-344.mp3 - Te la racconto io la giornata
redigio.it/rvg100/box-63-insalata.mp4 - Insalata di verdure con aringa e aringata
redigio.it/rvg100/box-62-villaggio.mp4 - Gli arredi di Natale al villaggio 2023
Notizia dal Villaggio
Vorrei ricordare che e'  utile visionare il contratto pe r il "referente del Ludico" per l'approvazione.
Toponimi di Biandronno
4) Cassinetta Rizzone: località quasi 5 km a sud del centro abitato, al confine con il comune di Ternate. Non abbiamo registrato alcuna forma dialettale per il toponimo. È l'unica frazione del comune. Questa località ospita oggi la sede italiana della famosa azienda di elettrodomestici Whirlpool (un tempo Ignis): per questa presenza ormai decennale il territorio della Cassinetta si è sviluppato sia demograficamente che urbanisticamente tanto da superare come numero di abitanti il resto del comune di Biandronno. Cassinetta è toponimo frequentissimo anche con varie oscillazioni (cfr. Cascinetta, località di Gallarate -VA-) e deriva dal termine dialettale lombardo cassina "cascina" che designa un "gruppo di case per famiglie di contadini". Lo specifico Rizzone, aggiunto nel Novecento per distinguere il toponimo da altri simili, è scarsamente utilizzato dagli abitanti della zona. L'etimologia non è ben definita: due possono essere le ipotesi. La prima è che il nome faccia riferimento ad un vecchio proprietario che poteva avere un soprannome del tipo Rizzit o simili (v. Comabbio n. 5 e Osmate n. 17). Altra possibilità interpretativa può essere ricercata nel termine dialettale rizàda "boccia di pietra", materiale con il quale era costituito il pavimento della prima originaria cascina sorta in questa località.
Il lavoro dei milanesi 2)
M: Ma non siamo certo gli unici ad andare in  giro per il mondo senza conoscere quello che c'è appena fuori casa nostra... Tant, disen, hinn chi voltaa el canton, e femm semper in temp a vedei... ma poi questo tempo non lo si trova mai. Noi ambrosiani siamo però effettivamente un po' esagerati al contrario: là dove tutti quelli che hanno delle belle cose se ne vantano, le magnificano, noi le nostre o non le conosciamo proprio o non diamo loro importanza, quasi che a dill parariss vorè mettess a fa concorrenza cont i città che gh'hann la fama di essere più attrattive.
C: Bisogna però anca dì che se pensom pocch ai noster bei robb, riessom semper a tirà foeura quaicoss ch'el fa parlà de nun e che diventa una nuova attrattiva, come, ad esempio, l'aperitivo, che non l'abbiamo certo inventato noi, ma sembra proprio che sia davvero nato a Milano, non tanto come prodotto, ma come una specie di rito, un modo di vivere certi momenti del tempo libero che poi si è diffuso in tutto il mondo.
M: È davvero un'idea geniale quella di mettere insieme giovani e meno giovani, a cavall di sett or sera, a bere appunto l'aperitivo, magari con un ricco contorno di stuzzichini. È una moda cominciata negli anni Ottanta, accompagnata da una famosa pubblicità - la "Milano da bere" - e si è poi diffusa ovunque, anche in modi talvolta esagerati, ma tutt sommaa l'ha vorsu di trovass in compagnia di amis, quasi a sostituire i bar e le osterie di un tempo, e anche questo è un qualcosa che ci fa riconoscere, specie quando l'aperitivo che si beve è quello ormai iconico, colore rosso vivo, inventato a Milano oltre 150 anni fa.
C: Quaidun el s'impieniva del buffé, tanto da sostituire la cena... Comunque, adesso non ci sono più i bar di un tempo, i cinema sono quasi tutti spariti e la vita di giovin parche comincia a mezzanott: chioschi e locali sono aperti tutta la notte e alle prime ore dell'alba i nottambuli si mescolano coi mattinieri. Cosa facciano durante la notte l'è minga ciar... Ma di certo la città è, purtroppo, diventata più aggressiva, dilaga un generale degrado nei rapporti umani, favorito anche dalle tante diversità.
M: Ma il tempo libero l'è minga domà quell che se passa de nott! Anzi, fosse per me, quello dovrebbe essere tempo occupato, dal sonno. Perché, di norma, al mattino presto ci si dovrebbe muovere non per tornare a casa ma per andare al lavoro o a scuola.
C: Il fatto è che, anche nel tempo libero, i milanesi hinn minga bon de stà senza fà nagott! Non siamo proprio tagliati per la vita contemplativa, abbiamo bisogno di avere sempre qualcosa da fare: l'orto (ora perlopiù sul balcone o sul terrazzo), i lavori di casa, attività più impegnative come sostituirsi al falegname, all'idraulico, al meccanico ma anche alla sarta... A anche l'aperitivo assomiglia a queste attività, perché viene talvolta preso come un momento dove se pò trovass cont quaidun ch'el poda vess util al propi lavorà.
CAZOEULA
La cazoeula è un piatto tipicamente - e necessariamente invernale: solo in questa stagione, infatti, è possibile avere le verze "vernenche", color ruggine, e la carne del maiale, acquistato d'estate per l'ingrasso. In un grosso tegame, si fa rosolare col burro un trito di cipolla, sedano e carota, unitamente alla carne di maiale (costine, cotenne, tempia, pescioeu e codino), insaporita.
A parte, vengono scottate le verze, in modo che lasciano l'acqua che contengono, dopo di che sono fatte scolare.
Quando la carne è quasi cotta, le si uniscono le verze, che hanno modo di amalgamarsi, assorbendo il condimento.
La cazoeula viene solitamente accompagnata dal pane e da un vino robusto. Per i Bustocchi è obbligatorio il 17 gennaio, giorno di S. Antonio abate (S. Antoni dul purscèl).
Altri piatti forti della cucina nostrana sono la rüstisciana e lo stuà in conscia.
La prima è un insieme di lonza di maiale e salsiccia, aggiunte ad una base di cipolle e pomodori, cotti tanto a lungo da ridursi in poltiglia.
Il secondo era il piatto generalmente preparato per le feste di fidanzamento. Grossi pezzi di coppa di manzo venivano lasciati in infusione con aromi e vino per due giorni, poi si facevano rosolare con burro e pancetta e si procedeva quindi alla cottura, per circa tre ore, a fuoco lento, bagnando la carne con lo stesso vino utilizzato per l'infusione. Poco prima della completa cottura del manzo si aggiungevano le patate (i famosi pundatèra quarantén).
Alla fine di ogni pasto un po' consistente, i nostri vecchi prendevano una buona tazza di brodo col vino, ben caldo: prima di arricciare il naso, proviamo a riflettere sul fatto che non c'è un migliore aiuto per una difficile digestione.
Potremmo parlare ancora di risòtu e lüganiga, lèsu, insalati, oeui, cunili, pulaster e carni da caval, pulpèti, büsèca e osbüsi...
Ma, mancanza di tempo e parte, l'attenzione si sposterebbe sulla raffinata e non sempre genuina cucina del Bustocco d'oggi, piuttosto che concentrarsi sulla frugale mensa di un tempo, quando il pasto era troppo spesso costituito da poca polenta. insaporita con qualche "nagutén".
M: Se l'è per quest, gh'è gent che la catta foeura i loeugh per anda in vacanza in funzione delle persone che si possono incontrare, e ci sono posti che sono diventati una specie di succursale, estiva o invernale, di Milano, in Riviera, Versilia, Val d'Aosta, per minga di de Milano Marittima, che addirittura de Milan l'ha ciappaa el nom.
C: Adess i famili che stan via tri mes d'estaa, semper in del medesim post, gh'hinn pu, ma era quasi una seconda vita, quella d'estate, perolopiù in campagna o al lago. Ora è dif-icile trovare luoghi e ambienti dove si riesce a distinguere da dove viene la gente, ma  anche in questo, bene o male, credo che i milanesi abbiano sempre qualcosa che li contraddistingue, facendoli notare.
Dolce luna di miele
Quando gli sposi se ne vanno, se ci riescono, senza farsi notare per iniziare la luna di miele, ripetono in parte e probabilmente senza saperlo un'usanza barbara dei secoi passati. A quei tempi, un giovane, solitamente aiutatod al suo testimone, si prendeva una moglie a forza, nascondendola e respingendo il tentativo di chiunque di portargliela via. In seguito, dopo aver convinto la donna che egli era un marito perfetto, la coppia usciva dal nascondiglio e il giovane cercava di placare la famiglia della sposa con un'offerta di doni. Oggi la sposa è una compagna consenziente in questa fuga, destinata a evitare gli scherzi che spesso infastidiscono la partenza degli sposi. L'usanza della luna di miele ebbe inizio presso gli antichi Teutoni che vivevano nello Jutland, nel Nord Europa, finché non migrarono a sud nel II secolo a.C. Per un mese lunare dopo le nozze gli sposi celebravano la loro unione bevendo idromele, una bevanda alcolica ottenuta dal miele. Questa festa divenne nota come «luna di miele» e in seguito l'espressione si riferì all'abitudine degli sposi di fare un viaggio immediatamente dopo il matrimonio. In alcuni casi essa indica più genericamente le prime settimane successive alle nozze, in cui si suppone che i novelli sposi vadano particolarmente d'amore e d'accordo.
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lib390-Settimana-50

 
RVG settimana 50
 
Radio-video-giornale del Villaggio
Settimana-50 del 2023
 
 
RVG-50 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 50       2023-12-11 -  Dicembre - Calendario - la settimana
lunedi        11/12 - 50/345
martedi        12/12 - 50-346
mercoledi        13/12 - 50-347
giovedi        14/12 - 50-348
venerdi        15/12 - 50-349
sabato        16/12 - 50-350
domenica       17/12 - 50-351
11 Dicembre 2023 - lunedi - sett. 50/345
redigio.it/rvg100/rvg-50-345.mp3 - Te la racconto io la giornata
 
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-004.mp3 -  qualche parola sull'accatastamento (secondo me)
redigio.it/rvg100/rvg-005.mp3 - La festa degli auguriall 8 dicembre 2023 in Villaggio
Albero di Natale
L'albero di Natale . La scelta ecologica. Le feste stanno per arrivare e come ogni anno si ripete il dilemma: meglio un Abete vero oppure artificiale. Il primo. è sicuramente da preferire se si vuole salvaguardare l'ambiente
Il dubbio. avete già scelto l'albero di Natale?. Il dubbio più grande vede l'albero vero contrapposto a quello artificiale è la scelta più ecologica è senz'altro la prima . Gli alberi finiti, infatti, sono molto spesso realizzati in politene più e PVC, materiali non biodegradabili e per la produzione di un albero di medie dimensioni si consumano circa 20 kg di petrolio e vengono rilasciati nell'atmosfera 23 kg di anidride carbonica. Il quadro viene completato dall'inquinamento generato dei lunghi trasporti, visto che gli alberi artificiali sono importati molto spesso da paesi asiatici, e dal fatto che impiegano due secoli prima di biodegradarsi e senza dubbio questa è una scelta da evitare
Un mito da sfatare. Per quanto riguarda gli alberi di Natale veri bisogna in primo luogo sfatare un mito:  il loro acquisto non favorisce il disboscamento, come si tende a pensare, dal momento che questi vengono appositamente coltivati. Se dotati di radici, gli alberi veri possono essere ripiantati dopo le feste o invasati per essere utilizzati negli anni successivi. Come accertarsi che l'abete sia davvero ecologico? Verificare la presenza di un certificato che specifichi anche il nome del produttore e il territorio di provenienza: scegliere abeti che arrivano da luoghi quanto più possibile vicini, così da limitare l'inquinamento causato dal trasporto e da essere sicuri che si tratta di specie autoctone adatte al nostro clima. Oppure scegliere scegliere alberi in affitto, facilmente reperibili in Internet. La scelta di un albero di Natale vero e certificato rappresenta quindi una soluzione pienamente green e dona alla casa profumi e un'atmosfera davvero magica
Notizie di RVG (Radio-Video-Giornale)
Viaggio nel tempo
Nudisti rapinati - (27 agosto 1933) - Indagando intorno ai misteriosi e continui furti di oggetti personali e di costumi da bagno che si verificano da qualche tempo al Parco dei naturisti milanesi, in località Torrazza presso Trenno, i carabinieri della Cagnola hanno identificato e denunciato alla Procura del Re tre individui del luogo che avevano avuto rapporti con uno dei ladri.
Un mondo che svanisce nella scighera
"Offellee fa l'to mestee», sembra un niente ma c'é un mondo di andate e ritorni a rimpiattino in questa frase tra pensiero, azione, figura reale e metafora. <<Pasticciere fai il tuo lavoro», quello che cioè sai fare e nient'altro. Dal particolare (l'offellee) all'universale. Ma sotto, se scavi, trovi l'origine (l'offellee è un antico biscotto lombardo); è la scaltrezza del transito popolare dall'esempio alla regola.
In realtà dobbiamo partire dal principio che i dialetti non sono rimasugli di una lingua, ma, al contrario, hanno subito un'invasione dell'italiano, che ci voleva sì, per carità, ma che ha finito per mortificarli. L'egemonia toscana voluta da Manzoni ci ha fatti diventare nazione (l'intuizione è già dantesca), però si è presa in cambio l'istinto, trasformandolo in ragione, con buona pace per Francesco Cherubini che nell'Ottocento aveva già scritto un vocabolario <<Milanese-Italiano».
Di milanesi che conoscono il milanese oggi ce n'è pochi. Alcuni lo ciabattano, altri non san più cosa significhi. Pensate soltanto a «pirla», qualcosa che gira e non ha appoggi, citato persino da Gadda; o, già che siamo in argomento, a «ciola» (o ciula), cioè cazzone, che discende direttamente dai testicoli latini (colea) e, addirittura, per analogia dal greco kion (colonnetta), simboleggia il fallo.
Abbiamo perso espressioni che rappresentano una storia. Di una contadina che si acconciava il capo per una festa si diceva «fa sabet» (fa sabato); del calmarsi, del riflettere «ciapa ora» (prendere aria), gònfiati cioè come i pesci che vengono a galla (e che devi catturare). «Te set andaa a scaula de giovedì», cioè non fai un bel niente, perché sotto il fascismo di giovedì non c'era scuola.
E poi <<bauscia» per bavoso, perché se uno ciarla e riciarla sputa saliva. O «fa na got» (fai una goccia, poco) per fannullone, o anche «barlafuss» che, siccome non mangi mai, sei troppo debole per essere affidabile. Il milanese, come altri dialetti, costruisce una lingua a mo' di sintesi simbolica, cosa che l'italiano può più raramente ottimizzare, perché ogni regione ha i suoi singoli simboli. Che dire poi di quel meraviglioso tiremm innanz di Amatore Sciesa, lì, mentre va al patibolo con il cuore lacerato tra l'amore per la moglie e quello per la Patria? <<Tiremm innanz» non è «tiriamo avanti»: è un canto, una prosodia al tramonto di un mondo che svanisce nella scighera, nella nebbia.
La bicicletta
BICI-FREE - Vorrei ricordare che bici free, cioè le biciclette libere, quelle e si tratta di quel progetto che ha combinato nel duemila e ventitré, prelevando biciclette prelevandole dalla discarica o donazioni dei soci di biciclette ormai già malandate e destinate alla discarica che le ho suscitate e rimesse in pista per il servizio.  - Comodissimo, nel senso che è stato costoso, olto ma molto poco, iusto i materiali. - Ed è stato anche apprezzato. - Però, come ho detto in una serata ufficiale, era fine luglio del Duemila e ventitré in fornace in occasione di una serata pubblica che non volevo più interessarmi dopo aver finito la stagione. - Ebbene, la stagione è finita, tutto è stato rimesso a posto e ricollocato in un deposito. Alcune sono ancora in funzione per la funzione, per la loro funzione invernale e il progetto è finito. Ma quando il progetto è finito significa che ho cominciato dall'inizio e sono stato in grado e capace di inventarlo, mantenerlo e portarlo fino in fondo. - Il progetto. - Questo non significa che l'anno prossimo c'è ancora questo progetto non c'è più. - Quindi radio Fornace non ha più nulla a che vedere con le biciclette. - Ognuno deve arrangiarsi in proprio. - Oppure Oppure oppure non lo so. - Una cosa che però può essere facilissima è che qualcuno prenda il posto di radio Fornace per questo progetto. - Il lavoro è solo di banalissima manutenzione. - Praticamente non so se è il dieci percento dello sforzo che ho fatto io l'anno scorso. - Dieci percento. - Non occorre di più. - Sono sicuro che ci sarà qualcuno che adotterà per il Duemila e ventiquattro queste biciclette per un decimo dello sforzo e per mantenere l'ottimo servizio. - I volontari, i volontari. Ci siete? Avanti, fatevi sotto.
Toponimi di Cadrezzate
2) Barnée: toponimo di difficile localizzazione odierna e registrato nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860. Il nome potrebbe derivare dalla forma lunga e stretta del terreno che richiama la forma del bernàsc, paletta di ferro utilizzata per raccogliere la cenere nel camino o focolare. Bernàsc deriva dal latino pruna "carbone ardente" più il suffisso -aceu(m) (cfr. località Bernàs a Cernobbio -CO-) . Ha maggior pertinenza fonetica, però, l'etimologia che porta alle voce latina prunetum "insieme di prugni".
3) Belvedere: località che un tempo presentava una cascina, mentre oggi l'area è occupata da una grande casa famigliare. Il Belvedere è situato sul Mööt e divide la Motta dalla Cascina Castello. Dal Belvedere si può avere la visione completa della zona che da Cadrezzate porta ad Ispra, sul Lago Maggiore: da qui il suo nome.
Adesso vado da qualche altra parte. 
Non mi sono mai dimenticarsi che, in Italia, seguitiamo a portare a portarci dietro le rivalità dei comuni e del Medioevo, che, quando capitava, si buttavano addosso l'olio bollente dalle mura delle loro città. Che magari stavano a un tiro di schioppo tra loro, e anche oggi basta e anche nel girare l'angolo per trovarsi qualcuno che ti vede, se non come nemico,  quantomeno con occhio diffidente... E questo vale particolarmente per noi milanesi, che bene o male per tutto quello che ci portiamo dietro siamo da un lato meritevoli di rispetto, ma dall'altro facciamo nascere una certa dose di invidia e l'invidia, si sa, non è il frutto di ammirazione e un cattivo sentimento. C'è però da dire che se ci troviamo fuori dall'Italia, le cose cambiano. Capita spesso infatti di trovare in giro per il mondo italiani che alla domanda. Da dove venite? Rispondo da Milano anche se, In realtà, abitano lontano chilometri da qui,.. Vuole dire che se ne rendono ben conto che la nostra città, all'estero, , ha un'immagine che vale e non per le tante belle cose che rendono famosa l'Italia, Ma proprio per la qualità dei milanesi.
 
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12 Dicembre 2023 - Martedi' - sett. 50/346
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Nessuna notizia dal Villaggio
Radio-Fornace
  1. Radio fornace richiede ai villeggianti e non, se possibile avere disponibilita' di televisori vecchi da portare in discarica.
  2. Servono (forse) per il Ludico 2024. Indispensabile la porta USB e telecomando
Stella di Natale
Buone feste con la stella immancabile nel periodo di Natale, passate le feste, il rischio è di vederla perdere vigore di giorno in giorno. Per mantenere sana e bella la stella di Natale, euforbia pulcherrimma, basterebbe poco a parte che non ama il caldo, quando comincia a perdere le foglie, va potata lasciando rametti di 10 15 cm. Poi la si rinvasa in con il contenitore poco più grande del primo. e dopo un periodo di riposo in casa, a primavera si riporta fuori, all'ombra. Annaffiata adeguatamente, tornerà a Natale con le sue belle foglie rosse
Cosa preparo oggi
I bruscitt bustòcch - Nee Gina, te me mai faa i bruscitt bustòcch. Te se nanca cos'inn? Te i insegni mi. Fatt dà dal Nino becchee 'n press a pòcch de mezz chilo de polpa e fala inscì (se intend polpa magrissima de boeu). Te la taiet giò gròssa mè i fasoeu, te ghe gionted scigolla a tocchelitt on fesin d'ai, de laur on tre foeuj, mezz'etto de panscetta a quadretitt e in marmitta mettela giò a moeui quatada de vin ross. Dagh 'na rugada e trala in d'on canton per 'na giornada.
El dì adree in cassiroeula de misura te i mettet sù a coeus cont òli oliva butter bondant, tuscòss a frece e con cura te ghe fe sugà su el vin a fiamma viva. Bagni asee de acqua e dagh el savorin con somenz de fenocc ligaa in d'on pezzorin.
Messedi, quattei sù e fai coeus lemm lemm. Se vegnen succ tragh dent on mezz biccer de vin bon e nò acqua. E vaa che insemm ghe voeur on polentin còtt a dover. E ti te 'l settgiamò, che per primm piatt mi vorarò mangià polenta e latt.
Il piacere del te'
La salute a tavola . Il piacere del tè . E infusi alla plastica .
Nella stagione fredda fa piacere e fa anche bene sorbire nella giornata. dopo i pasti oppure la sera prima di coricarsi una bevanda calda. Le bustine del tè o delle tisane sono comode ed economiche: non devi utilizzare il colino per rimuovere le foglioline scure, danno risultati rapidi. Negli ultimi anni i produttori hanno progressivamente migliorato le caratteristiche delle confezioni per garantire al meglio compatibilità ambientale e salubrità . Tuttavia anche questo è un mercato e per distinguersi non è sufficiente, come sarebbe logico, curare la qualità della materia prima , ma è necessario badare anche agli aspetti estetici. Come, ad esempio, alla forma del filtro
Ecco allora i filtri eleganti, a forma di piramide che, chissà perché, sono riservati ai prodotti di gamma e prezzi elevati. C'è però ma:i questi filtri sono generalmente realizzati con un materiale che imita la seta, mentre la realtà sono di plastica. Una ricerca effettuata ha rilevato che durante l'infusione nell'acqua molto calda miliardi di microparticelle di plastica si staccano dal filtro e si disperdono nella bevanda. Aattualmente non sappiamo se questo materiale, che per le sue dimensioni può entrare all'interno delle cellule,  e possono avere effetti dannosi oppure no. Gli autori dello studio ricordano però che una iniziale valutazione di tossicità acuta su organismi animali invertebrati ha dimostrato che l'esposizione alle particelle rilasciate dai sacchetti di tè causa alterazioni dello sviluppo e comportamento anomali dose dipendenti .
Scegliete le bustine di carta o, meglio, gli ovetti di acciaio riempiti di foglie come i veri intenditori
Busto Grande - 170 anni fa
Capitolo terzo B
Ma ritorniamo al nostro argomento.
La dura lezione della Cassa di Risparmio, che i bustocchi accolgono a sangue freddo, reca ancora più dure condizioni. La Cassa potrebbe tentare - in via provvisoria, se proprio i bustocchi ci tengono, ma a questi patti: locali gratuiti « nei quali la Cassa potesse essere convenientemente e sicuramente collocata »; mobili gratuiti; personale, consistente in un agente un cassiere ed un contabile, tutto gratuito. Superiore sorveglianza confidata all'I. R. Commissario Distrettuale e, per ultimo, il Comune « deve assumere la piena responsabilità delle perdite derivabili da questo esercizio durante il periodo di esperimento ».
La Deputazione non fece una piega, portò la faccenda in Consiglio e questo approvò alla unanimità, il 29 settembre 1856.
Erano brutti anni. Carestia nel '52; colera con 78 morti su 96 colpiti, e disordini l'aumento del pane, nel '53; colera con 131 morti su 221 colpiti, e sciopero dei tessitori << pacifico e in via legale » scrive il Ferra- rio, nel '54. Aggiungi la chiusura del confine per i moti di Milano e il grave maggior rischio per i contrabbandieri, e una polizia vigile, perseverante, cocciuta; e la peronospora che fa le prime apparizioni sui nostri bei vigneti, quelli celebrati dal Porta.
A chi sarebbe mai passato per la testa di impuntarsi per aprire la filiale della Cassa di Risparmio? Ma De- putazione e Consiglio (« puaètti ma gnücchi »>, dice un proverbio bustocco) furono concordi nell'accettare le condizioni.
I locali furono presto preparati al primo piano del Palazzo Cicogna, aperti sullo scalone, dove oggi siede il presidente del Tribunale. Ciò nonostante la Commissione di Milano ci pensò su ancora ...due anni! Ma, finalmente, col 28 maggio la Cassa Filiale cominciò a funzionare << in via provvisoria per due anni, da renersi poi stabile quando l'esperienza ne provi l'utilità ». Apertura ogni venerdì dalle 10 alle 2 per ricevere i depositi; ogni lunedì alla medesima ora per i rimborsi.
Intanto continuano le inchieste, le epidemie, le perquisizioni, gli arresti.
Ad esempio:
< 1853, 26 marzo. La I. R. Intendenza della Finanza interessa » l'I. R. Commissariato a voler porgere informazioni in linea morale e di finanza nonchè sullo stato economico di Gola Giovanni e Gola Maria, padre e figlia, di Busto Arsizio...
<< 1853, 22 aprile. - La Deputazione risponde: Gola Giovanni e Gola Maria detti Zelana padre e figlia sono individui miserabili, che quantunque siano di buona condotta morale, pure sono talvolta costretti a dedicarsi al contrabbando per guadagnarsi un tozzo di pane mancando di attitudine al lavoro di tessitore usitato nel paese. Detta Maria Gola non ha ancora raggiunto li quindici anni. Non si conosce punto che alcuni di essi padre e figlia si occupi di vendita abusiva di tabacco...
<< 1853, 21 agosto. Sentenza. Per parte dell'I. R. Intendenza di Finanza in Milano... ecc., contro Gola Maria, sarta, domiciliata in Busto Arsizio... ecc., si dichiara: è colpevole siccome autrice della duplice grave contravvenzione di Finanza mediante illegale acquisto ed omessa legittimazione di centesimi 44 di Tabacco estero da fumo e da naso. Viene condannata ecc... ad una multa corrispondente al quadruplo dell'imposta efficiente il detto genere ad un importo di austriache lire 22.52, ed inoltre: al risarcimento delle spese processuali ammontanti a austriache lire 3.45. Qualora la multa non potesse in tutto o in parte essere realizzata in modo legale sulla sostanza e sui redditi di Maria Gola, le si infliggerà l'arresto semplice supplettorio di giorni uno... ecc. ecc.
< 1854, 8 febbraio. Gola Maria, figlia di Giovanni, trovasi affetta da febbre intermittente quotidiana... ecc. Dott. Angelo Lualdi, medico condotto >>.
Questa è la storia di Gola Maria, sarta, ragazzina non ancora quindicenne, ammalata di malaria, costretta al contrabbando di 44 centesimi di tabacco per procurarsi il pane.
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13 Dicembre 2023 - Mercoledi' - sett. 50/347
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Nessuna notizia dal Villaggio
A proposito di infusi.
I più efficaci per rinforzare le difese immunitarie, prevenire superare il raffreddore, tosse e influenza, e sono le tisane, dette anche infusi, a base di timo, eucalipto e sambuco, da dolcificare a piacere con il miele. Il timo infatti proprietà antisettiche, l'eucalipto è antinfiammatorio e decongestionante delle vie respiratorie, mentre il sambuco riduce il catarro e le infezioni batteriche. Sarà il modo per essere in forma per le festività, i salute e senza nasi Rossi
Toponimi di Cadrezzate
4) Bösch di Ströligh: piccola zona boschiva che si incontra a est del paese in direzione Brebbia. Questo bosco è detto Ströligh, letteralmente "astrologo", che era il termine utilizzato dai locali per designare gli zingari (l'astrologia messa in relazione con la cartomanzia praticata in alcuni casi dalle donne zingare). Gli abitanti del luogo più anziani ricordano che già da inizio Novecento gruppi di nomadi si insediavano per brevi periodi in questo bosco ed erano un elemento di forte disturbo e di timore per la comunità, poiché additati come rapitori e mangiatori di bambini.
5) Canèe: zona detta anche Canét. Nel toponimo scorgiamo la presenza del suffisso -etum di collettivo frequente nei toponimi che hanno come base il nome di una pianta o vegetale  . Questo sito costeggia il Lago di Monate ed è limitrofo al Piaggiolo. Il nome si rifà inequivocabilmente alle canne, ancora oggi abbondanti e rigogliose, che spuntano dalle rive del lago. La località è rinomata, perché è un importante sito archeologico ove sono ubicati resti di palafitte che testimoniano antichissimi insediamenti preistorici. Busto Grande - 170 anni fa
capitolo terzo b2
La Deputazione si sforza, sì, di scagionare i rei, di stornare i sospetti, di impietosire i reggitori della I. R. Intendenza, ma senza grande risultato: perchè la Finanza è astuta e tenace e perchè, d'altra parte, con le fabbriche chiuse, la campagna arida, le vigne devastate, i bustocchi sono più astuti e tenaci della Finanza stessa, nel fare la spola con le bricolle e nel beffarsi dei finanzieri che vengono chiamati « burlandocchi », sorta di grossi bachi da seta simili a quei grumi informi che si trovano nella minestra dei poveri, detta « burlanda », e che volentieri si sputerebbero fuori.
Le carte della Polizia piovono pertanto ogni giorno sui tavoli della Deputazione, alla ricerca di notizie, e non risparmiano nessuno. Si vuol sapere se vi sono << cittadini proclivi a delinquere in linea finanziaria » e la Deputazione si affanna a rispondere.
« Alessandro Candiani, manganatore: nessuna eccezione emerge sulla sua condotta...; Giovanna Tosi: è una donna di buona condotta... possidente... che versa in condizioni economiche favorevoli; Fagnani Alessandro, tessitore: è un giovane di condotta incensurabile;
Pietro Albini, caffettiere: non consta che si dedichi a defraudazioni in danno della Finanza essendo, il nomi nato, capitalista abbastanza ragguardevole... ».
Per qualcuno, non potendone fare a meno, si cerca di impietosire gli inquisitori:
<< Bonizzoni Felice... è figlio di famiglia miserabilissima composta di otto persone...; Roncaglioni Carlo... figlio di una miserabile famiglia di cinque persone...; Crespi Giovan Maria detto Pinela... appartiene a una casa di quattro persone che versa nella più ingente miseria... >>.
Per altri ancora non c'è scampo che nel sottolineare la scarsità del guadagno: « Turconi Rodolfo, contadino della cascina Rabolina si dedica a fare il contrabbandiere asportando tabacco di estera fabbricazione dalla cui unica professione ritrae scarsi mezzi di sussistenza...; Croci Luigi detto Regüzzel, autore di grave contravvenzione di finanza mediante omessa legittimazione di libbre daziarie sette e centesimi 25 di tabacco da fumo stato rinvenuto nella sua abitazione, il 10 aprile 1854, non si occupa ad altro esercizio se non ad asportare tabacco dalla Svizzera, da cui ritrae i suoi scarsi mezzi di sussistenza... ».
Ci sono infine altri per i quali la Deputazione fa la voce dura e sottolinea che si tratta di « distinti malviventi facili a gozzovigliare ed a darsi alla ubriachezza specialmente nei giorni festivi »; nomi noti, purtroppo, per allora e per gli avvenimenti successivi: il «< Rossin», il «Zirill », il «Reguzzel», un «Cassani Giovanni Ziffolin », il « Macchinin », il « Muto del Mania » e altri < contadini, soliti gozzovigliare nei giorni festivi, associarsi a pessimi soggetti, dediti alle risse e turbatori della pubblica tranquillità, senza rispetto per qualsiasi autorità e capaci di opporsi anche alla pubblica forza, ubriacandosi e girovagando fino ad ora tardissima per la borgata »>.
Ma erano proprio tutti così i nostri nonni bustocchi?
Forse, la Cassa di Risparmio pensava di sì, e non lo nascondeva troppo; la Deputazione era certamente di parere contrario. Ci voleva dunque la prova, anche se richiesta e ottenuta a condizioni onerose, per dimostrare a « quelli di Milano » che si sapeva anche,, e sopratutto, lavorare e risparmiare.
E, cantare:
Evviva Noè,
se l'ha piantà la vigna,
lé sègn ch'el vèn al gh'èe...
E la prova venne.
Presentazione di Busto Arsizio 2/2
Storia della nostra Città in... cento righe
Sotto il dominio sforzesco Busto Arsizio ha un periodo di splendori. Il Rinascimento penetra anche nel borgo: sorge un umanista e poeta, Gian Alberto Bossi, che vive nella corte di Lodovico il Moro, in amicizia e consuetudine con gli spiriti magni » del suo tempo, come Leonardo da Vinci, ed ha nel luogo natio una larga sequela di uomini colti, che formano una pubblica biblioteca in cui raccolgono codici e incunaboli, che fanno sorgere una scuola di grammatica per i fanciulli bustesi, che inalzano il meraviglioso tempio di S. Maria di Piazza in cui la classicità della scuola di Bramante si disposa alla fantasiosa leggerezza dell'arte comacina di Tommaseo Rodari da Maroggia. Pittori come Pietro, Giovanni Antonio e Raf- faele Crespi, miniaturisti come Francesco Crespi de Roberti, scultori come Agostino Busti detto il Bambaia, il famoso autore della tomba di Gastone di Foix, illustrano il nome di Busto Arsizio e lasciano opere di grido. È una primavera di grazie e di sorrisi che finisce troppo presto con lo scatenarsi delle lotte tra Francia e Spagna, che gettano il ducato di Milano nell'orrore e nei danni di lunghe guerre, le quali stremano e immiseriscono le popolazioni.
Ma anche sotto l'estenuante dominio spagnolo Busto Arsizio fiorisce nei commerci delle tele di cotone che esporta fin nella Turchia. La peste gravissima nel 1630 porta un grave colpo anche a quest'industria e succedono anni di lento declino. Il borgo sulla fine del Quattrocento era stato elevato a contea e dato a Galeazzo Visconti ambasciatore di Lodovico il Moro presso gli Svizzeri e il re di Francia. Essendosi interrotta la discendenza del conte con la morte del figlio Luigi senza prole, il feudo tornò alla Camera ducale e venne acquistato dalla famiglia Marliani che lo tenne fino alla seconda metà del Settecento in cui, attraverso vari passaggi e liti, giunse alla famiglia Gambarana. La meteora napoleonica, portando in Italia le idee della rivoluzione francese, spazzò via i feudatari, che furono tutti inferiori al loro compito. Ma anche negli anni del maggior decadimento Busto Arsizio partecipa alla vita intellettuale milanese con Biagio Bellotti che riempie di affreschi la splendida basilica di S. Giovanni ricostruita nei primi anni del Seicento sui disegni del Richini, con Giuseppe Bossi, poeta e pittore, che è con l'Appiani uno dei migliori rappresentanti del neoclassicismo italiano, con Stefano Bonsignore esponente della politica ecclesiastica di Napoleone; come nei primi anni del Seicento aveva brillato per il pennello immortale di Daniele Crespi.
Durante la stessa epoca napoleonica, attraverso le difficoltà imposte dal blocco continentale, l'industria cotoniera bustese da artigianato si trasforma in concentramento capitalistico moderno, preparando sotto l'ultimo periodo di governo dell'Austria nel Lombardo-Veneto le condizioni per il grande sviluppo tecnico ed economico che doveva avvenire intorno al 1880 col nuovo Regno d'Italia.
Da allora in poi, malgrado ricorrenti crisi, gli sviluppi di Busto Arsizio sono stati paralleli agli sviluppi dell'industria cotoniera che non solo riuscì a svincolare l'Italia dalla soggezione dell'Inghilterra, ma a portare su tutti i mercati del mondo i tessuti bustesi, seguendo per lo più le vie dell'emigrazione italiana e conquistando con paziente tenacia i mercati. Attualmente Busto Arsizio è una città di quasi cinquantamila abitanti. Ha bei palazzi, edifici pubblici notevoli, ottime strade e un numero grandioso di stabilimenti che direttamente o indirettamente si collegano alla produzione dei tessuti di cotone. È collegata da due linee ferroviarie (Ferrovia dello Stato e Ferrovia Nord Milano), da una linea tramviaria (Milano - Gallarate Cassano Magnago Lonate Pozzolo) e dall'autostrada Milano-Lago Maggiore. Ha tre parrocchie, delle quali due sono prevosture: S. Giovanni poi è anche sede di Vicario Foraneo. La popolazione è straordinariamente attiva, operosa, di costumi patriarcali, di cuore generoso. Queste doti la fannno spiccare nella grande famiglia lombarda come un elemento econo mico e morale di notevole valore.
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14 Dicembre 2023 - Giovedi' - sett. 50/348
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I soliti sospetti per Natale
Vediamo in dettaglio cosa contengono i dolci natalizi considerando anche l'apporto calorico giornaliero raccomandato attenzione al : panettone, al panettone con cioccolato fondente, al pandoro, al torrone classico alle mandorle, marron glasse' e limoncello
 
De magnalibus urbis Mediolani di Bonvesin de la Storie di Milano (1288) - ripa di Porta Ticinese
Una copia del libro, ritrovata a Madrid nel 1894, ha permesso di conoscere nel dettaglio la città e i costumi dei Milanesi tra la fine del Comune e l'inizio della Signoria.
Bonvesin era un doctor in grammatica, appartenente al terzo ordine degli Umiliati, una confraternita laica molto attiva nel campo ospedaliero e assistenziale. Viveva in ripa di Porta Ticinese.
Il libro, pur se a volte encomiastico, è ricchissimo di informazioni ricavate personalmente.
Eccone alcune:
"Non si ha notizia di nessuna città al mondo che sia tanto ricca di sorgenti di così elevata qualità; in città si contano 6000 fontane". "Gli usci che si aprono sulle pubbliche vie sono circa 12500". "Le porte principali, in numero di 6, sono quanto mai salde". "I nativi della città sono di volto allegro e molto amichevoli. Indossano vesti eleganti, sono molto generosi nello spendere".
"Vi sono 10 ospedali per i malati poveri. Il principale è l'ospedale del Brolo fondato nel 1145 da Goffredo da Bussero; in esso si sono contati più di 500 malati, e tutti ricevevano il vitto a spese del'ospedale".
"Il calcolo completo della popolazione arriverà a circa 200000, visto che in città si consumano ogni giorno 1200 moggi di grano". "Si contano 120 esperti di diritto civile e canonico, 1.500 notai, 600 messi del comune, 6 trombettieri principali, 28 medici esperti, 150 chirurghi, & professori di grammatica, 14 insegnanti di canto ambrosiano, 70 maestri elementari, 40 copisti di libri, 10000 ecclesiastici, più di 1000 tavernieri, 440 macellai, 150 locandieri, 80 maniscalchi". "Sembrerà incredibile ma nel contado, quando la vendemmia è buona, vengono messi in botte più di 600000 carri di vino all'anno". "Due sono i difetti peculiari di questa città: la mancanza di concordia fra i cittadini e la mancanza di un porto".
Busto Grande - 170 anni fa
capitolo terzo
Bastano sedici mesi di esperimento per dare ai bustocchi la rivincita. La Deputazione scrive con arguzia:
<< I motivi per cui la prelodata Commissione centrale non aveva creduto di poter prescindere dall'espe rimento erano fondati sul dubbio, corroborato d'altronde dalla esperienza fatta colla filiale di Chiari, che ad onta dell'abbondante elemento economico mancasse il morale, vuolsi dire la volontà degli operai che forma la maggior parte di queste popolazioni, ad approfittare della provvida istituzione. Ormai però sono decorsi sedici mesi di esercizio e frammezzo alle insorte difficoltà di ogni genere, cambiamento della moneta, sospensione di ricevimenti, movimenti politici, disgrazie campestri, la nostra Cassa di Risparmio trionfa ed il capitale versato dai depositanti, diffalcate anche le restituzioni fatte, è a tutt'oggi del complessivo rilevante importo di Fiorini 103 mila, sopra libretti n. 739.
<< In faccia a cotali risultati, che la Commissione Centrale vorrà riconoscere assai soddisfacenti, vuol cre- dere la scrivente Deputazione che spariranno i timori sull'avvenire di questo Istituto il quale ha preso tale sviluppo e promette di continuare questo suo moto ascendente in guisa da potere, quand'anche perdurassero tempi e circostanze sfavorevoli, vivere da sè senz'essere del benchè minimo aggravio alla Casa Madre... >>.
La Commissione mangiò amaro e fece ricorso ai patti < non credendo di declinare dal prescritto termine di esperimento » ma ormai era fatta: aveva dovuto rimangiarsi quei poco delicati apprezzamenti sui bustocchi.
Per giudicare dell'entità del risparmio bustese si pensi che un fiorino valeva allora dieci lire e la paga media di un operaio era di una lira al giorno. Pertanto, i 103.000 fiorini corrisponderebbero a un milione di lire di allora. Se poi raffrontiamo il valore medio della paga a quella media di oggi, dobbiamo convenire che la cifra dei depositi bustesi di poco più di un anno di gestione della Cassa di Risparmio, può essere parificata ad un equivalente notevole di lire odierne distribuito in poco più di settecento libretti e per una popolazione di 12.000 anime.
Per avere una idea della gravità della crisi economica in corso in quegli anni basterebbe leggere la lettera che il tiporafo Croci di Gallarate, che da oltre cinquanta anni stampa tutti i manifesti bustesi, scrive alla Deputazione, rammaricandosi di non essere più in grado di stampare perchè manca perfino la carta date le annate cattive >.
La bici, una scelta guardando il futuro
Nell’ultimo anno l’amministrazione comunale di Legnano ha investito molto sulla mobilità dolce e sulle piste ciclabili, intercettando una serie di fondi e riversandoli su Legnano per cercare di cambiare il volto di una città che per forza di cose nella prima metà del secolo scorso era stata immaginata a misura di automobile. La rivoluzione ha radici ormai lontane. Già disegnando la nuova piazza San Magno, vent’anni fa, l’allora sindaco Maurizio Cozzi aveva sposato una filosofia che poi si sarebbe imposta in tutte le principali città europee. Le macchine dovevano stare lontano dal centro, così che piazze e strade potessero essere restituite alla gente.
Dalla nuova piazza l’esperimento si è poi allargato fino a via XXV Aprile, da ultimo anche al primo tratto di via Venegoni. I progetti che l’amministrazione Radice ha messo in cantiere ad esempio in piazza del Popolo, puntano tutti nella stessa direzione: restituire alla città una misura d’uomo, così da permettere a ciclisti e pedoni (anche disabili) di caminare senza il timore di essere investiti da un momento all’altro. Il progetto della Cicolopolitana che nelle ultime settimane ha iniziato a prendere corpo è l’esempio più evidente di questa rivoluzione: se l’attravesamento pedonale sul Sempione poteva essere scambiato per una più classica "isola salvapedoni” e la "casa avanzata” di via Canazza è stata notata da pochi (se non altro perché non sono molti quelli che frequentano il quartiere sui Ronchi), l’attraversamento di largo Tosi con le sue fasce rosse è evidente a tutti. La rivoluzione sta avanzando metro dopo metro, con una spesa di circa 170mila euro il Comune di Legnano sta finalmente mettendo in rete tutti i tratti di pista ciclabile che erano stati realizzati nel corso degli anni e che erano rimasti isolati l’uno dall’altro, rendendo di fatto impercorribile l’idea di spostarsi a Legnano in sicurezza sulle due ruote. Ma mentre crescono le infrastrutture diventa sempre più necessario lavorare per cambiare la mentalità dei legnanesi: un lavoro che deve iniziare nelle scuole, e che non si annuncia semplice perché è ricco di implicazioni sociologiche e culturali. Negli anni Sessata del secolo scorso l’automobile è diventata sinonimo di benessere, sessant’anni dopo bisognerebbe riuscire a far passare il messaggio opposto: ora che siamo tutti più o meno benestanti per stare bene bisogna tornare alla bicicletta: un mezzo ecologico, economico, salutare. Il concetto è stato ribadito anche nel corso della tavola rotonda tra i sindaci che si è svolta domenica 2 ottobre al Castello di Legnano, mentre le società sportive erano impegnate nella punzonatura in vista della 103a edizione della Coppa Bernocchi. In un futuro ormai prossimo le biciclette potrebbero essere utilizzate anche per spostarsi da un comune all’altro, e perfino quando il meteo non è ottimale. Basta crederci.
 
 
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15 Dicembre 2023 - Venerdi' - sett. 50/349
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Nessuna notizia dal Villaggio
Cosa preparo oggi
El ragu' per la pasta - Se fà tostà al butter on scigolon cont on poo de caròtol e on piantin de zeller bianch tridaa puttost bel fin giontandegh dent insemma del giambon, se nò on toch de panscetta a quadrettin. Tostaa che l'è se gionta in proporzion polpa magra de manz, mei se scamon, passada al tridatutt quell mezzanin.
Stemperada la carne, se bagna ma abondant de vin ross e, sugaa che l'è, se mett de la salza ò tomates fresch ben nett e ben tridaa e la se rangia intant de saal, de spezieria e infin, quattada la se fa coeus ben ben, ma pian pianin. Se g'ha alora la bagna, el ragotin, per spaghett, taiadei e pastizzada.
Toponimi di Cadrezzate
28) Quadro del Morone: il toponimo è composto da due nomi. Il primo probabilmente fa riferimento o alla forma del campo o ad una unità di misura di estensione (cfr. Quadro località di Casteggio -PV)Il secondo è riconducibile alla voce dialettale morón "gelso" (cfr. Morona e Morone località presso Casteggio-PV-).
29) Rondegato: piccola area che si estende per pochi metri a ridosso della Baraggiola. Possiamo abbozzare soltanto delle ipotesi per questo nome. I locali infatti conoscono questa zona come Rundégal, di etimologia dubbia. E' ipotizzabile una derivazione dal termine dialettale rónden "rondine" 'per la presenza del volatile nella bella stagione.
30) Rossino: (v. Cadrezzate n. 18).
31) Sabbione: in dialetto Sabiùn. È, con molta probabilità, una piccola zona creatasi passaggio del fiume Acquanegra o con lo scorrere di altri rigagnoli minori che al fiume confluiscono. Queste zone erano caratterizzate da un terreno sabbioso e ciotoloso non adatto alla coltivazione.
Villaggio turistico 1/1
« Benvenuti al nostro villaggio turistico, dove il divertimento e il relax sono di casa! Ehi ehi EHI! QUALCUNO HA DETTO PER CASO CHE IL BUFFET DI BENVENUTO ERA APERTO??? » - (Direttore di un Villaggio turistico accoglie i nuovi arrivi)
Direttore di un Villaggio Turistico in evidente astinenza da denaro contante.
Si definisce villaggio turistico quel genere di struttura di detenzione coercitiva utilizzata d'estate per ospitare nuclei familiari con figli piccoli o adolescenti illusi di trascorrere dalle 2 alle 4 settimane di spensierata villeggiatura. In un villaggio turistico è facile incappare in creature petulanti ed ossessive che lo hanno eletto a loro habitat naturale: gli animatori. Ne caratterizzeremo i comportamenti e le tipologie in seguito; per ora basti sapere che in genere in codesti luoghi si perde la verginità, si ritrova il perduto ardore sessuale e si fanno colossali figure di merda in seguito alle attività ricreative svolte, come ci insegnano i cinepanettoni.[citazione necessaria]
Tipico villaggio turistico in località marittima. - Elencheremo qui di seguito le principali tipologie di villaggi turistici esistenti al mondo. Si differenziano l'uno dall'altro per capienza, posizionamento geografico e qualità dell'intrattenimento/livello della sorveglianza detentiva[1].
Villaggi turistici in Africa - Le grandi compagnie che organizzano viaggi della tipologia Tutto compreso si sono chieste varie volte perché sprecare un tesoro paesaggistico e naturalistico come l'Africa, sebbene, come tutti sappiamo, sia vessata da alcune terribili piaghe, come le malattie veneree, l'AIDS e i negri. La risposta a queste domande è stata ovviamente per nessun motivo al Mondo. Si è quindi scelto di lucrare impunemente sulla povertà delle genti africane, sfruttando il loro territorio per accogliere turisti grassi e obesi, viziati e presuntuosi. A questi turisti spesso è precluso di visitare liberamente l'entroterra dato che è concreto il rischio di contrarre malattie virali e/o di rimanere coinvolti in uno scontro a fuoco tra guerriglieri; e poi tutti quei poveri fanno passare la voglia di spendere migliaia di euro fra ristoranti e negozietti offerti dalla direzione. Tra gli intrattenimenti offerti da queste strutture vi sono anche grandiosi tour naturalistici e/o safari nella savana africana, in cui i turisti provocano volutamente un branco di leonesse cercando di farsi mangiare, oppure vanno in visita presso le tribù di nativi locali, ad esempio i Masai, che li accolgono con l'ospitalità caratteristica del luogo e di chi sta morendo di fame e di sete:
- Turista: “Salve! Salve a tutti! Salve a te, buon uomo rinsecchito e smunto!”
- Uomo Masai: “Catturu da ctu! Da ctu! Catturu!”
- Turista: “Sì sì, grazie del benvenuto! Cara, dagli una caramella...”
Tradotta in italiano la frase del Masai significa più o meno Ti prego dammi dell'acqua! Ti prego! richiesta che comunque qualsiasi persona che non sia un turista capirebbe al volo semplicemente guardandosi intorno[2]. Per i villaggi sufficientemente vicini ai turisti è concesso di visitare le Cascate Vittoria, spesso producendo tanti rifiuti quanto l'intero stato di Lussemburgo che suscitano l'odio di tutta la popolazione locale.
La perdita dell’archivio della memoria
La fotografia è, in modo assoluto, un fenomeno sociale, e la condivisione è l’atto che ne determina l’esistenza in quanto tale.
L’archivio Storico della Memoria
Tutti noi, fin da ragazzini, abbiamo avuto tra le mani una macchinetta fotografica, inizialmente di basso costo, che è stata fedele compagna delle nostre scampagnate e vacanze. Lo scopo era di generare quei ricordi, sia di famiglia che del gruppo di amici che intorno a noi circolavano, per mantenerne memoria nel futuro, immagini custodite all’interno di album fotografici dove venivano appiccicate quelle stampe che meritavano di essere tramandate, album che venivano sempre riesumati nelle occasioni di incontro o di festeggiamento, ma che sempre erano lì, presenti ed immediatamente disponibili, pronti a garantire la loro funzione sociale.
La Diluizione dell’Archivio della Memoria
Poi, crescendo, ci siamo dotati di macchine fotografiche leggermente più elaborate, e siamo passati attraverso la grande rivoluzione della diapositiva che ha dato nuovi contenuti al momento della socializzazione. Nelle serate di incontro con gli amici le immagini erano ben visibili per tutti, in grande formato, grazie alla forza del proiettore che ne permetteva la fruizione immediata e diretta senza doversi accalcare in pochi alla volta per poter sbirciare su un piccolo album.
Inoltre la stampa delle immagini, sia per questioni di costo che per la disponibilità fisica di una diapositiva già direttamente visibile, si era nettamente ridotta …
purtroppo il difetto era che, volta per volta, occorreva organizzare tecnicamente la serata preparando il proiettore, i caricatori con la giusta sequenza delle immagini etc. Si stava così perdendo quella immediatezza nell’estrarre un album dal cassetto e, in un secondo, essere pronti a sfogliare il passato. La rapida socializzazione ha cominciato a rallentare.
La "Liberazione"delle Immagini
Oggi la fotografia è ancora più universalmente diffusa, e sempre più diventa fenomeno sociale, grazie alla rivoluzione digitale che premette di scattare migliaia di immagini senza doverne sopportare il peso economico legato ai costi di sviluppo e di stampa :
le nostre immagini si sono ‘liberate’ dai vincoli economici e questo ha scatenato un grande proliferare di scatti. Tale situazione si è ulteriormente estesa a macchia d’olio con il successivo sviluppo dei telefoni cellulari con ‘ capacità ‘ fotografica incorporata, tanto che anche le piccole macchinette a formato tascabile sono praticamente scomparse dalla scena.
Grazie ai cellulari ogni individuo possiede oggi una libertà di azione immediata e senza peso, e quindi può scattare immagini a profusione, in qualsiasi occasione e condizione, inclusi i malefici ‘selfie‘ che devono documentare non il posto (a futura memoria) ma il fatto che proprio tu eri presente in quel posto.
La Dispersione dell’Archivio della Memoria  Oggi le nostre immagini digitali giacciono nelle grandi capacità di memoria dei nostri computer dove vengono di fatto abbandonate e dimenticate, anche perché l’unico atto di socializzazione si è ormai limitato alla diffusione attraverso le reti dei vari social, diffusione legata alla immediatezza nel tempo e poi dimenticata anche all’interno di tale archivio …
La funzione sociale originaria di poter ‘sfogliare‘ insieme i ricordi, di fatto, è andata completamente perduta : nel grande ed attuale frastuono del ‘tutto è visibile e tutto è sempre disponibile‘ il tutto viene presto dimenticato e disperso.
 
 
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16 Dicembre 2023 - sabato - sett. 50/350
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Notizia dal Villaggio
Storielle
ATTRAZIONI FISICHE - L'occhio attira l'amore. (Proverbio toscano)
Il proverbio succitato vuol dire che in un ritrovo di persone, in una festa di ballo o al teatro, sempre l'occhio si ferma sulla donna amata. Ma vi son anche, diamine, altre attrazioni, altre leggi fisiche. V'è per esempio la gravità: forza per la quale tutti i corpi sono attratti verso il centro della terra. V'è per esempio la gravitazione universale: attrazione fra i vari corpi dell'universo. Naturalmente, se il corpo attratto verso il centro della terra è una chicchera di nessun valore, o un piatto da cucina, la gravità è minima; se invece è un prezioso pezzo di porcellana, la gravità inutile dirlo risulta infinitamente maggiore... Poi, giust'appunto, com'ebbe a scrivere Orio Vergani: Pare impossibile: ma anche le lagrime, le care lagrimucce delle ragazze innamorate, che, nelle sere di maggio, sotto i tigli dei viali, piangono di tenerezza e di gelosia tenendo il braccio del loro amore, anche le care lagrimucce che tremano sul ciglio delle ragazze innamorate e scendono lente a rigare le guance, obbediscono, nel loro piccolo, come i pianeti e le comete, alla complicatissima legge della gravitazione universale.
Villaggio turistico 1/2
Villaggi in Egitto - Sottotipo dei villaggi turistici in Africa sono i villaggi in Egitto. Essi si dividono in due tipi fondamentali, ovvero i Villaggi in località marittime ed i Villaggi in località di importanza storico-naturalistica. Ovvero:
Villaggi in località marittime: sono quei villaggi che si trovano lungo le coste del Mar Mediterraneo e permettono ai turisti di visitare città come El Cairo e risalire il Nilo fino a Luxor per poi essere sacrificati al Dio Amon Ra;
Villaggi in località di importanza storico-naturalistica: corrispondono a quei villaggi posizionati nell'entroterra in prossimità di luoghi come le Piramidi, la Valle dei Templi oppure le famigerate fonti del Nilo. Lo scopo principale dei turisti che si recano in codesti posti è quello di rimanere intrappolati in qualche sepolcro oscuro a profondità variabili dell'ordine delle decine di metri o morire in qualche tipo di scalata durante il tentativo di imitare Bear Grylls risalendo le fonti del Nilo.
Villaggi turistici in Asia/Medio Oriente - ‹‹Avvisiamo i gentili ospiti che il tour guidato dell'Indukush è stato rimandato. Alcuni contrattempi di carattere tecnico hanno portato alla morte l'autista del mezzo e alla distruzione del mezzo stesso. Ci scusiamo per il disagio e per farci perdonare stasera offriremo drink alcolici gratis al bar e ottime accompagnatrici al ristorante con caviale e champagne. Buona permanenza!››
Sono quella tipologia di villaggi turistici posizionati in località marittime come Pergamo, Rodi e alcune località pregne di storia nell'attuale Turchia nonché alcuni splendidi scorci di Terra Santa nei pressi della Palestina. In questi villaggi accade che sia vietato ai turisti visitare liberamente l'entroterra della regione in cui esso si trova, dato che vige lo stato di pre-allarme continuamente e sono considerate zone di guerra. Può succedere, ad esempio, che, di sera in un villaggio nei pressi di Acri, un padre possa dire alla sua pargoletta, tenendola in braccio teneramente ed indicando splendide luci in lontananza:
« Guarda, piccola! Guarda che bei fuochi artificiali laggiù! Chissà cosa si festeggia... » - (Turista sotto l'effetto di oppiacei alla sua figlioletta)
Mania religiosa - (10-11 luglio 1879)
All'Ospedale Maggiore, fu ieri condotta una povera donna sui trent'anni, civilmente vestita, la quale, trovandosi al Foro Bonaparte, cacciava grida e commetteva atti da manicomio. Un vigile urbano, benché aiutato da due cittadini, dovette durar fatica per metterla in un "brougham". Giunta all'ospe dale, la poveretta divenne furiosa: essa è colpita da mania religiosa. A quale famiglia appartiene l'infelice?
-Presentazione di Busto Arsizio 1/2
Storia della nostra Città in... cento righe
Nell'« Almanacco delle Famiglie cristiane» edito in lingua italiana a Einsiedeln (Svizzera) nel 1938, la nostra Città è illustrata con la seguente felicissima presentazione che ci piace riprodurre.
Al viaggiatore che dal Sempione discende in Italia, oltrepassate le splendide rive del Lago Maggiore e inoltratosi nella pianura oltre il Ticino, si offre lo spettacolo di una zona in cui l'agricoltura quasi mancante nelle enormi distese di brughiere aride e desolate è soverchiata da una selva di ciminiere e di capannoni di stabilimenti e manifatture. È la ben nota zona fra Gallarate e Legnano, cioè tra i due fiumi del Ticino e dell' Olona, in mezzo ai quali, quasi a eguale distanza, siede la città di Busto Arsizio, detta la Manchester d'Italia per il forte sviluppo della sua industria cotoniera. Una secolare evoluzione ha portato quel centro alla posizione attuale, da lontane ed oscure origini che si perdono nella notte dei tempi e che hanno la loro migliore testimonianza nel nome Bustum indubbiamente roma no, a cui nel medioevo venne aggiunto per tautologia Arsizium o Arsicium con riferimento alla natura del territorio circostante senza acque correnti, arsiccio. Nell'epoca gallo-romana non fu che un posto militare sulla strada che da Mediolanum (Milano) portava oltre le Alpi attraverso il Sempione ; e ritrovamenti di armi in larga quantità nelle vicinanze lo confermano. L'invasione longobarda più tardi vi lasciò la sua traccia nelle due chiese di S. Giovanni Battista e di S. Michele, i santi protettori della loro nazione. Pergamene del secolo XII danno ancora presenti a Busto persone che vivevano secondo la legge longobarda. Verso il mille il locus de Busti è un feudo di una famiglia di Capitani di Milano; ha un castello e comincia a farsi sentire nei contrasti fra il popolo, i feudatari minori e i militi, dalle lotte dei quali doveva poi sorgere il Comune.
A metà del secolo XIII Busto Arsizio diventa borgo: i suoi Capitani non hanno ormai più autorità e vivono a Milano da nobili signori; la popolazione attende ai lavori e ai traffici e forma la Comunità retta da consoli e dal Consiglio di vigilanza, in dipendenza dell'autorità del Comune di Milano che ha sconfitto nelle vicinanze di Busto l'imperatore Federico Barbarossa ed ha spezzato per sempre l'autonomia del Contado del Seprio, di cui faceva parte anche il nostro borgo, consacrando la sua giurisdizione su di esso nella pace di Costanza.
Il castello dei Capitani diventa un elemento della cintura di fortificazioni dell'alto milanese. Quando scoppia la guerra fra la famiglia dei Torriani e quella dei Visconti per la signoria di Milano, Busto parteggia per questi. Nei primi anni del Quattrocento è attaccata da ribelli condottieri dei Visconti ormai duchi di Milano: durante la Repubblica Ambrosiana passa diverse volte dalle mani di Francesco Sforza a quelle della Repubblica. Ma intanto, già con l'ultimo Visconte, il duca Filippo Maria, Busto Arsizio è staccato dal Vicariato del Seprio e costituito a capo della pieve di Olgiate Olona con un proprio podestà.
Questo progresso amministrativo era intimamente legato agli sviluppi demografici ed economici del borgo. La sua popolazione era andata crescendo di numero ed importanza, mercanti bustesi sciamavano a Milano e in altre regioni, esportavano in Germania e nella Svizzera tessuti di lana e di cotone lavorati nel borgo, metalli trafilati, cuoi, spezierie. Fin dal Trecento la filatura e la tessitura erano tra le occupazioni della popolazione bustese e dei monasteri delle Umiliate e in quello delle Agostiniane fondato un secolo dopo.-
 
 
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17  Dicembre 2023 - Domenica - set t. 50/351
redigio.it/rvg100/rvg-50-351.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Cosi' di raccontava
El pover sindic . - I dispiasè comincen la matinna perchè se pioeuv, se fiocca, se fa frecc la colpa de chi l'è, porca martinna? Del sindich, che '1 doveva slargà i tecc!
Se ai can, se sa, ghe scappa de pissà, sont semper mi quell che ghe va de mezz L'è tutta colpa mia, se la città a pocch a pocch, l'è diventada on cess!
O Sant Ambroeus, a tì la te va mej: cont la toa gesa, cont i "oh bej, oh bej Femm cambi: tì te vegnet giò a Milan insemma ai tò romponi de ambrosian, e mi vegni sul tron in mezz al ciel, a cuntà sù i pissad, ma di candel!
Cosa preparo oggi
La zucca al forno - Ma che zuccona! Me l'è gialda! Se te 'n fet? L'è pei conili?» «Pei conili? Inscì bella
e madura, insci carnosa? L'è per mi e per i me che 'n van matt istess de mi. Sta a senti... la svoj, la peli, la tro a fett gròss on dida, ie remondi tutt intorno, ie distendi su la lastra, ie pennelli de butter, ie someni ben de zuccher, ie metti in forno a coeus. Quand in cott ie impiatti in fila ie cospargi anmò de zuccher e ghe voj sù bondant maraschin, ma del miglior.. Bonna calda, bònna fregia, Mi 'n vo matt. L'è 'na bontà. Voeuri fatela sagià.
Villaggio turistico 1/3
Villaggi turistici in luoghi caldi - È la tipologia più diffusa al Mondo. Si possono trovare praticamente in qualsiasi luogo situato nella fascia equatoriale del nostro Pianeta. Si caratterizzano per le splendide spiagge ed il mare cristallino che offrono ai loro ospiti, dotati di ogni confort e di riserve infinite di drink analcolici e alcolici. In Indonesia insieme ai turisti paganti spesso si possono trovare alligatori e Pesci Pene intenti a far banchetto dei più sprovveduti.
Villaggi turistici in luoghi freddi
Nonostante voi crediate di no, ed io non vi biasimo per questo, esistono delle persone che, d'estate, alla corroborante e salutare calura delle spiagge preferiscono il gelo morenico delle valli dell'Antartide o quello ghiacciato delle distese dell'Artico. A queste persone si rivolgono le migliaia di villaggi turistici costruiti all'interno delle due fasce polari o poco lontane da esse in posti come la Groenlandia, la Siberia, l'Alaska, le Isole Svalbard, l'Islanda e nella Terra del Fuoco in America del Sud. A questi turisti viene offerta la possibilità di morire di freddo esplorando le impervie distese selvagge di codesti territori, oppure di morire di rilassamento in una sauna islandese.
Analisi delle tipologie di animatori
   La stessa cosa ma di più: Animatore turistico. - Capo del reparto intrattenimento di un villaggio turistico incazzato perché lo spettacolo conclusivo non è ancora pronto e ha solo un quarto d'ora prima di entrare in scena.
Esamineremo nel dettaglio ciò che sino a questo momento abbiamo volutamente ignorato, ovvero gli Animatori. In un villaggio turistico essi sono fondamentali, dato che ai turisti bisogna dare l'illusione di possedere ancora una certa libertà una volta entrati nelle strutture. Per far questo gli animatori riescono ogni giorno ad inventarsi una minchiata diversa, atta a nebulizzare le gonadi in particelle minuscole, di dimensioni confrontabili con quelle dell'atomo di idrogeno. Ed ecco perché sono stati registrati spesso casi di improvvisi scatti violenti da parte delle persone recluse in questi Villaggi, che prendevano ad urlare frasi sconnesse uccidendo la gente che incontravano con le metodologie più disparate:
« TE LO DO IO IL TIRO CON L'ARCO ZEN! VAFFANCULO TU ED I SETTE KARMA! MUORI! » - (Un tizio folle di rabbia impugnando un arco sul punto di scoccare una freccia)
« HAI ROTTO IL CAZZO TU E I BALLETTI, L'HAI CAPITO??? MUORI...MUOOOORIIII... » - Un altro tizio strangola un povero animatore)
« COME TI PERMETTI DI DIRE CHE HO LA CELLULITE?? COME TI PERMETTI?? » - (Donna incinta che stava facendo acqua gym con un'animatrice che, avendo partorito per la rabbia, pesta l'animatrice con il proprio figlio appena nato)
Indubbiamente questi sono casi limite ma fanno riflettere sullo stress e sulla pressione che sono costretti a subire gli animatori per  contenere i turisti e le loro smanie, essendo loro sfruttati e sottopagati come animali da soma[3].
Suicidio svedese - (29-30 maggio 1879)
Dura consigliatrice la miseria! I vigili urbani trovavano ieri verso le cinque e mezzo, accovacciato presso la porta d'una casa di via Torino, un uomo. Le sue membra tremavano; parevano quelle d'un paralitico. Credendolo colpito da malore, lo rialzarono, e messolo in una pubblica vettura lo condussero all'Ospedale Maggiore, dove  si conobbe che quel dissennato era in preda ad atroci dolori causati da un avvelenamento. «Che cosa avete fatto?»> gli domandarono i medici. Egli confessò tutto: disse che spinto dalla miseria aveva ingoiato tre mazzi di fiammiferi. Fra le carte rivenute gli addosso, si trovò un certificato di buona condotta intestato a nome di Luigi Centini, di anni quaranta, nato e domiciliato in Besozzo, Como! Era il suo.
AA GIUBIANA DUL DÌ SCENEN
L'ultimo giovedì del mese di gennaio è il dì scenen e va festeggiato col risotto cunt'aà luganiga. E dopo il risotto, accompagnato da una buona dose di vino (parché l'é dùu da mandà giù), si dà fuoco alla Giubiana. La gente è stanca dell'inverno uggioso ed aspira alla primavera. Bruciando la Giubiana intende liberarsi, almeno idealmente, del freddo. Tutti sono riuniti in casa, al dì scenen, con parenti o amici.
Il risotto sta alla base della riunione, ma il pretesto è lo spettacolo della Giubiana. Intanto che la massèa, con la padella attaccata alla catena del camino, trusa il risotto col cazü, i ragazzi devono starle attorno armati di randello, in difesa della stessa padella perché, se non si sta attenti, la Giubiana fa dei brutti scherzi: è capace di scendere dal camino e portare via risotto e luganiga. I ragazzi stanno attenti e talvolta, col pretesto di far scappare la Giubiana, qualche legnata in testa se la danno fra di loro. La preparazione della Giubiana richiede per i ragazzi un notevole lavoro. Prima di tutto, bisogna prendere due pali di legno e fissarli in croce con qualche chiodo, poi rivestire il legno con della paglia che viene avvolta con stracci legati bene. Non manca che un cappello e il pagliaccio è pronto da portare in giro per le strade di campagna, al grido di: "Gioeubia! Gioeubia!". Si forma dietro ai pagliacci un corteo schiamazzante di ragazzi e si fa il giro di tutti i cascinali.
I monelli attendono che si faccia buio per dar fuoco alla prima serie di pagliacci, che viene accesa all'uscita degli stabilimenti, per far spaventare... i dònn. La seconda serie si effettua dopu mangià ul scenén ed ha lo scopo di assicurare la buona digestione.
 
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lib391-Settimana-51

 
RVG settimana 51
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-51 del 2023
 
RVG-51 - da  - Radio-Fornace
Settimana 51       2023-18-12 -  Dicembre - Calendario- la settimana
lunedi        18/12 - 51-352 giorno
marrtedi        19/12 - 51-353 giorno
mercoledi        20/12 - 51-354 giorno
giovedi        21/12 - 51-355 giorno
venerdi        22/12 - 51-356 giorno
sabato        23/12 - 51-357 giorno
domenica       24/12 - 51-358 giorno
 
18 Dicembre 2023 - lunedi - sett. 51-352
redigio.it/rvg100/rvg-51-352.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO511-Milano-SanGottardo-02.mp3 - Milano San Gottardo e oltre - burlesche dicerie sui furmagiatt - la chiesa di San Gottardo al Corso -
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-007.mp3 - Una nota personale sulla questione dell'interventi del Ludico sulla musica al bar per feste quasi private
Letterine
Le lettere d'amore muoiono come genere letterario perché non ci sono più caminetti in cui bruciarle
Ma i caminetti adesso son tornati di moda civettuoli piccolini dagli stranissime originali novecentesche forme che però sempre caminetti ci sono e ancora offrono di conseguenza la possibilità di bruciarvi se del caso quante lettere d'amore si vogliano terminato un idillio
La stagione ideale per certe operazioni va da sé che sarebbe la stagione invernale risulta quantomeno accettabile allora il calore del suo caminetto mentre si butta nel fuoco lettere ormai odiate piene di zeppe come sono di "giuro d'amarti fino alla morte" e con simili frasi scritte da individui risultati poi spergiuri
Però a volte purtroppo a bruciare nel caminetto le lettere d'amore non si possono aspettare i primi freddi si eviti a volte ad una febbre
Febbrile e giustificatissima impazienza la bella abbandonata si è abbandonata nel mese di giugno obbedendo a un impulso irresistibile .
Egualmente accende il caminetto rivoli di sudore le scorrono allora lungo le guance rendendolo operazione ancora più irritante che già si sarebbe da prendersi a schiaffi al sol pensiero di aver creduto a tante dichiarazioni inscritto d'amore eterno che invece di eterno alla prova dei fatti
Si è rivelato solo provvisorio e poi anche benissimo darsi che la bella addormentata nel mese di giugno si prende a schiaffi sul serio a causa di zanzare attirate dalla fiamma del caminetto e ancora il più da chi l'ha accesa pensando che la fiamma è anche passione amorosa ed anche la persona che si ama vorrebbe verrebbe la voglia di parafrasare quanto dice un poeta toscano,  credevo che lavoro fosse un bel gioco beh riuscita una fiamma di fuoco
Toponimi di Biandronno
5) Castèl: località nota anche come Castelvetro (presumibilmente derivante da un forma latina castellum veterum "castello vecchio"). È la parte più alta del paese situata di fronte alla piazza cittadina e rivolta a strapiombo sul Lago di Varese, a sud della Chiesa di San  Lorenzo(v. Cadrezzate n. 7).
6) Custèra: cresta che si estende longitudinalmente tra il Laghèt e il comune di Bardello che confina a nord con Biandronno. Questo rialzo del terreno è così denominato nella parte ovest. La parte est invece, verso il lago, è nota come Runchìt. Il nome Custèra è da far risalire al termine costa con l'accezione di "pendio, parte rialzata" con l'aggiunta del suffisso -era.
7) Fornace: in dialetto noto come Furnàas. Costruzione realizzata nei primi anni venti del secolo scorso e che ha rifornito di mattoni e laterizi il comune di Biandronno e i limitrofi fino agli anni '60. Il sito è ubicato a sud della strada comunale che da Biandronno porta al limitrofo comune di Bregano.
Viaggio nel tempo
Fondi di caffè - (19 novembre 1937) - Il Nucleo di polizia tributaria sta concludendo le indagini sul contrabbando che, come abbiamo pubblicato ieri, veniva esercitato da un gruppo di donne del Comasco le quali recavano il caffè a Milano nascondendolo in busti a doppio fondo, indossati sotto le vesti.
A capocchia - (7-8 novembre 1881)
Angelo Giambelli, macchinista, di 25 anni, per motivo che assolutamente egli non vuole confessare, trangugiò ieri una schifosa miscela di lucilina e di capocchie di zolfanelli coll'intenzione di morirne. Ma il bruciore delle viscere gli strappò grida che fecero accorrere i suoi salvatori, i quali, fattogli prima ingoiare un revolsivo, lo affidarono per cure più salutari all'Ospedale Maggiore, dal quale uscirà guarito forse oggi o domani stesso.
I FESTI DA SANT'AMBREUSU
S. Ambrogio annuncia il Natale. Un tempo si incominciava ad attenderlo dopo i Morti: era questione di settimane, poi sarebbe arrivato. Arrivava carico di "pòmm e narànzi". Fin dalla sera della vigilia, in piazza S. Giovanni ed in piazza S. Maria i carrelli dei fruttivendoli, rischiarati da candele col cappuccio di carta velina colorata o, con fiamme di acetilene, si schieravano per l'attacco. Sotto al "lumbrelòn dàa Palàza" mele e arance facevano montagna; i ragazzetti facevano ressa intorno. Le mamme, con la sportina sotto il braccio e con "quàtar palanchèti in màn", aspettavano il loro turno per poter fare acquisti. I ragazzi indicavano loro le mele più rosse, anche se non erano le più saporite, solo perché erano attraenti. Nell'attesa canterellavano: Sant'Antoni al m'ha dèi un pòm Sant'Ambreusu ma l'ha fèi coesi San Libeà ma l'ha peà San Gulùsu ma l'ha mangià... L'ha vanzà ul sciustòn: Ma l'ha butà sul musòn!
"Sant'Ambreuseu al vègn: crumpé, genti, ch'al vègn Sant'Ambreusu: tàl là ch'al vègn!". I ragazzi si guardavano intorno, per vedere se Sant'Ambrogio stesse arrivando sul serio. Questo Santo incuteva molta soggezione, sia per il suo aspetto maestoso e severo, sia per quel frustino che tiene sempre a portata di mano, pronto a lasciarlo cadere sulla schiena dei "malaménti".
Prima di Natale, un tempo come oggi, molte cose dovevano essere messe a posto. Se c'erano dei bronci dovevano sparire, se c'erano delle polemiche dovevano essere interrotte, se c'erano malumori di qual- siasi origine, giustificati o meno, dovevano essere eliminati. Sant'Ambrogio accordava solo due setti- mane di tempo per fare tutto ciò. Egli inoltre non arrivava mai da solo: dietro di lui c'era la Madonna, la festa dell'Immacolata Concezione. Per questo, si parlava di "fèsti da Sant'Ambreusu", per indicare che le feste erano due, inclusa quella della Madonna.
La festa di Sant'Ambrogio si svolgeva prevalentemente al centro della città, nelle piazze di S. Giovanni e di S. Maria; la festa della Madonna si localizzava invece nella zona di S. Michele e precisamente sulla piazzetta della "Madòna da Prà". Se Sant'Ambrogio portava mele e arance, la Madonna portava "i cupèti": la sua era appunto la festa di cupèti, così come era la festa di mur ùsi (fidanzati). Infatti la maggior parte dei fidanzamenti avveniva, in veste ufficiale, durante la festa dell'Immacolata, anche perché i matrimoni venivano generalmente celebrati subito dopo la Pasqua. Se il Regiù era favorevole alla cosa, il fidanzato veniva ammesso in casa alla sera e, naturalmente, per rendere più gradito il suo ingresso, si presentava munito del suo "scartòzu da cupèti"; dovevano essere almeno una dozzina, per accontentare tutte le bocche.
Alla Madona da Prà, erano ben tante le bancarelle che vendevano le coppette, i croccanti, i torroni, i diavolotti, i manecristi e lo zucchero filato. Nel pomeriggio, la piazza non aveva abbastanza spazio per accogliere tutta la folla che vi si accalcava.
Quando faceva scuro, la gente finalmente si diradava; le discussioni interrotte dal calare della sera riprendevano più tardi nelle case, accanto al fuoco, tra un bicchier di vino e un "brancàa da castègn", perché le coppette da sole bastavano appena ad addolcire la bocca.
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19 Dicembre 2023 - Martedi' - sett. 51-353
redigio.it/rvg100/rvg-51-353.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO527-Angera-torba.mp3 - Ad Angera, la torba deve essere sfruttata -
Nessuna notizia dal Villaggio
Radio-Fornace
  1. Radio fornace richiede ai villeggianti e non, se possibile avere disponibilita' di televisori vecchi da portare in discarica.
  2. Servono per il Ludico 2024. Indispensabile la porta USB e telecomando
La bicicletta
Toponimi di Cadrezzate
6) Casa dei Ladri: toponimo non più riconosciuto oggi. È attestato nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860.
7) Cascina Castello: vecchia cascina oggi ristrutturata e abitata situata nel punto più alto del paese, sul poggio detto Motte. Il nome forse indica l'antica presenza di una fortificazione (castèl da latino castellum, derivato di castrum) che sempre veniva costruita nel punto più alto così da garantire protezione e difesa per tutta la popolazione . Non sono rimaste tracce di questa possibile fortificazione.
8) Galletto: antica cascina, ora non più esistente, che forse era situata sulla vecchia strada che da Cadrezzate porta a Osmate. Il nome potrebbe rifarsi alla famiglia Galetto, ancora oggi abitante ad Osmate.
Busto Grande - 170 anni fa
Capitolo quarto
Pare proprio che, verso i primi mesi del 1854, qualcuno si sia preso la briga, in Busto, di rivolgere all'I. R. Direttore della Polizia una domanda diretta a regolarizzare la posizione della Banda, o Società Filarmonica, che non sembrava troppo regolare.
L'I. R. Direzione si rivolge all'I. R. Commissario Distrettuale e questi alla Onorevole Deputazione Comunale che, a sua volta sempre in relazione alla << ossequiata ordinanza » della Polizia, fece chiamare il Capo Banda Giosuè Candiani detto Tuscia, falegname, per sentire come stavano le faccende.
La Filarmonica, approvata a suo tempo con decreto della I. R. Polizia, nell'aprile del 1841, aveva avuto un inizio burrascoso, perchè il 29 novembre dello stesso anno di fondazione un rapporto dell'I. R. Commissario riferiva che << dominava fra i soci la discordia e l'insubordinazione trovandosi fra essi individui irrequieti e di condotta poco plausibile ». Col camminare degli anni, poi, erano avvenuti senza autorizzazione diversi cambiamenti fra il personale della Banda, non si erano rinnovate le pratiche volute dal Piano Organico, e sopratutto, non si era tenuto più nessun conto della autorità del Delegato Politico, presente, per volere dell'Austria, in ogni associazione. Era successo un po' quel che succedeva ogni qual volta le ordinanze e le Patenti Imperiali non erano benvise al pubblico: si dimenticavano e si faceva repubblica a sè. Figuriamoci, pertanto, a Busto, ove tutti, ancora al giorno d'oggi, ci accusano di voler sempre fare repubblica per nostro conto!
Senonchè, morta la Filarmonica e venuto di nuovo al Giosuè Candiani il bernoccolo della musica, bisognò questa volta, far le cose con una certa regola. E gli I. R. funzionari non erano gente da dimenticarsi facilmente del passato. Fu così che l'I. R. Direzione della Polizia rispose che la Società Filarmonica era da ritenersi « sciolta di fatto e di diritto » e che tanto bisognava rifar tutto daccapo, dal Piano Organico o di regolamento, alle fedine dei singoli soci, dalla nomina del direttore a quella del delegato politico, giacchè, diventato << primo deputato » l'antico delegato Carlo Cesare Bossi o Bossetto, come lo si chiamava per soprannome, bisognava « riproporre l'oggetto di far conoscere per l'individuo a cui si potrebbe affidare l'incarico di delegato politico, il quale deve riunire tutti i requisiti d'idoneità, e di nessuna eccezione ».
Non si può certo dire che l'Austria mancasse di vigilanza, persino sui bustocchi.
Successe dunque che, mentre popolazione filarmonici e deputazione credevano ormai di rivedere la loro Banda sfilare per le strade, dietro le processioni, venne giù la doccia fredda della I. R. Polizia, e la Deputazione dovette << in obbedienza al prescritto dal Commissariale attergato 12 andante n. 500 P», comunicare al « Capo della Banda Civica di Busto Arsizio », Giosué Candiani detto Tuscia, « la nota della I. R. Direzione della Polizia 28 marzo 1855 n. 12187 contenente la dichiarazione della prefata Magistratura sulla invocata ricostituzione della Società Filarmonica di questo Capoluogo ». E per sopraggiunta << nel mentre si interessa il sig. Candiani capobanda a voler far conoscere le superiori prescrizioni in argomento ai singoli bandi disti, si dà premura la scrivente Deputazione richiamare specialmente l'attenzione di questo Corpo Filarmonico sulla circonstanza che il medesimo a sensi dei combinati paragrafi 28 e 24 lettera A della Patente 26 novembre 1852 resta sciolto per ora, salvo ad esaurire le opportune pratiche onde la società stessa possa ricostituirsi ex novo ».
Partiti dunque per suonare, i bustocchi filarmonici si trovarono suonati e con la Banda sciolta.
Ma, lo sappiamo, non passò un mese e già la nuova domanda era in corso, il Regolamento Organico pronto e approvato in ogni sua parte, e l'elenco dei filarmonici depositato, in bella calligrafia, negli uffici della Deputazione. I 26 componenti erano: 9 tessitori, 3 pizzicagnoli, 4 macellai, 2 fornai, 2 giornalieri, 2 falegnami, 2 calzolai, 1 sarto, 1 possidente. Vi erano 5 clarinetti, 3 tromboni, 4 trombe, 1 Corno, 1 Flauto, 1 Flicorno, 1 Grossa Cassa, 1 Pistone, 1 Flighelcorno, 1 Bombardino e 1 Bombardone, 2 Tamburini, i Bronzi, i Campanelli e, ultimo in lista e primo nelle sfilate il Porta Bastone, pizzicagnolo Gaspare Comerio.
Quanta sapienza i noster vècc
Un tempo a Milano, di chi scappava impaurito di fronte ad un pericolo, si diceva: "El va come on arian!". Il detto pare abbia origine dalla lotta sostenuta dal vescovo Ambrogio contro i seguaci di Ario, messi in fuga dal suo staffile. Una leggenda narra che la consuetudine di ritrarre Ambrogio con lo staffile è legata alla battaglia dei milanesi, capitanati dal Signore di Milano, Luchino Visconti, contro il cugino Lodrisio il 21 febbraio 1339 e vinta dagli ambrosiani.
La lotta che si combatté sulla neve fu sanguinosa; Luchino era stato catturato e le sue truppe disperse, quando nel cielo apparve la figura di S. Ambrogio a cavallo, armato di uno scudiscio nella destra, col quale colpiva i mercenari di Lodrisio sul viso, volgendoli in fuga! Come dire: "Scherza coi fant, ma lassa sta i sant!".
È tempo di ammazzare il maiale e anche questa è un'occasione in più per ritrovarsi; ai bimbi si poneva questo indovinello:
"Qual'è quell'animal che l'è bon de mort e minga de viv?" (il maiale).
Un proverbio comasco riscatta il simpatico animale accomunandolo al padrone: "Omen e purscej, anca se i è brott, i è bon e bej!" (Uomini e porcelli, anche se son brutti, sono buoni e belli).
Nella città di Teodolinda la luganega de Munscia viene ancora preparata su ordinazione del cliente in diversa quantità e misura.
In questo peana al maiale non poteva mancare la cassoeula, cucinata da mani esperte con "costin, pescitt, salamin de verza e ona quaj codega"... e se qualcuno avesse da obiettare circa l'utilizzo della cotica, ecco pronto un proverbio: "La cassoeula senza codegh e l'insalada senza aj, hinn istess d'ona sposa senza bagaj!"
A Torre de' Picenardi (CR) il salumificio Santini conserva le tra- dizioni: culatello, culaccia, salame con e senza aglio, cotiche con fagiolini, cassoeula, costine, piedini e tutto il quinto quarto del maiale. Una delizia per gli occhi ed un invito "a mett i gamb sotta el tavol".
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20 Dicembre 2023 - Mercoledi' - sett. 51-354
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Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO528-Angera-industrie.mp3 - Angera: distillerie Rossi, le filande  e calce  torba -
Proverbio del giorno
- Folclore
Toponimi di Biandronno
8) Gefe Pagàn: località posta a circa 200 metri di fronte al Nüstrin, caratterizzata dalla presenza di un pozzo nel quale alla fine del XIX secolo Giuseppe Quaglia ha rinvenuto ossa presumibilmente umane che hanno fatto pensare ad un luogo utilizzato in epoca romana per compiere rituali pagani anche legati a sacrifici umani (Chiesa pagana). Forte è quindi il suo collegamento con la località adiacente del Nüstrin.
9) Gesiolo: o Gesiöör, è una piccola cappella a sud del centro del paese sulla strada che dal Montesé porta al Roncato. In dialetto la gésa è la "chies a"  . Il nome della cappella quindi non è altro che il termine generico dialettale con la presenza del suffisso diminutivo -öl, passato ad -ör per il fenomeno del rotacismo. La voce è molto frequente nei microtoponimi lombardi con numerose varianti.
E stata restaurata la Fontana del Mosè.
. E da sempre e da sempre simbolo della vecchia mercallo, la Fontana del Mosè che abbellisce piazza Prandoni. Ringraziamo i volontari che hanno voluto dare una nuova vita con un restauro accurato.
La gioeubia e di tradizione.
Il 23 gennaio del 2023 si è svolta la dodicesima edizione del tradizionale falò dell'aGiobia. E anche quest'anno una giobia ridotta a causa della normativa COVID e la manifestazione purtroppo, si è svolta a porte chiuse,.. Ma l'accensione del falò è stata eseguita in diretta streaming... L'appuntamento per tutti con il consueto falò della Gioeubia 2023 è stato allietato dalla fanfara dei bersaglieri ed è previsto per il 22 gennaio in piazza Balconi. Sperando che nel 2023 ci si possa godere con più serenità e insieme il fuoco che scalda. E questo vale anche per il 2024.
  Busto Grande - 170 anni fa
Capitolo quarto 2)
Diceva dunque il Regolamento:
< La Società Filarmonica viene instituita allo scopo dilettevole ed utile di favorire l'incremento dell'Arte Musicale e per aggiungere decoro e maestà alle funzioni solite tenersi nelle feste di Stato, ecclesiastiche ed altre... >>.
« Il numero dei Soci viene determinato in 30... >>.
« Al Direttore incombe l'obbligo di notificare al Delegato Politico, che la competente autorità troverà di nominare, quelle qualunque mancanze in cui incorresse taluno dei Bandisti per le opportune provvidenze; così pure è dovere del Direttore di notificare al Delegato Politico i soci che da sè si ritirassero dalla Società, come pure di non introdurre nella medesima un nuovo soggetto senza prima farne la relativa proposizione al Delegato Politico da cui verrà implorata l'amissione dal- l'Autorità Superiore >>.
« L'uniforme, a norma del figurino superiormente approvato sarà allestito e mantenuto a spese della Com- pagnia...», ma quì casca l'asino. Escluso d'autorità ogni apparato, daghe, elmi, divise simili a quelle mili- tari, che i nostri bandisti si erano già dovuti strappare dal cuore, era rimasto, a parere dei soci, un solo oggetto in discussione: il cappello.
Che cosa avreste proposto voi, in simile circostanza?
Noi non sappiamo come furono le discussioni, se animate o meno: è certo però che tutti i bandisti si trovarono d'accordo avendo rinunciato oramai a tutto il resto su un imponente « cappello alla Ulana » che deveva far urlare di ammirazione tutte le ragazze del borgo.
Ma era destino che non venisse nemmeno il colbacco. Una nota, in margine al foglio << umiliato alla I. R. Polizia » dice brusco brusco che « non essendo ammissibile la foggia militare in genere è naturale che anche il cappello all'Ulana non può essere permesso ».
E non era finita.
Si volle che tutti gli atti fossero corredati delle « fedine al nome dei singoli individui dei quali si indicherà ben anche lo stato economico e di famiglia e se per avventura l'entrare nella Società possa tornare dannoso alla domestica loro economia »; si fecero riserve sul nome del povero Candiani e lo si sostituì col signor Bernardo Pozzi << uomo intelligente in musica e sotto ogni rapporto più adatto »; si suggerì l'ingegnere Carlo Crespi a delegato politico « persona di una condotta la più commendevole ed egregiamente sentito nel pubblico ».
Dopo questo (gli sbirri austriaci erano più vigili che mai) venne forse il permesso: e la Banda Civica di Busto Grande cominciò la sua storia e si preparò agli immancabili trionfi, compresa la solenne partecipazione al Te Deum con Messa solenne che si teneva ogni anno il 4 ottobre per solennizzare, nella Chiesa Prepositurale, l'onomastico di « Sua Maestà Imperial Regia Apostolica l'Augustissimo Sovrano Nostro Francesco Giu seppe I ». Così diceva la prosa aulica del Commissario Distrettuale. Ed è per questo che - diciamolo fra noi - non fa nessuna meraviglia che nei primi giorni dopo la liberazione dall'Austria, i popolani bustocchi, per mandare uno a fare un mestieruccio mica male volgare, gli dicessero: < và a da vìa ul cessàtu guvèrnu! ».
Quanta sapienza i noster vècc
Ma adesso passiamo ad un altro argomento per rispetto verso coloro che sono a dieta e certe leccornie non possono permettersele... Dicembre è il mese della pioggia, del freddo, della neve ma anche della luce perché con S. Lucia (13 dicembre) le giornate cominciano ad al-ungarsi: "A Santa Lusia el pass d'ona stria!".
Aldo Milanesi scrive che per Santa Lucia i bambini andavano nella stalla a prendere un po' di fieno da mettere sul davanzale della finestra, per dar da mangiare all'asinello che arrivava carico di doni. In casa, invece, si apparecchiava la tavola con la tovaglia più bella e la cocuma del caffè era pronta da offrire alla santa perché almeno, col freddo che faceva, poteva scaldarsi un po' lo stomaco; al mattino seguente, guai se i bambini non trovavano la tazzina sporca di caffè!
Molto amata dai bambini Lucia, protettrice di Siracusa, in molte località lombarde sostituisce Babbo Natale nel portare regali ai più piccini: "Santa Lussia, mamma mia, cun la borsa del papà, Santa Lussia la vegnarà!".
A Cremona, in piazza Cavour, la sera del 12 dicembre, i venditori ambulanti fanno buoni affari vendendo gli ultimi giocattoli ai papà che non hanno avuto il tempo di acquistarli prima.
Offrono anche i famosi giardinèt, un misto di: nisoole, galéte, ciucarooi, zacaréle (nocciole, arachidi, castagne secche e mandorle) unite a noci, prugne e fichi secchi.
Sempre nel cremonese una leggenda racconta che la santa tirerebbe una manciata di sabbia del Po negli occhi di tutti i bambini che trova ancora svegli quando passa con l'asinello a distribuire doni; per paura di incontrarla, i più grandicelli prima di mezzanotte, girano a gruppi per le vie cittadine dando fiato ai loro zufoli per avvertire i più piccini che è tempo di dormire.
Quando entra qualche corpuscolo in un occhio è consigliabile rivolgere alla santa questa supplica: "Santa Luzia fim 'na fora 'sta purcheria!" poiché Lucia oltre che essere la protettrice degli agricoltori è anche invocata nelle malattie degli occhi, come ci fa sapere il detto milanese: "Che Santa Lusia te conserva la vista!" (per la verità riferito a chi mangia con ingordigia, in modo che possa vedere cosa sta divorando).
A Milano Santa Lucia è la patrona dei marmorin (lapicidi) che un tempo avevano la loro sede nella Cascina Camposanto posta dietro il Duomo dove, secondo una leggenda, nacque il famoso risotto alla mi lanese, gloria e vanto di ogni meneghino.
 
 
       **************** fine giornata ************************
 
21 Dicembre 2023 - Giovedi' - sett. 51-355
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Cosa ascoltare oggi
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Dove andare
Toponimi di Biandronno
10) Isola Virginia: detta anche Isulin "isolino". Triangolo di terra che si erge all'interno del * Si pensa che in cima a questa altura fosse collocata una torre di avvistamento romana poi utilizzata e fortificata anche dal Barbarossa. Ciò perché da questa posizione la visuale su tutto il Lago di Varese era perfetta ed era possibile vedere (anche a tutt'oggi) la torre di avvistamento romana più nota e documentata situata nel comune di Velate, paese sulla sponda nord del Lago di Varese. Storico, archeologo e scrittore, autore di numerose scavi nell'area del Lago di Varese. Sulle ricerche compiute si faccia riferimento al libro Dei sepolcri scoperti in 11 comuni del circondario di Varese, Varese 1881. Lago di Varese separato dalla costa da uno stretto canale chiamato Ticinello. L'isola, di circa 0.9 kmq, è ricoperta da una fitta vegetazione composta da salici, querce, ontani neri e canneti. Nell'antichità nota come Isola di San Biagio, venne acquistata nel 1822 dal duca Litta che la volle chiamare come la moglie Camilla. Nel 1878 l'isola cambiò nuovamente proprietario passando nelle mani di Andrea Ponti che subito la ribattezzò come la sua consorte, la marchesa Virginia Ponti Pigna, da cui il nome attuale di Isola Virginia. Dal 1962 l'isola è di proprietà del comune di Varese per gentile concessione del marchese Gian Felice Ponti. Attualmente l'isola ospita un museo dedicato alla famiglia Ponti e un bar-ristorante  0
11) Laghet: piccolo specchio d'acqua all'interno della zona acquitrinosa a nord-ovest del Lago di Varese, creatosi a causa della cava costituita per estrarre il materiale utilizzato per la produzione di mattoni nella fornace a sud del paese.
Comune di Mercallo - sec. XIV - 1757
La località di Mercallo, facente parte della pieve di Angera, venne citata negli statuti delle strade e delle acque del contado di Milano: era tra le comunità che contribuivano alla manutenzione della strada di Rho (Compartizione delle fagie 1346).
Angera e il suo territorio erano antico feudo degli arcivescovi di Milano. Nel 1350 il pontefice Clemente VI investì del feudo Caterina di Bernabò Visconti; nel 1397 Angera divenne contado, a favore di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano. Nel 1404 il feudo di Angera passò ad Alberto Visconti di Castelletto.
Nel 1449 il consiglio generale della comunità di Milano effettuò la vendita della pieve d’Angera, con la sua rocca, i poteri giurisdizionali e una serie di entrate fiscali, al conte Vitaliano Borromeo per lire 12.800 (Casanova 1930).
Nei registri dell’estimo del ducato di Milano del 1558 e nei successivi aggiornamenti del XVIII secolo Mercallo risultava ancora compreso nella medesima pieve (Estimo di Carlo V, cart. 2).
Il comune di Mercallo nel 1751 rientrava nei feudi del conte Borromeo, a cui non si corrispondeva alcuna somma. Non vi risiedeva alcun giudice, ma si faceva riferimento al podestà di Angera, Giovanni Pietro Borrone, cui si pagavano annualmente 10 lire, 2 soldi e 6 denari, ed al fante 2 lire; il giuramento di rito veniva prestato alla banca del vicario del Seprio in Gallarate. La comunità aveva solo un console, che cambiava ogni mese, a rotazione tra i focolari. Il cancelliere risiedeva a Sesto Calende e curava le scritture attinenti al comune per trenta lire imperiali all’anno: non esisteva archivio. Lo stato totale delle anime era di 297 (Risposte ai 45 quesiti, cart. 3035, vol. D XV, Como, pieve di Angera, fasc. 8).
1757 - 1797
Nel compartimento territoriale del 1757 Mercallo risultava compreso nella pieve di Angera (editto 10 giugno 1757). - Il comune entrò nel 1786 a far parte della provincia di Gallarate, poi di Varese, con le altre località della pieve di Angera, a seguito del compartimento territoriale della Lombardia austriaca, che divise il territorio lombardo in otto province (editto 26 settembre 1786). - Nel 1791 i comuni della pieve di Angera risultavano inseriti nel distretto censuario XXXV della provincia di Milano (compartimento 1791).
1798 - 1809 - A seguito della legge 26 marzo 1798 di organizzazione del dipartimento del Verbano (legge 6 germinale anno VI bis) il comune di Mercallo venne inserito nel distretto di Angera. Soppresso il dipartimento del Verbano (legge 15 fruttidoro anno VI), con la successiva legge 26 settembre 1798 di ripartizione territoriale dei dipartimenti d’Olona, Alto Po, Serio e Mincio (legge 5 vendemmiale anno VII), Mercallo rimase nel distretto di Angera, che divenne il XIV del dipartimento dell’Olona. - Con il compartimento territoriale del 1801 il comune fu collocato nel distretto II di Varese del dipartimento del Lario (legge 23 fiorile anno IX). - Nel 1805 il comune di Mercallo venne inserito nel cantone III di Angera del distretto II di Varese del dipartimento del Lario. Il comune, di III classe, aveva 384 abitanti (decreto 8 giugno 1805). Il 21 dicembre 1807 Mercallo e le terre circonvicine avanzarono una petizione per essere aggregate al dipartimento d’Olona (petizione di Angera 1807). - A seguito dell’aggregazione dei comuni del dipartimento del Lario (decreto 4 novembre 1809, Lario), in accordo con il piano previsto già nel 1807 e parzialmente rivisto nel biennio successivo (progetto di concentrazione 1807, Lario), Mercallo figurava, con 334 abitanti, comune aggregato al comune denominativo di Comabbio, nel cantone II di Gavirate del distretto II di Varese, e come tale fu confermato con il successivo compartimento territoriale del dipartimento del Lario (decreto 30 luglio 1812).
1816 - 1859 - Con l’attivazione dei comuni della provincia di Como, in base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto (notificazione 12 febbraio 1816), il comune di Mercallo fu inserito nel distretto XV di Angera. - Mercallo, comune con convocato, fu confermato nel distretto XV di Angera in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844). - Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Mercallo, comune con convocato generale e con una popolazione di 553 abitanti, fu inserito nel distretto XX di Angera.
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22 Dicembre 2023 - Venerdi' - sett. 51-356
redigio.it/rvg100/rvg-51-356.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO530-Sacro-Monte-01.mp3 - Il nostr o Sacro Monte
Toponimi di Biandronno
12) Montége: zona ora pianeggiante un tempo caratterizzata da una masseria in cui avveniva la monta taurina e costituita da campi coltivati a mais. Oggi quest'area è tagliata in due dalla stazione ferroviaria di Travedona-Biandronno a sud-est del centro cittadino (per l'etimo v. Cadrezzate n. 13).
13) Montesé: piccola zona pianeggiante al di sopra di un leggero poggio che dal centro del paese porta alla Fornace a sud-est di Biandronno. Toponimo di non semplice interpretazione, forse da intendere come "monticello", legato indubbiamente al termine "monte", vista anche la sua collocazione geografica (v. Cadrezzate n. 13).
14) Nüstrin: piccola area pianeggiante che collega il Gesiolo alla Fornace. Alla fine degli anni '90 del Novecento, durante alcuni lavori di ricerca, sono stati trovati reperti e materiali che fanno presupporre l'antica presenza di un cimitero pagano. Di etimo incerto, forse da ricondurre ad una voce ticinese nèstula che significa "laccio" o "stringa"che si potrebbe riferire alla forma del terreno.
Storielle
AMORE PLATONICO - Vedere e non toccare è una cosa da imparare. (Proverbio italiano)
Compatitemi pure, scuotete la testa, ridete se la cosa vi fa ridere, ma io avrei voluto innamorarmi platonicamente: anche a rischio di far pensar male, di sentirmi citar continuamente a beffa il verso di Aleardo Aleardi: Si guardan sempre e non si toccan mai (son le due isolette vicine, simbolo dell'amore platonico romantico).
E come quel personaggio d'un "racconto idiota" di Alphonse Allais, che diceva:
"Io sono un tipo sul genere di Balzac. Bevo una quantità enorme di caffè.
lo sono un tipo sul genere di Napoleone. Mia moglie si chiama Giuseppina.
lo sono un tipo sul genere di Molière. Sono becco", avrei proprio voluto dal canto mio poter dire:
"Io sono un tipo sul genere di Dante: amo una donna d'un amore come quello di Dante per Beatrice": anche a rischio d'esser mandato da quella donna all'Inferno, anche a rischio di non esser creduto dagli amici: e quel ch'è molto peggio, da me stesso. "Sai? Amo una donna d'un amore platonico". "Non ci credo".
"Nemmeno io".
I sassi di Mercallo
Il comune di Mercallo ha acquisito la denominazione "dei sassi" per la presenza in loco di massi erratici. L'ambiente circostante, oltre alla presenza di terreni rocciosi, si caratterizza per lo sviluppo di colline in cui fanno capolino megaliti, tra boschi di castagno, conifere ed altre piante tipiche della flora del Lago Maggiore. - I massi erratici sono alcuni tra quelli presenti nel nostro territorio provinciale e documentano un fenomeno geologico di estrema rilevanza che ha avuto origine circa 60.000 anni fa: nel corso di varie glaciazioni, infatti, materiale detritico proveniente dalle montagne del Sempione e del Gottardo fu trascinato a valle dai ghiacciai. - Durante il ritiro e lo scioglimento di queste grandi distese di ghiaccio, che giunsero a ricoprire fin quasi le vette delle nostre montagne, questi enormi massi rimasero in loco, depositandosi e caratterizzando il paesaggio circostante.
Canto di mezzanotte - (9-10 giugno 1880)
Una cucitrice di ventisette anni, Giulia Mezzanotte, abitante in via Sambuco numero 3, fu presa ieri da mania religiosa. Col crocifisso in una mano, col libro di preghiere nell'altra, si diede a percorrere le vie, e alle dolci parole di pietà e di perdono univa pezzi della Traviata e del Rigoletto che cantava con voce stridente. Sul corso Vittorio Emanuele, le cose giunsero a tal punto, che si pensò da pietosi cittadini condurla all'ospedale.
AA CAPELETA DA S. AMBREUSU
Son passà da Canton Santu
t'hu ciercà, ul me Giesioeu,
tème càntu séa 'n fioeu, cun passion e cun magon;
Hu crià da tucc'i parti oibol par savé st'han cambià postu, ma purtroppu m'han rispostu: l'han trej dent'in d'un buron!
Un tempo sorgeva in Canton Santo una cappella dedicata appunto a Sant'Ambrogio. Dopo che fu demolita, con nostalgia scrisse Ernesto Bottigelli (1932):
(Son passato dal Canton Santo e ti ho cercato, o mia chiesetta, come quando ero bambino, con passione ed un nodo alla gola; ho gridato dappertutto, per sapere se ti avessero cambiato posto, ma purtroppo mi hanno risposto: l'hanno buttata in un burrone!)
Questi versi, pieni di rimpianto e di commozione, ci fanno pensare all'attaccamento dei Bustocchi per la loro città e al loro desiderio di mantenere intatto ciò che, se non loro, almeno i loro padri hanno contribuito a costruire.
I CUPETI
Le coppette erano così importanti nella vita dei Bustocchi che se ne è voluta studiare l'origine. "Un bel dì a Madòna da Prà
L'ha vorzù vegni foeua da cà:
Ul so coeui ga rendéa cumpassion
Che in d'un Bust ga fuss nanca un bumbòn. Chi pescitti, spassegiandu sutt'i pianti Han cambià tucci i sassi in croccanti: Chi manitti, inscì bianchi e devòtti I han quatà cont'a a nevi sua e suttu E vedendu a passà ul diavaén Par cuppal gh'i à tià in dul cuppén. E peu, dopu d'avèi benedetti,
L'ha vorzù ch'u ciamassen cuppètti.
(Un giorno, la Madonna in Prato è voluta uscire di casa; provava pena al pensiero che a Busto non ci fosse neppure un dolcetto. I suoi piedini, passeggiando sotto alle piante, hanno trasformato tutti i sassi in croccanti; le sue manine, così bianche e devote, li hanno coperti di neve sopra e sotto. E vedendo passare il diavoletto per accopparlo glieli ha tirati sul... cupén. Così, dopo averli benedetti, ha voluto che li chiamassero "coppette").
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  23 Dicembre 2023 - sabato - sett. 51-357
redigio.it/rvg100/rvg-51-357.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO548-Milano-celtica-02.mp3 - Milano celtica e la dracma padana -
Notizia dal Villaggio
Toponimi di Cadrezzate
9) Gesiolo: piccola cappella campestre situata sulla strada che porta verso Brebbia. Un tempo queste strutture avevano la funzione di riparare i contadini nei campi durante le improvvisi piogge ed erano anche il luogo dove si pregava per la buona riuscita del raccolto e si benedicevano buoi e asini utilizzati per l'agricoltura e l'allevamento (v. Biandronno n. 9).
10) Martinello: strada consorziale oggi non più individuabile attestata nelle carte del Catasto Regio del 1905.
11) Mogno: in dialetto noto come Mügn. È una zona pianeggiante che porta verso Monate, ora area residenziale. L'etimologia del termine è dubbia ma si possono riconoscere due forme di riferimento. Il termine mògn nei dialetti alto milanesi può voler dire "umido", ma indica anche "un tipo di foraggio scadente". In milanese esiste, però, anche il termine mognon "salice" e la presenza di questa pianta in area lacustre è da sempre significativa per le comunità locali.
12) Moncalvo: altura di circa 300 metri a sud del paese al confine con i comuni di Osmate e Capronno, che i locali chiamano Muntcalv. Il toponimo è frequente anche in altre zone della Lombardia e d'Italia (cfr. Moncalvo località di Versiggia -PV-). Il nome, con tutta probabilità, richiama le caratteristiche di un monte poco ricoperto da alberi e arbusti (v. Comabbio n. 19).
Tempesta ormonale - (11-12 maggio 1884)
Un giovanetto quindicenne, certo Martino C..., era stato messo in pensione presso una famiglia milanese affinché fosse in grado di percorrere gli studi ginnasiali nella nostra città. Il ragazzo invece di studiare si invaghì perdutamente della sua padrona di casa, la quale, alle proteste d'amore del giovanetto, rispondeva che sarebbe stato meglio mettesse giudizio. Tanto bastò per mettere alla disperazione il disgraziato Martino, il quale in un accesso di furore non seppe pensare nulla di più nuovo che farla finita colla vita. Andò nella sua camera e trangugiò una miscela di pasta badese, fiammiferi e acqua ragia. Ma non andò molto bene: atroci dolori gli strapparono altissime grida: la padrona accorse e fu in tempo a mandare a chiamare un medico. Il medico arrivò subito e somministrò al giovanotto un potente ematico col quale lo salvò subito da ogni pericolo, e lo guarì probabilmente dalla melanconia del suicidio. Non gli mancherà tempo di far la corte alla padrona di casa.
VIGILIA DI NATAL
L'ospitalità, per i vecchi, era una cosa sacra. Non si poteva ricevere il Natale senza ceppo. Non c'era tempo da perdere; si andava sulla lòbia (solaio), si prendeva il ciocco più anziano, quello che era lì a stagionare da almeno cinque anni, pronto per essere bruciato. Stando nel sottotetto, si era un po' inumidito: bisognava dunque portarlo giù e collocarlo vicino al focolare, per lasciarlo seccare bene. Se ad una finestra mancava un vetro ed entrava il freddo, occorreva mettervi rimedio. Per un vetro nuovo ci volevano ben trenta centesimi, poca cosa per dei signori, ma troppi per chi non ne ha. Si rimediava allora con un pezzo di carta dei bachi da seta, impastata con farina di segala inumidita. Col mar tello, la tenaglia, qualche vite ed un po' d'olio, si rimetteva in funzione l'uscio di casa.
La massaia lucidava il rame, che splendeva come oro appeso al muro della cucina. Le ragnatele venivano spazzate dagli angoli a colpi di scopa. Gli ultimi "schittaboeugi" venivano stanati dai loro inacessibili nascondigli, mentre i ragazzi si indaffa- ravano a spazzare il cortile. In un angolo della cucina, a circa due metri di terra, era pronto il Presepio, col Bambino sulla culla di paglia. Mentre il Bambino era di gesso, le altre figure erano di cartone. Come base, c'era un grosso strato di "teppa" verde, raccolta pazientemente sulle scarpate della ferrovia. Il prete, venuto a benedire la casa, l'aveva trovata in ordine.
La sera della vigilia, in casa del nonno, si mangiavano i "sbatuèi" (frittelle). Dopo il pasto, c'era la recita del rosario, particolarmente lenta, perché era una sera diversa dalle altre.
Poi, tutti pendevano dalle labbra del nonno, il quale comunicava il programma per il giorno successivo.
BRUSCITI
È questo il re dei piatti della cucina bustocca, anche se si è profondamente modificato nel tempo. Spieghiamoci meglio. Le donne bustocche sono sempre state altrettanto operose dei loro uomini; mentre si occupavano della casa e dei figli, si dedicavano anche al lavoro al telaio, in casa o fuori. Avendo poco tempo da riservare alla cucina, impararono presto ad arrangiarsi. Quando ne avevano la possibilità (economica, s'intende), si procuravano un pezzo di manzo ben maturo, reale o tampetto o fustello, e lo sminuzzavano con un coltellaccio. Ponevano in uno "stuén" di terracotta un pezzo di burro e vi versavano la polpa che iniziava una lenta cottura tra le braci del camino, insaporita dall'erbabona (semi di finocchio), messa in un sacchettino di tela, da poco sale e, talvolta, da uno spicchio d'aglio tritato. Non era necessaria una assistenza continua, per cui la donna poteva dedicarsi ad altro. Poco prima del pranzo, il fuoco veniva attizzato ed i brusciti erano sgrassati con una... sgüriàa di vino. Oggi i fornelli hanno sostituito il camino, di cui le case sono quasi sempre prive; il macellaio provvede a macinare la carne e qualcuno ha apportato la variante dell'aggiunta di un po' di salsa, ma i brusciti restano sempre un gran piatto, ancor più invitante se accompagnato da una polenta ben cotta e soste- nuta, ma non dura, fatta con la farina bramata o bergamasca, di grossa macina, mescolata con un "regundén" di legno in un paiolo di rame.
A Busto non è neppure concepibile una Gioeubia senza pulenta e brusciti.
STUA' IN CONSCIA
Per lo stuà in conscia ci vuole la coppa di manzo, ben mondata e poi fatta a pezzi grossi come un'arancia. I pezzi di carne si collocano in una marmitta; sopra si spargono foglie di alloro, di rosmarino, ginepro ed altre erbe aromatiche. Si versa poi sul tutto del vino di altra gradazione, possibilmente dello Squinzano. Si lascia tutto in infusione per almeno due giorni.
Si colloca poi sul fuoco la padella, meglio se di terracotta; vi si versa molto burro - di quello buono - e si aggiungono delle fette di pancetta. Si rosolano quindi i bocconi di carne tolti dalla marmitta. Si aggiunge una cipolla tacchettata di chiodi di garofano: cipolla che a metà cottura si può togliere, perché la sua funzione è finita. La coppa deve cuocere a fuoco molto lento, per circa tre ore. A mano a mano che la carne cuoce, la si inumidisce col vino che è servito per l'infusione. Una mezz'ora prima del termine della cottura della carne si aggiungono le patate, nella misura di due per persona. Per lo stufato, ogni contadino coltivava una mezza pertica di "pundatèra quarantén", che avevan la buccia. grigio-violetta ed eran rotonde, perfette, della gros sezza di una mela nostrana. Questa qualità di patata era molto dura, faceva poca acqua, cosicché poteva assorbire, senza sfasciarsi, il condimento. La patata in conscia diventava tanto buona da essere preferita alla carne.
Oltre le tradizionali "copette", un'altra specialità di alcuni anni è stata realizzata da una nota Pasticceria del centro cittadino: la pulenta e brusciti" nella versione di un gustosissimo dolce in una confezione veramente originale.
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24 Dicembre 2023 - Domenica - sett. 51-358
redigio.it/rvg100/rvg-51-358.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare
  1. redigio.it/dati2606/QGLO531-Sacro-Monte-02.mp3 - Il nostro Sacro Monte
Notizia dal Villaggio
Toponimi di Biandronno
15) Ponte della Brabbia: piccolo ponticello in ferro situato sulla strada che da Comabbio porta a Varese e che sovrasta il fiume Brabbia, dialettalmente noto come Bràbie, confine naturale tra Biandronno e Cazzago Brabbia (v. Cazzago Brabbia n. 1).
16) Roggia Gatto: nota anche come  Rùngia. Piccolo corso d'acqua che unisce il Laghèt al Lago di Varese e taglia latitudinalmente il comune passando al di sotto della strada provinciale che da Biandronno porta a Bardello. Il nome è da far risalire con tutta probabilità alla voce dialettale gat "canale di scolo" ben attestata nelle aree del piacentino e della Lombardia meridionale.
Dicembre
Il fiore del mese di dicembre è il vischio, simbolo della riservatezza e dell'immortalità. Una leggenda nordica narra che il dio Hödhr uccise il fratello Balder con una freccia ricavata da un ramo di vischio. Frigg, la madre, disperata pianse a lungo, bagnando con le sue lacrime la freccia conficcata nel corpo del figlio. Odino, commosso da tanto dolore, tramutò le lacrime in bacche perlacee che da allora adornano il vischio che mettiamo all'ingresso delle nostre abitazioni in segno di augurio.
"Se pioeuv per Santa Bibiana, pioeuv per quaranta dì e ona settimana" oppure:
"Se fiocca a Santa Bibiana, ven giò nev per ona settimana". Pioggia e neve accompagnano questa santa che si festeggia il secondo giorno di questo mese.
Per noi lombardi però Vess devot a Santa Bibiana ha un altro significato! Il detto sta ad indicare gli amanti del vino che, oltre ad essere appellati: gainatt o ciucheton, erano detti anche bibianon, parola che il popolino, pare abbia ricavato dal latino bibo (bere), abbinando poi bibo a Bibiana, perché proprio in questo periodo il vino novello è pronto per la degustazione:
"Prima impieniss la damigiana e poeu svoiela a Santa Bibiana!"
Dice la sapienza di noster vècc: "In dicember la nev l'ingrassa i campagn" e che: "El someneri dicembrin el var nanca tri quattrin". E tempo di preparare il terreno per le semine primaverili, arandolo profondamente e concimandolo per avere un buon raccolto:
"La terra in tutti i piagh fà con l'araa, la pareggia i 'legrij del fogoraa!".
Nel frutteto e nel vigneto, se le giornate sono serene e non si prevedono gelate, si possono fare le potature; attenzione però, perché: "Tajadura malfada, pianta ruinada!".
"La fiocca decembrina per tri mes la te confina" e siccome:
"La prima nev l'è di can, la seconda l'è di gatt e la terza l'è di cristian", sia gli uomini che le donne, se possono, evitano di uscire perché per le strade si forma quel piciopacio che invita a starsene volentieri in casa quacc, quacc e al cald.
In Brianza, come spiega nel suo libro Ottorina Perna Bozzi, la cà non voleva indicare la casa, ma la cucina, che ne era il cuore, soprattutto d'inverno. Grandissima, pavimentata con mattoni rossi era dominata dal camino, dove ai suoi lati e davanti, su delle lunghe panche i vecchi passavano il tempo scaldandosi e bevendo grappa alla ruta erba, a loro dire, dai poteri taumaturgici: "L'erba ruga, tutt i maa i e destruga!". In questa stagione si mangiano polenta e castagne, la furmentada (minestrone di frumento) e i missoltitt (agoni essicati al sole e al vento del Lario) scaldati in sù la stua.
Spetta a San Nicola il compito di preservare la gola dalle malattie stagionali con panini benedetti in chiesa il 6 dicembre, giorno in cui lo si festeggia.
Il 7 dicembre in tutta la diocesi milanese si onora S. Ambrogio. Dice un vecchio adagio: "Per S. Ambroeus, buratta e coeus!". Abburatta, ovvero, separa la farina dalla crusca e dividila secondo la finezza poi impasta e cuoci il pane; gli scopi sono due: avere il nutrimento base e scaldarsi mentre cuoce, perché il freddo è intenso, come ci ricorda una variante dello stesso proverbio: "A S. Ambroeus el fregg el coeus!".
Cosa preparo oggi
I sardinn marinaa - In del pessee comprà quand che gh'in bei fresch e bon mercaa e bei gròss, on mezz chilo de sardinn e, dopo avei nettaa co'l toeugh el coo, i busecch e peu el coin, e dada ona lavadina, fai sugà distendei su on mantin. Intant fa 'sta tridadina:
mezz'on fesin de ai 'na scigoletta, on poo d'erborin fresch, dò gamb de zeller, de laur ona foietta, tre inciòd con foura i resch.
Mett in piatt i sardinn con la tridada ben fina, on duu cugiaa d'asee, cinq d'òli fin, ona sbroffada de pever e de saa. Messedai con riguard de nò spelai e in d'on biellin bel pian, a coa in dent, a schena in sù, piazzai ben ben de man e man, tucc in coròna. Coeusi sul fornell ò in forno ma adasin
con poggiaa sui sardinn, giust a cappell on piatt ò on covercin.
Quand in frecc, impiattai co 'l sò bagnett e spremegh soravia
mezz limon. Guarnij poeu con di fett de limon tutt el piatt. E così sia.
Lago di Varese
Inserito in una splendida posizione geografica, ai piedi del massiccio del Campo dei Fiori è lungo 8,8 Km e largo 4,5 Km. Percorrendo il tratto iniziale dell'autostrada Varese-Milano si gode uno dei più bei panorami, un'ampia e verdeggiante conca che ospita il Lago di Varese, disseminata di ville ed insediamenti ben armonizzati nel paesaggio. - Il massiccio del Campo dei Fiori digrada, con lieve pendio, verso lo specchio lacustre, mentre in lontananza la catena delle Alpi con il Monte Rosa che si staglia nitido, fa da sfondo. Sulla riva occidentale del Lago di Varese si trova la piccola Isola Virginia, che rappresenta un importante insediamento palafitticolo tra i più importanti d'Europa. - Oltre cinquantamila persone intorno al Lago di Varese per dare vita all'abbraccio più grande del mondo ed entrare, così, nel guinness dei primati.
Playboy - (15-16 novembre 1880)
La turpe speculazione da cui è contaminata Parigi ha trovato degl'imitatori a Milano. Le cantonate sono da qualche giorno tappezzate dall'annunzio d'un giornale "in gran formato" che "dovrà leggersi soltanto dagli uomini". Qual è il suo programma? Eccolo tal quale: «Dilettare, divertire, accarezzare, blandire, solleticare, in questi verbi sta il programma. Vi racconteremo storielle appetitose, scollacciate, avventure galanti più o meno avventurose in tutto lo sfoggio della loro provocante nudità. Saremo insomma più realisti del Boccaccio, più veristi del vero». La questura e l'autorità giudiziaria avranno, speriamo, già provveduto a quest'ora per reprimere quest'industria corruttrice. Noi l'aiuteremo con tutto il vigore, denunciando al pubblico gli scrittori che le presteranno l'opera loro, se potremo conoscerne i nomi.
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lib392-Settimana-52

 
RVG settimana 52
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-52 del 2023
 
RVG-52 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 52       2023-25-12 -  Dicembre - Calendario - la settimana
lunedi        25/12       settimana 12        359 giorno
marrtedi        26/01       settimana 12        360 giorno
mercoledi        27/01        settimana 12       361 giorno
giovedi        28/01        settimana 12        362 giorno
venerdi        29/01        settimana 12        363 giorno
sabato        30/01        settimana 12 364 giorno
domenica       31/01       settimana 12        365 giorno
 
25 Dicembre 2023 - lunedi - sett. 52/359
redigio.it/rvg100/rvg-52-359.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO526-nebbia-superga.mp3 - Nella nebbia di Superga, la tragedia del Torino -
Toponimi di Biandronno
17) Roncato: o Runcàar è la zona che porta dal Gesiolo fino al comune di Travedona tramite una leggera salita. Il toponimo è dei più frequenti in tutta la Lombardia ed è un derivato dal latino runcare "sarchiare, dissodare". La voce dialettale ha un suffisso diverso dalla forma ufficiale, forse da far risalire all'aggettivo latino runcalem "relativo al ronco"
18) Rööch: monticello a sud-est del paese che ospita l'attuale acquedotto di Biandronno. Il nome con tutta probabilità è da far derivare dal termine "roca" o "rocca" con il significato di "promontorio" 3.
19) Sötcà: piccola area al di sotto della Baserga verso il Lago di Varese un tempo zona di campi coltivati, ora area residenziale. Il nome è con tutta probabilità un composto di "sotto" e "casa" con riferimento appunto al nucleo abitativo in zona Baserga.
Cosa preparo oggi
El pollin de Natal - Mamma l'è chi el Natal e mi ancamò 'me 'l fuss incoeu, te vedi a fagh el pien al pollin: quel to pien faa tanto ben... - Me regordi che te fasevet giò tutt el sò fidegh ben a tocchelitt con del lard, anca quella a quadretitt, e che peu te i mettevet in bielletta con di brugn secch, gross, tòcch de pomella, castegn giamò ben còtt in la padella, luganega a boccon, ona branchetta de nos ròtt a fesinn e on quai cugiaa de formace de quel bon e pan grattaa. - Peu, messedaa tuscòss a man ligera, dent, dent in del pollin, dent in del gòss, in la panscia a tirall rotond e gròss strengendel poeu in d'ona tal manera, cusii e ligaa in gir, ma tanto fòrt 'mè se 'l dovess scappà anca dopo mòrt. - E tutt quest la vigilia. Poeu a Natal te'l mettevet a foeugh in padelòtt con denter lard, butter e, fina còtt,  
Il porto di Milano
viale Gorizia ang. ripa di Porta Ticinese - È il "porto" di Milano. Vi convergono 3 canali: il Naviglio Grande, il Naviglio Pavese e il Naviglio Interno. Essi furono costruiti allo scopo di portare acqua alla città per migliorare la difesa militare, le attività commerciali e artigianali, la salute pubblica. Il Naviglio Grande fu il primo a essere costruito. Pochi anni dopo la distruzione della città da parte dell'imperatore Federico I detto il Barbarossa, nel 1179 i Milanesi iniziarono i lavori per portare fin qui le acque del lago Maggiore e del Ticino, con un percorso di 50 km. Il Naviglio Interno, costruito nel '400, attraversava la città con un sistema di conche, ma è stato coperto negli anni Trenta per facilitare i trasporti su terra. Esso portava qui, attraverso il canale della Martesana, le acque provenienti dal lago di Como e dall'Adda. Il Naviglio Pavese fu completato nel 1819 e, in deflusso, si riallaccia al Ticino nella sua parte navigabile e quindi al Po e al mare. La Darsena fu costruita ai primi del '600 sotto il governatore spagnolo Pedro de Acevedo conte di Fuentes. In Darsena arrivavano chiatte trainate controcorrente da cavalli (poi motorizzate), cariche soprattutto di sabbia e ghiaia, ma anche di legname e persone. Attraverso il Naviglio Grande fu trasportato il marmo per il Duomo, che arrivava dalla cava di Candoglia lungo il fiume Toce e poi il lago Maggiore.
Villaggio turistico 1/4 - Animatori di sesso maschile
Il bonazzo - Tipico esempio di bonazzo. - Il bonazzo è in genere aitante, ma non palestrato, e se lo è con misura. Cura il suo corpo con attenzione ma senza eccedere per non apparire effeminato e gaio e per questo gira sempre a torso nudo. È possibile riconoscerlo perché porta quasi sempre una bandana a motivi floreali o geometrici e occhiali da sole riflettenti stile ciclista/sciatore estremo quando gira per la spiaggia di ombrellone in ombrellone a reclutare vittime. La sua utilità nello staff intrattenimento del villaggio è pari a zero: serve solo per attirare sciami di stupide adolescenti accompagnate dalle loro madri a partecipare alle attività organizzate, come ad esempio la beach volley. Di solito è l'animatore capo oppure il coordinatore delle attività organizzate nel villaggio, un eufemismo per dire che non conta un cazzo perché non ha alcuna competenza. Condivide con il piacione la capacità di sedurre le donne, ma al contrario di quest'ultimo non lo fa con malizia o comunque lo fa con una certa discrezione. È tuttavia stupido come una barbabietola.
Il piacione - Il piacione è una delle tipologie di Animatori più pericolose. Il suo aspetto varia molto ma in genere è un ragazzo dai capelli lunghi fino alle spalle, raccolti in un codino se lisci, lasciati liberi al vento se ricci o mossi. Viso volitivo e abbronzato dal sole, occhi verdi o castano chiaro, fisico asciutto e slanciato, si presenta come un giovincello di vent'anni o poco più, sprezzante e disinvolto. Spesso ha la passione del ballo o della recitazione ma ancor più spesso quella della figa. Non si riuscirà mai a vederlo fermo durante la permanenza, nemmeno quando mangia, difatti è la dimostrazione vivente della validità generale del Principio di indeterminazione di Heisemberg. Spesso è lui che organizza ed esegue balletti e/o scenette comiche ed è lui che ancora più spesso si occupa di far divertire le giovani adolescenti. Data la sua disinvoltura abborda impunemente qualsiasi ragazza o ragazzina gli capiti a tiro con frasi standard, come ad esempio:
« Facciamo quattro tiri a pallone, dai! »
« Se vieni con me ti faccio vedere una cosa stupenda! »
« Sono sicuro che sei curiosa di sapere cosa c'è dietro il promontorio laggiù... »
« Dai, vieni a fare una passeggiata con me in quel frutteto! »
Di solito queste ragazzine di sedici e diciassette anni portano con sé una loro amica, per cui il piacione riesce a farsene due e quando è fortunato tre alla volta. Ovviamente lo s---------o di queste giovini pulzelle causa nei loro genitori, se riescono a venirne a conoscenza, esplosioni di ira tali da trasformare vacanze tranquille in una azione vendicativa alla Punitore. Le reazioni dei padri sono le più terribili. Ad esempio:
« Tu bottana! U disunuri n'ta nostra famigghia facisti cadiri! Ti facisti N'tuppare i buca! N'tuppare i buca! Ma su pigghiu ddu figghi'e bottana ci strappu i paddi... » - (Padre siculo visibilmente alterato)
Il giocherellone - Tipico esempio di giocherellone. - Il giocherellone è quel soggetto strambo che organizza di continuo scherzi di una cattiveria incredibile verso chiunque gli appaia come una vittima anche minimamente appetibile, facendo poi ricadere la colpa sugli altri animatori del suo gruppo. Di solito non è tra i più carini del gruppo intrattenimenti, ma ha fascino, umorismo e intraprendenza, caratteristiche che lo rendono agile sul palco quando deve recitare parti comiche che lo fanno apparire agli occhi delle adolescenti prive di volontà e rispetto di sé una splendida creatura. Di solito indossa un paio di mutande o un canottiera avvolte in testa come fosse una bandana, qualche maglietta insulsa che inneggia al casino e il costume, che non cambierà mai durante l'intero periodo di durata del suo contratto. Tromba quasi quanto il piacione, ma preferisce donne un po' più mature, almeno sopra i diciotto anni e di solito una volta scelta una ragazza cerca di esserle fedele. Ovviamente senza successo dato che di solito i villaggi turistici in località marittime sono dei veri e propri ficai e si sa che un giovane lasciato libero in un ambiente così non sa regolarsi. Di solito a tale categoria appartengono gli animatori provenienti da luoghi come Napoli e tendono a prodursi in frasi alquanto volgari.
NATAL
Finalmente giungeva il mattino. In un attimo erano tutti vestiti; poi si creava una gran confusione, mentre ognuno, cercava i propri doni. Solo il nonno interveniva a rimettere un po' di ordine.
Per mano, a due a due, si andava in chiesa, a sentire le prime tre messe, con il suono della piva, con i "bascantadùi" e con il Bambino sul presepe. Finita la triplice messa, il nonno rimetteva tutti in fila e li conduceva dai "Ciavanàschi" a bere la grappa, che usciva ancora calda dal "lambicu". Ne beveva un bicchierino da solo, mentre i ragazzi ne avevano uno ogni tre e i più piccoli una sola goccia. Poi, tutti a casa.
Si prendeva una prima zuppa condita col cucchiaio di "gratòn", poi ce n'era una seconda e una terza. A mezzogiorno, si faceva una spanciata di risotto, di carne e oca, di formaggio, di uva del "roscio" e di caffè. Era un vero "mangia da sciùi".
Nel pomeriggio (mèzabasùa), col nonno si faceva il giro dei Presepi di tutte le chiese; i commenti erano molto animati. Alla sera, si stava tutti attorno al camino. Il fuoco era avviato con della paglia o dei tutoli di granoturco. Fatta la brace, ci si metteva il "sciòcu" (ciocco) e si protendevano le mani, per ricevere calore.
Dal ceppo ardente, si sprigionavano fiammelle rosse, verdi, violette. Quelle rosse erano di Lucifero; quelle verdi di Brindinello, quelle violette di Sbarbatello, i più famosi diavoli dell'Inferno.
Seguiva un ultimo rosario e poi si andava tutti a letto.
Nella vita di allora, c'era molto più spazio per la fantasia, per il sentimento e per le piccole come per le grandi cose. Bastava un camino per riunire una famiglia; era sufficiente una lunga storia per affascinare tutti, senza che nessuno chiedesse quale fosse la verità e quale l'immaginazione. In ogni casa c'era una figura che faceva da perno e non avveniva no lotte per avere il sopravvento l'uno su l'altro. Non sarebbe giusto dire che quei tempi erano mi gliori degli attuali o viceversa; semmai, si potrebbe cercare di recuperare qualcosa che di buono esisteva una volta ed ora non c'è più. Che cosa succederebbe, ad esempio, se l'austerità ci riportasse il caminetto?
"Ma 'n bel foeugu tradiziunal che l'é gioia e l'é puesia,
a l'é l foeugu dul di natal. E in chèl dì, cun nustalgia, chi g'ha non un tèciu e un pan, chi cha viv da ca luntàn i suspiran 'me 'n gran bén anc'ul foeugu d'un camén...
(Il fuoco natalizio è un fuoco, tradizionale, che è gioia e poesia.
In questo giorno, con nostalgia, quelli che non hanno tetto e cibo, quelli che sono lontani da casa darebbero chissà che cosa per avere il fuoco di un camino, quasi fosse un gran bene. Questo amico buono e saggio, che con noi sempre divide gioie, dolori e piange e ride mi parla nel suo linguaggio. Quando la fiamma viene in avanti, arrivano i credi- tori; quando la fiamma corre indietro, sta arrivando del denaro).
E st'amisi bon e sàgiu, che cun neun sempr'al dividi gioi, dului, e al piangi e al ridi, al ma parla ul so lenguagiu, Cand'al bufa ul foeugu dananzi creditui cha vegn inanzi; candu poeu al bufa da dré in dané cha vegn in pé!
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26 Dicembre 2023 - Martedi' - sett. 52/360
redigio.it/rvg100/rvg-52-360.mp3 - Te la racconto io la giornata
Nessuna notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO586-alberi-Milano-01.mp3 - Alberi a Milano
Radio-Fornace
Cosa preparo oggi
La carne cruda - Gh'è a chi ghe mett disgust al vedè a mangia de gust carne cruda, e gh'è anca quel che golos ne fà ona pell.
Ecco per chi gusta carne cruda, come condirla. Mettem on dò porzion. Carne de manz de primma, magra, nuda de pell, de nerv, de grass. Part scamon. Masnada dò volt, mèttela in piatt, giuntagh do inciod mondaa e spappolaa, dò erborinn verd, fresch tridaa giò a l'att, el sugh de mezz limon e poca saa, pever, on ross d'oeuv crud, e bell e ben d'oli d'oliva. Si, con la forchetta impastà su tuscoss mè 'l fuss on pien. Mèttela in tavola e insemma a la diletta sposa, fagh la festa in santa paas, bevendigh dree 'na tazza de brodin.
Gustela. Se la pias, diree: l'è on bonbonin. Avvertenza. Preparala quand l'è vora de mangiala. Prontada da dò or la ciappa brutt color.
Se taija peu la fesa a bei fetitt, la se impiatta e se salza e, soravia ghe se somena sù di capperitt. Ma però 'sta manera la saria moderna. Ona voltà in realtà se fava inscì: Mett el vitell a coeus ben in ristrett, come quell là e bagnaa giust a mezz con dent on bell biccer de vin bianch magher, tri cugiaa d'asee, cinq d'òli e denter el sò ton i inciod, on bell micchin ben ben scrostaa, per ligà la bagnetta, peu on boccon de scigola el saa, laur, pever fin. Quand l'è ben cott e l'è sfregiaa ben, ben, in la soa bagna, col sedazz de crin passagh la bagna per do volt almen.
In ultim la se rangia col limon. Poeu, come l'alter, anca quest, tajaa suttil, el se comeda su on piatton, quataa de bagna e coi capper somenaa.
Viaggio nel tempo
Blitz antivagabondi (17 gennaio 1929) Allo scopo di spiegare la ragione di esistenza di numerosi sfaccendati e vagabondi che ancora si trovano numerosi a Milano, il Questore ha ordinato alcune sorprese nei pubblici locali, particolarmente indicati come luoghi di convegno di tali persone indesiderabili.
Cose di Milano
Il "ponte dei Morti" - via Francesco Sforza ang. via San Barnaba - Da un portale secondario dell'Ospedale (Cà Granda) che si affacciava sull'omonimo Naviglio (rimasto scoperto fino agli anni Trenta), per secoli, uscirono i morti poveri trasportati nudi su un carro, oltre il "ponte dei Morti", in casse apribili sul davanti per agevolarne lo scivolamento nella foppa del cimitero del nosocomio, la Rotonda della Besana. I ricchi venivano invece sepolti nelle chiese.
La Cà Granda è stato il primo ospedale laico del mondo occidentale. All'inizio, venne gestito da un "governatore de li granari", disponeva di due "primari", di quattro "fisici" (medici), di quattro "ciroici" (chirurghi), di un farmacista e di quattro specialisti, rispettivamente per il morbo gallico (la sifilide, portata in Italia dalle truppe di Carlo VIII), per la tigna, per i calcoli renali e per l'ernia. I criteri per la salvaguardia dell'igiene erano innovativi per i tempi, ma non prevedevano una separazione per tipo di malattia e due malati potevano giacere nello stesso letto. Nelle corsie becchettavano le galline e giravano i venditori ambulanti. Un visitatore straniero dell'epoca annotò: "Esso spedale nutre giornalmente 1600 persone oltre gli ammalati, giacché stanno ivi contabili, scrivani, barbieri, sarti, calzolai, dimodocché il contabile novera ogni anno allo spedaliere 30000 ducati milanesi".
Busto Grande - 170 anni fa
Capitolo quinto
La contrada della Macchina, ora via Solferino, prendeva nome, dal 1836 o '37, da quell'ordigno per spegnere gli incendi, frequenti nel borgo di Busto e nei dintorni, che la Deputazione Comunale aveva provveduto ad acquistare e alloggiare, con grande giubilo dei paesani, in un apposito fabbricato.
La « Macchina Idraulica » era forse una diretta discendente di quella « Tromba Napoleone » che l'inventore professor Carlo Castelli, canonico della metropolitana di Milano, aveva descritto e dedicato nel 1808 al vicerè Eugenio. Consisteva, questa macchina per « innalzare l'acqua » in una grossa specie di botte montata su quattro supporti e provvista, ad una delle estremità, di una lunga doppia stanga alla quale si attaccavano quattro facchini. Il movimento ad altalena impresso alla stanga metteva in azione la pompa e, dalla botte, che succhiava acqua con un lungo tubo nei pozzi o nelle rogge sprizzava un discreto getto che, quando c'era, poteva essere diretto contro il divampare del fuoco.
Figuriamoci dunque l'arrivo a Busto Grande di un simile ordigno, unico in tutta la zona da Saronno al Ticino e da Legnano a chissà dove, forse anche alla vicina Svizzera.
La Deputazione, dopo aver provveduto al confacente alloggio e aver dato il nome alla strada che la ospitava, nominò un custode e un assistente al custode, un « Direttore della Pompa », cinque addetti alla macchina, due facchini, un garzone, e un carrettiere addetto al trasporto: dodici persone in tutto. Nel 1837 poi, con rispettata ordinanza dell'Imperial Regio Governo, << di cui al dispaccio del 31 luglio n. 13201-2088 »>, si provvide anche all'approvazione di una Tariffa per il noleggio della detta Macchina, dal momento che le chiamate urgenti si facevano sempre più numerose e... lontane.
E così avvenne che, nella notte del 5 al 6 febbraio del 1854, il Tenente Comandante dell'I. R. Pelottone di Gendarmeria in Gallarate, visto che un grande fuoco divampava nella casa dei macellai fratelli Buffoni, distaccò il pro-Caporale a Cavallo della Brigata e lo spedì, pancia a terra, lungo lo stradone per Busto a invocare soccorso. Arrivò costui col cavallo sfiancato al Ponte dei Re Magi o di Savico; riempì le strade del rumore degli zoccoli sull'acciottolato e svegliò il Cursore Pietro Crespi, guardia municipale e direttore della macchina, che diede mano alle campane.
Suonare a fuoco allora voleva dire mettere in allarme e in eccitazione tutto il borgo. Gente alle finestre e per la strada, trambusto, grida, domande e battimani al giungere dei brentatori, o addetti alla macchina, svegliati nel più bello del sonno e che si presentavano trafelati, con le brache slacciate e a « pentèra ». Intanto arrivava il Fighetta carrettiere, alias Giuseppe Colombo, con carro e cavalli, e il Feré Giovanni detto Torella, direttore della pompa, e il garzone Augusto Brumino. Si accendevano i moccolotti nei fanali del carro, si issava a braccia la macchina, si agguantavano gli arnesi, le scuri e gli elmi e, frusta ai cavalli e fiato alla tromba, e sbatacchiare a distesa della campanella di bronzo che sovrastava la macchina, il carro si lanciava per la Corsìa di Ticino, usciva dalla Porta Piscina, passava a fianco della Madonna di Prato, e via, via per la strada Gallarasca col pro-Caporale dei Gendarmi a fare da avan- guardia, via a rotto di collo per i campi, oltre << ul Gesioeu », oltre le Cascine Selvascia e Malavita, oltre la Cascina dei Poveri, oltre la Madonna in Campagna, guidato ormai dal balenare dell'incendio e dal gridare della gente che aspettava, lungo lo stradone, la << macchina idraulica di Busto », per il brivido di vederla passare luccicante di ottoni, fra il fracasso della campana e della ferraglia e delle ruote, e le grida di incitamento e di contentezza dei curiosi.
L'incendio della casa Buffoni venne spento; ci si bevve su qualche bottiglione di vino e si ritornò passo passo in quel di Busto a rendere edotta la Deputazione del dovere compiuto. La quale Deputazione provvide, secondo tariffa, ad emettere, il 17 febbraio, una distinta della spesa, risultante in lire trenta, e ad inviarla, per la prevista via gerarchica, tramite l'Imperial Regio Commissario Distrettuale, al Comune di Gallarate, capoluogo del distretto III, chiedendone il rimborso.
<< La scrivente dietro invito spedito dalla Deputazione Comunale di Gallarate la notte del 5 al 6 corrente, onde le venisse spedita questa macchina idraulica per estinguere un incendio scoppiato in quel Comune, la stessa ordinò immediatamente che fosse spedito un tale soccorso, per il quale si è incontrata la spesa risultante dall'unita distinta.
« Si prega pertanto la compiacenza di questo I. R. Commissario a voler rimettere alla Deputazione di Gal- larate la specifica sud.a redata in base alla Tariffa approvata dell'I. R. Governo con dispaccio 31 luglio 1837 n. 13201-2088, invitandola a voler emettere il mandato di rimborso a favore di questo Comune ».
Delle trenta lire, 4 erano dovute al carrettiere, 6 al custode e direttore, 2 ad ognuno dei sei addetti alla pompa e 8 al Comune « per guasti eventuali alla Macchina e suoi attrezzi ».
Ma la Deputazione di Gallarate non pagò!
Passarono giorni, settimane, mesi: le sollecitazioni e i buoni uffici del Commissario non approdarono a nulla.
Gallarate non pagava!
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27 Dicembre 2023 - Mercoledi' - sett. 52/361
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  1. redigio.it/dati2606/QGLO587-alberi-Milano-02.mp3 - Alberi a Milano
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Il lavoro dei milanesi
Il lavoro è certamente nelle nostre corde e spesso veniamo criticati perché a Milano si corre invece di camminare. Ma dove credete di andare ci dicono ma noi sappiamo anche andare piano quando è opportuno
Ma se ci si pensa bene, il fatto di correre quando si è impegnati, è la premessa per avere più libertà per gestire il nostro tempo. Tanto per fare un esempio, se ho un appuntamento a una certa ora, preferisco arrivare qualche minuto prima e ottienici due risultati uno fa bella figura e avere più tempo per fare quello che devi fare e questo è il principio che sta a capo Del nostro tempo libero
Dopo aver lavorato anche duramente, cerchiamo di compensare con qualcosa di gratificante che può essere una gita della domenica una vacanza più lunga magari una seconda casa, a questo proposito tieni presente che da secoli i milanesi, naturalmente quelli più signori, sono conosciuti per le più belle ville di Lombardia in Brianza e ai laghi e andando ancora più indietro nel tempo per i castelli che i Visconti hanno sparpagliato qua e là fino alla attuale Svizzera con i loro begli stemmi col Biscione. peraltro questa non è un'esclusiva del milanesi perché ovunque i ricchi hanno fatto e fanno le stesse,cose ma qui da noi in Italia voglio dire i milanesi hanno continuato fino a oggi e si può dire che non c'è luogo di vacanza dove non siano ben accolti
Cose di Milano
El vicol di lavandee -  vicolo dei Lavandai ang. alzaia Naviglio Grande
Del tipico lavatoio ne è rimasto solo qualche esempio. La lavandaia (lavandera) appoggiava sulla pietra inclinata (preja) un asse di legno a tre sponde con impugnatura (brellin), su cui fregava i panni utilizzando come solvente el palton. Esisteva la lavandera de color, de bianch, de gròss, de fin.
A inizio '800 ci si ingegnava con mestieri per strada: el magnan stagnava le pentole, el strascee ritirava panni usati, el rottamatt ritirava ferri vecchi, el ciaparatt cacciava topi, el moletta era l'arrotino, el cadreghee l'impagliatore di sedie, el trombee l'idraulico. Quando non esisteva il sostantivo specifico si usava il pronome quèll e l'oggetto: quèll del zuccher filaa, de la riffa (venditore di dolciumi a scommessa), de la scimbietta (scimmietta) e de l'orghenin, del lott, di rann (delle rane), di cuni che vendeva le castagne di Cuneo infilate a collana, di pericotti (pere cotte), de la gnaccia (castagnaccio) che veniva dalla Toscana.
Per strada era facile incontrare le piscinine (apprendiste) che consegnavano a domicilio grandi scatoloni coi vestiti delle signore, ma in troppe poi avviate alla prostituzione. A fine '800 in migliaia trovarono lavoro nelle fabbriche. Le condizioni erano dure, fino a 14 ore di lavoro al giorno, senza ferie, senza mutua per le malattie né pensione per la vecchiaia. Per donne e bambini tre e sei ore di lavoro per un chilo di pane, rispettivamente.
La riapertura dei Navigli
A Milano non si sta mica con le mani in mano, piuttosto si passa il tempo a scavare buche e poi a coprirle, e se ancora non è abbastanza si usano le buche per farci passare l'acqua dalla Svizzera a Venezia, ed ecco che abbiamo i Navigli: degli azzurri ruscelli dove saltano le trote e cadono le biciclette.
E non è abbastanza: adesso è il periodo della riapertura delle buche, e il sindaco annuncia festante: "Si andrà in nave da Locarno a Venezia via Milano!"; salvo poi ripensarci e rettificare: "in effetti non saranno delle normali navi, ma delle imbarcazioni più piccole, tipo transatlantico o superpetroliera; inoltre, così anche la Svizzera potrà avere la sua flotta di sottomarini nucleari, che risalendo sotto piazza del Duomo - dando la precedenza alla metro gialla - attraccheranno alla loro base svizzera, formata da cioccolato svizzero con latte munto da mucche svizzere, che mangiano erba svizzera che cresce su suolo svizzero calpestato da piedi svizzeri che indossano scarpe svizzere prodotte da mani svizzere che agiscono mosse da pensie..." (non è riuscito a terminare la frase, svenuto per carenza di ossigeno nel sangue - causa ipoventilazione). Alcuni sospettano un atteggiamento eccessivamente filosvizzero da parte del sindaco, ma solo perché non sono svizzeri; per tutti gli altri è un vero italiano, che in quanto tale pensa alla Svizzera per distrarsi dallo Stato italiano.
Ul mangià dul di Natal
A Natale mangiano tutti, a Busto come in ogni altra località sia d'Italia che del mondo. E mangiano differente del solito e più del solito. È tradizione di festeggiare il Natale con una buona mangiata. La tradizione non l'ho inventata io, c'era già quando son nato. Mi limito quindi a registrare, quale cuoco brevettato della squisita ed impareggiabile cucina nostrana, quello che nel pranzo di Natale i bustocchi solevano mangiare nei tempi andati, quando, cioè, il Natale (in fatto di pacciatoria) si verificava solo una volta l'anno. Debbo rettificar questa affermazione e toglierle l'assoluto. Si mangiava come a Natale anche quando si faceva qualche sposalizio: e bot lì.
Dunque, a Natale si mangiava differente e più del solito. Fermiamoci per il momento al più del solito, il che richiede una certa preparazione. C'era (parlo sempre dei tempi passati) chi prendeva il purgante due giorni prima per vuotare la sacca e poterla riempire a tutto agio e c'era anche chi si massaggiava le mascelle una settimana prima per allenarle allo sforzo continuato del masticare per alcune ore. Avverto che questa ultima abitudine non è scomparsa del tutto, ad evitare che lo stomaco abbia ancora capienza per contenere il cibo e le mascelle non rispondano più alla funzione masticatoria, per difetto di allenamento. Sarebbe una grande delusione!
Un bustoccu tradizionalista non mangerà mai la mattina di Natale il latte. Perchè? il latte generalmente, si mangia tutti i giorni del calendario. A Natale bisogna fare diverso. C'è il brodo di carne e cappone, il che impone di mangiare di buonora un'ottima zuppa o quanto meno un buon brêud'e vén, per preparare lo stomaco al gran pasto di sostanza. Tutti i giorni si mangia a mésdi; il di Natale si mangia alla una (alle tredici). E si continua per alcune ore fin che ul stòmagu al refüda ul mangià. Crèpa panscia che ùa roba la vânza!
Veniamo alla lista del gran pranzo, atteso da mesi e da mesi, con grande ansia nelle settimane di vigilia.
Capo primo: quàttar fraschi da salàm mistu e un par da sardin, tanto per iniziare.
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28 Dicembre 2023 - Giovedi' - sett. 52/362
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  1. redigio.it/dati2606/QGLO531-Sacro-Monte-02.mp3 - Il nostro Sacro Monte
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Toponimi di Cadrezzate
CADREZZATE  - Cadrezzate: m. 281; kmq 5.00; abitanti 1570. - Comune della provincia di Varese, situato 18 km a sud-ovest di Varese sulla sponda occidentale del Lago di Monate. - Il nome è attestato per la prima volta in alcuni documenti nell'anno 999 come Cadregiate. L'origine del toponimo è dubbia e si potrebbe far risalire ad un antroponimo del tipo *Catricius o Catrinius. Un'ipotesi più datata riconosce in Cadrezzate l'antroponimo Quadratius attestato in vari documenti.
1) Baraggiola: in dialetto Barigiöre. È una piccola area nei pressi del centro del paese, un tempo adibita a rimessa per gli attrezzi dei campi, ma anche utilizzata come piccolo spazio di terra per coltivare verdure ad uso domestico. Il nome è diffuso in più luoghi lombardi anche in varie altre forme (cfr. Baraggia nel comune di Vimercate -MI-, Barazzina nei pressi di Lodi). Il toponimo deriva dal'appellativo dialettale lombardo e piemontese baragia che significa "landa", "luogo incolto". E' possibile una connessione con la voce friulana baràzz "rovo". Alcuni vi scorgono una radice gallica *barros "roveto, sterpeto"
Cosi' di raccontava
La miee carogna - El ven a cà, on poo invers, prima di vott: el mangia, el bev, servii come on grand omm e poeu, television, puttann mezz biott, l'è lì, biccer in man, che 'l pesa i pomm.
Mì voeuri nient de ti, cara Madonna; però, se capitass che a ona quaj ora appenna stravaccaa su la poltronna, ghe ciappa on colpettin, ona malora...
L'è no che mi ghe voeuri minga ben: mi parli con amor, senza velen. E propi per salvà el mè sentiment
te preghi che ghe vegna on accident. L'è l'unica : passaa el temp di benis l'amor bisogna mettell in cornis.
Miti milanesi
Essendo i vigili urbani molto amati dai milanesi, vige la tradizione natalizia di regalare loro panettoni, dolci arricchiti con veleno per topi, o guttalax. La polizia locale è molto selezionata; pare che gli unici accoppiamenti consentiti siano quelli tra agente maschio e agente femmina, al fine di garantire la continuità della razza.[7] Il pensiero che più domina il vigile urbano medio (specie se automunito o motomunito) alla vista del misero cittadino all'interno della sua autovettura è: "Io sono il tuo Dio e la cintura di sicurezza il tuo credo, indossala anche a traffico fermo, in quanto potresti costare alla collettività e non garantirci più il pane". Da non sottovalutare anche l'uso comune di piazzarsi a 20 km/h in mezzo alla strada creando code infinite in attesa che qualcuno osi effettuare un sorpasso per multarlo. L'ausiliario della sosta altro non è che il fratello povero del poliziotto locale; anch'egli ha funzioni inibitorie sui milanesi che parcheggiano dove possono, in quanto tutti i parcheggi sono saturi dei catorci degli extracomunitari lasciati ovunque.
Busto Grande - 170 anni fa  Capitolo quinto
Gallarate non pagava!
E argomentava: chi ha mai chiesto la vostra macchina? E perchè mai, avendo spento il fuoco senza un invito della Deputazione venite proprio oggi a chiedere a noi il saldo di un debito che non possiamo riconoscere? Avete documenti, biglietti o altro firmati dalla Deputazione?
Ma Busto non si arrende << alle frivole ragioni di Gallarate ». Dopo un anno, l'8 marzo 1855, la Deputazione di Busto risponde:
< È incontrastabile che il Corpo della I. R. Gendarmeria è preposto all'ordine pubblico; è del pari in- contrastabile che l'adottare le opportune misure perchè un incendio non abbia a propagarsi è pretta mansione di ordine pubblico.
<< Ciò posto, se nella notte del 5 febbraio 1854 si apprese il fuoco alla casa dei fratelli Buffoni di Gallarate, e se l'I. R. Tenente di Gend.a residente in quel Borgo spedì a Busto un pro-Caporale per chiedervi il soccorso di questa Macchina Idraulica onde spegnere il minaccioso incendio, non sa comprendere la scrivente come la Deputazione di quel Comune si rifiuti al pagamento della spesa per questo servigio occorsa, allegando che la medesima non fece alcuna dimanda nè verbale, nè scritta per l'invio della sudd.a Macchina.Gallarate non pagava!
<< Quanto sia frivola la ragione addotta dalla Amm.ne C.le di Gallarate per esimersi dal soddisfacimento del debito che le incombe, apparirà di leggieri a questo I. R. Comm.o D.le poichè l'invito emesso dal Comando di Gendarmeria come autorità preposta all'ordine pubblico regolare ed operativo nei rapporti dei tutelati Comuni, interviene nel caso concreto a costituire la obbligazione in sua vece.
<< Per siffatte considerazioni, la scrivente Deputazione nell'interesse del proprio Comune, insta presso questo I. R. Commiss.o perchè si compiaccia interporre i propri uffici onde sia dato favorevole fine a questa pendenza ».
Ma Gallarate non paga e non risponde!
 
 
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29 Dicembre  2023 - Venerdi' - sett. 52/363
redigio.it/rvg100/rvg-52-363.mp3 - Te la racconto io la giornata
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  1. redigio.it/dati2606/QGLO512-Milano-SanGottardo-03.mp3 - Milano San Gottardo e oltre - molte sorprese e un po' di mistero -
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Sport Milanese
La "Scala del calcio" -  via Dessiè / via Achille
Lo stadio, dedicato a San Siro, aveva una capienza di 35.000 spettatori e fu inaugurato con un derby (Internazionale-Milan 6-3) il 19 settembre 1926. Nel 1955 fu costruito il secondo anello e nel 1990, in occasione dei campionati mondiali, il terzo anello che ne aumentava la capienza a 83.000 spettatori seduti. Nel 1979 lo stadio venne intitolato a Giuseppe Meazza, Peppin, campione del mondo nel 1934 e nel '38. Il Milan venne fondato il 18 dicembre 1899, colori sociali il rosso e il nero. Tra i presidenti più vincenti Andrea Rizzoli e Silvio Berlusconi, e tra gli allenatori Rocco, Sacchi e Capello. I campioni più noti? Nordhal, Liedholm, Schiaffino, Altafini, Rivera, Maldini, Baresi, Van Basten, Gullit, Kakà. Il Milan ha conquistato 18 scudetti, 7 coppe dei Campioni, 4 coppe Intercontinentali, 2 coppe delle Coppe. L'Internazionale, o Inter, venne fondata il 9 marzo 1908 da soci dissidenti del Milan perché favorevoli all'ingresso di giocatori stranieri, colori sociali il nero e l'azzurro. Nel 1928, du rante il fascismo, la società fu obbligata a cambiare il nome in Ambrosiana fino al 1945. II momento di maggior successo fu negli anni Sessanta con presidente Angelo Moratti e alle natore Herrera e poi con Massimo Moratti grazie al "triplete" con Mourinho allenatore. I campioni? Meazza, Campatelli, Ghezzi, Skoglund, Angelillo, Corso, Mazzola, Facchetti, Suárez, Ronaldo, Ibrahimovic. L'Inter ha con quistato 18 scudetti, 3 coppe dei Campioni, 2 coppe Intercontinentali, 3 coppe Uefa. Il derby è uno spettacolo da non perdere!
Cosa preparo per oggi
El vitell tonné - L'è facil, l'è subit imparaa. Se ciappa de la fesa de vitell e, in d'on cazzirolin strenc, misuraa, pussee l'è strenc, mei l'è e a bon fornell la se fà coeus per tant come on oretta, pena quattada d'acqua e con dent pever in grana, saal, 'na bella scigoletta, del laur e on gambin bell bianch de zeller.
Passà intant per dò volt al sedazz fin, quatter inciòd e on etto e mezz de ton a l'òli, fasend foeura on purerin. A spart fà con de l'òli de quell bon 'na majonnesa de duu oeuv, duretta, densa, peu tralla insemma a la passada d'inciòd e ton, fasend ona bagnetta ben petittosa e insemma delicada.
Finila cont asee quell bianch e fin, peu del sugh de limon e on quai cugiaa se per caas l'occorres, de quel brodin doe l'è còtt el vitell e peu sfregiaa.
tiraa bell luster, bell doraa, speciaal, no te'l perdevet d'oeuce per on tre or faseden foeura on vero capolavor.
Car pollin de Natal, 'me t'ho present! E ti, mamma, sudada, tutta intenta a fa la toa famiglia in ti contenta!...
Oh temp! Ma incoeu el pollin el m'è pù nient... El me fa gola pròpi pu el pollin...
Mah!... L'è che allora s'era piscinin...
E adess son 't gris e muff e stracch sul seri dal gran sgobbà ch'o faa ai me temp do' s'eri a guadagnam el pan a guida d'on mestee estros e insemm cruzios assee assee.
Sposinn, mamm, ve regali la ricetta, ma no stee a famm - a la minee - se sont in bolletta.
Cosi' di raccontava
El cugnaa con rott i ball - El dì che me sposavi, poer bagaj, hoo dii de sì per minga dì de no. Ma adess, Gesù, domandi come mai invece d'ona miee, mì ghe n'hoo do.
La prima l'è legittima, sposada, e se la romp i ball, tocca tasè. Ma l'altra, voeuri dì la mia cugnada, la gh'entra minga cont i affari mè.
L'è minga in del contratt, sto sacrament che tutt la voeur savè, e la sa mai nient: la va e la ven, la fa imbiancà la cà cont el color che pias al sò papà. Mì el soo che on dì la mazzaroo, ma tì prima ancamò, Gesù, falla morì!
La leggenda di Sant'Ambrogio e la mucca
Da ragazzo, quando uscivo alla sera con gli amici per una pizza o altro, mia madre mi diceva sempre: ricordess che "Sant'Ambroeus per la compagnia l'ha mangiàa ona vacca!". Poiché la frase me la ripeteva ogni volta che cenavo fuori, un giorno le chiesi di spiegarmi il perché; lei mi raccontò la seguente leggenda.
A Marcellina, sorella di Ambrogio, Madre Superiora di un convento di suore, nei pressi di Brugherio, proprio l'ultimo giorno di carnevale era morta la mucca che dava il latte per loro e per gli orfanelli. Lei e le con- sorelle decisero di cucinarla ma siccome il giorno dopo sarebbe iniziata la Quaresima e in Quaresima non si poteva mangiare carne, si rivolse al fratello per sapere cosa avrebbero potuto fare per non disperdere tutto quel ben di Dio. Ambrogio impietosito dalla disperazione della sorella, nella sua qualità di Vescovo di Milano, decise di prolungare di altri quattro giorni il carnevale, permettendo così alle monache di potersi cibare della carne. Ringraziando Ambrogio, Marcellina, che poi diverrà santa anche lei come il fratello, insieme alle consorelle organizzarono un grande pranzo al convento e naturalmente il primo invitato fu Ambrogio, che non seppe rifiutare. Sollecitato dalle suorine mangiò così tanto che alla fine stette male. Per questo episodio i milanesi coniarono il detto, rivolto a chi è solito consuare lauti pasti: "S. Ambroeus per la compagnia l'ha mangiàa ona vacca... el s'è ingossaa inscì tant che a la fin l'è sta mal!".
La metafora non mi riguardava perché quando uscivo con gli amici, dopo il film, andavamo a mangiare una pizza o un panino con una fetta di zampone e un calice di passito di Pantelleria, da Scoffone, in via Vit- tor Hugo. Allora le nostre finanze non ci permettevano altro!
Uno po' di dialetto milanese
Tira-s'giaff = tiraschiaffi, persona odiosa. Na facia da tira-s'giaff = un muso da schiaffi
Tirass = tirarsi. Tirass adoss un mücc da fastidi = tirarsi addosso un mucchio di problemi. Tirass adré = man- tenersi e/o migliorare in salute. Tirass aprèss al fögh = accostarsi al camino. Par fa quel mistée li bögn tirass aprèss in tri o quatar = per fare quel lavoro bisogna radunarsi in tre o quattro. Tirass dent = ritirarsi all'intemo. Tirass fo= togliersi (da una società, da una compagnia, da un affare, da un fastidio). Tirass fo ul giché = togliersi la giacca. Tirass indré-tirarsi indietro (per evitare un pericolo, ritirarsi da un affare). Tirass in 12 = allontanarsi, farsi in la. Tirass in ment=rammentarsi, fare uno sforzo per ricordare. Tirass ra pell in co - affannarsi, ammazzarsi di lavoro, ridursi all'estremo, sacrificarsi. Passan la malatia re dre a tirass s = dopo la malattia si sta riprendendo. Tirass su in setin sul lécc = sollevarsi a sedere sul letto, Tiras (firat) sti da dose!-to- gliti di dosso! Tirass via = farsi da parte,
Tirett, firetin = cassetto, cassetino, Tirlindana = lenza a più ami che viene trainata in acqua dalla barca in movimento,
Tidigh = ammalato di fisi. Vedi an che Begh
Titul = titolo,
To = two, tuos, tua, tue, Ul to pa, la to mama, i to fio, i to tusann = il tuo papa, la tua mamma, i tuoi figli, le
brela nova = comperare un ombrello nuovo. To adré = prendere con se. Tö cunt í bónn = prendere qualcuno con le buone maniere. To dent = prendere in cambio, ritirare in permuta. Tö gió 'n'aspirina = prendere un'aspirina. Tö miée (mari) = prender moglie (marito). To sú 'l düü da copp = lett. prende re il due di coppe, ovvero andarsene, svignarsela. To sú í danée dul cassett = prelevare i soldi dal cassetto. Fass to st = farsi prendere per il naso, farsi gabbare. To il fiaa = insistere in modo importuno, assillare, seccare. Toss via i penséer = togliersi il pensiero. Mia fass to via = non farsi sorpren dere, non lasciar trasparire le proprie intenzioni. Togan a chi piang e dazan a chi riid = lett. toglierne a chi piange e dare a chi ride, ovvero spesso chi si piange stå molto meglio di ride. L'e da to e mette da togliere e mettere, è una cosa mobile. Save mia indue'na a tola = lett. non sapere dove andarla a prendere, ovvero non sapere a chi (o a che cosa) rivolzersi. Tossala cunt un quaivin = pren dersela con qualcuno.
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30 Dicembre 2023 - sabato - sett. 52/364
redigio.it/rvg100/rvg-52-364.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO518-Milano-1922-01.mp3 - Storia di Milano dal 1922 al 1940 -
Notizia dal Villaggio
Il bar e' aperto il 08 09 10 dicembre
Il bar e'aperto il 30/31 dicembre
il bar e' aperto il 06 07 gennaio
Il bar e' aperto il 27 28 gennaio
il bar e' aperto il 10 11 febbraio 
Il bar e' aperto il 24 25 febbraio
Storielle
RICONCILIAZIONI - Non correre dietro a un uomo né dietro a un tram, perché via quello ce n'è un  altro.(Proverbio inglese)
Ci inchiniamo al progresso: però c'è da ammettere che le macchine ci raggelan, ci agghiacciano, fan da barriera, impediscon, uccidono i contatti umani. Così la macchina obliteratrice. Ora sugii autobus e sui tranvai non c'è più il bigliettaio, ragion per la quale più non vedremo la sua innamorata che, qualche giorno dopo una lite, capitava sulla piattaforma posteriore, per cercare di riconciliarsi con lui.
Il bigliettaio faceva il sostenuto. Le diceva, guardandola severamente negli occhi: "Signori, biglietti!", neanche lei fosse un passeggero qualunque. Acquistato regolarmente il biglietto, lei come al solito se l'infilava nell'anellino.
Secondo Ramon Gomez de la Serna: Coloro che si infilano il biglietto nell'anello sembra che si siano sposati col tram.
(La riconciliazione manco male avveniva al capolinea).
Proverbi Milanesi
L'è inutel serà su el stabiell dopo che l'è scappàa el porscell.
È inutile chiudere il porcile dopo che è scappato il porco.
Antico proverbio milanese che si diversifica in molteplici forme anche in italiano; molto noto quello parallelo come significato: «E inutile piangere sul latte versato». Si può definire un richiamo al buon senso sulle inutilità delle reazioni umane dopo un avvenimento irreparabile.
Villaggio turistico 1/5 -  Animatori di sesso femminile
Il femminone - Il femminone è un esemplare di femmina di Homo Sapiens facente parte della categoria Svalbard meglio nota come Grazie di esistere. Occhi verdi, capelli biondi o anche rossi, pelle morbida e liscia di un colore tendente all'ambra dorata, tutte le curve al posto giusto, ABS, sensori di prossimità per parcheggi difficili e controllo ESP integrato. Una figa paurosa insomma. Oltre alla bellezza smisurata, cerca di apparire in qualche modo utile al gruppo di animatori provando a recitare, ma quando sale sul palco la sua voce ricorda i peti di un ippopotamo. Con lei ci proveranno ovviamente tutti indistintamente, dai mariti ai figli dei mariti agli animatori stessi. Lei la darà solo ed esclusivamente alle seguenti tre categorie di uomini:
Giovani ricchi ed aitanti;
Vecchi ricchi ed in procinto di schiattare;
Il Direttore del villaggio in cambio di alloggi confortevoli e dotati di aria condizionata.
La ballerina - Ballerina stressata dal troppo lavoro. - La ballerina è di solito una ragazza minuta e aggraziata, dal portamento dolce e soave come un plenilunio. Capelli lisci e biondi raccolti dietro la nuca, occhi castano chiaro o azzurri, visino pulito e passo agile, nel gruppo non fa altro che organizzare coreografie e balletti per le sigle insulse propinategli dal proprietario del villaggio. Invidiosa del femminone, a cui inevitabilmente vanno le attenzioni di tutti i maschi e dei loro peni, si ritiene l'unica capace di muoversi decentemente sul palco; cerca di dissimulare la sua esuberanza sessuale ma fallisce inesorabilmente, perché finirà per trombarsi almeno uno dei tanti animatori maschi; in tal caso predilige il giocherellone. Spesso durante la durata del contratto lavorativo fa amicizia con la mandrilla; tale rapporto si basa ovviamente sulla necessità comune delle due donne di osteggiare il femminone, in pieno accordo con l'istinto di competizione femminile. Con la mandrilla al suo fianco riesce a sbloccarsi e a sciogliersi un po', cosa che spesso accade nelle eventuali serate-disco organizzate dalla direzione; a volte la Ballerina sa anche recitare discretamente, organizza eventuali mini-club per i bimbi e fa l'acquagym per i trichechi pelosi che tentano di dimagrire inutilmente ospitati dal villaggio. Al termine del contratto la sua massa corporea sarà calata drasticamente ed entrerà in cura da uno psichiatra.
La mandrilla - Mandrilla su sfondo verde. - La mandrilla è l'equivalente femminile del piacione. Si presenta come una ragazza piuttosto disinibita, con capelli mossi di un colore che varia dal rosso scuro al biondo, fisico piuttosto asciutto e nella media minuto, agile e sodo, un culo da sogno ed un volto[5] ammiccante che finisce per causare infarti negli uomini di una certa età, scompensi ormonali in quelli troppo piccoli ed imbarazzanti erezioni colossali per gli adolescenti. Di solito è simpatica e di mente aperta, sempre gentile con tutti. Come il piacione sarà sempre di corsa qua e là, giocando a calcio o a pallavolo sulla spiaggia, ballando e recitando e nuotando. Possiede discrete abilità recitative e sa muoversi bene sul palco; di solito nei ridicoli spettacoli che la direzione artistica organizza interpreta sempre la cafona o la vasciaiola. Ha rapporti occasionali con tutti quelli che le piacciono, il cui numero di solito staziona intorno alla ventina di uomini presenti nel villaggio, e non disdegna avventure lesbo con la ballerina, stile Natalie Portman in Black Swan.
Quanta sapienza i noster vècc
Un tempo a Milano, di chi scappava impaurito di fronte ad un pericolo, si diceva: "El va come on arian!". Il detto pare abbia origine dalla lotta sostenuta dal vescovo Ambrogio contro i seguaci di Ario, messi in fuga dal suo staffile. Una leggenda narra che la consuetudine di ritrarre Ambrogio con lo staffile è legata alla battaglia dei milanesi, capitanati dal Signore di Milano, Luchino Visconti, contro il cugino Lodrisio il 21 febbraio 1339 e vinta dagli ambrosiani.
La lotta che si combatté sulla neve fu sanguinosa; Luchino era stato catturato e le sue truppe disperse, quando nel cielo apparve la figura di S. Ambrogio a cavallo, armato di uno scudiscio nella destra, col quale colpiva i mercenari di Lodrisio sul viso, volgendoli in fuga! Come dire: "Scherza coi fant, ma lassa sta i sant!".
È tempo di ammazzare il maiale e anche questa è un'occasione in più per ritrovarsi; ai bimbi si poneva questo indovinello:
"Qual'è quell'animal che l'è bon de mort e minga de viv?" (il maiale).
Un proverbio comasco riscatta il simpatico animale accomunandolo al padrone: "Omen e purscej, anca se i è brott, i è bon e bej!" (Uomini e porcelli, anche se son brutti, sono buoni e belli).
Nella città di Teodolinda la luganega de Munscia viene ancora preparata su ordinazione del cliente in diversa quantità e misura.
In questo peana al maiale non poteva mancare la cassoeula, cucinata da mani esperte con "costin, pescitt, salamin de verza e ona quaj codega"... e se qualcuno avesse da obiettare circa l'utilizzo della cotica, ecco pronto un proverbio: "La cassoeula senza codegh e l'insalada senza aj, hinn istess d'ona sposa senza bagaj!"
A Torre de' Picenardi (CR) il salumificio Santini conserva le traizioni: culatello, culaccia, salame con e senza aglio, cotiche con fagiolini, cassoeula, costine, piedini e tutto il quinto quarto del maiale. Una delizia per gli occhi ed un invito "a mett i gamb sotta el tavol".
Ma adesso passiamo ad un altro argomento per rispetto verso coloro che sono a dieta e certe leccornie non possono permettersele... Dicembre è il mese della pioggia, del freddo, della neve ma anche della luce perché con S. Lucia (13 dicembre) le giornate cominciano ad allungarsi: "A Santa Lusia el pass d'ona stria!".
Aldo Milanesi scrive che per Santa Lucia i bambini andavano nella stalla a prendere un po' di fieno da mettere sul davanzale della finestra, per dar da mangiare all'asinello che arrivava carico di doni. In casa, invece, si apparecchiava la tavola con la tovaglia più bella e la cocuma del caffè era pronta da offrire alla santa perché almeno, col freddo che faceva, poteva scaldarsi un po' lo stomaco; al mattino seguente, guai se i bambini non trovavano la tazzina sporca di caffè!
Molto amata dai bambini Lucia, protettrice di Siracusa, in molte località lombarde sostituisce Babbo Natale nel portare regali ai più piccini: "Santa Lussia, mamma mia, cun la borsa del papà, Santa Lussia la vegnarà!".
A Cremona, in piazza Cavour, la sera del 12 dicembre, i venditori ambulanti fanno buoni affari vendendo gli ultimi giocattoli ai papà che non hanno avuto il tempo di acquistarli prima.
Offrono anche i famosi giardinèt, un misto di: nisoole, galéte, ciucarooi, zacaréle (nocciole, arachidi, castagne secche e mandorle) unite a noci, prugne e fichi secchi.
Sempre nel cremonese una leggenda racconta che la santa tirerebbe una manciata di sabbia del Po negli occhi di tutti i bambini che trova ancora svegli quando passa con l'asinello a distribuire doni; per paura di incontrarla, i più grandicelli prima di mezzanotte, girano a gruppi per le vie cittadine dando fiato ai loro zufoli per avvertire i più piccini che è tempo di dormire.
Quando entra qualche corpuscolo in un occhio è consigliabile rivolgere alla santa questa supplica: "Santa Luzia fim 'na fora 'sta purcheria!" poiché Lucia oltre che essere la protettrice degli agricoltori è anche invocata nelle malattie degli occhi, come ci fa sapere il detto milanese: "Che Santa Lusia te conserva la vista!" (per la verità riferito a chi mangia con ingordigia, in modo che possa vedere cosa sta divorando).
A Milano Santa Lucia è la patrona dei marmorin (lapicidi) che un tempo avevano la loro sede nella Cascina Camposanto posta dietro il Duomo dove, secondo una leggenda, nacque il famoso risotto alla milanese, gloria e vanto di ogni meneghino.
       **************** fine giornata ************************
  
     31 Dicembre 2023 - Domenica - sett. 52/365  
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Tradizioni culinarie di Crema
I "TURTEI" CREMASCHI - Crema è uno scrigno colmo di tesori gastronomici: talmente colmo da poter vantare almeno una specialità per ciascua delle rituali portate, dal primo piatto al dolce. È obbligo iniziare rendendo omaggio ai superbi tortelli cremaschi, delizia fra le delizie in una terra che al tortello, fra Cremonese e Mantovano, dedica un vero e proprio culto. Delizia fra le delizie, inoltre, perché i "turtei" cremaschi rappresentano l'apoteosi di quell'encomiabile indulgere lombardo (e padano in genere) all'agrodolce che, al pari dei beni artistici e paesaggistici, dovrebbe essere tutelato come patrimonio dell'umanità. - Tradizionalmente i "turtei" hanno forma a mezzaluna, con le caratteristiche e di rei indispensabili imperfezioni derivate dall'essere fatti a mano e chiusi con una pressione dei polpastrelli che li orna delle tipiche "cappette": l'aspetto un po' irregolare non è quindi una conferma dell'adagio popolare per cui un "mestèr cremasch" sarebbe un lavoro fatto alla bell'e meglio, ma la garanzia della loro genuinità. Basta assaporarli, del resto, per rendersi conto che si tratta di una raffinatissima apoteosi della pasta fresca ripiena, di origine presumibilmente colta, come potrebbe facilmente dimostrare un'attenta collazione con ricettari rinascimentali. - Il sofisticato ripieno, che evoca sapori di altri tempi, richiede due tipi di biscotti: gli amaretti (meglio se "scuri") e un poco di mostaccino, tipico biscotto secco cremasco con cannella, chiodo di garofano, noce moscata, macis e pepe. I biscotti, finemente sbriciolati, sono impastati con pera sciroppata, menta (sotto forma di caramella pestata), pangrattato e grana grattugiato nonché cedro candito tritato e uva passa, amalgamando il tutto con brodo di carne prima di racchiuderlo in dischetti di sfoglia all'uovo leggermente salata. Per il ripieno eccellente, così complesso, solo se in perfetto equilibrio - si conoscono alcune varianti, che prevedono ad esempio l'uso di poco cioccolato fondente e liquore all'anice, aggiunte che francamente ci paiono un po' ridondanti.
AA VENUTA DI REMAGI
Pare che i Remagi non si fossero mai conosciuti prima di incontrarsi sulla strada che li conduceva alla Santa Meta. È certissimo, però, che quando si incontrarono a Busto erano già tutti e tre uniti. Raggiunsero la nostra città casualmente, dopo aver girato mezzo mondo, a causa di un incidente di viaggio: ad un certo punto incontrarono un fitto strato di nebbia che tolse loro ogni possibilità di orientamento. Fatto consiglio, decisero di fermarsi a pernottare nel più prossimo abitato, che era Busto. Così giuntivi, vi fecero sosta. Per non arrecare danno alla popolazione con i loro cammelli, scelsero un "pra" e legarono le bestie ad una robinia. Siccome faceva molto freddo, bussarono alle porte delle vicine cascine per aver un po' di legna con cui accendere il fuoco e un po' di strame per i cammelli. Al momento i contadini, svegliati in piena notte, ebbero paura e credettero che si trattasse di ladri, ma, visti i mantelli dorati e le corone di brillanti che coprivano i tre personaggi, si affrettarono a mettersi a loro disposizione. Quell'inverno era molto rigido e la scorta di legna era completamente esaurita. Per ospitalità, allora, i contadini levarono le imposte dalle finestre e ne ricavarono tanti pezzi per un falò. I Remagi rimasero colpiti da tanta squisitezza di sentimenti, per cui trassero dalle loro tasche delle coroncine luccicanti e ne fecero dono alle famiglie contadine.
Intanto la nebbia era sparita e si era fatto sereno. I Remagi avvertirono i bambini, accorsi nel frattem po, che il gioco di stare in gobba ai cammelli stava per finire, poiché loro dovevano ripartire. L'ultimo bambino, un certo "Cumèta", che stava per scendere dal cammello, emise a questo punto un grido di meraviglia e poi si diede a urlare con quanto più fiato aveva in corpo: "Aa stèla, aa stèla cunt aa cua!". Tutti rivolsero gli occhi al cielo e videro la stella del Cumèta. I Remagi assicurarono i contadini che la stella con la coda portava una buona novella e che presto avrebbero avuto notizie di un avvenimento che sarebbe stato ricordato per tutta l'eternità.
Dopo di che si allontanarono sui cammelli e partirono, preceduti dalla stella sulla via di Betlemme. Si seppe poi che era nato il Messia.
Memori della gradita accoglienza della popolazione bustese, i Remagi (se non tutti, almeno uno) la notte di ogni vigilia dell'Epifania tornarono sempre a Busto e non mancarono mai di lasciare doni per i bambini, anche per quel bravo Cumèta che, per primo, vide la stella con la coda: "aa stèla cumèta". Il ponte dei Remagi costruito in Savigu (via Monte bello), la Cuccagna di piazza Cristoforo Colombo e i Remagi che giravano nella cassetta di cartone erano segni delle leggende bustesi.
Gennaio è ricco di feste e tradizioni: non possiamo certo dimenticare "i trì dì di merli" o il "Sant'Antonio", ricorrenza che fa da coda alle festività natalizie e che si festeggia col codino del maiale, amico del Santo, cucinato in cazeula (botaggio di verze). Vogliamo però dedicare la nostra attenzione ad un'altra figura tipica di questo mese.
Un po' di dialetto
Tocch = pezzo. Na in tocch = andare in pezzi, fig, andare in rovina. Un tant al tocch = a occhio e croce, approssi mativamente, grossolanamente: fa í robb un tant al focch = far le cose malamente, senza attenzione. L'e 'n tocch d'una vargogna = lett, é un pezo di una vergogna, ovvero è una cosa vergorosa. Tocch da coll = tipo senza scrupoli, canaglia. Un tocch da pan= un pezzo di pane. Vess un tocch da pan = essere molto buono. Un toech d'omm = un pezzo d'uomo. T6cch = 16cco, guasto. Un pomm tócch = una mela guasta. Tócch in di pulmin = lett. tocco nei polmoni, tubercolotico. L'è tócch in dul cò = è un cervello bacato.
Tógn = Antonio.
Filastrocca recitata dai bambini per il gioco della "sberla" o simili: Tógn, Tógn pera pómm
pera pomm, pera fiigh capitàni di furmuigh capitani di suldaa
indivina, chi l'è staa? Antonio, Antonio pela mele pela mele, pela fichi capitano delle formiche capitano dei soldati indovina, chi è stato?
Toj = prendi, tieni, prendete, tenete; assume anche un significato esclamativo che esprime stupore analoga- mente all'italiano "toh!": Oh töj! sa ourii fagh cusè? = toh! che cosa volete farci? E omologo al francese "tiens". Tòla latta, lamierino, banda stagnata. Un pedrio da tòla = un imbuto di latta. Indica inoltre la "latta", recipiente ricavato da banda stagnata o meno: la tòla dul petroli = la latta del petrolio. Fig. tòla = audacia, sfacciataggine. Ga vör 'na bèla tòla a dì cèrti robb = occorre una bella sfacciataggine per dire certe cose. Facia da tòla faccia di bronzo, sfacciato, svergognato. Quando qualcuno inghiotte facilmente cibi o bevande bollenti si dice al gh'ha 'l canarözz fudràa da tòla ha gola ed esofago foderati di lamiera.
       **************** fine giornata ************************
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Marzo 2014
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  30. altri quattro podcast di storia cittadina.
  31. redigio.it/dati2/QGL379-Turri-Mose.mp3 - La nobile figura di Mosè Turri jr. maestro d'arte sacra e ritrattista. Preziosa la sua opera per i costumi del Palio e il salvataggio deli affreschi - 7,51 - #50 #36 - fb2
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  35. QGL383-bandiere15-pt01.mp4 -  http://youtu.be/lLL4e_hkAGI  - Primo memorial Messenzana per sbandieratori. 13 giugno 2015 in Legnano
  36. QGL383-bandiere15-pt02.mp4 - https://youtu.be/mBapdqyIu34  - Primo Memorial Messenzana per sbandieratori. 13 giugno 2015 in Legnano
  37. QGL383-bandiere15-pt03.mp4 - https://youtu.be/Gh2WZTGnH4s  -  Primo Memorial Messenzana per sbandieratori. 13 giugno 2015 in Legnano
  38. QGL383-bandiere15-pt04.mp4 - https://youtu.be/Rzgxt1BG56w  -  Primo Memorial Messenzana per sbandieratori. 13 giugno 2015 in Legnano
  39. QGL383-bandiere15-pt05.mp4 - https://youtu.be/yTy9h0FlNmI  -  Primo Memorial Messenzana per sbandieratori. 13 giugno 2015 in Legnano
  40. QGL383-bandiere15-pt06.mp4 - https://youtu.be/J558lrqJhok  -  Primo Memorial Messenzana per sbandieratori. 13 giugno 2015 in Legnano
  41. QGL383-bandiere15-pt07.mp4 -  https://youtu.be/ThVjMFjeKuo -  Primo Memorial Messenzana per sbandieratori. 13 giugno 2015 in Legnano
  42. QGL383-bandiere15-pt08.mp4 - https://youtu.be/e8mZnJNtBgA   -  Primo Memorial Messenzana per sbandieratori. 13 giugno 2015 in Legnano
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