28 lib1435 di prova

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Collana di annotazioni
 
Contents
 
Contents
28.1 Legnano
       28.1.1 L-00
       28.1.2 Preistoria La terra e l'uomo
       28.1.3 Il Dialetto
       28.1.4 Il Duecento
       28.1.5 L-04
       28.1.6 L-05
       28.1.7 L-06
       28.1.8 Dominazione austriaca
       28.1.9 Dal borgo agricolo
       28.1.10 Il Risorgimento
       28.1.11 L-10
       28.1.12 L-11
       28.1.13 Dall'Ottocento al ventesimo secolo
       28.1.14 Mercato
       28.1.15 ventisette famiglie nobiliari
       28.1.16 L-16
       28.1.17 L-17
       28.1.18 L-18
       28.1.19 L-19
       28.1.20 Il Comune di legnano
       28.1.21 L-21
       28.1.22 L-22
       28.1.23 L-23
       28.1.24 L-24
       28.1.25 L-25
       28.1.26 Chiesa della Madonnina
       28.1.27 L-27
       28.1.28 L-28
       28.1.29 L-29
       28.1.30 L-30a
       28.1.31 Legnano, l'ingegnere archeologo
       28.1.32 L-batt1
       28.1.33 L-batt2
       28.1.34 L-carr1
       28.1.35 L-casc1
       28.1.36 L-casex
       28.1.37 L-cens1
       28.1.38 L-chie1
       28.1.39 L-feus1
       28.1.40 L-foto
       28.1.41 L-isti1
       28.1.42 L-isti2
       28.1.43 L-mem20
       28.1.44 L-museo1
       28.1.45 L-museo2
       28.1.46 L-museo3
       28.1.47 L-note1
       28.1.48 L-olona1
       28.1.49 L-stor1
       28.1.50 Le origini
       28.1.51 Barbari
       28.1.52 Galli e Romani
       28.1.53 L-trasp1
       28.1.54 L-trasp2
       28.1.55 L-trasp3
       28.1.56 R-cast
       28.1.57 R-cast1
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1 -        Dopo che la lettera di Cesare fu consegnata ai consoli, si ottenne con difficoltà, nonostante la forte insistenza dei tribuni della plebe, che essa fosse letta in senato; non si poté invece ottenere che se ne discutesse ufficialmente. I consoli presentano una relazione sulla situazione dello stato. Il console L. Lentulo aizza il senato; promette di non fare mancare il suo sostegno allo stato, se i senatori vorranno esprimere il loro parere con coraggio e forza; ma se essi hanno riguardo per Cesare e ricercano il suo favore, come hanno fatto nei tempi passati, egli prenderà posizione nel proprio interesse senza sottostare all'autorità del senato; del resto anch'egli ha modo di trovare rifugio nel favore e nell'amicizia di Cesare. Con il medesimo tono si esprime Scipione: è intenzione di Pompeo difendere lo stato, se il senato lo asseconda; ma se il senato esita o agisce con troppa mollezza, invano implorerà il suo aiuto, se in seguito lo vorrà.
 
2 -        Questo discorso di Scipione, poiché la seduta del senato si teneva in città e Pompeo era vicino, sembrava uscire dalle labbra dello stesso Pompeo. Qualcuno aveva espresso un parere più moderato, come in un primo tempo M. Marcello che, presa la parola in quell'intervento, sostenne che non era il caso di discutere della cosa in senato prima che si facessero in tutta Italia leve e si arruolassero eserciti, sotto la cui protezione il senato avrebbe osato decretare con sicurezza e liberamente il proprio volere; come M. Calidio, che proponeva che Pompeo tornasse nelle sue province, perché non vi fosse motivo di ricorso alle armi; Cesare temeva, egli diceva, che, essendogli state sottratte due legioni, Pompeo le trattenesse presso la città, tenendole di riserva con intenzioni ostili nei suoi confronti; come M. Rufo, che faceva suo il parere di Calidio, addirittura mutandone solo poche parole. Tutti costoro, travolti dalla clamorosa protesta del console L. Lentulo, erano oggetto di violenti attacchi. Lentulo dichiarò di non avere assolutamente intenzione di mettere in votazione la mozione di Calidio; Marcello, atterrito dalle clamorose proteste, ritirò la sua. Così la maggior parte dei senatori, trascinata dalle grida del console, dalla paura che suscitava la vicinanza dell'esercito, dalle minacce degli amici di Pompeo, pur controvoglia e per costrizione, approva la proposta di Scipione: che Cesare, prima di un dato giorno, smobiliti l'esercito; se non lo fa, risulti chiaro che egli ha intenzione di agire contro lo stato. Fanno opposizione i tribuni della plebe, M. Antonio e Q. Cassio. Subito si pone in discussione il veto dei tribuni. Vengono espressi pareri pesanti; quanto più ciascuno parla con arroganza e durezza, tanto più è colmato di lodi dagli avversari di Cesare.
 
3 -        Conclusa verso sera la seduta del senato, tutta la classe dei senatori viene convocata da Pompeo fuori della città. Pompeo loda i risoluti e li incoraggia per l'avvenire, rimprovera e sprona quelli troppo esitanti. Da ogni parte, con la speranza di ricompense e di promozioni, vengono richiamati alle armi molti soldati delle vecchie truppe di Pompeo; sono richiamati in servizio molti soldati provenienti dalle due legioni consegnate da Cesare. La città si riempie di commilitoni di Pompeo, di tribuni, di centurioni, richiamati in servizio. Tutti gli amici dei consoli, i clienti di Pompeo e coloro che avevano vecchi rancori verso Cesare vengono radunati nel senato; le loro grida e il loro accorrere in massa atterriscono i più deboli, rassicurano gli incerti; ai più invero è sottratto il potere di deliberare liberamente. Il censore L. Pisone, e parimenti il pretore L. Roscio, si dichiarano disponibili ad andare da Cesare, per metterlo al corrente di questi avvenimenti; chiedono sei giorni di tempo per portare a termine la missione. Da alcuni viene anche proposto di inviare ambasciatori a Cesare, che gli espongano il volere del senato.
 
4 -        A tutte queste proposte fa resistenza e opposizione l'intervento del console, di Scipione e di Catone. Vecchi rancori nei riguardi di Cesare e il dolore del suo insuccesso elettorale aizzano Catone. Lentulo è mosso dalla grande quantità di debiti, dalla speranza di avere un esercito e delle province e dai doni degli aspiranti al titolo di re. Tra i suoi si vanta di star per diventare un secondo Silla nelle cui mani ritornerà il potere supremo. Stimola Scipione una medesima speranza di governo di province e di comando di eserciti che, per legami di parentela, pensa di potere dividere con Pompeo; e nello stesso tempo lo stimolano il timore di processi e la propria vanità e l'adulazione dei potenti che in quel tempo avevano grandissima influenza nello stato e nei tribunali. Lo stesso Pompeo, incitato dagli avversari di Cesare e poiché non voleva che nessuno gli fosse pari per prestigio, si era del tutto allontanato dalla sua amicizia e si era riconciliato con comuni avversari, che, in gran parte, egli stesso aveva procurato a Cesare al tempo della loro parentela. Contemporaneamente, indotto dal disonore di avere trattenuto a sostegno della propria influenza e supremazia politica due legioni destinate all'Asia e alla Siria, manovrava affinché la contesa fosse condotta a un confronto armato.
 
5 -        Per queste ragioni tutto viene fatto in fretta e confusamente. Non si dà tempo ai congiunti di Cesare di informarlo né viene concessa ai tribuni della plebe la possibilità di allontanare da sé il pericolo né di conservare il supremo diritto di veto, che L. Silla aveva loro lasciato; ma, dopo solo sette giorni, sono costretti a pensare alla propria incolumità, la qual cosa quei turbolentissimi tribuni della plebe dei tempi passati solevano prendere in esame e temere solo all'ottavo mese delle loro funzioni. Si giunge precipitosamente a quel gravissimo ed estremo decreto del senato, al quale prima mai si ricorse nonostante l'audacia dei relatori se non, per così dire, quando la città fu in mezzo alle fiamme e quando si disperò della salvezza di tutti: provvedano i consoli, i pretori, i tribuni della plebe e i proconsoli che sono vicini alla città affinché lo stato non subisca alcun danno. Ciò viene registrato con decreto del senato il 7 gennaio. E così nei primi cinque giorni in cui si poterono tenere le sedute del senato, dal giorno in cui Lentulo diede inizio al proprio consolato, fatta eccezione per i due giorni dedicati al comizio, si prendono gravissime e rigorosissime delibere nei confronti del potere militare di Cesare e di persone assai ragguardevoli, i tribuni della plebe. Subito i tribuni della plebe fuggono da Roma e si rifugiano presso Cesare. In quel tempo egli era a Ravenna e attendeva risposte alle sue così moderate richieste, sperando che, per un senso di umana moderazione, il conflitto si potesse risolvere pacificamente.
 
6 -        Nei giorni successivi, le sedute del senato si tengono fuori Roma. Pompeo presenta quelle medesime proposte che aveva fatto conoscere per bocca di Scipione; loda la fermezza e la coerenza del senato; enumera le sue forze; afferma di avere pronte dieci legioni; inoltre di avere appreso e accertato che i soldati sono ostili a Cesare: non li si può indurre a difenderlo o, soltanto, a seguirlo. Circa le altre questioni viene proposto al senato quanto segue: si facciano leve in tutta Italia; Fausto Silla sia mandato in Mauritania come propretore; sia data facoltà a Pompeo di usare il denaro dell'erario pubblico. Si presentano proposte anche nei riguardi del re Giuba: sia dichiarato alleato e amico. Marcello nega di potere per il momento sottoscrivere la proposta. Filippo, tribuno della plebe, pone il veto alla mozione relativa a Fausto. Vengono registrati i decreti del senato riguardanti gli altri punti. A privati vengono assegnate le province, due consolari, le altre pretorie. A Scipione tocca in sorte la Siria, a L. Domizio la Gallia. Filippo e Cotta vengono esclusi per manovre di parte e i loro nomi non sono posti nell'urna. In tutte le altre province vengono inviati pretori. E non attendono - come era accaduto negli anni precedenti - che il loro potere sia ratificato dal popolo, e, con addosso il paludamento di porpora, dopo avere fatto i sacrifici rituali, escono dalla città. I consoli, cosa non mai accaduta prima, ... si allontanano dalla città e privati cittadini, contrariamente a ogni esempio del passato, tengono littori in città e sul Campidoglio. In tutta Italia si fanno leve, si obbliga a fornire armi, si esige denaro dai municipi, denaro viene sottratto dai templi, tutte le leggi divine e umane vengono sovvertite.
 
7 -        Cesare, venuto a conoscenza di questi fatti, parla ai soldati. Rammenta gli affronti fattigli dagli avversari in ogni tempo; e si duole che Pompeo, per invidia e gelosia della sua gloria, sia stato da essi sedotto e corrotto, mentre egli stesso lo ha sempre aiutato nella carriera e ne è stato il sostenitore. Lamenta che è stato introdotto un precedente, insolito nello stato, cioè che il veto dei tribuni, che negli anni addietro era stato ristabilito con le armi, con le armi ora venga infamato e soffocato. Silla, pur avendo spogliato il potere dei tribuni di ogni forza, tuttavia aveva lasciato libero il veto; Pompeo, che sembra avere restituito i privilegi perduti, ha tolto anche quelli che i tribuni hanno avuto in passato. Ogniqualvolta si decretò che i magistrati provvedessero affinché lo stato non ricevesse alcun danno (e con questa formula e con questo decreto il popolo romano veniva chiamato alle armi), ciò fu fatto in caso di leggi perniciose, di azioni di forza dei tribuni, di sommosse popolari, con l'occupazione di templi e di posizioni dominanti; e rammenta che questi fatti del passato sono stati espiati con la morte di Saturnino e dei Gracchi. In quel tempo nulla di questo fu fatto e neppure pensato: non fu promulgata nessuna legge, non vi fu inizio di ricorso al popolo, non venne fatta alcuna sommossa. Esorta i soldati a difendere dagli avversari la reputazione e l'onore del comandante sotto la cui guida, durante nove anni, hanno servito fedelmente lo stato e combattuto moltissime battaglie con esito favorevole, hanno portato pace in tutta la Gallia e la Germania. Elevano un grido di approvazione i soldati della XIII legione che era presente (questa infatti egli aveva richiamato all'inizio del disordine, le altre invece non erano ancora giunte), proclamando di essere pronti a respingere le ingiurie arrecate al loro comandante e ai tribuni della plebe.
 
8 -        Cesare, conosciuta la disposizione d'animo dei soldati, si dirige con quella legione a Rimini e qui incontra i tribuni della plebe che presso di lui erano venuti a trovare rifugio; richiama dagli accampamenti invernali le rimanenti legioni con l'ordine di seguirlo. Lì giunge il giovane L. Cesare, il cui padre era luogotenente di Cesare. Costui, terminato il discorso su altri argomenti, per i quali era venuto, dichiara di avere per lui da parte di Pompeo messaggi di carattere privato: dice che Pompeo vuole scusarsi dinanzi a Cesare, che non prenda per offesa personale le azioni che egli ha compiuto per il bene dello stato; dice che alle amicizie personali egli ha sempre anteposto l'interesse pubblico. Anche Cesare, in considerazione della sua posizione, deve per il bene dello stato sacrificare il proprio interesse e il proprio risentimento e non adirarsi con gli avversari così violentemente da risultare, sperando di danneggiarli, di danno allo stato. Aggiunge poche considerazioni del medesimo tono che unisce alle scuse di Pompeo. Il pretore Roscio presenta a Cesare quasi i medesimi argomenti e con le medesime parole, dimostrando di essere stato ben istruito da Pompeo.
 
9 -        Era chiaro che tutto ciò non serviva a cancellare le offese; tuttavia Cesare, approfittando di uomini adatti, tramite i quali poteva trasmettere il suo volere a Pompeo, chiede a entrambi, dal momento che gli hanno riferito le ambascerie di Pompeo, di non rifiutarsi di riferire a lui anche le sue richieste, per vedere se mai, con poca fatica, fossero in grado di sanare grandi controversie e liberare dal timore tutta l'Italia. Dice che egli ha sempre posto l'onore al primo posto, considerandolo più importante della vita. Che ha provato dolore perché, con atto oltraggioso, gli è stato strappato dagli avversari un privilegio concesso dal popolo romano e, privato di sei mesi di comando, egli è stato richiamato a Roma, benché il popolo avesse deliberato che nei prossimi comizi si ritenesse valida la sua candidatura, pur se assente. Tuttavia, per il bene dello stato, ha sopportato di buon grado questo danno; quando ha mandato una lettera al senato, chiedendo che tutti i comandanti venissero allontanati dagli eserciti, neppure questo ha ottenuto. In tutta Italia si fanno arruolamenti, sono trattenute le due legioni che gli sono state sottratte col pretesto della guerra contro i Parti; la popolazione è in armi. A che volgono tutte queste manovre se non a suo danno? Pur tuttavia egli è pronto a rassegnarsi e a tutto sopportare per il bene dello stato. Pompeo se ne ritorni nelle sue province, tutti e due congedino gli eserciti, tutti in Italia lascino le armi, il popolo venga liberato dal timore, siano garantiti al senato e al popolo romano liberi comizi e l'esercizio della cosa pubblica. Perché ciò si possa fare più facilmente e con patti sicuri, sanciti da giuramento, o Pompeo si avvicini o lasci che sia Cesare ad avvicinarsi; tutte le controversie si potrebbero dirimere tramite contatti diretti.
 
10 -        Assuntosi l'incarico, Roscio insieme a L. Cesare giunge a Capua, dove trova i consoli e Pompeo; riferisce le richieste di Cesare. Dopo essersi consultati, danno una risposta e, tramite loro, per iscritto rimettono a Cesare le loro proposte, i cui punti principali sono questi: Cesare ritorni in Gallia; si allontani da Rimini, congedi l'esercito; Pompeo sarebbe andato in Spagna quando egli avesse eseguito questi ordini. Nel contempo, fino a che non sarebbe stato certo che Cesare avrebbe mantenuto le sue promesse, i consoli e Pompeo non avrebbero interrotto gli arruolamenti.
 
11 -        Era proposta ingiusta esigere che Cesare si ritirasse da Rimini e ritornasse nella sua provincia, mentre Pompeo conservava e le sue province e le legioni altrui; pretendere che venisse congedato l'esercito di Cesare, quando Pompeo faceva le leve; promettere di partire per la sua provincia e non fissare la data della partenza, così che, se anche, una volta terminato che fosse il proconsolato di Cesare, non fosse ancora partito, non sarebbe tuttavia apparso vincolato da alcuno scrupolo di mentire; inoltre il non fissare una data per l'abboccamento e il non promettere di incontrarlo facevano fortemente disperare dei propositi di pace. E così manda M. Antonio da Rimini ad Arezzo con cinque legioni; egli con due legioni si ferma a Rimini e qui si dispone a fare leve; con una coorte per città si impossessa di Pisa, Fano, Ancona.
 
12 -        Informato nel frattempo che il pretore Termo con cinque legioni tiene Gubbio e che fortifica la città e che tutti gli Iguvini sono ottimamente disposti nei suoi confronti, invia Curione con tre coorti che aveva a Pisa e a Rimini. Venuto a conoscenza del loro arrivo, Termo, che non si fidava del consenso del municipio, ritira le coorti dalla città e si dà alla fuga. I suoi soldati, durante la marcia, disertano e se ne tornano a casa. Curione si impadronisce di Gubbio col massimo consenso di tutti. Conosciuti i fatti, confidando nei consensi dei municipi, Cesare ritira dai presidi le coorti della tredicesima legione e marcia su Osimo; questa posizione era tenuta da Azzio che vi aveva introdotto le coorti e faceva, mandando in giro senatori, leve in tutto il Piceno.
 
13
 
 
       Alla notizia dell'arrivo di Cesare, i decurioni di Osimo, in gran numero, si recano da Azzio Varo; gli dichiarano che non spetta a loro giudicare; che né loro né gli altri municipi possono accettare che il comandante C. Cesare, benemerito dello stato, autore di tante imprese, sia tenuto lontano dalla città e dalle sue mura; Varo, dunque, tenga conto del giudizio dei posteri e del proprio pericolo. Indotto da queste parole, Varo ritira dalla città il presidio che vi aveva introdotto e si dà alla fuga. Pochi soldati dell'avanguardia di Cesare, dopo averlo inseguito, lo costrinsero a fermarsi. Attaccata battaglia, Varo viene abbandonato dai suoi; una parte dei soldati se ne torna a casa; i rimanenti raggiungono Cesare. Viene fatto prigioniero e condotto insieme a quelli L. Pupio, centurione primipilo, che prima aveva avuto quel medesimo grado nell'armata di Cn. Pompeo. Cesare, poi, si congratula con i soldati di Azzio, lascia libero Pupio, ringrazia gli Osimati e promette di serbare il ricordo del loro operato.
 
14
 
 
       Giunta notizia a Roma di questi fatti, si diffuse all'improvviso un terrore tanto grande che il console Lentulo, che era andato ad aprire l'erario e a prelevare, secondo le disposizioni del senato, il denaro da dare a Pompeo, dopo avere aperto la sala in cui era conservata la riserva del tesoro pubblico, subito se ne fuggì da Roma. Si andava infatti falsamente dicendo che Cesare stava per sopraggiungere e che i suoi cavalieri erano vicini. Lentulo fu seguito dal collega Marcello e dalla maggior parte dei magistrati. Cn. Pompeo, partito da Roma il giorno prima, si dirigeva verso le legioni che aveva ricevuto da Cesare e che aveva stanziato a svernare in Puglia. Gli arruolamenti intorno a Roma vengono sospesi; a tutti risulta lampante che al di qua di Capua non vi è sicurezza. Solamente a Capua ci si rincuora e si ritrova il coraggio e si incomincia ad arruolare i coloni che, in conseguenza della legge Giulia, erano stati qui insediati. Vengono condotti in piazza i gladiatori della scuola gladiatoria di Cesare a Capua; Lentulo li rende risoluti con la speranza di libertà; fornisce loro cavalli e dà l'ordine di seguirlo. In seguito, criticato dai suoi per tale iniziativa biasimata da tutti, li divide, affinché fossero sorvegliati insieme agli schiavi delle comunità campane.
 
15
 
 
       Cesare, uscito da Osimo, attraversa tutto l'Agro Piceno. Tutte le prefetture di quella regione lo accolgono con grande entusiasmo e danno ogni sorta di aiuto al suo esercito. Giungono da lui ambasciatori provenienti anche da Cingoli, cittadina che era stata fondata da Labieno e costruita con il suo denaro, e gli assicurano una completa e diligente esecuzione degli ordini. Cesare fa richiesta di soldati; glieli inviano. Nel frattempo la dodicesima legione raggiunge Cesare. Alla testa di queste due legioni egli si dirige ad Ascoli Piceno. Questa città era occupata da Lentulo Spintere e dalle sue dieci coorti. Costui, alla notizia dell'arrivo di Cesare, fugge via dalla città e nel tentativo di trascinarsi dietro le coorti viene abbandonato da gran parte dei soldati. Rimasto con pochi uomini durante la marcia incontra Vibullio Rufo, che era stato mandato da Pompeo nel Piceno per rassicurare gli abitanti. Vibullio, venuto a conoscenza da lui della situazione del Piceno, si fa consegnare i soldati e lo congeda. Così pure raggruppa dalle regioni confinanti quante coorti può fra i soldati arruolati da Pompeo; fra questi raccoglie Lucilio Irro, in fuga da Camerino, con le sei coorti che qui egli aveva tenuto di presidio. Con i soldati raccolti, forma tredici coorti. E con esse, a marce forzate, giunge a Corfinio presso Domizio Enobarbo e gli annuncia che Cesare con le due legioni è vicino. Da parte sua Domizio aveva messo insieme circa venti coorti, raccogliendo uomini da Alba, dai Marsi, dai Peligni e dalle regioni confinanti.
 
16
 
 
 
 
 
Contents
LIBRO 1
       Cesare Giulio
       Erbe e frutti
       Guerre galliche
              Cesare
       Storia della Saffa
       Vini
LIBRO 2
       Bozzente
       Etruschi
       Fenici
       Ferrovia Barche
              Ferbar0
              Ferbar1
              Ferbar2
       Folli
       Comabbio
       Pietre Miliari
       Problema
       V Fornace
              Tabella
              Lista dipendenti
       sacrimonti
              Definizione
              Miniera
              Domodossola
              Verbania
              Ghiffa
              Varese
       Bersaglieri
       Divina Commedia
       Galileo Galilei
LIBRO 3
       Legnano
              Legnano
                     L-00
                     Preistoria La terra e l'uomo
                     Il Dialetto
                     Il Duecento
                     L-04
                     L-05
                     L-06
                     Dominazione austriaca
                     Borgo agricolo
                     Il Risorgimento
                     L-10
                     L-11
                     L-12
                     Mercato
                     L-15
                     L-16
                     L-17
                     L-18
                     L-19
                     L-20
                     L-21
                     L-22
                     L-23
                     L-24
                     L-25
                     L-26
                     L-27
                     L-28
                     L-29
                     L-30a
                     L-ARCH1
                     L-batt1
                     L-batt2
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              Domenica 25 ottobre, alle 15,
              la carta
              vn3960 - qgla917 - pan de mej
              vn3959 - qgla918 - La peste Durante le epidemie del 1576 e 1630
              sabato 24 ottobre alle ore 10:00 presso la Sala Ceccarelli di via XX Settembre 30 (Tecnocity).
              El Domm de Milan
       I nümer al lott, se ghe manca?
       L’Omett del dodes
       Lettera averta su la koiné
       Campagne di Legnano - A.D. 1176
       UL MIK LONGOBARDEATH - TE ME FE GIRA’ I BALL !!!! (YSMR)
       Genesi secondo i miti ebraici
       EL PESS D’AVRIL
       EL SERPENT DEL MOSÈ
       VOS DE RINGHERA
       L’alimentazione in età medioevale
       13 DICEMBRE: SANTA LUCIA
       Le vere sembianze di Gesù
       Principessa del Borgh
       EL BIGLIETTIN
       Il laghetto a due passi dal Duomo
       El Rattin
       IL BARBAROSSA
       Batàia de Legnà
       i Germani
       Gran pampel
              Gran pampel
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              Trama tipo
       omnibus
              MILANO PERCORSA IN OMNIBUS
              AVVERTENZA.
              Linea A.
ProLocoLegnano
       1 Quaderno Giorgiano da Leggere - Indice
              1.1 Novembre 2015
              1.2 Ottobre 2015
              1.3 Settembre 2015
              1.4 Agosto 2015
              1.5 Luglio 2015
Rugareto
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                     Eventi in calendario
                     16 ottobre '15
                     dialetto
                     Meravigli
                     fotomar-08
                     Domenica 25 ottobre, alle 15,
                     sabato 24 ottobre alle ore 10:00 presso la Sala Ceccarelli di via XX Settembre 30 (Tecnocity).
       cantoni
              L'INDUSTRIA TESSILE IN ITALIA   Cioce Martina
              COTONIFICIO CANTONI introduzione
              LA FABBRICA CANTONI
              COTONIFICIO CANTONI
              Cantoni nella sua storia
              Introduzione alla Cantoni- Paternalismo
              Il regolamento e i servizi.
              Cotonificio Ponti
              DAL COTONIFICIO ALLA LIUC
              Intervento sull'edificio e sull'area circostante
              composizione architettonica
              architettura ex cotonificio cantoni
              Il parco e la villa cantoni
              Architettura del parco
              Aldo Rossi
              Intervento di Aldo Rossi
              doppino
                     cantoni introduzione
                     Aldo Rossi
                     COTONIFICI IN VALLE OLONA
                     COTONIFICIO CANTONI by marcorossi
                     Introduzione alla Cantoni- Paternalismo  marcorossi
                     LA FABBRICA CANTONI by marcorossi
                     PROFILO STORICO CRONOLOGICO
                     PROFILO STORICO CRONOLOGICO
                     L'INDUSTRIA TESSILE IN ITALIA
                     la localizzazione, le fabbriche e le fonti di energia nell’alto milanese
                     Storia dell'industria tessile italiana.
                     PROFILO STORICO CRONOLOGICO
                     RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
                     STORIA DELL’INDUSTRIA TESSILE COTONIERA
                     la localizzazione, le fabbriche e le fonti di energia nell’alto milanese   by Medina
       De Bello Gallico
              Libro sesto
       Vimana ecc.
              Nibiru e Anunnaki
              il libro perduto di enki
              Pianeta x
              Libro del profeta Ezechiele
              Vimana (non usare per podcast, gia conglobato
              troppo dettagli per esser frutto della fantascienza
              Pilotare un Vimana
              Come funzionano questi apparecchi detti Ufo?
              COME GUIDANO GLI ALIENI?
              Genetica da un punto di vista non terrestre
              LA  MANSIO TEMPLARE MILANESE, IL BROLIO e la via  della COMMENDA
                     Santa Maria  Latina,
                     Commenda di Santa Maria al Tempio e Santa Croce
              i sumeri e l'orgine della civilta'
                     "Il fenomeno UFO"
              babilonia: dalla creazione dell'uomo al diluvio universale
              In principio… La genesi… Sumera però!
              gli anunnaki sono i nostri antichi creatori?
              (new node)
       Legnano
              Brieve racconto di tutte le radici,
              Nascita di Roma
              Pornikon -
              Il dialetto legnanese, tra ricordi ed ironia
              Il ricordo di due giovani partigiani
              Caironi
              Titanic
              Così maturò la scelta partigiana di Bollini
              Ferito in guerra e con una croce al valore
              Palio, Calcio e... Pompe Funebri all'Incantesimo della Nostalgia
              Piero Borsa, il ragionere-educatore al servizio
              Un legnanese tra i tedeschi.
              Sutermeister, una traccia profonda nella storia
              Batàia de Legnà
              IL BARBAROSSA
              Campagne di Legnano - A.D. 1176
              Genesi secondo i miti ebraici
              Le vere sembianze di Gesù
              UL MIK LONGOBARDEATH - TE ME FE GIRA’ I BALL !!!! (YSMR)
                     Raccolta da fare podcast
              Lettera averta su la koiné
              monumenti e risonanze acustiche – il potere e mistero della vibrazione
              Il museo della scuola elementare Carducci racconta un secolo di storia cittadina
              il bombardamento dell’Alfa Romeo
              omnibus
                     MILANO PERCORSA IN OMNIBUS
                     AVVERTENZA.
                     Linea A.
              PROFILO STORICO DI SAN GIORGIO SU LEGNANO
                     PROFILO STORICO DI SAN GIORGIO SU LEGNANO
              Incantensimo della Nostaglia: serata carica di positività
       compilation
       Medicina
              “PER GUARIRE FACEVANO COSI’…”
              del mangiare e del bere per i sani
              “COME SI AMMALAVANO E CURAVANO I VALDOSTANI”
              Daghe & Coltelli
       (new node)
              Birra e vino
              Le buone maniere a tavola
              Biancheria e igiene
              Andar d’accordo e litigare
              Sposarsi
              Chi paga?
              Storia mortadella e panino
 
 
 

28.1 Legnano

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Contents
 
 
 
L-00       Raccolta di notizie gia' pubblicate su la storia di Legnano
L-01       Preistoria La terra e l'uomo
L-02       Il Dialetto
L-03       Il Duecento
L-04       Dal Medioevo al rinascimento
L-05       l Cinquecento
L-06       La dominazione spagnola
L-07       La dominazione Austriaca
L-08       Dal borgo agricolo allo sviluppo del primo ottocento
L-09       Il Risorgimento
L-10       Uomini illustri
L-11       La sagra del carroccio
L-12       Dall'Ottocento al ventesimo secolo
L-13       Il Mercato settimanale di Legnano e le sue vicende
L-15       Artisti
L-16       Le sette campane di San Domenico
L-17       La battaglia di Legnano e il problema del confine meridionale del Seprio
L-18       Legnano nell'alto Medioevo
L-19       L'Olona
L-20       Il Comune di Legnano nel quadro delle lotte sociali milanesi della prima meta' del secolo XIII°
L-21n        Case in Legnano antica
L-22       Legnano e i suoi monumenti
L-23       Chiese ed oratori trecenteschi
L-24       Chiesa di Sant'Ambrogio
L-25       La basilica di San Magno
L-26       Chiesa della Madonnina
L-27       Chiese Campestri
L-28       Dalla prima alla seconda guerra mondiale - La resistenza
L-29       Legnano durante il sorgere e il consolidarsi della signoria viscontea
L-30a       I primi abitatori e le loro usanze
L-ARCH1       Legnano, l'ingegnere archeologo
L-batt1       La Battaglia
L-batt2       La Battaglia
L-carr1       Celebrazioni storiche dell'816° anniversario della Battaglia di Legnano
L-casc1       Antiche cascine del Borgo
L-casex       Il palazzetto Corio
L-cens1       Nel Sedicesimo secolo "1850 anime da Comunione"
L-chie1       Chiesa di Sant Ambrogio in Legnano
L-feus1       Feudi e comuni  Origine del nome di Legnano
L-foto       Fotografie Varie di LEGNANO
L-isti1       Nel 1850 a Legnano c'erano 2 ricevitorie postali
L-isti2       I gloriosi pompieri aziendali
L-mem20        Le Origini
L-museo1       Breve guida alla visita delle sale Archeologiche del Museo
L-museo2       Un uomo, una citta', un museo: G. Sutermeister ed il museo civico di Legnano
L-museo3       Legnano nelle antiche rappresentazioni cartografiche
L-note1       Note da fotografie
L-olona1       Il fiume OLONA
L-stor1       Cenni storici
L-stor2       Le origini
L-stor3       I BARBARI
L-stor4       Storia: Galli e Romani
L-trasp1       In pensione la "Biloria" con l'ultimo vetturale
L-trasp2       Dal "Velociu" al tram elettrico
L-trasp3       La prima autostrada costruita nel mondo
R-cast       Raccolta
R-cast1       GENEALOGIA DEI LAMPUGNANI
R-cast3        Casato Lampugnani
R-mulin       Gli antichi mulini sul fiume Olona
R-mulin1       Relazione sui Mulini idraulici lungo l'0lona.
 
 

28.1.1 L-00

 
 
 
 
 
 
Raccolta di notizie gia' pubblicate su la storia di Legnano
 
 
Lo scopo di questo lavoro e' di raccogliere tutto quanto e' gia' stato scritto su Legnano in modo informatico e in un solo documento.
 
Questo lavoro serve come documentazione personale e per questione di diritti non puo' essere divulgato a terzi senza le relative autorizzazioni
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Indice generale del Volume
 
 
Volume 1
 
L-1.wps       Preistoria. La terra e l'uomo       da
L-2.wps       Il Dialetto       Profilo storico di Legnano (pag.      )
L-3.wps       Il Duecento
L-4.wps       Dal Medio Evo al rimascimento
L-5.wps       Il cinquecento
                     Censimento della popolazione alla fine del secolo XVI
                     Trasporto della prepositura da Parabiago a Legnano agosto 1584
                     Visita di San Carlo e traslazione del corpo di leone da Perego
L-6.wps       La dominazione spagnola
l-7.wps       La dominazione austriaca
              Il pellagrosario
              La visita pastorale del Cardinale Pozzobonelli
L-8.wps       Dal borgo agricolo allo sviluppo del primo ottocento
L-9.wps       I combattenti del Risorgimento
              Il Risorgimento
 
L-10.wps       Uomini Illustri
              ALBERTO BOSSO
              BARBARA MELZI
              BONVESIN DE LA RIVA
              ESTER MARTINI CUTTICA
              FRANCESCO da LEGNANO
              FRANCESCO MARIA MELZI D'ERIL
              FRANCESCO PAOLO NEGLIA
              GIACOBBE COLOMBO
              GIAN RODOLFO VISMARA
              GIOVANNI OLDRENDI da LEGNANO
              GIUSEPPE PIROVANO
              GUGLIELMO COTTA
              GUIDO SUTERMEISTER
              I PIONIERI DELL'INDUSTRIA
              MARCHESI CORNAGGIA
L-11.wps       La sagra del Carroccio
L-12.wps       Dall'Ottocento al Ventesimo secolo
              L'incremento demografico
              Le sommosse popolari del 1898
              Primo censimento industriale
 
L-13.wps       Il Mercato settimanale di Legnano e le sue vicende
 
 
 
L-14.wps
L-15.wps
              Antonio çaria Turri (1769-1853)
              Beniamino Turri (1803-1882)
              Carrera
              Daniele Turri (1841-1922)
              Elia Turri (1848-1927)
              Francesco lampugnani (1588-1651)
              Gersam Turri (1879-1949)
              GianGiacomo Lampugnani (1487-1521)
              Giovanni Lampugnani (1590-1640)
              Gli editori da Legnano
              La tradizione legnanese dei pittori d'arte sacra
              Melchiorre Lampugnani (1420-1490)
              Mosè Turri Junior (1907)
              Mosè Turri Senior (1837-1903)
 
L-16.wps       Le sette campane di San Domenico       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano Pag 122
L-16.wps       Legnano di ieri Legnano di oggi.       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano Pag 10
L-16.wps       Dal Fascismo alla liberazione       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 32
L-16.wps       L'era industriale E le trasformazioni Negli ultimi due secoli       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 36
L-16.wps       La bramantesca Basilica di San magno       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 70
L-16.wps       La Romantica piazza "Granda "       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 79
L-16.wps       Il santuario Madonna Delle Grazie       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 118
L-16.wps       Gli Affreschi sacri E le nicchie votive.       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 127
L-16.wps       La "Cittadella Ospadaliera"       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 138
L-16.wps       Il sanatorio Regina Elena di Savoia.       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 144
L-16.wps       I trenta primi cittadini di Legnano dal 186o al 1974.       Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 150
L-16.wps       Dal monumento Di cartapesta Al "Guerriero  " del Butti        Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 154
L-17.wps       La battaglia di Legnano e il problema del confine meridionale del Seprio       Tratto da: Legnano nel MedioEvo Cap. III°  di Marina Cattaneo
 
L-18.wps
L-19.wps
L-20.wps
L-21.wps
L-22.wps
L-23.wps
L-24.wps
L-25.wps       La Basilica di San Magno       Profilo storico della citta' di Legnano
              Cappella dell'Andito.
              CRONOLOGIA
              La basilica di San Magno
              La Cappella del S.S. Sacramento.
              La Cappella del sacro Cuore.
              La Cappella dell'Assunta e del santo crocefisso
              La Cappella di San Carlo.
              La Cappella di San Pietro martire
              La Cappella Maggiore
 
L-26.wps
              Chiesa della Madonnina
              Il Santuario della Madonna delle Grazie
              La Cappella dell'Altare Maggiore
              Le Cappelle
 
L-27.wps
              Chiesa di Legnanello
              Chiesa di San Domenico
              Chiesa di San Giovanni Battista
              Chiesa di Santi martiri
              Chiese Campestri
              Chiese Moderne
              I Cimiteri
              Santuario di Santa Teresa del bambin Gesu'
L-28.wps
              1924 - Titolo di citta'
              Contributo della divisione Legnano alla lotta della liberazione
              Dalla prima alla seconda guerra mondiale - La resistenza
              L'insurrezione Armata
              La resistenza
              Le lotte politiche
              Le lotte sindacali
              Mussolini a Legnano
L-arch1.wps       Legnano, l'ingegnere archeologo
 
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L-mem20.wps       Le origini       Tratto da: Legnano nel medioevo cap I° di Marina Cattaneo
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              Guido Sutermeister - Augusto Marinoni
              Italia Meidionale - Patrizia Salmoiraghi
              Legnano: la necropoli di via Novara - Raffaella Volonte'
              La necropoli di Canegrate - Mia Adelaide Binaghi Leva
              Legnano: la necropoli di costa per San Giorgio - M. Cristina Ceci
              Legnano: tombe galliche trovate presso il museo civico - Maria Adelaide Binaghi leva
              Un secondo sepolcreto di epoca imperiale a San giorgio su Legnano - Anna Maria Volonte'
              Sepolture del II°, III° secolo a.c. a San Lorenzo di Nerviano - Anna Maria Volonte'
              Il sepolcreto dei secoli I° e II° d.c. di Cerro e San Vittore - M. Cristina Scaiola
              La necropoli di San Lorenzo - Anna Maria Volonte'
              Legnano: Casina pace. Sepolcreto romano del I° e II° secolo d.c. - Patrizia Salmoiraghi
              Sepolcreto dei primi du secoli d.c. a Gorla Minore - Elena Franchi
              Recuperi - Giuseppe Rovera
              La romanizzazione del territorio - Alfonso Rezzonico
              La teoria del restauro - Aconerre di Maria Anzani e Alfiero Rabbolini
 
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              Il Barbarossa - la battaglia
              IL Castello
              L'alto medioevo - S. Arialdo
              La battaglia
              La Spagna - l'Austria - Napoleone
              Le industrie tra 8/'900
              Le origini - l'Eta' Romana
              Legnano contemporanea.
              Leone da Perego - I Visconti e gli Sforza
 
 
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R-Cast.wps       Il Castello di Legnano       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       NUOVI DOCUMENTI SUL CASTELLO       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       ORIGINI DEL CASTELLO DI LEGNANO       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       LA DENOMINAZIONE "CASTELLO DI LEGNANO"       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       I PASSAGGI SOTTERRANEI FRA IL CASTELLO DI LEGNANO E I LUOGHI VICINI       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       DESCRIZIONE DEL CASTELLO DI LEGNANO       Da Memorie n. 8
              Il fabbricato principale trecentesco
              L'arredamento mobile del castello
R-Cast.wps       OTTONE VISCONTI, LEGNANO E CASTELSEPRIO       Da Memorie n. 8
              Episodi della lotta di Ottone Visconti e i Torriani
              Legnano e la battaglia di Parabiago
R-Cast.wps       I Lampugnani a Legnano e zona agli albori del 1400       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       LA FAMIGLIA DI UBERTO E OLDRADO LAMPUGNANI       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       L'AVVENTO DELLA FAMIGLIA DELL'OLDRADO A LEGNANO       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       LE ALTRE NOBILI CASATE DIMORANTI IN LEGNANO FRA IL 1400 E IL 1500       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       OLDRADO LAMPUGNANI       Da Memorie n. 8
              Istruttore del minorenne Duca Filippo Maria Visconti e poi suo Capitano
R-Cast.wps       OLDRADO LAMPUGNANO E IL CONTE DI CARMAGNOLA (1412-1425)       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       OLDRADO LAMPUGNANI E GABRINO FONDULO       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       OLDRADO LAMPUGNANI E IL SUO SEGRETARIO       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       OLDRADO LAMPUGNANI diviene padrone del castello di Legnano e lo fortifica       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       ATTACCHI AL CASTELLO DI LEGNANO       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       OLDRADO LAMPUGNANI RIBELLE ALLA REPUBBLICA MILANESE       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       OLDRADO LAMPUGNANI FEUDATARIO DI OSCASALE, E SIGNORE DI FARFENGO       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       IL CORREDO NUZIALE DI UNA SPOSA LAMPUGNANI DEL 1457       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       LA SUCCESSIONE DELL'OLDRADO LAMPUGNANI       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       IL CASATO LAMPUGNANI in ribasso temporaneo per l'uccisione del Duca       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       OLDRADO III. E CRISTOFORO LAMPUGNANI ESILIATI IN FRANCIA       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       LA CONTESA CIVILE DEL POSSESSO DEL CASTELLO       Da Memorie n. 8
              I Lampugnani aventi diritto si estinguono
R-Cast.wps       LA FAMIGLIA CORNAGGIA ACQUISTA IL CASTELLO       Da Memorie n. 8
R-Cast.wps       GLI ABITATORI PRO TEMPORE DEL CASTELLO       Da Memorie n. 8
 
R-cast1.wps       GENEALOGIA DEI LAMPUGNANI
              Signori del Castello di Legnano
R-mulin.wps       Gli antichi mulini sul fiume Olona       Tratto da:
              I Mulini
 
R-mulin1.wps       Relazione sui Mulini idraulici lungo l'0lona.       Tratto da :Societa' Arte e Storia Legnano Memoria n.18 - 1960
              I Mulini antichi sull'Olona.
              Distruzione difensiva dei Mulini.
              Lo sfruttamento dell'acqua.
              Vertenze sul godimento delle acque del fiume.
              Nella valle d'Olona lavorazione dell'oro e dell'argento ??
              Trapasso di Mulini alla famiglia Lampugnani.
              La Bocca Lampugnana.
              I Cornaggia proprietari terrieri a Legnano.
              La Roggia dei Frati (e il convento)
              La scomparsa dei mulini a Legnano.
              La Gabinella: una nota toponmastica qui intrufolata
              I mulini di legnano risultanti del censimento del 1594
              Alcune nomenclature relatice ai mulunini (ing, mazzocchi 1900)
              I mulini di olgiate Olona a San Vittore Olona nel 1772
              Note sui singoli mulini nella zona del legnanese
              L'Olona degradata scientemente a fogna delle industrie
              L'opera di regolazione del fiume a Sud di legnano
 
R-Cast3.wps       Il Casato Lampugnani       Ricavato dalla Tavola 25 di Memorie n.8
R-Cast3.wps              ALTRI NOMINATIVI
R-Cast3.wps       OLDRADO LAMPUGNANI e il castello di Legnano       da Memorie N.° 2 pagina 55  Sutermeister
R-Cast3.wps       Il Borgo di Legnano nel quadro del Ducato di Milano        Tratto da: Legnano nel Medio Evo di Marina Cattaneo
R-Cast3.wps       La ricostruzione topografica del borgo di legnano nel periodo Medioevale               tratto da: Legnano nel Medio Evo di Marina Cattaneo
 
 
 
 
 
 
 
BIBLIOGRAFIA
 
Fonti:
 
Porro Lambertenghi       Codex Diplomatica Longobardie        In "Historiae Patriae Monumenta", XIII, Torino 1873.
Porro lambertenghi       Diplomata Henrici II       In "Monumenta Germaniae Historica"       Diplomata regum et imperatorun Germaniae, III
Andreae       Vita et passio Sancti Martijris Arialdi Mediolanensis       in "Monumenta Germaniae Historica"Scriptores XXX, 1964
Landhulpi Seniores       Mediolanensis Historia       in "Monumenta Germaniae Historica", scriptores XXX 1964
G. Manaresi e C: Santoro       Atti privati Milanesi e Comaschi del secolo XI       Milano 1933
       Gesta Federici I° imperatoris auctore cive Mediolanensi       In "Scriptore rerum Germanicarum in usum sholarum ex Momumentis Germaniae Historicis recusi", Hannover 1892
Romualdi Salernitani       Annales       in "Monumenta Germaniae Historica"Scriptores XIX, 1963
Romualdi Salernitani       Annales Coloniensis Maximi       in "Monumenta Germaniae Historica"Scriptores XVIII, 1963
Gotifredi Viterbensis       Gesta Federici       in "Monumenta Germaniae Historica"Scriptores XVIII, 1963
Card. Bosonis       Vita Alexandri III       in "Liber Pontificalis" II edito dalla L. Duchesne, parigi, 1892.
Ottonis Episcopi Frisigensis       Chronicon       in "Monumenta Germaniae Historica"Scriptores XX, 1963
C. Manaresi       Gli atti del Comune di Milano fino al 1216       Milano 1919
       Annales Mediolanenses Minores       in "Monumenta Germaniae Historica"Scriptores XVIII, 1963
       Catalogus Episcoporum mediolanensis       in "Monumenta Germaniae Historica"Scriptores VIII, 1963
Tiraboschi       Vetera Humiliatorun Monumenta       Milano 1761
       Annales Mediolanensis       in "Rerum Italicarum Scriptores" XVI 1730
M. Magistretti e
U. Monneret De Villard       Liber Notitiae Sanctorum Mediolani       Milano 1917
Petri Azari       Chronicon de gestis principum Vicecomitum       in "Rerum Italicarum Scriptores" XVI 1730
       Antiqua Ducum Mediolanim Decreta       Mediolani, 1564
G. Flammae       Manipulus Florum       in "Rerum Italicarum Scriptores" XI, 1727
G. Flammae       Crhoricon Majus       in "Miscellanea si storia Italiana", Regia Deputazione di Storia Patria, VII, Torino, 1869
Jhoannis De Cermenate       Historia de situ, origine et coltoribus ambrosianae urbis, ac de Mediolanensuim gestis sub imperio Henrici septimi in "Rerum Italicarum Scriptores" XIX, 1731
Bonincontri Morigiae       Chronicon Modoetiense       in "Rerum Italicarum Scriptores" XII, 1728
G. magistrelli       Notitia Cleri mediolanensis       in "Archivio Storico lombardo" XIV, a. 27, 1900
G. C. Bascape'       Antichi diplomi degli arcivescovi di Milano       Firenze 1937
Petri candidi Decembri       Vita Philippi Maria Vicecomitis       in "rerum Italicarum Scriptores" XX, 1731
Johannis Simonetae       Vita Francisci Sfortiae       in "rerum Italicarum Scriptores" XXI, 1732
 
 
Studi
 
G. L. Barni       Cives e rustici a Milano alla fine del secolo XII e all'inizio del sec. XIII secondo il "liber Consuetudinum Mediolani       in "Rivista Storica Italiana", 1957
G. L. Barni       Dal governo dei vescovi a quello dei Cittadini       in Storia di Milano, III 1954.
G. L. Barni       La lotta contro il barbarossa       in Storia di Milano IV, 1954
M. Bertolone       Lombardia Romana       Milano 1939
G. P. Bognetti       Milano dopo la conquista franca       In Storia di Milano, II, 1954
G. P. Bognetti       Milano longobarda       in Storia di Milano, II, 1954
G. P. Bognetti       Terrore e sicurezza sotto re nostrani e sotto re stranieri       in Storia di Milano, II, 1954
F. Bosdari       Giovanni da Legnano, canonista e ouomo politico del 1330       in "atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia patria per le province di Romagna"
              III serie vol. XIX, Bologna 1910
C. castiglioni       Gli ordinari della metropolitana attraverso i secoli       in "memorie storiche della Diocesi di Milano" I, Milano, 1954
F. Cognasso       L'unificazione della lombardia sotto Milano       in Storia di milano, V, 1955
B. Corio       Storia di Milano       Milano, 1855
G. Ermini       I trattati della guerra e della pace di Giovanni da legnano       Imola, 1923
G. Franceschini       La vita sociale e politica nel 1200       in Storia di Milano, IV, 1954
G. galli       La tomba dell'arcivescovo leone da perego a legnano      in "Legnano", 1939
C. Giardina       I boni homines in Italia       in "Rivista di storia del diritto Italiano", Bologna, V, 1923
A. Giulini       Una pia fonazione prediletta da Benvesin da Riva       in "Archivio Storico Lombardo" a. 53, 1916
A. Giulini       Memorie spettanti alla storia, l governo e alla descrizione della citta' e campagna di Milano nei secoli bassi - Milano, 1760
B. Grampa       Pagine di storia e di vita Bustese       Busto Arsizio, 1760
D. P. Lunardon       Il giuramento di Pontida       Pontida, 1967
A. marinoni       I dialetti di Saronno al Ticino       in "Panorama Storico dell'Alto Milanese", Busto Arsizio, 1957
L. A. Muratori       Antiquates Italicae Medii Evi       Milano       , 1738 1742
D. Olivieri       Aggiunte al dizionario di toponomastica lombarda       in "Archivio Storico lombardo" 1939
A. Passerini       Il territorio insubre nell'eta' romana"       In Storia di Milano, I, 1953
P. Pecchiai       I documenti sulla biografia di buonvicino della riva       in "Giornale Storico della letteratura Italiana", 1921
G. Pirovano       Memorie postume su legnano       1883
S. Ricci       La necropoli di legnano       Milano, 1901
Ruffini       Ragionamenti storico-statistici intorno all'ospizio dei trovatelli di Milano       Milano, 1844
 
 
 
 
 
 
 
Libri di cui sono in possesso:
 
 
Marina Cattaneo       Legnano nel medioevo - Memorie n. 20       memorie Societa' Arte e Storia n. 20, 1975
Sutermeister       Legnano Romana- Relazione degli scavi e ritrovamenti antichi       1987
       Memorie n. 2       Societa' Arte e Storia, 1989
Sutermeister       Il castello di legnano - memorie n. 8       Societa' Arte e Storia, 1986
Museo civico       Legnano nelle rappresentazioni cartografiche       1988
Museo Civico       Breve guida alla visita delle sale Archeologiche del Museo       1984
Museo Civico       Un uomo, una citta', un Museo "G. Sutermeister e il museo civico di legnano"       1992
Museo Civico       Riti ed offerte per un viaggio nell'aldila' - la necropoli romana di via Pietro Micca       1990
Museo Civico       memorie n. 18       (solo la parte dei Mulini)
Museo Civico       Memorie n. 17       (solo la parte ???)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

28.1.2 Preistoria La terra e l'uomo

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Preistoria La terra e l'uomo
 
Di alcune città e' possibile fissare l'origine se non in un anno preciso, almeno in un certo secolo. Non e' il caso nostro. Il nome Legnano, essendo latino, puo' indicare il periodo storico della sua formazione; ma un nome puo' essere applicato ad una realtà già esistente da gran tempo e sostituire quello primitivo a noi sconosciuto. Il museo cittadino infatti contiene un reperto, trovato in Legnanello, che si fa risalire a 2000 anni prima di Cristo, e attesta la presenza umana nel nostro territorio quattromila anni fa. Esso pero' non segna un inizio, ma probabilmente solo un momento di una continuità storica che si protende indietro nel tempo, in quella che solitamente si chiama, con frase stereotipa, la notte dei tempi.
La scienza geologica e archeologica ha pero' alquanto diradato le tenebre di quella notte e i suoi strumenti sono in grado di ricostruire a grandi linee l'evoluzione dell'ambiente geografico ed umano, in cui possiamo inquadrare un punto nello spazio, e del tempo.
Sappiano ad esempio con certezza che circa sessantacinque milioni di anni fa comincio' ad emergere dal mare la catena delle Alpi, lasciando ancora sommersa l'attuale pianura padana. Forse dopo un ulteriore sollevamento di cinquecento metri emerse anche il piede delle Prealpi su cui oggi siede Legnano, ma il suolo che ci sostiene, e' formato dalla sedimentazione dei detriti che, coll'erosione delle montagne, precipitarono sulla pianura durante il Quaternario.
Nel corso di migliaia di millenni sotto l'influsso degli spostamenti astronomici all'interno della nostra galassia, il variare della posizione dei pianeti e della stessa inclinazione dell'asse terrestre, il clima dovette subire profondi rivolgimenti.  Qualcuno pensa a cicli ricorrenti ogni centomila anni con alternanze di climi freddi e caldi che modificarono di volta in volta la flora e la fauna. Per avvicinarsi a noi dobbiamo ricordare l'azione determinante e grandiosa delle glaciazioni alpine dette GUNZ, Mindel, Riss, Wurm (precedute dalla Donau, cosidetta perche' studiata lungo il Danubio). In certi periodi, quasi un quarto delle terre emerse fu coperto da ghiaccio, L'acqua solidificata e sottratta al mare ne abbassava il livello. Tra una glaciazione e l'altra s'interponeva un intervallo (detto interglaciale), il cui clima tornato caldo scioglieva il ghiaccio e risollevava il livello marino. Durante i periodi freddi una grande crosta ghiacciata copriva le Alpi e coll'enorme peso della sua massa plastica rosicchiava il fondo e i fianchi delle valli spingendo in basso masse di detriti, formando gli anfiteatri morenici, in cui oggi si raccolgono le acque dei laghi prealpini. Ad esempio la sponda meridionale del lago di Comabbio si formo' con le morene del glaciale Gunz circa settecentomila anni fa: a Cassano Magnago troviamo i depositi del Mindel (trecentomila anni fa); le alture di Somma Lombardo sono morene del Riss (centoventimila anni fa).
Ma troviamo anche gli alti terrazzi formati dalle sedimentazioni degli interglaciali che si spingono a sud fino a Lonate Pozzolo e a Origgio, mentre i terrazzi inferiori abbracciano un vasto territorio tra Tradate e Gallarate, Busto e Legnano.
Noi non riusciamo ad immaginare l'esistenza di esseri umani durante i periodo glaciali. Le piu' antiche presenze umane sono segnalate nell'Africa Orientale e nella Cina Meridionale circa un milione e ottocentomila anni fa. In Europa, alla foce del Rodano, sulla Costa Azzurra e Riviera Ligure, dove il clima e' piu' mite, i cacciatori del Paleolitico sono presenti anche durante le glaciazioni. Vivevano preferibilmente nelle grotte, frequentate anche da animali come gli orsi in letargo e facilmente uccisi nel sonno, oppure sotto le sporgenze di pareti rocciose (dette ripari), ma anche si accampavano a cielo scoperto.
Non erano numerosi. Si calcola che ventimila anni fa fossero un milione, uno in media ogni dieci chilometri quadrati. Naturalmente si raccoglievano in gruppi e si spostavano continuamente seguendo le prede. Milioni di bisonti, di cavalli selvaggi e altri animali pascolavano nelle pianure. Immaginiamo ora la situazione sul nostro territorio. Nei periodi freddi il ghiaccio giungeva fino a pochi chilometri a settentrione. Quando esso si scioglieva, valanghe di acqua spazzavano il terreno. A Castellanza si apre la val Morea incassata fra due ripidi pendii formati dal ceppo, un conglomerato di ciotoli alpini in cui non pote' posarsi uno strato di sedimentazione, perche' l'acqua che colmava quell'incassatura, scorreva veloce e ripuliva le pareti di marogna. A Castellanza la fiumana si allargava rallentando sulla pianura, depositando ghiaia e grossi ciotoli rotondi, con cui sono stati costruiti i vecchi muri cittadini. Quanta strada hanno percorso e quanto tempo e quali forze enormi hanno smussato e levigato le loro già scabre superfici.  Il rallentamento e la diminuita velocità dell'acqua scavo' soltanto un piu' largo alveo tra le piu' basse sponde su cui oggi sorgono Legnanello e San Vittore da un lato, San Martino, San Giorgio e Canegrate dall'altro. Come avrebbero potuto vivere gli uomini in un ambiente naturale di tale violenza?. E se pur passarono di qui o si accamparono gruppi di cacciatori nei periodi caldi dell'interglaciale, le successive glaciazioni e alluvioni ne fecero sparire traccia.
Dobbiamo dunque arrivare a diecimila anni fa coll'esaurimento dell'ultima glaciazione (Wurm) per ammettere la possibilità di un insediamento umano nel teatro naturale in cui viviamo, rimasto da allora immutato nelle grandi linee. Le modificazioni riguardano la flora e la fauna. I grandi animali amanti del freddo, renne ed orsi, si saranno spostati a settentrione, come in tempi precedenti i leoni e i grandi elefanti si erano spostati a mezzogiorno, mentre i mastodonti ed i mammut si erano del tutto estinti. Alle conifere si erano aggiunte le querce, il nocciolo, l'olmo, il tiglio. E venne il tempo in cui tra i laghi e le paludi dell'attuale Varesotto sorsero i villaggi dei palafitticoli: l'Isolino del lago di Varese, il lago di Monate, La Lagozza di Besnate fiorirono a pochi chilometri di qui. L'insediamento allo sbocco dell'Olona sulla pianura non dovette essere molto posteriore, tenendo pero' presente che le distanze temporali della preistoria si misurano in decine di secoli, nei quali si registrano i passaggi di una facies ad un'altra.
Si registrano tali passaggi osservando il variare delle materie e delle forme degli strumenti fabbricati dall'uomo. Il distacco dall'animale e' segnato appunto dal superamento dello stato naturale,  ossia il sorgere di una cultura al di là della natura. L'animale ripete per istinto sempre gli stessi suoni: l'uomo modula la voce, crea il linguaggio, inventa la musica. L'animale si nutre con quanto gli offre la natura, l'uomo accende il fuoco e cuoce i cibi. Il primo strumento usato dall'uomo, assieme al bastone, fu probabilmente il sasso, prima intero, poi scheggiato. Le schegge vengono sempre meglio lavorate, diventano lame che tagliano e raschiano, punte che forano, incidono, uccidono animali e anche gli uomini. Dalle ossa delle vittime si ricavano altri strumenti, fra cui l'ago per cucire i vestiti e gli otri di pelle. Sul piano spirituale l'uomo inventa il culto dei morti, perche' pensa di prolungare la vita oltre la morte. I sepolcri prima sono isolati, poi si raggruppano in cimiteri. Si inventano riti magici e religiosi; in funzione magica e religiosa si scopre l'arte colle stupende pitture (La Cappella Sistina dell'arte quaternaria nella grotta di Altamira in Spagna), colle incisioni rupestri e le statuette della Dea Madre.
Siamo poi passati attraverso piu' di un milione di anni dal Paleolitico inferiore, medio, superiore, col probabile intervallo del Mesolitico, al Neolitico, quando avviene una nuova, decisiva scoperta, l'avvio ad un progresso tecnologico che con rapidità drammaticamente crescente in soli diecimila anni conduce l'uomo dalla pietra all'energia atomica, dalla ruota alla piroga al volo sulla Luna. La scoperta si chiama agricoltura che trasforma la società mutando i cacciatori in contadini, pastori, allevatori di bestiame, la tribu' in città. Si parte dalle terre calde e fertilissime bagnate dai grandi fiumi, Tigri, Eufrate, Nilo; poi la novità si espande lentamente per via di terra e di mare in Europa, passando per i Balcani, lungo il Danubio, oppure dall'Africa alla Spagna e alla Francia (usando sempre i nomi attuali). Tra gli aspetti piu' rivoluzionari e dinamici si registra l'accumulo della ricchezza, la formazione del capitale.
Hinc prima mali labes dirà poi Virgilio con altri poeti, pensando al peccato originale della distinzione tra mio e tuo, alla pacifica, felice e perduta eta' dell'oro, ma ignorando che da un milione di anni ominidi e uomini (homo sapiens) si sono scannati e mangiati letteralmente a vicenda. La caccia aveva impegnato le energie di ogni uomo per procacciare giorno per giorno il cibo per se' e per la famiglia. In ogni caverna o capanna tutti ripetevano le stesse operazioni. L'agricoltura invece riempie i granai di cereali, che assicurano nutrimento per tutti e per molto tempo senza il bisogno che ciascuno partecipi alla coltivazione della terra. Cosi' vi e' che puo' dedicarsi interamente a fabbricare ceramiche, a filare o a tessere la lana, a cercare di fondere e lavorare metalli. La necessita' di misurare i campi promuove lo sviluppo della geometria e del calcolo aritmetico. Nasce la scienza, si studia il cielo, si inventa la scrittura e chi vuole dedicarsi all'arte, alla poesia e alla musica puo' farlo aumentando il tesoro della cultura comune.
In un momento imprecisabile di questo grandioso sviluppo dobbiamo collocare i pochi frammenti del vaso campaniforme trovato a Legnanello. Essi ci riportano indietro di quattromila anni, ma ci autorizzano a credere che, da un tempo piu' lungo, gruppi di uomini erano gia' insediati sulle rive dell'Olona, provenendo naturalmente da famiglie residenti nei villaggi palafitticoli dei laghi varesini oppure dalla vicina Lagozza di Besnate, a loro volta oriunde dalla Francia Meridionale. La moltiplicazione dei centri abitati e' certamente il frutto di una esplosione demografica. Il milione di persone che si e' calcolato nel Paleolitico superiore, e' gia' decuplicato nel Neolitico, e nel terzo millennio a.c. i milioni sono trecento.
La forma a campana del nostro vaso suggerisce il nome di Remedello, villaggio a sud di Brescia, perche' li' fu trovata la piu' ampia testimonianza della cosidetta cultura del vaso campaniforme, ma vasi di questo tipo si sono trovati il molte localita', Sardegna compresa. Non si puo' dunque inserire con sicurezza un rapporto diretto coi commercianti di Remedello e nemmeno la scomparsa della cultura lagozziana a cui dovevano appartenere i "legnarellesi" del tempo.
Dopo circa ottocento anni ("circa" puo' intendere una vasta ampiezza) ai pochi frammenti di Legnanello succedono le duecento tombe di Canegrate, che presentano un'altra grande novita' nella evoluzione delle culture preistoriche: i morti non sono inumati, ma cremati. I reperti archelogici si identificano con il nome attuale delle localita' in cui vengono reperiti, il che non deve pero' circoscriverli entro gli attuali confini amministrativi.
Quali furono i rapporti tra i "legnanellesi" che abitavano al di la' dell'Olona e i "Canegratesi" che seppellivano i loro morti sul ciglio poco oltre la "Costa di San Giorgio"?. Non erano forse un solo gruppo di famiglie che vivevano e faticavano sulle rive del fiume, che forniva acqua e pesca, ma periodicamente li inondava costringendoli a portare piu' in alto, all'asciutto, le ceneri dei defunti?.
La quantita' dei reperti di Canegrate ha dato materia per analisi minuziose e ampie dissertazioni. Le urne biconiche sono state facilmente riconosciute come tipiche della cultura dei campi da urne che caratterizzavano l'ambiente culturale della regione europea sita tra la Vistola e le Alpi. La trasformazione sociale operata dall'agricoltura in Egitto e Medio Oriente da alcuni millenni e la lavorazione dei metalli, poi diffusa nelle isole dell'Egeo, avevano accumulato in quei paesi ingenti ricchezze.
La produzione superiore ai bisogni aveva favorito lo scambio commerciale con i prodotti di altri luoghi. Una delle sostanze ricercate per motivi magici, religiosi e medicinali fu l'ambra, rintracciabile a nord della Germania e in Polonia. Carovane di commercianti attraversavano i Balcani o risalivano l'Adriatico per raggiungere il mercato di Unetice, vicino all'attuale Praga, dove dal nord proveniva l'ambra scambiata con oggetti di bronzo, argento e oro. Il commercio di questi prodotti non si limitava alla via dell'ambra, ma si irradiava per ampi spazi. Commercianti erano anche i diffusori dei vasi campaniformi a Remedello, ma quelli del vaso biconico legato alla cremazione dei cadaveri nel campi di urne, arrivarono probabilmente a Canegrate - Legnano direttamente d'Oltralpe. Da est (Veneto?), da ovest (Francia) o da nord (Ticino)?. A favore della terza ipotesi si puo' richiamare l'attenzione sul fatto che la facies di Canegrate e' apparsa in varie localita' lungo il corso del Ticino, come, per limitarci alle vicinanze, a Castelletto Ticino, Albairate (Scamozzina), e Garlasco. Sono tempi di forti movimenti migratori coll'avvento anche di gruppi indoeuropei. e tale sarebbe quello di Canegrate, se fosse vera l'ipotesi (inaccertabile) della sua appartenenza ai Celti. Ad ogni modo dobbiamo credere che sia stato assorbito dalle altre popolazioni locali, cui forse trasferi' l'uso dell'incinerazione, assumendo pero' altri costumi non esclusa la lingua.
 
 
 

28.1.3 Il Dialetto

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Il Dialetto
 
Duemila anni prima di Cristo, data approssimativa del più  antico reperto legnanese, l'Italia nord occidentale (gli attuali Piemonte, Liguria, Lombardia) era abitata da popolazioni di origine ligure, mentre la parte orientale era abitata dai Veneti. Queste sono indicazioni generali che coprono una realtà  linguistica in massima parte a noi sconosciuta. Del ligure sono rimaste poche tracce della toponomastica, faticosamente analizzate e ricostruite dai linguisti che le classificano come preindoeuropee almeno nello strato più  antico. Già  nel corso del secondo millennio la valle del Po è percorsa da vari gruppi etnici penetrati dall'Oltralpe e può  darsi che fra essi non mancassero gli indoeuropei, certamente presenti nell'Italia centro meridionale. A proposito delle urne biconiche di Canegrate si è parlato di Celti, ma il loro maggiore studioso, Ferdinando Rittatore, scriveva nel 1961: "Caduta ormai la vecchia teoria cara agli studiosi del secolo scorso sull'appartenenza dei popoli incineratori agli invasori indoeuropei .. è prevalsa l'idea che i riti diversi non sempre indichino diversità  di origine, ma possono essere acquisiti anche mediante pacifici scambi. Il problema dell'origine dei popoli italici si è fatto cosi' ancor più  difficile".
Celti o non Celti, sta di fatto che molti secoli prima di Canegrate, certamente imparentato colle vicinissime popolazioni di Besnate e del Varesotto, tutte di stampo ligure, ed è difficile credere che vi fosse una netta separazione tra chi abitava al di la' del fiume e chi seppelliva i morti di qua. E ovvio pensare, quanto mai,  a fusione culturale. Bisogna inoltre distinguere le eventuali infiltrazioni celtiche attorno al mille a.c. dalla vera e propria invasione gallica del IV sec. a.c. che muto' l'assetto politico, culturale e linguistico dell'Italia Settentrionale.
Quando si parla di ligure o celtico non si deve pensare a una parlata identica su territori molto vasti. La lingua è uno strumento di comunicazione che diventa uguale solo tra chi comunica intensamente con tale strumento. L'unificazione linguistica di un territorio è il frutto delle correnti di scambio culturale tra i vari centri abitati. All'interno di ciascun centro la lingua è in continua evoluzione, generazione dopo generazione, e le singole innovazioni si diffondono con diverso successo attraverso i contatti tra centro e centro. Non si può  credere che scambi commerciali e culturali fossero nei territori di allora cosi' intensi da rendere comune per tutti uno stesso identico linguaggio. E ovvio che pur partendo da una base comune la lingua parlata in ogni centro abitato fosse individualmente caratterizzata da varietà  particolari, come avverrà  in seguito in misura anche superiore nella diversificazione del comune latino nelle infinite varietà  dialettali e locali.
La vera unificazione linguistica è stata invece realizzata dai romani senza imposizione violente, ma con una organizzazione capillare su tutto il territorio. Grandi costruzioni di strade su cui scorreva un grande volume di traffici, organizzatori di valide strutture amministrative e infine portatori di una cultura enormemente progredita, essi crearono le premesse, perché  tutte le popolazioni locali potessero nel corso di alcuni secoli acquisire una cultura comune.
A poco a poco Celti, Liguri, Veneti, Etruschi ecc. dimenticarono i nomi con cui i loro antenati chiamavano il padre, la madre e cosi  via e tutti dissero pater, mater ecc. Come sempre avviene quando si impara una lingua straniera e si attraversa un periodo di bilinguismo, le due lingue intragiscono fra loro. Le abitudini articolatorie con cui si pronunciano i suoni della lingua locale si applicano ai suoni della lingua importata, che assume cosi' un colorito particolare. E' ciò  che avviene oggi in ogni parte d'Italia. In certe regioni, ad esempio, i dialetti locali non conoscono la pronuncia di o chiusa e perciò  dicono ancora, lavoro colla o aperta; la curva melodica del fraseggio è diversa da luogo a luogo. Pur quando si legge la medesima pagina stampata, l'andamento ritmico e il colorito vocale è cosi' diverso, che spesso è facile riconoscere la provenienza regionale di chi parla la stessa lingua italiana.
Anche il latino dunque dovette suonare diversamente in bocca ligure o celtica o etrusca, e tale diversità  non può  non aver condizionato una diversa evoluzione linguistica nei secoli successivi. Fin che l'organizzazione civile romana fu salda, tutte le popolazione che avevano sentito la necessita' e scoperto i vantaggi di sostituire il latino alle loro antiche parlate, continuarono a vivere in un ambiente linguistico comune. l'abitante della penisola iberica o dell'Africa settentrionale o della Gallia o della Dacia, giungendo a Roma poteva scambiare il discorso coi Romani di Roma, facendosi intendere pur con diverse inflessioni della pronuncia. Quando pero' l'Impero e la sua organizzazione civile furono distrutti, e le grandi strade furono disertate, e la popolazione enormemente ridotta nel numero e negli averi, e l'unica via di sopravvivenza fu la coltivazione della terra nel chiuso della curtis autarchica, il territorio fu punteggiato da piccoli centri abitati, dove poche famiglie in poche case lavoravano la terra, curando il bestiame con scarsi contatti con i vicini. l'analfabetismo, le diminuite necessita' culturali, le scarse occasioni di colloquio fra persone sparse nei campi ridussero il lessico della lingua latina e poche centinaia di parole. L'isolamento accentuato dalla diffidenza verso gli altri centri, l'attaccamento alla piccolissima patria rendono indipendente l'evoluzione linguistica nella cerchia delle poche famiglie che partecipano alla comunicazione orale, impedendo la diffusione delle innovazioni instaurate nella fonetica, nella morfologia, nel lessico. La grande unita' linguistica realizzata da Roma si frantuma nel polverio dei dialetti neolatini sempre più' divergenti tra loro in funzione del tempo e dello spazio. Sarebbe assurdo pensare che ogni centro abitato sia come un'isola nell'oceano e lo stesso isolamento più' o meno forte a secondo dei tempi, ma le innovazioni linguistiche che prima si dilatavano su tutto il territorio romanizzato conservando l'unita' dello strumento di comunicazione, durante lo stesso impero e specialmente verso e dopo la sua fine, si espandono in ambiti geografici sempre più' ristretti.
Facciamo un esempio; il concetto di "bello" si esprime dapprima in latino con puelcher, di cui non si ha traccia nelle parlate neolatine, perché' fu sostituito da formosus, che deve essersi diffuso in tutto l'Impero; è conservato infatti nello spagnolo hermoso e nel rumeno frumos. Ma anche questo fu poi sostituito da bellus che si diffuse in un tempo in cui le regioni dell'Impero cominciarono ad isolarsi, e per questo si fermo' davanti ai Pirenei e ai Balcani restando vivo solo in Italia e Gallia.
Se consideriamo ora l'Italia Settentrionale troviamo certi fenomeni comuni a tutto il territorio, altri invece circoscritti in spazi minori che a loro volta i linguisti circorscrivono con linee dette isoglosse. Una di queste linee congiunge La Spezia con Rimini spezzando in due parti l'intero territorio latinizzato. A nord e a ovest di setta linea le consonanti sorde per esempio p, t ,c se sono semplici e poste tra due vocali si sonorizzano diventando b, d, g, ; se sono doppie o lunghe si scempiano (brevi). Sempre per esemplificare: andata diventa andada e poi andaa; mica diviene miga e poi mia ; invece currere diventa curi ecc. Trascurando infiniti altri fenomeni, dobbiamo occuparci solo di pochi che più' interessano il nostro dialetto
Si constata che dove il latino si è sovrapposto al celtico, esso ha ricevuto da quest'ultimo la tendenza di contrarre le parole colla scomparsa delle vocali non accentate e di intere sillabe. Si pensi al francese, dove i quattro suoni della parola acqua si sono ridotti a un quinto suono o (eau). A Bologna il latino Hospitale si è ridotto a un monosillabo sbdel. Questo fenomeno pero' non tocca il Veneto o la Liguria, ma è più' intenso in Piemonte e in Emilia Romagna. Infatti è la cetizzazione del territorio dovette essere più' o meno intensa in relazione alla maggiore o minore concentrazione di Celti nei vari territori. In Lombardia il fenomeno è presente ma con minore intensità'. Scompaiono le vocali non accentate alla fine di parola, ma non cosi' frequentemente all'interno. Si confronti il piemontese finestra col lombardo finestra, l'emiliano sbdel col lombardo uspedal. Consideriamo ora alcune parole legnanesi, come ogi, uregi, teciu, vegiu, orbu, gobu e confrontiamole colle corrispondenti milanesi occ, urecc, tecc, vecc, orp, gop (la consonante doppia indica semplicemente che la vocale è breve) per constatare a Milano la scomparsa (apocope) della vocale finale, il che comporta una trasformazione del ritmo stesso della parlata. Questo fenomeno non è solo milanese, ma è generalizzato, oltre che in Piemonte, Emilia Romagna, anche in tutta la Lombardia con esclusione di Legnano, Busto Arsizio e un gruppo di paesi circostanti tra le due citta'. Formano come un'isola a cavallo del fiume Olona da Cairate a Parabiago (nord sud) e da Cantalupo a Castano (est ovest) in mezzo ad un vasto territorio. Un'isola dunque che nella evoluzione linguistica si è fermata ad una fase più' arcaica e una situazione che si trova in tutta la Liguria. Ci sembra del tutto legittimo dedurre che tale situazione risulta da una celtizzazione meno intensa rispetto alla stessa Lombardia. La presenza gallica non si può' negare sia per la  condizione generale del territorio invaso dai Galli, sia per alcuni reperti archeologici, ma si potrà' dire che la presenza gallica in questo tratto dell'Olona non fu tale da trasformare decisamente l'ambiente ligure. In altre parole la tribù' di stirpe ligure attestata dal principio del secondo millennio a Legnanello, ebbe la forza di conservare il proprio linguaggio e i propri costumi cosi' da assorbire i nuovi arrivati senza esserne sopraffatta. Le tribù' liguri più' tenaci si arroccarono sui monti della regione che ancor oggi conserva il loro nome. Allo stesso modo una tribù' dello stesso popolo incuneata tra i boschi e le brughiere che isolavano e proteggevano un tratto dell'Olona, poté' sottrarsi parzialmente alla forza trasformatrice della cultura gallica. E quando si lascio' ben più' profondamente trasformare dalla civiltà' di Roma al punto di scordare la sua lingua ancestrale, il passaggio dal ligure al latino non ebbe risultati identici a quello dei gallofoni: il ritmo rimase più' disteso e i vocaboli non subirono le stesse contrazioni imposte dal celtico. Esistono naturalmente delle gradazioni. Anche a Legnano e nei paesi racchiusi dalla stessa isoglossa, cadono le vocali atone finali quando sono precedute da consonanti liquide, nasali o da s sonora. Si dice infatti nas, diaul, bun ; e non è da escludere che questo cedimento sia dovuto alla pressione delle parlate circostanti.
Quando avvenne la caduta delle atoni finali e quindi il distacco del nostro territorio dalla restante Lombardia lungo l'isoglossa tracciata nella nostra cartina???. Gli studiosi a questo proposito non sono di accordo. Premesso che in Francia il fenomeno cade nel secolo VIII, noi abbiamo la possibilità' di sfruttare alcuni riferimenti storici e geografici. Il percorso meridionale dell'isoglossa coincide con il confine meridionale del contado del Seprio, indicato nel trattato di Reggio (1185), ossia da Padregnano (Castano) a Cerro Maggiore. In secondo luogo il territorio compreso nella isoglossa comprende tre pievi ecclesiastiche: Olgiate, Dairago, e Parabiago. La formazione delle pievi è molto antica ma il loro consolidamento nell'Italia settentrionale avviene in eta' franco carolingia, formando distretti entro nei quali il sacerdozio plebano ha forma collegiale, l'amministrazione dei beni è condominiale, sotto la giurisdizione del capopieve. Si sa inoltre che i maggiorenti d'ogni villaggio si recavano periodicamente e si incontravano presso il capopieve. Questo legame religioso che strinse tutta la popolazione della pieve, ha un riflesso linguistico nella somiglianza dei pur diversi dialetti. Il contado del Seprio è di origine longobarda, ma anch'esso riceve la sua conferma da Carlo Magno che pone alla sua testa un Conte. Queste connessioni e distinzioni politico religiose ci fanno pensare che l'isoglossa suddetta si sia formata entro il secolo IX.
La componente ligure è presente in altro fenomeno certamente posteriore: la scomparsa della consonante semplice r intervocalica, primaria o secondaria (ossia derivata da -l-, come ara da ala ) che è un fenomeno ben noto e tipico del genovese. "lavorare; che ora è; Olona" si dicono a Legnano e in tutta la pieve di Parabiago laura, che ura l'è, urona. invece nelle due pievi di Olgiate e Dairago  si dice laua, che ua l'è, uona, come a Genova. Che il fenomeno sia posteriore è dimostrato dal fatto che la seconda isoglossa lascia fuori di sè due aree laterali, Castano e Vanzaghello da una parte, la pieve di Parabiago dall'altra. inoltre supera il confine della prima isoglossa spingendosi fino a Cuggiono. La frattura del vecchio territorio unitario è una diretta conseguenza dell'espansione milanese che ha fatto di Legnano un suo caposaldo sottraendolo al Seprio legato all'Impero, come dimostrano le stesse vicende della Battaglia di Legnano. Cuggiono invece, prima estranea alla famiglia, diciamo, ligure, venne raggiunta dalla novità' r dileguata perché' la crescente importanza di Busto Arsizio (detta Busti grandu) fa sentire il suo influsso fino a Cuggiono, dove appunto non si dice nè uregi, come a Legnano, nè uegi, come a Busto, ma uecc.
Non è questa la sede per una analisi di tutti gli aspetti del dialetto legnanese. Ricorderemo ancora una sola caratteristica, l'avversione alla nasalizzazione delle vocali, che da' invece un colorito insolito piuttosto francese al dialetto di Milano. Il latino bonum ridotto a bon, a Milano ha perduto la consonante n che ha lasciato il ricordo di sè attribuendo alla vocale precedente, mutata in u, una risonanza nasale bu. Il legnanese invece rafforza la consonante e dice bum. Non induciamo con altri esempi ed altri fenomeni per aggiungere solo qualche considerazione generale.
Il dialetto legnanese è il prodotto di una cultura contadina rimasta piuttosto storica per secoli prima di essere investita dalla rivoluzione industriale e alla profonda trasformazione dell'attuale società'. Era un dialetto dal ritmo lento, con prevalenza di vocali chiuse (perfino la vocale a tonica si oscura verso o, che è pure fenomeno piemontese). Fino a cinquanta anni fa i contadini legnanesi rispettavano il fenomeno della metafonesi sostituendo con la i la vocale tonica del plurale: un vegiu e du vigi, è cosi' teciu-tici, leciu-lici ecc.. Il fenomeno ora è scomparso, ma nemmeno allora tutti i legnanesi parlavano come i contadini. I Signori proprietari di terre che abitavano a Milano e saltuariamente a Legnano, parlavano milanese oppure un legnanese ripulito dei tratti più' pesanti. Tra i due poli opposti delle due parlate contadina e signorile esistevano tante sfumature quanto erano i rapporti dei signori colla classe più' colta. La diffusione dell'analfabetismo limitava grandemente l'influsso dell'italiano letterario. Persino le persone in grado di leggere e scrivere usavano un italiano ibrido. Il parroco di Canegrate per redigere il Stato delle anime .. sporto per mano di me, scrive: Alla cassina del Baggino loco di Canegrate gh'è .. Altrettanto faceva il Prevosto Gianni alla fine del secolo scorso predicando dal pulpito della parrocchiale: Dio disse, sia fatta la luce e la luce fu, colla u lombarda (si vedano anche i documenti dei secoli XV, XVI pubblicati).
Lo sviluppo industriale ha sostituito il contadino con l'operaio producendo una accellerazione del ritmo verbale conseguente all'accellerazione del ritmo mentale necessario per seguire il moto veloce della macchina. La compagnia dialettale Legnanese ha raccolto a teatro molti successi, ha rappresentato il mondo e il linguaggio operaio. Anche questo è un mondo ormai scomparso. L'enorme crescita culturale, la scomparsa dell'analfabetismo, la massiccia immigrazione  da ogni parte d'Italia ha reso quasi impossibile l'uso del dialetto. Se un tempo si pensava in dialetto e si traduceva, parlando in italiano, oggi si pensa in italiano. Non solo la scuola e la carta stampata, sopratutto il televisore, divenuto un membro di ogni famiglia, impartisce ogni giorno lezioni di lingua. I pochi anziani che si ostinano a parlare dialetto, non insegnano ai figli nemmeno il loro legnanese ormai depurato dal contatto continuo colla lingua nazionale che ha fatto scomparire i vocaboli più' antichi e caratteristici, sostituito da facili italianismi. La situazione suscita comprensibili rimpianti, ma è irreversibile.
 
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28.1.4 Il Duecento

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Il Duecento
 
Fra Bonvesin Dra Riva ke sta in borgo legnan. Con questo verso Legnano fa il suo ingresso nella storia della letteratura italiana. L'autore non e' legnanese. Era nato a Milano probabilmente dove ora c'e' la Ripa di Porta Ticinese e dove allora aveva la sua casa. Insegnava la grammatica cioe' il latino, la lingua fondamentale della cultura, in cui si scrivevano i libri e documenti di ogni genere, anche se cominciava a diffondersi l'uso del volgare per servire la massa crescente di persone, specialmente i cives negotiatiores, considerati illetterati perche' del latino avevano tale ignoranza o soltanto una vaga e iniziale conoscenza. Parlando del Dialetto abbiano ricordato la frammentazione del latino in tanti linguaggi locali, dovuta all'isolamento delle comunita' in minuscoli villaggi unicamente dediti all'agricoltura, solitamente opposti tra loro, scarsamente comunicanti e con una attivita' culturale assai ridotta. Nel giro di alcuni secoli la vita delle popolazioni, specialmente cittadine, e' profondamente mutata. La circolazione delle idee riprende vigorosamente.
Il latino continua ad essere lo strumento universale della cultura, ma e' accessibile soltanto ad una minoranza di letterati. La grande massa della popolazione generalmente analfabeta, e' pero' investita in qualche modo dalla intensificata attivita' culturale, che conduce a contatti e rapporti con persone di diverso linguaggio. Basti pensare ai predicatori che girano di paese in paese (come patarino Arialdo), ai giullari che frequentano le fiere e mercati, ai mercanti che varcano mari e monti, ai crociati che attraversano il continente dirigendosi ai porti di imbarco. Le stesse canzoni o popolari, o di gesta o anche piu' raffinate per il loro fascino musicale si espandono in varie regioni, trasmettono testi che vengono adattati ibridamente a lingue diverse, esercitando comunque una funzione stimolante. Vi sono ancora gli uomini politici, i funzionari,  che si scambiano messaggi fra paesi lontani. Chi scrive ha frequentato in varia misura la scuola di grammatica fondata sul latino. La lingua dotta, anche per chi usa il volgare, fornisce schemi periodali, strutture sintattiche, vocaboli astratti, che risolvono gran parte dei problemi espressivi. Il dialetto e' solitamente quello dei centri maggiori e piegandosi o adattandosi alle strutture del latino si muove verso schemi comuni con un processo di avvicinamento, se non proprio di unificazione totale. Diversa e' dunque la lingua volgare scritta in Sicilia o Toscana o Italia Settentrionale, dove pero' non si forma una vera coine', un codice identico per il Veneto, il Piemonte o la Lombardia, ma i tratti comuni fra che scrive in queste regioni sono piu' numerosi che con quelli di regioni piu' lontane.
Di tutti gli scrittori settentrionali Bonvesin e' il maggiore. Ha scritto molte opere in volgare (circa diecimila versi), ma anche in latino, come il "demagnalibus urbis mediolani". L'opera che ha composto, o cominciato a comporre a Legnano, pur essendo in volgare ha un titolo in latino "De quinquaginta curialitatibus ad mensam", dette anche "cortesie da desco". Rappresenta un segno di evoluzione dei costumi. La crescita culturale investe anche le norme di comportamento. Dai modi rozzi di chi affronta quotidianamente un grave sforzo fisico per strappare alla terra i mezzi per sopravvivere, alle varieta' delle occupazioni in una societa' piu' ricca e raffinata, si afferma un ideale di vita piu' gentile. Per questo il maestro di grammatica si preoccupa di insegnare il galateo alle nuove generazioni, ossia ai suoi scolari, che dovevano essere i figli dell'alta borghesia. Per esemplificare il contrasto tra i modi rozzi e i modi cortesi citiamo solo pochi versi:
    zascun cortes donzello
    ke s' vol mocar al desco, coi drap se faza bello.
    Ki mangia on ki ministra, no s'de' mocar col die
    le toe man sian nete, ni li die entre orege ni'l man sul co' di' mette.
Traducibile con: Ogni giovane cortese che deve soffiarsi il naso a tavola, si pulisca con il fazzoletto. Chi mangia o serve a tavola non deve pulirsi il naso colle dita.. Le tue mani siano pulite, ne devi mettere le dita ne le mani sulla testa.
 
Nel verso che abbiamo posto in apertura del capitolo, il dialetto si manifesta subito con la preposizione articolata dra, che rappresenta de la. L'articolo ha subito la rotacizzazione di l, ancora presente in varie parlate lombarde (ra me mama, ur me pa).
La caduta della vocale e ubbidisce anche a ragioni metriche del verso alessandrino. Pero' si ritiene che la vocale o finale di borgo sia stata aggiunta dal copista e che debba essere soppressa per evitare l'ipermetria del verso. Dunque Ke sta in borg Legnan, un monosillabo conforme al dialetto milanese, mentre a Legnano il vocabolo era certamente bisillabo. come lo e' oggi (burgu).
A Legnano, il Bonvesin dovrebbe essere venuto in qualita' di frate Umiliato (un ordine che non esigeva il celibato e Bonvesin si sposo' due volte), circa il 1270. A lui si deve con ogni probabilita'  l'istituzione dell'ospedale di san Erasmo, che svolse nel corso dei secoli un lavoro prezioso per il borgo e i villaggi vicini, ma anche come ricettacolo degli infanti esposti. Era molto devoto alla Madonna ed il suo epitaffio dice che egli fu il primo a fare suonare le campane dell'Ave Maria a Milano et in comitatu. Con lui dunque le campane della chiesa di San Salvatore cominciarono i loro rintocchi in onore di Maria tre volte al giorno o, come dice il Manzoni, quando sorge e quando cade il die - e quando il sole a mezzo corso il parte.
Legnano dunque non e' una terra (villaggio), e' un borgo, appellativo riservato ai paesi dotati di un mercato e di una fortificazione. Oltre al castello ove si era rifugiato Arialdo, esisteva un mercato. Tale privilegio in un tempo che non possiamo determinare, cadde in disuso. Infatti il 20 giugno 1499 Nobili, contadini et hommes habitatores burgi de Legnano rivolsero una supplica al Duca di Milano, ricordando che a Legnano per antiqua tempora se solea fare uno certo mercato che per le grandi guerre e dissipazioni, e' venuto in disuetudine, e poiche' il borgo e' molto restaurato, i suddetti abitanti chiedono che il mercato sia ripreso. Pochi mesi dopo il Duca veniva sconfitto dai Francesi e non poteva occuparsi del nostro mercato. Piu' tardi, nel 1627 i Legnanesi si rivolsero al governo spagnolo e per ristorarsi in qualche parte dei danni patiti e che tuttavia patiscono in occasione dei lungi e frequenti alloggiamenti de' soldati, chiedono l'istituzione di un pubblico mercato in ciascuno giorno di giovedi'. Alla richiesta si oppongono quelli di Saronno, Gallarate e Busto Arsizio per timore concorrenziale e solo nel 1795 viene concesso di riprendere l'antica consuetudine che aveva dato a Legnano il diritto di essere un borgo.
Nel corso del secolo XIII il castello dei Cotta assume una importanza notevole durante le lotte intestine di Milano. Nei due precedenti secoli il governo vescovile della citta' si e' ben consolidato coll'appoggio delle tre classi sociali: i capitanei, i valvassori e i cives, ossia la nobilta' e l'alta borghesia. Il Vescovo e' assistito da consoli in funzione di consiglieri eletti dalle varie classi: uno stato di cose che fu definito come una repubblica sotto la Signoria dell'Arcivescovo. Nella lunga lotta per riaffermare i diritti dell'Impero il Barbarossa, pur sconfitto a Legnano, e' riuscito con la pace di Costanza a minare la supremazia vescovile, riconoscendo la legittimita' della magistratura consolare. Tutta la citta' ha ora il diritto di eleggere i propri consoli. Le classi popolari avanzano, rendendo pero' instabile il governo, che deve ricorrere alla nomina di un podesta'. Se i negozianti e gli ex feudatari si uniscono in una associazione detta "MOTTA", il popolo si inquadra nella "credenza di san Ambrogio", la nobilta' feudale si stringe all'Arcivescovo, e si serve pure di squadracce come scudo o offesa verso il popolo. Sono le premesse di una guerra civile, che molte volte nel corso della storia va a sfociare nella dittatura.
 
L'arcivescovo che piu' animosamente combatte' per restaurare il governo aristocratico, fu Leone da Perego, eletto nel 1241. I suoi rapporti con Legnano sono ben registrati nella "Memoria n. 20" della Societa' Arte e Storia (Marina Cattaneo, Legnano nel Medioevo, Legnano 1975,). Nel 1254 Leone inizia una serie di movimenti tra Milano e le varie localita', tra cui Legnano, dove il 10 settembre emette una sentenza. Probabilmente - pensa giustamente la Cattaneo - intendeva rientrare a Milano, ma la torbida situazione nel capoluogo lo induce a ritirarsi nel castello di Angera. La funzione di Legnano e' chiara. Per l'arcivescovo e' il primo rifugio fortificato, da cui puo' sorvegliare da presso la situazione politica milanese. Crescendo il pericolo e' pronto il rifugio piu' sicuro, ma piu' lontano nella rocca di Angera.
A Legnano, l'arcivescovo torno' nel 1257, per il riaccendersi delle lotte cittadine, quando la fazione popolare sceglieva come suo capo Martino della Torre. Questi, nel mese di agosto, con un gruppo di armati, passando ovviamente da Legnano, raggiunse Fagnano per assediare i nobili milanesi riuniti in quel castello. Leone invece raccoglie intanto nel Seprio un piccolo esercito che respinge Martino a Solbiate, Olgiate Olona, Legnano, Canegrate. La tregua di Parabiago (29 agosto) attenua la tensione fra aristocratici e popolari. Leone e' a Legnano, ammalato, e li' muore il 14 ottobre. E' sepolto viliter in ecclesia San Salvatoris.
Il fortilizio legnanese continuo' ad esercitare le sue funzioni nel proseguimento della lotta tra le fazioni milanesi. Il partito aristocratico elesse a suo capo Paolo da Soresina, ma quando lo sospettarono di tradimento, lo imprigionarono a Legnano, che evidentemente era nelle mani della fazione nobiliare (1259).
Due anni dopo Martino della Torre invade i beni vescovili e quindi dobbiamo credere anche Legnano. Infatti sono i Torriani ad acquistare, mediante permute, il convento di San Giorgio con ampi terreni (oggi occupati dal castello Visconteo) dai canonici agostiniani che, abbandonato il convento, si ritirano a Milano.
Nel 1262 viene eletto un nuovo arcivescovo nella persona di Ottone Visconti. Ormai la lotta politica si fa sempre piu' personale.
Non si combatte piu' per un ideale politico, come ai tempi della Lega Lombarda, ne' religioso come ai tempi della Pataria. Sono i Torriani contro i Visconti, e questi usciranno vittoriosi dalla lotta per il primato. I primi sono sconfitti a Desio nel 1276 e l'anno dopo banditi da Milano. Occupano Castelseprio nel 1285. Ottone allora corre a Legnano e nel giro di una settimana vi raduna l'esercito e lo conduce verso Castelseprio, deviando pero' verso Varese, intavolando trattative per un accordo. I Torriani infatti abbandonano Castelseprio nelle mani di Guido Castiglione. In autunno Ottone porta nuovamente a Legnano l'esercito e muove su Castelseprio. Saccheggia il borgo, ma la rocca non cede. Nel febbraio successivo Ottone riceve a Legnano Guido da Castiglione per inutili trattative. Ma il 28 marzo 1287 Ottone con l'astuzia occupa la fortezza di Castelseprio e la rade al suolo.
Dall'insieme di questi eventi si constata facilmente come Legnano pur appartenendo al contado del Seprio sia stata sottratta ad esso dai Milanesi, che ne fecero la loro porta di ingresso del loro territorio. Lo dimostrano le vicende stesse della battaglia di Legnano, ma gia' il documento del 789, in cui appare per la prima volta il nome della nostra citta', rivela come da tempo l'arcivescovo milanese avesse qui i suoi possedimenti. Il castello dei Cotta appare come un rifugio per i milanesi in pericolo. L'episodio di Arialdo e' di breve durata, ma con Leone da Perego e Ottone Visconti, Legnano e' un centro di operazioni politiche e militari.
Nel frattempo Legnano e' divenuto un comune rustico, di cui conosciamo alcune strutture grazie a due documenti parzialmente sopravvissuti e abbastanza recentemente scoperti. Il primo e' del 1258 e contiene la parte finale di un testo con cui si approvano gli statuti comunali per un anno o piu' secondo il volere del Consiglio. Vi appaiono i nomi di quattro consoli, vicari dell'arcivescovo, e di nove consiglieri, due dei quali appartengono  alla piu' illustre famiglia legnanese, gli Oldrendi, che poi, trasferiti a Milano, si chiameranno "da Legnano" o "Legnani".
Il secondo documento e' del 1268, contiene l'elenco completo dei diciannove componenti del consiglio comunale del borgo e riguarda l'esazione di una imposta comunale detta con la parola longobarda "fodro", succeduta alla "annoa militare" dei Romani. Consisteva dapprima nel diritto dell'Imperatore o dei funzionari imperiali a ricevere gratuitamente il foraggio dei cavalli, poi fu tramutata in un tributo monetario, finche' i comuni se ne appropriarono facendone una propria imposta, sempre a carattere militare.
Puo' darsi che a Legnano fosse collegate coll'esistenza di una fortificazione. Non dovette durare molto dopo il 1268, perche' nel corso del secolo il fodro cesso' di esistere.
 
 

28.1.5 L-04

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Dal Medioevo al rinascimento
 
 
Il presente discorso, piu' che costituire un approdo alla storia rinascimentale o cautelarsi dietro la neutra indicazione di Trecento o Quattrocento, preferisce centrare I'attenzione sul periodo che meglio va sotto I'etichetta di Basso Medioevo. Lo scopo non e' quello presuntuoso di scorporare un contributo di storia locale, ma di trarre da un inestricabile groviglio di istituzioni politiche fornite di capacita' giurisdizionale ormai incrinate nel loro monolitismo, quegli scampoli di notizie che possono non tanto appagare il mito delle memorie patrie, quanto verificare il manifestarsi cosciente e creativo delle categorie umane, come si andavano concretando dal basso, di fronte al potere esercitato dall'alto.
In una periferia dunque che mirava a svestirsi del suo abito medioevale, per guadagnarsi posizioni centrali. Gli interessi nascosti erano numerosi e vari i canali, in cui inserirli per la concretizzazione, dalla lingua, come elemento chiave per esprimere il consenso o il dissenso, alla verifica degli stereotipi morali che la Comunita' cercava di manifestare nel pantheon dei suoi vizi; allo studio di tutti quei meccanismi che sarebbe troppo lungo enumerare, ma che testimoniano il conformismo prodotto dal potere, da ricercarsi nei tentativi sommessi di liberazione degli emarginati, nella loro cultura di periferia, in grado di turbare I'andare lento, ma processuale del potere urbano. Da qui il perenne contrasto tra citta' e campagna, tra un pullulare di reazioni che mobilitarono anche la Chiesa, quella cittadina come quella rurale, nello sforzo di riorganizzazione del potere, con I'ausilio del culto dei santi, delle processioni, della creazione di santuari, delle rogazioni, delle litanie, delle indulgenze prima, delle Visite pastorali poi, ma anche con il trapasso dell'autorita' dominante, a volte dovuta alla pressante contingenza, dalla citta' alla campagna.
Fu cosi' che I'arcivescovo milanese Leone da Perego, coinvolto nella lotta civile scoppiata tra i nobili e la popolazione guidata da Martino Torriani, per  evitare il peggio, si rifugio' con i canonici a Legnano, dove fece erigere un palazzo, in cui pose la sua dimora abituale e dove mori' nel 1257, dopo aver proferito sentenze e aver amministrato sia gli affari suoi che quelli della diocesi. Anche il vescovo di Como. nel 1292, per non essere travolto dai disordini scoppiati nella sua citta', trovo' rifugio nel palazzo arcivescovile di Legnano, finche' Matteo Visconti ando' a prelevarlo, scortando il porporato fino alla sua citta', che lo ricevette con gli onori dovuti.
II fatto dunque che I'epoca considerata sia quella, in cui il potere ha posto radici, mette in moto, intorno al nucleo preso in esame, una serie variopinta di valori, che il ricercatore e' tentato di rispolverare. Ad esempio, le sedi naturali dei vescovi sopra accennati; il fatto che lo stesso arcivescovo Ottone Visconti, morto l'8 agosto 1295, abbia arricchito Legnano di preziosi palazzi: preciosis etiam burgum Legniani palaciis (Monumenta Germaniae Historica. VIII, Hannoverae MDCCCLXVIII 108); la constatazione che il vescovo Francesco di Parma, dal palazzo arcivescovile di Legnano abbia concesso, il 3 aprile 1297, quaranta giorni di indulgenza a chi avesse contribuito con elemosine al completamento della chiesa di S. Pietro, in Saronno, iniziata dai Frati Minori, pongono I'accento non solo su problemi di carattere religioso locale, ma addirittura di natura architettonica, che sarebbe curioso indagare.
E' pur vero che la ricerca locale chiama in causa questioni erudite minori, le cosiddette "microstorie" Violante, La storia locale, Bologna 1982. p. 122) condite spesso col grigiore della prosa quotidiana e riconducibili. ad esempio. sia alla precisazione di una data. sia all'identificazoone di un personaggio, ma non esclude necessariamente la cucitura del particolare a un tessuto dalla trama piu' ricca. La specificita' di ambito geografico non elimina la riconduzione ad interessi piu' vasti.
Pertanto Legnano, nel 1305, si trovo' in non lievi difficolta', a causa di Cressone Crivelli che, cacciato da Milano, perche' coinvolto in una congiura, con un migliaio di fanti, si impadroni' di Nerviano, cercando di occupare Rho e Legnano, anche se il tentativo non fu coronato da successo. Le preoccupazioni per I'attuale nostra citta' non erano pero' finite, perche' quando Matteo Visconti, nel 1313, fu proclamato Signore di Milano, dovette vedersela coi Torriani appoggiati dagli Angioini del re Roberto. La vicenda e' descritta vivacemente da Giovanni da Cermenate nella sua Historia. Il comandante delle truppe angioine si era proprio accampato a Legnano, ma dopo aver sostato a lungo, di fronte alla mancata insurrezione della popolazione, preferi' spostare le sue truppe al di la' del Ticinello, convinto probabilmente dell'opportunita' dell'operazione, da Sigibaldo Lampugnani, preoccupato di difendere le sue proprieta', ma anche piu' incline ai Visconti che non ai Torriani. L'allontanamento momentaneo del pericolo non attenuo' l'importanza strategica del borgo, che funziono' spesso da quartiere generale e la situazione si ripete nel 1339. A Legnano infatti era convenuto Lodrisio Visconti animato dal disegno di spodestare Azzone e il fratello Luchino, per impadronirsi di Milano. Da uomo astuto quale egli era ed esperto nelle armi, considerans quos pecunia costas suorum invnserat (Galvano Fiamma. Opusculum de rebus gestis, XL, 10, Bologna MCMXXXVIII), sfruttando la possibilita' di esigere dalla popolazione tributi dovutigli per precedenti diritti goduti e soddisfare cosi l'avidita' dei suoi soldati e dei trecento "stipendiari" provenienti da Verona, si scontro' con I'esercito milanese, in prossimita' di Parabiago. Dopo un inizio favorevole, la sorte del combattimento volse pero' contro di lui, che fu fatto prigioniero. Alla sua sconfitta, i mercenari chiamati "barbute" da Pietro Azario (Liber gestorum in Lombardia, XII, 20, Bologna MCMXXVI), che erano per lo piu' Inglesi raggruppati nella Societas Anglorum al servizio del conte Lando, furono assoldati in un primo momento da Galeazzo Visconti, ma finirono per scostarsi da lui e, memori probabilmente del bottino fatto precedentemente, nonostante i divieti loro imposti, il 4 gennaio 1343, attaccarono Legnano, Nerviano, Castano, Vittuone, Sedriano e altre cascine in prossimita' di Milano. Anche se non oltraggiarono le donne, come si preoccupa di informare il cronista, forse per la sosta limitata, le depredarono dei loro ornamenti di valore, mentre trassero numerosi prigionieri tra i nobili sorpresi nottetempo intenti a banchettare e a giocare a scacchi: ob festivitates vacantes ludentes ad tabulas et schachos noctis tempore.
Non si misura certamente l'importanza del tema delle truppe mercenarie da questo episodio particolare, ne' la soluzione del problema e' riconducibile ai fili della storia generale, alla quale puo' offrire un contributo parziale pero' I'analisi del negoziato intercorso fra le citta' toscane e il Conte di Virtu', per difendersi dalle compagnie di ventura (Seregni G., Un disegno federale di Bernabo' Visconti, in Archivio Storico Lombardo 1911, pp. 181-182). L'accordo fu siglato a Legnano, il 31 agosto 1385, fra' Gian Galeazzo, Firenze, Bologna, con facolta' di accesso al patto anche per Lucca. Lo scopo era quello di tutelarsi contro gli avventurieri, dopo I'esperienza degli attacchi da loro ripetutamente portati alla pace delle genti.
Si realizzo' cosi' il piano concepito da Bernabo' Visconti, solo dopo la sua tragica morte avvenuta, a quanto pare, per avvelenamento. Gian Galeazzo riprese le idee dello zio, la smodata ambizione del quale non ando' esente da avvedutezza di mente e grandezza d'animo, anche se la realta' delle cose non ne avrebbe rispettato i desiderata.
Pare eccessivo parlare di un sentimento di italianita' per un'operazione del genere, ma non costituisce uno spreco di fatica sottolineare I'importanza annessa alla nostra localita' scelta per la stipulazione dell'accordo sopra accennato. Non e' assolutamente il caso di far leva su richiami di motivo turistico per un borgo o una corte che, in base agli Statuti delle strade ed acque del Contado di Milano emanati, nel 1346. aveva un sistema viario di braccia MCCCCXXVIIII (1 braccio =mt. 0.59) e la cui canonica vantava un reddito di L. 13, soldi 8 e denari 8, nel 1398, mentre i cappellani erano cosi iscritti a ruolo:
 
capella S. Marie de Legnano     L. 1 s. 13 d. 17
capella S. Ambrosii de Legnano  L. 1 s. 13 d.  7
cagella S. Martino de Legnano   L. 1 s. 13 d.  7
 
(Notitia cleri Mediolanensis de anno 1391 circa ipsius immunitatem, in Archivio Storico Lombardo 1900, p. 258). Semmai la scelta fu dovuta alla posizione strategica assunta dalla nostra localita' piazzata sulla strada consolare del Verbano, il cui percorso andava dalla vecchia piazza d'armi di Milano ad I Iapidem (gia' corrispondente alla zona della fiera campionaria) fino a Sesto Calende. ad XXXVI lapidem, con Legnano al XV lapidem (Palestra, Strade romane nella Lombardia Ambrosiana, Milano 1984).
E poiche' si e' parlato dei Visconti, conviene dire che da un loro ramo, ed esattamente da quello di Pogliano, discese quel Roberto Visconti che fu designato come successore dell'arcivescovo Giovanni, Signore di Milano e ingiustamente considerato come una figura scialba, perche' sottomessa al volere di Matteo, Bernabo' e Galeazzo, i fratelli che collegialmente controllarono la Signoria milanese alla morte dello zio.
Le recenti ricerche effettuate da A. Palestra (Roberto Visconti, Milano 1971, p. 5 e sgg.) avvalorano invece una diversa figura del prelato, il quale. come piu' grande proprietario della Lombardia, rappresento' una forza non solo morale di straordinaria importanza, fin oltre la meta del sec. XIV, anche in Legnano. Dal carteggio scambiato coi suoi amministratori risulta che I'arcivescovo era il dominus loci, cio' esercitava un vero e proprio dominio temporale su una zona geografica, i cui punti piu' importanti erano Angera, Bellano. Brebbia, Bormio, Cannobbio, Castano. Galliate, Legnano cum cassinis Ravellis, Reschaldine et Reschaldi (Lettera n. 164. 17 marzo 1360), Sesto Calende, Teglio. Varenna, la Valsassina, la Valsolda e il Vergante, cioe' la costa occidentale del Lago Maggiore. Per I'amministrazione Roberto Visconti si serviva di un rector o, con maggior proprieta', di un potestas per Legnano e Castano, come si legge in una lettera del 9 febbraio 1355. L'importanza dell'ufficio dipendeva naturalmente dal borgo amministrato e c'e' da pensare che la mano del rector si posasse con pesantezza quando si trattava di distribuire e applicare la giustizia usque ad condempnationem. fino alla condanna dei reprobi (Lettera 11 aprile). L'epistolario rimasto c'illumina su tutta la vasta organizzazione delle proprieta' arcivescovili, sulle istituzioni locali, sugli ordinamenti della popolazione, sulle attribuzioni e competenze dei funzionari, sia per quanto atteneva gli affari civili, sia per la tutela dei frutti, dei redditi e dei proventi, la cui riscossione l'investito podesta', quale era Pietro Visconti, nel 1355, doveva assicurare al suo Signore.
Tali lettere, sotto un certo profilo, riflettono sinteticamente il contenuto di veri e propri statuti, in cui consules de homines burgi nostri Legnani costituivano l'intera Comunita' con la propria organizzazione.
Da questi pochi esempi, necessariamente ridotti per I'economia del lavoro, si puo' dedurre che Roberto Visconti fosse tempestivamente informato delle eventuali contravvenzioni alle sue disposizioni e che egli opportunamente intervenisse per fermare abusi, risolvere controversie e ripristinare la sua autorita' in un microcosmo provinciale, dove pulsava non solo il lavoro dei campi, ma incominciava a trasparire una certa attivita' commerciale; dove la popolazione rurale guardava con fiducia alle proprieta' arcivescovili amministrate con una certa larghezza di vedute, secondo un rapporto tra Comunita' locale e autorita' religiosa diverso da quello che si sarebbe potuto instaurare con un sovrano assoluto, magari illuminato. in un momento in cui la vita politica si stava liberando dalle istituzioni medioevali, per avviarsi verso la forma delle Signorie rinascimentali.
 
Non sembra il caso di parlare, nel sec. XV. di Signoria per Legnano, che ha sempre rifiutato qualsiasi infeudazione, ma piuttosto di un prevalente controllo esercitato dai nuclei piu' rappresentativi. destinati piu' tardi a costituire i cosiddetti "Comunetti", ossia i Visconti, i Vismara, le Monache di S. Chiara, i Lampugnani. Diamo per scontata come falsa la attribuzione voluta dal Corio, per ragioni encomiastiche (Storia di Milano, vol. I. Milano 1975) della discendenza viscontea da Alione, Signore di Angera, a cui il pontefice Gelasio I avrebbe concesso, nel 493, l'amministrazione di questo contado assieme a Treviglio, corte di Rho e Legnano. Non possiamo pero' disconoscere che Oldrado Lampugnani pote coprire, in Legnano, un ruolo determinante. nel 1400, grazie alla bonta' dei rapporti mantenuti in particolare con Filippo Maria Visconti, come dimostrano le vicende connesse al rafforzamento del castello di S. Giorgio, i servizi politici e militari resi al Signore di Milano, che fruttarono rendite cospicue tali da assicurare al nobile legnanese il controllo di vaste proprieta' fondiarie, nell'intricato groviglio di interessi che si agitarono intorno alla casata dei Visconti prima, e degli Sforza poi. Fu intorno al 1448 che Legnano risenti' dell'atmosfera agitata dall'offensiva scatenata da Francesco Sforza, per impadronirsi del Ducato milanese. Espugnata Abbiategrasso, le truppe ausiliarie guidate da Matteo Campana, al servizio di Francesco Sforza, si spostarono verso Legnano e ivi piazzarono I'accampamento: hospitiisque per proxima aedificia copiis singillatim dispertitis (In libros Iohannis Simonetae de rebus gestis Francisci 1, Sfortiae Mediolanensium ducis, a. 1448 in Rerum Italiaarum Scriptores. vol. XXl. Bologna 1959. col. 500). Con I'aiuto di Oldrado Lampugnani. lo Sforza pote' accingersi all'espugnazione della vicina Busto Arsizio, i cui abitanti spaventati gli inviarono messi, implorandone la clemenza. Dichiarato ribelle dai "Milanesi", il Lampugnani dovette quindi rinchiudersi nel suo castello di Legnano, ma una volta conclusa la tregua tra Milano e lo Sforza, pote' riguadagnare le posizioni.
 
E poiche' si e' accennato a Busto Arsizio, converra' dire che i rapporti con quella citta' non erano allora propriamente idilliaci, come si legge in una petizione del 19 maggio 1455 (Archivio di Stato di Milano, e d'ora in poi A.S.M. Archivio Sforzesco, cart. 665). In seguito alle disposizioni emanate da Filippo Maria Visconti e alla subordinazione giuridica da Busto Arsizio, gli homeni di Legnano, col Consiglio, non volevano assolutamente discutere le proprie ragioni nella localita' loro ordinata.
Per i postulanti era troppo molesto e dannoso andare a litigare a Busto, dove non avevano la possibilita' di trovare dottori o procuratori che curassero i loro interessi. Per di piu' correvano il pericolo di "essere malmenati da quelli Borgesani, che stando a casa sua superchiano gli altri". Da qui la richiesta dei protestatari di allargare la giurisdizione di Gallarate, cui si sarebbe potuto accedere facilmente che non al luogo ordinato, per gli inconvenienti lamentati.
Se il documento sopra riportato puo' essere testimonianza di un'animosita' pia che facile a riscontrarsi nei rapporti di vicinato, e destinato a perpetuarsi, come potrebbe essere avvalorato dai focosi successivi incontri tra le rappresentative calcistiche delle due citta', e' anche indice di una vivace conflittualita' che solo in parte la coltura di uva vernacciola o moscatella poteva giustificare. Accanto a questa e' presumibile supporre anche I'esistenza di una produzione cerealicola favorita sia dal facile assorbimento dei mercati vicini, sia da un'attivita' molitoria non indifferente, cui si aggiungeva un sia pur limitato smercio commerciale. Sono elementi che potrebbero trascinare facilmente all'entusiasmo e far pensare a Legnano come a un piccolo Eden, se non sapessimo che diverse zone dell'allora pieve di Olgiate Olona, di cui Faceva parte il nostro borgo, erano infestate da malviventi, i quali trovavano facili nascondigli nella cosiddetta "Selva lunga" compresa tra Gallarate e Legnano e attraversata dalla strada romana che portava al Lago Maggiore. I motivi di turbativa erano notevoli e tali da indurre. nel 1471, il duca Galeazzo  Maria Sforza a nominare Capitano del Seprio Antoniazzo di Casate "con potere di spada e piena autorita" perche' procedesse con la massima energia contro quanti infestavano il territorio (A.S.M., Comuni. cart 21).
Questi brevi cenni di carattere socio-economico non possono pero' far dimenticare la presenza di altre famiglie che contarono a Legnano, come i Vismara, in grado di interessare largamente I'ambiente religioso, che allo scorcio del 1400, vantava oltre alle chiese, oggetto di indagine da parte dell'arch. Marco Turri, I'ospizio di S. Erasmo; il convento di S. Caterina, fondato nel 1398, situato in prossimita' dell'attuale lstituto Tecnico Dell'Acqua e soppresso nel 1569; il convento di S. Maria del Priorato retto dai ' frati Agostiniani e chiuso nel 1569, nelle vicinanze  dell'attuale cinema Galleria; il convento femminile Agostiniano della Trasfigurazione, in via Lega, abolito nel 1569; il convento dei Frati Minori osservanti. detto di S. Angelo, eretto nel 1468. chiuso nel 1785, sede oggi delle Scuole Mazzini e quello delle monache di S. Chiara, in zona largo Seprio. Quest'ultimo convento fatto erigere intorno al 1492 da Gian Rodolfo Vismara, accanto al palazzo conosciuto come casa Vismara, ebbe prima il patrocinio della famiglia omonima e poi dei Lampugnani, di cui accolse le fanciulle divenute monache per vocazione (Sutermeister, Il convento di S. Chiara e la casa Vismara, in Memorie della Societa' Arch e Storia. n. 2. Legnano 1934). A un primo chiostro per le converse, nel 1700, se ne aggiunse un altro per le novizie e il complesso fu arricchito da una chiesetta ancora segnata con una crocetta nella mappa del 1799. Il convento si serviva. per i propri scopi, dell'acqua derivata da una roggia dei frati francescani. che passava attraverso le proprieta' dei Taverna e costitui' fonte di tante controversie tra gli usufruttuari.
 
Ampia descrizione del convento e' possibile trovare sempre nell'opuscolo sopra accennato del Sutermeister, anche se le notizie sono desunte da un'opera di P. M. Sevesi (Le Clarisse di Milano, Milano 1930).
Da essa risulta che il Vismara forni' chiesa e convento di S. Chiara di tutto I'arredamento necessario e si preoccupo' di assicurare alle monache I'ospitalita' nei monasteri milanesi. in caso di incursione nel Seprio.
Le suore vissero per circa tre secoli nel rispetto assoluto delle regole di S. Chiara e quindi in condizioni iniziali di poverta' tale da essere costrette a questuare e da richiedere l'intervento di S. Carlo, che visito' il loro monastero nel 1570 e detto' norme per il miglioramento delle loro condizioni di vita, in seguito perfezionate con nuove costituzioni emanate dal Generale dell'Ordine e sostenute dalla generosita' degli abitanti, in modo da concedere alle monache di effettuare acquisti e permute di terreni, fino a concedere prestiti, all'inizio del 1700.
Non sembra, secondo il Sutermeister, che la popolazione monacale fosse numerosa. Nel 1600 le monache erano una ventina; al momento della soppressione del monastero erano venticinque, ragione per la quale il numero di sessanta indicato nel corso della visita pastorale effettuata a Legnano da parte del cardinale Pozzobonelli, nel 1700, teneva conto probabilmente di monache velate, converse ed educande nel loro complesso.
Il convento fu soppresso da Giuseppe II, nel 1782.
l Governo confisco' tutti i beni immobili e mobili, questi ultimi depositati presso il Banco di S. Ambrogio. Le monache in parte ritornarono alla loro dimora originaria, in parte affluirono ai monasteri di  Busto Arsizio, di Cairate, e di Lonate Pozzolo.
 
 
 

28.1.6 L-05

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Il Cinquecento
 
 
Alle soglie dell'eta moderna la dinastia degli Sforza si avvio' alla decadenza. Il 10 aprile 1500 Ludovico Maria Sforza, detto il Moro, fu deposto e, in sua vece, il cardinale d'Amboise entro' in Milano come governatore, in nome di Luigi XII, re di Francia. In questo contesto storico cosi' burrascoso, che vide alternarsi alle redini dello Stato di Milano, di volta in volta, gli Sforza e i Francesi, si inserisce il ricordo di una testimonianza a carattere religioso, di importanza particolare per la storia di Legnano: la costruzione della chiesa di S. Magno, iniziata, nel 1504, sulle vestigia di una antica chiesa, come testimoniato dalla nomina della precedente cappellania dedicata a S. Giovanni Battista e agli Apostoli Giacomo e Filippo, resasi vacante e della quale era stato investito Gabriele Fusano col giuspatronato di casa Vismara, nel 1473. (Archivio Storico Civico di Milano e d'ora in poi A.S.C.M. Fondo Belgioso, cart. 195, pergamena 23 agosto 1473).
Questo inizio di secolo favorevole e propiziatorio, sul piano religioso, per il borgo di Legnano, fu pero' ben presto sconvolto dal diffondersi di una spessa coltre di nuvole che ne rabbuio' l'orizzonte. Mentre Luigi XII ondeggiava nell'esame di alcune soluzioni possibili nella guerra di predominio in Italia, secondo il Guicciardini (Storia d'Italia, Milano 1975, X, 8), gli Svizzeri, stimolati dal pontefice Giulio II e, spinti dal cardinale Schiner, cominciarono a scendere in Lombardia, non appena ebbero riordinato l'esercito e senza attendere la stagione propizia. Cosi', mentre a Milano si diffondeva una grande paura, essi raggiunsero, l'ultimo giorno del novembre 1511 Varese e da li', senza incontrare difficolta', toccarono Gallarate, la saccheggiarono e la bruciarono, secondo una lettera indirizzata dal Bibbiena al cardinale Medici (Moncallero, Epistolario di Bernardo Dovizi de Bibbiena, vol. I, Firenze 1953, pp. 416 -422), mentre Gastone di Foix, con Gian Giacomo e Teodoro Trivulzio, accampatosi a Legnano, non attese gli Svizzeri, ma preferi' sgomberare la nostra localita' e ripiegare su Milano, abbandonandola alla discrezione degli avversari. E' comprensibile quale trattamento sia stato riservato al borgo dalle soldatesche, anche se e' prudente non ricamare eccessivamente le informazioni fornite in proposito dal Guicciardini antipapalista o dal Prato (Storia diMilano in continuazione del Corio dall'anno 1499 al 1519 in Archivio Storico Italiano, vol. III, Firenze 1842), i quali descrissero la parte truce degli avvenimenti che interessarono la Lombardia, dal 1490 al 1530, ma non furono certamente a completa conoscenza di tutta la documentazione allora seppellita negli archivi d'oltralpe e in grado di far luce sull'effettiva responsabilita' dello Schiner, come si dedusse piu' tardi, nella scia degli studi effettuati, nel 1898, da Achille Ratti sulle lettere papali e da A. Buchi, nel 1925, sul cardinale in questione. Meglio attendere la menzione allora di Alberto Lampugnani, tesoriere della Fabbrica di S. Magno e uomo degno di reputazione, sull'incendio scoppiato nel borgo (Bettinelli, Legnano nella storia, Milano 1900, p. 17).
Le preoccupazioni per la popolazione di Legnano non erano dunque terminate, perche' essa dovette prima sopportare nuovi oneri finanziari imposti da Massimiliano Sforza pressato dall'avidita' degli Svizzeri e poi il condizionamento determinato dal ritorno dei Francesi di Francesco I. Mentre le redini del nuovo governo erano rette da luogotenenti vari vale la pena di accennare a due fatti, il primo dei quali interesse l'opinione pubblica, il secondo incise profondamente sul tessuto della Popolazione. Nel 1517 la superstizione tra il popolo era cosi' grande che, essendo in quell'anno caduta una grossa tempesta, si ritenne di attribuirne la causa all'azione delle maliarde.
Piu' drammatica fu invece l'influenza prodotta dalla peste del 1529, che si riprodusse con violenza nel 1540. Per la verita' non e' possibile stabilire con esattezza quante vittime tra la popolazione abbia mietuto la falce della peste, il cui contagio aveva gia intaccato la gente, a piu' riprese, negli anni precedenti.
Se i vuoti prodotti furono notevoli, certamente si puo' supporre che le perdite subite dai centri agricoli fossero, in proporzione, inferiori a quelle della citta', nonostante gli elementi contrastanti in nostro possesso. Servono, per la conoscenza, i dati offerti dagli archivi che rappresentano le fonti piu' ricche e le fondamenta piu' solide della realta' storica. Senza di loro un popolo non avrebbe volto e identita', anche se e' pur sempre opportuno accostardi ad essi con un occhio smaliziato, per un rigoroso controllo della docuementazione .
Pertanto, per avere un'idea il piu' vicino al vero circa la composizione e la consistenza della popolazione legnanese, nella prima meta' del 1500 bisogna risalire al censimento iniziato nel Ducato milanese da Francesco II e integrato da Carlo V, dopo che l'imperatore spagnolo prese le redini dello Stato milanese, alla morte dello Sforza. L'accertamento e' importante perche' dovrebbe ragguagliarci sul numero delle famiglie allora esistenti, sulle classi sociali, sulle principali colture in atto, sulla distribuzione della proprieta', anche se i risultati globali offerti risultano incompleti. Dall'esame dei fondi Censo p.a. e Gride dell'Archivio di Stato di Milano risulta che, al 15 settembre 1530, i gentilomini piu' rappresentativi residenti a Legnano, i quali non pagavano carichi a Milano erano i Lampugnani abitanti per lo piu' a Legnarello, tra i quali primeggiavano Gaspare Antonio dito el gineto; Barbara; Geronimo, rettore de la giesa magior in Legnano; Francesco, capelano in la suprascritta giesa, il magistro da schola con dui donzenanti forestieri et uno da Milano et altro da Gorla minor.
Di rilievo era pure la posizione dei Vismara, dei Visconti, dei Crivelli, dei Maino, dei Caimi, del notaio Francesco Rotta. Tra i gentilomini, che pagavano i carichi a Milano e abitavano a Legnano, prevaleva ancora il magnifico m.Jo. Bernardo da Lampugnano, con la consorte e il fattore; gli eredi di Geronimo Aliprandi, gli eredi Solari, Iacopo Corio, Francesco Maria Casati. Ne' puo' essere dimenticato il riferimento a Ferrando da Lampugnano che abita in el castello di santo Giorgio (A.S.M., Censo p.a., cart. 13 a). Per quanto concerne gli accennati comparti d'estimo, si puo' dire che fossero importanti per il raggiungimento delle prove di nobilta' originaria, da produre al momento della comparitio richiesta qualche secolo piu' tardi, all'epoca dell'imperatrice Maria Teresa, anche se la valutazione dei nobiles non puo' far dimenticare quella altrettanto importante dei cives abitanti nel territorio sottomesso alla citta'.
E' ai primi comunque che sono legate le vicende del castello, nel periodo preso in esame.
CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE A META' SECOLO.
Per una verifica dello status della popolazione giova il censimento ordinato dall'autorita' ed attuato verso il principio del 1549. La situazione di Legnano era allora controllata in buona parte dalle famiglie gia prese in esame, accanto alle quali E' da ricordare pero', per la funzione importante esercitata e di solito non citata tra le fonti piu'l conosciute, quella di Francesco Girami, per una conoscenza approfondita della quale rimandiamo al lavoro di E. Gianazza (Momenti di un incontro: Banco Lariano 1983 - Como 1983).
I Girami di cui sopra, discendenti da antica e nobile famiglia, avevano acquistato, nel 1538, dall' imperatore spagnolo, tra varie giurisdizioni, oltre ai feudi di Brebbia e della Fraccia Superiore anche diversi censi del sale, tra cui quello di Legnano: Communitas et homines Burgi Legnani ducatus Mediolani pro stariis centum quadraginta quinque census salis (A.S.M., Feudi Camerali p.a. , cart. 25l). La comunita' di Legnano pagava dunque a Francesco Girami, Signore di Barbaiana e di numerose altre terre, il censo del sale, che era obbligata ad acquistare, secondo lo strumento rogato da Giuliano Pessina il 14 ottobre 1538, anche se in seguito i figli eredi del Girami dichiararono che egli agiva come procuratore del conte Vitaliano Visconti Borromeo.
Dall'osservazione del materiale trattato ai fini del censimento e dal confronto con i dati relativi alla popolazione di alcune pievi, si ricava tuttavia la sensazione che il quadro offerto sia frammentario e lacunoso, tanto piu' che per alcune localita' si registra una vera e propria decimazione della popolazione, giustificata parzialmente dal dilagare della peste, ma non nella misura eclatante riportata.
Omettendo  dunque i tentativi per arrivare a un calcolo esatto della popolazione, in base ai dati offerti, si dovrebbe ammettere che gli abitanti di Legnano ammontassero, nel 1545, a 576 bocche con 184 focolari, con una media del 3,13%, secondo la verifica della cartella 13 b (A.S.M., Censo p.a.), in contrasto non solo con quanto affermato dal Larsimon Pergameni (Censimenti milanesi di Carlo V, in Archivio Storico Lombardo 1949, pp. 168-209), che parla di 608 bocche e 189 famiglie, ma pure coi dati registrati circa cinquant'anni dopo.
Se altri elementi interessanti sono forniti dallo sgualcito quinternetto conservato in archivio, questi riguardano i principali prodotti coltivati a Legnano:
miglio, frumento, melgone, fagioli, panico e uva; ma anche la figliolanza delle famiglie, che non era cosi' numerosa come si potrebbe pensare, secondo una diceria corrente. Infatti sui "focolari" presi in considerazione, solo quello di Ambrogio Bilizono vantava dieci figli; nove ne allevava Giovanni Tadino, mentre altri tre gruppi crescevano otto rampolli. Ottantotto famiglie e quindi la maggioranza, avevano due figli ciascuna ed una non ne allevava nessuno. Inoltre poiche' le indicazioni offerte dai commissari proposti al censimento riguardavano solo le "bocche" e le biade, mancavano indicazioni relative all'azione svolta dai singoli. Naturalmente, trattandosi di un comune rurale, l'attivita' dominante consisteva nella lavorazione dei campi, i cui appezzamenti variavano secondo le condizioni del coltivatore e del cui perticato possiamo farci un'idea approssimativa, poiche' mancano le indicazioni relative ai nobili, in base agli indici catastali del 1558 (A.S.C.M., Localita' foresi, cart. 35). Da questi si deduce che l'estensione dei terreni lavorati di Legnano con Legnarello, fatta salva l'eccezione indicata, ammontava a pt. 24020 circa, alle quali bisogna aggiungere circa pt. 2482 possedute dagli Enti religiosi, con le monache di S. Chiara in testa, proprietarie di pt. 574.
In tale ambito, se i dati a nostra disposizione sono incerti, pur tenendo presente la precarieta' di vita della popolazione rurale, la piu' facile ad essere coartata dalla nobilta' vanitosa dei suoi privilegi, non si far meno di sottolineare col Sella (L'economia barda sotto la dominazione spagnola, Bologna 1982, p. 181 e sgg.) che la campagna lombarda, Legnano compresa, conservo' una discreta carica di attivita', grazie al mantenimento di pratiche colturali, in fase di evoluzione e alla relativa subordinazione alle corporazioni cittadine. Le colture cerealicole, la vite e il gelso offrirono la maggior possibilita' di impiego ai contadini, i quali, con il tradizionale attaccamento alla terra, non esitarono ad affrontare lavori massacranti per intensificare la produzione.
Il risultato fu un'economia sommersa, che consenti' di rimediare agli ostacoli delle requisizioni e delle imposizioni fiscali, anche se non e' facile dipingere un quadro chiaro della situazione allora esistente in Legnano, perche' sono disponibili solo scampoli di informazioni inadeguate per avere una visione ampia della realta'. Inoltre paradossalmente fu proprio il fisco ad incentivare l'impegno dei contadini. Dal momento che esso si basava sulla stima del perticato colpito, indipendentemente dalla destinazione a coltura o dal rendimento della stessa, l'agricoltore fu indotto a trarre il maggior reddito possibile. Infatti una delle preoccupazioni maggiori delle autorita' spagnole, austriache e francesi dominanti nel nostro paese fu sempre quella di accertare, per ragioni fiscali l'esistenza dei focolari nelle singole localita'.
L'enumerazione dei capi famiglia fu infatti un elemento fondamentale degli estimi per la distribuzione del carico d'imposta, che aveva come base il ceppo famigliare, alla cui unita' coltivatrice imponeva il pagamento del tributo, generalmente riparrito in ragione di una certa somma di denaro.
Da qui la necessita' di avere indicazioni sulla strutturazione della popolazione di Legnano distribuitain nove Comuni: Otto dei censiti in luogo, ed uno chiamato comunetto, per quelli che non avevano nome distinto, conforme al maggior censimento; comune dominante era il maggiormente censito, comune Vismara, comune delle Monache, comune di Camillo Prata, comune Visconti, comune Morosinetto e consorti e ilComunetto. Tali indicazioni fornite dal Bettinelli (Op. cit., p. 38 e sgg.) e derivate dal Pirovano, ci consentono inoltre di sapere che ognuno degli enti sopraccennati era rappresentato dai proprietari piu' in vista, i quali concorrevano alla nomina di un Sindaco che era coadiuvato da due deputati e da un cursore nella reggenza di ogni Comune.
Per avere pero', elementi piu' sicuri sulla reale consistenza della popolazione legnanese bisogna risalire all'epoca di S. Carlo Borromeo e successivamente al censimento del 1594.
 
 
 
Nella seconda meta' del 1500, S. Carlo fu pIU' di una volta a Legnano. Stando al racconto del prevosto Pozzi, sembra che nel corso di uno di questi rapidi soggiorni, mentre si attendeva alla riedificazione della chiesa di S. Ambrogio, sotto una volta sia stato trovato, depostO nel tronco di un albero, il cadavere dell'arcivescovo Leone da Perego, che, profugo da Milano sconvolta dalle lotte di predominio sorte tra i nobili, si rifugio' a Legnano, dove mori', secondo Tristano Calco, nel 1257; secondo Galvano Fiamma nel 1263 e dove fu sepolto. Sempre secondo il racconto del cronista, all'indomani del ritrovamento, il corpo di Leone da Perego spari'. Si diffuse quindi una voce popolare, secondo la quale S. Carlo Borromeo, riconosciuto il cadavere, l'avrebbe fatto sparire, per dargli piu' adeguata sepoltura, ma anche per evitare gli eccessi di un certo culto tributato alla sua tomba.
Si verifico' praticamente una situazione analoga a quella, in cui fu protagonista S. Nico o Nicone, a Besozzo, nel 1567.
Carlo Borromeo, nel corso di una visita pastorale li' effettuata, saputo dove si conservavano le spoglie del santo eremita, fece fare uno scavo, per riportare alla luce i resti e dare loro una sepoltura piu' adeguata sotto l'altare maggiore deIIa chiesa, da cui furono traslati, nel 1685, in un'altra restaurata ed entro in un'urna piu' ricca.
La tradizione sviluppata attorno al corpo di Leone da Perego ha favorito la formulazione di illazioni da parte degli studiosi piu' o meno accreditati, tramandata fino all'epoca moderna. Pertanto, per fare cessare le varie dicerie ricorrenti intorno alla salma di Leone da Perego, nel 1933, il cardinale Schuster commise il compito di effettuare indagini approfondite a una commissione costituita dai mons. Galli, Saba e Castiglioni. Il risultato emerso dai loro studi garanti che Leone da Perego, alla sua morte era stato sepolto, senza grandi onori, nella chiesa di S. Ambrogio. Da qui la salma ritrovata prima del 1566, e quindi anteriormente all'intervento del cardinale Borromeo, fu trasportata nella nuova basilica di S. Magno. Il trasferimento del corpo non si poteva congiungere al ripristino totale dell'edificio sacro a S.Ambrogio, avvenuto dopo il 1592. Si doveva quindi dedurre che l'ipotetica sottrazione attribuita a S.Carlo era solo un parto della fantasia di alcuni scrittori e che la salma era da ritenersi riposta in un luogo sconosciuto della chiesa di S. Magno.
 
 
 
 
A seguito della Visita pastorale effettuata a Parabiago l'8 ottobre 1583, (Archivio Spirituale Diocesi di Milano, ed ora in pi A.S.D.M.. Visite Pastorali, Sez. X, Vol. V), grazie alle facolta' concesse dal Concilio di Trento, della cui legislazione fu scrupoloso esecutorel, in virtu' anche dell'autorizzazione conferitagli dal papa Gregorio XIII, con Brevi del 28 giugno, 11 luglio e 4 novembre 1573, S. Carlo Borromeo, il 7 agosto 1584, decise per la soppressione della Prepositurale di Parabiago e per il suo trasferimento a Legnano. Le ragione del mutamento furono varie. Benche' a Parabiago esistessero cinque canonici dotati di prebenda: don Antonio Mozzoni, don Ottavio Ermano, don Giovanni Battista Pusterla, don Cipriano Tarillo, don Briosco, nessuno di loro risiedeva nel paese assistito dal solo prevosto. D'altra parte la Prepositurale non aveva case sufficienti ad ospitare un adeguato numero di canonici ne' esse si potevano costruire per l'esiguita' dei redditi disponibili, insufficienti ad assicurare una dignitosa sopravvivenza.
A distanza di tre miglia da Parabiago vi e' pero' Legnano, giudicato un borgo satis insigne, con numerosa popolazione, per di piu' dotato della chiesa di S. Magno considerata magnifice speciosa per l'ampiezza della costruzione e la ricchezza degli ornamenti, nonche' fornita di buoni redditi. A cio'si aggiunga la presenza, in Legnano, di numerose cappellanie sia titolari che mercenarie, i cui rispettivi patroni non chiedevano di meglio che la trasformazione in canonicati prebendati. Pertanto il cardinale Borromeo divise, separo'e smembro'i redditi provenienti ai cinque canonici, soppresse tre canonicati e in particolare quelli cui spettava il diritto di raccogliere le decime, costituendo per loro un beneficio coadiutorale.
La chiesa dei SS. Gervaso e Protaso di Parabiago fu costituita in nuova parrocchia assistita oltre che dal parroco anche da un coadiutore, con annessa prebenda scholasticaria e l'onere di istruire almeno cento chierici e adolescenti poveri. Il coadiutore fu alloggiato nella vecchia casa vicino alla chiesa, mentre il curato si trasferi' in quella canonicale, la cui costruzione era iniziata da poco. Percio' la difficolta' di trovare nuove case per l'abitazione dei canonici, unita alla preoccupazione di non avere preti residenti sul posto e che lavorassero per il bene delle anime, indusse l'arcivescovo di Milano a trasportare la Prepositurale da Parabiago a Legnano, in analogia a quanto fatto con Brebbia, con Castelseprio, localita' dalle quali la pieve fu trasferita rispettivamente a Besozzo e a Carnago, cosi' come Busto Arsizio, staccata da Olgiate Olona, divenne capo pieve il 4 aprile 1583. Effettuato il trasferimento a Legnano, fu inserito il chiericato di S. Martino, cioe' una specie di borsa di studio esistente nel territorio e vacante per la morte del rev. Matteo Mascaroni, con relative pertinenze e redditi ammontanti a L. 300. I due canonicati gla esistenti presso la chiesa S. Magno furono trasformati in coadiutorali, di cui uno presso la stessa, con un beneficio di L. 330 annue, l'altro presso S. Maria, nella contrada di Legnarello, in modo da soddisfare le esigenze spirituali degli abitanti spesso impossibilitati ad accedere alle sacre funzioni di Legnano, a causa delle inondazioni del fiume Olona. Il canonicato gia' del rev. Ermano fu trasformato in teologale, con l'assegnazione dei beni della chiesa di S. Lorenzo dipendente dalla Cura di Parabiago, piu' oneri ed onori, derivanti da testamento di Agostino Lampugnani .
Un quarto canonicato, gia' del sac. Tarillo, fu congiunto alla cappellania di S. Giovanni Battista esistente nella Prepositurale di Legnano, con un beneficio di L. 300 annue e l'onere di celebrare cinque messe alla settimana, in onore della famiglia Vismara, sotto il cui patronato fu messo.
di quello che si trovava nella chiesa di S. Ambrogio, a Milano, con annesso beneficio e obbligo di celebrare una Messa feriale settimanale.
Naturalmente la traslazione suscito' un profondo senso di orgoglio nella popolazione di Legnano, ma di grande risentimento in quella di Parabiago, che si senti' colpita, per non dire spogliata di dignita' colla depauperazione del prevosto. Da qui la protesta elevata e sostenuta anche dopo la morte di S. Carlo Borromeo, perche' la localita' fosse reintegrata nelle antiche prerogative, ripristinate solo dopo tre secoli, per opera del cardinale Carlo G. Gaysruck, con decreto del 12 luglio 1845 (Archivio parrocchiale di Parabiago, Beneficio coadiutorale, cart . 1 e A.S.D.M., Visite pastorali, Sez. X, vol. XVIII).
Per quanto riguarda poi la trasmissione delle prerogative di capo pieve da Parabiago a Legnano, si deve tenere presente che cio' non comporti, una acquisizione analoga da parte della nostra citta' sul piano civile. Legnano infatti continuo' a far parte come circoscrizione amministrativa della pieve di Olgiate Olona, esistente ab antiquissimo, anche se appare fuori misura farne risalire l'origine a epoca anteriore al sec. VII, come accenna il Bondioli (Storia di Busto Arsiaio, vol. I, Varese MCMXXXVII, pp. 31-33). Meglio risalire col Giulini (Memorie della citta' e campagna di Milano, Milano 1857, vol. VII, p. 307) al sec. XII, per la pieve di Olgiate Olona, originariamente costituita dalla Comunita' in oggetto piu' quelle di Cislago, Gorla Maggiore, Gorla Minore, Castenate,' Fagnano, Cairate, Marnate, Legnano, Legnarello, per non parlare dell'aggregazione successiva di Cascina Masina, Castellanza, Nizzolina, Prospiano, Rescalda, Rescaldina con Ravello, Sacconago con la Cascina Borghetto, Solbiate Olona, ancora inserita, al 10 giugno 1757, secondo il prospetto del compartimento territoriale di Milano.
L''appartenenza di Legnano alla pieve di Olgiate si spiega con la netta separazione tra affari temporali (in temporalibus) e affari spirituali (in spiritualibus) voluta dall'autorita' civile e con la presenza della Cancelleria, probabilmente fin dall'epoca dei Visconti, ad Olgiate Olona.
Qui infatti risiedeva il cancelliere Annibale Mazza trasferito, con una retribuzione annua di L. 2000, alla nuova Cancelleria istituita a Legnano, con Editto governativo de11'8 marzo 1785, dall'imperatore Giuseppe II, il quale si reco' in visita alla nostra citta' nel 1784 e volle gratificarla con un'onoranza particolare, anche se nei bilanci del 1794  Legnano era indicata come ancora appartenente alla pieve di Olgiate Olona, distretto XXX (A.S.M., Censo p.a., cart. 1 329) .
 
 
 
Alla fine del 1500 un censimento di carattere religioso della popolazione di Legnano fu steso dal prevosto G.B. Specio, per conto dell'autorita' arcivescovile. Redatto, nel 1594, su 85 pagine e conservato originariamente nell'archivio della Curia milanese (A.S.D.M., Pieve di Legnano, Sez. X, vol. VI), esso indicava a fianco di ogni nominativo se era stato battezzato, cresimato, comunicato. Il documento illustrato dal Sutermeister (Memorie ecc., Legnano 1959, n. 17) e dallo Strobino (Il primo censimento demografico di Legnano, 1 marzo 1594, in Legnano, 1956) risulta importante non solo dal punto di vista religioso, ma anche statistico, per l'abbondanza dei dati forniti, ai fini della classazione della popolazione, sotto il profilo fiscale, specie quando si trattava di nobili che, avendo proprieta' dislocate a Legnano, per esse dovevano pagare le imposte al "referendario" locale, salvo casi di esenzione fiscale. Le contrade costituenti il borgo, sia pure senza corrispondenza a divisioni amministrative erano:
 
Gaminella                        7 case
Galvagni                        11 case
Mugia'                          45 case
Contrada Vismara                 9 case
Osteria Grande                   8 case
Ambrosini                       11 case
Pozzo Vagetto                   25 case
Sopra la Piazza                 52 case
Legnarello                      41 case
Casato                           4 case
Cascina del del Mino             6 case
Canascia                         2 case
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Totale                         221 case
 
Mancano dal computo le contrade Ponzella, Mazzafame, S. Bernardino. Le case distinte nelle categorie da nobili, pisonanti, massari, molinari, erano per lo piu' abitate da famiglie che avevano questi cognomi ricorrenti con frequenza: Bollini, Borsani, Caimi, Cavalieri, Crespi, Galli, Lampugnani, Lattuada, Maestri, Mantegazza, Masanzana, Oldrini, Piantanida, Salmoiraghi, Vismara.
Secondo i calcoli effettuati dall'ing. Strobino (Op. cit.), la popolazione era costituita da 2368 persone, ma tenendo conto della mancata indicazione degli abitanti dislocati nei tre quartieri non inclusi nel censimento, nonche' del clero,si puo' supporre che si aggirasse intorno a 2500 anime, che diventeranno 2948 nel 1620 e si manterranno su questa cifra per parecchi anni. Le famiglie assommavano invece a 470.
Il maggior addensamento si registrava nelle case piu' umili dei pigionanti e dei massari, il minore in quelle dei nobili, che vivevano in condizioni migliori e disponevano di spaziosi locali ricchi di fregi artistici, di ampi camini e decorosi affreschi.
Ogni famiglia era costituita in media da cinque elementi, tra i quali potevano rientrare pero', anche gli estranei come i domestici, in netto contrasto con la teoria dei nuclei famigliari numerosi del passato e in probabile diminuzione a causa delle perdite provocate dalla peste del 1576, in un borgo dal prevalente carattere agricolo, statico nella sua conformazione sociale avviato all'esplosione demografica solo parallelermente allo sviluppo industriale in atto all'inizio del sec. XX, allorche', con censimento del 1901, s accertera' una popolazione di 18.285 abitanti.
L'eta' media calcolata dall'ing. Strobino era di anni ; 5, 27 nel 1594, salita a 32,50 nel 1951, col miglioramento delle condizioni igieniche.
 
 
 

28.1.7 L-06

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La dominazione spagnola
 
 
Nel corso del sec. XVII la vita di Legnano inserita nel Ducato di Milano fu caratterizzata dall'influsso della dominazione spagnola, della quale, per molto tempo, e' stato offerto un quadro dalle tinte oscure. Non occorre pero', esagerare e far coincidere il vero aspetto del predominio spagnolo con una desolante decadenza, come hanno fatto molti economisti del 1700. Non si vogliono giustificare leggi assurde ed autoritarie fatte per non essere osservate, ma non si puo' disconoscere il tentativo di arrivare alla costituzione di uno stato moderno compreso tra il sec. XVI e il XVII e che Milano si trovi, sulla via di questo progetto, teso alla eliminazione di privilegi corporativistici, tali da strozzare lo Stato e costringerlo a una condizione di costante debolezza (Visconti, Storia diMilano, Milano 1967, p. 453). E questo valga non per esaltare la Spagna, ma per dare al quadro la giusta prospettiva.
Quanto alle strutture dello Stato di Milano, esse erano stabilite dalle Novae Constitutiones fissate da Carlo V, nel 1541, e rimaste in vigore fino al 1786.
Grazie ad esse l'organizzazione centrale dello Stato lombardo risiedeva in Milano, trasformata in un centro amministrativo e consumistico, mentre la campagna, se non era un paradiso, costituiva, con le sue terre, un comodo rifugio per i nobili al riparo dalle preoccupazlonl cittadine oltre che un'ottimo investimento, di fronte ai quali giocava un ruolo non indifferente la folla anonima dei contadini, dei mezzadri, dei fittavoli, degli artigiani, in grado di far rifluire) i capitali della stagnante economia della citta' a delle zone rurali, innervata dalla loro volonta'e vivacizzata dalla loro sagacia.
La popolazione del borgo di Legnano appariva dunque, all'inizio del 1600, articolata, nel suo assetto costituzionale, nei Comuni dei nobili e dei salariati da loro dipendenti, abitanti in cascine sparse per il territorio, perche' l'abitato era legato allo sviluppo della proprieta fondiaria, ai metodi di conduzione e ai modi di sfruttamento del terreno, che richiedevano una costante presenza dell'uomo. Tale distribuzione si protrasse praticamente fino alle riforme teresiane e fu spesso causa di notevoli contrasti sul piano dei reciproci diritti. Ne abbiamo una testinionianza valida attraverso una tendenza di definizione di privilegi, che fu emanata dal Senato milanese il 13 novembre 1603:
Pro nobilibus Burgi Legnani super regulis orterum cum Communitate praescriptis per Sertatum Excellentissimum (A.S.M., Certso p.a., cart. 1329).
In seguito a controversie sorte tra i nobili e la Comunita' di Legnano o piuttosto alcuni vecchi sindaci che si attribuivano l'immunita' dagli oneri fatti ricadere sui poveri e ignari coloni dei nobili, sentite le reciproche preghiere avanzate dalle parti, perche' gli oneri fossero regolamentati, il Senato addivenne a un Serzatus Cortsultum. In base a questo stabili' che si creassero nuovi sindaci, ma che non si potessero scegliere tra quanti erano debitori della Comunita', ne' i loro figli o fratelli conviventi, per evitare scandali. Per eliminare future discordie, si diede incarico al senatore Rovida di stabilire delle regole per la divisione degli oneri. Gli amministratori della Comunita' dovevano inoltre rendere conto ogni anno dell'operato, perche' i poveri, gli orfani e le vedove non risultassero oppressi dai potenti. I nobili, senza pregigdizio dei coloni e dei massari, avevano il diritto stabilire regole, ma non potevano, in caso di alloggiamento dei militari, gravare su beni dei cittadini oltre l'ottava parte del lavoro dei loro possessi.
Percio' l'eventuale distribuzione eccedente la detta parte e incidente sui massari, costituiva un aggravio illecito, che comportava l'obbligo alla compensazione e alla restituzione di quanto versato oltre la misura.
Questo disposto del Senato trovava un precedente in una serie di provvedimenti gia' presi per Saronno, Varese e Monza. Pertanto il delegato del Senato milanese, vista la distribuzione degli oneri fatta nel borgo di Legnano, udite le parti e i loro procuratori, sentiti i nobili Taverna, Lampugnani, Vismara, Crivelli, Bossi, Fumagalli, de Rubeis, il prevosto Specio e Greco Donato, ordino', di fare la distribuzione sia degli oneri ordinari che di quelli straordinari e delle altre spese tra nobili e Comunita'.
Pertanto il perito Francesco Landriano designato allo scopo, redasse due comparti, in uno dei quali erano indicati i nobili, nell'altro i capita e le bocche degli abitanti della Comunita', con i loro beni rurali.
I massari dei nobili, a loro piacere, potevano essere descritti per capo, bocche e beni sul rotulo dei nobili, se disposti a pagare con la porzione di oneri.
Le spese straordinarie sopportate, ogni anno, nell'ambito della Comunita' per pagare il "causidico", il Cancelliere, i sindaci, l'addetto all'orologio, la riattivazione delle strade, erano di L. 800. Rimanevano all'universita' dei rurali due redditi della Comunita', di cui uno di L. 205,9 per il prelievo del sale, l'altro di L. 99,11 per il dazio della macina .
In sostanza, come risultato dell'operazione, gli esperti compilarono quattro fascicoli, nel primo dei quali erano indicati i nomi di tutti gli abitanti del Comune, compreso Legnarello e pertinenze, col numero delle bocche e soldi d'estimo per ciascuno; nel seobndo, il perticato rurale del Comune; nel terzo i nobili separati dai rurali, con la quantita' del loro perticato rurale e relativa stima; nel quarto, i censi pagati ogni anno dalla Comunita', con i nobili abitanti a Milano che, per i loro beni rurali, non concorrevano al pagamento dei carichi predetti.
Accanto ai nobili si trovavano pure i particolari, ai quali si pagava il dazio dell'imbottato che, nel contado di Milano era anteriore al 1300; e l'onoranza di un bue, cioe' una tassa dell'epoca feudale pagata in genere per i beni allodiali e consistente in una prestazione in natura. A carico della Comunita' risultata un onere complessivo di staia 280, di cui 263 ai rurali 14 ai nobili 2 alla osteria e prestino di S. Antonio a Legnarello e il resto alla cascina della "Poncella".
Poiche' era stato dichiarato che le spese straordinarie erano di L. 800 e che ai rurali rimanevano due redditi rispettivamente di L. 99 e di L. 205,9 per complessive L. 305, le restanti L. 495 furono ripartite tra le due parti, in proporzione alla rata di sale che ciascuno era tenuto a pagare, secondo una gabella esistente in Lombardia gia' nel 1300, fissata in ragione del numero delle bocche, della condizione e della facolta' di ogni famiglia, esentata dal pagamento solo quando la sostanza posseduta non oltrepassava L. 1 di estimo.
   Percio' dovevano pagare:
 
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Nobili                              L.  24.19.10
                                    L. 465. 2.11
Osteria di Legnarello               L.   3.10. 9
Cascina della 'Poncella'                 1. 6. 6
                                    L. 495.-- .--
 
Il carico di L. 143,7 relativo all'onoranza del bue grasso, pagata a Pietro Giacomo Lampugnani, era cosi' stabilita:
 
Nobili di Legnano              L.   7.44. 6
Comune di Legnano              L. 134.14. 6
Osteria di Legnarello
Cascina 'Poncella'
                               L. 143. 7. --
 
  La tassa di L. 313 dovuta per l'imbottato era invece cosi divisa:
 
Nobili di Legnano               L..  15.16. 1
Comune dei Rurali               L.. 294. 2. 6
Osteria di Legnarello           L..   2. 4. 8
Cascina 'Poncella'              L.    . 16.9
                              ----------------
                                L.  313
 
In base a questa distribuzione, i nobili non poterono piu' accampare di essere gravati nel sostenere l'onere di alloggiamento dei soldati, ne' di spese straordinarie, se non per la rata ad essi addebitata, conformemente al primo deliberato senatoriale del 12 febbraio 1604, ribadito, in quarta sede, il 23 giugno 1605.
Sancita la partizione degli oneri e in vista di una possibile infeudazione, il Magistrato delle Entrate Regie Ducali e dei Beni Patrimoniali dello Stato di Milano, predispose un accertamento delle "terre" e della popolazione legnanese.
Questa riceveva nel frattempo una Visita pastorale da parte del cardinale Federico Borromeo che, nel 1617, celebro' la Messa nella chiesa collegiata e amministro' la Cresima a molte anime del borgo e della pieve di Legnano (A.S.D.M., Visite pastorali, Sez.
xb vol. XVIII). Dagli atti conservati nell'Archivio della diocesi milanese risulta che la Cura si estendeva a tremila anime, per le quali era insufficiente un solo sacerdote: da qui le disposizioni emanate, nel 1618, pe la aggiunta di due coadiutori: sed cum cura ipsa contineat animas numero tres mille quibus unicus Sacerdos minime satisfacere posset additi sunt duo coadiutores (vol. VII). Documento dunque interessante dal punto di vista religioso, valido per la verifica sulla Scuola del SS. Sacramento, che vantava 388 iscritti tra uomini e donne ed era retta da dieci deputati; sulla Scuola del Rosario con 723 aderenti, ma non meno determinante per l'accertamento della popolazione.
Naturalmente di proporzioni piu' ampia fu la documentazione prodotta e allegata alla proposta di comperare il feudo, il 16 novembre 1620 (A.S.M., Feudi Camerali p.a., cart. 220). Obbedendo a inte-ssi fiscali, allo scopo di assicurare nuove entrate alle casse dello Stato, l'autorita' spagnola decise di vendere i luoghi e le terre non ancora infeudati, eccettuate le citta'. Percio' fu emesso il bando per la libera vendita delle terre di Legnano e Legnarello con relative pertinenze, accessibili anche ai forestieri e donne compresi, con facolta' di disporre in successione ordinaria de maschi, al prezzo base di L. 32.000 per rispetto del feudo et giurisdizioni oltre al prezzo di ducati castigliani 4000 per chi volesse appoggiarvi sopra il titolo di marchese. Furono avanzate due offerte interessanti al Magistrato Camerale: una da parte di G.B. Piantanida l'altra da parte di C. Visconti, il cui nome ricorre, con frequenza in questi spregiudicati blitz per l'acquisto di terre abitate. Il primo, della parrocchia di S. Eufemia di Milano propose di acquistare il feudo di Legnano e Legnarello al prezzo di L. 33.000, con l'aggiunta di ducati 4000 per il titolo suddetto. Pur di riuscire nell'intento, il Piantanida allego', all'offerta una curiosa documentazione sull'ascendenza nobiliare dei suoi antenati sui vincoli di parentela coi Lattuada, cogli Arconati; sui beni posseduti a Milano, Cuggiono, Figino, Lonato e relativi redditi; sul tenore di vita che contemplava il possesso di tredici cavalli, numerose armi da caccia, paggi, camerieri, livree, gioielli per il valore di 1500 scudi.
Cesare Visconti si dichiaro' invece disposto ad acquistare il feudo di Legnano e ogni altra cosa ad esso spettante, col titolo di marchese per se' e il figlio maschio da designare e discendenti maschi, al prezzo di L. 60.000 imperiali.
Di fronte a queste proposte, il Governatore del Ducato milanese predispose l'assunzione di una serie di informazioni sulla struttura effettiva di Legnano e Legnarello per havere l'intiera cognitione della qualita' d'esta terra. Dagli allegati risulta che Legnano, situata nella provincia del Seprio, godeva di un ottimo clima, aveva sotto di se' la contrada di Legnarello e cinque cascine; disponeva di una casa fabbricata a forma di castello con fossato e ponti posseduta dal dott. Ferrante Lampugnani. Il borgo aveva in sua proprieta' una casa della Comunita', in parte affittata a L. 120 annue e in parte adibita a riunioni dei pubblici amministratori. Nel giorno dei Morti, la gente delle zone circostanti accorreva alla omonima fiera per comperare bovi grassi, pelliccie, panno, tele. Tale fiera, secondo il Bombognini (Op. cit., p. 36) aveva un'origine lontana, risultando dalle carte dell'Archivio comunale di Busto Arsizio che la concessione da parte di Carlo V di una fiera simile, nel giorno di S. Luca, non ebbe effetto, perche' non sanzionata dal Senato, troppo vicina e pregiudizievole a quella di Legnano.
Sul fiume Olona che correva tra Legnano e Legnarello, insistevano sette mulini, uno dei quali del cardinale Borromeo, l'altro del cardinale Montalto. Poco distante dalla "terra" si ergeva l'ospedale di S.Erasmo con un'entrata di trecento scudi annui, destinato all'accoglienza dei vecchi e di altre persone non in grado di lavorare.
Funzione di assistenza esercitava pure la Scuola della Misericordia, la cui entrata di cento scudi era distribuita ai poveri. Le chiese di Legnano erano nove: accanto alla Collegiata retta da un prevosto con un'entrata di L. 1000 annue e assistito da cinque canonici, si distinguevano le chiese di S. Maria di Legnarello; di S. Maria del Priorato; di S. Ambrogio  e con l'annessa Scuola dei Disciplini' di S. Angelo con il monastero dei frati zoccolanti, che dava ospitalita' e diciotto persone; di S. Chiara con un monastero ospitante trentacinque monache .
Fuori del borgo si trovavano le chiese di S. Maria delle Grazie; di S. Caterina; di S. Maria della Purificazione con la Scuola del SS. Sacramento; di S. Erasmo con annesso ospedale; di S. Martino; di S. Giorgio; di S. Bernardino. Gli abitanti del borgo, Legnarello compresa, ammontavano a 2948, di cui 1959 da comunione. I focolari o famiglie erano 474, di cui gentiluomini, 233 da rurali, cioe' mercanti, artigiani 154 formati da cittadini, 12 da contadini; 75 da persone che lavoravano beni ecclesiastici.
Gli abitanti, fatta eccezione per i nobili, contavano, tra le loro fila, dieci mercanti di panno, tela e canapa; tre tintori, cinque proprietari di piccoli empori per la vendita di generi alimentari, sei calzolai, sette sarti, tre barbieri, sette zoccolai, quattro maniscalchi, due venditori di spezie, cinque pasticcieri, sei falegnami, un cappellaio, tre macellai, cinque maestri insegnavano a leggere, a scrivere e musica, un medico "fisico" e un chirurgo, i quali ultimi non  percepivano nessun salario da parte della Comunita'. Tre erano le osterie e due i bettolini. Il territorio aveva un'estensione di Dt. 22994 tv. 2:
 
pertiche     1 5343   tavole     23   civili
pertiche      3065    tavole      8   rurali
pertiche      4584    tavole     19   ecclesiastiche
 
pertiche     22994    tavole     2
 
distinte in vigne, campi, prati, boschi. I terreni producevano ogni sorta di frutti, tranne riso, tanto da essere eccedenti al fabbisogno della Comunita' e da poter essere venduti sui mercati di Milano e Como.
Il prodotto prevalente era pero', l'uva "vernazzola" e moscatella.
Il borgo non era mai stato infeudato, non aveva mai avuto Podesta', era soggetto per l' amministrazione della giustizia al Vicario del Seprio e ai giudici milanesi, disponeva comunque di due notai pubblici, che rogavano atti e di un usciere per le notifiche.
La R. Camera riscuoteva dalla Comunita' annualmente, come censo ordinario, L. 422.15.3. Non esistevano altre entrate feudali, poiche' i dazi sul grano e sulla carne erano riscossi da Ferrante Lampugnani e in parte dagli eredi Vismara, mentre per l'imbottato non si pagava nessun dazio, fatta eccezione per una convenzione pattuita tra privati e nari a L. 314 annue. La Comunita' prelevava staia 280 annue di sale (l staio = lt. 18,27).
Il quadro della situazione sembrava (dunque apparentemente sereno, se non fosse stato turbato da rumori di guerra e dalla peste. I primi furono sollevati dalle ostilita' scatenate dal duca di Savoia, Carlo Emanuele I, impegnato nella guerra per la successione del Monferrato e per la Valtellina. Per affrontare e risolvere positivamente la situazione, fu necessario assoldare uomini e inviarli in Sardegna. Tra questi si trovavano G. Battista e Aurelio Lampugnani nominati capitani, che assistettero, nell'isola, agli scavi per il reperimento dei corpi di alcuni martiri e poterono avere alcune reliquie che, una volta autenticate da Luigi Bossi, teologo della Metropolitana milanese, furono consegnate, nel 1628, al prevosto don Agostino Pozzi.
Questi diede incarico a due abili intagliatori G. B. Salmoiraghi e G. P. Rossetti di preparare dei reliquari per la conservazione e gia' pensava di celebrare il possesso con una solenne cerimonia, quando essa dovette essere differita, nel 1634, a causa della carestia e del passaggio delle milizie e della peste.
Una prima ondata di milizie di passaggio, assoldata per la guerra del Monferrato, si registro' nel 1628 e non pare abbia recato eccessive molestie.
Fu invece nel 1629 che il Comune dovette venire a patti con gli ufficiali comandanti circa 1500 soldati tedeschi perche' rimanessero ai bordi del paese, nel timore che diffondessero il contagio. Senonche' i militari, vistisi privati della posslbilita' di compiere saccheggi, si vendicarono, abbattendo numerosi vitigni.
Non era pero' finita, perche' il settembre dello stesso anno, truppe mercenarie polacche si ribellarono al loro comandante Serbelloni, si avvicinarono paurosamente a Legnano, che risparmiarono solo dietro versamento di una somma pari a duemila scudi. L'anno piu' interessante pero', a detta di Strobino, (Soldatesche Alemanne e Spagnole a Legnano al tempo dei Promessi Sposi, in Legnano, n. 2, 1956) fu il 1630.
Per l'alloggiamento e il mantenimento di un reggimento di fanteria alemanna comandata dal colonnello Aldringar, forte di circa 21.000 uomini e 2375 cavalli, rimasti sul posto ventitre giorni, a cui si aggiunsero altri passaggi prima della fine dell'anno, il Comune dovette sopportare oneri non indifferenti, che si ritorsero in enormi aggravi per la popolazione.
Fertile terra di pascolo doveva essere dunque Legnano, nella prima meta' del 1600. Quando mancavano i militari, ci si mettevano pure le donne: una tnrppa de donne n. 800 li quali donne li dassero brente 6 1/2 di vino, che, girando per le strade del borgo, il 21 agosto 1630, ai tradizionali simboli del femminismo preferivano l'ostentazione o meglio la pretesa di abbondanti libagioni. Di fronte a ottocento donne sciamannate, c'e' da pensare che la popolazione potesse anche sopportare ulteriori incursioni nel 1631 e 1632.
A complicare la situazione resa disastrosa dalle conseguenze militari prodotte dalle spese relative, si aggiunse lo scoppio della peste, che miete' numerose vittime e paralizzo' l'attivita' economica della zona. Mentre i morti si seppellivano in luoghi appartati, gli ammalati erano portati in altri isolati detti "lazzaretti".
Per la gente e non solo di Legnano fu una mazzata:
le robe bruciate, la disoccupazione forzata, la superstizione popolare aumentata unitamente alle pratiche devote, accresciuti gli scontri con le autorita' politiche sanitarie, su tutto gravava l'insospettabile orrore del lazzaretto. Ne e' motivo di merito, ma di umanita' ricordare che esso a Legnano, ancora nel 1730, risultava posto sotto una collina, sulla quale sorgeva la casa del nobile Francesco Maria Lampugnani (A.S.M., Acquisti e doni, cart. 44). Dei pregi e, in particolare dell'eco ivi esistente, a somiglianza di villa Simonetta a Milano, il proprietario amo', lasciarci gradevole ricordo condito in eleganti distici, che pareggiavano la sua collina allo ameno colle Parnaso.
 
   In collinis mei prope domum meam a nobili
in Legnanensi opido Iaudem Carmina Pindi felicitas.
 
Parnasum nunquam repugnas conscendere collem
      Omnia si nescis gaudia pindus habet
     Hic tibi laeniet Castalis unda sussurro
       Et curas currens laeniet unda tuas
     Si lubet in laetis istis spatiabere pratis
   Haec tibi praebebit fertilis haerba thorum,
 
    Hic pendent onerati fructibucs arbore rami
     Promptas in dextras advenientque tuas.
   Arboribus volucres istic dominantur in istis
     euotidieque simul hic Philomena canit,
Hic semper si vox clamat responditur Echo
     Si quis Calliopem silva reclamat opem.
 
  Est pulcrum aspicere ingegnosos tangere vates
     Invictam Citharam laeta et arva manu
   Pars vatum lunam, pars lucida sidera cantat
     Pars vatum laudes cantat Apollo tuas,
   Hic spirent venti dum sol se condit in undis
       Hic ore infausto mollior aura videt
  Nox et hijems longeque viae saevique labores
      His blandis loci, et dolor omnis abest
                Franciscus Maria Lampugnanus
 
La peste per altro non soppraggiunse in un periodo di prosperita', ma dopo una grave carestia dovuta alle guerre che si erano abbattute sul Ducato milanese e ne avevano notevolmente alterato il trend economico. All'occultamento dei generi di prima necessita' segui' il rialzo di prezzo degli aridi. Il frumento costava L. 126 la soma (1 soma   kg. 100), la segale L. 102, sicche', per la fabbricazione del pane, si dovette anche ricorrere a un impasto di crusca, miglio e saggina, il tutto legato a fiori di lino.
I documenti di questo periodo parlano di grave crisi dei ceti agricoli, ma anche dei nobili, anche se poi la vita riprese lentamente il suo andare faticoso, finche' l'apparente bonaccia fu turbata, sei anni dopo lo scoppio della peste, dal riaccendersi delle ostilita' belliche sullo scacchiere europeo.
I Francesi, avuto libero accesso in Italia da parte di Vittorio Amedeo di Savoia, ripresero la guerra contro la Spagna, costretta a una posizione guardinga dalle vittorie riportate in Germania da Gustavo Adolfo alleato della Francia e dal pericolo costituito dal re protestante di Svezia intenzionato a passare in Italia, per colpire Filippo IV. Stando cosi' le cose, l'esercito francese invase lo Stato di Milano e minaccio', con una serie di saccheggi, anche Legnano, la quale trovo' un valido aiuto materiale da parte di Giuseppe Lampugnani che, catturati molti prigionieri nei
boschi e inviatili al marchese Leganes, governatore di Milano, pote' liberare il nostro borgo. Correvano gli anni, in cui Legnano riceveva la Visita pastorale del cardinale Cesare Monti, entrato nella chiesa di S. Magno il 5 maggio 1638 (A.S.D.M., Visite pastorali, Sez. X, vol. XVI), ma erano anche quelli, in cui il Lampugnani sopra accennato si presentava agli occhi della popolazione come un novello Don Rodrigo, asserragliato nel suo maniero avvolto dalla difesa di un nugolo di bravi e circondato dal terrore dei suoi villici finche' fu bandito con una grida del 28 febbraio 1647, alla quale il nobile non diede ascolto, perche' continuo' ad abitare nel suo palazzo, fino a quando fu ucciso, per sbaglio, da uno sgherro. L'appoggio dato a Legnano dal Lampugnani non fu di natura tale da distogliere gli Spagnoli dall'antico progetto di infeudare le terre, a maggior ragione, quando per provvedere alle necessita' dell'esercito e racimolare denaro, si dovette ancora battere cassa. Furono dunque esposte le cedole, cioe' gli avvisi negli uffici piil importanti di Milano e delle province dello Stato, nonche' sulle porte della chiesa principale di Legnano: si invitava in sostanza qualunque persona a concorrere all'asta delle terre in vendita, che erano 34 nel Ducato di Milano, 4 nel Novarese, 3 nel Comasco, 2 nel Lodigiano, 1 nell'Alessandrino, 1 nel Tortonese, 28 nel Cremonese, 2 nel Pavese. I membri della Comunita' pero' non erano intenzionati ad arrendersi facilmente, specialmente i possidenti restii ad un'investitura a favore di un feudatario al quale avrebbero dovuto rendere un omaggio non solo di natura onorifica, ma fiscale, mentre i contadini non avevano nessuna forza economica capace di far sentire la loro voce. Si arrivo' dunque a una Convocatio straordinaria, l'8 agosto 1640 in domo eiusdem Commurzitatis, alla presenza di 158 persone, per decidere sulla questione (A.S.C.M., Fondo Belgioioso, cart. 218), ma altre preoccupazioni sembravano gravare sul borgo, quelle derivate da tremende tempestate che danneggiarono le terre di Legnano, Dairago, Borsano, Villa Cortese. Il danno accertato eccedeva di gran lunga la meta' dell'entrata e cavata che si doveva trarre dai frutti del territorio Gli abitanti della zona chiesero quindi la remissione della meta' del debito dovuto e spettante al Ducato (A.S.M., Censo p.a., cart. 1330). Ottenuto qualche sollievo dal danno apportato dalle tempeste, la Comunita' legnanese pote' applicare tutti gli sforzi, ad evitare l'infeudazione. Per sfuggire a questo vincolo, le terre del Ducato potevano diventare "demaniali", cioe' redimere la propria liberta', pagando allo Stato una cifra corrispondente ai due terzi di quella che un particolare o privato era disposto ad offrire, e usufruendo della possibilita' di prelazione prevista dai Librifeudorum a favore delle Comunita', che stavano per essere infeudate, purche' avessero esercitato il diritto stabilito, per mantenersi libere, entro un anno dalla vendita pattuita.
Governanti e popolo decisero dunque di partecipare per la vendita di Legnano e di riguadagnare la liberta'. Dopo lunga e minuziosa discussione, fu chiaro ai giudici milanesi che non si poteva negare la redenzione delle terre ai Legnanesi, i quali riuscirono a riscattare l'infeudazione al prezzo di L. 26.13.4 per ciascuno dei 258 focolari calcolati in essere. La cifra di L. 6680, di cui fu garante Baldassarre Lampugnani, fu versata il 17 settembre 1649 nelle mani dell'esattore Francesco Bandoni. Lo strumento definitivo fu rogato da Ludovico Lampugnani il 9 marzo 1652.
In base ad esso, si stabili che Legnano sarebbe rimasta sempre sottoposta all'immediato dominio della Maesta', il duca di Milano: semper et perpetuis temporibus sint et remaneant atque conserventur sub immediato Dominio atque Iurisdictioni (sic) Maiestatis Regiae Domini nostri Ducis Mediolani. . . (A.S.M. , Feudi Camerali p.a., cart. 290).
Il tema dell'infeudazione meriterebbe indubbiamente un'analisi piu' approfondita di quanto non consenta la presente ricerca, in modo da cogliere, nel microcosmo legnanese, il segreto significato del macrocosmo, come dice il Violante nella prefazione alla Storia locale da lui curata, in analogia all'indagine sviluppata dallo scienziato, che si sforza di trovare nella cellula la ragione d'essere di tutto l'organismo.
Se e' intenso il desiderio di poter far rientrare l'indagine in un ambito specifico, e' pur vero pero' che essa varia col variare delle epoche storiche, sicche' diversa diventa la collocazione del fenomeno storico entro un'area piu' o meno ampia. Necessariamente, se si prende come punto di riferimento una localita' nella successione cronologica, la discontinuita' e' inevitabile, cosi' come i rientri o le uscite temporanee.
Poiche' la ricerca deve interessare la gente locale, pur senza disconoscere la capacita' a cogliere contributi particolari,e' evidente che possa procedere a strappi, senza voler rinunciare a far conoscere a chi voglia liberarsi dallo sfumato dell'immaginazione, come il sec. XVII si chiuda per Legnano, come si e' aperto, cioe' con un'altra controversia vertente tra il prevosto del borgo e i Deputati dei Luoghi Pii. La questione si chiuse nel 1672, con un ulteriore intervento del Senato, che stabili' le norme per l'elezione dei Deputati, i quali dovevano godere di una condotta irreprensibile; del Priore del Capitolo, da nominarsi per un anno, con suffragio segreto; dell'Assistente Regio, precluso da interventi negli affari del Capitolo.
Altre norme furono fissate per la questua, per la distribuzione delle elemosine e delle doti (A.S.M., Acquisti e doni, cart. 44).
 
 
 

28.1.8 Dominazione austriaca

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La dominazione Austriaca
 
Per buona parte del 1700 il nucleo fondamentale dell'amministrazione austriaca nel Ducato milanese fu la Comunità, a volte costituita da un solo Comune e di proporzioni cosi ridotte da essere unita ad altre di dimensioni più rispettabili. Qualora ciò non fosse stato possibile, si doveva conservare lo stato di separazione goduto, relativamente al pagamento delle imposte, con obbligo dei "possessori" del Comune di nominare un Sindaco.
Come attestano i documenti dei funzionari austriaci, le altre Comunità erano rette dagli Estimati o proprietari di terre non esenti, con esclusione dei "personalisti", cioè di coloro che vivevano in campagna senza essere proprietari e pagavano le imposte ad personam. Essi costituivano un "Convocato" che, a sua volta, eleggeva un Esecutivo formato da tre deputati. Questi nominavano il Sindaco e l'esattore.
Al di sopra dell'amministrazione comunale stava la pieve, che comprendeva al minimo una Comunità, al massimo una quarantina. Una o più pievi potevano costituire il distretto di un Cancelliere, il quale rappresentava il Governo di fronte alla Comunità ed era quindi autorità di rilievo nel sistema amministrativo austriaco, perché presiedeva i "Convocati", li poteva sciogliere in caso di irregolarità, verificava la validità delle elezioni, la regolarità nella stesura dei bilanci, provvedeva alla custodia dei documenti ufficiali, mappe catastali comprese, manteneva rapporti epistolari con le autorità superiori, denunciava abusi e trasgressioni.
Soppiantata la Spagna nel controllo della Lombardia, all'inizio del 1700, l'Austria iniziò un'egemonia destinata a durare fino al 1850, salvo la parentesi napoleonica. A conquista effettuata, l'Austria si rese conto della importanza strategica della nostra regione, che divenne il posto di guardia avanzata, dal quale sorvegliare tutta la politica italiana, colla collaborazione dei più raffinati palati della cultura illuministica locale, quasi a voler dare l'impressione di una certa autonomia. In realtà d'autoritarismo dominante è sempre il caso di parlare, se si tiene conto della pressione fiscale esercitata dall'Austria, dell'aumento dei prezzi, del perenne stato di guerra. Vita difficile dunque a Milano e logicamente anche in provincia, anche se oggi è cambiato il giudizio degli storici, pronti a vedere la dominazione dell'imperatrice Maria Teresa come un modello di buona amministrazione, di alta civiltà e perfino di tolleranza per le minoranze.
Orbene una delle prime preoccupazioni delle autorità austriache, dopo anni di guerra che avevano premuto enormemente sulle casse dello Stato, ponendo l'erario in condizioni insopportabili fu quella di arrivare a un inventario di tutti i beni immobili del Ducato, a un censimento della popolazione e a un accertamento delle principali attività economiche, ad una riforma radicale del catasto già predisposta da Carlo V, re di Spagna, ma non in forma razionale.
Già il 4 marzo. 1704, il Magistrato Ordinario dello Stato di Milano invitava la Comunità di Legnano al pagamento dei debiti retrodatati da esigersi negli anni 1696-1697, pari a L. 4570.14 .S.M. , Censo p. a., cart. 1329). In caso di mancato pagamento dell'imposta da corrispondersi in due rate, si sarebbe proceduto, senza avviso, all'esecuzione contro la Comunità, i suoi esattori, i Sindaci, i Reggenti e i Deputati tenuti al pagamento, con le spese del caso. Non sappiamo quale sia stata la soluzione della contesa regolata da un Senato-consulto, ma era già un'avvisaglia della gigantesca operazione che l'autorità austriaca avviò, a partire dal 1706 e che era destinata a protrarsi fino al 1850: la stesura di grandi mappe e di sommarioni per la registrazione dei terreni. Dopo diversi esperimenti e varie valutazioni, si decise di adottare come criterio di stima quello della tavoletta pretoriana, un particolare goniometro, cosi chiamato dal suo inventore Iohannes Praetorius. Perciò, con una serie di notifiche emesse nel 1719, i proprietari furono obbligati a denunciare coi relativi redditi, i terreni classati come "beni di prima stazione" le case, le botteghe, i mulini considerati "beni di seconda stazione". Affluì così alla Giunta del Censimento una congerie enorme di documenti, accompagnati da contestazioni non solo per gli strumenti tecnici adottati, ma anche per gli equivoci in cui i visitatori erano incorsi per la redazione delle mappe, che si proponevano l'individuazione delle varie proprietà distinte in base all'ubicazione, ai confini, alle colture praticate, alla dimensione, alla vicinanza ai corsi d'acqua, alla intersecazione di vie.
Perciò, nel 1723, fu effettuata, per opera di Carlo Ronzio, la misura generale dei fondi nella pieve di Olgiate Olona, che ascendevano a 137111.20 pertiche, con 17477 "moroni", mentre quelli di Legnano con Legnarello toccavano 5418 "moroni" e 26422.13 pertiche, cosi distribuiti :
 
Aratorio                Pt.                6023      
Aratorio avitato        Pt.               1 4700      
Prato asciutto          Pt.                  54      
Prato adacquatorio      Pt.                1698      
Ronco                   Pt.                  81      
Bosco forte             Pt.                 515      
Bosco castanile         Pt.                 514      
Bosco dolce             Pt.               11 . 1 1      
Bosco misto             Pt.            25 . 12 . 1/2      
Brughiera boscata       Pt.                 591      
Brughiera               Pt.            1354.1/2.1/2      
Pascolo                 Pt.               51.1      
Zerbo                   Pt.            31.1/2.1/2      
 
(A.S.M., Censo p.a., cart. 432).
 
Effettuata la misura dei fondi, la R. Giunta affrontò il problema delle valutazioni e procedette agli accertamenti, calcolando la rendita, dopo aver dedotto per gli appezzamenti vari di terreno, le spese di produzione e le perdite procurate dagli agenti atmosferici. Quindi poiché i reclami per gli accertamenti non cessavano, le autorità inquirenti procedettero a una revisione generale delle stime, nel 1731.
Tale operazione fu interrotta dallo scoppio della guerra di successione polacca, nel 1738, nel corso della quale andarono persi numerosi documenti consegnati dalle Comunità. Una volta ristabilita la tranquillità, l'imperatrice Maria Teresa, il 9 luglio 1749, formò, una nuova Giunta per il Censimento. Un anno dopo Pompeo Neri, responsabile dell'ordinamento censuario, presentò una relazione sull'andamento delle operazioni e dei risultati acquisiti, in base a quarantacinque quesiti posti alle "Città Province, Comunità e Università dello Stato di Milano", per appurare la qualità, la quantità e l'esazione dei carichi, secondo le differenti pratiche di ciascun luogo.
Lo scopo del questionario era quello di verificare se la terra esaminata fosse infeudata o no; quale fosse la popolazione; a quale giudice fosse sottoposta la Comunità, quali fossero il tipo di perticato esistente, i redditi, i debiti, i crediti ecc. è indubbio che gli interrogativi presenti nel documento proposto dalle autorità austriache movessero da ragioni fiscali, ragione per la quale le risposte poterono a volte essere reticenti e sconvolgenti nella formulazione, a causa dell'ignoranza degli interessati, su questioni di carattere giuridico. Tuttavia si può dire che la gran parte dei Comuni maggiori rispose al quesiti, offrendo un quadro significativo del compartimento territoriale, da cui risultò che tra le Comunità più importanti l'infeudazione non era uniformemente diffusa, che nel Ducato di Milano comprendente 896 Comunità forensi, distribuite in 59 pievi, solo 42 risultavano redente, tra cui appunto Legnano.
In base alle ricerche effettuate intorno ai quarantacinque quesiti di Maria Teresa, risultava dunque che Legnano si era redenta anticamente dal feudo, pagava ogni anno L. 229 all'uopo e dipendeva giuridicamente dal Vicario del Seprio, al quale non pagava nessun salario. La Comunità non aveva sotto di sé altri Comuni, ma piuttosto era divisa in nove Comunetti, cioè Comune Dominante, Trotti, Lampugnani, Morosino grande, Morosinetto, Visconti, RR.M. Monache di Legnano, Vismara, Personale, perpetuando così una situazione già in atto durante la dominazione spagnola. Legnano non aveva Consiglio, ma era regolata da otto Sindaci e da due Consoli. Il Cancelliere percepiva un salario di L. 442 annue compreso carta, libri e scritture. La Comunità dal canto suo, non aveva in Milano mè procuratore, mè agente, sopperendo, all'occasione, gli Estimati. (A.S.M., Catasto, cart. 3037); era tassata in 280 staia di sale, ripartite tra i Comuni in proporzione, dopo la assegnazione effettuata dalla R. Camera, non sappiamo su quale fondamento.
Nei registri non si distingueva molto bene, secondo il quesito n. 13, il perticato civile dal rurale, essendosi solo notato in ciascun Comune il perticato registrato in soldi d'estimo, nonostante la diligenza usata. In base poi al quesito n. 20, il numero delle "anime", che si ritrovavano nel Comune, era di 2120.
Interessante è pure la risposta data al quesito n. 23.
Da essa si deduce che in Legnano esistevano due mercanti di panno, due macellai, un'osteria grossa, un prestino di pane bianco, due bettolini, sedici molinari, un'osteria in Legnarello, due cartari, quattro zoccolari, otto oliarii, dieci calzolai, cinque sarti, cinque cervellari, tre confettori, una posteria, due chirurghi, uno speziale, sedici tessitori di tela di puoca consideratione, sei ferrari, due armaioli, due tintori, due postari che vendevano ferro, due fondegari, due fabricatori di pasta, due offellari, due fornasari, sette prestini di mistura, i quali non pagavano altro che il carico personale, analogamente a quanti lavoravano la terra.
Da altre risposte si deduce che i beni ecclesiastici, oltre la cosiddetta porzione colonica, non erano soliti contribuire per la parte dominicale. Il Comune, dal canto suo, non possedeva cosa alcuna, non avendo mè entrate mè rendite; teneva i debiti descritti nei relativi reparti. Nel momento in cui si stendevano i bilanci, gli esattori si assumevano la responsabilità per l'esazione delle imposte arretrate. Similmente la Comunità nutriva qualche pretesa di credito verso la Provincia, come abbuono per le spese incontrate nel corso delle guerre passate e sperava di essere alleggerita dai carichi dai quali trovavasi alquanto aggravata, più di quanto comportassero le sue possibilità.
Pertanto in base alle risposte fornite ai quarantacinque quesiti, risultava che la tangente contributiva toccante alla Comunità di Legnano e pagata dai Comunetti infrascritti, che godevano di particolari privilegi e autonomie, era la seguente, per gli anni sottoindicati .
 
manca la tabella
 
 
In base alle risposte date ai quarantacinque quesiti e alle relazioni dei Deputati dell'Ufficio dei Processi comunali fu ricavata la stima, approvata la tavola proposta e si procedette alla pubblicazione sicché i periti poterono passare alla formazione del catasto. Sul piano generale le risposte ai quesiti proposti dalle autorità austriache evidenziarono ancora una volta l'irrazionale distribuzione dei carichi legati al censimento del 1564, per quanto riguardava non solo la tassazione reale delle terre, ma pure quella personale sugli individui abitanti in campagna, senza essere proprietari dei fondi, per non parlare di quella mercimoniale, che colpiva il settore terziario.
Da qui la necessità di un nuovo ordinamento fiscale, che abolisse il vecchio repertorio delle voci impositive e preludesse a quel sistema che la Regia Camera inauguri, nel 1760, in base al quale il tributo dovuto dai proprietari terrieri fu proporzionato al rendimento immediato dei fondi, rapportato al momento del loro censimento. Secondo le disposizioni emanate con l'indicazione dei beni di prima e seconda stazione, si assicurò la perequazione dei carichi, si stabilì l'importo che ogni contribuente doveva pagare in rapporto alle tre imposte, cioè personale, mercimoniale e della casa di ordinaria abitazione. Si ebbero pertanto i bilanci indicati (A.S.M., Censo p.a. , cart. 1329).
 
manca la tabella
 
A integrazione dei dati sopra ricordati può essere interessante sapere che il Sindaco, nel 1762, aveva come stipendio L. 60, il Cancelliere L. 350, il medico L. 500, il console L. 50, il campanaro di Legnano L. 65, con l'obbligo di regolare l'orologio, il campanaro di Legnarello L. 18, il prevosto di Legnano L. 18,1. Nel 1800 il parroco aveva come congrua L. 441.2.6, il Sindaco comunale, come stipendio
Questi dati non avevano la pretesa di invadere il campo dell'inconoscibile mè di penetrare nell'essenza delle cose, secondo le ambizioni degli antichi filosofi, ma di raccogliere e di ordinare elementi, sui quali fondare ogni vera conoscenza. Si apriva l'era dei formulari, delle tabelle, delle cifre incolonnate, L. 60, il medico L. 900, il chirurgo L. 600, il console sagrestano di Legnarello L. 18, il Deputato del personale L. 8.
Altrettanto importante quanto i bilanci fu il censimento della popolazione di Legnano, in base al quale fu possibile stabilire la tassa personale e mercimoniale, come si può rilevare dalla tabella allegata (A.S.M., Censo p.a., cart. 1329) che dovevano servire a far quadrare l'arte del buon governo, a creare consonanze tra i mezzi usati e il fine da raggiungere.
 
Manca tabella
 
Iniziava lo sviluppo di una nuova scienza, la demografia, la quale apriva la prospettiva di sottoporre alle leggi del numero e delle misure precise le esigenze del complesso sociale. L'accertamento della popolazione e delle sue occupazioni costituiva inoltre un elemento primario nella formulazione degli obiettivi futuri e nella scelta delle attività economiche, per gli incaricati ad esse preposti.
 
Per Legnano, verso la fine del sec. XVIII, non si può, parlare che di coltivazioni intensive, di colture prevalentemente cereali, come frumento e segale; ma anche di colture arboree della vite e del gelso, esercitate in aziende a conduzione familiare e legate al nuovo tipo di contratto che si andava diffondendo: quello della mezzadria, dettato dall'incremento nell'allevamento del baco da seta. Grazie alla compartecipazione agli utili, il proprietario era in grado di stimolare l'interesse del coltivatore per un tipo di lavorazione, che richiedeva molte ore di fatica.
Da qui l'attenzione continua dedicata all'insistenza dei "moroni" sui fondi, con il Magistrato ducale addetto all'agricoltura sempre vigile a cogliere quanto potesse soddisfare l'esigenza fiscale.
Quanto all' attività di ordine commerciale, essa è testimoniata ancora una volta dai documenti d'archivio, dai quali è possibile ricavare la consistenza dei commercianti, il cui ruolo mercimoniale di L. 300 rimase immutato dal 1771 al 1784, secondo la tabella la riportata sotto (A.S.M., Censo p.a., cart. 1330).
A comprova di tale attività commerciale sta poi la creazione del mercato settimanale concesso nel 1795, esattamente un anno dopo che i Francesi avevano spogliato la chiesa di S. Magno di tutta l'argenteria. I Legnanesi presentarono all'autorità competente la richiesta di ottenere un mercato settimanale il 20 giugno 1499, a Ludovico il Moro, poi a Filippo IV, nel 1627, e infine nel 1795. I contadini di Legnano chiesero a Ludovico il Moro di poter effettuare mercato al venerdi, in analogia a quanto concesso a Busto Arsizio e a Gallarate, secondo le antiche consuetudini venute meno per gli sconvolgimenti prodotti dalle guerre. Le situazioni precarie attraversate e probabilmente le pressioni esercitate dai paesi viciniori produssero però, effetto negativo. (A.S.M.,
Commercio p.a., cart. 191).
La seconda supplica fu indirizzata al re di Spagna, Filippo IV e da questi girata al Governatore di Milano. Si chiedeva di poter tenere mercato il giovedi.
Solo nel 1637 la burocrazia spagnola prese in esame la richiesta e, pressata dalle opposizioni di Busto Arsizio e di Gallarate, cui si aggiunse pure quella di Saronno in lizza concorrenziale, rispose negativamente. La terza richiesta firmata dai Deputati dell'Estimo legnanese fu inoltrata il 31 dicembre 1794. Visto l'accoglimento sfavorevole di questa domanda, i Legnanesi ne avanzarono un'altra il 10 aprile 1795 e, nel mese di ottobre dello stesso anno, ottennero di poter tenere mercato, ogni settimana, al martedi (Strobino, Il mercato di Legnano, in Memorie n. 2, Legnano 1934, pp. 36-54).
Non si può, chiudere però l'analisi della situazione legnanese nel 1700, senza accennare anche a quella religiosa.
 
Anno            Commercianti           Ruolo
 
1771                 79                L. 300
1772                 81                L. 300
1773                 86                L. 300
1774                 82                L. 300
1775                 82                L. 300
1776                 78                L. 300
1777                 82                L. 300
1778                 78                L. 300
1779                 75                L. 300
1780                 72                L. 300
1781                 77                L. 300
1782                 78                L. 300
1783                 83                L. 300
1784                 84                L. 300
 
 
 
 
 
 
Dati significativi sulla situazione religiosa di Legnano sono offerti dalla Visita pastorale effettuata in città, il 10 maggio 1761, dal cardinale Pozzobonelli che, rimasto per quarant'anni alla guida della diocesi milanese, arrivò, anche alle più piccole e impervie zone della Lombardia. Poiché costante fu la preoccupazione di S. Carlo di prescrivere, nel corso delle Visite, la verifica dello status animarum o censimento della parrocchia, sembra evidente l'importanza di una fonte del genere, indispensabile per la ricostruzione della storia di un borgo.
Gli Acta visitationis Legnanesis eiusque plebis compresi in un volume di 1592 pagine (A.S.D.M., Sez. X, vol. XXVIII) risultano stesi in latino, in una nitida calligrafia, toccano non solo le istituzioni religiose di Legnano capo-pieve, ma tutto il patrimonio spirituale della popolazione.
Il card. Pozzobonelli entrò nella chiesa prepositurale e collegiata di S. Magno, sotto un baldacchino sorretto dai principali possessores locali, accompagnato da don Giuseppe Marini, vescovo di Tagaste  e da don Benedetto Erba, decano della chiesa metropolitana e Visitatore della pieve.
Dal resoconto risulta che la chiesa di S. Magno iniziò, ad essere costruita nel 1504, fu completata nel 1513 e consacrata il 15 dicembre 1529, per opera del vescovo Francesco Ladino ed ebbe il "cupolino" nel  1731.
Alla verifica degli altari delle suppellettili, dei paramenti, delle reliquie, delle indulgenze, dei codici parrocchiali, dei redditi del Beneficio, dei beni della Scuola dei poveri, segue la rassegna del clero locale composto da ventiquattro persone e guidato dal prevosto G.M. Piantanida.
Un accenno particolare all'ospedale di S. Erasmo.
In esso si raccoglievano i bambini abbandonati ed erano nutrite quindici donne anziane. Il Luogo Pio era amministrato tramite il Capitolo della Fabbrica di S. Magno e possedeva: tre case da massaro, di cui una in Cerro Maggiore; pt. 404 di vigne distribuite nel territorio di Legnano e altre pt. 3 1 5 dette il "Bosco dei pini"  Il tutto era affittato a Giuseppe Ottolini per l'affitto annuo di L. 750.
Gli abitanti ammontavano a 3000 persone, di cui 2000 ammesse a "Comunione". Due erano i conventi esistenti sul posto, quello dei Frati Minori e quello di S. Chiara.
Il ponderoso documento si chiude con l'elenco degli "Oratori" esistenti, ognuno dei quali evidenziato nei minimi particolari secondo l'elenco unito:
-- Oratorio della P purificazione della SS. Vergine Maria, a Legnarello
-- Oratorio della Natività della SS. Vergine Maria, a Legnarello, con sepolcri e iscrizioni dedicate alle famiglie Lampugnani, Odescalchi, Arconati
-- Oratorio di S. Erasmo
-- Oratorio degli Angeli Custodi, a Legnarello
-- Oratorio di S. Gregorio
-- Oratorio di S. Maria del Priorato
-- Oratorio di S. Ambrogio
-- Oratorio dei Re Magi, alla cascina "Olmina"
-- Oratorio di S. Bernardino
-- Oratorio di S. Martino
-- Oratorio di Gesù Nazareno, alla cascina "Ponzella", eretto nel 1728 dal "causidico" Carlo Francesco Fassio
-- Oratorio di S. Maria Maddalena, alla cascina "Ponzella", eretto nel 1724 da C.F. Fassio
-- Oratorio di S. Caterina, oltre il fiume Olona
-- Oratorio della Vergine delle Grazie, la cui prima pietra fu posta dal prevosto G.B. Specio, il 4 ottobre 1611.
 
 
 
Le Segnalazioni più antiche intorno alla pellagra risalgono salgono a Gaspare Casal, che la riconobbe e la curò, nelle Asturie, in Spagna, intorno al 1717, col nome di mal de la rose, ritenendola però, una specie di lebbra.
Seguirono altre indicazioni, in Francia, nel 1755 per opera del Thiery; in Romania in Grecia e in altri paesi. In Italia le pubblicazioni di Frapelli e Zanetti, nel 1771 e nel 1778 attribuirono la causa del male al sole, mentre Ghirardini incolpava le graminacee. Regnava in effetti nel campo medico, in tal senso, una generale confusione.
Le preoccupazioni e gli interventi dei vari governi risultarono però, inadeguati alla gravità della malattia e non seguirono le innovazioni suggerite dall'evoluzione scientifica. Accettando la tesi del Casal, la Spagna si limitò a far ricoverare i colpiti da pellagra, in normali lebbrosari, per evitare la diffusione del contagio, mentre la Repubblica di Venezia, all'avanguardia nell'adottare provvedimenti di natura igienica, rimase completamente indifferente al male attribuito al continuo consumo di graminacee guaste e di origine turca.
In realtà la pellagra, meglio conosciuta con la dizione dialettale di "pelagra" si diffuse, nel 1700, in concomitanza colla propagazione della coltura del mais e col suo eccessivo consumo. Quindi il fenomeno era strettamente connesso colle condizioni sociali dei ceti rurali e poteva chiaramente indicarsi come un male tipico della miseria se si tiene conto delle modalità di pagamento dell'affitto in grano, da parte del contadino. Il suo reddito era infatti sempre più condizionato dalla relativa quantità di granoturco ottenuta colla coltivazione di modesti appezzamenti di terreno non assoggettati al pagamento del canone;
dalla compartecipazione all'allevamento del baco da seta o alla coltura della vite tali da consentire la copertura di debiti precedentemente contratti per sanare il "deficit" alimentare. Quanto si poteva risparmiare di frumento e di vino, era cambiato in tanto "formentone", che costituiva l'alimento principale.
Da qui l'interesse di diverse Società scientifiche e Amministrazioni ospedaliere che invitarono, sia pure inutilmente, con la promessa di premi, gli studiosi alla riflessione sulle cause della malattia, per la divulgazione di eventuali rimedi.
Alla fine il Governo del Ducato milanese, di fronte alle accresciute miserie, si decise all'apertura di un ospedale apposito, dove fossero effettuate ricerche specifiche e si iniziassero cure sistematiche per la risoluzione del male. In un primo momento, con un rapporto del febbraio 1784, steso dal consigliere Cicognini, direttore della Facoltà di medicina a Pavia, si pensi, alla utilizzazione del Convento dei Cistercensi di Parabiago. Poi, con una lettera del 22 aprile 1784 indirizzata dal Kaunitz, Gran Cancelliere di Stato, fu sancita l'erezione dell'ospedale a Legnano, nel soppresso Convento delle Clarisse di S. Chiara e la decisione fu avallata da Giuseppe II, durante il suo soggiorno in Milano.
L'8 maggio il plenipotenziario Wilzech diede incarico al conte Ambrogio Cavenago di apportare le modifiche all'ex monastero, coll'aiuto dell'allora prevosto di Legnano, don Francesco Lavazza. Si procedette quindi all'adattamento, per uso dell'ospedale, di quella parte del Convento che meglio si prestava allo scopo, secondo le descrizioni rilasciate da Gaetano Strambio jr., nipote ed omonimo del Direttore. Particolare attenzione fu dedicata all'allestimento dei bagni ritenuti come il rimedio più efficace per la cura della pellagra, con la costruzione di una grande vasca in pietra arenaria situata nell'orto. Per l'acqua ci si valse di un antico privilegio concesso al monastero da Gian Galeazzo Maria Sforza Visconti".
 
Quando la "paterna clemenza" di Giuseppe II istituì l'ospedale, per assistere gli infelici pellagrosi, a curare gli ammalati fu chiamato il dott. Gaetano Strambio, che aveva già effettuato ricerche e studiato la natura del male prima a Carnago e poi a Trezzo d'Adda dove esercitava la professione di medico condotto. Nei suoi esperimenti lo Strambio si preoccupò dell'influenza del vitto, del clima, delle abitudini, per arrivare a conclusioni insolite. Egli infatti intuì che la pellagra non era una malattia puramente stagionale, come potevano lasciar sospettare le manifestazioni cutanee da essa derivate, perché permanevano altri fatti morbosi che interessavano il sistema nervoso e l'apparato digerente. I risultati delle osservazioni, tradotti in alcune pubblicazioni, persuasero della inutilità di tutti i medicamenti fino allora applicati e dell'opportunità di un progressivo miglioramento del tenore di vita.
Dopo una serie di adattamenti compiuti con meravigliosa prontezza, superate le difficoltà derivate dalle disastrose condizioni in cui le Clarisse avevano lasciato il loro monastero, approntate le tabelle, predisposti gli assistenti, il pellagrosario fu inaugurato, con modesta solennità, il 29 maggio 1784. Non fu necessaria nessuna pubblicità all'istituzione, perché già all'apertura dell'ospedale si presentarono cinquanta ammalati, solo la metà dei quali poté essere alloggiata in quaranta letti a disposizione, per il timore di dover rifiutare altri pellagrosi che venissero in seguito da zone più lontane.
Il dott. Strambio iniziò la sua attività col fervore di un apostolo, anche se la sua missione aveva delle prospettive tutt'altro che rosee, in un ambiente dove era visto come un intruso e dove aveva assunto l'incarico senza uno stipendio fisso, costretto anzi a implorare di tanto in tanto qualche "sussidio interinale" per affrontare carichi di famiglia e attendere agli studi necessari, in continuo contrasto con l'autorità ecclesiastica o meglio con don Lavazza successo al Cavenago nell' amministrazione dell'ospedale.
Per opera dello Strambio gli ammalati trassero tuttavia un notevole beneficio; le loro sofferenze cessarono o diminuirono, la scienza si accrebbe di nuove verità e lo stesso imperatore, dopo due quadrimestri di attività, gratificò il medico con cento zecchini, decretando contemporaneamente l'ingrandimento dell'ospedale di Legnano.
 
L'opportunità di allargare il pellagrosario si presentò a Giuseppe II nel 1785 quando, in occasione di un soggiorno in Lombardia poté visitare l'ospedale di Legnano. Dopo l'intervento dell'imperatore, una "Sovrana Risoluzione" stabilì che i letti del pellagrosario fossero portati a cento, ma che ogni ospedale provinciale ne tenesse, all'uopo, a disposizione dieci e quello di Milano venti, in modo da trovare attraverso un'ulteriore sperimentazione, "uno specifico contro l'abominevole malattia".
I soldi incamerati dai conventi soppressi non furono però sufficienti per sopperire alle necessità previste e il Governo pertanto non concesse che fosse superato il numero dei quaranta pellagrosi ammessi all'ospedale, anche se questo funzionava con regolarità. Basti dire, in base a documenti rimasti che la spesa per il vitto di un ammalato ammontava a quattordici soldi giornalieri, per salire a ventitré con le medicine e l'assistenza, in modo che l'esborso per l'intera istituzione non superava L. 900 mensili. Era un modo dignitoso di sbarcare il lunario.
Purtroppo, nel corso di tale attività, una serie di guai e fastidi turbò l'opera dello Strambio, come si deduce dalle lettere scambiate col Cavenago, a causa di contrasti sorti con l'autorità religiosa locale. Ben presto i rapporti tra il direttore medico e l'Amministratore degenerarono.
 
Ai primi del 1788, don Lavazza, prevosto di Legnano, indirizzò una fiera requisitoria formale al Consiglio di Governo contro lo Strambio, accusato di trascuratezza nei metodi di cura, dai quali derivava una grave mortalità.
Se a ciò si aggiungono le difficoltà soprattutto di carattere economico, che minacciavano la sopravvivenza del pellagrosario di Legnano, per la cui definitiva sistemazione non si trovavano capitali adeguati, si comprende come il Consiglio di Governo, con dispaccio del 26 maggio 1788, decretasse la soppressione dell'ente. Si decise quindi lo sgombero dell'ospedale di Legnano: i pochi pellagrosi rimasti furono divisi tra i nosocomi di Milano e di Monza. L'ex monastero di S. Chiara fu venduto all'asta pubblica.
 
Dal 1784 al dicembre 1788 si spesero per il pellagrosario  di Legnano L. 89.000 milanesi, tutto compreso.
Lo Strambio fu assunto, al primo gennaio 1789, dall'Ospedale Maggiore di Milano. Ottenne, nel 1791, una gratificazione di 150 zecchini, a tacitazione di tutti i suoi diritti e uno stipendio di L. 1800. Eletto direttore medico nel 1810, fu nominato, un anno dopo, direttore dell'Ospedale Maggiore di Milano. Durò in carica tre anni e, alla scadenza, fu creato Prefetto del Dipartimento dell'Olona. Rassegnate le dimissioni nel 1817, chiuse la sua esistenza il 3 maggio 1831, universalmente compianto come una delle figure più significative della Milano ottocentesca.
L'antico convento delle Clarisse di Santa Chiara, che ospitò il pellagrosario, era ubicato in Legnano tra l'attuale Largo Seprio e la via Giolitti, con fronte su corso Italia, il cui primo tratto, all'epoca, si denominava via del monastero. Dell'edificio esistono ancora i resti del chiostro delle monache in un cortile, al numero civico 41 di corso Italia.
 
 
 

28.1.9 Dal borgo agricolo

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Dal borgo agricolo allo sviluppo del primo ottocento
 
AIl'epoca della dominazione napoleonica nel Milanese, negli anni cioe' seguenti le grandi imprese del generale Bonaparte, che vinti i Piemontesi e gli Austriaci fu accolto da trionfatore a Milano, dove proclamo' la liberta' e I'indipendenza (15 maggio 1796). Legnano era un grosso centro agricolo.
Aveva case, botteghe e cascine situate in due distinti nuclei, sulla sponda destra (contrada granda) e su quella sinistra (Legnarello) del fiume Olona, che costituiva la spina dorsale del borgo. Favorita dalla notorieta' per le glorie passate e per la ricchezza della sua agricoltura fin dall'epoca medievale e incrementata successivamente nel periodo feudale, Legnano si avvantaggio' anche per i suoi traffici grazie alle vie di comunicazione che la toccavano. Lo stesso Bonaparte, facendo collegare Milano a Parigi, attraverso il Passo del Sempione, sul tragitto Rho-Legnano-Gallarate-Arona, contribui' ad accrescere I'importanza di questo borgo, seconga stazione diposta del postiglione giornaliero. "Passaa Legnan e Castelanza se va drizz in Franza", diceva un motto popolare di quell'epoca, molto indicativo della posizione strategica che aveva questo centro. Nell'aprile 1805, Napoleone pretese il giuramento di fedelta' da parte di tutta I'Amministrazione pubblica, che gli fu reso da Legnano e Legnarello, nella forma indicata.
Per Legnano: 15 aprile 1805 - Noi sottoscritti municipali. Agente e Censore di questo Comune di Legnano con Legnarello giuriamo ubbidienza a]le Costituzioni, e fedelta' al Re (sic).  Firme: Gaetano Albino sostituto del signor Marchese Carlo Cornaggia Medici primo Municipale Giovanni Battista Pennati sostituto del signor Conte Giovanni Cesare Giulini De Bernardi amministratore municipale Giovanni Novara Cursore De Giovanni cancelliere er Legnarello: 15 aprile 1805 - Io sottoscritto Cancelliere del Distretto XXX Censuario, Dipartimento d'OIona giuro obbedienza alle Costituzioni, e Fedelta' al Re Firma: Piefro De Giovanni Cancelliere (A.S.M.. Potenze Sovrane, cart. 162).
In seguito. Napoleone I transito' per Legnano alla vigilia della sua incoronazione a re d'Italia (26 maggio 1805). L'avvenimento risulta da una circolare, trasmessa il 25 aprile. dal Prefetto del Dipartimento d'Olona, Longo, alle amministrazioni municipali (Arch.  com. di Legnano. cart. 19). Con essa erano fissate le prescrizioni e le modalita' dell'accoglimento di S.M.  l'lmperatore de' Francesi e resa d'onori tanto civili che militari, riserva della presentazione delle chiavi e di tutto cio' che relativo al comando e alla parola d'ordine. In quell'occasione I'artefice della Repubblica Cisalpina era accompagnato dall'Imperatrice Giuseppina Beauharnais. Come si e visto, esaminando gli eventi dell'amministrazione austriaca nel Ducato di Milano, l'economia del borgo legnanese era essenzialmente agricola, con qualche debole influenza dovuta all'eco delle riforme "illuministiche" giunta fin qui. Ben diciassette mulini ad energia idraulica sfruttavano appunto la rivorum copia celebrata nel distico del Bossi in S. Magno. Le campagne della fertile piana irrigata con le acque del fiume Olona. con le sue ramificazioni e le numerose rogge.
L'allevamento del bestiame e I'artigianato costituivano i cespiti del modesto benessere della popolazione, che abitava le case di ringhera o le corti. piccoli fortilizi agricoli con le porte carraie, le stalle allineate, i fienili sovrapposti e gli edifici civili ripartiti tra i nuclei familiari di un'unica grande famiglia patriarcale che le teneva a mezzadria o a "colonia" lombarda sotto la responsabilita' del vecchio patriarca (il ragio'), con i fondi coltivati a frumento. meliga. orzo o foraggi che si estendevano dal nucleo abitato alle cascine periferiche Le colline dominanti il corso del fiume erano ricoperte da rigogliosi vigneti e frutteti. E' di questa epoca la costruzione del Cavo Diotti, per irrigare campi non raggiungibili con I'Olona. I gelsi lungo le rogge. Ai lati dei viottoli o al centro delle costruzioni agricole. erano la espressione di una piu' recente ricchezza in connubio tra il substrato rurale e un sempre piu' ricorrente lavoro manifatturiero. A carattere artigianale. di filatura della seta. Il frazionamento delle aziende agricole, con i conseguenti bassi redditi che offriva, non tali da soddisfare il fabbisogno delle famiglie. spingeva ad integrare infatti il lavoro dei campi, svolto in prevalenza dagli uomini, con altre attivita', alle quali si alternavano. durante il giorno. le donne di casa. A sera i contadini legnanesi si trasformavano in filatori o tessitori di cotone, di lana e di seta, oppure in tintori. Le pezze erano tinte in caldaie di rame con il colorante sciolto in acqua bollente: sopra la caldaia era collocata un'aspa che l'operaio faceva funzionare a mano. Dopo che il tessuto aveva assorbito il colorante, veniva lavato nelle acque dell'Olona, su cui erano installate apposite impalcature di legno. All'inizio dell'Ottocento si usavano ancora sostanze coloranti di origine vegetale, soppiantate solo negli ultimi decenni del secolo dai coloranti sintetici (Piero Dagradi. Panornma storico dell'Altomilanese. vol. II. Busto Arsizio 1971. pp. 22-23).
Secondo informazioni trascritte dal Pirovano e riportate dal segretario comunale del primo Novecento, Gian Battista Raimondi, in un volumetto edito nel 1913, risulta che all'epoca napoleonica i Cornacchia e i Prata (o Prada), impiantatisi nel borgo fin dal XVII secolo, avevano assunto una notevole importanza a Legnano. Essi davano a filare e a tessere il cotone, da loro per primi introdotto in paese, non solo agli abitanti locali. ma anche a quelli degli altri comuni limitrofi. Sempre secondo il Pirovano, il commercio del cotone esercitato dai Cornacchia e dai Prata si estendeva a Livorno, Marsiglia, Cipro e Smirne e cio' prova I'importanza dell'azienda. che trafficava anche in prodotti di conceria e pellami dipinti.
Gia' nel 1807, in un rapporto ufficiale inviato dal municipio al governo. risultavano esistenti in Legnano svariate filature di seta e cotone ed altre aziende minori. tutte esercitate nella primitiva forma casalinga.
In una dichiarazione dell'8 aprile 1823 diretta alla Deputazione del Comune di Legnano, a firma di certo Enrico Schoch, originario di Zurigo, e per conto della "Filatura di cotone a macchine idrauliche" si fornivano le generalita' di tre imprenditori esercenti I'attivita tessile in Legnano: Enrico Schoch, Francesco Dapples, Giovanni Schoch, tutti di origine svizzera.
Erano elencati inoltre sette dipendenti con le rispettive qualifiche: Eraldo Krum. fabbro ferraio; Enrico Egli, tornitore; Enrico Keller, assistente; Giuseppe Gosti, Giovanni Grassi, Carlo Falcili e Antonio Sbertoli, filatori. (Arch. com. cart. 151).
Un altro documento. firmato dalla Deputazione Comunale di Legnano, datato 1824, riporta I'elenco dei primi venti commercianti o imprenditori con stabilimento rilevante d'industria in Legnano. Figuravano due mercanti generici, cinque conciatori di pelli, ;Due venditori di tele, un commerciante all'ingrosso dello stesso settore, due filatori di seta, due pizzicamoli, due commercianti di cotone, un commerciante di salsamenterie, un altro di legna e un terzo di legno; infine un esercente I'attivita' di ferrarezza (ferramenta).
Queste prime attivita' manifatturiere, che avevano dvuto inizio nei due secoli precedenti, favorirono, nella prima meta' dell'Ottocento, il sorgere di officine per fabbricare macchine utensili, telai, caldaie ed accessori vari, nucleo iniziale di una concentrazione di industrie destinate ad espandersi in pieno secolo.
La stessa presenza di manodopera artigiana. gia' specializzatasi in campo tessile, contribui' alla localizzazione nel territorio di Legnano dei grossi complessi di filatura, tessitura e tintoria e quindi dell'industria meccanica.
Nei primi quarant'anni del secolo, con la crescita delle attivita' commerciali e artigiane, si raddoppia, anche la popolazione del borgo. Da un atto ufficiale del governo napoleonico del giugno 1805 risulta che la popolazione di Legnano in quell'anno ammontava a 2784 abitanti. salita a 4536 nel 1840 e a 6349 nel 1861. Il documento era allegato al decreto napoleonico che in quella stessa data riconosceva a Legnano una rappresentanza comunale costituita dal Consiglio comunale e dalla Municipalita'. Nei comuni di terza classe, che come Legnano non superavano i tremila abitanti, il Consiglio comunale era composto di 15 membri. nominati dal prefetto del Dipartimento (Previncia), per quattro quinti tra i possidenti e per un quinto tra i non possidenti di eta' superiore ai 35 anni ed esercitanti un'arte, una professione o un mestiere e paganti la tassa personale. Questi consigli comunali erano convocati ed assistiti dal regio' consigliere del Distretto o Cantone. La Municipalita' era invece composta da un podesta' e da sei o quattro savi, (nei comuni di terza classe, erano soltanto due elsi chiamavano anziani, con a capo un sindaco. Questi era nominato dal prefetto, mentre gli anziani erano eletti dal consiglio comunale tra i venticinque piu' ricchi o notabili del Comune. Gli uni nominata dal re ed aveva la qualifica difunzionario dello Stato. Legnano in quel tempo era capoluogo del Cantone IV. inserito nel Distretto IV (Gallarate) del Dipartimento di Olona, che aveva la sua sede in Milano.
Nel primo decennio del secolo figurava, negli atti ufficiali, regio cancelliere del Cantone: Annibale Mazza. Il Cantone comprendeva un territorio di 17 comuni con una popolazione complessiva di 12.727 abitanti.
E cioe' Legnano, Cairate, Cascina Masina, Castegnate, Castellanza, Cislago, Fagnano con Bergoro, Gorla Maggiore, Gorla Minore, Marnate, Nizzolina, Olgiate Olona, Prospiano, Rescalda, Rescaldina con Rello, Sacconago con Cascina Borghetto e Solbiate Olona. Alla successiva caduta di Napoleone e con il conseguente ritorno della Lombardia sotto il dominio austriaco, furono dettate nuove norme per le amministrazioni comunali, con le quali in sostanza furono Ripristinate le disposizioni contenute nelle riforme di Maria Teresa. Cio' avvenne con I'Imperial Decreto del 12 febbraio 1816. Nello stesso anno. ando' in vigore il nuovo compartimento territoriale della Lombardia, che aboli' tanto la suddivisione francese come quella austriaca precedente. Legnano cesso' di essere cosi' capoluogo di Cantone e fu aggregato all Distretto XV di Busto Arsizio. In quell'occasione I'archivio cantonale fu spogliato dai suoi principali documenti, che passarono cosi' all'archivio comunale di Busto Arsizio (G.B. Raimondi. Legnano. Busto Arsizio 1913).
Bisogno' poi attendere la formazione del regno d'Italia, come e' meglio precisato nel capitolo dedicato ai sindaci e ai parroci, perche' il Comune di Legnano riavesse il suo ordinamento autonomo.
Torniamo pero' alle vicende legate all'evoluzione del borgo agricolo di Legnano nei primi decenni del secolo. Come si e' detto, la spina dorsale dell'economia legnanese restava pur sempre I'agricoltura affiancata dalle nuove attivita' emergenti. Qual era la consistenza dei raccolti agricoli di Legnano a quei tempi? In questo prospetto dei raccolti dell'anno 1805 (Arch. com.. cart. 21) si rileva anche quanto mancava a coprire il fabbisogno della comunita'
Nel 1814 la situazione del raccolto di cereali era notevolmente migliorata, tanto che in un prospetto risultavano mancanti al fabbisogno della popolazione soltanto 500 moggia di frumentone.
Per curiosita' annotiamo che, con un avviso pubblico del sindaco di Legnano, veniva fissato il prezzo del pane di frumento. che doveva essere bello, buono, ben cotto e ben  condizionato e da vendersi, fino a nuovo ordine. a Peso e non a numero e in pngnotte an una libbra e mezza Iibbra. Il prezzo, in moneta italiana, doveva essere rispettivamente di 34 e 17 centesimi. Spesso la Municipalita' era costretta ad intervenire per dettare norme in materia di pascoli e di tutela dei fondi e per dirimere accese dispute tra molinari e agricoltori utenti di rogge irrigue, specie in mesi di magra, appunto perche' ciascun mugnaio cercava il piu' possibile di tirare I'acqua al proprio mulino. Gli agricoltori, per essere tutelati, si riunirono in un Consorzio, il quale. nel 1818, acquisto' dal Governo i diritti demaniali sul Fiume Olona per 8 mila scudi. Que- sto Consorzio e' lo stesso che aveva ottenuto in precedenza diritti di derivazioni irrigue ed esiste tuttora con il nome di "Consorzio fiume Olona".
Di tutte queste dispute esiste un'ampia documentazione tanto nell'archivio comunale che nell'archivio del Consorzio, corredata da atti giudiziari, avvisi pubblici e grida delle autorita' superiori costituite. Essendo il Comune, come si e visto, amministrato da grossi proprietari o esponenti della borghesia piu' abbiente, scarsa tutela avevano i singoli agricoltori, piccoli proprietari; da qui la tendenza di questi ultimi ad aggiungere nuove attivita' ausiliarie. Questa figura del contadino-tessitore. filatore o tintore sviluppo' anche a Legnano i commerci, facendo sorgere I'esigenza di aggiungere ai mercati di bestiame e prodotti agricoli, anche fiere di manufatti e oggetti di artigianato in genere. Alla prima meta del secolo risalgono infatti le pressanti richieste e perorazioni della Municipalita' legnanese, per ottenere il ripristino dell'annuale Fiera dei morti, nel periodo delle festivita' di Ognissanti e della commemorazione dei defunti.
Le ostilita' e le pressioni negative a livello politico erano principalmente esercitate dai vicini centri di Saronno, Busto Arsi- zio e Gallarate, le cui autorita' comunali vedevano nella rassegna fieristica di Legnano una temibile concorrenza per la possibile costituzione di un nuovo polo di attrazione commerciale, proprio in un comune che dimostrava intraprendenza e laboriosita'. Legnano infine ebbe partita vinta nel 1806. Un altro segno dei riconoscimenti ufficiali all'importanza di Legnano in questo periodo fu I'istituzione di una seconda ricevitoria postale autonoma nel territorio di Legnanello, avvenuta nel 1850. La prima era stata aperta in paese nel 1826.
Il nuovo ufficio resto' aperto soltanto sei mesi, dall'aprile all'ottobre, in quanto fu meglio organizzato il servizio della regia ricevitoria postale principale, che trovi, sede sull'allora stradone per Legnanello (oggi viale Matteotti), una ubicazione ritenuta idonea per la vicinanza col Sempione, I'arteria lungo la quale si svolgeva il servita da diligenza a cavalli.
Tra le altre curiosita' ricavate dal materiale documentaristico dell'archivio comunale, relativo alla prima meta' dell'Ottocento, risulta che le greggi e gli animali domestici erano stati messi in pericolo da un'invasione di feroci lupi che infestavano i boschi, alla periferia del Comune.
Pertanto il Sindaco di Legnano. con un avviso in data 27 giugno 1812, chiamo' a raccolta tutti gli abili cacciatori, per organizzare una vasta battuta. Nell'ordinanza si precisava che ai cacciatori sarebbe stata revocata immediatamente la licenza di porto d'armi se non avessero risposto alla precettazione senza un ragionevole motivo. Un'altra preoccupazione delle autorita' fu il proliferare dei figli illegittimi e il governatore di Sua Maesta', conte di Saurau, fece pervenire a tutte le autorita' delle province di Lombardia una circolare datata 8 marzo 1816, nella quale vietava che i figli generati illegittimamente potessero essere adottati dai loro genitori. Il provvedimento fu determinato dal ricorso di un uomo ammogliato che - come si legge nella circolare - si era rivolto all'autorita' per essere autorizzato ad adottare due figli generati con altra donna durante I'assenza della propria moglie e battezzati col suo nome. (Arch. com. di Legnano, cart. 50). La salute pubblica, nella prima meta' del secolo, non era sufficientemente tutelata se le statistiche delI'epoca registravano una mortalita' media annuale del 43,67%, con una punta massima del 51.33% tra il 1833 e il 1842. La mortalita' di quel periodo comprese le ben 150 vittime di un'epidemia di colera, registrata nell'estate 1836. Le epidemie ricorsero anche nel 1849 con 25 morti e nel 1854 con 200 morti.
Nel 1887 comparve invece. sempre in forma epidemica. il vaiolo, che in due anni fece registrare 186 casi con 22 morti e costo' al Comune la cifra di 30 mila lire, cospicua per quei tempi. Purtroppo I'assistenza sanitaria, non essendovi ancora un ospedale in paese, era assai scarsa e le strutture comunali potevano disporre soltanto di un medico e di un chirurgo (con lo stipendio annuo di 900 e 600 lire rispettivamente) fino al 1860, quando si aggiunse una levatrice condotta. Saranno poi lo sviluppo delle attivita' industriali e il conseguente maggiore benessere della popolazione e le piu' floride condizioni finanziarie del Comune a favorire un'organizzazione sanitaria piu' idonea alle esigenze del paese, per arrivare, nel 1903, alla costruzione del primo padiglione dell'ospedale, grazie alla munificenza di industriali legnanesi.
 
 
 

28.1.10 Il Risorgimento

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Il Risorgimento
 
Gli anni successivi all'occupazione francese del 1796 furono caratterizzati da grosse difficolta'. Ci furono generali cambiamenti delle strutture politiche, ritocchi e trasformazioni non trascurabili effettuati dalle autorita' austriache, che determinarono un generale senso di incertezza e contraddistinsero il periodo compreso tra la fine del sec. XVIII e il Congresso di Vienna, a causa di una serie  di prepotenze militari, di confische di vario genere, di disordine amministrativo (Ciasca R., L 'evoIuzione economica della Lombardia dagli inizi delsec. XIX al 1860, Milano 1923, pp. 346-7) e di insicurezza per le persone di ogni classe sociale e per i loro beni.
L'Amministrazione provinciale di Milano concesse sussidi anche ai contadini di Legnano, borgo dalla spiccata tendenza agricola, poiche' l'avvento dell'industria tessile era ancora lontano, ma essi non furono che palliativi inadeguati a compensare i fittavoli dalle sopraffazioni dovute alle violenze compiute dai militari e dai loro comandanti, per i quali era norma comune appropriarsi di carri, bestiame, vettovaglie.
Tuttavia il rialzo dei prezzi subito dai generi di prima necessita' non compromise l'apparato agricolo, che riusci' a far fronte alla nuova realta' segnata dalle progressive espropriazioni della proprietà immobiliare appartenente all'autorità religiosa, già in atto Don Giuseppe II. Fu proprio quest'ultimo a dare il suo assenso alla decisione del Kaunitz di ubicare il pellagrosario nell'ex convento di S. Chiara.
Il disagio prodotto fu comunque notevole e primi a sentire le conseguenze dei nuovi provvedimenti
volti all'applicazione dei principi di liberta', uguaglianza e fratellanza divulgati dalla Rivoluzione francese, nonostante le deroghe concesse in fatto di maggiorascato, primogenitura e fedecommesso, furono i nobili, chiamati a difendere le proprietà fondiarie.
Trassero invece vantaggio gli amministratori commercianti, i banchieri che si affacciavano alla ribalta con l'arma della speculazione, sia pur pronti ad indossare le vesti del pioniere per la riattivazione nel campo agricolo, di fronte al ripiegamento nobiliare .
Solo quando la direzione dell ' amministrazione pubblica passò nelle mani della magistratura italiana, che potè valersi della solida preparazione di Francesco Melzi d'Eril, a partire dal 1802, incomincò, a serpeggiare la fiducia. Oltre ai diversi provvedimenti che assicuravano la ripresa agricola con la legittimazione concessa ai privati, di proprietà fondiarie già dei religiosi, Legnano deve al Melzi la fondazione dell'Istituto canossiano "Barbara Melzi"  ben lieta che il nobile si facesse suo cittadino, dopo aver acquisito edifici e cospicue proprietà a Legnarello.
La storia pubblica di Francesco Melzi si intreccia dunque con le vicende della Repubblica Cisalpina e con quelle del Regno napoleonico, in Italia, dopo che il generale Bonaparte ebbe riportato una serie di vittorie sui Piemontesi e sugli Austriaci.
Nei territori occupati fu subito istituita la Guardia Nazionale. A Legnano furono arruolati nel terzo battaglione della terza legione, 848 uomini di truppa e 2 ufficiali eletti dal popolo: i tenenti Giuseppe Bossi e Santino Vismara (Archivio Comunale di Legnano, cart. IS).
La costituzione della Repubblica Cisalpina divisa in tredici compartimenti con capitale Milano, vide Legnano, sede di cantone, far parte del Distretto di Gallarate, inserito nel Dipartimento dell'Olona.
A Legnano si svilupparono, come del resto in tutta la Lombardia, forze contrastanti divise fra i sostenitori del ritorno degli Austriaci e quelli dei Francesi, questi ultimi divisi, a loro volta, fra i moderati (seguaci del conte Melzi), che godevano dell'appoggio del Bonaparte e i giacobini che, malvisti, fornivano uomini alla Legione Lombarda e idee di unità ed indipendenza, sulle colonne di alcuni giornali.
Anche a Legnano, e in tutta la Repubblica, furono soppressi alcuni conventi, modificate le imposte e il vincolo matrimoniale mentre il registro di stato civile fu affidato al Comune. Questa situazione però, non durò a lungo, poichè, mentre Napoleone si trovava in Egitto, le forze austrorusse del generale Suvarov sbaragliarono i Francesi a Cassano d'Adda, riconquistando i territori lombardi, cosicchè il 28 aprile 1799 potevano entrare in una Milano precipitosamente abbandonata dai capi del governo cisalpino .
I nuovi venuti sciolsero la Guardia Nazionale, ripristinarono la censura sulla stampa, imposero il coprifuoco, proibirono le adunanze politiche e confiscarono i beni degli esponenti della Repubblica (anche quelli legnanesi del Melzi, fuggito in Spagna), mentre torme di contadini, davano la caccia in tutto il Milanese ai repubblicani. Non fu certo per rispondere all'appello inviatogli da Saragozza dal conte Melzi che Napoleone (ormai primo console) rivalicò, le Alpi ed entrò vittorioso in Milano, il 2 Giugno 1800.
 
 
Il 29 dicembre 1801, il Melzi si recò a Lione con una folta delegazione di Italiani per approvare la Costituzione della Repubblica Italiana, che nacque ufficialmente nel febbraio 1802. Presidente ne era lo stesso Bonaparte, vice presidente Francesco Melzi .
Il Melzi comincò, subito ad eliminare ogni residuo focolaio di giacobinismo; nel solo Dipartimento dell'Olona furono cacciati oltre i tre quarti degli impiegati e funzionari dello stato. Fu proprio tra i giacobini fuorilegge che cominciarono a nascere quelle società segrete che tanta parte ebbero poi nel Risorgimento .
Il malcontento perb non era solo fra gli Austriacanti e i giacobini. Pessima accoglienza ebbe fra le popolazioni l'istituzione della leva obbligatoria, decisa dal Melzi, che provocò tumulti e fughe in massa, anche se l'arruolamento di decine di migliaia di lombardi (tra quelli in servizio attivo e quelli della riserva) permise la partenza dal territorio della repubblica dei soldati francesi, nient'affatto ben visti dalle popolazioni anche se si presentavano in veste di liberatori.
Non si può dire che il periodo della Repubblica e quello immediatamente successivo (quando Napoleone divenne Imperatore dei Francesi e cinse la Corona ferrea di Re d'Italia) sia stato fecondo per il Legnanese, date le spese di guerra e le continue leve di cittadini per l'Armata. Malgrado che giovani generazioni imprenditoriali si affacciassero alla ribalta, favorite dalla vendita dei beni della Chiesa la produzione industriale languiva e la tecnica regrediva.
Tra le opere pubbliche più rilevanti di quel periodo va ricordato il Cavo Diotti, un canale artificiale scavato a Legnano nel 1806, che, partendo dall'Olona a Castellanza, manteneva le acque a un livello più alto, per irrigare campi e vigne ubicati in zone elevate di Legnanello e S. Erasmo.
Con la campagna di Russia iniziò il declino dell'astro napoleonico e quindi la fine del Regno d'Italia.
Il Melzi fu tra i principali fautori dell'offerta della Corona ad Eugenio Beauharnais ma, quando già il Senato aveva nominato una delegazione incaricata di recarsi a Mantova dal Vicerè, dalle campagne giunsero turbe di contadini (assoldate e sobillate dagli austriacanti) che invasero la sede del Senato e assaltarono le case dei bonapartisti più rappresentativi, fra le quali quella di Milano dei Melzi d'Eril.
Tumulti si ebbero un po' dovunque, anche nel Legnanese e a Busto Arsizio; in quest'ultimo Comune la folla, capeggiata da un carrettiere, distrusse le liste della coscrizione militare.
Il 30 aprile 1814 le avanguardie austriache del generale Neiperg entrarono in Milano, il 13 maggio il maresciallo Bellegarde prendeva possesso della Lombardia, in nome dell'imperatore Francesco I.
Durante la dominazione austriaca si svilupparono le società segrete e si ebbero cospirazioni e moti insurrezionali. A Legnano, come altrove, molti cittadini si resero conto della assoluta necessità di un distacco dall'Austria e del superamento della divisione dell'Italia in tanti stati. Di ciò si ebbe la prova negli episodi del '48, per la attiva partecipazione di legnanesi .
Il 3 gennaio di quell'anno a Milano iniziò la protesta, con la guerra del fumo. Nei mesi seguenti non solo l'Italia, ma l'intera Europa (Austria compresa) fù sconvolta da una serie di moti e insurrezioni.
Milano insorse il 18 marzo, dando avvio alle epiche cinque giornate e scacciando i soldati del maresciallo Radetzky.
Anche i Legnanesi insorsero e costituirono bande improvvisate e con armamento di fortuna. Il 23 marzo Carlo Alberto varcò il Ticino, raccogliendo sotto le sue insegne volontari di tutta l'Italia.
Il 12 maggio 1848 ebbero inizio le operazlonl per il plebiscito indetto dal Governo Provvisorio, ai fini dell'annessione immediata della Lombardia al Piemonte. Tali operazioni, a cui il clero rese un segnalato servizio, si conclusero il 29 maggio, giorno sacro alla memoria della battaglia di Legnano. In ogni parrocchia delle otto province allora libere si formarono sezioni elettorali presiedute dal parroco assistito da due commissari scelti tra la popolazione e delegati dall'autorità comunale. Nella casa parrocchiale di Legnano furono allestiti due registri per raccogliere le firme di chi voleva l'annessione immediata e di chi desiderava rinviare ogni decisione alla fine della guerra. Potevano votare solo i maschi che avevano compiuto il 21' anno d'età, mentre gli analfabeti facevano il segno della croce a conferma della loro identità autenticata dai delegati, che pure firmavano ogni pagina dei registri, in analogia a quanto succede oggi.
Il risultato generale fu di 561 mila voti per l'annessione immediata e di 681 per il differimento della decisione .
Non possiamo dire se e quanti furono i Legnanesi che in seguito combatterono con l'esercito piemontese o con i Cacciatori di Garibaldi, ma sicuramente molti si arruolarono nella Guardia Nazionale e in agosto (dopo la sfortunata battaglia di Custoza del 24 luglio 1848) si opposero con gli altri in armi al rientro degli Austriaci in Milano, combattendo valorosamente a Porta Tosa.
Il 30 settembre a Legnano gli Austriaci proclamarono lo stato d'assedio e iniziarono le persecuzioni contro i liberali. Il dottor Saule Banfi, medico comunale, subì l'arresto e poi l'esilio. Molte armi furono sequestrate durante le perquisizioni. Il 1O marzo 1849, in conseguenza delle sommosse dell'anno precedente, Radetzky fece affiggere anche in tutto il Legnanese un proclama col quale invitava i disertori a tornare ai rispettivi reparti, assicurando il perdono se ciò fosse avvenuto entro il 30 aprile (Archivio Comunale di Legnano, cartella 89).
Ma, solo dieci giorni dopo, Carlo Alberto varcava per la seconda volta il Ticino. Battuto, dovette prendere la via dell'esilio. Gli anni successivi videro in Lombardia una grande attività cospirativa e fughe di patrioti verso il Piemonte. Nella casa milanese di via Pontaccio della patriota legnanese Ester Martini Cuttica si riunivano i congiurati, capitanati da Piolti de' Bianchi e dal Brizio e autori della rivolta del 6 febbraio 1853. Lo stesso Piolti de' Bianchi rimase nascosto presso i Cuttica, a Legnano, prima di riparare in Piemonte.
Il 26 aprile 1859 Camillo Benso di Cavour respinse l'ultimatum austriaco che invitava il Piemonte a disarmare. L'Austria dichiarò così guerra allo Stato sabaudo. Il 4 giugno i Franco-Piemontesi guidati dal generale Mac Mahon sbaragliarono gli Austriaci a Magenta .
Medico sul campo di battaglia troviamo, al comando di un reparto sanitario, quel Saule Banfi che era stato esiliato nel 1848.
Gli scontri interessarono anche il territorio compreso tra il Ticino e l'Olona a nord di Magenta, dove era dislocata la brigata austriaca del generale Benedeck, che faceva parte del contingente del generale Urban. All'indomani della battaglia di Magenta, il 5 giugno, il generale Urban dispose che la brigata del generale Benedeck lasciasse la posizione di attacco a Busto Garolfo, si recasse a Legnanello via Legnano, si accampasse a Legnanello e occupasse Legna nofronteggiando il Ticino. (L. Giampaolo, vicende varesine del marzo 1849 alla proclamazione del Regno d'Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel Varesotto, Varese 1959 p. 427).
Il giorno successivo la brigata lasciò Legnano ma, essendosi i Legnanesi dimostrati ostili, il comandante, per evitare disordini e atti di sabotaggio, ritenne opportuno prendere come ostaggio il prevosto di S. Magno, Antonio Ponzoni. Molti Legnanesi si accodarono al reparto gridando: mola, mola! (l'ostaggio).
Il prevosto fu rilasciato incolume solo ai confini del territorio comunale.
La divisione del generale Urban era la stessa che era stata continuamente battuta dai Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. Mancano documenti probanti sul numero dei Legnanesi che risposero all'appello lanciato da Garibaldi al primo metter piede sul suolo Lombardo, ma senz'altro si arruolò il legnanese Luigi Fazzini, perchè sappiamo che cadde nella battaglia di S. Fermo ed è quindi da annoverare tra i martiri del Risorgimento. Con l'entrata  dei Franco-Piemontesi in Milano e la tremenda giornata di Solferino e S. Martino, la Lombardia si liberò definitivamente della dominazione austriaca.
Nel novembre del 1859 apparve sui muri di Legnano un manifesto per la raccolta delle offerte per l'acquisto di un milione di fucili necessari a costituire la Potenza Italiana, una sottoscrizione lanciata su scala nazionale da Giuseppe Garibaldi. (Archivio Comunale di Legnano).
L'invito era giunto alla Deputazione Comunale di Legnano tramite la Camera di Commercio di Milano, in quanto era particolarmente rivolto al Ceto Mercantile e Industriale di Legnano perchè è dovere di tutti cooperare al santo scopo, ma è precipuo dovere dei Commercianti e Industriali, ne' quali e' concentrata la ricchezza per la massima parte del paese.
Alla sottoscrizione risposero infatti Legnanesi di tutti i ceti, dai grandi industriali agli operai. In due liste di sottoscrittori si notano i nomi di Saule Banfi, del filatore di cotone Eraldo Krumm, uno dei pionieri dell'industria legnanese, di commercianti, osti, prestinai, pellettai, farmacisti, postari. Sono inoltre presenti alunni e alunne delle scuole e gli operai dello stabilimento Cantoni, a dimostrazione che lo spirito risorgimentale non conosceva barriere di classe.
Furono raccolte fra i Legnanesi 351 lire e 43 centesimi, una cifra di tutto rispetto, dati i tempi non certo floridi .
Non uguale fortuna ebbe due anni dopo la Sottoscrizione volontaria della Spada d'onore, Sciabola e Revolver Carabina e Sussidi per la Guera al Generale Garibaldi. Malgrado il sindaco, avvocato Calini, fosse d'accordo, la Giunta comunale non approvò la proposta, che non fu dunque divulgata fra i cittadini .
Il 16 giugno 1862 Garibaldi venne in visita a Legnano, accompagnato dai fidi Menotti, Missori e dai fratelli Benedetto ed Enrico Cairoli, figli di Adelaide, grande amica di Ester Cuttica. Dal balcone di casa Bossi (che sorgeva ove ha oggi sede la Banca di Legnano, all'angolo tra l'attuale corso Garibaldi e via Crispi) Garibaldi lanciò, l'idea di costruire un monumento, a ricordo della vittoria del 1176.
L'idea fu raccolta dalla Societa Archeologica Milanese e dai cittadini di Legnano. Fu organizzata una sottoscrizione nazionale per mettere insieme la somma necessaria e furono incaricati l'architetto Achille Sfrontini e lo scultore Egidio Pozzi, il primo di disegnare il basamento e l'altro di fondere la statua di un guerriero.
Le cose però andarono per le lunghe, per una serie di polemiche sorte sui giornali e per la volontà dei Milanesi di erigere invece il monumento a Milano, tanto che a pochi giorni dal 29 maggio 1876, settimo centenario, era pronto solo il piedistallo. Utilizzando il bozzetto ed il calco del Pozzi, fu costruito un guerriero di cartapesta verniciata in color bronzo. Sembra che quasi nessuna delle quarantamila persone giunte da tutta l'Italia si fosse accorta della finzione. Alle prime piogge la finta statua si dissolse completamente. Bisognerà aspettare il 29 giugno del 1900, per vedere l'inaugurazione del monumento attuale, opera dello scultore Enrico Butti.
Tornando al 1862 due mesi dopo la sua visita legnanese, Garibaldi tentò di dirigersi su Roma, (nel 1860 con i Mille vi era anche il diciottenne Renato Cuttica, figlio dell'eroina), ma il 29 agosto fu ferito all'Aspromonte e i suoi seguaci furono dispersi dall'esercito nazionale. In seguito allo sdegno e all'emozione che questo avvenimento suscitò a Legnano, il Consiglio comunale volle ricordare la visita di Garibaldi decidendo di sostituire con Corsia Garibaldi le vecchie denominazioni di Contrada Maggiore e Contrada S. Domenico, nel tratto in cui era ubicata la casa, dalla quale l'eroe aveva salutato i Legnanesi.
Vent'anni dopo su quell'edificio fu murata una lapide che ricordava l'avvenimento. Quando la casa fu demolita la lapide fu portata al Museo Civico ed al suo posto, sul muro della nuova costruzione, è stata poi murata una seconda lapide a cura della Societa Arte e Storia di Legnano e della Banca di Legnano.
Il legame di Garibaldi con Legnano durò nel tempo. Nel gennaio 1879, diciassette anni dopo la sua storica visita (anche Mazzini, perseguitato come sempre dalle autorità sabaude, aveva segretamente visitato i mazziniani di Legnano, attratto dal ricordo della battaglia), Garibaldi accettò la presidenza onoraria della Società di Tiro a Segno, appena fondata da Renato Cuttica il quale nel frattempo, dopo aver indossato la camicia rossa anche nel Trentino (1866) e a Mentana (1867), era divenuto un apprezzato politico locale e ingegnere capo del Comune.
Garibaldi accettò la carica con una lettera in cui fra l'altro affermava: La carabina persuade piu' delle parole i nemicil della Patria, la quale forse avrà bisogno del vostro forte braccio. Addestratevi e siate degni d'Italia.
Queste parole, che riecheggiano quelle con cui Garibaldi aveva lanciato la sottoscrizione per un milione di fucili, chiudono in un certo senso il periodo risorgimentale della nostra città.
 
 
 
 
Sono otto i militari legnanesi iscritti nel registro dei combattenti nelle guerre del Risorgimento conservato al Museo del Risorgimento di Milano.
Legnano ebbe anche un caduto tra i partecipanti alla battaglia di S. Fermo, Luigi Fazzini, ma altri ancora, oltre a questi registrati e ufficialmente conosciuti, presero parte alle campagne per l'indipendenza d'Italia, non solo militari ma anche civili che operarono attivamente in appoggio alle forze armate, perchè il Risorgimento fu anche un moto di popolo.
Al Museo Civico di Legnano è conservata una divisa di garibaldino, trovata in una vecchia abitazione ed appartenuta ad un legnanese, di cui non si conosce il nome.
Ecco l'elenco dei combattenti inseriti nell'albo della gloria al già citato  Museo di Milano.
 
Matricola    Cognome e nome                       Grado       Corpo                          Campagne
 
349          Clementi Antonio Pietro di Giulio    soldato      7' reggimento granatieri            1866
21658        Glori Giovanni                       soldato     10' reggimento fanteria              1866
18844        Lupo Gregorio di Antonio             soldato      9' reggimento fanteria              1866
17234        Mereghetti Luigi di Carlo            soldato     10' reggimento fanteria           1860-61
780          Monticelli Michele di Giuseppe       caporale    68' reggimento fanteria              1866
20804        Ranaboldo Giuseppe di Giovanni       soldato      6' reggimento fanteria              1866
17185        Vignati Angelo di Antonio            soldato     10' reggimento fanteria           1860-61
246          Zerbone Luigi Maria di Alessandro    soldato     26' reggimento fanteria           1860-61
 
 
 
 

28.1.11 L-10

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Uomini illustri
 
La scelta di alcuni uomini illustri di Legnano, descritti in ordine cronologico, e' volutamente caduta su figure del passato, senza avere la pretesa di essere esaustiva. Sono stati lasciati da parte personaggi che pure hanno dato lustro alla citta' in epoche più vicine, non tanto per la mancanza di prospettiva storica che le vicende della loro esistenza possono avere assunta, quanto per una discreta sensibilità' nei confronti di coloro che furono protagonisti degli ultimi eventi e per il desiderio di non opacizzare il valore di un'azione o la profondità' di un'idea, collo schiumare di note transitorie calate nelle righe più o meno fitte di una pagina.
 
 
- Le notizie intorno a D. Guilielmus de Legnano, già' abate umiliato di Monte Lupario o Monlue', vicino a Milano e poi di S. Ambrogio sono dedotte dall'epigrafe scolpita sul coperchio della sua arca, nella chiesa di S. Satiro. Il testo riportato dal Puccinelli (Raccolta d'iscrizioni dopo lo zodiaco, cap. XIV, n. 26, Milano 1650) e da esso si può dedurre che l'abate, dai costumi severi, guido', i suoi monaci secondo castità' e onesta': fu doctor legis, costrui' diversi palazzi; orno' decorosamente il chiostro e la chiesa di S. Satiro, a Milano; restauro', diversi edifici religiosi; accumulo', grandi ricchezze docto moderamine, finche' le sue ossa riposarono nell'ottobre 1267.
 
 
 
-- Il diritto doveva essere proprio di casa presso la famiglia Legnani se, a travasarlo in prove dignitose, tra i membri del casato, uno dei primi fu Francesco, assunto a fama nel Medioevo, per essere stato uno dei dodici anziani del popolo milanese,. detti della "Provvisione".
 
Le sue qualità di illustre giureconsulto furono sfruttate per l'elaborazione del giuramento che Matteo Visconti pronunzio' nel 1289 "sopra la loggia degli Osii nel broletto nuovo, colle trombe, per giurare il capitanato del popolo": .. . ad bonum tranquillum et pacificum statum populi et communis Mediolani, acomnium amicorum ... vos domine capitanaee jurabitis regere populum Mediolani. Il testo completo del giuramento e' stato riportato da B. Corio (Storia di Milano, vol. I, Milano 1975, p. 646), uno dei primi studiosi di storia milanese, che abito' anche in casa Melzi, a Legnarello (ora corso Sempione, n. 157), in un'ampia abitazione arricchita da colonnati e dipinti dei sec. XV e XVI. L'opera del Corio fu stampata, nel 1503, dagli editori "da Legnano", discendenti da Giovanni, pure famoso doctor utriusque doctrinae.
 
 
-- Se fra tutte le citta' della terra una nomea universale celebra ed esalta la Lombardia per la fertilità delle sue pianure (De magnalibus Mediolani, introduzione); se fra. le citta' della Lombardia la fama magnifica Milano come la rosa e il giglio tra gli altri fiori, velut rosa vel lilium inter flores, non c'e' motivo per dubitare che, fra tanta eccellenza un posto preminente possa spettare tra gli abitanti, per la sua qualitas, anche a Bonvesin de la Riva, a cui appartengono le lodi sopra indicate.
Non possediamo notizie sicure sulla sua giovinezza, ne' sappiamo donde abbia tratto i natali, tanto che alcuni scrittori formulavano l'ipotesi addirittura di una derivazione da Riva di Trento o Riva, sul lago di Lugano, ma e' probabile che Bonvesin sia nato a Milano, intorno al 1230 circa; che abbia fatto l'insegnante di scuola media a Legnano, fino al 1230 circa, come asserisce mons. Paredi nella presentazione del De Magnalibus (Milano MCMLXVII), e in seguito si sia trasferito a Milano, a Porta Ticinese, con la moglie Benedicta (primo testamento), oppure Benghesia o Benghedisia (secondo testamento), morta la quale, sposo' Floramonte senza che l'una o l'altra avesse figli. Quindi, benché' il suo nome fosse spesso preceduto da un fra o frater, era un laico iscritto all'ordine degli Umiliati, come dice l'epitaffio riferito dal Giulini (Op. cit. Vol IV, pag. 742): Hic iacet F. Bonvicinus de ripa de ordine tertio humiliatorum doctor in grammatica qui constrixit hospitale de Legniano...
Tale iscrizione scolpita sulla tomba, si trovava nel chiostro della chiesa di San Francesco a Milano. Sempre secondo l'epigrafe, Bonvesin, se non fondo' personalmente l'ospedale di Sant'Erasmo a Legnano, ne fu certamente un largo benefattore. Sia nel testamento del 1304 che in quello del 1313, si parlava infatti di un affitto che i frati di detto nosocomio erano tenuti a pagargli, pur potendo fruire di un carro di vino quale ricompensa, per suffragare i defunti della famiglia.
Nonostante la dichiarata appartenenza all'ordine degli Umiliati, come dice l'epitaffio, notevoli furono gli sforzi fatti da A. Ratti, il futuro Pio XI, per quanto non confortati da risultati definitivi, per strappare il nostro autore da un ordine legato da interessi cospicui all'arte della lana e dall'archibugiata facile diretta a San Carlo Borromeo, per assegnarlo all'ordine dei Francescani, in un momento di soprassalto contro l'ortodossia.
Dotato di largo merito, Bonvesin ne distribui' gran parte di donazioni e in affari con amministrazioni pie ed ospedali. Dal 1296 fu iscritto all'ordine di San Giovanni di Gerusalemme e, a partire dal 1303, fu ispettore dell'ospedale Nuovo di donna Bona.
Fra le sue opere poetiche si distinguono, sul piano artistico, per vivacità e schiettezza, i Contrasti. Non meno interessanti, per originalità del tema, furono anche i poemetti volgari, in alcuni dei quali trattò leggende cristiane e discettò sulle più sottili raffinatezze del desco (Cinquanta cortesie da desco), in un'opera composta durante la permanenza a Legnano, come fu ricordato dal primo verso:
Fra Bonvesin dar Riva che sta in borgo Legnian.
Accanto a questo codice di buona creanza, capace di stuzzicare la curiosità del lettore con la testimonianza conviviale dei nostri antenati, non stona il Libro delle tre scritture, un'opera poetica che evidenzia le miserie dell'uomo, dalla nascita fino alla redenzione operata da Cristo.
L'intento di Bonvesin non era però tanto quello di effettuare considerazioni astratte, quanto di narrare, come fece nel Volgare delle Elemosine o meglio ancora nelle opere in latino come il De vita scholastica, assunta recentemente agli onori dell'inclusione nella collezione germanica Teubner, mentre minore fortuna ebbe il De menzsibus.
Il trattato più noto e in latino, e' naturalmente il De Magnalibus urbis Mediolani, a cui l'autore attese con anni di paziente ricerca, per offrire ai lettori un quadro esauriente di Milano e del territorio, com'era ai suoi tempi, attraverso la celebrazione dei fasti civili e religiosi della citta, diffondendosi in particolari preziosi sulla sua consistenza topografica, demografica, edilizia.
Ultimamente la critica sembra aver concentrato l'attenzione sugli aspetti linguistici della sua produzione e in particolare sul De cruce, mimetizzato tra i tesori della Biblioteca Ambrosiana, ma divulgato dall'editore Scheiwiller, sapientemente allineato lungo il filo della linea lombarda al di la' "delle paratie dei generi" (Contini, Novita' dell'antico Bonvesin, in Corriere della Sera, 16 dicembre 1979).
 
 
 
-- Si dice che il Medioevo rinascente, con le strutture della vita biologica, non meno che della sua vita mentale, abbia perso qualcuno dei colori troppo vividi e brillanti, di cui era stato ornato. Dobbiamo forse pensare per questo che il quadro sia stato troppo oscurato, fino ad opporre a una realistica visione le immagini più' cupe evocate un tempo, tratte da alcune grandi affermazioni nel campo del diritto, della religione, della vita spirituale, delle arti primitive? A mitigare tale impressione sembra che un contributo notevole venga dal giurista Giovanni da Legnano.
Di mente spietatamente critica, in grado di ricondurre alle giuste proporzioni le diverse proposizioni culturali, capace di spaccare in due la parola per estrapolarne il valore recondito, lo scrittore medioevale si sforzo' di individuare, nei loro rispettivi rapporti, le varie forme dell'attività' umana. Di fronte alle mutilazioni che l'insegnamento scolastico fece della storia, della storia dell'arte, dell'archeologia, della storia della letteratura (o meglio delle letterature, nel mondo del bilinguismo, in cui fiorirono, accanto al latino dei chierici le lingue volgari), della storia del diritto (o meglio sarebbe dire dei due diritti, perché il diritto canonico si andava organizzando di fronte all'insorgente diritto romano), Giovanni da Legnano fece suo quello che la civiltà medioevale avverti' più di ogni altra: la passione della globalità.
La data e il luogo della nascita di Giovanni, discendente dalla famiglia Oldrendi, che divenne poi Legnani, per i possedimenti in quel di Legnano, Legnarello e Cerro, sono rimasti finora avvolti nell'ombra, anche se non si può escludere l'origine legnanese o perlomeno milanese. Tale tesi e' confortata dal testamento dello studioso. In esso si dichiarava che Giovanni era il figlio del Conte de Oldrendis de Legnano Mediolanensis diocesis e tra l'altro si precisava disposizioni a favore della chiesetta di San martino a Legnano, mentre si disponevano provvedimenti a favore di studenti originari di Legnano, che volessero frequentare lo studio bolognese, nel cui spirito testamentario, nel 1983, in occasione del sesto centenario della morte dell'autore, fu costituita, a Legnano, la "Fondazione Famiglia Legnanese", per l'erogazione di borse di studio.
Dell'origine sopra accennata fanno fede inoltre i trattati sull'interdetto ecclesiastico, sulle ore canoniche, sulla censura, sulla pluralità dei benefici, sulla guerra, che indicano come autore Iohannes de Lignano Mediolanensis.
Scarse sono le notizie sul periodo trascorso, nei primi anno del 1300, a Milano, dall'autore, il cui nome era inserito nello "statuto della Scuola di San Giovanni sul Muro", del 1337. Oscuri sono pure i motivi che indussero lo scrittore ad allontanarsi da Milano, per stabilirsi a Bologna. Lì il "Da Legnano", esercitò un'intensa attività didattica e di scrittore, svolgendo anche la professione di avvocato, documentata da numerosi contratti e Consilia.
Particolarmente impegnativa fu pure la sua attività politica esplicata come ambasciatore in delicate missioni presso il Papato e, come legato pontificio, durante lo scisma d'Occidente, a cui dedico', una Epistula ad Cardinalem Petrum de Luna e due trattati di Urbano VI. Si può' dire, anche se ha dato il meglio di se stesso nel campo del diritto civile e canonico, che non ci sia stata branca dello scibile, nella quale l'autore non abbia sviluppato le straordinarie doti del suo eclettismo, come @ sintetizzato nell'epigrafe posta sul suo sarcofago, dalla filosofia (de amicitia) all'astronomia, dalla medicina alla matematica, e perfino all'astrologia, perché era convinto che l'uomo di legge, se fosse stato esperto di scienza, avrebbe soddisfatto esperienze anche di ordine pratico e non solamente accademico (Cfr. De cometa, La figura della grande costellazione, Somnium, Proemio al De Bello, De adventu Christi, De iuribus Ecclesiae).
Se il Legnani si accinse a predire l'avvenire, lo fece però solo per le eclissi e pochi altri fenomeni celesti, senza lasciarsi travolgere dalla follia astrologica.
Infatti per la dottrina rigorosa, per le idee al servizio della prassi, per il procedimento comparativo dialettico, con cui applicava le regole del diritto civile a quello pubblico e rifletteva l'autorità del Digesto nelle questioni politiche, informo' a Bologna la pubblicistica fino al termine del sec. XIV.
Non è necessario saccheggiare il repertorio della retorica, cui fecero largo ricorso i suoi ammiratori, per mettere maggiormente a fuoco la sua personalità@. Dei meriti si resero particolarmente conto i suoi concittadini, che lo crearono cittadino onorario e gli conferirono la nomina di Vicario equivalente a quella di Signore di Bologna. Anche quando rassegnò@, tale carica, Giovanni da Legnano fu sempre tra i primi cittadini, come componente del Consiglio dei Quattrocento, anche se non destinato a coprire a lungo tale compito, perché morì il 16 febbraio 1383, probabilmente colpito dalla peste. Gli furono decretate solenni esequie e il suo corpo fu sepolto nella chiesa di S. Domenico. Il mausoleo a lui dedicato, ancor visibile nel Museo Civico di Bologna, rappresenta uno dei più pregevoli monumenti scultorei dell'epoca.
Nel dare un giudizio sull'opera di Giovanni da Legnano, sembra non gli si possa negare animosità nell'affrontare i problemi terreni, energia nel tentativo di arrivare a soluzioni concrete. Può sembrare utopistica la sua tesi sul principato universale della Chiesa, proprio alla vigilia dello scoppio dello scisma, ma può essere intesa come espressione di un desiderio sentito, volto alla costruzione di un ordine basato sulla pacifica convivenza, di fronte a un impero in grave crisi. Se in sede critica e' naturale una certa diffidenza verso la sua tecnica espressiva, fatta spesso di luoghi comuni, di forme usuali, di ripetizioni, dobbiamo pero' vederla come qualche cosa di posteriore rispetto alla varietà della sua concretezza, all'interiorità della sua anima.
Al di là del panorama esauriente dell'impostazione dottrinale conta soprattutto l'introspezione del concetto di libertà@, nel tentativo di adattamento alle strutture di un particolare periodo; conta l'equilibrio di una certa volontà terapeutica, congiunto a un pragmatismo non indifferente, che parte da geniali proposizioni scientifiche, per tradurle in principi animatori di esperienze reali.
 
 
-- Non si sa quanto valga l'incontro di circostanze all'inizio di grandi destini o generazioni blasonate, ma é certo che la fortuna ama avvolgere le proprie sinuosità attorno a vitalità dirompenti, quali furono i "Vincemala", anche se il lettore smaliziato può, guardare con sospetto a un'apologia del genere. Si sa ad ogni modo che tutte le famiglie e non solo le più nobili hanno conosciuto momenti inquietanti, magneticamente occulti o stravaganti, come hanno vissuto momenti di splendore segnati dalla rabdomantica capacita di cogliere dal più minuto segnale messaggi di eventi favorevoli. A voler dare significato alle parole, concorse, in tal senso, la figura di Gian Rodolfo Vismara.
Discendente da antica famiglia compresa nella "Matricola" dei nobili milanesi rogata nel 1377, trascorse la sua esistenza in parte a Milano, nella parrocchia di S. Martino a Porta Nuova e in parte a Legnano, dove i suoi antenati possedevano un mulino già nel 1043. Nelle grazie dei Signori di Milano, la sua famiglia ricambiò la protezione con la donazione di terreni usati sia per la costruzione di un auditorium nella zona centrale di Milano, divenuto poi chiesa di S. Maria del Giardino; sia per l'erezione del convento servita di S. Maria del Paradiso. A tale scopo poté usufruire di una concessione ducale rilasciata il 19 marzo 1493, perché' potesse sfruttare una certa quantità d'acqua del fiume Olona, a favore dei monasteri in costruzione.
A Legnano il Vismara sfrutto' la vistosa eredita' paterna per assistere generosamente l'ospedale di S. Erasmo, di cui fu direttore grazie alla sua qualità di medico, ma senza retribuzione. Fondi, inoltre un convento di Francescani Minori detto di "S. Maria degli Angeli" sito in quello che attualmente é corso Garibaldi, non lontano dal maniero oggi sede del Museo Civico ed eresse il monastero delle Clarisse di S.Chiara, verso l'odierno corso Italia. Tale monastero fu soppresso nel 1782 dall'imperatore Giuseppe II.
 
 
 
-- Maestro di grammatica a Legnano, nel 1518, pare che qui sia stato sepolto. I suoi biografi amano ricordarlo come autore di un distico posto sopra il portale della canonica di Legnano: Pabula, vina, ceres, rivorum copia templum Legnanum illustrant multaque nobilitas. 1518 che esalta il carattere agricolo della città favorita dall'abbondanza dei corsi d'acqua e dalla presenza di numerose famiglie nobili. Gli si attribuiscono però, anche due versi incisi sull'alto della porta della chiesa di S. Maria in Busto Arsizio: Virgo, populus qui hanc lustro tibi condidit aedem fac vigeat felix totaque posteritas.
Non é certa la notizia, in base alla quale sarebbe stato il capostipite della famiglia Bossi.
 
 
-- La famiglia Cornaggia ebbe una notevole parte nella vita pubblica legnanese. Un Carlo Cornaggia si trova tra i firmatari dell'atto del 1649 col quale i cittadini legnanesi provvidero a riscattarsi dal feudo. Un altro marchese Cornaggia figura nel verbale del "concordato generale" del 28 novembre 1760, conservato nell'archivio storico comunale. Successivamente i marchesi Cornaggia risultano proprietari del Castello Visconteo di Legnano, trasformato in vasta proprietà agricola, che già comprendeva 18 mulini lungo l'Olona in gran parte acquistata dall'Amministrazione comunale insieme al castello.
Gabriele dei Marchesi Cornaggia-Medici, nato a Milano nel 1856 ed ivi morto nel 1908, fece parte per ben 23 anni del consiglio comunale di Legnano, e per 15 della giunta municipale; fu uno dei membri più attivi e ascoltati per competenza amministrativa e serenità di giudizio.
 
 
 
- Milano 1753 - Bellagio 1816) - Discendente di una antica famiglia spagnola, fu uomo politico e attivo nel periodo della repubblica Cisalpina e nel primo periodo del Regno d'Italia. Dopo la conquista napoleonica della Lombardia, Milano divenne il più' attivo centro del movimento giacobino italiano, al quale aderirono patrioti delle più' svariate classi sociali, oltre ad eminenti esponenti della nobiltà di quei tempi. Napoleone, preoccupato principalmente che il governo della città non cadesse nelle mani della parte più oltranzista del giacobismo, vi immise alcuni uomini moderati, che garantissero l'esecuzione delle sue volontà, come finanzieri, grossi proprietari terrieri e nobili milanesi. Tra questi il Conte Francesco Melzi d'Eril, che era considerato il capo dei moderati. Lo stesso Napoleone designò tra i redattori della Costituzione della Repubblica Cisalpina con Greppi, Taverna, Triulzi, anche i Melzi che divenne, nel 1802, vice presidente della stessa Repubblica. Francesco Melzi d'Eril, che aveva sposato Caterina Modignani, rafforzo' il possesso dei beni terrieri, case e palazzi patrizi a Legnano e, primo del suo casato, divenne così cittadino di Legnano (Luigi sartori, l'Opera Barbara Melzi, Legnano 1961).
Allo scoppio nel marzo 1799, della nuova guerra tra Francia e Austria si ebbero violenti moti antirepubblicani anche in Lombardia e nei tre mesi del riconquistato dominio degli austriaci, molti beni del Melzi d'Eril furono confiscati e lo stesso fu giudicato in contumacia, essendosi rifugiato a Saragozza. Al ritorno dei Francesi in Lombardia, il Melzi riebbe i suoi poteri e si dedicò, alla formazione di un esercito nazionale come garante dell'indipendenza.
Fondò col napoletano Vincenzo Cuoco anche "Il giornale italiano", al quale collaborarono intellettuali dell'epoca come Monti, Foscolo, Romagnosi e Berchet. La rivista ebbe solo tre anni di vita, anche se era diffusa in tutta Italia presso i ceti colti.
Alla caduta di Napoleone e all'avvento del Regno d'Italia il Melzi d'Eril fu nominato cancelliere guardasigilli della corona.
Una discendente di questo personaggio, figlia dell'omonimo conte Francesco, coniugato ad Isabella Salazar, fu Barbara Melzi, fondatrice dell'istituto ancor oggi esistente.
 
 
 
(1825-1899) Figlia del conte Francesco Melzi d'Eril, nobile di antica casata, e di Isabella Salazar, entrò come novizia canossiana nel convento di S. Michele alla Chiusa a Milano, ma, nel 1848, prima dell'arrivo a Milano dell'esercito piemontese in ritirata dopo Custoza, le novizie, e con esse Barbara, furono rinviate alle rispettive famiglie.
La sua vocazione religiosa era molto solida e Barbara Melzi che, nel 1849, aveva preso i voti di professione religiosa, cominciò a svolgere a Legnano la sua opera di carità e di insegnamento. Il padre, conte Francesco, per tenere la figlia a lui vicina, decise di realizzare una fondazione a Legnanello, dove donna Barbara potesse proseguire la sua vocazione di educatrice in conformità alle regole delle Canossiane di via Chiusa. Ottenuta l'approvazione dell'autorità ecclesiastica, il conte Melzi, il 1 agosto 1853, fece atto di donazione di tutti i suoi beni a favore della casa canossiana di Milano, che già aveva aperto a Legnanello una filiale, a condizione che venisse resa indipendente con l'istituzione dell'Opera Melzi. Il 3 aprile 1854, l'arcivescovo di Milano Bartolomeo Carlo dei conti Romilli concesse la inamovibilità dalla casa di Legnano di Donna Barbara e la indipendenza della casa stessa da quella di Milano e di altre fuori Milano.
L'Opera Melzi si estese poi da Legnarello a Tradate, dove il conte Melzi aveva lasciato altri beni alla figlia.
L'Istituto dell'Opera Barbara Melzi si ingrandì', sviluppando l'insegnamento privato femminile, con particolare attenzione per il magistero elementare e d'asilo .
Morta la Melzi il 13 dicembre 1899, l'eredità spirituale e materiale passò a Madre Gaetana Adamoli e, alla morte di questa (1902), il cardinale Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano, nominò Madre Giulia Amigazzi nuova superiora, alla quale, nel 1942, successe Madre Giuditta Baio, attiva e fedele continuatrice dell'Opera Melzi.
Barbara Melzi, dotata di profonda cultura umanistica, ha lasciato oltre a memorie autografe, delicate poesie, velate da profonda malinconia.
La stessa arricchì anche la preziosa raccolta paterna di quadri, edizioni rare, manoscritti, monete e medaglie .
 
 
 
- Nato nel 1818, si distinse in tre diversi settori della vita cittadina. Pittore acquarellista ha lasciato una serie di pregevoli opere, in parte conservate al Museo Civico, che raffigura angoli della vecchia Legnano o aspetti di vita locale, tratteggiate con uno stile ed un gusto tipico degli impressionisti lombardi dell'Ottocento, con qualche elemento di sapore "naif", che li rende ancor più preziosi.
Fu anche patriota, partecipando con Ester Martini Cuttica e Saule Banfi ai moti del 1848 e riuscì a scampare la prigionia, in quanto considerato già allora benemerito dell'istruzione pubblica. Era infatti uno dei più noti insegnanti e storiografo.
Morì nel 1902 e in sua memoria venne murata una lapide nella casa natia situata all'inizio di via Milano, angolo corso Sempione.
 
 
 
-- Nell'albo del Risorgimento italiano anche Legnano ha iscritto nomi di rilievo. Per non parlare di Saule Banfi fervente patriota imprigionato nel 1848 dall'Austria e che, liberato, continuò, a prodigarsi, senza lasciarsi sorprendere, tanto da offrire il suo contributo, come chirurgo, sul campo di battaglia di Magenta, un posto di spicco e occupato da una straordinaria figura di donna: Ester Martini Cuttica, animosa cospiratrice legata da vincoli di amicizia a Mazzini, a Maurizio Chiesa, ai Cairoli. Discesa da antico e nobile casato, ella andò sposa a Rinaldo Cuttica pure originario di illustre famiglia, per quanto non dotata di grandi risorse economiche. Di squisita sensibilità, quale emerge dalle sue lettere, Ester Cuttica, fu madre esemplare, donna energica ed intraprendente, che non si limiò@ ad affidare i suoi sentimenti patriottici a pagine dalla sintassi contorta, ma non esitò, a rischiare la rispettabilità e la libertà personale, per la difesa quegli ideali risorgimentali.
Assidua collaboratrice dei patrioti lombardi, quando Mazzini, tramite Piolti de Bianchi, al quale era ta affidata la direzione del partito a Milano, e tramite Brizio, che aveva assunto il comando dele operazioni militari, sperando nella ribellione dei soldati ungheresi, che l'Austria aveva arruolato di forza, organizzò, un colpo di mano a Milano, Ester Cuttica non esitò ad aprire le porte della sua dimora di via Pontaccio ai cospiratori che volevano dare una fiera risposta alle forche austriache di Belfiore.
Per quanto il piano di insurrezione preparato dal Brizio contasse su 5000 uomini, il 6 febbraio 1853, solo poche centinaia di patrioti risposero ai segnali convenuti, sicchè l'Austria ne ebbe facilmente ragione, soffocando il tentativo con metodi di terrore. Fu allora che Ester Cuttica si adoperò per condurre personalmente fuori Milano il Brizio, nascondendolo nei suoi poderi di Legnano e fargli passare poi il Ticino.
Nè minore fu l'impegno dei coniugi Cuttica per la fuga del Piolti de Bianchi. Scoperta la trama, l'Austria arrestò la donna come responsabile del colpo e l'avviò alla fortezza di Mantova, dove la tenne segregata per quattro anni, senza però che i suoi carcerieri riuscissero a strapparle i nomi dei congiurati, nonostante le sofferenze, le torture e la minaccia di uccisione dei suoi figli amnistiata nel 1857, la gentildonna, sostenuti efficacemente quanti ritornavano dalle prigioni alle loro case, s'adoperò con un gesto di delicata galanteria per un'offerta di cento anelli raccolti tra le donne italiane, a Garibaldi, come segno di stima verso l'uomo, che tanto aveva contribuito al "patrio riscatto" ed era tutt'altro che insenibile ai "voti di emancipazione della donna" (Carteggio Cuttica - 109-160). Morì a Legnano nel 1898.
 
 
(1857 1931) -- Fu insegnante d'italiano nelle scuole superiori, scittore di opere varie. Oltre a scritti inediti, il Colombo lasciò una fantasia medioevale in dieci canti, "Il Cavaliere della morte", stampata nel 1900 in occasione dell'inaugurazione del monumento dello scultore Enrico Butti e dedicata appunto al guerriero della battaglia.
Lo stesso autore, nella prefazione, avverte che ha inteso raffigurare il guerriero morente come il simbolo, la personificazione del sacrificio.
Giacobbe Colombo lasciò alla Parrocchia del Santo Redentore di Legnanello una villa con terreno annesso, utilizzata attualmente dall'oratorio maschile e de nominata appunto "Casa Giacobbe".
 
 
-- La musica ha avuto a Legnano molti cultori fin dal tempo in cui le famiglie patrizie amavano arricchire le lunghe serate dei salotti con concerti vocali e strumentali, in alternanza alle feste sontuose che rompevano la monotonia di una vita mondana molto limitata, quale poteva offrire la provincia o un borgo come Legnano, meta, nell'Ottocento, di villeggiature estive o fine settimane dedicati alla caccia.
La tradizione musicale, è sempre rimasta viva anche nelle giovani generazioni, alimentata dalla tenacia di dirigenti del complesso bandistico cittadino, fondato nel 1880, da altri sodalizi come la "Gioventù Musicale" o da singoli insegnanti, cimentatisi come compositori.
In questo campo c'è un personaggio, legnanese di adozione, che ha dato lustro, con la sua arte, alla città, per avervi trascorso gran parte della sua vita, unendo all'insegnamento elementare anche l'attività di direttore d'orchestra e compositore. Nato ad Enna da una famiglia di musicisti, il 22 agosto 1874 diventò apprezzato violinista e buon esecutore di trombone tenore. Ben presto si fece notare anche come compositore di brani vari, tra cui alcune romanze che divennero popolari nella città siciliana.
Non era però, la musica che gli poteva riservare solidità economica e quindi, conseguito il diploma di insegnante elementare, per terminare gli studi al Conservatorio, iniziò, la sua peregrinazione che lo condusse a Legnano, avendo vinto un concorso per un posto in una scuola. Qui proseguì la sua attività di compositore, affiancandosi a quel "bouquet" di maestri italiani che tra l'Ottocento e il Novecento arricchirono pagine strumentali e sinfoniche della musica italiana. Tra i suoi capolavori due sinfonie, Quadri di vita veneziana, l'opera Zellia brani di musica sacra e da camera. A Legnano fondò nel 1931, un liceo musicale con l'aiuto finanziario degli industriali locali, organizzando anche alcuni riusciti spettacoli musicali al Teatro Legnano. Fu molto apprezzato come direttore d'orchestra, recandosi anche all'estero in tale veste. Morì a Legnano il 31 luglio 1932 per una grave malattia, ad appena 58 anni, e nel fulgore della sua maturità artistica.
 
 
-- Nato a Intra nel 1883, dopo aver studiato in Svizzera trovò lavoro presso la Franco Tosi viaggiando per alcuni anni quotidianamente tra Milano e Legnano. Qui si trasferì colla famiglia nel 1920 in via Cappellini, allora periferia estrema del paese.
Per conto della ditta si recò, più volte in Egitto e Medio Oriente, dov'ebbe modo di conoscere gli scavi archeologici che stavano riportando alla luce i documenti preziosi e grandiosi di quelle antiche civiltà a cui la nostra stessa vita civile discende.
Il fascino di queste ricerche lasciò in lui tale impronta e tanto fervore che, tornato a Legnano, si mise frugare nel nostro terreno, che mai non conobbe piramidi, nè faraoni nè le origini della scrittura e della scienza e che tuttavia racchiudeva (o ancora racchiude?) le testimonianze di un passato molto lontano e poi noi tanto prezioso. La passione, la pazienza e la perizia del Sutermeister hanno estratto da questo suolo tanti documenti che amplificarono l'arco dei secoli in cui sono rintracciabili le vicende della nostra storia. Prima di lui solo un paio di Legnanesi, quali furono Aristide Mantegazza e il maestro Giuseppe Pirovano, avevano dedicato la loro attenzione ai reperti che la zappa o l'aratro avevano estratto da sotto l'humus delle campagne legnanesi. Sutermeister, datosi con passione alla ricerca archeologica, sorvegliò scrupolosamente tutte le operazioni di scavo promosse dallo sviluppo edilizio del paese, intervenendo al primo sentore di un qualsiasi ritrovamento e sottopose a una metodica esplorazione tutta la superficie cittadina, portando alla luce e raccogliendo amorosamente una quantità di reperti che oggi arricchiscono il museo civico a lui intitolato.
Contemporaneamente andava affinando la sua preparazione storica, garantendosi la competenza scientifica necessaria ai suoi compiti.
La sua scoperta più prestigiosa è legata alla necropoli di Canegrate che richiamò l'attenzione dei maggiori studiosi ed oggi è presente in tutti i manuali di preistoria come documento di una cultura particolare anteriore a quella di Golasecca.
A lui dobbiamo la fondazione, la direzione e l'arricchimento del Museo. Ma anche la conoscenza dei periodi meno antichi della storia di Legnano ricevette da lui un largo impulso. I suoi studi sul Castello Visconteo, sulle fortificazioni ad esso anteriori sui conventi di Legnano e sulle vicende genealogiche delle famiglie più note sono consegnati nei fascicoli delle "Memorie, della Società Arte e Storia" da lui fondata e praticamente diretta fino alla morte avvenuta il 21 novembre 1966.
 
 
- Le prime fabbriche a carattere industriale succedute alle manifatture domestiche, che operavano fin dal XVIII secolo nel territorio di Legnano, sorsero col 1821.
In ordine cronologico il primato si deve allo svizzero CARLO MARTIN, che in quell'anno realizzò il primo stabilimento per la filatura del cotone. Seguì ERALDO KRUMM di Wittemberg (Germania), che aprì la seconda filatura di cotone. Nel 1828 sorse il terzo stabilimento tessile fondato dalla ditta Borgomaneri, Sperati e Bazzoni, passato poi in proprietà a COSTANZO CANTONI. Lo sviluppo però di quella che diventerà una delle piIù grosse manifatture tessili dell'Italia Settentrionale, il Cotonificio Cantoni, si deve a EUGENIO CANTONI, che assunse la direzione dell'azienda nel 1850, conducendola in breve tempo ad alto livello. Nel 1857 infatti l'intera maestranza degli opifici di Legnano e Castellanza si componeva di 464 operaI e in particolare lo stabilimento di Legnano, con 204 dipendenti, aveva una filatura, una tessitura, una tintoria e un reparto finissaggio. In quello stesso anno Eugenio Cantoni portò all'altare la figlia del segretario particolare di Gabinetto dell'imperatore d'Austria, la baronessina Amalia Genotte von Merkenfeld de Sauvignj. Questo matrimonio diede lustro ai Cantoni, ponendo Eugenio in una posizione di evidenza e prestigio nella provincia lombarda. Dal matrimonio nacquero tre figli, Arturo, che scelse la carriera militare; Costanzo, che prese il nome del nonno, e Giulia che si appassionò alla musica, divenendo compositrice. In riconoscimento delle sue benemerenze, con decreto reale del 1871, il Cantoni fu nominato barone. Dal 1864 egli fu comandante della Guardia Nazionale di Gallarate col grado di maggiore e in seguito consigliere dell'ordine dell'imperatore Francesco Giuseppe, per essere quindi nominato console generale d'Austria.
Morì il 15 marzo 1888.
Anche GIULIO THOMAS, nato a Milano nel 1851 da famiglia oriunda francese, merita di essere ricordato tra i pionieri dell'industria cotoniera. Il padre Achille impiantò a Legnano verso il 1870 un'industria per la tessitura del cotone, in località "Gabinella", e fu tra i primi ad applicare i telai meccanici e a utilizzare la forza a vapore per sopperire a quella idraulica tratta dalle acque dell'Olona. Si distinse pure come amministratore pubblico, disimpegnando vari incarichi. Promosse la fondazione dell'asilo infantile e della Società Operaia. La morte troncò la sua promettente esistenza a soli 44 anni.
Nel 1842 il dottor G. DONATO TRAVELLI aprì il quinto stabilimento di filatura di cotone e, nel 1879, i fratelli ENEA e FEBO BANFI, figli del benemerito patriota Saule Banfi, fondarono l'azienda che in seguito ad altri passaggi, divenne Cotonificio De Angeli Frua. In precedenza, e cioè nel 1871, i fratelli DELL'ACQUA, in unione ad altri, fondarono l'omonimo cotonificio, che ebbe una considerevole importanza per l'economia cittadina, prima del tracollo negli anni Sessanta.
RODOLFO BERNOCCHI, nel 1873 impiantò, un piccolo stabilimento di lavanderia e candeggio di tessuti in cotone, dal quale si svilupparono poi, per iniziativa dei figli ANTONIO e ANDREA BERNOCCHI i vasti stabilimenti di filatura e tessitura, con sede a Legnano e in altre località.
Dei Bernocchi restano a Legnano alcune opere sociali di rilievo, la maggiore delle quali l'Istituto Tecnico e Professionale, che prende appunto il nome dal fondatore Antonio Bernocchi, Senatore del regno.
L'ing. CARLO JUCKER, nato il 23 maggio 1878 a Reutte in Tirolo, da una famiglia svizzera, che già aveva avuto pionieri nell'industria cotoniera, rivestì nella storia del Cotonificio Cantoni un ruolo notevole come dirigente e tecnico di valore.
A lui si deve lo sviluppo degli stabilimenti di Legnano, Castellanza e Bellano negli anni a cavaliere tra il XIX e il XX secolo. Nel 1900 ricevette dall'allora presidente del Cotonificio ing. Cesare Saldini la direzione della filatura di Castellanza e, sette anni dopo, fu incaricato di riorganizzare lo stabilimento d: Legnano, per farne un opificio a livello europeo .
Fu il primo ad usare nello stabilimento "coloranti diretti" nel reparto tintoria, nel 1916, in un periodo, in cui la produzione di tessuti di cotone era molto richiesta. Al termine della prima guerra mondiale Carlo Jucker si dedicò ad opere sociali e alla realizzazione di case per lavoratori. Aiutò la costituzione della sezione legnanese dell'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra e di un "Centro sperimentale di rieducazione per mutilati e invalidi"; fondò, un asilo infantile e il Sanatorio "Regina Elena", inaugurato, nel 1924, dalla Regina Margherita. Fece costruire la villa nei pressi del reparto tintoria, per farne la sua dimora ed essere più vicino allo stabilimento e seguirne in modo attivo la produzione. Per interessamento di uno dei due figli, il dott. Riccardo Jucker, degno continuatore delle opere paterne, filantropiche e sociali, questa villa potè essere acquistata dalla Famiglia Legnanese, per divenire sede del sodalizio.
Prima di chiudere la sua intensa vita di lavoro, il 4 ottobre 1957, l'ing. Carlo Jucker riuscì a veder realizzata l'ultima sua coraggiosa opera, la modernissima tessitura in località "Olmina".
Da una piccola officina meccanica con annessa fonderia, nel 1878, nacque un'azienda denominata "Cantoni, Krumm & C", con lo scopo di eseguire riparazioni di macchine installate nelle numerose industrie, specie tessili, sorte nella zona.
Nel 1876 fu chiamato a dirigere l'officina l'ing. FRANCO TOSI il quale, con felice intuizione, si volse allo studio e costruzione di motrici alternate e a vapore, che in pochi anni si affermarono sul mercato in Italia e all'estero.
Divenuto socio dell'azienda, che mutò, la denominazione in "Officina Franco Tosi & C." nel 1894, l'ing. Tosi divenne esclusivo proprietario e l'officina assunse la nuova ragione sociale di "Franco Tosi". L'attività di questo pioniere dell'industria legnanese fu breve, ma intensa come la sua vita. Alle sue doti di industriale e cittadino, aggiunse l'opera di filantropo e di realizzatore di una serie di istituzioni per il tempo libero, di mutua assistenza, previdenza e istruzione professionale. Modesto e cortese nella vita e con i dipendenti, chiuse tragicamente la sua esistenza, il 25 novembre 1898, nel fiore degli anni, vittima dell'ira sanguinaria di uno sciagurato, del quale era anche stato benefattore.
Tra le varie industrie di Legnano una parte di rilievo ebbero, nel primo Novecento, le Officine Fial (Fabbrica Italiana Automobili Legnano), sorte nel 1902 per iniziativa dei fratelli GUGLIELMO, PAOLO e CARLO GHIOLDI, che già si dedicavano da alcuni anni alla produzione artigianale di motori agricoli, industriali e di motociclette. I Ghioldi, specie per l'intrapredenza e la genialità di Guglielmo, si distinsero nella creazione di originali apparecchiature meccaniche che restano una testimonianza dell'epoca "eroica" del settore motoristico italiano, tra queste una delle trebbiatrici più perfezionate e il primo triciclo per la nettezza urbana con un sistema molto pratico e razionale di sollevamento della spazzatura delle strade. Il prodotto dei fratelli Ghioldi che ebbe maggiore successo fu la vettura "Legnano A", realizzata nel 1905. Dotata di motore bicilindrico di 1135 cc. aveva l'albero di trasmissione cardanica, anzichè a catena e sviluppava una potenza di otto cavalli a 1100 giri, filando ad una velocità di 60 chilometri orari, favolosa per quei tempi.
Al termine della prima guerra mondiale Guglielmo Ghioldi si trasferì a Milano, per costruire con i fratelli Vaghi un'altra fabbrica di auto.
L'industria legnanese, appunto per lo spirito d'iniziativa e la tenacia dei suoi pionieri, riuscì ad imporsi velocemente agli albori del secolo XX, trasformando in breve tempo un'economia prevalentemente agricola in un'altra con un ruolo di tutto rispetto sullo scacchiere produttivo lombardo di quell'epoca eroica, in cui il progresso era basato proprio sulla disponibilità della manodopera e sull'intraprendenza di illuminati imprenditori.
 
 

28.1.12 L-11

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La sagra del carroccio
 
Nei secoli passati la battaglia combattuta nel 1176 presso la nostra città era sempre stata indicata ai posteri come segno di una importante tappa nella evoluzione della nostra antica società.
Infatti, nel 1176, per la prima volta, dopo anni di terrore barbarico, i nuovi Italiani dei comuni lombardi avevano osato contrastare ed addirittura sconfiggere un oppressore straniero. Purtroppo nel XII secolo quella scintilla di libertà si era subito spenta a causa delle numerose discordie esistenti tra i comuni lombardi e delle continue lotte tra frazioni popolari, nobili e clero.
L'antico spirito di italianità si era risvegliato nel 1800 grazie al Risorgimento ed alla creazione dell'unità d'Italia. In Legnano questo sentimento aveva portato, grazie alla spinta delle forze culturali locali, alla costruzione, nel 1876, di un primo monumento dedicato alla battaglia ricordata anche nell'inno nazionale. Le feste popolari, gli articoli di storia sui giornali, la voglia di essere cittadini, spinsero i Legnanesi a rinverdire ogni anno le glorie di questo loro fatto d'armi. Nel giugno del 1900 in occasione dell'inaugurazione del monumento alla battaglia, reso definitivo con l'opera del Butti il concorso di folla fu enorme e le ricorrenti celebrazioni del fatto d'arme divennero quasi irrinunciabili per i Legnanesi. Nel 1935 l'Italia era amministrata dal regime fascista. Tra i tanti errori, di cui possono essere accusate le gerarchie fasciste, almeno un merito deve essere loro riconosciuto, quello di avere propagandato più di tutti l'italianità agli Italiani. Lo spirito del Risorgimento, cui anelava l'uniàa di popoli vissuti fianco a fianco nemici e divisi dagli eserciti stranieri, riemerse dalla politica mussoliniana con determinazione talvolta soffocante. Le celebrazioni spontanee e popolari in ricordo della battaglia assunsero perciò un carattere di ufficialità. Naturalmente i Legnanesi obbedirono in questo caso al regime, in quanto ciò che si chiedeva loro, in nome di una politica, era quanto avevano sempre cercato di fare in proprio, ma senza troppi mezzi per finanziare le manifestazioni.
Fu cos' che il Carosello Storico con la corsa del palio acquistò, ufficialità il giorno 26 maggio 1935, sostituendo ed integrando quelle manifestazioni popolari e religiose che fino ad allora si erano tenute anche in Milano presso la basilica di S. Simpliciano, ove già dal XIV secolo l'ultima domenica di maggio si svolgeva una commemorazione con processione e feste (S. Simpliciano era stata ampliata ed arrichita dopo la battaglia, per celebrare proprio la vittoria sul Barbarossa). Le celebrazioni della Sagra proseguirono dal 1935 al 1939. La guerra fermò, necessariamente, con le sue restrizioni, anche la nostra manifestazione.
Nel 1952 risanata l'economia cittadina, grazie anche allo sforzo culturale ed aggregante compiuto dalla Famiglia Legnanese e dal Comune di Legnano, si ripresero le manifestazioni senza le etichettature politiche che prima della guerra erano state imposte.
Lo spirito degli antichi comuni lombardi viene rivissuto in Legnano con gioia profonda, è la consapevolezza di cittadini che additano alle generazioni future il valore inestimabile di possedere la propria vita, le proprie idee, la propria casa senza che altri ne dispongano.
E' questa una lezione politica che nessuno deve dimenticare, è lo stesso sentimento che accomuna nel suo 40° anniversario lo spirito partigiano del 1944 a quello dei difensori del carroccio. Questo non deve però essere inteso come atavico odio per il popolo tedesco anche se esso in entrambe le occasioni si è trovato dall'altra parte del campo di battaglia. L'amore per la libertà deve essere bene prezioso all'interno di noi e guidarci oggi come allora nelle scelte politiche di giustizia e di rispetto per il più debole.
 
Dimostrazione di questa civile determinazione espressa dalla nostra Sagra è il viaggio a Costanza compiuto nel 1984 da una rappresentanza delle contrade esponenti della città di Legnano. Viaggio che vuole non sottolineare l'antica sconfitta imposta, ma ricordare la mano tesa nel gesto di pace, artefici uomini liberi di entrambe le parti, ciascuno fiero della sua terra e del suo lavoro.
I figuranti legnanesi sono stati accolti prima con incredulità poi con calore dalla popolazione di Costanza. Si erano anch'essi resi conto del valore universale di quella visita e forse, anche solo per qualche ora, si è dissipata la inconfessata diffidenza con la quale troppo spesso in tutto il mondo, dal Nord si guarda a chi viene dal Sud, dimenticando la antica lezione di 808 anni fa.
A parte questi aspetti che investono dal punto di vista politico e morale l'atteggiamento di ognuno di noi, la Sagra del carroccio è anche un fatto sociale e socializzante per Legnano. La nostra popolazione ha da molti anni accolto ed integrato emigranti veneti e meridionali. Orbene, nella convivenza civile, tutte queste genti, ritrovatesi a fianco si identificano in una sola comunità e lavorano per la Sagra come se da sempre l'orgoglio e l'impegno dei Legnaaesi antichi li abbia pervasi.
Nei manieri, dall'ultimo arrivato dei ragazzi al capitano, ogni concittadino offre la propria opera in un volontariato assolutamente gratuito e disinteressato.
L'unica paga è la soddisfazione di concorrere alla formazione di uno spettacolo fuori dal comune. Si organizzano raccolte per pagare i costumi nuovi e affrontare le spese per i cavalli. Ci si allena per cavalcare, suonare corni trombe e tamburi. I più agili inventano giochi con le bandiere. Decine di contradaiole si dedicano al restauro, al rifacimento o alla confezione di abiti, mantelli, borsette. Artigiani con i capelli bianchi fondono else di spade e lame; costruiscono archi, lance e scudi. Vengono con cura ricercati e scelti coloro che sanno tagliare il cuoio, confezionare scarpe, sellerie, divise militari. Un fervore di lavoro che fa rivivere l'antica alacrità degli artigiani che ancora è dentro tutti noi, perchè l'epoca industriale non ha ancora cancellato le tracce della nostra antica società.
Basta solo tornare indietro di due generazioni ed il cavallo è ancora in fondo al cortile nella sua stalla ed il fabbro fa risuonare l'incudine. Un mondo misurato e più umano freme ancora nelle mani di chi costruisce per la Sagra del carroccio . E' gioia di stare insieme, di lavorare senza l'assillo del cartellino, per produrre qualche cosa che piace e farsene un vanto intimo e segreto, il giorno della sfilata.
 
Esistono si, è vero, le rivalità di contrada, ma mai si trascende alle offese o alla vera inimicizia, anche quando il carattere focoso di certi capitani suscita polemiche o altisonanti dichiarazioni di guerra contradaiola.
Anzi spesso le contrade si aiutano, scambiandosi materiali o personaggi, perchè il risultato finale sia più bello per tutti e nessuno venga umiliato. La molla che aziona tutto questo darsi da fare è il desiderio di aprirsi alle città vicine, mostrando con orgoglio di essere città antica e comunità vivace, unita e alacre; di portare un messaggio di cultura del proprio paese, di additare un messaggio di civile convivenza in quella libertà che in antico è ha richiesto tanti sacrifici. Ed è forse proprio questo aspetto del sacrificio della libertà che meglio inquadra il simbolo del carroccio, la croce di Ariberto d'Intimiano .
 
La ricompensa per la vittoria comunale è solo il vanto di custodire nella propria ,chiesa questo simbolo per un anno, mentre il capitano di contrada riceve una croce pettorale e lo stendardo della vittoria.
La croce che abbiamo in Legnano è solo una riproduzione di quella vera tutt'ora esistente in Milano Il crocefisso originale è ricavato con una lavorazione a sbalzo da una lastra di rame dorata nelle parti figurate. La sua esecuzione avvenne attorno alla metà del secolo XI. Essa era stata commissionata dall'arcivescovo di Milano Ariberto come ornamento per il proprio monumento funebre posto nel monastero di S. Dionigi. Venne poi usata dai Milanesi a ricordo del valore del loro arcivescovo, come simbolo di fede e di forza posto sul pennone del carroccio.
Il supporto ligneo attuale è stato sostituito a quello originale, che legava le lastre di rame nel secolo XIV. Una composizione molto drammatica ed espressiva con il Cristo dolente attorniato dalle figure della Vergine, di S. Giovanni, e sotto, con i piedi posti su un basamento a scacchiera, l'immagine di Ariberto.
La croce che ora i Legnanesi pongono sul carroccio fu eseguita sotto la direzione del pittore legnanese Gersam Turri nel 1935. Essa consiste in una scultura in gesso riproducente quasi alla perfezione la croce originale, ma non con la medesima grandezza. Infatti la Sovrinteadenza di allora impose che venisse: realizzata in scala più piccola per evitare; un "pericoloso" duplicato. Sopra le formelle in gesso venne riportato uno strato di rame spruzzato a caldo mediante un procedimento inventato a Legnano. Venne quindi dorata e patinata nelle parti di rame scoperte, assumendo un aspetto quasi identico a quello dell'originale.
 
 
1935 SAN DOMENICO
1936 LEGNARELLO
1937 SANT'ERASMO
1938 LA FLORA
1939 SANT'ERASMO
1940
1951 sospeso per eventi bellici
1952 LEGNARELLO
1953 LEGNARELLO
1454 LEGNARELLO
1955 non aggiudicato
1956 SAN BERNARDINO
1957 SANMARTINO
1958 SANT'ERASMO
1959 SAN BERNARDINO
1960 LA FLORA
1961 SAN BERNARDIN'O
1962 SANT'AMBROGIO
1963 SANMAGNO
1964 SANT'ERASMO
1965 LEGNARELLO
1966 LEGNARELLO
1967 SAN MARTINO
1968 SANT'AMBROGIO
1969 SANT'ERASMO
1970 SANT'ERASMO
1971 SAN MAGNO
1972 SAN DOMENICO
1973 SAN MAGNO
1974 SANT'ERASMO
1975 SANT'ERASMO
1976 SANT'ERASlLlO
1977 non aggiudicato
1978 SAN BERNARDINO
1979 SAN MAGNO
1990 SAN BERNARDINO
1981 SAN DOMENICO
1982 SAN BERNARDINO
1983 LEGNARELLO
1984 SAN DOMENICO
 
La cerimonia rievocante la vittoria delle città della Lega Lombarda su Federico I, detto il Barbarossa, il 29 maggio del 1176, si tiene generalmente alla domenica di fine maggio, ogni anno.
Le manifestazioni iniziano al mattino con un raduno in Palazzo Malinverni (Municipio) di tutti i Gran Priori, dei Capitani e delle Castellane; li accoglie il Sindaco, Supremo Magistrato della Sagra, con le autorità comunali. Essi rendono gli onori a tutte le autorità presenti ed alle rappresentanze delle municipalità appartenenti all'antica Lega Lombarda che ogni anno vengono a Legnano. Poi si forma un corteo preceduto da scorte armate in costume e dai gonfaloni. Le autorità e i rappresentanti delle contrade escono dal portone di Palazzo Malinverni e si dirigono verso il carroccio sul quale sta la croce di Ariberto, oggetto della disputa sportiva tra le contrade;
Inoltre è preparata la mensa per la celebrazione della santa Messa.
Come in antico, prima della battaglia, si ripete il giuramento di untià e fedeltà, in nome della libertà, davanti all'unico simbolo che il popolo allora riconosceva come espressione di unità nella fede e speranza per il futuro: la croce di Ariberto. L'officiante sul carroccio, celebrando la s. Messa, si rivolge ai convenuti sulla piazza, ricordando il valore bellissimo e terribile di chi andava a morte per allontanare l'oppressore dalla propria terra - casa - famiglia, di chi, a costo della propria vita si ribellava ad una situazione di barbara malversazlone, per tentare di rivedere la luce della libertà. Al termine si dà il via ad un volo di colombi che ricordano quelli descritti da Galvano Fiamma (storico antico molto fantasioso del 1320). Essi, partiti dalle tombe dei Santi Sisinio, Martirio ed Alessandro, il 29 maggio 1176, si diressero a Legnano, per posarsi sull'antenna del carroccio, prima che iniziasse la battaglia; erano le anime dei santi arcivescovi che fino ad allora avevano difeso queste sventurate terre. Oggi, dalla direzione che prenderanno i colombi i Legnanesi, con un sorilso sulle labbra ed un tremito nel cuore, cercheranno di capire verso quale contrada si dirigerà l'onore della vittoria.
Si passa quindi alla benedizione dei cavalli che dovranno cimentarsi nella gara ippica. Solitamente al mattino vengono presentati animali d'allenamento e non i veri puledri che animano la corsa; infatti questi ultimi sono troppo nervosi e preziosi, per essere esposti alla folla della piazza e potrebbero azzopparsi nel camminare sul lastricato antistante l'antica basilica di S. Magno, dove si svolge la cerimonia, essendo ferrati per correre sul prato e non su un fondo granito .
Interessante è ricordare come la basilica di S. Magno sorge sul luogo ove la primitiva chiesa di S. Salvatore e S. Magno, affiancata dai palazzi della braida arcivescovile, vide, nel 1176, i preparativi della battaglia e la mole dell'antico carroccio con la croce di Ariberto d'Intimiano, conservata a Milano nel Duomo .
Al termine della cerimonia, sono investiti anche i nuovi capitani con l'imposizione della spada sulla spalla, nonchè vengono benedetti i gonfaloni delle contrade nnnovati durante l'anno.
La manifestazione riprende nel pomeriggio. In tutt la Legnano inizia il lento confluire dei cortei formati dalle contrade, in assetto di parata, che, uscendo, ciascuno dal suo maniero, convergono verso il centro città, per unirsi in un unico festante corteo composto da più di 1200 personaggi.
Alle spalle dell'antica basilica, in centro, a Legnano, si forma, per ondate successive, la sfilata che attraversa tutta la città tra decine di migliaia di spettatori appostati lungo le strade transennate.
All'interno dello stadio passeranno in rivista gonfaloni delle città della Lega ospiti in Legnano, quelli delle associazioni legnanesi e del Comune.
Quindi, a passo ritmato dal rullio dei tamburi, faranno la comparsa le contrade in ordine alfabetico, ultima tra di esse quella che ha riportato la vittoria nell'ultimo palio disputato. Ogni contrada, seguita dal commento dello "speaker" ufficiale, compie un giro del campo in formazione cosi composta: giovinetti con festoni, tamburini sbandieratori, araldi con i gagliardetti delle vittorie conseguite nelle passate edizioni, bande e musica, gonfaloni, "jak" del capitano, corteo di dame e cavalieri che scortano il capitano e la castellana, stuolo di armati. Ogni complesso di contrada conta da 100 a 130 componenti, di cui circa 40 a cavallo. Essi si differenziano sia per giochi di abilità presentati, tamburini, giullari, complessi bandistici, giocolieri, animali, sia per i colori e gli splendidi costumi. Sfilata l'ultima contrada avanza, il complesso degli armati che difesero il carroccio, quell'antico giorno fatale. Sono impersonati dai militari di leva della caserma generale Cadorna, della brigata Legnano. La loro solenne scorta avanza a passo misurato, seguita dalle bianche coppie di buoi che trainano il pesante carro, restituzione di quello antico. Sul carroccio, appesa all'alto del pennone, si erge la croce di Ariberto che le contrade si disputeranno per l'onore di poterla ospitare, durante l'anno, nella chiesa della contrada.
L'altare del carro ricorda come allora fosse la forza della Chiesa ad unire quei cuori; le trombe e il capitano d'armi ricordano come terribile fosse l'ora e grande il massacro.
Seguono l'imponente carro le truppe dei cavalieri della cosidetta "Compagnia della Morte" coloro che avevano giurato di non tornare vivi se non vincitori.
Li precede la figura di Alberto da Giussano. Questo personaggio, uscito più dalla leggenda che dalla storia è stato immortalato nel monumento della omonima piazza di Legnano dallo scultore Butti con forme plastiche e possenti.
Il comandante della compagnia della morte quando tutte le contrade si sono radunate al centro dello stadio attorno al carroccio guida i suoi cavalieri in una suggestiva carica, lungo l'anello della pista ippica. Al centro del campo intanto tutte le castellane ed i capitani scesi da cavallo ed affiancati ciascuno dal proprio stendardo si dispongono ad ala per rendere gli onori al carroccio.
E' il momento pi@i suggestivo della manifestazione. Il pubblico in piedi tace. Si odono i tamburi che ci riportano echi lontani di paura e felicità per la libertà conquistata.
Le 1200 comparse lasciano quindi il campo ed i capitani e le castellane si dirigono al palco delle autorità, per porgere il loro saluto.
Si apre a questo punto la gara ippica. Le contrade si affrontano a gruppi di quattro in due semifinali ed in una finale che prevedono rispettivamente quattro e cinque giri del campo ciascuna.
I fantini ingaggiati sono veri professionisti dei veri palii che si corrono in Italia (Siena, Arezzo, ecc.) montano a pelo libero e sono dotati di un nerbo di bue, con il quale possono anche disturbare l'avversario. L'anello del campo in genere risulta fatale a molti purosangue che non riescono a seguire le curve strette e quindi sbandano o addirittura cadono.
Il cavallo quando è privo del cavaliere caduto può anche vincere da solo, proseguendo la sua corsa. Terminata la finale, viene dichiarato il vincitore e consegnata al capitano la croce. In un tripudio di contradaioli soddisfatti, i vincitori si scatenano per il campo e le strade di Legnano, chiassosamente vantando la vittoria, con gli immancabili sfotto per i vinti.
L'assegnazione definitiva della Croce di Ariberto ai vincitori avviene circa 15 giorni dopo la gara ippica, con una cerimonia che prende il nome di "traslazione della croce". Durante questo rito, la contrada vincente, al completo si recherà nella basilica di San Magno a prendere in consegna il sacro simbolo, per poi tenerlo esposto al pubblico nella propria chiesa di contrada.
 
 
Alcuni cenni vanno doverosamente anche al carroccio che, come carro non rappresenta un fatto folcloristico, ma le cui origini sono legate agli avvenimenti storici. Di questo grande oggetto, simbolo di una passata fiamma di indipendenza, ma anche simbolo dei tormenti passati dalle nostre antiche "contrade" si sono spesso fatti tentativi di ricostruzione iconografica, ma essendo molte e troppo spesso solo di fantasia le descrizioni che i nostri antenati ci hanno lasciato, vorrei in questa sede dare alcuni brevi cenni su quelle che risultano essere le citazioni più antiche (e quindi più attendibili perchè vicine alle fonti) che ci sono pervenute. Anzitutto bisognerà ricordare che il carro sacro di battaglia è una tradizione non solo milanese, ma di tutti i grandi centri politico-militari dell'Alto Medioevo in Italia Settentrionale .
Il suo uso era diffuso in pianura; infatti questi grandi e pesanti carri non ancora muniti di freni non potevano permettersi eccessive pendenze sul percorso. Dagli annali storici della Lombardia, fra le altre, emergono le descrizioni relative a carri di cinque città, in cui si ricorreva all'uso di questo simbolo sacro. Esse sono: Brescia, Cremona, Milano, Padova, Vercelli.
In tutte e cinque le descrizioni si concorda su questi fatti: il carro è di mole fuori dal comune; perciò, occorrono da tre a quattro paia di buoi per trainarlo. Esso è alto tanto da permettere ad un capitano d'armi di controllare la battaglia e porta un pennone al centro che issa una croce. (Non viene però, descritta sul carroccio di Padova). Sopra la croce è posta una campana, il cui suono quasi sacrale deve scandire la battaglia e la marcia. Ogni campana ha un suo nome proprio. Per Padova "Berta" (dal nome della moglie di Corrado IV), per Cremona "Nola" e per Milano "Martinella". Sempre appesi al pennone sono drappi di tessuto prezioso, che ricordano i colori della città di appartenenza, mentre sulle fiancate vengono posti scudi con le insegne della città.
Ai piedi del pennone si trova un altare, sul quale si celebra la Messa prima e dopo la battaglia.
Nella teca del carro (sorta di ripostiglio ricavato nella parte sotto il pianale, all'altezza della ruote posteriori) si ripongono i medicamenti e le bende per i feriti e la cassa dell'esercito. Il timone talvolta disegnato lunghissimo sembrerebbe essere fisso (senza le ruote sterzanti); tuttavia nei resti del carroccio di Cremona, peraltro di dimensioni piuttosto piccole come carro, conservati al museo della città, la paratia anteriore presenta il foro del perno per sterzare. Tutti questi carri sacri, più o meno adorni di panni e ori, venivano custoditi nel Duomo della città e quando andarono in disuso nelle stesse chiese fu conservata la campana, la croce od il timone.
Le città erano use rubarsi alla fine della battaglia questo simbolo, e chi ne restava senza, non si dava pace fino a che non riusciva a riconquistarlo con un combattimento o un trattato di pace. Non era ammesso ricostruirlo, perchè era considerato un disonore .
Le riproduzioni documentano tutte, con un po' di fantasia antica, i vari carrocci. Sono comunque tutte tarde come epoche (dal 1400 in poi), tranne quella del carroccio di Milano, riproposta da Gaetano Speluzzi (1876) che dice di averla copiata da una pergamena vercellese in possesso del lord inglese Edward Enghin. Purtroppo la figura non corrisponde alle descrizioni originali dei coevi del Carroccio . Infatti gli armati che vi appaiono, hanno corazze della fine del 1300 e quindi la datano di molto posteriore al XII secolo.
Lo stesso Annoni, nel suo studio Monumenti, dice di non aver potuto vedere l'originale nè alcuno finora è riuscito a rintracciare notizia del lord o della pergamena stessa. In ogni caso l'Annoni produce uno studio approfondito dell'argomento e chiarisce come questo carro, alto otto piedi (piede pavese = 37 cm. circa largo sei e lungo dodici) era considerato la sede di emanazione del comando , ed ogni sua sortita dal Duomo S. Tecla dalla Città di Milano era decretata dal Consiglio Comunale.
Esso fungeva anche da tribunale. Da un'antenna scendeva un grande panno tenuto aperto da molte code, tese da uomini che si trovavano ai lati, quando veniva tenuto il Consiglio di guerra o si facevano sessioni di tribunale.
L'uso del baldacchino o velario è riprodotto nel quadro di Piero Nanin: la "Pace di Paquara" dove i Carrocci di Verona, Mantova, Vicenza, Brescia, Treviso e Padova appaiono nella loro funzione di sedi di consiglio per la pace. La scena è proposta in chiave romantica; tuttavia unitamente alla figura del carroccio padovano del Campi, si evidenziano i baldaccbini a protezione dell'altare sul carro.
 
I lati del carroccio erano ornati dagli stemmi delle sei porte di Milano coi loro colori (Porta Vercellina - Porta Nuova - Porta Romana - Porta Ticinese - Porta Orientale - Porta Camasina). Su di esso troneggiava la croce del vescovo Ariberto d'Intimiano.
Lo stesso Ariberto aveva messo in uso questo carro, usufruendo di uno grande e ferrato di origine longobarda (forse un carro militare, come ci mostra il Fumagalli, nel 1778). L'altare guarnito portava le figure dei santi Simpliciano, Ambrogio, Gervaso e Protasio. La Martinella era elemento tattico dell'organizzazione guerresca, perchè richiamava i combattenti ai comandi del capitano d'armi, quale era il Mettefogo segnalato da Cantil, nelle sue Storie di Milano.
Inoltre il pennone con il gonfalone era ben visibile ai combattenti sparpagliati e, sopra il pennone una sfera dorata, rifletteva i raggi del sole, distinguendosi da lontano.
Attorno ad esso vi era un'apposita guardia nominata Compagnia dei Gaiardi (sempre secondo la teoria del Cantil); l'altare era sopraelevato con un gradino, per essere più visibile e su di esso c'erano due candelabri dorati.
Il giorno della battaglia, sul carro non fu presente l'Arcivescovo di Milano, in quanto era morto il giorno di Pasqua (anno 1176). In sua vece celebrava la Messa un vicario. Dopo gli anni della battaglia di Legnano, il carroccio fu posto in San Simpliciano, antico complesso ampliato in onore alla vittoria sul Barbarossa; fu poi usato in altre battaglie specie contro i Cremonesi che, anche se presenti al giuramento di Pontida, spesso parteggiarono con l'Impero e contro Milano. La sua collocazione nella chiesa ci rivela anche le dimensioni; infatti doveva poter passare dal portale e con il pennone attraversare le porte stesse di Milano.
Verso la fine del 1300, con il sopraggiungere di nuove tecniche di guerra, il suo uso quasi sacrale scomparve ed il triste destino dei carrocci viene ben espresso dalle parole del Rolandino che nella sua Storia dei fatti occorsi nella marca trevigiana, riferendosi al carroccio padovano, afferma ...avvenne in quei giorni (1250) che vidi il Carroccio di Padova, che non conoscevo, imputridito e deforme, nonchè fracassato, lasciato come un inutile arnese in una specie di pozzanghera. Guardando in quel rimasuglio gli oggetti, riconobbi come delle ruote coi loro raggi ed altri avanzi, ed il timone, e da tutto compresi che si trattava di un carro di straordinaria grandezza come dicevano, che due buoi non potessero condurlo. . . " Lo stesso destino subì il carroccio di Milano con i suoi altri numerosi simili.
 
Ultimamente anche quello moderno, che si usa ora in Legnano per la sfilata ha subito gli insulti del tempo. Se ne sta già curando la ricostruzione.
 
 
Esso sarà completo di stemmi, di scolpiture in legno e soprattutto sarà simile agli antichi carri della pianura lombarda, che ancora possiamo ammirare nei musei delle nostre civiltà agricole
 
Nel 1934 i promotori del carosello storico dovettero affrontare il problema di regolamentare la manifestazione. Per prima cosa fu steso uno statuto nel quale tutta l'organizzazione era definita con compiti e regole di comportamento. Si individuava un Consiglio, l'assemblea dei capitani delle contrade, ed il Magistrato composto da due membri: Segretario del fascio (certo non poteva mancare) ed il Sindaco. Veniva divisa la città in dieci contrade (S. Magno, S. Domenico, S. Ambrogio, S. Martino, S. Erasmo, Ponzella , Mazzafame, S. Bernardino, Del Mina, Flora, Legnarello). Queste corrispondevano a dieci quartieri antichi del borgo, individuati con i nomi della chiesa principale di ognuno di essi o dal nome proprioO della zona. Ogni contrada aveva un reggente definito capitano, un tesoriere e tre consiglieri. Lo statuto proseguiva, definendo le mansioni economiche e le cerimonie da tenersi. Alla ripresa de11a manifestazione, dopo la guerra, lo statuto fu rivisto completamente e sfrondato di tutte le corbellerie e ridondanze inserite dai politici, nel 1935. Oggi, la Sagra viene retta dal Supremo Magistrato (sindaco) , dal "Collegio dei Capitani e delle Contrade" nella persona del Gran Maestro e dal Presidente della Famiglia Legnanese .
Le contrade stesse furono diminuite da dieci ad otto. Scomparvero le contrade del Mina (cascina dell'Olmina, ma il cui vero nome il "ul Mina" cioè il proprietario), della ponzella e Mazzafame, altri due antichissimi quartieri di Legnano troppo poco abitati nel 1952, per poter sovvenzionare una sfilata propria. Furono anche create leggende attorno ai nomi delle contrade e definiti gli stemmi di ogni quartiere con i colori araldici. Di questo compito si incaricò, il poeta legnanese scomparso Guido Piero Conti .
Egli, in un misto di storia e fantasia, costruì per ogni contrada un racconto. Sono favole ingenue, che tal volta ben si adattavano alla storia di Legnano, ai suoi monumenti, al carattere dei contradaioli, alle miste misteriose gallerie antiche scoperte nel sottosuolo, ai tesori nascosti dall'arcivescovo Leone da Perego ed a tanti altri episodi realmente accaduti nel corso della storia cittadina. In queste ingenue leggende inoltre ci fornisce una spiegazione delle simbologie degli stemmi di contrada.
Il Collegio dei capitani detto "Cenobio" è ubicato in un'antica casa legnanese, in via Giulini. Qui si tengono le riunioni del direttivo del Collegio e vengono prese le decisioni inerenti le attività della Sagra. All'interno delle contrade esiste un secondo organo programmatore della manifestazione. Esso prende il nome di Comitato Sagra. Ne fanno parte i Magistrati ed i membri del direttivo nonchè gli esponenti delle contrade, del Comune e della Famiglia Legnanese. Lo dirige il Presidente Sagra che e, assieme al Gran Maestro, il responsabile della gestione economica, funzionale e culturale della manifestazione.
 
Esiste poi nell'antico cortile del palazzo di Leone da Perego una segreteria che si occupa di corredare le molteplici attività e provvedere alla esecuzione delle varie programmazioni nonchè di intrattenere le pubbliche relazioni con autorità o enti italiani.
Ciascuna contrada ha una sua sede detta maniero, nella quale essa tiene i suoi consigli, promuove attività di cultura, prepara i lavori ed i costumi per la sfilata e conserva il materiale già approntato, organizza i futuri spettacoli, pianifica la parte sportiva della manisfestazione cioè l'acquisizione e l'allenamento talvolta segreto dei cavalli. La contrada viene retta dal capitano, dalla castellana e da un Gran Priore, i quali lavorano assieme al consiglio di contrada.
Tutto questo enorme lavoro di preparazione e controllo della manifestazione avviene per scelta spontanea, e gratuitamente ciascun operatore presta il contributo per la città. Questo fatto è di assoluta importanza in quanto, oltre a rappresentare una dimostrazbone di grande apertura sociale, prova di come in Legnano sia profondamente sentita la rievocazione della battaglia.
 
Un settore molto delicato a proposito del quale conviene spendere qualche parola per farlo meglio conscere a chi non è addetto ai lavori di contrada è quello della creazione dei costumi.
Fin dal lontano 1934, anno nel quale si è tenuta la prima celebrazione ufficiale della Sagra, il grosso assillo degli organizzatori è sempre stato quello del reperire un alto numero di oggetti, armi e vestiti che rispecchiassero un'epoca cosi lontana e relativamente povera rispetto ad altre, di documenti inerenti il vestire. Grazie al paziente lavoro dei pittori Gersam Turri e Mosl, Turri figlio, legnanesi da sempre e cultori dell'arte cittadina, piano piano, nel corso degli anni, si è costituito un importante complesso di costumi armi e arredi che ogni contrada gelosamente custodisce e tramanda nel tempo, per le generazioni future .
Ogni anno si completa, si restaura si aggiunge qualcosa di nuovo e di più bello. Rispetto alle prime edizioni, nelle quali spesso si ricorreva al noleggio di costumi del teatro alla Scala di Milano, confezionati per l'opera Verdiana La Battaglia di Legnano, si è fatta molta strada. Anzitutto le contrade ora sono autonome, disponendo di un patrimonio proprio; secondariamente il livello di finizione e storicità dei costumi ricreati è di gran lunga superiore a quanto potevasi trovare nelle sartorie teatrali.
Esiste infatti una grande differenza tra i costumi craati per il romanticismo verdiano con uno stile più rinascimentale che romanico e quelli storicamente ricostruiti a Legnano.
I curatori delle contrade si sono infatti rigorosamente impegnati a confezionare abiti, ricami e corredi, seguendo tutte indicazioni rintracciabili su documenti, affreschi, mosaici, miniature, statue, stoffe e abiti antichi conservati nei più importanti musei europei .
La moda di allora era molto meno volubile e differenziata rispetto a quella d'oggi. Qualche variazione constatare dopo periodi di circa 50 anni.
L'estrema difficoltà di reperire solo documenti relativi al decennio 1170, si è stabilito di abbracciare un cinquantennio prima ed uno dopo rispetto all'epoca di Barbarossa, sia per rendere più vari i tagli degli abiti o le armature, sia per semplificare maggiormente il lavoro dei creatori. La fonte maggiore di informazioni ci viene dallo scultore Benedetto degli Antelami. Coevo alla battaglia, questo architetto ha riempito l'alta Italia ed anche la Francia di sculture bellissime che sono la base su cui vengono impostati i modelli dei vestiti. Altre notizie ci vengono da oggetti, tessuti, armi conservate nei musei Vaticani nel Duomo di Milano, nel museo di Palermo, nei musei tedeschi e francesi, in particolare nel museo dei tessuti, a Lione.
Alcuni mantelli poi sono la copia fedele di quelli antichi da parata appartenuti a principi ed imperatori. Alcuni obiettano che l'epoca che i Legnanesi vogliono ricostruire era molto povera per Legnano e quindi la sfilata troppo ricca e non corrispondente ad una verità storica. Senza dubbio questo discorso vale per la Legnano antica del 1176. Abbiamo visto che era una località anche con caratteristiche militari e quindi non poteva essere centro di lussi.
Tuttavia il corteo non rappresenta solo i Legnanesi, che allora erano anche ridotti (forse 1400 circa in tutto), ma si rifà al complesso di cavalieri che qui uniti in un esercito provenivano, Milano in testa, dalle più ricche città dell'alta Italia. Inoltre se Legnano era povera, non lo era poi molto la società di allora. Ne sono testimonianza le oreficerie, le miniature, i monumenti che ci sono rimasti. Ve ne sono pochi solo perchè nell'epoca rinascimentale moltissime cose furono distrutte per rifarle con temi più moderni.
Per poter dare poi un inquadramento storico alle contrade vi è una serie di appunti sui costumi redatta come promemoria alle contrade dal prof. Mosè Turri. Esso svela un mondo che è stato nostro e che nei suoi temi antichi ha ancora qualche cosa di attuale nella moda d'oggi e nel nostro costume di vita.
Riporta modelli schematici e cita le fonti, cui attingere i particolari. Questo brogliaccio orientativo è in possesso alle contrade che, grazie anche a questa guida, possono meglio caratterizzare il proprio lavoro.
 
 

28.1.13 Dall'Ottocento al ventesimo secolo

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Dall'Ottocento al ventesimo secolo
 
La prima fase dell'industrializzazione di Legnano si può collocare in un arco di tempo corrispondente all'incirca al periodo compreso tra il 1820 e il 1880: il fatto che il borgo vantasse tradizioni di artigianato e di manifattura domestica ebbe un peso particolare per la localizzazione dell'industria tessile, in un certo modo predisposta dalle forme pre-industriali di lavorazione casalinga della seta e del cotone , di cui abbiamo già fatto cenno. Questa prima fase seguì quindi il modello di distribuzione industriale tendente all'installazione di industrie leggere in zone di concentrazione di popolazione, dove preesistevano attività artigianali e manifatturiere fondate su un'organizzazione produttiva di tipo precapitalistico, basata sullo sfruttamento di una manodopera poco qualificata, quale quella femminile e minorile. D'altra parte il processo di meccanizzazione ed ammodernamento tecnologico avvenuto in queste industrie, specie dopo la metà del secolo si può considerare la causa primaria della nascita di un'industria meccanica, che caratterizzò la seconda fase della rivoluzione industriale del borgo.
Le filature sorte a Legnano, per le loro caratteristiche, potevano collocarsi a pieno diritto tra le principali indwstrie cotoniere lombarde, e tra di esse la più rappresentativa per organizzazione e tecnologia era la Cantoni, come risulta da un documento del 1876, conservato presso l'Archivio Comunale di Legnano, che riassume alcuni dati significativi sugli stabilimenti tessili del borgo e che si può, comparare ai dati emergenti dall'inchiesta industriale del 1870-74.
Tra le industrie tessili legnanesi solo la Cantoni univa la filatura alla tessitura, comprendendo anche un notevole numero di telai meccanici, vantando inoltre, unitamente al Cotonificio di Eraldo Krumm, il maggior numero di cavalli vapore, quando appunto una massiccia integrazione della forza idraulica con quella a vapore era una necessità sempre sentita, soprattutto per annullare gli effetti negativi della interruzione del ciclo produttivo e della ridotta utilizzazione degli impianti.
L'introduzione della macchina a vapore e quella del telaio meccanico (o più in generale di macchine più grandi, più potenti e perfette per la tessitura) si condizionavano strettamente a vicenda: le macchine, però, comportavano la necessità di disporre di una bene organizzata attrezzatura tecnica per manutenzione e rapidità nelle riparazioni.
Ancora una volta in questo campo il precursore fu il Cantoni, che, entrato in partecipazione nelle officine di Luigi Krumm, costituì nel 1874 la Cantoni-Krumm, organizzandola appunto per la costruzione e la riparazione di macchinari tessili; successivamente, ad essi aggiunse una produzione pi ampia nel campo meccanico in genere. Nel 1876 Eugenio Cantoni assunse l'ing. Franco Tosi, allora ventiseienne, appena rientrato da un periodo di tirocinio presso la Società Decker di Kanustadt in Germania, quale direttore della sua azienda. Questi divenne socio, nel 1882, allorchè nacque la Franco Tosi & C. società è in accomandita semplice, che aveva Tosi quale gerente e Cantoni socio accomandatario.
Con le Officine Tosi, Legnano si avviò, ad acquistare una nuova fisionomia, distinguendosi ulteriormente da Busto Arsizio e Gallarate, divenendo il centro di progettazione e costruzione di un'industria meccanica che consentirà più agevoli sviluppi anche nell'industria tessile tradizionale e darà vita a sua volta a molti altri complessi industriali. Il primo esemplare di macchina a vapore, costruito dalle officine della futura Tosi fu destinato al Cotonificio Cantoni di Castellanza. L'azienda aveva infatti creato una sezione specializzata nella costruzione di motrici a vapore da 40-50 HP.
E' utile ricordare che questi anni di pieno sviluppo industriale furono anni di crisi per l'agricoltura, come risulta da alcuni documenti conservati presso l'Archivio Comunale di Legnano: nel 1880 il Sindaco comunicava alla Sotto-prefettura: Data la siccità tutti i contadini ebbero uno scarsissimo ed insufficiente raccolto di granturco che è quasi l'unica loro risorsa, talchè i più fortunati si calcola che possono avere il vitto per circa tre mesi. (Arch. com. Legnano, c. 194 f. 107/13).
Molti altri contadini trovarono quindi lavoro nelle fabbriche e spesso abbandonarono l'agricoltura, che non costituiva più un grosso cespite di ricchezza. In una lettera al sindaco di Nerviano, che aveva proposto l'attuazione di una linea tranviaria sulla strada del Sempione, il sindaco Dell'Acqua interpretava la nuova situazione del Comune, rispondendo positivamente alla proposta che avrebbe portato vantaggi a Legnano, "poichè concludeva -- la natura di questo borgo è eminentemente industriale e commerciale". (Arch. com. Legnano, c. 174 f. 171/11).
Particolarmente degna di nota a questo proposito fu l'attivazione della strada ferrata infrastruttura di primaria importanza per l'insedianento industriale, sollecitata tra l'altro dal ceto dirigente locale, consapevole dell'importanza economica che il comune andava acquistando. Nel periodo 1885-1915, infatti, siamo di fronte ad una completa trasformazione industriale dell'antico borgo: nel campo dell'industria meccanica, sorta come complementare di quella tessile, si assiste ad un proliferare di piccoli stabilimenti ed officine, intorno alla Franco Tosi, colosso del settore, mentre i complessi tessili, tra cui emerge il Cotonificio Cantoni, portano a compimento il processo di ristrutturazione con la completa meccanizzazione degli impianti.
Nel 1866 si trasferirono a Legnano le Officine F.lli Bombaglio, che erano sorte a Marnate intorno al 1840 come laboratorio per la costruzione e la riparazione dei mulini. A Legnano divennero una delle principali ditte produttrici di turbine idrauliche, trasmissioni, impianti di oleifici, macchine per la lavorazione del legno, pompe centrifughe e presse idrauliche; nel 1913 l'officina con la relativa fonderia si estendeva sopra un'area di mq. 24.000 di cui 7.000 coperti. Da cinque anni Andrea Pensotti, capo reparto della Tosi, si era messo in proprio  con una fonderia, a cui aggiunse poi un'officina meccanica situata nei pressi della ferrovia. Lo stabilimento, che si trasferà poi nel quartiere sorto a nord-ovest di Legnano, specializzandosi nella produzione di caldaie esportate in tutto il mondo, divenne il quarto complesso legnanese in ordine d'importanza.
Da un lato si verificò a Legnano un processo di addensamento industriale, tipico del periodo della rivoluzione industriale, per cui le strutture territoriali caratterizzate da una forte concentrazione di capitali e di uomini assunsero la funzione di centro di attrazione dei fattori produttivi. Dall'altro, però, uno degli aspetti dello sviluppo industriale dell'antico borgo fu proprio il sorgere, specialmente nel campo della fonderia e della meccanica, di piccole industrie a carattere complementare dovute spesso all'iniziativa di ex-dipendenti delle grandi aziende, divenuti a loro volta imprenditori.
Sembra utile a questo punto riportare un prospetto statistico delle imprese legnanesi nel 1890, da cui si rileva anche la nascita di nuove tessiture di cotone, quali la Carlo Gadda, la Dell'Acqua & C., con sede principale a Busto Arsizio, e la costituzione di una Società del Gas, che aveva effettivamente cominciato il suo servizio nel 1880 (Arch. com. Legnano, c. 240 f. 266/16).
Con l'adozione di meccanismi che richiedevano prestazioni molto semplici di controllo e manutenzione, il grado di sviluppo raggiunto nel settore tessile favori l'impiego massiccio di manodopera femminile e minorile, come risulta dalla statistica riportata.
 
                Impresa                                                Totale            F/motrice
                                      +15 anni            --15 anni
 
 
                                           M                F        M        F
 
   Cantoni: filatura tessile             356      342       8       80       786      60 C. idr. 203 HP
   Aspes: saponificio                      2                                   2
   Banfi: tessitura cotone                29      389               60       478                 400 HP
   Landini: conciatura pelli               6                                   6
.  Cittera: falegname                                       3                  3
   Monti: conciatura pelli                12                                  12                  10 HP
   Gadda: tessitura meccanica              4       15                3        22                  45 HP
   Dell'Acqua: conciatura pelli            9                                   9
   Dell'Acqua: tessitura cotone           20      166               36       222                  60 HP
   G. Bernocchi: tintoria                 57                2                 59                  60 HP
   R. Bernocchi: tintoria                 33        1       2        1        37                 30 HP
   R. Borghi: filatura cotone             68      100       4       15      1 87       50c. IDR. 150 HP
   R. Butti: filatura cotone              74       61      30       21      1 86
   Bombaglio: officine meccaniche          6                7                 13                  10 HP
   Scossiroli: fabbrica stufe              8                4                 12
   Società del gas                         7                                   7
   Thomas: filatura cotone                42       69       8        33      150
   Ronchetti: filatura seta                4      120                54      178                   4 HP
   A. Pensotti: fonderia                                   14                 33                   3 HP
   Dell'Acqua & C.: tessitura cotone      10      159       3        34      206                  12 HP
   Inhoff: filatura seta                   5      176                78      259                  8 HP
   Dell'Acqua: tintoria                   64        7       3         2       76                  80 HP
   Kramer: filatura seta                  11      316       1       124      453         2c. IDR. 53 HP
   Dell'Acqua: laterizi                   30                                  30
   Panighini: tessitura cotone            10                                  10
   F. Tosi                               591               16                605          non precisato
 
L'esame di qualche dato aziendale mette in evidenza come questo fenomeno fosse piuttosto elevato soprattutto in mansioni sussidiarie, mentre agli uomini veniva riservata l'assistenza tecnica più qualificata; la manodopera maschile era impiegata per la maggior parte nelle neonate officine di meccanica.
All'inizio degli anni Ottanta si verificarono nelle industrie legnanesi i primi scioperi e sorsero anche alcune società operaie: questo fenomeno si inserisce nel quadro più vasto di agitazioni, che preludevano al sorgere di un movimento operaio in tutta la zona industrializzata settentrionale negli anni 1880-1890.
E' del 1878 la prima inchiesta sugli scioperi, che rompevano una tradizione di rapporti di "cooperazione" tra padroni ed operai, tradottasi nella formazione di enti assistenziali, spesso con fili moralistici: la complessità dei rapporti di classe che si veniva instaurando con la diffusione della rivoluzione industriale era un sintomo del carattere capitalistico che andava assumendo l'industria legnanese.
 
 
 
Negli ultimi anni del XIX secolo i riflessi delle lotte tra la borghesia e la classe operaia si ebbero anche nell'Altomilanese. In una zona in cui l'industria era in piena espansione, si inserirono, accanto alle lotte sindacali, le lotte politiche alimentate dai socialisti e dai radicali che si opponevano ai conservatori e ai moderati, facenti capo al comasco Paolo Carcano, ex garibaldino, che aveva preso parte attiva alle campagne del 1860, del 1866 e dell'anno successivo.
La formazione del Governo guidato dal marchese Antonio di Rudini e i suoi prlml provvedimenti antidemocratici (scioglimento delle organizzazioni operaie, domicilio coatto per i sovversivi, tentativi di adozione del voto plurimo per i ricchi e repressioni con le armi contro i lavoratori che chiedevano pane alimentarono ondate di proteste anche a Milano e provincia. Nel maggio 1898, quando di Rudini ordinò, l'uso del cannone a mitraglia contro gli operai e i popolani milanesi, durante una sommossa, e si ebbero 200 vittime, tutti i settori industriali del Legnanese furono sconvolti da scioperi e agitazioni contro i metodi sangumosi e repressivi del generale Fiorenzo Bava Beccaris, incaricato dell'ordine pubblico a Milano. Seguì, il 7 maggio 1898, la proclamazione dello stato d'assedio a Milano e provincia.
A Legnano furono eseguite perquisizioni con l'arresto di alcuni esponenti socialisti, ma fortunatamente non accaddero fatti luttuosi. Tutte le fabbriche dell'Altomilanese erano da alcuni anni in crisi per la grave recessione economica, che investiva l'intera penisola, e la situazione si mantenne fluida e critica fino ai primi anni del Novecento.
In questo tormentato periodo si registrano due altri episodi significativi per la storia di Legnano.
Il 29 giugno 1900 fu inaugurato il monumento, dello scultore Butti, celebrativo della battaglia di Legnano con la statua del guerriero divenuto poi l'emblema della città. Il monumento, oltre che da Garibaldi, era stato auspicato da Felice Cavallotti, uomo politico repubblicano, giornalista e scrittore, che a Legnano contava molti seguaci ed amici.
Quando, nel 1898, nel clima infuocato delle sommosse popolari, Cavallotti fu ucciso, battendosi in duello, da un altro giornalista, Ferruccio Macola, suo avversario politico, a Legnano si costituì un comitato e fu aperta una sottoscrizione popolare per onorarne la memoria, con una lapide commemorativa e con un busto dello scrittore. Tale lapide venne collocata ed inaugurata il 10 luglio 1904 in piazza San Magno, di fianco al Municipio, allora denominata piazza Umberto I°, in memoria del re assassinato a Monza da un anarchico, un mese dopo l'inaugurazione del monumento alla battaglia di Legnano.
Sempre in tema di inauguravoni, ricordiamo in questo periodo, ed esattamente il 28 novembre 1909, quella del nuovo palazzo degli uffici comunali, opera dell'architetto Aristide Malinverni, più tardi completato con un'ulteriore ala.
Nei primi anni del secolo nuovi stabilimenti entrarono a far parte del panorama industriale legnanese, come si può riscontrare dai dati raccolti presso l'Archivio comunale di Legnano: tra gli opifici censiti erano degni di nota la Società in accomandita per azioni F. Vignati & C. (tessitura cotone), la Manifattura di Legnano, fondata nel 1903 dai fratelli Banfi, insieme ad un altro imprenditore legnanese e che contava già 903 dipendenti nel 1908, la Società in accomandita per azioni E. Mottana & C. per l'industria del candeggio, tintoria e mercerizzazione dei tessuti di cotone, che aveva rilevato lo stabilimento fondato molti anni prima alla "Gabinella" da Giuseppe Bernocchi, mentre tra le officine meccaniche si distinguevano la Wolsit e la FIAL dei fratelli Ghioldi, due aziende impiantate allo scopo di costruire automobili, motori per autoriparazioni e addirittura aeroplani. Non si possono infine dimenticare le Elettrochimiche Rossi (fondate nel 1907), uniche in Europa a produrre l'acido nitrico dall'azoto atmosferico a tutte le concentrazioni, fino alle più alte, per l'industria degli esplosivi.
 
 
 
Nel 1911 ricaviamo una panoramica generale dell'industria legnanese dal I° censimento industriale i cui dati riassuntivi erano i seguenti: Industrie aventi fino a 10 operai a n° 161 con un total)e di 574 operai, industrie aventi da 10 a 25 operai n. 14 con un totale di 223 operai, industrie aventi più di 25 operai n. 35 con un totale di 9369 operai. Si raggiungeva quindi un totale di 210 industrie con un complesso di 10. 165 operai, esclusi gli artigiani e coloro che esercitavano le cosiddette industrie casalinghe.
L'industria del cotone impiegava 150.500 fusi e 6.397 telai meccanici. Tutte le industrie, complessivamente, impiegavano quale forza motrice il vapore per 850 HP e l'energia elettrica per Kw/anno 17.700 circa, oltre ad un modesto sfruttamento delle acque dell'Olona, degradato a funzione di collettore per gli scarichi dei residui di lavorazione. Erano allora in attività 15 motori azionati con forza idraulica e 9 macchine a vapore; i motori elettrici, statisticamente rilevabili, erano 500. Prevaleva nettamente l'industria tessile, che, pur contando appena 32 aziende, occupava da sola 6.750 operai, in media 210 per azienda, rivelando la sua struttura in grossi opifici, dai quali dipendevano anche le miriadi di telai in case private. A sua volta l'industria meccanica aveva acquistato una notevole consistenza con 2.165 operai distribuiti in 49 officine, ma la media di 53 addetti per ogni azienda, manifesta come la meccanica, oltre che in alcuni grossi complessi, fosse ripartita in piccole imprese familiari, sempre però, assai più grandi di quelle bustesi, che contavano appena 12 operai per azienda. Dai dati di questo censimento si deduce che Legnano era al quinto posto tra i maggiori centri industriali italiani per numero di occupati, nel ramo tessile dopo Milano (29.388 addetti Torino (20.455 addetti), Monza (11.071 addetti), Napoli (9.809 addetti) mentre,. sulla base del numero complessivo degli addetti industriali, occupava il diciassettesimo posto, preceduta dalle più grandi città. La percentuale, nella popolazione, di addetti all'industria era del 42,5 % , come risulta da questa tabella compilata in base a dati dell'Archivio comunale:
 
Se consideriamo l'incidenza della popolazione industriale su quella totale presente nei singoli Comuni alla data del Censimento demografico del 1911 vediamo che Legnano era al nono posto, preceduta oltre che da alcuni centri 'monoindustriali' che costituivano casi tipici, da Sesto S. Giovanni Gallarate (47 %) e Borgosesia (44,6%) ed era l'unico Comune con venti centri più industrializzati dove sia l'industria tessile che quella meccanica avessero un ruolo essenziale nella localizzazione industriale.
Il prospetto industrie-addetti del 1914, reperibile presso l'Archivio comunale (cart. 392 f. 286/23), offre un panorama dell'industria legnanese e dimostra una diversificazione della produzione e un articolarsi del processo produttivo in settori differenti, sconosciuto alla prima fase d'industrializzazione e segno manifesto di un livello economico più avanzato.
 
 
Anno                 N. Industrie         Addetti           Popolazione    % add. ind. sulla pop.
 
 
1887                      26              1855               6471                         28.7
1891                      56              4204              11068                          38
1911                     210             10165              24971                         42.5
                                                                                                                                            1
 
 
 
 
La prima conseguenza della concentrazione industriale, manifestatasi come abbiamo visto, nel trentennio 1885-1915, si ebbe coll'esplosione demografica, che portò il Comune al primo posto in Italia per l'elevatissimo tasso d'incremento della popolazione. Per il periodo in questione è possibile rielaborare alcuni dati significativi sulla base della documentazione esistente presso l'archivio comunale: vediamo quindi come si è manifestato l'incremento demografico, in assoluto e in percentuale, nel periodo di maggior espansiane industriale, considerando i valori relativi ad ogni quinquennio.
 
Anno         Popolazione Incremento
 
1880             7041
1885             8441        + 1400         19.8
1890           1 0643        + 2200         26.0
1895           1 2928        + 2285         21.4
1900            17394        + 4466         34.5
1905            22494        + 5100         29.3
1910            26716        + 4212         18.7
1915S           28757        + 2041          7.6
 
L'espansione industriale attrasse la manodopera delle zone circostanti e si determinò, cosi una corrente migratoria che si mantenne in ambito regionale o addirittura provinciale, dato che in genere la forza centripeta delle aree in via di sviluppo si manifesta più intensa nelle zone limitrofe, secondo la dinamica che si esprime soprattutto in movimenti su brevi distanze. Quest'ipotesi è suffragata anche da un documento risalente ai primi anni del Novecento, in cui il Sindaco manifesta la carenza di abitazioni nel borgo e fa riferimento alla notevole immigrazione di operai, asserendo che essi provengono in egual misura dai Comuni circostanti e dalle province vicine (Arch. com. Legnano cart. 415 f. 30/27).
A questa carenza rimedieranno in parte alcune grosse industrie locali, che nel primo decennio del secolo intrapresero anche la costruzione di grandi fabbricati aziendali. Tra questi il Cotonificio Cantoni che realizzò il reparto della tessitura destinato a comprendere un migliaio di telai.
Alla fine del 1908 l'Italia fu funestata dagli spaventosi terremoti di Reggio Calabria e di Messina con migliaia di morti e distruzioni immani. Nella sola città siciliana si ebbero 30 mila morti e 70 mila in provincia. Le ripercussioni di questa calamità perdurarono anche l'anno successivo, provocando, con la stasi negli affari, una grave recessione economica che toccò da vicino le industrie legnanesi.
Purtroppo anche il panorama politico internazionale non faceva sperare nulla di buono e l'Italia dovette legarsi alla Germania e all'Austria nella Triplice Alleanza per garantirsi una relativa tranquillità.
Ciò, non evitò, comunque che l'Italia si imbarcasse in una guerra coloniale, la conquista della Libia, e nella guerra contro la Turchia, nel settembre 1911.
L'anno precedente Legnano era stata funestata da una grave calamità. Il 23 luglio infatti un tremendo ciclone si abbattè sull'intero Altomilanese e in città si ebbero quattro morti e molti feriti. Gravissimi danni riportarono case private ed alcuni edifici pubblici, tra i quali l'Ospedale Civile, che ebbe asportata una parte del tetto del padiglione inaugurato nel 1903.
Furono demolite ciminiere di stabilimenti e sradicati una dozzina di enormi platani secolari lungo la roggia S. Caterina di proprietà dei fratelli Dell'Acqua.
Al censimento generale dell'11 giugno 1911 la popolazione segnò un notevole calo, in parte dovuto al perdurare della crisi industriale che aveva spinto molte famiglie ad emigrare. I residenti risultarono circa 25 mila. Lo stesso censimento accertò l'esistenza di 5336 abitazioni civili per un totale di circa 15 mila vani, nonchè di 257 locali adibiti ad uso di ufficio o magazzino. I locali vuoti erano 684, dato quest'ultimo significativo a comprova dell'emigrazione di cui
si è accennato, ma anche un segno dell'inversione di tendenza, rispetto alla carenza di alloggi nei primi anni del secolo.
 
 

28.1.14 Mercato

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Il Mercato settimanale di Legnano e le sue vicende
 
 
In esecuzione del programma di opere pubbliche approntato dalla amministrazione comunale sono state recentemente iniziati i lavori per la nuova piazza del mercato; tra breve la nostra citta' sara' in grado di offrire adeguata sede ai mercati settimanali del martedi' e della domenica e vedra' contemporaneamente migliorata l'estetica edilizia di una zona centrale che, a dir vero, avra' sino ad oggi conservato le non invidiabili caratteristiche della grossa borgata rurale. Si e' voluto porre cosi' fine alle peregrinazioni  del mercato da una piazza all'altra, dalla via x alla via y e non e' quindi mancato il compiacimento della cittadinanza per la soluzione di un problema che da tempo si agitava. Certo, la cronistoria degli spostamenti subiti dal mercato, negli ultimi anni segnatamente, non palesa il palese il menomo interesse ne' per il pubblico, ne' per il paziente raccoglitore di notizie locali da tramandare ai tempi venturi e non ha sicuramente bisogno di essere scritta per i posteri, del mercato come istituzione e' invece, a parer nostro, interessante far cenno, perche' i documenti relativi consentono di mettere in luce, se non tratti ignorati della storia locale, situazioni particolari, contingenti del nostro borgo, le quali, possono destare, sia pure per pochi istanti, la curiosita' dei dinamici e fattivi legnanesi di oggi. Abbiamo rovistato tra le carte dell'Archivio di Stato di Milano nella secreta speranza di rinvenire attraverso i documenti riguardanti il mercato, nuove testimonianze storiche locali; e se il nostro scopo e' stato raggiunto solo parzialmente abbiamo potuto dal tra parte apprendere singolari notizie circa i rapporti del borgo di Legnano con le comunita' vicine in un periodo storico particolarmente importante:
L'indagine come spesso accade nelle ricerche di archivio, ha allora, per fortuna nostra e dei cortesi lettori, mutato contenuto e direzione; che se avessimo dovuto attenerci strettamente al tema propostoci saremmo stati costretti o a riportare interminabili documenti protocollari od a contenere l'esposizione dei fatti in due righe o poco piu'.
In questa alternativa, abbiamo preferito scegliere la via di mezzo, e , approfittando del diversivo offerto da documenti seicenteschi, illustrare con misura gli avvenimenti resi noti, in sottile trama, dalle carte dell'Archivio di Stato Milanese.
 
La storia del mercato di Legnano potrebbe, come accennato pocanzi, compendiarsi in poche righe. e, valga il vero, i Legnanesi presentarono, stando ai documenti a nostra disposizione, richiesta di un mercato settimanale per tre volte nello spazio di circa tre secoli, e precisamente una prima volta nel 1499 a Ludovico il Moro, una seconda nel 1627 a Filippo IV° re di Spagna e una terza volta nel 1795. Solo l'ultima domanda ebbe esito positivo con la concessione del mercato mentre le precedenti per cause varie non condussero a risultati concreti. Forse anche il lettore piu' alieno dalle disquisizioni storiche non sarebbe eccessivamente soddisfatto di questa succinta esposizione, ed e' percio' che ci permettiamo di dare dei fatti, nelle note che seguono, un'immagine meno scheletrica e ad ogni modo piu' rispondente alla realta'.
 
Il documento che d'archivio di via Senato in Archivio Sforzesco carteggio generale cartella 627) offre alla nostra considerazione e' una supplica ( piu' precisamente: una copia della supplica autentica) indirizzata dagli uomini, nobili e contadini, del Borgo di Legnano al Duca di Milano, allora Ludovico il Moro, per ottenere la facolta' di fare una volta alla settimana il mercato; porta la data del 20 giugno 1499 ed e' scritta nell'italiano, non ancora divezzato dal latino, caratteristico del tempo. Noi trascriviamo integralmente avvertendo che la punteggiatura e' nostra, come pure alcune lettere o parole ( poste fra parentesi assegnate punto interrogativo ) che ci e' sembrato potessero fedelmente corrispondere a quelle del testo, molte volte oscuro, e , in alcuni punti, indecifrabile.
Ill.me et ex.me Princeps: supplicano ala V.E.tia li V.ri fideli servitori, nobili, contadini, et omnes Habitatores dicti burgi de Legnano del Ducato V.ro de Milano che alias per antiqua tempora se soleva fare uno certo merchato specialiter (?) ebdomedo como se fa a Galarate e a Busto Arsisio et in le altre terre et burgi de merchati; ma per le grande guerre et dissipatio et facti per tempora diu elapsa e' venuto in dissuatitudine non fare merchato: Hora il.me Princpes il predicto borgo e' molto restaurato cossi de statij(?) come de persone et facendo il merchato Indies se ...... de bene in melius, et fara'..... Utilo al dicto borgo, ma piu' assai a V.(Ex.tia?) per li datij et merchati li quali darrano(?) molto bene per il grando concorso de homeni in dicto borgo facendo il merchato come speriamo.
Per tanto humilitier(?) suplicano predicti nominati del dicto burgo de Lignano che V.Ex.tia per sue littere..... et ..... se digna concedere facultate larga et ampla como..... havere li altri borgi che fanno merchato; che in novo se possa fare uno giorno de la septimana zoe il venerdi Ateso che circum a milia 25, no se ne fa alcuno; et questo suplicano credendo chel sia mente de V.S. Ill.ma atexa utilitatem et honore de quelli et similiter della terra vostra predicta, alo quale ....... Ex.tia de Vi.Si.(?) predicti nominati se recommandano per infinite fiate. 
 
Dalla lettura del documento si apprende che a Legnano si faceva gia' in antico (alias per antiqua tempora) un mercato settimanale caduto poi in disuso in seguito a guerre e sconvolgimenti pure avvenuti in tempi assai lontani (facti per tempora diu elapsa) e che all'epoca della richiesta la situazione del paese poteva ritenersi soddisfacente (il predicto borgo e' molto restaurato(?) cossi de statij(?) come de persone) e tale da fare sperare dall'introduzione del mercato un costante e graduale (indies) sviluppo dell'economia locale con conseguente vantaggio del fisco.
Quale l'accoglienza riservata alla supplica? Nessun documento viene a far luce su questo punto. D'altronde il momento storico in cui cadde la domanda non era certo favorevole all'evasione delle piccole pratiche locali; basti il dire in quel torno di tempo la Lombardia era invasa dalle truppe di Luigi XII Re di Francia e che Ludovico il Moro, Duca di Milano (ufficialmente dal 1494 e praticamente dal 1480) si era gia' rifugiato nel Tirolo, da dove apprestava un esercito che doveva servirgli per la riconquista del ducato. E' noto che l'anno seguente, Ludovico il Moro, fu sconfitto a Novara (l'esercito mercenario si vendette al nemico) e rinchiuso nel Castello di La Roches, doveva morire nell'anno 1510; cosi' finiva la vita di colui che aveva per primo invitato lo straniero ad invadere la nostra Patria. Dati i tempi non stupirebbe che la richiesta legnanese non sia stata presa in considerazione, ne e' escluso che le comunita' di Busto e Gallarate abbiano fatto pressioni per impedire la concessione del mercato di Legnano; in assenza di testimonianze sicure ci sembrano queste ipotesi plausibili per spiegare il mancato accoglimento del memoriale, per quanto sia possibile che l'eventuale scoperta di un documento possa un domani dare altrimenti ragione del fatto.
 
E veniamo alla seconda parte della nostra storia. Siamo nel 1627 e il Ducato di Milano, da lungo tempo ormai aggiogato al carro di Madrid, e' sotto il dominio di Sua Maesta' Cattolica Filippo IV, Re delle Spagne. I legnanesi hanno indirizzato un memoriale a Sua Maesta' in cui espongono le non liete condizioni della loro terra e supplicano sia loro concesso, a sollievo delle gravi ed urgenti necessita', un mercato settimanale nel giorno di giovedi'. Filippo IV, com'e' naturale, passa la domanda al Governatore di Milano (Don Gonzalo Fernandez de Cordova) con l'ordine di subordinare l'eventuale decisione al parere dei Magistrati Ordinario e Straordinario e delle parti interessate. Non vogliamo guastare con un riassunto l'originalita' del documento (stampato su quella che doveva essere la Gazzetta Ufficiale del tempo) e lo riportiamo integralmente (Archivio di Stato di Milano - Commercio - Fiere Mercati - Comuni, parte antica, 191).
 
Illstr. Magistratus Reg. Duc. Redd. Extraord. bonorumque patrimonalium Status Milani, coram quo lecta fnerunt litterae Excellentiss. D. huius Dominis Guberntoris, in quibus infertae sunt litterae S.R.M. datae ad preces Agen. Burgi Legnani capite plebis Ducati Mediolani, tenoris seguentis vez:
PHILIPPUS IV Dei gratia Hispaniarum Rex et Mediolani Dux, etc. etc.
Gonzalo Fernandez de Corrdoua, del Consiglio di Guerra di sua Maesta', Suo Capitano Generale, e Governatore dello Stato di Milano, ecc.
Magnifi, Spectab., e Egregij nobis dilectiss.,
La Maesta' del Re nostro Signore ci ha scritio la lettera del tenor seguente.
EL REY.Illustre Don Gonzalo Fernandez de Cordoua, mi Maestre de Campo General y Lugartenente General de mi Estado de Milan. Por parte del Burgo de Legnano me ha' sido presentato un memorial del tenor que se sigue. Signore, Fra l'altre Terre del Ducato di Milano vi e' il Borgo di Legnano, discosto da essa citta sedeci miglia, li huomini dello quale sono sempre stati deuotissimi e fedelissimi vassalli di V.M. Reale; nella qual Terra si patiscono molte cose appartenenti al vitto e vestito, ancorche' per grandezza, e altre qualita' sia alquanto insigne, la onde per proucedere a' suoi bisogni, e anco per ristorarsi in qualche parte delli danni patiti, e che tuttavia patiscono in occasione de lunghi e frequenti alloggiamenti de Soldati, desideriano si facesse in essa Terra un pubblico mercato in ciascun giorno di Giovedi', di ciascuna settimana, la qual cosa sarebbe di beneficio pubblico, ne' sarebbe per apportar danno ad alcun, maggiormente che in detto giorno non si suol fare altro mercato in altra terra per molte miglia all'intorno in modo che, meritatamente si puo' con verita' affirmare non trattarsi d'alcun pregiudicio della Citta', ne' d'altri, ma si ben di negotio che apportera' commodo e utile a tutti, e percio' essi huomini ricorrono alla M.V. humilmente supplicandola resti seruita concedere alli supplicanti la detta facolta' di poter far detto mercato come sopra, la qual cosa sperano dalla clemenza e benignita' di V.M. ottenere. Y visto os encargo y mando me informeis con vostro pareçer, y el de los Magistrado Ordinario y Extraordinario, y citadas las partes interessadas en la concession deste  mercado de loque cerca deste pretension se ofreciere, para que visto mande proucer loque pareçiere mas conueniente. Dat. en Madrid a' onze de Junio de mil y seiscientos y veintes y siete anos
Signat. YO EL REY. Con senal del Presidente. Vidit Marchio Thesaurarius Generalis Vidit Caimus Regens, Vidit Valuenzela Regens.Vidit Branchling Regens.Vidit De  Neapolis Regens. Pedro de Hoff'Huerta. In prouisionum Mediolani 50.fol.56. A Tergo. Al Ilustre Don Gonzalo Fernandez de Cordoua su Maestre de Campo General y Lugartenente General de su Estado de Milan. Per compimento della quale vi ordiniamo che eseguiate quanto Sua Maesta' comanda. Nostro Signore vi conservi. In Milano a' 9 di Dicembre 1627.
Signat. Gonzalo Fernandez de Cordoua. Vidit Ferrer.Et subscript. Platonus. A tergo Magnif. Spectab. e Egregi Presidi et Magistris Redd. Extraord. Status Mediolani nobis dilectis. ecc.
1628. 14 Genaro
S'intimi alle Terre circostanti a detto luoco di Legnano, nelle quali si fa' mercato, et alli Datiari Camerali, accio' rispondino se hanno cosa in contrario, et hauute le risposte si mandino al Fisco, accio' dica l Suo parere.
 
Il documento ora trascritto ha certamente richiamato l'attenzione dei nostri lettori e per il periodo storico cui appartiene e per le illustri firme che, in calce, compaiono solenni e altisonanti. A legger quella filza di nomi, siamo tenteti di dire col leguleio manzoniano: "Ce n'e' della roba eh! E vedete qui le sottoscrizioni: Gonzalo Fernandez de Cordoua; e piu' in giu': Platonus: e qui ancora: Vidit Ferrer; non ci manca niente.,,,,
 
Si noti pero' che gli altri documenti allegati di qquello a cui e' parola non portano la data del 1627 o del 1628, ma del 1637, cioe' di dieci ani appresso. La lunga parentesi non e' difficile da spiegare: e noi abbiamo  a tale scopo  la singolare fortuna di invitare alla lettura delle immortali pagine dei Promessi Spesi. Dal 1627 per alcuni anni dopo, le invasioni di milizie mercenarie, i saccheggi, le guerre, le carestie, la peste fanno del Milanese una terra oppressa e sconvolta dalla fame, dalla miseria, dallo spopolamento. Ed e' possibile immaginare che in tali dolorosi frangenti la burocrazia spagnola, gia' lenta e pesante in tempi normali, abbia potuto prendere in considerazione la richiesta di un mercato settimanale pervenutala da un borgo del contado? Evidentemente no, e non lo si potrebbe a ragione pretendere.
Il fatto e' che solo nel 1637, anzi il 21 luglio 1637, la pratica e' ripresa in esame come attesta il documento che segue:
 
D'ordine dell'Ill.mo  Magistrato Straordinario del Stato di Milano cosi' istando li Console, et Sindici della Comunita' di legnano si auisano le infrascritte Comunita' che nel termine di giorni tre doppo l'intimazione del presente debbano hauer replicato cosa intendano replicare alla risposta di Legnano dietro la contraddittione fatta in nome della detta infrascritta comunita' fino l'anno 1628 prossimo passato nella causa del mercato ricercato da essi di Legnano ....
In Milano adi' 21 luglio 1637.
 
In esecuzione dell'ordine del magistrato Straordinario le comunita' interessate in tal affare (di grande rilevanza per quei tempi in cui i mercati rappresentavano il principale sbocco dei prodotti dell'agricoltura e della manifattura) si fanno dovere e premura di rispondere con dettagliati memoriali.  E sarebbe facile, anche se i documenti non fossero pervenuti sino a noi, indovinare il tenore delle risposte di Busto, Gallarate, Saronno. I rapporti che correvano fra Legnano i suoi borghi vicini non eran certo, ne' potevano essere di buon vicinato: il campanilismo ad oltranza veniva esasperato dalle tristissime condizioni economiche, sociali e morali di quel tempo, si che trattandosi di difendere un privilegio, una prerogativa qualsisi o di impedire l'estensione al altra comunita', tutte le armi venivano impugnate e maneggiate con estremo vigore allo sccopo di impedire il crearsi di una nuova situazione, che avrebbe facilmente portato alla rottura dell'equilibrio economico, gia' stabilito ed assiso su basi rese solide dal tempo, a tutto favore delle comunita' fruenti del beneficio. Tale era il caso di Busto, Gallarate e Saronno di fronte a Legnano, sino allora sprovvisto di mercato; il sorgere di un concorrente doveva impedirsi ad ogni costo, doveva ostacolarsi con ogni energia; e un indice della misura con cui era sentita tale necessita' e' offerto dai memoriali delle comunita' menzionate, le quali tutte, con una concordia forse rara a verificarsi in altre occasioni, si scagliano gagliardamente sul nemico comune e con argomentazioni uniformi tentano di impedirne la vittoria.
 
Nell'incartamento troviamo per primo il memoriale di Saronno, la cui introduzione di conclude con una recisa affermazione a sfavore della richiesta Legnanese; Per tanto essi Console, et huomini di Serono dicono che per niuna ragione si deve concedere la richiesta faculta' di far mercato in detto luogo di Legnano.   Non seguiamo, passo passo, nella sua monotonia  l'esposto dei Saronnesi; in sostanza la loro tesi e' la seguente: a Saronno esiste da tempo memorabile un mercato settimanale che ha sempre egregiamente servito ai paesi circonvicini, tra cui Legnano, distante non piu' di sei miglia. Ora se Legnano ha sempre goduto et gode di questa commodita' perche' non vuole continuare ad usufruirne? E' strano come questo argomento, di nessun valore polemico, si trovi ripetuto, in singolare identita' di forma, anche nelle risposte di Busto e Gallarate. Gli avversari di Legnano, vogliono invertire le parti e hanno tutta l'aria di dire: non e' una bella comodita' per voi Legnanesi fare nei giorni di mercato a Gallarate, Busto e Saronno, quattro o sei miglia di strada per portare le vostre merci e rifornirvi di quanto vi abbisogna? Non vi basta? Cosa volete di piu'? Forse che il mercato si porti a casa vostra?  Quale diritto accampate per giustificare le vostre assurde richieste? E via di questo passo. Ma proseguiamo. Dicono ancora quelli di Saronno: non coniuene per migliorare la condizioni d'uno resti dannificata quello dell'altro. Imperoche' e' cosa piu' che chiara, che a' che si leua l'utile, o' commodita' di qualche cosa, tal patisse danno.
E occorreva forse una sentenza lapalissiana, come quella ora riportata per persuadere i governanti Spagnoli?.
Ma non basta nell'assunto dei saronnesi, poche' ne la ragion dedotta da essi huomini di Legnano, cioe', che la detta loro terra per l'alloggiamento de soldati ... ha patito (?)  ... che percio' se li abbi a conceder supplicato perche' se tal ragione militasse ogni terra del Stato pourrebbe pretender tal facolta' per i danni patiti da ciascuna. E di cio' non si puo' dar torto a quelli di Saronno; i documenti del tempo offrono numerose testimonianze, che costituiscono atti di accusa indiretti, ma non percio' meno probatorii, al governo spagnolo di Milano, sordo ad ogni lamento che movesse dai poveri e stremati sudditi, avido solo di ricchezze estorte  con la violenza, noncurante in sommo grado del benessere e delle prosperita' dei popoli soggetti.
I saronnesi allegano in ultimo una ragione legale: obstano gli ordini che non si possa fare mercato in luoghi per dieci miglia intorno all'altro, e talche' essendo la terra di Legnano lontana da Serono se non sei miglia et essendosi seruita sin'adesso della commodita' del mercato di Seronno puo' ancora perseurare il seruirsi della medesimi commodita' per l'auenire. Ma i Legnanesi non stanno inoperosi: nella loro replica deridono e definiscon priva di motivi sostanziosi e validi la risposta di Saronno la quale  si poteua del tutto omettere come quella che in sostanza non contiene cosa alcuna di momento non essendo abreuiato la mano al Re nostro Signore di compartire parte della sua gratia alla terra di Legnano. Per quanto concerne la condizione di una distanza minima di dieci miglia sancite dalla legge, ribattono i Legnanesi: non esser uero per che si uede osservato tutto il contrario, et se cio' fosse, non si sariano fatti i mercati nelle terre sopranominate, tanto poco in molte altre ancora che non sono distante l'una dall'altra piu' di quattro o sei miglia....
Ed eccoci ora al piu' tenace oppositore Busto Arsizio o Busto Grande. Premesse le dibite ragioni ecc. ecc. dicono dunque essi rispondenti con ogni debita riuerenza et sommisssione, per quanto tocca al loro interesse, non douersi essaudire la dimanda di detta Comunita' di Legnano come pur troppo pregiudicevole ( tutto che si dicano quei di Legnano)  a quella di Busto, et ale altre circonuicine cioe' Serono et Gallarate non distanti d a detta di Legnano piu' d  tre o quattro miglia rispettiuamente nei quali si fanno ogni settimana simil mercato e percio' non potersi consid4erare alcun dnanno di detta terra di Legnano non concedendoseli la dimanda come sarebbe di dette altre, tanto piu' che, oltre l'hauerla quella passata sin qui senza tal mercato, puonno ancora senz'altro dubbio gl'habitatori d'essa, et altre cincuicine per l'auenire ualiersi delle commodita' dei mercati suddetti, che iui d'intorno si fanno come fanno sopra, come hanno anche fatto per il passato.  Ma non contenti di allegare la solita ragione della commodita' (che i Legnanesi non sono in alcun modo disponibili a comprendere), gli uomini di Busto Grande escono in una massima che ha anche il sapore di una vaga minaccia: E pertanto e perche' in ogni modo e' cosa piu' che notoria che le nouita' sogliono partorir disordine.
Si e' affermato che una sentenza , un detto, un proverbio possono rivelare un secolo  nel suo contenuto spirituale; nel caso nostro la massima posta dai bustesi, quasi a suggello delle loro argomentazioni, offre un'immagine reale della mentalita' retrograda radicata profondamente nei popoli soggetti alla esosa tirannide spagnola: Certo i bustesi non avranno emesso quella sentenza cosi' squisitamente seicentesca, per la voglia di filosofare; l'intento economico edonistico vi trapela chiaramente e si rende piu' manifesto alla fine del memoriale quando si supplica di non fare alcuno pregiudicio a detta terra di Busto Grande  et sue raggioni et privilegi come seguirebbe senz'altro in concedere a detta Legnano la ricercata licenza. Nella risposta di legnano si ribatte in linea di massima il principio della distanza, osserbando che se esso realmente fosse osservato e applicato secondo l'interpretazione volutamente unilaterale dei bustesi non haurebbe la Comunita' di Busto riportata la faculta' di poter fare il suo mercato stando la poca distanza che interviene fra la terra di Galarate et quella di Busto. E fin qui il ragionamento corre: infatti se le leggi esistenti venissero fedelmente osservate: nella fattispecie, se le grida emanate a getto continuo dai Governatori milanesi fossero nello Stato veramente esecutive ( e la storia ci apprende in qual misura la realta' rispondesse alla supposizione!) non sarebbe stato possibile il sorgere di due mercati vicini (stando alle leggi spagnole, si intende, poiche' la supplica di Legnano del 1499 sappiamo gia' che i mercati di Busto e di Gallarate coesistevano e da tempi ben piu' remoti). Ma dove i Legnanesi errano compromettendo forse l'esito della loro causa, e' nell'asserire che Busto sia piu' vicino a Gallarate che  a Legnano.
Tale affermazione chiaramente espressa nel corso della pendenza, puo' oggi destare sorpresa, non essendo dubbio che la distanza tra Busto e Gallarate e' maggiore di quella di Busto e Legnano.
E' inutile soffermarsi  sulle ragioni dell'atteggiamento dei Legnanesi; forse a quei tempi  la mancanza di esatte e frequenti misurazioni topografiche poteva generare qualche dubbio; forse ancora i legnanesi approfittando dell'incertezza in materia, avranno creduto di introdurre, in tal modo, un elemento favorevole alla loro richiesta.
Sta di fatto che essi esprimono nella forma piu' recisa ed esplicita, il loro fermo convincimento in materia dicendo: la quale (distanza tra Gallarate e Busto)  in fatto e' molto minore di quella che e' tra legnano e Busto in modo che con il proprio esempio ha molto ben praticato et conosciuto (intendasi la comunita' di Busto) che la distanza predetta non e' di alcun impedimento. In buona fede o con lo scopo di accapparrarsi ogni possibile argomento a sostegno delle loro tesi, i legnanesi intendono con l'ultimo inciso (in modo che ...) impostare la questione nei seguenti termini: premesse tutte le ragioni sulla invalidita' delle disposizioni relative alla distanza: che esistano o non esistano leggi in proposito, e che queste vengano interpretate in un modo piuttosto che in un altro, il fatto e', signori bustesi, che vicino, molto vicino a voi e precisamente a Gallarate si fa un mercato settimanale: ora, con quale diritto volete impedire che in una localita' che dista dalla vostra piu' di quanto  non sia distante Gallarate, che sorga un mercato?. Ragionamento perfetto se il fatto della distanza, com'era prospettata dai legnanesi, avesse trovato rispondenza nella realta': ma essendo questa assai diversa e' facile inferire che in tutta la costruzione difensiva  andava certamente a scapito delle premesse generali, esattissime, e quindi non contribuiva a risolvere in senso favorevole a Legnano, la questione del mercato.
Era naturale che quelli di Busto. nel sentire le risposte dei Legnanesi, alzassero ancora la voce; avevano facili gli argomenti (tra cui quello della distanza) e li animava alla disputa le tradizionale amicizia (?) con gli abitanti del borgo vicino. E la replica e' bellicosa sin dalle prime battute:  Poteano al sicuro gl'Agenti della communita' di Legnano  sparagnare di lagnarsi  delli Agenti di Busto col uolerli addurre in odio la uicinanza di detta terra  di Busto a quelli di Gallarate et che quella non ostante habbi detta communita'  di Busto otteenuto facolta' di fare il suo mercato pretendendo farsi percio' essi di Legnano di uoler addurre ab exemplo che non li debba ostare la poca distanza fra esse terre per impedirli  la concessione del da loro preteso mercato. Poiche'  prescindendo dalla distanza, ad ogni modo non doueuano, ne' deuono detti di Legnano ne' a loro spetta di uoler sapere i fatti di detta terra di Busto, ne' che cosa sia seguito tra Busto et Gallarate  circa questo particolare.. Il tono si fa vivace. I Bustesi, con abile tattica, non solo prospettano i loro interessi, ma si fanno paladini e difensori dei diritti delle comunita' circonvicine, e nientemeno di quelle del Regio Fisco,  insinuando che oltre all'interesse e pregiudicio di essa terra et altre cincounvicine oue si fanno simili mercati, ui e' ancora l'interesse publico cioe' del medemo Regio Fisco al quale ne seguiria senza dubio pregiuicio notabile et insieme all'impresario, quando si concedesse a detta terra di Legnano la facolta' di far detto mercato poi che a puoco a puoco s'andera aprendo la strada  ad altre terre benche' mediocri di procurar simili mercati, oue spacciandosi merce senza pagamento de' soliti dati et gabelle il Fisco ne uerra' a setir notabile danno... Anche  nella conclusione il Regio Fisco e' menzionato:  Supplicano di nuovo i detti di Busto e S. M. et i suoi Ministri et a che spetta a uoler degnarsi di dar ripulso a detti Agenti di Legnano,  a non permetter che si faccia pregiudicio alcuna a detta terra di Busto et sue ragioni et puilegi ne meno al Regio Fisco... Mentre i Legnanesi stanno preparando la controreplica, occupiamoci brevemente di Gallarate ( di Rho non esiste nel carteggio il memoriale per quanto anche tale comunita' fosse citata in causa) Il borgo di Gallarate infeudato al Conte Gaspare d'Altaemps (siamo al 30 luglio 1637)  a mezzo dei suoi agenti comunica non douersi di ragion attendere la pretentione di quelli di Legnano per esser la detta terra di Legnano discosta solo otto miglia da Gallarate si che possono comodamente (poteva forse mancare il motivo della "commodita'"??" al detto nercato prouedersi di quelle cose che fanno bisogno. Poiche' e' ammissibile si aggiunge che un emrcato di solito et possesso immemorabile come quello di Gallarate venga danneggiato dal sorgere di un altro mercato in localita' vicina cioe' di Legnano dove non si e' mai fatto un mercato. Questa asserzione ci conferma che l'istanza del 1499 e le eventuali successive non furono accolte dai diversi Governi e che solo nel 1795 come tra poco vedremo,  la sospirata erezione del mercato pote' finalmente avere luogo. (Cosi' del resto anche il Comm. Raimondi, nella sua monografia a pag 40  : in Legnano ha luogo ogni martedi' ha luogo un mercato di bestiame e merci la cui istituzione venne concessa per la prima volta con decreto della Reale Conferenza Governativa del 2 ottobre 1795 ....) Prima di terminare i Gallaratesi  dicono di non doversi tenere conto del preteso ordine di Sua maesta' perche' quello e' sempre conditionato cioe' che non sij pregiudictio del terzo, come e' cosa inubitata. Tanto indubitata che si potrebbe dire, che se la legge trovasse un limite insuperabile nel danno eventuale arrecato al terzo con la sua applicazione, non vi sarebbero a tutt'oggi forme di societa' giuridicamente costituite e ordinate, ne' quindi la civilta' avrebbe potuto muovere i suoi primi passi ed effermarsi. Ma vale la pena di commentare i fiori giuridici dei nostri buoni avi del seicento?.
Il fervore della lotta tra Busto Arsizio e Legnano attrae nuovamente la nostra attenzione: e' pronta la controreplica Legnanese. Inizio anche qui fragoroso: Poteuano et doueuano quelli di Busto sparagnare del tutto la replica da lor fatta, quando non hauendo altre ragioni di quelle hanno apportate. Perche' quando al particolare della distanza (ci siamo) delli luochi e' cosa tanto chiara, notoria et manifesta, che non ha bisogno di altra proua, ne' hanno quelli di Busto con la loro parola torbidarla,ne tan poco snervar in parte alcuna la forza dell'argomento fatto da quelli di legnano controreplicanti. Ed ecco che la politica degli avversari viene svelata e messa a nudo; Del che (continua il memoriale) accorgendosi essi medesimi si sforzano di rappresentare (con poca prudenza pero') non solo la propria causa; ma quella degli altri ancora, non audendosi che' bastanza in questo particolare e' stato prouisto dalla S. N. con hauer dato ordine che si sentissero li datiari li quali (e qui una stilettata in piena regola) nel rappresentare le loro ragioni non haueranno ponto bisogno del consiglio dei bustesi; alli quali datiari a suo luogo, et tempèo se sara' bisogno si dara' la conueiente risposta con far uedere che il detto mercato sara' per apportargli beneficio, et non danno,propositione che restera' tanto piu' chiara, et confirmata quando si considerera', che per altri mercati introdotti non siano sminuite: ma si bene auantaggiate le rendite delli datij... Quest'ultima affermazione esprime in realta' un principio economico esatto; principio che, se allora non venne compreso, forse anche dall'impresario delle gabelle, fu esplicitamente ammesso dal magistrato Politico Camerale del 1795, e decise le autorita' competenti per la concessione del mercato.
E quale fu il parere del daziari camerali? Il tempo limitato a nostra disposizione non ci ha consentito di decifrare pazientemente un documento allegato nel carteggio, e stilato in latino notarile ( quindi in forma assai abbreviata e per conseguenza difficilmente comprensibile). Ci sembra tuttavia di intravvedere una risposta recisamente negativa.
La conclusione e' ad ogni modo questa: Legnano non ottenne nel 1637 il mercato richiesto per la seconda volta (secondo i documenti citati; ma non e' per nulla esclusa che altre  istanze siano state presentate dal 1499 al 1637; come pure dal 1637 al 1795.
Facciamo ora un salto di 157 anni e portiamoci alla fine di dicembre del 1794. I Deputati dell'Estimo, gli esimati, e il Sindaco inoltrano istanza alla Reale Conferenza Governativa per ottenere la concessione di un mercato settimanale. La supplica, datata 31 dicembre 1794, porta 66 firme tra cui quella del marchese Carlo Cristoforo Cornaggia Medici, del Conte Francesco Maria Melzi, del Conte Carlo Lucini, del Canonico Gaspare Lampugnani, ordinario della metropolitana e del Regio cancelliere Annibale Mazza, ed e' del seguente tenore:
Nel borgo di Legnano si tiene annualmente una fiera di bestiame e di altri generi, il giorno due di novembre. Fuori di questa occasionenon ha il detto borgo alcun altro mezzo con cui alimentare il locale commercio,  e gli abitanti sono obbligati a ricorrere ad altri luoghi dello Stato tanto per smerciare i propri generi e manifatture quanto per provvedere di quelli che loro mancano.
Utile quindi e necessario sarebbe alla prosperita' degli abitanti del Borgo di legnano e delle molte terre circonvicine l'istituzione nel Borgo stesso di un settimanale mercato, quale non potrebbe per verun conto pregiudicare ai gia' preesistenti nei borghi di altri limitrofi distretti attesa la rispettiva loro distanza ed ove per la fissazione della giornata si intendesse quella del Martedi', in cui non v'anno altri mercati per tutto l'adiacente circondario.
Al solo fine di procurare i possibili vantaggi  e risorse all'agricoltura e alla languente marcatura del preaccennato Borgo sono determinati i qui sottoscritti Deputati dell'Estimo et Estimati umilissimi servitori della Reale Conferenza Governativa di avanzare come fanno alla medesima le loro piu' fervide suppliche affinche' in vista delle premesse circostanze locali venga accordata per tutti i martedi' dell'anno la concessione di un mercato in luogo umanimamente desiderato dalla Comunita', la quale comecche' disposta a sostenere tutte le occorrenti spese nella ferma persuasione di ritrarre un abbondante compenso ha gia' manifestata la sua adesione per concorrere anche al pagamento di chi per non esservi in luogo una ricevitoria di finanzia dovrebbe venir destinatoi ad assistere alla custodia, ed esazione dei Regi diritti, punto non dubitando che le saranno altresi' concesse le facilitazioni daziarie accordate agli altri mercati rispetto alla bestie bovineche ritornassero dal mercato invendute, salve in questo pèroposito tutte le modalita' e condizioni che piacesse alla Superiore autorita' di prescrivere per sempreppiu' cautelare l'esercizio delle funzioni daziarie: e siccome i ricorrenti sonpo nella massima fiducia  di conseguire quanto implorano in nome della Comunita'  ed il comodo ed utile della medesima non meno che della terra attigua cosi' osano pure di supplicare la prelodata Reale Conferenza Governativa a volersi degnare di abilitare il Magistrato Politico Camerale a dare le opportune disposizioni per l'istituzione del mercato di cui si tratta previa  le occorrenti informazioni e concerti da prendersi, onde possa anche la Comunita' stessa disporre tutto cio', che puo' da lei dipendere per dare principio al mercato il piu' presto che sara' possibile.
Ma non era ancora terminata la lunga Via Crucis dei legnanesi: Il Magistrato Politico Camerale e l'Intendente di finanza dovevano dare il loro parere alla Reale Conferenza Governativa; la supplica doveva passare attraverso la trafila di investigazioni burocratiche precise, minute, circostanziate. Una nota apposta in calce al documento dal Conte Kevenhuller, presidente della sudetta Conferenza, in data 2 gennaio 1795 dice: Al magistrato politico Camerale qualora trovi meritevole di riguardo la presente istanza informi con le sue occorrenze: Ed una altra nota a firma Maneina, del Magistrato Politico Camerale, ci avverte dell'esito negativo della pratica: Attese le circostanze non puo' per ora assecondarsi l'istanza dal Magistrato Politico Camerale. Quali erano queste circostanze?. Dall'esame del carteggio si deduce che Il Magistrato Politico Camerale, come pure l'Intendenza di Finanza, avevano espresso parere sfavorevole all'accoglimento della domanda di Legnano perche' mancando in luogo una ricevitoria  di finanza, non si reputava opportuno, pur nella previsione di intenso traffico, fare sostenere alla comunita' la spesa  di un incaricato alla riscossione daziaria. Gli abitanti del borgo di Legnano sentita la risposta, non si diedero per vinti e presentarono il 10 aprile 1795 una seconda istanza ripetendo la domanda del mercato e rinunciando a qualsiasi facilitazione daziaria.
Sopra precedente istanza diretta ad ottenere la concessione di un settimanale mercato nel borgo di Legnano, pieve di Olgiate Olona, coi privilegij accordati in egual circostanza ad altre Comunita' dello Stato, riportano gli Deputati dell'Estimo ed Estimato gl'ingiunto Decreto in virtu' del quale risulta bensi' differito ma non escluso l'addomandato provvedimento.
Pressentano in oggi gli Supplicanti che il R.M.P.C.  non abbi creduto conveniente annuire allo stabilimento di esso mercato inquantoche' la centrale di lui situazione non rendeva praticvabili le ispezioni di Finanza per l'indennita' dei Reali Diritti al caso delle facilitazioni daziarie, cui aspirano e che d'altronde fosse meno utile alla Comunita' di legnanol'assumere a suo carico le spese occorrenti al divisato oggetto.
L'intenzione pero' dei ricorrenti Deputati ed Estimato essendo sempre stata, ed anche in presente limitata a promuover soltanto coll'erezione del proprio mercato e il commercio dei generi ed articoli di manifattura di quella numerosa popolazione, alla rissorsa e fertilita' dell'agricoltura, ed alla languente mercatura, senza far uso dei privilegi che avevano richiesti nella gia' premessa loro rimmostranza verrebbero per tal modo rimossi gli ostacoli che potesse la medesima avere incontrato e la concessione di cui si tratta, oltre all'essere del tutto innocua ai preesistenti mercati dei limitrofi Borghi riuscirebbe comoda piuttosto e vantaggiosa a chiunque suole  frequentarli, quallora venisse prescie4lta per il nuovo mercato  di Legnano la giornata del martedi' di cui non v'hanno altri Mercati nell'adiacente circondario, non che di utile all'interesse degli attigui Comuni.
Rinnovano quindi li Deputati dell'Estimo, ed Estimati le loro piu' vive istanze per la desiderata istituzione colle di sopra suggerite viste, nella giusta lusinga di conseguire un grazioso rescritto, che realizzi anche a favore del Boprgo di legnano quelle Sovrane benefiche dichiarazioni, delle quali hanno recentementeapproffittato in parita' di circostanze diverse altre comunita' dello Stato, ed implorano a tal effetto, che il R.M.P.C. voglia compartire quelle provvide dispozizioni che credera' opportune a regolari a render esaudita la presente loro domanda.
In seguito alla esplicita rinuncia dei privilegi daziari  la via poteve dirsi spianata: Il Magistrato Politico Camerale e l'Intendenza di Finanza non hanno piu', come si rileva dai documenti protocollari, osservazioni da muovere  e accompagnano quindi la seconda istanza alla Reale Conferenza con favorevoli rilievi. Il 4 saettembre 1795 il presidente di quest'ultima firma la deliberazione cosi' concepita: Ora che viene proposto il giorno di martedi (in realta' la proposta del martedi' come giorno di mercato, compare, come si e' visto, anche nella prima istanza; ma, tant'e', per mascherare un po' il prevalente motivo fiscale, una lieve inesattezza poteva ritenersi giustificata) e che non si ricerca alcuna facilitazione daziaria,  la Reale Conferenza Governativa convenendo nel sentimento del Regio Magistrato Politico Camerale approva, che abbia effetto la domandata erezione  del settimanale mercato nel suddetto Borgo. E finalmente la concessione  del mercato viene resa pubblica ragione il 2 ottobre con il seguente
 
AVVISO
La Real Conferenza Governativa dietro favorevole sentimento del Regio Magistrato Politico Camerale si e' degnata accondiscendere all'istanza dei Deputati all'estimo della Comunita' di Legnano con approvare e concedere che abbia effetto l'addomandata istituzione di un mercato settimanale in quel Borgo, che terrassi in ogni Martedi' dell'anno e che cominciera' con il giorno di martedi 13 del corrente mese di ottobre, senza che sia pero' accordata a tale mercatoveruna facilitazione Daziaria: ben inteso che qualora il detto giornofosse festivo, debba trasportarsi il Mercato nel giorno di lavoro immediatamente successivo.
In esecuzione è pertanto de' venerati Ordini del Prefato R.M.P.C. si rende nota al pubblico col presente avviso l'accennata graziosa Superiore Concessione, onde possa ciascuno ciascuno nei summentovati giorni approfittarne.
Dalla Regia Intendenza Provinciale di Milano li' 2 ottobre 1795
Gaetano Conte della Somaglia
Regio Intendente
 
Giunti alla fine della nostra storia non ci sembra opportuno fare cenno alle ulteriori vicende del mercato, le quali non presentano alcun interesse. Dice infatti il Comm. Raimondi nella sua nota monografica su Legnano ... "la cui istituzione (del mercato) venne concessa la prima volta con Decreto della Reale Conferenza Governativa del 2 ottobre 1795 e riconfermata poi dopo lunghe alternative di abbandono e di ripresa, dal Consiglio Comunale con deliberazione del 18 agosto 1906..."
Ed ora in due parole la conclusione. Puo' darsi che il nostro apprezzamento sia inquinato da una sottile vena di campanilismo, e che l'amore per Legnano renda unilaterale il nostro giudizio; ma ci sembra che la cronistoria del mercato, cosi' come e' stata esposta sulla base di documenti ufficiali, riveli chiaramente una ingiustizia a lungo perpretata ai danni el nostro borgo. Legnano in ogni tempo come nucleo emografico come centro agricolo e commerciale non fu mai in sensibili condizioni di inferiorita' rispetto ai borghi circonvicini, Busto, Gallarate, Saronno e Rho; eppure per un complesso di varie circostanze non ebbe la fortuna di appropriarsi di un efficientissimo strumento economico, di assicurarsi un fattore primo per lo sviluppo ed il potenziamento dellapropria economia.
Ma oggi non comprendiamo forse l'importanza di un mercato nei tempi trascorsi, quando le oconomie locali vivevano isolate le une dalle altre, quando scarsi e malsicuri erano i mezzi di comunicazione e di trasporto, e  antiquate formule di politica economica informavano l'azione  dei governi. Noi sorridiamo vedendo svolgersi, intorno alla richiesta di un mercato, lotte, diatribe, e ludi cartacei che presentano per la loro vivacita' una singolare rassomiglianza con le moderne competizioni sportive; e non ci rendiamo conto di quale fonte di risorse potesse rappresentare per un borgo del contado, un mercato. Attualmente ben altri problemi che non il mercato agitano la vita della nostra Citta': e noi auspichiamo che tenendo presente la modesta ma istruttiva storia del mercato, Legnano non si lasci superare nel fervore di rinnovamento che, in Regime Fascista fa' di ogni citta' d'Italia un sonante cantiere di opere, ma sia sempre all'avanguardia, segnacolo vibrante di operosita' e di progresso.
 
                                   Dott. Aldo Strobino
 
 
 

28.1.15 ventisette famiglie nobiliari

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L-15.DOC
 
 
 
Legnano ancor prima della costruzione di S. Magno vantava ben ventisette famiglie nobiliari e tra queste, due si distinguevano : quella dei Vismara e dei Lampugnani. Tra i tanti rami dei nobili Lampugnani avvezzi da secoli all'agiatezza ed alla cultura, nacque intorno alla metà del 1400, una tradizione artistica pittorica che vide capostipite Melchiorre Lampugnani e si perpetuò, fino alla seconda metà del 1600 lasciando sia a Legnano che alle città lombarde vicine opere di squisita fattura.
Con un intervallo di circa 40 anni la loro tradizione artistica verrà raccolta (nel 1650) dalla famiglia dei pittori Belloti di Busto Arsizio. Alla fine del 1700 la pittura decorativa ad affresco raggiunge i massimi riconoscimenti coll'avvento del Tiepolo chiamato da Carlo III in Spagna a decorare il nuovo palazzo reale. Da noi in Lombardia il canonico Biagio Belloti, (definito il Tiepolo lombardo) decora la volta della chiesa S. Giovanni a Busto Arsizio. A Legnano i pittori Belloti, vengono spesso invitati a decorare le chiese (S. Ambrogio, S. Maria delle Grazie ecc.) e sono venerati dagli intenditori locali. Affrescatori e decoratori raffinati, anche i Belloti protrarranno la loro opera fino alla fine del 1700.
Nel 1780 il primo capostipite della famiglia dei pittori Turri, Antonio Maria, frequenti, lo studio dei Belloti e proseguì con figli e nipoti la tradizione artistica del legnanese fino ai giorni nostri.
Riportiamo di seguito alcune note biografiche dei piu' importanti artisti di queste famiglie.
 
 
 
Fu essenzialmente, come tutti i lombardi, un buon frescante e dalle poche raffigurazioni strappate o riprodotte, lo possiamo qualificare un foppesco sia per quello che riguarda i suoi fondi architettonici, sia per l'interpretazione delle figure umane. Risiedeva abitualmente nella casa sita a Milano (parrocchia di S. Protaso), ma aveva diverse proprietà a Legnano dove veniva di tanto in tanto. Tra queste quella che diventerà la casa dei pittori; ce lo diceva un suo affresco in facciata rispettato scrupolosamente dai successori Lampugnani.
Le sue opere sono quasi tutte scomparse: sappiamo che dipinse in casa di Isabella da Robecco, amante di Francesco Sforza in Piazza Camposanto a Milano.
Nel 1474 lavori, nel Castello di Milano, e nello stesso anno con altri pittori, decorò le volte delle cappelle delle reliquie a Pavia. Era uno dei più quotati della sua epoca; sull'esempio del pittore Gottardo Scotti (il creatore di un Monte dei Pegni per aiutare i suoi colleghi con altri tredici artisti si iscrisse all'Università dei pittori milanesi e ne fu nominato capo nel 1481. Da Gottardo Scotti ebbe in eredità il famoso volume di araldica che continuato da lui, fu donato poi al Comune di Milano .
A Legnano gli si possono attribuire: l'Annunciazione (ora esposta al museo di Legnano e molto deteriorata), la Circoncisione (ora al Louvre) e il trittico di S. Erasmo.
Molti sono gli affreschi quattrocenteschi dei quali c'è rimasta memoria ma sono di scarsa importanza e non si possono attribuire ne' a lui, ne' al Giangiacomo. In ogni caso egli è decisamente la figura artistica di maggior rilievo tra tutti i pittori Lampugnani che operarono a Milano e Legnano.
 
 
 
Il secondo artista della famiglia dei pittori Lampugnani è ancora strettamente legato allo stile in voga nella sua epoca ispirato al naturalismo chiaroscurale del Mantegna, uno stile cui darà il colpo di grazia Ludovico il Moro chiamando a Milano Leonardo (vedi l'affresco della Crocifissione di Montorfano). Le sue figure sono rigide e composte, come nella cappella detta di S. Agnese in S. Magno a Legnano e nei dipinti fatti fare nel 1517, di fronte all'altare maggiore, dalla famiglia Fumagalli.
Il suo capolavoro è la volta della chiesa di S. Magno della quale possiamo lodare la fantasia decorativa e grandiosità. Cancellati tutti i ritocchi si potrebbero attribuirgli i due grandi affreschi di Cislago (chiesa della Madonna della Neve): nel primo si vede il Padre Eterno e sotto la Madonna col bambino, ai lati S. Rocco e S. Sebastiano. Nel secondo la Madonna in orazione con due angioletti e sotto sei santi: S. Magno, S. Rocco, S. Antonio, S. Sebastiano ecc. sullo sfondo il Papa e l'Arcivescovo che dedicano la nuova chiesa.
A Prospiano, nella chiesa della Madonna dell'Albero il grande affresco della Crocifissione può, destare dubbi per la composizione affastellata e la decorazione completamente diverse da mettere in discussione la paternità assegnatagli dai critici del 1800.
Egli risiedeva in una casa appena fuori la Porta di Sotto in Via Magenta a Legnano. Questa antica dimora, inglobata nel 1700 dai Cornaggia nelle loro costruzioni, venne demolita nel 1950 per dar posto all'attuale palazzo INA. Della casa ci resta un magnifico camino scolpito con lo stemma del Giangiacomo.
 
 
 
 
Epigoni di quel manierismo vantato dal cieco Lomazzo, secondo la formula dei sette pilastri della pittura, li possiamo collocare senza prevenzione, tra i migliori pennelli (soprattutto nell'affresco) della prima metà del 600 Lombardo. Nativi della parrocchia di San Maurilio (Milano) figli di un notaio  trasferitosi a Legnano al servizio dei Vismara., ebbero la prima residenza nella casa magna attigua al convento delle monache Clarisse, (fondato da Gian Rodolfo Vismara) e poi nella casa detta dei "pittori" la cui facciata fu dipinta dal Francesco nel 1640 alla morte del fratello Giovanni e in onore di questo e del padre. Lavorano in collaborazione: a Varese S. Maria in prato, oratorio del Sacro Monte XII Cappella e Basilica del S. Monte; a Legnano chiesa della Madonnina, S. Ambrogio, S. Bernardino e chiesa della Purificazione; a Parabiago chiesa di S. Gervaso e Protaso, a Busto Arsizio chiesa di S. Giovanni, pala di S. Giorgio.
Poi ancora ad Angera, a Trecate, a Cerro Maggiore, a S. Giorgio per citare solo alcuni elenchi.
Francesco Lampugnani fu particolarmente apprezzato dagli ordini monastici e si ispirò al Luini e al Gaudenzio Ferrari pur non trascurando gli apporti moderni voluti nell'Accademia ambrosiana del Cardinale Federico diretta dai pittori Ceirano.  Procaccini e Daniele Crespi.
Molto bello è anche il grande mappamondo (m. 1,25 di diametro) che si trova nella Biblioteca Ambrosiana ed eseguito su incarico dell'arcivescovo Cesare Monti. Meno nota ma non meno apprezzabile fu l'opera di incisore di acqueforti svolta dal Francesco. Ci sono rimaste alcune opere rappresentanti gli arazzi sacri che erano in S. Magno (ora a Milano), nonché una stupenda carta geografica suddivisa in tre grandi incisioni delle quali una copia è ancora conservata al Castello Sforzesco di Milano mentre la copia più famosa andò distrutta nell'incendio della Farmacia di Brera.
 
 
 
Nacque il 18 ottobre 1769 da Carlo Ambrogio Turri e Maddalena Calini. Dimostrando molta propensione per il disegno fu presentato al canonico Biagio Belloti (1714-1789) del quale divenne entusiasta amministratore. In seguito al giudizio positivo del Belloti il Padre Ambrogio lo avviò all'Accademia di Brera ed intraprese lo studio della pittura nonostante una certa ritrosia da parte del padre.
Ebbe una notorietà diffusa ed eseguì lavori in tutta l'alta Italia. Come pittore si ispirò, alle mode della sua epoca ancora rococò, e si dedicò quasi esclusivamente all'arte sacra.
Molti suoi affreschi rimangono in Legnano, come quelli della chiesetta della Madonnina o in S. Bernardino o la Via Crucis nella chiesa della Madonna delle Grazie; altri purtroppo sono scomparsi come la Madonnina sulla casa in via Palestro, scioccamente distrutta, o la cappella al vecchio cimitero con un'Annunciazione della quale esistono i due bozzetti.
Nel 1829 espose nelle gallerie della Imperiale Regia Accademia di Belle Arti delle composizioni floreali dipinte ad encausto guadagnandosi il plauso delle giurie. Fu allievo di Domenico Asperi, Giocondo Albertolli e Giuliano Traballeri, dei quali proseguì l'opera e la tradizione con molto successo.
Altri suoi lavori restano nelle chiese di Rovellasca (S. Maria Assunta), di Sacconago (la via Crucis), di Castellanza (chiesa Prepositurale), di Legnano (affresco di S. Pietro Martire in S. Magno), di Arconate, di Besano. In tutti i suoi lavori rimase fedele al principio delle rigorose raffigurazioni in accordo con le interpretazioni derivate dalla pittura romantica della fine del Settecento.
 
 
 
Da Antonio Maria e Serafina Colombo nacque a  Legnano il 6 novembre 1803 (morì il 5-6-1882) Daniele Giuseppe Beniamino Turri; sposò, Maria Redaelli ved. Lampugnani ed ebbe cinque figli.
Cresciuto nell'atmosfera artistica di casa venne avviato agli studi di Brera nel 1820, ma abbandonò quasi subito l'Accademia sia per l'impegno continuo in aiuto al padre Antonio M. sia parchè si reputava già sufficientemente maturo per la professione. Come lavoro di licenza espose alla Imperiale Regia Accademia una Crocifissione di notevole pregio.
Eseguì una rilevante serie di affreschi tuttora esistenti come quelli nel camposanto di Arconate; nella chiesa parrocchiale di Besano; nella Lodolo di Tradate; nella chiesa di Bienate, con affreschi e quattro quadri ad olio sulla tazza del coro; nella chiesa Parrocchiale di Magnago. Inoltre sono presenti suoi lavori a Cardano al Campo, Prospiano, Coarezza,  Milano .
Lo aiutarono Jafet Turri (1804-1830) che fu richiamato alle armi e morì in Galizia, e per le decorazioni i fratelli Sem e Noè Turri. Pressoché autodidatta, buon colorista con un manierismo riassuntivo e piacevole, era molto richiesto per le decorazioni e le figure sacre nelle chiese, nei conventi o suoi mulini .
Attivissimo ed attento studioso ha lasciato una imponente collezione di schizzi e disegni che rappresentano quadri e affreschi antichi di tutte le chiese dei nostri paesi vicini e di Legnano.
Grazie a questi oggi possiamo ricostruire storicamente molte parti del nostro patrimonio artistico locale anche se scomparse.
 
 
 
Mosè Turri nacque da Beniamino e Maria Redaelli il 2 febbraio 1837 a Legnano e vi morì l'8 luglio 1903.
Dimostrò fin da ragazzo una mano felicissima nel disegno e venne avviato agli studi artistici a Brera dal 1850 al 1855. Suoi professori furono Angelo Brusa, Luigi Bisi e nella figura i pittori Sogni e Francisco  Hajez.
Espone a Milano nel 1872, a Genova all'esposizione Nazionale del 1872, a Firenze nel 1873, a Torino nel 1874 e 1878. I suoi quadri ad olio erano ricchi di soggetti animali e floreali e destarono l'ammirazione dei critici di quel tempo. Insieme all'architetto Emilio Alemagna affrontò innumerevoli lavori nelle case nobiliari milanesi sia come figurativista che come decoratore. Anche nel campo dell'arte sacra la sua opera si distinse per l'estrema abilità cromatica delle composizioni. Sono presenti suoi affreschi nelle chiese di Lomello, Cavaglio, Villa Cortese, Sacconago, Romentino, Tradate, Gorla Minore, Cerano, Marnate. In Legnano splendide sono le cappelle d'ingresso nel Santuario della Madonna delle Grazie, la volta della chiesa della Madonnina, la cappella a sinistra è dell'altare in S. Magno con una serie di pregevoli quadri ad olio. Lavorò anche per la casa reale ed eseguì il chiosco Torrazzi di Novara per i Visconti, come pure la loro casa di via Cerva in Milano. Lavorò a Villa Olmo di Como ed a gran parte degli affreschi del castello di Somma Lombardo. La sua opera si può, ancora ammirare anche nell'ambasciata di Madrid. Fu un ottimo disegnatore e fatto tesoro degli insegnamenti di Sogni e Hajez proseguì sulla loro strada dedicandosi, nella pittura ad olio, soprattutto agli animali. Di lui sono rimasti celebri quadri raffiguranti selvaggina. Suoi collaboratori furono i fratelli Daniele ed Elia, con i quali agi integrando le parti di decorazione a stucco e pittoriche eseguite da questi ultimi alle sue creazioni di scene ed ottenendo grazie a questa "bottega d'arte" risultati di grande pregio per l'amalgama tra decorazione pittorica ed a rilievo in stucco. Mosè Turri sposò Vittoria Zanetta ed ebbe da lei sei figli dei quali uno continuò la tradizione artistica della famiglia.
 
 
 
Figlio di Beniamino, fratello di Mosè Turri (senior) avviato fin da ragazzo ad aiutare il padre nei suoi lavori di arte sacra, non poté frequentare gli studi rimanendo sacrificato nel suo talento.
Era un ottimo colorista ed a lui venivano affidate le esecuzioni di ornamenti e composizioni di fiori.
Era anche un restauratore di grande esperienza e, soprattutto, buon interprete delle varie forme di pittura antica.
I suoi numerosissimi lavori sono presenti a fianco o costituiscono parte di quelli nominati sia per il padre Beniamino che per il fratello Mosè.
 
 
 
Come il fratello Daniele anche Elia Turri fu sempre presente nelle grandi realizzazioni artistiche nelle chiese, negli interni delle ville patrizie eseguite dalla famiglia Turri. Elia occupava della parte scultorea e delle decorazioni in gesso legate alla moda tardo barocca del suo tempo. Bellissimi sono gli altari scolpiti con putti e lesene nella chiesa delle Grazie in Legnano, nella chiesa della Madonnina, nelle ville Bernocchi, Dell'Acqua.
Suoi professori a Brera nel 1865 furono Claudio Bernocchi e Raffaele Casnedi.
 
 
 
Figlio di Mosè e Vittoria Zanetta, Gersam Turri nacque l'1 settembre del 1879 a Legnano, studiò a Brera dal 1893 al 1898 con i professori Pogliaghi, Carlo Ferrario, Gaetano Moretti, Vespasiano Bignami e Camillo Rapetti nonché come insegnante di pittura Cesare Tallone. Collaborò fino al 1910 nella bottega di famiglia con gli zii Daniele ed Elia. Quindi proseguì da solo creandosi un nutrito gruppo di decoratori in buona parte diplomati, che lo aiutarono nell'esecuzione di lavori talvolta difficili e molto grandi come dimensioni. Fu un conoscitore finissimo degli stili italiano e francese, da Luigi XIV a Luigi Filippo. Per la sua abilità decorativistica e competenza  artistica fu definito dai suoi colleghi contemporanei il "re del Barocco". Progettava e campionava le sue decorazioni, eseguiva personalmente la parte figurativa. Fu uno splendido manierista per istinto ed il suo  stile  è inconfondibile. Alla moda di allora nonché alla sua bravura sono dovute le preferenze accordategli dalle famiglie signorili del tempo . - Nel 1905 sposò Lodovica Giussani ed ebbe due figli. Alcuni suoi lavori sono: la chiesa di Appiano Gentile, la chiesa del S. Crocifisso a Como, la cupola ed il grandioso transetto, il tempio Voltiano di Como e il Palazzo del Broletto, Lomazzo chiesa e Palazzo Somaini, a Legnano le quindici cappelle del Santuario di S. Maria delle Grazie, la chiesetta dell'Orfanotrofio Gilardelli, la cappella di destra all'altare in S. Magno a Legnano, e le figure nei tondi sopra i pilastri nonché tutta la decorazione della parte inferiore della chiesa. A Milano affrescò in Via Durini la casa del maestro Toscanini. Inoltre le ville del conte Emanuele Castelbarco, Villa Stucchi e Villa Pirotta a Como. Dal 1916 al 1918 fu sotto le armi e si occupò di cartografia militare, nel 1919 decorò le case della contessa Luisa Bonacossa a Milano con altre venti abitazioni signorili, compreso il suo capolavoro in Via Cerva di proprietà Visconti, il famoso salone da ballo.
Fu anch'egli collaboratore di famosi architetti come il conte Alemagna, il professor Giorgio Portaluppi, l'architetto Federico Frigerio, l'architetto Perrone. Di lui hanno parlato giornali e riviste del tempo in più occasioni.
Una nota curiosa è quella che lo vede realizzatore insieme all'architetto Portaluppi in una serie di bellissime meridiane ancor oggi funzionanti e riportate sui più' noti testi in materia, compresa l'enciclopedia Treccani. Uno dei suoi ultimi lavori, eseguito per l'ambasciata italiana a Berlino, fu trafugato durante la guerra ed e' scomparso.
 
 
 
Nasce nel 1907 a Legnano da Gersam e Lodovica Giussani. Entra all'Accademia di Brera nel 1926 e studia con i professori Rapetti, Biagi, Alciati, Guidi ed Aldo Carpi. Durante gli studi ottenne due premi il Beltrame e il Briani per un concorso alla Permanente di Milano. Iniziò a lavorare a Cedrate alla Cappella Crespi a grafito. Aiutò il padre nella preparazione dei cartoni per la cupola del S. Crocifisso a Como, ed eseguì la cappella dei caduti a Carnago ed affreschi nelle scuole comunali dello stesso paese.
Lasciò l'Italia nel 1935 partendo per la guerra d'Africa, ritornò, nel 1937 con numerosi quadri e disegni ispirati all'ambiente d'arte africana ed espose gli stessi a Roma riportando menzioni di lode. Affrescò con diversi cicli di scene le chiese di Carnago, S.  Fermo a Varese, Stimianico a Cernobbio, affrescò la chiesa del Buon Gesù ad Olgiate Olona e la Parrocchiale di Solbiate Olona. Sono suoi gli affreschi nelle scuole Canossiane di Busto Arsizio, Nerviano e S. Stefano.
Eseguì numerosissimi ritratti ad olio, Madonne, nature morte e chiaroscuro. Data la grande esperienza ereditata dalla famiglia ed avendo condiviso alcuni anni di lavoro con lo zio Daniele (restauratore) si occupò anch'egli di salvare molti antichi capolavori che gli vennero affidati come la chiesa di Binago, la Cattedrale di Treviglio, la chiesa di S. Magno a Legnano ecc. Con il padre Gersam e l'ingegner Sutermeister recuperò, in Legnano numerosissimi affreschi antichi operando, con interventi d'urgenza, strappi sui muri in abbattimento delle vecchie case signorili di Legnano. A questa sua opera si devono quasi tutti i preziosi affreschi ora conservati nel museo Sutermeister di Legnano.
Alla sua esperienza e ad un felice caso si deve oggi l'esistenza della stupenda chiesa di S. Maria Foris Portas a Castelseprio.
Nel 1939 infatti a causa di fatti di sangue avvenuti nell'edificio diroccato e incendiato, il parroco di Carnago, proprietario dei boschi e dello stabile, aveva deciso di abbattere le vecchie mura. Richiesto di una perizia tramite i parenti della futura moglie Angela Magnoni di Carnago, e recatosi nella chiesina, scoprì sotto gli intonaci incendiati uno stupendo ciclo di affreschi del VIII secolo e scongiurata la demolizione affidò alle cure della sovrintendenza un così cospicuo patrimonio artistico poi pienamente valorizzato dallo studioso Bognetti.
Mosè Turri sempre legato ai temi d'arte sacra, alla ritrattistica ed alla rappresentazione di nature morte, continua ancor oggi, anche se non più sulle volte delle chiese, la sua produzione, sempre preciso nel gesto ed attento alle forme del suo manierismo moderno .
 
 
 
Tra i cittadini illustri Legnano può certamente annoverare una famiglia di artigiani costruttori di organi da chiesa, famiglia che operò per più di cento anni dal 1770 al 1896, producendo strumenti di una musicalità squisita. Legnano li ha oggi dimenticati, anche se alcune loro opere nelle domeniche di festa allietano i nostri animi grazie ad "un eccezionale equilibrio discriminatorio nella definizione delle personalità foniche dei singoli registri. Il loro ripieno infatti si fonda su dei 'principali' che sanno contenere la loro peculiare natura robusta in modo tale da permettere alle file di 'ripieno' di estrinsecarsi liberamente nel delicato gioco degli armonici, così da creare un amalgama sonoro di cristallina trasparenza e permeato da una volontà di coesione di inimitabile naturalezza". (Stella e Vinay, I Carrera, Brescia 1973, p. 12). Questi abili artigiani pur non arrivando mai a godere di una "fama illustre" furono sinceramente ammirati e quasi invidiati da organari ben più famosi come gli Almasi, i Bianchini, i Maroni, i Boniforti, i Pedrali, i quali molto spesso non riuscivano ad ottenere organi altrettanto perfetti, anche parchè la committenza talvolta richiedeva loro collocazione ed estetismi neo-barocchi per gli strumenti a discapito della pulizia sonora. Oggi dei Carrera restano circa trentasei piccoli capolavori che sono sparsi per la Lombardia da Bollate a Como, a Milano, a Varese, a Saronno. Anche. a Legnano se ne conservano nella chiesa di S. Ambrogio, nel Santuario della Madonna delle Grazie, nella chiesa della Purificazione della Beata Vergine, unitamente ad un pregevole accrescimento dell'antico organo Antegnati in S. Magno.
Tutte queste delicate creazioni richiedono oggi seri provvedimenti di restauro, in quanto non hanno goduto di manutenzione per troppi anni.
 
GIOVANNI MARIA CARRERA (1750-1818) -- Nato da Stefano Carrera e Giovanna Montola, a Canegrate, si trasferì con la fabbrica, dopo il 1790, a Legnano, dove iniziò a formare quella bottega di organari che operò per oltre un secolo.
Di lui si conoscono poche note biografiche; è tuttavia il vero fondatore della casa organaria.
 
GEROLAMO CARRERA (1796-1863)   Nipote del capostipite Giovanni Maria, venne iniziato ai segreti della bottega artigiana alla morte dello zio e continuò, aiutato dai fratelli Giuseppe e Stefano Carrera, le tradizioni costruttive della famiglia. Egli arricchì con severo spirito critico l'arte dei Carrera, profondendovi la cultura acquisita nei suoi viaggi di studio in Italia ed all'estero. La caratteristica di "bottega d'arte" con lui emerge senza superbie personali ed i lavori vengono firmati sempre "Fratelli Carrera" proprio per rimarcare la preziosa opera di collaborazione esistente all'interno della famiglia.
 
ANTONIO DE SIMONI CARRERA (1826-1896)
Ultimo della famiglia Carrera ad occuparsi di quest'arte difficile e sottile, era nipote di Gerolamo. Nativo di Cerano venne presso gli zii ad apprendere i segreti del mestiere. Di segreti doveva trattarsi, stando ad uno scritto dell'organario Luigi Bernasconi che in occasione di un preventivo di restauro per l'organo prepositurale di Parabiago affermava: "l'intonazione e l'accordatura saranno eseguite in modo da lasciare inalterata l'intonazione propria degli strumenti Carrera ". A questo proposito la ditta Bernasconi faceva notare che essa sola possedeva il segreto per riuscire a questo risultato, segreto trasmessole volontariamente e spontaneamente dall'ultimo proprietario della ditta Carrera, il compianto Antonio De Simoni Carrera. (lettera dell'8-8-1912 al Prevosto di Parabiago  - Arc. parr.).
E' come si fosse chiuso un velo di silenzio sugli antichi strumenti lasciatici.
Chissà se le nostre orecchie moderne saranno ancora capaci di cogliere il profondo segreto nascosto nelle armonie che dalle antiche canne escono riempiendo le volte delle nostre chiese!
 
 
 
Tra i successori di Giovanni da Legnano una trattazione particolare merita quel gruppo di discendenti conosciuti come Editori da Legnano, i quali, in un certo senso, rappresentano una  continuità del giurista e scrittore, come diffusori di  cultura. Si sa che Giovanni, oltre che docente, fu sensibile mecenate ed ebbe la preoccupazione di perpetuare anche dopo la sua morte l'attenzione verso studenti poveri che desideravano intraprendere gli studi in diritto canonico o civile, in scienze e in medicina, in particolare privilegiando dapprima studenti di  Bologna, poi di Legnano e, in mancanza, di Milano e quindi dovunque residenti, parchè capaci e poveri. Si è già osservato come la parte del testamento che dispone un lascito a detti scopi avesse una singolare analogia con quella di un altro personaggio vissuto a Legnano, Bonvesin de la Riva, il quale con Giovanni può essere considerato tra i precursori dell'istituto delle borse di studio.
Tutto ciò comprova anche l'attaccamento di Giovanni alla sua terra d'origine, Legnano. Infatti, trasferendosi a Bologna, volle aggiungere al suo cognome Oldrendi l'indicazione da Legnano, con la quale  fu poi universalmente conosciuto. E questa denominazione rimase anche ai suoi successori legnanesi, mentre i suoi discendenti di Bologna si chiamarono, trasformando il cognome, Legnani. Il gruppo degli editori ebbe come capostipite un omonimo del nostro Giovanni. Derivò da un ramo collaterale del fratello Bianco e dal di lui figlio Contolo, nonno appunto del primo degli editori, figlio di Giacominone.
Giovanni, che chiameremo editore da Legnano, per distinguerlo dal suo avo, diede un grande impulso alla cultura attraverso una copiosa serie di pubblicazioni, in particolare diffuse nel Ducato milanese.
Questi testi ebbero notevole importanza parchè si inserirono in uno dei periodi storici, in cui maggiormente avvennero sconvolgimenti, mutamenti ed innovazioni nel campo del pensiero, nella sfera della morale, nella conoscenza del mondo, tanto in senso geografico che in senso fisico-naturalistico. Non si dimentichi neppure che l'editore da Legnano visse ed operò nel primo periodo di splendore rinascimentale che, nel campo dell'editoria ebbe un notevole impulso con l'invenzione di Gutemberg. al quale si deve l'introduzione della stampa con lettere mobili fuse in metallo.
Giovanni editore iniziò ad operare appunto pochi anni dopo la morte del grande tipografo tedesco.
Come il suo grande avo giureconsulto, Giovanni da Legnano, e i suoi figli dopo di lui, esplicarono l'importante ruolo di far stampare e diffondere le opere librarie nel Ducato di Milano, trovando negli Sforza illuminati promotori e mecenati, e quindi diramando in tutto il mondo, nel campo della cultura, il nome del paese che diede loro i natali.
La data del 23 ottobre 1480, costituisce un riferimento importante per Legnano, parchè in tale giorno uscì il primo libro fatto pubblicare da Giovanni editore, il primo di una lunga serie, che si potrarrà per 45 anni. Si tratta di un'opera impegnativa destinata comunque alla elite culturale di quei tempi, le Historiae Romanae decades di Tito Livio, fatte stampare dal tipografo Antonio Zarotto di Milano, con il quale il da Legnano iniziò così una lunga collaborazione interrotta soltanto nel 1487, quando decise di dedicare la sua attività di editore anche al suo omonimo ascendente Giovanni da Legnano, pubblicando il De represaliis, bello et duello cum additionibus.
Questo volume fu stampato da Cristoforo de' Cani di Pavia, forse parchè essendo opera di giurisprudenza da destinare in particolare all'Università pavese, l'editore aveva ceduto a qualche condizionamento locale.
Nello stesso anno un'altra opera del giurista fu edita dai da Legnano, il De duello, stampata nuovamente a Milano, ma presso l'editore tedesco Ulrico Scinzenzeler, d'ora in poi preferito, insieme ad altri stampatori, da Zarotto.
Si nota che la produzione del Da Legnano, e successivamente dei figli, si indirizzava a Pavia ed ad altre località, quando si trattava di pubblicare opere di diritto, mentre si rivolgeva a tipografi milanesi per quelle opere a carattere religioso, storico e divulgativo (queste ultime scritte per lo più in volgare) così come per volumi di letteratura latina, di filosofia e di grammatica. La scelta evidentemente era dettata anche da ragioni commerciali e dai collegamenti che l'editore legnanese aveva con la corte ducale.
I da Legnano erano sempre consci del loro ruolo di diffusori di cultura e curavano minuziosamente i volumi, cosa essenziale in quell'epoca meravigliosa del Rinascimento milanese, anche per una fastidiosa concorrenza da parte di altri editori spesso in gara col tempo pur di far uscire prima un'opera che si sapeva fosse in preparazione presso un'altra impresa editoriale. Uno dei tanti esempi è costituito dai Fasti di Ovidio. I tipografi Pachel e Scinzenzeler riuscirono infatti a battere nel tempo il da Legnano facendo uscire una loro edizione della stessa opera diciannove giorni prima, esattamente il 26 maggio 1483.
Ciò, nonostante le opere dell'editore da Legnano trovavano ugualmente una preferenza parchè molto curate con l'intervento frequente anche dello stesso editore nell'incipit e nella praefatio. Egli, colto e conoscitore dei classici, realizzò alcune opere col Filelfo e con altri noti lettori accademici che andavano per la maggiore a quei tempi Sempre come uomo di cultura il da Legnano aveva una propria organizzazione per lo smercio delle opere, una bottega con la stessa insegna della sigla libraria: un angelo ritto che regge in mano un medaglione tondo contenente al centro un monogramma di Cristo circondato dall'orifiamma lombarda, che si riscontra in alcune decorazioni di costruzioni rinascimentali lombarde. Anche a Legnano, ad esempio, la palazzina-maniero dei Lampugnani, oggi sede del museo civico, contiene appunto questo oramento all'esterno e nelle pareti interne dell'edificio.
Benché proprietari di un'officina calcografica situata in San Michele al Gallo a Milano i da Legnano non stampavano in proprio, ma curavano personalmente la vendita dei libri (non solo i loro, ma anche quelli inviati da altri centri di cultura italiana) appunto nella bottega sopra accennata che si trovava in località Broleto Novo. Che il da Legnano fosse considerato tra i fornitori ufficiali del Ducato di Milano è provato dall'intervento dello stesso duca il quale lo agevolava nella diffusione delle opere di sua edizione, e per il trasporto nelle altre città poste sotto il dominio della Signoria.
Già Galeazzo maria Sforza nel 1494 invio' un messaggio personale al suo oratore personale a Venezia Thadeo Vincemala per renderlo edotto che Jhannes Legnani, mercadante et cartharo milanese nostro deve portare balle due libri de Venetia, invitandolo a rendergli facili i movimenti di trasporto ( Registro Missive Ducali in Archivio di Stato Milano, n. 154, 114-115, 8 settembre 1494.) Nello stesso giorno il Duca fa partire per il Doge di Venezia un messaggio personale con il quale chiede le medesime facilitazioni (Registro Missive Ducali in Milano n. 154 1°, p. 116, 8 settembre 1494). Con questi appoggi l'opera editoriale e di divulgazione libraria dei Da Legnano ebbe il massimo fulgore e una rapidissima evoluzione. la bottega con l'insegna dell'Angelo era a Milano un punto di riferimento quasi obbligato e le opere dei Da Legnano non richiedevano eccessiva propaganda come erano costretti a fare invece altri editori.
Come curiosità citeremo quanto si leggeva sul frontespizio della Historia de la Rotta e presa del Moro, edito da un concorrente milanese, cioè' un richiamo sul frontespizio, che, accennava all'utile da ricavare per la vendita del libro, rivolto al lettore: "Voi havete la storia e mi tiro il quatrino".
Giovanni da Legnano operò, ininterrottamente, e con il successo che si e' detto, per circa un ventennio prima di interrompere bruscamente l'attivita', nel 1502, (secondo un'ipotesi formulata da Guido Sutermeister che agli editori da Legnano ha dedicato uno studio approfondito, in quanto colpito da una grave malattia (Guido Sutermeister, (Gli editori da Legnano, Societa' Arte e Storia Legnano, 1946 e, stesso autore, Memorie n. 12 - 1948 - Societa' e Arte e Storia di Legnano). Non e' da escludersi neppure che questa improvvisa battuta d'arresto delle edizioni dei da Legnano sia dovuta anche alle vicissitudini che ebbe la Signoria Sforzesca in quel periodo. Luigi XII, nel 1500, conquisto', il Ducato, come si sa, e lo tenne fino al 1511, quando l'esercito della Lega Santa costrinse il monarca francese a rinunciare a Milano e al Veneto e, dopo la battaglia di Novara (1513), a tornarsene in Francia.
Con la scomparsa di Giovanni da Legnano dalla scena editoriale lombarda non si fermo' la produzione, in quanto gli subentrarono nell'importante azienda i figli Giovanni Giacomo, Bernardino e Giovanni Antonio. Costoro, sotto il nome Fratelli da Legnano, con rinnovato vigore ripresero la produzione tipografica che prosegui fino al 1525 realizzando, in questo arco di tempo, 240 opere che si aggiunsero alle 118 del padre.
I nuovi conduttori dell'azienda dovettero pero', adeguarsi ai movimenti politici verificatisi in Milano, nei primi anni del XVI secolo.
I fratelli da Legnano entrarono nella scena editoriale, ideando un'opera di grande richiamo per quei tempi, in cui i fasti degli Sforza stavano decadendo con la prepotente conquista del Ducato da parte di Luigi XII. Sfruttando il momento psicologicamente favorevole per i cultori del passato e, in genere, per il colto pubblico milanese, decisero di stampare la prima Historia di Milano, scritta da Bernardino Corio nel 1499, curandola in modo particolare nella presentazione, nelle tavole di grandi e pregevoli silografie e nel frontespizio. L'opera ebbe il successo sperato.
Le mutate condizioni politiche ed anche una certa crisi economica che caratterizzo' il primo ventennio del secolo, consigliarono ai da Legnano di diversificare le loro edizioni. Accanto ad opere di classici latini e greci, tradotti e commentati con la collaborazione di eminenti umanisti del tempo come Valla Poliziano, Merula e Filelfo (quest'ultimo già' utilizzato dal padre), i fratelli da Legnano stamparono una lunga serie di libri a carattere giuridico. C'e' da osservare che dei tre fratelli, Giovanni Giacomo, che aveva ereditato dal padre una vasta cultura umanistica, si era dedicato allo studio delle opere del suo antenato e omonimo Giovanni da Legnano. La produzione editoriale pertanto si fece intensa in questo particolare settore, alternata comunque ad opere di carattere popolare e divulgativo, ivi compresi romanzi cavallereschi, resoconti di viaggi e di leggende agiografiche, nonche' edizioni di autori in volgare, dal Petrarca a Cecco d'Ascoli all'Ariosto. Scorrendo le schede dell'intera produzione dei da Legnano raccolte e pubblicate da Cesare Gallazzi, nel quinto centenario della stampa del loro primo libro, (Cesare Gallazzi L'editoria milanese nel primo cinquantennio della stampa: I "da Legnano " [1480-1525], Busto Arsizio 1980), troviamo, tra le diverse opere giuridiche, sette incunabuli con scritti del giurista Giovanni da Legnano. Ed esattamente: una riedizione del De bello (1503); poi ancora il De duello (inserito nel Tractatus de re militari ubi est tota materia duelli, a cura di Paride Dal Pozzo) stampato con data 1508 e uscito in ulteriori edizioni l'anno successivo e nel 1515 insieme ad un trattato di Bartolomeo Cepolla e Antonio Corsetti il Tractatus de pluritate beneficiorum (1515) ed infine il De ecclesiastico Interdicto.
Una delle opere piu' pregevoli dei fratelli da Legnano e' il Messale Ambrosiano, uno splendido incunabulo in pergamena con belle silografie a piena pagina.
Le illustrazioni sacre, come la stessa figura del Crocefisso, contenute nel Messale, dimostrarono come fosse mutata l'immagine e come si fosse verificata una evoluzione dalle forme legate all'arte medievale, con reminiscenze ancora gotiche e bizantine, a forme rinascimentali sempre piu' nuove. Questa edizione era stata fatta stampare nel 1522 dal prevosto Francesco Crespi de Robertis, primo rettore della chiesa di Santa Maria di Busto Arsizio, allora appena finita di costruire. C'e' da ritenere che i fratelli Legnani avessero assunto l'esecuzione di quest'opera di grande impegno per una ragione spirituale basata sui vicendevoli legami con Legnano e lo stesso prevosto di Santa Maria. E' anche noto infatti che i Bustesi avevano costruito la chiesa di Santa Maria sul disegno di quella bramanteggiante di San Magno a Legnano, finita appena cinque anni prima. Entrambe le basiliche restano testimonianze rinascimentali di grande valore architettonico.
Ma il fulgore e l'opulenza del Rinascimento lombardo si placarono e, a partire dagli anni Venti del XVI secolo, anche l'attivita' dei da Legnano decrebbe gradatamente, fino a spegnersi nel periodo, in cui imperversava in tutta la Lombardia la terribile peste. Il canto del cigno dei fratelli da Legnano si ebbe nel 1524 con la pubblicazione di una grande opera in terza edizione assoluta, l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Questo capolavoro della letteratura di tutti i tempi, non tenendo conto di altre tre pubblicazioni uscite, due nel 1525 ed una nel 1533, segno' cosi' la fine della produzione libraria degli editori da Legnano, ripresa successivamente da alcuni discendenti dei diversi rami della famiglia, che operarono in Milano col medesimo nome, ma non piu' con la caratteristica insegna dell'Angelo.
Questo ritiro dei da Legnano, dovuto alla situazione precaria dell'intero Ducato milanese e di altre Signorie nell'Italia Settentrionale, chiuse anche un'epoca aurea dell'editoria rinascimentale. I da Legnano, nella loro dotta attivita' e nella scelta delle opere da stampare, avevano abbracciato ogni espressione e manifestazione di tutto lo scibile di autori coevi e non, da opere popolari di primario interesse, fino a quelle di formazione umanistica, di filosofia (con particolare preferenza agli argomenti giuridici anche in omaggio al loro noto avo), nonche' a quelle della grande letteratura. La scelta era stata fatta secondo le condizioni politiche e l'ambiente socio culturale, religioso in cui i libri dovevano essere diffusi. Percio' a queste opere già' di per se' di grande interesse, si deve attribuire anche la caratteristica di fedeli specchi del tempo, un compito storico di testimonianza nella evoluzione della stampa, un valore estetico ed anche un sustrato etnografico. Infatti, tra le edizioni pregevoli i da Legnano avevano inserito, anche negli ultimi tempi, una quarantina di volumi in volgare, di impostazione e veste economica popolare, proprio perche' intendevano essere diffusori di cultura a tutti i livelli.
Certamente la produzione editoriale dei da Legnano era coincisa con il primo periodo della silografia nel XV secolo e con lo splendore dell'arte e della cultura illustrativa di Leonardo e Bramante.
Le edizioni dei da Legnano restano nella storia dell'editoria forme compiute ed elette del Rinascimento, servendosi i Nostri dei grandi maestri silografi, miniatori ed incisori milanesi, mantovani, pavesi e bresciani. I da Legnano avevano saputo sfruttare assai abilmente l'arte illustrativa, specie nel primo periodo della loro opera di divulgazione della cultura.
Nel Quattrocento il libro, pur conservando, come e' naturale, le reminiscenze del codice miniato, aveva subito una crisi originaria per l'impossibilita' tecnica, tra l'altro, di usare nella stampa il colore, per cui, verso la fine del secolo, proprio quando i da Legnano erano sulla cresta dell'onda, si delineo' la tendenza a creare il libro illustrato o, perlomeno, decorato, che si affermo' e si impose appunto a incominciare dal Cinquecento.
Come siamo debitori all'Alto Medioevo e al XIV secolo dell'ansia di cultura giuridica, filosofica, scientifica e naturalistica che Giovanni da Legnano ha saputo esprimere in tutta la sua illuminata arte di giurista e di scrittore, cosi siamo in gran parte debitori al Rinascimento anche di quelle meraviglie di arte editoriale ed insieme figurativa che ci sono state tramandate proprio attraverso la ricca e varia produzione degli editori da Legnano.
 
 
 

28.1.16 L-16

 
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L-16.WPS
Le sette campane di San Domenico
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano Pag 122
 
Un'immagine, che risale agli anni Venti, ritrae le sette campane della chiesa di S.Domenico con un gruppo di fabbriceri della stessa parrocchia nel momento in cui i bronzi vennero collaudati: I vecchi legnanesi, forse, dalla ingiallita fotografia riuscirebbero a identificare qualcuno dei personaggi in doppiopetto, collo inamidato e farfalla, intervenuti per solennizzare lo storico momento .Evidentemente oltre ai fabbriceri vi erano anche i benefattori e coloro che contribuirono in modo decisivo a realizzare il concerto campanario che e' stato issato sul campanile 16 anni dopo la consacrazione della chiesa. Di qualcuno abbiamo potuto fare l'identikit: l'allora parroco don Emanuele Cattaneo, mons. Angelo Nasoni intervenuto in veste di collaudatore in quanto presidente della Commissione per la Musica Sacra e i titolari, fratelli Ottolina, della fonderia di Seregno, alla quale erano state commissionate le sette campane:
Nell'archivio parrocchiale di San Domenico e' ancora conservato il contratto di fornitura dal quale abbiamo rilevato qualche dato. "Dovranno essere consegnate entro il 15 luglio 1925 per un prezzo convenuto complessivamente in lire 130.850". Si specificava anche le caratteristiche delle sette campane: " in la di 870 vibrazioni semplici " nonche' il peso ed il diametro di ciascun sacro bronzo.
Il diametro della campana maggiore era di metri 1,685 ed il peso totale Kg.9580.
Al momento dell'ordinazione la parrocchia in cassa, disponibili allo scopo, aveva soltanto dodici mila lire circa. Non restava che fare appello alla generosita' dei legnanesi e si apri' allora una sottoscrizione pubblica.
Quando il 22 settembre 1924 ( con un largo anticipo quindi sul termine fissato per la fornitura) si era ancora lontani dalla cifra del costo totale, oltre al parroco, si rese garante del saldo entro un termine ragionevole anche l'allora prevosto di San Magno mons: Domenico Gianni:
Tre o quattro giorni dopo la data del collaudo le sette campane di S, Domenico erano gia' al loro posto a diffondere quei rintocchi che ancor oggi scandiscono il tempo per gli abitanti del rione, una parte del quale conserva ancora il vincolo di " centro storico".
La chiesa di S. Domenico sorge infatti lungo il corso Garibaldi in parte ancora pavimentato con gli antichi lastroni di porfido.
Fu edificata in sostituzione dell'antico oratorio del Salvatore.
I lavori iniziarono il 16 aprile 1900 su progetto dell'architetto sac: Enrico Locatelli.
Lo stile del tempio e' orietantaleggiante. Notevole la facciata in marmo di Carrara dovuta all'arch. Magistrelli e rimaneggiata successivamente rispetto alla fattura originaria .
La chiesa, terminata nel novembre del 1904, fu eretta a parrocchia con decreto del cardinale Andrea Ferrari in data 3 gennaio 1907 e consacrata dallo stesso il 30 marzo dell'anno successivo:
E' a croce latina a tre navate e all'interno sono conservati, d degni di rilievo, candelabri in bronzo nonche' una lampada bizantina opera del celebre Pogliaghi e due maestosi pulpiti con cariatidi scolpite da un artista alsaziano. Il campanile svetta oltre la cupola ottagonale e conserva una grazia rinascimentale. Il suo stile e' diverso da quello della chiesa e lo stesso rivestimento di prevalente color roseo, si discosta dal resto della decorazione del tempio.
 
 
Legnano di ieri Legnano di oggi.
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano Pag 10
 
Una lenta metamorfosi, una lunga evoluzione nei tempi che l'incedere della storia ha portato fino a noi.
Per compiere uno sguardo retrospettivo iniziero' da dove la storia confina con la leggenda quasi stemperandosi in sfumature non sempre percettibili, per poi approdare a tempi piu' vicini, cioe' al periodo in cui Legnano aveva già' assunto una sua precisa fisionomia come grosso borgo agricolo e andava mutando quindi gradualmente il suo volto con il passaggio quasi frenetico dall'economia rurale ad un'economia mista. Bastarono poi cinque lustri per scalzare da Legnano, divenuta ormai città', anche gli ultimi nuclei di una tradizione che nel concetto delle nuove generazioni era divenuta anacronistica. E' l'immenso libro della storia cittadina col voltar di una pagina mi fa entrare nell'era industriale. Il ritmo si fa quasi frenetico, seguendo un'evoluzione di dinamica ascesa. Ed ecco che l'operoso popolo della città' del Carroccio si trova ad essere protagonista di avvenimenti che parlano ormai soltanto di conquiste tecnologiche di una civiltà' del futuro, che riempiono di stupore ma anche di orgoglio.
E proprio nella fase di passaggio graduale ma rapido da un tipo di economia all'altro, nel momento cioé in cui la città acquista coscienza del suo destino di grande comunità che ha trovato nell'industria la sua vera vocazione con la prospettiva di progresso e di sviluppo, Legnano cambia volto. E' fatale che con i tempi, con l'avvento di nuove e diverse fonti di lavoro, rispetto a quelle che gli abitanti della Legnano ottocentesca erano o abituati a considerare, inizi una trasformazione urbanistica pari da imporre novità che soltanto qualche anno prima sarebbero addirittura sembrate foglie ci sono angoli, interi isolati, strade, piazze, agglomerati urbani che un tempo apparivano intangibili in centro e alla periferia e che oggi sono irriconoscibili. I vecchi legnanesi quegli angoli, certe case caratteristiche, luoghi legati alla storia o a particolari eventi cittadini, anche se ora non ci sono più, li hanno impressi nella memoria perché componenti della loro stessa vita.
Ho voluto dunque fermare il tempo per fissare le immagini più caratteristiche prima che fossero distrutte, sciupate o disperse.
L'idea era venuta una sera tra amici, alla Famiglia Legnanese durante la prima fase della raccolta delle immagini della vecchia Legnano, condotta con la collaborazione del quindicinale "30 Giorni nel Legnanese". L'iniziativa si concretizzò nel marzo del 1972 con una mostra delle immagini della vecchia Legnano allestita nella sede del benemerito sodalizio cittadino. Alla rassegna ne seguì una seconda, l'anno successivo, con un'altra parte del materiale raccolto con costanza e con ricerche spesso rese difficili da varie circostanze. Con la collaborazione di molti, mi è stato comunque possibile mettere insieme numerose immagini, documenti autentici, testimonianze di una Legnano scomparsa o in procinto di essere cancellata dalle inarrestabili trasformazioni che nuove esigenze e diverse realtà al passo coi tempi hanno imposto.
Il successo che aveva avuto la mostra alla Famiglia Legnanese (la seconda parte della rassegna era stata inaugurata alla presenza del Senatore prof. Giovanni Spadolini, presidente della Commissione Istruzione Pubblica e Belle Arti) aveva dimostrato la validità dell'iniziativa.
Dalla mostra di gigantografie ad un volume che le raccogliesse tutte a mo' di racconto fotografico della storia della Legnano operosa e artistica del Medio Evo agli albori del Novecento, il passo è stato breve. Pur non trascurando la Legnano più remota, la maggior parte delle immagini è accentrata del periodo che sta a cavaliere tra le due economie, cioè dal vecchio borgo pervenuto al bon industriale, pronto per inserirsi nel più vasto consesso economico nazionale, con una funzione di protagonista.
Quello che Legnano ha poi saputo dare alla provincia, alla regione, alla nazione, appartiene alla nostra epoca e può costituire solo un elemento di riflessione, una pietra di paragone che si proietta nel passato, confrontando appunto le immagini della Legnano ormai scomparsa alla nostra vista, con quelle che ancora oggi sono familiari.
Fotografie ingiallite dal tempo, scorci paesaggistici urbani o di edifici monumentali che non esistono più, vecchie incisioni, schizzi ed opere finite di qualche pittore legnanese defunto   o contemporaneo, oppure il frutto della certosina pazienza e delle passione di un grande concittadino scomparso, l'ing. Guido Sutermeister (unico ed irripetibile cultore della storia e arte locale), tutto questo materiale, dicevo, ho voluto restituirlo ai legnanesi, quasi come un omaggio di un cittadino adottivo di questa nobile terra.
Proprio i legnanesi, prima di tutti sapranno apprezzare questa raccolta di immagini completate da un testo illustrativo, che lungi dal voler essere un lamento del passato, documenta l'evoluzione ed i cambiamenti che Legnano ha subito in tanti anni di storia.
Giorgio D'Ilario  
 
 
 
 
Dal Fascismo alla liberazione
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 32
 
Il conflitto mondiale del 1915-18 segnò per l'economia legnanese una battuta di arresto, tuttavia l'industria tessile e quella meccanica riesce a mantenersi sulle posizioni raggiunte. Il dopoguerra segna per Legnano un nuovo processo di sviluppo e di incremento che prosegue nel tormentato periodo della retorica fascista.
Alla famosa marcia su Roma Legnano invia suoi rappresentanti e le organizzazioni fasciste trovano nella Legnano già formata con un suo avvenire industriale un facile terreno di infiltrazione.
Nascono i manipoli "Numa Negrini" che diventeranno Renato Calzone, Daniele Martinelli, Dino Piochi. I tentativi di opposizione, che restarono anche dopo l'avvento del Fascismo al potere vengono repressi in modo duro dall'allora federale Rino Parenti. Vi fu più di un arresto e vari legnanesi vennero inviati al confino politico.
Intanto mentre viene dato il massimo impulso alle industrie, specie alle tessili, vengono realizzate le "opere del regime" tendenti a consolidare sempre più il potere, mirando a far colpo sul popolo.
In questo periodo sorge la colonia elioterapica, la "Casa del Balilla" di via Milano iniziata nell'ottobre del 1933 e la "Casa del Fascio (l'attuale palazzo Italia di fronte al Municipio ) che venne realizzata nel 1930,il poligono di tiro in fondo a viale Cadorna, (inaugurato nel 1934 ). Il 4 Ottobre 1934 Mussolini viene in visita a Legnano ed inaugura anche alcuni nuovi reparti in due stabilimenti della citta'. L'anno successivo per la prima volta si ricorda, con il carosello storico ed il Palio, l'antica battaglia del 1176.
Mentre la citta' del Carroccio era nel pieno della sua attivita' di sviluppo industriale, la seconda guerra mondiale arriva a far segnare una nuova battuta d'arresto, seminando terrore e lutti. I legnanesi si distinguono nella difesa della Patria, come gia' avevano fatto in occasione della prima guerra mondiale. Durante il conflitto del 1915-18 la citta' ebbe in Aurelio Robino  una medaglia  d'oro e nella seconda guerra mondiale due furono le medaglie d'oro: Carlo Borsani e Raoul Achilli.
Non appena in tutta Italia cominciano a sorgere i primi movimenti di liberazione partigiana, Legnano fa eco fin dall'ottobre 1943 con azioni organizzate da parte delle formazioni partigiane. Nelle fabbriche, con scioperi e con la resistenza passiva, i lavoratori appoggiano le azioni di guerra partigiane che mirano a liberare la nazione dal dominio nazifascista. Alla lotta partigiana Legnano diede un contributo di vite e di sacrifici particolarmente significativi: 57 morti e 123 feriti.  Due medaglie d'oro al merito partigiano sono state conferite a cittadini legnanesi, una alla memoria del caduto Mauro Venegoni  e l'altra a Candido Poli, uno degli campati del lager nazista di Mathausen.
Momenti di particolare drammaticita' si ebbero nel dicembre del 1943 con gli scioperi e le manifestazioni contro il proseguimento della guerra e di non collaborazione coi tedeschi trasformatisi ormai di fatto in truppe di occupazione. Gli scioperi furono piu' massicci alla Franco Tosi: Il 5 Gennaio 1944 le SS tedesche, al comando dello spietato generale Zimmerman, compiono una azione di rappresaglia proprio alla Franco Tosi. Vengono arrestati 92 lavoratori. Caricati su carri ferroviari vengono deportati nei campi di sterminio: Di essi, 7 persero la vita nei lager nazisti: Pericle Cima, Alberto Giuliani, Carlo Grassi, Antonio Vitali, Francesco Orsini, Angelo Sant'Ambrogio ed Ernesto Venegoni .Tra coloro che finirono nei campi nazisti vi fu anche lo studente univesitario Gianni Moro nato nel 1922 e morto nel lager di Ebensee(Austria) nel gennaio 1945.
Per non aver voluto militare nelle file dell'esercito fascista repubblicano veniva consegnato ai tedeschi che lo prelevarono dal carcere di S.Vittore il 3 marzo 1944 per deportarlo in Austria.
L'insurrezione armata dei partigiani legnanesi, alla quale presero parte le formazioni 101 e 182 della brigata "Garibaldi "nonche' la divisione "Alfredo di Dio2 della brigata" Carroccio", si ebbe la sera del 24 aprile 1945.
L'azione comincia con l'attacco ad un comando tedesco di zona ubicato tra Parabiago e Canegrate nell'intento, riuscito, di distruggere la stazione   radio per interrompere i collegamenti. L'operazione era concordata con altre forze partigiane e nello  stesso istante viene attaccata la caserma di viale Cadorna che era presidiata dai tedeschi. I combattimenti si protraggono fino al pomeriggio dl giorno successivo, allorche' gli ultimi tedeschi che si erano rifugiati in un edificio di via Milano vengono eliminati con l'appoggio di forze popolari della citta'. Il 26 aprile da Milano puntano su Legnano due colonne corazzate; una tedesca ed una fascista mentre dalla zona di Magenta reparti della colonna tedesca Stam, incalzati  da altre formazioni partigiane, convergono per collegarsi con i reparti corazzati.
Il C.N.L di Legnano organizza immediatamente la difesa della citta' riunendo le forze partigiane coadiuvate da un forte contingente di lavoratori delle fabbriche cittadine. Da Gallarate e da Busto Arsizio altre formazioni vengono a dar man forte. Dopo duri scontri lungo l'autostrada, il "Sempione" e verso Busto Garolfo, i nazifascisti si ritirano verso Milano e verso il confine della Svizzera.
Al mattino del 27 aprile Legnano puo' considerarsi totalmente libera.
Diciassette erano stati i morti e venti i feriti di quelle tragiche ore che segnarono la riconquista della liberta' anche nella citta' del Carroccio ,come si era fatto seguendo un medesimo spirito ,sia pur con altri ideali, nel maggio del 1176.
All'opera di ricostruzione del Paese martoriato dalla guerra e tormentato dal drammatico periodo seguitone, Legnano partecipa con entusiasmo ed impegno, avendo come obiettivo la ricostituzione del patrimonio collettivo, per ridare alla citta' quella pace operosa che gia' aveva caratterizzato gli anni dell'inizio secolo.
Questo considerevole contributo di dedizione e di attivita' eroica
per la difesa della liberta', della Patria e della dignita' umana ,
generosamente offerto da Legnano, con sacrificio anche di numerose
vite umane, attende un doveroso riconoscimento ufficiale: almeno una medaglia d'argento da appuntare sul glorioso gonfalone della citta' del Carroccio.
 
L'era industriale E le trasformazioni Negli ultimi due secoli
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 36
 
 
   Pur avendo Legnano un'economia prevalentemente agricola,
gia' tra il Seicento ed il Settecento si potevano annoverare alcune
filande con caratteristiche di artigianato domestico che poi assunsero
un'impronta sempre piu' marcata, creando le premesse per la trasformazione dell'operoso agglomerato urbano fino a farlo evolvere da borgo agricolo a centro industriale. E la storia di Legnano negli ultimi due secoli e' strettamente legata proprio a quell'attivita' ndustriale che ne ha fatto la fortuna.
   Abbiamo appena scritto delle prime attivita' produttive alle quali si dedicavano gli antichi progenitori delle citta' del Carroccio,
dei suoi mulini, delle trasformazioni di prodotti dei campi da avviare direttamente al commercio. Furono i primi tentativi per imbastire una economia dinamica ed operosa che dara' frutti concreti nella prima meta' dell'Ottocento.
   Proprio per la preminente importanza che ha avuto l'industria nello sviluppo di Legnano dall'inizio del XIX secolo, abbiamo voluto concludere questa carrellata sulla sua storia, soffermandoci piu' compiutamente sull'Era Industriale .
   I dati e le fonti d'informazione sono stati in parte desunti dal "Panorama storico dell'Alto Milanese -volume II", edito nel 1971 dal Rotary Club Busto-Gallarate-Legnano, ed in parte attinti direttamente dagli atti e dai rapporti ufficiali conservati nell'archivio del Comune.
   Se in epoca napoleonica si potevano annoverare nel borgo
di Legnano fiorenti attivita' manifatturiere a carattere famigliare specializzate nella filatura, nella tessitura a mano, nella tintoria con vegetali, nella conceria e nei pellami dipinti, dobbiamo invece attendere fino all'inizio dell'Ottocento per vedere delinearsi le prime iniziative di industria vera e propria.
   Il fiume Olona, che gia' aveva dato energia idraulica per il funzionamento dei numerosi mulini, servi' egregiamente anche alle nascenti attivita' industriali tessili, offrendo possibilita' di derivazioni per il candeggio e la tintoria: l'acqua dell'Olona servì anche ad azionare le macchine.
   Ma entriamo nell'epoca pionieristica industriale, limitando le nostre osservazioni e citazioni delle aziende e dei capitani d'industria fino al 1910 . Dopo tale anno infatti, sarebbe troppo lunga l'elencazione ed oltre tutto usciremmo dal tema prefissatoci in questa opera
la vecchia Legnano.
   L'anno di nascita dell'industria legnanese e' il1821. Lo svizzero Carlo Martin impianta il primo stabilimento per la filatura del cotone che passera' nel 1845 alla ditta Saverio Amman & C. Nel 1863 aveva gia' una potenza installata di 500 cavalli-vapore, 5000 fusi e 40 telai ed era in grado di produrre annualmente 1700 quintali di filati greggi.
   Ben duecento persone trovarono lavoro in questo primo cotonificio.
Nel 1824 Eraldo Krumm impianto' il secondo stabilimento di filatura nel punto ove si trova oggi la Tintoria Mottana ,lungo
Corso Sempione.
Anche questo opificio, come il precedente, traeva forza motrice dall'Olona mediante grandi ruote idrauliche. La terza filatura arrivo' nel 1828 ad opera dei Signori Borgomaneri, Bazzoni e sperati.
E da questo piccolo stabilimento tessile nacque poi, con uno dei piu' rappresentativi capitani d'industria ,Costanzo Cantoni, il primo nucleo del grande cotonificio che oggi costituisce uno dei maggiori complessi tessili italiani e addirittura europei. Costanzo Cantoni gia' da otto anni aveva impiantato a Gallarate una filanda e contando sulla manodopera reperibile in questa zona, apri' uno stabilimento anche a Legnano.
Gia' nel 1862 il Cotonificio Cantoni aveva circa trecento operai.
   Dieci anni dopo l'apertura dell'azienda poi passata a Cantoni, un quarto cotonificio venne ad assorbire altra manodopera in questa plaga: e' la Andrea Krumm & C. destinata anch'essa a svilupparsi rapidamente: Un quinto stabilimento di filatura di cotone si aggiunge agli altri nel 1842 ad opera del dottor Renato Travelli .
   Bastarono questi cinque stabilimenti per rivoluzionare la vita del borgo rurale, mutando abitudini e indirizzo sociale. Gli agricoltori abbandonano i campi per cercare lavoro nelle filande (anche se la manodopera femminile, piu' congeniale per le lavorazioni tessili, era preferita); sorgono qua e la' laboratori casalinghi ai quali le grandi industrie forniscono il greggio ritirando poi le "pezze" finite; si creano officine meccaniche ed altri piccoli complessi sussidiari ai cotonifici.
   Nel 1857 abbiamo gia' una Legnano centro manifatturiero, come conferma il manoscritto "Elenco degli stabilimenti, di industrie e di commercio in Legnano", conservato nell'archivio del Comune.
Ecco le cifre: 24 imprese industriali di cui 6 filature di cotone, 5 filande di seta, 3 confezione pelli, altrettante fornaci e tintorie, 1 fabbrica di organi, 1 fabbrica di saponi e candele.
Su una popolazione che assommava in quell'anno a 1671 abitanti, gli addetti alle industrie erano il 29% della popolazione, cioè 1855 unità (371 uomini, 582 donne; 294 ragazzi e 608 ragazze).
A differenza della vicina Busto Arsizio, dove l'industria inizialmente era tenuta a livelli piccoli e medi, a Legnano le aziende assunsero subito una macrostruttura, con l'impiego di un rilevante numero di dipendenti.
Lungo l'asse dell'Olona, sulla destra e sulla sinistra, altre industrie tessili venivano impiantate tra la seconda metà dell'Ottocento e il primo Novecento. E' la volta del Cantonificio Dell'Acqua nel 1871 per iniziativa dei fratelli Francesco e Faustino Dell'Acqua, che nel 1910 impiegava quasi 500 operai con circa 520 telai meccanici, azionati da energia elettrica. Un anno dopo la fondazione del Dell'Acqua ecco un nuovo colosso tessile ad opera di Antonio Bernocchi che aveva già avviato alla Gabinella una piccola industria di candeggio. In questo periodo abbiamo anche il primo esempio di concentrazione industriale nella zona rappresentato dalla serie di stabilimenti facenti capo alla Stamperia Italiana Ernesto De Angeli, che si specializza nella filatura e tessitura del cotone, opifici che hanno sede oltre che a Legnano alla Maddalena di Milano e in altre località. L'azienda venne fondata nel 1879 dai fratelli Enea e Febo, figli del dottor Saule Banfi, fervente patriota. Questo nuovo colosso tessile, che poi diverrà cotonificio De Angeli Frua, ha come data di nascita il 1875.
Sempre per restare nel settore tessile venne fondata nel 1903 la Manifattura di Legnano dagli stessi fratelli Banfi insieme a Mariano Delle Piane e al cav. Giuseppe Frua. Ecco perchè possiamo vedere gli edifici ancora rimasti nel cuore della città aventi lo stesso stile, mirabili esempi di architettura industriale veramente indovinata.
La Manifattura di Legnano destinata a divenire terza industria locale in ordine di importanza (attualmente infatti occupa oltre 900 dipendenti) aveva fatto delineare la vocazione di grande complesso tessile di rilevanza nazionale già nel primo decennio di attività. Il censimento industriale del 1911 ce ne fornisce questi dati: 755 operaie, 63500 fusi meccanici impiegati nella filatura di cotone mako, 1100 Kw di energia elettrica assorbiti dal macchinario.
Con il Cotonificio Cantoni, il quale si è mantenuto negli anni in tutta la sua solidità, con un ammirevole equilibrio di conduzione e di sviluppo, assurgendo ad importanza mondiale, la Manifattura di Legnano ha saputo reggere egregiamente alle varie crisi del settore tessile, compresa la più recente, particolarmente dura.
Questi cospicui complessi tessili agli albori del Secolo avevano esercitato una notevole forza di propulsione, favorendo il sorgere di industrie minori.
Nel 1900 viene costituita la società in accomandita per azioni Fabio Vignati & C. con due stabilimenti, uno a Legnano e uno a Villa Cortese e nasce anche la tessitura di cotone Ettore Agosti.
Per lavorare tessuti di cotone tinti e candeggiati Giulio Giulini e Roberto Ratti fondano nel 1905 la società che da loro prende il nome.
Tre anni dopo si costituisce la società in accomandita per azioni E.Mottana & C. di candeggio e tintoria che rileva la piccola azienda di Giuseppe Bernocchi alla Gabinella.
Attorno a queste maggiori unità dell'industria cotoniera fioriscono altre aziende minori, come la Ratti, Rizzi & C. (poi Porri e Ronchi), la Giovanni De Giorgi, la Fratelli Gadda & C., la Giovanni Legnani, Dante D'Anielli e Donato Miglio.
L'acqua dell'Olona non basta piu' e si attinge il necessario alle industrie tessili dalla falda sottostante mediante pozzi artesiani.
Il fiume viene degradato ad una funzione di collettore per gli scarichi dei residui di lavorazione degli opifici. La sua morte, almeno come fiume, e' ormai inesorabilmente decretata.
Favorita dalla posizione in cui si trovava la cittadina, con l'asse  di traffico della statale del Sempione, con l'avvento delle ferrovie dello Stato e della Nord e poi dell'Autostrada laghi, a prima del mondo, l'industria raggiunge il suo massimo impulso verso la fine del secolo e nei primi anni del Novecento. Accanto all'industria tessile si sviluppa quella meccanica ed altri settori ancora vengono rappresentati .
Luigi Krumm, nel 1874,in collaborazione con Eugenio Cantoni, impianta a Legnano una fabbrica di telai meccanici. Nel 1879 entra nella societa' l'ing. Franco Tosi, allora ventiseienne e la ditta sii trasforma in Officina Franco Tosi & C. con una sezione specializzata nella costruzione di motrici a vapore. Dopo dieci anni l'officina aveva gia' 650 operai: si delinea cosi' un nuovo complesso destinato a dominare il mercato italiano e mondiale .
Come gia' era avvenuto per le industrie tessili, la Franco Tosi fa da richiamo per altre aziende del settore. Le officine meccaniche fratelli Bombaglio da Marnate in Val d'Olona, si trasferiscono a Legnano nel 1886.Da cinque anni Andrea Pensotti, capo reparto della Tosi, si era messo in proprio con  una fonderia alla quale aggiunse poi un'officina meccanica sempre nei pressi di Piazza del Monumento. Lo stabilimento, che si trasferisce poi in via Firenze specializzandosi nella produzione di caldaie,esportate oggi in tutto il mondo, diverra' il quarto complesso legnanese di importanza.
Il chimico dott. Carlo Rossi nel 1907 fonda le Officine Elettrochimiche Rossi, producendo clorato di potassio, acido nitrico ed una lega metallica : l'elianite. Sorgono anche le officine Gianazza(1882), La Mario Pensotti(1881) e la Ing:Giampiero Clerici, divenuta poi Industrie Elettriche di Legnano, un quinto colosso ,oggi, tra le aziende locali. che La motorizzazione che gia' comincia ad espandersi vede a Legnano due aziende impiantate allo scopo proprio di costruire automobili, motori per autotrazioni e addirittura aeroplani. Sono la FIAL (Fabbrica  Italiana Automobili da Legnano ), fondata nel 1902  dall'intraprendente Guglielmo Ghioldi, e nel 1907 nacque la "Wolsit", Officine Legnanesi Automobili. Dopo la crisi dell'industria automobilistica la "Wolsit" che diverra' poi Soc. Emilio Bozzi, si dedico' alla produzione di velocipedi e motocicli. Le prestigiose biciclette "Legnano-Wolsit", con la casa verde oliva, raccolsero centinaia di vittorie in campionati italiani e del mondo .La fabbrica dopo 64 anni di attivita' chiuse i battenti nell'ottobre del 1971.
La necessita' di rendere le industrie locali autosufficienti anche per materie prime, prodotti accessori e collaterali, crea decine e decine di altre aziende con svariate produzioni. Abbiamo cosi, oltre a quelle gia' ricordate ,le Officine A.Fontana, macchine per tessitura (1908), il saponificio Agosti e fabbrica di candele (1858),la conceria di pelli Pietro Rosa (1881),le Industrie Grafiche Proverbio(1887), la Societa' del ghiaccio artificiale e la Societa' del gas.
Quest'ultima fondata nel 1879,inizio' il servizio di distribuzione il 1° maggio 1880.Infine altre industrie sempre sorte tra la fine dell'Ottocento e il 1910 che citeremo solo nominativamente: Fonderia Marcati e Tricavelli, Fonderia Ferdinando Raimondi, Officine Venusto Rossi, Geronzio Rabuffetti, Rodolfo Raimondi, Massimo Vedani, Fratelli Mutti, Pietro Furrer, Fonderia Lamperti&Gornati, Rubinetteria Uecher & Curti, Idraulica Eugenio Gianazza, Aziende tipografiche: Emilio Garancini, Natale Marini, Arti Grafiche Legnanesi e Carlo Guidi: Carpenteria Angelo Testa, Saponificio Angelo Aspes poi Angelo Bollina, Fabbrica Legnanese Colla e Saponi, Fratelli Fasola(frutta e fiori artificiali) ,Carpenteria Paolo Citttera, e, nel settore legno, Gaetano Adamoli ed Eredi Clerici Ciprandi & Figli (carri e carretti); Frattini & Piscia (calzature a macchina), nell'industria edilizia Giovanni Borsani ,Carlo Pastori, Gerolamo Calini e Romeo Filetti; nell'industria dei trasporti Cristoforo Borsani, Natale Schiatti e Fratelli Scandroglio.
Con lo sviluppo industriale sorse la necessita' della creazione della assistenza finanziaria in grado di seguire il continuo progresso. Il problema, largamente sentito, fu affrontato e risolto nell'ambito degli stessi legnanesi. Fu un prestinaio di Legnano, Gaetano Muttoni, che nel 1887 costitui' la Banca di Legnano con un capitale azionario di 300 mila lire diviso in azioni da 200 lire, frazionate tra 118 sottoscrittori. Le prime operazioni vennero svolte in una modesta sede di via Palestro. L'iniziativa fu subito sviluppata dal barone Cantoni nominato ben presto presidente onorario. Nel 1898 l'istituto di credito trasporto' i suoi uffici nel nuovo palazzo allo scopo costruito in via Franco Tosi. Il capitale sociale venne portato a un milione e mezzo in azioni da L.100 dall'assemblea dei soci, tenuta il 1° Novembre 1905.Nel 1906 la banca comincio' la sua espansione territoriale, aprendo una prima agenzia a Parabiago, due anni dopo un'altra a Castellanza e nel 1910 una terza a S.Vittore Olona. In quegli anni la Banca di  Legnano aveva gia' un patrimonio proprio di quasi due milioni e mezzo tra capitale e riserve.
Attualmente la Banca di Legnano ha capitale e riserve per oltre quattro miliardi di lire, una massa fiduciaria che supera i cento miliardi, ed una organizzazione territoriale sviluppata in 27 filiali, nove tesorerie e due esattorie. Nei primi anni del ventesimo secolo esisteva a Legnano oltre ad una succursale della Banca di Credito Provinciale, anche una filiale della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde.
A completare il settore bancario della cittadina in pieno sviluppo, verra' nel 1923 un altro istituto locale, il Credito Legnanese che ebbe come primo presidente il cavaliere del lavoro Francesco Bonecchi, titolare di una omonima tintoria .Oggi questo istituto bancario, con capitale sociale e riserve ammontanti ad oltre un miliardo e mezzo di lire, conta trenta filiali.
Specie le due banche locali seppero sviluppare in quegli anni di grande fervore realizzativo, un proficuo programma di appoggio e finanziamento delle forze produttive locali piccole e medie.
Nel primo censimento industriale del 1911 il numero delle aziende legnanesi era salito a 2o5 con 1o.6oo operai addetti. Rileviamo una curiosita': in quello stesso censimento risultavano in attivita' ancora quindici motori azionati con forza idraulica (cinque per tessitura e gli altri per i mulini) e nove macchine a vapore I motori elettrici, statisticamente rilevabili, erano cinquecento.
Per una singolare coincidenza, ad un secolo esatto dall'anno di nascita dell'industria locale, si senti' la necessita' di costituire una Federazione degli Industriali Legnanesi. Nel 1921,infatti,sorse la organizzazione che riuni' gli imprenditori dell'industria ed ebbe sede in via Alberto da Giussano. Venne nominato presidente il comm. Fabio Vignati, da considerarsi quindi pioniere di un movimento associativo autonomo dal momento che gli imprenditori del luogo in precedenza facevano capo alla Federazione Industriali Alto Milanese. Ma questo primo organismo territoriale ebbe vita breve in quanto il mutato clima politico port0' alla legge fascista del 3 Aprile 1926 che aboliva le " unioni locali miste" come, tante altre liberta' associative, per conformarle alo schema fisso della giurisdizione provinciale.
si rifece sentire tra gli industriali legnanesi la tendenza  riunirsi in libera associazione appena cambiarono le condizioni politiche e nella zona riprese il vigore economico che aveva improntato il periodo pioneristico.
Cosi' il 4 maggio 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra, si costitui' un Comitato Industriale provvisorio presieduto dal cav: uff: Mario Pensotti con l'ing. Aldo Palamidese a rappresentare la piccola industria. Da tale Comitato scaturì l'Associazione Legnanese dell'Industria il cui atto costitutivo reca la data del 13 luglio 1945.
Primo presidente fu il cav. Pier Luigi Ratti il quale trovo' la preziosa collaborazione di un direttore, il dott. Manlio Bucci, che con la sua esperienza e non comune intelligenza, seppe creare le premesse per assicurare alla rinnovata associazione industriale un ruolo determinante nella vita organizzativa dell'importante settore economico della citta' e di tutto il Legnanese.
Venticinque furono le ditte industriali che sottoscrissero l'atto costitutivo. Esse crebbero in un numero fino a raggiungere 319 aderenti a dieci anni dalla fondazione. Nel 1947 successe al cav. Ratti l'ing: Franco Pensotti che resse la carica fino al 1965.Gli subentro' l'ing: Giuseppe Pellicano' fino al 1971, anno in cui venne designato presidente l'ing: Giancarlo Colombo attualmente in carica.
Quali direttori dell'Associazione Legnanese dell'Industria seguirono al dott:Bucci, dopo la sua morte avvenuta nel settembre del 1963,Luigi de Niederhausern per circa un anno e il dott. Spartaco Ulzega dal marzo 1966 il quale dirige tuttora l'Associazione. Egli si e' reso anche promotore del Consorzio Garanzia Fidi e del Consorzio Export Legnano, organismi dimostratisi di larga utilita' per l'intera zona.
Con le mutate esigenze e necessita' conseguenti anche al nuovo ordinamento regionale e all'avvento di un comprensorio con caratteristiche socio-economiche omogenee, si era gradualmente superato il concetto di raggruppamenti produttivi chiusi in un ambito cittadino, criterio che invece aveva animato molti centri industriali dell'Italia Settentrionale. Con questo concetto comunque l'industria legnanese si era sviluppata nel secondo decennio del secolo.
Municipio di Legnano
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Operai Legnanesi!
L'Autorita' Municipale da Voi incaricata per esporre all'Onorevole Amministrazione del COTONIFICIO CANTONI le vostre domande, onde per termine alla sospensione di lavoro, merce' un amichevole accomodamento ha ricevuto dalla medesima la seguente dichiarazione, che si fa dovere di comunicarvi per norma: e cioe':
Saranno tenuti chiusi gli Stabilimenti di Legnano e Castellanza finche' gli operai scioperanti non avranno dato, per mezzo dell'Autorita' Municipale, avviso alle Direzioni degli Stabilimenti suddetti, che intendono ricominciare il lavoro alle condizioni e prezzi attuali; riservandosi la Direzione di fare gli aumenti dei salari a coloro che ne saranno riconosciuti meritevoli, e nelle proporzioni ch'essa credera' conveniente a conciliare i loro interessi con quelli dell'Industria.
         OPERAI !
la sottoscritta Giunta Municipale ama ritenere che ciascuno di Voi tanto del Cotonificio che delle altre Ditte sara' oramai persuaso della convenienza di ritornare al lavoro e di restituire al Paese la sua quiete abituale; giacche' diversamente non si farebbe che aggravare i danni a Voi stessi ed all'Industria, oltre alle serie conseguenze che ne deriverebbero; poiche' ove qualche mal intenzionato tentasse d'opporsi a quelli che hanno volonta' di riprendere il lavoro, verrebbe punito a norma di Legge.
Dall'Ufficio Municipale di Legnano, li 14 Febbraio 1884.
                  LA GIUNTA MUNICIPALE
ALMASIO ANGELO - DELL'ACQUA FRANCESCO-AGOSTI FRANCESCO Assessori
                                  Il Segretario Rag. Cesare Figini
 
 
Per riprendere il grafico dell'industria locale negli anni successivi, ed esattamente quelli a cavallo tra le due guerre mondiali, torniamo ancora a far parlare le cifre del censimento del 1927: rispetto al precedente (1911ì l'industria tessile aveva raddoppiato i propri addetti. Su 40 aziende, tredici contavano dai 25o ai 1000 dipendenti ciascuna e due oltrepassavano i mille  (Cantoni e Bernocchi.
La Franco Tosi vantava fin da allora il record di 3200 dipendenti; le aziende meccaniche erano 87 di cui 77 avevano meno di dieci dipendenti, quindi conservavano per la maggior parte dimensioni artigianali.
L'andamento delle strutture industriali nell'area del Comprensorio  dell'Alto Milanese e' stato analizzato in termini realistici anche in uno studio del prof. Mario Casari condotto per conto dell'Associazione Legnanese dell'Industria  (A.L.I) e permette di giungere alla conclusione che l'incremento industriale nel Legnanese tra il 1951 w il 1961 e' stato  tra i piu' alti (confronto con Italia e Lombardia) dell'intero sistema imprenditoriale italiano.
Il censimento del 1951,  primo dopo gli anni della ricostruzione post-bellica, ci dimostra come l'industria  legnanese sia sempre in dinamica ascesa: 24.75o dipendenti in 723 aziende, il che porta Legnano ad occupare il secondo posto tra i Comuni lombardi (grado di industrialita' pari al 65,17 % in rapporto alla popolazione9, dopo Sesto S.Giovanni. E siamo alla punta massima del grafico che comincera' a segnare una linea in depressione al sopraggiungere della crisi tessile intervenuta in Italia.
Piu' di uno stabilimento chiude con la conseguenza di una diminuzione pari a 5300 unita' lavorative in pochi anni. Vi e' per fortuna un trapasso delle maestranze dal settore tessile a quello metalmeccanico. Alla chiusura dei grossi cotonifici come il De Angeli Frua, il Dell'Acqua, l'Agosti, la Bernocchi fa riscontro nello stesso periodo la nascita di nuove industrie nella periferia della citta' e in alcuni centri di recente vocazione industriale come Rescaldina,  (con il colosso gia' da tempo esistente della Bassetti e una miriade di aziende meccaniche), Canegrate, Parabiago, San Giorgio su Legnano, S.Vittore olona, Busto Garolfo, Cerro Maggiore.
Nel censimento del 1961 il primato dell'industria locale per manodopera assorbita si e' spostato dal settore tessile al settore meccanico il quale ultimo contava 9450 addetti (i tessili, abbigliamento compreso, erano scesi a 7560).Seguivano, notevolmente distanziati, gli altri sett322 dipendenti: pellami e calzature (534 dipendenti), metallurgiche  (322 dipendenti), chimiche (313 dipendenti), legno e mobili ( 300 dipendenti), alimentari e affini 890 dipendenti), altre aziende manifatturiere (966 addetti).
Abbiamo nel censimento del 1961 un totale di 762 industrie manifatturiere con 19.452 addetti.
La varieta' dell'apparato produttivo ed i quattro cardini su cui poggia l'industria legnanese(cantoni, Franco Tosi, Manifattura di Legnano e Andrea Pensotti)con i nuovi centri limitrofi di recente industrializzazione , hanno costituito una provvidenziale valvola di sfogo offrendo alternative alla mano d'opera che era rimasta momentaneamente senza lavoro nel periodo della grande crisi dei tessili. L'assorbimento che ha avuto luogo, non solo ha permesso di annullare la disoccupazione  che si paventava, ma negli ultimi tempi ha addirittura fatto registrare scarsita' di manodopera in alcuni settori produttivi.
Al  posto delle industrie che hanno chiuso i battenti, alcune anche situate nel centro della citta', stanno sorgendo aree verdi, quartieri residenziali, strutture pubbliche( come e' il caso del terreno dell'ex Dell'Acqua) .Stiamo cioe' assistendo, a distanza di poco meno di un secolo, al fenomeno inverso che aveva caratterizzato lera della rivoluzione  industriale. Allora i grandi complessi manifatturieri avevano spazzato via gli aggregati urbani, sacrificando spesso anche costruzioni di un certo interesse artistico e storico, immolate al progresso, in una frenesia quasi irresponsabile di sfruttare al piu'  presto la nuova fonte di ricchezza.
Il pesante paesaggio industriale si va qua e la' squarciando per lasciar sorgere di nuovo costruzioni residenziali. Ovviamente non sono piu' casupole a  due o tre piani con i muri di pietra e mattoni e con i tetti di "coppi", ma enormi condomini che imprimono una nuova fisionomia all'urbanistica della Legnano di oggi, proiettava verso il Duemila con la medesima frenesia di cento anni fa, sebbene con attitudini e vocazioni di gran lunga diverse, frenesia che si stempera (ma e' solo una battuta d'arresto) nella crisi economica che purtroppo investe tutta la Nazione.
In questa concatenazione di apparati sociali ed economici, in questo altalenar di avvenimenti, in questo quasi fatale ritorno alle origini per molte aree del territorio urbano, sta la storia muta ad osservare, mentre in continuazione angoli di Legnano si vanno di nuovo trasformando come in una immensa dissolvenza che nulla ormai pu0' fermare.
 
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La bramantesca Basilica di San magno
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 70
 
Il maggior edificio monumentale di Legnano e' rappresentato dalla basilica romana di S.Magno . Il tempio e' stato costruito sulle vestigia di una chiesa longobarda che era denominata Santo Salvatore e San Magno. Cosi' come per la basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, in un primo tempo dedicata al Santo Salvatore, anche il maggior tempio legnanese doveva intendersi cosi' denominato in onore del Cristo Redentore( e non gia' del santo, come qualcuno ha voluto ritenere). 
Sui pilastri laterali all'altar maggiore troneggiano infatti due figure:  quella di San Magno vescovo ed un Redentore effigiato con sul capo una corona di spine ed il manto, come vuole la tradizione di pittura sacra.
L'antica chiesa era della foggia classica dei templi di tipo romanico a tre navate ed era stata fatta costruire dal re longobardo Agilulfo. Le infiltrazioni d'acqua alle fondamenta provenienti dalla vicina diramazione dell'Olona ed anche movimenti sismici che si dice furono frequenti in questa zona tra il '400 e il ' 500 decretarono irrimediabilmente la fine della secolare costruzione.
Infatti in due fasi successive nei primi anni del '500 la basilica crollo' definitivamente. Il borgo di Legnano che era gia' assurto a notevole importanza nel Milanese, non poteva restare senza un a " chiesa granda" e fu cosi' che il  oncerto con Ludovico il Moro i ventotto capi delle nobili casate del tempo, stabilirono di conferire l'incarico del progetto della nuova basilica ad un grande architetto che si vuole fosse lo stesso Bramante al quale in quello stesso periodo varie opere furono affidate dalla Corte di Ludovico.
La purezza e l'eleganza delle linee, la loro grandiosita' sia pur
conservando un'essenziale sobrieta', la forma della pianta a croce quadrata, divisa nel centro ad ottagono e con le due cappelle simmetriche ai lati dell'altar maggiore, sono caratteristici elementi dell'epoca del Bramante che ebbe quali imitatori molti architetti contemporanei.
Attribuibile o no al Bramante ( e non e' compito nostro in questa sede disquisire nel merito) la basilica di S.Magno resta un monumento di grande pregio in se stesso e di immenso valore artistico per gli affreschi che lo ornano.
Tra questi, particolare citazione meritano quelli di Bernardino Lanino, i quali nel 156o vennero ad aggiungersi alla grande pala dell'altar maggiore che reca la ben piu' illustre firma di Bernardino Luini (1523). La ricostruzione della chiesa sulle vestigia dell'antico tempio ebbe inizio il 4 maggio 15o4 e fu ultimata il 6 giugno 1513. L'orientamento della chiesa inizialmente era diverso dall'attuale. Il portale d'ingresso era sl lato Nord e cioe' di fronte all'attuale palazzo del Municipio, costruito all'inizio del '900. Dell'antica chiesa del Santo Salvatore era stato mantenuto, dopo lavori di conssolidamento, il campanile del quale ancor oggi si possono vedere i resti nel piccolo ingresso esistente dietro il nuovo campanile, il quale ultimo fu realizzato nel 1752.
Il sagrato come si presenta attualmente e la relativa facciata vennero realizzati sulla parete Ovest, nel 1610. L'attuale andito d'ingresso venne anzi mantenuto come cappella esattamente fino al 1810. anno in cui la fabbriceria decise di aprire la porta centrale verso la piazza attuale che prende nome della basilica: In quella stessa occasione furono aggiunti ornamenti architettonici alla facciata che venne rimaneggiata in epoca successiva. Sotto la prepositura di mons: Eugenio Gilardelli, la chiesa venne ampliata mediante la costruzione di un avancorpo dalla parte del sagrato dando alla basilica impostazione a tre navate e del tutto contrastante con la tipica architettura bramantesca. In questa fase ovviamente fu rifatta la facciata con i grafiti che ancor oggi formano ornamento.
Recentemente la basilica di S.Magno, per iniziativa e volonta' dell'attuale prevosto mons.Giuseppe Cantu' e' stata in parte restaurata ed i lavori eseguiti dal pittore Turri particolarmente esperto in opere del genere.
Il 7 agosto del 1584 in seguito ad una visita pastorale di S.Carlo Borromeo, ed in considerazione dell'importanza che il borgo di Legnano aveva assunto, il cardinale decreto' il trasferimento da Parabiago a Legnano del "Capitolo" e la chiesa legnanese venne cosi' elevata a dignita' di Collegiata con " preposito" .
S.Magno ora sede del Vicario Foraneo ,venne designata Basilica Romana Minore da Pio XII con bolla 29 marzo 195o durante la prepositura di mons.Virgilio Cappelletti.
Nella storia di Legnano la basilica di S.Magno costitui' sempre un polo di attrazione .Attorno ad essa si estese e prospero' uno dei due primi nuclei dell'antico borgo.
I rintocchi dei sacri bronzi del campanile della monumentale chiesa hanno ritmato nei secoli la vita dell'operoso borgo di Legnano.
In una traversa ancora visibile inserita nei resti del vecchio campanile longobardo vi e' scolpito un distico latino che tradotto suona così:
" I pascoli ,i vini, i grani, la abbondanza delle acque, il tempio e le molte nobili famiglie, danno lustro a Legnano".
 
La Romantica piazza "Granda "
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 79
 
 
Da piazza Granda o piazza maggiore a piazza Umberto I fino all'attuale denominazione di S.Magno in omaggio alla basilica dalle linee bramantesche : il cuore dell'antico borgo che ha pulsato per secoli e dove, come un immenso scenario vivente, si e' vista evolvere la vita legnanese. Avvenimenti tristi ed anche tragici, note liete e festose, celebrazioni ufficiali e storiche rievocazioni .
E pensare che prima di divenire piazza, fu Cimitero del borgo, un piccolo Cimitero recintato con un muricciolo basso a mattoni ed unito da un lato alla chiesa di S.Magno, come era in uso anticamente.
Quante trasformazioni ha avuto l'antica piazza Granda!
Abbiamo raccolto una serie di immagini che hanno sullo sfondo l'artistica basilica con la cupola ottagonale ed il caratteristico campanile; la via Porta di Sotto (oggi corso Magenta) con la vecchia sede del municipio da un lato e dalla parte opposta il portale del palazzo arivescovile "Leone da Perego" sulla sommita' del quale esiste ancor oggiuna piccola pietra quadrangolare con il serpente che reca in bocca un fanciullo, insegna dei Visconti.
Sono queste immagini che piu' delle altre della vecchia Legnano testimoniano i mutamenti nel centro storico. Tra queste la piu' romantica, tracciata dall'abile pennello di Giuseppe Pirovano tra il 1875 ed il 1880 con la bancarella del venditore ambulante a troneggiare incontrastata, mentre sulla destra un contadino a cavallo procede in direzione del viale Melzi. Sullo sfondo gli alberi di villa Jucker e sul lato nord la ciminiera fumante della filanda Cramer & C.
Della piazza Maggiore, quando gia' si chiamava Umberto I,( e siamo negli anni Venti) abbiamo uno scorcio del lato Nord-Ovest con la lunga fila delle botteghe disseminate anche lungo corso Garibaldi. All'angolo dinanzi al negozio Bossi e Mazzucchelli, la bancarella di un personaggio caratteristico " Pasqualin de la tiraca " , così chiamato perche' vendeva zucchero filato.
Era la delizia dei ragazzi di quei tempi e a quanto pare un vero specialista nel suo genere .Aveva la " tiraca" monocolore e perfino quella variopinta che si chiamava kalimera, la caramella del buon giorno, se la denominazione l'avevano tratta dal greco.
Sempre tra le figure pittoresche che animavano la vita di piazza Umberto I non possiamo dimenticarne alcune divenute tipiche come " Giuanin da Legnan" barbone intellettuale e cantastorie; "Gieu", venditore ambulante ed urlatore ante litteram; 2Mina" che con " Carlin Stria" erano i piu' attivi " topi d'appartamento", terrone delle cascine di periferia;" Tela" un caratteristico Bertoldo locale; 2Giuan Cuteleta", ultimo vetturale di Legnano, impeccabile con garofano all'occhiello sul suo lando', infine la guardia "Giuli" primo vigile urbano, assunto in servizio nel 1898 .
La piazza rappresenta ancora oggi il cuore della Legnano moderna e resta come un simbolo ad unire il passato al presente in una citta' di provincia, regolata dai rintocchi dell'orologio del campanile della basilica a cui fa da contrappunto oggi la massiccia mole del grattacielo " La torre" emblema della citta' del futuro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il santuario Madonna Delle Grazie
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 118
 
 
I vecchi legnanesi continuano a chiamarla "santuario della Madonna delle Grazie", ma di tale destinazione non le resta piu' nulla.
La chiesa settecentesca che sorge in fondo a corso Magenta, quasi a ridosso del cimitero, e' ora soltanto una delle ausiliarie della parrocchia di S.Magno.
Fino ai primi anni del Novecento era meta di pellegrinaggi provenienti dalle citta' vicine e perfino da Milano e dalle altre province lombarde e piemontesi, specialmente in occasione di due feste caratteristiche collegate in altri tempi con fiere di merci e bestiame. La piu' importante tra queste, istituita con un editto di Carlo Magno, era l'antica e tradizionale fiera" dei Morti" , così detta perche' coincideva con i primi giorni di novembre.
La tradizione e' conservata ancora oggi anche se la fiera si riduce a pochi capi di bestiame allineati dinanzi al piazzale del macello pubblico, a pittoresche bancarelle di dolciumi e cianfrusaglie per i bimbi, torroni ,palloncini e frittelle.
Ma la festa piu' caratteristica che ha conservato, per un certo aspetto, il sapore popolaresco di un tempo e' quella che coincide con la ricorrenza di S.Mauro (15 gennaio).In tale occasione lungo Corso Magenta, dal Macello al piazzale del Cimitero, ed attorno alla chiesa di S.Maria delle Grazie, si danno convegno i " firunat" cioe' i venditori di "firuni" (cordoni fatti con castagne appena sbollite e sottoposte ad un particolare trattamento).
I ragazzi ne sono ghiotti ed ancora oggi in occasione della sagra si aggirano tra le bancarelle dei venditori ambulanti con il tradizionale cordone a mo' di collana, e se lo portano trionfalmente a casa.
C'e' una ragione particolare nel fatto che la sagra del di' di S:Mauro si celebra presso il santuario della Madonna delle Grazie: nell'interno del tempio e' conservata una vasta tela raffigurante  proprio S.Mauro, discepolo di S.Benedetto, nell'atto di miracolare un muto ed uno storpio. Infatti il popolino di tutta la plaga legnanese conserva la devozione al santo e lo invoca a protezione di tutte le infermita'
Alla ricorrenza di S.Mauro e' legata un'altra tradizione legnanese che vuole per tale festa un tipico piatto. " A san Mavar, pulenta sul tavr<<2 ,una tradizione che la 2 Famiglia Legnanese" non manca mai di rinnovare.
La chiesa di S.Maria delle <grazie fu edificata tra il 1612 ed il 165o su progetto dell'architetto Padre Antonio  Parea, per iniziativa del cardinal Federico Borromeo, e fu completata dall'architetto Barca di Gheemme. Ad affrescare le pareti della chiesa fu incaricato il pittore Bacchetta di Crema. L'inizio della costruzione della chiesa dovrebbe risalire al mese di ottobre del 1612 ma i lavori si protrassero per parecchi anni dopo una lunga interruzione causata dapprima dalla peste e poi da invasioni e saccheggi da parte di avventurieri o reparti di mercenari stranieri: Il luogo della costruzione era stato prescelto perche' in quello stesso punto sorgeva un'antica cappelletta cinquecentesca nella quale era conservato un affresco di una Vergine al quale si attribuivano poteri taumaturgici, affresco ancor oggi conservato nel tempio attuale.
Per erigere la chiesa gli abitanti del vecchio borgo di Legnano aprirono una pubblica sottoscrizione e la ripresero poi per terminare il santuario tra il 1617 ed il 165o.Attorno alla chiesa si ergono, ormai in cattivo stato di conservazione quindici cappellette affrescate dallo stesso Bacchetta di Crema, con le raffigurazioni dei Misteri del Rosario .Gli affreschi vennero successivamente restaurati dai pittori fratelli Beniamino, Mose' e Gersam Turri. Quest'ultimo anzi nel 1927 rifece completamente gran parte degli affreschi delle cappelle, dedicando  particolare cura e maestria alle due che figurano all'ingresso della chiesa: Per molti anni a tergo del tempio si estendeva il vecchio cimitero della citta' poi spostato a sinistra della via S.Giovanni Bosco.
Nel presbiterio della chiesa sono conservati due dipinti del XVIII secolo, autore Stefano Legnani detto Legnanino, che per molto tempo erano stati nella chiesa della Madonnina .E' un vero peccato che questa chiesa-santuario non sia successivamente curata quanto a manutenzione e molte tele, oltre agli artistici soffitti ricchi di stucchi e dipinti, rischiano di essere irrimediabilmente danneggiati:
La chiesa e' molto frequentata ancora oggi e specie i vecchi legnanesi sono affezionati a questo tempio, legato a tradizioni di fede e di folclore popolare non certo dimenticate.
 
 
 
Gli Affreschi sacri E le nicchie votive.
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 127
 
 
E' frequente dibattersi a legnano in affreschi regliosimtalvolta protetti da apposite nicchie, che figuravano su facciate di vecchie case.
Molti sono andati perduti o perche' non realizzati con perfetta tecnica o perche' eliminati al momento dell'abbattimento degli edifici.
Tra i proprietari delle case che si affacciano su via Palestro e sulla a vicina via Lega vi era stata una specie di emulazione , stando ai numerosi dipinti sacro che si potevano ammirare fino a qualche tempo fa: Ma due erano i piu' caratteristici ed avevano un certo pregio e valore artistico. Se ne trova traccia di citazioni in vari testi.
Il primo era situato sulla facciata di uno stabile contrassegnato col numero 7 della strada che in precedenza si chiamava Santa Maria .
Ci e' tramandato da un acquerello del Pirovano il quale lo segnalava come datato 145o.L'affresco raffigurava una Madonna seduta su un trono dorato in atteggiamento materno col Bambino in braccio.
Lo stile e' spiccatamente rinascimentale, come si puo' desumere anche dagli ornamenti che inquadravano l'effige sacra, e forse la collocazione piu' giusta nel tempo sarebbe verso i primi del '500.
Di due secoli dopo era invece l'affresco che era visibile fino a qualche lustro fa su un edificio di fronte alla via Cavallotti di proprieta' della Manifattura di Legnano e che un tempo era annesso al Convento delle Clarisse. Vi era effigiata la Vergine Assunta in un ovale, attorno al quale si sviluppavano gli ornamenti barocchi di una cornice molto elaborata. In basso figurava oltre alla data(173o) la scritta latina:" Dirigi tu nostra Virgo Purissima sensum et serva a culpis libera tabe patris".
Il Sutermeister, dallo stile e dal disegno architettonico ,lo aveva attribuito ad Antonio Longone, l'autore di un leggiadro affresco che adorna labside della chiesa di S.Ambrogio  e che e' datato 1740.
Un'altra nicchia votiva degna di rilievo e rimasta nella primitiva ubicazione ,anche ad edificio ricostruito, e' quella che ancor oggi si puo' vedere in corso Garibaldi, angolo vicolo Lanino.
Vi e' custodita una piccola statua (sembrerebbe in "cotto" che rappresenta la Mdonna col Bambino ed eseguita indubbiamente da mano felice di artista esperto, tra il XVIII ed il XIX secolo.
 
 
La "Cittadella Ospedaliera"
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 138
 
 
Legnano ha una " cittadella ospedaliera" che oggi e' considerata, per la sua efficienza e per la modernita' delle apparecchiature di alcune delle divisioni specialistiche, tra le migliori della regione.
Fin dal lontano Medio Evo avevano prosperato ospizi e istituzioni di pubblica assistenza per anziani e l'antico ospizio di Sant'Erasmo, che ebbe il suo momento di massimo sviluppo con il monaco <bonvesin de la Riva, sta a testimoniare la preminenza di Legnano in questo settore.
Senza poi trascurare che proprio a Legnano nel 1784 fu istituito presso il convento di Santa Chiara il primo ospedale del mondo specializzato nella cura della pellagra, come riferimento nel capitolo sui conventi e le costruzioni sacre.
L'ospedale civile in ordine di data e' venuto quindi dopo varie altre istituzioni e piu' che altro se ne e' sentita l'assoluta necessita' nel primo Novecento, allorche' lo sviluppo industriale aveva postogli allora responsabili della cosa pubblica di fronte all'indilazionabilita' dell'opera.
Vi erano stati in precedenza dei tentativi per costituire un primo nucleo ospedaliero ma i fondi non erano stati sufficienti nemmeno ad iniziare un progetto.
Nell'Ottocento il ricorrere agli organi centrali per finanziare grandi opere anche di pubblico interesse era l'ultima idea che potesse balenare: Si ricorreva quindi all'autofinanziamento, alle pubbliche sottoscrizioni che fiorivano magari durante un banchetto, una festa di 2sciuri2. E' stato cosi' anche per l'ospedale di Legnano.
Durante un ballo di gala, indetto in occasione della festa patronale nel 1889, furono raccolte poco piu' di mille lire, che vennero depositate in conto, vincolato allo scopo, presso la Cassadi Risparmio. Mille lire! Ben poca cosa per poter sfociare dal mondo dei desideri in quello della realta'. Ci si era pero' avviati lungo la china della speranza.
Dieci anni dopo ed esattamente il 3o maggio 1899, nella seduta del consiglio comunale si deliberava la costituzione di un " comitato speciale per l'erezione dell'ospedale" e la presidenza fu affidata al dott. Cesare Candiani. Sara' lui stesso ad assumere poi la prima carica di presidente dell'ospedale: Il comitato si riuni' per la prima volta il 19 febbraio 19oo e si decise di rilanciare la sottoscrizione con una opportuna campagna sensibilizzatrice:
I legnanesi risposero all'appello con generosita'. In pochi giorni furono sottoscritte trecentocinquanta mila lire e quando alla presenza dell'allora sindaco Antonio Bernocchi il 12 maggio 1901 veniva posta la prima pietra dell'ospedale, si era gia' superato il mezzo milione di lire; cifra considerevole per quei tempi.
Quando il comitato per l'erezione dichiaro' compiuto il suo mandato e si avanzo' la richiesta di elevare l'opera pia in ente morale, questa aveva un patrimonio di 747.331 lire ed un reddito annuo di 20.000 lire.
Nessun dubbio per la scelta dell'area. Si penso' subito al terreno compreso tra via Sant'Erasmo e corso Sempione, su un tratto del quale sorgeva l'antico Lazzaretto tristemente noto durante la peste del 1629/30 che colpi' violentemente oltre a Milano anche gli  altri centri lombardi dopo una drammatica carestia.
Il terreno ideale per il futuro nosocomio aveva una superficie iniziale di 23.664 metri quadrati. La posa della prima pietra avvenne il 12 maggio 19o1. Il  progetto di massima era stato allestito dall'architetto Luigi Broggi e completato, per essere reso esecutivo, dall'ing. Renato Cuttica il quale assunse anche la direzione dei lavori .Entrambi i professionisti prestarono la loro opera gratuitamente per dare in tal modo il loro contributo personale ad una benefica opera che a quei tempi era molto sentita.
La salute pubblica negli ultimi anni dell'Ottocento era assai precaria in tutta la plaga legnanese a giudicare dalle statistiche che abbiamo ricavato dagli archivi comunali. Risulta infatti che nel decennio 1893/ 1902 su una popolazione media di quindicimila persone ogni anno ne morirono esattamente 372,vale a dire la mortalita' raggiunse una percentuale del 24,(O per cento.
Sempre per restare in tema di statistiche, possiamo subito vedere un netto miglioramento negli anni seguenti alla realizzazione del primo nucleo ospedaliero. Nel decennio successivo, entro il quale si colloca l'inizio dell'attivita' dell'ospedale, (1903-1912) con una popolazione media di 23 mila persone la mortalita' media annuale era stata di 422, pari al 18,24 per cento, cioe' era diminuita di colpo del 6,56 per cento.
I lavori per la costruzione del primo padiglione dell'ospedale vennero ultimati nel settembre 1903 e la cerimonia dell'inaugurazione, della quale abbiamo una serie di immagini, messe gentilmente a disposizione dall'amministrazione attuale dell'ospedale, avvenne il 18 ottobre 1903.
Successivamente vennero costruiti attorno al primo padiglione ( in ordine di tempo quello piu' prospicente l'attuale via Candiani) altri corpi di fabbricato, nonche' la camera mortuaria ed una palazzina che servi' di abitazione al primo chirurgo direttore-sanitario prof. Ercole Crespi.
Allorche'  l'ospedale venne eretto con regio decreto in ente morale (8 dicembre 19o4), comprendeva cinque corpi di fabbricato compreso quello centrale e primo realizzato, con la possibilita' di svolgere un attivita' quasi completa per le forme chirurgiche e per la traumatologia, medicina e ostetricia, con la cooperazione gratuita dei medici condotti che a quei tempi erano quattro ed altrettante erano le levatrici comunali.
L'ospedale di Legnano era gia' da allora un vero modello degno di imitazione per la razionalita' dei vari padiglioni e della attrezzatura di cui disponeva. All'inaugurazione era dotato di $Oletti, con una capienza gia' insufficiente per le richieste di un ente  destinato ad operare per una vasta zona con una popolazione in rapido aumento. Ma anche le possibilita' economiche
erano limitate nonostante il continuo incremento del patrimonio dell'opera pia che contava un cospicuo numero di benefattori.
Alla chiusura dei conti con la ditta costrutrice dell'ospedale, cioe' alla fine del 1904, l'intero complesso di un volume totale di 14.184 metri cubi era costato 334.500 lire, compreso il valore dell'area, l'arredamento e le attrezzature tecniche e chirurgiche.
La spesa aveva superato di 43.23o il preventivo iniziale.
I membri del comitato amministrativo provvisorio, pur di non intaccare il patrimonio amministrativo provvisorio, pur di non intaccare il patrimonio allora pari, come abbiamo detto, a 747.331 lire ,decisero di comune accordo di suddividere in parti uguali l'eccedenza di spesa e pagare in proprio anche se avevano gia' largamente contribuito con donazioni in denaro.
Tale comitato provvisorio era costituito dai seguenti membri: on.le Carlo Dell'Acqua, Francesco Dell'Acqua, dott.Cesare Candiani, Enea Banfi, cav:Antonio Bernocchi, dott.Gabriele Cornaggia, ing.Leopoldo Sconfietti del Cotonificio Cantoni, avv. Sampietro, ing.Cesare Soldini e ing. Gianfranco Tosi.
L'incremento demografico e industriale ed il progresso dell'economia pubblica e privata ed anche le notevoli conquiste della tecnica sanitaria cominciarono  ad aprire nuovi orizzonti e nuove prospettive di sviluppo per l'ospedale di Legnano con caratteristiche di ospedale di circolo. Subito constatato il gran numero di ammalati che si succedevano fin dall'inizio nei vari reparti (10517 giornate di degenza nel 1905, salite a 11.584 nel 1910) indussero l'amministrazione  ad ampliare e a completare la disponibilita' dei padiglioni iniziali. Nel 1912 venne costruita una " stazione di disinfezione", sotto la minaccia dell'epidemia colerica e nell'aprile 1913 venne inaugurato un vero e proprio padiglione di isolamento per malati contagiosi realizzato a somiglianza, sebbene con criteri piu' moderni, dell'antico Lazzaretto.
Nel 192o sorgevano un completo reparto, il padiglione "Vignati", un nuovo edificio per l'amministrazione , nuovi servizi, la portineria , la camera necroscopica, e nel 1928 il nuovo padiglione di chirurgia e quindi il reparrto radiologico. Abbandonato poi anche l'esclusivo concetto di un ospedale espressione di carita' e di pubblica asistenza, maturo' l'idea di costruire accanto alle corsie ospitaliere gia' in funzione anche un padiglione per i solventi con attrezzature piu' decorose, vaste e complete.Nello stesso tempo l'amministrazione aveva posto in cantiere la costruzione di un moderno e completo laboratorio chimico in grado di svolgere una ormai indispensabile azione  nella diagnosi delle malattie,nonche' nuovi ambulatori ed un piccolo padiglione pediatrico.
In quello stesso periodo, e cioe'nel 1936,era anche stato previsto e progettatoun padiglione per cronici con una capienza di 52 letti che non venne pero' poi realizzato.Intanto erano anche sorti nuovi reparti come l'culistica,la dermosifilopatica,l'otorinolaringoiatria e la maternita', quest'ultima sistemata a nuovo nel padiglione ora occupato dagli edifici amministrativi.
Sulla scia di questo progressivo sviluppo, gia' imponente ,per quei tempi, la " cittadella ospedaliera e' divenuta una delle piu' importanti della Lombardia.Dal 1971,con l'amministrazione presieduta da Giovanni Borioli e continuata poi alla sua morte da Angelo Luraghi, si e' avviato un completo progetto di ristrutturazione dell'ospedale (dichiarato " generale provinciale"di I' categoria) con la costruzione di un monoblocco gia' in parte realizzato che portera', a lavori ultimati, la capienza dell'intero complesso ad oltre 2000 posti letto, con una gamma completa di specializzazioni e con divisioni tecnicamente molto avanzate che si aggiungeranno a quelle gia' esistenti .Citiamo ad esempio laneurochirurgia, la otorino particolarmente attrezzata per interventi di microchirurgia , la rianimazione ,la cardiologia,la chirurgia plastica e della mano ed i laboratori di biochimica,ematologia ed istologia in gran parte gia' funzionanti o in attesadi essere meglio ubicati o sistemati nel monoblocco.
In un nuovo padiglione , gia' progettato con criteri assai moderni,troveranno infine una sistemazione definitiva , razionale e con attrezzature di alta specializzazione tecnica ,la divisione di pediatria medica e chirurgica, di ostetricia e ginecologia.
 
 
Il sanatorio Regina Elena di Savoia.
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 144
 
 
Quattro immagini che risalgono al 19 giugno 1924 ci riportano all'inaugurazione di una imponente opera realizzata nella nostra citta' per iniziativa dell'ing. Carlo Jucker, il sanatorio" Regina Elena di Savoia2.
Fu la regina Margherita che presenzio' all'inaugurazione svoltasi in forma solenne e con un grande concorso di popolo, una cerimonia fastosa, tipica di quei tempi, destinata a restare a lungo impressa nella memoria dei legnanesi.
L'istituzione era stata voluta nell'intento di affrontare il problema della cura della tubercolosi, un morbo che el primo scorcio del secolo mieteva ancora numerose vittime.
Il vasto complesso, situato in mezzo ad un magnifico parco con numerose piantedi conifere ed altri alberi secolari,eracomposto di un fabbricato centrale a due piani e di due corpi laterali ad un solo piano. Era dotato di tutte le apparecchiature piu' moderne di radiologia, diatermia, di un solarium ,uno stabularium e sale di chirurgia.
Il costo complessivo, compreso l'arredamento e le attrezzature,ammonto' ad oltre sei milioni di lire.La spesaa venne sostenuta per circa un milione e mezzo dal Cotonificio Cantoni diretto dall'ing.Carlo Jucker, fondatore dell'istituzione.
Concorsero con 300 mila lire ciascuno il Comune di Legnano, l'Amministrazione Provinciale e la Cassa di Risparmio di Milano.
Per cento mila lire il Comune di Castellanza e, per quoteminori, i Comuni rimanenti del circolo ospedaliero.
I residui quattro milioni circa furono ricavati con pubbliche sottoscrizioni alle quali aderirono con generosita'inddustriali e privati del Legnanese.Anche gli operai della citta' e degli altri centri vicini si autotassarono devolvendo a favore del sanatorio l'ammontare di due quindicine di salario oltre al contributo delle trattenute di legge.Il numero medio dei ricoverati che inizialmente era di 15o ammalati, tocco' punte di oltre 35o tra maschi e femmine con 40.500 giornate medie di degenza annue.
Il sanatorio Regina Elena di Savoia, inaugurato come abbiamo detto nel giugno del 1924, inizio' l'attivita' il 28 dello stesso mese e assumendo il nome di  fu eretto in ente morale con regio decreto dell' 11 settembre 1925 assumendo il nome di "Istituzione di assistenza ai tubercolotici2.
Il "/ aprile 1925 fu visitato da re Vittorio Emanuele III che si dichiaro' entusiasta dell'opera e delle moderne attrezzature di cui era dotata.
Ridottosi gradatamente negli anni Sessanta il numero dei degenti, l'amministrazione  dell'ente decreto' la cessazione dell'attivita' facendo trasferire altrove i residui ricoverati assumendosene ugualmente l'onere dell'assistenza .
Con decreto del Presidente della Repubblica in data 7-7-1970 si erano mutati la denominazione dell'ente morale in 2Istituto Legnanese di Assistenza", nonche' gli scopi.
Si era cioe' deliberato di trasformare, con opportuni adattamenti poi realizzati, l'intero complesso per ospitare e curare minori subnormali gravi.
L'iniziativa si deve nuovamente alla famiglia Jucker che aveva legato, con nobile munificienza il suo nome ad altre opere assistenziali.Per intralci di diversa natura, in parte recentemente superati,la prevista istituzione non ha potuto ancora iniziare lì'attivita' con i nuovi svopi statutari,ma sara' quanto
prima una meravigliosa realta'.
 
 
 
I trenta primi cittadini di Legnano dal 186o al 1974.
Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 150
 
 
Chi furino nel volgere di un secolo e tre lustri i primi cittadini reggitori della cosa pubblica che si alternarono  dapprima nelle due residenze comunali di " piazza Granda" e di " piasso' di puii" e poi a Palazzo Maliverni?
Per coloro che vogliono seguire le trasformazioni di Legnano nelle varie epoche attraverso le immagini che stiamo presentando in questapubblicazione, anche in funzione degli uomini che si alternano alla testa delle diverse amministrazioni comunali, abbiamo ricostruito la esatta successione di questi " primi cittadini".
Annotiamo che Legnano fu proclamato comune italico nel 18o4, per iniziativa di Napoleone Bonaparte e confermato nel 1815 dal governo austriacco; fu elevato al rango di citta' durnate la prima delle tre amministrazioni presiedute dal comm. Fabio Vignati.
Esattamente la "Regia Patente firmata da Vittorio Emanuele III e controfirmata da Benito Mussolini" reca la data del 15 agosto 1924.
Da allora si proiettarono arditamente nell'avvenire con sempre maggior incisivita' le lineee dello sviluppo della citta' gia'tracciate nel passato.
 
 
Dal monumento Di cartapesta Al "Guerriero  " del Butti
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 154
 
 
 
" Oh a Legnano e alla Foresta
abbia un marmo la vittoria
se dei padri ai figli attesta
non piu' l'ire ,ma la gloria! "
Con questi versi Felice Cavallotti nei " Due Popoli" auspicava in pieno Ottocento la realizzazione di un monumento celebrativo della battaglia del 29 maggio 1176 con l'apertura di una sottoscrizione di un monumento a ricordo del glorioso avvenimento.
Si costitui' un comitato promotore presieduto dal marchese Pesdi Villamarina,prefetto di Milano e la posa della prima pietra del basamento fatto allestire dall'architetto Peverelli ebbe luogo il 29 maggio 1865. Dalla sottoscrizione ben poco si era potuto raccogliere in Legnano ma si sperava nell'aiuto delle autorita' milanesi che avevano preso a cuore l'iniziativa. Il bozzetto del progetto del monumento venne esposto a Legnano proprio per invogliare i maggiorenni della citta'a finanziare l'opera: Comprendeva uno zoccolo sormontato da una fascia sulla quale erano riprodotti a mosaico gli stemmi delle citta' della Lega Lombarda.Si elevava quindi un basamentoin stile lombardo antico contornato da colonne e recente ai quattro lati altrettanti bassorilievi con scene connesse agli avvenimenti  della battaglia (la distruzione di Milano, il patto di Pontida, la vittoria di Legnano, la pace di Costanza). Sul basamento si innalzava una statua in bronzo costituita da un guerriero crociato nell'atto di sventolare in aria in segno di vittoria, la bandiera crociata della Lega Lombarda.
Ma alla prima pietra non ne seguirono altre e dopo l'esposizione del progetto,da Milano nessuno piu'si fece vedere,tanto che nel 1875, dieci anni dopo, l'amministrazione comunale ed alcune associazioni locali sollecitarono la realizzazione alle autorita'milanesi,ma queste accolsero male l'invito e punte nella loro suscettibilita' minacciarono di erigere il monumento entro le mura ambrosiane.Si creo' una specie di frattura ed i legnanesi decisero di tentare la realizzazione da soli.
Ripresero la sottoscrizione costituendo un comitato effettivo presieduto da Giuseppe Pirovano. Lo componevano il cav. Ernesto Prandoni , l'ing: Renato Cuttica,il rag.Luigi Riboldi, Giulio Thomas, Michele Prandoni, Carlo Dell'Acqua, Costanzo Canziani; segretario il rag: Cesare Figini.L'Amministrazione Comunale presieduta dal cav. dott. Bernardo Bossi offri' duemila lire.
Ma anche allora accadeva cio' che si verificava ancor oggi a Legnano per le manifestazioni celebrative della battaglia. Si giunse infatti all'aprile del 1876, l'anno fatidico in cui ricorreva il settimo centenario della battaglia e niente risultava di concluso.Si sapeva soltanto che l'esecuzione del basamento era stata affidata all'architetto cav. Achille Sfondrini e la statua allo scultore  Egidio Pozzi. Il Sindaco Bossi scrisse nuovamente  a Milano ma nessuno rispose. Inaspettatamente il 9 maggio, cioe' quando mancavano venti giorni  alle celebrazioni, arrivava un telegramma a firma dell'architetto Sfondrini che avvertiva il Sindaco che l'indmani sarebbe stato lui stesso sul posto per dar mano ai lavori.
Mantenne la promessa . E fu così che in diciannove giorni e venti notti di lavoro si riusci' a far sorgere il monumento; per lo meno il basamento .
A pochi giorni dalla manifestazione lo scultore Egidio Pozzi, che attendeva ancora il via dal comitato di Milano non aveva approntato ne' la statua del guerriero ne' i bassorilievi in bronzo.Vi erano soltantoi bozzetti.Il comitato milanese all'ultimo momento, rendendosi conto che sarebbero convenuti a Legnano rappresentanti delle citta' della Lega per inaugurare soltanto il tronco di un monumento, per evitare aspre critiche, ricorse ad uno stratagemma.Fece modellare in fretta e furia sui bozzetti esistenti ,statua e bassorilievi in gesso e cartapesta.
Colorati quindi in bronzo, diedero l'illusione alle rappresentanze e alla folla convenuta che l'opera fosse veramente compiuta e degna dello storico avvenimento.L'intenzione era poi quella di sostituire in un secondo tempo alla chetichella e nottetempo il bronzo alla cartapesta.Purtroppo il monumento non venne mai completato,ne' tanto meno si fecero le fusioni e, la statua in cartapesta prima, e quindi il resto,  si avviarono pian piano verso il completo sfacelo.
 
 
Le sette campane di San Domenico
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano Pag 122
Legnano di ieri Legnano di oggi.
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano Pag 10
Dal Fascismo alla liberazione
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 32
L'era industriale E le trasformazioni Negli ultimi due secoli
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 36
La bramantesca Basilica di San magno
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 70
La Romantica piazza "Granda "
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 79
Il santuario Madonna Delle Grazie
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 118
Gli Affreschi sacri E le nicchie votive.
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 127
La "Cittadella Ospadaliera"
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 138
Il sanatorio Regina Elena di Savoia.
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 144
I trenta primi cittadini di Legnano dal 186o al 1974.
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 150
Dal monumento Di cartapesta Al "Guerriero  " del Butti
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 154
 
 
 
 
 
 
 
 

28.1.17 L-17

 
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La battaglia di Legnano e il problema del confine meridionale del Seprio
 
Tratto da: Legnano nel MedioEvo di Marina Cattaneo
 
Abbiamo accennato nel capitolo precedente all'importanza della posizione di Legnano, vedremo ora nel quadro degli importanti avvenimenti svoltesi nella seconda meta' del secolo XII°, quale sia stato il suo peso. A quest'epoca, vale a dire dall'inizio del secolo XII° in poi, il rapporto tra citta' e campagna si andava facendo sempre piu' stretto; da un lato l'autorita' spirituale dell'arcivescovo, la cui potenza temporale era divenuta ormai grandissima, creava un forte legame ideale, dall'altro il progressivo decadere dell'autorita' comitale aveva  per contrappeso contribuito all'affermarsi di quella di tutti coloro che nel contado possedevano benefici, regalie, decime, castelli, case e terre. Per la maggior parte, questa classe era costituita da cittadini milanesi, spesso divenuti forzatamente tali per volonta' del comune cittadino.
Se di fatto il controllo del comune sul contado veniva esercitato in queste forme, non meno chiaro e' il contenuto economico che stava alla base di questo rapporto: per una citta' come Milano, popolosa ed in pieno sviluppo commerciale ed artigianale, i problemi principali erano costituiti dall'approvvigionamento di vettovaglie e di materie prime e dalla necessita' di mantenere aperto uno sbocco per i propri prodotti. Risulta quindi evidente l'importanza che la citta' annetteva al dominio dei territori circostanti, non tanto come fonte primaria  dell'approvvigionamento della citta', quanto per la possibilita' che esso offriva di controllare strade e vie d'acqua, per mantenere aperto quel complesso gioco di rapporti commerciali, che era la ragione stessa della vita di Milano.
Appariva percio' essenziale dal punto di vista della citta' il controllo diretto delle regalie specie per quanto concerneva dazi, pedaggi, diritti d'acqua e simili, che, gravando sul prezzo delle materie prime e dei prodotti finiti, rallentavano ed ostacolavano il commercio milanese. Le regalie pero' erano importanti anche per l'imperatore che si vedeva sfuggire di mano dazi, pedaggi, teloneo, ripatico, zecche, censi, tutte fonti notevoli di introito, proprio in un momento in cui la sua complessa politica rendeva difficile la situazione finanziaria nel regno di Germania.
Questo lo sfondo economico di una situazione che si faceva  sempre piu' tesa, finche' si giunse, durante la seconda discesa di Federico Barbarossa nel 1158, all'emanazione, alla dieta di Roncaglia, della "costitutio de ragalibus" con la quale l'imperatore, con l'appoggio delle teorie elaborate dalla scuola giuridica bolognese, avocava a se tutte le regalie che non fossero gia' state legalmente concesse.
Di fronte a questa situazione, Milano si trovo' costretta a reagire apertamente per la sua stessa sopravvivenza, rifiutando nel 1159  l'imposizione di un podesta' imperiale e attirandosi cosi' la condanna imperiale, il 16 aprile 1159.
Frattanto, la tecnica adottata dall'imperatore per far cadere Milano aveva gia' cominciato a delinearsi con una prima incursione nel territorio milanese avvenuta nel 1158G. L. Barni - La lotta contro il Barbarossa, in Storia di Milano, IV, 1954 pag 34., che aveva toccato il Seprio e la Martesana. Si erano avuti il taglio delle viti e degli alberi, saccheggi e incendi nelle ville, distruzioni dei muliniIn quest'epoca i mulini avevano una grande importanza: il loro possesso era intimamente connesso con quello delle terre coltivate a grano, che era impossibile sfruttare senza di essi. Di conseguenza, per il loro possesso economico e sociale, furono oggetto di accaparramento da parte delle sfere dominanti e furono, in caso di guerra uno dei primi obiettivi da conquistare ed, eventualmente, distruggere. Il Barbarossa appunto, distruggendo i mulini insieme ai raccolti, contava certo di provocare una carestia. La Valle Olona, disseminata di mulini fu probabbilmente colpita e forse per questo stesso motivo l'imperatore torno' a devastarla due anni dopo. .Il Barbarossa, considerato che, per la potenza di Milano, non poteva tentare un attacco diretto, intendeva probabilmente provocare una grave carestia nel suo territorio ed isolarla poi, tagliando la strada dei rifornimenti da parte degli alleati.
La stessa tecnica fu seguita dall'imperatore due anni dopo: ecco il racconto dell'anonimo autore delle Gesta Federici I Imperatoris in Lombardia, che va sotto il nome di Sire Raul: "Postea autyem medio mense Madii imperator cum exercitu suo iterum devastavit blavas et Legumina et linum Mediolanensisium et Medilio usque Vertemeate ab illa parte Lambri; et inde rediens per alia loca, devastavit Veiranum et Brioscum, Legnianum et Nervianum et Pollianum et venit usque adVenzagum et Raude pridie Kal Inmii; ubi cum ibat omnes arbores fructum portantes aut incidebat aut decorciabat"Gesta Federici I° Imperatoris in Lumbardia auctore cive Medialanensi, in "scriptores rerum Germanicarum in usumscholarum ex Monumentis Germaniae Historicis recusi", pag 40; cfr. A. Marinoni, Ricostruzione storica e topografica della battaglia di Legnano, in "Legnano", anno 3 - 1957, n. 2 pag. 3 e seguenti.
A questo punto pero' i Milanesi minacciati da troppo vicino, uscirono con il carroccio incontro ai nemiciE' in questa occasione che fanno la loro prima comparsa i carri falciati nell'esercito milanese, descritti dal Fiamma insieme ad altri particolari decisamente favolosi della battaglia di Legnano. Ecco cio' che dice il Gesta Federici a pag. 40 "Cum carocero et aliis plaustrellis centum - quae Guintelmus fecerat, que quasi ad modum scuti facta fuerunt in fronte; in giro erat circumdata precidentibus ferris facti de falcibus tradariis..." cfr. Giulini P. IV pag. 198 199. Probabilmente questo passo collegato erroneamente dal Fiamma con altre testimonianze, conflui' nel suo confuso racconto della battaglia: cio' non smentisce ne' conferma allo stato attuale della documentazione la presenza di questo tipo di carri al celebre fatto d'armi. che si ritirarono piegando da Bareggio a Morimondo, attraverso il Ticino fino a Pavia.
Legnano e' quindi interessata alla guerra solo indirettamente, subendono cioe', insieme a tutta la campagna milanese, le conseguenze negative; tuttavia dal breve passo citato sopra possiamo intravvedere chiaramente l'itinerario seguito dall'imperatore per entrare nel milanese e il fatto stesso  che da Briosco sia passato a Legnano, invece di puntare su Milano, dimostra che il nostro borgo costituiva da Nord uno degli ingressi piu' comodi verso la citta' oltrepassando il quale non si incontravano ulteriori gravi difficolta' ne' resistenze. Le devastazioni imperiali si ripeterono l'anno successivo, stringendo sempre piu' dappresso la citta', addirittura nel raggio di 10 15 miglia, attorno ad essa: la conseguenza fu un aggravarsi della carestia provocata dalle incursioni precedenti. L'imperatore completo' allora il proprio piano chiudendo le strade dei rifornimenti alleati da Piacenza e da Brescia: all'inizio del marzo 1162 Milano si arrese a discrezione e poco dopo subi' la famosa distruzione.
A questo punto il governo della citta' e il suo contado passo' nelle mani di alcuni podesta' di nomina imperiale, il primo dei quali fu Enrico, Vescovo di Liegi, il "Gesta Federici" a proposito del suo Vicario Pietro da Cumino dice: "... tulit omnibus Mediolanensibus ex id est a Busti Garulfi et a Legniano, et Seviso infra..." In questo modo esso ci da' un'idea abbastanza precisa di quale potesse essere il confine meridionale del Seprio, assai piu' di quanto non faccia il trattato di ReggioGli atti del Comune di Milano fino all'anno 1216, a cura di C. Manaresi, Milano 1919, n. CXLVIII., che stabilisce due soli punti, assai distanti tra loro cioe' Padregnano e Cerro di Parabiago, restando per il resto assai nel vago. Esiste anche una fonte di informazione indiretta che possiamo sfruttare, pur conoscendo le difficolta' ed i pericoli connessi a questo tipo di indagine. Lo studio dei dialetti locali, fatto dal MarinoniA. Marinoni - I dialetti da Saronno al Ticino, in "Panorama storico dell'alto Milanese", Busto Arsizio 1957, pagg. 47 80. mostra chiaramente come le parlate di Busto Arsizio e Legnano siano  caratterizzati dal alcuni fenomeni tipicamente liguri. Le vocali finali delle parole latine (tempu, orbu-, lacte, gente) sono scomparse in tutta la Gallia, nel Piemonte, Lombardia e Emilia Romagna, ossia nei territori di sostrato storico ( temp. orb, lac o lait, gent) sono rimaste invece in liguria e nel distretto di Busto Legnano. L'isoglossa di questo fenomeno coincide singolarmente col confine meridionale del Seprio. Un secondo fenomeno comune ai dialetti liguri e a quello delle pievi di Busto e Dairago riguarda il dileguo di - r - intervocalica (Uona, ua, uegi, invece di Urona, ura, uregi) ma non tocca la pieve di Legnano. Ritiene il Marinoni che il primo fenomeno, piu' antico, risalga ad un tempi in cui i paesi della parte meridionale del Seprio mantenevano stretti rapporti tra loro e formavano una comunita' linguistica compatta; il secondo, piu' tardo, deve essersi verificato quando tra Legnano e Busto si era gia' aperta una frattura  con la conseguenza di dare origine ad un'accentuata rivalita'.
Concludendo si puo' quindi sostenere che il suddetto confine seguisse probabilmente, la linea Padregnano - Busto Garolfo - Legnano - Cerro - Seveso. Resterebbe da stabilire a questo punto se Legnano, che, come abbiamo visto, era sul confine, si trovasse dal lato del Seprio o da quello di Milano: impossibile dare una risposta esatta, dal momento che anche la frase citata "..a Legnano .. infra ..", risulta piuttosto sibillina, tuttavia io la interpreterei nel senso di "..partendo da Legnano .. in giu'..." includendo quindi in nostro borgo nel contado di Milano. Questa ipotesi sarebbe suffragata dalla costatazione dello stretto legame che uni' sempre Legnano a Milano, mentre i suoi rapporti con il Seprio furono sempre assai tiepidi, e dalle risultanze filologiche che ho accennato piu' sopra. La situazione di coloro che avevano proprieta'  nella campagna milanese durante il periodo di governo dei podesta' imperiali non fu certo felice: dapprima il Vicario del vescovo di Liegi, Pietro da Cunin o da Cumino, confisco' a tutti coloro che abitavano nel territorio di sua giurisdizione "duas partes tertii et ficti et quartam partem fructuum proprio vomere quesitorum, castanearum et nucum et feni tertiam partem".
A Pietro da Cumino successe come vicario Federico maestro delle scuole, forse anch'esso di Liegi; piu' tardi alla morte del vescovo di Liegi gli successero dapprima Marcoaldo da Grumbac con cinque luogotenenti ed in seguito Enrico di Disce.
Tutti costoro sottoposero la citta' e il suo contado a nuove misure vessatorie. Il 7 giugno 1164 fu stabilito secondo il Gesta Federici, il tributo annuale: "..id est ut unusquisque in anno solveret promanso soldos tres imperialium, pro iugo bovum imperiales XXII, pro foculari denarios XII" Si tratta cioe' di una imposta reale, sui mansi, di una imposta sugli strumenti di lavoro, cioe' i buoi, e di imposta personale per il fuoco. Quali conseguenze potessero avere misure di genere no e' difficile immaginare,, soprattutto se si pensa che gravavano su un territorio che aveva gia' subito a piu' riprese devastazioni, incendi, saccheggi e carestie. Ma certamente coloro che risentirono di piu' di questa situazione non furono i rustici ma i cives, erano essi infatti che l'imperatore c desiderava colpire. mentre nei confronti dei rustici aveva certamente un atteggiamento piu' conciliante, per danneggiare anche con questo mezzo, i domini cittadine l'economia milanese. Forse i cives furono costretti a fare concessioni ai rustici, mentre, contemporaneamente, questi vedevano richiesti ai loro domini prestazioni, delle quali essi erano da tempo esenti.
Tutto cio' probabilmente contribui' a suscitare nei rustici l'illusoria convinzione di essere ormai parificati nei diritti ai cives e certamente diede un notevole impulso alle nascenti istituzioni comunali autonome. Si era venuta cosi' a creare nel contado una situazione irregolare, cui si tento' porre rimedio successivamente, quando Milano, ricostruita, ebbe ripreso il controllo del contado e dei rusticiG. L. Barni - Cives e rustici a Milano ... secondo il Liber Consuetudinum Mediolani in "rivista storica Italiana", 1957, Fasc. I, pagg 5 - 60. ma l'evoluzione era gia' avviata e, anche se i suoi risultati non furono immediati ed evidenti, fu possibile solo arginarla momentaneamente.
Comunque la posizione di Milano, che si trovava ormai da tempo al centro della rete economica e commerciale che avvolgeva gran parte dell'Italia Settentrionale, porto', per impulso spontaneo, ad un'alleanza tra numerose citta' la cui conseguenza immediata fu la ricostruzione.
Il  fatto stesso che i Comuni alleati sapessero benissimo che, cosi' facendo, avrebbero sfidato l'ira imperiale e, nel contempo, restituito a Milano la sua posizione egemonica dimostra che, come essa non poteva vivere avulsa da un certo contesto territoriale, cosi' le altre citta' necessitavano di un certo equilibratore della propria vita economica e riconoscevano spontaneamente a Milano questa funzione. Fu proprio questa stretta interdipendenza economica  che porto', lungi da qualsiasi visione nazionalistica, a quell'epoca assolutamente inconcepibile, a quella alleanza cui e' legata la tradizione del giuramento di Pontida, non documentata storicamente, ma accettabile se vista in questa diversa luceIn realta' alla base della lega ci fu proabilmente un accordo, accompagnato da un giuramento, fatto non infrequente in questo periodo. Il dubbio sorge a proposito del luogo, cioe' Pontida,e della data. dei quali non abbiamo alcuna testimonianza diretta. D'altra parte il silenzio delle fonti, se non prova che il giuramento avvenne effettivamente a Pontida, non puo' neppure provare il contrario, mentre il Corio, Storia di Milano, 1855, vol. I°, pag 247 e seguenti, che e' il primo a parlare dell'avvenimento, deve pure avere avuto qualche motivo per indicare quella data e quel luogo preciso, anche se e' ovviamente impossibile per noi conoscerlo; Inoltre il Corio attibuisce una parte di primo piano in tutta la vicenda del giuramento a Pinamonte di Vimercate, che ebbe effettivamente importanti funzioni politiche a Milano in questo periodo e che sembra aver avuto qualche legame personale con Pontida cfr. D.P. Lunardon, Il giuramento di Pontida, Pontida, 1967 pag. 25 53. La tradizione del giuramento di Pontida anche se non appare dunque, del tutto infondata, resta tutttavia, almeno allo stato attuale della documentazione a livello di tradizione.
A questo punto si era ormai giunti alla stretta finale fra i comuni e l'imperatore, il quale, nel settembre del 1174, era disceso per la quinta volta in Italia e dopo essersi invano portato ad assediare Alessandria  aveva avviato con i Comuni i preliminari di pace a Montebello.
Alla ripresa delle ostilita' dovuta al mancato accordo su alcuni punti del trattato da stipularsi, Federico si trovava impreparato avendo gia' licenziato parte delle truppe: gli vennero allora in aiuto gli arcivescovi di Colonia e Magdeburgo che scesero attraverso la Svizzera a Como, dove li raggiunse l'imperatore, che si trovava a Pavia.Annales Colonienses Maximi - M:G:H: "Scriptores", tomo XVIII, pag. 708
La situazione ora volgeva a danno di Milano, nel momento che nella Lega si erano nuovamente insinuate diffidenze e rivalita', che, momentaneamente tacitate dalla potenza milanese, al ritorno dell'imperatore si erano mutate in aperte defezioni; inoltre in Romagna si trovava l'esercito di Cristiano di Magonza ed un suo eventuale ricongiungimento con il corpo di spedizione appena disceso dalla Germania avrebbe dato il colpo di grazia alla rinata potenza milanese. Occorreva pertanto impedire che l'imperatore riprendesse la via di Pavia e ancor piu' assicurarsi che non tentasse una diversione verso il territorio milanese riprendendo la tattica di cui si era servito per fare cadere Milano.Romualdo da Salerno gli attribuisce appunto questa intenzione: "et simut cum illis (le truppe appena giunte dalla Germania) versus partes Mediolani ad divastandum eorum segetes, ire disponebat" Romualdi Salercitani, "annales", in M_G_H_, SS., Pagg. 441 442.
Considerati tutti questi fatti i milanesi scelsero con calma il luogo dove attestarsi nell'attesa dell'imperatore, che fu appunto legnano; non si tratto' infatti di un precipitoso accorrere nel punto piu' direttamente minacciato, ma di una scelta fatta con calma e attuata mediante una marcia normale di trasferimento.
Il Corio dice addirittura che il primo corpo di spedizione lascio' Milano il 24 maggio, vale a dire 5 giorni prima della battaglia, andando forse ad attestarsi nel castello, che come abbiamo visto esisteva gia' da tempo in Legnano. Secondo Gesta Federici "cum dicebatur quod essent apud Belinzonam, fabulosam videbatur..." vale a dire che i milanesi erano convinti che il nuovo esercito disceso dalla Germania fosse ancora talmente lontano da ritenere infondate le notizie secondo cui si trovava a Bellinzona; inoltre, sempre secondo il suddetto Gesta, solo una parte dell'esercito si trovava gia' a Legnano, mentre alcuni corpi erano ancora in marcia ed altri, tra cui la fanteria di Verona e Brescia, erano addirittura ancora in Milano.
Tutto cio' dimostra l'importanza attribuita a Legnano sia per la sua posizione naturale allo sbocco della valle Olona, sia perche' si  trovava sul confine del Contado del Seprio, che i milanesi avevano fondati motivi di ritenere infido. Infatti l'imperatore da Como si era trasferito a Cairate, appunto nel Seprio, senza che i milanesi ne avessero il minimo sospetto. D'altra parte neppure Federico si aspettava che il grosso dell'esercito milanese si trovasse a Legnano e intendeva prendere la via che, dalla Cascina Buon Gesu', cascina Borghetto e Mazzafame, lo avrebbe condotto al Ticino, all'incirca seguendo il confine del Seprio, senza quindi entrare nel territorio milanese.
Cio' spiega perche' i cronisti di parte imperiale parlino tutti di un agguato dei milanesi i quali in realta' erano rimasti sorpresi quanto loroAnnales Colonianses Maximi, in M:G:H:SS: XVIII, pag. 789 "... interea Mediolanenses et Veronenses ceterique Longobardi, collecto immenso exsercitu, cumis appropinquabant, ut novum exercitum tamquam ex itenere fessum belloappeterent et optimerent. Quod cum imperatori per exploratores certius innotuisset et a quibusdam suaderetur ut tantae multitutini ad tempus cederet et bello abstineret, indignum jjudicans imperatoriae maiestati hostibus terga dare, assumptis his que de civitatae erant, et his qui cum archiepiscopo venerant, hostibus viriliter occurrit"Gotifredi Viterbensis, Gesta Federici, in M:G:H: SS. XXII pag. 985 989 "Alpibus abiectis exsercitus exilit ultra; ignorant equites ubi parta pericula surgant, et quia nescierant miles inermis erat. Vix ibi quinquentos equites ad bella retentos noveris inventos reliquos se signo clientes".
 
Dalla somma delle testimonianze si possono ricostruire con una certa precisione le tre fasi successive della battaglia: in un primo tempo i milanesi ed i loro alleati che si trovavano a Legnano inviarono settecento cavalieri in perlustrazione, forse avvisati dall'avvicinarsi del nemico o attirati da qualche movimento sospetto. Costoro sbucando da un bosco si trovarono di fronte trecento cavalieri imperiali, con grande sorpresa di entrambe le parti; ne segui' una breve scaramuccia nella quale ebbero dapprima la meglio i milanesi.
Sopraffatti pero' ben presto dal sopraggiungere dall'intero esercito imperiale tentarono di ripiegare verso il Carroccio, che, con la fanteria e con il resto della cavalleria, si era frattanto attestato nel punto piu' opportuno; ma incalzati dagli imperiali continuarono la loro fuga verso Milano, trascinando con se' alcuni reparti di cavalleria che si trovavano presso il Carroccio, riunendosi poi alle truppe che si stavano trasferendo da Milano a Legnano e tornando indietro insieme a loro.Cardinale Bosone, Vita di Alessandro III, in Liber Pontificalis, edito da L. Duchesne, Parigi, 1982, II, pagg. 432 433. "Tunc premiserunt septigentos milites armatos versus Cumas, ut scirent qua parte veniret potentissimus er fortissimus eorum adversarius. Quibus per tria fere miliara profocoscentibus, trecenti Alamannorum milites obviaverunt, quorum vestigia F. cum tto exercitu sequebatur, accinctus ad prelim commitendum. Nec mora, hostes vehementer in hostes insiliunt.. sed ubi gravior moltitudo principis supervenit, Lombardorum milites inviti terga dederunt et ad carrocium Mediolanensium fecere configium exoptantes, non potuerunt a facie persequenti ibidem remanere, set cum requa fugentium multitudine ultra carrocium per dimidium miliare coacti sunt fugere".Romualdi Salernitani, ".. Imperatori obviamire ceperunt. Cumque exeuntes quoddam nemus, ex insperato imperatori, qui militares acies iam ad bella paraverat, subito occurissent, cum illo ceperunt habere conflictum. Sed quia non multi adhuc de Lumbardis convenerant, primo sunt ab imperatore in fugam conversi"Gesta "... Mediolanenses obviaverunt ei cum suprasciptis militibus inter Borxanum et Bustarsitiu; et ingens proelium inchoatum est. Imperato et milites qui erant ex una parte iuxta carocerum fugavit, ita quod fere omnes Brixienses et de ceteris magna pars fugerunt usque mediolanum, et pars magna de mediolanensibus".
 
 
A questo punto l'imperatore, che poteva scegliere se ritirarsi e riprendere tranquillamente la propria via verso il Ticino o attaccare subito, forzando il blocco milanese e aprendosi la strada per Milano, opto' per la seconda possibilita', forse ritenendo che la fanteria e i pochi cavalieri non fossero in grado di opporgli una valida resistenza. In realta' le cose andarono diversamente, benche' le fanterie e il Carroccio fossero troppo lenti entrambi per potersi spostare di fronte all'incalzare dell'esercito nemico, giunto, come vedremo poi, da posizione ad essi sfavorevole. Le fanterie circondavano il Carroccio, formando con gli scudi un muro da cui sporgevano lance, contro il quale si infransero i ripetuti assalti nemici.Gesta pag. 63 "Ceteri steterunt iuxta carocerum cum peditibus mediolani viriliter pugnaverunt" Romualdi Salernitani, Annales pagg. 441 "Pedites vero mediolanenses, cum paucis militibus, qui circa carruciam erant, fugere non valentes, simul conglomerati, stare ceperunt. Imperator autem videns Lombardos milites aufugisse, pedestrem multitudinem, quae remanserat, credidit facile superare. Cumque congregata sua milicia super eos vellet irrumpere, illi oppositis, clipeis et porrectis astis ceperunt eorum furori resistere, et ad se venientes animose repellere"
Quando infine i reparti imperiali cominciavano ad accusare la stanchezza per il vano e lungo combattimento e anche i milanesi erano stremati, piombarono in campo le schiere, che gia' al mattino erano in cammino verso legnano unitamente ai reparti di cavalleria fuggiti al primo urto: cio' da un lato diede agli imperiali l'impressione che l'esercito della Lega disponesse di schiere nascosteOttoni Episcopi Frisigensis, Chronicon, M:G:H:SS., XX pag 316 "Itaque cesarianis alacriter preliantibus ac iam de victoria sperantibus, acies Brixiensum ininsidiis ad subsidium collocata, repente erupit, exercitunque Cesaris a latere irrumpens disiunxit, ipsumque multis captis vel occisis fugere coegit"Gotifredi Viterbensis, Gesta Federici "Occultas acies callida turba gerit"Romualdi Salernitanu, Annales, pag 441-1 "Cumque conflictus aliquandiu perdurasset, Lombardi qui fuggerant, resumptis viribus, et alii qui de novo venerunt sociati ad pugnam sunt animose reversi et simul cum suis peditibus super imperatoris exercitum impetum facientes, ipsum in fugam unanimiter converterunt"
 
dall'altro contribui' forse a creare la leggenda dei cavalieri della morte, guidati da Alberto da Giussano, raccolta dal FiammaG. Fiamma - Manipulus Florum - De mirabili pugna et victoria Mediolanensium in RR. IISS., XI, pag. 650; Chronicon majus-Sotietas de la Morte in G. Fiamma, Chronicon extravagans et chronicon Majus editum ab Antonio Ceruti, pag. 718circa 150 anni dopo.
In realta' questo assalto improvviso dei reparti di cavalleria fu veramente quello che ha deciso la battaglia ed e' incomprensibile che intorno ad esso si sia creato un alone di leggenda; inoltre questa esaltazione della cavalleria a scapito della fanteria, che aveva di fatto sostenuto tutto il peso della battaglia, corrisponde anche a un fatto sociale. Benche' non sia comunque escluso che vi fosse un corpo speciale per la difesa del Carroccio, il Fiamma e' talmente confuso nel racconto della battaglia,In realta' egli si limita a narrare i preparativi della battaglia, l'uscita trionfale da Milano e il miracolo delle tre colombe, che, uscite dall'altare dei martiri martirio, Sisinio, e Alessandro, andarono a posarsi sull'antenna del carroccio. Inoltre parla di due battaglie: una combattura a Cairate nel 1176 e l'altra a Legnano nell'anno successivo.che e' impossibile discernere quale grado di veridicita' si possa attribuire alle sue affermazioni.
Comunque da questo momento in poi tutte le testimonianze concordano nell'asserire che l'esercito subi' una rotta rovinosa. L'imperatore, caduto da cavallo e creduto a lungo morto, ricomparve alcuni giorni dopo a Pavia, mentre i suoi, inseguiti fino al Ticino furono in parte uccisi o fatti prigionieri, in parte annegarono nel fiume.
Vedremo ora di localizzare, sulle basi delle fonti dell'epoca, quale sia stato precisamente il teatro della battaglia. Dal gesta sappiamo che "postea vero 1176 quarto Kal. Iunii, die sabbati, cum essent Mediolanenses iuxta Legnanum" e che "Mediolanenses obviaverunt ei cum suprascriptis militibus inter Borxanum et Busti Arsitium, et ingens prelium inchiatum est". L'apparente contraddizione e' chiaramente spiegabile se si ammette che la battaglia si sviluppo', come abbiamo spiegato sopra, in tre successive fasi la prima delle quali si svolse appunto tra Borsano e Busto Arsizio, mentre il Carroccio si trovava tuttavia presso Legnano. La causa dell'esplorazione dei settecento cavalieri della Lega in quel luogo preciso, cioe' all'incirca all'altezza della cascina Borghetto, fu forse il dubbio originato dal fatto che il nemico da Fagnano poteva discendere lungo la Valle Olona o tagliare direttamente verso Busto Arsizio sbucando in questo punto.
 
Il Carroccio comunque come il resto dell'esercito si trovava "iuxta Legnanum", lo dice esplicitamente il Gesta, lo confermano le distanze indicate dal Cardinale Bosone secondo il quale il luogo dello scontro si trovava a 15 miglia da Milano, distanza comunemente indicata come intercorrente tra Legnano e Milano anche nei secoli successivi, e la fuga degli imperiali verso il Ticino si protrasse per otto miglia, vale a dire poco piu' di 14In realta' la distanza tra legnano e il ticino e' leggermente superiore, ma e' probabile che gli imperiali si siano lentamente ritirati, perdendo terreno, prima che la loro fuga si tramutasse in rotta rovinosa.chilometri. Accertato che la fase principale della battaglia si svolse appunto presso legnano, resta da stabilire il punto preciso: considerato che la via che collegava Legnano a Milano a quell'epoca toccava Rho, Vanzago, Pogliano, Nerviano, Parabiago, Canegrate e infine legnano, il Carroccio essendo "iuxta Legnanum" doveva trovarsi appena prima o dopo il borgo, dal momento che sarebbe stato un assurdo tattico allontanarlo troppo lateralmente da questa strada su Milano, lasciandola completamente aperta. Abbiamo alcuni elementi che ci aiutano ad inquadrare con precisione la localita': innanzi tutto occorre tenere presente che in legnano esisteva un centro fortificato e cosi' pure era presente un elemento di architettura militare circa l'altezza dell'attuale confine tra legnano e Castellanza, il luogo ideale doveva quindi trovarsi tra questi due punti di forza, giusto allo sbocco della valle Olona, da cui era atteso il nemico. Inoltre secondo il Cardinale Bosone sopracitato la distanza che intercorreva fra il punto in cui era attestato il carroccio ed il luogo del primo scontro era di circa tre miglia.
Dalla somma di tutti questi elementi la localita' in cui piu' probabilmente si svolte la battaglia, risulta essere la zona di San martino, poco oltre legnano in direzione di Castellanza. Con questa supposizione concorderebbe anche la frase degli Annales Colonienses Maximi, che appare a tutta prima inspiegabile. Secondo gli annali Milanesi "Grandi fossa exercitum suum circundederunt" per impedirgli di fuggire: probabilmente i milanesi avevano alle loro spalle un ripido scoscendimento, che fu dal cronista scambiato per una fossa, sulla base di un confuso ricordo del teatro di battaglia. Appunto San martino si trovava sul declivio costituito dalla sponda destra della valle Olona: si tratta cioe' di un punto nel quale l'esercito della Lega, che attendeva il nemico dalla valle Olona avrebbe potuto facilmente difendersi. Nella realta', essendo sopraggiunto il nemico dalla direzione contraria, cioe' dalla cascina Borghetto, i Milanesi si trovarono questo avvallamento alle spalle e se ne servirono, forse, egualmente per impedire un aggiramento. Un'altra prova che la Battaglia si svolse  effettivamente, nella sua fase centrale, presso S. Martino e' la direzione di fuga degli imperiali che si volsero verso il Ticino. Cio' sarebbe inspiegabile, perche' almeno i Comaschi avrebbero dovuto fuggire verso la loro citta', se non si ammettesse che l'esercito della Lega aveva loro chiuso la via della ritirata verso Como e verso il Seprio, che cominciava in quel punto, lasciando come unica alternativa il fiume. Tutto cio' sta a dimostrare che la battaglia in realta' gravito' veramente su legnano, base logistica, base di partenza per l'attacco, punto di riferimento e terra da difendere a qualunque costo se si voleva impedire l'ingresso dell'imperatore nel milanese.
Questa importante vittoria militare non ebbe pero' un seguito politico altrettanto brillante, dal momento che subito rinacquero le discordie all'interno della lega e lo stesso pontefice Alessandro III° per rinsaldare la propria posizione a Roma, si affretto' a stabilire con Federico preliminari di pace. La lunga contesa si chiuse quindi con la pace di costanza nel 1183 che si limito' in realta' a sancire uno stato di fatto che durava ormai da molto tempo, concedendo alle citta' le regalie e il rispetto delle proprie consuetudini. Ad essa fece seguito, l' 11 febbraio 1185 il trattato di ReggioG. L. Barni - La lotta contro il Barbarossa, pag. 122col quale l'imperatore concesse a Milano in cambio di un censuo annuo tutte le regalie nei contadi di Seprio, Martesana, Bulgaria, Lecco, Stazzona. Per il Comitato del Seprio esso indica che i confini,"... Scilicet per hos fines, a lacu majori, sicut pergit flumen Ticini usque Padrignanum et a Padrignano usque Cerrum de Parabiago, et a Parabiago usque ad Cronum et a Caronno usque ad flumen Sevisi et a Seviso usque ad flumen Trese et sicur Tresa refluit in predicto Lacu Majori..." Gli atti del Comune di Milano fino all'anno 1216, n. CXLIII.che pero', almeno dal lato meridionale, sono esposti in termini abbastanza vaghi. Di conseguenza in base all'affermazione di Sire Raul per l'anno 1163 e in considerazione della posizione chiave, rappresentata da Legnano durante la guerra con il Barbarossa, possiamo accettare la definizione della linea di confine, almeno per questo torno di tempo, quale l'avevamo indicata piu' sopra appunto a proposito delle parole del Gesta Federici.
Da questo momento Milano, che aveva gia' reso vassalli i contadi limitrofi, li annette' direttamente, non tollerandovi piu' alcuna forma di autonomia. Tuttavia l'atavica avversione del Seprio per la potente citta' vicina e' ben lungi dall'essere sopita e si ridestera', in forme piu' o meno violente, tutte le volte che la situazione a Milano si fara' incerta e vi nasceranno dei torbidi. In tutti questi casi legnano ritrovera' l'importanza che le viene dalla propria particolare posizione e fara' specchio fedele della situazione di Milano, passando di volta in volta nelle mani del dominatore della citta' finche' la signoria viscontea, non la ridurra' al rango di piccolo borgo rurale, destituito ormai da qualsiasi importanza.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

28.1.18 L-18

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Legnano nell'alto Medioevo
 
Abbiamo visto che Legnano durante tutto l'arco del dominio romano fu sempre in sostanza un piccolo borgo a base agricola, privo di un peso militare rilevante: lo stesso vale per il primo periodo degli stanziamenti barbarici. Impossibile stabilire, data l'assoluta mancanza di documentazione, quale incidenza abbia avuto sulla vita del Borgo i primi stanziamenti barbarici: tuttavia dai reperti archeologici, che ancora una volta ci vengono in aiuto, si sarebbe portati a supporre che l'insediamento di queste popolazioni sia avvenuto di preferenza piuttosto nell'attuale Castellanza che non in Legnano. Infatti esistevano all'altezza dell'attuale Via Dandolo, che forma il confine tra i due Comuni, elementi di fortificazione (1) che probabilmente si estensevano fino al ciglio di un dirupo a picco sulla valle Olona, punto ideale per controllare lo sbocco sulla valle stessa; appunto in questa zona si sono fatti alcuni ritrovamenti di epoca barbarica (2): se ne potrebbe quindi dedurre che i nuovi arrivati si siano serviti della fortificazione preesistente e vi abbiano stabilito un piccolo presidio militare (3).
In generale si puo' comunque dire che anche lo stanziamento longopbardo, la situazione di Legnano non subi' mutamenti sostanziali, se non forse nella scomparsa della superstite classe dei ricchi proprietari romani, forse distrutta dalle prime stragi, forse rifugiata nelle rare e decadenti citta' murate o confusa nella generale miseria (4)
Il Bognetti intravvede una tracia di un possibile ordinamento longobardo generale della campagna nella coincidenza tra pieve, che,anche ove non indica col pagus, resta pur sempre una circoscrizione molto antica, sala e fara: nel senso cioe' che in ogni pieve sono presenti una sola fara ed una sola sala; cio' farebbe pensare a un presidio stabile, costituito dalla fara, accentrato attorno ad una fortificazione (6), cui viene versato il terzo dei prodotti ammassato nella sala.
Questa rudimentale organizzazione o almeno il suo completamento ed il suo consolidamento sarebbe da attribuirsi secondo il Bognetti al terzo re, Autari, durante il periodo di trgua coi Bizantini, vale a dire alla seconda meta' del secolo VI.
Questo l'ordinamento generale della campagna nel quadro del dominio longobardo, quale parte vi avesse il nostro borgo e' impossibile dire; si sa soltanto che a Legnano non fu mai, fino ad epoca assai tarda, neppure contro di una pieve. Tuttavia bisogna tener presente che nel quadro generale dell'economia di questo periodo la campagna fu sempre in primo piano, infatti quando, all'inizio  del secolo VIII, cominciano a riapparire le carte private, esse provengono per la maggior parte proprio dalla cmapagna e lo stesso autore del ritmo in lode di Milano del secolo VIII e' colpito non tanto dall'attivita' artigianale della citta' quanto all'abbondanza dei prodotti agricoli che vi affluiscono.
E' probable inoltre che in questo periodo le stragi e le confische, operate dai re longobardi in seguito alle ribellioni, abbiano portato ad una piu' equa distribuzione delle terre, favorendo lo sfruttamento piu' razionale e la creazione di un certo margine di ricchezza che consentiva di operare bonifiche e creare nuovi mezzi di produzione, necessaria premessa per una successiva fioritura economica.
Non si puo' pero' parlare, secondo il Bognetti, per questa zono di un vero e proprio sistema curtense, per lo meno nel senso della grande proprieta' continua: si tratta per lo piu' di complessi assai articolati che vanno dai laghi alla pianura e che tendono a darsi spontaneamente un equilibrio interno; cosi' mentre il lago produce vino e olio e le terre che lo sovrastano forniscono il pascolo estivo, la media pianura produce cereali e le terre basse verso i fiumi integrano il fabbisogno stagionale del pascolo.
Nel quadro di questo sistema si potrebbe collocare anche Legnano, secondo quanto risulta dal primo (7) documento pervenutoci dalla sua storia, risalente al 23 ottobre 789. Si tratta di una permuta operata dall'arcivescovo Pietro, il quale aveva poco prima fondato il monastero di S. Ambrogio, a favore del monastero stesso cui concede tutte le rendite della basilica godutre fino a quelo momento dal suo custode, il diacono Forte (8), il quale ricevea titolo di cambio i beni dell'arcivescovo di Legnanello.
Il documento (9) nella sua parte che ciinteressa dice precisamente:
"Statuimus etiam eidem abbati suisque successoribus uti universis rebus atque substantiis ad ipsam ecclesiam, que hactenus cella vocabatur, pertinentibus queque in posterum a Christi fidelibus inibi conferendis sicut usque hactenus a Forte diacono filio nostro possessum est in integrum. Quam nos ab ibso cum rebus supradictis per commutationem suscepimus dans ei vicem curtem proprietatis nostre in Leunianello seu et in aliis locis ubicumque habere ex parentum successione videor ad commodum ad mutandi et concambiandi modum...".
Da questo stralcio si possono trarre alcune deduzioni: innanzitutto sembrerebbe che Leunianello, cior' Legnanello fosse il centro di una curtis i cui beni erano sparsi un po' dovunque, come farebbe pensare la frase " et aliis locis ubicumque", appunto secondo lo schema tracciato piu' sopra.
In secondo luogo si tratta qui di beni personali dell'arcivescovo derivatigli da una eredita' familiare: lo dice esplicitamente il documento: "habere ex parentum successione videor".
Sarebbe quindi interessante sapere quale fosse la famiglia dell'arcivescovo proprietaria di tutti questi beni: secondo una tradizione totalmente infondata si tratterebbe della famiglia legnanese degli Oldradi; in realta' di questo arcivescovo, sucessore di Tommase ed eletto, secondo gli antichi cataloghi, nel gennaio o nel marzo del 784, si sa assai poco. Il Bognetti propende per  l'ipotesi che si tratti di un transalpino dal momento che Alcuino lo ricorda come proprio ispiratore e padre spirituale e non pare che le sue visite in Italia siano state tante e tali da creare un simile legame: cio' sarebbe indirettamente confermato dal fatto che Pietro, non appena divenuto arcivescovo, fondo' immediatamente un monastero benedettino nel luogo piu' augusto della sua sede. Si avrebbe di conseguenza presso legnano l'insediamento di una famiglia di ceppo transalpino.
Per quanto riguarda piu' strettamente il nostro borgo, in questo documento compare gia' chiaramente la struttura urbanistica caratteristica di tutti i secoli successivi e cioe' la divisione in un nucleo centrale sul lato destro dell'Olona, attorno all'antica chiesa del Salvatore, dove poi sorgevano i palazzi arcivescovili, che costituisce il proprio borgo di legnano, e in un altro nucleo piu' piccolo sulla sinistra del fiume, Legnanello, cui si riferisce il documento sopracitato. I due nuclei rimasero per molti secoli nettamente divisi dall'Olona, dal momento che era impossibile abitare le terre piu' basse e vicine al fiume, che sovente si impaludavano.
In questo periodo anche l'economia sente l'influsso dell'invasione franca, non tanto nel cambiamento della struttura della proprieta' terriera, che resta sostanzialmente la stessa, quanto nell'allargarsi dell'orizzonte strettamente nazionalistico dei Longobardi e di conseguenza nell'aprirsi delle frontiere, con benefici influssi sul commercio, pur a quell'epoca ancora assai ridotto. Per conseguenza ripresero importanza le strade, specie quella della valle Olona che attraverso il Seprio portava ai laghi e ai passi alpini, e Legnano dovette certo risentire beneficamente di questa nuova situazione. Dopo questa concessione al diacono Forte, non si sa precisamente che cosa sia avvenuto a Legnano; e' lecito tuttavia supporre che l'arcivescovo di Milano, il cui potere andava sempre piu' estendendosi e stabilizzandosi,  cercasse in ogni modo di attuare una penetrazione nel vasto territorio che faceva a capo Milano, anche se non aveva nessun titolo giuridico per farlo.
Questa lenta opera di penetrazione dara' i suoi frutti circa un secolo piu' tardi, come vedremo piu' avanti.
Forse nel secolo X, in relazione agli attacchi degli Ungari, sorse in Legnano il primo nucleo di quel castello la cui presenza appare accertata nel secolo successivo. Infatti le incursioni Ungare, avevano determinato una fioritura di castelli, per lo piu' di tipo piuttosto semplice, dotati cioe' di una torre e di una cinta murata, nei quali gli abitanti si rifugiovano e incastellavano i loro prodotti.
Quesot fatto determino' il sorgere di nuovi rapporti giuridici (11), dal momento che il diritto regio di incastellare, esercitato tramite militi ed enti immunitari che, al piu', si accordavano coi liberi proprietari del luogo per avere il loro aiuto, porto' da una parte a premere sulle classi inferiori cercando di fare dichiarare servi o aldi coloro che lavoravano dietro libero contratto, provocando cosi' la loro reazione e favorendo il crearsi di una coscienza collettiva, dall'altra al prosperare di famiglie di militi minori all'ombra del castello a loro affidato.
La situazione apparentemente calma subi' una nuova scossa sul finire del secolo quando l'arcivescovo per salvarsi da una difficile situazione infeudo' le terre della chiesa, in dispregio dei canoni e leggi regie, causando da un alto un maggior sfruttamento dei rustici, le cui esigenze andavano mutando anche a causa del forte incremento demografico in atto, dall'altro incertezza ed ostilita' di fronte alla potenza dell'arcivescovo, sempre crescente grazie alla politica delgli Ottoni, da parte di quei militi minori di cui abbiamo detto sopra, che si trovavano in balia dei militi maggiori, pronti alla loro morte a privare la loro famiglia del beneficio per concederlo ai propri fideles.
Siano giunti cosi' alle soglie di quel secolo XI che vedra' giungere al pettine tutti i nodi creati dalla politica precedente. Sulle prime e' l'arcivescovo a raccogliere i frutti della propria abile politica (12), infatti nella lotta tra Arduino d'Ivrea ed Enrico II, appoggio' apertamente quest'ultimo e ne trasse sensibili vantaggi.
Che in qiesta lotta siano coinvolti anche i conti del Seprio risulta da un passo di Galvano Fiamma (13), cge, pur non essendo solitamente attendibile, trova in questo caso la sua conferma nel "Liber Notitiae Sanctorum Medionani" e precisamente nella "Memoria Sancti Gemuli" (14). In esso si narra infatti la storia di due conti del Seprio Ugo e Bebengerio, figli del conte Sigifredo, i quali violenti e rapaci, odiavano l'imperatore e l'arcivescovo, finche' questi con l'approvazione dell'imperatore stesso si approrio' dei loro beni.
Cio' potrebbe essere confermato indirettamente dal fatto che nel 1014 l'imperatore tornando in Germania lascio' come suoi messi con giurisdizione sui tre contadi di Seprio, Milano e Pavia, Amizio, figlio di Erlembardi e suo figlio chiamato anch'esso Erlembardo, i quali erano "Milites Sancti Ambrosii" cioe' vassalli dell'arcivescovo (15); essi sono probabilmente gli antenati dei capi patari Landolfo e Erlembardo Cotta.
Il fatto stesso che l'imperatore qualificasse apertamente nel proprio diploma i due messi come "Milites Sancti Ambrosii" implicava da parte sua un sottointeso riconoscimento della loro dipendenza dall'arcivescovo, se a cio' si aggiunge che l'imperatore era assente, in Germania, e l'arcivescovo presente e deciso a non farsi sfuggire l'occasione, si comprendera' faclmente come gia' prima di una eventuale concessione sovrana Arnolfo fosse riuscito a corrodere i diritti regi del Seprio. D'altra parte una co0ncessione sovrana, che spiegherebbe l'appartenenza all'arcivescovo di molti beni del Seprio e, nel nostro caso, di Legnano stessa, non appare stanto strana se si pensa che l'imperatore avvalendosi del capitolo I dell'Editto di Rotari, fece una analoga cncessione al vescovo di Como. (16).
Poiche' successivamente troveremo i Cotta, discendenti dei due messi regi, proprietari del Castello di Legnano, viene fatto di supporre che l'arcivescovo una volta ottenuti questi beni ne abbia infeudato una parte ai Cotta stessi, ottenendo egli la difesa dei suoi diritti su questi beni,  da parte di persone che erano gia' legato a luida rapporti di vassallaggio e che avevano su quelle terre anche un poitere di derivazione regia, ed essi una nuova base giuridica della propria autorita'.
Nonostante questo nuovo aumento di potere dell'arcivescovo la situazione di Milano era tuttaltro che tranquilla: nella prima meta' del secolo scoppio' dapprima la lotta tra feudatari maggiori e minori e poi fra costoro uniti e i cives; l'accordo intervenuto alla fine aveva scontentato molti perche' ammettendo al governo della citta' e i cives di maggior peso, ne aveva escluso completamente tutti gli altri ceti cittadini minori, vale a dire mercanti e artigiani nonche' il popolo minuto, i medi e piccoli proprietari del contado e i rustici gia' in fermento per le conseguenze degli avvenimenti del secolo precedente.
Infatti da una parte il medio e piccolo ceto campagnolo cominciava ad avere una certa consapevolezza della propria forza unitaria (17), dall'altra i rustici influenzati dall'insegnamento di sette ereticali assai diffuse che predicavano, tra l'altro, la comunione dei beni, vedevano in un movimento di riforma religiosa una sorta di palingenesi sociale che avrebbe finalmente mutato la loro condisione.
L'alleanza di questi ceti costitui' la base sociale della "Pataria"; in essa tuttavia insieme con il disagio sociale e politico, confluivano dei motivi di ordine sociale e politico, confluivano dei motici di ordine schiettamente spirituale, vale a dire l'esistenza di un ritorno del clero alla poverta' e purezza evangelica, l'opposizione alla dispersione del patrimonio della chiesa nelle mani dei feudatari laici, conseguenza necesaria della posizione assunta dall'arcivescovo e il desiderio di un intervento laico, che si supponeva piu' disinteressato nel movimento di riforma.
Appaiono dunque, per quanto abbiamo detto sopra, chiari i motivi per cui l'esigenza di riforma fu largamente sentita dalle plebi rurali, non dimentichiamo che Arialdo comincio' la sua predicazione proprio a Varese, le quali pareteciparono poi attivamente alla lotta che ne fu la conseguenza e successivamente, deluse nelle loro aspettative, espressero il loro dissenso con rivolte e rivendicazioni e prepararono un terreno assai favorevole al movimento degli Umiliati.
Legnano fu, come in altri borghi, probabilmente toccata da queste istanze religiose e sociali, ma si trovo' anche a recitare una parte di primo piano nella fine del capo Pataro Arialdo (18): costui costretto a lasciare la citta', che era stata per dieci anni teatro della sua predicazione nonche' di gravi fatti di sangue, dopo un vano tentatico di recarsi a Roma, venne condotto da Erlembardo Cotta, suo devoto seguace e compagno, nel proprio castello che si trovava per l'appunto in legnanop, Andrea di Strumi (19) che ha narrato la fine di Arialdo dice semplicemente: "Scientes loca undique obsessa ad quoddam castrum fidelis Herlembardi sunt reversi", ma secondo landolfo seniore (20) e l'autore indicato dal Giulini come l'Anonimo e dal Puricelli come Landolfo iunior (21), questo castello si trovava a Legnano; rifugiatosi qui e trasferitosi poi presso un sacerdote suo amico, fu da questi tradito e consegnato all'arcivescovo.
La èpresenza di un castello dei Cotta a Legnano si spiegherebbe avanzando l'ipotesi di una prima costruzione abbastanza semplice, risalente al tempo delle invasioni degli ungari, che passata poi ai successori dei due messi regi Amizzo e Erlembardo subi' ad opera loro alcune modificazioni che ne fecero un vero e proprio castello; tale infatti doveva essere per poter ospitare Arialdo, Erlembardo e certamente anche alcuni dei loro piu' fedeli sguaci e collaboratori e per potere, nel caso fossero stati scoperti, offrire una certa garanzia di difesa dalle truppe dell'arcivescovo.
I motivi che spinsero i Cotta a munire Legnano di una vera e propria opera fortificata si puo' facilmente intuire se si pensa che questo borgo, come vedremo piu' avanti, si trovava proprio sul confine del contado del Seprio, che aveva dato gia' bastanti prove, e piu' ne dara' in seguito, della propria predisposizione a parteggiare contro Milano ogni volta che si apriva qualche contesa, magari appoggiando il partito dei fuoriusciti dalla citta'. Infatti in un'epoca di poco successiva e probabilmente per gli stessi motivi, vediamo fortificata anche la vicina localita' di Cerro anche'essa sul confine (22). Inoltre Legnano rappresento', allora e nei secoli successivi, una specie di porta del Milanese che consentiva ai nemici esterni superato questo ostacolo, di puntare sulla citta' senza incontrare gravi resistenze e costituiva per i fuoriusciti un sicuro rifugio dove attendere lo sviluppo degli avvenimenti in Milano, manteendosi sempre aperta in caso negativo la possibilita' di una fuga dalla parte del Seprio.
Cio' spiega perche' questo piccolo borgo di per se stesso insignificante si sia trovato tante volte coinvolto nelle grandi lotte politiche milanesi.
Per quanto riguarda la localizzazione del castello, il campo e' aperto alle ipotesi piu' varie, in quanto non ne sono state rinvenute tracce considerevoli. Il Giulini semplicisticamente lo identifica con il castello di San Giorgio (23), che, sorto comunque in epoca assai piu' tarda, non fu mai una vera opera fortificata ma piuttosto una dimora di campagna.
Personalmente propenderei per l'ipotesi che questo castello si trovasse nel centro del borgo e che sia stato poi inglobato nelle costruzioni che nel secolo XIII circondavano i palazzi dell'arcivescovo: non si vede perche' l'arcivescovo, attendendo a fortificare il borgo, avrebbe dovuto trascurare di utilizzare una costruzione preesistente; d'altra parte gli infiniti rivolgimenti edilizi subiti da quest'area spiegherebbe l'inesistenza di tracce apprezzabili. Allo stato attuale, l'ipotesi piu' probabile porterebbe a ricollegare il castello dei Cotta con alcune tracce di fondazioni assai spesse rinvenute nell'attuale via 25 aprile contigue al muraglione che recingeva nel secolo XIII i palazzi della curia arcivescovile (24), ma preesistenti rispetto ad esso.
In ogni caso la proprieta' dei Cotta non si trova piu' alcuna traccia in epoca successiva, mentre nella prima meta' del secolo XII il controllo diretto dell'arcivescovo sul borgo, tramite i suoi monasteri milanesi, era fortemente aumentato; infatti nel 1148 vi possedeva dei beni il monastero Maggiore.
Cio' risulta da un privilegio (25) indirizzato  da papa Eugenio III a "Margaritae abbatisse Sancti Mauritii Monasteri eiusque sororibus" e datato Brescia 29 luglio 1148, con il quale si confermano alcuni beni e diritti di questo monastero, tra cui alcuni beni di natura imprecisata in "Legniano".
Tutto cio' starebbe ad indicare una tendenza sempre piu' spiccata dell'arcivescovo ad intervenire di volta in volta piu' direttamente nel borgo, probabilmente per la sua importante posizione, che lo portera' tra breve alla ribalta nella lotta contro il Barbarossa, finche' si arrivera', come vedremo, nel secolo seguente, ad un dominio diretto dell'arcivescovo su Legnano, rifugio,come abbiamo detto, e, in caso di necessita', porta aperta sul Seprio verso i forti castelli arcivescovili del lago Maggiore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
NOTE:
 
1)        Il muraglione, risalente forse ad epoca romana, e' affiorato nel corso degli scavi ed e' ancora visibile, incorporato in una casa.
2)        Si tratta di seportura in terra nuda oppure in cassette di legno, con armi e vasetti di fattura tipicamente barbara.
3)        Anche in legnano si sono avuti ritrovamenti di questo genere, ma si tratta di esempi troppo sporadici per poterne trarre anche una semplice congettura.
4)        Ne sarebbe prova il passaggio, chiaro nell'Editto di Rotari del 643, dal termine classico di domus che indica la casa in muratura a quello di casa indicante in senso classico la capanna rustica: cio' dimostra che era scomparsa la classe alta che poteva conservare l'uso della casa in muratura, mentre i Longobardi conservavano la tradizione germanica della capanna in legno e paglia.
6)        In genere non si dovrebbe trattare di un castello, ma di una costruzione piu' modesta, come ad esempio una torre.
7)        Secondo il Corio, legnano comparirebbe tra le corte donate nel 493 ad un certo Alione, signore di Angera e di altre terre presso il Verbano, da Galasio I°, che nomino' il suddetto personaggio conte d'Italia. Ovviamente e' impossibile accertare tale affermazione sia perche' e' quanto meno assai improbabile l'esistenza di un documento di quest'epoca, sia perche' alcuni termini in esso contenuto appario relativi ad un'eta' di molti secoli posteriore: valga come esempio la menzione delle lire di Terzoli. Tuttavia a parte l'epocae i nomi degli interessati che ricad0ono decisamente nel favoloso, appare, specie nell'elenco delle terre donate e di altri prvilegi concessi, una certa precisione che farebbe supporre che il Corio abbia effettivamente visto un documento, di quale epoca ed in relazione a chi e' impossibile dirlo.
8)        Infatti occorre tenere presente che in quest'epoca tutte le Chiese di Milano erano officiate dall'arcivescovo e dal clero maggiore nelle varie solennita' e avevano per custode un diacono, finche' alcune di esse non furono affidate ad un monastero che vi sviluppo' accanto ad esse, come in questo caso.
9)       Porro Lambertenghi - Codex Diplomaticus Longobardie, Historie Patriae Monumenta, Tomus XIII, Torino 1873, n. LXIV.
11)       G.P. Bognetti - Terrore e sicurezza sotto re nostrani e sotto re stranieri in Storia di Milano - Vol 2
12)       G.L. Barni - Dal Governo dei vescovi a quello dei cittadini, in storia di Milano Vol. III
13)       G. Fiama - Manipulus florum
14)       Liber Notitiae Sanctorum medionani a cura di M. Magistretti e U. Monneret De Villard , Milano 1917
15)        Diplomata Heinrici II
16)        Diplomata Heinrici II L'impoeratore gli dono' la corte di barzano' nella martesana tolta ai due conti del Seprio.
17)       Sono di questo periodo i primi cenni di boni homines che in rappresentanza di una comunita' prendono decisioni e assumono impegni il che presuppone oltre ad una consapevolezza unitaria anche una certa autonomia; abbiamo l'esempio di Arogno dove nel gennaio 1010 alcuni boni homines prendono impegni in nome della comunita' davanmti agli inviati dell'arcivescovo e del monastero di S. Ambrogio (C. Giardina - i boni homines in Italia, in "rivista di storia del Diritto Italiano", V - 1932 - Bologna)
18)        Giulini
19)       Andreae, vita et passio Sancti Martiti Arialdi mediolanensi
20)               Landulphi Senioris, Medialanensi historia.
21)               Landulphi Iuniores, Historia mediolanensi
22)       Testamento di Lanfranco decumano della chiesa di S. maria Jemale che lascia al monastero e canonica diS. Ambrogio di Milano alcuni fondi situati nel castello di Cerro; datato aprile 1094. in Atti privati milanesi e Comaschi del sec. XI a cura di Manaresi e Santori che pero' legge erroneamente Landolfo anziche' lanfranco.
23)       Noto piu' semplicemente come Castello di legnano, sorge poco fuori dalla citta' presso l'Olona in direzione di Canegrate.
24)       Brani di Storia ed Arti di Legnano - memoria n. 17 pag 157
25)       Antiquates Medii Evi
 
 
 
 
Bibliografia
 
a)        M. Bertolone, Lombardia Romana, Milano 1939, pag 48)
b)       G.P. Bognetti, Milano longobarda, in Storia di Milano vol2° - 1954, pag 69 e seguenti.
c)        Porro Lambertenghi - Codex Diplomaticus Longobardie, Historie Patriae Monumenta, Tomus XIII, Torino 1873, n. LXIV.
d)        B. Corio  - Storia di Milano
e)        G. Giulini - Memorie spettanti alla storia, al governo e alla descrizione della citta' e campagna di Milano nei secoli bassi, Milano 1760.
 
 

28.1.19 L-19

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L'Olona
 
Imparare la storia -- ha scritto e ribadito Riccardo Bacchelli -- vuol dire risorgere dai terreni e dalle acque, dalle pietre costruite e dalle parole legate agli uomini, parchè di quello che è veramente storico il popolo serba una sua memoria".
Sono parole dettate dalla meditazione sul Po, sulla sua storia intrisa di leggende, al cui confronto un fiume come l'Olona si mette in una posizione di inferiorità, anche se, nel suo capriccioso andare attraverso le terre, ha raccolto sulle sue sponde i segni di una palpitante realtà caratterizzando con la sua presenza la vita di borghi e citta', perché' l'uomo, anche quando ritiene di aver dominato un corso d'acqua, finisce sempre per avvertirne il fascino, fino a piegarsi ai suoi voleri.
Percio', in una zona fortemente industrializzata quale è quella di Legnano, rilanciare l'attenzione allo snodarsi di un corso d'acqua, riannodare le fila del racconto al suo lento e limaccioso scorrere nella pianura, significa quasi reimmergersi come in un grembo materno, risalire alle vicende degli uomini legati ai suoi bordi, coi limiti che l'andare a ritroso puo' creare, nel rilanciare ricordi, ripescare sapori, interpretare bandi, decifrare memoriali vecchi di secoli testimoni di diritti conculcati, di norme sopite, ma non distrutte.
Vengono in mente certi racconti di Chiara e avventure di Quilici, autori pronti ad evocare fantasie sedimentate col trascorrere degli anni, fino a far credere di aver visto o vissuto quello che forse non c'era.
La passione di chi e' nato e vissuto sulle rive del fiume non riesce a cristallizzare immagini di disastro ecologico e di liquame schiumoso, in cui si mescolano residui tossici o inerti, dove confluiscono le piu' svariate scorie. Meglio pensare agli antichi mulini, di alcuni dei quali esiste solo il ricordo, porgere l'orecchio a suoni strani, fluttuanti, sinfonie d'altri tempi, cui si aggancia la memoria di mole, molazze, rodigini, incastri, spazzere, nervili, ma c'e' da tendere gli orecchi: son parole d'altri tempi. Sanno di arcano, ma anche di buono, evocano immagini pregne di gnomica sapienza.
Sui loro volumi scivola la fantasia a legittimare la permanenza negli scrigni del linguaggio, mentre la vista corre a pareti fuligginose, a ruote arrugginite dal tempo, a pale sbriciolate dall'usura, a travi e pontili corrosi dall'umidita', a ciuffi d'erba dalle forme strane, quasi contorte a volersi liberare da un antico servaggio.
Chi abbia provato, ancor giovane, ad entrare in un vecchio mulino sull'Olona, magari per pura curiosita', non puo' non aver avuto la sensazione di un luogo dove lo sviluppo non seguisse il tempo, ma l'azione si svolgesse al rallentatore.
A voler andare alla ricerca di qualche traccia di tanto girar di ruote, viene incontro una brusca realta' rigata dal fischiare di altre ruote, quasi a profanare il velo ammuffito che avvolgeva nelle sue trame vecchi mulini di bacchelliano sapore, ingoiati dalla dimenticanza, come il loro descrittore, dissipati dalla memoria umana, risorgenti fantasmi dalle nebbie sprigionate dai terreni adacquati .
Racchiusa la loro esistenza nel contrastare affettuoso e disperato contro l'invisibilita' del tempo, essi s'incidono coi contorni lisi nell'immaginazione, incrinano la tipologia della cronistoria pedissequa, vogliono che si riassegnino loro vite consumate dalla fatica, imprese spezzate dalla sorte, irripetibili contratti, odore di strumenti rogati tra il puzzare del villico, impregnato di farina e la curialita' della norma notarile, mentre l'acqua del fiume grida al riappropriamento della sua antica identita', a partire dal nome e giu' giu' fino alle fasi multiformi della sua intensa esistenza.
Una delle abitudini piu' frequenti, a cui si sono abbandonati studiosi italiani e stranieri e' quella di porre, nelle diverse cronache, note piu' o meno lunghe, come studio sull'origine di nomi locali. E' successo di frequente che, non essendo essi in grado di conoscere il fatto, da cui il nome traeva origine, non avendo sottomano documenti relativi oppure non avendo ancora la filologia sviluppato criteri ragionati e comparativi, concludessero con ipotesi lontane dal vero.
Il richiamo in tal senso e' pero' troppo forte, perché' gli si possa opporre resistenza.
I nomi dei campi, dei monti, delle acque, traggono origine, nella maggior parte dei casi, dal genere dei prodotti che in essi crescevano, dalla loro configurazione, dalla loro posizione naturale, dal nome del casato del possessore, da qualche fatto celebre accaduto. Non pare aver senso comparare i nomi dei luoghi, estrapolandoli dal loro contesto geografico, perché' si legano gli uni agli altri per affinita' formali e semantiche. L'etimologia dei luoghi non e' sicura se non quando possiede una base solida nell'insieme dei nomi geografici di una determinata regione.
Siamo naturalmente nel campo della congettura, concepita come strumento utile per puntellare un racconto, in cui la sequenza dei forse, sembra, probabilmente, e' incerto, non vuole essere una regola assoluta, anche se il ricorso ad essi puo', far ricordare, per analogia, lo scanzonato scrittore B.W. Henderson di The life art Principate of the Emperor Hadrian, (A.D. 76-138). In essa lo scrittore britannico, dovendo prendere posizione di fronte alle diatribe sorte sugli itinerari seguiti dall'imperatore Adriano nei suoi viaggi in Grecia e in Asia Minore, dichiarava di essere costretto a infiorare le sue pagine di tanti probabilmente quanti erano i paracarri delle strade, sulle quali l'imperatore romano era passato.
Poiche' nel nostro caso l'etimologia riguarda il fiume Olona, forse non e' fuori luogo azzardarsi a dire che dal greco oros deriva quel nome che i nostri contadini chiamavano, in dialetto legnanese Urona e in quello bustocco Uona col dileguo completo della "l" dopo la riduzione della "r" a una vibrazione laterale della lingua, fino a porsi vicina alla "l" (Marinoni, Convergenze e divergenze linguistiche fra Legnano e Busto Arsizio in Legnano, n. 3, 1955
Se vogliamo seguire l'Olivieri (Dizionario di toponomastica lombarda) possiamo risalire all'Olona dell'Anonimo Ravennate, il geografo vissuto nella prima meta' del sec. VIII, mentre il Giulini (Op. cit. , III, p. 343) accenna all'Orona che, formatasi da alcune fonti vicine a Varese, si allunga fino a Milano, ove prende il nome di "Vepra" o "Vedra" finche', arrivata in prossimita' della basilica di S. Lorenzo, ricevute le acque del Nerone e del Seviso, cambia il nome in quello di "Vitabile" o "Vetabile" corrotto poi in "Vitalia" e "Vecchiabbia", tocca S. Siro, detto nei documenti ad Vepram o ad Vebriam; e piega a sud, scorrendo a ovest della citta', in prossimita' della chiesa di S. Pietro in Sala fino a lambire la "Cassina de Tavernis".
Si tratta di notizie, come dichiara lo stesso autore, tratte da Galvano Fiamma (Chronicon Extravagans, c. 54).
Giunto al punto indicato, l'Olona subiva una contraffazione in "Oleunda" (Giulini, Op. cit., II, p. 183), da un mulino che sorgeva sulle sue rive, il che finirebbe per distruggere la derivazione dal greco, ma l'autore milanese non poteva fare a meno di pensare al monastero di "Aurona", evidente contraffazione di "Orona". Tale monastero era stato fondato verso la meta' del sec. VIII da Aurona o Orona, sorella di un vescovo chiamato Teodoro, che li volle essere sepolto (I, p. 310).
Del resto un Olone, comandante di Childeberto, re dei Franchi e' ricordato da Gregorio di Tours, che lo fa morire nell'assedio di Bellinzona, nel sec. VI, e che e' probabilmente lo stesso Ollone, conte di Bourges, di cui si narra al libro VII, cap. 38 e 42 delle Historiae.
Sebbene il fiume anticamente abbia avuto un percorso piu' lungo dell'attuale, si potrebbe pensare, dati i riferimenti continui ad esso fatti, nella denominazione medioevale, che il nome abbia attinenza colla radice celtica ol con equivalenza magnus, validus supposta dal D'Arbois nelle ricerche sui nomi di luogo (Recherches sur l'origine de la propriete' fonciere et des noms de lieu).
 
Percorso del Fiume
 
Il fiume Olona nasce a monte dell'abitato della Rasa di Varese, a m. 549 circa d'altezza, ed e' formato da sei sorgenti, di cui le piu' importanti sono tre: la prima, a m. 650 sul livello del mare, compresa tra il monte Pizzello e il monte Legnone; la seconda di maggior rilievo, che nasce in localita' "Fornace di Riana", la terza, che sorge a ovest dell'abitato della Rasa. Le prime due sorgenti si uniscono a monte della medesima frazione, mentre la terza confluisce piu' a Sud. A circa 5 km. dalle sorgenti del ramo ovest, a valle dell'abitato di Bregazzana, un altro ramo detto "Margorabbia" e' pure considerato parte integrante dell'Olona.
Dopo qualche chilometro il fiume riceve, come affluente di destra, il torrente Velone e, piu' a valle, la Bevera, che nasce sotto il monte Orsa, in prossimita' di Viggiu'.
Piu' a valle, vicino alla localita' "Folla", da sinistra si getta nell'Olona il torrente Lanza, mentre, in Comune di Vedano, confluisce il torrente Quadronna; in territorio di Castiglione e da destra arriva la Selvagna, in Comune di Lozza.
Dirigendosi verso la pianura, il corso dell'Olona si divide in alcuni canali industriali, derivazioni varie utili per l'irrigazione, confluendo poi in un unico letto, prima di Castellanza. Il canale piu' importante, fino ad alcuni anni fa, era quello che prendeva nome dall'avv. Diotti il quale ottenne dal Consorzio di immettere nel fiume nuove acque, per riestrarle a Castellanza, dopo una lunga opposizione esercitata dagli utenti e conclusa, nel 1862, col pagamento di L. 61493,93 da parte dei successori del Diotti, al Consorzio stesso. Ora il cavo e' stato interrato e non serve piu' ad irrigare i campi privati che si estendevano a valle del canale Villoresi fino al Comune di Pero e consentivano al loro proprietario una facile irrigazione, grazie alla deviazione di una derivazione d'acque dai propri fondi in un affluente dell'Olona, salvo a ricorrere piu' a valle all'estrazione della medesima quantita', a suo beneficio .
Da Legnano il fiume Olona correva fino a Rho e riceveva dalla sinistra il torrente Bozzente, visto dai contadini della zona come delizia per la possibilita' di irrigazione offerta, ma come croce per le inondazioni periodiche causate alle terre percorse, alle quali arrivava, unendosi alle acque del Gardaluso detto anche "Bozzentino", provenendo da S. Martino, per toccare Cislago, Gerenzano e Uboldo. Si cerco' di porre rimedio ai danni provocati con la costituzione, nel 1604, del cavo Borromeo, che servi' da diversione di tutto il Bozzente dal suo antico alveo, per mezzo di una grandiosa chiusa a S. Martino, un vero e proprio capolavoro di ingegneria atto ad evitare i traboccamenti, anche se il successivo disboscamento prodottosi per circa centocinquant'anni aumento' il "precipizio" delle acque fluviali sino a quando, nel 1757, unitisi al Bozzente i torrenti del Gardaluso e del Fontanile di Tradate, fecero dannose irruzioni nei fondi e nei caseggiati di Barbaiana e di Rho.
Anticamente il fiume si dirigeva verso Binasco e ricostruire il suo corso da Lucernate fin qui, e' impresa ardua. Il tentativo fu affrontato dal Poggi (Le fognature di Milano. Rapporto dell'Ufficio tecnico all'on. Giunta Municipale su studi e lavori relativi a la fognatura cittadina dal 1868 al 1910, Milano 1911, pp. 171-174). Studiate le caratteristiche geografiche del territorio e l'alveo di alcune rogge, egli formulo' l'ipotesi che, da Lucernate, l'Olona toccasse Cascina Olona, si insinuasse tra Settimo e Quinto, lambisse la zona est di Baggio, bagnasse Cesano Boscone, Corsico, Assago, Pontelungo, Lardirago, Vistarino, Coreleone, sfociando a S. Zenone, nel Po.
 
Dati Tecnici
 
Lunghezza totale del fiume             m. 71555
Lunghezza del tratto dalla Rasa a Malnate                    m. 3769
Lunghezza del tratto da Castellanza a Nerviano              m. 12190
Lunghezza del tratto da Nerviano a Porta Ticinese           m. 23575
Larghezza                                  m. 9
Portata d'acqua al minuto secondo, misurata all'igrometro di Castellanza, secondo i dati del 1972:
minima                          lt. 50 al secondo
massima                      lt. 48 100 al secondo
 
Superficie irrigata nel 1608  (Catasto Barca)                        pt. 10801
Superficie irrigata nel 1801 (Catasto Perego)                       pt. 16120
Superficie irrigata nel 1877 (Catasto Villoresi)                    pt. 18687
Rodigini nel 1608                                n. 448
Rodigini nel 1801                         n. 424
Rodigini nel 1877                        n. 409
 
Comuni attraversati, in provincia di Varese, Como, Milano e Pavia                         n. 45
Torrenti che sboccano nell'Olona:
Legnone, Braschee, Valle del Forno, Valle S. Fermo, Valle del Paradiso, Ronchi, Velone, Lanza, Gerre', Quadronna, Selvagna, Selvagnetta, Riale, Marubbio, Bozzone, Bozzente, Lura, Merlata, Muzza
Fontane che alimentano l'Olona           n. 20
Bocche ordinarie d'irrigazione            n. 235
Bocche privilegiate n. 30 Bocche libere n. 15
Mulini sul fiume, nel 1606 (Relazione Barca)                    n. 459
Mulini sul fiume, nel 1772 (Relazione Raggi)                    n. 438
Terreni irrigati nel 1608: pertiche metriche                      n. 7108
Terreni irrigati nel 1801: pertiche metriche  .               n. 10396
Terreni irrigati nel 1878: pertiche metriche                  n. 12231
industrie sul fiume, nel 1881            n. 129
 
Importanza economica
 
La necessita' di affrontare un arco cronologico ampio, in cui collocare l'importanza economica che il fiume ha avuto, di fronte alla frammentarieta' della documentazione disponibile, non deve forzatamente portare a ritroso nel tempo, per rintracciare la data piu' antica alla quale far risalire i primi cenni sulla necessita' di affrontare un arco cronologico ampio, in cui collocare l'importanza economica che il fiume ha avuto, di fronte alla frammentarieta' della l'Olona, quasi a voler rintracciare il suo blasone.
Testimonianze in tal senso comunque non mancano e da esse e' facile dedurre il ruolo che, gia' nel 1000, il fiume copriva, per il numero elevato di mulini che sorgevano sulle sue sponde e a cui gli abitanti della nostra zona andavano per la macina dei cereali. Per la puntualizzazione puo' servire una carta libelli conservata in A. S.M. , n. 36, Museo Diplomatico, datata gennaio 1153 - Milano.
Secondo il contenuto della pergamena, Ugo detto  "Sgantio" e Giovanni detto "Mannio" davano in affitto perpetuo ad Ambrogio Oldani sette appezzamenti di terreno nella localita' di "Garbaniate Marcio", oggi scomparsa, ma ragguagliabile alla periferia di Settimo Milanese, presso il fiume Olona. L'affitto da pagarsi a S. Martino per il fondo, era di un denaro annuo. I venditori davano inoltre garanzia al detto Ambrogio che avrebbero difeso le terre locate e avrebbero posto se stessi come fideiussori.
Ne' andiamo molto lontano con un altro documento datato 6 ottobre 1153, pure conservato in A.S.M., Museo Diplomatico, n. 82. L'atto, in buon stato di conservazione, tratta di un livello perpetuo su un prato per il compenso annuo di un denaro d'argento e di una candela da pagarsi a S. Martino. Il terreno situato nella zona di Settimo risultava bagnato dall'Olona e il livello nascondeva probabilmente una finta vendita.
Interessante sembra anche una pergamena del maggio 1158 che, sebbene presenti piccole macchie di umidita', e' abbastanza decifrabile, se si ravviva l'inchiostro con la lampada di Wood, laddove l'usura del tempo lo permetta. In questa carta finzis et reffutationis Arialdo da Baggio rinuncia a tutte le terre possedute e site in prossimita' del ponte di Seguro, verso oriente, tranne che a due appezzamenti tenuti per se', con promessa di non acquistare altre terre sul posto, fatta ad Ambrogio detto "Guazone" di Milano il quale, a sua volta, rinuncia a tutte le proprieta' estese se dal ponte di Seguro verso mezzogiorno e verso il Merdarolo, fino all'Olona. Questo strano nome di Merdarolo suscita curiosita' e costituisce elemento di indagine per la ricostruzione del tracciato dell'Olona, in prossimita' di Milano. Si trattava probabilmente di un corso d'acqua piuttosto modesto a giudicare dall'ambito limitato, ln cui era collocato, anche se, osservando le tavolette di Zibido S. Giacomo dell'Istituto Geografico Militare, e' possibile formulare qualche osservazione, cioe' che il Merdarolo fosse un ramo morto di qualche torrente maggiore, rimasto depauperato di acque e in cui furono convogliati gli scarichi delle fogne cittadine. La fonte originaria potrebbe essere il Lura che, dai colli comensi arrivava fino a Rho, per unirsi a quella deviazione dell'Olona, che divenne Vepra; oppure il Bozzente.
Se volessimo prendere in considerazione tutti gli appezzamenti di terreno solcati o lambiti dall'Olona, l'elenco si arricchirebbe di numerose "petie" bagnate a mane, a meridie o a sero dall'Olona, come si legge in una cartula libelli del 7 marzo 1158, in cui sono chiamati in causa personaggi soprannominati Ferrus, Stramadizius, Caracosa, professanti la legge longobarda, di probabile stirpe giudea, che concedono, in livello perpetuo, alla canonica di S. Ambrogio circa trenta fondi per la somma di L. 73.
I sempre maggior bisogni dell'agricoltura l'utenza delle acque limitata nei tempi passati a poche famiglie nobili e a talune corporazioni, come quella degli Olivetani a Nerviano o delle Monache di S. Chiara o dei Minori Osservanti a Legnano, le spese di sorveglianza, di spurgo, di manutenzione in genere del fiume, il prelievo d'acque non sempre conforme alle disposizioni vigenti, i successivi e notevoli aumenti d'irrigazione, con tutti gli abusi connessi, che hanno finito per compromettere il pacifico godimento, la debolezza degli argini non sempre adeguatamente difesi, le violazioni del diritto di pesca, hanno indotto i diversi utenti dell'Olona a consorziarsi originariamente magari in una; forma non rigorosamente fissata, piu' regolare col passare del tempo .
Una delle prime prospettive di associazione fu ventilata nel 1235. Ce ne parla Galvano Fiamma nel suo Manipulus florum, sotto la rubrica di tale anno. Il cronista accenna all'esistenza di una documentazione, nell'archivio ambrosiano, di un sindacato formato dai padroni che godevano delle acque dell'Olona, per nominare un rappresentante che trattasse dei loro interessi con il Podesta' della citta'.
Tra gli altri motivi in grado di produrre associazioni del tipo sopra accennato, le inondazioni furono cosi determinanti, da modificare anche il risultato di qualche conflitto militare. Per non parlare della battaglia di Legnano, cui accenna in altre pagine il prof. Marinoni, nell'ottobre 1265, quando gia' la stagione era inoltrata e i Milanesi, portatisi a Fagnano Olona si accingevano a sferrare l'attacco a Castiglione, Ottorino da Mandello e Enrico da Monza, probabilmente amici della famiglia Castiglioni, trassero ragione dall'eccessivo rigonfiamento del fiume per distogliere gli Ambrosiani dalla impresa ideata.
Bisogna risalire pero' agli Statuti delle strade ed acque del contado di Milano fatti nel 1346 ed editi da Giulio Porro Lambertenghi in Miscellanea di Storia Italiana, vol. VII (Torino MDCCCXIX), perché' possiamo trovare un vero e proprio regolamento relativo alla rete stradale e alle acque che interessavano li borghi, lochi, cassine, molini e case da religiosi del contado de Milano segundo la forma de la provisione, cioe' dei provvedimenti presi da Giovanni e Luchino Visconti. Oltre a suggerire precise norme di comportamento, le disposizioni emanate dai Signori di Milano ci aiutano a ritrovare anche le tracce di alcuni corsi d'acqua come l'Horortella ultra il loco da Corsico da za dal ponte de Solcio. Ed e' veramente strano che tali Statuti siano sfuggiti all'attenzione del Giulini, nella sua Storia su Milano. Da essi comunque e' possibile rilevare, tra l'altro, modalita' e tempi di estrazione delle acque, che rimasero tali per molti anni: da l'ora del vespero de li di del sabato  fine a l'ora del vespero de le vigilie de la Beata Vergine Maria, e da chaduno apostolo fine a l'ora del vespero de chadurza de le loro feste, e da l'ora del vespero de le zobia sanctafine al di de la domenica sequente pose la festa de la pascha de resurrectione del nostro Signore miser Jesu Cristo a l'ora del vespero, e da l'ora del vespero de la vigilia de la nativitate del nostro Signore miser Jesu Cristo fine a la octava pose la festa de la nativitate a l'ora' del vespero (Op, cit., p. 402).
Da allora i regolamenti non sono molto cambiati per quanto riguarda la estrazione delle acque, ordinata in seguito dalle Nuove Costituzioni di Carlo V, che prevedevano il prelievo dall'origine a Canegrate, dal Vespero del sabato a quello della domenica, da Canegrate a Rho, dal Vespero della domenica a quello del lunedi; da Rho a Milano, dal Vespero del lunedi a quello del martedi, secondo il regolamento del 1881. Il Vespero corrispondeva, alla sera o al tramontare del sole, ma poi invalse l'abitudine di iniziare l'irrigazione alle quattro pomeridiane, invariabilmente per tutta la stagione estiva.
Dopo il varo degli Statuti ricordati si sgrano' il rosario dei privilegi e delle concessioni elargiti agli utenti di rilievo. E' del maggio 1387 un privilegio concesso ad Ambrogio Moriggia ed ai suoi figli eredi e successori, di poter erigere e tenere una chiusa nel fiume Olona ed estrarre l'acqua per irrigare le sue "possessioni" e i prati posti nel territori di Parabiago.
Ne' ai Moriggia erano inferiori, per dignita', i Crivelli, a un membro della cui famiglia, il nobile Antonio, fu concesso, nel 1471, dal duca Galeazzo Maria Sforza Visconti il privilegio di poter irrigare, con le acque del fiume Olona i prati siti nella zona di Parabiago, per un giorno alla settimana.
Bisogno'' arrivare pero' alle Nuove Costituzioni emanate nel 1541 in Italia dall'imperatore Carlo V, perché' la cura del fiume fosse affidata a una Commissione delle acque e poi a un membro del Senato chiamato "Conservatore del Fiume", che il 14 maggio 1575 emano' uno speciale ordinamento nella persona del Senatore Monti. Si arrivo' cosi' alla redazione del primo Catasto del fiume, secondo i rilievi eseguiti dall'ing. Barca, nel 1608. In base ad esso la R. Camera rinuncio' a diritti e pretese sulle acque del fiume, da parte degli utenti di esso, un esborso di seimila scudi.
Seguirono, a partire dal 1610 fino al 1666, transazioni tra il Fisco da una parte e gli utenti del fiume Olona dall'altra, con l'obbligazione per questi ultimi di pagare la somma concordata, previa conferma e ratifica, da parte dell'imperatore, della transazione seguita dalla dichiarazione rilasciata dal Magistero Straordinario, nel 1639, dell'avvenuto pagamento.
Col profilarsi della dominazione austriaca subentrata a quella spagnola nella prima meta' del Settecento in Italia, in attesa di varare efficaci provvedimenti per indurre alla piena osservanza delle leggi, alla conservazione e alla retta distribuzione delle acque del fiume, secondo l'uso pubblico e privato, le grida emanate si sprecarono. Non c'e' archivio pubblico milanese che non ne conservi qualche copia.
Con esse si volle garantire la macinatura dei grani; l'innaffiamento dei prati da abusivi prelevamenti di acqua, minacciando, ln caso d'inadempimento l'otturazione indistinta di tutti gli "scannoni" e rami del fiume, per sette braccia, nello spazio di quindici giorni.
Cadde proprio in questo periodo una grossa questione che vide protagonisti le Monache di S. Chiara e i Frati Osservanti di Legnano, nel 1730. In particolare, a questi ultimi era stato concesso da Galeazzo Maria Visconti Sforza, duca di Milano, per il loro convento di S. Angelo, l'uso di una roggia derivata dal fiume Olona sfruttata per comodita' anche dalle suore di S. Chiara, Senonche' i fratelli Carlo e Giulio Cesare Draghetti consoci di tale privilegio, come altresi' di quello d'essi Padri Possessori di una pezza di terra prato di pertiche sette e mezza per cui passa detta roggia dopo l'uso e detti Padri, come fu accertato dal Console di Legnano, De Angeli, delegato per un accertamento, indebitamente e piu' di una volta avevano sollevato le fascine degli incastri della roggia e quindi "divertito", come continuavano a fare, corsi d'acqua, anche nei periodi proibiti dalle Nuove Costituzioni rimaste in vigore anche ai tempi della dominazione austriaca.
Si determinava cosi' un grande rigurgito d'acqua, con sommo danno per il convento dei frati, i quali per non "essere pregiudicati" compivano, ma in altri punti, analoghe operazioni di diversioni d'acqua.
Percio', l'utente successivo rappresentato dal monastero di S. Chiara, per diversi giorni e settimane non pote' servirsi di detta acqua, riportando danni ed essiendo costretto a sobbarcarsi l'onere di far spazzare la roggia. La vicenda si protrasse dal 1715 anno in cui furono precettati ad istanza del fisco e delle Religiose per ordine del Commissariato dell'Olona.
Rivendicando motivi pretestuosi e contrari al giusto, a detta delle monache, i fratelli suddetti si opposero al precetto, in spregio alle Nuove costituzioni e agli ordini da esse promananti Tuttavia le monache avevano sempre fatto irrigare il prato in questione, sia pure a loro danno, ricorrendo, con l'Abbadessa in testa, nel 1719, al Senatore e Conservatore del fiume, Don Carlo Castiglioni. Nacquero da questo ricorso gli accertamenti disposti dal Magistrato Camerale, da cui risulti, che i Draghetti irrigavano il loro prato in "giudicio criminale". Furono percio' nuovamente precettati e a loro fu imposto che non potessero per l'avvenire direttamente o per interposta persona, in qualsiasi modo, innaffiare se non dal Vespero del sabato a quello della domenica successiva di ogni settimana. Inoltre non avrebbero potuto tenere incastri nello stesso prato, su cui scorressero le acque a pregiudizio delle monache, sotto pena di dover pagare cinquecento scudi per ogni volta e per ogni contravvenzione al R. Fisco .
I Draghetti infatti dovevano "adacquare" in conformita' alle Nuove Costituzioni.
Liti di questo genere erano all'ordine del giorno e si trascinavano per anni, poiche' nessuno voleva decampare dai propri diritti. L'autorita' dominante, volta a controllare la situazione, tenne gli occhi ben aperti e non esito' a valersi della collaborazione dei piu' raffinati economisti della cultura illuministica. Tra essi si distinse, per il suo contributo, Gabriele Verri, chiamato in causa per una visita fatta al fiume, nel 1772, in compagnia dell'ing. Raggi e durata ben ventidue giorni, frutto della quale fu la emanazione di un'ulteriore grida e la progettazione per il futuro Catasto consorziale elaborato dall'ing. Giuseppe Perego, nel 1801.
Nell'attesa che questo fosse predisposto, si ordino' a tutti i molinari di Legnano, di tenere aperte le porte e le cosiddette "spazzere" dei loro mulini, durante i giorni festivi e in quelli in cui non macinavano, perché' l'acqua avesse un libero e naturale corso.
Le bocche senza la soglia di pietra o con le medesime rotte, oppure le chiuse non registrate col dovuto cappello, dovevano accomodarsi al piu' presto ed essere collaudate entro termini perentori. In base alla notevole dispersione di acqua registrata nel corso della visita a Legnano e dovuta alla mancanza dei "soratori"  cioe' di strumenti atti a raccogliere e rimettere direttamente l'acqua al fiume, dopo congrua irrigazione, i Consoli di Legnano, Parabiago, Rho, nonche' gli utenti erano tenuti, entro quindici giorni, a rispettare le norme prescritte. Tutte le bocche non costruite a norma delle ordinanze del 1575 dovevano avere la soglia prevista e le porte disposte in modo che le acque non debordassero, sotto pena di pagare dieci scudi di ammenda. Tali porte inoltre non potevano essere provviste di serrature, chiavi e catenacci .
I campari erano incaricati di farle togliere, in caso di loro esistenza.
Era proibita la pesca nel fiume con reti, senza licenza registrata negli atti della Cancelleria Provinciale e sotto pena di perdita delle reti. I campari patentati dovevano esercitare la sorveglianza lungo le sponde del fiume anche di notte, segnare le contravvenzioni in un libro giornale e presentare, senza indugio, le denunce al Commissario, col giuramento nelle mani del Cancelliere. Chi fosse stato colto in flagrante a prelevare acqua dall'Olona, per irrigare le proprie terre contro il regolamento, sarebbe incorso nella penalita' di venticinque scudi. (Archivio Consorzio Fiume Olona - Castellanza).
Tali disposizioni, che sotto certi aspetti, potevano sembrare eccessivamente forzate, come quella di far circolare di notte i campari, in fondo giovavano al Fisco e di conseguenza aiutavano l'economia non solo del Consorzio, ma dello Stato. Senza alcuna spesa, l'Olona scorreva per la provincia del Seprio per arrivare a Milano, a beneficio ed uso di quanti possedevano mulini sulle sue sponde. Non era certo fiume reale, non essendo navigabile ed era posto, tramite il Senato, sotto la diretta sovranita dell'imperatore. Questi poi, al fine di eliminare gli inconvenienti che spesso si verificavano nelle frequenti vertenze relative al fiume Olona, si adopero' prima per l'adozione di un nuovo sistema giudiziario e poi per l'emanazione di opportuni provvedimenti con dispaccio datato 4 marzo  1791, a firma Leopoldo II.
Grazie a questi, fu ripristinata l'istituzione del Giudice privativo, come esisteva nei tempi addietro, perché' provvedesse ai singolari bisogni rappresentati dai Sindaci del fiume Olona e richiesti dallo sviluppo agricolo locale, come la comune sussistenza, le irrigazioni, la sopravvivenza dei mulini. Fu riconfermata la Delegazione gia' disposta dal Tribunale di giustizia di prima istanza, entro i limiti prescritti dalle leggi provinciali. In base all'editto emanato i mugnai "inferiori" del fiume proposero e ottennero da Francesco II la nomina di un ispettore, nel 1795, da scegliersi tra persone di conosciuta probita' e cultura, che non avessero nessun interesse in qualita' di utenti del fiume. Sarebbe stato suo il compito di bloccare le estrazioni di acqua, quando l'urgente bisogno dei mulini lo avesse richiesto, in modo che l'acqua servisse all'uso pubblico e primario della macina: avrebbe vegliato sulle trasgressioni delle leggi tendenti alla conservazione dell'integrita' fluviale, sul pronto sfogo delle acque, sulla condotta dei campari, da correggere in caso di mancanza ai loro doveri e di contravvenzione agli ordini.
I campari dal canto loro erano stimolati a infliggere contravvenzioni, poiche' la meta' dell'importo riscosso sarebbe finito nelle loro tasche.
L'Ispettore doveva risiedere stabilmente in Milano e visitare il fiume tutte le volte che l'urgenza dei provvedimenti lo avesse richiesto, oppure fosse voluto dai Sindaci del fiume o da chi altro avesse interesse, ma comunque almeno una volta all'anno, coll'intervento di un perito. La richiesta di visita doveva essere accompagnata dal versamento di una determinata cifra per la copertura delle spese. Il medesimo funzionario era obbligato a stendere una relazione in proposito e gli sarebbe stato corrisposto un onorario di L. 2000, escluso ogni altro emolumento.
Negli anni successivi un decreto reale del 1808 uni gli interessati al fiume in Società, una delegazione della stessa, nel 1812 pubblico' il Regolamento Generale sulla base degli antichi ordinamenti del Consorzio; dopo di che prese il titolo di Amministrazione del Consorzio del fiume Olona, nel 1816; approvo' lo Statuto organico del Consorzio, nel 1877, e quindi il nuovo Regolamento Generale, presentato nel 1881.
Naturalmente furono apportate modifiche sostanziali alle utenze, con l'adozione di nuove aliquote per il prelievo, imposte dagli accresciuti stipendi ai custodi e da un sensibile squilibrio esistente fra spese e ricavi. Nel vasto archivio del Consorzio situato a Castellanza, trecentocinquanta fascicoli racchiudono le notizie relative alle fasi salienti che hanno caratterizzato la vita del fiume, con una congerie di informazioni che attendono di essere vivificate dall'indagine di qualche solerte ricercatore, per essere rimesse alla curiosita' dei cultori del passato.
Non mancano riferimenti al periodo piu' vicino a noi; quello degli anni cinquanta. Nel ricordo di numerosi inconvenienti occorsi nel trascorrere dei secoli e derivati per lo piu' dalle grandi inondazioni prodotte dal fiume, a monte di Legnano, dove non esistevano grossi argini, gia' nel 1941 l'Amministrazione Provinciale di Milano si preoccupo', della sistemazione dell'Olona e affido', il compito di preparare il progetto all'ing. Marescotti il quale previde la deviazione delle acque di piena  dell'Olona nel lago di Varese. Negli occhi degli uomini anziani erano ancor vive le immagini della grossa inondazione del 1917 che procuro', vasti danni e preoccupazioni alla campagna e alle industrie localizzate in prossimita' del fiume: Mottana, Cantoni, Ratti, Bernocchi. L'altezza delle acque era tale da invadere il corso Garibaldi e il corso Magenta, trasformandole in un vero e proprio pantano, in stridente contrasto con la purezza originaria delle acque fluviali, cui si accostavano le lavandaie per immergere i loro panni e i pazienti pescatori .
Il progetto Marescotti in linea generale incontro' l'approvazione dell'Amministrazione Provinciale milanese, anche se era prevista la sistemazione in alveo dell'Olona, con una spesa per altro difficilmente determinabile e in seguito abbandonata per l'esistenza sul fiume Olona di 127 ponti, di cui solo una minima parte con luce sufficiente per far defluire gli 85 mc. al secondo previsti. Inoltre mancavano bacini di contenimento adatti a raccogliere cinque milioni di metri cubi.
Il piano pero', evidenzio', la perplessita' del Consiglio Provinciale varesino, preoccupato delle ripercussioni negative che esso poteva determinare per le concerie affacciate sulle rive dell'Olona e per il depauperamento del patrimonio ittico del Lago di Varese, anche se i danni legati a questo fenomeno erano irrisori rispetto a quelli derivanti alle industrie e all'agricoltura.
Se il dibattito acceso guidato e sostenuto con forza dall'allora presidente cav. Romeo Bocchi non produsse effetti immediati sul piano tecnico e amministrativo ai fini di una sistemazione generale del fiume, per Legnano il risanamento del centro cittadino, con la copertura dell'Olona, nel 1956, rappresento' un fatto di rilievo. Stando ai dati forniti dall'ing. Guido Amadeo (Legnano n. 2, 1956), il lavoro eseguito, che prevedeva la copertura del fiume con una grande impalcatura in cemento armato appoggiata agli argini, comporto' la spesa di L. 65.000.000, per modificare una superficie di mq. 3500, con l'impiego di n. 70.000 ore lavorative. Grazie a tale intervento fu possibile la realizzazione, nel centro di Legnano, di una piazza dalla superficie di 7000 mq.
Nel frattempo il piano non fu lasciato cadere. Le Amministrazioni Provinciali di Milano e Varese, coadiuvate dai Comuni interessati da varie Associazioni rappresentanti industrie importanti costantemente sottoposte al pericolo della piena, continuarono a patrocinare il progetto Marescotti per l'attuazione di un canale scolmatore della portata di mc. 50 al secondo che scaricasse nel lago di Varese le acque di piena. Quindi, nel 1959 il progetto approvato e modificato in parte, a sette, anni di distanza dalla sua prima presentazione, era ancora valido. Nel frattempo il Consorzio aveva provveduto al ripristino integrale delle sponde e delle arginature corrose dalla piena eccezionale dell'Olona nel 1951. Purtroppo, nonostante l'approvazione, ll progetto Marescotti aggiornato dagli ing. Caselotti e Bonomi dovette essere accantonato, per l'opposizione della Cooperativa Pescatori del lago di Varese, come rilevasi dal verbale del Consorzio, datato 3 novembre 1976, quando gia' l'Ufficio Tecnico aveva predisposto una tubazione in grado di far affluire a valle dello scolmatore di Gurone tutti gli scarichi delle aziende a monte dello stesso.
A conforto del disappunto per la mancata realizzazione di cui sopra, rimane pero', agli amministratori del Consorzio la soddisfazione di aver affrontate e vinte altre battaglie, come il mantenimento e il ripristino di rogge irrigue o la sistemazione di nuovi argini per il fiume e infine  la istituzione dei consorzi volontari per la tutela, il risanamento e la salvaguardia delle acque del fiume Olona, frutto di una lunga collaborazione e di cospicui stanziamenti di fondi da parte delle Amministrazioni Provinciali di Milano e Varese, della Regione Lombardia e dei Comuni compresi nel bacino del fiume Olona.
I Consorzi volontari per depurare o risanare le acque del fiume e suoi affluenti sono sette, alcuni dei quali hanno gia' realizzato la costruzione di depuratori funzionanti ed altri in prossimo esercizio. Si tratta esattamente dei seguenti:
-- Consorzio tra Busto Arsizio, Castellanza, Varese, Tradate e altri diciotto Comuni della Valle Olona;
-- Consorzio tra i Comuni di Legnano, San Vittore, Canegrate e S. Giorgio su Legnano, per la realizzazione del grande depuratore gia' ultimato e parzialmente funzionante in localita Cascinette di Canegrate;
-- Consorzio relativo alla roggia Quadronna, torrente Clivio e affluenti alti, per il depuratore del Val Morea interessante i Comuni di Albiolo, Cagno, Solbiate Comasco, Val Morea
-- Consorzio tra i Comuni di Parabiago, Nerviano e Cerro Maggiore con tre impianti di depurazione gia' funzionanti, uno in Nerviano e due in Parabiago:
-- Consorzio del torrente Fontanile che raggruppa i Comuni di Venegono Inferiore e Superiore, Tradate, Gorla Maggiore e Minore;
-- Consorzio del sottobacino torrente Bozzente tra i Comuni di Origgio, Uboldo e Gerenzano,
-- Consorzio del sottobacino torrente Lura tra i Comuni di Olgiate Comasco, Beregazzo con Figliaro piu' sei industrie;
-- Consorzio bacino dei torrenti Galbogera, Pudiga, Merlata, Guisa e Nirone.
Questo vasto piano di risanamento e depurazione ha comportato e comportera' la spesa di parecchie decine di miliardi. Rappresenta una speranza per ridare vita biologica ad un fiume estremamente degradato e a un miglioramento ecologico di tutti i centri situati lungo il corso dell'Olona.
E chissa' che gli abitanti della zona non tornino al piu' presto a rivedere limpide le acque del loro fiume, non tanto per risciacquarvi i panni o pescare pochi pesci e gamberi, quanto per rinfrescare nella purezza ritrovata il ricordo di giorni sereni in cui sull'Olona si poteva andare anche in barca.
 
 
 

28.1.20 Il Comune di legnano

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L-20.WPS
 
Il Comune di legnano nel quadro delle lotte sociali milanesi della prima meta' del secolo XIII°
Tratto da: Legnano nel medioevo Cap VI° di Marina Cattaneo
 
 
Con la pace di Costanza e il trattato di Reggio, Milano consegui' le basi giuridiche del suo potere sul proprio territorio, restavano tuttavia aperti gravi problemi di natura politica ed economica che portarono alla formazione di due schieramenti che si scontrarono sovente nel corso del secolo XIII. Il primo di questi schieramenti era costituito dalle famiglie capitaneali, strette attorno all'arcivescovo e collegate al popolo grasso, l'altro dai militi minori riuniti nella societa' detta "la credenza di Sant'Ambrogio".
I primi scontri aperti tra queste due fazioni si ebbero nel 1221, quando, per un contrasto tra i comune e l'arcivescovo, la situazione si fece cosi' tesa che l'arcivescovo stesso fu bandito e successivamente anche i Capitani e i Valvassori dovettero lasciare la citta'. In questa occasione essi posero a capo del loro, partito Ottone da Mandello, mentre a capo dell'altro fu eletto Ardigoto Marcellino di famiglia consolare non feudale . Le discordie, placatesi momentaneamente, scoppiarono nuovamente nel 1224, con l'elezione dei nuovi capiparte:  per la Motta e la Credenza ancora Ardigoto Marcellino, per i Capitani e Valvassori di Milano Guido da Landriano, per quelli del Seprio Obizzone da Pusterla, per quelli della Martesana Enrico da Cernusco, per i mercanti Busnardo Incoardo. In seguito a questi torbidi l'arcivescovo lascio' nuovamente Milano, affidando il governo ecclesiastico al suo vicario Girardo da Bascape', ordinario della Metropolitana, e si ritiro' nel castello di Brebbia. Ma di fronte al profilarsi di nuove minacce, vale a dire la guerra contro Federico II°, si trovo' un punto di accordo tra le fazioni mediante un trattatoLe maggiori conquiste ottenute dalla Motta e dalla Credenza in questa occasione furono la partecipazione al collegio degli Ordinari della Metropolitana e dei Decumani e una piu' equa ripartizione del peso delle imposte e del debito pubblico. Tuttavia non fu possibile forzare eccessivamente la mano, perche', nella guerra contro Federico II°, il comune di Milano si trovava a fianco del papato e doveva quindi usare nei confronti del proprio arcivescovo particolari riguardi e cautele. stretto dal podesta' Aveno da Cisate l'8 giugno 1225 e pubblicato il 10 dello stesso mese. Le parti erano momentaneamente pacificate, ma le cause di fondo della contesa non erano state eliminate e riesploderanno puntualmente alla morte del nemico comune, Federico II°.
Mentre la citta' subiva queste violente scosse, anche nella campagna avveniva una rivoluzione, meno evidente, ma gravida di conseguenze altrettanto significative.
L'enorme sviluppo commerciale ed industriale di Milano aveva profondamente influenzato la campagna circostante: le conseguenze furono il passaggio da una economia di assistenza ad una economia di mercato e l'aumento del prezzo della terra e della produttivita'. D'altro canto l'avvento dell'economia monetaria aveva profondamente mutato i rapporti tra i proprietari terrieri ed i coltivatori: dal rapporto interpersonale regolato unilateralmente dal concedente si era passati ai contratti di fitto e di locazione; il servo era divenuto cosi' un soggetto di diritti e cominciava ad avere coscienza di cio'. A questa tendenza generale all'emancipazione si erano unite, nel periodo della guerra contro il Barbarossa, la necessita' da parte della citta' e quindi dei proprietari terrieri, di avere ben disposti i contadini e la dispersione dei documenti e titoli di proprieta'. I rustici da parte loro avevano saputo approfittare dell'occasione favorevole, vendendo ad alto prezzo i loro prodotti in tempo di carestia e acquistando per poco terre dai proprietari che si trovavano in difficolta' economiche a causa della guerra e delle devastazioni, mentre avanzavano nuove pretese sulle terre da essi coltivate. Tutto questo vasto movimento di liberazione della campagna dai propri antichi signori aveva dato origine, gia' dalla meta' del secolo XII, alle prime comunita' rurali, spesso in lotta con i propri domini, i quali impugnavano la validita' delle alienazioni e cvercavano in ogni modo di riacquistare i diritti perduti. In questa contesa la citta' interveniva per sottolineare il proprio ruolo di arbitra fra le contese che si sviluppassero nel proprio territorio e favoriva i rustici per indebolire, anche con questo mezzo, tutte le giurisdizioni che non fossero la propria.
Legnano segui' probabilmente questo tipo di evoluzione, seppure infrenata dall'autorita' dell'arcivescovo, che era ancora assai forte come possiamo rilevare dal Liber Consuetudinum del 1216 , da cui risulta che l'arcivescovo aveva consuetudini proprie osservate solo nelle sue terre; per esempio quella del giudizio mediante ferro roventeFranceschini - Ivi, pag. 195, Giulini, che a Milano era proibito ormai da molto tempo.Un altro diritto dei signor nelle proprie terre era quello riguardante il castello: il signore aveva il diritto di costringere le persone soggette alla propria giurisdizione a rifare il castello, il muro, il fossato o il bastione, mantenere nel castello un portinaio e le guardie e incastellare i loro frutti. Esse non sono pero' tenute a ricostruire le case del signore e cio' che fosse stato da lui distrutto. Tutto cio' dimostra che questo complesso di diritti non faceva ormai piu' capo al dominus in quanto tale, ma piuttosto al castello visto come edificio di pubblica utilita' e dotato esso stesso di personalita' giuridica.
Quando all'inizio del secolo XIII, scoppio' apertamente la lotta delle fazioni in Milano, molti borghi approfittarono delle difficolta' del momento per accrescere il proprio grado di autonomia; infatti, nella concordia stipulata nel 1225 dal Podesta' Aveno da Cisate, si parla di borghi e ville che eleggevano da se' i propri magistrati, senza tenere conto dei diritti dei propri signori laici od ecclesiastici, e si ordina che questi magistrati siano rimossi e non si elegga mai piu' alcuno in danno del dominus che ha l'honor et dirictus sul luogo. Cio' era un effetto della ristabilita concordia con i nobili, di cui si tutelavano i diritti, e della posizione autorevole assunta dall'arcivescovo in seguito della guerra contro Federico II°.
Aveva cominciato a farsi luce in Legnano una famiglia, che troveremo piu' tardi a capo del Comune: si tratta della famiglia Oldradi che per il momento e' indicata semplicemente come da Legniano e ricopre da tempo cariche di notevole importanza. Il primo membro compare in un documento del 5 dicembre 1173 ed e' indicato come Obizzone da Legniano, milanese"Gli atti del Comune di Milano fino all'anno MCCXVI" a cura di C. Manaresi - Milano, 1919, documento del 5 dicembre 1173 pag. 127: il che dimostra che con le parole "de Legniano" non si indica l'abitazione ma l'appartenenza ad una sua famiglia che aveva il dominio in quel luogo,  mentre d'altro canto la famiglia Oldradi o Oldrendi uso', anche nei secoli successivi, assai spesso anche il semplice cognome di "Legniano" come vedremo piu' avanti. Alle soglie del secolo XIII compaiono a piu' riprese altri membri della famiglia; nel 1208 un Rogerius de Legniano Canevarius major del monastero do Morimendo ( 11 gennaio 1210), nel 1210 un Guglielmo da Legnano, delegato del podesta' in una causa riguardante il monastero di Morimondo, nel 1215 un Conradus da Legniano, che e' tra i sottoscrittori del parto di allenza con Vercelli. (5 marzo 1215).
A Milano frattanto viene eletto arcivescovo nel 1241 Leone da Perego,Secondo il Fiamma, Leone, incaricato a causa delle discordie, di scegliere il successore dell'Arcivescovo Guglielmo da Rizolio, morto il 28 marzo 1241, elesse se stesso. La realta', secondo il Giulini, fu assai diversa, infatti da un breve papale del 9 gennaio 1244, risulta che, avendo il capitolo della metropolitana incaricato della scelta del nuovo arcivescovo il legato papale Gregorio da Montelongo, questi elesse il 15 giugno 1241 appunto leone; col suo breve il Papa invita il legato ad accertare l'idoneita' dell'eletto e, nel caso abbia i requisiti necessari, lo autorizza a procedere alla consacrazione, che fu quindi del tutto regolare. di famiglia di Valvassori, frate minore, che aveva attivamente preso parte alla lotta contro Federico II°.
Al termine di questa guerra restavano aperti, come abbiamo detto, i problemi di fondo che avevano travagliato il primo quarto di secolo, mentre l'uomo assunto alla dignita' arcivescovile, avendo di essa un'idea assai alta ed essendo deciso a riportarla all'antico splendore, non era certo il piu' adatto a placare gli animi.
Per questo motivo Fiamma sostiene che frate Leone divenuto Arcivescovo, totalmente cambiato, si mise a capo della fazione nobiliare e fomento' anziche' sedare le discordie. Un primo segno della latente contesa si ebbe bell'anno 1254, per motivi poco chiari: Il Fiamma accennando al fatto dice semplicemente " ... isto anno populus Mediolani cum parte nobilium pugnavit..." Si tratta di una notizia molto vaga ma confermata da alcuni documenti visti dal Giulini, che ci mostrano in quell'anno l'arcivescovo assente da Milano; il 13 gennaio egli si trovava ancora in Milano, da cui spedi' una lettera all'abate di S. Abbondio di Como, il 5 marzo emano' da un luogo imprecisato una sentenza a favore dei canonici di S. Ambrogio e S. Nazaro; il 9 luglio si trovava nel monastero di Civate, da dove scrisse al suo vicario generale Giovanni da Alzate; il 10 settembre era a Legnano, dove emano' una sentenza riguardo la controversia tra l'abate e il preposito di S. Ambrogio; da Legnano passo' ad Angera dove il 16 e 24 ottobre emano' due sentenze analoghe. Probabilmente l'arcivescovo si era trasferito da Civate a Legnano pensando di poter rientrare in citta', poi pero' la situazione si fece di nuovo tesa e da Legnano l'arcivescovo si trasferi' nel forte castello di Angera. Risulta quindi chiara l'importanza di Legnano nei momenti torbidi di Milano, proprio per il fatto che trovandosi a mezza strada tra Milano e i castelli sul lago Maggiore consentiva di mantenersi aperte le due alternative e di mettere in atto manovre politiche e favore del proprio partito in Milano; inoltre offriva, grazie alle sue fortificazioni, anche una certa protezione. Ecco la predilezione di Leone per questo borgo, nel quale cerco' spesso rifugio; e' tuttavia infondata, come vedremo in seguito, la tradizione che lo vuole fondatore di un sontuoso palazzo in Legnano, mentre piu' probabilmente si limito' ad abitare le costruzioni preesistenti.
Nel 1256 la situazione a Milano era di nuovo tesa, infatti erano stati eletti nuovi capi-parte, Paolo da Soresina per il partito nobiliare, Martino della Torre per l'altro, e avendo il Podesta' lasciato la citta' diretto a Roma a ricoprire la carica di senatore, scoppiarono tumulti per l'elezione del suo successore.
L'arcivescovo lascio' di nuovo la citta' e il 1 ottobre si trovava a Lesa,. Ancora nell'anno 1257 in febbraio e in marzo egli era fuori citta' e si era stabilito di nuovo in Legnano, come risulta dai documenti esaminati dal Giulini, relativi al problema dell'elezione della badessa di San Michele di Borgonuovo.
Secondo il Corio l'arcivescovo con il suo partito lascio' Milano in luglio, ma probabilmente in quel mese furono soltanto i nobili ad abbandonare la citta' per raggiungerlo in Legnano e organizzare la propria resistenza. La causa immediata di questa ennesima discordia fu, secondo il Fiamma, l'uccisione di un popolano da parte di un nobile avvenuta a Marnate, ma secondo un antico catalogo degli Arcivescovi di Milano, la cui opinione e' ripresa anche dal Corio, il motivo di fondo fu il desiderio dell'arcivescovo di riportare la chiesa Milanese all'antico splendore e, nella fattispecie, il rifiuto di annettere i popolani al rango di ordinari della Metropolitana. Particolarmente illuminanti riguardo a questo problema e alla figura di Leone da Perego le parole del catalogo sopracitato: " .. qui forbannitus cum Ordinariis Mediolanensis ecclesiae fuit ab ispis popularibus pro eo quod ipse e ordinati predicti aliquos de ipsis populalirbus,titulare in clericis ipsius ecclesiae noluerint..." e piu' avanti parlando dell'arcivescovo " vir strenuus et constants libertatem et honorem Mediolanensis ecclesiae defendit usque ad obitum suum..."
In ogni caso il partito nobiliare, riunitosi all'arcivescovo, si diede da fare per raccogliere aiuti e trovo' ovviamente ben disposti il Seprio e Como, pronti a trar vantaggio da qualsiasi partito per arginare la potenza milanese. Estremamente accorata era stata quindi la decisione dell'arcivescovo di portarsi subito a Legnano allo scoppiare dei primi tumulti: infatti quando ormai fu chiaro che non si poteva piu' sperare in un mutamento della situazione in citta' e anche i nobili dovettero abbandonarla, egli si trasferi' subito nel Seprio, mentre l'esercito del partito popolare guidato da Martino della Torre, uscito da Milano l'8 agosto, si porto' all'assedio di Fagnano; riuscendo vano questo tentativo si diede a devastare alcune terre vicine, mentre i nobili chiusi in Fagnano tentarono una sortita senza pero' che si giungesse ad uno scontro. L'arcivescovo allora, raccolto un esercito nel Seprio, entro' l'11  agosto in Varese senza incontrare opposizione alcuna, Martino Torriani approfitto' della sua assenza per attaccare Castelseprio e, uscitone il presidio nobiliare, ne nacque una zuffa. La situazione, ancora incerta, fu risolta dall'arrivo dei rinforzi dalla Martesana e da Como che costrinsero i popolani a ripiegare su Solbiate e Olgiate e a retrocedere ulteriormente verso Milano, incalzati dai due lati dell'Olona dai nobili milanese e dai comaschi, che si spostarono rispettivamente a Legnano e a Canegrate i primi, a Gorla e poi a Legnano i secondiGli itinerari seguiti mi fanno supporre che le strade sui due lati della vallo Olona si riunissero poi a Legnano per proseguire in una unica strada verso Milano.. Il 24 agosto la situazione era mo0lto tesa, con i nobili accampati a Canegrate e il popolari a Nerviano, da dove Martino aveva chiamato il carroccio preparandosi alla battaglia; ma grazie all'intervento dei Legati di Brescia, Bergamo, Crema, Novara, Pavia, Lucca e del Conte Egidio di Cortenueva, si pote' evitare uno scontro diretto: il 28 e 29  agosto a Parabiago, localita' equidistante dai due campi, fu stabilita una tregua pubblicata il 30 dello stesso mese, in seguito alla quale tutti rientrarono in Milano.
L'arcivescovo pero' non aveva probabilmente seguito il sue esercito ed essendo malato si era ritirato in Legnano, dove, per provvedere alla sua sicurezza personale in quel momento assai incerta,  i capitani e i valvassori fecero circondare il borgo con una grande fossa di cui come vedremo si sono ritrovate le tracce.
Poco dopo la stipulazione della tregua, il 14 ottobre, Leone mori' appunto a Legnano e vi fu sepolto. Circa la data della morte abbiamo la testimonianza sicura nel catalogo sopracitatoCatalogus, Pag 108 che dice ".. obiit vero MCCVII quarto decimo die octobris...", affermazione ripetuta anche dal CorioCorio Vol I° Pag 495. Dissente soltanto il Fiamma che prolunga la vita di Leone fino al 1263 e con cui caddero nell'inganno il Muratori, il Eassi, L'Oltrocchi e altri; Ma il Giulini dimostro' che l'arcivescovo era gia' morto prima del 1258, quando nella pace di S. Ambrogio si parla della sua "recolenda memoria".. Con altrettanta precisione sappiamo che fu sepolto a Legnano in modo estremamente modesto: il suddetto catalogo dice: ""..Sepultus vero est in eclesia Salvatoris in loco de Lignano..", il Fiamma "Isto tempore Leo de Perego Archiepiscopus Mediolanensis Legniano moritur, et ibidem viliter tumulatur", gli Annales Mediolanensis "Isto tempore frater Leo de Perego Archiepicospus Mediolani moritur exul, et in legniano posto portam Ecclesiae viliter sepeliturs..." Circa il luogo preciso della sepoltura, il problema e' complesso, giacche', anche se il catalogo  parla espressamente di San Salvatore, il corpo che si ritiene essere quello di Leone fu rinvenuto, come narra il Prevosto Pozzo, dentro un tronco di albero scavato, sotto una volta del muro poco alta da terra, nella piccola chiesa di S. Ambrogio, durante dei lavori di trasformazione, avvenuti al tempo di San Carlo Borromeo; dopodiche' il corpo scomparve, sebbene fosse rimasta nel borgo la convinzione diffusa che fosse stato traslato in San MagnoNon e' impossibile che Leone sia stato effettivamente sepolto in San Ambrogio, dal momento che la tradizione, secondo cui questa chiesa fu costruita nel 1339, risale al Pirovano, scrittore locale ottocentesco, le cui affermazioni sono in genere, quanto meno avventate. Daltra parte il catalogo degli arcivescovi ci indica San Salvatore, ma puo' darsi si sia trattato di un errore dal momento che l'autore, non conoscendo i luoghi, attribui' la sepoltura alla chiesa principale del borgo. Per quanto riguarda la traslazione in San Magno e' assai probabile: il fatto e' che si sia subito perduto l'indicazione del luogo della nuova sepoltura, e' forse da ricollegarsi, secondo il Giulini alla scarsa considerazione che San Carlo nutriva per l'operato del suo precedessore, come risulta nel catalogo degli arcivescovi, scritto per suo ordine dal Galesini; egli avrebbe voluto cosi' evitare che in Legnano si instaurasse il culto di quell'arcivescovo che gia' stava prendendo piede nel borgo; il Giulini stesso asserisce di aver veduto nella chiesa dei frati minori di Legnano una immagine di Leone con l'aureola e la B di beato davanti al nome. D'altra parte appare improbabile che San Carlo abbia traslato il corpo fuori di Legnano dal momento che non se ne ha alcuna notizia.
La morte di Leone avveniva in un momento particolarmente difficile, giacche' la pace di San Ambrogio, stretta il 4 aprile 1258 in conseguenza della tregua di Parabiago, non duro' che fino alla fine di giugno, quando il partito nobiliare lascio' nuovamente Milano e scelse come proprio capo Paolo da Soresina, benche' sospetto, per aver dato in moglie la propria sorella a Martino della Torre. Anche questa la questione si chiuse con un ennesimo accordo e le cose restarono come prima: impossibile in questa situazione trovare un accordo tra gli ordinari per l'elezione del nuovo arcivescovo, in vece del quale reggeva la diocesi di Azzone, arciprete della Metropolitrana. La situazione si aggravo' ulteriormente negli anni successivi, quando la fazione popolare, rimasta padrona di Milano all'inizio del 1259, al momento della scelta del proprio capo si spezzo' in due: La Motta, vedendo bocciato il proprio candidato Azzolino Marcellino, che mori' poco dopo, a favore di Martino Torriani, ruppe l'antica alleanza e si uni' al partito nobiliare. Quest'ultimo, dopo una breve quanto illusoria pacificazione, essendo Martino Torriani padrone di Milano, si lego' ad Ezzelino da Romano, ma lo abbandono' appena questi fu sconfitto e fatto prigioniero dagli alleati milanesi. Dopo la morte di Ezzelino, i nobili cacciati anche da Lodi, sospettando della fedelta' di Paolo da Soresina, per la sua parentela con i Torriani, lo imprigionarono a Legnano, che appare quindi in quest'anno 1259 ancora saldamente in mano al partito nobiliare. Paolo, liberatosi rientro' in Milano e si accordo' con martino mentre il governo di Milano veniva affidato per 5 anni al Marchese Pelavicino il quale, per il suo atteggiamento ostile all'ortodossia cattolica, rese i Torriani sospetti alla S. Sede.
Nel 1261 l'ostilita' della curia romana nei confronti di Milano si aggravo' per effetto di una grave offesa recata dal Torriani al cardinale Ottaviano degli Ubaldini, legato papale in Francia. Egli lasciando la citta' condusse seco Ottone Visconti e l'anno successivo, quando la scelta dell'arcivescovo di Milano, per effetto del mancato accordo, passo' nelle mani del pontefice, fece conferire appunto a Ottone questa dignita', a scapito dei due pretendenti, Francesco da Settala e Raimondo Torriani, che fu eletto in conpenso Vescovo di Como.
Per reazione martino della Torre occupo' i beni del vescovo, tra cui certamente Legnano, dove i Torriani trovarono il modo di accrescere il proprio potere anche sfruttando la difficolta' che attraversavano in quei momenti gli enti religiosi. Gia' da tempo infatti il Comune di Milano aveva imposto, per sopperire alle spese di guerra, il frodo anche agli enti religiosi e avendo incontrato da parte loro forte resistenza, aveva percio' limitato, nel 1256, il frodo ai beni ecclesiastici acquistati negli ultimi 5 anni o da acquistarsi in seguito. Si colpiva osi' l'ascesa degli enti religiosi, ma anche ai contadini che lavoravano le loro terre, causando nuove discordie tra vicini e atti contro le proprieta'. Con la morte di Leone e le discordie susseguenti la situazione peggioro' e i canonici Agostiniani del convento di San Giorgio presso Legnano, decisero di abbandonare il luogo e trasferirsi nella Casa Madre di San Primo in MilanoC. Marcora - Un frammento degli statuti di Legnano del 1258 - 1268 trovato in un codice dell'Ambrosiana - " Memorie della Societa' Arte e Storia". Legnano, n. 16 1956 pagg. 68,69.
Attuarono percio' un cambio con i beni presso la chiesa di San Primo, nel sobborgo della Pusterla Nuova in Milano, e in Limido, sotto il titolo di San Martino, spettanti ai fratelli Raimondo, Napo e Francesco della Torre e al loro nipote Enrico,Giulini - Perche' Castello di San Giorgio - "Memorie della Societa' Arte e Storia" n. 16 1956 pag 60,61cedendo loro i vasti possedimenti nei dintorni di Legnano. Probabilmente furono proprio i Torriani a costruire sulle terre acquistate mediante questa permuta, il cassioEsso costituisce la parte centrale dell'attuale ala destra del cstello ed e' chiaramente individuabile.che e' attualmente incorporato nel cosidetto castello di Legnano e che serviva ottimamente per controllare i movimenti che avvenivano sulla strada per Milano lungo la Costa di San Giorgio: cio' sarebbe a dimostrare una volta di piu' quanto fosse importante nei momenti di pericolo per Milano il controllo di questo borgo.
Frattanto a Legnano continuava la sua scesa la famiglia Oldradi o Oldrendi, che aveva assunto un posto di primo piano anche nel quadro delle istituzioni comunali. Cio' risulta da alcuni frammenti di documenti riguardanti LegnanoCome risquardo del codice I 115 inf. dell'Ambrosiana, risalente al secolo XV, e' stato rinvenuto un foglio pergamenaceo scritto in doppia colonna, ciascuna di 22 righe, di scrittura del secolo XIV; esso costituiva probabilmente la pagina di un mastro pergamenaceo del comune di Legnano in cui venivano conservate le delibere della comunita'; cfr. C. Marcora, "Memorie della Societa' Arte e Storia" n. 16, 1956, pagg. 66: il primo di essi e' la parte terminale di una approvazione degli statuti comunali e ci presenta il collegio dei consoli al completo: "... fuerunt aprovata et laudata et confirmata in anno currente millesimo duecentesimo sexagesimo. Primo per Ottonem Tallonum et Mainfredum de Bonatia et Tomazium Gutinazium et Albertum Tallonum consules et vicarios archiepiscopatus mediolani habentis et distructum il predicto burgo et territorio de consensu et voluntade Guillielmi de Ponte et Jacobi de castro Seprio et Jacobi Ferrari et Ambrosi Arimperti et Alberti Belloi et Oliverii Holdrendi et Andeloj Hodrendi et jacobi Servidei et Amboxi Liprandi omnium electorum per comune dicti burgi afd predicta facienda et ordinanda qui consules cum predictis electis concorditer dixerunt et ordinaverunt quod omnia supradicta statuta in quolibet capitullo observetur per quemlibet vicinum burgi de Legnano hinc ad annum unum et plus ad voluntatem totius conscilij dicti comunis vel maioris partis et que statuta fuerent completa die lune octavo die ante Kalendas februarii". Compaiono qui quattro consoli, Ottone Tallono, Mainfredo de Bonatia, Tommaso Gutinazio,e Alberto Tallono, che sono espressamente indicati anche come vicari dell'arcivescovo, il quale ha il discrictus su Legnano e il suo territorio. Nell'approvazione degli statuti hanno appunto la precedenza i quattro consoli, i quali pero' devono ottenere l'approvazione e il consenso di un collegio di 9 persone, tra ci i membri della famiglia Oldradi, elette dal comune di Legnano appunto per questo scopo; vale a dire l'autorita' che deriva ai consoli dal fatto di essere anche vicari  dell'arcivescovo, sembra essere alquanto mitigata da quella del comune, che traeva vantaggio dalla progressiva diminuzione di potere del proprio dominus per aumentare la propri autonomia, particolarmente in questo periodo confuso di vacanza della sede arcivescovile.
Il secondo documento riguarda l'imposizione e l'esazione del frodo da parte del consiglio del comune di Legnano "Millesimo CCLVIII die veneris XVII die februarij totum conscilium burgi de Leniano silicet Castellus Albiollo et Levachae Holdrendi et Rugerius Ferrari et Ambroxi Tallonus et Ambroxis Liprandi et Ollivierus Ravergi et matheus Bellous et Oldrdus de Masenago et Otto Tllonus et Ollivierus Hodrendi et Giullemus de Ponte et Marchixius Terugi et Arnoldus de Retenate et Jacobus Servideo et Jacobus del Castelseprio et Petrus Folcis et Aventollus Sertor et Maifresus de Banatia et Arnoldus  Arimperti. Fuerent in concordia et ordinaverunt et statuerunt quod potesta teneatur per sacramentun exigendi fodrum a quolibet homine tam masculum quam fiminam cui vel quibusi impositum vel incissum fueret per comune dicti burgim seu per cosiclim vel pre maiorem partem. Item staturemtun et ordinaverunt per totum suprscriptumconscilium de voluntade vixinanantie quod si aliquis homo de predicto burgo vel eius territorio fecerit seu haberit et tenuerit illud de quo pro quo comune burgi predistum condempnaretur sustinuerit vel habuerit aliqyod dempnum vel dispendium vel cendempnatione aliqua quod ille homo vel femina cuius ocaxione evenerit teneatur et debeat restituere totumdampnumet condempnationem et expensas predicto comuni suis expensis et dampnis et si recussaverit facere ut supra legitur quod comune et consules et podestas qui erit pro temporibus teneatur et debeat eun desconvenzare et facere preconizare per burgum. Et non debeat reverteri in convenentia donec non solverit totum dampnum et dispendium et expensa que et quas  facte fuerint et salute per ipsum comune ipsa ocaxione" A questo documento sefue una data: ""in nomine domini MCCLXIII die veneris sexto decimo die mensis Novembris indictione Duodecima ", e qui termina il foglio, percio' questa data potrebbe essere la conclusione del documento suddetto o l'inizio di un documento successivo.Risulta impossibile stabilirlo, dl momento che il foglio pergamenaceo - in fotocopia in "Memoria della Societa' Arte e Storia" n. 16 tavola II - sembrerebbe che la data suddetta sia l'inizio di un nuovo documento ma non bisogna dimenticare che si tratta di una copia. Cosi' pure la datazione all'inizio del documento contiene un errore, poiche' il 27 febbraio 1258 non era un venerdi ma una domenica, ma anche in questo caso non e' possibile stabilire se l'errore vada attribuito all'originale o al copista.
Comunque sia resta il fatto che le disposizioni indicate vanno effettivamente attribuite all'anno 1258 e le difficolta' e le resistenze, che evidentemente si pensava di incontrare nella riscossione del tributo, concordano perfettamente col quadro che abbiamo tracciato piu' sopra a proposito del convento di San Giorgio. Anche il consiglio del comune compare, nel documento sopra indicato, nella sua composizione del 1258:  oltre ai nomi delle principali famiglie del borgo, ricaviamo la notizia che anche in quest'anno partecipavano alla pubblica amministrazione due membri della famiglia degli Oldradi o Oldrendi, che, insieme a quella dei Talloni, sembra essere la piu' importante del borgo, e che a capo del comune c'era un podesta'.
La struttura del comune di Legnano appare in conclusione abbastanza chiara e assai simile a quella di tutti i comuni rurali. I poteri comunali sono affidati ad un consiglio di 19 membri,Essendo il comune l'espressione del concorso dei singoli in una azione comune, il pricipio supremo dell'organizzazione e' appunto il consiglio, come fomte di ogni competenza.che, mediante un collegio di persone  cio' delegate, redige ed approva gli statuti,  la cui durata di un anno, ma puo' essere prorogata per decisione del consiglio stesso a maggioranza semplice. Organi del potere esecutivo sono i consoli o il podesta' che sembrano alternarsi o addirittura coesistereNel 1260 abbiamo visto che erano in carica 4 consoli, nel 1258 un podesta' e in quest'anno appunto si prevede la possibilita della presenza dell'una e dell'altra magistratura: si dice "infatti che le decisioni prese poste in atto da "... comune et consules et podesta qui erit, temporibus..". In entrambi i casi, l'elezione avveniva probabilmente in loco, secondo la prassi generale, e veniva poi ratificata dal Dominus: infatti i poteri di questi ufficiali avevano una doppia base giuridica derivante dal mandato comunale e dalla conferma dominicale. L'importanza reciproca dei due fattori vario', certo, sensibilmente a seconda delle vicende politiche, dal momento che il dominus del borgo non era un qualsiasi signore feudale, ma l'arcivescovo di Milano, il cui potere politico, totalmente inesistente in alcune particolari circostanze, si faceva di volta in volta grandissimo, non appena la situazione si volgeva a suo favore.
Le competenze dell'amministrazione comunalee erano probabilmente limitate agli affari interni del borgo, alla polizia campestre e ai compiti di difesa del comune, collegati all'esistenza nel borgo di elementi di fortificazione.
Se il comune godette di una certa indipendenza durante le lunghe lotte che opposero i due grandi schieramenti politici cittadini, con l'avvento della signori Viscontea certamente il controllo da parte della citta' si fece piu' attento e forse proprio con il suo appoggio la famiglia Oldradi o Oldrendi, raggiunse quel posto di preminenza nel borgo che la vediamo occupare verso la fine di questo secoloNella Matricola Nobilium familiarm del 1277 compaiono gli "Oldrendis de Legnano" unica famiglia nobile del borgo, alcuni membri della quale abitavano probabilmente nel borgo stesso, gli altri in Milano, in C. Castiglioni - Gli ordinari della Metropolitana attraverso i Secoli, in "Memorie della Diocesi di Milano", vol. I°, pag. 20
e in quello successivoIn una curiosa prova dell'influenza esercitata da questa famiglia sul borgo, si ha confrontando l'attuale stemma cittadino con il suo stemma gentilizio, quale compare nel 1383 a Bologna - Atti e memorie della Regia Depurtazione di Storia Patria per le provincie della Romagna, terza serie, vol XIX, 1901 pag. 80. Chiaramente l'attuale stemma comunale formato da un leone rampante nella banda superiore e da un rametto di corallo in quella inferiore, e' una derivazione di quello degli Oldradi, formato da un leopardo nella banda superiore e da un identico rametto di corallo in quella inferiore.
 

28.1.21 L-21

 
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Case in Legnano antica
 
 
Cercando tracce di monumenti antichi resteremmo delusi alquanto dallo scarso numero di edifici antichi che si riescono a vedere lungo le strade e nelle piazze e non a torto. Da lunghi anni infatti sterratori, ruspe e incuria fagocitano ogni giorno gli antichi angoli della Legnano storica.
Possiamo tuttavia, sia grazie ai documenti antichi che alle testimonianze architettoniche rimasteci, fare un quadro abbastanza preciso di quello che fu la città dei nostri padri. Nei capitoli precedenti abbiamo visto che nelle epoche remote a partire da 2000 anni a.C. vi sono già reperti degli insediamenti liguri e poi celtico liguri. Questi abitanti dovevano essere numerosi ma a parte le tombe con i loro corredi, (veri preziosi documenti per leggere la vita) che sono esse stesse dei monumenti minori e sulle quali l'ing. Guido Sutermeister ha scritto nel 1928 un bellissimo volume intitolato Legnano romana, non ci hanno lasciato alcuna traccia di abitato. I motivi di questa mancanza sono principalmente due. Il primo è che non essendo palafitticoli come a Golasecca o a Monate, mancano i ritrovamenti delle fondazioni lignee delle case infisse nell'argilla, il secondo è che mentre nelle sopraccitate zone il cambiamento dell'organizzazione sociale nel corso dei secoli ha coinciso con l'abbandono dei villaggi palafitticoli e ha visto la creazione di nuovi insediamenti su terra ferma, in Legnano per secoli e secoli si è continuato a costruire e ricostruire sempre sulle stesse aree urbane. Questo ci dice che sotto le attuali case (solo quelle vecchie e poco profonde) giacciono le tracce degli antichi abitati di 4000 anni fa. Se si potesse per assurdo demolire un edificio secentesco nei pressi di S. Martino o S.Magno e si analizzasse strato per strato il terreno sottostante, si ritroverebbero nelle parti più profonde probabilmente delle aree spianate di forma rettangolare con aggiunte ai lati corti due aree a semicerchio e lungo il perimetro una serie di buchi di 15/20 cm. di diametro, (le sedi dei pali delle pareti delle capanne). Al centro di queste superfici di circa 25 / 30 mq. altri due buchi per i pali di sostegno del tetto, poi un foro quadrato per il focolare con le sue pietre intorno. Sul perimetro esterno alcuni sassi a proteggere il piede della costruzione e i canali di scolo delle acque piovane.
Qualche vaso, oggetti in selce e più tardi qualche oggetto in bronzo e chiodi, null'altro. I monumenti e le case più antiche erano solo capanne di legno e come tali non furono dai successivi abitanti Gallo - Romani, considerati degni di essere usati.
Un bell'esempio di questo tipo di capanne viene in questi mesi portato alla luce da un gruppo di archeologi guidati dalla dottoressa Nuccia Negroni Catacchio presso le sorgenti del fiume Nova. Si tratta di un villaggio villanoviano etrusco di circa 300 abitazioni risalente a molto prima dell'anno 1000 a.C. abbandonato improvvisamente dai suoi abitanti nel IX secolo a.C.
I Galli ed i Romani dei primi secoli di dominazione vissero anche loro in costruzioni lignee e in base al numero delle tombe e dall'estensione che raggiunsero alla fine verso il 300 d.C. i loro cimiteri, dovettero formare a stima dell'ing. Sutermeister una comunità assai numerosa. Le loro costruzioni si sovrapposero a quelle liguri e furono dapprima di legno .
Non più quasi ellittiche, ma rettangolari con pareti formate da tronchi squadrati, porta d'ingresso e una finestra nel timpano sopra la porta stessa; il tetto era sempre fatto con fascine di rami secchi intrecciati.
L'uso di fermare le fascine con le pietre spinse alla ricerca delle piode o lastre di ardesia per le coperture. Ma se era facile reperire queste lastre nelle comunità montane dove costruivano fino alla fine del 1700 d.C. le case in questo modo, a Legnano non era pressoché possibile. Si ricorse quindi alle pietre artificiali appositamente studiate per i tetti e cioè alle tegole in argilla cotta. Queste tegole, più esattamente tegole ed embrici sono i reperti più comuni che archeologicamente troviamo in ogni antico scavo di Legnano che risalga dal Medioevo a noi. Sembrerebbe quasi impossibile eppure non vi sono tracce di costruzioni romane in pietra.
Abbondano le tombe con i loro corredi che ci mostrano, tramite gli oggetti, quali fabbriche di utensili in bronzo e ferro esistevano le fusioni in vetro, le ceramiche più o meno fini negli impasti , secondo il censo dell'acquirente, le attitudini guerriere o meno, i coppi votivi e funerari in pietra, la coniazione di monete locali più gradite alla parte gallica dei Legnanesi, la creazione di specchi fantastici in leghe di antimonio tutt'ora lucenti e sinonimi di grande agiatezza. Esse però mai testimoniano case in muratura.
Eppure i Romani erano grandi costruttori, come mai qui avevano dimenticato questa loro prerogativa? Sicuramente Legnano era una pacifica zona agricola e rimase tale fino all'arrivo delle invasioni barbariche; non necessitava quindi di particolari sfoggi o di marmi. Un'altra ragione era che le poche pietre disponibili erano quelle di Saltrio o le molere delle cave di Bizzozero in genere arenarie, compatte, non molto solide, ma in compenso facilmente lavorabili.
Vennero infatti usate fino alla fine del 1800 per fare davanzali di finestre e lavandini. Inoltre la calce non era reperibile qui vicino, mentre i boschi anticamente fornivano legname in abbondanza utilizzato anche per la cottura della terracotta. Quarta e importante ragione di questa mancanza di edifici è che tutta la Legnano romana dovette subire per quasi sei secoli la distruzione continua da parte barbarica come già ha ben dimostrato nei capitoli precedenti il prof. Marinoni. I suoi monumenti sono quindi stati distrutti. Che ci dovessero essere anche case in muratura lo dicono tre elementi architettonici rinvenuti da quell'attento studioso che è stato Sutermeister. Il primo è un reperto scoperto nel 1900 costituito da un muro in calce idraulica e brecciame in mattoni, trovato in via Dandolo (lungo la vecchia strada detta del Confinante) tanto grosso e robusto che dovette essere lasciato in sito dal proprietario sig. Galli e tenuto nella cantina della nuova costruzione; il secondo reperto è costituito da due acquedotti in elementi di cotto lungo via 29 Maggio; uno rettangolare a cassetta interrata, l'altro lungo la via Taramelli formato da tubi in cotto di cm. 80 di lunghezza terminanti con una bocca di erogazione e relativa pietra di appoggio per le brocche. Il terzo e forse più clamoroso rinvenimento fu fatto nel 1951 quando, sconvolgendo il centro di Legnano per la costruzione del palazzo INA (Galleria in Piazza S. Magno) venne alla luce un enorme muraglione in pietra di costruzione medioevale, ma con materiale di risulta inserito alla rinfusa nella calce idraulica. Tra molteplici mattoni ed una serie notevolissima di embrici romani di epoca imperiale faceva bella mostra di sé una "Suspensura". La "Suspensura" è un disco di cotto di circa 28/30 cm. di diametro che serviva come elemento costruttivo modulare per la creazione di una serie di pilastrini in calce e cotto sistemati sotto il pavimento (sospeso) delle stanze delle abitazioni romane. Si formava cosi un alveare di cuniculi (vespaio areato) nei quali i ben organizzati Romani imperiali facevano circolare poi acqua calda o aria calda per ottenere durante l'inverno un maggior conforto negli ambienti della casa. Questo prova che in Legnano esistevano edifici in muratura romani e per giunta tanto evoluti da avere un Caldarium. Ecco che finalmente si apre uno spiraglio di luce. In via Dandolo le vestigia del muro con addossate le anfore vinarie immerse nella sabbia ci indicano la presenza di una torre romana con evidenti funzioni annonarie; gli acquedotti e le case riscaldate ci parlano di una civiltà raffinata con abitazioni confortevoli in una comunità dedita all'agricoltura ed all'artigianato.
Cosa fu di tutto questo? Lo sfacelo assoluto. I barbari calati dal S. Bernardino e dall'Engadina ingolositi dalle pianure fertili e dalle ricchezze di Milano, misero a ferro e fuoco tutti gli abitati e fecero fuggire o uccisero quasi tutti gli abitanti. Dovettero anche radere al suolo ogni cosa, portare via statue e suppellettili, solo le tombe nascoste nel sottosuolo si salvarono, anzi videro in alcuni casi i nuovi arrivati tumulare sopra di esse. La grande comunità Gallo-Romana di Legnano pagò a caro prezzo il privilegio di trovarsi sulla antica via che dall'Europa portava al centro della pianura Padana.
Questa via ora Sempione era detta dai Romani Strata Magna, rimase per millenni un importantissimo riferimento per i traffici commerciali con l'Europa fino al IV secolo d.C. poi, lungo di essa si avvicendarono operazioni militari di invasori e guerreggianti fino alle soglie del 1700.
Legnano cittadina pacifica (come mostrano le tombe antiche coi loro corredi senza armi) venne investita dalle orde barbariche che, preferendo non vivere nelle città come Milano, si distribuivano in piccole comunità nelle campagne, dove edificavano semplici capanne lignee, avendo in odio i muri e non sapendo cuocere mattoni. Essi qui si attestarono usufruendo del caposaldo di via Dandolo come presidio militare che, grazie alle due discendenze di terreno verso Castellanza, poteva essere usato come porta a guardia della Valle Olona verso Milano. Ed a Legnano i barbari combatterono e molto, visto che proprio nelle vicinanze di questa fortificazione sono numerose le tombe barbariche di guerrieri sepolti con le loro armi. Legnano era ridiventata una misera comunità con poche capanne di legno risorte su una grande quantità di macerie romane. Anche l'editto di Rotari del 643, nelle sue indicazioni circa le abitazioni, passa dal termine domus al termine "casa" che indica una costruzione semplice in legno. Questo ha profondo significato di riscontro per la nostra città.
Anch'essa non si sottrae al grande generale esodo e massacro, ogni forma di vivere sociale viene estinta sia economicamente che civilmente, anche l'arte tanto elevata dei Romani piomba in forme di espressione paurosamente rozze che forse possono piacere a noi cosiddetti moderni per la loro essenzialità, ma non testimoniano certamente un alto livello culturale di chi si esprimeva attraverso quelle creazioni. Questo buio intellettuale si riflette su ogni aspetto dell'antica Legnano e di nuovo si presenta un vuoto di ben 700 anni prima che le pietre ci testimonino ancora una presenza architettonica in città.
Fuggita verso le città di mare, la classe artigianale romana scompare e restano i barbari che non sanno più cuocere mattoni e tegole.
L'unico materiale che con i Longobardi le popolazioni altomilanesi useranno fino alla fine del millennio sarà il ciotolo di fiume, di cui il nostro terreno alluvionale abbonda. Con essi erano edificate sia le chiese che i castelli e le case più importanti.
In Legnano troviamo due principali vestigia di tarda costruzione con siffatta composizione, una è costituita dai resti del campanile romanico della chiesa principale dedicata a S. Salvatore ed al vescovo S. Magno, l'altra è costituita dagli avanzi di fondazione di una grande costruzione sorgente al centro di Legnano con l'aspetto della fortificazione e risalente attorno all'anno mille come nascita. Detta costruzione a noi nota come castello dei Cotta subì varie aggiunte nel corso dei primi secoli del nostro millennio fino a scomparire dalle memorie storiche allorché iniziò, la trasformazione in fortezza del castello di Legnano dedicato al S. Giorgio ad opera di Ottone Visconti e poi di Oldrado Lampugnani.
 
 
 
Sono molto scarse le notizie che ci restano della prima chiesa legnanese.
Essa fu edificata in stile lombardo arcaico. Aveva pianta rettangolare suddivisa in tre navate. Ogni navata terminava con una cappella a semicerchio. Stando alla posizione del campanile, che denuncia come stile un romanico primitivo (X o XI secolo) sia per gli archetti sotto le cornici di facciata, sia per la figura scolpita inserita al centro del portale d'ingresso, nonché alla posizione della cripta, ancora esistente nella nuova S. Magno sotto la cappella del SS. Crocifisso (già cappella di S. Carlo). La chiesa aveva un orientamento Nord-Sud con gli altari posti a Sud. Le dimensioni dovevano essere di circa 26 metri di lunghezza per circa m. 18 in larghezza. La forma in pianta sembra similare a quella del duomo di Agliate datato del X o XI secolo e tuttora esistente. Questo appartiene ad un gruppo di complessi absidali, sorti alla vigilia del romanico, le cui caratteristiche aperture a bocca di forno poste alla cornice esterna superiore delle absidi semicircolari, suggeriscono l'anticipazione delle loggette praticabili romaniche. Tali complessi sono in genere trasformazioni delle parti terminali di una chiesa preesistente che divenuta chiesa abbaziale deve trasformarsi. La datazione in genere è assai discussa. I più recenti studi le collocano come costruzione attorno alla metà del X secolo.
E' difficile anche indicare una linea evolutiva.
Esempi precedenti non ne esistono salvo la loggetta attorno al tiburio (IV secolo) della cappella di S. Aquilino in Milano, nella quale si nota una stessa funzione estetica e costruttiva. Infatti il motivo degli archetti deriva dalla geometrizzazione ed estetizzazione dei pilastrini portanti le travi di legno poste a sostenere la copertura sopra le volte absidali. Tra gli esempi più antichi di questo modo di comporre lesene ed arcatelle ciliali troviamo l'abside di S. Ambrogio a Milano (seconda metà del X secolo) mantenuta nella ricostruzione romanica della basilica che pure presenta internamente una campata con copertura a volta a botte caratteristico nuovo elemento comune alle basiliche del XII secolo. In questo periodo preromanico (IX e X secolo) si colloca l'origine del duomo di Agliate e del S. Vincenzo in Prato. Le due chiese differiscono fra loro per la maggior raffinatezza della seconda rispetto alla prima. Sono tuttavia molto simili. Se S. Ambrogio venne trasformata prima di questi due edifici, viene da pensare che essi rappresentino, nel X secolo circa e con il gusto di questa epoca, la trasformazione che nel IV secolo era avvenuta per la Basilica Ambrosiana con l'aggiunta della nuova parte absidale. Si riprende in queste chiese di epoca così avanzata il tramontante sistema di suddividere le navate con colonnati. Nel S. Pietro in Agliate le rozze colonne ed i capitelli formati da materiale di recupero di chiese del IV e V secolo rappresentano pezzi di frontoni, animali ecc. con abaco e pulvino. In S. Salvatore detto materiale di recupero non esisteva e non ci è pervenuto. L'unico reperto che forse avrebbe potuto costituire parte di un protiro all'ingresso, sostenuto da colonne poggianti sui due classici leoni romanici, è appunto un leone trovato inserito nella casa di Donato Alessandro Vismara in contrada Mugiato, a Legnano. Le chiese erano fornite di abbondante illuminazione interna con grandi finestre e ciò, in contrasto con le nuove costruzioni romaniche poggianti su piloni (e non colonne) ed ai giochi di penombra delle loro navate. Notevoli esempi di queste impostazioni si ritrovano nelle chiese valdostane del X e XI secolo alle quali corrispondono sia lo stile del nostro campanile del SS. Salvatore, sia il materiale lapideo usato. La chiesa che meglio ci può, aiutare a capire la vecchia basilica di Legnano è quella di S. Orso ad Aosta. Creata nel 1050 sui resti di una chiesa del V secolo di cui rimane la cripta ed un pezzo del campanile. Era a navata unica con alte finestre appena sotto la copertura a capriate lignee.
Era totalmente affrescata da un artista del periodo ottoniano. Orbene nel 1400 le nuove spinte estetiche portarono a far eseguire delle volte a crociera nell'interno e a far aggiungere due navate laterali per reggere la spinta delle volte. Per poter permettere il passaggio dalle navate laterali a quella centrale si erano fatti demolire grandi tratti di muro, creando degli archi poggianti su pilastri quadrati. Anche nel duomo di Morgex già a tre navate con absidi tonde in testa, la trasformazione da soffitto in assi a quella di chiesa con le volte avviene verso la fine del 1500.
Ne rimangono i segni in facciata, dove le volte meno alte del tetto a capriata obbligano a chiudere delle finestre e a rendere piano il cornicione che prima contornava la classica fronte a capanna della chiesa. In Legnano la trasformazione del SS. Salvatore da chiesa con le coperture a capriata in chiesa voltata in pietra, coincise con la sua fine e venne assolutamente scartata per tre motivi. Primo i muri in sasso non erano adatti a ricevere le volte moderne perché troppo fragili sui lati, (si ricordi la menzione alla chiesa pericolante). Secondo, dal 1200 in poi Legnano abbandona quasi totalmente le costruzioni in sasso e torna alla cottura dei mattoni come al tempo dei Romani. Il fare una struttura mista di sassi sotto e volte in mattoni, non doveva essere considerato dai capomastri possibile. Terzo, ammesso anche il riutilizzo delle strutture murarie della chiesa restanti dopo gli opportuni sbrecciamenti, da aprire per inserire le volte, il risultato estetico sarebbe stato di una povertà non consona ai gusti ed al censo dei Legnanesi del 1500. In ogni caso la chiesa antica era molto spartana nel suo aspetto.
Delle tre cappelle absidali la principale era dedicata al SS. Salvatore (cioè Gesù e non ad un Santo Salvatore come qualcuno ha scritto) ed a S. Magno arcivescovo da non confondere con S. Gregorio Magno papa, (Roma 540 - 604) convertitore dei Longobardi. San Magno arcivescovo non è molto noto e la sua festa viene collocata nel calendario in modo alquanto sommario dal prevosto Legnanese Pozzo nel 1640. Egli ci dice che S. Magno protettore si festeggiava (prima del 1602) la terza domenica di agosto, cioè il giorno 19 (per noi S. Luigi di Tolosa) e che l'altare maggiore della chiesa era dedicato a S. Magno pontefice e confessore ed in Legnano la sua festa era stata spostata dal 19 agosto al 5 di novembre, "perché nel giorno della commemorazione dei defunti in Legnano si tiene una Fiera che dura talvolta otto giorni continui e viene la festa del Santo anticipata di un giorno nel quale appunto si celebra un S. Magno vescovo di Anagni"  è: chiaro che già nel 1600 esisteva un poco di confusione. Premesso che non esistono papi di nome Magno eccettuato S. Gregorio detto Magno, ma che viene sempre chiamato Gregorio e non solo "Magno" il Pozzo cade in una involontaria attribuzione errata, evidentemente ignorando che a Milano il 25' arcivescovo, successore di S. Eustorgio II si chiamava appunto Magno e venne acclamato Santo alla sua morte. Egli morì l'1 novembre del 528 d.C. e fu sepolto nella basilica di S. Eustorgio in Milano. Con l'introduzione nel martirologio ambrosiano della festa di tutti i Santi (Ognissanti o 1 Novembre) la ricorrenza di S. Magno venne trasferita al 5 di Novembre e tutt'ora vi è rimasta, in concomitanza con l'antica Fiera dei Morti legnanese. Gli antichi cataloghi dei vescovi di Milano attribuiscono 30 anni di episcopato al santo.
Lo studioso Savio pensa tuttavia che siano troppi e li riduce a circa dieci dal 518 al 528 d.C. Il suo epitaffio, senza dati cronologici, lo loda per la sua carità, ferre manum fessis nudos vestire paratus captorumque gravi solvere colla iugo.
Non si conoscono quanti e quali siano stati i prigionieri liberati per intervento di S. Magno e non sembra che sia stata indirizzata al nostro Magno l'epos di Avito di Vienne. Storici del XIV secolo asserivano che S. Magno appartenesse alla famiglia del Trincheri, ma è notizia priva di fondamenti. Nel 1248 venne condotta dai Domenicani allora officianti nella basilica di S. Eustorgio, una solenne ricognizione delle reliquie del santo. La basilica era stata loro affidata nel 1220, (da notare che qui S. Pietro martire aveva iniziato la sua opera di inquisitore). Le ossa di S. Magno riposano dietro l'altare maggiore della chiesa, ma non più sole. Erano presenti dal 324 le ossa di S. Eustorgio poste nella più antica cappella, in una doppia urna marmorea, destinatagli dall'imperatore Costantino di cui era familiare e condottiero militare.
Nell'anno 1163 a causa delle scorrerie del Barbarossa, i Milanesi nascosero le ossa del loro protettore nella torre delle campane della collegiata di S. Giorgio al Palazzo. Una sciocca delazione le fece però scoprire e l'imperatore le trasportò a Colonia Agrippina per oltraggio a Milano. Dopo la battaglia di Legnano i Milanesi le riottennero ed esse furono riposte in un'unica urna dietro l'altare assieme a quelle di S. Magno arcivescovo ove sono ancora conservate. Come poi il Pozzo abbia potuto confondere S. Magno con un pontefice non è comprensibile. Infatti egli aveva dinanzi agli occhi due dipinti nella chiesa nuova, ed esattamente la lunetta di destra sopra l'altare maggiore di B. Lanino con S. Gregorio Magno papa che porta il triregno, il pastorale ed ha in mano un libro perché dottore della Chiesa (festa il 12 marzo) e la lesena a destra dell'altare contrapposta al Salvatore (Gesù) con S. Magno Arcivescovo che ha la mitria, il pastorale, ed è benedicente. Ciò significa che il pittore conosceva, nel 1560, la dedicazione della chiesa, ma in seguito se ne era persa la storia. Nella pala di B. Luini e nella cappella di S. Agnese del Lampugnani, S. Magno arcivescovo viene ripresentato a fianco di S. Ambrogio, perché è uno dei protettori di Milano e non può, quindi essere vescovo di Anagni o di Oderzo che con Legnano hanno molto poco a che fare. Proseguendo nel ricordo della chiesa del SS. Salvatore, sappiamo che la cappella di destra era invece intitolata alla Madonna ed a S. Giuseppe, mentre quella sulla sinistra, guardando l'altare, era dedicata a S. Stefano proto martire ucciso nel settimo mese dopo l'Ascensione di N.S.G.C. nell'anno 33 dell'era cristiana.
La chiesa aveva il tetto in legno a capriate triangolari e le pareti rustiche in sasso erano di grosso spessore. Le navate erano suddivise da colonne o pilastri, forse anch'essi costruiti in sasso e calce poiché non esistono in Legnano reperti marmorei di risulta del loro abbattimento, cosa che al contrario sempre si verifica quando da un edificio antico si trae materiale di valore, per edificare il nuovo. La porta d'ingresso era a nord e tale posizione rimase anche nella nuova costruzione bramantesca della chiesa. Essa dava in pratica sulla via che portava tramite il ponte carrato dell'Olonella alla cosidetta braida arcivescovile. Sappiamo come già accennato nei capitoli precedenti, che i terreni tra i due rami dell'Olona poiché soggetti a continue inondazioni, erano tenuti a coltivo e non vennero edificati che dopo il diciannovesimo secolo.
La strada proseguiva poi verso est fino al congiungimento con la antica Strada Magna oggi Sempione.
Sul lato destro della chiesa si estendeva invece un grande cimitero che occupava praticamente tutta l'attuale piazza S. Magno. Questo cimitero abbandonato circa nel 1640 quando si rigirò, l'ingresso della nuova basilica di S. Magno in base ai progetti di F.M. Richini, conteneva tombe cristiane di epoca romana imperiale fatte a cassa rettangolare con tegoloni di fondo con risvolto ed embrici ornati ad ovuli sul bordo superiore, poi tombe ad inumazione con solo il bordo in sasso di epoca paleocristiana, poi tombe medioevali costruite col sistema romano dei tegoloni ma appartenenti a personaggi della curia e tumulati in tal modo anziché con avelli. Lo stesso fenomeno si è riscontrato per inumazioni medioevali anche a Milano, presso la chiesa del SS. Sacramento distrutta nel 1926 in via Carducci.
Sul lato sud della chiesa di S. Salvatore dalla parte delle absidi si dipartiva un'area edificata a più riprese nei secoli successivi alla chiesa e che dai documenti antichi viene definita come sede estiva arcivescovile della diocesi di Milano ossia la "mensa capitolare del duomo di Milano" e della quale parleremo più avanti. L'edificio preromanico doveva essere abbastanza rozzo nel suo insieme e piuttosto scarso di sculture; infatti vediamo che l'unico bassorilievo pervenutoci è il Cristo Salvatore scolpito in arenario e inserito, come dicemmo, sul fronte del campanile.
Questa scultura insieme ad una piccola mensola in cotto, datata 12 giugno 1170, ritrovata durante la demolizione della casa Lampugnani in vicolo Scaricatore angolo Sempione e che rappresenta una testa di putto inserita sotto una gola terminante in due rosette, (era stata usata come riempimento dei muri del 1400 che formava la nuova casa) sono gli unici due particolari scultorei che fino ad ora abbiamo ricevuto dalla Legnano del Medioevo. Tuttavia nell'interno della chiesa non dovevano mancare opere artistiche visto che le case quattrocentesche di Legnano abbondavano di affreschi e ritratti.
La tradizione, ma non i documenti, ci dice che dalla antica cappella di destra vicino al campanile fu recuperata e trasportata nella omonima cappella del nuovo S. Magno, una pala composta da tre tavole più predella a piccole scene dipinta dal Giampietrino. Questa bellissima opera si vede ora nella cappella centrale di sinistra della nostra basilica. Il prevosto Pozzo, nel 1640, la descrive cosi: "Questa ancona per quello si tine è del Gio' Pedrino, nella quale si vede un S. Gio' Evang. a e un S. Joseffo molto lodato dallo Storico Pietro da Giussano nella vita che fu di questo S. to. Nel mezzo di questa si vede un 'anconetta della B. Verg. con il fig.o alla quale vi è molta divotione per molte gratie fatte testimonio ne siano le tavolette et voti". Purtroppo a noi è pervenuta senza la tavola centrale con la Madonna ed il Bambino.
Al mezzo è stato posto un vano con una bella statua del XVI secolo raffigurante la Madonna. Le tavole e tavolette rimasteci sono tuttavia stupende. Il pittore Mosè Turri senior che le aveva restaurate alla fine del 1800, diceva di aver trovato in un angolo il nome Marcus (Marco da Oggiono) che parrebbe in contrasto con l'attribuzione al Giampietrino. Tuttavia si deve sapere che sotto questo pseudonimo viene raggruppato tutto un complesso di opere affini e che la costruzione della figura del Giampietrino è fatta su base puramente stilistica; infatti manca qualsiasi documento che identifichi questo artista e non esiste di lui opera firmata. Anche il nome dell' autore è controverso, infatti lo troviamo citato come Pietro Rizzo (= Lomazzo) Gio Pedrini, oppure Gio da Milano detto Pavese, o Gio da Como o infine Gio di Belmonte. Sarebbe molto interessante rintracciare con mezzi moderni radiografici o foto all'infrarosso la scritta e compiere anche una completa indagine artistica per meglio qualificare l'origine dell'opera. Sopra il polittico fu posto ad opera dei Lampugnani un quadro, con il Redentore affiancato da due angeli, nell'intento di alzare tutta la composizione per meglio inserirla nella nuova cappella. Evidentemente nella cappella, in cui era posto precedentemente, lo spazio a disposizione doveva essere più angusto. Il trittico doveva rappresentare l'ultima opera regalata dai Legnanesi al loro tempio, infatti il Giampietrino, allievo di Leonardo, operò tra il 1484 ed il 1514, quindi l'eventuale dipinto in Legnano dovette essere fatto quando la chiesa era "pericolante" o in demolizione. Un prezioso elenco steso da Goffredo da Bussero sembra escludere questa tradizione e menziona in Legnano la presenza della chiesa di S. Salvatore (canonica) cogli altari a: S. Salvatore, S. Paolo, S. Filippo e Giacomo, S. Biagio. Il nome degli altari non coincide con le descrizioni fatte nei manoscritti da mons. Gilardelli, ma si sa che spesso nelle chiese cambiavano i titoli degli altari o ne facevano di nuovi in base ai lasciti. Rimangono però, alcune correlazioni con le iscrizioni date da Goffredo da Bussero, le titolazioni indicate da mons. Gilardelli e la descrizione degli altari fatta nel  1650 dal prevosto Pozzo. Infatti per tutte permane la titolazione principale S. Salvatore per l'altare maggiore, a cui si affianca un San Paolo per il più antico scrittore ed un S. Magno per tutti gli altri, (altari a S. Paolo tuttavia non sono esistiti in tutta Legnano, stando agli archivi della curia). Per quanto riguarda l'altare dedicato a S. Filippo e Giacomo, esso viene riproposto nella nuova chiesa cinquecentesca dimenticandosi dell'apostolo Giacomo ma non del suo compagno e martire Filippo. Anche la cappella di S. Maria e Giuseppe a fianco dell'antico campanile rimane in quella posizione con la pala del Giampietrino fino al 1610, poi viene spostata, ma mantiene tutt'ora il suo titolo. Essa però non compare nell'elenco di Goffredo da Bussero che invece menziona un S. Biagio. Questo altare sarà creato nel 1640 presso il Santuario della Madonna delle Grazie di nuova costruzione. In realtà la chiesa del S. Salvatore era vecchia e bruttina e non piaceva ai Legnanesi del XV secolo. L'incuria e la vecchiaia minavano le sue fondamenta. L'Olonella che scorreva ai suoi piedi dicono infiltrasse nelle fondazioni (peraltro in S. Magno tali infiltrazioni non esistono minimamente) ed una serie di assestamenti del terreno alla fine del 1400 l'avrebbero fatta crollare .
Era rimasto in piedi solo il campanile di cui tutt'oggi esiste un pezzo e la contigua cappella di S. Maria e Gioseffo. Questo tra il 1490 e 1500. è; tuttavia doveroso dire, come abbiamo già indicato che il crollo più grosso era stato quello provocato alla cultura rinascimentale e non è molto sbagliato pensare che la chiesa dovette essere demolita dai Legnanesi con la "scusa del crollo" per poter avere il permesso dagli arcivescovi e da Ludovico il Moro, di rifare un tempio più consono ai loro canoni estetici ed al loro censo.
Un altro esempio troviamo a Roma dove viene abbattuta la Basilica paleocristiana di S. Pietro per edificarne una più moderna su disegni proprio del Bramante. In Legnano venne lasciato in piedi e tenuto in uso il solo campanile (che stranamente non aveva risentito dei terremoti). Esso venne dapprima alzato durante un restauro del 1520, poi abbattuto per due terzi e sostituito da uno in mattoni, nel 1752, quale ancora vediamo ancora nella piazza di S. Magno. Per dare significato alle origini della nostra più antica chiesa possiamo azzardare solo un'ipotesi in base ai fatti storici che coinvolsero il nostro villaggio tra il 493 ed il 553 d.C.
Eravamo in pieno dominio dei Goti. Teodorico fattosi re d'Italia dominava con saggezza (barbara naturalmente). L'imperatore d'Oriente, Giustino I (518-527) pubblicò un editto col quale bandiva gli ariani dall'impero, sollevando le ire da parte di Teodorico. Questi, per rappresaglia, iniziò ad infierire sulla Chiesa e sui cattolici, divenendo ingiusto e crudele. Imprigioni, e fece uccidere personaggi famosi come Simmaco e Severino Boezio. In Milano le prigioni dovevano essere ricolme di vittime. Ecco che entra in gioco l'arcivescovo S. Magno il quale, anche grazie alla più mite figura di Amalassunta succeduta nel 526 a Teodorico, fa liberare questi prigionieri. Anche la comunità di Legnano ebbe cristiani liberati dalle catene e la figura del santo rimase così vivida nel loro ricordo che gli dedicò il primo tempio, unendo il nome di S. Magno a quello di S. Salvatore, proprio per rafforzare il significato dell'opera del suo arcivescovo.
 
 

28.1.22 L-22

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Legnano e i suoi monumenti
 
Legnano e i suoi monumenti
 
Avevamo prima accennato ad un secondo antico reperto costruito in Legnano con sassi e calce, (naturalmente nelle fondazioni i costruttori usarono anche i pezzi di embrice e mattoni del periodo imperiale romano che è accertato non mancavano sui luoghi di distruzione della più antica città). Questo grande muro venne rivenuto nel 1951 dall'ing. Guido Sutermeister durante gli scavi per costruire i nuovi palazzi INA con la galleria ed il teatro al centro di Legnano, in via Magenta angolo piazza S. Magno. Esso rappresenta la fondazione di una poderosa opera difensiva che era addossata ad una grande fossa nella quale era stata deviata l'acqua dell'Olona, ad ulteriore difesa del nucleo centrale di Legnano. Dunque il centro della Legnano del XI e XII secolo era una vera e propria roccaforte militare. Per meglio capire quali fossero gli abitanti che la frequentavano, ricordiamo in sintesi le precedenti pagine sulla Legnano medioevale. Nel X secolo, in opposizione alle invasioni ungare, si ipotizza la nascita nel centro vicino a S. Salvatore, probabilmente come in quasi tutti i centri vicini di un primo nucleo difensivo.
In genere una torre fortificata al pari di quella romana, verso Castellanza, fungeva da "sala" visto che si facevano scorte annonarie; vi era forse anche un primo accenno di cinta murata. Legnano era prevalentemente in proprietà ai rappresentanti della Chiesa.
L'arcivescovo infeuda queste terre alle soglie dell'XI secolo e si allea al potere militare con Enrico II. Viene anche requisito il Seprio. Nasce cosi la secolare inimicizia con il contado del Seprio e la veste di Legnano come sentinella militare per Milano. Nel 1014 l'Imperatore lascia qui come milites sancti Ambrosii e vassalli arcivescovili Amizio e suo figlio Erlembaldo che sono antenati dei capi Landolfo ed Erlembaldo Cotta segnalati come proprietari di un castello in Legnano assegnato dall'arcivescovo dopo l'infeudamento. Tuttavia in Varese e nel Seprio serpeggia grande ostilità all'arcivescovo e l'Arialdo che, come predicatore, incitava le popolazioni ad allontanarsi dal potere arcivescovile e militare che le opprimevano, fu proprio con un tradimento preso nel castello dei Cotta in Legnano. Certamente il maniero doveva già essere stato munito di sale e opere di fortificazione piiù importanti da Erlembaldo Cotta in aggiunta alla semplice costruzione fatta in difesa dalle incursioni ungare. Nel XII secolo il nome dei Cotta tuttavia scompare. L'arcivescovo rafforza il suo potere feudale su Legnano e, nel 1176 al culmine dei contrasti tra il potere arcivescovile e comunale ed i reclamati diritti dell'imperatore, viene presso questo castello preparata la Battaglia di Legnano. Il carroccio si porta presso la fortificazione legnanese, le armate della Lega qui convergono poichè sia l'appoggio logistico della torre che le scorte alimentari qui tenute consentono l'organizzazione di un esercito per allora di notevoli dimensioni. Inoltre il Seprio infido era ancora una volta alleato contro i Milanesi e la sentinella Legnano, posta alle porte della Valle olona, era qui la vera chiave di volta della difesa milanese. Espletate le famose gesta della battaglia, gli arcivescovi presero Legnano come riferimento fisso per i loro frequenti viaggi non sempre a carattere pacifico e qui vennero edificati, a fianco del castello dei Cotta, una serie di edifici che concorsero a costituire la cosidetta Mensa Arcivescovile.
Non erano vere costruzioni militari, ma case fortificate difese dal castello e dal suo poderoso muro ristrutturato nel XIII secolo. Il più noto a noi di questi palazzi è quello che oggi funge (ricostruito) da Asilo centrale. Esso è detto di Leone da Perego, morto in Legnano nel 1257 e sepolto nella chiesa di S. Ambrogio e di cui parleremo ampiamente in seguito. E' interessante notare che proprio la più appariscente opera di fortificazione venne fatta eseguire nell'agosto 1257 dai capitani e valvassori di Milano, sostenitori dell'arcivescovo e dei nobili, i quali mandarono a scavare una grandissima fossa intorno a Legnano per deviare l'acqua del fiume Olona (Corio vol. I, Milano 1855, p. 494). Tale vallo è proprio quello trovato ai piedi del muraglione del castello dei Cotta, dal Sutermeister. Esso partiva dal mulino arcivescovile a nord dell'Olonella vicino alla chiesa di S. Agnese (più tarda) e, descrivendo un grande arco a ovest di S. Salvatore, si ricongiungeva con l'Olonella e l'Olona all'altezza di quella che oggi è chiamata piazza Carroccio.
Si era così formato uno spazio a forma di fuso allungato da nord a sud completamente circondato d'acqua sull'esterno e difeso da mura notevoli (un metro di spessore) sul lato ovest ove c'era il castello Cotta in forma rettangolare (m. 22 x 6,50) a torrione allungato con varie sale di identiche dimensioni, a ciascun piano, destinate agli armati ed al signorotto. Nell'angolo sud ovest all'altezza di quella che è oggi via XXV Aprile si sono ritrovati i resti di fondazione di un palazzotto addossato all'esterno ai muraglioni difensivi della braida. Forse era il maniero più antico, ma nessuna notizia storica ci aiuta a dare un nome a queste pietre. Esattamente dall'angolo dove trovavasi questo maniero e perpendicolarmente a corso Magenta, la cinta muraria proseguiva fino al palazzo di Leone da Perego e incontrava i muri di quello che oggi è il salone del cinema Ratti, ma che fu (prima di essere svuotato al suo interno) il palazzo nobiliare di Ottone Visconti anch'egli arcivescovo in Milano e successore, nel 1277, di Leone da Perego morto nel 1257. Entrambi i palazzi si affacciano su un cortile ancor oggi esistente, il quale attraverso una serie di passggi sfocia in corso Magenta, su quella che doveva essere la piazza d'armi all'interno delle mura difensive. Il portone d'accesso ai palazzi esiste ancora oggi e anche se i cartelli del Cinema Ratti ed il tempo lo hanno privato del suo primitivo splendore e degli stemmi affrescati, ci mostra tuttora la sobrietà e compostezza delle antiche costruzioni del 1200 - 1300 legnanese, in cotto e belle pietre angolari poste sia sugli spigoli degli edifici che nelle serraglie degli archi, alternate ai mattoni lunghi e sottili tipici di questa epoca. Uscendo dal portone arcivescovile su quella che oggi e via Magenta si trovava alla sinistra un passaggio tra gli edifici e le mura difensive, a forma di portone con la parte superiore ad arco che sosteneva dei vani di abitazione. Questo arco scomparso nel 1818 fungeva da vera e propria porta meridionale della città fortificata e la sua strada prendeva il nome di via Porta di Sotto e si allontanava verso il castello di S. Giorgio. Sulla facciata portava lo stemma di S. Carlo Borromeo che aveva ripreso l'uso di questa braida un poco dimenticata dopo gli anni di Ottone Visconti. Quest'ultimo, dopo Leone da Perego, doveva essere stato il vero artefice delle fortificazioni. Sopra il portone le stanze costituivano un vero e proprio passaggio coperto che metteva in comunicazione il Palazzo di Ottone Visconti (sala Ratti) con il castello dei Cotta, che era integrato ad ovest nei muraglioni e forse con quel maniero dell'XI o XII secolo che esisteva all'angolo sud ovest del quadrilatero difensivo. Del lato nord delle fortificazioni non sappiamo nulla in quanto nessuno scavo importante ha permesso di raggiungere la quota del terreno medioevale (circa metri 1,50 sotto l'attuale piano di piazza S. Magno).
 
 
Il Palazzo di Leone da Perego era ancora sostanzialmente integro nel 1883 (anche se nei secoli rimaneggiato) esso consisteva in una costruzione a due piani di pianta rettangolare con tetto a capanna misurante 33 metri di lunghezza per 10 di larghezza, alto metri 9,50. Era integralmente costruito in mattoni; infatti l'abilità dei fornaciai ereditata dai romani era tornata a fiorire dopo le parentesi barbariche. Possedeva molte finestre bifore con arco ogivale di facciata sempre ricavate con giochi di mattoni speciali sagomati e colonnine centrali in pietra, con davanzale e archetti superlon ricavati in un unico blocco di pietra. La finestra trifora che si vede oggi sopra il portale di ingresso della curia arcivescovile è un moderno tentativo di imitare lo stile duecentesco del palazzo arcivescovile e porta archetti in mattoni e non in pietra monolitica. Una delle finestre originali e invece stata trasportata intera a Milano, e ancora oggi ammirarla al museo civico completa sia di archi che di colonna centrale con il suo elegante capitello a foglie stilizzate. Il motivo di queste finestre ogivali si ritrova in seguito spesso ripetuto a Legnano fino alla metà del 1500. Particolarmente belle erano quelle, ora salvate solo in parte, appartenenti alla ex casa dei pittori Lampugnani in corso Garibaldi che hanno ritrovato collocazione in una facciata moderna edificata sul luogo ove esisteva l'antica casa.
Il palazzo arcivescovile era stato nei secoli trasformato e molte delle sue finestre sia ogivali sia a pieno tondo, nel 1800, risultavano gla murate e sostituite da piùl numerose e normali finestre rettangolari della fine del 1500. Nel suo interno i grandi e lineari saloni del 1250 erano stati frazionati con nuovi muri trasversali più ravvicinati e tutta la costruzione aveva perso la sontuosa semplicità iniziale. Alla testata sud era stata aggiunta una loggetta chiusa con i servizi a caduta sull'orto e sopra le finestre più grandi erano stati aggiunti dei tettucci per meglio riparare la facciata. Il cornicione medioevale infatti era di poco aggetto e formato da due file di mattoni sfalsati che sostenevano e coronavano una terza centrale posta di spigolo a formare motivo decorativo. Il tetto che da questo sporgeva appena, non era stato abitato fino alle trasformazioni del 1500, nelle quali si era visto aprire delle finestre appena sotto il cornicione stesso e nel timpano triangolare delle facciate. Il lato sud del palazzo era contiguo all'altro edificio della mensa arcivescovile ora sala cinematografica Ratti.
Si vede nei precisi rilievi ottocenteschi che i due edifici costituivano un tutt'uno prospettando sul lato est e sud del cortile interno della braida. Sul lato sud del palazzo di Leone da Perego si vede inoltre appena sopra alla suaccennata loggetta, il segno inequivocabile di una aggiunta trecentesca composta da un grande porticato anteriore alla facciata che prospetta sul cortile (a ovest). Questo porticato alzato fino al secondo piano è quello che si vede ancor oggi nella ricostruzione e funge da atrio d'ingresso per l'asilo delle suore di S. Magno.
Attualmente è strutturato con tre archi poggianti su colonne. Nell'angolo destro un antico scalone coperto portava ai piani superiori. I mattoni di facciata presentavano i classici buchi quadrati dei ponteggi antichi distanziati ogni due metri e mezzo in orizzontale ed ogni m. 1,50 in verticale. Nessuna decorazione ad affresco era presente. Probabilmente i saloni erano abbelliti solo con arazzi, stoffe e quadri.
Inoltre le notevoli trasformazioni interne avevano già fatto perdere gli intonaci medioevali nel 1500.
Anche gli affreschi che erano presenti sopra il portone d'ingresso nel 1885 e che vediamo in uno dei numerosi schizzi del maestro Pirovano (sulla destra un'effigie del santo, sulla sinistra lo stemma arcivescovile dei Borromei) sono andati perduti. Ci restano le due belle lapidi con gli stemmi viscontei, una all'interno, l'altra sulla facciata di corso Magenta, più arcaica la prima, più completa la seconda. Diversamente da quanto successe nei confronti del palazzo di Leone che fu completamente demolito e rifatto, indulgendo un po' troppo nella ricerca di ricostruzione di finestre bifore e nell'inserimento di pietre a concio tra i mattoni con tipica scelta di restauro - ricostruzione propria del secolo XIX, il palazzo di Ottone Visconti fu solo svuotato nel suo interno e vi furono rinvenuti dei pregevoli fregi affrescati.
Questi fregi con le raffigurazlonl delle quattro stagioni alternati agli stemmi di Ottone Visconti, ricchi di soggetti animali e puttini, non sono plu visibili poichè la decorazione neoclassica con cui tutto l'interno del maniero venne rifatto per ospitare la sala cinematografica Ratti, ha nascosto le antiche superfici.
L'esterno invece ha mantenuto i materiali antichi in pietra e cotto, è però scomparso l'antico passaggio coperto che passava sopra via Magenta e si è aggiunta una modifica per l'ingresso del cinema. Molte antiche trasformazioni del palazzo ottoniano furono dovute anche a S. Carlo Borromeo, il quale lo fece adibire a carcere per i sacerdoti.
Evidentemente in questa epoca l'Arcivescovado di Milano curava stabili, mulini e rendite terriere, senza peri, trasferirsi in Legnano come residenza saltuaria e tutti gli stabili medioevali persero le loro destinazioni originali. Resta comunque tutta l'antica cadenza dei volumi degli edifici, lo spazio quasi a chiostro dei cortili lastricati in pietra e il vialetto d'accesso che si diparte dal portale d'ingresso. L'antica via di Porta di Sotto, come abbiamo già accennato, si dirigeva verso il castello detto di S. Giorgio. Tale castello era però fuori dallo spazio fortificato e difeso dalla roggia fatta scavare da Leone da Perego; infatti questa iniziava e finiva fra due mulini sempre di proprietà arcivescovile. Il fossato era infatti stato scavato anche per meglio fornire d'acqua i mulini stessi. Il motivo della creazione della via Porta di Sotto era semplice; a sud lungo l'ultima biforcazione dell'Olona, l'arcivescovo possedeva da tempo immemorabile terreni ed anche degli edifici.
 
 
 

28.1.23 L-23

 
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Chiese ed oratori trecenteschi
 
 
Il triste destino subito da tutti i palazzi signorili della Legnano rinascimentale non tralasciò di accomunare alcune chiese ad una demolizione altrettanto miserevole.
Questa sorte toccò, principalmente alle chiese conventuali, le quali subirono le vicende degli ordini monastici stessi. Presenti nella Legnano medioevale e rinascimentale in gran numero le comunità religiose presero a scomparire dalla fine del 1500 in avanti.
Con loro persero di importanza anche i monasteri delle Clarisse (voluto dai Vismara), degli Umiliati di S. Erasmo, dei Frati Minori osservanti dell'antico convento di S. Angelo sorto già all'epoca di Leone da Perego; scomparve il convento di S. Caterina edificato lungo via Lampugnani a fianco della braida, il convento di S. Agnese presso l'attuale piazza 4 Novembre, il convento di S. Maria del Priorato, i cui ultimi resti furono demoliti nel 1963. Facendo un esame di tutti questi edifici si finirebbe per cadere in un discorso archeologico. Infatti di loro rimangono solo qualche foto ingiallita, tanti documenti di fondazione, compravendite, donazioni, e nei casi più fortunati qualche affresco strappato che ci riempie di stupore, vuoi per la testimonianza di un onorevole passato, vuoi per il messaggio culturale che ancora oggi è in grado di comunicarci.
Tutti questi conventi costruiti in sasso e mattoni erano dotati di un oratorio o chiesina annessa (spesso solo aule rettangolari di modeste dimensioni) che non sono sopravvissute al nostro secolo devastatore. Elenchiamo quindi solo a titolo di testimonianza: la chiesa di S. Maria del Priorato che ci ha lasciato un affresco con un ecce homo, dai cartigli ed alcuni conci scolpiti; la chiesa di S. Angelo, che vestì per molti Legnanesi importanti la funzione di ultima dimora e nella quale su affreschi molto antichi era effigiato il beato arcivescovo Leone da Perego; la chiesa di S. Agnese che, sopravvissuta al suo convento (in piazza 4 Novembre), era stata ai primi del 1400 sconsacrata ed adibita ad uso civile; la chiesa dell'Annunciata posta alla fine di via Corridoni e da lunghi anni in disuso prima della demolizione ed il cui convento era posto lungo il Sempione poco prima della casa Corio dotato di una piccola cappella priva di divisione tra pubblico ed officiante; la chiesa di S. Nazaro in Legnanello posta a fianco della località cosidetta La Morta, dove sono state rinvenute le tracce del cimitero dei Legnarellesi; la cappellina di S. Chiara nel convento donato dai Vismara (in corso Italia) ed una chiesa di S. Maria in Legnanello (forse una nuova denominazione per il S.Nazaro che per altro scompare dagli elenchi ufficiali delle chiese dopo il 1500) demolita nel 1940 e posta tra il Sempione e via Galvani.
Dobbiamo purtroppo per esigenze di brevità tralasciare la descrizione degli edifici scomparsi per i quali si rimanda il lettore ai preziosi scritti dell'ing. Guido Sutermeister pubblicati a cura della Società Arte e Storia di Legnano, continuando invece una descrizione dei monumenti rimastici ai quali in ordine d'importanza si deve anteporre a nostra basilica maggiore.
 
 
 
Certamente non paragonabili, per importanza architettonica ed opere d'arte contenute, alle più grandi chiese di S. Magno, S. Ambrogio, Santuario delle Grazie e chiesa di S. Maria nascente sul Sempione, molte piccole cappelle ed oratori della Legnano antica, sono riuscite a giungere integre a noi, nonostante l'assedio loro portato dalla città moderna in evoluzione.
In ordine di anzianità esse sono:
la chiesetta di S. Erasmo, la chiesa di S. Martino, l'oratorio di S. Bernardino, l'oratorio della Purificazione, l'oratorio della Ponzella, l'oratorio della cascina Mazzafame e l'oratorio della cascina Olmina.
Sono tutte aule rettangolari di poche pretese architettoniche. L'origine è in genere conventuale o si rifà all'ingrandimento di qualche cappellina sacra da lungo tempo preesistente sul luogo.
Vengono adibite come oratori conventuali o, più tardi (Ponzella  Mazzafame - Olmina) come piccole chiese legate ad un complesso rurale in cui si officia la domenica, per non sottoporre i fedeli a troppo lunghi trasferimenti. Le dimensioni oscillano tra i 6-8 metri di larghezza ed i 9-12 metri di lunghezza.
Sono coperte con soffitto piano di legno e solo verso la fine del 1700 furono dotate di piccola sagrestia o fu ampliato il campanile in precedenza costituito da un semplice muro con aperta una finestrella per la campana, sul tipo di quello che possedeva la chiesetta di S. Giorgio al castello di cui abbiamo precedentemente parlato.
Tra tutte la più antica come luogo di culto deve essere stata la chiesetta di S. Martino. Il fatto che sia legata al santo cui vengono dedicati molti mortorietti, che sorga sul luogo più prossimo al teatro delle ultime fasi della battaglia di Legnano, che sia stata usata come mortorietto fino alla fine del 1600, ci induce a ritenerla ingrandimento di una cappellina votiva del XII secolo. Essa è tuttavia stata rinnovata e la forma antica non traspare più dagli attuali muri. I materiali costruttivi di queste chiese sono il legno, il mattone, le tegole, le pavimentazioni in cotto; nessuna opera è in marmo, eccettuata la soglia; l'altare è fatto in muratura intonacata con alcune decorazioni in legno dipinto; anche le balaustre erano semplici recinzioni in legno.
Un bell'esempio di questo tipo di altare e balaustra in legno decorato era presente nella chiesetta del castello, come si vede ancora nelle fotografie, ma è stato stupidamente distrutto in affannose ricerche.
Alle finestre spesso non erano apposti serramenti, ma solo grate con una tenda. Grande semplicità quindi modestia di materiali. Le opere d'arte da loro contenute sono poche anche se talvolta importanti per la storia di Legnano.
In esse si coglie forse con più vigore la forza della fede dei Legnanesi antichi e ci si avvicina alla vera vita del borgo fatto non solo di nobiltà, ma da tanti agricoltori ed artigiani di gusti semplici e con un bilancio non sempre attivo da far quadrare.
Per maggior completezza del discorso facciamo seguire una serie di note riassuntive della storia di ciascuna delle citate chiesette con una breve descrizione.
 
 
Posto lungo il Sempione a fianco dell'ospedale di Legnano, questo piccolo oratorio (cubiti 14 x 33) è segnalato negli elenchi del 1300 lasciatici, come già accennato, dallo storico Bussero.
Esso era affiancato all'ospizio-convento di S. Erasmo fondato quasi certamente dal padre umiliato Bonvesin della Riva (morto nel 1313, il 5 gennaio).
Prima del grande ospedale-ospizio, di cui si è già parlato nella prima parte di questo libro, una stazione tenuta dai frati, costituiva un'importante struttura di asilo per i viandanti che percorrevano già nell'XI secolo, l'antica Strada Magna oggi Sempione.
Questa stazione assunse il compito della cura dei malati e dei vecchi con Bonvesin della Riva e fu quindi ingrandita e dotata, nel 1300, anche di una chiesetta con un altare dedicato a S. Margherita. Il complesso mantenne nei secoli fino al 1925, la funzione di ospedale e di orfanotrofio e ricovero per i vecchi.
Vi era infatti sulla facciata una finestra dotata di una bussola rotante nella quale, le donne, che non intendevano allevare i loro nati, di notte lasciavano i piccoli "esposti" perché le suore li crescessero con carità cristiana. Veniva data anche una certa quantità di vino e di pane alle partorienti, e questo uso era richiamato da un affresco vicino alla porta. La facciata dell'edificio duecentesca nelle forme architettoniche, era letteralmente costellata da affreschi aggiunti di volta in volta da donatori o viandanti. Formava un vero e proprio polittico di stili e colori.
Quando nel 1925 venne decisa la demolizione dell'edificio medioevale che ingombrava il Sempione e doveva essere rimodernato per divenire un più efficiente ricovero per anziani dotato di convenienti servizi, infermeria e mensa, fu incaricato il pittore Gersam Turri di strappare le affrescature più belle che sono ora custodite nel museo civico. Le altre vennero invece distrutte assieme ai muri. La chiesetta-oratorio posta sul fianco venne invece restaurata ed in parte rinnovata. All'edificio trecentesco, già rimodernato nel 1490 da Gian Rodolfo Vismara, vennero modificati i muri esterni, rifiniti in paramano e pietra, fu cambiata la facciata settecentesca in lesene di cemento con portale a timpano triangolare e la facciata stessa rifatta in mattoni fu adattata ad uno stile trecentesco un poco falso, con una lunetta sopra il portale ed un rosone cieco al centro della facciata "a capanna".
All'interno oggi troviamo uno degli affreschi strappati dalla facciata dell'ospedale, che testimonia le origini del monumento. Sull'altare è posto un bellissimo trittico donato da Gian Rodolfo Vismara nel 1492, rappresentante al centro la Madonna col Bambino che tiene in mano una rosa. Sulla sinistra un S. Erasmo e sulla destra S. Magno vescovo benedicente.
Nel 1930 spesso si fece per questa pala riferimento a Benvenuto Tisi detto "il Garofalo" che firmava i suoi quadri ponendo un garofano in basso a destra. Questa attribuzione è tuttavia azzardata, in quanto il Tisi non ebbe modo di dipingere nel Legnanese e secondariamente i fiori raffiguranti nel quadro sono tutte rose.
Per la composizione delle figure e per il cromatismo, quest'opera ben conservata, si inquadra molto bene nelle produzioni artistiche della Legnano di fine 1400. Potrebbe essere quindi ascrivibile al Cristoforo Lampugnani che dopo il Melchiorre aveva lavorato per i nobili legnanesi.
La cappella maggiore venne affrescata agli inizi del 1800 dal pittore legnanese Antonio Maria Turri.
Sulla facciata laterale nel 1925 è stata trasportata una lapide in granito con le date 1677 e 1927, alle quali si devono riferire eventuali lavori di ammodernamento.
 
 
Come già accennato, questa chiesina sorge più vicina, tra tutte, alla zona che vide le ultime fasi della battaglia di Legnano. Essa è posta quasi alla fine di via 29 Maggio sul bordo di quella discendenza del terreno che i Lombardi della Lega avevano scelto come ostacolo difensivo, per attaccare dall'alto il Barbarossa atteso da Castellanza in valle. Tale scoscesità era stata invece interpretata dai Tedeschi, giunti alle spalle dei Lombardi da Borsano, come un baluardo scelto dai nemici a mo' di impedimento per una propria ingloriosa fuga. lronia della sorte, una vera e propria scelta sbagliata aveva costretto gli Italiani a battersi come leoni per non morire ed aveva cambiato le sorti della battaglia stessa. La dedicazione della chiesina a S. Martino appare antica quanto la battaglia stessa.
La forma della chiesa è semplice, con un'aula rettangolare sulla quale, nel 1400, fu inserito un ampliamento. L'orientamento originale, nord-sud, venne così modificato col trasporto della facciata ad ovest. La chiesa è dotata di una piccola sagrestia con una bella volta a crociera e da un'auletta laterale che doveva costituire locale per riunioni in occasione delle processioni agricole.
Il padre prevosto Pozzo la definisce: chiesa campestre posta fra le vigne tra S. Angelo et la Castellanza, et per quello si vede dalle scritte antiche fu sempre con il nome di Chiericato, et è antichissima come dalle pitture, et fabrica si vede.
Nel 1700 vennero chiuse le aperture a lato della navata principale che consentivano di vedere l'interno del mortorietto e furono dotate di serramenti anche le due finestrelle quadrate della facciata.
Venne infine costruito un campaniletto con una bella cornice mossa sopra la cella campanaria.
Nel 1977, grazie all'interessamento della contrada di S. Martino, guidata da Sandro Gregori, la chiesetta è stata restaurata con una nuova pavimentazione (la primitiva era in cotto), si è provveduto a rivedere la copertura, a pulire gli affreschi, a porre una vetrata artistica nella finestra di facciata, opera di Roberto Maria Mascheroni. E' invece l'artista libanese Elbacha l'autore di un grande mosaico policromo eseguito, sempre con i temi della battaglia di Legnano e della contrada, come pavimentazione marmorea del sagrato della chiesina.
L'antica strada che passava davanti a questa, giungeva un poco più a nord vicino alla cosidetta via del Confinante (via Dandolo) ove si trova una seconda chiesina ancor più antica, detta di S. Giorgio.
In questa si trovano affreschi databili agli inizi del 1300.
Nel suo intorno furono seppelliti molti morti e soldati (forse anche quelli della battaglia, a giudizio di Sutermeister).
Tutta la zona detta in Galvagno (ricordiamo i reperti romani) dovette dunque per secoli costituire un importante nucleo della Legnano più antica. Nella chiesina di S. Martino, ci ricorda il maestro Pirovano, un Joannes Lampugnanus dipinse una bella deposizione con la Madonna e le Pie Donne, di sapore mantegnesco, attorno al 1480.
 
 
La terza e più recente (stando agli elenchi delle visitazioni di San Carlo - 1580)  delle piccole chiese di Legnano e' ubicata presso la cascina San bernardino a sud-ovest della città, alla fine di via Liguria via Delle Palme.
E' un piccolissimo oratorio (cubiti 8 x 15), in cui si venera un affresco raffigurante la Madonna, edificato a ricordo delle prediche di S. Bernardino nel convento di S. Angelo, nell'anno 1444.
Il prevosto Pozzo ci dice che era più antica, e nell'anno 1642 fu intrapreso l'uso di celebrare la festa di S. Bernardino, il 20 maggio. L'autore racconta anche l'aneddoto riguardante un malvagio che, passando, ruppe con un'archibugiata, la campana, ma colpito da mala sorte dovette rendere l'anima otto giorni dopo per morte violenta. Subito dopo, la chiesa venne messa a posto da padre Gervaso Crivello e venne per lunghi anni officiata.
Nel 1800 vi si fecero dei lavori e il venerato affresco con la Madonna, il Bambino, e S. Bernardino, fu restaurato in quanto presentava una grave spaccatura dovuta alla caduta di un fulmine sulla chiesetta.
In quella occasione per riparare tutta la costruzione stessa furono abbattute le due ali di muro a fianco dell'affresco e venne ricreato un arco con due porte laterali le quali portavano in una cappella absidale semicircolare aggiunta come coro all'oratorietto.
A proposito dell'affresco  occorre ricordare un fatto curioso, nel 1940 esso fu attribuito dall'ing. Guido Sutermeister a Daniele Crespi detto "il Cerano".
Tale denominazione sempre ripetuta senza osservare il dipinto, ha portato alla comune nomea di "affresco del Cerano. Nel 1970 in occasione della visita da parte del Sovrintendente alle Gallerie di Milano, questa attribuzione fu esclusa, infatti il Cerano era molto più grandioso nel suoi dipinti, inoltre, mentre il suo modo di ritrarre S. Carlo riproduce sempre il naso adunco originale del Borromeo (lui lo conosceva in vita), il ritratto presente in questa chiesina porta un naso, di grandi dimensioni, ma diritto, esattamente come lo voleva la moda pittorica del 1600. La chiesina inoltre era sotto il patrocinio dei Lampugnani e lo dimostra lo stemma gentilizio sull'acquasantiera all'ingresso. Quando alla fine del 1700 si pose mano alle riparazioni dei danni causati dal fulmine, l'affresco fu ritagliato e coperto da una cornice lignea con lesene e capitelli che sorreggono una trabeazione a mo' di iconostasi sormontata da due angioli.
In questo modo fu rovinato e scomparve il cartiglio con la firma dell'autore. Questo si nota invece presente su un disegno del 1700 che riporta (due volte) la scritta Fancicus Lampugnanus fecit 1644. Con questa dedica cadono tutti i dubbi circa lo stile dell'opera che è proprio attinente a quello dei fratelli Lampugnani soprattutto paragonandolo alla Pala d'Altare di S. Ambrogio. Ed è anche più logico che anticamente i nobili Lampugnani facessero lavorare i loro rinomati artisti, invece di chiamare un concorrente da Milano. Tanto più che stando alle lettere del Perracino al Cardinal Sfondrati, egli testualmente dice essere una cosa più fantastica che reale il pensare di poter dare incarichi per pitture private al Procaccini od al Cerano che erano oberati di lavoro per gli enti ecclesiastici più importanti. Questo ovviamente ci allontana ancor di più dall'oratorio di S. Bernardino.
Sempre nel 1800 la chiesina fu arricchita di una piccola sagrestia sul lato sinistro, a fianco della torricella del campanile. Al suo interno il pittore Antonio Maria Turri eseguì gli affreschi recentemente scoperti dopo l'ultimo restauro degli anni Settanta.
In questa occasione l'intervento della Contrada di S. Bernardino ha permesso di restituire salute fisica al tetto pericolante, ai pavimenti ed ai muri della chiesa.
L'affresco venerato è stato spostato in fondo all'abside e l'interno della chiesina è divenuto più grande per l'afflusso dei fedeli, essendo state modificate le balaustre.
 
 
Legnanello fin dal 700 d.C. era stata una frazione staccata di Legnano; aveva, già nel 1300, tre chiese.
La prima che abbiamo già visto era quella di S. Erasmo; la seconda era la chiesetta di S. Stefano che però, sorgeva presso S. Vittore Olona, e quindi è edificio più classificabile come non legnanese, la terza era la chiesa di S. Maria o dell'Annunciazione che l'ing. Sutermeister individua presso la località La Morta, lungo il Sempione e che, con ogni probabilità, era dedicata prima ad un S. Nazaro poi scomparso come titolazione dell'altare.
Quest'ultima chiesetta non compare più negli elenchi ufficiali delle chiese, già nel 1530. In sua vece, nei cataloghi, comparirà, 17 anni dopo, un piccolo oratorio presso il convento delle Canossiane della Barbara Melzi che, assumendo il nome di S. Maria della Purificazione, fungerà da chiesa parrocchiale per la frazione di Legnanello fino al 1902, quando verrà poi eretta la basilica in stile neoromanico del Redentore.
La vecchia chiesina di S. Maria tuttavia rimase in piedi (forse sconsacrata) fino al 1940, anno in cui venne allargato il Sempione e l'angolo di via Galvani vide scomparire l'edificio che all'esterno presentava foggie secentesche.
La chiesina della Purificazione benché strutturata con un semplice oratorio privato, è tuttavia molto aggraziata nelle forme.
In facciata presenta un bel portico con quattro colonne portanti degli archi coperti da un tettuccio a capanna.
Il rimanente frontone è decorato con due finestre rotonde circondate da festoni in stucco con fiori e frutta. Al centro una più severa finestra rettangolare dona luce alla navata interna. Questa è unica e rettangolare, terminante con un'abside. Nel presbiterio si trovano pregevoli affreschi dei pittori Lampugnani Francesco e Giovanni Battista.
Attualmente viene usata come cappella privata dall'istituto delle suore Canossiane con la cancellata posta sull'esterno a filo del colonnato sempre chiusa.
Sul suo sagrato, fino alla fine del 1800, si tenne la caratteristica festa legnanese del "Caru mi caru ti"  il giorno 2 febbraio di ogni anno.
Con la creazione della nuova chiesa parrocchiale l'uso fu trasferito in piazza Redentore.
 
 
 
 
 
 

28.1.24 L-24

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Chiesa di Sant'Ambrogio
 
Questa chiesa, ora in triste abbandono, può, dirsi sicuramente l'edificio con le origini più antiche ancora esistente nell'attuale città di Legnano. Il primo tentativo di datazione dell'edificio fu fatto da un modesto cultore di storia locale nel 1800, il quale non sapendo in che modo collocarne la nascita assimilò il S. Ambrogio di Legnano a quello sorto nel 1339 in Parabiago dopo la sanguinosa battaglia colà tenutasi.
Tuttavia il Pirovano ignorava la presenza in Legnano di fondi del Capitolo di S. Ambrogio fin dal 800 d.C. e parimenti non era a conoscenza di documenti antichi sia in Milano che in Legnano, nonchè delle tradizioni popolari e canoniche che assegnano alla primitiva parte della chiesa di S. Ambrogio di Legnano il compito di fungere da tomba nascosta per l'Arcivescovo Leone da Perego. Questo fatto sposta la datazione dell'edificio a prima dell'anno 1257.
Vediamo ora di andare a scoprire nel suo angolo ancora silenzioso questa testimonianza della nostra cultura lombarda.
Per raggiungerla si percorre la piazza S. Magno, corso Magenta ed a destra via Giulini. Le strade sono strette ed antiche, le case a due piani si susseguono una attaccata all'altra ed ecco in via S. Ambrogio come uno spazio triangolare con gradini con gradini consumati dal tempo che ci portano al portico della chiesa.
Lo spazio, in cui la chiesa è collocata, ci sembra piccolo ma è il suo, quello vero antico e mai modificato da secoli, più precisamente dal 1500 quando essa venne ampliata la prima volta. Ma quando è stata costruita? Si può rispondere a questa domanda in due modi entrambi validi, ma entrambi non facilmente dimostrabili. La sua storia è profondamente legata alle origini di Legnano stessa. Dobbiamo risalire, aiutati dai documenti storici, alla metà del 1200.
Legnano a quell'epoca era ancora divisa da Legnanello ed il borgo si sviluppava attorno alla Braida Arcivescovile; infatti abbiamo visto che l'edificio più bello e tuttora conservato con le funzioni di asilo serviva come sede estiva per l'arcivescovo di Milano. In particolare il pio padre francescano Leone dei valvassori da Perego, salito sul trono episcopale che fu di S. Ambrogio, S. Galdino e di Ariberto, il 15 giugno del 1241, soleva spesso sostare presso Legnano nel palazzo che si dice da lui edificato, vuoi per sottrarsi all'afa di Milano, vuoi per servirsi di un più sicuro rifugio dati gli innumerevoli colpi di scena del quadro politico, che tormentavano la vita dei milanesi di allora. Il padre francescano Seveso ci propone un racconto storico, sfrondato dalle invenzioni fantastiche. "Bisogna rammentare, che l'Arcivescovo di Milano, nel duecento, era ancora ritenuto nel diritto pubblico capo anche dell'ordine politico ed amministrativo. A conservare questa prerogativa sostennero lotte gli Arcivescovi Settala e Rizzoli. Leone da Perego tenne sempre alto ilprestigio della Metropoli lombarda. In certe posizioni oscillanti seppe sopire i partiti e mantenere l'unione. Egli era amato e tenuto in grande considerazione a Milano e fuori. Dagli avversari era temuto perche' teneva fronte ai partiti sovversivi. Egli aveva preservato la chiesa dalle irruzioni eretiche, con i suoi suffraganei, strenuo esecutore delle direttive pontificie, aveva sempre zelato la dignità del suo clero e conservato lo splendore della liturgia ambrosiana. Negli ultimi anni del suo pontificato, Milano sotto il podestà Manfredo Lanza (1233 1256) si mantenne in tranquillità. Fu durante il regime di Emanuele Maggi, succeduto al Lanza, che scoppiarono dissidi fra i nobili ed i popolani, e questi capitanati da Martino della Torre e quelli da Paolo Soresina. Il Perego sedò il furore, commettendo all'Abate di Chiaravalle, al generale degli Umiliati ed ai superiori dei Francescani e dei Domenicani di riconciliare gli animi. Così Milano ritornò in un sol regime nella persona di Enrico Sacco. Però la riconciliazione durò poco. Nell'anno seguente  (1257) scoppiò una fortissima rivoluzione che travolse tutti. I popolani sotto il pretesto di voler vendicato il sangue di Guglielmo Salvi, ucciso dal nobile Guglielmo di Landriano, guidati da Martino Della Torre si scagliarono furibondi contro i nobili, non risparmiando neppure l'Arcivescovo e gli ordinari (canonici) cacciodoli dalla città e predando le loro case. (Ragione ciò era il fatto che legalmente un nobile che aveva ucciso un popolano poteva pagare lire sette de Terzoli e dodici denari ed andarsene libero. Questo era il caso di Guglielmo di Landriano che dovendo una grossa somma al popolano Salvi aveva preferito ucciderlo e pagare molto meno ai giudici).
Leone da Perego si difese energicamente e da Castel Seprio, ove si era ritirato, coi nobili ed i valvassori respinse i popolani del Della Torre. Indi l'Arcivescovo, ad evitare la lotta cruenta, si rifugiò a Varese, accolto trionfalmente, e di lui con la sua corte si recò a Legnano nel Palazzo episcopale nei pressi della vetusta Chiesa di S. Salvatore. Le città alleate accorsero tosto a salvare la posizione dell'Arcivescovo, e per ammansire i popolazioni si stabilì la tregua, alla quale vennero invitati Francescani e Domenicati. Intanto si rappaccificavano gli animi. Ma l'Arcivescovo affranto dalle fatiche, venne colpito, come scrisse il Corio, da febbre maligna che lo trasse al sepolcro il 14 ottobre 1257. Il Pio Arcivescovo morì in fama di santità pienamente riconciliato coi popolani, ai quali sempre dimostrò la magnanimità del suo animo buono e popolare".
Su questa riconciliazione però, pesano molti dubbi in quanto è solo indicata nei documenti francescani (ordine di apparenza del Perego) mentre tutti o quasi tutti gli altri scrittori antichi dicono che era fuggiasco da Milano e inviso a molti.
Proprio la morte di Leone da Perego che ci porta per la prima volta il ricordo di S. Ambrogio e alla rocambolesca vicenda di una sepoltura che in esso era indicata. Infatti lo storico Padre Pozzo di Legnano nel 1650 scriveva che facendosi dei lavori di ricostruzione nella antica chiesa di S. Ambrogio "fu trovato il corpo di questo Arcivescovo Leone sotto un volto nel muro poco elevato da terra tutto intiero in un grosso tronco di arbore escavato a modo di culla et scrivendo questo viveano per sorte che attestavano haverlo veduto. Venne ciò a notitia di S. Carlo vivendo qual si trovò una sera in Legnano, et riconosciuto il tutto la mattina immediatamente seguente non si vide nè l'Arcivescovo vivo nè il morto. Correva voce che questo fosse riposto in S. Magno, et l'anno 1638 nel mese di Maggio dovendo venir alla visita l'Emm. mo Monti Cardinale, et Arcivescovo alla visita di Legnano, et sua pieve si fecero riparar alcuni lochi nella medesima chiesa di S. Magno, et si fece diligenza in particolar nel loco ove correva voce esser stato riposto, et non si trovò inditio alcuno, ne  sin qui si è potuto saper ove sia stato riposto. Questo Arcivescovo Leone era in grande stima p. a. fosse assunto alla sede Archieple, come anco dopo, ma nata la discordia fra la nobiltà et plebe della città di Milano. Leone adherendo alla nobiltà et con quella vivendo, venne a scemare alquanto il buon nome che havea, et massime venendo con l'arme a Varese, à Castel Seprio. Hanno alcuni detto che male vixit".
Dunque se il Pozzo ha ragione la chiesa di S. Ambrogio deve esistere già nel 1263 anno in cui lui asserisce essere morto Leone. Ma altri storici ben più vicini ai fatti occorsi assegnano la data di morte all'anno 1257. Ma allora se la data del Pozzo è errata è forse errato anche il nome della chiesa? Rimane un mistero. Infatti controllando gli elenchi sappiamo che  "Oltre a S. Salvatore vi erano certamente altre chiese nel borgo e nei pressi di esso: abbiamo su questo argomento due fonti principali: il - Liber notitiae Sanctorum Mediolani - attribuito a Goffredo da Bussero, risalente all'incirca al 1304 e la raccolta - Notitiae cleri Mediolanensis - del 1389. Nel primo è indicato oltre alla chiesa di S. Salvatore, la chiesa di S.Agnese, che era situata, come abbiamo già visto all'incirca presso l'attuale Banca di Legnano che fu distrutta all'epoca della costruzione di S. Magno, di essa restava in piedi, nell'800, una parete decorata con un affresco rappresentante la Vergine con alcuni Santi cui era unito uno stemma Vismara: ciò, ha fatto supporre che la chiesa sia diventata un oratorio privato di questa famiglia che andò a stabilirsi presso di essa.
Nel predetto elenco compare una chiesa di S. Martino, chiesa campestre che si trova nel punto in cui si congiungono le attuali via S. Martino e Bellingera. La costruzione presente risale però, al secolo XV e deve essere quindi stata eretta sulle rovine di una cappella preesistente. Le altre chiese qui indicate sono ancora quella di S. Maria, probabilmente collegata ad un monastero di Umiliati e quella di S. Nazaro che però era a quell'epoca già scomparsa, come pure la cappelletta di S. Tommaso. Nell'altro documento del 1389 le chiese indicate sono le stesse, fatte eccezione per la chiesa di S. Agnese, che non compare più, essendo forse fuori culto, e per quella di S. Ambrogio, che compare qui, a quanto ci risulta, per la prima volta: vale a dire sarebbe stata costruita nel corso del secolo XIV e non potrebbe perciò, avere accolto il corpo di Leone da Perego morto nel 1257.
Il problema della sepoltura dell'Arcivescovo resta quindi tuttora aperto, a meno che non si ammetta una traslazione della Chiesa di S. Salvatore a quella di S. Ambrogio" (Marina Cattaneo - Legnano nel Medioevo - Legnano 1975). Ciò sposterebbe la data di circa un secolo. Nel catalogo beroldiano contemporaneo al Perego si dice che egli fu sepolto in S. Salvatore di Legnano, bandito dal popolo milanese. Lo storico Galvano Fiamma aggiunge che venne seppellito Viliter - senza onori fuori dalla porta della chiesa. Queste considerazioni ci fanno ricordare il ritrovamento di S. Ambrogio, tanto più che a lato sud della chiesa si sono ritrovate, nel 1900 e nel 1935 anche altre tombe di epoca cristiana le quali indicano S. Ambrogio stessa come luogo di inumazione. Che fosse realmente Leone da Perego sepolto nella chiesa maggiore (?) del Borgo di Legnano dal titolo di S. Ambrogio, eletta dallo stesso ancor vivente per suo sepolcro, come ci dice nel 1733 Padre Pietro Nicolò Buonavilla (?). Nulla è certo come certo non è che non errino coloro che indicano il primitivo sepolcro in S. Salvatore spesso citato perchè vicino al Palazzo Arcivescovile ed unica chiesa conosciuta di Legnano e solo successiva la traslazione in S. Ambrogio.
In ogni caso è strano che se la traslazione del 1500 era provvisoria, si sia dimenticato il corpo per tanti anni e senza un segno di riconoscimento. L'ipotesi esatta ed attinente a quel Viliter della sepoltura ci porta ad un angolo nascosto di S. Ambrogio e solo a quello rivolto a sud e verso il cimitero esterno dentro un muro grosso e antico. La chiesa nel suo aspetto attuale non ci rivela le sue origini. Quando nacque (1250 o 1350) era solo una piccola aula, forse la cappellina dedicata a S. Tommaso che, come è successo a quasi tutte le chiesine di Legnano, venne poi riedificata mantenendo un altare o un affresco venerato al suo interno (S. Bernardino - Le Grazie - S. Martino - La Madonnina ecc.). Nel caso di S. Ambrogio non vi è più traccia di tale affresco o altare in quanto tutta la chiesa è stata rigirata e rifatta. I primi documenti che ne forniscono una descrizione appartengono agli atti delle visite pastorali dei due grandi Borromeo, San Carlo e Federico. Cito direttamente le ricerche dello storico Mons. Giuseppe Galli. "Nel 1566 Ecclesiae cappellae sanct Ambrosii loci Legnani est valde antiqua et in parte immin ruinam ...sine caelo (soffitto) cum campartili et campana " viene  dato ordine: "Fiat caelum saltem ligneum; reficiatur campana: Claudatur de nocte, et imponatur portae et ostio vectes fortes et imponatur onus alicui claudendi illam de nocte et mane reserandi". Dunque, nel 1566, la chiesa era ancora cadente, non aveva nè volta nè soffitto, e neppure una qualche cosa per cui potesse chiudersi di notte. Non era certo stata ricostruita in quel tempo. La chiesa misurava cubiti quattordici di larghezza e cubiti ventiquattro di lunghezza (cubito 0,44 m. = 6,21 x 10,64) e venne chiamata cappella di S. Ambrogio. quasi in stato di abbandono e senza arredi ed ha sulla parte sud un porticato ad archi che viene indicato da chiudere. Se il tetto è in rovina, significa che come chiesa era alquanto disattesa, tal quale capita alle chiesette cimiteriali una volta che il morto non ha più posto nella memoria dei Legnanesi, tanto più che sulla tomba non ci sono lapidi ad indicarlo. Proprio durante detti lavori di chiusura viene scoperta la tomba di Leone da Perego. Cerchiamo di capire quale forma avesse la primitiva chiesina denominata cappella di S. Ambrogio in Legnano. Essa si chiarisce, rileggendo le note delle visite pastorali compiute sotto S. Carlo Borromeo. E' doveroso ricordare come questo Santo, salito alla cattedra arcivescovile in un periodo molto difficile politicamente ed economicamente per la Lombardia, grazie al suo carattere, fosse intransigente verso ogni forma di clientelismo, di corruzione, di malgoverno.
Avendo egli trovato anche molto disordine nell'organizzazione della chiesa aveva emanato tutta una serie di prescrizioni riguardanti la dottrina, il culto ed anche gli edifici di culto stessi. Lo strumento principale da lui usato perché queste disposizioni contenute in un suo libro dal titolo De Fabrica Ecclesiae venissero applicate, era costituito dalle visite pastorali frequenti, con ordini perentori, con minacce ai trasgressori con imposizioni di multe  o di chiudere al culto le chiese o i conventi dei canonici che non avessero ottemperato ai suoi ordini.
Infatti aveva rinnovato anche per S. Ambrogio gli ordini del 1570 aggiungendo "  si provvega di una pietra sacra la quale se inserischi nella mensa dell'altare. Si murino gli archi fino alla cima et il spatio resterà dentro d'essi archi si accomodi per sacristia et altri servitii della scola. La chiesa tutta si repari et orni et principalmente la cappella maggiore quando si potrà. Il suolo della cappella si facci uguale al pavimento della chiesa et se li facci la sua bradella condecente. Li scolari della confraternita della pertitenza ai quali havevamo concesso et applicato come ex nunc, li concediamo detta chiesa, osservino le Regole d'essa Confraternita descritte nell'erezione d'essa scuola da noi fatta. Ordeniamo al Curato di Lignano al quale se ritrovano uniti da noi li redditi di questa chiesa venghi a celebrar la Messa quale in virtù della detta unione doveva ogni settimana celebrare in la parrocchiale, e ciò farsi subito dopo che li scolari haverano hornato la chiesa e provisto de paramenti conveniente per la celebratione della Messa.
Li suddetti scolari, caso che prete Laurentio de Sabbio capellano della chiesa di S. Maria de Arconate non li paghi li scudi XII d'oro in oro quali fra un mese doppo il giorno della visita doveva pagare conforme alla ordinatione da noi contro de lui fatta, vengano da noi che li provvederemo "
I Legnanesi ligi a tante ulteriori prescrizioni diedero immediatamente mano alle opere tanto che nella visitazione del 28 gennaio 1580 si legge: Arch. Cur. Arciv. Sez. X - Vol. VI fasc. 6 (visita pastorale) Legnano 1580 addi 28 Gennaio - Ordinationes nella Chiesa di S. Ambrosio de Disciplinti.  L'altare s 'accomodi col telaio e sollevi almeno de una oncia e mezza. Si faccia a una finestrella nelli archi alla forma. La lampada si reporti fuor delli cancelli. Sopra l'altare se vi faccia un baldacchino e questi decente et in essa chiesa nnz si celebri sintanto che sarà accomodato detto baldacchino sopra l'altare". La troppa fretta evidentemente li aveva portati a murare del tutto gli archi senza più lasciare entrare luce nella cappella maggiore.
La forma della chiesa evidentemente comincia ad essere più chiara grazie alla descrizione del 1582 (dal latino) .
"La chiesa di S. Ambrogio nel predetto borgo di Legnano è stata da poco riparata dagli scolari qui preposti ad usare le dodici monete d'oro provenienti dalla multa imposta dall'arcivescovo illustrissimo al parroco di Arconate. La chiesa ha un unico altare ad occidente, vi sono una pietra sacra, la croce e candelabri, paramenti, il paliotto ed una tabella per l'esposizione dei documenti secondo il rito romano. Nel quadro in cui si vedono la Madonna - S. Ambrogio e S. Agostino, il volto della Madonna è rovinato, la mantovana di cuoio è stata dorata e la predella restaurata alzata di un gradino, e da cancelli di legno è stata circondata. Il quadro è proprio contro la parete che si trova tra il campanile sporgente nell'interno della chiesa e la parete a fianco dell'altare. Vi è pure una finestrella nella quale una volta si conservava il S.S. Sacramento. La chiesa è formata da una sola navata con il soffitto formato da assi, tuttavia essa non fu consacrata con i segni di consacrazione causa le pareti intonacate grossolanamente ed il pavimento che non era ben lastricato. Prima, la chiesa stessa era suddivisa in due navate, ma la navata a Sud da poco tempo separata, si rivela molto più grande di quella laterale come appare anche dalle pareti rustiche sotto gli archi della chiesa che sono stati chiusi ed attraverso i quali si passava da una navata all'altra, tanto più che su questa navata a Sud è stata ricavata nella parte superiore la scuola destinata al coro dei Disciplini, costituito come già scritto come decreto dell'anno 1570. La porta era ad Est, una finestra con una grata di ferro ed una tenda sul lato Nord. Una porta a Sud attraverso la quale si accede alla predetta navata Sud. Nella stessa chiesa sopra la porta maggiore vi è un coro pensile in legno per i disciplini. Ci sono infisse alle pareti due acqua santiere, vi sono le bradelle per le donne. Il campanile a Nord è quadrato e molto alto con una campana, la sua porta è senza serramento. Nei giorni di festa in questa chiesa si insegna con una scuola mariana la Dottrina Cristiana."
Seguono quindi le prescrizioni del cardinale.
"Nella predetta chiesa di S. Ambrogio si ridipinga la parte della icona dove la Beata Vergine Maria è rovinata. Si chiuda entro otto giorni il piccolo vano nella parete a lato dell'altare. Si intonichino le pareti rustiche e si dia loro una imbiancatura. Vengano immediatamente tolte da questa e dalle altre chiese le "Bradellae mulieribus", fra un giorno pena la sospensione delle celebrazioni fino a che non saranno tolte, nè le si mettano nelle chiese se non comuni e con la forma (prescritta). L'altare ha un palio ed una pianeta di lana (cambellotto) bianca con gli ornamenti delle reliquie. E' stata posta sopra una porta alla apertura del campanile. Che il sacerdote Battista Crespi celebri una volta alla settimana nella chiesa come prescritto da noi nel 1570. Nè ad alcun ordine religioso senza licenza scritta venga permesso di celebrare in detta chiesa". Orbene, se prima le idee circa l'aspetto della chiesa erano confuse ora siamo di fronte ad una notevole quantità di rivelazioni. La più importante tra le quali è fuori da ogni dubbio quella riguardante la definizione Alias praedicta ecclesia erat in duas naves distincta. Una chiesa a due navate! Sicuramente una simile tipologia di edifici è qui da noi sconosciuta, a meno di non risalire alle costruzioni alto medioevali, nelle quali spesso ad un primo impianto di navata unica si univa una seconda navata per ampliamento. In ogni caso dalla descrizione emerge una situazione precisa La chiesa è cadente, un soffitto di assi, aperta su un lato che confina con una specie di porticato ad archi aperto e molto elevato.
Sul fianco nord si inserisce un campanile molto alto, anzi troppo alto per una cappellina di soli 6 x 10 mq. La parete sud ancora aperta lascia vedere un dislivello tra il pavimento ed il piano di questa specie di porticato .
Questa situazione di abbandono e le incongruenze architettoniche inducono con immediatezza a formulare un'ipotesi (affascinante quanto non dimostrabile, in assenza di una ricerca degli antichi muri e pavimenti sepolti sotto l'edificio che vedremo sarà poi rifatto nel 1590 circa) legata ancora alla storia dell'arcivescovo Leone da Perego. L'insistenza con la quale i documenti dicono che fu sepolto Viliter e fuori dalla porta della chiesa fa escludere come luogo di inumazione S. Salvatore, tanto più che la scoperta del suo corpo in S. Ambrogio fa scalpore anche in antico, quando cioè la memoria collettiva della società era più vigile che non ai giorni nostri. Se leghiamo questi fatti alla strana forma descritta per la chiesa primitiva viene da pensare che S. Ambrogio fosse solo l'inizio di una costruzione più importante, voluta sempre da Leone da Perego, il quale intendendo non idonea la vecchia chiesa di S. Salvatore (che verrà distrutta da altri per il medesimo motivo) pensava di creare a Legnano una sua basilica. Purtroppo la sua morte prematura e le inimicizie che si era attirato fecero molto probabilmente cessare ogni lavoro attorno alla chiesa, e la porzione della stessa ormai eretta venne usata come nascondiglio per il suo corpo. La chiesa era probabilmente sconosciuta ai compilatori degli antichi elenchi ufficiali, semplicemente perché non era stata ancora in gran parte costruita. Ma in Legnano una tacita venerazione esisteva per l'arcivescovo morto: lo dimostrano due cose. In Legnano esisteva una chiesa francescana a titolo S. Angelo. Padre (Burocco) Giuseppe Bernardino de Modoetia, in un manoscritto della Capitolare di Monza, dice che il primo dei sette altari sulla destra dell'ingresso è dedicato a S. Giuseppe, e su di essi si vedono dipinte parecchie immagini di nostri (del suo ordine) beati, e principalmente quella del Beato Leone da Perego arcivescovo di Milano con sotto la scritta che esso giace nella chiesa di S. Ambrogio di Legnano, e l'effige porta i raggi (della santità) attorno al capo. Anche le ricerche dello storico prof. Giuseppe Galli lo confermano. "La stessa pittura che il Burocco descrive con un latino piuttosto alla buona, fu vista anche dal Giulini che ne parla nelle sue Memorie .
Egli osservò: <<Sopra un pilastro entrando a mano destra la di lui (Leone da Perego) immagine coi raggi intorno al capo, e col titolo di beato aggiunto al nome, ed anzi, accurato osservatore qual era, nota che il 'B' preposto al nome di Fra Leone, era stato dapprima scassato e ricostruito. Anche l'estensore dei risultati della visita pastorale del card. Pozzobonelli, che avvenne nella seconda metà del secolo XVIII, (1761) vide lo stesso dipinto, e ne parla descrivendo la chiesetta di Sant Ambrogio: "In hoc oratorio S.Ambrosio sacro olim tumulatum fuisse cadaver quondam Leonis de Perego Archiepiscopi Mediolanensis, nec unz communis antiquissima fama est, sed etiam clare comprobatur tum ex vetustissima inscriptione sita sub fenestra capellae sub titulo S. Joseph in Ecclesia fratrum Minorum  Observatiae huius oppidi Legnani".
Che il dipinto fosse antico, e certo non posteriore alla metà circa del sec. XVI, lo attesta il Giulini, il quale afferma che i caratteri dell'iscrizione erano più antichi di quelli in uso all'epoca di S. Carlo. Come prova della sepoltura in S. Ambrogio, e non nella chiesa del Salvatore, l'estensore del resoconto della visita pastorale citata porta la antiqua fama.
Queste parole non sono un semplice accenno e tal fama in Legnano doveva esservi, ne è la prova un brano che tolgo da una minuta della visita eseguita nel 1566, la prima fatta a Legnano per ordine di S. Carlo: "Inter bonza autem quae Legnani sita sunt adest antiqua domus vetusta ac quasi diruta, non procul ab ecclesia, quam incolae Archiepiscopatum vulgo  dicunt, asseruntque copertum asse historiis ex antiquis annalibus. Mediolanenses Archiepiscopos ibi certo anzi tempore habitare consuevise, inter quos quondam nominatum Leonem da Perego ibi extremum diem obiisse, ibique sepultum, acilicet in ecclesia parva divi Ambrozii, sed postea translatum ad ecclesiam divi magni". V'era dunque in Legnano, nel sec. XVI ,  una tradizione che diceva Leone da Perego sepolto non nella chiesa del Salvatore, ma in S. Ambrogio, piccola chiesa, ed oratorio del borgo. E, aggiungiamo subito, questa tradizione aveva avuto la conferma nel fatto indubbio, che in S. Ambrogio ne era stato trovato il cadavere, e di là traslato in S. Magno, ossia nella chiesa che nel primo decennio circa del secolo XVI (1504-1513) era stata ricostruita sull'area dell'antica chiesa del S. Salvatore.
Che dire allora della affermazione del catalogo beroldiano, del Papini, del Pizzolpasso, e dell'altro catalogo ambrosiano? Certo concilia ogni cosa una primitiva traslazione da S. Salvatore in S. Ambrogio: l'epoca si potrebbe facilmente precisare; quando cioè fu demolita la chiesa del S. Salvatore prima del 1504.
Tale è l'opinione di un moderno cultore di memorie storiche legnanesi.
Non vi è però nessun documento storico che parli di questa prima rimozione. Anzi, pochi decenni dopo, come lo prova il brano riferito alla visita pastorale, si ritiene in Legnano che il luogo della prima sepoltura fosse S. Ambrogio e di lì traslato in S.Magno .
E' possibile che in così poco tempo si sia perduta la memoria del primitivo luogo di deposizione? Perchè, sia da quanto accenna la visita pastorale del 1566, sia pure ancora, da quanto narra il prevosto Pozzi nel suo manoscritto appare chiaro che a S. Salvatore non si pensi, affatto quando fu scoperto il cadavere di Leone.
A parte l'antica venerazione dei francescani legnanesi nonchè la curiosa lotta di S. Carlo Borromeo che certamente per giusti motivi aveva fatto eliminare la "B" di Beato (poi subito rimessa dai frati) per evitare non consone idolatrie, un secondo argomento ci porta a credere S. Ambrogio tomba discreta dell'arcivescovo.
A sud della parte della cosiddetta cappella o navata maggiore i Legnanesi cristiani si facevano seppellire vicino all'arcivescovo.
Si può tentare seguendo le descrizioni fin qui riportate di ricostruire la vecchia chiesa. Vediamo anzitutto in pianta dove doveva trovarsi prima della trasformazione del 1590. Il campanile ed il muro ad esso addossato, nonchè il fondo su cui era impostato l'altare, ricalcano le linee della costruzione attuale. Invece è sparita la parte di chiesa costituente la seconda navata più grande ancora, nel 1566 aperta a mo' di portico. Prende forma la possibile impostazione della chiesa a navata centrale con transetto, iniziata soltanto per ordine di Leone e non eseguita, all'infuori dell'imposta centrale e di un solo lato del transetto, nel quale si viene a ricreare uno spazio d'emergenza per sfruttare la zona più chiusa e coperta dal tetto. Di questa ipotesi può essere buon testimone il campanile che, mai toccato, dimostra con le sue dimensioni ragguardevoli di essere parte di un progetto ben più ambizioso che non una semplice cappellina.
La seconda ipotesi circa la nascita di un simile organismo a due navate, potrebbe essere quella di un ingrandimento (magari a scopo celebrativo) di una primitiva cappellina, cui aggiungendosi un porticato, si sarebbe dato l'aspetto di un mausoleo per Leone da Perego, rivolto verso il cimitero cristiano, (in questo caso però, stona la presenza del campanile alto e non tornano i conti circa lo stato di non finizione dell'opera. Grandi archi aperti, pavimenti non eseguiti, chiesa senza porte, passaggio diretto dalla "chiesina" al porticato?). Come già accennato è molto più probabile invece il fatto che i Legnanesi accingentisi a costruire una chiesa più grande nei borgo, visto morire il patrocinatore per di più in disgrazia col popolo di Milano, abbiano usato l'erigenda costruzione come luogo di inumazione frettolosa e nascosta per il loro arcivescovo. Infatti è proprio demolendo l'antico porticato da poco chiuso ed il suo muro confinante con l'antica cappella che fu scoperto il feretro di Leone certamente non da poco traslato perchè nessuno se ne ricorda (almeno ufficialmente), nè sepolto con onore, perchè giaceva in un tronco scavato in fretta e non in un'urna degna di un arcivescovo, e senza alcun segno esterno. Sono con lui solo le preghiere dei Legnanesi nobili e dei francescani che addirittura lo beatificarono. Nel seguente decennio viene invece radicalmente trasformata la chiesa. Infatti le innumeri imposizioni di modifiche ed aggiunte ordinate da S. Carlo prima e poi da Federico Borromeo , fanno si che i Legnanesi armati di buona volontà, dopo la visita del 1587, pongono mano ad un rifacimento totale dell'edificio per ovviare ai problemi di spazio, diversamente non risolvibili con il primitivo. Si giunse così in Legnano, alla fine del 1587, alla decisione di abbattere quasi dalle fondamenta la chiesina (tranne il campanile, già alto) per edificarne una con una grande navata e dotata sul lato sud - ovest di sagrestia e locali per i Disciplini.
Questo atteggiamento non era nuovo per i Legnanesi allora di indole particolarmente alacre.
La chiesina vecchia non aveva il soffitto in muratura; negli antichi muri le moderne volte a botte con lunette interposte non potevano essere inserite. Inoltre l'antica chiesina già girata e rigirata non aveva una dimensione ed un decoro adatti sia alla scuola dei Disciplini che al censo dei lasciti agli altari. Vennero quindi abbattuto tutto il vecchio corpo di fabbrica tranne il campanile ed i due muri laterali dell'altare.
L'antichità di questi ci viene assicurata da due testimonianze storiche, l'una è quella della presenza sulla destra, a fianco del campanile della finestrella in cui venivano riposte le specie e che con S. Carlo dovette essere chiusa. Sotto l'intonaco ancora oggi suona il vuoto della nicchia; l'altra è la presenza delle porte inferiori e degli accessi al coro superiore che ci vengono descritti in antico presenti tra le due navate della chiesa e che tuttora occupano la parte sinistra delle antiche mura che racchiudevano l'altare medioevale. Per il resto la chiesa venne totalmente rinnovata ed i capomastri crearono come prosecuzione della cappellina più antica una nuova navata rettangolare (insegna la chiesa del Gesil a Roma) di circa m. 15 x 9, suddivisa in tre campate. Ogni campata venne voltata con una crociera e l'antica cappella iniziale fu coperta con una volta a botte. Nelle lunette sotto le volte a crociera furono ricavate delle finestre rettangolari e alcune di queste vennero ripetute anche nella parte inferiore per aumentare la luminosità dell'ambiente. Nella nuova facciata venne creato un porticato con due pilastri lesenati esterni e due colonne in granito di baveno rosa interne, portanti una serie di tre volte a crociera molto leggere.
Lo spazio della chiesa sopra le volte dell'ingresso venne sistemato come nuovo coro dei Disciplini e con dimensioni di gran lunga maggiori rispetto a quell'antico sopra la porta. La chiesina ancora svolgeva infatti essenzialmente la funzione di oratorio dei Disciplini e un ruolo di preminenza doveva essere dedicato alla musica sacra. Nel corso del XVII secolo la chiesa era stata dotata anche di un organo che venne più tardi venduto per difficoltà economiche e poi ricomprato su istanza dei cittadini. La nuova volta aveva regalato ai Legnanesi una sonorità più gradevole ed intensa durante i concerti. L'antico costume di cantare le preci sotto il porticato aperto lasciatoci da Leone da Perego, aveva preso vigore e conoscenza dei nuovi canoni estetici musicali. La Legnano secentesca in questa chiesa, più che in S. Magno ove l'antico organo degli Antegnati non era più all'altezza della nuove estensioni vocali in uso (il canto antico era più basso e greve come tonalità), soleva celebrare e ripetere i nuovi estetismi culturali del canto e della musica sacra. Lo spazio tuttavia non era ancora consono a servire il gran numero degli scolari e dei Disciplini .
Dalla descrizione delle visite emerge che, morto S.Carlo Borromeo, dopo Gaspare Visconti, il subentrante Federico Borromeo arcivescovo di Milano dispone anche l'edificazione del corpo di fabbrica posto a fianco del campanile sul lato nord, dal quale, mediante una scala coclideia, si accede ad un ballatoio ed alla balconata interna del coro e dell'organo. Nella prima metà del 1600 la chiesa viene affrescata dai pittori Lampugnani di Legnano. Il fatto che siano nostri conterranei ha forse indotto i Legnanesi a dimenticare questa famiglia di pittori, i quali, oltre alle molteplici opere locali, hanno affrescato chiese importantissime come ad esempio il Santuario del Sacro Monte di Varese con due cappelle, e che hanno sempre superato in bravura pittorica i più nominati fiamminghi di Milano. Alla loro arte si devono opere raffinate tra le quali la pala d'altare del convento di S. Maria in Canonica a Milano, e conservata tra i capolavori del Louvre.
Delle pitture dei Lampugnani rimangono il grande affresco sulla sinistra (m. 4 x 2) che rappresenta S. Ambrogio a cavallo ricevuto dai dignitari di Milano dopo la sua acclamazione a vescovo. Il dipinto è di grande respiro e molto bello, per il movimento dei personaggi e per l'inserzione di piccoli particolari di paesaggio che rappresentano la Milano antica.
Anche le lunette sotto le volte sono tutte dei Lampugnani e rappresentano otto profeti in larghi panneggi, la data 1613 vicino alla firma dei pittori è stata ritoccata, dovrebbe essere infatti 1618. I Lampugnani Francesco e Giovanni avevano eseguito ad affresco anche la volta della chiesa, ma di questa si vedono solo bellissimi puttini ora attorniati dalle decorazioni neo-barocche fatte dal pittore Furrer nel 1900.
Costui aveva anche ripreso a tempera i quadri centrali ad affresco delle volte, per uniformarli con quelli della nuova parte di chiesa che vedremo aggiungere più tardi. Sui due piloni frontali della cappella dell'altare maggiore sono visibili un S. Blasio ed un'altro Santo poggianti su due basamenti. L'umidità ha fatto sfiorire la figura di destra e si nota che essa è stata ridipinta su una più antica dedicata a S. Ilario.
Probabilmente questa è dei Lampugnani e può essere recuperata togliendo le alterazioni del 1900.
Sempre dei pittori Lampugnani: il quadro ad olio con la Madonna ed i santi Carlo, Francesco e Magno che, una volta spostato l'altare, venne collocato sulla nuova parete di fondo ove si trova tuttora. Infatti la chiesa, nel 1740, risultava ancora una volta troppo angusta per il carico di lavoro che la scuola dei Disciplini doveva svolgere. Si decise quindi di ampliarla ancora una volta, demolendo l'antichissima parete dell'altare risalente al 1257 ed allungando tutta la fabbrica sia nella parte della navata che dalla parte dell'antica sacrestia. La pala dei Lampugnani venne spostata come si diceva verso il fondo e circondata da una bella cornice ad affresco di mano di un Bellotti di Busto Arsizio (da notare che le famiglie artistiche dei pittori Lampugnani Bellotti e Crespi rappresentano assieme a quella dei Turri a loro volta eredi dei Bellotti, le origini artistiche e la continuazione storica di una tradizione lombarda di pittura sacra che nasce dal 1400 e termina ai giorni nostri). Il grande valore in lunghezza della chiesa era apparentemente sproporzionato in quanto l'ala nuova di fondo si apriva su una vasta sala laterale che serviva per i raduni dei membri delle consorterie e ultimamente, attorno al 1948 alla catechesi dei bambini per la Comunione e la Cresima. La parete di fondo verso cui si trova l'altare è decorata con una pregevole prospettiva settecentesca che aumenta la profondità dello scenario. Appese alle pareti vi erano numerose tele settecentesche alcune delle quali sono ora presso il Collegio dei Capitani unitamente a panche, crocifissi ed i cosiddetti "cilostri" delle processioni.
Attorno al 1957 infatti la parte sud - ovest della scuola è stata murata fino agli archi per ricavarne locali a disposizione dei Capitani del Palio di Legnano e questo fatto ha portato alla dispersione di alcune opere d'arte in Legnano, peraltro recuperabilissime in quanto tenute in debita custodia. Con questa modifica la chiesa ha in parte perduta la sua sonorità musicale interna che, con la sistemazione del nuovo organo dei legnanesi Carrera nel 1886 sul palco del coro dei Disciplini aveva assunto forma e livelli artistici elevatissimi.
"per la chiesa di S. Ambrogio, il De Simonti Carrera costruì un organo 'ex novo' nel 1886. Troviamo infatti, fra le Deliberazioni della Fabbriceria Parrocchiale di Legnano in data 12 ottobre 1886:
   Il primo fabbriciere dà comunicazione del Collaudo del nuovo Organo della chiesa di S. Ambrogio, costruito dal fabbricatore Sig. Antonio de Simoni - Carrera, dando lettura del voto emesso il 22 agosto 1886 dell'Egregio Sig. Prof. Carlo Fumagalli di Milano ...
E il Fumagalli non solo stese l'atto di collaudo, ma inaugurò l'organo il 22 agosto 188d. Dall'epoca della sua costruzione sino ad oggi l'organo non essendo mai stato alterato o minimamente toccato, neppure per semplici operazioni di ripulitura e accordatura, rimane uno strumento di grande interesse perche' conserva intatta la sua originaria fisionomia".
(Stella e Vinay - I Carrera - Legnano, 1973).
 
Questo organo è ancora intatto, però purtroppo non gode di manutenzione da quasi trenta anni, il che ne garantisce senz'altro l'antica struttura strumentale ed i timbri, ma non la longevità.
L'allungamento settecentesco aveva ripetuto la forma della navata del 1600, senza nulla variare. Solo le finestre erano state un poco modificate sulla destra, mentre sulla sinistra verso lo spazio della "scola" erano stati fatti degli archi su colonne. L'altare un poco avanzato rispetto alla parete di fondo permetteva la presenza di un grandioso coro ligneo cui si affiancavano sulla sinistra le panche dei Disciplini. L'antica chiesina poverissima era ora diventata grande, adorna e ricca di stoffe e argenti. La Legnano del XVIII - XIX secolo la frequentava sia per l'istruzione sia perchè era centrale per la città. Nel 1923 monsignor Gilardelli la dotò di un salone cinematografico intitolato Teatro Pio XI che andò a completare l'attrezzatura dell'oratorio e del Centro giovanile.
Le volte del 1700 vengono affrescate e si copre in parte anche la decorazione dei Lampugnani. Pian piano altre iniziative sia della chiesa sia pubbliche portano questa antica scuola al disuso o all'oblio odierno. Con l'insediamento di monsignor Giuseppe Cantil alla basilica di S. Magno si sono provveduti a lavori di risanamento del pavimento mediante copertura di quello antico con uno strato di marmo saccaroide.
Il risultato ha nascosto le ondulazioni e le lapidi tombali, ma non ha rimediato all'umidità della chiesa.
Altri interventi più drastici sono necessari per ridare alla città questo antico centro di vita e cultura.
 

28.1.25 L-25

 
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La basilica di San Magno
 
Fra tutti i monumenti legnanesi quello che maggiormente ci viene invidiato per la sua maturità artistica è sicuramente la Basilica di S. Magno. Quando nel 1504 iniziarono i lavori sotto il patrocinio delle famiglie Lampugnani e Vismara i Legnanesi si erano appena disfatti della chiesa protoromanica di S. Salvatore, che era sia strutturalmente che culturalmente non recuperabile, nè sufficientemente dignitosa per un borgo benestante come il nostro.
Il Rinascimento aveva riportato in architettura al loro pieno splendore i fasti compositivi e strutturali dell'epoca imperiale romana. Vi aveva aggiunto tuttavia una miglior conoscenza dei materiali costrutti, vi che aveva permesso di snellire le strutture murarie, ma soprattutto la cultura di questo secolo si esprimeva con forme leggere, dimostrando un notevole equilibrio interiore. Tutto è misurato, ed in ogni particolare d'opera d'arte si coglie il gusto e la maestria del suo creatore. Verso la fine del 1400 un grande ingegno tormentato, Leonardo da Vinci, obbedendo ad una sua esigenza interiore, cercò, nelle sue opere di esprimere l'anima ed il movimento delle cose. In questa ricerca egli sarà maestro; allievi ed esteti del tempo apprenderanno più tardi questo insegnamento. Era divenuto imperativo nel Cinquecento per ogni artista dare vita autonoma alle proprie creazioni, fornirle cioè di anima.
Orbene, Donato Bramante universalmente indicato come padre inventore della nostra basilica, non poteva sottrarsi a questa lezione di spiritualità trasmessa dal più giovane Leonardo.
Il mezzo ch'egli più usò per trasfondere vita e movimento nelle forme architettoniche fu l'impostazione piantistica delle chiese, con schema visuale centrale.
Mentre in antico si era sempre ricalcata la forma basilicale (anche in S. Salvatore) con una prospettica interna monodirezionale verso l'altare, nelle nuove chiese a pianta centrale bramantesche i fedeli si trovano immersi in uno spazio che da ogni lato riserva scorci, visuali, giochi architettonici sempre diversi con simmetrie mirabili.
La chiesa a pianta centrale invita a ruotare lo sguardo e, durante le varie ore del giorno, dalle sue finestre entrano raggi di sole che mutano sempre i giochi di luce sulle superfici delle volte e degli archi. Anche sull'esterno l'edificio si anima. Mentre nelle basiliche troviamo una facciata principale e poi tanti scorci minori come importanza (una delle rarissime eccezioni a questa regola è il Duomo di Pisa, fruibile in tutto il suo intorno), le chiese bramantesche sono volumi da osservare in tutto il loro insieme, formano paesaggio urbano da ogni angolo prospettico, non hanno una facciata vera e propria con angoli e lati minori, ma vengono impostate come volumi in cui simmetrie magistrali si ripetono a 360 gradi. L'attribuzione della paternità del nostro tempio a Donato Bramante di Asdrualdo (Urbino) nasce da due fattori. Il primo è rappresentato dalla Storia delle chiese di Legnano (1650) del prevosto di S. Magno Agostino Pozzo, che nel descrivere la nascita della basilica dice:
Questa fabbrica è dissegno per quello si tiene di Bramante architetto de' più famosi habbi hauto la cristianità, è questa fabrica molto riguardevole a cionque la mira attesa la bella proprotione ella è in ottavo, et quadrata, e di presente con sette altari, in tal modo disposti che uno non è d'alcun impedimento all'altro. E' fatta in volto con le nize sotto per porvi le statue, havea altre volte infaccia una sol porta sopra la quale si legò qui versi postivi l'anno 1518 d'Alberto Bosso qual viveva in quei tempi facendo schola di grammatica in Legnano ove anche morto fu sepolto. ...
Il distico già ricordato all'inizio del libro avverte il viandante che Legnano è ricca, colta e nobile.
Nel libro La Basilica di S. Magno a Legnano da me scritto con l'aiuto di Mosè Turri Junior, nel 1974, con molteplici argomentazioni e documenti riportati, si chiarisce come il Bramante non fosse più a Milano all'epoca in cui la Legnano rinascimentale si accingeva ad edificare il suo capolavoro. Tuttavia è credibile che, come letteralmente dicono le parole del Pozzo, egli lasciò il disegno della chiesa.
Il secondo fattore che rende credibile l'attribuzione antica, nasce molto semplicemente dalla lettura critica della composizione architettonica della chiesa. Come abbiamo prima accennato è dopo Leonardo da Vinci, il quale fa scuola in Milano, che nascono il gusto e l'invenzione piantistica osservate in Legnano. Anche il Pozzo, che architetto non è, subito individua il quadrato e l'ottagono legati mirabilmente, stupisce e gioisce del fatto che da ogni lato si possono vedere gli altari senza che si disturbino. Tutto l'impianto architettonico è un inno alla simmetria tesa a far volgere lo sguardo in un continuo di prospettive visive sempre nuove pur restando l'osservatore sempre nel medesimo punto dell'edificio.
Una tale "invenzione" di spazio è sconosciuta nel 1400, e fino all'inizio del 1500 non sarebbe stata prodotta dalla cultura lombarda. Bramante agisce intorno al 1492 in Milano, a fianco di Leonardo da Vinci e, mentre si occupa della chiesa di Santa Maria delle Grazie, inizia il suo discorso culturale dirompente nei confronti delle piante basilicali allungate. Egli combina una croce greca maggiore con croci greche minori negli angoli ideando un sistema di tre gradi architettonici, identico a quello disegnato in S. Magno, ognuno dei quali è subordinato a quello superiore (cappelle angolari, cappelle principali più grandi, tamburo ottagonale e cupola fuse sopra i grandi piloni che separano le cappelle o i timpani).
Nella nostra chiesa tuttavia la forma è ancora più essenziale e le proporzioni raggiungono una raffinatezza estrema. E sembra piovuta dal cielo in Legnano, ed è evidentemente ideata da una mente colta e geniale che già pensa alle scelte architettoniche per il nuovo San Pietro in Roma. Non può essere il prodotto di una cultura locale, esce dalla tradizione di Milano o Legnano con una tal violenza inventiva che risulta impossibile pensare ad altri autori se non al Bramante.
Esempi simili, ma più tardi, si trovano in Lodi, Saronno, Pavia, Crema. A Busto Arsizio la notizia dell'edificio fa subito tanto scalpore che immediatamente la copiano in scala minore edificando S. Maria di piazza. Queste chiese, tutte a pianta centrale, non sono fatte da Bramante, bensì da suoi seguaci, ed infatti pur essendo molto belle, mancano della essenzialità, pulizia ed armonia presenti invece con mirabile equilibrio nel S. Magno di Legnano. Non dimentichiamo che i legnanesi iniziarono nel 1495 a programmare l'eliminazione del S. Salvatore e quindi la vera data in cui S. Magno fu pensata è di ben nove anni precedente a quel 4 maggio 1504 in cui fu posta la prima pietra.
A realizzare la chiesa provvide un capomastro affiancato dal nostro maggiore artista di quel tempo, legnanese per adozione (abitava in Milano), il giovane pittore Gian Giacomo Lampugnani. Lontano parente dei Lampugnani di Legnanello e dei proprietari del Castello, Gian Giacomo era l'artefice più adatto per esperienza e sensibilità artistica che potesse assumere il delicato compito di trasporre in muri i disegni e le indicazioni del Bramante. Questi preziosi progetti sono però oggi scomparsi e, con ogni probabilità, furono due le occasioni in cui vennero dispersi. La prima nel dicembre del 1511 quando venne saccheggiata Legnano e furono bruciati dei ponteggi anche nella chiesa ad opera di truppe svizzere in guerra con i francesi per la cacciata di Ludovico di Valois dal Ducato Milanese.
La seconda nel 1610 quando dovendosi rigirare gli ingressi, l'ingegnere camerale F. M. Richini venne a Legnano per studiare il tempio cui doveva edificare una nuova facciata.
L'edificio venne comunque iniziato con grande lena nel 1504 e terminato, nelle strutture murarie, il 6 giugno 1513. Subito si provvide a dotarlo di decorazioni interne che lo facessero eccellere tra le costruzioni coeve.
Per quanto invece riguarda l'esterno i Legnanesi si arrestarono con i lavori nel 1513. Forse mancavano soldi (ricordiamo che il borgo di allora era di poco inferiore alle 2000 anime), forse mancarono le idee decorative, oppure attendevano lumi estetici da Bramante, ma questi lumi non arrivarono mai poiché il grande architetto si era spento a Roma, nel 1514.
E' noto che di norma i grandi artisti volevano  eseguire personalmente le decorazioni ed i motivi architettonici esterni delle loro creazioni. Era infatti necessaria una stretta collaborazione tra l'artista e gli esecutori per poter rifinire un monumento, inoltre la gelosia professionale degli architetti del tempo faceva si che nessuno di loro anticipasse con disegni di cantiere l'estetica esterna dell'edificio che, sia per i tempi lunghi di costruzione, sia per le incertezze economiche di finanziamento, era molto poco prevedibile come date di finizione. L'esterno della basilica rimase perciò, per molti anni rustico in mattoni. Anche gli interventi del Richini non furono che marginali e a distanza di ben cento anni dalla posa della prima pietra.
Era intervenuto a frenare la costruzione anche un fatto socio economico. La primitiva spinta culturale, sostenuta da forti donazioni, proveniva dalle casate nobili che risiedevano a Legnano solo temporaneamente, ma appartenevano per censo e potere politico agli ambienti di governo in Milano.
Con l'avvento delle dominazioni francese, spagnola e per ultima austriaca, queste caste nobiliari persero sia parte dei loro privilegi sia l'abitudine di usufruire delle loro proprietà in Legnano come sedi di soggiorno estivo. Legnano quindi subì un grave depauperamento dovuto all'avvenuto scollamento tra questi poteri nobiliari milanesi e la gestione delle loro proprietà di provincia. Anche la progressiva scomparsa degli ordini monastici qui presenti coi loro conventi portò all'allontanamento del potere arcivescovile dal borgo. La basilica rimase quindi orfana del suo aspetto esterno. Al contrario si può affermare che nel suo interno è di una ricchezza e splendore difficilmente eguagliabili .
La prima e più importante opera pittorica venne eseguita dal maestro Gian Giacomo Lampugnani, nel 1515, che eseguì una affrescatura della volta ottagona con candelabre a grottesca di notevole forza ed eleganza. Ricavate con tinte bianche e grigie in chiaroscuro su un fondo blu lapislazzolo, le decorazioni sono di una scenograficità e compostezza raramente uguagliate.
Lo storico Muntz rimasto estasiato da questo capolavoro, lo definì nei suoi scritti di critica artistica "la più bella grottesca di Lombardia".
Essa si inquadra perfettamente nel concetto di centralità di pianta, espresso dall'edificio. Non ha infatti una direzionalità del disegno, ma ripete specularmente la scansione di spicchi uguali delle tarsie marmoree del pavimento e invita a ruotare lo sguardo con movimento circolatorio che man mano sale come in una spirale che termina sotto la lanterna posta al culmine della cupola.
I motivi ad animali e piante rispettano anche il notevole slancio della struttura muraria. Essa è costruita in mattoni forti come tutto il resto della chiesa, eccezion fatta per il campanile antico. Come già detto la parte di fondazioni absidali ed il campanile romanico del S. Salvatore, furono riutilizzate nel 1504.
Anzi il campanile stesso fu abilmente sfruttato  facendogli fungere la cappella minore nel lato destro della parete sud.
La cappella di S. Maria e S. Giuseppe che vicino a lui si ritrovava fu rispettata nella sua forma e dedica. Questa in seguito accolse nel 1640 l'organo Antegnati quando venne chiuso il portone rivolto verso l'attuale municipio. L'organo stesso accresciuto dai Carrera e poi dai Maroni trovò posto nel nuovo ampliamento della facciata operato nel 1914 dall'architetto Perrone.
Per meglio cogliere le numerose modifiche subite in quasi 500 anni di storia, riporto alcuni dati cronologici :
 
4 maggio 1504 - Inizio della fabbrica. Note del tesoriere Alessandro Lampugnani Sutermeister - Memorie 4 - 5.
10 aprile 1510 - Gettata una campana di 50 rubbi.
24 maggio 1510 - Gettata una campana di 80 rubbi. Note del tesoriere Alessandro Lampugnani. Storia de "Le chiese di Legnano" di P. Pozzo.
1O dicembre 1511 - Incendio e saccheggio di Legnano ad opera degli Svizzeri in guerra con i Francesi per la cacciata di Ludovico di Valois dal Ducato Milanese. Note del tesoriere Alessandro Lampugnani.
6 giugno 1513 - Compimento della fabbrica. Note del tesoriere Alessandro Lampugnani. Storia de "Legnano" di P. Pozzo. Distico del maestro Alberto Bosso, ora sopra la porta detta del Prevosto, aperta sotto il vecchio campanile verso la casa canonicale.
15 dicembre 1529 - Francesco Landino, vescovo di Laudicea e suffraganeo dell'arcivescovo di Milano, consacra la chiesa.
1542 - Restauro e sopralzo del vecchio campanile.
7 agosto 1584 - Traslazione della Prepositura.
1610 - Trasferimento della facciata da nord a ponente, apertura delle porte laterali del nuovo prospetto e chiusura delle vecchie porte verso nord e sud. Archivio di S. Magno.
2 luglio 1611 - Rafforzamento del campanile romanico e aggiunta di due nuove campane più pesanti.
20 agosto 1611 - Il cardinale Federico Borromeo consacra le nuove campane.
1638 - Restauro della torre campanaria.
2 dicembre 1752 - Costruzione del nuovo campanile. Archivio di S. Magno.
1840 - Apertura della porta centrale in facciata, primi restauri sotto la direzione dell'ing. Turconi. Rafforzamento della cupola e demolizione dell'abitazione del sacrestano prospiciente il palazzo municipale.
12 novembre 1850 - Relazione della commissione per i restauri composta dai pittori F. Hayez, Antonio De Antoni e dallo scultore Giovanni Servi, insegnanti a Brera, fatta all'I.R.G.A. (Imperial Regio Governo Austriaco) su proposta del reverendo prevosto Ponzoni.
1888 - Progetto di restauro dell'architetto sacerdote Locatelli parroco di Vergiate, non approvato dalla Conservazione dei monumenti per la Lombardia. Presentatore monsignor Domenico Gianni, predecessore di monsignor E. Gilardelli.
1909 - Costruzione della nuova sacrestia.
20 luglio 1910 - Danni alla chiesa ad opera del ciclone.
1911-1914 - Inizio dei lavori diretti dall'architetto Luigi Perrone Sovraintendente alla conservazione monumenti per la Lombardia. Restauro dei tetti e chiusura delle murature sottotetto. Distruzione delle aggiunte barocche. Rifacimento degli intonaci. Prolungamento dell'atrio della chiesa. Progettazione e rifacimento della facciata e applicazione dei timpani alle porte di ingresso. Il pittore Albertazzi progetta ed esegue i graffiti in facciata.
1963-1964 - Sotto la direzione dell'architetto Pietro Scurati Manzoni espressamente delegato dall'ing. Luigi Crema, Sovraintendente alla conservazione dei monumenti in Lombardia: rifacimento dei tetti ed esecuzione di un secondo tetto sopra l'altare maggiore. Rifacimento degli intonaci e dei vecchi graffiti in facciata, pittore Giannino Colombo. Restauro dei resti del campanile romanico.
Ottobre 1967 - Demolizione della vecchia casa canonicale costruita nel 1500 e successivamente ampliata due volte; nel 1600 e nel 1700. Inizio della costruzione del nuovo centro parrocchiale. Architetti Enrico Castiglioni e Ezio Ceruti. Impresa Silvio Saredi.
1972 - Inaugurazione del centro parrocchiale da parte dell'arcivescovo cardinale Giovanni Colombo.
 
Volendo descrivere l'interno della basilica con completezza non basterebbero poche pagine, infatti la chiesa si è nel corso degli anni arricchita in ogni suo angolo di tali e tante opere d'arte, che si è veramente imbarazzati nel doverne tralasciare all'esame qualcuna .
Seguendo un criterio cronologico possiamo però, almeno iniziare l'esame di questi piccoli e grandi capolavori .
Si è già detto che, immediatamente dopo aver terminato la struttura muraria, un maestro Gian Giacomo (Lampugnani, stando alla tradizione), nel 1514, dipinse la cupola ed il tamburo fino alle cornici.
L'anno successivo la famiglia Lampugnani commissionò, le affrescature della cappella di S. Agnese, che si trova alla sinistra di chi entra. Il soffitto richiama con alcune grottesche la decorazione della cupola della basilica  in chiaroscuro su fondo azzurro.
Sui lati due grandi scene riguardano la Madonna con i Santi. Sul terzo lato di sinistra, ove in un tempo successivo si ricavò, una finestra rettangolare, era posto un quadro di Giovanni Battista Lampugnani con una deposizione ora portata nella cappella del battistero. Gli affreschi sono quasi sicuramente dello stesso maestro Giacomo, autore della cupola. Nella zoccolatura inferiore trovano posto parte degli stalli lignei, tolti nel 1967 dal coro della cappella maggiore, ove coprivano alcuni affreschi.
 
 
A parte la pala del Giampietrino di cui abbiamo già parlato a proposito della tradizione che la vorrebbe presente intorno al 1490 nella chiesa del S. Salvatore poi abbattuta, e gli affreschi del Gian Giacomo, i lavori nella chiesa si arrestarono per alcuni anni (1516-1523). In questo tempo imperversava la peste in Milano ed il pittore Bernardino Luini, che aveva preso in affitto dai signori Prandoni una casa a Legnano, fu incaricato con atto rogato dal notaio Isolano della Corte Arcivescovile, di dipingere un polittico di notevoli dimensioni (metri 3 x 5).
L'opera è stupenda e, tra tutte quelle cui diede vita l'artista, a detta dei critici, la migliore.
Il Luini crea, servendosi del telaio in legno intagliato come di un castello architettonico, una sorta di scenografia, in cui ripete il motivo delle cornici vere nello sfondo del dipinto. In questo scenario quasi a rilievo egli inserisce le figure dei santi Pietro e Battista - Magno e Ambrogio, sui lati. Al centro imposta, in una tavola di eccezionale grandezza, una Madonna con bambino attorniata da angioletti musicanti. Sopra, in un timpano, si staglia la figura del padre eterno. Lo zoccolo riporta alcune piccole scene dipinte a chiaroscuro con la passione di Gesù Cristo. Tutto il polittico era inserito in una grande cornice con due ante che lo proteggevano e venivano aperte durante le funzioni festive. Queste ante pure dipinte dal Luini purtroppo, nel corso dei secoli, furono dapprima smontate e poi disperse.
Questo capolavoro nel suo scrigno non è più completo; restano però due angeli dipinti sullo sfondo del contenitore sopra il Padreterno.
La cappella maggiore aveva subito un ampliamento dopo l'incendio del 1511, le sue pareti erano state solo intonacate, ornate con decorazioni semplicemente graffiate con motivi a tondi e cerchi. Su questo sfondo la pala del Luino doveva sembrare accolta in maniera non degna.
Nel 1562 venne quindi incaricato un allievo del grande Gaudenzio Ferrari, Bernardino Lanino affinchè dipingesse la volta e le pareti della cappella maggiore. Usando come punto focale delle sue rappresentazioni la pala del Luini (con l'altare accostato alla parete di fondo, e poi spostato nel 1587), il Lanino affrescò una sequenza di otto grandi scene, più due piccole sopra le finestre. Ai lati del polittico pose un S. Rocco ed un S. Sebastiano grandiosi nel disegno e delicatissimi negli incarnati. Sui piloni dell'arco trionfale infine raffigurò il Salvatore - Gesù Cristo e S. Magno ricordando cosi la dedica della Basilica.
Nelle lunette sopra il cornicione della cappella oltre ai classici quattro evangelisti, mise i dottori della Chiesa: Gregorio e Agostino a destra Ambrogio e Girolamo sulla sinistra.
Infine si dedicò al soffitto con volta a crociera, tenendo chiaro il colore per contrastarlo col blu e grigio della cupola e decorandolo con quattro tondi a puttini su sfondo giallo oro ed una serie di piccole decorazioni a festoni, figurine che ricordano molto il gusto quattrocentesco lombardo.
Anche l'arco trionfale non fu tralasciato, ma ornato con angioli in volo e cornici geometriche decorate con frutti.
Il Lanino non tralasciò il risvolto della decorazione della cappella verso l'ottagono e lo risolse con due candelabre di frutta e ortaggi che raggiungono il cornicione. Nello spazio tra l'arco ed i piloni della chiesa pose due tondi sorretti da angeli con le teste di due profeti.
All'epoca in cui terminò questo capolavoro (1564) la decorazione dei piloni della chiesa era tutta eseguita con fasce grigie. Nel 1923 il motivo dei tondi con i profeti fu ripreso dal pittore Gersam Turri e completato su tutto il perimetro. Anche i pilastri e le voltine dei pennacchi furono decorati con gusto attinente alla grottesca della volta e diedero alla chiesa uno splendore ed una completezza raramente eguagliabili. Nel 1967 queste decorazioni furono rifatte ad affresco seguendo i cartoni originali dal figlio di Gersam tutti, Mosè Turri Junior, che nell'occasione esegui anche un accuratissimo e lungo restauro degli affreschi del Lanino. Questi a causa dell'umidità del tetto, presentavano distacchi e sfioriture degli intonaci molto preoccupanti.
 
Posta a destra vicino all'ingresso, questa cappellina venne dipinta nel 1556 da uno dei figli del Luini. La tradizione dice grossolanamente Aurelio Luini, in quanto costui era più conosciuto, ma sia le date che l'esecuzione degli affreschi portano al nome di Evangelista Luini.
Egli dipinse la scena con il martirio di San Pietro inquisitore attorniato da belle figure di Santi sui lati della cappella; sulla volta, alcuni angeli ed un Padreterno. Nel 1576-77 a causa della peste vennero ricoperti con la calce tutti gli affreschi della chiesa, eccetto le scene del Lanino.
Questo scialbo impedì che nel 1610 i muratori che aprivano un nuovo passaggio nel campanile romanico, si accorgessero di essere intenti a distruggere l'affresco del S. Pietro martire. Anche il trasporto nella cappellina dell'organo Antegnati contribuì alla distruzione dei dipinti.
Nel 1830 quando venne spostato una seconda volta I'organo, si poterono notare le tracce di questi affreschi. Asportato lo scialbo, fu rifatta la scena centrale con San Pietro pittore Beniamino Turri. Dopo quasi un secolo riapparvero anche le figure laterali e gli angeli della volta. Il pittore Gersam Turri rifece nel 1900 la figura del Padreterno, mentre, nel 1967, Mosè Turri Junior, restaurando tutto l'insieme, mise allo scoperto anche le due figure più in basso ai lati, che erano state per gran parte scalpellate.
 
Le cappelle grandi di destra e sinistra furono decorate dopo il 1610. Quella a sinistra dell'ingresso era dedicata al S. Crocifisso. In antico portava una piacevole prospettiva a corona dell'altare marmoreo tuttora esistente. Questo accoglie sotto una teca con un pregevole Cristo deposto che si trovava nella cappella Vismara, sopra un grande Crocifisso, qui trasportato dalla sagrestia, cui furono aggiunte l'Addolorata e la Maddalena in stucco, di pregevole fattura del XVIII secolo.
Le pareti che portavano le insegne di S. Carlo Borromeo furono riaffrescate nel 1925, quando cambiò la dedica della cappella. La cappella di S. Carlo fu spostata sul lato sinistro, ove prima esisteva un passaggio verso le case canonicali che affiancavano la chiesa in faccia all'attuale palazzo Malinverni.
I nuovi affreschi del 1925 sono opera del pittore Eliseo Fumagalli scenografo di professione; essi denotano nella costruzione delle scene la dedizione al teatro, caratteristica di questo autore. La cappella dirimpetto ora dedicata all'Assunta, era in origine, ingresso alla basilica. La pala che vi si ammira è quella del Giampietrino (1490?). Quando, spostata dalla sua sede più antica, venne collocata in questa cappella (1610) la sommità della stessa pala fu completata dai fratelli Lampugnani con un bellissimo Ecce Omo. La decorazione ad affresco delle pareti raffigura una complessa prospettiva d'ambiente con colonnati marmorei e soffitti cassettonati. Come mano pittorica e soggetti decorativi, può, essere attribuita agli architetti Gio. Batt. e Girolamo Grandi (1646) autori di un'uguale prospettiva nella XII cappella del Sacro Monte di Varese. I fratelli Lampugnani vi aggiunsero alcune figure e un volto di puti attorno al polittico del Giampietrino.
Essi decorarono con un cielo ricolmo di angeli musicanti anche la volta e l'arco principale della cappella (1633). L'aspetto pittorico di tutto questo insieme è gradevole, caldo, e armonizza molto bene con la decorazione esterna del tamburo. Da notare che fino al 1640 la tavola centrale dell'altare era ancora presente. Poi venne dispersa. Al suo posto si trova ora  una  pregevole  statua  cinquecentesca  della Madonna.
 
Come abbiamo già accennato la terza cappella sul lato sinistro fu solo nel 1923 dedicata a San Carlo. In precedenza si ricorda un altare a San Antonio Abate poi scomparso assieme ai quadri a lui dedicati.
Attualmente vi si possono vedere due tele seicentesche con San Carlo che visita gli appesati  e San Carlo  in estasi. Gli autori sono sempre i Lampugnani, o Francesco o Giovan battista.
Nel 1924 fu dato incarico al pittore Gersam Turri di eseguire ad affresco, nelle campiture delle belle decorazioni a stucco secentesche, delle figure chiaro scuro e dei puttini nella volta.
 
In fronte all'attuale cella di S. Carlo vi si trovano due accessi alle sagrestie. Le pareti di questa cappellina sono state lasciate in bianco dopo l'ultimo restauro della chiesa, per fare capire ai visitatori come fosse spoglia nei vani laterali della basilica, prima del 1923.
Unica e pregevole opera antica qui presente è una Madonna di sapore quasi cinquecentesco affrescata con dolce maestria da Francesco Lampugnani legnanese nel 1620.
 
Si trova sul lato sinistro della cappella dell'altare maggiore.
Oggi accoglie lo stupendo basamento marmoreo dell'antico fonte battesimale nonchè le cancellate ma poste a fianco della cappella di S. Agnese, a recingere il fonte stesso.
Come impostazione stilistica la decorazione di questa cappella minore è settecentesca. Posta al centro dell'arco di ingresso lo stemma Vismara. Era in antico dedicata agli apostoli Giacomo e Filippo. Fu, dopo il 1800, dedicata all'Addolorata. Dentro la modanatura delle cornici a gesso, sui pilastri, presero posto quattro dipinti su tela di S. Antonio Schieppati andati poi perduti. verso la fine del 1800 il pittore Legnanese Mosè Turri senior fece altre tele con la presentazione, la Fuga in Egitto, l'Addolorata e la Deposizione. Egli aggiunse anche tre tele, che vennero poi incurvate, sull'arco d'ingresso. Nel centro della parete di destra venne posta una deposizione dipinta da Giovanni Battista Lampugnani, prima presente nella cappella di Santa Agnese.
L'altare, nel Settecento, portava sopra i gradini l'urna con la statua del Cristo deposto, ora collocata nella cappella del S. Crocifisso; ai lati erano modellati in grandezza naturale S. Giovanni Battista e S. Giacomo. Quando la cappella cambiò dedica nel 1948, furono demolite le grandi statue sopra l'altare e nella nicchia prese posto un quadro del Sacro Cuore, un poco stonato come colori rispetto alla cappella stessa.
Da notare sono il bel pavimento di marmo e la torciera di rame che in antico, con una gemella, serviva al centro della chiesa per meglio leggere, stando seduti nelle panche. Oggi viene usata come supporto per il cero pasquale. Il soffitto a stucchi ed i puttini sono dei fratelli Mosè e Daniele Turri.
 
Posta sulla destra della cappella maggiore essa era dedicata agli apostoli Pietro e Paolo. Un bel quadro ad olio posto sulla parete sinistra ed opera dei fratelli Lampugnani ci mostra il crocifisso con S. Paolo  S. Gerolamo e S. Antonio Abate.
Questa tela tuttavia è stata posta qui nel 1800.
La cappella era usata dalla confraternita del S. Rosario fin dall'anno 1585.
Nel 1603 il pittore Gio. Pietro Luini detto Gnocco dipinse degli angeli, riemersi dopo il restauro del 1925, nelle lunette a fianco delle finte finestre.
Molto bella è la statua lignea della Vergine del Rosario collocata nella nicchia sopra l'altare. Questo è stato rifatto dopo il 1836, in quanto era andato perso per incendio quello in legno dorato a fiori e grappoli di frutta disegnato dal Borromini ed intagliato dai Cojro.
Il quadro posto sulla destra con S. Teresa del Bambin Gesù è della scuola del Beato Angelico (1940).
La decorazione della volta ed i tondi con i putti recanti i simboli del rosario sono invece del pittore Gersam Turri (1925).
All'esame frettoloso testè concluso non si può, sottrarre qualche nota alle pavimentazioni.
Le più antiche sia della cappella del Luini che di quella di S. Agnese, erano in piastrelle di cotto rosso. Mentre per la seconda questo materiale è rimasto, tutto il resto della chiesa, nel XVIII secolo, fu ripavimentato con una tarsia marmorea bianca e nera scandita da grandi fasce in macchia vecchia rossa.
Nell'ottagono centrale venne ricreata una scacchiera restringentesi verso il centro, che ripete il gioco prospettico delle costolature della volta.
L'insieme, oggi disturbato dalla presenza delle sedie e delle panche, è di una bellezza incantevole. Durante l'inverno, in antico, veniva protetto con grandi pannelli lignei.
Tutte le balaustre sono a colonnine lavorate a sagoma quadrata in marmo rosso, i basamenti e i contorni sono neri. Anche l'altare che, nel corso dei secoli, ha cambiato ben tre volte posizione, è formato da un colossale parallelepipedo di pietra miscia, tutto d'un pezzo.
Quando era appoggiato alla parete di fondo era stato dotato di un grande tabernacolo dei Cojro. Questo però era così grande da nascondere la pala del Luini. Fu quindi posto in sagrestia e, spostato l'altare, si fece intorno alla mensa una cornice barocca in legno dorato coi ripiani per i candelieri ed un nuovo tabernacolo più piccolo. Questo grande altare fornito di un capocielo scolpito e del velario alle spalle, venne mantenuto fino agli anni 1960.
Cambiata la liturgia vennero eliminati sia il capocielo che il velario, e in occasione dei restauri del 1963, fu rigirata la mensa, lasciando il solo blocco marmoreo per le celebrazioni.
Anche i due pulpiti scolpiti in legno che erano ai lati della chiesa innestati sui piloni, vennero disfatti e solo uno è stato ricollocato a lato della cappella maggiore, ma a livello del pavimento di questa.
Già abbiamo accennato agli stalli del coro. Tutti in legno di noce, furono posti in opera dopo il 1586, per mano dei fratelli Cojro. Essi erano imponenti e preziosi nella loro severità ancora rinascimentale.
Attualmente sono stati accorciati fino alla metà dei lati della cappella, per permettere una completa visione degli affreschi del Lanino. Al centro è stata innerita una stupenda cattedra vescovile, che era collocata sulla destra della cappella, con dei putti e delle formelle decorate di notevole pregio.
Molte altre opere come il fonte battesimale in legno dei Taurini, gli arazzi dei Lampugnani, quadri e stendardi celebrativi di San Carlo o per le giornate dei morti, Via Crucis, nuovo impianto dell'organo disegnato da Gersam Turri, vetrate, arredi sacri ecc. sarebbero da descrivere, ma per mancanza di spazio rimandiamo al libro scritto sulla Basilica di S. Magno nel 1974.
Un'ultima nota riguarda l'esterno.
L'antico campanile romanico che era stato conservato nel 1504, fu dapprima rialzato nel 1542. Ancora nel 1611, a causa del rinnovo delle campane fatte ingrandire, venne rinforzato e restaurato.
I muri in sasso erano però incoerenti e nel 1638 dovettero nuovamente rafforzarli.
Il giorno 2 dicembre 1752 venne iniziata la costruzione di una nuova torre su progetto di Bartolomeo Gazzone, con l'aiuto di maestro Francesco Beltrame. Quella vecchia rimase integra solo fino all'altezza del cornicione del tiburio esterno. Porta ancora due serie di arcatelle ciliali la lapide con il distico del Bossi ed un Cristo romanico proveniente dal S. Salvatore, di modesta dimensione.
Il nuovo campanile invece, alto più di 40 metri, fu edificato con una robusta cortina muraria in mattoni, abilmente sagomata con insenature. La sommità venne realizzata con un tetto piano sopra la cella campanaria, semplificando il progetto originale eccessivamente decorato.
Nel suo insieme la basilica subì modifiche di poco conto, dal 1504 ad oggi. A parte lo spostamento richiniano della facciata, una vera modifica fu operata, nel 1914, da mons. Gilardelli che incaricò, l'architetto Perrone di allungare di una campata le cappelle verso piazza San Magno. Nell'occasione scomparvero le finestre ed i portali del Richini (1610).
Il prospetto e l'esterno della basilica furono finiti ad intonaco con motivi decorativi graffiti. Le finestre tonde accolsero nuovi serramenti e fu sistemato il perimetro esterno. Molte trasformazioni invece ebbero le case canonicali.
Poste dapprima verso il ponte sull'Olonella nell'angolo nord-est ed appoggiate alla chiesa (si entrava come abbiamo visto dalla cappella attuale dedicata a S. Carlo), furono abbattute intorno alla fine del 1800.
Le canoniche più antiche del 1500 erano poste a lato della sagrestia e formavano cortile proprio in faccia al vecchio campanile romanico. Esse erano state ampliate, nel 1600, sotto Federico Borromeo, che aveva ripreso l'uso della braida e, nel 1700, in occasione del rinnovo del campanile.
Come si può, notare dalle foto dei primi dell'Ottocento la basilica era stata come abbracciata dall'abitato, lasciando libero il sagrato con il "foppone" che fungeva da cimitero.
Costruito il Palazzo municipale dall'arch. Malinverni, nel 1908, e coperta successivamente l'Olonella lungo via Gilardelli, la chiesa riacquistò, anche all'esterno la sua caratteristica di monumento a pianta centrale, da osservare lungo tutto il suo perimetro.
Era ormai visibile da tre lati. Solo a sud, la presenza delle vecchie canoniche, chiudeva la visuale.
Nel 1967-72 queste vecchie e basse costruzioni vennero eliminate. Al loro posto sorse un monumentale Centro Parrocchiale dotato di sale riunioni, mensa, uffici ed abitazioni per i sacerdoti.
L 'edificio venne proposto dai progettisti Castiglioni e Ceruti, in vetro e pietra rossa di porfido. Sostenuto da una serie di pilastri in acciaio, forma, con la basilica, sul lato sud una galleria che permette la completa rotazione pedonale attorno alla chiesa stessa.
Nell'anno 1976 vennero dotate alla basilica tre artistiche porte in bronzo, a ricordo del VIII centenario della battaglia di Legnano.
Si rese promotrice di quest'opera la Famiglia Legnanese costituendo un comitato di iniziativa, attraverso il quale vennero raccolti i fondi necessari. In quell'anno era sindaco della città l'ing. Cesare Croci Candiani che si dimostrò particolarmente sensibile a questa opera, le cui figurazioni rappresentavano una sintesi delle glorie e delle virtù della gente legnanese.
La proposta, maturata nell'ambito della Famiglia Legnanese, trovò, ampia rispondenza anche nel Comitato Sagra, nelle otto contrade e in diversi enti ed Associazioni della città.
Le tre artistiche porte in bronzo, opera dello scultore bergamasco Franco Dotti, vennero benedette il 10 maggio 1976 dall'arcivescovo di Milano card. Giovanni Colombo, prima della celebrazione della tradizionale messa sul carroccio, preludio delle imponenti manifestazioni per l'ottavo centenario della battaglia di Legnano.
Le varie formelle sono ispirate alla ricorrenza del memorabile avvenimento e rappresentano una sintesi ideale della storia, delle glorie e delle virtù della operosa gente legnanese.
Nel trentesimo anniversario della propria fondazione, la Famiglia Legnanese, ha affidato allo stesso autore Franco Dotti, una riproduzione in scala ridotta delle porte, affinché questo trittico potesse essere fruito da collezionisti e legnanesi amanti delle opere artistiche della loro città.
 
 
 

28.1.26 Chiesa della Madonnina

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Chiesa della Madonnina
 
"Della nova chiesa della Natività di Maria Vergine".
Nel 1650 il legnanese Prevosto Pozzo descrive sotto questo titolo le cause ed i lavori inerenti all'erezione di una piccola chiesa situata lungo l'attuale corso Sempione in Legnano. Di una chiesa nuova infatti si trattava cominciata il 21 luglio 1641 sotto il patrocinio del cavaliere Gioseffo Lampugnani. Anche se di piccole dimensioni questo edificio rappresenta l'espressione più colta in tema di architettura prodotta nella Legnano del 1600, in quanto tutte le costruzioni a lei coeve, risentono ancora l'influenza del 1500.
Prima di addentrarci in una descrizione di fatti è meglio accennare alla situazione culturale italiana in generale e legnanese in particolare intorno al 1630.
Alla fine del Cinquecento l'Italia si trova presa nel fervore rinnovatore della Controriforma. Non era tanto all'intelletto ed alle sue speculazioni che essa si rivolgeva, quanto al sentimento ed alla fantasia (Spini) aiutata dalle nuove ondate di mecenatismo che in ogni luogo fanno veri idoli degli artisti e degli studiosi. Michelangelo ha fatto scuola. Egli a Roma prese contatto con i resti delle splendide costruzioni romane imperiali, di cui aveva imitato il gusto della spazialità e della possezza delle forme; aveva fatto suoi gli arcani segreti di quei lontani plasmatori di masse e di spazi, profondendoli nelle sue maestose opere.
Ecco che gli eredi di Michelangelo subito si rifanno al gusto romano anche perchè la maturità costruttiva di questo secolo è paragonabile a quella del II-III secolo d.C. Nella Roma pagana, con condizioni economiche paragonabili a quelle seicentesche, si era insinuata la dottrina cristiana, facendo nascere architetture piene di tormenti e di sentimenti forti che ritroviamo nel Seicento questa volta generati da un poco di paganesimo edonistico insinuatosi nel pensiero cristiano. Dice bene la prof.sa Liliana Grassi: "Al sostituirsi dei principi della nuova ricerca naturalistica sperimentale delle teorie platonche del Rinascimento corrispose dunque anche in arte l'adesione a forme figurative in certo senso consorte a tal sorta forma mentis generale". Tre elementi però impediscono al Seicento di ricalcare le vie romano imperiali.
Primo: la presenza degli Spagnoli che con il loro gusto influirono sugli artisti, i quali talvolta si abbandonarono ad eccessi di decorativismo.
Secondo: la sopraggiunta maturità costruttiva permette, ogni secolo che passa, di usare i materiali a piacimento, maggiormente, avvicinandosi ai limiti dlelle resistenze strutturali fino a rendere più snelli i muri e gli appoggi.
Terzo: la divisione politica in tanti staterelli autonomi toglie la maturazione del gusto crescente in un corale moltiplicarsi delle fabbriche, e ciò è causa di architetture tipiche regionali, o spesso solamente cittadine che vediamo intorno a noi. Proprio quest'ultimo punto introduce il discorso sull'ambiente nel quale sorse la chiesa presa in esame. In Lombardia siamo sotto il dominio degli Spagnoli di Filippo IV, tuttavia l'amministrazione è in mano a nobili milanesi ed il peso delle gabelle di Filippo non è troppo sentito dato che spesso non vengono pagate. Si vive in un certo benessere che tranne nei periodi della peste consente l'erezione di molteplici edifici, patrocinati dalle famiglie nobili, ad opera di artisti di corte e prettamente lombardi quali Lorenzo Prinago, Buzzi Fabio, ecc. ed il maestro fra questi Francesco Maria Richini .
In Lombardia le istanze barocche erano state preparate dalle classi sociali e dal Piermarini. Il nuovo secolo trovò quindi un humus forse più che altrove preparato ad accogliere le successive manifestazioni barocche. Nonostante il terreno già pronto all'innesto del barocco in Lombardia, non si verificò una manifestazione artistica unitaria quale quella piemontese con Guarini e Vitozzi, o quella siciliana, o napoletana che improntarono intiere città ed allacciarono discorsi architettonici unici evolventisi dalle città principali in provincia con sviluppi spesso equipotenziali, soprattutto grazie al mecenatismo delle corti regali che in codeste regioni erano ben salde al potere ed intervenivano ovunque. Al contrario la Lombardia era in mano a tanti piccoli signorotti che più o meno rispettavano il potere centrale, e ognuno si faceva promotore di nuove fabbriche senza che Milano intervenisse con finanziamenti. Ecco dunque crescere fabbriche in leggera anarchia senza un filo conduttore che le unisca.
A Milano, splendore di mezzi e di architetture, in provincia spesso fabbriche plu modeste. Il caso verifica della situazione si vede proprio in Legnano. Nel 1600, Legnano è un Comune abbastanza agiato; lo testimoniano le sue innumerevoli chiese (tredici) ed i suoi conventi (ben sette). Non solo, ma in essa risiede, come abbiamo visto, una delle più importanti famiglie di Lombardia; la famiglia Lampugnani. Discendenti da Odelberto Lampugnano (804) cavaliere dell'imperatore Carlo Magno (archivio storico civico Milano, Famiglie, cart. 819).
Un discendente di Odelberto Lampugnani, Joseffo (il primo importante legnanese possessore del Castello) capitano di sua maestà e cavaliere jerosolomitano, figlio di Attilio, era in quel tempo molto facoltoso e potente, tanto che lo stesso Filippo IV di Spagna il 28 febbraio del 1647 emise una grida contro di lui (A.S.C., Famiglie, cart. 820) perchè con stuolo di bravi si proteggeva dalle truppe spagnole e non pagava le gabelle per gli eserciti del re.
Proprio in una vigna di costui sorgeva una piccola cappella che sembra essere quella segnalata dallo storico milanese Bussero come presente in Legnano, ma per i fatti, ecco il racconto del prevosto Pozzo di Legnano che, nel 1650. scrive "Storia delle Chiese di Legnano" (Archivio di S. Magno Legnano).
 
"Fra la contrada di Legnarello et l'Hospitale di S. Erasmo vi si vede in questo tempo che io scrivo una picciol capella fatta int volto con una assai vaga  effigie della B. Vergine dipinta con S. Sebastiano, et S. Rocho a lati suoi, oltre che altri santi ne muri latterali in particolare S. Fran.co, S. Joseffo, S. Carlo alla quale vi fu sempre qualche divotione come quella che è posta sopra la Strada Milanese.
Si accrebbe la divotione a questa cappella, che essendo fuori a caccia il S. Antonio Lampugnano fratello già del S. Cavaglier Joseffo sopra i cui beni è posta, et non so per quale accidente cascò da cavallo restando il piede nella staffa, et tirato per terra ivi a quella capeletta si fermò, raccomandandosi sifatto pericolo alla B. Vergine, et restando illeso riconobbe questa gratia da quella che però in memoria della gratia la fece questa capella cancellare con legna di noce, et li fece fabricar avanti un portico, et pur a nostri tempi uno che andava tutto curvo, et li andavano a basso li intestini, con la divotione a questa capella, confessa havere la sanità,. che però si è alla nova fabrica dedicato impiegandosi per quella di continuo.
L'anno 1638 a 4 del mese di Novembre fu gran concorso a Milano per la solennità di S. Carlo dovendosi riponere il S. corpo di quello Arcivesc.vo in una mirabil cassa fatta di cristallo et argerno con una solenne processione a spese del Catholico Re Filippo IV nella quale solennità fu così copioso il concorso che li portici, botteghe sopra la piazza del domo anco di notte si videro pieni, con l'occasione di questa solennità si accrebbe la divotione fermandosi molti de passeggieri a questa capella tocchi dallo spirito santo qual voleva in quel loco fosse honorato la Regina de Cieli, et doppo questa solennità e anche sempre crescendo il concorso in modo che le feste si vedevano venir molti da tutte le parti, professando molti haver havuto delle gratie.
Et una non devo tacer ... del borgo di Busto indemoniata essendo venuta alcune feste ci questa capella con sentimento di conseguir qualche gratia, il giorno de S. S. Innocenti del med. o anno 1638 fu accompagnata cola con molti stridi che mandava, et ivi stette per spatio di tre hore avanti il giorno riempiendo quel contorto di stridi alla fine cadè tramortita, et portata nella terra al fuoco non senti altri ritornando alla medema cappella all'hora, et doppo in ricognitione della gratia l'anno seguente nel mese di Aprile Giò Pietro Rontio da Gorla Maggiore pieve di Busto havea un figliolo d'età d'anni 4 in circa è questo venne il male della pietra et facendogliela  cavare dal Chirurgo Molt'Albino da Peveranzo presso Carnago restò morto, et quanti erano presenti lo videro spirare, in quel ponto la madre s'invotò a questa B. Vergine. et videro in un subito il figliuolo ravivarsi, et vedendo ci rendere le gratie con portar un quadretto del successo, vennero ancoa deponere il fatto. Molti professano delle gratie quali a co nell'ottenere la facoltà di poter fabbricar la nova chiesa si sono esibiti nell'Arciv.to molti anco hanno fatte larghe elemosine, quali essendo arrivate è qualche somma fu deliberato fabricar una nova chiesa stando che la capelletta fosse troppo vicina alla strada ne si poteva ampliare .
Venne l'Ingeniero Richino, qual in materia di Chiese fu sempre in gran stima, et fatto il modello si esebì a Mons. Cesare Visconte come prefetto deputato sopra le fabriche qual aprovò quanto fu messo in carta, et esebito a S. Em.a se ne riportò ogni opportuna facoltà con un rescritto della Cancelleria del tenor seguente. Blasius Constantius I.U.D. Prothonotarius Ap.licus Emin. mi ac. Rev.mi D.D. Cesaris S.R.E.  Pbri Cardinalis Montii S. Mediolanens. Eccl.ae Archiepi Vic. Glis.
Ecclesiae sub invocatione Nativitatis B. Virginis Mariae apud vias Legnarelli parochialio Legnani Med.ni Dioces. Construensitum, formam, ac dessignationem hac pictura de Architecti penso judicio, et consilio expressam, et è Per Ill.mi et Ad. Rev. D. Julio Cesare Vicecomite Prefecto Fabricarum Ecclesiasticarum recognitum, et approbatum atque instrutionibus fabric. Ecclesiasticarum rationibus congruam: Nos approbamus ad eiusdemque praescriptae omnis dessignationis typum formamque istius Ecc. ae instructionem, aedificationemque fieri, et confici his nostris concedimus. In quorum fidem ect. Datum Mediolani ex Pallatio archiepli die 15 mens. Yuli 1641.
  Signatum Blasius Constantius Vic. Glis
  Jo. Da.pta Pellizonus Can.s S. Stefani et Vicecancell. Archieplis. Il 21 luglio del medesimo anno 1641 in giorno di Dominica stando di già in fronto gran quantità di calce, pietre, mattoni il tutto preparato mediante la diligenza del S.r. Cavaglier sopra una vigna contigua a questa capella ove il med.o S.r dava il loco, et sito per la nova chiesa doppo il vespero essendosi di già il popolo congregato nella Prepositurale per esser la 3° Dominica giorno nel quale tutto l'anno (sic) si espone il S. S. mo Sacramento fatta dico la processione, et quello riposto subito s'inviò il Popolo, qual era numeroso con anche le schole de Disciplini verso Legnarello alla capelletta, et accostatosi il Prevosto cò, il clero al piede della croce che alcuni giorni avanti era piantata al loco per l'altar della nuova chiesa destinato ivi presso era fatta la fossa per il fondamento della nova chiesa medema, et stando preparando un tavolino coperto di tapete di seta sopra di quello si vedeva una pietra quadrata et benedetta nella solita forma del sacerdote Romano fu dal Prevosto posta nel mezo del fondamento della capella maggiore è dirimpetto dell'altare in quella maniera che si prescrive cantate le litanie al rito romano stando intornzo il numeroso popolo. Il giorno seguente si proseguirono li fondamenti alzandosi la fabrica fuori di terra all'altezza in circa de Br. 8.
Si attendeva d questa abrica, et passando un carro con matteria per servitio della med.a fabrica il 23 agosto del 1641 urtò per poco accedimento in una colonnta del portico che avanti a questa capella vi era come già dissi, et questa andando a terra li andò andò tutto il tetto sotto di questo stava unz passaggiero orando alla B. Vergine et benchè li venisse parte del med. o tetto con legnami restando intatto et illeso da tal riuna, et la lampada stessa che ardeva nel mezo del med. o portico non si ruppe sotto a tale ruina. Ricortoscendo q. to huomo la salute in simil caso della B. Vergine nel ritorno che fece dalla città  venne a deponere il caso. QUesto fu un Gio. della Croce di età d'anni 31 figliuolo d'un Antonio detto Tortiolo Pontemai Dioces. di Novara, terraposta al principio della Valle d'Antigolo. L'arno seguente cioè il 1642 del mese di Aprile si ripigliò questa med. a fabrica et in 15 giorni s'alzò due pontade intorno, et fu necessario fermarsi principalmente per mò esserne pietre cotte, et in breve spatio di tempo il tutto fu in ordine come anco alcune pietre piccate che si fecero condur da Somma si per fortezza della cornice di dentrio, come per ligati nelle stesse mura, oltra legni, et chiave di ferro, quali circondano la fabrica tutta, et si ripigliò la fabrica nel mese di luglio sino al coprirla tutta riserbandosi la volta all'anno seguente. Ne sia meraviglia che in tempo si calamitosi si potesse avanzar tanto in questa fabbrica l'assistenza di questi sig.ri fu sempre sin dal principio più che ordinaria, et lemosina della legna per cuocere le pietre fu abbondante concorrendovi non solo la terra di Legnano ma anco molte altre, cossi invitati è sovenir quest'opera da RR. Curati quelle".
Come dice il Pozzo è dunque un signorotto locale miracolato a far erigere una chiesa  senza il minimo interessamento di Milano. Viene il Richini? Forse, ma ecco che la costruzione, pur se ben plasmata, si trova spaesata lungo il Sempione e vicino a case, conventi, e chiese cinquecentesche che la attorniano ed il discorso architettonico urbanistico unitario tipico di tanti paesi piemontesi o meridionali barocchi qui manca del tutto. All'infuori del documento citato da padre Pozzo, non si sa molto sulle origini della chiesa. Nel testamento del cav. Joseffo (Archivio Ospedale Maggiore di Milano cart. 11) si menziona la di lui patrocinazione della chiesa, un lascito di mille lire, l'obbligo delle Messe e la volontà di essere sepolto in un angolo della chiesa ove infatti si vede una lapide al suo nome che copre una cella sotterranea, in cui sono i corpi dei Lampugnani.
Questa infatti è, al di la della narrazione favolistica secentesca, la motivazione e la vera funzione dell'edificio. Esso costituisce il mausoleo della famiglia Lampugnani, essendo stato vietato, dopo il concilio di Trento, ai privati trovare sepoltura nelle chiese (i personaggi importanti all'interno della chiesa, quelli minori fuori nel cimitero, es. piazza S. Magno). I Lampugnani non potevano più usufruire delle loro tombe sotto il pavimento di S. Magno, avevano quindi dovuto costruirsi una cappella privata, in cui trovare posto per l'eterno riposo ed affinchè assumesse un aspetto di chiesa normale avevano istituito un lascito per l'altare, mantenendovi anche un sacerdote per le messe. Sotto il pavimento della chiesa essi si feecero tumulare. (La cellula funeraria ora sigillata fu scoperchiata ventisette anni fa per il rinnovo del paviimento  ma la sbadataggine degli intervenuti ha fatto in modo che non sia stato fatto un rilievo della tomba. Essa viene però descritta come semicircolare, fatta come un coro e nel sedile a gradino sono posti i feretri seduti di due signorotti armati (Joseffo e un collaterale cavaliere Tranquillo Lampugnani) nonche' quella Bianca Lampugnani e sposa al Lampugnani stesso qui sepolta con il suo abito nuziale.
Vi sono poi documenti che descrivono le successive donazioni alla chiesa e trasformazioni in oratorio fino al lascito della stessa da parte di Attilio Lampugnani, nel 1756, all'Ospedale Maggiore di Milano. Inoltre sono segnalati nell'Archivio di Stato di Milano (Fondo Religione, cart. 764) le dotazioni i bilanci, la presenza dei documenti di fondazione (non rintracciati) e l'annessione, probabilmente nel 1700 circa, di una parte posteriore adibita ad oratorio della Confraternita del SS. Sacramento, per la costruzione della quale venne demolita parte della cappella dietro la chiesa.
Nessun riferimento al Richini dunque, se non quello di una perizia calligrafica stesa dalla prof.sa Liliana Grassi circa un disegno della chiesina rintracciato in una cartella dimenticata di documenti ancora da registrare presso l'Archivio dell'Arcivescovado di Milano; pero' bisogna precisare che proprio le cartelle utili che erano presenti in A.S.C. (Localita' foresi, cart. 888) sono andate distrutte. Comunque anche le cartelle all'Archivio di Stato "746 Ingegneri camerali" riguardanti il Richini, non portano riferimenti a Legnano.
Negli elenchi sono indicate le giornate dedicate ai vari lavori lombardi del Richini e non vi è Legnano, penso per due motivi: primo, il lavoro non era importante, secondo, era fatto da un privato in lotta col potere centrale e quindi tenuto quasi nascosto.
Comunque, proprio nel 1640, F.M. Richini ricevette l'investitura ad ingegnere camerale; quindi è molto probabile il suo intervento un anno dopo in una fabbrica cosi vicina a Milano.
L'edificio oggi si presenta, in pianta, come formato da un corpo centrale quadrato, i cui spigoli sono stati troncati mediante l'inserzione di lesene racchiudenti finte porte in basso e nicchie con statue nella parte alta. Tali inserzioni vengono a costituire un ottagono con lati alternati lunghi e corti. Nelle pareti di testa e di fondo sono aperti due archi che inseriscono al corpo centrale due cappelle; una per l'organo, l'altra per l'altare. La cappella dell'organo cui si accede dalla facciata, è coperta con volta a botte e presenta nella lunetta sopra il cornicione una finestra quasi quadrata con voltino curvo che si apre in facciata. La cappella dell'altare maggiore è coperta da una crociera ribassata e nelle tre lunette si aprono 4 finestre uguali alla precedente.
Quella sopra l'altare è chiusa in seguito alla chiara aggiunta dell'oratorio. La chiesa è stata prolungata nel 1700 con un edificio a due piani, con in basso un'aula unica coperta a padiglione ed in alto con stanze per il canonico, a cui si accede mediante una scala inserita in un corpo di muro sulla sinistra della chiesa e che comprende la sacrestia, il vestibolo, il campanile ed un vano secondario. Il vano centrale della chiesa ad ottagono è coperto con una volta a crociera rialzata al centro, in cui costoloni sembrano riempiti a formare quasi otto vele; quattro grandi e quattro piccole che si riuniscono in un piano ottagono centrale anch'esso con i lati più piccoli verso gli spigoli del quadrato di pianta. Nelle lunette piane formate sui fianchi da due dei quattro archi reggenti la volta, si aprono ancora le finestre quasi quadre. Le lesene interne sono tutte in ordine Jonico.
L'imponente cornicione taglia in due l'ambiente, suggerendo un aereo distacco delle coperture. I marmi delle cornici e dell'altare sono aggiunte settecentesche.
Notevoli sono i porta lapidi alla base delle lesene fiancheggianti le quattro porte che, dalla fattura, rivelano origini secentesche.
L'esterno si presenta, tranne per la facciata completamente lisciata, in cotto, l'ottagono viene denunciato sul fianco destro ove l'aggiunta settecentesca rivela la sua entita a causa di profonde crepe che la separano nettamente dal corpo vecchio e grazie alle finestre rettangolari, col bordo non intonacato e con una cornice settecentesca, che si rivelano subito posteriori. Tutte le facciate sono scandite da lesene che le incorniciano con misurata eleganza tagliate a mezzo da un semplice cornicione di cotto che prosegue idealmente quello di facciata. La copertura è a capanna sulle due cappelle di testa e coda e sul vano centrale è ottagona con i lati corti. La chiesa si presenta sopraelevata rispetto la strada con un salto di m. 1.80 che la rende più slanciata. La facciata non indulge a preziosismi, è a due ordini: dorico e corinzio, culminata da un timpano in cui le lesene mediane proseguono.
La larghezza della facciata è maggiore di quella del corpo avanti della chiesa e quasi nasconde a chi entra la sua natura ottagona, dividendosi inoltre in tre parti come se la chiesa fosse a tre campate. Nella parte centrale inferiore è sistemato il portale fatto con una cornice sormontata da un ovale decisamente posteriore con una Madonna. Sopra il grande cornicione si apre solo la finestra del vano organo quasi quadrata, contornata da una semplicissima cornice che nella parte superiore acquista un'aggraziata linea arcuata; nelle campiture laterali sono rilevate delle cartelle con spigoli sagomati a sguscio. Sopra il complesso che presenta suIIa destra un portico a un fornice con volta a vela (è un ampliamento del portale poi spostato dalla facciata del 1600 rifatta) si erge un campanile che alla base interna acccusa una notevole vecchiaia, ma all'esterno tradisce un rimaneggiamento settecentesco ed un restauro dei primi del Novecento.
La singolarità della pianta e la menzione sul Richini mi inducono ad esaminare un altro monumento sicuramente dello stesso architetto: il S. Giuseppe (l607-30) di Milano. Sul S. Giuseppe vi è una preziosa descrizione del Torre (il Ritratto di Milano - 1674) riguardante l'aspetto e le opere di questa chiesa.
Parlare di attribuzioni è forse eccessivo, tuttavia per molti caratteri la nostra chiesa della Beata Vergine Maria si avvicina, sia pure come manifestazione artistica di tono minore, alle caratteristiche morfologiche dell'architettura Richiniana. Vediamole.
Il primo: lampante parallelo a quello piantistico o del S. Giuseppe milanese. Una delle peculiarita del barocco fu quella delle trasformazioni delle piante geometriche del Cinquecento a piante cosidette plastiche, sul tipo della ellittica. Vediamo in Piemonte le piante mosse dal Guarini, e le sue volte talvolta incredibili, a Roma il S. Carlo del Borromini, in cui ogni punto di vista fa scoprire nuovi giochi di superfici concave e convesse, o il S. Ivo, in cui alla fantasiosa stellarità della pianta corrisponde una ancor più fantastica cupola impostata su un perimetro trilobato e tricuspidato, ed un esterno scenografico e mai riposante per chi guarda grazie ai suoi continui cambiamenti di piani.
In mezzo a tanto fervore inventivo anche il Richini ebbe la sua intuizione. "Ad osservare i suoi studi si scopre una tendenza a non lasciarsi irretire dal filo di una magia senza confini. Il Richini fissa un asse attorno al quale fa ruotare il suo pensiero, tendenza ad accentuare lo scatto longitudinale e cioè allungando sentitamente la cappella lungo l'asse" (Grassi). Infatti le due chiese di Legnano e Milano presentano pianta centrale ottagona, in cui l'asse principale è stato allungato mediante una cappella d'ingresso ed una abside. Mentre però la chiesa legnanese indulge più tipo del S. Remiglio di Milano (1630) di Fabio Mangone Torre ora distrutto, quella di S. Giuseppe si avvicina allo schema del S. Giovanni alle Case Rotte, per delle cappelle radiali del vano abside. Ma se l'impianto generale non è proprio identico, quasi identici sono i lati corti dell'ottagono centrale. In entrambi i casi infatti si hanno elementi che li staccano dal corpo della chiesa. In Legnano lesene, a Milano lesene e colonne. Vi sono quattro porte nella parte inferiore di tali lati, a Legnano tre finte e una vera, in Milano quattro vere. Sopra le porte in Milano sono sistemate delle nicchie aperte in un vano scala con delle balaustre, in Legnano non essendo possibile per modestia di mezzi e proporzioni costruire i progetti si supplì con nicchie nelle quali furono sistemate quattro severe statue. In tutte e due le chiese troviamo l'ordine jonico tanto caro al Richini. Sopra i capitelli si stendono poderosi cornicioni, i cui respiri non differiscono molto se non in Legnano, per l'esser stato tornato dalle successive decorazioni. Per quanto concerne il vano organo, in entrambi i casi, le proporzioni e le soluzioni sono identiche, persino la porta d'accesso all'organo. Dietro l'organo la finestra quadrata, sopra la volta a botte. Anche il vano absidale, se si escludono le cappellette radiali in Milano, assenti a Legnano per la piccolezza della chiesa, ma segnate mediante un approfondirsi delle pareti tra le lesene, è risolto in modo uguale con una crociera di volta e tre lunette, nelle quali si aprono finestre del solito tipo.
Un terzo esempio di tale copertura si trova nel S. Carlo ad Arona, in cui però la soluzione è ingigantita e le finestre sono portate a quattro. Per il vano centrale la somiglianza non è rispettata. In Milano vi è una cupola su pennacchi, soluzione ricca ed impegnativa, già presente nell'abside del S. Carlo. In Legnano è una volta a crociera mutata in ottagono con l'inserzione di piccole vele negli spigoli. Al centro vi è una cartella pure ottagona.
Orbene, questa soluzione si trova in genere in una famosa costruzione del Richini: il palazzo di Brera, infatti in tutti gli incroci dei corridoi sono ricavati dei vani a fianco, in cui le coperture sono molto vicine a Legnano. Le finestrature sono per forma ed ubicazione molto simili nelle tre chiese menzionate, ed in Legnano, presentandosi con la cornice intonacata, annunciano una delle caratteristiche del Richini: fabbrica a mattone nudo con i fori dei ponteggi e le predette sagome intonacate. Anche la finestra in facciata cosi quasi quadrata e con il bordo superiore sagomato è elemento caro al Richini e presente anche a Milano ed Arona.
La facciata poi, alta ben raccolta nelle lesenature ascendenti, con quel suo sviare la visione ottagona, rivela intenti e gusto uguali. Anche i cornicioni ad un attento esame, rivelano essere quasi identici tranne nelle aggiunte decorative dei timpani milanesi. Sui fianchi ovviamente si torna a notare la differenza di natali delle chiese. In Milano si continuano lesene e capitelli ed i muri sono intonacati, in Legnano ci si limita a costoloni senza capitelli e ad un cornicione in cotto appena accennato, anche se il disegno allungato e gli aggetti dei volumi sono uguali. Un'ultima cosa: nel portale trascurando il sovraportale milanese con le colonne ed il timpano, si pui, notare un uguale senso delle proporzioni nelle cornici che nel caso di Legnano si avvicinano a due tipi di porta presenti nel cortile di Brera, in cui gli spigoli superiori sono stati arrotondati con soluzione nuova tipica del Barocco che avrà molta fortuna nel Settecento.
La chiesa fu sempre benvoluta dai fondatori Lampugnani, i quali la dotarono di buone opere d'arte.
Prima fra tutte la pala (trittico) d'altare dipinta con mano più cinquecentesca che barocca, ma in modo squisito da Francesco Lampugnani, legnanese. Rappresenta una Madonna con i classici S. Sebastiano e S. Rocco che riecheggiano quelli posti nella cappella maggiore di S. Magno, ad opera di B. Lanino.
Il dipinto ad affresco con cornice di gesso e ln buone condizioni. Sempre alla mano dei Lampugnani si devono le decorazioni e le figure di S. Francesco e S. Giuseppe poste sulle pareti della cappella dell'altare, che ripetono le interpretazioni di ornato tipiche di questi pittori con i colori blu e grigi già splendidamente visti nelle grottesche della cupola della Basilica maggiore di Legnano dipinte dal Gian Giacomo. Nell'aula centrale si vedono ora a destra ai lati destro e sinistro due ricche cornici ovali di marmo nero, in cui si trovavano due tele del pittore Stefano Maria Legnani detto il Legnanino ora trasportate nella cappella dell'altar maggiore della chiesa di S. Maria delle Grazie in Legnano. Esse sono di grandi dimensioni (m. 2 x 2,98) e rappresentano due scene piene di grazia e dolcezza con la nascita e l'assunzione della Madonna ed erano il vero capolavoro della chiesina. Quando vennero trasportate, ci si occupò di non lasciare il muro a nudo e venne incaricato nel 1828 il pittore legnanese Beniamino Turri perchè ne eseguisse le copie ad affresco all'interno delle cornici.
Queste copie hanno risentito della troppa umidità proveniente dal tetto ed un maldestro ritocco a tempera, nel 1950 le ha rese quasi irriconoscibili. Per contro molto più integro è il soffitto decorato a stucchi da Daniele Turri con inserite tra i putti e le lesene delle stupende scene ad affresco dipinte dal figlio di Beniamino Turri, Mosè senior. Questi affreschi unitamente a quelli deterioratissimi della chiesa delle Grazie ed ai quadri ad olio in S. Magno sono le opere più belle lasciate a Legnano da questo artista nostro cittadino.
Non mancano nella chiesina della "Madonnina" i marmi preziosi scolpiti, particolarmente cari alla cultura del 1600, tra i quali si distinguono le lapidi funerarie dei Lampugnani mirabilmente lavorate in marmo nero. Già abbiamo accennato al fatto che la chiesetta era posta lungo l'antica Strada Magna ora Sempione. Orbene, questa sua particolare ubicazione ed il tipico gusto secentesco di unire l'estetica alla funzionalità fecero si che essa venisse dotata nel suo esterno di ben tre meridiane poste rispettivamente ad est, a sud ed a sud-ovest. Queste tre meridiane erano ben visibili dalla strada sia andando che venendo da Milano ed erano studiate in modo che quella ad est recepisse le prime luci segnando le albe per poi passare l'indicazione delle ore centrali a quella grande posta a mezzogiorno, la quale a sua volta verso sera era coadiuvata dalla terza verso ovest che segnava i tramonti. La chiesina costituiva quindi un vero orologio solare con le sue mura esterne ed aiutava i viandanti nel loro cammino. Le meridiane erano tutte impostate su scenografie con stemmi, volute, paesaggi e motti latini, ma sono rimasti solo la grafia delle linee delle ore incise nell'intonaco, i colori delle scene sono spariti. Nel 1984, grazie all'intervento del Club Antares di Legnano, della Famiglia Legnanese e della contrada di S. Erasmo, esse sono state restaurate nelle loro parti tecniche di linee equinoziali, solstizii, ore, gnomoni ecc., ma si è dovuto rinunciare al recupero delle parti decorative perchè troppo compromesse.
Percorrendo il Sempione, non con l'automobile (troppo veloce), ma a piedi possiamo ancora oggi rimirare il pregevole effetto di questo "laboratorio solare" unico nel suo genere in tutto il circondario di Legnano.
 
 
Nelle precedenti note riguardanti la chiesa di S. Ambrogio e le sue secolari disavventure edilizie era emerso chiaramente come la piccola società legnanese del 1500-1600 fosse piena di iniziative e risorse. Mai paghi del decoro delle loro chiese o cappelle gli abitanti avevano non solo edificato ed abbellito S. Magno, ma anche riedificato ex novo S. Ambrogio alla fine del secolo terminando i lavori verso il 1610. Il medesimo fervore rinnovatore nell'anno 1612, venne dedicato ad una piccola cappella esistente fuori Legnano verso sud, sulla strada che porta a S. Giorgio. Lungo questa antica via che raggiungeva da più di mille anni luoghi di inumazione preromani esisteva una costruzione molto piccola risalente a prima della peste del 1575. Era di aspetto rustico e conteneva un affresco raffigurante una Madonna con il bambino ed ai lati le figure di S. Rocco e S. Sebastiano.
Nel 1582-83 già alcuni devoti si erano incaricati di costruire un piccolo oratorio a tempio che inglobava la primitiva cappellina, denominandola Nostra Signora delle Grazie, per ricordare i molteplici prodigi attribuiti all'antica Madonna. Buon ultima la guarigione di due ragazzi sordomuti, figli dei molinari vicini al castello di S. Giorgio che, durante un temporale, si erano rifugiati vicino all'affresco, il quale aveva preso a parlare con loro, dicendo di edificare un portichetto.
Evidentemente non paghi della dimensione della chiesa i Legnanesi nel 1610, ripresero a fare sottoscrizioni per modificare ed ingrandire l'edificio.
Queste due date: 1583 e 1610 corrispondono ai periodi di due grandi eventi nella storia di Legnano.
Il primo è l'anno in cui grazie alle pressioni delle famiglie nobili legnanesi ed alla valorizzazione della chiesa di S. Magno, Legnano prepara il riscatto della Prepositura che riuscirà a sottrarre nel 1584 a Parabiago. Tutta la città era quindi tesa ad erigere monumenti ed abbellirsi.
La seconda data 1610 corrisponde all'anno in cui, con il concorso dell'ing. Francesco Maria Richini a Legnano viene rigirato l'orientamento degli ingressi e facciata di S. Magno. Si costruiscono un nuovo portale e contorni marmorei delle finestre nella basilica maggiore. Si progetta l'innalzamento dell'antico campanile romanico. Si sta terminando l'ampliamento della chiesa di S. Ambrogio. Poichè l'oratorio di S. Maria delle Grazie, troppo angusto non doveva piacere, fu deliberata una costruzione più imponente, ma i disaccordi sulla scelta del luogo, ove impostare la costruzione, fecero si che, solamente nel 1611, il 4 di ottobre, si ponesse la prima pietra nel mezzo delle fondazioni del muro di fondo del coro.
Nel 1612 proseguirono i lavori con le fondazioni della cappella maggiore, del campanile e della sagrestia fino all'altezza delle cappelle laterali mentre nel 1613 vennero elevate le pareti e finiti i muri della cappella maggiore fino al cornicione. Qui cominciarono i guai; infatti nel 1614, posta in opera la volta della maggiore, questa subito crollò. Perso un poco di entusiasmo, i Legnanesi rifecero la cupola nel 1615, ma sospesero anche i lavori, facendo chiudere l'arco trionfale con un muro, quasi a formare una chiesa molto più piccola.
Nel 1616 e 1617 vennero eseguiti lavori di completamento dell'altare e si fece una porta provvisoria per dire Messa.
Fu quindi ingabbiato il muro con l'affresco venerato del piccolo oratorio preesistente ed il tutto trasportato il giorno 29 ottobre 1617 nella nuova cappella .
Il già citato prevosto Pozzo, nelle sue memorie racconta come, la notte della traslazione di questa immagine, alcuni operai, posti a guardia degli arredi interni, poichè la chiesa non era finita e sicura dai ladri, ebbero una visione di angeli venuti a genuflettersi davanti all'affresco venerato, e come questo fatto riferito il giorno dopo fosse da tutti molto discusso, ma non spiegato.
Evidentemente il racconto era stato divulgato perchè la popolazione accettasse di buon grado la distruzione della cappellina più antica e venerasse ancora l'immagine ora spostata. Si era cioè violentato l'atavico concetto di luogo sacro, posto da sempre in un certo punto dell'antica strada, e bisognava far superare alla popolazione il senso quasi feticistico di identificare un sito o un muro come evocatori di miracoli .
Inoltre bisognava rimediare al fatto che il crollo del 1614 era stato interpretato come cattivo presagio.
Dopo questa accettazione della nuova chiesa, la popolazione riprese ad edificare, finendo la sagrestia e impostando le fondazioni della navata anteriore e delle cappelle.
Nell'anno 1649 finalmente la fabbrica raggiunse il compimento e furono edificate le cappelle e la volta a botte della navata centrale. In facciata posero un semplice portico con due colonne e tutta la costruzione venne lasciata a mattoni a vista.
Da un punto di vista architettonico il santuario non rappresenta sicuramente un passo importante nella cultura del 1650. Molto più incisiva nel disegno delle masse e nelle novità spaziali sarà la chiesetta della Madonnina fatta eseguire nel 1641 dai Lampugnani.
Con ogni probabilità furono le difficoltà iniziali costruttive ed il troppo tempo impiegato per l'edificazione (dal 1612 al 1650) ad impedire alla chiesa di S. Maria delle Grazie di divenire un piccolo capolavoro come già si era dimostrato, nel 1500, la basilica di S. Magno. Mentre quest'ultima rappresenta piantisticamente un'invenzione pregevole, il santuario delle Grazie tenta di riecheggiare, con quasi quarant'anni di ritardo, la chiesa del Gesù di Roma (1568-1575). Quest'opera sorta per voler del Cardinale A. Farnese per mano prima del Vignola e poi di Gian Battista della Porta, rappresenti, un fondamentale tipo di architettura ricca, lussuosa e movimentata di quel periodo. Esuberante in ogni sua decorazione ed in ogni sovrapporsi di parti architettoniche questo edificio, tipicamente gesuitico, ottiene immediato effetto voluto sull'osservatore: la "suggestione per ricchezza".
Nella facciata coesistono in armonica costruzione, varie forme architettoniche come cappelli frontoni, volute, nicchie con statue, lesenature, finestre, che si inseriscono una nell'altra. Al contrario la pianta è molto semplice e riproduce una grande navata unica coperta con volta a botte, lungo la quale si sviluppano tra piloni massicci le nicchie delle cappelle. La parte di navata occupata dall'altare viene ricalcata ed evidenziata da una cupola inserita sopra i grandi cornicioni.
Il disegno generale è quindi molto composto e lascia alla decorazione il compito di arricchire le superfici . scomparso il transetto e lungo le pareti si allineano le cappelle pronte a divenire altari, cui le famiglie nobili potranno lasciare messe e dedicazioni o addirittura innalzare monumenti funebri.
Lo stesso schema piantistico si rivela presente nel santuario della Madonna delle Grazie a Legnano: unica navata con brevi cappelle lungo i fianchi della chiesa. Sopra l'altare una cupola, oltre l'altare ancora una breve cappella destinata a contenere il coro. Se l'impianto è uguale, non sono però al medesimo livello i materiali usati. Nella chiesa del Gesù si passa da una cappella all'altra in un continuo scandire di colonne, cornici, nicchie di marmo. Qui in Legnano i muri sono lisci ed intonacati, i cornicioni ricavati con mattoni sagomati, sono molto spartani e viene proprio a mancare la "suggestione per ricchezza" che in Roma valorizza l'ambiente della chiesa del Gesù.
Quando il nostro santuario nacque, le idee dei costruttori dovevano essere un poco confuse, e con ogni probabilità diede un contributo alla confusione anche l'architetto padre Antonio Parea di Novara. Questi inviato a Legnano dal cardinale Federico Borromeo per la scelta del iuogo ove far sorgere la chiesa, come prima soluzione propose un edificio a pianta ottagonale ricavato sezionando gli angoli di un quadrato, coperto da una grande volta a spicchi piani e disuguali sugli spigoli dell'ottagono.
Gli spicchi dovevano riunirsi in una grande lanterna ottagonale al centro della cupola. L'ingresso era ad est e nell'interno sono segnate sei grandi colonne destinate a sorreggere un imponente baldacchino. Forse per timore di accinersi ad una così complicata struttura a volta, ma anche a causa del fatto che ancora una volta la chiesa sarebbe stata troppo angusta, i Legnanesi iniziarono a costruire un edificio totalmente differente. Fu infatti impostato un semplice quadrato aperto ad est, di lato m. 9 x 9. Sui due fianchi fecero solo le fondazioni, a sinistra della sagrestia, mentre sulla destra scavarono un grande ambiente sotterraneo, con muri spessi circa m. 1,20, raggiungibile con una scala.
Questo ambiente usato come ripostiglio, accoglie le fondazioni in mattoni e sassi del campanile, che lo occupano quasi per metà. Sopra il primo quadrato che costituisce la cappella maggiore fu impostata una volta circolare in mattoni. La prima eseguita crollò. Miglior sorte ebbe la seconda. Ad un esame statico essa ancor oggi rivela un'estrema leggerezza e camminandovi sopra la si sente flettere sotto i piedi.
In questa porzione di fabbrica venne sistemato l'altare con il pezzo di muro recante l'affresco venerato.
Per il trasporto di questo dipinto i capomastri avevano costruito una struttura lignea con travi e tiranti imbullonati da passanti metallici, in grado di garantire al muro affrescato la sua integrità. L'ingabbiatura è ancora oggi visibile sul retro dell'altare.
La chiesa appena iniziata venne consacrata ed i lavori segnarono il passo. L'architetto Parea si premurò di suggerire la continuazione dei lavori in modo da creare una sorta di pianta a croce, in cui la navata centrale fosse affiancata (dopo il transetto) da due navate laterali. Mentre però l'inizio del corpo centrale era scandito da quinte di muro formanti due grandi cappelle laterali, la restante parte delle navate era senza cappelle e divisa da due colonnati.
Questo strano pasticcio era un ripiegamento del Parea, che tentava di riportare a navata centrale una chiesa, di cui i Legnanesi avevano gia tracciato le fondazioni per le cappelle laterali in modo da formare una pianta a croce greca con quattro grandi cappelle attestate su un quadro centrale. Fortunatamente sia il lavoro non troppo ben pensato dei Legnanesi che i suggerimenti dell'architetto Parea non vennero perfezionati. Anzi, nel 1649, su suggerimento dell'ing. Francesco Maria Richini il giovane, autore della chiesa della Madonnina sul Sempione, l'edificio fu risistemato, eliminando le fondazioni già gettate per le cappelle, ingrandendo lo spazio della navata centrale coperta poi con una volta a botte.
Sui lati della navata stessa il progettista sistemò tre cappelle per parte, di cui quelle al centro più grandi (m. 6,90) e coperte con volta a botte le altre (m. 4,90) Tramite piccole volte a crocera. A portare a termine i lavori fu, nel 1650, l'architetto Barca di Ghemme.
Si creò cosi un effetto sia di chiesa a navata unica con cappella ed altari allineati sui lati sia di chiesa a croce greca con il lato dell'altare aperto verso la èiù antica struttura con volta a cupola. La sensazione all'interno data dai piloni allineati riporta alla chiesa del Gesù. Anche le finestrature nelle cappelle e sopra il cornicione contribuiscono ad allungare l'immagine della chiesa. In facciata venne sistemato un portico sorretto da due colonne. Di esso non è rimasta traccia poichè, nel 1863, fu abbattuto risistemando la facciata stessa troppo aggredita dall'umido.
I Legnanesi la riedificarono nel 1893 in cotto a vista e scandita da lesenature. Vennero mantenute le cornici delle finestrature cieche che ancora richiamavano le linee suggerite dal Richini.
Questa facciata ebbe un portone rettangolare e fu chiuso quello ad arco presente sotto il portico abbattuto (se ne intravede ancora la linea di chiusura sotto gli intonaci). Nel 1936 anche la facciata in cotto era rovinata dalle nebbie e dall'umido delle marcite.
Si pensò quindi di ripristinarla in marmo travertino, seguendo le linee architettoniche di quella del 1893, coprendo gli affreschi del pittore Mosè Turri senior, ed aprendo realmente l'antico finestrone richiniano che campiva la parte superiore centrale.
In questa occasione, sopra la porta d'ingresso, venne ricreato un piccolo portico con un timpano marmoreo sorretto da due colonne, in ricordo sia di quello distrutto sia della leggenda riguardante la Madonna venerata che, parlando ai due ragazzi sordomuti li aveva esortati a chiedere al loro padre di costruire un portichetto davanti all'antica edicola.
Sempre riferendoci alle parti esterne dell'edificio, è doveroso ricordare che, nel terreno circostante la chiesa, l'anno 1894, vennero edificate due serie di cappelle, una dedicata ai misteri dolorosi, l'altra a quelli gloriosi. Le edicole tutte in muratura di mattoni e sagome cementizie con due colonne ciascuna in arenaria, furono impostate con stile secentesco. Nel riquadro centrale il pittore cremonese Bacchetta ideò degli affreschi terminati nel 1895. La grande umidità esterna tuttavia rese presto marcescenti questi intonaci affrescati tanto che, su invito di mons. Gilardelli, nel 1930, fu dato incarico al pittore Gersam Turri di dipingere nuove scene sui muri ormai bianchi.
Le vigorose scene piene di efficacia emotiva e di tecnica pittorica sono purtroppo anch'esse state aggredite dall'atmosfera poco clemente della zona e rimangono solo in parte integre ove la pioggia o le infiltrazioni nelle edicole non hanno provocato guasti.
In questo decennio la chiesa ha subito alcuni interventi risanatori che sono consistiti principalmente nell'isolamento del tetto, mediante membrane plastiche, dalle piogge e dalle infiltrazioni attraverso le tegole. Nell'ingrandimento della gronda, per protegggre maggiormente la radice dei muri, sono stati sostituiti tutti i canali e le converse con rame e piombo.
Il campanile con la cella campanaria è stato consolidato, per evitare rotture alle sospensioni delle campane. Tutto intorno all'edificio è infine stata creata una larga intercapedine, per impedire all'umidità di ascendere ed infradiciare gli intonaci esterni ed interni già troppo compromessi. Infatti anche molte delle affrescature antiche interne sono state aggredite dall'umidità.
Quando nel 1650 la chiesa fu ultimata nelle sue parti murarie, grandi zone dell'interno erano state lasciate con i muri a mattone a vista. Il livello del terreno, su cui la chiesa era stata edificata, si trovava a circa 55 cm. dal pavimento delle attuali cappelle, rialzato nel 1932. Le cappelle della navata e dell'altare maggiore erano state intonacate con calce aerea e sabbia. Questo intonaco originale è emerso al piede dei pavimenti nel 1983, quando è stato sostituito quello in cemento posato nel 1930 sopra uno strato di terra e ceneri. La sostituzione si era resa necessaria a causa delle rotture apertesi nel pavimento in cemento e perchè, lungo i muri perimetrali, il sottofondo, a contatto con le pareti, induceva umidità negli intonaci.
Eliminato il pavimento in cemento e portati via i riempimenti di terra sopra il piano antico della costruzione, è stato creato un vespaio areato appoggiato su muricci e tavelloni isolati dall'umido.
Nei cunicoli del vespaio è stato anche inserito il sistema di tubazioni del riscaldamento ad aria calda, per uniformare la temperatura ambiente e diminuire la velocità di immissione aria, ottenendo un maggior confort per i fedeli nonchè minor pericolo per le opere d'arte interne.
Il nuovo pavimento è stato realizzato con granito limbara e rosa Baveno lavorato a cesellario. La durezza del materiale garantirà una durata notevole.
Purtroppo il problema di risanamento sarà molto più arduo per le opere artistiche; infatti se è vero che si è finalmente fermata l'acqua ascendente e discendente, molto grave è lo stato attuale di sfioritura delle superfici. Abbiamo già accennato come alla nascita venissero intonacate solo le sette cappelle. Su questi intonaci non esisteva praticamente decorazione ad ecccezione della Prima cappellina a sinistra di chi entra, che era dedicata a S. Mauro. Sulle pareti erano stati fatti affreschi molto sommari con decorazioni a cornici e fiori e le immagini di S. Mauro e della Madonna. Queste pitture furono poi coperte nelle trasformazioni del 1893. Altri quadri erano appesi alle pareti e l'unico vero intervento artistico ab origine era stato quello operato sull'altar maggiore.
 
 
Il pezzo di muro che formava il supporto dell'antico affresco della Vergine con S. Rocco e S. Sebastiano (dipinto con un gusto più quattrocentesco che di fine 1500 e di autore ignoto), era stato posto al centro della parete di fondo della primitiva cappella edificata dai Legnanesi; infatti anche dalla pianta suggerita dall'architetto Parea come ingrandimento della chiesa, l'altare appare appoggiato alla parete cieca del fondo.
Il Parea, nel 1617, inviti, a costruire un coro semicircolare dietro l'altare e traccò, due aperture ai lati dell'altare, ma il suggerimento non fu seguito.
L'altare ligneo venne cosi costruito attorno alla porzione di antico muro e appoggiato alla parete di fondo. Solo nel 1894 quando, mettendosi mano a tutta la chiesa i Legnanesi decisero di edificare una cappella quadrata come coro dietro l'altare e spostare dall'ultima cappella di sinistra (vicino alla sagrestia) il prestigioso organo Carrera per sistemarlo in alto dietro l'altare, anche il muro antico, i gradini e le strutture lignee vennero rimossi e posti al centro dell'antica cappella sotto la cupola.
L'altare molto grande e con al centro l'affresco antico fu completato da due qwadri ad olio di Francesco Lampugnani legnanese, nel 1619. Le due tele raffigurano in basso l'Annunciazione ed in alto la Visitazione di Maria Vergine. Esse sono ancora ben conservate dopo l'ultimo restauro del 1930, anche se l'Annunciazione "soffre" per la protezione in cristallo che non lascia respirare la tela, e mostrano una pittura colta e decisa nel segno, marcata da forti giochi di luce e fondi scuri, tipica del gusto secentesco.
Le strutture lignee dell'altare sono in parte dipinte ed in parte dorate. Tutta la composizione studiata probabilmente dai Lampugnani nella prima metà del secolo XVII misura m. 6 di altezza per m. 3,50 di larghezza. Poggia su un basamento rettangolare arricchito da lesene e mascheroni dorati sugli angoli. Vi sono due alzate per poggiare i candelieri e le urne con le reliquie, nonchè il ripiano per le figure in argento dei santi vescovi da esporre nelle feste. Ai lati compaiono due alti angeli di fattura più tarda mentre sulla sommità sono assisi sei angioletti molto ben scolpiti. Alla sommità della soasa sono poste due figurine della Vergine e S. Elisabetta intagliate a tutto tondo. La mano felice dell'artigiano richiama immediatamente lo stile degli artisti che hanno intagliato l'antico tabernacolo di S. Magno, poi rimosso perchè nascondeva la pala del Luini, e cioè i fratelli Cojro del 1600.
Nel 1893, quando l'altare di S. Maria delle Grazie fu spostato, si arricchì anche di un nuovo tabernacolo cesellato e di un magnifico paliotto in lastra sbalzata e dorata montata su telaio ligneo di ottima fattura. La cappella tuttavia era ancora spoglia e quindi venne deciso di trasportare i due grandi quadri ovali presenti nella chiesa della Madonnina, dipinti da Stefano Maria Legnani, alloggiandoli ai lati dell'altare in grandi cornici di gesso. Al posto dei vuoti sul muro, nella chiesa della Madonnina, vennero eseguite due copie dal pittore Beniamino Turri.
Già abbiamo accennato al fatto che, sempre nel 1893, fu rimosso l'organo e posto alle spalle dell'altare. Questo pregevole strumento eseguito dal De Simoni Carrera di Legnano, nel 1884, con un notevole numero di registri, pedaliera, cinquantotto tasti, facciata a venticinque canne, nonostante l'elettrificazione dei mantici e la sostituzione di alcuni registri è ancora integro nella sua impostazione e dotato di una voce pulita.
La forma della chiesa non si presta molto alla sonorità; esistono anzi alcuni riverberi d'eco fastidiosi che una volta venivano attenuati dai capocielo, velari e paramenti di stoffa. Oggi eliminati tutti gli addobbi la voce dell'organo è più cruda.
Nel 1890 venne anche aggiunto un pulpito in legno scolpito e dorato che, pur non essendo di fattura eccelsa, era tuttavia un'opera interessante con pannelli intagliati e colonne tortili a sostegno decorate con tralci di edera.
Passava sopra la stupenda balaustra in marmo "macchia vecchia" e nero italico e si affiancava al pilastro di sinistra dell'altare.
Venne smontato e allontanato nel 1960, quando furono fatte spostare anche le balaustre per seguire le nuove disposizioni liturgiche.
 
 
Per meglio seguire la descrizione della navata interna, seguiamo l'ordine cronologico delle opere.
I dipinti più antichi sono quelli che ornano le cappelle centrali di destra e sinistra. La loro fattura risale all'inizio del 1700. Troviamo a destra la cappella di S. Antonio Abate.
Con la volta a botte ed il fondo lavorato a leggero sfondato, imitante una nicchia, essa mostra un'architettura barocca con colonnati e cornicioni in prospettiva, mentre il soffitto, dipinto a cielo, propone nuvole ed angioli che attorniano la scritta charitas.
Al centro dell'arco d'ingresso alla cappella è dipinto lo, stemma dei Cornaggia, ricca famiglia presente a Legnano già dal 1500. Essi furono evidentemente i donatori all'altare di S. Antonio.
Sopra l'altare, costruito in muratura con sagome piuttosto semplici ma affrescate ed integrate come in un gioco di rilievi reali e pittorici con la prospettiva di fondo, è posta una grande tela settecentesca di autore ignoto, rappresentante S. Antonio attorniato dagli angeli.
Sulle pareti laterali altre due tele coeve ripropongono fatti inerenti la vita del Santo.
Parimenti la cappella grande dirimpetto, sul lato sinistro, è dedicata, con il medesimo stile, alla celebrazione della figura di S. Mauro. Il santo già da molti secoli venerato in Legnano trovò subito una dedicazione in questa chiesa, nel 1650; la primitiva cappella fu tuttavia modificata nel 1700 e a lui venne dedicato uno spazio più importante. Da ricordare è la festa legata a questo protettore della salute; il giorno 15 gennaio i Legnanesi antichi facevano una piccola festa e vendevano davanti alla chiesa i "firuni" di castagne conservate lesse e asciugate nel camino.
Si doveva in quel giorno anche mangiare la polenta accomodata per preservarsi dai mali di stomaco.        
Molto significativo è il ritrovamento fatto ultimamamente nel grande armadio in legno intagliato, posto nella sagrestia nel 1600. Questa notevole opera di artigianato, datata e firmata, presenta ben dodici scomparti segreti (cassetti o doppi fondi o ante nascoste a prova di ladro). In uno di questi, nel 1981, è stato rinvenuto un pregevole crocifisso d'argento donato dai Cornaggia alla chiesa, con tanto di pergamena di dedica e un certo numero di incisioni con l'immagine di S. Mauro, che venivano vendute nel 1700 ai fedeli .
Come nella cappella di S. Antonio anche in questa ai lati vi sono due grandi tele, che qui rappresentano scene della vita di S. Mauro.
Le cornici sono attorniate da grandi decorazioni architettoniche ad affresco.
Tutte queste decorazioni ricordano, come stile, la mano dei pittori Bellotti di Busto Arsizio che non solo abbiamo visto presenti in S. Ambrogio (1740), ma sono presenti con un magnifico quadro più tardo di Biagio Bellotti (1790) anche in questa chiesa.
Questo quadro raffigurante S. Francesco Saverio è posto nella prima cappella omonima, a destra di chi entra. La decorazione a stucchi e affreschi attualmente molto rovinata, a causa del tetto marcescente, venne eseguita dai pittori Turri nel 1893; più precisamente le pareti ad affresco su encausto sono di Mosè Turri senior, mentre gli stucchi sono di Elia Turri. La decorazione a frutti e fiori è invece di Daniele Turri. Molto bello è l'altare marmoreo (1700) della cappella mentre più moderna sembra la balaustra scolpita a colonne quadrate.
L'effetto generale della cappella era estremamente ricco e prezioso nella minuziosità dei suoi parti.
cOlari. Esso faceva riscontro con l'estrema ricchezza ed eleganza della cappellina di fronte (prima entrando a sinistra). Eseguita anche questa nel 1893 dai fratelli Turri, è forse più completa e preziosa, nel testimoniare l'arte di questa famiglia di pittori legnanesi.
E' stata dedicata a S. Anna e venne donata dalla famiglia Lombardi ritratta nel quadro di destra con S. Anna, che li presenta alla Vergine. Nel quadro di sinistra vi è la Gloria di S. Anna, al centro un grande quadro con la Vergine, il bambino S. Anna ed altri Santi adoranti. Tutte le tele sono sempre di Mosè Turri. Una particolare menzione va al soffitto di questa cappellina che, lavorato a stucchi ed encausti (ricorda molto quello eseguito dagli stessi fratelli Turri sul soffitto della Madonnina in corso Sempione), venne lodato e riprodotto sulle riviste ed i giornali del tempo. Anche qui l'acqua ha fatto notevoli disastri e sarà arduo il lavoro di restauro.
Quando, nel 1893, vennero appaltati i lavori di decorazione delle volte della chiesa l'opera dei pittori Turri, autori delle due suaccennate cappelle, venne giudicata eccessivamente cara.
L'incarico generale fu quindi affidato al pittore Bacchetta che eseguì una decorazione molto simile a quella dei bozzetti a colori presentati dai Turri, ma molto più "larga" nelle campiture e nel disegno. Il pittore Bacchetta padre, si dedicò alla cupola con l'Ascensione di M. Vergine e a tutta la volta scandita da tre scene centrali e quattro lunette, sopra le finestre, con gli Evangelisti.
Sulla parete di fondo l'artista dipinse due angeli in bianco e nero, su fondo grigio. In generale il Bacchetta si attenne ai toni grigi ed alle cornici settecentesche delle due cappelle laterali.
Fece però ricoprire tutti gli antichi cornicioni in cotto con applicazioni di gesso decorate ad ovuli e rosette. Scomparve così una delle caratteristiche principali della chiesa secentesca, il mattone lavorato.
L'effetto generale è comunque gradevole, anche se i toni molto grigi conferiscono alla chiesa un aspetto freddo.
Le pitture sia della volta che della cupola sono ben conservate a parte due angoli, in cui l'umidità si è concentrata dal tetto.
Nel 1910, il figlio del pittore Bacchetta riprese alcuni lavori del padre deteriorati ed affresci, nell'occasione le due cappelle vicino alla sagrestia e vicino al campanile.
Quest'ultima e' dedicata a S. Gaetano e presenta notevoli danni.
Rimane salva la sola pala d'altare con S. Gaetano che riceve dalla Vergine il Bambino. Anche le lesene dipinte a putti su fondo dorato sono integre, ma un notevole strato di sporco impedisce di apprezzare la pregevole fattura.
La cappella a fianco della sagrestia è dedicata inveece a S. Giovanni Bosco. Sempre decorata dal Bacchetta figlio, presenta notevoli danni che ne impediscono una buona lettura. In essa aveva trovato posto, fino al 1893, l'organo; poichè questo era sacrificato ed impediva l'accesso alla sagrestia, ne fu decisa la rimozione.
Molte altre cose potrebbero essere ricordate come le acquasantiere a conchiglia del 1600, il pavimento a tarsia marmorea dell'altare, il lavello secentesco nella sagrestia, gli scanni arcivescovili intagliati dell'altar maggiore, la via crucis dipinta da Beniamino Turri, i paliotti dipinti dal pittore Darvino Furrer, i candelabri e le teche d'argento, ma lo spazio a disposizione è troppo breve.
Resta da accennare alla casa canonicale posizionata sul fianco destro della chiesa, molto semplice e spartana, posta su due piani, accoglie sia la casa del sacerdote che quella del sagrestano.
Un passaggio secentesco, a fianco del campanile, dava accesso diretto alla chiesa dalle stanze del pianterreno. Nel passaggio esisteva anche il pozzo per l'acqua. Una tradizione secolare voleva che per il Natale, nella nicchia del pozzo, si preparasse il presepe con le statuine colorate. Oggi tutto questo è scomparso come pure sono cessate le antiche processioni e le solenni celebrazioni alle cappelle del rosario che vedevano centinaia e centinaia di Legnanesi radunarsi attorno al loro santuario. A questi altari e muri una volta ricoperti da quadri ex voto e decorazioni per grazie ricevute si sono rivolte generazioni e generazioni di Legnanesi con il cuore angosciato e sulle labbra una invocazione d'aiuto. Il mondo moderno passò veloce dimentico del silenzio e della pace che il santuario ha sempre serbato per i suoi fedeli.
 

28.1.27 L-27

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Chiese Campestri
 
Leggendo le descrizioni di Legnano secentesca, fatte dal prevosto Pozzo, nel 1650, si scopre.anche una serie di insediamenti periferici ben precisi, ciascuno con una struttura agricola e sociale, nella quale in generale non manca un oratorio od una cappellina.
Il Pozzo ci dice:
Ha la parochiale nostra di Legnano sotto di se molti molini al n.° 16 cominciando dalli tre detti le Gaminele sotto a tre patroni sino alli duoi passati al Castello per la strada che va a Canegrate. Ha parimente alcune cassine cioè il Mino, S. Erasmo, la Canaza cioè quella parte verso Legnano se bene vi è ordinatione che tutta sia sotto Legnano. Casato, la casa rotta passato S. Angelo per andare alla Castellanza, la Mazzafame, Ponzella, S. Bernardino tutti casali copiosi di persone.
Di tutte queste "cassine" alcune sono già state menzionate come oratori, e più precisamente le più antiche: S. Erasmo, S. Bernardino, Casato con S.Martino .
Restano alla nostra escursione da osservare le cascine: Mazzafame (alla fine di via Ciro Menotti), Ponzella (in via Ponzella), del Mino od Olmina (in via Resegone al termine). Tutte e tre, queste chiese vennero edificate tra il 1728 ed il 1779.
La più antica e forse più bella è quella della Ponzella, denominata oratorio di S. Maria Maddalena.
Essa venne eretta nel 1728 per legato di Carlo Francesco Fassi il quale voleva dotare la cascina di una sua aula religiosa.
La costruzione è di modeste dimensioni (m. 9 X 5,4), con soffitto piano in legno. Sull'esterno i muri in mattoni erano a faccia a vista. Ultimamente essi sono stati intonacati in facciata con colorazioni molto contrastanti in bianco e marrone. Conserva i caratteristici finestrini reniformi a fianco della porta d'ingresso. Nel 1779 divenne oratorio di Gesù Crocifisso e fu dotato sull'altare di una bella raffigurazione della croce contornata poi da pregevoli affreschi ottocenteschi. Abbastanza caratteristico il campaniletto con una cuspide lavorata in mattoni scalati.
Molto meno pretenziose sull'esterno sono le aulette delle chiese della cascina Mazzafame e dell'Olmina.
La prima detta oratorio campestre di S. Teresa fu fondata nel 1779. Contiene solo alcuni quadri ottocenteschi di poco valore ed è stata sostituita nella sua funzione di chiesa di quartiere, dal nuovo edificio religioso denominato Mater Orfanorum eretto negli anni Cinquanta dal reverendo padre Rocco su progetto dell'ing. Tenca di Milano. In esso sono contenuti dei pregevoli dipinti ad olio del pittore Mosè Turri junior di Legnano, che rappresentano la gloria della Madonna.
L'oratorio di S. Teresa è di piccole dimensioni (m.11 X 5,5), e gli esterni sono a semplice intonaco, per nascondere il sasso misto ai mattoni. Unica opera degna di menzione conservata in questo oratorio, è un crocifisso ligneo del 1700 di notevole bellezza. Qualche maggiore pretesa offre la chiesina dell'Olmina.
Datata anch'essa 1779 fu titolata ai Re Magi.
E' impostata con lo schema classico di navata unica (m. 6 x 14) con abside; a fianco due piccole aule con funzioni di sagrestia e ripostiglio. Il soffitto è stato recentemente rifatto con una volta ribassata e a fianco dell'altare sono state aperte due navatelle per i fedeli. Un campanile di aspetto settecentesco sovrasta la copertura. Contiene un bel quadro della Madonna con i Re Magi donato da un parroco Lampugnani. Fu dipinto dai fratelli Lampugnani come copia da un'opera del Procaccini. Sulla sinistra in basso porta un cartiglio con dedica e lo stemma dei nobili Lampugnani.
La chiesetta prende il nome dal proprietario delle terre intorno tale Mina e la trasposizione scritta della Pronuncia dialettale (d'ul Minza) divenne, persa la "d" iniziale, Olmina. In questi ultimi anni è stata dotata di un oratorio esterno per i ragazzi. La popolazione intorno è cresciuta a tal punto che sarà creata una parrocchia a sè stante. Il piccolo e vecchio edificio a stento accoglie i fedeli. Certamente in un prossimo futuro dovrà essere sostituito da uno più grande.
 
 
Fino alla fine del 1700 l'incremento demografico in Legnano era mutato in maniera quasi irrisoria, per secoli e secoli una civiltà contadina aveva regolato il numero delle bocche da sfamare, in maniera naturale secondo l'estensione dei campi da lavorare e secondo la loro resa.
Le costruzioni di case e chiese segnarono quindi il passo.
In S. Magno si cambiò solo il campanile, vennero edificate le cappelline o oratori dei cascinali esterni, in centro città sorse il cosidetto palazzone Cambiaghi, lungo via Lega.
Qualche rinnovo ebbe il tessuto urbano lungo via Magenta, ove i Cornaggia trasformarono le vecchie case in un unico insieme edilizio prospettante piazza S. Magno fino a via Giulini. In questo grande palazzo con una facciata di falso cinquecento venne accolto il municipio di Legnano, fino al 1862. C'erano solo poche stanze (prima una poi altre due) date al Comune dai Cornaggia proprietari del castello dalla fine del 1700. Venne poi da loro concessa all'amministrazione pubblica un'altra casa sita nella cosidetta piazza dei Polli, oggi Piazza Carroccio.
Questa sistemazione rimase fino al 1909 quando, demolito il vecchio ponte sull'Olonella a fianco di S. Magno, coperto il ramo del fiume, venne edificato con stile neo rinascimentale lombardo l'attuale palazzo del municipio ad opera dell'architetto Malinverni .
L'antico palazzo Cornaggia venne abbattuto e con esso scomparvero pian piano tutte le antiche case di via Magenta comprese quella del Gia. Giacomo Lampugnani, le mura del palazzotto medioevale della braida i resti della chiesa di S. Maria del Priorato con la sua abside e gli affreschi sui piloni.
Legnano dunque cresceva unitamente alle sue industrie. Le chiesine conventuali erano quasi tutte scomparse o inagibili.
Restavano in centro città veramente praticabili solo S. Magno  S. Ambrogio - la Chiesa delle Grazie - Purificazione - e la Madonnina.
Alla fine del 1757 i fratelli Oldrini abitanti in corso Garibaldi avevano creato una cappellina denominata oratorio di S. Domenico.
Questa funzionò fino al 1863 quando insufficiente per capienza fu ristrutturata da Gerolamo Colombo legnanese che vi fondò, una chiesetta, (prima non vi risiedevano sacerdoti) però alle dipendenze della parrocchia di S. Magno.
In questa nuova cappella molto poco funzionale si ufficiò, fino al 1895. Giunto come cappellano don Emanuele Cattaneo, questi si accorse dell'assoluta inadeguatezza dell'ambiente e pose mano alle prime raccolte popolari per edificare una vera nuova chiesa.
 
 
Scongiurata la scomparsa della vecchia cappella per lasciar posto ad una conceria, don Cattaneo, con l'aiuto dei contradaioli del borgo riusciva, tra il 1899 ed il 1902, a far erigere una vera grande chiesa. Il progetto fu impostato dall'architetto don Enrico Locatelli, e la realizzazione avvenne ad opera del capomastro legnanese C. Proverbio.
La chiesa dapprima coperta al centro con tetto piano, fu dotata di una grandiosa cupola, nel 1903. Per ultimo venne edificato il campanile plu alto di 40 metri e adorno di conci di marmo bianco. La facciata eseguita verso il 1925 in stile lombardo romanico è di marmo travertino con colonne e grandi statue dei simboli degli evangelisti. Fu disegnata dall'arch. Pier Giulio Magistretti. Il Locatelli impostò una classica croce latina con transetto più alto delle navatelle dell'asse maggiore. All'incrocio della navata col transetto pose una cupola ottagonale scandita da grandi finestre bifore.
L'impianto risulta così quasi a pianta centrale, perchè molto forte è la predominanza della cupola e della maggior altezza delle navate centrali e di transetto rispetto alle navatelle laterali, tanto da farle pressochè dimenticare. L'effetto è volutamente drammatico e accentra l'attenzione sul grande presbiterio.
La chiesa nel suo interno accoglie un monumentale altare in tarsia marmorea, sormontato da una grande teca a forma cruciforme, che accoglie il S. Crocefisso già venerato da secoli nella chiesa conventuale di S. Angelo. L'altare è a disegno dei fratelli Mosè ed Elia Turri di Legnano. Questi decorarono anche le restanti parti della chiesa con stucchi dorature e motivi geometrici che assecondano l'imponenza delle volte e degli archi della chiesa. I pulpiti interni sono sorretti da cariatidi. Altre statue con santi e profeti sono opera di uno scultore alsaziano . La grande lampada votiva in bronzo, dalle forme bizantineggianti è una vera opera d'arte dovuta all'ingegno di Lorenzo Pogliaghi.
Negli anni Settanta la chiesa dovette essere chiusa al culto perchè alcune strutture risultavano pericolose, in particolare modo la volta. Ormai chiesa parrocchiale dal 1907, accoglieva su di se l'affetto degli abitanti del quartiere.
Questi ritrovatisi come contrada di S. Domenico, con un impegno monetario notevolissimo, posero mano ai consolidamenti statici, restituendo alla fine del decennio la bella chiesa al culto.
Ultima e doverosa menzione va al gruppo di sette poderose campane che, nel 1925, vennero poste sul campanile e delle quali, ad ogni festa, udiamo la voce.
 
 
Abbiamo accennato come la comunità di Legnanello, da tempo sprovvista di una chiesa si servisse dell'oratorio della Purificazione, in via Sempione.
Quando, nel 1898, il 13 agosto, essa divenne parrocchia ad opera del Cardinal Ferrari, immediatamente don Gerolamo Zaroli spinse l'idea di dotare l'antica frazione di una nuova chiesa.
Con il concorso popolare vennero raccolte le somme necessarie all'edificazione; fu dato incarico per il progetto al prof. Cecilio Arpesani di Milano. Questi impostò secondo la moda vigente allora una vera e propria basilica in stile romanico lombardo a tre navate, ciascuna con abside semicircolare dotata di volta a tutto sesto.
La navata centrale è più alta delle altre laterali che le fanno da contrafforte. La copertura è eseguita a capriate in legno a vista decorate secondo lo stile francescano. Tra una navata e l'altra si allineano due file di colonne in granito bianco con capitelli decorati con simboli della cristianità. Sopra i capitelli è stato posto un pulvino. Sulla sinistra, entrando, una porta conduce ad un'edificio ottagonale adibito in origine a fonte battesimale. Sempre sul lato sinistro si trovano un grande campanile quadrato con forma che ricorda quello della basilica di S. Ambrogio in Milano, nonchè i locali della sagrestia con artistici mobili in legno intagliati con motivi medioevali.
L'esterno della chiesa è giocato esclusivamente con mattone a vista e pietra di serizzo. Arcatelle ciliali contornano sia la facciata a timpano triangolare sia i lati della chiesa.
Il battistero ed il campanile, le lesene principali cogli spigoli delle murature, sono tutti ornati di pietre singolari con gusto molto raffinato. Se non fosse per lo stato di conservazione di pietre e mattoni, un osservatore non molto attento potrebbe facilmente scambiare il tempio per un edificio medioevale.
All'interno il gusto imitativo fece impostare transenne in marmo traforato, altare in tarsia bianca e blu, pergamo con leggio sorretto da colonne, in perfetto stile romanico.
Le opere pittoriche furono affidate al prof. Eugenio Cisterna il quale dapprima dipinse la volta e le pareti del presbitero, imitando i mosaici ravennati, poi completò sia l'arco trionfale sia le pareti della navata maggiore con figure di profeti, vergini e martiri. Sopra la porta centrale fu posta una sacra famiglia.
Le finestre tutte ad arco tondo superiore furono dotate di vetrate colorate imitanti l'alabastro.
Pregevole è la via crucis in formelle di bronzo.
A ricordo dell'antica chiesa usata dai Legnarellesi, fu trasportato dalla chiesina del convento Barbara Melzi, un grande quadro ad olio. Questo fu posto in una cornice di marmo al centro della navata destra. E' una bellissima e dolce raffigurazione della Purificazione dipinta dai fratelli G. Battista e Francesco Lampugnani, nel 1635. Si tratta di una tematica ripresa dalle scene dipinte da Bernardino Lanino nella cappella maggiore di S. Magno.
Degno di menzione è inoltre il baldacchino dipinto dal prof. Mantegazza. Le ultime opere di abbellimento della chiesa sono state fatte nelle lunette sopra le tre porte d'ingresso e sul battistero in facciata. Questi mosaici policromi con le simbologie e la figura del Redentore, sono opere pregevoli del maestro Aldo Carpi.
La piazza infine è stata completata con una fontana a pozzo poligonale sormontata da scudi di foggia medioevali.
 
 
Anche nel cosidetto rione Oltrestazione le chiesine della Mazzafame, Ponzella e S. Bernardino si rivelarono alla fine del 1800 inadatte per la cura delle anime di questi quartieri divenuti ormai popolosi. Si dibattè a lungo, tra il 1890 ed il 1904, se costruire e dove ubicare una nuova chiesa. Fu scelta come zona la strada detta via per Novara, all'altezza della cascina Flora che si era ormai tramutata in un ampio quartiere a ridosso della ferrovia. In quegli anni già le prime cerimonie ufficiali per la celebrazione della battaglia, nonchè le sottoscrizioni per il monumento celebrativo del Butti (1900) avevano risvegliato nei Legnanesi non poco amore per la loro storia medioevale. Fu quindi abbastanza facile legare la nuova chiesa ad una dedicazione che ricordasse in modo religioso il fatto d'armi, In effetti era l'arcivescovo di Milano l'artefice della rivolta contro Federico I.
Il Carroccio su cui si celebrava una messa era simbolo di Ariberto d'Intimiano e la croce tolta dalla sua tomba ricordava la fede della chiesa. Memori dei santi sepolti in Milano nell'altare di S. Simpliciano, i Legnanesi scelsero per la loro nuova chiesa la nominazione di chiesa dei Santi Martiri, che erano Sisinio, Martirio e Alessandro. La chiesa doveva sostituire una vecchia baracca in legno, nella quale il curato don Luigi Castelli aveva iniziato un faticoso ministero.
Finalmente, nel 1904, si pose la prima pietra del nuovo tempio e la chiesa stessa fu terminata nel 1910.
Divenne parrocchia autonoma il 24 maggio 1911. La facciata lasciata incompiuta fu completata in marmo bianco e cotto negli anni Cinquanta.
E' dotata di un grande campanile di foggia moderna ed alle spalle trovano posto locali per l'oratorio e campi da gioco per ragazzi.
Il progetto redatto da don Locatelli, parroco di Vergiate, prevede un edificio composto da una grande navata centrale con soffitto piano sorretto da colonne pensili appoggiate su mensole, affiancate da due navate minori, più basse e scandite da grandi colonne rifinite in stucco pompeiano marmorizzato.
L'interno era impostato con una serie di coloriture bizantineggianti delle pareti. Attualmente è stata lasciata solo la decorazione delle parti alte della navata maggiore, mentre il resto della chiesa è stato tinteggiato con colori chiari.
L'altare primitivo è stato sostituito con uno ricavato da un blocco di marmo molto semplice. Alle sue spalle una grande croce, in ferro e masselli di granito colorati, si staglia contro il coro pensile, su cui è posto l'organo a canne di stagno. Interessante è notare come la via crucis, composta da belle tele ad olio sia stata raggruppata in un unico polittico posto nel lato destro del finto transetto vicino alla porta laterale. L'effetto è gradevole ed originale.
 
 
Penultima in ordine di nascita la chiesa parrocchiale di S. Teresa fu edificata il 2 ottobre 1931, in sostituzione di una piccola cappella annessa al convento dei Carmelitani Scalzi che si erano insediati a Legnanello, nel 1929. Si trova alla fine di via S. Francesco d'Assisi. Nata su progetto del Cavalier Ugo Zanchetta è impostata con una croce greca formante una grande aula centrale sormontata da un alto tamburo che sorregge una cupola.
Negli angoli della croce, ad unire i bracci stessi, vi sono quattro piccole cappelle anch'esse sormontate da una cupoletta più bassa. La pianta cosi riportata alla forma quadrata, è però allungata dalla parte dell'altare mediante una cappella absidale maggiore coronata da una sesta grande cupola.
Ai lati dell'altare (alle cui spalle in un'abside semicircolare vi sono gli stalli del coro per i frati) si estendono due cappelle che formano un falso transetto. Sulla destra e sulla sinistra si aprono anche le porte delle sagrestie e del convento.
Il pavimentoè@ a tarsia marmorea bianca e rossa con rose inserite nei riquadri centrali. L'ingresso principale è stato ricavato sfondando in facciata una grande nicchia che accoglie il portale colonnato. La parte superiore della nicchia è a cassettoni. Anche nell'interno, dietro la vetrata di facciata, si ripete il motivo a cassettoni. Ai lati dell'altare altre due cappelle, ricavate sopra il falso transetto e sostenute da colonne in granito grigio, accolgono il nuovo organo con canne risonanti in legno.
La chiesa è priva di decorazioni; unica cappella affrescata con risultato modesto è quella sulla destra, entrando. Un volo d'angeli in un cielo plumbeo, presenta la nuova basilica.
Sulla sinistra invece, in una nicchia, è posta una statua con la Madonna. Il fondo della cappella è tutto ricoperto con un mosaico metallizzato argento-bruno.
L'ultima opera di abbellimento è stata fatta rinnovando l'altar maggiore primitivo, che era di semplici mattoni intonacati. E' stato sostituito da un nuovo altare disegnato dall'architetto Provasi che si distingue per la notevole mole e per il numero veramente incredibile di marmi accostati, che vanno dal giallo, al bianco, al rosa, al verde, alla pietra della passione. Ogni colore, a detta dei frati, ha un significato simbolico. Al centro, sopra il tabernacolo, spicca una grande croce sbalzata e dorata con maestria.
Completano il gruppo dell'altare, tre sedili per i celebranti e due leggii variamente lavorati con blocchi di marmo di diverso colore intarsiati.
Anche la mensa rivolta verso i fedeli è sostenuta da una base marmorea composta da vari elementi scolpiti e con tarsie colorate.
Ad un altare tanto policromo e mosso corrisponde invece un interno sobrio e senza decorazioni. Le facciate esterne sono tutte in cotto marcate da poche cornici in pietra, all'altezza delle coperture. La basilica nel suo insieme appare molto alta e piccola alla base.
Addirittura il campanile posto dietro, a sud-est, risulta invisibile all'osservatore che non si porti sul retro della chiesa. Esso è una torre quadrata di altezza circa 20 metri che eguaglia in misura l'imposta alta del tetto della cupola maggiore.
Altre cappelle e chiese sono sorte in Legnano dopo la costruzione del Santuario di S. Teresa del Bambin Gesù. Le ricordiamo brevemente. Esse sono: le chiese del Convento delle suore Carmelitane; delle nuove parrocchie di S. Pietro, in via Carlo Guidi nel rione Canazza, e S. Paolo in via Sardegna, quest'ultima con forme moderne e più da edificio comunitario che non da chiesa nel senso comune della parola, inoltre la chiesina-oratorio in via Leoncavallo e la cappella interna del Centro giovanile di S. Magno in via Montenevoso, nessuna delle quali comunque ha assunto importanza architettonica di rilievo ad eccezione della chiesa di San Giovanni.
Legnano è quindi ancora viva e sempre in fermento per i suoi edifici di culto. Unico neo della situazione è la grande povertà di mezzi e materiali con cui queste nuove opere vengono affrontate.
S. Magno continua ad essere per tutti noi quasi un miracolo della Legnano più antica e certamente anche più povera.
 
 
L'opera più recente, che maggiormente si allontana da questa generale regola di povertà di mezzi degli edifici religiosi, è senza dubbio la pregevole chiesa di S. Giovanni Battista. Essa sorge in via Ligurla, e per il momento funge da chiesa ausiliaria per la parrocchiale di S. Paolo. Fu iniziata nel 1973 su progetto dell'architetto Enrico Castiglioni di Busto Arsizio. Impostata con struttura totalmente in cemento armato a vista. Una serie di grandi volte a vela intersecantisi formano una navata principale, sui cui fianchi si aprono navatelle più brevi e camminamenti, terminati in balconate sospese che ricordano i matronei medioevali. Il pavimento interno è lavorato con piani inclinati, e porta alla formazione di una specie di platea che attornia l'altare posizionato al centro dell'assemblea dei fedeli. Le luci naturali sono tutte pressochè indirette o filtrate da quinte abilmente posizionate all'interno della navata e realizzate sempre in cemento armato a vista. L'effetto è gradevole e nonostante i materiali siano grezzi invita al raccoglimento. La prima messa fu celebrata il 5 ottobre 1975 e nell'occasione l'edificio ottenne un largo consenso dai fedeli. L'agibilità completa, con l'impianto di riscaldamento si ebbe in occasione della Pasqua 1976.
Manca, a completare la struttura, il campanile.
 
 
Già nella prima metà di questo libro è stato detto come proprio grazie alle tombe, gli studiosi siano riusciti a scrutare la vita dei nostri più antichi predecessori. I luoghi di inumazione per molti secoli furono sempre localizzati in aree precise usate da più generazioni. In genere questi luoghi erano situati sui terreni più alti della piccola valle prospiciente l'Olona.
Vari sepolcri vennero rinvenuti vicino al Sempione (vaso di Remedello), oppure in corso Garibaldi all'altezza del Museo civico (urne ad incinerazione e tombe a tegoloni), vicino alla chiesetta di S. Martino, sulla costa di S. Giorgio ecc. Tra tutti questi ritrovamenti quello che assume l'aspetto vero e proprio di cimitero nel senso modemo della parola, è l'area a sepolcreto emersa durante scavi per lavori edilizi nel 1925, in via Firenze presso via Novara. Si tratta di un rettangolo di m. 50 x 100 di lato nel quale non solo sono state rinvenute urne seppellite con regolarità, ma si è ritrovata anche la fossa dell' Ustrium, ove gli antichi Romani del tempo di Tiberio bruciavano i loro defunti, per poi raccoglierne le ceneri e sistemarle dentro urne, vuoi con il collo largo, vuoi con la parte alta segata per permettere l'introduzione delle ceneri. Va subito detto che la comunità di Legnano antica non fu mai numerosa. I veri incrementi demografici iniziarono dopo il 1700 d.C. Il problema delle sepolture non divenne quindi mai problematico per la nostra comunità, stabilizzata per secoli intorno alle 1000 o 1500 anime. Le ricorrenti aggressioni alla salute della popolazione operate dalla peste, dal vaiolo, dalla febbre gialla, dal colera, dalla pellagra, dalla difterite o dalla lebbra spesso decimavano, nel vero senso della parola, gli abitanti. Fin dagli albori della civiltà cristiana si era posto però un grave problema di spazio ed una regola di fede. I morti dovevano essere lasciati integri e non più cremati. Tale pratica portò all'uso delle tombe formate da tredici tegoloni (dieci per formare i lati di una sorta di capanna e tre per il fondo). Queste tombe normalmente venivano inumate o nei pressi di qualche altare o cappellina cristiana, oppure per i più abbienti in un apposito spazio della casa.
Quando cominciarono a sorgere le prime chiese o cappelline iniziò l'uso di inumare vicino alle mura del tempio, e imitando i membri della casa sacerdotale i cittadini più importanti ottennero il privilegio di essere sepolti sotto il pavimento della chiesa o addirittura di farsi erigere delle arche marmoree nei templi.
Orbene, ossequienti alla regola inconscia che fa ricercare in antico sempre gli stessi luoghi per il culto e per i cimiteri, a Legnano vediamo che le sepolture si concentrarono in epoca medioevale principalmente vicino alla chiesa di S. Martino, davanti al porticato di S. Ambrogio, presso la chiesa di S. Nazaro, lungo il Sempione a Legnanello, e con maggior frequenza presso la chiesa di S. Salvatore. In particolare la basilica maggiore accolse nel suo lato destro una vasta area di sepolcri trasformata poi nell'attuale piazza S. Magno. Quando fu demolita la chiesa protoromanica per edificare l'attuale dedicata a S. Magno, terminata nel 1514  furono rispettati i sepolcri sulla destra della chiesa tanto che le porte stesse del tempio furono collocate nella identica posizione di quelle più antiche, e cioè verso l'attuale palazzo Malinverni.
Sotto i pavimenti della chiesa non solo si mantennero le antiche mura della cripta (cappella di S. Crocifisso), ma anche altre tombe familiari furono ricavate. Qui inumarono fino al 1600 i Lampugnani, i Vismara, i Corio, ecc.. Altre numerose sepolture furono create nelle chiese conventuali, prima fra tutte in quella dell'ex convento di S. Angelo ubicata nell'area delle attuali scuole Mazzini.
Le persone plu umili erano invece tumulate fuori dai templi, ma ciascuno tendeva sempre ad essere sepolto il più vicino possibile al luogo di preghiera frequentato in vita. Il culto dei morti era in ogni caso estremamente sentito.  La presenza dello spirito dei defunti era pensata, creduta, vissuta come fede incrollabile e cercata come sostegno alle amarezze della vita. Anche le reliquie ossee dei santi nel Medioevo e nel Rinascimento erano considerate veicoli di grazia divina e testimonianze di fede vissuta come dimostra il tributo di omaggio dedicato, nel 1634, dalla popolazione alle reliquie d'antichi martiri cristiani provenienti dalla Sardegna.
Ai momenti lieti tuttavia seguivano anche quelli tristi: la peste ricorrente ogni trenta o quaranta anni provocava stragi enormi. Si pensi che una comunità come Roma, nel 1700, era ridotta da circa tre milioni di anime dell'età imperiale, a poco più di settantamila persone. Anche in Legnano la popolazione vide morire centinaia di cittadini in poche settimane. Tutta questa gente non poteva essere ospitata nel cimitero a fianco della chiesa; si crearono quindi fosse comuni, nelle quali i numerosi morti di malattia furono calcinati .
Questo uso era più in antico praticato per liberare le aree cimiteriali. Le ossa dei morti più antichi venivano raccolte in ossari o mortorietti cioè stanzoni sotterranei con una botola superiore, in cui venivano gettate le ossa riesumate, o vere e proprie cappelle, in cui su lastre a mensola in pietra erano allineati teschi e tibie, per formare veri e propri disegni ornamentali.
In Legnano rinascimentale esisteva un mortorietto, poi trasformato, sulla parte anteriore della chiesa di S. Martino. Si vedono ancora sul lato sinistro le aperture delle finestre con grata (ora chiuse) che permettevano di vedere gli scheletri e portare loro fiori o una preghiera.
Per quanto invece concerne le sale sotterranee, se ne ricordano due, di cui una in Legnanello vicino alla antica chiesa di S. Nazaro lungo il Sempione. Durante alcuni scavi venne rintracciato uno stanzone del XVII secolo pieno di scheletri che evidentemente ne qualificavano l'uso a fianco della chiesa.
L'altro cimitero comune era in piazza S. Magno posto nella posizione che doveva divenire, nel 1610, il sagrato della chiesa quando il Richini rigirò, gli ingressi.
Questa modifica all'impianto ecclesiale di S. Magno portò al disfacimento delle altre sepolture poste sul lato ovest della basilica. I Legnanesi da quel momento vennero tutti inumati in questo grande stanzone comune sotterraneo, tranne i nobili che continuarono ad essere sepolti nella basilica o in S. Angelo o in S. Ambrogio .
Dopo il Concilio di Trento venne però, la proibizione di inumare nelle chiese. I nobili ricorsero quindi ad un piccolo stratagemma.
Per non finire nelle fosse comuni fecero edificare degli oratori privati che divennero poi chiese a tutti gli effetti, ed essendo fuori dalla giurisdizione ecclesiale, potevano ugualmente servire come tombe. Ne sono un bell'esempio la chiesina di S. Giorgio al castello, oppure la splendida "Madonnina sul Sempione".
Oggi quest'uso rimane, con aspetto diverso ma identico intento, quando si costruiscono le cappelle cimiteriali per le famiglie. La tomba comune principale in piazza S. Magno era denominata dai Legnanesi "il foppone". Esso rimase in uso con vari problemi igienici, fino al tempo di Maria Teresa d'Austria. Il successore di Maria Teresa, Giuseppe II, nel 1786 emanò, una disposizione perchè l'uso delle fosse comuni venisse abbandonato e tutte le municipalità reperissero aree adatte alla creazione di cimiteri detti "Campi Santi" fuori dal perimetro dei centri abitati.
Per i Legnanesi che evidentemente avevano come altri il problema del foppone stracolmo di ossa e cadaveri in decomposizione, la scelta dell'area non fu semplice .
Dal 1789 al 1808 la decisione circa l'acquisto dell'area e l'ubicazione non fu presa, tanto da costringerli, nel 1803, a dover richiedere il permesso di spurgare il foppone ormai inutilizzabile.
Finalmente, nel 1808, venne acquistata una superficie di mq. 3000 poi portata a mq. 5500 posta lungo la via Porta di sotto (via Magenta) poco prima della chiesa di S. Maria delle Grazie.
Quest'area che oggi accoglie la scuola media Bonvesin della Riva, fu l'ultima dimora per 21896 Legnanesi, dal 1808 al 1898.
Studiata dall'arch. Broggia, era circondata da una bella recinzione in ferro battuto con basamento in pietra ed aveva due cancelli, uno verso via Magenta, l'altro verso la chiesa.
Le tombe che i Legnanesi vi edificarono erano per lo più semplici, provviste di una lapide con iscrizione.
Alcune più pretenziose mostravano un muro a forma di edicola con il ritratto ad affresco del defunto.
Tre di questi affreschi strappati sono tra le opere conservate nel Museo civico e mostrano i ritratti dei pittori Antonio Maria, Beniamino e Mosè Turri senior.
La posizione del cimitero fu scelta sia perchè la strada era percorsa abitualmente dai Legnanesi diretti alla chiesa delle Grazie, sia perchè ancora una volta si riconosceva a questa zona la funzione funeraria già avuta in passato. Verso il 1891 fu improrogabile l'ampliamento del cimitero. Ancora una volta la primitiva area scelta nel 1803, gla raddoppiata nel 1863, si rivelò, non adatta alla Legnano di fine secolo. La civiltà industriale aveva letteralmente fatto esplodere un incremento demografico sconosciuto nel 1700. Il cimitero che era circondato da strade, non poteva più essere ingrandito. La municipalità si premurò quindi di reperire una nuova area sempre lungo via Magenta e subito dopo la chiesa delle Grazie.
Il cimitero antico fu ripulito dalle tombe. Le ossa dei defunti vennero riesumate e poste in cassettine in un colombario del nuovo cimitero. Quelle che non furono raccolte rimasero nella terra rivangata e ricoperta poi da un nuovo strato di humus riportato all'interno della recinzione. La superficie venne piantumata e accolse per anni, fino alla costruzione delle attuali scuole, un parco pubblico, in cui i ragazzi potevano liberamente giocare.
Il nuovo cimitero detto "Monumentale" fu invece inaugurato il 24 luglio 1898 in via Magenta. La sua superficie era di mq. 18.942. Molti Legnanesi che avevano le edicole funerarie nel cimitero vecchio trovarono asilo per i loro defunti lungo i viali principali del nuovo impianto. Questo progetto del cav. ing. Cuttica fu concepito con criteri moderni per allora e fu dotato di depositi, camera mortuaria e locali per il custode. L'impianto generale fu suddiviso in campi di sepoltura per permettere una migliore rotazione delle sepolture. Lungo i lati delle recinzioni furono allineate le cappelle delle varie famiglie legnanesi. Al centro del vialone d'ingresso fu costruita con stile dannunziano una grande cappella in arenaria grigia per i fedeli, mentre, sempre sul medesimo asse, verso il fondo del cimitero, trovò posto il monumento con gli ossari per i caduti di guerra.
Tutto il complesso venne dotato di colombari per contenere le ossa dei Legnanesi più antichi. Quando una famiglia si estingue, le ossa passati venticinque anni, vengono riesumate e poste nei colombari. Ben presto anche il cimitero "Monumentale" ebbe problemi di spazio. Venne ampliato nel 1907 e dotato di nuovi colombari per l'inumazione, portando la superficie totale a più di sette ettari. In questo grande spazio erano previsti i cosidetti "campi comuni" in cui le tombe potevano awicendarsi con tempi più brevi, mentre per le altre sepolture con edicole marmoree le concessioni erano novantennali. Furono aggiunti altri colombari di grandi dimensioni e dopo la guerra il tentativo di aumentare le superfici disponibili, ma ben presto si arrivò, ad un blocco della ricettività di tutto il sistema.
Questi nuovi problemi di spazio sorsero nel 1960.
Le tombe spesso con un solo defunto occupavano per troppi anni le superfici disponibili e la comunità ormai stabilmente vicina alle 50.000 anime non trovava più spazi per inumare.
Nel 1976 l'amministrazione prese una grave decisione sociale e politica. Deliberò l'acquisto di un'area di circa mq. 60.000 presso l'antica cascina di S. Bernardino al termine di viale Liguria.
In quest'area definita "cimitero-parco" in quanto tutto il complesso è stato pensato come un grande giardino con alberi, passaggi pedonali, illuminazione notturna ecc., il Comune poteva offrire, con un costo abbastanza contenuto, un loculo ad inumazione diretta nel terreno in cassa lignea. Le tombe tutte uguali ed allineate in lunghe teorie, che ricordano molto da vicino i cimiteri militari, sono rinnovabili ogni venticinque anni, quindi, sia questo breve tempo di permanenza dei feretri, sia la grande superficie, possono garantire una lunga vita e funzionalità del complesso anch'esso dotato di uffici e camera mortuaria.
Nel suo grande sforzo per risolvere tale grave problema il Comune di Legnano ha affidato l'incarico progettuale all'ing. Clori, responsabile dei servizi cimiteriali del Comune di Milano. Questi ha impostato il giardino con una serie di campi di sepoltura separati da viali lastricati e differenziati come livelli di camminamento. Tutta l'area è recintata con grandi pannelli prefabbricati con graniglie di marmo candido che formano delle quinte angolari lungo il perimetro, scandendo con piani di luce e di ombra la visuale esterna del cimitero. Molto apprezzati e di valore sono inoltre le fusioni in bronzo dei cancelli d'ingresso, opera degli scultori Nardo Dunchi e Jonos Stryk. Anche i lampioni interni sono opere in fusione di pregevole fattura.
Il grande spazio a disposizione ha permesso la creazione di un parcheggio esterno di uso esclusivo del complesso. L'inaugurazione fu celebrata alla presenza del vescovo espiscopale Marino Colombo e delle autorità civiche, il 15 luglio 1979.
 
 

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Dalla prima alla seconda guerra mondiale - La resistenza
 
Alla vigilia della prima guerra mondiale Legnano aveva consolidato la sua nuova fisionomia di centro industriale. L'Europa, nell'estate del 1914, era già scivolata sulla china di un conflitto, che ben presto, con rapida successione di eventi, dilagò, dall'Austria-Ungheria alla Russia. In Italia gli interventisti si opponevano alle correnti sfavorevoli al nostro coinvolgimento in una guerra che purtroppo diventava sempre più inevitabile.
Nel 1915, Legnano contava 28.757 abitanti e proprio nell'anno precedente aveva registrato il massimo dell'incremento demografico e immigratorio con l'aumento di 1532 unità da mettere in relazione con l'incremento dell'industria, che costituì un richiamo di manodopera e di addetti ai servizi del terziario.
I grandi complessi manifatturieri legnanesi erano in difficoltà per il blocco delle materie prime, che provenivano dalla Germania e dall'Inghilterra.
L'entrata in guerra decisa il 24 maggio, dopo accese polemiche tra neutralisti e interventisti, mise ancor più in difficoltà tanto le aziende tessili come le industrie metallurgiche. Superato il primo sbandamento, le une e le altre trasformarono in parte i loro impianti per forniture belliche. La Franco Tosi, in particolare, attrezzò uno dei reparti più vasti per la produzione in serie di affusti di artiglieria pesante.
Le alterne vicende della guerra si ripercossero anche su Legnano, sfociando in una crisi resa ancor più drammatica dall'epidemia di spagnola scoppiata nel 1917. In quello stesso anno un'altra calamità si abbattè su Legnano.
In concomitanza con gli infausti giorni della disfatta di Caporetto una terribile alluvione causò allagamenti e danni a tutti gli stabilimenti situati lungo l'Olona, le cui acque in piena, rotti gli argini, invasero anche il centro abitato, provocando ulteriori disastri a case e negozi.
Due iniziative assistenziali furono intraprese a Legnano durante il primo conflitto mondiale. Nell'istituto delle suore canossiane "Barbara Melzi" si allesti un ospedale da guerra, mentre in una palazzina di via Bissolati, diventata poi sede del Liceo, fu impiantato un centro sperimentale di rieducazione per mutilati di guerra, intitolato alla principessa Maria Josè di Piemonte.
In quegli anni in tutto il triangolo industriale lombardo si intensificarono lotte sindacali alimentate dalle condizioni politiche, ma soprattutto dai disagi delle categorie meno abbienti in una zona trasformata rapidamente da borgo agricolo a centro industriale.
Questo clima di conflittualità proseguì, con alterne vicende, fino al termine della guerra.
L'evoluzione economico-sociale del nuovo sistema impose infatti sacrifici notevoli alle classi lavoratrici, data la carente legislazione sociale.
I contadini, che lasciarono le colture sempre meno redditizie, sollecitati a trasformarsi in operai di fabbrica, dovettero sottostare a forme di disciplina a loro prima sconosciute e vivere in ambienti chiusi e non sempre igienicamente soddisfacenti. Gli stessi subirono un trauma psichico e fisico a volte acuto, dopo aver ritenuto come vantaggioso il loro distacco dall'attività agricola.
Una nota ancor più dolente verificatasi a Legnano, come retaggio dei primi anni pionieristici dell'industria di fine Ottocento, fu il largo impiego della manodopera infantile. Un fenomeno comunque comune ad altri Paesi d'Europa ed in particolare all'Inghilterra.
Nel periodo bellico il posto di coloro che erano arruolati fu in parte occupato nuovamente dalla manodopera giovanissima o femminile, anche perchè la loro retribuzione, a quei tempi, era di gran lunga inferiore a quella maschile.
 
 
 
L'eccessivo sfruttamento dei lavoratori era già stato causa a Legnano e in tutto l'Altomilanese di un movimento sindacale, anche se organizzato con strutture improvvisate. E' sintomatico che proprio a Legnano si registrò il primo sciopero generale che si ricordi in Lombardia e precisamente nel febbraio 1884.
Era in corso una grossa vertenza sindacale che interessava gli operai degli stabilimenti Cantoni di Legnano e Castellanza. Quando già la lotta minacciava di assumere le caratteristiche di vera e propria sollevazione, un intervento della giunta comunale, presieduta da Flaminio Dell'Acqua, riusci a far sospendere l'agitazione.
In un manifesto datato 14 febbraio 1884, l'autorità municipale portava a conoscenza degli operai legnanesi l'invito a ricominciare il lavoro alle condizioni e prezzi attuali, riservandosi la direzione del cotonificio di fare gli aumenti dei salari a coloro che ne saranno riconosciuti meritevoli e nelle proporzioni che essa crederà conveniente a conciliare gli interessi dei lavoratori con quelli dell'industria. E la giunta a sua volta concludeva il manifesto ammonendo: Se qualche mal intenzionato tentasse di opporsi a quelli che hanno volontà di riprendere il lavoro, verrebbe punito a norma di legge.
Legnano fu in prima linea anche in occasione dello sciopero indetto il 4 settembre 1915 in tutte le città dove esistevano complessi tessili, per ottenere un aumento del salario negato dagli industriali. Rispondendo all'appello della Federazione Tessili e delle Camere del Lavoro di Gallarate, Busto e Legnano, pubblicato sul giornale La lotta di classe, scioperò la quasi totalità delle maestranze. I sindacati avevano basato la loro richiesta di aumento di retribuzione sul fatto che era salito il costo della vita e che gli industriali ricavavano maggiori guadagni dalle commesse militari. Il 28 settembre si tenne a Legnano, con la mediazione delle autorità municipali un incontro, al quale tra l'altro presero parte gli industriali Carlo Jucker, l'on. Carlo Dell'Acqua, Venzaghi e Maino. Gli operai, erano rappresentati da un esponente di ciascuna delle tre città sopra indicate, precisamente tali Schiavello, Canziani e Mariani. Dalla riunione non scaturì alcun accordo. Gli operai allora, lo stesso giorno, si riunirono in assemblea a Gallarate, decidendo la proclamazione dello sciopero, come già avevano fatto i tessili di Torino, Biella e Prato. Nonostante l'atteggiamento incerto delle leghe cattoliche, lo sciopero riuscì, come si è detto, massiccio in tutti e tre i maggiori centri cotonieri e nei vicini paesi di Cerro Maggiore, Rescaldina, Castellanza, Canegrate e Nerviano. Durò, cinque giorni e vi presero parte circa 40 mila operai. Gli industriali dovettero capitolare, accettando la maggior parte delle richieste, concretizzate poi, per la parte economica, in aumenti che andavano dal lO al 20%. Nello stesso anno, nel mese di ottobre, anche i metallurgici ed altre categorie operaie ottennero aumenti salariali. Nuovi episodi di scioperi e di lotte si ebbero nel 1917, alimentate stavolta dai socialisti della provincia, che stavano riannodando le fila della loro organizzazione sul territorio, anche per controbattere l'aumentata influenza del partito popolare. Questa volta il pretesto era, oltre l'auento di salario, anche la mancanza di generi alimentari.
Nel Legnanese in questo clima di lotte e rivendicazioni venne organizzata una Camera del Lavoro e si costituirono tanto leghe di ispirazione socialista, come leghe appoggiate dal Partito Popolare e dagli organi dirigenti del movimento sindacale cooperativo.
Inevitabili i contrasti che degenerarono, non di rado, in violenti conflitti, in quanto le leghe cattoliche si ponevano in netto antagonismo al movimento operaio socialista e, a volte, riuscivano a concludere con gli industriali pacifiche e vantaggiose intese, contando sull'ossequio alle istituzioni della gerarchia ecclesiastica, che aveva a Legnano in Eugenio Gilardelli, primo prevosto mitrato, un autorevole esponente.
Nel maggio del 1920 i tramvieri di Legnano fermarono i tram, per impedire una manifestazione del Partito Popolare indetta a Busto. I socialisti sull'Avanti scrissero in quell'occasione che neanche per un 'ora i popolari debbono avere l'illusione di essere padroni delle vie e delle piazze. Episodi analoghi si manifestarono in tutto l'Altomilanese con agitazioni e violenze delle quali alternativamente venivano accusati "caporioni rossi" o "fomentatori reazionari bianchi".
Se nel primo dopoguerra i reduci rientrati ancora sotto l'influenza della grandiosa vicenda bellica non trovarono nella classe dirigente e politica il giusto riconoscimento ai tanti anni di stenti trascorsi al fronte, trovarono fortunatamente posti di lavoro in una città animata dall'ansia della crescita e della produzione, per riscattare gli anni perduti a causa degli impegni e delle limitazioni che il conflitto mondiale aveva imposto.
Superato il primo periodo di relativa tranquillità e di grandi trasformazioni che avevano fatto sopire le lotte sindacali e le diatribe politiche, cominciarono a riaccendersi i primi focolai isolati di malcontento e insofferenza.
Un aspetto caratteristico, del resto comune ad altre zone dell'Altomilanese e del Varesotto, fu, nel dopoguerra, la scomparsa dei partiti democratici avanzati come forza politica autonoma e influente. Nuovi protagonisti della lotta politica si inserirono come parte attiva: su un fronte la classe operaia e pochi intellettuali socialisti; sull'altro fronte le organizzazioni cattoliche, imprenditori e altre forze economiche, attorno alle quali andava aggregandosi larga parte della piccola e media borghesia conservatrice.
A partire dal 1920 si formarono i primi gruppi fascisti provenienti in parte dalla borghesia reazionaria della destra estrema e in parte da categorie eterogenee, in cui erano molti giovani, alla ricerca di possbili vantaggi. Anche alcuni esponenti del partito cattolico diventarono di punto in bianco fascisti. Nei primi manipoli si infiltrarono anche elementi dal passato penale poco raccomandabile. Il fascismo in quei momenti aveva bisogno di individui decisi, violenti pronti anche ad usare le mani per far fronte alla massa socialcomunista sempre più agguerrita. Dal canto loro i cattolici di recente formazione politica, denunciavano inesperienza nel controllo delle masse popolari. Di questa situazione confusa si avvantaggiò, il nascente partito fascista, che puntò subito a reprimere i moti operai delle fabbriche e ad opporre la forza di contrasto, anche fisica, alle suggestioni della propria propaganda rivoluzionaria.
La nebbia della retorica mussoliniana penetrò gradualmente in quasi tutti gli ambienti legnanesi, ma l'ordine e la disciplina, pur imposti con la forza e -- per i dissidenti -- con il confino e il carcere, crearono le premesse perchè la città riprendesse quel processo di industrializzazione già avviato nel primo quindicennio del secolo, rallentato, e non interrotto, durante il primo conflitto mondiale.
 
 
 
29 luglio 1901. All'allora sindaco di Legnano Antonio Bernocchi giunse una domanda in carta da bollo cosiredatta: "Mussolini Benito, maestro elementare di grado superiore, licenziato d'onore della regia scuola normale di Forlimpopoli, diretta dal prof.  Alfredo Carducci (era il fratello del grande poeta), porge rispettosa istanza onde voglia ammetterlo tra i concorrenti ad uno dei due posti di maestro supplente vacanti nel capoluogo del Comune dalla Signoria Vostra illustrissima rappresentato. A giorni seguiranno i documentiprescritti dall'art. 128 del regolamento generale. Devotissimo Mussolini Benito ".
Questa domanda è conservata nell'archivio storico comunale e, agli atti, figura anche che la stessa fu respinta perchè il posto nel frattempo era già stato coperto.
Il giovane maestro di Predappio, se non riuscì a venire a Legnano per lavoro, lo fece per la prima volta, nella primavera del 1921, come esponente del partito fascista. In quell'anno il fondatore dei fasci non godeva ancora di grande notorietà.
Benito Mussolini, esattamente il 5 ottobre 1924, venne di nuovo (e in forma ufficiale) in visita a Legnano, riorganizzatasi dopo gli anni tristi della ma guerra mondiale, allorchè gli opifici tessili e le industrie meccaniche locali si stavano imponendo in campo nazionale. L'invito, accettato, era stato rivolto a Mussolini dal sen. Antonio Bernocchi; la visita iniziò dal Cotonificio Bernocchi, per poi passare all'inaugurazione dell'edificio scolastico voluto dallo stesso senatore.
A Legnano Mussolini tornò, in divisa di capo supremo della milizia fascista e come presidente del consiglio, il 4 ottobre 1934. Un grande palco era stato collocato su una turbina della Franco Tosi in piazza S. Magno, dove il duce tenne il discorso ufficiale ad una folla di alcune migliaia di Legnanesi. Passò quindi a visitare il Cotonificio Dell'Acqua, nel cui cortile lo attendevano circa 4500 dipendenti.
Terminò il suo discorso nello stile reboante, che lo caratterizzava, con la frase: La parola d'ordine in questa azienda è e dovrà essere lavorare e far lavorare. La giornata legnanese di Benito Mussolini si concluse con una visita al Cotonificio Bernocchi, con l'inaugurazione di una mostra di pannelli statistici e di un campionario della produzione aziendale.
Mussolini da allora non tornò più a Legnano vivo. Poco dopo la fucilazione, lo scempio di Piazzale Loreto e la sepoltura nel cimitero milanese di Musocco, la salma del duce scomparve, trafugata da ignoti. Transitò invece lungo le vie della periferia di Legnano, per raggiungere il convento dei frati cappuccini di Cerro Maggiore, ai quali quel cadavere fu affidato temporaneamente in custodia e poi restituito a donna Rachele.
Legnano passò dagli anni operosi della ripresa, seguita al conflitto mondiale del 1915-18, caratterizzati peraltro da una espansione urbanistica e da una trasformazione radicale del centro cittadino, all'era fascista.
Gli anni del dopoguerra videro anche la realizzazione di scuole primarie e di case operaie, costruite dagli stessi grossi complessi industriali.
L'Amministrazione comunale preferì dedicarsi alla creazione e all'ampliamento dei servizi collettivi e alle infrastrutture. Fu effettuata negli anni Venti, infatti l'estensione della rete dell'acquedotto e del gas di città, realizzata con le disponibilità di bilancio.
In quegli anni Legnano sacrificò edifici di un certo valore storico, oltre che architettonico (il palazzetto cinquecentesco dei Lampugnani di Legnanello, l'Ospizio S. Erasmo, alcuni conventi, due caratteristici ponti sull'Olona) per lasciare posto alle costruzioni industriali.
Attraverso una appropriata propaganda, una organizzazione che si fondava sull'ordine, sulla disciplina e sull'orgoglio nazionalista, il regime, anche a Legnano, seppe trascinare larga parte del popolo verso un consenso sempre più vasto, dimostrato soprattutto nelle grandi adunanze e nelle manifestazioni sportive, ma anche in occasione di iniziative come la Fiera Gastronomica, organizzata nel 1934 lungo l'allora viale Brumana, (oggi viale Matteotti) e nelle parate premilitari.
Mentre le industrie, specialmente le tessili, ottennero il massimo impulso sotto l'attenta vigilanza delle emanazioni politiche del regime, nel periodo che va dagli anni Venti ai Trenta furono realizzate alcune importanti opere pubbliche, destinate a far colpo sul popolo, anche come risposta ai moti di dissenso: Casa del Balilla in viale Milano, Casa del Littorio, l'attuale Palazzo Italia, il poligono di tiro, la sede Inam.
Lo stesso Benito Mussolini, il 16 dicembre 1937, consegnò ad un gruppo di industriali e lavoratori legnanesi, ricevuti a Palazzo Venezia, circa tre milioni raccolti con una sottoscrizione tra operai e imprenditori per costruire una scuola all'aperto con colonia elioterapica, uno stadio e una piscina, che sarà poi intitolata a Costanzo Ciano. Venne anche organizzata, nel maggio 1935, la prima Festa del Carroccio per ricordare -- come fece scrivere il federale Rino Parenti -- agli uomini della Nuova Italia il valore e l'eroismo degIi antichi guerrreri.
 
 
 
Legnano nel frattempo aveva ricevuto un riconoscimento conquistato col lavoro e con l'intraprendenza dei suoi abitanti: l'elevazione del Comune al rango di città. Il titolo venne conferito il 15 agosto 1924, con un decreto di Vittorio Emanuele III, ma fu consegnato da Benito Mussolini il 5 ottobre dello stesso anno, in occasione della sua seconda visita, per l'inaugurazione della scuola di avviamento industriale e commerciale  "Antonio Bernocchi".
Quale era la fisionomia economica e sociale di Legnano nel 1924 e quali i principali avvenimenti di quell'anno?
La città contava 29117 abitanti, segnando una ripresa demografica dopo un calo di popolazione registrato durante la prima guerra mondiale. Secondo il censimento del 1927 la popolazione era di circa 30 mila unità, con 677 esercizi industriali o artigianali e 17.612 addetti, con un quoziente di industrialità (occupati nell'industria rispetto alla popolazione) pari al 57,3 %. La forza lavorativa era così suddivisa: industria e artigianato: n. 15.563 addetti tessili: n. 9.926 addetti meccanici: n. 4.056 addetti; commerciali, credito e assicurazioni e servizi vari: n.  287 addetti.
Anche gli avvenimenti con le date più memorabili, nell'anno in cui allo stemma di Legnano fu aggiunta la corona di città, offrono qualche spunto per tracciarne il volto di allora.
Era sindaco, dal 1923, Fabio Vignati (che diventò podestà a partire dal 1 aprile 1927), segretario comunale il dott. Luigi Munari. Tra le opere pubbliche realizzate, oltre ai già citati edifici delle istituzioni del Partito Nazionale Fascista, ricordiamo l'ampliamento del cimitero e della via del Sempione col completamento della pavimentazione, in parte a cubetti di porfido; il rinnovo dell'Ospizio S. Erasmo, col finanziamento dello stesso sindaco Vignati, il recupero delle strutture del palazzetto rinascimentale dei cavalieri Lampugnani di Legnanello per servire alla costruzione, con le medesime caratteristiche, del Museo Civico, inaugurato due anni dopo. Inoltre l'Ospedale fu eretto ente morale e si costruì il padiglione chirurgia con la prima sala operatoria.
Il 19 piugno fu inaugurato il sanatorio "Regina Elena" alla presenza della regina Margherita (oggi l'edificio è sede del Centro socio-educativo per handicappati gravi e di altre istituzioni assistenziali, tra cui la comunità-alloggio della Cooperativa Il Castoro,  voluta dall'A.N.F.F.A.S.).
Il 20 settembre fu inaugurato, presente re Vittorio Emanuele III, il tratto iniziale dell'autostrada Milano-Laghi fino a Gallarate, con casello anche a Legnano. Era la prima autostrada nel mondo, ideata dal varesino ing. Piero Puricelli, col patrocinio del Touring Club Italiano. Fu un'opera ardita, addirittura avveniristica per quei tempi, considerando che in Italia, nel 1924, il parco veicoli non superava le 40 mila unità, la meta delle quali concentrata proprio in Lombardia.
Il mezzo di trasporto che dominava era la bicicletta e la Franco Tosi già fabbricava da oltre un decennio le biciclette Wolsit nello stabilimento di via 20 Settembre, dove all'inizio del secolo si costruirono le prime vetturette della Fial di Guglielmo Ghioldi. Nel 1927 la società Emilio Bozzi rilevò l'attività rilanciando la bicicletta marca Legnano con la casa ciclistica verde oliva, nata nel 1918.
La squadra calcistica lilla, fondata nel 1913 militava in  quell'anno nel massimo campionato prima divisione), allenata dall'ungherese Schoffer .
Già da tre anni era stata costituita la Federazione Industriali Legnanesi, che proprio nel 1924 ebbe il suo momento di massimo sviluppo (in precedenza gli imprenditori della città facevano capo alla Federazione Industriali Altomilanese), anche se fu abolita con la legge fascista del 3 aprile 1926, che eliminava le Unioni locali miste, per conformarle allo schema fisso della giurisdizione provinciale.
La città aveva come organo di stampa locale il settimanale La voce di Legnano, diretto da Carlo Guidi. A questo giornale è legato uno degli episodi della lotta repressiva delle squadre fasciste contro gli oppositori del regime. Il- 1 novembre del 1926, in seguito ad una perquisizione della milizia nell'abitazione del Guidi, esponente del Partito Popolare, l'intera edizione fu bruciata in piazza S. Magno, perchè il giornale non si era allineato ai commenti voluti dalle gerarchie fasciste.
Il quotidiano varesino Cronaca Prealpina dedicava già allora una pagina intera agli avvenimenti del Legnanese e della plaga, come il settimanale Luce, organo cattolico legato alla Curia.
 
 
 
Anche a Legnano e in tutto l'Altomilanese il movimento fascista sorse seguendo le ispirazioni d d ella demagogia nazionalista e patriottarda e fece leva sulla delusione dei reduci, sul malcontento di tanti piccoli borghesi e di giovani, messi in difficoltà dalla crisi economica del dopoguerra. Le prime squadre, all'indomani della famosa marcia su Roma, alla quale anche Legnano inviò alcuni rappresentanti, si formarono con la tacita acquiescenza e gli aiuti concreti di una parte delle categorie più abbienti e dei grossi proprietari terrieri, che non si rassegnavano all'avanzata del movimento sindacale ed operaio.
Il primo nucleo delle brigate nere si insediò in un circolo di via Cairoli presso la ferrovia e da li cominciarono a partire spedizioni contro circoli "non allineati", cooperative, sedi politiche e sindacali. Inermi cittadini furono aggrediti e bastonati con l'ingiunzione di non occuparsi più di politica e di organizzazione operaia. Difficile la difesa dei lavoratori antifascisti contro queste squadre, provenienti da paesi diversi, forti oltre che del loro armamento, della connivenza e complicità di molte autorità dello Stato, che davano loro impunità. Nacquero i manipoli "Numa Negrini"  diventati poi tre per altrettanti rioni della città, intitolati rispettivamente "Renato Falzone", "Daniele Martinelli" e "Dino Piochi". I primi tentativi di opposizione furono repressi duramente dall'allora federale Nino Parenti e una decina di legnanesi furono inviati al confino politico.
In questo clima Legnano ebbe la prima vittima della violenza fascista, Giovanni Novara, un giovane operaio comunista, colpito a morte a rivoltellate da un sicario delle squadre punitive senza che l'assassino venisse arrestato. Con la violenza fu defenestrata nello stesso anno la giunta socialista diretta dal sindaco Ermenegildo Vignati e al suo posto fu designato, come commissario prefettizio, il dott. F. Spairani, che resterà in carica fino al 1 marzo 1923, all'elezione cioè del nuovo sindaco Fabio Vignati.
I cattolici erano divisi tra la corrente conservatrice e la sinistra dello stesso movimento. Quest'ultima, a volte, faceva sentire la propria voce, ma lo stesso Achille Grandi, allora dirigente dei sindacati, pur dichiarando che il Partito Popolare doveva fiancheggiare con l'azione politica l'aspirazione delle classi lavoratrici sosteneva che le organizzazioni cattoliche costituivano l'argine più saldo contro il dilagare del sovversivismo, che attenta alla sicurezza dello Stato (Giornale Luce dell'11 marzo 1920), concludendo con l'invito ai lavoratori a non aderire agli scioperi proclamati dai sindacati rossi.
Quali erano le posizioni di forza dei vari schieramenti politici di Legnano nei tre anni che precedettero la marcia su Roma?
I risultati delle elezioni generali politiche del novembre 1919 offrirono un quadro abbastanza significativo. Nell'ex collegio di Gallarate, compreso allora nella circoscrizione Milano-Pavia e al quale apparteneva anche Legnano, i socialisti passarono da 5349 suffragi del 1913 a 10.289; i democratici, che si erano presentati nella lista come "combattenti" con un elmetto per contrassegno, scesero invece dai 7643 a 2835 suffragi; i Popolari ebbero 2212 voti. Risultarono eletti deputati i socialisti Buffoni e Campi.
A Legnano in particolare la lista dello scudo crociato (Partito Popolare), che aveva come unico esponente locale Carlo Guidi (eletto, rinunciò a favore di un candidato pavese), riportò 989 voti; i socialisti (falce e martello) 3088 voti; i "combattenti" 658 voti; la lista dei monarchici e liberali (con una stella per simbolo) raccolse 208 voti; il fascio dei littori, cioè la lista fascista ebbe solo 7 voti. Benito Mussolini ottenne sette preferenze ed una soltanto Arturo Toscanini, che pure figurava nella stessa lista. Tra i "popolari" 846 voti di preferenza toccarono a Carlo Guidi, tra i socialisti 287 furono per Claudio Treves e 290 per Filippo Turati.
Nelle successive elezioni politiche del 1924 le violenze e le intimidazioni fasciste non ebbero piu' freno in tutto il Paese e Giacomo Matteotti, per averle denunciate in Parlamento, fu rapito nel centro di Roma e barbaramente trucidato.
La protesta e la rivolta popolare seguite al delitto Matteotti costrinsero il fascismo a togliersi la maschera legalitaria ed a trasformare il suo regime in un'aperta dittatura. Dichiarati illegalmente decaduti i parlamentari antifascisti, furono sciolti i partiti e i sindacati operai, soppressa la stampa antifascista abolita ogni libertà politica ed eliminati i consigli comunali, sostituiti da gestioni podestarili, che per venti anni umiliarono le amministrazioni locali. Infine, nel novembre 1926, furono promulgate le leggi eccezionali, che ristabilivano la pena di morte, e fu costituito il tribunale fascista, per giudicare gli avversari del regime.
Contro la dittatura fascista e la sua politica i lavoratori e gli antifascisti legnanesi si batterono valorosamente. Solo con la violenza e l'intimidazione agli operai e impiegati fu imposta la tessera dei sindacati fascisti e le relative trattenute sulla busta paga. Scioperi ed agitazioni si svolsero nel ventennio in molte fabbriche legnanesi. La stampa clandestina circolava tra gli operal anche nei momenti più bui della dittatura. Venti comunisti legnanesi furono denunciati al tribunale speciale fascista per la loro attività e alcuni di loro scontarono con anni di reclusione l'attiva partecipazione alla lotta per riconquistare agli Italiani la libertà. Gli antifascisti legnanesi diedero un importante contributo all'organizzazione provinciale e nazionale del movimento politico e sindacale. Un ex impiegato comunale e un ex ferroviere furono valorosi comandanti delle brigate internazionali e garibaldine, che difesero la Repubblica Spagnola dall'attacco fascista.
Mussolini, che all'inizio dell'aggressione nazista alla Polonia nel settembre 1939 aveva dichiarato lo stato di non belligeranza dell'Italia, dopo la vittoria lampo dell'esercito tedesco in Francia  che aveva travolto anche la linea Maginot, si convinse che la guerra stava per finire con la vittoria dei tedeschi e il 10 giugno 1940 dichiarò guerra alla Francia, ormai prostrata dalla sconfitta all'Ovest. Ma la guerra doveva durare ancora cinque anni, provocando morte e distruzione in molti paesi.
All'ambizione di Hitler non bastò il dominio tedesco su gran parte dell'Europa Occidentale e nel 1941 egli attacciò l'Unione Sovietica con l'illusione di ripetere in Russia la guerra lampo che gli era riuscita in Francia. Mussolini chiese quindi l'onore di partecipare alla vittoria sulle "orde bolsceviche" e mandò, sul fronte russo un corpo di spedizione, privo perfino delle attrezzature necessarie per difendersi dall'inverno glaciale delle steppe.
Sconfitti i tedeschi a Stalingrado, perdute tutte le colonie in Africa, la guerra investì direttamente il nostro Paese con lo sbarco delle truppe anglo-americane in Sicilia. Il regime fascista, già profondamente scosso dal malcontento popolare e dagli scioperi del marzo 1943, stava per crollare sotto il peso delle sconfitte militari e i gerarchi fascisti del Gran Consiglio, il 25 luglio 1943, diedero una mano alla monarchia per far arrestare Mussolini.
 
 
 
Il 25 luglio fu festeggiato dagli Italiani come la fine di un incubo. A Legnano, Carlo Venegoni, attivo patriota antifascista, liberato dall'internamento vigilato in sanatorio per malattia contratta in carcere, dopo una condanna per attività politiche, ricostituì, con Ezio Gasparini ed altri suoi compagni, la Camera del Lavoro. Anche nelle maggior fabbriche della città si formarono nuovamente le commissioni interne, soppresse dal fascismo. La dichiarazione di Badoglio: La guerra continua, restiamo fedeli all'alleanza con i tedeschi ebbe un senso preciso per i lavoratori delle fabbriche dell'Altomilanese, trasformate per la produzione bellica e per commesse militari. Le industrie del Nord da quel momento in poi avrebbero dovuto offrire al Terzo Reich i prodotti utili per proseguire una guerra che si sperava conclusa. E così in realta avvenne fino alla Liberazione.
Fu sintomatico che all'indomani dell'8 settembre, data dell'armistizio tra governo italiano e Alleati, già circolavano minacciose per Legnano le autoblinde tedesche. Alla Franco Tosi, in una grande assemblea, i lavoratori vennero invitati a partecipare alla lotta contro i nazisti, ormai considerati invasori. Lo stesso avvenne negli stabilimenti Cantoni, dove era stato allestito un reparto per la produzione di capi confezionati ad uso militare. Nel cotonificio di Legnano fu tenuto vivo quasi clandestinamente, un piccolo settore della tagliatura di velluti, allo scopo di conservare maestranze specializzate, in vista del momento in cui si sarebbe potuta riprendere la lavorazione a guerra finita, un provvedimento questo che permise poi di rilanciare subito la produzione, vincendo la concorrenza giapponese negli scambi commerciali, nel quadro degli accordi di cooperazione con gli Stati Uniti.
Nel mese di ottobre si costituirono a Legnano e nei paesi vicini le prime squadre armate composte da operai, da studenti e da soldati, sbandati dopo l'8 settembre. Iniziò, nelle fabbriche del Legnanese la resistenza passiva e il non collaborazionismo coi tedeschi, appunto per evitare che la produzione bellica venisse usata per proseguire una guerra non voluta.
Si formarono le brigate partigiane "Carroccio" , d'ispirazione cattolica, e "Garibaldi" di estrazione socialcomunista, le brigate autonome, tra le quali la "Mazzini" di stampo repubblicano ed infine il "Fronte della Gioventù", ad opera di alcuni studenti universitari. Le "Carroccio" e "Garibaldi" agirono in appoggio alle formazioni partigiane dell'Alta Italia secondo le direttive del CLN, che nel Settentrione era affidato a Ferruccio Parri. Si organizzarono in clandestinità le prime SAP (squadre di azione proletaria) alla Franco Tosi, alla Metalmeccanica, alla Società Industrie Elettriche, alla Mario Pensotti, alla Manifattura di Legnano e alla Cantoni. Le SAP rappresentarono il braccio armato dei lavoratori nella lotta partigiana e fecero da organizzatrici, con le commissioni interne, degli scioperi generali.
Da Legnano partirono spedizioni di rifornimento alla divisione "Alfredo di Dio", localizzata sulle montagne dell'Ossola e alla ''Puecher", che aveva tra i comandanti il legnanese Pietro Sasinini operante nella zona del Mottarone, Lago d'Orta e Ornavasso.
Nelle fabbriche ormai direttamente controllate dai nazisti, specie dove si produceva materiale bellico, si intensificò la resistenza passiva e la non collaborazione. Le commissioni interne, non potendo apertamente dichiarare che le agitazioni erano dovute alla volontà degli operai di non lavorare per la Germania, pena l'arresto o la deportazione, puntavano nelle   rivendicazioni sulla riduzione delle ore lavorative e sulle condizioni disumane in cui i lavoratori erano costretti ad operare e sull'aumento della razione di pane e dei salari. Ai primi scioperi massicci alla Franco Tosi i tedeschi si sostituirono alla milizia fascista nel controllo della produzione.
ln questo clima maturò uno dei più tragici episodi della resistenza legnanese. Il 5 gennaio 1944 le SS, al comando dello spietato generale Zimmerman, compirono un'azione dimostrativa di rappresaglia proprio nello stabilimento della Tosi. Furono dapprima arrestati sei operai tra i più facinorosi, facenti parte della commissione di fabbrica e noti antifascisti. Alla ribellione in massa di tutti gli altri operai, furono prelevati 63 tra coloro che manifestavano nel cortile.
Dopo lunghi interrogatori i tedeschi rilasciarono gli arrestati, tranne sette, che furono deportati nei lager nazisti.
Analoghe azioni furono compiute negli stabilimenti della Metalmeccanica, della Manifattura di Legnano e della Società Industrie Elettriche. Nei giorni precedenti era gia stato arrestato e subito avviato a Mathausen, sempre alla Tosi, l'antifascista legnanese Candido Poli.
Di questi lavoratori persero la vita nei campi di sterminio Pericle Cima, Alberto Giuliani, Carlo Grassi, Antonio Vitali, Francesco Orsini Angelo Sant'Ambrogio. Ernesto Venegoni, Carlo Ciapparelli, Eugenio Verga, Giuseppe Ciampini e Giannino De Tommasi.
Nell'inverno del 1944 si verificò, tra gli altri episodi della lotta clandestina, l'attentato al ristorante albergo Mantegazza. Nel locale, mentre la sera del 4 novembre erano riuniti fascisti e tedeschi per un banchetto, un nucleo di "garibaldini" fece esplodere su una delle finestre una bomba ad orologeria molto potente, che causò, cinque morti e venticinque feriti tra i militari.
L'attentato scatenò la reazione della polizia fascista che operò diversi fermi e pestaggi. Il 4 novembre furono massacrati due noti antifascisti legnanesi, Giovanni Rovellini e Serafino Roveda. Un mese prima cadde nelle mani dei fascisti uno dei fondatori delle brigate "Garibaldi" di Legnano, Mauro Venegoni , già dirigente sindacale comunista, condannato nel 1927 a cinque anni di reclusione dal tribunale speciale. A Venegoni la milizia impose di rivelare i nomi dei partigiani del suo gruppo e, ad un rifiuto, fu torturato barbaramente, accecato e quindi ucciso a Cassano Magnago alcuni giorni dopo. Per questo tragico episodio, dopo la Liberazione, gli fu assegnata la medaglia d'oro al valore militare, alla memoria.
Recenti studi storici hanno confermato quali funzioni precise avesse, nella strategia del Terzo Reich, quella grande linea di difesa, chiamata gotica, che si estendeva, attraverso gli Appennini, da Massa a Pesaro, per 320 chilometri, sfruttando sia le naturali asperità del terreno, sia le fortificazioni create dai tedeschi. A quella "linea" restarono legate le sorti di tutta l'Italia Settentrionale fino all'inizio del 1945.
Gli alleati attaccarono la linea gotica alla fine dell'agosto del 1944 con oltre 900 mila soldati e migliaia di aerei, cannoni e carri armati, per dilagare verso la pianura padana, raggiungere Vienna e arrivare a Berlino prima dei Sovietici. Ma la "linea" si dimostrò più forte di quanto si ritenesse. Allora i comandi alleati decisero di tentare l'attacco risolutivo da Ovest, con lo sbarco in Normandia, sottraendo grandi forze alla quinta Armata americana e all'Ottava britannica, impegnate sulla gotica, sicchè i Tedeschi qui poterono arginare l'avanzata. Questi, appunto per la loro strategia, come ha ribadito G. Schreiber al convegno degli studi storici sulla linea gotica, tenutosi a Pesaro nel settembre del 1984, avevano l'ordine di tenere più a lungo possibile il fronte appenninico per tre motivi: 1) per impegnare il nemico e alleggerire il fronte francese impedendo l' apertura di un nuovo fronte nei Balcani; 2) per evitare che un cedimento potesse far sentire il popolo tedesco completamente circondato; 3) per tenere la pianura padana con le sue risorse agricole e con le grandi fabbriche del triangolo industriale lombardo e sfruttarla nella produzione, soprattutto bellica. Questo era l'ordine passato da Rudolf Rahn, plenipotenziario tedesco presso la Repubblica Sociale Italiana, che affidò alla Milizia e alle SS l'incarico di vigilare nelle fabbriche, perchè la produzione fosse intensificata.
In risposta al proclama del 13 novembre 1944 del generale Alexander, comandante le truppe alleate in Italia, che invitò, i partigiani operanti oltre la linea gotica a smobilitare, provocando così delusione e accuse di tradimento da parte delle stesse forze della Resistenza, a Legnano i gruppi partigiani decisero invece di intensificare la lotta armata, proprio per dimostrare di non aver raccolto l'invito di Alexander.
Il 24 novembre furono attaccati in forze la caserma legnanese della Guardia Nazionale Repubblichina e contemporaneamente il carcere di S. Martino per liberare alcuni detenuti politici: dopo tre ore di conflitto arrivarono rinforzi fascisti e i partigiani dovettero ritirarsi.
 
 
 
Alla ripresa dell'offensiva degli Alleati lungo la linea gotica si capì che l'ora della liberazione della pianura padana si avvicinava; le brigate "Garibaldi" e "Carroccio" predisposero allora con il CLN il piano per l'insurrezione nell ' Altomilanese . Il lO aprile 1945 alcuni esponenti del PCI, sorpresi a distribuire a Legnano volantini contenenti il preavviso per tale insurrezione armata, vennero arrestati dal dirigente l'ufficio della Polizia Politica locale, capitano della Milizia, Nucci. Anche nei paesi vicini furono compiuti rastrellamenti e arresti. Mussolini intanto si era stabilito a Milano, in Prefettura, e anche da Legnano si seguirono con ansia i tentativi di trattative con il CLN (mediatore il cardinale arcivescovo Schuster per ottenere dai Tedeschi che, in caso di ritirata, fossero almeno vietate le distruzioni alle città e il prelievo di ostaggi Il 24 aprile, mentre Mussolini organizzava coi suoi gerarchi plu fidati la fuga verso la Svizzera, conclusasi poi con la fucilazione a Dongo, le formazioni partigiane di Legnano decisero di agire con un giorno di anticipo rispetto alle altre città della Lombardia. Il primo obiettivo fu quello di neutralizzare una stazione-radio tedesca, situata a Cascinette di Canegrate, col compito di tenere i collegamenti con una grossa colonna corazzata tedesca, agli ordini del maggiore Stamm, che dal Piemonte puntava verso Busto Arsizio, ed era diretta in Valtellina. L'operazione fu compiuta dal distaccamento della 182' brigata "Garibaldi". La stessa notte la brigata "Carroccio" attaccò il presidio tedesco della caserma Cadorna. Alle nove del 25 aprile il piano dell'insurrezione armata fu completamente realizzato dal comando partigiano unificato. La caserma Cadorna, dopo alterne vicende e conflitti a fuoco, fu occupata; contemporaneamente furono conquistate anche la caserma carabinieri di via dei Mille (dove si insediò il CLN locale e il Comando Militare Volontari della Libertà), la Casa del fascio, la scuola Carducci e la piscina. Intanto formazioni garibaldine ingaggiarono combattimenti per bloccare ai due caselli dell'autostrada di Legnano e della Cascina Olmina autocolonne tedesche in ritirata. In queste azioni cinque partigiani furono feriti e altri cinque uccisi.
Alle 10,30 un gruppo di partigiani tentò, la conquista del palazzo comunale, dove aveva sede l'Ufficio di Pubblica Sicurezza, diretto dal commissario Santini (che finì poi fucilato in piazza Mercato insieme al capitano della Milizia, Nucci). Gli agenti di polizia contrattaccarono e si ebbe un lungo conflitto a fuoco. Tra gli assalitori del palazzo comunale vi era anche Anacleto Tenconi, che, secondo gli accordi a suo tempo presi, era destinato ad assumere le vesti di sindaco del CLN. Intanto il vicino Palazzo Littorio, sede del comando fascista, fu occupato e gli uomini impegnati in questa azione andarono a rinforzare i partigiani, i quali assediavano Palazzo Malinverni, che potè così essere conquistato.
Sembrava che la liberazione della città fosse ormai completata, ed invece durante la notte tra il 25 e il 26 alcune formazioni tedesche rioccuparono la zona centrale di Legnano e dovettero essere attaccate e fatte sloggiare.
Nella tarda mattinata un nuovo pericolo si profilò. Un'autocolonna corazzata tedesca, partita da Milano, ormai insorta e occupata dal CLN e dalle formazioni partigiane, giunse alla periferia di Legnano con l'intento di ricongiungersi all'altro reparto del maggiore Stamm, che si trovava nel Magentino (quest'ultimo fu poi bloccato a Lonate Pozzolo e il comandante, dopo essersi arreso agli "azzurri" del raggruppamento "Alfredo di Dio" di Busto , si suicidò.
I partigiani, convinti che i Tedeschi volessero rioccupare la città, attaccarono l'autocolonna tra lo stabilimento Mocchetti e l'Officina Gianazza. Ai partigiani si unirono operai, giovani e numerosi cittadini. Alla fine i Tedeschi fecero dietro front e da Lainate si avviarono verso Como (A. Tenconi, Rapsodia in tono minore, Legnano 1966).
Sul posto, al termine dei combattimenti, restarono 14 morti tra le formazioni partigiane.
Il 27 aprile la città di Legnano fu completamente libera e in mano ai partigiani: per le strade in quel giorno cortei e tripudio per la riconquistata libertà.
Purtroppo i giorni che seguirono furono teatro di qualche isolato episodio di inutile vendetta e di violenza, come hanno riferito i testimoni di quegli angosciosi eventi: "Errori tragici furono commessi in quei giorni, ma durante un movimento di grandi masse è quasi sempre difficile, se non impossibile, a qualunque capo, dominare le azioni dei singoli" (A. Tenconi, Op. cit.).
Infatti, con giudizi più o meno sommari pronunciati da alcuni capi partigiani subito dopo la Liberazione, furono fucilati sedici ex appartenenti alla milizia fascista o cittadini che erano ritenuti implicati in azioni fasciste. Nonostante l'opera di mediazione dell'allora prevosto mons. Cappelletti le esecuzioni furono compiute ugualmente (e in mommenti diversi) in piazza S. Magno e del Mercato, alla cascina  Mazzafame e al raccordo dell'autostrada a Castellanza .
Nella città libera, in poche settimane, ritornò, comunque la normalità, si riorganizzò il lavoro nelle fabbriche e si formò, la giunta comunale nel CLN col compito di intraprendere l'opera di ricostruzione, e cancellare, per quanto possibile, i tristi ricordi della guerra. La prima giunta era così costituita: sindaco, Anacleto Tenconi (DC); componenti: Neutralio Frascoli (DC), Giovanni Parolo (DC), Guido Cattaneo (PSI), Ernesto Macchi (PCI), Natale Barnabè (PRI), Enrico Riccardi (PRI). Essa fu poi completata con altri tre assessori all'atto delle attribuzioni: Ezio Gasparini (PCI), vicesindaco; Giuseppe Moro (PSI) e Giovanni Brandazzi (PCI). La prima seduta della giunta si ebbe il 2 maggio 1945, segretario comunale era il dottor Amedeo Rossi.
Non fu facile normalizzare la vita della città. Mancavano gli alimenti primari, i mezzi di locomozione erano ridotti al minimo, le case popolari insufficienti, le aule scolastiche sovraffollate, le strade ridotte in uno stato pietoso e le classi lavoratrici, in condizioni disagiate, chiamavano continuamente l'amministrazione comunale a fare da interprete e mediatrice delle loro aspirazioni. L'avvio della democrazia e della ricostruzione fu lento e faticoso; le ferite di un passato torbido si cicatrizzarono lentamente, con tenacia, allorchè lo spirito di collaborazione riuscì a prevalere sulle lotte di parte. Normalizzatasi anche la politica nazionale, Legnano riprese il vigore economico che aveva caratterizzato il periodo pionieristico.
Il 4 maggio 1945 si costituì un comitato industriale provvisorio presieduto dagli industriali Mario Pensotti e Aldo Palamidese, dal quale scaturì poi l'Associazione Legnanese dell'lndustria, il cui atto costitutivo reca la data del 13 luglio 1945, primo presidente Pier Luigi Ratti. La direzione fu affidata al dottor Manlio Bucci, che seppe creare le premesse per assicurare alla rinnovata associazione industriali un ruolo determinante nella vita organizzativa dell'importante settore economico di tutta la città e del Legnanese, tale da assicurare, tra il 1951 e il 1961 il più alto indice di industrialità in rapporto alla popolazione (65,2%) tra i Comuni lombardi, secondo dopo Sesto S. Giovanni.
Si ricostituirono anche gli altri organismi economici, professionali e associativi, tra cui l'Unione Commercialisti, la Consociazione degli Artigiani e l'Unione Artigianti con giurisdizione su tutta la zona. Legnano nel dopoguerra dimostrò, la risoluta volontà concorde di ripresa e di continuità delle care tradizioni, e delle virtù antiche, più che mai da rinnovare, nella pace riconquistata.
 
 
 
Se, l'8 settembre, l'annuncio della firma dell'armistizio con gli alleati e lo sbarco degli angloamericani a Salerno crearono disorientamenteo tra la popolazione, che non aveva ancora compreso, nella sua realtà, l'effettiva portata dei fatti, tali avvenimenti colsero di sorpresa anche le Forze Armate. Gli ambigui ordini di Badoglio e la fuga del re dalla capitale furono nuovi motivi di perplessità. I Tedeschi erano ancora tra noi e la Resistenza stava uscendo dalla clandestinità, ma non aveva ancora assunto una sua salda struttura organizzativa.
I soldati italiani, increduli, stanchi ed umiliati, non sapevano cosa fare. Se li coglievano in divisa e sbandati, i tedeschi, considerandoli disertori, potevano arrestarli e deportarli. La maggior parte di essi aveva solo raccolto l'ordine non ufficiale del tutti a casa.
In questa situazione quasi tutti i reparti dell'esercito italiano si sbandarono. Solo gli uomini di alcune unità che si trovavano nel Meridione e nel Centro Italia afferrarono il significato del momento e, alla guida dei loro comandanti, passarono tra le fila della Resistenza. Non si sciolsero e, conservando divisa e stellette, cominciarono a dare il loro contributo alla lotta per la libertà. A questi contingenti, che diedero poi vita al Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.), si unirono anche molti militari sbandati che avevano le loro famiglie nell'Italia Settentrionale. Per loro costituiva un motivo in più, oltre a quello ideale della riconquista della libertà, ricacciare i tedeschi oltre le Alpi e tornare alle proprie case.
Gli uomini di questi raggruppamenti militari, pur così eterogenei, seppero dar vita ad episodi di valore e ad azioni che diventarono vero eroismo, in alcuni casi, durante combattimenti di appoggio alle forze alleate.
Un contributo essenziale e particolarmente significativo, tra i reparti che si opposero ai tedeschi, fu dato dalle unità che facevano parte della Divisione "Legnano": il 67' Reggimento Fanteria, l'11' Reggimento Artiglieria da campagna, il 68' Reggimento Fanteria e il 2' Battaglione Genio Pionieri. Alcune aliquote degli uomini dei reggimenti della "Legnano" andarono a costituire il 1' Raggruppamento Motorizzato Italiano, rafforzato da unità di varie provenienze. Da citare un battaglione di allievi ufficiali di complemento, che si trovarono in quel periodo nelle province di Brindisi e Lecce. Questo raggruppamento ebbe il battesimo del fuoco a Montelungo, una località a sud di Cassino, l'8 dicembre 1943. I fanti, gli artiglieri e i genieri della Legnano ebbero il privilegio di combattere in un'azione offensiva contro reparti nazisti. Con il loro coraggio e il loro eroismo lasciarono attoniti gli alleati, facendo così rilevare che l'esercito italiano si considerava sconfitto, ma non vinto e manteneva sempre integro il proprio prestigio.
Le operazioni dell'II' Reggimento Artiglieria, in appoggio ai fanti del 67' furono oltremodo dure, protraendosi per dieci ore sugli impervi pendii di Montelungo. Ben dodicimila colpi sparati, cinque morti e quattordici feriti furono le cifre, in sintesi, dell'epopea di questi militari. Per la battaglia di Montelungo, la bandiera del 67' fu decorata di medaglia d'oro. Una medaglia d'argento al valor militare fu assegnata rispettivamente all'11' Artiglieria, al 2' Battaglione Genio Pionieri e al 68' Fanteria Legnano per i fatti d'arme avvenuti tra il febbraio 1944 e il 1945. Il raggruppamento militare, rinforzato da altre unità provenienti dal sud, assunse ufficialmente la denominazione di Corpo Italiano di Liberazione.
Il suo stemma era una croce bianca in campo azzurro con l'effigie del guerriero di Legnano.
Alla caduta della linea difensiva tedesca a Cassino, la Gustav, il CIL venne trasferito sul fronte orientale della penisola alle dipendenze dell'8' Armata inglese e impiegato nei combattimenti, fino alla liberazione di Ancona.
Al termine di questi cruenti e vittoriosi combattimenti, il CIL fu ritirato nella zona di Piedimonte d'Aife, a nord di Caserta dove, riarmato ed equipaggiato con materiali inglesi, assunse la denominazione  di "Gruppo  di Combattimento Legnano".
Trasferito successivamente sulla linea gotica, partecipò alla liberazione di Bologna (21 aprile 1945). Nell'autunno dello stesso anno, cessate le operazioni belliche, il gruppo di combattimento diventò Divisione di Fanteria Legnano.
Il glorioso 67' Fanteria tornò nella sede della caserma "Raffaele Cadorna" di Legnano, restandovi fino al 1958. In quell'anno, ed esattamente il 1' maggio, si costituì in Legnano il 4' Reggimento Fanteria Corazzato, inquadrato nella Divisione Legnano.
In seguito alla ristrutturazione dell'esercito, in tempi più recenti, (1975) alla Caserma Cadorna, oltre al Comando di Presidio, resteranno di stanza il 20' Battaglione Carri M.O. Pentimalli e il 2'  Battaglione Bersaglieri Governolo, appartenenti entrambi alla Brigata "Legnano".
 
 
 
 
.Inizio Indice.
1924 - Titolo di citta'       2
Contributo della divisione Legnano alla lotta della liberazione       5
Dalla prima alla seconda guerra mondiale - La resistenza       1
L'insurrezione Armata       4
L-28.doc       1
La resistenza       3
Le lotte politiche       3
Le lotte sindacali       1
Mussolini a Legnano       2
.Fine Indice.
 

28.1.29 L-29

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Le origini
 
 
Legnano durante il sorgere e il consolidarsi della signoria viscontea
 
Abbiamo gia' visto ripetutamente nei capitoli precedenti che la particolare posizione di Legnano ne fece un punto importante del sistema difensivo milanese, finche' la situazione della citta' rimase incerta e le fazioni si avvicendavano al potere. Osserveremo ora come, con il consolidarsi a Milano di un governo signorile, in grado, ormai di controllare vasti territori e di imporre la propria volonta', Legnano sia divenuta, nel corso del secolo XIV, un semplice luogo di soggiorno per i nobili milanesi, sebbene non avesse perso del tutto la propria importanza militare, come vedremo.
Ottone Visconti, divenuto arcivescovo di Milano nel 1262, non aveva potuto prendere possesso dei propri beni a causa della ferma opposizione dei Torriani alla sua elezione. Unitosi al partito dei fuoriusciti e messosi a capo di esso nel 1276, tento' ripetutamente di abbattere il potere della fazione avversa, finche' nel 1277 si giunse al fatto risolutore. Essendo i Ottone entrato nella Martesana e puntando decisamente su Milano, i Torriani tentarono di fermarlo attestandosi a Desio, ma l'arcivescovo, che era stato canonico in quel borgo e vi aveva degli appoggi, riusci' a penetrarvi: parte dei Torriani restarono uccisi, altri prigionieri, mentre alcuni di loro, che al momento dell'agguato si trovavano a Cantu', rientrati precipitosamente a Milano, dovettero constatare che la loro autorita' era lesa irrimediabilmente e furono costretti a lasciare il paese. Il 21 gennaio 1277 Milano riconobbe Ottone e bandi' i Torriani.L'incostanza delle popolazioni milanesi dimostra come in realta' le due fazioni, che avevano assunto i nomi di Guelfi e Ghibellini, non fossero sostanzialmente diverse per ideologia o composizione sociale, ma fossero piuttosto divise da odi personali e famigliari.
Durante tutta questa lunga lotta la situazione del borgo di Legnano non era probabilmente mutata: nel catalogo delle famiglie nobili ammesse al rango degli ordinari della Metropolitana, redatto in un periodo imprecisato compreso tra il 1277 e il 1377, compaiono gli Oldrendi di Legnano,Giulini - Gli ordinari della Metropolitana attraverso i secoli. Il Castiglioni avanza molti dubbi sull'epoca di redazione di questo elenco e dubita addirittura della sua autenticita' i quali avevano forse approfittato dello scarso controllo esercitato in questo periodo sui beni dipendenti dalla mensa arcivescovile per aumentare la propria autorita' sul borgo. In seguito, i loro rapporti con l'arcivescovo si faranno assai stretti e si giungera' ad una collaborazione assai fruttuosa per entrambi, come vedremo piu' avanti.
La situazione di Ottone non era pero' certamente tranquilla, dal momento che i Torriani, estromessi dal governo e banditi, non avevano abbandonato la speranza  di riacquistare cio' che avevano perduto, e, ottenuti numerosi appoggi, facevano numerose scorrerie nei territori attorno a Milano. La sfida aperta tra le due fazioni si ebbe nel 1285 quando Goffredo Torriani, dopo essere entrato a Bergamo e a Como, conquisto' Castelseprio: ben conosceva l'arcivescovo e i sentimenti del Seprio verso Milano e verso il partito dominante in esso, qualunque esso fosse, percio' riuni' tutto l'esercito a Legnano, dove rimase per otto giorni cioe' fino al 13 aprile.
Probabilmente lo stesso Ottone aveva innalzato, in quei tempi ancora torbidi per il suo governo, il muro che circondava il borgo, correndo lungo  il fosso scavato ai tempi di Leone da Perego; vi aveva inoltre costruito numerosi edifici, anche di una certa importanza. Tutto cio' rendeva Legnano adatta ai soggiorni di una certa durata e permetteva di utilizzarla come base logistica per le operazioni militari da svolgere nel vicino Seprio: infatti, essendo, come abbiamo detto ripetutamente, una porta sul territorio piu' prossimo a Milano, l'arcivescovo poteva da qui osservare le intenzioni del nemico e decidere se attaccarlo direttamente e bloccarlo prima che entrasse nel milanese. In questo caso l'arcivescovo opto' per la prima possibilita' e, uscito da Legnano, si trasferi' a Gallarate e di la' si avvio' a Castelseprio, ma circa un miglio fuori di Gallarate ricevette la notizia che i nemici erano usciti dalla rocca e si accampo' a Bassano,Localita' che non sono riuscito ad individuare, a meno che non si tratti di Cassano Magnago che si trovava appunto poco fuori di Gallarate in direzione di Castelseprio. Il Corio indica appunto la localita' di Bassano, mentre la Storia di Milano riferisce la vicenda in termini troppo vaghi per permettere un raffronto.mentre i nemici rientravano in Castelseprio e ne miglioravano le fortificazioni.
L'arcivescovo allora, dimostrando ancora una volta quanto poco si fidasse del Seprio, si porto' immediatamente a Varese per tagliare i rifornimenti, che pero' nel frattempo erano gia' pervenuti, per opera di Guido da Castiglione, dalla vicina rocca omonima. Il maltempo che ostacolava le operazioni militari indusse le due parti a trattare la tregua, conclusa il 15 maggio con la consegna di Guido da Castiglione di Castelseprio e di Febo e Zanino della Torre come ostaggi, avvenuta il 18 maggio, dopodiche' i Torriani si recarono a Como e i  Visconti a Milano. Tuttavia al momento di concludere la pace il 21 maggio a Castiglione, le trattative si ruppero per le eccessive pretese di Ottone che voleva fare da arbitro unico negli accordi.
Dopo brevi scorrerie nei reciproci territori, sembrava che fosse tornata la calma, ma ben presto i Torriani minacciarono Varese con l'intenzione di riprendersi Castelseprio. Nuovamente l'esercito milanese si sposto' a Legnano, da dove l'arcivescovo dopo aver invano tentato di ottenere pacificatamente Castelseprio da Guido da Castiglione gli lancio' u ultimatum di due giorni: per tutta risposta Guido consegno' la rocca ai Torriani e fu percio' bandito. L'esercito milanese si porto' a Gallarate, dove si riuni' il 12 ottobre con altri corpi provenienti da Milano; dopo una breve sosta dovuta al maltempo, assali' e saccheggio' il borgo di Castelseprio, ma non potendo prendere la rocca ed essendo impedito da ulteriori operazioni militari dalla piena dell'Olona, lascio' Castelseprio il 28 ottobre, di la' retrocesse su Fagnano e Busto Arsizio e in novembre rientro' a Milano.
Nel febbraio dell'anno successivo si fecero nuovi tentativi di pace; l'arcivescovo torno' nuovamente il 27 febbraio a  Legnano, che funziono' ancora una volta come punto di appoggio, e presso Legnano, probabilmente il castello di San Giorgio, costruito alcuni anni prima dai Torriani, si incontro' con Guido da Castiglione e Loterio Rusca. Le trattative, proseguite in Barlassina, si conclusero in Lomazzo il 30 marzo con la pace pubblicata il 3 aprile fra Lomazzo e Rodello, in base alla quale veniva revocato il bando ai Torriani, senza pero' permettere che rientrassero in Milano o nel suo contado.
Ottone tuttavia non ebbe paceCastelseprio costituiva un pericolo essendo un castello assai forte in una zona notoriamente infida: per Ottone mantenervi un presidio sarebbe stato assai costoso, mentre restava aperta la possibilita' che i nemici della citta' se ne servissero in futuro come avevano gia' fatto in passato come rifugio sicuro. La stessa politica di distruzione dei castelli che era impossibile controllare era gia' stata seguita dai Torriani negli anni precedenti all'avvento del dominio di Ottone.finche' mediante uno stratagemma, non riusci' il 28 marzo 1287 ad impadronirsi di Castelseprio e a farla radere al suolo, vietandone in perpetuo la ricostruzione. Eliminata questa minaccia, Ottone incomincio' a preparare il terreno per aprire la successione a suo nipote Matteo, che, dopo aver ricoperto cariche sempre piu' importanti, ottenne nel 1294 dal re dei romeni Adolfo di Nassau il titolo di vicario imperiale per la Lombardia, che gli fu riconfermato da Alberto d'Austria nel 1298. Frattanto l'8 ottobre 1295 era morto l'arcivescovo Ottone.
Ma nonostante tutto cio' il potere di Matteo Visconti era tutt'altro che solido: oltre alle guerre esterne e alle ribellioni delle citta' soggette, anche in Milano si ordivano congiure contro di lui. Il capo di una di esse, Pietro Visconti, scoperto ed imprigionato a Settezzano, godeva grande autorita' nel Seprio, forse perche' aveva sposato Antiochia, della famiglia dei Crivelli, che dalla sede originaria di Nerviano aveva probabilmente esteso il proprio potere anche su parte del SeprioPietro Visconti e Antonia Crivelli sono i genitori di Lodrisio Visconti che, secondo il Giulini, avrebbe ricevuto da Arrigo VII ampi poteri sul Seprio: cio' e' assai probabile e potrebbe essere semplicemente la sanzione di uno stato di fattom derivante dalla parentela coi Crivelli. Questa famiglia di Valvassori, che e' nota agli inizi del secolo XII e che acquisto' rapidamente una notevole potenza, compare sulla predetta matricola degli ordinari della Metropolitana, suddivisa in quattro rami, uno dei quali e' privo di ulteriori specificazione, mentre gli altri tre sono relativi rispettivamente a Parabiago, Uboldo e Nerviano: cio' permette di stabilire che esistevano dei rapporti precisi tra i Crivelli e quanto meno, la zona attorno a Legnano, se non tutto il Seprio, ipotesi, quest'ultima, suggeritaci dal presitgio che in quella zona godevano Pietro Visconti e Antiochia Crivelli.
L'influenza di Antiochia Crivelli, che aveva provocato l'ennesima ribellione nel Seprio, un assalto delle citta' nemiche di Milano e tumulti in citta' provocarono congiuntamente il tracollo di Matteo, che dovette chiedere la pace e dimettere il capitanato il 13 o 14 giugno 1302. I Torriani rientrarono in Milano e i Visconti dovettero mettersi rapidamente in salvo, colpiti dal bando.
Milano rientrava cosi' nello schieramento delle forze anti-imperiali e filo-francesi e ne diveniva uno dei capisaldi.
Tutto cio' favoriva evidentemente i mercanti milanesi, che, per i loro commerci oltremontani, necessitavano di un buon accordo coi principi occidentali.  Attorno ai Torriani interpreti di queste aspirazioni si stringeva la classe dei fabbricanti, artigiani mercanti e banchieri. Ma la buona posizione politica della famiglia della Torre era minata dal latente dissidio tra Guido e il cugino Cassone, nuovo arcivescovo di Milano, che gia' nel 1303 si era ritirato nei propri castelli di Angera e Cassano. Nel maggio 1305 in seguito ad una congiura furono banditi da Milano alcuni nobili, tra cui Cressone Crivelli che, approfittando di una spedizione milanese con la lega Guelfa contro Brescia entro' in Nerviano, cercando invano di provocare una sollevazione e di impadronirsi di Rho e Legnano, ma all'arrivo dei milanesi dovette lasciare Nerviano, che fu data alle fiamme. Da cio' si puo' dedurre che i Crivelli godevano, o ritenevano di godere, autorita' nella zona di Nerviano e del Seprio; il progetto di impadronirsi di Legnano fa pensare ad u tentativo, attraverso il possesso di quel borgo, di fare insorgere il Seprio. Il fatto poi che i Crivelli dopo aver favorito l'avvento dei Torriani, mediante l'appoggio a Pietro Visconti e a sua moglie Antiochia, tentassero ora di scalzare il dominio, si spiega facilmente dal momento che proprio Pietro aveva da tempo cambiato partito ed era stato bandito assieme agli altri Visconti. Ma piu' dell'infelice tentativo di Cressone Crivelli, danneggio' Guido Torriani il dissidio con l'arcivescovo Cassone. Quando infatti Arrigo VII annuncio' la sua discesa in Italia, Guido si trovo' in posizione critica dal momento che,se egli voleva una ferma opposizione al sovrano, gli altri Guelfi erano incerti, soprattutto perche' l'imperatore si era precedentemente accordato con il papa. Quando poi gli inviati dei Guelfi alla corte di Arrigo si videro messi alla pari con Matteo, che si era frattanto presentato anch'esso all'imperatore, caddero tutte le loro speranze di guidare l'azione del sovrano secondo i propri desideri.
Frattanto l'arcivescovo Cassone, il cui dissidio con il cugino era ormai palese, si accordo' con Matteo; i patti consistevano nella rinuncia da parte di Matteo ad una eventuale signoria su Milano e nel rispetto dei beni dell'arcivescovo, tra cui compare Legnano. Arrigo VII giunto a Milano ordino' la pacificazione fra le fazioni, ma poco dopo, sembra che per un accordo intervenuto tra i figli dei capiparteForse intervenne realmente un accorso, temendo i Visconti, in caso di successo della sommossa, di restre isolati come filo-imperiali, ma la parte principale spetta a Firenze che per rallentare la discesa di Arrigo verso Roma per l'incoronazione aveva suscitato tumulti in molte citta'ì del nord. Galeazzo Visconti e Francesco Torriani, scoppio' un tumulto contro l'imperatore, dal quale pero' Matteo riusci' a tenere fuori tutti i Visconti. Benche' la colpa ricadesse sui Torriani, anche i Visconti erano fortemente indiziati e il bando di Arrigo colpi' entrambe le famiglie. Tuttavia dopo breve tempo Matteo fu richiamato e nel campo imperiale sotto Brescia assediata, il 13 luglio 1311, ricevette il titolo di vicario imperiale per Milano e contado a tempo illimitato e revocabile solo alla restituzione della ingente somma prestata da Matteo all'imperatore.
Poco dopo in Pavia o in Genova raggiunsero Arrigo 12 nobili milanese, deputati della repubblica per accompagnarlo a Roma, e ricevettero da lui varie donazioni tra di essi, secondo il Giulini, c'era forse Lodrisio Visconti, figlio di Pietro e di Antiochia Crivelli, il quale avrebbe ottenuto dunque in questa occasione quella signoria su tutto il Seprio che sembra possedere in seguito. Sempre secondo il Giulini sarebbe stato lo stesso Matteo, timoroso dell'ambizione del cugino, a procurargli questa concessione, tuttavia considerata l'autorita' dei suoi genitori, come abbiamo visto, godevano nel Seprio, potrebbe trattarsi del semplice riconoscimento di uno stato di fatto.
Si erano frattanto guatati i rapporti fra Matteo e l'arcivescovo Cassone, che lascio' Milano e scomunico' l'antico alleato. La causa del dissidio e' probabilmente da ricercarsi nella somma versata da Matteo all'imperatore in cambio del vicariato: poiche' i Visconti in questo momento non avevano una grande disponibilita' finanziaria, e' probabile che si siano procurato il denaro necessario impegnando o vendendo i beni della mensa arcivescovile. Infatti nel documento di scomunica, riferito senza data dal Corio l'arcivescovo accusa Matteo, e i suoi parenti e i suoi fautori di aver occupato alcune terre dell'arcivescovado, di cui si fa un elenco dettagliato: Legnano non compresa tra esse, probabilmente resto' proprieta' della mensa e l'arcivescovo infatti vi abito' ancora in seguito, anche se la sua autorita' sul borgo era stata da tempo offuscata da quella dei Visconti.
Alle difficolta' create a Matteo all'arcivescovo, si uni' l'accordo tra i Torriani e Roberto d'Angio', stipulato il 5 novembre 1312 a Pavia e messo in atto l'anno successivo, quando un esercito guidato dai Torriani e dal maresciallo del re di Napoli, Tommaso Marzano conte di Squillace, entrato nel milanese dal lato di Pavia, dopo aver tentato invano di attaccare direttamente Milano, si porto' a Legnano dove pose il campo. Il borgo offriva evidentemente una protezione sicura e la possibilita' di alloggiare molte truppe: tutto cio' era dovuto probabilmente alle modifiche apportate al complesso degli edifici e delle fortificazioni da Ottone che, come abbiamo visto, se ne era servito spesso. Il fatto poi che Legnano, solitamente cosi' legata alla politica di Milano, offrisse ora ospitalita' ai suoi nemici, e' spiegabile considerando la potenza esercitata su tutta la zona dai Crivelli, che, al dire di Cermenate, appoggiavano i Guelfi.
In ogni caso, malgrado le insistenze dei Torriani che volevano si assalisse immediatamente Milano, il Maresciallo che comandava l'armata era titubante, perche' non riteneva abbastanza consistenti gli aiuti offerti dai nobili locali, finche' decise di abbandonare l'impresa. Secondo il Cermenate in questa ritirata ebbe una parte notevole l'ospite del Maresciallo, Sigisbaldo da Lampugnano, il frate dell'ordine militare della Beata Vergine Gloriosa o, secondo il nome piu' comune della congregazione, frate Godente, il quale, per proteggere le sue proprieta' e il borgo dai danni di una troppo prolungata permanenza delle truppe e anche perche' piu' incline ai Visconti che ai Torriani, convinse il maresciallo dell'opportunita' di allontanarsi prima che i milanesi accorressero. Vediamo dunque qui gia' insediato nel borgo una ramo della famiglia Lampugnani la cui influenza, gia' notevole ora, crescera' ulteriormente col passare del tempo.
Di fronte a questa ripresa, per altro assai inconsistente, della resistenza Guelfa, Matteo penso' di consolidare il proprio dominio e, convocata a Soncino nel dicembre 1318 una adunanza dei principali signori Ghibellini, ottenne in essa notevoli appoggi. Tutto cio' ovviamente non riusciva molto gradito al papa e di conseguenza, quando Matteo seppe che il re Roberto di Napoli si stava appunto recando ad incontrarlo in Avignone, cerco' di guadagnarsi le simpatie del pontefice riconoscendo come arcivescovo frate Aicardo, dell'ordine dei Minori che, eletto nel 1317 al momento della rinuncia di Cassone, non aveva ancora potuto prendere possesso del suo arcivescovado. Ma la rottura con il pontefice era ormai inevitabile, dal momento che un accordo con lui avrebbe necessariamente implicato la rinuncia da parte di Matteo alla Signoria su Milano a favore di Roberto d'Angio', re di Napoli. Per conseguenza si ebbero la scomunica di Matteo, l'interdetto su tutto il suo dominio e numerosi processi ecclesiastici contro di lui; infine nel 1322 il papa indisse addirittura una crociata contro i Visconti.
Di fronte all'inquietudine causata in Milano da questa situazione, Matteo dovette rassegnarsi ad intavolare trattative di pace, che implicavano la sua rinuncia alla signoria: Matteo depose bensi' il suo titolo, ma fece assegnare la successione a suo figlio Galeazzo. Nel giugno dell'anno 1322 Matteo mori' e il consiglio generale di Milano confermo' la carica a Galeazzo: la guerra di conseguenza riprese e Galeazzo, temendo per il proprio potere, non volle sentire piu' parlare di pace. Questa decisione riusci' sgradita a molti che auspicavano una conclusione della guerra, qualunque essa fosse; si apri' cosi' una netta frattura nel partito visconteo: Francesco da Garbagnate, Simone Crivelli e Lodrisio Visconti, tratti dalla loro parte i capi delle truppe straniere stipendiate da Milano, costrinsero Galeazzo a lasciare la citta'.
Tuttavia Lodrisio, che aveva preso parte alla congiura solo per fare i propri interessi personali, nella speranza cioe' di soppiantare Galeazzo, quando vide deluse le proprie aspettative, richiamo' il cugino mentre il Garbagnate e il Crivelli lasciavano Milano. Lodrisio, pero',  se non era riuscito in questa occasione a realizzare le sue mire, non le aveva certo abbandonate ed era pronto a cogliere l'occasione opportuna appena questa si fosse presentata. Per il momento comunque appariva in assoluta concordia con Galeazzo e i suoi fratelli: infatti quando nel 1323 proseguendo la guerra e facendosi i Torriani nuovamente minacciosi, molti nobili ghibellini, ostili a Galeazzo, pensarono bene di riconcigliarsi con lui, si recarono a Legnano, dove si trovava Lodrisio coi quattro fratelli del signore di Milano, ed ivi avvenne una generale riconciliazione. Il fatto stesso che i cinque Visconti si trovassero a Legnano che, come abbiamo visto era nell'area di influenza di Lodrisio e dei Crivelli suoi parenti e fautori, dimostra che Galeazzo e i suoi fratelli avevano ora piena fiducia in Lodrisio: se avessero o meno ragione di farlo lo vedremo in seguito. Continuava frattanto la guerra contro l'esercito pontificio e nuovamente Lodrisio, questa volta appoggiato da Marco, fratello di Galeazzo, che era insieme a lui il principale artefice delle vittorie militari di Galeazzo, avanzava pretese sulla signoria di Milano. La frattura si andava facendo sempre piu' insanabile e Galeazzo cercava di calmare Marco e Lodrisio concedendo loro molti beni, probabilmente attingendo al patrimonio ecclesiastico e approfittando del fatto che l'arcivescovo e quasi tutto il clero, in seguito della guerra col papato, avevano lasciato, lo stato visconteo. Lodrisio in particolare ottenne, secondo il Giulini, varie concessioni di giurisdizione nel Seprio: non e' impossibile che abbia ottenuto in questa occasione la conferma del suo potere su Legnano, che appunto era parte del patrimonio arcivescovile.
In seguito pero' quando Galeazzo prese ad intavolare trattative di pace col legato papale, incontro' nuovamente l'opposizione di Marco e Lodrisio, che forse temevano, in caso di pace con il pontefice, di dover restituire i beni ecclesiastici che detenevano abusivamente. Percio' essi appoggiarono la discesa di Ludovico il Bavaro nel 1327, il quale destitui' Galeazzo e lo fece prigioniero, ma, per l'unanime pressione dei ghibellini, fu poi costretto a liberarlo. Galeazzo tuttavia mori' poco dopo e gli successe il figlio Azzone, il quale nel 1329 con l'appoggio dello zio Giovanni si accordo' con il Bavaro che gli concesse il vicariato imperiale.
Nel dicembre del 1329 la situazione incerta in Germania costrinse Ludovico a lasciare l'Italia e Azzone, che aveva gia' ottenuto in settembre l'assoluzione papale, si schiero' apertamente col papa contro l'imperatore. Cio' frutto' a Giovanni Visconti nel 1332 la riconferma dell'amministrazione dei beni della mensa arcivescovile, che aveva gia' ottenuto da Ludovico il Bavaro, in cambio di una pensione annua allo arcivescovo Aicardo. Nelle abili mani di Giovanni la situazione della mensa cambio' radicalmente: egli rivendico' i suoi diritti e li fece valere con la forza della sua autonomia, recupero' i beni perduti e arricchi' di edifici l'arcivescovado di Milano e le terre che da lui dipendevano.
Forse proprio per questo motivo alcuni signori milanese, che probabilmente avevano dovuto restituire cio' che ormai consideravano di loro proprieta', congiurarono contro Azzone e furono da lui arrestati nel novembre del 1333. Tra di essi c'era un Crivelli, mentre Lodrisio, che probabilmente era a capo della congiura,Marco Visconti era morto all'inizio del settembre del 1329 in circostanze misteriose.lascio' Milano e dopo essere rimasto in esilio per alcuni anni, assoldo' nel 1339 l'esercito licenziato da Mastino della Scala in seguito alla pace con Venezia, e attraverso Brescia, Bergamo, Cernusco e Sesto di Monza si porto' a Legnano. Quivi giunto prese a riscuotere le tasse dovutegli dal Seprio: Legnano fungeva ancora una volta da base logistica e da quartiere generale, in questo caso pero' orientato in senso contrario a quello consueto. Cio' era dovuto al fatto che Lodrisio godeva grande autorita' in questa zona e forse aveva qualche titolo giuridico che giustificava il suo potere in questi luoghi: infatti si era portato subito a Legnano e vi aveva stabilito il campo, ben sapendo che non vi avrebbe incontrato alcuna resistenza, inoltre aveva ordinato che in questa localita' si recassero gli abitanti della zona per pagargli le imposte dovute.
Ma anche questo tentativo non ebbe un esito migliore dei precedenti, perche' l'esercito di Lodrisio, scontratosi con quello milanese a Parabiago, dove era penetrato furtivamente il 21 febbraio 1339, dopo un successo iniziale dovuto alla sorpresa, subi' una rotta totale, mentre Lodrisio stesso fu fatto prigioniero. Eliminato Lodrisio, Giovanni Visconti, che alla morte di frate Aicardo, avvenuta il 10 agosto 1339, era stato eletto arcivescovo, e a quella di Azzone, avvenuta sei giorni dopo, era stato chiamato a succedergli insieme con il fratello Luchino, pote' riaffermare in pieno la propria autorita' su questo borgo favorendo la famiglia Oldrendi o Oldradi, di cui si servi' per realizzare i propri disegni politici su Bologna. Infatti Giovanni, dopo essere stato confermato arcivescovo dal papa nel 1342, si era dedicato totalmente agli affari ecclesiastici, lasciando a Luchino quelli della Signoria, ma alla morte di questi, assegnata la propria successione ai tre nipoti Bernabo', Galeazzo II e Matteo II, figli di suo fratello Stefano, si diede a governare personalmente.
Nel 1350 ottenne da Giovanni de' Pepoli la signoria su Bologna in cambio di una ingente somma; giusto in quest'epoca giunse a Bologna il giurista Giovanni Oldrendi da Legnano, che compare in un mandato di pagamento del 1350 insieme a coloro che dovevano ricevere i pagamenti dal governo, non come lettori dello studio, ma per sevizi politici e amministrativi: probabilmente egli faceva parte di quel gruppo di fedeli dei Visconti che, inviati a Bologna per politico provvedimento, avevano preparato l'avvento dei signori di Milano. Il Legnano ebbe poi a Bologna una carriera sfavillante, sia come giurista che come uomo politico. Per quanto riguarda Giovanni Visconti, dopo aver incontrato l'opposizione della Santa Sede che rivendicava a se' Bologna, la restitui' nel 1352, al Sommo Pontefice e la riottenne da lui in vicariato, insieme con l'assoluzione dalla scomunica.
Giovanni mori' poco dopo, il 5 ottobre 1354 e la signoria passo' ai tre nipoti Galeazzo II, Bernabo' e matteo II, che mori' l'anno successivo.
La morte di Giovanni apri' anche il problema della successione alla cattedra arcivescovile: fu eletto Roberto Visconti, confermato anche dal pontefice. Cio' provoco' gravi danni al patrimonio della mensa, perche', finche' il potere ecclesiastico e quello civile avevano fatto capo entrambi a Giovanni Visconti, vi era stata una grande confusione di competenze e, al momento di operare la divisione, risulto' assai difficile stabilire quali beni e diritti spettassero all'arcivescovo e quali ai signori di Milano.
Cosi' i beni dell'arcivescovado diminuirono ulteriormente: furono perdute per sempre molte proprieta' e la stessa residenza dell'arcivescovo si ridusse ad una abitazione assai modesta, che non meritava neppure il titolo di palazzo.  Anche questa volta pero' Legnano, sulla quale Giovanni aveva riaffermato il proprio potere, resto' di proprieta' dell'arcivescovado. Infatti nel 1361, quando la peste stermino' gran parte della popolazione dell'Italia settentrionale, i signori di Milano si ritirarono nei loro castelli di campagna e l'arcivescovo a Legnano, dove mori'. Queste le testimonianze: il continuatore del Manipulus Florum del Fiamma sotto l'anno 1361 dice: " Die VIII Augusti Robertus Vicecomes Archiepiscopus Mediolani in Legnano moritur"; l'autore degli Annali Milanesi afferma "Isto anno Robertus Mediolani Archiepiscopus in Legnano moritur de mense Augusti".
Con la morte di questo arcivescovo si apri' per i beni della mensa un periodo assai infelice, perche', per la politica condotta dai due signor di Milano Bernabo' e Galeazzo II, quasi costantemente ostile al papato, i successori di Roberto, che furono, nel 1361, Guglielmo della Pusterla e, dieci anni piu' tardi, Simone da Borsano, non ebbero la possibilita' di prendere possesso del loro arcivescovado, mentre la politica dei Visconti, il cui potere si era fatto ormai solido, diveniva sempre piu' accentrata od esercitava un rigido controllo sulle terre del suo dominio. Da tempo ormai la Bulgaria era stata unita al Seprio e la Barzana alla Martesana e i due contadi principali avevano ciascuno un vicario, dotato di mero e misto imperio, con autorita' di giudicare tutte le cause civili e criminali senza alcuna limitazione. Quando poi a Galeazzo II successe il figlio Gian Galeazzo, nel 1378, egli dovette provvedere a limitare l'autorita' di questi vicari, che si stendeva ormai fino alle porte di Milano, per escludere dalla loro giurisdizione le terre attorno a Milano per un raggio di 10 miglia. Il borgo di Legnano aveva ormai perduti la sua importanza militare, mentre l'abbiamo visto ancora nel primo quarto del secolo XIV fungere da piazzaforte di confine a base logistica, volta a volta nelle operazioni militari contro il Seprio e contro Milano. Era nel contempo enormemente decaduta l'autorita' dell'arcivescovo, che conservava bensi' la proprieta' degli edifici e delle terre di Legnano, spettanti alla mensa, ma aveva ormai perduti qualsiasi potere civile sul borgo e se ne serviva solo come luogo di soggiorno. Legnano e' ormai entrata nell'orbita delle famiglie nobili milanesi, le quali investono i loro capitali acquistando terre nel contado e recandosi a trascorrere i periodi di riposo e di festa. Quest'uso si fara' diffusissimo per Legnano nel secolo successivo comincia gia' nel presente a prendere piede, specie nella seconda meta'. Ne troviamo un'eco nella scorreria di una compagnia militare inglese proveniente dal novarese, che, nel 1362, assali' Legnano, Nerviano, Vittuone, Castano e Sedriano.  Cio' avvenne secondo l'Azario nei primi giorni di gennaio e proprio in quei giorni festivi gli inglesi trovarono in tutti quei borghi famiglie nobili, che si erano recate a trascorrere le feste di fine anno in campagna. Inoltre negli statuti pubblicati da Gian Galeazzo nel 1396 si dice espressamente: "Quilibet civis vel capitaneus vel Vavassor habitator Mediolani possit ire ad Hbitandum in burgis, locis, vilis, cassinis,  et molendinis, in quibus habet possessiones suas, et ibi possit stare a Kalendis Maij usque ad Sanctum Martinum, absque eo quod teneatur solvere, et sustinere aliquod cum Nobilibus, vel cum Communitate tam nobilium quam vicinorum". Qui si indica chiaramente l'usanza dei nobili a recarsi a soggiornare nelle loro proprieta' di campagna dall'inizio di Maggio all'inizio di Novembre e li si esenta dal sostenere i carichi murali, distinguendoli nettamente da coloro che vivevano nel borgo tutto l'anno.
Ovviamente, trattandosi di famiglie nobili e potenti, la loro autorita' nel piccolo borgo si faceva in breve tempo grandissima anzi, col passare del tempo, era una sola di esse a dominare il borgo: cosi' in Legnano nel secolo XIV troviamo numerose famiglie nobili, ma nel secolo XV appare chiaro che i Lampugnani hanno ormai soppiantato tutte le altre, che, seppure non estromesse dal borgo, vivono ormai nell'ombra della famiglia dominante.
Nel secolo XIV la famiglia piu' potente sembra essere ancora quella degli Oldrendi: infatti Gerolamo, nonno di quel Giovanni Oldrendi di Legnano giurista a Bologna, e suo padre Conte, sono signori di Oldrendo, Legnano, Legnanello e Cerro. Dal testamento di Giovanni da Legnano in data 27 marzo 1376 si ricava che i suoi fratelli erano Princivallo e Bianco. Appunto Princivallo, ai figli di Bianco, gia' morto, e a sua nipote Caterina, figlia di suo cugino Nioto anche egli gia' morto, concede l'usofrutto di tutti i suoi beni a Legnano e Cerro, costituendo erede universale il figlio Battista. In un codicillo del 15 febbraio 1383 revoco' poi l'usufrutto gia' concesso e lo limito' agli alimenti. Quindi questo ramo degli Oldrendi, sebbene si fosse gia' stabilmente trasferito a Bologna, conservava ancora notevoli proprieta' nel suo luogo di origine.
Un'altra famiglia nobile che possedeva beni e autorita' nel borgo era quella dei crivelli, che vi aveva esteso il suo potere dalla sede originaria di Nerviano, seppure fosse rientrata un po' nell'ombra dopo l'insuccesso di Lodrisio Visconti a Parabiago. conservava tuttavia grandi proprieta', che vendera' in parte ai Lampugnani nel secolo successivo.
Un ramo dei Lampugnani stessi, diverso da quello che dominera' il borgo agli albori del 1400, doveva essersi stabilito a Legnano gia' dall'inizio di questo secolo, se crediamo al racconto del Cermenate circa il campo Guelfo in Legnano nel 1313: cio' sarebbe comprovato dal fatto che, quando Oldrado Lampugnani e la sua famiglia acquistarono beni nel borgo, alla fine del secolo XIV e all'inizio del secolo XV, tra i venditori vi furono alcuni discendenti da un ramo diverso dal suo.
In questo secolo XV si stabili' a Legnano anche un'altra nobile famiglia, quella dei Vismara o Vincemala, nota nel borgo piu' per la sua attivita' a favore delle fondazioni religiose che per il suo peso politico. Gia' nel 1334 un Pudeo o Tadeo Vismara, pagava all'arcivescovo di Milano un livello per le terre in Legnano, nel 1357 da un atto del 26 gennaio risulta che " Vincimala Jacobinus coheret cum bonis Archiepiscopi Mediolani in burgo Legnani et dictus Jacobinus possidet in dicto burgo unum molendinum". Giocabino era figlio del predetto Taddeo e dovette insieme ai suoi figli, accrescere notevolmente le sue proprieta' in Legnano, giacche' vedremo quanto esse fossero vaste nel secolo successivo.
Gli appartenenti alle famiglie citate vivevano per lo piu' a Milano, tranne forse qualche ramo secondario che si era stabilito a Legnano, e trascorrevano nel borgo solo la stagione estiva e i periodi festivi. Nel secolo successivo invece molti di loro si stabilirono definitivamente nel borgo e prenderanno parte attiva alla sua vita politica e sociale.
 
 
 

28.1.30 L-30a

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I primi abitatori e le loro usanze
 
Si puo' ben affermare che non ci sia citta' d'Italia che non conservi vestigia delle imponenti costruzioni architettoniche ed artistiche delle quali i romani avevano a dovizia dotato il nostro bel suolo. Qua' e' un edificio, la' un'arena, un ponte, una statua, perenni fonti di orgoglio per gli odierni abitatori. Oppure sono minori opere dell'arte, capitelli, lapidi, cippi, che dei precursori perpetuano in tangibile ricordo.
Ma, all'infuori delle maggiori o minori vestigia, oggetti sempre d'ispirazione d'artisti, di meraviglia per il pubblico, ci sono in copia molto piu' abbondante di quanto non si pensi, altri ricordi ben meno appariscenti e poco noti, che indicano i vasti limiti di occupazione raggiunti dai nostri precedessori.
Nelle campagne ove il livello culturale e sociale era, similmente ad oggi, meno elevato, ove le comunita' composte da poche famiglie non potevano creare le grandi costruzioni architettoniche che sfidano i tempi furono altrove anche difesa naturale per la conservazione delle minori opere, la' nelle campagne, diciamo, ci sono altri ricordi che l'uomo ha inconsciamente affidato alla terra per la conservazione: sono le tombe.
E la terra che gli fu amica e per la quale visse traendo il frutto della sua fertilita' restituisce e restituira' i sacri pegni che rinchiude.
Se gli abitatori di questi luoghi comuni furono come anco oggi, preponderantemente umili contadini, hanno essi tuttavia cooperato alla grandezza di Roma con il fornirle i prodotti del suolo, gli uomini per le sue falangi conquistatrici, gli artisti o gli ingegni, gli amministratori o i condottieri.
Quei ricordi che essi inopinatamente ci hanno tramandato a mezzo di millenari giacigli e che ora esamineremo, sono dunque altrettanto sacri come le grandi opere artistiche che ammiriamo altrove; e' dunque un dovere, un bisogno di raccoglierli per la conservazione e non sono affatto scarsi di interessi.
La zona lombarda a Nord di Milano non ha, salvo qualche eccezione, dovizia di avanzi importanti di antiche romane costruzioni, ma pure un attento esame delle singole localita' ci mostra che la terra fu abitata palmo per palmo come pure lo fu molto prima da altri abitatori meno noti dei quali anche piu' raramente troviamo i tangibili segni; le tombe colla loro suppellettile funeraria.
Le via maestre da Milano ai laghi furono percorse certamente in ogni epoca dalla presenza dell'uomo nella zona. Egli si stabili' dapprima sulle paludi che abbondavano allora e sui bordi dei laghi.Si vuole che anche a Milano fosse in mezzo ad estese paludi e la sua origine rimonti all'epoca delle palafitte. Infatti fra le 26 interpretazioni etimologiche sul suo nome, constatiamo che 11 accennano alle "paludi" e "al luogo di mezzo" (in mezzo alle acque?). Vedere: Romussi, Milano e i suoi monumenti.Forse anche Legnano aveva allora la sua paludeLa creta accumulatesi nei terreni bassi attorno al castello, adiacenti al decorso dell'Olona, lascia adire a tale supposizione; ma vedasi piu' avanti. per quanto di tali abitatori non si sia ancora trovata traccia. da noi.
Besnate ( la Lagozza) e le rive occidentali del lago di Varese ci diedero nelle loro torbe molteplici oggetti di selce cioe' lame, coltelli, frecce, martelli che attestano dell'esistenza semplice che condussero i remotissimi abitatori delle capanne e delle palafitte.
E le palafitte stesse furono trovate abbondantemente nel lago di Varese e segnatamente all'Isola Virginia; sono gli avanzi dell'abitazione umana di un tempo, nel quale abitare sopra l'acqua gli era necessita' per garantirsi contro gli attacchi delle fiere.
Le prime testimonianze scritte dall'uomo le abbiamo nelle stele in carattere nord etrusco, stilate da destra a sinistra, che furono rinvenute in varie localita' come Vergiate, Como, Lugano, Locarno e si riferiscono a tombe di un popolo che abito' la zona fra il VII° e il VI° secolo ac..
La via da Pavia a Sesto Calende lungo il Ticino diede alla luce sovente tumulazioni dei successivi Galli composte di anfore con ricchi corredi di ornamenti in solo bronzo.
Il suolo ridente di queste nostre contrade fu dunque una costante attrattiva dell'uomo nei vari periodi della sua esistenza; esso nel suo bisogno di andare al nord le percorreva guidato dai fiumi che lo conducevano ai valichi montani. In quel tragitto, le lenti coorti  migratorie, degli elementi si staccavano, si allontanavano dalla via principale per andare a creare nuovi nuclei abitatori.
Ma dicevamo, un attento esame ci mostra che dappertutto avvenne l'espansione seguendo le leggi naturali che non cessano neppure oggi di avere la loro costante applicazione; e dappertutto si trovano oggi o si trovarono in passato le deboli tracce dell'esistenza umana attraverso tempi anche molto lontani.
Gli elementi sin qui raccolti a Legnano ci attestano la presenza dell'uomo soltanto a partire da 4-6 secoli prima di Cristo. Non raccogliemmo mai oggetti dell'eta' delle palafitte e comunque dell'eta' della pietra, ma non tarderemo a trovarne se pure cio' e' connesso a non lievi difficolta'.
I Galli, i Romani dell'epoca Repubblicana e quelli dei primi secoli dell'Impero Romano erano si sa di religione pagano e avevano l'uso di cremare i morti deponendo in un'urna sottoterra i residui del rogo.
I Romani dei secoli successivi a Cristo invece erano cristiani e seppellivano i loro morti con il rito dell'inumazione. Le loro sepolture sono costituite da tombe lunghe quanto la persona e create in vario modo, come vedremo.
Col rito pagano della cremazione era uso di offrire al morto cibo e bevande per la vita che credevasi dover esso condurre nell'al di la'. E si mettevano in un piattino o magari in bocca al morto stesso una o piu' monete onde esso potesse pagare Caronte per il traghetto sul fiume Stige. Si mettevano percio' nell'urna dei vasi di terracotta per cibi e bevande, e gli attrezzi personali del morto quasi ch'egli dovesse ancora servirsene poi. Sono il coltello, la cesoia per tosare, fibbie, anelli o nel caso di matrone, gli oggetti di lusso o da toeletta come braccialetti, anelli, fibule, specchi e pinzette.
I vasi di terracotta che si portavano in offerta erano talvolta cosi' numerosi che non trovando posto tutti nell'urna venivano collocati anche fuori vicino ad essa, dentro nello stesso loculo scavato per l'anfora,
Il loculo veniva infine riempito di carboni e terra del rogo e della terra dello stesso scavo.
Queste usanze differenti per ognuno dei popoli che ci precedettero, sono per noi preziose perche' ci offrono il mezzo per riconoscere a quali stirpi appartennero le tombe che si trovano e permettono di gettare sguardi nella vita che esse conducevano. Sono millenari segreti che la terra polverosa od umida, fertile o arida, rinserra e  via via ci restituisce per casi fortuiti o per sistematiche ricerche.
Il suolo di legnano contenne abbondantissime le tumulazioni romano pagane in vaso di terracotta e non meno quelli romano cristiane fatte a cassetta con embrici in terracotta. Ne vengono ancor oggi alla luce in occasione di scavi per fondazione ma piu' rare sono quelle dei Galli ed introvabili sin qui quelle dei popoli preistorici.
 
Il rito pagano della cremazione.
 
In vicinanza delle agglomerazioni maggiori, lungo la strada principale che esce dalle abitazioni, era stabilito un luogo per le sepolture, le necropoli preferibilmente su una vicina altura o su un dolce declivio.
Negli aggruppamenti minori o per gli abbienti, la tumulazione avveniva anche nel giardino delle loro stesse case cio' che ci spiega alcune urne isolate che si trovano qua' e la'.
Ma la legge prescrisse poi per ragione igienica che  "in urbe ne seppellito neve unito" percio' la maggioranza dei ritrovamenti le urne non sono isolate, ma sono raggruppate in necropoli, il che non puo' apparire a priori perche' per l'alternarsi delle secolari colture, molti loculi sono scomparsi negli sconvolgimenti che subi' il terreno, diradando le originarie tombe.
Nelle nostre campagne fu l'introduzione della coltura del gelso dal XII al XIII secolo che die' inizio alla distruzione lenta ma costante dei ricordi che ci interessano, inquantoche' per piantare i gelsi nuovi e per estirpare i vecchi si fanno delle buche nel terreno che arrivano alla profondita' di sino a un metro, giusto appunto come sono profonde le anfore dei pagani.
La coltivazione comune della terra coll'aratro invece non toccava tali vasi sino a tento che l'aratro era in legno. Il recente aratro in ferro che scava a maggiore profondita' arriva piu' sovente a decapitare le anfore piu' alte. Da questo quadro si vece come il celato materiale vada sicuramente assotigliandosi ed urge raccoglierlo la' dove ognora si trova.
Il morto, unto di grassi aromatici o balsami contenuti nei balsamarii, vestito degli abiti di festa ed avvolto in un drappo, veniva deposto dai parenti sulla catasta di legnaIn talune localita' il morto veniva adagiato in un0amaca o rete di amianto sotto al quale veniva consumato il rogo. Vediamo una tale rete ben conservata al Museo di Aquileia.e branchie di albero preparate su uno spiazzo (ustrinum)Trovammo anche a Legnano (necropoli di Via Novara) un ustrium, vedere la piantina.di un paio di metri di diametro, infossati nel terreno per 50-80 centimetri.
Ai piedi della catasta venivano dai parenti ed amici deposti alcuni balsamari che avessero recato per simbolica offerta. La legna era cosparsa di resina ed oli e i parenti volgendo il dorso alla catasta le appiccavano il fuoco ed attendevano quindi raccolti la consumazione del rogo.
Il giorno successivo si recano di nuovo sul luogo per raccogliere le ceneri, assistere alla loro introduzione nell'urna e alla deposizione nella buca gia' preparata.
Le buche erano del diametro di 50 a 70 centimetri di profondita', distanziate un metro una dall'altra in ordine sparso, cioe' non rigorosamente allineate. Nell'urna venivano dunque immesse le ceneri ovvero i frammenti maggiori delle ossa calcinate sul fuoco e sopra ad esse un piatto cogli attrezzi personali del morto ed a fianco o0 ancor sopra agli altri vasi che i parenti e amici avevano recato in offerta. Qualcuno degli amici graffiva sul vaso offerto il suo nome o le iniziali relative. Intorno all'anfora, fuori, venivano messi dei grossi ciotoli a mo' di protezione e sopra ad essi veniva buttata la terra nera residuata  dal rogo. I vasi che non avevano trovato posto nell'interno dell'anfora venivano deposti fuori sulla terra di riempimento nella quale i fedeli conficcavano colla punta in su dei grossi chiodi a titolo di portafortuna per il morto onde scongiurargli gli attacchi degli spiriti maligniVedere Rivista Arch. Comense.
La bocca del vaso veniva chiusa da un'embrico o dalla meta' superiore dell'anfora stessa, quando l'anfora era stata appositamente segata per servire alla bisogna,Nel museo si conserva un'anfora proveniente sa San Giorgio, dalla vai Umberto I°, che e' visibilmente segata per tre quarti alla periferia e poi spaccata a mano. Altre trovate a San Lorenzo sono tagliate a colpo di scalpello, mentre buon numero di quelle in via Novara a Legnano erano anfore gia' rottesi accidentalmente. Nel museo si conservano pure le anfore di Aquileia, nelle quali era uso frequente fare un foro laterale per la sola immissione di ceneri.e la fossa veniva poi ricolmata dell'altra terra creatasi collo scavo della buca.
I pagani avevano un culto profondo dei trapassati e delle loro spoglie mortali; non distruggevano neppure dopo molti secoli i loculi che consideravano perennamente sacri.
Cio' si spiega che perdutosi poi il ricordo della loro ubicazione pel trapasso al cristianesimo, essi si sono copiosamente conservati sino ai giorni nostri. E ci sono utili ora per conoscere la loro vita quasi ci parlino un muto linguaggio.
Dicemmo che nelle urne troviamo gli attrezzi personali dell'estinto. Il coltello da cucina della casalinga, il coltello pugnale del lavoratore, la cesoia a molla del pecoraio, il raschiatoio del lavoratore delle pelli, l'ago del sarto, lo specchio della signora e cosi' via.
Non si uso' presso i popoli delle nostre regioni di sacrificare al morto gli oggetti di ornamento in metalli preziosi. Mai trovammo oggetti d'oro o d'argento mentre le fibule, gli anelli da dito, i braccialetti offerti sono solo in bronzo o ferro. Gli anelli da dito che si trovano accusano sovente d'esser stati nel rogo cioe' non furono tolti dal dito prima della cremazione.
Tali oggetti di ornamento ricorrono del resto piuttosto raramente il che ci fa credere che erano poco usati, o era frequente l'uso di tenerli in famiglia come ricordo.
E' prossima la supposizione che i piu' abbienti portassero l'anello d'oro o d'argento e che esso perche' di valore venisse poi conservato dai parenti. Un esame del corredo di ogni singola tomba mostra che su 18 agiati, solo 10 hanno l'anello nella tomba e di questi solo 6 sono in ferro (4 con pietre e 2 senza) e gli altri 4 sono in bronzo. E l'anello degli altri 8??.
Leggiamo che l'anello in ferro, con pietra era piu' valutato che quello in bronzo, perche' il ferro all'epoca dei primi imperatori aveva perduto la caratteristica del prezioso che godette fino alla seconda epoca del bronzo quando per essere appena introdotto, lo si usava esclusivamente per gli ornamenti.
In talune tombe ricorrono i lacrimogeni con relativa abbondanza: sino a quattro in un'anfora: in altre non ce ne sono affatto. La supposizione e' prossima che le prime siano tombe di signore, le seconde di uomini. Si piange di piu' sul tumulo di una donna. Ed infatti il lacrimogeno ricorre piu' frequentemente col coltello da cucina che non con gli altri attrezzi di uso piu' mascolino. Pero' e' difficile stabilire fra le fialette di vetro quali erano lacrimogeni e quali balsamari cioe' destinati ad essenze oleose ed odorose colle quali il morto doveva venire unto.
Talvolta troviamo nell'urna delle piccole riproduzioni in terracotta delle urne stesse: Si tratta di una offerta di minima spesa  e chi la porto' non fu certo un adulto che potesse umiliarsi a regalare un tale trastullo. E' il bambino o il nipotino che commosso fece sacrificio al suo caro di tale oggettino che poteva ben servirgli come giocattolo.
Nelle urne si ripetono con molta regolarita' tre oggetti di suppellettile in terracotta: sono il piatto, il vasetto a bordo extroflesso e la brocca per il liquido con ansa e beccuccio.
Essi costituiscono l'offerta minima necessaria ad ogni morto, direi il corredo normale di una sepoltura, il quale e' intuitivo che fosse offerto dai parenti stretti del trapassato. Tali oggetti sono deposti immediatamente sulle ceneri come dicemmo e nel mito pagano servivano per l'offerta del cibo e della bevanda dei quali doveva nutrirsi nel lungo viaggio.
In alquanti casi trovammo sicuri indizi che degli alimenti erano stati deposti nei vasetti accessori e persino riconoscemmo che erano cibi cotti. Nelle collezioni del museo civico di Legnano si conservano ossicini di pollo e di capretto estratti dallo scrivente da tali ciotoline. Soventissimo a seconda dei luoghi, le ciotole, piatti e brocche compaiono in soprannumero e come dicemmo non trovando piu' posto van deposti fuori a contatto con l'urna stessa. Sono le offerte di molti amici intimi che mossi dalla credenza o dal rispetto umano concorsero ad alimentare l'estinto per piu' lungo viaggio. Ma dopo i parenti e gli intimi amici, ci sono altri gruppi di persone che pur debbono un tributo al morto ma non sono in famigliarita' di offrirgli gli alimenti od oggetto di utilita'.
Essi recheranno la lucernetta ad olio simbolo di quella lunga vita che precisamente e' mancata al morto, ma che l'affetto dell'offerente vorrebbe ancora perdurare, le ciotoline eleganti, leggiere, oggettini di lusso che indicano in chi offre piu' un bisogno di sdebitarsi di qualche favore ricevuto che non di dimostrare un affetto sentimentale.
Vediamo la schiera degli offerenti circondare il loculo aperto nel quale e' gia' introdotta l'urna e i residui del rogo. Ognuno reca in mano il suo oggetto e i parenti prima e gli amici poi, gareggiano per porgergli al "vespillo" onde essi vadano a toccare le ceneri, o almeno risultino vicino all'urna.
Egli depone prima il piatto vi ripone sopra gli attrezzi personali purificati dal fuoco e contorti o spezzati a dimostrare che anche il loro uso deve essere finito dopo la dipartita dell'affezionato detentore. Sopra la brocca od idria e di fianco una ciotola per alimento coprono facilmente il non grande spazio interno. Se nella ciotola erano realmente contenute delle cibarie, le si metteva sopra un piatto od altro onde la terra non vi penetrasse egualmente e noi tutto troviamo invaso da terra di infiltrazione apportata dalle acque nei periodi di allagamento annuale del sottosuolo.
L'obolo per Caronte era generalmente posto in una ciotolina, talvolta dentro, talvolta fuori dal cinerario. Trovammo in un sol caso una pignetta di tre monete sovrapposte mentre non sempre la moneta vi fu immessa e generalmente una sola eravi deposta.
Dei vasi offerti, ne venivano messi nell'interno dell'urna quanti ce ne stavano per coprire il piano delle ceneri, il quale raggiungeva l'altezza del massimo rigonfiamento dell'olla. Siccome l'urna era previamente contornata all'esterno con un po' di terra che la reggesse in piedi e questa e' terra nera del rogo mista a detriti carboniosi, le offerte che non avevano trovato posto nell'interno venivano ora messe fuori intorno adagiate sulla terra nera. E piu' fuori a mo' di protezione venivano messi dei giri di grossi ciotoli che circondando il tutto venivano quasi sempre a riempire la buca. Gli intersizi esterni venivano via via riempiti colla terra vergine della buca stessa, mentre quelli interni venivano colmati colla terra nera del rogo.
Mentre tale operazione procedeva per mano dell'affossatore, gli intervenuti buttavano nella fossa dei chiodi o ferri vasi che avevano analoghe funzioni. Era credenza popolare che tali offerte avessero la proprieta' di scacciare gli spiriti maligni d'attorno al morto nella sua nuova vita. Dei chiodi di trovavano non di rado anche nell'urna. Per esercitare la loro supposta funzione, essi dovevano essere conficcati punta in su nella terra; ma tale regola era poco conservata. Per analogia che corre, ci viene naturale di rievocare qui un'odierna credenza tedesca per la quale, verso la fine della grande guerra, i tedeschi accorrevano a conficcare dei chiodi nella statua di Hinderburg.
L'urna veniva poi coperta da un tegolone rettangolare di circa 54x45 cm. e spesso 3 a 3 cm. avente due risvolti sui due lati piu' lunghi, oggetto caratteristico perche' fu sempre trovato munito di una sigla interessante eseguita con un pettine d'osso o legno a soli 3 denti.
Vedremo piu' avanti che tale embrico ebbe anche un suo uso particolare per le tombe cristiane, ma qui in epoca romana esso era noto anche come tegolone del quale erano coperti i tetti delle case in muratura.
La sigla che si vede in fotografia aveva indubbiamente il significato dell'"omega" cioe' dell'ultima lettera dell'alfabeto greco con la quale si volle indicare l'uso particolare dei tegoloni per le tombe.
Negli scavi di Via Novara del primo secolo trovammo sui tegoloni la sigla 1° mentre su quelli dei secoli avanzati trovammo promiscue sigle I° e II°.
Su quelli della costa di San Giorgio dei tardi secoli trovammo pure le sigle I° e II° molto piu' vicine benche' mai nella stessa tomba.
Su quelli di San Lorenzo del I° secolo trovammo la sigla 3°.
Nella necropoli romana di Gallarate, nel podere dei fratelli Coarezza verso Arnate, gli embrici sono privi di sigla sebbene da speciali incastri che essi posseggono risulti evidente che essi erano appositamente costruiti per l'uso esclusivo delle tombe.
A Milano in Castello Sforzesco, ci sono degli embrici che posseggono analoghe sigle, ed altri con diciture incise a mano prima e dopo la cottura.
Gli embrici delle tombe di Savona sono identici a quelli di Via Novara, anche nella sigla che e' del tipo di sinistra. Cio' conferma lo scopo non solo rituale animistico mistico della sigla ed esclude l'ipotesi che essa fosse marca di fabbrica. Le differenze riscontrate stanno a dimostrare che la costumanza della sigla fosse ad libitum del figulino.
Le diciture incise dopo la cottura sono espressioni dei dolenti verso l'estinto, sono gli ultimi contatti spirituali fra i famigliari ed il trapassato; le troviamo qualche volta anche sui vasetti.
Pure la scelta del tipo di urna cineraria, non vigeva una costumanza rigidamente osservata. Nel 70% dei casi e' un'anfora vinaria che riceve le ceneri e la suppellettile; divideremo in due categorie queste anfore: quelle adoperate nuove per la bisogna e quelle gia' rotte, inservibili ormai per l'uso dei liquidi le quali trovano una conveniente utilizzazione. E sono queste le piu'. Ma anche le anfore nuove non potevano senz'altro servire per la sepoltura perche' il loro collo stretto non avrebbe permesso l'introduzione delle suppellettili sul letto di ceneri, ond'ecco che esse vennero segate o spaccate dopo averle intaccate tutto attorno con un bulino.  Aperte che sono in due meta', il bisogno impellente del rito di posarvi le suppellettili accompagnatorie ha il suo libero sfogo. L'anfora viene poi interrata in piedi con sovrapposta la meta' superiore a guisa di copertura vedere anche le anfore di San Lorenzo). E cosi' troviamo in terra l'anfora apparentemente intiera e riparabile.
Invece le anfora gia' inutilizzate per precedente rottura troviamo facilmente mancante qualche coccio. In altre localita', per esempio a Verona ed Aquileia, vedemmo anfore che furono adoperate nuove, senza segarle, introducendovi solo la cenere senza gli oggetti accessori che erano deposti fuori vicino.
Nel 30% dei casi, altri tipi di vasi furono adoperati per le sepolture. Sono vasi a fondo piano, sono pentole curiose, sono perfino grandi ciotole del tipo per alimenti, sono brocche per liquido previamente decapitate.
Qualche povero morto fu deposto su un semplice coccio di anfora.
Questa variabilita' dei modi di tumulazione e' ai nostri occhi ricca di significato e ci permette di penetrare con sguardo indiscreto nell'umilta' di talune cerimonie mentre ci rendno evidente la relativa agiatezza di altre.
Risulto' chiaro che la famiglia di un ricco significava un'anfora nuova, quella di un povero trovava il sacrificio duro e ricorreva alle economia. Cosi' si spiega che un adulto potesse essere deposto in una brocca; o in un vasetto di alimenti; un bambino su un solo coccio di anfora, grande non piu' di due palmi di mano.
Vedremo poi che alla Costa di San Giorgio e a San Lorenzo un  numero notevole di tumulazioni nel tardo paganesimo avvenne senza il minimo uso di suppellettile ne' di anfore.
Nella terra si riconobbero ivi le buche di tumulazione e a piccola distanza fra di loro, riempite della terra nera del rogo, ma non un coccio, non un chiodo, non un segno della pieta' di patenti ed amici. Un senso di tristezza ci accompagna in tali luoghi di dolore non alleviato da una parola amica. Chi puo' penetrare nel mistero di tali tumulazioni? Epidemie? Condannati? Morti in tempo di Guerra?.
 
 
 
IL RITO CRISTIANO DELLA INUMAZIONE
 
Coll'avvento del cristianesimo per opera degli apostoli di Cristo e sei suoi seguaci i martiri delle catacombe, il modo di tumulazione ando' mutandosi. I cristiani usavano l'inumazione della salma percio' col proseguire del tempo scompare la cremazione per dare luogo all'inumazione.
Con l'editto di Costantino Magno che nel 323 dopo Cristo promulgava il cristianesimo religione di stato la cremazione e' in contrasto colla legge e deve scomparire. Scompare il rito, ma sono rispettati i i luoghi sacri delle generazioni passate che noi ancor oggi troviamo qua' e la'.
Nelle nuove epoche dunque non piu' urne cinerarie colle ossa e ceneri del morto, ma tombe fatte in vario modo e sempre colla lunghezza normale della persona. Le tombe contengono lo scheletro disteso del morto.
Ma come ogni cosa umana l'abitudine e' difficile da sradicare ed un congruo tempo occorre per spegnere le usanze e sostituirle ad altre, cosi' nelle tombe cristiane perdurera' per un certo tempo l'usanza delle suppellettili funerarie pagane composta come dicemmo dei vasetti di terracotta e degli attrezzi personali del morto. Negli scavi della Costa di San Giorgio di epoca tarda cioe' del III° e IV° secolo, si constata chiaramente questo sfasamento di riti e lo spegnersi successivo delle usanze pagane.
La sepoltura cristiana dei primi secoli e' formata a Legnano, come in tutta la pianura fra Milano e e le prealpi, dalla cassa detta a "alla capuccina", lunga circa due metri e costituita da tegoloni di forma rettangolare aventi circa 43x56 cm. e 13 di spessore con due labbri a risvolto.
Tre tegoloni adagiati sul piano della fossa formavano un letto sul quale si deponeva il morto; ai due lati si accostavano quattro tegoloni per parte in posizione semiverticale che formando un triangolo sopra ad esso si incontravano fra di loro al vertice. Ad ogni estremita' u altro tegolone messo verticalmente chiudeva il foro triangolare. E cosi' sono 13 tegoloni per ogni tomba di adulto. Senza dubbio la triste nomea del n. 13 ha la sua origine nella circostanza che i 13 tegoloni fanno la cassa del morto. Ogni giunta di tegoloni veniva coperta all'esterno da tegole a canale, le tegole dette "romane" anche oggidi', lunghe 50 cm. che differenziano da quelle odierne solo perche' piu' lunghe e molto piu' convesse, cioe' a semicerchio quasi completo.
Molti ciotoli contornavano anche qui i tegoloni a mo di protezione e la suppellettile offerta veniva adagiata in contatto con le falde della cassa o presso il suo vertice man mano che la fossa veniva riempita di terra dello scavo.
Il coltello o gli attrezzi personali erano deposti sul corpo del morto ed al suo fianco nell'interno della stessa fossa. Pochissimi vasi accompagnavano la tomba.
Queste tombe si seguivano ad uno o due metri di distanza l'una dall'altra ed il loro orientamento era all'incirca da Nord a Sud.
Coll'andare del tempo la suppellettile si fece scarsa e poi scomparve del tutto. Piu' tardi anche la cassa di terracotta non venne piu' usata e si passo' certamente alla cassa di legno, ma nessuna delle tombe del territorio nostro, nelle quali la tumulazione era avvenuta senza i tegoloni fu possibile accertare la presenza della cassa di legno. Invece appare sicuro in molti casi che la tumulazione avvenne nella fossa senza alcuna protezione per il morto salvo forse un solo drappo o lenzuolo, un mezzo di occultazione della salma che era gia' in uso presso i pagani per il trasporto dalla casa al luogo del rogo, e che e' oggi ancora in uso nei popoli arabi ed altri.
Col cessare di ogni oggetto nella tumulazione, le tombe dei piu' non destano alcun interesse per noi; esse non ci recano piu' le espressioni del rito compiuto, non ci fanno piu' rivivere quell'attimo fugace di affetti e tristezze che costitui' il saluto al trapassato. Polvere era e polvere ritorno'.
Caduta la tangibile espressione dell'affetto e sacrificio dei dolenti, si comprende facilmente come col rito cristiano si spegnesse il culto della conservazione secolare delle spoglie mortali. Esso rimane ancora un privilegio per le persone elette le quali anche in tarde epoche furono deposte in tombe rettangolari in muratura coperte da una volta di mattoni o da beole (quale fu una trovata fra Legnano e Castellanza che descriveremo piu' avanti) oppure avelli scolpiti nel sasso massiccio e ricoperti da pesante coperchio pure di pietra. Non di rado gli avelli portavano una dedica incisa nel sasso come ad esempio quello trovato a San Lorenzo che illustreremo piu' avanti. Queste perenni sepolture erano fatte piu' frequentemente ai personaggi o guerrieri i quali vi venivano immessi in cappa e spada.
Cosi' pare che fosse anche la sepoltura trovata a San Giorgio in via Umberto I° della quale riferiro' cogli scavi di San Giorgio stesso.
 
 
 
VECCHIE RICERCHE E RITROVAMENTI IN LEGNANO
 
Il Professor Serafino Ricci, in uno ospucoletto di 15 pagine intitolato "La necropoli di Legnano" presentava nel 1901 le fotografie di vari interessanti ritrovamenti fatti in Legnano in localita' alquanto discoste fra di loro e riguardanti epoche varie dalla Gallica alla Medioevale.
Riprodurremmo tali notizie e le relative fotografie poiche' l'opuscolo e' esaurito e difficile riuscirebbe a rintracciarne qualche copia.
E' vero che esso portava un titolo un po' al di la' di quanto realmente poteva desumersi dai ritrovamenti enunciati, ma dobbiamo essere veramente grati al prof. Serafino Ricci relatore, ed al defunto Sig Aristide Mantegazza che ne fu l'informatore oltre che l'appassionato raccoglitore degli oggetti illustrati. Ma diciamolo subito che purtroppo gli oggetti la' ricordati sono oggi smarriti perche' nessuno penso' di radunarli sotto la tutela di chi ha cura della cosa pubblica; forse pochi potranno ritornare a Legnano.
La parte saliente dell'opuscoletto e' costituita dal ritrovamento di un'olla di terracotta fatto nella casa che il Sig. Borsani Cristoforo eresse in via Sempione (oggi casa del Comm. Fabio Vignati) e dalla disanima che l'autore fa del contenuto dell'olla stessa.
L'olla ando' in frantumi come purtroppo suole accadere quando il ritrovamento e' fatto accidentalmente. Il Sig. Mantegazza accorso pote' raccogliere gli oggetti di bro0nzo ma non l'anfora ne' un vasetto in terracotta che vi era contenuto. L'anfora era come si intuisce l'ossario di un cremato, anzi dai bronzi ritrovati si arguisce che trattasi di una donna e che l'epoca risale ad almeno tre secoli avanti CristoPurtroppo gli oggetti che si vedono in figura paiono passati nel 1902 al Museo Archeologico di Torino, ne' ivi sono rintracciabili in mezzo ad altri di provenienza non classificata
Nel centro un anello scendimpetto con raggiera a globetti, un dischetto sottile con foro, avanzo di un tintinnambulo composto da due dischi a emivalva che contenevano una pallina mobile tintinnante, Un braccialetto o collare con secchiolini tintinnambuli. Un'armilla; una catenella composta da anelli a maglia tonda. Varie fibule del periodo della Tene'. Vari secchiolini tintinnanbuli isolati. Alcuni anelli digitali.
Tutti questi oggetti sono cosi' tipici che classificano la sepoltura ad epoca preromana e ci riportano alla seconda eta' del ferro corrispondente al periodo di Golasecca e la Tene' II°. Il Prof. Castelfranco ritiene piu' esattamente di fissare l'epoca fra 400 e 300 anni avanti Cristo.
I vari fittili riprodotti intorno ai bronzi della figura non appartengono alla tomba dei bronzi ma sono di altre provenienze da Legnano e suo territorio e hanno carattere preromano quelli piu' rozzi, di pasta impura essicata al sole, e carattere gallico gli altri meno rozzi.
Il confronto con i fittili di OrnavasssoBianchetti Ferrero " I sepolcreti di Ornavassoe delle necropoli della Valsassina illustrati dal Castelfranco ci pongono in grado di riconoscere degli elementi liguri o celtici prima, gallici poi, e ci permettono di fissarci anche per essi sulla seconda eta' del ferro nel periodo di transizione tra l'elemento etnico dei Liguro-Galli e dei Galli-Romani.
La figura 11 invece contiene oggetti in bronzo, terracotta e ferro propriamente romani e di solito reperibile nelle necropoli romane, come i cucchiai, le armille ed altri oggetti in bronzo e le ampolline lacrimatoie e i balsamari in vetro e lucerne fittili. Altri oggetti sono di carattere Gallico come alcuni degli utensili in ferro. Si notino due fibule frammentose tipo La Tene'Atti della societa' Archeologica e Belle Arti di Torino per Lomello e Ornavassoche occorrono spesso nelle antichita' Lomelline e di Ornavasso e che bene si accordano con alcuni oggetti in ferro della stessa tavola e figura 12.
In quel miscuglio di oggetti di varie eta' che furono scelti fra i piu' caratteristici e che non potevansi altrimenti distribuire anche pel modo in cui erano gia' disposti, si trovano nella fig. 11 accanto alle chiavi, a fibbie, a utensili romani e di tempo tardo un chiodo gallico, una punta di lancia, un'armilla, oggetti che mi convincono della presenza copiosa a Legnano dell'elemento Gallico al quale accennava come ho detto il CastelfrancoDi questi oggetti non si conosce la provenienza esatta salvo che essi sono della nostra citta'; solo pel lacrimogeno piatto a mo' di borraccia asserisce la Signora Mantegazza che proviene dalla casa Legnani di via Ponte Carrato (oggi via Corridoni).
Cosi' pure ad elemento Gallico pare accennino alcune delle spade e le cesoie, mentre al elemento barbarico cioe' molto piu' tardo e di stirpe diversa pare accennino invece l'umbone di scudo ed altre armi della stessa figura, nonche' una specie di targhetta da cintura lavorata di cui si vede un frammento sotto l'armilla in ferro della figura 11.
Questi oggetti hanno intima analogia con quelli rinvenuti a Testone (odierna Moncalieri) esposti nella sezione piemontese del Regio Museo delle Antichita' di Torino.
Gli oggetti delle altre figure dell'opuscoletto appartengono piu' propriamente a periodo vario, come ognun vede, e servono a confermare la notizia di una necropoli gallo-romana e poi romano-barbarica a Legnano, cioe' la continuazione dell'esistenza della necropoli nella citta' e nel territorio, e la conferma di cio' che era stato rinvenuto nel 1886 dal Castelfranco, molto piu' che i ritrovamenti non provengono dal medesimo luogo. Infatti gli oggetti rappresentati non furono ritrovati in occasione di lavori  della ferrovia Milano-Arona, ma alcuni in occasione degli scavi per la grande vasca dello stabilimento Dell'Acqua nel 1887 (molti oggetti in ferro), altri nell'anno 1894 in seguito a scavi fortuiti in via Garibaldi.
L'anno dopo 11895 altri oggetti furono rinvenuti negli scavi per aprire cantine in casa Agosti in corso GaribaldiFu nel costruire la fondazione di un alto camino che a 5 metri di profondita' si trovarono un umbone di scudo, gli speroni e una spada, tutto di epoca barbarica. Gli oggetti furono portati a Milano in casa del Sig. Dell'Acqua, via Settala 45, ma oggi non si trovano piu'. In questo luogo sorgeva il convento di Santa Caterina dal quale alla sua ultima distruzione del 1924 si staccarono alcuni affreschi.     Ove esisteva l'osteria della Stella, di proprieta' di Lampugnani al n. 7 di via Garibaldi si trovo' l'umbone di scudo della figura e di alcune spade, ma oggi non possiamo piu' particolarmente designarli. Essi pare che siano passati al Museo di Torino, ma la' non si possono piu' distinguere da altri non essendo classificati.  Si tratta invece della casa in corso Vittorio Emanuele 17, angolo Alberto da Giussano, che e' la casa dell'ex sindaco Agosti (oggi casa Cittera) e il Sig. Aristide Mantegazza, sempre solerte raccoglitore, ritiro' i cocci dell'anfora che era gia' spezzata e gli oggetti che conteneva... ma oggi non c'e' piu' a Legnano.
Queste le notizie che nel 1901 scriveva il Prof. Serafino Ricci sui ritrovamenti antichi in Legnano; ma come si vede mancano alcune indicazioni dei luoghi.
Il maestro Pirovano Giuseppe, segretario della Congregazione di Carita' nelle sue "Memorie postume su Legnano" datate 1883 (egli aveva precedentemente scritto altre brevi memorie su Legnano), riferisce alcuni luoghi di ritrovamento con queste pagine:
".... Nelle vicinanze della borgata con ci fu dato di ritrovare antichita' romane,  ma bensi' tanto da una parte che dall'altra delle due coste che la nascondono alla distanza di mezzo chilometro, se ne trovavano a sufficienza, ne' e' fuori dubbio che i campi della Ponzella possano ancora fornircene...Ponzella (anticamente Poncena, vedi questo nome ripetuto piu' volte nei registri dell'ospizio di S. Erasmo del 1471) . In questa localita' piu' volte si ritrovarono vasi cinerari, sepolcreti e lucernette nonche' monete di Aureliano 270-275 d.c., Probo 276-282 dd.c., Massimino 286-305 d.c., nota del Pirovano stesso.
Delle reliquie romane trovate nei nostri campi, fanno fede oltre  quelle dei vari particolari possessori, la bella raccolta fattasi da Don Giuseppe BrambillaDalle indagini da me fatte per ritrovare tale collezione, risulto' che essa sicuramente ando' distrutta (non dispersa) per vandalismo del detentore, ereditario, verso il 1900.di Castellanza, consistente in anfore, vasi cinerari, speroni, fibule e altri oggetti dell'epoca, ritrovati nei suoi poderi posti nel territorio di Legnano e di altri su quello di Castellanza.
Facendosi un nuovo tronco della strada provinciale del Sempione che dal nuovo ponte dell'Olona, lasciando Castegnate in disparte e attraversando Castellanza sul piu' alto della sua costa per la Cascina Buon Gesu', detta popolarmente delle Corde perche' qui facevansi corde, fattosi un taglio di terreno per mettere piu' a dritto il tronco che ascende,Si tratta evidentemente del punto ove la via 29 Maggio si innesta nella via del Sempione, all'estremo nord di legnano.fui io presente allo scoprimento delle due belle anfore cinerarie, che vennero comperate dall'Ing. Introini di Busto Arsizio.
Piu' oltre di questa localita', andando per la costa verso Olgiate,Si fecero poi dei ritrovamenti modesti in localita' Fiorenza e quelli piu' ricchi dal cavo di sabbia che e' fra il cimitero di Castellanza e la Cascina del Buon Gesu' dai quali traemmo la fotografia di un elegantissimo poculus presso l'Ing. Prandoni.non abbiamo altre notizie in proposito, quantunque questo comune sia antico come vedremo in seguito.
Delle antichita' legnanesi delle quali siamo possessoriPresso gli eredi Pirovano non si pote' nulla rintracciare.accenneremo a monete romane quale quelle che ci danno schiarimenti di colonie romane qui stanziate e di cui ci ricordiamo non solo i vasi cinerari ma acnhe la terra che raccolse le ceneri dei corpi abbruciati entro la quale raccolsimo un sasso eguale quasi nella sua struttura lamellare alla lignite con traccia di opalino formato dall'ardenza del fuoco. In generale i zappatori di terreno tanto piu' negli scavi di ghiaia per le strade, allorche' vi trovavano qualche vaso, anfora o sepolcreto, amanti piu' della scoperta di un tesoro che delle rispettabili antichita', queste cadono a pezzi sotto ai colpi dell'impavida zappa a pronta soddisfazione dell'ingorda avarizia di chi la maneggia. In tal modo vanno dispersi i frantumi dei quali riesce il piu' delle volte ad un conoscitore di difficile argomento di conoscere l'origine storica e la configurazione dell'infranto oggetto.
Il contadino qualche volta nello scavo fosse per piantagione di gelsi, scopre qualche vaso o sepolcreto ma di cio' osservato non esservi di che possa interessarlo si serve del vaso per qualche ordinario uso proprio e il mattone romano che serviva di coperchio se non e' spezzato prima che veda la superficie, viene adoperato come sedile.
Circa alle citate monete antiche, crediamo opportuno di non nuovamente trascriverle essendo queste palesate gia' nell'Omaggio della Societa' Lombarda al VII centenario della Battaglia di LegnanoVolumetto esaurito ma visibile a Brera a nell'Accademia.e brevi cenni storici della Battaglia di legnano - Busto Arsizio - Tipografia Volonterio, da noi fatto stampare per l'accennato centenario a corredo di quanto venne omesso nel capitolo Legnano dal suddetto Omaggio.
Del periodo dei Longobardi pure abbiamo scoperte da ricordare; per esempio:
" nel 1868 ai 3 di marzo scavandosi la creta nel prato di San magno, verso Levante fu ritrovata una tomba coperta da un vergine banco di creta che dalla sua base sollevavasi all'altezza di metri 1,5, contenete un polveroso scheletro reso annichilito dall'infiltrazione cretacea che ne investi' il contenuto fino alla citata altezza, al di sopra del tumulo di un metro".
Ci domandiamo quanti anni ci sono voluti per formare quel banco a furia di torbidio delle acque? Quel banco di creta non contava la misura della cotecca del prato ed era a un fondo piuttosto solido e non pantanoso. Noi non possiamo convincerci che quel tumulo composto di embrici della dimensione di 40x55 cm. e di buona cottura da fornace, fosse posto in un fango; attesoche' lo trovammo appoggiato su un solido terreno e la creta presentava la sua vergine compagine, da escludere  totalmente la mano dell'uomo.Il Pirovano cade nell'errore di credere che la tomba sia stata posta sul nudo terreno e che il tempo a mezzo di allagamenti avesse deposto la creta per lo spessore di 1,5 metri sopra di esso. Come concilia del resto egli la deposizione di tombe in questo luogo ove a dir suo in epoca romana esisteva un lago?. Gli e' che se non un lago certo una zona di allagamento annuale del fiume Olona esisteva intorno al castello di Legnano, ma in epoca ben piu' lontana, preistorica, alla quale va ascritto il deposito della creta, proveniente dai terreni cretacea dell'Alto Varesotto; depositi di creta che troviamo del resto non solo qua ma anche molto piu' sotto, fino ad oltre Milano e danno il lavoro alle numerose fornaci che vi si trovano. Come vedemmo gia' prima, le tombe romano--cristiane a cassetta venivano poste a circa un metro di profondita', ma seguendo un criterio gia' constatato per le tombe pagane, tale profondita' subiva variazioni piu' o meno a seconda del terreno alluvionale (ciotoli e sabbia) era piu' o meno profondo. La regola appare essere "le tombe siano deposte colla loro base direttamente sul terreno permeabile", il che si fonda su principi di igiene. Il Sig. Francesco Dell'Acqua mi disse che in tale prato furono trovate piu' volte delle tombe formate da tegoloni disposti a triangolo con ossa dentro e vasetti, ma nulla si salvo' all'infuori di qualche moneta che peraltro non potemmo vedere e quindi erano tombe del III IV secolo d.c.Questi embrici si collegavano assieme nei lati e nel coperchio, con gli appositi risvolti e marcati da una sigla che la ricordiamo nelle pietre della chiesa di S. Ambrogio a Milano.
Nel ripostovi scheletro rimasero solo le corone dei denti d'uomo piuttosto giovane e qualche rimasuglio di femore. Se le zappe dei fornaciari non avessero rotta quella creta internatasi (sotto gli embrici) si sarebbe potuto stabilire dall'investitura rimasta a modo di stampo, la grandezza e forse la forma di quel sepolcro ma di cio' nulla, se non che' l'ocria tinta di un lungo spadone, che' pur esso corroso; cio' non di meno possiamo attestarne la lunghezza di metri 1,05; larghezza verso l'elsa di cm 5; grossezza cm. 2 dipartendo dal manico che manca del tutto per indicarlo di ferro, non avendo la creta nessun segno di ruggine; per il che lo supponiamo che fosse d'osso o di legno.
La lunghezza e grossezza di questo spadone assai dimostrano essere arma adoperata a due maniIl Pirovano ha misurato lo spessore di 2 cm. sul pezzo enormemente ingrossato dall'arruginimento; pero' lo spessore originale non poteva superare 6-8 mm. anche se molto grossa.
Da qualcheduno tale sepolcro si volle attribuire ad un avanzo della battaglia di legnano, da altri da quella di Parabiago; ma ne' l'una ne' l'altra induzione ci fornisce abbastanza prove a credere veritiere, da che supponiamo che i guerrieri di quei secoli portavano celata ed usbergo maneando invece nello scoperto tumulo totalmente ogni indizio di corrosa armatura od impronta che ne indicasse colla ruggine l'esistenza di tali oggetti, come si verifico' nel 11818, facendosi la strada comunale da Legnano a San Giorgio; sulla colma di questa ritrovossi un mortuario avello con scheletro ed armatura, che fu portata via (ben inteso venduto dai zappatori) al Dottor Gaspare Bossi notaio legnanese.
Nel 1851 nel prato Pellegrini si rinvenne una cisterna o tombino continuato verso settentrione del Castello contenente qualche palla grossa di cannone e dei calci di fucile.
In uno scavo di ghiaia fatta nel 1863 in vicinanza della filatura (in oggi Bianchi Cuttica) fu rinvenuto uno scheletro di cavallo e poco lungi uno umano con monete d'argento dei Cantoni di Unterwalden, Uppenzell, ecc, coll'impronta di San martino patrono di quei cantoni svizzeri. Tutte queste scoperte ci guidarono alla storia dei loro tempi, imperroche' se quella di San Giorgio ci porta alla battaglia di Federico Barbarossa anche per la quantita' delle ossa ritrovate poco piu' in la' del corazzato guerriero e per il nome che aveva il villaggio di San Giorgio Sottero, quasi ad indicare con tal nome la localita' dei sepolti battaglieri, ben totalmente opposte sono le scoperte del 1851 e del 1863 che chiaramente ricordano l'ammutinamento dei polacchi, ecc.
Ora ritornando al tumulo di San magno noi siamo pienamante convinti essere quello di un guerriero Longobardo attesoche quei popoli discesero in Italia non forniti di armi certamente come i popoli civilizzati ma semplicemente armati di una mazza e alabarda ed i piu' di un lungo spadone che per grossezza quasi serviva piu' di colpo che di taglio non avendo quella tempera che rese in seguito tanto celebri le fabbriche di Milano.  A causa della mancanza di tempera infatti lo spadone si corrose assumendo una struttura lamellare a sfoglie. A farci piu' identici nel nostro esposto. concorrono pure varie monete di quei tempi che faremo conoscere al lettore:
" nel suddetto prato consumandosi la creta si trovo' pure due monete una d'oro e l'altra di rame". La primaIn possesso del fisico Dott. Ferrario a Gallarate ed ora di suo figlio Scipione a Samarate.appartiene a Tiberio II° (578-582 dopo Cristo) cioe' ad un'epoca in cui le arti e la scienza della lingua latina erano all'estremo della decadenza per il che le monete di quell'epoca erano quasi tutte spropositate dando ai numismatici un difficile compito a decifrarle. Nel retro di questa prima moneta si legge Victoria Augustorum Conob.
La seconda e' una moneta bizantinaVenne descritta dal Sig. Vigore, giudice del mandamento di Busto Arsizio, appassionato cultore di numismatica.cuprea del diametro di 25 millimetri nel cui diritto presentasi il mezzo busto di Leone VI visto di fronte, con diadema orientale adorno di tenie, sormontato da una piccola croce; l'ampio suo paludamento scende in larghe pieghe da destra a sinistra del petto, in giro la leggenda: Leon Basileus Romeon. Nel retro senza tipo la leggenda + Leon ENOEO BASILEUS ROMEON. (Leone VI detto il filosofo fu imperatore di oriente dal 886 al 911 dopo Cristo).
Fra le tante monete ritrovate, meritano particolare menzione quelle d'argento rinvenute in un'anfora sepolta nella creta del prato detto di San Magno dietro al castello, sulla destra del ramo dell'Olona che per un tratto fiancheggia la strada per San Vittore.
Erano numerosissime monetine coniate ai tempi della repubblica romana, riferentesi agli anni 485 della fondazione di Roma ossia 753 (?) anni avanti la venuta di Cristo. Queste monete ben conservate sono di famiglia portante le figure di Castore e Polluce a cavallo e la parola Rome sotto alle loro cavalcature; le altre invece avevano un leone; tutte queste monete portavano sul retro una testa di donna, taluna con cimiero e ali all'orecchioFu un ritrovamento eccezzionale ricchezza e soprattutto molto interessante per noi. Era un vero tesoro personale nascosto; uno di quei ritrovamenti quali accadono di rado ( (ed oggi sono passati 44 anni) ma pur accendono la fantasia e le smanie degli sterratori al danno dell'archeologia.. Di tali monete ce ne sono 28 al Castello Sforzesco a Milano, pervenuteci a mezzo del pittore Bertini, ed una ventina o piu' ne possiede l'ing. Roberto Dell'Acqua a Milano delle quali ce ne cedette una che porta nel diritto: Testa di Diana e nel rovescio: Gallius Lupercus colla legenda: MASSA. Le altre moltissime sono passate a mani ignote a noi e vedremmo volentieri che venissero portate al Museo. Si tratta di monete galliche coniate nella stessa Lombardia fra il 2° e il 1° secolo avanti Cristo, gia' sotto la dominazione della Repubblica Romana. Infatti nel gruzzolo si trovavano anche monete consolari romane coll'effigie di Roma con elmo alato sul diritto e due dioscuri a cavallo in corso sfrenata con la dicitura ROMA nell'esefra, quali ne conserva il ing. Dell'Acqua. E' cosa singolare che in epoca politicamente romana si coniassero ancora molte monete galliche, ma e' un fatto accertato e non esclusivo in quell'epoca. Tale moneta era benvisa dal popolo nel quale le tradizioni ataviche non erano ancora del tutto estinte. Alla moneta gallica o Massaliota che dir si voglia veniva attribuito un alto grado di fido che la faceva desiderare, un po' come oggi noi tratteremo piu' volentieri la moneta aurea anziche' la moneta cartacea o di nichelio. Cosi' si spiega che in periodo politico Romano si aveva la coniazione delle monete galliche. Non sono falsificazioni ma imitazioni ufficiali.
Uno scheletro che ci riporta ad epoca preistorica venne ritrovato il 22 marzo 1871 in un vergine strato di sabbia, frapposto a due di conglomerata ghiaia, alla profondita' di 3 metri sotto le fondamenta di una casa del 1200. Lo scrivente conserva di questo scheletro la mandibola inferiore e un pezzo di femoreNon c'e' piu' oggi.
Scrive poi il Pirovano nel suo diario: "4 settembre 1885: alla cascina San Bernardino si scopre un'ala romana. Ne e' avvisata la societa' Archeologica - 5 settembre: invitatolo scrivente a portarsi a San Bernardino come sopra, ne fu dato di constatarne un'altra, e un pezzo di frammento lapidarioLe cosidette are sono due cippi i quali appunto ci racconta il Rag. Figini che furono ritirati dalla cascina San Bernardino non senza difficolta' per le pretese di possesso accampate da un contadino. Il frammento lapidario e' smarrito; sara' al Castello a Milano?. (26 bis) Vi e' una ragione per credere che questa via era in quella direzione Ponente-Levante per accedere alle scuole Mazzini della I° epoca e ancor oggi (1962), cioe' un avanzo del sepolcreto gallico che io potei scavare piu' sotto nel 1937 ma nella sola via Calatafimi, com'e' noto dalle mie relazioni.
 
14 febbraio 1888: Innalzandosi una fabbrica nel primo cortile del palazzo arcivescovile in via Magenta, con al di sotto una ghiacciaia, si rinvenne un fondamento d'antica origine avente la larghezza di metri 2 ed uno di altezza, nell'eguale costruzione del vecchio campanile di San Salvatore (ora San Magno) - 15 settembre 1889: nella via fattasi al centro del fondo dell'ex convento di San Angelo si rinvennero vari cocci di vasi cinerari e di stoviglie antiche che vi subirono gia' un rivolgimento di terra". (26 bis)
Questo dunque cio' che ci racconta il Pirovano che benche' poco erudito ci da' una serie di indicazioni precise che troveranno conferma dai ritrovamenti da noi stessi fatti dal 1925 in avanti nelle stesse localita' ed in varie altre e dalle informazioni assunte presso persone anziane allo scopo di integrare il lavoro del Pirovano possibilmente senza soluzione di continuita' nel tempo.
Un'altra importante notizia ci da' il Prof. Castelfranco, gia' direttore del Museo Archeologico di Milano, che scrisse nel 1886:
"Durante i lavori di costruzione della ferrovia Minano-Arona si trovarono vicino a Legnano molte tombe con ferri, vasi, ampolline di vetro, braccialetti di ferro di epoca romana e gallo-romana. Gli oggetti furono a me consegnati dall'Ing. Miani dirigente dei lavori". Di essi oggi null'altro ci resta che una parziale riproduzione in una rivista di archeologia dell'epoca malgrado che tutta la collezione personale del prof. Castelfranco da lui donata  al Castello Sforzesco sia la raccolta; gli oggetti di Legnano non ci sono, ne' e' conosciuta la localita'. Che l'indicazione del Prof. Castelfranco "vicino a Legnano" debba intendersi nel senso piu' stretto, cioe' di "molto vicino" e' logico, se si pensa che la professione esige di precisare quanto piu' si puo' i luoghi dei ritrovamenti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

28.1.31 Legnano, l'ingegnere archeologo

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Legnano, l'ingegnere archeologo
 
 
Quanto deve l'Italia dei musei alla passione antiquaria dei privati? Difficile fare dei conti precisi, certo moltissimo, e gli esempi importanti si chiamano, per restare in ambito lombardo: Poldi Pezzoli a Milano, Carrara a Bergamo, Palazzo d'Arco a Mantova, l'ala Ponzone a Cremona, Museo delle Armi a Brescia.
E per i Legnanesi, appena dietro l'angolo, la Fondazione Pagani di castellanza. Fatto questo rapido giro di orizzonte, si puo' tornare a casa per trovare un' altra dimostrazione di mecenatismo tutto particolare, non cioe' di tipo sponsorio o ereditario ma interpretato in termini di iniziativa filantropica personale, diretta.
Accadeva infatti negli anni 20 di questo secolo che un severo ingegnere meccanico, Guido Sutermeister, arrivato a Legnano da Intra per lavorare alla Franco Tosi, dovesse spostarsi di frequente in Puglia e nelle zone dell'Antica Magna Grecia per collaudare le pompe costruite dallo stabilimento di piazza Monumento. l'anima tecnologica dell'ingegnere coabitava pero' con l'anima umanistica, nel senso che Sutermeister trovava la sua via di Damasco in direzione della ricerca archeologica alla quale finiva per dedicare molto del suo tempo libero.
Una snella pubblicazione comunale del maggio 1984 precisa che "le raccolte archeologiche del Museo Civico di Legnano sono il risultato di una assidua ricerca condotta dall'ingegner Guido Sutermeister negli anni 1925 - 1964, nel territorio della citta' e delle zone limitrofe. Grazie all'appassionato studioso, attorno al quale si si uni' ben presto un gruppo di sostenitori che diede vita alla società' Arte e Storia, si rese possibile nel 1928 la costruzione, con l'utilizzo dei resti originali, di un edificio che riprendeva la pianta della dimora quattrecentesca della famiglia dei Lampugnani, che divenne la sede del Museo cittadino".
 
Sutermeister, dopo ogni viaggio nel Sud, portava a Legnano pezzi archeologici ed in seguito ispettore onorario della Soprintendenza alle antichità' della Lombardia, si impegnava in intense campagne di scavo nel territorio, delle quali rimane testimonianza significativa nei materiali che hanno dato vita al museo legnanese.
L'edificio al numero 2 di via Mazzini, che ospita le raccolte di Sutermeister, e' il frutto di un exploit di tipica intraprendenza e concretezza legnanese. L'antico maniero dei Lampugnani (risalente al XV° secolo) era entrato nell'area del cotonificio Cantoni, dovendo cedere alle esigenze di sviluppo dello stabilimento (si trattava comunque di mensa).
Era il 1928: non tutto andava perduto di quel che rimaneva e infatti si utilizzavano alcune parti murarie per costruire la sede museale, riproponendone le linee quattrocentesche, trasferendole da via Cantoni in via Mazzini.
Le "talpe" Legnanesi, guidate da Sutermeister, scavavano un po' dappertutto nel circondario, approfittando anche delle occasioni offerte dagli scavi  altri, come nel caso dei lavori per la provinciale che unisce Castellanza con Busto Arsizio con Saranno: tra il 1926 e il 1928, a La Montagnola, località' Paradiso, Sutermeister trova il reliquato di una lunga scodella a forma di campana, riferibile alla cultura di Remedello, cioe' all'eneolitico finale (2000 - 1800 a.c.).
Ancor prima pero', nel 1925, l'ingegnere poteva esplorare un terreno ai margini di via Novara, tra le vie Giusti e Firenze, riportando alla luce un sepolcreto con 200 tombe ad incenerazione, databili I° secolo d.c. Tra il 1925 e il 1926, altri ritrovamenti di eta' augustea nel fondo Vignanti a San Giorgio su Legnano (1925), nel fondo Della Vedova a San Lorenzo di Parabiago (via Marco Polo 3, 1934), a Canegrate, nel 1946, fino ai sepolcri di eta' tardoromana ( IV° d.c.), trovati alla costa di San Giorgio (1925 - 1926), in via Leoncavallo, a Legnano e poi a Bienate.
Mettendo in ordine quel che aveva trovato o portato a Legnano, l'ingegner Sutermeister aveva privilegiato nella collocazione le località' di provenienza dei reperti. Diventato civico nel 1970, il museo veniva riordinato secondo criteri cronologici, indifferentemente dalla localizzazione del ritrovamento.Fra l'altro il patrimonio della raccolta legnanese si era arricchito, nello stesso 1970, delle scoperte dovute alle esplorazioni del gruppo subacquei di Legnano, guidato da Luraschi e Pontiggia, nel lago di Monate (Varese).
Fin dal 1864 erano stati individuati a Cadrezzate insediamento palafitticoli dell'eta' del bronzo con tre stazioni importanti: le ricerche, poco piu' di un secolo dopo, conducevano alla definizione di un abitato "molto rappresentativo e ricco di informazioni".
Al visitatore di presentano materiali selezionati e studiati. La collocazione e' avvenuta nella sala della loggetta e i reperti esposti cronologicamente in base ai contesti tombali ed alla provenienza: nella sala della Torre per i reperti di eta' romana, proposti seguendo la tipologia e l'uso.
Il museo racconta insomma la prima storia di Legnano e delle civiltà' contermini, della cultura di Remedello e quella di Canegrate, della Golasecca e La Tene' (celtica), del periodo romano agli stanziamenti longobardi.
Nel patrimonio museale c'e' anche una raccolta numismatica, esposta im mostra permanente: Del tutto fuori epoca, pero' sempre interessante, la presenza di un pittore come Gaetano Previati (1852 - 1920), ferrarese di nascita, vissuto a Milano e ispirato da soggetti epici trovati nella storia, come la Battaglia di Legnano del 1176. Tre sue tele si possono ammirare in una sala. Il museo offe spazi anche per mostre tematiche
 
 

28.1.32 L-batt1

 
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La Battaglia
 
 
Fa mestieri ridire l'origine della guerra fra i Milanesi e l'Imperatore Federico? Erano due forse opposte: vi erano da una parte i cittadini riunitisi nei Comuni, dall'altra l'Imperatore che pretendeva di avere ereditato il diritto dell'antico romano impero su tutto il mondo sconosciuto.
Per la nostra sventura i Comuni erano in guerra tra loro. Milano, potente per ricchezze e per esteso dominio, era in lotta con pavia, con Como, con Lodi; e due uomini di quest'ultima città' si recarono, nel 1153, alla dieta di Costanza, per domandare a Federico I, detto barbarossa, dal colore della barba, protezione contro Milano, Giova aggiungere che i cittadini lodigiani nulla sapevano di quanto i due avevano fatto: e che quando tornarono a casa, li cacciarono in bando.
Ma Federico, che aveva animo smanioso di avventure e si credeva destinato a riunire tutte quante le terre dell'orbe sotto il suo scettro, accolse volenteroso l'invito. Già' aveva egli imposto a tutti i suoi vassalli di mettere l'aquila nera - derivazione bastarda dell'aquila romana - negli stemmi: e non e' superfluo ricordare che l'aquila della casa di savoia, cantata da Carducci come l'uccello di Giove che scende dall'Alpi per comprendere sotto il volo dell'ampia ala tutta l'Italia, non e' altro che il segno del vassallaggio, perche' la casa di Savoia era vassalla dell'impero tedesco - emblema non di audacia e di gloria, ma di dipendenza.
Nacque un guerra di sterminio. Il Barbarossa, chiamato buono da Dante, e dalla nuova critica storica ( della quale in questo stesso numero si leggono gli scritti, perche' e' doveroso che tutte le idee abbiano i loro dotti rappresentanti )  giustificato coi costumi dei tempi - scese in Italia a seminar stragi e rovine. Assedio' una prima volta Milano nel 1158 e la costrinse ad arrendersi a patti onorevoli: ma poco dopo i Milanese scacciavano i messi imperiali al grido: Mora Mora.
Torno' Barbarossa a nuova guerra. Comincio' ad assediare Crema: e fece legare ignudi i prigionieri milanesi e cremaschi ad una torre di legno che empiuta di armati faceva avanzare verso le mura. I cittadini cremaschi erano cosi' posti nell'orrendo bivio o di uccidere i congiunti o di lasciar sorpassare le mura dai soldati nemici. Crediamo che Dante non abbia ricordato questa scena orrenda quando chiamava buono il Barbarossa, che aveva sorpassato ogni atrocita' dei costumi di guerra.
Le ire fraterne aumentarono l'esercito del sire tedesco: e finalmente al 4 marzo 1162, anche Milano, dopo aver eroicamente resistito, doveva cedere e i cittadini furono umiliati con un lungo supplizio e dispersi nei borghi vicini: la città' fu distrutta. Rimasero in piedi soltanto le chiese e le colonne di San Lorenzo, alle quali ultime oggi attenta l'ignoranza di nuovi barbari.
Federico trionfava. Egli datava i suoi diplomi dall'anno post destructionem Mediolani, perche' l'aver atterrati gli edifici di questa città', equivaleva per lui a stabilire un'epoca della storia mondiale.
Ma l'oppressione nella quale teneva i Comuni, a cominciar da quelli che erano stati i suoi aiutatori nella lotta, fece comprendere ai lombardi che egli era il nemico di tutti: e allora le stesse città' che avevano aiutato la distruzione di Milano, compresero il loro torto e si unirono per portare rimedio al male.
Fin dal 1164, i cittadini di verona, Vicenza, Padova e Treviso, si unirono in Lega (aiutati dalla repubblica di Venezia) per difendersi contro l'invadente imperatore: e l'unione fu detta Lega Veronese.
Tre anni dopo, e precisamente, dopo il Corio, al 7 aprile 1167 si trovarono nel monastero di pontida i rappresentanti dei dispersi Milanesi insieme a quelli di Cremona, di Bergamo, di Brescia, di mantova, di Ferrara e della marca Veronese. La' si proferi' il giuramento della concordia.
"Primo passo all'ammenda (scrisse Cesare Cantu') e' riconoscere il proprio fallo: secondo di ripararlo. E percio' le città' convennero di rifabbricare tutte assieme quel Milano che assieme avevano distrutto: appoggiata una mano alla spada, l'altra stesa ai fratelli, conobbero la potenza dell'unione".
Cosi' risorse Milano piu' bella e piu' forte. E volemmo riprodurre gli archi di porta Nuova, perche' furono allora costrutti dai collegati lombardi i quali vi portarono, a rigor di parola, ciascuno la propria pietra, cementando l'unione promessa a Pontida.
L'imperatore, tornato a Roma dove erasi recato per esigere il giuramento di fedelta' da quei cittadini, trovo' la Lombardia che aveva lasciata avvilita e schiava, divenuta forte, libera e rifiorente; e il 21 settembre 1167 tenne a Pavia una Dieta nella quale dichiaro' al bando dell'impero tutte le città' collegate, eccetto lodi e Cremona. E nel pronunciare la condanna della Lega, secondo il costume, gitto' in aria un suo guanto in segno di sfida.
E la sfida fu raccolta. mentre Federico scorazzava per le terre di Abbiategrasso, di Rosate, di magenta e di Corbetta, si radunarono in Milano i Lodigiani, i Bergamaschi, i Bresciani, i Parmigiani e i Cremonesi, e raccoltisi coi Milanese in esercito, corsero contro l'imperatore. Ma questi invece di accettare la sfida che aveva proclamato spavaldamente, fuggi' davanti ai nuovo soldati (Giovanni di Salisbury scrisse che barbarossa fu volto in fuga dagli alleati nel giorno di Sam martino, 11 novembre 1167.).
I Lombardi avrebbero potuto fiaccare tosto la superbia di Federico, se questi con un inganno non ne avesse delusa la vigilanza (L'asserisce Giovanni di Salisbury) e si soppiatto non si fosse recato nelle terre del marchese di Monferrato, suo alleato, cercando una via di tornare in germania. Tutti passi erano guardati dalla lega: e rimaneva libero solamente il passo della Savoia, che era in mano a Umberto III, allora conte di Savoia, e ben lontano dall'immaginarsi che i suoi discendenti sarebbero diventati re d'Italia. Questi aveva perduto parecchie castella e città' occupate dal barbarossa: ma il marchese di Monferrato, suo cognato, gli scrisse di lasciar passare liberamente l'imperatore che gli avrebbe restituito, non solo il tolto, ma dato ancor "monti di oro, e promessogli con onore e gloria la grazia sempiterna dell'impero "(" promittens ei (ad Umberto) non solum restitutionem ablatorum, sed montes aureos et cum honore et gloria imperii gratiam sempiternam"). Qualche tempo durarono le trattative: finalmente il Savoiardo acconsenti' al mercato, che , lasciando uscire il barbarossa d'Italia, prolungava la guerra.
Quando l'imperatore fu presso Susa, udi che gli alleati avevan posto l'assedio al castello di Biandrate: e, per vendicarsi, scelse, fra gli ostaggi che conduceva seco, il nobile bresciano Zilio da Prando, ed accusandolo di aver maneggiato la lega che ora li cacciava da questa terra non sua, lo fece appiccare ad un monte. Questa crudelta' ingiustificabile mosse a sdegno l'animo dei cittadini di Susa, i quali non si lasciarono corrompere dai monti d'oro che placarono Umberto (Qualcuno potra' osservare che il Guichenou chiamava Umberto alleato del papa: e altri diranno che cosi' dovea essere perche' fu dal papa beatificato. Ma il Muratori ha già' dimostrato che il Giuchenon abbia troppe favole inventate per la Casa di Savoia: sta difatti che Umberto era ligio al papa, tantoché' nella guerra perdette alcune castella: ma dopo l'offerta del monti d'oro passo' dalla parte del barbarossa per rifarsi di quello che aveva perduto. La beatitudine poi non prova in questo caso ne' l'amicizia dei lombardi, ne' la devozione al Papa. Osservo' il professor Balan che fu beatificato da Gregorio XVI° nel 1838, per istanza di re Carlo Alberto, in modo eccezionale, perche' non fu discussa la causa, cioè' la vita e i meriti per dichiararlo beato, ma esaminando solamente se il culto tributato ad Umberto esisteva da lungo tempo, e per questo motivo a norma di un decreto di urbano VIII°, fu ammesso nel novero dei beati..); e levatisi in armi, gli tolsero gli ostaggi che trascinava seco, forse per appiccarli al confine d'Italia. E, Pensando di liberare l'Italia dal suo piu' feroce nemico, quei cittadini tramarono di ucciderlo nel suo letto; ma, (come narrasi nella cronaca di Ottone a San Biagio) l'imperatore fu avvertito in tempo dall'albergatore; e lasciato in letto Artmanno da Sibeneich, suo famigliare, che molto lo somigliava, fuggi' travestito da servo: e con soli cinque dei suoi passo' le Alpi per strade dirupate, fingendo di andare innanzi a preparare l'alloggio al suo padrone, che era un gran signore di la' da venire. Correva il giorno 10 marzo 1168, quando il superbo imperatore, al cui cenno tremavano tante genti italiane, colui che i giuristi di Bologna, avevano chiamato "Signore del mondo," fuggiva vergognosamente d'Italia sotto servili spoglie.
In un lieto giorno di primavera di quello stesso anno 1168 si radunarono i delegati delle città' lombarde nella bella e feconda pianura difesa dalle acque dei fiumi Tanaro e Bormida: e, vicino a Bergoglio, la' dove il primo fiume riceve le acque del secondo, si misero a tracciare confini e a scavar fossati, inalberando la bandiera della lega sui segnati valli. Tali furono i principi gloriosi di quella fiorente città', che la Lega innalzava fra i possessi del marchese di Monferrato a Pavia, per impedire la congiunzione di questi due amici del barbarossa e tenerli a freno: volendosi che il nome significasse protesta contro l'impero e gratitudine verso il sostenitore  dei Comuni, fu dedicata al pontefice Alessandro III° e chiamata Alessandria.
Fu sul finire di settembre 1174 che Federico si affaccio' fremente alle Alpi, delle quali i soldati della lega custodivano i suoi passi. Aveva seco un formidabile esercito, con cui sperava di compiere le sue vendette: ma simigliante al leo rugens, delle sacre carte, si aggirava sitibonto intorno all'ovile senza potervi penetrare. Per mala ventura le porte d'Italia gli furono aperte da Umberto III°, che gli lascio' libero il passaggio della sua Savoia. Il Balbo, storico benevolo della casa Savoia, scrisse nel suo Sommario, queste parole, parlando di Federico: "Non gli era aperto se non il passo di Susa, per le terre dei conti di savoia, che troppo duole trovare qui". Per compenso di tale concessione il barbarossa,  appena valicato il Moncenisio, assali' Susa e vendico' l'onta della passata fuga coll'abbandonarla al saccheggio e alla brutalità' delle soldatesche che seco aveva condotto. I piu' notevoli capi di quell'esercito erano: Corrado fratello dell'imperatore, Ladislao re di Boemia, Ottone di Wittelspach, l'arcivescovo di Treviri, quello di Colonia e Umberto III° conte di Savoia, che aveva eccitato il barbarossa a distruggere la Lega Lombarda (La "Giornata di Legnano" narrazione storica di Carlo Mariani). Il Giulini, scrittore imparziale quant'altri mai, scrive che Umberto "si uni' con poderose forze all'esercito imperiale e con esso Federico si porto' ad Asti e si rese padrone di quella città'".
Quando Federico passo' i monti della Savoia facevan parte della lega: Asti, Alba, Acqui, Alessandria, Tortona, Bobbio, Vercelli, Novara, Milano, Lodi, pavia, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Verona, Vicenza, Belluno, Feltre, Ceneda, Padova, Treviso, Venezia, Piacenza, Pontremoli, Parma, Reggio, Modena, Ferrara, Bologna, Imola, Faenza, San Casciano, Ravenna Rimini. Tutti i feudatari (tranne il ben inteso citato Umberto) avevano giurato la lega: fra questi notiamo: Obizzone e Maruello Malaspina, Ruffino da Trino, Guglielmo da Monferrato, Ottone da Biandrate, Ezzelino il Balbo, il conte di Camino, il conte di Bertinoro, Guglielmo di Marchesella e Obizzone d'Este. Dopo la caduta di Asti dalla Lega si separarono tosto Guglielmo di Monferrato, il conte di Biandrate e le città' di Alba, d'Acqui, di Pavia e di Como.
L'imperatore ando' quindi ad Alessandria, risoluto di radere al suolo la città', che sei anni innanzi i Lombardi avevano a propria difesa edificata ed a lui scorno dedicata: ma ne' con il lungo assedio, ne' con l'assalto a tradimento riusci' a vincerla.
Pareva imminente una decisiva battaglia fra il barbarossa e l'esercito della lega che stavano di fronte: quando ad un tratto si discorse di pace e si stabilisce una tregua.
Ma i patti che imponeva Federico erano indegni e furono respinti: e i Milanesi si prepararono all'ultimo certame (Il prof F. Bertolini nel 1875 pubblico' uno studio intitolato "Importanza storica della battaglia di Legnano", nell'intento di dissuadere gli italiani dal celebrare il VII centenario di quella gloriosa giornata.Imprese pertanto a dimostrare che in Montebello si stabili' un compromesso, al quale tenne dietro "un vero e definitivo trattato di pace" che la Lega viol' quella pace e merito "taccia di spergiura", che la battaglia di Legnano "non fu tanto gloriosa quanto si vuole" ed ebbe importanza solo perche' vi fu mischiato il papa e non porto' "alcun beneficio all'italiana liberta'".Contro questi sofismi di una fallace critica storica sorsero in folla i confutatori. "La giornata di Legnano del prof. Bartolini" segui' una splendida confutazione del prof. Cesare Vignati "L'importanza della battaglia di Legnano"; quindi il prof. Pietro Rotondi, i prof. Panzacchi e Cosci di Bologna, il prof. De Simoni di Genova e altri molti, i quali dimostrarono che "il compromesso di Montebello" come il Muratori, il Pertz ed altri già' dissero, era una domanda, petitio, o proposta di patti convenuti fra varie persone, laudam, per riuscire poi ad un trattato di pace.Questo laudam non era assoluto, ma condizionale dei sei arbitri, eletti dall'imperatore e dalla Lega per combinare un trattato di pace. Siccome implicava sotto frasi ingannatrici, la distruzione di Alessandria e l'esclusione del papa dalla pace, cosi' non venne accettata dal Milanesi, ne dai loro collegati. Quindi, non essendovi pace conclusa, non vi poteva essere spergiuro nel riprendere la guerra: e la Battaglia di Legnano fu di tale importanza che Federico venne costretto a domandare la pace, a rinnegare l'antipapa, a riconoscere il suo nemico papa Alessandro, a rispettare la città' di Alessandria sorta contro di lui, a cessare le dispotiche leggi di Roncaglia e a concedere il trattato di Costanza, dal quale derivano le liberta' interne e gli statuti dei nostri Comuni. Il prof. Bartolini scrisse contro la Lega Lombarda e contro Legnano con l'animo di un tedesco dei tempi di Barbarossa cui nuocesse la disfatta imperiale per opera delle forse nazionali italiane.
 
 
 
). Essi avevano tre forti compagnie militari, nelle quali sopratutto fidavano. La prima era composta da novecento guerrieri e chiamavasi della Morte, perché' quella che la componevano avevano giurato di voler morire, anziche' voltare le spalle al nemico. Di questi credesi capo il milanese Alberto da Giussano "per gagliardia sua reputato gigante". La seconda composta da trecento giovani che stavano a guardia del carroccio: la terza combatteva dai carri falcati, sui quali stavano dieci persone per ciascuno (Queste notizie sono date da Galvano Fiamma). Tutti i cittadini di Milano erano poi divisi in ischiere secondo le porte: e quelli di Porta Romana si raccoglievano sotto un vessillo rosso; quelli di Porta Ticinese, bianco; di Porta Comasina (ora Garibaldi) sotto un vessillo a scacchi bianchi e rossi; di porta Vercellina (oggi magenta) sotto un vessillo balzano rosso nella parte superiore e bianco nell'inferiore; quelli di Porta nuova sotto un vessillo, nel quale erano un leone ed uno scacco bianco e uno nero; quei di Porta Renza (ora Venezia) sotto il vessillo di cui era un leone tutto nero (Queste erano le insegne dei Milanesi alla Battaglia di Legnano secondo il Fiamma: piu' tardi alcune furono modificate: la Porta Ticinese mise uno scacco rosso in campo bianco e la Nuova si accontento' di uno scacco bianco e nero senza il leone.
).
Alla fine di maggio giunse notizia ai Milanesi che Federico, in grande segretezza, era andato incontro fino a Bellinzona ai Tedeschi che venivano in suo aiuto e li aveva guidati a Como. Le nuove truppe erano condotte dagli arcivescovi  Filippo di Colonia, Vieman di Magdeburgo, Arnoldo di Treviri, dai vescovi di Munster e di Worms, dal conte di Fiandra e da altri baroni di Germania. Con queste forze, accresciute dai suoi amici di Como, Federico voleva marciare su Milano, intendendosi con i pavesi che dovevano prendere alle spalle i collegati, se questi uscivano in campo aperto.
Il disegno nemico fu indovinato dal Milanesi, che con magnanimo ardire decisero di andar tosto contro l'imperatore e combatterlo prima che i Pavesi potessero sopraggiungere. Non erano ancora arrivate tutte le milizie che si aspettavano dalle città' della Lega: ma siccome ogni indugio poteva tornare fatale, cosi' trassero il Carroccio fuori dalle porte e si misero subitamente in cammino contro il nemico che si avvicinava a gran passi. Intorno al carroccio erano i trecento difensori: gli stavan davanti i novecento della Morte: poi venivano le carrette falcate e tutte le milizie delle sei porte, ciascuna con il proprio vessillo. Dei collegati vi erano 50 militi lodigiani, 200 di Vercelli e Novara, 200 di Piacenza, la cavalleria di Brescia, di Verona e delle città' della Marca Trevigiana, perche' i fanti di queste erano stati lasciati indietro a guardia delle città'
La mattina del benedetto giorno di sabato 29 maggio 1176 l'esercito nostro si trovava a quindici miglia circa da Milano, appoggiando coll'ala destra al borgo di Legnano, colla sinistra a Busto Arsizio, e tenendo il nerbo dell'esercito raggruppato intorno al carroccio, presso Borsano. Davanti ai militi s'estendeva la pianura che separa l'Olona dal Ticino.
Spostato in questo luogo l'esercito, i consoli spedirono settecento cavalieri ad esplorare dove si trovasse il nemico e al qual proposito accennasse. Erano questi cavalieri dilungati appena tre miglia, quando videro ad un tratto dinanzi a loro trecento tedeschi, e poco lontano l'esercito imperiale schierato in linea di battaglia. Gli esploratori non seppero trattenersi: abbassate le visiere e dato di sprone ai cavalli, si gettarono, con le lance in resta, sulla squadra nemica. Dopo breve, ma fiera mischia, fu vista balenare la schiera dei nostri: e allora Federico si mosse rapidamente con il grosso della cavalleria sovr'essi che, sopraffatti,  dovettero piegare e voltar le briglie verso il Carroccio, incalzati davvicino da tutto l'esercito tedesco.
L'urto dei tedeschi fu si' violento che furono scompigliate le ordinanze degli italiani: e l'ala sinistra composta da Bresciani e di Milanesi, non seppe sostenere l'assalto e cedette. I tedeschi trionfavano in ogni parte, e Federico baldanzoso sospingeva già' il cavallo contro il sacro Carroccio. Le sorti italiche segneran dunque una nuova ruina?... Mentre i tedeschi tripudianti si credevano vincitori,  e i trecento del Carroccio vacillavano, si rovescia sugli Alemanni come impetuoso turbine una bruna schiera preceduta da un gigante: sono i novecento soldati della Morte, con Alberto da Giussano, che accorrono a mantenere il fatto giuramento: morranno tutti se occorre, ma piu' non vedranno contaminata la patria (0 Vedi Alberto da Giussano del sac. prof. Vitaliano Rossi. In Giussano fu posta nel 1876 una lapide ricordante il valore del Capitano.
0). Il loro coraggio salva la liberta': i cavalieri di Alemagna sono sbaragliati, i dispersi Italiani  si radunano di nuovo sotto le bandiere dei Comuni: lo stendardo imperiale cade sull'alfiere che lo porta ed e' calpestato dai nostri: Federico stesso, che combatteva nelle prime file, e' travolto dai suoi, precipita da cavallo, cade a terra e scompare davanti alla furia dei cittadini guerrieri, che per otto miglia inseguono i nemici colle spade ne' fianchi. E intento sull'incolume Carroccio i sacerdoti intonano i lieti cantici di vittoria (1 Sincerita' di storico impone di tener conto dell'elemento religioso che opero' a Legnano, anzi del contegno dei preti di allora, scrive il Tosti: "la chiesa di Milano, in tutto questo conflitto delle repubbliche contro l'impero, si addimostro' veramente tali quali debbono essere i ministri del santuario, mentre il popolo fatica alla propria rigenerazione civile. Non si accosto' all'oppressore per mercanteggiare il tesoro della divina parola: non intimori' la plebe con importune paure; non la disciplino' alla infeconda pazienza del servaggio".1).
Molti tedeschi inseguiti fino al Ticino, chicchi di paura, si precipitarono nelle acque, che a centinaia li travolsero nel Po.
I collegati si impadronirono del vessillo di Federico, del suo scudo, della lancia e della croce che portava sul petto: e trovarono nel campo la cassa militare e ricchissime prede. Fra i prigionieri piu' illustri condussero a Milano il duca Bertoldo, un nipote dell'imperatrice e un fratello dell'arcivescovo di Colonia, Scrivendo ai Bolognesi subito dopo la battaglia, i Milanesi narrarono esser si' numerosi i nemici uccisi o patti prigioni, da non potersi contare.
Il Fiamma riferisce una poetica leggenda, che venne presto accolta dai cittadini, a' quali non pareva vero d'essersi liberati dall'imperatore. Secondo quel cronista il prete Leone narro' d'aver visto tre bianche colombe spiccare il volo dall'altare dei santi Sisinio, Martirio ed Alessandro, i cui corpi, dalla valle di Non presso Trento, erano stati portati dal San Simpliciano portati nella chiesa che fu a lui dedicata, e il 29 maggio ricorreva appunto la loro festa, e Berchet inneggiava alle
....tre nunzie de' santi.
Le colombe che uscir dall'altare:
Con che bello, che fausto aleggiare,
Del carroccio all'antenna salir!
 

28.1.33 L-batt2

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La Battaglia
 
 
Gli stretti legami di Legnano con Milano trovano una chiara conferma nei grandi eventi del secolo XII, quando molte citta' lombarde si affrancano dalla soggezione all'Impero sotto la spinta di una realta' nuova non piu' inquadrabile nelle vecchie istituzioni feudali. Sono troppo note le vicende della lotta contro Federico Barbarossa, che non tratteremo se non per quanto interessa direttamente Legnano. Colla dieta di Roncaglia (1158) l'imperatore aveva imposto alle citta' suddette il proprio diretto governo mediante i suoi podesta'. Questi dopo breve tempo furono rifiutati e scacciati. L'imperatore discese allora in Italia e pose l'assedio a Milano (1160). Per affamare la citta' egli provvide a meta' maggio, quando le messi si avviano a maturazione, a devastare le campagne distruggendo blavas, legumina et linum Mediolanensium e recidendo gli alberi da frutta. L'opera fu compiuta in due settimane procedendo da sud a nord, da Mediglia a Vertemate, quindi mutando direzione da Verano, Briosco a Legnano, Nerviano, Pogliano, rho. I milanesi uscirono allora dalla citta' e schierarono davanti alle mura il loro esercito col Carroccio. L'imperatore non oso' attacare battaglia. La notizia e' riferita dalla cronaca milanese attribuita a Sire Raoul e da essa si evince che Legnano e' ormai sottratta praticamente al contado del Seprio e costituisce come una porta d'ingresso al contado milanese. Lungo il corso dell'Olona i raccolti di cereali, ortaggi, lino e frutta affluiscono a Milano da Legnano in giu'. La conferma viene da un'ulteriore notizia della stessa cronaca.
Nel 1162, anno della resa di Milano affamata, un funzionario imperiale, Petrus de Cumino, impone tasse, requisisce un quarto del raccolto dei cereali e un terzo del raccolto di castagne, noci e fieno, a tutti quelli sottoposti alla giurisdizione del vescovo di Lodi ossia da Busto Garolfo, Legnano e Seveso in giu', cioe' verso sud. (Il lettore puo' trovare il testo delle Croniche che stiamo per citare nel volume Legnano e la Battaglia, edito a Legnano nel 1976).
Dice la cronaca suddetta che il 29 maggio 1176 l'esercito milanese si trovava presso (iuxta) Legnano e c'erano coi Milanesi vari gruppi di cavalieri di citta' della Lega, cioe' Lodi(50), Novara e Vercelli (300), Piacenza (200) e altri di Brescia, Verona e di tutta la Marca. L'imperatore era accampato presso Cairate con circa mille cavalieri tedeschi. (il testo latino distingue milites da pedites, cioe' i combattenti a cavallo, solitamente nobili, e a piedi, solitamente popolani).
Si diceva anche che i suddetti Tedeschi fossero duemila, e l'imperatore li aveva fatti venire per la Disentina cosi' segretamente che nessun Lombardo aveva potuto saperlo. Anzi quando si diceva che l'imperatore doveva essere vicino a Bellinzona, nessuno voleva crederci. L'imperatore da Cairate vuol muovere verso Pavia, convinto che i Pavesi gli vadano incontro, ma i Milanesi gli attraversano la strada coi suddetti cavalieri fra Borsano e Busto Arsizio e comincia uno scontro violento. Ma l'imperatore mette in fuga i cavalieri che erano da una parte vicino al Carroccio. Fuggirono fino a Milano quasi tutti Bresciani, gran parte dei Milanesi e degli altri.
I restanti resistettero attorno al Carroccio e combatterono con coraggio assieme alla fanteria milanese. Infine l'imperatore fu volto in fuga. Quasi tutti i Comaschi furono catturati. Molti Tedeschi furono fatti prigionieri, uccisi e molti affogati nel Ticino.
Si vede subito che il racconto e' fin troppo conciso e lacunoso, ma ci fornisce alcuni dati essenziali. Le fasi della battaglia sono tre: lo scontro impreveduto tra le opposte avanguardie, l'assedio e la resistenza attorno al Carroccio, la conclusione vittoriosa. Fortunatamente cronache tedesche o di parte vaticana ci consentono di completare il racconto con altri particolari importanti.
Gli Annali Coloniesi riferiscono che il Barbarossa aveva incaricato l'arcivescovo di Colonia, Filippo, di raccogliere un grosso esercito. Con esso e alcuni principi tedeschi Filippo raggiunge Como. Federico lascia allora Pavia e si reca a Como. Intanto i Milanesi, i Veronesi e gli altri Lombardi, raccolto un grande esercito, si avvicinavano per attaccare e sgominare il nuovo esercito tedesco stanco per il viaggio. Quando l'imperatore seppe questo dagli esploratori, pur essendo consigliato di retrocedere di fronte a cosi' grande moltitudine e rifiutare la battaglia, non ritenendo confacente alla sua imperiale dignita' il volgere le spalle al nemico, lo affronto' coraggiosamente assieme ai Comaschi e a quelli che eran venuti coll'arcivescovo. Ma i Lombardi, decisi a vincere o morire, chiusero l'esercito loro con un gran fosso, perche' nessuno potesse fuggire. Si combatte' dall'ora terza alla nona. La vittoria fu tuttavia dei Lombardi. Molti gli uccisi d'ambo le parti; parecchi i nobili imperiali prigionieri.
E' una narrazione piu' distesa della precedente e non discordante. Essendo di parte tedesca attenua la sconfitta colla stanchezza dell'esercito, il coraggio e l'orgoglio dell'imperatore. Aggiunge due particolari importanti: la durata del combattimento dalle otto-nove del mattino alle tre del pomeriggio e il fossato che circonda l'esercito. Ovviamente deve essere un fossato naturale e non possiamo pensare che a una delle scarpate che fiancheggiano l'Olona, adatta a proteggere da tergo l'esercito lombardo.
La relazione di Romoaldo da Salerno, diverge in un punto, affermando erroneamente che l'imperatore si dirigeva non verso Pavia, ma verso Milano per devastarne le campagne, aggiunge un particolare accettabile, che lo scontro iniziale sia avvenuto all'uscita di un bosco, e un altro prezioso.
L'imperatore, vedendo che i cavalieri lombardi erano fuggiti, credette di poter vincere facilmente la massa dei fanti rimasti, e raggruppata la sua cavalleria, voleva irrompere su di loro, ma quelli, opposti gli scudi e protese le aste, cominciarono a resistere alla furia nemica. La seconda fase della battaglia e' essenzialmente uno scontro tra cavalieri tedeschi e i fanti milanesi che sarebbero anch'essi fuggiti, potendolo, ma fugere non valentes, nell'impossibilita' di fuggire si danno a una difesa disperata con un dispositivo tattico che ricorda l'antica falange macedone. Finche' gli stessi fuggiaschi, incontrate per via le truppe fresche in arrivo da Milano, rivoltano i cavalli, tornano al Carroccio e attaccano violentemente e di sorpresa il nemico volgendolo in fuga verso il Ticino.
Sulla difesa ravvicinata del Carroccio insiste nel suo resoconto poetico Goffredo da Viterbo, cappellano dell'imperatore. Questi lanciatosi contro i nemici, ne trapassa due schiere, ne abbatte una terza, ne pone in fuga una quarta; la quinta era piu' robusta e terribile.
Il racconto della battaglia inserito dal cardinal Bosone nella Vita di Alessandro III, pur con alcune incertezze sulla data e coll'aggiunta di coloriture retoriche, riferisce alcune cifre di notevole interesse.
"...i Milanesi, saputo della rapida avanzata del nemico, non attesero le altre citta', ma uscirono da Milano col Carroccio il primo sabato di giugno assieme ai Piacentini e ai cavalieri scelti di Verona, Brescia, Novara, Vercelli e giunsero in massa in un luogo a loro adatto tra Barrano e Brixiano, quasi l'ora terza, a quindici miglia dalla Citta'. Allora mandarono avanti settecento cavalieri armati verso Como per sapere da che parte arrivasse il fortissimo avversario. Dopo tre miglia si scontrarono con trecento cavalieri tedeschi, che erano seguiti a breve distanza da Federico e da tutto il suo esercito pronto alla lotta...Ma quando le truppe piu' numerose dell'imperatore giunsero, i cavalieri lombardi a malincuore volsero le spalle, volendo ripararsi attorno al Carroccio dei Milanesi. Non riuscirono pero' a fermarsi li' davanti agli inseguitori, ma colla massa degli altri fuggiaschi furono costretti a scappare per mezzo miglio oltre il Carroccio. Allora la parte scelta dei combattenti milanesi che sull'ultima linea resisteva come un muro impenetrabile, fatta una preghiera a Dio, al suo apostolo Pietro e Paolo e al Beato Ambrogio, affronto' fiduciosamente a bandiere spiegate con gran valore Federico. Al primo scontro il vessillifero di Federico cadde a terra trafitto e vi rimase ucciso dagli zoccoli del cavallo. Lo stesso imperatore, quando apparve in mezzo agli altri ben distinguibile dal fulgore delle armi, colpito fortemente dai Lombardi, cadde da sella e spari' dagli occhi di tutti. All'impeto dei Lombardi tutto il corpo dei Tedeschi, volto in fuga, scappo' per otto miglia col terrore della morte...".
I toponimi Barrano e Brixiano sono evidenti storpiature operate dai copisti incapaci di decifrare nomi a loro sconosciuti. Potrebbero rappresentare, Borsano e Busto Arsizio, o Legnano e Borsano, ma fortunatamente sono seguiti dal numero "quindici miglia", la distanza esatta tra Milano e Legnano, a cui si addice senz'altro la definizione di congruum sibi locum, localita' adatta e opportuna al loro scopo, quale ingresso nel territorio milanese e passaggio obbligato per il Barbarossa, di cui si ignoravano le intenzioni, qualora avesse deciso di attaccare direttamente la metropoli lombarda. Altre cifre importanti riguardano i settecento cavalieri mandati in esplorazione, i quali percorrono tre miglia, l'esatta distanza tra il punto oltre Borsano e il Carroccio rimasto presso Legnano. Ovviamente le tre miglia sono ripercorse dai settecento cavalieri, incalzati alle spalle dai Tedeschi, per riunirsi al Carroccio. Difficilmente credibile e' la successiva indicazione, secondo la quale i fuggiaschi si sarebbero fermati a mezzo miglio dal Carroccio. Avrebbero dunque assistito per diverse ore alla lotta fierissima dei compagni senza intervenire? Altre fonti dicono invece che alcuni fuggiaschi giunsero addirittura a Milano oppure che incontrarono per via le truppe in marcia verso Legnano. Il che spiega molto bene l'intervallo di tempo, in cui l'imperatore sfonda quattro linee difensive, ma non la quinta perche' l'improvviso intervento delle nuove truppe lombarde capovolge la situazione.
Manca ogni accenno all'azione particolare dei fanti milanesi, impossibilitati a fuggire e quindi decisi a vender cara la pelle, fatto rilevante perche' nel Medioevo ha sempre prevalso la cavalleria sul campo di battaglia e qui per la prima volta la fanteria ha un ruolo primario, anche se la risoluzione definitiva del combattimento si deve al ritorno dei cavalieri lombardi.
E Alberto da Giussano colla Compagnia della Morte? Nessuna traccia di questi nomi si trova nelle cronache del secolo XII; nessun contemporaneo ne parla. Bisogna giungere verso la meta' del secolo XIV per riscontrarli negli scritti di Galvano Flamma o Fiamma, uno scrittore che mescola confusamente dati di fatto e leggende o dicerie popolari. Nel suo Manipulus florum egli riempie le pagine dedicate al nostro tema con frasi retoriche (si preparano i cavalli, si aumenta il numero dei soldati,si fabbricano elmi, strepitano le armi, i colpi delle spade fanno tremare la terra, ecc.); descrive il corteo delle contrade colle variopinte bandiere; indugia su episodi secondari, come il duello di Ottone Visconti con un Saraceno, ma della battaglia dice solo quanto avrebbe riferito il prete Leone nella sua Cronica, il quale stando a Milano vide levarsi tre colombe che andarono a posarsi sull'antenna del Carroccio, distante ventisei chilometri. L'imperatore nel bel mezzo della battaglia, le vede e prosternitur viene abbattuto (in altri libri dice perterritus aufugit, atterrito fuggi, oppure in fugam conversus abit, si volse in fuga). Nella Cronica de antiquitatibus civitatis Mediolanensis sempre secondo il prete Leone, il fatto avvenne tra il borgo di Legnano e Dairago. Nella marcia di avvicinamento Alberto da Giussano custodisce il vessillo del Comune, retto dai fratelli Ottone e Raniero, due giganti che stanno sempre al suo fianco (un tocco da chanson de geste). Le cose si ripetono e si complicano nel Chronicon Maius, dove le battaglie diventano due. Nel 1176 il Barbarossa riprende la guerra e i Milanesi per prepararsi allestiscono tre compagnie militari. La prima detta della Morte e' formata da novecento cavalieri, capitanati da Alberto da Giussano, col vessillo del Comune; sono stipendiati, dotati d'un anello aureo ciascuno, legati da giuramento. La seconda e' di trecento popolani per la difesa ravvicinata del Carroccio. La terza si compone di trecento carri falcati montati da dieci robusti giovani, che spingendo i cavalli al galoppo e tenendo le falci come i remi d'una barca, uccidono e feriscono. La battaglia del 1176 (prelium campestre) avviene presso il borgo di Carate. L'anno dopo sempre secundum Cronicam Leonis l'imperatore si trovo' tra Legnano e Dairago il 29 maggio 1177. Accesasi la battaglia, arrivano le tre colombe, si posano sull'antenna del Carroccio, Federico le vede e fugge.
L'inconsistenza e la confusione del Fiamma e' palese. Attinge le notizie dalla Cronica di Leone, che e' piu' attento alle leggende che ai fatti reali. Le cronache piu' antiche e contemporanee al fatto dicevano che i Tedeschi erano accampati a Cairate la notte prima della battaglia. L'alterazione del nome Cairate in Carate, sposta il fatto d'arme di una quarantina di chilometri rendendo ingiustificato il nome stesso di battaglia di Legnano. Percio' si inventa una battaglia di Carate nel 1176 e si sposta al 1177 quella vera di Legnano.
Quanto alle tre compagnie diciamo subito che la terza coi tremila carristi scorazzanti sul campo di battaglia segando teste e braccia, non e' credibile. I cronisti contemporanei avrebbero registrato un fatto cosi' straordinario. Credibile invece e' la seconda perche' il Carroccio fu veramente circondato e difeso dalla fanteria che procedeva a piedi. La Compagnia della Morte non e' avvantaggiata dal fatto di essere nominata soltanto da Galvano Flamma e i suoi posteri.
Riassumendo i dati sicuri sono i seguenti. I Milanesi, prima di riunire tutti gli alleati, si avviano risalendo per ventisei chilometri il corso dell'Olona e fermano il Carroccio nei pressi di Legnano sul ciglio di una scarpata, che protegge almeno da un lato il loro veicolo di guerra. Pensano che Federico, forse ancora lontano, voglia appoggiarsi sull'amico conte del Seprio e scendendo la valle dell'Olona si diriga su Milano. Legnano e' la porta d'ingresso del loro territorio, il punto strategico da difendere a qualunque costo.
Dal Carroccio si staccano settecento cavalieri in funzione di esploratori. Percorso circa cinque chilometri, oltre Borsano, incontrano l'avanguardia nemica composta da trecento cavalieri. Superiori di numero i Milanesi attaccano il nemico e lo distruggerebbero, se non sopraggiungesse il Barbarossa col grosso. I nostri ripiegano verso il Carroccio per resistere cogli altri, ma l'impeto terribile della cavalleria nemica e' tale da spingere alla fuga tutti quelli che, a cavallo, possono fuggire. Restano i non valentes fugere, i fanti con pochi cavalieri piu' coraggiosi. La resistenza e' fatta da piu' linee di uomini che oppongono le punte delle lance sporgenti tra scudo e scudo. Diverse linee vengono sfondate una dopo l'altra con cariche successive della cavalleria, ognuna delle quali consuma un certo tempo. In tal modo i fuggiaschi, uniti alle nuove truppe in arrivo da Milano, ritornano sui loro passi e improvvisamente, forse da tergo, attaccano il nemico, che non potendo ritirarsi verso il luogo di partenza, corre verso la meta del viaggio, Pavia al di la' del Ticino. La fuga si protrae per circa quattordici chilometri, passando probabilmente per Dairago verso Turbigo. Le acque del Ticino invece della salvezza offrono agli sconfitti la morte o la prigionia.
Vorremmo essere in grado di precisare anche il punto dove era collocato il Carroccio. Se il grande fossato citato da un antico cronista e' la scarpata che scende verso l'Olona, possiamo indicare solo una linea. Il punto potrebbe essere o prima o dopo Legnano. La costa di S.Giorgio? San Martino? Mancano argomenti sicuri a favore dell'una o dell'altro.
 
NOTE:
21)  Amos Cassioli (1832/1891) "La battaglia di Legnano".
Olio su tela (Museo d'Arte Moderna di Firenze)
22)  Ludovico Pogliaghi (1857/1950)     .
"Il Carroccio esce dalle mura milanesi"
(Civica Raccolta Bertarelli di Milano)
23)  Miniatura in un codice, datato 1413, dove sono raffigurati il vescovo milanese Anselmo da Pusterla in ginocchio e, alla sommita' dell'albero, l'imperatore Federico Barbarossa (Biblioteca Braidense di Milano)
24)  Enrico Butti (1847/1932) statua in bronzo del guerriero della battaglia di Legnano. (restaurata nell'anno 1990/1992 dallo scultore..... e ricollocata sul piedistallo a inizio 92)
25)  Estratto del codice "A.E.X. 10 - Cronaca Galvagnana" in cui figura il nome di Alberto da Giussano, "custode del vessillo della comunita'" (Biblioteca Braidense di Milano)
 
 
 

28.1.34 L-carr1

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Celebrazioni storiche dell'816° anniversario della Battaglia di Legnano
 
 
Manifestazioni di rito
 
 
Giovedì 30 aprile,  ore 21
Basilica San magno: Cerimonia di riconsegna della Croce di Ariberto da parte della Contrada detentrice
Piazza San Magno:   Emissione del bando da parte del supremo magistrato
 
Sabato 9 maggio, ore 21
Piazza San Magno:   Investitura civile dei Capitani delle Contrade. Presentazione delle Castellane. Iscrizione delle Contrade al Palio. Allocuzione del Supremo magistrato.
 
Venerdì 22 maggio, ore 21 a Milano
Veglia della Croce nella Basilica di San Simpliciano
 
Venerdì 29 maggio, ore 21,30, Piazza Monumento
Cerimonia ufficiale per le celebrazioni dell'816° anniversario della battaglia di Legnano.
 
Domenica 31 maggio
ore 10, Palazzo Malinverni: Ricevimento delle autorita dei gonfaloni dei comuni della lega Lombarda.
Ore 10,30, Piazza San magno: Santa messa solenne sul carroccio. Investitura religiosa dei capitani. Volo dei Colombi. Benedizione dei cavalli e dei fantini.
ore 14.30: Sfilata storica delle contrade; percorso: Piazza Carroccio, via Ratti, Corso magenta, piazza San magno, Corso Garibaldi, Via Verdi, Corso Italia, sottopasso, piazza del Popolo, via Venegoni, via XX settembre, stadio comunale.
ore 16.30: stadio comunale G. Mari: Parata in campo. Onori al carroccio. carica della Compagnia della Morte.
Palio delle contrade: corsa ippica a pelo per la conquista della croce di Ariberto e proclamazione della contrada vincitrice.
 
Sabato 6 giugno, ore 20,30, Basilica San magno. Traslazione della croce di Ariberto alla chiesa della contrada vincente.
)
 
La sera del 29 maggio 1176 drappelli di cavalieri del rosso si disperdevano nelle campagne legnanese e venivano sopraffatti dai fanti della Lega Lombarda.
Correva anche la voce che l'Imperatore Federico Barbarossa di Svevia detto appunto il Rosso fosse stato ucciso, travolto dai cavalli e dagli armati, in un groviglio di corpi, lance e spade. Nulla di piu' errato: l'Imperatore era fuggito a Pavia, suo punto di riferimento dell'attacco ai comuni della lega lombarda.
Legnano ha sempre rappresentato per poeti, storici, musicisti e pittori il primo capitolo della lotta per l'Indipendenza. E con una certa visita di Giuseppe Garibaldi a Legnano nel lontano 1862, si posero le basi per la costruzione del monumento al Guerriero, dello scultore Enrico Butti, inaugurato il 29 maggio 1900. Seguirono varie manifestazioni di rievocazione, che sfociarono nel primo carosello storico nel 1935.
Ma per capire le origini di questa manifestazione, bisogna fare un salto indietro di 800 anni, risalendo all'eta' dei Comuni. Comuni che già' si erano solidamente riuniti in Lega nel 1167 e che il barbarossa salto indietro di 800 anni, risalendo all'eta' dei Comuni. Comuni che già' si erano solidamente riuniti in Lega nel 1167 e che il barbarossa osteggiava. L'Imperatore agli inizi del 1176, muoveva verso Milano con migliaia di uomini e con l'intento di distruggerla. Da pavia, sua roccaforte, parti' un attacco che inizialmente, ebbe per i Comini effetti devastanti. Ma il 29 maggio 1176, la cavalleria imperiale subi' una pesantissima sconfitta da parte dello schieramento lombardo.
Un drappello di 900 uomini, la COMPAGNIA DELLA MORTE, sotto la guida di Alberto da Giussano difese il Carroccio, che divenne simbolo di liberta'.
 
Teatro dell'epica battaglia fu la periferia Ovest di Legnano, zona cascina Mazzafame. Il tiranno, sconfitto ma non ucciso, si salvo' e si rifugio' a Pavia presso la moglie Beatrice di Borgogna. Con la pace di costanza del 1183 venne sancita l'autonomia di Comuni. Successivamente il Barbarossa si dimostro' abile tessitore, riconoscendo il potere del papa e stringendo patti segreti con le citta' a cui anni prima aveva dichiarato guerra. Concesse la liberta' e privilegi in cambio della sua autorita', una autorita' forte come il suo progetto di monarchia universale, ponendo cosi' le basi per l'assetto federale. Dal 1393, la rievocazione della battaglia di Legnano, Diventa festa religiosa.
Durante questa celebrazione si snoda una processione verso la chiesa di San Simpliciano a Milano. Un cronista del '300, Galvano Fiamma, con un po' di sano patriottismo ci narra di tre colombe bianche che si librano dalle tome dei santi protettori di Milano e si posano poi sul pennone del Carroccio, premonitrici della vittoria. Al centro del Carroccio sventola lo stendardo della lega e suona la campana, la Martinella, il cui rintocco e' un ulteriore incitamento alla lotta.
 
Fra la meta' dell' 800 e gli inizi del '900, Giuseppe Verdi con la Battaglia di Legnano e Giosue' Carducci con la sua ODE danno rilievo artistico al valore storico della Battaglia di Legnano. Nel 1935 nasce la festa popolare, che prevede il palio Ippico disputato dalle otto contrade: FLORA, LEGNARELLO, SANT'AMBROGIO, SAN BERNARDINO, SAN DOMENICO, SANT'ERASMO, SAN MAGNO, SAN MARTINO. Questa tradizione si interrompe a causa degli eventi bellici, per riprendere nel 1952, offrendo ogni anno uno spettacolo di grande valore folcloristico.
La reggenza di ogni contrada e' affidata a un gran priore, un capitano, una castellana. I loro compiti sono diversi: al gran priore e al capitano spetta la scelta del miglior cavallo e del miglior fantino per assicurarsi la vittoria del Palio delle Contrade. La castellana si dedica invece all'organizzazione della sfilata, all'abbellimento dei costumi e al coordinamento dell'attività' delle dame di contrada. Tutto ciò' servira' a rendere la sua, la piu' elegante fra tutte le Contrade.
Vincere un Palio significa poter vantare l'onore di custodire, per un anno, nella chiesa della contrada, la Croce di Ariberto d'Intimiano, croce il cui originale e' custodito nel Museo del Duomo di Milano. Dopo tanti preparativi, come si svolge il giorno del Palio? Momento fra i piu' toccanti e' quello della Santa messa che viene celebrata al mattino sul Carroccio opportunamente sistemato ai piedi del Sagrato della basilica di San magno.
Alla Messa partecipano tutte le autorita' civili, i rappresentanti delle contrade (Gran Priori, capitani e Castellane) e sono presenti il gonfalone di Legnano e quelli delle citta' della Lega.
La celebrazione raggiunge il suo momento piu' intenso ed emozionante quando il sacerdote libera le tre colombe bianche. La tradizione vuole che la direzione del volo profetizzi a vittoria. Al volo delle colombe segue la benedizione dei cavalli delle otto contrade, i quali correranno nel pomeriggio il Palio. La complessa macchina organizzativa di tutta la manifestazione, la Sagra e Palio, gravita attorno a tre personaggi:
Il Supremo magistrato (sindaco di Legnano)
Il Gran Maestro del Collegio dei Capitani
Il Cavaliere del Carroccio.
 
 
 
Alcuni documenti indicano la nascita dell'antico Borgo di Legnarello anteriore al VIII° secolo. Diede i natali a uomini e artisti di cultura ( Lampugnani e Corio ) e fu dimora di nobili personaggi, come Donna Consuelo dei Melzi D'Eril, di origine spagnola e di leggendari uomini d'arme, come Idalgo don Pedro Torquemada che usava vestire una cappa per meta' rossa e per meta' gialla. Fu lui ad issare nella sua prima dimora, sul monticello detto oggi dei Ronchi, la bandiera giallo rossa. Storicamente si puo' considerare la prima contrada di Legnano, trovando dei riferimenti nel codice longobardo dell'anno 789, in cui si accennava a una donazione, dell'Arcivescovo di Milano, dei possedimenti in SURRE PROPRIETARIO MOSTRE IN LEUNIANELLO.
Il simbolo della contrada e' il sole raggiante nel quale e' raffigurata una croce orientale. Una leggenda vuole che durante la tragica peste del 1621, alcuni legnarellesi, per scampare alla mortale malattia, si ritirassero, isolati, in una cascina sita nell'attuale via Canova, salvandosi cos' dal micidiale morbo.
 
 
VITTORIE
 
1936 1952 1953 1954 1965 1966 1983 1989 1991
 
 
 
 
 
 
E' la contrada nel cui territorio, presumibilmente, avvennero i fatti d'arme della Battaglia di Legnano e cioe' tra il tratto di campagna tra i rioni di Ponzella e Mazzafame.
I colori sono il BLU e il ROSSO: simboleggiano rispettivamente, la gloria militare e il sacrificio del sangue dei difensori del carroccio. I fiori che trapuntano il vessillo ci richiamano a un periodo tramandato dalla leggenda: le donne della contrada avrebbero accolto il vittorioso esercito della Lega gettando fiori in segno di trionfo e letizia.
Il nome della contrada deriva da quello di un'antica costruzione merlata, la Cascina Flora.
Nel suo territorio sorge la chiesa dedicata ai martiri trentini Sisimio, Martirio e Alessandro, sepolti nella chiesa di San Simpliciano a Milano  che venivano festeggiati in quel sabato 29 maggio 1176, quando si accese la battaglia.
La sfilata storica e' aperta dalla caratteristica banda composta da 13 elementi tra trombe e tamburi
 
VITTORIE
 
1938 1960
 
 
 
Il territorio di Sant'Ambrogio e' uno dei piu' antichi della citta', denominato in passato Borgo di Maragasc, termine dialettale per indicare i fusti del granoturco conservato dai contadini, che in queste zone si insediarono fin dai secoli scorsi, per farne materiale da ardere.
La chiesa di Sant'Ambrogio, risalente al XII° secolo, sorge a pochi passi dal maniero. San Carlo Borromeo decise di adibirla a scuola dei disciplini e, durante i lavori di ampliamento, venne scoperta la salma dell'Arcivescovo Leone da Perego, morto a Legnano nel 1257 e sepolto sotto il portico della chiesa. Il fatto suggeri' i colori della contrada: il verde e il giallo simboleggiano infatti il bronzo e l'oro del tesoro che, secondo la leggenda, venne sepolto insieme al prelato ma che non fu mai ritrovato. Al centro del gonfalone campeggia San'Ambrogio raffigurato come sull'altare d'oro della basilica milanese dedicata al Santo.  Sant'Ambrogio impugna nella mano destra lo staffile, simbolo della contrada, che durante la sfilata storica viene portato a mano da un giovane in costume. I ricami del gonfalone sono tratti da un arazzo del dodicesimo secolo.
 
VITTORIE
 
1962 1968 1986 1988
 
 
 
 
Il nucleo dell'abitato della contrada e' situato nell'oltre stazione e si estende fino alla chiesetta edificata verso la fine del 1400 a ringraziamento dello scampato pericolo da una epidemia pestilenziale.
All'interno della chiesetta e' custodito un prezioso affresco attribuito a Giovan battista Crespi, detto il Cerano. La bandiera e' a colori rosso e bianco. La leggenda parla di un antico Capitano che avrebbe mandato a morte una innocente fanciulla se le campane non si fossero messe, da sole,  a dare l'allarme con suono a martello. La veste bianca della donna, arrossata dal sangue, divenne la bandiera dei salvatori. Il bianco e' simbolo della luce e della purezza; il rosso e' simbolo della vita e della regalità'. Simbolo di contrada e' il sole raggiante a otto punte nel quale e' iscritta la sigla N.B.S. Nostro Bernardino Santo. Nel maniero di contrada e' stata creata una biblioteca con piu' di tremila volumi divisi per argomento. La biblioteca e' aperta al pubblico e viene consultata da contradaioli e da ragazzi delle varie scuole.
 
VITTORIE
 
1956 1959 1961 1978 1980 1982 1985
 
 
 
 
 
 
Unica contrada i cui confini sono circoscritto da altre contrade, pertanto senza possibilità' di invasione. San Domenico e' uno dei rioni piu' antichi della Legnano medioevale ed era anticamente chiamata Contrada delle Frasche per il verde rigoglioso dei suoi campi. Nel territorio un tempo sorgeva il convento di Santa maria degli Angeli con l'omonima chiesa e, nell'attuale Corso Garibaldi, il palazzo dei pittori Lampugnani dei quali oggi e' rimasta la Cascina dei caccia detta la Colombera. La chiesa parrocchiale, eretta in stile romanico-lombardo ai primi del novecento, ha preso il posto della vecchia chiesina dell'oratorio. I colori della bandiera sono il bianco e il verde e la contrada collega questi colori a un rinvenimento dei resti di soldati, nell'erba da parte di un cane bianco che e' raffigurato anche nello stemma con una fiaccola in bocca, che sta ad indicare la laboriosità' e la fedelta' della sua gente.
 
VITTORIE
 
1935 1972 1981 1984
 
 
 
 
 
La leggenda di Sant'Erasmo e' collegata alla storia del convento di Santa Caterina dove abito' e scrisse le sue opere Bonvesin della Riva. Il corvo, simbolo della contrada e che tutti gli anni sfila per il corteo storico, posato sul braccio di un armigeno a cavallo, ricorda il nero volatile che, secondo la tradizione, si recava costantemente a visitare i vecchi eremiti del Colle di Sant'Erasmo, portando loro pane e companatico prelevati dalla dispensa del convento. L'esistenza di un ospizio ove sorge l'attuale edificio e' comprovata da scritti risalenti al 1300 e, secondo la leggenda, il fondatore fu Bonvesin della Riva.
All'interno della chiesetta, ora parrocchia con giurisdizione sull'ospedale civile che sorge accanto all'ospizio, sui resti di un tempietto medioevale, si conserva una bella pala d'altare attribuita a Benvenuto Tisi detto il garofalo. Nella sfilata i colori di Sant'Erasmo, l'azzurro e il bianco, dove il primo sta ad indicare il cielo e il secondo la carità', l'amore e la saggezza sono indossati da due giovani figuranti, simbolo delle forze nuove della contrada.
 
VITTORIE
 
1937 1939 1958 1964 1969 1970 1974 1975 1976
 
 
 
 
 
 
Contrada del centro cittadino, fa rivivere nel suo gonfalone i colori rosso e bianco e le insegne della Basilica: Mitria, ombrello vescovile, chiavi prepositurali e pastorale. La leggenda vuole che le due strisce rosse siano il sangue lasciato sulla neve bianca, dai santi Sebastiano e Rocco, venuti nottetempo ad ammirare gli affreschi che li ritraggono nella basilica di San magno.
Nel suo territorio si trovano: il castello Visconteo e la Chiesetta di san Giorgio, il palazzo Leone da Perego, unico esempio di vestigia rimasta nella braida vescovile, fortificato dalla famiglia Cotta e già' esistente al tempo della battaglia; la Sede della Famiglia Legnanese.
Un cenno particolare alla Basilica di San magno, di scuola Bramantesca e insignita del titolo di Basilica Romana Minore, fra le cui mura conserva alcuni tesori d'arte quali la Pala del Luini e gli affreschi del Lanino. Il maniero sito in via Berchet, nel cuore della citta' e' sede di innumerevoli attività' della contrada. La sfilata durante il corteo si apre con il famoso corpo bandistico, composto da oltre 40 elementi che annuncia l'incedere solenne di paggi, alfieri, armigeri e cavalieri.
 
VITTORIE
 
1963 1971 1973 1979 1987 1990
 
 
 
 
Narra la leggenda che un palafreniere di Carlo magno, perdutosi nella zona a nord della citta' verso castellanza, fu rimesso nella giusta direzione da un giovane boscaiolo che indico' al cavaliere una croce bianca apparsa nel cielo azzurro. Quale riconoscenza il boscaiolo chiese che la croce bianca in campo azzurro fosse l'insegna della sua casa: la Cascina di San Martino. La richiesta fu esaudita dall'imperatore e la bandiera bianco crociata e' oggi il simbolo della contrada.
Nel nuovo maniero viene organizzata la vita di contrada e nel salone principale si riuniscono la reggenza, il consiglio, i contradaioli occupati ad organizzare attività' creative socio-culturali.
Nel cuore dell'agglomerato sorge l'antica chiesetta dedicata al Santo, risalente al '700 e restaurata grazie alla generosità' dei contradaioli. Per la sfilata storica gli sbandieratori di contrada si cimentano in evoluzioni spettacolari che ricordano l'esultanza dei popolani del borgo al rientro delle milizie vittoriosi.
 
VITTORIE
 
1957 1967 1992
 
 
A Legnano, ogni anno nel mese di maggio, si rinnova una tradizione antica, che conserva sfumature suggestive e piene di fascino: La Sagra del carroccio, celebrazione storica e rievocazione simbolica della Battaglia del 1176. Da secoli rappresenta una "lezione di storia", non un semplice carosello ma il ricordo di un avvenimento.
La citta' per un giorno viene riportata indietro nel tempo con un singolare flash-back; cavalieri dame e il loro seguito nei fastosi costumi medioevali, ricreano l'atmosfera di un periodo lontano ed affascinante. Le otto contrade, che sono le vere protagoniste della manifestazione, fanno rivivere la storica impresa dei loro antenati che, animati soprattutto di fede e amor patrio infersero un colpo decisivo allo strapotere militare di Federico barbarossa. La Sagra vive il momento piu' intenso ed atteso l'ultima domenica di maggio quando ha luogo la sfilata, il carosello storico e il palio delle Contrade. Il fulcro della sfilata e' il carroccio, carro simbolo di unita' e liberta' dei comuni lombardi. L'epilogo della manifestazione e' rappresentato dalla corsa al palio, istituita nel 1935, una spettacolare competizione equestre nella quale i migliori fantini italiani che cavalcano a pelo e ingaggiati da ciascuna contrada, si contendono la conquista della croce d'Intimiano, che lascera' il Carroccio per essere custodita per un anno intero nella Chiesa della contrada vincente. La Sagra del carroccio, esce quindi dai suoi confini provinciali per entrare a pieno titolo nella tradizione italiana, una tradizione fatta di storia e ricerca, cultura e passione, perche', come scrisse Mameli "..dall'Alpe alla Sicilia, ovunque e' Legnano ."
 
 
 

28.1.35 L-casc1

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Antiche cascine del Borgo
 
 
A testimoniare la primitiva e prevalente attivita' agricola del vecchio borgo poi diventato citta', sono rimaste alcune antiche cascine ormai quasi del tutto soppraffate dall'avanzata del cemento armato. Per alcune, anzi, sono rimasti vivi solo il ricordo e la denominazione del luogo di origine ove sorgevano.
Tra queste cascine, la piu' popolare, e forse la piu' antica e' San Bernardino con la sua chiesetta edificata nel 1400 e recentemente restaurata e nella quala ha trovato migliore sistemazione anche il pregiato affresco di Daniele Crespi detto il "Cerano".
C'e' che afferma che in questa cascina sia stato allattato il cardinale Federico Borromeo ma non abbiamo trovato ancora testimonianze probanti.
Vi sono poi nel territorio del Comune, tutte con relativa chiesetta, le cascine Olmina, Ponzella, Mazzafame, Canazza, la Flora, e Gabinella.
L'Olmina si chiama cosi' dal nome del proprietario terriero, certo Mina (Cascina d'Ul Mina) che abitava nei pressi della chiesetta, la cui costruzione risale ai primi del settecento.
Di concezione medioevale e' la cappella della cascina di Mazzafame con mura in pietra grezza. Ha il soffitto a volta e vi si conserva un pregevole crocefisso ligneo.
A non molta distanza dalla vecchia cappella e' stato costruito successivamente il Santuario della Mater Orphanorum, di fianco all'opera pia omonima. Contiene tele del pittore legnanese Mose' Turri.
Un gruppo di case agricole arroccate alla sommita' della salita di via Canazza, ricorda un'altra delle cascine tipiche del luogo rurale. Vi e' anche una casa patrizia, passata in proprieta' all'ingegner Morganti con una cappella gentilizia nel cortiletto e ornata da alcuni affreschi alle pareti.
Legata ad una altra tradizione legnanese, l'attivita' molitoria, sono la cascina Americana La Cascina "Americana" una tipica costruzione agricola nella zona del castello Visconteo . Dipinta da Antonio Luraghi), nella zona del castello Visconteo e la cascina della Gabinella Il pittore legnanese Maurizio Simonetta ha ritratto il vecchio cascinale della gabinella con mulino (entrambi scomparvero negli anni trenta) nel 1925). In quest'ultima localita' vi era un romantico mulino interrato posto tra le due diramazioni del fiume Olona. Il molino apparteneva nel '500 a Curtio Cotica, come afferma un manoscritto del censimento compilato dal prevosto Specio. Ma questo non era il solo mulino della localita' Gabinella. Ve ne erano altri appartenenti rispettivamente ad Ippolito Lampugnano, ai fratelli Aloisio e Geronimo Lampugnano e un altro infine alla mensa arcivescovile.
Vi erano poi altri nuclei agricoli nel contado.
Tra questi ultimi figuravano anche la "Cassina San Giorgio", come si chiamo' per molti anni il paese di San Giorgio.
La "Cassina" per vari secoli fece parte integrante del territorio di Legnano dal quale fu staccata nella seconda meta' del 1500 nella riforma dei Comuni intrappresa dall'Imperatore Carlo V°.
La chiesa venne elevata a parrocchia nel 1575 sotto il cardinale Federico Borromeo (prima di allora dipendeva ecclesiasticamente dalla Parrocchia di Canegrate) e fu dedicata alla Beata Vergine Assunta.
L'attuale tempio, originale costruzione progettata dall'architetto Zanchetta, e' dotato di una originale cupola a forma di ottagono. La chiesa reca all'esterno un grande affresco che era contenuto nella piu' antica chiesa situata nella piazza principale del paese che e' ora chiusa la culto.
San Giorgio su Legnano radicalmente trasformatosi negli ultimi anni, e' sede di varie industrie che ne hanno modificato l'economia e che un tempo si reggeva esclusivamente dell'agricoltura.
L'abitato del paese che ormai non ha piu' soluzione di continuita' rispetto a quello di Legnano. E' stato necessario recentemente permutare alcuni territori per meglio addivenire ad una sistemazione dei confini. L'antica "Cassina" San Giorgio adesso non e' piu' che un ricordo lontano e l'aspetto del paese oggi e' tutt'altro che di una cascina agricola.
E' rimasta nel nome del comune l'aggiunta "su legnano" a ricordare la primitiva dipendenza territoriale, fin da quando la denominazione venne ufficialmente autorizzata da Vittorio Emanuele II e il decreto reca la data del 23 ottobre 1862.
Ma San Giorgio in tempi piu' remoti doveva avere avuto una vita abbastanza intensa anche per la sua ottima posizione collinosa che si contrapponeva ai colli di San Erasmo a nord della valletta dell'Olona nella quale si adagiava l'abitato del borgo di Legnano.
Nel 1926 il territorio di San Giorgio fu riportato alla luce un piccolo sepolcreto con fittili domestiche, attrezzi in ferro, balsamari in vetro nonche' monete dell'epoca augustea.  Da cio' si deduce che la zona di San Giorgio era abitata sin dall'epoca romana imperiale. La maggior parte dei ritrovamenti si ebbe in localita' "Costa". Allorche' nel 1769 si effettuarono gli scavi per la ricostruzione della chiesa parrocchiale affiorarono alcuni interessanti reperti e tra questi un frammento di una antica iscrizione del 1393 nella quale, con chiaro riferimento al villaggio di San Giorgio, lo stesso era denominato "Sotena".
La chiesetta di San Giorgio sorse nel 1390 e da quel momento il luogo di Sotena divento' Cascina San Giorgio.
 

28.1.36 L-casex

 
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Il palazzetto Corio
 
 
In Corso Sempione al numero civico 155 vi sono i ruderi di quello che fu il palazzetto Corio, una costruzione quattrecentesca tra le piu' antiche, che erano arrivate i tempi nostri, delle case patrizie di Legnanello. Una serie di crolli (il primo si era verificato nel 1968 ed altri due si ebbero nell'estate del 1971) ha decretato irrimediabilmente la fine del palazzetto. Di salvabile e' rimasto solo 18 colonne in sarizzi con capitelli molto lavorati che potranno essere inseriti in una nuova costruzione in loco, tanto per richiamare alla memoria l'edificio rinascimentale.
Vissuti a Legnano dall'inizio del XV secolo, i Corio avevano acquistato la parte piu' antica del  palazzetto, cioe' appunto quella risalente al 1400, da una delle famiglie nobili Lampugnani.
I Corio di cui trattasi, erano maestri intagliatori in Legnano e imparentati con il grande storiografo Bernardino Corio. Anzi sembra che costui, proprio in quella costruzione, non solo scrisse ma anche stampo' al "torchio" la sua storia di Milano. Nella chiesa di San Magno risulta, in una lapide esistente, che i fratelli, Antonio e Vincenzo Corio, avevano eseguito gratuitamente molti lavori al tempio. Tale lapide era stata posta nel 1511 dal figlio Bernardino di Antonio in omaggio al padre e allo zio. I due Corio intagliatori vissero dal 1435 al 1495 e dal 1443 al 1511 Vincenzo. All'epoca del censimento del 1594 erano segnalate in Legnano tre famiglie Corio e non si sa quali fossero i discendenti diretti dai primitivi proprietari del palazzetto Corio. Nello stesso censimento risulta che nella casa in questione abitava il notaio Jacopo Lampugnani, figlio del senatore Francesco con la moglie Veronica Meraviglia, i suoi quattro figli e la domestica. Egli era segnato proprietario della casa stessa ed evidentemente che era stato lui ad aggiungere nella prima meta' del 1700 altre due ali di costruzioni in fondo verso l'Olona a sinistra entrando dal Sempione. Era stato cosi' creato un punto d'unione alla casa originale quattrecentesca che aveva il colonnato su due lati, realizzando un cortiletto quadrato che offriva un bel colpo d'occhio. La casa Corio originale era ad un sol piano e conteneva una doppia fila di locali. Il porticato ricco, come abbiamo detto, di 18 colonne rotonde in sarizzi, aventi capitelli in esecuzione un po' pesante e rozza a scudetto, era ad "L" secondo il concetto classico creativo del 1400. Il soffitto del porticato era a travetti lavorati a cassettoni in vista ma di semplice fattura e di nessun pregio.
In questa costruzione vi erano affreschi e camini in molera ed una parte di questo materiale era stato ricuperato oltre cinquanta anni fa e fu trasferito al Museo Civico. Tra tale materiale una Madonna ritta con in braccia il Bambino, un San Cristoforo pure con il bambino (che a prima vista potrebbe apparire di epoca precedente al XV secolo, perche' in stile bizantineggiante) i quattro dottori della Chiesa in riquadro, contornati da bordatura uso cornice. Il tutto e' stato riportato su tela col sistema dello "strappo". Molti affreschi non e' stato piu' possibile recuperarli nemmeno in fase di trasferimento avvenuta nel 1930, allorche' era stata abbattuta una fila di locali verso il "Sempione" per una profondita' di circa cinque metri e mezzo per necessita' di ampliamento dell'arteria. Era stato lasciato l'arcone di ingresso in mattoni cuneiformi. Doveva esserci anche una bella finestra  bifora che si affacciava all'interno del cortile, ma non ne e' stato piu' possibile ritrovare traccia. Nei successivi passaggi di proprieta' la residenza dei Corio pervenne dal notaio Lampugnani alla fondazione Barbara Melzi, nell'epoca in cui era diretta da donna Giulia Amigazzi.
Dall'Istituzione venne poi rilevato questo complesso edilizio, insieme ad altri lungo il sempione, dalla famiglia Mocchetti di San Vittore Olona e successivamente venduto ad una societa' immobiliare che ha gia' fatto iniziare i lavori di demolizione nell'intento di una successiva ricostruzione per ridonare al palazzetto la foggia primitiva.
 
 
 
La casa Torre detta anche "Colombera" era situata tra corso Garibaldi e l'attuale via De Gasperi all'altezza della chiesa di San Domenico. Dovrebbe essere stata costruita originariamente come casa di caccia nel XV secolo e per lungo tempo usata dal senatore Francesco Lampugnani e pervenuta quindi ai pittori fratelli Lampougnani.  Si tratta di una modesta costruzione a due piani della quale rimane in piedi soltanto il corpo centrale a foggia di torre, da cui il nome. Al piano inferiore vi e' un locale principale di quattro metri per otto, preceduto da un angusto ingresso. Al piano superiore vi sono due locali di pari dimensioni che avevano le pareti totalmente affrescate e purtroppo i dipinti hanno risentito nel tempo delle pessime condizioni ambientali e per carenza di manutenzione dello stabile, in parte sono andati perduti.  Pure in pessimo stato e' il camino che esiste nel primo locale sulla sinistra per chi vi accede.
La "Colombera" appare come un perfetto parallelepipedo molto armonico nelle sue proporzioni e rappresenta uno dei pochi edifici di epoca rinascimentale che restano a Legnano (un altro purtroppo crollato per l'incuria e l'abbandono, e' la casa Corio in Corso Sempione).
Gli ultimi proprietari dell'edificio monumentale detto "Colombera", famiglia Landone di Castellanza, dimostrando profonda sensibilita' e volendo che questa storica costruzione restasse patrimonio pubblico, recentemente ne hanno fatto donazione all'Amministrazione Civica a condizione che la stessa si fosse assunta gli oneri dei restauri degli affreschi che ancora e' possibile salvare.
Le autorita' comunali, anche in seguito all'intervento della Societa' Arte e Storia, si erano impegnate pure a conservare, nella posizione in cui si trova, l'edificio il quale potra' essere visibile allorche' sara' aperta la progettata strada parallela a Corso Garibaldi e che partendo da corso Italia all'altezza di largo Seprio, si innestera', nel lato opposto, alla via Marconi.
Con la sorveglianza della Sopraintendenza alle gallerie e agli edifici monumentali, la dottoressa Enrica Bernasconi ha proceduto recentemente allo "strappo" degli affreschi recuperabili della "Colombera" e una volta restaurati, dovrebbero essere ricollocati nella primitiva posizione.
 
 
 
Una delle istituzioni legnanesi piu' antiche e' certamente l'ospizio di San Erasmo che se non addirittura fondato, fu certamente riorganizzato da Bonvesin della Riva, un frate terziario dell'ordine degli Umiliati. Su questo monaco, dopo aver tracciato qualche cenno storico dell'istituzione, ci soffermermo piu' oltre in quanto la sua personalita' e' degna di considerazione e lego' gran parte  della vita del borgo di Legnano contribuendo a sviluppare quello che puo' essere considerato a buon ragione il primo luogo di cura ed assistenza per poveri infermi esistente in tutta la zona.
E' comprovata l'esistenza di un ospizio nel luogo dove sorge l'attuale edificio, ancor prima del 1313. Lo si desume da un testamento dello stesso monaco datato 13 ottobre 1304 a rogito del notaio Gabrio da Vegenzate che reca un codicillo del 1313.
Con esso Bovensin della Riva designava erede dei suoi beni l'ospedale della Colombetta di Milano con determinati obblighi a carico dei frati dell'ospizio.
Qualcuno indica come fondatore non Bevensin della Riva ma il nobile Domenico Vismara sepolto in San Francesco a Milano; una asserzione questa che non si fonda pero' su documenti probanti. Piuttosto si sa di certo che l'ospizio venne potenziato nella seconda meta' del 1400 dal patrizio legnanese Gian Rodolfo Vismara.
Nel punto in cui sorgeva la primitiva costruzione del San Erasmo, piu' anticamente esisteva certo una importante stazione di cavalli con relativo ospizio. Ma forse possiamo andare ancora piu' lontano a ritroso nel tempo. In un documento del 789 si parla di un possedimento in Legnanello del monastero di San Ambrogio; per non risalire addirittura ai ritrovamenti archeologici a ponente della vecchia costruzione ad una trentina di metri di distanza dalla stessa, ritrovamenti dei quali ci ha lasciato ampia descrizione l'ingegner Sutermeister. Alcuni di tali reperti sono conservati nel Museo Civico.
Il Vetusto edificio dell'ospizio era di pura foggia duecentesca ed aveva pareti copiosamente affrescate all'esterno per mano di artisti ignoti. Aveva il fronte sulla statale del Sempione a destra in allineamento con l'attuale chiesetta omonima costruita nel XVII secolo. Prima dell'abbattimento della vecchia costruzione ed esattamente nel 1925 fu possibile eseguire uno "strappo" di alcuni degli affreschi recuperabili. Essi figurano ora parte nel Museo Civico "Guido Sutermeistr", tre presso l'Amministrazione dell'Ospedale Civile ed uno e' rimasto, quasi a ricordarne la primitiva ubicazione, in una parete della chiesetta di San Erasmo dove si conserva anche una pregevole pala di altare attibuita a Benvenuto Tisi, detto il Garofalo.
Gli affreschi della cappella maggiore sono di Antonio Turri.
La chiesetta venne rinnovata e in parte trasformata nello stesso periodo della costruzione del nuovo ospizio, per la munificenza di un illustre legnanese scomparso, il comm. Fabio Vignati, per quasi 10 anni sindaco della citta'.
Una Lapide in granito murata sulla facciata della chiesa contiene due date: il 1677 (alla quale si fa risalire l'epoca di edificazione del tempio) e il 1927 anno in cui termineranno le opere di restauro e di sistemazione della chiesetta che ora e' parrocchia con giurisdizione dell'ospedale civile, sull'ospizio dei vecchi e sul centro di rieducazione per mutilati del lavoro e traumatizzati.
 
 
 
(corso Sempiome angolo Via Candiani)
Istituzione assistenziale risalente a Bonvesin della Riva (fine del 1200) che di certo la riorganizzo' e la benefico'. L'edificio originario - affrescato esternamente - fu sostituito nel 1927 con l'attuale per contribuzione dell'industriale Fabio Vignati (busto nel cortile; sindaco poi podesta' fascista in Legnano nel 1923 1932). 
Luogo di riposo e cura per gli anziani poveri.
Annesso, l'oratorio: piu' volte rimaneggiato, ricostruito nel 1927, dedicato al martire Erasmo (mitico protettore dei marinai sotto il nome di San Elmo). In facciata, targa di bronzo con rilievo della battaglia; all'interno, pala del 1500 con Vergine della Rosa, bambino e San Ambrogio e Magno; con poco fondamento attibuita al Garofalo. In canonica, Processo di San Erasmo: affresco staccato dall'esterno del primitivo ospizio, in mediocre stato.
 
 
 
 
Vi erano scarse notizie sul fondatore dell'ospizio di San Erasmo "fra Bonvesin ke sta in borgo legnian" (come si legge in un antico manoscritto) e dove aveva abitato per quasi tutta la sua vita.
Attraverso alcune sue opere letterarie diffuse una luce intellettuale e libera del nostro medioevo. Fu tra l'altro l'autore di un trattato di galateo "De quinquaginta curialitatibus ad mensam" e di un "tractato dei mesi" con spunti di carattere sociale. Inoltre scrisse alcuni poemetti ed alcune laudi a sfondo religioso. In alcune sue opere espone concetti con una indipendenza di giudizio che meravigliano in un maestro del XIII secolo. Le sue opere sono scritte in un volgare settentrionale indefinito che e' comunque piu' elegante di quello di Pietro di Bascape', il secondo dei piu' antichi poeti di Legnano. Odiatore dei prepotenti, li sferza con la satira arguta e narrando di leggende miracolose evoca il diavolo facendolo discutere con la Vergine, una ardita liberta' di pensiero per quei tempi che forse a Roma gli sarebbe costata il rogo degli eretici.
Anche se visse per la maggior parte della sua vita a Legnano, Bonvesin della Riva era natio a Milano. Come abbiamo detto era un frate umiliato del terzo ordine: de ordine tertio Humiliatorum, dice l'epigrafe, doctor et magister, cioe' dottore in grammatica e maestro. Gli scolari convenivano in casa sua, a Porta Ticinese, nella quale impartiva l'insegnamento, e le sale erano molto opportunamente arredate di cathedra, bancho, asseres,et vassa et utensilia.
Gli scolari non erano puntuali purtroppo al pagamento delle lezioni e gli lasciavano i libri in pegno: ed egli nel testamento del 18 ottobre 1304 lasciava in dono quei libri ai frati dell'ospedale della Colombetta di Milano. L'esser frate umiliato non vietava le nozze: E Bonvicino prese non una moglie, ma due, ed entrambe seppelli'. La prima si chiamava Madonna Benghedisia e doveva avere, al pari del marito, un cuore buono e largo, perche' da un istromento del 2 febbraio 1290 risulta che i frati dell'ospedale della Misericordia, sito a Porta Ticinese, sotto la parrocchia di San Michele della Chiusa, avendo bisogno di 200 lire, libras ducentas tertiolorum, le chiesero ai coniugi che loro le donarono a patto di avere ogni anno, vita durante, dodici moggie di misura di segale e miglio.
Poco dopo Benghedisia mori': e Bonvesin impalmo' madonna Florimonda. Nel testamento del 1304 egli si raccomanda che dicano delle messe per l'anima della prima consorte.
Florimonda doveva essere piu' giovane del frate poeta, alquanto vecchiotto, tantoche' aveva timore che ella passasse a seconde nozze. Infatti lasciando erdi i poveri vergognosi di Milano, pauperes verecundi, assegnava l'usufrutto dei suoi beni alla moglie si custodierit lectum meum, perche' altrimenti statim perveniant mea bona dictis pauperibus. La povera Florimondfa costodi' cosi' bene il letto di Bovensin che vi mori' prima di lui; e il 5 gennaio 1313 il dottore, vecchio ed infermo, sener et eger corpore, pieno di malinconia, detto' il suo ultimo testamento, confermando eredi i poveri vergognosi di Milano, incaricando i frati dell'ospedale della Colombetta di distribuire loro le rendite e i beni.
Ma non parla piu' di nessuna delle due mogli: e raccomanda di dir delle messe solamente per l'anima sua. Racconta del monumento che egli stesso fece erigere nel convento dei frati minori di San Francesco; volo ut corpus meum sepeliatus in monumento quod feci fieri in domo fratum Minorum Mediolani.
Nel suo epitaffio si legge che fu il primo a fare suonare le campane dell'Ave Maria in Milano e nel contado: qui primo fecit pulsari campanas ad Ave maria in mediolani et Comitatu; nel suo ultimo testamento assegnava un lascito ai francescani per sostenere le spese delle campane che si dovevano suonare ai funerali suoi.
Nello stesso epitaffio e' detto che costrui' l'ospedale di Legnano, ma vi e' motivo di credere, secondo i testamenti, che abbia solo finanziato l'ospizio di San Erasmo gia' esistente, tanto che i frati dell'ospizio stesso erano tenuti a pagargli un canone annuo di 100 soldi, per il quale, dopo la sua morte, dovevano cantare una messa tutte le domeniche in suffragio dell'anima sua.
 
 
 
Quando francesco Maria Sforza, ereditato un ducato abbastanza fragile, si accinse con Oldrado Lampugnani a rinsaldarne i confini, Legnano era borgo agricolo con alcune dimore nobiliari, vuoi permanenti, vuoi solo sedi estive di famiglie milanesi.
Tra tutti i cognomi legati a nobili origini, i piu' frequenti, presenti in citta', erano due: primo fra tutti quello dei Lampugnani, possessori gia' dall'anno mille di alcuni terreni e rendite in Legnano. Il secondo casato importante per rango (anche se non per numero di parenti) era quello dei Vismara o "Vicemala",
la cui stirpe era iniziata nell'anno 1043. Di questa dinastia e' testimone prezioso uno stemma ideato da Gian Rodolfo Vismara per la sua dimora in Legnano.
Nella simbologia araldica si vede un mattone (indice di prima pietra di fondazione) con la data A043(non e' 0 ma un cerchio barrato) sorretto da due mani.
A queste due famiglie appartenevano i palazzetti signorili quattrocenteschi che piu' si distinguevano, per nobilta' di materiali ed eleganza di forme, del nostro borgo alquanto spoglio.
Le dimore piu' belle risalenti al XV secolo sono purtroppo andate perdute nel 1800 ed agli inizi del nostro secolo. Abbandonate dagli antichi proprietari, basse come ricettivita' abitativa, talvolta considerate ostacoli agli immancabili allargamenti stradali, scomparvero ignorate dai Legnanesi e dalle autorita' preposte ai beni ambientali, per lasciare posto ad una veramente squallida serie di edifici sia abitativi che industriali.
A titolo riassuntivo ricordiamo la casa di Gian Rodolfo Vismara in via del monastero (ora Corso Italia ove e' sita l'oreficeria Bolchini). Questa dimora, ampliata nel suo lato destro a formare il monastero di S.Chiara, poi pellagrosario, per volonta' di G.Rodolfo, era impostata su due piani di fabbrica. Al piano terra, verso il cortile, vi erano grandi archi a sesto acuto sostenuti da pilastri.
Tutto intorno al cortile un ballatoio sul quale finestre e porte ogivali con bei motivi di cornice in cotto facevano mostra di se'. Quattro camere, delle quali una sala da ballo lunga dodici metri, erano tutte affrescate.
Il motivo comune delle decorazioni era una grande fascia ornamentale arricchita con gli stemmi di tre famiglie nobili (Vismara - Corio - Crivelli) accanto ai ritratti dei membri della famiglia.
Ritratti e stemmi erano alternati con putti seduti a cavalcioni su festoni di foglie. Gli affreschi strappati grazie all'intervento dell'ing. Sutermeister e del pittore G.Turri sono oggi al museo, unico documento della Legnano del 1400. Vi si vedono signorotti e loro consorti, agghindati con vestiti di foggia medicea, con capelli lunghi accuratamente arricciati. Le signore sono ingioiellate con acconciature racchiuse in veli, nastri e spille appariscenti. Alcuni signorotti portano copricapi alla Robin-Hood o a pan di zucchero. Si notano velluti lavorati e motivi rinascimentali a rilievo, giubbini canettati, grandi maniche a sbuffo tagliate sui fianchi. Aggiungasi qualche scollatura femminile audace e tanta ingenuita' rappresentativa, con i personaggi sempre di profilo. I ritratti sono tuttavia molti ed osservati con attenzione ci danno un'idea del tipo di personaggi che si aggiravano per Legnano: Un poco campagnoli, con vestiti molto colorati ed in leggero ritardo sulla moda di Roma o Firenze, la spada al fianco, la sicurezza data dal benessere delle campagne coltivate a vite e dal lavoro dei mulini. Vengono in mente certe gustose ricostruzioni cinematografiche della Verona di Giulietta e Romeo.
L'esterno della casa era in mattoni, con finestre ogivali al piano primo, mentre a piano terra le aperture erano protette da inferiate di notevole spessore. La demolizione ha rispettato solo parte del chiostro del convento annesso alla casa nobiliare. Le colonne in pietra con i capitelli quattrocenteschi di arenaria a sostegno delle arcate sono ancora visibili dal portone di corso Italia; un motivo ricorrente di tutte le dimore "da nobile" edificate in Legnano.
Questi palazzotti infatti si sviluppano tutti con identica fisionomia. In genere sono a due piani e formano un angolo con un lato colonnato al piano terra. A questo angolo, composto dai due corpi della casa principale, corrispondono poi due lati con l'orto e le case rustiche. Si crea cosi' al centro un cortile corredato da pozzo per l'acqua.
Tale tipico impianto architettonico era presente anche nella casa Lampugnani di via Garibaldi n.10. (ex libreria Bizzarri), nella casa Vismara di via Garibaldi n.37, nel maniero Lampugnani di Legnanello edificato da Oldrado II, demolito anch'esso e poi ricostruito in altro luogo ed adibito a museo.
Sempre a cortile chiuso erano anche la piu' tarda casa Corio di via Sempione, ora inglobata da un moderno edificio, tutta affrescata sia all'interno che sulle facciate del cortile, con colonnato su due lati; nonche' la casa Vismara presso la chiesa di S.Agnese poi demolita per far posto all'edificio della Banca di Legnano e dell'Ufficio Postale del 1930, in via Crispi. Queste dimore per lo piu' erano edificate con il mattone forte. Quando il censo dei proprietari non era eccelso, ad alcune file di mattoni si sostituivano ciotoli cavati sul posto, con l'intento poi di intonacare i muri stessi. Questo fenomeno si acui' in particolare modo dopo il 1600. Infatti, con la dominazione spagnola, finirono anche le dinastie dei Lampugnani importanti e dei loro parenti Vismara. Legnano vide affievolirsi i contatti con Milano e pian piano si trasformo' in una semplice comunita' agricola. Molti palazzetti furono lasciati a contadini e massari, che modificando le finestre e gli ambienti, li resero ruderi irriconoscibili.
Da questo declino e travisamento architettonico nacque la non conoscenza dei veri valori artistici degli edifici e la decisione di farli scomparire. Infatti a parte l'edificio lungo il Sempione, demolito e ricostruito a fungere da museo, che fu di Oldrado Lampugnani e del quale si era gia' parlato nella prima parte, a parte un piccolo pezzo della casa Corio, ormai rovinatissima e lasciata volutamente crollare nel 1968 e 1971, non esistono piu' dimore signorili cinquecentesche in Legnano.
Parlare di case e conventi e' quindi esercizio di ricostruzione letterario-storica, significa evocare fantasmi. Unico esempio dell'architettura civile del XV secolo in Legnano rimane una strana costruzione, interna ad un cortile vecchio, prospiciente corso Garibaldi, all'altezza della chiesa di S.Domenico, e denominata da sempre in Legnano cola "La Colombera".
Essa fu concepita come una torricella rettangolare in pianta e con tre soli ambienti, uno al piano terra e due piu' piccoli al primo.
Le dimensioni di circa m.4x8 fanno escludere un uso come abitazione, tanto che il piano terra era in origine aperto a porticato, e l'apertura, sorretta da un architrave, da un lato era sostenuta mediante una colonna in pietra arenaria, di forma ottagonale, ancor oggi visibile inglobata nei nuovi muri di chiusura.
Le pareti dei locali superiori erano completamente affrescate ed una delle due stanze di m. 4x4 porta al centro della parete di fondo un caminetto largo circa m.1. Tra gli svariati affreschi delle pareti (oggi tutti strappati e purtroppo  non ricollocati in luogo) oltre a scene, riprese come soggetti da stampe pubblicate dagli editori "da Legnano", compaiono nel fascione superiore molteplici stemmi e cartigli. Fu proprio grazie a questi cartigli che, nel 1937, l'ing. Sutermeister riusci' a scoprire a chi era appartenuta la casina. Il titolare della proprieta' era un Lampugnani sposato De Sesti (la cui pezza araldica e' il compasso) e piu' precisamente un senatore Giovanni Donato Lampugnani, sposato a Lucia De Sesti, che abitava a Milano.
La casina gli serviva quindi per brevi soggiorni in Legnano, e certamente, stando ai soggetti riprodotti negli affreschi, le riunioni che qui si tenevano dovevano essere fatte in occasione di battute di caccia eseguite nelle brughiere. Anche il piano terra ed alcune parti delle facciate presentavano affreschi molto deteriorati e poi scomparsi. In facciata si aprivano solo una porta ed una finestra ad est e tutto l'edificio assumeva un aspetto piu' di piccola fortezza che di casa. Anche il motivo del cornicione a mattoni sfalsati ricorda un poco quelli dell'antica casa fortificata a sud del castello di S.Giorgio, sita in comune di Canegrate.
Le affrescature di questo piccolo gioiello rinascimentale, ormai unico e orfano in una Legnano  troppo disattenta al suo passato storico, sono ascrivibili ad una mano molto giovane di un pittore Gian Giacomo. Forse quando egli ancora abitava in Milano, era stato contattato dal senatore Lampugnani, perche' gli abbellisse la dimora di caccia. Certo molte ingenuita' pittoriche e la copiature delle stampe dei "da Legnano" pongono in dubbio questa attribuzione. Tuttavia, qualche decennio dopo il 1550 vedremo che la stessa proprieta' verra' in possesso dei pittori Lampugnani di Legnano ( Francesco e Giovanni Battista), i quali eano proprietari di una bella casa demolita (ancora una volta) nel 1970, proprio di fronte alla "Colombera" lungo via Garibaldi ed a fianco della chiesa di San Domenico.
Costruita con lo schema classico ad elle, in modo da formare un cortile quadrato al centro, questa dimora dei pittori Lampugnani presentava  sull'esterno una stupenda serie di finestre ogivali con pregevoli cornici in cotto lavorato. I muri della facciata intonacati a causa della struttura a mattoni irregolari, erano tuttavia ornati con affreschi dedicati, poi scomparsi per corrosione atmosferica.
Le finestre vennero poi in parte salvate e reinserite in facciata moderna. Le stanze interne variamente  affrescate dai pittori Lampugnani stessi,  subirono invece gli insulti del piccone e la totale ignoranza degli ultimi abitanti. Solo alcune scene strappate si sono salvate e restano in custodia di privati.
Sono quindi estremamente esigui  reperti antiche che ci legano al borgo del 1400 - 1500 essendo state numerose ed indiscriminate le demolizioni di cui, per inspiegabili motivi, le sovraintendenze mai si opposero. Eppure se si dovesse fare un bilancio economico culturale, in tutta la storia, mai a Legnano conobbe uno splendore di vita come in quegli anni. Vigne estesissime e feconde, mulini costantemente all'opera non solo per macinare grano altrui, ma per tagliare legna, tornire, fabbricare carta, battere le foglie d'oro e d'argento per gli orafi. (Mulino Vismara 1450 1460), nobilta' ai massimi vertici delle signorie, produzioni artistiche di ottimo livello, sono tema quotidiano del vivere legnanese di allora. La basilica di San Magno rimane oggi unico testimone di una fierezza e cultura incredibilmente affinate.
 
 
Un altro maniero, oltre a quello visconteo di "San Giorgio", esisteva ad un tempo in quel di Legnanello e fu costruito nel XV secolo su una proprieta' acquistata da Oldrado Lampugnani insieme con il suo fratello Maffiolo che aveva sposato una componente della nobile famiglia dei Crivelli, dai consorti Vismara di Dairago. L'atto di acquisto datato 9 maggio 1419 a rogito del notaio Lorenzo Martignoni e' tuttora conservato tra i documenti dell'archivio dell'Ospedale Maggiore di Milano. In tale istrumento si parla di una "Casa Magna in contrada di mezzo a Legnarello vicino alla chiesa". Non e' precisato se si trattasse di un vero e proprio maniero o di una residenza di campagna, tuttavia doveva trattarsi di un edificio di ottima fattura dato che l'Oldrado lo adibi' subito a sua dimora, e lo cedette poi al fratello Maffiolo quando sposo' la Crivelli.  Nel salone che figurava al piano superiore, gli stemmi della famiglia Lampugnani e quello dei Crivelli si fronteggiavano su due pareti ed erano inseriti nella fascia ornamentale che caratterizzava l'intero palazzo.
Il palazzotto e' stato fedelmente riscostruito allorche' venne abbattuto negli anni venti in corso Garibaldi angolo via Mazzini per accordi intervenuti tra la Sovraintendenza ai Monumenti e l'Amministrazione Comunale di allora. L'edificio che ora e' sede del Museo Civico "Guido Sutermeister", riproduce fedelmente ogni particolare architettonico e pittorico l'antico maniero dei Lampugnani compresa la loggetta del primo piano ed il porticato con le stesse colonne provenienti dal maniero. Sono stati anche riportati nel ricostruito fabbricato alcuni affreschi che ornavano l'esterno della "Casa Magna" di Legnanello. Inoltre sono conservati frammenti di "strappi" provenienti dal maniero  ed anche in ottimo stato di conservazione, ed opportunamente restaurati durante il periodo di cui ha diretto il museo la prof.ssa Adriana Soffredi, alcuni rosoni di ritratti di componenti delle famiglie dei Lampugnani e dei Crivelli.
Tra questi un ritratto di dama che doveva essere proprio Giovanna Crivelli, moglie di Maffiolo Lampugnani.
Il Museo Civico e' stato via via arricchito con materiale artistico e con preziosi reperti di epoca romana e pre-romana.
Notevole e' anche la collezione di affreschi del Museo provenienti dalle demolizioni, operate nel ventennio che precedette l'ultima guerra mondiale, di molte case patrizie, tra cui casa Vismara, abbattuta nel 1932, casa Corio demolita nella parte antistante il porticato nel 1930 per ampliare la strada del Sempione, dalla chiesa di Santa Maria del Priorato (via Palestro), della chiesetta Santa Maria Annunziata, che era sita in corso Sempione 47 (vecchia numerazione), della chiesa del Convento di Santa Caterina degli Umiliati (XVI secolo) esistente tra via del Lampugnani e via Diaz ed abbattuta ancor prina che su quel terreno venisse costruito l'ex stabilimento Dell'Acqua.
Ultimamente il Museo Civico e' stato restaurato ed abbellito ed ha trovato una sistemazione molto razionale studiata dal prof. Mirabella Roberti, sovrintendente delle antichita' della Lombardia, la loggetta che accoglie la collezzione degli affreschi. L'edificio del Museo cosi' permette  di conservare ai posteri la memoria dell'antico maniero di Oldrado lampugnani.
A Proposito di questa ricostruzione l'ingegner Guido Sutermeister in una delle "memorie" della Societa' ed Arte e Storia annota: "artisticamente e storicamente e' stato un delitto distruggere tale maniero; Il Comune che nel 1927 fu l'artefice dell'operazione, spese per la ricostruzione piu' del doppio di quanto poteva occorrere per l'acquisto e per un decente ripristino in luogo dello stabile tanto interessante". Un acquarello dell'ottocento dipinto da Gioseppe Pirovano, non contiene identificazioni certe per l'identificazione di quell'angolo di legnano. Forse la casa, secondo una ipotesi avanzata anche dallo studioso Sutermeister, era situata in via Lampugnani. Di conseguenza la facciata della chiesetta sullo sfondo poteva essere una di quella delle tre allora esistenti in via Sempione (anche se non concordavano le linee architettoniche rilevabili) e cioe' nativita' di Santa Maria Vergine, piu' comunemente chiamata "Madonnina", Santa Maria Annunziata, infine la Cappella di Santa Maria della Purificazione (ricostruita nel 1603 ed oggi appartenente all'istituto Barbara Melzi) e della quale ultima si fa cenno in una bolla papale del 1541. Tale bolla sta a confermare l'esistenza di una chiesetta ancor piu' vecchia sul luogo dove ora sorge Santa Maria della Purificazione. Il tempietto, piu' recentemente, e' stato dedicato a Santa Rita.
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Nell'attuale Corso Magenta, gia' via Porta di Sotto, esisteva un tempo un grazioso voltone, ritratto da Giuseppe Pirovano in un dedicato accquarello conservato nel Museo Civico., che collegava il palazzo di Ottone Visconti alle case della Curia Arcivescovile Milanese noto come "palazzo di Leone da Perego", arcivescovo che ne ordino' la costruzione. Sulla destra, volgendo le spalle al voltone, vi era l'ingresso del palazzo Arcivescovile (oggi sede dell'asilo infantile e che ospito' anche la Famiglia Legnanse) rimasto integro almeno nella parte superiore con la lapide ben conservata. Ai lati figuravano due affreschi uno (a destra) riproduceva una figura sacra e l'altro (a sinistra) lo stemma arcivescovile.
Appunto nel palazzo dirimpetto, quello che ospitava la mensa arcivescovile, sempre in corso Magenta e all'epoca contrassegnato con il  numero civico 2, era installato il famoso camino di Gian Giacomo Lampugnani, trasferito nel 1917 al Museo dove figura oggi nel salone principale. Sul camino sono effigiate le iniziali del pittore e lo stemma araldico di famiglia. E' probabile che il Lampugnani nel periodo in cui curava i lavori e gli affreschi in San Magno avesse abitato appunto in questa casa (abbattuta allorch'e' venne costruito il complesso INA). Attraverso il voltone, l'artista poteva raggiungere al coperto e, senza attraversare via Porta di Sotto, la basilica di San Magno.
 
 
La zona piu' antica di Legnanello doveva essere quella situata lungo il tratto del "Sempione" compreso tra via Lampugnani e l'attuale via Cantoni (un tempo chiamata via Pomponio).
Era questo il XV secolo un rione occupato da un gruppo di famiglie nobili inparentate tra loro e che facevano capo ai cavalieri Lampugnani ed esattamente al ramo propriamente detto dei "cavalieri di Legnanello".
Essi aveva costituito in questa contrada una sorte di roccaforte. particolarmente temuta e difesa da armigeri e "bravi" i quali spesso si rendevano autori di episodi di crudelta'.
Avevano instaurato un vero e proprio pedaggio per chi avesse voluto transitare in quel punto della importante strada carrata che da Milano conduceva verso i confini francesi.
Durante il dominio della dominazione spagnola si erano accentuate le angherie i soprusi dei cavalieri Lampugnani, ribelli al Governo Spagnolo e forti della loro parentela con i Lampugnani ben piu' potenti e proprietari del castello visconteo e dei beni annessi. Gli armigeni facevano capo al maniero che era situato alle spalle della residenza vera e propria dei Lampugnani (nella prospiciente strada del Sempione) ed esattamente lungo il vicolo Scaricatore. L'antico ponte di pietra che collegava Legnanello all'abitato di legnano, collegava con il mulino di Conte Prata. Era chiamato ponte "scaricatore" perche' situato nei pressi di uno sbarramento (scaricatore) che regolava la discesa dell'acqua all'Olonella.
) Nella storia di Legnano, manoscritta nel 1892 dal Pirovano, egli descrisse che era addivenuto popolare il detto "Passaa Lignan e Castelansa, se pol anda' fin in Fransa", per testomoniare come se fosse pericoloso in transito in questo punto obbligato  della grande arteria gia' allora di importanza internazionale. Sui due lati della strada carrata, rimasta caratteristica con le due guide al centro del selciato fino al 1928, allorche' si completo' l'allargamento e la sistemazione della stessa arteria, si trovavano le dimore dei Corio e piu' a est una casa rustica ora demolita  nella quale era stato staccato un affresco raffigurante l'Annunciazione e datato 1492, ora conservato nel Museo Civico.
Anche questa, anticamente, doveva essere abitata da qualche nobile del ramo dei Lampugnani o forse era collegata con la successiva casa che appartenne ad Andrea Lampugnani marito di Isabella Riva. Tra le due case vi era una chiesetta appunto chiamata chiesa dell'Annunciata. Faceva parte delle stesso complesso di edifici l'antica "Ostaria della Madonna" che resta tuttora nello stesso punto di fianco alla Galleria d'Arte Internazionale del pittore Giovanni Cozzi.
Dalla parte opposta della strada nazionale le costruzioni della proprieta' del conte Francesco Melzi (oggi Istituto Barbara Melzi) sono conservate su questo lato cosi' come si rappresentano nel 1880. Di fronte al palazzetto Corio vi e' una chiesetta dalle linee graziose con il caratteristico portico a cancellata in ferro, sorta nel 1603. Vi sono nel prebiterio affreschi dei pittori fratelli Giovanni Battista e Giovanni Francesco Lampugnani.
La chiesetta fu edificata sulle vestigia di una cappella ancor piu' vecchia e che pare fosse stata costruita su invito di San Carlo Borromeo in visita pastorale a Legnanello.
Dell'esistenza di un tempio fin dal XVI secolo nella stessa ubicazione abbiamo trovato una conferma diretta in un documento che abbiamo avuto in riproduzione fotografica, dopo le nostre ricerche, nell'archivio segreto del Vaticano (registro Vaticano 1556, foglio 204 - 1540).
Si tratta di una minuta manoscritta di una bolla papale con la quale l'allora pontefice Paolo III, Alessandro Farnese, concedeva ad Andrea Moroni, nobile legnanese, i benefici gia' tenuti dal defunto rettore Melchiorre Bossi. Il Moroni veniva provvisto della cappellania di Santa Maria della Purificazione nel borgo di Legnano. La Bolla reca la data del 15 dicembre 1547.
E cosi', per altri tecentocinquanta anni la chiesa della Purificazione, era annessa alla proprieta' dell'Istituto Barbara Melzi e dedicata a Santa Rita, fu utilizzata come chiesa parrocchiale; fino a quando cioe' don Gerolamo Zaroli face costruire la chiesa del Redentore su progetto dell'architetto Cecilio Arpesani di Milano e consacrata dall'arcivescovo Cardinal Ferrari il 30 novembre 1902.
L'edificio dove ha sede attualmente l'Istituto delle Suore Canossiane era una vecchia casa di campagna del conti Melzi che avevano la loro residenza abituale in via Borgonuovo in Milano e dove trovo' poi sede l'Accademia Scientifica. La costruzione legnanese e' realizzata secondo la tipica architettura lombarda. Nell'istituto sono conservate pregiate tele dell'1800 romantico autori Boldini, Fattori, Dolci, Hayez. Vi e' inoltre una ricchissima e rara biblioteca con pregevoli prime edizioni, incunaboli, manoscritti e pergamene miniate.
Proseguendo verso est sul Sempione troviamo la chiesetta di Santa Maria Nascente, piu' nota oggi come la chiesa della "Madonnina". Risale al 1600 sul progetto dell'architetto Richini che aveva voluto realizzare una architetture di stile barocco-lombardo.
Nella chiesa si conserva una tela attibuita a Stefano Legnani, detto Legnanino.
Il Cardinal Sfrondati di Cremona che nel luglio del 1586 esegui' per conto del papa Gregorio XIII una inchiesta in seguito al trasferimento della prepositura di Parabiago, descrivendo Legnanello lo defini' "una contrada solo lunga un'archibugiata" cioe' trecento metri circa. E' certo che questo comunque era uno dei due nuclei piu' antichi di Legnano fin dall'epoca romana ed e' il rione che piu' ha conservato rispetto ad altri le sue tradizioni. E' puntuale ogni anno, il 2 febbraio, la festa della Purificazione detta del "caru mi, caru ti", che a un tempo assumeva aspetti folcloristici, ma che ora si e' ridotta a una sagra paesana di minor portata e richiamo. Risulta pero' che la festa della purificazione o della "Scigliora", (dalla voce dialettale,) abbia origini antichissime e cioe' da quando Papa Sergio I introdusse nell'anno 687 la cerimonia della benedizione e distribuzione delle candele che si ripete ancor oggi in occasione di tale festivita'.
Prima della costruzione della chiesa della Purificazione la festa si svolgeva nella piazzetta antistante la ormai scomparsa chiesa longobarda di Santa Maria del Pozzo che si trovava lungo l'attuale via Palestro.
La sagra che aveva sempre avuto la caratteristica dei "firuni" di castagne,si trasferi' lungo la via del Sempione che per l'occasione era invasa da bancarelle di ogni tipo ed era ravvivata da centinaia di sandaline.
La denominazione della festa del "caru mi caru ti" era dovuta ad una tradizione che ai nostri tempi e' scomparsa.
Nel Ottocento e nei primi anni del Novecento era in uso in questo giorno alle coppie di fidanzati scambiarsi la promessa del matrimonio. E puntualmente le novelle spose si davano convegno negli anni successivi con le amiche per lo scambio delle impressioni ed e' restato il detto "caru ti,se mi al savevi....". Quelle per le quali il matrimonio si era rivelato un fallimento aggiungeranno "...mai pu' me maridevi.".
Ai tempi nostri la tradizione della festa del "caru mi, caru ti" viene organizzata ogni anno in collaborazione con la parrocchia del Santo Redentore e la contrada di Legnanello e non mancano le tradizionali bancarelle e i pittoreschi venditori ambulanti di cordoni di castagne affumicate che i ragazzi amano portare al collo andandosene orgogliosi per la via del rione come tanti Radames.
Un'analoga sagra che componente essenziale i "Firuni" e' quella che si ripete in occasione di San mauro nei pressi del santuario della Madonna delle Grazie e che la Famiglia Legnnese tramanda gelosamente conservando anche la tradizione che vuole di "San Mavar, pulenta sul tavar".
Sono questi i ricordi di feste popolari che richiamano una gran folla nei piu' antichi rioni della citta' ed alle quali i nostri padri non rinunciavano. Erano allora felici occasioni per lo scambio delle tradizionali quattro ciarle, davano il modo di consumare qualche bicchiere di vino in piu', dal generoso "Bruschetto" allo "squinzano", dal classico "barbera" (e perche' no) al non meno generoso "vinoi dei colli di San Erasmo".
 
 
Gli affreschi che adornavano le case di nobili famiglie legnanesi furono eseguiti, o venivano attribuiti ad un pittore locale, Gian Giacomo Lampugnani, che si ritiene vissuto tra il 1640 e il 1521.
Era discendente di una famiglia del ceppo dei "Signori di Legnano" e dei "Capitani di Legnanello" proprietari per un lungo periodo del castello di Legnano donato nel 1435 con regolare atto ducale ad Oldrado "in premio e soldo delle sue azioni".
La famiglia Lampugnani ebbe antenati illustri anche a Milano.
Un albero genealogico da ricercarsi) pazientemente elaborato da Guido Sutermeister parte dall'anno 852 per scendere fino ai giorni di oggi.
Tornando al nostro pittore, il quale e' legato al massimo tempio della citta' San Magno che fu eretto sotto la sua cura e che fu poi rimaneggiato nei primi anni del 1500, diremo che era figlio di Pietro Antonio (parte pittore anche lui) ed aveva, oltre al fratello Luca, notaio, altri parenti artisti del pennello.
Giangiacomo era oltre a pittore, esperto architetto, terziario umiliato e protonotario apostolico.
Le opere piu' pregevoli di Giangiacomo Lampugnani figurano appunto nella chiesa di San magno. La nuova chiesa ricostruita al completo sulle vestigia del vecchio tempio dedicato a San Salvatore, venne eseguita nei primi anni del 1500, appunto sotto la direzione di Giangiacomo su un progetto che si ritiene ispirato a disegni del Bramante. Qualcuno e' piu' propenso ad attribuire addirittura al grande architetto l'intera paternita' della costruzione. Il Bramante aveva lavorato a Milano nel 1499, prima cioe' di trasferirsi per lungo tempo a Roma e quindi a Napoli. Molte circostanze fanno ritenere che il Lampugnani si sia appoggiato al Bramante, sia direttamente sia con frequenti contatti avuti con il pittore Foppa che lavoro' per la realizzazione del bramantesco chiostro di Santa Maria delle Grazie in Milano.
E' sintomatica anche l'analogia dell'architettura interna della chiesa di SanMmagno con la basilica di Santa Maria della Piazza di Busto Arsizio, notoriamente di scuola bramantesca.
Sono di Giangiacomo la maggior parte degli affreschi della "Colombera", la "Casa Torre" che appartenne ai Lampugnani, ancor oggi esistente nel rione di San Domenico.
Come affrescatore della chiesa di San Magno, i suoi lavori certi furono: tutti quelli che figurano nella cappella detta appunto "dei cavalieri Lampugnani" (a sinistra di chi entra in chiesa); l'andito dell'ingresso prospiciente il sagrato; l'intero cilindro ottagonale con i relativi pilastri ed archi ed infine la stupenda cupola, affrescata a grottesche.
A proposito degli affreschi di San Magno una curiosita': stando ad un contratto stipulato tra la fabbriceria e Giangiacomo Lampugnani datata 2 aprile 1515, per la decorazione della cupola gli veniva assegnata la somma di 180 lire e 80 lire per il cilindro ottagonale. Probabilmente gli affreschi della cappella Lampugnani dedicata a Santa Agnese, erano stati donati gratuitamente dall'artista o eseguiti in collaborazione con altri familiari-pittori.
L'andito di ingresso fu commissionato nel 1517 da un nobile legnanese dell'epoca, Luigi Fumagalli, che ne pago' tutte le spese.
La casa dei pittori Lampugnani esisteva fino agli anni sessanta in corso Garibaldi a fianco allo slargo della chiesa San Domenico. Con tale nome viene anche indicata in un manoscritto sulla storia di Legnano, autore il prevosto Pozzi. da ricercarsi) La costruzione risaleva al XV secolo e un tempo aveva che affreschi della stessa epoca che sono andati completamente perduti in quanto non eseguiti con perfetta tecnica. La costruzione presentava alcune finestre ogivali in cotto che sono state conservate e inserite nell'attuale nuova costruzione, realizzata con linee architettoniche dall'ingegner Guido Amadeo e che ben si adattano al rione di San Domenico che conserva il vincolo di centro storico.
La casa dei Lampugnani figura oltre che in una citazione sull'enciclopedia tedesca del 1876 di Crowe e Cavalvaselle, anche in un racconto di Gerolamo Calvi, membro dell'accademia di Brera.
Si legge testualmente in quest'ultimo "la casa e' ad un sol piano, ma bastamente estesa. Un tempo era interamente dipinta in chiaro-scuro, ad architettura ed ornamenti con qualche figura, una di esse sedente ne rimaneva visibile nella vela dell'arco della porta e sotto  la qual figura si leggevano ancora delle cifre con la firma Giovanni Lampugnano 1494"... "a sinistra della facciata, come in uno scompartimento staccato, era dipinto a colori discretamente conservato, una specie di tabernacolo bramantesco antico come nel bel mezzo un sant'Antonio Abate protettore di quel  borgo". Non che fosse sant'Antonio il patrono di Legnano. Evidentemente si e' trattato di uno svarione del Calvi. Anche lo storiografo Giuseppe Pirovano in alcuni manoscritti che recano la data del 1880 e conservati nell'archivio del Museo Civico cita la casa di via Garibaldi 24 e rileva che sulla facciata "sono segnati trofei d'arte e di scienza e due ritratti, uno del pittore Giovanni Lampugnani e l'altro del notaio Luca, suo fratello e un san Antonio Abate molto ben dipinto con freschezza e forza di colorito".
Il Pirovano trascuro' di precisare che i due medaglioni figuravano sottogronda disposti ai lati dell'ingresso principale della facciata.
Anche se sbiaditi erano visibili fino al 1920. L'anno successivo deve considersi infauso per la storia dell'Arte di Legnano. Infatti l'Amministrazione Civica emise un'ordinanza che evidentemente, nello spirito, venne emanata a fin dei ben per motivi estetici di molte case troppo trascurate dai relativi proprietari. L'ordinanza infatti inponeva di far "bianche tutte le facciate delle case di Legnano".
Molti proprietari di allora non andarono tanto per il sottile e vennero commessi irreparabili danni al patrimonio artistico di piu' di un edificio legnanese. Tra i dipinti sacrificati all .. estetica delle facciate,  vi furono anche i medaglioni della casa dei pittori Lampugnani che dovevano essere di diamo di 70 cm. circa. Nel 1937 l'ingegner Sutermeister insieme al pittore Prof. Gersam Turri tento' di recuperare i medaglioni con i due ritratti, cautamente raschiando la tinteggiatura che vi era stata sovrapposta.
Non fu piu' possibile trovare tracce dei dipinti. Se ne deve dedurre che, come gli altri nell'interno, non erano affrescati, ma eseguiti sull'intonaco non pretrattato, in chiaro-scuro con colori normali a tempera.
 
 
 
E' rimasto quasi integro, con le vecchie case di almeno un paio di secoli fa, un vicolo che taglia a meta' la zona riconosciuta storica dalla Sovraintendenza (con tanto di vincolo), cioe' la fascia laterale ad ovest di corso Garibaldi. Oggi si chiama via Gigante ma la sua denominazione dello scorso secolo era diversa: via Dello Stallo Aperto, la indicava una mappa del 1859.  La viuzza di dipartiva dall'attuale via Vittoria all'altezza di casa Sesler e con un andamento tortuoso si immetteva lungo l'attuale via De Gasperi per svoltare quindi a sinistra fino ad accordarsi con via Garibaldi (gia' via Contrada Mugiato).
Tanto per restare alla denominazione originaria , ricorederemo che tanto la via della Vittoria si chiamava allora via del Pan di Meliga e l'abitato in Legnano finiva proprio li'. Piu' oltre, verso Castellanza dovevano esserci proprio dei campi coltivati a granoturco che si estendevano oltre la zona collinosa di San Martino fin verso il convento di sant'Angelo attorno al quale le prime case cominciarono a sorgere proprio dopo la meta' dello scorso secolo.
La via del Gigante, degradata poi a vicolo, ha conservato dunque il sapore ottocentesco delle casupole arroccate attorno a residenze  patrizie che sono state le prime a scomparire inghiottite dal progresso e dal fervore edilizio che come la febbre contagiosa aveva colto i Legnanesi toccati dalla foga della industrializzazione ormai imperante.
In questa zona si riconoscono proprio le casupole con i muri sbrecciati, dai quali occhieggiano finestrelle di cotto, porticati di sapore rinascimentale, colonne in sarizzi o qualche artistica ornamentazione che richiama un passato di splendore.
Certo nemmeno via del Gigante resistera' a lungo con le caratteristiche che ha. Ormai gli edifici salvabili con qualche velleita' architettonica degna di conservazione non ve ne sono piu', eccezzion fatta per la gia' ricordata casa della Torre dei pittori Lampugnani o "Colombera" che dir si voglia.
Dagli acquarelli del Pirovano qualche casa del 1400 e del 1500 che si trovava in via del Gigante ci e' stata tramandata nella raffigurazione originaria; e sono queste le uniche testimonianze che ci restano delle vecchie case rinascimentali. Le attuali casupole del vicolo, essendo scomparse quelle residenziali dei signorotti dell'epoca, hanno subito successivi rimaneggiamenti che spesso non permettono nemmeno di riconoscere nella primitiva ubicazione.
Un acquarello del Pirovano ci ripropone ad esempio una casa del 1450 che egli indica in via Gigante n. 5 e ne attribuisce la proprieta' alla famiglia Vannotti. La casa aveva in facciata un affresco del quale se ne e' persa ogni traccia. Si ritiene che fosse abitata e di proprieta', all'epoca del censimento del prevosto Specio (1594), da Cristoforo Lattuada, discendente della famiglia che annoverava tra i suoi componenti un personaggio di notevole statura. Dovrebbe trattarsi di Benedetto Lattuada, stando a un lascito in San Magno che il prevosto Pozzi segnala nel 1644, e che indica con il soprannome del "Gigante". Da qui la curiosa toponomastica assunta dalla che molto tempo prima si chiama via Dello Stallo Aperto, come abbiamo detto.
Ed anche questa denominazione doveva derivare dalla casa che troviamo segnalata dalle Memorie della Societa' Arte e Storia come casa "stalletto" o "stallo aperto". E non e' da escludersi che si tratti della casa effigiata da Giuseppe Pirovano nel suo acquarello, ove ben risalta anche l'affresco di uno dei pittori Lampugnani.
Proprio qui tra queste vestigia della Legnano rinascimentale, troviamo l'essenza vera, genuina, delle costruzioni tipiche. La contrada "Mugiato", come si chiamava l'intera zona attuale rione San Domenico tagliato trasversalmente da Via Stallo Aperto, doveva nel XV e XVI secolo essere suddivisa in proprieta' tra un gruppo di famiglie nobili dell'epoca, stando alle denominazioni del censimento Specio e negli stessi acquarelli tramandataci dal Pirovano: casa Vincimale ( la famiglia Vismara, secondo una denominazione piu' vicino a noi), casa Lampugnani i pittori, casa Bossi (famiglia che diede i natali al notaio Bernardino Bossi), oltre alla gia' ricordata casa Lattuada con varie ramificazioni. Indubbiamente la contrada del Mugiato costituiva uno dei nuclei piu' antichi del centro abitato ed aveva la sua estensione fino alla roggia arcivescovile che tagliava il rione di sbieco per proseguire verso sud in parallelo con il tracciato di corso Magenta.
Pare anzi che questa roggia fosse costruita per difesa del nucleo medioevale del borgo di Legnano che aveva come capisaldi il castello Visconteo a sud, il palazzo Vismara sull'Olonella e al centro il palazzo di Leone da Perego. Non e' escluso che la roggia costituisse un vero e proprio vallo attorno a mura di difesa che si fanno risalire al 1257. Alcuni tratti dell'antico muraglione sono riaffiorati in occasione di scavi per costruire nuovi edifici nel primo 1900.
Forse quando si abbatteranno le vecchie casupole di via Gigante ed altre ancora che restano ai lati di corso Garibaldi, affioreranno frammenti di costruzioni ancor piu' antiche a testimoniare un passato della contrada Mugiato che ci riporta agli albori del medioevo e magari piu' oltre per i collegamenti che si possono trovare con i sepolcreti pre-romani di cosro Garibaldi, riportati alla luce dal terreno ove sorge il Museo Civico.
 
Gia' nel rinascimento nella zona di Legnano si contavano svariate chiese ed alcuni conventi di religiosi, in un numero nettamente superiore in rapporto alla popolazione e rispetto ad altri centri della Lombardia.
Legnano pur essendo in tempi antichi un modesto borgo agricolo, aveva dedicato particolari energie e denari alla costruzione di edifici sacri, Le sue chiese sono imponenti e ricche anche in virtu' di opere di insigni maestri del pennello.
Fin dal medioevo e successivamente nell'umanesimo e nel rinascimento, crebbe il numero dei conventi e delle chiese prioprio in concomitanza con periodi piu' dolorosi e tormentati della storia del borgo.
Le sofferenze dovute a dominazioni, a gravi epidemie e allo spettacolo purtroppo ferquente della morte, rafforzavano negli abitanti il sentimento religioso. Abbiano degli esempi notevoli di questa rifioritura di costruzioni sacre. Dalle chiese di campagna erette presso le prime cascine agricole, alla celebre basilica San Magno, per poi non parlare del santuario della Madonna delle Grazie la cui costruzione duro' mezzo secolo. Questa fui fatta a spese del popolo dopo che il cardinale Federico Borromeo diede l'incarico all'architetto arciverscovile Antonio Barca di redigere il progetto.
Vi sono poi decine e decine di cappelle votive ed immagini sacre collocate sui muri delle prime costruzioni in pietra e mattoni.
Legnano ebbe vari conventi, tra i quali i piu? noti e famosi furono l'Ospizio di San Eramo, i conventi delle suore Clarisse e dei frati minori Oblati, nonche' di altri minori, come il convento di Santa Caterina che sorgeva di fronte all'area della sede dell'istituto tecnico Carlo Dell'Acqua; di Santa Maria del Priorato sull'area posteriore del palcoscenico dell'atttuale Cinema Galleria; il convento del Gesu' (con annesso ospedale) che era posto sull'antica via dei Cambiaghi, oggi via Lega, cioe' quello delle suore di via Palestro; di Santa Agnese, situato presso il mulino della mensa arcivescovile, nella zona di piazza IV novembre di oggi.
C'e' una altra ragione in questa abbondanza di chiese e conventi: la zona aveva sempre subito l'influenza di ecclesiastici fin dal primo periodo medioevale, allorche' gli arcivescovi milanesi avevano esteso i loro possedimenti verso le fertili terre all'imbocco della valle Olona.
Lo stesso castello Visconteo di Legnano in origine (e parliano del XI secolo), doveva essere un convento, poi riscattato dall'arcivescovo e signore di Milano Ottone Visconti al quale non era sfuggita la posizione strategica posta proprio al centro della biforcazione creata dai due rami dell'Olona: ideale per poterne fare un maniero fortificato, vedetta avanzata dei suoi possedimenti milanesi.
Proprio in quel convento esistente sul punto ove ora sorge i  castello visconteo si rifugio' nel 1066 San Arialdo, perseguitato dai simoniaci da lui presi particolarmente di mira durante la campagna tendente a riportare la moralita' tra i corrotti ecclesiastici di allora.
Gli arcivescovi di Milano, che avevano oltre al castello anche altre residenze estive e cascinali in Legnano e nella campagne adiacenti, consideravano questi luoghi e forse la stessa Legnano, un feudo.
Un atto di vendita del 1346 parla della "corte di Legnano" invece di indicare la localita' come "borgo di Legnano".
Gli arcivescovi milanesi avevano fatto costruire vari mulini lungo l'Olona per utilizzarli proprio al centro di una pianura molto adatta per essere coltivata a frumento. Ed ecco infatti che abbiamo le varie denominazioni di luoghi e fabbricati che si riallaciano al dominio degli arcivesoci milanesi: "roggia dell'arcivescovo", "palazzo della mensa arcivescovile", "Mulino arcivescovile".
Tra i conventi che ebbero piu' lunga storia nella vita della plaga, ed in particolare del borgo, ricordiamo quello delle Clarisse di Santa Chiara ed era situato al lato dell'attuale corso Italia in angolo con la via Giolitti di oggi. Fu anche adibito pro tempore ad ospedale in occasione delle pestilenze.
Per disposizione dell'imperatore d'Austria nel 1784 l'ospedaletto annesso al convento fu ampliato ed attrezzato con una cinquantina di letti per essere adibito a pellagrosario. Risulta infatti che fu il primo ospedale specializato per la cura della pellagra nel mondo.
Era stato affidato al dottor Gaetano Strambio di Cislago che effettuo' vari esperimenti riuscendo a trovare un efficace metodo di cura del morbo. Il pellegrosario fu poi soppresso da Francesco Giuseppe. Il convento di Santa Chiara fu fondato nel 1492 dal nobile legnanese Rodolfo Vismara ( o Vicemala), governatore della duchessa di Bari e siniscalco dei duchi di Milano. Pure  lo stesso patrizio aveva gia' fatto erigere nel 1468 un convento per i frati minori osservanti denominato "Santa Maria Degli Angeli".
E' conservata ancora nel museo civico una lapide gotica che testimonia appunto l'anno di inaugurazione del convento che era piu' semplicemente chiamato sant'Angelo.
Stando ad un acquarello del Pirovano il convento doveva avere anche un pronao in stile trecentesco. Il che farebbe ritenere l'esistenza di una precedente costruzione, non provata pero' dal alcun documento. Non si comprende ne' giustifica quindi la caratteristica rotonda che si vede in primo piano nell'acquarello del pittore e storiografo legnanese, cosi' accostata al convento di puro stile rinascimentale. Una relazione datata 1724 per l'arcivescovo milanese a firma di tali padri Zaccaria e Giovan Mario fornisce qualche notizia sul convento: "E' grande 78 pertiche, compresi chiesa, clausura, orto; prato e piazza. E' capace di 27 religiosi. nel dormitorio ci sono 26 stanze; nel professorio 5; in basso 6 stanze per forestieri, cucina, dispensa, cavalli, fuoco comune, cantina, capitolo, refettorio, scuola di filosofia ed altri luoghi per comodo del convento e comunita'. E' ben provveduto di lana e di lino. Vi e' libreria mediocre in quantita' e qualita' di libri".
Proprio nella zona in cui sorgeva il convento e la chiesa (la quale ultima fu poi abbattuta verso la fine del 1700, allorche' il convento venne trasformato in conceria)  nell'effettuare gli scavi per la costruzione del museo affiorarono dal sottosuolo preziosi reperti archeologici del periodo pre-romano, tombe ed oggetti vari che dimostrarono l'esistenza di un grande sepolcreto.
La zona stessa era leggermente sopraelevata rispetto al corso dell'Olona e quindi al riparo dalle inondazioni.
Sant'Angelo nel XVI e XII secolo era considerata la chiesa dei nobili e varie famiglie dell'antico borgo avevano voluto costruirvi delle cripte di famiglia. Vi troviamo ad esempio sepolcri dei Bossi da Ravello, dei vari Lampugnani,Prandoni, Oldrini detti "Badini", Borromei, Cornaggia, Draghetti, Vismara, Crivelli, Crespi, Taverna, Stabbi, Prata, Oriano, Cottica, Bartologni, Galvagni, Molinaro  e di varie casate dei Salmoiraghi, con l'indicazione dei rispettivi soprannomi per distinguerli, come "Sacchettoni" "Senati" e "Bottazzoni". Naturalmente vi erano anche i sepolcri dei religiosi del convento.
L'ingegner Guido Sutermesiter ci ha lasciato, oltre a varie piante della chiesa di sant'Angelo e del convento stesso, anche una meticolosa leggenda di questa antica costruzione monumentale, materiale ora conservato nella biblioteca della Societa' Arte e Storia.
Dalle memorie del prevosto Pozzo si apprende che nel 1640 si poteva ancora vedere nella chiesa del convento in pulpito dal quale aveva predicato San Bernardino da Siena.
A monte del convento, ed esattamente nell'attuale localita' "Baita" di Castellanza, si dipartiva dall'Olona una roggia detta appunto roggia di Sant'Angelo che dopo aver tenuto un tracciato parallelo all'odierno corso Garibaldi, piegava verso sud e terminava, disperdendosi, nel borgo dei Melegazzi (la zona di Sant'Ambrogio oggi).
Il convento di Sant'Angelo, dopo aver subito vari rimaneggiamenti nei primi tre secoli di esistenza, venne soppresso nel 1780 per decreto dell'imperatore Giuseppe II.
Venne adibito da prima a conceria, poi a collegio e nel 1896 fu acquistato per settantamila lire dall'Amministrazione Comunale per farne una sede stabile di una scuola elementare. Da allora l'ex convento mantenne l'attuale destinazione.
Le scuole elementari "Giuseppe Mazzini" restarono ospitate nella vasta costruzione opportunamente adattata e trasformata, fino agli anni sessanta. Sull'area del vecchio edificio e' stato realizzato dall'Amministrazione presieduta dal sinda Accorsi un nuovissimo edificio scolastico.
A distanza di due secoli, nello stesso luogo che ospito' la prima scuola di filosofia istituita da frati minori osservanti (sia pur per uso interno), e' tornata a sorgere una modernissima scuola destinata alle future generazioni di cittadini. Uno dei tanti ritorni alle origini, che ricorrono nella storia di varie istituzioni ed edifici di legnano.
 
 
 
note: L'ex convento di Santa Chiara era situato in corso Italia (gia' Corso Vittorio Emanuele II) nel tratto compreso tra l'attuale via Giolitti e Largo Seprio. Era attiguo alla "Casa Magna" dei nobili Vismara.
 
 
Il complesso dell'ex convento di Santa maria del Priorato fu demolito nel 1940. Era situato in via Palestro angolo XXV aprile, sull'area retrostante l'attuale palcoscenico del tratro del galleria. L'abbattimento venne completato nel 1953.
 
 
Era cara ai vecchi legnanesi la cappelletta che prendeva il nome da una ammonizione scritta sulla facciata: "Dio ti vede".
Era posta al quadrivio tra Legnano, Canegrate, San Giorgio e il Castello. La cappelletta era compresa tra i beni della fabbriceria di Legnanello, la quale verso il 1923 aveva fatto effettuare lavori di restauro.  Pur essendo in territorio di San Magno la cappelletta apparteneva alla parrocchia del Santissimo Redentore in quando  era proprieta' del sacerdote Lodini che morendo nomino' suo erede il parroco di Legnanello don Giacomo Zaroli e da lui pervenne la fabbriceria.
La chiesina fu realizzata attorno al 1895 e le opere murarie vennero affidate al capomastro Antonio Porrini di Parabiago. In quello stesso luogo si ritiene  fosse esistita una precedente edicola votiva sacra, tappa fissa delle rogazioni, cioe' le rituali processioni in uso presso le popolazioni agricole che si svolgevano per tre giorni consecutivi prima dell'Ascensione allo scopo di implorare un buon raccolto. La nuova cappelletta non presentava comunque all'interno opere d'arte degne di nota.
Tra i dipinti, uno ritraeva una Madonna con Bambino tra San Gregorio Magno e San Giovanni Evangelista, quest'ultino con in mano un calice dal quale fuoriusciva un serpente: sul lato destro vi era l'adorazione dei magi e sul lato opposto alcune figure di santi o monaci non identificabili.
La necessita' di ampliare in quel punto la strada che unisce Legnano a Canegrate aveva indotto alcuni anni fa il Comune ad eliminare la cappella. Si commise pero' l'imperdonabile errore di non conservare nulla della vetusta costruzione sacra. Sul posto che ora viene denominato "Dio ti vede" doveva almeno essere lasciato un segno, un qualche elemento della cappella a ricordare alle future generazioni il perche' di quella denominazione, anche in omaggio ad una antica tradizione di fede alimentata per lunghi anni da molti legnanesi
 
 
La sede della residenza comunale era ubicata prima del 1862 in una casa antichissima di proprieta' dei marchesi Cornaggia al lato sud ovest dell'attuale piazza San Magno e piu' precisamente nel punto in cui ora sorge la galleria INA. Fino al 1893 gli uffici comunali si riducevano ad una stanza situata al piano terreno della vecchia casa Cornaggia e successivamente vennero aggiunti due locali al primo piano ed ai quali oltretutto si accedeva da un altro ingresso posto sull'estrema parte destra dell'edificio.
Temporaneamente la residenza municipale, in attesa di una sede piu' dignitosa e definitiva, fu trasferita nel 1862 in piazzale Carroccio (che a quel tempo si chiamava "Piasso dei puii", cioe' piazza dei polli) in un edificio, pure di proprieta' dei marchesi Cornaggia, completamente assunto in locazione del Comune onde ricavarvi anche i locali per le scuole elementari e per la guardia nazionale. Nel 1824 l'amministrazione civica acquisi' una ex filanda appartenente alla ditta E. Kramer & C. che si estendeva da "Piazza Maggiore", come era chiamata allora la piazza San Magno, fino a vicolo Lanino, oggi piazza Europa) e con opportuni adattamenti vennero trasferiti in questo vecchio fabbricato sia gli uffici comunali che le scuole elementari.
L'aumento notevole della popolazione aveva imposto una completa riorganizzazione degli uffici e dei servizi e la soluzione, sia pur provvisoria, venne allora considerata ideale.
Per realizzare il nuovo palazzo Municipale, nei primi anni del 1900 fu indetto un concorso al quale furono invitati i migliori architetti dell'epoca.
Era il 12 settembre 1904 quando il consiglio comunale approvo' il bando di concorso a premi stabilendo  una spesa di realizzazione che non doveva superare le cento mila lire. Il concorso si chiuse il 31 gennaio dell'anno successivo ed undici furono i concorrenti i cui progetti vennero sottoposti ad una apposita commisione tecnica che scelse quello dell'architetto Aristide Malinverni.  Questo aveva proposto un palazzo a tre piani in stile neo lombardo, che rispetto agli altri si staccava per maestosita' di concetto, per la razionalita' interna nonche' per gli ornamenti che richiamavano il passato storico della citta' del Carroccio.
L'architetto Malinverni volle ad esempio che la sala del Consiglio fosse interamente decorata con grafiti con riprodotti gli stemmi delle citta' di tutta Italia. Il cortile con porticato e vestibolo d'ingresso principale con la riproduzione dei bassorilievi che figuravano sul monumento alla battaglia di Legnano, del Butti, completavano l'imponente opera.
La prima pietra dell'edificio fu posta il 10 agosto del 1908 e nell'ottobre dell'anno successivo venne terminata la prima parte del palazzo costruita sull'area libera di fianco alla vecchia casa comunale gia sistemata nella ex filanda.
L'inaugurazione avvenne il 28 novembre 1909 alla presenza del Prefetto senatore Panizzardi. La spesa preventiva in centomilalire, venne superata di ben tre volte. Il Palazzo Comunale, ancor oggi chiamato Malinverni dal nome del progettista costo' infatti complessivamente 346.388 lire e 80 centesimi comprese alcune opere accessorie e l'arredamento della sala del consiglio, della sala giunta e dgli uffici esenziali. In un secondo tempo venne realizzata l'ala prospiciente la via Franco Tosi dalla sala del consiglio fino all'attuale piazza Europa.
Palazzo Malinverni e' da vari anni insufficiente e gia' si pensa ad una nuova e piu' ampia sede in grado di ospitare tutti gli uffici delle varie ripartizioni, alcuni dei quali hanno gia' dovuto essere decentrati nel vicino palazzo Italia, ex casa del Littorio.
 
 
 

28.1.37 L-cens1

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Nel Sedicesimo secolo "1850 anime da Comunione"
 
 
Quanti furono nelle varie epoche gli abitanti e quale andamento segui' nei secoli scorsi l'espansione demografica di legnano?
Dobbiamo andare per deduzione partendo da epoche remote ed almeno fino alla seconda meta' del '500, allorquando cioe' possiamo trovare il conforto di documenti storici.
Ricerche archeologiche impegnate ed approfondite da parte di appassionati studiosi hanno trovato nella necropoli legnanese significative testimonianze del contributo dato dai piu' antichi abitatori di questa plaga alla civilta' preromana e romana.
L'ingegner Guido Sutermeister appunto basandosi su calcoli ricavati dai sepolcreti man mano riportati alla luce indicava con aprrossimazione che in epoca romana gli abitanti che vissero lungo le due sponde dell'Olona dovevano essere in numero superiore a mille.
Anche se ci sembra un calcolo troppo ottimistico (a meno che non si fossero verificate massicce migrazioni nei quattro o cinque millenni successivi) teniamo comunque per buoni, come base di partenza, questi dati. ma seguiamo l'evoluzione demografica non piu' sulla scorta di relitti di antiche civilta' ma con dati piu' certi, tratti da documenti autentici.
Il primo censimento riguardante Legnano e' quello fatto nei primi anni del 1500 che assegna al Borgo "1500 anime da comunione", il che equivale ad una popolazione di circa 23000 persone. Abbiamo un altro riferimento nel 1584, a quando cioe' San Carlo Borromeo avendo in animo di istituire la prepositura, incarico' il suo segretario Monsignor Giussani di ragguagliarlo sul numero dei fedeli. E questi annota nelle sue memorie (volume II°, pagine 175) che "questo borgo di Legnano ha non meno di 500 famiglie con piu' di 2000 anime da comunione", potevano essere dunque a quell'epoca circa 3000 abitanti. La cifra ci viene confermata anche da Giuseppe Pirovano che si riferisce a due anni dopo e cioe' nel 1586. Nella parte storica dell'archivio comunale esiste un documento in copia, rilegato a fascicolo, che reca la data del 9 marzo 1651 e il titolo di "Redenzione alla infeduazione concessa al borgo di Legnano con Legnanello e le sue giurisdizioni".
La "Cedola" venne redatta nel 1649 ma resa esecutiva due anni dopo. La "Cedola", che reca la data del 4 giugno 1649 stipulata tra il Governo Spagnolo e Baldassarre Lampugnani, procuratore dei legnanesi, per "vendere il feudo e le terre di Legnano e Legnanello nella pieve di Olgiate Olona, ducato di Milano".Legnano, dopo la peste del 1629-30, ebbe ancora tale vigore economico da riscattare la propria indipendenza, sia pure con gravi sacrifici. La Spagna per fare soldi vendeva i feudi cosidetti camerali ai signorotti del tempo. I governanti ed il popolo legnanese si autotassarono per comperare la propria liberta' e sottrarre le terre alla dominazione spagnola.La Cedola di un incanto del 1620 per vendere un feudo di legnano, Legnanello ed altri luoghi annessi. L'asta era fissata per il 25 agosto, al prezzo base di trentatremila lire per le terre e i beni e di quattromila scudi per il riconoscimento e l'assegnazione del titolo di marchese.
 
).
Ogni "Redenzione" dall'infeduamento era preceduta da rigorose indagini dalle autorita' regie sulle condizioni economiche e sulla capacita' contributiva degli abitanti.
La indagine ricognitiva allo scopo di stabilire la situazione del borgo incluso nel Ducato di Milano venne affidata dal Governo spagnolo nel 1620, ad un suo funzionario, Orazio Mainoldi, questore della Regia Camera delle Entrate Straordinarie e Beni Patrimoniali del Ducato. Da questo documento conservato presso l'archivio di stato di Milano possiamo avere una esatta visione delle condizioni sociali e dell'importanza economica, demografica ed agricola di Legnano in quell'epoca.
I dati sono molto attendibili in quanto il carteggio era stato fatto in vista della cessione in feudo del borgo che doveva essere messo, come si direbbe in termini attuali, all'asta. La formalita' prevedeva la esposizione per due volte delle "cedole" per la vendita e quindi avrebbe dovuto aver luogo il pubblico incanto.
In quell'occasione sappiamo che i legnanesi compiendo un notevole sforzo finanziario comune, riscattando la liberta' mediante una raccolta di denaro nell'ambito delle stesse famiglie, pagando loro stessi il corrispettivo al Governo spagnolo.
Ma trascriviamo integralmente il carteggio che il questore Orazio Mainoldo redasse con il caratteristico linguaggio in uso nel seicento:
 
Ill.mo et Ecc.mo Signore
"Avendo noi sotto li 27 di marzo prossimo passato, per ordine li 16 di giugno prossimo passato fatto oblazione di comprar il feudo alcune terre di questo Stato, conforme alla procura fatta da Sua Maesta' in Vostra Eccellenza, fu da Giovan Battista Piantanida sotto li 16 di giugno prossimo passato fatto oblatione di comperar il feudo il borgo di Legnano et Legnarello, con la sua giurisdittione, et entrata di censo del sale,  et con titolo di marchese, per quali offerse pagare lire trentatre mille per il feudo, giurisdittione, et entrata in censo; et ducati quattro mille Castigliani per il titolo di Marchese, qual oblatione perche' ci parve assai utile l'accettassimo, et insieme delegassimo il Questore Horatio Mainoldo nostro Colliga, accio' andasse in fatto, visitasse detta terra di Legnano et Legnarello et pigliasse quelle informazioni che gli fossero parse necessarie, per havere l'intera cognitione della qualita' di essa terra: il che ha egli eseguito et cen'ha fatto relatione, dalla quale risulta:
Che detta Terra, ovvero borgo di Legnano e' situata nella Provincia del Seprio, di questo Ducato et in buonissim'aria, vicino al quale circa un tiro d'archibugio vi e' la Contrada di Legnarello, sotto lo stesso Comune di Legnano, et e' sopra la strada regale, per la quale si va da Milano a Gallarate, et al Lago Maggiore, et e' distante da Milano sedici miglia, da Como pur sedici miglia, da Gallarate otto e da Busto grande quattro.
Ha sotto di se' la detta Terra, o' sia Contrada di Legnarello, et cinque cassine.
Non confina con alcun principe straniero, ne' con alcun fiume eccetto che col fiume Olona, qual scorre nel mezzo tra Legnano et Legnarello. Non c'e' cinta di mura, ne' fossa.
Non ha Castello, fortezza, ne rocca; vi e' ben una casa fabbricata a forma di castello, con fossa, et ponti levatori, qual'e' del Dottore Ferrante Lampugnano.
Non ha palazzo ne' carceri, ne' alcun altro loco pubblico, eccetto che tre piazze et una casa qual'e' della Comunita', la quale si affitta parte, et parte si tiene per uso del Comune, per congregarsi e far li Sindaci, et Officiali et a trattare li negotij pubblici.
Non e' terra insigne.
Vi e' poi una fiera ogn'anno nel giorno della Commemorazione dei Morti, al quale concorrono gente assai delle parti vicine, a coprare bovi grassi, pelliccie, panno et tele et altre cose assai; ma il maggior nervo della fiera e' dei bovi grassi, quali per la maggior parte sono comperati da Macellari di Milano.
Ha diciassette molini sopra il fiume Olona, uno dei quali e' del Signor Cardinale Borromeo, un'altro del signor Cardinale Montaldo, et gli altri sono de diversi proprietari.
Ha un'ospitale sotto il titolo di Sant'Erasmo, poco discosto dalla terra, nel quale si ricevono poveri vecchi, et altre persone che non possono lavorare, qual'ha' entrata di trecento scudi l'anno; et ha' anche un altro luoco pio detto della Scuola della Misericordia, qual'ha' l'entrata circa cento scudi l'anno che si dispensano a poveri della terra (omissis).
Le anime di questo borgo, et la sua giurisdittione, compresa la sudeta contrada di Legnarello et cassine sono in tutto duemila novecento quarant'otto (2948) delle quali vene sono mille novecento cinquanta nove (1959) da Communione. Et i fochi sono quattro cento settanta quattro (474), de' quali ne sono cento cinquanta quattro (154) de' cittadini, dodeci de gentil'huomini che abitano continuamente in detto Borgo, due cento trentatre (233) di gente rurale, cioe' mercanti, artigiani, et contadini che lavorano beni proprij, o' di detti mercanti, et settanta cinque persone che abitano case, o lavorano beni ecclesistici.
Gli abitanti (eccettuati gli suddetti gentil'huomini) sono mercanti, artigiani, massari, e braccianti, fra i quali vi sono dei mercanti di panno, quali vendono anche tele, et canevi, ed uno di essi fa la tentoria, vi sono poi altri tre tentori, et altri otto che vendono tele et canevi, uno che vende del ferro; Vi sono cinque postari, che vendono cose mangiative, nove mercanti d'oglio di linosa et di noce, sei calzolari, sette sarti, tre barbieri, quattro marescalchi, sette che fanno zoccoli, dei speciali, cinque ofellari, sei legnamari, un capellaro, doi che lavorano filisello, tre Beccarie, tre Hostarie grosse, et tre Bettolini, cinque maestri che insegnano a leggere, scrivere, grammatica et Musica; et gli altri son massari e brazzanti, che attendono a lavorare la terra. Vi abita poi anco continuamente un medico fisico et un chirurgo, quali non hanno nessun sussidio dalla Comunita'.
Il territorio e' di pertiche ventidue mille novecento quaranta quattro (22.944) e tavole due, parte vigna, parte campo, parte prati, et parte brughera, et alcuni pochi boschi, dei quali ve ne sono pertiche mille trecento quarantatre (1343) et tavole 23 catastrate alli libri del perticato civile, et pertiche quindici mille trecento quarantatre (15.343) et tavole otto catastrate al rurale, pertiche quattro mille cinquecento ottanta quattro (4584) e tavole decinove sono eccllesiastici.
Producono quei terreni di ogni sorta de frutti, eccetto che riso, ma particolarmente producono grandi quantita' de vini, stando che il territorio e' per la maggior parte avidato. Et li frutti che producono sopravanzano al bisogno della terra, qual sopravanzo lo conducono a Milano, e anco quel poco di grano a Como.
Vagliano i terreni, computati li buoni,et cattivi insieme cento lire la pertica, ma li prati vagliono centocinquanta lire et sotto sopra si affittano a otto lire la pertica, non computando pero' le brughere, le quali si danno per dote delle possessioni.
Detto borgo non e' stato mai infeudato, ne ha', o avuto Podesta' particolare, fiscale, notari, o sbirri, ma e' soggetto per l'amministrazione della giustizia al Vicario del Seprio, et alli Giudici della Citta' di Milano, vi habitano pero' dei notari pubblici, quali rogano istrumenti, et un fante,qual serve a fare intimationi.
La Regia Camera suol scuoder ogn'anno da detta Comunita' lire duecento dodeci, soldi undeci e danari undeci per il censo ordinario, et lire due cento dieci, soldi tre e danari quattro per l'augumento di detto censo, che in tutto fanno la somma di 422.153. Ne altra entrata v'e' che potesse farsi feudale, perche' li datij del prestino, et della scannatura della carne sono parte di Ferrante Lampugnano et parte dellij eredi di Piero Paolo Vismara, et sull'imbotato non si paga datio alcuno, ma invece di quello si paga una conventione di lire trecento quattordici l'anno a diversi particulari; et del vino non si paga datio alcuno, ma ogni uno ne puo' vender senza datio pagar.
Detta Comunita' ha d'entrata lire novant'otto che si scuodono sopra il datio della Macina di Milano. et ha anche la seddetta casa, parte della quale e' affittata cento vinti lire l'anno, et dell'altra parte se ne servono per congregarsi a trattar li nogotij publici.
Non e' tassata su alcuni Cavalli di tassa. Leva duecento ottanta stare di sale.
Qual relatione sentita nel nostro tribunale, venissimi in parere di dar a Vostro Eccellenza parte d'ogni cosa, e fratanto, per avanzar tempo, ordinassero che si esponessero le seconde cedole per la vendita di detto feudo per vedere se compariva altr'oblatione, le quali cedole essendo esposte, et anco publicato l'incanto, e' nuovamente comparso il feudatario Cesare Visconte, quale ha offerto per detto feudo con la entrata sudetta di censo, et augumento, et con titolo di Marchese per se' et per quello suo figliolo maschio che sara' da lui nominato, lire sessantamille in tutto, la qual oblatione per essere avvantaggiosa, et utile assai, e' stata da noi accettata, et havendo anco sopra di essa fatto publicare per alcuni giorni l'incanto non e' comparsa altr'oblazione migliore. Et percio' hora rappresentiamo a V.E. tutto il seguito di questo particolare, affinche' resti servita commandare quello che gli pare che si faccia. Et all'E.V. humilmente inchinandosi, la preghiamo da N.S. il colmo di ogni bene.
In Milano, alli 16 di novembre 1620.
Di Vostra Eccellenza, humilissimi servitori.
Il presidente et Maestri delle R.D. Entrate Straordinarie et Beni patrimoniali dello Stato di Milano".
 
In questo documento si racavano dati certi per stabilire che l'intero territorio contava 258 fuochi, cioe' nuclei familiari, sparsi in 22994 pertiche e due tavole, corrispondenti a 1505 ettari. Al censitore non comporto' di sgnare oltre si "fuochi" il numero degli abitanti. Ma il confronto ci viene pero' offerto dal censimento del 1594, ripreso meticolosamente da un manoscritto originale esistente nella Biblioteca Ambrosiana, steso dal primo prevosto di Legnano Giovanni Battista Specio.  In esso si indica un totale di 224 case ma nel censimento mancano le cascine Ponzella, Mazzafame e San Bernardino. Comunque, all'elencazione dei componenti di ogni famiglia, si ricava un numero di abitanti vicino ai 3000. Una cinquantina d'anni dopo la popolazione diminui' notevolmente anche a causa della peste del 1630.
Altri documenti ufficiali citati dallo storico Bettinelli ci dicono che nel 1783 Legnano aveva 2774 abitanti.
La dilatazione demografica e' stata dinamica specialmente in corrispondenza di periodi particolarmente felici della storia legnanese. Lo sviluppo industriale a partire dal 1880 in avanti agisce da richiamo per masse consistenti di individui. Successivamente l'intensita' e' minore di quanto si attenua il bisogno di manodopera e la popolazione locale vi provvede con il suo naturale ritmo di accrescimento. L'espansione demografica e l'incremento migratorio riprendono negli anni che seguono la seconda guerra mondiale e il periodo di boom economico. Poi l'andamento si stabilizza attorno a valori eguali ad altri importanti comuni della Lombardia con caratteristiche ambientali simiili a quelle di Legnano.
Dalla tabella che segue possiamo osservare l'incremento della popolazione negli ultimi due secoli:
 
La popolazione dal 1800 al 1974
1800 - 2780
1805 - 2784
1840 - 4535
1860 - 6335
1865 - 6505
1870 - 6593
1875 - 6648
1880 - 7041
1885 - 8441
1890 - 10643
1895 - 12928
1900 - 17394
1905 - 22494
1910 - 26716
1915 - 28757
1920 - 29805
1925 - 29362
1930 - 31154
1935 - 31019
1940 - 34054
1945 - 34571
1950 - 36254
1955 - 39154
1960 - 41366
1965 - 44784
1970 - 44370
1974 - 47971  al 31 agosto
 
 

28.1.38 L-chie1

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Chiesa di Sant Ambrogio in Legnano
 
 
Anche per molti legnanesi questo monumento, che era quasi giunto alla completa rovina, resta oggi poco conosciuto. Forse la sua ubicazione nascosta accanto a altri molti ruderi, lo aveva fatto dimenticare. Eo tuttavia rappresenta uno dei centri piu' antichi di culto presenti in Legnano. Senza dubbio il piu' antico di fattura cristiana. Le origini di parte della forma attuale possono essere collocate nel tempo a fianco di quelle del palazzo e delle fortificazioni create in Legnano dall'architetto Leone da Perego attorno al 1520. Subito fuori dalle mura nella braida arcivescovile, al di la' di un grande fossato difensivo in cui era stata deviata l'Olona (roggia) nell'anno 1257 esisteva una piccola chiesa in cui lo stesso arcivescovo Leone era stato sepolto di nascosto e "viliter", in quanto  suoi nemici politici di Milano lo avevano fatto cadere in disgrazia agli occhi del popolo. La piccola costruzione era talmente povera e dimenticata che si dovette giungere all'epoca di San Carlo Borromeo ed alle sue grandi riforme prima che i legnanesi degnassero ancora di attenzione l'edificio. Durante i recenti lavori di restauro si e' avuto modo di scoprire le fondazioni di questo piccolo edificio antico, e con estrema emozione si e' assistito al rinvenimento di una struttura absidale in curva, edificata con i soli ciotoli bianchi del greto dell'Olona.
Questa abside era ridotta ad est e anche i resti dei legnanesi antichi ivi sepolti rispettavano tale giacitura, ad indicare un'usanza altomedioevale. Tuttavia, con grande sorpresa e grazie al lavoro della dott.ssa Cazorzi collaboratrice alla soprintendente dott. Ceresa, ancor a un livello piu' basso e' stata rinvenuta un'ansa di vaso che per fattura e' ascivibile alla fine del V secolo. Questo fatto ci porta in assoluto alla piu' antica basilica di Legnano, di almeno 500 anni piu' vecchia della chiesa di San Salvatore e Magno. Anche le salme inumate a questo livello piu' antico hanno positura verso est, in diffornita' a quelle degli strati superiori che sono rivolte a sud, ad indicare come nel tempo varie usanze e riti si siano sovrapposti facendo mutare l'uso della chiesa stessa.Questa chiesa ci era sconosciuta in assoluto ed e' molto probabile che sia la stessa (poi ampliata a due navate) che venne riattata e poi riedificata all'epoca di San carlo Borromeo.
Il primo documento storico che la menziona come "San Ambrogio" e' un elenco del 1389 steso da Goffredo da Bussero. Nel medesimo elenco ma in data 1304 viene menzionata una chiesa dedicata a San Nazaro gia' scomparsa in quell'anno. Con buona probabilità si trattava di questo edificio, dismesso dopo la tragica fine di Leone da Perego ivi sepolto nel 1257. Le vere e proprie descrizioni del monumento arrivano molto piu' tardi e vanno ascritte alle visitazioni operate nel XVI secolo, sotto San Carlo Borromeo. La chiesina e' definita a due navate di cui una, la meridionale, e' aperta come un portico ed e' piu' alta della parte chiusa. Non e' coperta coi mattoni ma con travi di legno ed assi. Le pareti sono rustiche e non esiste porta. Anche l'altare manca della mensa. Il campanile molto alto si apre direttamente nella chiesina e sopra la porta d'ingresso un coro pensile in legno e' collegato con il porticato. Il pavimento rustico interno e' piu' alto del terreno del porticato a sud. Non esiste segrestia e tabernacolo. Solo una piccola nicchia nel muro del campanile pemrette di posare le specie quando viene celebrata una messa. Con San Carlo Borromeo, l'edificio viene adibito a scuola dei Disciplini, e con tale destinazione, si impongono delle modifiche alle strutture murarie che portano l'edificio ad assumere la forma attuale della prima meta' della navata verso la facciata. Durante i lavori di chiusura del porticato viene ritrovata la salma di Leone in un volto di muro grosso e dentro il tronco. Se qualcosa vale l'italiano, quel "volto" altro non era che la vecchissima abside del V secolo, lasciata lungo il muro della chiesina come reliquato e non piu' usata come sede dell'altare in quanto le nuove officiazioni  medievali avevano fatto apportare  all'abside e al coro della chiesa, ponendo la mensa ad ovest e la porta proprio ad est proprio dove doveva essere stato inumato Leone da Perego vicino alla porta.
In Legnano, nel 1580 la cultura estetica, era costantemente aggiornata dagli eredi di una unica famiglia dei pittori lombardi, i Lampugnani. Costoro erano dentro la cerchia culturale comprendente i nomi piu' importanti in Lombardia in campo artistico e contribuirono alle scelte per l'Impostazione del nuovo edificio. In seguito di persona l'affrescarono adornandolo anche di stupendi quadri ad olio ora restaurati con contributi generosamente offerti da Lions, Soroptimist, Collegio dei capitani del Palio, Famiglia Legnanese, Banca di Legnano. La nuova chiesa fu portataa compimento nell'anno 1613. Essendo la chiesa sede di una scuola di Disciplini, naturalmente doveva essere previsto un coro. Fu infatti reimpostato con maggior ampiezza e dignita' quello che in antico era sopra la porta.
Nel 1618 terminati tutti i lavori edili fu dato ordine di affrescare immediatamente la chiesa a Francesco e Giovan Battista Lampugnani.
Ed e' questo che fa della chiesa di San Ambrogio una vera e propria espressione di arte legnanese del seicento. I due fratelli legnanesi si dedicarono per la prima volta ed alle lunette dipingendoci una serie di putti festanti ancora oggi visibili tra la decorazione neo barocca di un intervento pittorico del 1930. Recenti assaggi hanno messo in mostra la decorazione seicentesca sotto la ridipintura del nostro secolo. Il problema del recupero totale o parziale di queste pitture sara' la prossima discussione con i Sopraintendenti. Altro capolavoro dipinto dai Lampugnani e' la pala dell'altare. Questo grande quadro a olio, ora posto in fondo alla parte settecentesca della chiesa, aveva sostituito l'antica pala dell'altare del XIII e XIV secolo menzionata nelle visitazioni di San carlo. Vi e' rappresentata una madonna con bambino attorniata da San Ambrogio, San Carlo Borroneo e San Francesco. Le figure, molto dolci nelle espressioni, sono inserite in una scenografia con colonnati e cornicioni a volte, che richiamano il gusto bramantesco delle prospettive di fondo interpretato pero' dalla caratteristica ricerca pittorica dei Lampugnani, che senpre mostrano nella composizione una compostezza leonardesca.
La chiesa nel 1700 risultava ancora una volta troppo angusta per il carico di lavoro che la scuola dei Disciplini doveva solgere. Si decise quindi di ampliarla ancora una volta demolendo l'antichissima parete dell'altare risalente a prima del 1257 e allungando tutta la fabbrica sia nella parte della navata che parte dall'antica sagrestia. La pala dei lampugnani venne spostata verso il fondo e circondata da una bella cornice e affresco a mano di Antonio Longoni, pittore che in Legnano opero' anche nella chiesa delle Grazie.
Il risanamento di questa parete e' patrocinato dal contributo della Cariplo che con la guida della Sopraintendenza ai monumenti ha voluto testimoniare la sua attenta partecipazione al salvataggio di antichi capolavori legnanesi. Attorno al 1957 la parte sud-ovest della scuola era stata murata fino agli archi, Con il restauro odierno si sono riaperte di tale ala e la chiesa la chiesa ha riacquistato l'antica sonorita' che aveva in parte perduta. Con la sistemazione appena terminata dai Mascioni dell'organo dei legnanesi Carrera, nel 1886, San Ambrogio riassume forma a livelli artistici elevatissimi in campo musicale. Grazie ai Lions Club e Manifattura di Legnano questo raro capolavoro di una antica cultura legnanese si e' salvato. Anche l'antico ingresso e il portico a fianco del campanile sono stati ripristinati. Essi ci danno l'immagine di quella che era la sistemazione alla fine del 1500  dell'ingresso del quale uscivano le processioni dei Disciplini. Per ultima cosa devono essere menzionati i lavori lunghi, costosi e delicati che ci hanno permesso di isolare dall'umidita' sia le coperture, che le fondazioni e i pavimenti della chiesa. Non vi sono presenti impianti in modo visibile di riscaldamento, semplicencemnte perche' gli stessi sono sotto i marmi del pavimento. L'assemblea dei fedeli o dei partecipanti alle manifestazioni culturali che qui si terranno avranno dal pavimento una sensazione di benessere dovuta all'irragiamento di calore dal basso senza rischio di alterare i dipinti delle volte che saranno restaurati. Anche questa serie di impegnativi lavori ha potuto essere eseguita grazie al notevole impegno ed al patrocinio della Cassa di Risparmo delle Provincie Lombarde. Nuovi impianti elettrici, di allarme, antiincendio, di diffusione sonora si affiancano alle opere lignee restaurate per fare splendere ancora la nostra bella chiesa nella quale ora sappiamo anche molte cose inedite, e che da buona, antica, vecchia signora ha seguito le vicende di Legnano per piu' di 1500 anni. Entrando in chiesa in fondo sulla sinistra si vedono sotto una superficie di vetro, i resti della piu' antica chiesa cristiana di Legnano. Osservate la laipde posta accanto. Li' sotto sono presenti i resti dei nostri avi da noi raccolti durante i restauri. Vi e' una frase scritta in bronzo. Riporta i versi di A. Bosso, 1518, incisi sull'architrave del campanile medioevale di San Magno. Recitano : "pabula vina ceres rivorum copiae templum multaque nobilitas Legnanum illustrant" Pensiamoli con affetto i nostri antenati, ci hanno, nel bene e nel male, trasmesso dai secoli passati, un saper vivere dignitoso ed una cultura dei quali godiamo i frutti di una civilta' preziosa. Qui li ritroviamo con una presenza che e' testimonianza di dedizione a Legnano e alla sua piu' antica chiesa.
Arch. MARCO TURRI
Presidente della Societa' Arte e Storia di Legnano.
 
 
 
 
 
 
Nel ricco panorama dell'arte organaria lombarda dell'Ottocento un posto di rilevante importanza e' occupato dalla bottega legnanese dei Carrera.
La bottega organaria venne fondata da Giovanni Maria Carrera (Canegrate 1753 - Legnano 1818), che apprese l'arte del fabbricar organi da Filippo e Antonio Tronci, famosi organari pistoiesi, e che dopo il 1790 trasferi' il suo laboratorio a Legnano
Gerolamo Carrera (Canegrate 1796 - Legnano 1863), erede e continuatore dell'arte dello zio Giovanni Maria, coadiuvato dai fratelli Giuseppe e Stefano, sara' colui che dara' gran lustro alla casa organaria facendola assurgere a un posto di primissimo piano.
Strumenti dei Carrera sono infatti presenti in varie chiese di Milano e della Lombardia, del Piemonte, della Liguria, dell'Emilia e anche nella cappella del vescovo di Santiago del Cile.
L'importanza e lì'eccezionale perizia dei nostri costruttori e' ampiamente testimoniata e documentata dai lusinghieri articoli apparsi sulle "gazzette" dell'epoca, da riconoscimenti e attestati di stima, nonche' dal contenuto degli atti di collaudo dei loro strumenti sottoscritti dalle personalita' musicali piu' in vista del momento.
I giudizi dei musicisti, compositori, organisti e concertisti di chiara fama quali padre Davide da Bergamo e Vincenzo Petrali, convergevano infatti nell'esaltare l'estetica sonora degli organi Carrera, la solidita' dell'impianto, l'accurata lavorazione del canneggio, la celta dei materiali e soprattutto la loro incontrastata superiorita' nei cosiddeti "registri di concerto".
L'attivita' costruttiva dei fratelli Carrera continuera' e si concludera' con Antonio De Simoni-Carrera (Cerano 1826 - Legnano 1896), nipote , allievo ed erede dei celebri zii legnanesi.
A Legnano sono presenti ben quattro organi documentati dei Carrera: in S.Magno, nella chiesa del Redentore (in origine lo strumento fu pero' costruito per la chiesa della Purificazione), nel Santuario delle Grazie a S.Ambrogio.
Per quest'ultima chiesa , la piu' antica di Legnano, la Fabbriceria di S.Magno, nel 1886, volle affidare al De Simoni-Carrera i lavori di un nuovo organo.
E' questo uno degli ultimi strumenti usciti dalla famosa casa legnanese e per la sua costruzione il De Simoni-Carrera volle impiegare anche del materiale fonico derivato e salvato da organi piu' antichi, ormai demoliti, che costudiva gelosamente nella sua fabbrica.
Nel corso dell'attuale restauro, infatti, nell'organo di S.Ambrogio e' stato rivenuto un nucleo di canne cinquecentesche, probabilmente di scuola antegnatiana, oltre a un altro nucleo di canne di scuola biroldiana.
Tutto questo sta a testimoniare con quale alto senso di rispetto e con quanta considerazione il nostro artefice sapeva salvaguardare cio' che di piu' nobile e pregievole era appartenuto a strumenti di alto lignaggio, lamentevolmente estinti, facendolo rivivere nel nuovo strumento che andava predisponendo.
L'organo venne ultimato nel corso del 1886 e il 22 agosto dello stesso anno fu inaugurato dal famoso organista e compositore milanese Carlo Fumagalli che il 26 agosto redasse anche l'atto di collaudo. Di Carlo Fumagalli, autore tra l'altro di un metodo teorico-pratico per il pianoforte e di molta musica da chiesa, ricorderemo la presenza in S.Ambrogio con due sue composizioni durante il concerto inaugurale del restauro.
Lo strumento riveste una particolare importanza poiche' e' l'unico uscito dalla fabbrica legnanese che si sia conservato inalterato nel tempo, senza aver subito modifiche o manomissioni succesive.
Si tratta di uno strumento di ottima fattura tecnica e di squsita fattura fonica con i peculiari e ben noti requisiti di eleganza, solidita' e personalita'.
Accanto a un tipico "ripieno" Carrera, dall'intonazione classica e di sapore settecentesco, spiccano i "registri di concerto": trombe, tromboni, corno ingese, violoncello, voce umana, flauti, ottavino, la cui robustezza va di pari passo con la dolcezza e la pastosita', dolcezza che raggiunge il suo apice nella delicata sonorita' dei violini e degli altri registri violeggianti di cui, a buon titolo, i Carrera si ritenevano insuperabili. Alla "consolle" di quest'organo prestigioso, per le esigenze di culto, si sono succeduti nell'arco di un settantennio i maestri Beniamino Proverbio ed Eugenio Bonacina, valenti organisti legnanesi che con la loro arte hanno dato modo ai nostri avi e ad alcuni di noi di conoscere, gustare e apprezzare le ineguagliabili sonorita' dell'organo di Antonio De Simoni-Carrera.
All'inizio degli anni Sessanta del nostro secolo l'organo si trovava purtroppo in uno stato di precarieta' e abbandono. La succesiva chiusura al culto della chiesa di S.Ambrogio fini' per ridurre lo storico strumento a una muta, ruggine e polverosa suppellettile.
Per circa un ventennio si e' cercato inutilmente di sensibilizzare le autorita' locali affinche' si facessero carico, seppur parzialmente, del restauro dell'organo che, ancorche' proprieta' della chiesa, costituisce per altro un patrimonio storico e artistico dell'intera citta'.
Si dovette gingere al luglio del 1990 per intraprendere per intraprendere i necessari e urgenti restauri di cui l'organo abbisognava. Grazie a un'encomiabile sensibilita' culturale e a una generosa sponsorizzazione, il Lyons Club Legnano Host e la Manifattura di Legnano misero in grado mons.Giuseppe Cantu' di affidare i lavori di restauro alla famosa casa Mascioni di Cuvio, indicata dal sottoscritto come una tra le piu' valide e idonee allo scopo.
L'organo, completamente smontato, fu trasportato nel laboratorio di Cuvio dove, sotto la direzione di Enrico Mascioni, si e' provveduto alla pulizia generale di tutte le sue componenti, alla sostituzione delle pelli del somiere e del mantice, alla sostituzione delle molle delle valvole, alla revisione delle canne e della meccanica, all'intonazione e alla riaccordatura di tutto il materiale fonico oltre all'applicazione di un moderno elettroventilatore.
Con questo competente e sapiente restauro l'organo di S.Ambrogio e' tornato al suo originario splendore, nuovamente in grado di spiegare nella navata del tempio le molteplici sonorita' che scaturiscono dai suoi raffinati registri.
E' un patrimonio artistico voluto e lasciatoci in eredita' dai nostri avi che noi abbiamo il dovere di conservare e salvaguardare per noi stessi e per le future generazioni.
In qualita' di musicista e come persona sensibile ai valori della cultura e alle bellezze dell'arte non posso che plaudire a questo felice evento manifestando il piu' ampio senso di stima e di considerazione a tutti coloro che hanno desiderato e' reso possibile questo restauro, grazie al quale i legnanesi riacquistano un'autentica opera d'arte.
Mi si permetta inoltre di auspiciare che il restauro dell'organo di S.Ambrogio possa rappresentare il punto di partenza per il successivo recupero degli altri strumenti Carrera, presenti in citta', che costituiscono un incommensurabile patrimonio diarte e di storia di cui Legnano potrebbe un giorno sentirsi giustamente orgogliosa.
 
CARLO STELLA
 
 
 

28.1.39 L-feus1

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Feudi e comuni
Origine del nome di Legnano
 

Origine del nome di Legnano (tratto da profilo storico della citta' di Legnano)
 
Il regno longobardo cesso' di esistere nel 774, quando Carlo Magno, chiamato in Italia dalla Chiesa, sconfisse a Pavia il re Desiderio. I Longobardi avevano distribuito i territori ai loro duchi, i quali favorirono un sistema economico fondato sulla curtis, un centro di chiusa autarchia che consumava quanto produceva.
Il lavoro dei campi era affidato ai servi della gleba, legati alla terra, e all'interno della corte esistevano anche artigiani per costruire e riparare gli strumenti di lavoro. E' un sistema che non solo impoverisce il commercio, ma isola spiritualmente gli uomini limitando fortemente i contatti e gli scambi tra paese e paese, con gravi conseguenze anche sul piano linguistico.
 
Carlo Magno sostitui' i duchi con i suoi conti e la fortezza di Castelseprio, costruita dai Longobardi, divenne la capitale di un contado del Seprio, comprendente Legnano. Anche il sistema feudale di Carlo Magno favoriva la costituzione di organismi economici chiusi. Il Capitolare de villis da lui emanato nell'812, definiva le strutture del sistema curtense, stabilendo che ogni corte doveva avere un certo numero di fabbri, calzolai, orefici,ecc.Probabilmente il nome della vicina Villa Cortese(aggiungiamo Villa Stanza) conserva il ricordo di simili istituzioni anche nella nostra zona.
Col passare del tempo pero' e' la citta', non la campagna, a manifestare una impetuosa crescita economica e demografica. Li' i lavoratori liberi operano al di fuori dei vincoli feudali e curtensi. I bisogni alimentari della citta' stabiliscono un flusso commerciale colla campagna e quando una nuova invasione barbarica devasta la Lombardia e gli Ungheri sconfiggono Berengario, marchese del Friuli, e altri feudatari, Milano resta sicura dentro le robuste mura di cui l'ha munita l'arcivescovo Ansperto. Nei momenti di maggior pericolo i contadini si rifugiano dentro la citta'. La protezione della popolazione agricola era affidata ai maggiori organismi monastici e sappiamo che i Legnanesi erano sotto la protezione dei monaci di S.Ambrogio di Milano. E' interessante notare come il piu' antico documento in cui appare il nome di Legnano si riferisca appunto ai monaci di S.Ambrogio. Esso e' contenuto nel Codice Diplomatico Longobardo al numero LIV e riguarda una cessione fatta in data 23 ottobre del 789 da Pietro, arcivescovo di Milano, al monastero di S.Ambrogio: cutem proprietatis nostre in leunianello, cioe' Legnanello, la parte di Legnano separata dall'Olona.
Sull'etimologia di questo nome si e' molto discusso. Trascurando le interpretazioni fantasiose o cervellotiche, quali limen lanum oppure lignum anus(a cui probabilmente si ispirano gli inventori dello stemma cittadino), bisogna dire che Legnano non e' un toponimo unico. Esistono anche Legnago, Legnaro, Lignano, Lignana, Lignan e Lignod(Aosta).
E' ancor piu' diffuso in Francia, dove, per fare solo qualche esempio, si trova Lignan e molti Ligny, che nei documenti medievali sono denominati in vario modo, tra cui (i numeri indicano le date dei documenti) Lignanum 977, Liniacum 647, Lennacum 1119 (nn-sta per -gn-), Legnianum 1157. Questi nomi sono normalmente degli aggettivi prediali, che denotano un territorio di un certo proprietario. L'aggettivo si forma col nome latino del proprietario a cui si aggiunge un suffisso -anum, se l'ambiente e' completamente romanizzato, -acum, se l'ambiente risente ancora del gallico o celtico. Nell'Italia Settentrionale -anum, divenuto -ano, si riduce a -an, mentre -acum, divenuto -aco, si muta in -ago e poi in -ag con a lunga. In Francia Settentrionale invece mentre -anum diviene -an(cfr. Lignan), -acum per una piu' complessa evoluzione si riduce a -i(scritto -y).
Legnano e Legnago sono dunque due toponimi con una base eguale e due diversi suffissi. La base e' il nome latino del proprietario della terra (ltifondo?) che prese il nome da lui. Morto il proprietario se ne tramanda il nome nei secoli, inglobato nel toponimo e sottoposto alle leggi dell'evoluzione fonetica.
Quando vissero questi signori delle terre? Certamente non prima della romanizzazione del territorio, ma l'arco del tempo possibile e' molto mpio. Durante l'Impero Romano? alla fine? All'inizio del Medioevo? Teniamo presente che il documento piu' antico, in Francia , e' del 647.
Sulla forma precisa di quel nome gli studiosi francesi oscillano tra Linius, che deriverebbe da Linus, e Laenius. Propendiamo per quest'ultimo della cui esistenza siamo certi, mentre Linius e' soltanto ipotizzato. Resta da spiegare la vocale -u di Leunianello. Ricordiamo innanzitutto che il documento del 789 ci e' pervenuto in una copia posteriore e ricordiamo ancora la voce Lennacum di un documento francese del 1119. Partiamo dalla base Laenianum sapendo che gia' nel primo secolo d.C. il dittongo ae si pronunciava e, quindi Lenianum. Poi le consonanti n ed l seguite da i e da un'altra vocale non si pronuciarono piu' colla punta della lingua contro i denti (o alveoli), ma col dorso della lingua schiacciato contro il palato anteriore, assorbendo la i; suoni che prima non esistevano in latino.I notai e gli scrivani che dovevano registrare questi (e altri) nuovi suoni, si trovarono in difficolta' e adottarono (per la n palatale) diverse soluzioni, come nn, oppure gn (analogamente gli per la l). La seconda fini' col trionfare, ma e' naturale che nei documenti piu' antichi si trovi anche la prima. E' del tutto verosimile che del documento originale del 789 fosse scritto Lennianello, che il copista piu' tardo, non abituato a quella grafia, lesse e trascrisse Leunianello.
Nel discorso etimologico su Legnano si e' voluto da qualche studioso inserire arbitrariamente la testimonianza di alcuni documenti notarili dei secoli IX e X, dove in qualita' di testimoni, si citano tre persone, Adalberto, Reginaldo, Lupone de Lemoniano, o Leminiano o Lemeniano, senza pero' accertare un qualsiasi rapporto con Legnano. Si tratta di un cognome legato a una localita' indeterminata. Anche uno studioso competente, Giovanni Flechia, fa risalire Legnano a Laenius, ma in altro luogo si lascia ingannare da una falsa spiegazione del Bombognini che parla di un Ladegnano - Ledegnano mai esistiti, e ammette l'ipotesi di un Latinius-Latinianum, che ci condurrebbe fuori strada. Aggiungiamo ancora che la pronuncia dialettale conobbe, almeno fino a qualche decennio fa, un'alternativa tra un piu' colto Legnan e un piu' contadinesco Lignan (identico al citato toponio francese). La cosa non sorprende se pensiamo ad altri doppioni, come tela-tila, sera-sira, cera-scira, ecc.
Anche per Legnanello esistevano varie pronunce: Legnanèl e' una pronuncia piu' recente influenzata dall'italiano; piu' genuina la pronuncia Legnarèl, ma ancora piu' schietta e originale la pronuncia Rignarèl, dove compare la i di Lignan e dove le due r possono avere una duplice spiegazione: la prima r sostituisce l come avviene in scara, ara(scala, ala) ecc., la seconda si assimila alla prima (spiegazione meno probabile: la seconda r nasce da una dissimilazione tra n apicale e n palatale; la prima si assimila alla seconda).
Il documento del 789 che ci ha costretti ad inserire un escursus etimologico, contiene due indicazioni alquanto vaghe. La prima riguarda il signor Laenius, proprietario del territorio. Latifondo? La stretta vicinanza di altre localita' sembra ridurre fortemente lo spazio legnanese rendendo inapplicabile il termine latifondo, se non ammettessimo che i vari toponimi circonvicini (S.Giorgio, S.Vittore,S.Lorenzo ecc.) siano alquanto piu' recenti. In altre parole la proprieta' del signor Laenius doveva essere molto piu' ampia dell'attuale Legnano. Attorno al nucleo del piu' antico e vasto Lenianum sorgono a distanza di secoli altri nuclei abitati della cui autonomia amministrativa nulla sappiamo. E' chiaro che S.Vittore, S.Giorgio, S.Lorenzo, toponimi derivati dai nomi di chiese dedicate a quei santi, risalgono al Medioevo, come del resto Rescalda, Rescaldina, Cerro, Cantalupo, mentre Laenianum potrebbe risalire perfino a prima di Cristo.
La seconda indicazione problematica e' contenuta nel termine curtem come parte di Legnanello. Abbiamo gia' ricordato il sistema curtense a proposito di Villa Cortese. La curtis e' longobarda, mentre villa risale all'eta' franca. Ma il termine ha conosciuto un'ampia evoluzione semantica. Dapprima fu "sinonimo amministrativo del pagus romano, poi suddivisione della judiciaria o finis longobardica e del comitatus franco...piu' tardi tuttavia si uso' in altri significati; infatti nel sec. IX curtis designo' peramplas rusticas domus et integras quandoque villas cum adnexis latifundis e poi ancora ampi poderi con case e talora castello e chiesa". Dunque la corte di Legnanello doveva avere un'ampia estensione, non sappiamo se fornita anche di chiesa e ancor meno probabilmente di castello o piccola fortificazione.
Abbiamo constatato certi legami tra Legnano e Milano facenti capo all'arcivescovo e ai monaci o ai canonici di S.Ambrogio, ma in seguito diverra' normale che famiglie milanesi posseggano beni a Legnano. La floridezza della metropoli richiede per i bisogni alimentari di fruire della produzione agricola della campagna. Anche questo concorre allo sviluppo di un'attivita' commerciale e di una classe mercantile di cives negotiatores che investono i loro profitti nei terreni e si affiancano ai possessi ereditari della classe feudale. Possedere terreni in citta' o in campagna vale quanto un titolo nobiliare, e poiche' l'espansione della ricchezza produce il fenomeno dell'urbanesimo, non ci si meraviglia se alcune famiglie legnanesi si trasferiscono in citta'.
Si forma cosi' un ceto di ricchi proprietari nobili, di origine feudale o mercantile, che hanno case a Milano,  case e terreni a Legnano, che spostano la loro dimora secondo le stagioni e le circostanze, Da queste famiglie usciranno in seguito personaggi di rilievo nell'ambito culturale e politico.
Pur appartenendo al contado del Seprio, Legnano ha legami cosi' stretti con Milano da essere obbligata a seguirne, almeno di riflesso le vicende. Nella metropoli va crescendo il potere politico dell'arcivescovo, che non e' solo un ecclesiastico, e' un capo civile e militare; incorona re e imperatori, tiene testa al pontefice e quando il papato e' in crisi, fa di Milano una seconda Roma, Se Ansperto ha fortificato la citta' cosi' da tener lontani gli Ungheri all'inizio del secolo X, Ariberto da Intimiano nella prima meta' del secolo XI si assicura un vero principato mirando addirittura a costituire uno stato dalle Alpi al Po. Prima di morire pero' egli conosce un duro contrasto nella sommossa del popolo capeggiato dal nobile Lanzone, che lo costringe a uscire dalla citta'. La rivolta rientra, ma e' soltanto il preludio delle gravi agitazioni sociali e religiose che nella seconda eta' del secolo faranno capo alla Pataria, una guerra popolare contro il clero simoniaco e concubinario. Come prima da Lanzone, il popolo e' ancora guidato da nobili ed ecclesistici. Si invoca un ritorno alla Chiesa primitiva, con un clero casto e fedele al Sermone della Montagna. Cosi' predica Anselmo da Baggio, gia' candidato alla successione di Ariberto, ma il vero successore per allontanarlo lo fa nominare vescovo di Lucca. Anselmo (che poi diverra' papa Alessandro II), partendo affida il suo compito a un sacerdote, Arialdo da Cucciago, che ha studiato all'universita' di Parigi e a un altro prete di nobile origine, Landolfo Cotta, al quale poco dopo si affianca il fratello erlembaldo, uomo d'arme. Landolfo predica a Milano, Arialdo gira nelle campagne verso Varese. Non si sbaglia pensando che lo abbia fatto anche a Legnano, dove i Cotta avevano un fortilizio. Sapendo che Arialdo riusci' a infiammare tutta la campagna contro l'arcivescovo Guido da Velate, dobbiamo credere che anche i Legnanesi fossero con lui. Dopo un'aspra lotta a base di sommosse e di scomuniche Arialdo in viaggio verso Roma e' sorpreso a Piacenza dai nemici. Sfugge, si ripara a Pavia, quindi Erlembaldo gli trova rifugio nel suo castello a Legnano. Ma vi e' chi lo tradisce. Lo portano sul lago Maggiore (Isola Bella?) e lo uccidono. Abbiamo con questo la certezza dell'esistenza a Legnano di un castello, che il Giulini chiama S.Giorgio, ossia il castello attuale sull'Olona,  che fu cominciato a costruire molto tempo dopo. Durante gli scavi per la costruzione del palazzo della attuale Galleria INA vennero alla luce i robusti muraglioni di una fortificazione che si estendeva fino all'area dell'attuale Asilo infantile, di fianco alla chiesa allora dedicata a S.Salvatore. Qui dunque doveva essere situato il castello dei Cotta, che funziono' egregiamente prima del Castello Visconteo.   
 
 
 
 
 

28.1.40 L-foto

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Fotografie Varie di
LEGNANO
 
P10,3: sarebbe sul lato piu' lungo 10cm e sul lato piu' corto 3cm.
V300°: sarebbe fotografato da 300°
F800: Fotografia n.° 800
 
 
 
 
Raccoglitore n.° 1 - Fotografie di Legnano
 
 
800       01/01/94       Castello - Torrione. Vista frontale del torrione principale visto da 330°. Il torrione e' stato costruito circa verso il 1340.
801       01/01/94       Castello - Entrata del torrione. Il portone e' stato sostituito nel settembre del 1994 con un cancello in ferro di buona fattura che permette l'ampia visibilita' verso l'interno. E' stoto leggermente pulito anche lo spazio sottostante il torrione.
802       01/01/94       Castello - Frontale sinistro visto da 300°
803       01/01/94       Castello - Frontale destro visto da 300°
804       01/01/94       Castello - Lato ovest visto da 320°
805       01/01/94       Castello - Torrione NO visto da V320°. Questa torre e' in mattone come tuuta la costruzione del castello, ma una, quella di ponente alla facciata, rivela nella sua periferia esterna avanzi di intonacatura e di affrescature decorative a base di festoni di fiori sorretti da anelli. Ma quasi tutto e' svanito e solo si riesce a capire che trattasi di una decorazione di stile impero, che sarebbe stata in stridente contrasto colla severita' di tutta la costruzione lombarda a mattone in vista. Nel nostro pensiero corre ad attribuire al carlo Cornaggia, acquirente del castello nel 1798, l'intenzione di affrescare in stile impero le torri e chissa' quant'altre parti; ma fortunatamente all'intenzione segui' probabilmente solo l'esperimento su una torre che ci rileva le racce di cui dicemmo, perche' altro non si trova. L'intenzione aveva perdurato a lungo perche', abbandonate nel vano della stessa torre trovammo ammassati, nel 1925, moltissimi elementi in cotto per fasce decorative e modanature che oltre 50 anni dopo si dovevano aggiungere alle torri per la trasformazione nello stile infelice della meta' del sec. XIX. ) Mem8 pg.13)
806       01/01/94       Castello - Lato est visto da 110°
807       01/01/94       Castello - Lato sud visto da 160°
808       01/01/94       Castello - Lato sud visto da 130°
809       01/01/94       Molino Di Sopra - Si trova a V150° dal castello. E' il primo a sud del castello. Ha ancora abbozzato e pericolante un ponte.
810       01/01/94       Molino Di Sopra - Terzo caseggiato a sinistra entrando
811       01/01/94       Molino Di Sopra - E' una griglia per fare fuoco.
812       21/01/93       Castello - Visto dal lato ovest del castello
813       21/01/93       Castello - Vista del lato nord
814       21/01/93       Castello - Vista del lato ovest
815       21/01/93       Castello - Vista del lato ovest
816       21/01/93       Castello - Vista del lato ovest
817       12/01/93       Casa Boso - Vista dalla finestra della sala.
818        21/01/93        Ponte dell'Olona - E' il secondo ponte (vedi F819) all'interno della Ditta. Non e' in uso ed e' chiuso con rete metallica. La vista e' dal primo ponte.
819        21/01/93        Fiume Olona - Ponte dell'Olona. Era un ponte inglobato nella ditta Dell'Acqua (oppure Brusadelli ???). Questo ponte e' ora percorribile grazie all'impegno dei Lions Club per il suo restauro. Collega la piazzetta parcheggio che sta di fronte alla Famiglia Legnanese al Parco Pubblico degli istituti tecnici.
820        21/01/93        Ponte dell'Olona - Vedi F818 visto dal parco degli istituti tecnici di Via Diaz.
822        21/01/93        Ponte sull'Olona. Vedi F818 visto sempre dal parco ma con angoloo diverso. Si vede sul fondo la vasa arcivescovile e il retro della chiesa di San magno.
823        21/01/94        Vista del parcheggio di fronte alla Famiglia Legnanese. Si vede il retro del palazzo Littorio.
823       21/01/93       Famiglia Legnanese -  sita in via Matteotti
824        21/01/94        Palazzotto da definire. Vista dal ponte di Via Matteotti verso il Sempione. Detta casa ha l'entrata in via Lampugnani. Il fiume e' l'Olona.
825        21/01/94        Questo scorcio dell'Olona e' la parte bassa a destra della F824. (vedi riferimento del palo di elettrificazione). Vi rappresenta uno scivolo che dalla casa porta al fiume. Due sono i misuratori del livello dell'acqua.
826        12/01/94        Scorcio dall'angolo di Via Pontida e Via Garibaldi osservando un caseggiato della Ditta Cantoni che serviva per le scuole dei figli degli operai.
827        12/01/94        vista della chiesa di San Domenico dallo stesso punto della F826. Via Olonella (vicolo chiuso) serve alla casa di fronte.
828        21/01/94        Vista du un fabbricato ripreso da Corso garibaldi angolo via Mazzini. Sono gli ex uffici della Bernocchi.
829        21/01/94        Casa del Proverbio. Sita in Via Garibaldi (di finando alla chiesa di San Domenico). Il Proverbio eveva una fabbrica di carta? in Via Verdi. (ove oggi, rimodernato vendono mobili antichi e abiti da sposa).
830        21/01/94        Vista di un cortile (retro del marmista di Via De Gasperi. Sartori e' il nome). La ripresa effettuata dal fondo della galleria che parte da Corso garibaldi, di fronte alla chiesa. Sulla sinistra una casa ristrutturate bene in antico e piu' sulla sinistra lo spiazzo delle case abbatture di via Gigante.
831        21/01/94        Vista della piazza Carroccio, ex mercato. Sotto passa l'Olona. Sulla destra il nuovo palazzo della Pretura. Inizio di Via Corridoni angolo Via Ghirardelli.
832        21/01/94        Vista del piazzale delle case abbatture di Via del Gigante. Nel P3,7 e' stata scattata la F830. Sulla sinistra e' il muro di cinta, approfondito alla base per 5 metri per sostegno della casa descritta nella F830.
833        21/01/94        Vista della piazza Carroccio da Via Beccaria con Via Macello. Si vede l'Olona ristrutturato.
834       21/01/94       Casa in via Peschiera. In fase di ristrutturazione
835       21/01/94       Casa in via Peschiera. In fase di ristrutturazione.
836        21/01/94        Via S. Ambrogio vista del cortiletto inutilizzato che affianca la casa che si vede sulla sinistra della F.837
837       21/01/94       Via S.Ambrogio. Antiche case in rovina nella contrada di S. Ambrogio.
838        21/01/94        Via S.Ambrogio. Sulla destra vi e' il cortiletto della F.836. Sul fronte la chiesa e sulla sinistra i palarrzzi costruiti ex novo.
839        21/01/94        Via S.Ambrogio - Vista del cortile del maniero di s. Ambrogio visto dall'entrata del palazzo giallo ricostruito di fronte alla chiesa.
840        21/01/94        Vista del cortile sulla destra della chiesa di S. Ambrogio. Sulla sinistra, dietro questo caseggiato, la chiesa.
841        21/01/94        Via S.Ambrogio vista dalla chiesa. Sulla sinistra il cortiletto F836
842       21/01/94       Via S.Ambrogio - Fra la casa di F840 (a destra) e la chiesa
843        21/01/94        Piazza De Gasperi - Vista dalla piazza De Gasperi perso la chiesa S. Ambrogio. Sulla destra le case vecchie. Dietro i palazzoni sulla sinistra, la chiesa.
844       23/01/94        - Vista dell'asilo Lampugnani
845       23/01/94       Via Teano
846       23/01/94       Mulino Meraviglia - Le pale
847       23/01/94       Castello -
848       23/01/94       Castello -
849       23/01/94       Castello -
850       23/01/94       Castello -
851       23/01/94       Castello -
852       23/01/94       Castello -
853       23/01/94       Castello -
854       23/01/94       Castello -
855       23/01/94       Castello -
856       23/01/94       Castello -
857       23/01/94       Castello -
858       23/01/94       Castello -
859       23/01/94       Castello -
860       23/01/94       Castello -
861       23/01/94       Castello -
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863       23/01/94       Castello -
864       23/01/94       Castello -
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Raccoglitore n.° 1 - Diapositive di Legnano
 
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Nel 1850 a Legnano c'erano 2 ricevitorie postali
 
Le poste di Legnano vantano un primato (negativo naturalmente)  negli ultimi due secoli e' l'ufficio pubblico che ha avuto un maggior numero di spostamenti di sede. Anche tra i vecchi legnanesi che piu' ricordano le cose del passato, sono disorientati nel ricostruire dove fosse stata in un certo periodo la sede delle poste; una sede nomade, un ufficio errante, sempre in pena, quasi emblematico di una situazione di carenza e precarieta' che caratterizza in Italia questo servizio pubblico.
Dalla seconda decade del 1800 ad oggi le poste hanno cambiato di sede ben sette volte e quasi sempre ospitate in edifici privati, con la conseguenza di essere legate agli abbattimenti ed alle trasformazioni urbanistiche che ha subito la citta'.
Impresa ardua sarebbe indicare le varie date di una ubicazione dell'altra.
Abbiamo comunque ricostruito che all'inizio del 1800 la regia ricevitoria postale trovo' sede dapprima sull'allora stradone per Legnanello (oggi viale Matteotti) per poi essere trasferita nella zona "piasso' de puii", cioe' in contrada "sopra la piazza" (per restare nelle denominazioni di quei tempi).
La vicinanza con il Sempione, l'arteria lungo la quale si svolgeva il traffico della linea regolare servita da una diligenza a cavalli,aveva fatto ritenere idonea una simile ubicazione. Poi le poste, proseguendo nel loro peregrinare, vennero sballottate dalla "via del Monastero" a Corso Vittorio Emanuele e quindi trasferite in corso Garibaldi all'angolo di via Verdi. E questa fu la sede fino a quel momento piu' razionale e centrale. Quest'ufficio postale fu diretto dalle sorelle Aurora e Gisella Annoni. Un'altra sorella Amalia, detta "Bigiue'" impiegata alla manifattura di Legnano mori' in odore di santita'. Tutti i vecchi la ricordano quando transitava lungo Corso Vittorio Emanuele per recarsi al lavoro:i passeri scendevano a stormo dalle piante e si posavano sulle spalle sulle mani protese, nel cui palmo c'erano briciole di pane.
L'ufficio postale di Legnano ando' poi ad occupare il pian terreno del palazzotto di piazza IV Novembre dove resto' fin al dopoguerra per riprendere il suo contrastato itinerario per essere relegata nel capannone di un ex stabilimento tessile in corso Italia all'angolo con la via De Gasperi. Da qui, per finire, e' andata alla sede nuova, spaziosa, (ma non troppo) forse definitivamente definitiva, dal momento che l'amministrazione pubblica postale ha acquistato i locali.
Ma nella storia delle poste legnanesi si inserisce anche la fugace permanenza di quel  Legnanello di un distaccamento autonomo. Abbiamo persino scovato la busta completa di affrancatura ed annullo, busta che ci ha riportato indietro di oltre mezzo secolo a rievocare una pagina di memorie cittadine del passato.
Nell'aprile del 1850 l'Imperiale Regia Delegazione Provinciale delle Poste di Milano, autorizzava l'apertura di una ricevitoria postale autonoma "in Contrada Legnanello, sulla corsia Sempione".
Cosi' si chiamava l'attuale corso Sempione dopo che Napoleone Buonaparte aveva fatto collegare Milano a Parigi attraverso il passo del Sempione luungo il tragitto Rho, Legnano, Gallarate, Sesto Calende, Arona.
L'ufficio postale era ubicato in una delle case di fronte all'istituto Barbara Melzi che erano appartenute fin dal XVI secolo al nobile Andrea Lampugnani di Legnanello. In quella stessa zona vi era anche l'antica chiesetta di Santa Maria Annunziata.
L'ufficio postale di Legnanello resto' in esercizio soltanto sei mesi, in quanto non aveva fatto registrare il movimento sperato. Gli abitanti della contrada ripresero quindi a fare capo all'ufficio postale di Legnano che era stato aperto fin dal 1826 e che con l'avvento  primi stabilimenti tessili aveva assunto notevole importanza. A quei tempi Legnano contava poco piu' di cinquemila abitanti e due uffici postali forse erano un lusso eccessivo.
La ricevitoria postale di legnanello era stata aperta piu' che altro per la vicinanza con la "Stazione di posta" della gia' ricordata linea del Sempione servita da un postiglione al quale venivano affidati gli effetti postali. Le "Stazioni di posta" erano in genere situate ad una quindicina di chilometri di distanza l'una dall'altra ed non erano da confondersi con gli uffici postali.
Dalla sua soppressione (fine del 1850) un ufficio postale del rione di Legnanello torno' ad esere ripristinato a distanza di 115 anni, esattamente nel 1965, come "Succursale numero uno" dell'ufficio postale principale.
In quei sei mesi di modesta attivita' della ottocentesca ricevitoria postale di Legnanello, l'affrancatura delle lettere avveniva ancora mediante bolli del Regno Lombardo Veneto da trenta centesimi, non dentellati (l'uso del francobollo era stato introdotto da poco in Italia). L'ufficio era dotato di timbro per l'annullo lineare con scritta in corsivo della localita' e sotto ad essa la data: soltanto giorno e mese.
Pare che le buste con l'annullo di Legnanello ne esistano pochissime, al massimo quattro o cinque. Per i collezzionisti un annullo come questo ha un valore espresso in punti. Per i cultori di storia locale, la busta vale un secolo e piu'.
 
Note: Corso Garibaldi negli anni trenta. Visibile sopra il "Salone Centrale" la lapide posta sulla facciata dlla casa dei fratelli Galli Tognotta, gia' di proprieta' dell'ex sindaco Bernardo Bossi, che ricorda la visita di Giuseppe garibaldi (16 giugno 1862) alla citta'. Dal balcone sovrastante il portale lo stesso eroe rivolse alla popolazone un discorso, lanciando per primo l'idea di erigere un monumento a ricordo della vittoria del 1976.
Note: una delle sedi della posta nel 1935 fu in piazza IV novembre in angolo con via Crispi.
 
 

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I gloriosi pompieri aziendali
 
Fino agli anni 1930 Legnano non disponeva di un vero e proprio servizio di pompieri in quanto i principali stabilimenti industriali avevano istituito  a proprie spese un corpo di pompieri in grado di fare fronte ad ogni eventualita'. Questi corpi privati si prestavano a qualsiasi occorrenza entro l'abitato del territorio comunale ed avevano anche molti servizi di pronto intervento in occasione di calamita' capitate.
In particolare in due circostanze si distinsero i vigili del fuoco che allora operavano in Legnano e precisamente durante il terribile ciclone del 25 luglio 1910 che fece anche alcune vittime fra la popolazione. Numerosse case furono scoperchiate; un comignolo della Tosi fu abbattuto. Il tornado danneggio' anche e seriamente il tetto della basilica di San Magno. La via Girardelli era cosparsa di tegole e macerie.
In quella occasione cosi' come durante l'alluvione del 1917 con lo straripamento del fiume Olona le cui acque invasero strade e stabilimenti, i pompieri privati delle industrie legnanesi si prestarono con spirito altruistico ed abnegazione per recare soccorso anche alla popolazione civile.
Avevano un servizio pompieristico in proprio nei primi anni del 1900 il Cotonificio cantoni, il Cotonificio Dell'Acqua, la Societa' Bernocchi, la Societa' Franco Tosi.
Nell'archivio della Cantoni esiste un vecchio album con tante fotografie "storiche" ancora qualche istantanea che ritrae i vecchi vigili del fuoco aziendali accanto ai loro automezzi che oggi fanno sorridere ma che allora svolgevano un onorevole servizio.
Legnano oggi ha un efficientissimo distaccamento dei vigili del fuoco con autopompe modernissime in grado di raggiungere il luogo di chiamata ad una velocita' di 90 Km/h ed un parco mezzi ed attrezzature varie di tutto rispetto. Anche la tradizione pompieristica tramandata fino a noi dagli ardimentosi pompieri dei primi stabilimenti legnanesi si e' mantenuta ad un degno livello per la citta' dinamica ed operosa che e' Legnano.
 
 
 

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Le Origini
 
 
Legnano sorge a mezza strada Tra Milano e i Laghi, sulle rive dell'Olona, nel punto in cui la valle di questo fiume, dopo un lungo tratto nel quale si presenta stretta e ripida e nel quale tocca tra gli altri gli abitati di Castelseprio, Cairate, Fagnano, Solbiate, Olgiate e Castellanza e si allarga e si abbassa. Da tutto ciò si comprende facilmente quale ruolo la posizione geografica abbia avuto nello sviluppo di questo borgo. ) Da "Il territorio Insubre nella Eta' Romana" in Storia di Milano.) Infatti già in epoca preromana, essendo i traffici abbastanza vivaci da portare alla formazione nell'Europa centrale di un'unica cultura detta "La Tène", è presumibile che la valle dell'Olona fosse percorsa da una strada; questo fatto sarebbe confermato dal ritrovamento di tracce di borgate di epoca preistorica a Parabiago, Legnano e Castelseprio.
In particolare quindi Legnano risulterebbe abitata da epoca remotissima e del tutto appare infondata, di conseguenza, la tradizione secondo la quale il villaggio sarebbe stato fondato dal console Lucio Licinio Grasso, Governatore della Gallia Cisalpina, il quale, guerreggiando in Val d'Olona con Quinto Muzio Scevola, avrebbe fondato il borgo imponendogli il nome Forum Licinii. ) Da Legnano, in "Legnano").
Questa fantasiosa ipotesi, sempre secondo questa tradizione, sarebbe confermata dall'antico nome "Licinianum" che ricollegherebbe la fondazione, se non al console, per lo meno a qualcuno dei numerosi capitani che in questo esercito portavano il nome di Licinio.
Su questa ipotesi non si può certo essere d'accordo, dal momento che non e' suffragata da alcuna testimonianza: inoltre non risulta altrove il toponimo "Licinianum", secondo l'Olivieri ) Aggiunte al dizionario di toponomastica Lombarda in "Archicio Storico Lombardo", 1939, pag. 264) il nome più antico sarebbe Lemoniano o Leminiano. Tuttavia questo toponimo, che compare in alcune carte medioevali, e tra l'altro Ledegnano, anch'esso attribuito al nostro borgo, non sembrano avere alcuna relazione con esso, mentre nel documento più antico e noi pervenuto il nome di Legnano, nella variante di Legnanello, suona Lenianellum. Per quanto riguarda il nome quindi l'ipotesi piu' probabile resta quella secondo la quale esso deriverebbe da un nome di persona ) L'Olivieri a sostegno di questa ipotesi riporta l'esempio di Luminiano, anticamente Liminiano che deriva da Limenius, nome di persona.), probabilmente Laenius e Linius: si tratterebbe quindi di un aggettivo prediale sorto in eta' romana.
Quale sia l'origine del nome, e' comunque certo che in questo luogo si ebbe uno stanziamento in epoca molto antica, forse da parte di una  tribu' ligure rimasta isolata tra i boschi e sopravvissuta al generale insediamento gallico; questa ipotesi e' suffragata da substrati tipicamente liguri presenti nel dialetto locale.
Cio' nonostante si sono avuti nella zona di Legnano alcuni importanti ritrovamenti di  origine gallica: in particolare essi si riferiscono alla cosiddetta civiltà gallo-romana, cioè a quella civilta' nata dalla fusione dei Galli invasori con le popolazioni da loro sottomesse e successivamente con i Romani. ) A. Passerini.).
I ritrovamenti in questione sono elencati dall'Ing. Sutermeister ) da Legnano Romana, Legnano 1939) che presenzio' personalmente ala maggior parte degli scavi, e attualmente raccolti nel museo civico di Legnano.
I luoghi che hanno dato piu' cospicui ritrovamenti sono la zona del sagrato della chiesa quattrocentesca del monastero di Santa  Maria degli Angeli, ormai da tempo distrutta ) Si tratta di una tomba senza anfora cineraria e con corredo di ornamenti di epoca tipicamente gallica e di un' altra tomba con vaso cinerario e corredo di oggetti in bronzo.), la zona cosiddetta ) Tra l'altro n vaso gallico a .) e, a Canegrate, la zona a circa 100 metri dalla chiesetta di Santa Colomba ) Da ciò Sutermeister argomenta la continuità attraverso i secoli di una zona sacra a vari culti successivi.). Di altri ritrovamenti dello stesso tipo Sutermeister dà notizie che trae indirettamente da alcuni opuscoli e delle quali non si può trovare conferma essendo andati dispersi gli oggetti in questione. In particolare il Ricci ) La Necropoli di Legnano.) riferisce sul rinvenimento di una tomba di donna in una casa di Via Sempione ) Vi sarebbero stati rinvenuti un chiodo, una punta di lancia, una armilla ed altro.), mentre il Pirovano ) Memorie Postume di Legnano, 1883) ricorda i ritrovamenti fatti alla Cascina Ponzella e alla Cascina Buon Gesù.
Difficile dunque dire quale sia stato effettivamente il peso avuto dai Galli nella storia della nostra città. Certo e' che, in quest'epoca, gli stanziamenti nella nostra zona avvenivano lungo le rive dei laghi e lungo le paludi; forse nella stessa Legnano esisteva allora una palude che farebbe pensare al tipo di terra presso il Castello ) )  e l'insediamento sarebbe avvenuto dunque nelle terre piu' alte. Questa ipotesi sarebbe confermata dal fatto che, anche nei secoli successivi, la parte piu' bassa della valle, accanto al fiume, continuo' ad impaludarsi e dall'altro fatto significativo che i luoghi dei ritrovamenti di epoca gallica e romana corrispondono alla sommita' dei due modesti rilievi, che sovrastano l'Olona da un lato e dall'altro.
Con l'avvento dei romani venne mantenuto sostanzialmente il rozzo ordinamento gallico che era costituito dalle singole tribu' che, riunite, formavano cio' che i Romani chiamavano civitates e che erano dotate ciascuna di un proprio territorio, detto da Romani Pagus e suddiviso in vici cioe' villaggi.
Tuttavia le funzioni di questo schema di organizzazione furono limitate al campo religioso ed amministrativo. Probabilmente Legnano ebbe entro questo quadro la funzione di Vicus e fu assai forente, almeno a giudicare dalla tracce lasciate in essa dalla dominazione Romana.
Infatti i centri rurali piu' floridi in questo periodo sembra fossero proprio quelli a nord-ovest di Milano; in particolare lungo la valle dell'Olona si sussegue una serie di vici la cui importanza e' testimoniata dalla quantità e dalla qualità dei ritrovamenti: Parabiago ) Vi sono ritrovati un sepolcreto, con tombe risalenti anche al secolo I a.C. ed una lanx argentea con figurazioni del ciclo di Cibele e Attis.), Legnano e, più a nord, Sibrium che deve la sua prosperità al  fatto d trovarsi all'incrocio delle due vie della valle Olona e da Novara a Como, e che avrà un ruolo di primaria importanza nella storia di tutta la regione nei secoli successivi.
Ma tornando in particolare a Legnano, come abbiamo detto, le testimonianze della vita romana nel nostro villaggio sono degne di essere prese in considerazione.
Le zone di maggior interesse in questo senso si susseguono lungo le rive dell'Olona e precisamente, nel lato destro, da Castellanza a S. Giorgio e in quello sinistro, da Marnate a Legnano.
Più precisamente nel lato destro incontriamo una vasta necropoli nella zona della chiesetta di S. Martino ) Secondo i calcoli di Sutermeister, questa necropoli compresa grossomodo tra le vie Roma, Garibaldi, Milazzo e Bellingera, avrebbe un'estensione di circa 60.000 metri quadrati e si collegherebbe perciò a beneficio di 27.000 pertiche, concesso nel secolo XV al monastero di S. Maria degli Angeli e situato a nord del monastero stesso, cioè proprio in questa zona.), costituita per tre quarti da tombe cristiane e per un quarto da tombe tardo-pagane. Proseguendo incontriamo la celebre necropoli di via Novara, comprese tra le vie Novara, Firenze, Giusti: dalle monete ritrovate in queste tombe si può con una certa sicurezza datare l'intero complesso all'epoca dell'Impero da Augusto a Caligola (I sec. a.C. - 1 Sec. d.C.), a parte un piccolo gruppo di sepolture risalenti all'epoca di Licinio Costantino ( IV sec. d.C.).
 
Le suppellettili trovate in questa necropoli corrispondono all'uso generale della Lombardia, vale a dire c'e' abbondanza di vasetti e scarsita' di oggetti in bronzo, poche monete e solo in bronzo; mancano quasi totalmente le armi, mentre sono frequenti gli oggetti collegati in qualche modo all'agricoltura e alla pastoriziaQuesta necropoli presenta numerosi aspetti interessanti, tra cui una kisteriosa divisione interna tra nord-est a sud-ovest tra due settori, quello di levante a sepolture piu' modeste, l'altro assai ricco. Questa differenza non sembra giustificata secondo Sutermeister ne' dalla diversa epoca ne' a discriminazioni di natura economica-sociale..
Sempre proseguendo lungo il lato destro dell'Olona troviamo, presso l'attuale cimitero, la necropoli della cosiddetta "costa di San Giorgio", che si puo' datare all'incirca al secolo II° d.c. e comprende tombe ad inumazione e incenerizione, divise in due settoriLa presenza di una specie di fossa comune, un poco discosta dalle altre tombe, ha fatto pensare a Sutermeiister che la peste del 252 / 266 d.c. abbia colpito,, e in misura abbastanza considerevole, anche Legnano..
Tracce di tombe dell'epoca augustea sarebbero state scoperte anche a San Giorgio a ponente della via Umberto I° e in altri luoghi, ma se ne hanno notizie vaghe e indirette.
Dal lato opposto del fiume si sono avuti ritrovamenti dell'epoca augustea presso Marnate, andati dispersi; inoltre altre tracce di tombe si sono ritrovate nella zona detta "paradiso" e sepolture del basso impero a Legnanello, nella zona che porta il significativo nome tradizionale di "La Morta". Proseguendo lungo questo lato del fiume non si sono fatti altri ritrovamenti, perche' il declivio, anticamente abbastanza scosceso, e' stato poi corretto nel corso dei secoli per permettere la coltivazione: si tratta infatti della zona dei cosiddetti "colli di S. Erasmo" che, coltivati a viti dai tempi assai remoti, producevano un vino assai rinomato fino a qualche decennio fa.
Nella zona di legnano si sono ritrovate anche alcune are e precisamente un'ara dedicata a Diana, a Gorla Maggiore, a Vulcano e San Giorgio, e ad una divinita' imprecisata, a Rescaldina; inoltre a Legnano si e' ritrovato un cippo funerario, alla cascina San Bernardino, un cippo votivo a Vulcano ed un cippo di epoca imperiale, a Legnanello.
Da quanto si e' detto sopra, si possono trarre alcune considerazioni di carattere generale.
Una prima osservazione ci e' suggerita dal fatto che, come si diceva sopra, dall'esame delle numerose tombe rinvenute a Legnano e' risultata evidente l'abbondanza di oggetti legati all'agricoltura e ancora di piu' alla pastorizia, mentre mancano, invece, totalmente le armi.
Se ne puo' concludere che il nostro borgo in epoca romana non era un presidio militare fortificato, ma un centro rurale nel quale le condizioni del tempo rendevano piu' redditizio coltivare a cereali i terreni bassi e vicini alle abitazioni, i quali, essendo vicini al fiume, erano anche i piu' fertili, e lasciare a pascolo le terre piu' alte.
Non sembra peraltro che in legnano venisse esercitata una particolare attivita' industriale: l'artigianato, anche nei secoli successivi, fu sempre di entita' assai modesta e strettamente limitata alle necessita' locali. Forse si puo' congettuare, dalla frequenza con cui si ripetono certi marchi di  fabbrica, che il borgo abbia avuto in epoca romana delle fabbriche di terracotta, per lo piu' di qualita' semplice ma di un certo livello artistico.
Queste osservazioni si accordano col quadro generale della campagna milanese in questo torno di tempo: la base dell'economia e' sempre di carattere agricolo. Cio' sarebbe confermato anche dalla toponomastica della zona che, come nel caso di legnano, consente frequentemente di ravvisare un collegamento tra il nome del villaggio e quello di colui che vi possedeva un fondo; cio' sarebbe da attribuirsi al fatto che nel catasto romano la registrazione dei fondi avveniva sotto il nome del proprietarioQuesta osservazione confermerebbe la tesi dell'Olivieri che fa derivare il nome di Legnano da quello di una persona.. D'altra parte la frequenza di questi toponimi porterebbe ad escludere la presenza qui di grandi latifondi i quali sarebbero, in ogni caso, abbastanza improduttivi in una zona dove il terreno, fertile e pianeggiante, suggerirebbe gia' di per se' uno sfruttamento intensivo.
Circa le coltivazioni, sappiamo da Polibio e Strabone che questa zona dava straordinaria abbondanza di prodotti agricoli, in particolare frumento, rape, ortaggi vari in genere e soprattutto vino. Era praticato anche l'allevamento dei suini e degli ovini, che produceva lane pregiate, lavorate in loco e che era strutturato sulla base di tante piccole greggi e non assumeva la forma del pascolo estensivo.
La proprieta' della fertile terra di questa zona costituiva di per se' una certa ricchezza, ma le condizioni dell'agricoltura di quel tempo non erano tali da consentire un reddito abbastanza alto da permettere al proprietario di vivere in citta', disinteressandosi della coltivazione. Questo stretto legame fra il proprietario e la sua terra fu uno dei fattori di sviluppo dell'agricoltura locale e fece si che,  essendo questa zona assai intensamente popolata e ben sfruttata, risentisse meno delle altre del contraccolpo della crisi economica che colpi' lo stato romano nel periodo del tardo impero, benche' un certo impoverimento progressivo si avverta anche nella stessa Legnano, ad esempio nel corredo funerario, sia qualitativamente che quantitativamente.
Legnano comunque, come tutta la zona circostante, gravito' sempre su Milano e risenti' profondamente di tutte le modificazioni di carattere politico-economico, che nel corso dei secoli mutarono la struttura sociale della citta'.
Cosi' appunto quando la situazione militare del basso impero, minacciato da nord, porto' alla ribalta Milano, divenuta improvvisamente la chiave di volta di tutto il sistema difensivo, anche la campagna circostante risenti' della mutata situazione. Infatti quando la corte imperiale si trasferi' a Milano, si ebbe in quella citta' una notevole concentrazione di capitali, che trovo' il suo sbocco naturale, secondo la concezione romana, nell'investimento terriero. Si formano cosi' nuove, ma esiterei dire grandi, proprieta', nelle quali erano mutate soprattutto il rapporto fra il proprietario con le sue terre: trattandosi di grandi personaggi di corte, il centro dei loro interessi era Milano e nella sua campagna trascorrevano, al piu', periodi di riposo in sontuose ville.
Questa apparente prosperita' e' tuttavia un prodotto artificioso della presenza a Milano dell'apparato burocratico imperiale, che fa di questa citta' un'isola di ricchezza nella generale decadenza. In realta' la crisi economica che travaglia l'impero non tardera' a rivelarsi anche qui, non appena questa illusoria "estate del morti" avra' chiuso il suo corso e le invasioni barbariche avranno liquidato definitivamente gli ultimi resti dell'impero.
 
 
 
 
 
 

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Breve guida alla visita delle sale Archeologiche del Museo
 
Le raccolte archeologiche del Museo Civico di Legnano sono il risultato di una assidua ricerca condotta dall'Ing. G.Sutermeister negli anni tra il 1925 ed il 1964, nel territorio della citta' e nelle zone limitrofe. Grazie all'appassionato studioso, intorno al quale si riuni' ben presto un gruppo di sostenitori che diede vita alla "Societa' Arte e Storia" Legnano, si rese possibile, nel 1928, la costruzione, con l'utilizzo dei resti originali, di un edificio che riprendeva la pianta della dimora quattrocentesca della famiglia Lampugnani che divenne la sede del Museo cittadino.
Al materiale portato a luce direttamente da Sutermeister, in qualita' di Ispettore Onorario della Soprintendenza alle Antichita' della Lombardia, si aggiunsero pezzi provenienti dalla Puglia, dove egli si reco' per lavoro. Dal 1964 in poi la collezione si arricchi' di piccole donazioni o di depositi, oltre ai reperti dell'eta' del Bronzo recuperati nel 1970 dal gruppo dei Subacquei legnanesi nel Lago di Monate.
La sistemazione operata da Sutermeister del materiale archeologico evidenziava principalmente le localita' di provenienza; in quella del 1970 a cura della dottoressa A. Soffredi il criterio che prevalse fu quello cronologico che avvicinava anche materiali di provenienza diversa purche' coevi.
L'attuale esposizione presenta il materiale collocato nelle due sale secondo i seguenti criteri:
Sala della Loggetta - reperti esposti cronologicamente per contesti tombali e per provenienza
Sala della Torre - reperti di eta' romana esposti per tipologia ed uso.
Del materiale archeologico si e' operata una selezione,  destinando al magazzino reperti di provenienza e forme analoghe a quelli esposti, per evitare eccessiva ripetitivita'; si sono riservati all'esposizione materiale utili ad un discorso didattico riferito prevalentemente, ma non esclusivamente, alla storia delle culture del "legnanese".
Il nuovo allestimento esclude per il momento le monete, da valorizzare in altra sede, tranne che per i pochissimi casi in cui esse sono legate a nuclei di materiali esposti. Una parte, purtroppo esigua, delle raccolte e' stata oggetto di restauro secondo le piu' avanzate metodologie.
 
 
La sala conserva oggetti recuperati prevalentemente da necropoli; i reperti di Monete rappresentano la sola testimonianza archeologica proveniente da un contesto abitativo. Percio' i diversi tipi di sepoltura, relativi ad epoche e culture differenti, ci permettono di tracciare, per Legnano e zone limitrofe, il cammino della civilta' a partire dall'eta' eneolitica e ci fanno comprendere e conoscere piu' a fondo la vita degli antichi abitanti della nostra zona.
A partire dall'eta' preistorica si distinguono diversi tipi tombali legati al differente rito del seppellimento del cadavere.
Per l'eta' preistorica e protostorica il rito prevalente e' quello dell'incinerazione, con ossa combuste e ceneri deposte in urne aventi forma e decorazioni varie, contenenti oggetti cari al defunto poste nella terra in fosse semplici e contornate da ciottoli o lastre di pietra.
Per la prima eta' romana ed imperiale il rito diffuso nel legnanese e dintorni e' ancora l'incinerazione con ossa combuste e ceneri deposte variamente e con corredo tombale piu' o meno ricco a seconda del censo e delle possibilita' economiche del defunto e della famiglia: in anfore segate o in cassette cubiche formate da tegole d'argilla, deposte semplicemente nella terra, in sarcofagi e casse litiche di diverse forme, spesso recanti iscrizioni riguardanti il defunto.
Per la tarda eta' romana il rito ormai piu' comune e' quello della inumazione con deposizione del cadavere, sempre con il relativo corredo, in tombe denominate "alla cappuccina", costituite da tegoloni d'argilla disposti a spiovente.
Data la consistenza numerica, delle tombe, sopratutto di quelle romane, viene spontaneo, chiedersi dove fossero ubicati gli abitati relativi a necropoli di tali dimensioni. A questo proposito le testimonianze archeologiche, pertinenti del resto solo ad epoca romana, sono scarse: poche fistule (- condutture) per l'acqua, alcune anfore vinarie ed olearie e un frammento di suspensura (indice quest'ultimo reperto dell'esistenza di un ambiente termale).
Dobbiamo percio' auspicare che future ricerche possano fornirci indicazioni piu' precise.
 
 
Il materiale e' organizzato per tipologia e secondo l'uso.
Viene presentato "l'instrumentum demesticum": la ceramica con le sue classi, contenitori, in vetro per olii e profumi, oggetti d'ornamento e da toilette, utensili per il lavoro quotidiano. Tutti gli oggetti, esposti secondo questo criterio, ci permettono di ricostruire idealmente la vita e sopratutto danno indicazioni abbastanza attendibili sul mondo del lavoro nel territorio legnanese.
 
 
Eneolitico finale 2000 - 1800 a.C.
 
La preistoria, che comprende un arco cronologico dal Paleolitico all'eta' del Bronzo, e' documentata per la prima volta a Legnano con il rinvenimento di alcuni frammenti relativi ad un vaso dell'eneolitico finale, attribuibile alla civilta' di Remedello.
Tale civilta' si diffuse sopratutto in Italia settentrionale, particolarmente nella Valle Padana e prende nome da una delle localita' in cui tali vasi furono rinvenuti.
Caratteristiche di questa "facies" culturale, contraddistinta dal rito funerario della inumazione con cadavere rannicchiato, e' il vaso denominato campaniforme per il suo profilo somigliante ad una campana rovesciata e decorato, nella Valle Padana generalmente a zone, nello stile "internazionale" con fasce orizzontali lisce alternate ad altre compite da rombetti incisi, puntini o linee disposte a lisca di pesce, distribuite regolarmente sulla superficie del vaso. Solitamente la decorazione e' eseguita a pettine. Tale recipiente presenta stretta attinenza con materiale simile della Francia meridionale e della Spagna.
Si trattava probabilmente di un oggetto di importazione, particolarmente pregiato, poiche' si distingue dal resto della ceramica cui si accompagnava, oltre che per l'ornato anche per la finezza dell'impasto.
Dallo studio dei corredi tombali delle necropoli della Valle Padana (Remedello, Fontanella Mantovana etc.), risulta evidente la grande varieta' degli oggetti deposti presso i defunti; tutte le industrie sono rappresentate : selce scheggiata, pietra levigata, osso, corno, tessuti, ornamenti in metallo, ceramica.
Tutti questi manufatti testimoniano gli intensi rapporti commerciali dei "remedelliani" con l'ambiente franco-iberico e mostrano un quadro della civilta' portatrice del vaso campaniforme. La frequenza delle armi nei corredi fa pensare ad un popolo bellicoso, cacciatore: all'agricoltura possono riferirsi invece le asce di pietra levigata.
La varieta' degli oggetti d'ornamento prodotti e acquistati, mette in evidenza una considerevole ricchezza, almeno da parte di alcuni individui, i cui corredi comprendevano manufatti anche in argento.
Gli studiosi ipotizzano percio' una cultura omogenea, legata ad un gruppo etnico a se stante, dedito anche ai commerci, grazie all'utilizzo delle vie fluviali per gli spostamenti.
Nel Museo e' presentata parte di una larga scodella campaniforme rinvenuta in frammenti dall'Ing.Guido Sutermeister tra il 1926 ed il 1928 in localita' "Paradiso" nella zona detta "La Montagnola"; durante i lavori di scavo per la creazione della strada provinciale che unisce Castellanza e Busto Arsizio con Saronno.
 
 
Lago di Monate (Bronzo medio e recente 1600 - 900)
 
Le ricerche di abitati preistorici palafitticoli nel Lago di Monate sono testimoniate a partire dal 1864, anno in cui furono individuate due palafitte a Cadrezzate (Varese), cui venne dato il nome corrispondente alla denominazione delle due localita' dove giacevano le stazioni: "Pozzolo" per la palafitta sud e "Sabbione" per la palafitta nord.
La terza stazione, quella dell'"Occhio", presso Travedona Monate, venne scoperta nel 1876.
I lavori di ricerca proseguirono per alcuni anni successivi ed i materiali, recuperati con la draga, si trovano presso il Museo Giovio di Como ed il magazzino dei Civici Musei di Villa Mirabello di Varese.
Le stazioni vennero poi esplorate dopo il 1970 quando i primi gruppi di sommozzatori sportivi, durante i loro allenamenti, raccolsero alcuni resti. Proprio in quegli anni il gruppo subacquei di Legnano guidato da Luraschi e Pontiggia recupero' dalla palafitte del Sabbione e dall'Occhio il materiale esposto nel Museo.
La Sopraintendenza alle Antichita' della Lombardia autorizzo' quindi dal 1974 il rilievo della topografia nella palafitta dell'Occhio e, tra il 1980/81 quella della stazione del Sabbione, di ampiezza tale da costituire un abitato molto rappresentativo e ricco di informazioni. Le ricerche tuttora in corso hanno permesso di localizzare topograficamente l'area interessata dal complesso preistorico e di delimitare lo specchio lacustre preso in esame stendento sul fondale un reticolo di corde onde mettere in evidenza l'area dello stanziamento palafitticolo.
Ne e' risultata una struttura rettangolare di mt. 140 x 50 che, per comodita' di rilievo e scavo, e' stata suddivisa in 70 quadrati ciascuno di mt. 10 per lato, denominati settori.
Il rilevamento topografico nei settori I - II ha permesso di individuare una struttura di pali assai interessante, forse il confine sud-occidentale dell'abitato.
Il materiale esposto giaceva alla base dei pali dell'impalcatura palafitticola ed e' frammentario perche' e' stato rinvenuto in un contesto abitativo; comprende essenzialmente ciotole e pareti distinte con orlo estroflesso, vasi bitroncoconici, olle con anse a nastro verticale, accette in pietra, punte di freccia, forme per fusione, brassard, pugnaletti e spillone in bronzo.
 
 
Fine XIV - XIII sec a.C.
 
L'area di diffusione della cultura di Canegrate, ascrivibile alla tarda eta' del bronzo, comprende parte della Lombardia occidentale, la provincia di Novara ed il Canton Ticino. Deriva il suo nome dalla localita' di Canegrate, presso Legnano, una delle piu' importanti necropoli.
La cultura di Canegrate e' probabilmente legata a popolazioni di origine Centro-Europea scese in Italia attraverso i valichi svizzeri, come e' testimoniato dall'analisi dei corredi tombali che documentano fitti scambi commerciali con le zone a nord delle Alpi.
Il rito funerario e' caratterizzato dalla cremazione; le ossa combuste e le ceneri erano deposte in un'urna di forma biconico-lenticolare (doppio tronco di cono sovrapposto schiacciato), collocata frequentemente capovolta, in una semplice buca in nuda terra o piu' raramente in un loculo a cassetta di beole e ciottoli. In molti casi l'urna conteneva resti di piu' individui, come e' testimoniato dalla tomba 9, depositata presso il Museo Civico di Milano, che conteneva i resti di ben 5 defunti.
Il corredo comprendeva oggetti di bronzo di carattere ornamentale (armille, orecchini, pendagli, spilloni, torques) ed armi (spade, pugnali, coltelli), elemento caratterizzante di molti corredi. Tale materiale, proveniente dal rogo, appare deformato per effetto termico; e' piu' rara la deposizione di oggetti interi o spezzati ritualmente.
Nell'ambito della ceramica si nota una distinzione tra quella fine e quella grossolana o d'uso domestico. La ceramica "fine" ha impasto depurato, presenta una superficie lisciata, lucida o semilucida di colore nero o terra bruciata; la decorazione consiste in fasci di leggere solcature verticali, oblique e orizzontali, talvolta inframezzate da coppelle con bugne rilevate al centro, di cerchiolini impressi, triangoli a falsa cordicella etc.. La ceramica "domestica" presenta invece impasto grossolano, superficie opaca di colore giallastro o giallo-nerastro.
Le forme comprendono vasi troncoconici e ollette ovoidali, a botticella con labbro esoverso. La decorazione e' generalmente eseguita a colpi di stecca, impressioni a unghiate ed a polpastrello; gli orli sono decorati a tacche. Il materiale presentato nel Museo fu recuperato dall'Ing. Sutermeister in due momenti successivi: nel 1926 e nel 1952, anno quest'ultimo in cui la necropoli fu scavata sistematicamente dal prof. Rittatore Vonwiller per conto della Soprintendenza alle Antichita' della Lombardia.
La maggior parte degli oggetti recuperati e' depositata nei Civici Musei di Milano.
 
 
IX - IV sec. a.C.
 
Durante la prima eta' del ferro nella Lombardia occidentale, fino al corso del Serio, si sviluppa la cultura di Golasecca, che comprende anche il Canton Ticino, la Val Mesolcina e il Piemonte fino al corso della Sesia. Si estende cronologicamente dalla fine dell'eta' del bronzo all'invasione gallica, prende il nome dell'abitato di Golasecca in provincia di Varese; all'uscita del Ticino dal Lago Maggiore, in cui furono rinvenuti i primi sepolcreti e presenta tre zone di maggiore densita' demografica: i dintorni di Como, in cui e' rappresentato tutto l'arco di sviluppo della cultura, la zona immediatamente a Sud del Lago Maggiore (Sesto Calende, Castelletto Ticino, Golasecca) in cui la documentazione copre dal IX all'inizio del V sec. a.C. e la zona dei dintorni di Bellinzona in cui la documentazione copre un arco di tempo dal VI sec. fino agli inizi dell'eta' romana. Grazie allo studio dei reperti ceramici e metallici e' stata divisa dagli studiosi in tre periodi, articolati a loro volta in fasi e sottofasi:
PROTOGOLASECCA      ..... XII - X  sec. a.C.
GOLASECCA IA        ......IX - VIII sec. a.C.
GOLASECCA I B/C     ......VIII - VII sec. a.C.
GOLASECCA II A      ......600 - 550  a.C.
GOLASECCA II B      ......550 - 500  a.C.
GOLASECCA III       ......500 - 350  a.C.
Il rito funerario caratteristico e dominante della cultura e' quello della cremazione; le ossa combuste e le ceneri del defunto venivano deposte in urne, ricoperte da una ciotola-coperchio capovolta, sotterrate nella nuda terra o in un pozzetto rivestito di ciottoli o lastre di pietra. Il corredo e' costituito da ceramiche, bronzi e ferri (armi, oggetti d'ornamento).
La ceramica funeraria si distingue nettamente da quella d'uso domestico per l'impasto meno grossolano e per la decorazione piu' raffinata.
L'urna di forma biconica, con imboccatura svasata, e' solitamente decorata a fasce sovrapposte di motivi geometrici ("denti di lupo", reticoli, linee oblique) impressi "a cordicella" o incisi a stecca; in epoca piu' recente assume forma piu' tondeggiante ed e' decorata da motivi a reticolo e spina di pesce resi a stralucido o da fasce rosse e nere.
Si distinguono, oltre alle urne, coppe, ciotole, tazze e bicchieri.
Per quanto riguarda il corredo bronzeo, elemento caratterizzante risulta la fibula, oggetto metallico per abbigliamento con funzione di spilla di sicurezza. La forma di tale oggetto, e soprattutto la foggia dell'arco, varia nel tempo e quindi assume un ruolo essenziale nell'ambito degli elementi che concorrono a datare un corredo funerario. Oltre alle fibule i corredi comprendono oggetti d'ornamento personale: ganci e passanti per cintura, anelli da dito, armille, pendagli e catenelle da toilette: nettaunghie, nettaorecchie, pinzette etc.; vi sono poi le armi (spade, punte di lancia, coltelli, etc.) e le situle, cioe' vasi metallici di forma troncoconica (secchi) e cui scopo pratico e rituale era quello di contenere e trasportare liquidi.
Il materiale presentato, rinvenuto in occasione dello scavo per la costruzione del Museo, comprende otto tombe a pozzetto a cremazione assegnabili cronologicamente alle ultime fase della cultura, cioe' al Golasecca II e III (VI - IV se. a.C.).
L'abbondanza di rinvenimenti assegnabili al Golasecca IIIA, caratterizzato nella ceramica e nella bronzistica da influenze dell'arte etrusca e la mancanza delle fasi precedenti si puo' mettere in relazione con la grande espansione commerciale etrusca nell'Italia settentrionale durante il V sec. a.C.. Gli etruschi esportano infatti in questo periodo oggetti di lusso, destinati all'aristocrazia celtica dei paesi transalpini. Queste espansioni avvengono tramite la zona degli ultimi stanziamenti golasecchiani la cui funzione e' dunque quella di mediazione.
 
 
IV - I° secolo a.c.
 
La seconda eta' del ferro puo' essere collocata cronologicamente verso i IV sec. a.c. quando gruppi di Celti valicano le Alpi stanziandosi in parte dell'Italia settentrionale e centrale.
Secondo lo storico romano Tito Livio (V, 34) i Celti furono spinti alla migrazione verso l'Italia da un incremento demografico e quindi dalla necessita' di trovare nuove terre da coltivare. Si ipotizza una invasione avvenuta in ondate successive; a Roma i Celti vennero chiamati dai Galli e con il passare del tempo furono del tutto assorbiti nel mondo romano; questo fenomeno e' piu' evidente dopo la 2° guerra punica.
Per quanto riguarda l'Italia Settentrionale, le zone subalpine e la pianura a nord del Po, soprattutto l'odierna Lombardia, furono quelle in cui l'espansione avvenne piu' rapidamente; probabilmente i villaggi celti che si costituirono avevano una economia prevalentemente agricola. In Lombardia le zone degli stanziamenti celtici furono essenzialmente 2: quella compresa tra i fiumi Ticino ed Oglio, abitata da Insubri, con capitale Mediolanum e quella tra i fiumi Oglio e Mincio, abitata dai Ceromani, con capitale Brixia.
La cultura celtica e' denominata La Tene dal luogo del rinvenimento di materiale attendibile a questa civilta', una localita' situata sul lago Neuchatel. Questa cultura, venuta a contatto con quelle locali si modifico' e fuse con essa, assumendo un aspetto tipico che ha indotto gli studiosi a suddividerla in fasi e sottofasi.
LA TENE A: 475 - 375 circa a.c. Antico la Tene
LA TENE B: 375 - 250 circa a.c. Antico la Tene
LA TENE C: 250 - 100 circa a.c. Medio  la Tene
LA TENE D: 100 - 30  circa a.c. Tardo  la Tene
In Lombardia i resti archeologici celtici sono costituiti essenzialmente da necropoli non molto estese; il rito funerario e' l'inumazione, almeno fino al II sec. a.c.. Anche per la civilta' La Tene i corredi tombali hanno fornito utili indicazioni sugli usi e costumi dei Celti. Elementi fondamentali dei corredi gallici sono ceramiche, gli oggetti d'ornamento personale e le armi.
Per quanto concerne la ceramica, il prodotto tipico e' la fiasca-contenitore di liquidi, denominata "vaso a trottola" per analogia, nella forma, con il giocattolo per bambini. Particolare rilievo assume, trattandosi di popolazioni guerriere, la lavorazione del metallo, utilizzato soprattutto per elmi, punte di lancia, coltelli e spade ma che per la fabbricazione delle stipule (secchi di forma tronco conica) per contenere liquidi.
Il materiale presentato al Museo appartiene ad una tomba rinvenuta in una cava di ghiaia in localita' Pontevecchio, a Magenta, ed e' riconducibile cronologicamente al La Tene D, per la tipologia dei bronzi e per i materiali ceramici di imitazione campana. Durante tale periodo la Lombardia subisce sempre maggiori influssi culturali dal mondo romano.
Le sepolture infatti sono caratterizzate dal rito misto dell'inumazione e della incinerazione, da una maggior diffusione del vaso a trottola, da un forte aumento della ceramica che si puo' distinguere in tre gruppi: ceramica locale, fine, spesso imitante le forme di quella campana (patere, scodelle bicchieri), ceramica d'impasto grossolano ( ciotole, scodelle, scodelloni, ollette, coppette), ceramica di importazione o ceramica tipicamente romana (olpi, urne, lucerne).
Nell'ultimo trentennio del I° sec. a.c. i corredi tombali gallici diventano indistinguibili da quelli romani, tuttavia alcune forme di tradizione gallica sopravviveranno, in particolar modo tra la ceramica della nostra zona,  nei corredi romani di via Novara, Cascina Pace, San Giorgio su Legnano, San Lorenzo di Parabiago, Gorla Minore ecc.
 
 
 
L'epoca romana non segna un taglio netto con quella precedente: nelle necropoli perdura  il rito dell'incinerazione, solo piu' tardi si passera' all'inumazione; nei corredi tombali, accanto ai vasi a trottola, di tradizione celtica, compaiono patere e coppe prima in ceramica e vernice nera, poi in ceramica arretina o di imitazione arretina, di tradizione romana, attribuibili particolarmente alla prima eta' imperiale.
Molto ben documentato infatti dai reperti rinvenuti nelle necropoli, e' il periodo compreso tra l'Impero di Augusto e quello di Caligola, cui risalgono le deposizioni di via Novara, via per Castellanza, via Roma, via Fogazzaro ecc. Allo stesso orizzonte cronologico sono riferibili le necropoli dei dintorni di Legnano: Canegrate, San Giorgio su Legnano, San Vittore Olona, San Lorenzo di Parabiago ecc.
Le deposizioni di Inveruno, Ossona e Bienate, pure assegnabili all'epoca menzionata, sono relativamente meno comprese nel territorio legnanese e sono forse in relazione ai rinvenimenti effettuati lungo l'antico percorso che metteva in comunicazione Milano a Novara.
Il materiale reperito nelle necropoli, la notizia dell'esistenza di un resto di muro in via Dandolo, un piccolo frammento di coccio-pesto di via Taramelli e parte di una tubazione fittile, sono le uniche testimonianze disponibili per la formulazione di qualche ipotesi sulla situazione territoriale di Legnano e zona in eta' romana. Secondo l'eminente studioso della storia passata di Legnano, prof. Augusto Marinoni, l'antico termine che designava Legnano, cioe' LENNIANUM sarebbe da ricondurre al nome del fondo di LENNIUS o LAENIUS. Doveva forse trattarsi di un podere sempre piu' abitato fino a divenire un VICUS  provvisto di una propria, benche' modesta, amministrazione. L'ipotesi sul numero consistente degli abitanti del VICUS e' confermata dalle stesse necropoli rinvenute. Di questo abitato altro non si puo' dire se non che doveva forse collocarsi all'incrocio fra uno dei cardini e uno dei decumani della centuriazione di Mediolanum: le attuali via Novara e Sempione.
 
 
I sec. d.c.
 
L'ingegner. Sutermeister vi effettuo' scavi sistematici e recupero di materiale tra il 1927 ed il 1934. Nel 1934 nel fondo dei fratelli Della Vedova in via Marco Polo 3, ad est del paese vennero, a luce 9 tombe a cremazione con relativo corredo. Cinque sepolture conservavano gli oggetti deposti in semplici buche tondeggianti con residui del rogo, una tomba aveva il cinerario sotto forma di anfora, nelle altre tre il corredo era deposto in cassette cubiche formate da tegoloni d'argilla. I corredi tombali presentati nel Museo comprendono: patere in ceramica a vernice nera locale, in ceramica domestica, bicchieri in pareti sottili, balsamari in vetri, olpi; tra questo materiale spicca per raffinatezza un bicchiere di tipo "ACO" decorato da arcate sostenute da colonnine in cui sono collocati alberi; questo bicchiere reca, in rilievo, le lettere "G. R.T. R.U.B.R.I.U.", forse il nome del fabbricante. Seguono poi utensili in ferro d'uso comune; rasoi, cesoie, martellini scalpelli, compassi. Anche poche monete, rinvenute in tali contesti, indicano l'eta' augustea come dato cronologico per queste tombe.
 
 
I sec. d.c.
 
E' la piu' ricca tomba romana dell'inizio dell'impero presentata nel Museo. Fu scoperta nel 1946 dall'Ing. Sutermeister; e' composta da una cassa litica di forma cubica in calcare bianco di Saltrio (esposta nel portico) che conteneva, sopra le ossa combuste del defunto, una lucerna con bollo, due balsamari e una brocchetta. Fuori della cassa, ad est e ovest, erano deposti piu' di 50 oggetti di corredo di fattura pregevole, la maggior parte dei quali perduta durante i lavori nel campo.
Sono rimaste alcune patere e coppette in terra sigillata con bollo in "planta pedis", bicchieri in pareti sottili, due olpi, una delle quali reca graffiti i termini "VIN/OINU" ed infine una "sella plicatilis" in ferro, abbastanza ben conservata. Il tipo di sepoltura, la qualita' della ceramica e il sedile pieghevole, oltre ad indicare per questa tomba la data del I sec d.c., ci segnalano che il defunto deposto nella cassa doveva essere di alto censo e di notevoli possibilita' finanziarie anche se la tomba non reca l'epigrafe con il nome e i titoli del defunto ( come era solito per chi fosse molto facoltoso) ed il corredo comprende come unico oggetto d'uso personale la "sella plicatilis".
 
 
I sec. d.c.
 
Nel 1925 l'ingegner Sustermeister porto' alla luce un importante sepolcreto che annoverata circa 200 tombe ad incinerazione nel terreno situato lungo il tratto di via Novara, delimitato da via Giusti e via Firenze. In base ai dati disponibili non e' stato possibile ricostruire interamente i corredi tombali ma e' necessario evidenziare che le varieta' del materiale recuperato e la fattura pregevole di molti manufatti denotano un certo benessere sociale dei defunti. Si ricorda la presenza, nei corredi, oltre che di vasellame in ceramica grezza e depurata, di piatti e coppe in terra sigillata, bicchieri in pareti sottili, balsamari in vetro, anelli, armille, bottoni, piccoli astucci tubolari in bronzo, specchi di forma circolare, utensili in ferro, prevalentemente rasoi, cesoie, coltelli di forme diverse, chiodi. Il Museo presenta alcuni tra i corredi piu' completi di materiale, proprio per  fornire una esemplificazione della qualita' degli oggetti recuperati.
 
 
I sec. a.c.
 
Anche a San Vittore Olona l'ingegner Sutermeister, in seguito a segnalazioni, effettuo' alcuni scavi per il recupero di materili tra il 1947 e il 1960 in due zone della citta': nel territorio sito lungo il corso del Sempione angolo via Parini e nel fondo di via Concordia 33. Si rinvennero numerose tombe ad incinerazione per lo piu' costituite da anfore segate, appartenenti cronologicamente al I sec. d.c. . I corredi tombali comprendevano olpi, patere in ceramica comune, coppe e patere in terra sigillata, bicchieri in pareti sottili, urnette, balsamari in vetro.  Il Museo presenta un corredo tombale probabilmente completo, deposto in una anfora segata che conteneva ancora i resti delle ossa del defunto.
 
 
eta' di Augusto
 
A San Giorgio su Legnano furono recuperati i corredi provenienti da due sepolcreti esplorati dall'ingegner Sutermeister nel 1925 (nel fondo Vignati) e nel 1952 (nella proprieta' Mezzenzana). Si tratta di sepolture assegnabili cronologicamente alla prima eta' imperiale, comprendenti corredi posti, insieme alle ossa combuste dei defunti, in cassette di tegoloni, anfore segate, cinerari o buche nella nuda terra. I Manufatti non si discostano per tipologia e per cronologia dal materiale presentato e proveniente dalle necropoli di San Lorenzo, San Vittore Olona, via Novara, ecc.
 
 
IV sec. d.c.
 
La tarda eta' romana, che segna una certa continuita' con il periodo precedente, e' documentata in Legnano e dintorni da di sepolcreti, per la verita' non molto consistenti per numero di tombe, e da alcune sepolture isolate rinvenute nella citta' e nelle sue vicinanze. Si tratta prevalentemente di sepolture "alla cappuccina", con rito inumatorio e di altre che invece mantengono l'uso dell'incinerazione e della deposizione in cinerari d'argilla e cassette formate da tegoloni. Il materiale esposto proviene da scavi e recuperi che l'ingegner Sutermeister effettuo' tra il 1925 e il 1926 a Legnano, in localita' "costa di San Giorgio", sito in cui venne  localizzata una piccola necropoli in cui fu usato sia il rito dell'incinerazione che quelle dell'inumazione. I corredi comprendono olpi in ceramica invetriata, ciotole, urne vasellame in ceramica grezza, coltelli cesoie, rasoi, fibbie per cinturoni. Da questa necropoli proviene la tomba alla "cappuccina" ricostruita nel portico. Sempre a Legnano in via Leoncavallo, nei pressi della strada provinciale che porta da Castellanza a Saronno, venne data alla luce un'altra sepoltura alla "cappuccina" il cui corredo comprende i soliti vasi accessori, un coltello-pugnale in ferro, una fibbia per cinturone ed alcune monete illeggibili, A Bienate, tra il 1923 e il 1930, nella zona nord ovest del paese, ad ovest della strada comunale per Busto Arsizio, in prossimita' di via Mazzini, vennero recuperate altre tombe ad incinerazione che, grazie alle monete poste nei corredi, dimostrano che questo sepolcreto ha avuto una fase di utilizzo nel IV sec. d.c. (5 monete di Costanzo II e Magnenzio) ma fu in uso anche durante la prima eta' imperiale (moneta di Claudio II), testimonianza, quest'ultima, di una continuita' di frequentazione della necropoli.
 
 
 
Paolo Diacono (720 circa - 799 circa), un longobardo di Cividale del Friuli, nella sua "Historia Longobardum" afferma che la Scandinavia fu terra di origine del popolo longobardo. Pochi anni prima della nascita di Cristo, gli scrittori romani segnalano la presenza dei longobardi lungo il basso corso dell'Elba. Le fonti romane del I sec. d.c. confermano gli stanziamenti dell'Elba. Si deve ritenere che in base alle risultanze delle ricerche archeologiche, che la presenza longobarda lungo i due lati del fiume Elba preceda di molto le notizie storiche e prosegua fino a tutta la prima meta' del V sec... Nel 489, i Longobardi occupano i territori posti immediatamente a nord di Vienna, in una zona precedentemente abitata dai Rugi (Rugiland). Attorno al 525, ma forse in due riprese (525 e 545), i Longobardi passano il Danubio e si stabiliscono in Pannonia (Ungheria). Nel 568, guidati da Alboino, lasciano la Pannonia per raggungere l'Italia. Il regno longobardo ha termine nel 774 con la discesa in Italia di Carlo Magno.
 
 
 
Nel 568, passate le Alpi Giulie, i Longobardi prendono possesso di Cividale del Friuli. Proseguno la loro marcia occupando Verona, Milano e ponendo l'assedio a Pavia che resiste fino al 572. Contemporaneamente, una parte dell'esercito si spinse verso il sud dell'Italia, lungo la dorsale appenninica, conquistando Spoleto e Benevento. Dopo aver resistito agli attacchi dei Franchi e del Bizantini, sul finire del VI sec, il regno longobardo assume una sua stabile fisionomia. L'Italia Longobarda risulta suddivisa in ducati e gastaldati, i ducati piu' vasti sono quelli di Benevento e di Spoleto; Pavia, in alternanza con Milano, fu la capitale del regno.
 
 
 
Il regno longobardo e' suddiviso in ducati e gastaldati. I primi sono posti sotto la giurisdizione di un duca, i secondi sotto quella diretta del re che, per la tutela dei suoi interessi, pone a capo del territorio un gastaldo. In Italia, durante il regno longobardo si ha la presenza di:
- ARIMANNI (uomini liberi, atti alle armi, padroni dl loro mundio, cioe' della capacita' di rappresentarsi)
- ALDII - (semi-liberi, non solo padroni del loro mundio, quindi devono rientrare nel mundio di un arimanno)
- SERVI - (sono semplicemente delle cose di proprieta' di un arimanno)
Anche le donne longobarde non sono padrone del loro mundio e devono essere rappresentate da un arimanno, del mundio del quale appartiene. Agli antichi "possessores" romani subentrano i maggiorenti longobardi che utilizzano una parte del latifondo in proprieta', laciando ad altri, dietro corresponsione di un contributo, lo sfruttamento della parte restante del territorio. La categoria dei mercanti, con il passare del tempo, acquista sempre maggiore importanza.
 
 
 
Calstelseprio (anticamente Seprium), sorto come fortilizio difensivo nel periodo tardoromano, raggiunse il massimo della sua importanza sotto i Longobardi. Fu la capitale del Seprio Longobardo, un'unita' territoriale che spaziava, probabilmente, dal Monte Ceneri fino a Parabiago e dal lago Maggiore fin quasi a quello di Como. Un anonimo cartografo ravennate, all'inizio del VII sec., segnala la localita' di Sibrium lungo un asse viario che collegava Novara a Como, proseguendo poi per Bergamo e Brescia. Probabilmente nei pressi di castrum, transitava inoltre una strada che da Milano raggiungeva Bellinzona per inoltrarsi, attraverso i passi del San Bernardino e del Lucomagno, nel cuore dell'attuale Svizzera. Durante il regno dell'ultimo re longobardo Desiderio, si coniava il tremisse aureo di Flavia Sebrio. Non si sa, allo stato attuale delle conoscenze, se la Iucidiaria Sepriense fosse retta da un duca o da un gastaldo. I ruderi del castrum e la chiesa di Santa Maria Foris Portas sono testimoni di un glorioso pasato.
 
 
 
Nel 643, Rotari, con l'approvazione dell'Assemblea degli Arimanni, promulga l'editto che da lui prende il nome, mettendo per iscritto le antiche consuetudini longobarde. Dall'Editto di Rotari risulta che la quasi totalita' delle offese venivano composte col pagamento di somme di denaro (guidrigildo). Il codice longobardo venne poi integrato dalle leggi promulgate da alcuni successori di Rotari.
 
 
 
Le sepolture sono ad inumazione con fosse disposte con orientamento est/ovest e contengono (oltre al corpo defunto, deposte in casse lignee o in fosse protette da lastre di marmo, pietra o mattoni), oggetti di corredo. I corredi maschili sono caratterizzati dalla presenza di armi da offesa (spatha, scramasax, punte di lancia e di freccia, giavellotti, ecc.) e da difesa (corazze, elmi e scudi); sono presenti anche speroni, selle, portabandiera. I personaggi piu' eminenti avevano nel corredo tombale anche l'anello-sigillo in oro. I corredi femminili comprendono soprattutto gioielli: collane in pasta vitrea, bracciali in bronzo o in argento, orecchini, aghi crinali, fibule, anelli, ecc. Elementi comuni ad entrambe i tipi i corredi sono le cesoie, i coltelli, le ceramiche e le piccole croci in lamina d'oro. La ceramica annovera soprattutto bicchieri, brocche, otri o vasi a fiasca decorati a stampiglia con motivi geometrici (losanghe, rosette, rombi, ecc.) ed a stralucido. Le crocette in lamine d'oro compaiono nei corredi dopo la conversione dei Longobardi al cristianesimo (VII sec. d.c.) e si trovano nelle tombe piu' ricche; probabilmente venivano cucite sul velo funebre posto sul volto del defunto. Il materiale esposto comprende 2 corredi tombali maschili, provenienti da Inveruno e da Castellanza che presentano la spatha bitagliente, umboni e parti di scudo, una punta di lancia con fori lunati per l'attacco dei vessilli ed i caratteristici vasi decorati a stampiglia ed a stralucido.
 
 
 
Benche' tutto il materiale dell'eta' romana provenga da contesti tombali, e' possibile fare una seriazione tipologica in modo da rendere piu' chiara e comprensibile la funzione ed il relativo utilizzo, cosi' da offrire un quadro il piu' possibile esauriente della vita e delle attivita' delle popolazioni del legnanese e dintorni. Si elencano pertanto di seguito le differenti classi di materiali indicando per ognuna di esse la cronologia, le caratteristiche fondamentali e la loro funzione negli usi dela vita quotidiana.
CERAMICA FINE DA MENSA: vernice nera, terra sigillata, pareti sottili.
- Ceramica a vernice nera
E' una produzione caratterizzata da vasi di modeste dimensioni, interamente o in parte coperti da vernice nera. Le forme ripetono le analoghe produzioni dell'Italia Centrale e Meridionale ma sono fabbricate localmente, in officine stanziate nella Pianura Padana. La piu' antica produzione di vernice nera padana e' localizzata a Spina ed a Adria, a partire dalla fine del IV sec. a.c.; nella zona centrale della Pianura Padana officine sono attive nel II sec. a.c., durante l'eta' Augusteo-Tiberiana ed oltre. Le forme piu' comuni sono patere (piatti) e le coppe.
Terra sigillata
Si tratta di una produzione che sostituisce, a partire del I sec. a.c., come vasellame da tavola, la ceramica a vernice nera. Deriva il nome dal termine latino "sigillum" (figurina), per la decorazione figurata in rilievo, ottenuta per matrice, che compare talvolta sui vasi. Altri tipi di decorazione molto frequenti sui prodotti in terra sigillata sono incisioni, impressioni a stampino, a rotella; le forme comprendono principalmente patere di varie dimensioni, coppe e coppette,, caratterizzate dalla tipica vernice di color rosso-corallino, arancio brillante, applicata per immersione "a tuffo". Molti esemplari, sul fondo, recano il marchio di fabbrica del ceramista. La classificazione tipologica di questa classe ceramica e lo studio delle officine di produzione permette una datazione piuttosto precisa di questo materiale. La prima terra sigillata prodotta in Italia e' denominata "Arretina" dalla citta' di Arezzo che fu il primo centro produttore e raggiunse la massima fioritura nell'eta' di Augusto. Da tale produzione si origina la terra sigillata padana, fabbricata in officine impiantate nella pianura da artigiani immigrati, portatori delle tradizioni arretine che permettono una continuita' di forme e decorazioni mentre la vernice risulta, come gia' per la vernice nera padana di qualita' piu' scadente. Il gruppo arretino da' inizio anche alla "terra sigillata sud-gallica" che, prodotta nella Gallia meridionale dal I al IV sec. d.c., si diffonde anche in Italia Settentrionale e particolarmente nell'area occidentale: e' una produzione caratterizzata da argilla rossiccia, vernice scura e decorazioni complesse; le forme sono sempre piatti e coppe.
Pareti sottili
Tale classe caramica, prodotta dal I sec a.c., al II sec d.c., e' cosi' denominata per lo spessore minimo delle pareti dei vasi; si tratta di recipienti di piccole dimensioni, usati come vasi potori (bicchieri, coppette, ollette). Caratteristiche le decorazioni a rotella o alla "barbotine", cioe' con motivi decorativi applicati, o a pareti sabbiate, eseguiti con getti di sabbia sull'argilla ancora fesca in modo da conferire al vaso un aspetto ruvido.
 
 
 
Si tratta di una classe vastissima di vasellame destinata all'uso domestico quotidiano. Comprende ceramica da fuoco, da mensa, per conservare alimenti o per trasportarli.  E' una produzione di recipienti di forme tradizionali, fabbricati con argilla gossolana, non verniciati e raramente decorati ad incisioni. Tra i vasi da fuoco sono testimoniati i tegami e le urne; spesso, nei corredi tombali a cremazione, l'urna viene utilizzata come vaso cinerario, ricopeto da un tegolone o da una coppa ad uso coperchio. Si ricordano poi i mortai, le olle bianche e con bocca stretta, utilizzate solitamente per conservare alimenti come miele, verdure e frutta. Una categoria importante, da annoverare nell'ambito della ceramica comune e' quella delle olpi, che sostituiscono in eta' romana il vaso a trottola di tradizione celtica ( a partire della seconda meta' del I sec. a.c.). La loro funzione era quella di contenere liquidi. In epoca tardoromana, le olpi sono coperte da una sostanza vetrosa colorata (invetriata) che ne rende lucida la superficie. Tale clase presenta nel tempo variazioni tipologiche.
 
Lucerne.
 
Comunemente prodotte in argilla depurata e fabbricate mediante matrice, piu' raramente ottenute utilizzando il metallo (bronzo, argento), sono destinate all'illuminazione. Sono costituite, nella forma da un serbatoio che conteneva l'olio che veniva versato attraverso un foro al centro del disco,, un beccuccio munito di foro in cui inserire lo stoppino e di una ansa forata per il trasporto e la sospensione. Le lucerne modificano la loro forma e la loro decorazione col passare del tempo e facendo spesso parte dei corredi tombali sono utili per la datazione. Alcune lucerne che recano sul fondo marchi di officina col nome del fabbricante sono classificate nel gruppo detto delle "firmalampen" cioe' lucerne firmate.
 
Vetri
 
Sono i manufatti piu' pregiati del mondo romano sia per la raffinatezza che l'eleganza dell'esecuzione;  anche il loro studio e la loro classificazione tipologica forniscono utili indicazioni per la datazione dei corredi tombali. Tali reperti realizzati in vetro soffiato, tecnica gia' ben collaudata in ambiente fenicio ed utilizzata in Italia a partire del I sec. a.c. , epoca in cui,  gradatamente i vasi in vetro sostituiscono quelli in pareti sottili. La produzione, che fiorira' soprattutto in eta' augustea,  non si limita ai vasi per la mensa ma comprendera' particolarmente balsamari destinati a contenere  olii e profumi, di varie fogge, colore e dimensioni, bastoncini per profumi, coppette, ecc.  Molto raffinati i balsamari a forma di colombina: il loro contenuto veniva versato dopo avere spezzato la coda del recipeinte. In Italia i centri di produzione furono numerosi; in particolare nel Settentrione, oltre all'importante e ben documentata serie di vetri di Aquileia, officine vetrarie devevano essere localizzate nella zona del Lago Maggiore, dove la sabbia lacustre doveva fornire un ottimo materiale per questi manufatti. Le diverse colorazioni dei vetri erano ottenute con l'aggiunta di particolari sostanze all'amalgama: il manganese determina la colorazione violacea e gialla; il rame, il ferro e il cobalto danno il colore blu. I vetri romani, normalmente ottenuti con l'amalgama a base di calce di soda, sono di per se stessi verdastri per la presenza di ferro.
 
SPECCHI ED OGGETTI IN BRONZO
 
Gli specchi, in eta' romana, sono costituiti da una particolare lega in rame, stagno e piombo. Lo specchio comprende una superficie riflettente, non decorata e ornata sul bordo da motivi incisi o forellini, ed da una parte posteriore meno lucida e decorata di solito da solcature concentriche. Si producevano specchi rettangolari e circolari, questi ultimi a bordo rilevato o a superfice riflettente leggermente convessa presentano un manico metallico, mentre si pensa che gli altri fossero forniti di custodia in materiale deperibile, legno o avorio. I reperti in bronzo comprendono oltre ai balsamari, oggetti di ornamento: fibule con arco decorato, anelli digitali con sigillo o con castone di pietra dura o preziosa, bottoni, campanellini, borchie. Sono presenti anche oggetti d'uso comune: astucci, pinzetthe, cucchiaini, forchette, specilli, ecc.
UTENSILI IN FERRO
Numerosa e vasta la produzione di utensili in ferro: coltelli, coltelli-pugnali, compassi, scalpelli, asce, tenaglie e soprattutto cesoie. Questo strumento e' molto diffuso nei corredi tombali nella zona e serviva a tagliare il vello delle pecore; fornisce quindi un'utile indicazione sul mondo del lavoro. Presenti in quantita' massiccia i chiodi di varie forme, spesso posti nelle tombe con funzione rituale, i passanti e le fibbie per cinturoni, i bracciali e gli anelli.
 
ANFORE
Tra i reperti presentati nel Museo le anfore costituiscono una documentazione particolare. Esse infatti testimoniano una produzione ceramica artigianale, ma attestano anche produzione, trasporto e consume delle merci che in esse erano contenute. Queste merci erano essenzialmente costituite da generi alimentari: olio, vino, salse di pesce e conserve. Di qui l'importanza delle ricerche sulle regioni di origine delle singole anfore (arre di produzione), sulle loro forme (tipologie) e sulle epoche in cui furono prodotte (cronologia). Grazie alle anfore e' possibile avere una idea di alcuni degli alimenti fondamentali consumati dagli abitanti di una citta' di un quartiere, di una villa, ecc.
 
RESTAURO DELLA CERAMICA
 
Gli oggetti in ceramica provenienti da vecchi scavi, gia' restaurati in precedenza, hanno richiesto un nuovo intervento.
Il trattamento cosnservativo si e' reso indispensabile in quanto il precedente restauro, oltre ad essere arbitrario perche' sovrapponendosi alla superficie degli oggetti ne alterava la forma e il colore nascondendolo completamente i particolari decorativi e le tracce di lavorazione e d'uso, era anche la causa diretta di ulteriori e progressivi di deterioramento della ceeramica. L'uso del gesso come riempitivo delle lacune e' infatti pericoloso perche' in determinate situazioni ambientali i sali solubili del gesso (solfati di calcio) agiscono sulla funzione cementante dei silicati formatisi durante la cottura, provocandone il deterioramento e di conseguenza lo sfaldamento del corpo ceramico. Inoltre le condizioni ambientali non stabili, il volume del gesso si modifica creando fatture e fessurazioni nella ceramica. Prima delle consuete operazioni, si sono asportati i vecchi materiali inadeguati, che in alcuni casi coprivano completamente la superficie originale rendendola apparentemente uniforme e creando, in un certo senso, un falso storico. Non c'era distinzione tra i frammenti e le parti integranti, la vernice mancnte era sostituita con un altro colore nel tentativo di uniformare ed abbellire tutta la superficie. Si era cosi' voluto eliminare tutti quegli aspetti giudicati fastidiosi dal punto di vista estetico, non tenendo conto che anche questi oggetti fanno ormai parte della storia degli oggetti. Il criterio di intervento da noi adottato utilizza i criteri e le indicazioni dell'Istituto Centrale del Restauro di Roma. L'intervento conservativo ha richiesto le seguenti operazioni:
a) Smontaggio del vecchio restauro con impacchi di acetone.
b) pulitura dei depositi di gesso e di adesivo con bisturi, le incrostazioni di terra e sabbia vengono asportate con il bisturi sugli impasti privi di vernice, vengono invece rimosse con tamponi imbevuti di Tween 20 in soluzione al 2% in acqua distillata dalle superfici che presentano rivestimenti a vernice. L'essicamento avviene a temperature ambiente.
c) I frammenti vengono immersi in una soluzione del 5% di Paraloid b 72 in etanotricloro, nei casi di superfici tendenti a sfaldarsi si procede ad applicazioni localizzate della medesima soluzione. Il consolidamente svolge una doppia funzione: irrobustisce l'impasto ceramico fermandone il deterioramento e fornisce la cosidetta parete d'intervento reversibile, sulle fratture.
d) Ricomposizione dei frammenti ceramici utilizzando il cianocrilato CXV a temperatura ambiente. Questo collante ha caratteristiche di perfetta trasparenza, alto potere adesivo e ottima resistenza termica.
e) Completamento delle parti mancanti con Polyfilla pigmentata con terre naturali. L'integrazione ha una funzione duplice: portante perche' garantisce solidita' al pezzo, estetica perche' offre all'osservatore una superficie continua che ne facilita la lettura della forma. Tuttavia si e' escluso di ricostruire completamente con l'integrazione quegli oggetti nei quali la parte integrata sarebbe stata piu' ampia di quella originale. Le lacune formano una superficie ad un livello leggermente inferiore a quello dell'oggetto, il colore pur rimanendo distinto per lasciare in primo piano le parti autentiche, riprende quello del vaso.
I materiali usati sono reversibili per permettere la possibilita' di un qualsiasi ulteriore intervento che nel corso degli anni si rivelasse piu' avanzato.
 
 
 
Benche' il vetro possa essere considerato un materiale stabile, nel corso del tempo subisce un processo i deterioramento sia superficiale che interno. La forma di alterazione piu' diffusa e' rappresentata dall'iridescenza che provoca una colorazione variegata con effetto iridato alla superficie dell'oggetto vitreo. Il deterioramento del vetro e' dovuto ad agenti esterni, quali l'umidita' e gli acidi contenuti nel terreno di giacitura o semplicemente l'umidita' degli ambienti in cui gli oggetti sono custoditi e da agenti interni legati alla composizione chimica del materiale o a difetti di fabbricazione. Ogni intervento conservativo su oggetti in vetro non puo' che proporsi l'arresto del processo di alterazione chimica che causa il progressivo e irreversibile deterioramento del materiale. Tutavia nessun intervento risultera' efficace nel tempo se non verranno controllate le condizioni igrometriche, termiche e luminose degli ambienti in cui gli oggetti sono custoditi. Il restauro del vetro si presenta particolarmente complesso proprio per la natura del materiale le cui caratteristiche: colore, trasparenza, opacita', lucentezza, iridescenza devono essere rispettate; e anche per la difficolta' di determinare il reale stato di conservazione degli oggetti.
L'intervento conservativo sulle due colombe in vetro provenienti da San Lorenzo, ha richiesto le seguenti operazioni:
a) Rimozione del vecchio restauro eseguito in modo arbitrario e con materiali inadatti (collante, gesso, plastica).
b) Verifica la microscopica dello stato di coesione interna del materiale.
c) Asportazione manuale delle incrostazioni calcaree e dei depositi di terra sulla superficie, con bisturi e compresse imbevute in acqua distillata.
d) Bagni in acqua distillata e successivamente in acetone con rapida asciugatura lontano da fonti dirette di luce e calore.
e) Ricostruzione degli oggetti in frammenti con infiltrazioni di resina trasparente pigmentata in modo da rendere meno evidenti le fratture.
 
 
 
 
 
 
 
 

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Un uomo, una citta', un museo: G. Sutermeister ed il museo civico di Legnano
 
Guido Sutermeister    pag 3
 
Nato a Intra nel 1884 entro' poco piu' che ventenne, a fare parte della gia' grande indistria meccanica "Franco Tosi" di Legnano. Per incarico della ditta dovette recarsi piu' volte in Egitto e nel Medio oriente dove ebbe occasione di conoscere i grandiosi monumenti del passato tanto lontano e i reperti pazientemente riportati alla luce da schiere di archeologi insigni. Nacque allora la sua passione per la storia e l'archeologia, ossia il desiderio di frugare nelle viscere della terra per ritrovare le reliquie di eta' remote e constatare come le lontane generazioni soddifacevano con strumenti e forme diverse gli eterni bisogni dell'uomo. Ma proprio a Legnano fin dallo scorso secolo erano affiorati dal suolo alcuni reperti romani e longobardi: indizi e prove sicure che anche il suolo legnanese custodiva testomonianze dei millenni passati. Ecco la vocazione scoperta in se stesso dal Sustermeister nel Medio oriente, trovava a portata di mano la possibilita' di esplicarsi in modo insperato, favorita anche dal rinnovamento edilizio della citta', che in vari punti sollevava lo strato fertile del terreno agricolo oppure demoliva le vecchie case per gettare le fondazioni di piu' moderni edifici. Proprio sul terreno dove ora il Museo, rivelo' al Sutermeister cimeli di notevole interesse, cosi' al numero 7 di corso Sempione e specialmente la necropoli romana di via Novara (ora Venegoni) con tanti corredi funebri dell'eta' augustea. Ma la scoperta piu' importante gliela riservava Canegrate con una vasta necropoli preromana, rivelatrice di una FACIES caratteristica della nostra preistoria. Anche per incarico della Sprintendenza regionale estese le sue ricerche sui paesi circonvicini (Parabiago, San Lorenzo, San Vittore, Gorla Minore) dove i romani antichi lasciarono tracce della loro robusta attivita'.
Ma per la ricostruzione del pasaato non bastava il lavoro di scavo e di riordino dei cimeli antichissimi, percio' la ricerca del Sustermeister si rivolse agli archivi e alle biblioteche publiche e private con risultati brillanti. Dagli archivi estrasse un quantita' di documenti pressoche' sconosciuti, che gli permisero di ricostruire la genealogia di illustri famiglie legnanesi, quali i Vismara, i Lampugnani, i Crivelli, i Corio, i da Legnano. Di questi ultimi, gia' legati per via di sangue con il celebre professore dell'univesita' bolognese - per il quale il poeta inglese Chaucer disse: "Legnano rivelo' al mondo il diritto" - sono celebri gli editori milanesi che fin dagli inizi dell'arte della stampa pubblicarono una lunga serie di incunaboli e cinquecentine. Di tali volumi Sustermeister redasse e pubblico' un catalogo ormai esaurito per le molte richieste pervenute anche dall'estero alla "Societa' Arte e Storia". Dobbiamo quindi a lui anche l'accrescimento delle nostre cognizioni sulla Legnano medievale e rinascimentale. In particolare sono da segnalare i suoi studi sui conventi legnanesi, sulla dimora fortificata dell'Arcivescovo milanese in Legnano, di cui vennero alla luce aspetti sconosciuti durante la costruzione dell'attuale galleria; sulla "Colombera", di cui e' gia' in corso il restauro; la trascrizione e la pubblicazione del censimento nominativo degli abitanti di Legnano, steso dal prevosto Specio nel 1594, e dalla "stoia delle chiese di Legnano" del prevosto Pozzo (sec. XVII).
Pe conservare il frutto di tanto lavoro di ricerca, scavi, di studi, occorrevano mezzi adeguati. Attorno al Sutermeister si riuni' presto un gruppo di ammiratori e sostenitori che formarono la "Societa' Arte e Storia", e le stesse autorita' comunali non gli negarono il loro appoggio. Quando in Corso Sempione parve inevitabile la demolizione dell'antica dimora dei Lampugnani, fu deciso di ricostruirla in fac-simile in corso Garibaldi, il nuovo vecchio edificio sembro' utilizzabile pr la sistemazione di cimeli gia' raccolti e divenne pertanto il Museo Civico. Nel 1928 fu stipulata una convenzione colla quale il Comune di Legnano affidava alla "Societa' Arte e Storia" la direzione del Museo. Da quel momento fino alla sua morte, il Sutermeister fu il direttore insostituibile del Museo, che col passare degli anni ando' arricchendosi di nuovi matriali e testimonianze di tutti i tempi della storia legnanese. La predetta societa' provvide anche a pubblicare una collana di "Memorie", che raccolse i contributi di vari studiosi, ma soprattutto di quelli dello stesso Sutermeister, di cui diamo in seguito l'elenco. Con questi mezzi, come su due vie parallele, svolse la sua attivita' fervida, intensa e feconda di risultati, fino alla sua morte avvenuata nel marzo del 1964 lasciando un vuoto incolmabile. la "Societa' Arte e Storia" dovette subito denunciare al Comune la decadenza della convenzione del 1928 per l'impossibilita'' di sostituire lo scomparso Direttore con una persona che continuasse l'opera colla stessa passione e lo stesso disinteresse, giacche' e' doveroso aggiungere che non ricevette mai compensi, ma dono' di tasca propria alle istituzioni predilette. A distanza di 30 anni vediamo con grande soddisfazione che il Museo ha continuato a ricevere dall'Amministrazione Comunale le cure necessarie per la sua conduzione e il suo sviluppo.  La "Societa' Arte e Storia", dopoun lungo periodo. in cui ha docuto ricorrere ad aiuti diversi per continuare la serie delle pubblicazioni storiche su Legnano, ha visto con vivo piacere formarsi una nuova "Associazione Amici del Museo" che fanno rivivere l'antico gruppo raccolto dal Sutermeister attorno a se'. Siamo sicuri che l'asociazione e societa' coopereranno con rinnovato fervore per continuare nel tempo l'opera dello scomparso Fondatore e maestro.
 
 
 
 
Fu per merito della sua esperienza di motori Diesel che Guido Sutermeister, ventiquattrenne ingegnere delle Officine Franco Tosi, soggiorno' fra il 1910 e el 1912, in Egitto. A contatto con il fascino delle piramidi germoglio' in lui quell'amore per l'antico che caratterizzo' molte delle sue esperienze culturali posteriori.
Dopo alcuni viaggi in Grecia e in Turchia, di grande importanza fu il lungo soggiorno a Taranto negli anni trenta, durante il quale divise il suo tempo fra il lavoro per la motorizzazione della costituenda flotta di sommergibili della Marina Italiana e gli scavi e i ritrovamenti in un territorio cosi' archeologicamente ricco come quello della Magna Grecia .
Tra i reperti rinvenuti in questo periodo si segnalano di particolare interesse: fra le ceramiche un'olla biansata con decorazione geometrica di colore bruno, una brocca con ansa a nastro sopraelevato e decorazione geometrica  dipinta in color rosso e bruno, due ciotole basse carenate con ansa  sopraelevata e decorazioni geometriche in vernice rossa e bruna, alcune lucerne, due piattelli tipo "genucilia" decorate con onde marine dipinte (una con testa femminile, l'altra con stella a quattro raggi), dei "kylikes" in vernice nera; alcuni documenti di coroplastica quali ex-voto, "oscilla", pesi da telaio; fra i bronzi alcune armille a spirale, un pendaglio circolare con bordo ondulato, fibule a doppia spirale, un arco serpeggiante ed una fibula siciliana a doppio occhiello.
Negli anni cinquanta, ormai in pensione, Sutermeister affianco', tra l'altro, il professor Ferrante Rittatore Vonwiller, al quale fu legato da profonda stima ed amicizia, in alcuni scavi nell'Italia centrale, in particolare ad Ischia di Castro.
Fra i reperti di questo periodo segnaliamo in particolare; una grande patera in vernice nera  decorata a rotella, una "Kylix" ionica, un calice frammentario in bucchero, coppe ad impasto di forma carenata, varie lucerne, una delle quali a teste di uccello ed una macina biconica di pietra lavica.
 
 
 
 
"Nel maggio 1925 nel fare uno scavo per ghiaia nel terreno coltivato ad orto, che nel retro della casa di via Novara 33 e' contiguo alla via Firenze ed alla via Giusti, si rinvennero dei vasi cinerari accompagnati da vasetti in terracotta e qualche moneta degli imperatori Augusto, Tiberio e Caligola. Non era la prima volta che in tale fondo si facevano ritrovamenti del genere perche' giusto un anno prima in un altro punto del cortile piu' a nord si e' ritrovata una grande anfora vinaria, (...) apprendemmo inoltre dal buon Colombo Luigi che anche quando nel 1912 costrui' la casa di abitazione attuale (...) e quando piu' tardi innalzo' il portico rustico che e' lungo la via Firenze, parecchi oggetti di terracotta, di vetro e di metallo erano venuti alla luce, ma egli era assolutamente ignaro dall'attribuire ai ritrovamenti una qualsiasi importanza."
Quindi l'Ing. Sutermeister intrapprese " degli scavi di assaggio nel giungo 1925, i quali resero evidente che si trattava di un vero campo di tumulazione poste a piccola profondita'. Le anfore, o perlomeno i loculi si seguivano a 1 metro di distanza l'un dall'altro e da qualche moneta da noi trovata si confermava l'epoca dell'Imperatore Augusto."
In seguito a tale eccezzionale scoperta, nel settembre dello stesso anno e nel luglio del 1926, grazie alla collaborazione del Signor Colombo Luigi, proprietario del terreno, Sutermeister esegui' uno scavo sistematico che porto' alla luce "  circa 100 loculi di cui una trentina intati e gli altri piu' o meno sconvolti. Gli scavi vennero condotti colla massima cautela aprendo una trincea lunga 4 metri e profonda fino a raggiungere in fondo dello strato della terra vegetale, circa un metro, al quale fu seguito da uno straterello di litta (10 - 12 cm.). La posizione del loculo veniva registrata riportando le misure ortogonali del luogo sulla piantina e un numero progressivo era assegnato ad ognuno. Si procedeva all'inventario degli oggetti segnalando a titolo documentario anche quelli che si dovettero abbandonare perche' molto avariati".
A scavi ultimati, la necropoli risulto' comprendere circa 200 tombe, tutte a cremazione, costituite da anfore segate a da grosse urne cinerarie coperte da tegolone, situata nella nuda terra e accompagnate da suppellettili funebri. Grazie all'attento lavoro di documentazione e' stato possibile riordinare e ricomporre intere associazioni tombali, si vedano le tombe 72A e 72B, tuttora conservate nel Museo. La suppellettile funebre comprende un numero cospicuo di oggetti, circa 200, i quali, associati tra loro, concorrono a formare corredi tombali significativi per la ricostruzione del grado sociale o dell'attivita' lavorativa del defunto. Tra il materiale recuperato vi sono una trentina di monete in bronzo, che coprono un arco cronologico di Augusto a Caligola (27 ac. - 37 dc); oggetti ornamentali in bronzo; vari anelli digitali a verga semplice, un anello con castone ed in particolare, nella tomba 181, un anello digitale con sigillo RcA inciso in senso speculare, bracciali con fili attorcigliati (tomba 90), una fibula a balestra (tomba 49), alcune fibbie e un campanellino (tomba 82).
Tra gli utensili in bronzo si segnalano oggetti da toeletta come un paio di pinzette depilatorie, mentre nella tomba 18 si ricorda un tubetto cilindrico con cappuccio, contenente lo strumento di un medico, uno specillo spezzato. Numerosi sono gli utensili in ferro: coltelli, raschiatoi di varie forme, cesoie a molla per la pastorizia, un falcetto e, nella tomba 176, oggetti di uso professionale, quali un compasso a punte da falegname, uno scalpello e numerosi chiodi di uso comune.
Nella tomba 34 si segnalano due specchi in lega metallica, mentre molto frequenti, fra gli oggetti in vetro soffiato, sono i balsamari di varie forme e colorazioni, alcuni di essi fusi per azione del fuoco.
Vi sono, inoltre, lucerne di terracotta con o senza decorazione impressa (t.30), un "Askos" (t.52), piccolo contenitore per liquidi di argilla e forma di colomba, utilizzato probabilmente come poppatoio oppure come porta profumi o come recipiente per versare l'olio nelle lucerne ((ANGERA ROMANA. Scavi nella necropoli 1970 - 1979. Roma 1985 pp.537-538. "diversamente dalla versione in vetro, forse pericolosa per un poppante, in quello di terracotta viene spontaneo riconoscere una specie di biberon, non deve escludersi del tutto l'eventualita' di un impiego come INFUNDIBULUM per l'olio di lucerna)).
Il vasellame fine da mensa comprende: alcune patere e una coppetta in ceramica arretina e in terra sigillata con bollo planta pedis o con marchio di fabbrica abbreviato, in cartiglio rettangolare, si veda ad esempio nella tomba 64 la bella coppetta in ceramica arretina con bollo AVILL (AVILLIUS) in cartiglio rettangolare e con iscrizione graffitica sul fondo esterno della vasca di certa fabbricazione arretina e databile intorno al 15 - 20 dc. ((l'impiego potrebbe connettersi alla cosmesi, verosimilmente femminile, come per le minuscole colombe in vetro porta profumi del I° sec. dc.)).
In ceramica a pareti sottili si ricordano alcune ollette con decorazione incisa a linee verticali incrociate, coppette a superficie sabbiata o con decorazione alla barbotine, bicchieri; in ceramica grezza: numerose urne cinerarie di grosse e piccole dimensioni, patere, bicchieri, olpai e fusarole, infine anfore segate, tegoloni, ed alcune ossa di alimenti: ossa di pollo e uno di capretto.
Dall'esame dei materiali di alcuni corredi tombali, quale la coppetta in ceramica arretina, (t.64), la lucerna (t.30), la colombina (t52) e delle monete (t.4) di Augusto e Claudio e' possibile attribuire alla necropoli una cronologia prevalente intorno al I° secolo dc.
 
 
 
 
Nella zona della chiesetta di Santa Colomba cioe' al margine nord di Canegrate, Sutermeister recupero' nel 1926 tre urne e alcuni bronzi, e successivamente nel 1952 altri "10 loculi di cremati costituiti da vasi cinerari di buona fattura e di diametro di 20 - 29 cm. deposti secondo la consuetudine della nostra zona in una buca del diametro di 50-60 cm. profonda fino a raggiungere lo strato alluvionale che e' di 60 cm. dal piano del campo. Nel vaso le ossa e sopra di esso qualche cosa per coprirne la bocca, e poi le ceneri, carboni e terra sino a richiudere il tutto".
Dopo l'intervallo della guerra, Sutermeister prese contatto con il professor Rittatore, con cui inizio' l'esplorazione del terreno circostante, riportando alla luce un centinaio di tombe, parte intatte, parte manomesse o solo indiziate da terra carboniosa con frammenti ceramici o frustoli di ossa carbonizzate. L'interesse della necropoli di Canegrate, come afferma il Rittatore, non e' dato solo dallo scavo sistematico condotto dallo stesso ed dal Sutermeister, ma soprattutto dal fatto che in questa localita', fu individuata una FACIES culturale che documenta l'insediamento del territorio di genti di origine transalpina, portatori della cosidetta "Cultura dei Campi d'Urne", che fiori' nell'Europa Centrale alla fine dell'eta' del Bronzo (XIII-X ac.)
Tali popolazioni, secondo una tesi ormai diffusa, sarebbero scese in Italia atraverso il passo di San Bernardino, e si sarebbero stanziate prima nella zona di Canegrate ed aree limitrofe, nel Canton Ticino e successivamente si sarebbero dirette verso il Ticino, facile via di comunicazione, attraverso il Po, con l'Adriatico e il mondo etrusco.
L'insediamento di queste genti, definite "proto-celti" e' infatti documentato nell'area di Somma Lombardo, brughiera della Malpensa e nell'area di Golasecca, Sesto calende, Castelletto Ticino, dove nel corso del I° eta' del ferro, svilupparono una vasta rete insediativa ancor oggi documentata dal ritrovamento di centinaia di tombe ascrivibili a questa FACIES culturale.
Le genti stanziatesi a Cenegrate furono portatrici di una KOINE' caratterizzata da elementi culturali nuovi quali il rito funebre con la pratica dell'incenerizione, la forma del vasellame e il repertorio decorativo.
Questa nuova KOINE' si affermo' in tutta Italia settentrionale, diversificandosi in sede regionale nel corso dell'I° eta' del ferro.
L'importanza quindi del rinvenimento della necropoli di Canegrate e' fondamentale per la conoscenza dinamica del popolamento nel corso della protostoria italiana.
 
 
 
 
"Il 16 aprile 1926, dopo non meno di 15 anni di tranquillo procedere dello scavo suddetto, fui chiamato dal Signor Vignati Luigi il quale aveva messo in luce tre tombe ad inumazione (t.107 108 109) composte da embrici colle dimensioni di 420x560 disposti a formare un cunicolo angolare lungo 2 metri. Sorvegliai allora il procedere ulteriore dello scavo rilevando esattamente ogni apparizione. Le tombe erano in gran parte rimosse come suole avvenire a causa della cultura  dei campi e delle piantagioni di gelsi, ma in numerosi luoghi i tegoloni e i vasi non erano stati raggiunti per la profondita' alle quali erano deposti, identificai cosi' 16 sepolture di inumati". Precedentemente agli scavi del 1926, secondo la testimonianza del Vignati Luigi, "durante le scavo che egli da oltre 30 anni conduceva allo scopo di estrarre ghiaia ha incontrato a varie riprese delle estensioni che contenevano tumulazioni sia del rito a cremazione sia del rito a inumazione", nella zona ad ovest della strada comunale che collega Legnano a San Giorgio; in questa zona erano stati compiuti ritrovamenti gia' nel 1818 durante la costruzione della strada stessa e successivamente nel 1900.
Queste tombe alla cappuccina costituite per lo piu' da 13 tegoloni siglati con un simbolo che Sutermeister intende come una lettera (omega) erano molto povere e talvolta completamente prive di suppellettili. All'interno delle tombe o appoggiati all'esterno dei tegoloni furono trovati: oggetti in bronzo e ferro (una mezza cesoia, falcettone pesante, falcetto, coltelli, fibbie) e in ceramica grezza (olpai, vasi, ciotole, ciotoline, piatti, una brocca, embrici, ecc.). Proseguendo lo scavo in direzione sud-est, Sutermeister noto' che altre sepolture recavano tracce tipiche del rito funeraio dell'incinerazione (presenza di carboni) e che esse avevano corredi piu' ricchi (lucerne, ciotole, piatti, brocche) accanto alla tomba 112 trovo' poi una moneta di bronzo dell'epoca di Costanzo Cloro (imperatore nel 292-306). Procedendo ancora verso sud-est, trovo' una quantita' di carboni accumulati che egli  ipotizzo' essere i resti di "sepolti in tempo di epidemia", in un'epoca in cui si praticava ancora la cremazione. In base al tipo di sepoltura e di corredo funerario e partendo dalla constatazione che il "costume pagano della suppellettile si era affievolito e anche spento con l'avanzata del cristianesimo", si ipotizzo' che la necropoli si fosse sviluppata nel tempo fin dal III° secolo dc. in direzione da sud a nord e, anche per la vicinanza relativa della moneta di bronzo, formulo' l'ipotesi che il cumulo di carboni fosse una sorta di "fossa comune" in cui vennero seppelliti i morti per "la peste che flagello' la penisola dal 252 al 266 dc sotto l'imperatore Gallieno".
 
 
 
 
 
"Nel fare la trincea per la posa dei tubi di fognatura in via Calatafimi, la via contigua al giardino del Museo, che scende in linea normale al decorso dell'Olona, si trovano alla profondita' di circa un metro, alcune ciotoline di corredo di fibule in bronzo; si scoprirono cosi' sei loculi inviolati ma non molto ricchi di cremati: ed uno evidentemente gia' toccato in parte". Da una accurata descrizione dei materiali e dalle strutture riportate alla luce, che si attribuisce ad epoca pre-romana, per la presenza di un "bicchiere a doppio tronco di cono, spatolato lucido esternamente", che scompare con la dominazione romana.
I ritrovamenti di via Calatafimi vengono pertanto datati alla seconda eta' del Ferro.
In seguito, i materiali recuperati furono presi in esame nelle studio analitico di R. De Marinis sul Golasecca IIIA per le associazioni topologiche.
La cultura di Golasecca nel terzo periodo (V sec. a.c.) raggiunse infatti la sua massima espansione territoriale suddividendosi in due gruppi: I Gruppo Leponzio, comprendente Canton Ticino, Val Mesolcina, Grigioni, e Val D'Ossola, e il II Gruppo di Como, comprendente Canton Ticino, zona a sud di Monteceneri, Lombardia occidentale e in Piemonte la provincia di Novara.
I ritrovamenti di Legnano sono ascrivibili a questo II Gruppo e sono costotuiti da tombe a cremazione con deposizione delle ceneri e delle ossa combuste entro urne in terracotta e piu' raramente in bronzo.
La scoperta dei manufatti golasecchiani anche nell'area di pianura che interessa il "legnanese" documenta l'estensione raggiunta dalla cultura di Golasecca nel corso del V° sec. a.c..
Tale fenomeno e' da mettersi in connessione con la grande espansione commerciale etrusca nell'Italia Settentrionale.
Gli Etruschi esportavano prodotti di lusso, vino, profumi, prodotti esotici destinati alla aristocrazia celtica dei paesi transalpini, attraverso la mediazione delle genti appartenenti alla Cultura di Golasecca, stanziatesi in importanti zone di passaggio.
 
 
 
"A ponente della via Umberto I°, nel podere cintato di Vignati Martino, nella primavera del 1925 avendo il proprietario iniziato a voltare il terreno di recente acquisto, per prepararlo alla coltura, trovava una bella anfora peduncolata deposta come cinerario contenente le ossa calcinate ed una sottilissima olpe a pera. L'anfora era stata segata in due parti prima dell'interramento e dopo la deposizione delle ceneri e degli oggetti era stata ricomposta mettendovi sopra la parte superiore a mo' di coperchio. Pero' la pressione della terra, con il tempo, mando' in frantumi la parte superiore che ebbimo poi cura di riparare alla meglio".
Il resoconto di Sutermeister relativo a quel suo primo intervento, continua con l'elenco degli oggetti raccolti sporadicamente e con la notizia del recupero di due sole deposizioni complete, in anfore segate, i suoi corredi comprendevano prevalentemente vasellame di uso comune, (ciotolina, anforetta, olpe, balsamario in vetro) ed utensili in ferro (raschiatoi, falcetti, cesoie, ecc.).
"Invece altrimenti si presenta un nuovo sepolcreto scoperto in Dicembre 1952 facendosi uno scavo per la costruzione della villetta di via Vittorio Veneto. La' ove sino a pochi anni addietro era aperta campagna, a sud sud-ovest dell'abitato di ieri, ove nulla sembrava poter esserci di particolare, improvvisamente appaiono parecchie ritrovaglie..."
Sutermeister esploro' una superficie di circa 175 mq. e riusci' ad individuare 23 sepolture.
"...ma il loro diradamento topografico fa capire che ben altro ne era il numero di origine poiche' le tombe risultavano deposte a 1,2 m. di interdistanza e lo spazio riconosciuto fu, come dissi di 175 mq. Senza voler darmi a sovravalutazioni dovendosi anche riflettere che qualche stradetta interna potesse dividere a gruppi le tombe e quindi sottrarre area, devo credere che almeno 50 tombe esistessero a suo tempo in questo limitato spazio della odierna rimozione".
I contesti tombali cosi' recuperati rientrano, con gli oggetti di corredo, nelle tipologie consuete per le sepolture a cremazione della prima eta' imperiale: deposizioni prevalentemente in anfore segate corredate di vasellame fine da mensa (ciotoline o patere in ceramica arretina, bicchieri in pareti sottili), vasellame grezzo da cucina, (ollette e casseruole, piatti-coperchio), balsamari in vetro, lucerne, coltelli, raschiatoi-rasoi in ferro, fusarole, chiodi, in qualche caso monete.
Vorrei segnalare pero' in particolare la presenza, nella t.1 anche di una coppetta frammentaria in vetro viola, decorata a costolature; nella t.3 di una moneta a firma Maecilio Tullo, triunviro monetale dell'8 a.c.; nella t12 di un bastoncino in vetro ritorto utilizzato per mescolare unguenti e cosmetici; nella t16, unica deposizione in cassetta di embrici, di oggetti di ornamento personale, quali un anello in bronzo e di una fibula ad arco con molla in ferro, nonche' nella t20 di un raffinatissimi balsamario in bronzo decorato da sottili solcature.
Particolarmente interessante risulta una patera in vernice nera attribuibile alla t2 che reca incisa in prossimita' del piede la scrittura greca "CLIIDONOS" per la quale, almeno allo stato attuale degli studi, non sono note analogie.
L'esame complessivo dei "reperti" della necropoli attesta all'inizio del sepolcreto attorno alla meta' del I° sec. a.c. e la sua continuita' sicuramente fino all'tea' augustea.
 
 
 
 
"Nella borgata di San Lorenzo di Parabiago avevo scavato fin dal 1927 sistematicamente un sepolcreto del I° sec. d.c. constatandovi la presenza di un centro particolarmente interessante per agiatezza superiore a quella dei centri viciniori. Magnifici specchi in lega incorrodibile, fialette, colombe in vetro, monete. Adesso invece al lato opposto della via del Sempione (cioe' a ponente) ed a 200 mt. a sud della via Corridoni ho avuto occasione di costatare la presenza di alcune sepolture repubblicane caratterizzate dalla presenza delle olpi a trottola, da alcune fibule in un sol bronzo ad arco serpeggiante, ed a due decine di vasi e patere che si differenziano sensibilmente dai tipi imperiali. Vi concorrono due coltelli in ferro il cui tipo non si differenzia da quello dell'impero".
E' l'inizio della relazione che Sustermeister pubblico' nel 1960, relativamente al ritrovamento da lui effettuato in un'area poco distante rispetto a quella del sepolcreto imperiale scavato circa 30 anni addietro.
Come era sua consuetudine, Sustermeister elenca puntualmente e descrive particolareggiatamente i materiali recuperati, ne mette in evidenza le caratteristiche fondamentali e le differenze rispetto ai reperti rinvenuti nel 1927, infine propone delle ipotesi circa l'uso che si sarebbe fatto di alcuni di essi. Si sofferma in particolare su vasi a trottola, su alcune patere che reputa significative, perche' recanti iscrizioni graffitiche, nonche' sulle fibule la cui forma e foggia costituiscono a suo avviso l'elemento determinante per una sicura classificazione cronologica a tutti i reperti al II° - I° sec. a.c.. Purtroppo anche per questi materiali di San Lorenzo ci si deve accontentare di esaminare cio' che ancora oggi si e' potuto recuperare in Museo, che non e' sicuramente tutto quello che elenco' e disegno' Sustermeister.
Un solo vaso a trottola dalla forma bassa e schiacciata, due ollette ovidi lisce ed altre due decorate con incisioni a zig zag, una grande ciotola con labbro a listello forse usata come bacile-mortaio.
Per quanto riguarda il vasellame fine da mensa imitante la ceramica campana con esemplari non verniciati (patere e coppe) si segnalano la pisside dal corpo stretto e slanciato e due patere con incisioni: le lettere "EM", in caratteri nord-etruschi, e la scritta "P.CATO". Non sono attualmente noti confronti pertinenti per queste iscrizioni; certo e' che proprio sui prodotti di fabbricazione locale imitanti le forme della ceramica campana si riscontrano i segni, le lettere, le scritte incise dell'area lombarda. E' pero' utile sottolineare il fatto che, in uno stesso contesto, siano presenti esemplari con iscrizioni di carattere "gallico" e "romano", testimonianza ulteriore del passaggio graduale dalla fase finale del  celtismo alla romanizzazione che conobbe vari episodi di coesistenza.
Il materiale metallico, attualmente reperibile, e' costituito da tre fibule in bronzo e da un grosso coltello in ferro la cui cronologia oscilla tra la prima e la senda meta' del I° sec. a.c..
 
 
 
 
"L'espandersi dell'edilizia e degli stabilimenti industriali intorno alle borgate dopo le due grandi guerre, fa si che solo di pochi decenni addietro erano nude e solo dedite all'agricoltura (e lo erano da secoli) vengono scavate per coprirle di fabbricati o da piu' profonde colture. Questo e' il caso del terreno segnalato nel mappale di San Vittore col numero 220 2 221 lungo la via del Sempione, che acquisito nel 1946 per erigervi il grande stabilimento tessile Carlo Mocchetti & C:, rinchiudeva un sepolcreto. Nulla era apparso durante la costruzione dello stabilimento e nella grandissima villa. Fu invece nel 1947 che sia nel costruire il muro di cinta a sud, sia nell'arare meccanicamente il terreno, apparirono le prime avvisaglie".
Dopo i primi ritrovamenti ad opera dei proprietari, si iniziarono gli scavi sistematici: "il terreno fu picchettato con equidistanti 5x5 ed ogni loculo venne esattanente riportato sulla carta".
Esaminando la disposizione delle tombe nella necropoli, si ipotizza "  lo svolgimento curioso del sepolcreto, in forma ad arco, si deve attribuire alla presenza a tal tempo di una strada in direzione Legnano-Cerro che nel salire il lieve pendio faceva tal arco".
Sulla base delle conoscenze attuali non e' pero' possibile accettare tale teoria come valida a tutti gli effetti.
Attualmente il materiale recuperato dalle sepolture si trova in parte presso il Museo Civico di Legnano e in parte presso i proprietari del fondo, in quanto all'epoca dello scavo la Soprintendenza aveva problemi organizzativi e decise di lasciare i reperti in affido ai padroni del terreno.
Furono rinvenute circa 100 tombe ad incinerazione per lo piu' costituite da anfore segate; solo una piccola parte ha il cinerario a fondo piano e bocca larga.
I corredi tombali, abbastanza simili tra loro, comprendono alcune monete: Claudio (41-54 d.c.), Vespasiano (59-69), Traiano (98-117); pochi oggetti ornamentali: anelli in bronzo e in ferro, uno dei quali a "serpente", un altro con castone ed altri ancora a verga semplice; armille frammentarie e in bronzo e ferro; una fibula ad arco in bronzo.
Numerosi, invece, gli utensili: lame di coltello, alcune delle quali con fori per l'immanicatura in legno, rasoi, raschiatori di varie forme e dimensioni, cesoie a molla usate per tosare le pecore, ed un gran numero di chiodi d'uso e forme diverse.
Frequenti anche i balsamari in vetro di color bianco e verdino, tubolari, globulari o piriformi, alcuni dei quali risultano deformati poiche' posti sul rogo. Tra gli altri oggetti in vetro si segnala una grande bottiglia in vetro a corpo rettangolare (t48), varie bottigliette rettangolari o ovali, generalmente monoansate, e due coppette.
Soprattutto dalle prime tombe scavate, siglate T000 "  perche' gli oggetti ricavati non venivano divisi tomba per tomba  " provengono le lucerne bollate COMUNIS - COMMUNIS - FORTIS - STROBIL - FRONTO - PHOETAPSI (firmalampen) ed altre lucerne decorate.
Pochi gli specchi in lega metallica: tre rotondi ed uno rettangolare.
Per quel che riguarda la ceramica, il vasellame fine da mensa comprende alcune patere e coppette in ceramica arretina e terra sigillata: tra le ceramiche a p areti sottili si ricordano ollette con decorazione incisa a linee verticali incrociate, coppette e bicchieri. La ceramica grezza annovera numerose urne cinerarie di grandi e piccole dimensioni, olle, patere, coppette, olpai di varie forme ed infine anfore segate, di cui una bollata (t23), embrici variamente siglati.
Tra i reperti particolarmente pregiati si segnalano uno stilo in avorio, un ago da lana, corallini fittili. Varie ossa di pollo e di capretto risultano interessanti in quanto preziose testimonianze delle abitudini alimentari romane.
L'esame delle monete rinvenute nei corredi e lo studio delle sigle su alcune patere arretine consente di datare il sepolcreto tra il I° e il II° sec. d.c..
 
 
 
 
"Nel novembre del 1927 in un fondo del contadino Bollati Michele di San Lorenzo di Parabiago, a 30 metri dalla via del Sempione, la quale correva a mezza costa sul primo terrazzo sinistro sulla lieve valle dell'Olona, durante gli scavi agricoli che il contadino aveva iniziato, rinvenni un gruppo di tre o quattro tombe pagane a cremazione che destarono  molto interesse.
Egli approfittando della stagione morta autunnale e desideroso di trovare "il tesoro" pose mano alla chetichella a piu' ampia ricerca ed in breve riusci' a mettere in luce una dozzina di anfore piu' o meno ben conservate. Esse erano accompagnate da una dotazione di vasetti in terracotta, attrezzi in ferro (coltelli, anelli, cesoie, chiodi), balsamari in vetro, coppette e specchi in metallo bianco, monete imperiali in bronzo. Purtroppo tutto quanto era stato precedentemente raccolto non era stato opportunamente classificato per tomba. Dal proseguimento degli scavi venne tenuta una pianta nella quale sono peraltro numerati solo quei loculi che si ritennero intatti e non solo parzialmente rimossi, poiche' moltissimi dei loculi preesistenti vennero riconosciuti dall'abbondante terra nera, recevano solo sporadici oggetti senza presenza di anfora cineraria o di cocci di essa.
La conclusione che traemmo dagli scavi fu che il gruppo di tombe scavate dal Bollati rappresentava il nucleo dei ricchi e che il resto del campo, con qualche eccezzione era la necropoli meno ricca sviluppatasi nel prosieguo di tempo con modificate condizioni sociali dell'ambiente che la alimentava. Molti loculi erano in origine assolutamente privi di oggetti.
Sutermeister fa poi seguire il "resoconto" dello scavo con l'elenco dettagliato del materiale raccolto.
Per la ceramica: 16 anfore cinerarie, 4 vasi cinerari a fondo piano, 38 olpai, 16 ciotole in ceramica grezza. 1 patera arretina con bollo e graffito, 10 patere di imitazione della terra sigillata, 2 lucerne, 5 fusarole, 9 embrici.
Oggetti in ferro: 3 grossi coltelli a lama larga, 6 attrezzi da fabbro fra cui un paio di tenaglie, 44 coltelli di varie dimensioni, cesoie, 13 raschiatoi, 3 rasoi, 20 anelli e finimenti da traino, 3 armille, uno stilo, un anello digitale e circa 250 chiodi d'uso e forme diverse.
In bronzo: 39 monete, 5 braccialetti, 5 anelli digitali, 3 anelli da cinturone, 2 cucchiaini, una pinzetta depilatoria, 3 bottoni, 1 ago.
In vetro: 12 balsamari e altri 6 fusi nel rogo, 1 bottiglietta piriforme.
Tra tutto il materiale "recuperato " destarono viva curiosita' due brocche ed una patera che recano iscrizioni graffitiche. Sulle brocche si legge  rispettivamente P.VII e SIIVVONIS e sulla patera che e' anche munita di piede con la marca di fabbrica C.T.P. si legge M. ATTIRIUS  . le due colombe in vetro per essere costruite prive di piede sono oggetto schiettamente destinato al rito funerario".
Interessante risulta anche il recupero di una deposizione in cassetta di embrici il cui corredo era costituito da piattini di metallo e da uno specchio circolare con decorazione "a giorno". "in uno dei loculi inizialmente scoperti dal Bollati, invece dell'anfora come cinerario eravi una cassetta cubica, composta da embrici con risvolto nella quale erano direttamente immesse le ceneri e la suppellettile funeraria. E' la particolarita' di questa cassetta era accompagnata da un'altra inconsuetudine: perche' nella suppellettile le ciotole fittili per alimenti erano rappresentate da una serie di 4 coppette in metallo. La tomba conteneva anche un bellissimo specchio; esso e' graziosamente ornato da un giro completo di piccoli fori a trapano e nel retro ha visibili cerchi concentrici frutto della lavorazione al tornio. Lo specchio ha pure la sua impugnatura dello stesso metallo.
L'esame del materiale recuperato ed in particolare lo studio delle monete consente di datare la necropoli nella prima meta' imperiale, I° sec. d.c..
Nel 1934 Sutermeister recupero' in un fondo ad est del paese (mappale 49 - 45 sito in via Marco Polo,3) circa 9 tombe a cremazione con deposizione del corredo, delle ossa e dei residui del rogo per lo piu' in buche scavate nella nuda terra. Una sola tomba era costituita da un'anfora cineraria ed un'altra da una cassetta cubica di embrici. Tra il materiale recuperato vi sono esemplari pregevoli per qualita' e fattura nonche' attrezzi da lavoro in metallo attestanti l'occupazione e il ceto sociale di alcuni dei defunti. Si segnalano in particolare nella tomba 300, comprendente oltre al materiale ceramico consueto, un braccialetto in bronzo ed uno stile di ferro usato per scrivere su tavolette; nonche' la tomba 301 con un ricco vasellame in ceramica in vernice nera, arretina, olpai parzialmente verniciati, balsamari in terracotta, bicchieri in pareti sottili dalla finissima lavorazione, uno dei quali decorato a rilievo e "firmato", vasellame d'uso comune, ed infine un compasso frammentario a punte, un martellino, vari strumenti in ferro utilizzati dai falegnami.
Amche per questo piccolo sepolcreto lo studio del materiale ed in particolare l'esame delle monete rinvenute nelle tombe consente una datazione abbastanza precisa all'eta' augustea.
 
 
 
"nel marzo del 1957 fu scavato un gruppo di tombe a titolo di accertamento del sepolcreto dei primi secoli dell'era di Cristo nel centro del campo aratorio perfettamente piano ove occasionalmente da parte del proprietario e coltivatore diretto sig. Elli Pietro venivano notati dei relitti di sepolture sparse. Mi diedi allora ad una verifica rapida del centro del campo in un punto non ancora dissodato e nei giorni 24 25 e 30 marzo 1957 si constato' la presenza di un fitto sepolcreto dei primi scoli della romanita'. La ricerca di questo primo periodo non avvenne calma come si esige in scavi sistematici e cio' perche' vi presero parte elementi volenterosi si, ma non addestrati a tali scavi. Occorre pero' anche notare che gia' per due stagioni precedenti di coltivazione, la aratura del campo era stata fatta con trattori meccanici" e quindi che " i sottostrati avevano subito non solo delle compressioni deleterie, ma anche degli spostamenti notevolissimi in vario senso rendendo molto difficile definire l'ubicazione orifinale dei cocci che raccoglievamo. Un lavoro postumo di riorganizzazione dei reperti permise di assegnare ad ogni fondo di vaso le sue parti e arrivare alla catalogazione ma con molte rinunce al restauro dei relitti".
Questa prima campagna di scavo porto' al rinvenimento di quattordici sepolture, con scarso corredo, di cui una costituita da un'anfora (t8), le altre da vasi cinerari, alcuni coperti da un embrice (t12 e t13 con embrice siglato, t14 con embrice non siglato); Sutermeister ritenne anche di aver individuato una "ustrina" (t15) (area in cui venivano cremati i cadaveri) a causa dell'ammassamento di carbone e di cenere di carbone di "legna" e di un "tronchetto di legno interamente carbonizzato e frantumatosi in tanti cilindretti".
La ricerca per definire la vastita' della necropoli fu ripresa nel marzo 1959, dopo il causale rinvenimento di reperti in direzione sud-ovest (t16 t21) e nord-ovest (t20) rispetto all'area scavata nel 1957. Furono ritrovate altre tre sepolture, con discreti corredi, non attibuibili con certezza all'una o all'altra tomba, data la loro vicinanza, da cui due a cassetta con embrici non siglati (t17 t18) e una anfora segata (t18).
Infine nel maggio 1960 venne alla luce, in seguito a smottamenti, un'altra sepoltura in vaso cinerario (t22) con discreto corredo.
Fra i reperti rinvenuti nella necropoli si segnalano per interesse una coppetta frammentaria in rame, una moneta Faustina (168 d.c.) e una fibula ad arco, entrambe in bronzo, un piattino, alcuni raschiatoi per pelli, rasoi, coltelli, frammenti di maniglia, chiavarde, chiodi, un ago a lama, lamine in ferro, balsamari in vetro e lucerne decorate (interessante quella con una biga "a due cavalli" con auriga e redini tese e frusta alzata), ceramica fine da mensa (coppetta in ceramica arretina con bollo AVRE, coppetta di imitazione arretina,) ceramica grezza (olpai, patere, bicchieri, coppe e coppette, vasi cinerari) fusarole, anfora embrici.
Dal momento che i reperti della necropoli hanno una superficie di diffusione abbastanza vasta, essendo stata rinvenuta gia' nel 1956 in posizione sud sud-est, rispetto all'area di scavo del 1957, una tomba alla cappuccina (tomba a inumazione, con scarsa suppellettile di offerta; 16 monetine in rame, quasi illeggibili, (L'esame di altre due monete, sottopostemi piu' tardi, le darebbero attribuire a Costanzo II e Magnenzio, ambo nella prima meta' del IV° sec.d.c.) pugnale in ferro, fibbia da cinturone, vasetti in ceramica), "si arguisce chela zona di sepoltura puo' estendersi a circa 2500 mq. dei quali solo 150 mq. sono esplorati".
"Allo stato d'oggi si puo' dire che il sepolcreto ha avuto il suo inizio al lato nord nord-est della via del Perello e si e' prolungato nel tempo verso sud sud-est arrivando fino alla tomba alla cappuccina (unica) contenente un pagano e quindi databile al III° o IV° sec. Questa visione potrebbe subire correzioni se si procedesse ad integrazione delle ricerche, come sarebbe desiderabile". (Nell'aprile 1988, in occasione della costruzione di alcune villette a schiera in via Leoncavallo angolo via Fogazzaro, sono stati effettuati dalla Soprintendenza alcuni scavi che ne dimostrano la densita' di tale necropoli. i cui materiali sono attualmente allo studio).
Dall'esame dei reperti la necropoli sembra databile fra il I° e II° sec. d.c..
 
 
 
 
"Possiediamo dal 1926 nel Museo di legnano un'ara in sarizzo offertaci da MIIAECI E RIVASIA filia di Diana, databile del I° secolo avanti Cristo raccolta a Gorla Minore nel giardino del curato, ma precedentemente giacente da tempo immemorabile in una vigna trovantesi poco discosta dallo stesso dolce pendio del 2° terrazzo erosivo sinistro dell'Olona, ma non si era mai avuto sentore di un sepolcreto locale. Questa lacuna si va colmando perche' sullo stesso dolce pendio, a circa 200 mt.  dall'ex vigna predetta si e' scoperto un piccolo sepolcreto di cui vado a dire. Esso pero' dalle monete e delle suppellettile si rivela del I° sec. d.c..
La scoperta iniziale e' bensi' avvenuta l'anno scorso (1951) nello scavare la fondazione della villetta del sig. Pisani Giuseppe ma era rimasta ignorata perche' il luogo e' rimasto disabitato. Tuttavia vari oggetti erano stati posti in cantina".
Questi primi scavi avevano portato alla luce alcune tombe ad incinerazione il cui corredo era composto da anfora frammentate, attrezzi in ferro, suppellettili fittili fra cui vari reperti in buone condizioni.
"Nell'aprile del 1952, disponendosi il proprietario del suddetto fondo a rimuovere il terreno del giardino mi avviso' dei nuovi ritrovamenti che stava facendo ed allora procedetti al rilievo generale in piantina. Si notava tosto che per l'esigua profondita' del terreno di coltura, la maggioranza dei loculi era sconvolta da ritrovamenti fortuiti durante le coltivazioni, nell'andare dei tempi e senza che alcuno ne tramandasse la notizia storica.
In taluni posti, come cinerario, vi erano stati dei grandi vasi a fondo piano mentre altri loculi manca anche questo tipo di cinerario (sepolture di bambini o poveri?) e le ceneri furono deposte in vasetto di occasione ed anche su un semplice pezzotto di vaso come si vide altrove in queste zone.
Le poche monete trovate indicano un periodo che va da Claudio I°, 42-54 d.c. ad Antonino Pio 138-161 d.c."
Ulteriori ricerche permisero di trovare altre ventidue sepolture ed i resti delle grandi fosse di rogo.
Fra i materiali rinvenuti si segnalano come particolarmente interessanti: una patera arretina CAMURU in planta pedis, una ciotolina arretina con bollo ATIM in planta pedis, una lucernetta a canale (firmalampem) con bollo FORTIS sottostante in rilievo entro il coperchio del piede, una lucernetta con disco decorato e stampo con crescente lunare e pagnotta crociata; du corallini scanalati in pasta vitrea, due olpi in argilla rossastra, acuni balsamari in vetro con ventre globulare e piriforme ed una bottiglia, uno specchio circolare, alcune cesoie in ferro, rasoi, un grosso coltello a lama larga, alcune monete, uno stilo per scrivere sulla cera con paletto per la lisciatura.
In base all'esame del materiale la cronologia prevalente e' al II° sec. d.c.
 
 
 
Non smpre si determinano quelle situazioni ideali atte a consentire uno scavo archeologico ed il Sustermeister dovette ricorrere - talvolta - al puro recupero dettato dall'urgenza della salvaguardia dei reperti he, diversamente, sarebbero andati distrutti o comunque dispersi per mano di piu' o meno interessati cultori di "antichita'", con irreparabile perdita del contesto storico-scientifico. Vogliamo soffermarci unicamente sui piu' significativi di questi interventi:
 
Pontevecchio di magenta
 
Materiale relativo alla tomba rinvenuta nel 1933 in una cava di ghiaia, attribuita alla cultura del tardo La Tene (2° meta' I° sec. a.c.), nella fase di ormai transizione tra il periodo gallico e quello romano. Il corredo metallico e' rappresentato da "una spada con il fodero in ferro parzialmente conservato, una lancia a foglia di olivo, due coltelloni unitaglienti, quattro fibule a forma di certosa, alcuni frammenti di cesoia, un manico di situla, un rasoio laminare in ferro", mentre il corredo fittile consiste " in circa venti vasetti di varia forma dei quali parecchi molto rovinati ed utili solo come documentazione dei tipi"
 
Corbetta
 
"Nel fondo aratorio di Magugliani Natale, il coltivatore trovava da tempo frammenti fittili, vasi cinerari, e ferraglie sparsi su una estensione di 700 mq., ma tutto andava disperso". Solo nel 1930, a seguito dei nuovi e piu' consistenti ritrovamenti, venne informato Sustermeister. Il suo intervento valse ad acquisire alle raccolte del Museo corredi tombali di parte "di un esteso sepolcreto dell'epoca di Augusto ossia giusto l'epoca di Cristo".
Vennero raccolti: 2 olpi di terracotta, una ciotolina sottile, 3 lucernette figurate (una lepre, un guerriero, una scena amorosa veniale); un vaso alimentare; una patera in terra sigillata; una ciotolina o coppa avente un braciolo unico e l'esterno ornato da ordini di righe verticali; vari cocci documentari di vasetti e patere arretine sigillate. tra i ferri: mezza cesoia da tosatore; un rasoio con codoletto curvo; un raschiatoio trapezioidale per pelli; una chiavetta da stipo o cancello; sette chiodi rituali; un medio bronzo di M. Agrippa; altro medio bronzo; simile ma non leggibile salvo le lettere S.C.".
 
Ossona
 
"Col progredire dell'espansione edilizia verso punti periferici, nella via di Inveruno, nel dicembre 1957, si scopri' una sepoltura a cremazione, riferibile al I° sec. d.c..
Vennero raccolti: un coltellone, un chiodo, un piatto scodella, due olpi panciute (frammentarie), un piattone, una ciotola per alimenti".
 
Bienate
 
Furono individuate, nel settembre 1953, ma i primi ritrovamenti risalgono al 1923, nei lavori per la costruzione di una abitazione civile, diverse sepolture di epoca imperiale. Il Sustermeister acquisi': sedici monete inbronzo (il cui periodo coperto e' piuttosto ampio, riguardando una moneta l'imperatore Claudio I° (41-54 d.c.), altre gli imperatori Costanzo II° (337-361 d.c.) e Magnenzio (350-353 d.c.), cinque cesoie, due coltelli con manico, due frammenti di braccialetto e quattro di specchio metallico, un balsamario in vetro bianco iridescente, una patera arretina priva di piede, un piatto frammentario, un'olpe rossa, un vasetto ciotola in terra grigia poco cotta con tratteggio a lisca di pesce sulla pancia, un balsamario in cotto, una ciotolina di imitazione arretina ornate di teste di maschera e rosette quadrilobate, parte di fittili, tra cui i frammenti di un bicchiere con traccia di disegni ad archi.
 
Inveruno
 
Nel settembre del 1930, nel cosro di una costruzione del collettore fognario, vnne alla luce un sepolcreto romano e, non lungi, "un numero imprecisato di sepolture barbariche". Il matriale recuperato, relativo a corredo tombale maschile longobardo, permette ora di ammirare due umboni di scudo con parte dell'impugnatura, una spatha a lama piatta lunga 74 cm., una punta di lancia corta con codoli di attaccatura a sezione circolare e una splendida fiaschetta, dalla caratteristica forma a pera, decorata a stampiglia (VIII° sec. d.c.). Quest'ultima ebbe fra l'altro l'onore di esere esposta alla famosa mostra "I Longobardi e la Lombardia" tenutasi al Palazzo Reale a Milano nel 1978.
 
Parabiago
 
Non si puo' infine trascurare il recupero senz'altro piu' prestigioso, operato dal Sustermeister in collaborazione della professoressa Alda Levi Spinazzola, e ci riferiamo in modo specifico alla patera di argento rinvenuta nel 1907 durante i lavori di sterro per la costruzione di una villa nelle vicinanze della strada del Sempione, che in quel tratto costeggia il corso del fiume Olona, e sequestrata nel 1931 alla famiglia Gaio. Lo stupendo piatto, attribuito ora, per lo piu', alla fine del IV sec. d.c., in deposito presso le Civiche Raccolte Archeologiche di Milano, illustra il trionfo di Cibele ed Attis e testimonierebbe l'attardarsi in zona del culto di tale divinita'.
Non nascondiamo pero' che sulla datazione del pezzo non v'e' uniformita' di indirizzo. Il Sutermeister infatti l'assegno' "fra il I° e II° sec. d.c., mentre Antonio Frova la situa "tra la fine del I° e l'inizio del III° sec. d.c.".
 
 
 
La Cisalpina viene organizzata in provincia attorno alla meta' del I° sec a.c. e Cesare ne diviene per dieci anni (59-49 a.c.) governatore.
Con la conquista delle valli alpine, susseguentemente alla fondazione di AUGUSTA TAURINORUM (Torino) e AUGUSTA PRAETORIA (Aosta) e alle guerre vittoriose, cssa definitivamente con la pacificazione del territorio lo stato di provincia, grazie alla cittadinanza concessa da Cesare e riconfernata da Ottaviano.
L'Italia, concepita per la prima volta nella storia come estensione territoriale unitaria (restano escluse solo le isole), viene suddivisa in XI REGIONES, modellando significativamente tale ripartizione amministrativa sull'esempio di quanto era stato fatto ad opera dello stesso Augusto per la citta' di Roma, analogamente riparita in egual numero di REGIONES. Ad ogni regione vengono assegnati un numero e un nome, quest'ultimo generalmente legato al ricordo delle antiche popolazioni originariamente stanziate nella zona, nell'evidente intento di superare le differenze tra Nord e Sud, fra Romani e Italici, nobilitando cosi' le singole parti di un'Italia per la prima volta unificata.
Ma se questo e' vero per le Regioni d'Italia Centrale e Meridionale (II - APULIA, III - LUCANIA et BRUTILIUM, IV SAMNIUM, V PICENUM) cio' non vale per le zone abitate dai Galli, il cui nome viene deliberatamente cancellato, sia nell V REGIO (dove erano stanziati i Galli Senoni, si ricordi SENA GALLICA - Senigallia) he nella X - VENETIA ET HISTRIA, dove sono ricordati solo i Veneti, e, ancor piu' nettamente, nella VIII, l'AEMILIA, che sara' nota ufficialmente fino al II° sec. d.c. con il solo ordinale e soprattutto nella nostra regione, l'XI, la piu' celtizzata, definita soltanto geograficamente, TRANSPADANA. Questa cancellazione del ricordo dei Galli e' dovuta non certo alla volonta' di una deceltizzazione, ormai del tutto fuori luogo alla fine del I° sec. a.c., quanto piuttosto tende a rimuovere ogni ricordo dell'antico stato d provincia, mirando a stabilire un rapporto paritetico col Centro-Sud.
Pertanto, il territorio dell'Italia Settentrionale in genere e nella Transpadana Occidentale in particolare, cui la nostra zona apparteneva, ha visto in breve svolgere di tempo, soprattutto nel corso del I° sec a.c., il passaggio da terra di conquista quale era la regione pienamente integrata al resto dell'Italia. Tale processo e' stato reso possibile da tre elementi posti in reciproco rapporto fra loro, finalizzati ad ottenere la piena valorizzazione delle zona, fertile ricca di acqua; la realizzazione di una fitta rete di strade, la progressiva urbanizzazione e la suddivisione agraria del territorio, preceduta, ove necessario, da opere di bonifica e disboscamento (si ricordi che il terreno si presentava allora boscoso, particolarmente verso Uboldo e Saronno) in tanti lotti di terreno coltivabile.
Alla base del sistema vi sono dunque i principali centri ( nella nostra zona estremamante ridotti, limitandosi alla Mediolanum, Comum, Novaria e, piu' a sud Ticinum - Pavia) , collegati da strade, con duplice funzione militare e commerciale, che vengono ad attraversare tutta una serie di nuclei minori, eredita' del sistema locale abitativo celtico, articolato su una notevole quantita' di piccoli centri sparsi (per pagos), la cui presenza risulta attestata dalle fitte, piccole necropoli che gli scavi hanno rilevato.
I centri celtici vengono gradatamente romanizzati, anche con l'immigrazione di elementi centro-italici ed il terreno viene suddiviso in appezzamenti di estensione originariamente limitati (nelle colonie uno per capo famiglia) sui quali trovano posto fattorie di piccole dimensioni ("Domus rusticanae"), poi progressivamente trasformatisi per formare entita' poderali piu' ampie con vere e proprie "Villae rusticae").
L'elevato numero dei toponimi della nostra zona derivanti dal nome di antichi proprietari terrieri, romani o indigeni romanizzanti che fossero (ci si riferisce ai centri il cui nome termina per ANO, quali Pogliano, Nerviano, Legnano, e a  non pochi di quelli terminanti in AGO, quali Vanzago, Parabiago e Dairago, forma piu' vicina al sostrato lingistico celtico originario testimoniano esattamente questa situazione, dove il passaggio a nomi di citta' e' probabilmente indice di formazioni latifondistiche tardoantiche.
Tale fenomeno di suddivisione agraria, noto con il termine di centuriazione, teso a valorizzare appieno il territorio, era in stretto rapporto con la rete viaria, dal momento che i singoli appezzamenti erano divisi tra loro principalmente da strade di varia importanza, dalla grande arteria ai viottoli campestri.
Gli studi sulla ricostruzione del reticolato romano in questa zona sono estremamente limitati e resi problematici dal totale silenzio delle fonti antiche e dall'intenso sviluppo avuto nel territorio. Quello che e' comunque possibile affermare allo stato attuale delle conoscenze e' che la zona a Nord-Ovest di Mediolanum era centuriata. con una inclinazione di 26-27° NO, probabilmente legata allo scorrimento delle acqua; tracce evidenti dei resti della centuriazione appaiono con chiarezza dalle carte.
Se gli studi della situazione agraria sono ancora agli inizi, qualche dato piu' certo e' stato acquisito per quanto riguarda la ricostruzione dell'antico sistema stradale.
Le principali arterie romane della zona sicuramente attestate dalle fonti antiche o dalla toponomastica, quasi certamente realizzate con fondo semplicemente ricoperto di ghiaia e non lastricate, devono esere viste in stretta correlazione con la navigazione fluvio-lacuale, da cui erano integrate.
Esse sono le seguenti:
1) Milano-Novara, che passava per Quarto Cagnino, Quinto Romano, Settimo Milanese (topnimi indicanti la distanza in miglia romane da Milano) e Magenta, come e' dimostrato dal ritrovamento di un cippo miliare avvenuto a Robecco sul Naviglio; dopo aver attraversato il Ticino, limite geografico e amministrativo del territorio di Mediolanum, giungeva probabilmente a Trecate, ove e' attestato in periodo altomedievale un "Vadum Trecantinum".
2) Milano-Varese, attestata dal toponimo Quarto Oggiaro, che portava a Varese attraverso Garbagnate, Saronno, Cislago e Tradate.
3) Milano-Como, attestata dalla TABULA PEUTINGERIANA, per Paderno, Desio (da Decinum) e Cantu'.
La strada pero' piu' importante della nostra zona sistemata in eta' imperiale ma sorta su di un persorso commerciale piu' antico, era la MEDIOLANUM-VERBANUS, quella che, con varie modifiche, e' diventata l'odierna Strada Statale n. 33 del Sempione, che univa Milano ad Angera, ove pare attestata l'esistenza di una flottiglia lacuale e che parrebbe in eta' tardo romana aver assunto il nome di STATIONA, (Statio navium).
Questa strada (non ricordata nelle fonti antiche) il cui tracciato e' stato ricostruito in modo piuttosto convincente, pur qualche variante, sulla base dell'analisi ed interpretazione delle carte topografiche in scala 1:25000 dell'I.G.M., di carte piu' antiche, delle mappe catastali e delle fotografie aeree, faceva parte di un piu' vasto percorso che metteva in comunicazione Milano, attraverso il lago Maggiore, la Val d'Ossola e il Sempione, con il corso del Rodano, sfruttandone poi le correnti per mezzo della navigazione con zattere, analogamente a quanto avveniva per il Reno, raggiungibile attraverso la direttrice Como-Spluga o da Locarno.
L'importanza commerciale, piu' che militare, di questa strada non e' sempre stata pienamente riconosciuta, ma la frequentazione del percorso gia' nell'eta' del bronzo e del ferro e' mostrata dai ritrovamenti archeologici; inoltre occorre considerare che il materiale da costruzione, quale il serizzo alpino, (attestato anche da manufatti conservati in questo Museo) destinato al capoluogo, doveva seguire questo percorso, il piu' idoneo a tal fine, forse integrato da collegamenti via fiume se e' vero, come sembra, che Milano disponesse in eta' romana di un porto fluviale analogo a quello di Aquileia.
Uscita da Milano la strada, secondo una prima ipotesi di ricostruzione del tracciato, attraversava Pero, la zona presso il cimitero di Rho, Barbaiana, Garbatola e, passando fra San Lorenzo e Cantalupo, giungeva a San Vittore Olona e di li' a Legnano; oltrepassato l'Olona in localita' Gabinella (e occorrera' qui notare la stretta relazione esistente tra il percorso della strada, i ritrovamenti relativi a necropoli e le fondazioni murarie relative ad una struttura imprecisata, forse un castello o comunque un punto fortificato romano a guardia della valle Olona) la via giungeva a Castellanza da dove, attraverso la localita' Buon Gesu' proseguiva per Busto Arsizio e Gallarate, raggiungendo infine Sesto Calende e Angera.
Una seconda ipotesi di ricostruzione ritiene invece preferibile fare passare la strada, fermo restanto il tratto fino a Pero, ove c'era ancora nel 1752 un "Molendinum dictum alla strada regia" (tipico appellativo che ricorda la presenza di antichi assi viari romani) e Rho, per Castellazzo, nord di Nerviano, ove c'era un antico ospizio pr i viandanti presso il santuario della Colorina, chiesa di San Lorenzo; da questo punto il tracciato proposto ricalca il precedente tentativo di ricostruzione fino alla localita' Buon Gesu'.
In questo punto, circa al miglio XX da Milano, si trovava probabilmente una MUTATIO, stazione (poste solitamente a otto-dieci miglia di intervallo) ove era possibile cambiare i cavalli e situata in una posizione particolarmente adatta, all'inizio della SILVA LONGA, un'ampia zona boscosa il cui superamento rendeva opportuno avere cavalcature fresche.
Poco oltre, circa 3 Km. e mezzo, si trovava la cascina Migliata, testimoniata gia' nel XY sec nella forma Miliata, toponimo chiaramente riconducibile ad una pietra miliare che doveva esistere nei pressi.
La localita' Buon Gesu', ancora oggi un importante nodo stradale per l'incrocio di vari assi, gia' in eta' romana vedeva forse l'intersezione con l'ultimo collegamento di una certa importanza della zona, la via (III - IV sec. d.c.) che da Como, passando per il centro fortificato di SIBRIUM (Castelseprio), destinato a maggior fortuna nell'alto medioevo, giungeva a Novara, passando probabilmente per Turbigo; tale via, pero', poteva incrociare la nostra piu' a nord, verso Gallarate e da li' raggiungere Turbigo atraverso Lonate Pozzolo.
Il percorso dell'attuale Strada del Sempione n. 33 (forse dal neo latino Summo Plano) in parte, come si e' visto dalle ricostruzioni proposte, ricalca l'antica MEDIOLANUM - VERBANUS, in parte se ne discostava. Cosi', tra Rho  Legnano, gia' prima del Mille le VIAEVICINALES, ovvero le strade campestri secondarie che avevano collegato, con andamento parallelo in vari tratti l'arteria principale, i vari VICI, i centri rimasti tagliati fuori dal grande rettilineo, modificarono l'originario tracciato, in consegunza delle mutate esigenze e necessita'.
Evidentemente, del resto, gia' allora esistevano delle "bretelle", ossia dei collegamenti trasversali tra le strade piu' importanti, la MEDIOLANUM - VERBANUS e la MEDIOLANUM - NOVARA, sempre con funzione di collegamento e allacciamento agli assi viari principali pr quei centri che si trovavano in posizione intermedia; si veniva cosi' a creare una microviabilita' locale che sfugge ad ogni criterio di classificazione.
 
 
 
"Il restauro e' un intervento volto a rimettere in efficienza un prodotto dell'attivita' umana".
La possibilita' di trasmettere il patrimonio antico pervenuto fino a noi e' strettamante legata alla nostra capacita' di assicurarne al conservazione utilizzando le tecniche e i metodi ritenuti piu' opportuni al momento dell'intervento. Queste inevitabili "manomissioni" riflettono i valori culturali e le conoscenze scientifiche del periodo in cui si opera, sono giustificabili per garantire un ulteriore trasmissione dei resti antichi e variano con il cambiare dei tempi.
Nel corso della storia si e' verificato un mutamento radicale del raporto tra la societa' e il patrimonio archeologico esistente: dall'adattamento attuato dai romani delle loro stesse opere, ai nuovi valori culturali che si andavano evolvendo, al drastico riuso dei materiali effettuato nel medioevo ( che ha portato alla distruzione di gran parte dell'architettura precedente per riutilizzare marmi e pietre, che avevano ormai perso il loro valore simbolico nell'unita' dell'opera), fino ad arrivare all'altrettanto assurda concezione dell'integrita' dell'opera d'arte, ricostruita e mascherata in modo tale da costituire dei veri e propri falsi.
In questa complessita' del problema si inserisce la TEORIA DEL RESTAURO di Cesare Brandi, che costituisce un punto di riferimento teorico che supera la sensibilita' e la competenza tecnica del singolo restauratore, determinando le basi comuni ai vari interventi di restauro.
Anche la figura del resturatore come tecnico di un settore specifico e' un concetto relativamente nuovo e non ancora completamente diffuso.
Fino a qualche anno fa era uso, sopratutto nei piccoli centri, affidare il restauro del materiale archeologico direttamente al curatore o al custode del singolo museo, i quali, senza conoscenze specifiche, ma basandosi sul proprio intuito e capacita' personale, utilizzando spesso materiali non adatti, hanno contribuito ad aggravare il problema della conservazione di questi simboli della cultura materiale.
Nel caso degli oggetti conservati nel Museo di Legnano, la fantasia ha avuto un ruolo notevole per sopperire alle lacune tecniche: materiali di uso comune quali barattoli, reti metalliche e anche le bacchette di ombrello hanno trovato una nuova collocazione come strutture portanti di urne, grossi olpi e anfore. I manufatti riscostruiti e completati con gesso colorato perdevano l'importanza storica dovuta alla loro funzione d'uso e di rituali funerari, assumevano un nuovo valore puramente estetico con le integrazioni e ridipinture delle superfici che eliminavano ogni segno di lavorazione e d'uso, fondamentali come dati di documentazione.
Come testomonianza di questa ricerca dell'unita' estetica e' curioso evidenziare la corrispondenza del 1954 tra il sig. Lotti Turiddu di Ischia di Castro e Sustermeister:
"Per il vaso che ha in parte recuperato e che intende completare, potro' fornirle l'ansa che desiderava. Non e' la sua (poiche' in giardino non ho trovato altri frammenti) ma io conoscendone la forma tipica ne ho trovata un analoga per adattagliela".
Questo uso di adattare l parti di diversi vasi per costruirne uno completo e' stato riscontrato piu' volte, ma il caso piu' ecclatante e' comunque rappresentato da due urne della "cultura di Canegrate" ricostruite integralmente. Una volta smontate i frammenti originali sono risultati appartementi ad un'unica urna, esposta attualmente al Museo.
Un nuovo intevento si pone come obiettico di riportare, per quanto ancora possibile, ad una restituzione originaria della materia ed a una maggiore leggibilita', documentando pero' come parte della storia dell'oggetto le integrazioni e ridipinture che nascondevano la sua vera identita'.
Il problema della rimozione di qunto troviamo apposto erroneamente e' molto complesso e spesso pone la sensazione di una inutile devastazione, dovendo privilegiare o il lato estetico o la parte disciplinare di documentazione.
Si apre un dissidio tra immagine e materia superato soltanto dall'esigenza della conservazione che prevale come scopo ultimo da perseguire.
Alla luce di queste espeienze storiche una caratteristica fondamentale del restauro attuale e' la sua reversibilita', o comunque la possibilita' di reintervenire senza danneggiare il reperto.
Le metodologie di intervento da noi adottate che utilizzano le indicazioni dell'Istituto Centrale del Restauro di Roma, sono illustrate nei pannelli didattici della mostra.
 
 
 
 
Legnano Romana. Relazione degli scavi e dei ritrovamenti. Legnano 1928
Notizie archeologicge e storiche sui ritrovamenti fatti nella zona, in "memorie della Societa' Arte e storia", n.2, 1934
Il convento si Santa Chiara e la Casa Vismara, in "Memorie n.2 "
Oldrado Lampugnani e il Castello di Legnano, in "memorie n.2"
Notiziario dei ritrovamenti archeologici nella zona e ingressi al Museo Civico, in "memorie n.3"
La casa di Gian Rodolfo Vismara in Legnano sec. XV, in "memorie n.3"
Notizie archelogiche sui ritrovamenti nella zona, in "memorie n.4/5"
Quadro, la deposizione di Cristo acquisito al Museo Civico. Un camino antico di Parabiago, in "Memorie n.4/5"
La minaccia di vendita di un feudo delle terre di Legnano, in "Memorie n.4/5"
Il pittore Melchiorre Lampugnani e il codice araldico n. 1390 della Biblioteca Trivulziana, in "Memorie 4/5"
Una voce stonata contro la battaglia di Legnano, in "Memorie n. 7"
Il castello di Legnano, in "memorie n. 8", 1940
Regesti e documenti sulla famiglia Lampugnani racolti nei vari archivi. Epoca dal 1110 al 1528, in "memorie n. 9", 1940
Elementi di censo e di catasto della famiglia Lampugnani del 1530, in "Memorie n. 9"
Cronologia degli avvenimenti di Milano dal 1275 al 1527, in "Memorie n. 9"
Storia delle chiese di Legnano del prev. Agostino Pozzo. 1650, in "Memorie n.10" 1942
Notizie archelogiche della zona, in "memorie n. 11", 1945
Restauri della pala del Luini, in "memorie n.11"
Gli editori "Da Legnano" nel 1500 (prima parte), in "memorie n. 11"
Documenti e regesti di documenti sui Legnani, in "Memorie n. 11"
Gli editori "Da Legnano", 1470-1525, (seconda parte), in "Memorie n. 12" 1948
Notiziario dei recenti ritrovamenti archelogici nella zona di Legnano, in "Memorie n. 13", 1952
Conventi di Umiliati e Chiese. Braida, Corte e Curua Arcivescovile. - Fossato di difesa e muraglione, in "Memorie n. 15", 1955
Notizie archeologiche. Zona Legnanese - note storiche del Castello di legnano - Tutela paesaggio, in "memorie n. 16", 1956
Un censimento nominativo di Legnano nel 1594 con indici e genealogie. - Brani di storia ed Arte di Legnano a tale epoca con 110 illustrazioni e tavole, in "Memorie n. 17"
Tavola archeologica zona di Olgiate-Legnano-Parabiago. Relazione di scavi archeologici nella zona Legnanese. Pannelli artistici donati al Museo Civico Legnanese, - Relazione sui mulini idraulici lungo l'Olona, in "memorie n. 18", 1960
 
 
 
 
Legnano Romana - Relazione degli scavi e ritrovamenti antichi - G. Sutermeister - Legnano 1928
Angera Romana, scavi nella necropoli 1970 - 1979, AA.VV., Roma 1985
Scavi dell'Universita' degli studi di Milano nella necropoli romana di Angera (Campagne 1975-1978). Osservazioni preliminari - G.Sena Chiesa,
Corpus vasorum arretinorum. A catalogue of the signatures, Shapes and Cronology of Italian Sigillata, - a: OXE' , Bonn 1968
La ceramique aretine lisse. Fuilles de l'Ecole Francaise de Rome a Bolsena , - C. Goudineau - Paris 1968
Le monete del museo Civico di Legnano, N. Vismara - R.Martini (Guida all'esposizione) , - Milano 1988
La necropoli di Canegrate, - F.Rittatore Vonwiller - in "Sibrium" 1953
Appunti sul bronzo Medio, tardo e Finale in Lombardia - R. De Marinis - in "Atti I convegno archeologico Regionale" Brescia 1981
La civilta' del ferro in Lombardia, piemonte, Liguria - F. Rittatore Vonwiller - in "Popoli e civilta' dell'Italia Antica" - vol. IV, roma 1975
Legnano Romana - G. Sutermeister
Bullettino di Paletnologia Italiana - C. Caprino - 1943
Il periodo di Golasecca IIIa in Lombardia - R. De Marinis - in "studi Archeologici" Bergamo 1981
Un secondo sepolcreto di epoca imperiale a San Giorgio su Legnano - G. Sutermeister - in "Memorie Societa' Arte e Storia" - Legnano 1956
Sepolture del II e III sec. a.c. San Lorenzo di Nerviano - G. Sutermeister in "memorie Societa' Arte e Storia" n. 18 - Legnano 1960
La cultura La Tene in Lombardia - M. Tizzoni - in "Studi archeologici" I - Bergamo 1981
Il sepolcreto dei sec. I e II d.c. di Cerro - San Vittore, G. Sutermeister -  in "Memorie Societa' Arte e Storia n. 13" - Legnano 1952
 
 
 
 
 

28.1.46 L-museo3

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Legnano nelle antiche rappresentazioni cartografiche
 
Introduzione
 
Nell'ambito della ricerca storica locale, un grande attenzione viene attualmente riservata alle antiche carte geografiche che, al di la' dell'aspetto meramente tecnico, presentano un notevole interesse per la straordinaria capacita' di rappresentare graficamente attraverso figurazioni e pittogrammi, sia gli elementi naturali di una regione (pianure, montagne, corsi d'acqua, laghi, foreste, ecc.) sia quelli direttamente collegati con l'attivita' dell'uomo e alla trasformazione da lui impressa all'ambiente (citta', villaggi, strade, confini politici).
Pertanto le rappresentazioni cartografiche, in quanto testimonianza delle realta' geo-antropiche che le hanno prodotte, sono giustamente considerate come naturale complemento grafico alla "storia scritta".
Quale contributo alla conoscenza del passato della nostra citta', si e' quindi pensato di porre l'attenzione dei concittadini legnanesi una breve rassegna di storia locale, in forma di cartografia, scegliendo alcuni esemplari della meta' del Cinquecento  alla meta' dell'Ottocento.
Naturalmente la mostra non ha la pretesa di essere esauriente per quanto concerne il periodo proposto, ma vuole solo fare conoscere alcune tavole ritenute rappresentative.
Le carte prese in considerazione sono quelle in grande scala; quindi carte corografiche (o regionali) e carte topografiche (o locali). Si e' inoltre voluto presentare anche una carta dell'Italia intera, del 1658, nella quale viene indicata, come del resto in alcuni esemplari addirittura piu' antichi, anche Legnano a conferma dell'importanza della nostra citta' riveste fin dall'antichita' senza soluzione di continuita'.
Mettendo a confronto le carte corografiche di varie epoche, gli elementi piu' immediati rilevabili sono quelli costituiti da variazioni toponomastiche e dalla gerarchia esistente tra i vari centri abitati che vengono indicati con scritte oppure con casette piu' o meno grandi, a seconda dell'importanza che essi rivestivano. Bisogna pero' precisare che quei paesi erano stati un tempo centri di potere religioso, sia civile, continuano ad essere rappresentati con una certa evidenza nonostante il loro successivo inpoverimento e progressiva emarginazione. Questo e' ad esempio Dairago che, come capo-pieve e' sempre presente e con molto risalto in tutte le carte, nonostante nel corso dei secoli esso abbia perso la sua effettiva importanza a favore di altri centri limitrofi.
Per meglio comprendere il significato delle varie tavole proposte nel corso della mostra, sara' primariamente opportuno esaminare, anche se molto piu' succintamente, l'evoluzione subita dalla cartografia lombarda a partire dalle origini fino alle soglie dell'era industriale.
Si tenga presente che la Lombardia di preciso' come " regione politica" solo in eta' asburgica (nella prima meta' del 1700), per cui vennero delimitati anche in campo cartografico i suoi confini naturali: dalle Alpi al Po e dal Ticino all'Adda ed all'Oglio; durante i secoli precedenti invece la Lombardia era stata una entita' geografica non esattamente circoscritta, ma generalmente identificata col bacino del Po.
Per comodita' di esposizione sara' opportuno suddividere i prodotti cartografici in due categoie: le carte a stampa e quelle manoscritte.
 
 
 
 
Le piu' antiche carte geografiche a stampa della lomardia risalgono ai primi annni del 1500, come del resto attesta anche Leonardo da Vinci, in un foglio del Codice Atlantico, quando annotava che tra i libri da lui posseduti, c'era pure una raffigurazione di " .. paesi di Milano in instampa..".
I primi esemplari erano ottenuti per mezzo dell'impiego di intagli in legno;  in seguito invece si diffusero maggiormente le incisioni su metallo che consentiva una maggior raffinatezza dell'immagine.
La piu' antica carta a stampa della Lombardia pervenutaci e' quella incisa xilograficamente da Luca Antonio de Hubertis verso il 1515; non corredata da scala e graduazioni, essa rappresenta il territorio da Milano fino al mare Adriatico e da Colico, a nord, fino a Modena, a sud. Vi sono rappresentati fiumi e laghi, secondo figure che esagerano la loro reale configurazione d estensione, mentre i centri abitati sono raffigurati da casette o gruppi di case piu' o meno grandi a seconda dell'importanza. Purtroppo il limite ad Ovest della carta di arresta subito dopo Milano  e quindi la zona di nostro interese rimane esclusa.
Nel 1558 venne incisa surame da Vincenzo Lucchini una "Lombardia" che si richiama a quella gia' citata dal De Hubertis nella orografia e nell'idrografia, anche se l'estensione territoriale presa in esame e' piu' vasta. Non sono rappresentati i confini di stato e le vie di conunicazione, mentre i monti sono raffigurati prospettivamente ("a mucchi di talpa"), illumunati da luce proveniente da Ovest; una maggiore attenzione viene riservata invece alle rappresentazioni dei fiumi.
Un miglioramento risptto alle precedenti raffigurazioni, fu segnato dalla carta della Lombardia che Giacono Castaldi redasse nel 1570, per l'organizzazione generale del territorio con un tracciato piu' preciso per i fiumi e per i laghi; inoltre ai bordi della tavola compare per la prma volta la graduazione.
Altrettanto pregredita rispetto alle immagini del Lucchini o del gastaldi fu la carta eseguita da Giorgio Settala nel 1570, fornita poi all'olandese Abramo Ortelio per il suo "Theatrum orbis Terrarum"; questa carta e' orientata con l'Ovest verso l'alto. E' pregevole per l'esattezza dei toponimi e per la forma dei laghi meno fantastici rispetto alle carte precedenti. Verso la fine del XVI secolo si verifico' un'ulteriore evoluzione della cartografia grazie al matematico ed astronomo padovano Giavanni Antonio Magini (1555/1617), il quale pote' utilizzare il lavoro di diversi "Cartografici Ufficiali", che lavoravano cioe' per conto dei vari stati italiani; i risultati vennero riportati in una grande opera di sintesi, l'Atlante "ITALIA" pubblicato postumo dal figlio Fabio nel 1620.
Due sono le carte di Magini che descrivono con ampiezza la zona di nostro interesse: il "Ducato ovvero territorio di Milano" e la "Parte alpestre dello stato di Milano". Il merito principale dlle carte di Magini che riguardavano la Lombardia e che furono da lui elaborate prima del 1596, consiste nella grande precisione dei confini e della accurata indicazione dei fiumi, grandi e piccoli, nella ricchezza dei toponimi e nella raffinata raffigurazione dei centri abitati; mentre le distanze tra i luogji indicati sono solo approssimative, ma del resto questo criterio era seguito in tutta la cartografia antica che si preoccupava soprattutto di rappresentare l'immagine del paesaggio, senza preoccupazioni di caratterire rigorosamente matematico. Le corografie del Magini, non protette dal privilegio imperiale, furono utilizzate dai cartografi che vennero dopo di lui. Soprattutto i geografi olandesi come Enrico Hondius, Giovanni Jansson, Guglielmo e Giovanni Blaew, nel corso del XVII secolo, ripubblicarono le tavole dell'astronomo padovano, spesso limitandosi solo a modificare i titoli ed i cartigli ornamentali.
Tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700 alla notevole produzione olandese si aggiunge quella francese; non sono molti pero' gli elementi che differenziano questa produzione da quella precedente: il piu' importante e' rappresentato dall'indicazione delle strade, anche in relazione all'uso militare che si faceva delle carte geografiche.
Tra i cartografi francesi di questo periodo sono da ricordare in particolare Nicola Sanson e Carlo Uberto Jaillot; grande fortuna ebbero anche le carte di Nicola De Fer in buona parte derivate da quelle del Sanson.Anche in Italia si ebbero cartografi di talento, come il veneziano Vincenzo Coronelli (1650 1718) dotato di grande versatilita' ed operosita'; tra la sua vasta produzione particolarmente interessanti per la ricchezza dei toponimi e per la precisione riservata all'idrografia, sono le due carte della Lombardia. Un progresso notevole nella cartografia lombarda fu segnato dalla carta di Giulio Carlo Frattini pubblicata nel 1703: e' migliorata la resa dei rilievi per mezzo di ombreggiature, e' indicata la rete delle strade principali e i confini sono ben delineati.
Come verra' meglio precisato parlando delle carte manoscritte, nei primi decenni del 1700, per ordine dell'imperatore Carlo VI d'Asburgo, in Lombardia venne effettuata una grandiosa opera di catastazione di tutto il territorio; vennero redatte le mappe di tutte le comunita' dello stato (2387) in scala 1:2000. Tale opera non poteva non influire sulla cartografia a stampa; nel 1760 riunendo le varie mappe territoriali e riducendone contemporaneamente la scala si ottenne una carta manoscritta di tuuta la Lombardia che venne incisa in rame in grandi dimensioni nel 1777. Essa pero' deluse le aspettative del cancelliere austriaco Kaunitz perche' non presentava graduazione ed era carente del numero dei toponimi e nella gerarchia con cui erano indicati quelli presenti; la rete stradale era lacunosa ed infine mancavano i riferimenti ai paesi confinanti.
Anche le carte pubblicate tra il 1786 e il 1789 da Mauro Fornari, splendidamente incise da Domenico Cagnoni, non aggiungono niente di nuovo alla carta del 1777 se non la segnalazione delle terre di confine con l'indicazione in esse dei centri particolarmente interessanti. A Milano si sentiva l'esigenza di disporre di una carta moderna che rispondesse alle necessita' dei tempi; essa avrebbe dovuto non limitarsi ad essere esatta nella misura topografica, ma doveva avere esatte misure geodetiche, con determinazione sicura delle coordinate astronomiche di molti centri lombardi. L'incarico venne dato agli Astronomi di Brera che iniziarono le operazioni con la misurazione della base di Somma e, con il metodo della triangolazione, vennero rapidamente concluse con grande precisione nel 1791. Si inizio' quindi il disegno vero e proprio per opera di Giacomo Pinchetti e nel 1793 si cominciarono ad incidere i rami da parte di Benedetto Bordiga. L'opera dovette essere interrotta nel 1796 a seguito dei noti avvenimenti politici-militari legati alla rivoluzione francese; successivamente ne furono tirati solo pochi esemplari e la carta non fu posta in commercio. Dopo la restaurazione austriaca venne realizzata dall'Istituto Geografico Militare dell'I.R. Stato Maggiore Generale Austriaco una grande carta del "Regno Lombardo Veneto" in scala 864000 nella quale vengono delineati con precisione la configurazione del terreno, i tipi di colture, le strade, ed i corsi di acqua; i centri abitati sono inoltre raffigurati in piante con le chiese (parrocchiali, sussidiarie, cappelle, ecc.) i cimiteri, i mulini e le stazioni di posta; sono delineati anche i confini di provincia e distretto. Verso la meta' dell'Ottocento la cartografia si specializzo' in carte di vario tipo: come quelle geologiche, demografiche, idrografiche, orografiche, postali, ecc.
 
 
Le prime carte manoscritte della Lomardia redatte in scala abbastanza grande da fornire una immagine particolareggiata del territorio oggetto del nostro studio, non sono anteriori ai piu' antichi esemplari di carte a stampa di cui si e' gia' riferito.
Ettore Verga, in uno studio pubblicato nel 1911, afferma che la piu' antica descrizione della Lombardia a noi nota e' una carta topografica manoscritta appartenente all'Archivio Storico Civico di Milano che comprende i territori di Novara, Mortara, Pavia, Milano e Como. Essa risale all'incirca alla meta' del 1500; non ha pero' i caratteri propri della cartografia del XVI secolo, non riporta cioe' in proiezione le accidentalita' del suolo, ma si limita a segnare il corso dei fiumi, i nomi delle citta', borghi, ville e cascine. La minuzia delle incisioni induce a ritenere che si tratti di una mappa eseguita in occasione dei rilevamenti catastali ordinati da Carlo V nel 1543. Questa carta gia' in cattivo stato di conservazione, e' andata completamente distrutta nell'ultima guerra. Ci e' rimasto pero' l'elenco di tutte le localita' riportate, particolarmente numerose e precise; nella zona di nostro interesse troviamo: "Legnano e Legnarello". Un particolare tipo di carte manoscritte e' rappresentato da quelle religiose che a partire dalla meta' del 1500 erano connesse all'uso delle visite pastorali, energicamente ribadito dal Concilio di Trento.
Il territorio veniva disegnato, quasi sempre in maniera schematica e rudimentale, per pievi;  Nella'ambito della pieve erano indicate le varie parrocchie e, spesso con maggior rilievo, i capo-pieve. Tra un paese e l'altro veniva indicata la distanza in miglia, allo scopo di rendere piu' agevole la programmazione e l'organizzazione dell'itinerario che l'arcivescovo doveva compiere. Per quanto riguarda Legnano, nonostante le ricerche effettuate presso l'Archivio Storico Diocesiano di Milano, non si sono trovate ne' le carte dell'epoca di San Carlo (verso il 1570), ne' quelle risalenti all'epoca del cardinal Pozzobonelli (meta' del 1700).
La possibilita' di ricostrire particoleggiatamente la fisionomia cartografica di Legnano, nei secoli passati ci e' data solo da alcune tavole manoscritte risalenti ai primi decenni del 1700, quando in Lombardia si venne a realizzare la cosidetta "misura generale" dello stato.
Data l'importanza di questa operazione statale, dalla quale e' scaturita anche la precisa immagine dell'intero territorio urbano della nostra citta', ritengo che sia opportuno dedicare un poì piu' di spazio a tale argomento.
Quando agli inizi del 1700 la Lombardia passo' dal domnio spagnolo a quello degli austriaco, una delle prime preoccupazioni di Carlo VI d'Asburgo, divenuto imperatore nel 1711, fu quella di organizzare il sistema tributario.
Nell'ambito di tale riordinamento fiscale, fu determinante l'opera del catasto che comporto' la misura e la stima di tutti i beni immobiloi dello stato, allo scopo di distribuire equamente in base all'estensione delle proprieta', il carico fiscale. Un tentativo in questo senso era gia' stato effettuato quasi due secoli prima da Carlo V, nel 1543, ma esso trovo' sempre una difficile e parziale applicazione. L'operazione ebbe inizio nel 1718 e fu ultimata a causa di varie interruzioni solo 30 anni dopo.
La misurazione dei terreni venne effettuata, secondo i consigli dell'astronomo Marinoni, per mezzo della tavoletta pretoriana con la quale era possibile disegnare la mappa sirettamente sul luogo, evitando quindi la possibilita' di compiere errori di trascrizione.
La scala era di 1:2000; l'unita' di misura il trabucco milanese (pari a metri 2,61) e l'unita' di superfice la pertica (pari a mq 654,5) che si divideva in 24 tavole; ad ogni particella veniva assegnato un numero d'ordine, la qualita' di coltura e la superficie; a margine era riportato l'elenco dei numeri della mappa (sommarione) con le relative indicazioni di superficie, qualita' e nome del proprietario.
I fabbricati ("beni di seconda stazione") vennero censiti durante la seconda giunta (1749 1757). La stima dei beni venne effettuata suddividendo i vari terreni in "squadre" in rapporto della produttivita'. Dalle mappe originali vennero poi ricavate anche mappe ridotte, cioe' in scala piu' piccola. Il Catasto austriaco del 1700 venne chiamato "Teresiano" dall'imperatrice Maria Teresa regnante all'epoca della sua attivazione (1760). Verso la meta' dell'Ottocento veniva ordinato il censimento di tutti i comuni del Regno Lombardo Veneto; grazie a questa operazione possiamo disporre di mappe dell'intero territorio e del centro abitato di Legnano dell'anno 1857.
Sia le mappe del catasto del 1700, sia quelle del 1800 che riguardano la nostra citta' sono attualmente conservate presso l'Archivio di Stato di Milano. Confrontando i due rilievi si puo' constatare che negli oltre cento anni che li separano, lo sviluppo urbanistico tra 1700 e il 1800 e' stato alquanto modesto. Se si esaminano invece le mappe, conservate presso il Comune di Legnano, rilevate nel 1880 e quelle eseguite nel 1910, e' immediatamente visibile la loro differenza, rinvenibile nell'enorme accrescimento della citta', avvenuto in concomitanza col grande sviluppo industriale verificatosi in quegli anni.
Al termine di questa rapida panoramica sulla cartografia lombarda va anche aggiunto come i metodi di rilevazione e la riproduzione del territorio attraverso le carte geografiche raggiungono via via un altissimo grado di perfezionamento tescnico a scapito, forse,  di un certo fascino pittorico, fantastico e approssimativo che accompagnava le carte piu' antiche.
 
Bibliografia
 
 
 
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PARTE ALPESTRE DELLO STATO DI MILANO CON IL LAGO MAGGIORE,
DI LUGANO E DI COMO
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ENRICO HONDIUS
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1662
 
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DI LUGANO E DI COMO
GIOVANNI BLAEW
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1662
 
14
NOVAE ET PRAE CAETERIS ALIIS STATUS ET DUCATUS MEDIOLANENSIS
PARMENENSIS ET MONTISFERRATIS ACCURATISSIMA DELINEATIO,,,
FEDERICO DE WITT
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STATO DI MILANO; PARTE ORIENTALE - PARTE OCCIDENTALE
VINCENZO CORONELLI
VENEZIA
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LES MONTAGNES DES ALPES OU SONT REMARQUES LES PASSAGES
DE FRANCE EN ITALIE, LE DUCHE' DE MILAN, ET LES STATES
DU DUC DE SAVOIE
NICOLA SANSON
PUBBLICATA DA UMBERTO JAILLOT
PARIGI
1962
 
17
LES FRONTIERES D'ALLEMAGNE ET D'ITALIE POUR L'INTELLIGENCE DES
AFFAIRES DU MILANEZ OU SE TROVENT LES DUCHEZ DE MILAN
NICOLA DE FER
PARIGI
1701
 
18
BELLI TYPUS IN ITALIA VICTRIS AQUILAE PROGRESSUS
IN STATU MEDIOLANENSI ET DUCATU MANTUAE...
GIOVANNI BATTISTA HOMMAN
NORIMBERGA
1702
 
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LES ENVIRONS DE MILAN
NICOLA DE FER
PARIGI 1702
 
20
STATO DI MILANO E PROVINCIE CONFINANTI
DALLA PARTE ORIENTALE
GIULIO CARLO FRATTINO
MILANO
1703
 
21
STATUS MEDIOLANENSIS NEC NON DUCATUUM MANTUAE,
MODENAE, PARMAE, UT ET GENUENSIS REPUBLICAE..
GERARDO VALK
AMSTERDAM
C. 1710
 
22
EDITTO DI CARLO VI
IL DOCUMENTO ELENCA I DEPUTATI AL CENSIMENTO
14 APRILE 1719
23
THEATRE DE LA GUERRE EN LOMBARDIE
VAN DER KLOOT
IN "HISTOIRE MILITAIRE DU PRINCE EUGENE DE SAVOIE"
L'AIA
1729
 
24
EDUCATUS MEDIOLANENSIS CUM ADJACENTIBUS PRINCIPATUS, ET DOMINIIS..
MATTEO SEUTTER
AUGUSTA
C. 1730
 
25
PARTIE OCCIDENTALE DE LA LOMBARDIE ET PAYS CIRCONVOISINS,
OU SONT LES ESTATES DE SAVOYE, PIEMONT, MILAN, GENES, PLAISANCE & C.
EGIDIO ROBERT
PARIGI
C. 1750
 
26
PADI FLUVII TRACTUS INTEGER
C. 1750
 
27
FRONTESPIZIO DI
ATLANTE NOVISSIMO
ANTONIO ZATTA
VENEZIA
1785
 
28
IL DUCATO PROPRIO DI MILANO DI NUOVA PROJEZIONE
ANTONIO ZATTA
VENEZIA
1784
 
29
PROVINCIA DI VARESE A NORMA
DEL COMPARTIMENTO DELLA LOMBARDIA AUSTRIACA
MAURO FORNARI
MILANO
1789
 
30
CARTA COMPENDIATA DELLO STATO DI MILANO
MAURO FORNARI
MILANO
1790
 
31
LA LOMBARDIA AUSTRIACA
INCISORE A. COSTA
EDITORI: PAZZINI E CARLI
SIENA
1794
 
32
DIPARTIMENTO D'OLONA DIVISO NE' SUOI DISTRETTI
DI MILANO, PAVIA, MONZA E GALLARATE
GIUSEPPE BOERIO
VENEZIA
1802
 
33
CARTA TOPOGRAFICA DEI CONTORNI DI MILANO
PEL CIRCUITO DI VENTIQUATRO E PIU' MIGLIA
(SENZA AUTORE)
MILANO
1807
 
 
34
MAPPA MANOSCRITTA DI LEGNANO
BENI DI SECONDA STAZIONE
1816
 
35
CONTORNI DI MILANO FINO A 25000 METRI AL NORD;
40000 ALL'EST; 40000 ALL'OVEST; 25000 AL SUD
DUE DEI NOVE FOGLI
EDITI DALL'IMPERIAL REGIO STATO MAGGIORE GENERALE
MILANO
PRIMA DEL 1827
 
36
CARTA TOPOGRAFICA DELLE PROVINCIE DI MILANO E DI PAVIA
COLL'INDICAZIONE DELLE NUOVE STRADE E CANALI
EDITORE ANTONIO VALLARDI
MILANO
C. 1830
 
37
PROVINCIA ECCLESIASTICA DI MILANO
C. 1840
 
38
CARTA TOPOGRAFICA STATISTICA DELLA PROVINCIA DI MILANO
GIOVANNI VERRI
MILANO
1843
 
39
ALTA ITALIA
FILIPPO NAYMILLER
MILANO
1849
 
40
CARTA POSTALE DEI QUATTRO LAGHI
F. SOAVE E V. ANGELI
C. 1850
 
 
 
 

28.1.47 L-note1

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Note da fotografie
 
 
Fotografia n. 26 a pag 34. Carta linguistica del Contado di Milano alla fine del secolo XIX, secondo G. Crespi (da "Panorama storico dell'Alto Milanese", Rotary Club malpensa di Busto Arsizio 1957)
CHARTA DEL CONTADO DE MILANO per la determinatione de le lughere milanexe la qualli poteno exera ancha ovi facti fara cavagnolo, ossieno filioli de lughere milaneze ma nassuto per cale in altra parte del mondo al de la do la marchata chonfinatione o maghara fidi de non milanexi ma nassuti et cressuti dentro dicta chonfinatione.
La zona tra Sesto Calendha e Minano era chiamata BOSINA, quella di Monza MONCHASCO.
Citta': Busto Grande, Sarosino,, Abiete Grasso, ecc.
 
 
 
 
 
 
 
Fotografia n. 43 a pag 54. e fotografia 28 a pagina 40.
       Nuclei abitati di legnano e Leganrello nel 1594
 
 
Ubicazione case nel 1594
 
Inf. Via Galvagno - (quartiere) - sarebbe l'attuale Via Vittoria da Corso Garibaldi fino a quasi alla ferrovia . Anticamente e' "Via del pan di meliga".
Via dello stallo aperto - parte da via Vittoria ma e' l'attuale via Borghi (corta , stretta con angolo a 90°) gira a destra per 90° per 10 metri e prosegue per via Gigante fino a Corso garibaldi.
Corsia di sant'Angelo - Sarebbe da corso Garibaldi a partire da piazza del Vigano' (incrocio fra via Pontida e Garibaldi) e va' per Castellanza. All'altezza di via Mazzini, sulla roggia di sant'Angelo, sulla perpendicolare di questa strada con il convento di sant'Angelo (oggi scuole Mazzini) vi era un lavatoio.
Il pezzo di via De Gasperi, che va dalla Via dello Stallo Aperto a via Vittoria, era chiuso.
Contrada del Muggiato sono tutti i dintorni di corso Garibaldi da Castellanza fino a quasi dietro il Comune
Via Olonella 1° esiste ancora ma e' chiusa dal cotonificio Cantoni. Si vedono ancora le scuole dei figli degli operai Cantoni (vedi fotografia n.° xx).
esiste un altro Vicolo Olonella 2° fra la chiesa San Domenico e la Casa dei Pittori.
La casa dei lampugani e' su corso Garibaldi di fronte alla casa dei Pittori".
Piazza castelfidardo - E' la piazzetta che di fronte alla Via Gigante di fianco (un isolato a sinistra uscendo dalla chiesa di san Domenico) Li' vi era la vicolo Olonella 3°
Via Del Molinello sarebbe oggi Via Crispi che guardando verso l'Olona , sulla destra vi era la chiesa di sant'Agnese e sulla sinistra (ex posta) la casa Vismara. Proprio qui sotto. la Casa Vismara e la chiesa Sant'Agnese nasce la roggia di difesa del 1257.
Vicolo del teatro - Sarebbe Corso Italia da Via Verdi (Bolchini) contromano verso il cinema Legnano) fino a Corso garibali.
Via del Monastero sarebbe Corso Italia dal Monumento fino a Via Verri (Bolchini)
Roggia Sant'Angelo parte dal lavatoio (sotto il monastero di Sant'Angelo). Sta' sulla sinistra di Via De Gasperi e  entra diretto in via Giolitti e arriva in fondo a Via Giolitti e Via Lega. e poi non so.
Via dei Cambiaghi e' l'attuale Via lega.. Sulla destra (entrando in Legnano) ove ora e' il parcheggio della manifattura di Legnano vi era l'Ospedale e convento del Gesu'
La Via Santa Maria e' ora la Via Palestro che parte da Via Garibaldi, lambisce piazza del Mercato (piazza Sturzo) e arriva dietro il galleria e si ferma in XXV Aprile.
Via Marcantonio - sarebbe l'attuale  Via Cavallotti.
Contrada Pozzo Vagello - sarebbe delimitata tra Corso Garibaldi, Via Palestro e Via XXV Aprile e Corso Magenta.
Santa Maria del Priorato era la chiesa che sta ora nel parcheggio del cinema galleria sul retro.
 
De' Ambrosini e' il quartiere della chiesa di Sant'Ambrogio.
Corso dei Melegazzi ora e' la Via Saule Banfi. Al lato destro della chiesa uscendo che collega Via Alberto da Giussano con la chiesa di Saant'Ambrogio
Via Sant'Ambrogio parte dalla suddetta chiesa, si incrociava con l'attuale Via Buozzi e la comprendeva fino alla via Contrada della Pesa  (attuale Corso Magenta)
Via del Lauro sarebbe ora la via Giulini che collega la chiesa di Sant'Ambrogio alla Piazzetta delle Galline (Casa del dolce).
Dalla Piazzetta delle Galline verso San. Magno si chiamava Via Porta di Sotto mentre verso il cimitero Via Contrada della Pesa.
La Contrada dei magnani e' la attuale via Corridoni.
La Contrada Sopra la Piazza  comprende Piazza San Magno Via magenta Via Ratti e via Girardelli.
Lo Stradone a Legnanello parte dalla chiesa di San Magno (via Luini e prosegue con lo stesso nome per via Lampugnani)
Il Vicolo dei Merli sarebbe l'attuale via Lanino (da Casa della Borsa, dietro il Comune e arriva all'Olona)
Il Mulino mensa Arcivescovile e' all'incrocio di Piazza IV Novembre con largo Franco Tosi (una volta passava sotto l'Olonella) ed e' nella stessa posizione ove ora esiste il controllo smog. E' l'incontro anche dell'Olonella con un ramo dell'Olona.
Vicolo Pomponio (ora via Cantoni) a partire dalla piazza IV Novembre, sulla destra ha un canale scolmatore che va nell'olona e va a un ponte Prataglie (Interno stabilimento)
Vicolo Oscuro - Se si parte dalla chiesa di Legnanello e si va verso il Sempione, attraversare il Sempione e si finisce  (passando il ponte Prataglie sul Mulino Arcivescovile e in Piazza IV Novembre.
Vicolo Corio e' ancora oggi esistente e parte dal Sempione, a fianco del palazzetto Corio lato nord e prosegue verso l'Olona, gira a destra e a sinistra e si ferma al fiume Olona.
Chiesa dell'Annunziata e Ostello della Madonna sono tra il Palazzetto Corio e Via Lampugnani.
Il Convento di santa Caterina si trovava  all'angolo vira ora Via matteotti e Via Diaz.
Via Al Ponte Carrato sarrebbe l'attuale Via Milano. Ma dal Sempione verso il centro , sulla sinistra a 300 metri  vi era la Cascina In Casate.
Dalla Chiesa Santa Maria Nascente, parte una strada perso via Sant'erasmo che si chiama Via delle Morane (attuale Via Ronchi).
Strada per Rescaldina parte dalla Chiesa della Purificazione ed e' l'attuale Via Barbara Melzi.
La Cappella di San Nazzaro, si trova sul Sempione fra Via Foscolo e Alessandro Volta.
Via Alla Cascina Olmina parte dal Sempione ed e' l'attuale Via Alessandro Volta. Il suo incrocio con il sempione era denominato  localita' alla Morta..
Proprio in questo punto, il canale Diotti che veniva da castellanza  parallelo al Sempione girava per via Alessandro Volta, Via Bramante, Via Foscolo, Via Cantu', Piazza della Chiesa, Via Pio XI e via Colli di Sant'Erasmo.
Roggia di Difesa del 1257 - Era un canale che parte da piazza IV Novembre, arriva trasversale sollo le attuali case alla Casa della Borsa, prosegue per corso garibaldi sotto il marciapiedi del Finetto, prosegue sotto la cristalceramica, prosegue sotto la biglietteria del Galleria e prosegue diritto (sotto le case ) fino all'incrocio di Via Ratti e Corso Magenta. Ma alla fine stringe di piu' e sfocia sull'Olona in Via Ratti. Da sotto il Galleria qualche metro piu' verso Piazza del Mercato.
Dal Vicolo Oscuro (sul Marciapiede verso Palazzetto Corio, vi era  (con facciata sul Sempione le Case del Cav. Lampugnani secolo XV° XVII° con cortile verso Palazzetto Corio.
L'altra Casa del Cav. Lampugnani e' di fronte all'Osteria della Madonna sul Sempione (Vedi Maffiolo) e la chiesa dell'Annunciata e' di fronte alla casa Maffiolo (farmacia Sempione di Oggi).
Sul ponte dell'Olona di Via Cantoni vi erano due Mulini Arcivescovili e il terzo era appena sotto , di fronte al cinema Legnano ove oggi' e' il controllo smog.
Altro Gruppo di mulini si trovava all'incrocio di Via Girardelli con Via Milano. Zona oggi del Tribunale nuovo e dei Vigili Urbani. Di fonte (angolo Via Girardelli e via Corridoni) esistevano delle Vecchie Case da definire.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

28.1.48 L-olona1

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Il fiume OLONA
 
Qualche breve notizia per non dimenticar questo nostro fiume. Il perche' del nome Olona, il suo corso e l'importanza che riveste ancor oggi questo fiume per la nstra citta'... Impariamo a conoscerlo ed apprezzarlo.
 
Un corso d'acqua e' certamente un elemento importante nell'economia di un territorio.
Si pensi a questo riguardo a quante volte abbiamo sentito affermare, ad esempio, che "l'Egitto e' dono del Nilo" o, passando in rassegna Coitta' d'Italia e d'Europa, possiamo constatare come la maggior parte delle piu' importanti capitali siano sorte proprio lungo  e sponde di un fiume.
Anche nel caso dell'Olona, seppure in maniera meno accatante rispetto agli esempi sopra citati, non si puo' prescindere o negare il ruolo assunto da questo fiume nel nostro territorio.
Sull'importanza che senza dubbio, ha rivestito questo corso d'acqua nella nostra zona si puo' ricordare che, fin dalle epoche piu' antiche, il letto di questo fiume fu affiancato da strade che mettevano in collegamento Milano e la terra elvetica, e che, per quanto ci riguarda da piu' vicino, le sponde del fiume furono anche la zona dei primissimi insediamenti di legnano.
Esaminando infatti i siti di questi ultimi insediamenti - alcuni databili a partire dal XIII - XII sec. a.c. - e' possibile rilevare che parte di essi sono stati rinvenuti proprio nei pressi del fiume (in localita' "Gainella", l'attuale Gabinella").
 
Il corso del fiume
L'olona e' un fiume prealpino: nasce infatti sopra Varese, in una localita' poco al di sopra di Rasa.
Dopo aver aggirato Varese si snoda in piu' rami nella valle che prende il nome proprio dal suddetto fiume, la valle Olona.
Nel territorio del legnanese - se la portata del fiume - anche se a Castellanza i rami si riuniscon in un unico letto - e' ridotta e il flusso si rivela piu' lento a causa della mancanza di affluenti.
Parecchi sono i borghi e le cittadine che devono il proprio toponimo alla vicinaza di questo fiume (ad esempio castiglione Olona, Olgiate Olona, San Vittore Olona).
Il suo percorso di una settantina di chilometri attraversa quattro province (VA,CO,MI, PV) prima di immettersi nel Po,(C'e' chi dice che il fiume si perde nelle fognature di Milano e non e' piu' possibile rintracciarlo.) a San Zenone.
 
 
 
L'etimologia del nome Olona e' incerta.
La prima attestazione che abbiamo risale all'Anonimo Ravennate, geografo della prima meta' del VIII secolo, che nomina il nostro fiume con il nome "Olona", diventato nei secoli successivi "Oronna", "Ollona",e, infine "Olona".
Altri hanno voluto scorgere nel nome una radice indoeuropea indicante, in genere, il verbo scorrere.
Probabilmente l'ipotesi piu' accreditata e' quella che accosta il nome ad una radice di origine celtica. I primi abitanti di queste terre - i galli Celti - avrebbero, in linea di massima, usando la radice (*ol) per indicare il concetto espresso dal nostro aggettivo "grande".
Il fatto che il nome OLONA sembri essere traducibile come il fiume "grande" e' da mettere in relazione alle diverse condizioni del fiume rispetto ai giorni nostri.
Il fiume, in passato, sarebbe stato piu' lungo dell'attuale e avrebbe avuto sia una maggiore portata d'acqua sia maggior importanza rispetto agli altri cosrsi d'acqua del primo tratto del territorio in cui scorre l'Olona.
Infatti, nonostante vi siano altri ruscelli e fiumiciattoli nella zona ( ad esempio il Lura, Bozzente e Strona) nessuno di questi avrebbe potuto essere classificato come fiume al pari dell'Olona.
 
 
 
Oltre a tutti i centri abitanti che la presenza del fiume ha catalizzato lungo tutto il suo percorso e' innegabile che anche nel Legnanese l'Olona abbia rappresentato uno dei fattori che hanno permesso lo sviluppo agricolo-industriale che il nostro territorio ha raggiunto nel corso dei secoli. Infatti mediante opere di canalizzazione, l'agricoltura si e' sviluppata notevolmente in tutta la nostra zona e, successivamente alla Rivoluzione Industriale numerose attivita' produttive industriali si sono insediate vicino all'Olona.
Infatti alla fine dell'ottocento, secondo alcuni dati, lungo le sponde del fiume si potevano registrare circa centrenta fabbriche - per la maggior parte filande e tessiture - e un centinaio di mulini (numero comunque notevolmente inferiore rispetto ai secoli precerdenti).
In Legnano alla meta' del nostro secolo si potevano registrare, al fianco del corso dell'acqua, ancora tre mulini ( due dei quali situati in localita' Gabinella) e, soprattutto, un cospicuo numero di industrie la cui fama varcava oltre i confini d'Italia  (valgavano per tutto il complesso industriale Bernocchi e il cotonificio dell'Acqua).
Andando a ritroso con la memoria parecchi di noi, probabilmente,conservano qualche immagine del fiume Olona che non corrisponde piu' a quella che, in realta', vediamo ogni giorno.
Forse questi ricordi dell'Olona che fu sono collegati a certe stagioni dell'anno o a particolari condizioni atnosferiche.
I bagni nel fiume allietarono l'estate a quanti non potevano permettersi una vacanza in una localita' di villeggiatura mentre nei periodi di intense pioggie, la presenza del fiume fu vissuta, in particolare da coloro che abitavano nelle immediate adiacenze, come una minaccia costante alle proprie abitazioni (memorabile a questo proposito fu l'inondazione del 1917).
Anche se oggi, il verificarsi di simili episodi e' assai improbabile - e per quanto riguarda il primo esempio, allo stato odierno delle cose, sicuramente impossibile -  non si deve dimenticare la presenza di questo fiume all'interno della nostra citta' e della nostra zona ed auspicare una ritrovata importanza, se ormai non piu' sul fronte economico sicuramente per il suo valore ambientale e sociale.
Certamente i lavori che i comuni - in unione con le Amministrazioni Provinciali e con i fondi della Regione Lombardia - hanno intrappreso per tentare di procedere ad un'opera di depurazione e di risanamento delle acque ( in linea con le normative ecologiche italiane ed europee) non sara' impresa facile ma i numerosi Consorzi sorti in tutto il teriitorio interessato lasciano ben sperare in tal senso.
 
 
 
 

28.1.49 L-stor1

 
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Cenni storici
 
Le sponde Legnanesi dell'Olona furono popolate in preistoria da genti genericamente definite liguri: della cultura di Canegrate, alla quale e' ascritta la vasta necropoli del XIII° secolo a.c., e della successiva golasecchiana.
Scarsa penetrazione vi ebbe l'invasione dei celto-galli, scesi da oltr'Alpe tra il V° VI° secolo a.c.: protetta dai boschi, la zona tra Legnano e Busto meglio conservo' la sua etnia, come sembrava provato dal persistere di assonanze liguri nel locale dialetto.
Alla romanita' risale il toponimo Legnano: certo da Laennius, nome del proprietario del fondo.
Popolatosi per gradi, in eta' imperiale Leunianum fu vicus di qualche rilievo, a giudicare dai sepolcri scavati in varie zone cittadine e viciniori: i cui corredi (ved. Museo) attestano organizzazione del lavoro e discreta qualita' di vita.
 
 
 
Declinato l'impero d'Occidente, il distretto del Seprio ( con la plaga (Regione) Legnanese ) fu conteso fra i Goti e i Bizantini. Invaso dai longobardi dopo il 568, nel 774 passo' ai Franchi di Carlo Magno, restauratori dell'idea imperiale. Furono i Carolingi a conferire le terre della zona ( con i redditizi mulini mossi dalle acque dell'Olona a quei tempi limpide e pescose ) agli arcivescovi di Milano.
Legnanello ( a sinistra del fiume, oggi parte integrante della citta') e' citata per la prima volta in un documento del 789: atto con cui l'Arcivescovo Pietro cedeva al Monastero di San Ambrogio terre ereditate in luogo. Il borgo - sottoposto alla chiesa plebana di Parabiago - si trovava al confine del Seprio con Milano: tale posizione influi' sulla sua importanza verso la fine del X° secolo, quando si andarono delineando contrasti tra la nobilta' feudale di campagna e le classi medie del capoluogo.
Nel 1066 il diacono Arialdo - fustigatore del clero concubinario e corrotto e portavoce della nuova borghesia cittadina contro nobili e curia filo-imperiali - fu costretto a fuggire da Milano. Trovo' riparo a Legnano, nel palazzo del suo partigiano Erlembardo Cotta: ma venne catturato e condotto in quel d'Angera, a morte per mano dei sicari del vescovo Guido.
 
 
 
Il crescente progresso economico in Lombardia premio' infine le classi mercantili, che si organizzarono nel comuni, organismi anelanti all'autonomia del potere imperiale.
Il piu' forte di essi, Milano, diede inizio ad un attivo espansionismo a danno dei vicini, usurpando senza scrupoli le regalie (prerogative, imposte ) dell'imperatore. Ad esso si lego' Legnano, abbandonando il Seprio, la cui nobilta' parteggiava per l'impero.
Federico I di Svevia il Barbarossa - nel tentativo di rafforzare la sua sovranita' fruendo nel contempo delle strutture italiche in pieno sviluppo - intrapprese una decisa lotta contro Milano ed alleati. Nel 1160, per ridurre alla fame l'ostinata ribelle, ne devasto' le campagne, comprese quelle Legnanesi; due anni piu' tardi giunse ad espugnarla e ne fece atterrare le difese.
Papa Alessandro III° - anch'egli in contrasto con Federico per secolare antagonismo di potere - incoraggio' allora la costituzione di una Lega di citta' venete e lombarde, i cui aderenti formarono un comune esercito giurando irriducibile ostilita' allo svevo.
Nel 1176 barbarossa fu sconfitto a Legnano. L'evento preoccupo' l'imperatore e rafforzo' Milano, ma l'anno successivo la curia romana - che temeva l'eccessiva potenza dei comuni - venne a patti con il Barbarossa; ne segui' una tregua di sei anni. Infine il trattato di Costanza ( 1183 ) sanci' la pace, con il riconoscimento dei comuni e di alcuni diritti dagli stessi acquisiti; ferma restando la sottomissione all'impero (del resto mai contestata) con giuramento di fedelta', pagamento di determinate imposte, investitura sovrana dei consoli eletti.
 
 
 
 
Il 29-5-1176 Barbarossa con poche migliaia di armati marciava da Como alleata verso la fedele Pavia. A Legnano erano le forze della lega con il Carroccio: un carro trainato da tre paia di buoi bianchi, ideato a Milano dal battagliero arcivescovo Ariberto d'Intimiano (XI° secolo) successivamente adottato da quasi tutti i comuni italici.
Simbolo della collettivita' comunale, il carroccio era una macchina tattica, con gonfalone inalberato e martinella (campana) per orientare i combattenti, presidi di sostegno materiale (farmaci, vettovaglie energetiche) e morale (crecefisso, prete officiante).
Un reparto di cavalleria lombarda intercetto' a Borsano l'avanguardia imperiale e l'attacco', ma dovette ripiegare. Tedeschi e comaschi, inseguendolo, raggiunsero il Carroccio ( nei pressi della chiesetta di San Martino, in fondo all'attuale corso XXIX maggio).
La cavalleria del Barbarossa non risparmio' gli attacchi, ma i militi della Lega, in quadrato, resistettero con tenacia; intanto i cavalieri in ritirata, rinforzati da freschi contingenti, erano tornati in campo. Il loro attacco al fianco divise in due l'esercito imperiale: i tedeschi sbandarono verso il Ticino con gravi perdite; lo stesso Federico - entrato coraggiosamente in battaglia - riusci' a malapena a salvarsi e a raggiungere Pavia, perdendo armi e insegne.
Una tradizione - dal cronista Milanese Galvano Fiamma (XIV secolo) - attibuisce la vittoria alla Compagnia della Morte: formazione volontaria di poche centinaia di cavalieri decisi a tutto, guidata da Alberto da Giussano. Intorno a tale personaggio (del quale in realta' neppure e' certa la partecipazione alla battaglia) fiori' nell'800 romantico e patriottico un'epoca suggestiva ma storicamente poco convincente (Carducci, Pascoli). Anche il senso della lega venne alterato: la precaria, utilitaristica alleanza dei comuni fu considerata atto di cosciente unita' nazionale contro lo straniero. Si enfatizzo' l'importanza della vittoria (netta, ma affatto risolutiva!), e non solo da parte italiana (ved. Hegel).
Per il 7° centenario in citta' fu improvvisato un monumento: di gesso e cartapesta color bronzo, su alto basamento, trasse in inganno il pubblico, ma fortunatamente - brutto e poco pertinente, come lo mostrano le fotografie - non resse alle prime intemperie.
Ben diverso l'attuale (in piazza omonima) certo tra i piu' felici del Butti, 1990: un bronzeo guerriero in maglia, elmo e scudo, la spada levata in segno di vittoria. Sul basamento in granito grigio, altri bronzi in rilievo: il carroccio e i monaci soccorrono i feriti dopo la battaglia.
Ogni ultima domenica di maggio si celebra in citta' la sagra del carroccio, con un carosello di circa 1500 comparse a piedi e a cavallo in costumi medievali fedelmente allestiti. Segue la corsa ippica nello stadio, tra le otto contrade: per la conquista del palio, un crecefisso in rame sbalzato, copia di quello donato da Ariberto al nascente comune di Milano. L'interessante manifestazione - istituita nel 1933 - ripristinata nel dopoguerra - non manca mai di attirare folle di appassionati e curiosi.
 
 
 
 
Verso meta' 1200 l'Arcivescovo Leone da Perego tento' l'avventura della signoria personale a Milano, appoggiandosi all'aristocrazia contro i popolari; scacciato dai Torriani si rifugio' a Legnano, dove teneva una dimora estiva nei pressi della chiesa di San Salvatore (Oggi San magno). Ivi confluirono le forze dei nobili con lui fuoriusciti, intenzionate a battersi per la rivincita: ma l'ottantenne prelato venne a morte improvvisa.
In quell'epoca il giovane canonico Ottone Visconti, uomo di fiducia di leone, fortifico' a Legnano un nucleo del castello: in seguito, divenuto a sua volta Arcivescovo, si appoggio' anch'egli alla parte nobiliare per contendere il potere ai Torriani.
Dimorava nel borgo il frate laico umiliato Bonvesin della Riva ( 1240 - 1313 ). Considerato il piu' importante letterato milanese del suo tempo, aveva preso nome dalla ripa di Porta Ticinese, dove teneva casa e scuola. Egli stesso fa cenno alla sua permanenza a Legnano, nel poemetto "le cinquanta cortesie da desco"
I Visconti finirono con il prevalere sugli antagonisti Torriani: nel '300 affermarono definitivamente una signoria ereditaria, sotto la quale Legnano segui' le vicende del milanese.
Nel 1450 Francesco Sforza si impadroni' del Ducato. La signoria sforzesca duro' tutto il secolo; quindi per oltre 30 anni il milanese fu al centro di aspre guerre tra Francia e Carlo V d'Austria e di Spagna
 
 
 
Prevalsero gli Ispano-Imperiali.
Integrato nei possedimenti asburgici, nel 1596 il ducato venne assegnato a Filippo II di Spagna, che lo resse tramite governatori.
Il '500 fu per Legnano un periodo di splendore: gia' luogo di soggiorno estivo dei notabili milanesi, si era ingrandita attorno alla chiesa di San salvatore, ricostruita e dedicata a San magno; il borgo era vivace, attivo, con campi fertili, vigneti, frutteti. Nel 1584 San Carlo lo stacco' da Parabiago facendolo capo-pieve: contava 2083 abitanti.
Il secolo successivo porto' decadenza, per guerre e carestie che danneggiarono i domini lombardi di Spagna. Nel 1630 anche Legnano fu spopolata da una grave epidemia di peste; nel 1649 il paese trovo' la somma necessaria per evitare una sgradita infeudazione decisa dal governo.
Nel primo '700 subentrarono gli austriaci: la cui amministrazione piu' moderna ed efficiente, contrassegnata da riforme illuminate di Maria Teresa e di Giuseppe II°, sollevo' l'economia lombarda.
Durante il ventennio napoleonico, Legnano con il dipartimento dell'Olona fece dapprima parte della Repubblica Cisalpina, poi italiana; infine del Regno d'Italia (1805).
Al declino di Bonaparte tornarono gli austriaci, bene accolti dalla popolazione contraria alle spese di guerra ed alle continue leve militari francesi.
 
 
 
Nel 1821 l'indistriale svizzero Carlo Martin impianto' a Legnano la prima filanda di cotone. Nel 1859 - al termine della seconda guerra contro l'Austria - Legnano ( con il centro autonomo di Legnanello) fu aggregata all'Italia unita.
Sorsero altre fabbriche, ubicate sulle sponde dell'Olona per trarre forza motrice dalla corrente. Nel 1861 vi passo' il primo treno a vapore della ferrovia MI-VA.
Il primo '900 porto' un rapido sviluppo, grazie alle nuove industrie tessili e metallurgiche fondate dai Krumm, dai Bernocchi, dai Dell'Acqua e da altri imprenditori. Con le fabbriche si estesero i quartieri, vennero istituite scuole professionali, il lavoro diffuse un certo benessere.
intorno agli anni '20 vi si affermo' il fascismo, debolmente contrastato da opposizioni di sinistra alimentate negli ambienti operai. Nel 1942 Legnano ebbe titolo di citta'; vi fece visita ufficiale Benito Mussolini, che ritornera' trionfalmente 10 anni dopo. (E' da verificare )
 
 
 
Nell'ultimo conflitto due legnanesi ottennero la medaglia d'oro: Roul Achilli e il giovane Carlo Borsani (fascista, cieco di guerra, aderi' alla repubblica Sociale e fini' assassinato a Milano nei giorni della liberazione).
Anche la Resistenza ebbe le sue vicende ed i suoi protagonisti (scioperi nelle fabbriche fin dal '43; uccisioni, deportazioni, attacco finale delle Brigate Garibaldi e Carroccio agli ultimi preside fascisti).
Il processo di industrializzazione - in crescendo fra le due guerre - riprese dopo il 1945, conferendo a legnano quel volto progredito ed operoso che la distingue.
La citta' e' oggi un centro industriale, artigianale e terziario di 49.000 abitanti, percorso dall'animatissima arteria del Sempione. Dista 27 chilometri da Milano ed e' praticamente inurbata con i centri vicini.
 
 
In Viale Toselli. In origine forse cenobio (Comunita' di religiosi) Agostiniano, ebbe un primo nucleo fortificato verso il 1230 da Ottone Visconti, allora fiduciario di Leone da Perego. Nel 1257 fu acquisito da Martino della Torre; nel 1273 ospito' re Edoardo I d'Inghilterra reduce della terrasanta; quattro anni dopo fu ripreso da Ottone, ormai signore di Milano. I successori lo tennero a scopi difensivi, pr la sua posizione su un'isoletta formata dalla biforcazione dell'Olona.
Filippo Maria Visconti nel 1437 lo dono' al fedele capitano Oldrado II da Lampugnano: che lo muni' di mura merlate, vallo, 6 torri cilindriche, e porto' l'ingresso da Ovest a Nord, dove innalzo' il torrione con ponte levatoio.
Occupato dallo Sforza, subi' in seguito un incendio da parte di Teodoro Trivulzio, condottiero al servizio dei francesi sul finire del '400.
Rimase sempre ai Lampugnani, che non cessarono di apliarlo ed abbellirlo, utilizzandolo come dimora. Nel 1729 Francesco Maria - non avendo eredi - lo lascio' all'ospedale maggiore di Milano; da cui nel 1795 l'acquisto' il mercante cotoniero Cristoforo Cornaggia marchese di Castellanza. I nuovi padroni lo tennero come casa di campagna.
Da fine '800 alloggio dei coloni della vasta tenuta circostante, divenne fatiscente, quasi un rudere (ad eccezzione della chiesetta interna di San Giorgio, del torrione di ingresso e dei 4 superstiti laterali).
Acquistato dal Comune nel 1973, e' da anni in progetto di restauro. Affreschi del '500 sono stati rimessi in luce nel salone delle feste; si e' scoperto un impianto di riscaldamento a canaletti sotto il pavimento delle camere da letto.
Nei pressi, Parco Pubblico, (immenso e frequentatissimo): con prati, laghetti, uccelli acquatici e di ogni specie. Tra gli alberi, scultura equestre del contemporaneo Giacomo Corti.
 
 
 
 
 

28.1.50 Le origini

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Le origini
 
Tuttavia possiamo tentare di rifarci alle testimonianze costituite nella necropli di Canegrate: quasi duecento sepolture affiorate nel 1926 durante gli scavi che aveva disposto l'ing. Guido Sutemeister, uno dei piu' appassionati ricercatori di storia legnanese. Solo piu' tardi nel 1952, il prof. Rittatore pote' approfondire gli studi esplorando completamente la necropoli. I risultati di questa indagine paletnologica permisero di configurare la zona del territorio di Legnano con forme di vita pur primordiali ma abbastanza geniali e organizzate. I primi progenitori della cittadinanza legnanese, stando ai risultati degli studi che avevano preso avvio alla "civilta' di Canegrate" dovevano appartenere ad una tribu' ligure, che si era insediata in quella larga fascia di terreno incassata in mezzo a due zone collinari e solcata dal fiume Olona, anticamente chiamato Vepra, quindi Oleunda, e poi Orona. Qui i primi abitatori di legnano avevano impiantato le loro capanne sui rilievi piu' riparati e sicuri dalle periodiche inondazioni del fiume e poco oltre l'attuale "Costa di San Giorgio" avevano il loro cimitero.
Ed e' appunto la necropoli di Canegrate che ci offre la prima traccia storica di sicuro affidamento per costruire quale poteva essere l'attivita' e la natura dei nostri progenitori.
Indubbiamente erano agricoltori o pastori che traevano dalla terra e dal bestiame di che vivere. L'Olona doveva essere anche molto pescoso; ed ecco un altro facile alimento.
Cominciarono in un secondo tempo a lavorare la lana e a tessere i primi rozzi indumenti per ripararsi dal freddo e dalle intermperie.
Intorno a questo avvallamento naturale popolato vi erano boschi e brughiere. L'insediamento di questa tribu' celto-ligure doveva costituire una specie di isola in mezzo ad una zona non ancora esplorata ed arida. Il che spiegherebbe anche come questi abitatori abbiano conservato le loro tradizioni e il loro linguaggio. Ed e' un fatto che la diversita' del dialetto legnanese da quello di Gallarate e Saronno.
Tuttavia vi furono nel IV° secolo a.c. delle infiltrazioni galliche come e' dimostrato da alcune tombe tipiche dei galli che sono state ritrovate nei sepolcreti della zona con i relativi oggetti e attrezzi solitamente in uso tra le piu' potenti tribu', che erano guidate dal condottiero gallo BELLOVESO, sceso in Italia seicento anni prima di Cristo. Il fatto che le tribu' che si erano stanziate nella fascia legnanese dell'Olona avessero gia' una loro personalita' ed una civilta' tenace, e' proprio confermato dal mantenimento del primitivo dialetto ligure, non soffocato dall'influenza dei nuovi venuti.
Come ha annotato anche il prof. Augusto Marinoni, nel dialetto legnanese vi sono caratteristiche ben precise, come la conservazione delle vocali finali delle parole, quali: tempu, vegiu, laci, genti, cadute nei territori piu' influenzati: temp, vecc, lacc, gent, cartteristiche che si riscontrano tanto a Legnano ( ed anche nella confinante Busto Arsizio con ceppo comune nella popolazione) come a Genova e in tutta la Liguria.
Stando ai ritrovamenti e agli scavi fatti, non solo attorno alla necropoli di Canegrate, ma anche in altre zone dell'attuale citta' si e' potuto tracciare una mappa delle abitazioni dei primitivi abitatori della futura Legnano. Essa si estendeva lungo un tracciato che occupava un'area di circa un chilometro quadrato con case disposte ai lati collinosi del percorso dell'Olona e sull'altura di ponente (alla quale si accedeva all'incirca lungo l'asse dell'attuale via Lega) ora occupata da piazza Monumento e dal primo tratto della via XXIX Maggio.
Il territorio venne successivamente aggregato alla regione Insubria che aveva come capoluogo Castelseprio. Gli Insubri, fondatori di Milano, di tutto il Piemonte, della Lombardia e dell'Emilia, vennero profondamente gallicizzati anche nella lingua. La civilta' gallica, dopo questa aggregazione, si ramifico' anche nel territorio sul quale piu' tardi dovra' formarsi Legnano ed il tipo gallico, nelle caratteristiche somatiche, lo si puo' riscontrare in qualche vecchio ex contadino della zona: capo oblungo, fronte spaziosa, naso leggermente ricurvo verso il basso, mento promimente.
 
 
 
Nel 222 a.c. i romani soggiogarono queste popolazioni. Le terre vennero poi occupate nel 93 dal triumviro Lucio Licinio Grasso.
Inizia cosi' il periodo Imperiale-Romano, seguito dall'epoca delle dominazioni barbariche alle quali anche la zona della futura Legnano non dovette certo restare estranea.
I Longobardi vi si installarono in quanto avevano notato in questa plaga una certa raffinatezza di vita delle popolazioni e quindi prospettive future a loro favorevoli. Questo periodo di benessere che attravervavano le popolazioni legnanesi, si puo' dedurre della ricchezza degli ornamenti, oggetti ed armi affiorati in seguito a ricerche archeologiche.
Quanto al toponimo "Legnano" vi sono state in passato varie dispute di studiosi di toponomastica non tutti concordi sulla derivazione del nome della citta'. Le varie tesi (come quella che sosteneva fosse LADEGNANO il nome piu' antico) non erano suffragate da documenti probanti. La piu' accettabile, invece, e' quella del prof. Marinoni che perviene alla conclusione che il toponimo "Legnano" contiene il nome di un antico proprietario terriero. "Laenius", di eta' romana, ampliato non il suffisso, pure romano, -ano, fino a formare Laeniano o Laenianum.
Se le testimonianze della nostra preistoria si sono affidate a sepolcreti di Canegrate, i documenti archeologici che attestano la presenza romana a Legnano sono imponenti: centinaia di tombe romane sono affiorate un po' ovunque nel territorio sul quale si estende oggi la citta'. Anche gli oggetti rinvenuti nelle sepolture comprovano che la popolazione, pur continuando ad essere dedita all'agricoltura ed alla pastorizia, aveva gia' cominciato a trovare fin d'allora le prime applicazioni a carattere artigianale. Dalla tosatura delle pecore, alla filatura, alla tessitura della lana e quindi alla lavorazione delle pelli degli animali. Alcuni dei rozzi strumenti di lavoro rinvenuti nelle sepolture sono conservati nel Museo Civico e rafforzano tali testimonianze.
Da questo imponente complesso di reperti archelogici si rileva come Legnano ed il suo territorio in eta' romana fosse popoloso e le genti che vi operavano, sfoggiassero gia' una certa agiatezza. Anche il notevole numero di armi di varie foggie (alcune anche di forma inconsueta) farebbero pensare ad una attivita' primordiale artigianale di discreta genialita' nella fabbricazione di oggetti atti alla difesa e all'offesa.
Nel periodo della dominazione longobarda si svilupparono lungo il corso dell'Olona i mulini dei quali se ne trovano tracce fin dal IX° secolo. Notevole incremento diedero all'attivita' agricola gli arcivescovi di Milano che ebbero in feudo da Carlo Magno la zona di Legnano, e curarono in modo particolare appunto i mulini, dai quali evidentemente ricavavano notevoli utili.
 
 
 
L'agreste pace operosa che regnava tra le popolazioni della zona subi' delle scosse nel corso delle lotte tra i vari pretendenti alla investiture e i confini tra Stato e Chiesa.
Ecco che anche a Legnano si consolido' il principio della erezione di un Comune con una forma autonoma di governo, dove i cittadini provvedevano in proprio a difendere la liberta' contro i soprusi degli imperatori e dei loro nobili aggregati. Facevano parte di Legnano Rescaldina, San Giorgio e Castellanza.
In questo periodo vediamo sorgere il primo simbolo di unione tra i comuni lombardi, il Caroccio, che innalzava la croce quale simulacro di fede ma anche di unione tra le popolazioni, preoccupate di difendersi dalla baldanza e dalle angherie dell'imperatore Federico Barbarossa. La Lega dei Comuni lombardi non fu che il naturale sfogo nel tentativo di scrollare per sempre dai Comuni il giogo imperiale. La Battaglia di Legnano, che nel 1176 si inseri' quasi come un epilogo a questi primi moti di ribellione, rappresento' appunto il primo fatto d'armi che vedeva combattere fianco a fianco i cittadini di diversi comuni e che avevano lasciato da parte gli interessi e le egemonie individualistiche per affrontare il comune oppressore. E in questo clima si inquadra la disperata ed estrema difesa attorno al Carroccio che si concluse vittoriosamente il 29 maggio 1176 nelle campagne tra Legnano e Busto Arsizio.
Al periodo posteriore alla battaglia di Legnano si fanno risalire varie costruzioni agricole e palazzi fortificati e sontuosi che preludono ad un'epoca di splendore.
La Battaglia di Legnano e la successiva pace di Costanza offrirono un po' piu' tranquillita' anche alle popolazioni del legnanese. Il XII° e XIII° secolo furono caratterizzati da una rinascita intellettuale e spirituale. E' in questo periodo che vennero costruiti nuovi conventi, ospizi, opere di beneficenza e vennero abbellite le chiese e gli edifici.
 
 
 
Il periodo di maggiore prosperita' per il borgo di Legnano risale ai secoli XV° e XVI° quando cioe' molte famiglie nobili milanesi avevano consolidato i propri possessi adattando anche in loco sedi per i loro soggiorni estivi ed in questo periodo di splendore coincide appunto con la costruzione della basilica di San magno.
Ma la storia elargisce alternativamente gloria e decadenza, splendore e miseria, ed il secolo successivo segno' anche per Legnano come per tutta la Lombardia un infausto periodo: la peste e le guerre ridussero la popolazione addirittura dell'80% e causarono la miseria. La pellagra fu la sua prima comparsa e proprio a Legnano venne descritta compiutamente e vi furono specialisti in grado di curarla con notevole efficacia. Legnano ebbe il triste primato del primo pellagrosario che si ebbe nel convento di Santa Chiara (la costruzione che in parte ancora resta all'ex n. 5 di Corso Italia, nell'isolato tra largo Seprio e via Giolitti).
Tra il XIX° secolo Legnano era un borgo di circa 4000 anime, concentrato nei due nuclei abitati attorno alla basilica si San Magno con estensione verso Ovest e al di la' dell'Olona in quel di Legnanello.
L'abitazione dei contadini legnanesi aveva una forma ben individuata: un grande cortile rettangolare con il caseggiato verso la strada e la cascina sul lato opposto; agli altri due lati le stalle e i depositi, Fino ad ora l'economia del Borgo di Legnano si fondava sull'agricoltura e sulla attivita' dei molini, olche che sull'artigianato che, come abbiamo visto, ebbe gia' le prime espressioni nell'epoca romana.
Soltanto il commercio e l'artigianato, nel quale ultimo scaturirono poi le industrie che poi consolidarono l'agiatezza di Legnano in epoca piu' vicina alla nostra, frutto' all'economia locale qualche ricchezza che non usciva dalla cerchia del borgo. L'agricoltura dava infatti forti rendite ai proprietari terrieri che per lo piu' risiedevano a Milano o in altre citta' Lombarde. La storia piu' recente e, se vogliamo, un po' quella attuale, per quanto riguarda la conformazione economica e industriale di Legnano si e' sempre trascinata il retaggio di quella struttura, rimasta a caratteristica a differenza, ad esempio, di Busto o di Gallarate.
Gli imprenditori che hanno avuto grandi fortune nel periodo dell'industrializzazione, provenivano dall'esterno e continuarono a mantenere fuori dalle mura cittadine le loro residenze.
 
 

28.1.51 Barbari

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I BARBARI
 
La triste situazione peggiora ulteriormente durante i regni barbarici. Caduta Roma, l'Italia e' sotto il dominio dei Goti comandati da Odoacre. L'impero romano d'Oriente sollecita gli Ostrogoti a calare in Italia colle loro donne e bambini. Odoacre e' vinto e ucciso. Il nuovo signore Teodorico assegna un terzo delle terre occupate ai suoi Ostrogoti, pone la capitale a Pavia, ma lascia intatte le istituzioni preesistenti. Per la stessa incapacita' e l'inferiorita' culturale del suo popolo deve accettare la collaborazione dei vinti senza pero' che le due popolazioni, l'ariana e la cattolica, si fondano insieme. Per alquanto tempo accetta i consigli degli ultimi rappresentanti della cultura romana, Cassiodoro, Simmaco, Boezio; ma quando l'Impero d'Oriente intensifica la lotta contro gli ariani, Teodorico infierisce contro i maggiorenti latini e fa uccidere Simmaco e Boezio. Bisanzio ebbe fortuna nel liquidare il potere gotico e nel riprendere il dominio d'Italia, devastata e colpita da carestie e pestilenze.
Di male in peggio, una quindicina d'anni dopo una nuova invasione barbarica s'abbatte sull'Italia. Un popolo rozzo e brutale, gia' disceso dalla Scandinavia fino al Danubio, trasmigra nella pianura Padana (568) spingendosi fino nell'Italia Meridionale. Solo Puglia e Calabria, le isole e le citta' di mare rimangono all'Impero d'Oriente. Le conseguenze dell'invasione sono terribili: tremende distruzioni, popolazioni abbandonate ai soprusi e alle rapine dei vincitori, miserie e malattie. Quelli tra i maggiorenti che sfuggono alle stragi si rifugiano a Ravenna, a Genova, nelle isole della laguna veneta. Le cose migliorano quando la regina Teodolinda, da Monza spinge i suoi Longobardi a seguirla nella conversione al cattolicesimo e ad aprirsi all'influsso civilizzatore dei Latini. Il re Agilulfo adotta una politica filocattolica. Dona a Colombano una vasta proprieta' su cui il santo monaco costruisce il monastero di Bobbio, dove i residui tesori della cultura classica sono conservati e tramandati fino a noi; ma nonostante il relativo miglioramento si puo' dire che sotto i Longobardi l'Italia tocca il fondo della sua decadenza.
E' impossibile che a cosi' tragiche vicende i Legnanesi siano del tutto sfuggiti. Della presenza longobarda si hanno indizi in alcuni reperti, come la tomba del guerriero con lungo spadone nel prato di S.Magno dietro il Castello (Sutermeister, L.R., p.22), un luogo dove non ci aspetteremmo i sepolcri. Un segno piu' sicuro e' dato dal toponimo di due vicine localita': Olgiate Olona (in dialetto Ulgia' da un precedente Olza') e Ulza' (la chiesetta della Madonna d'Ulza', italianizzato nel Quattrocento in Dio el sa) a Parabiago nei pressi dell'Olona. Si tratta di un termine d'origine longobarda: aiuta, prato verde. Il popolo longobardo numericamente esiguo fu infine assorbito dalla popolazione latina, che ne conserva alcuni vocaboli e alcuni toponimi tuttora in uso. Ricordiamo il vocabolo schirpa, che indicava la dote della sposa, fino alla passata generazione.
 
 
 
 

28.1.52 Galli e Romani

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Storia: Galli e Romani
 
Mancano nel nostro territorio le tracce della presenza etrusca, la cui espansione verso nord, dal secolo VI in poi, interesso' la zona lombarda tra i laghi Maggiore e Garda. Famosa a tal proposito la stele di Vergiate impreziosita da un'iscrizione che documenta l'arrivo della scrittura in questa parte d'Italia.
E mancano pure le testimonianze della cultura veneta, presente a Sesto Calende in due tombe di guerrieri e, presso Como, con un bellissimo carro da parata.
Si pensa siano stati gli Etruschi, pressati a sud dai Romani, a chiamare d'Oltralpe i Galli, perche' combattessero contro i nemici latini. Il dominio dei Galli fu cosi' grande da raggiungere la stessa Roma. Le tribu' del secolo quarto a.C. che s'installarono in Lombardia, si chiamavano Insubri e fondarono Milano.
La loro presenza si concentra in alcuni punti, come il lago d'Orta, la Lomellina, il Canton Ticino, ma si dirada nella zona legnanese. Sutermeister parla di tombe gallo-romane ossia di un periodo alquanto tardo. Vero e' la presenza gallica non arresto' ne' sostitui' la cultura di Golasecca con una probabile convivenza celtoligure e un reciproco influsso tra le due culture.
Della presenza gallica a Legnano dovrebbero testimoniare i reperti raccolti da Aristide Mantegazza, descritti da Serafino Ricci e riferiti dal Sutermeister in Legnano Romana. I piu' importanti si trovarono nell'attuale corso Sempione dentro un'anfora. Altri descritti dal Castelfranco sono certamente romani, alcuni addirittura barbarici, sparsi in vari punti del suolo legnanese.
Anche il maestro Giuseppe Pirovano, che nel 1833 scrisse le Memorie su Legnano e ci ha conservato nei suoi dipinti alcuni aspetti di Legnano fine Ottocento, accenna a molte antichita' romane ritrovate sulle due coste che affiancano il borgo di Legnano alla distanza di mezzo chilometro. Cio' conferma quanto si e' detto sulla necessita' di sepellire i morti sui rialzi laterali dell'avvallamento dell'Olona, per sottrarli alle annue inondazioni.
Nel 1928 durante gli scavi per la costruzione del Museo Civico vennero alla luce anfore cinerarie preromane con oggetti di bronzo. Sutermeister le defini' simili a quelli di Giubiasco e anche, per i disegni traslucidi, a quelli del Canton Ticino "ove nel groviglio di molte tombe vicine, c'erano due gruppi etnici, quello dei Galli e quello dei Liguri. Le tombe che ivi offersero vasi con disegni geometrici traslucidi risultarono essere di Liguri facilmente riconoscibili perche' erano inumatori mentre i Galli contemporaneamente ivi presenti erano crematori. Se ora aggiungiamo che la nostra urnetta pur dovendo essere coeva a quelle analoghe di Giubiasco apparteneva pero' ad un Gallo perche' conteneva le ceneri del morto, concludiamo che i rapporti fra le due stirpi diverse, ma vicine, fossero attivi poiche' l'una assorbi' le costumanze dell'altra" (Legnano Romana p.38). Ottima conclusione che pero' toglie forza alle affermazioni precedenti, non essendo piu' la costumanza dell'incinerazione o inumazione argomento sufficiente per determinare l'etnia del defunto. Scrive infatti Ferrante Ritattore che i riti diversi non sempre indicano diversita' d'origine, ma possono essere acquisiti anche mediante pacifici rapporti. "La Valle Padana a nord del Po e' occupata dall'unica facies culturale di Polada, sulla quale s'inseriscono gruppi d'inceneritori (cultura di Canegrate) legati alle genti transalpine della Urnenfelderkultur e accompagnati da elementi terramaricoli. Viceversa nell'eta' del ferro troviamo due gruppi culturali ben differenziati, Este e Golasecca, di cui il primo e' senz'altro da attribuirsi ai Veneti.. il secondo e' da attribuirsi a stirpi liguri che occupavano la Lombardia, il Piemonte e la Liguria" (l?Italia Storica, Milano, T.C.I. 1961, p.26,27). Si consideri inoltre che la vicinanza topografica dei reperti non indica di per se' contemporaneita'. Soprattutto e' da considerare il fatto che i movimenti migratori hanno mescolato oggetti originari di culture diverse. Giustamente Sutermeister ci ricorda che nel periodo galloromano si verifica la stessa mescolanza dell'idria romana colla brocca a trottola gallica (L.R.p.51) e puo' ben darsi che un romano usasse la brocca e un Gallo l'idria.
I reperti romani a Legnano sono numerosi e diffusi su un ampio spazio. I piu' importanti appartengono alla necropoli di via Novara, dove, nel 1925, il Sutermeister scopri' circa cento loculi, di cui una trentina intatti. Contenevano monete sicuramente databili da Augusto a Caligola (33 a.C.- 41 d,C.) e da Licinio a Costantino (307-337 d.C.). Dunque sono mescolate insieme testimonianze distanti fra loro oltre trecento anni. Altri loculi isolati furono rinvenuti in citta'.
Importante e' la necropoli della costa di S.Giorgio, poco oltre l'attuale cimitero monumentale con altre anfore e monete tra il primo e quarto secolo d.C.
Ancor piu' interessante la necropoli di S.Lorenzo di Parabiago con molti sepolcri, ma purtroppo  con poche anfore intatte. Vi si trovarono trentasei monete del primo secolo d.C. e una suppellettile piu' varia e piu' costosa: patere decorate, piattini metallici, lacrimari di vetro in forma di colomba e un bellissimo specchio in lega di antimonio levigato. Sutermeister ne dedusse che i poveri stavano a Legnano, i ricchi a San Lorenzo. Aggiungiamo pure Parabiago considerando l'ormai famoso e preziosissimo piatto d'argento lavorato a sbalzo e bulino, pesante tre chili e mezzo. Copriva la bocca di un anfora cinerariaed e' una testimonianza forse tarda del culto pagano di Mitra. Adriana Soffredi l'attribuisce all'eta' di Teodosio (seconda meta' del quarto secolo), quando Milano era divenuta una grande capitale con officine di argentieri e di orefici capaci di fornire un'opera del genere(Soc.Arte e Storia, Il Museo Civico Guido Sutermeister, Legnano 1979, p.32). Il tema religioso e' ancor presente in una elegante iscrizione in bei caratteri sopra un ossuario: VOLCANO / V(otum) S(olvi)L(ibens)M(erito).
S.Lorenzo, Parabiago, Legnano,Castellanza formarono probabilmente un gruppo di abitati molto vicini tra loro, non separati da divisioni amministrative. Risalendo il corso dell'Olona nella Val Morea le testimonianze romane continuano a Olgiate, Prospiano, Gorla Minore e alcuni reperti devono essere finiti in famiglie private. Dall'insieme delle descrizioni di Sutermeister si ricavano indizi di una vita laboriosa e tranquilla. Spesso le urne contengono strumenti di lavoro indicanti la professione del defunto: il coltello da cucina della casalinga, il coltello pugnale del lavoratore, la cesoia a molle del pecoraio, il raschiatore del lavoratore di pelli, l'ago del sarto, lo specchio della signora e cosi' via (p.10). Solo a Castellanza pare si siano trovate alcune spade, punte di lance da far supporre la presenza di un presidio militare in un luogo di interesse strategico, ma si tratta soltanto di notizie riferite su reperti perduti e non controllabili.
Coll'avvento della fede cristiana e la progressiva scomparsa del paganesimo si torna al rito dell'inumazione colle tipiche sepolture a sezione triangolare formate da tredici tegoloni. Col decadere della floridezza economica anche questi sepolcri scompaiono; i cadaveri sono deposti nella nuda terra, facile preda della decomposizione che cancella ogni resto.Ovviamente qui non ci proponiamo di descrivere analiticamente i reperti archeologici, ma di considerare, per grandi linee, anche in assenza di documenti, le vicende del territorio, che certamente influirono per via diretta o indiretta sulle sue popolazioni. I Romani giunsero in Lombardia sconfiggendo i Galli a Casteggio nel 225 dopo Cristo, ma sconfitti da Annibale nel 218, dovettero ritirarsi per tornare vent'anni dopo schiacciando gli Insubri a Como (197) e conquistando Milano (191). Sappiamo che essi non usarono metodi violenti per romanizzare gli abitanti, lasciati liberi di parlare la loro lingua e di praticare i loro costumi. La conquista spirituale avvenne lentamente per l'attrazione esercitata dalla superiorita' culturale dei vincitori, favorita dalla costruzione di una fitta rete stradale percorsa da traffici intensi, dall'istituzione di scuole, tribunali ed organismi amministrativi saldamente governati da Roma. A poco a poco i linguaggi locali si spensero e l'unificazione linguistica si estese su tutto il territorio dell'Impero. I primi secoli dell'era cristiana furono prosperi. Augusto divise l'Italia in undici regioni, l'ultima delle quali, detta Transpadana, a nord del Po e ad ovest dell'Oglio, comprendeva le nostre terre.  Diocleziano ridivise l'Italia settentrionale in sette distretti, tra i quali la Liguria con capitale Milano. Purtroppo il Basso Impero fu un'eta' di decadenza economica, demografica e di gravi ingiustizie. Sparito il controllo governativo il paese si trovo' nelle mani di funzionari corrotti, preoccupati solo di riscuotere tasse dalle classi inferiori, mentre i grandi proprietari le evadevano tranquillamente. La miseria costringeva a volte a vendere i figli come schiavi. Di questa situazione dovettero soffrire anche i Legnanesi e ce lo dice il confronto tra la ricchezza dei reperti del primo secolo colla poverta' di quelli del quarto e sopratutto col silenzio dei secoli successivi.
Anche il numero degli abitanti dovette diminuire paurosamente, se pensiamo che da un milione e cinquecentomila gli abitanti della citta' di Roma si ridussero nel quinto secolo a quattrocentomila e un secolo dopo a soli ventitremila. 
 
 
 
 
 

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In pensione la "Biloria" con l'ultimo vetturale
 
 
La cintura di ferro che taglia in due l'abitato di Legnano ha sempre creato seri problemi urbanistici e di viabilità' e molti ancora oggi restano insoluti.
Quando nel 1858, epoca in cui la carrozza regnava sovrana, era stata decisa la costruzione di una ferrovia destinata ad unire Milano al Varesotto con una diramazione per la Svizzera, attraverso il tunnel del Sempione, nessuno si era certo posto quesiti per gli attraversamenti dei paesi e citta' che la strada ferrata avrebbe toccato.
Il secondo tronco Rho Gallarate realizzato nel 1861 fu accolto con grande giubilo dai legnanese che vedevano nel moderno mezzo di trasporto una ulteriore possibilità' di sviluppo delle loro attività' industriali e mercantili.
La ferrovia cosi' come l'autostrada, ha avuto infatti un ruolo determinante per l'economia di tutto il Legnanese. Poi la citta' ebbe con le prime industrie una espansione, quasi imprevista e le case si andavano affiancando alle cascine agricole della periferia con un ritmo sempre piu' rapido.
La "cintura di ferro" creava cosi' i primi seri problemi dilatati anche dall'avvento della motorizzazione.
I passaggi a livello costituivano un intralcio per il movimento tra la zona Est e quella Ovest della citta' che si popolava sempre piu'.
I carri, gli automezzi e le biciclette, per evitare lunghe attese, non avevano altra alternativa del sottopassaggio di via San Bernardino ed in centro, per oltre mezzo secolo, l'attraversamento pedonale, che liberava dalla schiavitu' della sosta dinanzi ai cancelli chiusi, era assicurato da una vecchia passerella di legno con intelaiatura in ferro. Una immagine caratteristica e famigliare. Si trattava di un impianto rozzo, antiestetico che ricordava un po' le "sky-ways" della vecchia Cicago, ma comunque funzionale. Con il colorito epiteto dialettale privo di un preciso significato, la passerella era chiamata "Biloria". Esisteva tra l'edificio nel quale trovano posto il buffet e i servizi viaggiatori e i "cancelli" del passaggio a livello, dalla parte opposta di casa Enrico Mazza, quella del popolare "pruin", famoso tassista di Legnano che e' restato al volante fino ad oltre ottant'anni.
Della "Biloria" abbiamo trovato un'immagine molto riuscita, che ha riferimenti di luogo e tempo attorno agli anni trenta, nel disegno del pittore Aldo Mari.
Qualche anziano legnanese ha un nostalgico ricordo della traballante passerella sulla quale si avventurava da bambino per vedere passare i treni o magari per il gusto matto di farsi investire dal fumo della vaporiera, in mezzo al quale sembrava di essere nel regno dei sogni. Al di la' della stazione, oltre Corso Italia, c'era il Bombaglio, le case operaie del Banfi, la cascina Flora, con le sue torri merlate e, sullo sfondo, l'attuale piazza del Popolo chiamata allora piazza "d'ul Pin Fare'".
A quei tempi non c'era ancora il grave problema dell'attraversamento perche' i treni non transitavano ancora con grande frequenza. Erano lenti ed arrivavano, sbuffavano, scampanavano e sferragliavano ed era impossibile non sentirli lontano un miglio. Il loro fracasso svegliava di soprassalto i due brumisti che sonnecchiavano sui loro lando' in attesa dei viaggiatori in arrivo.
Ma le cose un po' di anni dopo cambiarono. La prima amministrazione che dovette occuparsi seriamente del problema dell'attraversamento della ferrovia fu quella presieduta dal Sindaco Fabio Vignati nel 1922,  che diede l'incarico al giovane geometra Boraschi di studiare una soluzione, che pero' venne accantonata perche' costava troppo per le finanze locali.
Si riaffaccio' durante l'anmministrazione del podestà' avvocato Carlo Balestri e poi ancora con l'avvocato Alfredo carusi quando il problema si era ormai ingigantito. La soluzione dell'attraversamento della ferrovia era ormai un cavallo di battaglia della propaganda podestarile e politica. Per indurlo a rendersi conto della situazione, si ricorda che i legnanesi fecero sostare persino Benito Mussolini in occasione della sua visita in citta' nel 1934 per piu' di un quarto d'ora davanti al passaggio a livello della stazione.
La pratica rimase ugualmente lettera morta anche dopo che nel 1940 venne eliminata la vecchia  "biloria" in fase di convertimento del sistema di alimentazione elettrica della ferrovia con la realizzazione della linea aerea in luogo della terza rotaia.
Sotto il cavalcavia la nuova linea non poteva passare e del resto la "biloria" cominciava a denunciare problemi di staticita' e venne sostituita da un sottopasso ciclo-pedonale.
Finita la guerra, torno' a galla il problema ferroviario, ma il sottopasso centrale sembro' assorbirsi in una soluzione globale che era stata avanzata: lo spostamento della ferrovia ad Ovest dell'abitato, auspice l'allora sindaco Rag. Anacleto Tenconi.
L'amministrazione ferroviaria non era contraria a rettificare la linea liberando Legnano dal problema degli attraversamenti, con la prospettiva di trasformare in una strada di circonvallazione l'attuale sede ma chiedeva al Comune in cambio un contributo finanziario di un miliardo circa. L'onore venne ritenuto allora enorme ed oltretutto si era creato una specie di divisione tra i legnaesi sulla questione:  Chi propendeva per questa soluzione e che invece preferiva la stazione e la ferrovia dove ra, con adeguate opere di attraversamento in corrispondenza di Piazza Monumento, di via Montebello, e in Via San Michele del Carso.
Ebbe allora inizio il tormentato iter per la realizzazione almeno del sottopasso centrale e si tratto' di superare dapprima gli ostacoli urbanistici, poi burocratici ed infine finanziari.
Di questa'opera, destinata, come e' poi avvenuto, a mutare il volto di una intera zona della citta' e favorire lo sviluppo del rione dell'Oltrestazione se ne e' parlato per oltre venti anni. Finalmente nell'ottobre del 1965, durante l'amministrazione presieduta dal ing. Luigi Accorsi, il sottopasso centrale pote' essere inaugurato.  La "cintura di ferro" era finalmente spezzata.  Un nuovo passo avanti verso la Legnano del futuro. E non a caso molti anziani legnanesi in quell'occasione rievocarono al vecchia "biloria" anche se già' relegata tra le memorie del passato. Sulla pagine delle "Cronache Legnanesi" del quotidiano "La Prealpina", illustrato in una ottima rievocazione di Guido Piero Conti, viene pubblicato il riuscito bozzetto di Aldo mari che ci riportava indietro nel tempo: Gente frettolosa che scende e sale per le scalette della "biloria", una sbuffante locomotiva vecchio tipo, un lando' con vetturale (uno degli ultimi rimasti in citta', forse "ul Giuan Cuteleta" in persona)  in attesa dell'apertura dei cancelli, presso la garitta del casellante, contrassegnata con il numero 33. Ed ecco la riaffiora un ricordo "sfocato nel tempo".
Come per tanti angoli della vecchia Legnano.
 
 
 
 

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Dal "Velociu" al tram elettrico
 
Quando al mattino del 10 settembre 1880 attraverso' l'abitato di legnano, sferagliante e fumante, la prima vaporiera che trainava il tram Milano - Legnanello, sembrava che il progresso si fosse trasferito d'un tratto fin sulle rive dell'Olona. L'avvenimento era di quelli memorabili per la storia del Borgo agricolo che fino a quel momento non aveva avuto altri mezzi pubblici di collegamento che non fossero le romantiche diligenze ippotrainate. Il passaggio dal "velociu", (come veniva chiamata una grossa vettura del tram a cavalli), l tram a vapore, elettrizzo', gonfiandoli d'orgoglio, gli abitanti di legnano.
In realta' fu un primo passo concreto verso un'epoca nuova fondata su una economia non piu' esclusoivamente agricola. Allacciato direttamente al capoluogo di provincia, Legnano si sentiva al centro di nuovi interessi e vedeva aprirsi nuovi orizzonti di progresso.
Fino a quel momento e per tutto l'ottocento, il servizio di collegamento tra Busto Arsizio e Milano era stato assicurato dalle diligenze con regolari "poste" a cascina del Buon gesu', Legnano e Rho, lungo la via maestra del Sempione.
La fermata era ubicata nei pressi dell'attuale trattoria della Madonna dinanzi a ca' melzi. Il servizio veniva disimpegnato da una grossa vettura trainata da due cavalli chiamata appunto "velociu" gestita in privato da un certo Giandalen di Busto Arsizio che aveva poi ottenuto in concessione anche il servizio dei trasporti postali.
Nel 1880 come si e' detto, ecco che arriva la concorrenza della tramvia. La nuova vaporiera (un esemplare che si trova ancora conservato in un Museo di Roma,) sia pure guardata con diffidenza, dai vecchi del luogo, entusiasmo' i giovani ai quali ben presto divento' familiare non meno della diligenza.  Subito venne dato un soprannome scherzoso alla vaporiera che trascinava sbuffando pochi vagoni: "Gamba de legn". Le derivo' dal fatto che durante l'attraversamento dei centri abitati il tram era preceduto da un avvisatore con un campanello in mano per fare allontanare la gente dai binari.
E siccome questo avvisatore che ad ogni paese scendeva dal tram a vapore e gli camminava davanti aveva una gamba di legno, il nome passo' per traslato ad indicare la vaporiera.
Le cronache dell'epoca ci parlano persino di una gara di velocita' tra il "velociu" del Giandalen e il "gamba de legn", vinta dal primo, anche se arrivo' alla stazione capolinea di Busto Arsizio mezzo sgangherato e con due cavalli prossimi al collasso.
La nuova tranvia fu assunta in concessione dall'impresa belga "Societa' Anonima Tramvie e Ferrovie Economiche", che ben presto porto' la linea ad una dotazione di 13 locomotive a vapore e 164 vagoni.
La Tramvia divenne un mezzo di comunicazione popolare con un traffico particolarmente intenso per il trasporto di studenti e di lavoratori pendolari. Dopo l'apertura del primo tronco Milano - Legnano-canazza, venne progressivamente estesa ad altre mete come Busto Arsizio, Gallarate, Cassano magnago, e Lonate Pozzolo.
La trazione a vapore ando' avanti fino a dopo la prima guerra mondiale. Dal 1920 cominciarono a circolare i primi tram elettrici con la "pertegheta" (il trolley) e gradatamente le vaporiere vennero degradate al servizio merci. La tramvia attraversava longitudinalmente l'abitato di legnano con varie fermate, quella della canazza, quella della romantica stazioncina situata a fianco del Palazzo Italia, dove ora sorgeil palazzo dell'INAIL, e quelle delle due curve Cattaneo e San martino.
Il tram transitava per il servizio passeggeri ogni ora e un quarto e la linea era stata assunta dopo la societa' belga, dalla S:T:I:E: con sede a Milano. La linea tramviaria svolse onorevolmente il suo servizio per 86 anni. Esattamente il 18 gennaio 1966 cesso' il servizio della tramvia elettrica sull'ultimo tratto ancora rimasto, e cioe' Milano - Legnano-Canazza, dopo essere state abbandonate progressivamente le altre mete di gallarate, di Busto Arsizio e la stazione "Centrale" di via Melzi (attuale matteotti).
Quel freddo giorno di gennaio del 1966 segno' definitivamente la vittoria dei bus sul romantico tram elettrico, in attesa della "monorotaia" sospesa Milano-Gallarate, un ardito progetto avveniristico che fu presentato con grande rilievo in occasione di una mostra nel palazzo delle esposizioni a Busto Arsizio, quando era ancora ben lontana l'idea della metropolitana che potesse diramarsi da Milano verso Rho e chissa'... un giorno fino a Gallarate, per riprendere il posto, ad oltre due secoli di distanza, del "velociu" a cavalli.
Pare che ormai i trasporti pubblici per ferrovia devono riassumere il loro ruolo preminente per salvarci dalla nevrotica congestione del mezzo privato a motore.
Il piano regionale del rinnovo ed ampliamento dei trasporti pubblici gia' traccia altri progetti arditi che fanno perno proprio sui mezzi a rotaie e che interessano in particolare l'Altomilanese, una zona che fu tra le prime ad essere solcato dalla ferrovia.
La costruzione della Milano - Gallarate fu infatti decretata dal governo austriaco nel 1858 ed il primo tronco fino a Rho venne inaugurato proprio in quell'anno, esattamente il 18 ottobre.
Nel 1861 segui' il successivo tronco fino a Gallarate, nel 1865 fino a Sesto calende e tre anni dopo fino ad Arona.
Inizialmente la trazione era a vapore con treni lento e poco frequesti. Il 20 novembre 1901 fu inaugurato un nuovo sistema di trazione eletrica a terza rotaia e a duplice binario fino a Gallarate.
La linea e' stata successivamente trasformata a trazione elettrica aerea e il 4 giugno del 1948 transitava dalla stazione di legnano il primo locomotore. Sono restate sulla linea per il servizio locale tra Milano e Porta Garibaldi - varese - Porto ceresio le caratteristiche motrici gia' in servizio ai tempi della terza rotaia, opportunamente trasformate.
Anche la linea ferroviaria ha ormai raggiunto il limite di saturazione per il numero dei treni in transito e per ll movimento dei passeggeri.
Se il piano regionale non verra' attuato con rapidita' e con quella dose di coraggio e lungimiranza, la saturazione sara' tale da creare gravi problemi. Ed allora forse rimpiangeremo il vecchio tram a cavalli, anche se ci riportera' indietro di qualche secolo.
 
 
 
nota: L'ultmo postiglione di legnano, il popolare Giovanni Prandoni, meglio conosciuto con il soprannome di Giuan "Cuteleta" e' a cassetta su una delle sue carrozze che disimpegnavano fino agli anni venti il servizio di taxi in citta'. Il posteggio "d'ul Cuteleta" era situato dinanzi alla sua vecchia casa nella allora piazza Umberto I° (piazza San magno) all'angolo di Corso magenta. Possedeva una decina di carrozze e 38 cavalli. Giuan "Cuteleta" mori all'eta' di 80 anni, nel 1956.
 
 

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La prima autostrada costruita nel mondo
 
Le fortune di Legnano in rapporto al suo sviluppo economico e alla sua espansione territoriale furono dovute a tre fattori concomitanti. In primo luogo l'essere stato il borgo di legnano fino dal Medio Evo una zona residenziale estiva dove i signorotti milanesi e nobili di alto lignaggio avevano impiantato lussuose dimore in prossimita' di loro possedimenti terrieri. Il fiume Olona che dapprima serviva per irrigare i campi e quindi favoriva l'installarsi delle prime aziende tessili, cominciava a creare i presupposti per la futura industrializzazione dell'intera palga.
L'intrapprendenza di alcuni capitani di industria che hanno saputo sfruttare oltre a tali fattori naturali anche la manodopera locale, ben disposta a passare dal settore agricolo a quello industriale. Terzo fattore, la posizione strategica di legnano, primo grosso centro appena fuori di Milano sulla direttrice costituita dalla vecchia strada  del Sempione e poi dalla ferrovia diretta in Svizzera e  infine una serie di vie di comunicazioni delle quali Legnano rappresentava il passaggio obbligatorio. L'autostrada Milano Legnano Sesto Calende - varese, segno' una tappa decisiva per la dinamica ascesa di legnano destinata ad assurgere in brevissmo tempo, nel primo Novecento, a centro di grande rilevanza nel settore dell'industria tessile e metallurgica.
Quando oggi vediamo sfrecciare sul nastro di asfalto della Milano Laghi velocissime le auto e gli autocarri di ogni cilindrata, forse non consideriamo il primato che ha questa importante arteria. Si tratta infatti della prima autostrada del mondo. Venne ideata nel 1922 dall'ingegner Piero Puricelli con il patrocinio del Touring Club Italiano. A quei tempi era la prima strada esclusivamente riservata agli autoveicoli senza essere intersecata da altre arterie, senza passaggi a livello e senza attraversare centri urbani.
Primi nel mondo quegli 85 chilometri di autostrada furono anche i primi della rete Italiana. Un'opera ardita, addirittura avveniristica poteva essere considerata nel 1922, quando cioe' in Italia il parco veicoli non superava i quarantamila unita e la meta' delle quali era concentrata proprio in Lombardia.
Altri paesi del mondo erano, nel settore della motorizzazione, molto piu' progrediti di noi: dieci  ilioni di unita' in Stati Uniti, seicentomila in Inghilterra e la meta' in Francia.
La Milano-Laghi costo' sessanta milioni di lire ed il primo tratto Milano-Gallarate di 32 chilometri aveva una larghezza di 10 metri con una unica carreggiata: poi nel successivo tratto fino a varese, si restringeva a otto. Fu inaugurata esattamente il 20 settembre 1924. Qualche ricordo e' doveroso sulla regina delle autostrade, mentre sfogliano una delle tante pagine che il tempo ha un po' sbiadito.
I vecchi legnanesi ricordano ancora i casellanti che nel  loro giro di sorveglianza in bicicletta ai margini della carreggiata recavano sulle spalle vistosi cartelli con la scritta: "Tenere al destra - scappamento chiuso". per i pedoni e i ciclisti che si avventuravano sull'autostrada o che venivano sorpresi ad attraversarla, la multas ammontava a dieci lire e dieci centesimi. Il pedaggio era abbastanza caro. Ad esempio nel 1936 occorrevano cinque lire per il tratto Milano- Legnano e ritorno con un'auto di media cilindrata.
Il primo casellante a Legnano fu Enrico Ruspi, cavaliere di Vittorio Veneto, un nonnino arzillo che ha tanti ricordi legati alla "Milano Laghi Lombarda".
Ci ha revocato con dovizia di particolari il giorno dell'inaugurazione. Al bivio di Como, sul luogo dove due anni prima Benito Mussolini aveva collocato la prima pietra, presso un cippo che ricordava l'avvenimento, era stato eretto un grande palco d'onore. L'ospite che doveva salirvi era ospite d'eccezzione: Re Vittorio Emanuele III° in persona. Ci furono i discorsi ufficiali ed anche Sua maesta' disse qualche parola di circostanza.
Dopo i discorsi e il taglio della fettuccia tricolore, posta di traverso alla carreggiata con l'asfalto da poco colato e pressato, cominciarono a transitare le auto del corteo inaugurale. Lungo il percorso erano stati dislocati centinaia di soldati fino a varese dove era stato costruito il \casello di arrivo, il primo della nuova arteria.
E qui sul piazzale antistante, venne servito un gran rinfresco. La fila delle auto era lunghissima e le autorita' numerose.
A quei tempi a legnano autovetture ed autocarri assommavano a duecento unita'. Quasi tutti i proprietare di automezzi a motore, ricorda Enrico Ruspi, avevano l'abbonamento, che consentiva un notevole risparmio sulla tariffa. All'inizio infatti i pedaggi erano alquanto salati: sul prcorso Milano-Legnano o varese-legnano si pagavano dodici lire per la prima categoria, cioe' veicoli fino a dodici cavalli; ventidue e cinquanta per la seconda categoria, fino a diciotto cavalli; e trentasette e cinquanta per la terza, fino a ventisette cavalli. Successivamente i pedaggi vennero ridotti ed infatti nel 1934 un autoveicolo fino a dodici cavalli pagava otto lire per il medesimo tratto.
Molti legnanesi ricordavano che per saldare la pace tra il mezzo meccanico (le due ruote molto in auge in quell'era) e il mezzo a motore, per il quale era stata riservata addirittura per la prima volta una strada, si organizzo' una anteprima dell'inaugurazione della Milano-Laghi, facendo percorrere il tratto Milano - Legnano da un corteo di operai della franco Tosi in bicicletta. Il primo casellante di legnano non ricorda questo episodio narratoci da altri. Lui sa solo che da un nuovo "serpente di asfalto" erano bandite le biciclette.
Enrico Ruspi ricorda purtroppo anche i primi disastri gravi che cominciarono a macchiare l'asfalto dell'antenata delle autostrade italiane, causati principalmente dall'attraversamento all'ingresso dei caselli. Si usciva ed entrava infatti da una sola parte. Quello di Legnano era situato in fondo al viale cadorna appunto sulla sinistra dell'autostrada. Proprio per un attraversamento azzardato a due anni dall'inaugurazione rimase sterminata un'intera famiglia, quella dell'ingegner Picchio: marito, moglie e tre figli.
In un altro dei piu' gravi disastri, il 27 dicembre 1953, mori' il titolare del casello di Busto Arsizio, Michele Settimio, in un estremo atto di dedizione per impedire, invano, un altro tragico scontro. L'abolizione degli attraversamenti ai caselli ebbe inizio nel 1955. Il raddoppio dell'autostrada che si era reso indispensabile per lo sviluppo frenetico del mezzo a motore ed il vertiginoso aurmento del traffico pesante, inizio' nel 1966.
Oggi, quella che nel 1924 era una strada persorsa dalle prime rare automobili con lanterne a petrolio e i catarifrangenti rossi, e' quella che in Italia sopporta di piu' un intenso traffico, tanto che il pur recente raddoppio, specie in alcuni periodi di punta, e' ancora insufficiente. Il "serpente di asfalto" degli anni venti, mostra gia' sintoni di vecchiaia ed ha solo cinquant'aani o poco piu'.
 
 
 
nota. Il casello di legnano sull'autostrada Milano-Varese fu costruito nel 1924, cioe' nell'anno dell'inaugurazione dell'autostrada stessa. Venne demolito il 21 settmbre 1965 per diversa sistemazione dello svincolo di uscita. Fu sempre abitato dal primo casellante dell'autostrada, Enrico Ruspi.
 
 

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Raccolta di l-cast1 L-cast2 L-mem8
 
Non si hanno indicazioni certe sulle origini del castello, ma piu' di una citazione contenuta in atti testamentari o in altri manoscritti, che piu' avanti annoteremo, fa riferimento ad un "castrum Lignanum" esistente prima del mille.
Sussistono tuttavia dei dubbi che si si riferisca al palazzetto fortificato pervenuto nell'anno 800 da Carlo Magno all'arcivescovo di Milano Pietro Oldrado, fortilizio che resistette anche agli assalti delle truppe di Corrado III, ma non e' altresi' da escludere del tutto che si tratti proprio del maniero di San Giorgio, cioe' quello che oggi chiamano ancora Castello Visconteo.
 
E' certo comunque che questa antichissima costruzione puo' essere considerata vero e proprio castello fortificato soltanto dopo che passo' in proprieta' di Oldrado LampugnaniQuale Oldrado???(1473). Prima poteva essere al massimo una residenza di campagna o un rifugio sicuro per qualche signorotto dell'epoca. Da alcune caratteristiche della parte piu' remota della costruzione e da qualche citazione che se ne ricava da documenti riguardanti gli arcivescovi milanesi, si puo' arguire che sul luogo sorgesse un convento di frati. Ma la posizione era piu' adatta a realizzare un vero e proprio fortilizio che non a mantenervi un tranquillo luogo di preghiera e meditazione ascetica.
Ma vediamo piu' compiutamente, cercando di risalire alle origini, la cronologia dei successivi possessi con le relative trasformazioni che ebbe il complesso al quale e' legata tanta parte di storia legnanese e della signoria viscontea.
Dunque da convento di frati a residenza o "fortilizio di emergenza". Trascuriamo il difficilmente documentabile periodo di destinazione ecclesiastica per soffermarci su quella successiva. Il documento piu' indietro nel tempo e' rappresentato dal manoscritto "C 51 Inf."(Documento da ricercare), custodito nella biblioteca Ambrosiana di Milano, citato anche da Floriano Canetoli, (blasone bolognese cioe' Arme Gentilizie di Famiglie Bolognesi - 1971) che mette addirittura in relazione il "castrum" legnanese con i privilegi concessi dagli imperatori greci ai conti di Angera, con la deduzione di fare ritenere il castello di Legnano piu' antico della venuta di Carlo Magno. Ma siamo nel campo delle congetture prive di conforti storici autentici. Fermiamoci allora soltanto al manoscritto della Biblioteca Ambrosiana sopra citato.
In esso, certo Fanusio Campana, autore del manoscritto, afferma che tra i condottieri che militavano tra le file di Carlo Magno, vi fu un Licinio Legnani "vir magmanimus et officiosus, qui constituta familia in urbe  Mediolanensi, de Lignanis vocata est, et condidit castrum Lignanum".
Uno studio molto approfondito sul castello di legnano lo ha lasciato Guido Sustermeister in "memorie n. 8" (Documento da ricercare) della regia Deputazione Lombarda di Storia patria - sezione di Legnano, edito nel 1940, con una raccolta dei documenti relativi. Il Sustermeister che concorda con la tesi di un convento di frati trasformato poi in "castro", colloca la edificazione del maniero attorno alla prima meta' del 1200, escludendo l'eventualita' che lo storico Bugatti, appunto citato dal Sustermeister stesso, si riferisca al palazzo fortificato di Leone da Perego del quale oggi restano le vestigia nell'edificio dove ha sede l'asilo infantile del centro.
La rocca, oggi conosciuta a Legnano come Castello Visconteo, era denominata nei documenti in cui erano descritti gli eventi delle lunghe contese tra i Torriani ed Ottone Visconti, come "castel San Giorgio". Tale denominazione, diventa piu' frequente nei successivi secoli XIV° e XV°, ai tempi cioe' del dominio visconteo e sforzesco. Forse questa indicazione sta appunto per avvalorare la tesi che in origine il castello doveva essere un convento di frati regolari Agostiniani con annessa una chiesa dedicata a San Giorgio.
In un documento datato 14 ottobre 1261 (codice della croce n. 18) (Documento da ricercare) si afferma che in un certo punto del pianoro tra Legnano e Cascina Meraviglia (territorio di Canegrate) presso l'Olona e prati irrigui, vi era una chiesa di San Giorgio e convento.
E non si deve confondere questo immobile di destinazione ecclesiastica con l'odierno San Giorgio su Legnano in quanto nella descrizione delle chiese del tempo, redatta nel 1304 da Goffredo da Bussero, si ricava che non esisteva ancora chiesa nel punto dove oggi sorge il Comune di San Giorgio. Lo stesso Giulini nella sua "storia del Milanese, nei secoli bassi" (Documento da ricercare) afferma che la prima chiesa a San Giorgio si ebbe nel 1390.
Comunque, sia pur con il conforto di questi autorevoli dati, non e' possibile ricavare una data certa circa le origini della primitiva costruzione sulle cui vestigia sara' poi edificato un vero e proprio castello.
Cessata la remota destinazione di sede di convento di Padri Agostiniani e passata la proprieta' della costruzione e dei beni terrieri annessi, all'arcivescovo e signore di Milano Ottone Visconti, questi tra il 1230 e il 1257 fece edificare il primo nucleo del futuro maniero; probabilmente pochi locali da utilizzare come sicuro riparo a mezza strada tra Milano e il Contado del Seprio.
In tutta la Lombardia si contano a decine i castelli Viscontei; in particolare su un vasto perimetro attorno a Milano, collocati in zone dove, nel Medio Evo, la Signoria Visconti possedeva proprieta' agricole. Essi costituivano fedeli sentinelle avanzate, ottime posizioni per la difesa, nonche' per il ricovero di armigeri nella eventualita' di incursioni di predoni o conquistatori di terre, incursioni frequenti in quella tormentata epoca.
I Visconti avevano fatto ubicare il castello di Legnano in una posizione strategica, su una lingua di terra creata dalla biforcazione dei due rami dell'Olona, con l'intento di proteggere le fertili terre che si estendevano tra l'antico borgo di Legnano e la plaga che spaziava oltre Canegrate e San Vittore Olona, gia' caratterizzata dai primi mulini lungo il corso dell'Olona.
Il primo nucleo del futuro maniero si ritiene che fosse costruito tra il 1230 e il 1257 per l'incarico di Ottone Visconti, Arcivescovo e Signore di Milano. Doveva trattarsi inizialmente di un semplice "castro" composti da due semplici locali sovrapposti.
Per parlare comunque di un vero e proprio maniero, con torri e mura merlate dobbiamo attendere l'inizio del secolo successivo. Gli archi di ingresso, in mattoni come comunque tutto il resto della costruzione, sono tipici dello stile del XIII° secolo. Caratteristiche particolari sono date proprio dai laterizi cuneiformi alternati a pietre bianche onde saldare gli intersizi e dalla finestre con la sommita' ad arco, per alcune incorniciate con doppie file di mattoni in rilievo a mo' di ornamento e piccoli rosoni ai due angoli superiori.
Per circa un ventennio ed esattamente tra il 1257 al 1276 il maniero con le proprieta' adiacenti passa per confisca al nuovo arcivescovo di Milano, Martino della Torre, il quale amplio' a nord e in parte anche a sud la costruzione, rendendola piu' sontuosa.
Abbiamo trovato un riferimento storico relativo a questo periodo di possesso dei della Torre sulla "Storia di Milano nei secoli bassi" scritta dal conte Giulini, riferimento poi ripetuto nella piu' recente "Storia di milano" (vol IV):(Documento da ricercare) Nell'aprile del 1273 appunto in questo "Castello di San Giorgio presso Legnano" ospiti dei signorotti milanesi Francesco e Napoleone Della Torre, si rincontrarono re Edoardo d'Inghilterra e la regina Eleonora di Castiglia. Dopo la disgraziata spedizione dell'ottava crociata per la liberazione dei luoghi sacri dai turchi. Il re d'Inghilterra, con il suo seguito, era appunto in viaggio di ritorno dall'Oriente.
L'arcivescovo Ottone Visconti, abbattuti i Torriani, riconquista nel 1276 l'intero possedimento. Da Ottone Visconti il castello passo' all'ultimo signore della stirpe, Filippo Maria il quale nel 1437 lo assegno' "in dono e soldo" per la fedelta' e la dedizione di lunghi anni ad Oldrado Lampugnani.II° (4.2)  Questo era stato infatti prima precettore del minorenne duca e quindi ne era diventato capitano e diplomatico rendendogli numerosi servigi nel burrascoso periodo della di lui dominazione.
La famiglia Lampugnani si era insediata nel castello sin dalla fine del 1300, godeva molti privilegi e notevole reputazione avendo dato un arcivescovo a Milano e diversi abati al monastero di S. Ambrogio nonche' uomini d'arme, consiglieri, diplomatici alla Signoria. Il Lampugnani con la donazione veniva anche autorizzato a fortificare il castello. E l'Oldrado II° (4.2) affido' infatti agli ingegneri ducali il compito di farne un gioiello del suo genere. Nel periodo del suo possesso infatti il castello venne munito di mura piu' resistenti, di un torrione di ingresso e di un vallo nonche' di un ponte levatoio. Proprio in questa fase di rifacimento venne mutato l'ingresso principale che un tempo era sul lato di Ponente. Venne costruito un torrione di ingresso di gran mole e funzionale appunto in corrispondenza del ponte levatoio verso la facciata nord.
Sul portale, tra le due feritoie lungo il quale scorreva il ponte levatoio si nota ancor oggi la lapide in marmo di Oldrado Lampugnani II°.
I lavori di fortificazione, come risulta da documento conservati negli archivi dell'Ospedale Maggiore di Milano, vennero eseguiti nel 1445.
Alla morte di Oldrado nel 1460, il castello passa al nipote Giovanni Andrea (5.16), anch'egli capitano d'armi e cavaliere d'onore.
Questi mori' senza eredi maschi e la successione del castello divenne difficile. Oltre tutto nella prima meta' del '400 nella Lombardia si susseguivano contese tra capitani di ventura e signorotti che si disputavano il possesso dei castelli fortificati. Fu appunto in quest'epoca che il maniero subi' svariati attacchi a opera di Francesco Sforza i cui movimenti nel territorio periferico di Milano toccarono spesso il borgo di Legnano. In queste alterne vicende il castello fu occupato e liberato piu' volte e successivamente venne anche in possesso dei francesi, per confisca, durante le gesta di Ludovico il Moro. Nel 1524 Francesco Sforza, ripreso il sopravvente affido' al patrizio Francesco Stampa il compito di estromettere i francesi dal castello e fu cosi' che il maniero fu incendiato prima di essere abbandonato dal condottiero francese Teodoro Trivulzio, che era un acerrimo nemico dei Lampugnani.
Ma alle dispute belliche per il possesso del castello che bene o male venne poi ricostruito, seguirono quelle per la successione tra i componenti della famiglia Lampugnani alla morte di Giovanni Andrea. La contesa civile del possesso del castello si protrasse dal 1507 al 1659. Ebbe infatti inizio allorche' al primitivo defunto proprietario subentro' Oldrado III°  (6.12) conte di Ripalta d'Adda e governatore di Parma. Alla sua morte (1528) il castello con quattro mulini, due sedimi e 2024 pertiche di terreno circostanti passo' al figlio Ferdinando I° (7.7) . Oldrado III prima della morte fece riparare il castello visconteo restituendone i tratti distrutti dai francesi nello stile barocco che ormai incombeva.
Nel 1554 fu realizzata la vasta ala a Mezzogiorno con due ampi saloni per feste e ricevimenti e si aggiunsero decorazioni esterne ed affreschi, opere di Alessandro Pusterla che nel tempo andarono perdute. Venne anche costruita a nuovo la cappella gentilizia dedicata  a San Giorgio. E proprio da questa cappella il castello era denominato di San Giorgio, che non ha alcun riferimento alla vicina localita' di San Giorgio su legnano.
Francesco MariaE' forse un Visconti (cercare) non aveva eredi e alla sua morte fece donazione del maniero con le terre e i mulini circostanti all'Ospedale Maggiore di Milano, dal quale nel 1795. lo acquisto il marchese Cristoforo Cornaggia Medici. In possesso di questa nobile famiglia milanese, il pregevole immobile venne trascurato e ridotto ad alloggio per i contadini della vasta tenuta agricola circostante, in pieno dispregio ai sentimenti della popolazione e delle autorita' legnanesi di quei tempi, le quali ultime, assistettero inermi al decadimento del maniero.
Nessuna opera di manutenzione ordinaria ne' straordinaria ci risulta fosse stata compiuta nel periodo di proprieta' Cornaggia Medici ed il maniero si e' ridotto nelle condizioni in cui si trova attualmente e cioe' quasi un rudere, ad eccezione della chiesetta, del torrione centrale e di qualche altra parte interna.
In tali condizioni e' pervenuto, dopo lunghe trattative all'amministrazione comunale di Legnano dagli eredi del marchese Cornaggia Medici. Il compromesso di cessione risale al 1963 ma venne modificato, nella sostanza e nella forma, successivamente anche per l'intervento dell'Autorita' tutoria.
La cessione venne comunque perfezionata piu' tardi ma il Comune ha potuto avere la piena disponibilita' del castello in pratica soltanto nel 1973
Nel periodo in cui il castello visconteo era stato tenuto in proprieta' dei Cornaggia Medici, molti nobili dell'epoca nonche' le tele e qualche altro ornamento, vennero trasferiti nelle varie altre proprieta' che i Cornaggia avevano a Mozzate Seprio e a Besnate. Di tutto il materiale prezioso, affreschi compresi, che arricchivano il vetusto maniero, ben poco, ad eccezione di alcuni stemmi nobiliari posti in rosoni esterni o sui camini, e' conservato nel museo civico.
I Cornaggia trasportarono nella loro villa di Mozzate Seprio anche un lettone artistico antico in legno, in stile barocco con torciglioni a candelabro agli angoli e a una testata, pure finemente intarsiata, che aveva al centro una Madonna con bambino di pregevole fattura.
Questo letto appartenente di certo ad Oldrado III° Lampugnani e fino al 1929 era ben conservato, la leggenda popolare si ostina a chiamarlo "il letto del Barbarossa" nonostante l'evidente anacronismo.
Sarebbe gran cosa se si riuscisse a recuperarlo, eventualmente acquistandolo assieme ad altre opere d'arte che si trovano nel castello per farne un nuovo ornamento, allorche' la costruzione monumentale sara' restaurata. Tra i quadri vi era anche un ECCE HOMO a tre quarti di busto, seduto su una sedia e reggente in mano una verga di comando. Si tratta di una tela di 80 cm. x 100 circa, attribuita al Guercino. Nel 1939 fu acquistata dal Commendator Ing. Enrico Cerini. Altre tele pervennero dalla famiglia Cornaggia Medici a certo Luigi Granata di Milano.
Il castello di legnano, anche se mal ridotto, conserva pur sempre il suo valore storico. Per circa otto secoli fu muto testimone di tanti avvenimenti che si susseguirono nella nostra zona. Esso ci ricorda momenti tristi e periodi di splendore; nei suoi saloni per feste e ricevimenti, molte antiche nobili famiglie della Legnano dei tempi andati si alternarono per divenire protagoniste dei fasti di una piccola corte nostrana. I sotterranei del castello con i suoi cunicoli, non tutti esplorati in epoca piu' recente, celano segreti che forse resteranno impenetrabili. Il Sustermeister aveva provato l'esistenza di un cunicolo sotterraneo, una vera e propria "segreta" che forse raggiungeva in direzione di San Vittore Olona una casa del '400 ancor oggi esistente in via Magenta n. 2 appartenuta alle famiglie Forni o La Mairola o a un ramo dei nobili Lampugnani.
Storia e leggenda si sono rincorse sempre nei secoli attorno al maniero Legnanese che tanti riferimenti storici ha avuto in passato per le nostre genti.
 
 
 
OTTONE VISCONTI di UBERTO da Massino, Prelato a Desio ricco e giovane, costrui' qui un castro a torre (ante 1230) ed a lato installo' a Cenobio di Agostiniani nel 1230: nel 1257 viene confiscato dal signorotto milanese MARTINO DELLA TORRE, il quale lo fa prolungare a Nord ed a una parte al sud.
L'arcivescovo OTTONE VISCONTI abbatte' i Torriani nel 1276 e riconquista il maniero e la sua vasta proprieta'. Gli segue: LA SIGNORIA VISCONTI durante tutto il 1300 ed oltre, FILIPPO MARIA VISCONTI ultimo di essa signoria, dona nel 1437 il maniero con "privilegio di fortificarlo" al suo fedelissimo OLDRADO LAMPUGNANI II°, capitano magnifico, che lo fortifica immediatamente con sei  torri, ponte levatoio e muro merlato. Morendo (1640), istituisce il fidecommesso per i suoi discendenti primogeniti maschi fra cui si distingueranno: Marchese OLDRADO III° LAMPUGNANI (coniugato con Agnese Visconti) dal 1507 al 1528. Questi prolunga l'ala nord-Sud (finestre sforzesche) la quale, abbattuta a Sud dal Capitano Trivulzio nella contesa fra francesi ed imperiali (marzo 1524), viene ricostruita ed ampliata a mezzodi'. OLDRADO III° (6.12) Lampugnani vi fa affrescare il suo stemma, paesaggi e trofei. Marchese OLDRADO IV° LAMPUGNANI dal 1577 al 1591.
Conte FRANCESCO II° LAMPUGNANI (9.11) dal 1591 al 1638.
Conte FRANCESCO MARIA II° (12.1)  J.C.C. dal 1695 al 1729.
Proprieta' all'OSPEDALE MAGGIORE DI MILANO e l'ente nel 1795 lo vende al marchese CARLO CRISTOFORO CORNAGGIA MEDICI della Castellanza con cui inizia il ciclo dei nobili Cornaggia sotto cui, "tempore mutandis" nel nostro secolo viene abbandonato a semplice fattoria agricola con deficentissima manutenzione dello storico immobile. (secondo Guido Sutermeister).
 
 
L'inerzia e il tempo portarono cosi' gravi e irreparabili danni a tutta la costruzione. Il castello divenne patrimonio dei cittadini soltanto a partire del 1963 quando la proprieta' e i terreni attigui vennero acquistati dal Comune di Legnano.
Si dovette comunque attendere circa dieci anni prima che il Comune potesse disporre della proprieta'. Per la zona circostante al castello si provvide subito all'allestimento del parco pubblico, le vicende  riguardanti il castello  sono ancora oggi ben lontane dall'essere concluse. Diversi furono i progetti elaborati per il restauro del fatiscente edificio ma gli alti costi  che questi richiedevano alle casse comunali e il tiepido interessamento degli enti privati  locali nei confronti fecero rimanere invariata la situazione. Dopo alternate vicende che non approdarono ad alcun risultato, nei primi mesi di quest'anno (1992) il Comune decise di bandire un concorso aperto  a tutte le imprese degli Stati della CEE per il restauro della gestione del castello per un certo periodo di tempo. Il progetto elaborato dalla societa' Ripa Invest procedeva alla ristrutturazione del castello a struttura alberghiera privata dotata di circa quaranta camere, con sale per congressi e un ristorante. Ad un cittadino sarebbero state riservate piccole sale situate nella torre d'ingresso da destinarsi alle attivita' delle contrade. All'esterno un ippodromo avrebbe fatto da cornice all'intera struttura e sarebbe stato teatro dell'annuale palio delle contrade. Ma nell'agosto di quest'anno la sopraintendenza ai Beni Artistici e culturali, confermando il parere espresso in precedenza, nego' l'assenso a tale progetto, ritenendo che la realizzazione all'interno del castello di una struttura alberghiera snaturerebbe l'edificio. Percio' Legnano attende ancora una soluzione per evitare il totale decadimento di uno dei suoi monumenti piu' antichi e insigni. Nelle immediate vicinanze del castello che appartennero prima all'Arcivesvado e poi alle famiglie proprietarie del castello, e' stato creato un vasto parco ad uso cittadino.
Su Decreto del presidente della Giunta regionale del 23 giungo 1973 venne infatti istituita, e dieci anni dopo formalmente riconosciuta la riserva locale ad interesse sovracomunale e chiamata "Parco Bosco Comunale" di Legnano.
Il parco Bosco Comunale prende cosi' comunemente il nome, cosi' come si legge all'ingresso, di "Parco Castello" e per la stretta vicinanza e per il comune destino  che fino a pochi anni fa legava queste terre al castello cittadino.
Il parco nacque con alcune finalita' ben precise, prima di tutte quella di offrire un esempio di salvaguardia e di tutela dell'ambiente naturale. Si senti' quindi l'esigenza di creare, soprattutto, di conservare - l'ambiente originale di terre non intaccate e stravolte dal passaggio umano.
All'interno del parco trovano cosi' posto uno stagno di notevoli dimensioni che ospita numerose specie di uccelli stanziali, una fascia boschiva caratterizzata da  zone arbustive e arboree e zone adibite a prato.  Gli obiettivi naturalistico ambientali che il parco si propone sono comunque messi a dura prova dal notevole afflusso - soprattutto nei mesi estivi -  di persone che usufruiscono  e traggono benefici  dalla presenza di questa "oasi" verde  posta all'interno di un'area urbanizzata qual'e' la nostra.
 
 
 
 
La nostra rapidissima escursione tra le vestigia degli edifici antichi di Legnano, sia scomparsi che tuttora esistenti, segna una importante tappa obbligata presso il Castello Visconteo detto di San Giorgio. Abbiamo trattato gli argomenti e i ritrovamenti sempre in ordine cronologico giungendo fino alle soglie del 1300. Per parlare di questo castello dobbiamo tuttavia fare un passo indietro.
Ci e' stata segnalata la presenza di possedimenti arcivescovili in Legnanello gia' nel 700 dopo Cristo. Ma essi non erano i soli della zona; infatti presso i luoghi, su cui sorge l'attuale castello le campagne erano i proprieta' legata all'Arcivescovato. Una antica pergamena ci dice che il capitolo degli ordinari della Metropolitana di Milano fu costretta a permutare la terra della chiesina di San Giorgio presso Legnano con relative rendite. Questo passaggio era stato fatto il 14 ottobre 1261, poiche' i canonici della chiesina venivano percossi e scacciati da "gente perversa e potente residente in Legnano". Nella descrizione delle coerenze vengono indicati i nomi dei Lampugnani, dei Della Torre, della cascina Meraviglia. I terreni furono acquistati dai Torriani e dai Lampugnani, i quali dovevano evidentemente essere i vicini prepotenti. Le terre, la chiesina e i mulini erano al confine tra Canegrate e Legnano.
In quell'anno Ottone Visconti non era ancora salito agli onori vescovili e in Legnano le proprieta' di Leone da Perego erano cadute in mano ai Torriani. Sui terreni, esattamente vicino alla grande biforcazione dell'Olona, in cui ora sorge il castello, gia' era stata segnalata la presenza di un fortilizio edificato dai Della Torre certamente intorno al 1260 1261 e passato poi in mano ad Ottone Visconti nel 1277, quando questi sconfisse Napo Torriani.
Ottone evidentemente non considerava sufficientemente sicura la braida dal punto di vista militare e nei documenti spesso si menziona il fatto che raggiunse una sua proprieta' posta a sud, alla fine della via Porta di Sotto. Se il castello fosse ancora piu' antico non e' dato a sapere, ma e' improbabile, in quanto le terre cedute risultano senza edifici.
Presso questo luogo viene segnalato, in epoche piu' antiche, un convento dedicato a San Giorgio patrono degli arcieri con annessa una chiesina gia' rovinata nel 1231, a causa delle gia' viste prepotenze. Da questo edificio, con ogni probabilita', deriva il nome dei campi; tuttavia esso e' scomparso e, non essendoci rimaste rovine, si puo' pensare sia stato inglobato nelle nuove costruzioni. Nella sua posizione topografica il castello godeva in modo naturale delle possibilita' difensive fornite dal fiume Olona e non necessitava, al suo nascere, di un fossato allagabile.
Quando Ottone Visconti nel 1262 era divenuto arcivescovo di Milano non era potuto entrare in possesso dei beni arcivescovili lasciati da Leone da Perego, a causa delle pressioni dei Torriani che osteggiavano la sua nomina. Allora Ottone si pose a capo del partito dei fuoriusciti e finalmente in un fatto d'arme risolutore, presso Desio, occorso l'anno 1277 sconfisse l'esercito dei Torriani i quali, il 21 gennaio 1277, furono banditi da Milano che accolse il suo arcivescovo.
In Legnano nel frattempo i beni della Curia erano tenuti dagli Oldrendi, i quali presto si accordarono con Ottone. Il castello era allora formato da una sola torre quadrangolare appoggiata ad un edificio rettangolare, lungo circa 20 metri. Entrando nel cortile, essa viene individuata al centro dell'ala di abitazione sulla destra.
Ha base quadrata di m. 7,5 di lato, ed e' costruita in mattoni come tutte le case di Legnano dopo il 1200. Possedeva un ingresso carraio verso il lato ovest con grandi pietre alla base. Le aperture ricavate con mattoni cuneiformi lunghi e sottili, ai bordi, sono tutte ad arco ed i classici conci bianchi di marmo arricchirono il motivo architettonico dei voltini. I muri della torre sono piu' spessi di quelli del fabbricato a fianco pressoche' coevo. Anche i pavimenti indicano i dislivelli rispetto a quelli vicini. Il piano del cortile e dell'ingresso era molto piu' basso, circa m. 1,5 ed e' stato modificato dopo il 1400. Anche le finestre sono state in tempi posteriori distrutte od occluse. La torre doveva essere piu' alta e certamente portava sulla sommita' una merlatura difensiva come ben dimostra ancora ad un chilometro di distanza, a sud del castello, una costruzione medioevale coeva chiamata "Cassinetta di Canegrate". Questa doveva essere la difesa a Sud del castello e delle proprieta' arcivescovili, ma, dopo il 1300, non fu piu' legata ai possessori del maniero.
Dentro la primitiva torre gli intonaci sono tutti scomparsi nella parte sottostante, mentre nella parte superiore sono ancora conservati e mostrano, a causa di alcuni distacchi, ben tre successive affrescature a motivi geometrici, a composizioni di armi, a decorazioni rinascimentali, che sara' interessante strappare e recuperare. L'antica torre potrebbe risalire al 1231 circa quando, stando alle parole del documento prima citato, i Torriani si erano insediati in questa zona di proprieta' dell'Arcivescovado, danneggiando il convento, la chiesina di San Giorgio e i Canonici, fino a ricevere in permuta le terre, nel 1261.
Avuta la proprieta', i Torriani ampliarono la torre, aggiungendo sul fianco, quel corpo a due piani lungo 20 metri che sara' tolto da Ottone Visconti nel 1277; l'arcivescovo infatti, ripresa in mano la braida legnanese, riottenne anche le terre del castello, prese con la forza dai Torriani. L'ampliamento del 1261 si appoggia al lato nord della torre e va a congiungersi a quanto apparentemente resta della chiesina e del convento. Esso consiste in due enormi sale larghe m. 7,5 e lunghe m. 20; il materiale esterno e' sempre in mattone forte cotto.
Le finestre e le volte erano coronate da voltini ad arco sempre lavorati con mattoni a concio e pietre bianche, nello stile caro anche a Leone da Perego per il suo palazzo. Attualmente le aperture denunciano che sono state apportate modifiche alle facciate, murando le antiche finestre e le porte. Inoltre durante l'uso agricolo della proprieta' sono stati demoliti i solai interni, ricavando nell'edificio tre piani a non piu' due, sistemando nella parte sotterranea un deposito di botti e tini e nelle parti superiori dei depositi per derrate alimentari.
Anche la vecchia torre venne adibita ad uso agricolo sistemandovi il torchio per l'uva. Interessanti sono i canali di pietra dei pavimenti usati per fare defluire i mosti e per lavare le botti e i tini. Nella facciata si notano ancora i fori dei ponteggi dei costruttori. Non sono solo pero' dei buchi; infatti i costruttori hanno posto per ogni appoggio di ponte tre mattoni; uno in piano, gli altri inclinati a formare un triangolo. Una imperfezione costruttiva diviene cosi' motivo architettonico. Anche sulla destra della torre piu' antica doveva esistere un'ala di costruzione Torriana o Ottoniana; infatti dei tratti di muro con finestre similari all'ala di destra sono inglobati nella costruzione successiva. Dopo Ottone sia l'amministrazione di Milano che la proprieta' del castello sempre in mano alla famiglia Visconti (eccezzion fatta per Guido della Torre nel 1311 e Luigi il Bavaro nel 1328, che furono eletti in Milano, ma solo per un anno ciascuno).
Arriviamo cosi' alle soglie del 1400, quando i destini delle due grandi famiglie nobili milanesi e cioe' Visconti e Lampugnani, entrambe presenti in Legnano  con svariate proprieta', si legarono con rapporti di affari e politica e di governo. Umberto Lampugnani (3.3) detto Umbertino, e padre di Oldrado II°, era cresciuto nell'ambiente ducale, dove suo padre di nome anch'egli Oldrado (2.0) , era in servizio della signoria viscontea.
Umbertino si era laureato in Pavia in legge ed era lettore di diritto canonico e civile in quell'universita' dove, come insegnante, dal 1372 al 1381, si era fatto una certa notorieta'. Per avere iscritto alcune opere di diritto, fu chiamato ad un posto di governo da Gian Galeazzo Visconti durante le riforme operate dal Duca nell'amministrazione del Comune di Milano. I suoi figli (cinque ma forse seiControllare il numero) crebbero in un clima di cultura e di governo. In particolare tra loro Oldrado II divento' presto precettore del giovane Filippo Maria Visconti e risiedette in Pavia.
Alla morte di Giovanni Maria Visconti (1412), fratello di Filippo, capitani di ventura e signorotti occuparono le terre viscontee ed iniziarono a concedere a Filippo Maria il diritto di successione.
Questi, nel 1422, assoldo' il capitano Francesco Bussone, detto il Carmagnola, il quale, con grande perizia militare, porto' la potenza del ducato  ad alti livelli mai visti. Oldrado II capitano e diplomatico per eccellenza divenne, in questo periodo tormentato, la seconda coscienza del Duca e, non avendo famiglia, era anche molto vicino a deferenze al Visconti. Molte vicende gli occorsero come quelle che lo videro trionfare politicamente sul Carmagnola poi allontanato e fatto uccidere, o colpi di mano come la presa del castello di Castelleone, dove catturo' il ribello Fondulo, fingendo un'azzoppatura del cavallo. L'Oldrado era uomo di azione e si era preoccupato, per meglio conservare i suoi beni, che non poteva curare personalmente, di insegnare al nipote Cristoforo Lampugnani (5.9) a fare di conto ed amministrare le terre e le case. Fu proprio il nipote che curo' in Legnano
L'acquisto di una grande distesa di campi e prati siti nella piatta valle dell'Olona, nonche' le vigne sistemate sulla cosiddetta costa di San Giorgio.
Le terre erano state acquistate dai nobili Crivelli di Uboldo. Questa famiglia imparentata con i Visconti aveva avuto come eredita' lasciti e terreni gia' del convento, poi dei Lampugnani e Torriani, poi dei Visconti. Ora, con l'acquisto ufficiale per lire 8706, l'8 ottobre 1426, le terre tornavano alla famiglia che le aveva possedute anticamente. Cio' che a noi piu' interessa e' che Oldrado, con questo acquisto fa il suo primo passo di circuizione del Castello Visconteo, in quale lo interessa grandemente. Infatti la "Casa Magna" dove sarebbe questa casa?) in Legnano, lungo il Sempione, e di sua proprieta', non gli sembrava degna e sufficientemente fortificata dato il tipo di figura politico-guerriera che impersonava.
Venne quindi naturale a Filippo Maria, quando dovette sdebitarsi con Oldrado per avergli consegnato Gabrino Fandulo ed i suoi castelli, dare in dono e soldo il castello di Legnano a costui che possedeva gia' piu' di meta' dei sedimi intorno e aveva acquistato anche la fortificazione in fondo al vallo con la stadera da 25 braccia per pesare le derrate alimentari.
Ricevuta in proprieta' la costruzione viscontea, Oldrado immediatamente vi fece eseguire grandi lavori. Innanzitutto, ritenendo insufficiente la difesa fornita dai rami naturali dell'Olona, fece cingere le costruzioni con robuste mura alte m. 5,2 merlate e formanti attualmente un rettangolo di m. 80 x 70.
In antico tale rettangolo doveva andare oltre la lunghezza di m. 80 x 112. Agli angoli del rettangolo ed al centro dei lati est e ovest  sorgevano sei torri cilindriche sull'esterno, appiattite verso l'interno, con piede svasato, la merlatura superiore protetta dalle intemperie, mediante tetti, in legno e tegole, di forma conica. Torri alte m. 12,5 dal diametro di m. 5,5. Erano tutte collegate mediante una passerella lignea posta sul paramento interno delle mura dietro le merlature ghibelline; dalle torri, mediante apposite feritoie, si potevano proteggere i movimenti dei difensori o respingere ad archibugiate eventuali attacchi; non compaiono mai postazioni per pezzi di artiglieria, il che fa supporre che, dopo il 1550, questa piazzaforte non fosse piu' importante militarmente. Sull'esterno delle mura, Oldrado fece scavare un vallo difensivo che poteva essere, in caso di bisogno, facilmente allagato, grazie ad alcune chiuse lungo il corso dell'Olona. Il pezzo difensivo di maggior spicco era tuttavia ricavato sul lato nord del quadrilatero, al centro della facciata. Si tratta di un torrione rettangolare di m. 9,2 x 14 alto m. 16,5. Interamente costruito in mattoni e legno, aveva qualche pietra di rinforzo alla base delle fondamenta. Era munito di ponte levatoio e ballerina pedonale per il passaggio dei visitatori. Nel suo interno, dopo un portone con arco a tutto sesto che costituiva l'ingresso, vi era una serranda metallica da calare, in caso di sicurezza, che imprigionava gli assalitori, esponendola colpi dei difensori appostati nel torrione ai piani superiori. Si poteva sparare all'interno sia dai portelli aperti nel soffitto sia delle feritoie che dal cortile e dagli spalti erano aperte verso l'ingresso.
Vi era inoltre un secondo portone ligneo a chiudere gli accessi dall'interno del cortile. Entro la torre si trovava anche una bilancia a ponte per i carri agricoli, usata fino al 1900. Attualmente la fossa nel 1440 poteva essere anche un'ulteriore difesa da aprire sotto i piedi degli invasori, e' stata riempita di terra, eliminando i cinematismi della bilancia. Anche i contrappesi, gli argani, i ponti levatori, la grata metallica, non esistono piu', perche' marcescenti furono eliminati dai contadini, che usarono il castello dopo il 1883. Nel torrione esistono anche due sale superiori, nelle quali trovano posto la guardia e il capitano d'arme. A questi ambienti si accedeva, in antico da una scala esterna in legno poggiante su mensoloni di serizzo.
Piu' tardi questa venne eliminata, con la creazione di una scala interna in muratura collocata nell'andito d'ingresso anticamente occupato dalla ballerina pedonale. Da un punto di vista architettonico la costruzione delle mura e delle torri, non rappresenta certo un'opera particolarmente ricercata; tuttavia sapendo che l'anno di costruzione e' il 1426, immediatamente la loro forma fa venire in mente le torri angolari del Castello di Milano, alla cui costruzione Oldrado aveva assistito e che , tonde, con il basamento svasato e in pietra bugnata, doveva averlo colpito, inducendolo a ripetere il motivo architettonico nuovo nel castello di Legnano. Qui tuttavia, per poverta' di mezzi, si era rinunciato alla pietra.
Sul torrione sopra la porta di ingresso troneggia una grande lapide con scolpito lo stemma Lampugnani e le iniziali dell'Oldrado. Esso rappresenta il classico scudo sannitico inclinato con l'aquila imperiale ad ali spiegate nella parte superiore e una banda trasversale inferiore formata da una scacchiera e tra file di quadrati.
Sopra, lo stemma e' sormontato da un elmo con celata che indica la sua qualita' di militare, poi un cesto che contiene un agnello, simbolo della sua mitezza (si fa per dire) e in bocca all'agnello una camarra, strumento per domare cavalli focosi, che lo qualifica comandante di cavalleria.
Vi sono poi una pigna e rami di pino, da cui non risulta il significato; al collo del cimiero si vede una piccola croce di Malta concessa al Lampugnani nelle trattative che egli ebbe con il re di Cipro. Al lato del torrione di ingresso sono addossati, sulla sinistra, una scuderia edificata con mattoni ad archi ogivali e di fattura del 1800; sulla destra una piccola aula affrescata con motivi floreali che, in un primo tempo, doveva essere parte della chiesina di San Giorgio e poi trasformata in guardiola di ingresso per l'accesso al torrione. Oldrado pero' non si limito' a costruire le mura e le torri, anzi ingrandi' anche le parti residenziali iniziata dai Torriani e da Ottone Visconti, allungando di m. 30 il corpo di fabbrica a sud della torre primitiva e inglobando di avanzi di muro di un'ala diroccata, come abbiamo gia' accennato, sul lato ovest.
Al termine della facciata sud di questo corpo fece eseguire una scala che, mediante due livelli di ingresso, portava ad una nuova ala perpendicolare al fabbricato grande. Questa nuova ala aveva, al piano terreno, un grandissimo salone di m. 15 x 8 con piccolo studio ricavato dietro il camino posto a est. La volta del salone e' molto complessa, formata da pennacchi e crocere che si uniscono in una volta a botte centrale. Certamente questo doveva essere il salone d'onore sia per l'architettura che per le dimensioni.
Non sono rimasti affreschi, il che sembra strano; purtroppo pero' lesioni della volta fecero costruire un muro di sostegno mediale alla sala ed alcune modifiche alle primitive finestre, nonche' l'ultimo uso fatto dai contadini fecero perdere gli intonaci originali.
Molto interessante e' invece, nel piccolo studio a lato, un sistema di riscaldamento ad "aria calda" ritrovato sotto il pavimento, completo di focolare, griglie e cunicoli di riscaldamento per la sala. Questo raro esempio di impianto sembra non essere mai stato usato, perche' al momento della scoperta non presentava tracce di bruciature. Il suo accesso avviene all'esterno del fabbricato sul lato sud, mediante una porta e un corridoietto nel sottosuolo. Con questo sistema tutta l'ala e il salone, le camere da letto, superiori, potevano essere rese confortevoli d'inverno. Nella parte superiore le stanze hanno tutti soffitti in legno di rovere con travi e correnti che formano classici motivi a cassettoni. Le formelle dei cassettoni e le travi erano decorate con motivi a colori di foglie e fiori. Nelle stanze tra l'ala sud e la torre antica trovano posto i locali di soggiorno e al piano superiore altre camere da letto della famiglia Lampugnani.
Quelle a piano terreno molto alte e soffittate sono prive di decorazioni, al contrario le camere da letto al piano superiore hanno una bella serie di affreschi raffiguranti motivi di tarsie marmoree, che ricordano quelli ritrovati in casa Bossi di via Gigante ed eseguiti con ogni probabilita' da Gian Giacomo Lampugnani.
E' doveroso ricordare che Beniamino Bossi fu Francesco, era notaio nel 1528 e rogava stabilmente nel castello.
Gli affreschi sono cinquecenteschi perche', nel 1550, tutta l'ala di Oldrado II era andata distrutta ed era stata riscostruita dai suoi successori. Quando Oldrado III dovette fuggire esule in Francia, gli furono confiscati i beni e il castello. In quest'ultimo poi il capitano Teodoro Trivulzio aveva fatto appiccare un incendio, distruggendolo. Al suo ritorno, Oldrado III (6.12) lo restauro'.
Nella seconda camera da letto e' poi venuto alla luce un piccolo vano nel muro, affrescato con una testina femminile (il ritratto della proprietaria??) e che reca i segni delle cerniere di una piccola porta. Serviva come ripostiglio per le gioie ed i profumi della castellana. Nei pavimenti vi sono tracce dei fori per fare passare l'aria calda dai locali bassi a quelli superiori. Ogni stanza e' dotata di camino. Tuttavia non vi sono camini preziosi o scolpiti come si sono ritrovati nelle antiche case patrizie di Legnano.
Nel 1547 Oldrado III senatore, che aveva ereditato il castello dal Oldrado II, poi da Maffiolo (4.8)e da Giovanni Andrea (5.16), fece eseguire le gia' citate modifiche alle finestre, eliminando quelle con il voltino ad arco; fece affrescare la facciata sud e l'interno del cortile con una serie di architetture di colonnati e travature formanti molti riquadri. In ogni riquadro trovava posto o un trofeo con armi o una scena campestre. Queste decorazioni sono oggi pressoche' illeggibili. In questa occcasione elimino' anche una passerella aerea, che portava dalle sale signorili del primo piano alla torre centrale del muraglione ovest, collegando l'abitazione alle mura difensive direttamente, senza scendere al piano terreno. Tuttavia la costruzione e' coronata da un cornicione imponente con travetti e mensole lavorate di buona fattura. Anche i comignoli sul tetto sono tutti lavorati con pregevoli giochi di mattoni e tegole. Le finestre balcone sono fornite di pregevoli inferriate poste in opera nel 1600.
Sull'interno del cortile si affacciano ora delle stalle costruite dai Cornaggia nel 1800 e dei fienili, i quali sono andati a coprire in parte la cosiddetta caneva. Questa consiste in una grande stanza ricavata a pozzo nel terreno, tutta rivestita in mattoni, nella quale, durante l'inverno, veniva accumulata neve, che nel sottosuolo restava gelata tutto l'anno e poteva essere attinta vuoi per uso cucina, vuoi per le ghiacciaie, per conservare cibi.
Nel 1935 la caneva riservo' una sorpresa. Profonda m. 8, cioe' al di sotto del livello del vallo difensivo, rivelo' all'ingegner Sutermeister, una porticina, poi murata, che dava accesso ad un cunicolo uscente dal castello in direzione di San Vittore Olona. In questa direzione e diretto verso il castello di Legnano, nelle cantine della casa dei nobili del 1400 in via Magenta, in San Vittore, vi e' un cunicolo similare, interrotto pero' dal terreno franato. Anche a San Giorgio vi e' la cosiddetta casa "della regina" con analogo manufatto. Questi condotti formavano una vera e propria rete di collegamenti nascosti. Vi e' da pensare che tale via di fuga fosse in comune tra i possessori di queste proprieta' del 1400 cioe' Visconti e Crivelli (imparentati) e servisse sia per fuggire dalle case e trovare asilo nel castello, sia per uscire dallo stesso in caso di necessita' come spesso avvenne.
Una menzione particolare deve essere fatta della chiesina del castello, intitolata oggi a San Giorgio. All'inizio di questo capitolo si e' visto come sui luoghi del castello prima della sua edificazione esistesse un convento con una piccola chiesa che aveva dato il nome ai luoghi. Orbene, e' sempre stata prerogativa degli antichi dedicare sempre allo stesso uso gli spazi in cui vivevano. Nel corso dei secoli sono state quindi rinnovate le aree cimiteriali sempre sugli stessi campi di sepoltura, le fortificazioni sempre nelle medesime posizioni strategiche, le case lungo le stesse direttrici. Sciupata dal tempo, ogni costruzione veniva abbattuta e ricostruita per uso analogo a quello antico. A tale regola non sfuggono anche le chiese. Esse nascono in genere in prossimita' di un luogo venerato, magari pagano antico. Prima vi e' una colonna, una statua, una lapide, poi una croce o una cappellina davanti alla quale inginocchiarsi, poi la cappellina non basta piu' e la si trasforma in un piccola chiesa od oratorio, poi la si ingrandisce magari fino al punto di farne una cattedrale quando la gente o la citta' intorno e' divenuta ricca e numerosa.
Questa realta' storica ci porta a credere che con buona probabilita' la chiesina del castello con quegli strani ambienti contorti e vecchissimi che le stanno a fianco sin dal 1440 risorta dalle fondazioni di quest'antico convento di San Giorgio esistente prima del 1231 e da lungo tempo disatteso. Gli Agostiniani infatti l'avevano abbandonato nel 1262 a causa della prepotenza dei Torriani. Ricordiamo che il castello fu da loro edificato con la prima torre ad ala. e dentro lo stesso, nell'aprile del 1273, i reali d'Inghiltera Gregorio ed Eleonora provenienti dall'oriente e di ritorno in Inghilterra si fermarono tre giorni a Milano da Napo e Francesco Torriani. Alla loro partenza essi furono accompagnati a San Giorgio presso Legnano ove pernottarono. San Giorgio non era il paese odierno, ma il castello in quanto allora non esisteva il comune predetto. Se i Torriani avessero aperto al culto la chiesa, e' difficile a dirlo. Certamente lo dovette fare Ottone Visconti in quanto come sacerdote aveva necessita' di un oratorio. Negli antichi elenchi di Goffredo da Bussero non compare una chiesa di San Giorgio, pero' si menziona ad una chiesa di San Nazaro che "vi fu" e un altare a San Tommaso apostolo, che non si riesce s stabilire ove fosse collocato. Forse la chiesa aveva ripreso ad essere usata sotto ad un altro titolo?. Forse non era piu' stata rimessa in funzione??:
A questi interrogativi non si puo' rispondere certamente; e' piu' probabile la prima ipotesi, visto che il documento che la cita direttamente dopo quello del 1262 e' datato 1580. Essa viene definita "Oratorio di San Maiolo" (che era abate di Cluny). Il padre Pozzo parroco di Legnano, nel 1640, la chiama invece oratorio privato San Giorgio.
In altri documenti del 1686 e 1779 la chiesa e' menzionata con il nome di San Giorgio (forse pero' la definizione era superficialmente attribuita al luogo e non all'altare). Nel 1845 tuttavia gli elenchi delle chiese la riportano ancora una volta con il nome cambiato in San Angelo, mentre in una coreografia del 1845 si dice che sul torrione  di entrata del castello si vede una grandissima medaglia in affresco rappresentante San Antonio del foco. Oggi e' scomparsa come sono scomparse le innumeri dedicazioni attribuite alla chiesina. Questo disordine e' tuttavia indice del fatto che la stessa fosse usata. Nel pavimento abbastanza augusto uno dei proprietari del castello si era fatto seppellire gia' intorno al 1450. La toma coperta con un voltino di mattoni e di dimensioni , 0,7 x 2 conteneva pochi resti ossei, alcuni brandelli di stoffa e una ciotola con 74 monete bronzee di piccola dimensione, piu' due monete d'argento di 23 mm. di diametro. L'inesperienza e la fretta degli scopritori hanno fatto si' che non vi siano documenti fotografici della tomba prima della spoliazione; e' quindi molto difficile dire chi fosse inumato.
Tuttavia si puo' ipotizzare, vista la data delle monete risalenti all'epoca di Gian Galeazzo Visconti e Filippo Maria Visconti e tenuto conto che il piu' importante dei Lampugnani del castello Oldrado II e' seppellito in Milano nella chiesa di Santa Maria Del Carmine, che si tratti del fratello Maffiolo Lampugnani oppure del figlio di costui Giovanni Andrea, il quale, alla morte del padre affianco' lo zio Oldrado nella conduzione del castello.
Giovanni Andrea fara' anche apporre le sue iniziali G.A. sullo stemma marmoreo del torrione. Inoltre la sua figura viene ricordata in una delle diverse iscrizioni tombali presenti sulle pareti della chiesina. Sempre per volere di Giovanni Andrea fu eseguito il busto marmoreo di Oldrado posto in una nicchia ricavata all'interno del cortile. Questa statua in arenaria rappresenta l'antico capitano di cavalleria con la sua armatura a mezzo busto.
La chiesina era usata quindi fin da allora come tomba di famiglia ed oratorio privato. Dell'antica cappella, rifatta nelle volte e nella facciata, nel 1800, per mano dei Cornaggia, non esistono dipinti murali a parte le iscrizioni tombali. Unico quadro presente e' un S.Giorgio a cavallo di fattura piuttosto rozza e risalente agli inizi del 1800. Altre opere artistiche non esistono nel maniero; quelle che vi furono andarono disperse per altre case ed istituti, nella lunga serie di traversie subite dal maniero. Alcuni di questi arredi mobili e quadri ci vengono segnalati nel libro Il castello di Legnano (Memorie n.8 a cura di Guido Sutermeister - 1940 - Legnano).
Riporto le sue parole:...Dai tempi in cui chi scrive conobbe il castello, cioe' dal 1906, esso era gia' praticamente spogliato di quasi tutto. Vi tenevano i proprietari alcuni locali in buon assetto per goderli nella stagione propizia, ma col mobilio dell'epoca che correva. Tuttavia in un locale soprastante al salone sopraddetto, si conservava ancora un lettone artistico antico in legno, con quattro torciglioni a candelabro agli angoli, lavoro del primo barocco, quindi certamente appartenuto all'Oldrado III che aveva rifatto il Castello. Esso e' poi stato asportato dai Cornaggia stessi nella loro villa di Mozzate Seprio. E' un oggetto che non potra' mancare nel castello restaurato. Vi erano poi pochi quadri in una sala da pranzo e precisamente: un Ecce Homo coronato di spine, a tre quarti di busto seduto su una seggiola e reggente in una mano una verga di comando. La tela 0,8 x 1,02 e' attribuita con molta verosimiglianza al Guercino. Fu acquistata nel 1939 dal Comm.Dott.Ing. Cerini Enrico a Legnano, presidente della nostra Sezione Storica Legnanese.
Due ritratti ovali ottocenteschi, di circa 0,60 x 0,90 raffiguranti un membro Cornaggia a mezzo busto, in veste di cacciatore e sua moglie in veste popolana che porta ad offrire un vassoio di frutta fresca.
Queste due tele sono ora in possesso del Sig.Granata Luigi a Milano. Vi era poi un armadione ottocentesco nel quale con altre carte dell'amministrazione Cornaggia si conservavano una decina di cartelle con documenti seicenteschi riferentesi alle proprieta' del castello ed altre proprieta' dei Cornaggia stessi in Besnate. Tutto fu asportato da essi verso il 1929, ne' sappiamo che cosa sia tuttora conservato.
Nessun camino dagli stemmi nobiliari e' conservato in castello, ma parecchi ne possediamo in Museo, provenienti dalle proprieta' dei Lampugnani, dei Visconti e dei Crivelli..."Anche altri quadri sono presenti presso la Ca' granda di Milano con i ritratti dei Lampugnani ultimi possessori del castello. Molte traversie, contese per il possesso, ed alla fine la mancanza di eredi diretti portarono, dopo secoli di storia Lampugnani, nel 1729 il conte J.C.C.F. Maria II a lasciare in eredita' all'Ospedale Maggiore di Milano tutte le sue proprieta'. Quest'ultimo vendette al Marchese C.Cristoforo Cornaggia al prezzo di Lire 124.620 l'anno 1798 tutta la costruzione con le proprieta' connesse. Costui acquisto' il castello per rinvedirne gli splendori e fece addirittura inserire il suo stemma a fianco di quello dei Lampugnani nei cartigli di famiglia. A lui si devono le intonacature delle torri di destra con affrescati dei motivi floreali stile impero. Nel 1925 l'Ing. Sutermeister rinvenne nella stessa torre moltissime figure animali e decorative in cotto per fasce e modanature che, oltre 50 anni dopo l'acquisto, dovevano essere messe in opera per trasformare le facciate del castello nello stile infelice della meta' del sec. XIX. Tuttavia il caso o il buon senso fecero desistere da tale lavoro sia gli affrescatori che i muratori. Ma una ben piu' grave disgrazia si abbatte' sul castello. I Cornaggia ad un certo punto si convertirono alle usanze cittadine e trasferirono l'abitazione in Milano, abbandonando il castello che avevano trasformato in casa di soggiorno, aggiungendo una grande spianata a terrazzo sul lato sud, interrompendo le mura, eliminando le torri posteriori e creando delle balaustre lungo i lati prospicienti l'Olona. Essendo grandi le proprieta' agricole legate al castello, essi pensarono di istallarvi un allevamento di bovini (circa 50), edificando stalle a sud e fienili in centro al cortile. Il materiale per queste costruzioni venne sottratto alle merlature ed alle torri distrutte. Dal 1900 in poi la proprieta' venne abitata dai contadini e dal mezzadro, i quali si installarono, facendo tramezzature negli ambienti ed usando malamente lo stabile, senza operarvi mai manutenzioni.
In tali condizioni il castello e' pervenuto all'amministrazione comunale di Legnano, che aveva fatto vari tentativi per acquistarlo e ricuperarlo a pubblico uso.
Nel 1963, dopo lunghe trattative, fu stipulato col Cornaggia un compromesso di cessione, che venne modificato, nella sostanza e nella forma successivamente, anche per un intervento dell'autorita' tutoria. La cessione fu perfezionata negli anni successivi con vari compromessi tenuto anche conto della destinazione a parco e area di servizi data dal piano regolatore alla zona circostante il castello. Il Comune ha potuto avere piena disponibilita' dell'immobile e di circa 240.000 metri quadri di terreno soltanto nel 1973.
Da quel momento l'Amministrazione comunale ha sempre avuto la volonta' di recuperarlo, ma le condizioni in cui si trovava il castello erano tali da richiedere un impiego notevole di denaro e gli anni della crisi finanziaria degli enti locali sono arrivati prima che si potesse tentare un qualunque intervento sia pur conservativo.
Durante l'amministrazione Accorsi era stato indetto un concorso di idee per i restauri e per l'utilizzazione del castello e del parco circostante. Il vasto giardino pubblico che si estende attualmente tra la strada carrozzabile che costeggia il lato ovest del maniero e la costa di S.Giorgio, e' stato il primo passo compiuto verso il risanamento e la valorizzazione di questa zona ad uso pubblico.
Colla amministrazione presieduta dal Sindaco Franco Crespi, per una iniziativa venuta dalla base, che ha raccolto l'adesione di varie associazioni ed enti cittadini, si e' costituito, presieduto dallo stesso Sindaco, un comitato per la salvaguardia e il recupero del castello visconteo di Legnano. Fu aperta in primo luogo una pubblica sottoscrizione e fu elaborato un piano esecutivo per le opere di primo intervento in vista del restauro del complesso, secondo un progetto inoltrato alla Regione e alla Sovrintendenza, per le rispettive competenze.
 
 
 
 
 
 
 
 
Il Castello di Legnano
Da Memorie n. 8
 
Le "Memorie" della Societa' Arte e Storia hanno raccolto nel corso di alcuni decenni una massa di notizie precise, che hanno illuminato le vicende della nostra citta' in epoche lontane e prima sconosciute. Dalla storia Legnanese nel secolo scorso si conosceva soltanto la "Battaglia", grazie all'entusiasmo dei patrioti e dei poeti del Risorgimento, che ne avevano fatto  un simbolo delle virtu' italiche. Solo alcuni nostri concittadini - o meglio compaesani - come il maestro Pirovano, cominciarono a raccogliere qualche cimelio dell'eta' romana, di cui il suolo legnanese e a poca profondita' celava in quantita' notevoli.  Dobbiamo pero' all'azione assidue ed appassionata dell'Ingegner Guido Sutermeister lo studio sistematico, lo scavo e la raccolta delle testimonianze piu' antiche, conservate poi nel Museo Legnanese. Agli studi archeologici il Sutermeister aggiunse con profitto anche quelli della Legnano medievale, rinascimentale e moderna, pubblicati via via nelle "Memorie". In particolare la storia del castello Visconteo, fu da lui ricostruita e chiarita sulla base di una vasta documentazione d'archivio. Purtroppo dette "memorie" sono poco note e diversi numeri sono esauriti. Lodevolissima e' dunque la decisione del benemerito "Lyonnes Club Legnano Cisalpino" di ripresentare gli scritti del Sutermeister contenuti nelle memorie n. 8 in una nuova veste tipografica e metterla a disposizione di un piu' vasto pubblico.
Ai testi del Sutermeister si aggiungono in appendice alcuni documenti sul Castello recentemente estratti dall'Archivio di Stato di Milano e gia' dal sottoscritto pubblicati nel "profilo Storico della citta' di Legnano". Benche' il testo sia alquanto ostico alla lettura, il contenuto appare interessante.
  AUGUSTO MARINONI
 
NUOVI DOCUMENTI SUL CASTELLO
Da Memorie n. 8
 
Nel 1526, un anno dopo la battaglia di Pavia, il Capitano del Seprio, Giovanni Arcimboldi, residente a Gallarate e sotto la cui giurisdizione si trova Legnano, invia una lettera alle autorita' milanesi in dichiara di non essere grado di compiere il suo dovere se non dispone di un castello in cui rifugiarsi in caso di grave minaccia, e da cui partire con i suoi soldati alla ricerca dei malfattori. La soluzione migliore e' quella di poter usare il Castello di San Giorgio su Legnano, di cui e' proprietario Oldrado Lampugnani. Grandi sarebbero i vantaggi per i Legnanesi, i quali sono costretti a versare molto denaro agli Spagnoli che dominano Abbiategrasso. Stando io in quel castello, di l'Arcinboldi, difendero' cosi' bene Legnano sia dalla parte di Milano che da quella di Gallarate, che non dovra' piu' pagare nessun tributo agli Spagnoli, ma soltanto la paga dei soldati difensori.
Tutto questo il Capitano ha gia' spiegato al signor Oldrado, il quale e' disposto ad alloggirar nel Castello il solo Capitano senza i soldati; primo perche' ha un figlio a Madrid, secondo perche' non ci sarebbe posto pr i soldati, terzo perche' avendo gia' risposto negativamente alle richieste degli Spagnoli e del Duca d'Urbino, non si puo' dire si' a nessuno.
Illustrissimo ed excellentissimo Signore, Signore mio singularissimo, volendo io exeguire la commissione pr vostra excellentia ad me concessa, et non atrovando nel paese dil Seprio loco piu' habille et comodo del loco et castello de Legnano, si pr proibire che le victuaglie non siano conducte alli inimici, quanto ancora per proibire alla grande contribuzione quale  dicto paese  presta a li Spagnoli di Abbiate, quanto ancora èper alloggiare mia compagnia, ho richiesto dicto castello al Signor Oldrado Lampugnano in nome di Quella, fazendogli intendere il gran proficto quale se faria al paese, se 'l mi havesse concesso dicto castello. Me ha risposto, non volendo dare per alogiare soldati, quanto per me, cossi' como amico, senza alcuna compagnia me l'ha offerto. Et li rispecti pr li quali non lo volle dare sono questi: primo che ha lo suo figlio in Spagna, secundo che non ha altra habitazione, et che gli e' stato richiesto dal Signor Duca di Urbino, et ancora de Spagnoli, et che non l'ha voluto concedere ad niuno. Pertanto mi e' parso dare avviso ad Vostra Excellentia per farli intendere, quando non se habbi ditto castello, non se potra' bene eseguire la prefata commissione per esere dicto loco piu' vicino a Milano, Como et Abbiate Grasso che loco ove mi possa alloggiare, et ancora per proibire alle dicte gran contributione, quale se ne danno agli Spagnoli, alle quale contributione se non se li prevede, non si potra' pagare i soldati, perche' il loro pagamento se ha ad fare sopra la contributione del paese, come sa Vostra Excellentia. Donde Quella, se li pari, potra' scrivere una litera al prefato Signor Oldrado, qual voglia conceder dicto castello, et quanto piu' presto, ad cio' se possa eseguire quanto se ha a fare, advisando Vostra Excellentia che, quando si habbi dicto castello, defender0 talmente dicto paese, si' verso Milano quanto ancora verso Gallarate, che non pagara' contributione a dicti Spagnoli ne' alcune altre spese, ma sollo quelle se scoderanno per pagare li soldati, quali non saranno de le quattro parte una se paghino ad epsi Spagnoli.
Non altro. Ad Vostra Excellentissima humilmente mi raccomando
  Da Gallara' alli 29 ottobre 1526
  Di Vostra Illustrissima Signoria
      Umile servitore
      Gioanne Arcinboldo
 
Qualche giorno dopo e' successo un fatto grave. Il Capitano da tempo preparava la cattura di un falsario, tale Bonifatio Visconte. Informato della sua presenza a Sesto Calende in casa del fratello, l'Arcinboldi vi si reca di notte, circondata la casa vi si irrompe. Ma trova soltanto messer Alberto, il fratello ammalato del criminale, il quale all'alba appare sull'altra sponda del Ticino ed urla improperi contro il Capitano. Questi approfitta ora per aggiungere al rapporto una nuova preghiera al Duca, perche' insista presso Oldrado e gli ottenga il permesso di servirsi del Castello, oppure ottenga quello di Fagnano. Ci sarebbe anche una soluzione di ripiego: in convento di San Angelo in Legnano, ma trattandosi di un convento occorre il permesso speciale del Duca.
 
Per un'altra via ho advisato Vostra Excellentia si' come haveva richiesto ad Illustrissimo Magnifico Messer Oldrado, che volesse in nome di Quella, concederme il Castello di Sanctio Giorgio, loco ottimo a questa impresa, ad cio' che potesse exeguire quanto haveva in commissione da Quella, et che epso Messer Oldrado ha recusato darlo. Ho ancora richiesto de entrare in el castello di Fagnano. Mi son date  se non parole, di sorte che sino ad hora non vedo via potere intrare ne' in l'uno ne' in l'altro, et me ritrovo potere stare mal securo qua  circa per non havere loco dove me possa redurre ad uno bisogno. Pero' iterum supplico Vistra Excellentia che voglia scrivere ad esso Messer Oldrado che voglia darme esso castello, quale e' loco piu' apto ad questa impresa, che si possa ritrovare, et non potenfo havere esso castello,  per non stare cossi' malsicuro, similmente si digna scrivere al Magnifico Messer Joanne Baptista Visconte, patrone de quello de Fagnano, che me lo voglia concedere, ad cio' possa haverne uno. Ho ritrovato uno monasterio di frati di Sancto Angelo di Legnano, qual'e' loco assai comodo per redursi et starli per corrarie. Per essere loco de chiesia non li sono voluto entrare senza spetial licentia di Vostra Excellentia; pero' a Quella piacia darme commissione poterli entrare, occorrendo bisogno.
De le cose che occorreranno da uqa, alla giornata ne adviser' Vostra Excellentia, alla quale humilmente me ricomando.
Gallarete, tertio novembris 1526.
 
Due giorni dopo il povero capitano deve riferire di un altro insuccesso. Portato Messer Alberto a Gallarate, giunge notizia che a mezzo miglio di distanza gli erano certi Spagnoli imboscati. Et io, prima lasssato quattro fanti alla custodia d'esso messer Alberto, et piu' ancora il consignai et comandai alkli consuli et homini di dicto loco di Gallarate che soto pena de rebellione tenessero in bona custodia messer Alberto. Invece al suo ritorno l'Arcinboldi trova che messer Alberto e' stato liberato con l'aiuto dei  traditori gallaratesi.  Se io avesse hauto qua loco securo dove fusse possuto mettere entro messer Alberto, non seria robato. Pero' la supplico at fare scrivere al signor Oldrado me dia quello de Sanctio Giorgio, overo al signo Gioani Baptista Visconti, me dia quello di Fagnano, pero' sono piu' comodi, sono qua vicini; altramente si sta con grande periculo de inimici, perche' non si ha ddove retrarsi occorrendo.
Al 22 dello stesso mese di novembre l'Arcimboldo scrive da Varese, ricordando una sua lettera (probabilmente oggi perduta) in cui riferiva circa un assalto fatto dai nemici al castello di Legnano.
Per un'altra mia de 19 del presente scripsi ad Vostra Excellentia si como li nemici erano scorsi al castello de Sanctio Giorgio per intrarli, ma non introrno. Niente de meno penso esser il sito, pero' sono scorsi piu' avanti. Frase un po' involuta, il cui senso e: non poterono entrare a causa del "sito" ossia la robustezza del castello, "pero", (ossia percio') passarono oltre. Il seguito della lettera puo' dare l'idea delle penose condizioni del territorio e delle sofferenze della popolazione causate dal passaggio continuo di eserciti nemici. Il Capitano dovrebbe ultimare il castello di Ierago, loco deputato per mi et mia compagnia, perche' non se n'e' possuto havere de li altri piu' comodi qua, (cioe' non e' riuscito ad avere il castello di legnano) ma le difficolta' sono tremende. Ha saputo che il Capitano Zucaro con cavalli circa tercento era gionto in Gallera', et che ivi monstro' una patente del Duca di Borbone de alogiare nel Seprio, et de riscotere le contributione, et poi se parti' di li' et ando' ad Cassiano (Cassano) dove in questa nocte e' alloggiato. In Bustyo Grande li sono venuti circa ad 500 fanti, quali ancora stanno ivi, et Bonifactio hieri sera gionse al Castelleto con quatro bandere de fanti et certi cavalli, che ivi volevano passare Ticino et venire sopra il Seprio et ad quale fino io non lo so.
Non si accenna a Legnano che probabilmente in quell'occasione fu rusparmiata, ma nel corso di due secoli questi episodi si sini frequentemente ripetuti creando situazioni spesso drammatiche e disagi che stremarono intere generazioni.
 
 
 
ORIGINI DEL CASTELLO DI LEGNANO
Da Memorie n. 8
 
La zona che circondava Milano, fu disseminata durante la Signoria dei Visconti, dai castelli collocati nei vari centri rurali dove i membri della vastissima Famiglia possedevano vaste proprieta' agricole. Tali castelli servivano ai loro proprietari come luogo di soggiorno estivo, per sfuggire agli inconvenienti della Metropoli  nella stagione calda (basti pensare alle vie strette della Milano d'allora ed all'uso dell'acqua dei pozzi) ma nello stesso tempo servivano come punto d'appoggio per le battute di caccia nei boschi vicini, lo sport che era tanto in voga nel tre quattrocento, e forse non ultimo, permettevano loro di passare lieti soggiorni agresti, nel mezzo delle loro proprieta' durante il periodo dei raccolti.
Ma i castelli, quale piu', quale meno, furono tutti sistemati a luogo di difesa, per le necessita' di quei tempi, in cui le lotte civili e fratricide e le incursioni di armati forestieri, (attirati non di rado dai contendenti stessi) erano all'ordine del giorno.
Nel nostro settore dell'Alto Milanese, ve ne erano buon numero di castelli, e molti di essi si sono conservati sino a noi. Legnano, Crenna, Somma, Orago, Cassano, Fagnano, Turbigo si onorano di possedere ancora il loro castello, mentre Busto, Gallarate, Saronno ed altri lo ebbero, ma ne fu distrutto coll'andare dei tempi.
Al di la' della ragione predetta, cui dovevano la loro esistenza, sta' pero' una ragione di carattere generale che non va trascurata: essi rappresentavano su un vasto perimetro intorno a Milano, le sentinelle fedeli avanzate della Signoria Viscontea.
Quindi la loro vita subiva le vicissitudini di quella della Metropoli e se i nemici interni o forestieri sferravano attacchi a Milano, questi colpivano o si ripercuotevano anche su di essi e sui borghi da essi denominati.
Ci e' percio'' apparso utile aggiungere al fascicolo "documenti" una rapida esposizione cronologica Ricavato in estratto dalla Cronologia di Milano del Gargantini.) di tutti gli avvenimenti che turbarono Milano dal 1277 al 1500, cioe' nel periodo della Signoria dei Visconti e degli Sforza che e' quello che maggiormente ci interessa nei riflessi di Legnano e del Castello.
* * *
L'ubicazione del castello di Legnano, nella zona a sud della citta', nella biforcazione creata dai due rami dell'Olona che sono contornati da  alte file di pioppi e betulle, fa si che esso sia poco visibile, sia per chi percorra la grande antica via del Sempione, come per chi transita colla moderna ferrovia Milano-Gallarate. Quindi esso e' ed era appartato dalle grandi linee per cui e' poco conosciuto benche', come vedremo, e tutt'altro che privo di interesse.
Esso ha una sua storia anche se non roboante di molte battaglie ed ha pure i suoi meriti artistici come diremo.
La costruzione  della parte maggiore del Castello risale ad Ottone Visconti, Arcivescovo e Signore di Milano dal 1277 al 1295, colui che abbatte' il dominio dei Torriani su Milano. Il Bugati, storico del 1500, dice che fu costruito da Ottone Visconti come pure quelli di Angera e di Cassano Magnago) Gli Arcivescovi avevano anche prima di Ottone grandi possedimenti i Legnano, talche' si usa considerarli addirittura come feudatari dell'antico borgo. Un documento del 1346 parla della "Corte di Legnano" anziche' del "Borgo di Legnano" come e' uso generale per tutti gli altri luoghi di egual importanza nella zona.
Si dice che Erlembardo Cotta, pure Arcivescovo di Milano, possedesse gia' sin dalla meta' del sec. XI, un castello in Legnano, nel quale si rifugio' San Arialdo perseguitato dai simoniaci che egli aveva aspramente combattuto per restaurare la moralita' fra i religiosi. Non sappiamo che il Castello dei Cotta esistesse la' dove poi sorse questo di cui ci occupiamo, o se quello invece fosse dove Leone da Perego pure Arcivescovo di Milano, morto nel 1257 in Legnano, costrui' il Palazzo della Mensa Arcivescovile del quale qualche vestigia e' ancora conservata. Vedi il suo disegno nella fase. "La Tomba di Leone da Perego" edito nella nostra Sezione Legnacee del 1939.).
Ad ogni modo e' evidentissima la continuita' del possesso Legnanese degli Arcivescovi e risulta che la dimora di Legnano rappresentava  per essi un luogo di soggiorno estivo, oltre che di interesse per i loro redditi rurali. Diversi convegni furono qui da essi convocati.
I tempi erano molto agitati sotto Ottone Visconti. Egli aveva si rovesciato da Milano Napo Torriani, ma la minaccia del ritorno di sorpresa era sempre latente. La posizione da lui scelta per erigere il castello, corrispondeva oltre a quanto detto, anche alla posizione  naturale dei due rami dell'Olona che aprendosi a V intorno, se non rappresentavano che una debole difesa naturale, offrivano invece il mezzo sicuro e rapidissimo per allagare il fossato e renderlo impenetrabile anche di inverno durante il gelo (basta infatti togliere l'acqua per fare cadere il ghiaccio, e poi rimetterla al momento opportuno).
Si potrebbe obiettare che Ottone avrebbe potuto raggiungere un'analoga difesa per mezzo dell'Olona anche nel centro di Legnano, trasformando il Palazzo suo in Castello con fossato. Perche' non lo fece?. E' difficile rispondere. Forse il luogo del palazzo non si prestava al suo programma senza una distruzione di case che apparve eccessiva nel piccolo borgo di allora, delimitato come era a sud ed a ovest dalle vie Palestro, via Ponte Carrato, via Milano il cui arco indica appunto il perimetro antico, assai vicino a tale palazzo.
Dopo Ottone Visconti, il castello seguito' ad essere possesso dei Signori di Milano, e tutte le vicissitudini dei Visconti ebbero la loro eco in Legnano che fu teatro di riunioni politiche, di raduni militari, di travolgimenti. Legnano era sempre stata fedele alla Signoria Viscontea, specialmente per opera della famiglia Lampugnani che vi si era insediata sin dalla fine del 1300 e godeva di molti privilegi e della piu' alta reputazione, per aver dato all'Arcivescovo di Milano, diversi Abati del Monastero di san Ambrogio, e capitani, e giuristi, e magistrati di governo, sia sotto il Comune, come sotto le Signorie Viscontee e Sforzesche.
Una visita odierna all'interno dei locali, mentre rivela uno stato di esercizio attuale poco edificante., da' la visione di una grande abitazione signorile ben munita di sale e saloni. Si' una abitazione di signori fu essa certamente, ma oggi e' pietosamente decaduta  da che i proprietari ne usano per dare alloggio ai contadini della vasta  tenuta agricola circostante, in odio ai sentimenti della popolazione Legnacee ed ai sentimenti che gli stessi proprietari, come discendenti di una nobile prosapia potrebbe coltivare per perpetuare il retaggio della loro nobilta'.
 
LA DENOMINAZIONE "CASTELLO DI LEGNANO"
Da Memorie n. 8
 
Il Castello che oggi chiamasi "di Legnano" nei documenti del sec. XIV XV XVI e' invece detto "Castrum Sancti Georgii" Non siamo sicuri se intendere tale denominazione semplicemente come "dedicazione" a San Giorgio o se per caso il nome provenisse da una relazione col non lontano paese di San Giorgio su Legnano odierno. Facciamo un po' di analisi:
1° - La chiesetta padronale contenuta nel Castello e' dedicata a San Giorgio. E' vero che essa come la vediamo oggi e' di costruzione dei primi anni del 1800 cioe' fu fatta costruire dai Marchesi Cornaggia quando presero possesso del Castello. Ma risulta dal manoscritto del Prevosto Pozzi (1628) con molti particolari esatti, che un'altra chiesa esisteva da lungo, essendo stata eretta dall'Oldrado Lampugnani del fu Gio Andrea nel 1515 e dotata di messa quotidiana.
2° - Il paese di San Giorgio nei documenti dell'albore del 1400 e' segnato talvolta come "locus Sancti Plebis Parabiagi Duc. Mlni" e talvolta come "Cascina Sancti Georgi Plebis Parabiagi Duc. Mlni" ed il territorio della cascina o loco di San Giorgio giungeva sino alla "Costa di San Giorgio".
3° - Invece e' decisivo il fatto che i terreni irrigui del pianoro che circondava il Castello sono segnati sui documenti della stessa epoca "sitae in territorio Burri Legnano ubi dicitur... ecc.". Quindi sin d'allora il Castello sorgeva in territorio sottoposto a Legnano.
Conclusione: La denominazione "Castello di San Giorgio" va intesa dunque come un omaggio al Santo se non per rapporti col "Locus Sancti Georgii" che non e' molto lontano ma non ha, ne' ebbe, alcun rapporto con i terreni della zona del Castello. Il castello era dunque dedicato a San Giorgio che e' proprio il protettore degli Arcieri e dei Cavalieri. Coi' segue usi e costumi professati dalla cristiania' di tutte le epoche, ma in particolare da quella del medio evo, epoca che ci interessa qui.
 
I PASSAGGI SOTTERRANEI FRA IL CASTELLO DI LEGNANO E I LUOGHI VICINI
Da Memorie n. 8
 
In quasi tutte le nostre borgate si parla di passaggi sotterranei che furono notati  nell'andare dei tempi nascenti da qualche cantina dei palazzotti. Essi esistono realmente, ma invariabilmente questi cunicoli risultano accessibili per soli pochi metri, poi sono ostruiti da franamenti del soprastrato. Si tratta di opere che ebbero ragione di esistere nei sec. XIV e XV.
Anche nel castello di Legnano viene additata nella caneva (il deposito per la neve a servire per gli usi domestici estivi, una cisterna profonda oltre otto metri e quindi piu' profonda del vallo che la circonda), una portina che fu murata quando la cisterna venne adibita a caneva, la quale portina e' ubicata in direzione di San Vittore e si ritiene rappresenti l'andata del cunicolo che fu identificato in San Vittore stesso, nella casa dei nobili del 1400 che trovasi in via Magenta 2. In questa casa, sul cui arco di ingresso fa bella mostra uno stemma di famiglia non ancora sicuramente identificato ( Famiglia Forni - o la-Mairola o Lampugnani?) attualmente di proprieta'' degli eredi dell'Ingegner dell'Acqua, vi e' infatti nella cantina un cunicolo che si estende in direzione del Castello, ma e' tosto ostruito da terreno franato. E' noto che vi erano i nobili Lampugnani residenti a San Vittore ed a Cerro, dei quali tuttavia parleremo ancora; cio' ci induce a pensare che tale cunicolo si ramificasse anche alle case di tali signori.
Anche dall'altro lato, verso San Giorgio, vi e' luogo a credere che vi fosse analogo cunicolo. Se ne parla in San Giorgio, ove il punto di arrivo poteva essere in quella casa detta "della Regina" sulla quale sino al 1930 si vedeva infisso uno stemma Visconteo che fu poi asportato da un antiquario e poi disperso.
Pero' anche i Crivelli possedevano in San Giorgio un "sedimen Magno" che vendettero all'Oldrado Lampugnani quando nel 1426 gli vendettero alcuni sedimi nel Castello e molti terreni circostanti. Il cunicolo era forse in comune per i Visconti ed i Crivelli?.
Rilevero' inoltre l'osservazione fatta da un contadino, che in un suo podere che trovasi esattamente sulla linea di congiunzione fra San Giorgio e il Castello di Legnano, vi e' un misterioso vuoto sotterraneo che risuona battendo il terreno col pal di ferro.
Cose che il tempo permettera' certamente di indagare opportunamente. In quei tempi alquanto oscuri per le continue guerriglie civili e militari, la possibilita' di mutuo aiuto fra i Signori delle vicinanze era per essi garanzia contro sorprese improvvise.
 
DESCRIZIONE DEL CASTELLO DI LEGNANO
Da Memorie n. 8
 
Ad integrazione di quanto ben vedesi nelle illustrazioni e disegni che accompagnano questa monografia, faremo qui di seguito un esame delle singole parti che costituiscono il castello.
Il gruppo di fabbricati sorge su un'area di m. 75x70 delimitata dal robusto muraglione in mattoni del vallo, alto m. 5,20 dal fondo della fossa e dallo spessore di 1 a 2 metri. Un cammino di ronda corre internamente sul muraglione, ad altezza quasi pari al terreno interno; il muraglione e' sopraelevato per circa tre metri da un muro di minore spessore fatto a merli ghibellini per proteggere i movimenti dei difensori interni. Questo sopraelevamento manca in molta parte del muraglione, per le distruzioni avvenute nel tempo.
LE TORRI.
Nei due angoli frontali  del muraglione e in due punti equidistanti dei tratti laterali paralleli, vi sono simmetricamente disposte quattro torri, rotonde all'esterno ma appiattite verso l'interno. Esse sono alte 12,5 metri ed hanno un diametro di 5,50 metri nella parte alta.
Le torri erano pero' sei originariamente Esistevano tutte all'epoca del Prevosto Pozzo, come si rileva dal suo manoscritto) e due o sono crollate o comunque furono demolite sin dalle fondamenta, perche' nessuna traccia di esse e' attualmente riconoscibile.  Anche l'esame della planimetria generale fa supporre le altre due torri avessero esistito agli altri due angoli oggi nudi del quadrilatero periferico.
Le torri sono munite  di feritoia all'altezza del cammino di ronda, sistemate nelle adatte direzioni per impedire con il fuoco i tentativi di scalata del vallo, ed hanno in un piano superiore ampie aperture uso merlature sottotetto, per analogo scopo. Esse sono in mattone come tutta la costruzione del castello, ma una, quella di ponente nella facciata, rivela nella sua periferia esterna avanzi di intonacatura e di affrescature decorative  a base di festoni di fiori sorretti da anelli. Ma quasi tutto e' svanito e solo si riesce a capire che trattasi di una decorazione stile impero, che sarebbe stata in stridente contrasto con la severita' di tutta la costruzione lombarda a mattone in vista. Il nostro pensiero corre ad attribuire a Carlo Cornaggia, acquirente del castello nel 1708, l'intenzione di affrescare stile impero le torri e chissa' quale altre parti; ma fortunatamente all'intenzione segui' probabilmente solo l'esperimento su di una torre quella che ci rivela le tracce di cui dicemmo, perche' altro non vi si trova. L'intenzione aveva perdurato a lungo perche', abbandonate nel vano della stessa torre trovammo ammassati, nel 1925, moltissimi elementi di cotto per fasce decorative e modanature che oltre 50 anni dopo si dovevano aggiungere alle torri per la trasformazione nello stile infelice della meta del sec. XIX.
Il torrione di ingresso
E' l'elemento che piu' risalta attualmente all'occhio del visitatore, per la severita'' della sua robusta linea e perche' dimostra immediatamente la purezza incontaminata della sua costruzione. Ma contrariamente a quanto si credette sin qui', il torrione non fa parte della costruzione di Ottone Visconti. Esso e' di costruzione del 1400. Vedremo fra poco che la parte costruita nel 1300 aveva un'altra torre di ingresso. Questa di cui ci occupiamo va assegnata all'Oldrado Lampugnani e quindi fa parte dei lavori di fortificazione da lui fatti nel 1445 come risultano dalla lettera ducale di autorizzazione gia'' riferita e qui' allegata nei documenti col n. 249. Su cio'' non sussiste piu' dubbio. Basta infatti esaminare gli analoghi portoni a ponte levatoio costruiti nel Castello di Milano sotto Francesco Sforza, 1450 1466; basta osservare che anche la' furono adottate le torri rotonde, sia pure piu' lussuose, per convincersi che tutta l'opera perimetrale che contorna il Castello di Legnano e' della stessa epoca.
Ha la base rettangolare di 92x14 metri e l'altezza di 16,5 metri sul piano stradale. Era munito di ponte levatoio e di ballerina pedonale, nonche' di serranda interna di sicurezza. Gli elementi nobili di tale attrezzatura mancano oggi, ma la costruzione e' sempre pronta a ricevere gli equivalenti nuovi. Nell'interno della torre vi e' al piano terreno una bilancia a ponte moderna per carri, poiche' quella originale di 24 braccia nominata all'atto di acquisto dell'Oldrado non vi e' piu'. Nel piano superiore vi sono due stanzette d'abitazione e piu' su, un solaio aperto, perche' la torre termina a merlature ghibelline sovra le quali riposa il tetto a largo spiovente. Sulla facciata del torrione si vedono tracce di intonaco e di un grande affresco irriconoscibile, che tanto poteva essere una figurazione di santi (San Giorgio?) come lo stemma d'un tardo proprietario. Cosi' poco vi e' ancora di esso che e' meglio rinunciare a voler capire qualcosa.
Invece una bella lapide di metri 1x1,2 in marmo di Candoglia trovasi inserita in alto sulla facciata stessa e reca lo stemma dell'Oldrado Lampugnani primo possessore civile del Castello . Lo scudo sannitico inclinato, e' attraversato in banda dalla ben nota fascia a scacchi dei Lampugnani; ha l'aquila imperiale in capo, onorificenza che riteniamo sia stata da lui acquisita per le importanti parti diplomatiche e militari da lui condotte per il suo Signore, che come e' noto aveva il titolo di Vicario Imperiale, gia'' assegnato dal Re dei Romani Venceslao al padre Gian Galeazzo nel 1395 con diritto di successione.
Il cimiero ornato nel collo di una piccola croce gerosolimitana e con otto ampi svolazzi, si erge sopra lo scudo ed e' a sua volta sormontato da due ulteriori pezze araldiche di distinzione: un cestello nel quale e' assisa una pecorella alata la quale tiene in bocca una camarra Nel Castello di Milano e' esposta in una sala una lapidetta di circa 35x45 cm con una figurazione di una camarra, isolata. Essa porta il N°. d'ordine d'ingresso N°. 1281 ma non se ne conosce la provenienza; si ritiene possa venire dalla Chiesa di Santa Maria del Carmine. Fu descritta in Arch. Stor. Lomb. 1895 pag. 464 e riprodotto nel Malag. Valeri. La Corte di Lud. il Moro. Vol. IV pag. 181.); una grande pigna di curiosa stilizzazione a foglie increspate, che la fanno assomigliare a un cavolino di Bruxelles in scala decupla. Questa pigna e' posta sul dorso della pecorella predetta In altre figurazioni dello stemma araldico, eseguite forse con arbitrio d'interpretazione, la pigna e' scambiata con un pino. Cio' ci richiama d'impresa del pino usata da Gian Galeazzo nelle sue espressioni araldiche.).
Nel campo della lapide due iniziali gotiche in rilievo segnano il nome del titolare: O.L., Oldrado Lampugnani.
Tali pezze araldiche corrispondono ad altrettante onorificenze o titoli di merito che l'Oldrado ebbe.
La croce di malta, forse si rapporta alla relazioni che egli ebbe con il re di Cipro per i possessi che Valentina Visconti aveva in quelle terre. La pecorella assisa, simbolo di fedelta' (al regime Visconteo). La camarra, attrezzo che allora di poneva in bocca ai cavalli focosi per domarli, e' simbolo di comando delle forze di cavalleria. Non conosciamo gli attributi corrispondenti alla pigna al pino. Di fronte a questo stemma tanto ricco di elementi, desta sorpresa che nelle pietre tombali del suo cenolafio nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Milano, diversi elementi araldici siano omessi; vi troviamo soltanto (tav 15) quello della camarra, cui anzi e' dato un piu' ampio spazio decorativo.
Al torrione di ingresso erano addossati a destra di chi entra, talune costruzioni, fra cui la scala in sasso, una rampa coperta, che conduceva al suo piano superiore. Da un certo punto di tale rampa, per un ballatoio esterno si accedeva al locale sopra l'ingresso principale. Ma tali costruzioni originali, sono scomparse, forse quando venne costruita li presso la chiesina dedicata a San Giorgio (dal Carlo Cornaggia) e le costruzioni minuscole ed indegne di conservazione che ivi oggi troviamo.
Un esame del lato destro del torrione, lascia infatti ben comprendere lo sviluppo delle costruzioni antiche originali. Nel progetto di restauro esse sono idealmente ricostruite, ripristinando lo stato del 1400.
 
Il fabbricato principale trecentesco
 
Entrando dal portone del torrione si presenta a tutta destra e di facciata un grande palazzo signorile ad angolo che tosto accusa diverse epoche di costruzione. Una prima parte e' trecentesca; la seconda parte e il braccio ad angolo appaiono di stile barocco ma tuttavia di una sobria linea; e di esso ne riparleremo.
La primissima parte, per una lunghezza di m. 20 e' evidentemente dell'epoca di Ottone Visconti; in essa tutte le finestre sono ad arco a tutto centro, ma gli archi sono con mattoni cuneiformi a spessore radiale crescente verso la sommita' dell'arco. I mattoni stessi sono di ottimo materiale duro e compatto ed hanno egregiamente resistito alle intemperie, Purtroppo, molte finestre hanno subito distruzioni parziali o totali per i capricci umani di portare varianti; un fatto comune a tutte le antiche costruzioni. Il fabbricato era a due piani, e possedeva un ampio cantinato semisotterraneo, adattissimo come camerone per una imponente scorta di armati.
Segue a questa parte maggiore, un tratto di fabbricato a base quadrata, con un lato esattamente eguale allo spessore del contiguo fabbricato ora detto cioe' di m. 7,5, il quale ha tutta l'apparenza di essere stato la torre di accesso al castello prima della costruzione del bel torrione attuale e del vallo murato. Un esame della sua muratura rivela che esso fu costruito dopo il grande fabbricato cui esso e' appoggiato in continuazione, tuttavia prima di quello che gli segue e che tanto esattamente gli si unisce, che il gruppo dei tre corpi forma un apparentemente tutto unico. Questa torre, perche' altro non poteva essere, ha oggi la stessa altezza del fabbricato vicino; il tetto ne e' unico con esso, e persino l'altezza dei pavimenti e' poco differente.
Ma questa torre, le cui porte principali sono costituite, secondo lo stile trecentesco, da archi a tutto centro formati da bei mattoni cuneiformi in quattro ordini di cerchi concentrici di spessore radiale variabile e con tasselli e serraglie d'arco in calcare duro di Viggiu', avra' certamente avuto un piano superiore a merlature, secondo lo stile caratteristico comune a molti cassi che si sono conservati anche nella nostra zona. Nel disegnino diamo una riproduzione, di cio'' che e' conservato, mentre nella tavola 24 riproduciamo un cassio che trovasi a 1 Km. a sud del castello, chiamato "La Cassinetta di Canegrate". Essa costituiva certamente l'ingresso piu' antico del castello, rivolto verso ponente nella stradetta che da un lato conduce ai mulini di sotto ed alle vaste distese di campi appartenenti al castello, e dall'altra parte a Legnano.
Vorremmo ritenere che questa torre sia posteriore al possesso di Ottone Visconti, ma con molta verosimiglianza sia pero' precedente al possesso dell'Oldrado Lampugnani.
Di certo vi e' solo, che siccome tale costruzione non e' elencata nell'Atto di vendita del 1426 dai Crivelli all'Oldrado, essa non esisteva ancora, o faceva parte sin d'allora della parte che essendo di possesso dei Visconti venne ceduta piu' tardi all'Oldrado. Per riguardo allo stile, ambedue i casi sono possibili.
A questa torre fa seguito come dicemmo, un altro corpo di fabbricato di eguale spessore e non di molto maggiore altezza, costruito dall'Oldrado, lungo circa 30 m. diritto, e con altri m. 24 in un'ala a squadra, la quale ultima resta colla sua facciata esattamente di fronte a chi entra dal torrione maggiore nella corte del castello e che chiameremo l'ala di mezzodi'.
La prima parte di questo fabbricato ad angolo ossia quella che ha le facciate a levante ed a ponente,  nel suo lato di ponente lascia riconoscere in alcuni punti di aver posseduto finestre a bifora di stile nettamente sforzesco, con il rettangolo affrescato a medaglioni, soprastante alla bifora ogivale. Ma nella sua facciata di levante nulla di cio'' lascia vedere, perche' essa e' stata tuttavia intonacata e non solo, ma le finestre tutte modificate nel 1547 dall'Oldrado III nello stile neo barocco cui gia'' accennammo.
Anche l'ala di mezzogiorno e' nello stesso stile, ed ha in piu' dei balconcini ad ogni finestra del piano superiore che sono graziosi pur essendo come tutto il fabbricato, contrastante colla costruzione lombarda della parte maggiore dei fabbricati.
Quest'ala di fabbricato, e' affrescata su ambedue le facciate di settentrione e di mezzodi' con grandi pannelli a chiaro-scuro divisi da lesene contenenti trofei ornamentali di varia natura. Purtroppo, tutto e' molto sbiadito per l'azione delle intemperie e di difficile interpretazione.
Nella facciata di mezzodi' si riconoscono nei pannelli, le scene simboliche artigiane dei mesi dell'anno, e nelle lesene il motivo ornamentale dei gruppi di istrumenti musicali a fasci incrociati.
Nella facciata a settentrione troviamo nei pannelli delle figure simboliche di animali chimerici sopra i quali pendono degli stemmi a cartoccio quasi del tutto svaniti.
Su questa facciata vi e' poi al lato sinistro, in sovrapposizione sugli affreschi predetti, un grande stemma dei Lampugnani, di epoca tarda, quale era usato da Francesco Maria Lampugnani (1695 1729) figura. Non esitiamo a dire che questo stemma rappresenta la presa di possesso definitiva del Francesco Maria dopo il trionfo suo nella grande contesa per il possesso del castello di cui parleremo nel capitolo apposito.
Nell'interno dei fabbricati, non vi sono elementi artistici che eccellano, ma essi locali sono ariosi e si prestano ad ottime sistemazioni per vari scopi di praticita' o di eleganza, purche' si abbattino talune esili divisioni utilitarie che furono fatte per alloggiarvi i contadini della tenuta agricola. L'ala di mezzodi', mentre e' divisa al piano superiore sin dall'origine in tre locali, al piano terreno costituiva un unico locale vasto ed alto, con belle volte a botte; il salone delle feste da ballo d'un tempo.
Nel recinto quadrato del vallo, altre costruzioni sono contenute che nulla di interessante contengono, salvo la caneva cui accennammo parlando di passaggi sotterranei. L'opera di restauro che in un giorno prossimo Legnano iniziera', decidera' sulla loro esistenza.
 
L'arredamento mobile del castello
 
Dai tempi in cui chi scrive conobbe il castello, cioe' dal 1906, esso era gia' praticamente spogliato di quasi tutto. Vi tenevano i proprietari alcuni locali in buon assetto per goderli nella stagione propizia, ma col mobilio dell'epoca che correva. Tuttavia in un locale soprastante al salone sopraddetto, si conservava ancora un lettone artistico antico in legno, con quattro torciglioni a candelabro agli angoli, lavoro del primo barocco, quindi certamente appartenuto all'Oldrado III che aveva tanto rifatto il Castello; tav. 16.
Esso e' poi stato asportato dai Cornaggia stessi nella loro villa di Mozzate Seprio. E' un oggetto che non potra' mancare nel castello restaurato.
Vi erano poi pochi quadri in una sala da pranzo e precisamente:
un Ecce Homo coronato di spine, a tre quarti di busto seduto su una seggiola e reggente in una mano una verga di comando. La tela 0,8x1,02 e' attribuita con molta verosimiglianza al Guercino Il Pirovano nei suoi vari scritti lo assegno' al Bernardino Luini con certe circostanziazioni che risultarono fallaci ed arbitrarie). Fu acquistata nel 1939 dal Comm. Dott. Ing. Cerini Enrico a Legnano, presidente della nostra Sezione Storica Legnanese.
Due ritratti ovali ottocenteschi, di circa 0,60x0,90 raffiguranti un membro Cornaggia a mezzo busto, in veste di cacciatore e sua moglie in veste di popolana che porta ad offrire un vassoio di frutta fresca.
Queste due tele sono ora in possesso del Sig. Granata Luigi a Milano.
Vi era  poi un armadione ottocentesco nel quale con altre carte dell'amministrazione Cornaggia si conservavano una diecina di cartelle con documenti seicenteschi riferentesi alle proprieta' del Castello ed altre proprieta' dei Cornaggia stessi in Besnate.
Tutto fu asportato da essi verso il 1929 , ne' sappiamo che cosa
sia tuttora conservato .
Nessun camino dagli stemmi nobiliari e' conservato in castello, ma parecchi ne possediamo in Museo, provenienti dalle proprieta' dei Lampugnani, dei Visconti e dei Crivelli. Essi un giorno allieteranno le sale del Castello.
 
OTTONE VISCONTI, LEGNANO E CASTELSEPRIO
Da Memorie n. 8
 
Episodi della lotta di Ottone Visconti e i Torriani
 
Alla fine di marzo 1285 Goffredo della Torre comasco, dopo aver fatta una tregua col Marchese di Monferrato con cui era stato in lotta, raccolse genti a Como e conquistato rapidamente Castelseprio si accingeva con esse a penetrare nel territorio Milanese.
Saputo cio' i Milanesi, guidati dall'Arcivescovo Ottone Visconti, loro Signore, radunarono un forte esercito composto di nobili di Crema, di Piacenza, di Brescia con fanteria di Crema e si portarono a Legnano limite del loro territorio ove si accamparono per circa otto giorni. Ne partirono il 13 d'aprile per Gallarate e Castelseprio incontro al nemico, ma si arrestarono poi in un luogo detto allora "in Bassano" per non inoltrarsi troppo.
I Torriani che erano in numero esiguo, non arrivando che a mille cavalli e tremila fanti, si arrestarono pure, continuando intanto a fortificare il castello di Castelseprio.
Intanto Matteo Visconti, pronipote dell'Arcivescovo, si era portato a Varese con il piccolo gruppo per impedire che i Torriani ricevessero viveri da quella parte.
Saputo pero' che i Torriani si erano fatti amici di Guido di Castiglione, signore della Rocca di Castiglione e che da lui ricevevano abbondanti vettovaglie, mentre dall'altra parte il marchese di Monferrato minacciava Milano da Vigevano dove si era insediato, i milanesi reputarono conveniente tentare patti col Torriani e mandarono dei delegati fidati presso Guido da Castiglione perche' fungesse da intermediario di pace. Furono: Oliviero Marcellino zio dello stesso Guido da Castiglione, Franchino da Carcano suo nipote, e Cressone Crivelli ed Abiatico Landriano.
Il 15 maggio 1285 col consenso dell'Arcivescovo Ottone, si fece una tregua per la quale Castelseprio avrebbe dovuto passare in mano ai Milanesi.
Ma all'atto di stipulare la vera pace, il 21 maggio le due parti non poterono accordarsi e la tregua fu rotta.
I Torriani invasero il Milanese ad oriente di Como, occupando i castelli di Cormenno e Merone distruggendo il Borgo di Incino ed altri.
Portatisi i Milanesi a Carate, i Torriani si ritirarono a Como. I comaschi coi loro amici, nel giugno seguente si rivolsero  recuperare Lugano e Bellinzona, che ebbero.
I Milanesi preoccupandosi poi di salvare i raccolti delle loro terre, contro i guastatori, si portarono il 4 luglio a Saronno, Lomazzo e Vertemate, poi accorsero a Varese minacciata dai Torriani che miravano a riavere Castelseprio dal Guido Castiglioni.
I Milanesi ammassatisi di nuovo in Agosto 1285 in Legnano mandarono di nuovo i loro fidati delegati a fare pressioni e minacce a Guido Castiglioni per la cessione di Castelseprio. Questi invece richiamo' i Comaschi perche' si riprendessero il Castello di Castelseprio che consegno' loro il 14 d'Agosto, rifugiandosi intanto in Como e dichiarandosi nemico dei Visconti.
I Milanesi gli lanciarono il bando e distrussero e saccheggiarono tutte le abitazioni che egli e fratelli possedevano in Milano. Castelseprio resto' ancora qualche tempo ai della Torre ma dopo varie trattative piu' che per azioni guerresche, il terreno fu di nuovo preparato ad una pace in febbraio 1286.
I delegati di Ottone Visconti fra cui erano Enrico Crivelli, Giovanni Caimi ed Oliviero Marcellino, ottennero che lui stesso Ottone, venisse in Legnano ad un congresso per la pace.
Il 27 di tal mese infatti Ottone, accompagnato dai predetti delegati e da altri e da buona scorta di uomini d'armi tenne un congresso poco lungi da Legnano Nella dicitura....."poco lungi da Legnano" usata dal Giulini siamo indotti a pensare al Castello di Legnano che dista 1 Km. dal centro di Legnano.) con Guido da Castiglione che allora era Podesta' di Como e con Luterio Rusca dei Signori di Como.
Una tregua fu di nuovo stabilita, ma la pace non avvenne se non il 3 Aprile 1286 dopo altre laboriose riunioni a Milano ed altrove, colla conclusione che venne tolto il bando lanciato da Milano contro i Castiglioni, i Rusca e altri, i quali quindi potevano rientrare in possesso dei beni loro confiscati. I della Torre, ignorati in tali trattative di pace, compresero che la loro stella era ormai tramontata in Lombardia e si ritirarono in Aquileja.
Il Castello di Castelseprio restava in mano di Guido da Castiglione, come risultato di tali accordi.
Fu con un colpo di mano effettuato da pochi uomini della Val d'Ossola assoldati da Ottone Visconti, che il Castello fu occupato il 28 Marzo 1287 improvvisamente, scacciandone Guido da Castiglione.
Ottone Visconti, chiamato a prendere possesso, ordino' la sua distruzione ed emise il divieto perpetuo alla ricostruzione , colla
nota formula:
"Castrum Seprium destruatur, et descructum perpetuo teneatur, et nullus audeat, vel presumat in ipso Monte habitare" la quale per secoli venne ripetuta dal podesta' di Milano  e dal Vicario del Seprio nel prendera' possesso delle rispettive cariche.
Dopo la morte di Ottone Visconti, i Torriani ripresero dal 1302 il potere in Milano e si diedero a tentativi di allargare il possesso.
Bandirono naturalmente da Milano i capi che avevano parteggiato per Visconti e fra essi anche Cressone Crivelli che con Ottone aveva avuto attiva parte nelle lotte non lontane.
Questi che vagava nei territori milanesi in cerca di appoggi contro i Torriani, nel Settembre 1305 Dal Giulini ) approfittando d'un momento in cui i Milanesi erano impegnati contro i Bresciani, penetro' in Nerviano con 40 cavalli e 1000 fanti e vi si installo' coll'intenzione di reclutare truppe per invadere poi Legnano e Rho a danno e minaccia di Milano. Non avendo pero' ivi potuto reclutare gente, il suo piano fallì perchè attaccato dai Milanesi dovette ritirarsi. Nerviano ebbe la peggio perchè in questa circostanza subì da parte dei Milanesi una completa distruzione.
 
Legnano e la battaglia di Parabiago
 
Nel 1339 Lodrisio Visconti cugino dell'Arcivescovo Giovanni signore di Milano, mosso da gelosia contro la di lui potenza e contro Luchino suo collaboratore, attraversata l'Adda con un esercito di Alemanni assoldati, si porto' a Legnano ove stabilì quartier generale per la raccolta delle soldatesche e dove si rifornì, prelevandosi l'occorrente dal Contado del Seprio a titolo di pagamento delle annualità di contribuzione a lui dovute come Signore di quel territorio Benchè il Giulini da cui togliamo la descrizione non faccia alcun accenno al Castello di Legnano, vogliamo credere che Lodrisio , avendo scelto Legnano a base di questa sua adunata, avrà fatto uso del Castello sia per l'accumulamento delle truppe, come per sua personale sicurezza. A sostegno di questa tesi, sta il fatto che il palazzo che Ottone Visconti aveva costruito in centro di Legnano non poteva essere usato a tale scopo senza ledere più direttamente l'autorità dell'Arcivescovo suo cugino, perchè esso era di uso della Curia Arcivescovile. Il Castello di Legnano che noi riteniamo fosse stato un possesso personale di Ottone Visconti, poteva anche essere già passato in possesso di Lodrisio come signore del Contado del Seprio , cui Legnano ora apparteneva dopo la morte di Ottone Visconti.) I Milanesi si allarmarono giustamente di questa adunata minacciosa per loro e radunarono un esercito di nobili, militi regolari e volontari . L'animo dei Milanesi era unanimamente avverso a Lodrisio ed essi partirono a presidiare alcuni borghi fra cui Parabiago ove posero 8oo militi e 2ooo fanti, Nerviano e Rho, aggregandosi anche soldatesche alemanne.
Il 21 febbraio 1339 Lodrisio, saputo della presenza dei Milanesi in Parabiago, volle affrontarli malgrado che nevicasse fortemente ed il terreno fosse abbondantemente ricoperto di neve. Entrato in Parabiago riusci' non cio' di meno dopo aspra battaglia a sopraffare i Milanesi stendendone moltissimi morti e facendo prigionieri fra altri Giovanni Visconti figlio di Vercellino e Luchino Visconti che legarono ad una pianta. Giungeva intanto un rinforzo da Nerviano che pero' non riusciva a mutare le sorti dello scontro ed i Milanesi subirono grosse perdite.
Infine arrivavano da Milano nuove truppe che entrarono in battaglia e ne cambiavano la vittoria iniziale in rotta.
Lodrisio Visconti resto' prigioniero, Luchino ed altri furono liberati ed i milanesi ritornarono trionfanti in Milano.
A perenne ricordo dell'avvenimento importante, i Milanesi fecero erigere sul luogo della vittoria la chiesa di San Ambrogio detta della Vittoria, ed ogni anno nella ricorrenza vi convennero per portare l'offerta. Cio' duro' per vari secoli, sino alla fine del 1700.
La chiesa esiste tutt'ora, ampliata, ed alcune lapidi dell'epoca vi sono conservate.
 
I LAMPUGNANI A LEGNANO E ZONA AGLI ALBORI DEL 1400
Da Memorie n. 8
 
Dal 1100 al 1300 appaiono nei documenti degli allegati, parecchi membri della casata Lampugnani investiti dalle alte cariche della Chiesa o del Comune Milanese; risulta anche che nel 1280 una Lampugnani, era moglie del signore di Castiglione Seprio. Tali documenti mostrano quanto importante fosse sin d'allora la Casata; ma qui vogliamo solo esaminare i membri della famiglia Lampugnani dal 1400 in avanti, per i loro riflessi sulla vita di Legnano nel periodo che ci interessa per il castello.
Le prime presenze in Legnano che sino ad ora possediamo, ci sono segnalate dai regesti contenuti nei Codici Trivulziani n. 1815 a 1824 Siamo molto grati al prof. Pio Bondioli per averci segnalato questa importantissima fonte di regesti sulle Famiglie Milanesi, che tanto ci giovo' per le nostre ricerche.)  da qualche altro documento notarile. Qui essi risultano gia' in Legnano e zona nel 1390 ove tal'uno di essi godeva il privilegio dell'esazione dei tributi, concessione che veniva data ad un limitato gruppi di membri della casta ghibellina riconosciutamente devoti al Duca.
Nel periodo dell'avvento a Legnano del futuro padrone del Castello troviamo dunque investiti di dazi:
1390        Dno. ROBERTO da LAMPUGNANO f.q. dni Rizardi abitante a Legnano, e' nominato compartecipe dei dazi, al traverso di Legnano (Cod. Triv 1815)
1392        Duo GUIDINO da LAMPUGNANO f.q. dni Leonis e' responsabile dell'esazione di tutta l'imposta sul sale per la Curia di Legnano ed i luoghi di Castegnate, Sponzano e Cogoretio Sponzano e Cogoretio sono localita' nella Valle Olona oggi scomparse.), Marnate, Riscaldina e Nizorina (Cod. Triv. 1815)
1400 a 1405        Dno FRANCISCOLO da LAMPUGNANO e' ufficiale della dogana (Cod Triv. 1818)
1401 a 1402        Dno ROBERTO da LAMPUGNANO f.q. dni Rizardi, abitante a Legnano e' ufficiale del dazio al traverso di Legnano (Cod Triv. 1815)
1402        Dno GIOVANNI da LAMPUGNANO fu Beltramolo e' daziere con altri due suoi soci (Arch. Osp, Magg. Cart. 135)
1404        Dno CRISTOFORO da LAMPUGNANO f.q. Jacobino abitante a Legnano ha l'esazione delle multe sull' "usureria e sulle grassazioni" (Cod Triv. 1818)
E' intuitivo che a queste cariche, ai tempi che correvano, corrispondeva anche una certa autorita' di giudice esecutore. Eravamo negli anni in cui Gian Galeazzo con sagacia faceva organizzare su nuove basi le amministrazioni comunali e statali e aveva nominato, proprio il Dott. in Legge Ubertino Lampugnani padre dell'Oldrado Lampugnani che ci interessa, uomo di grande valore, alla riorganizzazione della Camera delle Entrate Ducali.
Ma non solo a tali occupazioni si davano i Lampugnani. Li vedremo notai, podesta' nei comuni qua' e la', mercanti di preziosi, di seta e di materie varie meno pregiate.
Fin dal 1374 il Faciolo Lampugnani f.q. dni Dalvino era nominato notaio e risiedeva a Parabiago Cod Triv. n. 1817 pag. 209/1); altri notai si stabiliranno presto in Legnano. I Lampugnani erano gia' presenti in Busto Arsizio prima del 1399 come risulta dal "Libro delle Decime di Busto Arsizio nel 1399" molto opportunamente pubblicato dal Prof. Pio Bondioli nella sua "Storia di Busto vol.i" dalla quale stralciamo qui quanto ad essi si riferisce:
Dns ARASMINO da LAMPUGNANO 1399 possiede molti beni in Busto Arsizio fra cui due case ed un'orto in Contrada Basilica e in contrada Zornago, delle quali una e' coerenziale con Tadeolo Vicemalla  (partita 93)
Dns RUBERTUS da LAMPUGNANO 1399 aveva due case in Contrada Pessina (partita 96)
LITTOLUS da LAMPUGNANO 1393 possiede una casa in Contrada Savigo; e tre campi e una vigna (partita 113)
DOMUS FRATRUM de LEGNANELLO Non sappiamo cui si voglia qui alludere perche' con consta da altre fonti che vi fosse un convento di frati in Legnanello. E' vero che l'ospizio di San Erasmo era governato dal frate Umiliato Bonvesin della Riva, sino al 1313 ma non consta che vi fosse un convento annesso.) 1399 possedeva una casa in contrada Basilica su cui pagava un soldo per tributo (partita 105)
JACOBINUS da LAMPUGNANO 1399 possedeva una casa in contrada Basilica (partita 250)
GUISCARDO da LAMPUGNANO  1399 possedeva 5 campi in varie parti intorno a Busto (partita 149)
Dno JOHANNINUS da LAMPUGNANO possedeva una casa in Contrada Pessina (partita 101)
PRONUS da LAMPUGNANO 1399 possedeva beni in Busto non specificati
PETRUS da LAMPUGNANO 1399 possedeva beni in Busto non specificati
Si rileva poi dalla pergamena n. 2990 della Biblioteca Ambrosiana che:
Dno NICOLA da LAMPUGNANO 1399 23 luglio possiede beni in Busto siti in via de Mediolano.
La presenza del Lampugnani in Busto si protrae poi attraverso ai tempi ma non potremmo occuparcene qui.
Essi vi coprirono anche cariche come inviato governativo:
Dno GUIDINO da LAMPUGNANO e' Podesta' di Busto dal 24 ottobre 1450 al 1452 (Biennio) Reg. Ducale 150
Dno TOMASINO da LAMPUGNANO e' Podesta' di Busto nel 1455. Arch. Stato Arch Sforzesco Carteggio Int. Carte 673 Milano, Ducato
Dno LEONARDO da LAMPUGNANO (degli Astolfeti) e' nominato a Podesta' di Busto per due anni. 1487 dic. 14 (Reg. Ducale 114 f. 320) Questi era gia' stato Ufficiale delle Bollette a Parma; nomina del 31 dic. 1480 (Reg. Ducale 114 f. 321 v.)
 
LA FAMIGLIA DI UBERTO E OLDRADO LAMPUGNANI
Da Memorie n. 8
 
Uberto Lampugnani, detto Ubertino, padre dell'Oldrado che ci interessa, era cresciuto lui pure nell'ambiente ducale come gia' il padre suo pure di nome Oldrado (I°), come vari avi erano gia' stati al servizio della Signoria Visconti. Un vero atavismo di classe.
Addottoratosi in legge a Pavia, Ubertino divenne "Lettore di diritto canonico e civile" in quell'Universita' Cronaca dell'Universita' di Pavia; nella Universita' stessa; regesto nell'allegato) ove insegno' dal 1372 al 1381 acquistandosi grande fama. Scrisse alcune opere di diritto Argelati segnala: 1° trattato dei vari Filosofi: 2° e 3° consiglio dei giudici.) e fu anche insegnante per minor tempo nell'universita' di Padova, ma per le sue doti preclari fu presto chiamato a posti di governo sotto Gian Galeazzo Visconti, nel periodo in cui questi riformava l'amministrazione comunale e statale di Milano come gia' detto. E secolui anche i figli suoi, sia pure giovani, vissero accostati alle reggie Ducali di Pavia e Milano Maffiolo mandato in missione a Padova nel 1382. Reg. Dipl. Visc. n. 2978; regesto nell'allegato.) ma il giorno che lascio' l'insegnamento per le cariche di governo, se pure tenne ancora un suo domicilio a Pavia in Parr. S. Colombano Schede Marozzi, Museo di Pavia, voce Ubertino Lampugnani), ne ebbe probabilmente uno anche a Milano, comincio' a svilupparsi su di lui e famiglia l'attrazione delle proprieta' di Legnano anche per il migliore clima del nostro borgo che poteva offrire nella stagione calda.
Tuttavia nel 1396 egli e' nominato maestro Generale delle entrate Archivio Statale di Milano, Arch. Duc. filza 46 n. 7 e Cod. Triv. 1815 pag. 00) con lettera ducale n. 1398 e' nominato consigliere ducale e poi confermato Genn. 1399 e di nuovo febb. 1399; ancora nel 1399 venne prima nominato Giudice correttore delle frodi che si compiono in materia fiscale Vol. Lett. Duc. 1399 fol.49 t.) e poi diventa vicario Generale del Duca GioGaleazzo Visconti, ossia suo primo ministro.
Alla fine dello stesso anno muore, lasciando la moglie Giovanna Omodei del fu Gasparolo, pavese, in una schiera di figli piuttosto giovani; 5 maschi e tre femmine.
Il Benaglio dice che l'Uberto ebbe dal Duca in alcuni scritti piu' lusinghieri espressioni come "Egregio dottore in legge"; che abitava in Porta Vercellina e leggeva nell'Universita' Ticinese (Pavia) ricevendone onorevole ricompensa. Egli era detto anche Ubertino ed e' nominato fra i 120 cittadini piu' ricchi che pagarono 19.000 fiorini al principe quando abbisogno' di denaro per le continue guerre.
Cio' risulta da lettera 20 marzo 1395 firmata Pagano Milani e da ordinazione infrascritta del Duca. Fra i cittadini piu' ricchi, il cui estimo raggiungeva come massimo i 43 fiorini, troviamo a tale epoca oltre all'Uberto altri tre membri Lampugnani Dal Moriggia togliamo:Leone Lampugnani figlio del fu Paolo con fiorini 26.Umbertino Lampugnani dottore in legge figlio del fu Oldrado con fiorini 22.Maffiolo detto anche Faciolo, fratello dell'Ubertino con fiorini 22A noi non sembra corrispondente l'affermazione del Moriggia che il Maffiolo che fu vescovo di Messina fosse detto "Faciolo".Il Faciolo figlio di Salvino creato notaio nel 1374 e residente a San Vittore di Parabiago (vedi registro negli allegati) non va ad ogni modo confuso con il Maffiolo; egli ebbe tre figli: Antonio, Andreolo, e Margherita.
 
 
 
 
)
I maschi dell'Uberto sono: Maffiolo, Oldrado, Pietro, Giovanni e Giorgio; le figlie: Franceschina, Giovanna e Giustina.
MAFFIOLO        sposera' Giovanna Crivelli figlia di Galeotto e si trasferira' a Legnano, ma avra' cariche ducali.
OLDRADO        diventera' presto il precettore del giovane Filippo Maria Visconti; restera' celibe e avra' poi il seguito brillante che vedremo, al servizio diretto dei Duchi.
PIETRO        laureato in ambo i diritti canonico e civile sara' un personaggio di grande levatura morale e professionale ed entrera' nella Magistratura di Stato. Fu Vicario del Podesta' di Lodi e quivi sposo' poi Orsina Vistarini sei signori dominanti quella citta'; i suoi fili sceglieranno le varie arti. Fra essi il Princisvalle sara' ambasciatore ducale pur non tralasciando traffici commerciali marittimi. Vari Documenti degli allegati lo nominano.
GIOVANNI        ci e' poco noto e muore presto Pare avesse sposato Isabetta Castiglioni (Cod. Triv. 1821 pag. 3 lambda, qui riprodotto alla data 1428) divenendo lontano parente del Papa Martino V. Per la data di sua morte vedasi qui riportato in regesto: atto di curatela 1406 28 Magg. Rog. Regni Pietro. Arch. Not. Mil..) ma lascera' un figlio brillante, il JCC Cristoforo che nomineremo ripetutamente come segretario dell'Oldrado II.
GIORGIO        che si addottora lui pure a Pavia ma che, di estro vivace, si da alla politica piu' che al lavoro. Egli non verra' accolto al governo ducale e nell'animo suo maturano ideologie che rivelera' molto piu' tardi, allo scoppiare della Repubblica Ambrosiana. Male glie ne incolse pero', perche' fu trucidato dagli stessi rivoltosi che egli sosteneva.
Le femmine furono:
FRANCESCHINA sposatasi nel 1412 a Dno. Luigi Terzaghi fu Luca Atto Dotale 1412 16 Dic. Rog. Regni Pietro. Arch. Not. Mil..) da cui resto' vedova nel 1430 avendo un figlio Giorgio che fu messo sotto curatela Atto di Curatela 1430 21 Luglio Rog. Cagnola Ambr. Arch.Not. Mil..) del Cristoforo Lampugnani nipote dell'Oldrado.
MARIA        sposatasi in Castiglioni di Casciago Casanova. Genealogie delle Famiglie Nobili Lombarde Tav. Castiglioni VI)
GIUSTINA        che nel 1418 era sposa al JCC. Dno. Ambrogio Bozuli a Pavia.
       L'Oldrado che da piu' vicino vogliamo esaminare, e' poi rimasto celibe, dicevamo ma non senza fili.
Ebbe quattro femmine:
MADDALENA,        che sposo' Dn. Ubicino Gambarana Atto Dotale 1425 marzo 23 Cod. Triv. 1821 pag V. V. 2 Reg.negli allegati)
GIOVANNA,        che sposo' in prime nozze Gerolamo Lampugnani da cui nacque UrsinaGuidina che sposo' poi Gaspare Visconti Fratello di Azzone Gaspare Visconti e' fratello della moglie di Gio. Lampugnani cugino della sposa.), ed in seconde nozze GioAntonio Simonetta Atto Not. Matteo Suganappis 1458 21 novembre Cod. Triv. 1824.)
ANGELA,        che sposo' Pietro Bartoli da Fiorenza, colla dote di 600 scudi d'oro.
AGOSTINA,        che sposo' suo zio Giorgio Vistarini cioe' il fratello della Orsina Vistarini che aveva sposato il JCC. Pietro Lampugnani. L'Oldrado fece legittimare tali due figlie, onde esse potessero consolarsi del titolo nobiliare Atto di legittimazione 1439 24 marzo nel Reg. n. 3 dell'Ufficio degli statuti pag. 140 t. Regesto negli allegati.); le nostre ricerche non ci diedero la soddisfazione di sapere alcunche' sulla madre, perche' l'atto di autorizzazione ducale e' steso in una forma generale che prescinde dal nominare madre e figli; neppure altri atti la rivelarono mai.
 
L'AVVENTO DELLA FAMIGLIA DELL'OLDRADO A LEGNANO
Da Memorie n. 8
 
Nel 1385 Ubertino Lampugnani possedeva gia' un terreno situato fra Legnano e Rescaldina e ne allargava il possesso acquistando altre 5 pertiche da taluni Lampugnani forse suoi parenti Pergamena n. 4 nell'arch Ops. Magg. Cartella 135 riportata negli allegati.). Da un atto del 1408 risulta che Giovannino da Lampugnano fu Beltramolo, con altri due compagni acquistano per L. imp. 485 dal tesoriere della Camera Ducale il diritto sul pane, vino e carne del borgo di Legnano Pergamena n. 6 nell'arch Ops. Magg. Cartella 135 riportata negli allegati.).
Da altra pergamena della stessa provenienza troviamo che la madre di Oldrado Lampugnani, Giovannina Omodei ved. di Uberto, acquista nel 1419 Pergamena n. 10 nell'arch Ops. Magg. Cartella 135 riportata negli allegati.) da Porolla Lampugnani di Busto Arsizio, figlia del fu Leone un cassio situato in Legnano fra il ponte Carrato e i vicini mulini azionati dall'Olona. Nel 1419 Oldrado Lampugnano acquista dai Consorti Vismara di Dairago, la "Casa Magna in Contrada di Mezzo e Legnanello vicino alla Chiesa" Atto Rog. Lorenzo Martignoni del 9 maggio 1419 riportato fra i documenti Arch. Ops. Magg. Cart. 135 n. 11.) e ne fa residenza Merita da ricorda la data "12 giugno 1420" trovata su una mensoletta in cotto di una delle finestre ogivali della Casa, che raccolta, e' conservata in Museo e fu riprodotta in "Legnano Romana" a pag 43 fig. 26.) che sara' occupata piu che da lui, dal fratello Maffiolo sposo ad una Crivelli. Nella sala al piano superiore lo stemma Lampugnani e lo stemma Crivelli furono inseriti uno di fronte all'altro nella fascia ornamentale che girava in alto alle pareti del locale.
Le pareti stesse erano ornate in affresco da un grande disegno a rombi i cui lati erano costituiti da catene di fiori e frutti e foglie come esattamente si vede negli strappi che si conservano in Museo Civico.
Un ritratto di dama, probabilmente era quello della moglie del Maffiolo Lampugnani fu trovato nella fascia ornamentale del piano terreno, ed e' ora conservato in Museo. Esso e' purtroppo l'unico ritratto che si sia potuto salvare, mentre altri esistevano nella stessa sala ai suoi tempi ma noi non possiamo trovare d'essi che miseri avanzi inutilizzabili. Possiamo ritenere con verosimiglianza che oltre al Maffiolo, vi sara' stato il ritratto dell'Oldrado stesso Artisticamente e storicamente e' stato un delitto il distruggere tale Maniero; il Comune che nel 1927 fu l'artefice dell'operazione, spese per la ricostruzione (in altro luogo, secondo l'accordo che era intervenuto con l'Ufficio della Conservazione dei Monumenti) piu' del doppio di quello che poteva occorrere per l'acquisto e per un decente ripristino in loco, dello stabile tanto interessante.).
La pergamena n. 13 del 1421 ci informa che Oldrado Lampugnani fu Ubertino e il nipote Cristoforo fu Giovanni comperarono da Giorgio Terzago un piccolo sedime per allargare il possesso di quello da loro abitato, che possedevano a Legnanello. L'atto e' steso dal Notaio Giovanni Lampugnani fu Vistardo, residente in Legnano. E' da notarsi che questo acquisto e' fatto in comune con il nipote Cristoforo. Il nipote, che e' dottore in legge, conviveva collo zio, cui era utile come amministratore date le lunghe assenze che ormai l'Oldrado doveva fare per ragione di governo. Il Cristoforo, avendo anche seguito l'Oldrado nei suoi periodi di governatorato a Savona, conobbe la' e sposo' poi nel 1430 la Marchesa Belida del Carretto, dei marchesi di Savona.
Piu' tardi il Cristoforo divenuto lui pure alta personalita' nel campo del Governo Ducale, lascia lo zio per intrapprendere le sue funzioni.
La Pergamena n. 14 del 1421 ci informa che Paolo Lampugnani sposando Donna Antonia Landriani del fu Beltrame entra in possesso di 17 appezzamenti di terre site in territorio di Olgiate Olona per complessive 350 pertiche e di 7 sedimi annessi che per la verita' sono qual piu' qual meno in cattive condizioni di conservazione. La pergamena n. 15 del 1422 rende conto dell'acquisto fatto da Oldrado Lampugnani dai Conti Vismara, di un terreno di 22 pertiche detto "Prato della Resega" fra Legnano e Legnanello presso l'Olona col diritto di utilizzazione dell'acqua per irrigazione.
Ancora nel 1422 Oldrado Lampugnani compera dai Consorti Vismara il mulino sito presso quello di Santa Caterina fra Legnano e Legnanello, in continuazione del terreno predetto e al prezzo di fiorini 400 Atto del Notaio Lorenzo Martignoni 1422 dicembre 4. Perg. n. 15 in Cart. 135 Osp. Magg.).
L'Oldrado Lampugnani per le sue mansioni al servizio del Duca aveva sovente occasione di svolgere azioni punitive anche lontane, dai confini del Ducato ed anche... sul territorio dei vicini. Dobbiamo credere che fosse in seguito a tali operazioni di tal genere che egli sia divenuto proprietario dei vasti terreni in localita' svariate.
In un atto steso dal notaio Pietro Regni in Milano, L'Arcivescovo di Asti concede il 10 dicembre 1422 ad Oldrado Lampugnani il feudo sul castello e luogo di Montavito in Asteggio, su Santo Stefano di Asteggio e su Castagneto, tutti nella Diocesi di Asti. Cod. Triv. 1823 pag. 497 Reg. riportato nelli allegati).
Ma e' nel 1426 che vediamo l'Oldrado estendersi largamente nel territorio legnacee col'acquisto dai Fratelli Crivelli di diversi casolari intorno al castello e di una vasta estesa di terreni, per lo piu' irrigui, circondanti il castello e nei territori vicini, per 857 pertiche Atto del notaio Antoniolo Fossati 8 ottobre 1426 Pergamena n. 17 dell'Archivio del Castello di Legnano, in Cart. 135 Opedale Maggiore di Milano.) ed al prezzo di l. 8706 Impli. Ad un atto di cosi' grande importanza l'Oldrado non pote' neppure presenziare, impegnato nelle lotte che si svolgevano contro i Veneti pel possesso di Brescia, e quindi delego' in sua vece l'amico e parente Pietro Lampugnani fu Rizzardo pure dott. in legge.
Dall'esame dell'atto di vendita, nel quale concorrono moltissimi nomi di Crivelli, coerenziati, si puo' supporre che la vendita sia fittizia, nascondendo invece una divisione ereditaria, ( perche' suo fratello Maffiolo aveva sposato una Crivelli), ma non possiamo dare cio' per assoluto, potendo invece ben trattarsi di vendita dei Crivelli per non poter in altro modo proceder all divisione di beni ereditari.
Egual dubbio ci sorge per altri atti nei quali i venditori sono dello stesso casato Lampugnani come il compratore Oldrado.
Si puo' ben credere che l'Oldrado per il tipo delle sue missioni entrasse sovente in possesso di denaro o di terreni confiscati ai nemici, sia che il Duca fosse generoso verso di lui sia che addottasse mezzi spicci di pagare il capitano per le sue imprese, tanto piu' che questi doveva poi provvedere al pagamento dei militi usati nelle imprese stesse.
Nel 1434 Oldrado acquista da Bertino Visconti un mulino nel territorio di San Vittore Olona, ed alcune terre ivi annesse per pertiche 24 al prezzo di L. imp. 852. Questo acquisto viene fatto da un altro suo procuratore Giovanni Cambiago di Annico essendo l'Oldrado impegnato a Genova come governatore Atto Not. Lorenzo Martignoni 1434 dicembre 31. Pergamena n. 19 Arch. Osp. Magg. Cart. 135).
Nel 1436 e' il JCC. Cristoforo Lampugnani fu Giovanni, il nipote dell'Oldrado che ormai ha casa propria in Milano in Parrocchia San Eufemia, che acquista in conto proprio un notevole appezzamento di terreno, 50 pertiche sito in territorio di Rescaldina, sulla strada fra Legnano e Rescaldina. Il terreno e' coerenziale con altri che sono gia' di taluni Lampugnani a noi noti: Beltramolo fu Oldrado (fratello dell'Uberto Lampugnani), gli eredi di Maffiolo Lampugnani e gli eredi di Filippo Lampugnani Atto Not. Antoniolo Fossati 1436 maggio 32. Perganena in Museo di Legnano Arch. Lamp. Cerro.).
 
LE ALTRE NOBILI CASATE DIMORANTI IN LEGNANO FRA IL 1400 E IL 1500
Da Memorie n. 8
 
All'inizio del 1400 troviamo dunque largamente istallati in Legnano oltre ai Lampugnani, i Crivelli ed i Vincemala o Vismara. Le tre casate si gloriavano di nobilissima prosapia, avendo dato nel secolo teste' finito, degli altri dignitari sia civili che ecclesiastici.
Se il Lampugnani avevano dato oltre ad innumeri persone di governo, una serie di Abati di San Ambrogio Dalla bellissima tavola genealogica degli Abati esistente in sagrestia di San Ambrogio in Milano, trascriviamo: Astolfo Lampugnani abate nel 1300; Beltramo II., nel 1357; Guglielmo III, nel 1379; Giulio nel 1384; Giovanni VII nel 1401; Taluno di questi fu abate piu' d'una volta.), i Crivelli oltre a persone di governo, avevano dato anche un Papa. I Vismara costituivano invece  una casta meno penetrante nelle cariche governative e piu' dedita al consorzio religioso e alle opere pie.
I Crivelli erano giunti a Legnano per estensione delle loro sedi originali di Uboldo e Nerviano. Quanto numerose fossero le loro schiere e quanto larghi i loro possessi nel nostro territorio e' ben dimostrato da un documento allegato Arch. Ops. Magg. Cart. 135 n. 17 del 1426.).
I Vismara avevano possessi in Legnano, Castellanza, Dairago ma non di tal vastita' come i Crivelli, ne' pure erano numerosi. Un membro della famiglia legnacee, Luchino Vismara fu Giacomo era stato Prevosto della Cattedrale di Vicenza dopo essere stato con ugual carica a Pavia nel periodo che la citta', in possesso dei Visconti, veniva riorganizzata a vita nuova. Era il momento in cui Ubertino Lampugnani JCC: brillava al servizio ducale, ed il fratello suo Maffiolo era mandato come Vescovo ad Alatri e poi a Messina. Questo Luchini Vismara non dimentico della sua citta' stendeva da Pavia nel 1406 un atto di donazione alla Chiesa di San Magno e San Salvatore Atto di donazione fra vivi di Luchino Vismara 1406 3 agosto Rog. Marco Marliano fu Dom. di Milano. In Arch. Museo Civ. Legnano: Copie atti di San Magno pag 7) perche' venisse eretto un altare in nome dei Santi Battista e Giacomo e Filippo e lo dotava di redditi assegnandogli vari sedimi e terre in Legnano e Castellanza.
Anche suo fratello Rodolfo che lo segui' poi a Vicenza fece donazione alla stessa cappellania di altri suoi beni in Legnano Testamento di Rodolfo Vismara 1411 24 settembre. In Arch Museo Civico di Legnano : Copie atti San Magno pag 1.) e Castellanza. Da alcuni particolari menzionati si accerta che esisteva una recente parentela tra i Vismara ed i Lampugnani. Altre casate note ed importanti avevano piede in Legnano; talune originarie da ceppi oriundi dalle vicinanze; Bossi e Landriani; altre da piu' eccentriche localita' nella zona come Terzago, Pusterla, Castroseprio; e non ultimi i Visconti.
L'importanza del centro di Legnano di cui gia' altra volta parlammo Fascicolo "Legnano" ed. Fascio Legnano 1935) risulta anche dall'essere esso sempre stato sede di notai residenti in luogo. Nel periodo che esaminiamo furono i De Canibus (oriundi Bustesi), i Lampugnani; i Vincemala; i Martignonibus, i Bossi e i Monetari. Nel corso del secolo, mentre la potenza dei Lampugnani qui' e fuori si allargava smisuratamente seguendo di pari passo le fortune della Signoria Sforza di Milano, e raggiungeva una potente dominazione del luogo, le altre famiglie del luogo restavano quasi offuscate, ma una buona convivenza generale regno' tuttavia in questo periodo.
 
OLDRADO LAMPUGNANI  Istruttore del minorenne Duca Filippo Maria Visconti e poi suo Capitano
Da Memorie n. 8
 
Nel 1402 dopo la morte dei Gian Galeazzo Visconti il ducato era stato diviso in due zone: una che, comprendendo Milano e grossolanamente tutto il territorio del ducato che si estendeva ad oriente della Citta', era assegnata al figlio GianMaria; l'altra che comprendeva Pavia ed il territorio ad occidente della metropoli, era assegnata al secondogenito FilippoMaria.
Ma essi erano assai giovani e restarono sotto tutela della madre Duchessa Caterina che governo' come reggente, appoggiata dal Consigliere Francesco Barbavara.
Come Umberto Lampugnani era gia' al servizio di GianGaleazzo, come vedemmo, cosi' l'Oldrado fu prescelto come precettore ed istruttore politico militare del giovane FilippoMaria Cod. Triv. n. 1817 pag 243.) risiedendo secolui nella reggia di Pavia, capitale del suo dominio.
Colla morte del fratella GianMaria nel 1412, diveniva vacante il dominio di Milano e delle terre annesse. Capitani di ventura, signorotti, e repubbliche confinanti occuparono terre, o cominciarono a disputare al FilippoMaria il diritto di successione, creandogli una situazione iniziale molto imbarazzante. Il FilippoMaria che nei 10 anni trascorsi dalla morte del padre si era addestrato ed aveva gia' dato buoni risultati di capacita' come uomo politico, si assoldo' il capitano Francesco Bussone, il Carmagnola, col quale, e merce' altri appoggi che aveva, riusci' nel volgere di pochi anni non solo a riconquistare le citta' che costituivano il dominio del fratello, e che erano in vario modo sfuggite, ma fece raggiungere al ducato una potenza e una considerazione che indusse ribelli e nemici a tendergli la mano amica. Naturalmente delle amicizie ottenute in siffatte condizioni non vi era molto da fidarsi e le defezioni furono un fatto frequente; anzi erano una piaga quasi insanabile dei tempi. L'Oldrado Lampugnani, capitano e diplomatico per eccellenza, visse col duca questo periodo burrascoso rendendogli grandi servigi come capitano, come consigliere, e come inviato diplomatico per trattative. Egli oltre alle buone doti per queste missioni, nutriva verso il suo Signore quella deferenza o servilita' che sono un elemento necessario per la convivenza coi despoti.
Non rifaremo qui la storia della vita militare e politica dell'Oldrado perche' fu gia' tratteggiata sia pur brevemente Societa' Arte e Storia Legnano memorie n. 2 pag. 59-60Pio Pecchiai nell'Elenco Storico dei Benefattori dell'Ospedale Maggiore di Milano 1886, dice anche che l'Oldrado fu per qualche tempo governatore di alcune fra le principali citta' dello stato, fra cui Bologna, e cghe governo' come Viceduca tutto lo Stato per alcuni anni.
) ma con abbondanza di riferimenti documentari.
Fu una vita movimentatissima corrispondentemente alle molte vicissitudini del governo di FilippoMaria. E non finisce qui perche' come ancora vedremo dopo d'aver servito il FilippoMaria per i suoi 35 anni di governo, diede ancora la sua instancabile attivita' al successore Francesco Sforza.
 
       OLDRADO LAMPUGNANO E IL CONTE DI CARMAGNOLA (1412-1425)
Da Memorie n. 8
 
Se si vuole che il carattere autoritario dell'Oldrado sia stato la causa dei dissensi che fecero allontanare il grande capitano Carmagnola dal servizio del Duca, non curandosi che era per i grandi meriti suoi che il figlio Filippo Maria Visconti aveva potuto riconquistare tutto il ducato dopo la morte del fratello Gian Maria.
Il Capitano era al servizio del Duca sin dal 1412 e sin dall'inizio era stato accolto nella famiglia ducale, essendo egli orfano. Per le doti militari che rivelo' era stato tosto innalzato al comando generale.
Ma mentre egli toccava le piu' alte vette della celebrita' militare, i consiglieri del Duca, fra i quali l'Oldrado e Zanino Riccio si appartavano da lui e lavoravano per farlo cadere.
Essi dovettero temere che la sua strapotenza potesse nuocere al duca, o alle loro mire, ed ottennero che al Carmagnola venisse sostituito un giorno, come comandante di armata il pur famoso Capitano Guido Torello.
Mandarono il Carmagnola al Governo di Genova, ma tanto fecero che egli dopo poco tempo si dimettesse esasperato di sentirsi frenato nello svolgimento delle sue attivita' ed impossibilitato a colpire i suoi detrattori perche' tanto accostati al Duca.  Nella primavera del 1425 abbandono' Milano ed il Duca andando alle sue terre, al di la' del Po, per portarsi di la' al servizio dei veneziani sempre avversi ai Milanesi, compiendo nientemeno che il giro attraverso la Svizzera ed il Trentino per raggiungere la sua nuova sede, Venezia.
Ma dopo un lungo periodo di brillanti risultati  militari, nel 1431 cadde pure in disgrazia della Repubblica Veneta e, nel 1432, ebbe troncati i suoi giorni da parte dei suoi nuovi Signori.
 
OLDRADO LAMPUGNANI E GABRINO FONDULO
Da Memorie n. 8
 
Con atto solenne del 1 gennaio 1415 il Capitano Fondulo veniva investito feudalmente da FilippoMaria Visconti della Citta' e contado di Cremona. L'atto relativo Osio Docum. Diplomatici Vol II pag 49.) porta la firma di sei consiglieri ducali; il Conte Filippo Azzelli, il conte Francesco Visconti, Guidone Torelli, Andreino da Ubertini, Magistrato Matteo de Vitudono, Antonio Bossio; di quattro segretari del Fondulo: Giovanni da Corvino, Corradino da Vicomercato, Francesco di Sordi, Bonifacio da Cremona notaio, ed infine da alcuni testi ducali fra cui Oldrado da Lampugnano, il Capitano ed uomo di fiducia di FilippoMaria Visconti.
Ma nel 1420 quando Filippo Maria Visconti ebbe un momento di strapotenza che tutti impauriva, il Fondulo di spontanea volonta' fece dedizione di Cremona al Visconti, e si ritira nella Rocca di Castelleone, il suo feudo personale Gargantini Cronologia di Milano, sotto la data 1420.).
Ma col tempo, sia che egli si pentisse del passo fatto, sia che il sospettoso Filippo Maria si fosse adombrato di sue mosse non chiare, egli ando' in disgrazia del Duca e cadde poi in un tranello che l'Oldrado Lampugnani gli tese per afferrarlo, per mandarlo da Filippo Maria B. Corio Storia di Milano.). L'Oldrado, con forte gruppo di armati faceva un giro d'ispezione nei castelli del Cremonese, quando fingendo di avviarsi a pacifico ritorno a Milano, passava da Castelleone, la rocca in cui risiedeva il Fondulo; l'Oldrado accusando di aver improvvisamente notato che il cavallo suo stava per sferrarsi lanciava imprecazioni al suo mastro di stalla; cambiava poi cavallo e mandava il suo dentro la rocca, per riferrarlo. Entrato il mastro di stalla nella rocca passava voce al Fondulo che l'Oldrado, suo compare, era poco lungi. Questi mando' subito quattro suoi famigli a salutarlo, ma poco dopo usci' egli stesso con grande comitiva e lo incontro' poco oltre il Borgo di Isso presso il fosso detto "Il Casso" e smonto' da cavallo per salutarlo. Ma ecco giungere a gran corsa un corriere del Duca latore d'una lettera per l'Oldrado in cui gli si ingiungeva di assediare Castelleone e condurre subito il Fondulo e la famiglia a Milano o Pavia. L'Oldrado ostentando  meraviglia disse a Gabrino: "compare, voi siete prigione del Duca, ma non dubitate che si trattera' di un puro sospetto e vi assicuro che non vi sara' alcunche' di male". Rispose il Fondulo: "Dio sa se sio ho alcun demerito col Duca e di cio' non mi meraviglio".
Il Capitano Perusino Piola, del gruppo dell'Oldrado, con mossa che tradiva preparazione preliminare,, con cinquecento moschettieri e cento cavalli prese la porta di Isso senza alcuna contromossa di quelli del Fondulo; e fece subito seguire altri tremilacinquecento soldati suoi che entrarono lesti in Castelleone. Entrarono poi anche Oldrado e il Fondulo.
Castelleone fu saccheggiata; fu rubata tutta la sua preziosa suppellettile di Gabrino e imprigionata la moglie sua Pomina dei Gavazzi coi due figli che furono condotti la notte stessa ad Anicco E' logico ritenere che l'Oldrado fosse gia' feudatario di Anicco se scelse tal paesucolo per la temporanea custodia del Fondulo (.) e quindi a Pavia e poi a Milano.
Un tribunale con presidente Matteo Gambara gli fece poi un processo ed il 12 febbraio 1425 sulla piazza del Broletto (l'odierna piazza Mercanti) il capo del Fondulo cadeva sotto la scure del carnefice.
Non e' manco a dubitare che altri fatti siano avvenuti belli o brutti in cui l'Oldrado abbia fatto uso della sua destrezza; la sua storia potra' venire assai perfezionata da ulteriori ricerche che noi od altri potranno compiere. Ogni sua presa di possesso di beni confiscati, come mandatario o come signore in proprio, avra' certamente un suo corollario storico che per ora non fu mai indagato.
 
OLDRADO LAMPUGNANI E IL SUO SEGRETARIO
Da Memorie n. 8
 
L'Oldrado, uomo di azione ed impegnato completamente nel governo ducale, si creo' un affezionato segretario per gli affari suoi personali, nel nipote Cristoforo Lampugnani. Questo era figlio del fratello suo Giovanni che pare fosse rimasto a Pavia dopo il trasferimento a Milano del comune padre Dott. in legge Uberto. Anche il Cristoforo era addottorato in legge Fu laureato nel 1403 a Pavia. Arch. Stor. Lomb. 1890 pag 457 confr. anche Arch. Stor. Lomb. 1893 pag 34.) ed aveva una cultura brillante che soddisfaceva all'Oldrado, il quale, se era stato precettore a Filippo Maria Visconti doveva avere pure una buona cultura, ma a carattere militare. Il Cristoforo rappresentava per l'Oldrado quindi una energia giovane uscita da quella stessa cattedra di Pavia ove prima aveva insegnato con tanto valore Uberto, suo padre.
Il Cristoforo convive coll'Oldrado, e dal 1420 in avanti diversi acquisti di proprieta' sono da loro fatti in condominio perfetto.
Il contatto che il Cristoforo aveva con gli ambienti ducali per la sua convivenza coll'Oldrado, e qualche viaggio a Savona che secolui fece nel tempo che questi era governatore di quel marchesato, lo porto' ad impalmare nel 1430 Cod. Triv. 1821 pag. doppo MU/4.) la marchesa Belida del Carretto figlia del fu Lazzarino dei Marchesi di Savona, stretta parente di quel JCC Corrado del Carretto che da vari anni apparteneva al corpo diplomatico del Duca Reg. Canc. Visc. 1426 maggio 25 n. 25.).
La relazione del duca e del Lampugnani coi Carretto si conservera' e si estendera' perche' ancora nel 1458 il mag.co Battista Lampugnani pronipote dell'Oldrado trovasi come segretario speciale del Marchese di Savona Cod. Triv. 1823 pag 212.).
Dopo il matrimonio e coll'entrata sua nei ranghi della carriera governativa, il Cristoforo si stacca di corpo, se non di spirito dall'Oldrado. Nel 1437 egli e' delegato come ambasciatore del Duca presso il Marchese di Monferrato, con un certo grado di stabilita' di dimora, come si apprende da una lettera del Marchese stesso al Duca di Savoia. Non avrebbe quindi piu' potuto essere il pronto e servizievole segretario che era stato negli anni dopo la laurea.
In ulteriori atti d'acquisto che l'Oldrado compie si serve infatti di altri parenti fidati: sono il Dottore in Legge Nob. Pietro da Lampugnano., che a stare alla deposizione sulla sua nascita verra' fatta nel 1478 va considerato come un suo figlioccio; Giovanni da Cambiago abitante in Annicco (Cremona); Scipione da Casati abitante a Milano Parr. San Giovanni alle quattro faccie.
Morto il fratello Maffiolo, che, come altrove dicemmo, viveva nel Maniero di Legnanello (oggi ricostruito come Museo di Legnano), il figlio di Maffiolo, Giovanni Andrea, ando' a vivere con l'Oldrado e ne divenne il segretario e compartecipe negli affari. Colla morte dell'Oldrado, Il Giovanni Andrea ne diventera' l'erede e l'esecutore testamentario e sulla gloriosa marmorea insegna che l'Oldrado aveva elevato sull'ingresso del castello, incidera' le iniziali G.AA. che ancor oggi vi si leggono, a conferma del possesso da lui preso del Castello e relativi beni.
 
OLDRADO LAMPUGNANI DIVIENE PADRONE DEL CASTELLO DI LEGNANO E LO FORTIFICA
Da Memorie n. 8
 
Il Castello, benche' di proprieta' dei Visconti, Duchi di Milano, era all'alba del 1400 ampiamente contornato al di la' del fossato da terreni che appartenevano alla famiglia dei Nobili Crivelli feudatari di Uboldo, da quella famiglia da cui un giorno era uscito Papa Urbano II. Ma anche nello stesso perimetro interno del fossato del Castello vi erano parecchi casolari o sedimi che era di proprieta' dei Crivelli, ad essi certamente pervenuti in seguito ai loro imparentamenti coi Visconti.
Fu anche per tale via che il Magg.co Maffiolo fratello dell'Oldrado Lampugnani, avendo sposato una Crivelli, (Giovanni figlia di Galeotto) era gia' divenuto proprietario di alcuni terreni circostanti il castello.
Poco piu' tardi l'Oldrado Lampugnani compera dal gruppo dei tre Crivelli, Rinaldo, Bernardo e Giorgio figli di Ludovico detto Lodrisio (l'atto notarile atto 1426 ottobre 8, riportato nei documenti.) segna la vendita per lire 8706) un enorme lotto di terre site in gran parte intorno al castello e nel suo perimetro, ma anche altre in territorio di San Vittore, di Canegrate e di San Giorgio per complessive pertiche 875.
Vi facevano parte, il Mulino che trovasi sotto il castello in territorio di San Vittore, la grande distesa di campi e prati irrigui sita nel piano della piatta valle dell'Olona, nonche' le vigne sistemate sulla costa di San Giorgio.
E' noto che i vigneti abbondavano sulle lievi alture che ancora delineano la valle dell'Olona intorno a Legnano mentre poco avanti essa si va spegnendo dolcemente nella pianura lombarda. Il documento informa anche dei diversi tipi di uva coltivate: uva vernazzola, uva moscatella ed altre. Da' importanza alle "vigne piantate d'uva novella", forse perche' cio' assicurava per alcuni anni piantagioni prive di malattia.
All'acquisto di una cosi' grande tenuta, l'Oldrado non aveva potuto essere presente di persona, perche' correvano periodi gravi per il Ducato. Come gia' dicemmo aveva dovuto dare incarico delle pratiche di acquisto all'amico e notaio Dott. Pietro Lampugnano figlio del fu Rizzardo (da non confondere col dott. in Legge Pietro fratello dell'Oldrado e figlio di Uberto Infatti: Uberto ebbe a figli: Pietro Dott. in Legge ;Oldrado il Capitano, Maffiolo; Giovanni, e Giorgio pure Dott. in Legge, trucidato dalla Repubblica Ambrosiana. Rizzardo invece ebbe a figli: Pietro Dott. in Legge, Cristoforo, Giovanni, Giorgio e Guidotto.Inoltre Pietro fu Uberto, abitava P.V.P.S. Maurilio mentre Pietro fu Rizzardo abitava P.C. Parr. San Nazzaro in Pietra Santa. Poi il padre di Uberto era Oldrado mentre il padre di Rizzardo era Bellino (Ops. Magg. Cart. 135 atto n. 1).
).
Brescia era stata conquistata dai veneti comandati dal Carmagnola, acerrimo nemico dell'Oldrado. Egli sentiva rimorso personale, e doveva moltiplicare la sua attivita' per preparare la riscossa. Ma ad onta dell'approntamento fatto di un corpo di 10.000 cavalli e 10.000 fanti, che fu lanciato nella primavera che segui', Brescia rimase ai Veneti per due decenni ancora.
I consorti Crivelli venditori di tale proprieta' erano i fratelli Rinaldo, Bernardo e Giorgio Crivelli del fu Ludovico detto Lodrisio, feudatari in Uboldo, dimoranti abitualmente a Milano Porta Vercellina Parr. San Pietro alla Vigna.
E' intuitivo supporre che essi vendettero tali loro proprieta' ereditate dal padre, per poter addivenire alla divisione dopo la morte del fratello Bulgaro. La loro genealogia e' riportata da un grosso volume genealogico che trovasi nella biblioteca di casa Amigazzi in Legnano.
L'esame delle coerenze indicate per i vari apprezzamenti fa notare che le pezze erano confinanti con altri beni degli stessi fratelli o di altri Consorti, il che e' sintomo di una piu' lontana origine dei frazionamenti. Troviamo infatti fra i vicini Jacobo e Maffiolo Crivelli, fratelli: Bartolomeo Crivelli; Galvagno Crivelli; Valentina Crivelli; Ettore Crivelli; Albrizio e Ambrogio Crivelli, fratelli; Antonio Crivelli. E come si vede, una vera legione di consorti Crivelli aveva steso i suoi interessi in questa zona, non meno che a Parabiago e Nerviano come risulta da molte altre fonti.
Il loro insediamento nella zona perdurera' attraverso i tempi e sino ai giorni nostri. Infrattempo avverra' anche qualche incrocio con i Lampugnani. Una eventuale ricerca sui Crivelli potrebbe chiarire ulteriormente la cosa, ma essa ha le sue difficolta', per il notevole tempo che richiederebbe l'elaborazione preliminare dell'albero genealogico dei gruppi di cui si tratta.
Ma cio' che per noi ha interesse e' il fatto che l'Oldrado con questo acquisto fa il suo primo passo di circuizione del Castello, pur essendo gia' possessore sin dal 1402 circa della Casa Magna di Legnanello come abbiamo visto.
Il castello di Legnano, ossia la parte bella, di costruzione trecentesca, e' dunque in questo momento dempre dei Visconti, Signori di Milano, mentre una parte dei sedimi minori che lo attorniano e' passata all'Oldrado Lampugnani, e dall'altra parte di sedimi e' rimasta proprieta' di Galvagno e Valentina Crivelli che vogliamo ritenere fratelli.
La parte dell'Oldrado e' certamente la maggiore se si pensa che a lui e' passato anche il vallo di fondo del Castello e la stadera a 25 braccia (che corrisponde alle nostre bilancie a ponte per carri).
Tutto cio' indica chiaramente le intenzioni future dell'Oldrado sul castello, e perche', fra una decina di anni quando Filippo Maria Visconti sentira' una volta di piu' di poter premiare l'Oldrado, gli assegnera' "in dono e soldo il castello di Legnano".
La parte che Filippo Maria potra' donare e' il grande e severo fabbricato trecentesco costruito da Ottone Visconti, che costituisce la prima meta' dell'ala di ponente. All'Oldrado spettera' di prolungare, anzi di raddoppiare tale fabbricato che si svolge da nord a sud, con un nuovo tratto di 30 metri, con vaste sale a soffitti a cassettoni e finestre a bifora nel piano superiore secondo l'elegante stile dell'epoca. Ed ando' ad abitarvi, per quanto le sue intense occupazioni glielo permettessero. Egli aveva invero da poco acquistato dai Consorti Vismara per 900 fiorini la "Domus Magna Legnanelli" come ripetutamente dicemmo e pare che sua madre vi prendesse dimora. Nel 1421 acquistava ancora dagli stessi Vismara, un altro pezzo di casa contigua alla "Domus Magna" con l'evidente intenzione di arrotondare il possesso. Ma quando nel 1426 egli fa il grande acquisto dei sedimi del castello e dei terreni circostanti, nella "Domus Magna" resta il fratello Maffiolo sposato a Giovanna Crivelli, e ne fa la propria sede mentre l'Oldrado si sistema nel castello che poi fortifichera' nel 1445 (Doc. n. 249 nell'allegato).
Morto l'Oldrado nel 1460 lasciando erede ed esecutore testamentario il nipote Giovanni Andrea, figlio del Maffiolo anzidetto, quegli prende possesso del Castello.
Vivevano in tal momento due abbiatici dell'Oldrado, ambedue di eta' minore Giovanni Antonio ed Oldrado, figli di Marco, ed e' ancora mistero il perche' l'Oldrado che tanto ci teneva che il castello avesse a restare in possesso dei suoi discendenti diretti maschi, li abbia completamente trascurati favorendo invece il Giovanni Andrea "secolui convivente ed al servizio suo" come si esprime nel testamento stesso. Nessuna menzione agli abbiatici ne al Marco, suo figlio, sebbene figlio spurio, e' fatta nel testamento del 7 gennaio 1460. Cio' ci e' assai oscuro.
 
ATTACCHI AL CASTELLO DI LEGNANO
Da Memorie n. 8
 
La prima meta' del 1400 era molto agitata per la bassa Lombardia, per le continue contese fra Signorotti e Capitani di ventura che se ne disputavano il possesso. La sorpresa, il sopruso, il sospetto e la vendetta anche ingiustificata, erano fatti quotidiani. Invece la Lombardia sopra Milano, trovandosi in un certo qual modo appartata dalle direzioni delle grandi lotte fratricide (basti pensare alle lotte con Brescia Cremona Bologna Genova) rimase piu' calma e sentiva generalmente a distanza le ripercussioni dei fatti che agitavano Milano.
Ma quando col terzo ritorno in campo di Francesco Sforza, e questa volta in conto assolutamente personale, nel 1447, i suoi movimenti toccavano tutto il territorio perifericamente ubicato intorno a Milano, e non solo quello, allora anche Legnano palpito' maggiormente dell'atmosfera agitata.. Ed il castello di Legnano pote' mostrare la sua utilita', seppure non tutte le azioni ci sono note, che ivi vi si svolsero in tali periodi.
Abbiano notizie di un attacco mossogli dal Capitano Francesco Piccinino nel periodo che egli era avverso al Conte Francesco Sforza; notizie non larghe di particolari sul fatto benche' prolisse di altri avvenimenti, e sgrammaticate nella forma, che togliamo dalla Sforziade di Gio Simonetta stampata nel 1494 cioe' 50 anni dopo i fatti. (pag. 276 t)
"Composte le cose di Vigevano il Conte Francesco Sforza raduno' gran numero di guastatori e torno' (siamo nel maggio 1449) nel milanese a tagliare i frumenti. Ma mentre che esso era a Vigevano, Francesco Piccinino Nel 1441, secondo il Parodi Pietro che fece ricerche nei documenti dell'archivio della Congr. di Carita' di Milano, era al servizio del Piccinino come condottiero quel Pietro Martire Lampugnani del ramo di Astolfo che scrisse anche la "Chronica Rerum ut plurium Mediolanensium" che va dal 1369 al 1485. Confr. Predari.) fu mandato dai milanesi a infestare il paese del Seprio, sperando che quando il Conte sentisse tal cosa, lascierebbe l'impresa di Vigevano.
Nella sua venuta, (il Piccinino??) prese senza fatica San Giorgio, castello che aveva edificato Oldrado da Lampugnano, perche' chi lo custodiva lo diede.
Poi la rocca di castiglione edificata da Branda da Castiglione Cardinale di grande autorita' nella chiesa romana, la quale il conte aveva lasciato alla guardia loro.
E con questo i varesini e quelli di Valli di Lugano, e gli altri che sono appresso al Lago Maggiore, eccetto che Franceschino Rusca, si ribellarono ai Milanesi. Ma il Ventimiglia, che alloggiava a Cantu', e molto e per lettere e per mandati lo sollecitava proponendogli etiando premi, che tornasse ai Milanesi, ma niente mai rispose. Ma fece pigliare gli ultimi mandatari e mandogli al conte, ed esso li fece impiccare.
Carlo da Gonzaga e Jacopo Piccinino cavalcarono in su quel di Pavia di qua' del Po, e presero e arresero Villantero, e tutto il paese che chiamavano Campagna gravissimamente afflissero. Ragio per cui da Pavia ogni giorno riceveva il Conte mentre era a Vigevano, lettere che soccorresseai danni dei suoi e reprimesse i nemici i quali scorrevano dappertutto. Ma il conte che intendeva che i Milanesi contavano di levarlo da Vigevano, ne si' parti' dal tal campo, ne volle ridurne le genti, perche' sapeva che presa quella terra facilmente potrebbe reprimere tutte le scorrerie dei nemici.
A seguito della aperta ribellione del Piccinino al Conte questi dichiarava che tutte le Castella che per sua eredita' paterna aveva nel Piacentino, dovessero venire a sua sottomissione. Raguno' percio' molte "cerne" con ottocento cavalli di la' dal Po, comandati da Giovanni Conte da Roma, Per Maria Rossi e Tomaso Legato bolognese, i quali ebbero ordine di assediare Castel'Arqua. Il Castello era guardato dal Marchese da Varese e da Giovanni Pazzaglia e grazie alle sue buone mura resistette per alcuni giorni, ma poi fu preso il Varese, mentre il Pazzaglia riusci' a fuggire a Fiorenzuola nel castello del Piccinini che e' a sole cinque miglia. Infrattempo, il Capitano Sanvitale che era gia' al servizio del Conte, inopinatamente passava a Fiorenzuola al servizio del Piccinino. Ma le altre Castella del gruppo si erano infrattempo sottomesse al Conte e non restava che quello di Fiorenzuola in mano ai Piccinini. Il Conte non avendo cavalli abbastanza, chiamo' il suo genero Giovanni da Tolentino il quale era al soldo dei fiorentini con settecento cavalli e fece capitano generale di tutte le sue genti e il fratello suo Alessandro che era a Pesaro. Questi venne ma non avendo bombarde, l'asasedio di Fiorenzuola duro' a lungo e si risolvette dopo una quarantina di giorni, quando gli assediati capirono che non avrebbero avuto aiuto da Re Alfonso, come il Piccinino aveva fatto credere. Si volse quindi Alessandro Attendoli alla volta di Parma per le rivalita' che Re Alfonso aveva suscitate contro il Conte e le azioni ivi durarono tutta l'estata con successo del Capitano" Il Piccinino cadde poi in un tranello tesogli da Ferdinando da Napoli. Sforziade pag. 422/428.).
Nell'edizione 1530 (pag. 279 t) della stessa sforziade del Simonetta troviamo questa descrizione non poco differente:
"Il Conte, tagliato tutte le biade,e Carlo Gonzaga, et amendue i Piccinini, tornati a Milano senza aver fatto alcuna cosa, assedio' San Giorgio, qual castello e di mura e di fossi era forte, e da molta gente melanese, ben guardato. Eranovi concorsi molti villani con bestiame e colle masserizie. Questo, poi che tre giorni fu co'le bombarde co' ogni artiglieria combattuto, quelli della terra ridotti in sommo pericolo si diedero liberamente al conte rimettendosi nella clemenza et mansuetudine sua. Et egli come principe misericordio gli conservo' da ogni ingiuria. Poi saccheggio' il Borgo di castiglione, e con le bombarde combatte la rocca, dove erani giunti dei Melanesi et il quinto giorno la prese. I Varesini impauriti, tornarono alla fede. Ruberto da San Severino, ed il Ventimiglia con quattromila cavalli andarono verso il Val di Lugano, perche' erano ostinati in non voler darsi al Duca, ai quali si aggiunse Franceschino Rusca. Il perche' Giovanni de la Noce da Crema, Capitano di quel luogo si fuggi' a Como.
I nostri volsero in preda tutta quella valle e ridussonla a divotione del Conte. Fra tanto vennero le calende di Luglio, nel qual giorno si dovevano eleggere quelli che avessero sommo magistrato. Imperocche' nei passati mesi Giovanni da Ossona per la sua temerita' et audacia l'aveva arrogantissimamente tenuto il magistrato et amministratio ogni cosa secondo il suo appetito, era tanto audacissomo sopratutti. Per la qual cosa tutti quelli che desideravano ben vivere, et massime i ghibellini, gli portarono sommo odio. Il perche' egli ed Giovanni d'Appiano usciti dal magistrato furono incarcerati.
I nuovi magistrati, benche' tenevano le parti di tutti, erano molto amici dei nobili. Essi erano: Guarniero da Castiglione, Pietro da Pusterla, e Galeotto Toscano, tutti nobili. Questi fecero molte imprese per la salute e la dignita' della Repubblica, ed erano per la maggior parte del parere che al Conte di desse l'imperio della Citta'.
Ma nessuno ardi' riferire pero' questo nel pubblico consiglio del popolo,  perche' ognuno temeva il tumulto del vulgo. Piuttosto fu commesso ad Arrigo Panigarola il quale in quel tempo faceva mercanzie a Venezia, se vada in Senato (di quella citta') e preghi quello, che essendo essi i primi d'Italia amatori de la liberta', nopn vogliamo che per loro la Repubblica Milanese sia soggiogata a Francesco Sforza. Costui, proponendogli molte promesse, fece con diligenza quanto gli era stato commesso. Imperrocche' spesso, o di segreto o apertamente era stato ammesso nel Senato, e si gittava umilmente ai piedi di Francesco Foscaro, sapientissimo Doge. E perche' era uomo callido, e sagace, alzava le mani al cielo et sospirava, piangeva, et con lunga orazione pregava che non volessero piu, ne' con genti ne con denari, aiutare il Conte. Ma che favorissero quella Repubblica che se cio' facessero, i Milanesi avrebbero in perpetuo i Veneziani come ladri.       Omissis .....I Veneziani ascoltarono cio e vi meditarono, chiedendo anche consiglio ad Arrigo. E invitarono il Panigarola a restare in Venezia per ricevere la loro decisione.
Il Conte finiva la campagna del Seprio e la sciato il Ventimiglia con mille cavalli e cinquecento fanti a Canturio, cavalco' verso il Lodigiano e il quinto giorno venne a San Angelo (lodigiano). Questo castello e' fra quello di Pavia e Lodi, posto sul Lambro, ben fortificato di mura e fossi; vi erano a guardia assai de le genti di Milano. E volendo accamparsi in questo luogo, Mannobarile coi suoi trecento cavalli dovette alloggiare di la del Lambro.
Nell'attraversare il fiume a cavallo incespico' e Mannobarile che era coperto di corazza, annego'. Benche' settantenne, la perdita di Mannobarile fu grave per il Conte per le sue grandi qualita' ed egli ne fu molto commosso.. San Angelo tuttavia dopo due giorni si dava in possesso del Conte.
Il Conte si volse poi a quella zona Milanese che e' detta la Martesana. E cavalcando nel lodigiano, ebbe avviso da Antonio Crivelli il quale era castellano della Rocca di Pizzighettone, e da Ugolino suo fratello piu' anziano, che da poco era uscito da Milano occultamente,  per venirvi, che essi volevano dargli quella fortezza. Et er questo pregavano volesse mandarvi alcuno fidato col quale trattasseno di questa cosa".
Desiderando il Conte usare celerita' in questo perche' era di avviso che l'acquisto di tal luogo gli era piu' necessario in questa guerra per indurre i milanesi alle sue volonta', inquantoche' con tale occupazione toglieva ai milanesi le possibilita' di rifornimenti di vettovaglie, trovo' conveniente di fermarsi a Lodi Vecchio per preparativi.
E mando' al Castello di Pizzighettone il suo fidatissimo Giovanni Caimi nobile milanese a ringraziare i due fratelli Crivelli ed intendersi. Siccome i piccinini tenevano nei borghi del Castello a guardia del luogo, cinquecento cavalli o e trecento fanti i Crivelli lasciarono la cura al Conte di pigliarli, onde i rurali potessero poi ubbidire tranquillamente al Conte come erano disposti.
Il Conte mando' segretamente Roberto con mille cavalli ed altrettanti fanti, di cui molti chiamati dal Cremonese, i quali al di seguente li assaltarono e li spogliarono di tutto.
Per questo, i Crivelli ebbero in dono, castella, pecunie, e da basso stato salirtono a gran ricchezze di stato.
L'opera conquistatrice del Conte prosegui' poi in altre localita' con analoghi successi.
 
 
 
OLDRADO LAMPUGNANI RIBELLE ALLA REPUBBLICA MILANESE
Da Memorie n. 8
 
Fra i promotori della Repubblica Ambrosiana era il Dott. in Legge Giorgio Lampugnani, fratello minore dell'Oldrado (vedi genealogia) poi Rolando Lampugnani (Doc. n. 250) personalita' colta ed influente, e il Princivalle Lampugnani pure dottore in legge, nipote dell'Oldrado essendo figlio di suo fratello Pietro pure dottore in legge. Anche Ambrogio Lampugnani aderiva al nuovo governo colla carica di Priore della Comunita' per la quale sedeva nell'Arengo con altri sei magistrati pari. Fra gli aderenti meno effettivi abbiamo Corrado Lampugnani che sin dall'agosto dello stesso anno (atto n. 251 del 27 agosto 1447) e' investito dai capitani difensori della liberta' di trovare degli alloggi per i villici che dall'incalzare del Veneti nel ducato venivano sbalzati dai loro borghi.
I capitani difensori avevano nominato Francesco Sforza a loro Capitano Generale; non che allora occorresse difendere l'ordinamento della nuova Repubblica, ma perche' i Veneti incalzavano da un lato e i Francesi dall'altro, ed il ducato che era gia' minato prima della morte di Filippo Maria Visconti andava verso la distruzione.
Francesco Sforza si mise all'opera un po' per il mandato avuto, un po' per i reconditi progetti che eran in cuor suo, e sagacemente e con una tenacia che tutti sanno si mise alla conquista di quanto territorialmente era gia' perduto. L'opera era dura e lunga; troppo lunga per il popolo milanese che doveva alimentare di denaro e di genti gli eserciti in campo. Venne il giorno che essi reclamarono si facesse la pace coi nemici, pur di smettere la guerra. Ma siccome lo Sforza non era di tal parere, ed i nobili lo appoggiarono, si formo' netta una scissione tra i nobili e i repubblicani.
Intanto divenno compito dello Sforza, (che aveva sempre considerato il Ducato come un diritto suo ereditario, per la sua qualita' di genero del defunto Filippo Maria Visconti) di conquistare a se' tale vasto territorio, liberandolo non solo dai nemici di fuori, ma anche da quelli interni e cioe' dai repubblicani. E quando in questa seconda fase delle operazioni dello Sforza il grande Capitano comincia a fare sentire il suo approssimarsi alla metropoli, ed in Milano un gruppo di dodici nobili si erige al potere come "difensori della liberta'" taluni dei Lampugnani che avevano gia' servito la causa della repubblica, si schierano per il nuovo partito ma subiranno poi i rigori dei repubblicani appena questi riusciranno a sbalzare via i nobili dal governo.
E' nella primavera del 1449 che diversi di essi vengono dichiarati ribelli e i loro beni vengono notificati per la confisca. Oldrado Lampugnani e' il primo della serie. Egli aveva fattivamente aiutato lo Sforza nelle imprese che svolgeva per conto dei suoi mandanti, ma non lo poteva rinnegare quando il governo repubblicano si mostro' di altro parere.
Il 19 aprile 1449 Oldrado e' dichiarato ribelle; il 17 aprile mettono contro di lui l'ordinanza di notifica dei beni onde si possa procedere alla confisca in suo danno, ed il 20 dello stesso mese il notaio camerale raccoglie le notifiche; il 30 maggio con altro proclama egli e' confernmato ribelle al nuovo ordinamento politico.
Infrattempo il Dott. in Legge Rolando, che si era volto coi nobili, era stato pure dichiarato ribelle e seguirono altri otto membri della famiglia fra cui ultimo il Dott. in Legge Princivalle il nipote dell'Oldrado Lampugnani, dichiarato ribelle il 3 dicembre dello stesso anno.
Poiche' tutti o quasi tutti, questi membri Lampugnani avevano rapporti di parentela coll'Oldrado, e ad ogni modo egli era all'avanguardia nel loro settore, non possiamo a meno di pensare in tali agitati momenti all'asilo sicuro che era per loro la corte di Legnano ed il ben munito Castello. Appena quattro anni erano trascorsi da che,  coll'autorizzazione che vedemmo, il castello era stato fortificato col fossato, col muraglione e colle torri; era giunto il  momento per l'Oldrado di raccogliere se occorresse il frutto della sua previdenza.
Ma non duro' molto alungo che Francesco Sforza compisse l'opera sua di conquista, sempre coll'appoggio dei nobili, e nel 1450 al suo definitivo ingresso a Milano l'Oldrado Lampugnani con Scaramuccia Visconti-Aicardi di San Giorgio su Legnano ed altri viene nominato Conte.
Parecchi altri membri della famiglia Lampugnani ritornano alle cariche ducali; anche alcuni che avevano servito la repubblica sotto mentite spoglie.
Accolto Francesco Sforza I° festosamente in Milano dai suoi partigiani e dal popolo affamato, si diede a sistemare la sua posizione con un governo saggio e volenteroso ma non tralascio' tuttavia il colpire duramente coloro che avevano  avuto parte nella Repubblica Ambrosiama.
Fra questi mando' alle carceri Ossona Giovanni, Appiani Giovanni e Michele d'Incino che fece rinchiudere nel castello di Monza. Dieci mesi dopo il suo ingresso in Milano, solo dopo dieci mesi, manda egli il suo Oldrado ad interrogarli:
 
Lettera del Segretario ducale al Castellano di Monza (cioe' Cicco Simonetta al fratello Andrea Simonetta)
Arch. Stato Missive Regali 3 foglio 113.
 
Castellano Modatie,
Venendo li il Magnifico messer Oldrado da Lampugnano, o mandando doi o tri delli suoi per parlare con Johanne de Ossona et compagni suoi, volemo li lassi passare essendoli tu sempre de presente ad tutto quello che se dira' fra loro.
   Laude XXI Januari 1452
       Cichus
Non sappiamo l'esito immediato di tale interrogatorio ma e' certo che gravissimi elementi non sfuggirono dalla bocca dei detenuti poiche' la loro posizione rimase ancora poi a lungo la stessa; la prigionia non muto' ne' in peggio ne' in meglio.
Invece il 20 settembre 1452, un'occasione insperata benche' lungamente attesa, per poco non permetteva loro di fuggire.
Mentre il Castellano Andrea Simonetta era uscito dalla rocchetta per recarsi a pranzo nella rocca grande, un suo famiglio traditore eun garzone, colto il momento opportuno calavano la saracinesca, alzavano il ponte della rocchetta e, rompendo usci e serrature delle carceri liberavano i detenuti. Ossona assunse le funzioni di castellano per un'uscita armata, ma il fatto fu troppo presto scoperto ed Andrea Simonetta che per fortuite circostanze pote' avere rapidamente alcuni armati inizio' l'assedio del castello. I fuggitivi, assediati, iniziarono la battaglia coi mezzi trovati all'interno, ma sia perche' la chiera fuori ingrossava continuamente sia per il messaggio che la Duchessa Bianca maria aveva loro mandato per indurli alla resa, offrendo la vita salva se cedevano la rocca di Monza, nella stessa sera si arresero, e furono immediatamente avviati a Milano sotto buona scorta.
Ma appena ad un miglio da Monza (arch. Stor. Lomb. 1878 pag 212) taluni della scorta costrinsero violentemente il domestico del castellano ad uccidere l'Ossona. Se ne dolse la Duchessa quando lo seppe e scrisse al Duca Francesco il 21 settembre 1452 che fra coloro che agirono contro le sue volonta' era Gerolamo Lampugnano figlio di Princivalle oratore del Duca e il nipote del Giorgio (sotenitore della repubblica Ambrosiana che era stato trucidato nel 1448 dai suoi stessi partigiani).
Fu strano contegno umanitario della Duchessa verso questi nobili il cui tentativo era piu' quello di unirsi ai cospiratori contro il Duca (particolarmente ad Innocenzo Cotta ed ai Veneziani), che di fuggire dalla prigione.
Si intuisce che un dramma femeva nell'animo della Duchessa desiderosa di salvarli ma anche timorosa che essi avessero a nuocere allo stesso suo stato.
Ma anche Oldrado e' ormai vecchio e comincia a ritirarsi nel suo Castello di Legnano cui sono annessi ben 2000 pertiche di terra e 2 mulini sull'Olona. Nella buona pace che ormai aveva apportato Francesco Sforza, nel ducato anche per l'opera sua stesa, gode un meritato riposo negli agi delle tante rendite di Legnano, del feudo di Trecate e della sua minore proprieta' di Anico Cremonese.
Ma non e' ancora un ritiro definitivo.
Nel 1457 lo troviamo delegato del Duca a stipulare una delega fra esso Francesco Sforza e i nobili di Correggio.
 
OLDRADO LAMPUGNANI FEUDATARIO DI OSCASALE, E SIGNORE DI FARFENGO
Da Memorie n. 8
 
Una lite era sorta da tempo fra Oldrado Lampugnani e Galeotto da Casate  circa i dominio sul feudo di Oscasale nel distretto di Cremona. I Casati milanesi e la comproprieta' su tali terre quale risulta da un documento che citeremo, deve provenire da rapporti di parentela non ancora sufficientemente definiti. Come il Lampugnani abbia raggiunto dei diritti nel cremonese, e non solo su queste terre, si puo' intuire ricordando che Filippo Maria Visconti aveva dato Cremona in dote a sua figlia Bianca Maria, la moglie di Francesco Sforza, mentre non occorre piu' ripetere che l'Oldrado dopo essere stato il fido uomo di Filippo Maria fu altrettanto sostenitore e servizievole per Francesco Sforza e che per essi compi' piu' volte nel Cremonese.
L'atto datato 1 dicembre 1455 ci informa dunque che una lunga vertenza era sorta fra Galeotto Casati e l'Oldrado Lampugnani; che morto il Galeotto era proseguita da Scipione f.q. Giovanni abitante a Milano in Parr. San Giovanni alle quattro faccie, e che le due parti, decise a regolare definitivamente i propri diritti su tali terre, chiedevano ed ottenevano dal Vescovo di Cremona "piena licenza a balio di disporre tali terre secondo gli accordi che fra di essi avrebbero preso". Con tal decisione il Vescovo di Cremona riconosceva di condiserare fuori dalla sua giurisdizione tali terre. Il che non e' poca cosa perche' il piccolo feudo di Annicco restava una piccola macchia in mezzo al Cremonese a lui soggetto.
La potenza politica dell'Oldrado e' assai lumeggiata da questo episodio.
Mancano alcuni documenti che allarghino le nostre nozioni su questo possesso dell'Oldrado, ma un successivo documento del 1460 Tog. Gio. Franc. Piantanida notaio in Cremona, 1460 ottobre 12. Negli allegati.) ci informa di una altro grandissimo possesso dell'Oldrado nella zona: ben 5000 pertiche di quei fertilissimi ed irrigui terreni siti in Zanengo e Farfengo (assai vicini a Annico), nei quali sono compresi e da lui acquisiti il castello di Farfengo, un mulino, una taverna e diversi sedimi.
 
IL CORREDO NUZIALE DI UNA SPOSA LAMPUGNANI DEL 1457
Da Memorie n. 8
 
Un documento del gruppo gia' esistente in Castello di Legnano e' straordinariamente interessante per l'elenco completo del corredo che Orsina Lampugnani, figlia del fu Giovanni e sorella del vivente Andrea, ricevette con atto notarile steso il giorno del matrimonio. Detto incidentalmente, Orsina non doveva avere altrettanta salute quanta ricchezza, se il fratello si preoccupava di prescrivere al marito la resa del corredo nel caso che certe condizionisi avverassero. Orsina solo dopo due anni muore ed il fratello Andrea rientra in possesso del ricco corredo che le aveva fatto preparare "nuovo flamengo et laborado ad laboratorio pulcerrime et damasche".
Non e' il caso di rifare qui l'elenco esatto delle "pelande" lussuose e a colori differenti, con "maniche strapontate d'ro e d'argento in lega suprafina e superaureata", col "collare ricamato d'argento superaureato fino o fatto a telaio", delle maniche separate eseguite in "zetonino vellutato di vario colore, e nuove lucente", delle cinghie in pelle, per mettere in vita, con fibbia, mazzo e spranga d'argento di buona lega e dorato, con placchetta d'argento niellata.
Poi la biancheria da camera e da sala; trinciante e forchettone con manico d'osso rosso e lama d'argento dorata pesante, bacille d'ottone, cassoni in legno dipinto o con guarnizioni d'ottone e relativi cuscini, recipienti di ottone e di peltro, poi il necessario per la pettinatura, dal mobiletto "stefania" al pettine, forbici e perfino una libbra di forcine "bistorte" di diversi colori ... Turro si puo' leggere la' stesso.
Il documento da una bella luce sul modo di vestire dell'epoca e sulle massime aspirazioni muliebri in tal campo. A questo documento grafico, fa riscontro nel Museo di legnano la bella collezzione di affreschi dei costumi dell'epoca che abbiamo salvato dalla famosa casa dei Vismara del 1475 e che in gram parte abbiamo riprodotti nel fascicolo memorie n. 3 del 1936.
Il confronto fra la descrizione minuziosa e tali figure da una idea esatta del lusso che conducevasi dalle primarie famiglie di Legnano nell'epoca dello splendore dei Lampugnani.
 
LA SUCCESSIONE DELL'OLDRADO LAMPUGNANI
Da Memorie n. 8
 
L'Oldrado, settantenne circa, aveva persuto ormai i fratelli suoi Pietro, Maffiolo, Giovanni e Giorgio, e da lungo anche il suo figlio maschiolegittimato Marco, e conviveva col nipote Gio Andrea in Milano Porta Vercellina, Parrocchia San Nicolao, rispettivamente nel castello di legnano. Con testamento depositato presso il notaio Lazzaro de Cairateche fu poi datato 7 gennaio 1460 alla sua morte, assegnava la sua successione generale, al nipote Gio Andrea, prescrivendogli alcune beneficenze a poveri, a zitelle per il corredo matrimoniale, a membri poveri delle famiglie Lampugnani, che volle fossero ricavate dai redditi delle possessioni di Trecate e di Anico Cremonese e per le quali prescrive che venga costituito un collegio erogatore costituito dall'erede predetto, dal suo fattore Pedrolo Gambara, da un anziano della famiglia Lampugnani e dai deputati del Consorzio della Misericordia di Milano.
Il castello di Legnano e redditi annessi li passa al nipote Gio Andrea Lampugnani che per censo e per atavismo continuera' la sua partecipazione al governo del Ducato.
Anche la casa in Milano a Porta Vercellina passa al nipote e l'Oldrado avra' nella chiesa della Madonna del Carmine il suo lussuoso sepolcro del quale sono conservate ancor oggi le lapidi di cui gia' parlammo in Memorie n. 2 pag 61.
Il Gio Andrea entro' tosto in possesso della pingue eredita' e pero' non tralascio' di continuare il commercio di preziosi cui era dedicato benche' grande signore.
Egli fara' anche riconfermare dalla camera Ducale le esenzioni delle gabelle che aveva goduto lo zio; e anche i suoi fratelli se le fanno confermare malgrado la protesta delle genti di Legnano perche' perdurera' il rispetto morale verso la casata che vanta il diritto avuto. Ma verranno i tempi poveri del Governo Spagnuolo a mettere un freno a tali esenzioni.
Torna qui opportuno di aggiungere che, sotto questo governo piu' volte per bisogno di denaro, era stato decretato di vendere in feudo le terre di Legnano, e le cedole relative erano state esposte all'albo delle aste. Ma i Legnanesi si opposero fieramente con petizioni firmate dai maggiorenti del Borgo fra cui figurava naturalmente una grossa schiera di Lampugnani. Uno di questi nel seporre la sua firma aggiungeva " mi riserbo tutti i diritti della mia casa" frase minacciosa e roboante.
Ma l'amministrazione spagnuola non tanto si commosse delle minaccie quanto della decisione piu' pratica presa dai Legnanesi di offrire tosto alla Camera delle Entrate una somma immediata quale "prezzo del riscatto dell'infeudazione". Uno dei lampugnani, aveva anticipato in proprio la somma di l. 6800 per tutta la comunita', coll'intesa che ne avrebbe poi esatta la restituzione con uno scomparto per le famiglie o fuochi. E che cos'era poi questo se non una tassa sulle persone emessa da un feudatario?. In tal modo Legnano resto' esente da infeudazione rinnovando il Governo Spagnuolo a ritornello piu' volte questo fatto,ogni volta che cio' piacque alla Camera delle Entrate.
 
IL CASATO LAMPUGNANI IN RIBASSO TEMPORANEO PER L'UCCISIONE DEL DUCA
Da Memorie n. 8
 
Dopo la tragica fine del Duca Galeazzo Maria Sforza nel giorno di Santo Stefano del 1476 per opera di tre nobili congiurati (Visconti - Olgiati - Lampugnani) tutti appartenenti alle rinomate famiglie Milanesi, mentre un senso di orrore aveva pervaso citta' e campagne, ed una sinistra luce cadeva su tutti i membri di tali famiglie ancorche' innocenti, il governo ducale aveva iniziato una dura revisione della posizione dei singoli Vedere l'interessantissima espozsizione storica nel volume : Bartolo Bellotti: "Olgiati" milano 1929.).
Anche i Lampugnani dovettero sottostare ad inquisizioni e vessazzioni camerali; quindi ogni ramo di essi si sforzava per tagliar corto, di dimostrare di non avere alcuna affinita' di sangue, benche' portasse la stessa parentela  dell'uccisore. Vi furono casi di ripudio della stessa parentela con stratagemmi originali anche da parte di membri autorevoli, il piu' curioso e' quello illustrato da un documento il quale si teneva a salvare tutta la casata cercando di domostrare che il ramo Lampugnani dell'uccisore non era dei Lampugnani, ma andava chiamato Litti. Lo traduciamo brevemente piu' avanti.
Il governo era stato cosi' intransigente che persino il Magnifico Princivalle, ambasciatore alla Spezia aveva dovuto lasciare immediatamente la carica, solo per essere fratello dell'uccisore Pare che Gian Andrea non fosse equalmente considerato come gli altri figli del Dott. in Legge Pietro, per esserne figlio carnale, ed anche anchilosato ad una gamba..
Il Gio Andrea Lampugnani, congiurato ed esecutore principale non aveva speciali relazioni con Legnano per quanto si consta. Egli aveva i suoi interessi sull'Abbadia di Morimondo e fu precisamente per la noncuranza che il Duca aveva dimostrato a suo riguardo nel non appoggiarlo in certe contese economiche, che su tale Abbazia egli aveva contro il Vescovo di Como, che egli gli si inimico' sino a congiungersi coll'Olgiati ed il Visconti per trucidarlo.
Il Princivalle aveva relazioni con Legnano perche' vi possedeva dei beni terrieri e precisamente intorno al castello visto che essi erano irrigati colle acque dell'Olona. La loro ubicazione fa ritenere che si tratti di una qualche parte del possesso lasciato dall'Oldrado II° che, malgrado le disposizioni testamentarie che ne vietavano la divisione, aveva gia' subito una spartizione.
Fra gli interrogatori che le autorita' eseguiva per accertare le eventuali ramificazioni dei congiurati troviamo dunque questo:
Depongono alcuni testi che "Pietro detto Lampugnano, padre di Princivalle e di quello scellerato che sconvolse l'ordine in Milano non fosse di quella famiglia, ma dei Litti, e che assunse tale cognome per un favore procuratogli dal Magnifico Oldrado da Lampugnano (Pietro e Princivalle avevano anch'essi suffissi nobiliari, ma in questo momento in cui si arriva a dubitare della loro integrita' morale gli sono omessi intenzionalmente). tali testi sono Giovanni da Lampugnano del fu Erasmo abitante in Parr. San Babila, Commissiario ducale a Novara, e nob. Giovanni da Lampugnano del fu Ambrogio abitante in Parr. San Pietro alla Vigna. Disse poi Ambrogio de Cagnoli del fu Andreolo di essere a conoscenza, per aver sentito dire dal defunto padre suo, che il sapiente dottore in ambo le leggi Pietro da Lampugnano che era del collegio dei dodici di Provvisione di Milano, nacque con riverenza, da un "petto". Infatti, mentre portavano alla tumulazione un bambino, ritenuto morto, i presenti udirono mentre si stava per calarlo nella fossa  "un petto" ed avuta la sensazione sicura che era partito dal presunto morto decisero di aprire il feretro. Constatato che il morto viveva, lo portarono a casa, ove dopo le adeguate cure riprese vita regolare, e sposatosi gli nacque poi anche il Pietro predetto. Da qui la testimonianza di mio padre che il Pietro fosse nato da un "petto". L'Oldrado Lampugnani, si interesso' tanto di questo giovane sino a farlo chiamare col suo cognome, ma egli non era dei Lampugnani, bensi' Litti.
Noi crediamo che tutta questa storia faccia assegnamento su qualche scambio di persona, fidandosi su un'omonimia quasi perfetta e sul fatto che esse erano ormai lontane nel tempo e defunte, come pure lontano era l'Oldrado. Cio' per portare in erore le autorita' inquirenti; ma il gioco non valse.
Consta da vali atti, che l'Oldrado avesse una predilezione per il I.C.C. Pietro Lampugnani che elevo' a suo segretario e collaboratore, ma questi che era figlio del fu Giovanni, non era il padre dei suoi nipoti Princivalle e dello "scellerato" Gio Andrea, il cui padre fu il J.C.C. Pietro Lampugnani f.q. Uberto.
Tale Pietro fu Giovanni non e' preso in causa dalla curiosa deposizione, mentre del Pietro fu Uberto troppi documenti confermano la legale origine. Fu dunque quella una falsa e ben originale deposizione.
Non possiamo qui dilungarci sulle vicende passate il tal periodo dalle famiglie imparentate ai nobili congiurati; a tal uopo e' di efficacia straordinaria il volume di Bartolo Bellotti "Olgiati" sopracitato, un lavoro storico che merita di essere letto dai Legnanesi.
 
OLDRADO III. E CRISTOFORO LAMPUGNANI ESILIATI IN FRANCIA
Da Memorie n. 8
 
Colla partenza di Ludovico il Moro nel 1499, esiliato in Francia per l'avvento di Luigi XII, Re di Francia, al Ducato Milanese, Oldrado e Cristoforo Lampugnani figli di Gio Andrea, padroni del castello di Legnano e fedeli sostenitori degli Sforza, subirono le sorti del loro Signore; confisca dei beni ed esilio.
Invero il loro esilio va considerato volontario, quali facenti parte del seguito che Ludovico si scelse per la sua compagnia a Parigi Il Malaguzzi Valeri in : La corte di Ludovico il Moro, da l'elenco di quattordici seguaci di Ludovico ma non vi e' segnalato Il Cristoforo Lampugnani.) ma della confisca dei beni vi sono documenti certi; la Regia Camera vendette i beni confiscati a Bernabo' Visconti figlio del Magg. Azzone, un loro zio che si era presentato all'asta.
I Lampugnani e i Milanesi dovevano sapere, o speravano in segreto, che l'avvento francese dovesse essere di breve durata: e nelle amministrazioni dello stato, l'appellativo di "Ducale" era si stato sostiuito con quello di "regio", ma l'animo era rimasto "ducale". Cosi' solo si puo' spiegare che la "Regia Camera" vendette i beni ad uno stretto parente dei confiscati; Bernabo' Visconti Non va confuso Bernabo' Visconte figlio di Azzone (Litta tav. VIII) coll'omonimo Bernabo' Visconte figlio di Francesco Bernardino, che nel 1512 si ritiro' in Francia cogli esuli. Sagramoso Visconti fratello di questi continuo' a parteggiare per gli Sforza e come capitano al servizio di Massimiliano subi' le alterne vicende, morendo esule nel delfinato (Litta tav. VIII).) era fratello della loro madre Lucrezia Visconti.
Ed infatti quando nel 1507 Ludovico ritorna sia pur fugacemente al potere, Oldrado e Cristoforo pure rientrati in Milano riacquistando i beni dal Bernabo' Visconti Atto 1507 23 novembre. Arch. Osp. Magg. Cart. 135 ) sborsando scudi 1200. L'azione di confisca non si era pero' estesa al castello di Legnano ma solo su taluni beni legnanesi; non sappiamo il perche' di cio'. Forse non tutti gli atti relativi giunsero a nostra conoscenza.
Dobbiamo ritenere che sia stato durante l'assenza dell'Oldrado nell'esilio che il castello ha sofferto l'incendio fatto appiccare dal Capitano Teodoro Trivulzio condottiero dei francesi ed acerrimo nemico dei Lampugnani.
 
LA CONTESA CIVILE DEL POSSESSO DEL CASTELLO
Da Memorie n. 8
 
I Lampugnani aventi diritto si estinguono
 
Nel 1528 moriva l'OldradoIII Lampugnani Capitano ducale, marchese e conte di Ripalta d'Adda, lasciando un sol figlio Ferdinando, sposato a Bianca Giuditta Visconti della quale diremo poi.
Ebbe la malaugurata idea di voler assicurare alla stirpe Lampugnani (previdenza sua!), il patrimonio suo materiale costituito da molti beni terrieri, e quello spirituale, costituito dal castello di Legnano. Col suo testamento del 1507 istituiva il fidecommesso dul castello e beni annessi pr il quale, il possesso doveva passare a quell'erede maschio piu' prossimo che avrebbe potuto assicurare il proseguimento della stirpe.
Una nobile intenzione lo animo' ma essa fu ed e' praticamente ineffettuabile come si vedra' tosto:
La disposizione testamentario diceva:
Nel caso in cui tutti i figli e discendenti miei maschi legittimi, nati e procreati in linea maschile, morissero, cosicche' nessun discendente  mio maschile legittimo e nato in linea maschile sopravvivesse, istituisco e sostituisco a me ed ai miei figli e discendenti maschili legittimi, come eredi universali i predetti D.D.i CRISTOFORO e NICOLA fratelli miei, ognuno di essi per meta', ed i loro figli e discendenti maschili legittimi e nati in linea maschile ancora sopravviventi, e qualsiasi di essi, in porzioni eguali, tuttavia per stirpe e non per capi.
E se uno dei D.D.i Cristoforo e Nicola morisse senza figli maschi e, come sopra, l'altro vivesse e sopravvivesse, sia che morisse con figli, sia con discendenti maschi in linea maschile, nati da legittimo matrimonio, affinche' l'eredita' e i beni miei pervengano e debbano pervenire a quello stesso dei detti fratelli miei che sopravvivera', od ai fili e discendenti suoi maschi legittimi e come sopra, e allorquando gli stessi ambedue fratelli miei coi figli come sopra fossero morti, ordino che la successione avvenga per stirpe e non per capo, cioe' come sopra detto.
E tutto cio' considerato ordino, perche' voglio, che i beni miei si conservino per i figli e i discendenti miei maschi legittimi, di legittimo matrimonio e di linea maschile procreati, ed in loro assenza pervengano nei fratelli miei ed i loro figli discendenti maschi legittimi cosicche' i legittimati in virtu' di qualunque privilegio, anche se fossero per volonta' del Pontefice o dell'Imperatore, o legittimati per susseguente matrimonio non siano compresi, salvo in caso di assenza di legittimi nati da legittimo matrimonio, nel qual caso, cioe' mancando tutti i legittimi da me discendenti o discendenti dai detti fratelli miei, possono essi venire legittimati e lo vengano in questo caso vengano compresi nella successione.
Si aggiunge la proibizione della Trebellianica e dell'alienazione agli eredi diretti ed indiretti, perche' voglio, mando e comando che i beni miei siano conservati ai figli discendenti legittimi nati da legittimo matrimonio in linea maschile ancora sopravviventi, e mancando essi, ai figli e discendenti come sopra ho detto dei fratelli miei, ed in mancanza di essi agli altri come sopra nominati.
Non e' difficile immaginare cio' che doveva succedere in seguito ad un tal testamento. Contese interminabili fra parenti.
Comincio' a sentire le conseguenze la stessa nuora, Bianca Giuditta Visconti figlia di Anton Francesco Visconti e Margherita Crivelli, che abitava nel castello di Legnano, quando pochi anni dopo, nel 1533 rimase vedova del I.C.C. Ferdinando, e priva di figli maschi pr la successione sulle linee del fidecommesso. Tutta l'assurdita' d'una tale concezione legislativa apparve nella sua drammatica realta'.
La sua lettera al governatore Cardinale Caracciolo rispecchia l'ansia del momento.
Furono tuttavia pazienti i cognati e benche' portassero i loro diritti al tribunale del Senato Milanese, solo  i rispettivi figli Gio Bernardino e Conte Alessandro entrarono in possesso dei beni e del castello di Legnano nel 1554.
Per concordato intervenuto fra le figlie del Ferdinando ed i succcessori legali al fidecommesso, il Gio Bernardino entro' in possesso del Castello di Legnano, e col Conte Alessandro ricevette 627 pertiche di terre pure a Legnano. Alle due figlie del Ferdinando predette, furono concessi 4 mulini in Legnano e 730 pertiche di terre pure in Legnano contro cessione pero' del "Sedime da Nobili" che possedevano in Milano.
Questo concordato segna la prima crepa nell'esecuzione delle volonta' testamentarie dell'Oldrado.
Ed altre ne seguirono come si vede nella tavola allegata. Sarebbe infatti un assurdo che improvvisamente un beneficiatario attuale del fidecommesso dovesse venire espropriato pr la comparsa di un ramo collaterale di un nuovo legittimo successore ai pingui beni. Il beneficiatario ereditario legale, sbalzato via da un'altro beneficiatario posteriormente procreato.
Le contese che sorsero sulle proprieta' del castello e dei beni annessi ebbero le piu' svariate complicazioni e fecero scorrere rivoli di inchiostro nelle sedi legali e fiele in petto ai litiganti. Durarono oltre 200 anni e si chiusero coll'estinguersi della Famiglia intiera avvenuta nel 1729 coll'ultino suo superstite. Questi, il Conte Francesco Maria Lampugnani I.C.C. nel 1696 era riuscito a rimuovere gli ostacoli ed a racimolare molte delle sparse unita' dell'antico lotto di terre, ed occupava ed abitava signorilmente il castello.
Morendo nel 1729 senza eredi maschi ne faceva legato all'Ospedale Maggiore di Milano unitamente a 729 pertiche di terre (Testamento 1717 30 settembre) e questo segna l'inesorabile verdetto del tempo sulla Famiglia e sul fidecommesso.
Ma non aveva pero' vinto il Conte Francesco la contesa elevata contro i Conti Corio e Dal Verme per il possesso dei 4 mulini e pertiche 500 che erano stati distaccati dal pingue lotto sil dal 1554.
I 4 mulini rstarono alla casa Corio ad atraverso i legami di sangue coi Conti Melzi (1800) dei quali fu erede Donna Barbara Melzi fondatrice della Pia Casa Melzi in Legnano, du di essi che sono del gruppo di mulini sotto il castello detto dei Melzi passarono alla Casa Pia Melzi, oggi Casa Pia Donna Amigazzi di Legnano. Ed al tempo che corre, i mulini non hanno ancora chiusa la loro onorata esistenza benche' siano ormai quasi oggetto da museo.
 
LA FAMIGLIA CORNAGGIA ACQUISTA IL CASTELLO
Da Memorie n. 8
 
I Cornaggia si erano insediati in Legnano nel 1598 col bartolomeo Cornaggia nativo da Sedriano e, come altre famiglie benestanti e nobili, possedettero il loro sepolcre nella chiesetta di San Angelo annessa al convento dei frati Minori. Ebbe a moglie Caterina Angela Custodi pure appartenente a primaria famiglia residente in Legnano. Il Bartolomeo Cornaggia commerciava con importazioni di cotone ed altro dall'estero, e con cui fece una discreta fortuna.
Nel 1748 un discendente, Carlo Cornaggia acquista dai Crivelli, il feudo sulla Castellanza, la localita' poco a nord di Legnano, col che il ramo suo si aggreghera' il titolo di Marchesi della Castellanza.
E' infine nel 1880 che il Marchese Carlo Cristoforo Cornaggia fa acquisto dall'Ospedale Maggiore di Milano, del castello con tutta la grande tenuta annessa, al prezzo di lire 124.620.
Il Cornaggia ripristino' lo splendore della bella dimora portandovi la famiglia durante la stagione favorevole.
Le grandi sale inferiori e superiori dalle finestre monumentali da cui aria in quantita' giungeva nei locali ad allietare i proprietari nei loro soggiorni di campagna, corrispondevano in pieno al gusto dell'epoca. E tale loro soggiorno duro' sino al giungere del 1990, con cui nuove mode e nuove aspirazioni convertirono le usanze dei cittadini milanesi.
La predominanza dei terreni irrigui nella proprieta' acquisita, indusse tosto i Cornaggia all'installazione di un vasto allevamento di bovini da latte e la riproduzione a poco a poco, in seguito anche alla rinuncia della Famiglia a godere del castello come soggiorno estivo, invase tutto l'immobile e divenne la sola ragione della sua conservazione.
Le stalle vennero ampliate sino a contenere 50 grossi capi di bovini; adeguati fienili sistemati e ... il castello stesso ridotto a piccoli locali ceduti in affitto ai contadini al prezzo di Concordato l 100 annue cadauno.
Tutti sanno in quali condizioni si svolgono i grandi esercizi agricoli specialmente quando il proprietario non e' in luogo.
Apparente miseria, e' la nota predominate nell'ambiente. Quindi trascuratezza e luridume; assenza delle riparazioni piu' elementari. Si lasciano vuoti dei locali per non fare la spesa di ripristinare il tetto che si sfascia.
Si demolisce qua' e la', allo scopo di recuperare qualche mattone che occorre altrove.
Si lascia cadere cio' che deve essere sorretto, pur di non spendere per acquistare calce e mattoni.
Simile e' lo stato odierno della corte del castello che vide tanti splendori.
 
GLI ABITATORI PRO TEMPORE DEL CASTELLO
Da Memorie n. 8
 
Dopo tutto il predetto non occorrerebbe piu' dire che ha abitato il castello; furono i Lampugnani.
La comsulsazione dei documenti ci permette tuttavia di segnarli nominalmente a partire dall'Oldrado Lampugnani II°. (4.2) perche' prima appare pressoche' impossibile ottenere dati storici sul possesso del castello. Cio' per le molteplici distruzioni degli archivi piu' antichi milanesi.
Ci limitiamo quindi, all'esame dal 1426 in avanti, epoca in cui l'Oldrado acquisto' tutto il complesso di case e casupole che contornavano il fabbricato principale, il quale invece apparteneva ai Visconti Signori di Milano, come abbiamo detto: Gli abitatori furono dunque:
1) Capitano Oldrado Lampugnani detto il Magnifico, padrone effettivo di tutto il castello dal 1437 in seguito alla donazione della costruzione signorile trecentesca a lui fatta dal Duca Filippo Maria Visconti. Lo gode sino alla sua morte 1460, in convivenza prima col Dott. I.C.C. Cristoforo Lampugnani (4.3) fu Giovanni (5.9), e poi coll'altro nipote Conte Gio Andrea (5.16) fu Maffiolo.
2) Conte Gio Andrea predetto, consigliere ducale, sposo a Lucrezia Visconti figlia di Azzone, riceve nel 1460 il castello in lascito testamentario dallo zio Oldrado II°, e lo gode sino alla sua morte nel 1488.
3) Capitano e Conte Oldrado III° Lampugnani, (6.12) figlio del precedente, camerario ducale, amico e fedele seguace di Ludovico il Moro, conte di Ripalta d'Adda, feudatario di Trecate, fu' Podesta' di Portovaltravaglia e di altre localita', Governatore di parma, Senatore (1499), godette il castello in proprio dal 1488 al 1507, anno in cui all'atto di partire per l'esilio di Parigi come fedele amico e seguace di Ludovico il Moro, fece testamento a favore del figlio unico Ferdinando (10 novembre 1507). Egli torno' poi a Milano nel 1508 dopo la morte di Ludovico ma avvinghiato agli Sforza, segui' l'agitata sorte di Massimiliano. Ebbe a moglie la patrizia Agnese Visconte e mori' nel 1528. Durante il possesso suo, nel castello erano installate diverse famiglie che dobbiano ritenere sue affini: Il notaio Beniamino Bossi fu Francesco I Bossi possedevano anche una casa in Legnano, in via Gigante odierna, al n. 2 nella quale si sono trovati vari affreschi che sono tuttora in luogo con stemma dei Bossi di cui e' esposta una riproduzione nel Museo Civico.) che vi teneva il suo ufficio notarile; il Magistrato Daniele Caimi fu Gio Pietro pronotario, col figlio Gio Pietro pure pronotario, ed ambo al servizio del notaio predetto, nonche' il magistrato Bernardo Ricci fu Lorenzo.
4) Conte Ferrando o Ferdinando I° Lampugnani, (7.7) figlio del predetto Oldrado III°, ebbe la successione compleata dal padre sin dal 1507 e godette il castello sino alla sua morte nel 1533. Ebbe a moglie Bianca Visconti figlia di Anton Francesco, patrizia milanese Litta tav XI da cui si rileva che essa e' una diretta discendente del Gaspare Visconti fratello del Lodrisio che fu compartecipe alla Signoria di Milano nel 1330.) e per la vita da signore che condusse dissipo' non solo la dote della moglie, ma parte dei beni del castello. Morto il Ferdinando 1628 senza figli maschi, i rami aventi diritti  partirono alla riscossa, ma la vedova pote' tenere il castello ed anche passarlo alle figlie quando essa sorvolo' a nuove nozze. Anche durante il godimento del Conte Ferrando, abitava nel castello il notaio Bossi predetto nonche', due notai al suo servizio, Magistro Gio Andrea Crivelli fu Battista e dno Serrandi Crivelli fu magn. Danesio, oltreche' dno prevosto Gio Antonio da Giussano fu dno Francesco e dno Gio Antonio Crivelli figlio del dno Serrandi predetto.
5) Abusivamente, come gia' detto, le figlie del predetto Ferrando, cioe' Lucrezia Lampugnani sposatasi poi col Conte Ottaviano Cusani e Ottavia sposatasi poi Conte Francesco dal Verme, tennero il possesso del castello alcun tempo sino a che a seguito di sentenza sfavorevole del fidecommesse dovettero lasciarlo (1554) al collaterale legale.
6) Il Conte Alessandro Lampugnani figlio del fu Nicolo' e marito a Lucia Gamboloita, godette il castello dal 1554 alla sua morte 1577 non senza vivaci contrasti coi parenti e pretendenti. Sua figlia, contessa Isabella, moglie del conte Pietro Maria Rossi di San Secondo resto' brevemente ancora nel castello ma morta nello stesso anno 1577, il marito e i figli tentarono di conservarselo. Ma mancato poco dopo il padre, i figli perdettero la causa contro la schiera dgli aventi diritto; subentro' quindi:
7) il J.C.C. conte Ferdinando II° (9.11)  nel 1605 e lo tenne fino alla sua morte nel 1638. Questi ebbe a moglie la patrizia Ludovica Arese. La successione del castello procede poi per qualche tempo regolarmente da padre in figlio maggiorasco.
8) Il Capitano Francesco Maria I° Lampugnani (10.6), figlio del predetto, marito di Francesca Vismara, gode il castello con il fratello Conte Giuseppe (10.5) dal 1638, ma egli muore presto, nel 1644, lasciando due maschi sotto tutela del fratello. Nel castello trovasi in una nicchia a muro la statua a mezzo busto di un capitano che con molta probabilita' lo raffigura, Essa puo' essere stata eseguita da parte del Francesco Maria ultimo detentore del Castello, in onore al nonno suo, che era appunto stato capitano della Fanteria e dei cavalli.
9) Il conte Giuseppe Lampugnani, gode il castello come tutore dei figli del predetto, sino alla sua morte 1658.
10) Conte Oldrado IV (11.1) J.C.C. e Ferdinando Maria III° (11.0), fratelli e figli del Capitano Francesco Maria I°, godono il castello dal 1658. Morto presto il Ferdinando III°, il possesso resta fino al 1683 unico e solo al conte Oldrado IV°, sposato alla patrizia Lucrezia Cambiaga di Francesco. Gli succedono i figli:
11) Conte e J.C.C. Francesco Maria II° Lampugnani e fratello Gio Andrea II° (12.0). Questo secondo pero' fa donazione della sua parte al fratello il quale gode quindi da solo il castello sino alla sua morte, nel 1729. Questi, uomo di ingegno e di attivita' si pose il compito di radunare quelle parti dei beni aviti che coll'andar del tempo si erano distaccati per manovre di ogni genere. Ottenne il suo scopo (1695) ma, rimasto senza figli dalla moglie Maddalena Figini e poi vedovo, fece donazione testamentaria di tutto, castello e beni annessi all'Ospedale Maggiore di Milano alla sua morte, avvenuta nel 1729 come detto. A cosi' insigne donatore l'Ospedale Maggiore fece tosto fare ritratto a piena persona che e' conservato nella quadreria dell'Ospedale. Il Conte Francesco Maria II° (12.1)  elevo' in affresco su un muro del castello il suo stemma simile a quello di un sigillo suo che qui riproduciamo. Egli fu anche Console di Legnano. Alcuni documenti di tale sua gestione sono conservati presso l'Amministrazione Cornaggia Medici in Legnano, ed e' vivo desiderio nostro che essi vengano definitivamente passati sotto la tutela dell'archivio Civico Storico da noi gestito nel Museo.
 
 
 
 
 
 
 
Indice di Raccolta del castello
 
 
 
 
Origini
Il Castello di Legnano
NUOVI DOCUMENTI SUL CASTELLO
ORIGINI DEL CASTELLO DI LEGNANO
LA DENOMINAZIONE "CASTELLO DI LEGNANO"
I PASSAGGI SOTTERRANEI FRA IL CASTELLO DI LEGNANO E I LUOGHI VICINI
DESCRIZIONE DEL CASTELLO DI LEGNANO
       Il fabbricato principale trecentesco
       L'arredamento mobile del castello
OTTONE VISCONTI, LEGNANO E CASTELSEPRIO
       Episodi della lotta di Ottone Visconti e i Torriani
       Legnano e la battaglia di Parabiago
I LAMPUGNANI A LEGNANO E ZONA AGLI ALBORI DEL 1400
LA FAMIGLIA DI UBERTO E OLDRADO LAMPUGNANI
L'AVVENTO DELLA FAMIGLIA DELL'OLDRADO A LEGNANO
LE ALTRE NOBILI CASATE DIMORANTI IN LEGNANO FRA IL 1400 E IL 1500
OLDRADO LAMPUGNANI  Istruttore del minorenne Duca Filippo Maria Visconti e poi suo Capitano
OLDRADO LAMPUGNANO E IL CONTE DI CARMAGNOLA (1412-1425)
OLDRADO LAMPUGNANI E GABRINO FONDULO
OLDRADO LAMPUGNANI E IL SUO SEGRETARIO
OLDRADO LAMPUGNANI DIVIENE PADRONE DEL CASTELLO DI LEGNANO E LO FORTIFICA
ATTACCHI AL CASTELLO DI LEGNANO
OLDRADO LAMPUGNANI RIBELLE ALLA REPUBBLICA MILANESE
OLDRADO LAMPUGNANI FEUDATARIO DI OSCASALE, E SIGNORE DI FARFENGO
IL CORREDO NUZIALE DI UNA SPOSA LAMPUGNANI DEL 1457
LA SUCCESSIONE DELL'OLDRADO LAMPUGNANI
IL CASATO LAMPUGNANI IN RIBASSO TEMPORANEO PER L'UCCISIONE DEL DUCA
OLDRADO III. E CRISTOFORO LAMPUGNANI ESILIATI IN FRANCIA
LA CONTESA CIVILE DEL POSSESSO DEL CASTELLO
       I Lampugnani aventi diritto si estinguono
LA FAMIGLIA CORNAGGIA ACQUISTA IL CASTELLO
GLI ABITATORI PRO TEMPORE DEL CASTELLO
 
 
 

28.1.57 R-cast1

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GENEALOGIA DEI LAMPUGNANI
Signori del Castello di Legnano
Da Memorie n. 8 Schema del Casato
 
                     1400                     1500                     1600
 
 
1.0       Oldrico Lampugnani
2.0              Oldrado Lampugnani
3.1                     Maffiolo Lampugnani
3.2                     Beltrame Lampugnani.
4.0                            Oldrado Lampugnani
5.1                                   Beltrade Lampugnani.
5.2                                   Beltbmolo Lampugnani
6.0                                          Gaspare Lampugnani
5.3                                   Antonio Lampugnani
5.4                                   Marco Lampugnani
6.1                                          Gio.Antonio Lampugnani
6.2                                          Oldrado Lampugnani
4.9                            Gaspare Lampugnani
3.3                     Uberto Lampugnani
4.1                            Maria Lampugnani
4.2                            Oldrado Lampugnani II°
5.5                                   Angela Lampugnani
5.6                                   Agostina Lampugnani
5.7                                   Giovannina Lampugnani
6.3                                          Ursina Guidina Lampugnani
5.8                                   Magdalena Lampugnani
4.3                            Giovanni Lampugnani
5.9                                   Cristoforo Lampugnani
4.4                            Franceschina Lampugnani
4.5                            Giustina Lampugnani
4.6                            Giorgio Lampugnani
4.7                            Pietro Lampugnani
5.10                                   Bernardo Lampugnani
5.11                                   Giov. Andrea Lampugnani
5.12                                   Battista Lampugnani
6.4                                          Gerolamo Lampugnani
6.5                                          Andrea Lampugnani
6.15                                          Giovanni Lampugnani
7.14                                                 Battista Lampugnani
7.15                                                 Margherita Lampugnani
5.13                                   Pringivalle Lampugnani
6.16                                          Pietro Giorgio Lampugnani
7.2                                                 Violunta Lampugnani
6.6                                          Margherita Lampugnani
6.7                                          Elisabetta Lampugnani
6.8                                          Gerolamo Lampugnani
7.3                                                 Princivalle Lampugnani
7.4                                                 Cesare Lampugnani
7.5                                                 Pietrogiacomo Lampugnani
7.6                                                 Perpetua Lampugnani
6.9                                          Susanna Lampugnani
6.10                                          Francesca Lampugnani
6.11                                          Laura  Lampugnani
4.8                            Maffiolo Lampugnani
5.14                                   Giorgio Lampugnani
5.15                                   Uberto Lampugnani
5.16                                   GIOVANNI ANDREA LAMPUGNANI
6.12                                          OLDRADO III° LAMPUGNANI
7.7                                                 Ferdinando I° Lampugnani
8.2                                                        Lucrezia Lampugnani
8.2.1                                                               Gerolamo Cusani
8.2.2                                                                      Flaminia Cusani
8.2.10                                                                      Gerolamo Stampa
8.2.3                                                               Giovanna Cusani
8.2.4                                                               Sorella di Giovanna Cusani
8.2.5                                                               Sorella di Giovanna Cusani
8.2.6                                                               Sorella di Giovanna Cusani
8.2.7                                                               Sorella di Giovanna Cusani
8.2.8                                                               Lelio Cusani
8.2.9                                                                      Agostino Cusani
8.2.11                                                                      Ottavio Cusani
8.2.12                                                                             Ferdinando Cusani
8.2.13                                                                             Frat. di Ferdinando Cusani
8.2.14                                                                      Gerolamo Cusani
8.3                                                        Ottavia Lampugnani
8.3.1                                                               Marco Antonio Del Verme
8.3.2                                                               Ercole Del Verme
8.3.3                                                                      Francesco Dal Verme
8.3.6                                                                             Ippolita Dal Verme
8.3.7                                                                                    Francesco Corio.
8.3.4                                                                      Giacomo Luigi Dal Verme
8.3.5                                                                      Pietro Dal Verme
8.3.8                                                                             Antonio Dal Verme
8.3.9                                                                                    Giacomo Dal Verme.
6.13                                          Nicola Lampugnani
7.8                                                 Isabella Lampugnani
7.9                                                 Cornelia Lampugnani
7.10                                                 Gaspare Lampugnani
7.11                                                 Camillo Lampugnani
8.4                                                        Ottaviano Lampugnani
7.12                                                 Alessandro I° Lampugnani.
8.5                                                        Isabella Lampugnani
8.5.1                                                               Conte Troilo
8.5.2                                                               Conte Federico
6.14                                          Cristoforo Lampugnani
7.13                                                 Giovanni Bernardino Lampugnani
8.6                                                        Violunta Lampugnani
8.7                                                        Prospero Lampugnani Jcc
9.0                                                               Cornelia Lampugnani
9.1                                                               Alessandro II° Lampugnani
10.0                                                                      Susanna Lampugnani
10.1                                                                      Giovanni Lampugnani
8.8                                                        Oldrado IV° Lampugnani
9.2                                                               Giovanni Battista Lampugnani
9.3                                                               Camillo Lampugnani
9.4                                                               Paola Catt.na Lampugnani
9.5                                                               Giulia Vittoria Lampugnani
9.6                                                               Paola Costanza Lampugnani
9.7                                                               Elena Margherita Lampugnani
9.8                                                               Paola Francesca Lampugnani
9.9                                                               Angela Faustina Lampugnani
9.10                                                               Pomponio Lampugnani.
9.11                                                               Ferdinando II° Lampuignano.
10.2                                                                      Oldrado Lampugnani
10.3                                                                      Camilla Lampugnani
10.4                                                                      Barbara Lampugnani
10.5                                                                      Giuseppe Lampugnani.
10.6                                                                      Francesco Maria I° Lampugnani
11.0                                                                             Ferdinando Maria III° Lampugnani
11.1                                                                             Oldrado IV Lampugnani
12.0                                                                                    Giovanni Andrea Lampugnani II°
12.1                                                                                    Francesco Maria II° Lampugnani
 
 
 
 
 
 

28.1.58 R-cast3

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Il CASATO LAMPUGNANI
Ricavato dalla Tavola 25 di Memorie n.8
 
1.0              Oldrico Lampugnani
       1296       Podesta' di Novara nel 1296
 
2.0              Oldrado Lampugnani
       1350       Dottore Colleg.
 
3.1              Maffiolo Lampugnani
              Vescovo di Messina.
 
3.2              Beltrame Lampugnani
              1389-1410. Commerciante.
 
3.3              Uberto Lampugnani
               - JCC Lettore Universita' di Pavia - Maritato con Giovanna Omodea (1387-1399??)
 
4.0              Oldrado Lampugnani
       1425       Morto nel 1425
 
4.1              Maria Lampugnani
              Genealogia dei Casanova.
              Sposata con Castici
 
4.2              Oldrado Lampugnani II°
              Il magnifico capitano ebbe il castello nel 1437
       1460       mori'
 
4.3              Giovanni Lampugnani
 
4.4              Franceschina Lampugnani
              sposata nel 1412 Luigi Terzaghi
 
4.5              Giustina Lampugnani
              Sposata con Ambrogio Bozuli nel 1418
 
4.6              Giorgio Lampugnani
              J.C.C. a Pavia.
 
4.7              Pietro Lampugnani
              Sposato con Orsina Vistarini
              vissuto nel 1426
 
4.8              Maffiolo Lampugnani
       1410       ???
              Sposo' Giovanna Crivelli. Vivente nel 1419
 
4.9              Gaspare Lampugnani
              Apotecario, abitante nella parrocchia di San Protasio e monaco.
 
5.1              Beltrade Lampugnani
 
5.2              Beltbmolo Lampugnani.
              .- Sposato con Caterina Binaga nel 1425
 
5.3              Antonio Lampugnani-
                      Mercante 1457
 
5.4              Marco Lampugnani
                     - Commerciante
 
5.5              Angela Lampugnani
              morta nel 1448
              Sposata con Pietro Bartoli
 
5.6              Agostina Lampugnani
              Sposata con Giorgio Vistarini fratello di Orsini
 
5.7              Giovannina Lampugnani
              Moglie di Gerolamo Lampugnani
              Secondo marito Gia Simone
 
5.8              Magdalena Lampugnani
              Sposata con Ubicino Gambarana
 
5.9              Cristoforo Lampugnani
              Sposato con Belida del Carretto nel 1430
 
5.10              Bernardo Lampugnani
              Fu uno dei 900 nobili nel 1477
 
5.11              Giovanni Andrea Lampugnani
              Uccisore di Galeazzo Maria Sforza nel 1476
 
5.12              Battista Lampugnani
              Morto nel 1468
 
5.13              Pringivalle Lampugnani
              Sposato con Caterina Federica Spinola
 
5.14              Giorgio Lampugnani
              Vissuto nel 1464
 
5.15              Uberto Lampugnani
              Sposato una Franceschina Lampugnani
 
5.16       GIOVANNI ANDREA LAMPUGNANI
              sposato con Lucrezia Visconti  di Azzone Visconti - Vivevano in anno 1450
 
6.0              Gaspare Lampugnani
              .- Commerciante 1470-1476
 
6.1              Gio.Antonio Lampugnani
 
6.2              Oldrado Lampugnani
 
6.3              Ursina Guidina Lampugnani
              Maritata con Gaspare Visconti fratello di Azzone.
              Morta nel 1465 ??
 
6.4              Gerolamo Lampugnani
              Detto il Magno
              Morto nel 1530
 
6.5              Andrea Lampugnani
              Fu uno dei 900 nobili nel 1477
 
6.6              Margherita Lampugnani
              Sposata con Bernardino di Castel Seprio. Vissuta nel 1472
 
6.7              Elisabetta Lampugnani
              Sposata con Pietro Birago.
 
6.8              Gerolamo Lampugnani
              Testo' nel 1447
              Sposo' Margherita Pallavicina
 
6.9              Susanna Lampugnani
              Sposato con Guido Borrada???
 
6.10              Francesca Lampugnani
              Sposata con Giovanni Piola
 
6.11              Laura Lampugnani
              Moglie di Bartolomeo Landi. Vissuta nel 1472
 
6.12       OLDRADO III° LAMPUGNANI conte di Ripalta d'Adda; Governatore di Parma
       1507       Testo' col fidecommesso di cui si agita.
              Senatore nel 1509
              Mori' nel 1528
 
       1527       Codicillo' pel primogenito sul Castello di Legnano
       1528       Mori' lasciando il castello, 4 mulini, 2 sedimi e pertiche 2024 a Legnano, piu' un sedime da Nobile a Milano, dimostrati nel processo del 1550.
              m. Agnese Visconti colla dote di libbre 8000 come enunciato dalle DD.e OTTAVIA e LUCREZIA nipoti il 1549 agosto 2.
 
6.13              Nicola Lampugnani
              Prima moglie Lucrezia Saracina nel 1496
              Seconda moglie Too??? Saracina
 
6.14              CRISTOFORO LAMPUGNANI
              Sostituito nel testamento
              Sposato Lucrezia Landriana
              Provato nel processo del 1550.
 
6.15              Giovanni Lampugnani
       1531       Testo'
              Sposato con Lucia Tanta
 
6.16              Pietro Giorgio Lampugnani
              Sposato con Lucrezia Furghi
 
7.2              Violunta Lampugnani
              Moglie di un Visconti conte di Somma Lombardo . Abito' a Ferrara nel 1533
 
7.3              Princivalle Lampugnani
              Vissuto nel 1523.
 
7.4              Cesare Lampugnani
              vissuto nel 1517
 
7.5              Pietro Giacomo Lampugnani
              Sposato con Giustina Visconti.
 
7.6              Perpetua Lampugnani
              Monaca in Milano. Vissuta nel 1563
 
7.7              FERDINANDO I° LAMPUGNANI
              Ebbe l'eredita' paterna e mori' nel 1533
              Per i suoi debiti la dote della moglie e piu' furono alienate pertiche 667 e i beni immobili gia' dei Beni Paterni, come provato nel processo del 1550.
              Moglie BIANCA VISCONTI - Essa ebbe detti beni immobili e pertiche 667 come in detto processo del 1550 e si risposo'.
              Morto ante il 1542
              Sposo' Bianca Visconti di Antonio Francesco Visconti e Margherita Crivella
              Si risposo' poi con Gasp. Ant. Lama
 
7.8              Isabella Lampugnani
              Sposata con Conte Pietro Maria Rossi di San Secondo
 
7.9              Cornelia Lampugnani
              Primo marito Giovanni Pietro Pisa
              Secondo marito Gaspare Visconti
 
7.10              Gaspare Lampugnani.
       1549       Sostenne il fidecommesso di Oldrado III° assieme coi fratelli e detto Gio Bernardino.
       1552       24 aprile mori'.
              Fine della sua generazione.
 
7.11              Camillo Lampugnani
       1549       Pretese il castello come primogenito ed altri beni coi fratelli e con Gio Bernardino.
       1550       5 agosto mori'.
 
7.12              Alessandro I° Lampugnani . Conte.
       1549       Sostenne il fidecommesso di Oldrado III°.
       1553       Dopo morto il fratello ottenne sentenza sul castello di Legnano come maggiorenne ed ottenne altri beni, assieme a Gio Bernardino.
       1554       Ottenne il rilascio di detto Castello e meta' delle sue pertiche 627, dichiarate per l'altra meta' a detto Gio Bernardino.
       1577       27 giugno mori'.
              Sposato con Lucia Gambaloita.
 
7.13              Giovanni Bernardino Lampugnani
       1549       Agosto - Sostenne il fidecommesso d'Oldrado III° contro Lucrezia ed Ottavia figlie di Ferdinando I°.
       1549       25 novembre - Testo' sul fidecommesso.
       1553       Ottenne sentenza per detto fidecommesso di Oldrado III° insieme al Conte Alessandro I°.
       1554       Ottenne pure sentenza e rilascio provvisionale di meta' delle pertiche 627 dichiarate per altra meta' ad Alessandro I°
              Prima moglie Margherita Arcinboldi
              Seconda moglie Polissena Mariani.
 
7.14              Battista Lampugnani             
              Detto Giovanni battista. JCC di Milano. Vissuto nel 1508
              Ramo estinto
 
7.15              Margherita Lampugnani
              Sposata con Giovanni Giacomo Rusconi JCC . Vissuta nel 1531
 
8.2              LUCREZIA LAMPUGNANI
       1549       Chiamate, pel detto fidecommesso di Oldrado, da G. Bernardino con Camillo e i fratelli, possedevano dei detti beni di Oldrado III pertiche 1357, castello e 4 mulini a Legnano, con Sedime da Nobili a Milano, come da loro dichiarazione 1549 dicembre 4.
       1553       Venne fatta sentenza su detto fidecommesso.
       1554       In forza della sentenza, rilasciano ad Alessandro I provisionalmente il Castello e con G. Bernardino pertiche 627 a Legnano.
              Ritennero per concordato alla cessione della casa a Milano, i 4 mulini e pertiche 730 a Legnano che colle 667 pertiche alienate dal padre sono pertiche 1397
       1609       Setta Lucrezia invitata dai figli di Oldrado IV per surrogazione nella causa del fidecommesso di Oldrado III
 
              Sposata con Ottaviano Cusani J.C.C.
 
8.2.1              Gerolamo Cusani
 
8.2.2              Flaminia Cusani
       1638       Ante anno 1638 invitata per surrogazione della causa del fidecommesso Oldrado III° da Ferdinando II° e Conte Alessandro II°.
              Sposata con Giacobbe Maria Stampa.
 
8.2.3              Giovanna Cusani
              con le altre 4 sorelle ante anno 1638 invitate per surrogazione nella causa per fidecommesso di Oldrado III° dai figli di Oldrado IV° e Conte Alessandro II°
              Morta e finito la generazione di contesa
 
8.2.4              ?????  Cusani
              con le altre 4 sorelle ante anno 1638 invitate per surrogazione nella causa per fidecommesso di Oldrado III° dai figli di Oldrado IV° e Conte Alessandro II°
              Morta e finito la generazione di contesa
 
8.2.5              ?????  Cusani
              con le altre 4 sorelle ante anno 1638 invitate per surrogazione nella causa per fidecommesso di Oldrado III° dai figli di Oldrado IV° e Conte Alessandro II°
              Morta e finito la generazione di contesa
 
8.2.6              ?????  Cusani
              con le altre 4 sorelle ante anno 1638 invitate per surrogazione nella causa per fidecommesso di Oldrado III° dai figli di Oldrado IV° e Conte Alessandro II°
              Morta e finito la generazione di contesa
 
8.2.7              ?????  Cusani
              con le altre 4 sorelle ante anno 1638 invitate per surrogazione nella causa per fidecommesso di Oldrado III° dai figli di Oldrado IV° e Conte Alessandro II°
              Morta e finito la generazione di contesa
 
8.2.8              Lelio Cusani
 
8.2.9              Agostino Cusani
       1638       Ante anno 1638 invitato per surrogazione nella causa pel fidecommesso Oldrado III°, da Ferdinando II°, e pomponio col Conte Alessandro II°.
 
8.2.10              Gerolamo Stampa ( Marchese)
       1695       3 novembre Convenuto avanti il Senatore Ecc. dal Conte maria II° per rilascio di pertiche 54 circa a Legnano provenienti dal detto fidecommesso di Oldrado II°.
              Sposato con Donna Anna Visconti Stampa
 
8.2.11              Ottavio Cusani Marchese questore
 
8.2.12              Ferdinando Cusani ( Marchese e questore)
       1695       3 novembre, insieme con abate Gerolamo, zio, invitati avanti al Senato Ecc.mo dal Conte Francesco Maria pel rilascio di pertiche 100 circa a Legnano del fidecommesso di Oldrado III°.
 
8.2.13              Frat.lo di Ferdinando Cusani
       1695       3 novembre, insieme con abate Gerolamo, zio, invitati avanti al Senato Ecc.mo dal Conte Francesco Maria pel rilascio di pertiche 100 circa a Legnano del fidecommesso di Oldrado III°.
 
8.2.14              Gerolamo Cusani (abate)
       1695       3 novmbre, invitato coi nipoti dal Conte Francesco maria II° per rilascio di 100 pertiche circa a Legnano del fidecommesso di Oldrado III° avanti il Senato Ecc.mo.
 
8.3              OTTAVIA LAMPUGNANI
              Sposata con Francesco del Verme
 
8.3.1              MARCO ANTONIO DEL VERME
       1609       Invitato dai figli di OLDRADO IV e Conte Prospero per surrogazione in detta causa del fidecommesso di OLDRADO III e ante anno nuovamente invitato dai detti figli di OLDRADO IV e conte Alessandro II.
              Morto e finito la generazione di contesa
 
8.3.2              ERCOLE DAL VERME
       1638       Ante anno 1638 invitato per surrogazione in detta causa del fidecommesso OLDRADO III dai figli di OLDRADO IV e conte Alessandro II.
              Sposato con Monaca Corti
 
8.3.3              Francesco Del Verme
              Sposato con Isabella Visconti
 
8.3.4              Giacomo Luigi Dal Verme
              Diedero i beni di Legnano alla Contessa Ippolita Dal Verme Corio nipote.
 
8.3.5              Pietro Dal Verme
              Diedero i beni di Legnano alla Contessa Ippolita Dal Verme Corio nipote.
 
8.3.6              Ippolita Dal Verme
              Ebbe i beni di Legnano dai suoi zii Giacomo Luigi Dal Verme (8.3.4) e Pietro Dal Verme (8.3.5)
              Sposata con carlo Corio J.C.C.
 
8.3.7              Francesco Corio
       1695       3 novembre, avanti il Senato Ecc.mo invitato dal Conte Francesco Maria II° per il rilascio di 4 mulini e pertiche 500 ed altre terre a Legnano del fidecommesso di Oldrado III°.
 
8.3.8              Antonio Dal Verme
 
8.3.9              Giacomo Dal Verme
       1696        Assunse la difesa del Conte Corio e disse di rappresentare la detta Ottavia sua ascendente.
 
8.4              Ottaviano Lampugnani
       1550       3 settembre prosegui' la causa iniziata da suo padre contro Lucrezia ed Ottavia.
       1552       Mori' nel 1552
 
8.5              Isabella Lampugnani
       1577       Convenuta da Oldrado IV° e Conte Prospero fratelli, per il fidecommesso di Oldrado III° rilasio' castello e pertiche 312 circa che sono meta' delle dette pertiche 627 dichiarate al padre come sopra.
       1578       Verso fine anno mori'.
              Sposata con Pietro maria Rossi Conte di Santo Secondo
              Ebbe due figli Conte Troilo e Conte Federico. da Due diversi mariti
???????              Vedere libro memorie 8
 
8.5.1              Conte Troilo
       1591       20 dicembre Invitato dal conte Prospero e dai figli di Oldrado IV° defunto, patti' la sentenza del fidecommesso di Oldrado III° per il rilascio del Castello e pertiche 312.
 
8.5.2              Conte Federico
              Erede del Conte Troilo invitato dal Conte prospero e Alessandro II° padre e figlio e da Ferdinando III° e Pomponio fratelli per il rilascio come sopra.
       1605       Pati' sentenza pel rilascio del castello e pertiche 312 del fidecommesso di Oldrado III° la quale confermava la sentenza del 1591
 
8.6              Violunta Lampugnani
              Monaca nel convento di San Bernardino a Milano.
 
8.7              Prospero Lampugnani.
              Figlio di Polissena Marliani
       1577       - 1586 - Sostenno sul fidecommesso di Oldrado III° meta' delle pertiche 312 possedute da Isabella e Conte Troilo.
       1579       Locava pertiche 90 ex della meta' delle pertiche 627 del fidecommesso di Oldrado III° che gli giunsero in parte dopo la morte del padre.
       1591       19 novembre - Sopragiunta la morte del fratello domando' ancora il castello contro detto Conte Troilo citato.
       1591       20 dicembre - Ottenne sentenza per detto fidecommesso e rilascio' meta' di dette pertiche 312 salvo giudizio sul castello contro Ferdinando nipote.
       1594       Vendette all'Ospedale della Senavra pertiche 80 dei beni del fidecommesso Oldrado III°.
       1601       Ottenne ancora sentenza contro Conte Federico continuante la sentenza del 1591.
              Sposo' Susanna Pagana.
 
8.8              Oldrado IV° Lampugnani.
              Figlio di Margherita Arcinboldi
       1577       Tosto che fu maggiore domando' il fidecommesso di Oldrado III° sul castello e meta' delle pertiche 312 possedute da Isabella.
       1586       Proseguiva la richesta contro Conte Troilo figlio di Isabella.
       1591       12 settembre - Testo' sul fidecommesso e mori'.
       1591       23 dicembre - Faustina Cusana, la moglie, essendo tutrice dei figli Giovanni Battista e Pomponio istitui' procuratore Ferdinando II° suo figlio maggiore.
 
9.0              Corrnelia Lampugnani
              Sposata con Fr. da Rho
              Morta nel 1620
 
9.1              Alessandro II° Lampugnani. Conte
       1605       Con il padre e Ferdinando II° e con Pomponio ottenne sentenza contro Conte Federico pel rilascio di meta' di pertiche 312 del fidecommesso di Oldrado III°
       1644       Avvenne la morte sua senza figli maschi. In virtu' del disposto del fidecommesso Oldrado V con Ferdinando III° presero pertiche 143 a Legnano reperte nella sua eredita'
              Fine della sua genealogia.
 
9.2              Giovanni Battista Lampugnani
       1591       Insieme con il fratello ottenne sentenza pel rilascio di meta' delle pertiche 312 e mori' ante il 1605.
              Fine della genealogia.
 
9.3              Camillo Lampugnani
              Morto ante 1592
              Cameriere del Duca Carlo Emanuele di savoia poi nel 1580 Capitano dei Cavalli
 
9.4              Paola Caterina Lampugnani
              Monaca
 
9.5              Giulia Vittoria Lampugnani
              Monaca
 
9.6              Paola Costanza Lampugnani
              Monaca
 
9.7              Elena Margherita Lampugnani
              Monaca
 
9.8              Paola Francesca Lampugnani
              Monaca
 
9.9              Angela Faustina Lampugnani
              Monaca
 
9.10              Pomponio Lampugnani
       1591       - 1605 - Assieme ai fratelli ottenne sentenza pel fidecommesso di Oldrado III° e rilascio di meta' pertiche 312.
              Termine della sua genealogia.
 
9.11              Ferdinando II° Lampugnani.
       1591       - 1605. Ottenne sentenza contro Conte Troilo e Conte Federico per fidecommesso di Oldrado III° siccome primogenito ebbe rilascio del Castello e coi fratelli meta' delle pertiche 312 possedute dal detto Conte Troilo e l'altra meta' fu assegnata al Conte Prospero.
       1609       e ante 1638 invitava le eredi Lucrezia e Ottavia per surrogazione della causa del fidecommesso di Oldrado III°
       1638       Testo' nel 1638
              Sposo' Ludovica Arese
 
10.0              Susanna Lampugnani
              Sposata con Giovanni Battista Cittadino
 
10.1              Giovanni Lampugnani
              Morto nel 1622
 
10.2              Oldrado Lampugnani
              Monaco JCC nel 1624
 
10.3              Camilla Lampugnani
              Sposata con Giovanni Gattone
 
10.4              Barbara Lampugnani
              Sposata con Luigi meraviglia
 
10.5              Giuseppe Lampugnani. Conte.
       1644       In forza dell'ordine giudiziale ottenne coi figli del fratello pertiche 143 a Legnano repertate nell'eredita' del Conte Alessandro II° proveniente dal fidecommesso Oldrado III°.
       1658       a causa della sua morte i beni passarono ai nipoti.
              Fine della genealogia.
 
10.6              Francesco Maria I° Lampugnani. Capitano.
              Sposato con Francesca Vismara e tutrice dei figli nel 1644.
 
11.0              Ferdinando III° Lampugnani
              Fine della genealogia.
 
11.1              Oldrado IV Lampugnani. I.C.C.
       1644       Insieme con Giuseppe suo zio ottenne pertiche 143 di Legnano repertate nell'eredita' del Conte Alessandro II° come parenti prossimi chiamati nel fidecommesso di Oldrado III°.
       1568       Per la morte del Conte Giuseppe, zio, ottenne immissione nel possesso dei beni residuati giusto il fidecommesso di Oldrado III° e altri fidecommessi.
              Sposo' Lucrezia Cambiaghi figlia del ICC Francesco Cambiaghi.
 
12.0              Giovanni Andrea Lampugnani II°.
       1683       Fece ampia donazione fra vivi a favore del Conte Francesco Maria II° fratello, la quale fu pubblicata.
              Fine della sua genealogia.
 
12.1              Francesco Maria II° Lampugnani. Conte.
       1695       20 giugno - davanti ai Sigg. Giudici del Cavallo e Capitano di Giustizia anche come donatario del fratello, convenne i Sigg. Prada e poi i Sigg. castelli e contro essi ottenne sentenza 1696 del cui appello si agita ora innanzi al Senato Ecc.mo.
       1695       Convenne avanti il Senato detti Sigg. Conte Corio, marchese Cusani, Stampa ed altri pel rilascio dei beni di cui trattasi nel fidecommesso di Oldrado III° di cui si agita avanti il Senato.
              Tenne il castello fino al 1729
 
ALTRI NOMINATIVI
 
P1              Camillo Castelli. marchese e questore.
       1662       Compero' le 80 pertiche dell'Ospedale della Senavra cedute dal Conte Prospero (8.7)
 
P2              Francesco Castelli
              Marchese avvocato fiscale. Figlio di Camillo castelli (P1)
P3              Alessandro Castelli
              Conte .Figlio di Camillo Castelli (P1)
       1695       1 luglio. Invitati da Conte Francesco Maria II° avanti il Capitano di Giustizia pel rilascio di pertiche 18 incirca a Legnano gia' rilasciate a titolo del fidecommesso di Oldrado III° nel 1544, Vendute dal Conte Prospero nel 1594 all'Ospedale Senavra e da detto vendute al marchese Camillo nel 1662.
       1696       13 febbraio - patirono sentenza del Capitano di Giustizia per il rilascio di pertiche 18 a favore di detto Francesco maria II° della quale sentenza ed appello si agita davanti al Senato.
              La loro difesa assunse l'ospedale Senavra che per essi i Sigg. Castelli era responsabile.
 
P4              Giuseppe e fratelli Prada
              Acquistarono pertiche 55 a Legnano dai fratelli Castelli (P2) (P3) facenti parte delle 80 pertiche pervenute al Conte Prospero come sopra.
       1695       20 giugno avanti al Giudice del cavallo concenuti dal conte Francesco maria II° usci' sentenza.
       1696       Insieme coi Sig. Castelli (P2) (P3) avanti al Capo di Giustizia pel rilacio di detti benim al Conte Francesco maria II° del cuiappello si agita ed hanno regresso verso i detti Sigg. castelli.
 
 
OLDRADO LAMPUGNANI e il castello di Legnano
da Memorie N.° 2 pagina 55  Sutermeister
 
Mentre i Legnanesi si appassionano nella speranza che il Castello di Legnano abbia a passare in possesso del Comune onde ne venga curata la valorizzazione o almeno la conservazione, tratteremo la figura  del personaggio che sul castello innalzo' la sua insegna all'albore del secolo XV e rappresenta il piu' immediato capostipite di una gloriosa famiglia legnanese la cui fama ebbe vasta eco nel Ducato e in Italia.
Gia' gli antenati suoi dei quali possediamo la genealogia risalente sino all'852Franc. Nobili Arbore Lampugnani Parma 1697 in Arech. della Societra' Arte e Storia Legnano cioe' al piu' oscuro medioevo, passarono alla storia per azioni cavalleresche o per altre cariche politiche ed ecclesiastiche. Andrea fu Arcivescovo di Milano;Nobili cit.; Tettoni; Giulini; Storia di Milano Filippo confidente di Re Arduino; Guglielmo ed Alberto, consoli della Repubblica Milanese nel secolo XI; Tacio, cardinale; Guglielmo, Generale Ottone Visconti; Olderigo, Podesta' di Novara nel 1296:loc. cit. Garone I reggitori di NovaraAstolfo quale Abate di San'AmbrogioVedere in Sacristia di San Ambrogio in Milano Albero Genealogico dei Bbenedettini Clunianensi da cui risulta che dal 1300 al 1400 sette Lampugnani furono investiti dall'Abbazia di San Ambrogio. corono' Imperatore in Milano Enrico VII e via via, tanto che i Lampugnani poterono poi fregiare le loro insegne con l'Aquila, simbolo di "Vivcario Imperiale".
Ma vogliamo limitarci a colui che per primo possedette il castello nonche' la presenza in Legnano della famiglia Lampugnani sia confermata oltre un secolo prima.
Il padre di Oldrado, Uberto, era giureconsulto e lettore di diritto civile e teologico all'Universita' di Padova dal 1372 al 1382Vol. Cronistoria dell'Universita' di Pavia ivi stesso e poi a Pavia fino al 1395 ove era anche Consigliere dell'Ordine dei Giusperiti. Lo zio Maffiolo, originario di Milano a Porta Vercellina come l'Uberto, fu vescovo di Alatri, di Piacenza e poi Arcivescovo di Messina.De Sitoni de XScotia Patri Senat. Monumenta In San Pietro a Roma si conserva il suo sepolcro.Moriggia
Nato in un ambiente relativamente quieto e sereno, doveva invece rivivere in Oldrado lo spirito ardente di conquiste gloriose che nella stirpe era piu' volte scoppiato. Egli si rivela presto Cavaliere d'Armi, fiducioso di se' e poi raggiunge i piu' alti posti di governo sotto i Duchi del tempo.
Nel 1415 troviamo Oldrado che, al servizio di Filippo Maria Visconti, assegna a Gabrino Fondulo, Cavaliere di fama, il possesso feudale di CremonaOsio Doc. Dipl. II 49 Ma nel 1425 per incarico dello stesso DucaCorio Storia di Milano compie una scorribanda armata nel Cremonese e strappa Fondulo dal suo Castello perche' possa essere giudicato dal Duca che lo riteneva traditore.
Nel Ducato c'erano rumori di rivolta da parte dei Signorotti ed Oldrado e' mandato qua' e la' a fare la ronda ed ottenere sottomissioni per amore o per forza.
Nel 1422 Oldrado e' camerario Ducale e per il Duca procede alle trattative con il Papa Martino V pel matrimonio della sua nipote Caterina Colonna col Duca stesso.Osio Doc. Dipl. II 107  Il matrimonio non avvenne pero' ed il Duca sposo' Maria di Savoia nel 1427. Nel 1423 Oldrado svolge azione per rivendicare al Duca i beni di Valentina Visconti gia' moglie di Re Pietro di Gerusalemme e Cipro aveva lasciati in quelle terre.Loc. Cit. II 116 Nel gennaio 1425 Oldrado fa dono a Davide Cattaneis dei beni confiscati a taluni ribelli di Caravaggio.A.S. Mil. Reg. Visc. L'8 febbraio 1425 manda commissari alla Regina di Sicilia per stipulare una pace di 25 anni con il Duca. La firma ha luogo ad Aversa il 5 aprile Manaresi; Arch. Cancell. Visc. 2° II 789
Il 7 aprile Oldrado stesso si recaManaresi; Arch. Cancell. Visc. 2° II 791 alla Signoria di Venezia (che perennemente mirava a soppraffare il Duca) per importanti trattative. E' il momento della clamorosa defezione del Capitano Carmagnola dal suo servizio al Ducato per quello della Repubblica Veneta. Oldrado, ormai nemico del carmagnola mostra con questo viaggio tutta la sua consapevolezza della responsabilita' e l'ardire del suo coraggio. Era infatti frequente che l'Ambasciatore non facesse ritorno ai propri lari.
Dal giugno al dicembre di quest'anno Oldrado e' poi mandato nel Genovesato altro fronte del costante pericolo.Loc. Cit. Atti n. 932; 934; 937 ed altri
Il Duca possiede una flotta a Genova e Savona, e deve fortificare queste citta'. Oldrado si occupa particolarmente dei forti di Savona che agguerrisce con venti lombarde che si fa mandare da PaviaLoc. Cit. Atti n. 973 e da Castel-Leone gia' rocca del Carmagnola. E altre venti ne distribuisce in altre localita'Loc. Cit. Atti n. 1052Loc. Cit. Atti n. 932
In settembre i rumori di guerra da questo lato sono sedati ma il Duca raccomanda ad Oldrado di procedere egualmente al completamento dei fortilizi,Loc. Cit. Atti n. 1174 1 1214 e che si procuri il denaro sul postoLoc. Cit. Atti n. 1289
Una lettera del Duca ad Oldrado nel novembre del 1425 gli dice che, se i Veneziani lo inviteranno, egli lo mandera'Loc. Cit. Atti n. 11 novembre 1425con altri due commissari a trattare la tregua di pace a tre fra i Veneziani, il Re dei Romani e il Ducato.  E da altre lettere intuiamo che Oldrado a Genova lavora diplomaticamente per fare cio'.
Si approssima la fine di dicembre e il Ducato con animo squisito invita Oldrado a ritornare a Milano per passare il natale alla Corte Ducale.Loc. Cit. Atti n. 1617
Al principio del 1426 Oldrado e' mandato luogotenente a BresciaCorio Storia di Milano pag. 604 quando essa, divisa in fazioni, fa dedizione ai Veneziani per l'azione politico-militare del carmagnola. Oldrado fa giungere dalla Romagna l'esercito di Francesco Sforza che era la' in cerca di conquiste. La citta' era gia' in gran parte perduta pei Milanesi e non pote' essere mantenuta per le gelosie che sorsero fra Francesco Sforza e gli altri Capitani, che gia' la difendevano. Oldrado giura che piu' che mai vendetta al Carmagnola e incarica gli oratori del Duca presso la Serenissima di spiarne le mosse e fargli campagna avversa. Agostino de Ozula avverte infatti:Arch. Cancell. Visc. 2 II 78"Il Carmagnola  ha esposto piu' volte al Consiglio dei Veneziani come in unione ai Fiorentini si possa distruggere lo Stato di Milano ed assoggettarlo"
Continua intanto l'Oldrado la sua missione di inviato straordinario la' dove il bisogno lo richieda alternando tali periodi con permanenze al governo.
Il 29 marzo 1428 il Duca e' ammalato e dalla sua camera, detta all'OldradoOsio Doc. Diplom. II 365 una procura per mandare due delegati plenipotenziari a Napoli presso il Regno di Sicilia per trattative da farsi di la' col Papa Martino V.
Nell'ottobre Oldrado controfirma l'atto di donazione in dote della Terra di Varese a Maria Savoia seconda moglie del DucaLoc Cit. II 398
Oldrado aveva a Milano la sua bella abitazione a Porta VercellinaBenaglio Fam. Nobili. Milanesi dice Porta Orientale Parr. S. Giovanni sul Muro nel quartiere nobile ove abitavano parecchi altri Camerali Ducali. La dimora di Legnano benche' essa pure lussuosa non poteva servirgli che saltuariamente per svago. Ma terre e mulini erano annessiVedi test. in data 7 gennaio 1460e, fra una cura e l'altra del governo, Oldrado doveva amare il sollievo della sua campagna. Sin dal 1350 e' accertata l'esistenza in Cerro Maggiore del ramo collaterale dei Lampugnani di Cerro  dai quali uscirono i Cavalieri che molto ramificarono a Legnano e dei quali esistono le lapidi nella chiesetta della Madonnina.
Molti atti Ducali illustrano le incombenze di Oldrado; egli e' tesoriere perche' detiene la chiave del cassone "di San Pietro"Atti Canc. Visc. n. 893nel Castello di Pavia ove sono centinaia di migliaia di lire, provvede alle trattazioni coi delegati esteri che vengono dal Duca; fa "esaminare" i sospettati politici, ed ha i fondi segreti per azioni politiche.
Dal 1431 al 1434 egli e' di nuovo luogotenente a Genova.loc. cit. n. 1887 Nel giugno 1437 e' di nuovo in sede e riceve in donazione e soldo il feudo sulla Terra di Trecate,Arch. Duc. filza 46; Atti Cam. Duc. I n. 13-50grande ricompensa ai suoi servizi fedeli.
Viene costantemente mandato qua' e la' a regolare le situazioni difficili che via via i gelosi sollevavano contro il Ducato. Ed il Duca gli regolarizza le sue, autorizzandolo con un altro nobile, Hermes Visconti, a legittimare i loro rispettivi figli naturaliReg. Visc. III n. 178; il figlio naturale di Oldrado e' Giovannolo
Cosi' lo troviamo a fine giugno 1439  "nelle parti dell'Oltradda, dall'Oglio in qua, con piena autorita' quale fosse la mia stessa persona" ; scrive il Duca.Arch. canc. Visc. 2 I n. 238  Il 3 luglio e' al capitanato di Bellinzona;Arch. Cancell. Visc. 2 I n. 245il 14 luglio a Brescia;Loc. Cit. n. 416nel giugno 1440 e' alla difesa della Pieve di Incino d'Erba,Loc. Cit. n. 683il 28 giugno con Jacopo Visconti va oltr'Adda;Loc. Cit. n. 691 nel 1444 e' presso il Marchese di Ceva (Savoia)Ospedale Maggiore Mil. Test. Legnano Cart 93 3 94
Nel 1445, l'8 marzo, l'Oldrado fa istanza al DucaCorio: Storia di Milanoper fortificare il castello di Legnano. Il bellissimo torrione centrale con i ponti levatoi esisteva gia' da lunga data essendo stato costruito dai Visconti; egli chiede " Locum suum S.ti Georgii, Ducatus Urbis Huius nostrae, at libitum suum muro vel vallo muniri et fortificari et in validum fortalitium reduci,," cioe' di fortificare il castello costruendo un vallo ed il muro di ronda.
Oldrado aveva presentito cio' che fra poco doveva avvenire; Il Duca vecchio e cieco, mille gelosie e lotte fra Signorotti; le finanze esauste; la serpe di famiglia sua stessa, come ora vedremo.
Colla morte di Filippo Maria Visconti nel 1447 scoppia la Repubblica Ambrosiana e uno dei suoi caporioni del nuovo regime e' Giorgio Lampugnano, giovane fratello suo, laureato in legge da 2 anni.
Oldrado ne soffre ma da buon politico non si assenta; si fa dare un posticino modesto di capitano di una delle porte di Milano; naturalmente di Porta Vercellina. Ma resta fedele al vecchio regime e cosi' sosterra' in ogni modo l'avvento di Francesco Sforza, genero del Duca, il quale subito si mette in campo e laboriosamente conquista uno per uno i castelli Lombardi.
Nell'inverno del 1448 ad 1449, Francesco Sforza si porto' a Legnano che ebbe senza colpo ferireArch. Duc. f. 45 Atti n. 13 e 14 del 22 marzo 1450per una buona preparazione fatta dall'Oldrado. Da qui il futuro Duca fece punta su Busto che gli era ostile ma l'ebbe dopo poche scaramucce e prosegui' nella Brianza; poi di ritorno sottomise Galliate, Trecate e Cerano volgendo quindi a Novara.
Mentre lo Sforza investiva Vigevano nel 1449, un acerrimo nemico suo, Francesco Piccinino, faceva una diversione su Legnano, contro il Castello, allontanandosi poi per occupare la rocca di Castiglione Olona.
Ma il Francesco Sforza trionfo' su tutti e dopo il suo ingresso come Duca di Milano, l'Oldrado veniva premiato della sua attivita' ricevendo il titolo di Conte e la nomina di Consigliere ducale segreto.
L'Oldrado ha ormai sessanta anni e molta ricchezza. Non ha progenie non essendosi mai sposato. Il suo figlio spurio, Giovannolo, era morto verso il 1440 senza prole. Resteranno tuttavia sedici nipoti a disputarsi il futuro lascito.
Continua Oldrado i suoi servizi al Duca, quale delegato straordinario per le trattative e poi passa il meritato riposo nel Castello di legnano. E vuole attraverso le disposizioni testamentarie del 7 gennaio 1460 che iil castello resti perennemente alla famiglia Lampugnani succedendo per cpostipite maschio.
Oldrado venne deposto nella tomba erettagli nella Chiesa di Santa Maria del Carmine a Milano ove si conservano tutt'ora una bella lapide (tavola 6) ed il sacello sui quali sono i seguenti distici:
 
MISERERE FAMULO TUO OLDRADO DOMINI CONCERVET
EUM ET VIVIFICET EUM IN REQUIEM ETERNAM, AMEN.
DOMINE NON SECUNDUM PECCATA MEAS FACIA MICHI
NEQUE SECUNDUM 8sic) INIQUITATES MEAS RETRIBUAS MIHI
SED SECUNDUM MISERICORDIAM TUAM AMEN.
Quest'altra iscrizione letta dal Deccembrio (1447) non fu piu' vista dal Forcella, e manca oggi;
HIC JACET OLDRADUS QUEM LAMPUGNANO PROPAGO
EDIDIT, ET MULTIS FUIT HIS VIRTUTIS IMAGO.
DIVES OPUM, SED HONORE PRIOR, DOMINOQ VERENDUS,
QUEM COLVIT, FUERAT NULLI PIETATIS SECUNDUS;
SED MORS CONCTA DOMANS ANIMAM DECEDERE TERRIS
IUSSIT, ET IN COELUMRADIANTIBUS INTULIT ASTRIS.
 
A seguito della originale disposizione testamentaria di Oldrado, il castello con tutti i pingui beni annessi passo' via via in possesso di quel ramo dei Lampugnani che vantava un discendente maschio.
Cio' dette luogo ad interminabili contese fra coloro che avvendone largamente goduto il possesso ne venivano spossessati da un altro discendente maschio piu' prossimo, successivamente procreato. Avvenne anche sovente che colui che veniva spossessato aveva alienati e non poteva percio' piu' restituire la parte dei beni. Le cause non ebbero termine se non coll'estinzione, dopo circa 300 anni, di tutto il casato.
L'ultimo beneficiario, Francesco Maria Lampugnani Giusperito Collegiato e Conte di Freisa, del quale si vede lo stemma affrescato nell'interno del cortile sotto ad un balconcino, lasciava tutta la proprieta' nel 1729 all'Ospedale Maggiore di Milano. Ecco perche' negli archivi di tale istituto si trova una larga messe di documenti che interessano il Castello e le famiglie dei Lampugnani.
Ma tangibili momenti storici della discendenza dell'Oldrado e dell'altra famiglia collaterale che era praticamente padrona del Borgo di Legnanello (allora chiamato "Comune dei Lampugnani"; ed oggi ancora si chiama Via Lampugnani la via che vi conduce) sono largamente diffusi a Legnano.
Sono molti i camini in Molera (tavola 7) collo stemma della Famiglia, isolato o abbinato a quelli di altre nobili famiglie con cui si imparentavano; troviamo i Visconti, i Biraghi, i Vismara, i Carcano, Riva, Pusterla, ecc. rinunciando all'altra troppo lunga lista, che risulta dal completissimo albero genealogico della famiglia che ho costruito.
Della bellissima lapide (tavola 8) che l'Oldrado pose sulla torre centrale del castello, esiste a Legnano un altro esemplare nell'interno della casa Ex Renato Cuttica in via Alberto da Giussano n. 1. Questa rara scultura del rinascimento fu poi sconfinata dall'Ing. Cuttica, e la nostra Societa' attende, un atto liberale dei proprietari che abbiano a consentire di rimetterla nel ricostruito maniero dei Lampugnani cioe' al suo posto storico sui muri del Museo attuale.
Nella Chiesa della B. V. Immacolata detta la Chiesa della Madonnina, a Legnanello, graziosa costruzione che vantava una facciata dell'Arch. Richini del 1671 si trova la tomba del Cav. Gerosolimitano Capo Giuseppe Lampugnani, gia' nominato, ed ua lunga serie di lapidi di marmo nero che ricordano i suoi discendenti sino all'Attilio Lampugnani, Giudice delle Strade a Milano ( ossia assessore all'edilizia).
E' questo il rampo dei Lampugnani - Visconti, cosi' chiamato dacche' il Magnifico Gaspare Antonio della meta' del 1500 aveva sposato la nobile Bianca Visconti di Francesco. Ma anche questo rampo si estinse nel 1757 coll'Attilio il quale esso pure lascio' i suoi beni all'Ospedale Maggiore di Milano presso il quale e' conservato  il suo quadro in piena persona nella quadreria dei benefattori.
Abbiamo poi ancora oggi un segno della proprieta' dei Lampugnani del 1700 sulla casa di via Sempione 69 ora del cav. Dott. Bertazzoni in uno stemma della famiglia, non molto appariscente che trovasi come serraglia nell'arco esterno del portale di ingresso.
E questa casa rinchiudeva ancora nel 1926 un bellissimo quadro della fine del 1550 raffigurante il magnifico Gian Giacomo Lampugnani a mezzo busto, testa scoperta, vestito di scuro, spadino al fianco, collare di pizzo al collo ed un biglietto presentatore in mano con il proprio nome.
L'allora proprietario della casa, il Prof. G. Prandina vendendo la sua casa stessa al Dott. Cav. Bertazzoni si conservo' la proprieta' del quadro, che ci concesse di fotografare nella sua nuova dimora a Busto Arsizio.
Ma se e' vero che in questa casa di via Sempione 69 era nel 1700 ancora dei Lampugnani, (e lo era anche prima perche' si sa che il Capitano Gius. Lampugnani costrui' la chiesetta della Madonnina su un fondo ceduto dalla sua vicina proprieta', e' bene precisare che il Gian Giacomo Lampugnani abitava nella casa corrispondente all'attuale via Magenta 2 la quale era collegata da un voltoneUn acquarello del Pirovano esistente in museo ci tramanda una veduta.  al palazzo della mensa Arcivescovile (oggi Asilo). Da tale casa togliemmo nel 1927 un bellissimo camino ( fig. 2 tav 7)  al nome e dall'insegna del Protonotario Gian Giacomo Lampugnani, l'affrescatore di San Magno del 1508-1512, che ci dono' il marchese Don Marco Cornaggia con squisita comprensione del desiderio che gli esternammo alla vigilia dell'inaugurazione del maniero Lampugnani sede del Museo Civico.
Un altro quadro di persona della famiglia Lampugnani che trovavasi questa estate ancora "in sitio", e' quello di ua  giovane bellissima e pia dama vissuta intorno al 1600. Il quadro stesso ce ne da' il nome: CORNELIA LAMPUGNANI PATRITIA MEDIOLANENSE. e ce la mostra con una freschezza pura di una ventenne in abito quasi nero, con il velo sulla testa ed un crocefisso in mano. Tuttavia essa fu due volte sposa; prima al Senatore Francesco da Rho (1602 - 1611) poi ad un Borromeo da cui ebbe due figlie. Ma l'animo suo asceta la indusse a farsi monaca colle sue figlie ed entrava l'11 aprile 1620 nel Monastero San Filippo Neri a Milano ove mori' presto; il 13 luglio dello stesso anno. E' una figura la cui storia meriterebbe di essere un po' studiata. Le sue spoglie hanno pace nella chiesa di San Sepolcro in Milano ove alcune lapidi vantano la sua virtu'.
Incidentalmente sia detto che i nobili di Rho erano gia' stabili in legnano da piu' lunga data perche' un camino del secolo XV col loro stemma trovavasi acora infisso nella casa di via Gigante e fu da qualche tempo trasportato nella Villa del Rag. De martini nella piazza del Monumento.
Gia' troppo ho deviato dal programma di segnalare rapidamente i monumenti esistenti in legnano che si allacciano alla discendenza di Oldrado lampugnani; ne' tutti li ho elencati.
Importante fu la Casata ed abbondantissime ed interessanti sono per Legnano le notizie sue storiche ma lo spazio a disposizione non consente piu' vasta trattazione e devo fare qui il punto.
 
 
Il Borgo di Legnano nel quadro del Ducato di Milano
tratto da: Legnano nel Medio Evo di Marina Cattaneo
 
Legnano, secondo l'evoluzione che abbiamo tratteggiato nel capitolo precedente, era dunque divenuta, alla fine del secolo XIV, un luogo di soggiorno temporaneo per nobili famiglie milanesi, che vi avevano acquistato terre e case. A poco a poco, alcune di queste famiglie si stabilirono definitivamente nel borgo e tra di esse emerse in particolare quella dei Lampugnani, il cui prestigio a Legnano era un riflesso di quello acquisito da uno dei suoi membri alla corte Ducale. Questo stretto legame tra i Lampugnani e la corte fece si che il borgo restasse sempre fedele alle autorita' del Duca anche quando questa vacillo' e parve sul punto di eclissarsi.
La famiglia Lampugnani era da secoli alla ribalta della vita politica milanese e quella religiosa: infatti da essa erano usciti un arcivescovo di MilanoFilippo Lampugnani occupo' la cettedra arcivescovile dal 1196 al 1206.e una serie di abbati di S. AmbrogioTanto che il Giulini, op. cit. parte XI pag 344, penso' addirittura che la celebre abbazia fosse divenuta una specie di giuspadronato della famiglia Lampugnani.. In particolare alla fine del secolo XIV, il membro piu' illustre della casata era Ubertino, lettore di diritto canonico e civile in Pavia dal 1372 al 1381. Durante il governo di Gian Galeazzo, nel periodo in cui egli attendeva alla riforma dell'amministrazione, fu chiamato a collaborare con luiSutermeister - Il castello di Legnano in "Memorie della Societa' Arte e Storia" n. 8 - Legnano 1940, pag 29. e la sua fortuna crebbe ulteriormente dopo che, nel 1395, Gian Galeazzo ebbe ottenuto il titolo di primo Duca di Milano; nel 1397 Uberto fu nominato maestro generale delle entrateArchivio di Stato di Milano, Archivio Ducale, filza 46 n. 7., nel 1399 divenne giudice correttore delle frodi di natura fiscaleArchivio di stato di Milano, lettere Ducali, 1395-1409, fol. 491, regesto in Sutermeister Regesti e documenti sulla Famiglia Lampugnani raccolti da vari archivi, in "Memorie della Societa' Arte e Storia", Legnano 1940, pag. 74, n. 190. e, sempre nello stesso anno, risulta essere consigliere ducale e vicario generale ducaleArchivio di Stato di Milano, Arch. Ducale, registro B - fol. 99 regesto in Sutermeister Regesti, op. cit. pag 74 , n. 190.
Egli aveva gia' incominciato in questo periodo ad acquistare beni in Legnano, in particolare nel 1385 aveva acquisato da Giovanni da Lampugnano detto Bolliolo, figlio del fu Leone, e da suo figlio Margolo, abitanti in Legnano, 5 pertiche di terra, dalle coerenze indicato nel documentoArchivio dell'Ospedale Maggiore di Milano cartella 135, pergamena n. 4, regesto in Sutermeister, op. cit. pagh. 6 n. 4, deduciamo che Uberto vi aveva gia' acquistato una altra proprieta', confinante con la presente, che quest'ultima era situata tra Legnano e Rescaldina ed accanto ad essa si trovavano le altre proprieta' di altri due Lampugnani, Filippo e Leone. Cio' conferma l'ipotesi che un ramo della famiglia fosse gia' insediata nel borgo prima dell'avvento di Uberto e di suo figlio Oldrado, i quali furono attratti in questa localita' proprio dalla presenza di alcuni loro parenti.
Comunque sia, Uberto, che abitava ancora a Milano e precisamente nella parrocchia di San Maurizio di Porta Ticinese mori' alla fine del 1399 lasciando la moglie Giovanna Omodei, pavese, cinque figli, Maffiolo, Oldrado, Pietro, Giovanni, Giorgio e tre figlie. I figli di Uberto, cresciuti e vissuti sempre nell'ambiente della corte ducale ricoprirono quasi tutti le cariche di governo, tra di essi Oldrado ebbe una carriera particolarmente felice.
Nel 1402 morto Gian Galeazzo, il ducato fu diviso in due parti assegnate ai due figli del duca defunto Gian Maria e Filippo Maria; ma essendo essi entrambi minori, il governo aveva affidato alla loro madre Caterina in qualita' di reggente, coadiuvata dal consigliere Francesco Barbavara. In queste condizioni il solido stato costruito dal primo Duca  di Milano attraverso' un momento assai infelice: alle ribellioni delle citta' soggette alle guerre esterne si unirono le lotte tra i capitani di compagnie di ventura al servizio dei Visconti e le discordie tra le fazioni milanesi, che causarono sempre piu' frequenti tumulti in citta'. In questa difficile situazione Oldrado Lampugnani resto' costantemente al fianco di Filippo Maria, di cui era stato nominato istruttore politico-militareCodice Trivulziano n. 1817, in Sutermeister, regesti, op. cit. pag. 56 n. 104.
Quando, in seguito alla morte del fratello Giovanni maria, avvenuta nel 1412, Filippo Maria assunse il governo dello stato e ricomincio' la sua opera di ricostruzione, si trovo' in una situazione particolarmente difficile, dal momento che molte terre erano occupate dai signori e repubbliche confinanti e anche il suo diritto alla successione veniva contestato.Nonostante tutto cio', il giovane Duca rivelandosi subito un abile politico, riusci' in breve a riconquistare tutto cio' che era andato perduto e ad accrescere anzi la potenza del ducato e la considerazione di cui esso godeva presso gli altri stati.
La sua fortuna fu anche quella di Oldrado Lampugnani, che aveva avuto in questo burrascoso periodo funzioni di consigliere, Capitano e diplomaticoPetri Candidi Decembri, Vita Philippi Mariae Vicecomitis, RR. II: SS:, XX, col 997 e col 1015, il Decembrio conferma indirettamente l'importanza della posizione di oldrado alla corte di Filippo Maria, ricordando tra i consiglieri che piu' ingluenzarono la politica ducale.. Anche in seguito esplico' le stesse funzioni, alternando periodi di permanenza al governo, accanto al duca,  a missioni straordinarie, militari e diplomatiche, la' dove la necessita' lo richiedesse.  In particolare si occupava di mantenere la calma nei territori sottoposti a Filippo Maria e interveniva dove c'era pericolo di rivolte, per ottenere le sottomissioni, talvolta anche con la forza.  Il 7 aprile 1425 venne inviato per importanti trattative a VeneziaG. Sutermeister, Oldrado Lampugnani e il castello di legnano, in "Memorie della Societa' arte e storia" n2, Legnano, 1934, pag. 56 in un momento particolrmente delicato, vale a dire poco dopo la defezione del Conte di Carmagnola. Nel giugno dello stesso anno si trovava a Genova, impegnato a fortificare questa localita' e Savona, dove il duca teneva la propria flotta, e si faceva inviare da Paviaivi pag 57. lombarde.
Tra le incombenze di Oldrado vi era anche quella di tesoriereDeteneva la chiave del cassone "San Pietro" nel castello di pavia - Sutermeister, Oldrado, cit. pagg. 58-59., egli doveva inoltre provvedere alle trattative con i delegati esteri ed esaminare i sospettati politici. Dal 1431 al 1434 fu nuovamente luogotenente del Duca a Genovaibidem; successivamente esegui' altre missioni militari e diplomatiche in ogni parte del ducato e anche all'estero.
Durante questo periodo di gravi impegni politici continuo' tuttavia ad accrescere le sue proprieta' di Legnano: gia' prima della morte di suo padre, vale a dire prima del 1399, Oldrado aveva acquistato dai consorti Vismara di Dairago, una grande casa in Legnanello nella cosidetta "contrada di mezzo"  presso la chiesa, circondata da giardino e  assai vicino all'OlonaArchivio dell'Ospedale Maggiore di Milano, cartella 135, n. 11 in Sutermeister, Regesti, op. cit. pag 6, n. 6.. Nel 1419 sua madre, Giovannina Omodei, acquisto', da Porolla Lampugnani di Busto Arsizio figlia del fu Leone, un cassio situato tra il ponte carrato e i mulini sul fiumeArchivio dell'Ospedale Maggiore di Milano, cartella 135, n. 10, in Sutermeister, Regesti, op. cit. pag. 9, n. 15..
Continuarono gli acquisti di Oldrado: nel 1421, insieme al nipote Cristoforo, che durante le sue lunghe assenze gli fungeva da segretario e amministratore, compero' da Giorgio Terzago un piccolo sedime per ingrandire quello che gia' possedeva, l'anno successivo un terreno di 22 pertiche detto "prato della resega" dai consorti Vismara e sempre dagli stessi un mulino, situato presso il convento di Santa Caterina, in continuazione del terreno predettoArchivio dell'Ospedale Maggiore di Milano, cart 335, n. 13, n. 15 e n. 16 - Sutermeister, Regesti, op. cit. rispettivamente pag. 8 n. 13, pag 9 n. 15 e pag 10 n. 16.. In tutti questi atti il domicilio di Oldrado appare situato in Porta Vercellina, parrocchia di san Giovanni al Muro, vale a dire in quartiere nobile, dove avevano posto la loro abitazione molti altri funzionari ducali;  e' dunque probabile che la casa di Legnano gli servisse per i rari e brevi periodi di riposo.
Tuttavia l'acquisto piu' importante da parte di Oldrado avvenne l'8 ottobre 1426 dai consorti Crivelli, per mezzo del suo delegato Pietro Lampugnani, figlio del fu Rizzardo: si tratta di alcuni casolari e di una vasta estensione di terreni circostanti il castello di San Giorgio, per complessive 875 pertiche al prezzo di lire imperiali 8706Archivio dell'Ospedale Maggiore di Milano, cartella 135, atto n. 17, in Sutermeister, regesti, op. cit, pag 11 n. 17. Tanta disponibilita' di denaro e' facilmente spiegabile, se si pensa alle numerose incombenze politico-militari di Oldrado lampugnani, che sovente dovette entrare in possesso di beni e denaro confiscati e che forse gli furono concessi talvolta dal duca per pagare, con mezzo spiccio, le sue prestazioni.
Con questo acquisto il Lampugnani era gia' entrato in possesso di una parte dei sedimi circostanti la costruzione duecentesca del cosidetto "castello di San Giorgio", che non era propriamente un castello ma piuttosto una dimora di campagna;un'altra parte restava ai Crivelli, ma forse anch'essa almeno in una certa misura, passo' ai Lampugnani, grazie al matrimonio del fratello di Oldrado, Maffiolo, con Giovanna Crivelli. Comunque sia gli edifici erano tutti di proprieta' di Oldrado, quando 8 marzo 1445, questi ottenne dal duca Filippo Maria l'autorizzazione a fortificare il "locum suum Sancti Georgi"Archivio di Stato di Milano, cartella famiglia Lampugnani, in Sutermeister, op. cit. pag 86, n249. e vi apporto' delle modificazioni che vedremo nel capitolo successivo.
Tale castello serviva piu' che altro, come dimora estiva e punto di appoggio per le battute di caccia nei boschi circostanti il borgo; tuttavia essendo adatto a scopo di difesa rientrava in un sistema di fortificazioni che, disposte in un vasto perimetro attorno a Milano e affidate a famiglie di provata fedelta', proteggevano la citta' da incursioni nemiche.
Abbiamo fino a qui seguito le vicende di Oldrado, per dare l'esempio evidente della potenza economica e del prestigio raggiunto dalla famiglia Lampugnani nel borgo; tuttavia anche altri rami collaterali di questa famiglia godevano di entrate cospicue, e di grande autorita'. Seppure divisi in numerose ramificazioni, vivevano per la maggior parte nella zona di legnanello, che era considerata una specie di loro proprieta' familiare.Tuttora la strada principale che, attraversando l'Olona, porta a legnanello, porta il nome di "Via Lampugnani".
Un altro ramo viveva invece in contrada Muggiate, cioe' presso l'attuale chiesa di San Domenico, e da esso discesero numerosi pittori.In particolare Gia Giacomo, che, all'inizio del secolo XVI, fu architetto e affrescatore della nuova chiesa principale del borgo, dedicata a San magno.
Ma se i Lampugnani costituirono di gran lunga, in questo secolo e nei successivi, la famiglia principale di Legnano altre ve n'erano, altrettanto antiche e nobili. Il documento con cui Oldrado acquisto' le terre circostanti il futuro castellovedi note precedenti, divise in ben 46 voci di appezzamento di terreno, ci puo' dare un'idea della vastita' della proprieta' dei Crivelli, i quali, tuttavia, dimorando stabilmente in Milano, non sembravano aver  nutrito particolare interesse al nostro borgo, alla cui vita non presero parte in modo evidente, forse offuscati dalla potenza dei Lampugnani, forse in virtu' di un tacito accordo con loro.Viene fatto di avanzare questa ipotesi se si pensa alla massiccia vendita a favore di Oldrado lampugnani.
Un'altra famiglia che ebbe invece un certo peso nella vita, soprattutto religiosa, nel borgo e' quella dei Vismara: si tratta di una famiglia assai antica la cui esistenza ci e' nota dal 1057Giulini, op. cit. parte III, pag. 479 esegg.; questa famiglia compare nella matricola degli ordinari della Metropolitana, castiglio, op. cit., pag. 22, coll'indicazione per privilegium., ma che non sembra aver avuto peso eccessivo nella classe politica milanese. Le prime tracce della sua comparsa in Legnano risalgono, come abbiamo visto nel capitolo precedente, nella seconda meta' del secolo XIV°, tuttavia i beni di questa famiglia seppure cospicuicfr. eredita' del padre Gian Rodolfo Vismara, di cui si parla a lungo in Sutermeister, "La casa di Gian Rodolfo Vismara", op. cit., pag. 41, e segg. non sembrano poter competere con quelli dei Lampugnani e dei Crivelli. La famiglia Vismara abito' dapprima presso la chiesa di Santa Agnese, lungo l'Olona,All'incirca dove si trova oggi la Banca di legnano, la notizia viene dal Pirovano - Storia di legnano - manoscritto nell'archivio della Societa' Arte e Storia. poi nell'altra casa piu' grande, che si trova lungo l'attuale corso Italia fino all'angolo con l'attuale largo Seprio della quale tutto il quartiere prende nome di contrada dei Vismara.  Appunto una parte di questa casa fu donata dapprima da Bonifacio Vismara col suo testamento del 3 febbraio 1432Sembra che questo testamento e quello del figlio Giam Rodolfo Vismara siano stati visti dal Pozzo che ne parlo' con abbondanza di particolari nella sua opera del secolo XVII Storia delle chiese di Legnano, edito, senza indicazione del curatore, in "Memorie della Societa' Arte e Storia", n. 10, 1940 - 1, pag. 60 e segg. ad un monastero dei frati minori da erigere in Legnano. In seguito, essendo risultata nulla la prima disposizione, perche' il luogo non era parso adatto, venne donato dal figlio Gian Rodolfo, col suo testamento del 18 dicembre 1492  ad un monastero di Clarisse , anch'esso da erigersi. Per compiere poi il desiderio paterno, dono' al costituendo monastero di frati minori,  che ebbe poi titolo di Santa maria degli Angeli o piu' semplicemente sant'Angelo, 37 pertiche di terra fuori dal borgo in direzione di Castellanza, queta donazione deve essere avvenuta prima dell'anno 1469Breve di Papa paolo II, citato dal Pozzo, op.cit. pag. 60, in cui con breve papale si ottenne l'autorizzazione a costruire o 147014 agosto 1470, anch'esso citato dal Pozzo, in Galeazzo Maria fece al monastero la concessione di estrarre un rivo dall'Olona. Entrambi i monasteri furono poi ampiamente dotati dal suddetto Gian Rodolfo ; in particolare quello femminile, benche' il testatore non vi facesse alcun cenno, sembra essere divenuto un ricovero riservato in massima parte alle discendenti della famiglia Vismara, specie nei secoli in cui la monacazione, piu' o meno volontaria, delle fanciulle di discendenza nobile divenne un fenomeno di vasta diffusione.
Oltre a quelle cui abbiamo accennato, altre famiglie nobili ebbero rapporti col borgo di Legnano, piu' che altro dovuti a parentele, strette con le principali famiglie ivi residenti. Tra gli altri possiamo ricordare i Bossi la cui presenza in Legnano, pero', non e' accertata prima del secolo XVI° e che avrebbero posseduto una casaAl numero due dell'attuale Via Gigante, cfr. Sutermeister, Brani di storia e Arte di legnano in memorie n. 17 pag. 128 in contrada Muggiate, nella quale e' stata rinvenuto il loro stemma. Inoltre i Corio, che probabilmente si erano inparentati con i VismaraGli stemmi delle due gfamiglie compaiono uniti, accanto ad alcuni medaglioni con ritratti alterni maschili e fenminili, nella decorazione di casa Vismara in corso Italia Memoria n. 17 pag. 205 ebbero una casa in Legnanello gia' dal secolo XV°.
Non si trovavano invece piu' tracce degli Oldredi o Oldrendi, che tanta portenza avevano avuto nel borgo nel secolo precedente.Nel censimento del 1594, in censimento nominativo di legnano del 1594 con indici e genealogie Memorie n. 17 non campare alcun membro di questa famiglia. Tuttavia la ricorrenza del nome proprio Oldrado nella famiglia lampugnani farebbe pensare a qualche legame tra le due casate.
L'economia di Legnano in questo periodo, e probabilmente anche nei secoli precedenti, era basata sull'agricoltura: in particolare il tipo di coltura piu' diffusa, a quanto risulta dai documenti esaminati fin qui, appare essere quello della vite, specie lungo i declivi formati dalla valle Olona . Probabilmente anche le culture cerealicole erano abbastanza frequenti, soprattutto nei terreni piu' bassi vicino al fiume, almeno dove questi non si impaludavano troppo frequentemente.
Un'altra fonte di introito era data dai mulini, numerosissimi, in Legnano perche' a monte ed a valle del Borgo, favoriti dal decorso del fiume che, rapido sopra il borgo, si fa calmo poco dopo averlo attraversato.  A questi mulini, che appartenevano parte alla mensa arcivescovile, parte ai privati,  parte ai monasteri legnanesi, erano collegate seghe e altri srumenti che potevano dare luogo a una modesta attivita' artigianale.  Non sembra che tuttavia il borgo si distinguesse per una attivita' economica particolare che non fosse per la produzione di vino, mentre il mercato dei "buoi grassi", notissimo nei secoli successivi, non e' attualmente documentato prima del secolo XVII°, anche se talunoG. Cenzato, Legnano, in "Legnano" anno 2, 1594, pag 3 e segg.  ha voluto farlo risalire niente meno che all'epoca di Carlo Magno.
Dopo questa rapida panoramica della situazione economica sociale del nostro borgo nel secolo XV°, vedremo ora sommariamente quali avvenimenti politici abbiano caratterizzato la seconda meta' del secolo e in quale misura abbiano interessato Legnano.
Alla morte di Filippo Maria, avvenuat il 13 agosto 1447, mancano eredi legittimi, la situazione del ducato subi' un tracollo, mantre mutava la forma di governo col sorgere della Repubblica Ambrosiana. Benche' alcuni membri della famiglia Lampugnani, Giorgio Rolando e Princivalle, avessero aderito alla repubblica, Oldrado, troppo legato alla precedente forma di governo si mantenne in disparte. Quando nel 1448, Francesco Sforza, che aveva intrappreso la conquista del Ducato, si porto' nel nostro borgo, dopo aver preso Abbiategrasso, non incontro' alcuna resistenza e poco dopo anche Busto gli si arrese, probabilmente grazie alla preparazione operata dal Lampugnani. infatti il 19 aprile 1449 Oldrado fu dichiarato ribelle e probabilmente si ritiro' nel suo castello di Legnano, e assai opportunamente fortificato. Tuttavia poco tempo dopo Francesco Sforza, nel 1450, entro' in Milano e fu proclamato Duca di Milano, Oldrado, allora torno' al governo assieme ad altri membri della famiglia. Alla sua morte avvenuta il 7 gennaio 1460 tutte le proprieta' passarono al nipote Giovanni Andrea  che si fece confermare l'esenzione dalle gabelle di cui aveva goduto lo zio, come pure fecero i suoi fratelli, nonostante le proteste degli abitanti del borgo.  Tutto cio' dimostra di quanta autorita' godessoro ormai nel borgo i Lampugnani, grazie all'appoggio del governo ducale. Soltanto nel 1476, a causa dell'uccisione del duca Galeazzo Maria Sforza da parte di tre congiurati, tra cui un Lampugnani, tutta la casata visse un momento alquanto infelice, pur avendo tentato di dimostrare che l'uccisore del  duca non apparteneva legittimamente alla famiglia Lampugnani. Le ripercussioni furono abbastanza gravi e il prestigio di cui i Lampugnani godevano in Legnano decadde rapidamente a vantaggio di altre famiglie: Baldassarre Lampugnani che gestiva l'Ospedale di San Erasmo, all'inizio del 1447 dovette rinunciare al proprio mandato in favore di Gian Rodolfo Vismara. Ma ben presto i Lampugnani ripresero il loro posto in primo piano nel borgo e nell'amministrazione comunale.
Legnano aveva perso ormai qualsiasi caratteristica propria e sotto il dominio, piu' o meno velato dei Lampugnani, segui' per tutti i secoli successivi le vicende dello stato di Milano.
 
 
La ricostruzione topografica del borgo di legnano nel periodo Medioevale
tratto da: Legnano nel Medio Evo di Marina Cattaneo
 
Legnano fu, da epoca remotissima, come abbiamo visto, divisa in due parti: il borgo vero e proprio, alla destra dell'Olona, e Legnanello, alla sua sinistra. Le due sezioni dell'abitato di Legnano, conduceva ciascuna una vita autonoma, dal momento che il fiume, che le saparava, era, a quei tempi, assai impetuoso e spesso con le sue piene impediva qualsiasi collegamento.La situazione, secondo il Pozzo restava ancora tale ai tempi di San carlo, che dopo aver spostato la sede prepositurale da Parabiago a Legnano, assegno un coadiuatore alla chiesa di Santa Maria in legnanello, perche' gli abitanti di quella contrada potessero ascoltare la messa in tempo di piena del fiume.; inoltre anche nei momenti di calma la scarsita' di ponti, uno o forse due al massimo, rendeva assai limitata la possibilita' dei contatti.
In particolare Legnano si sviluppo' su una pianta a fuso, il cui asse centrale era costituito dalla via che, provenendo dalla costa di San Giorgio, vale a dire da Milano, attraversava il Borgo, proseguiva per Castellanza e risaliva la Valle OlonaAttuali Via Magenta e Garibaldi; la frazione di legnanello si sviluppo' invece tra quella che nel 1400 era detta "Strada Magna", cioe' l'attuale Sempione, e il fiume, che in quel punto forma  un arco piegando verso destra. Tra i due nuclei vi era una zona, compresa tra l'Olona, e l'Olonella, lasciata a coltura, sia perche' il carattere del fiume, come abbiamo accennato sopra, rendeva imprudente stabilirsivi, sia forse perche' essendo probabilmente di proprieta' della Mensa Arcivescovile, costituiva una specie di continuazione del piccolo brolo retrostante i suoi palazzi.
Esamineremo dapprima il borgo di legnano, che si sviluppo' maggiormente e costitui' sempre il centro della vita politica ed amministrativa di tutta la comunita'. Il centro del borgo era costituito dalla chiesa di San Salvatore e dal complesso dei palazzi arcivescovili e loro dipendenze.
Per quanto riguarda la chiesa di San Salvatore, ne sappiamo ben poco, pareSutermeister, Gia Giacomo Lampugnani, pittore Legnanese che sia crollata all'inizio del secolo XVI; l'unica parte supersite, fino al 1700 fu il campanile, che pero' a quell'epoca fu mozzato e sostituito da quello che si vede attualmente. E' ancora visibile la base del campanile antico, ma e' impossibile avvalendosi di questa sola testimonianza, farsi un'idea di come potesse essere la costruzione, che sorgeva all'incirca sull'area dell'attuale chiesa di San magno. E' comunque certo che esisteva almeno dal secolo XIII, essendo indicata nell'antico catalogo, piu' volte citato, a proposito della sepoltura di Leone da Perego
Il complesso dei palazzi arcivescovili appare assai articolato e di difficile ricostruzione. Sappiamo, come abbiamo visto in precedenza, che a Legnano esisteva un castello, fin dal secolo XI: probabilmente attorno ad esso e forse inglobandolo, sorsero gli edifici della mensa arcivescovile. Puo' essere che parte di questi edifici siano sorti prima di leone da Perego o durante il suo governo, ma non abbiamo alcun elemento atto a suffragare questa ipotesi: e' vero che l'arcivescovo soggiorno' in Legnano e vi mori' ma nulla vieta di credere che abbia abitato un edificio preesistente; d'altra parte il suo governo fu sempre talmente agitato, che riesce difficile pensare che questo arcivescovo si dedicasse ad abbellire le sue proprieta' con sontuosi palazzi.
Risale invece a quest'epoca, probabilmente ai mesi estivi del 1257, in cui l'arcivescovo si trovava malato in Legnano mentre attorno infuriava la lotta tra le avverse fazioni, la creazione di un vallo allagabile, che circondava il borgo. Di esso si e' trovato traccia durante gli scavi avvenuti nel 1954 e 1955, all'incirca sotto l'attuale Teatro della Galleria, parallelermente alla via Magenta e piu' a nord, in corso Garibaldi 4Braida, Corte e Curia Arcivescovile, senza indicazione dell'autore, in "memorie Societa' Arte e Storia" n. 15, 1955 pag. 57: collegando  idealmente questi punti e' possibile farsi un'idea dell'andamento di questo vallo.
All'epoca di Ottone Visconti risalgono invece probabilmente i palazzi arcivescovili che si trovano alla sinistra della via Magenta, infatti il catalogo citato alla morte di Ottone del 1925 ???? dice "... in augmentum quoque ... sui Archiepiscopatus possessione, et terras ipsius pulcherimmis edificiis decoravit; videlicet ... pretiosis etiam Burgum Legnani pallatiis..Catalogus del Giulini " A suffragio di questa ipotesi stanno due lapidi, una all'esterno dell'ingresso ai palazzi, l'altra all'interno del cortile entrambe recanti il simbolo dei Visconti in forme assai arcaiche, anzi la prima reca una strana immagine, vale a dire una testa sormontata da una croce che sembra collegata alla carica arcivescovile di Ottone.
Risale probabilmente all'epoca di Ottone, e forse agli anni successivi alla battaglia di Desio, la costruzione di un grosso muraglione che recingeva il borgo lungo il precedente fossato. In quest'epoca infatti l'arcivescovo, benche' fosse ormai saldamente insediato al potere, incontrava ancora parecchie resistenze specie da parte dei Torriani che sovente facevano scorrerie nel Seprio, in queste condizioni, come abbiamo visto, si serviva di Legnano come rifugio e base logistica: il vallo rappresentava dunque una difesa troppo debole per il borgo, inoltre toglieva acqua ai mulini, molti dei quali probabilmente appartenevano alla stessa mensa arcivescovile. Anche di questo muraglione si sono trovate le fondazioni, durante lo scavo del 1951: si trattava di una fondazione lunga 61 metri e parallela alla via Magenta a 36 metri di distanza; in alcuni punti fu possibile vedere l'impostazione dell'alzato, che indicava un muro di 60 cm. di spessore.
La qualita' della costruzione era ottima e accurata, il che farebbe pensare ad un'opera elevata con calma, forse contemporaneamente ai palazzi, e non sotto l'impulso di una necessita' di urgenza; l'attribuzione al secolo XIIIIl prof. Borroni della Sopraintendenza ai Monumenti di Lombardia analizzo' e dato' le fondazioni.appare accertata. Insieme alla base del muraglione vennero alla luce anche le fondazioni di un palazzetto, posto lungo il muro suddetto e risalente alla stessa epoca.
Ora che abbiamo stabilito a quali epoche attribuire gli elementi che ci sono pervenuti di questo complesso di costruzioni, cercheremo di stabilire l'aspetto che aveva Legnano, sulla base delle testimonianze, che abbiamo fin qui esaminato.
Innanzitutto la parte principale del borgo era circondata da un fossato non molto profondo ma allagabile, che si staccava dall'Olonella all'altezza circa dell'attuale piazza IV Novembre, descriveva un ampio cerchio e poi rientrava nell'Olonella tra le attuali vie Corridoni e Ratti. All'interno di questa prima opera di difesa c'era un muraglione che per il tratto centrale correva parallelo al fossato stesso, mentre dal lato sud si univa ad un edificio preesitente formando un angolo; il palazzetto suddetto fungeva da confine e difesa del borgo dal lato sud ed era collegato agli edifici che si trovavano dall'altro lato della attuale via Magenta mediante un arco sormontato da un passaggio coperto.Fu distrutto ai primi dell'ottocento perche' ostacolava il passaggio dei carri agricoli, il suo aspetto ci e' noto grazie ad una serie di acquarelli opera del pittore Pirovano. Questo arco costituiva probabilmente una delle due porte del borgo, dal momento che era nota ancora nell'ottocento come "porta di sotto"  e si trovava proprio nel punto in cui la via principale del borgo entrava in esso dal lato sud. Probabilmente questo passaggio coperto era in qualche nodo unito al cosidetto "Palazzo di Ottone Visconti" che pure faceva da confine nel lato sud. Dal lato nord non si sono trovate tracce del muraglione, ma e' probabile che esso continuasse ed andasse ad inserirsi nel gruppo di case che contornano la chiesa di S. Agnese. Non e' escluso che nel punto in cui questo muraglione incrociava la via che costituiva l'asse del borgo, si aprisse un'altra porta che dovrebbe essere la "porta di sopra" in contrapposizione a quella gia' citata. Tuttavia non abbiamo nessun elemento che comprovi questa ipotesi.
Dal lato orientale del borgo era gia' sufficientemente protetto dalla Olonella e piu' in la' dall'Olona. Il complesso degli edifici arcivescovili appare nettamente diviso in due sezioni: quella a sinistra dell'attuale via Magenta, gia' via porta di sotto, costituiva la parte residenziale ed era formata dal palazzetto di ingresso, di cui restano in piedi tre muri, come risulta da osservazioni compiute nelle case adiacenti e in cui si apriva un ampio arco sormontato da una lapidetta viscontea, e da due palazzi nobiliari, che sono tuttora conservati, ma hanno perso completamente la forma originaria, per i vari usi a cui sono stati adibiti.
Dall'altro lato della via Magenta troviamo una sezione formata da edifici che probabilmente avevano scopo utilitario: potevano servire per il ricovero di attrezzi agricoli e immagazzinare derrate alimentari e forse, in occasioni particolari, potevano offrire anche ricovero per i soldati.
Di esse abbiamo tracce precise solo in due casi: il palazzetto d'angolo preesistente all'opera di fortificazione e l'altro edificio parallelo al muraglione; di entrambi si sono scoperte le fondazioni durante gli scavi avvenuti intorno al 1950. Si puo' comunque formulare l'ipotesi che a questi edifici se ne aggiungessero altri, benche' sia impossibile trovare conferma a causa di sconvolgimenti edilizi subiti in questa zona nel corso dei secoli.
Indicati in questi termini i confini del borgo, essi risulterebbero, assai angusti, ma e' probabile che l'abitato si estendesse un poco al di fuori della cinta fortificata, specie dal lato nord, verso il quartiere di San Domenico, e dal lato ovest verso S. Ambrogio, ma non comunque dal lato est, dove si stendeva il sopracitato Olonella e Olona.
Oltre a San Salvatore vi erano certamente altre chiese nel borgo e nei pressi di esso: abbiamo su questo argomento due fonti principali: il "Liber Notitiae Sanctorum Mediolani" attribuito a Goffredo da Bussero, risalente all'incirca 1304 e la raccolta "Notitia cleri Mediolanensis" del 1389. Nel primo e' inoltre indicata la chiesa di San Salvatore, la chiesa di S. Agnese, che era situata, come abbiamo gia' visto, all'incirca presso l'attuale Banca di legnano e che fu distrutta nell'epoca della costruzione di San Magno; di erra restava in piedi nell'800 una parete decorata con un affresco rappresentante la Vergine con alcuni santi, cui era munito uno stemma Vismara: cio' ha fatto supporre che la chiesa sia divenuta un oratorio privato di questa famiglia che ando' a stabilirsi presso di essa. Nel predetto elenco compare anche una chiesa di San martino, chiesa campestre che si trovava nel punto in cui si congiungono le attuali via S. Martino e Bellingera; la costruzione presente risale pero' al secolo XV e deve essere stata eretta sulle rovine di una cappella preesistente. Le altre chiese qui indicate sono ancora quella di S. Maria, probabilmente collegata ad un monastero di Umiliati di cui parleremo in seguito, e quella di San Nazaro che pero' era a quell'epoca gia' scomparsa ed assolutamente impossibile collocare, come pure la cappelletta di S. Tommaso. Nell'altro documento del 1389 le chiese indicate erano le stesse, fatta eccezione per la chiesa di S. Agnese, che non compare piu', essendo forse fuori culto, e per quella di S. Ambrogio, che compare qui, a quanto ci risulta, per la prima volta: Vale a dire sarebbe stata costruita nel corso del secolo XIV e non potrebbe percio' avere accolto il corpo di leone da Perego morto nel 1257. Il problema della sepoltura dell'arcivescovo resta tuttora aperto, a meno che non si ammetta una traslazione dalla chiesa di S. Salvatore a quella di S. Ambrogio.
Diamo ora qualche accenno sulla frazione di Legnanello,  che come abbiamo visto conduceva una vita piuttosto appartata: appunto per questo motivo conduceva una vita piuttosto appartata: appunto per questo motivo ne sappiamo ben poco e possiamo supporre che non abbia avuto una parte di rilievo nella vita politica e sociale di Legnano, almeno finche' nel secolo XV, non divenne un quartiere dei potentissimi Lampugnani. Di esso sappiamo soltanto che nel secolo XIII, in questa frazione si trovava una chiesa dedicata a S: Maria, che compare nei due documenti sopracitatiLa chiesa di Santa maria era situata presso l'attuale trattoria della madonna, che si richiama all'ottocentesca osteria della Madonna, la quale a sua volta ha preso il nome della predetta chiesa. e che le poche case che lo componevano erano situate probabilmente piuttosto in alto presso la strada, distante dal fiume per i rischi che esso comportava. Poco lontano da questo gruppo di case si trovavano l'ospedale di S. Erasmo e il convento degli Umiliati intitolato a S. Caterina, di cui parleremo in seguito.
Esaminiamo ora i conventi di Legnano a noi noti, nei secoli XIII e XIV. Il primo che prenderemo in considerazione e' quello di Santa Maria del Priorato; una chiesa dedicata semplicemente a S. Maria compare nel 1304 nel sopracitato elenco del Liber Notitiae Sanctorum Mediolani. Si tratta probabilmente di quella cui sara' unito in seguito un convento di Umiliati; tuttavia le notizie che abbiamo di questo convento sono rare e piuttosto tarde: nella "Notitia Cleri Mediolanensi", anch'essa sopracitata, compaiono i Frates S. Mariae, primo accenno all'esistenza di un convento collegato alla chiesa, mentre da un estimo della fine del secolo XIV, emesso dal notaio Caldirari della Curia Arcivescovile, apprendiamo l'esistenza della "Domus Sancte fratis parlerii de Lignano",  possiamo cosi' stabilire che alla fine del secolo XIV esisteva in Legnano un convento di Umiliati annesso alla chiesa di S. Maria. A causa della dispersione dei documenti in seguito alla soppressione di quest'ordine nel secolo XIV, non ci e' dato per il momento, sapere di piu' e soprattutto sapere se fin dall'inizio alla chiesa fu annesso un convento. In ogni caso la chiesa era discosta poco dalle mura del borgo, ma a causa degli sconvolgimenti subiti da questa zona, anche nel momento in cui furono demolite le case nelle quali era stata inglobata, ben poco si era riuscito a scoprire e comunque non si ritrovo' nulla dell'edificio segnalato ai primi del TrecentoRelazione sui reperti al momento della demolizione della chiesa e convento, avvenuta nel 1954, in "La chiesa di Santa maria del Priorato" Qualche cosa di piu' si pote' riconoscere delle strutture quattrocentesche del convento e dell'ospedale, annessi alla chiesa, come vedremo in seguito.
C'era pure in legnano un altro convento di Umiliati, intitolato a Santa Caterina, presso l'Olona, poco discosto da Legnanello. Nella piu' volte citata "Notitia Cleri Mediolanensi" del 1398, compaiono oltre ai frati di S. Maria, altri "Frates Umiliati", ma nulla ci autorizza a credere che la loro chiesa fosse dedicata a S. Caterina; troviamo bensi' una chiesa di Santa Caterina le cui proprieta' confinavano con un mulino acquistato da Oldrado Lampugnani, ma solo nel secolo XV, mentre la prima esplicita menzione di un convento misto di Umiliati intitolato a Santa Caterina e' addirittura del secolo XVI.
Di conseguenza allo stato attuale delle nostre conoscenze il convento piu' antico del circondario di Legnano resta quello di San Giorgio, come risulta da un documento del 14 ottobre del 1261, col quale i canonici Agostiniani di questo convento attuarono una permuta con i fratelli Torriani e si trasferirono nella casa madre di San Primo in Milano. Cio' che interessa e' il fatto che i canonici suddetti decisero di trasferirsi perche', in seguito alle vessazioni subite, la loro chiesa era soggetta all'abbandono da trent'anni e piu'; cio' significa che il convento e la chiesa esistevano da molto prima del 1231, forse da primi del secolo XIII. Il convento stesso appare in questo documento possessore di vaste proprieta', situate per lo piu' nella pianura tra Legnano e Canegrate, che vengono cedute in blocco ai Torriani.
Non tutti i beni della chiesa dovevano pero' essere stati permutati, ne' la chiesa scomparsa, perche', secondo il catalogo sopracitato, l'arcivescovo Ottone dono' agli ordinari della Metropolitana di Milano, appunto la chiesa di San Giorgio di Legnano con le sue pertinenze.. et ecclesiam Sancti Georgii de Leniano cum suis pertinentiis, communi mense capituli Ecclesiae Mediolanensis, que minus sufficiens erat, pro cottidianis distributionibus concessit..." Catalogus del Giulini
Ma la fondazione legnanese piu' nota e' lo spedale di S. Erasmo, la cui storia appare strettamente legata, a quella del poeta Bonvesin della Riva. Egli, nato probabilmente verso il 1240 non si sa precisamente dove, abito' per un certo periodo nel borgo di legnano dove insegnava grammatica: lo dice egli stesso all'inizio della sua opera "De quinquaginta curialitatibus ad mensam..." " ... Fra' Bonvesin della Riva ke sta in borgo legnian ..". Era dunque frate, ma, essendosi sposato, doveva essere terziario, ma non si sa precisamente se Umiliato o Francescano. Durante la sua permanenza in Legnano, che era certamente finita prima del 1290, anno in cui viveva gia' in Milano, si interesso' particolarmente dello spedale e, nei suoi due testamenti datati 18 agosto 1304 e il secondo del 6 gennaio 1313, lascio' vari legati in natura e in denaro allo spedale di S. Erasmo. Si e' molto discusso per stabilire se fu proprio Bonvesin il fondatore dello spedale o se si limito' a restuaurarlo: in realta' e' improbabile che il celebre frate abbia veramente fondato l'ospizio, dal momento che, pur restando ad esso molto legato, non vi stabili' il proprio sepolcro, ne' lo elesse proprio erede universale. Lo spedale si occupava dell'assistenza agli anziani e disponeva, di vaste proprieta' per lo piu' coltivate a viti: i famosi colli di S. Erasmo, noti tuttora in Legnano con questo nome e retrostante l'ospizio, il quale si trovava e si trova tuttora poco lontano da Legnanello lungo la attuale strada del Sempione; l'edificio presente, tuttavia non ha conservato alcun ricordo dell'antico.
A sud del borgo, in una zona pianeggiante, vicina all'Olona sorse nel secolo XIII il cosidetto "castello di legnano" questo termine, con cui e' noto attualmente, e' molto impreciso dal momento che l'edificio suddetto non ebbe, per quanto ne sappiamo, fino al secolo XV alcun carattere di fortificazione e anche allora conservo' piuttosto l'aspetto di una dimora di campagna adattata a scopo di difesaCaso molto frequente nella Lombardia quattrocentescache non a quello di un castello vero e proprio, inoltre nei tempi piu' antichi viene sempre indicato come castello di San Giorgio. Proprio questo nome di cui non e' chiara l'origineTroppo vago un riferimento al santo guerriero, cui sarebbe stata dedicata la chiesetta del castello, che sorse comunque in epoca tarda, mentre e' da escludersi qualsiasi rapporto con il paese di San giorgio che, chiamato in un primo tempo Sotena, assunse il nome attuale dopo il 1393, dopo cioe' che vi fu costruita una chiesa dedicata a questo santo. Iapide ricorda la consacrazione della chiesa in Giulini parte IV pag. 374. ha indotto a cercare una relazione tra i castello e il piccolo convento di agostiniani che era anch'esso intitolato a San Giorgio e di cui abbiamo a piu' riprese parlato in precedenza. Si e' cosi' constatato, prendendo in esame le coerenze dei beni permutati coi Torriani, che questi coincidevano con il punto nel quale sorse il suddetto edificio. E' tuttaltro che improbabile che il nome della chiesa sia passato alle sue proprieta' e da quelle al castello: si tratta di un fatto abbastanza diffuso nel Medio Evo.
Ammesso dunque che i luoghi indicati nel documento relativo  al convento di San Giorgio coincidano con quelli ove sorse il "castello" , ne possiamo trarre alcune indicazioni: vale a dire al momento della permuta nel 1261, non esisteva ancora alcun edificio nel punto ove sorgeva la costruzione attuale, inoltre la proprieta' dei terreni e di conseguenza  anche degli edifici  che ivi sorsero, spettava ai Torriani. Abbiamo quindi stabilito che la costruzione non poteva nemmeno essere posteriore al 1273, quando in questa dimora di campagna furono ospitati i reali di Inghilterra Edoardo e Eleonora: a quest'epoca quindi la costruzione doveva aver raggiunto un certo sviluppo se pote' ospitare i  reali ed il loro seguito.
Esaminando la costruzione come ci si presenta allo stato attuale,Ho constatato personalmente che al piano superiore di questa costruzione si puo' controllare la strada della "Costa di San Giorgio" e quindi il traffico verso Milano.si puo' constatare che la parte piu' antica e' l'ala che si trova  alla destra di chi entra: essa e' costituita da un cassio, che doveva essere in origine essere piu' alto e fungere da torre di vendetta; ad esso furono aggiunte successivamente due ali laterali, di cui quella a sinistra di chi guardi il cassio dall'esterno ha conservato le forme  originarie ed e' composta da un'ampia caneva e da due piani, di cui quello inferiore e' leggermente elevato da terra,  mentre l'ala di destra ha subito numerosi rimaneggiamenti che rendono impossibile una precisa ricostruzione dell'edificio antico.  Nell'insieme quindi possiamo dire che doveva trattarsi di una dimora di campagna, abbastanza elegante e priva, per quanto ci risulta, di elementi di fortificazione.
Con tutta probabilita' la costruzione e la proprieta' dell'edificio vanno attribuite ai Torriani: abbiamo gia' visto che  a loro appartenevano le terre sulle quali esso sorse, inoltre i tempi di costruzione da noi indicati coincidono con quelli della massima potenza di questa famiglia in Milano. A riprova di quanto abbiamo gia' detto sta il fatto che quando i reali di Inghilterra pernottarono nella localita' di San Giorgio, furono proprio Francesco e Napo Torriani ad accompagnarli in quel luogo. Daltra parte sembrerebbe che, anche dopo l'avvento al potere dei Visconti, l'edificio restasse di proprieta'  dei Torriani, dal momento che Guido nel suo testamento, rogato nel 1312, lascio' questo castello a Francesco, Guido, Simone e Amorato. Di conseguenza appare del tutto infondato la tradizione, assai diffusa in Legnano, che fa risalire la costruzione del castello ad Ottone Visconti: infatti non una sola volta, ma in tutte le notizie a noi pervenute su quell'edificio, compare il suo nome o quello di un altro membro della famiglia Visconti.
Se mai, possiamo ritenere che un passaggio di proprieta' dall'una all'altra parte, se avvenne, possa essere messo in relazione ai numerosi bandi, con conseguenti confische di beni, che colpirono i Torriani nel corso del secolo XIV, ma e' soltanto una ipotesi per ora  non convalidata.
Accenneremo ora rapidamente ai mutamenti subiti dalla struttura urbanistica del borgo nel corso del secolo XV. Certamente l'abitato si era in parte dilatato per l'afflusso delle famiglie nobili cittadine che venivano a trascorrere qui il periodo estivo e si era arricchito  di abitazioni ampie ed eleganti. Tra queste abbiamo gia' accennato alla casa acquistata prima del 1399 da Oldrado Lampugnani: il documento in questione ci descrive accuratamente l'edificio e le sue dipendenze " ...Nominative de sedim uno Magno jacento in Burgo de Legnano, in contrada Legnanello, ducatus Mediolani, ubi dicitur Medioloci seu propre ecclesiam dictae contrade Legnanello. Quod sedimen est cum eddificiis, cameris, portis duabus, porticibus, solariis, lobis, curte, columbaro, cassina e duabus torcolaribus subditus ipsam cassinam et cum brolio appellato "Brajda", perticarum  sex circa, vel area de post ipso sedimen. Quibus sedimen et brolio coherent ab una parte strata magna ab alia  strada seu accessim per quan itur ad flumen Ollona et ab alia dictum flumen et ab alia Jacobi Casorii...".
Di conseguenza la proprieta' andava dall'attuale statale del Sempione al fiume e aveva un ingresso sulla stradetta laterale che scendeva al fiume: la casa era ampia e circondata  dal giardino. L'edificio, noto come il "Maniero di Lampugnani" , fu abitato piu' che da Oldrado, dal fratello Maffiolo, sposo di una Crivelli, infatti gli stemmi delle due famiglie uniti decoravano la sala al piano superiore. Rimasto in loco fino al 1927 fu a quell'epoca distrutto ad opera del comune  che lo fece ricostruire in altro luogo,  dove divenne sede del Museo Civico.
Quanto conservi dell'aspetto antico, dopo una simile operazione e' difficile dirlo.
Un'altra nobile casa appartenente ad un diverso ramo della famiglia Lampugnani, era situata fino a pochi anni fa in corso Garibaldi, a destra della chiesa di San DomenicoAttualmente qui sorge un palazzo moderno che, secondo un uso abbastanza diffuso in legnano, cerca di conservare le forme antiche della casa. Si trattava di una costruzione lunga e bassa con finestre ad arco ogivale in cotto, decorata in parte da affreschi; dietro la casa si stendeva un giardino che arrivava all'Olonella.
Nell'attuale corso Italia esisteva fino al 1934 la casa Vismara, che al momento della demolizione, ad opera del comune, rivelo' un ciclo di affreschi, che ne decoravano le pareti;  la proprieta' era formata da una casa per massari situata all'angolo di via Seprio, ora scomparso, dalla grande casa nobiliare e da n tratto di terreno a destra di essa. Questa casa passo' in parte al convento di Santa Chiara, in parte al notaio Luca Lampugnani, ed in parte resto' agli eredi Vismara.
Nel secolo XV i conventi principali di Legnano, oltre quelli gia' citati,Ricorderemo qui che del convento di Santa maria del priorato, in questo periodo sono noti i ruderi del piccolo chiostro, distrutto nel 1939 - Conventi di Umiliati e chiese pag. 64 - Mentre sono sopravvissuti, incorporati nel palazzo Cambiaghi del secolo XVIII, alcuni locali con affreschi del secoloXV che sembrano potersi attribuire ad un piccolo spedale di Umiliate, dipendente dal convento sopra indicato. furono quelli di S. Chiara e S. Angelo. Quest'ultimo intitolato piu' precisamente a S. Maria degli Angeli, sorgeva sull'area delle attuali scuole Mazzini, mentre la sua chiesa si trovava all'incirca all'altezza dell'attuale museo, rivolta verso la via che portava alla Castellanza. Il convento fondato come abbiamo visto da Gian Rodolfo Vismara, sorgeva dunque isolato lungo la suddetta strada in mezzo a sasti campi coltivati e  a vigneti delle colline presso San martino. Il convento e la chiesa sono andati distrutti nel corso dei secoli, ce ne restano piante del secolo XVIII e dei primi del XIX, ma e' difficile da esse farsi un'idea della costruzione originale, sebbene sia quasi certo che la chiesa almeno risalisse al secolo XV°.
Il monastero di Santa Chiara sorse, anch'esso per volonta' di Gian Rodolfo Vismara. Le parti piu' antiche erano due: la parte di casa Vismara, donata da Gian Rodolfo in cui si sono rinvenuti affreschi della fine del 1400 e la casa gia' del servitore Berto e assegnata, dopo la morte di questi, da Gian Rodolfo, all'abitazione del cappellano delle monache.
Anche questo convento di cui ci resta solo la pianta, la pianta e' andata completamente distrutto con la scomparsa della casa Vismara.
Per completare il quadro della legnano quattrocentesca daremo ora un cenno delle trasformazioni subite in questo secolo dal Castello di San Giorgio, dopo che Oldrado Lampugnani ebbe ottenuto nel 1445 dal Duca Filippo Maria il permesso di fortificarlo. Oldrado fece costruire il torrione rettangolare d'ingresso, di metri 9,2 per 14  e di metri 16,5 di altezza, munito di ponte levatoio e ballerina pedonale, terminante a merlatura ghibellina e sormontato dallo stemma marmoreo di Oldrado; inoltre fece costruire in parte l'ala destra, nella sezione di essa, cioe', che si trovava oltre il cassio. Fece circondare tutta la costruzione che occupa ora complessivamente una area di metri 75 per 70, da un vallo, poco profondo ma allagabile, e da un muraglione alto metri 5,20 dal fondo della fossa, sormontato da un altro muro, alto 3 metri, meno spesso del precedente, terminate a merlatura ghibellina e con cammino di ronda interno, poco piu' alto del piano interno del cortile. Ai quattro angoli della costruzione e a meta' dei due lati furono poi poste delle torri circolari, munite di feritoie all'altezza del cammino di ronda e di aperture sottotetto; di queste sei torri sono scomparse le due che si trovano agli angoli sud. Le altre costruzioni che si trovano attualmente all'interno della cinta murata, sono di epoche posteriori e prive di particolare interesse storico.
 
 
 

28.1.59 R-mulin

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Gli antichi mulini sul fiume Olona
Tratto da:
Fin dal medio Evo prosperava nel borgo di Legnano l'attivita' molitoria esercitata in forma artigianale e tale era la dovizia dei molini disseminati lungo l'Olona da Castellanza a Nerviano per fare supporre che nel XV° secolo questa attivita' costituisce per l'intera zona, e per Legnano in particolare, una notevole fonte economica.  Probabilmente i signorotti di questi tempi cercavano di accaparrarsi il maggior numero di mulini per poter realizzare una vera e propria concentrazione in grado di condizionare altri settori e speculare in occasione di raccolti disastrosi o di carestie.
Legnano per molti anni aveva fornito farina per il pane dei milanesi ed e' naturale che alcuni nobili di quei tempi avessero messo assieme una cospicua fortuna con i mulini dell'Olona.
In parecchi documenti dei quali i ricercatori si sono imbattuti ricorrevano spesso nomi di mulini le cui ruote e macine avevano scandito per secoli la vita di tranquilli artigiani che lavoravano in proprio o per conto di signorotti. Anche nella denominazione di alcune vie dell'antico borgo sia a Legnanello che nella zona del centro e attorno al castello Visconteo fino a San Vittore, Canegrate ed oltre, veniva ricordata questa vocazione dell'economia locale. Cosi' avevamo in via dei Magnani, via Mulini di Sotto, via Mulini dell'Arcivescovo, Mulino delle Armi e localita' "cinque Mulini" nella zona in cui attualmente vi e' il ponte di via Pontida e dove l'Olona si diramava in ben quattro bracci formando anche due isolotti.
 
Vi erano anche altri mulini presso il vecchio convento di Sant'Angelo della roggia omonima che attraversava poi l'antico nuclo e attorno alla chiesa di San'Ambrogio. Un raggruppamento di altri mulini sorgeva nel tratto compreso tra le attuali via Matteotti e via Beccaria.
Qui possedevano parecchie case i Lampugnani discendenti da Ubertino, dottore in legge a Pavia e padre del noto Oldrado II° Lampugnani.
Gli appartenenti a questo ramo della nobile casata venivano chiamati dallo storiografo Pirovano "Lampugnani di Ponte Carrato" ed erano appunto proprietari di un gruppo di mulini il piu' grande dei quali si trovava nel punto in ora sbocca via Corridoni ed era stato ribatezzato con il nome di "Mulino della Vedova" probabilmente dopo che Giavannina Omodei fu Gasparolo, vedova di Ubertino, compero' la proprieta' con altri immobili.
Di questo acquisto esiste una pergamena nell'archivio dell'Ospedale Maggiore datata 17 marzo 1419 a rogito del notaio Laurentius Martignonibus. In essa si fa cenno proprio al "ponte carratum". Si trattava di un ponte caratteristico a due arcate che univa la via Milano all'attuale via Corridoni (gia' via del Magnani) e che venne demolito il 7 giugno 1882.
Di esso ci resta un acquarello del Pirovano. In altri due quadretti delle stesso pittore e storiografo legnanese realizzati nel 1800, possiamo ancora ammirare gli avanzi del cortile inferiore della casa Lampugnani di Ponte Carrato in un'altra costruzione del secolo XV°, indicata come ubicazione, in via Ponte Carrato 10.
Scorrendo lungo il percorso dell'Olona a valle del castello troviamo disseminati molti altri mulini tra i quali quello del Melzi - Salazar, poi ancora i mulini Meraviglia, Cozzi, Galeazzi (da cui deriva  la famiglia Tenconi). A macinar farina ora dei tanti mulini legnanesi e' rimasto solo a valle del castello il Molino Salmoiraghi, un edificio cadente somigliante piu' ad una prigione che ad una casa di abitazione. La tradizione dell'attivita' molitoria e' conservata alla citta' di Legnano dall'industria Salmoiraghi che ha in via Pietro Micca uno stabilimento per la produzione di farina alimentare.
I vecchi mulini che un tempo avevano dato tanto prestigio e ricchezza al borgo di Legnano, ora giacciono come vetusti cimeli con le loro grandi pale e macine immobili, simbolo di un'epoca ormai troppo lontana.
Tuttavia bisognerebbe nell'ambito del futuro parco del castello, conservarne almeno qualcuno di questi mulini. Ma occorre fare presto e comunque prima che le intemperie, il fiume e i troppi vandalismi di incoscienti non decretino definitivamente la fine di quanto resta a ricordare una fiorente attivita'  legnanese che il 1620 contava ben 17 molini in piena efficienza, come attesta un documento di un funzionario di governo spagnolo, il questore Orazio Mainoldi.
 
Nota: L'olona non e' un fiume regale non essendo navigabile e viene chiamato "roggia molinaria" perche' fornisce energia ad un gran numero di mulini. Serve pero' anche all'irrigazione dei campi e pertanto sorge un conflitto tra i proprietari dei mulini e gli utenti di rogge irrigue, che si contendono la maggior quantita' di acqua in una annata di siccita'. I termini del conflitto sono contenuti in un documento e conservato, tra gli altri, dagli eredi del legnanese Dottor Cesare Candiani, discendente dei nobili Visconti.
In questo documento, data 18 settembre 1775, si presenta ancora la stessa contesa. Piu' precisamente si tratta di un avviso di convocazione di tutti gli utenti delle acque del fiume Olona che non avevano rispettato le "grida" del 12 settembre 1773 e, come tali, "sospetti di usurpazione e di abuso" nel prelievo delle acque del fiume.
Tra le rogge irrigue che solcavano il territorio di Legnano, oltre al cavo Diotti, ve ne erano altre denominate "Santa Caterina", "Dell'Arcivescovo" e "Sant'Angelo". Quest'ultima era la piuì importante. Si diramava dall'olona prima di Castellanza, passava davanti al convento di frati di Sant'Angelo (ex edificio scuole Mazzini), attraversava l'attuale via della Vittoria che anticamente si chiamava "via pan di meliga" e proseguiva lungo il tracciato delle attuali via De Gasperi, Giolitti, Palestro , San Ambrogio per poi tornare a confluire nell'Olona nei pressi del castello. La roggia veniva tenuta ad un livello piu' alto, sulla destra del letto dell'Olona, appunto per irrigare tutti i campi che si trovavano in quella fascia intermedia, per mezzo di un capillare sistema di rigagnoli "a perdere". La roggia venne soppressa nella prima meta' dell'ottocento.
 
 
I Mulini
Tratto da:      
I mulini, al pari delle grandi estensioni coltivate a cereali, in pieno Medio Evo rappresentavano un'autentica ricchezza. Il possesso di una serie di impianti di macinazione, con le pale azionate dai salti d'acqua, era infatti strettamente collegato al dominio delle terre coltivate a grano. Mantenere o perdere i mulini, equivaleva a conquistare il territorio su cui erano ubicati o rinunciarvi. Oltre che per fornire farina da alimentazione, i mulini producevano foraggio speciale per bestiame e le grandi ruote in pietra venivano adattate anche come mole a smeriglio, per fabbricare armi bianche.
Una delle regioni d'Italia, che ebbe una piu' forte concentrazione di mulini ad acqua, dal Medio Evo all'Ottocento, fu la Lombardia, ricca di fiumi, canali, navigli, rogge, che avevano la duplice funzione di irrigare i campi e fungere da forza motrice.
Molti di questi mulini hanno resistito al logorio del tempo, alle guerre, ma anche a quel terribile ciclone che per essi rappresento' la rivoluzione industriale: nel periodo pionieristico, perche' i primi insediamenti produttivi sfruttarono proprio le ruote dei mulini esistenti per azionare le prime macchine utensili, anche se nel periodo successivo, con l'avvento della moderna tecnologia, i superstiti vennero superati dalle piu' avanzate tecniche di macinazione.
Nel borgo di Legnano, fin dal Medio Evo, prosperava l'attivita' molitoria, esercitate in forma artigianale e tale era la dovizia di mulini disseminati lungo l'Olona, da Castellanza a Nerviano, da far supporre che nel XV secolo questa attivita' costituisse per l'intera zona, e per Legnano in particolare, una notevole fonte economica. I nobili di quei tempi cercavano di accaparrarsi il maggior numero di mulini, per poter realizzare una vera e propria concentrazione, in grado di condizionare altri settori e speculare in occasione di magri raccolti o di carestie.
Legnano per molti anni aveva fornito farina per il pane dei Milanesi ed e' naturale che alcuni signorotti di quei tempi avessero messo insieme una cospicua fortuna con le macine dell'Olona.
Il piu' antico documento conosciuto, nel quale si nomina un mulino sull'Olona, e del 1043, un palmento di proprieta' di Pietro Vismara, ubicato tra Castegnate e la localita' Gabinella di Legnano. Nel documento si parla di Cogorezio o Cogonzio, nominativi scomparsi, ma che permettono di localizzare, come si e' detto, questo mulino (Memorie n.3, Societa' Arte e Storia Legnano, Legnano 1936, pagg.38 e 62).
Anche nella denominazione di alcune vie dell'antico borgo, sia a Legnanello che nella zona del centro storico e attorno al castello visconteo fino a S.Vittore e Canegrate ed oltre, veniva ricordata questa vocazione dell'economia locale. Cosi' avevamo via dei Magnani, via Mulini di Sotto, via Mulini dell'Arcivescovo, Mulino delle armi e localita' Cinque Mulini, nella zona in cui attualmente sorge il ponte di via Pontida e dove l'Olona si diramava in ben quattro bracci, formando anche due isolotti. Vi erano altri mulini anche presso l'antico convento di S.Angelo sulla roggia omonima, che attraversava poi il nucleo abitato del Borgo di Maragasc (zona S.Ambrogio). Un raggruppamento consistente sorgeva pure nel tratto compreso tra le attuali vie Matteotti e Beccaria, dove possedevano proprieta' terriere e case i Lampugnani del ramo di Oldrado II. Lo storiografo Pirovano chiamava appunto gli appartenenti a questo ramo della nobile casata, (per distinguerli da altri), "Lampugnani di Ponte Carrato". Il piu' grande si trovava nel punto in cui ora sbocca via Corridoni ed era stato ribattezzato col nome di Mulino della Vedova, probabilmente dopo che Giovannina Omodei fu Gasparolo, vedova di Ubertino Lampugnani, acquisto' la proprieta' con altri immobili (atto di vendita datato 17/3/1419 a rogito del notaio Laurentius Martignonibus in Archivio Ospedale Maggiore Milano)
Il Ponte Carratum cui si fa cenno nell'atto pergamenaceo citato, caratteristico a due arcate, che univa la via Milano all'attuale via Corridoni, (gia' via Magnani) venne demolito il 7 giugno 1882.
Lungo il percorso dell'Olona, a valle del castello, troviamo disseminati altri mulini, alcuni dei quali, come si vedra', pervenuti fino a noi da un antico regno romantico nascosto da un'archeologia industriale o artigianale da museo.
Le Signorie Sforzesca e Viscontea posero a presidio dei piu' importanti raggruppamenti di mulini alcune fortificazioni, sfruttando fortilizi e castelli gia' esistenti, per ubicarvi impianti molitori, come nel caso del castello di Legnano.
Lo storico milanese Del Prato annota che, nel 1510, al discendere di un esercito svizzero dal Canton Ticino, via Varese, per raggiungere Milano...furono rotti tutti i mulini da Varexo sino a Rho eccio' che il numeroso et povero exercito de Sviceri per se' con fame se vincessi...finalmente, dice lui, la cosa se accordo' con dinari, et il giorno duodecimo di settembre essi Sviceri gia' pervenuti a Gallara' se ne ritornarono a casa loro. Questa fu una delle tante battaglie e, dispute militari che ebbero per teatro i mulini dell'Altomilanese.
Secondo alcuni riscontri storici, fatti dal Sutermeister, Gian Rodolfo Vismara, possessore di vari mulini, faceva lavorare i metalli fini, usufruendo della forza dell'Olona, per battere al maglio le foglie d'oro e d'argento e per trafilare gli stessi metalli. Questa lavorazione doveva avvenire, sempre secondo lo studioso, per mezzo di adattamenti alle stesse macine dei mulini.
A riprova l'autore cita cinque atti conservati nell'archivio della Congregazione di Carita' di Milano, rispettivamente degli anni 1453, 1461 (aprile e luglio), 1486 e 1487, nonche' altri due atti di acquisto del 1467 (Codice Trivulziano 1816, 194-1. 193-4).
Il censimento di Legnano del 1594 segnalo' l'esistenza nel borgo di 16 mulini appartenenti a nove proprietari.
Una relazione invece datata 1772 e stilata dall'ing. Gaetano Raggi, del Consorzio Fiume Olona, (che ha tracciato anche una mappa molto precisa), ne aumenta il numero a 18.
Ecco l'elenco dei mulini di Legnano al 1594:
 
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MULINI RISULTANTI DAL CENSIMENTO DEL 1594
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lOCALITA' SEGNATA NEL CENSIMENTO      DENOMINAZIONE                            MOLINARO
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In Gaminella                   1      Mul. e Casa Cuttica              29      Rosetti Gius.
                               2      Mul. e Casa Hipp.Lamp.           16      Reina Ambrog.
                               4      Mul. F.lli Alui.so Hier           5      Salmoir.Stef.
                               5      Mul. Arciv. le oltre l'Olona      7      Salmoir. Gio.B.
                               6      Mul. Mensa Arciv.le               7      Salmoir. Ludov.
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In Mungiato                   60      Mul. Mensa Arciv.le               9      Salmoir. Franc.
                              61      Mul. di Oldrado Lamp.             3      Salmoir. Gio.P.
                              62      Mul. S.Caterina                  11      
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Sopra la P.za                149      Mul. Prosp.ro Lamp.               9      Salmoir. Gio.
*                            152      Due  Mul. del sig.Pros.ro                Rossetto Paulo
                             153      Lampugnani                       13      Salmoir. Gius.
                             163      Due Mul. della Signora                   Patto Gio.Batta
                             164      Lucrez. Cusani                   11      Salmoir. Gio.Ant.
*  ma leggasi: 149, 152 e 153 a Ponte Carrato, 163 e 161 alla Mad. delle Grazie.
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Sotto al Castello            166      Mul.della Sig.ra Lucrez.Cusani   10     Raguzzo Geron.
                             167      Mul. Sig. Meraviglia             13      Lanza Panigo Ag.
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In Legnanello                181      Mul. Card.Peretto (esso fu poi
                                      Card. Archinto 10 perche' dal
                                      contesto risulta che era in              Salmoir. Ambr.
                                      centro di Legnanello).
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da Memorie Societa' Arte e storia, n.18, Legnano
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Mettendo a confronto la relazione Raggi con questa elencazione, risulta che, nel 1594, non esistevano ancora i mulini 19 e 20 del Conte Prata, rispettivamente del canonico Proverbio, situati in Legnanello, sull'area in cui sorse poi lo stabilimento Bernocchi, tra Gabinella e via Pontida (Sutermeister in I mulini antichi sull'Olona - Memorie Soc. Arte e Storia, Legnano 1960).
Nel XIX e XX secolo gli ultimi mulini residui vennero sacrificati per costruire le grandi industrie cotoniere Cantoni, Bernocchi e Dell'Acqua, che sfruttarono la forza motrice dell'Olona, realizzando sistemi di trasmissione interna azionati da ruote idrauliche o da turbine Jonvall, particolarmente adatte per l'Olona a variabilita' di regime. Caddero cosi' sette mulini di grano.
Quando i progressi ottenuti dalla diffusione dell'energia elettrica licenziarono le acque dell'Olona come forza motrice, i mulini superstiti tornarono a macinare grano: erano i tempi magri della prima guerra mondiale che fecero riscoprire questi importanti impianti e svolsero cosi' una rinnovata e importante funzione per la sopravvivenza.
Nel periodo post bellico, quando con la forte crescita del fabbisogno di corrente, l'uso delle vecchie ruote divenne economicamente sfruttabile anche dalle piccole officine, qualche mulino cambio' attivita' e invece delle macine da grano, prese ad azionare, come si e' detto, trapani, piallatrici, mole a smeriglio. Anche questo nuovo risveglio si spense presto col mutare delle condizioni economiche di Legnano. L'espandersi edilizio della citta' distrusse gli ultimi mulini, a cui si preferirono strade e palazzi.
Attualmente ne restano, a monte e a valle del castello visconteo di Legnano, soltanto sei e da essi prende il nome una tradizionale gara di cross campestre, la Cinque Mulini, che si corre ogni anno a primavera. Si tratta dei mulini Meraviglia (gia' Melzi Salazar), Cozzi, Cornaggia (di fronte al Parco comunale del Castello), De Toffol, e Montoli di Canegrate ed un altro a valle di Nerviano. L'unico con le macine ancora in efficienza (piu' che altro per triturare foraggio per bestiame) e' il mulino annesso alla fattoria agricola Meraviglia nel territorio di San Vittore Olona, che e' certamente il piu' antico tra i rimasti perche' risalirebbe al XIV secolo.
Esso offre una sorta di melanconica sopravvivenza capace di testimoniare un'attivita' plurisecolare, quasi scomparsa, che pure aveva fatto un tempo la ricchezza di questa zona agricola lombarda. 
 
 
 
 
 

28.1.60 R-mulin1

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R-MULIN1.WPS
 
 
Relazione sui Mulini idraulici lungo l'0lona.
 
Tratto da :Societa' Arte e Storia Legnano Memoria n.18 - 1960
 
 
I Mulini antichi sull'Olona.
 
La presenza di un corso d'acqua , atto a fare funzionare un numero notevole di mulini, su una parte ravvicinata del suo percorso, e' stato importante fattore di prosperita' locale, che decise uno sviluppo di avanguardia in confronto ad altre zone pur toccate dallo scorso d'acqua.
Non e' facile dire quando essi mulini siano stati qui introdotti, ma osiamo pensare che cio' non abbia ritardato molto rispetto alla ruota di mulino scoperta in Campania e classificata del I° secolo dopo Cristo.
La storia ci insegna che erano gia' noti agli egiziani, assiri, cinesi e che da noi la descrizione piu' antica ci e' tramandata da Vitruvio, che visse all'epoca di Augusto.
Il piu' antico documento sopravvissuto, che nomini un mulino nella nostra zona e' del 1043, e l'ho gia' citato in Memorie 3 Pag. 38 e 62; il proprietario era Pietro Vismara.
Vi e' presunzione, che fosse quel mulino, che nel 1450 1470, fu poi di Gian Rodolfo Vismara, proveniente per eredita' dal suo bisnonno, che si trovava in Cogonzio o Gogorezio ( nominativi scomparsi), contiguo alla chiesetta di San Bernardino a Castegnate, ed ora distrutta.
Con il diffondersi dei mulini e per l'importanza sociale economica che derivava dal loro uso, essi furono oggetto di accaparramento da parte delle sfere dominanti, ed il loro possesso era intimamente collegato con il dominio delle terre coltivate a grano.
Nelle contese sociali o nelle guerre, il mantenere o perdere i mulini, equivaleva a vincere o perdere il relativo territorio. Tutto cio' mette in evidenza, perche' la nostra valle Olona fu disseminata  tratto a tratto da castelli, affidati generalmente a nobili possidenti della zona,  che provvedevano a fare la leva ogni qualvolta cio' occorresse.. Difendere la terra per avere grano per sfamarsi.
Nei tempi di sconvolgimento economico dopo una guerra, cioe' nei momenti di carestia, il governo ducale ordinava con grida: " che si levino le mole dal servizio delle armi e per la carta, per trasformarle al servizio delle macine da grano".
Le mole cui qui si accenna sono quelle da arrotare che possedeva ogni mulino che avesse la combinazione con il maglio da fabbro, con cui poteva anche produrre armi bianche.
 
Distruzione difensiva dei Mulini.
 
Il Dal Prato, storico milanese dal 1499 al 1519, ci informa (ma non e' l'unico) che nel 1510, al discendere di un esercito svizzero dal Canton Ticino, via Varese, per raggiungere Milano..."""furono rotti tutti i mulini da Varexo sino a Rho accio' che il numeroso exsercito da Sviceri per se' con fame se vincessi..."
"Finalmente, dice lui, la cosa se accordo' con dinari, et il giorno duodecimo di settembre, essi Sviceri, gia' pervenuti a Gallara' se ne ritornarono a casa loro".
Veramente da altri storici sappiamo qualche cosa di piu', per esempio che ai mugnai era stato consigliato di fare deviare con tutti i mezzi le loro scorte, fuori dalla rotta di marcia degli svizzeri, e che venuti da Legnano ed accampatisi per dieci giorni nella nuova chiesa di San Magno, che era in costruzione, finirono per bruciarne le armature, causando un grave ritardo alla costruzione stessa.
 
Fu cosi' una piccola battaglia vinta con l'arresto dei mulini, ma purtroppo, ne queste, ne altre successive, non poterono evitare la caduta della Signoria Sforzesca, sopraffatta dai troppi contendenti al suolo lombardo.
 
Lo sfruttamento dell'acqua.
 
Occorre ricordare che lungo il fiume vi sono due tipi di utenti:
 
1) I mulini, che sfruttavano la discesa naturale dell'acqua  nel percorso a cadauno assegnato, non consumano l'acqua, sono relativamente pochi, ma con carattere industriale e con utenza quasi costante.
2) Sono invece moltissimi gli utenti del fiume che consumano l'acqua, facendola defluire fuori dal letto, piu' o meno irrimediabilmente, per irrigare i terreni contigui al fiume, e ne fanno rientrare solo gli scolaticci degli stessi terreni.
Tali bocche, che hanno un loro numero sulla tavola, sono ovviamente sottoposte ad altrettanti controlli, non solo circa le misure delle bocche e bocchelli, ma anche circa il battente d'acqua, che su di esse gravita, che e' determinante per la quantita' di acqua che ritirera' l'utente.
I mulini invece, che con il loro funzionamento sono fatti a fare ristagnare l'acqua o a lasciarla defluire piu' o meno liberamente, creano anomalie a tali utenti, e le lamentele passano prima al Dirigente del Consorzio e finiscono non di rado in Tribunale. Allora come oggi.
Di qui la necessita' di una organizzazione idrologica e di attenti controlli per ottenere ordine nelle molte contese fra gli utenti e ai bisogni contrastanti.
Le vie molinare di questa zona, sono tirate tutte parallele l'una all'altra e normali al fiume, in modo che, teoricamente a cadauna localita' piu' o meno lontana dal fiume, corrispondeva una strada, che con il minore percorso possibile, andava ad incontrarsi con un mulino.
Rilevata questa caratteristica, si e' trovata la chiave del mito delle strade romane distese con ritmo ortogonale sulle regioni; e' nata prima la serie delle strade parallele, perche' erano evidentemente quelle di primo interesse per condurre il bestiame agli abbevveratoi; le "tratture", ma ben presto si perfezionarono al servizio dei mulini.
 
Vertenze sul godimento delle acque del fiume.
 
Decreto del conte di virtu', del 23 febbraio 1381 contro gli utenti abusivi delle acque pubbliche.
 
Dopo i soliti preamboli prescrive:
".. che nessuna persona, di qualunque condizione disponga, creda di estrarre o fare estrarre acqua dal Ticinello, Naviglio Grande, Carlona, Parona, ed Olona a noi sottoposte, ne' da altre rogge, sotto la pena di 300 fiorini d'oro, se la presa fosse fatta con incastro di sasso di muro; di 200 fiorini se con incastri in legno; di 100 fiorini se in altro modo estratta e senza incastro, se piu' o meno in aria, e per persona, a condizioni di arbitrio a seconda delle circostanze ecc. ecc. Questa ordinanza verra' iscritta negli statuti nostri e nel comune di Milano e di Pavia con le solite norme"".
Il Duca con questo bando metteva un catenaccio all'apertura di nuove prese arbitrarie, che togliessero acqua dai fiumi, certamente per ragioni importanti e non solo fiscali,. Anzi dal momento che non vi e' accenno in tal senso, occorre pensare ad un impellente bisogno di disciplinamento delle acque.
 
Circolare di Filippo Maria Visconti del 13 Luglio 1445.
 
Il Duca sente il bisogno di lanciare analoga circolare ai Nobili e Sapienti Viri Commissari, per fare sapere "che" nessuno rallenti o che usando l'acqua in qualsiasi possessione ardisca o presuma con qualunque ostacolo di impedire il decorrere nel suo letto, sotto pena di privazioni, confisca dei beni, a decidere  dalle nostre camere "ipso facto", senza alcuna dichiarazione spiegativa e con l'annuncio solo del banditore Antonio d'Arezzo, che tosto di trasferira' lungo il fiume Olona ed dovunque occorresse".
Questa comunicazione ha un vero carattere di urgente catenaccio in tempo di guerra. Ed era giustificata dal bisogno che i mulini potessero ottemperare al loro compito di non lasciare mancare  il pane alla popolazione, perche' l'amministrazione Ducale sentiva i pericoli delle rivolte popolari.
Infatti appena due anni dopo la morte del Duca, si sviluppava la Repubblica Milanese, che tanto filo da torcere diede poi al suo genero Francesco Sforza, per la riconquista e ricostruzione del Ducato, piombato in vero sfacelo.
 
Lettera di sua maesta' Cattolica don Filippo II, re di Spagna e Ducato di Milano.
 
Con cui il 5 maggio 1563 sua maesta' sollecita ai magistrati cui compete, di dare pronto corso ai processi iniziati presso i Commissari generali delle acque e diano forma giuridica alle loro prescrizioni sulle acque e statuti.
I magistrati in obbedienza a S.M.C. emettono queste grida per fare svegliare gli utenti.
1563 3 luglio.
"Volendo l'Illo e Mag.co Residente e Maestri delle R. Ducali Entrate dello Stato di Milano, venire a cognizioni delle raioni di poter cavare acqua dai fiumi regi, navigli, laghi o altre acque pubbliche, si ammonisce ogni persona sia ecclesiastica che secolare, di denunciare per iscritto entro giorni quattro  dalla pubblicazione della presente, le loro ragioni e diritti sulle acque, ed entro altri dieci giorni, presentare documentazioni autentiche.
Il 21° giorno i sigg. Presidenti e maestri ordineranno l'otturazione di tutte le prese che non saranno giustificate e decadranno da tutte le ragioni dopo non prerentorio invito a comparire ai prefati sigg. Presidente e Maestri al loro ufficio, posto nella corte dell'Arengo in Milano.
Il Presidente e i Maestri della Regia Ducal Camera delle Entrate straordinarie di Milano.
Io Galeazzo Palazzi q. Gio Pietro T.T.P.S. Sebastiano Milano Notario Apostolixo successo al fu Gerolamo Legnani gia' Not. e Magistrato straordinario, rogai, scrissi e sottoscrissi."
In seguito a questa imposizione il fascicoletto riporta una lunghissima fila di ricorsi presentati dagli utenti fra il 1593 e il 1597 di cui essi dimostrano i loro diritti di Esenzione a tasse di utenza.
Pertanto qui il campionario di regesti, dai mastri ducali e degli uffici commerciali, relativi alle esenzioni delle tasse; elargite a membri Legnanesi ed altri, dalle autorita' Ducali.
Una piu' vasta distinta trovasi nelle memorie n. 9 fra le pag. 74 e 100.
 
1464 - 8 settembre - Lampugnani Cattarina madre del dr. Terzago Cancelliere del Co. Giac. Piccinini riceve dal Duca Francesco Sforza la facolta' di valersi dell'acqua del fiume Olona  ogni mercoledi' per adacquare pertiche 100 di prato nel territorio di Legnano.
                                          arch. Ducale R.° B. B. f° 368
                                   Reg. Lett. Duc. 1462 1472 f° 98 tergo.
 
1467 - 10 febbraio - Decreto della Ducissa Bianca Visconti e Galeazzo Maria Sforza a Gio. Andrea Lampugnani nipote del M.co Oldrado per immunita' ed esenzione ai suoi beni e massari e redditarii qualsiasi per lui ed i presenti del fu Oldrado.                                                 Arch. Osp. Magg. Cart. 93 94.
 
1467 - 21 ottobre - Grida a stampa per uso interno e pubblico di Galeazzo Maria Visconti per ordinare ai magistri delle entrate ed a tutti a cui spetta, che non si elargiscano piu' esenzioni perche' lo stato abbisogna denaro.
Conferma intanto invece che le esenzioni dei sottoindicati restino valide e sono le uniche.             
                                   Firmato Galeazzo e Cicchus.
Eredi di D°. Oldrado Lampugnani e seguono i nomi dei 19 membri preminenti di casa Visconti fra cui tutti i titolari dei Castelli del Milanese.
 
1467 - 22 dicembre - Lampugnani Gio' Nicolo' e Gio Leonardo fratelli, ricevono l'esenzione dal Duca Galeazzo Maria Sforza sui loro beni e massari.
                            Arch, Duc. f°. 41, n.° 26.
 
1471 - 22 maggio - Il Duca di Milano ordina che Giovanni Andrea Lampugnani  ne' i suoi mugnai non vengano gravati in occasione del dazio sui rodiggini.
                     Reg. Duc. n.° 8, fol. 179 e 180 tergo.
 
Verso 1510 1520. Supplica di Oldrado III Lampugnani al Governatore di Milano avversa e controlli idrologici e sue tasse.
              Timbro rotondo dell'O.L. colla "camarra"
Ill.mo et Ex.mo Sig.re - Essendo novamente andato Jo. Antonio Trombeta  con certi balestrieri alle terre quale sono dricto al fiume Olona per provvedere  che le acque depso fiume non siani ritenute et possano venire a Mlmo.. Con commissione de la Extia V.ra come se dice di dare contrefacienti pagano la spexa de dicti balestrieri. Et quantoche' esso Jo Antonio non debia molestare li molinari pel tal causa quali non solamente non ritennero l'acqua ma cercano tutta a sua possanza di dare venire piu' acqua se po in dicta flume per essere anchora al beneficio de soy molini. Non dimanco esso Jo Antonio pare voglia astringere dicti molinari per il suo bonfare a pagare mezo ducato per molino e maxime li molinari de li vostri fedelissimi servitori dno. Oldrado et fratelli de Lampugnano contra il debito et contra el solito volendo impugnare nova xervit' ali molini predicti et fare extorsione adicti molinnari il che non he da esser tolerato per la Ex.tia V.ra.
Et pero se suplica a la prelibate V. Ex.tia in nome di discti dno Oldrado et fratelli et soy molinari che quella se digna servirse mandare al dicta Jo Antonio che per dicta causa non molesta e fassa molestare li molinari predicti et sel sera facta novita alchuna lo dibia subito revocare.
Come se crede essere de mente del la Ex.tia Vostra ala quale dicti suplicanti si ricomanderemo.
                     arch. St. Mil., Cart. Fam. Lamp.
 
1584 - 12 Maggio - Istanza al fisco - Bernardo Lampugnani (notaio) supplica che nonostante che il suo molino nella Valle Olona, pieve di Parabiago, gia' tassato in Limp. 22, fu venduto e che e' solo un solo ramo dell'Olona, venga mantenuta invariata la tassa.
 
Un fascicoletto del 1610 a stampa in corsivo, di 22 pagine, che e' pervenuto in donazione alla Biblioteca del Museo (dall'amico Bajardini Nino di Castellanza) intitolato: "Transazione tra la regia Camera e gli utenti del fiume Olona" 3 maggio 1611 inizia con carattere giuridico, ma finisce fra le glorie del fisco.
 
Esso ci presenta innanzitutto un certo numero di disposizioni antiche sul possesso delle acque; poi alquanto prolissamente ci informa della contesa svoltasi tra il 1593 e il 1610, per arrivare a una transazione che fornisce al fisco un quid, per sovvenire alle spese dello Stato. Mirava pero' il fisco a stabilire un prezzo di transazione per il passato ed una cifra per il futuro.
Faceva rilevare che il fisco che, l'introito fiscale sugli utenti dell'Olona, era stato di lire 2432 nel 1560 ed era caduto a lire 1795  nel 1593, perche' molte esenzioni erano state rilasciate, mentre da un altro lato, l'aprirsi di utenze abusive, faceva diminuire l'acqua del fiume a danno dei mulini.
Da qui la necessita' di risistemare tutto, ed aumentare le tassazioni.
Mentre la Regia Camera intrapprendeva detta opera, alcuni potenti avversari, si attaccavano alla penna degli avvocati per una schermaglia, che duro' fino al 1610 quando si apri' la via di uscita colla transazione fra le parti.
Il fascicoletto pero' ci fa risalire ad atti del 1383 in qua, per esaminare il contradditorio se la Real Camera, era meno in diritto e con quali organismi, di legiferare sulle acque; di vagliare i diritti antichi di esenzione, che molti utenti vantavano, e che dovettero poi documentare in un termine prerentorio, richiesto di pochi giorni, ma che si prolungo' dal 1593 al 1597 e poi sino al 1610 per l'esazione.
Per un caso si traversava proprio l'epoca del Censimento, pubblicato nelle Memorie 17, che l'amministrazione Arcivescovile aveva ordinato a tutti i parroci del Milanese. Ognuno puo' pensare che tale censimento abbia facilitato anche l'amministrazione comunale.
Ho detto sopra che la via di uscita al ginepraio, si risolse nel campo contingente con la transazione fiscale.
Alla camera fiscale premevano i contributi e cosi' il 12 febbraio 1610, il consiglio degli utenti pattuiva una cifra globale di 6000 ducati d'oro a lire 6 cadauno, ossia lire 36000 per una liquidazione  a tutto l'anno 1609 e la Camera proponeva 1000 ducati in piu' onde tacitarsi anche per il 1610.
Questa seconda proposta cadde, ed il Consorzio Utenti, procedette con il suo tesoriere Gio Battista Prandoni al versamento delle 36000 lire in cinque rate successive, fra il 16 luglio 1610 e il 28 gennaio 1611.
Segue poi il curioso silenzio, ritto nel 1638 addi' 5 marzo, dal Consorzio Utenti, perche' esso invita la Regia Camera a stendergli un atto notarile dell'avvenuto pagamento delle 36000 lire  per la transazione suddetta, dando l'impressione che la somma non corrispondesse ad una tassa, ma a una vendita di diritti al Consorzio; una specie di licenza. E non si chiarisce.
I deputati richiedenti furono:
Conte Paolo Simonetta del fu Giacomo, Francesco Pagano fu Lazzaro, Luigi Lampugnano fu Guidone, anche come procuratore  del Dott. Gio Battista Pallazzo.
Il nostro libbriccino informatore non va piu' in la',  ed io non posso arbitrarmi di supposizioni e dire come pote' proseguire  la regolarizzazione della vertenza. Il Consorzio naturalmente dovette dividere la "spesa" tassando gli utenti e misconoscendo anche con giuste ragioni le immunita'. Tuttavia esso libbriccino  indichera' ad un certo punto una lista di esentati.
Cosi' quello di Lucrezia Lampugnani ereditiera dei beni del  Castello di Legnano presentato nel 1597 in tempo utile, nel quale adduce brevemente queste note:
... " presentero' le mie dimostrazioni e giuste opposizioni legali, e cioe' che io e i miei antecessori nella loro antichissima possessione, estraggono l'acqua ogni giorno e per ogni ora in perpetuo, per irrigazione dei loro beni  per sentenza dei Principi e Duchi gia' di Milano, su relazione dei loro senatori,  e presentero' dei privilegi accordati da Gio Galeazzo Maria Sforza Visconti gia' duca di Milano, in data 22 novembre 1543, un voto favorevole al fisco."
Invece il fisico Gio Battista Selvatici fa dichiarazione del giusto termine; per dire che ne' lui, ne' il suo genitore non godettero mai, ne godono ora minimamente di detta acqua benche' abbiano dei fondi nel vicinato, con voto favorevole del fisco. (Sarebbe un crumiro??).
Una comunicazione del conte Paulo Camillo Marliani, in cui esibisce il privilegio concessogli da Carlo V Imperatore fu Antonio Marliano, in data 17 giugno 1543.
Ad essa pero' non puo' venire riconosciuto il privilegio per i successori,  perche' le bocche Pisa vecchia e Manera, quindi deve chiudere dette bocche e regolarizzarsi dalla morte di Io. Antonio Marliani. (cioe' regolarizzare gli arretrati).
Finalmente il Comune di Milano presenta il suo ricorso di alcune pagine con sette motivazioni a suo vantaggio, per dimostrare il carattere di "civico e pubblico" dell'Olona, adducendo dopo molte obbiezioni, di carattere giuridico e di competenze contrastantisi, che il Naviglio ha una funziona pubblica e civica, e che l'acqua dell'Olona va considerata alla stessa stregua, perche' dal un lato serve ad integrare le acque del naviglio nell'ambito della citta'; (nei tomboni e nei punti di smistamento navi) e dall'altro serve a molte fontane pubbliche di citta'. (questa frase getta una luce "di acqua pulita", sconosciuta a noi oggi).
 
Nella valle d'Olona lavorazione dell'oro e dell'argento ??
 
So di lanciare una novita', che non posso dimostrare a fondo.
La sottopongo per stimolare la critica di studiosi, che siano gia'  occupati della cosa. E mi spiego: Gia Rodolfo Vismara, creatore di due correnti a Legnano, era possessore di un mulino  presso Castellanza (memorie in societa' Arte e Storia n. 3 pag 62 65)  e pero' trafficava ripetutamente con oro e argento per chiese  e conventi (pag. 44 48).
Ho la percezione ch'egli facesse lavorare metalli fini, usufruendo della forza dell'Olona per battere al maglio le foglie d'oro  e d'argento e per trafilare gli stessi metalli. Ho i regesti di cinque atti  notarili, dal 1453 al 1478,  nei quali Gian Rodolfo riceve pagamenti per "oro e argenti lavorati", percepiti da coloro cui ho fatto le forniture,
"atto del 3 marzo 1453; del 14 luglio 1461; del 1 aprile 1461; del 6 marzo 1486; del 20 maggio 1487; arch. Congreg. carita' Milano.
ed altri due Lampugnani del castello di Legnano;
 
1467 - maggio 7 - Rog. Lazaro de Cairate.
Domu.us Augustinus de Terzago, frixiarius f.q. dni. Christofori P. O. Parr. Monasteri Lautaxii debet spec. viro dno. Joh. Andrea le Lampugnano f. q. dni Mafioli Libras 1461 imp. et sold. 18 causa et occasione tante quantitae auri et argenti laborati.
                            Cod. Triv. 1816. 194-1.
 
1467 - febbraio 20 - Rog. Lazaro de Cairate.
Dnus Augustinis de Terzago f. q. dni Christofori P. O. Par. Monast. Lautaxii debet sp.lis dno Joh. Andree de Lampugnano f. q. dni Mafioli flor. 5000 causa et occasione tantae quantitae auri et argenti laboratum.
                            Cod. Triv. 1816. 193-4.
 
Note inerenti ai mulini legnanesi
 
Daro' qui quelle note sparse che mi fu possibile racimolare  sia dallo stradario 1871 che definisce i proprietari delle case (e dei Mulini)  a tal epoca come da informazioni orali di anziani che poterono ricordare vicende industriali lontane. E' venuto meno invece collo  stradario 1859 1869 il quale, corrispondendo quasi all'epoca della intesa industrializzazione di Legnano poteva segnalare quale  mulino era a tal epoca ancora in mano ai mugnai.
I due elementi decisivi per la potenza di cadaun mulino sono caduta e portata di acqua.
La caduta e' nell'ambito di Legnano di 0,9 a 1,1 metri per ogni  mulino. La portata dell'Olona e' molto variabile ma come media  possiamo segnare 15 mc. al secondo.
Meta' passa dall'Olona libera e l'altra meta' divisa su ogni gruppo di due mulini affiancati come e' normale. Sono quindi 3,5 mc.  al secondo che con 0,9 di salto danno 31,5 CV utili al mulino.
Tutto questo valga come media generale, mentre ogni mulino colle sue caratteristiche di salto e di portata presentera' variazioni di tale media.
Nella zona dei mulini legnanesi, non mi fu nota ogni altra applicazione industriale se non quella della macinazione del grano e dei foraggi; sino al 1772 la sola eccezione era data dal mulinello n. 30  che azionava alternativamente una sega a legno o un maglio di fabbro.
E' poi nel periodo della industrializzazione di Legnano  le ruote passarono al servizio delle filature e tessiture come vedremo.
 
Trapasso di Mulini alla famiglia Lampugnani.
 
Nel corso del 1400 i Vismara cedevano diverse proprieta' ai Lampugnani  che in Legnano dai tempi di Filippo Maria sino a tutta la Signoria Sforzesca furono in gran ascesa. Dico cio' senza occuparmi qui particolarmente delle cause che indirizzarono questo casato ad una  euforia di ricchezza e di potenza.
L'Oldrado II° in tale vorticosa ascesa acquistava anche largamente dai Crivelli ben noti rami di Parabiago e Uboldo.  Le vendite di costoro di beni in Legnano sono cosi' vaste da dare l'impressione di una patteggiata rinuncia di dominio di essi sulla zona Legnanese. Anche i mulini furono oggetto di mira dei Lampugnani. Cosi' nel 1419 la madre dell'Oldrado II° acquista il mulino con tre rodiggini sito nell'Olonella all'angolo fra via Olonella e Ponte Carrato (oggi Via Franco Tosi, risp. via Milano); nel 1432 egli acquista dai Vismara quello sito sull'Olona  presso il convento di Santa Caterina, che prima era dell'arcivescovo. Il grande terreno arcivescovile fra l'Olona e l'Olonella  che era ancora tutto prato e tangenziava col Mulino arcivescovile ( del Sighett ) lo aveva gia' acquistato nel 1422 quando aveva gia' messo a nuovo il suo maniero di Legnanello. E tutto cio' mentre, per le necessita' delle mansioni al fianco del Duca, teneva la su abitazione in Parrocchia di San Giovanni sul Muro a Milano, Assistiamo ad una sistematica presa di possesso in Legnano che culminera' colla donazione a lui del Castello nel 1437, una cosa evidentemente a lungo prevista.
Sua sorella Maria era andata sposa a Giovanni Branda Castiglioni e risiedeva nel Maniero di Masnago che era poco meno di una reggia.
"Esso e' liberamente visitabile per benemerenza Conti Pansa, attuali proprietari ed e' di grande interesse artistico e storico, anche per i legnanesi".
L'Oldrado II°, potente a Milano, ma anche a Legnano e Ducale fino all'osso, resistette alla Repubblica Milanese del 1448  e appoggio' Francesco Sforza nella sua faticosa ascesa al Ducato.
I tre mulini del Conte Prospero Lampugnani che durante  il censimento del 1594 hanno annesse le case n. 149, 152, 153  vanno identificati con quelli di Ponte Carrato che vedremo ai n. 37 e 39  nelle descrizioni piu' avanti.
I due mulini della Contessa Lucrezia Cusani in Lampugnano che durante il censimento stesso erano annessi alle case 163 3 a64 e sono quelli immediatamente sopra il Castello, col numero 45a 45b, nella relazione del 1772, furono riassunti poi dal JCC Francesco Maria  Lampugnani nel 1729, e passarono infine con tutta la proprieta' del Castello all'Ospedale Maggiore di Milano e poi al Conte Durini, come li troviamo sul disegno del 1772.
 
La Bocca Lampugnana.
 
Un documento del 1476 ci segnala che Princisvalle Lampugnani, oratore (ambasciatore) del Duca Galeazzo Maria a Carrara, possidenti di molti terreni nella piana a levante del castello, otteneva licenza di togliere acqua dall'Olona, con la bocca Antoniora, a scopo irrigatorio di tali terreni.
L'architetto Solari, che a tal tempo era al servizio ducale,  veniva di persona a Legnano il 2  agosto 1476 a collaudare tale bocca.
La denominazione Antoniora  scomparve poi col tempo, ma con i disegni ala mano si constata,  che essa prese poi la denominazione di Bocca Lampugnana. Non e' difficile pensare che il collaudo dell'architetto Solari veniva a sanzionare un suo aumento di portata. In contrasto con obiezioni che elevera' poi il governo spagnolo, come in altro punto diciamo, che le troppe bocche che succhiano l'Olona.
"Del rampo di Princisvalle, capo della zecca di Milano ho data la genealogia e descritta la casa estiva in Legnano, della quale abbiamo ritirato pel Museo quel bellissimo caminone che si fregia dello stemma Visconteo nel centro(mem 17 pag. 175 177).
 
I Cornaggia proprietari terrieri a Legnano.
 
Dalla relazione dell'ing. Raggi si constata che  i Cornaggia  possedevano nel 1772 dei beni irrigati in territorio di Legnano, ma e' ovvio che ne possedessero anche prima, perche' e' del 1748 che Carlo Arrigo Cornaggia ottenne il titolo di Feudatario e di marchese  della Castellanza. Non hanno posseduto pero' mai i mulini, e crederei  che non furono industriali sebbene e' noto che un loro precedessore, Carlo Cornaggia, fosse stato attivissimi importatore di corone dall'Oriente.
Nel 1798 Cristoforo Cornaggia acquisto' tutti i beni e il Castello di Legnano dall'Ospedale Maggiore di Milano, ma breve fu poi la loro vaghezza per esso Castello, poiche' avendolo poi esso trasformato in una fattoria agricola non provvedettero piu' alla necessaria manutenzione per la conservazione e dal 1900 non lo abitarono piu', lasciandolo quindi andare in deperimento.
E' pero' vero che una nuova speranza si e' aperta con il recente nuovo  piano regolatore di Legnano, Il perimetro aumentato include ormai anche il Castello e con questo, le stalle dovevano venire sgombrate come prescrive la legge.
Cio' nondimeno occorre che l'Amministrazione Comunale si prenda a cuore l'immobile per dargli un assetto utilitario nel senso civico poi con stanziamenti annui ai danni sofferti per l'incuria di questi ultimi cento anni dell'esercizio Cornaggia.
 
La Roggia dei Frati (e il convento)
 
La roggia dei frati Francescani e delle monache di Santa Chiara fu costruita nel 1470 con il consenso ducale e per donazione dello stesso Gian Rodolfo Vismara  a due anni dall'inaugurazione del Convento di Sant'Angelo, per provvedere i due conventi di acqua limpida per i servizi.
Aveva circa 80 cm. di larghezza e usciva dall'Olona presso Castellanza bassa, in territorio gia' di Legnano, correndo di fianco alla strada comunale che da Castellanza viene a Legnano; penetrava nel terreno s sottostante al Convento dei Frati, ove era la loro lavandera e ne usciva poi per portarsi con debole pendenza  attraverso le proprieta' che esistevano lungo le contrade Galvano e Mugiate; entrava nel frutteto ed orto delle Clarisse lungo la direttrice dell'odierna via della Concordia, e attraversando poi via Madonna Mora, oggi via Lega, entrava nella proprieta' dei Cambiaghi, ove si disperdeva nell'irrigazione dei loro prati, che si protraevano oltre San Ambrogio. Le acque residue si buttavano nella roggia arcivescovile e con questa nell'Olona.
Poiche' il bisogno di acqua per inaffiare i poderi attraversati, era irresistibile, l'amministrazione sforzesca aveva concesso qualche diritto di uso per tali scopi. Cio' naturalmente aveva dato sfogo a lamentele delle Suore, perche' l'acqua dirottata anche abusivamente  nelle proprieta' attraversate e altre meno vicine, giungeva in modo discontinuo al secondo convento e quindi non molto piu' pulita. Fra le carte vecchie dell'archivio di stato, l'amatore delle minuzie locali puo' ancora imbattersi nei fogli di formato protocollo, dei reclami accorati delle suore, con tutte le necessarie motivazioni.
Ne accennai anche in memorie 2 pag. 25, mentre  nelle memorie 17 ho presentato il disegno del 1797 della Chiesa dei Frati (tav. 13) e di due acquarelli del Pirovano a pag 101 e 102, che mostrano particolari di tale loro proprieta'.
Un altro disegno della chiesa e di tutto il convento, eseguito nel 1800, quando il fisco doveva vendere la proprieta', incamerate, e' rigorosamente corrispondente a tutto il "Circondario" in giusta scala, il che non era nel disegno della tavola 13 detta, che va considerato uno schizzo non millimetrico utile solo per la denominazione dei sepolcri.
 
 
La scomparsa dei mulini a Legnano.
Dopo un lungo servizio resa per secoli alla zona legnanese, sono scomparsi in diverse fasi dei secoli XIX e XX tutti i mulini che erano nelle zone acquisite dalle grandi industrie cotoniere, che sono: Cantoni, Bernocchi, Dell'Acqua. Esse4 si installarono, quali prima quali poi lungo l'Olona perche' l'acqua era ed e' una grande necessita' per loro, ma al loro inizio, si compiacevano anche di quella quota parte di forza motrice che l'acqua poteva apportare al loro fabbisogno industriale. Del molino quindi i molini come impianti di molitura  e si diedero a migliorare il reddito della forza viva dell'acqua con razionali ruote idrauliche o con turbine Jonvall che ben si prestavano per il nostro corso di acqua a variabilita' di regime. Incidentalmente sia detto che e' sotto questi aspetti che Franco Tosi aveva cominciato in Legnano la sua attivita' con una societa' Franco Tosi.. Cantoni, Krumm per fornire macchinari alle nascenti industrie.
Trasmissioni a funi multiple azionavano in tal tempo le macchine operatrici in grandi sale simili a selve, per le numerose cinghie che scendevano dalle macchine.
Caddero cosi' 7 mulini da grano che erano nella Legnano in quel tempo.
I perfezionamenti intervenuti nei trasporti dell'energia elettrica all'inizio del 1900 ebbero poi il sopravvento su quei sistemi di trasmissione interna detti, col che comincio' l'era dei comandi diretti delle macchine e colla crescita del fabbisogno di energia;  le aziende si trovavano persino conveniente crearsi le proprie centrali produttrici, con cui divento' trascurabile l'energia ottenuta dall'acqua e si rinuncio' anche ad essa non risultando conveniente pagarne il canone. L'Olona licenziata dalle industrie!. Ma solo come forza motrice. ed essa, scende tumultuosa ed inutilizzata dai relativi stramazzi.
E dalla Gabinella al Castello vi sono 15 metri di salto perduto,  qualche cosa come 300 cavalli continui cui si rinuncia per tali molteplici ragioni.
L'esistenza dei mulini sopravvissuti era gia' minatissima nel periodo quieto fra le due grandi guerre 1918 1940, ma negli anni della seconda guerra mondiale, sembro' ai mugnai di vedere ristabilirsi una fase di lavoro  discreto;  giovo' ad essi la macinazione clandestina, quando il produttore di frumento riusciva a sottrarre sensibili quantitativi  alla imposizione della consegna all'ammasso, ed i panificatori ne prelevavano giornalmente il loro fabbisogno. Ma cio' duro' solo nel tempo della guerra.
Poi segui' ad essa il risveglio del post guerra, una cosi' forte crescita di fabbisogno di corrente, restrizione forzosa al consumo, ed aumento delle tariffe, che qualche modestissimo imprenditore meccanico penso' di sfruttare la economica, ma tecnicamente poco efficiente forza delle vecchie ruote, che erano gia' riabbandonate al triste riposo.
Assistemmo ad un fatto nuovo, qualche mulino cambio' professione, si illuse di riaprire un nuovo ciclo di attivita'.
Si levarono le macine e nel loro locale si installo' la piccola officinetta: trapano, tornio, mola a smeriglio, magari anche la piallatrice. Ma cio' non doveva durare, perche' mancava alla ruota una regolazione di velocita' di marcia:  cosicche' cessata la scarsita' di corrente, tali mulini vennero di nuovo abbandonati.
Se e' triste vedere poi i mulini piombati di nuovo nel loro malinconico riposo, e' anche piu' triste per i sentimentalisti assistere alla loro definitiva distruzione, e persino la distruzione delle loro rogge grandi e piccole, che li contornavano con florida vegetazione.
Questo abbiamo visto succedere alla Gabinella nel volgere di pochi anni. Ed ora per ben fondate ragioni urbanistiche e' in corso la creazione di uno stradone trasversale all'Olona al limite nord dell'attuale della citta'  che attraversando l'ambiente della Gabinella ne trasformera' integralmente l'amata vecchia fisionomia. L'Olona correra' fra due muraglioni di cemento.
Addio Gabinella. Addio Mulini.
 
La Gabinella: una nota toponomastica qui intrufolata.
 
Un nome cosi' attraente e cosi' gentile fa pensare a un luogo romantico. E lo sara' magari stato anche in epoca non molto distante da noi. Non e' tale la ragione del suo nome che sara' presto spiegato  perche' si allaccia ad una mia scoperta semi-archeologica recente. Esso va inteso come diminutivo di "gabi" che nel gergo valligiano  indica un'area lungo un torrente ( o magari un fiume)  che in dati momenti soffre di forti piene, che irruendole sopra vi depositano sabbie o  ghiaia o bocce che ne travolgono temporaneamente la vegetazione. Nel caso che la frequenza dei travolgimenti e' annuale o magari biennale, la zona diventa sterile, ossia greto.
Se i cicli di riposo sono invece pluriennali, la vegetazione arborea si riforma ma verra' poi nuovamente estinta e cosi' via.
La Gabinella aveva subito una simile sorte in un lontanissimo passato, e non da bocciame, ma da fine sabbia. Ormai da secoli non era piu' soggetta al fenomeno e al suo disapparire fu chiamato Gabinella il luogo di vegetazione discontinua.
Cio' potei constatare in modo indubbio ed interessante, come gia'' riferii in Memorie 11 pag. 3 4, per avere ivi scoperto sotto all'humus un grande banco longitudinale di linda sabbia da fiume avente ben due metri di spessore e contenente disseminati dentro molti cocci di vasi provenienti da tombe romane travolte dalle acque e li depositati.
 
Altre localita' che portano tale toponimo lungo la strada fra Omegna e Gravellona: Gabbio (ove io stesso vidi i travolgimenti a ciclo pluriennale). Lungo la Diveria, sopra a Gondo (Sempione): Gaby era travolta dal fiume a cicli pluriennali.
Ma tutto cio' non toglie che il luogo allietato dalla presenza dei mulini fosse divenuto cosi' amabile, nei secoli vicino a noi, da poter fruire di un diminutivo che ha del vezzeggiativo. E chi ammetterebbe oggi l'attribuzione di vezzeggiativi a luoghi toccati dall'Olona?.
La via del Sempione attraversava sino dal 1885 il vecchio ponte in centro a Castegnate, per salire a Castellanza con quella rampa che ancora oggi sfocia appena dietro alla Prepositurale di San Giulio.
Essa venne poi modificata colla costruzione del nuovo ponte piu' a sud di quello attuale, e raccordata con una grande curva alla via che proviene da Legnanello al qual momento i platani avevano circa 35 anni. La loro distruzione avvenne quindici anni dopo (1937) e quindi erano anche piu' maestosi.
Nel 1937, 30 alberi furono distrutti nella curva in oggetto e 21 nel tratto di Castegnate nel quale era ormai cessato il traffico importante. In altri punti della grande arteria, oggi, si ripiantano i platani dopo avere eseguito l'allargamento che aveva .......
 
 
I Mulini di Legnano risultanti dal censimento del 1594.
 
Il censimento di Legnano del 1594, che ho sottoposto in Memorie 17 permette di segnare partitamente i mulini allora qui esistenti e di metterli in confronto con quelli di una relazione del 1772 dell'Ing. Raggi del Cons. Fiume Olona, che riproduco piu' avanti.
 
 
 
 
In Gaminella       1       Mul. e Casa Cuttica       29       Rossetti Giuseppe
In Gaminella       2       Mul. e casa Hipp. Lam.       16       Reina Ambrogio
       4       Mul. F.lli Alui.so Hier.       5       Salmoiraghi Stefano
       5       Mul. Arciv. oltre l'Olona       7       Salmoiraghi Gio. B.
       6       Mul. Mensa Arcivescovile       7       Salmoiraghi Ludovico
 
In Mugiato       60       Mul. Mensa Arcivescovile       9       Salmoiraghi Francesco
       61       Mul. di Oldrado Lampugnani       3       Salmoiraghi Gio. P.
       62       Mul. di Santa Caterina       11
 
Sopra la Piazza       149       Mul. Prospero Lampugnani       9       Salmoiraghi Gio.
       *152       Due Mul. del Sig. Prospero              Rossetto Paulo
       153       Lampugnani       13       Salmoiraghi Giuseppe
       163       Due Mul. della Signora              Patto Giobatta
       164       Lucrezia Cusani       11       Salmoiraghi Giobatta
 
* Leggasi: 149, 152, 153 a Ponte Carrato, 163, 164 alla Madonna delle Grazie
 
Sotto al castello              Mulino della Signora Lucrezia
       166       Cusani       10       Raguzzo Geronimo
       167       Mulino Sig. Meraviglia       13       Lanza Panigo Ag.
In legnanello       181       Mul. Card. Peretto. (esso fu poi Card. Archinto
               perche' dal contesto risulta che era in
              centro di legnanello)       10       Salmoiraghi Ambrogio
 
Non vi sono segnalati altri mulini. In totale sono quindi mulini 16 di 9 proprietari.
Confrontando questa distinta coll'elenco che si puo' ricavare dalla Relazione del 1772 risulta che nel 1594 non esistevano ancora i mulini 19 e 20 del Conte Prata, rispettivamente del Canonico Proverbio siti in Legnanello ove sorse poi lo Stabilimento Bernocchi.
Prima di sottoporre l'elenco dei Mulini, come recatoci dalla relazione del 1772, inseriro' qui una brevissima nomenclatura di Voci Tecnologiche relativi ai Mulini, come definite dall'Ing. Mazzocchi, direttore del Consorzio Fiume Olona verso il 1890.
 
Alcune nomenclature relative ai Mulini (Ing. Mazzocchi nel 1900)
 
Roggia Molinara       E' la roggia ricavata di fianco al fiume per l'impianto di uno o piu' mulini. Il livello del suo corso e' solitamente disciplinato da uno stramazzo.
Nervile       E' l'opera in muratura o in sasso, attraverso la roggia molinara, che serve alla distribuzione dell'acqua sulle ruote idrauliche a mezzo di bocche.
Bocche       Le bocche al servizio delle ruote idrauliche sono costituite di: Soglia, stivi verticali, cappello di pietra e sono munite di paratoia. La luce fra gli stivi e l'altimetria della soglia, determinano la competenza d'acqua dell'utente e sono quindi inamovibili.
Spazzera       Nel gergo normale del fiume Olona e' la bocca di scarico al nervile. Nel caso di arresto d'esercizio la spazzera deve restare aperta per dare sfogo all'acqua, per i sottostanti utenti e per impedire all'acqua che immagazzinandosi nella roggia molinara crei una anormale uscita alle bocche irrigatorie. Durante l'esercizio delle ruote, la spazzera deve restare chiusa.
Bocche irrigatorie       Sono aperture di dimensione e di altimetria prefissata, intercettabili con paratoia secondo orario prefisso.
Rodiggine d'acqua       E' il volume di acqua che in antico si riteneva capace di azionare utilmente una ruota idraulica di vecchio tipo, in legno, pale radiali e piane con larghezza della bocca di 0,90 metri e coll'altezza d'acqua di 0,20 metri cui in linea approssimativa equivaleva alla portata in litri di 150 al secondo " e con un salto medio" di 1,50 metri svilupperebbe una forza di 3 cavalli vapore.
Mulini doppi       Sono cosi' denominati quei  mulini costituiti da due distinti opifici fra di loro a prospetto sulla medesima roggia molinara e da questa divisi. Solo nel percorso centrale dell'Olona vi furono alcuni mulini doppi ( nella zona di Legnano ve ne furono tre ed appunto si distinguono per i due casamenti simmetrici e le ruote che si affacciano). Palmenti sono le macine in sasso dei mulini da grano.
Molazza       E' una pesante ruota in sasso per macinare od infrangere steli del grano per ridurli a letto o foraggio degli animali. Essa e' generalmente comandabile alternativamente con un mulino mediante ingranaggi ed innesto.
 
I Mulini da Olgiate Olona a San Vittore Olona in una relazione del 1772
 
In territorio di Olgiate e Marnate
 
n. 16       Molino di 4 rodiggini, in territorio di Olgiate Olona, di proprieta' del Sig. Carlo Genesio Custodi, affittato al molinaro Giuseppe Bomballio.
n. 26       Mulino doppio di 8 rodiggini, con due spazzere vuote, situato in territorio di Olgiate Olona di ragione del Sig. Marchese Molo, affittato al molinaro Girolamo Bianco per quattro rodiggini ed al Molinaro Antonio Maria Introzzi.
n. 29       Mulino alla destra dell'Olona, in ragione di Don Pietro Antonio Croci, in territorio di Olgiate Olona, di 4 rodiggini, con spazzera vuota affittato al molinaro Antonio Bonballio.
n. 32       Molino alla sinistra dell'Olona, in tutto simile al precedente, in territorio di marnate, di ragione del Sig. Don Antonio Cottica, affittato al molinaro Bomballio predetto.
n. 39       Molino doppio di 8 rodiggini, situato in territorio di Olgiate Olona, di ragione, rispetto a rodiggini, del Sig. Carlo Sales, affittati a Pietro Zocchi e Pietro Antonio Salmoiraghi, e gli altri 4 rodiggini di ragione del Sig. Ambrogio Custodi, affittati ad Alessandro Zocchi e Francesco Colombi.
 
In Territorio di Castellanza
 
n. 42       Mulino di 4 rodiggini ed una spazzera vuota in territorio della Castellanza, di ragione del Ven. Ospital Maggiore di Milano, affittato al molinaro Paolo Bianchi.
n. 43       (al seguito regolare), in territorio di Castellanza, con 4 rodiggini e spazzera vuota, di ragione del Sig. Don Galeazzo Caimi, affittato al molinaro Gioacchino Remolini.
n. 46       (al seguito regolare), Molino in territorio di Castegnate, di 4 rodiggini ed una spazzera vuota di 2 porte, di ragione del Sig. Marchese Fagnani, affittato al molinaro Valentino Bianchi. Poco di sotto di detto mulino evvi un ponte in vivo in due archi per la Regia Strada di Sesto Calende quale si vede nel tipo 1 allegato. Si tratta del ponte antico fra l'odierna Manifattura Tosi e il Cotonificio Cantoni.
 
In Territorio di Castegnate
 
n. 5       Mulino a 3 rodiggini con spazzera vuota a tre porte, in territorio di Castegnate di ragione del Sig. Raffaele Molinari. affittato al molinaro Carloantonio Albasio
n. 6       Molino doppio situato alla destra del fiume in territorio della Castellanza, di ragione del Sig. Carlo Genesio Custodi di Busto Arsizio; e' di 6 rodiggini, senza spazzera vuota. E' affittato per 3 rodiggini a Gio Maria Macchio e gli altri tre a Carlo  Antonio Griffanti.
 
In Territorio di Legnano
 
n. 8       Bocchello del Convento degli Angeli e del Monastero di Santa Chiara.
n. 9       Bocca di oncie 27, degli eredi di Gerolamo Brambilla
n. 10       Chiusa registrata con cappello.
n. 12       Mulino di 3 rodiggini e 1 spazzera vuota; proprietario il Sig. Don Giuseppe Cajmo; affittato al molinaro Gia Battista Albasio.
n. 13       Mulino di 4 rodiggini e 2 spazzere vuote; proprietari DonAntonio Cottica; affittato a Giovanni Bomballio.
n. 15       Bocca di 32 oncie.
n. 16       Bocca di 29 oncie, del Conte Prata, Marchese Cornaggia, Bartolomeo Vismara.
n. 18       Chiusa a sperone, in legno registrata, con cappello.
n. 19       Mulino di 4 rodiggini e 1 spazzera vuota; proprietario il Sig. Conte Giovanni Prata; affittato a Carlo Antonio Salmoiraghi.
n. 20       Mulino di 4 rodiggini e una spazzera vuota; proprietario il Canonico Don Agostino Proserpio; affittato a Gio Maria Reina.
n. 21       Bocca di Don Antonio Perez, di 20 oncie, con la stessa si adacquano pertiche 24 di prato.
n. 22       Bocca di 30 oncie della Mensa Arcivescovile.
n. 23       Chiusa in legno, registrata con cappello, del Nodo dell'Olonella.
n. 24       Mulino doppio a 8 rodiggini; proprieta' della mensa Arcivescovile; affittato ai mugnani Cristoforo Antonio Reina e Gio Antonio Sirone.
n. 26       Chiusa registrata, con cappello in legno.
n. 27       Bocca in legno di due porte, di 31 oncie, detta Mensa Arcivescovile.
n. 28       Bocca Mantegazza, in due porte di 33 oncie.
n. 29       Bocche della Comunita' di Legnano, di 3 oncie della mensa Arcivescovile.
n. 30       Mulino a 3 rodiggini e spazzera vuota; proprieta' della Mensa Arcivescovile; affittato al molinaro Gaspare Scossiroli.
n. 31       Chiusa registrata con cappello in legno.
n. 32       Mulino doppio di 8 rodiggini; proprietaria per leta'  l'Abbazia comendata a Momsignor Archinti affittata a Gaspare Scossiroli e per l'altra meta' al Conte Giovanni Prata  e affittata a carlo Antonio Salmoiraghi.
n. 33       Bocca Lampugnana, in due porte, di 30 oncie, di Don Antonio Lampugnani
n. 34        Bocca Filetta, in due porte, di 29 once, molti utenti.
n. 35       Bocca Arcivescova, di oncie 29; Utenti: Conte Durini successo al Conte Corio, la Mensa Arcivescovile.
n. 36       Chiusa di legno, registrata con cappello.
n. 37       Mulino doppio di 7 rodiggini e 1 spazzera vuota; affittato a Giovanni Salmoiraghi detto "Grigio" ed a Giovanni  Salmoiraghi detto "della Vedova".
n. 39       Mulino sull'Olonella di 3 rodiggini e 1 spazzera vuota; proprietario Don Angelo lampugnani; affittato a Antonio Maria Salmoiraghi.
n. 41       Bocca di San Magno, in due porte, di 32 oncie.
n. 42       Bocche delle Grazie, di 31 oncie, dell'Ospedale Maggiore di Milano, del Conte Durini, del Conte Prata, del Conte Lucini.
n. 43       Chiusa della Roggia Molinara, di legno, registrata con cappello.
n. 45       Due mulini "delle Grazie" davanti al Castello, di 3 e rispettivamente 4 rodiggini con cadauno una spazzera vuota; di proprieta' del Sig. Conte Carlo Durini; affittato a Pietro Antonio Cozzi e a Antonio maria Reina.
n. 46       Bocca della fossa, di 16 oncie, per l'adacquamento de Prati nella Fossa del Castello di Legnano.
n. 47       Bocca Lampugnana, in due porte, di 28 once, dell'Ospedale Maggiore di Milano.
n. 48       Scaricatore, fa anche da chiusa, con quattro portoni.
n. 49       Mulino appena sotto il Castello sul ramo destra dell'Olona in territorio di Legnano, di 3 rodiggini e una spazzera vuota, Proprietario Sig. Conte Durini; affittato al molinaro Ludovico Bianchi
n. 50       Chiusa in legno, registrata con cappello, piu' tardi evvi scaricatore in due portoni.
 
In Territorio di San Vittore
 
n. 51       Mulino sotto al Castello sul ramo sinistra dell'Olona in territorio di San Vittore di 3 rodiggini e 1 spazzera vuota; proprietario il Sig. Conte Durini; affittato al Molinaro Francesco Bianchi.
n. 52       Bocca di Casa Castelli, con porta d'incastro per le piene.
n. 53       Bocca Selvatica nel territorio di San Vittore, in due porte, di 33 oncie del Sig. Carlo Bossi.
n. 54       Chiusa in legno con cappello, sopra alla quale evvi scaricatore a due porte.
n. 55       Mulino sotto il Castello, sul ramo sinistro dell'Olona in territorio di San Vittore, di 3 rodiggini e una spazzera vuota; Proprietario il Sig. Dottore Luigi Vailate; affittato a Giovanni Lampugnani.
n. 56       Mulino sotto il Castello sul ramo destro dell'Olona, in territorio di Legnano, di 4 rodiggini e una spazzera vuota; proprietario il Conte Don Giovanni Prata; affittato al molinaro Giuseppe Cozzi.
n. 57       Mulino sempre sul lato sinistro dell'Olona in territorio di San Vittore, di 4 rodiggini e una spazzera vuota; proprietario il Marchese Moriggia; affittato a Antonio maria Cozzi.
n. 58       Chiusa in legno.
n. 59       Bocca in due porte, di 30 once, del Marchese Castelli.
 
In Territorio di Canegrate
 
n. 60 Mulino quasi parallelo alla statale 57 (San Vittore), sito in territorio di Canegrate, con soglia in legno, di 4 rodiggini e una spazzera vuota; proprietario il Sig. Marchese Castelli; affittato a Giovanni Brossi.
n. 61       Bocca in due porte, di 30 oncie, del marchese Castelli.
n. 62       Bocca Violanta, nel territorio di San Vittore, in due porte, di 30 oncie del Conte Bellone.
n. 63       Chiusa di legno, con scaricatore di cotto.
n. 64       Mulino di 4 rodiggini e una spazzera vuota; proprietario il Marchese Moriggia e affittato al molinaro Giuseppe Montolo.
n. 65       Mulino situato in territorio di Canegrate, proprietario il Marchese Castelli, con soglia in legno, di 4 rodiggini e una spazzera vuota; affittato a Giovanni Montolo.
n. 68       Mulino in seguito del Sig. Marchese Castelli, in territorio di Canegrate, con soglia in vivo, di 4 rodiggini e una spazzera vuota; affittato al molinaro Giuseppe Montolo.
n. 70       Mulino in territorio di San Vittore di 4 rodiggini e una spazzera vuota; proprietario il Conte Rescalli; affittato al molinaro Giovanni Prata.
 
 
 
Note sui singoli mulini della zona Legnanese
 
Benche' queste descrizioni singole vogliano limitarsi alla serie dei Mulini del Territorio di legnano, ho voluto qui considerare anche i due mulini "Sotto il Castello", n. 55 e 56, che erano n territorio  di Legnano a suo tempo, ma ne furono poi tolti per una variante  con San Vittore.
Fra le illustrazioni che seguono, mi sono compiaciuto di ritrarre l'interno di un altro mulino di San Vittore, perche' mi e' sembrato meglio fotografabile; cosi' pure le ruote e l'interno di un mulino di Olgiate Olona.
Nei disegni delle tavole 1 e 5 che seguiranno, fu messa a base la pianta topografica di legnano del 1859, inserendovi tuttavia  qualche aggiornamento che apparve utile.
 
Mulini della Gabinella n. 13 e 13 nella Relazione 1772. tavola 1
 
All'epoca del censimento del 1594, (vedi Memorie 17 pag. 5 e 6 ) vi erano quei tre mulini e cioe':
1) Mulino del Sig. Curtio Cotica con annessa casa ( n. 1 che ospitava 29 persone ( il Molinaro e tre altre famiglie di congiunti che erano evidentemente in altro modo al servizio del proprietario.
2) Mulino del Sig. Hippolito Lampugnani con due case n. 2 e n. 3, ospitanti 16 persone, come sopra.
3) Mulino del Sigg. Alouisio e Hieronimo Lampugnani n. 4 ospitante la famiglia del molinaro Stefano Salmoiraghi e quella del fratello Filippo Salmoiraghi, in tutto cinque persone.
Proseguiamo ora nel tempo, facendo un salto al 1871 e collo stradario alla mano confrontiamo stabili e proprietari segnalati alla via del Sempione presso la Gabinella:
Al n. civico 1b (che va inteso come il primo numero dal confine con Castellanza verso Legnanello lungo la strada del Sempione), un gruppo di due mulini che utilizzano la roggia molinara cavata dal lato sinistro dell'Olona. Essi sono di proprieta' dei fratelli Pisani fu Antonio e di Orsola e Virginia Pisani, e si identificano con i mulini 2 e 3 dei Lampugnani suddetti.
Essi passarono poi ai giorni nostri ai consorti Schiatti e Pisani i quali dopo la 2° guerra mondiale smontarono le macine per usare la forza motrice per azionare una piccola industria meccanica, con torni, trapani e piallatrice a mezzo dell'unica superstite ruota. L'esperimento fallisce perche' le ruote idrauliche dei mulini sono prive di regolazione di velocita'.
Dopo qualche anno di tribolato esercizio si rinuncia alla forza idraulica propria, per adire all'azionamento elettrico. Il modesto locale di molitura si e' assestato definitivamente ad officina meccanica.
Le illustrazioni qui presso mostrano le fasi della Via Crucis  questo mulino ( manca l'ultima). Come diro' poco piu' avanti, per il mulino gia' Cuttica, siamo ormai giunti alla rinuncia totale al diritto d'acqua.
Al n.° 2b si intravvede l'insediamento dello stabilimento  di filatura di cotone dell'industriale Thomas Achille, che avendo acquistato il mulino gia' Cuttica per usarne la forza motrice, vi costrui' lo stabilimento in proseguimento verso nord, ricostrui' nuova in ferro la ruota motrice (quella che tuttora vediamo come diro')  e trasformo' pure, contiguo al mulino il casamento, per farne la sua abitazione.
Devo intendere che lo stabilimento che aveva integrata la potenza occorrentegli, installando una motrice a vapore, la cui caldaia si protraeva a nord sino alla linea della odierna lavandera Porro, che segna il confine territoriale con Castellanza.
Un incendio devasto' poi tale stabilimento ed esso non venne piu' ricostruito.
La ruota e la casa di abitazione del Thomas stesso che era contigua alla ruota, si salvarono e divennero ancora mulino. Ed oggi sono il Mulino Albasio, ormai tutto fermo e pronto esso pure alla distruzione perche' nella cessione del terreno che fece il proprietario al Comune per l'allargamento della via Bellingera  e creazione del nuovo ponte sull'Olona, rinuncio' all'esercizio ulteriore del mulino e lascio' interrare anche la relativa roggia molinaria.
La bella ruota, che e' unica rappresentante sopravvissuta a documentare la tappa dell'industrializzazione della nostra zona; che ricordava anche il triste nefasto di un industriale forestiero che qui aveva portato il suo entusiasmo di collaboratore, mi sembra degna di venire salvata per contribuire, nel Museo, od in Castello a fare conoscere un nobile passato legnanese.
Le caratteristiche della ruota e del Mulino, come li vediamo oggi sono:
Ruota in ferro, di costruzione dell'inizio dell'ottocento. Diametro 5200 mm., 40 pale in ferro larghe 3000 mm., alte 800 mm.; salto utilizzato 1,1 metri.
Mulino a tre palmenti da 1200 mm. e 530 Kg. cad. macinanti 300 kg di grano per ora.
Occorrerebbe la generosita' di qualche mecenate che si entusiasmi a tal salvataggio. Altrimenti la bella ruota finira' a rottame per meno di 200.000 lire.
 
Mulino 19 e 20 tav. 1
 
I mulini 19 e 20 della relazione del 1772 si trovano a meta' percorso  fra la Gabinella e via Pontida odierna. In tale relazione sono di proprieta' del Conte Prata rispettivamente del Can. Proserpio.
Nel censimento del 1594 li devo considerare nella casa n. 5  come un unicum "della Mensa Arcivescovile" oltre l'Olona, e come tale il molinaro vi e' (casa n. 5) Andrea Salmoirago e fratello Gio Maria fu Gio Battista coi famigliari.
Nel 1821 Carlo Martin, svizzero, assorbi' i due mulini  per impiegarne la forza per la filatura che eresse vicino; questa passo' poi nel 11845 alla ditta Saverio Amman e C. cui segui' nel 11871 la filatura Borghi, poi cotonificio Tobler e qualche anno dopo a Soc. Antonio Bernocchi.
Della disposizione dei mulini stessi, non si hanno piu' notizie se non nei mozziconi di rogge che erano rimaste, inframmezzati  fra le costruzioni di opifici industriali che seguirono, da cui trassi le piantine  che accompagnano qui. E cio' valga anche per qualche altra che verra' ancora.
 
Mulino doppio n. 24 tav. 2
 
Il mulino doppio n. 24 della relazione del 1772 si trovava appena  a sud della odierna via Pontida ed e' poi stato incamerato dal Cotonificio Cantoni.
Nel censimente del 1594 e' segnalato con il numero di casa 6 ( e non 5 e 6 come per errore fu scritto nella tav. 14 in memorie 17) Il Molinaro era Ludovico Salmoirago fu Francesco con 5 famigliari.
 
Nel 1850 e 1859 le mappe di legnano lasciarono capire che tutto e' ancora operantye.
Nel 1871 i due mulini non sono piu' discernibili come case  e devono gia' essere incamerati nel Cotonificio. Si trovavano precisamente la ove esso tenne una fabbrica di colla in via Pontida 2, ossia  ove oggi vi sono le grandi case operaie del Cotonificio stesso.
 
Il Mulino n. 30 (del Sighett)
 
Nel 1772 e' segnato il possesso arcivescovile, affittato a Gaspare Scossiroli ed e' di tre rodiggini, cioe' dei minori mulini; e questo perche' l'Olonella dalla quale esso era mosso, non doveva dargli un notevole battente. Suppongo che sara' stato di 80 cm. e quindi circa di 7 cavalli.
Di questo mulino, il Pirovano ci ha tramandato due modesti acquarelli (memorie 17 pag. 144)  qualificandolo come azionante una sega: bisogna ammettere che ormai era gia' stato trasformato a tale scopo. Dopo di lui, morto nel 1902, deve essere stato trasformato ulteriormente perche', due persone anziane e attendibilissime mi affermarono che il mulino fosse dato in affitto verso il 1910 ad un artigiano meccanico che gli serviva per maglio e meccanica in genere. Oggi non vi e' piu' traccia di nulla, se non in un piccolo avanzo d'affresco di San Giuseppe, ormai ridotto ad un medaglione di 25 cm. che resiste, sopra l'ingresso di casa n. 1 della via Franco Tosi ove appunto era il mulino.
Nel 1871, la casa in cui abitava il molinaro Bottelli Carlo era gia' mulino n. 32, il Civ. n. 1 della via Olonella era il numero giusto a fianco di questo mulino passato ad altre case ( forse sorta ed accomodata infrattempo vicino: ma che non ci riguarda piu'),  Il molinaro Bottelli Carlo pare che rimane affittuario della casa n. 1 di via per Legnanello pure li vicina.
Il mulino era stato "da grano", ma a stare alla caratteristica denominazione che gli da il Pirovano "el mulin del sighett" si capisce che esso poteva azionare alterbamente la macina od sega circolare (con cui poteva un artigiano un po' sviluppato accrescere il suo reddito).
Dall'acquarello detto si vede benissimo che vi era una unica ruota del mulino e che era tutta in legno come parecchie  ancora oggi.
 
Mulino n. 32 tav 2
 
Nel 1772e' segnato come abbiamo visto, in proprieta' per meta' all'Abbazia di Santa Caterina (il convento degli Umiliati di legnanello era stato soppresso, come tutto l'ordine nel 1569 ed i beni incamerati a disposizione dell'Arcivescovado) e per meta' apparteneva  al Conte Giovanni Prata che abbiamo ora visto proprietario anche del mulino n. 19 pure a Legnanello.
L'altra meta' sembra gia' acquisita a Costanzo Cantoni fra i numeri che vedremo nella segnalazione dello stradario piu' sotto.
Questi mulini si trovavano esattamente sotto al primo quarto della parte sopraelevata e rettilinea della via Eugenio Cantoni, la quale sia detto incidentalmente, nella meta' verso Legnanello portava a tal epoca il nome di Vicolo Pomponio, un nome che ha fondamento nella storia di legnano del 1600, Si riferisce a Pomponio Lampugnani ( vedi memorie 17 pag. 185) del ramo degli aventi diritto al Castello di legnano, che godette una porzione di quei beni terrieri ed un mulino quale diro' piu' avanti.
Ottenere oggi dati interessanti sui mulini incamerati nelle industrie pare cosa quasi impossibile.
Gli stabilimenti che li comperarono, pensarono alle questioni del momento, che erano certamente assillanti e non si curarono di conservare documenti inutili, neanche i pochi disegni delle installazioni che dovevano poi distruggere.
Nel 1871, lo stradario di legnano ci fa notare che l'avanzata  tattica del Costanzo Cantoni era gia' a buon punto sulla strada da Legnano a Legnanello. La prima casa a destra da chi incede, al n. 1 nella quale abitava Bottelli Carlo, molinaro del molino Arcivescovile  n. 30, era gia' divenuta sua proprieta', come le case n. 3 3 n. 5. All'altra estremita' della strada, anche il n. 10 era passato a lui, una casa che con altre vicine apparteneva prima al Marchese Giovanni Cornaggia, figlio di quel Cristoforo che da una trentina di anni aveva acquistato dall'Ospedale Maggiore il castello di legnano, (che i suoi successori  stanno ora facendo andare in rovina, con calma olimpica  sia del Comune che della Sopraintendenza ai Monumenti).
 
I Mulini del Ponte Carrato n. 37 e 39 nel 1772; tav 3
 
La spaziosa vista di questi mulini nel largo corso dia acqua ha giustamente colpito il pittore Pirovano (nel 1896) che volle ricordare  nel suo quadretto a olio che piace di far rivedere qui al giusto posto, pur a avendolo presentato in Memorie 17, quando dovetti sospendere un certo materiale  che non poteva piu' trovare posto in tale monografia. Si vedono qui le ruote di tre mulini: a Sinistra il mulino 37 doppio, le cui quattro ruote (tre in centro e una a destra , molto arretrata, muovono i palmenti nelle casupole abbinate che si vedono a destra) e a sinistra la piu' grande ruota del mulino 39 che si vede gia' rinnovata in ferro, il cui asse penetra  nel piano terreno ( ma sopraelevato) del grande fabbricato a due piani.
Il quadretto consacra l'aspetto di un notevole gruppo di fabbricati in fase di trasformazione, dall'antico al moderno di quell'epoca, cioe' fine del 1800.
L'osservatore guarda a nord.
Con riferimento al 1772 vi era a destra il mulino n. 5 doppio (inteso quello delle due case abbinate) che possedeva in totale 7 rodiggini ( ma non se ne vedono che 5) ed a sinistra la ruota moderna del mulino n. 39 che sostitui' le tre ruote d'una volta.
Il mulino n. 37 quello che usava l'acqua dell'Olona, apparteneva a tal epoca all'Ospedale Maggiore di Milano ed era affittato a due molinari dal nome Salmoiraghi Giovanni, consanguinei e distinti da due nomignoli: uno era detto il "Grigio" e l'altro "quello della Vedova".
Il mulino n. 39, che usava l'acqua dell'Olonella e quindi era a sinistra, apparteneva a Don Antonio Lampugnani ed il possesso ai Lampugnani e' dimostrato anche nel censimento del 1594, alla quale epoca si trovavano nelle diverse case e mulini ( memorie 17 pag 54 55 e tav. 14a).
Casa 149 Mulino del Sig. Prospero Lampugnani, Il molinaro e' Maino Salmoiraghi fu Giovanni (membri 9).
Casa 150 da Nobile, proprietario Lampugnani Gio Antonio detto Scaramuzza (membri 7)
Casa 151 de pisonnanti: ospita 19 persone.
Casa 152: altro mulino del Sig. prospero Lampugnani, e' molinaro Rossetto Paulo (5 membri)
Casa 153: altro molino del Sig. prospero Lampugnani: e' molinaro Josefo Salmoirago ( 8 membri)
Nella relazione del 1772, abbiamo visto qui sopra che solo il mulino n. 37, che era la casa 149 del 1594, era rimasto ai Lampugnani; gli altri due erano passati all'Ospedale Maggiore di Milano dopo la risolta contesa fra i pretendenti ai beni del castello di Legnano ( 1726 ).
Nel 1871 riscontriamo nello stradario del Comune che il mulino in via Ponte Carrato n. 10, ossia il n. 37 della relazione del 1772  e' stato acquistato dal Cotonificio Fratelli Dell'Acqua per surroga con il mulino n. 12 della stessa via e cioe' il n. 39 della relazione detta, precedentemente pervenuto in suo possesso.
Ma in proseguo, anche questo secondo mulino verra' assorbito dallo stesso Cotonificio con cui esso concludeva l'unita' di perimetro dello stabilimento.
Non che i Salmoiraghi che sono stati, come si vede da queste stesse aride note, una vera stirpe di molinari che dura da almeno 400  anni, si ritirassero dall'industria. No, essi seguendo prontamente le innovazioni allora sviluppatesi nel macchinario per la molitura,  ed il progresso della distribuzione dell'energia elettrica, installarono in Legnano il primo ed unico stabilimento con i mulini a cilindri ed azionamento elettrico nel 1922.
Per dovere di precisione, sia accennato che il mulino di via Pone Carrato 10, era anche stato (scrive l'ing. Mazzocchi predetto) prima che dei Dell'Acqua, di una ditta Tobala; che esso e' di tre rodiggini; che utilizzava un salto di 1,6 metri: e perche' questa ultima parte non e' dell'Ing. Mazzuccati che non esisteva piu' nel 1427, che fu poi soppresso nel 1927 quando l'Olonella fu trasformata in fognatura.
 
* La tradizione del nomignolo orale "della Vedova" accolta evidentemente anche dall'Ing. Raggi, informa che il secondo nome risale alla peste del 1630 in cui i molinaro mori' del triste male, e la vedova ne continuava l'esercizio. A me pero' entra piu' facilmente in considerazione che l'assegnazione possa riferirsi alla vedova madre di Oldrado II° Lampugnani (vedi tav 4 Memorie Societa' Arte e Storia n. 8 pag. 39)
 
Il Mulino doppio n. 45
Un po' di storia.
I mulini piu' comunemente detti " della Madonna delle Grazie" e "della Contessa" ed anche dialettalmente "el mulin Cuntess" ed ultimo anche ""i mulini sopra castello", sono segnati nella relazione del 1772 col n. 45 e sono di proprieta' del Conte Durini Giovanni.
Essi erano inizialmente, nel 1400, in proprieta' dei Lampugnani del Castello, ma nel 1528 si trovavano per successione in costestato possesso delle figlie di Ferdinando Lampugnani, delle quali Lucrezia Lampugnani Visconti ebbe a secondo sposo Conte Ottaviano Cusani divenendo cosi' la Contessa Cusani. I mulini restarono in suo possesso anche dopo altra vedovanza ma il nominativo suddetto si conservo' ancora a lungo, anche dopo la morte della Donna, per ragioni intuitive come la lunga contesa che continuava su quelli ed altri beni del castello ed ebbe il suo teermine solo nel 1696.
Anche questi mulini furono poi accapparrati per la meccanizzazione dell'industria.
Per il primo, nel 1824 furono acquistati da Eraldo Krumm da Wutteemberg per istallarvi la sua filatura, il quale poi si accaso' con Geronima Checchi da Gallarate. Di essi si conservano in museo i bellissimi medaglio di marmo che ornavano le loro tombe  nel cimitero dell'epoca, a nord della chiesa delle Grazie.
Tale fu la frenesia dei capitani dell'industria dell'epoca, di accaparrarsi le forze idriche, che non gli importava di allontanarsi fuori degli abitati lungo le vie dell'Olona. Erano bensi' nati il biciclo in ferro e la bicicletta dalle ruote di legno, ma anche in assenza di tali mezzi essi contavano che la mano di opera li avrebbero raggiunti egualmente.
A quei tempi, ma anche quasi cento anni sopo, era tale luogo nella piatta valle dell'Olona null'altro che un vastissimo campo  aratorio sezionato  in due dal corso tortuoso dell'Olona, accompagnata da doppi filari di altissimi pioppi che conferivano al paesaggio un aspetto romito. Fu grande il nostro dolore quando nei primi anni dell'ultimo dopoguerra dovemmo assistere passivamente alla lroo distruzione. Si presentava una questione di umanita', di fronte a tanta miseria. Non torneranno piu' i pioppi, ma il Comune, nella zona di vincolo intorno al Castello vorra' pur pensare per tempo ad una nuova arborizzazione e non sopprimera' il doppio corso di acqua  che fu la ragione della sua costruzione in tal punto.
Ma torniamo ai mulini. Il Krumm fu un grande industriale e lo stabilimento progredi'. Dovette ricorrere ai supplementi di potenza che allora erano solo le motrici a vapore alimentate da caldaie ( a bassa pressione).
Egli si era allogato in una palazzina all'inizio della via San Giorgio da dove poteva volgere lo sguardo laggiu'  al suo stabilimento lontano e quando tutto gli sembrava regolare (il patema d'animo dell'incendio) godersi romantico paesaggio, lontano dall'assordante rumore del macchinario.
Non conosco a sufficienza quale industrie abbiano fatto seguito alla prima trasformazione con Krumm: pero' l'unione temporanea col Cantoni, sotto la ragione Cantoni Krumm e C. per industria meccanica di cui non conosco l'ubicazione, andrebbe rispolverata.
In tempi piu' recenti vi hanno preso possesso la tessitura Mambretti e poi Scossiroli, ed ora il Cotonificio Villa Cortese alternati con stallie da non capire se il terreno abbia qualche cosa di misterioso da renderlo contrario a redditi industriali.
 
Mulino 49 "Sotto al castello" tav 5
 
Fu un mulino a tre palmenti che ha appartenuto assieme al Castello ad Oldrado Lampugnani, come il precedente subi' esso stesso  la lunga contesa che dal 1507 al 1700 gravo' su tutti questi beni.
Nel 1772 e' in proprieta' al Conte Durini Giovanni come abbiamo gia' visto.
Si trova, dopo la bifrocazione dell'Olona che avviene giusto  davanti al Castello, sul ramo di destra a circa 400 metri sud-ovest.
Non fu assorbito da nessuna industria e rimase in attivita'  ancora qualche decina di anni dopo la seconda guerra mondiale.
Fu un mulino rispettabile perche' l'Olona sotto legnano comincia a risentire delle acque plurime che le si immettono.
Le tre ruote idrauliche azionavano casauna un palmento.  nell'ultimo periodo due ruote erano ancora in legno, mozzo e pale  ed avevano: diametro 4200 mm.: 24 pale larghe 250 mm. e la terza ruota era ormai in ferro con diametro 4200 e 32 pale in lamiera larghe 300 mm. e alte radialmente 500 mm.. Anche questa ruota che e' di bella costruzione, ma ha le pale quasi completamente corrose e' ormai inservibile per il lungo abbandono. L'ultimo mugnaio, ancora vivente ha 72 anni e' Colombo Luigi.
Nell'ultimo tempo, dopo rinuncia totale alla molitura, esso aveva ancora azionato un frantoio e pressatura di semi di lino con Scandroglio Enrico. Due molazze in petra del diametro di 1300 mm. per 350 mm. di spessore l'una e l'altra 230 mm. giaccono come al solito come merce inutile nel cortile.
All'esterno del fabbricato in un grande riquadro uno squalcito affresco (pittore di occasione) dell'ottocento circa sostitui' forse uno precedente: esso mostra una Madonna con S. Anna se ho ben capito.
 
Mulino 51 gia' del Conte Durini Tavola 5
 
Seguendo ora il ramo di sinistra dell'Olona in giu' "sotto al castello", troviamo questo mulino, poco prima che esso ramo si riunisca con il ramo di destra, chiudendo cosi' la grande isola che fu scelta a suo tempo da Ottone Visconti per la sede del castello di legnano.
Nel 1772, come abbiamo gia' visto, il mulino era segnato di proprieta' del Conte Giovanni Durini e il molinaro era Francesco Bianchi. Ma la storia ci resta muta per il periodo che segue, e del mulino dei tempi nulla piu' e' rimasto, perche, se in un'epoca non tanto lontana le ruote in legno furono sostituite  con una grandissima ruota in ferro, questa pure e' scompardsa lasciando vuoto il suo alloggio, cio' che oggi ancora si vedeva erano i canaloni in muratura calibrati sulla larghezza della roggia e della ruota  e la classica passerella per la regolazione della paratoia d'ingresso dell'acqua. La ruota ultima che poteeva essere della seconda meta' del 1800 aveva dunque un diametro di 6400 mm. e la larghezza di 3200 mm: le pale in ferro, curve more usuale, avevano una altezza radiale di 700 mm. Ma qualche cosa in piu' ho potuto capire  dai soli muri che sotto ai miei occhi furono demoliti or ora.  Vi e' stata anche una turbima idraulica ad asse verticale (anche qui la classifica Johnwall) che un industriale aveva ritenuto conveniente installare per meglio sfruttare le portate di magra del fiume.
Questo ben di Dio era penetrato fra queste mura che ho visto radere al suolo come materia inservibile. Palazzone industriale alto ed arioso, impianti di forza motrice economica, migliaia di tonnellate di murature, ed un alto caminone in muratura per caldaie. Ad opera finita restera' un terreno nudo di 3500 mq. Lascio al lettore meditare.
Le industrie che qui si susseguirono negli ultimi decenni furono: Scossiroli e C. con filatura: Mambretti e C: per maglierie e confezioni di tali tessuti. La distruzione di tutto si compie ora sotto il nuovo possesso del Cotonificio di Villacortese.
 
I Mulini sotto al castello n. 55 e 56 nel 1772 Tav. 5
del dott Vailate D. rispett. Co. Prata G.
Il mulino 55 e quello che seguira', sono oggi ambedue in territorio di San Vittore Olona mentre una volta ( nel 1772) il secondo era sotto legnano. Essi hanno una disposizione simmetrica ( che fa pensare ad una costruzione simultanea) su una nuova boiforcazione dell'Olona in due rami che fa seguito a quella ricongiunzione che ciude l'isola su cui ottone V° costrui' il castello nel ontano 1230 circa.
Diro' poche parole anche per essi per gli addentellati che ebbero con legnano durante la loro esistenza, non ancora peraltro esaurita. Essi infatti sono ancora entrambi in esercizio.
All'epoca dei Frati Agostiniani che ottone Visconti aveva introdotto in questa sua prorieta' di legnano, due o piu' mulini erano posti in loro godimento ed io vorrei proprio pensare a questi due. Confiscati da ottone Visconti, appartennero poi sino al 1276 ai Fratelli Torriani; ritornarono a tal data ad Ottone e poi seguirono tutta la dinastia Visconti e nel 1437 passarono ai lampugnani.
Dopo il 1528 la contesa fra i diversi lampugnani li fece passare via via anche ai collaterali non lampugnani. Avvennero poi vendite e riscatti fra terzi che si spensero con il lascito legale all'Ospedale maggiore di Milano. Quest'ultimo vendette poi alla meta' del 1700 i beni e i mulini ad acquirenti diversi.
Nel 1772 erano poi di proprieta' dei nobili suddetti.
Il mulini 55 che e' sul nuovo ramo di sinistra, attualmete e di proprieta' del Molinaro Meraviglia carlo di Antonio che lo esercisce regolarmente. Possiede due palmenti azionati cadauno da una sua ruota in ferro del diametro di 4 metri, con 24 pale curve da 380 mm. di larghezza e 1000 mm. di altezza radiale. Il salto e' di 1,3 metri.
Dispone anche di una molazza di 2,6 quintali comandabile alternativamente da una delle due ruote idrauliche dette. Essa si trova in un localetto a manco del maggiore.
La produzione di farina e' di circa 100 Kg. ora di ogni palmento.
 
Il mulino n. 56 (del 1772), sotto al castello
 
Trovasi sul ramo destro della seconda divisione predetta, dell'Olona, accostato al n. 55. per una sequenza genealogica esso e' passato dal Conte Prata al Comm. Francesco Melzi e dopo casa Melzi pervenne in possesso di mugnai esercenti in proprio. Attualmente esso e' in proprieta' dei cugini Cozzi Luigi primo e secondo, che lo eserciscono personalmente.
Esso e' di tre ruote di 3,8 metri con 24 pale cad. larghe 400 mm. alter 560 mm. Possiede due palmenti che macinano 100 Kg. ora cadauna. Una molazza del diametro di 1360 mm. e 380 di grossezza e' comandata dalla terza ruota.
Qualche mola da palmento, per ricambio, o di taglio inadeguato vedesi all'esterno del fabbricato come e' consueto. Diametro 1400/300 ed altre con solo 200 mm. di spessore.
E' tipica in questo mulino la disposizione coincisa ed efficiente del piccolo complesso: la passerella di arrivo coperta, sotto la quale l'acqua corre alle ruote disciplinata dalle paratoie, ed ancora veloce percorrere le spazzere e raggiunge il letto inferiore: un portichetto, cumulativo per le visite ed i carri che portano e ritirano dal locale molitorio, e' regolarmente ornato da un grande affresco religioso, con lucernetta e fiori sul davanzale munito di drappo. Si entra nel locale molitorio ove un uniforme rumore ... tran tra, vi dice che le macine compiono il loro monotono, quanto utile lavoro.
Contigue a questo locale di soggiorno del mugnaio e famigliola; il quale in questo mulino ha conservato quel simpatico aspetto di campagnolo che e' offerto sia dalla presenza del classico camino per il fuoco a legna, sia dalle seggiole, tavolo, armadio un po' rustici ma di noce, sia da altre inezie che io non so neppure indicare.
Non si vedono ne intorno ne dentro ne fuori figli o figlie di eta' maggiore. A seconda dell'indirizzo che essi hanno scelto, sono ai campi o vanno allo stabilimento. Se tutti i figli vanno all'industria e non ritorneranno, il mulino potra' un giorno non trovare piu' ne un compratore ne un affittuario. E' questa un po' la sorte che il destino prepara ai mulini qui nel nostro ambiente.
 
L'Olona degradata scientemente a fogna delle industrie
 
Tutti sanno che l'Olona e' divenuto un fiume puzzolente e antiigienico.
Come si e' arrivati a cio'?. Vi si e' arrivati quando, con una mossa che lascio al lettore giudicare, il Direttore del Consorzio Utenti Fiume Olona, chiedeva (22 dicembre 1921) ed otteneva dall'Amministrazione provinciale e dalla Avvocatura Erariale, la cancellazione del fiume Olona dalle acque pubbliche delle provincie di Milano e Como. Poteva cosi' il consorzio arrogarsi il diritto di concedere ( in forma transitoria, disse...) agli utenti, il permesso di effettuare tutti gli scariche nel fiume.
Ma tutti sanno che le concessioni date in forma transitoria, non sono altro che metodi subdoli per concedere cio' che non e' lecito, e creare un fatto compiuto, che servira', come in effetti servi' a scavalcvare tutte le leggi per la tutela igienica e i diritti della gente su una cosa pubblica; in questo caso le acque. Quindi le amministrazioni comunali, sanno ormai che tocca ad esse spendere per proteggersi contro i miasmi del corso d'acqua, perche' nessuno piu' eliminera' quelle connessioni provvisorie. Pero' le acque che presto o tardi i comuni devono eseguire per l'igiene pubblica, non potrebbero venire addossate in adeguata misura ai responsabili degli inquinamenti?.
 
Un'opera di regolazione del fiume a sud di legnano
 
E' nota a tutti nella zona percorsa dal fiume che questo mansueto corso d'acqua, quasi annualmente diventa turbolento nei periodi di forti piogge, perche' nel giro di poche ore cresce di portata, sorpassa gli argini naturali, invade talvolta le campagne e quasi annualmente anche le cantine delle zone piu' basse della citta'.
Nel settore di Legnano, per evitare tali iettature, sebbene non fossero molto frequenti, si procedette naturalmente dapprincipio con arginature in opere di terra o di cemento, ma in generale il problema non era solo quello di arginare, perche' l'innalzamento seppure temporaneo delle acque, impediva la recezione nel letto del fiume, delle acque superficiali di scolo dei terreni e delle fognature.
Si affaccio' quindi il bisogno di contenere l'innalzamento del livello nell'ambito della citta', sia aumentando la capacita' di invaso dell'alveo del fiume con l'allargarne i margini, sia riducendo la resistenza di passaggio lungo questo suo percorso, sopprimendo alcuni tratti tortuosi e rendendo il decorso sempre piu' prossimo al rettifilo.
Siccome tutti questi miglioramenti avrebbero causato durante i periodi di magra un forte abbassamento del pelo liquido (col che non si sarebbe piu' potuto irrigare i terreni di utenti  che ne avevano diritto) , divenne necessario eseguire un'opera regolatrice automatica del livello del fiume ( e fu eseguita nel 1940) onde tanto in amgra quanto in piena, mantenga un livello di acqua quasi costante.
Tale necessita' corrispondeva a tre principali capisaldi:
1) Assicurare ad ogni epoca la possibilita' di prelievo d'acqua da parte delle bocche irrigatorie, che costituiscono antichi diritti dei consorziati (Mugnai, industriali, proprietari di terreni).
2) Impedire gli innalzamenti di livello che disturbavano gli scarichi stradali e delle case in genere gia' detti.
3) In via igienica evitare che nei periodi di magra il letto sudicio emerga creando situazioni igieniche insopportabili.
Il risultato di tale opera regolatrice, basato sull'adozione di una grossa paratia metallica a segmento di circolo nel bel mezzo di un'opera di muratura creata a valle del fiume, fu soddisfacente per Legnano, pur non essendo risultata automatica come era previsto.
Naturalmente e' premessa indispensabile per una tale applicazione, che non vi siano ne mulini, ne turbine idrauliche, nel tratto reso a livello costante e che diritti preesistenti venissero risolti con trattative singole.
L'applicazione di tale regolazione fu contemporanea alla eliminazione di quella grande ansa, che percorreva il fiume di fronte al vecchio cimitero del 1800, a nord della Madonna delle Grazie, la quale ostacolava il deflusso durante le piene.
Coll'assorbimento progressivo dei terreni agricoli del pianoro a Sud-est del castello da parte dell'edilizia, va spegnendosi il bisogno di irrigazione nella zona e le diverse roggette attinte dalle bocche sul disegno del 1772 sono infatti gia' scomparse. La stessa paratia, automatica o meno, si avvia a rappresentare fra anni una utilita' solo per gli stabilimenti che aspirano l'acqua per scopi secondari, e, nei riguardi della cittadinanza, per lo scopo igienico gia' detto.
Inutile pensare che le sistemazioni che legnano faceva per salvaguardarsi dalle piene non dovessero ripercuotersi sulle utenze sottostanti. Ed infatti quelli se ne lamentano e la fotografia che riproduco, scattata qualche anno addietro presso il mulino Cozzi Montoli che trovasi a 1,5 Km. sotto il castello, mostra che il fiume ha urgente bisogno di venire dragato nei punti piu' nevralgici.
Questo mulino non e' del gruppo "Legnanese" come gia' dissi nell'introduzione; faccio un piccolo strappo al mio assunto per contraccambiare alla cortesia con cui il signor Montoli comproprietario ed ottimo fotografo, volle procurarmene la fotografia.
Possiede Tre palmenti e un buratto; ad ogni palmento corrisponde un braccio girevole in legno, per il sollevamento della macina, per le rimartellinature o riparazioni. Esso e' contiguo ad altro mulino Montoli, che ha subito un completo ammodernamento anche del plafone. Una modernizzazione lodevole che, in contrasto con la staticita' dei mulini superstiti della zona, sorprende graditamente il visitatore.
 
 
 
 
 

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