lib1416-battaglia di Legnano

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lib1416-battaglia di Legnano
 
Contents
1 Battaglia
2 La Battaglia
3 La Battaglia
4 Battaglia 1
5 Battaglia 2
6 Batàia de Legnà
7 Manifestazioni di rito
8 La sagra del carroccio
9 IL BARBAROSSA
10 Campagne di Legnano - A.D. 1176
11 Raccolta
12 C'era una volta al Castello
13 I cavalieri del medioEvo
14 La battaglia di Carcano   (castello di Bellusco)
 
 
    parole
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1 Battaglia

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Battaglia
 
La battaglia di Legnano e il problema del confine meridionale del Seprio
 
 
Abbiamo accennato nel capitolo precedente all'importanza della posizione di Legnano, vedremo ora nel quadro degli importanti avvenimenti svoltesi nella seconda meta' del secolo XII°, quale sia stato il suo peso. A quest'epoca, vale a dire dall'inizio del secolo XII° in poi, il rapporto tra citta' e campagna si andava facendo sempre piu' stretto; da un lato l'autorita' spirituale dell'arcivescovo, la cui potenza temporale era divenuta ormai grandissima, creava un forte legame ideale, dall'altro il progressivo decadere dell'autorita' comitale aveva  per contrappeso contribuito all'affermarsi di quella di tutti coloro che nel contado possedevano benefici, regalie, decime, castelli, case e terre. Per la maggior parte, questa classe era costituita da cittadini milanesi, spesso divenuti forzatamente tali per volonta' del comune cittadino.
Se di fatto il controllo del comune sul contado veniva esercitato in queste forme, non meno chiaro e' il contenuto economico che stava alla base di questo rapporto: per una citta' come Milano, popolosa ed in pieno sviluppo commerciale ed artigianale, i problemi principali erano costituiti dall'approvvigionamento di vettovaglie e di materie prime e dalla necessita' di mantenere aperto uno sbocco per i propri prodotti. Risulta quindi evidente l'importanza che la citta' annetteva al dominio dei territori circostanti, non tanto come fonte primaria  dell'approvvigionamento della citta', quanto per la possibilita' che esso offriva di controllare strade e vie d'acqua, per mantenere aperto quel complesso gioco di rapporti commerciali, che era la ragione stessa della vita di Milano.
Appariva percio' essenziale dal punto di vista della citta' il controllo diretto delle regalie specie per quanto concerneva dazi, pedaggi, diritti d'acqua e simili, che, gravando sul prezzo delle materie prime e dei prodotti finiti, rallentavano ed ostacolavano il commercio milanese. Le regalie pero' erano importanti anche per l'imperatore che si vedeva sfuggire di mano dazi, pedaggi, teloneo, ripatico, zecche, censi, tutte fonti notevoli di introito, proprio in un momento in cui la sua complessa politica rendeva difficile la situazione finanziaria nel regno di Germania.
Questo lo sfondo economico di una situazione che si faceva  sempre piu' tesa, finche' si giunse, durante la seconda discesa di Federico Barbarossa nel 1158, all'emanazione, alla dieta di Roncaglia, della "costitutio de ragalibus" con la quale l'imperatore, con l'appoggio delle teorie elaborate dalla scuola giuridica bolognese, avocava a se tutte le regalie che non fossero gia' state legalmente concesse.
Di fronte a questa situazione, Milano si trovo' costretta a reagire apertamente per la sua stessa sopravvivenza, rifiutando nel 1159  l'imposizione di un podesta' imperiale e attirandosi cosi' la condanna imperiale, il 16 aprile 1159.
Frattanto, la tecnica adottata dall'imperatore per far cadere Milano aveva gia' cominciato a delinearsi con una prima incursione nel territorio milanese avvenuta nel 1158G. L. Barni - La lotta contro il Barbarossa, in Storia di Milano, IV, 1954 pag 34., che aveva toccato il Seprio e la Martesana. Si erano avuti il taglio delle viti e degli alberi, saccheggi e incendi nelle ville, distruzioni dei muliniIn quest'epoca i mulini avevano una grande importanza: il loro possesso era intimamente connesso con quello delle terre coltivate a grano, che era impossibile sfruttare senza di essi. Di conseguenza, per il loro possesso economico e sociale, furono oggetto di accaparramento da parte delle sfere dominanti e furono, in caso di guerra uno dei primi obiettivi da conquistare ed, eventualmente, distruggere. Il Barbarossa appunto, distruggendo i mulini insieme ai raccolti, contava certo di provocare una carestia. La Valle Olona, disseminata di mulini fu probabbilmente colpita e forse per questo stesso motivo l'imperatore torno' a devastarla due anni dopo. .Il Barbarossa, considerato che, per la potenza di Milano, non poteva tentare un attacco diretto, intendeva probabilmente provocare una grave carestia nel suo territorio ed isolarla poi, tagliando la strada dei rifornimenti da parte degli alleati.
La stessa tecnica fu seguita dall'imperatore due anni dopo: ecco il racconto dell'anonimo autore delle Gesta Federici I Imperatoris in Lombardia, che va sotto il nome di Sire Raul: "Postea autyem medio mense Madii imperator cum exercitu suo iterum devastavit blavas et Legumina et linum Mediolanensisium et Medilio usque Vertemeate ab illa parte Lambri; et inde rediens per alia loca, devastavit Veiranum et Brioscum, Legnianum et Nervianum et Pollianum et venit usque adVenzagum et Raude pridie Kal Inmii; ubi cum ibat omnes arbores fructum portantes aut incidebat aut decorciabat"Gesta Federici I° Imperatoris in Lumbardia auctore cive Medialanensi, in "scriptores rerum Germanicarum in usumscholarum ex Monumentis Germaniae Historicis recusi", pag 40; cfr. A. Marinoni, Ricostruzione storica e topografica della battaglia di Legnano, in "Legnano", anno 3 - 1957, n. 2 pag. 3 e seguenti.
A questo punto pero' i Milanesi minacciati da troppo vicino, uscirono con il carroccio incontro ai nemiciE' in questa occasione che fanno la loro prima comparsa i carri falciati nell'esercito milanese, descritti dal Fiamma insieme ad altri particolari decisamente favolosi della battaglia di Legnano. Ecco cio' che dice il Gesta Federici a pag. 40 "Cum carocero et aliis plaustrellis centum - quae Guintelmus fecerat, que quasi ad modum scuti facta fuerunt in fronte; in giro erat circumdata precidentibus ferris facti de falcibus tradariis..." cfr. Giulini P. IV pag. 198 199. Probabilmente questo passo collegato erroneamente dal Fiamma con altre testimonianze, conflui' nel suo confuso racconto della battaglia: cio' non smentisce ne' conferma allo stato attuale della documentazione la presenza di questo tipo di carri al celebre fatto d'armi. che si ritirarono piegando da Bareggio a Morimondo, attraverso il Ticino fino a Pavia.
Legnano e' quindi interessata alla guerra solo indirettamente, subendono cioe', insieme a tutta la campagna milanese, le conseguenze negative; tuttavia dal breve passo citato sopra possiamo intravvedere chiaramente l'itinerario seguito dall'imperatore per entrare nel milanese e il fatto stesso  che da Briosco sia passato a Legnano, invece di puntare su Milano, dimostra che il nostro borgo costituiva da Nord uno degli ingressi piu' comodi verso la citta' oltrepassando il quale non si incontravano ulteriori gravi difficolta' ne' resistenze. Le devastazioni imperiali si ripeterono l'anno successivo, stringendo sempre piu' dappresso la citta', addirittura nel raggio di 10 15 miglia, attorno ad essa: la conseguenza fu un aggravarsi della carestia provocata dalle incursioni precedenti. L'imperatore completo' allora il proprio piano chiudendo le strade dei rifornimenti alleati da Piacenza e da Brescia: all'inizio del marzo 1162 Milano si arrese a discrezione e poco dopo subi' la famosa distruzione.
A questo punto il governo della citta' e il suo contado passo' nelle mani di alcuni podesta' di nomina imperiale, il primo dei quali fu Enrico, Vescovo di Liegi, il "Gesta Federici" a proposito del suo Vicario Pietro da Cumino dice: "... tulit omnibus Mediolanensibus ex  id est a Busti Garulfi et a Legniano, et Seviso infra..." In questo modo esso ci da' un'idea abbastanza precisa di quale potesse essere il confine meridionale del Seprio, assai piu' di quanto non faccia il trattato di ReggioGli atti del Comune di Milano fino all'anno 1216, a cura di C. Manaresi, Milano 1919, n. CXLVIII., che stabilisce due soli punti, assai distanti tra loro cioe' Padregnano e Cerro di Parabiago, restando per il resto assai nel vago. Esiste anche una fonte di informazione indiretta che possiamo sfruttare, pur conoscendo le difficolta' ed i pericoli connessi a questo tipo di indagine. Lo studio dei dialetti locali, fatto dal MarinoniA. Marinoni - I dialetti da Saronno al Ticino, in "Panorama storico dell'alto Milanese", Busto Arsizio 1957, pagg. 47 80. mostra chiaramente come le parlate di Busto Arsizio e Legnano siano  caratterizzati dal alcuni fenomeni tipicamente liguri. Le vocali finali delle parole latine (tempu, orbu-, lacte, gente) sono scomparse in tutta la Gallia, nel Piemonte, Lombardia e Emilia Romagna, ossia nei territori di sostrato storico ( temp. orb, lac o lait, gent) sono rimaste invece in liguria e nel distretto di Busto Legnano. L'isoglossa di questo fenomeno coincide singolarmente col confine meridionale del Seprio. Un secondo fenomeno comune ai dialetti liguri e a quello delle pievi di Busto e Dairago riguarda il dileguo di - r - intervocalica (Uona, ua, uegi, invece di Urona, ura, uregi) ma non tocca la pieve di Legnano. Ritiene il Marinoni che il primo fenomeno, piu' antico, risalga ad un tempi in cui i paesi della parte meridionale del Seprio mantenevano stretti rapporti tra loro e formavano una comunita' linguistica compatta; il secondo, piu' tardo, deve essersi verificato quando tra Legnano e Busto si era gia' aperta una frattura  con la conseguenza di dare origine ad un'accentuata rivalita'.
Concludendo si puo' quindi sostenere che il suddetto confine seguisse probabilmente, la linea Padregnano - Busto Garolfo - Legnano - Cerro - Seveso. Resterebbe da stabilire a questo punto se Legnano, che, come abbiamo visto, era sul confine, si trovasse dal lato del Seprio o da quello di Milano: impossibile dare una risposta esatta, dal momento che anche la frase citata "..a Legnano .. infra ..", risulta piuttosto sibillina, tuttavia io la interpreterei nel senso di "..partendo da Legnano .. in giu'..." includendo quindi in nostro borgo nel contado di Milano. Questa ipotesi sarebbe suffragata dalla costatazione dello stretto legame che uni' sempre Legnano a Milano, mentre i suoi rapporti con il Seprio furono sempre assai tiepidi, e dalle risultanze filologiche che ho accennato piu' sopra. La situazione di coloro che avevano proprieta'  nella campagna milanese durante il periodo di governo dei podesta' imperiali non fu certo felice: dapprima il Vicario del vescovo di Liegi, Pietro da Cunin o da Cumino, confisco' a tutti coloro che abitavano nel territorio di sua giurisdizione "duas partes tertii et ficti et quartam partem fructuum proprio vomere quesitorum, castanearum et nucum et feni tertiam partem".
A Pietro da Cumino successe come vicario Federico maestro delle scuole, forse anch'esso di Liegi; piu' tardi alla morte del vescovo di Liegi gli successero dapprima Marcoaldo da Grumbac con cinque luogotenenti ed in seguito Enrico di Disce.
Tutti costoro sottoposero la citta' e il suo contado a nuove misure vessatorie. Il 7 giugno 1164 fu stabilito secondo il Gesta Federici, il tributo annuale: "..id est ut unusquisque in anno solveret promanso soldos tres imperialium, pro iugo bovum imperiales XXII, pro foculari denarios XII" Si tratta cioe' di una imposta reale, sui mansi, di una imposta sugli strumenti di lavoro, cioe' i buoi, e di imposta personale per il fuoco. Quali conseguenze potessero avere misure di genere no e' difficile immaginare,, soprattutto se si pensa che gravavano su un territorio che aveva gia' subito a piu' riprese devastazioni, incendi, saccheggi e carestie. Ma certamente coloro che risentirono di piu' di questa situazione non furono i rustici ma i cives, erano essi infatti che l'imperatore c desiderava colpire. mentre nei confronti dei rustici aveva certamente un atteggiamento piu' conciliante, per danneggiare anche con questo mezzo, i domini cittadine l'economia milanese. Forse i cives furono costretti a fare concessioni ai rustici, mentre, contemporaneamente, questi vedevano richiesti ai loro domini prestazioni, delle quali essi erano da tempo esenti.
Tutto cio' probabilmente contribui' a suscitare nei rustici l'illusoria convinzione di essere ormai parificati nei diritti ai cives e certamente diede un notevole impulso alle nascenti istituzioni comunali autonome. Si era venuta cosi' a creare nel contado una situazione irregolare, cui si tento' porre rimedio successivamente, quando Milano, ricostruita, ebbe ripreso il controllo del contado e dei rusticiG. L. Barni - Cives e rustici a Milano ... secondo il Liber Consuetudinum Mediolani in "rivista storica Italiana", 1957, Fasc. I, pagg 5 - 60. ma l'evoluzione era gia' avviata e, anche se i suoi risultati non furono immediati ed evidenti, fu possibile solo arginarla momentaneamente.
Comunque la posizione di Milano, che si trovava ormai da tempo al centro della rete economica e commerciale che avvolgeva gran parte dell'Italia Settentrionale, porto', per impulso spontaneo, ad un'alleanza tra numerose citta' la cui conseguenza immediata fu la ricostruzione.
Il  fatto stesso che i Comuni alleati sapessero benissimo che, cosi' facendo, avrebbero sfidato l'ira imperiale e, nel contempo, restituito a Milano la sua posizione egemonica dimostra che, come essa non poteva vivere avulsa da un certo contesto territoriale, cosi' le altre citta' necessitavano di un certo equilibratore della propria vita economica e riconoscevano spontaneamente a Milano questa funzione. Fu proprio questa stretta interdipendenza economica  che porto', lungi da qualsiasi visione nazionalistica, a quell'epoca assolutamente inconcepibile, a quella alleanza cui e' legata la tradizione del giuramento di Pontida, non documentata storicamente, ma accettabile se vista in questa diversa luceIn realta' alla base della lega ci fu proabilmente un accordo, accompagnato da un giuramento, fatto non infrequente in questo periodo. Il dubbio sorge a proposito del luogo, cioe' Pontida,e della data. dei quali non abbiamo alcuna testimonianza diretta. D'altra parte il silenzio delle fonti, se non prova che il giuramento avvenne effettivamente a Pontida, non puo' neppure provare il contrario, mentre il Corio, Storia di Milano, 1855, vol. I°, pag 247 e seguenti, che e' il primo a parlare dell'avvenimento, deve pure avere avuto qualche motivo per indicare quella data e quel luogo preciso, anche se e' ovviamente impossibile per noi conoscerlo; Inoltre il Corio attibuisce una parte di primo piano in tutta la vicenda del giuramento a Pinamonte di Vimercate, che ebbe effettivamente importanti funzioni politiche a Milano in questo periodo e che sembra aver avuto qualche legame personale con Pontida cfr. D.P. Lunardon, Il giuramento di Pontida, Pontida, 1967 pag. 25 53. La tradizione del giuramento di Pontida anche se non appare dunque, del tutto infondata, resta tutttavia, almeno allo stato attuale della documentazione a livello di tradizione.
A questo punto si era ormai giunti alla stretta finale fra i comuni e l'imperatore, il quale, nel settembre del 1174, era disceso per la quinta volta in Italia e dopo essersi invano portato ad assediare Alessandria  aveva avviato con i Comuni i preliminari di pace a Montebello.
Alla ripresa delle ostilita' dovuta al mancato accordo su alcuni punti del trattato da stipularsi, Federico si trovava impreparato avendo gia' licenziato parte delle truppe: gli vennero allora in aiuto gli arcivescovi di Colonia e Magdeburgo che scesero attraverso la Svizzera a Como, dove li raggiunse l'imperatore, che si trovava a Pavia.Annales Colonienses Maximi - M:G:H: "Scriptores", tomo XVIII, pag. 708
La situazione ora volgeva a danno di Milano, nel momento che nella Lega si erano nuovamente insinuate diffidenze e rivalita', che, momentaneamente tacitate dalla potenza milanese, al ritorno dell'imperatore si erano mutate in aperte defezioni; inoltre in Romagna si trovava l'esercito di Cristiano di Magonza ed un suo eventuale ricongiungimento con il corpo di spedizione appena disceso dalla Germania avrebbe dato il colpo di grazia alla rinata potenza milanese. Occorreva pertanto impedire che l'imperatore riprendesse la via di Pavia e ancor piu' assicurarsi che non tentasse una diversione verso il territorio milanese riprendendo la tattica di cui si era servito per fare cadere Milano.Romualdo da Salerno gli attribuisce appunto questa intenzione: "et simut cum illis (le truppe appena giunte dalla Germania) versus partes Mediolani ad divastandum eorum segetes, ire disponebat" Romualdi Salercitani, "annales", in M_G_H_, SS., Pagg. 441 442.
Considerati tutti questi fatti i milanesi scelsero con calma il luogo dove attestarsi nell'attesa dell'imperatore, che fu appunto legnano; non si tratto' infatti di un precipitoso accorrere nel punto piu' direttamente minacciato, ma di una scelta fatta con calma e attuata mediante una marcia normale di trasferimento.
Il Corio dice addirittura che il primo corpo di spedizione lascio' Milano il 24 maggio, vale a dire 5 giorni prima della battaglia, andando forse ad attestarsi nel castello, che come abbiamo visto esisteva gia' da tempo in Legnano. Secondo Gesta Federici "cum dicebatur quod essent apud Belinzonam, fabulosam videbatur..." vale a dire che i milanesi erano convinti che il nuovo esercito disceso dalla Germania fosse ancora talmente lontano da ritenere infondate le notizie secondo cui si trovava a Bellinzona; inoltre, sempre secondo il suddetto Gesta, solo una parte dell'esercito si trovava gia' a Legnano, mentre alcuni corpi erano ancora in marcia ed altri, tra cui la fanteria di Verona e Brescia, erano addirittura ancora in Milano.
Tutto cio' dimostra l'importanza attribuita a Legnano sia per la sua posizione naturale allo sbocco della valle Olona, sia perche' si  trovava sul confine del Contado del Seprio, che i milanesi avevano fondati motivi di ritenere infido. Infatti l'imperatore da Como si era trasferito a Cairate, appunto nel Seprio, senza che i milanesi ne avessero il minimo sospetto. D'altra parte neppure Federico si aspettava che il grosso dell'esercito milanese si trovasse a Legnano e intendeva prendere la via che, dalla Cascina Buon Gesu', cascina Borghetto e Mazzafame, lo avrebbe condotto al Ticino, all'incirca seguendo il confine del Seprio, senza quindi entrare nel territorio milanese.
Cio' spiega perche' i cronisti di parte imperiale parlino tutti di un agguato dei milanesi i quali in realta' erano rimasti sorpresi quanto loroAnnales Colonianses Maximi, in M:G:H:SS: XVIII, pag. 789 "... interea Mediolanenses et Veronenses ceterique Longobardi, collecto immenso exsercitu, cumis appropinquabant, ut novum exercitum tamquam ex itenere fessum belloappeterent et optimerent. Quod cum imperatori per exploratores certius innotuisset et a quibusdam suaderetur ut tantae multitutini ad tempus cederet et bello abstineret, indignum jjudicans imperatoriae maiestati hostibus terga dare, assumptis his que de civitatae erant, et his qui cum archiepiscopo venerant, hostibus viriliter occurrit"Gotifredi Viterbensis, Gesta Federici, in M:G:H: SS. XXII pag. 985 989 "Alpibus abiectis exsercitus exilit ultra; ignorant equites ubi parta pericula surgant, et quia nescierant miles inermis erat. Vix ibi quinquentos equites ad bella retentos noveris inventos reliquos se signo clientes".
 
Dalla somma delle testimonianze si possono ricostruire con una certa precisione le tre fasi successive della battaglia: in un primo tempo i milanesi ed i loro alleati che si trovavano a Legnano inviarono settecento cavalieri in perlustrazione, forse avvisati dall'avvicinarsi del nemico o attirati da qualche movimento sospetto. Costoro sbucando da un bosco si trovarono di fronte trecento cavalieri imperiali, con grande sorpresa di entrambe le parti; ne segui' una breve scaramuccia nella quale ebbero dapprima la meglio i milanesi.
Sopraffatti pero' ben presto dal sopraggiungere dall'intero esercito imperiale tentarono di ripiegare verso il Carroccio, che, con la fanteria e con il resto della cavalleria, si era frattanto attestato nel punto piu' opportuno; ma incalzati dagli imperiali continuarono la loro fuga verso Milano, trascinando con se' alcuni reparti di cavalleria che si trovavano presso il Carroccio, riunendosi poi alle truppe che si stavano trasferendo da Milano a Legnano e tornando indietro insieme a loro.Cardinale Bosone, Vita di Alessandro III, in Liber Pontificalis, edito da L. Duchesne, Parigi, 1982, II, pagg. 432 433. "Tunc premiserunt septigentos milites armatos versus Cumas, ut scirent qua parte veniret potentissimus er fortissimus eorum adversarius. Quibus per tria fere miliara profocoscentibus, trecenti Alamannorum milites obviaverunt, quorum vestigia F. cum tto exercitu sequebatur, accinctus ad prelim commitendum. Nec mora, hostes vehementer in hostes insiliunt.. sed ubi gravior moltitudo principis supervenit, Lombardorum milites inviti terga dederunt et ad carrocium Mediolanensium fecere configium exoptantes, non potuerunt a facie persequenti ibidem remanere, set cum requa fugentium multitudine ultra carrocium per dimidium miliare coacti sunt fugere".Romualdi Salernitani, ".. Imperatori obviamire ceperunt. Cumque exeuntes quoddam nemus, ex insperato imperatori, qui militares acies iam ad bella paraverat, subito occurissent, cum illo ceperunt habere conflictum. Sed quia non multi adhuc de Lumbardis convenerant, primo sunt ab imperatore in fugam conversi"Gesta "... Mediolanenses obviaverunt ei cum suprasciptis militibus inter Borxanum et Bustarsitiu; et ingens proelium inchoatum est. Imperato et milites qui erant ex una parte iuxta carocerum fugavit, ita quod fere omnes Brixienses et de ceteris magna pars fugerunt usque mediolanum, et pars magna de mediolanensibus".
 
 
A questo punto l'imperatore, che poteva scegliere se ritirarsi e riprendere tranquillamente la propria via verso il Ticino o attaccare subito, forzando il blocco milanese e aprendosi la strada per Milano, opto' per la seconda possibilita', forse ritenendo che la fanteria e i pochi cavalieri non fossero in grado di opporgli una valida resistenza. In realta' le cose andarono diversamente, benche' le fanterie e il Carroccio fossero troppo lenti entrambi per potersi spostare di fronte all'incalzare dell'esercito nemico, giunto, come vedremo poi, da posizione ad essi sfavorevole. Le fanterie circondavano il Carroccio, formando con gli scudi un muro da cui sporgevano lance, contro il quale si infransero i ripetuti assalti nemici.Gesta pag. 63 "Ceteri steterunt iuxta carocerum cum peditibus mediolani viriliter pugnaverunt" Romualdi Salernitani, Annales pagg. 441 "Pedites vero mediolanenses, cum paucis militibus, qui circa carruciam erant, fugere non valentes, simul conglomerati, stare ceperunt. Imperator autem videns Lombardos milites aufugisse, pedestrem multitudinem, quae remanserat, credidit facile superare. Cumque congregata sua milicia super eos vellet irrumpere, illi oppositis, clipeis et porrectis astis ceperunt eorum furori resistere, et ad se venientes animose repellere"
Quando infine i reparti imperiali cominciavano ad accusare la stanchezza per il vano e lungo combattimento e anche i milanesi erano stremati, piombarono in campo le schiere, che gia' al mattino erano in cammino verso legnano unitamente ai reparti di cavalleria fuggiti al primo urto: cio' da un lato diede agli imperiali l'impressione che l'esercito della Lega disponesse di schiere nascosteOttoni Episcopi Frisigensis, Chronicon, M:G:H:SS., XX pag 316 "Itaque cesarianis alacriter preliantibus ac iam de victoria sperantibus, acies Brixiensum ininsidiis ad subsidium collocata, repente erupit, exercitunque Cesaris a latere irrumpens disiunxit, ipsumque multis captis vel occisis fugere coegit"Gotifredi Viterbensis, Gesta Federici "Occultas acies callida turba gerit"Romualdi Salernitanu, Annales, pag 441-1 "Cumque conflictus aliquandiu perdurasset, Lombardi qui fuggerant, resumptis viribus, et alii qui de novo venerunt sociati ad pugnam sunt animose reversi et simul cum suis peditibus super imperatoris exercitum impetum facientes, ipsum in fugam unanimiter converterunt"
 
dall'altro contribui' forse a creare la leggenda dei cavalieri della morte, guidati da Alberto da Giussano, raccolta dal FiammaG. Fiamma - Manipulus Florum - De mirabili pugna et victoria Mediolanensium in RR. IISS., XI, pag. 650; Chronicon majus-Sotietas de la Morte in G. Fiamma, Chronicon extravagans et chronicon Majus editum ab Antonio Ceruti, pag. 718circa 150 anni dopo.
In realta' questo assalto improvviso dei reparti di cavalleria fu veramente quello che ha deciso la battaglia ed e' incomprensibile che intorno ad esso si sia creato un alone di leggenda; inoltre questa esaltazione della cavalleria a scapito della fanteria, che aveva di fatto sostenuto tutto il peso della battaglia, corrisponde anche a un fatto sociale. Benche' non sia comunque escluso che vi fosse un corpo speciale per la difesa del Carroccio, il Fiamma e' talmente confuso nel racconto della battaglia,In realta' egli si limita a narrare i preparativi della battaglia, l'uscita trionfale da Milano e il miracolo delle tre colombe, che, uscite dall'altare dei martiri martirio, Sisinio, e Alessandro, andarono a posarsi sull'antenna del carroccio. Inoltre parla di due battaglie: una combattura a Cairate nel 1176 e l'altra a Legnano nell'anno successivo.che e' impossibile discernere quale grado di veridicita' si possa attribuire alle sue affermazioni.
Comunque da questo momento in poi tutte le testimonianze concordano nell'asserire che l'esercito subi' una rotta rovinosa. L'imperatore, caduto da cavallo e creduto a lungo morto, ricomparve alcuni giorni dopo a Pavia, mentre i suoi, inseguiti fino al Ticino furono in parte uccisi o fatti prigionieri, in parte annegarono nel fiume.
Vedremo ora di localizzare, sulle basi delle fonti dell'epoca, quale sia stato precisamente il teatro della battaglia. Dal gesta sappiamo che "postea vero 1176 quarto Kal. Iunii, die sabbati, cum essent Mediolanenses iuxta Legnanum" e che "Mediolanenses obviaverunt ei cum suprascriptis militibus inter Borxanum et Busti Arsitium, et ingens prelium inchiatum est". L'apparente contraddizione e' chiaramente spiegabile se si ammette che la battaglia si sviluppo', come abbiamo spiegato sopra, in tre successive fasi la prima delle quali si svolse appunto tra Borsano e Busto Arsizio, mentre il Carroccio si trovava tuttavia presso Legnano. La causa dell'esplorazione dei settecento cavalieri della Lega in quel luogo preciso, cioe' all'incirca all'altezza della cascina Borghetto, fu forse il dubbio originato dal fatto che il nemico da Fagnano poteva discendere lungo la Valle Olona o tagliare direttamente verso Busto Arsizio sbucando in questo punto.
 
Il Carroccio comunque come il resto dell'esercito si trovava "iuxta Legnanum", lo dice esplicitamente il Gesta, lo confermano le distanze indicate dal Cardinale Bosone secondo il quale il luogo dello scontro si trovava a 15 miglia da Milano, distanza comunemente indicata come intercorrente tra Legnano e Milano anche nei secoli successivi, e la fuga degli imperiali verso il Ticino si protrasse per otto miglia, vale a dire poco piu' di 14In realta' la distanza tra legnano e il ticino e' leggermente superiore, ma e' probabile che gli imperiali si siano lentamente ritirati, perdendo terreno, prima che la loro fuga si tramutasse in rotta rovinosa.chilometri. Accertato che la fase principale della battaglia si svolse appunto presso legnano, resta da stabilire il punto preciso: considerato che la via che collegava Legnano a Milano a quell'epoca toccava Rho, Vanzago, Pogliano, Nerviano, Parabiago, Canegrate e infine legnano, il Carroccio essendo "iuxta Legnanum" doveva trovarsi appena prima o dopo il borgo, dal momento che sarebbe stato un assurdo tattico allontanarlo troppo lateralmente da questa strada su Milano, lasciandola completamente aperta. Abbiamo alcuni elementi che ci aiutano ad inquadrare con precisione la localita': innanzi tutto occorre tenere presente che in legnano esisteva un centro fortificato e cosi' pure era presente un elemento di architettura militare circa l'altezza dell'attuale confine tra legnano e Castellanza, il luogo ideale doveva quindi trovarsi tra questi due punti di forza, giusto allo sbocco della valle Olona, da cui era atteso il nemico. Inoltre secondo il Cardinale Bosone sopracitato la distanza che intercorreva fra il punto in cui era attestato il carroccio ed il luogo del primo scontro era di circa tre miglia.
Dalla somma di tutti questi elementi la localita' in cui piu' probabilmente si svolte la battaglia, risulta essere la zona di San martino, poco oltre legnano in direzione di Castellanza. Con questa supposizione concorderebbe anche la frase degli Annales Colonienses Maximi, che appare a tutta prima inspiegabile. Secondo gli annali Milanesi "Grandi fossa exercitum suum circundederunt" per impedirgli di fuggire: probabilmente i milanesi avevano alle loro spalle un ripido scoscendimento, che fu dal cronista scambiato per una fossa, sulla base di un confuso ricordo del teatro di battaglia. Appunto San martino si trovava sul declivio costituito dalla sponda destra della valle Olona: si tratta cioe' di un punto nel quale l'esercito della Lega, che attendeva il nemico dalla valle Olona avrebbe potuto facilmente difendersi. Nella realta', essendo sopraggiunto il nemico dalla direzione contraria, cioe' dalla cascina Borghetto, i Milanesi si trovarono questo avvallamento alle spalle e se ne servirono, forse, egualmente per impedire un aggiramento. Un'altra prova che la Battaglia si svolse  effettivamente, nella sua fase centrale, presso S. Martino e' la direzione di fuga degli imperiali che si volsero verso il Ticino. Cio' sarebbe inspiegabile, perche' almeno i Comaschi avrebbero dovuto fuggire verso la loro citta', se non si ammettesse che l'esercito della Lega aveva loro chiuso la via della ritirata verso Como e verso il Seprio, che cominciava in quel punto, lasciando come unica alternativa il fiume. Tutto cio' sta a dimostrare che la battaglia in realta' gravito' veramente su legnano, base logistica, base di partenza per l'attacco, punto di riferimento e terra da difendere a qualunque costo se si voleva impedire l'ingresso dell'imperatore nel milanese.
Questa importante vittoria militare non ebbe pero' un seguito politico altrettanto brillante, dal momento che subito rinacquero le discordie all'interno della lega e lo stesso pontefice Alessandro III° per rinsaldare la propria posizione a Roma, si affretto' a stabilire con Federico preliminari di pace. La lunga contesa si chiuse quindi con la pace di costanza nel 1183 che si limito' in realta' a sancire uno stato di fatto che durava ormai da molto tempo, concedendo alle citta' le regalie e il rispetto delle proprie consuetudini. Ad essa fece seguito, l' 11 febbraio 1185 il trattato di ReggioG. L. Barni - La lotta contro il Barbarossa, pag. 122col quale l'imperatore concesse a Milano in cambio di un censuo annuo tutte le regalie nei contadi di Seprio, Martesana, Bulgaria, Lecco, Stazzona. Per il Comitato del Seprio esso indica che i confini,"... Scilicet per hos fines, a lacu majori, sicut pergit flumen Ticini usque Padrignanum et a Padrignano usque Cerrum de Parabiago, et a Parabiago usque ad Cronum et a Caronno usque ad flumen Sevisi et a Seviso usque ad flumen Trese et sicur Tresa refluit in predicto Lacu Majori..." Gli atti del Comune di Milano fino all'anno 1216, n. CXLIII.che pero', almeno dal lato meridionale, sono esposti in termini abbastanza vaghi. Di conseguenza in base all'affermazione di Sire Raul per l'anno 1163 e in considerazione della posizione chiave, rappresentata da Legnano durante la guerra con il Barbarossa, possiamo accettare la definizione della linea di confine, almeno per questo torno di tempo, quale l'avevamo indicata piu' sopra appunto a proposito delle parole del Gesta Federici.
Da questo momento Milano, che aveva gia' reso vassalli i contadi limitrofi, li annette' direttamente, non tollerandovi piu' alcuna forma di autonomia. Tuttavia l'atavica avversione del Seprio per la potente citta' vicina e' ben lungi dall'essere sopita e si ridestera', in forme piu' o meno violente, tutte le volte che la situazione a Milano si fara' incerta e vi nasceranno dei torbidi. In tutti questi casi legnano ritrovera' l'importanza che le viene dalla propria particolare posizione e fara' specchio fedele della situazione di Milano, passando di volta in volta nelle mani del dominatore della citta' finche' la signoria viscontea, non la ridurra' al rango di piccolo borgo rurale, destituito ormai da qualsiasi importanza.
 
 
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2 La Battaglia

 
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La Battaglia
 
 
Fa mestieri ridire l'origine della guerra fra i Milanesi e l'Imperatore Federico? Erano due forse opposte: vi erano da una parte i cittadini riunitisi nei Comuni, dall'altra l'Imperatore che pretendeva di avere ereditato il diritto dell'antico romano impero su tutto il mondo sconosciuto.
Per la nostra sventura i Comuni erano in guerra tra loro. Milano, potente per ricchezze e per esteso dominio, era in lotta con pavia, con Como, con Lodi; e due uomini di quest'ultima città' si recarono, nel 1153, alla dieta di Costanza, per domandare a Federico I, detto barbarossa, dal colore della barba, protezione contro Milano, Giova aggiungere che i cittadini lodigiani nulla sapevano di quanto i due avevano fatto: e che quando tornarono a casa, li cacciarono in bando.
Ma Federico, che aveva animo smanioso di avventure e si credeva destinato a riunire tutte quante le terre dell'orbe sotto il suo scettro, accolse volenteroso l'invito. Già' aveva egli imposto a tutti i suoi vassalli di mettere l'aquila nera - derivazione bastarda dell'aquila romana - negli stemmi: e non e' superfluo ricordare che l'aquila della casa di savoia, cantata da Carducci come l'uccello di Giove che scende dall'Alpi per comprendere sotto il volo dell'ampia ala tutta l'Italia, non e' altro che il segno del vassallaggio, perche' la casa di Savoia era vassalla dell'impero tedesco - emblema non di audacia e di gloria, ma di dipendenza.
Nacque un guerra di sterminio. Il Barbarossa, chiamato buono da Dante, e dalla nuova critica storica ( della quale in questo stesso numero si leggono gli scritti, perche' e' doveroso che tutte le idee abbiano i loro dotti rappresentanti )  giustificato coi costumi dei tempi - scese in Italia a seminar stragi e rovine. Assedio' una prima volta Milano nel 1158 e la costrinse ad arrendersi a patti onorevoli: ma poco dopo i Milanese scacciavano i messi imperiali al grido: Mora Mora.
Torno' Barbarossa a nuova guerra. Comincio' ad assediare Crema: e fece legare ignudi i prigionieri milanesi e cremaschi ad una torre di legno che empiuta di armati faceva avanzare verso le mura. I cittadini cremaschi erano cosi' posti nell'orrendo bivio o di uccidere i congiunti o di lasciar sorpassare le mura dai soldati nemici. Crediamo che Dante non abbia ricordato questa scena orrenda quando chiamava buono il Barbarossa, che aveva sorpassato ogni atrocita' dei costumi di guerra.
Le ire fraterne aumentarono l'esercito del sire tedesco: e finalmente al 4 marzo 1162, anche Milano, dopo aver eroicamente resistito, doveva cedere e i cittadini furono umiliati con un lungo supplizio e dispersi nei borghi vicini: la città' fu distrutta. Rimasero in piedi soltanto le chiese e le colonne di San Lorenzo, alle quali ultime oggi attenta l'ignoranza di nuovi barbari.
Federico trionfava. Egli datava i suoi diplomi dall'anno post destructionem Mediolani, perche' l'aver atterrati gli edifici di questa città', equivaleva per lui a stabilire un'epoca della storia mondiale.
Ma l'oppressione nella quale teneva i Comuni, a cominciar da quelli che erano stati i suoi aiutatori nella lotta, fece comprendere ai lombardi che egli era il nemico di tutti: e allora le stesse città' che avevano aiutato la distruzione di Milano, compresero il loro torto e si unirono per portare rimedio al male.
Fin dal 1164, i cittadini di verona, Vicenza, Padova e Treviso, si unirono in Lega (aiutati dalla repubblica di Venezia) per difendersi contro l'invadente imperatore: e l'unione fu detta Lega Veronese.
Tre anni dopo, e precisamente, dopo il Corio, al 7 aprile 1167 si trovarono nel monastero di pontida i rappresentanti dei dispersi Milanesi insieme a quelli di Cremona, di Bergamo, di Brescia, di mantova, di Ferrara e della marca Veronese. La' si proferi' il giuramento della concordia.
"Primo passo all'ammenda (scrisse Cesare Cantu') e' riconoscere il proprio fallo: secondo di ripararlo. E percio' le città' convennero di rifabbricare tutte assieme quel Milano che assieme avevano distrutto: appoggiata una mano alla spada, l'altra stesa ai fratelli, conobbero la potenza dell'unione".
Cosi' risorse Milano piu' bella e piu' forte. E volemmo riprodurre gli archi di porta Nuova, perche' furono allora costrutti dai collegati lombardi i quali vi portarono, a rigor di parola, ciascuno la propria pietra, cementando l'unione promessa a Pontida.
L'imperatore, tornato a Roma dove erasi recato per esigere il giuramento di fedelta' da quei cittadini, trovo' la Lombardia che aveva lasciata avvilita e schiava, divenuta forte, libera e rifiorente; e il 21 settembre 1167 tenne a Pavia una Dieta nella quale dichiaro' al bando dell'impero tutte le città' collegate, eccetto lodi e Cremona. E nel pronunciare la condanna della Lega, secondo il costume, gitto' in aria un suo guanto in segno di sfida.
E la sfida fu raccolta. mentre Federico scorazzava per le terre di Abbiategrasso, di Rosate, di magenta e di Corbetta, si radunarono in Milano i Lodigiani, i Bergamaschi, i Bresciani, i Parmigiani e i Cremonesi, e raccoltisi coi Milanese in esercito, corsero contro l'imperatore. Ma questi invece di accettare la sfida che aveva proclamato spavaldamente, fuggi' davanti ai nuovo soldati (Giovanni di Salisbury scrisse che barbarossa fu volto in fuga dagli alleati nel giorno di Sam martino, 11 novembre 1167.).
I Lombardi avrebbero potuto fiaccare tosto la superbia di Federico, se questi con un inganno non ne avesse delusa la vigilanza (L'asserisce Giovanni di Salisbury) e si soppiatto non si fosse recato nelle terre del marchese di Monferrato, suo alleato, cercando una via di tornare in germania. Tutti passi erano guardati dalla lega: e rimaneva libero solamente il passo della Savoia, che era in mano a Umberto III, allora conte di Savoia, e ben lontano dall'immaginarsi che i suoi discendenti sarebbero diventati re d'Italia. Questi aveva perduto parecchie castella e città' occupate dal barbarossa: ma il marchese di Monferrato, suo cognato, gli scrisse di lasciar passare liberamente l'imperatore che gli avrebbe restituito, non solo il tolto, ma dato ancor "monti di oro, e promessogli con onore e gloria la grazia sempiterna dell'impero "(" promittens ei (ad Umberto) non solum restitutionem ablatorum, sed montes aureos et cum honore et gloria imperii gratiam sempiternam"). Qualche tempo durarono le trattative: finalmente il Savoiardo acconsenti' al mercato, che , lasciando uscire il barbarossa d'Italia, prolungava la guerra.
Quando l'imperatore fu presso Susa, udi che gli alleati avevan posto l'assedio al castello di Biandrate: e, per vendicarsi, scelse, fra gli ostaggi che conduceva seco, il nobile bresciano Zilio da Prando, ed accusandolo di aver maneggiato la lega che ora li cacciava da questa terra non sua, lo fece appiccare ad un monte. Questa crudelta' ingiustificabile mosse a sdegno l'animo dei cittadini di Susa, i quali non si lasciarono corrompere dai monti d'oro che placarono Umberto (Qualcuno potra' osservare che il Guichenou chiamava Umberto alleato del papa: e altri diranno che cosi' dovea essere perche' fu dal papa beatificato. Ma il Muratori ha già' dimostrato che il Giuchenon abbia troppe favole inventate per la Casa di Savoia: sta difatti che Umberto era ligio al papa, tantoché' nella guerra perdette alcune castella: ma dopo l'offerta del monti d'oro passo' dalla parte del barbarossa per rifarsi di quello che aveva perduto. La beatitudine poi non prova in questo caso ne' l'amicizia dei lombardi, ne' la devozione al Papa. Osservo' il professor Balan che fu beatificato da Gregorio XVI° nel 1838, per istanza di re Carlo Alberto, in modo eccezionale, perche' non fu discussa la causa, cioè' la vita e i meriti per dichiararlo beato, ma esaminando solamente se il culto tributato ad Umberto esisteva da lungo tempo, e per questo motivo a norma di un decreto di urbano VIII°, fu ammesso nel novero dei beati..); e levatisi in armi, gli tolsero gli ostaggi che trascinava seco, forse per appiccarli al confine d'Italia. E, Pensando di liberare l'Italia dal suo piu' feroce nemico, quei cittadini tramarono di ucciderlo nel suo letto; ma, (come narrasi nella cronaca di Ottone a San Biagio) l'imperatore fu avvertito in tempo dall'albergatore; e lasciato in letto Artmanno da Sibeneich, suo famigliare, che molto lo somigliava, fuggi' travestito da servo: e con soli cinque dei suoi passo' le Alpi per strade dirupate, fingendo di andare innanzi a preparare l'alloggio al suo padrone, che era un gran signore di la' da venire. Correva il giorno 10 marzo 1168, quando il superbo imperatore, al cui cenno tremavano tante genti italiane, colui che i giuristi di Bologna, avevano chiamato "Signore del mondo," fuggiva vergognosamente d'Italia sotto servili spoglie.
In un lieto giorno di primavera di quello stesso anno 1168 si radunarono i delegati delle città' lombarde nella bella e feconda pianura difesa dalle acque dei fiumi Tanaro e Bormida: e, vicino a Bergoglio, la' dove il primo fiume riceve le acque del secondo, si misero a tracciare confini e a scavar fossati, inalberando la bandiera della lega sui segnati valli. Tali furono i principi gloriosi di quella fiorente città', che la Lega innalzava fra i possessi del marchese di Monferrato a Pavia, per impedire la congiunzione di questi due amici del barbarossa e tenerli a freno: volendosi che il nome significasse protesta contro l'impero e gratitudine verso il sostenitore  dei Comuni, fu dedicata al pontefice Alessandro III° e chiamata Alessandria.
Fu sul finire di settembre 1174 che Federico si affaccio' fremente alle Alpi, delle quali i soldati della lega custodivano i suoi passi. Aveva seco un formidabile esercito, con cui sperava di compiere le sue vendette: ma simigliante al leo rugens, delle sacre carte, si aggirava sitibonto intorno all'ovile senza potervi penetrare. Per mala ventura le porte d'Italia gli furono aperte da Umberto III°, che gli lascio' libero il passaggio della sua Savoia. Il Balbo, storico benevolo della casa Savoia, scrisse nel suo Sommario, queste parole, parlando di Federico: "Non gli era aperto se non il passo di Susa, per le terre dei conti di savoia, che troppo duole trovare qui". Per compenso di tale concessione il barbarossa,  appena valicato il Moncenisio, assali' Susa e vendico' l'onta della passata fuga coll'abbandonarla al saccheggio e alla brutalità' delle soldatesche che seco aveva condotto. I piu' notevoli capi di quell'esercito erano: Corrado fratello dell'imperatore, Ladislao re di Boemia, Ottone di Wittelspach, l'arcivescovo di Treviri, quello di Colonia e Umberto III° conte di Savoia, che aveva eccitato il barbarossa a distruggere la Lega Lombarda (La "Giornata di Legnano" narrazione storica di Carlo Mariani). Il Giulini, scrittore imparziale quant'altri mai, scrive che Umberto "si uni' con poderose forze all'esercito imperiale e con esso Federico si porto' ad Asti e si rese padrone di quella città'".
Quando Federico passo' i monti della Savoia facevan parte della lega: Asti, Alba, Acqui, Alessandria, Tortona, Bobbio, Vercelli, Novara, Milano, Lodi, pavia, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Verona, Vicenza, Belluno, Feltre, Ceneda, Padova, Treviso, Venezia, Piacenza, Pontremoli, Parma, Reggio, Modena, Ferrara, Bologna, Imola, Faenza, San Casciano, Ravenna Rimini. Tutti i feudatari (tranne il ben inteso citato Umberto) avevano giurato la lega: fra questi notiamo: Obizzone e Maruello Malaspina, Ruffino da Trino, Guglielmo da Monferrato, Ottone da Biandrate, Ezzelino il Balbo, il conte di Camino, il conte di Bertinoro, Guglielmo di Marchesella e Obizzone d'Este. Dopo la caduta di Asti dalla Lega si separarono tosto Guglielmo di Monferrato, il conte di Biandrate e le città' di Alba, d'Acqui, di Pavia e di Como.
L'imperatore ando' quindi ad Alessandria, risoluto di radere al suolo la città', che sei anni innanzi i Lombardi avevano a propria difesa edificata ed a lui scorno dedicata: ma ne' con il lungo assedio, ne' con l'assalto a tradimento riusci' a vincerla.
Pareva imminente una decisiva battaglia fra il barbarossa e l'esercito della lega che stavano di fronte: quando ad un tratto si discorse di pace e si stabilisce una tregua.
Ma i patti che imponeva Federico erano indegni e furono respinti: e i Milanesi si prepararono all'ultimo certame (Il prof F. Bertolini nel 1875 pubblico' uno studio intitolato "Importanza storica della battaglia di Legnano", nell'intento di dissuadere gli italiani dal celebrare il VII centenario di quella gloriosa giornata.Imprese pertanto a dimostrare che in Montebello si stabili' un compromesso, al quale tenne dietro "un vero e definitivo trattato di pace" che la Lega viol' quella pace e merito "taccia di spergiura", che la battaglia di Legnano "non fu tanto gloriosa quanto si vuole" ed ebbe importanza solo perche' vi fu mischiato il papa e non porto' "alcun beneficio all'italiana liberta'".Contro questi sofismi di una fallace critica storica sorsero in folla i confutatori. "La giornata di Legnano del prof. Bartolini" segui' una splendida confutazione del prof. Cesare Vignati "L'importanza della battaglia di Legnano"; quindi il prof. Pietro Rotondi, i prof. Panzacchi e Cosci di Bologna, il prof. De Simoni di Genova e altri molti, i quali dimostrarono che "il compromesso di Montebello" come il Muratori, il Pertz ed altri già' dissero, era una domanda, petitio, o proposta di patti convenuti fra varie persone, laudam, per riuscire poi ad un trattato di pace.Questo laudam non era assoluto, ma condizionale dei sei arbitri, eletti dall'imperatore e dalla Lega per combinare un trattato di pace. Siccome implicava sotto frasi ingannatrici, la distruzione di Alessandria e l'esclusione del papa dalla pace, cosi' non venne accettata dal Milanesi, ne dai loro collegati. Quindi, non essendovi pace conclusa, non vi poteva essere spergiuro nel riprendere la guerra: e la Battaglia di Legnano fu di tale importanza che Federico venne costretto a domandare la pace, a rinnegare l'antipapa, a riconoscere il suo nemico papa Alessandro, a rispettare la città' di Alessandria sorta contro di lui, a cessare le dispotiche leggi di Roncaglia e a concedere il trattato di Costanza, dal quale derivano le liberta' interne e gli statuti dei nostri Comuni. Il prof. Bartolini scrisse contro la Lega Lombarda e contro Legnano con l'animo di un tedesco dei tempi di Barbarossa cui nuocesse la disfatta imperiale per opera delle forse nazionali italiane.
 
 
 
Essi avevano tre forti compagnie militari, nelle quali sopratutto fidavano. La prima era composta da novecento guerrieri e chiamavasi della Morte, perché' quella che la componevano avevano giurato di voler morire, anziche' voltare le spalle al nemico. Di questi credesi capo il milanese Alberto da Giussano "per gagliardia sua reputato gigante". La seconda composta da trecento giovani che stavano a guardia del carroccio: la terza combatteva dai carri falcati, sui quali stavano dieci persone per ciascuno (Queste notizie sono date da Galvano Fiamma). Tutti i cittadini di Milano erano poi divisi in ischiere secondo le porte: e quelli di Porta Romana si raccoglievano sotto un vessillo rosso; quelli di Porta Ticinese, bianco; di Porta Comasina (ora Garibaldi) sotto un vessillo a scacchi bianchi e rossi; di porta Vercellina (oggi magenta) sotto un vessillo balzano rosso nella parte superiore e bianco nell'inferiore; quelli di Porta nuova sotto un vessillo, nel quale erano un leone ed uno scacco bianco e uno nero; quei di Porta Renza (ora Venezia) sotto il vessillo di cui era un leone tutto nero (Queste erano le insegne dei Milanesi alla Battaglia di Legnano secondo il Fiamma: piu' tardi alcune furono modificate: la Porta Ticinese mise uno scacco rosso in campo bianco e la Nuova si accontento' di uno scacco bianco e nero senza il leone.
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Alla fine di maggio giunse notizia ai Milanesi che Federico, in grande segretezza, era andato incontro fino a Bellinzona ai Tedeschi che venivano in suo aiuto e li aveva guidati a Como. Le nuove truppe erano condotte dagli arcivescovi  Filippo di Colonia, Vieman di Magdeburgo, Arnoldo di Treviri, dai vescovi di Munster e di Worms, dal conte di Fiandra e da altri baroni di Germania. Con queste forze, accresciute dai suoi amici di Como, Federico voleva marciare su Milano, intendendosi con i pavesi che dovevano prendere alle spalle i collegati, se questi uscivano in campo aperto.
Il disegno nemico fu indovinato dal Milanesi, che con magnanimo ardire decisero di andar tosto contro l'imperatore e combatterlo prima che i Pavesi potessero sopraggiungere. Non erano ancora arrivate tutte le milizie che si aspettavano dalle città' della Lega: ma siccome ogni indugio poteva tornare fatale, cosi' trassero il Carroccio fuori dalle porte e si misero subitamente in cammino contro il nemico che si avvicinava a gran passi. Intorno al carroccio erano i trecento difensori: gli stavan davanti i novecento della Morte: poi venivano le carrette falcate e tutte le milizie delle sei porte, ciascuna con il proprio vessillo. Dei collegati vi erano 50 militi lodigiani, 200 di Vercelli e Novara, 200 di Piacenza, la cavalleria di Brescia, di Verona e delle città' della Marca Trevigiana, perche' i fanti di queste erano stati lasciati indietro a guardia delle città'
La mattina del benedetto giorno di sabato 29 maggio 1176 l'esercito nostro si trovava a quindici miglia circa da Milano, appoggiando coll'ala destra al borgo di Legnano, colla sinistra a Busto Arsizio, e tenendo il nerbo dell'esercito raggruppato intorno al carroccio, presso Borsano. Davanti ai militi s'estendeva la pianura che separa l'Olona dal Ticino.
Spostato in questo luogo l'esercito, i consoli spedirono settecento cavalieri ad esplorare dove si trovasse il nemico e al qual proposito accennasse. Erano questi cavalieri dilungati appena tre miglia, quando videro ad un tratto dinanzi a loro trecento tedeschi, e poco lontano l'esercito imperiale schierato in linea di battaglia. Gli esploratori non seppero trattenersi: abbassate le visiere e dato di sprone ai cavalli, si gettarono, con le lance in resta, sulla squadra nemica. Dopo breve, ma fiera mischia, fu vista balenare la schiera dei nostri: e allora Federico si mosse rapidamente con il grosso della cavalleria sovr'essi che, sopraffatti,  dovettero piegare e voltar le briglie verso il Carroccio, incalzati davvicino da tutto l'esercito tedesco.
L'urto dei tedeschi fu si' violento che furono scompigliate le ordinanze degli italiani: e l'ala sinistra composta da Bresciani e di Milanesi, non seppe sostenere l'assalto e cedette. I tedeschi trionfavano in ogni parte, e Federico baldanzoso sospingeva già' il cavallo contro il sacro Carroccio. Le sorti italiche segneran dunque una nuova ruina?... Mentre i tedeschi tripudianti si credevano vincitori,  e i trecento del Carroccio vacillavano, si rovescia sugli Alemanni come impetuoso turbine una bruna schiera preceduta da un gigante: sono i novecento soldati della Morte, con Alberto da Giussano, che accorrono a mantenere il fatto giuramento: morranno tutti se occorre, ma piu' non vedranno contaminata la patria (0 Vedi Alberto da Giussano del sac. prof. Vitaliano Rossi. In Giussano fu posta nel 1876 una lapide ricordante il valore del Capitano.
0). Il loro coraggio salva la liberta': i cavalieri di Alemagna sono sbaragliati, i dispersi Italiani  si radunano di nuovo sotto le bandiere dei Comuni: lo stendardo imperiale cade sull'alfiere che lo porta ed e' calpestato dai nostri: Federico stesso, che combatteva nelle prime file, e' travolto dai suoi, precipita da cavallo, cade a terra e scompare davanti alla furia dei cittadini guerrieri, che per otto miglia inseguono i nemici colle spade ne' fianchi. E intento sull'incolume Carroccio i sacerdoti intonano i lieti cantici di vittoria (1 Sincerita' di storico impone di tener conto dell'elemento religioso che opero' a Legnano, anzi del contegno dei preti di allora, scrive il Tosti: "la chiesa di Milano, in tutto questo conflitto delle repubbliche contro l'impero, si addimostro' veramente tali quali debbono essere i ministri del santuario, mentre il popolo fatica alla propria rigenerazione civile. Non si accosto' all'oppressore per mercanteggiare il tesoro della divina parola: non intimori' la plebe con importune paure; non la disciplino' alla infeconda pazienza del servaggio".1).
Molti tedeschi inseguiti fino al Ticino, chicchi di paura, si precipitarono nelle acque, che a centinaia li travolsero nel Po.
I collegati si impadronirono del vessillo di Federico, del suo scudo, della lancia e della croce che portava sul petto: e trovarono nel campo la cassa militare e ricchissime prede. Fra i prigionieri piu' illustri condussero a Milano il duca Bertoldo, un nipote dell'imperatrice e un fratello dell'arcivescovo di Colonia, Scrivendo ai Bolognesi subito dopo la battaglia, i Milanesi narrarono esser si' numerosi i nemici uccisi o patti prigioni, da non potersi contare.
Il Fiamma riferisce una poetica leggenda, che venne presto accolta dai cittadini, a' quali non pareva vero d'essersi liberati dall'imperatore. Secondo quel cronista il prete Leone narro' d'aver visto tre bianche colombe spiccare il volo dall'altare dei santi Sisinio, Martirio ed Alessandro, i cui corpi, dalla valle di Non presso Trento, erano stati portati dal San Simpliciano portati nella chiesa che fu a lui dedicata, e il 29 maggio ricorreva appunto la loro festa, e Berchet inneggiava alle
....tre nunzie de' santi.
Le colombe che uscir dall'altare:
Con che bello, che fausto aleggiare,
Del carroccio all'antenna salir!
 
 
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3 La Battaglia

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La Battaglia
 
Gli stretti legami di Legnano con Milano trovano una chiara conferma nei grandi eventi del secolo XII, quando molte citta' lombarde si affrancano dalla soggezione all'Impero sotto la spinta di una realta' nuova non piu' inquadrabile nelle vecchie istituzioni feudali. Sono troppo note le vicende della lotta contro Federico Barbarossa, che non tratteremo se non per quanto interessa direttamente Legnano. Colla dieta di Roncaglia (1158) l'imperatore aveva imposto alle citta' suddette il proprio diretto governo mediante i suoi podesta'. Questi dopo breve tempo furono rifiutati e scacciati. L'imperatore discese allora in Italia e pose l'assedio a Milano (1160). Per affamare la citta' egli provvide a meta' maggio, quando le messi si avviano a maturazione, a devastare le campagne distruggendo blavas, legumina et linum Mediolanensium e recidendo gli alberi da frutta. L'opera fu compiuta in due settimane procedendo da sud a nord, da Mediglia a Vertemate, quindi mutando direzione da Verano, Briosco a Legnano, Nerviano, Pogliano, rho. I milanesi uscirono allora dalla citta' e schierarono davanti alle mura il loro esercito col Carroccio. L'imperatore non oso' attacare battaglia. La notizia e' riferita dalla cronaca milanese attribuita a Sire Raoul e da essa si evince che Legnano e' ormai sottratta praticamente al contado del Seprio e costituisce come una porta d'ingresso al contado milanese. Lungo il corso dell'Olona i raccolti di cereali, ortaggi, lino e frutta affluiscono a Milano da Legnano in giu'. La conferma viene da un'ulteriore notizia della stessa cronaca.
Nel 1162, anno della resa di Milano affamata, un funzionario imperiale, Petrus de Cumino, impone tasse, requisisce un quarto del raccolto dei cereali e un terzo del raccolto di castagne, noci e fieno, a tutti quelli sottoposti alla giurisdizione del vescovo di Lodi ossia da Busto Garolfo, Legnano e Seveso in giu', cioe' verso sud. (Il lettore puo' trovare il testo delle Croniche che stiamo per citare nel volume Legnano e la Battaglia, edito a Legnano nel 1976).
Dice la cronaca suddetta che il 29 maggio 1176 l'esercito milanese si trovava presso (iuxta) Legnano e c'erano coi Milanesi vari gruppi di cavalieri di citta' della Lega, cioe' Lodi(50), Novara e Vercelli (300), Piacenza (200) e altri di Brescia, Verona e di tutta la Marca. L'imperatore era accampato presso Cairate con circa mille cavalieri tedeschi. (il testo latino distingue milites da pedites, cioe' i combattenti a cavallo, solitamente nobili, e a piedi, solitamente popolani).
Si diceva anche che i suddetti Tedeschi fossero duemila, e l'imperatore li aveva fatti venire per la Disentina cosi' segretamente che nessun Lombardo aveva potuto saperlo. Anzi quando si diceva che l'imperatore doveva essere vicino a Bellinzona, nessuno voleva crederci. L'imperatore da Cairate vuol muovere verso Pavia, convinto che i Pavesi gli vadano incontro, ma i Milanesi gli attraversano la strada coi suddetti cavalieri fra Borsano e Busto Arsizio e comincia uno scontro violento. Ma l'imperatore mette in fuga i cavalieri che erano da una parte vicino al Carroccio. Fuggirono fino a Milano quasi tutti Bresciani, gran parte dei Milanesi e degli altri.
I restanti resistettero attorno al Carroccio e combatterono con coraggio assieme alla fanteria milanese. Infine l'imperatore fu volto in fuga. Quasi tutti i Comaschi furono catturati. Molti Tedeschi furono fatti prigionieri, uccisi e molti affogati nel Ticino.
Si vede subito che il racconto e' fin troppo conciso e lacunoso, ma ci fornisce alcuni dati essenziali. Le fasi della battaglia sono tre: lo scontro impreveduto tra le opposte avanguardie, l'assedio e la resistenza attorno al Carroccio, la conclusione vittoriosa. Fortunatamente cronache tedesche o di parte vaticana ci consentono di completare il racconto con altri particolari importanti.
Gli Annali Coloniesi riferiscono che il Barbarossa aveva incaricato l'arcivescovo di Colonia, Filippo, di raccogliere un grosso esercito. Con esso e alcuni principi tedeschi Filippo raggiunge Como. Federico lascia allora Pavia e si reca a Como. Intanto i Milanesi, i Veronesi e gli altri Lombardi, raccolto un grande esercito, si avvicinavano per attaccare e sgominare il nuovo esercito tedesco stanco per il viaggio. Quando l'imperatore seppe questo dagli esploratori, pur essendo consigliato di retrocedere di fronte a cosi' grande moltitudine e rifiutare la battaglia, non ritenendo confacente alla sua imperiale dignita' il volgere le spalle al nemico, lo affronto' coraggiosamente assieme ai Comaschi e a quelli che eran venuti coll'arcivescovo. Ma i Lombardi, decisi a vincere o morire, chiusero l'esercito loro con un gran fosso, perche' nessuno potesse fuggire. Si combatte' dall'ora terza alla nona. La vittoria fu tuttavia dei Lombardi. Molti gli uccisi d'ambo le parti; parecchi i nobili imperiali prigionieri.
E' una narrazione piu' distesa della precedente e non discordante. Essendo di parte tedesca attenua la sconfitta colla stanchezza dell'esercito, il coraggio e l'orgoglio dell'imperatore. Aggiunge due particolari importanti: la durata del combattimento dalle otto-nove del mattino alle tre del pomeriggio e il fossato che circonda l'esercito. Ovviamente deve essere un fossato naturale e non possiamo pensare che a una delle scarpate che fiancheggiano l'Olona, adatta a proteggere da tergo l'esercito lombardo.
La relazione di Romoaldo da Salerno, diverge in un punto, affermando erroneamente che l'imperatore si dirigeva non verso Pavia, ma verso Milano per devastarne le campagne, aggiunge un particolare accettabile, che lo scontro iniziale sia avvenuto all'uscita di un bosco, e un altro prezioso.
L'imperatore, vedendo che i cavalieri lombardi erano fuggiti, credette di poter vincere facilmente la massa dei fanti rimasti, e raggruppata la sua cavalleria, voleva irrompere su di loro, ma quelli, opposti gli scudi e protese le aste, cominciarono a resistere alla furia nemica. La seconda fase della battaglia e' essenzialmente uno scontro tra cavalieri tedeschi e i fanti milanesi che sarebbero anch'essi fuggiti, potendolo, ma fugere non valentes, nell'impossibilita' di fuggire si danno a una difesa disperata con un dispositivo tattico che ricorda l'antica falange macedone. Finche' gli stessi fuggiaschi, incontrate per via le truppe fresche in arrivo da Milano, rivoltano i cavalli, tornano al Carroccio e attaccano violentemente e di sorpresa il nemico volgendolo in fuga verso il Ticino.
Sulla difesa ravvicinata del Carroccio insiste nel suo resoconto poetico Goffredo da Viterbo, cappellano dell'imperatore. Questi lanciatosi contro i nemici, ne trapassa due schiere, ne abbatte una terza, ne pone in fuga una quarta; la quinta era piu' robusta e terribile.
Il racconto della battaglia inserito dal cardinal Bosone nella Vita di Alessandro III, pur con alcune incertezze sulla data e coll'aggiunta di coloriture retoriche, riferisce alcune cifre di notevole interesse.
"...i Milanesi, saputo della rapida avanzata del nemico, non attesero le altre citta', ma uscirono da Milano col Carroccio il primo sabato di giugno assieme ai Piacentini e ai cavalieri scelti di Verona, Brescia, Novara, Vercelli e giunsero in massa in un luogo a loro adatto tra Barrano e Brixiano, quasi l'ora terza, a quindici miglia dalla Citta'. Allora mandarono avanti settecento cavalieri armati verso Como per sapere da che parte arrivasse il fortissimo avversario. Dopo tre miglia si scontrarono con trecento cavalieri tedeschi, che erano seguiti a breve distanza da Federico e da tutto il suo esercito pronto alla lotta...Ma quando le truppe piu' numerose dell'imperatore giunsero, i cavalieri lombardi a malincuore volsero le spalle, volendo ripararsi attorno al Carroccio dei Milanesi. Non riuscirono pero' a fermarsi li' davanti agli inseguitori, ma colla massa degli altri fuggiaschi furono costretti a scappare per mezzo miglio oltre il Carroccio. Allora la parte scelta dei combattenti milanesi che sull'ultima linea resisteva come un muro impenetrabile, fatta una preghiera a Dio, al suo apostolo Pietro e Paolo e al Beato Ambrogio, affronto' fiduciosamente a bandiere spiegate con gran valore Federico. Al primo scontro il vessillifero di Federico cadde a terra trafitto e vi rimase ucciso dagli zoccoli del cavallo. Lo stesso imperatore, quando apparve in mezzo agli altri ben distinguibile dal fulgore delle armi, colpito fortemente dai Lombardi, cadde da sella e spari' dagli occhi di tutti. All'impeto dei Lombardi tutto il corpo dei Tedeschi, volto in fuga, scappo' per otto miglia col terrore della morte...".
I toponimi Barrano e Brixiano sono evidenti storpiature operate dai copisti incapaci di decifrare nomi a loro sconosciuti. Potrebbero rappresentare, Borsano e Busto Arsizio, o Legnano e Borsano, ma fortunatamente sono seguiti dal numero "quindici miglia", la distanza esatta tra Milano e Legnano, a cui si addice senz'altro la definizione di congruum sibi locum, localita' adatta e opportuna al loro scopo, quale ingresso nel territorio milanese e passaggio obbligato per il Barbarossa, di cui si ignoravano le intenzioni, qualora avesse deciso di attaccare direttamente la metropoli lombarda. Altre cifre importanti riguardano i settecento cavalieri mandati in esplorazione, i quali percorrono tre miglia, l'esatta distanza tra il punto oltre Borsano e il Carroccio rimasto presso Legnano. Ovviamente le tre miglia sono ripercorse dai settecento cavalieri, incalzati alle spalle dai Tedeschi, per riunirsi al Carroccio. Difficilmente credibile e' la successiva indicazione, secondo la quale i fuggiaschi si sarebbero fermati a mezzo miglio dal Carroccio. Avrebbero dunque assistito per diverse ore alla lotta fierissima dei compagni senza intervenire? Altre fonti dicono invece che alcuni fuggiaschi giunsero addirittura a Milano oppure che incontrarono per via le truppe in marcia verso Legnano. Il che spiega molto bene l'intervallo di tempo, in cui l'imperatore sfonda quattro linee difensive, ma non la quinta perche' l'improvviso intervento delle nuove truppe lombarde capovolge la situazione.
Manca ogni accenno all'azione particolare dei fanti milanesi, impossibilitati a fuggire e quindi decisi a vender cara la pelle, fatto rilevante perche' nel Medioevo ha sempre prevalso la cavalleria sul campo di battaglia e qui per la prima volta la fanteria ha un ruolo primario, anche se la risoluzione definitiva del combattimento si deve al ritorno dei cavalieri lombardi.
E Alberto da Giussano colla Compagnia della Morte? Nessuna traccia di questi nomi si trova nelle cronache del secolo XII; nessun contemporaneo ne parla. Bisogna giungere verso la meta' del secolo XIV per riscontrarli negli scritti di Galvano Flamma o Fiamma, uno scrittore che mescola confusamente dati di fatto e leggende o dicerie popolari. Nel suo Manipulus florum egli riempie le pagine dedicate al nostro tema con frasi retoriche (si preparano i cavalli, si aumenta il numero dei soldati,si fabbricano elmi, strepitano le armi, i colpi delle spade fanno tremare la terra, ecc.); descrive il corteo delle contrade colle variopinte bandiere; indugia su episodi secondari, come il duello di Ottone Visconti con un Saraceno, ma della battaglia dice solo quanto avrebbe riferito il prete Leone nella sua Cronica, il quale stando a Milano vide levarsi tre colombe che andarono a posarsi sull'antenna del Carroccio, distante ventisei chilometri. L'imperatore nel bel mezzo della battaglia, le vede e prosternitur viene abbattuto (in altri libri dice perterritus aufugit, atterrito fuggi, oppure in fugam conversus abit, si volse in fuga). Nella Cronica de antiquitatibus civitatis Mediolanensis sempre secondo il prete Leone, il fatto avvenne tra il borgo di Legnano e Dairago. Nella marcia di avvicinamento Alberto da Giussano custodisce il vessillo del Comune, retto dai fratelli Ottone e Raniero, due giganti che stanno sempre al suo fianco (un tocco da chanson de geste). Le cose si ripetono e si complicano nel Chronicon Maius, dove le battaglie diventano due. Nel 1176 il Barbarossa riprende la guerra e i Milanesi per prepararsi allestiscono tre compagnie militari. La prima detta della Morte e' formata da novecento cavalieri, capitanati da Alberto da Giussano, col vessillo del Comune; sono stipendiati, dotati d'un anello aureo ciascuno, legati da giuramento. La seconda e' di trecento popolani per la difesa ravvicinata del Carroccio. La terza si compone di trecento carri falcati montati da dieci robusti giovani, che spingendo i cavalli al galoppo e tenendo le falci come i remi d'una barca, uccidono e feriscono. La battaglia del 1176 (prelium campestre) avviene presso il borgo di Carate. L'anno dopo sempre secundum Cronicam Leonis l'imperatore si trovo' tra Legnano e Dairago il 29 maggio 1177. Accesasi la battaglia, arrivano le tre colombe, si posano sull'antenna del Carroccio, Federico le vede e fugge.
L'inconsistenza e la confusione del Fiamma e' palese. Attinge le notizie dalla Cronica di Leone, che e' piu' attento alle leggende che ai fatti reali. Le cronache piu' antiche e contemporanee al fatto dicevano che i Tedeschi erano accampati a Cairate la notte prima della battaglia. L'alterazione del nome Cairate in Carate, sposta il fatto d'arme di una quarantina di chilometri rendendo ingiustificato il nome stesso di battaglia di Legnano. Percio' si inventa una battaglia di Carate nel 1176 e si sposta al 1177 quella vera di Legnano.
Quanto alle tre compagnie diciamo subito che la terza coi tremila carristi scorazzanti sul campo di battaglia segando teste e braccia, non e' credibile. I cronisti contemporanei avrebbero registrato un fatto cosi' straordinario. Credibile invece e' la seconda perche' il Carroccio fu veramente circondato e difeso dalla fanteria che procedeva a piedi. La Compagnia della Morte non e' avvantaggiata dal fatto di essere nominata soltanto da Galvano Flamma e i suoi posteri.
Riassumendo i dati sicuri sono i seguenti. I Milanesi, prima di riunire tutti gli alleati, si avviano risalendo per ventisei chilometri il corso dell'Olona e fermano il Carroccio nei pressi di Legnano sul ciglio di una scarpata, che protegge almeno da un lato il loro veicolo di guerra. Pensano che Federico, forse ancora lontano, voglia appoggiarsi sull'amico conte del Seprio e scendendo la valle dell'Olona si diriga su Milano. Legnano e' la porta d'ingresso del loro territorio, il punto strategico da difendere a qualunque costo.
Dal Carroccio si staccano settecento cavalieri in funzione di esploratori. Percorso circa cinque chilometri, oltre Borsano, incontrano l'avanguardia nemica composta da trecento cavalieri. Superiori di numero i Milanesi attaccano il nemico e lo distruggerebbero, se non sopraggiungesse il Barbarossa col grosso. I nostri ripiegano verso il Carroccio per resistere cogli altri, ma l'impeto terribile della cavalleria nemica e' tale da spingere alla fuga tutti quelli che, a cavallo, possono fuggire. Restano i non valentes fugere, i fanti con pochi cavalieri piu' coraggiosi. La resistenza e' fatta da piu' linee di uomini che oppongono le punte delle lance sporgenti tra scudo e scudo. Diverse linee vengono sfondate una dopo l'altra con cariche successive della cavalleria, ognuna delle quali consuma un certo tempo. In tal modo i fuggiaschi, uniti alle nuove truppe in arrivo da Milano, ritornano sui loro passi e improvvisamente, forse da tergo, attaccano il nemico, che non potendo ritirarsi verso il luogo di partenza, corre verso la meta del viaggio, Pavia al di la' del Ticino. La fuga si protrae per circa quattordici chilometri, passando probabilmente per Dairago verso Turbigo. Le acque del Ticino invece della salvezza offrono agli sconfitti la morte o la prigionia.
Vorremmo essere in grado di precisare anche il punto dove era collocato il Carroccio. Se il grande fossato citato da un antico cronista e' la scarpata che scende verso l'Olona, possiamo indicare solo una linea. Il punto potrebbe essere o prima o dopo Legnano. La costa di S.Giorgio? San Martino? Mancano argomenti sicuri a favore dell'una o dell'altro.
 
NOTE:
21)  Amos Cassioli (1832/1891) "La battaglia di Legnano".
Olio su tela (Museo d'Arte Moderna di Firenze)
22)  Ludovico Pogliaghi (1857/1950)     .
"Il Carroccio esce dalle mura milanesi"
(Civica Raccolta Bertarelli di Milano)
23)  Miniatura in un codice, datato 1413, dove sono raffigurati il vescovo milanese Anselmo da Pusterla in ginocchio e, alla sommita' dell'albero, l'imperatore Federico Barbarossa (Biblioteca Braidense di Milano)
24)  Enrico Butti (1847/1932) statua in bronzo del guerriero della battaglia di Legnano. (restaurata nell'anno 1990/1992 dallo scultore..... e ricollocata sul piedistallo a inizio 92)
25)  Estratto del codice "A.E.X. 10 - Cronaca Galvagnana" in cui figura il nome di Alberto da Giussano, "custode del vessillo della comunita'" (Biblioteca Braidense di Milano)
 
 
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4 Battaglia 1

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La Battaglia
 
 
Fa mestieri ridire l'origine della guerra fra i Milanesi e l'Imperatore Federico? Erano due forse opposte: vi erano da una parte i cittadini riunitisi nei Comuni, dall'altra l'Imperatore che pretendeva di avere ereditato il diritto dell'antico romano impero su tutto il mondo sconosciuto.
Per la nostra sventura i Comuni erano in guerra tra loro. Milano, potente per ricchezze e per esteso dominio, era in lotta con pavia, con Como, con Lodi; e due uomini di quest'ultima citta' si recarono, nel 1153, alla dieta di Costanza, per domandare a Federico I, detto barbarossa, dal colore della barba, protezione contro Milano, Giova aggiungere che i cittadini lodigiani nulla sapevano di quanto i due avevano fatto: e che quando tornarono a casa, li cacciarono in bando.
Ma Federico, che aveva animo smanioso di avventure e si credeva destinato a riunire tutte quante le terre dell'orbe sotto il suo scettro, accolse volenteroso l'invito. Gia' aveva egli imposto a tutti i suoi vassalli di mettere l'aquila nera - derivazione bastarda dell'aquila romana - negli stemmi: e non e' superfluo ricordare che l'aquila della casa di savoia, cantata da Carducci come l'uccello di Giove che scende dall'Alpi per comprendere sotto il volo dell'ampia ala tutta l'Italia, non e' altro che il segno del vassallaggio, perche' la casa di Savoia era vassalla dell'impero tedesco - emblema non di audacia e di gloria, ma di dipendenza.
Nacque un guerra di sterminio. Il Barbarossa, chiamato buono da Dante, e dalla nuova critica storica ( della quale in questo stesso numero si leggono gli scritti, perche' e' doveroso che tutte le idee abbiano i loro dotti rappresentanti )  giustificato coi costumi dei tempi - scese in Italia a seminar stragi e rovine. Assedio' una prima volta Milano nel 1158 e la costrinse ad arrendersi a patti onorevoli: ma poco dopo i Milanese scacciavano i messi imperiali al grido: Mora Mora.
Torno' Barbarossa a nuova guerra. Comincio' ad assediare Crema: e fece legare ignudi i prigionieri milanesi e cremaschi ad una torre di legno che empiuta di armati faceva avanzare verso le mura. I cittadini cremaschi erano cosi' posti nell'orrendo bivio o di uccidere i congiunti o di lasciar sorpassare le mura dai soldati nemici. Crediamo che Dante non abbia ricordato questa scena orrenda quando chiamava buono il Barbarossa, che aveva sorpassato ogni atrocita' dei costumi di guerra.
Le ire fraterne aumentarono l'esercito del sire tedesco: e finalmente al 4 marzo 1162, anche Milano, dopo aver eroicamente resistito, doveva cedere e i cittadini furono umiliati con un lungo supplizio e dispersi nei borghi vicini: la citta' fu distrutta. Rimasero in piedi soltanto le chiese e le colonne di San Lorenzo, alle quali ultime oggi attenta l'ignoranza di nuovi barbari.
Federico trionfava. Egli datava i suoi diplomi dall'anno post destructionem Mediolani, perche' l'aver atterrati gli edifici di questa citta', equivaleva per lui a stabilire un'epoca della storia mondiale.
Ma l'oppressione nella quale teneva i Comuni, a cominciar da quelli che erano stati i suoi aiutatori nella lotta, fece comprendere ai lombardi che egli era il nemico di tutti: e allora le stesse citta' che avevano aiutato la distruzione di Milano, compresero il loro torto e si unirono per portare rimedio al male.
Fin dal 1164, i cittadini di verona, Vicenza, Padova e Treviso, si unirono in Lega (aiutati dalla repubblica di Venezia) per difendersi contro l'invadente imperatore: e l'unione fu detta Lega Veronese.
Tre anni dopo, e precisamente, dopo il Corio, al 7 aprile 1167 si trovarono nel monastero di pontida i rappresentanti dei dispersi Milanesi insieme a quelli di Cremona, di Bergamo, di Brescia, di mantova, di Ferrara e della marca Veronese. La' si proferi' il giuramento della concordia.
"Primo passo all'ammenda (scrisse Cesare Cantu') e' riconoscere il proprio fallo: secondo di ripararlo. E percio' le citta' convennero di rifabbricare tutte assieme quel Milano che assieme avevano distrutto: appoggiata una mano alla spada, l'altra stesa ai fratelli, conobbero la potenza dell'unione".
Cosi' risorse Milano piu' bella e piu' forte. E volemmo riprodurre gli archi di porta Nuova, perche' furono allora costrutti dai collegati lombardi i quali vi portarono, a rigor di parola, ciascuno la propria pietra, cementando l'unione promessa a Pontida.
L'imperatore, tornato a Roma dove erasi recato per esigere il giuramento di fedelta' da quei cittadini, trovo' la Lombardia che aveva lasciata avvilita e schiava, divenuta forte, libera e rifiorente; e il 21 settembre 1167 tenne a Pavia una Dieta nella quale dichiaro' al bando dell'impero tutte le citta' collegate, eccetto lodi e Cremona. E nel pronunciare la condanna della Lega, secondo il costume, gitto' in aria un suo guanto in segno di sfida.
E la sfida fu raccolta. mentre Federico scorazzava per le terre di Abbiategrasso, di Rosate, di magenta e di Corbetta, si radunarono in Milano i Lodigiani, i Bergamaschi, i Bresciani, i Parmigiani e i Cremonesi, e raccoltisi coi Milanese in esercito, corsero contro l'imperatore. Ma questi invece di accettare la sfida che aveva proclamato spavaldamente, fuggi' davanti ai nuovo soldati (2).
I Lombardi avrebbero potuto fiaccare tosto la superbia di Federico, se questi con un inganno non ne avesse delusa la vigilanza (3) e si soppiatto non si fosse recato nelle terre del marchese di Monferrato, suo alleato, cercando una via di tornare in germania. Tutti passi erano guardati dalla lega: e rimaneva libero solamente il passo della Savoia, che era in mano a Umberto III, allora conte di Savoia, e ben lontano dall'immaginarsi che i suoi discendenti sarebbero diventati re d'Italia. Questi aveva perduto parecchie castella e citt…' occupate dal barbarossa: ma il marchese di Monferrato, suo cognato, gli scrisse di lasciar passare liberamente l'imperatore che gli avrebbe restituito, non solo il tolto, ma dato ancor "monti di oro, e promessogli con onore e gloria la grazia sempiterna dell'impero "4). Qualche tempo durarono le trattative: finalmente il Savoiardo acconsenti' al mercato, che , lasciando uscire il barbarossa d'Italia, prolungava la guerra.
Quando l'imperatore fu presso Susa, udi che gli alleati avevan posto l'assedio al castello di Biandrate: e, per vendicarsi, scelse, fra gli ostaggi che conduceva seco, il nobile bresciano Zilio da Prando, ed accusandolo di aver maneggiato la lega che ora li cacciava da questa terra non sua, lo fece appiccare ad un monte. Questa crudelta' ingiustificabile mosse a sdegno l'animo dei cittadini di Susa, i quali non si lasciarono corrompere dai monti d'oro che placarono Umberto (5); e levatisi in armi, gli tolsero gli ostaggi che trascinava seco, forse per appiccarli al confine d'Italia. E, Pensando di liberare l'Italia dal suo piu' feroce nemico, quei cittadini tramarono di ucciderlo nel suo letto; ma, (come narrasi nella cronaca di Ottone a San Biagio) l'imperatore fu avvertito in tempo dall'albergatore; e lasciato in letto Artmanno da Sibeneich, suo famigliare, che molto lo somigliava, fuggi' travestito da servo: e con soli cinque dei suoi passo' le Alpi per strade dirupate, fingendo di andare innanzi a preparare l'alloggio al suo padrone, che era un gran signore di la' da venire. Correva il giorno 10 marzo 1168, quando il superbo imperatore, al cui cenno tremavano tante genti italiane, colui che i giuristi di Bologna, avevano chiamato "Signore del mondo," fuggiva vergognosamente d'Italia sotto servili spoglie.
In un lieto giorno di primavera di quello stesso anno 1168 si radunarono i delegati delle citta' lombarde nella bella e feconda pianura difesa dalle acque dei fiumi Tanaro e Bormida: e, vicino a Bergoglio, la' dove il primo fiume riceve le acque del secondo, si misero a tracciare confini e a scavar fossati, inalberando la bandiera della lega sui segnati valli. Tali furono i principi gloriosi di quella fiorente citta', che la Lega innalzava fra i possessi del marchese di Monferrato a Pavia, per impedire la congiunzione di questi due amici del barbarossa e tenerli a freno: volendosi che il nome significasse protesta contro l'impero e gratitudine verso il sostenitore  dei Comuni, fu dedicata al pontefice Alessandro III e chiamata Alessandria.
Fu sul finire di settembre 1174 che Federico si affaccio' fremente alle Alpi, delle quali i soldati della lega custodivano i suoi passi. Aveva seco un formidabile esercito, con cui sperava di compiere le sue vendette: ma simigliante al leo rugens, delle sacre carte, si aggirava sitibonto intorno all'ovile senza potervi penetrare. Per mala ventura le porte d'Italia gli furono aperte da Umberto III, che gli lascio' libero il passaggio della sua Savoia. Il Balbo, storico benevolo della casa Savoia, scrisse nel suo Sommario, queste parole, parlando di Federico: "Non gli era aperto se non il passo di Susa, per le terre dei conti di savoia, che troppo duole trovare qui". Per compenso di tale concessione il barbarossa, appena valicato il Moncenisio, assali' Susa e vendico' l'onta della passata fuga coll'abbandonarla al saccheggio e alla brutalita'' delle soldatesche che seco aveva condotto. I piu' notevoli capi di quell'esercito erano: Corrado fratello dell'imperatore, Ladislao re di Boemia, Ottone di Wittelspach, l'arcivescovo di Treviri, quello di Colonia e Umberto III conte di Savoia, che aveva eccitato il barbarossa a distruggere la Lega Lombarda (6). Il Giulini, scrittore imparziale quant'altri mai, scrive che Umberto "si uni' con poderose forze all'esercito imperiale e con esso Federico si porto' ad Asti e si rese padrone di quella citta''.
Quando Federico passo' i monti della Savoia facevan parte della lega: Asti, Alba, Acqui, Alessandria, Tortona, Bobbio, Vercelli, Novara, Milano, Lodi, pavia, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Verona, Vicenza, Belluno, Feltre, Ceneda, Padova, Treviso, Venezia, Piacenza, Pontremoli, Parma, Reggio, Modena, Ferrara, Bologna, Imola, Faenza, San Casciano, Ravenna Rimini. Tutti i feudatari (tranne il ben inteso citato Umberto) avevano giurato la lega: fra questi notiamo: Obizzone e Maruello Malaspina, Ruffino da Trino, Guglielmo da Monferrato, Ottone da Biandrate, Ezzelino il Balbo, il conte di Camino, il conte di Bertinoro, Guglielmo di Marchesella e Obizzone d'Este. Dopo la caduta di Asti dalla Lega si separarono tosto Guglielmo di Monferrato, il conte di Biandrate e le citta'' di Alba, d'Acqui, di Pavia e di Como.
L'imperatore ando' quindi ad Alessandria, risoluto di radere al suolo la citta', che sei anni innanzi i Lombardi avevano a propria difesa edificata ed a lui scorno dedicata: ma ne' con il lungo assedio, ne' con l'assalto a tradimento riusci' a vincerla.
Pareva imminente una decisiva battaglia fra il barbarossa e l'esercito della lega che stavano di fronte: quando ad un tratto si discorse di pace e si stabilisce una tregua.
Ma i patti che imponeva Federico erano indegni e furono respinti: e i Milanesi si prepararono all'ultimo certame (7). Essi avevano tre forti compagnie militari, nelle quali sopratutto fidavano. La prima era composta da novecento guerrieri e chiamavasi della Morte, perche' quella che la componevano avevano giurato di voler morire, anziche' voltare le spalle al nemico. Di questi credesi capo il milanese Alberto da Giussano "per gagliardia sua reputato gigante". La seconda composta da trecento giovani che stavano a guardia del carroccio: la terza combatteva dai carri falcati, sui quali stavano dieci persone per ciascuno (8). Tutti i cittadini di Milano erano poi divisi in ischiere secondo le porte: e quelli di Porta Romana si raccoglievano sotto un vessillo rosso; quelli di Porta Ticinese, bianco; di Porta Comasina (ora Garibaldi) sotto un vessillo a scacchi bianchi e rossi; di porta Vercellina (oggi magenta) sotto un vessillo balzano rosso nella parte superiore e bianco nell'inferiore; quelli di Porta nuova sotto un vessillo, nel quale erano un leone ed uno scacco bianco e uno nero; quei di Porta Renza (ora Venezia) sotto il vessillo di cui era un leone tutto nero (9).
Alla fine di maggio giunse notizia ai Milanesi che Federico, in grande segretezza, era andato incontro fino a Bellinzona ai Tedeschi che venivano in suo aiuto e li aveva guidati a Como. Le nuove truppe erano condotte dagli arcivescovi  Filippo di Colonia, Vieman di Magdeburgo, Arnoldo di Treviri, dai vescovi di Munster e di Worms, dal conte di Fiandra e da altri baroni di Germania. Con queste forze, accresciute dai suoi amici di Como, Federico voleva marciare su Milano, intendendosi con i pavesi che dovevano prendere alle spalle i collegati, se questi uscivano in campo aperto.
Il disegno nemico fu indovinato dal Milanesi, che con magnanimo ardire decisero di andar tosto contro l'imperatore e combatterlo prima che i Pavesi potessero sopraggiungere. Non erano ancora arrivate tutte le milizie che si aspettavano dalle citta' della Lega: ma siccome ogni indugio poteva tornare fatale, cosi' trassero il Carroccio fuori dalle porte e si misero subitamente in cammino contro il nemico che si avvicinava a gran passi. Intorno al carroccio erano i trecento difensori: gli stavan davanti i novecento della Morte: poi venivano le carrette falcate e tutte le milizie delle sei porte, ciascuna con il proprio vessillo. Dei collegati vi erano 50 militi lodigiani, 200 di Vercelli e Novara, 200 di Piacenza, la cavalleria di Brescia, di Verona e delle citt…' della Marca Trevigiana, perche' i fanti di queste erano stati lasciati indietro a guardia delle citta'
La mattina del benedetto giorno di sabato 29 maggio 1176 l'esercito nostro si trovava a quindici miglia circa da Milano, appoggiando coll'ala destra al borgo di Legnano, colla sinistra a Busto Arsizio, e tenendo il nerbo dell'esercito raggruppato intorno al carroccio, presso Borsano. Davanti ai militi s'estendeva la pianura che separa l'Olona dal Ticino.
Spostato in questo luogo l'esercito, i consoli spedirono settecento cavalieri ad esplorare dove si trovasse il nemico e al qual proposito accennasse. Erano questi cavalieri dilungati appena tre miglia, quando videro ad un tratto dinanzi a loro trecento tedeschi, e poco lontano l'esercito imperiale schierato in linea di battaglia. Gli esploratori non seppero trattenersi: abbassate le visiere e dato di sprone ai cavalli, si gettarono, con le lance in resta, sulla squadra nemica. Dopo breve, ma fiera mischia, fu vista balenare la schiera dei nostri: e allora Federico si mosse rapidamente con il grosso della cavalleria sovr'essi che, sopraffatti,  dovettero piegare e voltar le briglie verso il Carroccio, incalzati davvicino da tutto l'esercito tedesco.
L'urto dei tedeschi fu si' violento che furono scompigliate le ordinanze degli italiani: e l'ala sinistra composta da Bresciani e di Milanesi, non seppe sostenere l'assalto e cedette. I tedeschi trionfavano in ogni parte, e Federico baldanzoso sospingeva giu' il cavallo contro il sacro Carroccio. Le sorti italiche segneran dunque una nuova ruina?... Mentre i tedeschi tripudianti si credevano vincitori,  e i trecento del Carroccio vacillavano, si rovescia sugli Alemanni come impetuoso turbine una bruna schiera preceduta da un gigante: sono i novecento soldati della Morte, con Alberto da Giussano, che accorrono a mantenere il fatto giuramento: morranno tutti se occorre, ma piu' non vedranno contaminata la patria (10). Il loro coraggio salva la liberta': i cavalieri di Alemagna sono sbaragliati, i dispersi Italiani  si radunano di nuovo sotto le bandiere dei Comuni: lo stendardo imperiale cade sull'alfiere che lo porta ed e' calpestato dai nostri: Federico stesso, che combatteva nelle prime file, e' travolto dai suoi, precipita da cavallo, cade a terra e scompare davanti alla furia dei cittadini guerrieri, che per otto miglia inseguono i nemici colle spade ne' fianchi. E intento sull'incolume Carroccio i sacerdoti intonano i lieti cantici di vittoria (11).
Molti tedeschi inseguiti fino al Ticino, chicchi di paura, si precipitarono nelle acque, che a centinaia li travolsero nel Po.
I collegati si impadronirono del vessillo di Federico, del suo scudo, della lancia e della croce che portava sul petto: e trovarono nel campo la cassa militare e ricchissime prede. Fra i prigionieri piu' illustri condussero a Milano il duca Bertoldo, un nipote dell'imperatrice e un fratello dell'arcivescovo di Colonia, Scrivendo ai Bolognesi subito dopo la battaglia, i Milanesi narrarono esser si' numerosi i nemici uccisi o patti prigioni, da non potersi contare.
Il Fiamma riferisce una poetica leggenda, che venne presto accolta dai cittadini, a' quali non pareva vero d'essersi liberati dall'imperatore. Secondo quel cronista il prete Leone narro' d'aver visto tre bianche colombe spiccare il volo dall'altare dei santi Sisinio, Martirio ed Alessandro, i cui corpi, dalla valle di Non presso Trento, erano stati portati dal San Simpliciano portati nella chiesa che fu a lui dedicata, e il 29 maggio ricorreva appunto la loro festa, e Berchet inneggiava alle
 
....tre nunzie de' santi.
Le colombe che uscir dall'altare:
Con che bello, che fausto aleggiare,
Del carroccio all'antenna salir!
 
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La Battaglia
 
 
 
Gli stretti legami di Legnano con Milano trovano una chiara conferma nei grandi eventi del secolo XII, quando molte citta' lombarde si affrancano dalla soggezione all'Impero sotto la spinta di una realta' nuova non piu' inquadrabile nelle vecchie istituzioni feudali. Sono troppo note le vicende della lotta contro Federico Barbarossa, che non tratteremo se non per quanto interessa direttamente Legnano. Colla dieta di Roncaglia (1158) l'imperatore aveva imposto alle citta' suddette il proprio diretto governo mediante i suoi podesta'. Questi dopo breve tempo furono rifiutati e scacciati. L'imperatore discese allora in Italia e pose l'assedio a Milano (1160). Per affamare la citta' egli provvide a meta' maggio, quando le messi si avviano a maturazione, a devastare le campagne distruggendo blavas, legumina et linum Mediolanensium e recidendo gli alberi da frutta. L'opera fu compiuta in due settimane procedendo da sud a nord, da Mediglia a Vertemate, quindi mutando direzione da Verano, Briosco a Legnano, Nerviano, Pogliano, rho. I milanesi uscirono allora dalla citta' e schierarono davanti alle mura il loro esercito col Carroccio. L'imperatore non oso' attacare battaglia. La notizia e' riferita dalla cronaca milanese attribuita a Sire Raoul e da essa si evince che Legnano e' ormai sottratta praticamente al contado del Seprio e costituisce come una porta d'ingresso al contado milanese. Lungo il corso dell'Olona i raccolti di cereali, ortaggi, lino e frutta affluiscono a Milano da Legnano in giu'. La conferma viene da un'ulteriore notizia della stessa cronaca.
Nel 1162, anno della resa di Milano affamata, un funzionario imperiale, Petrus de Cumino, impone tasse, requisisce un quarto del raccolto dei cereali e un terzo del raccolto di castagne, noci e fieno, a tutti quelli sottoposti alla giurisdizione del vescovo di Lodi ossia da Busto Garolfo, Legnano e Seveso in giu', cioe' verso sud. (Il lettore puo' trovare il testo delle Croniche che stiamo per citare nel volume Legnano e la Battaglia, edito a Legnano nel 1976).
Dice la cronaca suddetta che il 29 maggio 1176 l'esercito milanese si trovava presso (iuxta) Legnano e c'erano coi Milanesi vari gruppi di cavalieri di citta' della Lega, cioe' Lodi(50), Novara e Vercelli (300), Piacenza (200) e altri di Brescia, Verona e di tutta la Marca. L'imperatore era accampato presso Cairate con circa mille cavalieri tedeschi. (il testo latino distingue milites da pedites, cioe' i combattenti a cavallo, solitamente nobili, e a piedi, solitamente popolani).
Si diceva anche che i suddetti Tedeschi fossero duemila, e l'imperatore li aveva fatti venire per la Disentina cosi' segretamente che nessun Lombardo aveva potuto saperlo. Anzi quando si diceva che l'imperatore doveva essere vicino a Bellinzona, nessuno voleva crederci. L'imperatore da Cairate vuol muovere verso Pavia, convinto che i Pavesi gli vadano incontro, ma i Milanesi gli attraversano la strada coi suddetti cavalieri fra Borsano e Busto Arsizio e comincia uno scontro violento. Ma l'imperatore mette in fuga i cavalieri che erano da una parte vicino al Carroccio. Fuggirono fino a Milano quasi tutti Bresciani, gran parte dei Milanesi e degli altri.
I restanti resistettero attorno al Carroccio e combatterono con coraggio assieme alla fanteria milanese. Infine l'imperatore fu volto in fuga. Quasi tutti i Comaschi furono catturati. Molti Tedeschi furono fatti prigionieri, uccisi e molti affogati nel Ticino.
Si vede subito che il racconto e' fin troppo conciso e lacunoso, ma ci fornisce alcuni dati essenziali. Le fasi della battaglia sono tre: lo scontro impreveduto tra le opposte avanguardie, l'assedio e la resistenza attorno al Carroccio, la conclusione vittoriosa. Fortunatamente cronache tedesche o di parte vaticana ci consentono di completare il racconto con altri particolari importanti.
Gli Annali Coloniesi riferiscono che il Barbarossa aveva incaricato l'arcivescovo di Colonia, Filippo, di raccogliere un grosso esercito. Con esso e alcuni principi tedeschi Filippo raggiunge Como. Federico lascia allora Pavia e si reca a Como. Intanto i Milanesi, i Veronesi e gli altri Lombardi, raccolto un grande esercito, si avvicinavano per attaccare e sgominare il nuovo esercito tedesco stanco per il viaggio. Quando l'imperatore seppe questo dagli esploratori, pur essendo consigliato di retrocedere di fronte a cosi' grande moltitudine e rifiutare la battaglia, non ritenendo confacente alla sua imperiale dignita' il volgere le spalle al nemico, lo affronto' coraggiosamente assieme ai Comaschi e a quelli che eran venuti coll'arcivescovo. Ma i Lombardi, decisi a vincere o morire, chiusero l'esercito loro con un gran fosso, perche' nessuno potesse fuggire. Si combatte' dall'ora terza alla nona. La vittoria fu tuttavia dei Lombardi. Molti gli uccisi d'ambo le parti; parecchi i nobili imperiali prigionieri.
E' una narrazione piu' distesa della precedente e non discordante. Essendo di parte tedesca attenua la sconfitta colla stanchezza dell'esercito, il coraggio e l'orgoglio dell'imperatore. Aggiunge due particolari importanti: la durata del combattimento dalle otto-nove del mattino alle tre del pomeriggio e il fossato che circonda l'esercito. Ovviamente deve essere un fossato naturale e non possiamo pensare che a una delle scarpate che fiancheggiano l'Olona, adatta a proteggere da tergo l'esercito lombardo.
La relazione di Romoaldo da Salerno, diverge in un punto, affermando erroneamente che l'imperatore si dirigeva non verso Pavia, ma verso Milano per devastarne le campagne, aggiunge un particolare accettabile, che lo scontro iniziale sia avvenuto all'uscita di un bosco, e un altro prezioso.
L'imperatore, vedendo che i cavalieri lombardi erano fuggiti, credette di poter vincere facilmente la massa dei fanti rimasti, e raggruppata la sua cavalleria, voleva irrompere su di loro, ma quelli, opposti gli scudi e protese le aste, cominciarono a resistere alla furia nemica. La seconda fase della battaglia e' essenzialmente uno scontro tra cavalieri tedeschi e i fanti milanesi che sarebbero anch'essi fuggiti, potendolo, ma fugere non valentes, nell'impossibilita' di fuggire si danno a una difesa disperata con un dispositivo tattico che ricorda l'antica falange macedone. Finche' gli stessi fuggiaschi, incontrate per via le truppe fresche in arrivo da Milano, rivoltano i cavalli, tornano al Carroccio e attaccano violentemente e di sorpresa il nemico volgendolo in fuga verso il Ticino.
Sulla difesa ravvicinata del Carroccio insiste nel suo resoconto poetico Goffredo da Viterbo, cappellano dell'imperatore. Questi lanciatosi contro i nemici, ne trapassa due schiere, ne abbatte una terza, ne pone in fuga una quarta; la quinta era piu' robusta e terribile.
Il racconto della battaglia inserito dal cardinal Bosone nella Vita di Alessandro III, pur con alcune incertezze sulla data e coll'aggiunta di coloriture retoriche, riferisce alcune cifre di notevole interesse.
"...i Milanesi, saputo della rapida avanzata del nemico, non attesero le altre citta', ma uscirono da Milano col Carroccio il primo sabato di giugno assieme ai Piacentini e ai cavalieri scelti di Verona, Brescia, Novara, Vercelli e giunsero in massa in un luogo a loro adatto tra Barrano e Brixiano, quasi l'ora terza, a quindici miglia dalla Citta'. Allora mandarono avanti settecento cavalieri armati verso Como per sapere da che parte arrivasse il fortissimo avversario. Dopo tre miglia si scontrarono con trecento cavalieri tedeschi, che erano seguiti a breve distanza da Federico e da tutto il suo esercito pronto alla lotta...Ma quando le truppe piu' numerose dell'imperatore giunsero, i cavalieri lombardi a malincuore volsero le spalle, volendo ripararsi attorno al Carroccio dei Milanesi. Non riuscirono pero' a fermarsi li' davanti agli inseguitori, ma colla massa degli altri fuggiaschi furono costretti a scappare per mezzo miglio oltre il Carroccio. Allora la parte scelta dei combattenti milanesi che sull'ultima linea resisteva come un muro impenetrabile, fatta una preghiera a Dio, al suo apostolo Pietro e Paolo e al Beato Ambrogio, affronto' fiduciosamente a bandiere spiegate con gran valore Federico. Al primo scontro il vessillifero di Federico cadde a terra trafitto e vi rimase ucciso dagli zoccoli del cavallo. Lo stesso imperatore, quando apparve in mezzo agli altri ben distinguibile dal fulgore delle armi, colpito fortemente dai Lombardi, cadde da sella e spari' dagli occhi di tutti. All'impeto dei Lombardi tutto il corpo dei Tedeschi, volto in fuga, scappo' per otto miglia col terrore della morte...".
I toponimi Barrano e Brixiano sono evidenti storpiature operate dai copisti incapaci di decifrare nomi a loro sconosciuti. Potrebbero rappresentare, Borsano e Busto Arsizio, o Legnano e Borsano, ma fortunatamente sono seguiti dal numero "quindici miglia", la distanza esatta tra Milano e Legnano, a cui si addice senz'altro la definizione di congruum sibi locum, localita' adatta e opportuna al loro scopo, quale ingresso nel territorio milanese e passaggio obbligato per il Barbarossa, di cui si ignoravano le intenzioni, qualora avesse deciso di attaccare direttamente la metropoli lombarda. Altre cifre importanti riguardano i settecento cavalieri mandati in esplorazione, i quali percorrono tre miglia, l'esatta distanza tra il punto oltre Borsano e il Carroccio rimasto presso Legnano. Ovviamente le tre miglia sono ripercorse dai settecento cavalieri, incalzati alle spalle dai Tedeschi, per riunirsi al Carroccio. Difficilmente credibile e' la successiva indicazione, secondo la quale i fuggiaschi si sarebbero fermati a mezzo miglio dal Carroccio. Avrebbero dunque assistito per diverse ore alla lotta fierissima dei compagni senza intervenire? Altre fonti dicono invece che alcuni fuggiaschi giunsero addirittura a Milano oppure che incontrarono per via le truppe in marcia verso Legnano. Il che spiega molto bene l'intervallo di tempo, in cui l'imperatore sfonda quattro linee difensive, ma non la quinta perche' l'improvviso intervento delle nuove truppe lombarde capovolge la situazione.
Manca ogni accenno all'azione particolare dei fanti milanesi, impossibilitati a fuggire e quindi decisi a vender cara la pelle, fatto rilevante perche' nel Medioevo ha sempre prevalso la cavalleria sul campo di battaglia e qui per la prima volta la fanteria ha un ruolo primario, anche se la risoluzione definitiva del combattimento si deve al ritorno dei cavalieri lombardi.
E Alberto da Giussano colla Compagnia della Morte? Nessuna traccia di questi nomi si trova nelle cronache del secolo XII; nessun contemporaneo ne parla. Bisogna giungere verso la meta' del secolo XIV per riscontrarli negli scritti di Galvano Flamma o Fiamma, uno scrittore che mescola confusamente dati di fatto e leggende o dicerie popolari. Nel suo Manipulus florum egli riempie le pagine dedicate al nostro tema con frasi retoriche (si preparano i cavalli, si aumenta il numero dei soldati,si fabbricano elmi, strepitano le armi, i colpi delle spade fanno tremare la terra, ecc.); descrive il corteo delle contrade colle variopinte bandiere; indugia su episodi secondari, come il duello di Ottone Visconti con un Saraceno, ma della battaglia dice solo quanto avrebbe riferito il prete Leone nella sua Cronica, il quale stando a Milano vide levarsi tre colombe che andarono a posarsi sull'antenna del Carroccio, distante ventisei chilometri. L'imperatore nel bel mezzo della battaglia, le vede e prosternitur viene abbattuto (in altri libri dice perterritus aufugit, atterrito fuggi, oppure in fugam conversus abit, si volse in fuga). Nella Cronica de antiquitatibus civitatis Mediolanensis sempre secondo il prete Leone, il fatto avvenne tra il borgo di Legnano e Dairago. Nella marcia di avvicinamento Alberto da Giussano custodisce il vessillo del Comune, retto dai fratelli Ottone e Raniero, due giganti che stanno sempre al suo fianco (un tocco da chanson de geste). Le cose si ripetono e si complicano nel Chronicon Maius, dove le battaglie diventano due. Nel 1176 il Barbarossa riprende la guerra e i Milanesi per prepararsi allestiscono tre compagnie militari. La prima detta della Morte e' formata da novecento cavalieri, capitanati da Alberto da Giussano, col vessillo del Comune; sono stipendiati, dotati d'un anello aureo ciascuno, legati da giuramento. La seconda e' di trecento popolani per la difesa ravvicinata del Carroccio. La terza si compone di trecento carri falcati montati da dieci robusti giovani, che spingendo i cavalli al galoppo e tenendo le falci come i remi d'una barca, uccidono e feriscono. La battaglia del 1176 (prelium campestre) avviene presso il borgo di Carate. L'anno dopo sempre secundum Cronicam Leonis l'imperatore si trovo' tra Legnano e Dairago il 29 maggio 1177. Accesasi la battaglia, arrivano le tre colombe, si posano sull'antenna del Carroccio, Federico le vede e fugge.
L'inconsistenza e la confusione del Fiamma e' palese. Attinge le notizie dalla Cronica di Leone, che e' piu' attento alle leggende che ai fatti reali. Le cronache piu' antiche e contemporanee al fatto dicevano che i Tedeschi erano accampati a Cairate la notte prima della battaglia. L'alterazione del nome Cairate in Carate, sposta il fatto d'arme di una quarantina di chilometri rendendo ingiustificato il nome stesso di battaglia di Legnano. Percio' si inventa una battaglia di Carate nel 1176 e si sposta al 1177 quella vera di Legnano.
Quanto alle tre compagnie diciamo subito che la terza coi tremila carristi scorazzanti sul campo di battaglia segando teste e braccia, non e' credibile. I cronisti contemporanei avrebbero registrato un fatto cosi' straordinario. Credibile invece e' la seconda perche' il Carroccio fu veramente circondato e difeso dalla fanteria che procedeva a piedi. La Compagnia della Morte non e' avvantaggiata dal fatto di essere nominata soltanto da Galvano Flamma e i suoi posteri.
Riassumendo i dati sicuri sono i seguenti. I Milanesi, prima di riunire tutti gli alleati, si avviano risalendo per ventisei chilometri il corso dell'Olona e fermano il Carroccio nei pressi di Legnano sul ciglio di una scarpata, che protegge almeno da un lato il loro veicolo di guerra. Pensano che Federico, forse ancora lontano, voglia appoggiarsi sull'amico conte del Seprio e scendendo la valle dell'Olona si diriga su Milano. Legnano e' la porta d'ingresso del loro territorio, il punto strategico da difendere a qualunque costo.
Dal Carroccio si staccano settecento cavalieri in funzione di esploratori. Percorso circa cinque chilometri, oltre Borsano, incontrano l'avanguardia nemica composta da trecento cavalieri. Superiori di numero i Milanesi attaccano il nemico e lo distruggerebbero, se non sopraggiungesse il Barbarossa col grosso. I nostri ripiegano verso il Carroccio per resistere cogli altri, ma l'impeto terribile della cavalleria nemica e' tale da spingere alla fuga tutti quelli che, a cavallo, possono fuggire. Restano i non valentes fugere, i fanti con pochi cavalieri piu' coraggiosi. La resistenza e' fatta da piu' linee di uomini che oppongono le punte delle lance sporgenti tra scudo e scudo. Diverse linee vengono sfondate una dopo l'altra con cariche successive della cavalleria, ognuna delle quali consuma un certo tempo. In tal modo i fuggiaschi, uniti alle nuove truppe in arrivo da Milano, ritornano sui loro passi e improvvisamente, forse da tergo, attaccano il nemico, che non potendo ritirarsi verso il luogo di partenza, corre verso la meta del viaggio, Pavia al di la' del Ticino. La fuga si protrae per circa quattordici chilometri, passando probabilmente per Dairago verso Turbigo. Le acque del Ticino invece della salvezza offrono agli sconfitti la morte o la prigionia.
Vorremmo essere in grado di precisare anche il punto dove era collocato il Carroccio. Se il grande fossato citato da un antico cronista e' la scarpata che scende verso l'Olona, possiamo indicare solo una linea. Il punto potrebbe essere o prima o dopo Legnano. La costa di S.Giorgio? San Martino? Mancano argomenti sicuri a favore dell'una o dell'altro.
 
NOTE:
21)  Amos Cassioli (1832/1891) "La battaglia di Legnano". Olio su tela (Museo d'Arte Moderna di Firenze)
22)  Ludovico Pogliaghi (1857/1950)    "Il Carroccio esce dalle mura milanesi" (Civica Raccolta Bertarelli di Milano)
23)  Miniatura in un codice, datato 1413, dove sono raffigurati il vescovo milanese Anselmo da Pusterla in ginocchio e, alla sommita' dell'albero, l'imperatore Federico Barbarossa (Biblioteca Braidense di Milano)
24)  Enrico Butti (1847/1932) statua in bronzo del guerriero della battaglia di Legnano. (restaurata nell'anno 1990/1992 dallo scultore..... e ricollocata sul piedistallo a inizio 92)
25)  Estratto del codice "A.E.X. 10 - Cronaca Galvagnana" in cui figura il nome di Alberto da Giussano, "custode del vessillo della comunita'" (Biblioteca Braidense di Milano)
 
 
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6 Batàia de Legnà

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Batàia de Legnà
(Rimandaa da Bataja de Legnan)
Chest artícol a l'è scricc in Bresà, ortograféa Modèrna       Lombard oriental
 
Batàia de Legnà. Particolar de 'n quàder de Amos Cassioli (1832-1891)
La batàia de Legnà l'è stàda combatìda el 29 de màgio del 1176 vizì a Legnà, al dé d'encö 'ndela pruvìncia de Milà. L'è stàda la batàia piö 'mportànte de la lónga guèra che l'imperadur Federìco dit el Barbarósa el g'ha combatìt per rià a restabilì 'l sò potére, per lo méno 'n lìnea de prensépe, söi Cümü de l'Itàlia del Nort. Chèsti però i gh'ìa mitìt en bànda le sò béghe sanguinùze che düràa de agn e agn per mitìs ensèma 'ndèna aleànsa ciamàda Lega Lombarda, có a capo el Papa Lisànder III. L'imperadùr el g'ha sercàt de doprà la fórsa per meter sóta i Cümü ma 'l vegnarà batìt.
 
Le batàia l'è cuminciàda quàze 'n maniéra cazuàl, perché i du ezèrcicc i saìa de la prezènsa l'ü de l'óter ma i s'è 'ncuntràcc sènsa püdì preparà prìma 'na strategìa.
 
I è stàde le dò vanguàrdie de fancc a ambià là la baröfa. 700 fancc de la Lega Lombarda che vignìa 'n sà de Legnà i s'è troàcc denàcc a 300 fancc del Imperadùr. Chèsta prìma schermàia l'è düràda 'na vintìna de minücc enfìna a che gh'è riàt l'imperadùr stès con töt el gròs del sò ezèrcito furmàt suratöt de cavaliér. La càrica dei imperiài la g'ha ubligàt i lombàrcc a 'nmocelàs entùren al sò car de batàia (el "Carroccio"). Sóta la bandiéra de la sò part però, chèsti soldàcc, che i éra strac e de méno come nömer, i g'ha rezistìt cutra a 'n ezercit polsàt, e per de piö a caàl.
 
Söl car dei Lombarcc gh'éra la crus de Aribèrto de 'Ntimià, che segónt la legènda, la ghe dàa coràgio e moràl ai soldàcc al pónt de pirmitìga de rezìster enfìna a che gh'è riàt i rinfórs de Milà, avizàcc de 'n quàc cavaliér che gh'è riàt a scapà vià de la baröfa.
 
Deànti al ezèrcit dei rinfórs lombàrcc gh'éra i cavaliér de la Compagnìa de la Mórt, menàda del legendàre Alberto de Giüsà, en manìpol de cavaliér selesiunàcc che gh'éra züràt de protèger el sò comandànt enfìna a la mórt. Chèsti i töl de mìra con töta la sò füria l'ezèrcit del imperadùr, che ciapàt a la 'mprüìza 'l fenesarà per véser batìt. Federìco Barbarósa 'l vedarà strepà zó 'l so stendàrt, ciapà 'n ostàgio i sò soldàcc e pò a 'n quac sò parét, e a la fì 'l sò caàl el vegnarà trepasàt de na lància. Scalsàt de caàl l'imperadùr el riarà a scapà a pè e a riparàs quàze per miràcol endèl castèl de Legnà.
    parole
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7 Manifestazioni di rito

 
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Anniversario della Battaglia di Legnano
Celebrazioni storiche dell'816° ann
 
Manifestazioni di rito
 
 
Giovedì 30 aprile,  ore 21
Basilica San magno: Cerimonia di riconsegna della Croce di Ariberto da parte della Contrada detentrice
Piazza San Magno:   Emissione del bando da parte del supremo magistrato
 
Sabato 9 maggio, ore 21
Piazza San Magno:   Investitura civile dei Capitani delle Contrade. Presentazione delle Castellane. Iscrizione delle Contrade al Palio. Allocuzione del Supremo magistrato.
 
Venerdì 22 maggio, ore 21 a Milano
Veglia della Croce nella Basilica di San Simpliciano
 
Venerdì 29 maggio, ore 21,30, Piazza Monumento
Cerimonia ufficiale per le celebrazioni dell'816° anniversario della battaglia di Legnano.
 
Domenica 31 maggio
ore 10, Palazzo Malinverni: Ricevimento delle autorita dei gonfaloni dei comuni della lega Lombarda.
Ore 10,30, Piazza San magno: Santa messa solenne sul carroccio. Investitura religiosa dei capitani. Volo dei Colombi. Benedizione dei cavalli e dei fantini.
ore 14.30: Sfilata storica delle contrade; percorso: Piazza Carroccio, via Ratti, Corso magenta, piazza San magno, Corso Garibaldi, Via Verdi, Corso Italia, sottopasso, piazza del Popolo, via Venegoni, via XX settembre, stadio comunale.
ore 16.30: stadio comunale G. Mari: Parata in campo. Onori al carroccio. carica della Compagnia della Morte.
Palio delle contrade: corsa ippica a pelo per la conquista della croce di Ariberto e proclamazione della contrada vincitrice.
 
Sabato 6 giugno, ore 20,30, Basilica San magno. Traslazione della croce di Ariberto alla chiesa della contrada vincente.
)
 
La sera del 29 maggio 1176 drappelli di cavalieri del rosso si disperdevano nelle campagne legnanese e venivano sopraffatti dai fanti della Lega Lombarda.
Correva anche la voce che l'Imperatore Federico Barbarossa di Svevia detto appunto il Rosso fosse stato ucciso, travolto dai cavalli e dagli armati, in un groviglio di corpi, lance e spade. Nulla di piu' errato: l'Imperatore era fuggito a Pavia, suo punto di riferimento dell'attacco ai comuni della lega lombarda.
Legnano ha sempre rappresentato per poeti, storici, musicisti e pittori il primo capitolo della lotta per l'Indipendenza. E con una certa visita di Giuseppe Garibaldi a Legnano nel lontano 1862, si posero le basi per la costruzione del monumento al Guerriero, dello scultore Enrico Butti, inaugurato il 29 maggio 1900. Seguirono varie manifestazioni di rievocazione, che sfociarono nel primo carosello storico nel 1935.
Ma per capire le origini di questa manifestazione, bisogna fare un salto indietro di 800 anni, risalendo all'eta' dei Comuni. Comuni che già' si erano solidamente riuniti in Lega nel 1167 e che il barbarossa salto indietro di 800 anni, risalendo all'eta' dei Comuni. Comuni che già' si erano solidamente riuniti in Lega nel 1167 e che il barbarossa osteggiava. L'Imperatore agli inizi del 1176, muoveva verso Milano con migliaia di uomini e con l'intento di distruggerla. Da pavia, sua roccaforte, parti' un attacco che inizialmente, ebbe per i Comini effetti devastanti. Ma il 29 maggio 1176, la cavalleria imperiale subi' una pesantissima sconfitta da parte dello schieramento lombardo.
Un drappello di 900 uomini, la COMPAGNIA DELLA MORTE, sotto la guida di Alberto da Giussano difese il Carroccio, che divenne simbolo di liberta'.
 
Teatro dell'epica battaglia fu la periferia Ovest di Legnano, zona cascina Mazzafame. Il tiranno, sconfitto ma non ucciso, si salvo' e si rifugio' a Pavia presso la moglie Beatrice di Borgogna. Con la pace di costanza del 1183 venne sancita l'autonomia di Comuni. Successivamente il Barbarossa si dimostro' abile tessitore, riconoscendo il potere del papa e stringendo patti segreti con le citta' a cui anni prima aveva dichiarato guerra. Concesse la liberta' e privilegi in cambio della sua autorita', una autorita' forte come il suo progetto di monarchia universale, ponendo cosi' le basi per l'assetto federale. Dal 1393, la rievocazione della battaglia di Legnano, Diventa festa religiosa.
Durante questa celebrazione si snoda una processione verso la chiesa di San Simpliciano a Milano. Un cronista del '300, Galvano Fiamma, con un po' di sano patriottismo ci narra di tre colombe bianche che si librano dalle tome dei santi protettori di Milano e si posano poi sul pennone del Carroccio, premonitrici della vittoria. Al centro del Carroccio sventola lo stendardo della lega e suona la campana, la Martinella, il cui rintocco e' un ulteriore incitamento alla lotta.
 
Fra la meta' dell' 800 e gli inizi del '900, Giuseppe Verdi con la Battaglia di Legnano e Giosue' Carducci con la sua ODE danno rilievo artistico al valore storico della Battaglia di Legnano. Nel 1935 nasce la festa popolare, che prevede il palio Ippico disputato dalle otto contrade: FLORA, LEGNARELLO, SANT'AMBROGIO, SAN BERNARDINO, SAN DOMENICO, SANT'ERASMO, SAN MAGNO, SAN MARTINO. Questa tradizione si interrompe a causa degli eventi bellici, per riprendere nel 1952, offrendo ogni anno uno spettacolo di grande valore folcloristico.
La reggenza di ogni contrada e' affidata a un gran priore, un capitano, una castellana. I loro compiti sono diversi: al gran priore e al capitano spetta la scelta del miglior cavallo e del miglior fantino per assicurarsi la vittoria del Palio delle Contrade. La castellana si dedica invece all'organizzazione della sfilata, all'abbellimento dei costumi e al coordinamento dell'attività' delle dame di contrada. Tutto ciò' servira' a rendere la sua, la piu' elegante fra tutte le Contrade.
Vincere un Palio significa poter vantare l'onore di custodire, per un anno, nella chiesa della contrada, la Croce di Ariberto d'Intimiano, croce il cui originale e' custodito nel Museo del Duomo di Milano. Dopo tanti preparativi, come si svolge il giorno del Palio? Momento fra i piu' toccanti e' quello della Santa messa che viene celebrata al mattino sul Carroccio opportunamente sistemato ai piedi del Sagrato della basilica di San magno.
Alla Messa partecipano tutte le autorita' civili, i rappresentanti delle contrade (Gran Priori, capitani e Castellane) e sono presenti il gonfalone di Legnano e quelli delle citta' della Lega.
La celebrazione raggiunge il suo momento piu' intenso ed emozionante quando il sacerdote libera le tre colombe bianche. La tradizione vuole che la direzione del volo profetizzi a vittoria. Al volo delle colombe segue la benedizione dei cavalli delle otto contrade, i quali correranno nel pomeriggio il Palio. La complessa macchina organizzativa di tutta la manifestazione, la Sagra e Palio, gravita attorno a tre personaggi:
Il Supremo magistrato (sindaco di Legnano)
Il Gran Maestro del Collegio dei Capitani
Il Cavaliere del Carroccio. -
 
 
Alcuni documenti indicano la nascita dell'antico Borgo di Legnarello anteriore al VIII° secolo. Diede i natali a uomini e artisti di cultura ( Lampugnani e Corio ) e fu dimora di nobili personaggi, come Donna Consuelo dei Melzi D'Eril, di origine spagnola e di leggendari uomini d'arme, come Idalgo don Pedro Torquemada che usava vestire una cappa per meta' rossa e per meta' gialla. Fu lui ad issare nella sua prima dimora, sul monticello detto oggi dei Ronchi, la bandiera giallo rossa. Storicamente si puo' considerare la prima contrada di Legnano, trovando dei riferimenti nel codice longobardo dell'anno 789, in cui si accennava a una donazione, dell'Arcivescovo di Milano, dei possedimenti in SURRE PROPRIETARIO MOSTRE IN LEUNIANELLO.
Il simbolo della contrada e' il sole raggiante nel quale e' raffigurata una croce orientale. Una leggenda vuole che durante la tragica peste del 1621, alcuni legnarellesi, per scampare alla mortale malattia, si ritirassero, isolati, in una cascina sita nell'attuale via Canova, salvandosi cos' dal micidiale morbo.
 
VITTORIE
 
1936 1952 1953 1954 1965 1966 1983 1989 1991
 
E' la contrada nel cui territorio, presumibilmente, avvennero i fatti d'arme della Battaglia di Legnano e cioe' tra il tratto di campagna tra i rioni di Ponzella e Mazzafame.
I colori sono il BLU e il ROSSO: simboleggiano rispettivamente, la gloria militare e il sacrificio del sangue dei difensori del carroccio. I fiori che trapuntano il vessillo ci richiamano a un periodo tramandato dalla leggenda: le donne della contrada avrebbero accolto il vittorioso esercito della Lega gettando fiori in segno di trionfo e letizia.
Il nome della contrada deriva da quello di un'antica costruzione merlata, la Cascina Flora.
Nel suo territorio sorge la chiesa dedicata ai martiri trentini Sisimio, Martirio e Alessandro, sepolti nella chiesa di San Simpliciano a Milano  che venivano festeggiati in quel sabato 29 maggio 1176, quando si accese la battaglia.
La sfilata storica e' aperta dalla caratteristica banda composta da 13 elementi tra trombe e tamburi
 
VITTORIE
 
1938 1960
 
 
Il territorio di Sant'Ambrogio e' uno dei piu' antichi della citta', denominato in passato Borgo di Maragasc, termine dialettale per indicare i fusti del granoturco conservato dai contadini, che in queste zone si insediarono fin dai secoli scorsi, per farne materiale da ardere.
La chiesa di Sant'Ambrogio, risalente al XII° secolo, sorge a pochi passi dal maniero. San Carlo Borromeo decise di adibirla a scuola dei disciplini e, durante i lavori di ampliamento, venne scoperta la salma dell'Arcivescovo Leone da Perego, morto a Legnano nel 1257 e sepolto sotto il portico della chiesa. Il fatto suggeri' i colori della contrada: il verde e il giallo simboleggiano infatti il bronzo e l'oro del tesoro che, secondo la leggenda, venne sepolto insieme al prelato ma che non fu mai ritrovato. Al centro del gonfalone campeggia San'Ambrogio raffigurato come sull'altare d'oro della basilica milanese dedicata al Santo.  Sant'Ambrogio impugna nella mano destra lo staffile, simbolo della contrada, che durante la sfilata storica viene portato a mano da un giovane in costume. I ricami del gonfalone sono tratti da un arazzo del dodicesimo secolo.
 
VITTORIE
 
1962 1968 1986 1988
 
 
Il nucleo dell'abitato della contrada e' situato nell'oltre stazione e si estende fino alla chiesetta edificata verso la fine del 1400 a ringraziamento dello scampato pericolo da una epidemia pestilenziale.
All'interno della chiesetta e' custodito un prezioso affresco attribuito a Giovan battista Crespi, detto il Cerano. La bandiera e' a colori rosso e bianco. La leggenda parla di un antico Capitano che avrebbe mandato a morte una innocente fanciulla se le campane non si fossero messe, da sole,  a dare l'allarme con suono a martello. La veste bianca della donna, arrossata dal sangue, divenne la bandiera dei salvatori. Il bianco e' simbolo della luce e della purezza; il rosso e' simbolo della vita e della regalità'. Simbolo di contrada e' il sole raggiante a otto punte nel quale e' iscritta la sigla N.B.S. Nostro Bernardino Santo. Nel maniero di contrada e' stata creata una biblioteca con piu' di tremila volumi divisi per argomento. La biblioteca e' aperta al pubblico e viene consultata da contradaioli e da ragazzi delle varie scuole.
 
VITTORIE
 
1956 1959 1961 1978 1980 1982 1985
 
 
 
Unica contrada i cui confini sono circoscritto da altre contrade, pertanto senza possibilità' di invasione. San Domenico e' uno dei rioni piu' antichi della Legnano medioevale ed era anticamente chiamata Contrada delle Frasche per il verde rigoglioso dei suoi campi. Nel territorio un tempo sorgeva il convento di Santa maria degli Angeli con l'omonima chiesa e, nell'attuale Corso Garibaldi, il palazzo dei pittori Lampugnani dei quali oggi e' rimasta la Cascina dei caccia detta la Colombera. La chiesa parrocchiale, eretta in stile romanico-lombardo ai primi del novecento, ha preso il posto della vecchia chiesina dell'oratorio. I colori della bandiera sono il bianco e il verde e la contrada collega questi colori a un rinvenimento dei resti di soldati, nell'erba da parte di un cane bianco che e' raffigurato anche nello stemma con una fiaccola in bocca, che sta ad indicare la laboriosità' e la fedelta' della sua gente.
 
VITTORIE
 
1935 1972 1981 1984
 
La leggenda di Sant'Erasmo e' collegata alla storia del convento di Santa Caterina dove abito' e scrisse le sue opere Bonvesin della Riva. Il corvo, simbolo della contrada e che tutti gli anni sfila per il corteo storico, posato sul braccio di un armigeno a cavallo, ricorda il nero volatile che, secondo la tradizione, si recava costantemente a visitare i vecchi eremiti del Colle di Sant'Erasmo, portando loro pane e companatico prelevati dalla dispensa del convento. L'esistenza di un ospizio ove sorge l'attuale edificio e' comprovata da scritti risalenti al 1300 e, secondo la leggenda, il fondatore fu Bonvesin della Riva.
All'interno della chiesetta, ora parrocchia con giurisdizione sull'ospedale civile che sorge accanto all'ospizio, sui resti di un tempietto medioevale, si conserva una bella pala d'altare attribuita a Benvenuto Tisi detto il garofalo. Nella sfilata i colori di Sant'Erasmo, l'azzurro e il bianco, dove il primo sta ad indicare il cielo e il secondo la carità', l'amore e la saggezza sono indossati da due giovani figuranti, simbolo delle forze nuove della contrada.
 
VITTORIE
 
1937 1939 1958 1964 1969 1970 1974 1975 1976
 
 
Contrada del centro cittadino, fa rivivere nel suo gonfalone i colori rosso e bianco e le insegne della Basilica: Mitria, ombrello vescovile, chiavi prepositurali e pastorale. La leggenda vuole che le due strisce rosse siano il sangue lasciato sulla neve bianca, dai santi Sebastiano e Rocco, venuti nottetempo ad ammirare gli affreschi che li ritraggono nella basilica di San magno.
Nel suo territorio si trovano: il castello Visconteo e la Chiesetta di san Giorgio, il palazzo Leone da Perego, unico esempio di vestigia rimasta nella braida vescovile, fortificato dalla famiglia Cotta e già' esistente al tempo della battaglia; la Sede della Famiglia Legnanese.
Un cenno particolare alla Basilica di San magno, di scuola Bramantesca e insignita del titolo di Basilica Romana Minore, fra le cui mura conserva alcuni tesori d'arte quali la Pala del Luini e gli affreschi del Lanino. Il maniero sito in via Berchet, nel cuore della citta' e' sede di innumerevoli attività' della contrada. La sfilata durante il corteo si apre con il famoso corpo bandistico, composto da oltre 40 elementi che annuncia l'incedere solenne di paggi, alfieri, armigeri e cavalieri.
 
VITTORIE
 
1963 1971 1973 1979 1987 1990
 
Narra la leggenda che un palafreniere di Carlo magno, perdutosi nella zona a nord della citta' verso castellanza, fu rimesso nella giusta direzione da un giovane boscaiolo che indico' al cavaliere una croce bianca apparsa nel cielo azzurro. Quale riconoscenza il boscaiolo chiese che la croce bianca in campo azzurro fosse l'insegna della sua casa: la Cascina di San Martino. La richiesta fu esaudita dall'imperatore e la bandiera bianco crociata e' oggi il simbolo della contrada.
Nel nuovo maniero viene organizzata la vita di contrada e nel salone principale si riuniscono la reggenza, il consiglio, i contradaioli occupati ad organizzare attività' creative socio-culturali.
Nel cuore dell'agglomerato sorge l'antica chiesetta dedicata al Santo, risalente al '700 e restaurata grazie alla generosità' dei contradaioli. Per la sfilata storica gli sbandieratori di contrada si cimentano in evoluzioni spettacolari che ricordano l'esultanza dei popolani del borgo al rientro delle milizie vittoriosi.
 
VITTORIE
 
1957 1967 1992
 
 
A Legnano, ogni anno nel mese di maggio, si rinnova una tradizione antica, che conserva sfumature suggestive e piene di fascino: La Sagra del carroccio, celebrazione storica e rievocazione simbolica della Battaglia del 1176. Da secoli rappresenta una "lezione di storia", non un semplice carosello ma il ricordo di un avvenimento.
La citta' per un giorno viene riportata indietro nel tempo con un singolare flash-back; cavalieri dame e il loro seguito nei fastosi costumi medioevali, ricreano l'atmosfera di un periodo lontano ed affascinante. Le otto contrade, che sono le vere protagoniste della manifestazione, fanno rivivere la storica impresa dei loro antenati che, animati soprattutto di fede e amor patrio infersero un colpo decisivo allo strapotere militare di Federico barbarossa. La Sagra vive il momento piu' intenso ed atteso l'ultima domenica di maggio quando ha luogo la sfilata, il carosello storico e il palio delle Contrade. Il fulcro della sfilata e' il carroccio, carro simbolo di unita' e liberta' dei comuni lombardi. L'epilogo della manifestazione e' rappresentato dalla corsa al palio, istituita nel 1935, una spettacolare competizione equestre nella quale i migliori fantini italiani che cavalcano a pelo e ingaggiati da ciascuna contrada, si contendono la conquista della croce d'Intimiano, che lascera' il Carroccio per essere custodita per un anno intero nella Chiesa della contrada vincente. La Sagra del carroccio, esce quindi dai suoi confini provinciali per entrare a pieno titolo nella tradizione italiana, una tradizione fatta di storia e ricerca, cultura e passione, perche', come scrisse Mameli "..dall'Alpe alla Sicilia, ovunque e' Legnano ."
 
 
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8 La sagra del carroccio

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La sagra del carroccio
 
Nei secoli passati la battaglia combattuta nel 1176 presso la nostra città era sempre stata indicata ai posteri come segno di una importante tappa nella evoluzione della nostra antica società.
Infatti, nel 1176, per la prima volta, dopo anni di terrore barbarico, i nuovi Italiani dei comuni lombardi avevano osato contrastare ed addirittura sconfiggere un oppressore straniero. Purtroppo nel XII secolo quella scintilla di libertà si era subito spenta a causa delle numerose discordie esistenti tra i comuni lombardi e delle continue lotte tra frazioni popolari, nobili e clero.
L'antico spirito di italianità si era risvegliato nel 1800 grazie al Risorgimento ed alla creazione dell'unità d'Italia. In Legnano questo sentimento aveva portato, grazie alla spinta delle forze culturali locali, alla costruzione, nel 1876, di un primo monumento dedicato alla battaglia ricordata anche nell'inno nazionale. Le feste popolari, gli articoli di storia sui giornali, la voglia di essere cittadini, spinsero i Legnanesi a rinverdire ogni anno le glorie di questo loro fatto d'armi. Nel giugno del 1900 in occasione dell'inaugurazione del monumento alla battaglia, reso definitivo con l'opera del Butti il concorso di folla fu enorme e le ricorrenti celebrazioni del fatto d'arme divennero quasi irrinunciabili per i Legnanesi. Nel 1935 l'Italia era amministrata dal regime fascista. Tra i tanti errori, di cui possono essere accusate le gerarchie fasciste, almeno un merito deve essere loro riconosciuto, quello di avere propagandato più di tutti l'italianità agli Italiani. Lo spirito del Risorgimento, cui anelava l'uniàa di popoli vissuti fianco a fianco nemici e divisi dagli eserciti stranieri, riemerse dalla politica mussoliniana con determinazione talvolta soffocante. Le celebrazioni spontanee e popolari in ricordo della battaglia assunsero perciò un carattere di ufficialità. Naturalmente i Legnanesi obbedirono in questo caso al regime, in quanto ciò che si chiedeva loro, in nome di una politica, era quanto avevano sempre cercato di fare in proprio, ma senza troppi mezzi per finanziare le manifestazioni.
Fu cos' che il Carosello Storico con la corsa del palio acquistò, ufficialità il giorno 26 maggio 1935, sostituendo ed integrando quelle manifestazioni popolari e religiose che fino ad allora si erano tenute anche in Milano presso la basilica di S. Simpliciano, ove già dal XIV secolo l'ultima domenica di maggio si svolgeva una commemorazione con processione e feste (S. Simpliciano era stata ampliata ed arrichita dopo la battaglia, per celebrare proprio la vittoria sul Barbarossa). Le celebrazioni della Sagra proseguirono dal 1935 al 1939. La guerra fermò, necessariamente, con le sue restrizioni, anche la nostra manifestazione.
Nel 1952 risanata l'economia cittadina, grazie anche allo sforzo culturale ed aggregante compiuto dalla Famiglia Legnanese e dal Comune di Legnano, si ripresero le manifestazioni senza le etichettature politiche che prima della guerra erano state imposte.
Lo spirito degli antichi comuni lombardi viene rivissuto in Legnano con gioia profonda, è la consapevolezza di cittadini che additano alle generazioni future il valore inestimabile di possedere la propria vita, le proprie idee, la propria casa senza che altri ne dispongano.
E' questa una lezione politica che nessuno deve dimenticare, è lo stesso sentimento che accomuna nel suo 40° anniversario lo spirito partigiano del 1944 a quello dei difensori del carroccio. Questo non deve però essere inteso come atavico odio per il popolo tedesco anche se esso in entrambe le occasioni si è trovato dall'altra parte del campo di battaglia. L'amore per la libertà deve essere bene prezioso all'interno di noi e guidarci oggi come allora nelle scelte politiche di giustizia e di rispetto per il più debole.
 
Dimostrazione di questa civile determinazione espressa dalla nostra Sagra è il viaggio a Costanza compiuto nel 1984 da una rappresentanza delle contrade esponenti della città di Legnano. Viaggio che vuole non sottolineare l'antica sconfitta imposta, ma ricordare la mano tesa nel gesto di pace, artefici uomini liberi di entrambe le parti, ciascuno fiero della sua terra e del suo lavoro.
I figuranti legnanesi sono stati accolti prima con incredulità poi con calore dalla popolazione di Costanza. Si erano anch'essi resi conto del valore universale di quella visita e forse, anche solo per qualche ora, si è dissipata la inconfessata diffidenza con la quale troppo spesso in tutto il mondo, dal Nord si guarda a chi viene dal Sud, dimenticando la antica lezione di 808 anni fa.
A parte questi aspetti che investono dal punto di vista politico e morale l'atteggiamento di ognuno di noi, la Sagra del carroccio è anche un fatto sociale e socializzante per Legnano. La nostra popolazione ha da molti anni accolto ed integrato emigranti veneti e meridionali. Orbene, nella convivenza civile, tutte queste genti, ritrovatesi a fianco si identificano in una sola comunità e lavorano per la Sagra come se da sempre l'orgoglio e l'impegno dei Legnaaesi antichi li abbia pervasi.
Nei manieri, dall'ultimo arrivato dei ragazzi al capitano, ogni concittadino offre la propria opera in un volontariato assolutamente gratuito e disinteressato.
L'unica paga è la soddisfazione di concorrere alla formazione di uno spettacolo fuori dal comune. Si organizzano raccolte per pagare i costumi nuovi e affrontare le spese per i cavalli. Ci si allena per cavalcare, suonare corni trombe e tamburi. I più agili inventano giochi con le bandiere. Decine di contradaiole si dedicano al restauro, al rifacimento o alla confezione di abiti, mantelli, borsette. Artigiani con i capelli bianchi fondono else di spade e lame; costruiscono archi, lance e scudi. Vengono con cura ricercati e scelti coloro che sanno tagliare il cuoio, confezionare scarpe, sellerie, divise militari. Un fervore di lavoro che fa rivivere l'antica alacrità degli artigiani che ancora è dentro tutti noi, perchè l'epoca industriale non ha ancora cancellato le tracce della nostra antica società.
Basta solo tornare indietro di due generazioni ed il cavallo è ancora in fondo al cortile nella sua stalla ed il fabbro fa risuonare l'incudine. Un mondo misurato e più umano freme ancora nelle mani di chi costruisce per la Sagra del carroccio . E' gioia di stare insieme, di lavorare senza l'assillo del cartellino, per produrre qualche cosa che piace e farsene un vanto intimo e segreto, il giorno della sfilata.
 
Esistono si, è vero, le rivalità di contrada, ma mai si trascende alle offese o alla vera inimicizia, anche quando il carattere focoso di certi capitani suscita polemiche o altisonanti dichiarazioni di guerra contradaiola.
Anzi spesso le contrade si aiutano, scambiandosi materiali o personaggi, perchè il risultato finale sia più bello per tutti e nessuno venga umiliato. La molla che aziona tutto questo darsi da fare è il desiderio di aprirsi alle città vicine, mostrando con orgoglio di essere città antica e comunità vivace, unita e alacre; di portare un messaggio di cultura del proprio paese, di additare un messaggio di civile convivenza in quella libertà che in antico è ha richiesto tanti sacrifici. Ed è forse proprio questo aspetto del sacrificio della libertà che meglio inquadra il simbolo del carroccio, la croce di Ariberto d'Intimiano .
 
La ricompensa per la vittoria comunale è solo il vanto di custodire nella propria ,chiesa questo simbolo per un anno, mentre il capitano di contrada riceve una croce pettorale e lo stendardo della vittoria.
La croce che abbiamo in Legnano è solo una riproduzione di quella vera tutt'ora esistente in Milano Il crocefisso originale è ricavato con una lavorazione a sbalzo da una lastra di rame dorata nelle parti figurate. La sua esecuzione avvenne attorno alla metà del secolo XI. Essa era stata commissionata dall'arcivescovo di Milano Ariberto come ornamento per il proprio monumento funebre posto nel monastero di S. Dionigi. Venne poi usata dai Milanesi a ricordo del valore del loro arcivescovo, come simbolo di fede e di forza posto sul pennone del carroccio.
Il supporto ligneo attuale è stato sostituito a quello originale, che legava le lastre di rame nel secolo XIV. Una composizione molto drammatica ed espressiva con il Cristo dolente attorniato dalle figure della Vergine, di S. Giovanni, e sotto, con i piedi posti su un basamento a scacchiera, l'immagine di Ariberto.
La croce che ora i Legnanesi pongono sul carroccio fu eseguita sotto la direzione del pittore legnanese Gersam Turri nel 1935. Essa consiste in una scultura in gesso riproducente quasi alla perfezione la croce originale, ma non con la medesima grandezza. Infatti la Sovrinteadenza di allora impose che venisse: realizzata in scala più piccola per evitare; un "pericoloso" duplicato. Sopra le formelle in gesso venne riportato uno strato di rame spruzzato a caldo mediante un procedimento inventato a Legnano. Venne quindi dorata e patinata nelle parti di rame scoperte, assumendo un aspetto quasi identico a quello dell'originale.
 
 
1935 SAN DOMENICO
1936 LEGNARELLO
1937 SANT'ERASMO
1938 LA FLORA
1939 SANT'ERASMO
1940
1951 sospeso per eventi bellici
1952 LEGNARELLO
1953 LEGNARELLO
1454 LEGNARELLO
1955 non aggiudicato
1956 SAN BERNARDINO
1957 SANMARTINO
1958 SANT'ERASMO
1959 SAN BERNARDINO
1960 LA FLORA
1961 SAN BERNARDIN'O
1962 SANT'AMBROGIO
1963 SANMAGNO
1964 SANT'ERASMO
1965 LEGNARELLO
1966 LEGNARELLO
1967 SAN MARTINO
1968 SANT'AMBROGIO
1969 SANT'ERASMO
1970 SANT'ERASMO
1971 SAN MAGNO
1972 SAN DOMENICO
1973 SAN MAGNO
1974 SANT'ERASMO
1975 SANT'ERASMO
1976 SANT'ERASlLlO
1977 non aggiudicato
1978 SAN BERNARDINO
1979 SAN MAGNO
1990 SAN BERNARDINO
1981 SAN DOMENICO
1982 SAN BERNARDINO
1983 LEGNARELLO
1984 SAN DOMENICO
 
La cerimonia rievocante la vittoria delle città della Lega Lombarda su Federico I, detto il Barbarossa, il 29 maggio del 1176, si tiene generalmente alla domenica di fine maggio, ogni anno.
Le manifestazioni iniziano al mattino con un raduno in Palazzo Malinverni (Municipio) di tutti i Gran Priori, dei Capitani e delle Castellane; li accoglie il Sindaco, Supremo Magistrato della Sagra, con le autorità comunali. Essi rendono gli onori a tutte le autorità presenti ed alle rappresentanze delle municipalità appartenenti all'antica Lega Lombarda che ogni anno vengono a Legnano. Poi si forma un corteo preceduto da scorte armate in costume e dai gonfaloni. Le autorità e i rappresentanti delle contrade escono dal portone di Palazzo Malinverni e si dirigono verso il carroccio sul quale sta la croce di Ariberto, oggetto della disputa sportiva tra le contrade;
Inoltre è preparata la mensa per la celebrazione della santa Messa.
Come in antico, prima della battaglia, si ripete il giuramento di untià e fedeltà, in nome della libertà, davanti all'unico simbolo che il popolo allora riconosceva come espressione di unità nella fede e speranza per il futuro: la croce di Ariberto. L'officiante sul carroccio, celebrando la s. Messa, si rivolge ai convenuti sulla piazza, ricordando il valore bellissimo e terribile di chi andava a morte per allontanare l'oppressore dalla propria terra - casa - famiglia, di chi, a costo della propria vita si ribellava ad una situazione di barbara malversazlone, per tentare di rivedere la luce della libertà. Al termine si dà il via ad un volo di colombi che ricordano quelli descritti da Galvano Fiamma (storico antico molto fantasioso del 1320). Essi, partiti dalle tombe dei Santi Sisinio, Martirio ed Alessandro, il 29 maggio 1176, si diressero a Legnano, per posarsi sull'antenna del carroccio, prima che iniziasse la battaglia; erano le anime dei santi arcivescovi che fino ad allora avevano difeso queste sventurate terre. Oggi, dalla direzione che prenderanno i colombi i Legnanesi, con un sorilso sulle labbra ed un tremito nel cuore, cercheranno di capire verso quale contrada si dirigerà l'onore della vittoria.
Si passa quindi alla benedizione dei cavalli che dovranno cimentarsi nella gara ippica. Solitamente al mattino vengono presentati animali d'allenamento e non i veri puledri che animano la corsa; infatti questi ultimi sono troppo nervosi e preziosi, per essere esposti alla folla della piazza e potrebbero azzopparsi nel camminare sul lastricato antistante l'antica basilica di S. Magno, dove si svolge la cerimonia, essendo ferrati per correre sul prato e non su un fondo granito .
Interessante è ricordare come la basilica di S. Magno sorge sul luogo ove la primitiva chiesa di S. Salvatore e S. Magno, affiancata dai palazzi della braida arcivescovile, vide, nel 1176, i preparativi della battaglia e la mole dell'antico carroccio con la croce di Ariberto d'Intimiano, conservata a Milano nel Duomo .
Al termine della cerimonia, sono investiti anche i nuovi capitani con l'imposizione della spada sulla spalla, nonchè vengono benedetti i gonfaloni delle contrade nnnovati durante l'anno.
La manifestazione riprende nel pomeriggio. In tutt la Legnano inizia il lento confluire dei cortei formati dalle contrade, in assetto di parata, che, uscendo, ciascuno dal suo maniero, convergono verso il centro città, per unirsi in un unico festante corteo composto da più di 1200 personaggi.
Alle spalle dell'antica basilica, in centro, a Legnano, si forma, per ondate successive, la sfilata che attraversa tutta la città tra decine di migliaia di spettatori appostati lungo le strade transennate.
All'interno dello stadio passeranno in rivista gonfaloni delle città della Lega ospiti in Legnano, quelli delle associazioni legnanesi e del Comune.
Quindi, a passo ritmato dal rullio dei tamburi, faranno la comparsa le contrade in ordine alfabetico, ultima tra di esse quella che ha riportato la vittoria nell'ultimo palio disputato. Ogni contrada, seguita dal commento dello "speaker" ufficiale, compie un giro del campo in formazione cosi composta: giovinetti con festoni, tamburini sbandieratori, araldi con i gagliardetti delle vittorie conseguite nelle passate edizioni, bande e musica, gonfaloni, "jak" del capitano, corteo di dame e cavalieri che scortano il capitano e la castellana, stuolo di armati. Ogni complesso di contrada conta da 100 a 130 componenti, di cui circa 40 a cavallo. Essi si differenziano sia per giochi di abilità presentati, tamburini, giullari, complessi bandistici, giocolieri, animali, sia per i colori e gli splendidi costumi. Sfilata l'ultima contrada avanza, il complesso degli armati che difesero il carroccio, quell'antico giorno fatale. Sono impersonati dai militari di leva della caserma generale Cadorna, della brigata Legnano. La loro solenne scorta avanza a passo misurato, seguita dalle bianche coppie di buoi che trainano il pesante carro, restituzione di quello antico. Sul carroccio, appesa all'alto del pennone, si erge la croce di Ariberto che le contrade si disputeranno per l'onore di poterla ospitare, durante l'anno, nella chiesa della contrada.
L'altare del carro ricorda come allora fosse la forza della Chiesa ad unire quei cuori; le trombe e il capitano d'armi ricordano come terribile fosse l'ora e grande il massacro.
Seguono l'imponente carro le truppe dei cavalieri della cosidetta "Compagnia della Morte" coloro che avevano giurato di non tornare vivi se non vincitori.
Li precede la figura di Alberto da Giussano. Questo personaggio, uscito più dalla leggenda che dalla storia è stato immortalato nel monumento della omonima piazza di Legnano dallo scultore Butti con forme plastiche e possenti.
Il comandante della compagnia della morte quando tutte le contrade si sono radunate al centro dello stadio attorno al carroccio guida i suoi cavalieri in una suggestiva carica, lungo l'anello della pista ippica. Al centro del campo intanto tutte le castellane ed i capitani scesi da cavallo ed affiancati ciascuno dal proprio stendardo si dispongono ad ala per rendere gli onori al carroccio.
E' il momento pi@i suggestivo della manifestazione. Il pubblico in piedi tace. Si odono i tamburi che ci riportano echi lontani di paura e felicità per la libertà conquistata.
Le 1200 comparse lasciano quindi il campo ed i capitani e le castellane si dirigono al palco delle autorità, per porgere il loro saluto.
Si apre a questo punto la gara ippica. Le contrade si affrontano a gruppi di quattro in due semifinali ed in una finale che prevedono rispettivamente quattro e cinque giri del campo ciascuna.
I fantini ingaggiati sono veri professionisti dei veri palii che si corrono in Italia (Siena, Arezzo, ecc.) montano a pelo libero e sono dotati di un nerbo di bue, con il quale possono anche disturbare l'avversario. L'anello del campo in genere risulta fatale a molti purosangue che non riescono a seguire le curve strette e quindi sbandano o addirittura cadono.
Il cavallo quando è privo del cavaliere caduto può anche vincere da solo, proseguendo la sua corsa. Terminata la finale, viene dichiarato il vincitore e consegnata al capitano la croce. In un tripudio di contradaioli soddisfatti, i vincitori si scatenano per il campo e le strade di Legnano, chiassosamente vantando la vittoria, con gli immancabili sfotto per i vinti.
L'assegnazione definitiva della Croce di Ariberto ai vincitori avviene circa 15 giorni dopo la gara ippica, con una cerimonia che prende il nome di "traslazione della croce". Durante questo rito, la contrada vincente, al completo si recherà nella basilica di San Magno a prendere in consegna il sacro simbolo, per poi tenerlo esposto al pubblico nella propria chiesa di contrada.
 
 
Alcuni cenni vanno doverosamente anche al carroccio che, come carro non rappresenta un fatto folcloristico, ma le cui origini sono legate agli avvenimenti storici. Di questo grande oggetto, simbolo di una passata fiamma di indipendenza, ma anche simbolo dei tormenti passati dalle nostre antiche "contrade" si sono spesso fatti tentativi di ricostruzione iconografica, ma essendo molte e troppo spesso solo di fantasia le descrizioni che i nostri antenati ci hanno lasciato, vorrei in questa sede dare alcuni brevi cenni su quelle che risultano essere le citazioni più antiche (e quindi più attendibili perchè vicine alle fonti) che ci sono pervenute. Anzitutto bisognerà ricordare che il carro sacro di battaglia è una tradizione non solo milanese, ma di tutti i grandi centri politico-militari dell'Alto Medioevo in Italia Settentrionale .
Il suo uso era diffuso in pianura; infatti questi grandi e pesanti carri non ancora muniti di freni non potevano permettersi eccessive pendenze sul percorso. Dagli annali storici della Lombardia, fra le altre, emergono le descrizioni relative a carri di cinque città, in cui si ricorreva all'uso di questo simbolo sacro. Esse sono: Brescia, Cremona, Milano, Padova, Vercelli.
In tutte e cinque le descrizioni si concorda su questi fatti: il carro è di mole fuori dal comune; perciò, occorrono da tre a quattro paia di buoi per trainarlo. Esso è alto tanto da permettere ad un capitano d'armi di controllare la battaglia e porta un pennone al centro che issa una croce. (Non viene però, descritta sul carroccio di Padova). Sopra la croce è posta una campana, il cui suono quasi sacrale deve scandire la battaglia e la marcia. Ogni campana ha un suo nome proprio. Per Padova "Berta" (dal nome della moglie di Corrado IV), per Cremona "Nola" e per Milano "Martinella". Sempre appesi al pennone sono drappi di tessuto prezioso, che ricordano i colori della città di appartenenza, mentre sulle fiancate vengono posti scudi con le insegne della città.
Ai piedi del pennone si trova un altare, sul quale si celebra la Messa prima e dopo la battaglia.
Nella teca del carro (sorta di ripostiglio ricavato nella parte sotto il pianale, all'altezza della ruote posteriori) si ripongono i medicamenti e le bende per i feriti e la cassa dell'esercito. Il timone talvolta disegnato lunghissimo sembrerebbe essere fisso (senza le ruote sterzanti); tuttavia nei resti del carroccio di Cremona, peraltro di dimensioni piuttosto piccole come carro, conservati al museo della città, la paratia anteriore presenta il foro del perno per sterzare. Tutti questi carri sacri, più o meno adorni di panni e ori, venivano custoditi nel Duomo della città e quando andarono in disuso nelle stesse chiese fu conservata la campana, la croce od il timone.
Le città erano use rubarsi alla fine della battaglia questo simbolo, e chi ne restava senza, non si dava pace fino a che non riusciva a riconquistarlo con un combattimento o un trattato di pace. Non era ammesso ricostruirlo, perchè era considerato un disonore .
Le riproduzioni documentano tutte, con un po' di fantasia antica, i vari carrocci. Sono comunque tutte tarde come epoche (dal 1400 in poi), tranne quella del carroccio di Milano, riproposta da Gaetano Speluzzi (1876) che dice di averla copiata da una pergamena vercellese in possesso del lord inglese Edward Enghin. Purtroppo la figura non corrisponde alle descrizioni originali dei coevi del Carroccio . Infatti gli armati che vi appaiono, hanno corazze della fine del 1300 e quindi la datano di molto posteriore al XII secolo.
Lo stesso Annoni, nel suo studio Monumenti, dice di non aver potuto vedere l'originale nè alcuno finora è riuscito a rintracciare notizia del lord o della pergamena stessa. In ogni caso l'Annoni produce uno studio approfondito dell'argomento e chiarisce come questo carro, alto otto piedi (piede pavese = 37 cm. circa largo sei e lungo dodici) era considerato la sede di emanazione del comando , ed ogni sua sortita dal Duomo S. Tecla dalla Città di Milano era decretata dal Consiglio Comunale.
Esso fungeva anche da tribunale. Da un'antenna scendeva un grande panno tenuto aperto da molte code, tese da uomini che si trovavano ai lati, quando veniva tenuto il Consiglio di guerra o si facevano sessioni di tribunale.
L'uso del baldacchino o velario è riprodotto nel quadro di Piero Nanin: la "Pace di Paquara" dove i Carrocci di Verona, Mantova, Vicenza, Brescia, Treviso e Padova appaiono nella loro funzione di sedi di consiglio per la pace. La scena è proposta in chiave romantica; tuttavia unitamente alla figura del carroccio padovano del Campi, si evidenziano i baldaccbini a protezione dell'altare sul carro.
 
I lati del carroccio erano ornati dagli stemmi delle sei porte di Milano coi loro colori (Porta Vercellina - Porta Nuova - Porta Romana - Porta Ticinese - Porta Orientale - Porta Camasina). Su di esso troneggiava la croce del vescovo Ariberto d'Intimiano.
Lo stesso Ariberto aveva messo in uso questo carro, usufruendo di uno grande e ferrato di origine longobarda (forse un carro militare, come ci mostra il Fumagalli, nel 1778). L'altare guarnito portava le figure dei santi Simpliciano, Ambrogio, Gervaso e Protasio. La Martinella era elemento tattico dell'organizzazione guerresca, perchè richiamava i combattenti ai comandi del capitano d'armi, quale era il Mettefogo segnalato da Cantil, nelle sue Storie di Milano.
Inoltre il pennone con il gonfalone era ben visibile ai combattenti sparpagliati e, sopra il pennone una sfera dorata, rifletteva i raggi del sole, distinguendosi da lontano.
Attorno ad esso vi era un'apposita guardia nominata Compagnia dei Gaiardi (sempre secondo la teoria del Cantil); l'altare era sopraelevato con un gradino, per essere più visibile e su di esso c'erano due candelabri dorati.
Il giorno della battaglia, sul carro non fu presente l'Arcivescovo di Milano, in quanto era morto il giorno di Pasqua (anno 1176). In sua vece celebrava la Messa un vicario. Dopo gli anni della battaglia di Legnano, il carroccio fu posto in San Simpliciano, antico complesso ampliato in onore alla vittoria sul Barbarossa; fu poi usato in altre battaglie specie contro i Cremonesi che, anche se presenti al giuramento di Pontida, spesso parteggiarono con l'Impero e contro Milano. La sua collocazione nella chiesa ci rivela anche le dimensioni; infatti doveva poter passare dal portale e con il pennone attraversare le porte stesse di Milano.
Verso la fine del 1300, con il sopraggiungere di nuove tecniche di guerra, il suo uso quasi sacrale scomparve ed il triste destino dei carrocci viene ben espresso dalle parole del Rolandino che nella sua Storia dei fatti occorsi nella marca trevigiana, riferendosi al carroccio padovano, afferma ...avvenne in quei giorni (1250) che vidi il Carroccio di Padova, che non conoscevo, imputridito e deforme, nonchè fracassato, lasciato come un inutile arnese in una specie di pozzanghera. Guardando in quel rimasuglio gli oggetti, riconobbi come delle ruote coi loro raggi ed altri avanzi, ed il timone, e da tutto compresi che si trattava di un carro di straordinaria grandezza come dicevano, che due buoi non potessero condurlo. . . " Lo stesso destino subì il carroccio di Milano con i suoi altri numerosi simili.
 
Ultimamente anche quello moderno, che si usa ora in Legnano per la sfilata ha subito gli insulti del tempo. Se ne sta già curando la ricostruzione.
 
 
Esso sarà completo di stemmi, di scolpiture in legno e soprattutto sarà simile agli antichi carri della pianura lombarda, che ancora possiamo ammirare nei musei delle nostre civiltà agricole
 
Nel 1934 i promotori del carosello storico dovettero affrontare il problema di regolamentare la manifestazione. Per prima cosa fu steso uno statuto nel quale tutta l'organizzazione era definita con compiti e regole di comportamento. Si individuava un Consiglio, l'assemblea dei capitani delle contrade, ed il Magistrato composto da due membri: Segretario del fascio (certo non poteva mancare) ed il Sindaco. Veniva divisa la città in dieci contrade (S. Magno, S. Domenico, S. Ambrogio, S. Martino, S. Erasmo, Ponzella , Mazzafame, S. Bernardino, Del Mina, Flora, Legnarello). Queste corrispondevano a dieci quartieri antichi del borgo, individuati con i nomi della chiesa principale di ognuno di essi o dal nome proprioO della zona. Ogni contrada aveva un reggente definito capitano, un tesoriere e tre consiglieri. Lo statuto proseguiva, definendo le mansioni economiche e le cerimonie da tenersi. Alla ripresa de11a manifestazione, dopo la guerra, lo statuto fu rivisto completamente e sfrondato di tutte le corbellerie e ridondanze inserite dai politici, nel 1935. Oggi, la Sagra viene retta dal Supremo Magistrato (sindaco) , dal "Collegio dei Capitani e delle Contrade" nella persona del Gran Maestro e dal Presidente della Famiglia Legnanese .
Le contrade stesse furono diminuite da dieci ad otto. Scomparvero le contrade del Mina (cascina dell'Olmina, ma il cui vero nome il "ul Mina" cioè il proprietario), della ponzella e Mazzafame, altri due antichissimi quartieri di Legnano troppo poco abitati nel 1952, per poter sovvenzionare una sfilata propria. Furono anche create leggende attorno ai nomi delle contrade e definiti gli stemmi di ogni quartiere con i colori araldici. Di questo compito si incaricò, il poeta legnanese scomparso Guido Piero Conti .
Egli, in un misto di storia e fantasia, costruì per ogni contrada un racconto. Sono favole ingenue, che tal volta ben si adattavano alla storia di Legnano, ai suoi monumenti, al carattere dei contradaioli, alle miste misteriose gallerie antiche scoperte nel sottosuolo, ai tesori nascosti dall'arcivescovo Leone da Perego ed a tanti altri episodi realmente accaduti nel corso della storia cittadina. In queste ingenue leggende inoltre ci fornisce una spiegazione delle simbologie degli stemmi di contrada.
Il Collegio dei capitani detto "Cenobio" è ubicato in un'antica casa legnanese, in via Giulini. Qui si tengono le riunioni del direttivo del Collegio e vengono prese le decisioni inerenti le attività della Sagra. All'interno delle contrade esiste un secondo organo programmatore della manifestazione. Esso prende il nome di Comitato Sagra. Ne fanno parte i Magistrati ed i membri del direttivo nonchè gli esponenti delle contrade, del Comune e della Famiglia Legnanese. Lo dirige il Presidente Sagra che e, assieme al Gran Maestro, il responsabile della gestione economica, funzionale e culturale della manifestazione.
 
Esiste poi nell'antico cortile del palazzo di Leone da Perego una segreteria che si occupa di corredare le molteplici attività e provvedere alla esecuzione delle varie programmazioni nonchè di intrattenere le pubbliche relazioni con autorità o enti italiani.
Ciascuna contrada ha una sua sede detta maniero, nella quale essa tiene i suoi consigli, promuove attività di cultura, prepara i lavori ed i costumi per la sfilata e conserva il materiale già approntato, organizza i futuri spettacoli, pianifica la parte sportiva della manisfestazione cioè l'acquisizione e l'allenamento talvolta segreto dei cavalli. La contrada viene retta dal capitano, dalla castellana e da un Gran Priore, i quali lavorano assieme al consiglio di contrada.
Tutto questo enorme lavoro di preparazione e controllo della manifestazione avviene per scelta spontanea, e gratuitamente ciascun operatore presta il contributo per la città. Questo fatto è di assoluta importanza in quanto, oltre a rappresentare una dimostrazbone di grande apertura sociale, prova di come in Legnano sia profondamente sentita la rievocazione della battaglia.
 
Un settore molto delicato a proposito del quale conviene spendere qualche parola per farlo meglio conscere a chi non è addetto ai lavori di contrada è quello della creazione dei costumi.
Fin dal lontano 1934, anno nel quale si è tenuta la prima celebrazione ufficiale della Sagra, il grosso assillo degli organizzatori è sempre stato quello del reperire un alto numero di oggetti, armi e vestiti che rispecchiassero un'epoca cosi lontana e relativamente povera rispetto ad altre, di documenti inerenti il vestire. Grazie al paziente lavoro dei pittori Gersam Turri e Mosl, Turri figlio, legnanesi da sempre e cultori dell'arte cittadina, piano piano, nel corso degli anni, si è costituito un importante complesso di costumi armi e arredi che ogni contrada gelosamente custodisce e tramanda nel tempo, per le generazioni future .
Ogni anno si completa, si restaura si aggiunge qualcosa di nuovo e di più bello. Rispetto alle prime edizioni, nelle quali spesso si ricorreva al noleggio di costumi del teatro alla Scala di Milano, confezionati per l'opera Verdiana La Battaglia di Legnano, si è fatta molta strada. Anzitutto le contrade ora sono autonome, disponendo di un patrimonio proprio; secondariamente il livello di finizione e storicità dei costumi ricreati è di gran lunga superiore a quanto potevasi trovare nelle sartorie teatrali.
Esiste infatti una grande differenza tra i costumi craati per il romanticismo verdiano con uno stile più rinascimentale che romanico e quelli storicamente ricostruiti a Legnano.
I curatori delle contrade si sono infatti rigorosamente impegnati a confezionare abiti, ricami e corredi, seguendo tutte indicazioni rintracciabili su documenti, affreschi, mosaici, miniature, statue, stoffe e abiti antichi conservati nei più importanti musei europei .
La moda di allora era molto meno volubile e differenziata rispetto a quella d'oggi. Qualche variazione constatare dopo periodi di circa 50 anni.
L'estrema difficoltà di reperire solo documenti relativi al decennio 1170, si è stabilito di abbracciare un cinquantennio prima ed uno dopo rispetto all'epoca di Barbarossa, sia per rendere più vari i tagli degli abiti o le armature, sia per semplificare maggiormente il lavoro dei creatori. La fonte maggiore di informazioni ci viene dallo scultore Benedetto degli Antelami. Coevo alla battaglia, questo architetto ha riempito l'alta Italia ed anche la Francia di sculture bellissime che sono la base su cui vengono impostati i modelli dei vestiti. Altre notizie ci vengono da oggetti, tessuti, armi conservate nei musei Vaticani nel Duomo di Milano, nel museo di Palermo, nei musei tedeschi e francesi, in particolare nel museo dei tessuti, a Lione.
Alcuni mantelli poi sono la copia fedele di quelli antichi da parata appartenuti a principi ed imperatori. Alcuni obiettano che l'epoca che i Legnanesi vogliono ricostruire era molto povera per Legnano e quindi la sfilata troppo ricca e non corrispondente ad una verità storica. Senza dubbio questo discorso vale per la Legnano antica del 1176. Abbiamo visto che era una località anche con caratteristiche militari e quindi non poteva essere centro di lussi.
Tuttavia il corteo non rappresenta solo i Legnanesi, che allora erano anche ridotti (forse 1400 circa in tutto), ma si rifà al complesso di cavalieri che qui uniti in un esercito provenivano, Milano in testa, dalle più ricche città dell'alta Italia. Inoltre se Legnano era povera, non lo era poi molto la società di allora. Ne sono testimonianza le oreficerie, le miniature, i monumenti che ci sono rimasti. Ve ne sono pochi solo perchè nell'epoca rinascimentale moltissime cose furono distrutte per rifarle con temi più moderni.
Per poter dare poi un inquadramento storico alle contrade vi è una serie di appunti sui costumi redatta come promemoria alle contrade dal prof. Mosè Turri. Esso svela un mondo che è stato nostro e che nei suoi temi antichi ha ancora qualche cosa di attuale nella moda d'oggi e nel nostro costume di vita.
Riporta modelli schematici e cita le fonti, cui attingere i particolari. Questo brogliaccio orientativo è in possesso alle contrade che, grazie anche a questa guida, possono meglio caratterizzare il proprio lavoro.
 
 
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9 IL BARBAROSSA

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IL BARBAROSSA
Prima di marciare su Roma, Federico aveva fatto una puntatina in Lombardia.
Da tempo Milano non pagava più i tributi, trascurava la manutenzione di strade e ponti, negava ospitalità ai legati tedeschi e angariava con guerricciole e spedizioni punitive il piccolo comune di Lodi, vassallo fedele dell'Impero e fiorente mercato, cui affluivano i prodotti agricoli di Crema, Pavia, Cremona e Piacenza che, in altri tempi, venivano convogliati su Milano. Nel marzo del 1153, tre ambasciatori lodigiani erano stati inviati a Costanza per denunciare i milanesi. Il Barbarossa aveva spedito in Lombardia il conte Sicherio che vi era stato accolto a lazzi e sberleffi. I milanesi l'avevano addirittura malmenato, obbligandolo ad abbandonare di notte la città e a rivalicare le Alpi. Poi, impauriti del proprio gesto, avevano inviato all'Imperatore un'anfora colma di monete d'oro. Ma Federico non aveva voluto neppure ricevere i latori del dono, e nell'ottobre dello stesso anno con un esercito di duemila cavalieri era sceso in Italia.
Giunto a Roncaglia, nei pressi di Piacenza, aveva convocato i rappresentanti dei comuni padani. Lodi aveva ribadito le sue accuse. Le forze tedesche erano troppo scarse  per un'azione di guerra contro Milano, perciò il Barbarossa si era limitato a spianare al suolo i castelli di Momo, Trecate e Galliate. Poi aveva puntato su Tortona, nemica acerrima di Pavia, filoimperiale, e l'aveva cinta d'assedio. Dopo due mesi di resistenza, la città, vinta dalla fame e dal tifo, aveva capitolato. Nell'aprile, Federico era partito per Roma. Al calar dell'estate era tornato in Germania dove, durante la sua assenza, erano scoppiate qua e là piccole rivolte di vassalli.
Nel 1152 la sua elezione era stata salutata da unanimi consensi. Nipote di Corrado di Hohenstaufen per parte di padre e del ghibellino Enrico il Leone per parte di madre, Federico conciliava gli antagonismi tra le due potenti famiglie. Quando salì al trono non
aveva che trentadue anni, aveva combattuto in Asia Minore contro i Turchi e vi si era segnalato. Aveva ricevuto una rigida educazione militare e fin da bambino aveva imparato a maneggiare la spada e l'arco. Quanto a cultura, sapeva leggere e scrivere, aveva qualche nozione di storia e di geografia, e forse masticava un po' di latino. Era certamente più istruito di Carlomagno, ma lo era meno di Ottone III.
Il cronista Acerbo Morena ce lo descrive di media statura, atticciato, riccioluto, fulvo di capelli e rosso di barba (da cui il soprannome Barbarossa). Aveva gli occhi celesti, i denti bianchissimi e le mani lunghe e affusolate. Era di gusti semplici, beveva poco e mangiava con moderazione. Era devoto ma non bigotto, e gli unici svaghi che si concedeva erano la caccia e gli scacchi. Aveva sposato in prime nozze Adelaide di Vonburg ma poi, col consenso del Papa, l'aveva ripudiata perché sterile e s'era unito con Beatrice di Borgogna, che gli aveva portato in dote la ricchissima valle del Rodano, fino alle Fiandre. Beatrice era una donna gracile e minuta. Aveva i capelli castani e gli occhi chiari. Conosceva i classici e aveva letto i padri della Chiesa. Era docile, casta e pia, e diede a Federico, che le fu sempre fedele, numerosa prole.
Tornato in Germania, il Barbarossa s'accinse a domare i vassalli ribelli. Assegnò le marche di confine ai principi fedeli alla corona, ristabilì l'ordine in Austria e in Boemia, dov'erano scoppiati tumulti violenti, convocò una dieta a Ratisbona, e poi trasferì la Corte a Besançon. Ne facevano parte principi, abati, vescovi, filosofi, trovatori, storici come Ottone di Frisinga, zio dell'Imperatore e suo biografo ufficiale, e poeti come Reynaldo di Dassel, agiografo di Federico e più tardi suo cancelliere.
Da Besançon, nell'estate del 1158, si mise in marcia alla volta dell'Italia, dove i maggiori comuni lombardi erano di nuovo in fermento. Milano non aveva cessato di molestare Lodi e il suo mercato. Un editto impediva addirittura ai lodigiani di alienare beni senza il consenso dei milanesi. I contravventori erano puniti col bando e la confisca.
Quando i consoli di Milano avevano cercato d'imporre a Lodi il giuramento d'obbedienza, il piccolo comune si era ribellato. I milanesi, dopo avere invano posto un ultimatum, il giorno dell'Epifania avevano occupato la città e obbligato i suoi abitanti a evacuarla.
Quindi avevano demolito le mura, incendiato le case, svaligiato le chiese. I profughi si erano rifugiati a Pizzighettone, di dove avevano spedito corrieri al Barbarossa per supplicarlo di accorrere in loro aiuto.
Nel 1158 Federico calò in Italia con un possente esercito, di cui facevano parte, oltre ai tedeschi, austriaci, polacchi, boemi e borgognoni. Esso dilagò nella pianura padana e ne fece terra bruciata. Decine di villaggi furono rasi al suolo, piccoli borghi ridotti a cumuli di macerie. Non si risparmiarono neppure i raccolti e le greggi. Molti abitanti furono trucidati, altri catturati come ostaggi.
Il Barbarossa puntò sull'Adda e guadò il fiume a valle, travolgendo le resistenze milanesi. Poi si avventò sul castello di Trezzo, lo espugnò, e lo munì di una nuova cinta di mura. Infine si volse verso la pianura del Lambro dove fu festosamente accolto dai profughi lodigiani, ai quali assegnò una vasta area affinché vi fondassero una nuova città.
Lo stesso Federico ne tracciò i confini e segnò sulla carta il luogo dove doveva sorgere il palazzo imperiale. Milano fu completamente isolata e cinta d'assedio.
Per un mese i milanesi tentarono con repentine sortite di rompere il blocco, ma alla fine dovettero capitolare per fame. Secondo alcuni cronisti la resa fu dovuta al tradimento del comandante Guido di Biandrate. I primi a varcare le mura della città furono i lodigiani e i pavesi, che si abbandonarono alla violenza e al saccheggio. A stento Federico riuscì a contenerne l'uzzolo di vendetta. Stremata, la città giurò fedeltà all'Impero, pagò i tributi con gli arretrati, e consegnò in ostaggio a Federico duecento nobili. La maggior parte dei comuni alleati di Milano mandarono ambasciatori al Barbarossa, in segno di omaggio.
Domata la città ribelle e pacificata, almeno in apparenza, l'Italia del Nord, l'Imperatore convocò una solenne dieta a Roncaglia alla quale parteciparono non solo vescovi, principi e consoli, ma anche insigni giuristi dell'Università di Bologna. Federico voleva che la grande Assise sanzionasse sul piano giuridico i diritti dell'Impero e fissasse gli obblighi dei sudditi. Chiese pubblicamente ai due maestri di diritto bolognesi, Bulgaro e Martino Gosia, se spettava all'Imperatore il titolo di signore del mondo. Bulgaro rispose di no, Martino disse di sì e fu premiato con un magnifico cavallo bianco. Fu posto poi il quesito se era meglio pagare un tributo all'Impero e goderne la protezione, oppure essere sottoposti a un vescovo o a una città vicina. I comuni lombardi, minacciati dalle mire espansionistiche di Milano, dichiararono che era meglio essere vassalli dell'Impero.
La Dieta riconobbe a Federico la piena sovranità su contee, marchesati e ducati, il diritto di esigere corvées, que l'Imperatore amministrava la giustizia, applicava sanzioni, annullava sentenze, concedeva condoni. Solo lui poteva battere moneta, innalzare mura, imporre tasse sul sale, sul ferro e su altri prodotti del suolo e sottosuolo. Molti di questi diritti erano stati ripetutamente rivendicati dal Comune di Milano e da quelli alleati, che negli ultimi tempi li avevano anche regolarmente esercitati. Ora Federico li avocava tutti a sé. Ma dalla Dieta uscì malconcia soprattutto la Chiesa, renitente a ogni sorta di obblighi feudali.
Le decisioni di Roncaglia furono votate alla unanimità. Violente opposizioni scatenò invece la loro applicazione. Per vincere la titubanza di Piacenza, il Barbarossa fece scorciare le torri cittadine la cui altezza superava le venti braccia e colmare il fossato scavato lungo il perimetro delle mura. Più difficile fu indurre Crema a imitarne l'esempio, dopo che i suoi abitanti avevano cacciato i legati imperiali. Per piegarla, Federico dovette cingerla d'assedio. I tedeschi, con l'aiuto dei lodigiani, concentrarono sotto le mura testuggini, arieti e ponti di legno, sui quali avevano issato e legato a mo' di scudo ostaggi cremaschi. I difensori non esitarono a colpire con frecce e pietre i loro concittadini e a massacrarli. Poi, per vendicarsi, radunarono sugli spalti delle mura i prigionieri tedeschi e dopo averli orrendamente mutilati, li sgozzarono. Il confessore di Federico supplicò l'Imperatore di ritirare i ponti e di dare sepoltura alle vittime.
L'assedio fu lungo e sanguinoso, ma alla fine i cremaschi dovettero arrendersi. Ebbero salva la vita, ma furono obbligati a evacuare la città, che fu invasa e messa a sacco dai lodigiani, ai quali s'erano uniti i cremonesi e i pavesi. Furono abbattute le mura e con le macerie colmati i fossati, le case furono spianate al suolo, le chiese svaligiate e poi date alle fiamme. Quando, cinque giorni dopo, il Barbarossa partì per Pavia, Crema non era più che un ammasso di rovine.
Violente manifestazioni anti tedesche si verificarono per reazione a Genova e a Milano, dove il cancelliere imperiale Reynaldo riuscì a stento a mettersi in salvo nella vicina Lodi. Anche lo Stato Pontificio era in fermento. Il Papa aveva pubblicamente proclamato l'indipendenza della Chiesa dall'Impero, negando a quest'ultimo il diritto di esigere da essa tributi. Federico aveva mandato a Roma emissari per stabilire contatti col Senato, i cui rapporti col Papato negli ultimi tempi s'erano molto tesi. Nel settembre del 1159, ad Anagni, punto da un insetto velenoso, era calato nella tomba Adriano IV. Sul letto di morte aveva maledetto il giorno in cui aveva lasciato l'Inghilterra e il convento di San Rufo per cingere la tiara. Era stato un Papa sagace, indomito e battagliero.
Fu subito convocato un conclave per dargli un successore. I Cardinali erano però divisi in due partiti, uno filo, l'altro antiimperiale. Il primo sosteneva il cardinale romano Ottavio Monticelli, il secondo quello senese Rolando Bandinelli, che alla fine fu acclamato Papa.
Nel momento in cui s'accingeva a ricevere il pastorale e la mitra, il Bandinelli fu assalito dai partigiani del Monticelli, che gli strapparono il manto purpureo e lo posero sulle spalle del loro candidato, ma nella fretta glielo infilarono alla rovescia. Ne seguì un violento tumulto, al quale parteciparono senatori, ecclesiastici e popolo. La Basilica di San Pietro fu trasformata in un campo di battaglia. Si combatté perfino sugli altari e nei confessionali dove alcuni Cardinali, vista la mala parata, s'erano rifugiati.
I filo-imperiali ebbero la meglio, e Ottavio Monticelli fu eletto Papa. I suoi sostenitori intonarono un Te Deum, e il popolo in tripudio accompagnò il nuovo Pontefice, che assunse il nome di Vittore IV, in Laterano. Il Bandinelli riparò in Vaticano e poi in Trastevere di dove, dopo alcuni giorni, fu liberato dai Frangipani, condotto a Ninfa ai piedi dei Monti Volsci, e consacrato Papa col nome di Alessandro III.
Federico tentò di comporre lo scisma convocando un Concilio a Pavia, al quale invitò anche il Bandinelli, che rifiutò di recarvisi. L'assise confermò l'elezione di Ottavio Monticelli. Alessandro III reagì scomunicando Federico e il suo Papa. L'anatema implicava il bando dalla Chiesa e liberava i sudditi da ogni vincolo di obbedienza e d'omaggio all'Imperatore, che poteva anch'essere ucciso senza che il colpevole commettesse, per questo, peccato.
Il gesto di Alessandro fu accolto con favore alle corti di Parigi e di Londra. I milanesi, imbaldanziti, ricominciarono a molestare i lodigiani. Fu indetto un secondo Concilio a Tolosa. Alessandro III v'intervenne, Vittore IV vi mandò i suoi delegati che accusarono il Bandinelli di avere aizzato i Comuni contro l'Imperatore. Il Concilio si pronunziò a favore di Alessandro III. Federico allora convocò un terzo Concilio a Pavia, che riconfermò l'elezione di Vittore IV. Correva l'anno 1160.
L'Imperatore passò l'inverno a Pavia, in attesa che dalla Germania giungessero forze fresche e che Novara, Asti, Vercelli, i Malaspina e i marchesi del Monferrato unissero i loro eserciti a quello suo per schiacciare la ribelle Milano. In primavera marciò sulla metropoli lombarda, già accerchiata da Pavia, Lodi, Cremona e Novara.
Un cronista contemporaneo riferisce che dopo sei mesi d'assedio i milanesi erano stremati dalla fame: «Per un tozzo di pane il marito si gettava sulla moglie, il fratello sul fratello, il padre sul figlio». Per indurre la città a capitolare, Federico ricorse ai più atroci stratagemmi. Accecò cinque prigionieri e poi li affidò a un loro compagno, al quale aveva fatto cavare un solo occhio, affinché li riconducesse a casa.
Al settimo mese i milanesi si rassegnarono alla resa. Nove consoli e otto magistrati si recarono a Lodi dove in quel momento si trovava l'Imperatore, e gli chiesero la pace. In cambio Milano avrebbe abbattuto le mura, scorciato le torri, colmato i fossati, consegnato trecento ostaggi a Federico e accettato un podestà imperiale. In più avrebbe pagato una forte somma di denaro.
Il Barbarossa respinse sprezzantemente queste proposte e chiese la resa senza condizioni. I notabili del Comune s'inginocchiarono ai piedi di Federico e i rappresentanti delle corporazioni gli consegnarono i loro stendardi. Guitelmo, che aveva diretto la difesa di Milano, depose nelle mani dell'Imperatore le chiavi della città. Fu condotto a Lodi anche il Carroccio con il gonfalone e le altre insegne. Poi Federico volle che tutti i milanesi giurassero obbedienza all'Impero dinanzi a un'assemblea di principi e vescovi tedeschi. Nel marzo del 1162 il Barbarossa decise di spianare al suolo la città, dopo aver ordinato alla popolazione di evacuarla entro otto giorni. Era il castigo che in passato Milano aveva inflitto a Lodi.
In poco più di una settimana la città fu completamente smantellata. Nemmeno gli antichi edifici romani furono risparmiati. Solo le chiese, per ordine dell'Imperatore, scamparono alla devastazione. Non sfuggirono però al saccheggio le reliquie. Dalla Chiesa di Sant'Eustorgio furono trafugate le ossa dei Re Magi, che secondo una leggenda  eranostate portate a Milano nel IV secolo dal Santo stesso. Trasferite in Germania, adornano oggi il duomo di Colonia.
La vittoria fu celebrata a Pavia con feste e banchetti, ai quali Federico intervenne con in capo la corona che tre anni prima, con un voto, aveva giurato di non cingere finché Milano non fosse stata domata. I Comuni, che in passato avevano parteggiato per Milano, timorosi di fare la sua stessa fine, si sottomisero volontariamente al Barbarossa, che assunse il titolo di «Imperatore Romano, incoronato da Dio, grande e pacifico, trionfatore glorioso e accrescitore dell'Impero».
In ogni città Federico nominò un podestà con ampi poteri politici, amministrativi e giudiziari. A Milano designò Enrico di Liegi, a Bergamo Marcoaldo di Grumbac. I profughi milanesi, dopo la distruzione della loro città, si erano sparsi per la campagna e avevanocercato asilo nei borghi vicini. Quando l'Imperatore li autorizzò a ricostruire le case, essi  si acquartierarono lungo le antiche mura dove in poche settimane spuntarono come funghi capanne e abituri.
Il Barbarossa ripartì per la Germania, affidando l'Italia ai suoi vicari. Dapprincipio essi furono accolti benevolmente dalle popolazioni, ma quando aumentarono le tasse, il malcontento ricominciò a serpeggiare. Gli stessi lodigiani protestarono. I Podestà imperiali non esigevano solo tributi, ma angariavano i cittadini e li sottoponevano a onerose corvées. S'innalzavano dovunque torri e castelli per le guarnigioni tedesche e i fedeli alleati dell'Imperatore: i conti di Savoia, quelli del Monferrato e gli Ezzelino.
Nell'autunno del 1163 Federico ridiscese in Italia per assistere al trasferimento dalla Lodi vecchia a quella nuova delle spoglie di San Bassiano, protettore della città. Da Lodi si portò a Pavia, dove ricevette i rappresentanti di numerosi comuni del Nord che si lagnavano dei Podestà. A tutti l'Imperatore diede udienza, a nessuno soddisfazione.
Nell'aprile dell'anno successivo morì Vittore IV. Era l'occasione buona per comporre lo scisma che lacerava da anni il Papato, ma il Barbarossa non seppe o non volle coglierla.
Preferì designare un successore nella persona del cardinale Guido da Crema, che assunse il nome di Pasquale III. Il gesto inasprì vieppiù i rapporti tra Federico e Alessandro, che non perdeva occasione per incitare i Comuni a ribellarsi all'Impero. I bolognesi trucidarono il Podestà Bozo, i piacentini obbligarono a fuggire il luogotenente Barbavara, il quale, prima di abbandonare la città, svaligiò la Chiesa di S. Antonio. Anche i veronesi insorsero, spalleggiati da Venezia e Vicenza. Il Barbarossa volle punirli, ma non avendo con sé che pochi cavalieri si limitò a devastare la campagna. Quindi riprese il cammino della Germania col proposito di arruolare un forte esercito.
Papa Alessandro temeva che il Barbarossa, dopo aver riunito sotto il suo scettro i comuni del Nord, occupasse il Centro e il Sud e unificasse la Penisola. Per impedirlo aizzava i comuni contro Federico, e spediva emissari alle corti d'Europa e di Costantinopoli. All'Imperatore greco, Manuele Comneno, prometteva la corona d'Italia in cambio del suo appoggio contro il Barbarossa. Cacciare lo straniero con lo straniero è stata nei secoli la politica della Chiesa nemica naturale di ogni Stato, che non sia quello pontificio.
Nell'agosto del 1165, il Papa Bandinelli lasciò la Francia, a bordo di una nave normanna salpò per Messina, e di qui si mise in viaggio per l'Urbe. I romani avevano chiesto al Senato il ritorno del Pontefice che fu ricevuto con grandi onori. Il popolo gli andò incontro con croci e labari, e Alessandro contraccambiò l'accoglienza con massicce distribuzioni di grano e denaro.
Il suo ritorno a Roma era una sfida all'Impero. Nel novembre del 1166 Federico decise di scendere nuovamente in Italia per cacciare il Bandinelli dall'Urbe e istallarvi in sua vece Pasquale. Dopo aver fatto tappa a Lodi l'esercito tedesco puntò su Bologna, che spalancò le porte all'Imperatore e lo colmò d'oro. Poi marciò su Ancona, dove da un momento all'altro poteva sbarcare Manuele Comneno, e dopo un assedio di tre settimane l'espugnò.
Mentre il grosso dell'esercito tedesco era impegnato sotto le mura di Ancona, quattromila soldati, al comando del cancelliere imperiale Reynaldo, attraverso la Toscana, mossero alla volta di Roma. Il Papa arruolò frettolosamente quarantamila uomini, ma ebbe la peggio. L'esercito pontificio fu volto precipitosamente in fuga. Diecimila cadaveri restarono sul terreno e altrettanti furono i prigionieri e i feriti. La disfatta fu attribuita, come al solito, al tradimento. In realtà, i romani erano male armati e mancavano di un capo.
Il Pontefice, sgomento, si barricò in San Pietro. I tedeschi circondarono la basilica, e per otto giorni la cinsero d'assedio. Alla fine a colpi di ascia ne abbatterono le porte e sciamarono all'interno, seminando distruzione e terrore. Scoperchiarono le tombe dei Pontefici, saccheggiarono le reliquie e gli arredi sacri, insozzarono gli altari. Il tempio fu trasformato in un campo di battaglia, lordo di sangue e ingombro di cadaveri. Il giorno successivo, Federico ne varcò la soglia accompagnato da Pasquale, che coronò Beatrice.
Alessandro, rifugiatosi in una delle torri dei Frangipani, fu visitato da emissari del Re normanno che gli mise a disposizione due galee e un po' di denaro perché abbandonasse l'Urbe. Il Papa si tenne il denaro e congedò le navi.
Il Barbarossa gli offrì la pace, ma ne volle dettare anche le condizioni: l'abdicazione di Alessandro in cambio di quella di Pasquale. Dopodiché sarebbe stato convocato un conclave ed eletto un nuovo Pontefice. I Romani accettarono ma ogni tentativo di indurre Alessandro alla rinuncia fu vano. Scoppiò un violento tumulto, e il Papa, travestito da pellegrino, dovette lasciare la città, riparare in un villaggio presso il Capo Circeo, e di qui fuggire a Benevento.
L'Imperatore esentò i Romani dalle tasse e riconobbe il Senato che gli giurò obbedienza. Ai primi d'agosto una spaventosa epidemia di malaria scoppiò nell'Urbe decimando gli abitanti e l'esercito tedesco accampato alle sue porte. Le vittime si contarono a migliaia; i morti venivano ammucchiati in fosse comuni e poi bruciati per impedire che il contagio si propagasse. Quando non ci fu più legna per questi macabri roghi, si diede sepoltura ai cadaveri nelle acque del Tevere.
Il 6 agosto Federico, annientato dalla perdita dei suoi migliori generali, ordinò aisuperstiti brandelli tedeschi di levare le tende e di mettersi in cammino per Pavia.
Durante il viaggio altri duemila uomini perirono, fra i quali Acerbo Morena. A Pavia, il Barbarossa nominò il conte Enrico di Dietz suo luogotenente in Italia, e nell'inverno ripassò le Alpi, diretto in Borgogna.
La guerra del Barbarossa contro i romani aveva ridato baldanza ai Comuni del Nord. I  soprusi dei Podestà imperiali diventavano ogni giorno più intollerabili, suscitando  dovunque fremiti di rivolta. Presso Federico le proteste di Bergamo, Mantova, Ferrara cadevano nel vuoto. Alessandro spediva in Lombardia agenti a sobillare le città contro l'Impero. Il 7 aprile 1167 nel convento di Pontida, presso Bergamo, si diedero convegno i rappresentanti di Milano, Cremona, Brescia, Bergamo e Mantova che sottoscrissero un patto d'alleanza. Alla confederazione fu dato il nome di «Lega Lombarda». Il suo primo atto fu la ricostruzione di Milano, che riebbe le sue fortificazioni e la sua cinta di mura. Il secondo, assai più difficile, fu il «recupero» di Lodi.
Il piccolo comune lombardo, fedelissimo all'Impero, doveva a tutti i costi entrare a far parte della coalizione. Si trovava a una ventina di chilometri da Milano ed era un importante nodo stradale. Una delegazione cremonese si recò a Lodi per convincerla ad allearsi con la Lega. Ma fu un viaggio inutile: con le buone i lodigiani non si sarebbero mai piegati. Fu deciso allora di ricorrere alla forza. La città fu assediata e minacciata di sterminio. Lo spettro della fame e il ricordo del passato consigliarono alla fine i suoi abitanti alla resa. Lodi accettò di aderire alla Lega «salva la fedeltà all'Imperatore». Era una formula ambigua che fu tuttavia inclusa nei patti. Il Barbarossa reagì mettendo al bando dall'Impero la Lega, con l'eccezione di Lodi e Cremona. Il primo dicembre alla coalizione s'unirono Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Bologna, Modena e Ferrara, dando vita alla cosiddetta «Lega italica». Ad essa aderirono anche Alessandro III, il Re normanno e l'Imperatore d'Oriente, che vagheggiava la riunione dell'Italia alla corona greca.
Il Barbarossa in Germania era alle prese coi Principi e i Vescovi ribelli. Per molti anni il Paese fu in preda al caos e solo quando vi ebbe ristabilito un po' d'ordine, Federico potè varcare nuovamente le Alpi e scendere in Italia. Nell'autunno del 1174, alla testa di un esercito di ottomila uomini, giunse sotto le mura di Asti, l'assediò e in poco più d'una settimana l'espugnò. Poi puntò su Alessandria. Era questa una città nuova, costruita dalla Lega come avamposto e baluardo contro l'imperiale Pavia. Era situata alla confluenza del Tanaro con la Bormida, ed era stata battezzata Alessandria in onore di papa Alessandro.
I tedeschi s'accamparono nella vasta pianura tra Tortona e Marengo mentre nella Lega avvenivano le prime diserzioni: Venezia, Pavia, Como, il Monferrato tornarono a schierarsi dalla parte dell'Imperatore. Ma le tredici città della coalizione, con Milano alla testa, misero insieme un forte esercito che s'ammassò nei pressi di Tortona, tagliando fuori il Barbarossa dalla via appenninica. Poiché Alessandria gli precludeva quella alpina, Federico tentò di prenderla di sorpresa, chiedendo una tregua e poi non rispettandola. Ma quando  un commando tedesco, attraverso un cunicolo, penetrò nella città, fu letteralmente massacrato. L'Imperatore, temendo l'accerchiamento, preferì allora levare il campo e ritirarsi a Pavia. I nemici, invece di dargli battaglia, lo lasciarono passare e neppure lo inseguirono. Si parlò, come al solito, di tradimento. In realtà, non tutti i comuni della Lega erano contro Federico di cui, in caso di disfatta, temevano lerappresaglie.
Alessandria era salva. Un po' meno lo era l'onore dei suoi difensori, i quali  s'abboccarono con Federico per far pace. Alle trattative presero parte anche i delegati di Papa Alessandro, che aveva scomunicato l'Imperatore e l'Antipapa Pasquale. Il Barbarossa riconobbe ai Comuni un'ampia autonomia amministrativa, giudiziaria e commerciale, e il diritto di costruire castelli e alzare mura. La Lega ribadì il suo omaggio e i suoi obblighifeudali verso l'Impero. Restava però insoluto lo scisma, e aperto il conflitto tra Federico e  Alessandro. Il mancato accordo con la Chiesa fece fallire quello già raggiunto coi Comuni, e la pace, già concordata, non potè essere stipulata. Era di nuovo la guerra.
Federico mandò in tutta fretta corrieri in Germania a reclutare truppe fresche. La Lega serrò i ranghi e si preparò al confronto, indebolita dalla defezione dei Cremonesi. Ai primi di maggio del 1176, il Barbarossa con una piccola scorta lasciò Pavia e andò incontro ai rinforzi che attraverso i valichi svizzeri calavano in Italia. Quindi puntò su Milano mentre l'esercito imperiale, rimasto a Pavia, s'accingeva ad attaccare la città da sud.
I milanesi, temendo che i due eserciti si congiungessero, sebbene fossero numericamente inferiori, decisero di varcare le mura e di muovere incontro a Federico.
Dodicimila uomini si misero in marcia per Legnano da dove il Barbarossa sarebbe dovuto passare. All'alba del 28 maggio, la Lega lanciò settecento uomini contro gli imperiali, che li volsero in fuga con gravi perdite. Federico, credendo che quell'esigua avanguardia costituisse l'intero esercito dei Comuni, continuò l'avanzata. Quando s'avvide dell'errore era ormai troppo tardi.
L'esito della battaglia fu a lungo incerto. Dapprincipio i milanesi e i loro alleati, sotto l'impeto della cavalleria tedesca, sbandarono. Ma poi, stretti attorno al «Carroccio», passarono all'offensiva. Invano gl'imperiali tentarono di contenerli. Federico, sguainata la spada, si buttò col suo cavallo nel fitto della mischia, ma fu disarcionato, e solo a stento riuscì a mettersi in salvo, abbandonando il campo di battaglia. I tedeschi non vedendo più il loro imperatore, furono colti dal panico e si diedero alla fuga tallonati dai milanesi. Il Barbarossa fu dato per morto. Grande fu lo stupore dei pavesi quando il giorno dopo lo videro ricomparire in città pesto e affamato, seguito da alcuni cavalieri fuggiti con lui attraverso i campi e i boschi della Bassa.
Molti storici hanno visto nella battaglia di Legnano il trionfo del nazionalismo italiano sull'imperialismo germanico e l'hanno ammantata di leggenda, prestando alla Lega anche un capo immaginario nella figura di Alberto di Giussano. I poeti romantici hanno rincarato la dose alimentando quell'epopea patriottarda che riduce la Storia ad agiografia, traduce gli uomini in monumenti e i fatti in lapidi. In realtà a Legnano i Comuni combatterono in nome delle loro piccole autonomie municipali, non in nome di una Nazione, di cui non capivano il senso né concepivano l'ideale. Quella del 1176 fu una rivolta contro l'Imperatore, non in quanto straniero, ma in quanto esattore di balzelli. La solidarietà dei Comuni fu temporanea e apparente. Liquidato il Barbarossa, essi ripresero infatti a combattersi e a scannarsi tra loro. Il concetto di patria era allora circoscritto entro la cinta delle mura cittadine. E il «Carroccio» col gonfalone ne era il simbolo.
La sconfitta di Legnano fu comunque per Federico un duro colpo. Era stata quella, in ventitré anni, la prima volta che l'Impero era stato vinto dai Comuni, e l'Imperatore obbligato a cercare la propria salvezza nella fuga. L'onta andava vendicata. Il Barbarossa chiese nuovi aiuti ai vassalli tedeschi che glieli rifiutarono. La Germania era divisa e in preda al caos. Lo scisma aveva vieppiù esacerbato gli animi e molti Vescovi si erano apertamente schierati dalla parte di Alessandro. La maggioranza del clero voleva che l'Imperatore si riconciliasse con la Chiesa e si liberasse dalla scomunica.
Nell'ottobre dello stesso anno, all'insaputa dei Comuni, Federico e Alessandro intavolarono trattative per una pace separata. Tre prelati tedeschi, già colpiti da anatema, si recarono ad Anagni, dove risiedeva il Pontefice che li accolse con molti onori. Quando i membri della Lega ne furono informati, avvamparono di sdegno. Ciò nonostante s'affrettarono a far atto di sottomissione al Barbarossa.
Dopo lunghe e animate discussioni, il Papa e i rappresentanti di Federico decisero di convocare una grande assemblea di pace, alla quale sarebbero stati invitati anche i rettori della Lega e i delegati dell'Imperatore greco e del Re normanno. Come sede fu fissata Venezia, dove Alessandro giunse ai primi di maggio. Il Barbarossa s'acquartierò con la sua piccola Corte a Chioggia nel timore che il Papa gli giocasse qualche brutto tiro. Alessandro voleva la fine dello scisma e la deposizione dell'Antipapa. Premuto dai principi tedeschi, Federico cedette. Ma in cambio chiese e ottenne vasti territori appartenenti alla Chiesa nell'Italia centrale e la concessione per quindici anni dell'ex-marchesato toscano dei Canossa. La Lega dovette accontentarsi di una tregua di sei anni con l'Impero.
La pace fu suggellata da una messa solenne in San Marco. Quando il Papa, a bordo di una mula bianca, giunse ai piedi della basilica, l'Imperatore gli andò incontro, e tenendogli la staffa l'aiutò a scendere. Poi si inginocchiò ai suoi piedi per riceverne la benedizione. Ma quando Alessandro pronunciò la formula di rito: «Tu calpesterai il serpente e il basilisco, e domerai il leone e il drago», Federico rispose: «Non per te, ma per Pietro».
Ai primi di gennaio del 1178, accompagnato dalla moglie e dai figli, il Barbarossa tornò in Germania e pose la Corte a Spira. Durante la sua assenza, nel Paese era scoppiata una grave rivolta, capeggiata da suo cugino Enrico il Leone, che nel 1176 si era rifiutato di unire le sue truppe a quelle dell'Imperatore, e aveva parteggiato per il Papa. Federico convocò una Dieta e lo invitò a discolparsi, ma Enrico non si presentò. Il Barbarossa lo mise allora al bando dall'Impero e gli dichiarò guerra. Sconfitto, Enrico s'inginocchiò ai piedi del cugino e ne invocò la clemenza. La ottenne, ma dovette lasciare per sempre la Germania.
Il 30 agosto 1181, calò nella tomba Papa Alessandro. Quello suo era stato un pontificato drammatico e glorioso. Aveva avuto la tiara per ventidue anni, e i suoi contemporanei lo paragonarono a Gregorio VII, col quale ebbe in comune l'orgoglio, l'ambizione e l'energia. I romani l'avevano obbligato a cercar rifugio a Civita Castellana, dopo averlo trionfalmente accolto nell'Urbe al ritorno da Venezia. Quando la salma di Alessandro fu trasportata a Roma per essere tumulata in Laterano, il popolino sputò sulla bara e l'insozzò di escrementi e di fango.
Nuovo Papa fu eletto un vecchio cardinale lucchese che prese il nome di Lucio III. La nomina non piacque ai romani perché Lucio, a corto come il suo predecessore di quattrini, dovette limitare le elemosine. Dopo poco tempo infatti fu obbligato ad abbandonare l'Urbe e a cercar rifugio nell'Italia del Nord.
Nell'aprile 1183, alla vigilia della scadenza della tregua, i legati dell'Imperatore e quelli dei Comuni si diedero convegno a Piacenza. Milano, Brescia, Bergamo, Mantova, Lodi, Novara, Vercelli, quattro città venete, cinque emiliane e Faenza riconfermarono la loro fedeltà all'Impero in cambio dell'autonomia cittadina. Il 25 giugno dello stesso anno, a Costanza, Federico e la Lega stipularono finalmente la pace. È stato scritto che a Costanza
non ci furono né vincitori né vinti. In realtà vincitori furono i Comuni, non perché Federico concesse loro nuovi privilegi, ma perché sancì irrevocabilmente quelli di cui già godevano.
Al principio del 1184 il Barbarossa era di nuovo in Germania. Nell'aprile, convocò aMagonza una grande Dieta, alla quale parteciparono migliaia di sudditi. L'Imperatore vi  comparve in gran pompa accompagnato da Beatrice e dai cinque figli. Enrico, il primogenito, si presentò ai principi e ai vescovi tedeschi, inguainato in una superba armatura. Era il pretendente al trono e il padre andava da tempo accarezzando l'idea di un suo matrimonio con la zia del Re normanno, che non aveva altri eredi.
Emissari tedeschi si erano recati in Sicilia per tastare il terreno. Il Papa lo aveva saputo ed era montato su tutte le furie. La Sicilia in mano agli Hohenstaufen significava l'unione, su una sola testa, di due corone, quella tedesca e quella normanna, che la Chiesa aveva sempre cercato di tenere divise. Le nozze di Enrico con Costanza, come si chiamava la zia di Guglielmo, potevano essere la premessa all'unificazione della Penisola e la liquidazione dello Stato Pontificio.
Ma ogni sforzo del Pontefice per mandarle a monte fu vano. Il matrimonio si celebrò con grande fasto a Milano nella basilica di Sant'Ambrogio nel gennaio 1186. Costanza giunse con un folto seguito di cavalieri, buffoni, giullari e damigelle dalle pittoresche fogge arabe. Della carovana facevano parte anche centocinquanta cavalli carichi di gioielli, profumi, arazzi, pellicce, argenteria. Era, col Regno di Sicilia, la dote di Guglielmo alla zia.
Costanza era più vecchia di Enrico e stando ai cronisti del tempo doveva essere piuttosto bruttina. Secondo alcuni, per sposare il figlio del Barbarossa aveva abbandonato il convento in cui, giovinetta, era stata rinchiusa. Ma probabilmente non si tratta che di una leggenda.
Le nozze furono celebrate dagli Arcivescovi di Vienna e di Aquisgrana, i quali posero sul capo di Enrico la corona ferrea, simbolo del Regno d'Italia. Immediata fu la reazione del nuovo Papa Urbano III, succeduto a Lucio, ma il suo tentativo di sollevare il clero tedesco contro Federico fallì. La morte, avvenuta nell'ottobre del 1187 a Ferrara, dopo soli ventitré mesi di pontificato, gli impedì di rinnovarlo.
Urbano fu stroncato - pare - da un attacco cardiaco quando apprese che Gerusalemme era nuovamente caduta in mano dei Saraceni. La perdita del Santo Sepolcro fu accolta con sgomento in tutt'Europa. Il nuovo Papa dimenticò la contesa col Barbarossa e le beghe coi romani, e bandì una nuova crociata. Nelle chiese di Colonia, Magonza, Aquisgrana, i Vescovi arringarono i fedeli: «Felici coloro che partono per i luoghi santi, ma più felici ancora quelli che non torneranno». Federico, che voleva rifar pace col Papa, lasciò Ratisbona alla testa di un esercito di centomila uomini, e puntò sui Balcani. Giunto a Gallipoli, s'imbarcò per la Palestina a bordo di navi greche. Nella primavera del 1190 i tedeschi sbarcarono in Siria. I disagi di una lunga marcia, i triboli di una navigazione tempestosa, il caldo e la penuria di viveri provocata dai Turchi che tagliarono le linee di rifornimento, decimarono l'esercito imperiale.
Federico, vecchio, stanco e sfiduciato, aveva visto morire sessantamila dei suoi uomini, dopo un viaggio di duemilacinquecento chilometri. Era venuto in Oriente per ritrovare quel prestigio internazionale che in Italia aveva perduto. E invece trovò la morte, tragica e ingloriosa, tra i flutti di un fiumiciattolo della Cilicia, che l'inghiottirono mentre inseguiva un cinghiale.
Fu il segnale dello sbandamento generale che il nuovo capo, uno dei figli del Barbarossa, tentò disperatamente, ma invano, di contenere. I soldati, stremati dalla fame e dalle malattie, continuarono la marcia. Quando giunsero nei pressi di Tolemaide, i Cristiani che stavano assediando la città li scambiarono per zingari e li scaraventarono nelle retrovie, dove altri trentacinquemila morirono di stenti e di tifo.
Recuperato, il cadavere di Federico fu scarnificato con l'acqua bollente, ridotto a scheletro e sepolto in una chiesa di Antiochia.
Col Barbarossa calò nella tomba anche una parte dell'Impero: quella che s'estendeva dalle Alpi alla Magra, l'Italia cioè dei Comuni che Federico non era mai riuscito completamente a domare. Per i tedeschi era stato un grande Imperatore, per gli italiani uno spietato tiranno. Fu inferiore al suo modello, Carlomagno, ma dall'epoca dei Pipinidi i tempi erano parecchio cambiati. S'erano formati gli Stati nazionali, la città aveva soppiantato la campagna, e la borghesia aveva spezzato le catene del feudalesimo. Era con queste forze nuove che Federico aveva dovuto fare i conti. E non erano, come abbiamo visto, conti facili. Se alla fine non gli tornarono, fu perché l'Impero che egli incarnava era anacronistico. Aveva lottato contro il suo tempo. Ed era stato sconfitto.
 
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10 Campagne di Legnano - A.D. 1176

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La Compagnia della Morte
Alberto da Giussano è tornato:La Compagnia della Morte di Franco Forte
 
Un grande romanzo di guerra, di battaglie e di morte, ma anche una sorprendente vicenda d'amore e la rivisitazione in chiave epica delle gesta di Alberto da Giussano e dei suoi Cavalieri della Morte, che riuscirono ad assestare un formidabile colpo al Sacro Romano Impero e a Federico il Barbarossa.
 
Presentazione del romanzo
 
Anno Domini 1176. Nelle campagne vicino a Legnano, i 300 uomini della Compagnia del Carroccio si oppongono all'avanzata dell'esercito del Sacro Romano Impero, guidato da Federico I il Barbarossa. La loro è l'ultima, strenua difesa prima che l'invasore germanico riesca a tracimare in Italia, per soffocare nel sangue il fremito d'indipendenza dei Comuni Padani, riunitisi nella Lega Lombarda dopo il giuramento di Pontida. Al comando della Compagnia del Carroccio c'è Rossano da Brescia, soldato di ventura e uomo d'onore che ha un conto in sospeso con il Barbarossa, che gli ha ucciso la moglie durante l'eccidio di Milano del 1162.
Da allora Milano e risorta, e insieme ad altri comuni padani ha dato vita a un esercito che intende fermare i propositi egemonici del Barbarossa in Italia. Un uomo è al comando di questo esercito, un condottiero il cui nome è già leggenda: Alberto da Giussano. Il Comandante lombardo ha dalla sua la forza di intere coorti di giovani combattenti, la più famosa delle quali, la Compagnia della Morte, è composta da novecento uomini valorosi votati a tutto, pur di difendere la Lega dall'invasore germanico. La Compagnia della Morte ha come simbolo e baluardo il Carroccio, un enorme carro su cui svettano le insegne della Lega, la Martinella, la campana che sprona gli uomini alla difesa dei loro diritti e del loro territorio, e il gonfalone con la croce papale.
Ed è in onore di Papa Alessandro III che i Comuni Padani fondano Alessandria, una fortezza eretta per resistere all'avanzata del possente esercito imperiale.
Sullo sfondo di questi anni eroici e terribili, degli scontri fra guelfi e ghibellini, fra il potere politico e quello spirituale che rischia di far ripiombare l'Italia nella barbarie, si muovono le vicende di Rossano da Brescia, alla ricerca della propria personale vendetta, e di Angelica Concesa, coraggiosa contessina disposta a tutto, anche ad armarsi lei stessa sotto le insegne del Carroccio, pur di restare accanto al suo amato Rossano.
Lo scontro finale avviene nelle campagne di Legnano. Rossano da Brescia, Alberto da Giussano e i valorosi cavalieri della Compagnia della Morte, oppongono una strenua resistenza all'avanzata dell'esercito imperiale, sacrificando le proprie vite in nome della libertà e dell'indipendenza padana.
E' il momento della verità, del sangue e dell'amore. Finché non si levano alti i rintocchi della Martinella, a proclamare la vittoria dell'esercito lombardo sull'usurpatore.
Una storia di guerra, di battaglie e di morte, ma anche una sorprendente vicenda d'amore e la rivisitazione in chiave epica delle gesta di Alberto da Giussano e dei suoi Cavalieri della Morte, che riuscirono ad assestare un formidabile colpo alle schiere del Sacro Romano Impero.
 
 
 
 
Il prologo del romanzo
Campagne di Legnano - A.D. 1176
 
Il rombo che si propagò nel suolo era spaventoso, pareva l'annuncio di un terremoto di immani proporzioni che avrebbe raso al suolo qualsiasi edificio in tutta la Padania.
Ma Rossano da Brescia sapeva che non si trattava di un fenomeno naturale. Quella che si stava scatenando contro di loro non era la forza imperiosa della natura, bensì la rabbia furibonda di centinaia di cavalli lanciati al galoppo, che dissodavano il terreno con gli zoccoli ferrati.
La polvere sollevata dalla carica della cavalleria imperiale era tale da oscurare la visuale, e il fragore così forte da costringere Rossano a gridare gli ordini ai suoi uomini correndo lungo il cerchio compatto dei fanti stretto attorno al Carroccio.
– Serrate i ranghi! – gridava, tenendosi il braccio ferito da cui il sangue continuava a sgorgare. Si era stretto una cinghia di cuoio appena sopra lo squarcio, per cercare di arrestare l'emorragia, ma sapeva che non sarebbe servita a molto: l'unico modo per fermare il sangue era cucire la ferita con alcuni punti di sutura. Ma la situazione in cui si trovavano non permetteva certo di preoccuparsi del suo braccio: entro pochi istanti la cavalleria imperiale sarebbe calata su di loro, travolgendoli con la forza di un uragano di carne, cuoio e ferro.
La sola speranza per Rossano e per i suoi uomini, in netta inferiorità numerica e privi di cavalli, era arroccarsi attorno al Carroccio come avrebbe fatto una mandria di bufali per difendersi da un attacco, tenendo le picche e le lanzalonghe sollevate come gli aculei di un gigantesco istrice.
Il Carroccio, il grande carro da guerra su cui svettavano il gonfalone milanese e le araldiche della Lega Lombarda, aveva le possenti ruote ferrate affondate nel terreno, tanto era il peso che dovevano sostenere. Padre Ariberto, arrampicato sopra il castello di comando, incitava gli uomini invocando la forza che il Signore avrebbe concesso loro per resistere alla carica straripante del nemico.
– Dio è con noi! – gridava il sacerdote cercando di sovrastare il frastuono della cavalleria imperiale in arrivo. Mentre parlava, teneva alta la piccola croce lobata che il vescovo Intimiano aveva donato a Milano decenni prima, un simbolo potente che confermava la veridicità delle sue parole. – Non vi lasciate spaventare dall'invasore! Non abbiate timore di morire per difendere la vostra terra, la vostra dignità. Il Santo Padre ha esteso la sua benedizione su tutti voi! Viva la Padania! Viva la Padania libera!
– Viva la Padania! – gridarono in coro i soldati della Compagnia del Carroccio, stringendosi spalla contro spalla mentre il terreno sotto i loro piedi vibrava così forte da farli vacillare.
Rossano studiò la disposizione delle lunghe picche che aveva fatto distribuire ai suoi uomini. Ognuno di loro ne aveva una in mano, con il calzo piantato a terra e tenuto fermo dal piede sinistro, allungata verso l'esterno con un'inclinazione sufficiente a frapporre la punta di ferro al petto dei cavalli, e altre due a terra, pronte a essere impugnate nel caso in cui l'asta che reggevano si fosse spezzata. Aveva fatto predisporre cinque linee di picchieri, in modo da opporre all'avanzata dei cavalli un'autentica foresta di punte acuminate, ma sapeva che si trattava di un tentativo disperato. Da quando la cavalleria lombarda si era data alla fuga, dopo essersi lanciata allo sbaraglio contro le truppe imperiali, che avevano retto l'impatto con ordine e avevano contrattaccato senza dare respiro alle forze della Lega, Rossano era rimasto solo, con i trecento fanti della Compagnia del Carroccio, a difendere il simbolo della libertà Padana e l'onore dei Comuni Collegati che avevano osato ribellarsi al Barbarossa.
La speranza di Rossano era che la cavalleria in rotta della Lega riuscisse a riorganizzarsi e a ricongiungersi con il grosso dell'esercito lombardo, che stava marciando da Milano per giungere in loro soccorso. Una speranza tenue, perché la cavalleria nemica stava ormai per travolgerli, e lui non sapeva quanto avrebbero potuto resistere, quegli uomini stanchi, sfiduciati e già provati dalla lunga battaglia che aveva disseminato la pianura di cadaveri.
– Tenete le picche ben piantate a terra! – urlò cercando di farsi sentire in quella bolgia infernale. Sollevò la spada e strinse i denti, quando una fitta gli percorse il braccio ferito. Con il piatto della lama diede dei leggeri colpi alle lance che non erano perfettamente allineate con le altre, in modo che lo sbarramento di picche fosse uniforme.
– State in riga! – gridò ancora, mentre il nemico si avvicinava a velocità poderosa, dando l'impressione di poter travolgere senza sforzo ciò che restava della Compagnia del Carroccio.
Sul grande carro da guerra, padre Ariberto incitava il giovane Egidio a suonare la Martinella, la campana che diffondeva nella valle il richiamo disperato per il grosso dell'esercito lombardo.
E' tutto inutile, avrebbe voluto dirgli Rossano. Non riusciranno mai ad arrivare in tempo.
Alberto da Giussano, il comandante in capo delle forze della Lega Lombarda, probabilmente ancora non sapeva in quale situazione disperata si trovasse l'avanguardia del suo esercito. Se avesse potuto essere lì, con la potenza dei suoi novecento cavalieri della Compagnia della Morte, forse avrebbe potuto arrestare l'invasore germanico.
Ma fino a quando Alberto da Giussano e i suoi cavalieri non fossero arrivati, Rossano doveva fare affidamento solo sulle proprie forze e su quel pugno di fanti spaventati, che avrebbero dovuto fare scudo con i propri corpi alla carica della cavalleria imperiale.
Un'impresa impossibile, ma che nessuno di quei ragazzi coraggiosi avrebbe abbandonato.
Quando il frastuono degli zoccoli si fece troppo forte per continuare a ignorarlo, Rossano scrutò con rabbia l'avanguardia corazzata del Sacro Romano Impero.
E mentre il suo grido di battaglia si levava alto nel cielo, fino a sovrastare il fragore dei cavalli e lo squillo disperato della Martinella, Rossano sentì che aveva desiderato a lungo quel momento: finalmente poteva affrontare a viso aperto gli uomini che avevano annientato la sua famiglia e che cercavano di spogliarlo anche della dignità di possedere una patria libera e indipendente.
Quando la cavalleria imperiale si schiantò con la forza di una valanga contro il fronte compatto di picche della Compagnia del Carroccio, Rossano dilatò le narici e pregustò il momento in cui avrebbe versato il sangue nemico.
Non si preoccupò neppure per un istante del fatto che molto probabilmente anche lui sarebbe morto in quella pianura dimenticata da Dio.
 
 
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11 Raccolta

 
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Non si hanno indicazioni certe sulle origini del castello, ma piu' di una citazione contenuta in atti testamentari o in altri manoscritti, che piu' avanti annoteremo, fa riferimento ad un "castrum Lignanum" esistente prima del mille.
Sussistono tuttavia dei dubbi che si si riferisca al palazzetto fortificato pervenuto nell'anno 800 da Carlo Magno all'arcivescovo di Milano Pietro Oldrado, fortilizio che resistette anche agli assalti delle truppe di Corrado III, ma non e' altresi' da escludere del tutto che si tratti proprio del maniero di San Giorgio, cioe' quello che oggi chiamano ancora Castello Visconteo.
 
E' certo comunque che questa antichissima costruzione puo' essere considerata vero e proprio castello fortificato soltanto dopo che passo' in proprieta' di Oldrado LampugnaniQuale Oldrado???(1473). Prima poteva essere al massimo una residenza di campagna o un rifugio sicuro per qualche signorotto dell'epoca. Da alcune caratteristiche della parte piu' remota della costruzione e da qualche citazione che se ne ricava da documenti riguardanti gli arcivescovi milanesi, si puo' arguire che sul luogo sorgesse un convento di frati. Ma la posizione era piu' adatta a realizzare un vero e proprio fortilizio che non a mantenervi un tranquillo luogo di preghiera e meditazione ascetica.
Ma vediamo piu' compiutamente, cercando di risalire alle origini, la cronologia dei successivi possessi con le relative trasformazioni che ebbe il complesso al quale e' legata tanta parte di storia legnanese e della signoria viscontea.
Dunque da convento di frati a residenza o "fortilizio di emergenza". Trascuriamo il difficilmente documentabile periodo di destinazione ecclesiastica per soffermarci su quella successiva. Il documento piu' indietro nel tempo e' rappresentato dal manoscritto "C 51 Inf."(Documento da ricercare), custodito nella biblioteca Ambrosiana di Milano, citato anche da Floriano Canetoli, (blasone bolognese cioe' Arme Gentilizie di Famiglie Bolognesi - 1971) che mette addirittura in relazione il "castrum" legnanese con i privilegi concessi dagli imperatori greci ai conti di Angera, con la deduzione di fare ritenere il castello di Legnano piu' antico della venuta di Carlo Magno. Ma siamo nel campo delle congetture prive di conforti storici autentici. Fermiamoci allora soltanto al manoscritto della Biblioteca Ambrosiana sopra citato.
In esso, certo Fanusio Campana, autore del manoscritto, afferma che tra i condottieri che militavano tra le file di Carlo Magno, vi fu un Licinio Legnani "vir magmanimus et officiosus, qui constituta familia in urbe  Mediolanensi, de Lignanis vocata est, et condidit castrum Lignanum".
Uno studio molto approfondito sul castello di legnano lo ha lasciato Guido Sustermeister in "memorie n. 8" (Documento da ricercare) della regia Deputazione Lombarda di Storia patria - sezione di Legnano, edito nel 1940, con una raccolta dei documenti relativi. Il Sustermeister che concorda con la tesi di un convento di frati trasformato poi in "castro", colloca la edificazione del maniero attorno alla prima meta' del 1200, escludendo l'eventualita' che lo storico Bugatti, appunto citato dal Sustermeister stesso, si riferisca al palazzo fortificato di Leone da Perego del quale oggi restano le vestigia nell'edificio dove ha sede l'asilo infantile del centro.
La rocca, oggi conosciuta a Legnano come Castello Visconteo, era denominata nei documenti in cui erano descritti gli eventi delle lunghe contese tra i Torriani ed Ottone Visconti, come "castel San Giorgio". Tale denominazione, diventa piu' frequente nei successivi secoli XIV° e XV°, ai tempi cioe' del dominio visconteo e sforzesco. Forse questa indicazione sta appunto per avvalorare la tesi che in origine il castello doveva essere un convento di frati regolari Agostiniani con annessa una chiesa dedicata a San Giorgio.
In un documento datato 14 ottobre 1261 (codice della croce n. 18) (Documento da ricercare) si afferma che in un certo punto del pianoro tra Legnano e Cascina Meraviglia (territorio di Canegrate) presso l'Olona e prati irrigui, vi era una chiesa di San Giorgio e convento.
E non si deve confondere questo immobile di destinazione ecclesiastica con l'odierno San Giorgio su Legnano in quanto nella descrizione delle chiese del tempo, redatta nel 1304 da Goffredo da Bussero, si ricava che non esisteva ancora chiesa nel punto dove oggi sorge il Comune di San Giorgio. Lo stesso Giulini nella sua "storia del Milanese, nei secoli bassi" (Documento da ricercare) afferma che la prima chiesa a San Giorgio si ebbe nel 1390.
Comunque, sia pur con il conforto di questi autorevoli dati, non e' possibile ricavare una data certa circa le origini della primitiva costruzione sulle cui vestigia sara' poi edificato un vero e proprio castello.
Cessata la remota destinazione di sede di convento di Padri Agostiniani e passata la proprieta' della costruzione e dei beni terrieri annessi, all'arcivescovo e signore di Milano Ottone Visconti, questi tra il 1230 e il 1257 fece edificare il primo nucleo del futuro maniero; probabilmente pochi locali da utilizzare come sicuro riparo a mezza strada tra Milano e il Contado del Seprio.
In tutta la Lombardia si contano a decine i castelli Viscontei; in particolare su un vasto perimetro attorno a Milano, collocati in zone dove, nel Medio Evo, la Signoria Visconti possedeva proprieta' agricole. Essi costituivano fedeli sentinelle avanzate, ottime posizioni per la difesa, nonche' per il ricovero di armigeri nella eventualita' di incursioni di predoni o conquistatori di terre, incursioni frequenti in quella tormentata epoca.
I Visconti avevano fatto ubicare il castello di Legnano in una posizione strategica, su una lingua di terra creata dalla biforcazione dei due rami dell'Olona, con l'intento di proteggere le fertili terre che si estendevano tra l'antico borgo di Legnano e la plaga che spaziava oltre Canegrate e San Vittore Olona, gia' caratterizzata dai primi mulini lungo il corso dell'Olona.
Il primo nucleo del futuro maniero si ritiene che fosse costruito tra il 1230 e il 1257 per l'incarico di Ottone Visconti, Arcivescovo e Signore di Milano. Doveva trattarsi inizialmente di un semplice "castro" composti da due semplici locali sovrapposti.
Per parlare comunque di un vero e proprio maniero, con torri e mura merlate dobbiamo attendere l'inizio del secolo successivo. Gli archi di ingresso, in mattoni come comunque tutto il resto della costruzione, sono tipici dello stile del XIII° secolo. Caratteristiche particolari sono date proprio dai laterizi cuneiformi alternati a pietre bianche onde saldare gli intersizi e dalla finestre con la sommita' ad arco, per alcune incorniciate con doppie file di mattoni in rilievo a mo' di ornamento e piccoli rosoni ai due angoli superiori.
Per circa un ventennio ed esattamente tra il 1257 al 1276 il maniero con le proprieta' adiacenti passa per confisca al nuovo arcivescovo di Milano, Martino della Torre, il quale amplio' a nord e in parte anche a sud la costruzione, rendendola piu' sontuosa.
Abbiamo trovato un riferimento storico relativo a questo periodo di possesso dei della Torre sulla "Storia di Milano nei secoli bassi" scritta dal conte Giulini, riferimento poi ripetuto nella piu' recente "Storia di milano" (vol IV):(Documento da ricercare) Nell'aprile del 1273 appunto in questo "Castello di San Giorgio presso Legnano" ospiti dei signorotti milanesi Francesco e Napoleone Della Torre, si rincontrarono re Edoardo d'Inghilterra e la regina Eleonora di Castiglia. Dopo la disgraziata spedizione dell'ottava crociata per la liberazione dei luoghi sacri dai turchi. Il re d'Inghilterra, con il suo seguito, era appunto in viaggio di ritorno dall'Oriente.
L'arcivescovo Ottone Visconti, abbattuti i Torriani, riconquista nel 1276 l'intero possedimento. Da Ottone Visconti il castello passo' all'ultimo signore della stirpe, Filippo Maria il quale nel 1437 lo assegno' "in dono e soldo" per la fedelta' e la dedizione di lunghi anni ad Oldrado Lampugnani.II° (4.2)  Questo era stato infatti prima precettore del minorenne duca e quindi ne era diventato capitano e diplomatico rendendogli numerosi servigi nel burrascoso periodo della di lui dominazione.
La famiglia Lampugnani si era insediata nel castello sin dalla fine del 1300, godeva molti privilegi e notevole reputazione avendo dato un arcivescovo a Milano e diversi abati al monastero di S. Ambrogio nonche' uomini d'arme, consiglieri, diplomatici alla Signoria. Il Lampugnani con la donazione veniva anche autorizzato a fortificare il castello. E l'Oldrado II° (4.2) affido' infatti agli ingegneri ducali il compito di farne un gioiello del suo genere. Nel periodo del suo possesso infatti il castello venne munito di mura piu' resistenti, di un torrione di ingresso e di un vallo nonche' di un ponte levatoio. Proprio in questa fase di rifacimento venne mutato l'ingresso principale che un tempo era sul lato di Ponente. Venne costruito un torrione di ingresso di gran mole e funzionale appunto in corrispondenza del ponte levatoio verso la facciata nord.
Sul portale, tra le due feritoie lungo il quale scorreva il ponte levatoio si nota ancor oggi la lapide in marmo di Oldrado Lampugnani II°.
I lavori di fortificazione, come risulta da documento conservati negli archivi dell'Ospedale Maggiore di Milano, vennero eseguiti nel 1445.
Alla morte di Oldrado nel 1460, il castello passa al nipote Giovanni Andrea (5.16), anch'egli capitano d'armi e cavaliere d'onore.
Questi mori' senza eredi maschi e la successione del castello divenne difficile. Oltre tutto nella prima meta' del '400 nella Lombardia si susseguivano contese tra capitani di ventura e signorotti che si disputavano il possesso dei castelli fortificati. Fu appunto in quest'epoca che il maniero subi' svariati attacchi a opera di Francesco Sforza i cui movimenti nel territorio periferico di Milano toccarono spesso il borgo di Legnano. In queste alterne vicende il castello fu occupato e liberato piu' volte e successivamente venne anche in possesso dei francesi, per confisca, durante le gesta di Ludovico il Moro. Nel 1524 Francesco Sforza, ripreso il sopravvente affido' al patrizio Francesco Stampa il compito di estromettere i francesi dal castello e fu cosi' che il maniero fu incendiato prima di essere abbandonato dal condottiero francese Teodoro Trivulzio, che era un acerrimo nemico dei Lampugnani.
Ma alle dispute belliche per il possesso del castello che bene o male venne poi ricostruito, seguirono quelle per la successione tra i componenti della famiglia Lampugnani alla morte di Giovanni Andrea. La contesa civile del possesso del castello si protrasse dal 1507 al 1659. Ebbe infatti inizio allorche' al primitivo defunto proprietario subentro' Oldrado III°  (6.12) conte di Ripalta d'Adda e governatore di Parma. Alla sua morte (1528) il castello con quattro mulini, due sedimi e 2024 pertiche di terreno circostanti passo' al figlio Ferdinando I° (7.7) . Oldrado III prima della morte fece riparare il castello visconteo restituendone i tratti distrutti dai francesi nello stile barocco che ormai incombeva.
Nel 1554 fu realizzata la vasta ala a Mezzogiorno con due ampi saloni per feste e ricevimenti e si aggiunsero decorazioni esterne ed affreschi, opere di Alessandro Pusterla che nel tempo andarono perdute. Venne anche costruita a nuovo la cappella gentilizia dedicata  a San Giorgio. E proprio da questa cappella il castello era denominato di San Giorgio, che non ha alcun riferimento alla vicina localita' di San Giorgio su legnano.
Francesco MariaE' forse un Visconti (cercare) non aveva eredi e alla sua morte fece donazione del maniero con le terre e i mulini circostanti all'Ospedale Maggiore di Milano, dal quale nel 1795. lo acquisto il marchese Cristoforo Cornaggia Medici. In possesso di questa nobile famiglia milanese, il pregevole immobile venne trascurato e ridotto ad alloggio per i contadini della vasta tenuta agricola circostante, in pieno dispregio ai sentimenti della popolazione e delle autorita' legnanesi di quei tempi, le quali ultime, assistettero inermi al decadimento del maniero.
Nessuna opera di manutenzione ordinaria ne' straordinaria ci risulta fosse stata compiuta nel periodo di proprieta' Cornaggia Medici ed il maniero si e' ridotto nelle condizioni in cui si trova attualmente e cioe' quasi un rudere, ad eccezione della chiesetta, del torrione centrale e di qualche altra parte interna.
In tali condizioni e' pervenuto, dopo lunghe trattative all'amministrazione comunale di Legnano dagli eredi del marchese Cornaggia Medici. Il compromesso di cessione risale al 1963 ma venne modificato, nella sostanza e nella forma, successivamente anche per l'intervento dell'Autorita' tutoria.
La cessione venne comunque perfezionata piu' tardi ma il Comune ha potuto avere la piena disponibilita' del castello in pratica soltanto nel 1973
Nel periodo in cui il castello visconteo era stato tenuto in proprieta' dei Cornaggia Medici, molti nobili dell'epoca nonche' le tele e qualche altro ornamento, vennero trasferiti nelle varie altre proprieta' che i Cornaggia avevano a Mozzate Seprio e a Besnate. Di tutto il materiale prezioso, affreschi compresi, che arricchivano il vetusto maniero, ben poco, ad eccezione di alcuni stemmi nobiliari posti in rosoni esterni o sui camini, e' conservato nel museo civico.
I Cornaggia trasportarono nella loro villa di Mozzate Seprio anche un lettone artistico antico in legno, in stile barocco con torciglioni a candelabro agli angoli e a una testata, pure finemente intarsiata, che aveva al centro una Madonna con bambino di pregevole fattura.
Questo letto appartenente di certo ad Oldrado III° Lampugnani e fino al 1929 era ben conservato, la leggenda popolare si ostina a chiamarlo "il letto del Barbarossa" nonostante l'evidente anacronismo.
Sarebbe gran cosa se si riuscisse a recuperarlo, eventualmente acquistandolo assieme ad altre opere d'arte che si trovano nel castello per farne un nuovo ornamento, allorche' la costruzione monumentale sara' restaurata. Tra i quadri vi era anche un ECCE HOMO a tre quarti di busto, seduto su una sedia e reggente in mano una verga di comando. Si tratta di una tela di 80 cm. x 100 circa, attribuita al Guercino. Nel 1939 fu acquistata dal Commendator Ing. Enrico Cerini. Altre tele pervennero dalla famiglia Cornaggia Medici a certo Luigi Granata di Milano.
Il castello di legnano, anche se mal ridotto, conserva pur sempre il suo valore storico. Per circa otto secoli fu muto testimone di tanti avvenimenti che si susseguirono nella nostra zona. Esso ci ricorda momenti tristi e periodi di splendore; nei suoi saloni per feste e ricevimenti, molte antiche nobili famiglie della Legnano dei tempi andati si alternarono per divenire protagoniste dei fasti di una piccola corte nostrana. I sotterranei del castello con i suoi cunicoli, non tutti esplorati in epoca piu' recente, celano segreti che forse resteranno impenetrabili. Il Sustermeister aveva provato l'esistenza di un cunicolo sotterraneo, una vera e propria "segreta" che forse raggiungeva in direzione di San Vittore Olona una casa del '400 ancor oggi esistente in via Magenta n. 2 appartenuta alle famiglie Forni o La Mairola o a un ramo dei nobili Lampugnani.
Storia e leggenda si sono rincorse sempre nei secoli attorno al maniero Legnanese che tanti riferimenti storici ha avuto in passato per le nostre genti.
 
 
 
OTTONE VISCONTI di UBERTO da Massino, Prelato a Desio ricco e giovane, costrui' qui un castro a torre (ante 1230) ed a lato installo' a Cenobio di Agostiniani nel 1230: nel 1257 viene confiscato dal signorotto milanese MARTINO DELLA TORRE, il quale lo fa prolungare a Nord ed a una parte al sud.
L'arcivescovo OTTONE VISCONTI abbatte' i Torriani nel 1276 e riconquista il maniero e la sua vasta proprieta'. Gli segue: LA SIGNORIA VISCONTI durante tutto il 1300 ed oltre, FILIPPO MARIA VISCONTI ultimo di essa signoria, dona nel 1437 il maniero con "privilegio di fortificarlo" al suo fedelissimo OLDRADO LAMPUGNANI II°, capitano magnifico, che lo fortifica immediatamente con sei  torri, ponte levatoio e muro merlato. Morendo (1640), istituisce il fidecommesso per i suoi discendenti primogeniti maschi fra cui si distingueranno: Marchese OLDRADO III° LAMPUGNANI (coniugato con Agnese Visconti) dal 1507 al 1528. Questi prolunga l'ala nord-Sud (finestre sforzesche) la quale, abbattuta a Sud dal Capitano Trivulzio nella contesa fra francesi ed imperiali (marzo 1524), viene ricostruita ed ampliata a mezzodi'. OLDRADO III° (6.12) Lampugnani vi fa affrescare il suo stemma, paesaggi e trofei. Marchese OLDRADO IV° LAMPUGNANI dal 1577 al 1591.
Conte FRANCESCO II° LAMPUGNANI (9.11) dal 1591 al 1638.
Conte FRANCESCO MARIA II° (12.1)  J.C.C. dal 1695 al 1729.
Proprieta' all'OSPEDALE MAGGIORE DI MILANO e l'ente nel 1795 lo vende al marchese CARLO CRISTOFORO CORNAGGIA MEDICI della Castellanza con cui inizia il ciclo dei nobili Cornaggia sotto cui, "tempore mutandis" nel nostro secolo viene abbandonato a semplice fattoria agricola con deficentissima manutenzione dello storico immobile. (secondo Guido Sutermeister).
 
 
L'inerzia e il tempo portarono cosi' gravi e irreparabili danni a tutta la costruzione. Il castello divenne patrimonio dei cittadini soltanto a partire del 1963 quando la proprieta' e i terreni attigui vennero acquistati dal Comune di Legnano.
Si dovette comunque attendere circa dieci anni prima che il Comune potesse disporre della proprieta'. Per la zona circostante al castello si provvide subito all'allestimento del parco pubblico, le vicende  riguardanti il castello  sono ancora oggi ben lontane dall'essere concluse. Diversi furono i progetti elaborati per il restauro del fatiscente edificio ma gli alti costi  che questi richiedevano alle casse comunali e il tiepido interessamento degli enti privati  locali nei confronti fecero rimanere invariata la situazione. Dopo alternate vicende che non approdarono ad alcun risultato, nei primi mesi di quest'anno (1992) il Comune decise di bandire un concorso aperto  a tutte le imprese degli Stati della CEE per il restauro della gestione del castello per un certo periodo di tempo. Il progetto elaborato dalla societa' Ripa Invest procedeva alla ristrutturazione del castello a struttura alberghiera privata dotata di circa quaranta camere, con sale per congressi e un ristorante. Ad un cittadino sarebbero state riservate piccole sale situate nella torre d'ingresso da destinarsi alle attivita' delle contrade. All'esterno un ippodromo avrebbe fatto da cornice all'intera struttura e sarebbe stato teatro dell'annuale palio delle contrade. Ma nell'agosto di quest'anno la sopraintendenza ai Beni Artistici e culturali, confermando il parere espresso in precedenza, nego' l'assenso a tale progetto, ritenendo che la realizzazione all'interno del castello di una struttura alberghiera snaturerebbe l'edificio. Percio' Legnano attende ancora una soluzione per evitare il totale decadimento di uno dei suoi monumenti piu' antichi e insigni. Nelle immediate vicinanze del castello che appartennero prima all'Arcivesvado e poi alle famiglie proprietarie del castello, e' stato creato un vasto parco ad uso cittadino.
Su Decreto del presidente della Giunta regionale del 23 giungo 1973 venne infatti istituita, e dieci anni dopo formalmente riconosciuta la riserva locale ad interesse sovracomunale e chiamata "Parco Bosco Comunale" di Legnano.
Il parco Bosco Comunale prende cosi' comunemente il nome, cosi' come si legge all'ingresso, di "Parco Castello" e per la stretta vicinanza e per il comune destino  che fino a pochi anni fa legava queste terre al castello cittadino.
Il parco nacque con alcune finalita' ben precise, prima di tutte quella di offrire un esempio di salvaguardia e di tutela dell'ambiente naturale. Si senti' quindi l'esigenza di creare, soprattutto, di conservare - l'ambiente originale di terre non intaccate e stravolte dal passaggio umano.
All'interno del parco trovano cosi' posto uno stagno di notevoli dimensioni che ospita numerose specie di uccelli stanziali, una fascia boschiva caratterizzata da  zone arbustive e arboree e zone adibite a prato.  Gli obiettivi naturalistico ambientali che il parco si propone sono comunque messi a dura prova dal notevole afflusso - soprattutto nei mesi estivi -  di persone che usufruiscono  e traggono benefici  dalla presenza di questa "oasi" verde  posta all'interno di un'area urbanizzata qual'e' la nostra.
 
 
 
 
La nostra rapidissima escursione tra le vestigia degli edifici antichi di Legnano, sia scomparsi che tuttora esistenti, segna una importante tappa obbligata presso il Castello Visconteo detto di San Giorgio. Abbiamo trattato gli argomenti e i ritrovamenti sempre in ordine cronologico giungendo fino alle soglie del 1300. Per parlare di questo castello dobbiamo tuttavia fare un passo indietro.
Ci e' stata segnalata la presenza di possedimenti arcivescovili in Legnanello gia' nel 700 dopo Cristo. Ma essi non erano i soli della zona; infatti presso i luoghi, su cui sorge l'attuale castello le campagne erano i proprieta' legata all'Arcivescovato. Una antica pergamena ci dice che il capitolo degli ordinari della Metropolitana di Milano fu costretta a permutare la terra della chiesina di San Giorgio presso Legnano con relative rendite. Questo passaggio era stato fatto il 14 ottobre 1261, poiche' i canonici della chiesina venivano percossi e scacciati da "gente perversa e potente residente in Legnano". Nella descrizione delle coerenze vengono indicati i nomi dei Lampugnani, dei Della Torre, della cascina Meraviglia. I terreni furono acquistati dai Torriani e dai Lampugnani, i quali dovevano evidentemente essere i vicini prepotenti. Le terre, la chiesina e i mulini erano al confine tra Canegrate e Legnano.
In quell'anno Ottone Visconti non era ancora salito agli onori vescovili e in Legnano le proprieta' di Leone da Perego erano cadute in mano ai Torriani. Sui terreni, esattamente vicino alla grande biforcazione dell'Olona, in cui ora sorge il castello, gia' era stata segnalata la presenza di un fortilizio edificato dai Della Torre certamente intorno al 1260 1261 e passato poi in mano ad Ottone Visconti nel 1277, quando questi sconfisse Napo Torriani.
Ottone evidentemente non considerava sufficientemente sicura la braida dal punto di vista militare e nei documenti spesso si menziona il fatto che raggiunse una sua proprieta' posta a sud, alla fine della via Porta di Sotto. Se il castello fosse ancora piu' antico non e' dato a sapere, ma e' improbabile, in quanto le terre cedute risultano senza edifici.
Presso questo luogo viene segnalato, in epoche piu' antiche, un convento dedicato a San Giorgio patrono degli arcieri con annessa una chiesina gia' rovinata nel 1231, a causa delle gia' viste prepotenze. Da questo edificio, con ogni probabilita', deriva il nome dei campi; tuttavia esso e' scomparso e, non essendoci rimaste rovine, si puo' pensare sia stato inglobato nelle nuove costruzioni. Nella sua posizione topografica il castello godeva in modo naturale delle possibilita' difensive fornite dal fiume Olona e non necessitava, al suo nascere, di un fossato allagabile.
Quando Ottone Visconti nel 1262 era divenuto arcivescovo di Milano non era potuto entrare in possesso dei beni arcivescovili lasciati da Leone da Perego, a causa delle pressioni dei Torriani che osteggiavano la sua nomina. Allora Ottone si pose a capo del partito dei fuoriusciti e finalmente in un fatto d'arme risolutore, presso Desio, occorso l'anno 1277 sconfisse l'esercito dei Torriani i quali, il 21 gennaio 1277, furono banditi da Milano che accolse il suo arcivescovo.
In Legnano nel frattempo i beni della Curia erano tenuti dagli Oldrendi, i quali presto si accordarono con Ottone. Il castello era allora formato da una sola torre quadrangolare appoggiata ad un edificio rettangolare, lungo circa 20 metri. Entrando nel cortile, essa viene individuata al centro dell'ala di abitazione sulla destra.
Ha base quadrata di m. 7,5 di lato, ed e' costruita in mattoni come tutte le case di Legnano dopo il 1200. Possedeva un ingresso carraio verso il lato ovest con grandi pietre alla base. Le aperture ricavate con mattoni cuneiformi lunghi e sottili, ai bordi, sono tutte ad arco ed i classici conci bianchi di marmo arricchirono il motivo architettonico dei voltini. I muri della torre sono piu' spessi di quelli del fabbricato a fianco pressoche' coevo. Anche i pavimenti indicano i dislivelli rispetto a quelli vicini. Il piano del cortile e dell'ingresso era molto piu' basso, circa m. 1,5 ed e' stato modificato dopo il 1400. Anche le finestre sono state in tempi posteriori distrutte od occluse. La torre doveva essere piu' alta e certamente portava sulla sommita' una merlatura difensiva come ben dimostra ancora ad un chilometro di distanza, a sud del castello, una costruzione medioevale coeva chiamata "Cassinetta di Canegrate". Questa doveva essere la difesa a Sud del castello e delle proprieta' arcivescovili, ma, dopo il 1300, non fu piu' legata ai possessori del maniero.
Dentro la primitiva torre gli intonaci sono tutti scomparsi nella parte sottostante, mentre nella parte superiore sono ancora conservati e mostrano, a causa di alcuni distacchi, ben tre successive affrescature a motivi geometrici, a composizioni di armi, a decorazioni rinascimentali, che sara' interessante strappare e recuperare. L'antica torre potrebbe risalire al 1231 circa quando, stando alle parole del documento prima citato, i Torriani si erano insediati in questa zona di proprieta' dell'Arcivescovado, danneggiando il convento, la chiesina di San Giorgio e i Canonici, fino a ricevere in permuta le terre, nel 1261.
Avuta la proprieta', i Torriani ampliarono la torre, aggiungendo sul fianco, quel corpo a due piani lungo 20 metri che sara' tolto da Ottone Visconti nel 1277; l'arcivescovo infatti, ripresa in mano la braida legnanese, riottenne anche le terre del castello, prese con la forza dai Torriani. L'ampliamento del 1261 si appoggia al lato nord della torre e va a congiungersi a quanto apparentemente resta della chiesina e del convento. Esso consiste in due enormi sale larghe m. 7,5 e lunghe m. 20; il materiale esterno e' sempre in mattone forte cotto.
Le finestre e le volte erano coronate da voltini ad arco sempre lavorati con mattoni a concio e pietre bianche, nello stile caro anche a Leone da Perego per il suo palazzo. Attualmente le aperture denunciano che sono state apportate modifiche alle facciate, murando le antiche finestre e le porte. Inoltre durante l'uso agricolo della proprieta' sono stati demoliti i solai interni, ricavando nell'edificio tre piani a non piu' due, sistemando nella parte sotterranea un deposito di botti e tini e nelle parti superiori dei depositi per derrate alimentari.
Anche la vecchia torre venne adibita ad uso agricolo sistemandovi il torchio per l'uva. Interessanti sono i canali di pietra dei pavimenti usati per fare defluire i mosti e per lavare le botti e i tini. Nella facciata si notano ancora i fori dei ponteggi dei costruttori. Non sono solo pero' dei buchi; infatti i costruttori hanno posto per ogni appoggio di ponte tre mattoni; uno in piano, gli altri inclinati a formare un triangolo. Una imperfezione costruttiva diviene cosi' motivo architettonico. Anche sulla destra della torre piu' antica doveva esistere un'ala di costruzione Torriana o Ottoniana; infatti dei tratti di muro con finestre similari all'ala di destra sono inglobati nella costruzione successiva. Dopo Ottone sia l'amministrazione di Milano che la proprieta' del castello sempre in mano alla famiglia Visconti (eccezzion fatta per Guido della Torre nel 1311 e Luigi il Bavaro nel 1328, che furono eletti in Milano, ma solo per un anno ciascuno).
Arriviamo cosi' alle soglie del 1400, quando i destini delle due grandi famiglie nobili milanesi e cioe' Visconti e Lampugnani, entrambe presenti in Legnano  con svariate proprieta', si legarono con rapporti di affari e politica e di governo. Umberto Lampugnani (3.3) detto Umbertino, e padre di Oldrado II°, era cresciuto nell'ambiente ducale, dove suo padre di nome anch'egli Oldrado (2.0) , era in servizio della signoria viscontea.
Umbertino si era laureato in Pavia in legge ed era lettore di diritto canonico e civile in quell'universita' dove, come insegnante, dal 1372 al 1381, si era fatto una certa notorieta'. Per avere iscritto alcune opere di diritto, fu chiamato ad un posto di governo da Gian Galeazzo Visconti durante le riforme operate dal Duca nell'amministrazione del Comune di Milano. I suoi figli (cinque ma forse seiControllare il numero) crebbero in un clima di cultura e di governo. In particolare tra loro Oldrado II divento' presto precettore del giovane Filippo Maria Visconti e risiedette in Pavia.
Alla morte di Giovanni Maria Visconti (1412), fratello di Filippo, capitani di ventura e signorotti occuparono le terre viscontee ed iniziarono a concedere a Filippo Maria il diritto di successione.
Questi, nel 1422, assoldo' il capitano Francesco Bussone, detto il Carmagnola, il quale, con grande perizia militare, porto' la potenza del ducato  ad alti livelli mai visti. Oldrado II capitano e diplomatico per eccellenza divenne, in questo periodo tormentato, la seconda coscienza del Duca e, non avendo famiglia, era anche molto vicino a deferenze al Visconti. Molte vicende gli occorsero come quelle che lo videro trionfare politicamente sul Carmagnola poi allontanato e fatto uccidere, o colpi di mano come la presa del castello di Castelleone, dove catturo' il ribello Fondulo, fingendo un'azzoppatura del cavallo. L'Oldrado era uomo di azione e si era preoccupato, per meglio conservare i suoi beni, che non poteva curare personalmente, di insegnare al nipote Cristoforo Lampugnani (5.9) a fare di conto ed amministrare le terre e le case. Fu proprio il nipote che curo' in Legnano
L'acquisto di una grande distesa di campi e prati siti nella piatta valle dell'Olona, nonche' le vigne sistemate sulla cosiddetta costa di San Giorgio.
Le terre erano state acquistate dai nobili Crivelli di Uboldo. Questa famiglia imparentata con i Visconti aveva avuto come eredita' lasciti e terreni gia' del convento, poi dei Lampugnani e Torriani, poi dei Visconti. Ora, con l'acquisto ufficiale per lire 8706, l'8 ottobre 1426, le terre tornavano alla famiglia che le aveva possedute anticamente. Cio' che a noi piu' interessa e' che Oldrado, con questo acquisto fa il suo primo passo di circuizione del Castello Visconteo, in quale lo interessa grandemente. Infatti la "Casa Magna" dove sarebbe questa casa?) in Legnano, lungo il Sempione, e di sua proprieta', non gli sembrava degna e sufficientemente fortificata dato il tipo di figura politico-guerriera che impersonava.
Venne quindi naturale a Filippo Maria, quando dovette sdebitarsi con Oldrado per avergli consegnato Gabrino Fandulo ed i suoi castelli, dare in dono e soldo il castello di Legnano a costui che possedeva gia' piu' di meta' dei sedimi intorno e aveva acquistato anche la fortificazione in fondo al vallo con la stadera da 25 braccia per pesare le derrate alimentari.
Ricevuta in proprieta' la costruzione viscontea, Oldrado immediatamente vi fece eseguire grandi lavori. Innanzitutto, ritenendo insufficiente la difesa fornita dai rami naturali dell'Olona, fece cingere le costruzioni con robuste mura alte m. 5,2 merlate e formanti attualmente un rettangolo di m. 80 x 70.
In antico tale rettangolo doveva andare oltre la lunghezza di m. 80 x 112. Agli angoli del rettangolo ed al centro dei lati est e ovest  sorgevano sei torri cilindriche sull'esterno, appiattite verso l'interno, con piede svasato, la merlatura superiore protetta dalle intemperie, mediante tetti, in legno e tegole, di forma conica. Torri alte m. 12,5 dal diametro di m. 5,5. Erano tutte collegate mediante una passerella lignea posta sul paramento interno delle mura dietro le merlature ghibelline; dalle torri, mediante apposite feritoie, si potevano proteggere i movimenti dei difensori o respingere ad archibugiate eventuali attacchi; non compaiono mai postazioni per pezzi di artiglieria, il che fa supporre che, dopo il 1550, questa piazzaforte non fosse piu' importante militarmente. Sull'esterno delle mura, Oldrado fece scavare un vallo difensivo che poteva essere, in caso di bisogno, facilmente allagato, grazie ad alcune chiuse lungo il corso dell'Olona. Il pezzo difensivo di maggior spicco era tuttavia ricavato sul lato nord del quadrilatero, al centro della facciata. Si tratta di un torrione rettangolare di m. 9,2 x 14 alto m. 16,5. Interamente costruito in mattoni e legno, aveva qualche pietra di rinforzo alla base delle fondamenta. Era munito di ponte levatoio e ballerina pedonale per il passaggio dei visitatori. Nel suo interno, dopo un portone con arco a tutto sesto che costituiva l'ingresso, vi era una serranda metallica da calare, in caso di sicurezza, che imprigionava gli assalitori, esponendola colpi dei difensori appostati nel torrione ai piani superiori. Si poteva sparare all'interno sia dai portelli aperti nel soffitto sia delle feritoie che dal cortile e dagli spalti erano aperte verso l'ingresso.
Vi era inoltre un secondo portone ligneo a chiudere gli accessi dall'interno del cortile. Entro la torre si trovava anche una bilancia a ponte per i carri agricoli, usata fino al 1900. Attualmente la fossa nel 1440 poteva essere anche un'ulteriore difesa da aprire sotto i piedi degli invasori, e' stata riempita di terra, eliminando i cinematismi della bilancia. Anche i contrappesi, gli argani, i ponti levatori, la grata metallica, non esistono piu', perche' marcescenti furono eliminati dai contadini, che usarono il castello dopo il 1883. Nel torrione esistono anche due sale superiori, nelle quali trovano posto la guardia e il capitano d'arme. A questi ambienti si accedeva, in antico da una scala esterna in legno poggiante su mensoloni di serizzo.
Piu' tardi questa venne eliminata, con la creazione di una scala interna in muratura collocata nell'andito d'ingresso anticamente occupato dalla ballerina pedonale. Da un punto di vista architettonico la costruzione delle mura e delle torri, non rappresenta certo un'opera particolarmente ricercata; tuttavia sapendo che l'anno di costruzione e' il 1426, immediatamente la loro forma fa venire in mente le torri angolari del Castello di Milano, alla cui costruzione Oldrado aveva assistito e che , tonde, con il basamento svasato e in pietra bugnata, doveva averlo colpito, inducendolo a ripetere il motivo architettonico nuovo nel castello di Legnano. Qui tuttavia, per poverta' di mezzi, si era rinunciato alla pietra.
Sul torrione sopra la porta di ingresso troneggia una grande lapide con scolpito lo stemma Lampugnani e le iniziali dell'Oldrado. Esso rappresenta il classico scudo sannitico inclinato con l'aquila imperiale ad ali spiegate nella parte superiore e una banda trasversale inferiore formata da una scacchiera e tra file di quadrati.
Sopra, lo stemma e' sormontato da un elmo con celata che indica la sua qualita' di militare, poi un cesto che contiene un agnello, simbolo della sua mitezza (si fa per dire) e in bocca all'agnello una camarra, strumento per domare cavalli focosi, che lo qualifica comandante di cavalleria.
Vi sono poi una pigna e rami di pino, da cui non risulta il significato; al collo del cimiero si vede una piccola croce di Malta concessa al Lampugnani nelle trattative che egli ebbe con il re di Cipro. Al lato del torrione di ingresso sono addossati, sulla sinistra, una scuderia edificata con mattoni ad archi ogivali e di fattura del 1800; sulla destra una piccola aula affrescata con motivi floreali che, in un primo tempo, doveva essere parte della chiesina di San Giorgio e poi trasformata in guardiola di ingresso per l'accesso al torrione. Oldrado pero' non si limito' a costruire le mura e le torri, anzi ingrandi' anche le parti residenziali iniziata dai Torriani e da Ottone Visconti, allungando di m. 30 il corpo di fabbrica a sud della torre primitiva e inglobando di avanzi di muro di un'ala diroccata, come abbiamo gia' accennato, sul lato ovest.
Al termine della facciata sud di questo corpo fece eseguire una scala che, mediante due livelli di ingresso, portava ad una nuova ala perpendicolare al fabbricato grande. Questa nuova ala aveva, al piano terreno, un grandissimo salone di m. 15 x 8 con piccolo studio ricavato dietro il camino posto a est. La volta del salone e' molto complessa, formata da pennacchi e crocere che si uniscono in una volta a botte centrale. Certamente questo doveva essere il salone d'onore sia per l'architettura che per le dimensioni.
Non sono rimasti affreschi, il che sembra strano; purtroppo pero' lesioni della volta fecero costruire un muro di sostegno mediale alla sala ed alcune modifiche alle primitive finestre, nonche' l'ultimo uso fatto dai contadini fecero perdere gli intonaci originali.
Molto interessante e' invece, nel piccolo studio a lato, un sistema di riscaldamento ad "aria calda" ritrovato sotto il pavimento, completo di focolare, griglie e cunicoli di riscaldamento per la sala. Questo raro esempio di impianto sembra non essere mai stato usato, perche' al momento della scoperta non presentava tracce di bruciature. Il suo accesso avviene all'esterno del fabbricato sul lato sud, mediante una porta e un corridoietto nel sottosuolo. Con questo sistema tutta l'ala e il salone, le camere da letto, superiori, potevano essere rese confortevoli d'inverno. Nella parte superiore le stanze hanno tutti soffitti in legno di rovere con travi e correnti che formano classici motivi a cassettoni. Le formelle dei cassettoni e le travi erano decorate con motivi a colori di foglie e fiori. Nelle stanze tra l'ala sud e la torre antica trovano posto i locali di soggiorno e al piano superiore altre camere da letto della famiglia Lampugnani.
Quelle a piano terreno molto alte e soffittate sono prive di decorazioni, al contrario le camere da letto al piano superiore hanno una bella serie di affreschi raffiguranti motivi di tarsie marmoree, che ricordano quelli ritrovati in casa Bossi di via Gigante ed eseguiti con ogni probabilita' da Gian Giacomo Lampugnani.
E' doveroso ricordare che Beniamino Bossi fu Francesco, era notaio nel 1528 e rogava stabilmente nel castello.
Gli affreschi sono cinquecenteschi perche', nel 1550, tutta l'ala di Oldrado II era andata distrutta ed era stata riscostruita dai suoi successori. Quando Oldrado III dovette fuggire esule in Francia, gli furono confiscati i beni e il castello. In quest'ultimo poi il capitano Teodoro Trivulzio aveva fatto appiccare un incendio, distruggendolo. Al suo ritorno, Oldrado III (6.12) lo restauro'.
Nella seconda camera da letto e' poi venuto alla luce un piccolo vano nel muro, affrescato con una testina femminile (il ritratto della proprietaria??) e che reca i segni delle cerniere di una piccola porta. Serviva come ripostiglio per le gioie ed i profumi della castellana. Nei pavimenti vi sono tracce dei fori per fare passare l'aria calda dai locali bassi a quelli superiori. Ogni stanza e' dotata di camino. Tuttavia non vi sono camini preziosi o scolpiti come si sono ritrovati nelle antiche case patrizie di Legnano.
Nel 1547 Oldrado III senatore, che aveva ereditato il castello dal Oldrado II, poi da Maffiolo (4.8)e da Giovanni Andrea (5.16), fece eseguire le gia' citate modifiche alle finestre, eliminando quelle con il voltino ad arco; fece affrescare la facciata sud e l'interno del cortile con una serie di architetture di colonnati e travature formanti molti riquadri. In ogni riquadro trovava posto o un trofeo con armi o una scena campestre. Queste decorazioni sono oggi pressoche' illeggibili. In questa occcasione elimino' anche una passerella aerea, che portava dalle sale signorili del primo piano alla torre centrale del muraglione ovest, collegando l'abitazione alle mura difensive direttamente, senza scendere al piano terreno. Tuttavia la costruzione e' coronata da un cornicione imponente con travetti e mensole lavorate di buona fattura. Anche i comignoli sul tetto sono tutti lavorati con pregevoli giochi di mattoni e tegole. Le finestre balcone sono fornite di pregevoli inferriate poste in opera nel 1600.
Sull'interno del cortile si affacciano ora delle stalle costruite dai Cornaggia nel 1800 e dei fienili, i quali sono andati a coprire in parte la cosiddetta caneva. Questa consiste in una grande stanza ricavata a pozzo nel terreno, tutta rivestita in mattoni, nella quale, durante l'inverno, veniva accumulata neve, che nel sottosuolo restava gelata tutto l'anno e poteva essere attinta vuoi per uso cucina, vuoi per le ghiacciaie, per conservare cibi.
Nel 1935 la caneva riservo' una sorpresa. Profonda m. 8, cioe' al di sotto del livello del vallo difensivo, rivelo' all'ingegner Sutermeister, una porticina, poi murata, che dava accesso ad un cunicolo uscente dal castello in direzione di San Vittore Olona. In questa direzione e diretto verso il castello di Legnano, nelle cantine della casa dei nobili del 1400 in via Magenta, in San Vittore, vi e' un cunicolo similare, interrotto pero' dal terreno franato. Anche a San Giorgio vi e' la cosiddetta casa "della regina" con analogo manufatto. Questi condotti formavano una vera e propria rete di collegamenti nascosti. Vi e' da pensare che tale via di fuga fosse in comune tra i possessori di queste proprieta' del 1400 cioe' Visconti e Crivelli (imparentati) e servisse sia per fuggire dalle case e trovare asilo nel castello, sia per uscire dallo stesso in caso di necessita' come spesso avvenne.
Una menzione particolare deve essere fatta della chiesina del castello, intitolata oggi a San Giorgio. All'inizio di questo capitolo si e' visto come sui luoghi del castello prima della sua edificazione esistesse un convento con una piccola chiesa che aveva dato il nome ai luoghi. Orbene, e' sempre stata prerogativa degli antichi dedicare sempre allo stesso uso gli spazi in cui vivevano. Nel corso dei secoli sono state quindi rinnovate le aree cimiteriali sempre sugli stessi campi di sepoltura, le fortificazioni sempre nelle medesime posizioni strategiche, le case lungo le stesse direttrici. Sciupata dal tempo, ogni costruzione veniva abbattuta e ricostruita per uso analogo a quello antico. A tale regola non sfuggono anche le chiese. Esse nascono in genere in prossimita' di un luogo venerato, magari pagano antico. Prima vi e' una colonna, una statua, una lapide, poi una croce o una cappellina davanti alla quale inginocchiarsi, poi la cappellina non basta piu' e la si trasforma in un piccola chiesa od oratorio, poi la si ingrandisce magari fino al punto di farne una cattedrale quando la gente o la citta' intorno e' divenuta ricca e numerosa.
Questa realta' storica ci porta a credere che con buona probabilita' la chiesina del castello con quegli strani ambienti contorti e vecchissimi che le stanno a fianco sin dal 1440 risorta dalle fondazioni di quest'antico convento di San Giorgio esistente prima del 1231 e da lungo tempo disatteso. Gli Agostiniani infatti l'avevano abbandonato nel 1262 a causa della prepotenza dei Torriani. Ricordiamo che il castello fu da loro edificato con la prima torre ad ala. e dentro lo stesso, nell'aprile del 1273, i reali d'Inghiltera Gregorio ed Eleonora provenienti dall'oriente e di ritorno in Inghilterra si fermarono tre giorni a Milano da Napo e Francesco Torriani. Alla loro partenza essi furono accompagnati a San Giorgio presso Legnano ove pernottarono. San Giorgio non era il paese odierno, ma il castello in quanto allora non esisteva il comune predetto. Se i Torriani avessero aperto al culto la chiesa, e' difficile a dirlo. Certamente lo dovette fare Ottone Visconti in quanto come sacerdote aveva necessita' di un oratorio. Negli antichi elenchi di Goffredo da Bussero non compare una chiesa di San Giorgio, pero' si menziona ad una chiesa di San Nazaro che "vi fu" e un altare a San Tommaso apostolo, che non si riesce s stabilire ove fosse collocato. Forse la chiesa aveva ripreso ad essere usata sotto ad un altro titolo?. Forse non era piu' stata rimessa in funzione??:
A questi interrogativi non si puo' rispondere certamente; e' piu' probabile la prima ipotesi, visto che il documento che la cita direttamente dopo quello del 1262 e' datato 1580. Essa viene definita "Oratorio di San Maiolo" (che era abate di Cluny). Il padre Pozzo parroco di Legnano, nel 1640, la chiama invece oratorio privato San Giorgio.
In altri documenti del 1686 e 1779 la chiesa e' menzionata con il nome di San Giorgio (forse pero' la definizione era superficialmente attribuita al luogo e non all'altare). Nel 1845 tuttavia gli elenchi delle chiese la riportano ancora una volta con il nome cambiato in San Angelo, mentre in una coreografia del 1845 si dice che sul torrione  di entrata del castello si vede una grandissima medaglia in affresco rappresentante San Antonio del foco. Oggi e' scomparsa come sono scomparse le innumeri dedicazioni attribuite alla chiesina. Questo disordine e' tuttavia indice del fatto che la stessa fosse usata. Nel pavimento abbastanza augusto uno dei proprietari del castello si era fatto seppellire gia' intorno al 1450. La toma coperta con un voltino di mattoni e di dimensioni , 0,7 x 2 conteneva pochi resti ossei, alcuni brandelli di stoffa e una ciotola con 74 monete bronzee di piccola dimensione, piu' due monete d'argento di 23 mm. di diametro. L'inesperienza e la fretta degli scopritori hanno fatto si' che non vi siano documenti fotografici della tomba prima della spoliazione; e' quindi molto difficile dire chi fosse inumato.
Tuttavia si puo' ipotizzare, vista la data delle monete risalenti all'epoca di Gian Galeazzo Visconti e Filippo Maria Visconti e tenuto conto che il piu' importante dei Lampugnani del castello Oldrado II e' seppellito in Milano nella chiesa di Santa Maria Del Carmine, che si tratti del fratello Maffiolo Lampugnani oppure del figlio di costui Giovanni Andrea, il quale, alla morte del padre affianco' lo zio Oldrado nella conduzione del castello.
Giovanni Andrea fara' anche apporre le sue iniziali G.A. sullo stemma marmoreo del torrione. Inoltre la sua figura viene ricordata in una delle diverse iscrizioni tombali presenti sulle pareti della chiesina. Sempre per volere di Giovanni Andrea fu eseguito il busto marmoreo di Oldrado posto in una nicchia ricavata all'interno del cortile. Questa statua in arenaria rappresenta l'antico capitano di cavalleria con la sua armatura a mezzo busto.
La chiesina era usata quindi fin da allora come tomba di famiglia ed oratorio privato. Dell'antica cappella, rifatta nelle volte e nella facciata, nel 1800, per mano dei Cornaggia, non esistono dipinti murali a parte le iscrizioni tombali. Unico quadro presente e' un S.Giorgio a cavallo di fattura piuttosto rozza e risalente agli inizi del 1800. Altre opere artistiche non esistono nel maniero; quelle che vi furono andarono disperse per altre case ed istituti, nella lunga serie di traversie subite dal maniero. Alcuni di questi arredi mobili e quadri ci vengono segnalati nel libro Il castello di Legnano (Memorie n.8 a cura di Guido Sutermeister - 1940 - Legnano).
Riporto le sue parole:...Dai tempi in cui chi scrive conobbe il castello, cioe' dal 1906, esso era gia' praticamente spogliato di quasi tutto. Vi tenevano i proprietari alcuni locali in buon assetto per goderli nella stagione propizia, ma col mobilio dell'epoca che correva. Tuttavia in un locale soprastante al salone sopraddetto, si conservava ancora un lettone artistico antico in legno, con quattro torciglioni a candelabro agli angoli, lavoro del primo barocco, quindi certamente appartenuto all'Oldrado III che aveva rifatto il Castello. Esso e' poi stato asportato dai Cornaggia stessi nella loro villa di Mozzate Seprio. E' un oggetto che non potra' mancare nel castello restaurato. Vi erano poi pochi quadri in una sala da pranzo e precisamente: un Ecce Homo coronato di spine, a tre quarti di busto seduto su una seggiola e reggente in una mano una verga di comando. La tela 0,8 x 1,02 e' attribuita con molta verosimiglianza al Guercino. Fu acquistata nel 1939 dal Comm.Dott.Ing. Cerini Enrico a Legnano, presidente della nostra Sezione Storica Legnanese.
Due ritratti ovali ottocenteschi, di circa 0,60 x 0,90 raffiguranti un membro Cornaggia a mezzo busto, in veste di cacciatore e sua moglie in veste popolana che porta ad offrire un vassoio di frutta fresca.
Queste due tele sono ora in possesso del Sig.Granata Luigi a Milano. Vi era poi un armadione ottocentesco nel quale con altre carte dell'amministrazione Cornaggia si conservavano una decina di cartelle con documenti seicenteschi riferentesi alle proprieta' del castello ed altre proprieta' dei Cornaggia stessi in Besnate. Tutto fu asportato da essi verso il 1929, ne' sappiamo che cosa sia tuttora conservato.
Nessun camino dagli stemmi nobiliari e' conservato in castello, ma parecchi ne possediamo in Museo, provenienti dalle proprieta' dei Lampugnani, dei Visconti e dei Crivelli..."Anche altri quadri sono presenti presso la Ca' granda di Milano con i ritratti dei Lampugnani ultimi possessori del castello. Molte traversie, contese per il possesso, ed alla fine la mancanza di eredi diretti portarono, dopo secoli di storia Lampugnani, nel 1729 il conte J.C.C.F. Maria II a lasciare in eredita' all'Ospedale Maggiore di Milano tutte le sue proprieta'. Quest'ultimo vendette al Marchese C.Cristoforo Cornaggia al prezzo di Lire 124.620 l'anno 1798 tutta la costruzione con le proprieta' connesse. Costui acquisto' il castello per rinvedirne gli splendori e fece addirittura inserire il suo stemma a fianco di quello dei Lampugnani nei cartigli di famiglia. A lui si devono le intonacature delle torri di destra con affrescati dei motivi floreali stile impero. Nel 1925 l'Ing. Sutermeister rinvenne nella stessa torre moltissime figure animali e decorative in cotto per fasce e modanature che, oltre 50 anni dopo l'acquisto, dovevano essere messe in opera per trasformare le facciate del castello nello stile infelice della meta' del sec. XIX. Tuttavia il caso o il buon senso fecero desistere da tale lavoro sia gli affrescatori che i muratori. Ma una ben piu' grave disgrazia si abbatte' sul castello. I Cornaggia ad un certo punto si convertirono alle usanze cittadine e trasferirono l'abitazione in Milano, abbandonando il castello che avevano trasformato in casa di soggiorno, aggiungendo una grande spianata a terrazzo sul lato sud, interrompendo le mura, eliminando le torri posteriori e creando delle balaustre lungo i lati prospicienti l'Olona. Essendo grandi le proprieta' agricole legate al castello, essi pensarono di istallarvi un allevamento di bovini (circa 50), edificando stalle a sud e fienili in centro al cortile. Il materiale per queste costruzioni venne sottratto alle merlature ed alle torri distrutte. Dal 1900 in poi la proprieta' venne abitata dai contadini e dal mezzadro, i quali si installarono, facendo tramezzature negli ambienti ed usando malamente lo stabile, senza operarvi mai manutenzioni.
In tali condizioni il castello e' pervenuto all'amministrazione comunale di Legnano, che aveva fatto vari tentativi per acquistarlo e ricuperarlo a pubblico uso.
Nel 1963, dopo lunghe trattative, fu stipulato col Cornaggia un compromesso di cessione, che venne modificato, nella sostanza e nella forma successivamente, anche per un intervento dell'autorita' tutoria. La cessione fu perfezionata negli anni successivi con vari compromessi tenuto anche conto della destinazione a parco e area di servizi data dal piano regolatore alla zona circostante il castello. Il Comune ha potuto avere piena disponibilita' dell'immobile e di circa 240.000 metri quadri di terreno soltanto nel 1973.
Da quel momento l'Amministrazione comunale ha sempre avuto la volonta' di recuperarlo, ma le condizioni in cui si trovava il castello erano tali da richiedere un impiego notevole di denaro e gli anni della crisi finanziaria degli enti locali sono arrivati prima che si potesse tentare un qualunque intervento sia pur conservativo.
Durante l'amministrazione Accorsi era stato indetto un concorso di idee per i restauri e per l'utilizzazione del castello e del parco circostante. Il vasto giardino pubblico che si estende attualmente tra la strada carrozzabile che costeggia il lato ovest del maniero e la costa di S.Giorgio, e' stato il primo passo compiuto verso il risanamento e la valorizzazione di questa zona ad uso pubblico.
Colla amministrazione presieduta dal Sindaco Franco Crespi, per una iniziativa venuta dalla base, che ha raccolto l'adesione di varie associazioni ed enti cittadini, si e' costituito, presieduto dallo stesso Sindaco, un comitato per la salvaguardia e il recupero del castello visconteo di Legnano. Fu aperta in primo luogo una pubblica sottoscrizione e fu elaborato un piano esecutivo per le opere di primo intervento in vista del restauro del complesso, secondo un progetto inoltrato alla Regione e alla Sovrintendenza, per le rispettive competenze.
 
 
 
 
 
 
 
 
Il Castello di Legnano
Da Memorie n. 8
 
Le "Memorie" della Societa' Arte e Storia hanno raccolto nel corso di alcuni decenni una massa di notizie precise, che hanno illuminato le vicende della nostra citta' in epoche lontane e prima sconosciute. Dalla storia Legnanese nel secolo scorso si conosceva soltanto la "Battaglia", grazie all'entusiasmo dei patrioti e dei poeti del Risorgimento, che ne avevano fatto  un simbolo delle virtu' italiche. Solo alcuni nostri concittadini - o meglio compaesani - come il maestro Pirovano, cominciarono a raccogliere qualche cimelio dell'eta' romana, di cui il suolo legnanese e a poca profondita' celava in quantita' notevoli.  Dobbiamo pero' all'azione assidue ed appassionata dell'Ingegner Guido Sutermeister lo studio sistematico, lo scavo e la raccolta delle testimonianze piu' antiche, conservate poi nel Museo Legnanese. Agli studi archeologici il Sutermeister aggiunse con profitto anche quelli della Legnano medievale, rinascimentale e moderna, pubblicati via via nelle "Memorie". In particolare la storia del castello Visconteo, fu da lui ricostruita e chiarita sulla base di una vasta documentazione d'archivio. Purtroppo dette "memorie" sono poco note e diversi numeri sono esauriti. Lodevolissima e' dunque la decisione del benemerito "Lyonnes Club Legnano Cisalpino" di ripresentare gli scritti del Sutermeister contenuti nelle memorie n. 8 in una nuova veste tipografica e metterla a disposizione di un piu' vasto pubblico.
Ai testi del Sutermeister si aggiungono in appendice alcuni documenti sul Castello recentemente estratti dall'Archivio di Stato di Milano e gia' dal sottoscritto pubblicati nel "profilo Storico della citta' di Legnano". Benche' il testo sia alquanto ostico alla lettura, il contenuto appare interessante.
  AUGUSTO MARINONI
 
NUOVI DOCUMENTI SUL CASTELLO
Da Memorie n. 8
 
Nel 1526, un anno dopo la battaglia di Pavia, il Capitano del Seprio, Giovanni Arcimboldi, residente a Gallarate e sotto la cui giurisdizione si trova Legnano, invia una lettera alle autorita' milanesi in dichiara di non essere grado di compiere il suo dovere se non dispone di un castello in cui rifugiarsi in caso di grave minaccia, e da cui partire con i suoi soldati alla ricerca dei malfattori. La soluzione migliore e' quella di poter usare il Castello di San Giorgio su Legnano, di cui e' proprietario Oldrado Lampugnani. Grandi sarebbero i vantaggi per i Legnanesi, i quali sono costretti a versare molto denaro agli Spagnoli che dominano Abbiategrasso. Stando io in quel castello, di l'Arcinboldi, difendero' cosi' bene Legnano sia dalla parte di Milano che da quella di Gallarate, che non dovra' piu' pagare nessun tributo agli Spagnoli, ma soltanto la paga dei soldati difensori.
Tutto questo il Capitano ha gia' spiegato al signor Oldrado, il quale e' disposto ad alloggirar nel Castello il solo Capitano senza i soldati; primo perche' ha un figlio a Madrid, secondo perche' non ci sarebbe posto pr i soldati, terzo perche' avendo gia' risposto negativamente alle richieste degli Spagnoli e del Duca d'Urbino, non si puo' dire si' a nessuno.
Illustrissimo ed excellentissimo Signore, Signore mio singularissimo, volendo io exeguire la commissione pr vostra excellentia ad me concessa, et non atrovando nel paese dil Seprio loco piu' habille et comodo del loco et castello de Legnano, si pr proibire che le victuaglie non siano conducte alli inimici, quanto ancora per proibire alla grande contribuzione quale  dicto paese  presta a li Spagnoli di Abbiate, quanto ancora èper alloggiare mia compagnia, ho richiesto dicto castello al Signor Oldrado Lampugnano in nome di Quella, fazendogli intendere il gran proficto quale se faria al paese, se 'l mi havesse concesso dicto castello. Me ha risposto, non volendo dare per alogiare soldati, quanto per me, cossi' como amico, senza alcuna compagnia me l'ha offerto. Et li rispecti pr li quali non lo volle dare sono questi: primo che ha lo suo figlio in Spagna, secundo che non ha altra habitazione, et che gli e' stato richiesto dal Signor Duca di Urbino, et ancora de Spagnoli, et che non l'ha voluto concedere ad niuno. Pertanto mi e' parso dare avviso ad Vostra Excellentia per farli intendere, quando non se habbi ditto castello, non se potra' bene eseguire la prefata commissione per esere dicto loco piu' vicino a Milano, Como et Abbiate Grasso che loco ove mi possa alloggiare, et ancora per proibire alle dicte gran contributione, quale se ne danno agli Spagnoli, alle quale contributione se non se li prevede, non si potra' pagare i soldati, perche' il loro pagamento se ha ad fare sopra la contributione del paese, come sa Vostra Excellentia. Donde Quella, se li pari, potra' scrivere una litera al prefato Signor Oldrado, qual voglia conceder dicto castello, et quanto piu' presto, ad cio' se possa eseguire quanto se ha a fare, advisando Vostra Excellentia che, quando si habbi dicto castello, defender0 talmente dicto paese, si' verso Milano quanto ancora verso Gallarate, che non pagara' contributione a dicti Spagnoli ne' alcune altre spese, ma sollo quelle se scoderanno per pagare li soldati, quali non saranno de le quattro parte una se paghino ad epsi Spagnoli.
Non altro. Ad Vostra Excellentissima humilmente mi raccomando
  Da Gallara' alli 29 ottobre 1526
  Di Vostra Illustrissima Signoria
      Umile servitore
      Gioanne Arcinboldo
 
Qualche giorno dopo e' successo un fatto grave. Il Capitano da tempo preparava la cattura di un falsario, tale Bonifatio Visconte. Informato della sua presenza a Sesto Calende in casa del fratello, l'Arcinboldi vi si reca di notte, circondata la casa vi si irrompe. Ma trova soltanto messer Alberto, il fratello ammalato del criminale, il quale all'alba appare sull'altra sponda del Ticino ed urla improperi contro il Capitano. Questi approfitta ora per aggiungere al rapporto una nuova preghiera al Duca, perche' insista presso Oldrado e gli ottenga il permesso di servirsi del Castello, oppure ottenga quello di Fagnano. Ci sarebbe anche una soluzione di ripiego: in convento di San Angelo in Legnano, ma trattandosi di un convento occorre il permesso speciale del Duca.
 
Per un'altra via ho advisato Vostra Excellentia si' come haveva richiesto ad Illustrissimo Magnifico Messer Oldrado, che volesse in nome di Quella, concederme il Castello di Sanctio Giorgio, loco ottimo a questa impresa, ad cio' che potesse exeguire quanto haveva in commissione da Quella, et che epso Messer Oldrado ha recusato darlo. Ho ancora richiesto de entrare in el castello di Fagnano. Mi son date  se non parole, di sorte che sino ad hora non vedo via potere intrare ne' in l'uno ne' in l'altro, et me ritrovo potere stare mal securo qua  circa per non havere loco dove me possa redurre ad uno bisogno. Pero' iterum supplico Vistra Excellentia che voglia scrivere ad esso Messer Oldrado che voglia darme esso castello, quale e' loco piu' apto ad questa impresa, che si possa ritrovare, et non potenfo havere esso castello,  per non stare cossi' malsicuro, similmente si digna scrivere al Magnifico Messer Joanne Baptista Visconte, patrone de quello de Fagnano, che me lo voglia concedere, ad cio' possa haverne uno. Ho ritrovato uno monasterio di frati di Sancto Angelo di Legnano, qual'e' loco assai comodo per redursi et starli per corrarie. Per essere loco de chiesia non li sono voluto entrare senza spetial licentia di Vostra Excellentia; pero' a Quella piacia darme commissione poterli entrare, occorrendo bisogno.
De le cose che occorreranno da uqa, alla giornata ne adviser' Vostra Excellentia, alla quale humilmente me ricomando.
Gallarete, tertio novembris 1526.
 
Due giorni dopo il povero capitano deve riferire di un altro insuccesso. Portato Messer Alberto a Gallarate, giunge notizia che a mezzo miglio di distanza gli erano certi Spagnoli imboscati. Et io, prima lasssato quattro fanti alla custodia d'esso messer Alberto, et piu' ancora il consignai et comandai alkli consuli et homini di dicto loco di Gallarate che soto pena de rebellione tenessero in bona custodia messer Alberto. Invece al suo ritorno l'Arcinboldi trova che messer Alberto e' stato liberato con l'aiuto dei  traditori gallaratesi.  Se io avesse hauto qua loco securo dove fusse possuto mettere entro messer Alberto, non seria robato. Pero' la supplico at fare scrivere al signor Oldrado me dia quello de Sanctio Giorgio, overo al signo Gioani Baptista Visconti, me dia quello di Fagnano, pero' sono piu' comodi, sono qua vicini; altramente si sta con grande periculo de inimici, perche' non si ha ddove retrarsi occorrendo.
Al 22 dello stesso mese di novembre l'Arcimboldo scrive da Varese, ricordando una sua lettera (probabilmente oggi perduta) in cui riferiva circa un assalto fatto dai nemici al castello di Legnano.
Per un'altra mia de 19 del presente scripsi ad Vostra Excellentia si como li nemici erano scorsi al castello de Sanctio Giorgio per intrarli, ma non introrno. Niente de meno penso esser il sito, pero' sono scorsi piu' avanti. Frase un po' involuta, il cui senso e: non poterono entrare a causa del "sito" ossia la robustezza del castello, "pero", (ossia percio') passarono oltre. Il seguito della lettera puo' dare l'idea delle penose condizioni del territorio e delle sofferenze della popolazione causate dal passaggio continuo di eserciti nemici. Il Capitano dovrebbe ultimare il castello di Ierago, loco deputato per mi et mia compagnia, perche' non se n'e' possuto havere de li altri piu' comodi qua, (cioe' non e' riuscito ad avere il castello di legnano) ma le difficolta' sono tremende. Ha saputo che il Capitano Zucaro con cavalli circa tercento era gionto in Gallera', et che ivi monstro' una patente del Duca di Borbone de alogiare nel Seprio, et de riscotere le contributione, et poi se parti' di li' et ando' ad Cassiano (Cassano) dove in questa nocte e' alloggiato. In Bustyo Grande li sono venuti circa ad 500 fanti, quali ancora stanno ivi, et Bonifactio hieri sera gionse al Castelleto con quatro bandere de fanti et certi cavalli, che ivi volevano passare Ticino et venire sopra il Seprio et ad quale fino io non lo so.
Non si accenna a Legnano che probabilmente in quell'occasione fu rusparmiata, ma nel corso di due secoli questi episodi si sini frequentemente ripetuti creando situazioni spesso drammatiche e disagi che stremarono intere generazioni.
 
 
 
ORIGINI DEL CASTELLO DI LEGNANO
Da Memorie n. 8
 
La zona che circondava Milano, fu disseminata durante la Signoria dei Visconti, dai castelli collocati nei vari centri rurali dove i membri della vastissima Famiglia possedevano vaste proprieta' agricole. Tali castelli servivano ai loro proprietari come luogo di soggiorno estivo, per sfuggire agli inconvenienti della Metropoli  nella stagione calda (basti pensare alle vie strette della Milano d'allora ed all'uso dell'acqua dei pozzi) ma nello stesso tempo servivano come punto d'appoggio per le battute di caccia nei boschi vicini, lo sport che era tanto in voga nel tre quattrocento, e forse non ultimo, permettevano loro di passare lieti soggiorni agresti, nel mezzo delle loro proprieta' durante il periodo dei raccolti.
Ma i castelli, quale piu', quale meno, furono tutti sistemati a luogo di difesa, per le necessita' di quei tempi, in cui le lotte civili e fratricide e le incursioni di armati forestieri, (attirati non di rado dai contendenti stessi) erano all'ordine del giorno.
Nel nostro settore dell'Alto Milanese, ve ne erano buon numero di castelli, e molti di essi si sono conservati sino a noi. Legnano, Crenna, Somma, Orago, Cassano, Fagnano, Turbigo si onorano di possedere ancora il loro castello, mentre Busto, Gallarate, Saronno ed altri lo ebbero, ma ne fu distrutto coll'andare dei tempi.
Al di la' della ragione predetta, cui dovevano la loro esistenza, sta' pero' una ragione di carattere generale che non va trascurata: essi rappresentavano su un vasto perimetro intorno a Milano, le sentinelle fedeli avanzate della Signoria Viscontea.
Quindi la loro vita subiva le vicissitudini di quella della Metropoli e se i nemici interni o forestieri sferravano attacchi a Milano, questi colpivano o si ripercuotevano anche su di essi e sui borghi da essi denominati.
Ci e' percio'' apparso utile aggiungere al fascicolo "documenti" una rapida esposizione cronologica Ricavato in estratto dalla Cronologia di Milano del Gargantini.) di tutti gli avvenimenti che turbarono Milano dal 1277 al 1500, cioe' nel periodo della Signoria dei Visconti e degli Sforza che e' quello che maggiormente ci interessa nei riflessi di Legnano e del Castello.
* * *
L'ubicazione del castello di Legnano, nella zona a sud della citta', nella biforcazione creata dai due rami dell'Olona che sono contornati da  alte file di pioppi e betulle, fa si che esso sia poco visibile, sia per chi percorra la grande antica via del Sempione, come per chi transita colla moderna ferrovia Milano-Gallarate. Quindi esso e' ed era appartato dalle grandi linee per cui e' poco conosciuto benche', come vedremo, e tutt'altro che privo di interesse.
Esso ha una sua storia anche se non roboante di molte battaglie ed ha pure i suoi meriti artistici come diremo.
La costruzione  della parte maggiore del Castello risale ad Ottone Visconti, Arcivescovo e Signore di Milano dal 1277 al 1295, colui che abbatte' il dominio dei Torriani su Milano. Il Bugati, storico del 1500, dice che fu costruito da Ottone Visconti come pure quelli di Angera e di Cassano Magnago) Gli Arcivescovi avevano anche prima di Ottone grandi possedimenti i Legnano, talche' si usa considerarli addirittura come feudatari dell'antico borgo. Un documento del 1346 parla della "Corte di Legnano" anziche' del "Borgo di Legnano" come e' uso generale per tutti gli altri luoghi di egual importanza nella zona.
Si dice che Erlembardo Cotta, pure Arcivescovo di Milano, possedesse gia' sin dalla meta' del sec. XI, un castello in Legnano, nel quale si rifugio' San Arialdo perseguitato dai simoniaci che egli aveva aspramente combattuto per restaurare la moralita' fra i religiosi. Non sappiamo che il Castello dei Cotta esistesse la' dove poi sorse questo di cui ci occupiamo, o se quello invece fosse dove Leone da Perego pure Arcivescovo di Milano, morto nel 1257 in Legnano, costrui' il Palazzo della Mensa Arcivescovile del quale qualche vestigia e' ancora conservata. Vedi il suo disegno nella fase. "La Tomba di Leone da Perego" edito nella nostra Sezione Legnacee del 1939.).
Ad ogni modo e' evidentissima la continuita' del possesso Legnanese degli Arcivescovi e risulta che la dimora di Legnano rappresentava  per essi un luogo di soggiorno estivo, oltre che di interesse per i loro redditi rurali. Diversi convegni furono qui da essi convocati.
I tempi erano molto agitati sotto Ottone Visconti. Egli aveva si rovesciato da Milano Napo Torriani, ma la minaccia del ritorno di sorpresa era sempre latente. La posizione da lui scelta per erigere il castello, corrispondeva oltre a quanto detto, anche alla posizione  naturale dei due rami dell'Olona che aprendosi a V intorno, se non rappresentavano che una debole difesa naturale, offrivano invece il mezzo sicuro e rapidissimo per allagare il fossato e renderlo impenetrabile anche di inverno durante il gelo (basta infatti togliere l'acqua per fare cadere il ghiaccio, e poi rimetterla al momento opportuno).
Si potrebbe obiettare che Ottone avrebbe potuto raggiungere un'analoga difesa per mezzo dell'Olona anche nel centro di Legnano, trasformando il Palazzo suo in Castello con fossato. Perche' non lo fece?. E' difficile rispondere. Forse il luogo del palazzo non si prestava al suo programma senza una distruzione di case che apparve eccessiva nel piccolo borgo di allora, delimitato come era a sud ed a ovest dalle vie Palestro, via Ponte Carrato, via Milano il cui arco indica appunto il perimetro antico, assai vicino a tale palazzo.
Dopo Ottone Visconti, il castello seguito' ad essere possesso dei Signori di Milano, e tutte le vicissitudini dei Visconti ebbero la loro eco in Legnano che fu teatro di riunioni politiche, di raduni militari, di travolgimenti. Legnano era sempre stata fedele alla Signoria Viscontea, specialmente per opera della famiglia Lampugnani che vi si era insediata sin dalla fine del 1300 e godeva di molti privilegi e della piu' alta reputazione, per aver dato all'Arcivescovo di Milano, diversi Abati del Monastero di san Ambrogio, e capitani, e giuristi, e magistrati di governo, sia sotto il Comune, come sotto le Signorie Viscontee e Sforzesche.
Una visita odierna all'interno dei locali, mentre rivela uno stato di esercizio attuale poco edificante., da' la visione di una grande abitazione signorile ben munita di sale e saloni. Si' una abitazione di signori fu essa certamente, ma oggi e' pietosamente decaduta  da che i proprietari ne usano per dare alloggio ai contadini della vasta  tenuta agricola circostante, in odio ai sentimenti della popolazione Legnacee ed ai sentimenti che gli stessi proprietari, come discendenti di una nobile prosapia potrebbe coltivare per perpetuare il retaggio della loro nobilta'.
 
LA DENOMINAZIONE "CASTELLO DI LEGNANO"
Da Memorie n. 8
 
Il Castello che oggi chiamasi "di Legnano" nei documenti del sec. XIV XV XVI e' invece detto "Castrum Sancti Georgii" Non siamo sicuri se intendere tale denominazione semplicemente come "dedicazione" a San Giorgio o se per caso il nome provenisse da una relazione col non lontano paese di San Giorgio su Legnano odierno. Facciamo un po' di analisi:
1° - La chiesetta padronale contenuta nel Castello e' dedicata a San Giorgio. E' vero che essa come la vediamo oggi e' di costruzione dei primi anni del 1800 cioe' fu fatta costruire dai Marchesi Cornaggia quando presero possesso del Castello. Ma risulta dal manoscritto del Prevosto Pozzi (1628) con molti particolari esatti, che un'altra chiesa esisteva da lungo, essendo stata eretta dall'Oldrado Lampugnani del fu Gio Andrea nel 1515 e dotata di messa quotidiana.
2° - Il paese di San Giorgio nei documenti dell'albore del 1400 e' segnato talvolta come "locus Sancti Plebis Parabiagi Duc. Mlni" e talvolta come "Cascina Sancti Georgi Plebis Parabiagi Duc. Mlni" ed il territorio della cascina o loco di San Giorgio giungeva sino alla "Costa di San Giorgio".
3° - Invece e' decisivo il fatto che i terreni irrigui del pianoro che circondava il Castello sono segnati sui documenti della stessa epoca "sitae in territorio Burri Legnano ubi dicitur... ecc.". Quindi sin d'allora il Castello sorgeva in territorio sottoposto a Legnano.
Conclusione: La denominazione "Castello di San Giorgio" va intesa dunque come un omaggio al Santo se non per rapporti col "Locus Sancti Georgii" che non e' molto lontano ma non ha, ne' ebbe, alcun rapporto con i terreni della zona del Castello. Il castello era dunque dedicato a San Giorgio che e' proprio il protettore degli Arcieri e dei Cavalieri. Coi' segue usi e costumi professati dalla cristiania' di tutte le epoche, ma in particolare da quella del medio evo, epoca che ci interessa qui.
 
I PASSAGGI SOTTERRANEI FRA IL CASTELLO DI LEGNANO E I LUOGHI VICINI
Da Memorie n. 8
 
In quasi tutte le nostre borgate si parla di passaggi sotterranei che furono notati  nell'andare dei tempi nascenti da qualche cantina dei palazzotti. Essi esistono realmente, ma invariabilmente questi cunicoli risultano accessibili per soli pochi metri, poi sono ostruiti da franamenti del soprastrato. Si tratta di opere che ebbero ragione di esistere nei sec. XIV e XV.
Anche nel castello di Legnano viene additata nella caneva (il deposito per la neve a servire per gli usi domestici estivi, una cisterna profonda oltre otto metri e quindi piu' profonda del vallo che la circonda), una portina che fu murata quando la cisterna venne adibita a caneva, la quale portina e' ubicata in direzione di San Vittore e si ritiene rappresenti l'andata del cunicolo che fu identificato in San Vittore stesso, nella casa dei nobili del 1400 che trovasi in via Magenta 2. In questa casa, sul cui arco di ingresso fa bella mostra uno stemma di famiglia non ancora sicuramente identificato ( Famiglia Forni - o la-Mairola o Lampugnani?) attualmente di proprieta'' degli eredi dell'Ingegner dell'Acqua, vi e' infatti nella cantina un cunicolo che si estende in direzione del Castello, ma e' tosto ostruito da terreno franato. E' noto che vi erano i nobili Lampugnani residenti a San Vittore ed a Cerro, dei quali tuttavia parleremo ancora; cio' ci induce a pensare che tale cunicolo si ramificasse anche alle case di tali signori.
Anche dall'altro lato, verso San Giorgio, vi e' luogo a credere che vi fosse analogo cunicolo. Se ne parla in San Giorgio, ove il punto di arrivo poteva essere in quella casa detta "della Regina" sulla quale sino al 1930 si vedeva infisso uno stemma Visconteo che fu poi asportato da un antiquario e poi disperso.
Pero' anche i Crivelli possedevano in San Giorgio un "sedimen Magno" che vendettero all'Oldrado Lampugnani quando nel 1426 gli vendettero alcuni sedimi nel Castello e molti terreni circostanti. Il cunicolo era forse in comune per i Visconti ed i Crivelli?.
Rilevero' inoltre l'osservazione fatta da un contadino, che in un suo podere che trovasi esattamente sulla linea di congiunzione fra San Giorgio e il Castello di Legnano, vi e' un misterioso vuoto sotterraneo che risuona battendo il terreno col pal di ferro.
Cose che il tempo permettera' certamente di indagare opportunamente. In quei tempi alquanto oscuri per le continue guerriglie civili e militari, la possibilita' di mutuo aiuto fra i Signori delle vicinanze era per essi garanzia contro sorprese improvvise.
 
DESCRIZIONE DEL CASTELLO DI LEGNANO
Da Memorie n. 8
 
Ad integrazione di quanto ben vedesi nelle illustrazioni e disegni che accompagnano questa monografia, faremo qui di seguito un esame delle singole parti che costituiscono il castello.
Il gruppo di fabbricati sorge su un'area di m. 75x70 delimitata dal robusto muraglione in mattoni del vallo, alto m. 5,20 dal fondo della fossa e dallo spessore di 1 a 2 metri. Un cammino di ronda corre internamente sul muraglione, ad altezza quasi pari al terreno interno; il muraglione e' sopraelevato per circa tre metri da un muro di minore spessore fatto a merli ghibellini per proteggere i movimenti dei difensori interni. Questo sopraelevamento manca in molta parte del muraglione, per le distruzioni avvenute nel tempo.
LE TORRI.
Nei due angoli frontali  del muraglione e in due punti equidistanti dei tratti laterali paralleli, vi sono simmetricamente disposte quattro torri, rotonde all'esterno ma appiattite verso l'interno. Esse sono alte 12,5 metri ed hanno un diametro di 5,50 metri nella parte alta.
Le torri erano pero' sei originariamente Esistevano tutte all'epoca del Prevosto Pozzo, come si rileva dal suo manoscritto) e due o sono crollate o comunque furono demolite sin dalle fondamenta, perche' nessuna traccia di esse e' attualmente riconoscibile.  Anche l'esame della planimetria generale fa supporre le altre due torri avessero esistito agli altri due angoli oggi nudi del quadrilatero periferico.
Le torri sono munite  di feritoia all'altezza del cammino di ronda, sistemate nelle adatte direzioni per impedire con il fuoco i tentativi di scalata del vallo, ed hanno in un piano superiore ampie aperture uso merlature sottotetto, per analogo scopo. Esse sono in mattone come tutta la costruzione del castello, ma una, quella di ponente nella facciata, rivela nella sua periferia esterna avanzi di intonacatura e di affrescature decorative  a base di festoni di fiori sorretti da anelli. Ma quasi tutto e' svanito e solo si riesce a capire che trattasi di una decorazione stile impero, che sarebbe stata in stridente contrasto con la severita' di tutta la costruzione lombarda a mattone in vista. Il nostro pensiero corre ad attribuire a Carlo Cornaggia, acquirente del castello nel 1708, l'intenzione di affrescare stile impero le torri e chissa' quale altre parti; ma fortunatamente all'intenzione segui' probabilmente solo l'esperimento su di una torre quella che ci rivela le tracce di cui dicemmo, perche' altro non vi si trova. L'intenzione aveva perdurato a lungo perche', abbandonate nel vano della stessa torre trovammo ammassati, nel 1925, moltissimi elementi di cotto per fasce decorative e modanature che oltre 50 anni dopo si dovevano aggiungere alle torri per la trasformazione nello stile infelice della meta del sec. XIX.
Il torrione di ingresso
E' l'elemento che piu' risalta attualmente all'occhio del visitatore, per la severita'' della sua robusta linea e perche' dimostra immediatamente la purezza incontaminata della sua costruzione. Ma contrariamente a quanto si credette sin qui', il torrione non fa parte della costruzione di Ottone Visconti. Esso e' di costruzione del 1400. Vedremo fra poco che la parte costruita nel 1300 aveva un'altra torre di ingresso. Questa di cui ci occupiamo va assegnata all'Oldrado Lampugnani e quindi fa parte dei lavori di fortificazione da lui fatti nel 1445 come risultano dalla lettera ducale di autorizzazione gia'' riferita e qui' allegata nei documenti col n. 249. Su cio'' non sussiste piu' dubbio. Basta infatti esaminare gli analoghi portoni a ponte levatoio costruiti nel Castello di Milano sotto Francesco Sforza, 1450 1466; basta osservare che anche la' furono adottate le torri rotonde, sia pure piu' lussuose, per convincersi che tutta l'opera perimetrale che contorna il Castello di Legnano e' della stessa epoca.
Ha la base rettangolare di 92x14 metri e l'altezza di 16,5 metri sul piano stradale. Era munito di ponte levatoio e di ballerina pedonale, nonche' di serranda interna di sicurezza. Gli elementi nobili di tale attrezzatura mancano oggi, ma la costruzione e' sempre pronta a ricevere gli equivalenti nuovi. Nell'interno della torre vi e' al piano terreno una bilancia a ponte moderna per carri, poiche' quella originale di 24 braccia nominata all'atto di acquisto dell'Oldrado non vi e' piu'. Nel piano superiore vi sono due stanzette d'abitazione e piu' su, un solaio aperto, perche' la torre termina a merlature ghibelline sovra le quali riposa il tetto a largo spiovente. Sulla facciata del torrione si vedono tracce di intonaco e di un grande affresco irriconoscibile, che tanto poteva essere una figurazione di santi (San Giorgio?) come lo stemma d'un tardo proprietario. Cosi' poco vi e' ancora di esso che e' meglio rinunciare a voler capire qualcosa.
Invece una bella lapide di metri 1x1,2 in marmo di Candoglia trovasi inserita in alto sulla facciata stessa e reca lo stemma dell'Oldrado Lampugnani primo possessore civile del Castello . Lo scudo sannitico inclinato, e' attraversato in banda dalla ben nota fascia a scacchi dei Lampugnani; ha l'aquila imperiale in capo, onorificenza che riteniamo sia stata da lui acquisita per le importanti parti diplomatiche e militari da lui condotte per il suo Signore, che come e' noto aveva il titolo di Vicario Imperiale, gia'' assegnato dal Re dei Romani Venceslao al padre Gian Galeazzo nel 1395 con diritto di successione.
Il cimiero ornato nel collo di una piccola croce gerosolimitana e con otto ampi svolazzi, si erge sopra lo scudo ed e' a sua volta sormontato da due ulteriori pezze araldiche di distinzione: un cestello nel quale e' assisa una pecorella alata la quale tiene in bocca una camarra Nel Castello di Milano e' esposta in una sala una lapidetta di circa 35x45 cm con una figurazione di una camarra, isolata. Essa porta il N°. d'ordine d'ingresso N°. 1281 ma non se ne conosce la provenienza; si ritiene possa venire dalla Chiesa di Santa Maria del Carmine. Fu descritta in Arch. Stor. Lomb. 1895 pag. 464 e riprodotto nel Malag. Valeri. La Corte di Lud. il Moro. Vol. IV pag. 181.); una grande pigna di curiosa stilizzazione a foglie increspate, che la fanno assomigliare a un cavolino di Bruxelles in scala decupla. Questa pigna e' posta sul dorso della pecorella predetta In altre figurazioni dello stemma araldico, eseguite forse con arbitrio d'interpretazione, la pigna e' scambiata con un pino. Cio' ci richiama d'impresa del pino usata da Gian Galeazzo nelle sue espressioni araldiche.).
Nel campo della lapide due iniziali gotiche in rilievo segnano il nome del titolare: O.L., Oldrado Lampugnani.
Tali pezze araldiche corrispondono ad altrettante onorificenze o titoli di merito che l'Oldrado ebbe.
La croce di malta, forse si rapporta alla relazioni che egli ebbe con il re di Cipro per i possessi che Valentina Visconti aveva in quelle terre. La pecorella assisa, simbolo di fedelta' (al regime Visconteo). La camarra, attrezzo che allora di poneva in bocca ai cavalli focosi per domarli, e' simbolo di comando delle forze di cavalleria. Non conosciamo gli attributi corrispondenti alla pigna al pino. Di fronte a questo stemma tanto ricco di elementi, desta sorpresa che nelle pietre tombali del suo cenolafio nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Milano, diversi elementi araldici siano omessi; vi troviamo soltanto (tav 15) quello della camarra, cui anzi e' dato un piu' ampio spazio decorativo.
Al torrione di ingresso erano addossati a destra di chi entra, talune costruzioni, fra cui la scala in sasso, una rampa coperta, che conduceva al suo piano superiore. Da un certo punto di tale rampa, per un ballatoio esterno si accedeva al locale sopra l'ingresso principale. Ma tali costruzioni originali, sono scomparse, forse quando venne costruita li presso la chiesina dedicata a San Giorgio (dal Carlo Cornaggia) e le costruzioni minuscole ed indegne di conservazione che ivi oggi troviamo.
Un esame del lato destro del torrione, lascia infatti ben comprendere lo sviluppo delle costruzioni antiche originali. Nel progetto di restauro esse sono idealmente ricostruite, ripristinando lo stato del 1400.
 
Il fabbricato principale trecentesco
 
Entrando dal portone del torrione si presenta a tutta destra e di facciata un grande palazzo signorile ad angolo che tosto accusa diverse epoche di costruzione. Una prima parte e' trecentesca; la seconda parte e il braccio ad angolo appaiono di stile barocco ma tuttavia di una sobria linea; e di esso ne riparleremo.
La primissima parte, per una lunghezza di m. 20 e' evidentemente dell'epoca di Ottone Visconti; in essa tutte le finestre sono ad arco a tutto centro, ma gli archi sono con mattoni cuneiformi a spessore radiale crescente verso la sommita' dell'arco. I mattoni stessi sono di ottimo materiale duro e compatto ed hanno egregiamente resistito alle intemperie, Purtroppo, molte finestre hanno subito distruzioni parziali o totali per i capricci umani di portare varianti; un fatto comune a tutte le antiche costruzioni. Il fabbricato era a due piani, e possedeva un ampio cantinato semisotterraneo, adattissimo come camerone per una imponente scorta di armati.
Segue a questa parte maggiore, un tratto di fabbricato a base quadrata, con un lato esattamente eguale allo spessore del contiguo fabbricato ora detto cioe' di m. 7,5, il quale ha tutta l'apparenza di essere stato la torre di accesso al castello prima della costruzione del bel torrione attuale e del vallo murato. Un esame della sua muratura rivela che esso fu costruito dopo il grande fabbricato cui esso e' appoggiato in continuazione, tuttavia prima di quello che gli segue e che tanto esattamente gli si unisce, che il gruppo dei tre corpi forma un apparentemente tutto unico. Questa torre, perche' altro non poteva essere, ha oggi la stessa altezza del fabbricato vicino; il tetto ne e' unico con esso, e persino l'altezza dei pavimenti e' poco differente.
Ma questa torre, le cui porte principali sono costituite, secondo lo stile trecentesco, da archi a tutto centro formati da bei mattoni cuneiformi in quattro ordini di cerchi concentrici di spessore radiale variabile e con tasselli e serraglie d'arco in calcare duro di Viggiu', avra' certamente avuto un piano superiore a merlature, secondo lo stile caratteristico comune a molti cassi che si sono conservati anche nella nostra zona. Nel disegnino diamo una riproduzione, di cio'' che e' conservato, mentre nella tavola 24 riproduciamo un cassio che trovasi a 1 Km. a sud del castello, chiamato "La Cassinetta di Canegrate". Essa costituiva certamente l'ingresso piu' antico del castello, rivolto verso ponente nella stradetta che da un lato conduce ai mulini di sotto ed alle vaste distese di campi appartenenti al castello, e dall'altra parte a Legnano.
Vorremmo ritenere che questa torre sia posteriore al possesso di Ottone Visconti, ma con molta verosimiglianza sia pero' precedente al possesso dell'Oldrado Lampugnani.
Di certo vi e' solo, che siccome tale costruzione non e' elencata nell'Atto di vendita del 1426 dai Crivelli all'Oldrado, essa non esisteva ancora, o faceva parte sin d'allora della parte che essendo di possesso dei Visconti venne ceduta piu' tardi all'Oldrado. Per riguardo allo stile, ambedue i casi sono possibili.
A questa torre fa seguito come dicemmo, un altro corpo di fabbricato di eguale spessore e non di molto maggiore altezza, costruito dall'Oldrado, lungo circa 30 m. diritto, e con altri m. 24 in un'ala a squadra, la quale ultima resta colla sua facciata esattamente di fronte a chi entra dal torrione maggiore nella corte del castello e che chiameremo l'ala di mezzodi'.
La prima parte di questo fabbricato ad angolo ossia quella che ha le facciate a levante ed a ponente,  nel suo lato di ponente lascia riconoscere in alcuni punti di aver posseduto finestre a bifora di stile nettamente sforzesco, con il rettangolo affrescato a medaglioni, soprastante alla bifora ogivale. Ma nella sua facciata di levante nulla di cio'' lascia vedere, perche' essa e' stata tuttavia intonacata e non solo, ma le finestre tutte modificate nel 1547 dall'Oldrado III nello stile neo barocco cui gia'' accennammo.
Anche l'ala di mezzogiorno e' nello stesso stile, ed ha in piu' dei balconcini ad ogni finestra del piano superiore che sono graziosi pur essendo come tutto il fabbricato, contrastante colla costruzione lombarda della parte maggiore dei fabbricati.
Quest'ala di fabbricato, e' affrescata su ambedue le facciate di settentrione e di mezzodi' con grandi pannelli a chiaro-scuro divisi da lesene contenenti trofei ornamentali di varia natura. Purtroppo, tutto e' molto sbiadito per l'azione delle intemperie e di difficile interpretazione.
Nella facciata di mezzodi' si riconoscono nei pannelli, le scene simboliche artigiane dei mesi dell'anno, e nelle lesene il motivo ornamentale dei gruppi di istrumenti musicali a fasci incrociati.
Nella facciata a settentrione troviamo nei pannelli delle figure simboliche di animali chimerici sopra i quali pendono degli stemmi a cartoccio quasi del tutto svaniti.
Su questa facciata vi e' poi al lato sinistro, in sovrapposizione sugli affreschi predetti, un grande stemma dei Lampugnani, di epoca tarda, quale era usato da Francesco Maria Lampugnani (1695 1729) figura. Non esitiamo a dire che questo stemma rappresenta la presa di possesso definitiva del Francesco Maria dopo il trionfo suo nella grande contesa per il possesso del castello di cui parleremo nel capitolo apposito.
Nell'interno dei fabbricati, non vi sono elementi artistici che eccellano, ma essi locali sono ariosi e si prestano ad ottime sistemazioni per vari scopi di praticita' o di eleganza, purche' si abbattino talune esili divisioni utilitarie che furono fatte per alloggiarvi i contadini della tenuta agricola. L'ala di mezzodi', mentre e' divisa al piano superiore sin dall'origine in tre locali, al piano terreno costituiva un unico locale vasto ed alto, con belle volte a botte; il salone delle feste da ballo d'un tempo.
Nel recinto quadrato del vallo, altre costruzioni sono contenute che nulla di interessante contengono, salvo la caneva cui accennammo parlando di passaggi sotterranei. L'opera di restauro che in un giorno prossimo Legnano iniziera', decidera' sulla loro esistenza.
 
L'arredamento mobile del castello
 
Dai tempi in cui chi scrive conobbe il castello, cioe' dal 1906, esso era gia' praticamente spogliato di quasi tutto. Vi tenevano i proprietari alcuni locali in buon assetto per goderli nella stagione propizia, ma col mobilio dell'epoca che correva. Tuttavia in un locale soprastante al salone sopraddetto, si conservava ancora un lettone artistico antico in legno, con quattro torciglioni a candelabro agli angoli, lavoro del primo barocco, quindi certamente appartenuto all'Oldrado III che aveva tanto rifatto il Castello; tav. 16.
Esso e' poi stato asportato dai Cornaggia stessi nella loro villa di Mozzate Seprio. E' un oggetto che non potra' mancare nel castello restaurato.
Vi erano poi pochi quadri in una sala da pranzo e precisamente:
un Ecce Homo coronato di spine, a tre quarti di busto seduto su una seggiola e reggente in una mano una verga di comando. La tela 0,8x1,02 e' attribuita con molta verosimiglianza al Guercino Il Pirovano nei suoi vari scritti lo assegno' al Bernardino Luini con certe circostanziazioni che risultarono fallaci ed arbitrarie). Fu acquistata nel 1939 dal Comm. Dott. Ing. Cerini Enrico a Legnano, presidente della nostra Sezione Storica Legnanese.
Due ritratti ovali ottocenteschi, di circa 0,60x0,90 raffiguranti un membro Cornaggia a mezzo busto, in veste di cacciatore e sua moglie in veste di popolana che porta ad offrire un vassoio di frutta fresca.
Queste due tele sono ora in possesso del Sig. Granata Luigi a Milano.
Vi era  poi un armadione ottocentesco nel quale con altre carte dell'amministrazione Cornaggia si conservavano una diecina di cartelle con documenti seicenteschi riferentesi alle proprieta' del Castello ed altre proprieta' dei Cornaggia stessi in Besnate.
Tutto fu asportato da essi verso il 1929 , ne' sappiamo che cosa
sia tuttora conservato .
Nessun camino dagli stemmi nobiliari e' conservato in castello, ma parecchi ne possediamo in Museo, provenienti dalle proprieta' dei Lampugnani, dei Visconti e dei Crivelli. Essi un giorno allieteranno le sale del Castello.
 
OTTONE VISCONTI, LEGNANO E CASTELSEPRIO
Da Memorie n. 8
 
Episodi della lotta di Ottone Visconti e i Torriani
 
Alla fine di marzo 1285 Goffredo della Torre comasco, dopo aver fatta una tregua col Marchese di Monferrato con cui era stato in lotta, raccolse genti a Como e conquistato rapidamente Castelseprio si accingeva con esse a penetrare nel territorio Milanese.
Saputo cio' i Milanesi, guidati dall'Arcivescovo Ottone Visconti, loro Signore, radunarono un forte esercito composto di nobili di Crema, di Piacenza, di Brescia con fanteria di Crema e si portarono a Legnano limite del loro territorio ove si accamparono per circa otto giorni. Ne partirono il 13 d'aprile per Gallarate e Castelseprio incontro al nemico, ma si arrestarono poi in un luogo detto allora "in Bassano" per non inoltrarsi troppo.
I Torriani che erano in numero esiguo, non arrivando che a mille cavalli e tremila fanti, si arrestarono pure, continuando intanto a fortificare il castello di Castelseprio.
Intanto Matteo Visconti, pronipote dell'Arcivescovo, si era portato a Varese con il piccolo gruppo per impedire che i Torriani ricevessero viveri da quella parte.
Saputo pero' che i Torriani si erano fatti amici di Guido di Castiglione, signore della Rocca di Castiglione e che da lui ricevevano abbondanti vettovaglie, mentre dall'altra parte il marchese di Monferrato minacciava Milano da Vigevano dove si era insediato, i milanesi reputarono conveniente tentare patti col Torriani e mandarono dei delegati fidati presso Guido da Castiglione perche' fungesse da intermediario di pace. Furono: Oliviero Marcellino zio dello stesso Guido da Castiglione, Franchino da Carcano suo nipote, e Cressone Crivelli ed Abiatico Landriano.
Il 15 maggio 1285 col consenso dell'Arcivescovo Ottone, si fece una tregua per la quale Castelseprio avrebbe dovuto passare in mano ai Milanesi.
Ma all'atto di stipulare la vera pace, il 21 maggio le due parti non poterono accordarsi e la tregua fu rotta.
I Torriani invasero il Milanese ad oriente di Como, occupando i castelli di Cormenno e Merone distruggendo il Borgo di Incino ed altri.
Portatisi i Milanesi a Carate, i Torriani si ritirarono a Como. I comaschi coi loro amici, nel giugno seguente si rivolsero  recuperare Lugano e Bellinzona, che ebbero.
I Milanesi preoccupandosi poi di salvare i raccolti delle loro terre, contro i guastatori, si portarono il 4 luglio a Saronno, Lomazzo e Vertemate, poi accorsero a Varese minacciata dai Torriani che miravano a riavere Castelseprio dal Guido Castiglioni.
I Milanesi ammassatisi di nuovo in Agosto 1285 in Legnano mandarono di nuovo i loro fidati delegati a fare pressioni e minacce a Guido Castiglioni per la cessione di Castelseprio. Questi invece richiamo' i Comaschi perche' si riprendessero il Castello di Castelseprio che consegno' loro il 14 d'Agosto, rifugiandosi intanto in Como e dichiarandosi nemico dei Visconti.
I Milanesi gli lanciarono il bando e distrussero e saccheggiarono tutte le abitazioni che egli e fratelli possedevano in Milano. Castelseprio resto' ancora qualche tempo ai della Torre ma dopo varie trattative piu' che per azioni guerresche, il terreno fu di nuovo preparato ad una pace in febbraio 1286.
I delegati di Ottone Visconti fra cui erano Enrico Crivelli, Giovanni Caimi ed Oliviero Marcellino, ottennero che lui stesso Ottone, venisse in Legnano ad un congresso per la pace.
Il 27 di tal mese infatti Ottone, accompagnato dai predetti delegati e da altri e da buona scorta di uomini d'armi tenne un congresso poco lungi da Legnano Nella dicitura....."poco lungi da Legnano" usata dal Giulini siamo indotti a pensare al Castello di Legnano che dista 1 Km. dal centro di Legnano.) con Guido da Castiglione che allora era Podesta' di Como e con Luterio Rusca dei Signori di Como.
Una tregua fu di nuovo stabilita, ma la pace non avvenne se non il 3 Aprile 1286 dopo altre laboriose riunioni a Milano ed altrove, colla conclusione che venne tolto il bando lanciato da Milano contro i Castiglioni, i Rusca e altri, i quali quindi potevano rientrare in possesso dei beni loro confiscati. I della Torre, ignorati in tali trattative di pace, compresero che la loro stella era ormai tramontata in Lombardia e si ritirarono in Aquileja.
Il Castello di Castelseprio restava in mano di Guido da Castiglione, come risultato di tali accordi.
Fu con un colpo di mano effettuato da pochi uomini della Val d'Ossola assoldati da Ottone Visconti, che il Castello fu occupato il 28 Marzo 1287 improvvisamente, scacciandone Guido da Castiglione.
Ottone Visconti, chiamato a prendere possesso, ordino' la sua distruzione ed emise il divieto perpetuo alla ricostruzione , colla
nota formula:
"Castrum Seprium destruatur, et descructum perpetuo teneatur, et nullus audeat, vel presumat in ipso Monte habitare" la quale per secoli venne ripetuta dal podesta' di Milano  e dal Vicario del Seprio nel prendera' possesso delle rispettive cariche.
Dopo la morte di Ottone Visconti, i Torriani ripresero dal 1302 il potere in Milano e si diedero a tentativi di allargare il possesso.
Bandirono naturalmente da Milano i capi che avevano parteggiato per Visconti e fra essi anche Cressone Crivelli che con Ottone aveva avuto attiva parte nelle lotte non lontane.
Questi che vagava nei territori milanesi in cerca di appoggi contro i Torriani, nel Settembre 1305 Dal Giulini ) approfittando d'un momento in cui i Milanesi erano impegnati contro i Bresciani, penetro' in Nerviano con 40 cavalli e 1000 fanti e vi si installo' coll'intenzione di reclutare truppe per invadere poi Legnano e Rho a danno e minaccia di Milano. Non avendo pero' ivi potuto reclutare gente, il suo piano fallì perchè attaccato dai Milanesi dovette ritirarsi. Nerviano ebbe la peggio perchè in questa circostanza subì da parte dei Milanesi una completa distruzione.
 
Legnano e la battaglia di Parabiago
 
Nel 1339 Lodrisio Visconti cugino dell'Arcivescovo Giovanni signore di Milano, mosso da gelosia contro la di lui potenza e contro Luchino suo collaboratore, attraversata l'Adda con un esercito di Alemanni assoldati, si porto' a Legnano ove stabilì quartier generale per la raccolta delle soldatesche e dove si rifornì, prelevandosi l'occorrente dal Contado del Seprio a titolo di pagamento delle annualità di contribuzione a lui dovute come Signore di quel territorio Benchè il Giulini da cui togliamo la descrizione non faccia alcun accenno al Castello di Legnano, vogliamo credere che Lodrisio , avendo scelto Legnano a base di questa sua adunata, avrà fatto uso del Castello sia per l'accumulamento delle truppe, come per sua personale sicurezza. A sostegno di questa tesi, sta il fatto che il palazzo che Ottone Visconti aveva costruito in centro di Legnano non poteva essere usato a tale scopo senza ledere più direttamente l'autorità dell'Arcivescovo suo cugino, perchè esso era di uso della Curia Arcivescovile. Il Castello di Legnano che noi riteniamo fosse stato un possesso personale di Ottone Visconti, poteva anche essere già passato in possesso di Lodrisio come signore del Contado del Seprio , cui Legnano ora apparteneva dopo la morte di Ottone Visconti.) I Milanesi si allarmarono giustamente di questa adunata minacciosa per loro e radunarono un esercito di nobili, militi regolari e volontari . L'animo dei Milanesi era unanimamente avverso a Lodrisio ed essi partirono a presidiare alcuni borghi fra cui Parabiago ove posero 8oo militi e 2ooo fanti, Nerviano e Rho, aggregandosi anche soldatesche alemanne.
Il 21 febbraio 1339 Lodrisio, saputo della presenza dei Milanesi in Parabiago, volle affrontarli malgrado che nevicasse fortemente ed il terreno fosse abbondantemente ricoperto di neve. Entrato in Parabiago riusci' non cio' di meno dopo aspra battaglia a sopraffare i Milanesi stendendone moltissimi morti e facendo prigionieri fra altri Giovanni Visconti figlio di Vercellino e Luchino Visconti che legarono ad una pianta. Giungeva intanto un rinforzo da Nerviano che pero' non riusciva a mutare le sorti dello scontro ed i Milanesi subirono grosse perdite.
Infine arrivavano da Milano nuove truppe che entrarono in battaglia e ne cambiavano la vittoria iniziale in rotta.
Lodrisio Visconti resto' prigioniero, Luchino ed altri furono liberati ed i milanesi ritornarono trionfanti in Milano.
A perenne ricordo dell'avvenimento importante, i Milanesi fecero erigere sul luogo della vittoria la chiesa di San Ambrogio detta della Vittoria, ed ogni anno nella ricorrenza vi convennero per portare l'offerta. Cio' duro' per vari secoli, sino alla fine del 1700.
La chiesa esiste tutt'ora, ampliata, ed alcune lapidi dell'epoca vi sono conservate.
 
I LAMPUGNANI A LEGNANO E ZONA AGLI ALBORI DEL 1400
Da Memorie n. 8
 
Dal 1100 al 1300 appaiono nei documenti degli allegati, parecchi membri della casata Lampugnani investiti dalle alte cariche della Chiesa o del Comune Milanese; risulta anche che nel 1280 una Lampugnani, era moglie del signore di Castiglione Seprio. Tali documenti mostrano quanto importante fosse sin d'allora la Casata; ma qui vogliamo solo esaminare i membri della famiglia Lampugnani dal 1400 in avanti, per i loro riflessi sulla vita di Legnano nel periodo che ci interessa per il castello.
Le prime presenze in Legnano che sino ad ora possediamo, ci sono segnalate dai regesti contenuti nei Codici Trivulziani n. 1815 a 1824 Siamo molto grati al prof. Pio Bondioli per averci segnalato questa importantissima fonte di regesti sulle Famiglie Milanesi, che tanto ci giovo' per le nostre ricerche.)  da qualche altro documento notarile. Qui essi risultano gia' in Legnano e zona nel 1390 ove tal'uno di essi godeva il privilegio dell'esazione dei tributi, concessione che veniva data ad un limitato gruppi di membri della casta ghibellina riconosciutamente devoti al Duca.
Nel periodo dell'avvento a Legnano del futuro padrone del Castello troviamo dunque investiti di dazi:
1390        Dno. ROBERTO da LAMPUGNANO f.q. dni Rizardi abitante a Legnano, e' nominato compartecipe dei dazi, al traverso di Legnano (Cod. Triv 1815)
1392        Duo GUIDINO da LAMPUGNANO f.q. dni Leonis e' responsabile dell'esazione di tutta l'imposta sul sale per la Curia di Legnano ed i luoghi di Castegnate, Sponzano e Cogoretio Sponzano e Cogoretio sono localita' nella Valle Olona oggi scomparse.), Marnate, Riscaldina e Nizorina  (Cod. Triv. 1815)
1400 a 1405        Dno FRANCISCOLO da LAMPUGNANO e' ufficiale della dogana (Cod Triv. 1818)
1401 a 1402        Dno ROBERTO da LAMPUGNANO f.q. dni Rizardi, abitante a Legnano e' ufficiale del dazio al traverso di Legnano (Cod Triv. 1815)
1402        Dno GIOVANNI da LAMPUGNANO fu Beltramolo e' daziere con altri due suoi soci (Arch. Osp, Magg. Cart. 135)
1404        Dno CRISTOFORO da LAMPUGNANO f.q. Jacobino abitante a Legnano ha l'esazione delle multe sull' "usureria e sulle grassazioni" (Cod Triv. 1818)
E' intuitivo che a queste cariche, ai tempi che correvano, corrispondeva anche una certa autorita' di giudice esecutore. Eravamo negli anni in cui Gian Galeazzo con sagacia faceva organizzare su nuove basi le amministrazioni comunali e statali e aveva nominato, proprio il Dott. in Legge Ubertino Lampugnani padre dell'Oldrado Lampugnani che ci interessa, uomo di grande valore, alla riorganizzazione della Camera delle Entrate Ducali.
Ma non solo a tali occupazioni si davano i Lampugnani. Li vedremo notai, podesta' nei comuni qua' e la', mercanti di preziosi, di seta e di materie varie meno pregiate.
Fin dal 1374 il Faciolo Lampugnani f.q. dni Dalvino era nominato notaio e risiedeva a Parabiago Cod Triv. n. 1817 pag. 209/1); altri notai si stabiliranno presto in Legnano. I Lampugnani erano gia' presenti in Busto Arsizio prima del 1399 come risulta dal "Libro delle Decime di Busto Arsizio nel 1399" molto opportunamente pubblicato dal Prof. Pio Bondioli nella sua "Storia di Busto vol.i" dalla quale stralciamo qui quanto ad essi si riferisce:
Dns ARASMINO da LAMPUGNANO 1399 possiede molti beni in Busto Arsizio fra cui due case ed un'orto in Contrada Basilica e in contrada Zornago, delle quali una e' coerenziale con Tadeolo Vicemalla  (partita 93)
Dns RUBERTUS da LAMPUGNANO 1399 aveva due case in Contrada Pessina (partita 96)
LITTOLUS da LAMPUGNANO 1393 possiede una casa in Contrada Savigo; e tre campi e una vigna (partita 113)
DOMUS FRATRUM de LEGNANELLO Non sappiamo cui si voglia qui alludere perche' con consta da altre fonti che vi fosse un convento di frati in Legnanello. E' vero che l'ospizio di San Erasmo era governato dal frate Umiliato Bonvesin della Riva, sino al 1313 ma non consta che vi fosse un convento annesso.) 1399 possedeva una casa in contrada Basilica su cui pagava un soldo per tributo (partita 105)
JACOBINUS da LAMPUGNANO 1399 possedeva una casa in contrada Basilica (partita 250)
GUISCARDO da LAMPUGNANO  1399 possedeva 5 campi in varie parti intorno a Busto (partita 149)
Dno JOHANNINUS da LAMPUGNANO possedeva una casa in Contrada Pessina (partita 101)
PRONUS da LAMPUGNANO 1399 possedeva beni in Busto non specificati
PETRUS da LAMPUGNANO 1399 possedeva beni in Busto non specificati
Si rileva poi dalla pergamena n. 2990 della Biblioteca Ambrosiana che:
Dno NICOLA da LAMPUGNANO 1399 23 luglio possiede beni in Busto siti in via de Mediolano.
La presenza del Lampugnani in Busto si protrae poi attraverso ai tempi ma non potremmo occuparcene qui.
Essi vi coprirono anche cariche come inviato governativo:
Dno GUIDINO da LAMPUGNANO e' Podesta' di Busto dal 24 ottobre 1450 al 1452 (Biennio) Reg. Ducale 150
Dno TOMASINO da LAMPUGNANO e' Podesta' di Busto nel 1455. Arch. Stato Arch Sforzesco Carteggio Int. Carte 673 Milano, Ducato
Dno LEONARDO da LAMPUGNANO (degli Astolfeti) e' nominato a Podesta' di Busto per due anni. 1487 dic. 14 (Reg. Ducale 114 f. 320) Questi era gia' stato Ufficiale delle Bollette a Parma; nomina del 31 dic. 1480 (Reg. Ducale 114 f. 321 v.)
 
LA FAMIGLIA DI UBERTO E OLDRADO LAMPUGNANI
Da Memorie n. 8
 
Uberto Lampugnani, detto Ubertino, padre dell'Oldrado che ci interessa, era cresciuto lui pure nell'ambiente ducale come gia' il padre suo pure di nome Oldrado (I°), come vari avi erano gia' stati al servizio della Signoria Visconti. Un vero atavismo di classe.
Addottoratosi in legge a Pavia, Ubertino divenne "Lettore di diritto canonico e civile" in quell'Universita' Cronaca dell'Universita' di Pavia; nella Universita' stessa; regesto nell'allegato) ove insegno' dal 1372 al 1381 acquistandosi grande fama. Scrisse alcune opere di diritto Argelati segnala: 1° trattato dei vari Filosofi: 2° e 3° consiglio dei giudici.) e fu anche insegnante per minor tempo nell'universita' di Padova, ma per le sue doti preclari fu presto chiamato a posti di governo sotto Gian Galeazzo Visconti, nel periodo in cui questi riformava l'amministrazione comunale e statale di Milano come gia' detto. E secolui anche i figli suoi, sia pure giovani, vissero accostati alle reggie Ducali di Pavia e Milano Maffiolo mandato in missione a Padova nel 1382. Reg. Dipl. Visc. n. 2978; regesto nell'allegato.) ma il giorno che lascio' l'insegnamento per le cariche di governo, se pure tenne ancora un suo domicilio a Pavia in Parr. S. Colombano Schede Marozzi, Museo di Pavia, voce Ubertino Lampugnani), ne ebbe probabilmente uno anche a Milano, comincio' a svilupparsi su di lui e famiglia l'attrazione delle proprieta' di Legnano anche per il migliore clima del nostro borgo che poteva offrire nella stagione calda.
Tuttavia nel 1396 egli e' nominato maestro Generale delle entrate Archivio Statale di Milano, Arch. Duc. filza 46 n. 7 e Cod. Triv. 1815 pag. 00) con lettera ducale n. 1398 e' nominato consigliere ducale e poi confermato Genn. 1399 e di nuovo febb. 1399; ancora nel 1399 venne prima nominato Giudice correttore delle frodi che si compiono in materia fiscale Vol. Lett. Duc. 1399 fol.49 t.) e poi diventa vicario Generale del Duca GioGaleazzo Visconti, ossia suo primo ministro.
Alla fine dello stesso anno muore, lasciando la moglie Giovanna Omodei del fu Gasparolo, pavese, in una schiera di figli piuttosto giovani; 5 maschi e tre femmine.
Il Benaglio dice che l'Uberto ebbe dal Duca in alcuni scritti piu' lusinghieri espressioni come "Egregio dottore in legge"; che abitava in Porta Vercellina e leggeva nell'Universita' Ticinese (Pavia) ricevendone onorevole ricompensa. Egli era detto anche Ubertino ed e' nominato fra i 120 cittadini piu' ricchi che pagarono 19.000 fiorini al principe quando abbisogno' di denaro per le continue guerre.
Cio' risulta da lettera 20 marzo 1395 firmata Pagano Milani e da ordinazione infrascritta del Duca. Fra i cittadini piu' ricchi, il cui estimo raggiungeva come massimo i 43 fiorini, troviamo a tale epoca oltre all'Uberto altri tre membri Lampugnani Dal Moriggia togliamo:Leone Lampugnani figlio del fu Paolo con fiorini 26.Umbertino Lampugnani dottore in legge figlio del fu Oldrado con fiorini 22.Maffiolo detto anche Faciolo, fratello dell'Ubertino con fiorini 22A noi non sembra corrispondente l'affermazione del Moriggia che il Maffiolo che fu vescovo di Messina fosse detto "Faciolo".Il Faciolo figlio di Salvino creato notaio nel 1374 e residente a San Vittore di Parabiago (vedi registro negli allegati) non va ad ogni modo confuso con il Maffiolo; egli ebbe tre figli: Antonio, Andreolo, e Margherita.
 
 
 
 
)
I maschi dell'Uberto sono: Maffiolo, Oldrado, Pietro, Giovanni e Giorgio; le figlie: Franceschina, Giovanna e Giustina.
MAFFIOLO        sposera' Giovanna Crivelli figlia di Galeotto e si trasferira' a Legnano, ma avra' cariche ducali.
OLDRADO        diventera' presto il precettore del giovane Filippo Maria Visconti; restera' celibe e avra' poi il seguito brillante che vedremo, al servizio diretto dei Duchi.
PIETRO        laureato in ambo i diritti canonico e civile sara' un personaggio di grande levatura morale e professionale ed entrera' nella Magistratura di Stato. Fu Vicario del Podesta' di Lodi e quivi sposo' poi Orsina Vistarini sei signori dominanti quella citta'; i suoi fili sceglieranno le varie arti. Fra essi il Princisvalle sara' ambasciatore ducale pur non tralasciando traffici commerciali marittimi. Vari Documenti degli allegati lo nominano.
GIOVANNI        ci e' poco noto e muore presto Pare avesse sposato Isabetta Castiglioni (Cod. Triv. 1821 pag. 3 lambda, qui riprodotto alla data 1428) divenendo lontano parente del Papa Martino V. Per la data di sua morte vedasi qui riportato in regesto: atto di curatela 1406 28 Magg. Rog. Regni Pietro. Arch. Not. Mil..) ma lascera' un figlio brillante, il JCC Cristoforo che nomineremo ripetutamente come segretario dell'Oldrado II.
GIORGIO        che si addottora lui pure a Pavia ma che, di estro vivace, si da alla politica piu' che al lavoro. Egli non verra' accolto al governo ducale e nell'animo suo maturano ideologie che rivelera' molto piu' tardi, allo scoppiare della Repubblica Ambrosiana. Male glie ne incolse pero', perche' fu trucidato dagli stessi rivoltosi che egli sosteneva.
Le femmine furono:
FRANCESCHINA sposatasi nel 1412 a Dno. Luigi Terzaghi fu Luca Atto Dotale 1412 16 Dic. Rog. Regni Pietro. Arch. Not. Mil..) da cui resto' vedova nel 1430 avendo un figlio Giorgio che fu messo sotto curatela Atto di Curatela 1430 21 Luglio Rog. Cagnola Ambr. Arch.Not. Mil..) del Cristoforo Lampugnani nipote dell'Oldrado.
MARIA        sposatasi in Castiglioni di Casciago Casanova. Genealogie delle Famiglie Nobili Lombarde Tav. Castiglioni VI)
GIUSTINA        che nel 1418 era sposa al JCC. Dno. Ambrogio Bozuli a Pavia.
       L'Oldrado che da piu' vicino vogliamo esaminare, e' poi rimasto celibe, dicevamo ma non senza fili.
Ebbe quattro femmine:
MADDALENA,        che sposo' Dn. Ubicino Gambarana Atto Dotale 1425 marzo 23 Cod. Triv. 1821 pag V. V. 2 Reg.negli allegati)
GIOVANNA,        che sposo' in prime nozze Gerolamo Lampugnani da cui nacque UrsinaGuidina che sposo' poi Gaspare Visconti Fratello di Azzone Gaspare Visconti e' fratello della moglie di Gio. Lampugnani cugino della sposa.), ed in seconde nozze GioAntonio Simonetta Atto Not. Matteo Suganappis 1458 21 novembre Cod. Triv. 1824.)
ANGELA,        che sposo' Pietro Bartoli da Fiorenza, colla dote di 600 scudi d'oro.
AGOSTINA,        che sposo' suo zio Giorgio Vistarini cioe' il fratello della Orsina Vistarini che aveva sposato il JCC. Pietro Lampugnani. L'Oldrado fece legittimare tali due figlie, onde esse potessero consolarsi del titolo nobiliare Atto di legittimazione 1439 24 marzo nel Reg. n. 3 dell'Ufficio degli statuti pag. 140 t. Regesto negli allegati.); le nostre ricerche non ci diedero la soddisfazione di sapere alcunche' sulla madre, perche' l'atto di autorizzazione ducale e' steso in una forma generale che prescinde dal nominare madre e figli; neppure altri atti la rivelarono mai.
 
L'AVVENTO DELLA FAMIGLIA DELL'OLDRADO A LEGNANO
Da Memorie n. 8
 
Nel 1385 Ubertino Lampugnani possedeva gia' un terreno situato fra Legnano e Rescaldina e ne allargava il possesso acquistando altre 5 pertiche da taluni Lampugnani forse suoi parenti Pergamena n. 4 nell'arch Ops. Magg. Cartella 135 riportata negli allegati.). Da un atto del 1408 risulta che Giovannino da Lampugnano fu Beltramolo, con altri due compagni acquistano per L. imp. 485 dal tesoriere della Camera Ducale il diritto sul pane, vino e carne del borgo di Legnano Pergamena n. 6 nell'arch Ops. Magg. Cartella 135 riportata negli allegati.).
Da altra pergamena della stessa provenienza troviamo che la madre di Oldrado Lampugnani, Giovannina Omodei ved. di Uberto, acquista nel 1419 Pergamena n. 10 nell'arch Ops. Magg. Cartella 135 riportata negli allegati.) da Porolla Lampugnani di Busto Arsizio, figlia del fu Leone un cassio situato in Legnano fra il ponte Carrato e i vicini mulini azionati dall'Olona. Nel 1419 Oldrado Lampugnano acquista dai Consorti Vismara di Dairago, la "Casa Magna in Contrada di Mezzo e Legnanello vicino alla Chiesa" Atto Rog. Lorenzo Martignoni del 9 maggio 1419 riportato fra i documenti Arch. Ops. Magg. Cart. 135 n. 11.) e ne fa residenza Merita da ricorda la data "12 giugno 1420" trovata su una mensoletta in cotto di una delle finestre ogivali della Casa, che raccolta, e' conservata in Museo e fu riprodotta in "Legnano Romana" a pag 43 fig. 26.) che sara' occupata piu che da lui, dal fratello Maffiolo sposo ad una Crivelli. Nella sala al piano superiore lo stemma Lampugnani e lo stemma Crivelli furono inseriti uno di fronte all'altro nella fascia ornamentale che girava in alto alle pareti del locale.
Le pareti stesse erano ornate in affresco da un grande disegno a rombi i cui lati erano costituiti da catene di fiori e frutti e foglie come esattamente si vede negli strappi che si conservano in Museo Civico.
Un ritratto di dama, probabilmente era quello della moglie del Maffiolo Lampugnani fu trovato nella fascia ornamentale del piano terreno, ed e' ora conservato in Museo. Esso e' purtroppo l'unico ritratto che si sia potuto salvare, mentre altri esistevano nella stessa sala ai suoi tempi ma noi non possiamo trovare d'essi che miseri avanzi inutilizzabili. Possiamo ritenere con verosimiglianza che oltre al Maffiolo, vi sara' stato il ritratto dell'Oldrado stesso Artisticamente e storicamente e' stato un delitto il distruggere tale Maniero; il Comune che nel 1927 fu l'artefice dell'operazione, spese per la ricostruzione (in altro luogo, secondo l'accordo che era intervenuto con l'Ufficio della Conservazione dei Monumenti) piu' del doppio di quello che poteva occorrere per l'acquisto e per un decente ripristino in loco, dello stabile tanto interessante.).
La pergamena n. 13 del 1421 ci informa che Oldrado Lampugnani fu Ubertino e il nipote Cristoforo fu Giovanni comperarono da Giorgio Terzago un piccolo sedime per allargare il possesso di quello da loro abitato, che possedevano a Legnanello. L'atto e' steso dal Notaio Giovanni Lampugnani fu Vistardo, residente in Legnano. E' da notarsi che questo acquisto e' fatto in comune con il nipote Cristoforo. Il nipote, che e' dottore in legge, conviveva collo zio, cui era utile come amministratore date le lunghe assenze che ormai l'Oldrado doveva fare per ragione di governo. Il Cristoforo, avendo anche seguito l'Oldrado nei suoi periodi di governatorato a Savona, conobbe la' e sposo' poi nel 1430 la Marchesa Belida del Carretto, dei marchesi di Savona.
Piu' tardi il Cristoforo divenuto lui pure alta personalita' nel campo del Governo Ducale, lascia lo zio per intrapprendere le sue funzioni.
La Pergamena n. 14 del 1421 ci informa che Paolo Lampugnani sposando Donna Antonia Landriani del fu Beltrame entra in possesso di 17 appezzamenti di terre site in territorio di Olgiate Olona per complessive 350 pertiche e di 7 sedimi annessi che per la verita' sono qual piu' qual meno in cattive condizioni di conservazione. La pergamena n. 15 del 1422 rende conto dell'acquisto fatto da Oldrado Lampugnani dai Conti Vismara, di un terreno di 22 pertiche detto "Prato della Resega" fra Legnano e Legnanello presso l'Olona col diritto di utilizzazione dell'acqua per irrigazione.
Ancora nel 1422 Oldrado Lampugnani compera dai Consorti Vismara il mulino sito presso quello di Santa Caterina fra Legnano e Legnanello, in continuazione del terreno predetto e al prezzo di fiorini 400 Atto del Notaio Lorenzo Martignoni 1422 dicembre 4. Perg. n. 15 in Cart. 135 Osp. Magg.).
L'Oldrado Lampugnani per le sue mansioni al servizio del Duca aveva sovente occasione di svolgere azioni punitive anche lontane, dai confini del Ducato ed anche... sul territorio dei vicini. Dobbiamo credere che fosse in seguito a tali operazioni di tal genere che egli sia divenuto proprietario dei vasti terreni in localita' svariate.
In un atto steso dal notaio Pietro Regni in Milano, L'Arcivescovo di Asti concede il 10 dicembre 1422 ad Oldrado Lampugnani il feudo sul castello e luogo di Montavito in Asteggio, su Santo Stefano di Asteggio e su Castagneto, tutti nella Diocesi di Asti. Cod. Triv. 1823 pag. 497 Reg. riportato nelli allegati).
Ma e' nel 1426 che vediamo l'Oldrado estendersi largamente nel territorio legnacee col'acquisto dai Fratelli Crivelli di diversi casolari intorno al castello e di una vasta estesa di terreni, per lo piu' irrigui, circondanti il castello e nei territori vicini, per 857 pertiche Atto del notaio Antoniolo Fossati 8 ottobre 1426 Pergamena n. 17 dell'Archivio del Castello di Legnano, in Cart. 135 Opedale Maggiore di Milano.) ed al prezzo di l. 8706 Impli. Ad un atto di cosi' grande importanza l'Oldrado non pote' neppure presenziare, impegnato nelle lotte che si svolgevano contro i Veneti pel possesso di Brescia, e quindi delego' in sua vece l'amico e parente Pietro Lampugnani fu Rizzardo pure dott. in legge.
Dall'esame dell'atto di vendita, nel quale concorrono moltissimi nomi di Crivelli, coerenziati, si puo' supporre che la vendita sia fittizia, nascondendo invece una divisione ereditaria, ( perche' suo fratello Maffiolo aveva sposato una Crivelli), ma non possiamo dare cio' per assoluto, potendo invece ben trattarsi di vendita dei Crivelli per non poter in altro modo proceder all divisione di beni ereditari.
Egual dubbio ci sorge per altri atti nei quali i venditori sono dello stesso casato Lampugnani come il compratore Oldrado.
Si puo' ben credere che l'Oldrado per il tipo delle sue missioni entrasse sovente in possesso di denaro o di terreni confiscati ai nemici, sia che il Duca fosse generoso verso di lui sia che addottasse mezzi spicci di pagare il capitano per le sue imprese, tanto piu' che questi doveva poi provvedere al pagamento dei militi usati nelle imprese stesse.
Nel 1434 Oldrado acquista da Bertino Visconti un mulino nel territorio di San Vittore Olona, ed alcune terre ivi annesse per pertiche 24 al prezzo di L. imp. 852. Questo acquisto viene fatto da un altro suo procuratore Giovanni Cambiago di Annico essendo l'Oldrado impegnato a Genova come governatore Atto Not. Lorenzo Martignoni 1434 dicembre 31. Pergamena n. 19 Arch. Osp. Magg. Cart. 135).
Nel 1436 e' il JCC. Cristoforo Lampugnani fu Giovanni, il nipote dell'Oldrado che ormai ha casa propria in Milano in Parrocchia San Eufemia, che acquista in conto proprio un notevole appezzamento di terreno, 50 pertiche sito in territorio di Rescaldina, sulla strada fra Legnano e Rescaldina. Il terreno e' coerenziale con altri che sono gia' di taluni Lampugnani a noi noti: Beltramolo fu Oldrado (fratello dell'Uberto Lampugnani), gli eredi di Maffiolo Lampugnani e gli eredi di Filippo Lampugnani Atto Not. Antoniolo Fossati 1436 maggio 32. Perganena in Museo di Legnano Arch. Lamp. Cerro.).
 
LE ALTRE NOBILI CASATE DIMORANTI IN LEGNANO FRA IL 1400 E IL 1500
Da Memorie n. 8
 
All'inizio del 1400 troviamo dunque largamente istallati in Legnano oltre ai Lampugnani, i Crivelli ed i Vincemala o Vismara. Le tre casate si gloriavano di nobilissima prosapia, avendo dato nel secolo teste' finito, degli altri dignitari sia civili che ecclesiastici.
Se il Lampugnani avevano dato oltre ad innumeri persone di governo, una serie di Abati di San Ambrogio Dalla bellissima tavola genealogica degli Abati esistente in sagrestia di San Ambrogio in Milano, trascriviamo: Astolfo Lampugnani abate nel 1300; Beltramo II., nel 1357; Guglielmo III, nel 1379; Giulio nel 1384; Giovanni VII nel 1401; Taluno di questi fu abate piu' d'una volta.), i Crivelli oltre a persone di governo, avevano dato anche un Papa. I Vismara costituivano invece  una casta meno penetrante nelle cariche governative e piu' dedita al consorzio religioso e alle opere pie.
I Crivelli erano giunti a Legnano per estensione delle loro sedi originali di Uboldo e Nerviano. Quanto numerose fossero le loro schiere e quanto larghi i loro possessi nel nostro territorio e' ben dimostrato da un documento allegato Arch. Ops. Magg. Cart. 135 n. 17 del 1426.).
I Vismara avevano possessi in Legnano, Castellanza, Dairago ma non di tal vastita' come i Crivelli, ne' pure erano numerosi. Un membro della famiglia legnacee, Luchino Vismara fu Giacomo era stato Prevosto della Cattedrale di Vicenza dopo essere stato con ugual carica a Pavia nel periodo che la citta', in possesso dei Visconti, veniva riorganizzata a vita nuova. Era il momento in cui Ubertino Lampugnani JCC: brillava al servizio ducale, ed il fratello suo Maffiolo era mandato come Vescovo ad Alatri e poi a Messina. Questo Luchini Vismara non dimentico della sua citta' stendeva da Pavia nel 1406 un atto di donazione alla Chiesa di San Magno e San Salvatore Atto di donazione fra vivi di Luchino Vismara 1406 3 agosto Rog. Marco Marliano fu Dom. di Milano. In Arch. Museo Civ. Legnano: Copie atti di San Magno pag 7) perche' venisse eretto un altare in nome dei Santi Battista e Giacomo e Filippo e lo dotava di redditi assegnandogli vari sedimi e terre in Legnano e Castellanza.
Anche suo fratello Rodolfo che lo segui' poi a Vicenza fece donazione alla stessa cappellania di altri suoi beni in Legnano Testamento di Rodolfo Vismara 1411 24 settembre. In Arch Museo Civico di Legnano : Copie atti San Magno pag 1.) e Castellanza. Da alcuni particolari menzionati si accerta che esisteva una recente parentela tra i Vismara ed i Lampugnani. Altre casate note ed importanti avevano piede in Legnano; talune originarie da ceppi oriundi dalle vicinanze; Bossi e Landriani; altre da piu' eccentriche localita' nella zona come Terzago, Pusterla, Castroseprio; e non ultimi i Visconti.
L'importanza del centro di Legnano di cui gia' altra volta parlammo Fascicolo "Legnano" ed. Fascio Legnano 1935) risulta anche dall'essere esso sempre stato sede di notai residenti in luogo. Nel periodo che esaminiamo furono i De Canibus (oriundi Bustesi), i Lampugnani; i Vincemala; i Martignonibus, i Bossi e i Monetari. Nel corso del secolo, mentre la potenza dei Lampugnani qui' e fuori si allargava smisuratamente seguendo di pari passo le fortune della Signoria Sforza di Milano, e raggiungeva una potente dominazione del luogo, le altre famiglie del luogo restavano quasi offuscate, ma una buona convivenza generale regno' tuttavia in questo periodo.
 
OLDRADO LAMPUGNANI  Istruttore del minorenne Duca Filippo Maria Visconti e poi suo Capitano
Da Memorie n. 8
 
Nel 1402 dopo la morte dei Gian Galeazzo Visconti il ducato era stato diviso in due zone: una che, comprendendo Milano e grossolanamente tutto il territorio del ducato che si estendeva ad oriente della Citta', era assegnata al figlio GianMaria; l'altra che comprendeva Pavia ed il territorio ad occidente della metropoli, era assegnata al secondogenito FilippoMaria.
Ma essi erano assai giovani e restarono sotto tutela della madre Duchessa Caterina che governo' come reggente, appoggiata dal Consigliere Francesco Barbavara.
Come Umberto Lampugnani era gia' al servizio di GianGaleazzo, come vedemmo, cosi' l'Oldrado fu prescelto come precettore ed istruttore politico militare del giovane FilippoMaria Cod. Triv. n. 1817 pag 243.) risiedendo secolui nella reggia di Pavia, capitale del suo dominio.
Colla morte del fratella GianMaria nel 1412, diveniva vacante il dominio di Milano e delle terre annesse. Capitani di ventura, signorotti, e repubbliche confinanti occuparono terre, o cominciarono a disputare al FilippoMaria il diritto di successione, creandogli una situazione iniziale molto imbarazzante. Il FilippoMaria che nei 10 anni trascorsi dalla morte del padre si era addestrato ed aveva gia' dato buoni risultati di capacita' come uomo politico, si assoldo' il capitano Francesco Bussone, il Carmagnola, col quale, e merce' altri appoggi che aveva, riusci' nel volgere di pochi anni non solo a riconquistare le citta' che costituivano il dominio del fratello, e che erano in vario modo sfuggite, ma fece raggiungere al ducato una potenza e una considerazione che indusse ribelli e nemici a tendergli la mano amica. Naturalmente delle amicizie ottenute in siffatte condizioni non vi era molto da fidarsi e le defezioni furono un fatto frequente; anzi erano una piaga quasi insanabile dei tempi. L'Oldrado Lampugnani, capitano e diplomatico per eccellenza, visse col duca questo periodo burrascoso rendendogli grandi servigi come capitano, come consigliere, e come inviato diplomatico per trattative. Egli oltre alle buone doti per queste missioni, nutriva verso il suo Signore quella deferenza o servilita' che sono un elemento necessario per la convivenza coi despoti.
Non rifaremo qui la storia della vita militare e politica dell'Oldrado perche' fu gia' tratteggiata sia pur brevemente Societa' Arte e Storia Legnano memorie n. 2 pag. 59-60Pio Pecchiai nell'Elenco Storico dei Benefattori dell'Ospedale Maggiore di Milano 1886, dice anche che l'Oldrado fu per qualche tempo governatore di alcune fra le principali citta' dello stato, fra cui Bologna, e cghe governo' come Viceduca tutto lo Stato per alcuni anni.
) ma con abbondanza di riferimenti documentari.
Fu una vita movimentatissima corrispondentemente alle molte vicissitudini del governo di FilippoMaria. E non finisce qui perche' come ancora vedremo dopo d'aver servito il FilippoMaria per i suoi 35 anni di governo, diede ancora la sua instancabile attivita' al successore Francesco Sforza.
 
       OLDRADO LAMPUGNANO E IL CONTE DI CARMAGNOLA (1412-1425)
Da Memorie n. 8
 
Se si vuole che il carattere autoritario dell'Oldrado sia stato la causa dei dissensi che fecero allontanare il grande capitano Carmagnola dal servizio del Duca, non curandosi che era per i grandi meriti suoi che il figlio Filippo Maria Visconti aveva potuto riconquistare tutto il ducato dopo la morte del fratello Gian Maria.
Il Capitano era al servizio del Duca sin dal 1412 e sin dall'inizio era stato accolto nella famiglia ducale, essendo egli orfano. Per le doti militari che rivelo' era stato tosto innalzato al comando generale.
Ma mentre egli toccava le piu' alte vette della celebrita' militare, i consiglieri del Duca, fra i quali l'Oldrado e Zanino Riccio si appartavano da lui e lavoravano per farlo cadere.
Essi dovettero temere che la sua strapotenza potesse nuocere al duca, o alle loro mire, ed ottennero che al Carmagnola venisse sostituito un giorno, come comandante di armata il pur famoso Capitano Guido Torello.
Mandarono il Carmagnola al Governo di Genova, ma tanto fecero che egli dopo poco tempo si dimettesse esasperato di sentirsi frenato nello svolgimento delle sue attivita' ed impossibilitato a colpire i suoi detrattori perche' tanto accostati al Duca.  Nella primavera del 1425 abbandono' Milano ed il Duca andando alle sue terre, al di la' del Po, per portarsi di la' al servizio dei veneziani sempre avversi ai Milanesi, compiendo nientemeno che il giro attraverso la Svizzera ed il Trentino per raggiungere la sua nuova sede, Venezia.
Ma dopo un lungo periodo di brillanti risultati  militari, nel 1431 cadde pure in disgrazia della Repubblica Veneta e, nel 1432, ebbe troncati i suoi giorni da parte dei suoi nuovi Signori.
 
OLDRADO LAMPUGNANI E GABRINO FONDULO
Da Memorie n. 8
 
Con atto solenne del 1 gennaio 1415 il Capitano Fondulo veniva investito feudalmente da FilippoMaria Visconti della Citta' e contado di Cremona. L'atto relativo Osio Docum. Diplomatici Vol II pag 49.) porta la firma di sei consiglieri ducali; il Conte Filippo Azzelli, il conte Francesco Visconti, Guidone Torelli, Andreino da Ubertini, Magistrato Matteo de Vitudono, Antonio Bossio; di quattro segretari del Fondulo: Giovanni da Corvino, Corradino da Vicomercato, Francesco di Sordi, Bonifacio da Cremona notaio, ed infine da alcuni testi ducali fra cui Oldrado da Lampugnano, il Capitano ed uomo di fiducia di FilippoMaria Visconti.
Ma nel 1420 quando Filippo Maria Visconti ebbe un momento di strapotenza che tutti impauriva, il Fondulo di spontanea volonta' fece dedizione di Cremona al Visconti, e si ritira nella Rocca di Castelleone, il suo feudo personale Gargantini Cronologia di Milano, sotto la data 1420.).
Ma col tempo, sia che egli si pentisse del passo fatto, sia che il sospettoso Filippo Maria si fosse adombrato di sue mosse non chiare, egli ando' in disgrazia del Duca e cadde poi in un tranello che l'Oldrado Lampugnani gli tese per afferrarlo, per mandarlo da Filippo Maria B. Corio Storia di Milano.). L'Oldrado, con forte gruppo di armati faceva un giro d'ispezione nei castelli del Cremonese, quando fingendo di avviarsi a pacifico ritorno a Milano, passava da Castelleone, la rocca in cui risiedeva il Fondulo; l'Oldrado accusando di aver improvvisamente notato che il cavallo suo stava per sferrarsi lanciava imprecazioni al suo mastro di stalla; cambiava poi cavallo e mandava il suo dentro la rocca, per riferrarlo. Entrato il mastro di stalla nella rocca passava voce al Fondulo che l'Oldrado, suo compare, era poco lungi. Questi mando' subito quattro suoi famigli a salutarlo, ma poco dopo usci' egli stesso con grande comitiva e lo incontro' poco oltre il Borgo di Isso presso il fosso detto "Il Casso" e smonto' da cavallo per salutarlo. Ma ecco giungere a gran corsa un corriere del Duca latore d'una lettera per l'Oldrado in cui gli si ingiungeva di assediare Castelleone e condurre subito il Fondulo e la famiglia a Milano o Pavia. L'Oldrado ostentando  meraviglia disse a Gabrino: "compare, voi siete prigione del Duca, ma non dubitate che si trattera' di un puro sospetto e vi assicuro che non vi sara' alcunche' di male". Rispose il Fondulo: "Dio sa se sio ho alcun demerito col Duca e di cio' non mi meraviglio".
Il Capitano Perusino Piola, del gruppo dell'Oldrado, con mossa che tradiva preparazione preliminare,, con cinquecento moschettieri e cento cavalli prese la porta di Isso senza alcuna contromossa di quelli del Fondulo; e fece subito seguire altri tremilacinquecento soldati suoi che entrarono lesti in Castelleone. Entrarono poi anche Oldrado e il Fondulo.
Castelleone fu saccheggiata; fu rubata tutta la sua preziosa suppellettile di Gabrino e imprigionata la moglie sua Pomina dei Gavazzi coi due figli che furono condotti la notte stessa ad Anicco E' logico ritenere che l'Oldrado fosse gia' feudatario di Anicco se scelse tal paesucolo per la temporanea custodia del Fondulo (.) e quindi a Pavia e poi a Milano.
Un tribunale con presidente Matteo Gambara gli fece poi un processo ed il 12 febbraio 1425 sulla piazza del Broletto (l'odierna piazza Mercanti) il capo del Fondulo cadeva sotto la scure del carnefice.
Non e' manco a dubitare che altri fatti siano avvenuti belli o brutti in cui l'Oldrado abbia fatto uso della sua destrezza; la sua storia potra' venire assai perfezionata da ulteriori ricerche che noi od altri potranno compiere. Ogni sua presa di possesso di beni confiscati, come mandatario o come signore in proprio, avra' certamente un suo corollario storico che per ora non fu mai indagato.
 
OLDRADO LAMPUGNANI E IL SUO SEGRETARIO
Da Memorie n. 8
 
L'Oldrado, uomo di azione ed impegnato completamente nel governo ducale, si creo' un affezionato segretario per gli affari suoi personali, nel nipote Cristoforo Lampugnani. Questo era figlio del fratello suo Giovanni che pare fosse rimasto a Pavia dopo il trasferimento a Milano del comune padre Dott. in legge Uberto. Anche il Cristoforo era addottorato in legge Fu laureato nel 1403 a Pavia. Arch. Stor. Lomb. 1890 pag 457 confr. anche Arch. Stor. Lomb. 1893 pag 34.) ed aveva una cultura brillante che soddisfaceva all'Oldrado, il quale, se era stato precettore a Filippo Maria Visconti doveva avere pure una buona cultura, ma a carattere militare. Il Cristoforo rappresentava per l'Oldrado quindi una energia giovane uscita da quella stessa cattedra di Pavia ove prima aveva insegnato con tanto valore Uberto, suo padre.
Il Cristoforo convive coll'Oldrado, e dal 1420 in avanti diversi acquisti di proprieta' sono da loro fatti in condominio perfetto.
Il contatto che il Cristoforo aveva con gli ambienti ducali per la sua convivenza coll'Oldrado, e qualche viaggio a Savona che secolui fece nel tempo che questi era governatore di quel marchesato, lo porto' ad impalmare nel 1430 Cod. Triv. 1821 pag. doppo MU/4.) la marchesa Belida del Carretto figlia del fu Lazzarino dei Marchesi di Savona, stretta parente di quel JCC Corrado del Carretto che da vari anni apparteneva al corpo diplomatico del Duca Reg. Canc. Visc. 1426 maggio 25 n. 25.).
La relazione del duca e del Lampugnani coi Carretto si conservera' e si estendera' perche' ancora nel 1458 il mag.co Battista Lampugnani pronipote dell'Oldrado trovasi come segretario speciale del Marchese di Savona Cod. Triv. 1823 pag 212.).
Dopo il matrimonio e coll'entrata sua nei ranghi della carriera governativa, il Cristoforo si stacca di corpo, se non di spirito dall'Oldrado. Nel 1437 egli e' delegato come ambasciatore del Duca presso il Marchese di Monferrato, con un certo grado di stabilita' di dimora, come si apprende da una lettera del Marchese stesso al Duca di Savoia. Non avrebbe quindi piu' potuto essere il pronto e servizievole segretario che era stato negli anni dopo la laurea.
In ulteriori atti d'acquisto che l'Oldrado compie si serve infatti di altri parenti fidati: sono il Dottore in Legge Nob. Pietro da Lampugnano., che a stare alla deposizione sulla sua nascita verra' fatta nel 1478 va considerato come un suo figlioccio; Giovanni da Cambiago abitante in Annicco (Cremona); Scipione da Casati abitante a Milano Parr. San Giovanni alle quattro faccie.
Morto il fratello Maffiolo, che, come altrove dicemmo, viveva nel Maniero di Legnanello (oggi ricostruito come Museo di Legnano), il figlio di Maffiolo, Giovanni Andrea, ando' a vivere con l'Oldrado e ne divenne il segretario e compartecipe negli affari. Colla morte dell'Oldrado, Il Giovanni Andrea ne diventera' l'erede e l'esecutore testamentario e sulla gloriosa marmorea insegna che l'Oldrado aveva elevato sull'ingresso del castello, incidera' le iniziali G.AA. che ancor oggi vi si leggono, a conferma del possesso da lui preso del Castello e relativi beni.
 
OLDRADO LAMPUGNANI DIVIENE PADRONE DEL CASTELLO DI LEGNANO E LO FORTIFICA
Da Memorie n. 8
 
Il Castello, benche' di proprieta' dei Visconti, Duchi di Milano, era all'alba del 1400 ampiamente contornato al di la' del fossato da terreni che appartenevano alla famiglia dei Nobili Crivelli feudatari di Uboldo, da quella famiglia da cui un giorno era uscito Papa Urbano II. Ma anche nello stesso perimetro interno del fossato del Castello vi erano parecchi casolari o sedimi che era di proprieta' dei Crivelli, ad essi certamente pervenuti in seguito ai loro imparentamenti coi Visconti.
Fu anche per tale via che il Magg.co Maffiolo fratello dell'Oldrado Lampugnani, avendo sposato una Crivelli, (Giovanni figlia di Galeotto) era gia' divenuto proprietario di alcuni terreni circostanti il castello.
Poco piu' tardi l'Oldrado Lampugnani compera dal gruppo dei tre Crivelli, Rinaldo, Bernardo e Giorgio figli di Ludovico detto Lodrisio (l'atto notarile atto 1426 ottobre 8, riportato nei documenti.) segna la vendita per lire 8706) un enorme lotto di terre site in gran parte intorno al castello e nel suo perimetro, ma anche altre in territorio di San Vittore, di Canegrate e di San Giorgio per complessive pertiche 875.
Vi facevano parte, il Mulino che trovasi sotto il castello in territorio di San Vittore, la grande distesa di campi e prati irrigui sita nel piano della piatta valle dell'Olona, nonche' le vigne sistemate sulla costa di San Giorgio.
E' noto che i vigneti abbondavano sulle lievi alture che ancora delineano la valle dell'Olona intorno a Legnano mentre poco avanti essa si va spegnendo dolcemente nella pianura lombarda. Il documento informa anche dei diversi tipi di uva coltivate: uva vernazzola, uva moscatella ed altre. Da' importanza alle "vigne piantate d'uva novella", forse perche' cio' assicurava per alcuni anni piantagioni prive di malattia.
All'acquisto di una cosi' grande tenuta, l'Oldrado non aveva potuto essere presente di persona, perche' correvano periodi gravi per il Ducato. Come gia' dicemmo aveva dovuto dare incarico delle pratiche di acquisto all'amico e notaio Dott. Pietro Lampugnano figlio del fu Rizzardo (da non confondere col dott. in Legge Pietro fratello dell'Oldrado e figlio di Uberto Infatti: Uberto ebbe a figli: Pietro Dott. in Legge ;Oldrado il Capitano, Maffiolo; Giovanni, e Giorgio pure Dott. in Legge, trucidato dalla Repubblica Ambrosiana. Rizzardo invece ebbe a figli: Pietro Dott. in Legge, Cristoforo, Giovanni, Giorgio e Guidotto.Inoltre Pietro fu Uberto, abitava P.V.P.S. Maurilio mentre Pietro fu Rizzardo abitava P.C. Parr. San Nazzaro in Pietra Santa. Poi il padre di Uberto era Oldrado mentre il padre di Rizzardo era Bellino (Ops. Magg. Cart. 135 atto n. 1).
).
Brescia era stata conquistata dai veneti comandati dal Carmagnola, acerrimo nemico dell'Oldrado. Egli sentiva rimorso personale, e doveva moltiplicare la sua attivita' per preparare la riscossa. Ma ad onta dell'approntamento fatto di un corpo di 10.000 cavalli e 10.000 fanti, che fu lanciato nella primavera che segui', Brescia rimase ai Veneti per due decenni ancora.
I consorti Crivelli venditori di tale proprieta' erano i fratelli Rinaldo, Bernardo e Giorgio Crivelli del fu Ludovico detto Lodrisio, feudatari in Uboldo, dimoranti abitualmente a Milano Porta Vercellina Parr. San Pietro alla Vigna.
E' intuitivo supporre che essi vendettero tali loro proprieta' ereditate dal padre, per poter addivenire alla divisione dopo la morte del fratello Bulgaro. La loro genealogia e' riportata da un grosso volume genealogico che trovasi nella biblioteca di casa Amigazzi in Legnano.
L'esame delle coerenze indicate per i vari apprezzamenti fa notare che le pezze erano confinanti con altri beni degli stessi fratelli o di altri Consorti, il che e' sintomo di una piu' lontana origine dei frazionamenti. Troviamo infatti fra i vicini Jacobo e Maffiolo Crivelli, fratelli: Bartolomeo Crivelli; Galvagno Crivelli; Valentina Crivelli; Ettore Crivelli; Albrizio e Ambrogio Crivelli, fratelli; Antonio Crivelli. E come si vede, una vera legione di consorti Crivelli aveva steso i suoi interessi in questa zona, non meno che a Parabiago e Nerviano come risulta da molte altre fonti.
Il loro insediamento nella zona perdurera' attraverso i tempi e sino ai giorni nostri. Infrattempo avverra' anche qualche incrocio con i Lampugnani. Una eventuale ricerca sui Crivelli potrebbe chiarire ulteriormente la cosa, ma essa ha le sue difficolta', per il notevole tempo che richiederebbe l'elaborazione preliminare dell'albero genealogico dei gruppi di cui si tratta.
Ma cio' che per noi ha interesse e' il fatto che l'Oldrado con questo acquisto fa il suo primo passo di circuizione del Castello, pur essendo gia' possessore sin dal 1402 circa della Casa Magna di Legnanello come abbiamo visto.
Il castello di Legnano, ossia la parte bella, di costruzione trecentesca, e' dunque in questo momento dempre dei Visconti, Signori di Milano, mentre una parte dei sedimi minori che lo attorniano e' passata all'Oldrado Lampugnani, e dall'altra parte di sedimi e' rimasta proprieta' di Galvagno e Valentina Crivelli che vogliamo ritenere fratelli.
La parte dell'Oldrado e' certamente la maggiore se si pensa che a lui e' passato anche il vallo di fondo del Castello e la stadera a 25 braccia (che corrisponde alle nostre bilancie a ponte per carri).
Tutto cio' indica chiaramente le intenzioni future dell'Oldrado sul castello, e perche', fra una decina di anni quando Filippo Maria Visconti sentira' una volta di piu' di poter premiare l'Oldrado, gli assegnera' "in dono e soldo il castello di Legnano".
La parte che Filippo Maria potra' donare e' il grande e severo fabbricato trecentesco costruito da Ottone Visconti, che costituisce la prima meta' dell'ala di ponente. All'Oldrado spettera' di prolungare, anzi di raddoppiare tale fabbricato che si svolge da nord a sud, con un nuovo tratto di 30 metri, con vaste sale a soffitti a cassettoni e finestre a bifora nel piano superiore secondo l'elegante stile dell'epoca. Ed ando' ad abitarvi, per quanto le sue intense occupazioni glielo permettessero. Egli aveva invero da poco acquistato dai Consorti Vismara per 900 fiorini la "Domus Magna Legnanelli" come ripetutamente dicemmo e pare che sua madre vi prendesse dimora. Nel 1421 acquistava ancora dagli stessi Vismara, un altro pezzo di casa contigua alla "Domus Magna" con l'evidente intenzione di arrotondare il possesso. Ma quando nel 1426 egli fa il grande acquisto dei sedimi del castello e dei terreni circostanti, nella "Domus Magna" resta il fratello Maffiolo sposato a Giovanna Crivelli, e ne fa la propria sede mentre l'Oldrado si sistema nel castello che poi fortifichera' nel 1445 (Doc. n. 249 nell'allegato).
Morto l'Oldrado nel 1460 lasciando erede ed esecutore testamentario il nipote Giovanni Andrea, figlio del Maffiolo anzidetto, quegli prende possesso del Castello.
Vivevano in tal momento due abbiatici dell'Oldrado, ambedue di eta' minore Giovanni Antonio ed Oldrado, figli di Marco, ed e' ancora mistero il perche' l'Oldrado che tanto ci teneva che il castello avesse a restare in possesso dei suoi discendenti diretti maschi, li abbia completamente trascurati favorendo invece il Giovanni Andrea "secolui convivente ed al servizio suo" come si esprime nel testamento stesso. Nessuna menzione agli abbiatici ne al Marco, suo figlio, sebbene figlio spurio, e' fatta nel testamento del 7 gennaio 1460. Cio' ci e' assai oscuro.
 
ATTACCHI AL CASTELLO DI LEGNANO
Da Memorie n. 8
 
La prima meta' del 1400 era molto agitata per la bassa Lombardia, per le continue contese fra Signorotti e Capitani di ventura che se ne disputavano il possesso. La sorpresa, il sopruso, il sospetto e la vendetta anche ingiustificata, erano fatti quotidiani. Invece la Lombardia sopra Milano, trovandosi in un certo qual modo appartata dalle direzioni delle grandi lotte fratricide (basti pensare alle lotte con Brescia Cremona Bologna Genova) rimase piu' calma e sentiva generalmente a distanza le ripercussioni dei fatti che agitavano Milano.
Ma quando col terzo ritorno in campo di Francesco Sforza, e questa volta in conto assolutamente personale, nel 1447, i suoi movimenti toccavano tutto il territorio perifericamente ubicato intorno a Milano, e non solo quello, allora anche Legnano palpito' maggiormente dell'atmosfera agitata.. Ed il castello di Legnano pote' mostrare la sua utilita', seppure non tutte le azioni ci sono note, che ivi vi si svolsero in tali periodi.
Abbiano notizie di un attacco mossogli dal Capitano Francesco Piccinino nel periodo che egli era avverso al Conte Francesco Sforza; notizie non larghe di particolari sul fatto benche' prolisse di altri avvenimenti, e sgrammaticate nella forma, che togliamo dalla Sforziade di Gio Simonetta stampata nel 1494 cioe' 50 anni dopo i fatti. (pag. 276 t)
"Composte le cose di Vigevano il Conte Francesco Sforza raduno' gran numero di guastatori e torno' (siamo nel maggio 1449) nel milanese a tagliare i frumenti. Ma mentre che esso era a Vigevano, Francesco Piccinino Nel 1441, secondo il Parodi Pietro che fece ricerche nei documenti dell'archivio della Congr. di Carita' di Milano, era al servizio del Piccinino come condottiero quel Pietro Martire Lampugnani del ramo di Astolfo che scrisse anche la "Chronica Rerum ut plurium Mediolanensium" che va dal 1369 al 1485. Confr. Predari.) fu mandato dai milanesi a infestare il paese del Seprio, sperando che quando il Conte sentisse tal cosa, lascierebbe l'impresa di Vigevano.
Nella sua venuta, (il Piccinino??) prese senza fatica San Giorgio, castello che aveva edificato Oldrado da Lampugnano, perche' chi lo custodiva lo diede.
Poi la rocca di castiglione edificata da Branda da Castiglione Cardinale di grande autorita' nella chiesa romana, la quale il conte aveva lasciato alla guardia loro.
E con questo i varesini e quelli di Valli di Lugano, e gli altri che sono appresso al Lago Maggiore, eccetto che Franceschino Rusca, si ribellarono ai Milanesi. Ma il Ventimiglia, che alloggiava a Cantu', e molto e per lettere e per mandati lo sollecitava proponendogli etiando premi, che tornasse ai Milanesi, ma niente mai rispose. Ma fece pigliare gli ultimi mandatari e mandogli al conte, ed esso li fece impiccare.
Carlo da Gonzaga e Jacopo Piccinino cavalcarono in su quel di Pavia di qua' del Po, e presero e arresero Villantero, e tutto il paese che chiamavano Campagna gravissimamente afflissero. Ragio per cui da Pavia ogni giorno riceveva il Conte mentre era a Vigevano, lettere che soccorresseai danni dei suoi e reprimesse i nemici i quali scorrevano dappertutto. Ma il conte che intendeva che i Milanesi contavano di levarlo da Vigevano, ne si' parti' dal tal campo, ne volle ridurne le genti, perche' sapeva che presa quella terra facilmente potrebbe reprimere tutte le scorrerie dei nemici.
A seguito della aperta ribellione del Piccinino al Conte questi dichiarava che tutte le Castella che per sua eredita' paterna aveva nel Piacentino, dovessero venire a sua sottomissione. Raguno' percio' molte "cerne" con ottocento cavalli di la' dal Po, comandati da Giovanni Conte da Roma, Per Maria Rossi e Tomaso Legato bolognese, i quali ebbero ordine di assediare Castel'Arqua. Il Castello era guardato dal Marchese da Varese e da Giovanni Pazzaglia e grazie alle sue buone mura resistette per alcuni giorni, ma poi fu preso il Varese, mentre il Pazzaglia riusci' a fuggire a Fiorenzuola nel castello del Piccinini che e' a sole cinque miglia. Infrattempo, il Capitano Sanvitale che era gia' al servizio del Conte, inopinatamente passava a Fiorenzuola al servizio del Piccinino. Ma le altre Castella del gruppo si erano infrattempo sottomesse al Conte e non restava che quello di Fiorenzuola in mano ai Piccinini. Il Conte non avendo cavalli abbastanza, chiamo' il suo genero Giovanni da Tolentino il quale era al soldo dei fiorentini con settecento cavalli e fece capitano generale di tutte le sue genti e il fratello suo Alessandro che era a Pesaro. Questi venne ma non avendo bombarde, l'asasedio di Fiorenzuola duro' a lungo e si risolvette dopo una quarantina di giorni, quando gli assediati capirono che non avrebbero avuto aiuto da Re Alfonso, come il Piccinino aveva fatto credere. Si volse quindi Alessandro Attendoli alla volta di Parma per le rivalita' che Re Alfonso aveva suscitate contro il Conte e le azioni ivi durarono tutta l'estata con successo del Capitano" Il Piccinino cadde poi in un tranello tesogli da Ferdinando da Napoli. Sforziade pag. 422/428.).
Nell'edizione 1530 (pag. 279 t) della stessa sforziade del Simonetta troviamo questa descrizione non poco differente:
"Il Conte, tagliato tutte le biade,e Carlo Gonzaga, et amendue i Piccinini, tornati a Milano senza aver fatto alcuna cosa, assedio' San Giorgio, qual castello e di mura e di fossi era forte, e da molta gente melanese, ben guardato. Eranovi concorsi molti villani con bestiame e colle masserizie. Questo, poi che tre giorni fu co'le bombarde co' ogni artiglieria combattuto, quelli della terra ridotti in sommo pericolo si diedero liberamente al conte rimettendosi nella clemenza et mansuetudine sua. Et egli come principe misericordio gli conservo' da ogni ingiuria. Poi saccheggio' il Borgo di castiglione, e con le bombarde combatte la rocca, dove erani giunti dei Melanesi et il quinto giorno la prese. I Varesini impauriti, tornarono alla fede. Ruberto da San Severino, ed il Ventimiglia con quattromila cavalli andarono verso il Val di Lugano, perche' erano ostinati in non voler darsi al Duca, ai quali si aggiunse Franceschino Rusca. Il perche' Giovanni de la Noce da Crema, Capitano di quel luogo si fuggi' a Como.
I nostri volsero in preda tutta quella valle e ridussonla a divotione del Conte. Fra tanto vennero le calende di Luglio, nel qual giorno si dovevano eleggere quelli che avessero sommo magistrato. Imperocche' nei passati mesi Giovanni da Ossona per la sua temerita' et audacia l'aveva arrogantissimamente tenuto il magistrato et amministratio ogni cosa secondo il suo appetito, era tanto audacissomo sopratutti. Per la qual cosa tutti quelli che desideravano ben vivere, et massime i ghibellini, gli portarono sommo odio. Il perche' egli ed Giovanni d'Appiano usciti dal magistrato furono incarcerati.
I nuovi magistrati, benche' tenevano le parti di tutti, erano molto amici dei nobili. Essi erano: Guarniero da Castiglione, Pietro da Pusterla, e Galeotto Toscano, tutti nobili. Questi fecero molte imprese per la salute e la dignita' della Repubblica, ed erano per la maggior parte del parere che al Conte di desse l'imperio della Citta'.
Ma nessuno ardi' riferire pero' questo nel pubblico consiglio del popolo,  perche' ognuno temeva il tumulto del vulgo. Piuttosto fu commesso ad Arrigo Panigarola il quale in quel tempo faceva mercanzie a Venezia, se vada in Senato (di quella citta') e preghi quello, che essendo essi i primi d'Italia amatori de la liberta', nopn vogliamo che per loro la Repubblica Milanese sia soggiogata a Francesco Sforza. Costui, proponendogli molte promesse, fece con diligenza quanto gli era stato commesso. Imperrocche' spesso, o di segreto o apertamente era stato ammesso nel Senato, e si gittava umilmente ai piedi di Francesco Foscaro, sapientissimo Doge. E perche' era uomo callido, e sagace, alzava le mani al cielo et sospirava, piangeva, et con lunga orazione pregava che non volessero piu, ne' con genti ne con denari, aiutare il Conte. Ma che favorissero quella Repubblica che se cio' facessero, i Milanesi avrebbero in perpetuo i Veneziani come ladri.       Omissis .....I Veneziani ascoltarono cio e vi meditarono, chiedendo anche consiglio ad Arrigo. E invitarono il Panigarola a restare in Venezia per ricevere la loro decisione.
Il Conte finiva la campagna del Seprio e la sciato il Ventimiglia con mille cavalli e cinquecento fanti a Canturio, cavalco' verso il Lodigiano e il quinto giorno venne a San Angelo (lodigiano). Questo castello e' fra quello di Pavia e Lodi, posto sul Lambro, ben fortificato di mura e fossi; vi erano a guardia assai de le genti di Milano. E volendo accamparsi in questo luogo, Mannobarile coi suoi trecento cavalli dovette alloggiare di la del Lambro.
Nell'attraversare il fiume a cavallo incespico' e Mannobarile che era coperto di corazza, annego'. Benche' settantenne, la perdita di Mannobarile fu grave per il Conte per le sue grandi qualita' ed egli ne fu molto commosso.. San Angelo tuttavia dopo due giorni si dava in possesso del Conte.
Il Conte si volse poi a quella zona Milanese che e' detta la Martesana. E cavalcando nel lodigiano, ebbe avviso da Antonio Crivelli il quale era castellano della Rocca di Pizzighettone, e da Ugolino suo fratello piu' anziano, che da poco era uscito da Milano occultamente,  per venirvi, che essi volevano dargli quella fortezza. Et er questo pregavano volesse mandarvi alcuno fidato col quale trattasseno di questa cosa".
Desiderando il Conte usare celerita' in questo perche' era di avviso che l'acquisto di tal luogo gli era piu' necessario in questa guerra per indurre i milanesi alle sue volonta', inquantoche' con tale occupazione toglieva ai milanesi le possibilita' di rifornimenti di vettovaglie, trovo' conveniente di fermarsi a Lodi Vecchio per preparativi.
E mando' al Castello di Pizzighettone il suo fidatissimo Giovanni Caimi nobile milanese a ringraziare i due fratelli Crivelli ed intendersi. Siccome i piccinini tenevano nei borghi del Castello a guardia del luogo, cinquecento cavalli o e trecento fanti i Crivelli lasciarono la cura al Conte di pigliarli, onde i rurali potessero poi ubbidire tranquillamente al Conte come erano disposti.
Il Conte mando' segretamente Roberto con mille cavalli ed altrettanti fanti, di cui molti chiamati dal Cremonese, i quali al di seguente li assaltarono e li spogliarono di tutto.
Per questo, i Crivelli ebbero in dono, castella, pecunie, e da basso stato salirtono a gran ricchezze di stato.
L'opera conquistatrice del Conte prosegui' poi in altre localita' con analoghi successi.
 
 
 
OLDRADO LAMPUGNANI RIBELLE ALLA REPUBBLICA MILANESE
Da Memorie n. 8
 
Fra i promotori della Repubblica Ambrosiana era il Dott. in Legge Giorgio Lampugnani, fratello minore dell'Oldrado (vedi genealogia) poi Rolando Lampugnani (Doc. n. 250) personalita' colta ed influente, e il Princivalle Lampugnani pure dottore in legge, nipote dell'Oldrado essendo figlio di suo fratello Pietro pure dottore in legge. Anche Ambrogio Lampugnani aderiva al nuovo governo colla carica di Priore della Comunita' per la quale sedeva nell'Arengo con altri sei magistrati pari. Fra gli aderenti meno effettivi abbiamo Corrado Lampugnani che sin dall'agosto dello stesso anno (atto n. 251 del 27 agosto 1447) e' investito dai capitani difensori della liberta' di trovare degli alloggi per i villici che dall'incalzare del Veneti nel ducato venivano sbalzati dai loro borghi.
I capitani difensori avevano nominato Francesco Sforza a loro Capitano Generale; non che allora occorresse difendere l'ordinamento della nuova Repubblica, ma perche' i Veneti incalzavano da un lato e i Francesi dall'altro, ed il ducato che era gia' minato prima della morte di Filippo Maria Visconti andava verso la distruzione.
Francesco Sforza si mise all'opera un po' per il mandato avuto, un po' per i reconditi progetti che eran in cuor suo, e sagacemente e con una tenacia che tutti sanno si mise alla conquista di quanto territorialmente era gia' perduto. L'opera era dura e lunga; troppo lunga per il popolo milanese che doveva alimentare di denaro e di genti gli eserciti in campo. Venne il giorno che essi reclamarono si facesse la pace coi nemici, pur di smettere la guerra. Ma siccome lo Sforza non era di tal parere, ed i nobili lo appoggiarono, si formo' netta una scissione tra i nobili e i repubblicani.
Intanto divenno compito dello Sforza, (che aveva sempre considerato il Ducato come un diritto suo ereditario, per la sua qualita' di genero del defunto Filippo Maria Visconti) di conquistare a se' tale vasto territorio, liberandolo non solo dai nemici di fuori, ma anche da quelli interni e cioe' dai repubblicani. E quando in questa seconda fase delle operazioni dello Sforza il grande Capitano comincia a fare sentire il suo approssimarsi alla metropoli, ed in Milano un gruppo di dodici nobili si erige al potere come "difensori della liberta'" taluni dei Lampugnani che avevano gia' servito la causa della repubblica, si schierano per il nuovo partito ma subiranno poi i rigori dei repubblicani appena questi riusciranno a sbalzare via i nobili dal governo.
E' nella primavera del 1449 che diversi di essi vengono dichiarati ribelli e i loro beni vengono notificati per la confisca. Oldrado Lampugnani e' il primo della serie. Egli aveva fattivamente aiutato lo Sforza nelle imprese che svolgeva per conto dei suoi mandanti, ma non lo poteva rinnegare quando il governo repubblicano si mostro' di altro parere.
Il 19 aprile 1449 Oldrado e' dichiarato ribelle; il 17 aprile mettono contro di lui l'ordinanza di notifica dei beni onde si possa procedere alla confisca in suo danno, ed il 20 dello stesso mese il notaio camerale raccoglie le notifiche; il 30 maggio con altro proclama egli e' confernmato ribelle al nuovo ordinamento politico.
Infrattempo il Dott. in Legge Rolando, che si era volto coi nobili, era stato pure dichiarato ribelle e seguirono altri otto membri della famiglia fra cui ultimo il Dott. in Legge Princivalle il nipote dell'Oldrado Lampugnani, dichiarato ribelle il 3 dicembre dello stesso anno.
Poiche' tutti o quasi tutti, questi membri Lampugnani avevano rapporti di parentela coll'Oldrado, e ad ogni modo egli era all'avanguardia nel loro settore, non possiamo a meno di pensare in tali agitati momenti all'asilo sicuro che era per loro la corte di Legnano ed il ben munito Castello. Appena quattro anni erano trascorsi da che,  coll'autorizzazione che vedemmo, il castello era stato fortificato col fossato, col muraglione e colle torri; era giunto il  momento per l'Oldrado di raccogliere se occorresse il frutto della sua previdenza.
Ma non duro' molto alungo che Francesco Sforza compisse l'opera sua di conquista, sempre coll'appoggio dei nobili, e nel 1450 al suo definitivo ingresso a Milano l'Oldrado Lampugnani con Scaramuccia Visconti-Aicardi di San Giorgio su Legnano ed altri viene nominato Conte.
Parecchi altri membri della famiglia Lampugnani ritornano alle cariche ducali; anche alcuni che avevano servito la repubblica sotto mentite spoglie.
Accolto Francesco Sforza I° festosamente in Milano dai suoi partigiani e dal popolo affamato, si diede a sistemare la sua posizione con un governo saggio e volenteroso ma non tralascio' tuttavia il colpire duramente coloro che avevano  avuto parte nella Repubblica Ambrosiama.
Fra questi mando' alle carceri Ossona Giovanni, Appiani Giovanni e Michele d'Incino che fece rinchiudere nel castello di Monza. Dieci mesi dopo il suo ingresso in Milano, solo dopo dieci mesi, manda egli il suo Oldrado ad interrogarli:
 
Lettera del Segretario ducale al Castellano di Monza (cioe' Cicco Simonetta al fratello Andrea Simonetta)
Arch. Stato Missive Regali 3 foglio 113.
 
Castellano Modatie,
Venendo li il Magnifico messer Oldrado da Lampugnano, o mandando doi o tri delli suoi per parlare con Johanne de Ossona et compagni suoi, volemo li lassi passare essendoli tu sempre de presente ad tutto quello che se dira' fra loro.
   Laude XXI Januari 1452
       Cichus
Non sappiamo l'esito immediato di tale interrogatorio ma e' certo che gravissimi elementi non sfuggirono dalla bocca dei detenuti poiche' la loro posizione rimase ancora poi a lungo la stessa; la prigionia non muto' ne' in peggio ne' in meglio.
Invece il 20 settembre 1452, un'occasione insperata benche' lungamente attesa, per poco non permetteva loro di fuggire.
Mentre il Castellano Andrea Simonetta era uscito dalla rocchetta per recarsi a pranzo nella rocca grande, un suo famiglio traditore eun garzone, colto il momento opportuno calavano la saracinesca, alzavano il ponte della rocchetta e, rompendo usci e serrature delle carceri liberavano i detenuti. Ossona assunse le funzioni di castellano per un'uscita armata, ma il fatto fu troppo presto scoperto ed Andrea Simonetta che per fortuite circostanze pote' avere rapidamente alcuni armati inizio' l'assedio del castello. I fuggitivi, assediati, iniziarono la battaglia coi mezzi trovati all'interno, ma sia perche' la chiera fuori ingrossava continuamente sia per il messaggio che la Duchessa Bianca maria aveva loro mandato per indurli alla resa, offrendo la vita salva se cedevano la rocca di Monza, nella stessa sera si arresero, e furono immediatamente avviati a Milano sotto buona scorta.
Ma appena ad un miglio da Monza (arch. Stor. Lomb. 1878 pag 212) taluni della scorta costrinsero violentemente il domestico del castellano ad uccidere l'Ossona. Se ne dolse la Duchessa quando lo seppe e scrisse al Duca Francesco il 21 settembre 1452 che fra coloro che agirono contro le sue volonta' era Gerolamo Lampugnano figlio di Princivalle oratore del Duca e il nipote del Giorgio (sotenitore della repubblica Ambrosiana che era stato trucidato nel 1448 dai suoi stessi partigiani).
Fu strano contegno umanitario della Duchessa verso questi nobili il cui tentativo era piu' quello di unirsi ai cospiratori contro il Duca (particolarmente ad Innocenzo Cotta ed ai Veneziani), che di fuggire dalla prigione.
Si intuisce che un dramma femeva nell'animo della Duchessa desiderosa di salvarli ma anche timorosa che essi avessero a nuocere allo stesso suo stato.
Ma anche Oldrado e' ormai vecchio e comincia a ritirarsi nel suo Castello di Legnano cui sono annessi ben 2000 pertiche di terra e 2 mulini sull'Olona. Nella buona pace che ormai aveva apportato Francesco Sforza, nel ducato anche per l'opera sua stesa, gode un meritato riposo negli agi delle tante rendite di Legnano, del feudo di Trecate e della sua minore proprieta' di Anico Cremonese.
Ma non e' ancora un ritiro definitivo.
Nel 1457 lo troviamo delegato del Duca a stipulare una delega fra esso Francesco Sforza e i nobili di Correggio.
 
OLDRADO LAMPUGNANI FEUDATARIO DI OSCASALE, E SIGNORE DI FARFENGO
Da Memorie n. 8
 
Una lite era sorta da tempo fra Oldrado Lampugnani e Galeotto da Casate  circa i dominio sul feudo di Oscasale nel distretto di Cremona. I Casati milanesi e la comproprieta' su tali terre quale risulta da un documento che citeremo, deve provenire da rapporti di parentela non ancora sufficientemente definiti. Come il Lampugnani abbia raggiunto dei diritti nel cremonese, e non solo su queste terre, si puo' intuire ricordando che Filippo Maria Visconti aveva dato Cremona in dote a sua figlia Bianca Maria, la moglie di Francesco Sforza, mentre non occorre piu' ripetere che l'Oldrado dopo essere stato il fido uomo di Filippo Maria fu altrettanto sostenitore e servizievole per Francesco Sforza e che per essi compi' piu' volte nel Cremonese.
L'atto datato 1 dicembre 1455 ci informa dunque che una lunga vertenza era sorta fra Galeotto Casati e l'Oldrado Lampugnani; che morto il Galeotto era proseguita da Scipione f.q. Giovanni abitante a Milano in Parr. San Giovanni alle quattro faccie, e che le due parti, decise a regolare definitivamente i propri diritti su tali terre, chiedevano ed ottenevano dal Vescovo di Cremona "piena licenza a balio di disporre tali terre secondo gli accordi che fra di essi avrebbero preso". Con tal decisione il Vescovo di Cremona riconosceva di condiserare fuori dalla sua giurisdizione tali terre. Il che non e' poca cosa perche' il piccolo feudo di Annicco restava una piccola macchia in mezzo al Cremonese a lui soggetto.
La potenza politica dell'Oldrado e' assai lumeggiata da questo episodio.
Mancano alcuni documenti che allarghino le nostre nozioni su questo possesso dell'Oldrado, ma un successivo documento del 1460 Tog. Gio. Franc. Piantanida notaio in Cremona, 1460 ottobre 12. Negli allegati.) ci informa di una altro grandissimo possesso dell'Oldrado nella zona: ben 5000 pertiche di quei fertilissimi ed irrigui terreni siti in Zanengo e Farfengo (assai vicini a Annico), nei quali sono compresi e da lui acquisiti il castello di Farfengo, un mulino, una taverna e diversi sedimi.
 
IL CORREDO NUZIALE DI UNA SPOSA LAMPUGNANI DEL 1457
Da Memorie n. 8
 
Un documento del gruppo gia' esistente in Castello di Legnano e' straordinariamente interessante per l'elenco completo del corredo che Orsina Lampugnani, figlia del fu Giovanni e sorella del vivente Andrea, ricevette con atto notarile steso il giorno del matrimonio. Detto incidentalmente, Orsina non doveva avere altrettanta salute quanta ricchezza, se il fratello si preoccupava di prescrivere al marito la resa del corredo nel caso che certe condizionisi avverassero. Orsina solo dopo due anni muore ed il fratello Andrea rientra in possesso del ricco corredo che le aveva fatto preparare "nuovo flamengo et laborado ad laboratorio pulcerrime et damasche".
Non e' il caso di rifare qui l'elenco esatto delle "pelande" lussuose e a colori differenti, con "maniche strapontate d'ro e d'argento in lega suprafina e superaureata", col "collare ricamato d'argento superaureato fino o fatto a telaio", delle maniche separate eseguite in "zetonino vellutato di vario colore, e nuove lucente", delle cinghie in pelle, per mettere in vita, con fibbia, mazzo e spranga d'argento di buona lega e dorato, con placchetta d'argento niellata.
Poi la biancheria da camera e da sala; trinciante e forchettone con manico d'osso rosso e lama d'argento dorata pesante, bacille d'ottone, cassoni in legno dipinto o con guarnizioni d'ottone e relativi cuscini, recipienti di ottone e di peltro, poi il necessario per la pettinatura, dal mobiletto "stefania" al pettine, forbici e perfino una libbra di forcine "bistorte" di diversi colori ... Turro si puo' leggere la' stesso.
Il documento da una bella luce sul modo di vestire dell'epoca e sulle massime aspirazioni muliebri in tal campo. A questo documento grafico, fa riscontro nel Museo di legnano la bella collezzione di affreschi dei costumi dell'epoca che abbiamo salvato dalla famosa casa dei Vismara del 1475 e che in gram parte abbiamo riprodotti nel fascicolo memorie n. 3 del 1936.
Il confronto fra la descrizione minuziosa e tali figure da una idea esatta del lusso che conducevasi dalle primarie famiglie di Legnano nell'epoca dello splendore dei Lampugnani.
 
LA SUCCESSIONE DELL'OLDRADO LAMPUGNANI
Da Memorie n. 8
 
L'Oldrado, settantenne circa, aveva persuto ormai i fratelli suoi Pietro, Maffiolo, Giovanni e Giorgio, e da lungo anche il suo figlio maschiolegittimato Marco, e conviveva col nipote Gio Andrea in Milano Porta Vercellina, Parrocchia San Nicolao, rispettivamente nel castello di legnano. Con testamento depositato presso il notaio Lazzaro de Cairateche fu poi datato 7 gennaio 1460 alla sua morte, assegnava la sua successione generale, al nipote Gio Andrea, prescrivendogli alcune beneficenze a poveri, a zitelle per il corredo matrimoniale, a membri poveri delle famiglie Lampugnani, che volle fossero ricavate dai redditi delle possessioni di Trecate e di Anico Cremonese e per le quali prescrive che venga costituito un collegio erogatore costituito dall'erede predetto, dal suo fattore Pedrolo Gambara, da un anziano della famiglia Lampugnani e dai deputati del Consorzio della Misericordia di Milano.
Il castello di Legnano e redditi annessi li passa al nipote Gio Andrea Lampugnani che per censo e per atavismo continuera' la sua partecipazione al governo del Ducato.
Anche la casa in Milano a Porta Vercellina passa al nipote e l'Oldrado avra' nella chiesa della Madonna del Carmine il suo lussuoso sepolcro del quale sono conservate ancor oggi le lapidi di cui gia' parlammo in Memorie n. 2 pag 61.
Il Gio Andrea entro' tosto in possesso della pingue eredita' e pero' non tralascio' di continuare il commercio di preziosi cui era dedicato benche' grande signore.
Egli fara' anche riconfermare dalla camera Ducale le esenzioni delle gabelle che aveva goduto lo zio; e anche i suoi fratelli se le fanno confermare malgrado la protesta delle genti di Legnano perche' perdurera' il rispetto morale verso la casata che vanta il diritto avuto. Ma verranno i tempi poveri del Governo Spagnuolo a mettere un freno a tali esenzioni.
Torna qui opportuno di aggiungere che, sotto questo governo piu' volte per bisogno di denaro, era stato decretato di vendere in feudo le terre di Legnano, e le cedole relative erano state esposte all'albo delle aste. Ma i Legnanesi si opposero fieramente con petizioni firmate dai maggiorenti del Borgo fra cui figurava naturalmente una grossa schiera di Lampugnani. Uno di questi nel seporre la sua firma aggiungeva " mi riserbo tutti i diritti della mia casa" frase minacciosa e roboante.
Ma l'amministrazione spagnuola non tanto si commosse delle minaccie quanto della decisione piu' pratica presa dai Legnanesi di offrire tosto alla Camera delle Entrate una somma immediata quale "prezzo del riscatto dell'infeudazione". Uno dei lampugnani, aveva anticipato in proprio la somma di l. 6800 per tutta la comunita', coll'intesa che ne avrebbe poi esatta la restituzione con uno scomparto per le famiglie o fuochi. E che cos'era poi questo se non una tassa sulle persone emessa da un feudatario?. In tal modo Legnano resto' esente da infeudazione rinnovando il Governo Spagnuolo a ritornello piu' volte questo fatto,ogni volta che cio' piacque alla Camera delle Entrate.
 
IL CASATO LAMPUGNANI IN RIBASSO TEMPORANEO PER L'UCCISIONE DEL DUCA
Da Memorie n. 8
 
Dopo la tragica fine del Duca Galeazzo Maria Sforza nel giorno di Santo Stefano del 1476 per opera di tre nobili congiurati (Visconti - Olgiati - Lampugnani) tutti appartenenti alle rinomate famiglie Milanesi, mentre un senso di orrore aveva pervaso citta' e campagne, ed una sinistra luce cadeva su tutti i membri di tali famiglie ancorche' innocenti, il governo ducale aveva iniziato una dura revisione della posizione dei singoli Vedere l'interessantissima espozsizione storica nel volume : Bartolo Bellotti: "Olgiati" milano 1929.).
Anche i Lampugnani dovettero sottostare ad inquisizioni e vessazzioni camerali; quindi ogni ramo di essi si sforzava per tagliar corto, di dimostrare di non avere alcuna affinita' di sangue, benche' portasse la stessa parentela  dell'uccisore. Vi furono casi di ripudio della stessa parentela con stratagemmi originali anche da parte di membri autorevoli, il piu' curioso e' quello illustrato da un documento il quale si teneva a salvare tutta la casata cercando di domostrare che il ramo Lampugnani dell'uccisore non era dei Lampugnani, ma andava chiamato Litti. Lo traduciamo brevemente piu' avanti.
Il governo era stato cosi' intransigente che persino il Magnifico Princivalle, ambasciatore alla Spezia aveva dovuto lasciare immediatamente la carica, solo per essere fratello dell'uccisore Pare che Gian Andrea non fosse equalmente considerato come gli altri figli del Dott. in Legge Pietro, per esserne figlio carnale, ed anche anchilosato ad una gamba..
Il Gio Andrea Lampugnani, congiurato ed esecutore principale non aveva speciali relazioni con Legnano per quanto si consta. Egli aveva i suoi interessi sull'Abbadia di Morimondo e fu precisamente per la noncuranza che il Duca aveva dimostrato a suo riguardo nel non appoggiarlo in certe contese economiche, che su tale Abbazia egli aveva contro il Vescovo di Como, che egli gli si inimico' sino a congiungersi coll'Olgiati ed il Visconti per trucidarlo.
Il Princivalle aveva relazioni con Legnano perche' vi possedeva dei beni terrieri e precisamente intorno al castello visto che essi erano irrigati colle acque dell'Olona. La loro ubicazione fa ritenere che si tratti di una qualche parte del possesso lasciato dall'Oldrado II° che, malgrado le disposizioni testamentarie che ne vietavano la divisione, aveva gia' subito una spartizione.
Fra gli interrogatori che le autorita' eseguiva per accertare le eventuali ramificazioni dei congiurati troviamo dunque questo:
Depongono alcuni testi che "Pietro detto Lampugnano, padre di Princivalle e di quello scellerato che sconvolse l'ordine in Milano non fosse di quella famiglia, ma dei Litti, e che assunse tale cognome per un favore procuratogli dal Magnifico Oldrado da Lampugnano (Pietro e Princivalle avevano anch'essi suffissi nobiliari, ma in questo momento in cui si arriva a dubitare della loro integrita' morale gli sono omessi intenzionalmente). tali testi sono Giovanni da Lampugnano del fu Erasmo abitante in Parr. San Babila, Commissiario ducale a Novara, e nob. Giovanni da Lampugnano del fu Ambrogio abitante in Parr. San Pietro alla Vigna. Disse poi Ambrogio de Cagnoli del fu Andreolo di essere a conoscenza, per aver sentito dire dal defunto padre suo, che il sapiente dottore in ambo le leggi Pietro da Lampugnano che era del collegio dei dodici di Provvisione di Milano, nacque con riverenza, da un "petto". Infatti, mentre portavano alla tumulazione un bambino, ritenuto morto, i presenti udirono mentre si stava per calarlo nella fossa  "un petto" ed avuta la sensazione sicura che era partito dal presunto morto decisero di aprire il feretro. Constatato che il morto viveva, lo portarono a casa, ove dopo le adeguate cure riprese vita regolare, e sposatosi gli nacque poi anche il Pietro predetto. Da qui la testimonianza di mio padre che il Pietro fosse nato da un "petto". L'Oldrado Lampugnani, si interesso' tanto di questo giovane sino a farlo chiamare col suo cognome, ma egli non era dei Lampugnani, bensi' Litti.
Noi crediamo che tutta questa storia faccia assegnamento su qualche scambio di persona, fidandosi su un'omonimia quasi perfetta e sul fatto che esse erano ormai lontane nel tempo e defunte, come pure lontano era l'Oldrado. Cio' per portare in erore le autorita' inquirenti; ma il gioco non valse.
Consta da vali atti, che l'Oldrado avesse una predilezione per il I.C.C. Pietro Lampugnani che elevo' a suo segretario e collaboratore, ma questi che era figlio del fu Giovanni, non era il padre dei suoi nipoti Princivalle e dello "scellerato" Gio Andrea, il cui padre fu il J.C.C. Pietro Lampugnani f.q. Uberto.
Tale Pietro fu Giovanni non e' preso in causa dalla curiosa deposizione, mentre del Pietro fu Uberto troppi documenti confermano la legale origine. Fu dunque quella una falsa e ben originale deposizione.
Non possiamo qui dilungarci sulle vicende passate il tal periodo dalle famiglie imparentate ai nobili congiurati; a tal uopo e' di efficacia straordinaria il volume di Bartolo Bellotti "Olgiati" sopracitato, un lavoro storico che merita di essere letto dai Legnanesi.
 
OLDRADO III. E CRISTOFORO LAMPUGNANI ESILIATI IN FRANCIA
Da Memorie n. 8
 
Colla partenza di Ludovico il Moro nel 1499, esiliato in Francia per l'avvento di Luigi XII, Re di Francia, al Ducato Milanese, Oldrado e Cristoforo Lampugnani figli di Gio Andrea, padroni del castello di Legnano e fedeli sostenitori degli Sforza, subirono le sorti del loro Signore; confisca dei beni ed esilio.
Invero il loro esilio va considerato volontario, quali facenti parte del seguito che Ludovico si scelse per la sua compagnia a Parigi Il Malaguzzi Valeri in : La corte di Ludovico il Moro, da l'elenco di quattordici seguaci di Ludovico ma non vi e' segnalato Il Cristoforo Lampugnani.) ma della confisca dei beni vi sono documenti certi; la Regia Camera vendette i beni confiscati a Bernabo' Visconti figlio del Magg. Azzone, un loro zio che si era presentato all'asta.
I Lampugnani e i Milanesi dovevano sapere, o speravano in segreto, che l'avvento francese dovesse essere di breve durata: e nelle amministrazioni dello stato, l'appellativo di "Ducale" era si stato sostiuito con quello di "regio", ma l'animo era rimasto "ducale". Cosi' solo si puo' spiegare che la "Regia Camera" vendette i beni ad uno stretto parente dei confiscati; Bernabo' Visconti Non va confuso Bernabo' Visconte figlio di Azzone (Litta tav. VIII) coll'omonimo Bernabo' Visconte figlio di Francesco Bernardino, che nel 1512 si ritiro' in Francia cogli esuli. Sagramoso Visconti fratello di questi continuo' a parteggiare per gli Sforza e come capitano al servizio di Massimiliano subi' le alterne vicende, morendo esule nel delfinato (Litta tav. VIII).) era fratello della loro madre Lucrezia Visconti.
Ed infatti quando nel 1507 Ludovico ritorna sia pur fugacemente al potere, Oldrado e Cristoforo pure rientrati in Milano riacquistando i beni dal Bernabo' Visconti Atto 1507 23 novembre. Arch. Osp. Magg. Cart. 135 ) sborsando scudi 1200. L'azione di confisca non si era pero' estesa al castello di Legnano ma solo su taluni beni legnanesi; non sappiamo il perche' di cio'. Forse non tutti gli atti relativi giunsero a nostra conoscenza.
Dobbiamo ritenere che sia stato durante l'assenza dell'Oldrado nell'esilio che il castello ha sofferto l'incendio fatto appiccare dal Capitano Teodoro Trivulzio condottiero dei francesi ed acerrimo nemico dei Lampugnani.
 
LA CONTESA CIVILE DEL POSSESSO DEL CASTELLO
Da Memorie n. 8
 
I Lampugnani aventi diritto si estinguono
 
Nel 1528 moriva l'OldradoIII Lampugnani Capitano ducale, marchese e conte di Ripalta d'Adda, lasciando un sol figlio Ferdinando, sposato a Bianca Giuditta Visconti della quale diremo poi.
Ebbe la malaugurata idea di voler assicurare alla stirpe Lampugnani (previdenza sua!), il patrimonio suo materiale costituito da molti beni terrieri, e quello spirituale, costituito dal castello di Legnano. Col suo testamento del 1507 istituiva il fidecommesso dul castello e beni annessi pr il quale, il possesso doveva passare a quell'erede maschio piu' prossimo che avrebbe potuto assicurare il proseguimento della stirpe.
Una nobile intenzione lo animo' ma essa fu ed e' praticamente ineffettuabile come si vedra' tosto:
La disposizione testamentario diceva:
Nel caso in cui tutti i figli e discendenti miei maschi legittimi, nati e procreati in linea maschile, morissero, cosicche' nessun discendente  mio maschile legittimo e nato in linea maschile sopravvivesse, istituisco e sostituisco a me ed ai miei figli e discendenti maschili legittimi, come eredi universali i predetti D.D.i CRISTOFORO e NICOLA fratelli miei, ognuno di essi per meta', ed i loro figli e discendenti maschili legittimi e nati in linea maschile ancora sopravviventi, e qualsiasi di essi, in porzioni eguali, tuttavia per stirpe e non per capi.
E se uno dei D.D.i Cristoforo e Nicola morisse senza figli maschi e, come sopra, l'altro vivesse e sopravvivesse, sia che morisse con figli, sia con discendenti maschi in linea maschile, nati da legittimo matrimonio, affinche' l'eredita' e i beni miei pervengano e debbano pervenire a quello stesso dei detti fratelli miei che sopravvivera', od ai fili e discendenti suoi maschi legittimi e come sopra, e allorquando gli stessi ambedue fratelli miei coi figli come sopra fossero morti, ordino che la successione avvenga per stirpe e non per capo, cioe' come sopra detto.
E tutto cio' considerato ordino, perche' voglio, che i beni miei si conservino per i figli e i discendenti miei maschi legittimi, di legittimo matrimonio e di linea maschile procreati, ed in loro assenza pervengano nei fratelli miei ed i loro figli discendenti maschi legittimi cosicche' i legittimati in virtu' di qualunque privilegio, anche se fossero per volonta' del Pontefice o dell'Imperatore, o legittimati per susseguente matrimonio non siano compresi, salvo in caso di assenza di legittimi nati da legittimo matrimonio, nel qual caso, cioe' mancando tutti i legittimi da me discendenti o discendenti dai detti fratelli miei, possono essi venire legittimati e lo vengano in questo caso vengano compresi nella successione.
Si aggiunge la proibizione della Trebellianica e dell'alienazione agli eredi diretti ed indiretti, perche' voglio, mando e comando che i beni miei siano conservati ai figli discendenti legittimi nati da legittimo matrimonio in linea maschile ancora sopravviventi, e mancando essi, ai figli e discendenti come sopra ho detto dei fratelli miei, ed in mancanza di essi agli altri come sopra nominati.
Non e' difficile immaginare cio' che doveva succedere in seguito ad un tal testamento. Contese interminabili fra parenti.
Comincio' a sentire le conseguenze la stessa nuora, Bianca Giuditta Visconti figlia di Anton Francesco Visconti e Margherita Crivelli, che abitava nel castello di Legnano, quando pochi anni dopo, nel 1533 rimase vedova del I.C.C. Ferdinando, e priva di figli maschi pr la successione sulle linee del fidecommesso. Tutta l'assurdita' d'una tale concezione legislativa apparve nella sua drammatica realta'.
La sua lettera al governatore Cardinale Caracciolo rispecchia l'ansia del momento.
Furono tuttavia pazienti i cognati e benche' portassero i loro diritti al tribunale del Senato Milanese, solo  i rispettivi figli Gio Bernardino e Conte Alessandro entrarono in possesso dei beni e del castello di Legnano nel 1554.
Per concordato intervenuto fra le figlie del Ferdinando ed i succcessori legali al fidecommesso, il Gio Bernardino entro' in possesso del Castello di Legnano, e col Conte Alessandro ricevette 627 pertiche di terre pure a Legnano. Alle due figlie del Ferdinando predette, furono concessi 4 mulini in Legnano e 730 pertiche di terre pure in Legnano contro cessione pero' del "Sedime da Nobili" che possedevano in Milano.
Questo concordato segna la prima crepa nell'esecuzione delle volonta' testamentarie dell'Oldrado.
Ed altre ne seguirono come si vede nella tavola allegata. Sarebbe infatti un assurdo che improvvisamente un beneficiatario attuale del fidecommesso dovesse venire espropriato pr la comparsa di un ramo collaterale di un nuovo legittimo successore ai pingui beni. Il beneficiatario ereditario legale, sbalzato via da un'altro beneficiatario posteriormente procreato.
Le contese che sorsero sulle proprieta' del castello e dei beni annessi ebbero le piu' svariate complicazioni e fecero scorrere rivoli di inchiostro nelle sedi legali e fiele in petto ai litiganti. Durarono oltre 200 anni e si chiusero coll'estinguersi della Famiglia intiera avvenuta nel 1729 coll'ultino suo superstite. Questi, il Conte Francesco Maria Lampugnani I.C.C. nel 1696 era riuscito a rimuovere gli ostacoli ed a racimolare molte delle sparse unita' dell'antico lotto di terre, ed occupava ed abitava signorilmente il castello.
Morendo nel 1729 senza eredi maschi ne faceva legato all'Ospedale Maggiore di Milano unitamente a 729 pertiche di terre (Testamento 1717 30 settembre) e questo segna l'inesorabile verdetto del tempo sulla Famiglia e sul fidecommesso.
Ma non aveva pero' vinto il Conte Francesco la contesa elevata contro i Conti Corio e Dal Verme per il possesso dei 4 mulini e pertiche 500 che erano stati distaccati dal pingue lotto sil dal 1554.
I 4 mulini rstarono alla casa Corio ad atraverso i legami di sangue coi Conti Melzi (1800) dei quali fu erede Donna Barbara Melzi fondatrice della Pia Casa Melzi in Legnano, du di essi che sono del gruppo di mulini sotto il castello detto dei Melzi passarono alla Casa Pia Melzi, oggi Casa Pia Donna Amigazzi di Legnano. Ed al tempo che corre, i mulini non hanno ancora chiusa la loro onorata esistenza benche' siano ormai quasi oggetto da museo.
 
LA FAMIGLIA CORNAGGIA ACQUISTA IL CASTELLO
Da Memorie n. 8
 
I Cornaggia si erano insediati in Legnano nel 1598 col bartolomeo Cornaggia nativo da Sedriano e, come altre famiglie benestanti e nobili, possedettero il loro sepolcre nella chiesetta di San Angelo annessa al convento dei frati Minori. Ebbe a moglie Caterina Angela Custodi pure appartenente a primaria famiglia residente in Legnano. Il Bartolomeo Cornaggia commerciava con importazioni di cotone ed altro dall'estero, e con cui fece una discreta fortuna.
Nel 1748 un discendente, Carlo Cornaggia acquista dai Crivelli, il feudo sulla Castellanza, la localita' poco a nord di Legnano, col che il ramo suo si aggreghera' il titolo di Marchesi della Castellanza.
E' infine nel 1880 che il Marchese Carlo Cristoforo Cornaggia fa acquisto dall'Ospedale Maggiore di Milano, del castello con tutta la grande tenuta annessa, al prezzo di lire 124.620.
Il Cornaggia ripristino' lo splendore della bella dimora portandovi la famiglia durante la stagione favorevole.
Le grandi sale inferiori e superiori dalle finestre monumentali da cui aria in quantita' giungeva nei locali ad allietare i proprietari nei loro soggiorni di campagna, corrispondevano in pieno al gusto dell'epoca. E tale loro soggiorno duro' sino al giungere del 1990, con cui nuove mode e nuove aspirazioni convertirono le usanze dei cittadini milanesi.
La predominanza dei terreni irrigui nella proprieta' acquisita, indusse tosto i Cornaggia all'installazione di un vasto allevamento di bovini da latte e la riproduzione a poco a poco, in seguito anche alla rinuncia della Famiglia a godere del castello come soggiorno estivo, invase tutto l'immobile e divenne la sola ragione della sua conservazione.
Le stalle vennero ampliate sino a contenere 50 grossi capi di bovini; adeguati fienili sistemati e ... il castello stesso ridotto a piccoli locali ceduti in affitto ai contadini al prezzo di Concordato l 100 annue cadauno.
Tutti sanno in quali condizioni si svolgono i grandi esercizi agricoli specialmente quando il proprietario non e' in luogo.
Apparente miseria, e' la nota predominate nell'ambiente. Quindi trascuratezza e luridume; assenza delle riparazioni piu' elementari. Si lasciano vuoti dei locali per non fare la spesa di ripristinare il tetto che si sfascia.
Si demolisce qua' e la', allo scopo di recuperare qualche mattone che occorre altrove.
Si lascia cadere cio' che deve essere sorretto, pur di non spendere per acquistare calce e mattoni.
Simile e' lo stato odierno della corte del castello che vide tanti splendori.
 
GLI ABITATORI PRO TEMPORE DEL CASTELLO
Da Memorie n. 8
 
Dopo tutto il predetto non occorrerebbe piu' dire che ha abitato il castello; furono i Lampugnani.
La comsulsazione dei documenti ci permette tuttavia di segnarli nominalmente a partire dall'Oldrado Lampugnani II°. (4.2) perche' prima appare pressoche' impossibile ottenere dati storici sul possesso del castello. Cio' per le molteplici distruzioni degli archivi piu' antichi milanesi.
Ci limitiamo quindi, all'esame dal 1426 in avanti, epoca in cui l'Oldrado acquisto' tutto il complesso di case e casupole che contornavano il fabbricato principale, il quale invece apparteneva ai Visconti Signori di Milano, come abbiamo detto: Gli abitatori furono dunque:
1) Capitano Oldrado Lampugnani detto il Magnifico, padrone effettivo di tutto il castello dal 1437 in seguito alla donazione della costruzione signorile trecentesca a lui fatta dal Duca Filippo Maria Visconti. Lo gode sino alla sua morte 1460, in convivenza prima col Dott. I.C.C. Cristoforo Lampugnani (4.3) fu Giovanni (5.9), e poi coll'altro nipote Conte Gio Andrea (5.16) fu Maffiolo.
2) Conte Gio Andrea predetto, consigliere ducale, sposo a Lucrezia Visconti figlia di Azzone, riceve nel 1460 il castello in lascito testamentario dallo zio Oldrado II°, e lo gode sino alla sua morte nel 1488.
3) Capitano e Conte Oldrado III° Lampugnani, (6.12) figlio del precedente, camerario ducale, amico e fedele seguace di Ludovico il Moro, conte di Ripalta d'Adda, feudatario di Trecate, fu' Podesta' di Portovaltravaglia e di altre localita', Governatore di parma, Senatore (1499), godette il castello in proprio dal 1488 al 1507, anno in cui all'atto di partire per l'esilio di Parigi come fedele amico e seguace di Ludovico il Moro, fece testamento a favore del figlio unico Ferdinando (10 novembre 1507). Egli torno' poi a Milano nel 1508 dopo la morte di Ludovico ma avvinghiato agli Sforza, segui' l'agitata sorte di Massimiliano. Ebbe a moglie la patrizia Agnese Visconte e mori' nel 1528. Durante il possesso suo, nel castello erano installate diverse famiglie che dobbiano ritenere sue affini: Il notaio Beniamino Bossi fu Francesco I Bossi possedevano anche una casa in Legnano, in via Gigante odierna, al n. 2 nella quale si sono trovati vari affreschi che sono tuttora in luogo con stemma dei Bossi di cui e' esposta una riproduzione nel Museo Civico.) che vi teneva il suo ufficio notarile; il Magistrato Daniele Caimi fu Gio Pietro pronotario, col figlio Gio Pietro pure pronotario, ed ambo al servizio del notaio predetto, nonche' il magistrato Bernardo Ricci fu Lorenzo.
4) Conte Ferrando o Ferdinando I° Lampugnani, (7.7) figlio del predetto Oldrado III°, ebbe la successione compleata dal padre sin dal 1507 e godette il castello sino alla sua morte nel 1533. Ebbe a moglie Bianca Visconti figlia di Anton Francesco, patrizia milanese Litta tav XI da cui si rileva che essa e' una diretta discendente del Gaspare Visconti fratello del Lodrisio che fu compartecipe alla Signoria di Milano nel 1330.) e per la vita da signore che condusse dissipo' non solo la dote della moglie, ma parte dei beni del castello. Morto il Ferdinando 1628 senza figli maschi, i rami aventi diritti  partirono alla riscossa, ma la vedova pote' tenere il castello ed anche passarlo alle figlie quando essa sorvolo' a nuove nozze. Anche durante il godimento del Conte Ferrando, abitava nel castello il notaio Bossi predetto nonche', due notai al suo servizio, Magistro Gio Andrea Crivelli fu Battista e dno Serrandi Crivelli fu magn. Danesio, oltreche' dno prevosto Gio Antonio da Giussano fu dno Francesco e dno Gio Antonio Crivelli figlio del dno Serrandi predetto.
5) Abusivamente, come gia' detto, le figlie del predetto Ferrando, cioe' Lucrezia Lampugnani sposatasi poi col Conte Ottaviano Cusani e Ottavia sposatasi poi Conte Francesco dal Verme, tennero il possesso del castello alcun tempo sino a che a seguito di sentenza sfavorevole del fidecommesse dovettero lasciarlo (1554) al collaterale legale.
6) Il Conte Alessandro Lampugnani figlio del fu Nicolo' e marito a Lucia Gamboloita, godette il castello dal 1554 alla sua morte 1577 non senza vivaci contrasti coi parenti e pretendenti. Sua figlia, contessa Isabella, moglie del conte Pietro Maria Rossi di San Secondo resto' brevemente ancora nel castello ma morta nello stesso anno 1577, il marito e i figli tentarono di conservarselo. Ma mancato poco dopo il padre, i figli perdettero la causa contro la schiera dgli aventi diritto; subentro' quindi:
7) il J.C.C. conte Ferdinando II° (9.11)  nel 1605 e lo tenne fino alla sua morte nel 1638. Questi ebbe a moglie la patrizia Ludovica Arese. La successione del castello procede poi per qualche tempo regolarmente da padre in figlio maggiorasco.
8) Il Capitano Francesco Maria I° Lampugnani (10.6), figlio del predetto, marito di Francesca Vismara, gode il castello con il fratello Conte Giuseppe (10.5) dal 1638, ma egli muore presto, nel 1644, lasciando due maschi sotto tutela del fratello. Nel castello trovasi in una nicchia a muro la statua a mezzo busto di un capitano che con molta probabilita' lo raffigura, Essa puo' essere stata eseguita da parte del Francesco Maria ultimo detentore del Castello, in onore al nonno suo, che era appunto stato capitano della Fanteria e dei cavalli.
9) Il conte Giuseppe Lampugnani, gode il castello come tutore dei figli del predetto, sino alla sua morte 1658.
10) Conte Oldrado IV (11.1) J.C.C. e Ferdinando Maria III° (11.0), fratelli e figli del Capitano Francesco Maria I°, godono il castello dal 1658. Morto presto il Ferdinando III°, il possesso resta fino al 1683 unico e solo al conte Oldrado IV°, sposato alla patrizia Lucrezia Cambiaga di Francesco. Gli succedono i figli:
11) Conte e J.C.C. Francesco Maria II° Lampugnani e fratello Gio Andrea II° (12.0). Questo secondo pero' fa donazione della sua parte al fratello il quale gode quindi da solo il castello sino alla sua morte, nel 1729. Questi, uomo di ingegno e di attivita' si pose il compito di radunare quelle parti dei beni aviti che coll'andar del tempo si erano distaccati per manovre di ogni genere. Ottenne il suo scopo (1695) ma, rimasto senza figli dalla moglie Maddalena Figini e poi vedovo, fece donazione testamentaria di tutto, castello e beni annessi all'Ospedale Maggiore di Milano alla sua morte, avvenuta nel 1729 come detto. A cosi' insigne donatore l'Ospedale Maggiore fece tosto fare ritratto a piena persona che e' conservato nella quadreria dell'Ospedale. Il Conte Francesco Maria II° (12.1)  elevo' in affresco su un muro del castello il suo stemma simile a quello di un sigillo suo che qui riproduciamo. Egli fu anche Console di Legnano. Alcuni documenti di tale sua gestione sono conservati presso l'Amministrazione Cornaggia Medici in Legnano, ed e' vivo desiderio nostro che essi vengano definitivamente passati sotto la tutela dell'archivio Civico Storico da noi gestito nel Museo.
 
 
 
 
 
 
 
Indice di Raccolta del castello
 
 
 
 
Origini
Il Castello di Legnano
NUOVI DOCUMENTI SUL CASTELLO
ORIGINI DEL CASTELLO DI LEGNANO
LA DENOMINAZIONE "CASTELLO DI LEGNANO"
I PASSAGGI SOTTERRANEI FRA IL CASTELLO DI LEGNANO E I LUOGHI VICINI
DESCRIZIONE DEL CASTELLO DI LEGNANO
       Il fabbricato principale trecentesco
       L'arredamento mobile del castello
OTTONE VISCONTI, LEGNANO E CASTELSEPRIO
       Episodi della lotta di Ottone Visconti e i Torriani
       Legnano e la battaglia di Parabiago
I LAMPUGNANI A LEGNANO E ZONA AGLI ALBORI DEL 1400
LA FAMIGLIA DI UBERTO E OLDRADO LAMPUGNANI
L'AVVENTO DELLA FAMIGLIA DELL'OLDRADO A LEGNANO
LE ALTRE NOBILI CASATE DIMORANTI IN LEGNANO FRA IL 1400 E IL 1500
OLDRADO LAMPUGNANI  Istruttore del minorenne Duca Filippo Maria Visconti e poi suo Capitano
OLDRADO LAMPUGNANO E IL CONTE DI CARMAGNOLA (1412-1425)
OLDRADO LAMPUGNANI E GABRINO FONDULO
OLDRADO LAMPUGNANI E IL SUO SEGRETARIO
OLDRADO LAMPUGNANI DIVIENE PADRONE DEL CASTELLO DI LEGNANO E LO FORTIFICA
ATTACCHI AL CASTELLO DI LEGNANO
OLDRADO LAMPUGNANI RIBELLE ALLA REPUBBLICA MILANESE
OLDRADO LAMPUGNANI FEUDATARIO DI OSCASALE, E SIGNORE DI FARFENGO
IL CORREDO NUZIALE DI UNA SPOSA LAMPUGNANI DEL 1457
LA SUCCESSIONE DELL'OLDRADO LAMPUGNANI
IL CASATO LAMPUGNANI IN RIBASSO TEMPORANEO PER L'UCCISIONE DEL DUCA
OLDRADO III. E CRISTOFORO LAMPUGNANI ESILIATI IN FRANCIA
LA CONTESA CIVILE DEL POSSESSO DEL CASTELLO
       I Lampugnani aventi diritto si estinguono
LA FAMIGLIA CORNAGGIA ACQUISTA IL CASTELLO
GLI ABITATORI PRO TEMPORE DEL CASTELLO
 
 
 
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12 C'era una volta al Castello

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"C'era una volta al Castello"... è qui la festa!
 
 
Ha preso il via nel pomeriggio di sabato e proseguirà oggi, domenica 20 settembre, "C'era una volta al Castello", tradizionale evento di fine estate a cura degli Artigiani del Borgo.
 
Nell'antico maniero visconteo, già oggi, tanti visitatore per numerose proposte risevate a grandi e piccoli: dall’orto all’aia agli animali da cortile e da lavoro; dalla pigiatura dell’uva alla trebbiatura del grano; dalle pecore col cane da pastore al battesimo della sella, dal mercatino artigianale alle botteghe degli Artigiani (stoffe, pittura, tombolo, ricamo, macramé, pietre e sassi dipinti, il fabbro e il maniscalco), che si sono occupati della riproposizione di ambienti familiari dalle nostre parti in anni nemmeno tanto lontani: dalla camera da letto alla cucina, dal laboratorio/attrezzeria alla stalla; i giochi della principessa Cri, i circensi e il teatro di strada; i falconieri e gli arcieri; i balli del Gruppo Danza Orizon. Esposizione di carrozze d’epoca e “giri” in calesse e carrozza.
 
 
 
Oggi pomeriggio, massima attenzione per l'esibizione dei falconieri di Sef Italia e il volo della poiana "Anastasia". In serata, musica e balli con i Pujanit, ormai band di casa della manifestazione col loro rock ad alta gradazione energetica.
 
Sempre aperto il Punto Scuola e domenica, alle 11, premiazione dei partecipanti al progetto “Le arti e mestieri” che si svolge da qualche anno, con grande successo, negli istituti legnanesi: mostra degli elaborati (che poi i ragazzi ritireranno) e presentazione delle iniziative in cantiere per l’anno prossimo.
 
Per tutti i due giorni funzionerà la rinomata Locanda contadina, dove si potranno gustare i piatti tipici della cucina popolare e della tradizione legnanese e lombarda.
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13 I cavalieri del medioEvo

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I cavalieri del medioEvo
 
Il potere dei signori si basava soprattutto sull'appoggio di uomini liberi che possedevano le armi e avevano tempo a disposizione per imparare a usarle. Costoro, che i signori legavano a sè tramite il beneficio, nei documenti del tempo vengono chiamati con parola latina semplicemente milites, cioè "soldati". milites ha lo stesso significato di vassalli, ma 1a gente comune preferiva chiamarli "cavalieri", perchè essi erano i soli, insieme con i signori, a combattere a cavallo, a differenza della massa dei contadini disarmati che andavano sempre a piedi. In un primo tempo chiunque  poteva diventare cavaliere purchè ne avesse i mezzi  economici o avesse trovato un signore disposto a donargli le armi. In seguito questa possibilità fu limitata a chi era già nato da cavalieri.
Divenendo cavaliere, infatti si entrava nella ristretta cerchia della nobiltà medievale. Per questa ragione la designazione a cavaliere avveniva con una cerimonia pubblica solenne e ufficiale: il cosiddetto rito dell' "addobbamento". La cerimonia dell'addobbamento consisteva in primo luogo nella consegna delle armi (lo scudo, l'elmo di ferro, l'armatura, gli speroni, la spada) al futuro cavaliere, che veniva quindi colpito con un sonoro schiaffo. Più avanti nel tempo e per volontà della Chiesa, la cerimonia venne preceduta da una veglia di preghiera. Con il termine di cavalleria si indicava allora sia l'insieme di tutti i cavalieri e l'insieme delle virtù tipiche di un cavaliere: il coraggio, il valore guerriero, la protezione dei deboli, la generosa immagine del cavaliere che abbiamo dalla letteratura del tempo è sempre quella '' un uomo valoroso, generoso, senza paura, amico degli umili e loro difensore contro i soprusi dei signori". In realtà non era così: i cavalieri erano certo guerrieri abili e coraggiosi, ma raramente agivano contro gli interessi del loro signore o degli altri cavalieri per difendere le ragioni degli oppressi. Essi erano nobili a tutti gli effetti e difendevano le ragioni dei nobili. Signori e beneficiari, tutti cavalieri, condividevano il tipo di vita e il luogo di residenza, il castello. Nel maschio centrale essi trascorrevano la maggior parte della loro esistenza, quando non erano impegnati in combattimenti o in partite di caccia. Al piano terreno della residenza signorile vi erano i magazzini in cui si consentivano le riserve alimentari. Al primo e al secondo piano si trovavano le grandi sale di ricevimento, le stanze da pranzo e le stanze da letto. Ai muri stoffe e arazzi dai vivaci colori. Il signore qui riceveva i suoi milites e organizzava feste. La principale occupazione dei cavalieri era naturalmente la guerra. La guerra era allora riservata ai professionisti; non si poteva sostenere un combattimento se non si era addestrati in modo adeguato. Per questo i cavalieri trascorrevano la maggior parte del tempo libero dai conflitti a fare esercizio con le armi. Il torneo, cioè una specie di spettacolo pubblico in cui si organizzavano scontri e duelli fra cavalieri, era considerato parte integrante dell'addestramento, e se rappresentava un momento di festa e di distrazione per nobili e contadini di una signoria, era comunque un cimento terribilmente serio per chi vi partecipava, in effetti nel torneo i combattimenti non erano in genere una finzione e i duelli potevano essere all'ultimo sangue: il vincitore cioè aveva il diritto di uccidere lo sconfitto oppure  '' farlo prigioniero, pretendendo dai familiari al  un cospicuo riscatto". La vita dei signori feudali e dei cavalieri era dunque una vita violenta, esposta a rischi quotidiani sia in tempo di pace sia in tempo di guerra.
 
Nel corso dei secoli X e XI la disgregazione del potere pubblico e l'impianto della signoria di banno provocarono l'asservimento la stragrande maggioranza dei contadini. Solo quei contadini ricchi, padroni della propria terra, che non avevano perduto l'uso delle armi e l'abitudine di partecipare al placito sfuggirono a questo destino diventando vassalli dei signori. Il potere signorile si baso' in larga misura proprio sull'appoggio armato di questi uomini liberi, che possedevano armi e cavalli e avevano tempo a disposizione per imparare ad usarli. Nelle latine costoro vennero chiamati milites, probabilmente Perchè con questa parola, nel X secolo, si indicavano correntemente i vassalli; ma le lingue volgari elaborarono una nuova parola per designarli, appunto "Cavalieri" in quanto essi, in un mondo di contadini disarmati e che andavano a piedi erano i soli, accanto ai signori, a combattere e spostarsi a cavallo. Oltre a reclutare in tal modo 1'appoggio dei piu' agiati fra i piccoli proprietari dei dintorni, molti signori donarono armi e cavalli ai piu' robusti e fedeli fra i loro servi; cio' accadde con particolare frequenza in Germania, dove questi cavalieri-servi erano detti "ministeriali", ma probabilmente anche altrove.
In un primo tempo, percio', chiunque poteva diventare cavaliere, se avesse trovato un signore disposto a donargli le armi; era tuttavia necessario che la consegna dell'equipaggiamento avvenisse con un rito pubblico e solenne, "l'addobbamento", cosi' da attestare agli occhi del mondo che il nuovo cavaliere era divenuto tale per volonta' di un signore, e dunque legittimamente. I cavalieri, in quanto collaboratori dei signori, sfuggivano alla costrizione del banno e della taglia e si avvezzarono percio' a considerarsi ben superiori ai contadini; gia' fra XI e XII secolo si comincio' a pensare che non era bene che un servo, o comunque un uomo di umile nascita potesse diventare cavaliere, ma che l'addobbamento doveva essere riservato a chi era gia' nato in una famiglia di cavalieri. Questa idea venne ripresa nel XII e XIII secolo dai giuristi al servizio delle monarchie europee e dei comuni italiani, preoccupati di evitare un eccessivo moltiplicarsi dei cavalieri e dunque della violenza nella societa'; a partire da quella data l'addobbamento venne spesso riservato per legge ai discendenti dei cavalieri, che costituirono cosi', insieme al signori, non più soltanto un'aristocrazia privilegiata, ma una vera e propria nobiltà ereditaria. Alla fine del Medioevo l'abitudine di farsi armare cavalieri divenne sempre piu' rara fra i nobili, i cui privilegi erano ormai saldamente ereditari e non dipendevano piu' dall'addobbamento, per poi scomparire del tutto nel corso del Cinquecento. Tuttavia il termine "cavaliere", rimase, e in italiano continuo' a disegnare fino al primo ottocento qualunque nobile che non disponesse di un titolo piu' elevato. Le monarchie, inoltre, conservarono il diritto di conferire la dignita' cavalleresca, di solito associata a una qualche decorazione civile o militare; titoli come quello di "cavaliere del lavoro", conferiti ancor oggi dalla Repubblica Italiana, rappresentano l'ultima sopravvivenza di questa tradizione.
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14 La battaglia di Carcano (castello di Bellusco)

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La battaglia di Carcano   (castello di Bellusco)
 
La battaglia di Legnano non fu l’unica seria sconfitta che l’imperatore Federico I Hohenstaufen detto Barbarossa ebbe a subire sul suolo lombardo per opera dei milanesi. Anni prima, quando la Lega Lombarda non esisteva ancora, l’imperatore venne coinvolto in una dura battaglia campale in alta Brianza, tra Como e Lecco nei pressi di Erba, in quel frangente dovette combattere per la vita in una situazione disperata, così come accadrà per la più famosa sconfitta degli imperiali del 1176. Questo accadde durante la seconda discesa del Barbarossa in Italia, quando, dopo la seconda dieta di Roncaglia (novembre del 1158), la città di Milano verrà dichiarata contumace e ribelle nell’aprile del 1159. Nel luglio dello stesso anno gli imperiali posero assedio alla città di Crema alleata di Milano, iniziando uno dei più lunghi e drammatici assedi della storia italiana, assedio che si concluse solo il 27 gennaio del 1160 senza che Milano potesse evitare questa disfatta. Se Milano, dal punto di vista militare, non era riuscita ad effettuare un soccorso alla città di Crema, dal punto di vista diplomatico aveva raggiunto diversi successi. Piacenza si era unità a Milano, ma, soprattutto, si era riusciti a creare un vasto fronte anti-imperiale con i normanni e il papato.
 
Il principale autore di questa azione diplomatica fu il papa inglese Adriano IV che per contrastare lo strapotere imperiale decise di sfruttare a suo vantaggio la guerra con i comuni. Il papa rimproverava all’imperatore la mancata eliminazione della repubblica costituita a Roma, la restituzione dei beni matildini al papato e il diritto ad esercitare direttamente le regalie. Adriano convocò, presso la sua sede di fuoriuscito, ad Anagni, i rappresentanti dei vari comuni in guerra con Federico. Qui nell’agosto del 1159 venne stipulata la prima alleanza tra comuni e chiesa, primo vero embrione della futura Lega Lombarda. Gli accordi furono tra i comuni di Milano, Brescia, Crema, Piacenza. Essi si impegnavano a non fare una pace separata. Pare che Adriano IV avrebbe promesso di scomunicare il Barbarossa. Adriano IV morì, però, il primo settembre dello stesso anno. Successivamente un difficile conclave si svolse in un clima di intimidazioni e di violenza, finendo poi in farsa quando vennero eletti due papi. Uno dei quali era quel Rolando Bandinelli, nemico giurato di Federico, che prese il nome di Alessandro III. Ad esso si oppose subito un papa filo-imperiale Vittore IV.
Alessandro III si pose sotto la protezione dei Normanni ad Anagni, mentre Vittore, protetto da Ottone Wittelsbach e da Guido di Biandrate si rifugiò a pochi chilometri dalla sede del suo avversario, a Segni. Entrambi erano stati scacciati da Roma. In quelle sedi si consumò lo scisma quando i due papi si scomunicarono a vicenda. Lo scisma sarebbe durato diversi anni e a Vittore successe Guido da Crema che prese il nome di Pasquale III e infine da Callisto III, tutti considerati antipapi.
In qualità di difensore della chiesa, Federico, indisse un concilio a Pavia nel febbraio del 1160, dove il Bandinelli non si presentò. E, nella Pasqua di quello stesso anno, dal Duomo di Anagni, scomunicò l’imperatore tedesco. Dopo la presa di Crema il Barbarossa si spostò su Pavia, dove congedò una parte del suo esercito che aveva completato il turno di servizio per la Romfahrt.le non favoriva ancora operazioni su larga scala, inoltre l’assedio alla piccola ma decisa Crema, non invogliava certo ad intraprendere un assedio maggiormente oneroso, contro la munita città nemica di Milano. Venne la primavera del 1160 e con essa si aprì la stagione della guerra. Federico da Pavia si mosse a molestare le terre dei piacentini, i quali risposero in forze costringendo le deboli forze imperiali a rinserrarsi nella munita e fedele Pavia, evitando una incerta battaglia campale. I milanesi galvanizzati dai loro successi diplomatici e vedendo l’imperatore sulla difensiva, presero il coraggio per lanciare un offensiva su Lodi. La città, appena ricostruita, era però troppo grande e guarnita per poter essere assediata, anche con l’aiuto dei piacentini. In quell’occasione, durante il mese di giugno, i cavalieri di Federico si scontrarono con i carri falcati realizzati di Guitelmo, nella campagna tra Rho e Legnano. A parte l’iniziale sorpresa, nel campo avversario, l’invenzione milanese non sembra abbia avuto un successo tale da usare i carri negli scontri successivi.
Falliti i tentativi di occupare Lodi con la forza, i milanesi decisero di rivolgere le loro attenzioni a nord di Milano. Nella campagna brianzola vi erano ancora diversi feudi fedeli all’imperatore. Vi era anche la possibilità di infliggere un colpo decisivo alla nemica città di Como che, in quel momento, si trovava in difficoltà, stretta tra i milanesi e i comuni lariani, da sempre inesorabili nemici dei comaschi. Non meno importante era la necessità di rendere sicure le vitali vie commerciali verso i passi alpini. Nell’estate del 1160 l’esercito milanese si mosse a distruggere i suoi nemici in terra di Brianza. Con il conflitto tra Torriani e Visconti di un secolo dopo, la campagna militare di quell’anno, fu la peggiore guerra che la regione dovette sopportare nel corso della sua storia. Nel luglio del 1160 gli uomini di tre Porte milanesi, Porta Vercellina, Porta Comacina e Porta Nuova, sferrarono la loro offensiva sulla Martesana e il Seprio, devastando le terre fedeli all’imperatore controllate dal conte Goswino. Assediarono e conquistarono velocemente i castelli di Parravicino, Corneno d’Eupilio, Cesana ed Erba. Castelli non troppo muniti, che vennero espugnati e distrutti con semplici mezzi d’assalto, come scale e arieti, non costituendo un serio problema militare per le agguerrite truppe di Milano. Nello stesso periodo venne realizzato un ponte a Groppello sull’Adda. A questo punto i milanesi decisero di attaccare il castello di Carcano, la fortezza più difesa di tutta la Brianza. Carcano era un possesso vescovile milanese e quindi di diritto appartenente alla città di Milano, cosa che ancor più giustificava la conquista della fortezza. L’interdetto comminato dall’arcivescovo Pirovano sulla Martesana così recitava, secondo lo storico Bernardo Coiro: “E’ certo che il castello di Carcano è feudo dell’arcivescovo: ora poiché uomini ribelli alla chiesa e fautori di Federico, scomunicati e condannati, vi sono raccolti, li priviamo di ogni nobiltà e di ogni feudo, e confischiamo il castello a vantaggio della chiesa milanese”.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il turrito maniero si ergeva in posizione strategica, a metà strada tra Lecco e Como, sui primi contrafforti delle Prealpi, controllava le strade dell’alta Brianza. Con la sua mole sovrastava le paludi dei Pian d’Erba, spesso inondate dalle esondazioni dell’alto Lambro, acquitrini e stagni rimanevano in quell’area a testimoniare l’esistenza dell’antico lago Eupili, il cui prosciugamento in epoca romana aveva lasciato gli attuali laghi di Alserio e Pusiano. Eretto nel X secolo per contrastare le devastanti incursioni ungare era posto su una collina, in cui una profonda incisione valliva, detta vallone di Carcano, causata da un torrente che scorreva da nord, lo proteggeva sia a settentrione che ad occidente, mentre una pendenza molto ripida lo isolava anche da est. Solo da sud il castello era facilmente attaccabile, anche se qui un profondo fossato con un ponte levatoio, insieme a robuste fortificazioni, ne rendevano arduo l’assalto. Due grandi torrioni, fungenti da mastio, formavano l’impianto centrale del castello. A difesa del maniera vi era un pugno di nobili delle famiglie degli Herba, Parravicini e, naturalmente, dei Carcano. I milanesi posero il loro campo a sud davanti il castello l’ultima settimana di luglio. Diversamente dalle fortezze conquistate nei giorni precedenti la rocca di Carcano necessitava di un lungo assedio. Vennero quindi approntate le macchine da guerra, a partire da grossi mangani e una torre lignea. Nel frattempo l’imperatore svevo, rimasto a Pavia, aveva radunato a Lodi un esercito per soccorrere le truppe a lui fedeli nell’alta Brianza. Secondo Ottone di Morena l’armata di soccorso comprendeva diversi contingenti descrivendone così la composizione:”Perciò il santissimo sovrano con i suoi fedelissimi era andato in aiuto di quelli di Carcano, con pochi cavalieri di Pavia, con i cavalieri e fanti di Novara, coi vercellesi, i comaschi, parte di quelli del Seprio e della Martesana, col marchese del Monferrato, il conte di Biandrate (ora dalla parte del Barbarossa) ed anche con pochi tedeschi, tra i quali vi era Bertoldo duca di Zabringhen, che con pochi suoi cavalieri era venuto a lui dalla Germania per un certo suo affare, il duca di Boemia ed il conte Corrado di Balhausen”.
L’esercito imperiale attraversò velocemente la Brianza e già il giorno 6 agosto poteva porre il campo a Vighizzolo di Cantù. L’8 agosto si accampava con l’esercito tra Tassera, presso il villaggio di Orsenigo, e il lago d’Alserio. I milanesi avevano saputo dell’arrivo dell’esercito nemico ma non vollero desistere dall’assedio, abbandonando le macchine ossidionali appena realizzate. Decisero anzi di radunare il loro esercito, raggruppando i vari accampamenti sparsi attorno a Carcano, richiamando altre tre Porte, lasciandone sola una a guardia di Milano. E’ probabile che i milanesi, fino all’ultimo, non pensassero ad uno scontro campale ma solo ad una azione dimostrativa dell’esercito imperiale indebolito dalla smobilitazione dell’inverno passato. Solo all’arrivo del nemico essi si resero conto di essere stati presi in trappola da un esercito di dimensioni paragonabile al loro. All’arrivo dell’imperatore da sud, l’esercito milanese venne a trovarsi in una situazione precaria, con alle spalle il castello di Carcano e davanti l’armata nemica. I milanesi erano pressoché circondati e, malgrado la loro posizione dominante che poteva offrire qualche vantaggio in caso si fossero posizionati sulla difensiva trincerandosi, erano impossibilitati a ricevere qualsiasi sostegno logistico da Milano. Federico aveva provveduto a far bloccare le strade principali, posizionando dei posti di blocco e ostruendo il passaggio con grossi tronchi d’albero, più per impedire la fuga al nemico che per impedire l’arrivo di vettovaglie. Era intenzione dello Svevo di attaccare accettando uno scontro campale certo di vincere, anche se la superiorità numerica apparteneva ai milanesi, con alcune centinaia di soldati in più rispetto all’esercito di Federico.
Il 7 agosto i milanesi furono affiancati da 200 cavalieri bresciani ma, cosa più importante, nottetempo il Carroccio riuscì a raggiungere smontato il campo dell’esercito milanese. Il Carroccio venne presto montato e preparato per la battaglia che si stava profilando. Mai un esercito comunale sarebbe sceso in campo per una battaglia decisiva senza il suo Carroccio. La notte tra l’8 e il 9 agosto i milanesi non la trascorsero solo montando il loro carro di guerra, vi furono soprattutto discussioni su come affrontare la difficile situazione. Nel campo vi erano numerosi chierici, oltre all’arcivescovo di Milano, Umberto da Pirovano, vi era il futuro arcivescovo della città, l’allora diacono Galdino. Quest’ultimo sarà uno dei più convinti sostenitori nel dare battaglia campale all’imperatore, attaccando subito il nemico senza aspettare le sue mosse. Così il cronista Ottone descrisse la situazione: “L ‘imperatore aveva circondato milanesi e bresciani cosicché non si poteva portare loro cibo in nessun modo. Per cui erano sommamente atterriti i milanesi che non potevano ritornare a Milano e, stando li, non avevano la possibilità di procurarsi cibo ne sapevano che dovessero fare: infine, tuttavia, come spesso suole accadere, necessità trovò consiglio e si proposero di tentare la fortuna della battaglia, piuttosto che morire di fame restando lì”.
In effetti nulla si sapeva sulle intenzioni di Federico. Se l’imperatore si fosse limitato a bloccare il campo nemico, magari costruendo delle opere di difesa, avrebbe posto i milanesi nella condizione peggiore. Alla fine si giunse alla decisione di attaccare gli imperiali. L’indomani ci sarebbe stata la battaglia campale che avrebbe potuto decidere le sorti della guerra. La battaglia di Carcano, detta anche di Tassera, non fu un evento singolo ma fu caratterizzato da scontri separati nel tempo e nello spazio. Le colline moreniche e lo schieramento degli eserciti su una vasta area contribuirono nello spezzettare la giornata di Carcano in due battaglie separate. Martedì nove agosto, l’esercito imperiale si schierò per assaltare le posizioni lombarde. Muovendo dal suo accampamento, posto nella località di Tassera, Federico si schierò, con la cavalleria tedesca e alcuni altri cavalieri italici suoi alleati, a formare il suo fianco destro. Mentre sul lato sinistro si posizionarono gli eserciti dei comuni lombardi alleati provenienti da Novara, Como, Vercelli e altri contingenti minori delle altre città di Lodi e Cremona. Questi contingenti erano composti quasi esclusivamente di fanteria con solo duecento cavalieri al seguito. Le due ali avanzanti erano piuttosto distanti tra loro ed erano divise dall’orografia del terreno, fatta di basse colline moreniche intersecate da profondi impluvi ricchi di vegetazione. La decisione di uno spiegamento tanto ampio era forse dovuta al fatto che non si volesse lasciare una via di fuga ad un nemico che si riteneva debole e posto sulla difensiva. Nel campo milanese, presso il Carroccio, venne celebrata le messa, dove l’arcivescovo spronò alla lotta ricordando le cause della guerra e i torti subiti, concludendo poi così: “Dio è con noi e per noi sarà la vittoria”.
Dopo aver assistito alla messa e ricevuto l’assoluzione anche l’esercito milanese si spiegò per attaccare il nemico. Sulla sinistra con il carroccio si schierarono quelli di Porta Romana e di Porta Orientale, affiancati, a destra, da quelli di Porta Comasina. Sul fianco destro si disposero quelli delle rimanenti due Porte con i cavalieri bresciani.
Un piccolo contingente di armati venne lasciato a guardia del castello di Carcano in modo da non essere presi alle spalle dai nobili lì assediati. Le prime a muoversi contro il nemico furono le truppe di Porta Comasina. Si scontrarono presso l’accampamento degli imperiali di Tassera, riuscendo ad occuparlo e a saccheggiarlo, fino a che non vennero scacciati dalla cavalleria di Federico.
 
Il carroccio (La battaglia di Legnano)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Federico nella sua avanzata si stupì nel vedere i milanesi che invece di rimanere sulla difensiva sferravano loro stessi l’attacco. Lancia in resta l’imperatore e i suoi cavalieri caricarono i nemici formati in larga parte di fanteria, i milanesi vennero travolti e fatti a pezzi, tanto che gli imperiali raggiunsero presto il Carroccio senza che i milanesi riuscissero a fare quadrato intorno ad esso. Così Ottone di Morena descrive il combattimento:
“Pertanto i milanesi, lo stesso martedì, vigilia del beato Lorenzo, iniziarono il combattimento con l’imperatore. Questi con i suoi tedeschi ed alcuni altri irruppe con forza contro i milanesi, respingendoli fin quasi al loro Carroccio, dov’era la moltitudine dei fanti, dei quali uccise un gran numero, soprattutto di Porta Romana e di Porta Orientale, che volgarmente si chiamava Porta Renza: uccise anche i buoi del Carroccio, intaccò il carroccio stesso e ne portò via la croce dorata che era sulla pertica ed il vessillo ivi posto e condusse prigionieri nelle tende molti di loro, cavalieri e fanti”.
 
L’ala sinistra lombarda aveva ceduto senza opporre una valida resistenza al nemico, forse colti di sorpresa dalla carica della cavalleria mentre avanzavano vennero travolti e, ritirandosi, travolsero anche i soldati che avrebbero dovuto difendere il Carroccio. In questo caos la cavalleria milanese dell’ala destra, presa alla sprovvista, non riuscì a contrattaccare finendo per subire l’azione della cavalleria avversaria lanciata alla carica. Una volta raggiunto il Carroccio i milanesi della loro ala sinistra rinunciarono a combattere dandosi alla fuga inseguiti dai cavalieri nemici. Federico stesso, che aveva caricato tra le prime file, uccise con la sua spada i buoi a cui era aggiogato il Carroccio, a cui venne strappato lo stendardo di guerra che venne gettato nel fango. Trenta cavalieri impegnati alla difesa del Carroccio vennero uccisi sul posto. Successivamente il Barbarossa con alcuni soldati spinsero il Carroccio dentro un fossato, posto in direzione del lago di Alserio, facendolo così a pezzi.
Proprio in quell’area, vicino a Tassera, in un piccolo corso d’acqua che porta al lago, vennero ritrovate, in tempi moderni, armi risalenti alla battaglia, ora al Museo Archeologico di Milano. Esausto per la battaglia Federico stava tornando al suo accampamento, sotto al suo padiglione per riprendersi, quando, sulla sua ala sinistra, irruppero i milanesi dell’ala destra provenienti da occidente. L’imperatore con la distruzione del Carroccio pensava di aver distrutto la parte principale dell’esercito lombardo, non si avvide, invece, che quella era solo una parte, valutando per difetto il numero dei nemici. Il combattere in prima linea gli aveva fatto perdere la visione d’insieme del campo di battaglia, trascurando i collegamenti con i suoi alleati italiani dell’ala sinistra la cui sorte in battaglia non era stata altrettanto benevola.
Mentre il Barbarossa sfogava la sua furia sul Carroccio nel settore occidentale del campo di battaglia lo scontro si svolgeva tra milizie italiane. Malgrado i soli 200 cavalieri le fanterie imperiali, anche se poste sulla difensiva dalla cavalleria milanese, tenevano bene le loro posizioni e lo scontro rimase a lungo incerto. A sbloccare la situazione ci pensarono gli armati dei villaggi di Erba e Orsenigo che attaccarono alle spalle gli imperiali, impegnati a combattere duramente i milanesi sulla loro fronte. Le truppe dei comuni alleati a Federico vennero così presi su due lati cedendo di schianto. Lo storico Ottone così descrive il fatto:
“Ma dall’altro lato della battaglia, dove la maggior parte dei cavalieri milanesi e bresciani si trovavano davanti a novaresi, comaschi e molti altri, che erano su quel fronte, i reparti bresciani e milanesi, irrompendo insieme fecero di essi, e soprattutto dei novaresi, una grandissima strage. Presero molti prigionieri, molti ne uccisero e ne misero in fuga più di duemila (grazie anche all’intervento dei popolani di Erba ed Orsenigo). Venuta frattanto una fortissima pioggia ritornarono agli accampamenti, ma poco dopo però i milanesi ed i bresciani, riprese le armi, corsero a combattere”.
Corsero infatti a combattere sul lato dove vi era l’imperatore i cui cavalieri non riuscirono ad organizzare un’azione compatta, essendosi in maggior parte dispersi lungo il campo della battaglia precedente, intenti a far bottino e a uccidere i superstiti dell’ala sinistra milanese. Vistosi in inferiorità numerica e attaccato da tutti i lati, l’imperatore ordinò la ritirata. Ottone così scrive:
“Dal lato opposto l’imperatore, vedendosi lasciato con pochi tedeschi e non molti altri, decise che era meglio ritirarsi dalla battaglia piuttosto che essere vinto in campo. E così partì verso Como con quelli che aveva ancora con se, abbandonando li molte tende e molti prigionieri di guerra. I milanesi e i bresciani, saccheggiato l’accampamento dell’imperatore e ripresi molti che erano stati fatti prigionieri, abbandonano loro il campo con grande gioia e, come suole avvenire in cose di tal genere, con grande clamore ritornano all’accampamento e raccolgono i cadaveri dei loro, mandandone a Milano molti carri carichi. Da quella battaglia venne somma letizia e somma mestizia per i milanesi. Penso tuttavia che la gioia superasse il dolore”.
Lo sganciamento delle truppe imperiali fu favorito dal terreno impervio e dalla tempesta che nel frattempo era sopraggiunta. Un vero diluvio con tuoni e lampi che fecero decidere molti soldati a mettersi al riparo, abbandonando l’inseguimento del nemico ormai in fuga. Ad ogni modo la maggior parte della fanteria imperiale, lenta nei movimenti, venne fatta a pezzi dai cavalieri di Milano. Più agevole fu la ritirata dei cavalieri, anche se per un momento lo stesso imperatore corse il rischio di venire agguantato dai nemici, mettendo rapidamente fine alla guerra in favore dei milanesi. Accadde che il cavallo del Barbarossa, durante la fuga, rimase impigliato con le zampe in un filare di viti. Federico venne anche centrato da un colpo di lancia non parato dallo scudo ma, comunque, il corpo venne protetto dall’armatura.
L’imperatore stava poi per cadere prigioniero se, il conte di Lomello, non lo avesse raccolto sul suo cavallo, ed entrambi riuscirono, così, a mettersi in salvo. Il Barbarossa e i suoi si ritirarono così verso Montorfano per poi raggiungere la fedele Como dove si rinserrarono nel castello del Baradello, ricostruito dal Barbarossa solo l’anno prima. La giornata si era conclusa con l’insperata vittoria dei milanesi e dei loro alleati.
Le perdite imperiali assommavano a 2.000 tra caduti e feriti, ma anche prigionieri. Per i milanesi le perdite furono altrettanto pesanti, circa 2.000 morti, tra cui il console milanese Anselmo Mandelli, conte di Maccagno e signore di Montorfano. Una vittoria sofferta dunque, ma il bottino e il prestigio di aver battuto l’imperatore in campo aperto erano immensi. La perdita del Carroccio poteva ben essere ripagata con il ricco padiglione di Federico, dono del re inglese. Il bottino fu così cospicuo che non bastarono i carri per trasportarlo a Milano. Agli abitanti di Orsenigo ed Erba furono tributati grandi onori. A loro si deve in parte il successo della battaglia contro l’imperatore. I Consoli milanesi concessero loro l’esenzione di ogni tributo e la cittadinanza ambrosiana, ascrivendone i nomi tra gli abitanti di Porta Orientale, come parrocchiani di San Babila, venendo così equiparati agli abitanti della città di Milano, con tutti i vantaggi fiscali, tanto che il territorio erbese divenne una zona franca.
A supplemento della battaglia il giorno seguente vi fu un altro scontro sanguinoso nella stessa zona. Il 10 agosto giunsero a Carcano 280 cavalieri di Cremona e Lodi che, il giorno prima, si erano attardati a conquistare e a distruggere il ponte a Groppello sull’Adda.
 
Ignari della sconfitta degli eserciti imperiali il giorno prima, i cavalieri finirono inconsapevolmente in bocca ai milanesi che, già esaltati della vittoria sul Barbarossa, li fecero a pezzi. Solo pochi riuscirono a salvarsi dandosi alla fuga, alcuni trovarono la morte affogando in una palude, detta di Acquanera. In tutte queste vicende grandi assenti furono i nobili assediati nel castello. Durante la battaglia non cercarono di approfittarne con una sortita che certo avrebbe messo in difficoltà i milanesi, che potevano essere attaccati anche alle spalle, mentre erano impegnati con l’esercito imperiale. Forse gli assediati ritenevano la battaglia una facile vittoria imperiale per cui non era necessario rischiare la vita in prima persona. Ad ogni modo l’assedio sarebbe durato ancora soli undici giorni in cui il castello venne bersagliato dai mangani e respinse una serie di assalti. Una sortita notturna dei nobili assediati riuscì a incendiare e distruggere tutte le macchine d’assedio degli assedianti, senza che i milanesi fossero in grado di opporre una valida resistenza all’incursione nemica. L’assedio a Carcano finì il 19 agosto, quando i milanesi, senza più equipaggiamento ossidionale, si resero conto di non poter conquistare il difeso maniero, inoltre nuove minacce incombevano a sud di Milano. In definitiva la battaglia di Carcano fu una grande e insperata vittoria tattica che la mancata conquista del castello vanificava. Dal punto di vista strategico nulla cambiava rispetto a prima con i milanesi costretti ancora sulla difensiva.
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