Legnano story - note personali
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8 Settembre: legnanesi nella bufera - Parte 1
8 settembre 1943
Legnanesi nella bufera
Prima parte
L’8 settembre del ’43 segna una data spartiacque nella storia italiana. L’armistizio con gli anglo-americani, la reazione tedesca, la fuga del re e Badoglio a Brindisi, la sfascio dell’esercito e l’internamento nel Reich tedesco di 650.000 militari italiani ben rappresentano la “morte della patria” secondo la famosa definizione di Galli della Loggia.
Anche Legnano ha subito i riflessi di quanto accadeva nel territorio italiano con la deportazione in Germania e Polonia di un buon numero di militari della nostra città.
Dopo l’annuncio dell’armistizio i cittadini legnanesi più consapevoli ed organizzati si prefigurarono con precisione quanto sarebbe accaduto. Pertanto il giorno successivo, il 9 settembre, alla mattina presto Carlo e Mauro Venegoni, i principali protagonisti della Resistenza armata a Legnano e Valle Olona, entrarono alla Franco Tosi per un comizio-lampo di due minuti per incitare gli operai alla lotta. Intanto delegazioni di operai sotto la guida di Arno Covini, futuro comandante partigiano, si recarono alla caserma di viale Cadorna, mentre altri guidati da Angelo Sant’Ambrogio, uno dei dirigenti della Commissione Interna (cioè i sindacati) della Franco Tosi, si recarono alla caserma della Guardia di Frontiera sita allora in Largo Tosi, chiedendo al comandante le armi, che avrebbero utilizzato per contrastare l’imminente arrivo dei tedeschi.
Ma i comandanti, come accadde un po’ ovunque, si rifiutarono di consegnare le armi ai civili.
La notte stessa, tra il 9 e il 10 settembre, le sentinelle italiane furono sostituite da sentinelle tedesche. I soldati si arresero e cedettero le armi alla Wehrmacht senza sparare un colpo.
Monsignor Cappelletti, prevosto di San Magno, annotò quel giorno con asprezza sul Liber chronicus della parrocchia “Cedimento vergognoso. Si fugge, si abbandona tutto. Dove si andrà a finire?”
La mattina dell’11 settembre i legnanesi trovarono affisso un manifesto:
“CITTADINI! Da oggi il Comando della città e Circondario di Legnano, è assunto dal Tenente Colonnello LINDAU con tutti i poteri … Il ritmo normale della vita e del lavoro deve continuare … Qualunque azione di sabotaggio, di sobillazione e di abbandono ingiustificato del lavoro SARA’ PUNITO CON LA FUCILAZIONE … Chiunque sia in possesso di armi da fuoco e munizioni di qualsiasi specie… dovrà consegnarle … E’ vietato l’assembramento di oltre tre persone. Il coprifuoco è alle ore 21 … Chiunque si opponga ai suesposti ordini sarà passato per le armi”.
L’Ortskommandatur, cioè il comando locale del colonnello Lindau, venne alloggiato nella palazzina della GIL di via Milano 15.
Nei giorni seguenti altri divieti e minacce di multe al Comune e fucilazioni di civili in risposta ad azioni di sabotaggio dei partigiani si abbatterono su Legnano: il 17 i tedeschi vietarono persino il suono delle campane prima delle ore 8.
Mons. Cappelletti annota pure che “Le autorità civili e militari tentano il ritiro delle campane necessarie come materiale di guerra. Mons. Prevosto temporeggia e intanto riesce a salvare le campane di S. Magno perorando la causa delle campane anche delle altre parrocchie”.
La dissoluzione dell’esercito l’8 settembre coinvolse anche alcuni soldati legnanesi in quel momento operanti in diversi contesti militari. Per alcuni fu possibile il ritorno a casa, spesso fortunoso, per altri ci fu la lotta o la prigionia in Germania o altrove.
LORENZO MARCHINI era a Legnano in licenza. Ricorda la sig.ra Ida Ardo:
“La sera dell’8 settembre un nostro vicino che si chiamava Lorenzo Marchini bussò alla porta e ci chiese di nasconderlo. Non poteva andare a casa perché i tedeschi cercavano i militari italiani, e se lo avessero trovato chissà dove sarebbe finito. Potevamo ospitarlo in cucina, lui si mise a dormire sul pavimento.”
ACHILLE CARNEVALI e SAMUELE TURCONI, raggiunta Legnano, entrarono fin da subito nella Resistenza, Achille, che era già Presidente dell’Azione Cattolica, nelle formazioni cattoliche della Brigata Carroccio, Samuele divenne invece il comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP di Legnano Mazzafame e Gorla Maggiore.
GIUSEPPE STELLICA, legnanese d’adozione, all’epoca viveva a Pontremoli e raggiunta la sua città si inserì nelle formazioni partigiane che operavano nelle montagne circostanti.
In alcuni reparti si tentò di opporsi con le armi ai tedeschi. Questo accadde anche al comm. LUIGI CAIRONI, storico Presidente della Famiglia Legnanese, che alla vigilia dell’8 settembre del ’43 si trovava a Guastalla nel 2° Reggimento Pontieri con l’obiettivo di difendere i ponti sul Po da un’eventuale avanzata anglo-americana. Dovette però alla fine arrendersi e, fatto prigioniero, fu trasferito prima a Mantova e poi in carro bestiame in Pomerania, nello Stammlager II B di Hammerstein.
Al 2° Reggimento Pontieri appartenevano anche VITTORIO JELO e COSTANTINO COLOMBO, entrambi di stanza a Piacenza. Dopo l’armistizio i tedeschi si presentarono in motocicletta, accerchiando la caserma e tenendo sotto tiro i soldati italiani con delle mitragliette, intimando loro di non muoversi. Colombo si accorse però che una porticina che dava sul Po non era controllata e vide che qualche compagno riusciva a scappare. Cercò di imitarli ma venne fermato dal suo colonnello Biandrate che gli ordinò di restare con lui.
Vittorio Jelo ricorda: “Dopo qualche giorno ci caricarono sui vagoni merci stipati come animali, spesso addirittura in vagoni scoperti”. Destinazione per Jelo il campo di internamento di Hammerstein e poi Barth Holz, in una fabbrica di bombe, per Colombo direttamente Barth Holz, a raccogliere morti dalle macerie.
Una situazione diversa invece per altri legnanesi.
ROBERTO MARTARELLI, classe 1921, era in servizio militare dagli inizi del 1941.
“L’8 settembre mi trovavo come sergente maggiore in servizio presso il Gruppo Motorizzato Scalabrino, appartenente alla Divisione Cremona, nel nord della Sardegna. Ero autista, nonché specialista come teletrasmittente e tiratore scelto. Mi capitò, mentre ero in auto, di essere bloccato dai tedeschi, che pretendevano di requisirmi il mezzo. Mi trovai le armi puntate contro proprio da chi credevo fosse un alleato. Nacque in me una cattiveria, perfino un odio, contro i tedeschi e decisi che li avrei combattuti appena possibile. Mentre cercavo di discutere con un ufficiale germanico, questi fu distratto dall’arrivo di altri mezzi italiani: così ne approfittai per allontanarmi poco alla volta e per buttarmi dietro ad una cunetta, insieme ad un ufficiale italiano. Fu la nostra salvezza. Nella successiva fuga, incontrammo il colonnello Scandella, che ci prese con lui. Ci dirigemmo verso il sud della Sardegna, dove fummo aggregati ad altri soldati italiani. Ci fu chiesto se eravamo disponibili a combattere insieme agli alleati ed io mi offrii come volontario. Fummo così portati a Napoli, da qui ad Afragola e poi ad Altavilla Irpina. Qui fummo rifocillati e rivestiti colle divise inglesi, sulle quali vennero però messi i gradi e le decorazioni italiane. Entrai così a far parte del CIL , il Corpo di Liberazione Italiano e in seguito del Gruppo di Combattimento Cremona, che fu inquadrato nell’VIII Armata britannica.”
ANTONIO BRANCA si trovava a Brindisi. Con i suoi commilitoni decise di passare dalla parte degli Alleati ed entrò a far parte del 67° Reggimento di fanteria della CIL. L’8 dicembre 1943 venne mortalmente ferito in combattimento a Montelungo, nella zona di Cassino. Gli fu conferita una medaglia d’argento alla memoria.
Altri legnanesi dopo l’8 settembre scelsero invece di combattere a fianco dei tedeschi. Tra questi RENATO FEDELI, classe 1923, che entrò subito a far parte della 2° Compagnia del X Battaglione Alpino.
Chi si trovava all’estero non ebbe la possibilità di tornare a casa o combattere con gli alleati. Per chi non intendeva passare dalla parte dei tedeschi l’8 settembre si prospettarono solo due alternative: scappare e combattere a fianco dei partigiani locali o essere caricati dai tedeschi su carri bestiame ed essere internati come IMI in Germania, Austria o Polonia.
Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli
 
 
 
CRONACA ⁄ LEGNANO
8 Settembre: legnanesi nella bufera - Parte 2 8 settembre 1943
Legnanesi nella bufera
II parte
L’8 settembre del ’43 segna una data spartiacque nella storia italiana. L’armistizio con gli anglo-americani, la reazione tedesca, la fuga del re e Badoglio a Brindisi, la sfascio dell’esercito e l’internamento nel Reich tedesco di 650.000 militari italiani ben rappresentano la “morte della patria” secondo la famosa definizione di Galli della Loggia.
Anche Legnano ha subito i riflessi di quanto accadeva nel territorio italiano con la deportazione in Germania e Polonia di un buon numero di militari della nostra città.
GIUSEPPE MEZZENZANA si trovava in Jugoslavia. Il 9 settembre 1943 Giuseppe passa con le formazioni partigiane di Tito, nella Brigata Dalmatinska (Ormiskengrup) e viene trasferito successivamente con la Divisione d’Assalto Garibaldi Italia il 2 novembre 1943.
“Perché questa scelta? … Per molti di noi la nostra fu una scelta di lotta contro i tedeschi, per il riscatto dell’onore del popolo italiano, infangato soprattutto all’estero dalle vergognose guerre di aggressione fasciste, e per la libertà dei popoli. … [Lotta per] la difesa della propria dignità di militari e di uomini fedeli agli ordini ricevuti (magari poco chiari o intempestivi) e la volontà di non sottostare alle minacce e all’imposizione a mano armata operate dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. … La storia del Battaglione Garibaldi che si formò a Spalato in Dalmazia, con 350 uomini, la maggior parte Carabinieri, e un buon nucleo del 4° reggimento Bersaglieri di cui facevo parte è una storia, un cammino, dall’8 settembre 1943 all’11 luglio 1945, che si snoda attraverso i monti, le pianure e i boschi della Dalmazia, della Bosnia Erzegovina, della Scumadia, Serbia, Srem, Slavonia e Croazia, del Sangiacato, fino ai confini del Montenegro. E’ una storia fatta di tante cruenti battaglie, di durissime marce, di stenti e di sacrifici, e di fraternità, di lotta coi partigiani e col popolo Jugoslavo, contro il comune nemico: il nazifascismo.”
Mio padre, ADRIANO PASQUETTO, si trovava a Puka in Albania. Era sottotenente e con tre soldati presidiava una baracca che fungeva da magazzino merci della Sussistenza, sperduta in mezzo ai boschi delle montagne albanesi. Si recava spesso alla mensa ufficiali percorrendo svariati chilometri a piedi nel bosco per poter avere un contatto con i commilitoni e i superiori.
L’8 settembre si trovarono senza ordini, poi un ordine arrivò, cioè quello di recarsi con i propri uomini alla stazione ferroviaria più vicina e fare quello che i tedeschi avrebbero ordinato. Avevano capito tutti a cosa sarebbero andati incontro e hanno valutato l’eventualità di combattere ma avevano un solo caricatore a testa. Tornare in Italia dall’Albania era impensabile. Aggregarsi ai partigiani? C’erano stati diversi episodi in cui i tedeschi avevano ordinato agli italiani di incendiare le case dei capi partigiani. I tedeschi intendevano che venisse fatto con all’interno i partigiani, gli italiani trovavano il modo di avvisare e le case risultavano vuote. Però le case venivano incendiate. Quindi i partigiani difficilmente avrebbero accolto a braccia aperte i militari italiani.
Decisero pertanto di fare quanto ordinato e recarsi alle stazioni ferroviarie, dove furono disarmati e, in seguito al loro rifiuto di collaborare, caricati tutti su carri bestiame piombati. Destinazione Leopoli in Polonia e da lì smistati in vari campi di internamento. Mio padre finì a Wietzendorf.
Più a sud, in Grecia, si trovavano altri legnanesi.
ITALO CAMPANONI, membro della famiglia che aveva la rinomata latteria in Legnano, l’8 settembre 1943 si trovava ad Atene: “Alla fine di settembre ci misero tutti e duemila su una tradotta e ci portarono in Germania. Per la precisione in un campo di lavoro … destinati a una fabbrica di mattoni.”
LORENZO RANELLI era un medico, ufficiale di complemento che ad Atene aveva raggiunto il grado di Capitano ed aveva avuto occasione di incontrare Angelo Giuseppe Roncalli, allora Delegato Apostolico per Turchia e Grecia e futuro Papa Giovanni XXIII. Anche lui scelse di non collaborare e venne deportato. Prima destinazione il Lager di Kaisersteinbruch, in Austria, a sud-est di Vienna.
Invece GIACOMO LANDONI si trovava a Cefalonia ed è stato partecipe della tragedia della Divisione Acqui. Deportato a Königsberg è stato impiegato nella rimozione delle macerie dei bombardamenti.
Anche RENZO DA RONCH, croce al Merito di Guerra, faceva parte della Divisione Acqui. Era nato a Merano ma in seguito risiedette per più di 50 anni a Legnano.
“Dopo averci catturato, ci hanno fatto viaggiare per circa 20 giorni su un treno sino ad arrivare in Prussia. Giunti a destinazione ci hanno smistato ed io venni inviato al lavoro in una fattoria.”
Chi ci ha lasciato però un diario dettagliato di quei giorni è il sottotenente degli alpini GIUSEPPE BISCARDINI, che si trovava ad Antibes, in Francia. Il suo diario è stato pubblicato dal figlio. Citiamo solo una pagina.
“8 settembre. … Nel tardo pomeriggio – come un fulmine a ciel sereno – si diffonde la notizia che l’Italia ha chiesto l’armistizio agli anglo-americani. I nostri alpini che si trovano in paese in libera uscita … sembrano impazziti dalla gioia. … Il nostro Maggiore è sconvolto. Sguinzaglia Ufficiali e Sottufficiali per far rientrare le truppe nel Forte e nella Caserma. … Siamo tutti un po’ frastornati. … Alle 19.45 la radio italiana conferma la notizia. … Gli ufficiali lasciano i loro alloggi e si precipitano al comando. … Il nostro Comandante è smanioso di fare cose che non sa. Decide allora di chiamare tutti i Comandi superiori per saperne di più. … Tra noi matura l’idea di rientrare a piedi, attraverso le montagne, in Italia. Finalmente il Comandante riesce a mettersi in contatto con il Generale di Divisione De Cia. Le sue istruzioni sono … “Calma assoluta. Non accelerare né anticipare la partenza. La truppa sia mandata a dormire. Partirete domani 9 settembre in treno alle ore 18 per l’Italia. Ricordatevi, prima di partire, di ossequiare il Comando tedesco”.
Verso le 22 … sento dei passi decisi venire verso l’ingresso principale. Un attimo dopo si sentono due forti colpi alla porta. La sentinella si avvicina alla porta a chiedere chi è. “Cammarade allemand” risponde. Il Tenente tedesco ci fa leggere un ordine ricevuto dal suo Comando di Divisione, che dice: “A seguito della vostra capitolazione, tutte le truppe italiane dovranno consegnare le armi, poi saranno inviate in Italia, libere di combattere – se vorranno – con i tedeschi.” Per me questo ordine ha tutta l’aria di una truffa. … Il camerata tedesco, amareggiato di non aver ottenuto il consenso, se ne va.
Verso le 24 … improvvisamente carri armati tedeschi si avvicinano al Forte, seguiti da soldati mimetizzati con fronde sugli elmetti. Il nostro ufficiale di picchetto, che per l’emozione aveva quella sera un po’ bevuto, senza ricevere alcun ordine decise di mettere in azione le mitragliatrici. A suon di scariche fa arretrare le truppe della Wehrmacht. Sono momenti di forte tensione. I tedeschi predispongono l’accerchiamento del Forte, noi predisponiamo la difesa. … Non so quanto potremo resistere; siamo solo un battaglione di alpini contro un’intera Divisione tedesca.
Verso le 6 del mattino succede un fatto imprevisto a cui nessuno più credeva: vengono ripristinate le comunicazioni radio. Il Generale Comandante della 223° Divisione Costiera De Cia dà ordine al nostro Maggiore di evitare sparatorie con i tedeschi, spargimenti di sangue e di cedere quindi le armi.
E’ finita così questa tragica notte, sentiamo da quel momento d’aver perso una parte di noi stessi, inizia la nostra odissea. “
Queste sono le storie che abbiamo potuto conoscere ma a Legnano su 34.000 abitanti circa 3.000 erano sotto le armi. Queste storie sono solo un esempio di quello che presumibilmente è accaduto anche ad altri militari legnanesi.
Sarebbe bello conoscere altre vicende perché sono ancora tante le storie da raccontare e da ognuna di esse, siamo sicuri, c’è qualcosa da imparare.
Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli
 
 
 
100 anni fa moriva Aurelio Robino
Riceviamo e pubblichiamo il testo a firma Giancarlo Restelli e Renata Pasquetto sulla figura di  il colonnello Aurelio Robino
In questi giorni del maggio 1917 moriva in battaglia il colonnello Aurelio Robino. Era ufficiale della Brigata “Emilia” e combatteva nella II Armata del generale Capello nella zona oggi di Nova Gorica (“Nuova Gorizia”, Gorizia slovena). Era il 17 maggio e cadde durante la Decima battaglia dell’Isonzo. Robino fu una delle 650.000 vittime della Grande guerra.
Ci sembra giusto ricordare questo combattente esattamente a cento anni dalla morte nell’ambito del centenario della Prima guerra mondiale.
Robino nacque a Genova nel 1867 in una famiglia di origine piemontese. Frequentò la Scuola Militare di Modena. Da tempo viveva a Legnano in via Vittoria. Nel maggio del ’15 prese parte ai primi combattimenti al comando di un reparto di bersaglieri in Valsugana. Fu subito promosso tenente colonnello.
Maggio ’17. Decima battaglia dell’Isonzo La Decima battaglia dell’Isonzo fu preparata con particolare meticolosità da Cadorna e dal suo entourage ben consapevoli dell’importanza della posta in gioco. Fino a quel momento Cadorna poteva inalberare solo la conquista di Gorizia (agosto del ’16) e poco significativi avanzamenti lungo il settore dell’Isonzo. Il Paese aspettava con ansia la vittoria piena che avrebbe cacciato il fantasma di una lunga ed estenuante guerra di logoramento che si sarebbe estesa inevitabilmente nel 1918.
Nella primavera del ’17 le prospettive erano buone, la fiducia cresceva, anche i soldati sembravano rincuorati vedendo il poderoso armamento che Cadorna metteva in campo. 2150 cannoni e 980 mortai martellarono senza pietà le postazioni austriache tra l’altopiano della Bainsizza e la costa dell’Adriatico una cinquantina di chilometri più a sud (12-13 maggio). L’obiettivo era la conquista dei “Tre Santi”: il Monte Santo, il Monte San Gabriele, il Monte San Daniele, tutti e tre alle spalle di Gorizia.
Terminato il micidiale bombardamento le truppe italiane dovettero uscire dalle trincee e affrontare a viso aperto le temibili mitragliatrici austriache e il fuoco serrato della fucileria. Nonostante le terribili perdite a causa del prolungato bombardamento italiano le truppe di Boroevic’ seppero fronteggiare con successo i veementi attacchi italiani nei quali i soldati erano falciati in massa.
Qualche successo italiano ci fu in quei giorni spesso vanificato da improvvisi e micidiali contrattacchi austro-ungarici perchè la consegna che Boroevic’ aveva dato ai suoi era di difendere con le unghie il terreno e riconquistare immediatamente quanto eventualmente perso.
La durezza di Cadorna era imitata dall’inflessibilità del comandante dell’ “Isonzoarmee”. A pagare con il sangue erano le truppe italiane scagliate fuori a ondate dalle trincee, spesso con scarsissime possibilità di successo; anche le truppe imperiali ebbero moltissime perdite, soprattutto tra i difensori falcidiati dall’artiglieria italiana.
Aurelio Robino, 16-17 maggio 1917 Ed è in questi giorni che si situa la morte del colonnello Aurelio Robino. Cadde nei pressi di Gorizia, in prospettiva verso il San Gabriele, ma questa cima era ancora lontana. In località Grazigna (Grcna, periferia di Nova Gorica, oggi Slovenia) avvenne il sacrificio del colonnello Robino e probabilmente di molti dei suoi uomini. Sull’altura di Grazigna la mattina del 17 maggio del '17 viene colpito a morte durante un contrattacco dell’avversario mentre sotto la sua direzione i suoi soldati stavano mantenendo la posizione da poco conquistata. Gli è stata conferita la Medaglia Oro alla memoria. Riposa nel Sacrario di Oslavia. Aveva 50 anni.
Dice la motivazione della Medaglia d’Oro: Comandante di un reggimento, con singolare perizia diresse parte delle sue truppe all’attacco di una forte posizione nemica, riuscendo a conquistarla. Non potendo quelle truppe procedere per l’esistenza di un reticolato intatto sul rovescio della posizione e perchè battute da intenso fuoco di artiglieria e contrattaccate, accorse con i rincalzi, che, animati dal suo esempio, respingevano dopo accanita mischia l’avversario. Rinforzatosi durante la notte sulla posizione e pronunciatosi il mattino successivo un nuovo e più furioso contrattacco, a cui le sue truppe, animate come sempre dalla sua presenza, resistevano tenacemente, mentre già gli arrideva la vittoria, cadde colpito a morte. Grazigna (Gorizia), 16-17 maggio 1917.
Sorprende che nel bollettino ufficiale di Cadorna del 16 maggio non ci siano riferimenti ai combattimenti nei dintorni di Grazigna. Il 17 maggio è scritto nel Bollettino: “Nella zona a est di Gorizia contrattacchi nemici, specialmente insistenti sull’altura di Quota 174… s’infransero tutti sotto il nostro fuoco. Indi le nostre fanterie passarono alla controffesa e dopo mischia accanita espugnarono una forte altura a sud di Grazigna”. Anche nell’accurata ricostruzione delle Dodici Battaglie dell’Isonzo di John R. Schindler (”Isonzo”, LEG 2014) non c’è alcun accenno alle circostanze in cui maturarono i combattimenti in cui morì Robino.
Tutto ciò non deve sorprenderci: la Grande guerra sperimentò la morte di massa di centinaia di migliaia di soldati e ufficiali nelle più diverse località dallo Stelvio all’Adriatico lungo i quarantadue mesi di guerra. Feriti, dispersi, prigionieri, morti sul “campo dell’onore”, morti in improvvisati ospedali da campo, gettati in fosse collettive, polverizzati dallo scoppio di granate, mutilati in tutte le parti del corpo… i combattenti della Grande guerra vissero sulla loro pelle le nuove possibilità di sterminio indotte da armi micidiali che stavano cambiando rapidamente il volto della guerra. Dall’altra parte dissennate modalità di attacco (“Attacco frontale”, Cadorna) e di difesa (“Fino all’ultimo combattente”, Boroevic’) obbligavano masse di uomini a diventare “carne da cannone” sulle pietraie del Carso o lungo i fianchi delle cime a est di Gorizia, dal San Michele al Monte Santo.
Dopo la Decima e l’Undicesima battaglia dell’Isonzo si profilava l’ombra cupa di Caporetto (24 ottobre 1917). Aurelio Robino a Legnano A Robino è stato intitolato un quartiere, anche se probabilmente pochi lo sanno: il quartiere "Aurelio Robino" comprende la zona della via Carlo Porta verso il confine con Castellanza, dove sono state costruite le case popolari dell’Aler. Più nota l’intitolazione a Robino della Fanfara dei bersaglieri di Legnano e di una via nel territorio della nostra città. A Genova gli è stata dedicata una via.
Giancarlo Restelli e Renata Pasquetto
 
 
 
Ecco come nacque il Primo Maggio
CRONACA ⁄ ALTO MILANESElunedì 01 maggio 2017849 Letture
Come nacque il Primo Maggio
Quel Primo Maggio 1886 a Chicago
"Otto ore per lavorare, otto ore per dormire, otto ore per educarsi”.
Il primo maggio del 1886 fu scelto dai maggiori sindacati americani per organizzare in tutto il Paese un grande sciopero che avesse come obiettivo le otto ore di lavoro.
Lo slogan da tutti ripetuto è “Otto ore per lavorare, otto ore per dormire, otto ore per educarsi”. Educarsi voleva dire avere il tempo di leggere, studiare, dedicarsi alla famiglia, partecipare con gli altri e accanto agli altri a movimenti, associazioni di carattere sociale e politico… insomma dare alla propria vita un po’ di umanità limitando lo sfruttamento in fabbrica.
Quel giorno in tutti gli Stati Uniti ci furono grandi manifestazioni, particolarmente importante era la buona riuscita dello sciopero a Chicago, importante centro industriale della regione dei Grandi Laghi.
In quell’epoca la città è un fondamentale nodo ferroviario e grande centro industriale, sede di industrie per scatolame, attrezzature agricole e macellazione.
A Chicago il primo maggio 80.000 operai non erano entrati in fabbrica e aspettavano l’inizio della manifestazione. “Il corteo si mosse e migliaia di persone incominciarono a sfilare, ognuno aveva dentro di sé mentre marciava un’ondata di emozioni dovuta allo spettacolo di eccitante e gaia solidarietà. I ragazzi lasciavano ogni tanto i loro genitori e correvano avanti. Le persone ridevano esultanti, guardando la marea in marcia, simbolo visibile della forza dei lavoratori uniti. In quella massa che sembrava non dovesse mai finire c’erano i “Cavalieri del Lavoro” e membri dell’American Federation of Labor, boemi, tedeschi, polacchi, russi, irlandesi, italiani, neri, cowboy che ora lavoravano in città. C’erano insieme cattolici, protestanti ed ebrei, anarchici e repubblicani, comunisti e democratici, socialisti, e persone semplici, tutti uniti e fermamente decisi per la giornata di 8 ore” (Richard O. Boyer e Herbert M. Morais, “Storia del movimento operaio americano”, De Donato 1977).
Per capire l’entusiasmo di quel giorno e il forte dediderio di ottenere la riduzione della giornata lavorativa, dobbiamo sapere che dalla fine della guerra civile americana (1861-65) l’obiettivo delle otto ore viene posto con particolare forza tra le diverse sigle e associazioni di rappresentanza del movimento operaio americano.
A Ginevra il primo Congresso dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (1866) adotta la proposta della limitazione della giornata lavorativa come condizione preliminare per l’emancipazione dei lavoratori. Quindi con il 1866 le otto ore diventano l’obiettivo degli operai di tutto il mondo.
Negli Stati Uniti non fu facile ottenere subito la riduzione della giornata di lavoro per l’ovvia intransigenza dei padroni alleati con il proprio governo. Anche le frequenti crisi cicliche del capitalismo americano nella seconda metà dell’Ottocento riducevano la forza contrattuale dei lavoratori.
Ora invece nel 1886, in un momento di forte ripresa dell’economia americana, sembrava che fosse arrivato il tempo per il definitivo braccio di ferro con i rappresentanti del grande capitale.
La manifestazione di Chicago del primo maggio si svolse pacificamente nonostante i giornali borghesi temessero il peggio.
Gli incidenti scoppiarono invece il 3 maggio, giorno in cui riprendeva il lavoro dopo la domenica. All’esterno della McCormick Harvester Works gli operai furono caricati alle spalle dalla polizia che sparò provocando sei morti. I lavoratori della McCormick stavano aspettando l’uscita dei 300 crumiri che erano stati assoldati dall’azienda per lavorare al posto degli operai in sciopero.
Mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, utilizzare i lavoratori immigrati (e quindi poco nulla sindacalizzati) per combattere il sindacato era ormai da tempo uno dei tanti strumenti nelle mani del capitalismo americano per far fronte alle lotte dei lavoratori.
Per protesta contro l’eccidio si decise di tenere il 4 maggio ad Haymarket Square una manifestazione di protesta contro quello che era accaduto.
Il comizio serale si svolse in modo pacifico finchè arrivarono circa 200 poliziotti i quali ordinarono di sgombrare la piazza. Durante le trattative qualcuno lanciò una bomba contro la polizia: “Ci fu una terribile confusione nell’oscurità, la polizia sparava selvaggiamente in tutte le direzioni, persone cadevano, molti erano feriti, altri correvano, imprecavano, gemevano, calpestati e picchiati selvaggiamente dalla polizia impazzita: uno di loro era morto sul colpo ed altri sette erano mortalmente feriti” (op. cit.).
È inutile dire che nei giorni successivi a Chicago e in tutto il Paese ci fu una vera caccia all’uomo che portò centinaia di attivisti e dirigenti sindacali in prigione. La bomba di Haymarket Square era l’occasione giusta per stroncare una buona volta per tutte il combattivo sindacalismo americano e affossare per sempre la richiesta delle otto ore.
Chi aveva lanciato la bomba tra la polizia? Albert Parson, il dirigente sindacale più popolare nell’America del tempo, non ebbe dubbi: agenti provocatori agli ordini delle autorità americane.
Rapidamente fu allestito un processo che doveva arrivare a condanne esemplari. Quale l’accusa? Aver provocato incidenti e “cospirazione” (!).
È inutile dire che il processo aveva già una sentenza scritta. Infatti si concluse con otto condanne a morte.
In seguito il governatore dell’Illinois commutò tre condanne a morte in due ergastoli e una condanna a 15 anni.
Poco prima dell’esecuzione un condannato a morte si suicidò.
L’11 novembre del 1887 sono impiccati quattro sindacalisti operai molto conosciuti e amati dalle masse.
Sono August Spies, nato in Assia (Germania), 31 anni; Adolf Fischer, nato in Germania, 30 anni; George Engel, nato in Germania, 50 anni e Albert Parson, nato nell’Alabama, 39 anni. Divennero i “Martiri di Chicago”.
Parson era uno dei due americani del gruppo degli otto condannati a morte.
Prima della sentenza gli imputati presero la parola. Ciò che dissero ai giudici merita di essere ricordato ancora oggi.
George Engel: “Voi mi accusate di assassinio. In che cosa consiste il mio crimine? Nel fatto che ho lavorato per l’edificazione di un sistema sociale nel quale non si vedranno più gli uni accumulare dei milioni, e gli altri morire di fame e di miseria…. Come l’acqua e l’aria sono a disposizione di tutti, bisogna che la terra e le invenzioni scientifiche degli uomini siano utilizzate per il bene di tutti. Io disprezzo il potere di un governo iniquo, io disprezzo i suoi giudici, i suoi poliziotti e le sue spie”
August Spies: “Per farmi condannare con il pretesto che io conosco colui che ha lanciato la bomba, voi producete le dichiarazioni contraddittorie di testimoni pagati. Si sono commessi molti crimini giuridici e, in questi casi, i giudici potevano agire in buona fede. Ma qui, voi non avete questa scusa. I rappresentanti dello Stato hanno essi stessi fabbricato i testimoni. L’accusa ha scelto una giuria corrotta già nella sua origine. Davanti a questo tribunale, davanti a questo pubblico, io accuso il procuratore di Stato e il Signor Bonfield di aver macchinato il nostro assassinio”
Luis Lingg (si suicidò prima dell’esecuzione): “Voi mi accusate di disprezzare la legge e l’ordine. Questa legge che cosa significa? I suoi rappresentanti sono i poliziotti ed è tra di loro che si reclutano i banditi… Io vi disprezzo, disprezzo la legge, la vostra forza e la vostra autorità. Impiccatemi!”
Adolf Fischer: “Io devo solamente protestare contro la pena di morte che voi mi applicate, in quanto non ho commesso alcun crimine… Ma se devo essere impiccato per avere professato delle idee anarchiche, per il mio amore per la libertà e l’umanità, allora non vi vedo alcun inconveniente e vi grido ad alta voce: disponete della mia vita!”
Albert R. Parson : ”… Secondo le ultime statistiche, ci sono negli Stati Uniti 16.200.000 operai. Sono questi che con il loro lavoro creano tutta la ricchezza del paese… L’operaio è colui che lavora per un salario e il cui unico mezzo di sussistenza è la vendita della propria forza lavoro quotidiana, ora per ora, settimana per settimana, anno per anno… Questa classe di persone – la classe operaia – che compie da sola tutto il lavoro utile e produttivo di questo paese è alla mercede e alla mercè della classe proprietaria. Come operaio ho condiviso quelle che mi appaiono le giuste rivendicazioni della classe operaia; ho difeso il suo diritto alla libertà, il suo diritto a disporre del proprio lavoro e dei suoi frutti… Questo è il mio delitto. Sono stato infedele e traditore verso le infamie dell’odierna società capitalistica. Se per voi questo è un delitto, confesso di essere colpevole”. (1° Maggio, Antologia, a cura di Lotta Comunista, 1986, pp.91-93)
Nonostante la dura repressione e i quattro operai impiccati la classe operaia americana non si fece irretire e nel 1890 conquistò le otto ore dopo grandi manifestazioni che si tennero il primo maggio nelle grandi città americane. Ma anche a Londra, Parigi, Amburgo, Vienna, Budapest, Varsavia, Barcellona, Roma, Milano, Genova… alcuni milioni di lavoratori scesero in piazza il primo maggio del 1890 a sostegno delle otto ore.
Ormai il Primo Maggio era entrato nel cuore degli operai di molte aree industriali del mondo.
Quali insegnamenti trarre da questi fatti? Ne individuo uno di sicura importanza.
In quell’epoca gli operai più colti e preparati sul piano sindacale erano tedeschi immigrati negli Usa. Non combatterono per sé ma per tutti.
Oggi in Italia abbiamo molti lavoratori stranieri provenienti da molte parti del mondo. Il valore della solidarietà e dell’internazionalismo deve radicarsi sempre meglio nel nostro Paese contro ogni razzismo e pregiudizio.
Il motto dei “Knights of Labor” (i “Cavalieri del Lavoro”, associazione sindacale nata negli anni Settanta dell’Ottocento negli Usa) è: “L’offesa verso uno riguarda tutti”. Facciamo nostro questo slogan ancora oggi!
“Non si tratta di un problema di numero. Grande o piccola questa manifestazione del 1° maggio è l’affermazione del principio di solidarietà e di unione degli operai di tutti i paesi ed è questo che farà del 1° maggio una giornata unica nella storia del mondo”
Dall’appello ai lavoratori della Gran Bretagna della Federazione nazionale delle organizzazioni operaie, 1° maggio 1890
Giancarlo Restelli
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Una coinvolgente ricostruzione delle condanna dei “Martiri di Chicago”
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Ivan Della Mea canta l’Internazionale di Franco Fortini
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