LIBRO-2

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Contenuto di LIBRO 2
 
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sacrimonti

Il Bozzente da Cislago a Origgio


Le fotografie, stampe, carte topografiche si troveranno solo su CD
Questo documento non e' terminato

INDICE

  1. Storia dei tre torrenti - BOZZENTE - GRADELUSO - FONTANILE
  2. (( Ogni trent'an e trenta mes l'acqua la torna al so paes ))
  3. Parte storica
  4. Il contratto Borromeo del 1603
  5. La grande piena del 1756
  6. Il piano di separazione
  7. Fontanile di Tradate
  8. Gradeluso di Locate
  9. Bozzente di Mozzate
  10. Situazione attuale
  11. Alcune note:
  12. Il torrente Bozzente deve essere controllato
  13. Il Bozzente deviato verso l'esterno del paese
  14. Il cambiamento del genere di vita nelle cascine di Uboldo.
  15. Annotazioni su Bozzente
  16. Lista delle diapositive
  17. Piano di lavoro


 


Da fare:
1) Fotografie dei punti interessanti.
2) Cercare libri del "Prima di noi"
3) Fare diapositive delle cartine specialmente quella del 1706 del Bozzente.

 





Breve storia, con origini e percorsi.

 

Storia dei tre torrenti

BOZZENTE - GRADELUSO - FONTANILE

dall'anno 1500 fino all'epoca della loro separazione del 1762 ai giorni nostri

Tratto da una pubblicazione di Peppino Donzelli ed edita dal comune di Cislago nel 1986.

(( OGNI TRENT'AN E TRENTA MES L'ACQUA LA TORNA AL SO PAES ))


Questo proverbio popolare Cislaghese, che indica la periodicita' delle inondazioni che il Bozzente porta attualmente fra le vie del paese, e ricorda che anticamente il suo corso, si snodava attraverso I'abitato, e' nato senza alcun dubbio dopo il 1762.
In quell'anno infatti furono ultimati i lavori di separazione e di deviazione dagli abitati, dei corsi dei tre torrenti, Fontanile di Tradate, Gradeluso di Locate e Bozzente di Cislago a conclusione di due secoli di progetti, di lavori e di lutti. Con questa opera veniva data ai torrenti la sistemazione razionale e definitiva che tuttora continua ad assolvere il compito che a quell'epoca le fu affidato dai suoi progettisti verso i quali ci sembra doveroso so un cenno di ricordo riconoscente per I'ingegno e la capacita' da loro dimostrata.
Il problema, che gia' dal lontano 1590 veniva sottoposto alla loro competenza, era uno dei piu' ardui e complessi: liberare una delle piu' fertili provincie del Ducato di Milano dalle furiose inondazioni che questi tre torrenti, uniti o separati, periodicamente riversavano sui territori di Cislago, Gerenzano, Uboldo, Origgio, Lainate e Rho, devastando coltivazioni, abbattendo abitazioni e.portando la morte fra gli uomini e gli animali.
Moltiplicavano le difficolta' di questi ingegneri anche fattori.di natura tecnica, economica e politica: le leggi dell'idraulica non erano state ancora del tutto formulate e lo scambio di notizie e di esperienze era limitato dalle distanze. Era stato inoltre loro vietato di condurre i torrenti nel vicino fiume Olona, per evitare inondazioni lungo il suo corso e danni ai mulini fra Cairate e Rho, Dovevano assolutamente consumare le loro piene nei boschi, con spandimenti calcolati in modo da non invadere i coltivati e gli abitati.
Attualmente, dopo un periodo di oltre due secoli, in cui si sono verificate solo le trentennali inondazioni dovute alla tracimazione dagli argini del nuovo corso del Bozzente che causano qualche danno ed alcuni disagi all'abitato di Cislago, ci sembra doveroso verso questi uomini raccontare le vicissitudini che hanno travagliato la nostra comunita' per meglio comprendere il sacrificio e I'impegno che spinse loro a risolvere in modo cosi' degno un problema cosi' complesso. La loro opera si e' dimostrata tanto valida che, superando tutte le loro previsioni, ha sfidato le offese del tempo e soprattutto quelle degli uomini. Questi tecnici forti delle passate esperienze, e sapendo che l'imprevidenza umana sarebbe stata la maggior nemica del loro lavoro, si erano augurati che la loro fatica non dovesse risultare perfetta; temevano infatti che le future generazioni, non piu' pressate dal pericolo, dimenticassero le vicende che l'avevano determinata e mandassero in rovina un'opera cosi' sofferta e tanto onerosa per mancanza di sorveglianza e di manutenzione.

* * *

Prima di iniziare il racconto storico, diventa opportuno dare al lettore una visione generale della configurazione del nostro territorio. ed in modo particolare della zona in cui nascono e si formano i tre torrenti, in quanto proprio nella tipologia di questo territorio e' racchiusa la causa maggiore degli eventi che saranno narrati in seguito.

Il bacino che alimenta i tre torrenti (vedi Tavola n. 1) e' attualmente facilmente individuabile in quanto circonscritto da tre grandi arterie di comunicazione che formano intorno ad esso un triangolo i cui lati sono cosi' formati: a ovest, dalla linea della Ferrovia Nord Mozzate-Vedano; a est, dalla provinciale che da S. Martino attraverso Appiano Gentile porta a Olgiate Comasco; ed infine a nord dalla statale Varese Binago-Olgiate Comasco.
Questo territorio, ora quasi interamente ricoperto da boschi, e' caratterizzato da una superficie profondamente solcata da numerose valli e declivi, il fondo dei quali e' percorso da piccoli ruscelli che raccolgono le acque che dilavano i loro pendii durante i temporali e nei periodi di piogge prolungate. Questi piccoli corsi d'acqua nel loro procedere si uniscono ad altri e formano corsi sempre piu' consistenti che scorrendo sempre verso sud vanno a formare i grossi rami che alimentano i corsi principali dei torrenti.

Siamo ormai nelle vicinanze dei centri abitati e precisamente: a Tradate per il Fontanile, a Locate per il Gradeluso e a Mozzate per il Bozzente.
Questi tre punti, che poniamo idealmente sui ponti delle Ferrovie Nord sotto i quali passano attualmente i tre torrenti in prossimita' dei relativi paesi, oltre a rappre sentare il termine dei bacini di alimentazione dei torrenti e l'inizio dei loro corsi verso la pianura coltivata e abitata, hanno un'altra particolarita': si trovano su tre altitudini diverse e precisamente: il Fontanile di Tradate sulla quota superiore, il Gradeluso di Locate sulla quota intermedia ed il Bozzente di Mozzate sulla quota inferiore.
A conclusione di questa breve ma necessaria indagine sul territorio interessato, risultano evidenti due elementi fondamentali che in seguito dovranno sempre essere tenuti presenti:
1) i tre torrenti essendo alimentati da tre bacini imbriferi contigui e simili, hanno come conseguenza lo stesso regime; le loro piene e le loro secche coincidono con scarti di tempi molto brevi;
2) tutto il territorio considerato, ha un'inclinazione naturale che tende a portare le acque di superficie verso la direttrice di Cislago, Gerenzano, Uboldo, Origgio, Lainate, Rho che rappresenta appunto la direzione del corso antico del Bozzente tracciato nel passato dall'azione delle acque che seguivano la pendenza del terreno.
Tutti gli elementi sopra analizzati, sono sempre stati, nel corso di alcuni secoli, la causa del fenomeno che tanto ha travagliato le nostre Comunita': l'unione dei corsi dei tre torrenti nel letto del Bozzente di Cislago.
Questo fenomeno a quei tempi veniva esaltato anche dallo stato in cui erano ridotte le valli dei bacini di alimentazione dei torrenti. Questi territori che ora vediamo cosi' riccamente coperti di boschi e vegetazione. avevano allora un aspetto lunare. Erano stati ridotti a veri deserti dall'azione incessante dell'uomo che in epoche precedenti aveva tratto da loro legname per usi diversi, e aveva in seguito asportato il sottobosco per raccogliere brugo e strame per uso agricolo. Di conseguenza, le acque piovane non piu' trattenute dalla vegetazione, scorrevano immediatamente verso le zone piiu' basse, raggiungevano nel giro di qualche ora l'alveo dei torrenti, provocando piene brevi e violente durante i temporali estivi, prolungate e dannose nei periodi piovosi. Le acque di piena inoltre trasportavano a valle terriccio e ghiaie che depositandosi sui letti ne innalzavano il loro livello favorendo la fuoriuscita delle acque dai loro alvei, creandone dei nuovi o congiungendoli fra loro.

PARTE STORICA

Siamo alla fine del XVI secolo e lo stato di fatto dei tre torrenti come appare evidenziato dalla tavola N. 2 risulta il seguente:
il FONTANILE: da Tradate seguendo un corso quasi uguale a quello attuale passava vicino alla Cascina Cipollina e si << consumava >> nei boschi di Gorla Minore. Fino all'anno 1712 non si e' trovata notizia di grandi variazioni di percorso o danni provocati da questo torrente;
il GRADELUSO: (sotto il nome di Bozzentino (6-31-29) piegava il suo corso verso Carbonate-Mozzate, nei pressi dell'attuale stazione ferroviaria di Locate, seguendo a nord la strada Varesina, la attraversava all'altezza (dei piantoni di Mozzate per poi piegare sotto S. Martino, verso Cislago lungo l'attuale strada campestre detta Miserella. Imboccava successivamente la strada per S. Maria e si disperdeva nei boschi in prossimita' della frazione Massina. (Questo suo corso e' in parte ancora esistente peraltro visibile in una fotografia aerea della zona ripresa alcuni anni orsono);
il BOZZENTE: (24-23-25-26-27-28) () dal ponte di S. Martino (l'attuale ponte che collega S. Martino con Mozzate), piegava a sinistra lungo la strada Varesina, la seguiva per un tratto, entrava in Cislago fra le due chiese, attraversava il paese, e passando per la Fagnana, entrava in Gerenzano. Attraversato il paese nella parte bassa, piegava il suo corso verso la Madonna del Soccorso in direzione di Uboldo; circondava il paese con un largo semicerchio e voltava poi verso i boschi di Origgio e Lainate nei quali si disperdeva.
Il corso antico del Bozzente, del quale e' stata fatta una descrizione sintetica, serviva in quell'epoca in parte anche come sede della strada Varesina. nel tratto S. Martino-Gerenzano, che risultava in tale modo percorribile solo nei periodi di secca del torrente.
Con tale situazione, la condizione dei vari paesi risultava veramente tragica:
Cislago, era diviso in due parti dal Bozzente e lambito in periferia dal Gradeluso;
Gerenzano, aveva la periferia intersecata tortuosamente dal Bozzente che riceveva nei dintorni del paese anche le rogge dei Piatti e della Mascazza;
Uboldo e Origgio, si trovavano invece nelle vicinanze del Bozzente ma su una quota inferiore al suo corso,
Questo stato di fatto portava continue e dannose inondazioni ad ogni violento temporale e durante stagioni particolarmente piovose, che erano causa delle misere
condizioni economiche del territorio.
Anche la situazione politica non era delle piu' favorevoli. Il Ducato di Milano, al quale il territorio apparteneva, era occupato dagli Spagnoli i quali erano impegnati piu' a trarre benefici che ad occuparsi dei problemi dei propri sudditi. Siamo vicini al periodo Manzoniano dei << Promessi Sposi>>, e la zona si trovava completamente immersa nell'atmosfera del romanzo con tutte le disavventure dell'epoca: carestie pestilenze e soprusi dei potenti. Le popolazioni dei paesi interessati, totalmente inserite in una economia, agricola di sopravvivenza, non avevano alcun peso. Le loro disavventure raramente giungevano in alto, e con le loro condizioni economiche non erano certamente in grado di risolvere una situazione cosi onerosa. I proprietari delle terre, toccati solo marginalmente da queste calamita' ingigantivano le difficolta delle soluzioni prospettate per evitare di esserne coinvolti economicamente. In queste condizioni era chiaro, che la soluzione di un problema cosi' complesso era destinata a rimanere un angoscioso desiderio da chi ne subiva le dannose conseguenze.

IL CONTRATTO BORROMEO DEL 1603

Nel 1603 invece, in seguito ad una paurosa piena che porto' distruzione fino ad Origgio, la Casa Borromeo, proprietaria delle terre di quel paese, considerati anche i benefici che gli spandimenti regolati del Bozzente potevano portare ai suoi boschi, si rese disponibile al concorso delle spese previste da un piano di deviazione dello stesso, da tempo preparato da un gruppo di Architetti, che prevedeva le seguenti opere:
la costruzione di una grande chiusa che sbarrava il vecchio corso del Bozzente al di sotto di S. Martino (23) (in corrispondenza dell'attuale strada campestre situata a monte del campo sportivo di Cislago) e la derivazione da questa di un nuovo corso che seguendo in parte l'attuale circonvallazione di Cislago fino al ponte, piegava in direzione dei boschi di Gerenzano-Uboldo per raggiungere la brughiera del Guasto () di Origgio nella quale doveva spandere completamente le proprie acque con varie diramazioni (2 3 -29 - 1 4- 1 5 - 1 9).
A questo fine il Conte Renato Borromeo metteva a disposizione del piano 4500 pertiche dei suoi boschi di Origgio per raccogliere gli spandimenti delle acque e si impegnava a sostenere la meta' delle spese necessarie per l'esecuzione del piano e della futura manutenzione e aggiungeva:
"Inoltre esso Sig. Conte promette di far fare una chiusa di ceppi, o sassi, e mattoni in calcina nel cavo di detto torrente, e nel luogo ove le acque di esso si introducono no nel cavo nuovo; in modo tale, che, per alcun tempo avvenire l'acqua di esso torrente non possa dar danno a detta strada".
Il Ducato con rara tempestivita' ordino' al Giudice delle strade, sig. Giorgio Secco, un'ispezione della zona che venne da questo effettuata e completata con una relazione favorevole che metteva in evidenza i vantaggi che la realizzazione del progetto avrebbe portato alla viabilita' e alle terre di Cislago e Gerenzano e in questa
"Onde si concerto' col Giudice mio Predecessore, che il Ducato potesse pagare fino a lire tre mille; attesto che con tale diversione il cavo del vecchio torrente restava asciutto, e poteva servire di strada"
A loro volta le comunita' di Cislago e Gerenzano presentarono al Governatore di Milano una supplica con la quale, chiedendo la facolta' di deviare il Bozzente, mettevano in evidenza il grave pericolo rappresentato dalla strada Varesina percorsa dal torrente, sottolineavano la disponibilita' della casa Borromeo alla realizzazione dell'opera e si richiamavano al parere favorevole del Giudice delle. Strade.
La supplica, che pubblichiamo nel suo testo originale, era cosi formulata:
"Cum sid quod anno superiori per Agentes terrarum Cislagi, et Gerenzani supplicatum fuerit Suae Excellentiae pro obtinencia facultate divertendi aquas torrentis Bozzenti, tunc decurrentes per Cavum Veterem prope viam magistram varesinam, et secus ipsas terras, in maximo periculo, et damno ipsarum, et eiusdem Viae, quas aquas Illustrissimus Comes Renatus Borromeus offerebat ducere per Cavum noviter construendu, super eius bonis Origii; et super eo supplici libello injunctum fuerit Octavio raverto, tunc Judici Stratarum, ut locum visitaret et referrat etc.".

* * *

Sulla base di questi elementi si fondo' il celebre << CONTRATTO BORROMEO >>, che sottoscritto dal Sig. Conte Renato Borromeo e dal Sig. Orario Albano, sindaco del Ducato, sanciva la prima deviazione del Bozzente dal vecchio corso neI nuovo cavo; fissava in parti uguali le spese di costruzione e della manutenzione, e dava inizio ai lavori che vennero terminati sulla fine dell'anno 1604.
Cin il nuovo corso del torrente che dopo la chiusa di S. Martino venne chiamato "Cavo Borromeo" si liberava Cislago e Gerenzano dal passaggio delle acque del Bozzente attraverso i rispettivi abitati e si toglieva Uboldo e Origgio dalla vicinanza del suo corso.
Il vecchio alveo del Bozzente venne poi in parte riadattato ed usato come strada di collegamento fra i paesi.
ll Gradeluso a sua volta, che in seguito alla nuova sistemazione si incrociava con il Cavo Borromeo ad ovest di Cislago (29), venne immesso nello stesso, ed il restante suo corso verso S. Maria, usato come strada.

Questo grandioso progetto, visibile sulla tavola n. 3, cosi' magistralmente studiato ed eseguito nasceva con un grande difetto:
la chiusa di S. Martino!
La complessa opera che sbarrava il vecchio corso del Bozzente alle acque e le obbligava a compiere una deviazione a gomito (23) per imboccare il nuovo Cavo Borromeo, veniva violentemente percossa e danneggiata ad ogni piena, per cui permetteva a piccole porzioni di acque di filtrare nel corso vecchio e richiedeva continui lavori di manutenzione. La suddetta situazione viene confermata anche dal documento dell'epoca che riproduciamo:
"Lo attestano gli uomini piu' provetti di Cislago, i quali diligentemente interrogati su questo fatto, hanno concordemente risposto di aver essi sempre veduta la confluenza deI Gradeluso e del Bozzente nel Cavo Borromeo, e la grandiosa chiusa poco sotto S. Martino fino all'anno 1714, ed aggiungono di piu' di averne veduta la riparazione negli anni precedenti; anzi tra questi il fattore Morone, uomo provetto di Cislago, ed altri attestano d'essere stati essi medesimi adoperati in tal travaglio.
Quanto alla forma e alla qualita' della chiusa affermano ancora gli stessi uomini vecchi di Cislago, come testimoni di vista, che questa era costrutta di grandi ceppi (massi) e di solidissime ispallature, con una grande fronte armata di colonne di legno, a guisa di paladella, e che l'altezza della chiusa era di braccia 10 (circa 6 metri), con rinforzo alle spalle con quattro grandi gradinate di ceppo vivo, le quali andavano a terminarsi in un sottoposto piano di grosse tavole di legno; ed inoltre riferiscono di aver in questi tempi veduto che dalla cresta e sommita' della chiusa si scaricava una moderata porzione d'acqua nel cavo vecchio, ma solamente in tempo delle massime escrescenze".
Questo scritto dimostra che la chiusa di S. Martino stabilita nel contratto del 1604, oltre che a perdere acqua, si era anche trasformata in sfioratore, e non manteneva piu' una condizione contrattuale: "di tenere asciutto il letto antico del Bozzente affinche' servisse da strada comoda ai viandanti di ogni tempo".
Il difetto della chiusa aveva fatto sorgere anche la convinzione che fosse una sua caratteristica, infatti la stessa veniva chiamata "travacone", come se l'opera avesse il compito di scolmare nel vecchio corso del Bozzente le acque eccedenti. Questa anomalia e' tuttora confermata dalla lapide murata nel 1680 all'inizio dell'attuale via Garibaldi in Cislago in occasione della inaugurazione di un ponte sul vecchio corso, costruito in quel punto 36 anni dopo la deviazione del Bozzente dal centro del paese, proprio perche' l'abitato veniva nuovamente diviso in due parti dalle acque del torrente che filtravano attraverso la chiusa o la scavalcavano in occasione di grossi temporali o di pioggie prolungate.
Con questo stato di fatto comunque, le comunita' di Cislago, Gerenzano, Uboldo e Origgio, non soffrirono piu' inondazioni dal 1604 al 1714, malgrado una lunga serie di grandi piene dei due torrenti.
Al termine di questo periodo, la situazione politica del Ducato diventa complessa. Nel 1700 scoppia la guerra di successione di Spagna che porta come conseguenza, nel 1706, l'occupazione di Milano da parte delle Truppe Imperiali Austriache; tuttavia dovra' passare ancora un lungo intervallo prima che Maria Teresa, salendo al trono Asburgico dara' il suo nome al definitivo processo di rinascita del Ducato di Milano.
Nel 1714 inizia l'epoca piu' infelice per le nostre comunita'.
La chiusa di S. Martino incomincia a rovinarsi. Il Ducato di Milano, travagliato dalle nuove vicissitudini politiche non tiene fede ai suoi obblighi contrattuali di manutenzione alla chiusa e rende in tal modo impossibili altri interventi da parte della Casa Borromeo.
La chiusa intanto continua a deteriorarsi e contiene sempre piu' pericolosamente le acque, finche', nell'anno 1718, investita da una paurosa piena, si rovescia completamente ed il Bozzente irrompe con violenza nel suo vecchio corso portando gravissimi danni alle terre di Cislago, Gerenzano, Uboldo.
Questo avvenimento determina una nuova situazione. mentre le acque del Gradeluso ed una piccola parte di quelle del Bozzente continuano a confluire nel Cavo Borromeo, nel vecchio corso del Bozzente, non piu' sbarrato dalla chiusa di S. Martino, erano ritornate a scorrere la maggior parte delle sue acque dopo 115 anni di assenza.
Gli abitanti dei paesi situati sul vecchio corso, temendo il ripetersi delle passate calamita', raccontate loro dagli anziani, e duramente danneggiati da altre piene negli anni 1729 e 1738, danno subito inizio alla costruzione di opere di difesa.
Cislago allarga l'alveo del Bozzente ed erige sulle due sponde del tratto che attraversa il paese, due enormi argini in muratura () a difesa dell'abitato.
Gerenzano assalito dalle acque fino alle zone piu' alte, alza gli argini e costruisce un grosso muraglione () per proteggere la chiesa ed il cimitero che la circonda e all'ingresso del paese deriva un canale scolmatore, chiamato Cavo Fagnano (25) per il contributo dato da questa famiglia, avente il compito di abbassare il livello di piena nell'abitato.
Origgio e Uboldo a loro volta, avendo sofferto inondazioni anche negli abitati, nel 1729 su progetto dell'ing. Raffagni, scavano una lunga deviazione del Bozzente piegandolo verso la Malpaga (27) per portare le sue acque nel vicino Cavo Borromeo ed allontanarle definitivamente dai paesi.
Il vecchio corso del Bozzente diventa un lungo cantiere di opere individuali e frammentarie che creano solo discordie e rivalita' fra i paesi, poiche' alla fine risultava che le opere erette a difesa degli uni avrebbero danneggiato gli altri.

LA GRANDE PIENA DEL 1756

Il Gradeluso intanto, che dal 1604 aveva continuato a convogliare le proprie acque nel cavo Borromeo, nell'anno 1744 durante una piena, esce dal suo corso a sud di Mozzate ed imboccata una strada secondaria con andamento incassato, detta Mezzanella, (3 1) che collegava Tradate a S. Martino, si congiunge con il Bozzente sotto S. Martino, e le acque di piena dei due torrenti cosi' uniti, portano danni gravissimi fino all'abitato di Rho, che non aveva piu' sofferto inondazioni da oltre un secolo.
Ancora una volta i paesi alzano difese, Uboldo e Origgio aprono una seconda deviazione su progetto dell'Ing. Malatesta. (26) Anche questi lavori pero' si dimostrano inutili; nell'agosto del 1750 il Fontanile che dal lontano 1603 non aveva piu' causato danni, durante una piena, svia il suo corso verso la solita strada Mezzanella sotto Tradate, e seguendola si congiunge al Gradeluso gia' precedentemente collegato al Bozzente attraverso questa strada, e cosi' i tre torrenti uniti ed in piena portano la devastazione fino a Rho.
Nel medesimo anno le comunita' di Cislago - Gerenzano - Uboldo e Origgio, atterrite da questa nuova e gravissima situazione, fanno ricorso al sig. Conte D. Luigi Pecchio, in quel tempo giudice delle strade, e presentano a S.E. il Sig. Governatore di Milano le loro suppliche.
Chiedono che il Ducato restituisca i tre torrenti nell'antica disposizione sancita dal "Contratto Borromeo" e ribadiscono che la causa di tutti i mali era dovuta solo alla violazione delle norme dello stesso; sottolineano che la rovina della chiusa di S. Martino, non era dovuta alla violenza di wna piena eccezionale, ma solo alla conseguenza di tanti anni di logorio, in assenza di ispezioni e manutenzione; lamentano inoltre che era ingiusto che alcuni paesi subissero le conseguenze della negligenza di chi aveva I'obbligo contrattuale di vigilanza e manutenzione della chiusa "che aveva continuato per piu' d'anni cento alla difesa della Strada varesina, del pubblico commercio, e dei terreni, i quali formavano patrimonio dello stesso Ducato".
Infine chiedono ai Signori Sindaci che intervengano tempestivamente nel porre i dovuti ripari per la difesa "di una delle pèiu' nobili e feraci provincie del Ducato, la quale in breve tempo si sarebbe resa incapace di soccombere al Peso del Regio censo".
In risposta a questi giustificati reclami S. E..il Sig. Paolo De la Slyva, Presidente del Supremo consiglio della citta' e del Ducato di Mantova, ordina ai Signori Sindaci del Ducato di indennizzare in parte dei danni subiti le comunita' ricorrenti e al Sig. Ingegnere del Ducato Ferdinando Pessina di visitare gli sviamenti dei torrenti e di proporre cio' che ritenesse piu' opportuno.
Ma mentre si davano queste buone disposizioni, il Fontanile di Tradate durante una grossa piena, rompe l'argine vicino ad una strada molinara (l'attuale strada Locate V. - Gorla Magg.), la segue ripercorrendo lo stesso tracciato della rovinosa alluvione ehe nel 1712 aveva portato gravi danni a Gorla Magg. e ai suoi mulini, ed irrompe nuovamente nell'Olona provocando altri danni ai mulini dei paesi rivieraschi.
Questo fatto, mentre porta un certo sollievo alle comunita' di Cislago, Gerenzano e Uboldo, che vedono allontanarsi il pericolo determinato dal Fontanile unito al Gradeluso gia' da tempo collegato, al Bozzente, solleva la reazione dei paesi riveraschi dell'Olona. Questi presentano subito ricorso al "Senato Eccellentissimo protettore e custode del fiume Olona ": il cui delegato Sig. Giuseppe Bonacina, Vicario del Seprio, dopo un sopralluogo ordina la chiusura immediata di questo nuovo corso e la restituzione del Fontanile al suo antico alveo.
Di conseguenza i tre torrenti ritornano ancora uniti, con le loro acque che confluiscono tutte pericolosamente nel corso antico del Bozzente di Cislago!
Intanto il Sig. Ferdinando Pessina in esecuzione al suddetto decreto si reca sul posto ed ispeziona tutte le valli dei bacini dei tre torrenti, stende una fedele mappa e scrive un'ampia relazione sulle cause che determinano la loro unione. Non riesce tuttavia a formulare un piano poiche' nel febbraio del 1731 colto da febbri, muore a Tradate senza lasciare ai suoi collaboratori le conclusioni dei suoi studi che teneva gelosamente nella sua mente.
Morto Ferdinando Pessina, non si riusci' in quel momento a trovare un altro tecnico di provata competenza che lo potesse subito sostituire. Sorsero invece dispute violente fra "Tecnici" e "Pratici" sulla soluzione del problema che portavano grandi confusioni ed incertezze a chi doveva prendere delle decisioni e come conseguenza il rinvio di ogni iniziativa.
I tre torrenti intanto, scorrevano sempre pericolosamente uniti nel corso antico del Bozzente di Cislago, ed in questa grave situazione si giunse alla grande piena del primo luglio 1756.
In quel giomo su tutto il territorio, da Venegono fino a Rho, imperverso' un violento nubifragio che rovescio' su tutta la zona una immensa quantita' di pioggia accompagnata da una devastante grandinata e da un vento impetuoso. Nel giro di qualche ora tutta quella enorme massa di acqua si riverso' nei tre torrenti che a loro. volta la confluirono nel vecchio corso del Bozzente di Cislago, gia' gonfiato da precedenti temporali.
Le conseguenze disastrose che ne seguirono preferiamo raccontarle con le descrizioni dell'epoca:
"A tutti questi mali pose il colmo la grande piena accaduta nell'anno 1756, quando il Bozzente accresciuto dal torrente Gradeluso e del torrente di Tradate interamente introdottisi contro ogni equita', dopo il taglio dei loro medesimi argini, porto' quasi l'eccidio delle comunita' di Cislago, di Gerenzano, d'Origgio e di Rho " con quella lagrimevole inondazione accorsa nel primo luglio, la quale atterro' case, diserto' immense campagne, affogo' armenti e diede la morte a molti abitatori.
La notizia dell'accaduto giunse a Milano dopo alcuni giorni.
Il Sig. Grassini delegato di Sanita' del Ducato, preoccupato da possibili epidemie che avrebbero potuto insorgere sul luogo del sinistro, invio' sul posto a capo di una delegazione, il Sig. Bartolomeo Beretta con il seguente mandato -:
" per qualche rumore sparso che nei dintorni di Tradate ed altre terre contigue, specialmente verso Cislago si risentono delle cattive esalazioni alla umana salute pregiudichevoli, e procedenti da cadaveri di bestie e d'uomini annegati nella innondazione in quelle parti seguita nei passati i giorni, ovvero dalle biade infradicite, e corrotte dal fango e nell'acqua.
Siamo venuti nel sentimento di ordinare a voi che immediatamente vi trasferiate sul fatto, e visitando ogni,luogo pregiudicato da tal ruina diligentemente operiate sopra, facendovi al caso di bisogno, guidare da una persona in ogni luogo danneggiato dall'innondazione per farne distinta relazione.

Attenderete diligentemente se vi siano fetori prendendo ancora lume da vicini abitanti in qual luogo, e in qual tempo massimamente si sentono.
Vi informerete distintamente se vi siano cadaveri di uomini o di bestie di qualunque specie insepolti, della qualita' e della quantita' delle biade che sono state rapite da tale inondazione.
Visiterete le case osservando se in esse vi sia fango o altre immondezze che rendono male odore e se vi si trovano malati.
Insomma sara' vostro dovere prendere tutti quei lumi che sono propri della vostra incombenza.

E dalla relazione seguita al sopralluogo si apprendono i seguenti impressionati particolari.

Ossercvando gli ordini ricevuti il giono 18 mattina passai a Gerenzano ed inteso da varie persone il male che il fiume detto bozzente aveva fatto con l'escrescenza della di lui acqua.
Ho saputo dal Sig. Piero Vate, fattore dell'Ill.mo Fagnani e dal console, che sono annegate tre bestie bovine, una del fittabile del Sig. Vedani et le altre due delli fillabile del detto signore e che le dette ebstie le hanno godurte.
Niuna persona e' perita, ne vi e' niuna esalazione in detta terra, non essendoci che un solo ammalato ma non per detta causa, e dopo visitato le case dove e' stata l'acqua sono andato a Cislago.
Ivi ho veduto molte case rovinate dall'escrescenza dell'acqua di detto fiume Bozzente, e dal Sig. Paolo Antonio Rimoldi agente dell'Ill.ma casa Castelbarco, e dal console, Arcangelo Zaffarone, ho saputo essere perite 70 tra piccole e grosse bestie bovine e circa 30 tra giumenti e muli. Interrogati se sono perite persone, mi hanno risposto che guattordici persone sono annegate e state sepolte nella chiesa parrocchiale, et un bambino il quale non si e' ancora trovato. Interrogati cosa avevano fatto di tante bestie bovine e di detti giumenti.e muli; mi hanno risposto che alle bestie bovine hanno cavato la pelle et hanno goduto le carni, mantre il reverendo Sig. Curato ha dato il permesso di mangiarne il venerdi e il sabato perche' non avevano altro. Di detti muli e giumenti hanno cavato la pelle e poi li hanno gettati in detto fiume Bozzente che li ha condotti nelle campagne e nei boschi, eccettuato un mulo d'un molinaro di Prospiano, che era li' capitato per caso, che l'hanno interrato in un orto con le interiora delle bestie bovine. Il console mi ha soggiunto che sono annegate piu' di 100 percore e che con le galline sono state godute o date per carita'.
Mi hanno detto poi cosa era successo delle capre, o siano ammassi di messi di grano. Mi hanno significato che quelle sono state condotte via dalle acque e sono state raccolte da quelli di Gerenzano e da quelli di Uboldo e di Origgio nei boschi e quello che era ancora da mietere e' stato rovinato dalla tempesta.
Indi con il console ho visitato tutte le case dove e' stata l'acqua ad altezza piu' d'un uomo e che molte persone a gran fatica si sono salvate. Dalle dette case ho veduto che hanno estratto il fango cosi' nelle corti: ormai essicato non mandava mal'odore.
Ho raccomandato di lasciare aperto ed accendervi del focho per asciugare i muri, et che era buona cosa imbiancarli con calcina.
Interrogato poi se vi erano ammalati, mi hanno risposto esservi una sola femmina ma da molto tempo, e uno chiamato Carlo Filippino per essersi tanto intimorito nel pericolo in cui e' stato d'annegarsi.
Ho visitato anche la chiesa ma ho veduto le lapidi dei sepolti fatte con maestria che non sono capovolte come non ho sentito alcun mal'odore...
Mi sono partito e portatomi a Mozzate con San Martino ho veduto rovinato il ponte, e dal console Carlo Andrea Gino, ho inteso non essere statte danneggiate ne persone ne bestie ma solo le campagne per l'arena mandata all'escrescenza della detta acqua e horrida tempesta.
Passato a Carbonate dal console Pietro Colombo ho inteso che con la detta escrescenza dell'acqua in detto piccolo borgo, non erano perite ne' bestie ne' persone ma era statta l'acqua alta piu' di un uomo, come ho visitato tanto nell'osteria come in varie case di pigionanti dell'Ill.ma Casa Arconati, ho veduto il simile effetto a Cislago, e siccome in dette case non avevano ancora estratto la litta lasciata dall'acqua, li ho detto di estrarvela subito a cio che non apportasse quell'odore e conseguente danno alla salute. Mi hanno risposto di darli del pane che non avevano di che vivere per la gran tempesta...

La relazione continua con la visita nei giorni successivi a Locate - Abbiate - Tradate - Appiano Lurago Veniano - Limido, dove vengono riscontrati allagamenti e la distruzione dei raccolti causati dalla grandine, mentre numerose case risultano danneggiate dal vento.
Siccome a Carbonate intesi che a Cislago erano statti interrati due muli del molinaro di Prospiano e per essere male intenrati marndavano fettore, mi sono ritornato per accertarmi e per fare levare l'inconveniente se vi fosse stato. Onde arrivato nel luogo, fatto chiamare il Console Arcangelo Zaffarone predetto, mi assicuro' che dei muli del molinaro, era statto interrato solo uno e l'altro, dopo cavata la pelle l'avevano gettato nel Bozzente. Onde ritornato a visitare non ho sentito alcun malodore, e abbondantemente li ho fatto gettare della terra essendo gia' 15 giorni che e' statto interrato. Indi a notte oscura sono arrivato. a Saronno e la mattina mi sono portato a Uboldo dove il Sig. Giuseppe dell'Acqua mi significo' come l'escrescenza del detto Bozzente aveva inondato tutta la terra et nelle prime case era arrivata ad altezza piu' d'un uomo, e con esso avendo visitato le case ho veduto che avevano gia' estratto il fango ormai secco che non mandava nessun odore.
Molte case sono di murati vecchi percio' si sono inzuppate di acqua che mandano un odore che dicono li fa dolere il capo e percio' li ho detto di non dormire in dette case, di lasciare aperto e di fare imbiancare di calce. Interrogato il console Pietro Cataneo se in tale escrescenza erano perite persone e bestie, mi ha detto essere perite due bestie bovine che le hanno godute.
Siccome mi fu detto che in una campagna arenata dal Bozzente vi erano due bestie non interrate vicino alla cascina Malpaga. Sicche' col Console sono stato a visitare la detta cascina distante un miglio vicino a detto fiume che e' stata la piu' esposta. La dove si e' annegato un solo vitello e una pecora che hanno goduto, et avendo purgato le case, li maestri di muro le riparavano.

Passato alla visita di dtte campagne non ho ritrovato che uno scheletro di bestia che sembrava un giumento e ho trovato disinterrato una parte di un altro dalle fiewre o cani che aveva fatto interrare il detto deputato, onde ho ordinato di farlo nuovamente coprire.
Essendo molto lontano la detta cassina da detto luogo mi sono portato a origgio e dal console Gio' Ceriano ho inteso esservi stata pèer le case l'escrescenza dell'acqua del Bozzente ad altezza di un braccio, ma non ha fatto danno e cosi' mi ha confermato il fatore dell'Ill.ma Casa Borromeo, e a circa le ore 17 sono arrivato a Ro'...

IL PIANO DI SEPARAZIONE

Una cosi' terribile calamita' spinse di nuovo le Comunita' e le Autorita' a cercare scampo a questi mali. Si tennero congressi, si inviarono ingegneri, si formarono commissioni e si sentirono tante idee senza arrivare, pero' ad una conclusione valida.
A questo punto intervenne con la sua autorita' S.A.S. il Sig. DUCA DI MODENA Amministratore del Governo e Capitano Generale della Lombardia Austriaca, il quale nel 1758 assunse personalmente la responsabilit'a del riordino dei tre torrenti. Nomino' una giunta presieduta da S.E. il Sig. Marchese Corrado la quale, con speciale decreto nomino' tre valentissimi ingegneri nelle persone dei Sig. GIANCARLO BESANA ingegnere del Ducato, del Sig. BERNARDO MARIA DE ROBECCO ingegnere camerale e del matematico ANTONIO LECCHI della Compagnia di Gesu'. A questi tecnici fu ordinato di sottoporre al Governo nel piu' breve tempo possibile, un piano razionale per la sistemazione definitiva dei tre torrenti. Fu anche decretato che alle spese necessarie per la realizzazione dell'opera dovessero contribuire tutte le provincie del Ducato in quanto si ritenne che una provincia cosi' provata nel passato non dovesse da sola affrontare oneri cosi' pesanti.
Il progetto che questi tecnici riuscirono ad elaborare nel giro di pochi mesi, visibile in parte nel disegno originale allegato, si dimostro, un vero piano organico, completo di tutti i particolari. Comprendeva il rilievo planimetrico del territorio e di tutte le sue caratteristiche idrauliche; riportava i calcoli delle portate di piena dei singoli torrenti e le loro cause; e illustrava con tutti i particolari le opere di eseguirsi.
Il presupposto su cui si basava il piano, era la separazione dei tre torrenti dal Bozzente di Cislago con tre corsi ben distinti da eseguirsi in linea retta fino al termine delle zone abitate, e la dispersione delle loro acque in tre zone distanti e senza pendenze fra di loro.
Il loro corso doveva avere la massima sezione e pendenza in questo primo tratto e diminuire progressivamente dopo le prime derivazioni delle rispettive rogge maestre, per terminare con le successive diramazioni nelle zone di spandimento.
La pendenza e la forma della sezione dei corsi veniva calcolata in modo che la velocita' delle acque risultasse sempre costante anche con il variare delle portate, onde evitare i depositi di sabbie nei loro letti.
A questo proposito si consigliava il divieto di zappare il brugo nelle valli dei bacini di alimentazione e si suggeriva un intenso rimboschimento delle stesse al fine di trattenere il piu' possibile le acque piovane, e si vincolavano a destinazione boschiva vietando ogni attivita' agricola onde evitare con il dilavamento delle piogge, I'asportazione del terriccio dai coltivati.
L'assetto finale dei tre torrenti, dopo alcune varianti, veniva previsto come nella Tavola n. 1 e precisamente:

FONTANILE DI TRADATE

Si doveva utilizzare lo stesso corso rettificandone la direzione e restringendolo in piu' punti per aumentarne la velocita' delle acque ed evitare i depositi di sabbie:
sulla sponda sinistra furono previste arginature verso la strada Mezzanella e altre zone inclinate. Il suo corso giunto cosi' nei boschi di Gorla e Rescalda si doveva dividere in molti piccoli rami con la funzione di disperdere le acque su una vasta superficie di boschi.
Questa zona boschiva (boschi Ramascioni e Mirabello) doveva essere anche in parte circondata da una lunga serie di arginature per impedire che le sue acque di piena si unissero a quelle della zona di spandimento del Gradeluso.

GRADELUSO DI LOCATE

Per questo torrente che da secoli si dirigeva su Cislago, il piano prevedeva un corso completamente nuovo che doveva essere scavato fino alla zona di spandimento.
Questo corso partendo dall'attuale stazione ferroviaria di Locate proseguiva diritto e variamente arginato fino ai boschi a Nord della Cascina Visconta nei quali si doveva disperdere con varie diramazioni. (6-8-9-1 O)
L'ultimo tratto del suo corso (9-10), con inizio nei boschi di Carbonate e fino alla zona di spandimento della Visconta, doveva essere scavato con una sola arginatura sulla parte sinistra a protezione delle campagne, mentre la contrapposta sponda destra doveva essere priva di argine, affinche' facesse le veci di un continuo e regolare scaricatore dei due terzi della portata delle acque di piena.

BOZZENTE DI MOZZATE

Con un nuovo corso rettilineo, che iniziava dal Ponte sulla strada statale Varesina a S. Martino (24) doveva imboccare il Cavo Borromeo eseguito nel 1604, al ponte della strada Cislago-Prospiano (14). Questo nuovo tracciato poneva termine al grave errore commesso in quella data in occasione della prima deviazione del Bozzente.
Come si ricordera' il vecchio corso fu sbarrato dalla famosa chiusa che in seguito procuro' tutti i mali che abbiamo raccontato. Questo nuovo tratto iniziale era previsto con una forte pendenza per evitare il depositarsi di sabbia durante i periodi di piena. I materiali risultanti degli scavi dovevano essere usati per creare un argine continuo su tutta la parte sinistra del corso (detto << terrone >> con il compito di evitare tracimature verso i terreni piu' bassi di Cislago. Al ponte della strada Cislago-Prospiano, dove il nuovo corso doveva immettersi nel Cavo Borromeo, avveniva la prima derivazione per mezzo di un canale (chiamato ora impropriamente Bozzentino) che con il nome di Roggia Maestra aveva la funzione di prelevare dal Bozzente un terzo delle acque di piena per disperderle nei boschi di Gerenzano. In quel punto ( 1 4) fu' previsto, a questo scopo, uno sfioratore (briglia) con relativo divisore a cuneo per facilitare la derivazione delle acque dal corso principale. A valle dello sfioratore era progettato il riordino del vecchio Cavo Borromeo che dopo tre nuove diramazioni nei boschi di Uboldo; entrava nella zona di spandimento di Origgio nella quale doveva disperdere l'ultimo terzo delle acque di piena attraverso le numerose diramazioni costruite nel lontano 1604 all'epoca del "Contratto Borromeo".. Questa vasta zona boschiva doveva essere circondata da una arginatura di contenimento e al suo termine con tre bocche sfioratrici rovesciare le eventuali acque residue sulle strade per Villanuova Barbaiana Biringhello, per finire poi nell'Olona dopo aver attraversato l'abitato di Rho.

Approvato il piano vennero subito appaltati ed iniziati i lavori con un impiego imponente di uomini e animali distribuiti sui vari punti dei tre tracciati, tutte le parti essenziali vennero ultimate verso la fine del 1760, mentre il piano fu completato in tutti i suoi particolari nell'anno 1762.
Al termine dei lavori S.A.S. il Duca di Modena, promotore di quest'opera, ordino' a tutti i proprietari delle terre, che da Tradate a Rho .erano stati in qualche modo interessati o soggetti ai fenomeni dei tre torrenti, di unirsi in un Consorzio, finanziato in parte da loro ed in parte dal Ducato, avente lo scopo di conservare il piano sempre funzionante con le necessarie sorveglianze e manutenzioni. Nomino' pure una Giunta di ministri con il compito di giudicare, in riunioni periodiche, tutte le infrazioni e le necessita' che il Consorzio stesso era tenuto a riferire, ed a intervenire con una speciale autorita', a risolvere qualsiasi situazione.
"La Congregazione dei Torrenti", cosi' era stato allora chiamato il Consorzio, doveva in ogni modo e con ogni mezzo operare per evitare che si verificasse nuovamente l'antico fenomeno:
l'unione dei tre torrenti nel corso antico del Bozzente di Cislago!
La perfezione dell'operae la sua utilita' fu subito verificata durante le piene avvenute negli anni successivi ed e' documentata dallo stralcio della relazione, che di seguito pubblichiamo, diretta al Duca di Modena in ringraziamento per il suo decisivo intervento.

" merce' di provvedimenti cotanto saggi V.A.S. in tempi calamitosi ba condotta a fine un 'impresa per tant'anni desiderata e quasi disperata dagli abitatori di queste terre. Si son separati li tre Torrenti con nuove manofatte inalveazioni, e s'e' perfezionato il necessario progetto di consumare le loro piene ripartitamente ne' boschi e nelle bvughiere. Ed anzi colla sperienza di due precedenti anni s'e' giunto a segno di volgere a vantaggio di guelle terre la ferocia medesima de' Torrenti.
Imperciocche' dalle frequenti loro irrigazioni nella state e nell'autunno gli antichi boschi si dispongono gia' di una maggiore feracita' e quei tratti immensi di sterilissimi piani dalle bonificazioni de' Torrernti o si abilitano a trasformarsi in dense boscaglie, o dagli agricoltori si rivestono di novelle e gia' sorgenti piantagioni.
Non s' e' veduta giammai una metamorfosi di cose la piu' strana. Que' medesimi terrazzani, i quali, anni sono, al primo udirsi all'orecchio fin da lungi il romore e l'arrivo de' minacciosi Torrenti, s'inorridivano, e paventavano le solite irruzione o nelle case, o nelle campagne; al di di' d'oggi non che temerle, con lieto viso attendono le loro piene, vanno loro incontro per invitarne le acque a diramarsi su loro fondi; altri se le attraggono con nuovi fossati, altri le fermano con arginelli, ed arrestano su fondi sterili quel medesimo interrimento favorevole alle nuove piantagioni che riusciva tanto nocivo a seminati. Che se all'imboschimento de' piani s'aggiugnera', com'e' da sperarsi, quello tanto importante delle valli col fare buon uso degl'interrimenti fermati dalle roste, o sia traverse gia' poste in opera questo sol fine; in pochi anni noi vedremo restituita alla nostra provincia ed al Ducato la copia de' boschi che l'amore alla coltura ci aveva tolto con poco sano consiglio.

Tutte queste felici prospettive suscitarono un grande spirito a difesa della nuova opera che sopravvisse anche al successivo alternarsi di governi sul nostro territorio.
Lo testimonia l'editto, pubblicato a lato, emanato nel 1803 dalla Repubblica Italiana subito dopo la sua costituzione da parte di Napoleone, editto che si richiama a quello del 1773 di Maria Teresa d'Austria.
Successivamente si verificarono alcuni difetti: la Roggia Maestra del Bozzente, dal 1765 incomincio' a svolgere male il suo compito progettuale, (smaltire un terzo delle acque di piena nei boschi di Gerenzano) a causa degli accumuli di sabbia che durante le piene otturavano il suo punto di derivazione dal Bozzente. Il medesimo fenomeno si verificava di continuo anche alle diramazioni della zona di spandimento di Origgio che diventava in tal modo insufficiente a smaltire le acque di piena e di conseguenza le riversava sui territori di Lainate fino all'abitato di Rho, per finire poi nell'Olona.
Queste anomalie erano dovute al ritardato rimboschimento dei bacini di alimentazione. Continui sono i ricorsi alla "Giunta" di questi paesi che lamentano le continue inondazioni che subiscono, causate a loro dire, dalla nuova opera che preservava i paesi a monte ma danneggiava quelli a valle.Il difetto fu poi eliminato con un canalino scolmatore condotto fino al fiume Olona presso Rho a valle di tutti i mulini del fiume
Il secondo difetto, limitato a Cislago, e tuttora esistente, ha in seguito ispirato il noto proverbio cislaghese. Il nuovo tratto del Bozzente scavato nel 1760 si dimostro' insufficiente a contenere la grossa onda di piena nei periodi eccezionali. In queste occasioni, ma "ogni trent'an e trenta mes" l'acqua tracima dall'argine sinistro nei pressi di San Martino e seguendo la pendenza naturale del terreno "torna al so paes " percorrendo ancora l'antico tracciato del corso del torrente attraverso le vie del paese; causando ancora qualche danno.
Le conseguenze di questo difetto furono in seguito mitigate da una grossa vasca volano chiamata "Laghett" scavata verso la meta' del 1800 per contenere parte di queste acque. Nel 1930 venne colmata per ricavarne l'attuale campo sportivo di Cislago.
Questi ed altri piccoli difetti sollevarono anche delle polemiche alimentate da chi aveva parteggiato per un'altra soluzione. Questa situazione viene confermata da un episodio accaduto nel 1763.
In quell'anno gli abitanti di Rho, che precedentemente avevano sempre sofferto le inondazioni del Bozzente sotto questo nome comprendevano anche le acque del Gradeluso, del Fontanile e di tutti gli altri torrenti minori che vi confluivano, si videro nuovamente allagati da una piena del vecchio Bozzente. Furiose furono le loro reazioni poiche' pensarono che il Bozzente avesse fatto ritorno a Rho e che il Cavo Borromeo con tutte le sue nuove diramazioni non bastasse a consumare le sue acque.
Furono subito spediti dei Periti che costatarono invece che le acque provenivano dalla Roggia Comasina di Cislago e dalle Rogge della Mascazza e dei Piatti di Gerenzano che confluivano nel vecchio corso del Bozzente le acque di un violento temporale locale, mentre :
Bozzente confluiva nel Cavo Borromeo una modesta quantita' di acqua. Queste rogge cessarono poi la loro funzione con le successive variazioni del territorio.

SITUAZIONE ATTUALE

Tutto questo fervore doveva pero', diminuire con il passare degli anni. Le opere eseguite erano risultate cosi' funzionali che le generazioni sopravvenute, non avvertendo piu' i pericoli e ricordando sempre di meno i danni e i lutti subiti dai loro antenati tramandarono sempre piu' labilmente e confusamente i loro ricordi, fintanto che le passate vicissitudini caddero in completa dimenticanza, e si giunse a ritenere il corso dei tre torrenti un'opera della natura e non dell'uomo.
In questo stato d'animo il Consorzio dei Tre Torrenti (cosi' venne poi denominato) sopravvisse ugualmente, sotto varie forme e malgrado tutti i rivolgimenti politici che hanno caratterizzato questo periodo, sino al 1963; anno in cui, sotto la spinta dei proprietari dei terreni, divenuti ormai numerosi e del tutto all'oscuro dei precedenti, decretarono il suo scioglimento.
La fine del consorzio determino' anche l'abbandono di tutta quella severa normativa statuaria e quella assidua vigilanza, affidata a guardie preposte (campari), che aveva permesso la conservazione dell'opera per due secoli esatti.
I tre torrenti, senza altri interventi anche di carattere pubblico, furono cosi' abbandonati all'arbitrio degli uomini e degli elementi.
I loro corsi sono stati continuamente manomessi in funzione delle necessita' dei singoli comuni, e sono stati ridotti fognature a cielo aperto dai loro scarichi urbani.
Le industrie insediatesi in tutto il territorio, hanno immesso nei torrenti i loro liquami che con i loro sedimenti hanno impermealizzato i loro letti e stanno provocando un lento ma continuo innalzamento degli stessi.
Un sintomo di queste alterazioni e' data dalla frequenza degli straripamenti periodici del Bozzente (1880-1917-1951 -1976) non piu' trentennale come recita l'antico proverbio, e sicuro segnale di un equilibrio alterato.
Alcune parti delle zone zone di spandimento delle acque sono state destinate da qualche comune, del tutto ignaro della destinazione storica di quel territorio, a zone industriali con i conseguenti ed immaginabili inconvenienti alle fabbriche durante i periodi piovosi.
La zona di spandimento di Origgio del Bozzente con tutte le sue complesse opere di diramazione e di arginature, ha da tempo cessato la sua funzione originale a causa del progressivo interramento delle sue diramazioni. Le acque del torrente sono convogliate dall'antico scolmatore che, continuamente adattato, sottopassa attualmente l'autostrada al bivio di Lainate ed il canale Villoresi a Villanuova; si dirige verso la Barbaiana, Biringhello e attraverso l'abitato di Rho confluisce nel vicino fiume Olona.
Nei pressi della Barbaiana, regolato da paratoie, e' stato recentemente derivato un secondo tratto, che con andamento sotterraneo conduce parte delle acque di piena nell'Olona a monte di Rho.
Le zone di spandimento del Fontanile e del Gradeluso, impermeabilizzate dai sedimenti delle acque inquinate, sono diventate paludi maleodoranti e un grave pericolo alle falde acquifere sotterranee.
Gran parte delle rogge di diramazione costruite per permettere lo spandimento regolare e l'irrigazione di vaste zone boschive sono state manomesse ed alterate dalla vegetazione, e spargono nei boschi le acque con le immondizie che gli abitanti dei paesi a monte gettano nei corsi dei torrenti.
I tre torrenti cosi' vigilati e tenuti in ordine dalle passate generazioni, sono da anni senza interventi organici, ma solo oggetto di interventi straordinari e frammentari senza un piano che prevede anche una regolamentazione e relativa vigilanza.
Tutti questi elementi distruttivi che stanno portando, come conseguenza nuovi pericoli al territorio, hanno spinto l'amministrazione provinciale di Varese a creare due nuovi consorzi operanti pero', limitatamente nell'area della provincia attraversata dai torrenti. Il primo interesato al Bozzente e al Gradeluso, raggruppa i comuni di Locate, Carbonate, Mozzate, Cislago, Turate, Gerenzano, Uboldo Origgio; il secondo per il Fontanile con i comuni di Venegono, Tradate e Gorla aventi lo scopo di risanare i torrenti con interventi previsti in due tempi diversi.
Con il primo intervento, che mira a eliminare qualsiasi immissione di scarichi urbani ed industriali nei torrenti, verra' realizzato un collettore parallelo ai loro corsi nel quale saranno convogliati tutti i liquami per essere successivamente trattati da un depuratore e restituiti ai torrenti sotto forma di acque pulite. Il secondo intervento in fase di progetto prevede il riordino idraulico dei torrenti in un'ottica piu' aderente alle nuove realta'.

Le vicende del Bozzente, fin qui descritte, sono sintetizzate da un brano della poesia scritta verso la seconda 1800 dal Sig. Carlo Valcamonica, venuto a Cislago con l'incarico di speziale.
In questo suo scritto, in un dialetto cislaghese poco ortodosso, vengono rievocati i punti piu' significativi della storia del torrente:
- Il corso del torrente che si snoda fra le vie del paese
- La grande piena del 1756
- La seconda deviazione del suo corso del 1760
- Il difetto del nuovo tratto del suo corso, con la "descrizione" di una delle inondazioni periodiche
- La formazione del laghett... con una sua libera interpretazione
per rendere i verbi piu' comprensibili a chi non ha molta confidenza con il nostro dialetto, e' stata affiancata una versione in lingua che cura piu' il rispetto della rima che la forma.



Cislagh se voerem cred al sur segrista
De San Giovarnn in Conca de Milan .
Ch 'el sa tradu' el latin a prima vista
Con gramatega a calepin in man,
Voeur di: al de chi del lagh: donca al de la'
Gh'era sicur on lagh, no gh'era prusma'.

Ai rtoster temp on bulo d'on fattor
Per giustificà el titol de Cislagh
No cakoland rte spesa, ne sudor,
El se miss in la mertt de fall on lagh;
Ma pover desgraziaa! l'ha faa on laghett
Che l'acqua la ten tant com'evt cribiett!

Orla voeulta in del mezz dà sto paes
Passava per so cowlod on torrent
Che cont on termerz puro milanes,
Ch 'el verz de bozza, el ciamen el Bozzertt,
De solit succ, ma quartd elpioeuv, elpioeuv,
El se impiendiss anca pussee d'on oeuv.

Certt yuindes ann indree, rompuu ogni bria
El l'ha inondaa fasend rovinrtà. dagn:
Tartti ca j'ha distrutt e mennaa via;
L 'ha traa sotto sora covt, strad e campagn;
E pesg anmd, per rzostra mala sovt,
In sto piennon quindes personn gh 'hirtn movt.

poeu l'han incanalaa, sto cav bellee,
In manera che l'acqua lrtscl pian pian
L 'artdass a cortsuwtli lee da par lee
In di 60sch glo de Ubold e Gerenzan:
Ma in sto @/ottanta anm@ ona canajada@
Sta birba d'ort Bozzent te me l'ha fada.


@'va Mozzaa e la frazion de Scln Martirt

l'acqua e strada e riva;
L 'ha sorwtontaa con
L 'ha quatta @:lo bdSCh e CaWtPa9Yt vesin,
E nanca el nost stradorz el se la schiva,
Ch@ on colp de fianch ne taja foeu on chignoeu
Com 'el fuss batelmat, o quartiroeu.

E l'@ pur anch staa fortunaa el tranvaj
A passagh su on quart d'ora prima e appenna
Che l'acqua in del terron la fass el taj
Lavgh on des pass, lassand (sfogaa la pienna
per via d'on bus diventaa a. sv41t trincera)
Tutt el telar sospes, ch'elpar nanch vera.


Cislago, se vogliamo credere al signor secrista
di San Giovanni in Conca di Milano
che sa tradurre il latino a prima vista
con grammatica e vocabolario in mano,
significa: al di qua' del lago: dunque al di la
c'era di sicuro un lago, non c'e' dubbio.

Ai nostri tempi un bullo d'un fattore
per giustificare il titolo di Cislago
senza calcolare ne spesa, ne sudore,
ha pensato di farlo un lago;
ma povero disgraziato ha fatto un laghetto
che trattiene l'acqua come un setaccio!

Una volta in mezzo a questo paese
passava per sua natura un torrente
che con un termine puro milanese
che deriva da bozza (pozzanghera) lo chiamano Bozzente
di solito asciutto, ma quando piove, piove,
si riempie anche piu' di un uovo.

Cento quindici anni addietro, rotto ogni argine
ha straripato facendo rovine e danni:
tante case ha distrutto e portato via;
ha messo sotto sopra cortili, strade e campagne:
e peggio ancora, per nostra mala sorte,
in questo pienone quindici persone sono morte.

Poi l'hanno deviato, questo caro bellimbusto,
in modo che I'acqua cosi pian piano
Andasse a consumarsi da sola
nei boschi giu' verso Uboldo e Gerenzano:
ma in questo ottanta (1880) ancora una canagliata
questa birba d'un Bozzente ce l'ha fatta.

Fra Mozzate e la frazione di San Martino
riva e strada con l'acqua ha sormontato:
ha allagato boschi e campagne vicino,
e neanche il nostro stradone (*) se l'e' schivato,
perche' con un colpo sul fianco ne ha tagliato una fetta
come fosse quartirolo oppure ricotta.

ed e' stato fortunato il tramvai
a transitare un quarto d'ora prima appena
che I'acqua facesse il taglio nell'argine
largo circa dieci passi, lasciando sfogata la piena
attraverso un varco diventato subito una trincea
tutto il binario sospeso, che sembra neanche vero.

(*) L'attuale Statale Varesina, a quel tempo percorsa dalla tramvia a vapore Milano-Tradate.








 


Alcune note:

1) Importanti ritrovamenti nel tratto del Bozzente che toccava Uboldo, Gerenzano e Cislago, testimoniano la sicura occupazione anche di questa zona e una sostenuta attivita' agricola e commerciale.

2) Centro di formazione romana non e' fortificato ma aperto e dedito al commercio o al passaggio di truppe oltre le Alpi. In Cislago esso potrebbe essere sistemato nella fascia di terra compresa tra la via Varesina e il vecchio corso del Bozzente e piu' precisamente tra la chiesa parrocchiale, la cui torre campanaria in origine scostata dalla chiesa poteva indicare una torretta di semplice osservazione, e la contrada della Piscina. La tomba sopra ricordata e' inoltre proprio collocata secondo l'uso romano sulla strada adiacente.

3) Da un attento esame alla toponomastica di Cislago sulla base di indicazioni piu' antiche, esso appare collocato sull'altro versante del fiume Bozzente, verso sud-ovest ed il delineato a nord dalla contrada Crube' (via Cavour), a sud dalla piazza Grande (piazza Trieste), a est dal Bozzente stesso (piazza chiesa, piazza Castelbarco, via Garibaldi) e a ovest da una contrada che univa direttamente l'odierna via Cavour con la piazza Grande. Oltre il nucleo centrale, sorge dunque l'agglomerato civile, disteso verso sud e verso ovest a forma di semicerchio, mentre la devozione religiosa del signore franco permette l'edificazione di una chiesa sotto il titolo di San Martino nella tipica tradizione del suo popolo, e continuata nei secoli con il nome di Maria Annunciata e San Martino.

4) Nuove modifiche al castello e creazione del Vialone

Dal 1820 Cislago riprende un deciso incremento di popolazione. Il 1822 conta 1721 abitanti di cui 1477 residenti in paese e 244 nelle varie cassine. Il 1825 ne indica 1746.
Nuovo slancio e' ripreso dalla famiglia Castelbarco che rafforza i suoi domini e il suo stile di vita ossequioso e galante.
Al sontuoso palazzo vengono aggiunti lavori di restauro. I fossati vengono completamente colmati, ecc.

5) Alla cappella della Immacolata.
Una visione piu' aperta e riassuntiva,tutto quando il complesso sacro principale di Cislago appare dunque sistemato in modo da avere il paese sul suo lato Sud-ovest.. Esso e' ancora piu' isolato quando il Bozzente che scorre sul frontespizio, e' in piena. Una nota del 1852 sottolinea appunto che il Bozzente lambisce le pareti del cimitero attorno alla chiesa e quando tale torrente e' privo d'acqua, si arriva al cimitero e da li' alla chiesa per 16 gradini, Se poi proprio vi e' innondazione, rimane impossibile agli abitanti accedere alla chiesa e per il parroco andare verso gli abitanti, perche' non esiste un ponte sopra il detto torrente.

6) La chiesa dunque di Santa Maria e San Pietro e' avviata ad ampie trasformazioni che gia' nel 1582 fu detta non piu' sufficiente per la popolazione e nel 1597 non fu piu' capace di tutto il popolo che sta nella maggior parte dall'altra sponda del Bozzente e che non puo',arrivarci quando esso innonda.

7) Del parroco Riva.
Basti ricordare la lettera del 2 settembre 1759 in cui, parlando dello straripamento del Bozzente, conferma che nelle occasioni precedenti sino al 1605 le opere stradali intervennero a sistemare i danni generali senza spesa alcuna per i vari curati di Cislago e paesi prossimi, ma confessa che nel precedente anno 1758, volendo la casa Castelbarco fare allargare il letto del Bozzente, essa pretendeva dal curato il pagamento di lire 89. Gia' il curato, vista la noncuranza degli organi pubblici del momento, a seguito di ulteriori inondazioni, era pero' intervenuto personalmente con 100 zecchini per costruire un muro per il riparo del giardino, della sua casa e della chiesa,, primi a ricevere l'impeto di quell'acqua. Per i lavori decisi invece da quei Castelbarco, il parroco ora, oltre a partecipare alle spese, doveva anche convincere gli abitanti a fare quattro giornate di lavoro gratuito. Tutto questo egli dovette poi accettare per non incorrere in lunghe discussioni e tribunali.

8) la chiesa legata al castello.
La chiesa era riposta su un rialzo del terreno, lambito dalle acque del torrente Bozzente che passava proprio dietro la sua cappella maggiore e rimaneva ancora cosi' piu' strettamente unita al progetto planimetrico medioevale di luogo addossato al suo castello oltre che protetto dalle presenti forze naturali.

9) La chiesa di Santa Maria in campagna. (vedi diapositive con cappellette avanti)
Tenuto conto che il suo lazzaretto cioe' luogo di sepoltura di questi sfortunati per Cislago era a poche decine di metri dalla stessa chiesa di Santa Maria e che tale chiesa presenta nei suoi affreschi figure dedicate a S. Sebastiano e a S. Rocco (seconda e terza nicchia sulla destra per chi entra dal centro) santi a cui si faceva ricorso in queste tristi circostanze, la questione diventa piu' chiara e credibile.
Il suo carattere isolato o riservato espresso nelle sue mura che attorniano la chiesa, le case e le loro cascine, e' confermato anche dal luogo scelto per la sua sistemazione. Infatti fino al 1604 scorreva avanti a questo centro dalla parte verso Cislago, il torrente Gardaluso o Gradaluso o Bozzentino che proprio qui terminava la sua corsa e dispedeva le sue acque, come si legge nella topografia del corso antico e moderno dei tre torrenti di Tradate, Gardaluso e Bozzente. A questo riguardo ancora per la visita pastorale del 1603, nel riportare le terre appartenenti alla chiesa, si dice che tra i confinanti di una terra di sette pertiche in Musarella o Miserella scorreva il fiume Bozzente Minore o Bozzentino ( A.S.M. Notarili cart. 9025) . Esso, continuando la sua corsa, passa davanti di S. Maria e sfoga nelle terre del Campaccio. La poverta' di queste terre, sottolineata dal temine Miserella o Campaccio, indica appunto come la presenza del Bozzentino le rendesse di minor valore o produttivita' rispetto alle altre anche vicine.
Il tracciato segnato dal Bozzentino per buona parte dell'anno serviva come strada o sentiero per Rescalda, Legnano e Gallarate.
Inoltre le due vie di uscita dal centro di S. Maria ancora evidenti: una di fronte alla porta principale della chiesa ( ora generalmente chiusa da un portone in legno) e l'altra aperta e passante sotto un arco che va, lungo il percorso fiancheggiato da sette piu' sette cappellette della via Crucis in cattivo stato, ad immettersi sulla strada principale per Cislago, non segnano che una linea unica proveniente dalla contrada una volta detta di S. Maria Siate ed ora Magenta e diretta al sentiero di Gallarate o Legnano.
Nel capitolo dedicato alla chiesa parrocchiale di Cislago era rimasto il dubbio di attribuzione della chiesa sotto titolo di S. Maria segnata 256 A nel Liber Sanctorum di Goffredo di Bussero, alla stessa chiesa maggiore o piuttosto ad altra chiesa nelle vicinanze.
Ora se veramente doveva sussistere una chiesa di S. Maria accanto alla parrocchiale, questa non puo' essere stata altro che S. Maria campestre. Tuttavia il termine aggiuntivo: di Sia, Siate, Scia', Sciate o Sedate non permette una definita, unica e ultima spiegazione sulla nascita della chiesa. Si puo' dire che esso e' i9nterpretabile almeno secondo due punti di vista sostenuti dalla parlata della popolazione del posto: o sottolinea la posizione della chiesa appunto con significato - da questa parte - della strada o del letto del Bozzentino, oppure e' riconducibile alla figura della Madonna venerata da piu' secoli in detta chiesa e considerata miracolosa, nel senso che, mostrandosi in stato interessante, indicherebbe la nascita del bambino che sta per venire a salvare il mondo.

10) La chiesa di Tutti i Santi nella Fagnana.

Alla destra vi sono le case dei coloni dei Fagnani. Antistante la chiesa, in cui si puo' guardare dentro attraverso una finestra vi e' uno spazio e rimane il transito che supera il fiume detto Bozzente (A.C.M. Pieve di Appiano vol. III XXVII, XL).

 


Il torrente Bozzente deve essere controllato


Tratto dal libro "Cislago, terra di poveri, terra di furbi" di Livio Mondini.
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Come gia' sappiamo il Torrente Bozzente al quale si univa il Gardaluso o Bozzentino, scorreva da S.Martino per Cislago e poi per Gerenzano e Uboldo portando frequenti inondazioni a tutte queste terre nei momenti di piena. Ora
doveva subire una deviazione.
Nell'anno 1603 le Comunita' di Cislago e Gerenzano fecero ricorso al governatore di Milano, come si vede nella supplica registrata nell'istromento di contratto tra il signor conte Renato Borromeo e il ducato di Milano e le dette comunita', con queste parole: trovandosi che si era supplicato attraverso gli agenti delle terre di Cislago e Gerenzano a Sua Eccellenza di ottenere la facolta' di deviare le acque del torrente Bozzente, che appunto scorrevano nel loro antico cavo parallelo alla strada maestra varesina e recavano grande danno alle stesse terre e alla stessa via, e che l'illustrissimo conte Renato Borroneo si offriva di condurle per un cavo nuovo da costruire nella parte dei suoi beni in Origgio, ancora si invita il signor Ottavio Raverto giudice delle strade a visitare il posto e riferire ...(10).
Nella relazione seguita alla visita fu riconosciuto il vantaggio che ne ricavava tutto il Ducato e le terre di Cislago e Gerenzano dalla meditata diversione del Bozzente dall'antico suo alveo per mezzo di una grandiosa chiusa presso San Martino in modo che impedisse qualunque trascorrimento d'acque in caso di piena sulla strada Varesina ed anzi, rimanendo cosi asciutto, potesse essere utilizzato anche come strada. Nel contratto tra Renato Borromeo e Orazio Albano sindaco del Ducato, e' scritto: inoltre esso signor conte promette di far fare una chiusa di ceppi o sassi e mattoni in calcina nel cavo del detto torrente e nel luogo ove le acque di esso si introducono nel cavo nuovo, in modo tale che nel futuro l'acqua di questo torrente non possa dar danno a detta strada. Cosi
questa diversione di tutto il Bozzente nel nuovo cavo fu ottimamente proposta dagli ingegneri e periti di quel tempo ed eseguita nel 1604. Il cavo Borromeo poi non solo fu condotto per molte miglia attraverso vaste brughiere e boschi di Cislago fino ai confini di Origgio, ma si scelse una linea di direzione e di corso sopra il piano alquanto rilevato delle stesse brughiere dove potesse diramarsi agevolmente e spandersi nei piani inferiori e consumarsi per via in buona parte, anche prima di condursi nelle terre e nelle brughiere di Origgio.
Questo permetteva altresi' di non lasciarlo scorrere fino a Lainate o a Rho perche' lo stesso Borromeo destino' 4500 pertiche delle brughiere e boschi di Origgio delle 1O mila che possedeva, per il suo sfogo o spandimento. Fu cosi'
creato un intreccio di canali e di loro sostegni attraversanti, in modo che si imboccassero le acque dei canali superiori e da qui piano in piano lentamente scendessero ad occupare l'estensione di tutti i boschi. Un lavoro ben fatto e' bastevole in quei tempi all'intero spandimento delle restanti acque del Bozzente entro cui ancora scaricava il Gradaluso. Sempre nel 1604 fu stipulata una convenzione tra la casa Borromeo e la casa Fagnana per l' apertura del cavo di Gerenzano. Questo stato di cose duro' dal 1604 fino al 1714 come si vede dalle mappe del 1718 e dalle attestazioni degli uomini piu' provetti di Cislago, i quali confermarono che sempre avevano visto la confluenza del Gardaluso e del Bozzente nel Cavo Borromeo e la grandiosa chiusa poco sotto San Martino fino al 1714 , comprese alcune riparazioni negli ultimi anni. Tra tutte le testimonianze figura quella del Fattore Morone uomo vecchio di Cislago e di altri che avevano partecipato a questi lavori. Gli stessi uomini di Cislago come testimoni di vista ne ricordano la forma: chiusa costruita con grandi ceppi e solidissime impalcature, con una gran fronte armata di colonne di legno a guisa di paladella, con una altezza di braccia 9 - 10 circa, con il rinforzo alle spalle
di quattro grandi gradinate di ceppo vivo le quali andavano a terminare in un sottoposto piano di grosse tavole di legno. Solo in tempo di massima escrescenza, , dalla cresta e sommita' della chiusa, si scaricava una moderata porzione di acque nel vecchio cavo. Questo sta ad indicare un cambiamento verso la fine del seicento-inizio settecento da chiusa a travacatore. Il vecchio letto del Bozzente assume cosi' completamente il servizio di strada comoda ai viandanti. Tale sicurezza di progetto tenne lontano per tutti questi anni, qualsiasi querela.
Altre tribolazioni non mancarono. Per tutto il ducato di Milano continuarono grandi movimenti di truppe e nelle loro soste in questo o in quel borgo frequenti erano le segnalazioni di disturbo. A questo riguardo ancora e' scritto nella visita pastorale a Cislago: la chiesa parrocchiale di Cislago essendo tutta stata fabbricata de novo con l'elemosina e sovvenzioni del popolo e con gran spesa per la poverta' e grandissimi carichi, non si e' potuta ridurre a perfezione conforme ai decreti generali et ancora dalle visite onde stando i medesimi aggravi del popolo per l'alloggiamento di soldati ed altri ne' si possono fare le ordinazioni quali converrebbero (11).
Anche Cesare Visconti signore di Cislago, ascritto al consiglio dei LX decurioni e particolarmente incaricato di chiedere provvedimenti contro la licenziosa e violenta condotta delle soldatesche spagnole stazionate nello stato di Milano e contro l'inerzia della pubblica amministrazione dal 1620 al 1630, falli' nella sua missione (12). Se non riusci' a concludere nulla di buono per la popolazione gravata da pesi e dolori, fu pero' abile nel mantenere ed accrescere onori dallo stesso governo spagnolo subito dopo i tragici anni delle pestilenze.
Infatti con la guerra dei trent'anni, del Monferrato e della Valtellina si fecero sentire disagi in tutta la Lombardia.
In particolare furono mandati all'assedio e successivo saccheggio di Mantova dall'imperatore Ferdinando II, 25 mila soldati mercenari di fanteria noti come Lanzichenecchi. Sin dalla primavera del 1629, un primo scaglione era giunto a Lindau sul lago di Costanza; di li passarono in Valtellina e nei Grigioni. La peste fu portata da costoro nello stato milanese. Finche' rimase a Milano il governatore spagnolo don Gonzalo Fernandez de Cordoba, si riusci' a fermarli fuori di Lombardia, ma dal 22 agosto, costui si ritiro' da Milano e in seguito i lanzichenecchi dilagarono nelle nostre campagne senza piu' alcun freno alle loro scorribande. Tutti i paesi attorno a Lecco ne furono colpiti. Il 22 ottobre la peste era gia' entrata in Milano attraverso un soldato milanese che veniva da Lecco ed aveva acquistato, se non rubato, vestiti da quei soldati. Si cerco' di nascondere questi mali e i primi morti di peste, senza ricorrere subito alle necessarie cure da estendersi in citta' e nei dintorni. Anzi si crearono feste in cui, per la grande raccolta di persone, divenne ancora piu' facile per il morbo il diffondersi. Ultimo fra tutti i divertimenti, fu reso massimamente solenne il carnevale del febbraio 1630 e la peste fece strage per tutto l'anno (13).
A nulla valsero le processioni per calmare l'espandersi della peste, L'odore sgradevole dei corpi colpiti, della paglia sudicia, delle stalle e degli animali abbandonati diventava sempre piu' insopportabile. L'unico rimedio rimaneva il fuoco e l'isolamento in quarantena. Interi villaggi vennero distrutti e gli abitanti sterminati. Sorsero ugualmente in questi tristi giorni, false credenze proprie di chi e' sempre vissuto nella ignoranza. Una caccia alle streghe e il saccheggio. La salvezza era nel tempo delle piogge che avrebbe purificato ogni cosa.
Cislago non fu certo risparmiato. I cadaveri infetti di questo doloroso 1630 furono posti nel luogo detto anche qui Lazzaretto ed identificabile nella zona centrale dell'attuale Cimitero Comunale. Qui fu alzata una croce ricordo e in diversi tempi la Comunita' vi si recava processionalmente a suffragare le anime di quei poveri defunti. Rimase per molti anni, un campo aperto su cui normalmente passavano le bestie e che solo in seguito fu cinto interamente da un muro (14).
Non si ha una rilevazione esatta circa il numero dei morti di peste nel 1630 perche' il registro dei morti, a differenza di quello dei battezzati e dei matrimoni,non e' conservato ne' in archivio parrocchiale ne' in archivio di curia. Non si sa come sia andato disperso. Eppure anche di questo registro si ricordava tanto nel XVI secolo che nella prima meta' del XVII secolo, la opportuna conservazione ed attenzione in ripetute visite pastorali.
Una cosa tuttavia appare chiara e degna di riflessione: il numero degli abitanti, che aveva visto da piu' anni un progressivo incremento dovuto, oltre che ad possibile aumento delle nascite, alla sistemazione di persone nuove al seguito di gentiluomini, ad immigranti che sfuggirono dai grossi borghi dopo la peste del 1576 e a famiglie qui trasferite dal signore Cesare Visconti per far rendere le sue terre, subisce ora un arresto e una diminuzione.
Infatti, anche tenendo presente un numero di persone abitanti alle cascine e non sempre calcolate, nel 1566 si contavano per Cislago 650 anime (15), passate nel 1568 a 750 (16). Cinque anni dopo, sono gia' circa 1050 (17) e 1180 nel 1577 (18). Si arriva a 1200 nel 1582 (19) mentre a cavallo del XVI e XVII secolo il numero subisce un rallentamento mantenendosi sul migliaio (20). Nel 1620 al tempo dell' acquisto del feudo di Cislago da parte di Cesare Visconti, e' perfettamente leggibile una popolazione di 1500 anime (21) che decisamente si abbassa a 1220 nel 1670 (22). Le famiglie che sempre nel 1620 sono registrate in numero 181 (23), sono ancora ferme a 175 nuclei un secolo piu' tardi e cioe' nel 1715 (24).

 


Il Bozzente deviato verso l'esterno del paese


Tratto dal libro "Cislago, terra di poveri, terra di furbi" di Livio Mondini.

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Un'epoca infelice riprende dall'anno 1714 a causa delle nuove inondazioni e dei danni causati dallo straripamento del Bozzente.
La citata chiusa si ruppe per le mancate necessarie riparazioni a cui dovevano concorrere per meta' la Casa Borromeo e per meta' il Ducato interessato alla difesa della strada Varesina. La sola Casa Borromeo non volle caricarsi della spesa totale per la riparazione della chiusa che sempre piu' percossa e scompaginata dalle piene si sfascio' completamente e si rovescio'. Il torrente, dal canale che andava al cavo Borromeo, ripiego' verso il suo antico alveo e piombo' sopra le terre di Cislago, Gerenzano e Uboldo.
Ognuno penso' al suo caso. La comunita' di Cislago si volse interamente ad allargare e sprofondare il vecchio letto del Bozzente per impedirne i traboccamenti sopra le sue terre. La comunita' di Gerenzano assalita dal torrente nelle sue medesime abitazioni, alzo', ripari, costrui' argini, apri' nuovi cavi per lo sfogo delle piene. Le comunita' di Uboldo e Origgio, dopo averne sofferto funeste inondazioni nell'abitato e nelle campagne, si videro costrette nel 1729 ad aprire un nuovo grande cavo delineato dall'ingegnere Raffagni. Le spese risultarono esagerate e gli sforzi inutili. Dopo molte inondazioni decisero concordemente di riaprire un altro cavo di reciproca utilita' e piu' sicuro del primo come appare dalla relazione autentica del signor Bartolomeo de Giovanni Agrimensore.
Tutti i possessori furono d'accordo nel ritenere che una netta diversificazione dei vari torrenti di Tradate, del Gradaluso e del Bozzente permettesse una sicura esenzione da qualsiasi piena nei loro campi Dura lezione fu appresa da tutti nel 1750 quando anche il torrente di Tradate, rotti gli argini della riva sinistra, si uni' agli altri due e causo' gravi danni alle singole comunita' da San Martino a Rho. Infatti nello stesso agosto il Bozzente, accresciuto da quel congiungimento, rese inutili i precedenti ripari e inondo' molte terre. Nel settembre furono presentate suppliche al giudice delle strade Pecchio Luigi per riformare gli antichi stati dei torrenti.
Si riconobbe che la caduta della chiusa di San Martino non era avvenuta per sorpresa del torrente i in qualche sua straordinaria piena ma perche' si era trascurata la continua attenzione e la normale riparazione annuale. Si valutarono anche i gravi danni per il pubblico commercio. I lavori furono affidati all'Ingegner Pessina Ferdinando che presto pero' mori' di febbre nelle lunghe sue visite in queste zone. Costui lascio' almeno fortunatamente un esattissimo disegno dello stato dei torrenti. Dopo la sua morte tutto fu lasciato in sospeso. Abbandonata cosi' la speranza di una soluzione pubblica, ognuno cerco' ancora da se' qualche ripiego e fece in modo di scaricare il torrente sopra le terre dei vicini possessori (49). Da qui sorsero discordie e contestazioni. Il culmine di tutti i mali fu raggiunto dalla grande piena del primo luglio 1756 quanto il Bozzente accresciuto dal torrente di Tradate lascio' il seguente impressionante ricordo. Nelle terre verso Cislago si risentono cattive esalazioni pregiudichevoli alla umana salute e procedenti da cadaveri di bestie e di uomini annegati, dalle biade infracidite e corrotte nel fango e nell'acqua. Riferiscono l'agente del Conte Castelbarco, Antonio Rimoldi e il console Arcangelo Zaffarone che sono perite 70 bestie bovine tra grosse e piccole, circa 30 tra giumenti e muli. Inoltre sono annegate 14 persone ora sepolte nella chiesa parrocchiale e un bambino che ancora dopo quindici giorni non era stato ritrovato. Alle bestie bovine e' stata tolta la pelle e se ne sono mangiate le carni dopo che il parroco aveva dato il permesso di consumarle e il Venerdi e il Sabato perche' non avevano altro.
Anche ai muli e agli armenti e' stata tolta la pelle e poi si sono gettate nello stesso fiume Bozzente che li ha trascinati nelle campagne e nei boschi. ll console aggiunge che sono morte piu' di cento pecore. Il frumento era stato condotto via dall'acqua ed il rimanente restava rovinato per la tempesta.
L'acqua aveva raggiunto le case ad altezza d'uomo. Da queste case colpite molte persone si sono salvate a fatica e poi ebbero molto fango da estrarre: rimaneva buona cosa imbiancare di calcina. A parte una femmina ammalata da molto tempo, in questa occasione cadde ammalato un certo Carlo Filippino per essersi tanto intimorito di morire annegato. Attorno alla chiesa erano rovinate le lapidi dei sepolcri ma non si sentivano cattivi odori (50). Un'altra testimonianza del parroco Riva sottolinea: il primo luglio del 1756 alle ore tre pomeridiane, venne orribile tempesta e segui inondazione di acqua che sormonto' e allago' le case e le campagne. Nella mia camera l'acqua arrivava a due braccia e atterro' molti muri. Essa affogo' molte bestie e persone. Una donna di 75 anni fu trovata dopo otto giorni alla Fagnana Furono di conseguenza spediti nuovi periti ma solo con il diretto intervento del duca di Modena nel 1758 la questione fu considerata oggetto di pubblico bene.
L'ingegnere Besana lavoro' al conseguente piano di sistemazione di detti torrenti a partire dal 1762.
Una dichiarazione del regio cancelliere Annibale Marza del 25 maggio 1782 ci illustra l'intesa raggiunta. Il Gradaluso fu separato con un nuovo cavamento al di sotto della Stradella nominata dei Ronchi di Locate e va a terminare nelle brughiere di Cislago. Questo torrente corre tutte incassato sino al risvolto delle brughiere di Carbonate, Mozzate, mentre tutta la parte destra e' mancante d'argine affinche' le acque in occasione di piene possano debordare da quella parte per il consumo e il beneficio delle brughiere da abilitare a bosco; il restante viene consumato nelle brughiere di Cislago ridotte ora in gran parte a
boschi per la buona direzione di quei possessori. Il Bozzente fu separato dal suo antico letto con un nuovo rettilineo e spazioso cavo fatto nel 1774 che dal ponte ponte fabbricato per la strada regia Varesina presso San Martino di Mozzate, va sino ad altro ponte serviente per la brughiera di Cislago e per le strade di Busto Arsizio e Gallarate e poi fu introdotto nel vecchio cavo Borromeo sino in fine dei boschi di Origgio. Il Fontanile di Tradate fu abilitato in modo da poter contenere il torrente anche nelle grandi piene e per dargli maggiore sfogo, fu fatto un nuovo rettifilo al di sotto delle vigne Candiane sino alla Cassina Cipollina. Poi le acque passano nel vecchio cavo sino in fine dei boschi detti del Mirabello sotto Gorla Minore. Al di sotto della della cascina Cipollina cominciano le diramazioni delle sue acque divise in varie bocche che vanno a spandersi nei boschi suddetti. Il restante passa in consumo fra le brughiere di Gorla Minore e Maggiore, Prospiano, Rescalda e Castellanza.
Una conclusiva aggiunta dell'ingegnere Giuseppe Perego del 2 dicembre 1788 cosi dice: per impedire gli antichi sconcerti avvenuti per la congiunzione delli tre torrenti e per migliorare il corpo delle perniciose loro acque, fu prescritta la riattazione ed aprimento di antichi e nuovi canali di utile erogazione; furono vietate le arbitrarie pericolose diramazioni; si concertarono finalmente lungo il rispetto loro corso Traverse e imboschimento nelle valli, arginature sopra le rive, saltacavalli e terroni attraverso le strade basse, opere tutte dirette e capaci a regolare le defluenti esuberanze, ad arrestare li debordamenti, ad impedire l'interrimento dei cavi e molto piu' il desolamento e l'eccidio delle vicine popolazioni e degli interiori territori.

 


Il cambiamento del genere di vita nelle cascine di Uboldo.

L'originale di questo lavoro si trova presso la Biblioteca Comunale di Uboldo. E' composto da 33 cartelle dattiloscritte comprese 5 cartine della zona rifatte a mano. In mancanza di dati precisi, si presume sia stato eseguito dalle scolaresche. E' stato qui ricopiato per questione di leggibilita'.
Premessa
In questo lavoro ci siamo proposte di effettuare una ricerca su come viveva e come si vive oggi nelle cascine.
Lo spunto che e' stato offerto dalla discussione sulla Ca' Morandi di Saronno, nell'articolo apparso sul "Giorno", un importante quotidiano, in relazione al problema del trasporto pubblico, tra il centro del paese e le cascine ubicate fuori dal nucleo principale, e dal vivo desiderio che c'era in noi di scoprire quale mondo si agitasse dietro le cascine.
In primo luogo ci siamo recate in comune dove ci siamo informate del numero e del nome delle cascine e dove abbiamo ottenuto una carta geografica per conoscere la loro ubicazione fuori dal nucleo fondamentale. Con l'aiuto di testi fra i quali primeggia quello di C. Saibene, () abbiamo approfondito lo studio sulle case rurali della Lombardia; tutto cio' e' servito a formulare la nostra ipotesi cioe' verificare se c'e' stato un cambiamento del genere di vita nelle cascine.
Per questo abbiamo formulato un questionario per realizzare interviste uguali in ogni cascina.
Abbiamo potuto stabilire in quale periodo si e' verificato il cambiamento di vita e conoscere i problemi e le prospettive per il futuro nelle cascine.

Ubicazione delle cascine
Il centro urbano di Uboldo occupa parte sud-est di un grande quadrilatero.
Esso e' circondato da numerose cascine disposte a corona. La Malpaga e' posta a nord-ovest, la Girola a nord, mentre la Regosella a sud-ovest.
Grazie all'incremento edilizio, questi piccoli centri sono piu' uniti al nucleo principale del paese, mentre anticamente erano molto piu' distanti da esso, poiche' il paese era meno sviluppato.
Le cascine Soccorso e Regosella sono piu' collegate con i paesi limitrofi che con Uboldo.
A dimostrare questa tesi alla Soccorso sorgevano dei camminamenti sotterranei che conducevano a Gerenzano;. Si nota inoltre che le cascine sono molto distanti fra loro e cio' e' dovuto al fatto che anticamente il sistema piu' diffuso di conduzione era il contratto agrario ().

La proprieta' fondiaria

In genere il proprietario non risiedeva nella cascina ma nominava un conduttore che regolava i rapporti con i contadini.
I sistemi di conduzione piu' comuni erano la mezzadria e il contratto a grano, che fu introdotto solo in un secondo tempo; con esso la famiglia colonica s'impegnava verso il proprietario ad un canone annuo i grano per il seminativo, ad un canone in denaro per il prato e la casa e a compiere in con partecipazione con il proprietario stesso l'allevamento dei bachi da seta. Infatti, per antica usanza, la foglia del gelso era riservata alo proprietario, il quale assegnava ad ogni famiglia, un numero di once di seme d'allevare e si riservava di vendere la foglia sovrabbondante a quelle aziende che ne fossero rimaste prive.
Si impegnava pero' a procurarla qualora mancasse. Al colono toccava la cura del gelso, la sfogliatura del medesimo e le operazioni manuali per l'allevamento. Il prodotto dell'allevamento dei bachi veniva venduto dal proprietario che dava meta' della somma ricavata al colono. Si aggiungevano a queste condizioni altre "come l'obbligo della giornata colonica", ovvero un numero di giorni di lavoro poco retribuiti, in cui il colono doveva lavorare con una modesta retribuzione o al proprietario o conduttore che era colui che ricopriva le funzioni del proprietario.
Durante il XIX secolo prevalse questo tipo di conduzione su quello della mezzadria. Tale contratto contribui' a incrementare la produzione agricola perche' il contadino preferiva pagare in natura il canone annuo che doveva al proprietario (cioe' dando una quantita' di grano o altro piuttosto che pagare una somma di denaro). Inoltre non favori' la dispersione delle dimore, infatti era importante che tutti si unissero per la costruzione dei costosi pozzi e che le dimore fossero tutte vicine, in modo da non incidere eccessivamente sul frazionamento dei terreni agricoli. Inoltre favori' il sussistere delle famiglie patriarcali, costituite in genere da 20 o 30 persone. () .Questa situazione si verifico' senz'altro anche nelle nostre cascine, ma le persone intervistate hanno saputo darci soltanto notizie frammentarie, che comunque rimandano a quando abbiamo sopra detto.
Questa citazione rimane fino ai primi decenni del XIX secolo ma tra la prima e la seconda guerra mondiale il vecchio proprietario vendete la sue proprieta' ai contadini che, o comperarono i terreni oppure furono costretti ad emigrare. Alcuni di questi contadini appena poterono costruirono sui terreni al di fuori delle cascine, una propria casa, affittando i locali della cascina soprattutto in questi ultimi anni, ad immigrati meridionali. Questa situazione e' propria della cascina Girola e Malpaga; alla Regosella invece i vecchi proprietari hanno affittato per lo piu' i loro locali a persone del luogo e soltanto recentemente a qualche immigrato del meridione. Una situazione particolare si riscontra invece alla cascina Soccorso Vecchio; la sua forma complessa deriva dal fatto che essa nacque come conte rustica aggregata al convento dei frati che facevano funzionare la chiesetta e forse svolgevano un'attivita' assistenziale della quale probabilmente e' rimasto un ricordo nel nome.

La viabilita' e i trasporti.

Le vie che portano alle cascine (Malpaga, Girola, Soccorso, Regosella) sono per la maggior parte asfaltate (dal 1950 circa) tranne l'ultimo pezzo di strada che conduce al Soccorso. La via che conduce alla Malpaga e' la via Risorgimento; alla Girola e alla Soccorso vecchio conduce la via dell'Acqua infine la via Caduti della Liberazione. La Regosella che dista dal paese 2,8 Km, per raggiungerla in macchina, in bicicletta e a piedi si impiegano, quando il traffico e' scorrevole, 3, 7, 28 minuti.
Per raggiungere la Malpaga che dista dal paese circa 1 Km. si impiegano in macchina 1,5 minuti, in bicicletta 5 minuti, a piedi 10 minuti.
Per raggiungere invece la Girola e la Soccorso si impiegano in macchina 2 minuti, in bicicletta 10 minuti, a piedi 20 minuti nei momenti di minor traffico.
Per la Malpaga si nota un flusso di traffico costante durante tutto il giorno, mentre per la Girola e la Regosella le ore di punta coincidono con quelle di cui gli operai si spostano per motivi di lavoro.
Diversa e' invece la situazione che si verifica alla Soccorso dove il movimento degli autoveicoli e' quasi nullo. I mezzi pubblici a disposizione sono quelli scolastici che servono solo per la Girola, la Regosella e la Malpaga.
Tale situazione dimostra quanto grave sia per le cascine il problema dei trasporti che sono attualmente inadeguati alle esigenze della gente che vive nelle cascina e che cosi' vede condizionata in parte lo sviluppo delle loro attivita'.

L'ambiente

Le cascine sono a forma di corte chiusa da edifici consecutivi e da un muro. L'ingresso della corte, o e' costituita da un grande portone, oppure e' dato da uno spazio lasciato libero tra due edifici contigui di due corti diverse. L'interno della corte e' un vasto cortile acciottolato (risada o risciada) o in terra battuta e in genere con un canaletto deve convergono le acque di sgombero di tutte le cascine sino al pozzo nero.
Alla Girola esistono ancora concimaie che corrispondono al numero delle stalle e delle famiglie. Nelle cascine che abbiamo visitato le abitazioni si trovano sul lato nord, mentre i rustici sugli altri lati. Al piano rialzato si trova la cucina detta "Cusina o ca'". Nella cascina Girola la Ca' era costituita da un locale molto grande arredato soltanto con un tavolo dove si mangiava; una credenza e un piccolo rialzo chiamato "Muschirola" dove si appendevano posate e piatti. Al piano superiore troviamo la camera da letto detta "Camerin". Alla cascina (Girola, Soccorso, Malpaga, Regosella) il camerin e' grande e spazioso, formato da un letto matrimoniale composto da due cavalit dove collocavano i pagliericci; nella stanza dormivano cinque o sei persone coperte da un tabar (mantello da militare). Il ballatoio serviva per la comunicazione delle stanze. Nelle cascine del nostro paese abbiamo notato un cambiamento: alla Malpaga esso e' stato rimodernato e ricostruito in cemento, alla Girola il ballatoio in alcuni punti e' rimasto intatto e in legno, mentre nella parte in fondo e' stato ricostruito in cemento.
Le scale sono poste ai lati e comunicano con tutti i locali dei piani superiori e servivano per tutte le famiglie. Il camino della cascina Girola riscaldava la cucina mentre pochissimi era i calore che giungeva al piano superiore. Infatti alla sera per riscaldarsi portavano nelle camere gelide, le mattonelle. Il camino era abbastanza grande con due panche ai lati, dove ci si sedeva per riscaldarsi; il fuoco era alzato di 30 o 40 cm. rispetto al livello delle panche in modo da non bruciarsi. Dapprima le abitazioni nella cascina erano illuminate da candele poi con il tempo si uso' il lume costituito da una boccia dove si introduceva il petrolio. Insieme al lume spesso usavano la lucerna simile nella forma al lume e di solito un po' piu' grande; essa aveva oltre alla boccia anche un coperchio e funzionava a petrolio che bagnava uno stoppino che acceso diffondeva luce. Alla Soccorso vecchio funzionavano un tempo dei forni che servivano per la produzione del pane che veniva consumato in luogo o veniva fornito agli abitanti della Girola che lo preparavano con la loro farina. Per questo motivo non ci fu mai un forno alla Girola. Anche alla Malpaga non vi fu mai costruito un forno perche' essendo piu' vicina al nucleo principale del paese era piu' facile farvi quotidianamente i propri acquisti. Alla Regosella invece non essendo la piu' distante dal centro di Uboldo, troviamo di nuovo il forno che servi' per la panificazione certamente fino a dopo la seconda guerra mondiale. Nelle cascine da noi studiate le stalle sono poste nel lato sud di fronte alle abitazioni e spesso sono vicine al pozzo. Sono ubicate nella parte inferiore di un ampio rustico, mentre nella parte superiore esso e' diviso in varie parti nelle quali si mette tutto cio' che serve per tenere in ordine la stalla; paglia, strame, tutoli, ecc. In quest'ultima parte si giunge per mezzo di una scala a pioli. In ogni cascina le stalle sono tante quanti i proprietari. In ogni stalla il proprietario teneva una o due mucche, un bue o un cavallo per i lavori campestri, e in una zona appartata i vitellini. Ora invece nelle stalle si allevano solo o mucche da latte o vitelli da ingrasso. Alla fine della seconda guerra mondiale alla cascina Malpaga sono stati eliminati gli animali e le stalle hanno assunto una nuova funzione: sono state trasformate in magazzini. Nelle altre due cascine invece gli animali vengono ancora allevati: alla Girola non sono molto numerosi, mentre alla Soccorso gli animali vengono allevati in quantita'. In tutte le cascine visitate c'e' il pozzo. Solo alla Girola esso e' al centro del cortile, mentre nelle altre cascine il pozzo e' situato a lato, quasi sempre in un angolo. Il pozzo serviva generalmente per usi domestici e per gli animali. Alla Soccorso rimangono solo poche sagome di un pozzo che da molto tempo e' fuori uso. Ora in tutte e tre le cascine il pozzo non ha piu' funzionato dal 1948. Solo gli abitanti della Malpaga avevano la curiosa usanza di raccogliere l'acqua piovana, forse perche' il pozzo non dava acqua a sufficienza.

L'organizzazione familiare nelle cascine.

Generalmente nelle cascine (Malpaga, Regosella, Soccorso, Girola) venivano le persone legate da vincoli di parentela. I queste cascine anticamente prevaleva la famiglia patriarcale, a capo della quale vi era il "regiu'", il vecchio padre ricco di anni e di esperienza che gli permettavano di organizzare ogni operazione agricola, di dividere i compiti, di amministrare i beni e di contrattare con l'agente del padrone. Egli non lavorava, ma si occupava solo del buon andamento della famiglia, cioe' dava ordini per la lavorazione dei campi, vendeva e comperava il bestiame e si occupava delle provviste.
Era un tipo molto autoritario poiche' imponeva le proprie idee e non ascoltava il parere degli altri. Era temuto da tutti e specialmente dai bambini. Ad ognuno distribuiva gli incarichi in proporzione all'eta' e alle possibilita', ma tutti erano impegnati. Agli adulti, finito il lavoro dava la "Murura", cioe' i soldi che usavano per divertirsi. Quando moriva, i suoi beni venivano divisi in parti uguali fra i figli maschi. Accanto a lui viveva la sua vecchia moglie la "Regiura" o "Masera" che si prendeva cura dei figli, nuore e nipoti. Ella aveva un cassetto nel quale teneva le provviste; poteva mangiare quanto voleva, mentre gli altri dovevano chiedere il permesso. Il pane non era mai fresco cosi' se ne mangiava di meno. Pero' la Regiura non decideva niente e poteva dare ordini solo quando non c'era il Regiu'. La Regiura cuciva le cartelle dei figli e dei nipoti e se questi ultimi si comportavano male a scuola ricevevano la punizione dalla regiura e poi dal Regiu'. Questo genere di vita e' completamente scomparso alla fine della seconda guerra mondiale mentre alla Soccorso nel 1915-1918.

Lavoro

Gli abitanti delle cascine erano in genere contadini, solo pochi erano operai e lavoravano spesso nelle ferrovie Nord e nelle officine meccaniche di Saronno poiche' a Uboldo sorgeva una sola fabbrica. In quei tempi i lavoratori erano privi di mezzi di trasporto ed erano obbligati a recarsi a lavorare in bicicletta anche in condizioni metereologiche non favorevoli. L'orario di lavoro dei contadini variava di stagione in stagione. In estate il lavoro era molto faticoso infatti i contadini si coricavano molto tardi per poi alzarsi prima delle cinque. Essi curavano il raccolto e elle semenze. Nella stagione fredda il lavoro era molto meno faticoso e ci si coricava prima e ci si alzava piu' tardi poiche' l'unica preoccupazione era quella di sistemare gli attrezzi per la nuova stagione. Un tempo i campi si lavoravano a mano. In autunno si preparavano i campi per la semina: si arava con il cavallo e l'aratro, si zappava e si seminava il frumento, la segale, l'orzo e le patate. Intanto nei cortili si preparavano gli attrezzi: vanghe, zappe, ecc. Si andava nei boschi a tagliare la legna che serviva per cuocere il pane e per usi domestici. Quando le condizioni metereologiche non erano favorevoli si pulivano le stalle. Nella bella stagione invece si estirpavano le erbacce che si erano formate sotto la neve e si seminava. Quattro volte l'anno si tagliava l'erba per fare il fieno. Nei primi giorni di maggio si tagliava il "Magenco", a San Pietro "l'agostano", il "Terzuolo" in agosto il "quartuolo" in settembre. Anche il frumento si raccoglieva a San Pietro (29 giugno). Dopo il raccolto si aravano i campi e si seminava il miglio e gli altri cereali. Il raccolto si faceva seccare sull'aia e a settembre lo si metteva in cascina. Se la semenza non era sufficiente, si portava a casa il frumento e lo si pestava con delle verghe sull'aia.
Il lavoro era molto duro.
In autunno si faceva la vendemmia. pero' dal 1950 hanno eliminato quasi completamente le viti. Nelle cascine che abbiamo visitato: Girola, Soccorso, Malpaga, Regosella, con il quantitativo di latte prodotto dalle mucche una volta si faceva il burro. Esso si faceva nel seguente modo: si prendeva la "Panagia" che era rotonda e alta circa mezzo metro e un piccolo bastone con una rotella. All'intorno si metteva un quantitativo di latte sufficiente per produrre un chilo di burro. Il bastone con l rotella continuava a muoversi su' e giu' finche' si formava il burro. Quando era ben duro si toglieva dalla panagia e dopo averlo lavorato, era pronto da vendere. Se la produzione era modesta si consumava in casa. Alla cascina Soccorso e alla Girola il pollame allevato serviva l'uso domestico e veniva venduto in piccoli quantitativi; i cavalli invece servivano per i lavori nei campi. Inoltre nelle cascine venivano allevati i bachi da seta che i contadini hanno smesso di allevare fin dalla seconda guerra mondiale. Alla Malpaga i bachi da seta venivano messi sulla "rigatura" che era come una credenza a ripiani. Alla Girola e alla Soccorso invece venivano posti su tavolette. I bachi richiedevano una costante pulizia. Infatti bisognava pulire i graticci degli avanzi di cibo e escrementi. Le fasi di sviluppo del bruco erano le seguente: ogni 4 o 5 giorni dormivano per un giorno durante il quale mutavano la pelle, che diventava ogni volta piu' stretta. Questo fatto si ripeteva 4 volte durante un mese; dopo l'ultima muta ai bachi veniva preparato un "Bosco" formato da rametti secchi posti su un graticcio dove cominciavano i loro bozzoli. Le malattie piu' pericolose dei bachi erano; il segno e il marciume. I bachi superstiti venivano venduti a delle industrie che filavano la seta (filando) o ne facevano matasse destinate all'azienda tessile: in tutte le cascine i bachi erano allevati con cura perche' permettevano alle famiglie di realizzare un buon guadagno. L'uso della foglia del gelso da parte delle famiglie aveva le sue leggi stabili nel contratto del grano.

Vitto

Un tempo gli abitanti delle cascien mangiavano generalmente per prima colazione, latte con pane giallo e quest'ultimo era fatto con una miscela di granoturco e frumento. Alla Malpaga questo era tenuto in solaio, mentre alla Girola in una cassetta che era chiamata "marnetta" e anche qui veniva tenuto in solaio coperto da un lenzuolo bianco. Quando dovevano servirsene mandavano a prenderlo i bambini che cercavano sempre una scusa per non andare perche' avevano paura dei topi o degli insetti. A pranzo consumavano patate, polenta, minestra di pasta o di riso. alla sera si mangiava di nuovo la minestra o latte e alla cascina Soccorso per poter avere una quantita' maggiore da vendere era allungato con acqua. Nei campi i contadini si portavano polenta affumicata col latte e patate. Alla Malpaga e alla Girola a differenza della Soccorso i contadini tornavano a mezzogiorno per pranzo. La carne e la frutta erano consumate solo nelle grandi occasioni (battesimo, cresima, matrimonio) e anche a Pasqua e Natale e talvolta alla domenica.

Tempo libero

I tipici giochi dei bambini una volta erano: la rella, il gioco dei fagioli, rimpiattino, ecc. Generalmente i giocattoli dei bambini erano costruiti da loro stessi. Nella stagione fredda si divertivano nelle stalle mentre in estate giocando nei cortili portando cosi' molta allegria. Ma vediamo ora come erano organizzati questi giochi.
Si giocava alla rella con un bastone di circa 60 cm. e con uno piu' piccolo, appuntito dalle due parti. Con un unico colpo, il bastone piccolo doveva entrare in un quafrato, delimitato da mattoni o sassi. Aveva vinto il gioco chi centrava il quadrato. Un altro gioco molto diffuso era quello dei fagioli. Si prendevano dei fagioli e si mettevano uno sopra l'altro costituendeo dei mucchietti, disposti dietro una riga, si dovevano colpire questi con dei sassi. Chi mirava piu' mucchietti aveva vinto. mentre i bambini si divertivano con questi giochi, i grandi soprattutto d'inverno, quando erano liberi dai lavori nei campi, giocavano a carte: a briscola, a rubamazzetto, ecc. Oppure chiedevano al vecchio Regiu' di andare insieme agli amici a bere. Le donne invece, rarament4e giocavano a carte, ma il piu' delle volte anadavano nelle stalle a rammendare o a ricamare tessuti.

Organizzazione

In tutte le cascine ai nostri giorni si riscontra una vita detta "Cellula familiare". Questa e' composta in media dai genitori piu' due figli generalmente. Essa e' chiamata cosi' perrche' e' una piccolissima comunita' che fa da se'.
Generalmente il padre lavora, la madre o sta in casa (casalinga) o lavora anch'essa. La vita familiare non e' piu' condizionata dal vecchio e austero sistema patrircale. Oggi non si vive piu' insieme cioe' le persone vincolati da legami di parentela sono ormai distaccate. Spesso i figli collaborano al buon andamento della famiglia; da adulti consegnano lo stipendio al padre o alla madre ma pretendono una piccola mancia che permette loro una certa indipendenza. Ma vediamo piu' da vicino i vari compiti ei gernitori: la madre "Casalinga" svolge piu' o meno gli stessi compiti di molto tempo fa: accudisce alla casa, educa i figli ( il che e' molto difficile). Comunque il lavoro manuale della "Mamma" odierna, e' molto facilitato da molti attrezzi (aspirapolvere, lucidatrice, lavatrice, lavastoviglie, ecc.). Il padre e' di solito colui che porta a casa lo stipendio che serve per il buon andamento della famiglia. Una buona parte va alla moglie che deve utilizzarla nell'acquisto del vitto, dei vestiti, e per provvedere a tutte le necessita' della famiglia.

Il lavoro

Oggi nelle cascine l'attivita' degli abitanti e' simile a quella di coloro che abitano nel nucleo abitato. Infatti nelle cascine la maggior parte delle persone si reca a lavorare, nelle industrie e soprattutto alla Lazzaroni e alla Contardo o gestisce in proprio piccoli magazzini (V. Malpaga). Si lavora a giornate ( dalle 8 del mattino alle 17) o a turni (il 1° dalle 6 alle 14, il 2° turno dalle 14 alle 22). Tutti lavorano con ritmo severo, ma in compenso vengono ben pagati: il loro guadagno e' maggiore di quello che otterrebbero lavorando i campi i quali non sempre sono produttivi a causa delle sfavorevoli condizioni di tempo. I lavoratori usufruiscono di una mensa, inoltre godono di una buona assistenza saniataria.
Gli abitanti che restano nelle cascine si dedicano alla agricoltura, quasi sempre per occupare il tempo libero. Solo alla Soccorso e' rimasta l'antica tradizione agricola e la situazione economica e' migliorata grazie anche alle nuove tecnologie agricole. Come al solito in autunno si prepara il campo alla semina dei cereali; dopo queste si attende l'ora del raccolto. A tutte queste funzioni, ora, pensano le mietitrici, le seminatrici, le imballatrici elettriche. Anche nelle stalle sono state introdotte nuovi mezzi meccanici che facilitano il lavoro di pulizia dei contadini.

Vitto attuale

Attualmente il vitto degli abitanti delle cascine e' molto cambiato. oggi tutti si possono permettere di mangiare la carne almeno una volta al giorno.
Per prima colazione generalmente ci si nutre con tr', caffe' con biscotti, pane ecc. Il pranzo attuale presenta molte varianti. In genere pero' e' composto da un primo piatto ( minestra, pasta asciutta, risotto, ecc. ) e da un secondo piatto formato cosi' dalla "pietanza". Infine ognuno mangia a piacere frutta. La cena rispecchia pressapoco il pranzo; anch'essa e' composta da un primo piatto e da un secondo. Generalmente nell'intervallo tra i vari pasti si fa uno "spuntino" per spegnere l'appetito.

Il tempo libero

Oggi gli abitanti delle cascine non passano piu' il loro tempo libero solo coltivando i campi, ma lo impiegano in altre attivita' piu' o meno impegnative. oggi, contrariamente ad un tempo si leggono i giornali, In genere le donne leggono riviste femminili ( alba, bella) e gli uomini quotidiani o riviste agricole. Il giornale che si legge moltissimo e' Famiglia Cristiana, Comunque sia uomini che donne non leggono libri o giornali molto impegnativi poiche' il grado di cultura di queste famiglie e' piuttosto modesto. Anche i programmi televisivi sono seguiti secondo il proprio grado di cultura: quelli di maggior gradimento sono: telegiornale seguito soprattutto quando succede qualcosa di clamoroso e film di avventura e varieta'. Purtroppo non gradite le commedie, le varie elezioni elettorali o sindacali. Nelle cascine tutti gli abitanti non frequentano il cinema per mancanza di mezzi di comunicazione tra Uboldo e Saronno. Un passatempo che e' ancora abitudine per tutti gli uomini e' quello di ritrovarsi nelle osterie per giocare a carte. Per le donne c'e' ancora la vecchia usanza, specialmente per le piu' anziane, di ritrovarsi a ricamare, a lavorare a maglia e all'uncinetto.

Conclusioni: ovvero il cambiamento del genere di vita nelle cascine

Un confronto fra la vita di un tempo con quella attuale dimostra come ci sia stato un cambiamento nel genere di vita nelle cascine. Apparentemente, l'ambiente e' lo stesso di quello di tanti anni fa; poco resta degli antichi locali e del loro arredamento; infatti ogni abitante ha trasformato i locali di sua proprieta' riammodernandola e introducendo i servizi. Non esistono piu' il vecchio camino e il "camerin". i cortili interni, ora che l'attivita' agricola e' quasi scomparsa, sono piu' ordinati e puliti. Solo alla Soccorso vecchio (vedi ambiente) si conduce una vita abbastanza simile a quella di un tempo, ma vicino alle vecchie case, sono sorti nuovi appartamenti piu' funzionali.
C'e' stato un cambiamento profondo, anche per quanto riguarda la proprieta' fondiaria, dovuto al frazionamento della proprieta' in seguito ad atti di vendita o a intricate successioni. Cio' ha fatto in modo che intorno alle cascine venissero costruite nuove abitazioni quasi sempre monofamiliari, abitata spesso dai figli di coloro che un tempo abitarono le cascine. pero' soprattutto l'abbandono dell'agricoltura, influi' molto sulla trasformazione della vita nelle cascine. In effetti il passaggio dalla vita agricola a quella industriale cambio' sia il tipo di organizzazione familiare, sia quelle delle abitudini alimentari degli abitanti. La famiglia patriarcale e' solo un vecchio ricordo, cosi' come le famiglie numerose. Infatti una societa' agricola e' piu' disposta a una prole numerosa perche' conta su di essa, come maggiore forza di lavoro nei campi. Il lavoro nelle fabbriche ha permesso di migliorare l'alimentazione, infatti tutti consumano un vitto assai meno genuino. In un secondo luogo ha creato il problema del tempo libero un tempo quasi inesistente e il problema dei trasporti ad esso legato. Coloro che non hanno i mezzi di trasporto propri si trovano in diverse difficolta' causate da questa situazione. Tutti sperano che il comune in futuro risolva questo problema. Il cambiamento da un mondo agricolo ad un o industriale ha in un certo senso "maturato" i lavoratori da un punto di vista civile e politico. pero' da un altro punto di vista ha agito negativamente sulla educazione dei figli che attualmente sono lasciati in balia a se stessi.
L'indice di gradimento e' cambiato. Solo gli anziani non lascerebbero la loro cascina ove sono nati e cresciuti. Le persone di media eta', accettano la vita in cascina superficialmente, mentre sperano in una definitiva sistemazione in paese. I giovani invece la rifiutano o la subiscono.
Attualmente, poi, nelle cascina, abitano spesso gli immigrati del meridione che vi si sistemano anche perche' il canone di affitto non e' molto elevato. Fra questi, alcuni sono contenti di vivere in un ambiente simile a quello che hanno lasciato e che non provoca loro un brusco cambiamento, altri invece appena trovano una sistemazione migliore lasciano le cascine.
Infine tutti gli abitanti delle cascine si aspettano molto in futuro dal Comune e si augurano di credere risolto il problema dei trasporti. In particolare gli abitanti della cascina Soccorso vorrebbero vedere asfaltata la loro strada e migliorata l'illuminazione della stessa infine rinnovate le pompe dell'acqua.

Per la realizzazione del nostro lavoro ringraziamo particolarmente:
1) Il Comune che ci ha fornito gentilmente le carte e le piante del nucleo del paese e di ogni singola cascina, oltre ad alcuni dati utilissima al nostro lavoro.
2) Le persone intervistate nelle cascine che gentilmente ci hanno risposto alle nostre domande e con precisione fornendoci dati indispensabili.
Malpaga: Mantegazza Bambina di anni 59
Girola: Favini Rosa di anni 58
Regosella: Zaffaroni Camillo di anni 70.
Soccorso: Colombo Cesare di anni 60
Ringraziamo tutti gli abitanti della Cascina Moneta e particolarmente la signora Ceriani Lina e la signora Riva Pierina di anni 60, che ci ha cantato le filastrocche e i pater un tempo comuni in tutta la cascina.

Appendice 1: Le filastrocche e i pater

Alla fine di questo lavoro ci è sembrato opportuno includere anche le filastrocche e i pater, che venivano cantate e recitate degli abitanti, nelle stalle o prima di coricarsi. Queste ci sono state cantate dagli abitanti della cascina Moneta e dalla signora Riva Pierina perche pur conoscendole non hanno avuto il coraggio di cantarcele. le filastrocche sono le seguenti:
1) Andarem in Francia - parla di un viaggio, appunto in Francia, durante il quale alcune persone suonano le zampogne, si bagnano il grembiule e la sottoveste, perche' nevica e incolpano Gesu' bambino il quale innocentemente dorme.
2) trenta, quaranta la pecora la canta - ha come protagonista una pecora che canta in un solaio chiamando il pecoraio, la padrona e diversi animali.
3) Giuanin Pipeta - si descriveva un personaggio che cerca una fidanzata e dopo averla trovata, la sventurata fugge oltre la Malpaga. Anche sotto un ponte c'e' una vecchia si dice di un personaggio che cerca moglie.
4) Zin, zeta furaseta - parla di una forbice che deve essere limata per quattro soldi.
5) Pin pin cavalin - descrive l'acqua fredda che va al mulino e quella calda che viene distribuita nelle case.
6) Gin gin la Madonna la va in giardin - figura di una scenetta insolita in cui la Madonna raccoglie i fiori in giardino per la signora Teresina, mentre sulla strada passano delle vecchiette e una banda che porta corone bianche di stelle.
7) tri' - tra' - rappresentano persone che mungono i buoi di Gallarate e di San Vittore, mentre il tamburo suona le ore e alcuni ragazzi intrecciano cappelli di paglia.
8) Pignata casseta - descrive una serie di conseguenze: il topo che mangia il formaggio, il gatto che mangia il topo, ecc.
9) Din Don. - raffigura tre donne senza marito.

I Pater venivano recitati alla sera prima di coricarsi o al mattino quando ci si alzava. Il contenuto e' tipico e simile a tutti i pater, infatti si parla sempre di Santi, di Angeli di Cristo e della propria anima in paradiso.
La recitazione cantata dei pater e delle filastrocche si puo' ascoltare sui nastri della nostra registrazione.
Probabilmente questa serie sonora, verra' musicata con l'aiuto del nostro professore E. Leo.

 


Piano di lavoro

premessa Motivi
Ipotesi
Strumenti
Ambiente (osservazioni)
ubicazione delle cascine
Proprieta' fondiaria
Viabilita' trasporti
L'ambiente

Vita di un tempo:
organizzazione
Lavoro
Il vitto
Il tempo libero

Vita attuale:
Organizzazione
Lavoro
Il vitto
Il tempo libero
Conclusioni:
Cambiamento
Appendici:
Filastrocche e pater

PREMESSA
1) Ambiente
1.1 Ubicazione delle cascine e proprieta' fondiaria.
Dove sono ubicate le cascine?
Quali sono i proprietari?
1.2 La viabilita' e i mezzidi trasporto
Quali sono le strade che conducono alle cascine?
Quanto tempo si impiega a raggiunrle in macchina, in bicicletta e a piedi?
Quali trasporti pubblici vi sono tra il centro abitatp e le cascine?
1.3 Come si presentano le cascine?
1.4 Come si presentano i locali?
1.5 C'era il pozzo? Dove era? Fino a quando ha funzionato?, Per quale scopo serviva?
1.6 C'era il forno?
1.7C'erano le stalle? Dove erano? Quali animali servivano? Quali animali erano allevati?
2 Organizzazione familiare
2.1 La cascina e4ra abitata da persone in qualche modo vincolate da legami di parentela?
2.2 La famiglia era di tipo patriarcale? hi era il regiu'?
2.3 Quali compiti o masioni aveva il regiu'? Era un tipo autoritario e temuto? Come distribuiva gli incarichi e i beni?
2.4 Quali poteri aveva la regiura?
2.5 Quando ha iniziato l'abbandono di questo genere di vita?
3 Lavoro (vita di un tempo)
3.1 Eravate contadini o operai?
3.2 Quale era il vostro orario di lavoro?
3.3 Quali erano i lavori nei campi?
3.4 Per quale scopo venivani allevati gli animali?
3.5 Come venivano allevati i bachi da seta?
3.6 Come venivano allevati le mucche e i vitelli?
4 Vitto (vita di un tempo)
4.1 Cosa si mangiava un tempo a colazione?
4.2 Cosa si mangiava un tempo a mezzogiorno?
4.3 Cosa si mangiava un tempo alla sera?
5 Tempo libero.
5.1 C'erano molte bande di bambini? Quali erano i loro giochi?
5.1 Come si divertivano?
6 Organizzazione (vita attuale)
6.1 Attualmente come e' organizzata la famiglia?
6.2 Quali compiti i mansioni ha il padre?
6.3 Quali i compiti della madre?
6.4 I figli collaborano al buon andamento della famiglioa o sono piuttosto indipendenti?
7 lavoro (Vita attuale)
7.1 Soiete operai o contadini?
7.2 lavorate a turmi o a gionata?
7.3 usufruite di una mensa e di una buona assistenza saniatria?
7.4 lavorate i campi?
7.5 Questo lavoro e' oggi meno faticoso?
8 Vitto (vita attuale)
8.1 Che cosa si mangia a colazione?
8.2 Che cosa si mangia a mezzogiorno?
8.3 Che cosa si mangia alla sera?
9 tempo libero (Vita attuale)
9.1 occupa il tempo libero lavorando i campi?
9.2 Leggete giornali?
9.3 vedete la televisione?
9.4 Va al cinema?
9.5 Va all'osteria? a giocare a carte? (uomini)
9.6 lavora a maglia, all'uncinetto, ricama?
9.7 Pratica sport?










 


CRONOLOGIA EVENTI

1762 - Datazione del proverbio "OGNI TRENT'AN E TRENTA MES L'ACQUA LA TORNA AL SO PAES ))
1590 veniva sottoposto alla competenza dei tecnici la soluzione del problema delle inondazioni.
1712 fino a quest'anno non si e' trovata notizia di grandi variazioni di percorso o danni provocati dal Gradeluso.
1603 - in seguito ad una paurosa piena che porto' distruzione fino ad Origgio, la Casa Borromeo, proprietaria delle terre di quel paese, si rese disponibile al concorso delle spese previste da un piano di deviazione.
1603 - Cosatruzione della chiusa di San martino con deviazione del Bozzente.
1603 - Contratto Borromeo sottoscritto dal Conte Renato Borromeo.
1604 - Termine dei lavori.
1604 - Il Gradeluso entra nel letto del nuovo Bozzente e la strada di Santa Maria riadattata a strada.
1644 - Deviazione del bozzente dal centro del paese di Cislago.
1604 - 1714 - Cislago nopn ha innondazioni.
1680 - Costruzione del ponte in Cislago
1712 - Il fontanile irrompe a Gorla Maggiore e nell'Olona.
1714 - la chiusa di San Martino si rovina per incuria.
1714 - Il Ducato per questioni politiche non si interessa alla problematica.
1718 - investita da una paurosa piena, si rovescia completamente ed il Bozzente irrompe con violenza nel suo vecchio corso portando gravissimi danni alle terre di Cislago, Gerenzano, Uboldo.
1729 - Inondazione
1729 - Scavo del cavo Raffagni
1738 - Inondazione.
1744 - Inondazione fino a Rho.
1744 - Scavo del canale Malatesta.
1750 - Il fontanile con il Gradeluso e il Bozzente irrompe inondando fino a Rho.
1756 - luglio. Grande piena.
1760 - Costruzione del nuovo e attuale Bozzente con canali di Roggia Maestra.
1762 - fine dei lavori
1762 - Nascita della "Congregazione dei Torrenti"
1765 - La Roggia maestra non funziona bene.
1765 - costruzione di un canalino a Rho come scolmatore.
1803 - Editto
1850 - Costruzione del "Laghett" di Cislago.
1880 - altra piena
1917 - altra pena
1930 - Chiusura del "Laghett" con campo sportivo.
1951 - altra piena
1976 - altra piena.
1963 - chiusura della congregazione

 


Allegati

fig. 1 - Particolare con Cislago
fig. 2 - Percorso completo del Bozzente. Cartina A.S. (parte sinistra)
fig. 3 - Percorso completo del Bozzente. Cartina A.S. (parte destra)
fig. 4 - Chiesa parrocchiale
fig. 5 -
fig. 6 -
Fig. 7 -
fig. 8 -
Fig. 9 -
fig. 10 -

 



LISTA DELLE DIAPOSITIVE


n. 4980 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Altare
n. 4981 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Iscrizione
n. 4982 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Iscrizione
n. 4983 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Volta
n. 4984 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Entrata vista dall'interno.
n. 4985 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Locale sacrestia, ora adibito a deposito attrezzi agricoli.
n. 4986 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Porta di ingresso.
n. 4987 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Entrata della cascina e del convento.
n. 4988 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Particolare di una finestra del cascinale agricolo.
n. 4990 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Campanile.
n. 4991 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Chiesa e campanile visti dall'esterno.
n. 4992 - Fontanile di San Giacomo . Origine del fontanile, vista a sud. Il ponticello non esisteva in antichita' ma e' stato costruito per una ferrovia di carrelli che portavano l'argilla a una fornace vicina alla Varesina.
n. 4993 - Fontanile di San Giacomo . Origine del fontanile, vista a nord.
n. 6008 - Canale di scarico di costruzione moderna, probabilmente uno scolmatore di fogne. Si trova all'entrata del galoppatoio alla frazione Massina. (pos. 97505400 270°). Si nota un rialzo del terreno che da destra va a sinistra che era la Roggia Maestra
n. 6009 - Cassina Massina. (pos. 98005470 90°) Vista di antichi cortili dal sagrato della chiesa di San Giulio.
n. 6010 - Cassina Massina. (pos. 98005470 0°) Vista di un portone di accesso di antichi cortili visto dal sagrato della chiesa di San Giulio.
n. 6011 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 0°) Nicchia con pittura sulla parte sud della chiesa.
n. 6012 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 90°) Vista del frontale della chiesa.
n. 6013 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 270°) Vista del portoncino di ingresso del cortile della chiesa. Questa porta aveva accesso dai campi.
n. 6014 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 180°) Vista della chiesa dal cortile interno dei contadini. Campanile e abiside.
n. 6015 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 270°) Vista della porta di accesso al campanile dal cortile dei contadini.chiesa dal cortile interno dei contadini. Campanile e abiside.
n. 6016 - verificare. Ponte sul Bozzente a nord di Cislago (pos. 96805700 20°) eseguita dal ponte della D. 6017 verso il ponte di San martino.
n. 6017 - verificare. Ponte sul Bozzente a nord di Cislago (pos. 96805700 200°). Questo ponte si trova sulla strada nuova, parallela alla Varesina e verso i boschi.
n. 6018 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Entrata della chiesa. (pos. 99805285 180°)
n. 6019 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Entrata della chiesa. (pos. 99805285 90°)
n. 6020 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Ingresso della chiesa visto dall'interno. (pos. 99805285 270°)
n. 6021 - Cascina Girola - Cortile con pozzo. (pos. 00505260 180°)
n. 6022 - Cascina Girola - Cortile con ballatoio. (pos. 00505260 270°)
n. 6023 - Cascina Girola - Cortile con ballatoio. (pos. 00505260 270°)
n. 6033 - Cascina Girola - Vista del Fontanile dal ponticellodi accesso. (pos. 00505260 0°)
n. 6034 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 45°) Vista dalla strada. Poco piu' avanti era il Gradeluso.
n. 6035 - La Fagnana - Su questa strada passava l'antico Bozzente spostandosi di poco a sinistra. (pos. 98905532 135°).
n. 6036 - La Fagnana - Su questa strada passava l'antico Bozzente spostandosi di poco a sinistra. (pos. 98905532 135°).
n. 6037 - Vecchio Bozzente - Incrocio in mezzo alle campagna fra la via S. Maria di Uboldo (vecchio Bozzente) e la direttrice Malpaga - Cascina Girola. (pos. 99805230 0°). Sulla destra la cascina del Soccorso.
n. 6038 - Vecchio Bozzente - Incrocio in mezzo alle campagna fra la via S. Maria di Uboldo (vecchio Bozzente) e la direttrice Malpaga - Cascina Girola. (pos. 99805230 180°). Vista a sud verso Uboldo. Questa strada piu' avanti e' asfaltata e quando incrocia la saronnese entra in Uboldo. Una volta era il vecchio Bozzente.
n. 6039 - Vecchio Bozzente - Incrocio in mezzo alle campagna fra la via S. Maria di Uboldo (vecchio Bozzente) e la direttrice Malpaga - Cascina Girola. (pos. 99755240 270°). Vista del Raffagni che e' questa strada. Vista a ovest verso Malpaga. Questo e' un incrocio poco piu' a nord.
n. 6040 - Vecchio Bozzente - Incrocio in mezzo alle campagna fra la via S. Maria di Uboldo (vecchio Bozzente) e la direttrice Malpaga - Cascina Girola. (pos. 99755240 315°). Vista della ferrovia Nord, e dietro ai capannoni il Malatesta. Questo e' un incrocio poco piu' a nord.
n. 6041 - Malpaga - Vista dalla malpaga del Raffagni verso cascina Girola. (pos. 99455195 45°).
n. 6024 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista delle curve del Bozzente verso nord.
n. 6025 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista delle curve del Bozzente verso nord.
n. 6026 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista delle curve del Bozzente verso nord.
n. 6027 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista delle curve del Bozzente verso nord.
n. 6028 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista del ponte da sud.
n. 6029 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista del Bozzente verso sud.
n. 6030 - Canale di scarico di costruzione moderna, probabilmente uno scolmatore di fogne. Si trova all'entrata del galoppatoio alla frazione Massina. (pos. 97505400 270°). Si nota un avvallamento dennominato Roggia Maestra
n. 6031 - Canale di scarico di costruzione moderna, probabilmente uno scolmatore di fogne. Si trova all'entrata del galoppatoio alla frazione Massina. (pos. 97505400 270°).
n. 6032 - Bozzente - a nord ovest del galoppatoio alla frazione Massina. (pos. 97005425 0°).n probabilmente una vecchia strada che collegava la massina con Rescaldina attraversava a guado il Bozzente. Attualmente la strada non e' piu' percorribile.
n. 6042 - Fontanile di San Giacomo - (pos. 00505338 0°). Vista del fossato di origine.
n. 6043 - Fontanile di San Giacomo - (pos. 00505338 0°). Vista del fossato di origine.
n. 6044 - Cavo Raffagni - (pos. 99005052 330°) Incrocio del cavo Raffagni con un viottolo. Sitrova fra la Saronnese e a sud vicino una strada che una volta portava a Cerro maggiore. Seguendo il Raffagni a destra porta alla saronnese. Seguendolo a sinistra verco Origgio.
n. 6045 - cavo Raffagni. (pos. 99105044 0°) Mi trovo sulla strada non in uso che posta da Uboldo a Cerro Maggiore. Questa strada porta a nord verso la Saronnese. Il Cavo Raffagni e' fra le robinie. In fonso si nota la postazione per la n. 6044.
n. 6046 - cavo Raffagni. (pos. 99105044 180°) Mi trovo sulla strada non in uso che posta da Uboldo a Cerro Maggiore. Questa strada porta a sud verso Origgio. Il Cavo Raffagni e' la strada nella diapositiva.fra le robinie. In fondo si nota la strada che da Uboldo porta a Cantalupo (Regusella).
n. 6047 - cavo Raffagni. (pos. 99204978 180°) Mi trovo sul cavo Raffagni ed e' visibile la la strada che da Uboldo (a sinistra) porta a Cantalupo (a destra a Regusella).
n. 6048 - cavo Raffagni. (pos. 99254970 0°) Mi trovo sulla strada Uboldo Origgio e con vista a nord. del cavo Raffagni.
n. 6049 - cavo Raffagni. (pos. 99254970 180°) Mi trovo sulla strada Uboldo Origgio e con vista a sud verso i campi di origgio.
n. 6050 - cavo Raffagni. (pos. 99254970 90°) Mi trovo sulla strada Uboldo Origgio e con vista a est verso Uboldo.
n. 6051 - Malpaga - (pos. 99245180 50°) - A sinistra la Cascina Malpaga e il sentiero in vista e' il cavo Raffagni. Con questa direzione si va verso il Bozzente vecchio che incrocia con via Santa Maria di Uboldo e la Cascina la Girola.
n. 6052 - Malpaga - (pos. 99245180 230°) - In vista le cave e il sentiero in vista e' il cavo Raffagni che entra nelle cave, poi si incrocia con il cavo Malatesta per attraversare la Saronnese.
n. 6053 - Cascina la Visconta - Pos. 0°) Attorno a questa cascina il gradeluso si disperde.
n. 6054 - Cascina la Visconta - Pos. 0°) Attorno a questa cascina il gradeluso si disperde.
n. 6055 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista della lapide miliare.
n. 6056 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista del ponte verso sud.
n. 6057 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista del Bozzente verso nord.
n. 6058 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista del ponte. Si nota il vecchio ponte ad arco accompagnato da due nuove spalle.
n. 6059 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista del ponte. Si nota il vecchio ponte ad arco accompagnato da due nuove spalle.
n. 6060 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista della deviazione dal Bozzente alla Roggia Maestra.
n. 6061 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista della deviazione dal Bozzente alla Roggia Maestra.
n. 6062 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista della deviazione dal Bozzente alla Roggia Maestra.
n. 6063 - Roggia maestra - Vicino al cimitero di gerenzano . Roggia con fianchi distrutti per poter fare attraversare il corso dai trattori che devono strasportare il legname tagliato nel bosco .
n. 6064 - Bozzente - Localita' Il Rogoredo. (pos. 96805452) Localita' di svago con un ponticello in legno e panchine.
n. 6065 - Bozzente - Localita' Il Rogoredo. (pos. 96805452) Localita' di svago con un ponticello in legno e panchine.
n. 6066 - Bozzente - (pos. 97005420) - Attraversamento a guado a partire da Cassina Massina.
n. 6067 - Bozzente - (pos. 97005420) - Collettore fognario presso attraversamento a guado a partire da Cassina Massina.
n. 6068 - Bozzente - (pos. 97005420) - Collettore fognario presso attraversamento a guado a partire da Cassina Massina.
n. 6069 - Bozzente - (pos. 97005420) - Attraversamento a guado a partire da Cassina Massina.
n. 6070 - Cislago - Centro e vicino al castello - lapide immurata nel 1680 (vedi note nel testo).
n. 6071 - Cislago - Centro e vicino al castello - lapide immurata nel 1680 (vedi note nel testo).
n. 6072 - Bozzente - Sulla provinciale Saronnese. (pos. 98305124) -
n. 6073 - Bozzente - Sulla provinciale Saronnese. (pos. 98305124) -
n. 6074 - Bozzente - Sulla provinciale Saronnese. (pos. 98305124) -
n. 6075 - Cava di pietra sulla Saronnese. (pos. 98505150). Questa cava, ma non in questo punto taglia il Malatesta e il Raffagni dalla Malpaga (nord e sud) alla saronnese.
n. 6076 - Cava di pietra sulla Saronnese. (pos. 98505150). Questa cava, ma non in questo punto taglia il Malatesta e il Raffagni dalla Malpaga (nord e sud) alla saronnese.
n. 6077 - Cava di pietra sulla Saronnese. (pos. 98505150). Questa cava, ma non in questo punto taglia il Malatesta e il Raffagni dalla Malpaga (nord e sud) alla saronnese.
n. 6078 - Cavo Raffagni che attraversa la saronnese (pos. 98905128) vista verso nord alle cave di pietra.
n. 6079 - Cavo Raffagni che attraversa la saronnese (pos. 98905128) vista verso sud a Uboldo.
n. 6081 - Cavo Raffagni a sud della saronnese.
n. 6082 - Cavo Raffagni a sud della saronnese.
n. 6086 L#3 - Ultimo tratto del Cavo in cemento per scarico acque dal galoppatoio con immissione costruito in cemento. (97205375)
n. 6087 L#3 - Cavo in cemento per scarico acque dal galoppatoio. Questi sono gli ultimi ponticelli in cemento su questo canale di scarico in cemento prima di gettare le acque nel Bozzente. (97205375)
n. 6088 L#3 - Ultimo tratto del Cavo in cemento per scarico acque dal galoppatoio. (97205375)
n. 6089 L#3 - Ultimo tratto in curva del Cavo in cemento per scarico acque dal galoppatoio. (97205375)
n. 6090 L#3 - tratto della Roggia maestra presso il galoppatoio (97505400).
n. 6091 L#3 - Primo tratto del Cavo in cemento per scarico acque dal galoppatoio. (97505400). Vista a 45°. In fondo l'entrata del galoppatoio.
n. 6092 L#3 - tratto della Roggia maestra presso il galoppatoio (97505400 150°).
n. 6093 L#3 - Guado del Bozzente proveniente dalla Cassina massina. (97005420) Il sentiero proviene dalla cassina massina e dopo il guado si dirige verso Cerro maggiore all Chiesa della Porretta.
n. 6094 L#3 - Guado del Bozzente proveniente dalla Cassina massina. (97005420) Il sentiero proviene dalla cassina massina e dopo il guado si dirige verso Cerro maggiore all Chiesa della Porretta.
n. 6095 L#3 - Bozzente alla cassina Massina nelle curve (97015430 240°)
n. 6096 L#3 - Punto di derivazione del Bozzente segnanto nella mappa con il numero 15. (98086408 160°). E' il cavo a destra che attualmente e' in disuso in quanto molto altro dal letto del torrente.
n. 6097 L#3 - Punto di derivazione del Bozzente segnanto nella mappa con il numero 15. (98086408 160°). E' il cavo a destra che attualmente e' in disuso in quanto molto altro dal letto del torrente.
n. 6098 L#3 - Ponte sul Bozzente presso Cislago. (96825670) Questo ponte e' stato costruito dagli abitanti di Cislago per poter passare il torrente e accedere ai campi piu' a nord. Costruito nel 1922 in cemento, sotto il fascismo, conserva ai quattro lati del ponte uno scavo ove era posta l'effige del fascio. Effige tolta alla caduta del fascismo. Questo ponte attualmente e' imperrrorribile dopo le inondazioni del settembre 1995 e dicembre 1995.
n. 6099 L#3 - Vedi n. 6098
n. 6100 L#3 - Vedi n. 6098
n. 6101 L#3 - Vedi n. 6098
n. 6102 L#3 - Vedi n. 6098
n. 6103 L#3 - Bozzente molto a nord fra il campo sportivo di Cislago e poco piu' a sud. (96905690). Molto rialzato dal livello dei campi, lento nel suo corso, prima di arrivare al ponte della n. 6098, vi entrano degli scarichi.
n. 6104 L#3 - Bozzente presso la n. 6103.
n. 6105 L#3 - Bozzente presso la n. 6103.
n. 6106 L#3 - Bozzente presso la n. 6103.
n. 6107 L#3 - Cislago centro. Per questa piazza passava il Bozzente o quello che rimaneva fino al 1830. Vedi lapide murata. (97905640)
n. 6108 L#3 - Cislago centro. Per questa piazza passava il Bozzente o quello che rimaneva fino al 1830. Vedi lapide murata. (97905640)
n. 6109 L#3 - cascina del Soccorso (220°)
n. 6110 L#3 - Cascina Girola vista dal ponte della Ferrovia.
n. 6111 L#3 - Ponte sul Bozzente. (99854822). L'ultimo piu' a sud verso origgio, sulla strada che da origgio porta a Cantalupo. n. 6112 L#3 - cascina del Brog (99854822) vista dal ponte della n. 6111.
n. 6113 L#3 - Canale Raffagni alla Malpaga. E' presso la recinzione eed e' vista verso la Malpaga, (sinistra) e oltre prosegue verso il Bozzente.
n. 6114 L#3 - Il Malatesta visto dalla madonnina (a nord della malpaga) e in fondo la madonna del Soccorso.
n. 6115 L#3 - ponte del Gradeluso a Locate varesino in localita' San Rocco. Incisione della data sul lato sud del ponte.
n. 6116 L#3 - ponte del Gradeluso a Locate varesino in localita' San Rocco. Vista a sud.
n. 6117 L#3 - ponte del Gradeluso a Locate varesino in localita' San Rocco. Vista a nord.
n. 6118 L#3 - ponte del Gradeluso a Locate varesino in localita' San Rocco. Vista a nord.

Ponte del bozzente sotto la provinciale della saronnese al bivio con cerro maggiore. (pos. 98305124)
Incrocio del Raffagni - Malatesta con la provinciale saronnese. (pos. 98905126)
Incrocio del Raffagni con il malatesta (pos. 98905135)

 

Percorrendo i corsi d'acqua.


Cavo Malatesta

E' stato scavato nel 1745. Parte dalla parte a ovest della cascina del Soccorso come scolmatore del Bozzente e con un angolo di 230° si dirige direttamente verso la Madonnina, localita' a nord della Cascina Malpaga. Attualmente e' un sentiero percorribile a piedi e interrotto solo dalla ferrovia Nord. Dalla Madonnina ( entrata del centro di tiro al volo), devia a 220° per 450 metri ed finisce nella cava tuttora esistente. Nella cava devia per 175° fino a raggiungere la Saronnese dove sulla destra ha una fabbrica e oltre sulla sinistra un'altra fabbrica con cinta in lauro. Ma poco prima ( 50 metri) di entrare nella saronnese si congiunge con il cavo Raffagni. In questo punto perde il suo nome dopo 1,7 Km.

CAVO RAFFAGNI
E' stato costruito nel 1729. Parte dal Bozzente vecchio come primo scolmatore nel punto di congiunzione tra Malpaga e Cascina Girola. Attualmente questo punto e' l'incrocio con via Santa maria (ex Bozzente). Si dirige verso la Malpaga (700 metri) con un angolo di 220°. Passa di fronte al magazzino degli scampoli e prosegue per altri 450 metri prima di entrare nella cava. Tutto questo percorso e' un sentiero non asfaltato e poi erboso. Si congiunge con il Malatesta a circa 50 metri dalla saronnese e la attraversa con un angolo di 170°.
Continua diritto per 700 metri e con un angolo di 150° attraversa la strada che da Uboldo collegava cerro Maggiore alla Chiesa dell Porretta. Continiua con lo stesso angolo fino a raggiungere la strada che da Uboldo collega Regosella. In questo punto (28) si ributtava nel vecchio Bozzente e proseguiva con una curva ampia verso sud. In questo punto perde il suo nome con 2,9 Km.

Cavo Fagnano.
Costruito ne xxxx. Patre da Gerenzano all'altezza del cimitero ed era quella che oggi e' la strada che porta a rescaldina. Sulle carte la strada si chiama Strada Boarescia e si perde impaludandosi all'alteza delle cave quasi perpendicolarmente alla cascia Grassina oggi chiamata l'Inglesina. dopo 1,5 Km.

 


Annotazioni su BOZZENTE

Boschi di Mozzate a Cislago

Cislago
Entrata - procurarsi la cartina
Uscita

Cislago - Gerenzano
Il vecchio Bozzente percorre la oggi via Vecchio Bozzente e attraverso i campi porta direttamente alla "Fagnana" passando dietro il muro di cinta della centrale Enel (strada percorribile solo a piedi). Da una vecchia carta della chiesa si osserva il Bozzente a est della chiesa. Attraversala strada asfaltata che dalla "Massina" porta alla Saronnese che dista dalla fagnana circa 200 metri, e imbocca una strada non asfaltata di nome "Bozzente vecchio". Si arriva in Gerenzano.

Gerenzano
Entrata - Da una cartian del "Caseggiato di seconda Stazzione del territorio di Gerenzano - Pieve di Appiano - del 1752" si nota che:
Trovare la cartina di Gerenzano
Uscita

Gerenzano - Uboldo
Da Gerenzano ovest esce dall'abitato con angolo 175° quasi parallelo alla strada gerenzano Uboldo ma a circa 300 metri a ovest di essa strada. Attraversa la strada delle vigne che porta alla cascina Grasina o Inglesina. Questo punto oggi e' una rotonda di svincolo al paese. Poco piu' a sud formava un laghetto esattamente dietro una ex fornace (oggi centro industriale). Nella prossimita' di questo laghetto veniva estratta l'argilla per i mattoni ed e' una zona archeologica di valore. Prosegue verso Madonna del soccorso che lambiva a ovest di essa. In questo punto partiva il cavo Malatesta. Prosegue a sud, attravervsa quella che oggi e' la ferrovia. Passava a ovest dalla cascina Franchi, deviava per 240à per 50 metri, (si vede ancora oggi un avvallamento con piccolo boschetto), e con un angolo di 150° (a 200 metri inizia il Raffagni), imbocca quella che attualmente e' via Santa maria e cosi' sempre in direzione per il centro di Uboldo.

Uboldo
entrata - Trovare la cartina di Uboldo.
Uscita

Uboldo - Origgio.
All'uscita di uboldo sul suo letto e' stata costruita la strada per raggiungere Regusella (220°) ma al punto 28 segue verso sud ove era tendenza a farlo impaludare e oggi il Bozzente nuovo.




Etruschi

===================================================== LA STORIA
 
 
La storia degli etruschi è ricostruibile solo a grandi linee, perché la documentazione scritta, oggi in parte decifrata, non è molto significativa e i reperti archeologici, per quanto ricchi e interessanti, non bastano a riempire le lacune. Sono inoltre andate perdute, fin dall’antichità, le opere che al mondo degli etruschi dedicarono alcuni scrittori greci e latini e i riferimenti storici che sono giunti fino a noi appaiono frammentari e spesso contraddittori, se non addirittura falsati quando essi vanno a toccare gli ‘‘interessi di parte” greci o romani. È tuttavia indubbia la precocità dello sviluppo della civiltà etrusca, l’originalità delle sue espressioni, la sua importanza anche sul piano politico che assegnarono a questo popolo una posizione di privilegio nel quadro della più antica storia della penisola italiana e di quella mediterranea.
 
 
Il ‘‘caso”, il ‘‘mito”, la ‘‘diversità”, insomma il ‘‘mistero” degli etruschi: nessun altro popolo dell’antichità ha acceso un dibattito tanto vivace come quello riguardante la nazione storica etrusca, posta in età arcaica e classica al limite del mondo civilizzato, ma allo stesso tempo così ricca e culturalmente progredita. Quasi che gli etruschi siano vissuti chiusi nei loro confini o addirittura fuori del tempo, per scomparire lasciando dietro di sé segreti non ancora svelati, testimonianze vaghe e enigmatiche di una civiltà senza possibili confronti.
 
Gli storici più antichi facevano giungere gli etruschi da Oriente in età eroica o in ogni modoin una fase precedente all’età storica; discordavano solo nel collegarli ora con i lidi ora con i pelasgi. Secondo lo storico greco Erodoto (V secolo a.C.) gli etruschi sarebbero giunti in Italia dalla Lidia (Asia Minore) sotto la guida del re Tirreno dal quale presero il nome di tirreni (o tyrsenòi); a spingerli ad Occidente era stata una carestia scoppiata poco prima della guerra di Troia. Secondo lo storico greco Ellanico (V secolo a.C.) essi sarebbero stati invece pelasgi, un popolo guerriero che, dopo aver vagato a lungo nell’area danubiana, giunse infine nel Ponto Eusino (Mare Nero) alla fine del III millennio a.C.; da qui i pelasgi avrebbero poi raggiunto la Tessaglia, l’Attica e il Peloponneso. Gruppi di pelasgi si sarebbero quindi spinti in Italia dopo aver navigato a lungo tra le isole del mare Egeo. Della stessa opinione è anche lo storico Anticlide (IV-III secolo a.C.), anch’egli greco, per il quale i pelasgi, prima di spingersi a Occidente, avrebbero colonizzato le isole egee di Imbro e di Lemno. Vanno inoltre ricordate le fonti egiziane che indicano tra i ‘‘popoli del mare” i tusha o tirreni, ossia gli antenati degli etruschi.
 
 
Erodoto riferisce nelle sue Storie (I,94):
‘‘Narrano che sotto il regno di Ati, figlio di Mida, una tremenda carestia colpisse tutta la Lidia. I lidi per un certo tempo la tollerarono ... ma poiché questa carestia, anziché diminuire, infieriva sempre più, il re divise i lidi in due gruppi e tirò a sorte coi dadi quale sarebbe rimasto nel paese e quale sarebbe emigrato; a capo di coloro che dovevano rimanere pose se stesso, a capo degli altri il proprio figlio di nome Tirreno. I lidi a cui toccò di lasciare la patria si recarono a Smirne e cominciarono a costruire navi; quindi, raccolte su di esse tutte le cose che erano loro utili si misero in mare alla ricerca di mezzi di sostentamento e di terra, finché, dopo aver costeggiato molte regioni, giunsero presso gli umbri, e qui edificarono le città nelle quali vivono tuttora. Abbandonarono però il nome di lidi e, dal nome del figlio del re che si era posto alla loro guida, si chiamarono tirreni”.
 
La tesi di Erodoto sull’origine lidia degli etruschi fu contestata nella stessa antichità dallo storico e retore greco Dionigi d’Alicarnasso (I secolo a.C.). Nelle sue Antichità romane in 20 libri (dei quali ci sono pervenuti i primi 10), in cui narra la storia di Roma dalle origini alla prima guerra punica Dionigi puntualizza: ‘‘Per me, non credo che i tirreni siano coloni lidi, poiché non parlano la stessa lingua né conservano nessun’altra caratteristica della loro presunta patria. Infatti non onorano le medesime divinità dei lidi e hanno leggi e istituzioni diverse ... Mi sembra dunque che si avvicinino più alla verità coloro che sostengono che questo popolo non è immigrato da terre straniere, ma è autoctono, giacché risulta che esso è antichissimo e per lingua e costumi affatto diverso da ogni altra stirpe”. A sostegno della sua tesi Dionigi riferiva che gli stessi etruschi erano della sua stessa opinione, tanto che chiamavano se stessi ‘‘rasenna” e non tirreni. La teoria di Dionigi di Alicarnasso non ebbe molta fortuna e l’opinione corrente degli antichi continuò a basarsi sull’autorità di Erodoto; Virgilio chiama li etruschi anche col nome di lidi.
 
 
La storiografia moderna ha ripreso ora l’una ora l’altra delle due tesi cercando di corroborarla e di aggiornarla mediante i risultati dell’indagine linguistica e archeologica. I sostenitori della provenienza dall’Oriente – tesi che contribuirebbe a spiegare l’anticipo dello sviluppo civile dell’Etruria rispetto ad altre regioni d’Italia – rivelano che la civiltà etrusca sorse nell’VIII secolo a.C., proprio quando si affermava in Etruria, nelle manifestazioni artistiche, lo stile detto ‘‘orientalizzante” per le sue connessioni con i tipici motivi del Vicino Oriente; pongono in evidenza i rapporti della religione etrusca con credenze mesopotamiche; sottolineano certe concordanze tra l’etrusco e le lingue preelleniche dell’area egea. Dall’altra parte i sostenitori dell’autoctonia obiettano che lo stile ‘‘orientalizzante” non è specificatamente proprio degli etruschi, ma largamente diffuso, e spiegano che gli etruschi, diversi per lingua e tradizioni culturali da tutti i popoli circostanti, rappresentavano un antico strato etnico, anteriore ai movimenti di popoli dell’età del Bronzo. Alle tesi tradizionali e alle loro varianti, se ne è aggiunta anche una terza (già ombreggiata da Tito Livio) che postula ‘‘un’origine settentrionale”: gli etruschi sarebbero discesi attraverso le Alpi (dove i reti del Trentino Alto Adige, quasi analoghi per nome ai rasenna, parlavano una lingua affine alla loro), la pianura padana e gli Appennini.
 
Anche se le iscrizioni in lingua etrusca sono molte - ne possediamo circa 10 mila - solo un decimo di esse contiene qualcosa di più di semplici nomi propri, e una minima parte testi di una certa ampiezza. Lo sforzo di interpretare la lingua etrusca non è quindi pervenuto a risultati conclusivi, anzi ha aggiunto ‘‘mistero a mistero”.
 
L’etrusco non è una lingua indeuropea come quella usata dai vicini italici e non è comparabile con nessun’altra lingua conosciuta, viva o morta, come affermava anche Dionigi d’Alicarnasso. Eppure alcuni storici ritengono che l’etrusco rappresenti una derivazione di antiche parlate del Mediterraneo, risalenti a epoche precedenti le invasioni indoeuropee, probabilmente imparentate con l’idioma che veniva usato a Lemno, l’isola che secondo lo storico Anticlide sarebbe stata colonizzata dagli antenati pelasgi degli etruschi. Ma se avessero ragione Diodoro Siculo e certi storici moderni che puntano sulla autoctonicità? In effetti gli etruschi adottarono una forma arcaica dell’alfabeto greco che modificarono per adeguarlo ai suoni della loro lingua e, poiché questo  alfabeto ci è noto, è un luogo comune parlare di ‘‘indecifrabilità” e di ‘‘mistero” della lingua etrusca. Ma i testi che abbiamo sono scarsamente significativi perché consistono per lo più in brevi iscrizioni funerarie o dedicatorie; solo pochissimi sono più ampi e se ne intuisce il significato religioso o giuridico. Su tutti questi materiali si sono esercitati con vari metodi parecchi filologi, e i risultati non sono mancati: si sono distinti verbi e sostantivi; si è accertato che i nomi venivano declinati (ma in modo del tutto diverso che in latino o in greco); si è precisato l’esatto valore di qualche decina di parole; si sono individuate alcune coincidenze sia con lingue indoeuropee (il che è spiegabile con i contatti con gli italici) sia, come abbiamo detto, con lingue ‘‘mediterranee” dell’area egeo-anatolica. Come per il mondo greco, anche in Etruria è possibile definire delle scritture locali sulla base del diverso uso di taluni segni per esprimere uno stesso suono.
 
Sul finire dell’VIII secolo a.C., gli etruschi erano in possesso di un alfabeto introdotto nell’Italia centrale dai coloni greci provenienti dall’Eubea, stabilitisi prima nell’isola di Ischia (775 a.C. ca.) e poi a Cuma. Quest’alfabeto comprendeva in origine 26 segni di cui però solo 22 furono utilizzati per la scrittura etrusca: gli etruschi rifiutarono a esempio la vocale o, le consonanti b, d e g perché non corrispondenti alle loro esigenze fonetiche, e altre le impiegarono diversamente. Allo stesso periodo risale la comparsa dei segni d’interpunzione per dividere le varie parole. L’andamento della scrittura andava da destra verso sinistra. Dopo la fine dell’età arcaica, la serie alfabetica si stabilizzò nel numero di 20 segni. Tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. l’uso dell’alfabeto etrusco venne progressivamente abbandonato a favore di quello latino. Gli etruschi si servirono dell’alfabeto per scrivere i loro documenti e i loro libri. Sappiamo che ebbero un’ampia letteratura composta da testi religiosi, da libri di storia di tipo annalistico e da testi teatrali, ma purtroppo nulla di questa copiosa produzione ci è pervenuto. Rimangono solo un migliaio di iscrizioni, per lo più epigrafi funerarie, con le sole generalità del defunto (prenome, gentilizio e patronimico). Rarissimi sono i testi più complessi come le lamine di Pyrgi o il cosiddetto libro della mummia di Zagabria. È questo il più importante manoscritto etrusco tramandato in lingua originale, che anticamente doveva costituire un testo di almeno 12 colonne verticali. Si tratta di un calendario liturgico con l’indicazione delle principali cerimonie scoperto in Egitto. Aveva in origine la forma di un rotolo (volumen), ma fu successivamente tagliato a strisce e impiegato per avvolgere il corpo di una giovane donna di età tolemaica o imperiale conservato oggi nel Museo di Zagabria. Una conoscenza ormai acquisita riguarda il sistema numerale che appare di tipo decimale e con le cifre indicate con segni tratti almeno in parte dall’alfabeto, come in latino.
 
È ancora diffusa l’idea che la storia etrusca abbia avuto termine in maniera repentina, quasi per un ‘‘collasso” provocato dalla mollezza e dalla sregolatezza dei costumi. Di ciò avrebbero approfittato i ‘‘rozzi” romani per infliggere ai loro nemici il colpo di grazia finale. Un altro mito generato dall’aura di mistero che ha sempre aleggiato attorno agli etruschi.
 
Scomparsi nel nulla portandosi nella tomba i propri segreti? Nonostante il mito che ha chiamato in causa persino una sorta di ‘‘genocidio” perpetrato dalle legioni romane, la fine degli etruschi non fu né misteriosa né eccezionale. In effetti, essa non fu diversa da quella di tutti gli altri popoli dell’Italia assorbiti nell’orbita romana. Successe ai lucani, agli apuli, ai sanniti, agli umbri, ai galli della Cisalpina e persino ai greci della Magna Grecia: tutti finirono per integrarsi in quella nuova realtà che era la ‘‘nazione” romana e diventarono parte di essa godendo, ai diversi livelli, della concessione della ‘‘cittadinanza” e adottando la lingua latina e il diritto romano. E non furono cittadini di ‘‘serie B”, perché una volta sottomessi, gli etruschi contribuirono all’affermazione romana nella penisola e alle vittorie nelle guerre esterne. Non va dimenticato né sottovalutato l’aiuto che le città etrusche fornirono nel 205 a.C. per l’allestimento della spedizione di Scipione contro Cartagine che condusse al ritiro di Annibale dall’Italia e alla decisiva vittoria di romana di Zama. Quanto alle fasi finali della loro vicenda, che si concluse con il passaggio della repubblica all’impero, gli etruschi vi parteciparono con due diversi e opposti atteggiamenti: da una parte alcune città si schierarono nelle lotte civili dell’ultimo secolo della repubblica con i partiti ‘‘democratici” (con Mario contro Silla; con Catilina; con Antonio contro Ottaviano); dall’altra appoggiarono con le loro aristocrazie le posizioni conservatrici dell’oligarchia romana e l’opera restauratrice di Augusto. E proprio sotto Augusto, grazie anche all’opera del suo consigliere ‘‘etrusco” Mecenate (di Arezzo) l’Etruria diede inizio a una seconda fioritura: in questo clima sarà ‘‘rifondata” la città di  Veio distrutta nel lontano 396 a.C.
 
Fra i presunti misteri diffusi sul mondo etrusco, uno di essi riguarda il tipo fisico delle antiche genti dell’Etruria nel quale si crede di poter identificare la prova della loro provenienza orientale. Cosa hanno a che fare con i tratti italici quei profili sfuggenti, i nasi dritti e sottili, le bocche larghe dalle labbra atteggiate nel caratteristico sorriso e, soprattutto, i grandi occhi a mandorla documentati in tante opere figurate?
 
Il sapore d’Oriente che effettivamente si ritrova nelle rappresentazioni dei volti etruschi, ma limitato per lo più al periodo arcaico (VI secolo a.C.), non è altro che un preciso canone artistico, diffuso anche in altri ambienti del mondo mediterraneo, Roma compresa. Fu elaborato nella regione greca della Ionia, in Asia Minore, e prima ancora che nell’Etruria, si diffuse nella stessa Grecia (i kuroi e le korai, ad esempio) e nelle sue colonie. Il volto orientale sarebbe insomma una sorta di ‘‘maschera” cui si ricorse per rappresentare un’immagine convenzionale con la quale gli etruschi, specie gli aristocratici, volevano essere ricordati. Nel V secolo a.C. la ‘‘moda all’orientale” era già in declino e le rappresentazioni dei tratti somatici cambiò radicalmente per diventare più realistica. Si dovrebbe per questo supporre un cambiamento di razza? Fu solo un cambiamento di gusto e dello stile artistico: nella ‘‘nuova” grande varietà di volti e di fattezze ritroviamo allora davvero i tratti dei nostri antenati.
 
 
 
Come narrare le vicende di un popolo di cui non possediamo una tradizione storiografica diretta? Poiché essa è andata perduta, fin dall’antichità, insieme a tutta la letteratura nazionale, dobbiamo necessariamente ricorrere alla ricostruzione indiretta basandoci, come del resto accade per i cartaginesi, su quelle parti di storia dei greci e dei romani che in certi momenti hanno coinciso con quella degli etruschi. Con discernimento però, e con la consapevolezza che non sempre le informazioni che ci vengono fornite dalle fonti sono obiettive. A complicare le cose c’è il fatto che quella etrusca fu la storia di un mondo vario e composito, in cui ognuna delle singole entità corrispondenti alle diverse città-stato agiva e si comportava in maniera autonoma, distinta e spesso contrastante con le altre. Rimane la documentazione archeologica e quella più generica delle possibili analogie che legarono gli etruschi alla ‘‘storia universale” del Mediterraneo.
 
 
Gli antichi indicarono con varie denominazioni il territorio in cui si sviluppò la civiltà etrusca. I greci lo chiamarono Tyrrhenía o Tyrsenía, i latini Etruria, gli ultimi scrittori latini Tuscia. Corrispondentemente i nome del popolo che lo abitò fu per i greci tyrrenòi o tyrsenòi, presso i latini etrusci o tusci, per gli umbri turskus. Essi invece, a quanto ci riferisce Dionigi d’Alicarnasso, chiamarono se stessi rasena o rasenna, ma pare confermato il termine rasna, che in questa forma o in forme simili ricorre più volte nelle iscrizioni etrusche.
 
 
I confini storici dell’Etruria sono segnati dal corso dei due fiumi principali dell’Italia peninsulare: l’Arno che limitava il territorio etrusco verso settentrione, e il Tevere che costruiva il confine a oriente e a mezzogiorno; il mare, che dagli etruschi prese il nome di Tirreno, segna il quarto lato dell’ampia regione che oggi chiamiamo tosco-laziale. In essa convivono almeno tre paesaggi. Una prima zona a sud, costituita dall’Alto Lazio, presenta larghe zone di pianura, ma più spesso strette valli incise da fiumi e da torrenti, affluenti del Tevere, e un succedersi di basse colline e di pianori tufacei di varia forma e grandezza e dalle pendici scoscese; su di essi sorsero le principali città etrusche meridionali: Veio, Orvieto, Caere, Tarquinia ecc. Tutta l’area è punteggiata di antichi crateri vulcanici diventati, nella maggior parte dei casi, bacini lacustri (lago di Bracciano, di Bolsena, di Martignano, di Vico ecc.). A ovest di quest’area, il ‘‘paesaggio del tufo” cede al paesaggio della Maremma con pianure variamente estese lungo la costa, rotte da rilievi come i Monti della Tolfa, dell’Uccellina o il Monte Argentario. In epoca antica la zona era paludosa e malsana, ragione per cui tutte le grandi città dell’Etruria marittima, tranne Populonia, sorsero a una distanza di diversi chilometri dal mare, destinando la funzione di porto a insediamenti minori (è il caso di Pyrgi per Caere). La terza area corrisponde al resto dell’attuale Toscana con l’appendice umbra di Perugia. Anche qui il paesaggio è collinare, con ampie vallate fluviali interne (del Tevere, dell’Arno, dell’Elsa, del Chiana, dell’Era ecc.) che innervano tutto il territorio. A vaste zone di calanchi si alternano massicci montani (Colline Metallifere, Amiata, Pratomagno, Monti del Chianti) che rendono più aspro il territorio e difficili le comunicazioni. Le città etrusche erano qui più disperse e in numero più limitato: più o meno quante quelle del Meridione in un territorio grande il doppio.
 
 
 
Le tre grandi aree territoriali offrirono agli etruschi possibilità di sviluppo diverse, legate alle vocazioni spontanee del suolo in relazione allo sfruttamento agricolo: viti e olivi su tutte le zone collinari, grano nelle pianure fluviali e specie nell’agro di Chiusi, arboricoltura diffusa. In stretta connessione con l’agricoltura era l’allevamento del bestiame; i buoi etruschi erano famosi per forza e resistenza, grandi cure venivano dedicate agli equini e molto diffuso era, soprattutto nel sud, l’allevamento specializzato dei suini. Estesi e folti boschi davano legname abbondante e di buona qualità destinato a vari usi (opere di carpenteria, costruzioni di navi, alimentazione dei forni dell’industria metallurgica ecc.) e ospitavano una grande quantità di animali selvatici (cinghiali, cervi, lepri ecc.) che venivano regolarmente cacciati. Praticata era anche la caccia agli uccelli palustri che dovevano essere numerosi nelle lagune costiere e nei laghi vulcanici dell’Etruria meridionale. Ma la risorsa principale del suolo (e la ricchezza degli etruschi) era costituita dai minerali per l’estrazione dei metalli: rame, argento, piombo e soprattutto ferro. Le principali concentrazioni si trovavano in comprensori in cui l’attività mineraria è continuata fino ai giorni nostri: i Monti della Tolfa (ferro e allume che serviva per la concia delle pelli e i processi di riduzione della fusione), l’isola d’Elba (ferro), l’Argentario (piriti argentifere che fornivano ferro, argento e piombo), l’Amiata (cinabro); più difficile individuare le fonti per il minerale di rame, elemento fondamentale per la lega del bronzo: gli etruschi erano famosi per la capacità di lavorare questo metallo. Non a caso quindi, descrivendo l’Etruria, Diodoro Siculo poté affermare nel II secolo a.C.: ‘‘Questa è una terra che produce di tutto”.
 
 
 
Il problema delle origini degli etruschi è un falso problema che va impostato su basi metodologiche diverse: non tanto la ‘‘provenienza” è importante, quanto piuttosto la ‘‘formazione” di questo popolo, ciò che esso, sfruttando elementi di varia provenienza - anche orientali, anche indoeuropei - ha prodotto di originale nelle sue sedi storiche.
 
 
Comunque si imposti e si risolva il problema delle origini degli etruschi, l’area geografica dove storicamente essi insediarono il loro dominio era già definita e culturalmente connotata in senso unitario nel IX secolo a.C. Essa corrisponde a una larga parte dell’area in cui si era fino allora sviluppata la cultura del Ferro ‘‘villanoviana” e in essa dobbiamo riconoscere il primo manifestarsi del processo di formazione – sul suolo dell’Etruria – di quella che diverrà la ‘‘nazione” etrusca. I villaggi ‘‘villanoviani” erano organizzati in forme di carattere tribale, con un tipo di società sostanzialmente indifferenziata e con un’economia basata sull’agricoltura, l’allevamento e, marginalmente, su attività artigianali sulle quali predomina la metallotecnica. Ma all’inizio dell’VIII secolo a.C., questa struttura socio-economica cominciò a modificarsi per effetto delle prime frequentazioni di navi: mercanti fenici e greci attivarono un movimento commerciale basato sul traffico di risorse fondamentali (che in epoca antica erano cereali, olio, vino), dei minerali e dei metalli verso il bacino dell’Egeo e del Mediterraneo orientale; in cambio arrivavano manufatti di alta qualità e con essi maestri e idee. Alla primitiva utilizzazione in comune delle risorse si sostituì allora, a poco a poco, l’iniziativa dei singoli individui che sfruttarono a proprio vantaggio le risorse del territorio accumulando così (ed esibendo, come vediamo dai corredi funebri) ricchezza. L’originaria ‘‘unità villanoviana” si frantumò e il corpo sociale si scisse con l’emergere di un ceto più ricco che finì per imporsi come classe dominante.
 
 
La civiltà villanoviana ha preso il nome dal villaggio di Villanova, presso Bologna, dove sono stati rinvenuti i reperti archeologici più notevoli. Essa era presente in modo omogeneo su tutta l’Etruria, continuava a sud del Tevere con l’affine cultura laziale, e si era diffusa anche attorno a Capua e nella zona di Salerno, in Campania. Le nostre conoscenze dipendono quasi esclusivamente dalle necropoli, costituite in genere da vasti ‘‘campi d’urne” con tombe a pozzetto scavato nella roccia o nel terreno in cui era deposto un vaso cinerario biconico e qualche oggetto di corredo. Nel territorio laziale si manifestò anche l’uso dell’incinerazione in urne a capanna. Poco sappiamo delle aree abitate che sembrano essere state però disseminate di molti piccoli villaggi costituiti da capanne a pianta circolare o ovoidale. La capillarità e l’omogeneità degli insediamenti fa pensare a un gigantesco processo di colonizzazione, avviato nel corso del IX secolo a.C., che nel breve giro di due o tre generazioni deve aver occupato tutta l’area di diffusione (dall’Emilia alla Campania).
 
 
A poco a poco, dall’uniformità dei piccoli villaggi villanoviani cominciarono a emergere nettamente alcuni centri che, a metà dell’VIII secolo a.C., assunsero un evidente carattere di superiorità demografica ed economica su aree di territorio sufficientemente ampie. In questo processo di trasformazione, del resto vario e difforme, all’inizio furono avvantaggiate le comunità della fascia meridionale posta tra l’Albegna e il Tevere, perché più coinvolte nel traffico commerciale marittimo: prima di tutto il ‘‘sistema” di Tarquinia, poi quelli di Veio, Caere, Vulci, Vetulonia. In seguito la stessa novità si affermò anche nelle zone più interne dove sorsero centri minori collegati attraverso valli fluviali alle città maggiori e alla costa. Le città etrusche, fin dalle origini, si proposero come obiettivo di controllare i luoghi di produzione dei metalli e assicurarsi la disponibilità e lo sviluppo delle vie commerciali, sia per mare, sia per terra. Naturalmente esse attrassero il ceto dominante, ma anche il ceto medio che si andava affermando grazie all’industria dei metalli e al commercio. Si definì così, nei decenni iniziali del VII secolo a.C., la distinzione tra città e campagna, si incrementarono le attività artigianali, si sviluppò l’industria metallurgica, si diffuse l’uso della scrittura come sussidio indispensabile al commercio, si rinforzò la struttura sociale dominata da potenti nuclei di famiglie gentilizie che diedero vita a un sistema di vita ‘‘clientelare” e a istituzioni di regimi di tipo monarchico.
 
 
 
Le varie città etrusche non costituiranno mai una compagine politico-amministrativa unitaria e, come quelle greche e quelle fenicie, adottarono la struttura politica della città-stato. Anche se indipendenti, le città erano riunite in un’alleanza o lega di tipo religioso, e forse anche militare, e da una stretta collaborazione commerciale. Si trattava di una sorta di federazione costituita da dodici (o forse quindici) città e perciò detta Dodecapoli; di queste città non conosciamo né il nome né l’epoca nella quale furono associate, ma poiché ben più di dodici erano le metropoli che potevano aver fatto parte di questa federazione, si deve supporre che esse si siano avvicendate nel tempo, quando la decadenza di una accelerava l’ascesa di un’altra. In origine, a capo di ogni città-stato stava probabilmente il lucumone, un personaggio regale sostituito in seguito, come avvenne anche nelle poleis greche, da un’oligarchia nobiliare costituita da famiglie delle quali conosciamo i nomi (i Maru di Cerveteri o i Pompu di Tarquinia) e i tumuli destinati ai membri della stessa stirpe. Dalle iscrizioni si ricavano i nomi di diverse magistrature, ma non sono esattamente definibili le funzioni dello zilath, del purth o del maru. Di fronte alla classe privilegiata, la plebe era in gran parte in condizione di clientela o, forse, di servitù della gleba.
 
 
Nella prima metà del VII secolo a.C., gli etruschi dei principali centri del Sud hanno già portato a compimento il processo di urbanizzazione e danno inizio a una vicenda che li vedrà per un secolo e mezzo tra i grandi protagonisti della storia mediterranea, insieme ai greci delle colonie e ai fenici di Cartagine.
 
 
Nel VI secolo a.C. l’Etruria divenne il principale mercato dei prodotti artigianali greci. Allo stesso tempo, la vitalità e il dinamismo delle sue città determinò un accentuato sviluppo delle attività produttive destinate non solo al mercato interno ma soprattutto all’esportazione. I centri dell’Etruria meridionale, economicamente e politicamente più potenti, diedero allora inizio a precisi e arditi programmi di espansione che miravano ad assicurare il controllo dei mercati e delle vie di comunicazione. Quindi gli etruschi si volsero verso il vicino Lazio, ma anche verso regioni più lontane che, come la Campania, facilitassero il contatto con il mondo greco, o che, come la Liguria o la Provenza, non disponessero di un’autonoma rete mercantile. Tale espansione avvenne in modi e forme diverse. L’espansione nel Lazio determinò una vera supremazia politica con l’acquisizione di un saldo controllo dei più importanti nodi di traffico: Praeneste (Palestrina) a guardia della valle del Sacco e sede del tempio della Fortuna Primigenia, uno dei più importanti e frequentati santuari d’Italia fino al IV secolo a.C., ma soprattutto Roma che dominava il guado sul Tevere. Qui transitava la più importante via di terra che attraversava l’Italia da nord a sud, passaggio obbligato per i traffici etruschi verso le città del meridione e il mondo greco peninsulare. Nel 616 a.C., secondo la tradizione sostanzialmente confermata dall’archeologia, a Roma si insediò la dinastia di origine etrusca dei Tarquini. La penetrazione in Campania avvenne attraverso l’intensificazione dei contatti con antichi centri di cultura ‘‘villanoviana”, come quello di Capua sul fiume Volturno, di Nola e di Pontecagnano presso Salerno; in Liguria e in Provenza, infine, furono creati scali marittimi e piccoli empori in cui si congiungevano le rotte provenienti dall’Etruria e le vie naturali del retroterra.
 
 
La tradizione riferisce che a Roma regnarono i sovrani etruschi Tarquinio Prisco (616-579 a.C.), Servio Tullio (579-535 a.C.) e Tarquinio il Superbo (535-509 a.C.): ciò in realtà significa che per un lungo periodo Roma fu ‘‘dominata” dagli etruschi. Ecco come, secondo Tito Livio, Tarquinio Prisco riuscì ad assicurarsi il potere:
 
‘‘Lucumone arrivò in città con la moglie Tanaquilla e, presovi alloggio, dichiarò il nome di Lucio Tarquinio Prisco. Il fatto che fosse straniero e molto ricco lo rese subito interessante agli occhi dei romani, e lui faceva di tutto per aumentare la sua popolarità, finché la sua fama giunse alla reggia ... Alla fine il re Anco Marzio, nel testamento, lo nominò tutore dei suoi figli (Alla morte di Anco Marzio) i figli erano ormai vicini alla maggiore età. Per questo Tarquinio si dava daffare perché si tenessero i comizi che dovevano eleggere il nuovo re: appena furono indetti, egli allontanò da Roma i giovinetti organizzando per loro una battuta di caccia ... Tarquinio fu eletto re con il pieno consenso del popolo. E anche quando fu re, quest’uomo di grande valore sotto ogni aspetto, conservò lo stesso desiderio di popolarità che aveva avuto nell’aspirare al potere”.
 
 
Non meno vigorosa dell’espansione via terra, documentata dall’archeologia, fu quella marittima di cui abbiamo notizia dalle fonti letterarie greche (Strabone, Diodoro Siculo, Pausania, Erodoto) che parlano di accese rivalità per il controllo delle rotte e danno notizia di vere e proprie battaglie navali, le prime che si conoscano nella storia dell’Occidente. Il Tirreno era nel VI secolo a.C. teatro di azioni commerciali e piratesche di greci, punici ed etruschi e l’espansione etrusca non poté svilupparsi senza fenomeni di concorrenza e di aperti conflitti con le altre due nazioni mercantili del Mediterraneo. Con i cartaginesi le città etrusche scelsero la via degli accordi, dividendo il Mare Tirreno in zone d’influenza. Una prova di collaborazione tra i due popoli è data dalle lamine d’oro scoperte a Pyrgi, porto di Caere. I rapporti degli etruschi con i greci si configurarono invece in ripetuti scontri avvenuti nel corso del VI secolo e fino agli inizi del V a.C. al largo delle isole Eolie: ad affrontarsi furono i coloni rodii e cnidii di Lipari e gli etruschi di non sappiamo quale città che disturbavano i traffici (o addirittura miravano a porli sotto il loro controllo) attraverso lo stretto di Messina, sulla rotta dall’Egeo al Tirreno. Gli storici greci non hanno dubbi sulla vittorie dei loro connazionali e a conferma citano i doni (bottini di guerra) che i liparesi avrebbero dedicato al tempio di Apollo a Delfi. Si trattava comunque, per il momento, di scorrerie e non di scontri decisivi, ma l’urto violento che avrebbe sancito il dominio etrusco del Tirreno orientale era prossimo.
 
 
La colonizzazione greca in Occidente fu promossa soprattutto da Corinto e Megara. I corinzi si diressero dapprima verso le coste dell’Epiro e dell’Illirico poi si volsero alla Sicilia dove Siracusa rimase a lungo la colonia più fiorente. I megaresi, da parte loro, partendo dalla base siciliana di Mègara Iblea diedero origine ad altre colonie tra le quali Selinunte che era l’ultimo avamposto greco prima degli stanziamenti fenici che avevano i loro centri a Mozia e a Ponormo (Palermo). Un’altra città molto attiva nella colonizzazione fu Calcide, nell’Eubea, che in Sicilia fondò nel 750 a.C. Zancle (Messina) e poco dopo Catania e Leontini (Lentini) alle due estremità della pianura del Simeto; più tardi fu la volta di Cuma, in Campania, dove i calcidesi furono bloccati dagli etruschi che aspiravano anch’essi alle fertili terre campane; i cumani fondarono allora nel VII secolo a.C. Neapolis, la “città nuova” che sostituì l’antica Partenope. Anche Rodi e Creta si inserirono nella colonizzazione della Sicilia con Gela e Akragas (Agrigento); rodii e cnidii (di Cnido, nella Caria) colonizzarono poi le isole Eolie. Le coste del golfo di Taranto e quelle tirreniche della Calabria fino a Posidonia (che i romani chiamarono Paestum) erano occupate da stirpi greche meno progredite culturalmente delle genti corinzie, calcidiche o megaresi, eppure fu proprio questa la Magna Grecia, cioè Grande Grecia perché della madrepatria aveva lo spirito, i principi e la cultura. Taranto, fondata dagli spartani dai quali si staccò completamente come concezione culturale, fu uno dei maggiori centri economici; Locri era colonia delle genti della Locride; Metaponto, Sibari e Crotone furono invece fondazioni achee. La colonizzazione greca si spinge ben oltre le coste dell’Italia meridionale e della Sicilia ma i nuovi arrivati dovettero competere sia con i celti della Gallia che non permisero la penetrazione all’interno pur consentono alle colonie della costa – come Massalia (Marsiglia) dei focesi – di svolgere un’attività essenzialmente commerciale, sia con etruschi e fenici che già si dividevano il dominio del mare Tirreno.
 
 
Uno degli episodi salienti della lotta tra etruschi e greci per il controllo dei traffici marittimi si svolse intorno al 540 a.C. nelle acque del Tirreno, e più precisamente al largo della Corsica. Esso fu provocato dall’intrusione dei focesi nel mare ‘‘di casa” degli etruschi e, in particolare, dalla fondazione della colonia di Alalia (Aleria) sulla costa orientale della Corsica, proprio di fronte alle coste etrusche. Per sfuggire alla minaccia persiana, i coloni di Focea, nella Ionia, si erano trasferiti a più riprese in Occidente e già intorno al 600 a.C. avevano fondato la colonia di Massalia (Marsiglia) alle foci del Rodano, nel territorio dei celti. Naturalmente i massalioti si erano affrettati a installare basi marittime e scali commerciali in Liguria e nel Golfo del Leone che avevano duramente colpito gli interessi degli etruschi e messo in allarme i cartaginesi da poco insediati in Sardegna; tanto più che i greci di Massalia avevano tentato di aprirsi un mercato nel regno di Tartesso dove i fenici avevano forti interessi. Quando l’ultima ondata dei focesi si stabilì sulla costa còrsa facendo di Alalia la base delle loro scorrerie nel Tirreno, gli etruschi furono costretti a reagire: l’iniziativa fu di Caere, forse in quel momento la città più potente, la quale si alleò con Cartagine. I focesi, battuti duramente sul mare, dovettero abbandonare la Corsica per andare a stabilirsi a Elea (o Velia, presso Paestum, in ordine di tempo l’ultima grande colonia della Magna Grecia) e gli etruschi ebbero il controllo della Corsica e dell’Elba. Diodoro Siculo afferma che Alalia fu dagli etruschi ribattezzata Nikaia (Vittoria).
 
 
Lo scontro navale fra etruschi e cartaginesi contro i focesi di Alalia ci è stato riferito da Erodoto che, da greco, cerca di minimizzare la sconfitta focese. Parla infatti di vittoria ‘‘cadmea”, il che equivale a quella che fu poi definita una ‘‘vittoria di Pirro”, cioè con perdite tanto grandi da eguagliare una sconfitta.
 
‘‘Quando i focesi giunsero a Kyrnos (la Corsica), vi soggiornarono per cinque anni insieme ai coloni che vi si erano sistemati precedentemente e vi eressero templi. Poiché intrapresero scorrerie saccheggiando tutte le popolazioni limitrofe, allora tirreni e cartaginesi si strinsero in un accordo e mossero guerra contro di loro, con sessanta navi. I focesi, a loro volta, armarono altre sessanta navi e si diressero contro i nemici nel mare che si chiama Sardonio. I focesi ottennero una vittoria cadmea, poiché quaranta delle loro navi furono distrutte e le restanti venti rimasero inservibili, dato che i rostri erano rovinati. Ritornarono dunque ad Alalia, presero a bordo i figli, le donne e quanti dei loro beni potevano trasportare e, lasciata Kyrnos presero la rotta per Reggio”.
 
Con il tardo VI secolo a.C., nel periodo successivo alla  vittoria di Alalia gli etruschi toccarono l’apice della loro potenza. I trattati con gli alleati cartaginesi garantivano loro l’allargamento della zona d’influenza etrusca su tutta l’Italia continentale, esclusa la Magna Grecia, e il controllo del medio e alto Tirreno. Essi seppero approfittare della favorevole situazione e affermarono la loro presenza sul mare e in terraferma. Con la Corsica in loro possesso fu facile ricucire lo strappo con i greci di Massalia e riorganizzare la rete commerciale lungo le coste a nord dell’Arno appoggiandola alla nuova base strategica di Pisa e ad empori fissi aperti lungo la costa ligure. Per terra, le città dell’Etruria settentrionale interna (Volterra, Chiusi, Volsinii) iniziarono una vigorosa penetrazione verso Nord. Attraverso le facili vallate dell’Appennino (come la valle del Reno, in cui sorse Marzabotto) i coloni dell’Etruria sboccarono nella Valle Padana dove sorse Felsina (l’odierna Bologna), sul luogo del più cospicuo abitato villanoviano, e raggiunsero l’Adriatico, sulle cui rive fu fondata Spina, centro attivissimo di scambio col mondo greco. Se l’area comprendente Marzabotto, Felsina e Spina costituì il nucleo principale dell’Etruria padana, l’espansione etrusca si estese fino a Modena e a Parma e, oltre il Po, a Mantova e a Melpo (forse Melzo, presso Milano), tutte tradizionalmente considerate di fondazione etrusca. Nel resto dell’Italia settentrionale e centrale, anche là dove non si ebbe occupazione diretta da parte degli etruschi, si esercitò però la loro influenza culturale. Verso il 500 a.C., insomma, la civiltà etrusca sembra procedere a grandi passi verso l’unificazione culturale, se non politica, di buona parte dell’Italia, compiendo, con tre secoli di anticipo, quanto riuscirà a Roma dopo la seconda guerra punica. Invece, dopo il VI secolo, subentrò, rapido, il declino.
 
Il prodigioso periodo di fioritura dell’Etruria non dura a lungo, a causa soprattutto della fragilità del ‘‘sistema”. Le singole città-stato, infatti, continuano a operare ognuna per proprio conto, senza programmi di ampio respiro e in assenza di qualsiasi effettivo coordinamento.
 
 
Il cambiamento di tendenza fu piuttosto repentino, tanto che si parla di ‘‘crisi”. Essa viene collegata alla nuova situazione mediterranea conseguente alla guerre persiane e con le contemporanee turbolenze della penisola italiana, ma per le grandi città-stato del Sud la crisi si innestò nei cambiamenti istituzionali che sfociarono nell’instaurazione di regimi repubblicani retti da oligarchie aristocratiche e nella conseguente accentuazione delle tensioni sociali. Una prima crisi si presentò comunque come conseguenza, o contraccolpo, dell’occupazione della Ionia da parte dei persiani (517 a.C.) la quale determinò il crollo del sistema commerciale ionico in cui gli etruschi erano ben inseriti; né migliorarono la situazione le rivalità armate tra le città della Magna Grecia che determinarono, a esempio, la distruzione di Sicari da parte della rivale Crotone (510 a.C.). In più nel 509 a.C. la dinastia etrusca dei Tarquini fu cacciata da Roma con la conseguente rottura dell’equilibrio politico-economico che fino ad allora si era mantenuto tra il Lazio latino e le città dell’Etruria meridionale. Della situazione tentò di approfittare Chiusi, che con il lucumone Porsenna impose alla città la propria effimera egemonia, fino a quando la reazione della greca Cuma, che si alleo con i latini (battaglia di Ariccia, 504 a.C.), spense ogni ulteriore velleità degli etruschi di imporsi sul Lazio.
 
La perdita del Lazio rese più importante la presenza dell’etrusca Capua nel territorio campano. La città, che godeva allora di una splendida fioritura manteneva aperti i contatti via mare con le città-stato dell’Etruria meridionale; non riuscì però, nonostante i ripetuti attacchi, ad avere la meglio su Cuma. La pressione che attraverso Capua le città etrusche mantenevano in direzione della Sicilia provocò la reazione della nascente potenza di Siracusa che nel 480 a.C., avevano bloccato a  Imera i tentativi di espansione dei cartaginesi in Sicilia. Nel 474 a.C. la flotta dei siracusani affrontò e distrusse quella etrusca nelle acque di Cuma, fiaccando, insieme alla potenza navale, l’attività commerciale internazionale delle città etrusche il cui monopolio passò completamente ai cartaginesi. Le grandi metropoli dell’Etruria meridionale (Caere, Tarquinia, Vulci) entrarono in crisi e abbandonarono ogni velleità di riscossa, incapaci anche di impedire scorrerie e saccheggi dei siracusani sulle proprie coste: nel 453 e nel 451 a.C. i siracusani tentarono addirittura di insediarsi nell’Isola d’Elba attratti dalle sue risorse minerarie. Della crisi delle città costiere approfittarono quelle interne legate a un’economia agricola (Chiusi, Arezzo, Cortona, Volterra, Perugia) e che godevano anche delle risorse dello sfruttamento commerciale offerto dai mercati dell’Etruria padana e dei traffici dell’Adriatico.
 
Sul finire del V secolo a.C. iniziò il lento ma progressivo processo di penetrazione romana in Etruria. Esso fu diverso da città a città, a seconda dell’atteggiamento che le classi dominanti assunsero di fronte alla conquista romana, e diverse furono perciò anche le condizioni con cui esse furono ‘‘accolte”, con le buone o con le cattive, nella confederazione romana. Veio, a esempio, dopo uno scontro che si era prolungato per tutta la seconda metà del V secolo a.C., fu distrutta e il suo territorio venne incorporato nello stato romano; Caere invece, legata a Roma al punto di accogliere i profughi romani, con i sacerdoti, le vestali e i simboli sacri dell’Urbe durante il sacco dei galli del 387 a.C., diventerà nel 353 a.C. municipio senza diritto di voto. Di fronte al pericolo reale di un assorbimento o di una conquista da parte dei romani, la reazione degli etruschi furono come sempre prive di qualsiasi coordinamento; anzi, l’esasperato particolarismo e le mai sopite rivalità facilitarono la penetrazione romana e ad una ad una, nel corso del VI-III secolo, le città etrusche persero la propria indipendenza, se non la propria identità. Così nel 351 a.C. Tarquinia, dopo una serie di ostilità con Roma che duravano dal 358 a.C., accettò una tregua di quaranta anni, che sarà rinnovata nel 308 a.C. Nel 302 a.C. Roma intervenne ad Arezzo a favore degli aristocratici locali per sedare un’insurrezione democratica e, di fatto, pose l’oligarchia al proprio servizio. Roselle sarà invece sconfitta nel 283 a.C., come Vulci nel 280 a.C. e Volsinii (Orvieto) nel 264 a.C. Alla fine del III secolo a.C. l’Etruria era ormai completamente nell’orbita romana visto che molte sue  città contribuiranno nel 205 a.C. con aiuti di varia natura alla spedizione di Scipione in Africa, contro Cartagine.
 
 
La repubblica romana era una confederazione romano-italica sotto l’egemonia dell’Urbs, in cui il territorio abitato da cittadini romani rappresentava una parte modesta. Alla confederazione appartenevano sia le città che godevano in pieno dei diritti di cittadinanza romana (municipia optimo iure), sia quelle dotate di larga autonomia amministrativa i cui cittadini, pur usufruendo dei diritti civili, non potevano votare e accedere alle cariche pubbliche (municipia sine suffragio). I rimanenti popoli e città legati a Roma costituivano i confederati (socii, civitates foederatae) e le loro relazioni con l’Urbe erano diverse a seconda se l’accordo era avvenuto pacificamente o in seguito a una conquista. Altro importante elemento dello stato romano erano le colonie dedotte fra i popoli vinti. Esse avevano i propri magistrati e le proprie assemblee ma, in base alla provenienza dei coloni, potevano essere colonie romane con diritto di cittadinanza o colonie latine in condizione simile alle città federate.
 
 
Iniziata nel 447 a.C., la guerra contro Veio ebbe varie fasi e si concluse nel 396 a.C., dopo dieci anni di assedio, con la distruzione della città a opera del dittatore Marco Furio Camillo. Tito Livio racconta così la presa di Veio.
 
‘‘L’elezione a dittatore di Furio Camillo risvegliò la speranza nell’animo dei soldati. Egli ricondusse l’esercito a Veio, cominciò sa far costruire un cunicolo sotterraneo sotto la rocca dei nemici, e questa fu l’opera più grande e faticosa di tutte. Per non interrompere il lavoro e perché i soldati non fossero sfiniti dalla continua fatica sotto terra, Camillo li divise in sei turni. Ogni turno lavorava un’ora su sei e riposava per cinque ore. E si andò avanti giorno e notte finché non fu aperta una via fin dentro la rocca. Il dittatore, che già vedeva la vittoria a portata di mano e pensava che avrebbe preso la ricchissima città e fatto tanta preda in una sola volta, attaccò la città. I veienti non potevano immaginare che le mura fossero state scavate dal di sotto, e che la città fosse già piena di nemici. Infatti, dal passaggio sotterraneo i soldati uscirono proprio all’interno del tempio di Giunone, che era sulla rocca di Veio: mentre alcuni si buttavano sui nemici intenti a difendere le mura, cogliendoli di sorpresa alle spalle, altri spalancarono le porte, altri ancora appiccarono il fuoco alle case. Subito si levò un clamore di gente atterrita, misto al pianto delle donne e dei fanciulli. In un momento la città si riempì di nemici; si combatteva da ogni parte. Infine, dopo la strage, la battaglia languì e Camillo ordinò che non si combattesse contro i cittadini inermi. I soldati, col permesso del dittatore, cominciarono allora a darsi d’attorno a fare preda”.
 
 
Poco prima del 500 a.C. l’Etruria padana fu investita dall’invasione dei galli (o celti), popolazioni indoeuropee che da tempo si erano stabilite in Gallia. Essi penetrarono nell’Italia settentrionale, probabilmente in più ondate, attraverso i valichi delle Alpi occidentali e centrali, ricacciarono o soggiogarono le genti liguri del Piemonte e della Lombardia e si scontrarono quindi contro la resistenza dell’Etruria padana. La tradizione conserva il ricordo di una sconfitta subita dagli etruschi sulla riva del Ticino, tanto che a breve distanza dall’etrusca Melpo sorse un nuovo centro, la gallica Mediolanum (Milano). Più lunga resistenza oppose la metropoli dell’Etruria padana, Felsina; ma anch’essa, alla metà del IV secolo a.C., cedette e divenne la gallica Bononia. Oltre Felsina i galli raggiunsero l’Adriatico e si spinsero fino al fiume Esino, a nord di Ancona. Il territorio conquistato fu diviso tra varie tribù: insubri e cenomani in Lombardia, boi in Emilia, lìngoni in Romagna, sénoni nel Piceno ecc. Né la forza espansiva dei galli si era ancora esaurita: nel corso del IV secolo essi compirono varie escursioni a sud dell’Appennino e giunsero fino a Roma (387 a.C.). Nello stesso periodo dell’invasione dei galli, altri popoli, questa volta italici, si mossero dalle loro sedi della dorsale appenninica. Da quello che era il baricentro della nazione osca, il Sannio, mossero gli irpini che si stabilirono tra Benevento e Venosa, i lucani che dilagarono fino allo Ionio, i bruzi che raggiunsero la Calabria e i campani che, con altre tribù affini, occuparono la Campania. Qui le tribù italiche sommersero sia gli etruschi che i greci: Capua cadde in loro potere nel 423 a.C., Cuma due anni dopo.
 
 
L’ultimo periodo della storia etrusca è stato definito dell’Etruria federata, in quanto le città-stato, costrette a federarsi con Roma, confondono da ora in poi, pur conservando una peculiare identità, le loro vicende con quelle dell’Urbe e dell’Italia progressivamente unificata dai romani.
 
 
La federazione tra Roma e le città etrusche fece parte della più grande federazione romano-italica organizzata da Roma su tutta la penisola, e nella quale i rapporti e i vincoli di alleanza riguardavano esclusivamente ogni singola entità e la città egemone. A fondamento del nuovo ordine stavano cioè i trattati che presentavano, a seconda dei casi, clausole diverse da città a città, particolarmente dure per quelle che più direttamente e duramente si erano opposte a Roma. Alcune metropoli (come Vulci, Tarquinia, Caere) persero addirittura ampie parti dei loro territori dove Roma fondò, durante il III secolo a.C., colonie proprie (è il caso di Fregene, Gravisca, Cosa ecc.). A tutte le città i patti imposero di rinunciare a qualsiasi azione politica autonoma, di riconoscere come propri nemici i nemici di Roma, di fornire a questa aiuti in caso di bisogno, di mantenere gli ordinamenti istituzionali fondati sul potere delle oligarchie, di accettare o richiedere l’intervento di Roma in caso di gravi turbamenti sociali o politici interni. In cambio della perdita della sovranità, alle città etrusche fu consentito di continuare a vivere secondo le proprie tradizioni, di mantenere le proprie leggi, la propria lingua e la propria religione. La rottura dei patti prevedeva dure e immediate sanzioni: quando nel 264 a.C. Volsinii cacciò gli esponenti dell’oligarchia dominante, la città fu distrutta dai romani e gli abitanti deportati in una nuova sede, il sito dell’attuale Bolsena (Volsinii Novi).
 
 
Dopo che Roma, a seguito della prima guerra punica, sostituì Cartagine nel controllo del Tirreno, l’Etruria divenne la base delle operazioni romane contro i liguri e contro i galli che, nelle loro frequenti incursioni, si spinsero fino a Talamone (225 a.C.). L’impresa di  Annibale del 218 a.C. toccò solo marginalmente l’Etruria, ma risvegliò qualche sopito desiderio di rivalsa e persino qualche seria agitazione, ma i patti vennero fondamentalmente rispettati. Le città etrusche fornirono anzi il loro contributo alla resistenza e poi alla reazione romana prendendo parte all’allestimento della spedizione di Scipione contro Cartagine. In questa occasione Caere fornì frumento e viveri di vario genere; Tarquinia tela di lino per le vele; Roselle, Chiusi e Perugia legname per la costruzione delle navi e frumento; Populonia ferro; Volterra frumento; Arezzo, che più di ogni altra città etrusca era stata sospettata di simpatie verso Annibale, si riscattò con 3000 scudi e altrettanti elmi, 100 mila giavellotti, 100 mila moggi di grano e rifornimenti di ogni genere per 40 navi. Il contributo etrusco durò poi per tutto il II secolo a.C. nelle numerose guerre che condussero Roma alla creazione del suo impero. Tra il 90 e l’89 a.C., durante la guerra civile, l’Etruria si trovò in gran parte schierata con la fazione popolare guidata da Caio Mario e per questo subì le pesanti vendette di Lucio Silla quando questi, sconfitti i mariani, divenne dittatore e padrone dello stato: Arezzo Fiesole e Volterra furono saccheggiate e private della cittadinanza romana. Nel 63 a.C. l’Etruria appoggiò la congiura di Catilina che proprio a Pistoia venne sconfitto e ucciso l’anno successivo; nel 14 a.C. Perugia fu messa a ferro e fuoco da Ottaviano per aver accolto fra le sue mura Lucio, fratello del rivale Marco Antonio. Nel 27 a.C. quando Augusto divise la penisola italiana in XI regioni, la VII fu l’Etruria.
 
 
Gli etruschi erano concordemente celebrati dagli antichi come ‘‘costruttori di città” e diffusa era la convinzione che essi fossero stati i primi ad attuare in Italia il modello della struttura urbana. In effetti, mentre nella penisola la maggior parte delle popolazioni continuava a vivere nella tradizione storica del ‘‘villaggio” gli etruschi, sotto l’influenza del modello greco, si concentrarono in organismi urbani. ‘‘Civiltà della città”, quindi, quella degli etruschi, intesa non solo nel senso fisico e materiale, ma soprattutto nel senso politico e ideologico che fa della città l’organismo e il centro in cui sono ordinate e concentrate tutte le strutture del vivere insieme.
 
 
Degli aspetti e delle consuetudini della vita quotidiana, pubblica e privata, degli etruschi non ci è giunta alcuna documentazione letteraria diretta, mentre abbiamo, per fortuna, un’importante fonte complementare costituita sia dagli oggetti portati in luce dall’archeologia e rinvenuti per la maggior parte nelle necropoli, sia dalle rappresentazioni figurate con scene di vita presenti nelle tombe; queste ultime, tra l’altro, ci consentono di reintegrare nell’uso quotidiano gli stessi oggetti reali.
 
 
Il ruolo di sostanziale parità sociale che nel mondo etrusco la donna ebbe nei riguardi dell’uomo scandalizzò i greci che confinavano spose e figlie nel gineceo ad occuparsi esclusivamente dei lavori domestici. Le donne etrusche, come appaiono nelle rappresentazioni figurate, partecipavano alle varie fasi del banchetto distese sullo stesso letto dell’uomo, così come insieme prendevano parte alle diverse manifestazioni della vita quotidiana che si svolgevano fuori delle pareti domestiche (gare atletiche, spettacoli, cerimonie ecc.). Il fatto che in molte pitture le donne a banchetto abbiano un velo sulla testa le qualifica come mogli e non come cortigiane. La parità è dimostrata anche in altri ambiti, per certi versi più significativi. L’indicazione onomastica ufficiale dei cittadini di pieno diritto, contrariamente all’uso invalso in Grecia e a Roma, era completata spesso col nome del padre e con quello della madre; inoltre una donna etrusca, che non fosse schiava, era denominata sempre con un nome personale e uno di famiglia, mentre delle più illustri donne romane ci sono giunti solo i nomi di famiglia (Cornelia, Calpurnia ecc.). In molte iscrizioni, poi, la proprietà di un oggetto è attribuita a una donna, segno di parità anche giuridica. Alle donne venivano inoltre dedicati gli stessi riti funebri degli uomini ed erano titolari di tombe, come dimostrano alcune iscrizioni della necropoli del Crocefisso del Tufo a Orvieto.
 
 
 
In Grecia, e specialmente ad Atene, le sole donne a partecipare ai banchetti e alla vita pubblica con gli uomini erano le ‘‘etere”, ossia le ‘‘compagne” o cortigiane. Per questo i greci si stupivano e si scandalizzavano della libertà di cui godevano le ‘‘matrone” etrusche e condannarono l’intera vita privata dei ‘‘tirreni” con il marchio di sfrenata lussuria e di scostumatezza. Tra i più accaniti detrattori c’è lo scrittore Teopompo (IV secolo a.C.), per altro definito maledicentissimus, la lingua più velenosa della letteratura greca, da Cornelio Nepote (I secolo a.C.). Scrive Teopompo:
 
‘‘In occasione di riunioni di società o di parentado i tirreni si comportano come segue: anzitutto, quando hanno finito di bere e si dispongono a dormire, e mentre le fiaccole sono ancora accese, fanno entrare i servi, ora cortigiane, ora bellissimi giovani e qualche volta le loro mogli. Dopo aver soddisfatto le loro voglie con le une e con gli altri, fanno coricare giovani vigorosi con questi o con quelle. Fanno all’amore e si danno ai loro piaceri talora alla presenza gli uni degli altri... Le donne curano molto il loro corpo, fanno ginnastica con gli uomini e spesso si presentano nude. Banchettano accanto non ai propri mariti ma a chi capita, bevendo alla salute di chi vogliono. Sono anche grandi bevitrici e belle”.
 
 
I dati relativi al banchetto, espressione della potenza e ricchezza di un signore, si ricavano dalle fonti figurate, numerosissime tra il VII e il II secolo a.C.
Il banchetto solenne si articolava in due momenti successivi: quello in cui si mangiava, e quello (simposio) in cui ci si intratteneva, bevendo, in conversazione o in giochi di società. I commensali, da soli o in coppia, si stendevano su bassi letti appoggiandosi col gomito sinistro a un cuscino, avvolti spesso in una coperta decorata. Le mogli erano presenti a fianco dei mariti. Le mense venivano imbandite con carne e selvaggina, formaggi, focacce, pani, uova, dolci a forma di piramide, melagrane, uva, salse per il condimento. I rifiuti del pasto erano gettati sul pavimento e mangiati dai cani presenti nella sala insieme a gatti e a gallinacei. La bevanda era il vino, che veniva mischiato all’acqua in un grande vaso dalla bocca larga, da cui giovani coppieri attingevano con crateri, anfore e brocchette per servire i convitati. La riunione era allietata da musici, danzatori e danzatrici, acrobati. Sappiamo che presso i greci, argomento frequente di conversazione durante il simposio era la mitologia; per gli etruschi è logico supporre che essa si adattasse al tipo di riunione: festino, cerimonia funebre, banchetto familiare.
 
 
Come testimoniano le fonti antiche e le rappresentazioni figurate, gli etruschi davano una grande importanza alla musica, sia vocale sia strumentale. Essa non serviva solo a rallegrare i conviti, a regolare i movimenti della danza, a enfatizzare i riti e le cerimonie sacre o a infiammare gli animi dei combattenti, ma dirigeva anche la caccia, ritmava le gare sportive, scandiva persino le nerbate che venivano inflitte ai servi negligenti; a suon di musica (come si vede in una tomba di Orvieto) veniva impastato il pane e preparati i cibi. Gli strumenti musicali – e di conseguenza il ritmo, l’armonia, il carattere – erano di derivazione greca e tra essi si preferiva il doppio flauto e la cetra; la tromba sembra invece un’invenzione etrusca. Alla musica si univa frequentemente la danza. Nelle figurazioni funerarie appaiono spesso danzatori (isolati, in coppia o a gruppi) i cui atteggiamenti suggeriscono un tipo di danza molto scandita e ritmata (quasi certamente a tre tempi), con movimenti rapidi e decisi della testa e delle mani. Lo stretto rapporto esistente tra musica e gesto ritrovava forse espressione negli spettacoli scenici in cui appariva il mimo (histrio, da cui il nostro ‘‘istrione”) che si esibiva mascherato accompagnato dal flauto.
 
 
Fonti iconografiche dimostrano come la caccia, soprattutto degli animali di grossa mole, fosse molto diffusa fra l’aristocrazia etrusca. Era praticata ‘‘a suon di musica”, con reti e trappole ma anche con giavellotti, archi, spiedi e asce. Per i cervidi si faceva ricorso ai cani che inseguivano e attaccavano la preda, e s’impiegava talvolta un cervo da richiamo, tenuto con una briglia dal cacciatore. Per il cinghiale si organizzavano vere e proprie battute, con appostamento lungo i sentieri più frequentemente percorsi dall’animale. Gli etruschi dei ceti meno abbienti cacciavano animali selvatici più piccoli, utilizzando archi, fionde e trappole. Per la caccia alla lepre, oltre ai cani, si utilizzava un bastone ricurvo, il “legabolo”, per snidare e abbattere l’animale. Anche il pesce ebbe, nell’alimentazione etrusca, un ruolo importante. Ami, arpioni, fiocine, reti, lenze, pesi di vario genere e misura testimoniano sin da epoca molto antica quanto diffusa fosse la pesca nei mari (specie ai tonni), nei fiumi e nei laghi italiani. Rarissime però, a differenza della caccia, sono le raffigurazioni pittoriche, poiché la pesca fu sempre considerata un’attività modesta e poco gloriosa.
 
 
Claudio Eliano (170-235 d.C.), autore di un Trattato sulla natura degli animali in cui riferiva un gran numero di curiosità e stranezze sul loro comportamento, scrisse a proposito della caccia a cinghiali e cervi:
 
‘‘Si dice frequentemente in Etruria, dove i cinghiali e i cervi vengono catturati come di consueto con l’impiego delle reti, che aiutandosi con la musica il successo è maggiore. Ecco come: si tendono le reti e si piazzano le trappole, quindi viene fuori un flautista di talento che, evitando i toni alti, esagera quelli più dolci che il doppio flauto sa produrre. Nel silenzio più assoluto questa musica arriva fin sulle cime dei monti, nelle vallate e nei boschi e penetra in tutti i covi e i nascondigli degli animali. Questi dapprima rimangono stupiti e terrorizzati, poi il puro e irresistibile piacere della musica s’impadronisce di loro e, affascinati, abbandonano i cuccioli, la tana e i sentieri più nascosti dai quali non amano normalmente allontanarsi. Così gli animali delle foreste tirreniche, trascinati dal potere della melodia e come stregati, s’avvicinano e, vittime della musica, entrano nelle reti”.
 
 
Come per tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche nel caso dei giochi atletici e delle gare sportive le notizie che abbiamo provengono dalle rappresentazioni figurate. Delle manifestazioni sportive testimoniate presso gli etruschi alcune sono documentate contemporaneamente anche in Grecia, altre non hanno invece riscontro nel mondo greco e appartengono alla tradizione locale. Come i greci, gli etruschi si cimentavano nella corsa podistica, nella corsa dei carri, nel salto in lungo, nel lancio del disco e del giavellotto, nel pugilato, nella lotta; tipicamente etruschi sono invece il gioco di Troia e del Phersu. Il primo (ludus Troiae), descritto dagli scrittori classici romani, era un’esibizione di eleganza e di destrezza riservata ai giovani nobili che non superassero i diciassette anni: armati di tutto punto e in sella a un cavallo, compivano evoluzioni seguendo lo schema ideale di un labirinto concentrico. Di tutt’altro genere era il Phersu, di cui abbiamo una rappresentazione nella Tomba degli Aùguri di Tarquinia: un uomo incappucciato, con in mano un bastone, cerca di difendersi dagli assalti di un cane inferocito, tenuto a un lungo guinzaglio e aizzato da un personaggio con copricapo e maschera che un’iscrizione denomina Phersu (è evidente l’accostamento alla parola latina persona, che significa appunto ‘‘maschera”). Il carattere violento e cruento del Phersu richiama i giochi gladiatori che i romani dicevano essere di origine etrusca. Giochi atletici e gare facevano parte delle celebrazioni funebri, ma non ebbero però solo carattere funerario; si svolgevano infatti anche nei santuari in occasioni di feste o di riunioni straordinarie.
 
 
Le vesti etrusche erano realizzate in lana e in lino, diverse per resistenza, morbidezza e protezione dal freddo. Le fibre venivano filate dalle donne, anche di alto lignaggio ma, tra esse, solo alcune si specializzavano nella tessitura, che veniva tramandata di madre in figlia. Nei periodi più antichi le donne indossavano tuniche e mantelli, probabilmente ornati da disegni geometrici e un cinturone ellittico di cuoio con una lamina di bronzo sul davanti. L’abbigliamento maschile non era dissimile da quello femminile e comprendeva anche diversi tipi di perizoma variamente panneggiati che nelle stagioni più calde sostituivano ogni altro indumento; la nudità completa, del resto, non dava scandalo. Dal VI secolo a.C. il capo di vestiario più diffuso per entrambi i sessi divenne il chitone (la tunica di varia lunghezza cucita su un fianco e fissata alle spalle per mezzo di fibule) che poteva presentare pieghettature, fasce colorate all’orlo oppure una decorazione dipinta o ricamata. Sopra, o in alternativa al chitone, erano indossati mantelli di vari tipi, il più comune dei quali era la tabenna semicircolare, portata come uno scialle in modo da lasciare una spalla scoperta, mentre i due lembi si sovrapponevano sull’altra. Le stoffe, come mostrano le pitture, erano colorate con vivaci accostamenti di azzurro, rosso, nero, giallo verde, sia in campiture che in fasce. Anche le calzature (sandali di cuoio, pantofole di panno, stivaletti dalla punta ricurva e con lacci alla caviglia) erano colorate, dorate o ricamate. I copricapi erano molti e vari: tra i più singolari quello ‘‘a sombrero” e il berretto a punta cilindrica usato dagli arùspici. Uomini e donne facevano grande uso di ornamenti in metallo come spilloni, fibule, cinture e di gioielli in genere.
 
 
L’assetto sociale degli etruschi era basato sulla rigida suddivisione in due strati distinti e contrapposti: da una parte stava la potente e ristretta classe aristocratica, quella che secondo la terminologia latina comprendeva i domini (signori); dall’altra la massa della popolazione subalterna, i servi, che svolgeva attività non specifiche né socialmente caratterizzanti.
 
 
 
Sul finire del IX secolo, all’interno della primitiva società villanoviana, cominciò a determinarsi in Etruria la differenziazione sociale che divenne un fatto compiuto tra la metà dell’VIII e quella del VII secolo a.C. Il potere passò allora in mano a famiglie ricche e potenti che in piccoli gruppi (casati) si riconoscevano discendenti da un antenato comune (come le gentes dei romani). La nascita dei gruppi gentilizi trova conferma anche nell’onomastica: abbandonata la vecchia formula del nome individuale seguito dal semplice patronimico (‘‘figlio di”), i nobili adottano l’uso di far seguire al loro nome proprio quello del casato, derivato dal capostipite e passato di padre in figlio. I membri di questa aristocrazia, i domini o signori, non svolgevano alcuna attività produttiva che giudicavano degradante, ma detenevano le leve del potere politico ed economico e le funzioni di guida della comunità. Erano i possessori di terra che mostravano il loro potere, oltre che nella ricchezza dei beni, nell’esercizio delle attività militari. Nel VI secolo, emersero anche le famiglie dei proprietari terrieri appartenenti al ceto medio – che spesso derivavano dai rami cadetti delle famiglie aristocratiche cittadine – le quali finirono con il dar vita a una nuova e più ampia aristocrazia che mise fine al ristretto dominio oligarchico.
 
 
I servi erano esclusi dalle attività imprenditoriali e dal possesso della terra, non avevano il diritto di esercitare cariche pubbliche, non potevano entrare nell’esercito e tanto meno unirsi in matrimonio con membri dell’aristocrazia. Erano solo dei lavoratori legati da vincoli personali alle casate nobiliari, dalle quali dipendevano completamente. In linea di massima essi si distinguevano nella categoria dei servi domestici (a metà tra il libero e lo schiavo) addetti alla casa e al servizio personale del signore e della sua famiglia, e in quella dei contadini, veri e propri servi ‘‘della gleba”, distribuiti sulle proprietà fondiarie del dominus e perciò fuori dalla città. All’atto pratico questa situazione dovette configurarsi in maniera più sfumata. In alcuni potentati e col passare del tempo, essa si stemperò in una sorta di  gerarchismo della classe subalterna e i servi, che non erano schiavi nel senso classico del termine, occuparono livelli diversi di soggezione, godendo quindi di vari stadi di pur relativa libertà, anche con possibilità di concreti miglioramenti. Questo stato di cose è confermato dall’archeologia: nelle necropoli, attorno alle grandi tombe gentilizie, sono spesso presenti tombe minori destinate a famiglie subalterne.
 
 
Tra il VII e il VI secolo a.C., con il definitivo affermarsi della città e dell’organizzazione urbana, si istituì all’interno della classe subalterna una sorta di  gerarchismo. Gli artigiani e i mercanti si arricchirono con le attività produttive o con gli scambi e, pur restando sottoposti all’aristocrazia, seppero conseguire quelle prerogative da cui prima erano esclusi, cioè il possesso di beni e l’uso delle armi che costituivano la ‘‘patente” di cittadino a tutti gli effetti. Inoltre, nella prima metà del IV secolo a.C. cambiò – soprattutto nell’Etruria meridionale – il rapporto tra città e campagna. Per rivitalizzare i centri minori si sviluppò una sorta di ‘‘colonizzazione interna” che portò alla nascita di un numeroso e prospero ceto medio di proprietari terrieri. Più tardi, e soprattutto nell’Etruria settentrionale, i servi della gleba si emanciparono e si trasformarono in coltivatori diretti, proprietari e conduttori di piccoli appezzamenti di terreno, che vivevano dispersi in numerosi insediamenti rurali. Il bipolarismo di fondo della società etrusca venne così temperato da questa nuova e varia classe intermedia, contro la quale la rigida chiusura dell’oligarchia non tarderà a provocare un aperto conflitto, mai completamente risolto (solo attenuato a volte) neppure in età romana.
 
 
La documentazione diretta per quanto riguarda la vita pubblica e l’assetto istituzionale degli etruschi comincia ad essere soddisfacente solo a partire dal IV secolo a.C.  Per i periodi precedenti, accanto alle frammentarie e spesso confuse informazioni degli autori antichi, ci soccorrono per via indiretta  le verosimili analogie e i parallelismi col mondo greco e con quello romano.
 
 
Il formarsi dell’ordinamento gentilizio fece emergere l’autorità di un capo, di un magistrato supremo, che assunse nelle sue mani la sovranità politico-sacrale. Questo ‘‘re” era detto dai romani lucumone, lauxme o lauxume dagli etruschi. Non sappiamo con esattezza se la carica fosse a vita o temporanea, ereditaria o elettiva; accanto al lucumone doveva comunque esistere un senato di aristocratici, forse di anziani delle casate emergenti, e probabilmente un’assemblea costituita da tutti i cittadini che godevano dei diritti politici. Secondo gli scrittori latini, simboli dell’autorità regale dei lucumoni erano la veste di porpora (toga praetetexta o picta), il trono d’avorio (sella curulis), lo scettro, il fascio con la bipenne ed il carro da guerra, tutte insegna di potere rinvenute durante scavi o su raffigurazioni etrusche che risalgono sino al VII secolo a.C. Nella seconda metà del VI secolo a.C., in coincidenza con il definitivo assetto delle città-stato, il regime monarchico deve essere stato in parte modificato: il lucumone passò nelle mani del sacerdote il potere sacro e assunse con la forza (forse anche in contrasto con l’aristocrazia) il pieno potere politico. Sono note in questa fase numerose figure di re storicamente certi, come i Tarquini e Servio Tullio a Roma, Thefarie Velianas a Caere, Porsenna a Chiusi; costoro svolsero una politica personale molto ambiziosa e fortemente connotata in senso militare, alla stessa stregua dei tiranni greci.
 
 
Tra il VI e il V secolo a.C., come accadde nel mondo greco, in quello latino e in quello fenicio-cartaginese, gli ordinamenti delle città-stato etrusche subirono una crisi sfociata nella costituzione di nuove forme di governo di tipo repubblicano. Si sa che a Roma l’avvento della repubblica fu un’innovazione improvvisa (la cacciata di Tarquinio il Superbo nel 509 a.C.) ma per gli etruschi è più probabile che essa sia stata dovuta a una lenta evoluzione e al progressivo svuotamento dell’istituto monarchico, oppure alla reazione degli aristocratici che non accettavano l’imporsi di singole personalità. Al vertice dello stato repubblicano c’era una magistratura suprema (forse di tipo collegiale e con un presidente) a cui competeva il potere esecutivo e giudiziario. Essa era eletta probabilmente ogni anno tra i membri degli esponenti delle maggiori famiglie aristocratiche che gli autori latini chiamano ‘‘principi” e che nel loro insieme costituivano un’assemblea corrispondente al senato romano. I termini etruschi che indicano i magistrati sono numerosi e non del tutto chiari riguardo le funzioni cui si riferivano: lo zilach indicava forse l’equivalente del praetor latino, ma il titolo era spesso accompagnato da un attributo che ne indicava la particolare funzione; il purth o puthne si pensa equivalesse al pritano dei greci e viene collegato a una qualche attività di capo dello stato; il maru doveva invece svolgere funzioni civili e sacrali. Questa articolazione amministrativa, che facilitò il predominio dell’oligarchia aristocratica, oltre a impedire l’affermazione di potentati personali, arretrò le concessioni nei confronti degli strati sociali più bassi che inutilmente rivendicarono il riconoscimento di un movimento organizzato, come invece ottenne la plebe romana.
 
 
Le città-stato dell’Etruria erano sovrane e indipendenti, ma tutte insieme si riconoscevano in una superiore comunità etnico religiosa ed erano riunite in una istituzione di tipo confederale che comunemente chiamavano ‘‘lega”. Gli autori antichi parlano di una lega di dodici popoli corrispondenti alle più importanti città-stato dell’Etruria, e analoghe federazioni dovettero esistere anche nell’Etruria padana e campana. A capo della lega si trovava probabilmente lo Zilach Mecl Rasnal, ovvero il “pretore dei quindici popoli”, che continuò ad esistere anche quando Roma trasformò la confederazione in una semplice associazione religiosa. I rappresentanti delle città, costituita dal monarca, da un littore e da altri personaggi che davano vita a spettacoli, feste e giochi, si riunivano periodicamente nel santuario di Voltumna a Volsinii per discutere i problemi comuni, politici e militari, della nazione etrusca. Le consultazioni erano dirette da un ‘‘re” comune eletto tra i reggenti delle città. La lega fu sciolta dai romani nel 265 a.C. quando i centri confederati erano diventati quindici.
 
 
La religione etrusca parte dall’idea che la natura dipenda strettamente dalla divinità. Ogni fenomeno naturale non è altro che l’espressione della volontà divina, un segnale che essa invia all’uomo. E all’uomo, destinatario di quel segnale, spetta il compito di scoprirne il significato. Dice Senaca ‘‘Noi romani riteniamo che i fulmini scocchino quando c’è stato uno scontro di nuvole; gli etruschi credono invece che le nuvole si scontrino per far scoccare i fulmini. Dal momento che attribuiscono ogni cosa alla divinità, essi sono convinti che le cose avvengono perché debbono avere un significato”.
 
 
Gli autori latini erano concordi nel definire gli etruschi un popolo religiosissimo esperto nell’arte divinatoria. Ebbero infatti un’articolata letteratura religiosa, oggi purtroppo irrimediabilmente perduta. Esistevano una serie di rigide regole che determinavano il rapporto tra gli dèi e gli uomini (quella che costituiva la ‘‘disciplina etrusca”, ossia scienza etrusca), quindi sul rito e sull’interpretazione della volontà divina. Di queste norme possiamo farci solo un’idea attraverso alcuni passi di Cicerone, Plinio il Vecchio, Livio o Seneca (che si rifacevano a traduzioni che non ci sono pervenute) e tramite rarissimi documenti etruschi come la “mummia di Zagabria” o il  “fegato di Piacenza”. Sappiamo inoltre che quella etrusca fu una religione rivelata attraverso le profezie di esseri superiori come il fanciullo  Tagete e la ninfa Vegoe o Vegonia. Fra gli etruschi delle origini la divinità appare sempre in modo molto impreciso, sia nell’aspetto che nelle mansioni ed è ragionevole pensare che in principio vi fosse un’unica entità divina che si manifestava in molteplici modi, assumendo connotati diversi. Tra l’VIII e il VI secolo a.C. si assiste alla trasformazione della religione etrusca. Dalla Grecia vennero importate in Etruria nuove divinità; quelle indigene assunsero figura umana e col tempo ereditarono le caratteristiche e le mansioni degli dèi dell’Olimpo classico.
 
 
Le più antichità divinità degli etruschi rappresentavano le forze della natura, distruttrici e creatrici al tempo stesso: Tarkun/Tarconte era il dio della tempesta, distruttore ma anche dispensatore di benefica pioggia; Velka era il dio del fuoco e, insieme, della vegetazione. Sommo dio dell’Etruria – dice Varrone – era Velthune (in latino Vertumnus o Voltumna), il Multiforme, che rappresentava l’eterno mutare della stagioni ed era adorato nel santuario federale di Volsinii. All’antico pantheon appartenevano anche gli dèi Selvans (Silvano) e Ani (poi Giano) e la dea Northia, divinità probabilmente del fato. Dal VII secolo a.C. molte divinità di fondo originariamente etrusco vennero assimilate agli dèi olimpici: la divinità superiore Tinia (o Tin), rappresentata sempre col fulmine, fu l’equivalente di Zeus ossia Juppiter (Giove); lo stesso avvenne con Uni, compagna di Tinia, che divenne Hera, ossia la Iuno latina (Giunone). Turan, la dea dell’amore, fu assimilata ad Afrodite e quindi alla Venus (Venere) latina; Menerva ad Athena (Minerva); Maris ad Ares (Marte); Nethuns a Poseidon (Nettuno); Turms a Hermes (Mercurio). Ci furono anche dèi nuovi, importati direttamente dal mondo greco, che conservarono il loro nome appena etruschizzato: Artemis (ossia Diana) divenne Aritimi, Apollon (Apollo) fu chiamato Apulu, Heracles (Ercole) cambiò in Hercle. Controversa è l’origine etrusca delle ‘‘triadi” che conosciamo con certezza soltanto nel mondo romano: non è chiaro se la triade capitolina Giove-Giunone-Minerva corrisponda a Tinia-Uni-Menerva. Di sicura origine greca sono invece le coppie (‘‘diadi”), come quella degli dèi infernali Ade e Persefone (in etrusco Aita e Phersipnai).
 
 
 
Secondo gli etruschi gli dèi condizionavano il mondo e ogni azione umana: occorreva quindi ‘‘tradurre” la loro volontà andando in cerca dei segni attraverso i quali essa si manifestava. Perciò era necessario avere a disposizione un codice che interpretasse quei segni e un prontuario di norme precise e costanti che per ogni segno indicasse il conseguente comportamento atto a soddisfare (e quindi a seguire) la volontà degli dèi. Questo complesso di conoscenze fu chiamato dai romani ‘‘disciplina etrusca” i cui principi ispiratori erano fatti risalire dagli etruschi all’intervento rivelatore della stessa divinità. Essa si sarebbe servita di esseri mitici o semidei (come il fanciullo Tagete o la ninfa Vegoe) i quali avrebbero ‘‘dettato” le verità soprannaturali e insegnato agli uomini l’arte di avvicinarsi ad esse: in pratica la divinazione. Appositi collegi sacerdotali, che si tramandavano la professione di padre in figlio, erano preposti all’interpretazione dei segni della volontà divine: i fulguratores osservavano le traiettorie dei fulmini, gli àuguri interpretavano i voli degli uccelli, gli arùspici leggevano il fegato delle pecore e di altri animali sacrificati. Le dottrine divinatorie, e tutte le altre che formavano il corpus minuzioso e vastissimo dei riti etruschi, erano tramandati nei testi della cosiddetta ‘‘disciplina etrusca”: i Libri Haruspicini, svelati dal fanciullo Tagete, trattavano la consultazione delle viscere degli animali; i Libri Fulguratores, il cui contenuto era stato manifestato dalla ninfa Vegoe, riguardavano la scienza dei fulmini; i Libri Rituales, svelati anch’essi dalla ninfa Vegoe, trattavano della suddivisione della volta celeste, della gromatica (ripartizione dei campi), dei riti e delle modalità per la fondazione delle città e per la consacrazione dei santuari, e infine degli ordinamenti civili e militari. Esistevano poi i Libri Acherontici, svelati da Tagete, che esponevano le credenze nell’oltretomba e dettavano le norme per i riti di salvazione. Infine v’erano i Libri Fatales, nei quali si trattava dei dieci secoli di vita assegnati dal Fato alla nazione etrusca, e i Libri Ostentaria che trattavano dell’interpretazione dei prodigi e dei fenomeni naturali.
 
 
 
Usando come fonti Aulo Cecina, Nigidio Figulo e altri traduttori del I secolo a.C. che si occuparono della ‘‘disciplina etrusca” Cicerone (106-43 a.C.) scrive nel suo De divinatione (Sulla divinazione) a proposito delle profezie di Tagete:
 
‘‘Si racconta che Tagete sia spuntato improvvisamente dalla terra nel territorio di Tarquinia mentre si arava e si era fatto un solco molto profondo, e abbia parlato all’aratore. Si dice anche che Tagete, stando alle testimonianze dei libri sacri etruschi, avesse l’aspetto di bambino e la saggezza di un anziano. Alla sua vista il bifolco si stupì e mandò un grido di meraviglia, ci fu un accorrere di gente e in breve tempo si raccolsero colà tutti gli etruschi; allora Tagete parlò di parecchi argomenti alla gran folla in modo che le sue parole fossero recepite e messe per iscritto. Il suo discorso conteneva i precetti dell’aruspicina la quale, col passare del tempo si accrebbe di altre nozioni che comunque s’ispirarono agli stessi principi insegnati da Tagete”.
 
 
 
Alla ninfa Vegoe (Vecu, in etrusco) è attribuita una profezia che riguarda il rispetto della proprietà dei campi tramandata da un testo latino di autore ignoto.
 
‘‘Chi toccherà o smuoverà queste pietre (di confine) per aumentare i propri possessi e diminuire quelli degli altri, sarà punito dagli dèi per tale delitto. Se lo faranno gli schiavi, peggioreranno la loro condizione servile. Se poi il delitto sarà fatto con la complicità del padrone, entro breve tempo la sua casa sarà distrutta e la sua gente perirà. Gli esecutori materiali del delitto saranno colpiti da gravissime malattie e da ferite e rimarranno paralizzati nel corpo. Anche la terra sarà sconvolta da tempeste e da turbini e da distruzione. I frutti saranno colpiti e cadranno per la pioggia e la grandine, marciranno per il caldo eccessivo e cascheranno per malattia. Ci saranno anche discordie civili. Sappiate che queste disgrazie avverranno quando saranno commessi delitti come quelli detti ora.”
 
 
Il segno più importante, la ‘‘voce” più potente della divinità era il fulmine, che proveniva direttamente dal dio supremo Tinia; l’ars fulguratoria, cioè quella di trarre dalla sua osservazione tutte le informazioni possibili, era quindi al primo posto nella divinazione etrusca. Era regolata da una casistica alquanto complessa che teneva conto della parte del cielo in cui il fulmine appariva (la volta celeste era divisa in sedici parti, abitata ognuna da una divinità), della forma, del colore, degli effetti provocati e del giorno della caduta. Oltre all’osservazione dei fulmini (cheraunoscopia) c’era un’altra forma di divinazione molto generalizzata alla quale era possibile ricorrere ogni volta che fosse ritenuto utile o necessario senza dover attendere altre forme di prodigi dipendenti invece dal caso, come appunto il fulmine. Era l’epatoscopia, o lettura del fegato degli animali sacrificati, che i romani chiamavano haruspicina. Il fegato, la cui immagine si riteneva fosse proiettata la divisione della volta celeste, veniva strappato ancora palpitante dal corpo dell’animale (pecora, bue, cavallo) e se ne osservavano le regolarità e irregolarità a ognuna delle quali era attribuito un messaggio. Per questo venivano usati degli appositi modelli in bronzo o in terracotta sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle divinità. Fra i modelli giunti sino a noi il più celebre è il ‘‘Fegato di Piacenza”. Oltre al fegato gli arùspici leggevano anche altre viscere come il cuore, i polmoni, la milza.
 
 
 
È il modellino schematico in bronzo, di 12,4 per 6,6 centimetri, datato II-I secolo a.C., del fegato di una pecora, rinvenuto presso Piacenza nel 1877, ma di probabile origine cortonese. La superficie convessa è divisa da una linea in due sezioni dedicate al sole (usils) e probabilmente alla luna (tivs); la superficie concava è divisa complessivamente in quaranta caselle triangolari o rettangolari, ciascuna delle quali è dedicata a una (o a più di una) divinità. Le sedici caselle rettangolari disposte lungo l’orlo del modellino rappresentano le sedici regioni in cui è diviso il cielo secondo le credenze etrusche. Il manufatto aveva forse funzione didattica o, più probabilmente, serviva come guida per le osservazioni del fegato degli animali sacrificati.
 
 
Dopo che i sacerdoti avevano ottenuto attraverso la  divinazione la conoscenza del volere divino, si dava attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento, sulla base delle norme che facevano anch’esse parte della ‘‘disciplina etrusca” ed erano oggetto di trattazione nei Libri Rituales. Queste norme si traducevano (e si esaurivano) in una serie impressionante di pratiche, cerimonie e riti rigidamente codificati e ripetuti meccanicamente fino a diventare puro e semplice formalismo. Essi toccavano sia gli aspetti religiosi della vita degli etruschi sia quelli civili, secondo il principio che ‘‘ogni azione umana doveva essere compiuta in conformità della disciplina”. E per ogni rito, cerimonia di culto o servizio divino doveva essere stabilito con precisione il luogo, il tempo, il modo, lo scopo, la persona preposta e, naturalmente, la divinità che veniva chiamata in causa. Le funzioni sacre si svolgevano perciò in luoghi rigidamente circoscritti e consacrati (templi, santuari, altari) e il loro svolgimento era codificato fin nei minimi particolari tanto che, se veniva sbagliato od omesso anche un solo gesto, tutta l’azione doveva essere ripetuta da capo. Musica e danza vi trovavano ampio spazio. Oltre all’uso di sacrificare bovini, ovini e volatili, particolarmente diffuso era quello dei doni votivi che potevano andare dagli ex voto (statue e statuine di divinità e di offerenti), alle prede di guerra (armi, carri), agli stessi edifici sacri (dedicazione di un tempio o di un sacello).
 
 
Tra le pratiche di carattere religioso quelle destinate ai defunti avevano presso gli etruschi un carattere tutto particolare. Esse erano legate alla concezione (del resto diffusa in altre civiltà del Mediterraneo) che l’attività vitale del defunto, la sua ‘‘individualità” continuasse anche dopo la morte e che questa sopravvivenza avesse luogo nella tomba. Spettava però ai vivi, ai familiari e dei parenti, garantire la sopravvivenza dell’entità vitale del defunto al quale doveva essere data una tomba, cioè una nuova casa, e un corredo di abiti, oggetti d’uso personali, cibi, di cui si serviva simbolicamente o magicamente. Per la stessa ragione vitalità e forza venivano trasmesse al defunto con giochi e gare atletiche che si svolgevano in occasione dei funerali o delle ricorrenze anniversarie della morte. Quanto alle pratiche proprie dei funerali, la prassi non era dissimile da quella che avveniva altrove: esposizione del cadavere al compianto pubblico e alle lamentazioni di donne appositamente pagate (prefiche), corteo funebre e banchetto presso la tomba. Il culto della ‘‘sopravvivenza” nel sepolcro era ulteriormente sviluppato nel culto degli antenati e in particolar modo del capostipite, specie delle famiglie gentilizie. Tra il V e il IV secolo a.C., però, la fede della sopravvivenza del morto nella tomba cambiò sotto l’effetto delle suggestioni provenienti dalla civiltà greca. Ad essa si sostituì la concezione di un ‘‘mondo dei morti” (simile all’Averno o all’Ade) dove le ‘‘ombre” soggiornavano. Ai defunti vennero allora dedicati particolari riti di suffragio, stabiliti dai Libri Acherontici, e offerte alle divinità infere (in particolare il sangue di alcuni animali) che potevano consentire alle anime il conseguimento di uno speciale stato di beatitudine.
 
 
Fra i dettami della disciplina etrusca famoso in tutta l’antichità era quello della fondazione di città per il quale erano previste meticolosissime disposizioni. Gli aùguri cominciavano col delimitare una porzione di cielo consacrata proprio in funzione del rito (e definita con il termine significativo di templum) all’interno della quale trarre gli auspici dedotti dal volo degli uccelli che la attraversavano, dai fenomeni meteorologici che in quel perimetro potevano verificarsi, o da altre manifestazione considerate provenienti dalle divinità. Erano poi individuati il centro della città stessa e delle principali direttrici viarie scavando fosse in cui venivano deposte offerte e sovrapposti cippi che fungevano sia da punti di riferimento sia da luoghi sacrali. Veniva poi tracciato con un aratro dal vomere di bronzo un solco continuo che disegnava il perimetro delle mura, interrotto solo là dove si sarebbero aperte le porte delle città; il solco diventava subito linea inviolabile per tutti gli uomini e attraversarlo equivaleva ad attaccare la città. Lungo tutto il perimetro delle mura correva inoltre, tanto all’esterno quanto all’interno, un’ampia fascia di terreno (il pomerium) che non doveva essere né coltivata né edificata e che era dedicata alla divinità. Una solenne cerimonia di sacrificio inaugurava la città così prefigurata. La fondazione di Roma a opera di Romolo e Remo così come ce l’hanno tramandata le leggende è un’applicazione puntuale del rito etrusco: i gemelli che osservano il volo degli uccelli per decidere chi dei due dovesse dare il nome alla città, il solco tracciato da Romolo, l’uccisione di Remo che, saltando all’interno del perimetro, profana i sacri confini e ‘‘invade” la nuova fondazione.
 
 
La prosperità dell’Etruria era assicurata da una salda e articolata struttura economica, in cui l’agricoltura, già di per sé florida, era integrata in modo decisivo dalle attività industriali - basate soprattutto sullo sfruttamento delle risorse minerarie - e da quelle commerciali che misero in contatto gli etruschi con larga parte del bacino del Mediterraneo.
 
 
L’agricoltura fu una delle principali risorse economiche dell’Etruria antica e gli autori latini (Livio, Ovidio, Columella ecc.) lodano spesso i miracolosi raccolti dei suoi fertili campi. I terreni progressivamente disboscati erano, in alcuni casi, bonificati attraverso complesse opere idrauliche che davano, secondo Varrone, una resa pari a quindici volte il seminato. Frumento, cereali (ceci), olio e vino furono prodotti in abbondanza tale da poter essere esportati in vari centri dell’Italia antica e talvolta, come per il vino, oltremare, in alcuni porti del Mediterraneo settentrionale. Per il III secolo a.C. si può avere una precisa idea delle risorse agricole di alcuni centri etruschi grazie all’elenco degli aiuti forniti a Scipione l’Africano per la sua spedizione contro Cartagine (205 a.C.). L’allevamento invece non fu per gli etruschi particolarmente importante come per altre civiltà del Mediterraneo, ma venne praticato per lo più a livello familiare, sfruttando i verdi pascoli del litorale e delle aree boschive. Oltre a bovini, asini e muli, indispensabili al lavoro dei campi e al trasporto dei carri, si allevavano ovini e suini. A questo proposito lo storico greco Polibio (I secolo a.C.) ricorda gigantesche forme di pecorino del peso di 1000 libbre (327 kg.) e una moltitudine di maiali trascinata da un porcaro sulle rive del Tirreno a suon di musica.
 
 
L’artigianato fiorì in Etruria quando, superata la fase dell’economia di famiglia e di villaggio, le città offrirono una differenziazione più specifica delle attività lavorative. Il primo posto in questo senso spettò alla ceramica che, grazie alle ‘‘novità” apprese dai coloni greci, iniziò una produzione industriale. Dai greci infatti, nella seconda metà dell’VIII secolo, gli etruschi appresero l’uso della ruota da vasaio (tornio), il modo di raffinare l’argilla e di rendere i vasi impermeabili, il gusto per le decorazioni dipinte; nel VII e VI secolo a.C., ceramisti greci immigrati aprirono le loro botteghe in varie città dell’Etruria. Dalle stesse botteghe dei ceramisti uscivano le terrecotte, prodotte in serie con l’impiego di stampi, destinate al rivestimento degli edifici o che costituivano le schiere delle statuette votive. Altra attività artigianale di primaria importanza fu la metallurgia e, in particolare, della lavorazione dei bronzi lavorati con varie tecniche. Connessa a questa attività era la lavorazione dei metalli preziosi che soddisfaceva le richieste dell’élite, specialmente dalla metà del VII agli inizi del V secolo a.C. Va tenuto inoltre conto dell’artigianato del legno e del cuoio, delle stoffe e delle fibre vegetali, del quale però quasi tutto è andato perduto.
 
 
Il commercio etrusco, soprattutto nel VII-VI secolo a.C., fu essenzialmente basato sull’importazione, come è chiaramente dimostrato dalla sproporzione tra i pochi oggetti etruschi rinvenuti in altri paesi rispetto all’enorme quantità di beni stranieri affluiti in Etruria. Gli etruschi esportavano principalmente metalli grezzi (rame, piombo e ferro) estratti in gran quantità dalle miniere dell’alto Lazio e dell’Isola d’Elba. Altri beni di esportazione furono il legname, il sale prodotto nei centri costieri del Tirreno, l’olio e soprattutto il vino. Una gran quantità di anfore vinarie è stata infatti recuperata in numerosi relitti di navi. Al commercio del vino era in parte legato anche quello del bucchero, piccoli recipienti di tipica fattura etrusca adoperati per attingere o bere, rinvenuti in tutto il bacino del Mediterraneo. Con la  battaglia di Cuma (474 a.C.) gli etruschi sconfitti dai siracusani persero definitivamente il controllo del Tirreno, ma alla crisi dei commerci marittimi corrispose un incremento dei traffici lungo le vie dell’interno, con il susseguente affermarsi di alcune città che, come Vulci, esportarono i loro prodotti verso la pianura padana, l’Europa centrale e gli altri centri dell’Etruria antica.
 
 
All’interno della civiltà etrusca l’attività militare aveva valore di distinzione sociale. Essa fu dapprima appannaggio degli aristocratici - i soli in grado di potersi permettere armi ed equipaggiamento - quindi dei ceti emergenti che, una volta progrediti sul piano economico, si mossero alla ricerca di una emancipazione sociale e politica. Durante il periodo ellenistico l’attività militare fu aperta anche agli strati più bassi.
 
 
L’attività militare nel periodo villanoviano era riservata agli individui di ceto sociale più elevato, i quali avevano una disponibilità di beni tale da consentire loro l’acquisto ed il mantenimento di armi (per l’offesa e la difesa personale), carri e di animali (cavalli) da impiegare per scopi bellici. Tra il VI e il V secolo a.C. vennero poi progressivamente ammessi nell’esercito mercenari di professione e uomini provenienti dalle classi meno agiate. La tattica militare consisteva per lo più nel combattimento corpo a corpo con armi adatte agli scontri ravvicinati. Allo scontro individuale si sostituì in età arcaica l’azione della fanteria pesante nella formazione serrata della falange oplitica e le manovre di guerra divennero via via più complesse e organizzate. La cavalleria e i carri, che esercitavano un’azione di disturbo sugli avversari rimasti isolati in battaglia, divennero, con il passare del tempo, sempre più importanti.
 
 
Le armi hanno conosciuto varie fasi all’interno della società etrusca, in stretta relazione con lo sviluppo tecnologico, ma anche politico e sociale.
 
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- Per il periodo villanoviano (IX-VIII secolo a.C.) sono documentati vari tipi di elmi. Quelli a calotta in semplice lamina bronzea decorata, a sbalzo con imbottitura interna e quelli crestati o con appendice superiore.
- In età orientalizzante alla semplice calotta si aggiunse una costolatura superiore e una tesa inferiore per meglio proteggere la testa dai fendenti portati dall’alto. Si diffuse inoltre l’elmo corinzio che tramite un’apertura a T lasciava scoperti solo gli occhi e la bocca.
- Dall’età arcaica (VI secolo a.C.) si ebbe in tutta l’Etruria l’elmo a calotta allungata e cimiero, talvolta con paraguancia mobili.
 
 
- In età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) gli scudi più diffusi erano tondi, in cuoio, rivestiti da una lamina in bronzo sbalzata. All’interno, oltre alla maniglia, una lunga cinghia ne consentiva il trasporto sulle spalle dopo il combattimento.
- In età arcaica la forma dello scudo circolare divenne convessa, e il suo diametro aumentò fino a circa 1 m, per consentire ai soldati posti in linea di ripararsi grazie alla protezione del compagno. Vi erano anche scudi ellittici o quadrati.
 
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- In età villanoviana la lunghezza delle lance era di circa 1,20 m. La punta in bronzo a forma di foglia era dotata di un innesto e di un foro per il fissaggio sull’asta lignea.
- Dal VII secolo a.C. la loro lunghezza aumentò a circa 2 m. Vi erano poi giavellotti più leggeri.
 
 
 
- In età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) venivano adoperate spade prive di guardiamano, con lame in bronzo o in ferro con nervature longitudinali che ne aumentavano la resistenza.
- Nel VII secolo a.C. le spade, per lo più in ferro, furono più resistenti, la lama da triangolare divenne rettilinea per facilitare i colpi di taglio; l’elsa era spesso riccamente decorata.
- Tra il VI e il V secolo a.C. è attestato l’uso della sciabola ricurva (la machaira). Lunga circa 90 cm, era più larga verso la punta in modo da conferire maggior peso al colpo sferrato dall’alto.
 
 
 
- Le corazze furono in origine di tela di lino con borchie quadrangolari o rotonde di metallo laminato. In età ellenistica si adottarono corazze di bronzo a più pezzi o ad un solo elemento riproducente a sbalzo la muscolatura del tronco virile.
 
 
- La loro comparsa intorno al VII secolo a.C. rispondeva all’esigenza di proteggere gli stinchi e i polpacci. In un secondo tempo si affermò anche l’uso dei cosciali formati da due valve in bronzo tenute serrate da cinghie.
 
 
 
In età villanoviana le difese dei villaggi, in aggiunta alla naturale conformazione delle alture prescelte per l’insediamento, erano sommarie: semplici palizzate, fossati e recinti di terra. Con la nascita della città comparvero le ampie cinte murarie curvilinee, realizzate dapprima in mattoni crudi, poi da un paramento in blocchi di pietra poligonale riempito all’interno da terra e scaglie. Queste cinte avevano talora delle porte ‘‘scee”, dotate alla destra di chi usciva di un prolungamento di muraglia che proteggeva, in caso di sortita, il fianco indifeso dei soldati; le porte potevano avere anche una passerella balaustrata in legno, forse coperta. Le strutture difensive vennero poi perfezionate con l’uso di torri con feritoie e di porte ad arco, come quella di Volterra o quella di Perugia dotata di sovrastruttura. Le mura cittadine circondavano un’area maggiore di quella effettivamente abitata, allo scopo di accogliere, in caso di pericolo, gli uomini e il bestiame del territorio. Norme religiose impedivano invece l’utilizzo del pomerium.
 
 
Le prime imbarcazioni etrusche, note sin dal IX secolo a.C., erano di piccola stazza, ma già dotate di chiglia arrotondata. Il dominio etrusco sui mari, giunse al suo massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C., ed è testimoniato, oltre che dalle vicende storiche e dai dati dell’archeologia, anche delle fonti letterarie più antiche: già nell’Inno omerico a Diòniso, si citano i pirati ‘‘tirreni” che rapirono il dio e che da lui furono trasformati in delfini. Le navi da guerra presentavano forma allungata con la chiglia carenata. La prua era dotata di un rostro che aveva il duplice scopo di mantenere stabile l’imbarcazione e di speronare le navi nemiche. Questa fu, secondo Plinio il Vecchio, un’invenzione tipicamente etrusca. Una stretta passerella longitudinale univa il ponte di prua a quello di poppa, dove il timoniere manovrava le due pagaie che servivano da timone. Oltre alla vela rettangolare issata ad un pennone pendente dall’albero centrale, la nave veniva mossa da due file di rematori disposti ai lati della passerella centrale. I due grandi mari italiani, il Tirreno e l’Adriatico, derivano il proprio nome dal popolo degli etruschi e da Adria (città portuale veneto-etrusca).
 
 
L’arte etrusca, salvo poche eccezioni, non ha finalità estetiche (l’arte per l’arte), ma nasce piuttosto dalle esigenze della vita quotidiana; essa ha quindi caratteristiche pratiche e utilitaristiche che ne fanno una produzione artigianale, anche se di notevole pregio. Tutte le manifestazioni artistiche degli etruschi sono strettamente legate alla struttura del loro mondo sociale e alla sfera del loro mondo religioso. Non a caso le testimonianze che sono giunte fino a noi provengono, quasi esclusivamente, dai santuari e dalle necropoli. Schemi, tipi, temi compositivi e canoni stilistici dell’arte etrusca hanno come modello prima quelli del mondo orientale (VIII-VII secolo a.C.) poi, più specificatamente, quelli del mondo greco nelle varie fasi della sua evoluzione stilistica (dall’arcaismo, al classicismo, all’ellenismo) che gli artisti etruschi a volte imitarono pedissequamente ma che più spesso rielaborarono per adattarli alle loro esigenze espressive. Dei greci essi trascurarono le forme di espressione artistica ‘‘monumentale” (come l’architettura o la statuaria) mentre ne privilegiarono altre come la coroplastica (l’arte della terracotta), la bronzistica e le cosiddette arti minori (ceramica, oreficeria, lavorazione dei metalli) nelle quali raggiunsero risultati di notevole perfezione tecnica e di elevato valore formale.
 
 
A parte le mura fortificate cittadine, elevate con tecniche diverse, e le porte che in esse si aprivano, l’architettura degli etruschi può essere ricondotta a un’unica tipologia di edifico che è quello della ‘‘casa”: le abitazioni domestiche (le case degli uomini), i templi (le case degli dèi), le tombe (le case dei morti). Ma non si deve dimenticare che la storia della ‘‘nazione” etrusca ha percorso sette secoli di storia, con tutti i mutamenti e le evoluzioni che un tempo tanto lungo impose.
 
 
Nell’età del Ferro le abitazioni erano costituite da grandi capanne a pianta circolare o ellittica, con strutture di pali in legno infissi direttamente nel terreno lungo il perimetro dell’edificio; questi sorreggevano una copertura in stoppie a doppio spiovente il cui trave centrale era sostenuto da un robusto montante posto al centro della capanna stessa. Le pareti erano di fango pressato con una struttura interna di canne intrecciate, mentre davanti all’unico ingresso stava una tettoia sorretta da due pali verticali che proteggeva un piccolo portico. All’interno c’era un unico ambiente che riceveva luce da due finestre ad abbaino aperte al culmine della copertura. L’esterno della costruzione era decorato dalla sagomatura a forma di testa di animale delle terminazioni dei travicelli sporgenti oltre il colmo del tetto e da ornamenti di bronzo appesi alla gronda che tintinnavano al vento. Successivamente, nella fase arcaica, le case assunsero la pianta rettangolare, spesso divisa in due o più ambienti, con pareti in muratura di mattoni crudi o in ‘‘pani” di fango seccati al sole, intonacate e innalzate su fondamenta di pietra. Il tetto mantenne la forma a doppio spiovente ma venne coperto con tegole in terracotta e decorato sul colmo da figure apotropaiche, di fiere fantastiche o di antenati divinizzati. La linea di gronda si coprì dal merletto delle antefisse (decorazione applicate alle tegole curve terminali di ogni filare) che dal semplice ‘‘diaframma” con una palmetta dipinta si mutarono presto in teste in rilievo, libere o circondate da un ‘‘nimbo” a conchiglia. La policromia di gialli, rossi neri, azzurri, verdi, dava a tutti gli edifici un aspetto sgargiante e festoso. Nel periodo ellenizzante apparve un tipo più complesso di abitazione, con ‘‘atrio tuscanico” (teorizzato anche da Vitruvio, il grande architetto di età augustea) attorno al quale si articolavano alcuni vani; si trattava di un ambiente assai semplice, con un tetto spiovente a quattro falde verso l’interno del cortiletto e sorretto da travi di legno incastrate nelle pareti senza appoggi a terra.
 
 
Le tombe sono una sorta di specchio dell’edilizia abitativa e i vasti complessi cimiteriali, con strade, marciapiedi, incroci, piazze e migliaia e migliaia di tombe, costituiscono delle vere e proprie città dei morti. Parallelamente alle abitazioni civili, le tombe conobbero una loro complessa articolazione e cronologia: così dalle semplici tombe villanoviane a pozzetto si passò presto a cassoni di lastre contenenti l’urna o l’orcio con corredo; contemporanee furono le tombe a fossa, dapprima semplici poi con rivestimenti interni o nicchie e vani laterali, nonché gli spazi lastricati e circoli di pietre per indicare l’area di rispetto. Da queste più primitive sepolture derivarono le tombe del tipo a tumulo e a camera sotterranea (alla quale si accedeva tramite un corridoio, dromos) destinate dapprima ai ceti gentilizi: lo spazio sepolcrale divenne più ampio sino a comprendere un gruppo di vani scavati nel tufo (secondo la consuetudine dell’Etruria meridionale) o costruiti con pietrame (secondo il costume delle zone settentrionali). Caratteristiche di questa fase sono le strutture (con copertura a falsa volta e a pseudocupola (cioè con filari di pietre progressivamente aggettanti) di influsso orientale. La somiglianza dell’interno delle tombe con quello delle abitazioni è evidente sia nella ripartizione dei vani e nei relativi accessi, sia nell’imitazione delle travature del tetto e dell’arredo. L’esterno era coperto da tumuli artificiali talvolta anche imponenti. I tipi costruttivi di tombe variarono localmente a seconda della geologia delle diverse parti dell’Etruria. Là dove il tufo formava un alto zoccolo con pareti scoscese le tombe erano interamente intagliate nella roccia viva per ricavarne veri e propri edifici a forma di dado decorati con modanature, false porte rastremate (cioè assottigliate verso l’alto) e addirittura interi porticati. Più tardi, le tombe rupestri riprodussero la facciata o buona parte della struttura di un tempio ellenizzante. Va inoltre ricordato che non mancano esempi di necropoli realizzate secondo una precisa pianificazione preordinata e con criteri  sostanzialmente urbanistici.
 
 
Il tempio è certamente uno dei monumenti più originali ed interessanti dell’architettura etrusca. Rispetto a quello greco, a cui è stato sempre attribuito primato quanto a bellezza ideale e armonia, il tempio etrusco presentava profonde differenze di forme, rapporti e spazi. Sua caratteristica peculiare e costante era quella di essere realizzato con strutture in legno, rivestite e colorate in vivacissime policromie, accostate ai mattoni e alle terrecotte decorative. Anche le proporzioni si discostavano da quelle greche: il tetto amplissimo e aggettante, sia sulla facciata e sul fronte posteriore, sia lungo i fianchi, schiacciavano l’edificio verso terra; le colonne del pronao, molto intervallate e disposte su più file, occupavano quasi la metà dell’alto podio in pietra, al quale si accedeva da una scalinata centrale. Si accentua così quella netta frontalità dell’edificio che era una delle grandi costanti dell’architettura etrusco-italica. La cella, che occupava la restante parte del podio, poteva essere divisa in tre vani oppure fiancheggiata su due lati da colonne. Il frontone lasciava solitamente vedere le strutture in legno del tetto e la testata della grande trave di colmo (columen). Anche l’orientamento dell’asse principale era diverso: est-ovest per il tempio greco, nord-sud per quello etrusco.
 
 
La scultura, come del resto tutta la produzione artistica degli etruschi, punta all’immediatezza e all’effetto, mentre è assente la ricerca formale e sono ignorati i canoni espressivi. Ne risulta una scultura meno raffinata di quella greca, ma più vivace, più spontanea, più popolare.
 
 
A muovere la scultura etrusca fu soprattutto la sfera del mondo sacrale e di quello funerario; mancò del tutto invece la produzione ‘‘profana”, come la cronaca o l’esaltazione di eventi storici (che tanto piacevano agli egizi e poi ai romani), le celebrazioni di benemerenze civiche o di doti atletiche (soggetti consueti dei greci), le scene di genere ecc. L’attenzione degli artisti si concentrò tutta nel soggetto (il defunto) e nel suo significato e vennero ignorati, perché non sentiti o non funzionali, i problemi estetici e quelli della finalità artistica. Gli scultori etruschi rimasero estranei al processo razionale attraverso il quale gli artisti greci, invece, arrivarono alla conquista della forma figurativa e alla teorizzazione dei canoni, un fatto dimostrato tra l’altro dallo scarso interesse per l’indagine anatomica e il nudo. La mancanza di vere e proprie concezioni di fondo impedirono in Etruria la nascita di una qualsiasi ‘‘scuola”. Si colgono tuttavia qua e là nella scultura etrusca le conquiste stilistiche conseguite dai greci: con una certa partecipazione nel periodo arcaico, male interpretate e banalizzate nel periodo classico, ridotte a esercitazioni di maniera nella fase ellenistica.
 
 
Più che scolpire, togliere, ‘‘tirar fuori”, gli artisti etruschi sembrano ‘‘modellare” come si fa con la creta, per cui, anche se nella loro produzione scultorea non sono assenti lavori in pietra, manca la vera e propria statuaria, la scultura per eccellenza. Fu ignorato il marmo – abbondante nei Monti Apuani ai margini dell’Etruria e rimasto inutilizzato fino all’età romana – mentre furono preferiti i tufi, le arenarie, gli alabastri: tutti materiali leggeri e modellabili, che nella resa consentivano effetti propri della lavorazione della creta. Questa mancanza di senso scultoreo, che impedì presso gli etruschi una vera e propria produzione di opere a tutto tondo, condizionò anche quella delle opere in rilievo che per concezione e per esecuzione sono più vicine alle caratteristiche proprie del disegno e della pittura che a quelle della scultura. In età arcaica il rilievo fu infatti concepito con un’esecuzione molto bassa e lineare ma molto descrittiva; in età ellenistica prevalsero le composizioni molto affollate e agitate che denunciano una derivazione da modelli pittorici del mondo greco. Gli effetti pittorici furono poi sempre completati e sottolineati dall’uso di dipingere interamente i rilievi con colori piuttosto vivaci.
 
 
Migliaia sono le statuette devozionali, raffiguranti fedeli e divinità, che si sono rinvenute nei depositi dei santuari e che assai raramente si elevano al di sopra di una produzione di serie; non possediamo invece più alcun esemplare delle statue di culto che gli scrittori romani ci assicurano numerose e tutte eseguite in terracotta. Alla plastica in terracotta è legato il nome di Vulca – l’unico artista etrusco ricordato nelle fonti – che, verso la fine del VI secolo a.C. raggiunse un prestigio così grande da essere chiamato a Roma da Tarquinio il Superbo per la decorazione fittile del tempio di Giove Capitolino. In Vulca si è voluto riconoscere l’anonimo ‘‘maestro dell’Apollo”, autore delle terrecotte acroteriali del tempio di Portonaccio, tra le quali è universalmente conosciuta quella detta Apollo di Veio, capolavoro non soltanto della scultura ma di tutta l’arte etrusca. Pur denunciando la sua derivazione da modelli greci, l’Apollo di Veio (conservato a Roma nel Museo di Villa Giulia) è un’opera originalissima che va oltre le morbidezze stilistiche della statuaria greca. Lo stile vigoroso, la figura incisiva ed elegante, una certa astrazione che si manifesta nel volto raffinato e ironico lo pongono al di fuori di ogni inquadramento schematico.
 
 
Proveniente dalla necropoli di Cerveteri, il sarcofago degli Sposi è scolpito a forma di lettino, sul quale una coppia di coniugi è raffigurata distesa, col busto semi eretto, in atto di partecipare ad un banchetto funebre.
Originariamente il sarcofago era rivestito da una vivace policromia, della quale restano oggi soltanto tenui tracce.
Con il braccio sinistro il marito cinge affettuosamente il collo della sposa, il cui sguardo è rivolto verso lo spettatore. I loro occhi hanno una forma allungata, lievemente rialzata ai lati, le labbra sono increspate in un lieve sorriso.
Ogni singolo dettaglio è modellato con un estremo realismo, dai particolari delle acconciature ai cuscini del letto. Qui posano i piedi, scalzi quelli maschili, calzati in affusolate scarpine quelli della compagna.
Le mani si armonizzano tra loro in un gioco di gesti avvolgenti, capaci di catturare lo sguardo dello spettatore, attratto dalla serenità di animo degli sposi.
Da questo sepolcro, destinato ad accogliere le ceneri dei due coniugi, traspaiono un senso di solennità e un’atmosfera di raffinata eleganza.
 
 
Gli etruschi ebbero nel mondo antico fama di bronzisti, non certo smentita dai numerosissimi ritrovamenti di bronzetti votivi dalla caratteristiche regionali piuttosto marcate (Fiesole, Volterra, Spina) che hanno la plasticità delle terrecotte perché modellati in creta e poi fusi nel bronzo attraverso il passaggio per la fase intermedia della cera. Fortunatamente ci sono giunti anche alcuni grandi bronzi come la Chimera di Arezzo, il cosiddetto Marte di Todi (proveniente da Tuder, che si trovava in territorio umbro, ma attribuibile a una bottega di Volsinii-Orvieto), il lampadario di Cortona, la stessa Lupa Capitolina (senza i gemelli). Sono tutte opere databili tra il V e il IV secolo a.C., il periodo in cui l’Etruria, rimasta estranea al processo creativo dell’arte classica greca, visse una crisi di profondo disorientamento artistico. Le novità stilistiche dei modelli greci furono accolte in queste opere in maniera superficiale o passiva e si giustapposero, senza amalgamarsi, all’istintiva fedeltà alle tradizioni del passato. Più tardi i grandi bronzi etruschi non furono diversi da quelli ellenistici che si limitarono a imitare senza nessun apporto originale, come nel caso del cosiddetto Arringatore (II-I secolo a.C.).
 
 
La statua di bronzo della chimera, scoperta nel XVI secolo, è una delle opere etrusche più belle e celebrate. La belva, con il corpo leonino, la testa di capra sul dorso e la coda di serpente, è rappresentata ferita dalla lotta contro l’eroe Bellerofonte, secondo l’antico mito. La chimera è in posizione di difesa, ma è pronta all’ultimo assalto con la testa sollevata fieramente verso l’alto, le fauci spalancate e la criniera irta. Sul corpo teso dell’animale affiorano sotto la pelle le costole e le vene turgide; la muscolatura è sapientemente modellata. Contrasta con la feroce aggressività del muso del leone il patetico abbandono della testa della capra, ormai reclinata e morente. La coda è un restauro errato: il serpente non mordeva il corno della capra ma si avventava minacciosamente contro l’avversario. La statua era un dono votivo come dimostra l’iscrizione dedicatoria incisa sulla zampa anteriore destra: tincsvil “al dio Tinia”. Quest’opera, di estrema raffinatezza, coniuga il realismo più aspro alla fantasia, in una ricerca di espressività tipica dell’arte etrusca.
 
 
La statua, detta l’”Arringatore”, è l’opera più importante della scultura etrusca di epoca tarda. Rappresenta, a grandezza naturale, un uomo maturo, vestito con la toga e con i calzari romani. L’uomo è ritratto nel momento in cui, apprestandosi a parlare in pubblico, alza la mano destra per chiedere il silenzio. Le pieghe della toga, sapientemente modellate in un moto ascensionale, indirizzano l’attenzione sul bel volto intenso. I corti capelli aderiscono alla testa, la fronte è solcata da rughe incavate, sottili incisioni segnano le estremità dei grandi occhi, in origine riempiti di pasta vitrea. Le labbra serrate donano al volto un’espressione sicura e decisa. Un’iscrizione etrusca incisa sul bordo della toga ci informa che il personaggio ritratto si chiamava Aule Meteli. Un etrusco dunque che veste alla maniera romana e si fa ritrarre in un atteggiamento tipicamente romano. Questa statua può essere considerata il simbolo della scomparsa della civiltà etrusca, inesorabilmente assorbita da quella romana.
 
 
Anche se non mancano indizi di una pittura destinata a decorare interni di edifici sacri e forse anche di abitazioni, la quasi totalità della pittura etrusca che conosciamo proviene dalle necropoli. Essa ha carattere essenzialmente funerario e più precisamente tombale sicché, come nel caso di ogni altra manifestazione del mondo figurativo etrusco, nemmeno per la pittura si può parlare di un’arte fine a se stessa.
 
 
Le più note tombe dipinte sono quelle della grande necropoli tarquinese di Monterozzi, ma altre sono state rinvenute a Chiusi, Veio, Cerveteri, Vulci, Orvieto. Le pitture tombali non sono semplici decorazioni destinate ad abbellire e a impreziosire l’ultima dimora del defunto, ma rispondono a un preciso significato o esigenza. Fin verso il V secolo a.C. le pitture degli ipogei sepolcrali avevano l’intento di ricreare l’ambiente in cui il defunto aveva vissuto, con rappresentazioni di momenti della vita reale nei suoi aspetti più significativi, più sereni e piacevoli e soprattutto più qualificanti. E poiché i committenti e i destinatari delle tombe appartenevano alla classe gentilizia, predominano nelle pitture scene di caccia, gare atletiche, giochi (tutte espressione di vitalità e di forza) e, soprattutto la rappresentazione del ‘‘simposio”, il banchetto, che evocava, e quindi fissava in perpetuo, il rango sociale del defunto. Infatti il simposio è sempre presente nel repertorio della pittura funeraria ed occupa nella maggior parte dei casi la parete più importante della tomba, che è quella di fondo. Gli stessi elementi secondari della tomba, che potrebbero sembrare semplicemente decorativi (fregi, cornici, zoccolature ecc.) intendono ‘‘ricostruire” l’ambiente domestico, e imitano elementi di tipo architettonico (travature, soffitti, fronti) per fare del sepolcro la ‘‘casa del morto”. Tra il V e il IV secolo a.C. si affievolì però la credenza nella sopravvivenza dell’entità vitale del morto nella tomba e si affermò quella della sua trasmigrazione in un ‘‘regno delle ombre”. Le pitture introdussero allora un elemento nuovo e originale, ossia la rappresentazione del destino dell’uomo al di là della sua esistenza terrena (al di là del ‘‘simposio”) con l’introduzione di elementi tenebrosi e fantastici (divinità infernali, demoni, eroi mitologici) che accompagnano i defunti, circondati da un alone nero, nel loro viaggio agli Inferi oppure al banchetto nell’Averno.
 
 
Nella piccola tomba di Tarquinia, formata da un’unica camera rettangolare, il fregio assume dimensioni monumentali e occupa quasi l’intera parete. Sul muro di fondo è rappresentata al centro la porta dell’Ade, decorata con borchie metalliche. Ai lati si dispongono simmetricamente due personaggi con una mano sollevata e l’altra posata sulla fronte nella tipica posizione del compianto funebre. Sulla parete contigua un uomo si volge verso la porta dell’Ade con le braccia alzate in segno di saluto. Ai suoi piedi un inserviente vestito di nero piange accoccolato per terra. Segue una figura con un bastone ricurvo in mano; è il giudice della gara che si svolge accanto: due atleti nudi si afferrano per i polsi nella presa iniziale della lotta. Tre lebèti, posti sul terreno sono il premio per il vincitore. L’autore degli affreschi dimostra notevoli capacità pittoriche nelle proporzioni grandiose dei suoi personaggi e nella luminosità diffusa che avvolge i corpi e i panneggi. Pur tuttavia l’uso di riempitivi, come la pianta fra le gambe di uno dei lottatori e l’adozione di artifici rappresentativi, come la doppia linea a indicare la muscolatura del braccio, denotano la convenzionalità di questa produzione artistica.
 
 
Le realizzazioni pittoriche sono legate a schemi che si generalizzano e a forme espressive che tendono a ripetersi nelle diverse tombe. Le raffigurazioni si dispongono in scene narrative continue che, con il loro accentuato orizzontalismo, tendono a dilatare gli spazi angusti delle camere sepolcrali. Nell’impianto compositivo prevale il gusto per le composizioni binarie in cui le figure simmetriche (per lo più figure umane) si oppongono l’una all’altra. L’ambientazione è solo allusiva e resa con pochi elementi rappresentativi, ma talvolta il pittore indugia su particolari descrittivi, anche di carattere naturalistico, resi con minuzia. Il rendimento delle immagini è basato sul disegno, completato dal colore anche sulla base di criteri convenzionali: durante il periodo arcaico le carni degli uomini sono rese col rosso bruno, con il bianco quelle delle donne; agli elementi di rappresentazione strutturale (mensole, travi, colonne, capitelli) viene dato il rosso scuro o il bruno. L’accoppiamento del disegno con il colore si realizza semplicemente con la coloritura uniforme delle superfici delimitate da una netta e pesante linea di contorno nera, più o meno continua, che disegna le figure. I colori sono piuttosto limitati nelle tonalità e nella gamma (all’inizio rosso, nero, bianco, poi anche giallo, verde e blu), ma in età ellenistica si stemperano nei toni delle mezze tinte diluite e sfumate fino a giungere al chiaroscuro e all’ombreggiatura.
 
 
Accanto a quella che viene chiamata ‘‘grande arte”, ossia l’architettura, la scultura e la pittura, le varie forme dell’artigianato artistico potrebbero essere definite ‘‘arti minori”, se non altro per le dimensioni. Ma è proprio tra di esse che è possibile trovare le manifestazioni più significative e originali di tutta l’arte etrusca.
 
 
Alla produzione delle terrecotte destinate ai rivestimenti, soprattutto degli edifici templari, va ricollegata quella della piccola plastica, sia in terracotta che in bronzo. Si tratta di una produzione che non va oltre il fine decorativo o devozionale, ma in essa appaiono più evidenti, rispetto alle opere maggiori, i caratteri di libertà e di vivacità propri dell’arte arcaica e che, specie nelle terrecotte, si mantennero vivi anche in epoche più tarde. I bronzi fusi, più raffinati e portati alla scrupolosità dei particolari, subirono invece maggiormente l’influenza greca classica e ellenistica. Oltre alle statuette, appartiene alla produzione in bronzo il vasto settore degli arredi (candelabri, tripodi, incensieri ecc.) per il quale erano famose nei secoli VI e V a.C. le botteghe di Vulci. Particolarmente importante fu anche la lavorazione del bronzo laminato, con figurazioni ottenute dapprima con la tecnica dello sbalzo (cioè con la martellata a freddo del metallo dal rovescio in modo da far risaltare il disegno in rilievo al diritto), e poi, sempre più spesso, con quella dell’incisione caratterizzata dalla pesante e larga linea di contorno che disegnava le figure. Quest’ultima tecnica venne impiegata specialmente per decorare la superficie di specchi, teche, cofanetti ecc. Non secondaria fu la produzione a intaglio degli avori e degli ossi, particolarmente fiorente e raffinata nel periodo orientalizzante e della quale i punici erano maestri.
 
 
La ceramica etrusca trovò il suo aspetto più originale e interessante nel bucchero che è considerato alla stregua di una ceramica ‘‘nazionale” dell’Etruria. Prodotto a partire dalla metà del VII secolo a.C., il bucchero imitava il vasellame metallico sia nelle forme e nelle decorazioni sia nel colore nero lucido delle superfici ottenuto attraverso uno speciale modo di cottura dei vasi. Famose erano le fabbriche di Cerveteri, Tarquinia e Vulci che producevano, nella fase più antica, il ‘‘bucchero sottile” in forme riprese dalla ceramica greca. Ma il bucchero assunse un certo margine di originalità a seconda delle tendenze locali o occasionali per prendere spesso forme anche bizzarre, elastiche o ridondanti. Ciò fu più evidente nei primi decenni del V secolo a.C., quando si arrivò alla produzione dei grandi vasi figurati e decorati a rilievo e dalle pareti assai spesse (‘‘bucchero pesante” di Chiusi). Quanto alle decorazioni, esse furono dapprima incise e graffite con semplici motivi ornamentali di tipo geometrico o in figura di animale, ma non mancano quelle applicate e quelle eseguite a stampo, fino ad arrivare alle scene figurate, a rilievo, degli esemplari più tardi. Completamente d’imitazione fu la ceramica dipinta, più o meno fedele a quella greca largamente diffusa in Etruria. Agli inizi dell’età ellenistica grande successo ebbero le singolari ceramiche di Volsinii, rivestite di vernice argentata.
 
 
All’oreficeria appartengono i prodotti forse più originali e riusciti dell’artigianato etrusco. Sia che si tratti di vasellame, di oggetti d’abbigliamento o di veri e propri gioielli, l’oreficeria etrusca, specialmente nel periodo che andò dal VII alla fine del VI secolo a.C. quando fiorirono le botteghe orafe di Vetulonia e di Vulci, ci dà la misura del gusto, della fantasia e delle capacità tecniche degli artigiani etruschi, oltre, naturalmente, della ricchezza e della prosperità economica dell’Etruria. Predomina il gusto orientale per l’ostentato splendore degli effetti e del sovraccarico; i motivi ornamentali sono quelli geometrici o tratti dalla stilizzazione di elementi antropomorfi, zoomorfi o fitomorfi (palmette, rosette ecc.) con l’impiego, ad altissimo livello, delle diverse tecniche di lavorazione che vanno dall’incisione allo sbalzo, dalla fusione alla filigrana, spesso combinate insieme. Dal Vicino Oriente venivano importati ‘‘gingilli” il pasta di vetro e in ceramica (gli athyrmata). Un ruolo particolare aveva la tecnica della granulazione, anch’essa di provenienza orientale, che consentiva raffinatissimi effetti decorativi. Anche nell’oreficeria gli etruschi tendevano quindi all’espressività.
 
 
L’Etruria meridionale e interna è caratterizzata da terreni vulcanici, con altipiani tufacei facili da difendere, su cui sorgevano grandi città cinte di mura come Veio, Cerveteri, Tarquinia o Orvieto. Nell’Etruria settentrionale le città, sempre fortificate, si distribuirono in modo più razionale, in genere su un agglomerato di collinette separate da depressioni, a controllare una via di comunicazione o di transumanza, il corso di un fiume, la conca di un lago, l’apertura di una valle che garantissero sia il rifornimento alimentare, sia l’esportazione delle eccedenze dei prodotti agricoli o artigianali. Le zone costiere erano invece tutte piuttosto malsane e insicure, fornite dei due soli porti naturali di Talamone e Populonia.
 
 
Il territorio meridionale dell’Etruria si estende in maniera abbastanza uniforme lungo il corso inferiore del Tevere, per una larghissima fascia fino all’altezza di Orvieto. È l’Alto Lazio, in cui si succedono paesaggi di basse colline tufacee che giungono a lambire il mare presso il massiccio dei Monti della Tolfa, dove il ‘‘paesaggio del tufo” cede a quello della Maremma. La zona vide fiorire tra il IX e l’VIII secolo a.C. importanti città come Veio, Caere, Tarquinia, Vulci, Tuscania, Volsinii e, nelle pianure variamente estese lungo la costa, Roselle, Talamone, Vetulonia e Populonia.
 
 
L’antica città di Veio (o Veii), sorgeva a soli 15 chilometri da Roma, su di un vasto promontorio tufaceo presso il corso del torrente Cremera. Nata probabilmente dalla fusione di più villaggi in epoca villanoviana (IX secolo. a.C.), Veio raggiunse il suo massimo splendore in età arcaica (VII secolo a.C.). Fu conquistata dai romani dopo un decennale assedio conclusosi nel 396 a.C.
Durante il periodo villanoviano Veio era, insieme a Tarquinia, il centro più importante dell’Etruria meridionale. Posta in posizione strategica sulla riva destra del Tevere controllava, specialmente dal VII secolo a.C. in poi, le rotte commerciali della bassa val Tiberina a cui giungevano i metalli del distretto minerario poco più settentrionale. In questo periodo la città occupava un’area quattro volte maggiore della Roma serviana. Difesa naturalmente, vi si accedeva soltanto da ovest dove l’altipiano tufaceo laziale si collegava al colle della città; questo passaggio fu poi forato con un lungo tunnel per farvi scorrere il torrente Cremera. Nel V-IV secolo a.C. le rupi naturali che circondavano l’altipiano furono sovrastate da mura possenti in pietra vulcanica. Oltre al complesso sacro presso il tempio del Portonaccio, tra le numerose tracce di insediamento risalenti al VI secolo sono tornate alle luce quelle dell’acropoli in località Piazza d’Armi dove le fonti letterarie collocano anche il tempio della dea protettrice della città, Giunone Regina. In più punti della città (Macchiagrande, Quarticcioli) sono state restituite parti di abitazioni che presentano una fondazione in blocchi di tufo squadrati e compressi a secco a formare gruppi di vani quadrati, talora con focolare. Mirabili le opere di ingegneria idraulica: tunnel, cunicoli e cisterne regolavano il flusso delle acque attorno alla collina dove sorgeva la città.
 
 
Il santuario di Portonaccio, che si trova fuori delle mura, fu probabilmente legato al culto delle acque sulfuree e ferruginose di cui era ricca la zona; il complesso comprendeva infatti anche una piscina e una serie di pozzi e pare fosse dedicato a Minerva Medica. All’interno dell’area sacra circondata da un muro sorgeva il tempio, costruito nel VI secolo a.C. secondo lo schema architettonico etrusco con tre celle ed ampio pronao a quattro colonne disposte su due file. Al tempio sono riferibili alcune statue di terracotta che dovevano originariamente sorgere sul culmine del tetto; per alcune di esse si è ipotizzato come autore Vulca, l’unico artista etrusco di cui si conosca il nome, chiamato anche a Roma dai Tarquini a decorare il tempio di Giove Capitolino. Nelle statue si riconoscono Apollo, Ercole con la cerva e Mercurio; sono inoltre presenti una figura femminile con un bambino in braccio (forse Latona con Apollo), una testa maschile e un torso maschile di color bruno-nero più ampie dimensioni (probabilmente Zeus). Del sacro edificio è oggi visibile solo parte del basamento in blocchi di tufo. Addossata al lato settentrionale del tempio c’è la grande piscina, della capienza di circa 180 metri cubi d’acqua, dove probabilmente si bagnavano i pellegrini. Era realizzata con blocchi di pietra e rivestita da uno strato di terra argillosa per impedire il deflusso.
 
 
La tomba Campana, scavata nella roccia e risalente alla fine del VII o al principio del VI secolo a.C., prende il nome dal marchese che la scoprì nel 1843 nella necropoli di Monte Michele. Un corridoio con due leoni di tufo (ora privi di testa) e con due camerette laterali immette in una prima camera con due banchine sui lati; una porta sulla parete di fondo dà accesso a una seconda cameretta interna. Su questa parete, tutt’intorno alla porte, vi era una decorazione a denti di lupo e, ai lati della porta, quattro panelli dipinti – due per lato – sormontati da tracce di fiori di loto. Il pannello superiore sinistro raffigura un cavallo con cavaliere ed un felino, quello inferiore tre quadrupedi di diverse proporzioni; il pannello inferiore destro riporta una sfinge, un felino rampante e un altro quadrupede. Il pannello superiore destro si distacca dagli altri per il suo valore narrativo: due uomini, di cui uno armato di bipenne, precedono a piedi un cavallo montato da un minuscolo cavaliere; sotto il cavallo un cane volge in alto il muso. Tutti gli animali sono dipinti in modo piuttosto irreale (manti gialli a punti rossi o rossi a punti gialli). Questa prima camera conteneva sul banco di destra un inumato con corazza ed elmo forato da un colpo di lancia; sul banco di sinistra un altro inumato, un calice a sostegni e grossi recipienti fittili. La camera più interna aveva dipinti sulla parete sei scudi su due file, che simulavano veri scudi in lamina di bronzo con decorazioni a sbalzo. Conteneva tre urnette cinerarie con coperchio a botte, una testina applicata a tutto tondo, un braciere a tre piedi in bronzo e delle ceramiche.
 
 
A poca distanza dalla costa, tra il lago di Bracciano e il mare, 45 chilometri a nord di Roma, sorgeva la potente città etrusca di Ceisra, chiamata Caere dai romani e Agylla dai greci. Il primo aggregato urbano risale all’epoca villanoviana (IX-VIII secolo. a.C.), mentre il periodo di maggiore splendore si colloca intorno al primo quarto del VII secolo. a.C. Nel 353 si scontrò con Roma e fu sconfitta, ma le fu concessa la cittadinanza.
 
L’antica Cerveteri si estendeva a poca distanza dal mare su un vasto altipiano tufaceo compreso tra la stretta valle del fosso del Manganello e quella del fosso della Mola; solo il versante nord-est non era ripido e per questo vi fu aperto un profondo fossato che consentiva una più facile difesa. Le mura furono probabilmente edificate in una fase avanzata ed è dubbio se cingessero tutto il centro o sole le zone dove l’altipiano non era sufficientemente ripido da costituire di per sé una difesa naturale. Della città etrusca è rimasto ben poco, anche se si conosce la presenza di un tempio di Era, di cui restano le terrecotte architettoniche e degli ex voto. All’esterno della città vi erano numerose necropoli (Sorbo, Monte Abatone, Banditaccia ecc.) talora realizzate con vie e piazze tracciate secondo un preciso programma urbanistico. Le tombe erano principalmente del tipo a camera, costruite o parzialmente scavate, coperte all’interno con la tecnica dell’aggetto e all’esterno dotate di tumulo contenuto da lastroni o da un alto tamburo. Nel V secolo. a.C. inizia il declino della sua potenza e alla metà del IV secolo. a.C. viene sottomessa da Roma. Ben poco rimane ormai dell’antica città etrusca, mentre meglio conservate sono le estese necropoli con vie e piazze tracciate secondo un preciso programma urbanistico.
 
 
La tomba Regolini-Galassi della necropoli di Sorbo deve il nome a coloro che la portarono alla luce nel 1836. Si tratta di un tumulo circondato da un alto tamburo il cui accesso dà in un corridoio o vestibolo per metà scavato nel tufo e per metà costruito con la tecnica dell’aggetto; ai due lati si aprono due piccole celle scavate quasi circolari. Un basso tramezzo divide il corridoio dalla camera interna che appare più stretta, anche se posta sullo stesso asse. Nel vestibolo fu trovato un guerriero inumato con un ricco corredo consistente in un letto di bronzo formato da una grata fissata su un telaio; un bruciaprofumi, anch’esso di bronzo, montato su quattro piccole ruote; scudi da parata in lamina di bronzo lavorata a sbalzo; vari calderoni; armi; ceramiche e buccheri, tra cui alcune statuette di donne piangenti. Nella cella, presso un inumato, furono rinvenuti moltissimi gioielli in oro, tra i quali una fibula di 30 centimetri con leoni e anatre, un pettorale ovale con figure reali e fantastiche, due bracciali a nastro in figura femminile, una collana di maglia con pendenti in ambra, anelli, catenelle ecc. Erano presenti in grande quantità anche oggetti d’argento e di bronzo; tra questi ultimi era un trono con poggiapiedi e calderoni con sbalzi. La celletta destra aveva un inumato, quella sinistra i resti di una biga di bronzo smontata.
 
 
La cosiddetta Tomba degli Scudi e delle Sedie, scavata interamente nel tufo, si trova nella necropoli della Banditaccia ed è datata alla metà del VI secolo a.C. Un corridoio, ai cui lati si aprono due vani con banchine, immette in un ampio vestibolo con tre retrostanti camere più piccole. Ai lati e sulla parete di fondo del vestibolo sono presenti letti intagliati nel tufo. Sulla parete di fondo, fra tre porte dagli stipiti a rilievo, stanno due troni con gli schienali semicircolari e poggiapiedi; su tutte le pareti appaiono scolpiti ampi scudi circolari che imitano quelli di bronzo da parata. Il vestibolo della tomba presenta una falsa travatura a rilievo nel soffitto e due finestrelle che si affacciano sulle cellette laterali. Tutto l’insieme ricalca, nella disposizione dei vani, la casa etrusca più comune nella zona.
 
 
Pyrgi (nei pressi dell’attuale castello di Santa Severa) fu, secondo le fonti antiche, la principale base navale di Caere, da cui distava circa 13 chilometri e alla quale era collegata da una grande strada. Il primo insediamento stabile del sito risale alla fine del VII secolo a.C., ma fu celebre dal V secolo per il suo santuario, uno dei più importanti del Mediterraneo. Dopo l’annessione del litorale ceretano a Roma vi fu fondata una colonia marittima intorno alla metà del III secolo. a.C. 
 
Legata alla politica di Caere, Pyrgi fiorì verso il 500 a.C. quando fu edificato, il tempio dedicato alla dea etrusca Uni, che i greci conoscevano come Leucotea o Ilizia e i fenici come Astarte. L’abitato etrusco, oggi in parte sommerso, si estendeva in origine su di un’area di circa 10 ettari e aveva strade che si incrociavano ad angolo retto e case costruite in mattoni crudi coperte da tegole. L’area sacra sorgeva ai margini dell’abitato, presso la strada principale. Era costituita da un tempio a una sola cella (il cosiddetto Tempio B), colonnato in stile greco e decorazione fittile, e da un tempio più grande (il Tempio A di Uni-Astarte). Questo tempio, databile al 470 a.C. è del tipo a tre celle con ampio pronao. Attualmente rimangono solo le fondazioni in tufo ma in origine l’alzato era decorato sia sulla fronte sia sul retro da lastre fittili con altorilievi policromi. Particolarmente ammirato sembra essere stato il pannello che decorava la testata della trave maestra del tetto, all’interno dello spazio frontale posteriore, che raffigurava la scena dei ‘‘Sette contro Tebe”. Il santuario di Pyrgi venne occupato e depredato nel 384 a.C. da Dionisio di Siracusa.
 
 
Nel 1964 furono rinvenute nell’area sacra di Pyrgi  tre lamine auree di forma rettangolare accuratamente piegate e riposte in un luogo sicuro. In origine erano probabilmente inchiodate agli stipiti o ai battenti del cosiddetto Tempio A. Due di esse recano un’iscrizione in etrusco (16 righe) e una in lingua fenicia (11 righe). Si tratta della dedica del tempio alla dea Uni (corrispondente all’Astarte fenicia) da parte del signore di Caere. Il momento storico è probabilmente quello dell’alleanza tra Caere e Cartagine dopo la battaglia di  Alalia. L’iscrizione sembra così traducibile:
‘‘Alla signora Uni questo è il luogo sacro che ha fatto e che ha dedicato Thefarie Velianas, re di Caere, nel mese di z-b-h sh-m-sh (nome di mese di cui non è possibile dare traduzione, così come dell’altro citato più avanti) del sacrificio del sole, come dono al tempio. E l’ho costruito perché Uni ha richiesto ciò a me, nell’anno terzo del mio regno, nel mese di k-r-r, nel giorno del seppellimento della divinità. E gli anni della statua della dea nel suo tempio (siano) tanti come queste stelle”.
 
 
L’insediamento etrusco Suana, l’odierna Sovana, sorgeva sulla riva sinistra del fiume Fiora nell’entroterra della bassa Maremma. Tra il VII e il VI secolo. a.C. la città doveva far parte del territorio di Vulci, ma sul finire del VI secolo. a.C. i suoi interessi probabilmente si spostarono verso l’area romana.
 
Sovana era situata su un altipiano tufaceo scosceso su tre versanti, mentre sul lato meno protetto possedeva fortificazioni costituite da mura di grossi blocchi di tufo. La città subì un periodo di abbandono tra il V e la prima metà del IV secolo a.C., poi ebbe una ripresa attestata dallo sviluppo delle necropoli rupestri che sorgono tutt’intorno alla città. Le tombe sono caratterizzate da un vestibolo ampio e aperto, sul fondo del quale una porta profilata da cornici conduce a una camera e a più ambienti dal soffitto a cassettoni. Alla prima metà del III secolo a.C. risalgono le tombe ‘‘a dado”, costituite da un edificio cubico intagliato nel bancone roccioso di tufo con porta architravata anteriore. Quando l’edificio è distaccato dalla collina per soli tre lati, la tomba è detta ‘‘a facciata”. In certi casi la porta è falsa e la vera camera funeraria è sottostante, accessibile da un lungo corridoio in discesa. Più tardi appaiono anche tomba a edicola frontonata sia con timpano vuoto sia con ricche decorazioni.
 
 
La Tomba Ildebranda, che deve il suo nome a Ildebrando di Sovana – pontefice col nome di Gregorio VII – che la tradizione riteneva qui sepolto, è databile intorno alla metà del II secolo. a.C. Scavata interamente nel tufo della collina a cui è addossata la tomba, visibile esternamente su tre lati, era simile a un tempio dal tetto piatto, con sei colonne sulla fronte e tre ai lati. Oggi parzialmente distrutta, doveva avere in origine una ricca decorazione plastica e una vivace policromia. La trabeazione aveva due fregi di diversa altezza decorati da figure di grifi e fogliame; le colonne scanalate erano sormontate da capitelli a volute decorati da figure maschili e femminili. Tutto il monumento era ricoperto di stucco bianco-giallastro su cui spiccavano con grande evidenza gli elementi colorati. Dietro il pronao vi era una falsa cella a pianta quadrata. La camera funeraria era sotterranea e vi si accedeva tramite un corridoio in discesa.
 
 
Sulla riva destra del torrente Fiora ormai quasi prossimo alla foce, Volci (ossia Vulci) fu una delle più grandi città dell’Etruria meridionale, che estendeva la sua influenza su un vasto territorio delimitato a sud dal fiume Arrone e a nord dai monti dell’Uccellina. Nel III secolo a.C. si oppose a Roma e, anche se sconfitta, mantenne un certo livello di autonomia.
 
Il periodo di maggiore potenza della città si colloca tra il VI e la prima metà del V secolo. a.C. ed è testimoniato dagli sterminati sepolcreti e dai ricchi corredi funerari. Ad un periodo di crisi economica e produttiva seguì nel IV secolo a.C. una brillante ripresa. La fondazione da parte dei Romani della colonia di Cosa (273 a.C.) e la successiva guerra annibalica furono la causa tra il III e il II secolo a.C. della progressiva decadenza della città. Vulci fu un importante centro per la lavorazione e la diffusione di oggetti in bronzo e vi furono inoltre scuole locali di ceramisti che imitavano vasi corinzi, ionici ed attici e producevano vasi etruschi a figure rosse. Pochi resti dell’abitato sono ancora visibili: tratti delle mura, tracce di due porte, qualche edificio di età romana. Dalla cosiddetta Tomba François provengono le celebri pitture del IV secolo a.C. con scene della conquista etrusca di Roma. Degno di nota è anche il grande tumulo funerario della Cuccumella, con ambienti e corridoi sotterranei molto complessi.
 
 
Tarquinia (Tarchuna, in latino Tarquinii), una delle maggiori città del mondo etrusco, sporge a circa 100 chilometri da Roma, sul litorale tirrenico. Di antichissime origini, la leggenda ne attribuiva la fondazione a Tarconte, fratello di quel Tirreno che avrebbe condotto in Italia gli etruschi dalla Lidia. Raggiunse il massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C.: fu allora infatti che un suo cittadino, Tarquinio Prisco, divenne il quinto re di Roma.
 
L’abitato antico era posto sul Colle della Civita, dove sono stati scoperti i resti delle mura e un grande tempio detto Ara della Regina. Tutto intorno si estendeva la vasta necropoli dei Monterozzi ove sono state individuate più di 150 tombe ipogee dipinte, del periodo compreso tra il VI e il II-I secolo a.C. Tra le più importanti e suggestive sono: la Tomba del Guerriero (metà del V secolo a.C.), decorazioni di cerimonie funebri; Tomba del Cacciatore (fine del VI-inizi del V secolo a.C.), scene di caccia; Tomba delle Leonesse (circa 530 a.C.), scene di danza, suonatori e figure di animali; Tomba del Giocolieri (fine del VI secolo a.C.), danze e giochi funebri, equilibristi, danzatori; Tomba dei Festoni (prima metà del III secolo a.C.), fregio con scudi e festoni, demoni, imitazione della travature del tetto; Tomba dei Leopardi (prima metà del V secolo a.C.), banchetto funebre, suonatori; Tomba Cardarelli (fine del VI secolo a.C.), suonatori, danzatori, atleti; Tomba degli Scudi (IV secolo a.C.) personaggi della famiglia Velcha, scudi; ecc. Nel IV secolo a.C. la città fu sottomessa da Roma, ma riuscì ancora a mantenere per qualche tempo una sua parziale autonomia.
 
 
L’Ara della Regina è il monumento più interessante e più studiato di Tarquinia. Fu rinvenuto a sud dell’abitato ed è databile circa alla seconda metà del IV secolo a.C. Non si conosce il nome della divinità a cui era dedicata, e gli scarsi resti non consentono di ricostruirne con certezza l’aspetto originario. L’ara si innalza su un basamento di grandi dimensioni (77,15x35,55 m) ed era articolata su due livelli: una prima terrazza, dove si svolgevano sacrifici e cerimonie, era situata davanti al tempio; la seconda terrazza, collegata alla prima tramite un piano inclinato e due scale laterali, sosteneva l’edificio templare. Il tempio (39,35x25,35 m) aveva una pianta con cella unica e un pronao con due colonne davanti alla cella stessa. Molte furono le terrecotte architettoniche rinvenute durante gli scavi, tra le quali il superbo gruppo dei cavalli alati, ad altorilievo, che ornava il frontone del tempio, uno dei capolavori della scultura etrusca. Davanti all’intero complesso sacro si apriva una piazza  con fontana circolare (I secolo a.C.).
 
 
Roselle o Rousellae, una delle città della Dodecapoli etrusca, sorgeva su due alture prospicienti la pianura grossetana, occupata anticamente dalla laguna navigabile del Prilio che si estendeva fino a Vetulonia. Era quindi posta a guardia della foce dell’Ombrone, uno dei pochi fiumi che consentissero l’accesso all’Etruria interna. Il periodo del suo massimo splendore si colloca tra il VI e il V secolo a.C., parallelamente al declino della vicina Vetulonia.
 
Roselle è posta su un colle che si separa al centro formando una sella. La sua posizione le consentiva l’accesso al mare grazie alla laguna del Prilio, mentre l’Ombrone rendeva possibili le comunicazioni con le città della Val d’Orcia (Chiusi) e quindi con l’Etruria interna. Di particolare interesse è la cinta muraria del VI secolo a.C. costruita con grossi massi di pietra locale e il cui perimetro è quasi completamente integro, talvolta conservato fino a 5 metri di altezza. Ha conosciuto due fasi principali: la prima, costituita da grandi blocchi in opera poligonale è databile alla metà del VI secolo a.C.; la seconda, consistente in un rifacimento a piccoli blocchi quasi parallelepipedi, risale al IV secolo a.C. In questa cinta si aprivano sette porte, sei delle quali erano costruite in modo che, entrando, gli attaccanti erano obbligati a scoprire ai difensori il lato non protetto dallo scudo; la settima porta, quella Nord, era del raro tipo a camera interna. Nell’area archeologica sorge un quartiere abitativo di età ellenistica, ma sono visibili anche resti di edifici in mattoni crudi del VI e VI secolo a.C. Dall’inizio del III secolo a.C. Roselle fu sottomessa a Roma e dall’89 a.C. fu municipio. In età augustea la colonia romana abbandonò la collina meridionale per occupare quella settentrionale e la valletta interna dove rimangono i resti dell’anfiteatro e dell’Augusteo, grande sala rettangolare absidata.
 
 
Dopo molte incertezze, l’area dell’etrusca Vetluna, ossia Vetulonia, venne identificata nel secolo scorso in località Poggio Colonna, presso Castiglio della Pescaia, nel Grossetano. Il primo insediamento risale all’epoca villanoviana (IX-VIII secolo a.C.), mentre il periodo di massimo sviluppo politico ed economico si colloca tra il VII e il principio del VI secolo. a.C. In seguito la città subì una rapida e totale decadenza.
 
Il benessere raggiunto da Vetulonia nel VII secolo a.C. è certamente legato allo sfruttamento dei giacimenti metalliferi (piombo, rame e argento) della non lontana Massa Marittima. Fiorente fu infatti la lavorazione del bronzo da parte di artigiani locali. Della città resta pochissimo; l’acropoli, inglobata nel castello medievale, aveva una propria cinta di mura databile al VI secolo a.C. L’estesa necropoli presenta tombe a incinerazione e a inumazione, riunite in ‘‘circoli continui”, veri e propri tumuli di 20-30 metri di diametro, in terra battuta, delimitati da lastre di pietra poste verticalmente. I corredi mostrano grande ricchezza. Compaiono anche sepolcri monumentali con dromos e camera sepolcrale coperta con finta volta a tholos e pilastro centrale. Tra i più rappresentativi, lungo la via dei Sepolcri, è il Tumulo della Pietrera (VII secolo a.C.) dove furono rinvenuti i primi esempi di statue etrusche in pietra lavorate a tutto tondo.
 
 
Strabone, storico e geografo greco vissuto tra il 63 a.C. e il 20 d.C. riferisce nella sua Geografia: ‘‘Populonia è situata su un alto promontorio che s’innalza bruscamente sul mare formando una penisola...Adesso, anche se la città è abbandonata, con l’eccezione dei templi e di poche case, la città portuale, che ha un piccolo porto con due moli, ai piedi della montagna, è più popolata. Secondo me questa è l’unica città dei Tirreni che sia situata sul mare stesso”.
 
L’importante centro di Populonia sorgeva su un’altura dominante la baia di Baratti, di fronte all’isola d’Elba. Fondata forse dai còrsi o forse dagli etruschi di Volterra, Populonia (Pupluna per gli etruschi) fiorì grazie all’industria siderurgica, basata sulle ricche miniere di ferro dell’isola d’Elba, ininterrotta fino in epoca imperiale. La più antica fase villanoviana è testimoniata dalle necropoli a incinerazione di San Cerbone e di Piano e Poggio delle Granate, presso il golfo di Baratti. A partire dalla fine del VII secolo a.C., insieme con l’introduzione del rito funerario dell’inumazione si realizzarono tombe a fossa che nel VI secolo a.C. si erano già trasformate in tomba a camera quadrata entro tumuli monumentali con tamburo. Durante il VI secolo a.C. nell’abitato vennero costruite le mura dell’acropoli e nelle necropoli si innalzarono tombe ‘‘a edicola”, una sorta di tempietto contenente una semplice camera sepolcrale. La floridezza della città nel V secolo è testimoniata dall’emissione di un’eccezionale serie di monete d’argento con figura di Gorgone. Nel periodo successivo fu realizzata una più ampia cerchia di mura, mentre gli scarti dell’attività siderurgica sommersero le necropoli più antiche e le aree cimiteriali si spostarono sulle pendici del colle. Non sappiamo in seguito a quali avvenimenti Populonia sia entrata nell’orbita romana, ma nel 205 a.C. approvvigionava di ferro la missione africana condotta da Scipione contro Cartagine.
 
 
I forni utilizzati per estrarre dai minerali il metallo parzialmente raffinato erano posti solitamente presso le miniere stesse o nelle loro vicinanze. Molti di essi avevano forma cilindrica o tronco-conica ed erano rivestiti all’interno con materiali refrattari. Da un’imboccatura posta sulla sommità veniva immesso il minerale grezzo, alternato a strati di carbone. Acceso il fuoco nella camera inferiore, il calore si propagava verso l’alto attraverso un piano orizzontale munito di una serie di fori. Il minerale fuso si raccoglieva quindi nella camera inferiore dove, praticando un’apertura ad altezza opportuna, veniva depurato dalle scorie di fusione. Per recuperare il prodotto divenuto solido era necessario smantellare il forno. Successivamente si sottoponeva il metallo ad ulteriori processi di raffinazione. Tra i forni meglio conservati quello del Poggio della Porcareccia e quelli di Val Fucinaia presso la miniera del Temperino.
 
 
Sull’alto colle di Talamonaccio, in posizione dominante il mare e le colline dell’interno, sorgeva l’antico centro etrusco di Tlamu, probabilmente dipendente da Vulci. Il suo porto ebbe una notevole importanza come scalo commerciale tra le città settentrionali e quelle meridionali dell’Etruria costiera.
 
Dell’abitato etrusco sull’altura di non sono rimaste tracce per quanto riguarda i secoli VII e VI a.C. mentre erano tornati alla luce molti resti di età ellenistica, tra cui un tempio, quando alla fine dell’Ottocento la collina fu sbancata per la costruzione di un fortilizio militare. Queste strutture non vennero rilevate e le fondazioni di vari edifici (compresa la cinta muraria formata da una doppia cortina di massi) venero smantellate. Solo nel 1962 scavi regolari hanno restituito testimonianze di varie epoche che hanno consentito di ricostruire la disposizione del tempio. Il centro era connesso con il porto sottostante che sfruttava il golfo naturale dove sorge l’odierna città di Talamone. Le necropoli relative all’abitato ellenistico, che sorgono nella piana di Camporegio, hanno restituito vari materiali bronzei, tra cui specchi con scene mitologiche e bruciaprofumi con figure plastiche. Nel III secolo, a seguito dell’espansione romana verso nord, Talamone entrò nell’orbita di Roma, ma decadde insieme a Vulci quando nel 273 a.C. fu fondata a soli 20 chilometri la colonia romana di Cosa.
 
 
Databile alla seconda metà del IV secolo a.C., il Tempio di Talamone si elevava su un basamento in blocchi di tufo alto circa 2 metri. Aveva probabilmente un’unica cella e due ali laterali. Il pronao, forse in origine a due sole colonne, era chiuso ai lati dai prolungamenti delle pareti esterne. Intorno al 150 a.C. subì una radicale trasformazione che interessò soprattutto il prospetto anteriore. L’architrave fu rivestito da lastre con palmette e spirali ‘‘a S” sormontate da baccellature; sugli angoli del tetto vennero posti degli acroteri in forma di cavallo marino, mentre il grande acroterio centrale era costituito da una palmetta traforata. Il frontone fu chiuso da un altorilievo in terracotta raffigurante i due figli di Edipo, Eteocle e Polinice, che si affrontano sotto le mura di Tebe in uno scontro mortale: al centro sta Edipo in ginocchio, sorretto da un aiutante, mentre la sua sposa e madre Giocasta si volge verso Eteocle morente; dall’altro lato Polinice è caduto esanime tra le braccia di un aiutante. Attorno a questa tragedia familiare si svolge la battaglia descritta nel mito dei ‘‘Sette a Tebe”. Per le sue dimensioni, questa movimentata composizione fu tagliata in più pezzi per permetterne la cottura. Il tempio fu distrutto da un incendio intorno al 100 a.C.
 
 
Orvieto occupa l’area dell’antico abitato etrusco di Velzena che i latini chiamarono Volsinii. La città è posto su un altopiano di tufo rosso alto 40 metri e dominante la media Val Tiberina nei pressi della confluenza tra Paglia e Tevere. L’antica navigabilità di questi due fiumi facilitò i contatti con l’area chiusina, falisca e vulcente.
 
Frequentato già in epoca villanoviana, raggiunse il suo massimo splendore tra il VI e il V secolo a.C. L’abitato, occupato oggi dalla città medioevale e moderna, ebbe vari edifici sacri tra cui il tempio detto del Belvedere, dedicato forse a Tinia (=Zeus, Giove). Era posto su di un podio modanato, in parete costruito e in parte ricavato nel masso e vi si accedeva con una gradinata; il pronao doveva avere due file di quattro colonne. L’edificio, in mattoni crudi intonacati e decorati con policromie, aveva la copertura di tegole molto inclinata e arricchita da numerose terrecotte decorative. Tra le necropoli rivestono un particolare interesse quella del Crocefisso del Tufo che presenta un impianto regolare di tipo urbano e quella della Cannicella, dove le sepolture si adattano, spesso sovrapponendosi, alla morfologia del terreno. Nel territorio circostante furono rinvenute alcune tombe dipinte e resti di importanti edifici sacri. Nel corso del III secolo a.C. Orvieto venne progressivamente abbandonata.
 
 
Individuata in parte fin dal 1830, la necropoli del Crocefisso del Tufo è concepita secondo un impianto di tipo urbano a scacchiera. I sepolcri sono infatti disposti in isolati di forma quadrata o rettangolare, delimitati da strade che si incrociano ad angolo retto. Le singole tombe a camera, tra loro uguali, sono costruite con blocchi di tufo squadrati messi in opera a secco. La facciata è decorata da frontoni architettonici e sull’architrave si legge spesso il nome del defunto. All’interno vi è la cella funeraria rettangolare, lunga circa tre metri, con banchine per la deposizione sulle pareti. La copertura è costituita da una falsa cupola; talvolta è presente un vestibolo. Al di sopra delle tombe, coperte da terreno livellato orizzontalmente, sono posti dei cippi funerari di forma sferica, a cipolla o cilindrica. I materiali provenienti dalle tombe (oggetti d’oro lavorati a filigrana e a sbalzo, ceramiche d’importazione attica e di produzione locale) testimoniano una discreta ricchezza.
 
 
L’Etruria interna corrisponde all’attuale Toscana e al territorio perugino dell’Umbria. Il paesaggio è in larga misura collinare, ma la natura geologica e la morfologia delle colline sono assai varie. I massicci montani determinano variazioni climatiche abbastanza notevoli e le comunicazioni si sviluppano quasi esclusivamente lungo le vallate fluviali interne. Terra della vite e dell’olivo che favorì nel VI secolo a.C. la potenza di città come Perugia, Arezzo, Cortona, Chiusi, Fiesole, Volterra.
 
 
La fondazione di Perugia è attribuita a Aules, mitico eroe etrusco, padre e fratello di Ocno che a sua volta fondò, secondo Virgilio, Mantova e Felsina. Il nome etrusco della città non è documentato, a differenza di quello latino: Augusta Perusia. Posta all’incrocio di importanti vie di comunicazione verso il Lazio, l’Etruria settentrionale e il versante adriatico, fu potente anche grazie alla sua posizione. Livio la ricorda come una delle città che costituirono la Dodecapoli.
 
I rilevamenti archeologici relativi al periodo anteriore alla fine del V secolo a.C. sono piuttosto scarsi. L’importanza di Perugia è invece documentata nel IV e III secolo a.C. dalle necropoli e dalla imponente cinta muraria. Quest’ultima, in blocchi regolari di travertino posti in opera a secco, era lunga circa tre chilometri e interrotta da cinque porte; due di esse, Porta Marzia e l’Arco Etrusco (o di Augusto), sormontato da un architrave con scudi rotondi, sono ancora ben conservate. Dell’assetto urbano della città etrusca rimangono solo resti di pavimentazione stradale e terrecotte architettoniche. Perugia fu infatti distrutta e incendiata da Ottaviano nel 42 a.C. e successivamente ricostruita ex novo dai romani. La documentazione più probante ci è offerta dalle necropoli sviluppatesi fuori dalla cinta muraria. Sono prevalentemente costituite da tombe a fossa e a camera con presenza sia del rito inumatorio che incineratorio. La necropoli più antica è quella del Palazzone; di poco più recenti quelle di Castel San Mariano e di San Valentino di Marsciano da cui i noti carri bronzei sbalzati. Di età ellenistica è il nucleo costituito da ben 38 tombe a camera esplorate dopo la scoperta dell’ipogeo dei Volumni al Palazzone riproducente lo schema dell’impianto di una casa.
 
 
La sua costruzione risale al II secolo a.C. e subì nel tempo vari rimaneggiamenti sino al 1500, quando Antonio da Sangallo ne inserì il prospetto superiore nella Rocca Paolina. Caratteristico è il falso loggiato, con quattro pilastrini scanalati coronati da capitelli ionici, chiuso sulla fronte da una bassa transenna dalla quale si affacciano tre figure maschili (Giove e i Dioscuri) e due protomi equine. Due grossi pilastri inquadravano l’arco e la sovrastante struttura.
 
 
L’ipogeo dei Volumni, a cinque chilometri da Perugia, fu rinvenuto casualmente nel 1840. È una tomba di famiglia interamente scavata nel tufo, databile tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. Vi si accede da una ripida scalinata di 29 gradini che conduce alla porta con architrave e stipi; su quello a destra, un’iscrizione ricorda come “Arunte Larte Volumnio di Arunia pose, dedicò per la salute gli annuali sacrifici”. Dalla porta si accede a un atrio rettangolare con copertura, alta quattro metri, a doppio spiovente in falsi travi e travicelli; nello spazio frontale sulla parete di fondo vi sono due teste applicate ai lati di un grande scudo con emblema di significato solare. Su ogni parete laterale, tra delle banchine, si aprono tre stanzette (cubicola) con altri piccoli ambienti secondari. Il largo portale sulla parete di fondo immette nel tablino, ai cui lati erano due serpenti fittili e sulla volta una Gorgone; qui sono disposte sei urne in travertino degli agiati componenti della famiglia dei Volumni. Quella del capostipite (Arnth Velimnes Aules), insigne magistrato perugino e fondatore del sepolcro, è un vero e proprio monumento sepolcrale: il defunto è rappresentato sdraiato su un triclinio, mentre due figure femminili di demoni alati sono poste a guardia di una porta (indicante forse l’ingresso dell’Ade) dipinta sulla cassa del monumento.
 
 
Situata all’incrocio di quattro vallate, la Val di Chiana, la Val Tiberina, il Casentino e la media valle dell’Arno, Arezzo, citata nelle fonti antiche col nome latino di Arretium, fu una delle più importanti città dell’Etruria settentrionale. Abitata già nel VI secolo a.C., ha avuto un’ininterrotta continuità di vita fino ai nostri giorni.
 
Si suppone che il luogo in cui sorge Arezzo fosse già abitato alla fine del VI secolo a.C. D’altronde esso si trovava sugli itinerari naturali battuti dal movimento di colonizzazione partito dal distretto di Chiusi e volto verso la pianura e padana. Ben poco resta oggi a testimoniare la città etrusca: qualche tratto della cinta muraria in pietra e mattoni, un gruppo di terrecotte architettoniche riferibili ad edifici templari del V secolo a.C. e frammenti di sculture di stile ellenistico probabilmente appartenenti al frontone di un tempio. I tratti della cinta muraria più antica, databile al V secolo a.C., sono costituiti da grandi blocchi di pietra che, insieme a quella più recente del IV-III secolo a.C. in mattoni, segue l’andamento della collina. La necropoli più antica, scavata nel XIX secolo, era ubicata in località di Poggio del Sole; essa comprende tombe a cassa e a fossa che vanno dalla seconda metà del VI al II secolo a.C. Sembra che Arezzo, oltre a essere un importante centro agricolo, sia stato uno dei principali centri industriali dell’Etruria per la lavorazione dei metalli; dalle sue officine uscivano elmi, scudi, armi da getto e strumenti da lavoro, ma anche bronzetti votivi (bovini, ovini, offerenti maschili e femminili, divinità) e statue. Di fattura aretina è la celebre Chimera in bronzo databile ai primi anni del IV secolo a.C.
 
 
La statua di bronzo della chimera, scoperta nel XVI secolo, è una delle opere etrusche più belle e celebrate. La belva, con il corpo leonino, la testa di capra sul dorso e la coda di serpente, è rappresentata ferita dalla lotta contro l’eroe Bellerofonte, secondo l’antico mito. La chimera è in posizione di difesa, ma è pronta all’ultimo assalto con la testa sollevata fieramente verso l’alto, le fauci spalancate e la criniera irta. Sul corpo teso dell’animale affiorano sotto la pelle le costole e le vene turgide; la muscolatura è sapientemente modellata. Contrasta con la feroce aggressività del muso del leone il patetico abbandono della testa della capra, ormai reclinata e morente. La coda è un restauro errato: il serpente non mordeva il corno della capra ma si avventava minacciosamente contro l’avversario. La statua era un dono votivo come dimostra l’iscrizione dedicatoria incisa sulla zampa anteriore destra: tincsvil “al dio Tinia”. Quest’opera, di estrema raffinatezza, coniuga il realismo più aspro alla fantasia, in una ricerca di espressività tipica dell’arte etrusca.
 
 
Le origini dell’etrusca Curtum, al di là del rapporto toponomastico con la greca Crotone, sono fatte risalire da Virgilio a Corythus, padre di Dardano l’edificatore di Troia. L’odierna città occupa lo stesso luogo dell’antica, una collina isolata che domina la Val di Chiana.
 
Dell’antica Curtum rimangono alcuni tratti della cinta muraria, probabilmente risalente all’età ellenistica, che aveva uno sviluppo perimetrale di oltre 2 chilometri; era realizzata in blocchi parallelepipedi rozzamente squadrati di arenaria calcarea, posti in opera a secco nel V secolo a.C. L’acropoli è stata identificata nell’area del Girifalco, alla sommità dell’altura lungo le cui pendici la città si estendeva per 40 ettari. Nelle necropoli poste ai piedi della collina (Camucia, Sodo) si conservano isolati sepolcri a tumulo chiamati in gergo popolare “meloni”. Si tratta di tombe gentilizie a più camere, con tamburo cilindrico, delle dimensioni anche di 60 metri di diametro. Nel 1726 a Cortona venne fondata l’Accademia Etrusca, il più importante centro di ricerche erudite settecentesche sull’Etruria antica. Nel museo dell’Accademia è conservato lo splendido candelabro bronzeo con ricchissima decorazione figurata che attesta una fiorente attività artistica locale nella lavorazione del bronzo attorno alla metà del V secolo a.C.
 
 
A differenza di molti altri centri etruschi, l’abitato di Marzabotto sorse su una piana priva di particolari difese naturali, nella media valle del fiume Reno, a circa 20 chilometri da Bologna. La zona si trovava lungo la via di collegamento che, attraversando l’Appennino, univa l’Etruria settentrionale alla Padania.
 
Nel corso del VI secolo a.C. si formò sulla spianata detta di Pian di Misano un nucleo organizzato (Marzabotto I) con capanne in materiale deperibile collocate senza ordine preciso nell’area sud orientale. L’abitato comprendeva anche una fonderia e una fornace per la produzione di ceramica. Tra il VI e il V secolo a.C., in seguito al movimento di colonizzazione verso nord intrapreso dalle città etrusche – in particolare da Chiusi – l’abitato di Marzabotto fu spostato nella zona nord occidentale del pianoro e organizzato secondo un piano urbanistico preventivo con impianto a scacchiera. L’acropoli si trovava nell’angolo nord-ovest del sito (Misanello) ed era occupata da diversi edifici sacri, da una vasca rituale e da un altare quadrato al cui centro si apriva un pozzo, profondo circa sei metri, indice forse del culto di divinità infere A questo complesso doveva essere connesso un deposito votivo rinvenuto più a valle nel terzo decennio del XIX secolo che rappresenta il più cospicuo nucleo di ex voto (bronzetti di offerenti e parti bronzee del corpo umano) dell’area padana. Le necropoli tornate alla luce a nord e ad est dell’abitato comprendevano tombe individuali sia a incinerazione che a inumazione; i sepolcri erano costituiti da cassoni di lastre, da pozzetti e da fosse. Nella parte iniziale del IV secolo a.C., contemporaneamente alla massima spinta da nord dei popoli celtici già presenti nell’area cisalpina, Marzabotto decadde finché la città venne abbandonata nella seconda metà del III secolo a.C.
 
 
La Marzabotto del VI secolo a.C. rappresenta un documento di eccezionale importanza per la storia dell’urbanistica antica. La città mostra un impianto ortogonale che risulta antecedente agli esempi greci e anche alla formulazione teorica che di essi fece Ippodamo di Mileto nel V secolo a.C. La rete stradale ha larghe vie lastricate che si incrociano ad angolo retto (un cardo di 15 metri di larghezza tagliato da tre decumani), con marciapiedi e canali per la raccolta delle acque piovane. Le abitazioni, in genere ad un solo piano, sono riunite in isolati regolari e presentano suddivisioni interne di tipo diverso. Molte hanno una sola fronte sulla strada ed un cortile interno (atrio) attorno al quale sono disposti vari ambienti. Dalle fondazioni di ciottoli si elevava un alzato di legno e mattoni crudi con elementi in travertino e colonne lignee rivestite di stucco; le coperture fatte con embrici, coppi e talora lucernari recava anche anfisse.
 
 
Chiusi, il cui nome moderno deriva dal latino Clusium, è l’etrusca Clevsin, Sorge su un’altura del sistema collinare che domina la valle del fiume Chiana, allora affluente del Tevere, nella posizione più adatta a controllare le importanti vie di comunicazione dell’interno. Fu potente e famosa lucumonia dell’Etruria settentrionale: un suo re, Porsenna, assalì e probabilmente conquistò Roma nel 509 a.C.
 
L’ininterrotta vita della città di Chiusi sino all’età moderna ha cancellato quasi ogni traccia dell’abitato etrusco che fiorì, tra la fine del VI e il V secolo a.C., in coincidenza con la decadenza delle metropoli costiere. Molte sono invece le necropoli rinvenute sul territorio circostante, che testimoniano l’esistenza di piccoli centri abitati (Chianciano, Cetona, Sarteano, Montepulciano ecc.) gravitanti attorno alla metropoli. Grazie ai vasti territori coltivati a grano che la circondavano, Chiusi godette di grande prosperità e pertanto affiancò all’attività primaria della produzione agricola, quelle artigianali che furono molte e varie. L’aristocrazia locale, raffinata ed aperta ai nuovi messaggi culturali, richiamò a Chiusi, già alla fine del VI secolo a.C., maestranze artistiche (scultori vulcenzi e pittori tarquinesi) e materiali di lusso, a volte eccezionali, come il famoso ‘‘vaso François” proveniente da una tomba ipogea di Dolciano. Caratteristici sono gli ossuari antropomorfi o canopi e i vasi in bucchero con decorazione impressa o a rilievo. Nel III secolo a.C. Chiusi passò sotto il controllo di Roma e nell’82 a.C. Silla vi fondò una colonia per i propri veterani.
 
 
I canopi erano contenitori di forma ovale, di bucchero o di bronzo, nei quali venivano deposte le ceneri del defunto. La loro apparizione risale al VII secolo a.C. e il loro nome deriva da quello dei vasi funerari egizi. Il coperchio aveva aspetto antropomorfo, inizialmente limitato ad alcuni tratti anatomici del volto, riprodotti sommariamente; in un secondo tempo si ebbero raffigurazioni sempre più dettagliate, talvolta con l’aggiunta delle braccia applicate sul corpo del vaso o, come nei canopi femminili, di orecchini ad anello di bronzo o d’oro e, a volte, con la rappresentazione plastica dei seni. Dai canopi di Chiusi derivano le statue in pietra, raffiguranti il defunto, con vano interno per la deposizione delle ceneri.
 
 
La città di Volterra, Velathri in epoca etrusca e Volatarrae quando divenne municipio romano, è situata su un colle di 550 metri da cui domina le valli dell’Era, del Cecina e dell’Elsa, alla confluenza di importanti vie di comunicazione verso il Tirreno e verso la pianura dell’Arno. L’attuale struttura medievale copre solo parzialmente il vastissimo sviluppo urbano raggiunto nell’antichità, quando la cinta muraria etrusca aveva il perimetro di oltre sette chilometri.
 
I primi insediamenti risalgono all’età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) e sono testimoniati da tombe a pozzetto che custodivano in un vaso le ceneri del defunto. Fino al VI secolo a.C. l’entità dell’abitato volterrano fu abbastanza modesto, con una prima cinta muraria di 1270 metri attorno all’acropoli; nel corso della prima metà del V secolo l’area abitativa era di circa 10 ettari, racchiusa in una seconda cerchia di mura lunga circa due chilometri. Questo sviluppo è collegato allo sfruttamento delle risorse minerarie (rame presente sul territorio in vene superficiali) che si aggiunse alla diffusa attività agricola. Nel corso del IV secolo la floridezza e la dimensione di Volterra aumentarono, come dimostra la costruzione di una nuova grandiosa cinta muraria di cui si conservano ancora due grandi accessi: Porta Diana e  Porta all’Arco. Fiorente fu l’artigianato: caratteristiche le stele scolpite arcaiche, i vasi dipinti, le urne cinerarie in alabastro con altorilievi. Le necropoli cittadine di Portone, Badia, Ulimeto, Poggio alle Croci testimoniano un forte incremento della popolazione. Le testimonianza romana più cospicua della città (il teatro di Vallebuona) risale ai primi anni del I secolo d.C.
 
 
La cinta muraria volterrana (la terza dalla fondazione della città) fu costruita nel corso del IV secolo a.C. in blocchi squadrati di pietra locale. Il suo perimetro di 7300 chilometri racchiudeva un’area di 116 ettari, spazio ben più ampio di quello occupato dal successivo abitato medioevale e moderno. Qui, oltre all’abitato in espansione verso le aree già occupate dalle antiche necropoli trovavano rifugio, in caso d’invasione, agli abitanti dei piccoli insediamenti sparsi nel territorio circostante. Si conservano ancora i due grandi accessi di Porta Diana e di Porta all’Arco: prima allacciava il cardo massimo alla via verso la Val d’Elsa e quindi la valle dell’Arno; la seconda, da cui usciva il cardo massimo, si apriva sul versante sud in direzione del mare.
 
 
Sul versante meridionale della cinta muraria del IV secolo a.C. fu aperto originariamente un passaggio con infissi lignei, sostituito nella metà del III secolo a.C. da una porta ad arco. Sulle due fronti della porta si aprono grandi archi di oltre 4 metri, impostati su fianchi formati da blocchi di tufo accuratamente squadrati e connessi a secco; tra essi corre una galleria interna coperta da una volta a botte. Sul fornice esterno sono inserite tre teste in pietra scura, che il tempo ha reso illeggibili ma che forse devono essere identificate con Giove e i Dioscuri.
 
 
Fiesole o Faesulae - al plurale perché si riferiva a numerosi piccoli insediamenti etruschi della zona -  sorge su una collina che reca in vetta due alture con una spianata in sella, e domina la piana di Firenze presso il guado sull’Arno. Qui giungevano i percorsi che partivano da Volterra e da Chiusi e che poi procedevano verso l’Appennino e la Padania.
 
La frequentazione del sito fiesolano è attestata nella tarda età del Rame, ma la prima occupazione del territorio, sull’attuale colle occidentale di San Francesco, risale all’età del Bronzo medio. Il centro urbano vero e proprio nacque nella fase terminale del VII secolo a.C. quando il primo nucleo stanziato sulla collina si estese lungo il versante orientale dell’altura e nella spianata sottostante; tra il IV e III secolo a.C. esso raggiunse anche tutta l’attuale collina orientale di Sant’Apollinare. La rocca era racchiusa in una prima cerchia muraria in blocchi parallelepipedi squadrati, fronteggiata più in basso, sul versante est del colle, da un secondo tratto di mura quasi rettilineo che divideva l’acropoli dalla piana dove sorgeva l’abitato. Esso si accrebbe grazie all’importanza del luogo sulla rotta commerciale da sud e nord e vide la nascita di importanti botteghe ceramiche e di ‘‘pietre fiesolane” (statuette, elementi decorativi, pannelli in bassorilievo, tutti in pietra serena). Attorno alla fine del IV secolo a.C. la città si dotò di un tempio ellenistico situato sul fianco est della collina di San Francesco. Sorgeva su un vasto podio con gradinate di accesso ed aveva sia fondamenta che alzato in pietrame. Al centro della fronte si alzavano due colonne inquadrate dal prolungamento dei muri laterali dell’edificio e recava due vani minori posti ai lati della cella centrale; l’interno era tutto intonacato di rosso. Dagli ex voto ritrovati si suppone che il tempio fosse dedicato a Minerva Medica. Distrutto da un incendio e rimesso in funzione in maniera sommaria, l’edificio venne poi interamente interrato agli inizi del I secolo a.C. e sostituito da un soprastante tempio romano. La necropoli arcaica non è mai stata individuata.
 
 
 
 

Fenici

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FENICI
 
 
Gli abitanti della Fenicia, furono detti dai greci Phôinikes, denominazione connessa al vocabolo phôinix (‘‘rosso porpora”), dalla colorazione dei tessuti che era tipica dell’industria fenicia. L’area geografica in cui si svolse la loro storia in Oriente è la fascia costiera siro-palestinese,  estesa poco più di 200 km e larga dai 20 ai 50, ma da essa i fenici lanciarono le loro flotte mercantili su tutte le rotte del Mediterraneo, fondando colonie in Africa, Spagna, Sicilia e Sardegna, assolvendo un’importante funzione di tramite tra Oriente ed Occidente e diffondendo la loro rivoluzionaria scoperta, la scrittura alfabetica.
 
 
Le genti semitiche che abitavano la Fenicia non si costituirono mai in stato unitario e le singole città fenicie (Arado, Biblo, Berito, Sidone, Tiro ecc.) ebbero ciascuna un’esistenza politica autonoma. D’altra parte, poste, come tutta la regione siro-palestinese, nel punto di incontro e di scontro fra i grandi imperi sorti in Egitto, in Mesopotamia e in Anatolia, queste città riuscirono di rado a godere di una piena indipendenza. Per tutta la prima fase della loro storia esse gravitarono nell’orbita dell’Egitto poi, dall’VIII secolo furono sottoposte successivamente allo sfruttamento degli assiri, dei babilonesi, dei persiani. Mantennero però sempre il prestigio marittimo e commerciale che si protrasse fino in età romana.
 
 
Dal punto di vista razziale i fenici erano un ramo del popolo cananeo, che occupava buona parte della Palestina prima che fosse conquistata dagli ebrei.
Giunsero nel loro territorio prima del 2500 a.C., provenienti da una regione situata più a sud, probabilmente all’estremità del Mar Rosso. Ogni insediamento fenicio si sviluppò ben presto fino a diventare una città governata dal proprio re e indipendente dalle sue vicine; per i primi mille e più anni della loro storia queste città furono però strettamente legate all’Egitto, specialmente Biblo, che tra il III e il II millennio a.C. fu la città fenicia più importante. Aperta invece anche ad altri influssi (hurriti, ittiti, egei) fu, un po’ più a nord del limite geografico della Fenicia, la città di Ugarit, fiorente per i traffici soprattutto tra il 1500 e il 1200 a.C. L’influenza egizia rimase prevalente sulla Fenicia anche durante le contese sull’area siro-palestinese per il primato tra gli opposti imperi (Egitto e mitanni, mitanni e ittiti, ittiti ed Egitto) finché intorno al 1200 a.C. le incursioni devastatrici dei ‘‘popoli del mare” determinarono una svolta nella storia del paese. Essi, anche se verranno infine sconfitti dall’Egitto, ne abbatterono per sempre il dominio sui vari stati della Palestina e della Siria meridionale, consentendo per qualche secolo alle città della Fenicia di liberarsi dal giogo di una potenza imperiale e di sviluppare in piena autonomia i propri traffici.
 
 
Intorno al 1200 a.C. cominciò nel bacino orientale del Mediterraneo un periodo di disordini e violenze durante il quale vennero quasi spazzate via tutte le civiltà dell’età del bronzo allora esistenti. La frattura, che aprì una nuova era, quella del ferro, fu dovuta a una migrazione di popoli che i documenti egiziani chiamano genericamente ‘‘popoli del mare”. Si trattava di una confederazione di oscure tribù, con nomi che indicano origini mediterranee: shardana (sardi), shakalasha (sicani-siculi), lukki (lici), danuna (danai), tusha (tirreni, etruschi) ecc.; probabilmente li guidavano gli akhaluasha (achei).
Alcuni giunsero sulla costa del levante dal mare, mentre altri arrivarono dalla terraferma; un gruppo identificato con sicurezza, i palesti (filistei o palestinesi) dopo varie peregrinazioni si stabilì nel retroterra delle città-stato fenicie. Nei primi anni del XII secolo a.C. i ‘‘popoli del mare” compirono rovinose scorrerie in Siria e Palestina, spingendosi addirittura, dopo essersi alleati con i libi, in Egitto. Ramsete III (1194-1163 a.C.) riuscì a respingerli, ma un gran numero di centri di civiltà venne ugualmente distrutto. In Fenicia caddero Ugarit e Arado, Berido scomparve e Biblo cessò di essere la città più potente.
 
 
Nella prima fase della civiltà propriamente fenicia (1200-1000 a.C.) le fonti testimoniano una sorta di predominio esercitato da Sidone sulle altre città della costa, tanto che spesso i fenici sono indicati globalmente come sidonii; ma dopo il 1000 a.C. le stesse fonti (Libri dei Re e Libro di Ezechiele nell’Antico Testamento) danno la preminenza a Tiro, che ebbe intensi rapporti di cooperazione con lo stato d’Israele.
In cambio di frumento, olio, vino e altri prodotti agricoli necessari alla sopravvivenza della città marinara, il re di Tiro Hiram (ca. 969-936 a.C.) inviava ogni anno a Salomone oro, argento, legno di cedro e di pino, operai e maestranze per la costruzione del Tempio di Gerusalemme. Insieme i due sovrani costruirono una flotta che da Elat, sulla costa del Mar Rosso, si spinse fino a Ofir (forse l’Arabia meridionale o la Somalia), riportando tra l’altro oro, essenze e legno prezioso. Inoltre la notizia secondo cui Hiram avrebbe domato una rivolta a Kition dimostra che Tiro aveva già messo piede sull’isola di Cipro. Dall’epoca di Hiram al VII secolo a.C. Tiro esercitò probabilmente qualche forma di controllo su quasi tutte le città della Fenicia; da Tiro, secondo quanto raccontano Giustino e Plinio, sarebbero salpati i coloni fenici diretti a occidente.
 
 
I passi riportati dai Libri dei Re (redatti probabilmente intorno al 600 a.C., ma sulla base di annali e altri documenti contemporanei ai fatti) illustrano i rapporti intercorsi tra Salomone e Hiram, re di Tiro.
 
“…Hiram, re di Tiro, inviò i suoi servi presso Salomone, perché aveva udito dire che questi era stato unto re al posto di suo padre e Hiram era sempre stato amico di David. Allora Salomone inviò a dire a Hiram: "Tu sai bene che mio padre David non ha potuto edificare un tempio al nome di Jahewed suo dio a causa della guerra che i nemici gli mossero da ogni parte, finché Jahweh non li ebbe posati sotto le piante dei suoi piedi. Ora Jahweh mio dio mi ha concesso quiete, né v’è avversario o pericolo di male. Ho perciò l’intenzione di costruire un tempio al nome del mio dio. (...) Pertanto ordina che mi si taglino cedri del Libano. I miei servi saranno con i tuoi e io pagherò i tuoi quanto tu desideri secondo quello che stabilirai” (...) Così Hiram fornì a Salomone tanto legno di cedro e di cipresso quanto ne volle. A sua volta Salomone consegnò a Hiram 20 mila kor di grano (1 kor corrisponde a 150 litri) per il mantenimento della sua casa, e 20 mila bat (1 bat corrisponde a 15 litri) di olio vergine.”
 
E ancora:    “…Il re Salomone costruì pure una flotta a Eziongeber, presso Elat, sulla spiaggia del Mare dei Giunchi (i.e. il Mar Rosso), nella regione di Edom. Hiram mandò sulle navi i suoi servi, che erano marinai esperti di mare, assieme ai servi di Salomone. Essi andarono a Ofir dove presero oro per 420 talenti e lo portarono al re Salomone.”
 
 
Le città fenicie d’Oriente erano organizzate, dal punto di vista istituzionale, in altrettante monarchie in cui la trasmissione del potere avveniva, di norma, per via dinastica. Fece eccezione – ma solo per un breve periodo del VI secolo a.C.– Tiro, che ebbe un regime repubblicano con a capo magistrati elettivi denominati ‘‘sufeti”. La parola sufet corrisponde esattamente all’ebraico shophet, tradotto genericamente con il termine ‘‘giudice”, ma sia per i fenici che per gli ebrei il termine indicava una persona più importante di un giudice, essendo in realtà sinonimo di ‘‘capo” o ‘‘guida”. Ogni città fenicia ebbe quindi il suo re fino all’età ellenistica, ma le prerogative del sovrano sono poco chiare. I re fenici, al contrario dei faraoni egiziani, non hanno lasciato epigrafi storiche o commemorative e le notizie che li riguardano – a parte qualche trattato di cooperazione riferito da fonti della controparte – si riferiscono ad attività religiose. Molti re hanno voluto ricordare ai posteri di aver eretto santuari agli dèi e se ne definiscono sacerdoti e sudditi, monarchi quindi per grazia di dio, o re-sacerdoti. In effetti, a causa dei condizionamenti imposti dalle potenze estere di volta in volta dominanti, i sovrani fenici non ebbero una reale autonomia decisionale in campo politico, mentre proprio nella funzione sacerdotale e sacrale risiedeva la loro autorità in ambito cittadino. Nell’effettivo esercizio del potere, il re era affiancato da una serie di funzionari e di organismi rappresentativi che limitavano la sua azione politica e amministrativa. Quanto alle assemblee rappresentative, alcune fonti (come l’Antico Testamento) fanno riferimento a un "consiglio degli anziani”, cioè a una sorta di senato, ma è più probabile si trattasse di assemblee cittadine dotate di potere deliberante: lo storico greco Arriano (ca. 95-ca.175 d.C.) riferisce che quando Alessandro Magno stava per prendere possesso di Tiro, gli furono inviati ambasciatori “da parte della comunità”.
 
 
Nelle poche iscrizioni che ci sono pervenute i re fenici ripetevano le solite formule nelle quali si dichiaravano vicari terreni degli dèi. Si legge in alcune di esse trovate nel villaggio di Jabeil, sotto il quale giaceva sepolta l’antica Biblo:
“Questo è il tempio edificato da Jehimilk, re di Biblo: che Baal Shamem e Baalat e l’intero concilio delle sacre divinità di Biblo possano allungare i suoi giorni”.
Oppure:
“Le mura di questo tempio sono state fatte erigere per Baallat, sua sovrana, da Shipitbbaal re di Biblo, figlio di Abibbaal re di Biblo, figlio di Jehimilk re di Biblo”.
Un linguaggio dai ‘‘toni faraonici”, come minacciosamente faraonica è la ‘‘maledizione” incisa sul sarcofago del XIII secolo a.C. portato alla luce nel 1922 sempre a Jabeil dall’archeologo Pierre Montet. In una camera tombale venuta accidentalmente alla luce in seguito allo smottamento del terreno dopo una nottata di pioggia egli trovò, tra l’altro, vasi d’ossidiana, sandali e recipienti d’argento, un pettorale d’oro e alcuni sarcofagi di calcare. Uno di essi presentava sulle quattro facce rilievi di figure in marcia o sedute, con fasce ornamentali in fiori di loto e, nei quattro angoli inferiori, teste di leone aggettanti. Poi il sarcofago si mise a parlare. Sul bordo, ripulito dai detriti apparve una iscrizione monolineare in alfabeto fenicio che diceva:
"Questa bara è stata fatta da Ithobaal, figlio di Ahiram, sire di Biblo, come dimora eterna per il padre suo. Qualora qualche sovrano o governatore o condottiero attacchi Biblo e profani questa bara, s’infranga il suo scettro, venga rovesciato il suo trono, se ne voli via da Biblo la pace. Per quanto riguarda la bara, possano i viandanti meditarne le iscrizioni".
 
 
Se numerose sono le notizie riguardanti le armate dei grandi imperi del Vicino Oriente, quelle sull’ordinamento degli eserciti delle città fenicie della costa siro-palestinese sono molto poche, pervenute soprattutto dagli annali dei re assiri in cui si parla dell’esistenza di contingenti di fanteria e di carri falcati, muniti di lame. I reperti archeologici e le antiche raffigurazioni suggeriscono la presenza di soldati armati di lance, pugnali, asce e mazze, ma poco equipaggiati di armi difensive (corazze, elmi, scudi); invece è documentata la presenza di corpi di arcieri. Data la mancanza di vasti entroterra nei quali reclutare soldati è probabile che le città-stato siano ricorse, in caso di necessità, a truppe mercenarie provenienti in buona parte dalla regione anatolica. Per quanto riguarda l’ordinamento degli eserciti le fonti storiche sono pressoché mute, anche riguardo alle forze armate delle città fenicie dell’Occidente mediterraneo prima dell’avvento di Cartagine. Ciò è comprensibile perché l’esiguo numero iniziale dei coloni fenici non permetteva lo sviluppo di attività politiche e commerciali basate su attività militari. I primi dati archeologici che forniscono notizie di qualche consistenza sulle popolazioni fenicie in armi provengono dalla Sardegna degli ultimi anni del VII e del VI secolo a.C. Si tratta di sepolture arcaiche contenenti, oltre ai corredi fittili, anche numerose armi offensive in ferro adatte a fanti armati alla leggera: talloni di lancia e punte a foglia, corti pugnali con lama a lingua di bue, sottili puntali da lancio con anima di bronzo. Per quanto riguarda il periodo dei grandi scontri bellici per il dominio del Mediterraneo tra Cartagine e le città greche e, in un momento successivo, le guerre contro Roma, le notizie sono molto più abbondanti e particolareggiate.
 
 
‘‘Le terre d’Occidente hanno le più belle e ricche miniere d’argento ... Gli indigeni ne ignorano l’uso. Ma i fenici, che sono esperti nel commercio, compravano questo argento con qualche piccolo cambio di altre mercanzie. Di conseguenza, portando l’argento in Grecia, in Asia e presso tutti gli altri popoli, i fenici ottenevano grandi guadagni. Così, esercitando tale commercio per molto tempo, si arricchirono e fondarono numerose colonie”.
Il reperimento dei metalli preziosi (non solo l’argento ma anche il rame, lo stagno, l’oro) è dunque, per Diodoro Siculo (ca. 80-ca.20 a.C.), la ragione del commercio fenicio, premessa a sua volta dell’espansione e della colonizzazione. Essa non va intesa come un fenomeno progressivo nello spazio, ma come una rete di punti d’appoggio verso le destinazioni più lontane: le scoperte più recenti dimostrano infatti l’antichità e spesso la priorità degli insediamenti iberici, rispetto a quelli relativamente più facili della Sicilia, della Sardegna e dell’Africa. Ciò suggerisce un fenomeno di ‘‘precolonizzazione”, cioè di frequentazione dei mari senza intento di conquista, a fini puramente commerciali, e rappresentò nella storia un fatto assolutamente nuovo. La colonizzazione fenicia vera e propria può essere fissata all’VIII secolo e precedette, sembra, di qualche decennio quella greca. Colonie fenicie sorsero nel Mediterraneo orientale a Cipro, centro dell’estrazione del rame, ma il campo d’azione preferito delle città-stato fu il Mediterraneo centrale e occidentale. Insediamenti sorsero lungo tutta la costa africana tra la Tunisia e il Marocco, a Malta, nella  Sicilia occidentale, in Sardegna, in Spagna. Varcate le Colonne d’Ercole, i fenici fondarono Gades (Cadice) nella regione ispanica di Tartesso e si avventurarono nell’Atlantico, a sud lungo le coste dell’Africa, a nord fino alla Britannia, da dove si importava lo stagno.
 
 
Si dibatte ancora quando i fenici si volsero alla conquista commerciale del Mediterraneo. Su questo punto si sono affrontate due scuole di esperti. La prima e più antica, basandosi sulle fonti classiche, esalta i mercanti del Libano come i primi colonizzatori del mondo mediterraneo, approdati a remotissime rive allo scorcio del XII secolo a.C. La colonizzazione fenicia avrebbe preceduto nettamente, dunque, quella greca attestata solo nell’VIII secolo a.C. La seconda scuola, prevalente all’inizio del Novecento, respinge le notizie di fonte classica e, puntando sulla testimonianza archeologica che non presenta reperti anteriori all’VIII secolo, fa risalire a questo periodo l’espansione fenicia; essa risulterebbe così parallela a quella greca. Nell’ultimo ventennio è stata rivalutata, sia pur parzialmente, la cronologia alta ma in relazione a un fenomeno da tempo in corso, ossia a una fase di ‘‘precolonizzazione”. Che l’archeologia mostri una consistente presenza fenicia nel Mediterraneo occidentale durante l’VIII secolo a.C. è un fatto indubbio; bronzetti di tipo fenicio, o meglio siro-palestinese, risalenti XIV-XIII secolo rinvenuti in area siciliana, sarda e iberica, che sembravano ‘‘ingombrare il campo”, indicano una frequentazione delle rotte e scambi commerciali avvenuti in periodo precoloniale.
 
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Alla fine del XIII secolo a.C. si era affermata in Mesopotamia una nuova grande potenza, l’impero assiro. Esso non poteva non aspirare a uno sbocco nel Mediterraneo, e la pressione assira cominciò a esercitarsi sulla Fenicia fin dal IX secolo a.C. A una a una le città-stato fenicie furono costrette a pagare il tributo ai re assiri che soffocavano spietatamente ogni tentativo di ribellione. Benché fosse il più crudele e distruttore fra tutti gli antichi imperi d’Oriente, l’impero assiro accrebbe l’importanza delle città fenicie. In questo periodo si aprì infatti il circuito della navigazione mediterranea, un’impresa di tale impegno e portata che non sarebbe stata giustificabile, né sarebbe stata possibile, senza la copertura di una grande potenza come l’Assiria che garantiva lo smercio di tutte le risorse acquisite: Tiro fu, insomma, lo strumento assiro del commercio a lunga distanza. La caduta dell’impero assiro a opera dei medi (612 a.C.) portò in Palestina e in Fenicia i babilonesi di Nabucodonosor (605-562 a.C). Gerusalemme fu distrutta nel 587 e la sua popolazione fu deportata a Babilonia; Tiro, prima di sottomettersi fu sottoposta a 13 anni di assedio (586-573 a.C.). Ma le tempeste passavano e il succedersi dei domini stranieri (ai babilonesi seguirono alla fine del VI secolo i persiani di Ciro I il Grande) non pregiudicò gravemente, nel complesso, la prosperità delle città fenicie e le attività delle loro flotte. I grandi imperi non potevano fare a meno né in guerra né per scopi commerciali di quelli che erano ormai considerati i più esperti marinai del mondo. In Occidente poi, anche quando la madrepatria cadde in mano allo straniero, le colonie rimasero libere e continuarono a essere centri d’irradiazione della civiltà fenicia e la successione di Tiro sarà ripresa da Cartagine.
 
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Tiro si ribellò poco prima del 700 e subì cinque anni di assedio assiro. Ottenne condizioni favorevoli dopo la fuga del re che aveva guidato la rivolta e fu definita in questa circostanza dal profeta Isaia (Isaia 23,8) ‘‘città regale, i cui mercanti erano principi, i cui negozianti erano nobili della terra”. La rivolta di Sidone ebbe invece una soluzione drammatica come riferisce questa testimonianza inequivocabile tratta dagli annali del re assiro Assarhaddon (681-668 a.C.), sotto l’anno 677 a.C.
 
“Abdimilkutte, re di Sidone, senza rispettare la mia qualità di signore, senza ascoltare i miei ordini, scosse il giogo del dio Assur, confidando nel mare tempestoso. Quanto a Sidone, la sua città fortezza, che sta in mezzo al mare, la livellai come se una tempesta l’avesse travolta, le sue mura e fondamenta disfeci e le gettai nel mare, distruggendo completamente il sito. Per ordine di Assur, mio signore, io presi il re Abdimilkutte, che fuggiva in mare davanti al mio attacco, come un pesce nel mare, e gli mozzai il capo. Portai via come bottino: la moglie, i figli, il personale del palazzo, oro, argento, pietre preziose, abiti variopinti, stoffe, zanne d’elefante, avorio, ebano, legno di bosso, ogni oggetto prezioso che c’era nel palazzo. Io portai in Assiria i suoi sudditi, e bestiame grosso e minuto e asini in gran quantità”.
 
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Per la natura stessa della loro terra i fenici erano destinati al mare. Gli alti monti a ridosso della costa lasciavano, infatti, poca terra pianeggiante e coltivabile, mentre le loro pendici erano allora ammantate dai famosi alberi di cedro (i cedri del Libano) che fornivano un ottimo legname per le costruzioni di navi. La costa inoltre era ricca di golfi e insenature e di numerosi porti naturali. Da essi i fenici si avventurarono per le libere vie del mare, dapprima in concorrenza con i cretesi, poi come signori incontrastati del Mediterraneo, del commercio e della pirateria.
 
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L’abilità marinara dei fenici era nota presso i popoli contemporanei. La padronanza dei mezzi di navigazione e la profonda conoscenza dei mari, degli elementi atmosferici, delle costellazioni permisero loro di dominare i traffici del Mediterraneo suscitando insieme ammirazione e invidia. Per questo ebbero fama di crudeli pirati o di abili commercianti, di astuti e truffaldini mercanti o di intrepidi navigatori. Lo stesso Omero, nell’Odissea, non fu tenero con loro: in veste di mercanti rapivano i bambini per venderli come schiavi e, se agivano onestamente con uno straniero, la cosa era ritenuta ‘‘degna di rilievo”. Una pessima reputazione, quindi, quella che i fenici avevano presso i greci che assunsero nei loro riguardi un atteggiamento ostile, specie nel periodo di concorrenza per la colonizzazione in Occidente, che si data a partire dall’VIII secolo a.C.: occorre però dire che non abbiamo notizie di ostilità aperta  fino al VI secolo. I fenici erano indubbiamente responsabili di tutte le colpe di cui venivano accusati, né c’è da presumere che a quel tempo i mercanti greci fossero più rispettabili. L’aristocratico uditorio dei poemi omerici si identificava però con gli eroi greci, per i quali era onorevole arricchirsi con scorrerie piratesche, ma non mediante il commercio: una delle massime umiliazioni per un greco era essere preso per un mercante.
 
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I fenici sono nominati abbastanza spesso (e sono sempre giudicati negativamente) nell’Odissea, poema che si svolge in gran parte nei mari occidentali alla Grecia, che questi abili navigatori percorrevano abitualmente.
 
È notte. In una misera capanna dell’isola di Itaca due uomini stanno seduti a raccontarsi le vicende della loro vita: uno è Odisseo, l’altro il porcaro Eumeo. Odisseo, che non vuole ancora svelarsi, inventa una storia triste, ma realistica: dopo aver combattuto a Troia nelle truppe cretesi era stato spinto dal fato nella terra d’Egitto dove aveva vissuto tranquillamente sette anni. Ma...
"Ma quando l’ottavo anno arrivò compiendo il suo giro,
capitò un uomo fenicio, esperto d’inganni,
un ladrone che molti mali aveva fatto tra gli uomini.
Costui mi portò via, raggirandomi con le sue astuzie,
fintanto che arrivammo in Fenicia, dov’erano le sue case e i suoi beni.
Là con lui stetti un anno completo.
Ma quando i mesi e i giorni passarono
e compiendosi un anno le stagioni tornarono,
per la Libia mi fece imbarcare su nave marina,
tessendo inganni, che il carico portassi con lui;
ma per vendermi là, far guadagno infinito.
Lo seguii sulla nave, benché capissi, per forza.
Per fortuna il disegno del subdolo fenicio fallì e il ‘‘narratore” riuscì a scamparla grazie a una tempesta che distrusse la nave e dalla quale egli solo si salvò".
Odissea, XIV, 285-300.
 
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Si ritiene che le correnti del Mar Mediterraneo non abbiano subito mutamenti di rilievo negli ultimi tremila anni, né che, in duemila anni, il regime dei venti sia cambiato. A seconda dei mesi e delle stagioni ai naviganti fenici che da Tiro volevano raggiungere Gades (o viceversa) si presentavano due alternative, la più semplice delle quali era costituita dalla via meridionale (Egitto - Libia - Africa nord-occidentale). Su questo percorso era possibile la navigazione di cabotaggio, più largamente diffusa, che si svolgeva prevalentemente a vista e nelle ore diurne, con punti di appoggio scaglionati a una distanza di 20-30 miglia nautiche, la stessa che poteva essere percorsa in una giornata. La navigazione di cabotaggio era sostituita con quella di lungo corso sulla rotta settentrionale (Cipro - Anatolia - Egeo - Malta - Sicilia - Sardegna - Baleari) che richiedeva alle navi di procedere anche di notte, orientandosi con la costellazione dell’Orsa Minore (la Stella Polare, detta nell’antichità Stella Fenicia). Spesso, a causa dei venti, alcuni tratti dell’una venivano deviati sull’altra rotta, più frequentemente in prossimità della Sicilia, Sardegna e Baleari dove Mozia, Tharros e Ibiza erano comunque scali obbligatori, necessari per l’approvvigionamento delle derrate alimentari e per le eventuali riparazioni della nave. Il passaggio della Stretto di Gibilterra, in entrambi i sensi, era il più problematico di tutta la navigazione e non di rado si preferiva trasportare le merci via terra attraverso la strada che univa Malaga a Gades. La navigazione commerciale aveva luogo quasi esclusivamente tra i mesi di marzo e ottobre e veniva aperta con particolari cerimonie propiziatorie.
 
 
Per svolgere le loro attività commerciali, i fenici utilizzavano navi appositamente attrezzate, che sfruttavano tutti gli accorgimenti più avanzati messi a disposizione dalla cantieristica dell’epoca. Le imbarcazioni per il trasporto locale erano di modeste dimensioni, dalle estremità ricurve, con la prua a forma di testa di cavallo e con una sola fila di rematori; i greci le chiamavano hippos (in greco, ‘‘cavallo”) ed erano impiegate solo per il cabotaggio. Per il commercio sulle lunghe distanze si usavano le grandi navi da trasporto, chiamate gauloi dagli antichi cronisti per la rotondità del loro scafo, che assicuravano un’ampia capacità di carico (tra le 100 e le 500 tonnellate). Le gauloi erano lunghe dai 20 ai 30 metri, larghe dai 6 ai 7 e con un pescaggio di circa 1 metro e mezzo. La poppa era tondeggiante e terminava con una voluta a coda di pesce, così come la prua, anch’essa curvilinea che terminava con un fregio zoomorfo (la testa di cavallo). Sullo scafo, a prua, erano dipinti due grandi occhi che dovevano proteggere la nave dagli influssi malefici e che vigilavano sulla rotta. La propulsione di queste navi era garantita dalla presenza dell’albero maestro che sosteneva una vela rettangolare quasi sempre colorata, fissata con un pennone orientato secondo la direzione del vento. La forma e la posizione della vela consentivano alla nave di procedere unicamente con venti provenienti dal quadrante di poppa, e la direzione era data dal timone, un remo con pale asimmetriche molto ampie, che era fissato sul lato sinistro della nave in prossimità della poppa. Sul ponte dalla nave, sempre verso la parte poppiera, sorgeva il castello che offriva riparo a un equipaggio che raramente superava i venti uomini.
 
 
Le navi che componevano la flotta da guerra dei fenici (e poi di Cartagine) erano più sottili del naviglio commerciale: la loro lunghezza era sette volte la loro larghezza; ciò consentiva di ospitare un equipaggio più numeroso per disporre ai banchi il maggior numero possibile di rematori. La poppa era analoga a quella delle navi commerciali, ma la prua era armata di un rostro di bronzo, variamente sagomato, posto all’altezza della linea di galleggiamento e micidiale quando colpiva nei fianchi, sfondandola, una nave nemica. Ai lati della prua erano disposte figure rappresentanti occhi apotropaici sormontati da due fori attraverso i quali passavano i canapi per le ancore. Il ponte aveva due strutture di legno: quella di prua, il castello, ospitava gli arcieri e le catapulte; quella di poppa, il cassero, fungeva da riparo per l’equipaggio. Il governo della nave era assicurato da due timoni posti sui fianchi poppieri. La propulsione della nave da guerra era piuttosto complessa, poiché in battaglia erano necessarie evoluzioni e improvvisi cambi di rotta per colpire con il rostro ed evitare quello degli avversari. Pertanto sul ponte si drizzavano due alberi: uno stava al centro e recava la vela maestra, l’altro era a prua e inalberava una piccola vela che consentiva di governare la nave anche con venti trasversali. Durante gli scontri diretti le navi venivano disalberate e la loro propulsione avveniva soltanto a forza di remi. La nave da guerra subì modificazioni maggiori rispetto alla nave commerciale. La più antica fu la pentacontere, così chiamata perché aveva cinquanta uomini ai remi (venticinque per ogni lato); era lunga circa 25 metri e larga meno di 4. Tra il VII e il IV secolo a.C. la regina del Mediterraneo fu la trireme.
 
 
La rete commerciale dominata dai fenici del Libano, che erano sempre in cerca di metalli pregiati e di nuovi e più remunerativi mercati, avrebbe potuto dirsi veramente completa se fosse riuscita a creare un collegamento navale anche tra il bacino del Mediterraneo e il Mar Rosso. Ma i due bacini erano separati dalla striscia di terra tra la penisola del Sinai e la valle inferiore del Nilo, oggi tagliata dal canale di Suez, e la politica ebrea antifenicia non consentiva all’epoca (VII secolo a.C.) ingerenze in quel punto chiave. Nel 609 a.C. il faraone Neco o Nikau II, che era riuscito momentaneamente a porre sotto la sovranità egizia le città-stato della Fenicia, incaricò i naviganti fenici che si recavano a Gades di far ritorno navigando al largo delle Colonne d’Ercole e di rientrare in Egitto navigando il Mar Meridionale e risalendo il Mar Rosso. I fenici accettarono la proposta ma la portarono a termine in direzione opposta. Partendo dal Mar Rosso circumnavigarono il continente africano da oriente a occidente e rientrarono in Egitto dal Delta dopo un viaggio di circa tre anni. L’impresa è narrata da  Erodoto (ca. 485-ca.425 a.C.) che però mette in dubbio proprio la prova più evidente dell’avvenuto viaggio: i marinai riferirono di aver navigato avendo il sole alla loro destra. Nessun abitante dell’area mediterranea avrebbe mai potuto immaginare che l’astro del giorno, sempre a sud dello zenit (cioè a sinistra) nell’emisfero settentrionale, in quello meridionale passasse il polo celeste solo a settentrione, quindi a destra. Ciò significa che i fenici hanno compiuto ben prima di Vasco da Gama (1497) un’impresa destinata a impressionare ancora nel Quattrocento il mondo civile: la circumnavigazione dell’Africa.
 
 
“Che la Libia (l’Africa) sia tutta circondata dal mare, eccetto dove confina con l’Asia, è evidente da quando ne fornì la dimostrazione il re d’Egitto Neco. Egli, dopo che ebbe rinunciato a far scavare il canale tra il Nilo e il Golfo Arabico, fece partire una flottiglia di fenici, con l’ordine di tornare nel Mare Settentrionale (Mediterraneo) e in Egitto passando per le colonne d’Ercole. Dunque i fenici, partiti dal Mare Eritreo (Mar Rosso), navigarono attraverso il Mare Australe (Oceano Indiano): quando veniva l’autunno, sbarcavano e seminavano la terra nel punto della costa in cui erano giunti, e rimanevano fermi lì fino alla mietitura; dopo aver mietuto il grano, riprendevano il mare. Passarono così due anni e nel terzo, superate le Colonne d’Ercole, arrivarono in Egitto. Essi raccontarono un particolare per me incredibile, ma cui forse altri presterà fede: che, nel compiere la circumnavigazione della Libia, abbiano avuto il sole sulla loro destra”.
 
 
Dei fenici che, nel loro girovagare in mari sconosciuti, avrebbero deviato a ovest per giungere fino in America si parla con una certa ricorrente assiduità. Il professor Cyrus H. Gordon della Brandeis-University di Boston ha enunciato la teoria che i melungeons (una tribù indiana di pelle chiara del Tennessee orientale) discenderebbero dai fenici, come del resto affermano gli stessi indiani. E che dire della presunta iscrizione fenicia rinvenuta nei pressi di João Pessoa, nel Brasile settentrionale presso la costa atlantica, e resa nota nel 1874? Allora fu tacciata di falso, ma nel 1968 il professor Gordon, semitista autorevole, ne riaffermò vigorosamente l’autenticità in base a vocaboli e strutture sintattiche scoperte dopo il 1874. L’iscrizione recita:
“Noi siamo figli di Canaan, provenienti da Sidone, la città del re. Il commercio ci ha gettati su questa costa lontana, un paese di montagne. Abbiamo sacrificato un giovane agli dèi altissimi e alle altissime dee nell’anno diciannovesimo di Hiram, il nostro re potente. Ci siamo imbarcati nel Mar Rosso e abbiamo viaggiato con dieci navi. Fummo in mare insieme, per due anni, intorno al paese di Cam (l’Africa); ma fummo separati dalla tempesta. Così siamo giunti qui, dodici uomini e tre donne, su questa costa...Possano gli dèi altissimi favorirci”.
I dispersi dell’impresa di circumnavigazione dell’Africa, dunque, che avrebbero traversato l’Atlantico senza viveri e senza acqua, per lasciare un solo, fondamentale documento della loro presenza: 3500 chilometri per dire ‘‘Siamo qui”. In via teorica, incontrando correnti favorevoli, l’arrivo di un’imbarcazione fenicia sulle coste del Brasile settentrionale non è esclusa dai geografi. Del resto traversate lunghe e pericolose, su barche tradizionali, sono state tentate dai moderni per dimostrare la possibilità che le culture dell’antichità comunicassero tra loro attraverso gli oceani, lungo le direttrici dei venti e delle correnti prevalenti: l’antropologo norvegese Thor Heyerdahl nel 1947, con una zattera di balza battezzata Kon-Tiki, attraversò in 101 giorni di navigazione l’oceano Pacifico dalla costa peruviana alle isole Marchesi per dimostrare la possibilità che il popolamento della Polinesia fosse avvenuto dal Sudamerica e non dall’Asia come si è sempre ritenuto. Con lo stesso spirito, Heyerdahl attraversò, nel 1969 e poi nel 1970, l’Atlantico, dal Marocco alle Barbados, con imbarcazioni di papiro (Ra I e Ra II) costruite con la tecnica degli antichi egizi. Nel 1979 sul suo Tigris, un’imbarcazione di giunco replica fedele di una nave sumerica del IV millennio a.C., navigò nell’oceano Indiano, dallo Shatt-al-Arab all’Indo e dall’Indo al Corno d'Africa, seguendo le rotte che potevano aver collegato le antiche civiltà dei grandi fiumi. E allora, perché non i fenici in America?
 
 
Le prime attività commerciali delle città fenicie si svolsero prevalentemente nel bacino orientale del Mediterraneo e interessarono necessariamente regioni circonvicine quali l’Egitto, Israele, la costa meridionale dell’Anatolia e Cipro, per lo scambio di prodotti e di manufatti e per la necessaria ricerca di materie prime da rielaborare. Poi, verso la fine del I millennio l’attenzione dei fenici si volse all’occidente mediterraneo, dove essi funsero da collettore stabile di materie prime da inviare verso il mercato orientale.
 
 
Le prime notizie relative ai commerci fenici risalgono alla metà del III millennio a.C. quando il faraone Snefru fece annotare su una lastra di basalto nero (trovata in Egitto e ora custodita a Palermo), di aver fatto venire da Biblo ‘‘quaranta carichi di nave di legno di cedro”. Che il legno di cedro costituisse una ricchezza per i fenici risulta anche da fonti bibliche; tale materiale rimase a lungo il maggiore prodotto di esportazione. Ma i fenici scoprirono presto che beni di massa come il legname rendevano quando erano trasportati da Biblo, Sidone o Tiro fino al Nilo o alla vicina Israele, mentre invece non rendevano quando erano trasportati a distanze maggiori e in paesi lontani. Già commerciarli fino a  Cipro non costituiva un affare. Meglio allora sostituire gli odorosi tronchi con prodotti di alto valore, ma poco ingombranti, il cui trasporto fosse remunerativo anche se in piccole quantità. Dai materiali oggetti di commercio o di importazione si deducono agevolmente gli orizzonti dell’Oriente mediterraneo entro i quali operavano in questo periodo le città della Fenicia e sui quali ci informa il profeta Ezechiele. A partire dagli ultimi due secoli del II millennio, i commerci fenici si svolsero però principalmente nel bacino del Mediterraneo occidentale e interessarono quasi esclusivamente l’approvvigionamento dei metalli. Lavorati dagli artigiani delle città-stato che ne facevano oggetti di rara bellezza o rivenduti allo stato grezzo ad acquirenti disposti a pagarli a caro prezzo, essi rappresentavano una cospicua fonte di guadagno. La penisola iberica era sicuramente la regione più ricca di questa materia prima e, come riferisce Diodoro Siculo, ad essa i fenici si volsero tra il 1100 e l’800 a.C., prima da soli poi in concorrenza con i greci. Gades (Cadice) ebbe importante funzione strategica perché consentiva ai fenici il controllo dello Stretto di Gibilterra e l’accesso commerciale al regno di Tartesso.
 
 
Gli egizi chiamavano il Libano ‘‘altopiano dei cedri” e fin dal Regno Antico inviarono spedizioni nelle sue enormi foreste per procurarsi legname con cui fabbricare sia alberi per le loro navi sia le grandi travi dei tetti degli edifici più imponenti. Lo stesso fecero gli ebrei quando Salomone edificò il Tempio di Gerusalemme. Il cedro, o, più esattamente, la particolare specie della famiglia delle pinacee presente unicamente in alcune zone costiere del Mediterraneo (Cedrus Libani), è un albero imponente. In terreno libero il fusto può raggiungere i quaranta metri di altezza e i quattro di larghezza; i rami tendono ad attorcersi, anche se verso l’esterno formano un tetto a pagoda, spesso quasi uniforme. Nei giorni più caldi la pianta emana un profumo fresco e asprigno, la seconda qualità che rendeva prezioso l’albero agli egiziani. Essi ricavavano dal suo legno non solo materiali da costruzione, ma anche uno speciale olio balsamico color giallo scuro; con esso imbevevano le bende nelle quali avvolgevano i cadaveri dei re destinati alla mummificazione. La pianta del Libano divenne quindi sacra. Lo stato libanese ne ha fatto il suo emblema.
 
 
Questa relazione composta dal profeta Ezechiele (VI secolo a.C.) potrebbe passare, se si prescinde dallo stile innico, per un pezzo di economia nello stile di un giornale moderno:
 
“Tutte le navi e i loro marinai erano presso di te (la Fenicia in generale) per scambiare la tua merce... Javal, Tubal e Meshec (gli stati greci di Anatolia) commerciavano con te, scambiavano le tue merci con schiavi e oggetti di bronzo. Quelli della casa di Togarma (Armenia), in cambio delle tue merci, ti inviavano cavalli da tiro, cavalli da corsa e muli. Pure gli abitanti di Deden (Arabia) trafficavano con te; numerose isole (forse dell’Oceano Indiano) ti erano sottomesse e ti portavano, come tributo, corni d’avorio ed ebano. Edom (in Siria) commerciava con te, grazie alla ricchezza dei tuoi prodotti; ti dava carbonchio, ricami, bisso, coralli, rubini, in cambio delle tue merci. Giuda e Israele, anch’essi commerciavano con te; come cambio di merce ti davano grano, profumi, miele, olio e balsamo. Damasco era tua cliente e ti forniva vino e lana... I mercanti di Sheba e Raama (Yemen) ti facevano pervenire aromi di prima qualità, pietre preziose e oro; Haram, Canne, Eden (Mesopotamia), di Assur (Iraq) e Chilmad (Persia) trafficavano con te stoffe preziose, tappeti tessuti a vari colori, funi ritorte e robuste. Le tue navi navigavano per il tuo commercio e tu diventasti ricca e gloriosa nel cuore dei mari”.
 
 
I greci parlavano di Tartesso con accenti mitici e la dicevano governata da monarchi semidivini, come Gerione, il mostro dalle tre teste a cui Ercole rubò i buoi dopo aver posto all’altezza di Gibilterra i confini del mondo. La localizzazione molto discussa di questo regno quasi certamente deve essere individuata in quella regione dell’Andalusia occidentale compresa tra Huelva e il basso corso del Guadalquivir. Huelva era una delle più produttive zone minerarie di tutto il Mediterraneo (dove i greci - non a caso - collocavano il giardino delle mele d’oro delle Esperidi) e il Guadalquivir costituiva la via di penetrazione verso la zona mineraria interna della Sierra Morena. Le ricchezze favolose di Tartesso attrassero anche i greci (focesi) che cercarono di competere con i fenici nell’avventura occidentale, ma i loro furono contatti abbastanza sporadici che non affiancarono, né tanto meno soppiantarono, la colonizzazione fenicia. Grazie a questi contatti la cultura tartessica toccò il suo apice nel VII-VI secolo a.C., ma si esaurì nel V secolo a.C. quando il mondo fenicio di tradizione orientale entrò in crisi.
 
 
Un aspetto interessante sul modo in cui i fenici svolgevano i loro commerci e che contraddice il drastico giudizio negativo di Omero su di loro ci viene dallo storico greco Erodoto.
 
“Quando i fenici raggiungevano terre nuove in cui fare commercio tra i popoli che le abitavano, scaricavano le loro mercanzie e, dopo averle disposte in ordine lungo la spiaggia, risalivano sulla nave da dove alzavano una fumata. Allora gli indigeni vedendo il fumo andavano al mare e in sostituzione delle mercanzie deponevano oro, ritirandosi poi lontano dalle merci. I fenici sbarcavano e osservavano: se l’oro sembrava loro degno delle mercanzie, lo raccoglievano e si allontanavano, se invece non sembrava degno, risalivano sulla nave e restavano in attesa. E gli indigeni tornavano a farsi avanti deponendo altro oro finché i mercanti rimanevano soddisfatti. E non si facevano torto a vicenda, perché né i fenici toccavano l’oro prima che gli indigeni l’avessero reso uguale al valore delle merci, né questi toccavano le merci prima che i fenici avessero accettato l’oro”.
 
 
L’attività industriale dei fenici era costituita soprattutto dall’abilità di rielaborare le materie prime raccolte nei mercati oltremarini, pertanto la ricerca di tali materiali era necessaria per alimentare le botteghe della madrepatria. Si ricordano a questo proposito in particolare la lavorazione dell’avorio con cui si ottenevano pissidi, amuleti e, soprattutto, intarsi di particolare pregio artistico da inserire in suppellettili lignee come seggi, letti o stipi molto richiesti presso le corti del Vicino Oriente. Lucroso era anche l’intaglio delle pietre preziose o dure, quali il lapislazzuli e la corniola, dalle quali si ricavavano pendenti o sigilli. Un peso importante nell’economia fenicia aveva anche la gioielleria che giunse a tecniche molto raffinate, come la laminazione dell’oro, che permetteva la copertura di metalli più vili, la granulazione dell’oro, ottenuta tramite la fusione di microgocce in polvere di carbone vegetale inserite nella fusione del metallo, e la lavorazione a sbalzo delle coppe in lamina d’argento o di bronzo, ottenuta mediante la martellatura in stampini di legno o di cuoio. Per quanto riguarda i metalli non pregiati, con il rame e il prezioso stagno si ottenevano articoli di  bronzo (spilloni, vasi, coppe e oggetti spesso molto complessi, assemblati da più parti lavorate separatamente); in ferro venivano realizzati soprattutto armi e utensili necessari alla vita quotidiana (cesoie, teste di aratro, coltelli ecc.). Le industrie portanti dell’economia fenicia furono però quella della porpora e quella del vetro. La porpora, che consentiva la tintura indelebile, perciò particolarmente pregiata, delle stoffe di lino o di lana prodotte localmente o importate dall’Egitto, connotò addirittura con il suo colore (phôinix) il nome stesso dei fenici; il vetro, del quale è attribuibile ai fenici non tanto la paternità quanto la diffusione, fu ampiamente oggetto di commercio in tutto il mondo antico.
 
 
Il materiale base per la fabbricazione della porpora i fenici lo avevano ampiamente disponibile nei bassi fondali rivieraschi del Mediterraneo. Il colorante si trovava nella ghiandola di una piccola conchiglia marina (Murex brandaris e Murex trunculus della famiglia Purpuride) presente in quasi tutti i mari caldi. Il murice veniva pescato tra l’inizio dell’autunno e la fine dell’inverno e tenuto in apposite vasche fin quando era ‘‘maturo” per produrre la tintura. A quel punto veniva ucciso e gli si toglieva la ghiandola, da cui si estraeva un liquido biancastro. Questo liquido, con l’aggiunta di aceto o di urina (sostanza acida), era lasciato al sole finché il suo colore, da giallo, diventava rosso porpora. La tintura veniva fatta concentrare mediante bollitura e, più o meno diluita produceva gradazioni di colore che variavano dal rosso-cupo al violaceo. Per produrre pochi grammi di porpora dovevano morire oltre diecimila murici, quindi l’industria della porpora non poteva essere diretta a un consumo di massa, ma solo per pochi ricchi. I panni rossi di Tiro e Sidone rimasero sempre un articolo di lusso insuperabile e in epoca più tarda furono riservati solo a imperatori, re e senatori. Il loro prezzo era molto alto, di solito si scambiava con una quantità di argento avente lo stesso peso dell’articolo venduto.
 
 
Accanto ai boschi di cedro - che però non ricrescevano con la stessa velocità con cui venivano tagliati - in Fenicia non c’era altro che sabbia e mare. Il mare era la prima enorme ricchezza dei fenici, ma anche dalla sabbia essi seppero trarre profitto. La sabbia della costa libanese contiene notevoli quantità di quarzo, acido silicico puro in forma cristallina, che costituisce la parte più importante del vetro. I fenici mescolavano la sabbia di quarzo con il sodio (che ricavavano dalle ceneri delle alghe), e vi aggiungevano alcali calcarei; scaldavano il tutto alla temperatura di ottocento gradi e ottenevano la pasta di vetro, un prodotto viscoso e di rapido indurimento che si lasciava formare in perline, in bottigliette (sopra un nucleo d’argilla) o anche in recipienti elegantemente modellati. I fenici avevano appreso questo processo di fabbricazione dagli egizi, che lo attuavano dal IV millennio a.C., e lo sfruttarono a fini industriali supportati dalla loro formidabile rete commerciale. Il vetro dei fenici era migliore di quello egiziano perché dopo una serie di lunghi tentativi essi riuscirono migliorarlo in maniera inaspettata: a Tiro, ma soprattutto a Sidone, sorsero officine dai cui forni uscì il primo vetro trasparente della storia che, probabilmente, i fenici riuscirono anche a soffiare.
 
 
La religione fenicia, della quale peraltro abbiamo una scarsissima documentazione, non costituì un complesso unitario; a causa del frazionamento politico del territorio ogni città provvide in modo autonomo al culto, adorando le proprie divinità. Al di là delle differenze è possibile tuttavia ritrovare elementi comuni. È ampiamente attestata una triade divina comune composta da un dio protettore della città, da una dea della terra feconda, e da un giovane dio che con la sua morte e con la sua successiva rinascita sancisce il ciclo annuale della vegetazione. Quindi, benché i fenici dipendessero quasi completamente dal mare, la loro era una religione legata alla terra: questo perché il culto e le pratiche religiose sono molto più antiche della navigazione e del commercio.
 
 
Come in gran parte delle religioni delle civiltà storiche del Mediterraneo antico, anche in quella fenicia il complesso delle credenze e dei riti costituisce un complesso sistema politeistico caratterizzato dalla venerazione di molti esseri sovrumani che rappresentano, nel loro insieme, la totalità dei bisogni e degli interessi dell’uomo e della società. Il termine generico che designa la divinità è el (femminile elat), ma El è anche il nome proprio di un dio, l’essere supremo e padre degli dèi, garante di tutte le istituzioni politiche e sociali. Quello dei nomi personali divini utilizzati come epiteti o nomi comuni è un aspetto caratteristico della religione fenicia che si verifica specialmente nel caso di Baal; lo troviamo dovunque col significato di ‘‘signore” o ‘‘padrone” applicato a varie divinità maschili (Baal Hammon), ma è anche il nome personale di un dio e poi, accompagnato da una serie di specificazioni, e attributi, indica divinità autonome e distinte personalità sovrane (Baal del Libano; Baal Shamem, ‘‘signore del cielo” (designato a Biblo anche col nome egizio di Seth); Baal Addir, ‘‘signore potente”; Baal Malage, ‘‘signore dell’abbondanza” ecc.). Talvolta hanno la preminenza alcune divinità femminili: Astarte, Baalat, Tanit connesse sempre alla fecondità, alla prosperità, all’amore e alla guerra. La loro morfologia e i loro tratti distintivi non sono tuttavia sempre definiti e l’una si confonde spesso con l’altra, inoltre col nome di Baalat, sono indicate le varie ‘‘signore” dei pantheon cittadini (Baalat di Biblo o Afrodite). Accanto alle divinità connesse con particolari luoghi o elementi dell’universo troviamo poi esseri divini legati alle varie attività umane e ai pericoli che le minacciano: Reshef che con la sua collera provoca le malattie; Chusor, il dio fabbro e artigiano; Horon, dio benefico invocato contro il veleno dei serpenti. A Tiro, dal X secolo, fu adorato anche Melqart il cui nome significa ‘‘Re della città”, modello ideale del sovrano fenicio, presto identificato con l’Eracle greco; a Sidone prevalse Eshmun, dio guaritore identificato con Asclepio.
 
 
Astarte o Asthera era una divinità molto antica, identificabile con la dea-madre diffusa e adorata da tutte le popolazioni del Medio Oriente nel III-II millennio a.C. In Fenicia il suo culto risulta attestato soprattutto a Sidone e a Biblo, dove sono state rinvenute numerose iscrizioni con dediche in cui re e regine si dichiaravano suoi sacerdoti. Nel I millennio a.C. il culto di Astarte si diffuse ben oltre i confini della Fenicia raggiungendo tutte le terre del Mediterraneo in cui i fenici fecero scalo. E soprattutto il culto si affermò a  Cipro dove Astarte regnò nella colonia di  Kition che, nel IX secolo a.C., le dedicò un grande tempio in cui veniva praticata la prostituzione sacra (sia maschile che femminile), un elemento non secondario che contribuì alla fama di santuari a lei dedicati a Pafo, Erice, Pyrgi e Sicca Veneria (l’odierna Kef in Tunisia). La prostituzione sacra, esercitata sistematicamente dalle schiave del tempio, distinguibili per l’acconciatura dei capelli e per l’emblema che portavano in fronte, portava grande ricchezza ai santuari. Nel mondo greco Astarte era identificata con Afrodite.
 
 
Della mitologia fenicia sappiamo poco perché i miti non venivano trasmessi oralmente come nella tradizione classica, ma scritti e raccolti dai teologi e utilizzati nel culto e nelle cerimonie ufficiali. Ciò che è giunto a noi proviene dalla Storia fenicia di Filone di Biblo (I-II secolo d.C.) che l’autore asserisce di aver tradotto in greco da un originale redatto dal leggendario sacerdote Sanhuniathon (Sancuniatone) di Berito, vissuto ai tempi della guerra di Troia. Nella tradizione fenicia l’universo avrebbe avuto origine da un grande uovo cosmico uscito dal caos primordiale e apertosi in due per realizzare la separazione di cielo e terra. Poi nacquero gli dèi, ai quali seguirono i fondatori della civiltà umana: Usoos, l’inventore dell’abbigliamento (con pelli di animale) che per primo osò avventurarsi sul mare; Aion scopritore del nutrimento degli alberi, mentre Agreo e Halieo inventarono la caccia e la pesca. Poi venne Chusor, il fabbro esperto in arti magiche e in seguito nacquero gli inventori dell’arte edilizia, quindi quelli che insegnarono l’organizzazione del villaggio, l’agricoltura e l’allevamento, la scrittura e la navigazione. Nella genealogia degli dèi, secondo Filone, al vertice stanno Elium, ‘‘l’eccelso” e la Baalat di Berito; da loro discende Urano che genera El (cioè Crono), Baitylos, Dagon (Grano) Astarte e molti altri figli. Il contrasto nato tra loro diede origine alla guerra per la sovranità del mondo da cui uscì vincitore El. Tra gli dèi che gli erano stati fedeli e che lo avevano aiutato, El spartì la sovranità sulle città fenicie.
 
 
Nel mondo punico le cariche sacerdotali più alte erano appannaggio del sovrano e dell’aristocrazia oligarchica che officiava le cerimonie liturgiche in occasione di feste o in momenti particolari della vita sociale, politica o militare della città. Gli uffici di culto regolari e quotidiani erano invece affidati ad un apposito personale strutturato gerarchicamente e articolato in vari livelli di ministero. Due cariche erano particolarmente importanti: quella del ‘‘sacrificatore” e quella, meno chiara, del ‘‘risuscitatore della divinità” che appare in numerose iscrizioni e che probabilmente si collega alle feste in cui alcuni dèi (come Baal-Adon e Melqart) muoiono e risuscitano ogni anno per celebrare il rito delle stagioni. Più esauriente la documentazione sul sistema sacrificale. Possediamo alcuni tariffari, affissi all’entrata dei templi, che ci informano sulle vittime, sulla tipologia dei sacrifici e sulla tassa da pagare. Le vittime erano buoi, vitelli, arieti, agnelli, volatili da cortile, che potevano essere sacrificate in vari modi; al clero andava una certa somma di denaro e una parte della carne della vittima.
Molti considerano rito caratteristico della religione fenicia e punica il sacrificio umano, più in particolare il sacrificio sul rogo di fanciulli detto molk (possesso). Ricordata sia dalla Bibbia che dagli autori classici, le notizie su questa pratica furono ritenute attendibili quando le ricerche archeologiche individuarono, in alcune colonie fenicie del Mediterraneo centro-occidentale (ma non in Fenicia), delle aree sacre, poste nei ‘‘luoghi alti”, con urne contenenti resti incinerati di bambini. Oggi una riconsiderazione globale della questione esclude che i fenici praticassero sacrifici umani se non in contesti eccezionali, in cui la gravità della situazione richiedeva interventi religiosi di maggiore incisività, come del resto succedeva in tutto il mondo antico. Il tofet (termine ebraico che designa il recinto sacro) non era altro che un santuario dal carattere pubblico e comunitario con funzione di necropoli infantile, destinata ad accogliere i resti di bambini precocemente defunti, e che per questo venivano ‘‘offerti” alle divinità per assicurare ai sopravvissuti la loro benevola protezione.
 
 
Il contributo più originale ed essenziale dei fenici alla nostra civiltà è la scrittura alfabetica. La miglior prova della vitalità del sistema di scrittura da loro messo a punto è costituita dalla sua diffusione nello spazio e nel tempo. Da esso - direttamente o indirettamente, e con varie modifiche - derivano la scrittura ebraica, l’indiana, l’araba, la greca e la latina. Praticamente tutto il mondo, a eccezione delle civiltà dell’Estremo Oriente, ‘‘scrive fenicio”.
Solo nelle città-stato fenice, comunità di uomini ricchi di iniziativa e di senso pratico, aperti alle novità e non soggetti alle tradizioni immobili e paralizzanti del tempio e del palazzo come erano quelle mesopotamiche e soprattutto egizie, poteva svilupparsi quello che è il contributo originale ed essenziale dei fenici alla civiltà mondiale: la scrittura alfabetica. Ai macchinosi sistemi di scrittura ideati dagli egizi e dai sumeri e rimasti in uso senza apprezzabili variazioni per tutto il III e II millennio a.C., i fenici sostituirono - o inventandolo essi stessi o perfezionando un’invenzione sorta altrove nell’area siro-palestinese - l’alfabeto che noi adoperiamo ancora oggi. Il sistema di scrittura fenicio, le cui testimonianze più antiche risalgono al 1200-1100 a.C., rappresentò, per l’idea che lo ispirava, qualcosa di assolutamente nuovo. Non occorsero più centinaia di segni complicati (i geroglifici, i caratteri cuneiformi), ma la parola umana fu analizzata e scomposta nei suoi elementi essenziali, i suoni (o fonemi), a ognuno dei quali corrispose un segno. Nell’alfabeto fenicio sono però rappresentate solo le consonanti, mentre le vocali furono introdotte dai greci. Così i segni, le ‘‘lettere”, diventarono da molte centinaia una ventina e poterono servire a fissare per iscritto qualsiasi lingua. Con l’invenzione dell’alfabeto si realizzò un progresso immenso nella storia della civiltà; i sistemi degli egizi e dei babilonesi richiedevano uno studio approfondito, e lo scriba era un professionista non meno specializzato di un medico o di un architetto. Con l’alfabeto leggere e scrivere divennero alla portata di una massa di persone infinitamente più vasta e la cultura fu sottratta al monopolio di una ristretta classe di sacerdoti e di scribi. E non importa se la ragione di questa ‘‘semplificazione” del sistema di scrittura sia stata dettata da ragioni commerciali, un metodo semplice e veloce per registrare merci e transazioni: l’apparizione delle prime forme di scrittura nella Mesopotamia del IV millennio a.C. era avvenuta con la stessa funzione.
 
 
Cartagine fu l’unico fortunato tentativo di colonizzazione stabile compiuto nel Mediterraneo orientale da una popolazione originaria del Vicino Oriente  prima della conquista araba dell’Africa settentrionale avvenuta più di mille anni più tardi, durante il secolo di Maometto.
Quando la madrepatria cadde in mano allo straniero, Cartagine rimase libera e continuò a essere un centro d’irradiazione della civiltà fenicia.
 
 
 
Il nome fenicio di Cartagine (Qart Hadasht) significa ‘‘città nuova”, in contrapposizione alla vecchia città fenicia di Utica che la Storia Naturale di Plinio il Vecchio fa risalire al 1101 a.C. Secondo la tradizione, la colonia di Qart Hadasht venne fondata sulla costa tunisina dai fenici di Tiro nell’814 a.C., trentotto anni prima che i greci iniziassero a computare gli anni in base alle celebrazioni di Olimpia che si svolsero per la prima volta nel 776.
 
 
La costa dell’Africa settentrionale era desolata e poco ospitale: dune, scogliere a picco, scarsità di porti sicuri e ancoraggi che non offrivano alcun riparo dai venti del nord. Altrettanto privo d’attrattive appariva l’entroterra, difficile da penetrare perché percorso, per lunghi tratti, da catene montagnose in direzione parallela alla costa. Erano poi presenti su tutta la zona bestie feroci come leoni, elefanti, pantere, iene, orsi. Le regioni coltivabili erano poche e poco estese, abitate da popolazioni indigene fra le più arretrate quanto a progresso materiale tra tutte quelle delle coste del Mediterraneo occidentale. Alcune conducevano vita sedentaria, specie in Tunisia, ma la maggioranza era costituita da pastori seminomadi, riuniti in piccoli clan o tribù. Più tardi alcune di queste tribù si unirono formando stati relativamente grandi, ma ancora racchiusi in zone geografiche ben delimitate. Quando i fenici cominciarono a scegliere luoghi dove fondare colonie che avrebbero dovuto servire da basi mercantili o da posti di rifornimento di acqua e di viveri per le loro navi, essi cercarono anzitutto località facilmente accessibili dal mare, ma non da un’entratura potenzialmente ostile, o isole al largo della costa, o penisole fortificabili e con baie sabbiose dove si potessero tirare in secco le navi.
 
 
La zona di Cartagine rispondeva alle esigenze con cui i fenici sceglievano i luoghi dove fondare colonie, e in più consentiva l’espansione nei fertili territori circostanti. A nord-est dell’odierna Tunisi, aggetta in mare, per 16 chilometri, una penisola a punta di freccia. Nella sua estremità orientale si levano sulla spiaggia alcune piatte alture che non superano i 60 metri, costeggiate da lagune contigue, una delle quali collegata al mare. Su una di queste alture, distante meno di un miglio dal mare, sorse la prima cittadella di Cartagine, Byrsa, facilmente difendibile. La costa attorno era esposta ai venti del nord e dell’est, con l’unica eccezione della piccola baia di el-Kram, volta a sud e protetta a est da un breve promontorio. Si trattava di un autentico ‘‘paesaggio fenicio”: spiaggia piatta, insenature protette, uno stretto collegamento con la terraferma facilmente sbarrabile, e, alle spalle, un vasto e fertile entroterra. Qui gettarono le ancore i primi fenici e sbarcarono i primi coloni; nell’immediato retroterra fu costruito il porto artificiale e, a meno di cento metri verso ovest sorse il recinto sacro, il tofet detto anche ‘‘Santuario di Tanit”, consacrato proprio dai primi coloni.
 
 
Le leggende fiorite intorno alla nascita di Cartagine sono narrate dalle fonti classiche in cui i dati reali provenienti dalla tradizione fenicia si mescolano a motivi greci acquisiti successivamente. La più popolare fa risalire tutto ad una contesa dinastica avvenuta a Tiro. "Durante il suo settimo regno, re Pigmalione (820-270 a.C.) volle impadronirsi del cospicuo patrimonio di suo zio Acherbas, che era anche sposo della principessa Elissa, la sorella di Pigmalione, nonché sacerdote del dio Melqart. Il fatto di sangue provocò la fuga da Tiro di Elissa e di un gruppo di cittadini ostili a Pigmalione. Gli esuli lasciarono la Fenicia per raggiungere la vicina  Cipro, dove il gran sacerdote della dea Astarte si unì a loro, a condizione che in una nuova fondazione l’ufficio di sacerdote della dea si trasmettesse ereditariamente in seno ai membri della sua famiglia. Per assicurare la continuità della colonia furono aggregate al gruppo ottanta vergini che erano state destinate alla prostituzione sacra. Partiti verso Occidente, Elissa e il suo seguito approdarono sulla costa africana dove stabilirono buoni rapporti con la popolazione locale. Ai fenici fu concesso di comprare un terreno, vasto quanto poteva esserlo una zona coperta da una pelle di bue. Elissa allora fece tagliare la pelle in strisce sottilissime, che circondarono tutta la collina, chiamata per questo Byrsa (in greco ‘‘pelle di bue”). Acquistata con tale inganno l’area del primo insediamento, Elissa attivò i commerci con le popolazioni vicine che invitarono i nuovi arrivati a fondare una città. Ma il capo indigeno Iarba pretese, sotto la minacce delle armi, di avere in sposa Elissa che preferì uccidersi gettandosi nel fuoco piuttosto che tradire la memoria di Acherbas." Questa leggenda fu ripresa anche da Virgilio nell’Eneide.
 
 
Ecco come Virgilio racconta nell’Eneide la fondazione di Cartagine ad opera di Didone (Elissa). È da notare che Virgilio, probabilmente sulle tracce di un autore più antico, Nevio, ambientò il suo racconto parecchi secoli prima della fondazione effettiva di Cartagine, allo scopo di poterlo inserire nella saga di Enea, fuggiasco da Troia e in procinto di fondare Roma. In tal modo avvicinò in maniera drammatica i fondatori delle due città che si sarebbero poi contese il dominio del Mediterraneo.
 
"Punico regno vedi, popolo tiro, ma africana è la terra.
Didone regge il comando, partita da Tiro
per fuggire al fratello. Lunga storia d’offese,
lungo intrico, ma seguirò a sommi capi.
Le fu sposo Sicheo, fra i fenici il più ricco di campi,
dalla misera amato con grandissimo amore;
ché a lui vergine il padre l’affidò, gliela univa
in prime nozze. Aveva il regno di Tiro il fratello
Pigmalione, assassino feroce su quanti mai furono.
E folle odio nacque tra quelli. Egli col ferro,
empio, davanti agli altari, cieco per brama d’oro,
uccide indifeso Sicheo, a tradimento, senza aver cuore
per l’innamorata sorella. E a lungo celò il delitto, la misera
amante illuse con molte finzioni, con vana speranza, crudele.
Ma ecco a lei venne, nel sogno, dell’insepolto marito
il fantasma, pallida terribilmente levando la faccia,
e mostrò l’are atroci, mostrò il petto trafitto,
tutta la tenebrosa colpa della casa scoprì.
Poi d’affrettare la fuga le ispira, di uscir dalla patria,
e, aiuto alla via, le schiude, sepolti nel suolo,
tesori antichi, quantità ignota d’oro e d’argento.
Così, sconvolta, Didone cercava fuga e compagni.
E s’adunarono quelli che avevano odio crudele
contro il tiranno o tristo terrore: navi per caso già pronte
s’appropriano, carican l’oro, si portano i beni
di Pigmalione avaro pel mare: guida è una donna.
Giunsero ai luoghi dove tu grande ora vedi
le mura e la rocca della Città Nuova sorgere,
e contrattarono il suolo - dal fatto il nome Birsa -
quanto potesse cingere una pelle di toro."
Virgilio, Eneide, I, 335-370
 
 
Distrutta nel 146 a.C., fatta ricostruire da Giulio Cesare nel 46 a.C. come colonia di cittadini romani, dall’inizio dell’età imperiale romana Cartagine venne abbandonata a se stessa, avviata verso un lento e inesorabile degrado. Il porto si interrò e il saccheggio dei marmi e dei graniti continuò fino al medioevo; con essi furono costruiti, fra l’altro, anche il duomo di Pisa e quello di Genova. Oggi, grazie alle fonti storiche e alle moderne ricerche archeologiche, siamo in grado di ricostruire vari elementi dell’impianto urbanistico e della vita della Cartagine fenicia.
 
 
Il cuore dello sviluppo della nuova colonia fu il porto, situato dove si trovano ora le due lagune a nord della baia di el-Kram, meno di un miglio sotto la collina di St. Louis (Byrsa). Si trattava di due bacini scavati nella roccia (cothon), uno quasi rettangolare e uno posteriore circolare. Un canale artificiale lungo una trentina di metri e largo 22, sbarrabile in caso di necessità per mezzo di una catena di ferro, li collegava entrambi al mare. La parte esterna dell’installazione, cioè il porto rettangolare, doveva servire da fonda per le navi mercantili, quella interna, il porto circolare, per le navi da guerra. A guardare i resti dei due bacini si resta stupiti della loro esigua dimensione: il porto mercantile misura all’incirca 50x150 metri, il diametro del porto militare non supera i 100. Viene da chiedersi come una potenza militare del calibro di Cartagine riuscisse a ospitarvi l’intera flotta. Ma si sa che i fenici facevano entrare in porto solo le navi da caricare e scaricare: le altre restavano fuori, nelle basse acque costiere, dove gettavano l’ancora o venivano tirate in secco a riva; c’era poi un altro molo che si protendeva molto in avanti nella baia di el-Kram. Inoltre in inverno la navigazione cessava quasi totalmente. Il porto militare comunque, malgrado la sua piccolezza, era in grado di ospitare 200 navi.
 
 
Così lo storico greco Appiano (II secolo) descrive Cartagine e i suoi porti:
 
‘‘Cartagine sorgeva nel grande golfo d’Africa ed era circondata dal mare in modo da assumere la forma di una penisola, congiunta alla terraferma da un istmo largo 25 stadi (circa 4600 metri). Era dotata di due porti in collegamento tra loro; il primo era il porto mercantile, l’altro, il porto interno, era riservato alle navi da guerra, e in mezzo ad esso era posta un’isola circondata - come il porto - da potenti banchine. L’isola, sulla quale sorgeva il palazzo dell’ammiraglio, si trovava di fronte all’entrata del porto, in modo che da Cartagine si potesse vedere tutto ciò che avveniva a grande distanza, mentre dal mare non si poteva percepire nulla di quanto accadeva dentro i suoi due porti sicuri".
 
 
Cartagine era difesa da mura robustissime che resistettero a tutti gli attacchi, fino all’ultimo assedio romano. La loro lunghezza complessiva era di ventidue o ventitré miglia romane (34-35 chilometri), la maggior parte delle quali lungo la costa e quindi facilmente difendibili. Il tratto più importante era quello che sbarrava l’istmo che collegava la città alla terraferma, situato circa tre miglia a est del porto e della zona più densamente abitata. In questo tratto, l’unico di cui abbiamo una certa conoscenza, le mura erano alte più di dodici metri con torri di sessanta metri, a quattro piani, che sorgevano a intervalli regolari. All’interno delle mura vi erano stalle disposte su due piani: quelle inferiori potevano contenere trecento elefanti; quelle superiori quattromila cavalli che salivano e scendevano per mezzo di rampe. Vi erano inoltre magazzini e caserme per ventimila fanti e quattromila cavalieri. Un altro muro correva tutto intorno alla collina di Byrsa (St. Louis) che costituiva quindi la cittadella interna. Questa cinta aveva una circonferenza di due miglia e comprendeva anche la zona portuale e le abitazioni della città vecchia.
 
 
L’aspetto della città vecchia non doveva differire molto da quello odierno di molte città del Mediterraneo orientale poco modificate dalla civiltà moderna. Le vie erano strette e tortuose e in alcuni casi le case, simili alle insulae romane, avevano fino a sei piani (Cartagine è stata definita la Manhattan fenicia). Altri edifici minori presentavano tetti a balcone o coperture a volta. L’esterno di queste grandi costruzioni era semplicemente imbiancato a calce, senza alcuna apertura tranne una porta sulla strada; finestre e balconi si aprivano su un cortile interno. La muratura era costituita da grandi pietre squadrate di provenienza locale e di qualità scadente, ma nella maggior parte dei casi le pietre venivano usate solo per le fondamenta, mentre il resto della casa era di mattoni crudi. Per i pavimenti si usava una malta rosa con frammenti di marmo mescolati, e le pareti venivano stuccate. Non mancano esempi di decorazioni, come modanature in pietra o in stucco, capitelli e cornicioni. Degne di nota le soluzioni adottate per il sistema idrico, sia per l’alimentazione (cisterne), sia per lo scarico (doccioni, canaletti, pozzi neri ecc.).
 
 
Era il ‘‘luogo santo” di Cartagine, il santuario ‘‘non costruito” dedicato al culto di Tanit. Si trov       ava nell’area di Salammbô, a poche decine di metri a occidente del cothon, e vi sono state trovate migliaia di urne contenenti ossa carbonizzate di bambini e stele di varia forma, recanti per lo più iscrizioni, destinate a indicare il luogo della deposizione. Fu utilizzato dagli inizi della storia di Cartagine fino alla sua distruzione. La fase più antica è rappresentata da una piccola cappella: un vano quadrato di circa un metro di lato, con l’altare ricavato nella roccia. La cappella era preceduta da un cortile al quale si accedeva attraverso una sorta di labirinto ottenuto con tre muri curvi concentrici. L’elevato deposito di urne e di stele deposte in uno spazio non troppo ampio causò un eccessivo accumulo di materiali che indusse i cartaginesi a spianare periodicamente l’area. Il tofet era aperto a tutti senza discriminazioni: ai poveri e ai ricchi, alle donne e agli uomini; perfino gli schiavi potevano offrire sacrifici e lasciare offerte votive. Esso fu scoperto nel 1921 da un operaio che dissotterrò, per puro caso, la famosa stele detta del ‘‘sacerdote col bambino”.
Le necropoli di Cartagine cominciarono a venire alla luce nel 1878. Da allora migliaia di tombe sono state aperte e studiate a fondo, ma non è stato possibile arrivare a un conteggio esatto sia per gli scavi clandestini destinati a restare sconosciuti, sia per la mancanza di pubblicazioni che ha cancellato il ricordo di siti una volta noti. Le tombe sono per lo più a pozzo e a dromos; quelle a pozzo sono talvolta molto profonde e accessibili mediante ‘‘gradini” intagliati sui lati lunghi che si fronteggiano come nel caso della tomba n. 55 a Borj Jedid (31,86 m). In certi casi, come nella necropoli detta di Santa Monica, le celle sono sovrapposte come negli edifici a molti piani e si aprono sul pozzo di discesa. Nella necropoli di Rabs sono stati scoperti sarcofagi di marmo, dal peso di parecchie tonnellate, in celle funerarie a molti metri di profondità.
 
 
Il tempio più bello e più ricco che sorgesse a Cartagine all’epoca della distruzione era quello di Eshmun (identificato con il dio greco Asclepio) che si trovava sulla collina di Byrsa; vi si accedeva per mezzo di una scalinata monumentale di sessanta gradini. Gli autori antichi parlano di altri templi consacrati a Giunone (identificabile senza dubbio in Tanit o in Astarte) e ad Apollo; in quest’ultimo, secondo Appiano, c’era una cappella tappezzata di foglie d’oro che i  soldati romani di Scipione strapparono dai muri servendosi delle spade. Le iscrizioni puniche parlano di templi dedicati al culto di divinità quali Astarte, Tanit del Libano o Tanit della Grotta, Sid, Baal ma, a parte alcune cappelle identificate, purtroppo sul posto non ne rimane traccia.
 
 
Cartagine fu, insieme a Roma, uno dei pochi stati che i greci non consideravano ‘‘barbari” perché possedeva un’eccellente costituzione, lodata dagli stessi scrittori romani - e fra essi Cicerone Il governo oligarchico cartaginese ebbe cura di trattare le masse popolari con generosità assegnando loro una parte dei redditi provenienti dallo sfruttamento dei territori conquistati.
Questa precauzione contribuì non poco a evitare che nessuno, se non dopo la crisi economica che seguì la guerra di Annibale, parlasse di riforma.
Per quanto riguarda le forze militari, la popolazione di Cartagine era troppo scarsa per costituire un esercito ‘‘nazionale”, per cui i cartaginesi arruolarono mercenari tratti dalle comunità libiche, sarde e iberiche: evitarono così di distogliere i cittadini dalle attività commerciali da cui proveniva la ricchezza che consentiva, appunto, di finanziare le truppe.
Nel settore economico la principale attività dei cartaginesi riguardava l’approvvigionamento dei metalli.
Cartagine sfruttava inoltre in modo capillare le risorse agricole dei territori conquistati.
L’artigianato era fiorente e la produzione delle stoffe colorate raggiungeva quasi un livello ‘‘industriale”.
 
 
Le città-stato della Fenicia ebbero un loro re fino all’età ellenistica; non sappiamo invece se a Cartagine esistesse mai una monarchia, nemmeno nei primissimi tempi e nonostante le leggende della fondazione. Di sicuro sappiamo che il titolo del magistrato supremo della città era quello di sufeta, ‘‘capo” o ‘‘guida”, un termine (sufet) che i greci traducevano con ‘‘re”. Quando Cartagine era ancora soggetta a Tiro, il re della madrepatria aveva probabilmente nella città punica un suo rappresentante (viceré o governatore) per il quale il titolo di sufeta sarebbe stato perfettamente appropriato; quando poi la città si rese autonoma quel titolo venne attribuito al capo della colonia, benché questi venisse scelto dagli stessi coloni. Nel III secolo, all’apogeo della potenza cartaginese, i sufeti erano probabilmente due e rimanevano in carica per un solo anno: ciò rendeva l’istituzione simile al consolato romano. Secondo Aristotele nella scelta dei sufeti si teneva conto sia della ricchezza che del lignaggio, ma questi magistrati venivano eletti da un’assemblea plenaria di cittadini e forse, alla fine del mandato, era consentita la rielezione. Non ci sono noti i particolari dei poteri dei sufeti, ma sappiamo con certezza che, al contrario dei consoli romani, essi non avevano potere militare. Il loro compito era piuttosto quello di convocare e di presiedere il senato e l’assemblea popolare e di amministrare la giustizia; a loro erano sottoposti un tesoriere di stato e una serie di funzionari addetti al disbrigo di questioni pratiche (manutenzione dei porti, dei mercati ecc.).
 
 
A Cartagine la carica di generale, che conferiva il supremo potere militare, aveva carattere straordinario e la separazione di principio tra questa e i più alti uffici civili era un fatto unico nelle civiltà antiche, così come l’esenzione dei cartaginesi dal servizio militare. Ciò era dovuto al fatto che la vita di Cartagine era basata sul pacifico esercizio del commercio e che, non avendo la città nemici temibili in Africa, le guerre si svolgevano sul suolo straniero e potevano essere considerate come crisi da risolvere mediante incarichi temporanei. Chiunque poteva essere nominato generale anche se questa carica, come quella dei sufeti, era condizionata dalla ricchezza e dal lignaggio. L’incarico non aveva limiti di tempo e in parecchie famiglie, come quella dei Magonidi e dei Barcidi, si creò una tradizione militare. La posizione quasi extracostituzionale dei generali può spiegare in parte il severo trattamento usato ai condottieri sconfitti, considerati alla stregua di impiegati negligenti; ma allo stesso tempo essi erano temuti come potenziali eversori dello stato perché stavano a capo di eserciti mercenari. Ciò implicava una forma di controllo molto stretta sulla libertà d’azione dei generali che ‘‘camminavano” sempre, per così dire, ‘‘sul filo del rasoio”: un generale mediocre poteva essere ignorato e anche accettato; un generale di valore e di grande carisma era tenuto d’occhio con una certa diffidenza, per timore di una cospirazione.
 
 
Fin dai primi tempi dovette esistere a Cartagine un gruppo di cittadini anziani o eminenti che affiancava i sufeti. Era una sorta di senato i cui membri - alcune centinaia - rimanevano in carica per un periodo determinato. Gli argomenti della loro competenza erano pressoché illimitati: promulgavano le leggi, definivano le linee della politica estera, decidevano se intraprendere una guerra o a quali condizioni porvi termine, ricevevano le ambascerie, reclutavano gli eserciti, vigilavano sul contegno dei generali. A partire dal III secolo a.C. al più tardi, all’interno di questo senato generale esisteva un gruppo di trenta senatori che costituiva un comitato permanente addetto agli affari più urgenti e a questioni di ordinaria amministrazione. C’era poi la cosiddetta corte dei Cento (scelta sempre tra i membri del senato) che amministrava la giustizia e che col tempo ampliò i suoi poteri fin quasi a detenere il potere effettivo. Quanto all’assemblea dei cittadini, essa era chiamata in causa solo se senato e sufeti erano in disaccordo.
 
 
Nei primi tempi l’esercito cartaginese era composto da cittadini arruolati, come avveniva in tutte le città-stato dell’antichità, ma già ai tempi delle guerre in Sicilia esso consistette in buona parte di mercenari e di contingenti arruolati fra i popoli soggetti. I cittadini cartaginesi furono comunque sempre presenti nell’esercito, come i 3000 giovani, addestrati e arruolati nella fanteria pesante, che formavano la famosa ‘‘compagnia sacra” distintasi nel 339 a.C. contro i siracusani. Fra i soldati stranieri che facevano parte dell’esercito cartaginese i più numerosi erano i libi di Tunisia, particolarmente adatti a costituire la fanteria leggera; quindi gli iberici, armati di spade falcate; i balearici, arruolati come frombolieri (e pagati non in oro ma in donne); i celtici dotati di lunghe spade da taglio. I mercenari greci contribuivano a formare la falange, armati di lunghissime lance, mentre la cavalleria era costituita prevalentemente da numidi e mauritani. I generali erano sempre cartaginesi. L’arma vincente di questi eserciti erano all’inizio i carri falcati che spezzavano e scompaginavano gli schieramenti avversari; per essere efficienti essi avevano però bisogno di ampi spazi privi di asperità del terreno, per cui furono sostituiti dagli elefanti da battaglia che, potendo muoversi agevolmente anche su terreni accidentati, svolgevano strategicamente la stessa funzione dei carri. Per quanto riguarda la consistenza delle armate cartaginesi sembra che di norma non superassero le 30 mila unità, anche se quelle condotte in Italia da Annibale erano molto più numerose.
 
 
Le navi da guerra fenicie avevano pochi rivali nell’antichità. Tra il VII e il IV secolo a.C. la regina del Mediterraneo fu la trireme (o triera), inventata molto probabilmente dai sidoni; era lunga circa 36 metri e imbarcava un equipaggio di 180 uomini: 85 per lato, sovrapposti in tre file sfalsate, erano applicati ai remi, la parte restante costituiva il personale addetto al comando e alla manovra della velatura e un piccolo contingente di fanteria da sbarco destinata al combattimento. A Cartagine è invece attribuita dalle fonti classiche l’invenzione della quadrireme (o tetrera) in auge intorno al V secolo a.C., e in seguito della quinquireme (o pentera), utilizzata durante le guerre contro Roma. Gli equipaggi erano composti unicamente da cittadini di diritto cartaginese e comprendevano un ufficiale superiore addetto al comando, un ufficiale in seconda, un timoniere, trenta marinai addetti alle vele e alla coperta, e un numero di uomini ai remi compreso tra 150 e 300 secondo il tipo e la grandezza della nave. La propulsione avveniva a vela durante gli spostamenti, mentre durante le ostilità i due alberi di cui erano dotate le navi venivano smontati dai loro alloggiamenti e la manovra era fatta unicamente a remi. La flotta consisteva in dieci squadre di dodici navi ciascuna, munite di rostro, alle quali si aggiungevano numerose imbarcazioni che fungevano da collegamento. Le modalità e le tecniche degli scontri non erano molto cambiate rispetto a quelle dei secoli precedenti.
 
 
Il commercio aveva reso Cartagine la più ricca città del Mediterraneo: quando un greco o un romano dell’epoca ellenistica pensava a un cartaginese, se lo raffigurava nei panni di un mercante. Il commercio ha lasciato tuttavia poche tracce rilevabili mediante ricerche archeologiche perché la più alta percentuale di merci oggetto di questa attività (viveri di ogni tipo, metalli non lavorati, tessuti, pelli e schiavi) sono materiali deperibili; le importazioni e esportazioni di manufatti – che meglio si conservano – era soltanto una piccola parte del totale. Fino al III secolo, il traffico dal quale la città traeva i maggiori profitti era quello con le tribù più retrograde, le quali fornivano, in cambio di articoli di poco valore, i metalli preziosi: oro, stagno e probabilmente ferro con il quale i cartaginesi fabbricavano da sé le proprie armi. Gran parte di questi metalli era in transito, perché essi venivano nuovamente esportati dopo che l’erario aveva incassato la sua percentuale. Il monopolio di Cartagine nel Mediterraneo occidentale non serviva però solo ad accaparrarsi questi metalli: prodotti greci, egizi e campani rinvenuti sulle coste africane, in Sardegna e in Iberia dovettero giungervi a bordo di navi cartaginesi. Per questo i mercanti stranieri furono incoraggiati ad aprire empori nella città punica: i materiali da loro importati sarebbero stati riesportati dai mercanti cartaginesi. Il monopolio del mare implicava però trattati che ne imponessero il riconoscimento ad altri stati e una continua lotta contro i pirati.
 
 
Oltre a commerciare manufatti di produzione straniera, i cartaginesi possedevano industrie proprie che producevano articoli destinati all’esportazione. Prima di tutto tessuti colorati con la porpora, quindi oggetti d’avorio, entrambi prodotti per i quali i cartaginesi andavano famosi. C’erano poi gli athyrmata, quei ‘‘gingilli” tanto richiesti da tutte le popolazioni del Mediterraneo, e le armature che a centinaia uscivano giornalmente dalle botteghe cartaginesi, specie durante l'ultima guerra contro Roma. Gli artigiani specializzati nella lavorazione dei metalli erano numerosissimi e producevano anche una grande quantità di articoli di uso quotidiano destinati soprattutto alle tribù libiche e numide e alle popolazioni iberiche. I manufatti che uscivano dai laboratori di Cartagine (a parte le stoffe colorate che avevano alle spalle una tradizione millenaria) erano piuttosto dozzinali, poco originali e mancavano di talento artistico (chi voleva cose belle si rivolgeva ai greci), ma il loro stile, misto di tanti stili diversi, era adattissimo per gli oggetti che i mercanti cartaginesi esportavano in tutte le città ellenistiche. Proprio per questo nel III secolo a.C. Cartagine cominciò a battere moneta, senza la quale era impossibile commerciare con il mondo greco-ellenistico.
 
 
L’agricoltura, a Cartagine, fu importante quasi quanto i commerci e l’industria e la classe dei proprietari terrieri godeva lo stesso prestigio di quella mercantile. Le notizie che abbiamo ci sono giunte attraverso gli scrittori romani Varrone (116 ca.-27 a.C.), Plinio il Vecchio (23-79) e Columella (I sec. d.C.), autori di opere anche di argomento agricolo in cui sono spesso citati i testi del cartaginese Magone (IV secolo a.C.) che aveva raccolto l’esperienza punica. Le fertili terre attorno alla città, tutte in possesso dell’aristocrazia, vennero sottoposte a colture estensive, soprattutto cerealicole, affidate a contadini libici, ma grande cura veniva dedicata all’olivo e alla vite: il vino di produzione cartaginese che godette di maggior fama era il passum, ossia il passito. Tra le altre colture arbustive vanno ricordate quelle del mandorlo, del fico e del melograno che i latini chiamavano malum punicum (mela punica). I terreni della costa africana erano inoltre adatti, come del resto ancora oggi, all’allevamento di pecore e capre al quale i cartaginesi aggiunsero quello dei buoi, dei tori e dei cavalli. Anche se non propriamente allevati, venivano tuttavia addestrati per la guerra elefanti di una razza autoctona del Nord Africa, da tempo estinta, di taglia inferiore a quella degli attuali elefanti centro-africani.
 
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Ta il 318 e il 305 il tiranno di Siracusa Agatocle  portò la guerra sul territorio di Cartagine. Un passo di Diodoro Siculo (ca. 80-ca.20 a.C.), descrive come apparve agli occhi dei greci la campagna africana.
 
‘‘Il territorio che bisognava attraversare era disseminato di giardini e frutteti di ogni genere, poiché molti rivi erano incanalati e irrigavano ogni luogo. Apparivano senza interruzione case di campagna edificate con lusso e imbiancate a calce, che attestavano la ricchezza dei proprietari. Le ville erano piene di tutto ciò che contribuisce ai piaceri della vita, dato che gli abitanti, in un lungo periodo di pace, avevano messo da parte una grande quantità di beni. La terra era coltivata in parte a vite, in parte a ulivo, ed era ricca pure di alberi da frutto. Nelle restanti zone pascolavano in pianura mandrie di buoi e greggi di pecore, e i prati vicini erano pieni di cavalli al pascolo. In una parola, in quella zona si trovava un’opulenza varia, perché i cartaginesi più nobili avevano là i loro possedimenti e, grazie alle loro risorse, potevano dedicarsi al godimento dei piaceri della vita”.
 
[1241]
La religione fenicia, della quale peraltro abbiamo una scarsissima documentazione, non costituì un complesso unitario; a causa del frazionamento politico del territorio ogni città provvide in modo autonomo al culto, adorando le proprie divinità. Al di là delle differenze è possibile tuttavia ritrovare elementi comuni. È ampiamente attestata una triade divina comune composta da un dio protettore della città, da una dea della terra feconda, e da un giovane dio che con la sua morte e con la sua successiva rinascita sancisce il ciclo annuale della vegetazione. Quindi, benché i fenici dipendessero quasi completamente dal mare, la loro era una religione legata alla terra: questo perché il culto e le pratiche religiose sono molto più antiche della navigazione e del commercio.
 
[12411]
Il pantheon dei cartaginesi ricalcava quello dei fenici d’Oriente, anche se alcune divinità apparvero a Cartagine con nomi diversi; comune era anche la  mitologia. Dal V secolo a.C. le divinità principali furono il dio Baal Hammon, signore e protettore della città, e la dea Tanit (l’Astarte delle città-stato d’Oriente) il cui nome non è fenicio, ma libico, segno che i coloni erano stati influenzati dal culto locale. I greci identificarono Tanit con Era, la loro dea suprema, ma la divinità cartaginese assunse anche altri attributi riservati altrove a dee più tipiche della fecondità, come Afrodite e Demetra. Su numerose stele dedicate a Tanit figurano infatti i simboli della fertilità (la palma, la colomba, il melograno) oltre alla luna di cui essa era la dea e, più frequentemente, il cosiddetto ‘‘segno di Tanit” che rappresenta una donna con le braccia alzate in segno di benedizione. A fianco di Tanit e Baal Hammon rimasero altre divinità di tradizione fenicia, come Eshun di Sidone che, in quanto dio della medicina, aveva il tempio più grande e più ricco di Cartagine, o Melqart di Tiro che i greci identificarono con Eracle. A partire dal IV-III secolo vennero poi introdotti a Cartagine culti greci, come quello di Demetra e Core. Come accadeva in Fenicia, agli dèi erano sacrificati numerosi animali e, solo eccezionalmente, venivano immolati esseri umani, anche se i resti carbonizzati di fanciulli trovati nel tofet hanno fatto supporre a lungo, erroneamente, che vittime umane venissero offerte al fantomatico dio Moloch.
 
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Nel suo celebre romanzo Salambô, affresco rievocativo di Cartagine durante la rivolta dei mercenari del 241-238 a.C., Gustave Flaubert (1821-80) descrive il crudele rito del sacrificio dei fanciulli in onore di Moloch, il divoratore. Viene portata fuori dal tempio la colossale statua di bronzo del dio che ha braccia mobili protese in avanti e un fuoco di aloe, cedro e lauro è acceso ai suoi piedi.
 
"I fanciulli salivano lentamente, e, poiché il fumo che s’innalzava dal rogo formava ampi vortici, così, visti da lontano, parevano svanire entro una nube. Nessuno d’essi si muoveva, perché erano legati ai polsi e alle caviglie, e il velo nero che li avvolgeva impediva loro di vedere e alla folla di riconoscerli ... Le braccia del colosso si muovevano via via più celermente, né quasi più s’arrestavano. Ogni volta che un fanciullo veniva posto su di esse, i sacerdoti di Moloch tendevano una mano sul suo capo, per porre a suo carico i delitti del popolo, vociferando: ‘‘Non sono uomini, questi, ma buoi!” La moltitudine tutto attorno ripeteva: ‘‘Son buoi! Son buoi!” e i devoti gridavano: ‘‘Signore, mangia!”. Le vittime, appena giunte sull’orlo dell’apertura, sparivano come una goccia d’acqua quando cade sotto una lastra di metallo rovente, e una nuvoletta di fumo bianco saliva nell’interno della grande cavità tinta di color scarlatto. E nondimeno l’appetito del dio non si saziava, ma anzi pareva chiedere nuove vittime. Per offrirgliene in maggior copia, i sacerdoti gliene ammucchiavano sulle mani, trattenendovele con una catena. In principio i fedeli avevano voluto contarle, ma ne vennero aggiunte continuamente altre, ed era ormai impossibile distinguerle nel moto vertiginoso delle orribili braccia. Il rito durò a lungo, senza sosta fino a sera. Poi le pareti interne si tinsero di un rosso più cupo, e allora si videro carni che bruciavano; alcuni credevano perfino di riconoscere capigliature, membra e corpi inerti."
 
[1252]
Verso il 450 a.C., un capitano cartaginese di nome Himilco o Imilcone salpò dalla costa portoghese in direzione nord. Raggiunta la Bretagna e da qui la Cornovaglia, cercò di prendere contatto con i minatori indigeni dello stagno. Non si sa se vi sia riuscito, né se da questa prima presa di contatto siano sorti diretti legami di affari tra Cartagine e l’isola, ma i mercanti seguirono in seguito con frequenza le rotte settentrionali partendo da Cadice. Venticinque anni dopo Imilcone un altro capo di spedizione di nome Annone compì un viaggio lungo le coste atlantiche dell’Africa. Si mise in navigazione con sessanta vascelli da cinquanta remi ciascuno e con circa tremila uomini e donne, viveri ed altri oggetti di necessità. Sembra quindi più un’emigrazione che una spedizione. Al suo ritorno Annone fece incidere una relazione • su stele che depose all’interno del tempio di Baal Hammon a Cartagine. Il testo originario del resoconto di viaggio non è giunto sino a noi, possediamo invece una versione greca che presenta molte inesattezze. Con ogni probabilità il viaggio di Annone dovette concludersi all’altezza dell’attuale stato del Camerun o di quello del Gabon.
 
[12511]
Nonostante le inesattezze della traduzione greca, sono possibili nella relazione di Annone alcune identificazioni: il fiume Lixus con il Draa (Marocco); i lixiti con i berberi, gli etiopi con le popolazioni dell’Africa equatoriale; Cerne con l’isola di Hern dinanzi alla costa del Sahara spagnolo; nel fiume Chretes si è riconosciuto il Senegal. Da questo punto la narrazione sembra assumere una connotazione fantastica.
 
"Dopo aver oltrepassato le Colonne ed aver navigato due giorni, fondammo una prima città che chiamammo Thymiaterion. Sotto di essa era una larga pianura. Dirigendoci poi verso Occidente, giungemmo a Soloeis, un promontorio coperto d’alberi, e vi fondammo un tempio a Poseidone. Quindi navigammo in direzione d’Oriente per mezza giornata e raggiungemmo una laguna non lontano dal mare, coperta di una grande quantità di alte canne, dove passavano elefanti e molti altri animali selvaggi. Passata questa laguna e navigato lungo la costa fondammo delle città chiamate Karikon, Theichos, Gytte, Akra, Melitta e Arambys. Partiti di là, arrivammo al gran fiume Lixus, che viene dalla Libia. Presso di esso, dei nomadi detti lixiti pascolavano le loro greggi. Restammo qualche tempo con loro e ne divenimmo amici. All’interno rispetto a loro vivevano degli Etiopi inospitali, in una terra di bestie feroci e traversata da grandi montagne (...). Presi degli interpreti dai lixiti, muovemmo a sud lungo il deserto per due giorni, e poi per un giorno a Oriente. Allora trovammo un’isoletta dalla circonferenza di cinque stadi nel fondo di un golfo. Vi lasciammo dei coloni e la chiamammo Cerne. Giudicammo dal nostro viaggio che era situata in posizione opposta a Cartagine, perché il viaggio da Cartagine alle Colonne e quello dalle Colonne a Cerne era simile. Da qui, passando per un gran fiume chiamato Chretes, raggiungemmo un lago nel quale si trovavano tre isole più grandi di Cerne. Con un giorno di viaggio giungemmo al fondo del lago, dominato da altissime montagne piene di selvaggi vestiti di pelli di animali, che ci lanciarono contro delle pietre e ci impedirono di sbarcare. Navigammo di là verso mezzogiorno per dodici giorni, fiancheggiando la costa, tutta occupata da etiopi che non si fermarono, ma fuggirono dinanzi a noi (...). Poi continuammo la navigazione per cinque giorni lungo la costa, finché giungemmo ad un grande golfo che i nostri interpreti chiamarono il Corno dell’Occidente. Di giorno non vedemmo altro che una foresta, ma di notte ci apparvero molti fuochi ed udimmo dei suoni di flauti, un battere di cimbali e di tamburi ed un gran rumore di voci. La paura ci prese e gli indovini ci ordinarono di lasciare l’isola. Partimmo di là in fretta e fiancheggiammo una costa infuocata piena di profumo d’incenso. Grandi rivoli di fuoco scendevano nel mare e la terra era inavvicinabile per il calore. Navigando per tre giorni giungemmo ad un golfo chiamato il Corno del Sud. Al fondo di questo golfo v’era un’isola piena di selvaggi. Le donne erano molto più numerose, avevano il corpo peloso ed i nostri interpreti le chiamavano gorilla (...). Prendemmo tre donne, che mordendo e graffiando non volevano seguirci. Noi le uccidemmo e togliemmo loro la pelle che portammo a Cartagine. Essendo finiti i viveri, non navigammo oltre".
 
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Cartagine fu la prima città-stato che tentò di dominare un impero, e riuscì a mantenere tale dominio per tre secoli. Eppure, come tutti gli stati la cui ricchezza è basata sul commercio, Cartagine fu certamente uno degli stati meno bellicosi del Mediterraneo perché essa sapeva valutare le perdite provocate dalla guerra.
 
[1311]
Dopo la sua fondazione, per un lungo periodo di tempo non abbiamo più notizie di Cartagine. Poiché le colonie fenicie non avevano lo scopo di sfruttare l’entroterra ma guardavano piuttosto al controllo del mare, passarono diversi secoli prima che Cartagine si estendesse oltre i confini originari.
Ma durante l’ultimo quarto del VII secolo il dinamismo dei greci e la nuova potenza dei sicilioti, ossia dei greci di Sicilia, cominciarono a entrare in urto con i diversi interessi, sia commerciali che strategici, dei fenici e Cartagine dovette intervenire.
 
[13111]
Anche se già nei poemi omerici i fenici sono caratterizzati come mercanti infidi e mancatori di parola, fino al VI secolo a.C. non sono documentate ostilità tra greci e fenici, che anzi intrattennero vivaci scambi commerciali e culturali con reciproco vantaggio. Ma, alla fine del VI secolo a.C., gli interessi greci cominciarono ad entrare in contrasto con quelli fenici e a risentirne furono i rapporti con i sicilioti. Nel 631 a.C. i coloni di Tera fondarono Cirene, sulla costa libica, inserendosi nei traffici tra Cartagine e l’Egitto e, poco prima, i focesi, che nonostante l’opposizione di Cartagine avevano fondato la loro colonia di Marsiglia, tentarono di aprirsi un mercato nel regno di Tartesso, per raggiungere il quale erano occorsi ai fenici secoli di paziente penetrazione. Inoltre, dopo la fondazione di Gela, avvenuta nel 688 a.C., i greci non sembravano più attratti solo dalle coste orientali della Sicilia e si erano volti alle due coste occidentali dell’isola dove nacquero, con grande inquietudine dei fenici, Imera e Selinunte. Dal 580 i greci tentarono di cacciare i fenici da tutta la Sicilia e, per mantenere il possesso della parte occidentale intervenne direttamente, per la prima volta, Cartagine. Il momento era particolarmente delicato perché le città-stato della madrepatria erano in crisi a causa dell’attacco dei babilonesi di Nabucodonosor che imposero a Tiro tredici anni di assedio. Furono queste le circostanze politiche che portarono Cartagine alla guida delle colonie fenicie e che le consentirono, dalla metà del VI secolo a.C., di asservirle gradualmente all’impero che andava costruendosi.
 
[13121]
Quando la sua posizione in Sicilia fu salda, Cartagine si volse alla Sardegna e, benché osteggiata dalle popolazioni locali, riuscì a imporvi il proprio dominio, anche al di fuori degli scali marittimi e delle basi commerciali che i fenici già controllavano. A ostacolarla c’erano solo i focesi che in Corsica avevano fondato Alalia (560 a.C.). Più che una colonia si trattava di una vera e propria base di scorrerie ai danni degli etruschi nel Tirreno settentrionale. L’alleanza tra etruschi e cartaginesi portò nel 540 a.C. allo scontro con i pirati focesi, che vennero distrutti: la Corsica passò agli etruschi e le colonie fenicie della Sardegna non vennero più minacciate. Da quest’alleanza antigreca, segno di una nuova dimensione politica mediterranea, scaturì una divisione delle zone di influenza: agli etruschi l’Italia continentale salvo la Magna Grecia, ai cartaginesi le grandi isole (eccetto la Corsica) e l’Occidente mediterraneo. Il segno più evidente dell’alleanza etrusco-cartaginese viene da Pyrgi, l’attuale Santa Severa, sulla costa tirrenica a nord di Roma: in questo centro portuale etrusco il signore di Cerveteri fece incidere e dedicare alla dea fenicia Astarte (etrusca Uni) tre lamine d’oro, due in etrusco e una in fenicio. Ma ormai la potenza etrusca volgeva al declino e Cartagine volse lo sguardo alla nascente potenza di Roma. Con essa, e in funzione antigreca, strinse nel 508 a.C. un trattato nel quale si definivano le rispettive zone di influenza: ai romani il territorio latino, ai cartaginesi una parte della Sicilia e l’Africa.
 
[131211]
Il testo del trattato tra cartaginesi e romani è stato tramandato dallo storico greco Polibio (ca.205-125/120 a.C.) ed è probabilmente il più antico documento dell’archivio romano a noi noto. Esso non presuppone rapporti di amicizia ma elimina ogni concorrenza commerciale di Roma sulle coste africane; in cambio riconosce alla città sul Tevere l’influenza sulle città laziali alle quali, specie a quelle costiere, Cartagine s’impegna a non recare danno. Ci sarà un secondo trattato tra Cartagine e Roma nel 348 a.C., un terzo 306 a.C., e addirittura un quarto nel 279 a.C., ai tempi cioè della guerra dei romani contro Pirro.
 
‘‘Sui seguenti punti si basa l’amicizia tra i romani e i loro alleati e i cartaginesi e i loro alleati. I romani e i loro alleati non devono navigare al di là del promontorio Calos (forse capo Fatina, a nord di Tunisi), a meno che non vi siano costretti da nemici o da tempeste. Se qualcuno vi è portato per motivi di forza maggiore non deve prendere o comprare nulla salvo quel che gli occorre per rifornire la nave o per offrire sacrifici, limitando comunque la presenza a un massimo di cinque giorni... Se qualche romano viene nella Sicilia, soggetta ai cartaginesi, sia protetto dalle medesime leggi. I cartaginesi, a loro volta, non molestino le popolazioni di Ardea, Anzio, Laurento, Circeo, Terracina, né di alcun’altra città latina soggetta a Roma e si tengano lontani dalle città indipendenti: e qualora ne abbiano presa una, la restituiscano intatta ai romani. Non dovranno i cartaginesi costruire fortezze in territorio latino: e se vi entreranno in assetto di guerra non potranno trascorrervi la notte”.
 
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Nel 480 a.C. un evento decisivo segnò la ripresa dei greci in Sicilia: ad Imera, sulla costa settentrionale dell’isola, essi inflissero una dura sconfitta all’esercito cartaginese. Poiché nello stesso anno i greci uscirono vincitori anche in Oriente nella battaglia di Salamina contro i persiani, alcuni storici antichi collegano le due vicende e parlano di un’alleanza punico-persiana ai danni dei greci; quest’ipotesi è oggi ritenuta improbabile, connessa alla propaganda greca. Dopo Imera cessano le notizie che riprendono nel 409 a.C. con l’aprirsi in Sicilia di una nuova fase di scontri dagli esiti incerti. Nel 409 e nel 406 a.C. i cartaginesi conquistarono a nord Imera e a sud Selinunte, Agrigento e Gela. I greci a loro volta reagirono con la spedizione di Dionisio di Siracusa che nel 397 a.C. giunse fino a Mozia e la conquistò. Alla morte di Dionisio (367 a.C.) la frontiera si stabilizzò lungo i fiumi Imera e Alico cosicché i cartaginesi controllarono il terzo occidentale dell’isola e i greci il resto. Fu di poco dopo (348 a.C.) il  secondo trattato tra cartaginesi e romani da cui risulta, rispetto al precedente, una novità: Cartagine controllava ormai la Sardegna che viene menzionata nei suoi possedimenti al pari dell’Africa. Gli scontri tra i cartaginesi e i greci in Sicilia ripresero nella seconda metà del IV secolo a.C.: tra il 342 e il 339 per iniziativa di Timoleonte Corinzio, che fu respinto nella battaglia del fiume Crimiso; tra il 318 e il 305 per iniziativa di Agatocle di Siracusa che, sconfitto e assediato nella sua città, decise di portare la guerra nel territorio cartaginese d’Africa. La manovra non ebbe successo e Agatocle fu costretto a concludere una pace che riportava i confini all’Imera e all’Alico. Intanto i cartaginesi strinsero un terzo trattato con Roma e un quarto venne ratificato nel 279 a.C. per la mutua difesa contro l’ultimo assalto greco, quello di Pirro re dell’Epiro che 276 a.C. dovette abbandonare la Sicilia. Ormai il rimuoversi della potenza greca in Sicilia creava le premesse per lo scontro tra Cartagine e Roma.
 
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Quando, nel 282 i romani imposero alle città della Magna Grecia di entrare nell’alleanza romana, Taranto chiamò in suo aiuto il più abile condottiero del tempo, Pirro, re del piccolo Epiro (l'attuale Albania). Nel 280 a.C. Pirro sbarcò in Italia con un esercito non molto numeroso ma ben organizzato, fornito di uno strumento bellico sconosciuto ai romani: gli elefanti. Il terrore che questi animali seminarono tra i soldati romani fece guadagnare al condottiero epirota il primo scontro avvenuto a Eraclea, sulla costa ionica della Basilicata e lo stesso avvenne l’anno successivo ad Ascoli, presso Foggia, dove però anche Pirro riportò perdite così gravi che l’espressione ‘‘vittoria di Pirro” passò a designare un successo conquistato a carissimo prezzo. Invece di sfruttare la vittoria, egli decise improvvisamente di passare in Sicilia dove sperava di costruirsi un proprio regno, nella zona occidentale dell’isola, ai danni dei cartaginesi. Si mise quindi alla testa degli eserciti di Siracusa, Gela, Agrigento e Messina, ma dopo tre anni di guerra senza concreti risultati abbandonò l’isola per tornare sul continente dove fu definitivamente sconfitto dai romani a Benevento nel 275 a.C.
 
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Ai tempi della guerra contro Pirro i cartaginesi si erano impegnati ad aiutare i romani e in quella circostanza, tra le due città, era stato stipulato un trattato (il quarto) che definiva esattamente le zone di influenza di ciascuna di esse: ai cartaginesi era riservato il controllo del mare e delle isole (Sicilia, Sardegna, Corsica); ai romani era lasciata mano libera nella penisola. La linea di demarcazione tra le due zone d’influenza passava per lo stretto di Messina: se i romani o i cartaginesi avessero valicato quella linea, avrebbero provocato una guerra. Un fatto apparentemente secondario fece precipitare le cose. Un esercito di soldati mercenari, chiamati mamertini, che aveva occupato Messina, chiese, nel 264 a.C., l’intervento prima di Cartagine e poi di Roma per difendersi da Gerone II di Siracusa, un ex generale di Pirro, che intendeva cacciarli dalla città. I romani valutarono i rischi, poi decisero di infrangere il trattato con Cartagine. Sbarcati in Sicilia nel 262 a.C. conquistarono quasi completamente l’isola, ad eccezione delle fortezze occidentali di Trapani e di Lilibeo (Marsala) che erano appoggiate e rifornite dalla flotta cartaginese, padrona del mare. Purtroppo i romani si adeguarono in fretta alle esigenze della guerra: allestirono in tutta fretta una flotta di 120 navi e con essa nel 260 a.C. sbaragliarono la marina cartaginese a Milazzo e poi, nel 256 a capo Ecnomo. Incoraggiati dall’esito di queste vittorie tentarono perfino, ma senza successo, di portare direttamente la guerra in Africa con il console Attilio Regolo. I cartaginesi intanto si erano ripresi e conducevano con successo le operazioni in Sicilia sotto il comando del generale Amilcare Barca. La guerra alla fine si risolse sul mare con la vittoria del console romano Lutazio Catulo alle isole Egadi (241 a.C.). Le condizioni di pace subite dai cartaginesi dopo una guerra durata 23 anni furono abbastanza ragionevoli: l’abbandono della Sicilia, l’impegno ad abbandonare ogni ostilità contro i romani e il pagamento di una forte indennità in denaro.
 
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I romani, che fino allora erano stati un popolo di contadini e di pastori, profondamente radicati alla terra, si trasformarono, con l’aiuto degli etruschi e dei Greci della Magna Grecia, in marinai ma dotarono le loro navi di ponti mobili, i corvi, con i quali agganciavano le imbarcazioni nemiche e sui quali potevano combattere come sulla terraferma. A raccontare l’episodio della battaglia di Milazzo è ancora una volta Polibio.
 
‘‘I cartaginesi (quando seppero che la flotta romana avanzava verso di loro) con grande gioia e zelo salparono con 230 navi, pieni di disprezzo per l’inesperienza dei romani, e navigarono tutti con la prora volta ai nemici come se andassero a fare un sicuro bottino, pensando che non valesse neppure la pena di schierarsi a battaglia. Al loro comando c’era Annibale (nome che si ripete frequentemente nella storia cartaginese) con una nave a sette ordini di remi che era stata del re Pirro. Appena furono vicini, vedendo i corvi volti in alto su ciascuna prora, i cartaginesi rimasero un po’ incerti, stupiti da quegli strani apparecchi, ma poi, siccome avevano un grande disprezzo per gli avversari, quelli della prima fila si mossero all’assalto arditamente. Ma le navi, una volta avvicinatesi, venivano strette insieme dalle macchine, e gli uomini subito si lanciavano attraverso i corvi e balzavano a combattere sui tavolati delle navi; alcuni dei cartaginesi furono trucidati, altri, sbigottiti da quanto accadeva, si arresero: la battaglia si svolse infatti in modo simile a un combattimento terrestre. Così i romani tolsero di mezzo trenta navi con tutti gli equipaggi e fra queste fu catturata l’imbarcazione del comandante. Annibale riuscì faticosamente a fuggire su una scialuppa”.
 
[1321]
Dopo la sconfitta romana, privata dei suoi domini marittimi, Cartagine guardava alla penisola iberica come area di ogni suo futuro sviluppo.
La regione, lontana dalle ingerenze romane, avrebbe costituito un prezioso serbatoio di reclutamento, e il possesso e la gestione diretta delle miniere d’argento della Sierra Morena avrebbe consentito il mantenimento di forti contingenti militari.
 
[13211]
Le condizioni di pace imposte dai romani dopo la sconfitta cartaginese in Sicilia, anche se non furono disastrose per la città punica innescarono una crisi progressiva: Cartagine era ormai posta in condizioni di inferiorità che non riuscirà mai più a rimuovere durevolmente. I primi segni della crisi si ebbero subito, in Africa. Le truppe mercenarie si ribellarono perché non ottennero il soldo né le gratifiche che si aspettavano per le sofferenze patite e accesero una guerra quadriennale nel corso della quale il conflitto venne portato in Sardegna (238 a.C.). Qui i mercenari chiesero l’intervento dei romani che si affrettarono a occupare l’isola insieme alla vicina Corsica. La rivolta fu domata nel 237 a.C. dal generale Asdrubale, ma intanto Cartagine aveva perduto il suo potere nel Mediterraneo: l’unica via di espansione era costituita dalla penisola iberica. Ricca di miniere di argento e di rame e poco distante dalla costa africana, la Spagna era lo sbocco naturale a un movimento di conquista e, nelle intenzioni dei cartaginesi, una formidabile base strategica per riprendere la lotta contro Roma. A imporre questa strategia fu la famiglia dei Barca, o Barcidi, che capeggiava il partito dei commercianti. Furono quindi prima Amilcare e poi il suo genero e successore Asdrubale ad affermare in Iberia il dominio di Cartagine: nel 229 Asdrubale fondò Cartagena e nel 226 strinse un trattato con Roma che gli riconosceva come zona d’influenza tutti i territori a sud del fiume Ebro. Nel 221 a.C. Asdrubale fu assassinato e gli succedette nel comando il cognato Annibale, figlio del ‘‘Lampo”.
 
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Prima di fregiarsi del soprannome di Barca (‘‘il Lampo” o ‘‘la Folgore”) Amilcare (m. 229 a.C.) era stato l’eroe della guerra con Roma e il generale che aveva domato con decisione la rivolta dei mercenari in terra d’Africa. La famiglia era di grande e solido patrimonio, proprietaria di vastissimi possedimenti nella regione dell’attuale Sehel tunisino, e di antica nobiltà: il poeta latino Silio Italico (25-101) che scrisse il poema epico Punica di imitazione virgiliana, la diceva giunta in Africa al seguito di Elissa, ma è più probabile che si sia trasferita dalla Fenicia più tardi, in seguito a una seconda migrazione. Amilcare aveva dato due figlie in spose a due influenti membri del senato, uno dei quali, Asdrubale, che gli succedette nel comando in Spagna, capeggiava una delle fazioni più forti; altre due figlie le aveva unite a due principi numidi, fornitori di cavalleria punica, che controllavano l’entroterra. Forte di tanta parentela, di ricchezza e di prestigio personale, questo aristocratico cartaginese si recò in una colonia relativamente cartaginesizzata al fine di procurare alla città madre un compenso per i territori perduti, ma anche per fondare su suolo straniero una sorta di monarchia militare: si compiaceva più della parte di sovrano per grazia propria che del ruolo di governatore. Se poi, come vuole la leggenda, il fondamento emotivo della sua politica era l’odio antiromano, tale sentimento doveva comprendere in pari misura amore di patria, orgoglio ferito e ambizione. E poiché era cosciente che, per attuare i vasti disegni dettati da tale odio non poteva bastare la vita di un solo uomo, alimentò nei tre figli – almeno secondo la voce storica – l’odio verso Roma. Annibale raccontava che il padre gli aveva fatto giurare di non vivere mai in amicizia con i romani.
 
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Annibale nacque nel 124 a.C., quasi sicuramente a Cartagine, primo di tre fratelli. A dodici anni seguì il padre in Spagna e fu allevato nel campo dell’armata paterna affidato a un precettore spartano, Sosilo. Sotto la sua guida Annibale studiò a fondo sia le campagne militari di Alessandro Magno, che divenne il suo modello, sia le opere di storia militare successive concernenti la tattica e la strategia. Il condottiero che in quegli anni viene formandosi, superiore secondo la tradizione antica a Pirro e allo stesso Alessandro, è il sommo rappresentante della scuola militare ellenistica, sorretto da un’ambizione e da un disegno politico che prevedevano la ricostruzione dell’impero punico e, come esito ultimo, dopo l’inevitabile guerra di rivincita con Roma, l’instaurazione di un potere personale nella stessa Cartagine: una sorta di re occulto in una repubblica pur sempre retta democraticamente.
 
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Così lo storico Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) descrive la figura di Annibale.
 
‘‘Di suprema audacia nel superare i pericoli, era però anche di suprema prudenza. Nessuna fatica poteva fiaccarne il corpo o vincerne l’animo. Di uguale resistenza sia al caldo sia al freddo, assumeva cibo e bevanda in quantità corrispondente al bisogno naturale, non al piacere. Il tempo che gli avanzava dal disbrigo delle sue faccende, lo dedicava al riposo: non però in un morbido letto e conciliato dal silenzio, ché anzi molti lo videro spesso giacere per terra, avvolto in un mantello militare, fra le sentinelle e i posti di guardia. Era di gran lunga il primo tra i cavalieri come tra i fanti, primo a entrare in battaglia, ultimo lasciava il campo alla fine.”
 
Al luminoso ritratto il romano si affretta com’è ovvio, ad aggiungere qualche tratto negativo:
 
‘‘Vizi ingenti pareggiavano le tante virtù dell’uomo; di crudeltà inumana e perfidia più che punica (la slealtà punica era proverbiale...), nulla vi era per lui di vero, di santo: nessun timore aveva degli dèi, nessun giuramento era sacro, nessun legame religioso”.
 
[13231]
Costretto, come tutti i suoi predecessori a servirsi di contingenti eterogenei, tratti dai diversi domini di Cartagine, Annibale si rese subito conto che per trasformare un’accozzaglia di mercenari in una forza efficiente era necessario sfruttare al massimo i caratteri diversi delle varie etnie, combinandone, quando era possibile, l’azione in battaglia. Perno degli eserciti punici era la fanteria pesante libica, armata e impiegata alla greca secondo la tattica oplitica e falangista della formazione serrata e armata di lancia d’urto e della lunghissima sarissa macedone. Ma i libici si sentivano più a proprio agio nel combattimento corpo a corpo e concepivano la battaglia come una serie di duelli individuali. Così, invece della picca (la lunga asta dalla punta di ferro) Annibale fornì la spada come principale arma offensiva a tutti i suoi contingenti di fanteria pesante e li divise in piccole unità tattiche (speirai), più elastiche e duttili della massiccia falange, in grado cioè di manovrare con grande libertà. Il "suo” esercito esaltava la capacità combattiva ideale dei vari elementi (e dei vari gruppi etnici) e al tempo stesso li manteneva perfettamente fusi. Quella di Annibale era un’armata piuttosto anomala, quanto a organizzazione, rispetto agli schemi dell’epoca, ma greca restò la manovra che essa era chiamata a eseguire sul campo. Come negli eserciti ellenistici l’aggiramento era operato dalle cavallerie, ma esso veniva "preparato”, come successe a Canne, dalle formazioni di fanteria pesante che ora erano assai più agili di quelle greche.
 
[13241]
Contro le smisurate risorse dello stato romano, che in quegli anni poteva mobilitare 600 000 uomini, l’esercito di Annibale, con i suoi 20 000 fanti e 6000 cavalieri, era poca cosa. In una guerra di logoramento i cartaginesi non avrebbero avuto speranze, ma Annibale aveva in mente una guerra lampo, combattuta sul territorio italico, che scardinasse il sistema della confederazione romana e staccasse da essa, con le lusinghe o con le minacce, quei soci che ne alimentavano gli eserciti. Infatti erano apertamente ostili a Roma, anche se ad essa soggette, quasi tutte le genti della Gallia Cisalpina; malcontento e rivolta serpeggiavano inoltre nel mondo osco-sabello e in quello italiota dell’Italia meridionale; qui dunque alcune città si proponevano come potenziali alleate di Annibale. Delicata appariva anche la situazione di Capua, seconda città d’Italia, da qualche tempo minacciata nel suo primato economico. Annibale era convinto che, se avesse isolato Roma staccandola dai suoi soci e alleati, il senato sarebbe stato costretto a trattare; il condottiero contava di ottenere questo risultato rapidamente: la promessa fatta ai suoi soldati durante  l’attraversamento delle Alpi di mettere in loro mano la capitale d’Italia con una o due battaglie al massimo, è un’autentica dichiarazione programmata.
 
[1331]
Lo scopo di Annibale era probabilmente quello di ridimensionare la potenza romana, non di eliminarla, riportandola ai confini antecedenti alla conquista della Magna Grecia, della Sicilia e dell’Italia settentrionale. Sulla penisola si sarebbero quindi costituiti tre sistemi statali: a nord una lega di tribù galliche; al centro la federazione romana con latini umbri e etruschi; a sud un’altra federazione di sabbiai, lucani e bruzii, sotto il protettorato di Cartagine.
 
[13311]
Nel 226, con Asdrubale, i cartaginesi si erano impegnati a non superare, durante le loro operazioni, il corso dell’Ebro. Atteggiandosi ancora una volta a protettrice della grecità occidentale Roma intendeva con questo rassicurare l’alleata Marsiglia fondata dai focesi. Ma a sud del fiume restava libera Sagunto, città di presunta fondazione greca, delle cui sorti ritenevano di poter decidere sia i romani che i cartaginesi: i romani perché da tempo la città si era posta sotto la loro protezione, i cartaginesi perché essa si trovava nella loro zona di influenza. Quando, malgrado i moniti di Roma, Sagunto venne espugnata e distrutta, il conflitto si rivelò inevitabile. Se il "caso Sagunto” sia stato il pretesto colto da Annibale per realizzare i suoi piani di guerra contro Roma è una questione che è stata dibattuta a lungo e senza esito; è certo, tuttavia, che i romani si risolsero a prendere le armi solo all’ultimo minuto e non senza esitazioni. Convinti che Annibale volesse difendere i suoi domini nella penisola iberica, si prepararono a inviargli contro Publio Cornelio Scipione, mentre affidarono all’altro console, Tiberio Sempronio Longo l’incarico di preparare uno sbarco in Africa. Ma la fulminea reazione del Barcide vanificò tutti i piani dei romani. Nel 218 a.C., appena la guerra fu dichiarata, Annibale superò l’Ebro, e superati i Pirenei e le Alpi con un esercito di 26 mila uomini e più di trenta elefanti da combattimento, si presentò nell’autunno nella pianura padana.
 
[133111]
Ecco la descrizione che lo storico romano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) fece dell’impresa, ritenuta fino allora impossibile:
 
"Annibale dalla Duerza (affluente del Rodano), quasi sempre per pianure, giunse ai piedi delle Alpi. Allora, sebbene per fama sapessero ciò che li attendeva, al veder da vicino l’altezza di quelle montagne, e le nevi che si confondevano con il cielo, gli informi tuguri addossati alle rupi, le greggi e i giumenti arsi dal freddo, gli uomini furono presi da nuovo terrore... In testa erano la cavalleria e gli elefanti che procedevano con estrema lentezza per gli stretti sentieri; dietro veniva il grosso dell'esercito... Il nono giorno, si giunse al valico (forse il Monginevro) per vie spesso non più tentate, e iniziò la discesa che si rivelò assai più difficile della salita perché nella notte era caduta molta neve. Giù per i sentieri scoscesi, uomini e cavalli sdrucciolavano sulla molle poltiglia, scoprendo l’insidioso ghiaccio sottostante... Leggendosi sulla faccia di ognuno lo scoramento e la disperazione, Annibale, spintosi innanzi e fatti fermare i soldati su un promontorio, donde la vista spaziava largamente, mostrò loro l’Italia, e ai piedi delle Alpi la pianura padana, dicendo che essi superavano allora non solo le mura d’Italia, ma della stessa città di Roma, che tutto il resto sarebbe stato agevole e piano, che con una o al massimo due battaglie avrebbero avuto nelle loro mani la rocca e la capitale d’Italia”.
 
[13321]
In dicembre, sotto una fitta nevicata, gli elefanti di Annibale (che non sopravviveranno all’inverno) misero in fuga, prima sul Ticino e poi sulla Trebbia, le legioni dei consoli Publio Cornelio Scipione e di Tiberio Sempronio Longo che si erano riunite per affrontare l’invasione, mentre l’esercito cartaginese raddoppiò di numero per l’apporto dei galli che, come previsto, accorsero ad arruolarsi nelle sue file. Dopo avere passato l’inverno del 217 a.C. nell’Italia settentrionale, l’esercito cartaginese sfondò le difese dei valichi appenninici e marciò su Perugia, inseguito lungo la sponda del lago Trasimeno dalle legioni del nuovo console Gaio Flaminio. Annibale le attaccò di sorpresa e le distrusse la mattina del 22 giugno, poi sbaragliò la cavalleria del secondo console, Gneo Servilio, che giunse in ritardo sul campo. Ora, dal cuore dell’Italia l’esercito cartaginese minacciava direttamente Roma che fu invasa dal panico. In quel momento di supremo pericolo il senato soppresse le magistrature ordinarie e nominò dittatore Quinto Fabio Massimo. Egli eluse ogni scontro decisivo con i cartaginesi preferendo una tattica di contenimento e di logoramento, accontentandosi di molestare il nemico e di rendergli impossibile l’approvvigionamento. Scaduto il suo mandato, il potere fu restituito ai consoli che in quel 216 a.C. furono Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. Essi, per non lasciare più a lungo il territorio degli alleati italici in balia dell’esercito cartaginese, cercarono di risolvere il conflitto in Apulia dove Varrone diede battaglia campale presso il villaggio di Canne, sulle rive del fiume Ofanto. La sconfitta che i romani subirono fu la più tremenda che la storia della Repubblica registri; Annibale aveva virtualmente concluso la sua guerra lampo.
 
[13331]
Sono i primi giorni dell’agosto del 216 a.C. e Roma è attanagliata dalla paura, stretta nella morsa della disperazione. Pochi giorni prima a Canne, un villaggio dell’Apulia che nessuno ha mai sentito nominare, i consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone hanno subito la più tremenda sconfitta che si ricordi e il più e il meglio delle legioni romane, con il fior fiore dei loro ufficiali, sono stati annientati dall’esercito di Annibale, il cartaginese che da due anni sta tenendo a ferro e a fuoco la penisola italica. Si parla di 70 000 legionari rimasti sul campo o fatti prigionieri, e solo 3000 sarebbero usciti malconci dallo scontro. Roma è vicina alla disfatta finale e tenta di conciliarsi il favore degli dèi tornando agli antichi riti della fondazione, celebrando persino sacrifici umani. Non è chiaro se le divinità capitoline abbiano accettato il fumo delle vittime, ma è certo che se Annibale sarà pronto a cogliere il frutto della sua vittoria, si vedranno i cavalli dei cartaginesi pascolare nel Foro e Roma tornare alla condizione di piccolo stato agricolo di periferia.
 
[13341]
Roma assorbì il colpo con insospettata energia. La sua intatta supremazia sul mare impediva che da Cartagine e dalla Spagna affluissero all’esercito di Annibale rifornimenti e truppe fresche, quindi il conflitto aspro si trasformò in una guerra di esaurimento. Mentre ebbero poco esito i tentativi di Annibale di suscitare nuovi nemici a Roma (Siracusa si schierò apertamente dalla sua parte e fu assediata; Filippo V di Macedonia aprì in Illiria un nuovo fronte di guerra) nel 210 a.C. Publio Cornelio Scipione passò al contrattacco in Spagna, e nel 207 a.C. Gaio Claudio Nerone bloccò sul fiume Metauro l’esercito cartaginese portato nell’Italia centrale da Asdrubale, fratello di Annibale. A questo punto Roma comprese che, se voleva costringere Annibale ad abbandonare l’Italia, doveva spostare la guerra in Africa. Guadagnatosi l’alleanza del principe Massinissa di Numidia, Scipione minacciò direttamente Cartagine e per tutto l’anno 203 a.C. vinse ripetutamente gli improvvisati eserciti cartaginesi di madrepatria. Finalmente il 29 ottobre del 202 a.C. Annibale e Scipione si affrontarono a Zama e la sconfitta di Cartagine fu definitiva. Le condizioni di pace imposte dai romani nel 201 a.C. furono durissime; entro un cinquantennio Cartagine doveva versare ai vincitori l’enorme indennità di 10 mila talenti d’argento (un talento corrisponde più o meno a 25-28 milioni delle nostre lire o a 13-14 mila euro); rinunciare subito a tutti i possedimenti fuori dall’Africa e a quelli africani al di là del ‘‘confine fenicio" (restava quindi praticamente solo la Tunisia nordorientale); consegnare la flotta a eccezione di 10 navi; impegnarsi a non portare guerra fuori dal territorio africano e comunque a non intraprendere azioni militari senza l’autorizzazione di Roma.
 
[1341]
La distruzione totale di Cartagine nel 146 a.C. a opera di Scipione Emiliano fu un atto di cui si conservò nell’antichità un perpetuo ricordo. Furono la grandezza della catastrofe e il fatto che una città tanto ricca e potente venisse cancellata dalla faccia della terra a imprimersi nell’immaginazione di tutti: quella tragedia venne simboleggiare il crollo di ogni potenza, sia personale che nazionale.
 
[13411]
Nell’accingersi a riparare i danni causati dalla  guerra contro Roma Cartagine dovette affrontare soprattutto due problemi: il sollecito pagamento a rate annuali dell’indennità e la difesa del territorio cartaginese dalle scorrerie di Massinissa re dei numidi. Annibale era rimasto al comando dell’esercito per alcuni mesi dopo la conclusione della pace, ma nel 200 si era ritirato a vita privata. Alla sua assenza dalle cariche pubbliche corrispose un periodo di grande corruzione del governo aristocratico, che tentò addirittura di pagare con una lega d’argento di basso valore l’indennità e scaricò la tassa straordinaria sulla cittadinanza incamerandone a proprio vantaggio una buona percentuale. Nel 196 a.C. il malcontento popolare crebbe a tal punto che Annibale fu eletto sufeta. Egli valorizzò allora l’immenso potenziale agricolo dell’esausta Cartagine attraverso l’impianto di colture specializzate, ma soprattutto tentò una serie di riforme per reprimere gli abusi finanziari della classe oligarchica. I Cento si appellarono al senato di Roma e, nonostante la mediazione di Scipione, il vincitore di Zama che aveva assunto l’appellativo di Africano, l’odio contro il grande cartaginese ebbe il sopravvento. Costretto all’esilio nel 195 a.C. Annibale trascorse gli ultimi anni di vita vagando dalla Siria alla Bitinia dove morì suicida nel 183 per non essere consegnato ai romani.
 
[13421]
Per essere stato alleato in terra d’Africa dei romani durante le ultime fasi della guerra contro Annibale, Massinissa di Numidia cercava con ogni pretesto di strappare i pochi territori che erano rimasti ai cartaginesi, sicuro che essi non avrebbero reagito in forza dei trattati di pace del 201 a.C., e i romani, dal canto loro, gli lasciavano una notevole libertà d’azione. Non conosciamo l’ordine cronologico degli sconfinamenti di Massinissa, ma nel 193 e nel 182 a.C. egli si era già appropriato di una considerevole fetta di territori. Gli abusi continuarono per un altro decennio finché nel 172 a.C. Cartagine presentò una formale protesta a Roma che fu accolta tiepidamente. Le prevaricazioni di Massinissa non si arrestarono tanto che nel 161 a.C. riuscì ad annettersi, con la tacita approvazione di Roma i fertili terreni che si estendevano attorno al golfo di Gabes (gli Emporii), la perdita più grave tra tutte quelle subite da Cartagine. La città presentava regolari ricorsi a Roma ma il senato rimaneva sordo: ogni tanto inviava in Africa qualche commissione che si limitava a richiamare blandamente all’ordine il re numida lasciando tutte le controversie in sospeso. I cartaginesi avevano all’interno del senato romano un irriducibile nemico, Marco Porcio Catone, che concludeva ogni sua arringa, di qualsiasi argomento si trattasse, con le famose parole ‘‘ceterum censeo Chartaginem esse delendam” (... e inoltre dichiaro che Cartagine deve essere distrutta). L’occasione che Catone aspettava fu offerto a Roma nel 150 a.C. quando, in conseguenza di un nuovo assalto di Massinissa, la città non invocò più l’arbitrio di Roma, ma respinse la violenza con le armi. L’ultima rata di indennizzi imposta dai trattati del 201 era stata regolarmente pagata l’anno precedente.
 
[13431]
Roma non accettò scuse, né la proposta di un nuovo indennizzo, né la resa che Cartagine offrì quando seppe che il senato aveva dichiarato la guerra. L’esercito Romano sbarcò nel 149 a.C. ad Utica, che si era affrettata a lasciare Cartagine al suo destino, e da lì i consoli comandarono ai cartaginesi di abbandonare la loro città che i romani avevano deciso di distruggere. I cartaginesi si apprestarono allora a una resistenza disperata: i templi e gli edifici pubblici furono trasformati in officine dove i cittadini lavoravano giorno e notte a fabbricare armi con le materie prime ancora disponibili nei magazzini e le donne offrivano i loro capelli per le corde delle catapulte. Fra scaramucce, attacchi alle mura da parte dei romani, sortite dei cartaginesi per approvvigionarsi, defezioni, tentativi di tradimento, disperati atti di eroismo, l’assedio andò avanti fino al 147 a.C., quando giunse in Africa un nuovo esercito romano al comando di Publio Cornelio Scipione Emiliano (figlio adottivo dell’Africano): faceva parte del suo seguito anche lo storico greco Polibio. La città fu stretta dapprima per lunghi mesi in una morsa poi, nel 146 a.C. subì un violento attacco che obbligò i difensori a rinchiudersi nella cittadella di Byrsa da cui combatterono strenuamente per sei giorni. Il settimo giorno fu chiesta la vita salva per coloro che si arrendevano e cinquemila uomini, donne e bambini, mezzi morti di fame, uscirono in fila dalla cittadella; i più tenaci si chiusero in un tempio che poi incendiarono, morendo tra le fiamme. Dopo aver riservato allo stato l’oro, l’argento e gli oggetti sacri, Scipione permise alle sue truppe di mettere a sacco la città e infine, tutto quanto era rimasto in piedi fu raso al suolo. Scipione pronunciò una maledizione sulle rovine e sul terreno venne passato un aratro nel cui solco si seminò del sale, a significare che la terra doveva rimanere per sempre sterile e deserta.
 
[134311]
L’autentica tragedia che fu la fine di Cartagine simboleggiò il crollo di ogni potenza, sia personale che nazionale. Polibio, che fu presente alla sua distruzione, descrive Scipione attonito tra le rovine della città distrutta, presago del destino di morte cui la stessa Roma non potrà sottrarsi.
 
"Scipione considerò la città che aveva prosperato per più di settecento anni dalla sua fondazione, che aveva dominato isole, mari e territori tanto vasti ed era stata ricca d’armi, flotte, elefanti e denaro quanto i più grandi imperi, superandoli però in ardire e disperato coraggio...Dopo aver meditato a lungo sul fatto che non solo gli individui ma anche le città, le nazioni e gli imperi devono tutti inevitabilmente perire, sulla sorte di Troia, città un tempo gloriosa, sulla caduta degli imperi degli assiri, dei medi e dei persiani e sulla più recente distruzione dello splendido impero dei macedoni, egli citò di proposito o fra sé e sé le parole che Omero mette in bocca a Ettore: Verrà il giorno che cadrà la sacra Troia, e il re Priamo, e con lui tutto il suo popolo guerriero. E quando Polibio, che era con lui, gli chiese che cosa volesse dire, egli si volse e gli afferrò la mano dicendo: Questo è un momento di gloria, maestro; eppure sono preso dal timore e dal presentimento che un giorno la stessa sorte toccherà alla mia patria”.
 
[141]
L’arte fenicia ripete nel tempo e nello spazio tipologie e iconografie sostanzialmente invariate, sicché talvolta ci si chiede - senza essere in grado di rispondere - dove è stata prodotta un’opera, perché il luogo del reperimento non è necessariamente anche quello di produzione. Ma l’omogeneità della produzione artistica fenicia è spesso ingannevole. È indubbio l’influsso egiziano nelle città-stato della madrepatria, così come nelle colonie vengono recepiti influssi esterni derivanti da altre culture, quelle indigene o quelle che ad esse si erano sovrapposte. Restano tuttavia la costante funzionalità pratica dei prodotti, l’aderenza alla tradizione e ai modelli, le valenze religiose e magiche che ad essi si accompagnano; ciò può consentire una articolazione per generi o categorie, almeno in apparenza assai solidi e condizionanti: stele, figurine di terracotta, protomi e maschere, gioielli e altri.
 
[1411]
Il complesso delle testimonianze relative all’architettura permette l’individuazione di alcune componenti costanti che delineano una tipica ‘‘cultura dell’insediamento” e, sia in oriente che in occidente, troviamo una serie di elementi peculiari che giustificano l’enunciazione di un vero e proprio ‘‘paesaggio fenicio”. Là dove però, come a Cipro, l’insediamento fenicio non diede luogo alla fondazione di nuove colonie, l’elemento locale rimase prevalente e il contributo fenicio si coglie solo in alcune specifiche realizzazioni architettoniche.
 
 
[14111]
L’urbanistica fenicio-punica mostra alcune componenti costanti, delle quali un aspetto fondamentale è costituito dalla topografia degli abitati, le cui peculiarità hanno reso possibile l’enucleazione di un vero e proprio ‘‘paesaggio fenicio”. Gli insediamenti in genere erano posti su promontori o su isolette a poca distanza dalla costa, di fronte a specchi d’acqua poco profondi o lagunosi, adatti a ricevere navi dalla chiglia bassa come quelle dei fenici. La preferenza accordata a promontori e isole rispondeva anche a un’esigenza di difesa: le isolette erano infatti attaccabili meno facilmente degli impianti di terraferma e i promontori potevano ospitare un’acropoli o comunque un insediamento fortificato. L’acropoli, cinta di mura, costituiva il nucleo centrale di tutti i grandi abitati e intorno ad essa si disponevano i quartieri che ospitavano case private, luoghi di culto, locali per le attività commerciali e industriali. Una cinta muraria racchiudeva l’intero insediamento cittadino, articolandosi spesso in varie cortine successive. In prossimità delle mura si trovava abitualmente l’area sacra caratteristica del mondo fenicio, il tofet – attestato archeologicamente solo in Occidente – ossia un recinto a cielo aperto riservato alla sepoltura (e per molto tempo si è ritenuto al sacrificio) dei fanciulli. Ugualmente in posizione eccentrica rispetto agli abitati erano posti gli impianti sepolcrali. Quanto ai porti, gli impianti naturali erano spesso integrati da banchine, frangiflutti, opere di canalizzazione. Tipica di alcuni insediamenti occidentali era poi la presenza di un bacino artificiale di carenaggio (il cothon), attestato a Cartagine e a Mozia.
 
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Secondo lo storico Strabone i quartieri abitativi delle città fenicie d’Oriente avevano edifici addossati gli uni agli altri, con case a più piani non prive di soluzioni di una certa eleganza; le porte d’ingresso erano inquadrate da colonne e, ai piani superiori, le finestre avevano balaustre ornate con eleganti volute. A Cartagine e a Kerkouane inoltre erano diffuse le vaste insulae abitative in mattoni e pietra che potevano raggiungere anche i sei piani. Vi si accedeva attraverso uno stretto ingresso che conduceva a un cortile centrale, sovente decorato con un pavimento a mosaico in cui compariva il cosiddetto ‘‘segno di Tanit”. Nel cortile si trovavano una o più vasche, un pozzo e la scala d’accesso ai piani superiori. Tutt’intorno si disponevano i singoli vani secondo un criterio organizzativo tipico delle case puniche di città. In Sicilia (Mozia, Solunto) e in Sardegna (sulle rive dello stagno di S. Gilla, presso Cagliari, e a Tharros) sono presenti abitazioni dalla caratteristica tecnica ‘‘a telaio” – cioè con strati verticali alternati a sacche di pietrame più minuto – organizzate, come a Cartagine, attorno a un cortile centrale; in quelle di Tharros la corte occupa però la parte anteriore degli edifici. In certi casi (come a Nora, in Sardegna), le abitazioni sono di dimensioni più modeste e disposte irregolarmente l’una accanto all’altra: per quartieri di questo tipo è stata utilizzata la denominazione di kasbah.
 
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Nelle città-stato fenicie, interi settori cittadini erano adibiti a ospitare esclusivamente officine e laboratori. Numerosi forni per la ceramica attestano in alcuni siti la produzione di anfore e vasellame, mentre consistenti depositi di conchiglie del genere murex, da cui si ricavava la caratteristica porpora, resta a testimoniare l’attività di tintura dei tessuti. A Kition ( Cipro) sono invece presenti resti del cantiere navale, con rampe usate per tirare in secco le imbarcazioni. Consistenti sono gli impianti industriali che riguardano Mozia: in un’area di oltre 600 mq, che costituiva un vero e proprio quartiere, si sono trovati indizi di attività di concia e di tintura delle pelli e di fabbricazione di laterizi e di altri prodotti ceramici. Parti di strutture architettoniche riferibili a edifici rurali sono stati invece riportati alla luce a Malta e a Ibiza. Nella penisola iberica sono state infine rinvenute strutture interpretate come magazzino per lo stoccaggio dei prodotti commerciali datate al VII-VI secolo a.C.; il più notevole, dalle dimensioni di 15x11 metri, è quello di Toscanos, presso Malaga, costituito da tre locali interni e da una cantina.
 
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I santuari della Fenicia non avevano, di norma, un aspetto particolarmente monumentale. Di forma rettangolare, erano costituiti da un unico grande vano dove, su uno dei lati brevi, era collocato un piccolo altare, spesso preceduto da un pilastro isolato o betile che indicava la sacralità del luogo (dal punico bet el = ‘‘casa del dio”); lungo tutte le pareti interne correvano banchine destinate alle offerte. Il santuario cipriota di Kition, fondato nel IX secolo a.C. e dedicato ad Astarte, era diviso in navate da quattro file di colonne e aveva una cella. Le colonne sono una caratteristica anche del tempio di Kerkouane, detto appunto ‘‘casa delle colonne”, che comprende, oltre ad un vano centrale di 7x10 metri, una serie di ambienti circostanti. Peculiari dell’area fenicia (ma sviluppati anche in area coloniale) sono i piccoli sacelli cubici ispirati a modelli egiziani; quello presente nel tofet di Mozia ha invece nell’alzato colonne doriche e un altare incorporato. Due grandi santuari sono presenti anche a Monte Adranone, nel territorio di Agrigento, in Sicilia. Il primo, posto sull’acropoli, è una struttura rettangolare di 31x10 metri, divisa internamente in tre vani: quello centrale, scoperto, ospitava su apposite basi di arenaria due pilastri votivi (betili); nella facciata dell’edificio si combinavano elementi greci e punici. Il secondo tempio, di 21x8 metri, comprendeva due vani affiancati, nel maggiore dei quali sono stati trovati pilastri votivi e un’ara. Documentazione architettonica di grande interesse presenta anche il tempio di Antas, che sorge isolato presso Iglesias, in Sardegna, eretto nel VI secolo a.C. in onore del dio locale Sid.
 
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Poiché i fenici alternavano i riti dell’incinerazione e dell’inumazione, l’architettura funeraria mostra tombe ipogee a semplice fossa, a pozzo e a dromos. Presenti in Fenicia e poi in tutto il mondo punico, le tombe a pozzo – cioè quelle che si aprono ai lati o sul fondo di un modulo verticale d’accesso – risultano spesso notevolmente complesse, per la presenza di diverse camere sepolcrali; il pozzo d’accesso può misurare fino a 5 metri di profondità, ma in alcuni casi li supera di molto. Le tombe a dromos (testimoniate a Cartagine, Palermo, Sulcis, Tharros ecc.) hanno invece un corridoio a rampa che immette nella cella talora decorata. Veri e propri monumenti sepolcrali, gli unici che non attestino esclusivamente soluzioni ipogeiche, sono le costruzioni tombali di Amrit note col nome arabo di meghazil (‘‘fusi”); si tratta di mausolei a più piani, risalenti all’età persiana, costituiti da un tamburo circolare o poligonale e da una parte superiore a cupola o a piramide. Esempio di architettura funeraria famosa per le decorazioni pittoriche è la tomba di Gebel Mlezza, presso Kerkouane.
 
[1421]
Per la generale tendenza ai prodotti artigianali minuti – i più facilmente trasportabili ed esportabili – scarseggia nel mondo fenicio la documentazione di una statuaria in pietra.
Essa è inoltre rappresentata da opere singole, più che da una tradizione organica. In queste opere prevale nella fase più antica l’ispirazione egiziana, in quella più recente l’ispirazione greca.
 
 
[14211]
Da Tiro proviene un busto, risalente all’VIII-VII secolo a.C., che mostra un’iconografia tipicamente egiziana: un torso, con un ampio pettorale sul petto nudo e un gonnellino a pieghe, che conserva il braccio sinistro stretto a pugno per contenere un rotolo. A Sidone è emersa invece un’arte di influenza greca, ma di datazione arcaica (VI secolo a.C.).che ricorda i modelli greci dei kouroi. Dal tempio di Eshmun, sempre a Sidone, provengono alcune statuette di fanciulli, rappresentati in piedi, accovacciati, o nell’atto di giocare con un animale o con un piccolo oggetto; preziose le iscrizioni fenicie che appaiono sullo zoccolo che suggeriscono una datazione al VI-IV secolo a.C. La scarsezza di statuaria che caratterizza l’Oriente fenicio si ripete anche in Occidente. Della prima fase della produzione Cartagine ha restituito qualche testina femminile in pietra con tracce di puntura risalenti al VI secolo a.C., poi prevale una seconda fase di età ellenistica che mostra l’influsso greco ormai dominante, sicché la componente fenicia assume piuttosto l’aspetto di una variante provinciale. Testimonianze importanti di statuaria fenicia giungono dalla Sicilia, come la figura femminile in trono tra due sfingi, proveniente forse da Pizzo Cannita, fortemente mutilata nella parte superiore e nei fianchi, le cui sottili pieghe della veste suggeriscono un influsso ionico. Anche la Sardegna ha restituito notevoli testimonianze di statuaria punica, tra cui spicca l’immagine femminile divina del VII secolo a.C. scoperta a Monte Sirai: la testa è attentamente elaborata, mentre il corpo è trattato sommariamente. Nel 1983 è stata rinvenuta a Sulcis una coppia di leoni a grandezza pressoché naturale che si fa risalire al VI-V secolo a.C.; gli animali poggiano su basamenti a gola e sono inquadrati superiormente da una specie di architrave rettilineo, che prosegue posteriormente con un pilastro sagomato; i leoni sono accosciati, con la zampa anteriore allungata e la coda arrotolata in elegante spirale sul dorso. Anche l’Iberia offre una scarsa documentazione. Notevole è la figurina femminile divina in trono tra sfingi, alta 18 centimetri, eseguita in alabastro e rinvenuta presso Galera. La dea ha il corpo coperto da un velo che le ricade sulle spalle e indossa una tunica a fitte pieghe; sulle braccia sostiene un grande bacile; i seni forati indicano che si tratta di una raffigurazione della dea della fecondità.
 
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Questa statuetta di alabastro che rappresenta una dea in trono è un’opera particolarmente elegante e raffinata. Il capo della dea è coperto da un velo che ricade sulle spalle lasciando scoperte le grandi orecchie. Il volto, dalle guance piene, è caratterizzato da grandi occhi allungati, sormontati da sopracciglia fortemente arcuate. Il naso è stretto e diritto, la bocca è piccola, con le labbra serrate.
La dea indossa una veste a fitte pieghe riccamente decorata sulla scollatura e sul bordo inferiore. I seni della dea, forati e comunicanti con un’apertura alla sommità della testa, poggiano sul bordo di un ampio bacile che la dea sostiene sulle braccia. Ai lati si dispongono due sfingi i cui volti presentano lineamenti affini a quelli della dea. Anche le zampe dei due animali mitici sono simili ai  piedi nudi della dea che sporgono dall’orlo della tunica.
 
[14221]
Nell’ottobre 1979, una missione archeologica formata dai componenti la cattedra di Antichità Puniche dell’Università di Palermo ha portato alla luce sull’isola di Mozia la statua in marmo di un giovane uomo, alta allo stato attuale 1,81 metri; ma poiché manca dei piedi era originariamente più alta. Manca anche delle braccia, delle quali si può ricostruire la posizione: il destro, alzato, doveva forse impugnare una lancia o una corona di fiori o di fronde; il sinistro è invece piegato su se stesso e la mano, con le dita divaricate, sprofonda nel fianco, sopra la veste fenicio-punica fluttuante e pieghettata fittamente, trattenuta al petto da una fascia che originariamente doveva essere di cuoio o di porpora, uguale a quella che portavano i sacerdoti. Per questo, tra le altre ipotesi, il giovane personaggio è stato identificato con il dio di Tiro Melqart. La testa, dal volto purtroppo rovinato, è volta leggermente a sinistra e la fronte è incorniciata da una triplice fila di riccioli rotondi, detti a ‘‘lumachella”. La maggior parte degli studiosi data la statua al 470-460 a.C., certamente commissionata da facoltosi cittadini della colonia fenicia a un artista greco di formazione ionica: il ‘‘dio di Mozia” è il simbolo dunque dell’incontro tra la civiltà greca e la fenicio-punica, le due componenti che per secoli hanno determinato la storia del Mediterraneo.
 
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Nel mondo fenicio il rilievo in pietra ha due realizzazioni di spicco: le stele e i sarcofagi. Per la natura tipica dell’area e della politica locale, manca il rilievo storico ampiamente presente in Egitto e in Mesopotamia.
La stele è il genere artigianale più diffuso nell’Occidente fenicio; il sarcofago, genere d’arte di provenienza egiziana, subì nel V-IV secolo a.C. l’influsso greco ed ebbe una notevole produzione a Cartagine.
 
[14311]
Tra gli esemplari rinvenuti in Fenicia va ricordata la stele di Yehaumilk (V secolo a.C.) proveniente da Biblo. Ha la sommità arrotondata e presenta un re in piedi (di età persiana a giudicare dal copricapo cilindrico, dalla barba e dai lunghi capelli) che offre una coppa a una dea seduta in trono che ha sul capo il disco egiziano con due corna; in mano tiene uno scettro alto in forma di papiro. Quest’iconografia ritorna su altri frammenti di stele rinvenute in altre località orientali (Beirut, Sidone, Burg esh-Shemali). Migliaia di stele caratterizzano il patrimonio di Cartagine legato al tofet. Si tratta per la maggior parte di pilastri che hanno al centro delle nicchie con betili o pilastri, oppure il più famoso simbolo del mondo punico, quelle detto ‘‘di Tanit”, la schematizzazione di una figura femminile. Sono presenti nelle stele anche motivi ispirati al mondo greco come la colonna ionica o dorica, il delfino, i fiori. Una vera rivelazione, per la storia delle stele fenicie, sono le scoperte di Mozia che hanno restituito migliaia di esemplari. Qui prevalgono le immagini umane, figure femminili e maschili frontali e di profilo, nonché ‘‘idoli a bottiglia” e betili, questi ultimi presenti anche a Nora. Il maggior centro di produzione di stele in Sardegna è tuttavia Sulcis (Sant’Antioco), con oltre 1500 esemplari, in cui prevalgono le figurazioni umane e animali.
 
[14321]
Il più antico e celebre sarcofago fenicio è quello del re Ahiram, databile al XIII-XII secolo a.C. I sarcofagi di pietra sono un genere d’arte di provenienza egiziana, non solo nell’ispirazione ma anche nella derivazioni degli esemplari; nel V e nel IV secolo si sviluppò tuttavia una fase di tipo grecizzante testimoniata da alcune decine di esemplari provenienti da Sidone: la modellatura del corpo è appena accennata o manca, mentre la testa è trattata in modo totalmente greco. Da Cartagine provengono due esemplari pitturati con coperchio in marmo; uno rappresenta un sacerdote barbuto dalla lunga veste a pieghe che sorregge una coppa; sull’altro c’è un’immagine femminile in tunica avvolta da due grandi ali che si sovrappongono. Sarcofagi di varie fogge e ispirazione sono stati trovati in vari siti della costa africana, a Malta e in Sicilia, mentre mancano finora in Sardegna. La documentazione riprende invece in Iberia con i sarcofagi delle necropoli di Cadice risalenti al IV secolo a.C.
 
[1441]
L’argilla è la materia prima meno costosa e più facile a manipolare presente in natura. Essa richiede solo un processo di depurazione e di cottura per ottenere oggetti lavorati a mano, oppure eseguiti al tornio o a stampo. Con questi tre sistemi tecnici le terrecotte ebbero in Oriente una tradizione millenaria, e presso i fenici alcune tipologie assunsero un ruolo peculiare, in accordo con la destinazione - funeraria, cultuale, votiva - che furono chiamate a svolgere.
 
[14411]
I tipi più antichi di terrecotte figurate fenicie, che goderanno di grande favore anche nelle colonie occidentali, specie a Cartagine, sono rappresentazioni di figure femminili che si premono i seni, di gestanti (pregnant women) e immagini di Bes. Il centro di questa produzione fu soprattutto  Cipro dove, dall’VIII secolo a.C., la presenza fenicia si è ormai consolidata. La Sicilia fenicio-punica, insieme a Ibiza, presenta la serie più ampia di terrecotte a stampo di tipo greco, come le teste-bruciaprofumi. In Sardegna sono documentate figurine votive maschili (spesso itifalliche) nelle varietà a corpo campaniforme e a corpo ovoidale, presenti anche a Ibiza che, dal VI al II secolo a.C., fu centro di una produzione di massa a stampo. Le terrecotte iberiche rappresentano però anche figure femminili piuttosto omogenee, a braccia aperte o ripiegate sul petto, adorne di alta tiara e collane a cordone. Né mancano placchette quadrangolari o circolari con motivi di valore funerario o simbolico a rilievo o incisi al negativo.
 
[14421]
Nella terminologia archeologica si usa il termine ‘‘protomi” per indicare le raffigurazioni plastiche (quasi esclusivamente femminili) che comprendono il volto e la parte superiore del busto, abitualmente senza aperture, e ‘‘maschere” per quelle (nella quasi totalità dei casi maschili) limitate al volto, con aperture passanti in corrispondenza degli occhi e spesso anche della bocca. Le protomi, che rappresenterebbero delle divinità, vengono classificate tra gli oggetti votivi nei santuari e fra le immagini tutelari del defunto nelle tombe; le maschere erano invece indossate da sacerdoti o devoti durante cerimonie e rappresentazioni religiose. L’uso di questo tipo di terrecotte, fabbricate con la tecnica del vasaio e spesso con l’aggiunta del colore, è attestato in tutto il mondo fenicio, sia orientale sia occidentale. Le maschere virili e grottesche sono di antica attestazione a Cartagine (dal VII secolo) distinte nel tipo ‘‘negroide”, di cui rimangono pochi esemplari, e ‘‘ghignante”: queste ultime presentano spesso fori in cui venivano inseriti gioielli. Molte maschere, e specialmente quelle sarde di San Sperate, hanno decorazioni a stampo (rosette, sole ecc.) che ricordano i gioielli.
 
[1451]
I gioielli rappresentano uno degli aspetti più caratteristici dell’artigianato fenicio e punico e, per alcuni di essi, si può parlare sicuramente di arte. La lavorazione dei metalli preziosi, favorita dal commercio mediterraneo, è legata a una lunga tradizione artistica che antecede i fenici nell’area siro-palestinese.
La precisa definizione cronologica di questo genere di produzione rimane difficile, sia per la fondamentale omogeneità che rende persino problematica la distinzione tra esemplari prodotti in Oriente ed esemplari occidentali, sia per la tesaurizzazione dei gioielli che potevano essere conservati per molte generazioni, rimanendo sempre in uso.
 
[14511]
I gioielli fenici, come del resto quelli di tutti gli altri popoli e culture, erano realizzati per lo più in oro, il metallo che meglio si conserva nel tempo. Grande impiego aveva anche l’argento, più deperibile e quindi meno documentato, specie per l’esportazione verso quei paesi, come l’Egitto, che ne erano del tutto privi. Alcuni ornamenti erano anche di bronzo; largo impiego trovarono le pietre dure pregiate (ematite, lapislazuli, diaspro, corniola, cristallo di rocca ecc.) e il vetro policromo. Pietre e vetro furono usate in diversa foggia soprattutto per collane e bracciali, spesso in combinazione con i metalli preziosi. Quanto alla tecnica prevale, specie in epoca più antica il lavoro a sbalzo, a granulazione e a filigrana. Nella tematica prevalgono motivi di valenza magico-religiosa, specie di derivazione egiziana. Si preferivano comunque soggetti fitoformi (la palma, il fiore di loto, la rosetta), zoomorfi (scarabei, sfingi, leoni, falchi) e geometrici, mentre quelli umani non sono frequenti, con l’eccezione della figura della protome femminile, simbolo della fecondità.
 
[14521]
Lo scrigno di una famiglia ricca di Sidone, o cartaginese, o iberica (i gioielli erano portati sia da donne sia da uomini) conteneva orecchini, pendenti, anelli, bracciali, collane: fattura e disegno avevano una loro peculiarità determinata dalla tradizione locale. Per l’Oriente del VII-VI secolo si possono citare come esempio gli orecchini in oro o in argento a croce ansata, dai bracci stretti ed equilateri che ricorda il noto simbolo egiziano della vita (ankh), o gli anelli con costone arrotondato (a cartouche), che richiama il cartiglio. In tutto il mondo fenicio, la gioielleria era caratterizzata da pesanti orecchini a goccia, pendenti a cestello o a edicola; collane con vaghi di diverso materiale, astucci porta amuleti di varie fogge, larghi anelli crinali e leggeri anelli da dita in filigrana, medaglioni e borchie con guarnizioni granulari ecc. La documentazione sarda di Tharros appare la più rilevante per qualità e quantità: bracciali lavorati a sbalzo; pesanti collane a cordone che appaiono rappresentate anche nelle statuette di terracotta; anelli col ‘‘segno di Tanit”.
 
[14531]
L’Iberia, fonte dei metalli preziosi, ci ha restituito, tra l’altro, due importanti complessi di gioielli che possono essere inseriti, per il repertorio ornamentale, nell’ambito dell’arte orientaleggiante, ove l’ispirazione principale della corrente fenicia si amalgama con quella greca, ed etrusca. Sono il cosiddetto tesoro del Carambolo e quello di Ebora. Il tesoro del Carambolo è costituito da ventun pezzi d’oro, tutti di grande novità per ricchezza, originalità di forma, e decorazione puramente geometrica. Comprende due pettorali; due bracciali; otto piastre di varia grandezza, decorate a fasce alternate di semisfere e rosette separati da fili circondati; otto piastre con decorazioni di semisfere e fili di anelli alternati; una collana (il pezzo più significativo) costituita da una doppia catena terminante con un passante bigoncio dal quale si dipartono otto catenelle che sostengono sette grossi pendenti. Il tesoro di Ebora è costituito da un centinaio di piccoli pezzi d’oro, collegabili in un grande diadema snodato con appendici simmetriche triangolari, e da collane, bracciali e pendenti vari in cui appare prevalente la tecnica a granulazione.
 
[14541]
Gingilli traduce la parola athyrmata con la quale i greci indicavano piccoli oggetti (preziosi, semipreziosi o di valore intrinseco trascurabile) di fabbricazione fenicia costituiti soprattutto dagli scarabei e dagli amuleti, ma che comprendevano anche i piccoli ossi lavorati o le figurine in pasta di vetro. Oggi potremmo chiamarli ‘‘arti minori” ma questa classificazione è vaga perché gli athyrmata comprendevano anche la ‘‘gioielleria minuta”. Il centro di fabbricazione più importante fu Tharros, in Sardegna, tra il VI e il III secolo a.C. Gli scarabei, che nel mondo egiziano avevano un significato di simbolo legato ad una forma rigenerativa di vita terrena o ultraterrena, quando ‘‘divennero” athyrmata persero la loro funzione religiosa e, montati in oro o in argento, assunsero valore di amuleto in tutta l’area mediterranea (dalla Grecia, all’Etruria, alla Magna Grecia e, naturalmente, alle colonie fenicie). I materiali impiegati furono soprattutto la steatite, ma anche pietre dure come il diaspro, l’agata, l’onice ecc. Anche molti degli altri amuleti ricordano temi e motivi di tradizione egiziana (l’occhio di Horo, Iside, Anubi, Bes) ma ci sono anche simboli che si sono evoluti proprio nella cultura punica, come il cosiddetto ‘‘segno di Tanit”. Molti amuleti hanno connotazioni zoomorfe (la lepre, il gatto, il falcone, la scimmietta), non mancano esempi di raffigurazioni di parti del corpo (piedi, mani e braccia).
 
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Gli avori e gli ossi costituiscono una delle più pregevoli categorie dell’artigianato artistico fenicio e punico. L’avorio, prezioso e raro, di non facile reperimento ma presente in Asia Minore e in Africa, fu presto sostituito - o comunque parallelamente usato - dall’osso, meno prezioso ma di facile acquisizione.
La consuetudine ormai acquisita di questa categoria include quindi nel termine ‘‘avori” anche i più modesti ossi.
 
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L’intaglio eburneo, diffuso in Medio Oriente già nell’età del Bronzo, raggiunse in Fenicia esiti di grande abilità tecnica specie intorno all’VIII secolo a.C. La produzione comprendeva statuette a tutto tondo; manici di specchi, di ventagli o di utensili; placchette per arredo con motivi fitoformi (palmette e fiori di loto) o zoomorfi (grifone, sfinge, vacca, ariete cane) da applicare su altari, troni, letti ecc.; pissidi; spilloni; scatole per gioielli, unguenti o cosmetici; bottoni e rosette; cucchiai, scacchiere e tavolette da gioco ecc. I lotti più notevoli di età fenicia sono quelli di Nimrud (in Assiria, sul Tigri), Samaria (dove era il palazzo di re Acab d’Israele), Arslan Tash (residenza del re assiro Tiglatpileser III) e Khorsabad (capitale assira di Sargon II), tutti centri geograficamente esterni alla Fenicia vera e propria, ma la cui produzione appare una irradiazione sia diretta (importazione del prodotto finito o degli artigiani) che indiretta (bottini di guerra). Anche dalle tombe reali di Salamina di Cipro provengono avori intagliati di notevole fattura. La documentazione di Cartagine, e in tutto l’Occidente, appare meno consistente: mancando il ‘‘Palazzo” sede del potere, l’uso degli avori costituiva solo uno status symbol e un esotismo; la produzione era quindi limitata  ai piccoli oggetti, agli ex voto, ai contenitori soprattutto per la cosmesi femminile.
 
[14621]
Gli avori di Nimrud, centro assiro non lontano da Mossul, sono stati divisi in due gruppi, classificati dal nome dei relativi archeologi che li hanno portati alla luce nel secolo scorso: il gruppo Layard e il gruppo Loftus. Il primo proviene dal Palazzo del re Assurnasirpal II (883-859 a.C.) ed è costituito da numerosissimi pezzi che costituivano pannelli per letti e di un trono, nonché esemplari a tutto tondo. I pannelli sono lavorati a basso e alto rilievo, tra i quali ricordiamo la ‘‘donna alla finestra”, il giovane che stringe in mano un fiore di loto; il leone che divora un negro in un campo di papiri, arricchito da intarsi di lapislazzuli, cornalina e parzialmente ricoperto da una lamina d’oro. Il gruppo Layard sembra essere stato portato a Nimrud da Sargon II (721-705 a.C.) come bottino di guerra da Hamah (Siria). Si tratta di centinaia di esemplari che ripetono il repertorio Loftus e che sono stati rinvenuti nel cosiddetto ‘‘Palazzo bruciato”, iniziato a costruire da Sargon nel 712 ma non ancora ultimato alla sua morte.
 
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Questa placchetta d’avorio intagliata a giorno decorava probabilmente la spalliera di un letto. E’ rappresentato un grifone alato nell’atto di afferrare un frutto con il becco spalancato. La superficie del corpo leonino, dalle zampe possenti, è levigata mentre le ali sono decorate da linee incise. Il grifone sembra arrampicarsi su un albero dai rami contorti, ricchi di fiori, rappresentati con il tipico motivo “ a palmetta”. Tre alti riccioli che si ergono sulla testa dell’animale assumono l’aspetto di una corona, altri tre ricadono sulle spalle.
Questa placchetta costituisce un raffinato esempio dell’alto livello qualitativo raggiunto dai Fenici nell’arte dell’intaglio eburneo.
 
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La metallurgia del bronzo conosce nel mondo fenicio e punico due categorie: la piccola plastica, che ha i suoi antecedenti in Siria e in Palestina e che è quindi indizio della più antica frequentazione fenicia in Occidente, e i cosiddetti rasoi votivi, legati strettamente a Cartagine, che evidenziano l’autonomia di scelte artigianali del mondo occidentale rispetto alla madrepatria.
 
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Non ci sono giunte molte figurine in bronzo di produzione fenicia e la loro tipologia è piuttosto circoscritta: la divinità combattente, il dio in trono, il personaggio incedente e benedicente, la donna con pesanti decorazioni ad anelli. Determinante è la produzione di  Cipro (dove si fabbricano anche arredi cultuali, tripodi e candelabri), che accoglie derivazioni della tradizione siro-palestinese ed egiziana per poi trasmetterla in Occidente. La documentazione siciliana si limita al rinvenimento del 1955 nelle acque di Selinunte di una statuetta di bronzo alta 36 centimetri, che riproduce il tipo della divinità combattente, forse Reshef. I rinvenimenti della Sardegna, che risalgono a un’epoca di poco posteriore a quella del bronzetto di Selinunte, provengono dal nuraghe Flumenelongu (Alghero), da Olmedo, che ha restituito statuine di personaggi benedicenti, e dal pozzo sacro di Santa Cristina di Paulilatino che mostra una figura seduta. Di probabile fattura locale sembrano invece i due personaggi seduti, dei quali uno versa il liquido da una brocca in una patera che tiene sulle ginocchia, l’altro impegnato a suonare la cetra. La penisola iberica ci ha restituito, tra l’altro, una bella figurina di una divinità femminile seduta, alta 16,5 centimetri e letta come Astarte, che riporta sulla base un’iscrizione fenicia non più tarda del VII secolo a.C.
 
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Conservata nel Museo Archeologico Regionale di Palermo, la figura maschile porta un copricapo conico terminante con una protuberanza a bottone e con ai lati due alette che sono probabilmente le piume di struzzo stilizzate della corona di Osiride. Due profonde cavità, riempite probabilmente in origine con pasta vitrea segnano le cavità orbitali, mentre le orecchie e il naso sono molto pronunciati. Lo stato di corrosione della statuetta non consente di stabilire se il busto e le braccia siano nudi, ma dalla cintola all’inguine conserva tracce di un gonnellino. Il braccio destro è levato all’altezza del capo, la mano è chiusa a pugno e doveva contenere una mazza; il sinistro tende l’avambraccio in avanti e manca della parte terminale della mano. Le gambe, con la sinistra portata in avanti, hanno piedi con dita ben marcate e le piante conservano due protuberanze, utilizzate probabilmente per fissare la statuetta. Prodotto probabilmente in Oriente nel X-IX secolo a.C., il bronzetto siciliano documenta la frequentazione fenicia in Occidente in quei secoli.
 
[14721]
I cosiddetti ‘‘rasoi punici” in bronzo sono un esempio tipico dell’autonomia di scelte artigianali che il mondo fenicio occidentale compì rispetto alla madrepatria orientale, anche se esempi di rasoi rituali sono largamente presenti nella cultura egiziana. Rinvenuti nei principali contesti punici, dall’Iberia, al Nord Africa, alla Sardegna, essi costituirono – dal VII al II secolo a.C. – gli elementi qualificanti di una pietà religiosa funeraria, probabilmente riservata a una ristretta cerchia della società. Posti accanto al cadavere, i rasoi erano simboli della depilazione purificatrice cui il defunto era stato sottoposto; garanzia quindi di purezza, i rasoi dovevano facilitargli il passaggio nell’altro mondo. Il corpo dei rasoi punici è sottile e lungo, di forma generalmente rettangolare; i lati maggiori sono per lo più rettilinei e tra loro paralleli; uno dei lati minori si allarga in forma si semiluna, il lato opposto si restringe e si prolunga plasticamente a formare il collo di un cigno dal becco ben evidenziato. Le due facce dello strumento sono incise con tratti geometrici o con rappresentazioni figurative, di un certo valore artistico, che rimandano alla tradizione magica egiziana (Iside, Horo), a raffigurazioni di divinità fenicie (Melqart, Reshef) e a rappresentazioni di animali (cigno, cinghiale, toro, grifone, leone ecc.) e di elementi vegetali (palmetta, fiore di loto, rosetta). Le dimensioni dei rasoi oscillano da una lunghezza massima di 21 centimetri a una minima di 4. Il loro principale centro di produzione fu Cartagine.
 
[1481]
Della pittura fenicia ci sono pervenuti pochi resti e quasi tutti di epoca ellenistica. Manca anche una produzione ceramica decorata, come accade invece in ambito greco, che supplisca all’assenza di testimonianze pittoriche. Quello che ci è giunto sono soprattutto decorazioni dipinte su pareti di tombe che fanno supporre l’esistenza di pitture anche sulle pareti delle case dei vivi.
 
[14811]
La pittura parietale funeraria  in Fenicia è documentata in alcune tombe funerarie di Sidone databili al III secolo a.C. e mostrano motivi in prevalenza vegetali: ghirlande, fiori, petali intrecciati in cui dominano il colore rosso e verde. In Occidente sono state individuate camere funerarie dipinte a Capo Bon e nei pressi di Kerkouane dove è famosa una tomba della necropoli di Gebel Mlezza del IV-III secolo a.C. La camera, cui si accede da un pozzo, è decorata su tre lati con ocra rossa, stesa direttamente sulla parete rocciosa. A un’altezza di 80 centimetri dal suolo corre una fascia di triangoli uniti ai vertici, che produce un effetto di decorazione a rombi. Al di sopra, sulla parete a sinistra, è dipinta una costruzione su basamento a gradini, con un altare (alla sua sinistra) e la figura di un gallo (alla sua destra). La parete opposta è decorata alla stessa maniera, ma manca la figura del volatile. Sulla parete di fondo è delineata una città schematizzata con edifici merlati; alla sua sinistra c’è una nicchia al cui interno è tracciato il cosiddetto ‘‘simbolo di Tanit” sovrastato da un crescente lunare; a destra della città appare di nuovo la figura di un gallo. Sul soffitto a spioventi appaiono i resti di una decorazione lineare (non colorata) a triangoli e rombi uguale a quella eseguita a colore lungo le pareti.
 
[14821]
L’uomo, fin dagli albori della storia, ha identificato nell’uovo il principio vitale, la continuità generatrice, e le grosse uova di struzzo dovevano essere un simbolo sacro per eccellenza: se ne sono trovate nelle tombe egizie e mesopotamiche del III millennio a.C. e anche nell’ambiente miceneo del II. In ambito punico le uova di struzzo furono una vera e propria moda e non solo nell’uso funerario: in Spagna ne sono state trovate anche in abitazioni civili. Erano beni di lusso il cui uso si estese per un periodo molto ampio compreso tra il VII e il II secolo a.C. Le uova erano dipinte con motivi ornamentali di tipo geometrico o rappresentavano maschere con grandi occhi eseguiti in nero, lunghe ciglia attentamente disegnate, capelli resi in nero sulla fronte in un festone o una serie di spirali, e guance indicate in rosso. La pittura del volto spiccava bene sul fondo che poteva avere la lucentezza dell’avorio o l’opacità del gesso. Alcuni gusci, perforati alla sommità o tagliati a metà fungevano da recipienti. Il più importante lotto di uova di struzzo dipinte di tutto l’Occidente punico proviene dalla necropoli di Villaricos, sulla costa orientale spagnola.
 
[1492]
La letteratura storico-artistica chiama ‘‘fenici” i vetri preromani, anche se la tecnologia del vetro affonda le sue origini in Mesopotamia e poi in Egitto. Da qui essa sarebbe rifluita intorno al VII-VI secolo a.C. verso i centri costieri levantini e fenici in particolare.
È tuttavia indubbio che l’industria vetraria fenicia assurse a grande perizia tecnica, favorita dalle particolarità chimiche delle sabbie fenicie particolarmente adatte alla vetrificazione.
 
[1491]
La lavorazione del vetro giunse in Fenicia dall’Egitto e dal Medio Oriente, ma dal VII-VI secolo furono le botteghe fenicie a monopolizzarne la produzione. Essa comprendeva vasetti o unguentari di vario tipo che si ispiravano alle forme vascolari greche (alabastra, aryballoi, amphoriskoi, oinochoai) ma anche dalle forme antropomorfe, coppe, pendenti (i più famosi sono quelli a teste demoniache barbate), vaghi circolari e allungati per collane, amuleti e tutti quei piccoli gingilli detti dai greci athyrmata. Il colore naturale del vetro è l’azzurro o azzurro-verdastro ma i fenici vi aggiunsero una vivace decorazione ‘‘a fili” unendo alla pasta vitrea di base ossidi minerali e metallici, la cui diversa percentuale dava colorazioni diverse: ossido di rame per l’azzurro, ossido ferroso per il verde, ossido di stagno per il bianco, composti di antimonio per il giallo ecc. Molto usata, specie per i pendenti, era la tecnica a maiolica, costituita da una pasta silicea quasi pura con smalto vetroso monocromo o policromo. In Fenicia il centro vetrario più importante fu Sidone, poi emersero  Cipro, Mozia in Sicilia, Nora e Tharros in Sardegna e la stessa Cartagine; vetri fenici furono prodotti anche in Iberia (Ibiza). I romani continuarono quella tradizione artigianale, documentata soprattutto ad Aquileia (I-II secolo d.C.) da cui poi raggiunse Venezia. I ‘‘vetri veneziani” ancora oggi famosi in tutto il mondo, devono quindi molto agli antichi maestri fenici.
 
[1502]
La ceramica vascolare fenicia non può sostenere un confronto estetico e qualitativo con la ben più appariscente produzione greca. La ceramica delle città-stato, sotto l’influenza dell’artigianato siriano e palestinese, mostra una certa tendenza alla decorazione, mentre quella ‘‘coloniale” si volge con maggior interesse alla forma d’uso.
Dal VII secolo ogni regione occidentale elabora una tipologia propria, autonoma e peculiare.
 
[1501]
Le ceramiche orientali sono rivestite di uno strato di smalto rosso o nero e decorate in modo geometrico con entrambi i colori; ci sono però anche ceramiche grezze ornate con vernice bianca o del tutto prive di decorazione. La loro funzione principale era quella domestica, commerciale e funeraria. Esiste un vasto repertorio di tazze, con e senza piede, dalle pareti emisferiche; piatti profondi dall’orlo gonfio o solcato, ampi bacini a due o quattro anse, mortai con orlo semicircolare. I vasi sono per lo più biconici con pancia ovoidale (utilizzati anche come ossuari), le brocche hanno pancia semisferica con collo carenato e breve orlo gonfio, spesso espanso orizzontalmente. Caratteristiche le cosiddette ‘‘fiasche da pellegrino” con pancia asimmetrica e collo lungo, fornite di anse. I prodotti di matrice occidentale si differenziano, secondo le aree geografiche, sia nel tipo di argilla impiegata (a esempio il caolino della Sardegna), sia nella tipologia delle forme. Il riscontro più evidente è dato dalle anfore le cui forme si fanno strozzate al centro, fino ad assumere, soprattutto in Sicilia e in Sardegna, la forma del siluro.
 
[161]
Si fa abitualmente distinzione tra fenici e punici in relazione a una differenza puramente geografica. Fenicio sarebbe l’abitante delle città-stato della madrepatria orientale; con punico si intende invece il fenicio immigrato in qualche regione del Mediterraneo occidentale come la Sicilia, la Sardegna, il Nord Africa. Col progredire degli studi la dimensione geografica si è dimostrata tuttavia inadeguata perché si sono scoperte originali specificità culturali non solo tra le città del Mediterraneo orientale e quelle del Mediterraneo occidentale, ma anche tra i punici della Sardegna e quelli del Nord Africa, della Sicilia, della penisola iberica. Un substrato comune, quindi, che ha mantenuto nel tempo fondamentali analogie ma che ha anche sviluppato significative diversità a seconda dei luoghi.
 
[1611]
La densità del popolamento e degli insediamenti sulla costa fenicia ha determinato grandi sconvolgimenti e deteriorato le fasi più antiche. I centri fenici storicamente più importanti sono anche quelli maggiormente compromessi dalla sovrapposizione di monumenti grandiosi: dall’impianto delle città ellenistiche e romane ai castelli crociati e alle città arabe. La possibilità di ricerca sul terreno ne è stata compromessa e in certi casi non è possibile valutare, neppure in trama, le opere edilizie per le quali le antiche città fenicie andavano famose.
 
 
[16111]
Biblo occupa un promontorio sul mare, circa 37 chilometri a nord di Beirut. L’area archeologica ha un’estensione di circa cinque ettari in leggero pendio verso il mare; al centro, da una profonda cavità nella roccia, sgorga una fonte che è stata elemento essenziale nella storia dell’abitato. L’urbanizzazione di Biblo risale al III millennio a.C., ma la città si sviluppò a partire dal 2700 a.C. grazie ai rapporti con l’Egitto facilitati da due porti, a nord e a sud della città. Attorno al 2300-2200 a.C. la città fu distrutta in concomitanza con l’invasione amorrea, ma presto risorse riacquistando rapidamente la propria prosperità economica accompagnata da una nuova fioritura urbana. È di questo periodo la ricostruzione della cinta muraria in pietra con una serie di contrafforti quadrati all’interno e accesso principale a nord-est, del tempio di Baalat e l’impianto di nuovi templi come quello del dio maschile Reshef (o degli obelischi). Ripresero allora anche i rapporti con l’Egitto testimoniati dai frequenti doni dei faraoni (oreficeria) ritrovati nelle tombe dei re di Biblo. Questa necropoli reale resterà in uso fino al IX secolo e qui venne rinvenuto il sarcofago di Ahiram. In questo periodo, oltre che con l’Egitto i commerci della città si aprirono anche all’Egeo e verso la Mesopotamia. Intorno al 1200 a.C. Biblo, come l’Egitto e il Vicino Oriente asiatico, venne coinvolta (ma non travolta) dalle vicende dei popoli del mare, a cui seguì, nell’XI-VIII secolo a.C. un periodo di indipendenza e un successivo periodo di dominazione assira e babilonese, del quale pochissimo è archeologicamente noto. Grande fervore edilizio si ebbe invece sotto la dominazione persiana: gli edifici pubblici furono restaurati e ampliati, specie il vetusto tempio della Baalat di Biblo, e in varie riprese furono rafforzate e ricostruite le strutture difensive con l’innalzamento di mura e terrapieni esterni.
 
[16121]
Sidone è stata localizzata su un piccolo promontorio, con file di isolette lungo la costa. In mancanza quasi completa di ritrovamenti dell’area urbana, si cerca di ricostruire il contesto di cui la città faceva parte grazie ai siti venuti alla luce nell’immediato entroterra. Kafer-Giarra, 10 chilometri circa ad est di Sidone, e Majdalouna, a nord est, hanno restituito numerose tombe del Bronzo Medio e del Bronzo Tardo scavate nella roccia, con pozzo e camera; i corredi comprendevano scarabei egiziani, sigilli siriani, armi, paste silicee, ceramiche di botteghe locali. Dakerman, a sud, è una vasta necropoli con tombe di tipologie diverse che è rimasta in uso dal XIV secolo a.C. al I secolo d.C. Le necropoli ‘‘reali”, che si distribuiscono sulla linee delle colline nell’entroterra di Sidone, hanno restituito alcuni sarcofagi e corredi con manufatti di pregio di botteghe diverse, ma settori interi di necropoli sono stati cancellati dall’attività dei cavatori di pietra. Forse la città fu sede di una residenza ufficiale assira; certamente ospitò un governatore persiano del cui palazzo rimane un capitello a doppia protome taurina simile a quelli rinvenuti a Persepoli. Nel 1914 gli scavi hanno riportato alla luce, alla periferia sud,  uno dei quartieri industriali della città, riservato alla tintura dei tessuti: il cumulo dei rifiuti di lavorazione ha ancora l’altezza di 40 metri. A poca distanza da Sidone, il tempio di Eshmun si distende su terrazze a vari livelli che appartengono al periodo della dominazione neobabilonese (prima metà del VI secolo a.C.); al periodo persiano risale il riadattamento di tutto il santuario e la costruzione del massiccio podio (60x40 metri). Fra il V e la seconda metà del IV secolo al santuario si aggiunsero nuove strutture con ricca decorazione a rilievo; nel periodo ellenistico fu aggiunta la piscina di Astarte ricca di fregi scultorei.
 
[16131]
Della Tiro fenicia non è conservato quasi nulla. Ristrutturata in forma di città ellenistica è stata poi ricoperta da imponenti edifici romani, bizantine e crociati; inoltre alcune parti della città sono oggi sotto il livello del mare. Il sito fu occupato a partire dal III millennio a.C., e i dati archeologici coincidono con la tradizione riportata da Erodoto che voleva la città e il tempio di Melqart fondati intorno al 2750. Il sito fu poi abbandonato fra il 2000 e il 1600 a.C. Secondo la descrizione degli storici e dei geografi antichi, l’abitato di Tiro era impiantato su una linea di scogli e isolotti lungo la costa, a circa 600 metri dalla terraferma. La città era servita da due porti: il ‘‘sidonio” a nord, corrispondente al porto attuale, e ‘‘l’egizio” a sud, abbandonato in epoca bizantina. Le indagini sottomarine condotte al porto Sud hanno studiato un articolato complesso di moli, banchine e bacini risalenti però all’età ellenistica. Il tempio principale della città, dedicato a Melqart, fu edificato nel X secolo a.C. dal re Hiram sull’isoletta settentrionale, la maggiore, spianando i ruderi di un tempio precedente: avrebbe avuto (secondo Giuseppe Flavio, 37-95 d.C.) la facciata preceduta da due stele o colonne, una d’oro e l’altra di smeraldo che, se fossero ancora al loro posto si troverebbero probabilmente sotto le strutture della basilica dei crociati. Il tempio doveva avere strette analogie con quello di Gerusalemme, alla cui costruzione presero parte gli artigiani di Hiram. Un altro tempio, dedicato a una divinità maschile che i greci identificarono con Zeus Olimpio, era sull’isola più meridionale di Tiro. Hiram unì con una colmata lo spazio di mare tra le due isole ottenendone una grande area aperta destinata alle attività pubbliche, ma anche così l’intera superficie insulare non superava il chilometro quadrato. La città si estendeva però anche sulla terraferma, 6 chilometri più a sud, con il tempio dedicato ad Astarte. Tiro aveva solide fortificazioni ed era considerata inespugnabile: Alessandro Magno la tenne sotto assedio per nove mesi e per farla cadere nel 332 a.C. dovette costruire un molo foraneo.
 
[1622]
Posta nel punto del Mediterraneo in cui venivano a sovrapporsi le sfere di influenza culturali dell’Egeo e del Vicino Oriente, Cipro, con i suoi ricchi giacimenti di rame, fu la prima zona di espansione dei fenici, particolarmente dei fenici di Tiro a cui le città-stato dell’isola furono soggette fin dal X secolo a.C.. Nel 707 Cipro cadde sotto il dominio assiro ma i fenici continuarono a svolgervi liberamente i loro commerci, come del resto fecero con gli egizi che la presero nel VI secolo a.C. e con i persiani ai quali passò nel 525 e che la tennero fino ai tempi di Alessandro Magno.
 
[1621]
I contatti di Cipro con la regione siro-palestinese risalgono al II millennio a.C. e si mantennero anche quando l’isola, a causa del continuo afflusso di coloni greci, entrò nell’orbita greca intorno all’XI secolo a.C. Un mito racconta che la città di Kition (la moderna Larnaca) sarebbe stata fondata da Belo, re dei sidoni, che aiutò l’acheo Teucro a prendere possesso di Salamina. Ma, a parte la leggenda, quando ebbe inizio la presenza fenicia a Cipro? Testimonianze letterarie affermano che all’inizio del suo regno Hiram I re di Tiro dovette domare una rivolta del popolo di Kition: se l’informazione è corretta, la città era soggetta a Tiro già nel X secolo a.C. Della fine del IX secolo a.C. è un grande tempio, delle dimensioni di 33,5x22 metri, dedicato a una divinità femminile, probabilmente Astarte – come si deduce dall’iscrizione frammentaria presente su una coppa fenicia – venerata anche a Pafo Vecchia (Palaipaphos). Il tempio, oltre a essere un luogo di culto, fungeva anche da rifugio per i mercanti fenici e da mercato dei loro prodotti molti dei quali (le figurine in terracotta o gli incensieri, ad esempio) servivano proprio da offerta alla divinità. Grazie ai fenici fiorì a Cipro la lavorazione degli arredi in avorio intagliato con la tecnica del traforo presenti tombe ‘‘reali” di Salamina e risalenti al VII secolo a.C., tra cui una testata di letto con placchette dai motivi egiziani. I fenici rafforzarono la loro posizione sull’isola dapprima con gli assiri (fine dell’VIII e nel VII secolo a.C.), poi con i persiani per i quali funsero da governatori dopo la rivolta delle città ioniche (499 a.C.) alla quale parteciparono anche i ciprioti; oltre a Kition i fenici controllarono così le città di Amatunte, di Golgoi, Tamassos e Lapitos. Dall’isola essi traevano legname per le loro navi e, soprattutto, il prezioso rame.
 
[1631]
Pare che i fenici siano giunti nel Nord Africa allo scadere del II millennio a.C. Plinio il Vecchio data la fondazione di Lixus in Marocco verso il 1180 a.C. e fa risalire al 1101 la nascita di Utica, nel nord-est della Tunisia. Da allora la presenza dei fenici in Nord Africa non cessò di estendersi, ramificarsi, e moltiplicarsi raggiungendo l’apice verso la fine del IX secolo a.C., particolarmente con la fondazione di Cartagine.
 
[16311]
Cartagine fu l’unico fortunato tentativo di colonizzazione stabile compiuto nel Mediterraneo orientale da una popolazione originaria del Vicino Oriente  prima della conquista araba dell’Africa settentrionale avvenuta più di mille anni più tardi, durante il secolo di Maometto.
Quando la madrepatria cadde in mano allo straniero, Cartagine rimase libera e continuò a essere un centro d’irradiazione della civiltà fenicia.
 
[16321]
Di tutto il mondo punico Kerkouane è senz’altro. Le sue vestigia più antiche risalgono al VI secolo a.C. quando si sviluppò da modesto villaggio libico grazie ai contatti con il mondo cartaginese. La città fu invasa durante la prima guerra punica e fu probabilmente abbandonata nel 253 a.C. Quello che rimane oggi è un chiaro piano urbanistico elaborato con bastioni e strade che s’incrociano a scacchiera e abitazioni con tutte le comodità dell’epoca, bagno con vasca da bagno compreso. Le case sono a corte centrale di tipo cartaginese, ma sono presenti anche quelle allineate di origine più propriamente libica. Sull’arteria principale della città si affaccia il più grande santuario punico dell’Occidente, cui sono annessi fabbricati con officina completa di figurine votive fittili, dal deposito di argilla al forno. L’esame della città si compie con la necropoli di Areg el Ghazouani che contiene tombe del periodo che va dal VII al III secolo a.C.; qui i modelli si discostano da quelli cartaginesi, con un pozzo che si sviluppa in lunghezza, la cella funeraria, che mostra talvolta un epitaffio inserito nello spessore della parete posta dirimpetto alla scala che conduce in basso.
 
[1641]
Scrive Tucidide: ‘‘Dopo aver occupato i promontori sul mare e le isolette vicine a causa del commercio con i siculi, abitarono poi i fenici tutte le coste della Sicilia. Ma quando poi gli elleni in gran numero vi giunsero per mare, lasciata la maggior parte dell’isola abitarono Mozia, Soloenta (Solunto) e Panormo (Palermo), vicino agli elimi e fidando della loro alleanza, perché da quel punto Cartagine dista dalla Sicilia di una brevissima navigazione”.
 
 
[16411]
Mozia è una piccola isola, estesa circa 45 ettari, che chiude di cosiddetto ‘‘Stagnone di Marsala”, il tratto di mare, quasi un lago, che si trova di fronte alla città. Rappresentò uno scalo ideale per i commerci tra i fenici e gli elimi, gli abitanti indigeni dell’antistante costa siciliana, e divenne sede stabile nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. L’isola è circondata da una cinta muraria – costruita verosimilmente all’inizio del VI secolo a.C. – che si estende per una lunghezza di 2375 metri, costituita semplicemente da una cortina di massi non squadrati e rafforzata a intervalli da torri quadrate. A sud, una piccola insenatura di 51x37 metri, costituiva il bacino di carenaggio (cothon), mentre il porto vero e proprio era costituito da tutto lo Stagnone. I resti del santuario di Cappiddazzu (‘‘cappellaccio”), forse dedicato a Baal Hammon, sono costituiti da un muro di cinta rettangolare (20,40x35,40 metri) su un lato del quale, a nord-ovest, è incastrato il basamento di un edificio a tre navate. Il tofet presenta vari livelli di deposizione, con piccole urne contenenti resti combusti, che vanno dagli inizi del VII al III secolo a.C. Accanto alle urne erano depositate statuette di terracotta, potromi e maschere, tra cui una virile dal sorriso ghignante. La zona industriale è una superficie quadrata di 600 mq, ben delimitata su tutti i lati da muretti; ha all’interno due fornaci di grandi dimensioni e dalla forma ellittica. La necropoli ha restituito circa duecento tombe quasi tutte a incinerazione. Il centro abitato è ancora poco noto, salvo due case dai muri ‘‘a telaio”: una è detta ‘‘dei mosaici” per la decorazione pavimentale dell’ambulacro costituito da ciottoli di fiume bianchi neri e grigi; l’altra, di cui è rimasto un solo vano, è detta ‘‘delle anfore” per le molte  anfore ‘‘a siluro” che conteneva.
 
[16421]
Solunto si trova a circa 20 chilometri da Palermo, su un colle denominato Monte Catalfano. Solunto è, dopo Mozia, la seconda città siciliana nominata da Tucidide (460/455-395 a.C.), ma i resti abbastanza consistenti che sono giunti fino a noi si riferiscono alla città ellenistica: strade larghe che s’incrociano ad angolo retto con strade più strette; quartieri differenziati in relazione allo stato sociale degli abitanti; botteghe sulla strada principale, zona industriale separata. L’elemento punico è tuttavia presente in alcune stele di pietra, in testine di terracotta con iscrizioni fenicie e, soprattutto, negli edifici religiosi. Finora se ne conoscono tre. Uno, nel punto più alto della città, consiste in un gruppo di ambienti che ricorda un labirinto e che ha, nell’ultimo vano, una nicchia dove probabilmente era esposto il simbolo della divinità. Il secondo sorge a ridosso della collina; è un ambiente bipartito dove erano poste due divinità, una maschile (forse Baal Hammon) e una femminile. Il terzo, infine, è un’ara con tre pilastri o betili (bet el = casa del dio e simbolo della religione fenicia) dove si consumava il sacrificio di animali, come risulta dalla vaschetta trovata ai piedi dell’ara.
 
[16431]
L’ultimo periodo di Selinunte, città greca fondata dai megaresi intorno alla metà del VII secolo a.C., si svolse dal 409 a.C. sotto l’egemonia dei cartaginesi che la distrussero e la riadattarono alle loro esigenze. Le testimonianze puniche sono quindi tra le più notevoli esistenti in Sicilia e molte di esse risalgono anche al periodo antecedente la dominazione cartaginese, a dimostrazione dei rapporti commerciali che la città aveva intrattenuto con le città-stato fenicie d’Oriente. I cartaginesi trasformarono l’acropoli in luogo di abitazione dei cittadini, mentre la città greca fu adibita a necropoli. I templi dorici furono abbattuti, ma per alcuni di essi fu utilizzato il pronao quale luogo sacro, come testimoniano i simboli di Tanit e del sole, quest’ultimo raffigurato con una testa di toro tra un cerchio di raggi. Anche il santuario suburbano, già dedicato a Zeus Meilichios (‘‘dolce come il miele”) fu adattato a nuovi culti, come dimostrano le due stele riproducenti una figura maschile e una femminile, forse Baal Hammon e Tanit.
 
[1652]
L’assenza di risorse minerarie e la limitatezza del suolo disponibile per lo sfruttamento agricolo condizionarono a Malta un’economia proiettata verso l’esterno, tramite il mare, con attività in cui primeggiavano il commercio di scambio e la pirateria. Fenici e punici sfruttarono la posizione strategica dell’arcipelago maltese fin dall’VIII secolo a.C. e ne fecero uno scalo e per il controllo delle rotte nel canale di Sicilia.
 
[1651]
Malta fu un centro sacro fin dalle epoche preistoriche, luogo di culto della Grande Madre alla quale furono dedicati templi megalitici che, nella loro forma, rappresentavano il corpo stesso della dea. Testimonianze concrete della presenza fenicia sull’isola si hanno dall’VIII secolo a.C., ma già durante la fase della ‘‘precolonizzazione” la frequentazione dell’isola da parte di navigatori-commercianti fenici dove essere stata abituale. La concentrazione delle testimonianze archeologiche definisce due aree principali di occupazione: quella costiera e portuale nel settore sud-est dell’isola attorno alla vasta baia di Marsaxlokk, l’altra interna e dominante costituita dal rilievo di Rabat. Anche nell’isola minore di Gozo ci sono un insediamento a mare (il sito di Ras-il-Wardija) e uno interno (Vittoria). La giustapposizione tra la cultura indigena e quella fenicia trova conferma nel grande santuario extra urbano di Tas Silg dedicato alla dea Astarte fenicia, che qui assunse connotazioni ctonie come la divinità locale. Malta ebbe sempre una funzione strategica, ma la penetrazione cartaginese, diretta dapprima verso le regioni minerarie della Sardegna e della Spagna, fu lenta. Del resto, dati i contatti costanti dell’isola con la Sicilia greca (ma anche con l’Africa orientale e con l’Egitto) l’orizzonte punico-maltese mostra molteplici sorgenti d’ispirazione. Il costume funerario, ad esempio, impiega raramente nei corredi terrecotte (maschere, protomi, statuette), e sono presenti urne cinerarie di tipo straniero invece dei piccoli ossuari ben noti a Cartagine.
 
[1661]
La Sardegna fu essenziale nella spinta verso occidente dei fenici. Non a caso qui, prima che altrove, gli empori commerciali superarono presto la loro provvisorietà e divennero, già nell’VIII secolo a.C., insediamenti stabili, il perno della prima urbanizzazione storica dell’isola. Si definì così anche in Sardegna quel tipico paesaggio caratteristico delle città fenicie costiere: un capo che si addentra nel mare (come a Nora e a Tharros) o un’isola a breve distanza dal litorale (come a Sant’Antioco), le saline (a Cagliari), la possibilità di accedere a fertili entroterra, specie sotto la spinta cartaginese.
 
[16611]
Sulcis, sull’isola di Sant’Antioco, risulta essere stata fondata almeno nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., probabilmente come porto d’imbarco del materiale argentifero dell’Iglesiente. Resti dell’insediamento fenicio e punico si individuano in tutta la zona costiera dell’isoletta, collegata alla terraferma con un istmo in parte artificiale che originava due porti; alle spalle di essi si sviluppava la città vera e propria, cinta da una linea di fortificazioni in grosse pietre sbozzate e da un fossato. Fuori delle mura sono presenti due aree cimiteriali dove le tombe si aprono a vari livelli nel bancone di roccia tufacea; il tofet, anch’esso esterno alle mura, ha un santuario con grande recinto rettangolare di blocchi di pietra; le urne venivano deposte nelle fessure naturali del terreno insieme alle numerosissime stele. Il centro documenta numerose ceramiche provenienti da diverse aree del Mediterraneo (Eubea, Corinto) che si associano a quelle fenicie; particolare sembra il rapporto che Sulcis ha avuto con Cipro e con le sue botteghe artigianali, tanto da suggerire l’ipotesi di una presenza di coloni ciprioti tra i fondatori di Sulcis.
 
[16621]
La colonia fenicia di Tharros fu fondata intorno all’VIII secolo a.C., dopo una lunga frequentazione commerciale che doveva aver evidenziato le potenzialità del sito. Esso infatti controlla le vie naturali di penetrazione verso l’interno e delle rotte iberiche e tirreniche. Le strutture ‘‘precoloniali” furono fondi commerciali per i quali furono utilizzati in parte e con diversa finalità le strutture nuragiche già esistenti in loco, ma nel VI secolo a.C. il centrò l’aspetto urbano con le costruzioni in arenaria che lo caratterizzano. A settentrione sorse una cortina muraria in blocchi, con almeno due porte monumentali, postierle e torrioni; venne innalzato il tempio ‘‘monumentale”, dal basamento ricavato nel bancone roccioso del litorale orientale; fu impiantato il tofet con stele in arenaria locale. Tharros investì nei traffici mediterranei le risorse di un’economia ricca e differenziata, ma fu soprattutto centro della produzione di gioielli e di athyrmata.
 
[1671]
Nonostante la sua posizione agli estremi confini occidentali del Mediterraneo, i territori andalusi della penisola iberica (anche oltre lo stretto di Gibilterra) costituirono le prime meta delle espansioni fenicie e puniche e furono un centro di notevole interesse strategico per le aspirazioni politiche di Cartagine nel VI-V secolo a.C. Grazie ai fenici la Spagna uscì dalla preistoria e si inserì nei circuiti commerciali e culturali del Mediterraneo orientale.
 
 
[16711]
Gli storici classici collocano la fondazione fenicia di Gadir intorno al 1100 a.C., il che conferisce a questa colonia di Tiro il ruolo di fulcro dellespansione fenicia nel Mediterraneo. Non si sono potuti fare scavi nella Gadir fenicia perché la sua ubicazione coincide con quella della moderna città di Cadice, ma occasionalmente, durante gli scavi per la costruzione di qualche edificio, si è potuto accedere agli strati più profondi e scoprire resti di epoca fenicio-punica oltre i cinque metri sotto il livello attuale. Cadice fu la colonia fenicia più importante dell’estremo Occidente, nata in funzione puramente economica: ottenere il minerale d’argento del territorio di Tartesso e delle montagne delle province di Huelva e di Siviglia che venivano imbarcati a Gadir e trasportati in Oriente. E di argento da Gadir doveva partirne molto, se è vera l’affermazione di Diodoro Siculo secondo la quale i mercanti di Tiro sostituivano le ancore di piombo delle loro navi con ancore d’argento per utilizzare al massimo la portata delle loro imbarcazioni. Gadir era situata sulla sommità di un promontorio, al centro di una baia che dominava l’estuario del Guadalete. Anticamente nella baia esisteva un autentico arcipelago, costituito da tre isole principali, che oggi sono unite alla terraferma per formare la penisola di Cadice. Gadir sorgeva, fortificata, sull’isola più piccola chiamata dagli storici classici Erytheia. Quella più grande e stretta (Koutinussa, secondo Plinio) ospitava, nell’estremità più vicina alla città, la necropoli da cui ci sono pervenuti splendidi sarcofagi di marmo. La terza isola (Isola di Leon), corrisponde alla moderna città di San Fernando, in terraferma. Il tempio di Gadir, consacrato a Melqart, godette grande fama e, come molti santuari orientali, fungeva da banca, luogo di asilo, deposito di merci.
 
[16721]
Scalo obbligato nelle rotte attraverso il Mediterraneo orientale, la baia di Ibiza (Ebusus) fu frequentata presto dai fenici. Nella seconda metà del VII secolo a.C., la costa meridionale dell’isola, allora disabitata, fu gradualmente popolata da gruppi di coloni provenienti da Gadir, anche se Diodoro Siculo attribuisce la fondazione della città di Ebusus ai cartaginesi, nel 650 a.C.
Fra il 540 e il 500 a.C. la colonia divenne un grande centro urbano che tra il V e il II secolo a.C., grazie ai cartaginesi, visse la sua età dell’oro. Il monumento più celebre dell’Ibiza punica è la necropoli del Puig d’es Molins, situata a circa 500 metri dalla cinta fortificata. Si estende su una superficie di oltre 50 mila mq e ha restituito fino a oggi tra le tremila e le quattromila sepolture: ipogei scavati nella roccia, fosse rettangolari scavate in terra, sepolture infantili all’interno di anfore. Il rito predominante è l’inumazione. Le sepolture più spettacolari sono gli ipogei con grande camera a pozzo collettiva; sono a pianta rettangolare, dalle dimensioni che variano dai 2 ai 6 metri di lunghezza, e conservavano sarcofagi di pietra ricchi di corredi funebri consistenti in terrecotte votive, gioielli e athyrmata. Sono presenti sull’isola due grandi santuari: quello di Isla Plana, consacrato al dio della medicina Eshmun, è famoso per la quantità di terrecotte votive, datate dal VI secolo a.C., rinvenute in un pozzo o recinto annesso al tempio; quello rupestre di Es Cuyram fu in uso fra il IV e il II e anch’esso ha restituito più di seicento figurine fittili originariamente policrome.
 
[91011]
2500 a.C. ca.
-       Genti semitiche giungono in Palestina da sud.
 
1500 a.C. ca.
-       Inizio della storia propriamente fenicia.
-       Organizzazione delle città-stato.
-       Influenza egiziana sulle città fenicie.
 
1200 a.C. ca.
-       Invasioni dei ‘‘popoli del mare”.
-       Inizia il predominio di Sidone sulle città-stato fenicie.
-       Comincia a estendersi l’azione marittima dei fenici.
 
1209 a.C.
-       Sidone viene distrutta dai filistei.
-       La supremazia delle città-stato fenicie passa a Tiro.
 
1110 a.C.
-       Fondazione di Cadice, secondo la tradizione.
 
1101 a.C.
-       Fondazione di Utica.
 
1100 a.C. ca.
-       Tiglatpileser I dell’Assiria compie la prima spedizione verso la Fenicia.
 
[91021]
969-936 a.C.
-       Tiro raggiunge la massima potenza sotto il regno di re Hiram.
-       Hiram soffoca la rivolta di Kition (Cipro).
-       Rapporti di Hiram con i re David e Salomone di Gerusalemme.
-       Hiram e Salomone intraprendono congiuntamente la spedizione navale fino a Ofir.
 
[91031]
883-859 a.C.
-       Assurnasirpal II dell’Assiria ottiene la sottomissione di Tiro, Sidone e Biblo.
 
852-837 a.C.
-       Salmanassar III dell’Assiria impone tributi ai maggiori regni fenici.
 
820-774 a.C.
-       Regna a Tiro re Pigmalione
 
814 a.C.
-       Fondazione di Cartagine.
 
 
[91041]
775 a.C. ca.
-       Fondazione della più antica colonia greca di Ischia.
 
700-750 a.C. ca.
-       Massima espansione commerciale di Tiro.
-       La lingua fenicia si impone come idioma internazionale di comunicazione.
-       Diffusione dell’alfabeto fenicio.
 
750-700 a.C. ca.
-       Presenze fenicie testimoniate a Mozia (Sicilia); Malta; Pantelleria; Sulcis e Tharros (Sardegna) e nella penisola iberica.
 
745-727 a.C.
-       Taglatpileser III dell’Assiria annette le città della Fenicia settentrionale.
 
721-705 a.C.
-       Sargon II dell’Assiria s’impossessa di Tiro e di Cipro.
 
700-650 a.C. ca.
-       Presenze fenicie testimoniate a Cagliari, Nora e Bitia (in Sardegna) e a Solunto e Ponormo (Sicilia).
 
 
[91051]
675 a.C.
-       L’insurrezione di Sidone è soffocata nel sangue dal re assiro Asarhaddon.
 
668-626 a.C.
-       Sotto il regno assiro Assurbanipal (il Sardanapalo dei greci) viene domata la ribellione di Biblo, Arado e di altre città fenicie.
 
654-653 a.C.
-       Fondazione di una colonia cartaginese a Ibiza.
 
612 a.C.
-       Caduta dell’impero assiro a opera dei medi.
 
600 a.C. ca.
-     I cartaginesi tentano di impedire ai greci la              fondazione di Massalia (Marsiglia).
 
[91061]
580 a.C. ca.
-       I greci tentarono di cacciare i fenici da tutta la Sicilia.
 
587 a.C.
-       Il re babilonese Nabucodonosor deporta gli ebrei a Babilonia.
 
586 a.C.
-       Attacco babilonese alle città della Fenicia.
 
573 a.C.
-       Tiro è espugnata dopo tredici anni di assedio dai babilonesi di Nabucodonosor.
 
560 a.C.ca.
-       A Tiro viene introdotto l’ordinamento repubblicano.
 
550 a.C. ca.
-       Il generale cartaginese Malco combatte i greci in Sicilia.
-       La Sicilia occidentale è sottomessa ai cartaginesi.
 
525 a.C.
-       Le città della Fenicia passano sotto l’egemonia del persiano Cambise.
 
535 a.C.
-       Malco si impossessa del potere a Cartagine ma viene messo a morte.
-       Il potere militare passa a Magone, fondatore della dinastia dei Magonidi.
 
540 a.C.
-       Alleanza militare tra cartaginesi ed etruschi.
-       Vittoria sui focesi ad Alalia, in Corsica.
-       Cartagine rafforza il dominio sulla Sardegna.
 
525-450 a.C. ca.
-       Tiro e Sidone, filopersiane, si avvantaggiano sul piano territoriale e commerciale.
-       Dinastie fenicie dominano a Cipro.
 
510 a.C.
-       Lo spartano Dorieo guida i greci in una guerra contro Cartagine in terra d’Africa ma viene respinto.
 
508 a.C.
-     Primo trattato di alleanza tra Cartagine e Roma.
 
[91071]
480 a.C.
-       I greci sconfiggono i cartaginesi a Imera (Sicilia).
 
450 a.C.
-       Spedizione del generale cartaginese Imilcone in Bretagna.
 
425 a.C.
-       Spedizione di Annone lungo le coste atlantiche dell’Africa.
 
409 a.C.
-     Scontri tra cartaginesi e greci in Sicilia.
 
406 a.C.
-       I cartaginesi conquistano Imera, Selinunte, Agrigento e Gela.
 
[91081]
397 a.C.
-       Dionisio di Siracusa conquista Mozia.
 
392 a.C.
-       I fenici perdono il possesso di Cipro a vantaggio dei greci.
 
367 a.C.
-       La frontiera siciliana tra cartaginesi e greci è posta tra i fiumi Imera e Alico.
 
348 a.C.
-       Secondo trattato tra Cartagine e Roma.
 
347 a.C.
-       Sidone si ribella ai persiani e viene distrutta.
 
342 a.C.
-       Il greco Timoleonte Corinzio combatte i cartaginesi in Sicilia.
 
339 a.C.
-       Sconfitta di Timoleonte Corinzio al fiume Crimiso.
 
318 a.C.
-       Agatocle di Siracusa attacca i cartaginesi in Sicilia.
 
306 a.C.
-       Terzo trattato tra cartaginesi e romani.
 
305 a.C.
-       Assedio cartaginese di Siracusa.
-       Agatocle porta la guerra in Africa.
-       Pace tra cartaginesi e siracusani in Sicilia.
-       I confini siciliani sono riportati all’Imera e all’Alico.
 
333 a.C.
-       Alessandro Magno sconfigge a Isso il re persiano Dario III.
 
332 a.C.
-       Biblo e Arado si consegnano spontaneamente ad Alessandro Magno.
-       I cittadini di Sidone obbligano il re a sottoporsi ad Alessandro Magno.
-       Tiro si sottomette ad Alessandro Magno dopo un assedio di sette mesi.
-       Con la conquista macedone si conclude di fatto la storia della Fenicia come nazione autonoma.
 
[91091]
279 a.C.
-       Quarto trattato tra cartaginesi e romani per la mutua difesa dell’attacco di Pirro.
 
276 a.C.
-       Pirro abbandona la Sicilia.
265 a.C.
-       I cartaginesi muovono su Messina.
-       I mamertini che occupano Messina chiedono l’intervento romano.
 
264-241 a.C.
-       Guerra tra Roma e Cartagine (prima guerra punica).
 
262 a.C.
-       I romani conquistano la Sicilia occidentale fino ad Agrigento.
 
260 a.C.
-       I cartaginesi sono sconfitti dai romani nella battaglia navale di Milazzo.
 
256 a.C.
-       Sconfitta cartaginese a Capo Ecnomo.
 
254 a.C.
-       I cartaginesi sconfiggono in Africa il console romano Attilio Regolo.
 
247 a.C.
-       I cartaginesi sotto il comando di Amilcare Barca contrattaccano in Sicilia.
241 a.C.
-       Sconfitta cartaginese alle isole Egadi.
-       Cartagine deve abbandonare la Sicilia.
 
241-238 a.C.
-       La truppe mercenarie cartaginesi si ribellano con l’aiuto dei libici e danno inizio a una guerra quadriennale.
 
238 a.C.
-       La rivolta dei mercenari cartaginesi si sposta in Sardegna.
-       I mercenari chiedono l’aiuto di Roma.
-       Roma occupa Sardegna e Corsica.
 
237 a.C.
-       Amilcare Barca doma la rivolta dei mercenari in Africa.
-       Amilcare Barca intraprende la conquista della penisola iberica.
 
229 a.C.
-       Morte di Amilcare cui succede, nel comando dei domini iberici, Asdrubale.
-        Fondazione di Cartagena.
 
226 a.C.
-       Asdrubale stringe con Roma il trattato dell’Ebro.
 
221 a.C.
-       Assassinio di Asdrubale
-       Annibale succede nel comando ad Asdrubale.
218 a.C.
-       Annibale distrugge Sagunto.
-       Roma dichiara guerra a Cartagine (seconda guerra punica o annibalica).
-       L’esercito di Annibale passa le Alpi.
-       Vittorie cartaginesi al Ticino e alla Trebbia.
 
217 a.C.
-       Vittoria di Annibale al Trasimeno.
 
216 a.C.
-       Vittoria cartaginese a Canne.
 
215-205 a.C.
-       Filippo V di Macedonia si allea con Annibale e apre un altro fronte di guerra contro i romani.
 
212 a.C.
-       Contrattacco romano nella penisola iberica.
-       Siface, re della Numidia occidentale, si allea con Roma contro Cartagine.
-       Cade Siracusa, alleata di Annibale.
 
211 a.C.
-       Conquista romana di Capua che si era data ad Annibale.
 
209 a.C.
-       I cartaginesi perdono Cartagena nella penisola iberica.
 
208 a.C.
-       Asdrubale, fratello di Annibale, porta rinforzi ai cartaginesi in Italia.
 
207 a.C.
-       Sconfitta e morte di Asdrubale al Metauro (Pesaro).
 
205 a.C.
-       Publio Cornelio Scipione porta gli eserciti romani in Africa.
-       I romani si alleano con Massinissa re della Numidia orientale.
 
203 a.C.
-       Sconfitta cartaginese di Tunisi.
-       Annibale rientra in patria dall’Italia.
 
202 a.C.
-       Scipione sconfigge definitivamente Annibale a Zama.
 
201 a.C.
-       Masinissa comincia a pretendere porzioni di territorio cartaginese.
 
[91101]
196 a.C.
-       Annibale ricopre la carica di sufeta.
-       Tentativo di trasformazione politica dello stato punico da parte di Annibale.
 
195 a.C.
-       Annibale è costretto all’esilio in Siria e in Bitinia.
 
193 a.C.
-       Fallisce il tentativo di Annibale di rientrare in patria.
-       Massinissa si impadronisce di un tratto di territorio cartaginese.
 
191 a.C.
-       Cartagine, ormai ripresasi economicamente, offre il pagamento di tutte le rate dell’indennità, ma Roma rifiuta per mantenere vivo nei cartaginesi il senso di dipendenza.
 
183 a.C.
-       Annibale muore suicida in Bitinia per non cadere in mano dei romani.
 
182 a.C.
-       Massinissa si annette un altro territorio cartaginese.
 
182-172 a.C.
-       Massinissa si impossessa di settanta città e fortezze cartaginesi.
 
172 a.C.
-       Cartagine presenta a Roma una protesta contro Massinissa.
 
161 a.C.
-       Roma assegna a Massinissa i territori cartaginesi degli Emporii, i fertili terreni del golfo di Gabes.
 
160-155 a.C.
-       Cartagine rimette in efficienza l’esercito per reagire alle provocazioni di Massinissa.
-       A Roma Catone tuona in senato contro Cartagine.
 
151 a.C.
-       Cartagine versa a Roma l’ultima rata dell’indennità.
 
150 a.C.
-       Cartagine manda contro Massinissa un esercito di 25 mila uomini.
 
149-146 a.C.
-       Guerra tra Roma e Cartagine (terza guerra punica).
 
146 a.C.
-       Publio Cornelio Scipione Emiliano assedia Cartagine e la dà alle fiamme.
-     Cartagine diventa provincia romana d’Africa.
 
[21]
La storia degli etruschi è ricostruibile solo a grandi linee, perché la documentazione scritta, oggi in parte decifrata, non è molto significativa e i reperti archeologici, per quanto ricchi e interessanti, non bastano a riempire le lacune. Sono inoltre andate perdute, fin dall’antichità, le opere che al mondo degli etruschi dedicarono alcuni scrittori greci e latini e i riferimenti storici che sono giunti fino a noi appaiono frammentari e spesso contraddittori, se non addirittura falsati quando essi vanno a toccare gli ‘‘interessi di parte” greci o romani. È tuttavia indubbia la precocità dello sviluppo della civiltà etrusca, l’originalità delle sue espressioni, la sua importanza anche sul piano politico che assegnarono a questo popolo una posizione di privilegio nel quadro della più antica storia della penisola italiana e di quella mediterranea.
 
[211]
Il ‘‘caso”, il ‘‘mito”, la ‘‘diversità”, insomma il ‘‘mistero” degli etruschi: nessun altro popolo dell’antichità ha acceso un dibattito tanto vivace come quello riguardante la nazione storica etrusca, posta in età arcaica e classica al limite del mondo civilizzato, ma allo stesso tempo così ricca e culturalmente progredita. Quasi che gli etruschi siano vissuti chiusi nei loro confini o addirittura fuori del tempo, per scomparire lasciando dietro di sé segreti non ancora svelati, testimonianze vaghe e enigmatiche di una civiltà senza possibili confronti.
 
[2111]
Il ‘‘caso”, il ‘‘mito”, la ‘‘diversità”, insomma il ‘‘mistero” degli etruschi: nessun altro popolo dell’antichità ha acceso un dibattito tanto vivace come quello riguardante la nazione storica etrusca, posta in età arcaica e classica al limite del mondo civilizzato, ma allo stesso tempo così ricca e culturalmente progredita. Quasi che gli etruschi siano vissuti chiusi nei loro confini o addirittura fuori del tempo, per scomparire lasciando dietro di sé segreti non ancora svelati, testimonianze vaghe e enigmatiche di una civiltà senza possibili confronti.
 
[21111]
Gli storici più antichi facevano giungere gli etruschi da Oriente in età eroica o in ogni modoin una fase precedente all’età storica; discordavano solo nel collegarli ora con i lidi ora con i pelasgi. Secondo lo storico greco Erodoto (V secolo a.C.) gli etruschi sarebbero giunti in Italia dalla Lidia (Asia Minore) sotto la guida del re Tirreno dal quale presero il nome di tirreni (o tyrsenòi); a spingerli ad Occidente era stata una carestia scoppiata poco prima della guerra di Troia. Secondo lo storico greco Ellanico (V secolo a.C.) essi sarebbero stati invece pelasgi, un popolo guerriero che, dopo aver vagato a lungo nell’area danubiana, giunse infine nel Ponto Eusino (Mare Nero) alla fine del III millennio a.C.; da qui i pelasgi avrebbero poi raggiunto la Tessaglia, l’Attica e il Peloponneso. Gruppi di pelasgi si sarebbero quindi spinti in Italia dopo aver navigato a lungo tra le isole del mare Egeo. Della stessa opinione è anche lo storico Anticlide (IV-III secolo a.C.), anch’egli greco, per il quale i pelasgi, prima di spingersi a Occidente, avrebbero colonizzato le isole egee di Imbro e di Lemno. Vanno inoltre ricordate le fonti egiziane che indicano tra i ‘‘popoli del mare” i tusha o tirreni, ossia gli antenati degli etruschi.
 
[211111]
Erodoto riferisce nelle sue Storie (I,94):
 
‘‘Narrano che sotto il regno di Ati, figlio di Mida, una tremenda carestia colpisse tutta la Lidia. I lidi per un certo tempo la tollerarono ... ma poiché questa carestia, anziché diminuire, infieriva sempre più, il re divise i lidi in due gruppi e tirò a sorte coi dadi quale sarebbe rimasto nel paese e quale sarebbe emigrato; a capo di coloro che dovevano rimanere pose se stesso, a capo degli altri il proprio figlio di nome Tirreno. I lidi a cui toccò di lasciare la patria si recarono a Smirne e cominciarono a costruire navi; quindi, raccolte su di esse tutte le cose che erano loro utili si misero in mare alla ricerca di mezzi di sostentamento e di terra, finché, dopo aver costeggiato molte regioni, giunsero presso gli umbri, e qui edificarono le città nelle quali vivono tuttora. Abbandonarono però il nome di lidi e, dal nome del figlio del re che si era posto alla loro guida, si chiamarono tirreni”.
 
[21121]
La tesi di Erodoto sull’origine lidia degli etruschi fu contestata nella stessa antichità dallo storico e retore greco Dionigi d’Alicarnasso (I secolo a.C.). Nelle sue Antichità romane in 20 libri (dei quali ci sono pervenuti i primi 10), in cui narra la storia di Roma dalle origini alla prima guerra punica Dionigi puntualizza: ‘‘Per me, non credo che i tirreni siano coloni lidi, poiché non parlano la stessa lingua né conservano nessun’altra caratteristica della loro presunta patria. Infatti non onorano le medesime divinità dei lidi e hanno leggi e istituzioni diverse ... Mi sembra dunque che si avvicinino più alla verità coloro che sostengono che questo popolo non è immigrato da terre straniere, ma è autoctono, giacché risulta che esso è antichissimo e per lingua e costumi affatto diverso da ogni altra stirpe”. A sostegno della sua tesi Dionigi riferiva che gli stessi etruschi erano della sua stessa opinione, tanto che chiamavano se stessi ‘‘rasenna” e non tirreni. La teoria di Dionigi di Alicarnasso non ebbe molta fortuna e l’opinione corrente degli antichi continuò a basarsi sull’autorità di Erodoto; Virgilio chiama li etruschi anche col nome di lidi.
 
 
[21131]
La storiografia moderna ha ripreso ora l’una ora l’altra delle due tesi cercando di corroborarla e di aggiornarla mediante i risultati dell’indagine linguistica e archeologica. I sostenitori della provenienza dall’Oriente – tesi che contribuirebbe a spiegare l’anticipo dello sviluppo civile dell’Etruria rispetto ad altre regioni d’Italia – rivelano che la civiltà etrusca sorse nell’VIII secolo a.C., proprio quando si affermava in Etruria, nelle manifestazioni artistiche, lo stile detto ‘‘orientalizzante” per le sue connessioni con i tipici motivi del Vicino Oriente; pongono in evidenza i rapporti della religione etrusca con credenze mesopotamiche; sottolineano certe concordanze tra l’etrusco e le lingue preelleniche dell’area egea. Dall’altra parte i sostenitori dell’autoctonia obiettano che lo stile ‘‘orientalizzante” non è specificatamente proprio degli etruschi, ma largamente diffuso, e spiegano che gli etruschi, diversi per lingua e tradizioni culturali da tutti i popoli circostanti, rappresentavano un antico strato etnico, anteriore ai movimenti di popoli dell’età del Bronzo. Alle tesi tradizionali e alle loro varianti, se ne è aggiunta anche una terza (già ombreggiata da Tito Livio) che postula ‘‘un’origine settentrionale”: gli etruschi sarebbero discesi attraverso le Alpi (dove i reti del Trentino Alto Adige, quasi analoghi per nome ai rasenna, parlavano una lingua affine alla loro), la pianura padana e gli Appennini.
 
[2121]
Anche se le iscrizioni in lingua etrusca sono molte - ne possediamo circa 10 mila - solo un decimo di esse contiene qualcosa di più di semplici nomi propri, e una minima parte testi di una certa ampiezza. Lo sforzo di interpretare la lingua etrusca non è quindi pervenuto a risultati conclusivi, anzi ha aggiunto ‘‘mistero a mistero”.
 
[21211]
L’etrusco non è una lingua indeuropea come quella usata dai vicini italici e non è comparabile con nessun’altra lingua conosciuta, viva o morta, come affermava anche Dionigi d’Alicarnasso. Eppure alcuni storici ritengono che l’etrusco rappresenti una derivazione di antiche parlate del Mediterraneo, risalenti a epoche precedenti le invasioni indoeuropee, probabilmente imparentate con l’idioma che veniva usato a Lemno, l’isola che secondo lo storico Anticlide sarebbe stata colonizzata dagli antenati pelasgi degli etruschi. Ma se avessero ragione Diodoro Siculo e certi storici moderni che puntano sulla autoctonicità? In effetti gli etruschi adottarono una forma arcaica dell’alfabeto greco che modificarono per adeguarlo ai suoni della loro lingua e, poiché questo  alfabeto ci è noto, è un luogo comune parlare di ‘‘indecifrabilità” e di ‘‘mistero” della lingua etrusca. Ma i testi che abbiamo sono scarsamente significativi perché consistono per lo più in brevi iscrizioni funerarie o dedicatorie; solo pochissimi sono più ampi e se ne intuisce il significato religioso o giuridico. Su tutti questi materiali si sono esercitati con vari metodi parecchi filologi, e i risultati non sono mancati: si sono distinti verbi e sostantivi; si è accertato che i nomi venivano declinati (ma in modo del tutto diverso che in latino o in greco); si è precisato l’esatto valore di qualche decina di parole; si sono individuate alcune coincidenze sia con lingue indoeuropee (il che è spiegabile con i contatti con gli italici) sia, come abbiamo detto, con lingue ‘‘mediterranee” dell’area egeo-anatolica. Come per il mondo greco, anche in Etruria è possibile definire delle scritture locali sulla base del diverso uso di taluni segni per esprimere uno stesso suono.
 
[21221]
Sul finire dell’VIII secolo a.C., gli etruschi erano in possesso di un alfabeto introdotto nell’Italia centrale dai coloni greci provenienti dall’Eubea, stabilitisi prima nell’isola di Ischia (775 a.C. ca.) e poi a Cuma. Quest’alfabeto comprendeva in origine 26 segni di cui però solo 22 furono utilizzati per la scrittura etrusca: gli etruschi rifiutarono a esempio la vocale o, le consonanti b, d e g perché non corrispondenti alle loro esigenze fonetiche, e altre le impiegarono diversamente. Allo stesso periodo risale la comparsa dei segni d’interpunzione per dividere le varie parole. L’andamento della scrittura andava da destra verso sinistra. Dopo la fine dell’età arcaica, la serie alfabetica si stabilizzò nel numero di 20 segni. Tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. l’uso dell’alfabeto etrusco venne progressivamente abbandonato a favore di quello latino. Gli etruschi si servirono dell’alfabeto per scrivere i loro documenti e i loro libri. Sappiamo che ebbero un’ampia letteratura composta da testi religiosi, da libri di storia di tipo annalistico e da testi teatrali, ma purtroppo nulla di questa copiosa produzione ci è pervenuto. Rimangono solo un migliaio di iscrizioni, per lo più epigrafi funerarie, con le sole generalità del defunto (prenome, gentilizio e patronimico). Rarissimi sono i testi più complessi come le lamine di Pyrgi o il cosiddetto libro della mummia di Zagabria. È questo il più importante manoscritto etrusco tramandato in lingua originale, che anticamente doveva costituire un testo di almeno 12 colonne verticali. Si tratta di un calendario liturgico con l’indicazione delle principali cerimonie scoperto in Egitto. Aveva in origine la forma di un rotolo (volumen), ma fu successivamente tagliato a strisce e impiegato per avvolgere il corpo di una giovane donna di età tolemaica o imperiale conservato oggi nel Museo di Zagabria. Una conoscenza ormai acquisita riguarda il sistema numerale che appare di tipo decimale e con le cifre indicate con segni tratti almeno in parte dall’alfabeto, come in latino.
 
[2132]
È ancora diffusa l’idea che la storia etrusca abbia avuto termine in maniera repentina, quasi per un ‘‘collasso” provocato dalla mollezza e dalla sregolatezza dei costumi. Di ciò avrebbero approfittato i ‘‘rozzi” romani per infliggere ai loro nemici il colpo di grazia finale. Un altro mito generato dall’aura di mistero che ha sempre aleggiato attorno agli etruschi.
 
 
[2131]
Scomparsi nel nulla portandosi nella tomba i propri segreti? Nonostante il mito che ha chiamato in causa persino una sorta di ‘‘genocidio” perpetrato dalle legioni romane, la fine degli etruschi non fu né misteriosa né eccezionale. In effetti, essa non fu diversa da quella di tutti gli altri popoli dell’Italia assorbiti nell’orbita romana. Successe ai lucani, agli apuli, ai sanniti, agli umbri, ai galli della Cisalpina e persino ai greci della Magna Grecia: tutti finirono per integrarsi in quella nuova realtà che era la ‘‘nazione” romana e diventarono parte di essa godendo, ai diversi livelli, della concessione della ‘‘cittadinanza” e adottando la lingua latina e il diritto romano. E non furono cittadini di ‘‘serie B”, perché una volta sottomessi, gli etruschi contribuirono all’affermazione romana nella penisola e alle vittorie nelle guerre esterne. Non va dimenticato né sottovalutato l’aiuto che le città etrusche fornirono nel 205 a.C. per l’allestimento della spedizione di Scipione contro Cartagine che condusse al ritiro di Annibale dall’Italia e alla decisiva vittoria di romana di Zama. Quanto alle fasi finali della loro vicenda, che si concluse con il passaggio della repubblica all’impero, gli etruschi vi parteciparono con due diversi e opposti atteggiamenti: da una parte alcune città si schierarono nelle lotte civili dell’ultimo secolo della repubblica con i partiti ‘‘democratici” (con Mario contro Silla; con Catilina; con Antonio contro Ottaviano); dall’altra appoggiarono con le loro aristocrazie le posizioni conservatrici dell’oligarchia romana e l’opera restauratrice di Augusto. E proprio sotto Augusto, grazie anche all’opera del suo consigliere ‘‘etrusco” Mecenate (di Arezzo) l’Etruria diede inizio a una seconda fioritura: in questo clima sarà ‘‘rifondata” la città di  Veio distrutta nel lontano 396 a.C.
 
 
[2142]
Fra i presunti misteri diffusi sul mondo etrusco, uno di essi riguarda il tipo fisico delle antiche genti dell’Etruria nel quale si crede di poter identificare la prova della loro provenienza orientale. Cosa hanno a che fare con i tratti italici quei profili sfuggenti, i nasi dritti e sottili, le bocche larghe dalle labbra atteggiate nel caratteristico sorriso e, soprattutto, i grandi occhi a mandorla documentati in tante opere figurate?
 
[2141]
Il sapore d’Oriente che effettivamente si ritrova nelle rappresentazioni dei volti etruschi, ma limitato per lo più al periodo arcaico (VI secolo a.C.), non è altro che un preciso canone artistico, diffuso anche in altri ambienti del mondo mediterraneo, Roma compresa. Fu elaborato nella regione greca della Ionia, in Asia Minore, e prima ancora che nell’Etruria, si diffuse nella stessa Grecia (i kuroi e le korai, ad esempio) e nelle sue colonie. Il volto orientale sarebbe insomma una sorta di ‘‘maschera” cui si ricorse per rappresentare un’immagine convenzionale con la quale gli etruschi, specie gli aristocratici, volevano essere ricordati. Nel V secolo a.C. la ‘‘moda all’orientale” era già in declino e le rappresentazioni dei tratti somatici cambiò radicalmente per diventare più realistica. Si dovrebbe per questo supporre un cambiamento di razza? Fu solo un cambiamento di gusto e dello stile artistico: nella ‘‘nuova” grande varietà di volti e di fattezze ritroviamo allora davvero i tratti dei nostri antenati.
 
 
[221]
Come narrare le vicende di un popolo di cui non possediamo una tradizione storiografica diretta? Poiché essa è andata perduta, fin dall’antichità, insieme a tutta la letteratura nazionale, dobbiamo necessariamente ricorrere alla ricostruzione indiretta basandoci, come del resto accade per i cartaginesi, su quelle parti di storia dei greci e dei romani che in certi momenti hanno coinciso con quella degli etruschi. Con discernimento però, e con la consapevolezza che non sempre le informazioni che ci vengono fornite dalle fonti sono obiettive. A complicare le cose c’è il fatto che quella etrusca fu la storia di un mondo vario e composito, in cui ognuna delle singole entità corrispondenti alle diverse città-stato agiva e si comportava in maniera autonoma, distinta e spesso contrastante con le altre. Rimane la documentazione archeologica e quella più generica delle possibili analogie che legarono gli etruschi alla ‘‘storia universale” del Mediterraneo.
 
[2211]
Gli antichi indicarono con varie denominazioni il territorio in cui si sviluppò la civiltà etrusca. I greci lo chiamarono Tyrrhenía o Tyrsenía, i latini Etruria, gli ultimi scrittori latini Tuscia. Corrispondentemente i nome del popolo che lo abitò fu per i greci tyrrenòi o tyrsenòi, presso i latini etrusci o tusci, per gli umbri turskus. Essi invece, a quanto ci riferisce Dionigi d’Alicarnasso, chiamarono se stessi rasena o rasenna, ma pare confermato il termine rasna, che in questa forma o in forme simili ricorre più volte nelle iscrizioni etrusche.
 
[22111]
I confini storici dell’Etruria sono segnati dal corso dei due fiumi principali dell’Italia peninsulare: l’Arno che limitava il territorio etrusco verso settentrione, e il Tevere che costruiva il confine a oriente e a mezzogiorno; il mare, che dagli etruschi prese il nome di Tirreno, segna il quarto lato dell’ampia regione che oggi chiamiamo tosco-laziale. In essa convivono almeno tre paesaggi. Una prima zona a sud, costituita dall’Alto Lazio, presenta larghe zone di pianura, ma più spesso strette valli incise da fiumi e da torrenti, affluenti del Tevere, e un succedersi di basse colline e di pianori tufacei di varia forma e grandezza e dalle pendici scoscese; su di essi sorsero le principali città etrusche meridionali: Veio, Orvieto, Caere, Tarquinia ecc. Tutta l’area è punteggiata di antichi crateri vulcanici diventati, nella maggior parte dei casi, bacini lacustri (lago di Bracciano, di Bolsena, di Martignano, di Vico ecc.). A ovest di quest’area, il ‘‘paesaggio del tufo” cede al paesaggio della Maremma con pianure variamente estese lungo la costa, rotte da rilievi come i Monti della Tolfa, dell’Uccellina o il Monte Argentario. In epoca antica la zona era paludosa e malsana, ragione per cui tutte le grandi città dell’Etruria marittima, tranne Populonia, sorsero a una distanza di diversi chilometri dal mare, destinando la funzione di porto a insediamenti minori (è il caso di Pyrgi per Caere). La terza area corrisponde al resto dell’attuale Toscana con l’appendice umbra di Perugia. Anche qui il paesaggio è collinare, con ampie vallate fluviali interne (del Tevere, dell’Arno, dell’Elsa, del Chiana, dell’Era ecc.) che innervano tutto il territorio. A vaste zone di calanchi si alternano massicci montani (Colline Metallifere, Amiata, Pratomagno, Monti del Chianti) che rendono più aspro il territorio e difficili le comunicazioni. Le città etrusche erano qui più disperse e in numero più limitato: più o meno quante quelle del Meridione in un territorio grande il doppio.
 
 
[22121]
Le tre grandi aree territoriali offrirono agli etruschi possibilità di sviluppo diverse, legate alle vocazioni spontanee del suolo in relazione allo sfruttamento agricolo: viti e olivi su tutte le zone collinari, grano nelle pianure fluviali e specie nell’agro di Chiusi, arboricoltura diffusa. In stretta connessione con l’agricoltura era l’allevamento del bestiame; i buoi etruschi erano famosi per forza e resistenza, grandi cure venivano dedicate agli equini e molto diffuso era, soprattutto nel sud, l’allevamento specializzato dei suini. Estesi e folti boschi davano legname abbondante e di buona qualità destinato a vari usi (opere di carpenteria, costruzioni di navi, alimentazione dei forni dell’industria metallurgica ecc.) e ospitavano una grande quantità di animali selvatici (cinghiali, cervi, lepri ecc.) che venivano regolarmente cacciati. Praticata era anche la caccia agli uccelli palustri che dovevano essere numerosi nelle lagune costiere e nei laghi vulcanici dell’Etruria meridionale. Ma la risorsa principale del suolo (e la ricchezza degli etruschi) era costituita dai minerali per l’estrazione dei metalli: rame, argento, piombo e soprattutto ferro. Le principali concentrazioni si trovavano in comprensori in cui l’attività mineraria è continuata fino ai giorni nostri: i Monti della Tolfa (ferro e allume che serviva per la concia delle pelli e i processi di riduzione della fusione), l’isola d’Elba (ferro), l’Argentario (piriti argentifere che fornivano ferro, argento e piombo), l’Amiata (cinabro); più difficile individuare le fonti per il minerale di rame, elemento fondamentale per la lega del bronzo: gli etruschi erano famosi per la capacità di lavorare questo metallo. Non a caso quindi, descrivendo l’Etruria, Diodoro Siculo poté affermare nel II secolo a.C.: ‘‘Questa è una terra che produce di tutto”.
 
 
[2221]
Il problema delle origini degli etruschi è un falso problema che va impostato su basi metodologiche diverse: non tanto la ‘‘provenienza” è importante, quanto piuttosto la ‘‘formazione” di questo popolo, ciò che esso, sfruttando elementi di varia provenienza - anche orientali, anche indoeuropei - ha prodotto di originale nelle sue sedi storiche.
 
[22211]
Comunque si imposti e si risolva il problema delle origini degli etruschi, l’area geografica dove storicamente essi insediarono il loro dominio era già definita e culturalmente connotata in senso unitario nel IX secolo a.C. Essa corrisponde a una larga parte dell’area in cui si era fino allora sviluppata la cultura del Ferro ‘‘villanoviana” e in essa dobbiamo riconoscere il primo manifestarsi del processo di formazione – sul suolo dell’Etruria – di quella che diverrà la ‘‘nazione” etrusca. I villaggi ‘‘villanoviani” erano organizzati in forme di carattere tribale, con un tipo di società sostanzialmente indifferenziata e con un’economia basata sull’agricoltura, l’allevamento e, marginalmente, su attività artigianali sulle quali predomina la metallotecnica. Ma all’inizio dell’VIII secolo a.C., questa struttura socio-economica cominciò a modificarsi per effetto delle prime frequentazioni di navi: mercanti fenici e greci attivarono un movimento commerciale basato sul traffico di risorse fondamentali (che in epoca antica erano cereali, olio, vino), dei minerali e dei metalli verso il bacino dell’Egeo e del Mediterraneo orientale; in cambio arrivavano manufatti di alta qualità e con essi maestri e idee. Alla primitiva utilizzazione in comune delle risorse si sostituì allora, a poco a poco, l’iniziativa dei singoli individui che sfruttarono a proprio vantaggio le risorse del territorio accumulando così (ed esibendo, come vediamo dai corredi funebri) ricchezza. L’originaria ‘‘unità villanoviana” si frantumò e il corpo sociale si scisse con l’emergere di un ceto più ricco che finì per imporsi come classe dominante.
 
[222111]
La civiltà villanoviana ha preso il nome dal villaggio di Villanova, presso Bologna, dove sono stati rinvenuti i reperti archeologici più notevoli. Essa era presente in modo omogeneo su tutta l’Etruria, continuava a sud del Tevere con l’affine cultura laziale, e si era diffusa anche attorno a Capua e nella zona di Salerno, in Campania. Le nostre conoscenze dipendono quasi esclusivamente dalle necropoli, costituite in genere da vasti ‘‘campi d’urne” con tombe a pozzetto scavato nella roccia o nel terreno in cui era deposto un vaso cinerario biconico e qualche oggetto di corredo. Nel territorio laziale si manifestò anche l’uso dell’incinerazione in urne a capanna. Poco sappiamo delle aree abitate che sembrano essere state però disseminate di molti piccoli villaggi costituiti da capanne a pianta circolare o ovoidale. La capillarità e l’omogeneità degli insediamenti fa pensare a un gigantesco processo di colonizzazione, avviato nel corso del IX secolo a.C., che nel breve giro di due o tre generazioni deve aver occupato tutta l’area di diffusione (dall’Emilia alla Campania).
 
[22221]
A poco a poco, dall’uniformità dei piccoli villaggi villanoviani cominciarono a emergere nettamente alcuni centri che, a metà dell’VIII secolo a.C., assunsero un evidente carattere di superiorità demografica ed economica su aree di territorio sufficientemente ampie. In questo processo di trasformazione, del resto vario e difforme, all’inizio furono avvantaggiate le comunità della fascia meridionale posta tra l’Albegna e il Tevere, perché più coinvolte nel traffico commerciale marittimo: prima di tutto il ‘‘sistema” di Tarquinia, poi quelli di Veio, Caere, Vulci, Vetulonia. In seguito la stessa novità si affermò anche nelle zone più interne dove sorsero centri minori collegati attraverso valli fluviali alle città maggiori e alla costa. Le città etrusche, fin dalle origini, si proposero come obiettivo di controllare i luoghi di produzione dei metalli e assicurarsi la disponibilità e lo sviluppo delle vie commerciali, sia per mare, sia per terra. Naturalmente esse attrassero il ceto dominante, ma anche il ceto medio che si andava affermando grazie all’industria dei metalli e al commercio. Si definì così, nei decenni iniziali del VII secolo a.C., la distinzione tra città e campagna, si incrementarono le attività artigianali, si sviluppò l’industria metallurgica, si diffuse l’uso della scrittura come sussidio indispensabile al commercio, si rinforzò la struttura sociale dominata da potenti nuclei di famiglie gentilizie che diedero vita a un sistema di vita ‘‘clientelare” e a istituzioni di regimi di tipo monarchico.
 
 
[22231]
Le varie città etrusche non costituiranno mai una compagine politico-amministrativa unitaria e, come quelle greche e quelle fenicie, adottarono la struttura politica della città-stato. Anche se indipendenti, le città erano riunite in un’alleanza o lega di tipo religioso, e forse anche militare, e da una stretta collaborazione commerciale. Si trattava di una sorta di federazione costituita da dodici (o forse quindici) città e perciò detta Dodecapoli; di queste città non conosciamo né il nome né l’epoca nella quale furono associate, ma poiché ben più di dodici erano le metropoli che potevano aver fatto parte di questa federazione, si deve supporre che esse si siano avvicendate nel tempo, quando la decadenza di una accelerava l’ascesa di un’altra. In origine, a capo di ogni città-stato stava probabilmente il lucumone, un personaggio regale sostituito in seguito, come avvenne anche nelle poleis greche, da un’oligarchia nobiliare costituita da famiglie delle quali conosciamo i nomi (i Maru di Cerveteri o i Pompu di Tarquinia) e i tumuli destinati ai membri della stessa stirpe. Dalle iscrizioni si ricavano i nomi di diverse magistrature, ma non sono esattamente definibili le funzioni dello zilath, del purth o del maru. Di fronte alla classe privilegiata, la plebe era in gran parte in condizione di clientela o, forse, di servitù della gleba.
 
[2231]
Nella prima metà del VII secolo a.C., gli etruschi dei principali centri del Sud hanno già portato a compimento il processo di urbanizzazione e danno inizio a una vicenda che li vedrà per un secolo e mezzo tra i grandi protagonisti della storia mediterranea, insieme ai greci delle colonie e ai fenici di Cartagine.
 
[22311]
Nel VI secolo a.C. l’Etruria divenne il principale mercato dei prodotti artigianali greci. Allo stesso tempo, la vitalità e il dinamismo delle sue città determinò un accentuato sviluppo delle attività produttive destinate non solo al mercato interno ma soprattutto all’esportazione. I centri dell’Etruria meridionale, economicamente e politicamente più potenti, diedero allora inizio a precisi e arditi programmi di espansione che miravano ad assicurare il controllo dei mercati e delle vie di comunicazione. Quindi gli etruschi si volsero verso il vicino Lazio, ma anche verso regioni più lontane che, come la Campania, facilitassero il contatto con il mondo greco, o che, come la Liguria o la Provenza, non disponessero di un’autonoma rete mercantile. Tale espansione avvenne in modi e forme diverse. L’espansione nel Lazio determinò una vera supremazia politica con l’acquisizione di un saldo controllo dei più importanti nodi di traffico: Praeneste (Palestrina) a guardia della valle del Sacco e sede del tempio della Fortuna Primigenia, uno dei più importanti e frequentati santuari d’Italia fino al IV secolo a.C., ma soprattutto Roma che dominava il guado sul Tevere. Qui transitava la più importante via di terra che attraversava l’Italia da nord a sud, passaggio obbligato per i traffici etruschi verso le città del meridione e il mondo greco peninsulare. Nel 616 a.C., secondo la tradizione sostanzialmente confermata dall’archeologia, a Roma si insediò la dinastia di origine etrusca dei Tarquini. La penetrazione in Campania avvenne attraverso l’intensificazione dei contatti con antichi centri di cultura ‘‘villanoviana”, come quello di Capua sul fiume Volturno, di Nola e di Pontecagnano presso Salerno; in Liguria e in Provenza, infine, furono creati scali marittimi e piccoli empori in cui si congiungevano le rotte provenienti dall’Etruria e le vie naturali del retroterra.
 
[223111]
La tradizione riferisce che a Roma regnarono i sovrani etruschi Tarquinio Prisco (616-579 a.C.), Servio Tullio (579-535 a.C.) e Tarquinio il Superbo (535-509 a.C.): ciò in realtà significa che per un lungo periodo Roma fu ‘‘dominata” dagli etruschi. Ecco come, secondo Tito Livio, Tarquinio Prisco riuscì ad assicurarsi il potere:
 
‘‘Lucumone arrivò in città con la moglie Tanaquilla e, presovi alloggio, dichiarò il nome di Lucio Tarquinio Prisco. Il fatto che fosse straniero e molto ricco lo rese subito interessante agli occhi dei romani, e lui faceva di tutto per aumentare la sua popolarità, finché la sua fama giunse alla reggia ... Alla fine il re Anco Marzio, nel testamento, lo nominò tutore dei suoi figli (Alla morte di Anco Marzio) i figli erano ormai vicini alla maggiore età. Per questo Tarquinio si dava daffare perché si tenessero i comizi che dovevano eleggere il nuovo re: appena furono indetti, egli allontanò da Roma i giovinetti organizzando per loro una battuta di caccia ... Tarquinio fu eletto re con il pieno consenso del popolo. E anche quando fu re, quest’uomo di grande valore sotto ogni aspetto, conservò lo stesso desiderio di popolarità che aveva avuto nell’aspirare al potere”.
 
[22321]
Non meno vigorosa dell’espansione via terra, documentata dall’archeologia, fu quella marittima di cui abbiamo notizia dalle fonti letterarie greche (Strabone, Diodoro Siculo, Pausania, Erodoto) che parlano di accese rivalità per il controllo delle rotte e danno notizia di vere e proprie battaglie navali, le prime che si conoscano nella storia dell’Occidente. Il Tirreno era nel VI secolo a.C. teatro di azioni commerciali e piratesche di greci, punici ed etruschi e l’espansione etrusca non poté svilupparsi senza fenomeni di concorrenza e di aperti conflitti con le altre due nazioni mercantili del Mediterraneo. Con i cartaginesi le città etrusche scelsero la via degli accordi, dividendo il Mare Tirreno in zone d’influenza. Una prova di collaborazione tra i due popoli è data dalle lamine d’oro scoperte a Pyrgi, porto di Caere. I rapporti degli etruschi con i greci si configurarono invece in ripetuti scontri avvenuti nel corso del VI secolo e fino agli inizi del V a.C. al largo delle isole Eolie: ad affrontarsi furono i coloni rodii e cnidii di Lipari e gli etruschi di non sappiamo quale città che disturbavano i traffici (o addirittura miravano a porli sotto il loro controllo) attraverso lo stretto di Messina, sulla rotta dall’Egeo al Tirreno. Gli storici greci non hanno dubbi sulla vittorie dei loro connazionali e a conferma citano i doni (bottini di guerra) che i liparesi avrebbero dedicato al tempio di Apollo a Delfi. Si trattava comunque, per il momento, di scorrerie e non di scontri decisivi, ma l’urto violento che avrebbe sancito il dominio etrusco del Tirreno orientale era prossimo.
 
[223211]
La colonizzazione greca in Occidente fu promossa soprattutto da Corinto e Megara. I corinzi si diressero dapprima verso le coste dell’Epiro e dell’Illirico poi si volsero alla Sicilia dove Siracusa rimase a lungo la colonia più fiorente. I megaresi, da parte loro, partendo dalla base siciliana di Mègara Iblea diedero origine ad altre colonie tra le quali Selinunte che era l’ultimo avamposto greco prima degli stanziamenti fenici che avevano i loro centri a Mozia e a Ponormo (Palermo). Un’altra città molto attiva nella colonizzazione fu Calcide, nell’Eubea, che in Sicilia fondò nel 750 a.C. Zancle (Messina) e poco dopo Catania e Leontini (Lentini) alle due estremità della pianura del Simeto; più tardi fu la volta di Cuma, in Campania, dove i calcidesi furono bloccati dagli etruschi che aspiravano anch’essi alle fertili terre campane; i cumani fondarono allora nel VII secolo a.C. Neapolis, la “città nuova” che sostituì l’antica Partenope. Anche Rodi e Creta si inserirono nella colonizzazione della Sicilia con Gela e Akragas (Agrigento); rodii e cnidii (di Cnido, nella Caria) colonizzarono poi le isole Eolie. Le coste del golfo di Taranto e quelle tirreniche della Calabria fino a Posidonia (che i romani chiamarono Paestum) erano occupate da stirpi greche meno progredite culturalmente delle genti corinzie, calcidiche o megaresi, eppure fu proprio questa la Magna Grecia, cioè Grande Grecia perché della madrepatria aveva lo spirito, i principi e la cultura. Taranto, fondata dagli spartani dai quali si staccò completamente come concezione culturale, fu uno dei maggiori centri economici; Locri era colonia delle genti della Locride; Metaponto, Sibari e Crotone furono invece fondazioni achee. La colonizzazione greca si spinge ben oltre le coste dell’Italia meridionale e della Sicilia ma i nuovi arrivati dovettero competere sia con i celti della Gallia che non permisero la penetrazione all’interno pur consentono alle colonie della costa – come Massalia (Marsiglia) dei focesi – di svolgere un’attività essenzialmente commerciale, sia con etruschi e fenici che già si dividevano il dominio del mare Tirreno.
 
[22331]
Uno degli episodi salienti della lotta tra etruschi e greci per il controllo dei traffici marittimi si svolse intorno al 540 a.C. nelle acque del Tirreno, e più precisamente al largo della Corsica. Esso fu provocato dall’intrusione dei focesi nel mare ‘‘di casa” degli etruschi e, in particolare, dalla fondazione della colonia di Alalia (Aleria) sulla costa orientale della Corsica, proprio di fronte alle coste etrusche. Per sfuggire alla minaccia persiana, i coloni di Focea, nella Ionia, si erano trasferiti a più riprese in Occidente e già intorno al 600 a.C. avevano fondato la colonia di Massalia (Marsiglia) alle foci del Rodano, nel territorio dei celti. Naturalmente i massalioti si erano affrettati a installare basi marittime e scali commerciali in Liguria e nel Golfo del Leone che avevano duramente colpito gli interessi degli etruschi e messo in allarme i cartaginesi da poco insediati in Sardegna; tanto più che i greci di Massalia avevano tentato di aprirsi un mercato nel regno di Tartesso dove i fenici avevano forti interessi. Quando l’ultima ondata dei focesi si stabilì sulla costa còrsa facendo di Alalia la base delle loro scorrerie nel Tirreno, gli etruschi furono costretti a reagire: l’iniziativa fu di Caere, forse in quel momento la città più potente, la quale si alleò con Cartagine. I focesi, battuti duramente sul mare, dovettero abbandonare la Corsica per andare a stabilirsi a Elea (o Velia, presso Paestum, in ordine di tempo l’ultima grande colonia della Magna Grecia) e gli etruschi ebbero il controllo della Corsica e dell’Elba. Diodoro Siculo afferma che Alalia fu dagli etruschi ribattezzata Nikaia (Vittoria).
 
[223311]
Lo scontro navale fra etruschi e cartaginesi contro i focesi di Alalia ci è stato riferito da Erodoto che, da greco, cerca di minimizzare la sconfitta focese. Parla infatti di vittoria ‘‘cadmea”, il che equivale a quella che fu poi definita una ‘‘vittoria di Pirro”, cioè con perdite tanto grandi da eguagliare una sconfitta.
 
‘‘Quando i focesi giunsero a Kyrnos (la Corsica), vi soggiornarono per cinque anni insieme ai coloni che vi si erano sistemati precedentemente e vi eressero templi. Poiché intrapresero scorrerie saccheggiando tutte le popolazioni limitrofe, allora tirreni e cartaginesi si strinsero in un accordo e mossero guerra contro di loro, con sessanta navi. I focesi, a loro volta, armarono altre sessanta navi e si diressero contro i nemici nel mare che si chiama Sardonio. I focesi ottennero una vittoria cadmea, poiché quaranta delle loro navi furono distrutte e le restanti venti rimasero inservibili, dato che i rostri erano rovinati. Ritornarono dunque ad Alalia, presero a bordo i figli, le donne e quanti dei loro beni potevano trasportare e, lasciata Kyrnos presero la rotta per Reggio”.
 
[22341]
Con il tardo VI secolo a.C., nel periodo successivo alla  vittoria di Alalia gli etruschi toccarono l’apice della loro potenza. I trattati con gli alleati cartaginesi garantivano loro l’allargamento della zona d’influenza etrusca su tutta l’Italia continentale, esclusa la Magna Grecia, e il controllo del medio e alto Tirreno. Essi seppero approfittare della favorevole situazione e affermarono la loro presenza sul mare e in terraferma. Con la Corsica in loro possesso fu facile ricucire lo strappo con i greci di Massalia e riorganizzare la rete commerciale lungo le coste a nord dell’Arno appoggiandola alla nuova base strategica di Pisa e ad empori fissi aperti lungo la costa ligure. Per terra, le città dell’Etruria settentrionale interna (Volterra, Chiusi, Volsinii) iniziarono una vigorosa penetrazione verso Nord. Attraverso le facili vallate dell’Appennino (come la valle del Reno, in cui sorse Marzabotto) i coloni dell’Etruria sboccarono nella Valle Padana dove sorse Felsina (l’odierna Bologna), sul luogo del più cospicuo abitato villanoviano, e raggiunsero l’Adriatico, sulle cui rive fu fondata Spina, centro attivissimo di scambio col mondo greco. Se l’area comprendente Marzabotto, Felsina e Spina costituì il nucleo principale dell’Etruria padana, l’espansione etrusca si estese fino a Modena e a Parma e, oltre il Po, a Mantova e a Melpo (forse Melzo, presso Milano), tutte tradizionalmente considerate di fondazione etrusca. Nel resto dell’Italia settentrionale e centrale, anche là dove non si ebbe occupazione diretta da parte degli etruschi, si esercitò però la loro influenza culturale. Verso il 500 a.C., insomma, la civiltà etrusca sembra procedere a grandi passi verso l’unificazione culturale, se non politica, di buona parte dell’Italia, compiendo, con tre secoli di anticipo, quanto riuscirà a Roma dopo la seconda guerra punica. Invece, dopo il VI secolo, subentrò, rapido, il declino.
 
[2241]
Il prodigioso periodo di fioritura dell’Etruria non dura a lungo, a causa soprattutto della fragilità del ‘‘sistema”. Le singole città-stato, infatti, continuano a operare ognuna per proprio conto, senza programmi di ampio respiro e in assenza di qualsiasi effettivo coordinamento.
 
 
[22411]
Il cambiamento di tendenza fu piuttosto repentino, tanto che si parla di ‘‘crisi”. Essa viene collegata alla nuova situazione mediterranea conseguente alla guerre persiane e con le contemporanee turbolenze della penisola italiana, ma per le grandi città-stato del Sud la crisi si innestò nei cambiamenti istituzionali che sfociarono nell’instaurazione di regimi repubblicani retti da oligarchie aristocratiche e nella conseguente accentuazione delle tensioni sociali. Una prima crisi si presentò comunque come conseguenza, o contraccolpo, dell’occupazione della Ionia da parte dei persiani (517 a.C.) la quale determinò il crollo del sistema commerciale ionico in cui gli etruschi erano ben inseriti; né migliorarono la situazione le rivalità armate tra le città della Magna Grecia che determinarono, a esempio, la distruzione di Sicari da parte della rivale Crotone (510 a.C.). In più nel 509 a.C. la dinastia etrusca dei Tarquini fu cacciata da Roma con la conseguente rottura dell’equilibrio politico-economico che fino ad allora si era mantenuto tra il Lazio latino e le città dell’Etruria meridionale. Della situazione tentò di approfittare Chiusi, che con il lucumone Porsenna impose alla città la propria effimera egemonia, fino a quando la reazione della greca Cuma, che si alleo con i latini (battaglia di Ariccia, 504 a.C.), spense ogni ulteriore velleità degli etruschi di imporsi sul Lazio.
 
[22421]
La perdita del Lazio rese più importante la presenza dell’etrusca Capua nel territorio campano. La città, che godeva allora di una splendida fioritura manteneva aperti i contatti via mare con le città-stato dell’Etruria meridionale; non riuscì però, nonostante i ripetuti attacchi, ad avere la meglio su Cuma. La pressione che attraverso Capua le città etrusche mantenevano in direzione della Sicilia provocò la reazione della nascente potenza di Siracusa che nel 480 a.C., avevano bloccato a  Imera i tentativi di espansione dei cartaginesi in Sicilia. Nel 474 a.C. la flotta dei siracusani affrontò e distrusse quella etrusca nelle acque di Cuma, fiaccando, insieme alla potenza navale, l’attività commerciale internazionale delle città etrusche il cui monopolio passò completamente ai cartaginesi. Le grandi metropoli dell’Etruria meridionale (Caere, Tarquinia, Vulci) entrarono in crisi e abbandonarono ogni velleità di riscossa, incapaci anche di impedire scorrerie e saccheggi dei siracusani sulle proprie coste: nel 453 e nel 451 a.C. i siracusani tentarono addirittura di insediarsi nell’Isola d’Elba attratti dalle sue risorse minerarie. Della crisi delle città costiere approfittarono quelle interne legate a un’economia agricola (Chiusi, Arezzo, Cortona, Volterra, Perugia) e che godevano anche delle risorse dello sfruttamento commerciale offerto dai mercati dell’Etruria padana e dei traffici dell’Adriatico.
 
[22431]
Sul finire del V secolo a.C. iniziò il lento ma progressivo processo di penetrazione romana in Etruria. Esso fu diverso da città a città, a seconda dell’atteggiamento che le classi dominanti assunsero di fronte alla conquista romana, e diverse furono perciò anche le condizioni con cui esse furono ‘‘accolte”, con le buone o con le cattive, nella confederazione romana. Veio, a esempio, dopo uno scontro che si era prolungato per tutta la seconda metà del V secolo a.C., fu distrutta e il suo territorio venne incorporato nello stato romano; Caere invece, legata a Roma al punto di accogliere i profughi romani, con i sacerdoti, le vestali e i simboli sacri dell’Urbe durante il sacco dei galli del 387 a.C., diventerà nel 353 a.C. municipio senza diritto di voto. Di fronte al pericolo reale di un assorbimento o di una conquista da parte dei romani, la reazione degli etruschi furono come sempre prive di qualsiasi coordinamento; anzi, l’esasperato particolarismo e le mai sopite rivalità facilitarono la penetrazione romana e ad una ad una, nel corso del VI-III secolo, le città etrusche persero la propria indipendenza, se non la propria identità. Così nel 351 a.C. Tarquinia, dopo una serie di ostilità con Roma che duravano dal 358 a.C., accettò una tregua di quaranta anni, che sarà rinnovata nel 308 a.C. Nel 302 a.C. Roma intervenne ad Arezzo a favore degli aristocratici locali per sedare un’insurrezione democratica e, di fatto, pose l’oligarchia al proprio servizio. Roselle sarà invece sconfitta nel 283 a.C., come Vulci nel 280 a.C. e Volsinii (Orvieto) nel 264 a.C. Alla fine del III secolo a.C. l’Etruria era ormai completamente nell’orbita romana visto che molte sue  città contribuiranno nel 205 a.C. con aiuti di varia natura alla spedizione di Scipione in Africa, contro Cartagine.
 
[224311]
La repubblica romana era una confederazione romano-italica sotto l’egemonia dell’Urbs, in cui il territorio abitato da cittadini romani rappresentava una parte modesta. Alla confederazione appartenevano sia le città che godevano in pieno dei diritti di cittadinanza romana (municipia optimo iure), sia quelle dotate di larga autonomia amministrativa i cui cittadini, pur usufruendo dei diritti civili, non potevano votare e accedere alle cariche pubbliche (municipia sine suffragio). I rimanenti popoli e città legati a Roma costituivano i confederati (socii, civitates foederatae) e le loro relazioni con l’Urbe erano diverse a seconda se l’accordo era avvenuto pacificamente o in seguito a una conquista. Altro importante elemento dello stato romano erano le colonie dedotte fra i popoli vinti. Esse avevano i propri magistrati e le proprie assemblee ma, in base alla provenienza dei coloni, potevano essere colonie romane con diritto di cittadinanza o colonie latine in condizione simile alle città federate.
 
[224321]
Iniziata nel 447 a.C., la guerra contro Veio ebbe varie fasi e si concluse nel 396 a.C., dopo dieci anni di assedio, con la distruzione della città a opera del dittatore Marco Furio Camillo. Tito Livio racconta così la presa di Veio.
 
‘‘L’elezione a dittatore di Furio Camillo risvegliò la speranza nell’animo dei soldati. Egli ricondusse l’esercito a Veio, cominciò sa far costruire un cunicolo sotterraneo sotto la rocca dei nemici, e questa fu l’opera più grande e faticosa di tutte. Per non interrompere il lavoro e perché i soldati non fossero sfiniti dalla continua fatica sotto terra, Camillo li divise in sei turni. Ogni turno lavorava un’ora su sei e riposava per cinque ore. E si andò avanti giorno e notte finché non fu aperta una via fin dentro la rocca. Il dittatore, che già vedeva la vittoria a portata di mano e pensava che avrebbe preso la ricchissima città e fatto tanta preda in una sola volta, attaccò la città. I veienti non potevano immaginare che le mura fossero state scavate dal di sotto, e che la città fosse già piena di nemici. Infatti, dal passaggio sotterraneo i soldati uscirono proprio all’interno del tempio di Giunone, che era sulla rocca di Veio: mentre alcuni si buttavano sui nemici intenti a difendere le mura, cogliendoli di sorpresa alle spalle, altri spalancarono le porte, altri ancora appiccarono il fuoco alle case. Subito si levò un clamore di gente atterrita, misto al pianto delle donne e dei fanciulli. In un momento la città si riempì di nemici; si combatteva da ogni parte. Infine, dopo la strage, la battaglia languì e Camillo ordinò che non si combattesse contro i cittadini inermi. I soldati, col permesso del dittatore, cominciarono allora a darsi d’attorno a fare preda”.
 
[22441]
Poco prima del 500 a.C. l’Etruria padana fu investita dall’invasione dei galli (o celti), popolazioni indoeuropee che da tempo si erano stabilite in Gallia. Essi penetrarono nell’Italia settentrionale, probabilmente in più ondate, attraverso i valichi delle Alpi occidentali e centrali, ricacciarono o soggiogarono le genti liguri del Piemonte e della Lombardia e si scontrarono quindi contro la resistenza dell’Etruria padana. La tradizione conserva il ricordo di una sconfitta subita dagli etruschi sulla riva del Ticino, tanto che a breve distanza dall’etrusca Melpo sorse un nuovo centro, la gallica Mediolanum (Milano). Più lunga resistenza oppose la metropoli dell’Etruria padana, Felsina; ma anch’essa, alla metà del IV secolo a.C., cedette e divenne la gallica Bononia. Oltre Felsina i galli raggiunsero l’Adriatico e si spinsero fino al fiume Esino, a nord di Ancona. Il territorio conquistato fu diviso tra varie tribù: insubri e cenomani in Lombardia, boi in Emilia, lìngoni in Romagna, sénoni nel Piceno ecc. Né la forza espansiva dei galli si era ancora esaurita: nel corso del IV secolo essi compirono varie escursioni a sud dell’Appennino e giunsero fino a Roma (387 a.C.). Nello stesso periodo dell’invasione dei galli, altri popoli, questa volta italici, si mossero dalle loro sedi della dorsale appenninica. Da quello che era il baricentro della nazione osca, il Sannio, mossero gli irpini che si stabilirono tra Benevento e Venosa, i lucani che dilagarono fino allo Ionio, i bruzi che raggiunsero la Calabria e i campani che, con altre tribù affini, occuparono la Campania. Qui le tribù italiche sommersero sia gli etruschi che i greci: Capua cadde in loro potere nel 423 a.C., Cuma due anni dopo.
 
[2251]
L’ultimo periodo della storia etrusca è stato definito dell’Etruria federata, in quanto le città-stato, costrette a federarsi con Roma, confondono da ora in poi, pur conservando una peculiare identità, le loro vicende con quelle dell’Urbe e dell’Italia progressivamente unificata dai romani.
 
[22511]
La federazione tra Roma e le città etrusche fece parte della più grande federazione romano-italica organizzata da Roma su tutta la penisola, e nella quale i rapporti e i vincoli di alleanza riguardavano esclusivamente ogni singola entità e la città egemone. A fondamento del nuovo ordine stavano cioè i trattati che presentavano, a seconda dei casi, clausole diverse da città a città, particolarmente dure per quelle che più direttamente e duramente si erano opposte a Roma. Alcune metropoli (come Vulci, Tarquinia, Caere) persero addirittura ampie parti dei loro territori dove Roma fondò, durante il III secolo a.C., colonie proprie (è il caso di Fregene, Gravisca, Cosa ecc.). A tutte le città i patti imposero di rinunciare a qualsiasi azione politica autonoma, di riconoscere come propri nemici i nemici di Roma, di fornire a questa aiuti in caso di bisogno, di mantenere gli ordinamenti istituzionali fondati sul potere delle oligarchie, di accettare o richiedere l’intervento di Roma in caso di gravi turbamenti sociali o politici interni. In cambio della perdita della sovranità, alle città etrusche fu consentito di continuare a vivere secondo le proprie tradizioni, di mantenere le proprie leggi, la propria lingua e la propria religione. La rottura dei patti prevedeva dure e immediate sanzioni: quando nel 264 a.C. Volsinii cacciò gli esponenti dell’oligarchia dominante, la città fu distrutta dai romani e gli abitanti deportati in una nuova sede, il sito dell’attuale Bolsena (Volsinii Novi).
 
[22521]
Dopo che Roma, a seguito della prima guerra punica, sostituì Cartagine nel controllo del Tirreno, l’Etruria divenne la base delle operazioni romane contro i liguri e contro i galli che, nelle loro frequenti incursioni, si spinsero fino a Talamone (225 a.C.). L’impresa di  Annibale del 218 a.C. toccò solo marginalmente l’Etruria, ma risvegliò qualche sopito desiderio di rivalsa e persino qualche seria agitazione, ma i patti vennero fondamentalmente rispettati. Le città etrusche fornirono anzi il loro contributo alla resistenza e poi alla reazione romana prendendo parte all’allestimento della spedizione di Scipione contro Cartagine. In questa occasione Caere fornì frumento e viveri di vario genere; Tarquinia tela di lino per le vele; Roselle, Chiusi e Perugia legname per la costruzione delle navi e frumento; Populonia ferro; Volterra frumento; Arezzo, che più di ogni altra città etrusca era stata sospettata di simpatie verso Annibale, si riscattò con 3000 scudi e altrettanti elmi, 100 mila giavellotti, 100 mila moggi di grano e rifornimenti di ogni genere per 40 navi. Il contributo etrusco durò poi per tutto il II secolo a.C. nelle numerose guerre che condussero Roma alla creazione del suo impero. Tra il 90 e l’89 a.C., durante la guerra civile, l’Etruria si trovò in gran parte schierata con la fazione popolare guidata da Caio Mario e per questo subì le pesanti vendette di Lucio Silla quando questi, sconfitti i mariani, divenne dittatore e padrone dello stato: Arezzo Fiesole e Volterra furono saccheggiate e private della cittadinanza romana. Nel 63 a.C. l’Etruria appoggiò la congiura di Catilina che proprio a Pistoia venne sconfitto e ucciso l’anno successivo; nel 14 a.C. Perugia fu messa a ferro e fuoco da Ottaviano per aver accolto fra le sue mura Lucio, fratello del rivale Marco Antonio. Nel 27 a.C. quando Augusto divise la penisola italiana in XI regioni, la VII fu l’Etruria.
 
[231]
Gli etruschi erano concordemente celebrati dagli antichi come ‘‘costruttori di città” e diffusa era la convinzione che essi fossero stati i primi ad attuare in Italia il modello della struttura urbana. In effetti, mentre nella penisola la maggior parte delle popolazioni continuava a vivere nella tradizione storica del ‘‘villaggio” gli etruschi, sotto l’influenza del modello greco, si concentrarono in organismi urbani. ‘‘Civiltà della città”, quindi, quella degli etruschi, intesa non solo nel senso fisico e materiale, ma soprattutto nel senso politico e ideologico che fa della città l’organismo e il centro in cui sono ordinate e concentrate tutte le strutture del vivere insieme.
 
[2311]
Degli aspetti e delle consuetudini della vita quotidiana, pubblica e privata, degli etruschi non ci è giunta alcuna documentazione letteraria diretta, mentre abbiamo, per fortuna, un’importante fonte complementare costituita sia dagli oggetti portati in luce dall’archeologia e rinvenuti per la maggior parte nelle necropoli, sia dalle rappresentazioni figurate con scene di vita presenti nelle tombe; queste ultime, tra l’altro, ci consentono di reintegrare nell’uso quotidiano gli stessi oggetti reali.
 
[23111]
Il ruolo di sostanziale parità sociale che nel mondo etrusco la donna ebbe nei riguardi dell’uomo scandalizzò i greci che confinavano spose e figlie nel gineceo ad occuparsi esclusivamente dei lavori domestici. Le donne etrusche, come appaiono nelle rappresentazioni figurate, partecipavano alle varie fasi del banchetto distese sullo stesso letto dell’uomo, così come insieme prendevano parte alle diverse manifestazioni della vita quotidiana che si svolgevano fuori delle pareti domestiche (gare atletiche, spettacoli, cerimonie ecc.). Il fatto che in molte pitture le donne a banchetto abbiano un velo sulla testa le qualifica come mogli e non come cortigiane. La parità è dimostrata anche in altri ambiti, per certi versi più significativi. L’indicazione onomastica ufficiale dei cittadini di pieno diritto, contrariamente all’uso invalso in Grecia e a Roma, era completata spesso col nome del padre e con quello della madre; inoltre una donna etrusca, che non fosse schiava, era denominata sempre con un nome personale e uno di famiglia, mentre delle più illustri donne romane ci sono giunti solo i nomi di famiglia (Cornelia, Calpurnia ecc.). In molte iscrizioni, poi, la proprietà di un oggetto è attribuita a una donna, segno di parità anche giuridica. Alle donne venivano inoltre dedicati gli stessi riti funebri degli uomini ed erano titolari di tombe, come dimostrano alcune iscrizioni della necropoli del Crocefisso del Tufo a Orvieto.
 
 
[231111]
In Grecia, e specialmente ad Atene, le sole donne a partecipare ai banchetti e alla vita pubblica con gli uomini erano le ‘‘etere”, ossia le ‘‘compagne” o cortigiane. Per questo i greci si stupivano e si scandalizzavano della libertà di cui godevano le ‘‘matrone” etrusche e condannarono l’intera vita privata dei ‘‘tirreni” con il marchio di sfrenata lussuria e di scostumatezza. Tra i più accaniti detrattori c’è lo scrittore Teopompo (IV secolo a.C.), per altro definito maledicentissimus, la lingua più velenosa della letteratura greca, da Cornelio Nepote (I secolo a.C.). Scrive Teopompo:
 
‘‘In occasione di riunioni di società o di parentado i tirreni si comportano come segue: anzitutto, quando hanno finito di bere e si dispongono a dormire, e mentre le fiaccole sono ancora accese, fanno entrare i servi, ora cortigiane, ora bellissimi giovani e qualche volta le loro mogli. Dopo aver soddisfatto le loro voglie con le une e con gli altri, fanno coricare giovani vigorosi con questi o con quelle. Fanno all’amore e si danno ai loro piaceri talora alla presenza gli uni degli altri... Le donne curano molto il loro corpo, fanno ginnastica con gli uomini e spesso si presentano nude. Banchettano accanto non ai propri mariti ma a chi capita, bevendo alla salute di chi vogliono. Sono anche grandi bevitrici e belle”.
 
[23121]
I dati relativi al banchetto, espressione della potenza e ricchezza di un signore, si ricavano dalle fonti figurate, numerosissime tra il VII e il II secolo a.C.
Il banchetto solenne si articolava in due momenti successivi: quello in cui si mangiava, e quello (simposio) in cui ci si intratteneva, bevendo, in conversazione o in giochi di società. I commensali, da soli o in coppia, si stendevano su bassi letti appoggiandosi col gomito sinistro a un cuscino, avvolti spesso in una coperta decorata. Le mogli erano presenti a fianco dei mariti. Le mense venivano imbandite con carne e selvaggina, formaggi, focacce, pani, uova, dolci a forma di piramide, melagrane, uva, salse per il condimento. I rifiuti del pasto erano gettati sul pavimento e mangiati dai cani presenti nella sala insieme a gatti e a gallinacei. La bevanda era il vino, che veniva mischiato all’acqua in un grande vaso dalla bocca larga, da cui giovani coppieri attingevano con crateri, anfore e brocchette per servire i convitati. La riunione era allietata da musici, danzatori e danzatrici, acrobati. Sappiamo che presso i greci, argomento frequente di conversazione durante il simposio era la mitologia; per gli etruschi è logico supporre che essa si adattasse al tipo di riunione: festino, cerimonia funebre, banchetto familiare.
 
[23131]
Come testimoniano le fonti antiche e le rappresentazioni figurate, gli etruschi davano una grande importanza alla musica, sia vocale sia strumentale. Essa non serviva solo a rallegrare i conviti, a regolare i movimenti della danza, a enfatizzare i riti e le cerimonie sacre o a infiammare gli animi dei combattenti, ma dirigeva anche la caccia, ritmava le gare sportive, scandiva persino le nerbate che venivano inflitte ai servi negligenti; a suon di musica (come si vede in una tomba di Orvieto) veniva impastato il pane e preparati i cibi. Gli strumenti musicali – e di conseguenza il ritmo, l’armonia, il carattere – erano di derivazione greca e tra essi si preferiva il doppio flauto e la cetra; la tromba sembra invece un’invenzione etrusca. Alla musica si univa frequentemente la danza. Nelle figurazioni funerarie appaiono spesso danzatori (isolati, in coppia o a gruppi) i cui atteggiamenti suggeriscono un tipo di danza molto scandita e ritmata (quasi certamente a tre tempi), con movimenti rapidi e decisi della testa e delle mani. Lo stretto rapporto esistente tra musica e gesto ritrovava forse espressione negli spettacoli scenici in cui appariva il mimo (histrio, da cui il nostro ‘‘istrione”) che si esibiva mascherato accompagnato dal flauto.
 
[23141]
Fonti iconografiche dimostrano come la caccia, soprattutto degli animali di grossa mole, fosse molto diffusa fra l’aristocrazia etrusca. Era praticata ‘‘a suon di musica”, con reti e trappole ma anche con giavellotti, archi, spiedi e asce. Per i cervidi si faceva ricorso ai cani che inseguivano e attaccavano la preda, e s’impiegava talvolta un cervo da richiamo, tenuto con una briglia dal cacciatore. Per il cinghiale si organizzavano vere e proprie battute, con appostamento lungo i sentieri più frequentemente percorsi dall’animale. Gli etruschi dei ceti meno abbienti cacciavano animali selvatici più piccoli, utilizzando archi, fionde e trappole. Per la caccia alla lepre, oltre ai cani, si utilizzava un bastone ricurvo, il “legabolo”, per snidare e abbattere l’animale. Anche il pesce ebbe, nell’alimentazione etrusca, un ruolo importante. Ami, arpioni, fiocine, reti, lenze, pesi di vario genere e misura testimoniano sin da epoca molto antica quanto diffusa fosse la pesca nei mari (specie ai tonni), nei fiumi e nei laghi italiani. Rarissime però, a differenza della caccia, sono le raffigurazioni pittoriche, poiché la pesca fu sempre considerata un’attività modesta e poco gloriosa.
 
[231411]
Claudio Eliano (170-235 d.C.), autore di un Trattato sulla natura degli animali in cui riferiva un gran numero di curiosità e stranezze sul loro comportamento, scrisse a proposito della caccia a cinghiali e cervi:
 
‘‘Si dice frequentemente in Etruria, dove i cinghiali e i cervi vengono catturati come di consueto con l’impiego delle reti, che aiutandosi con la musica il successo è maggiore. Ecco come: si tendono le reti e si piazzano le trappole, quindi viene fuori un flautista di talento che, evitando i toni alti, esagera quelli più dolci che il doppio flauto sa produrre. Nel silenzio più assoluto questa musica arriva fin sulle cime dei monti, nelle vallate e nei boschi e penetra in tutti i covi e i nascondigli degli animali. Questi dapprima rimangono stupiti e terrorizzati, poi il puro e irresistibile piacere della musica s’impadronisce di loro e, affascinati, abbandonano i cuccioli, la tana e i sentieri più nascosti dai quali non amano normalmente allontanarsi. Così gli animali delle foreste tirreniche, trascinati dal potere della melodia e come stregati, s’avvicinano e, vittime della musica, entrano nelle reti”.
 
[23151]
Come per tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche nel caso dei giochi atletici e delle gare sportive le notizie che abbiamo provengono dalle rappresentazioni figurate. Delle manifestazioni sportive testimoniate presso gli etruschi alcune sono documentate contemporaneamente anche in Grecia, altre non hanno invece riscontro nel mondo greco e appartengono alla tradizione locale. Come i greci, gli etruschi si cimentavano nella corsa podistica, nella corsa dei carri, nel salto in lungo, nel lancio del disco e del giavellotto, nel pugilato, nella lotta; tipicamente etruschi sono invece il gioco di Troia e del Phersu. Il primo (ludus Troiae), descritto dagli scrittori classici romani, era un’esibizione di eleganza e di destrezza riservata ai giovani nobili che non superassero i diciassette anni: armati di tutto punto e in sella a un cavallo, compivano evoluzioni seguendo lo schema ideale di un labirinto concentrico. Di tutt’altro genere era il Phersu, di cui abbiamo una rappresentazione nella Tomba degli Aùguri di Tarquinia: un uomo incappucciato, con in mano un bastone, cerca di difendersi dagli assalti di un cane inferocito, tenuto a un lungo guinzaglio e aizzato da un personaggio con copricapo e maschera che un’iscrizione denomina Phersu (è evidente l’accostamento alla parola latina persona, che significa appunto ‘‘maschera”). Il carattere violento e cruento del Phersu richiama i giochi gladiatori che i romani dicevano essere di origine etrusca. Giochi atletici e gare facevano parte delle celebrazioni funebri, ma non ebbero però solo carattere funerario; si svolgevano infatti anche nei santuari in occasioni di feste o di riunioni straordinarie.
 
[23161]
Le vesti etrusche erano realizzate in lana e in lino, diverse per resistenza, morbidezza e protezione dal freddo. Le fibre venivano filate dalle donne, anche di alto lignaggio ma, tra esse, solo alcune si specializzavano nella tessitura, che veniva tramandata di madre in figlia. Nei periodi più antichi le donne indossavano tuniche e mantelli, probabilmente ornati da disegni geometrici e un cinturone ellittico di cuoio con una lamina di bronzo sul davanti. L’abbigliamento maschile non era dissimile da quello femminile e comprendeva anche diversi tipi di perizoma variamente panneggiati che nelle stagioni più calde sostituivano ogni altro indumento; la nudità completa, del resto, non dava scandalo. Dal VI secolo a.C. il capo di vestiario più diffuso per entrambi i sessi divenne il chitone (la tunica di varia lunghezza cucita su un fianco e fissata alle spalle per mezzo di fibule) che poteva presentare pieghettature, fasce colorate all’orlo oppure una decorazione dipinta o ricamata. Sopra, o in alternativa al chitone, erano indossati mantelli di vari tipi, il più comune dei quali era la tabenna semicircolare, portata come uno scialle in modo da lasciare una spalla scoperta, mentre i due lembi si sovrapponevano sull’altra. Le stoffe, come mostrano le pitture, erano colorate con vivaci accostamenti di azzurro, rosso, nero, giallo verde, sia in campiture che in fasce. Anche le calzature (sandali di cuoio, pantofole di panno, stivaletti dalla punta ricurva e con lacci alla caviglia) erano colorate, dorate o ricamate. I copricapi erano molti e vari: tra i più singolari quello ‘‘a sombrero” e il berretto a punta cilindrica usato dagli arùspici. Uomini e donne facevano grande uso di ornamenti in metallo come spilloni, fibule, cinture e di gioielli in genere.
 
[2321]
L’assetto sociale degli etruschi era basato sulla rigida suddivisione in due strati distinti e contrapposti: da una parte stava la potente e ristretta classe aristocratica, quella che secondo la terminologia latina comprendeva i domini (signori); dall’altra la massa della popolazione subalterna, i servi, che svolgeva attività non specifiche né socialmente caratterizzanti.
 
 
[23211]
Sul finire del IX secolo, all’interno della primitiva società villanoviana, cominciò a determinarsi in Etruria la differenziazione sociale che divenne un fatto compiuto tra la metà dell’VIII e quella del VII secolo a.C. Il potere passò allora in mano a famiglie ricche e potenti che in piccoli gruppi (casati) si riconoscevano discendenti da un antenato comune (come le gentes dei romani). La nascita dei gruppi gentilizi trova conferma anche nell’onomastica: abbandonata la vecchia formula del nome individuale seguito dal semplice patronimico (‘‘figlio di”), i nobili adottano l’uso di far seguire al loro nome proprio quello del casato, derivato dal capostipite e passato di padre in figlio. I membri di questa aristocrazia, i domini o signori, non svolgevano alcuna attività produttiva che giudicavano degradante, ma detenevano le leve del potere politico ed economico e le funzioni di guida della comunità. Erano i possessori di terra che mostravano il loro potere, oltre che nella ricchezza dei beni, nell’esercizio delle attività militari. Nel VI secolo, emersero anche le famiglie dei proprietari terrieri appartenenti al ceto medio – che spesso derivavano dai rami cadetti delle famiglie aristocratiche cittadine – le quali finirono con il dar vita a una nuova e più ampia aristocrazia che mise fine al ristretto dominio oligarchico.
 
[23221]
I servi erano esclusi dalle attività imprenditoriali e dal possesso della terra, non avevano il diritto di esercitare cariche pubbliche, non potevano entrare nell’esercito e tanto meno unirsi in matrimonio con membri dell’aristocrazia. Erano solo dei lavoratori legati da vincoli personali alle casate nobiliari, dalle quali dipendevano completamente. In linea di massima essi si distinguevano nella categoria dei servi domestici (a metà tra il libero e lo schiavo) addetti alla casa e al servizio personale del signore e della sua famiglia, e in quella dei contadini, veri e propri servi ‘‘della gleba”, distribuiti sulle proprietà fondiarie del dominus e perciò fuori dalla città. All’atto pratico questa situazione dovette configurarsi in maniera più sfumata. In alcuni potentati e col passare del tempo, essa si stemperò in una sorta di  gerarchismo della classe subalterna e i servi, che non erano schiavi nel senso classico del termine, occuparono livelli diversi di soggezione, godendo quindi di vari stadi di pur relativa libertà, anche con possibilità di concreti miglioramenti. Questo stato di cose è confermato dall’archeologia: nelle necropoli, attorno alle grandi tombe gentilizie, sono spesso presenti tombe minori destinate a famiglie subalterne.
 
[23231]
Tra il VII e il VI secolo a.C., con il definitivo affermarsi della città e dell’organizzazione urbana, si istituì all’interno della classe subalterna una sorta di  gerarchismo. Gli artigiani e i mercanti si arricchirono con le attività produttive o con gli scambi e, pur restando sottoposti all’aristocrazia, seppero conseguire quelle prerogative da cui prima erano esclusi, cioè il possesso di beni e l’uso delle armi che costituivano la ‘‘patente” di cittadino a tutti gli effetti. Inoltre, nella prima metà del IV secolo a.C. cambiò – soprattutto nell’Etruria meridionale – il rapporto tra città e campagna. Per rivitalizzare i centri minori si sviluppò una sorta di ‘‘colonizzazione interna” che portò alla nascita di un numeroso e prospero ceto medio di proprietari terrieri. Più tardi, e soprattutto nell’Etruria settentrionale, i servi della gleba si emanciparono e si trasformarono in coltivatori diretti, proprietari e conduttori di piccoli appezzamenti di terreno, che vivevano dispersi in numerosi insediamenti rurali. Il bipolarismo di fondo della società etrusca venne così temperato da questa nuova e varia classe intermedia, contro la quale la rigida chiusura dell’oligarchia non tarderà a provocare un aperto conflitto, mai completamente risolto (solo attenuato a volte) neppure in età romana.
 
[2331]
La documentazione diretta per quanto riguarda la vita pubblica e l’assetto istituzionale degli etruschi comincia ad essere soddisfacente solo a partire dal IV secolo a.C.  Per i periodi precedenti, accanto alle frammentarie e spesso confuse informazioni degli autori antichi, ci soccorrono per via indiretta  le verosimili analogie e i parallelismi col mondo greco e con quello romano.
 
[23311]
Il formarsi dell’ordinamento gentilizio fece emergere l’autorità di un capo, di un magistrato supremo, che assunse nelle sue mani la sovranità politico-sacrale. Questo ‘‘re” era detto dai romani lucumone, lauxme o lauxume dagli etruschi. Non sappiamo con esattezza se la carica fosse a vita o temporanea, ereditaria o elettiva; accanto al lucumone doveva comunque esistere un senato di aristocratici, forse di anziani delle casate emergenti, e probabilmente un’assemblea costituita da tutti i cittadini che godevano dei diritti politici. Secondo gli scrittori latini, simboli dell’autorità regale dei lucumoni erano la veste di porpora (toga praetetexta o picta), il trono d’avorio (sella curulis), lo scettro, il fascio con la bipenne ed il carro da guerra, tutte insegna di potere rinvenute durante scavi o su raffigurazioni etrusche che risalgono sino al VII secolo a.C. Nella seconda metà del VI secolo a.C., in coincidenza con il definitivo assetto delle città-stato, il regime monarchico deve essere stato in parte modificato: il lucumone passò nelle mani del sacerdote il potere sacro e assunse con la forza (forse anche in contrasto con l’aristocrazia) il pieno potere politico. Sono note in questa fase numerose figure di re storicamente certi, come i Tarquini e Servio Tullio a Roma, Thefarie Velianas a Caere, Porsenna a Chiusi; costoro svolsero una politica personale molto ambiziosa e fortemente connotata in senso militare, alla stessa stregua dei tiranni greci.
 
[23321]
Tra il VI e il V secolo a.C., come accadde nel mondo greco, in quello latino e in quello fenicio-cartaginese, gli ordinamenti delle città-stato etrusche subirono una crisi sfociata nella costituzione di nuove forme di governo di tipo repubblicano. Si sa che a Roma l’avvento della repubblica fu un’innovazione improvvisa (la cacciata di Tarquinio il Superbo nel 509 a.C.) ma per gli etruschi è più probabile che essa sia stata dovuta a una lenta evoluzione e al progressivo svuotamento dell’istituto monarchico, oppure alla reazione degli aristocratici che non accettavano l’imporsi di singole personalità. Al vertice dello stato repubblicano c’era una magistratura suprema (forse di tipo collegiale e con un presidente) a cui competeva il potere esecutivo e giudiziario. Essa era eletta probabilmente ogni anno tra i membri degli esponenti delle maggiori famiglie aristocratiche che gli autori latini chiamano ‘‘principi” e che nel loro insieme costituivano un’assemblea corrispondente al senato romano. I termini etruschi che indicano i magistrati sono numerosi e non del tutto chiari riguardo le funzioni cui si riferivano: lo zilach indicava forse l’equivalente del praetor latino, ma il titolo era spesso accompagnato da un attributo che ne indicava la particolare funzione; il purth o puthne si pensa equivalesse al pritano dei greci e viene collegato a una qualche attività di capo dello stato; il maru doveva invece svolgere funzioni civili e sacrali. Questa articolazione amministrativa, che facilitò il predominio dell’oligarchia aristocratica, oltre a impedire l’affermazione di potentati personali, arretrò le concessioni nei confronti degli strati sociali più bassi che inutilmente rivendicarono il riconoscimento di un movimento organizzato, come invece ottenne la plebe romana.
 
[23331]
Le città-stato dell’Etruria erano sovrane e indipendenti, ma tutte insieme si riconoscevano in una superiore comunità etnico religiosa ed erano riunite in una istituzione di tipo confederale che comunemente chiamavano ‘‘lega”. Gli autori antichi parlano di una lega di dodici popoli corrispondenti alle più importanti città-stato dell’Etruria, e analoghe federazioni dovettero esistere anche nell’Etruria padana e campana. A capo della lega si trovava probabilmente lo Zilach Mecl Rasnal, ovvero il “pretore dei quindici popoli”, che continuò ad esistere anche quando Roma trasformò la confederazione in una semplice associazione religiosa. I rappresentanti delle città, costituita dal monarca, da un littore e da altri personaggi che davano vita a spettacoli, feste e giochi, si riunivano periodicamente nel santuario di Voltumna a Volsinii per discutere i problemi comuni, politici e militari, della nazione etrusca. Le consultazioni erano dirette da un ‘‘re” comune eletto tra i reggenti delle città. La lega fu sciolta dai romani nel 265 a.C. quando i centri confederati erano diventati quindici.
 
[2341]
La religione etrusca parte dall’idea che la natura dipenda strettamente dalla divinità. Ogni fenomeno naturale non è altro che l’espressione della volontà divina, un segnale che essa invia all’uomo. E all’uomo, destinatario di quel segnale, spetta il compito di scoprirne il significato. Dice Senaca ‘‘Noi romani riteniamo che i fulmini scocchino quando c’è stato uno scontro di nuvole; gli etruschi credono invece che le nuvole si scontrino per far scoccare i fulmini. Dal momento che attribuiscono ogni cosa alla divinità, essi sono convinti che le cose avvengono perché debbono avere un significato”.
 
[23411]
Gli autori latini erano concordi nel definire gli etruschi un popolo religiosissimo esperto nell’arte divinatoria. Ebbero infatti un’articolata letteratura religiosa, oggi purtroppo irrimediabilmente perduta. Esistevano una serie di rigide regole che determinavano il rapporto tra gli dèi e gli uomini (quella che costituiva la ‘‘disciplina etrusca”, ossia scienza etrusca), quindi sul rito e sull’interpretazione della volontà divina. Di queste norme possiamo farci solo un’idea attraverso alcuni passi di Cicerone, Plinio il Vecchio, Livio o Seneca (che si rifacevano a traduzioni che non ci sono pervenute) e tramite rarissimi documenti etruschi come la “mummia di Zagabria” o il  “fegato di Piacenza”. Sappiamo inoltre che quella etrusca fu una religione rivelata attraverso le profezie di esseri superiori come il fanciullo  Tagete e la ninfa Vegoe o Vegonia. Fra gli etruschi delle origini la divinità appare sempre in modo molto impreciso, sia nell’aspetto che nelle mansioni ed è ragionevole pensare che in principio vi fosse un’unica entità divina che si manifestava in molteplici modi, assumendo connotati diversi. Tra l’VIII e il VI secolo a.C. si assiste alla trasformazione della religione etrusca. Dalla Grecia vennero importate in Etruria nuove divinità; quelle indigene assunsero figura umana e col tempo ereditarono le caratteristiche e le mansioni degli dèi dell’Olimpo classico.
 
[23421]
Le più antichità divinità degli etruschi rappresentavano le forze della natura, distruttrici e creatrici al tempo stesso: Tarkun/Tarconte era il dio della tempesta, distruttore ma anche dispensatore di benefica pioggia; Velka era il dio del fuoco e, insieme, della vegetazione. Sommo dio dell’Etruria – dice Varrone – era Velthune (in latino Vertumnus o Voltumna), il Multiforme, che rappresentava l’eterno mutare della stagioni ed era adorato nel santuario federale di Volsinii. All’antico pantheon appartenevano anche gli dèi Selvans (Silvano) e Ani (poi Giano) e la dea Northia, divinità probabilmente del fato. Dal VII secolo a.C. molte divinità di fondo originariamente etrusco vennero assimilate agli dèi olimpici: la divinità superiore Tinia (o Tin), rappresentata sempre col fulmine, fu l’equivalente di Zeus ossia Juppiter (Giove); lo stesso avvenne con Uni, compagna di Tinia, che divenne Hera, ossia la Iuno latina (Giunone). Turan, la dea dell’amore, fu assimilata ad Afrodite e quindi alla Venus (Venere) latina; Menerva ad Athena (Minerva); Maris ad Ares (Marte); Nethuns a Poseidon (Nettuno); Turms a Hermes (Mercurio). Ci furono anche dèi nuovi, importati direttamente dal mondo greco, che conservarono il loro nome appena etruschizzato: Artemis (ossia Diana) divenne Aritimi, Apollon (Apollo) fu chiamato Apulu, Heracles (Ercole) cambiò in Hercle. Controversa è l’origine etrusca delle ‘‘triadi” che conosciamo con certezza soltanto nel mondo romano: non è chiaro se la triade capitolina Giove-Giunone-Minerva corrisponda a Tinia-Uni-Menerva. Di sicura origine greca sono invece le coppie (‘‘diadi”), come quella degli dèi infernali Ade e Persefone (in etrusco Aita e Phersipnai).
 
 
[23431]
Secondo gli etruschi gli dèi condizionavano il mondo e ogni azione umana: occorreva quindi ‘‘tradurre” la loro volontà andando in cerca dei segni attraverso i quali essa si manifestava. Perciò era necessario avere a disposizione un codice che interpretasse quei segni e un prontuario di norme precise e costanti che per ogni segno indicasse il conseguente comportamento atto a soddisfare (e quindi a seguire) la volontà degli dèi. Questo complesso di conoscenze fu chiamato dai romani ‘‘disciplina etrusca” i cui principi ispiratori erano fatti risalire dagli etruschi all’intervento rivelatore della stessa divinità. Essa si sarebbe servita di esseri mitici o semidei (come il fanciullo Tagete o la ninfa Vegoe) i quali avrebbero ‘‘dettato” le verità soprannaturali e insegnato agli uomini l’arte di avvicinarsi ad esse: in pratica la divinazione. Appositi collegi sacerdotali, che si tramandavano la professione di padre in figlio, erano preposti all’interpretazione dei segni della volontà divine: i fulguratores osservavano le traiettorie dei fulmini, gli àuguri interpretavano i voli degli uccelli, gli arùspici leggevano il fegato delle pecore e di altri animali sacrificati. Le dottrine divinatorie, e tutte le altre che formavano il corpus minuzioso e vastissimo dei riti etruschi, erano tramandati nei testi della cosiddetta ‘‘disciplina etrusca”: i Libri Haruspicini, svelati dal fanciullo Tagete, trattavano la consultazione delle viscere degli animali; i Libri Fulguratores, il cui contenuto era stato manifestato dalla ninfa Vegoe, riguardavano la scienza dei fulmini; i Libri Rituales, svelati anch’essi dalla ninfa Vegoe, trattavano della suddivisione della volta celeste, della gromatica (ripartizione dei campi), dei riti e delle modalità per la fondazione delle città e per la consacrazione dei santuari, e infine degli ordinamenti civili e militari. Esistevano poi i Libri Acherontici, svelati da Tagete, che esponevano le credenze nell’oltretomba e dettavano le norme per i riti di salvazione. Infine v’erano i Libri Fatales, nei quali si trattava dei dieci secoli di vita assegnati dal Fato alla nazione etrusca, e i Libri Ostentaria che trattavano dell’interpretazione dei prodigi e dei fenomeni naturali.
 
 
[234311]
Usando come fonti Aulo Cecina, Nigidio Figulo e altri traduttori del I secolo a.C. che si occuparono della ‘‘disciplina etrusca” Cicerone (106-43 a.C.) scrive nel suo De divinatione (Sulla divinazione) a proposito delle profezie di Tagete:
 
‘‘Si racconta che Tagete sia spuntato improvvisamente dalla terra nel territorio di Tarquinia mentre si arava e si era fatto un solco molto profondo, e abbia parlato all’aratore. Si dice anche che Tagete, stando alle testimonianze dei libri sacri etruschi, avesse l’aspetto di bambino e la saggezza di un anziano. Alla sua vista il bifolco si stupì e mandò un grido di meraviglia, ci fu un accorrere di gente e in breve tempo si raccolsero colà tutti gli etruschi; allora Tagete parlò di parecchi argomenti alla gran folla in modo che le sue parole fossero recepite e messe per iscritto. Il suo discorso conteneva i precetti dell’aruspicina la quale, col passare del tempo si accrebbe di altre nozioni che comunque s’ispirarono agli stessi principi insegnati da Tagete”.
 
 
[234321]
Alla ninfa Vegoe (Vecu, in etrusco) è attribuita una profezia che riguarda il rispetto della proprietà dei campi tramandata da un testo latino di autore ignoto.
 
‘‘Chi toccherà o smuoverà queste pietre (di confine) per aumentare i propri possessi e diminuire quelli degli altri, sarà punito dagli dèi per tale delitto. Se lo faranno gli schiavi, peggioreranno la loro condizione servile. Se poi il delitto sarà fatto con la complicità del padrone, entro breve tempo la sua casa sarà distrutta e la sua gente perirà. Gli esecutori materiali del delitto saranno colpiti da gravissime malattie e da ferite e rimarranno paralizzati nel corpo. Anche la terra sarà sconvolta da tempeste e da turbini e da distruzione. I frutti saranno colpiti e cadranno per la pioggia e la grandine, marciranno per il caldo eccessivo e cascheranno per malattia. Ci saranno anche discordie civili. Sappiate che queste disgrazie avverranno quando saranno commessi delitti come quelli detti ora.”
 
[23441]
Il segno più importante, la ‘‘voce” più potente della divinità era il fulmine, che proveniva direttamente dal dio supremo Tinia; l’ars fulguratoria, cioè quella di trarre dalla sua osservazione tutte le informazioni possibili, era quindi al primo posto nella divinazione etrusca. Era regolata da una casistica alquanto complessa che teneva conto della parte del cielo in cui il fulmine appariva (la volta celeste era divisa in sedici parti, abitata ognuna da una divinità), della forma, del colore, degli effetti provocati e del giorno della caduta. Oltre all’osservazione dei fulmini (cheraunoscopia) c’era un’altra forma di divinazione molto generalizzata alla quale era possibile ricorrere ogni volta che fosse ritenuto utile o necessario senza dover attendere altre forme di prodigi dipendenti invece dal caso, come appunto il fulmine. Era l’epatoscopia, o lettura del fegato degli animali sacrificati, che i romani chiamavano haruspicina. Il fegato, la cui immagine si riteneva fosse proiettata la divisione della volta celeste, veniva strappato ancora palpitante dal corpo dell’animale (pecora, bue, cavallo) e se ne osservavano le regolarità e irregolarità a ognuna delle quali era attribuito un messaggio. Per questo venivano usati degli appositi modelli in bronzo o in terracotta sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle divinità. Fra i modelli giunti sino a noi il più celebre è il ‘‘Fegato di Piacenza”. Oltre al fegato gli arùspici leggevano anche altre viscere come il cuore, i polmoni, la milza.
 
 
[234411]
È il modellino schematico in bronzo, di 12,4 per 6,6 centimetri, datato II-I secolo a.C., del fegato di una pecora, rinvenuto presso Piacenza nel 1877, ma di probabile origine cortonese. La superficie convessa è divisa da una linea in due sezioni dedicate al sole (usils) e probabilmente alla luna (tivs); la superficie concava è divisa complessivamente in quaranta caselle triangolari o rettangolari, ciascuna delle quali è dedicata a una (o a più di una) divinità. Le sedici caselle rettangolari disposte lungo l’orlo del modellino rappresentano le sedici regioni in cui è diviso il cielo secondo le credenze etrusche. Il manufatto aveva forse funzione didattica o, più probabilmente, serviva come guida per le osservazioni del fegato degli animali sacrificati.
 
[23451]
Dopo che i sacerdoti avevano ottenuto attraverso la  divinazione la conoscenza del volere divino, si dava attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento, sulla base delle norme che facevano anch’esse parte della ‘‘disciplina etrusca” ed erano oggetto di trattazione nei Libri Rituales. Queste norme si traducevano (e si esaurivano) in una serie impressionante di pratiche, cerimonie e riti rigidamente codificati e ripetuti meccanicamente fino a diventare puro e semplice formalismo. Essi toccavano sia gli aspetti religiosi della vita degli etruschi sia quelli civili, secondo il principio che ‘‘ogni azione umana doveva essere compiuta in conformità della disciplina”. E per ogni rito, cerimonia di culto o servizio divino doveva essere stabilito con precisione il luogo, il tempo, il modo, lo scopo, la persona preposta e, naturalmente, la divinità che veniva chiamata in causa. Le funzioni sacre si svolgevano perciò in luoghi rigidamente circoscritti e consacrati (templi, santuari, altari) e il loro svolgimento era codificato fin nei minimi particolari tanto che, se veniva sbagliato od omesso anche un solo gesto, tutta l’azione doveva essere ripetuta da capo. Musica e danza vi trovavano ampio spazio. Oltre all’uso di sacrificare bovini, ovini e volatili, particolarmente diffuso era quello dei doni votivi che potevano andare dagli ex voto (statue e statuine di divinità e di offerenti), alle prede di guerra (armi, carri), agli stessi edifici sacri (dedicazione di un tempio o di un sacello).
 
[23461]
Tra le pratiche di carattere religioso quelle destinate ai defunti avevano presso gli etruschi un carattere tutto particolare. Esse erano legate alla concezione (del resto diffusa in altre civiltà del Mediterraneo) che l’attività vitale del defunto, la sua ‘‘individualità” continuasse anche dopo la morte e che questa sopravvivenza avesse luogo nella tomba. Spettava però ai vivi, ai familiari e dei parenti, garantire la sopravvivenza dell’entità vitale del defunto al quale doveva essere data una tomba, cioè una nuova casa, e un corredo di abiti, oggetti d’uso personali, cibi, di cui si serviva simbolicamente o magicamente. Per la stessa ragione vitalità e forza venivano trasmesse al defunto con giochi e gare atletiche che si svolgevano in occasione dei funerali o delle ricorrenze anniversarie della morte. Quanto alle pratiche proprie dei funerali, la prassi non era dissimile da quella che avveniva altrove: esposizione del cadavere al compianto pubblico e alle lamentazioni di donne appositamente pagate (prefiche), corteo funebre e banchetto presso la tomba. Il culto della ‘‘sopravvivenza” nel sepolcro era ulteriormente sviluppato nel culto degli antenati e in particolar modo del capostipite, specie delle famiglie gentilizie. Tra il V e il IV secolo a.C., però, la fede della sopravvivenza del morto nella tomba cambiò sotto l’effetto delle suggestioni provenienti dalla civiltà greca. Ad essa si sostituì la concezione di un ‘‘mondo dei morti” (simile all’Averno o all’Ade) dove le ‘‘ombre” soggiornavano. Ai defunti vennero allora dedicati particolari riti di suffragio, stabiliti dai Libri Acherontici, e offerte alle divinità infere (in particolare il sangue di alcuni animali) che potevano consentire alle anime il conseguimento di uno speciale stato di beatitudine.
 
[23471]
Fra i dettami della disciplina etrusca famoso in tutta l’antichità era quello della fondazione di città per il quale erano previste meticolosissime disposizioni. Gli aùguri cominciavano col delimitare una porzione di cielo consacrata proprio in funzione del rito (e definita con il termine significativo di templum) all’interno della quale trarre gli auspici dedotti dal volo degli uccelli che la attraversavano, dai fenomeni meteorologici che in quel perimetro potevano verificarsi, o da altre manifestazione considerate provenienti dalle divinità. Erano poi individuati il centro della città stessa e delle principali direttrici viarie scavando fosse in cui venivano deposte offerte e sovrapposti cippi che fungevano sia da punti di riferimento sia da luoghi sacrali. Veniva poi tracciato con un aratro dal vomere di bronzo un solco continuo che disegnava il perimetro delle mura, interrotto solo là dove si sarebbero aperte le porte delle città; il solco diventava subito linea inviolabile per tutti gli uomini e attraversarlo equivaleva ad attaccare la città. Lungo tutto il perimetro delle mura correva inoltre, tanto all’esterno quanto all’interno, un’ampia fascia di terreno (il pomerium) che non doveva essere né coltivata né edificata e che era dedicata alla divinità. Una solenne cerimonia di sacrificio inaugurava la città così prefigurata. La fondazione di Roma a opera di Romolo e Remo così come ce l’hanno tramandata le leggende è un’applicazione puntuale del rito etrusco: i gemelli che osservano il volo degli uccelli per decidere chi dei due dovesse dare il nome alla città, il solco tracciato da Romolo, l’uccisione di Remo che, saltando all’interno del perimetro, profana i sacri confini e ‘‘invade” la nuova fondazione.
 
[2351]
La prosperità dell’Etruria era assicurata da una salda e articolata struttura economica, in cui l’agricoltura, già di per sé florida, era integrata in modo decisivo dalle attività industriali - basate soprattutto sullo sfruttamento delle risorse minerarie - e da quelle commerciali che misero in contatto gli etruschi con larga parte del bacino del Mediterraneo.
 
[23511]
L’agricoltura fu una delle principali risorse economiche dell’Etruria antica e gli autori latini (Livio, Ovidio, Columella ecc.) lodano spesso i miracolosi raccolti dei suoi fertili campi. I terreni progressivamente disboscati erano, in alcuni casi, bonificati attraverso complesse opere idrauliche che davano, secondo Varrone, una resa pari a quindici volte il seminato. Frumento, cereali (ceci), olio e vino furono prodotti in abbondanza tale da poter essere esportati in vari centri dell’Italia antica e talvolta, come per il vino, oltremare, in alcuni porti del Mediterraneo settentrionale. Per il III secolo a.C. si può avere una precisa idea delle risorse agricole di alcuni centri etruschi grazie all’elenco degli aiuti forniti a Scipione l’Africano per la sua spedizione contro Cartagine (205 a.C.). L’allevamento invece non fu per gli etruschi particolarmente importante come per altre civiltà del Mediterraneo, ma venne praticato per lo più a livello familiare, sfruttando i verdi pascoli del litorale e delle aree boschive. Oltre a bovini, asini e muli, indispensabili al lavoro dei campi e al trasporto dei carri, si allevavano ovini e suini. A questo proposito lo storico greco Polibio (I secolo a.C.) ricorda gigantesche forme di pecorino del peso di 1000 libbre (327 kg.) e una moltitudine di maiali trascinata da un porcaro sulle rive del Tirreno a suon di musica.
 
[23521]
L’artigianato fiorì in Etruria quando, superata la fase dell’economia di famiglia e di villaggio, le città offrirono una differenziazione più specifica delle attività lavorative. Il primo posto in questo senso spettò alla ceramica che, grazie alle ‘‘novità” apprese dai coloni greci, iniziò una produzione industriale. Dai greci infatti, nella seconda metà dell’VIII secolo, gli etruschi appresero l’uso della ruota da vasaio (tornio), il modo di raffinare l’argilla e di rendere i vasi impermeabili, il gusto per le decorazioni dipinte; nel VII e VI secolo a.C., ceramisti greci immigrati aprirono le loro botteghe in varie città dell’Etruria. Dalle stesse botteghe dei ceramisti uscivano le terrecotte, prodotte in serie con l’impiego di stampi, destinate al rivestimento degli edifici o che costituivano le schiere delle statuette votive. Altra attività artigianale di primaria importanza fu la metallurgia e, in particolare, della lavorazione dei bronzi lavorati con varie tecniche. Connessa a questa attività era la lavorazione dei metalli preziosi che soddisfaceva le richieste dell’élite, specialmente dalla metà del VII agli inizi del V secolo a.C. Va tenuto inoltre conto dell’artigianato del legno e del cuoio, delle stoffe e delle fibre vegetali, del quale però quasi tutto è andato perduto.
 
[23531]
Il commercio etrusco, soprattutto nel VII-VI secolo a.C., fu essenzialmente basato sull’importazione, come è chiaramente dimostrato dalla sproporzione tra i pochi oggetti etruschi rinvenuti in altri paesi rispetto all’enorme quantità di beni stranieri affluiti in Etruria. Gli etruschi esportavano principalmente metalli grezzi (rame, piombo e ferro) estratti in gran quantità dalle miniere dell’alto Lazio e dell’Isola d’Elba. Altri beni di esportazione furono il legname, il sale prodotto nei centri costieri del Tirreno, l’olio e soprattutto il vino. Una gran quantità di anfore vinarie è stata infatti recuperata in numerosi relitti di navi. Al commercio del vino era in parte legato anche quello del bucchero, piccoli recipienti di tipica fattura etrusca adoperati per attingere o bere, rinvenuti in tutto il bacino del Mediterraneo. Con la  battaglia di Cuma (474 a.C.) gli etruschi sconfitti dai siracusani persero definitivamente il controllo del Tirreno, ma alla crisi dei commerci marittimi corrispose un incremento dei traffici lungo le vie dell’interno, con il susseguente affermarsi di alcune città che, come Vulci, esportarono i loro prodotti verso la pianura padana, l’Europa centrale e gli altri centri dell’Etruria antica.
 
[2361]
All’interno della civiltà etrusca l’attività militare aveva valore di distinzione sociale. Essa fu dapprima appannaggio degli aristocratici - i soli in grado di potersi permettere armi ed equipaggiamento - quindi dei ceti emergenti che, una volta progrediti sul piano economico, si mossero alla ricerca di una emancipazione sociale e politica. Durante il periodo ellenistico l’attività militare fu aperta anche agli strati più bassi.
 
[23611]
L’attività militare nel periodo villanoviano era riservata agli individui di ceto sociale più elevato, i quali avevano una disponibilità di beni tale da consentire loro l’acquisto ed il mantenimento di armi (per l’offesa e la difesa personale), carri e di animali (cavalli) da impiegare per scopi bellici. Tra il VI e il V secolo a.C. vennero poi progressivamente ammessi nell’esercito mercenari di professione e uomini provenienti dalle classi meno agiate. La tattica militare consisteva per lo più nel combattimento corpo a corpo con armi adatte agli scontri ravvicinati. Allo scontro individuale si sostituì in età arcaica l’azione della fanteria pesante nella formazione serrata della falange oplitica e le manovre di guerra divennero via via più complesse e organizzate. La cavalleria e i carri, che esercitavano un’azione di disturbo sugli avversari rimasti isolati in battaglia, divennero, con il passare del tempo, sempre più importanti.
 
[23621]
Le armi hanno conosciuto varie fasi all’interno della società etrusca, in stretta relazione con lo sviluppo tecnologico, ma anche politico e sociale.
 
[236211]
- Per il periodo villanoviano (IX-VIII secolo a.C.) sono documentati vari tipi di elmi. Quelli a calotta in semplice lamina bronzea decorata, a sbalzo con imbottitura interna e quelli crestati o con appendice superiore.
- In età orientalizzante alla semplice calotta si aggiunse una costolatura superiore e una tesa inferiore per meglio proteggere la testa dai fendenti portati dall’alto. Si diffuse inoltre l’elmo corinzio che tramite un’apertura a T lasciava scoperti solo gli occhi e la bocca.
- Dall’età arcaica (VI secolo a.C.) si ebbe in tutta l’Etruria l’elmo a calotta allungata e cimiero, talvolta con paraguancia mobili.
 
[236221]
- In età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) gli scudi più diffusi erano tondi, in cuoio, rivestiti da una lamina in bronzo sbalzata. All’interno, oltre alla maniglia, una lunga cinghia ne consentiva il trasporto sulle spalle dopo il combattimento.
- In età arcaica la forma dello scudo circolare divenne convessa, e il suo diametro aumentò fino a circa 1 m, per consentire ai soldati posti in linea di ripararsi grazie alla protezione del compagno. Vi erano anche scudi ellittici o quadrati.
 
[236231]
- In età villanoviana la lunghezza delle lance era di circa 1,20 m. La punta in bronzo a forma di foglia era dotata di un innesto e di un foro per il fissaggio sull’asta lignea.
- Dal VII secolo a.C. la loro lunghezza aumentò a circa 2 m. Vi erano poi giavellotti più leggeri.
 
 
[236241]
- In età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) venivano adoperate spade prive di guardiamano, con lame in bronzo o in ferro con nervature longitudinali che ne aumentavano la resistenza.
- Nel VII secolo a.C. le spade, per lo più in ferro, furono più resistenti, la lama da triangolare divenne rettilinea per facilitare i colpi di taglio; l’elsa era spesso riccamente decorata.
- Tra il VI e il V secolo a.C. è attestato l’uso della sciabola ricurva (la machaira). Lunga circa 90 cm, era più larga verso la punta in modo da conferire maggior peso al colpo sferrato dall’alto.
 
 
[236251]
- Le corazze furono in origine di tela di lino con borchie quadrangolari o rotonde di metallo laminato. In età ellenistica si adottarono corazze di bronzo a più pezzi o ad un solo elemento riproducente a sbalzo la muscolatura del tronco virile.
 
[236261]
- La loro comparsa intorno al VII secolo a.C. rispondeva all’esigenza di proteggere gli stinchi e i polpacci. In un secondo tempo si affermò anche l’uso dei cosciali formati da due valve in bronzo tenute serrate da cinghie.
 
 
[23631]
In età villanoviana le difese dei villaggi, in aggiunta alla naturale conformazione delle alture prescelte per l’insediamento, erano sommarie: semplici palizzate, fossati e recinti di terra. Con la nascita della città comparvero le ampie cinte murarie curvilinee, realizzate dapprima in mattoni crudi, poi da un paramento in blocchi di pietra poligonale riempito all’interno da terra e scaglie. Queste cinte avevano talora delle porte ‘‘scee”, dotate alla destra di chi usciva di un prolungamento di muraglia che proteggeva, in caso di sortita, il fianco indifeso dei soldati; le porte potevano avere anche una passerella balaustrata in legno, forse coperta. Le strutture difensive vennero poi perfezionate con l’uso di torri con feritoie e di porte ad arco, come quella di Volterra o quella di Perugia dotata di sovrastruttura. Le mura cittadine circondavano un’area maggiore di quella effettivamente abitata, allo scopo di accogliere, in caso di pericolo, gli uomini e il bestiame del territorio. Norme religiose impedivano invece l’utilizzo del pomerium.
 
[23641]
Le prime imbarcazioni etrusche, note sin dal IX secolo a.C., erano di piccola stazza, ma già dotate di chiglia arrotondata. Il dominio etrusco sui mari, giunse al suo massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C., ed è testimoniato, oltre che dalle vicende storiche e dai dati dell’archeologia, anche delle fonti letterarie più antiche: già nell’Inno omerico a Diòniso, si citano i pirati ‘‘tirreni” che rapirono il dio e che da lui furono trasformati in delfini. Le navi da guerra presentavano forma allungata con la chiglia carenata. La prua era dotata di un rostro che aveva il duplice scopo di mantenere stabile l’imbarcazione e di speronare le navi nemiche. Questa fu, secondo Plinio il Vecchio, un’invenzione tipicamente etrusca. Una stretta passerella longitudinale univa il ponte di prua a quello di poppa, dove il timoniere manovrava le due pagaie che servivano da timone. Oltre alla vela rettangolare issata ad un pennone pendente dall’albero centrale, la nave veniva mossa da due file di rematori disposti ai lati della passerella centrale. I due grandi mari italiani, il Tirreno e l’Adriatico, derivano il proprio nome dal popolo degli etruschi e da Adria (città portuale veneto-etrusca).
 
[241]
L’arte etrusca, salvo poche eccezioni, non ha finalità estetiche (l’arte per l’arte), ma nasce piuttosto dalle esigenze della vita quotidiana; essa ha quindi caratteristiche pratiche e utilitaristiche che ne fanno una produzione artigianale, anche se di notevole pregio. Tutte le manifestazioni artistiche degli etruschi sono strettamente legate alla struttura del loro mondo sociale e alla sfera del loro mondo religioso. Non a caso le testimonianze che sono giunte fino a noi provengono, quasi esclusivamente, dai santuari e dalle necropoli. Schemi, tipi, temi compositivi e canoni stilistici dell’arte etrusca hanno come modello prima quelli del mondo orientale (VIII-VII secolo a.C.) poi, più specificatamente, quelli del mondo greco nelle varie fasi della sua evoluzione stilistica (dall’arcaismo, al classicismo, all’ellenismo) che gli artisti etruschi a volte imitarono pedissequamente ma che più spesso rielaborarono per adattarli alle loro esigenze espressive. Dei greci essi trascurarono le forme di espressione artistica ‘‘monumentale” (come l’architettura o la statuaria) mentre ne privilegiarono altre come la coroplastica (l’arte della terracotta), la bronzistica e le cosiddette arti minori (ceramica, oreficeria, lavorazione dei metalli) nelle quali raggiunsero risultati di notevole perfezione tecnica e di elevato valore formale.
 
[2411]
A parte le mura fortificate cittadine, elevate con tecniche diverse, e le porte che in esse si aprivano, l’architettura degli etruschi può essere ricondotta a un’unica tipologia di edifico che è quello della ‘‘casa”: le abitazioni domestiche (le case degli uomini), i templi (le case degli dèi), le tombe (le case dei morti). Ma non si deve dimenticare che la storia della ‘‘nazione” etrusca ha percorso sette secoli di storia, con tutti i mutamenti e le evoluzioni che un tempo tanto lungo impose.
 
[24111]
Nell’età del Ferro le abitazioni erano costituite da grandi capanne a pianta circolare o ellittica, con strutture di pali in legno infissi direttamente nel terreno lungo il perimetro dell’edificio; questi sorreggevano una copertura in stoppie a doppio spiovente il cui trave centrale era sostenuto da un robusto montante posto al centro della capanna stessa. Le pareti erano di fango pressato con una struttura interna di canne intrecciate, mentre davanti all’unico ingresso stava una tettoia sorretta da due pali verticali che proteggeva un piccolo portico. All’interno c’era un unico ambiente che riceveva luce da due finestre ad abbaino aperte al culmine della copertura. L’esterno della costruzione era decorato dalla sagomatura a forma di testa di animale delle terminazioni dei travicelli sporgenti oltre il colmo del tetto e da ornamenti di bronzo appesi alla gronda che tintinnavano al vento. Successivamente, nella fase arcaica, le case assunsero la pianta rettangolare, spesso divisa in due o più ambienti, con pareti in muratura di mattoni crudi o in ‘‘pani” di fango seccati al sole, intonacate e innalzate su fondamenta di pietra. Il tetto mantenne la forma a doppio spiovente ma venne coperto con tegole in terracotta e decorato sul colmo da figure apotropaiche, di fiere fantastiche o di antenati divinizzati. La linea di gronda si coprì dal merletto delle antefisse (decorazione applicate alle tegole curve terminali di ogni filare) che dal semplice ‘‘diaframma” con una palmetta dipinta si mutarono presto in teste in rilievo, libere o circondate da un ‘‘nimbo” a conchiglia. La policromia di gialli, rossi neri, azzurri, verdi, dava a tutti gli edifici un aspetto sgargiante e festoso. Nel periodo ellenizzante apparve un tipo più complesso di abitazione, con ‘‘atrio tuscanico” (teorizzato anche da Vitruvio, il grande architetto di età augustea) attorno al quale si articolavano alcuni vani; si trattava di un ambiente assai semplice, con un tetto spiovente a quattro falde verso l’interno del cortiletto e sorretto da travi di legno incastrate nelle pareti senza appoggi a terra.
 
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Le tombe sono una sorta di specchio dell’edilizia abitativa e i vasti complessi cimiteriali, con strade, marciapiedi, incroci, piazze e migliaia e migliaia di tombe, costituiscono delle vere e proprie città dei morti. Parallelamente alle abitazioni civili, le tombe conobbero una loro complessa articolazione e cronologia: così dalle semplici tombe villanoviane a pozzetto si passò presto a cassoni di lastre contenenti l’urna o l’orcio con corredo; contemporanee furono le tombe a fossa, dapprima semplici poi con rivestimenti interni o nicchie e vani laterali, nonché gli spazi lastricati e circoli di pietre per indicare l’area di rispetto. Da queste più primitive sepolture derivarono le tombe del tipo a tumulo e a camera sotterranea (alla quale si accedeva tramite un corridoio, dromos) destinate dapprima ai ceti gentilizi: lo spazio sepolcrale divenne più ampio sino a comprendere un gruppo di vani scavati nel tufo (secondo la consuetudine dell’Etruria meridionale) o costruiti con pietrame (secondo il costume delle zone settentrionali). Caratteristiche di questa fase sono le strutture (con copertura a falsa volta e a pseudocupola (cioè con filari di pietre progressivamente aggettanti) di influsso orientale. La somiglianza dell’interno delle tombe con quello delle abitazioni è evidente sia nella ripartizione dei vani e nei relativi accessi, sia nell’imitazione delle travature del tetto e dell’arredo. L’esterno era coperto da tumuli artificiali talvolta anche imponenti. I tipi costruttivi di tombe variarono localmente a seconda della geologia delle diverse parti dell’Etruria. Là dove il tufo formava un alto zoccolo con pareti scoscese le tombe erano interamente intagliate nella roccia viva per ricavarne veri e propri edifici a forma di dado decorati con modanature, false porte rastremate (cioè assottigliate verso l’alto) e addirittura interi porticati. Più tardi, le tombe rupestri riprodussero la facciata o buona parte della struttura di un tempio ellenizzante. Va inoltre ricordato che non mancano esempi di necropoli realizzate secondo una precisa pianificazione preordinata e con criteri  sostanzialmente urbanistici.
 
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Il tempio è certamente uno dei monumenti più originali ed interessanti dell’architettura etrusca. Rispetto a quello greco, a cui è stato sempre attribuito primato quanto a bellezza ideale e armonia, il tempio etrusco presentava profonde differenze di forme, rapporti e spazi. Sua caratteristica peculiare e costante era quella di essere realizzato con strutture in legno, rivestite e colorate in vivacissime policromie, accostate ai mattoni e alle terrecotte decorative. Anche le proporzioni si discostavano da quelle greche: il tetto amplissimo e aggettante, sia sulla facciata e sul fronte posteriore, sia lungo i fianchi, schiacciavano l’edificio verso terra; le colonne del pronao, molto intervallate e disposte su più file, occupavano quasi la metà dell’alto podio in pietra, al quale si accedeva da una scalinata centrale. Si accentua così quella netta frontalità dell’edificio che era una delle grandi costanti dell’architettura etrusco-italica. La cella, che occupava la restante parte del podio, poteva essere divisa in tre vani oppure fiancheggiata su due lati da colonne. Il frontone lasciava solitamente vedere le strutture in legno del tetto e la testata della grande trave di colmo (columen). Anche l’orientamento dell’asse principale era diverso: est-ovest per il tempio greco, nord-sud per quello etrusco.
 
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La scultura, come del resto tutta la produzione artistica degli etruschi, punta all’immediatezza e all’effetto, mentre è assente la ricerca formale e sono ignorati i canoni espressivi. Ne risulta una scultura meno raffinata di quella greca, ma più vivace, più spontanea, più popolare.
 
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A muovere la scultura etrusca fu soprattutto la sfera del mondo sacrale e di quello funerario; mancò del tutto invece la produzione ‘‘profana”, come la cronaca o l’esaltazione di eventi storici (che tanto piacevano agli egizi e poi ai romani), le celebrazioni di benemerenze civiche o di doti atletiche (soggetti consueti dei greci), le scene di genere ecc. L’attenzione degli artisti si concentrò tutta nel soggetto (il defunto) e nel suo significato e vennero ignorati, perché non sentiti o non funzionali, i problemi estetici e quelli della finalità artistica. Gli scultori etruschi rimasero estranei al processo razionale attraverso il quale gli artisti greci, invece, arrivarono alla conquista della forma figurativa e alla teorizzazione dei canoni, un fatto dimostrato tra l’altro dallo scarso interesse per l’indagine anatomica e il nudo. La mancanza di vere e proprie concezioni di fondo impedirono in Etruria la nascita di una qualsiasi ‘‘scuola”. Si colgono tuttavia qua e là nella scultura etrusca le conquiste stilistiche conseguite dai greci: con una certa partecipazione nel periodo arcaico, male interpretate e banalizzate nel periodo classico, ridotte a esercitazioni di maniera nella fase ellenistica.
 
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Più che scolpire, togliere, ‘‘tirar fuori”, gli artisti etruschi sembrano ‘‘modellare” come si fa con la creta, per cui, anche se nella loro produzione scultorea non sono assenti lavori in pietra, manca la vera e propria statuaria, la scultura per eccellenza. Fu ignorato il marmo – abbondante nei Monti Apuani ai margini dell’Etruria e rimasto inutilizzato fino all’età romana – mentre furono preferiti i tufi, le arenarie, gli alabastri: tutti materiali leggeri e modellabili, che nella resa consentivano effetti propri della lavorazione della creta. Questa mancanza di senso scultoreo, che impedì presso gli etruschi una vera e propria produzione di opere a tutto tondo, condizionò anche quella delle opere in rilievo che per concezione e per esecuzione sono più vicine alle caratteristiche proprie del disegno e della pittura che a quelle della scultura. In età arcaica il rilievo fu infatti concepito con un’esecuzione molto bassa e lineare ma molto descrittiva; in età ellenistica prevalsero le composizioni molto affollate e agitate che denunciano una derivazione da modelli pittorici del mondo greco. Gli effetti pittorici furono poi sempre completati e sottolineati dall’uso di dipingere interamente i rilievi con colori piuttosto vivaci.
 
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Migliaia sono le statuette devozionali, raffiguranti fedeli e divinità, che si sono rinvenute nei depositi dei santuari e che assai raramente si elevano al di sopra di una produzione di serie; non possediamo invece più alcun esemplare delle statue di culto che gli scrittori romani ci assicurano numerose e tutte eseguite in terracotta. Alla plastica in terracotta è legato il nome di Vulca – l’unico artista etrusco ricordato nelle fonti – che, verso la fine del VI secolo a.C. raggiunse un prestigio così grande da essere chiamato a Roma da Tarquinio il Superbo per la decorazione fittile del tempio di Giove Capitolino. In Vulca si è voluto riconoscere l’anonimo ‘‘maestro dell’Apollo”, autore delle terrecotte acroteriali del tempio di Portonaccio, tra le quali è universalmente conosciuta quella detta Apollo di Veio, capolavoro non soltanto della scultura ma di tutta l’arte etrusca. Pur denunciando la sua derivazione da modelli greci, l’Apollo di Veio (conservato a Roma nel Museo di Villa Giulia) è un’opera originalissima che va oltre le morbidezze stilistiche della statuaria greca. Lo stile vigoroso, la figura incisiva ed elegante, una certa astrazione che si manifesta nel volto raffinato e ironico lo pongono al di fuori di ogni inquadramento schematico.
 
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Proveniente dalla necropoli di Cerveteri, il sarcofago degli Sposi è scolpito a forma di lettino, sul quale una coppia di coniugi è raffigurata distesa, col busto semi eretto, in atto di partecipare ad un banchetto funebre.
Originariamente il sarcofago era rivestito da una vivace policromia, della quale restano oggi soltanto tenui tracce.
Con il braccio sinistro il marito cinge affettuosamente il collo della sposa, il cui sguardo è rivolto verso lo spettatore. I loro occhi hanno una forma allungata, lievemente rialzata ai lati, le labbra sono increspate in un lieve sorriso.
Ogni singolo dettaglio è modellato con un estremo realismo, dai particolari delle acconciature ai cuscini del letto. Qui posano i piedi, scalzi quelli maschili, calzati in affusolate scarpine quelli della compagna.
Le mani si armonizzano tra loro in un gioco di gesti avvolgenti, capaci di catturare lo sguardo dello spettatore, attratto dalla serenità di animo degli sposi.
Da questo sepolcro, destinato ad accogliere le ceneri dei due coniugi, traspaiono un senso di solennità e un’atmosfera di raffinata eleganza.
 
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Gli etruschi ebbero nel mondo antico fama di bronzisti, non certo smentita dai numerosissimi ritrovamenti di bronzetti votivi dalla caratteristiche regionali piuttosto marcate (Fiesole, Volterra, Spina) che hanno la plasticità delle terrecotte perché modellati in creta e poi fusi nel bronzo attraverso il passaggio per la fase intermedia della cera. Fortunatamente ci sono giunti anche alcuni grandi bronzi come la Chimera di Arezzo, il cosiddetto Marte di Todi (proveniente da Tuder, che si trovava in territorio umbro, ma attribuibile a una bottega di Volsinii-Orvieto), il lampadario di Cortona, la stessa Lupa Capitolina (senza i gemelli). Sono tutte opere databili tra il V e il IV secolo a.C., il periodo in cui l’Etruria, rimasta estranea al processo creativo dell’arte classica greca, visse una crisi di profondo disorientamento artistico. Le novità stilistiche dei modelli greci furono accolte in queste opere in maniera superficiale o passiva e si giustapposero, senza amalgamarsi, all’istintiva fedeltà alle tradizioni del passato. Più tardi i grandi bronzi etruschi non furono diversi da quelli ellenistici che si limitarono a imitare senza nessun apporto originale, come nel caso del cosiddetto Arringatore (II-I secolo a.C.).
 
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La statua di bronzo della chimera, scoperta nel XVI secolo, è una delle opere etrusche più belle e celebrate. La belva, con il corpo leonino, la testa di capra sul dorso e la coda di serpente, è rappresentata ferita dalla lotta contro l’eroe Bellerofonte, secondo l’antico mito. La chimera è in posizione di difesa, ma è pronta all’ultimo assalto con la testa sollevata fieramente verso l’alto, le fauci spalancate e la criniera irta. Sul corpo teso dell’animale affiorano sotto la pelle le costole e le vene turgide; la muscolatura è sapientemente modellata. Contrasta con la feroce aggressività del muso del leone il patetico abbandono della testa della capra, ormai reclinata e morente. La coda è un restauro errato: il serpente non mordeva il corno della capra ma si avventava minacciosamente contro l’avversario. La statua era un dono votivo come dimostra l’iscrizione dedicatoria incisa sulla zampa anteriore destra: tincsvil “al dio Tinia”. Quest’opera, di estrema raffinatezza, coniuga il realismo più aspro alla fantasia, in una ricerca di espressività tipica dell’arte etrusca.
 
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La statua, detta l’”Arringatore”, è l’opera più importante della scultura etrusca di epoca tarda. Rappresenta, a grandezza naturale, un uomo maturo, vestito con la toga e con i calzari romani. L’uomo è ritratto nel momento in cui, apprestandosi a parlare in pubblico, alza la mano destra per chiedere il silenzio. Le pieghe della toga, sapientemente modellate in un moto ascensionale, indirizzano l’attenzione sul bel volto intenso. I corti capelli aderiscono alla testa, la fronte è solcata da rughe incavate, sottili incisioni segnano le estremità dei grandi occhi, in origine riempiti di pasta vitrea. Le labbra serrate donano al volto un’espressione sicura e decisa. Un’iscrizione etrusca incisa sul bordo della toga ci informa che il personaggio ritratto si chiamava Aule Meteli. Un etrusco dunque che veste alla maniera romana e si fa ritrarre in un atteggiamento tipicamente romano. Questa statua può essere considerata il simbolo della scomparsa della civiltà etrusca, inesorabilmente assorbita da quella romana.
 
[2431]
Anche se non mancano indizi di una pittura destinata a decorare interni di edifici sacri e forse anche di abitazioni, la quasi totalità della pittura etrusca che conosciamo proviene dalle necropoli. Essa ha carattere essenzialmente funerario e più precisamente tombale sicché, come nel caso di ogni altra manifestazione del mondo figurativo etrusco, nemmeno per la pittura si può parlare di un’arte fine a se stessa.
 
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Le più note tombe dipinte sono quelle della grande necropoli tarquinese di Monterozzi, ma altre sono state rinvenute a Chiusi, Veio, Cerveteri, Vulci, Orvieto. Le pitture tombali non sono semplici decorazioni destinate ad abbellire e a impreziosire l’ultima dimora del defunto, ma rispondono a un preciso significato o esigenza. Fin verso il V secolo a.C. le pitture degli ipogei sepolcrali avevano l’intento di ricreare l’ambiente in cui il defunto aveva vissuto, con rappresentazioni di momenti della vita reale nei suoi aspetti più significativi, più sereni e piacevoli e soprattutto più qualificanti. E poiché i committenti e i destinatari delle tombe appartenevano alla classe gentilizia, predominano nelle pitture scene di caccia, gare atletiche, giochi (tutte espressione di vitalità e di forza) e, soprattutto la rappresentazione del ‘‘simposio”, il banchetto, che evocava, e quindi fissava in perpetuo, il rango sociale del defunto. Infatti il simposio è sempre presente nel repertorio della pittura funeraria ed occupa nella maggior parte dei casi la parete più importante della tomba, che è quella di fondo. Gli stessi elementi secondari della tomba, che potrebbero sembrare semplicemente decorativi (fregi, cornici, zoccolature ecc.) intendono ‘‘ricostruire” l’ambiente domestico, e imitano elementi di tipo architettonico (travature, soffitti, fronti) per fare del sepolcro la ‘‘casa del morto”. Tra il V e il IV secolo a.C. si affievolì però la credenza nella sopravvivenza dell’entità vitale del morto nella tomba e si affermò quella della sua trasmigrazione in un ‘‘regno delle ombre”. Le pitture introdussero allora un elemento nuovo e originale, ossia la rappresentazione del destino dell’uomo al di là della sua esistenza terrena (al di là del ‘‘simposio”) con l’introduzione di elementi tenebrosi e fantastici (divinità infernali, demoni, eroi mitologici) che accompagnano i defunti, circondati da un alone nero, nel loro viaggio agli Inferi oppure al banchetto nell’Averno.
 
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Nella piccola tomba di Tarquinia, formata da un’unica camera rettangolare, il fregio assume dimensioni monumentali e occupa quasi l’intera parete. Sul muro di fondo è rappresentata al centro la porta dell’Ade, decorata con borchie metalliche. Ai lati si dispongono simmetricamente due personaggi con una mano sollevata e l’altra posata sulla fronte nella tipica posizione del compianto funebre. Sulla parete contigua un uomo si volge verso la porta dell’Ade con le braccia alzate in segno di saluto. Ai suoi piedi un inserviente vestito di nero piange accoccolato per terra. Segue una figura con un bastone ricurvo in mano; è il giudice della gara che si svolge accanto: due atleti nudi si afferrano per i polsi nella presa iniziale della lotta. Tre lebèti, posti sul terreno sono il premio per il vincitore. L’autore degli affreschi dimostra notevoli capacità pittoriche nelle proporzioni grandiose dei suoi personaggi e nella luminosità diffusa che avvolge i corpi e i panneggi. Pur tuttavia l’uso di riempitivi, come la pianta fra le gambe di uno dei lottatori e l’adozione di artifici rappresentativi, come la doppia linea a indicare la muscolatura del braccio, denotano la convenzionalità di questa produzione artistica.
 
[24321]
Le realizzazioni pittoriche sono legate a schemi che si generalizzano e a forme espressive che tendono a ripetersi nelle diverse tombe. Le raffigurazioni si dispongono in scene narrative continue che, con il loro accentuato orizzontalismo, tendono a dilatare gli spazi angusti delle camere sepolcrali. Nell’impianto compositivo prevale il gusto per le composizioni binarie in cui le figure simmetriche (per lo più figure umane) si oppongono l’una all’altra. L’ambientazione è solo allusiva e resa con pochi elementi rappresentativi, ma talvolta il pittore indugia su particolari descrittivi, anche di carattere naturalistico, resi con minuzia. Il rendimento delle immagini è basato sul disegno, completato dal colore anche sulla base di criteri convenzionali: durante il periodo arcaico le carni degli uomini sono rese col rosso bruno, con il bianco quelle delle donne; agli elementi di rappresentazione strutturale (mensole, travi, colonne, capitelli) viene dato il rosso scuro o il bruno. L’accoppiamento del disegno con il colore si realizza semplicemente con la coloritura uniforme delle superfici delimitate da una netta e pesante linea di contorno nera, più o meno continua, che disegna le figure. I colori sono piuttosto limitati nelle tonalità e nella gamma (all’inizio rosso, nero, bianco, poi anche giallo, verde e blu), ma in età ellenistica si stemperano nei toni delle mezze tinte diluite e sfumate fino a giungere al chiaroscuro e all’ombreggiatura.
 
[2441]
Accanto a quella che viene chiamata ‘‘grande arte”, ossia l’architettura, la scultura e la pittura, le varie forme dell’artigianato artistico potrebbero essere definite ‘‘arti minori”, se non altro per le dimensioni. Ma è proprio tra di esse che è possibile trovare le manifestazioni più significative e originali di tutta l’arte etrusca.
 
[24411]
Alla produzione delle terrecotte destinate ai rivestimenti, soprattutto degli edifici templari, va ricollegata quella della piccola plastica, sia in terracotta che in bronzo. Si tratta di una produzione che non va oltre il fine decorativo o devozionale, ma in essa appaiono più evidenti, rispetto alle opere maggiori, i caratteri di libertà e di vivacità propri dell’arte arcaica e che, specie nelle terrecotte, si mantennero vivi anche in epoche più tarde. I bronzi fusi, più raffinati e portati alla scrupolosità dei particolari, subirono invece maggiormente l’influenza greca classica e ellenistica. Oltre alle statuette, appartiene alla produzione in bronzo il vasto settore degli arredi (candelabri, tripodi, incensieri ecc.) per il quale erano famose nei secoli VI e V a.C. le botteghe di Vulci. Particolarmente importante fu anche la lavorazione del bronzo laminato, con figurazioni ottenute dapprima con la tecnica dello sbalzo (cioè con la martellata a freddo del metallo dal rovescio in modo da far risaltare il disegno in rilievo al diritto), e poi, sempre più spesso, con quella dell’incisione caratterizzata dalla pesante e larga linea di contorno che disegnava le figure. Quest’ultima tecnica venne impiegata specialmente per decorare la superficie di specchi, teche, cofanetti ecc. Non secondaria fu la produzione a intaglio degli avori e degli ossi, particolarmente fiorente e raffinata nel periodo orientalizzante e della quale i punici erano maestri.
 
[24421]
La ceramica etrusca trovò il suo aspetto più originale e interessante nel bucchero che è considerato alla stregua di una ceramica ‘‘nazionale” dell’Etruria. Prodotto a partire dalla metà del VII secolo a.C., il bucchero imitava il vasellame metallico sia nelle forme e nelle decorazioni sia nel colore nero lucido delle superfici ottenuto attraverso uno speciale modo di cottura dei vasi. Famose erano le fabbriche di Cerveteri, Tarquinia e Vulci che producevano, nella fase più antica, il ‘‘bucchero sottile” in forme riprese dalla ceramica greca. Ma il bucchero assunse un certo margine di originalità a seconda delle tendenze locali o occasionali per prendere spesso forme anche bizzarre, elastiche o ridondanti. Ciò fu più evidente nei primi decenni del V secolo a.C., quando si arrivò alla produzione dei grandi vasi figurati e decorati a rilievo e dalle pareti assai spesse (‘‘bucchero pesante” di Chiusi). Quanto alle decorazioni, esse furono dapprima incise e graffite con semplici motivi ornamentali di tipo geometrico o in figura di animale, ma non mancano quelle applicate e quelle eseguite a stampo, fino ad arrivare alle scene figurate, a rilievo, degli esemplari più tardi. Completamente d’imitazione fu la ceramica dipinta, più o meno fedele a quella greca largamente diffusa in Etruria. Agli inizi dell’età ellenistica grande successo ebbero le singolari ceramiche di Volsinii, rivestite di vernice argentata.
 
[24431]
All’oreficeria appartengono i prodotti forse più originali e riusciti dell’artigianato etrusco. Sia che si tratti di vasellame, di oggetti d’abbigliamento o di veri e propri gioielli, l’oreficeria etrusca, specialmente nel periodo che andò dal VII alla fine del VI secolo a.C. quando fiorirono le botteghe orafe di Vetulonia e di Vulci, ci dà la misura del gusto, della fantasia e delle capacità tecniche degli artigiani etruschi, oltre, naturalmente, della ricchezza e della prosperità economica dell’Etruria. Predomina il gusto orientale per l’ostentato splendore degli effetti e del sovraccarico; i motivi ornamentali sono quelli geometrici o tratti dalla stilizzazione di elementi antropomorfi, zoomorfi o fitomorfi (palmette, rosette ecc.) con l’impiego, ad altissimo livello, delle diverse tecniche di lavorazione che vanno dall’incisione allo sbalzo, dalla fusione alla filigrana, spesso combinate insieme. Dal Vicino Oriente venivano importati ‘‘gingilli” il pasta di vetro e in ceramica (gli athyrmata). Un ruolo particolare aveva la tecnica della granulazione, anch’essa di provenienza orientale, che consentiva raffinatissimi effetti decorativi. Anche nell’oreficeria gli etruschi tendevano quindi all’espressività.
 
[251]
L’Etruria meridionale e interna è caratterizzata da terreni vulcanici, con altipiani tufacei facili da difendere, su cui sorgevano grandi città cinte di mura come Veio, Cerveteri, Tarquinia o Orvieto. Nell’Etruria settentrionale le città, sempre fortificate, si distribuirono in modo più razionale, in genere su un agglomerato di collinette separate da depressioni, a controllare una via di comunicazione o di transumanza, il corso di un fiume, la conca di un lago, l’apertura di una valle che garantissero sia il rifornimento alimentare, sia l’esportazione delle eccedenze dei prodotti agricoli o artigianali. Le zone costiere erano invece tutte piuttosto malsane e insicure, fornite dei due soli porti naturali di Talamone e Populonia.
 
[2511]
Il territorio meridionale dell’Etruria si estende in maniera abbastanza uniforme lungo il corso inferiore del Tevere, per una larghissima fascia fino all’altezza di Orvieto. È l’Alto Lazio, in cui si succedono paesaggi di basse colline tufacee che giungono a lambire il mare presso il massiccio dei Monti della Tolfa, dove il ‘‘paesaggio del tufo” cede a quello della Maremma. La zona vide fiorire tra il IX e l’VIII secolo a.C. importanti città come Veio, Caere, Tarquinia, Vulci, Tuscania, Volsinii e, nelle pianure variamente estese lungo la costa, Roselle, Talamone, Vetulonia e Populonia.
 
[25111]
L’antica città di Veio (o Veii), sorgeva a soli 15 chilometri da Roma, su di un vasto promontorio tufaceo presso il corso del torrente Cremera. Nata probabilmente dalla fusione di più villaggi in epoca villanoviana (IX secolo. a.C.), Veio raggiunse il suo massimo splendore in età arcaica (VII secolo a.C.). Fu conquistata dai romani dopo un decennale assedio conclusosi nel 396 a.C.
Durante il periodo villanoviano Veio era, insieme a Tarquinia, il centro più importante dell’Etruria meridionale. Posta in posizione strategica sulla riva destra del Tevere controllava, specialmente dal VII secolo a.C. in poi, le rotte commerciali della bassa val Tiberina a cui giungevano i metalli del distretto minerario poco più settentrionale. In questo periodo la città occupava un’area quattro volte maggiore della Roma serviana. Difesa naturalmente, vi si accedeva soltanto da ovest dove l’altipiano tufaceo laziale si collegava al colle della città; questo passaggio fu poi forato con un lungo tunnel per farvi scorrere il torrente Cremera. Nel V-IV secolo a.C. le rupi naturali che circondavano l’altipiano furono sovrastate da mura possenti in pietra vulcanica. Oltre al complesso sacro presso il tempio del Portonaccio, tra le numerose tracce di insediamento risalenti al VI secolo sono tornate alle luce quelle dell’acropoli in località Piazza d’Armi dove le fonti letterarie collocano anche il tempio della dea protettrice della città, Giunone Regina. In più punti della città (Macchiagrande, Quarticcioli) sono state restituite parti di abitazioni che presentano una fondazione in blocchi di tufo squadrati e compressi a secco a formare gruppi di vani quadrati, talora con focolare. Mirabili le opere di ingegneria idraulica: tunnel, cunicoli e cisterne regolavano il flusso delle acque attorno alla collina dove sorgeva la città.
 
[251111]
Il santuario di Portonaccio, che si trova fuori delle mura, fu probabilmente legato al culto delle acque sulfuree e ferruginose di cui era ricca la zona; il complesso comprendeva infatti anche una piscina e una serie di pozzi e pare fosse dedicato a Minerva Medica. All’interno dell’area sacra circondata da un muro sorgeva il tempio, costruito nel VI secolo a.C. secondo lo schema architettonico etrusco con tre celle ed ampio pronao a quattro colonne disposte su due file. Al tempio sono riferibili alcune statue di terracotta che dovevano originariamente sorgere sul culmine del tetto; per alcune di esse si è ipotizzato come autore Vulca, l’unico artista etrusco di cui si conosca il nome, chiamato anche a Roma dai Tarquini a decorare il tempio di Giove Capitolino. Nelle statue si riconoscono Apollo, Ercole con la cerva e Mercurio; sono inoltre presenti una figura femminile con un bambino in braccio (forse Latona con Apollo), una testa maschile e un torso maschile di color bruno-nero più ampie dimensioni (probabilmente Zeus). Del sacro edificio è oggi visibile solo parte del basamento in blocchi di tufo. Addossata al lato settentrionale del tempio c’è la grande piscina, della capienza di circa 180 metri cubi d’acqua, dove probabilmente si bagnavano i pellegrini. Era realizzata con blocchi di pietra e rivestita da uno strato di terra argillosa per impedire il deflusso.
 
[251121]
La tomba Campana, scavata nella roccia e risalente alla fine del VII o al principio del VI secolo a.C., prende il nome dal marchese che la scoprì nel 1843 nella necropoli di Monte Michele. Un corridoio con due leoni di tufo (ora privi di testa) e con due camerette laterali immette in una prima camera con due banchine sui lati; una porta sulla parete di fondo dà accesso a una seconda cameretta interna. Su questa parete, tutt’intorno alla porte, vi era una decorazione a denti di lupo e, ai lati della porta, quattro panelli dipinti – due per lato – sormontati da tracce di fiori di loto. Il pannello superiore sinistro raffigura un cavallo con cavaliere ed un felino, quello inferiore tre quadrupedi di diverse proporzioni; il pannello inferiore destro riporta una sfinge, un felino rampante e un altro quadrupede. Il pannello superiore destro si distacca dagli altri per il suo valore narrativo: due uomini, di cui uno armato di bipenne, precedono a piedi un cavallo montato da un minuscolo cavaliere; sotto il cavallo un cane volge in alto il muso. Tutti gli animali sono dipinti in modo piuttosto irreale (manti gialli a punti rossi o rossi a punti gialli). Questa prima camera conteneva sul banco di destra un inumato con corazza ed elmo forato da un colpo di lancia; sul banco di sinistra un altro inumato, un calice a sostegni e grossi recipienti fittili. La camera più interna aveva dipinti sulla parete sei scudi su due file, che simulavano veri scudi in lamina di bronzo con decorazioni a sbalzo. Conteneva tre urnette cinerarie con coperchio a botte, una testina applicata a tutto tondo, un braciere a tre piedi in bronzo e delle ceramiche.
 
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A poca distanza dalla costa, tra il lago di Bracciano e il mare, 45 chilometri a nord di Roma, sorgeva la potente città etrusca di Ceisra, chiamata Caere dai romani e Agylla dai greci. Il primo aggregato urbano risale all’epoca villanoviana (IX-VIII secolo. a.C.), mentre il periodo di maggiore splendore si colloca intorno al primo quarto del VII secolo. a.C. Nel 353 si scontrò con Roma e fu sconfitta, ma le fu concessa la cittadinanza.
 
L’antica Cerveteri si estendeva a poca distanza dal mare su un vasto altipiano tufaceo compreso tra la stretta valle del fosso del Manganello e quella del fosso della Mola; solo il versante nord-est non era ripido e per questo vi fu aperto un profondo fossato che consentiva una più facile difesa. Le mura furono probabilmente edificate in una fase avanzata ed è dubbio se cingessero tutto il centro o sole le zone dove l’altipiano non era sufficientemente ripido da costituire di per sé una difesa naturale. Della città etrusca è rimasto ben poco, anche se si conosce la presenza di un tempio di Era, di cui restano le terrecotte architettoniche e degli ex voto. All’esterno della città vi erano numerose necropoli (Sorbo, Monte Abatone, Banditaccia ecc.) talora realizzate con vie e piazze tracciate secondo un preciso programma urbanistico. Le tombe erano principalmente del tipo a camera, costruite o parzialmente scavate, coperte all’interno con la tecnica dell’aggetto e all’esterno dotate di tumulo contenuto da lastroni o da un alto tamburo. Nel V secolo. a.C. inizia il declino della sua potenza e alla metà del IV secolo. a.C. viene sottomessa da Roma. Ben poco rimane ormai dell’antica città etrusca, mentre meglio conservate sono le estese necropoli con vie e piazze tracciate secondo un preciso programma urbanistico.
 
[251211]
La tomba Regolini-Galassi della necropoli di Sorbo deve il nome a coloro che la portarono alla luce nel 1836. Si tratta di un tumulo circondato da un alto tamburo il cui accesso dà in un corridoio o vestibolo per metà scavato nel tufo e per metà costruito con la tecnica dell’aggetto; ai due lati si aprono due piccole celle scavate quasi circolari. Un basso tramezzo divide il corridoio dalla camera interna che appare più stretta, anche se posta sullo stesso asse. Nel vestibolo fu trovato un guerriero inumato con un ricco corredo consistente in un letto di bronzo formato da una grata fissata su un telaio; un bruciaprofumi, anch’esso di bronzo, montato su quattro piccole ruote; scudi da parata in lamina di bronzo lavorata a sbalzo; vari calderoni; armi; ceramiche e buccheri, tra cui alcune statuette di donne piangenti. Nella cella, presso un inumato, furono rinvenuti moltissimi gioielli in oro, tra i quali una fibula di 30 centimetri con leoni e anatre, un pettorale ovale con figure reali e fantastiche, due bracciali a nastro in figura femminile, una collana di maglia con pendenti in ambra, anelli, catenelle ecc. Erano presenti in grande quantità anche oggetti d’argento e di bronzo; tra questi ultimi era un trono con poggiapiedi e calderoni con sbalzi. La celletta destra aveva un inumato, quella sinistra i resti di una biga di bronzo smontata.
 
[251221]
La cosiddetta Tomba degli Scudi e delle Sedie, scavata interamente nel tufo, si trova nella necropoli della Banditaccia ed è datata alla metà del VI secolo a.C. Un corridoio, ai cui lati si aprono due vani con banchine, immette in un ampio vestibolo con tre retrostanti camere più piccole. Ai lati e sulla parete di fondo del vestibolo sono presenti letti intagliati nel tufo. Sulla parete di fondo, fra tre porte dagli stipiti a rilievo, stanno due troni con gli schienali semicircolari e poggiapiedi; su tutte le pareti appaiono scolpiti ampi scudi circolari che imitano quelli di bronzo da parata. Il vestibolo della tomba presenta una falsa travatura a rilievo nel soffitto e due finestrelle che si affacciano sulle cellette laterali. Tutto l’insieme ricalca, nella disposizione dei vani, la casa etrusca più comune nella zona.
 
[25131]
Pyrgi (nei pressi dell’attuale castello di Santa Severa) fu, secondo le fonti antiche, la principale base navale di Caere, da cui distava circa 13 chilometri e alla quale era collegata da una grande strada. Il primo insediamento stabile del sito risale alla fine del VII secolo a.C., ma fu celebre dal V secolo per il suo santuario, uno dei più importanti del Mediterraneo. Dopo l’annessione del litorale ceretano a Roma vi fu fondata una colonia marittima intorno alla metà del III secolo. a.C. 
 
Legata alla politica di Caere, Pyrgi fiorì verso il 500 a.C. quando fu edificato, il tempio dedicato alla dea etrusca Uni, che i greci conoscevano come Leucotea o Ilizia e i fenici come Astarte. L’abitato etrusco, oggi in parte sommerso, si estendeva in origine su di un’area di circa 10 ettari e aveva strade che si incrociavano ad angolo retto e case costruite in mattoni crudi coperte da tegole. L’area sacra sorgeva ai margini dell’abitato, presso la strada principale. Era costituita da un tempio a una sola cella (il cosiddetto Tempio B), colonnato in stile greco e decorazione fittile, e da un tempio più grande (il Tempio A di Uni-Astarte). Questo tempio, databile al 470 a.C. è del tipo a tre celle con ampio pronao. Attualmente rimangono solo le fondazioni in tufo ma in origine l’alzato era decorato sia sulla fronte sia sul retro da lastre fittili con altorilievi policromi. Particolarmente ammirato sembra essere stato il pannello che decorava la testata della trave maestra del tetto, all’interno dello spazio frontale posteriore, che raffigurava la scena dei ‘‘Sette contro Tebe”. Il santuario di Pyrgi venne occupato e depredato nel 384 a.C. da Dionisio di Siracusa.
 
[251311]
Nel 1964 furono rinvenute nell’area sacra di Pyrgi  tre lamine auree di forma rettangolare accuratamente piegate e riposte in un luogo sicuro. In origine erano probabilmente inchiodate agli stipiti o ai battenti del cosiddetto Tempio A. Due di esse recano un’iscrizione in etrusco (16 righe) e una in lingua fenicia (11 righe). Si tratta della dedica del tempio alla dea Uni (corrispondente all’Astarte fenicia) da parte del signore di Caere. Il momento storico è probabilmente quello dell’alleanza tra Caere e Cartagine dopo la battaglia di  Alalia. L’iscrizione sembra così traducibile:
‘‘Alla signora Uni questo è il luogo sacro che ha fatto e che ha dedicato Thefarie Velianas, re di Caere, nel mese di z-b-h sh-m-sh (nome di mese di cui non è possibile dare traduzione, così come dell’altro citato più avanti) del sacrificio del sole, come dono al tempio. E l’ho costruito perché Uni ha richiesto ciò a me, nell’anno terzo del mio regno, nel mese di k-r-r, nel giorno del seppellimento della divinità. E gli anni della statua della dea nel suo tempio (siano) tanti come queste stelle”.
 
[25141]
L’insediamento etrusco Suana, l’odierna Sovana, sorgeva sulla riva sinistra del fiume Fiora nell’entroterra della bassa Maremma. Tra il VII e il VI secolo. a.C. la città doveva far parte del territorio di Vulci, ma sul finire del VI secolo. a.C. i suoi interessi probabilmente si spostarono verso l’area romana.
 
Sovana era situata su un altipiano tufaceo scosceso su tre versanti, mentre sul lato meno protetto possedeva fortificazioni costituite da mura di grossi blocchi di tufo. La città subì un periodo di abbandono tra il V e la prima metà del IV secolo a.C., poi ebbe una ripresa attestata dallo sviluppo delle necropoli rupestri che sorgono tutt’intorno alla città. Le tombe sono caratterizzate da un vestibolo ampio e aperto, sul fondo del quale una porta profilata da cornici conduce a una camera e a più ambienti dal soffitto a cassettoni. Alla prima metà del III secolo a.C. risalgono le tombe ‘‘a dado”, costituite da un edificio cubico intagliato nel bancone roccioso di tufo con porta architravata anteriore. Quando l’edificio è distaccato dalla collina per soli tre lati, la tomba è detta ‘‘a facciata”. In certi casi la porta è falsa e la vera camera funeraria è sottostante, accessibile da un lungo corridoio in discesa. Più tardi appaiono anche tomba a edicola frontonata sia con timpano vuoto sia con ricche decorazioni.
 
[251411]
La Tomba Ildebranda, che deve il suo nome a Ildebrando di Sovana – pontefice col nome di Gregorio VII – che la tradizione riteneva qui sepolto, è databile intorno alla metà del II secolo. a.C. Scavata interamente nel tufo della collina a cui è addossata la tomba, visibile esternamente su tre lati, era simile a un tempio dal tetto piatto, con sei colonne sulla fronte e tre ai lati. Oggi parzialmente distrutta, doveva avere in origine una ricca decorazione plastica e una vivace policromia. La trabeazione aveva due fregi di diversa altezza decorati da figure di grifi e fogliame; le colonne scanalate erano sormontate da capitelli a volute decorati da figure maschili e femminili. Tutto il monumento era ricoperto di stucco bianco-giallastro su cui spiccavano con grande evidenza gli elementi colorati. Dietro il pronao vi era una falsa cella a pianta quadrata. La camera funeraria era sotterranea e vi si accedeva tramite un corridoio in discesa.
 
[25151]
Sulla riva destra del torrente Fiora ormai quasi prossimo alla foce, Volci (ossia Vulci) fu una delle più grandi città dell’Etruria meridionale, che estendeva la sua influenza su un vasto territorio delimitato a sud dal fiume Arrone e a nord dai monti dell’Uccellina. Nel III secolo a.C. si oppose a Roma e, anche se sconfitta, mantenne un certo livello di autonomia.
 
Il periodo di maggiore potenza della città si colloca tra il VI e la prima metà del V secolo. a.C. ed è testimoniato dagli sterminati sepolcreti e dai ricchi corredi funerari. Ad un periodo di crisi economica e produttiva seguì nel IV secolo a.C. una brillante ripresa. La fondazione da parte dei Romani della colonia di Cosa (273 a.C.) e la successiva guerra annibalica furono la causa tra il III e il II secolo a.C. della progressiva decadenza della città. Vulci fu un importante centro per la lavorazione e la diffusione di oggetti in bronzo e vi furono inoltre scuole locali di ceramisti che imitavano vasi corinzi, ionici ed attici e producevano vasi etruschi a figure rosse. Pochi resti dell’abitato sono ancora visibili: tratti delle mura, tracce di due porte, qualche edificio di età romana. Dalla cosiddetta Tomba François provengono le celebri pitture del IV secolo a.C. con scene della conquista etrusca di Roma. Degno di nota è anche il grande tumulo funerario della Cuccumella, con ambienti e corridoi sotterranei molto complessi.
 
[25161]
Tarquinia (Tarchuna, in latino Tarquinii), una delle maggiori città del mondo etrusco, sporge a circa 100 chilometri da Roma, sul litorale tirrenico. Di antichissime origini, la leggenda ne attribuiva la fondazione a Tarconte, fratello di quel Tirreno che avrebbe condotto in Italia gli etruschi dalla Lidia. Raggiunse il massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C.: fu allora infatti che un suo cittadino, Tarquinio Prisco, divenne il quinto re di Roma.
 
L’abitato antico era posto sul Colle della Civita, dove sono stati scoperti i resti delle mura e un grande tempio detto Ara della Regina. Tutto intorno si estendeva la vasta necropoli dei Monterozzi ove sono state individuate più di 150 tombe ipogee dipinte, del periodo compreso tra il VI e il II-I secolo a.C. Tra le più importanti e suggestive sono: la Tomba del Guerriero (metà del V secolo a.C.), decorazioni di cerimonie funebri; Tomba del Cacciatore (fine del VI-inizi del V secolo a.C.), scene di caccia; Tomba delle Leonesse (circa 530 a.C.), scene di danza, suonatori e figure di animali; Tomba del Giocolieri (fine del VI secolo a.C.), danze e giochi funebri, equilibristi, danzatori; Tomba dei Festoni (prima metà del III secolo a.C.), fregio con scudi e festoni, demoni, imitazione della travature del tetto; Tomba dei Leopardi (prima metà del V secolo a.C.), banchetto funebre, suonatori; Tomba Cardarelli (fine del VI secolo a.C.), suonatori, danzatori, atleti; Tomba degli Scudi (IV secolo a.C.) personaggi della famiglia Velcha, scudi; ecc. Nel IV secolo a.C. la città fu sottomessa da Roma, ma riuscì ancora a mantenere per qualche tempo una sua parziale autonomia.
 
[251611]
L’Ara della Regina è il monumento più interessante e più studiato di Tarquinia. Fu rinvenuto a sud dell’abitato ed è databile circa alla seconda metà del IV secolo a.C. Non si conosce il nome della divinità a cui era dedicata, e gli scarsi resti non consentono di ricostruirne con certezza l’aspetto originario. L’ara si innalza su un basamento di grandi dimensioni (77,15x35,55 m) ed era articolata su due livelli: una prima terrazza, dove si svolgevano sacrifici e cerimonie, era situata davanti al tempio; la seconda terrazza, collegata alla prima tramite un piano inclinato e due scale laterali, sosteneva l’edificio templare. Il tempio (39,35x25,35 m) aveva una pianta con cella unica e un pronao con due colonne davanti alla cella stessa. Molte furono le terrecotte architettoniche rinvenute durante gli scavi, tra le quali il superbo gruppo dei cavalli alati, ad altorilievo, che ornava il frontone del tempio, uno dei capolavori della scultura etrusca. Davanti all’intero complesso sacro si apriva una piazza  con fontana circolare (I secolo a.C.).
 
[25171]
Roselle o Rousellae, una delle città della Dodecapoli etrusca, sorgeva su due alture prospicienti la pianura grossetana, occupata anticamente dalla laguna navigabile del Prilio che si estendeva fino a Vetulonia. Era quindi posta a guardia della foce dell’Ombrone, uno dei pochi fiumi che consentissero l’accesso all’Etruria interna. Il periodo del suo massimo splendore si colloca tra il VI e il V secolo a.C., parallelamente al declino della vicina Vetulonia.
 
Roselle è posta su un colle che si separa al centro formando una sella. La sua posizione le consentiva l’accesso al mare grazie alla laguna del Prilio, mentre l’Ombrone rendeva possibili le comunicazioni con le città della Val d’Orcia (Chiusi) e quindi con l’Etruria interna. Di particolare interesse è la cinta muraria del VI secolo a.C. costruita con grossi massi di pietra locale e il cui perimetro è quasi completamente integro, talvolta conservato fino a 5 metri di altezza. Ha conosciuto due fasi principali: la prima, costituita da grandi blocchi in opera poligonale è databile alla metà del VI secolo a.C.; la seconda, consistente in un rifacimento a piccoli blocchi quasi parallelepipedi, risale al IV secolo a.C. In questa cinta si aprivano sette porte, sei delle quali erano costruite in modo che, entrando, gli attaccanti erano obbligati a scoprire ai difensori il lato non protetto dallo scudo; la settima porta, quella Nord, era del raro tipo a camera interna. Nell’area archeologica sorge un quartiere abitativo di età ellenistica, ma sono visibili anche resti di edifici in mattoni crudi del VI e VI secolo a.C. Dall’inizio del III secolo a.C. Roselle fu sottomessa a Roma e dall’89 a.C. fu municipio. In età augustea la colonia romana abbandonò la collina meridionale per occupare quella settentrionale e la valletta interna dove rimangono i resti dell’anfiteatro e dell’Augusteo, grande sala rettangolare absidata.
 
[25181]
Dopo molte incertezze, l’area dell’etrusca Vetluna, ossia Vetulonia, venne identificata nel secolo scorso in località Poggio Colonna, presso Castiglio della Pescaia, nel Grossetano. Il primo insediamento risale all’epoca villanoviana (IX-VIII secolo a.C.), mentre il periodo di massimo sviluppo politico ed economico si colloca tra il VII e il principio del VI secolo. a.C. In seguito la città subì una rapida e totale decadenza.
 
Il benessere raggiunto da Vetulonia nel VII secolo a.C. è certamente legato allo sfruttamento dei giacimenti metalliferi (piombo, rame e argento) della non lontana Massa Marittima. Fiorente fu infatti la lavorazione del bronzo da parte di artigiani locali. Della città resta pochissimo; l’acropoli, inglobata nel castello medievale, aveva una propria cinta di mura databile al VI secolo a.C. L’estesa necropoli presenta tombe a incinerazione e a inumazione, riunite in ‘‘circoli continui”, veri e propri tumuli di 20-30 metri di diametro, in terra battuta, delimitati da lastre di pietra poste verticalmente. I corredi mostrano grande ricchezza. Compaiono anche sepolcri monumentali con dromos e camera sepolcrale coperta con finta volta a tholos e pilastro centrale. Tra i più rappresentativi, lungo la via dei Sepolcri, è il Tumulo della Pietrera (VII secolo a.C.) dove furono rinvenuti i primi esempi di statue etrusche in pietra lavorate a tutto tondo.
 
[25191]
Strabone, storico e geografo greco vissuto tra il 63 a.C. e il 20 d.C. riferisce nella sua Geografia: ‘‘Populonia è situata su un alto promontorio che s’innalza bruscamente sul mare formando una penisola...Adesso, anche se la città è abbandonata, con l’eccezione dei templi e di poche case, la città portuale, che ha un piccolo porto con due moli, ai piedi della montagna, è più popolata. Secondo me questa è l’unica città dei Tirreni che sia situata sul mare stesso”.
 
L’importante centro di Populonia sorgeva su un’altura dominante la baia di Baratti, di fronte all’isola d’Elba. Fondata forse dai còrsi o forse dagli etruschi di Volterra, Populonia (Pupluna per gli etruschi) fiorì grazie all’industria siderurgica, basata sulle ricche miniere di ferro dell’isola d’Elba, ininterrotta fino in epoca imperiale. La più antica fase villanoviana è testimoniata dalle necropoli a incinerazione di San Cerbone e di Piano e Poggio delle Granate, presso il golfo di Baratti. A partire dalla fine del VII secolo a.C., insieme con l’introduzione del rito funerario dell’inumazione si realizzarono tombe a fossa che nel VI secolo a.C. si erano già trasformate in tomba a camera quadrata entro tumuli monumentali con tamburo. Durante il VI secolo a.C. nell’abitato vennero costruite le mura dell’acropoli e nelle necropoli si innalzarono tombe ‘‘a edicola”, una sorta di tempietto contenente una semplice camera sepolcrale. La floridezza della città nel V secolo è testimoniata dall’emissione di un’eccezionale serie di monete d’argento con figura di Gorgone. Nel periodo successivo fu realizzata una più ampia cerchia di mura, mentre gli scarti dell’attività siderurgica sommersero le necropoli più antiche e le aree cimiteriali si spostarono sulle pendici del colle. Non sappiamo in seguito a quali avvenimenti Populonia sia entrata nell’orbita romana, ma nel 205 a.C. approvvigionava di ferro la missione africana condotta da Scipione contro Cartagine.
 
[251911]
I forni utilizzati per estrarre dai minerali il metallo parzialmente raffinato erano posti solitamente presso le miniere stesse o nelle loro vicinanze. Molti di essi avevano forma cilindrica o tronco-conica ed erano rivestiti all’interno con materiali refrattari. Da un’imboccatura posta sulla sommità veniva immesso il minerale grezzo, alternato a strati di carbone. Acceso il fuoco nella camera inferiore, il calore si propagava verso l’alto attraverso un piano orizzontale munito di una serie di fori. Il minerale fuso si raccoglieva quindi nella camera inferiore dove, praticando un’apertura ad altezza opportuna, veniva depurato dalle scorie di fusione. Per recuperare il prodotto divenuto solido era necessario smantellare il forno. Successivamente si sottoponeva il metallo ad ulteriori processi di raffinazione. Tra i forni meglio conservati quello del Poggio della Porcareccia e quelli di Val Fucinaia presso la miniera del Temperino.
 
[25201]
Sull’alto colle di Talamonaccio, in posizione dominante il mare e le colline dell’interno, sorgeva l’antico centro etrusco di Tlamu, probabilmente dipendente da Vulci. Il suo porto ebbe una notevole importanza come scalo commerciale tra le città settentrionali e quelle meridionali dell’Etruria costiera.
 
Dell’abitato etrusco sull’altura di non sono rimaste tracce per quanto riguarda i secoli VII e VI a.C. mentre erano tornati alla luce molti resti di età ellenistica, tra cui un tempio, quando alla fine dell’Ottocento la collina fu sbancata per la costruzione di un fortilizio militare. Queste strutture non vennero rilevate e le fondazioni di vari edifici (compresa la cinta muraria formata da una doppia cortina di massi) venero smantellate. Solo nel 1962 scavi regolari hanno restituito testimonianze di varie epoche che hanno consentito di ricostruire la disposizione del tempio. Il centro era connesso con il porto sottostante che sfruttava il golfo naturale dove sorge l’odierna città di Talamone. Le necropoli relative all’abitato ellenistico, che sorgono nella piana di Camporegio, hanno restituito vari materiali bronzei, tra cui specchi con scene mitologiche e bruciaprofumi con figure plastiche. Nel III secolo, a seguito dell’espansione romana verso nord, Talamone entrò nell’orbita di Roma, ma decadde insieme a Vulci quando nel 273 a.C. fu fondata a soli 20 chilometri la colonia romana di Cosa.
 
[252011]
Databile alla seconda metà del IV secolo a.C., il Tempio di Talamone si elevava su un basamento in blocchi di tufo alto circa 2 metri. Aveva probabilmente un’unica cella e due ali laterali. Il pronao, forse in origine a due sole colonne, era chiuso ai lati dai prolungamenti delle pareti esterne. Intorno al 150 a.C. subì una radicale trasformazione che interessò soprattutto il prospetto anteriore. L’architrave fu rivestito da lastre con palmette e spirali ‘‘a S” sormontate da baccellature; sugli angoli del tetto vennero posti degli acroteri in forma di cavallo marino, mentre il grande acroterio centrale era costituito da una palmetta traforata. Il frontone fu chiuso da un altorilievo in terracotta raffigurante i due figli di Edipo, Eteocle e Polinice, che si affrontano sotto le mura di Tebe in uno scontro mortale: al centro sta Edipo in ginocchio, sorretto da un aiutante, mentre la sua sposa e madre Giocasta si volge verso Eteocle morente; dall’altro lato Polinice è caduto esanime tra le braccia di un aiutante. Attorno a questa tragedia familiare si svolge la battaglia descritta nel mito dei ‘‘Sette a Tebe”. Per le sue dimensioni, questa movimentata composizione fu tagliata in più pezzi per permetterne la cottura. Il tempio fu distrutto da un incendio intorno al 100 a.C.
 
[25211]
Orvieto occupa l’area dell’antico abitato etrusco di Velzena che i latini chiamarono Volsinii. La città è posto su un altopiano di tufo rosso alto 40 metri e dominante la media Val Tiberina nei pressi della confluenza tra Paglia e Tevere. L’antica navigabilità di questi due fiumi facilitò i contatti con l’area chiusina, falisca e vulcente.
 
Frequentato già in epoca villanoviana, raggiunse il suo massimo splendore tra il VI e il V secolo a.C. L’abitato, occupato oggi dalla città medioevale e moderna, ebbe vari edifici sacri tra cui il tempio detto del Belvedere, dedicato forse a Tinia (=Zeus, Giove). Era posto su di un podio modanato, in parete costruito e in parte ricavato nel masso e vi si accedeva con una gradinata; il pronao doveva avere due file di quattro colonne. L’edificio, in mattoni crudi intonacati e decorati con policromie, aveva la copertura di tegole molto inclinata e arricchita da numerose terrecotte decorative. Tra le necropoli rivestono un particolare interesse quella del Crocefisso del Tufo che presenta un impianto regolare di tipo urbano e quella della Cannicella, dove le sepolture si adattano, spesso sovrapponendosi, alla morfologia del terreno. Nel territorio circostante furono rinvenute alcune tombe dipinte e resti di importanti edifici sacri. Nel corso del III secolo a.C. Orvieto venne progressivamente abbandonata.
 
[252111]
Individuata in parte fin dal 1830, la necropoli del Crocefisso del Tufo è concepita secondo un impianto di tipo urbano a scacchiera. I sepolcri sono infatti disposti in isolati di forma quadrata o rettangolare, delimitati da strade che si incrociano ad angolo retto. Le singole tombe a camera, tra loro uguali, sono costruite con blocchi di tufo squadrati messi in opera a secco. La facciata è decorata da frontoni architettonici e sull’architrave si legge spesso il nome del defunto. All’interno vi è la cella funeraria rettangolare, lunga circa tre metri, con banchine per la deposizione sulle pareti. La copertura è costituita da una falsa cupola; talvolta è presente un vestibolo. Al di sopra delle tombe, coperte da terreno livellato orizzontalmente, sono posti dei cippi funerari di forma sferica, a cipolla o cilindrica. I materiali provenienti dalle tombe (oggetti d’oro lavorati a filigrana e a sbalzo, ceramiche d’importazione attica e di produzione locale) testimoniano una discreta ricchezza.
 
[2531]
L’Etruria interna corrisponde all’attuale Toscana e al territorio perugino dell’Umbria. Il paesaggio è in larga misura collinare, ma la natura geologica e la morfologia delle colline sono assai varie. I massicci montani determinano variazioni climatiche abbastanza notevoli e le comunicazioni si sviluppano quasi esclusivamente lungo le vallate fluviali interne. Terra della vite e dell’olivo che favorì nel VI secolo a.C. la potenza di città come Perugia, Arezzo, Cortona, Chiusi, Fiesole, Volterra.
 
[25311]
La fondazione di Perugia è attribuita a Aules, mitico eroe etrusco, padre e fratello di Ocno che a sua volta fondò, secondo Virgilio, Mantova e Felsina. Il nome etrusco della città non è documentato, a differenza di quello latino: Augusta Perusia. Posta all’incrocio di importanti vie di comunicazione verso il Lazio, l’Etruria settentrionale e il versante adriatico, fu potente anche grazie alla sua posizione. Livio la ricorda come una delle città che costituirono la Dodecapoli.
 
I rilevamenti archeologici relativi al periodo anteriore alla fine del V secolo a.C. sono piuttosto scarsi. L’importanza di Perugia è invece documentata nel IV e III secolo a.C. dalle necropoli e dalla imponente cinta muraria. Quest’ultima, in blocchi regolari di travertino posti in opera a secco, era lunga circa tre chilometri e interrotta da cinque porte; due di esse, Porta Marzia e l’Arco Etrusco (o di Augusto), sormontato da un architrave con scudi rotondi, sono ancora ben conservate. Dell’assetto urbano della città etrusca rimangono solo resti di pavimentazione stradale e terrecotte architettoniche. Perugia fu infatti distrutta e incendiata da Ottaviano nel 42 a.C. e successivamente ricostruita ex novo dai romani. La documentazione più probante ci è offerta dalle necropoli sviluppatesi fuori dalla cinta muraria. Sono prevalentemente costituite da tombe a fossa e a camera con presenza sia del rito inumatorio che incineratorio. La necropoli più antica è quella del Palazzone; di poco più recenti quelle di Castel San Mariano e di San Valentino di Marsciano da cui i noti carri bronzei sbalzati. Di età ellenistica è il nucleo costituito da ben 38 tombe a camera esplorate dopo la scoperta dell’ipogeo dei Volumni al Palazzone riproducente lo schema dell’impianto di una casa.
 
[253111]
La sua costruzione risale al II secolo a.C. e subì nel tempo vari rimaneggiamenti sino al 1500, quando Antonio da Sangallo ne inserì il prospetto superiore nella Rocca Paolina. Caratteristico è il falso loggiato, con quattro pilastrini scanalati coronati da capitelli ionici, chiuso sulla fronte da una bassa transenna dalla quale si affacciano tre figure maschili (Giove e i Dioscuri) e due protomi equine. Due grossi pilastri inquadravano l’arco e la sovrastante struttura.
 
[253121]
L’ipogeo dei Volumni, a cinque chilometri da Perugia, fu rinvenuto casualmente nel 1840. È una tomba di famiglia interamente scavata nel tufo, databile tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. Vi si accede da una ripida scalinata di 29 gradini che conduce alla porta con architrave e stipi; su quello a destra, un’iscrizione ricorda come “Arunte Larte Volumnio di Arunia pose, dedicò per la salute gli annuali sacrifici”. Dalla porta si accede a un atrio rettangolare con copertura, alta quattro metri, a doppio spiovente in falsi travi e travicelli; nello spazio frontale sulla parete di fondo vi sono due teste applicate ai lati di un grande scudo con emblema di significato solare. Su ogni parete laterale, tra delle banchine, si aprono tre stanzette (cubicola) con altri piccoli ambienti secondari. Il largo portale sulla parete di fondo immette nel tablino, ai cui lati erano due serpenti fittili e sulla volta una Gorgone; qui sono disposte sei urne in travertino degli agiati componenti della famiglia dei Volumni. Quella del capostipite (Arnth Velimnes Aules), insigne magistrato perugino e fondatore del sepolcro, è un vero e proprio monumento sepolcrale: il defunto è rappresentato sdraiato su un triclinio, mentre due figure femminili di demoni alati sono poste a guardia di una porta (indicante forse l’ingresso dell’Ade) dipinta sulla cassa del monumento.
 
[25321]
Situata all’incrocio di quattro vallate, la Val di Chiana, la Val Tiberina, il Casentino e la media valle dell’Arno, Arezzo, citata nelle fonti antiche col nome latino di Arretium, fu una delle più importanti città dell’Etruria settentrionale. Abitata già nel VI secolo a.C., ha avuto un’ininterrotta continuità di vita fino ai nostri giorni.
 
Si suppone che il luogo in cui sorge Arezzo fosse già abitato alla fine del VI secolo a.C. D’altronde esso si trovava sugli itinerari naturali battuti dal movimento di colonizzazione partito dal distretto di Chiusi e volto verso la pianura e padana. Ben poco resta oggi a testimoniare la città etrusca: qualche tratto della cinta muraria in pietra e mattoni, un gruppo di terrecotte architettoniche riferibili ad edifici templari del V secolo a.C. e frammenti di sculture di stile ellenistico probabilmente appartenenti al frontone di un tempio. I tratti della cinta muraria più antica, databile al V secolo a.C., sono costituiti da grandi blocchi di pietra che, insieme a quella più recente del IV-III secolo a.C. in mattoni, segue l’andamento della collina. La necropoli più antica, scavata nel XIX secolo, era ubicata in località di Poggio del Sole; essa comprende tombe a cassa e a fossa che vanno dalla seconda metà del VI al II secolo a.C. Sembra che Arezzo, oltre a essere un importante centro agricolo, sia stato uno dei principali centri industriali dell’Etruria per la lavorazione dei metalli; dalle sue officine uscivano elmi, scudi, armi da getto e strumenti da lavoro, ma anche bronzetti votivi (bovini, ovini, offerenti maschili e femminili, divinità) e statue. Di fattura aretina è la celebre Chimera in bronzo databile ai primi anni del IV secolo a.C.
 
[253211]
La statua di bronzo della chimera, scoperta nel XVI secolo, è una delle opere etrusche più belle e celebrate. La belva, con il corpo leonino, la testa di capra sul dorso e la coda di serpente, è rappresentata ferita dalla lotta contro l’eroe Bellerofonte, secondo l’antico mito. La chimera è in posizione di difesa, ma è pronta all’ultimo assalto con la testa sollevata fieramente verso l’alto, le fauci spalancate e la criniera irta. Sul corpo teso dell’animale affiorano sotto la pelle le costole e le vene turgide; la muscolatura è sapientemente modellata. Contrasta con la feroce aggressività del muso del leone il patetico abbandono della testa della capra, ormai reclinata e morente. La coda è un restauro errato: il serpente non mordeva il corno della capra ma si avventava minacciosamente contro l’avversario. La statua era un dono votivo come dimostra l’iscrizione dedicatoria incisa sulla zampa anteriore destra: tincsvil “al dio Tinia”. Quest’opera, di estrema raffinatezza, coniuga il realismo più aspro alla fantasia, in una ricerca di espressività tipica dell’arte etrusca.
 
[25331]
Le origini dell’etrusca Curtum, al di là del rapporto toponomastico con la greca Crotone, sono fatte risalire da Virgilio a Corythus, padre di Dardano l’edificatore di Troia. L’odierna città occupa lo stesso luogo dell’antica, una collina isolata che domina la Val di Chiana.
 
Dell’antica Curtum rimangono alcuni tratti della cinta muraria, probabilmente risalente all’età ellenistica, che aveva uno sviluppo perimetrale di oltre 2 chilometri; era realizzata in blocchi parallelepipedi rozzamente squadrati di arenaria calcarea, posti in opera a secco nel V secolo a.C. L’acropoli è stata identificata nell’area del Girifalco, alla sommità dell’altura lungo le cui pendici la città si estendeva per 40 ettari. Nelle necropoli poste ai piedi della collina (Camucia, Sodo) si conservano isolati sepolcri a tumulo chiamati in gergo popolare “meloni”. Si tratta di tombe gentilizie a più camere, con tamburo cilindrico, delle dimensioni anche di 60 metri di diametro. Nel 1726 a Cortona venne fondata l’Accademia Etrusca, il più importante centro di ricerche erudite settecentesche sull’Etruria antica. Nel museo dell’Accademia è conservato lo splendido candelabro bronzeo con ricchissima decorazione figurata che attesta una fiorente attività artistica locale nella lavorazione del bronzo attorno alla metà del V secolo a.C.
 
 
A differenza di molti altri centri etruschi, l’abitato di Marzabotto sorse su una piana priva di particolari difese naturali, nella media valle del fiume Reno, a circa 20 chilometri da Bologna. La zona si trovava lungo la via di collegamento che, attraversando l’Appennino, univa l’Etruria settentrionale alla Padania.
 
Nel corso del VI secolo a.C. si formò sulla spianata detta di Pian di Misano un nucleo organizzato (Marzabotto I) con capanne in materiale deperibile collocate senza ordine preciso nell’area sud orientale. L’abitato comprendeva anche una fonderia e una fornace per la produzione di ceramica. Tra il VI e il V secolo a.C., in seguito al movimento di colonizzazione verso nord intrapreso dalle città etrusche – in particolare da Chiusi – l’abitato di Marzabotto fu spostato nella zona nord occidentale del pianoro e organizzato secondo un piano urbanistico preventivo con impianto a scacchiera. L’acropoli si trovava nell’angolo nord-ovest del sito (Misanello) ed era occupata da diversi edifici sacri, da una vasca rituale e da un altare quadrato al cui centro si apriva un pozzo, profondo circa sei metri, indice forse del culto di divinità infere A questo complesso doveva essere connesso un deposito votivo rinvenuto più a valle nel terzo decennio del XIX secolo che rappresenta il più cospicuo nucleo di ex voto (bronzetti di offerenti e parti bronzee del corpo umano) dell’area padana. Le necropoli tornate alla luce a nord e ad est dell’abitato comprendevano tombe individuali sia a incinerazione che a inumazione; i sepolcri erano costituiti da cassoni di lastre, da pozzetti e da fosse. Nella parte iniziale del IV secolo a.C., contemporaneamente alla massima spinta da nord dei popoli celtici già presenti nell’area cisalpina, Marzabotto decadde finché la città venne abbandonata nella seconda metà del III secolo a.C.
 
 
La Marzabotto del VI secolo a.C. rappresenta un documento di eccezionale importanza per la storia dell’urbanistica antica. La città mostra un impianto ortogonale che risulta antecedente agli esempi greci e anche alla formulazione teorica che di essi fece Ippodamo di Mileto nel V secolo a.C. La rete stradale ha larghe vie lastricate che si incrociano ad angolo retto (un cardo di 15 metri di larghezza tagliato da tre decumani), con marciapiedi e canali per la raccolta delle acque piovane. Le abitazioni, in genere ad un solo piano, sono riunite in isolati regolari e presentano suddivisioni interne di tipo diverso. Molte hanno una sola fronte sulla strada ed un cortile interno (atrio) attorno al quale sono disposti vari ambienti. Dalle fondazioni di ciottoli si elevava un alzato di legno e mattoni crudi con elementi in travertino e colonne lignee rivestite di stucco; le coperture fatte con embrici, coppi e talora lucernari recava anche anfisse.
 
 
Chiusi, il cui nome moderno deriva dal latino Clusium, è l’etrusca Clevsin, Sorge su un’altura del sistema collinare che domina la valle del fiume Chiana, allora affluente del Tevere, nella posizione più adatta a controllare le importanti vie di comunicazione dell’interno. Fu potente e famosa lucumonia dell’Etruria settentrionale: un suo re, Porsenna, assalì e probabilmente conquistò Roma nel 509 a.C.
 
L’ininterrotta vita della città di Chiusi sino all’età moderna ha cancellato quasi ogni traccia dell’abitato etrusco che fiorì, tra la fine del VI e il V secolo a.C., in coincidenza con la decadenza delle metropoli costiere. Molte sono invece le necropoli rinvenute sul territorio circostante, che testimoniano l’esistenza di piccoli centri abitati (Chianciano, Cetona, Sarteano, Montepulciano ecc.) gravitanti attorno alla metropoli. Grazie ai vasti territori coltivati a grano che la circondavano, Chiusi godette di grande prosperità e pertanto affiancò all’attività primaria della produzione agricola, quelle artigianali che furono molte e varie. L’aristocrazia locale, raffinata ed aperta ai nuovi messaggi culturali, richiamò a Chiusi, già alla fine del VI secolo a.C., maestranze artistiche (scultori vulcenzi e pittori tarquinesi) e materiali di lusso, a volte eccezionali, come il famoso ‘‘vaso François” proveniente da una tomba ipogea di Dolciano. Caratteristici sono gli ossuari antropomorfi o canopi e i vasi in bucchero con decorazione impressa o a rilievo. Nel III secolo a.C. Chiusi passò sotto il controllo di Roma e nell’82 a.C. Silla vi fondò una colonia per i propri veterani.
 
[253511]
I canopi erano contenitori di forma ovale, di bucchero o di bronzo, nei quali venivano deposte le ceneri del defunto. La loro apparizione risale al VII secolo a.C. e il loro nome deriva da quello dei vasi funerari egizi. Il coperchio aveva aspetto antropomorfo, inizialmente limitato ad alcuni tratti anatomici del volto, riprodotti sommariamente; in un secondo tempo si ebbero raffigurazioni sempre più dettagliate, talvolta con l’aggiunta delle braccia applicate sul corpo del vaso o, come nei canopi femminili, di orecchini ad anello di bronzo o d’oro e, a volte, con la rappresentazione plastica dei seni. Dai canopi di Chiusi derivano le statue in pietra, raffiguranti il defunto, con vano interno per la deposizione delle ceneri.
 
[25361]
La città di Volterra, Velathri in epoca etrusca e Volatarrae quando divenne municipio romano, è situata su un colle di 550 metri da cui domina le valli dell’Era, del Cecina e dell’Elsa, alla confluenza di importanti vie di comunicazione verso il Tirreno e verso la pianura dell’Arno. L’attuale struttura medievale copre solo parzialmente il vastissimo sviluppo urbano raggiunto nell’antichità, quando la cinta muraria etrusca aveva il perimetro di oltre sette chilometri.
 
I primi insediamenti risalgono all’età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) e sono testimoniati da tombe a pozzetto che custodivano in un vaso le ceneri del defunto. Fino al VI secolo a.C. l’entità dell’abitato volterrano fu abbastanza modesto, con una prima cinta muraria di 1270 metri attorno all’acropoli; nel corso della prima metà del V secolo l’area abitativa era di circa 10 ettari, racchiusa in una seconda cerchia di mura lunga circa due chilometri. Questo sviluppo è collegato allo sfruttamento delle risorse minerarie (rame presente sul territorio in vene superficiali) che si aggiunse alla diffusa attività agricola. Nel corso del IV secolo la floridezza e la dimensione di Volterra aumentarono, come dimostra la costruzione di una nuova grandiosa cinta muraria di cui si conservano ancora due grandi accessi: Porta Diana e  Porta all’Arco. Fiorente fu l’artigianato: caratteristiche le stele scolpite arcaiche, i vasi dipinti, le urne cinerarie in alabastro con altorilievi. Le necropoli cittadine di Portone, Badia, Ulimeto, Poggio alle Croci testimoniano un forte incremento della popolazione. Le testimonianza romana più cospicua della città (il teatro di Vallebuona) risale ai primi anni del I secolo d.C.
 
[253611]
La cinta muraria volterrana (la terza dalla fondazione della città) fu costruita nel corso del IV secolo a.C. in blocchi squadrati di pietra locale. Il suo perimetro di 7300 chilometri racchiudeva un’area di 116 ettari, spazio ben più ampio di quello occupato dal successivo abitato medioevale e moderno. Qui, oltre all’abitato in espansione verso le aree già occupate dalle antiche necropoli trovavano rifugio, in caso d’invasione, agli abitanti dei piccoli insediamenti sparsi nel territorio circostante. Si conservano ancora i due grandi accessi di Porta Diana e di Porta all’Arco: prima allacciava il cardo massimo alla via verso la Val d’Elsa e quindi la valle dell’Arno; la seconda, da cui usciva il cardo massimo, si apriva sul versante sud in direzione del mare.
 
[253621]
Sul versante meridionale della cinta muraria del IV secolo a.C. fu aperto originariamente un passaggio con infissi lignei, sostituito nella metà del III secolo a.C. da una porta ad arco. Sulle due fronti della porta si aprono grandi archi di oltre 4 metri, impostati su fianchi formati da blocchi di tufo accuratamente squadrati e connessi a secco; tra essi corre una galleria interna coperta da una volta a botte. Sul fornice esterno sono inserite tre teste in pietra scura, che il tempo ha reso illeggibili ma che forse devono essere identificate con Giove e i Dioscuri.
 
[25371]
Fiesole o Faesulae - al plurale perché si riferiva a numerosi piccoli insediamenti etruschi della zona -  sorge su una collina che reca in vetta due alture con una spianata in sella, e domina la piana di Firenze presso il guado sull’Arno. Qui giungevano i percorsi che partivano da Volterra e da Chiusi e che poi procedevano verso l’Appennino e la Padania.
 
La frequentazione del sito fiesolano è attestata nella tarda età del Rame, ma la prima occupazione del territorio, sull’attuale colle occidentale di San Francesco, risale all’età del Bronzo medio. Il centro urbano vero e proprio nacque nella fase terminale del VII secolo a.C. quando il primo nucleo stanziato sulla collina si estese lungo il versante orientale dell’altura e nella spianata sottostante; tra il IV e III secolo a.C. esso raggiunse anche tutta l’attuale collina orientale di Sant’Apollinare. La rocca era racchiusa in una prima cerchia muraria in blocchi parallelepipedi squadrati, fronteggiata più in basso, sul versante est del colle, da un secondo tratto di mura quasi rettilineo che divideva l’acropoli dalla piana dove sorgeva l’abitato. Esso si accrebbe grazie all’importanza del luogo sulla rotta commerciale da sud e nord e vide la nascita di importanti botteghe ceramiche e di ‘‘pietre fiesolane” (statuette, elementi decorativi, pannelli in bassorilievo, tutti in pietra serena). Attorno alla fine del IV secolo a.C. la città si dotò di un tempio ellenistico situato sul fianco est della collina di San Francesco. Sorgeva su un vasto podio con gradinate di accesso ed aveva sia fondamenta che alzato in pietrame. Al centro della fronte si alzavano due colonne inquadrate dal prolungamento dei muri laterali dell’edificio e recava due vani minori posti ai lati della cella centrale; l’interno era tutto intonacato di rosso. Dagli ex voto ritrovati si suppone che il tempio fosse dedicato a Minerva Medica. Distrutto da un incendio e rimesso in funzione in maniera sommaria, l’edificio venne poi interamente interrato agli inizi del I secolo a.C. e sostituito da un soprastante tempio romano. La necropoli arcaica non è mai stata individuata.
 
[92011]
 
XIII sec. a.C.
-       Arrivo leggendario dei lidi guidati da Tirreno in Etruria.
 
1000 a.C.
-       Età del ferro in Italia.
-       Cultura villanoviana dall’Emilia alla Campania.
-       Immigrazione di popolazioni indoeuropee: latini, stanziati nel Lazio e nella valle del Tevere; osco-umbri o umbro-sabelli (piceni, sabini, sanniti, equi, ernici, volsci) in Umbria, Lazio e Italia meridionale; illiri, tra cui i veneti, nel Veneto; messapi nelle Puglie.
 
900-800 a.C.
-       Processo di formazione della nazione etrusca sull’area villanoviana.
 
814 a.C.
-       Fondazione di Cartagine in Africa.
 
800-550 a.C.
-       Colonizzazione greca delle coste italiche (Magna Grecia) e della Sicilia.
-       Navigazioni etrusche verso il Tirreno meridionale.
-     Talassocrazia etrusca.
 
[92021]
753 a.C.
-       Data tradizionale della fondazione di Roma (21 aprile).
 
750 a.C. ca.
-       Accentuato sviluppo della civiltà villanoviana in Etruria.
-       Differenziazioni sociali ed emergere di una classe egemonica.
-       Fondazione dell’avamposto commerciale greco di Cuma.
 
725 a.C. ca.
-       Primi influssi orientalizzanti nell’Italia tirrenica.
-       Introduzione della scrittura alfabetica (euboica) in Etruria.
 
[92031]
700-650 a.C. ca.
-       Pieno sviluppo della civiltà orientalizzante con riflessi anche nel Lazio.
-       Fioritura della civiltà urbana: prima nell’Etruria meridionale (Caere, Tarquinia, Veio, Vulci, Vetulonia), poi dell’Etruria centrale (Populonia, Roselle, Volsinii, Volterra, Chiusi, Fiesole).
-       Si forma la lega delle dodici città etrusche (Dodecapoli) governate da un re.
650 a.C. ca.
-       Orientalizzante evoluto.
-       Nell’edilizia ha inizio la decorazione architettonica con terrecotte.
 
630 a.C. ca.
-       Fase culminante della talassocrazia e del commercio etrusco.
 
616-578 a.C.
-       Regno di Tarquinio Prisco, quinto re di Roma, che dà inizio alla dinastia etrusca.
 
600 a.C. ca.
-       Fondazione della colonia focese di Massalia (Marsiglia).
 
600-500 a.C.
-       Espansione degli etruschi verso nord nella pianura padana e verso sud nel Lazio e nella Campania.
-     Ripetuti scontri con i greci nel Tirreno meridionale.
 
[92041]
580 a.C. ca.
-       Fioritura di Vulci in Etruria.
 
578-534 a.C.
-       Regno di Servio Tullio (Mastarna), sesto re di Roma.
-       Contese sociali e civili nell’Italia centrale.
 
540 a.C. ca.
-       Alleanza tra fenici e cartaginesi.
-       Battaglia di Alalia (Aleria): vittoria degli etruschi di Caere e dei cartaginesi sui focesi di Corsica.
-       La Corsica cade sotto l’influenza etrusca.
 
540-500 a.C.
-       Le città dell’Etruria settentrionale interna (Volterra, Chiusi, Volsinii) iniziano una vigorosa penetrazione nei territori transalpini della pianura padana.
-       Nascita di Felsina (Bologna).
-       Nascita di Spina.
 
534-509 a.C.
-       Regno di Tarquinio il Superbo, settimo re di Roma.
 
525 a.C.
-       I greci di Cuma sconfiggono gli etruschi.
 
509 a.C.
-       Cacciata da Roma di re Tarquinio il Superbo.
-       Si formano a Roma le istituzioni repubblicane.
-       Espansione di Chiusi: il re Lars Porsenna a Roma.
 
504 a.C.
-       Battaglia di Ariccia: Arunte Porsenna è sconfitto da Aristodemo di Cuma alleato con i latini.
-       Declino dell’egemonia etrusca nel Lazio.
 
[92051]
477 a.C.
-       Guerra tra Roma e gli etruschi di Veio: sconfitta romana sul Cremera.
 
474 a.C.
-       Battaglia navale di Cuma: Gerone di Siracusa sconfigge la flotta etrusca.
-       La potenza etrusca sul mare e in Italia è spezzata.
 
454-453 a.C.
-       Spedizione degli ammiragli siracusani contro i mari e le coste settentrionali dell’Etruria.
-       Fallisce il tentativo dei siracusani di insediarsi nell’isola d’Elba.
 
450-400 a.C.
-       Inizio della penetrazione romana in Etruria.
 
428 ca. a.C.
-       Nuova guerra tra Roma e Veio: vi rimane ucciso il re etrusco Lars Tolumnius.
 
423 a.C.
-       Occupazione di Capua da parte dei sanniti e fine del dominio etrusco in Campania.
 
414 a.C.
-    Gli etruschi partecipano con alcune navi alla                     spedizione di Atene contro Siracusa.
 
[92061]
396 a.C.
-       Presa e distruzione di Veio, dopo 10 anni di assedio, da parte dei romani comandati da M. Furio Camillo.
-       Con la sottomissione di Veio a Roma guadagna in importanza Caere.
 
392 a.C.
-       I siracusani riprendono le loro mire nel Tirreno ai danni delle città etrusche.
 
391 a.C.
-       Conquista romana di Volsinii.
 
390 a.C.
-       I galli senoni assediano Chiusi.
 
387 a.C.
-       Sconfitta dei romani a opera dei galli nella battaglia di Allia.
-       Sacco di Roma.
-       Caere accoglie i profughi romani, i sacerdoti, le vestali e i simboli sacri dell’Urbe saccheggiata dai galli.
 
386-385 a.C.
-       Etruschi, equi, volsci si alleano contro Roma dopo il sacco dei galli.
-       Il contrattacco del console Furio Camillo riduce sotto il dominio romano l’Etruria meridionale.
 
384 a.C.
-       Caere è attaccata da una scorreria di galli.
-       Dionigi di Siracusa fa saccheggiare il santuario etrusco di Pyrgi, porto di Caere.
-       Tarquinia impone la sua supremazia sulla lega etrusca.
-       Tentativo fallito dei siracusani di insediarsi nell’isola d’Elba.
 
358-351
-       Guerra di Tarquinia contro Roma condotta da Aulo Spurinna
-       Aulo Spurinna abbatte il regime monarchico di Caere divenuta filoromana.
 
353 a.C.
-       Caere diventa municipio romano senza diritto di voto ed esce dalla confederazione delle città etrusche.
 
351 a.C.
-       Tregua di 40 anni tra Roma e Tarquinia.
 
350-300 a.C. ca.
-       L’Etruria padana è travolta dai galli.
 
311-308 a.C.
-       Gli etruschi si alleano con i sanniti per combattere Roma.
 
307 a.C.
-       Tarquinia si sottrae alla lotta contro Roma.
-       Tarquinia rinnova con Roma una tregua di 40 anni.
-       Cortona, Arezzo, Perugia si arrendono ai Romani accettando condizioni umilianti.
-       Volsinii e Vulci sono ridotte all’impotenza dai romani.
 
306 a.C.
-       Gli etruschi forniscono un contingente di 18 navi ad Agatocle, tiranno di Siracusa, per la guerra contro Cartagine.
 
306 a.C.
-       Trattato romano-cartaginese: attribuzione dell’Italia a Roma e della Sicilia a Cartagine.
 
302 a.C.
-       Roma interviene ad Arezzo in favore degli aristocratici.
 
[92071]
298-290 a.C.
-       Gli etruschi si coalizzano con sanniti, galli, umbri e sabini contro Roma (terza guerra sannitica).
 
295 a.C.
-       Gli etruschi sono sconfitti dai romani nella battaglia di Arezzo.
-       Il dominio di Roma si estende nell’Italia centrale dal Tirreno all’Adriatico.
 
285 a.C.
-       I galli senoni attaccano Arezzo e sconfiggono i romani accorsi in loro aiuto.
 
283 a.C.
-       Battaglia del lago Vadimone (presso Orte): gli eserciti etruschi, rinforzati da contingenti galli, soccombono ai romani.
-       Conquista romana di Roselle.
 
281 a.C.
-       Vulci e Volsinii si arrendono ai romani.
 
273 a.C.
-       Inizia la fondazione di colonie romane (Cosa, Fregene, Graviscae ecc.) in territorio etrusco.
 
265 a.C.
-       Rivoluzione popolare di Volsinii che è distrutta dai romani.
-       La popolazione di Volsinii viene deportata a Bolsena.
 
246 a.C.
-       I romani occupano la Corsica, antica meta dell’espansionismo etrusco.
 
241 a.C.
-       Distruzione di Falerii e deportazione dei suoi cittadini.
 
225 a.C.
-       Gli etruschi sono sconfitti dai galli presso Chiusi.
-       I romani intervengono in aiuto degli etruschi.
-       I galli sono sconfitti dai romani a Talamone.
 
205 a.C.
-     Le città etrusche equipaggiano la spedizione di              Scipione contro Cartagine.
 
[92081]
 
196 a.C.
-       Rivolta servile in Etruria.
 
123-121 a.C.
-       Proposta della concessione della cittadinanza anche a favore degli alleati italici e morte di Gaio Gracco.
 
 
 
[92091]
91 a.C.
-       Gli etruschi, insieme ai latini e agli umbri, si astengono dalla guerra sociale contro Roma e ottengono la cittadinanza.
-       L’equiparazione dei diritti provoca il crollo dei regimi conservatori e l’avvento al potere dei partiti popolari.
82 a.C.
-       Silla confisca parte del territorio di Chiusi, Arezzo, Fiesole e Volterra per insediarvi i propri veterani come coloni.
 
78 a.C.
-       La morte di Silla provoca il massacro dei coloni sillani (Fiesole).
 
62 a.C.
-       Le città etrusche appoggiano il tentativo di insurrezione antisenatoria di Catilina.
-       Sconfitta di Catilina a Pistoia.
 
42 a.C.
-       Perugia, dove si sono rifugiati i partigiani di Marco Antonio, viene assediata e distrutta da Ottaviano.
 
27 a.C.
-       Con la riforma territoriale di Augusto l’Etruria diventa la VII Regione dell’Italia romana.

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Tratto da:
 
La via ferrata per il trasporto delle barche tra Tornavento e Sesto calende.
 
Tempo, vicende, vestigia
 
 
di Guido Candiani
 
 
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Archivi e Bibliografia:
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Le vie di comunicazione e le strade del capoluogo e delle frazioni.
LE ANTICHE STRADE DEL CAPOLUOGO
LA NOSTRA BRUGHIERA
LA BONIFICA DELLA BRUGHIERA
COAREZZA: origini E STORIA
LA FRAZIONE MADDALENA: ORIGINE E STORIA
LA FRAZIONE CASE NUOVE: ORIGINE E STORIA
LA BRUGHIERA DELLA GRADENASCA E LA CASCINA MALPENSA
L'ARCHEOLOGIA NEL TERRITORIO DELLA MALPENSA.
LA NAVIGAZIONE
NOTE:
DA TROVARE:
Lista delle diapositive relative al racconto:
Da Tornavento alle cave di ghiaia
Dalle Cave di ghiaia a San Rocco
Da S. Rocco a Lavandai
Dalla cascina LAVANDAI a Gruppetti
Da Gruppetti a Golasecca
Cartine geografiche
 
 
 
Chi pratica le brughiere tra Somma e Tornavento ( Brughiera di Casorate), o quelle più lontane tra Sesona e Golasecca (S. Caterina, Garzonera, Costa Cimasco), conosce le espressioni "ponte delle barche" "ferrovia delle barche".
In zone alte sul Ticino, su una terrazza arida e mai percorsa da acque navigabili neppure nel passato, queste espressioni non mancano di stupire.
E invece i ponti, talvolta rovinati, o sguarra' (secondo l'impietoso dialetto di queste zone), le massicciate imponenti, gli scavi in trincea semisepolti dal brugo Brugo: Potrebbe essere ERICA ( Calluna vulgaris) ovvero: Brugo - Grecchia - Scopa meschina - Scopetta - Bru' - Desloda - Ausolada - Brola - Scopiglio - Brusciarello - Galencia.Famiglia delle Ericacee. ( pag. 139 di segreti e virtu'delle piante medicinali)
 
) rimangono a testimoniare l'impegno, la fatica, le finali delusioni di chi ha realizzato l'opera di cui parliamo.
 
Si era attorno al 1850: nei paesi della brughiera la miseria regnava sovrana. Il terreno arido e acido non permetteva di coltivare se non segale, miglio e una stenta meliga Meliga: Mais (Zea mays ovvero: Granoturco - frumentone - Melega).Pianta da vedere
). Le campagne dei grandi proprietari, Visconti (al Nord), Parravicino (da Tornavento a Lonate Pozzolo) Parravicino:), Castelbarco Castelbarco:), erano date a colonia, con pagamento in prodotti per il terreno, (tante staia di segale o miglio per pertica) e fitto in contanti per le abitazioni rustiche. Inoltre, secondo l'uso antico, i padroni richiedevano ai coloni piccoli pendizi, a pagamento degli orti, ed alcune corvees: giornate a spaccare legna, carreggi per conto del padrone, braccia di fosso da scavare.
 
La foglia del gelso era riservata al padrone. Se il colono allevava i bachi, il prodotto in bozzoli si divideva a metà, come pure a metà la spesa per le uova dei bachi. Tutto il lavoro della raccolta della foglia e dell'allevamento, nonchè alcune piccole spese accessorie (legna per il riscaldamento, olio per il lume, carta per i graticci, brugo per il bosco entro cui i bachi avrebbero filato i bozzoli), erano a carico del colono.
Le uve, coltivate con un certo successo sui terreni in costa, erano pure a mezzadria, e a metà la spesa per la paleria; tini, botti e torchio a carico del padrone .
Al tempo da noi considerato, tuttavia, la vite non dava frutto "causa l'imperante malattia", l'oidio, comparso nel 1850, cui poco più tardi si sarebbe aggiunta la peronospora Peronospora: ).
Così da una relazione di stima del 1856, relativa alla grande proprietà dei Parravicino a Tornavento e Lonate Pozzolo, 2.907 pertiche di aratorio, bosco, brughiere e coste.
Anche per l'aratorio tuttavia la produttività era bassa, ed infatti le 2.900 pertiche di Tornavento e Lonate, comprese le case coloniche afferenti, erano valutate in ragione di 130 lire per pertica, mentre un'analoga proprietà dei Parravicino in Brianza, pure non irrigua, era valutata nella stessa stima oltre il doppio, 280 lire per pertica. Lire austriache, si intende: per un raffronto, per quanto difficile, si può, considerare un rapporto di 1 a 5.000 con la lira attuale, ma il rapporto non è certo applicabile a tutti gli aspetti della vita: basti ricordare che la mercede giornaliera per un uomo era di 1 lira.
Il colono di Tornavento e Lonate concorreva al pagamento delle pubbliche imposte versando 80 centesimi annui per pertica di coltivo; inoltre ulteriori appendizi per totali annui 34 centesimi austriaci per pertica. Il colono pagava inoltre il "testatico" (imposta pubblica un tanto a persona), o "capitazione" (Tributo - tassa personale proporzionale al reddito), la tassa personale , di lire 7,50 all'anno, dovuta da tutti gli uomini dai 14 ai 60 anni "che non si siano resi defunti entro il 30 aprile dell'anno".
 
Difficile che la famiglia potesse giungere a riscattare il "livello", cioè acquistare il terreno dal proprietario: la valutazione del valore capitale era fatta a misura dell'art. 306 Codice Civile Austriaco e 263 del Regolamento Generale del Processo Civile, secondo cui l'affitto in denaro rappresentava il 5% del valore capitale. Per gli affitti a staia di miglio e segale si considerava il valore medio della mista miglio/segale e si ricostruiva il valore del terreno, sempre con la regola del 5%. Lo staio nelle nostre zone conteneva circa 16 litri, ovvero 12 Kg. di segale oppure 11Kg. di miglio. ( staia facevano un moggio. Un moggio di segale 20 lire austriache, un moggio di miglio 15; oggi il rapporto di valore e' invertito. )
Così quando nel '74, per far fronte al Prestito Nazionale, il Comune di Somma si vide costretto ad affrancare i suoi diretti domini, tanto a denaro che a miglio, ben pochi livellari poterono riscattare i terreni in affitto, e il Comune dovette ricorrere ad una posta straordinaria sull'estimo.
 
Non abbiamo immagini, se non idealizzate e quindi lontane dalla realtà, dei contadini del tempo e dei loro costumi. Le donne, anche al giorno di festa, portavano ben pochi ornamenti: l'oro della vera, raccolto pagliuzza per pagliuzza nella sabbia del Ticino dal fidanzato, secondo una bella usanza tramontata nell'ultimo dopoguerra, e l'argento degli spontoni, che anche qui, e non solo in Brianza fermavano le lunghe trecce avvolte sopra la nuca.
Così le vide Theophile Gautier al mercato di Sesto nel maggio del 1850: "i capelli lisci e attorti sulla nuca sono trafitti da trenta o quaranta spilli di argento disposti come un'aureola sulla testa. Uno spillone con due grandi olive d'argento completa l'acconciatura".
Questi spilli costeranno certo, ma son portati da povere donne e ragazze con la gonna a brandelli e i piedi nudi e polverosi.
Moltissime donne avevano il gozzo, come nel Vallese. Della sporcizia, del puzzo che avvolgeva i paesi diremo più tardi, sempre sulla scorta delle notazioni di viaggio degli stranieri.
Le comunicazioni, come noto, erano difficili, caro viaggiare per le poste (sebbene Maria Teresa avesse una settantina d'anni prima ridotto d'imperio la tariffa di ogni posta, nella proporzione da 10 a 7,50), caro passare il Ticino coi "porti", traghetti costituiti  da due barconi, collegati da una piattaforma in legno, affidati ad un cavo che attraversava il fiume.
Così sul "porto", messo in opera a Coarezza Coarezza: ), "transitabile dall'Ave Maria del mattino all'Ave Maria della sera", secondo tre livelli di riferimento dell'acqua del fiume, un uomo a piedi "anche con fagotto", pagava 11, 20, 30 centesimi (ovvero, per il livello massimo, il terzo della sua paga giornaliera), un uomo a cavallo, "anche con fagotto", 15, 32, 60 centesimi, un carro scarico 35 70, 140 centesimi, un carro carico 50, 100, 175 centesimi.
Di qui, per inciso, la domanda dei borghigiani di Somma che almeno i pedoni pagassero una sola volta il pedaggio,considerato come fosse "ordinario ritornare per il porto medesimo al proprio focolare", domanda respinta dall'Amministrazione di Varallo Pombia, appaltatrice del pedaggio.
Ancora, tra i cento documenti che testimoniano la miseria del tempo, il decreto del settembre del 1851 con cui l'Imperial Regio Governo, Generale e Militare, decretava che "il pane di farina di castagne, essendo di qualità inferiore al pane misto", ne avrebbe seguito la misura dal dazio.
 
Nelle città il prezzo del pane per la settimana successiva era stabilito ed esposto ogni domenica, con relazione alla media dei prezzi raggiunti dai cereali il sabato, unico giorno in cui si potevano trattare i grani.
Beninteso il pane di "meta", nei vari tipi ammessi, pane di frumento, pane di frumentata (frumento e segale in  pari misura), pane misto al terzo (un terzo di segale, un terzo di miglio, un terzo di mais), pane giallo (7/8 di mais, 1/8 di segale).
Beninteso il pane di "metà", era per i poveri la grande maggioranza. Per i signori si confezionava il "pane d'arbitrio", ma uno stesso fornaio non poteva confezionare e vendere insieme pane di metà e pane d'arbitrio.
I contadini delle nostre zone preparavano invece il loro pane ogni quindici giorni, con farina di mais e poca farina di segale, in grandi forme (sino a 4 Kg.), per risparmiare legna. Scarso di glutine, questo pane lievitava male, cuoceva peggio, e presto inacidiva, promessa di pellagra.
Oltre 100,000 i pellagrosi in Italia, al tempo che consideriamo: "i più infelici di tutti, che la malattia assale ad un tempo il corpo,che condanna ai più atroci dolori, e lo spirito, privando non di rado dell'intelletto, il misero che ne è colpito".
Inoltre, a completare il quadro, nel 1854, come già nel '36, come ricorrente in seguito a intervalli di circa 10 anni sino alla fine del secolo, il colera Colera: ).
Cholera morbus asiatico, o mordèchi, endemico da sempre sulle rive del Gange, ma sconosciuto in Italia sino al 1835.
 
Nel 1817 il colera aveva iniziato a interessare zone nuove, in tredici anni aveva raggiunto il Caspio. Di qui, risalendo il Volga, era penetrato rapidamente sino al cuore della Russia, senza incontrare difese, anche perchè le Commissioni Mediche Imperiali avevano giudicato che non si trattasse di un male epidemico Saratow, Kazan, Novgorod; il 13 settembre 1830 la prima "orrenda comparsa" a Mosca.
In Italia il colera arrivò, cinque anni più tardi, alla fine dell'estate del 1835, contemporaneamente a Genova e nel comune di S. Nicolò della Fraterna, in provincia di Venezia. A Milano il primo caso fu registrato il 17 aprile 1836 all'albergo della Passerella, nella persona di Giacomo Calvi, proveniente da Bergamo, dove il morbo già infuriava.
Nel '36, in tutta la penisola i colpiti furono duecentomila, e centomila i morti; nel '54 quasi esattamente le stesse cifre.
Nelle zone rivierasche del Ticino il colera del '54 giunse portato da viaggiatori Genovesi. A Sesto Calende in infuriò dal 14 agosto al 17 novembre, malgrado venissero applicate le norme del Regolamento Imperial Regio del 25 ottobre 1835, con  sequestro e distruzione dei generi alimentari sospetti, rigore nelle norme igieniche, rimozione delle immondizie dalle strade, dalle case, dalle chiese, eliminazione delle latrine scoperte, rigida applicazione delle leggi di Pubblica sicurezza sull'accattonaggio, reperimento di lavori pubblici per disoccupati.
Le autorità religiose intervennero abolendo il digiuno e riducendo al minimo la  durata delle funzioni. I colpiti si raccomandarono ai santi Pietro e Paolo, i sani invocavano la beata Michelina da Pesaro, protettrice dal contagio. A Lecco si fece pubblico voto di non ballare per venti anni.
A Sesto il colera del '54 si ebbero solo 47 morti, su un censimento di 2500 anime. Di questi morti, 35 erano di famiglia contadina, 5 possidenti, 3 osti, 3 mugnai. Inoltre un soldato austriaco, Leopoldo Spitzberg, a Sesto per manovre autunnali.
 
I decessi rappresentarono il 19% dei colpiti (contro il 63% di Milano) in ragione particolarmente delle cure e della pozione del dottore fisico Giuseppe Mazza Giuseppe Mazza: Medico condotto. ), medico condotto, premiato poi con una gratificazione di 400 lire austriache, contro un compenso annuo di L. 1.090,50 (ricordiamo che il maestro elementare riceveva annualmente 495 lire austriache).
La cura consisteva principalmente nel tenere ben caldo l'ammalato, effettuare fregagioni con spirito di bacche di ginepro a braccia, gambe, tronco, e somministrare la pozione attiva e piacevole del dottor Mazza stesso: limone, acqua di cedro, laudano liquido, gomma arabica, sciroppo di corteccia di arancio.
Per ovviare al singhiozzo, ghiaccio (dalle ghiacciaie dove veniva riposto il ghiaccio d'inverno) e polverine: bicarbonato e sottonitrato di bismuto.
Altrove si consigliava Ia terna ghiaccio, oppio, china, oppure la polpa di tamarindo, le bevande acide, l'ipecaquana Ipecaquana: ) con l'oppio. Ancora, senapismi di cantaride Senapismi di cantaride: Cataplasma revulsivo fatto di farina di senapa, aceto ecc. ;Cantaricde: CANTHA-RIS-IDIS - Scarabeo . Insetto dell'ordine dei coleotteri, di color vere dorato e lucente: contiene un umore forte e acre che essicato diviene una polvere irritante ad alto grado e ha proprieta' afrodisiache. Si 8usa estremamente sotto forma di tintura e di vescicatori.
), o di cenere calda, o di rafano Rafano rusticano: Nasturtium armoracia fries - ovvero: barbaforte, cren, erba da scorbuto. della famiglia delle Crucifere.Originario della Russia meridionale europea e dell'Asia occidentale, il rafano si diffuse in tutta l'Europa, verosimilmente, nel XVI secolo. E' un condimento molto forte, attualmente coltivato, in occidente, solo nelle regioni settentrionali. La radice e' lunga e carnosa, spessa, giallo-grigiastra, e contiene in abbondanza un glucosideo solforante, identico a quello della senape e che gli conferiscer proprieta' analoghe. Il rafano e' tassativamente controindicato per coloro che soffrono di irritazione dell'apparato digerente, per le persone nervose e per le donne incinte.
) rusticano e a aglio pestato. Ai bambini si applicavano sanguisughe alle tempie, agli adulti dodici o quattordici sanguisughe all'ano.
Il morbo infuriò in tutti i nostri paesi, tranne Varese; poi si spense, ed è triste e significativo insieme leggere nell'archivio di Somma la convocazione, tre anni più tardi, per la vendita all'asta dei beni dei colerosi, a ricordare il valore che allora veniva attribuito a qualsiasi oggetto, per quanto usato e meschino: una veste da donna, un "ciffone", un cappello di feltro, e così via per un doloroso rosario di misere cose, segnate dalla pestilenza.
 
In questo quadro di miserie merita invece ricordate il bosco, residuo ancora imponente del bosco storico, di querce e olmi, ove era stato immesso il pino, e che aveva appena cominciato a conoscere la robinia Robinia: Robinia pseudacacia. ovvero: Acacia, falsa acacia, spina di Noussignor, parasol, agaz, marugon. La robinia e' una pianta originaria dell'Amewrica settentrionale e centrale. La sua diffusione in Europa avvenne nel secolo XVII quando jean Robin, ervorista di Enrico IV di France, ricevette dall'america un seme di questa specie e lo pianto'. Linneo battezzo' l'albero con il cognome di Robin. Questa specie rimase sconosciuta in Italia sino al secolo XVIII; per la vigorosa vewgetazione e l'adattamento a molteplici condizioni climatiche divenne, pi, specie infestante dei boschi di latifoglie decidue. predilige terreno sciolto e ben drenato e, per il suo sviluppatissimo apparato radicale, si impega nei lavori di consolidamento di scarpate. I fiori, ricchi di nettare, sono invasi dalle api all'epoca della fioritura; il miele di acacia e' ottimo.Con i fiori della robinia si posson0o preparare delizione frittelle, sciroppi, una gradevole acqua profumata da bagno; si ottiene un vino tonico mettendo a macerare 15-20 gr. di fiori in 1 litro di vino rosso. non si devono udsare ne' semi ne' la corteccia; le radici sono dolci ma sono tossiche. Identificazione: da 10 a 30 metri. Albero, tronco grossolano, che si ramifica abbastanza in basso, branche distese, corteccia profondamente screpolata, rami lisci; foglie grandi, imparipennate con 9-25 foglioline, intere, molli, con stipole trasformate in due spine tra le quali si dissimula la gemma; fiori bianchi ( maggio-giugno), in grappoli pendenti, calice a 5 denti, foglia papilionacea; legume bruno, pendulo, glabro, con 10-12 semi duri; radicivigorose, sctriscianti, con numerosi polloni, dotate di nodosita'. odore penetrante, aromatico; sapore dolce.
) importata in Europa dall'America da Robin, botanico del re di Francia, alla fine del '600; pianta meritoria per la fascina, con cui si sbiancava di calore la volta del forno del pane, per il legno, idoneo a farne carri ed attrezzi, per la brace duratura, per il nettare prestato alle api; pianta però troppo vitale rispetto alle nostre antiche essenze, presto spodestate.
 
A metà dell'Ottocento il bosco era vitale e produttivo, solcato da mille sentieri, testimoni del peregrinare operoso di chi raccoglieva ghiande, castagne, legna o falciava la lisca per farne strame, scongiurando per sopramercato gli incendi.
 
E' noto d'altronde che il bosco della valle del Ticino era anticamente famoso luogo di caccia dei signori di Milano. una foresta di Fontainbleu nostrana. Dal diario di Cicco Simonetta Cicco Simonetta:apprendiamo per esempio che ai primi di novembre del 1474, "Uscito Galeazzo Maria [Sforza] da Lonate Pozoldo e recatosi sulla strada per Varese per uxellare, prese un orso grandissimo due camozi".
 
Sempre dal diario di Cicco Simonetta apprendiamo che alle battute venivano chiamati a forza tutti gli uomini dai 10 ai 60 anni della zona: "si troveranno gli uomini di Turbigo, Castano, Busto Arsizio, Lonate, Oleggio, Bellinzago, Cameri, ante l'alba del 22 novembre [1474] alla costa di Bornago Bornago: )  con attrezzi da battitore, con penalità di un ducato per gli assenti, garanti i podestà delle pievi". Una battuta con forse 4.000 battitori.
Naturalmente venivano perseguiti i cacciatori di frodo: "chi insidierà caprioli, cervi, porci, con lazate, istrumenti, cani o altra maniera avrà confiscati tutti i suoi beni, se inabile, squassi 10 di corda e sarà bandegato dal nostro terreno" [1483].
Che dire dei lupi che in due soli anni, ai primi del '700, uccisero 50 persone nel mandamento di Varese?.
 
Il flagello dei lupi si faceva particolarmente sentire dopo le guerre o le carestie, quando gli abitanti erano "così secchi di fame che era uno stremizio a vederli". Allora nelle campagne erravano numerosi lupi e "s'ardiva andare attorno solo di brigata, tanto i lupi facevano male in ammazzare putini e femmine".
 
Questa dunque era la vita nei borghi, nelle campagne, boschi attorno al Ticino, frequentati oggi, i boschi solo da selvaggina lanciata e dalle volpi, e navi e acque del fiume solo delle canoe degli sportivi in luogo delle grandi "barche da commercio" di allora.
 
Tutti conoscono invece l'importanza della navigazione sul Ticino sino dai tempi più antichi. Riferendoci soltanto a tempi prossimi consideriamo come si navigava, a cavallo tra il '700 e l'800, e cosa si trasportava.
Dal lago Maggiore e dal suo bacino scendevano legname d'opera e da ardere, pietre da costruzione, calce, ciottoli di quarzo per farne vetro, merci d'oltremonte che dal Gottardo e S. Bernardino arrivavano a Locarno, o, dopo il 1515, crollato a Bellinzona il ponte sul Ticino, a Magadino .
 
Inoltre importanti derrate  alimentari, in buona parte convogliate a Milano tramite il Naviglio: castagne, noci, pesce e, come risulta da un documento della fine del '700, annualmente "57.000 brente di vino, 2.000 vitelli, 5.000 capretti, 2.000 bovini detti gnuchetti, 135.000 libbre di formaggio d'oltre il Gottardo, butirro 47.000 libbre, gerli di carbone 87.000, e le pietre di detto fiume si conducono nelle barche a Venetia per fabbricare con esse quei vetri di cristallo che sono tanto lucidi".
 
I ciottoli di quarzo, cogoli, venivano raccolti nel letto del fiume sino a pochi anni or sono; la prima notizia scritta che ne abbiamo è del 1150, in un documento di Guidone Visconti Guidone Visconti).
Quattrocento anni più tardi, attorno alla metà del '500, un contratto parla di "530 miliara di cogoli al prezzo di lire 8,13 per ogni miliara  resi alla ripa del Ticino a Pavia, che il Crollalanza Gerolamo farà caricare a sue spese sulle navi per portarle a Venetia, con regalia di due casse di bicchieri da gentilhuomo, due caratelli di vino malvasia, sessantadue libbre di zucchero fino, cera veneziana per lire dodici, pepe per lire dodici, spezierie fine di pistacchi per lire venticinque Regalie raffinate, che fanno pensare alla bella vita che i ciottoli raccolti dai nostri antenati propiziavano a chi li commerciava.
 
Le merci che risalivano il Po e il Ticino, ed infine il lago Maggiore, erano necessariamente molto inferiori per quantità, trattandosi di rimorchiare le barche controcorrente: granaglie, ferro grezzo, e soprattutto sale (che in buona parte veniva raffinato a Locarno). In relazione, lungo il Ticino, in tutti i paesi dotati di luoghi di sosta e ricovero per i barconi e i cavalli fioriva da sempre il contrabbando del sale, represso con ferocia pari alla protervia dei contrabbandieri.
Egual ferocia attendeva del resto i ladroni di strada.
Un tale abate Richard, soffermatosi a visitare il lago e le isole Borromeo, uscendo da Sesto sulla strada per Milano si dispiaceva dello spettacolo offerto dalle teste dei ladroni esposte su pali, atroce monito agli emuli: "quantità de testes d'hommes qui sont exposees, d'espace en espace, sur des poteaux".
Sul lago le merci viaggiavano anche di domenica, contrariamente a quanto avveniva per il Naviglio. Erano trasportate su grandi "barche di commercio", con vela quadra altissima e stretta, a ferzi verticali, talvolta colorati. Alcune barche erano armate con due alberi, il primo più alto.
I venti principali cui ci si affidava erano chiamati "Inverna", il sud ovest, "Mergozzo", il ponente, "Vento o Maggiore", la tramontana, "Vento Bergamasco" per analogia col lago di Como, lo scirocco, "che soffia di rado".
 
La difficoltà a stringere il vento con la vela quadra rendeva lunghissimo il bordeggio, mentre il regime dei venti, particolarmente in estate, rendeva pigrissimo il veleggiare; a meno che il "Valmaggino", o qualche improvviso vento temporalesco non alzasse il lago, e allora erano dolori, bestemmie, liti selvagge fra i barcaioli. Così almeno ci riferiscono alcuni viaggiatori  stranieri del tempo, già scandalizzati dalla "sporcizia indicibile,, dell'osteria di Magadino, dal puzzo dei paesi, dalla folla di straccioni che accoglieva i viaggiatori in tutti gli approdi del lago, richiedendo con insistenza, per umili servigi, la "bona mano".
 
"Bona mano, bona mano, sont les seuls mots jusq'a present que j'ai entendu dans l'Italie". Così il citoyen  Cambry, prefetto dell'Oise, coinvolto anche lui in una  burrasca del lago, durante la quale, nella discordia  del barcaioli, aveva preso il timone, e portato, da buon  bretone, la barca in salvo.
 
E nella stagione di poco vento? Quando non sovviene il vento le merci vengono trasferite su barche minori e si spendono alcuni giorni per far loro trascorrere il lago a forza di remi.
 
Così si navigava al periodo considerato, come da secoli, anche se dal 15 febbraio 1826, per iniziativa del console americano in Francia, Edward Church, aveva iniziato a solcare le acque del lago, il battello a vapore per passeggeri "Verbano", dotato comunque di una grande vela quadra e di un fiocco, costruito a Locarno per un costo equivalente a 50.000 lire austriache; e 60.000 lire austriache era costata la macchina a vapore,  costruita a Birmingham.
 
Una atmosfera la pressione, 300 Kg. all'ora di legna  di faggio o quercia il consumo. Quanti boschi si saranno abbattuti per alimentarne il focolare!
Due viaggi al  giorno:  Magadino-Sesto, Sesto Magadino, toccando tre stati svizzero, sardo, lombardo-veneto.
E una bòsinada diceva:
      In sta barca gh'è poeu dent
      tutt i comod per la gent.
      El gh'è di sal, di gabinet,
      gh'è fin dent di stanz de let,
      e chi voeur fa un marendin
      e chi voeur po bev el tè.
 
Ma dimentichiamo i viaggi felici dei sciòri amanti del progresso e dei pellegrini alla Madonna del Sasso e  ritorniamo ai trasporti delle cose.
 
La merce che al termine del solitamente pigro veleggiare giungeva a Sesto Calende veniva caricata su barche idonee a scendere il Ticino, distinte in cagnone, lunghe 24 metri, larghe 4,76, generalmente munite di un casotto coperto, con portata di 34.000 Kg e immersione di m 0,78, borcielli pure lunghi 24 metri, ma larghi m. 4,56, capaci di 30.000 Kg. di carico con immersione di poco inferiore , poi cormane, più piccole, barche corriere, capaci di 60 persone e piccole merci, cavrioli, normalmente usati per riportare a Milano, a Pavia o a Pontelagoscuro Pontelagoscuro:) cavalli e garzoni che avevano trascinato contro corrente le barche col piccolo carico ascendente.
 
Va ricordato che il Ticino ed i navigli veniva percorsi anche da zattere di legname d'opera, condotte da vari navalestri zattere che sul Ticino erano dette "foderi" o "ceppate", mentre sul lago di Como e sull'Adda erano chiamate floss, con termine austriaco.
"Le barche che scendono il Ticino sono indispensabilmente munite di un timone a pala e lungo albero, onde superare in ogni istante e con poderoso braccio di leva la forza della corrente per governarle sui luoghi di maggior pericolo". Altri timoni minori, piazzati su diversi punti del bordo, venivano operati contemporaneamente da altri barcaioli. I barcaioli, del resto, erano sempre almeno quattro "nella critica discesa".
La veniva affidata a Sesto dal proprietario ad una guida detta "parone", normalmente di Castelletto Ticino Castelletto Ticino), ove esisteva appunto una "università" o "Corporazione", di tali paroni. Il parone guidava la barca lungo le rapide o "ramme", o "rabbie", del Ticino da Sesto a Tornavento, distinte ciascuna con un nome: il "Panperduto", Trovare e fotografare tutte le rapide) ,la "Miorina",il "Legura", la "Lanca", la "Monga" "Cavalazza" l'"Asnino", il "Ramm".
 
In questo tratto (da Sesto a Tornavento) le barche, così guidate, "discendono in novanta minuti, a guisa di locomotive, con una spaventevole velocità".
Si lasciava sempre trascorrere un tempo determinato fra la partenza di una barca e la partenza della successiva, perchè non vi fosse pericolo che una barca raggiungesse la precedente, con rischi gravissimi. Inoltre, già dai tempi di Galeazzo Sforza, ci si preoccupava di "far fendere i sassi che sono di impedimento  alla navigazione".
 
D'altro canto, nel caso di incidente e conseguente perdita della barca e mercanzia, la procedura era semplice: "il parone cui fonda o perisce una o più barche con il carico ne riporta dalla più vicina autorità locale un attestato comprovante l'avvenuto infortunio, in vista del quale è esonerato da qualunque indennizzo".
 
Superate le "rabbie", e giunta la barca sotto Tornavento, lasciando lo sperone a sinistra si imboccava la "Bocca di Pavia" Bocca di Pavia: ) da cui si proseguiva la navigazione del Ticino; lasciando invece lo sperone a destra, si imboccava il Naviglio. Qui il parone saltava a terra e tornava a piedi a Sesto Calende, mentre un secondo parone reggeva la barca sino al disotto di Robecco (dove l'acqua del Naviglio perde ogni velocità). Da Robecco un terzo parone la reggeva sino a Milano, dove veniva consegnata al "parone del fosso", che la conduceva in ripa al Naviglio interno, a S. Eustorgio, per riportarla poi vuota alla darsena dove l'aveva presa carica Il mercante affidava allora la barca ad un "fattore", dotato di cavalli e garzoni, perchè la riportasse a Tornavento, mentre egli stesso ritornava normalmente al lago per via di terra o con una barca corriera.
Il fattore combinava le "cobbie", cioè il treno di sei, otto barche, trainate da  dieci-dodici cavalli, guidati ciascuno da un garzone, e, sotto la guida del fattore stesso e di un sottofattore o fattore di terra il traino risaliva sino a Tornavento. Di li cavalli e garzoni, "dopo breve riposo", tornavano a Milano o Pavia con un cavriolo.
I tempi impiegati nella navigazione variavano, ovviamente, con il variare del livello e della velocità dell'acqua del fiume. In caso di scarsità d'acqua si ricorreva alla "lèvia", cioè le barche veniva alleggerite; in occasione delle piene il traffico veniva sospeso.
E di piene il Ticino ne conobbe di straordinarie. Per citarne solo alcune, nel settembre del 1177, appena costruito il primo tratto del Naviglio (allora precipuamente inteso come canale di irrigazione), "fuit diluviuon quo majus non fuit a diebus Noè"
Il Ticino cambiò letto e le opere di presa del Naviglio vennero distrutte con spese gravosissime per il ripristino.
 
Ancora nel 1585 una piena straordinaria rovinò, le opere di presidio, lasciando in asciutta tanto il Naviglio quanto la "Bocca di Pavia", da cui proseguiva la navigazione sul Ticino.
 
Sospese le comunicazioni, fermi i mulini, inariditi i canali di irrigazione, il magistrato delle acque dopo febbrili e diplomatiche trattative con una schiera di tecnici, dei quali ognuno proponeva una soluzione diversa, affidò all'ing. Meda la stesura di un progetto e l'immediata realizzazione dei lavori con cui si dette forma all'attuale incile del Naviglio, arricchito in questa occasione di molta acqua alzando la soglia della "Bocca di Pavia".
 
 
Ancora una terribile piena nel 1755 e poi quella memorabile del 1868 quando "il muggito del fiume e il crosciare delle frane che si staccavano dalle alte ripe udivasi sino a Somma. Chi visitò Sesto rammenterà con raccapriccio i lamenti che mandavano le crollanti case quelli che, ritrosi dapprima ad abbandonare la roba loro, deploravano troppo tardi di dover colla roba abbandonare anche la vita". Così la prosa del Melzi.
 
Riferendoci quindi ad "acqua mezzana", ecco i tempi medi di navigazione delle barche cosiddette di commercio. Da Sesto a Pavia si impiegavano da sette ore a una giornata, e cinque giorni da Pavia a Pontelagoscuro. Rimontando, da Pontelagoscuro a Pavia, con poco carico, da 20 a 25 giorni. Solo in viaggi felicissimi d'estate 18 giorni Da Pavia al lago Maggiore lungo il Ticino da venti a trenta giorni, con barche accoppiate vuote o con piccolo carico.
Per quanto riguarda invece la navigazione verso Milano: da Sesto a Tornavento si impiegavano novanta minuti (toccando sulle rapide le venti miglia all'ora), da Tornavento a Milano 8-9 ore. Al ritorno, da Milano a Tornavento, prima della costruzione della strada alzaia lungo il Naviglio (1824-1844), si impiegavano quindici giorni con 25 cavalli e altrettanti garzoni per un convoglio di cinque sei barche. A seguito della costruzione dell'alzaia solo tre giorni e la metà dei cavalli.
Da Tornavento a Sesto, per sole 18 miglia, ma vincendo le rapide già ricordate, si impiegavano da una a due settimane dovendosi staccare le barche per farle avanzare ad una ad una, spesso portando parte dei cavalli sulla sponda opposta del fiume, per combinare in modo opportuno la trazione.
 
Ecco quindi che, dopo la costruzione dell'alzaia, considerando come su un tempo totale medio di navigazione per il viaggio Sesto-Milano-Sesto di meno di dodici giorni, oltre la metà venivano spesi per risalire le rapide da Tornavento a Sesto, sorse ad uno studioso di trasporti (ed il nome sarà una sorpresa per molti) l'idea di realizzare tra Tornavento e Sesto una ferrovia per il rimorchio delle barche per via terra.
Le barche estratte dall'acqua a Tornavento e poste su grandi carri di tipo ferroviario a 8 ruote sarebbero state trainate da cavalli su una via ferrata attraverso le brughiere e reimmesse in acqua a Sesto.
 
Il numero delle barche da trasportarsi annualmente sarebbe stato di 5.000 cagnone, 1.400 burchielli e 300 barche minori. Il numero dei cavalli previsto 100, e circa 100 gli uomini, il fatturato annuo previsto  364.000 lire austriache, oltre un miliardo e mezzo di lire attuali.
 
Ideatore dell'impresa, estensore del progetto iniziale  e poi grande patrocinatore della realizzazione presso autorità e privati fu Carlo Cattaneo Carlo Cattaneo.), futura guida delle  cinque giornate di Milano, che già si era occupato, e ancora si sarebbe occupato in futuro, di altri e più importanti progetti di ferrovie, miniere, irrigazioni, bonifiche, progetti quasi tutti votati a rapido fallimento.
 
Per dare forma al progetto della ferrovia delle barche Cattaneo costituì nel 1844 una società con un certo Frattini, suo intimo amico e futuro compagno di barricate e con Francesco Besozzi, agente della contessa Belgioioso, nata Parravicino, dei grandi proprietari di Tornavento. In seguito si aggiunsero nuovi soci: Carlo Vismara di Vergiate Trovare la documentazione); Bigio Viganotti Trovare la documentazione), futuro sindaco di Sesto Calende e grosso proprietario di barche, e altri.
La società ebbe inizi difficili. Il Governo era incerto se concedere la patente di costruzione della "ferrata". Fu necessario far entrare per un sesto nella società (scrittura privata 27 maggio '47) il ginevrino Giacomo Mirabaud, banchiere internazionale, patron finanziario del ducato di Parma, che era persona idonea ad ottenere dalla Eccelsa Imperial Regia Cancelleria Aulica Riunita la sospirata concessione. Mirabaud partì, brigò, ottenne assicurazioni, presentando poi una nota spese per viaggi e mance di 13.500 lire austriache, diciamo una settantina di milioni.
Ma ormai era il '48; Cattaneo, uomo più di pensiero  che d'azione, veniva trascinato forse suo malgrado a guida della sollevazione di Milano, fondava il Consiglio di Guerra, trattava da pari a pari con Radetzky.
 
Sono note le vicende a seguito delle quali a capo del Governo Provvisorio della Lombardia, istituito il 20 marzo, fu posto Casati anzichè Cattaneo, che restò comunque l'anima del Governo stesso.
Ciò, che appare meno chiaro è come il 21 aprile del '48 a sole quattro settimane dalla sua istituzione, il Governo Provvisorio, con tutti i problemi che doveva affrontare, finanziari, di contenimento degli umori delle masse popolari, di rapporti col Piemonte, eccetera, abbia trovato il tempo per "vedere la domanda presentata per ottenere il permesso di costruire lungo il Ticino una strada privilegiata per il rimorchio delle barche", riconoscerne la pubblica utilità, e concederne il privilegio esclusivo, in data 29 aprile '48.
E' fondato il sospetto che Cattaneo, pure in quelle giornata roventi di passioni, di lotte intestine nel Governo, di prese di posizione coraggiose, abbia spinto le cose nel senso a lui favorevole, e si oserebbe dire che alcuni concetti esposti nel decreto di concessione siano del Cattaneo stesso, che nella società aveva conferito 5.000 lire austriache, compenso dei suoi studi preliminari al riguardo.
E' certo comunque che il decreto del governo delle Cinque Giornate e molto più favorevole alla società concessionaria che non il decreto che sarebbe stato emanato, due anni più tardi, il 18 marzo 1850, decreto del restaurato Imperial Regio Governo, per il quale tra l' altro:
a) la concessione non era più esclusiva,
b) non veniva concesso l'esproprio dei terreni necessari alla via
c) le tariffe del trasporto avrebbero dovuto essere sottoposte alla approvazione dell'Imperial Regio Governo prima dell'esercizio della ferrovia
Ecco comunque il testo del decreto Imperial Regio, lievemente abbreviato:
 
"Vista la domanda di Francesco Besozzi Trovare: vedi nota piu' sopra.) di costruire una strada a ruote ad uso di cavalli per il rimorchio delle barche che dal Po e dal Ticino risalgono al lago (omissis),
 
art. 1) la concessione è impartita. La concessione non resterà peraltro a carattere di privilegio esclusivo;
art. 2) la larghezza della strada non sara inferiore a 7 metri, di  cui metri 3, destinati a sopportare le rotaie, saranno inghiaiati, e due metri per parte ne costituiranno il ciglio, in forma di banchine;
art. 3)  resta cura del Besozzi di intendersi coi proprietari dei fondi, avendo egli rinunciato al diritto di espropriazione, che non potrebbe per altro essergli accordato;
art. 4) dovrà l'imprenditore Besozzi presentare all'Imperial Regia Direzione Lombarda per le Pubbliche Costruzioni per l'opportuna approvazione il progetto esecutivo della strada, con tutti i dettagli specialmente per ciò che si riferisce alle curve, alle opere di sicurezza, come pure alle opere di ponti, viadotti, tombini, etc. e dovrà sottoporsi ad ogni prescrizione che gli sia fatta da essa Direzione Lombarda delle Pubbliche Costruzioni, salvo ricorso in caso di discrepanza alla Imperial Regia Direzione Superiore delle Pubbliche Costruzioni in Verona".
 
Negli articoli successivi veniva poi prescritto il tempo di realizzazione (tre anni dalla data di concessione), le norme del collaudo, l'obbligo di esporre la tabella dei noli, l'impegno che lo Stato, ove si fosse servito della ferrovia per scopi civili o militari, lo avrebbe fatto pagando L'ordinaria tariffa e infine la prescrizione che le tariffe, prima dell'esercizio del trasporto, avrebbero dovuto essere sottoposte per approvazione all'Imperial Regio Governo.
 
Cattaneo era ormai da due anni rifugiato a Castagnola, presso Lugano, ove viveva in una casa modestissima, sempre occupandosi di progetti grandiosi. Il 9 agosto del '48, prima di lasciare Milano che si arrendeva in quel giorno stesso a Radetzky, aveva intestato con rogito del notaio Guenzati le sue azioni della società alla moglie, inglese, per evitare una possibile confisca.
Il decreto di concessione e la sospirata trasformazione della società in anonima lo spinsero a una nuova frenetica attività epistolare per trovare finanziatori alla società, cui occorrevano oltre 1.500.000 lire austriache (oltre 7 miliardi attuali).
Cattaneo si adoperò a Londra presso banchieri suoi amici (Devaux), a Parigi presso Enrico Cernuschi, suo compagno di barricate durante le cinque giornate, ora banchiere in Francia, presso il barone de Bruck ed il sig. Czornig, personalità già legate all'Austria, e presso vari banchieri milanesi. Trattative in gran parte abortite in ragione del cattivo carattere del Cattaneo.
Nelle sue lettere chiamava la ferrovia delle barche "tram road", mentre più tardi, una volta realizzata, la via assunse il nome di ipposidra.
 
E a Sesto ne resta traccia nel nome di una strada Trovare la strada ( Nella relazione di stima dei terreni del Parravicino si legge invece Ferrovia Ipposidire
).
Per trovare sottoscrittori non si trascurò di ricordare le pene dei cavalli addetti a trascinare le barche contro la corrente delle rapide: "E in un tempo come il presente, in cui si fanno sforzi dalle nazioni più colte per ottenere l'abolizione del commercio degli schiavi, è ben da desiderarsi che lo stesso sentimento di umanità si risvegli anche in favore dei cavalli  ossia di queste povere bestie che non meritano al certo di essere così barbaramente e crudelmente trattate coll'assoggettarle a continue battiture e farle morire di spasimi, fino all'ultimo sospiro nell'attiraglio di barche contro le correnti più forti".
E altrove: "Molto guadagnerebbe l'umanità nel sollevare una quantità di persone dal faticoso rimorchio delle barche in Ticino, che le abbrutisce, e di sollevare dalle penosissime fatiche tanti cavalli che, travagliando contro la forza delle correnti di un fiume in un letto sassoso, per ghiacci e per dirupi sempre esposti alle intemperie ammalorano (sic) e si consumano in due anni e poco più di sforzi".
Finalmente il 16 aprile 1856 i banchieri Mondolfo, Brambilla, Turati, Ponti, Bellinzaghi, in poche ore sottoscrissero buona parte del capitale della società (esattamente 600.000 lire), emettendo per il resto un mutuo. L'elenco definitivo degli azionisti comprende comunque ben 84 nomi di nobili e borghesi, in parte milanesi, in parte delle zona interessata, soprattutto di Sesto.
Il preventivo di spesa venne indicato in 1.680.856 lire austriache, delle quali 785.359 per le operazioni di movimento di terra, fabbricati, opere d'arte; per i binari, del peso complessivo di 7.500 quintali, L. 348.750, ovvero l'enorme cifra di circa 2.500 lire attuali al Kg. Le rotaie pesavano circa Kg 20 al metro e costavano 10 austriache lire al metro. Erano più pesanti di quelle delle ferrovie francesi, ed eguali a quelle della ferrovia da Vienna alla Bosnia.
Per i 100 cavalli previste L. 50.000, cioè per ogni cavallo quanto guadagnava un uomo in due anni, e per, i pesantissimi carri (28 a 8 ruote e 6 a 4 ruote), spesa prevista 87.000 lire austriache.
All'atto pratico si risparmiarono sul previsto ben 199.431 lire, ciò che ha oggi dell'incredibile .
Il giorno 9 Febbraio '58 si era eseguito a Tornavento il primo esperimento pratico di attiraglio dei carri, su un breve tratto orizzontale e poi su una livelletta del 2% .
  " Vano il pensiero che in quell'esperimento si fossero impiegati  i cavalli migliori, che lo sforzo esercitato in piccola scala non  si abbia a conseguire per tutto il tramite della ferrata, e che la  barca di prova non fosse una delle più pesanti di quella specie:
  fummo noi stessi spettatori, e possiamo tranquillarci, che il desiderio di trovar bene non ci abbia ingannati, massime che il risultato ha corrisposto ancora più che non fossero le nostre aspettative: contro quel vano pensiero abbiamo anzi il dolce conforto di contrapporre l'osservazione che in quell'esperimento fu adoperato il doppio carro modello di Londra, del peso maggiore di alcune tonnellate dei carri attualmente adottati e che, nonostante, fummo noi stessi ad impedire che i cavalli corressero al trotto"
 
La ferrovia iniziava sotto Tornavento da una darsena di pianta rettangolare e dimensioni dell'ordine di 100 metri per 40, collegata direttamente al Naviglio Grande. Sul fianco della darsena, un fabbricato lungo e stretto, con la scritta "Stazione di Tornavento della Ferrovia delle Barche",(D3508) alloggiava quaranta cavalli addetti all'attiraglio nella prima tratta della ferrovia; altri quaranta erano alloggiati alla stazione di Strona Strona: La storia di questo fiumiciattolo e' legata alla storia della comunita' per l'uso delle acque defluenti di un vasto bacino imbrifero di oltre 50 chilometri quadrati e che assorbe circa 60 milioni di metri cubi di acqua. Fino alla fine del secolo scorso le acque dello Strona erano preziose, soprattutto d'estate, quando scarseggiva l'acqua piovana e i pochi pozzi erano insufficienti per dissetare la popolazione e il bestiame. Per i bucato era poi la consuetudine, dutrante i mesi estivi, recarsi allo Strona S. caterina o ai " Lavandai" sulla strada pe Golasecca, con carri trainati da mansueti asini e con teorie di carriulo spinte a mano. ma da sempre le acque dello Strona sono sefv ite per irrigare vaste aree private che fiancheggiano il fiume e che si spngono fino a lambire le coste del Vigano e che si affacciano sul Ticino. Il fiume Strona, affluente di sinistra del ticino nasce in territorio di Galliate Lombardo e Daverio; scende per Casale Litta; attraversa i territori di Crosio della valle, Mornago e Arsago; lambisce la brughiera di Vergiate ed entra nel territorio di Somma Lombardo a nord del poligono di Tiro a Segno nazionale all'altezza dei Mulini COOP e del Gadda. Dopo i sottopassaggi della ferrovia, attraversa la zona di S. Caterina, così chiamata per una cappelletta che esisteva anticamente e dedicata alla patrona d'Italia; ancora oggi luogo di scampagnate per il largo defluire delle acque e ombreggiata da piante ad alto fusto. Dopo qualche centinaio di metri sulla sinistra del fiumicello, una dighetta funziona da scolmatore dando inizio al ramo che poi precipita a vallo fino allo sbocco del fiume Ticino in localita' "Canottieri". Questo ramo e' chiamato volgarmente "Stronaccia" o "Strona vecchia". Il ramo principale, dopo l'irrigazione di vaste zone prative, raggiunge la localitaì "Lavandai" o "Stazione delle barche", che richiama l'antica lavanderia e la stazione della "Via Ferrata per le barche". Piuì avanti lo Strona alimenta il "Mulinetto", ultimo avanzo di una civilta' romantica (oggi fattoria agricola). Il fuimiciattolo, continuando il suo corso e la sua funzione irrigatrice va esaurendosi nelle ultime bonifiche private del Vigano.Lungo il suo corso, lo Strona da secoli ha alimentato una serie di mulini per la macina del grano e la pilatura del riso. Ancora popolari e ricordati sono i mulini del "Coop", del "Gadda" e del "Brascin" che hanno funzionato fino agli anni 1940. Ora sono in disarmo e trasformati in abitazioni o in caratteristiche ville di campagna.
 
 
), sotto Somma Lombardo, in un grande fabbricato detto oggi dei "lavandai", ma che sulle carte militari al 25.000 è tuttora indicato come "Stazione delle barche".
Alla darsena di Tornavento le barche venivano fissate; ancora in acqua ai carri ferroviari, che avevano scartamento di oltre due metri. All'operazione erano addetti due uomini e un "capouomo".
Un impiegato registrava il trasporto e staccava la bolletta, i cavalli puntavano contro il pettorale, e il lungo carro col suo lungo carico, i "fantini", i barcaioli, iniziavano il viaggio di oltre 17 chilometri (per la precisione 17.697 metri) verso Sesto Calende.
Viaggio sereno e silente, possiamo immaginare, ritmato solo dal passo dei cavalli e dalle voci del bosco, diverse ad ogni stagione, il canto degli uccelli il frinire delle cicale o il silenzio della neve.
E forse la voce dei navalestri, seduti sulle mercanzie, a cantare la canzone della bella che a quindici anni faceva l'amore, o la filastrocca dell'"Ara bell'Ara discesa Cornara", legata in qualche modo al loro navigare, perchè la bella Arabella Cornaro era stata impiccata dal marito, il conte Marino, quello di palazzo Marino, esattore generale dell'imposta del sale per tutto il Ducato, proprio nel giardino della loro villa di Gaggiano, affacciata al Naviglio.
Conosciamo le caratteristiche dei terreni attraversati dal lento convoglio: quanto aratorio di prima, di seconda, di terza squadra, quanta brughiera, brughiera boscata, bosco ceduo, terreno vitato, castanile, foglia di gelso: all'archivio di Somma una relazione dell'Ing. Carlo Vismara Carlo Vismara - trovare i documenti) elenca e valuta tutto, purtroppo con calligrafia minutissima. La valutazione dei terreni e' fatta in funzione del prodotto ricavabile. Ad esempio la brughuiera nuda ( in funzione del brugo tagliato ogni 4 anni ad uso di strame, o persostegno ai bozzoli) 35,32 lire a pertica; il bosco cedue castanile (100 pali e 300 fasdcine ogni 9 anni) 102,75 lire austriache a pertica; l'aratorio di prima squadra (per la produzione di due raccolti annuali, segale e miglio) 204,80 lire austriache a pertica.
) Quanta vite sulle costiere oggi incolte! Quante querce abbattute!
Dalla darsena di partenza Fare fotocopie dal libro del Ticino presso la biblioteca, inclinata come ad invito rispetto all'argine del Naviglio, la via ferrata si dirigeva alla costiera, e, raggiuntala, iniziava a salirla lentarmente sino ad intersecare la vecchia via da Milano al porto di Oleggio, vegliata dalla mole della Regia Ricevitoria Regia Ricevitoria o Cascina Parravicino a 211 msm. ).
Di questa via che scendeva al porto di Oleggio con tre lunghi tornanti, resta il tratto iniziale: il primo tornante è stato alterato dallo scavo del Villoresi, e sostituito, per cosi dire, da uno stretto ponte sul canale. Il secondo tornante, abbandonato, si scorge ancora, marcato da un bel paracarro di granito rosa Da trovare il paracarro in granito rosa. ).
Scendendo da questo tornante per l'antica via, oggi erbosa, dopo quasi 150 metri si è nel punto ove la ferrovia delle barche incrociava la strada (D-xxxx), e, guardando a sinistra, se ne scorge la traccia.
Da quel punto, a causa della terra scaricata sulla costiera durante lo scavo del Villoresi, e a causa dei lavori di scavo del canale industriale, sparisce ogni traccia così della vecchia via (che proseguiva nella stessa direzione per altri 100 metri circa sino al terzo tornante), come della ferrovia delle barche, che proseguiva la sua lenta ascesa.
Più avanti la traccia si ritrova, per un tratto di pochi metri, se si scende la strada che porta ai Molinelli Molinelli: ), e, 60 metri prima del ponte sul Villoresi, si guarda a sinistra. Qualche centinaio di metri più avanti, scendendo la costiera dalla pista di cemento che parte dalle rovine della cascina Belvedere Cascina Belvedere ), si trova presto un tratto ben conservato della ferrovia.
Un muraglione di sassi reggeva, qui come altrove, la ripida costiera soprastante, e si deve dire che questi poveri sassi di fiume, poco o nulla incementati, hanno retto discretamente bene al tempo e alle pioggie; peggior danno hanno fatto i tedeschi, durante l'ultima guerra, facendo scavare trincee proprio su questo tratto del tracciato della ferrovia. Ai lati della via si notano ancora per lunghi tratti i fossetti di scolo dell'acqua piovana, in sassi non cementati.Trovare e fotografare )
Giunta al piano alto, in località Fugazze Fugazze:) oppure detta Cascina Borletti, la via piegava un poco ad oriente, sino ad intersecare la strada da Somma a Turbigo, (detta allora "Comunale del Barchetto", in corrispondenza della strada che oggi porta a Ferno. La ferrata affiancava poi la "comunale del Barchetto", scostandosene solo poco dopo l' attuale strada che porta alla Malpensa, per seguire il profilo della costiera.
 
A Somma, sotto S.Rocco S. Rocco:), la ferrovia delle barche passava su di un ponte, le cui spalle sono ancora perfettamente visibili, scavalcando un po' in diagonale la provinciale della Malpensa, e doveva essere straordinario, dalla strada in lieve salita, veder passare contro il cielo un così singolare equipaggio.
Dal piano di Somma, dove un piccolo fabbricato presso l'attuale via Villoresi Trovare via Villoresi) fungeva da ricovero per i cavalli in attesa dello scambio, le barche scendevano, "mediante taglio ardito", alla valle della Strona. La via esiste ancora, in discreto stato, protetta da un grande muraglione Trovare e fotografare ). Purtroppo pochi anni or sono la "Snam", ha pensato di utilizzare questa via per interrarvi un metanodotto, sconvolgendone il fondo.
I carri scendevano la costa senza cavalli, frenando.
Quattro frenatori di scorta stavano alla stazioncina Trovare e fotografare) di via Villoresi.
Al termine della costa trovavano il ponte sulla Strona Trovare e fotografare), altissimo, costruito con una spesa di 60.000 lire (300 milioni attuali); cifra esigua per l'importanza dell'opera, tuttora in esercizio, essendo stato poi il ponte acquistato dal Comune di Somma dal fallimento della Società, come diremo.
Superato il ponte sulla Strona, il carro e la barca viaggiavano su di un lungo terrapieno, con tre ponti tuttora visibili, e poi in piano sino poco oltre la strada Golasecca-Sesona, dove, in località Groppetti (detta Gruppina), trovavano una ripida discesa: 12,50% di pendenza Trovare e fotografare ). Qui il carro veniva agganciato ad un cavo di 850 metri che, mentre il carro con la barca scendeva frenando, trascinava verso l'alto, su un binario parallelo, un carro vuoto. Il carro di ritorno, pur senza barca, costituiva  un contrappeso di molte tonnellate Costo del cavo: 4.140 lire austriache, ovvero oltre 20 milioni  Si considerava nel conto previsionale, di doverlo sostituire in cavo a cinque anni, e di ricavare dalla vendita del cavo usato la metà del valore iniziale.
Alla fine della discesa, a poche decine di metri dalla zona Trovare e fotografare ) dove è stata realizzata ultimamente la galleria artificiale della nuova autostrada per Gattico, in corrispondenza di una profonda valletta, si trovava un altro ponte importante Individuare la zona), largo perchè a doppio binario e pure molto alto. Ma l'appoggio delle spalle al terreno dovette essere infelice e il ponte crollò attorno al 1900; le pietre squadrate precipitate nella valletta sono state asportate, o inghiottite dalla vegetazione.
Poco oltre un ponte sovrappassa la trincea Trovare e fotografare) in cui correva, si fa per dire, la ferrovia, e prima e dopo il ponte, tre paracarri di granito Trovare e fotografare) della Società, marcati con bella impronta S.F., Società della Ferrata, spiccano nel brugo. poi la traccia sparisce Quasi a Sesto calende, il ponte su cui l'antica via Ducale per Milano, la via Mercantera, scavalcava la ferrovia delle barche, che in questo tratto viaggiava in trincea.). La via scendeva verso il fiume per la via detta oggi "via vecchia" Trovare e fotografare , e giungeva il località "Mulini" Trovare e fotografare), dove il rio Oneda Trovare e fotografare) da sempre aveva mosso appunto dei mulini Trovare e fotografare ), ed operava anche una segheria Trovare e fotografare), donde il nome di "Mulino della Resica".
Qui i carri con le barche arrivavano su terrapieno Trovare e fotografare), a 20 metri di altezza dal pelo dell'acqua, e vi venivano calate con una piattaforma-ascensore munita di contrappesi, mossa da una ruota ad acqua. Opera per quel tempo gigantesca: la piattaforma mobile era lunga trenta metri, i muraglioni di sostegno larghi oltre un metro e cinquanta.
Scese nell'acqua tranquilla del bacino Dove???) e del largo fiume le barche venivano rimorchiate alla piarda di Sesto, sempre a cura e con cavalli della Società. Agli studi iniziali di Cattaneo seguì il progetto completo, e molto diverso, dell'ing. Bermani, Trovare tutti e due modificato poi dall'ing. De Simoni.
Durante la realizzazione dell'opera sorsero roventi polemiche tra i tecnici ed il consiglio della Società, con dimissioni, libelli e contro libelli. Purtroppo alle beghe interne fece da contrappunto una serie di questioni con i proprietari dei terreni attraversati, cui ancora molti anni dopo la realizzazione dell'opera non erano stati pagati i fondi e neppure e le imposte sui fondi occupati. Spulciando tra le proteste presentate alle amministrazlonl dei comuni interessati, tutte scritte con bella calligrafia e stile, e firmate invece con poco più che una croce: leggiamo ad esempio:
"Già da 8 anni i sottoscritti ebbero a prestare alla Società il terreno necessario alla costruzione. Intrapresa e ultimata la strada da alcuni anni, e non prestandosi la Società al pagamento delle imposte ne del reale valore integrale del fondo, obbliga i sottoscritti ad interporre gli uffici della Deputazione la quale, sebbene avesse ricorso in varie occasioni al Governo, non ebbe miglior esito.
Senonchè in occasione dell'anno 1858 (7 agosto), la Commissione Governativa incaricata del collaudo della strada per indi permetterne l'apertura si è trovata nella sua visita alla stazione di Strona.
La citata Deputazione avendo caldamente raccomandato il pagamento dei fondi occupati, fu la sua domanda presa in considerazione da quella spettabile Commissione e sul relativo protocollo la Commissione medesima ebbe, fra gli altri obblighi, ad imporre all'Amministrazione delle Società che dovesse essa presentare al Governo le dichiarazioni delle Deputazioni dei comuni interessati, qualmente fossero stati indennizzati i proprietari dei fondi occupati, sospendendo frattanto il Governo di emettere il necessario permesso di apertura dell'esercizio della Ferrata.
Ma, l'Amministrazione invece di adempiere alle ingiunte prescrizioni ha creduto fin qui di ghermirsi (sic) praticando senza permesso l'esercizio della strada.
Meglio che non alle vie di fatto di cui si crederebbero i sottoscritti in diritto, amando evitare alla Società le dannose conseguenze, trovano di addormandare da codesta lodevole Giunta comunale e Sindaco che sia fatto immediatamente cessare l'esercizio della ferrata che, in mancanza del governativo permesso, rimane totalmente abusivo".
Ed ecco dopo poco l'ingiunzione del Comune a sospendere l'esercizio abusivo entro tre giorni. Il comando della Guardia Nazionale fu incaricato di vegliare e impedire ogni successiva contravvenzione, cioè l'esercizio.
Non tutti i torti erano però dalla parte della Società:
delle 31.129 lire occorrenti per acquisto di terreni nel comune di Somma restavano da pagare, nel '60, solo lire 1 760,67 come risulta da una lettera del consiglio di Amministrazione, firmata Turati,  Allemanini, Brambilla.
 
Tanto interessato clamore fu comunque, come spesso, è inutile: la Società era votata a rapida fine.
L'inizio dell'esercizio si situa nel 1858. I conti economici erano basati su una previsione di trasporto di 18 barche al giorno, corrispondente alla totalità del traffico fluviale. Invece il misoneismo dei mercanti e l'opposizione dei barcaioli, abituati al viaggio su per le rapide, fece sì che se ne trasportassero solo 8 giornaliere. Pare inoltre che le barche, mancando la spinta esterna dell'acqua, si danneggiassero nel trasporto, o fu una voce sparsa ad arte, e raccolta.
Quello che più conta, nel '65 vennero attivate le Ferrovie Arona-Novara e Sesto-Milano, che sottrassero gran parte del carico alla navigazione fluviale. Il primo ponte ferroviario di Sesto fu posto in esercizio nel '68: era un ponte in legno, riservato solo alla ferrovia, coperto come il ponte pedonale di Lucerna. Ne restano poche fotografie.
Nel '65 stesso, dopo soli sette anni di esercizio la Società per la ferrata fallì.
Liquidati i 100 uomini e 100 cavalli, le rotaie e i dadi di vivo su cui poggiavano furono rilevate dalle Ferrovie dello Stato. La darsena di Tornavento, acquistata dal conte Parravicino, riempita di terra Trovare e fotografare ) e ritrasformata in prato, oggi, dopo una pioggia importante, marca il perimetro antico, essendo il terreno rimesso più  permeabile del circostante. trovare e fotografare con cartina) Nel lungo fabbricato della stazione Trovare e fotografare), pure acquistato dal conte Parravicino, fu impiantata una tessitura di cotone Trovare e fotografare), mossa da una ruota ad acqua sulla Gora Molinara Trovare e fotografare), appositamente deviata. Poco dopo nello stabilimento lavorava una non piccola colonia di operai
 
Della linea in salita dal piano del fiume, sotto Tornavento, sino al piano della Malpensa Trovare e fotografare), rimangono, come già detto, solo pochi tratti riconoscibili; un lungo tratto è stato coperto dalla terra scavata per realizzare il canale Villoresi Trovare e fotografare), mentre più avanti un altro tratto della costiera è stato asportato da una cava di ghiaia Trovare e fotografare).
Oltre ai ponti ed ai terrapieni in brughiera, resta la discesa sulla costa della Strona e, unico cimelio veramente importante, il ponte sulla Strona di cui abbiamo già detto, acquistato dal Comune di Somma il 29 giugno del 1872, quando la Giunta unanime votò per alzata e seduta (evidentemente tutti si alzarono), doversi acquistare il ponte per lire 5.000, considerato che era costato 60.000 lire e che il vetusto ponte preesistente a fianco Trovare i resti ), su cui passava l'antica via Ducale per il Sempione, era poco più che una passerella in pietra, capace di solo traffico pedonale, mentre i carri e le carrozze da sempre passavano a guado.
Della stazione di Sesto col suo immenso pianale ascensore non resta nulla. Sino a quarant'anni or sono l'osteria della stazione Trovare e fotografare ), già ristoro dei navalestri, serviva ancora minestra e perfido vino ai cacciatori.
Sino, a pochi anni or sono una buona parte dei ruderi dell'ascensore era ancora in piedi e nel bacino si pescavano, fatto curioso, dei pesci rossi. Oggi i muraglioni sono inglobati in una casa Trovare e fotografare), ma ancora visibili.
Di tanto lavoro non resta quindi quasi nulla. Se è vero che il tracciato resterà sempre individuabile, rifacendosi alle belle tavole del Cessato Catasto che si possono consultare all'Archivio Storico di Varese E' possibile consultazione???), i cimeli residui, le massicciate, i terrapieni i ponti, i bei "termini" di granito, sono destinati a sparire.
 
Dimenticate le speranze e le polemiche che ne hanno accompagnato e seguito la nascita, dimenticato voro, immenso e inutile, il termine stesso "ferrovia delle barche" è destinato a completo oblio.
 
 
 
Archivi e Bibliografia:
 
 
Archivio comunale di Somma Lombardo, sezione storica (Acquisto del ponte di Strona; asta dei beni dei colerosi; diatribe fra i proprietari dei terreni e Societa' per la Ferrata; problemi del porto di Coarezza).
ASM, fondo acque e strade (regolamenti e tariffe del viaggiare per le poste e sulle barche corriere e di commercio).
ASV, tavole catasto.
Museo del risorgimento, Milano, Carteggi di Carlo Cattaneo.
BERMANI, Ferrovia per il trasporto delle barche da Tornavento a Sesto calende, Societa' delle ferrovie, s.d.
BRUSCHETTI, Navigazione sui laghi e sui fiumi della Lombardia, s.d.
FERRARIO, Notizie statistiche sul cholera morbus del 1836 e del 1855, s.l., 1856
MORIGIA, Viaggio ai tre laghi
VARALLI E:, Il cholera morbus a Sesto Calende
 
 
 
 
 
 
Dal Rotary Club di Tradate
 
 
La strada delle barche da Sesto Calende a Tornavento
 
L'utilizzo delle vie d'acqua per il trasporto delle merci in Lombardia era praticato da svariati secoli e la realizzazione di opere idrauliche, di canali, di sistemi di irrigazione trovava in Lombardia un ottimo campo di applicazioni. I commerci tra il,Lago Maggiore e Milano, tra il Lago Maggiore e Pavia per giungere all'Adriatico, agli inizi del 1800, aveva raggiunto livelli elevatissimi e l'idea di collegare i laghi lombardi, vicino al nord Europa, con i mare era gia' una realta' concretizzata con l'apertura del nuovo Naviglio Pavese nel 1819. I vantaggi che derivavano dal trasporto su acqua erano: la via d'acqua era molto piu' sicura delle strade infestate dai briganti e i tempi di percorrenza erano di molto ridotti rispetto a quelli su strada.
Nella schematizzazione sottoriportata, vengono evidenziate le vie d'acqua esistenti ed utilizzate all'inizio dell'800.
 
 
Come si puo' leggere nella tabella sottoriportata, il tempo piu' elevato rimaneva quello da Tornavento a Sesto calende e l'idea di sperimentare e realizzare un percorso alternativo fu la forza per la realizzazione dell'IPPOSIDRA o LA STRADA DELLE BARCHE, che,  seppur per la sua vita molto breve e travagliata, non deve essere dimenticata, ma piuttosto investigata e capita, e questo e' lo scopo della presente ricerca.
Nell'anno 1844, dopo la realizzazione della strada Alzaia del naviglio Grande,  i tempi di risalita e di discesa nei vari tratti erano i seguenti:
Tratto da percorrere    in discesa     in salita   KM.
 
Sesto Calende - Tornavento       1,5 ore       7-14 giorni       23,20
Tornavento-Milano via Naviglio Grande       8-9 ore       3 giorni       49,84
Tornavento-Pavia via Ticino       6-9 ore       11-13 giorni       69,3
Sesto calende-Pavia via Ticino       7-10 ore       20-25 giorni       69,32
Pavia-Pontelagoscuro       5 giorni       20-25 giorni       364,66
 
Il tratto di risalita del Naviglio Grande da Milano a Tornavento, prima della realizzazione della strada alzaia, veniva percorso in 15 giorni, con l'utilizzo di 25 cavalli da traino, 25 garzoni per 5-6 barche.
Questa situazione risultava essere molto onerosa per il trasporto delle merci e le tariffe imposte dai barcaioli non erano soggette a nessun controllo governativo. Cosi' molti uomini di scienza si interessarono al problema, con lo scopo di accellerare i tempi di trasporto, incrementando cosi' il commercio tra nord e sud.
 
Nel 1821 l'ing. Bruschetti, nel suo libro    Libro da trovare Nel 1821 l'ing. Bruschetti, "ISTORIA DEI PROGETTI E DELLE OPERE PER LA NAVIGAZIONE INTERNA NEL MILANESE"   "ISTORIA DEI PROGETTI E DELLE OPERE PER LA NAVIGAZIONE INTERNA NEL MILANESE" aveva raccolto una serie di dati circa i tempi di percorrenza, la quantita' di merci movimentate, le distanze dei vari tratti di canali navigabili e dei fiumi lombardi, che potevano essere utilizzati per le nuove realizzazioni che si intendevano eseguire.
Analizzando questi dati, il Governo Austriaco aveva deciso la costruzione della strada Alzaia del Naviglio Grande da Milano a Tornavento, strada iniziata nel 1824 e ultimata nel 1844, con una grandissima riduzione dei tempi di risalita delle barche a pieno carico, come riportato nella tabella soprastante.
Il problema piu' rilevante rimaneva il tratto di Ticino da Tornavento a Sesto Calende per le barche in risalita, in quanto il tratto del fiume risultava avere elevate pendenze e vi erano molte rapide che rendevano difficoltosa la risalita; inoltre si doveva procedere da una sponda all'altra, traghettando continuamente e sostituendo i cavalli, stremati per lo sforzo a cui erano sottoposti.
All'epoca, il tratto del Ticino da Tornavento a Sesto non era regolato da nessun sbarramento artificiale (infatti tutte le opere idrauliche che ora possiamo osservare, sono state realizzate alcune verso la fine dell'800 e altre nel 1900) e l'alveo del fiume era allo stato naturale come la natura lo aveva modellato.
L'idea di realizzare una strada ferrata, sull'idea del tram a cavalli, fu ipotizzata da Carlo Cattaneo,Carlo Cattaneo "NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA " (1835)  il quale, nei suoi scritti economici "NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA " (1835), in cui veniva ampiamente dato rilievo all'uso dei canali lombardi sia per l'agricoltura che per la navigazione interna, accennava al problema del tratto superiore del Ticino,. Cattaneo sosteneva che le scienze, indirizzate al bene comune, rappresentavano un potere liberatorio concreto, che modifica la realta', esprime le esigenze dell'incivilimento e si identifica nel progresso dell'intera civilta'. In questa persuasione rientrava la celebrazione della feconda scienza sperimentale come strumento per la crescita' di prosperita' e di cultura sociale.
Cosi' nel 1844 venne costituita una Societa' per il progetto della ferrovia delle barche, di cui Cattaneo era socio insieme ad altri amici, quale Francesco Besozzi, agente della contessa Belgioioso, nata Parravicino, proprietaria terriera di quel di Tornavento; Carlo Vismara, ingegnere, direttore poi della ferrovia stessa e amministratore; Bigio Viganotti, futuro sindaco di Sesto e proprietario di molte barche in Sesto.
L'idea da realizzare era quella di caricare le barche sui carri ferroviari a 4 assi, che, trascinati da cavalli, dovevano risalire la dorsale sotto Tornavento, per giungere sul pianoro della Malpensa; da qui verso Somma Lombardo, attraversare il fiume Strona e arrivare a Sesto calende, impiegando poche ore, rispetto ai giorni necessari per effettuare lo stesso tragitto lungo il fiume. (nel profili altimetrico allegato e' stato ricostruito in percorso della ferrovia con le relative distanze approssimative).
Gia' dell'argomento si e' interessato in modo diffusoGian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese del settembre 1951 con un articolo intitolato " Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso"  Gian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese del settembre 1951 con un articolo intitolato " Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso" e un secondo articolo, sempre sulla stessa rivista, intitolato" Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA"" nel 1956, Gian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese  " Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA"" nel 1956, articoli utilizzati come base di ricerca.. Ultimamente l'argomento e' stato trattato da Guido Candiani in un dettagliato articolo nel libro " Il Ticino, strutture, storia e societa' nel territorio di Oleggio e Lonate Pozzolo" 1989, oltre a Guido orsini in Rassegna d'Arte Gallaratese nel 1937.
Il primo studio del progetto fu affidato all'Ing. Bermani ed il tracciato della ferrovia partiva a nord dell'attuale ponte di Oleggio, a lato della cascina del Gaggio, per risalire la dorsale di Somma. Di questo progetto e dei successivi non si trovano tracce; potrebbe essere in qualche biblioteca privata, ma nessuno di tutti coloro che si sono interessati a tale opera ha mai potuto consultarli.
Della spesa relativa al progetto originale non si conosce nulla, cosi' pure del tracciato che poteva differire molto da quello che fu poi realizzato; solo si conosce la data del Decreto del Governo Provvisorio della Lombardia, 29 aprile 1848, in cui veniva riconosciuta la pubblica utilita' dell'opera. Tale decreto dava la possibilita' alla Societa' di espropriare i terreni necessari per la realizzazione, non imponeva nessun controllo da parte del Governo sulla definizione delle tariffe, fissava il diritto di concessione in 50 anni, fissava la realizzazione dell'opera in tre anni dalla data del Decreto stesso.
La prima parte del decreto cita: ... Il governo provvisorio della Lombardia permette all'imprenditore Francesco Besozzi di formare tra Tornavento e Sesto Calende, lungo il Ticino, una strada a semplici e doppie rotaie di legno o di ferro, la quale sara' unica ed esclusivamente privilegiata pel rimorchio delle barche..." Questo Decreto fu sostenuto ed appoggiato dal Cattaneo in seno al Governo Provvisorio, di cui faceva parte, dopo i moti delle 5 giornate di Milano, del marzo 1848.
Questo decreto segno' la data di nascita della ferrovia delle barche.
I fatti storici non furono favorevoli a questa iniziativa, dato che il Governo provvisorio della Lombardia decadde, sostituito dall'Imperial Regio Governo Austriaco che modifico' il precedente Decreto, sostituendolo con un successivo in data 18 marzo 1850.
Il nuovo decreto modificava nella parte economica l'impostazione originaria,  in quanto non veniva riconosciuto l'esproprio dei terreni necessari per la realizzazione dell'opera, le tariffe dovevano essere sottoposte al Controllo Governativo e la Concessione non era piu' in esclusiva alla Societa'. In questo decreto comparivano per la prima volta i dati riferentesi alla costruzione della ferrovia: infatti all'articolo 2 venne fissata la larghezza della sede ferroviaria, non inferiore ai 7 metri, di cui tre metri destinati a supportare le rotaie; la realizzazione veniva fissata in tre anni dalla data del Decreto stesso. Alla data del Decreto, il Regio Governo Austriaco aveva gia' sviluppato un piano ferroviario, per cui tale ferrovia secondaria non risultava essere interessante, specialmente per gli sviluppi futuri.
Si erano cosi' modificate sostanzialmente le condizioni economiche originarie, in quanto gli oneri, che la Societa' avrebbe dovuto sostenere per l'acquisto dei terreni necessari, non erano stati considerati. Questo fatto ha messo in crisi la Societa', la quale aveva necessita' di trovare altri soci per aumentare il capitale originario non piu' sufficiente. Solo nel 1856 la Societa' trovo' i mezzi finanziari per iniziare i lavori della ferrovia e in questa travagliata vicenda non risulta essere chiaro come l'Imperial regio Governo  abbia lasciato decadere piu' volte l'imposizione dettata dal Decreto del 1850, Cattaneo, nelle richieste fatte a banchieri italiani, aveva chiamato la Societa' delle barche "IPPOSIDRA", mentre nelle richieste a banchieri stranieri, "TRAM ROAD", forse piu' realistica ed al passo con i tempi.
Il preventivo di spesa per la realizzazione della ferrovia venne indicato in 1.680.856 lire austriache (circa otto miliardi attuali) e veniva dato un minuziosissimo dettaglio per ogni voce di spesa. Da questo preventivo e' possibile fare alcune considerazioni su come si sarebbe svolta l'attivita' della ferrovia e della sua organizzazione. Infatti si prevedeva di acquistare 100 cavalli, 28 carri a 4 assali (8 ruote) e 6 carri a 2 assali. Le opere civili previste erano:
a) la stazione di Tornavento: le rotaie, poste su un piano inclinato, entravano direttamente nell'alveo del naviglio (e non piu' nel Ticino), in modo da facilitare il carico delle barche sui carri.
b) il casello di Somma Lombardo: forse con doppio binario per attesa;
c) la stazione di Strona: per il cambio dei cavalli;
d) la stazione si Sesto, con relativa piattaforma per la reimmissione delle barche in Ticino.
Oltre a queste opere, per il tracciato ferroviario si erano previsti ponti, terrapieni, trincee per ridurre al minimo le pendenze e per creare una via la piu' regolare possibile, per eliminare gli sforzi ai cavalli. Nel tracciato della ferrovia in localita' cascina Groppetti, per portare i carri verso Sesto si realizzo' un tratto a doppio binario su un piano inclinato, circa 10% in modo che il carro fenato in discesa, sollevava, tramite fune, un carro vuoto in salita, che faceva da contrappesa: idea molto macchinosa, ma che permetteva di ridurre di qualche chilometro il percorso della ferrovia, se realizzato verso l'abitato di Vergiate. Il percorso della ferrovia e' riportato nel libro di "STORIA DI SOMMA LOMBARDO" del Melzi (1880), che qui si riproduce.
Cosi' pure il sistema di piattaforma mobile, che superava il dislivello di 20 metri tra il punto di arrivo a Sesto e il livello del Ticino, poteva essere eliminato con un approdo molto piu' a nord, verso il lago. Risulta difficile dare delle spiegazioni a queste due strutture, che potevano essere eliminate con un tracciato modificato rispetto a quello realizzato, addentrando di qualche chilometro il percorso. I progettisti avevano considerato tale ipotesi, ma e' possibile credere che i costi necessari per gli espropri dei terreni, i tempi lunghi, l'aumentata lunghezza del percorso o vincoli posti dalle autorita' abbiano costretto a tale scelta.
Il progetto che accompagnava il preventivo economico, deve avere sollevato delle perplessita' a qualche Socio della Societa', perche' in data 9 febbraio 1858, si era eseguito a Tornavento un esperimento pratico di tiro di carri su una rotaia con pendenza del 2% (20 per mille), per dimostrare che la ferrovia, seppure per lunghi tratti in salita, poteva soddisfare lo scopo a cui si mirava.
La potenza necessaria per trascinare su rotaia un carro ad 8 ruote, con una tara di circa 10 ton. e un peso lordo (barche maggiori) di 34 ton., per un totale di 44 ton. e' di circa 9 HP, pari alla potenza di 8-9 cavalli che si muovono con una velocita' media di 4 Km/ora, per otto ore consecutive di lavoro, su pendenze massime del 15 per mille. (Albenga-Perucca "Dizionario tecnico Industriale", 1937; Colombo "Manuale dell'Ingegnere" ed. 60°; Vignoli Vittorio "Trasporti Meccanici", Vol. I, 1970.)
Questo dato conferma in parte cio' che e' contenuto nella relazione dell'Ing. C. Vismara "STRADA FERRATA DELLE BARCHE DA TORNAVENTO A SESTO CALENDE ED IL SUO AVVENIRE" nel 1859, dove viene descritta l'organizzazione che si andava a definire.
Il Vismara, nella relazione al Consiglio di Amministrazione della Societa', il 14 marzo 1858, ipotizzava di avere 36 cavalli alla stazione di Tornavento, 36 cavalli alla Stazione di Strona e 12 cavalli alla stazione di Sesto e questo avrebbe permesso, secondo i dati sopracitati, di ripartire con una carovana, formata da 4 carri trainati da nove cavalli cadauno, da Tornavento e dopo circa 4 ore, giungere alla cascina Groppetti, pronti per essere staccati e fatti scendere verso sesto. Verosimilmente alla stazione di Strona erano pronti i carri vuoti e i cavalli freschi per ritornare, in circa due ore, nuovamente a Tornavento. Il tratto cascina Groppetti-Sesto, circa 2 chilometri, poteva essere compiuto in 4 ore, andata e ritorno, perche' tale era il tempo necessario per ripartire da Tornavento con altri 4 carri pieni e giungere al piano inclinato. Questa e' un'ipotesi di come sarebbe stata gestita la ferrovia con gli elementi e le informazioni disponibili.
Il Vismara aveva quantificato il numero delle barche trasportabili al giorno, per le tre tipologie che navigavano lungo il naviglio Grande, e, precisamente, 18 barche grandi o cagnone, 5 battelli o burchielli e una barca piccola, per un totale giornaliero di 24. Su questi dati aveva fissato le tariffe per il trasporto, dimostrando che la Societa' avrebbe ottenuto un utile, al netto degli oneri sul capitale sociale, ammontante a 71.856,80 lire a fronte di un ricavo di 364.800 lire!!!.
Raffrontando cio' che dichiara il Vismara (24 viaggi al giorno con 84 cavalli) con il computo dei tempi necessari per il tragitto soprariportato, andata e ritorno, si possono ragionevolmente fare 3 ipotesi:
a) era intendimento aumentare il numero totale dei cavalli in modo da soddisfare i 24 viaggi al giorno, ma i costi aggiuntivi non compaiono nella relazione.
b) era intendimento raddoppiare la linea ferroviaria, in quanto, quando i carri con barca erano in risalita da Tornavento a Sesto, in quel tratto di ferrovia non potevano transitare i carri vuoti in discesa, ma dei relativi costi non si fa cenno nella relazione.
c) Il Vismara ha redatto la relazione il 14 marzo 1858 su ipotesi e stime mai verificate ( il collaudo della ferrovia avvenni il 7 agosto 1858), e forse per dimostrare, visto che i lavori erano in fase di ultimazione, che i soci avevano ben investito i loro capitali.
Questa realizzazione ebbe una breve vita, perche' dopo 7 anni di attivita' e precisamente nel 1865, la Societa' venne dichiarata fallita; i motivi stavano forse non nell'idea, ma bensi' nei mezzi utilizzati per la realizzazione e nell'esercizio. La macchina a vapore di Watt aveva trovato l'utilizzazione pratica nella locomotiva di G. Stephenson e la prima ferrovia italiana Napoli-Pozzuoli venne inaugurata il 3 ottobre 1839. Una linea ferroviaria, oggi,  come alla data dell'Ipposidra, realizzata con pendenze che non superino il 10-15 per mille (aderenza naturale), puo' essere realizzata senza particolari armamenti ferroviari. Infatti, nello stesso anno 1865, veniva inaugurato il tratto ferroviario Milano-Sesto Calende-Arona e Milano-Novara-Arona; i cavalli artificiali avevano soppiantato definitivamente i cavalli naturali. I commerci e i trasporti sul naviglio grande e sul Ticino ebbero una riduzione notevole, dovuta all'inizio della nuova rete ferroviaria, che si andava sviluppando. Al 1861, anno di unificazione del regno d'Italia, gia' si contavano 2561 chilometri di rete ferroviaria con locomotiva a vapore. Risulta difficile interpretare le scelte, fatte all'atto di costituzione della Societa' (1844), che puntarono sull'impiego della forza dei cavalli per il traino dei carri, quando, viste le convinzioni "filosofiche" del cattaneo, esisteva gia' un'alternativa "progressista", che era la locomotiva a vapore.
Infatti nel Lombardo-Veneto si inauguro' la ferrovia Milano-Monza il 18 agosto 1840, erano gia' avviati i lavori per la ferrovia Milano-Venezia (1842-1857) e la Torino-Genova inizio' l'attivita' nel 1853.
La risposta puo' stare solo ed esclusivamente nel problema economico; i capitali per l'armamento ferroviario e le parti mobili sarebbero stati molto piu' elevati rispetto alla soluzione scelta, salvo usufruire di sovvenzioni e agevolazioni statali. La causa del fallimento fu una carente analisi economica del problema, manifestatosi 12 anni dopo con la relazione del Vismara, che ha portato ad una scelta iniziale errata e successivamente alla rincorsa di giustificazioni economiche inesistenti ( errata stima dei viaggi giornalieri che ha portato a fissare delle tariffe che potevano essere elevate rispetto a quelle applicate dai barcaioli). Un'analisi economica fatta tra le due alternative, cavalli - locomotiva, avrebbe messo in evidenza che, a fronte di un alto investimento iniziale, per la locomotiva si sarebbero ottenuti costi di gestione molto favorevole rispetto ai cavalli. Queste sono oggi delle ipotesi che possiamo fare, per capire ed indagare perche' un'opera basata su un'idea molto realistica e' durata solo pochissimi anni.
Delle opere realizzate per l'esercizio della ferrovia sono rimaste pochissime tracce; la stazione di Tornavento venne prima adibita a tessitura e poi demolita per la realizzazione del canale industriale; il tratto di ferrata, sotto la dorsale di Tornavento, e' stata smantellata durante gli scavi per la realizzazione del canale Villoresi ( esiste solo qualche metro nascosto tra i rovi); si puo' vedere un tratto interessante di massicciato, parallelo alla strada Turbigo-Somma, prima della strada per Vizzola. Altri particolari sono due ponti franati, in localita' le Coste di Somma, dove la ferrovia correva su un terrapieno, le spalle di un ponte che tagliava la strada Malpensa-Somma; il casello di Somma Lombardo riadattato in epoche successive; il ponte sullo Strona, sulla strada Somma-Golasecca; 3 ponti sul terrapieno, tra la stazione di Strona e cascina Groppetti ed un ponte sulla via Mercantera, in Sesto. Questi sono i resti che, senza nessun rispetto e protezione, sono rimasti di un'opera molto ardita, ma superata dai tempi.
 
Profilo altimetrico e distanze dell'IPPOSIDRA:
 
Sesto calende
Il Ticino a 184 mslm; km. 0,6; pendenza 3,33x1000 raggiunge
Molino di Mezzo
a 206 mslm che con KM. 0,85 e pendenza di 94,11x1000 raggiunge
Cascina Groppetti
a 286 mslm che con km 3 e pendenza di 15,33x1000 raggiunge
Stazione Barche della Strona
a 240 mslm che con  1,6 Km e pendenza 15,62x1000 raggiunge
Casello Barche di Somma Lombardo
a 205 mslm che con km 3 e pendenza 8,33x100 raggiunge
Strada Malpensa
a 240 mlm che con km 1.0 e pendenza 7,0x1000 raggiunge
Cascina Bellaria
a 233 mslm che con 1,3 km e pendenza 6,15x1000 raggiunge
Cascina Borletti
a 225 mslm che con 1,3 km e pendenza 10,0x1000 raggiunge
Piano delle Fugazze
a 212 mslm che con 1,25 km e pendenza 12,0x1000 raggiunge
Cascina Belvedere
a 197 mslm (207) e km 1,4 e pendenza 12,14x1000 raggiunge
Cascina Maggia
a 180 mslm (203) e km 1,1 e pendenza 11,81x1000 raggiunge
Tornavento
a 167 mslm (197) e km 1,2 e pendenza 14,16x1000 raggiunge il
Naviglio grande a 150 mslm.
 
 
Sulla strada romana Mediolanum-Verbanus di Pier Giuseppe Sironi su "
 
La strada romana, dopo casorate, doveva toccare infine il punto altimetricamente piu' elevato in tutto il percorso fra Milano e il lago proprio in corrispondenza di Somma. Questa localita' quindi, seppure allora come posizione pare giacesse un centinaio di metri a nord-est di Piazza castello e come nome godesse quello di Votodorum - donde i Votodrones, suoi abitanti, attestataci in un'ara ad Ercole Zanella S. "Sul significato etimologico del nome dei "Votodrones"" in "Rassegna gallaratese Arte e storia" 1952 n. 4 pag. 8 e seguenti in cui concordiamo per la derivazione di Votodrone da Votodorum ma non per il significato che si volle dare all'etimo; doron infatti nel celtico vale "soglia", "limite" e non castello.) -, vien giustamente da sospettare abbia derivato il proprio attuale toponimo da parte della definizione per antonomasia di summa pars, summa via data in quel punto alla strada che poco vicino le passava , probabilmente per la zona dell'odierna Piazza Valgella.
Guadata la Strona, daltronde, per arrivare alle sponde del Verbano non resta, volendo al solito evitare un dilungarsi di tracciato e fatta ragione degli ostacoli altrimenti incontrabili, che puntare direttamente al varco  fra le colline Corneliane detto del Malvaj, donde la discesa al Ticino e al lago risulta piu' agevole che altrove. E in effetti, e' solo lungo questa direttrice che si possono riscontrare sul terreno ulteriori tracce possibili della nostra via.
Eccone i riferimenti topografici, con riguardo sempre alle tavolette dell'Istituto Geografico Militare Italiano aggiornate al 1903-1905: quattromila metri circa oltre il torrente Strona, carrareccia che attraversa il Malvaj rasentando in lieve curva la cascina Groppetti a nord e il confine tra i comuni di Golasecca e Sesto a sud, poi identificantesi con la cosiddetta ottocentesca "strada delle barche", per un totale di 100 metri; trecento metri piu' avanti, sentiero e poi strada comunale che conducono in discesa sin quasi alla localita' Molini di Mezzo si Sesto calende, per un totale di 750 metri. proprio su questa discesa, pare venissero trovati, del resto, nel secolo scorso, i resti di una antica strada Passerini, "Il territorio insubre" pag. 154 n. 1
); la quale tuttavia - poiche' la Mediolanum - Verbanus doveva essere certamente solo una via terrena o al massimo una glarea strata - bisognerebbe arguire, seppur si riferisce ad un tratto della nostra, che ne fosse solo un breve percorso, cosi' realizzato al fine da limitare la dilavatura della sede stradale in ripida discesa ad opera di grandi piogge.
Questa, da Somma sin presso sesto, e' tuttavia l'ultima frazione di via sia pur vagamente intravvedibile. Oltre, infatti, sia per aver transitato in un ambito piu' volte sconvolto nei secoli da esondazioni del lago e di torrenti, fra cui la Lenza, sia per aver decorso in zone poco adatte ai rettifili, il tracciato puo' essere solo ipotizzato.
Uno dei primi e piu' importanti motivi che gia' prima del Mille dovettero modificare e farne scomparire i vari tratti di percorso dovrebbe identificarsi con il lento ma inesorabile prevalere cui nel tempo andarono incontro molte di quelle vie vicinales, le quali, piu' o meno parallelamente alla strada, avevano servito nella romanita' i diversi piccoli abitati rurali ostentatamente trascurati dai rettifili.
Cosi' si puo' spiegare l'andamento preso, sin da allora, soprattutto tra Rho - presso cui i Longobardi avevano posto una fara, certo per controllo - e Legnano; nonche' il deciso spostarsi, piu' avanti, del tracciato su Gallarate - altra fara - e su Golasecca. Questo percorso difatti e' quello caratteristico in epoca medioevale avanzata della cosiddetta strada de Rho Dagli statuti delle strade e delle acque del contadi di Milano del 1346, pubblicati da Porro lambertenghi in "Miscellanea di Storia Italiana", tomo VII, Torino 1869, pag. 309 e seguenti, sappiamo che la strada del Rho ... che comenza fuori de la porta Zobia incima del boscho, attraversava le pievi di Trenno, nerviano, Parabiago, Olgiate, gallarate, Arsago, mezzana, Somma,Angera, Brebbia e Cuvio, tutti o gran parte degli abitanti erano tenuti ad obblighi di manutenzione, calcolati in braccia, a seconda della singola capacita' e contribuirvi e del fatto di esserne attraversati o solo di gravitarvi sopra, anche indirettamente. ); parte della quale tra l'altro, di riflesso all'importanza presa da Castelseprio in quei secoli, fini per appaiarsi, in unione al tratto che costeggiava la Valle Olona dell'antica strada Novaria-Comum, alla via diretta tra Mediolanum e il Varesotto.
Nel 1808, raggiunto il lago maggiore e costeggiatolo fino a Sesto, la strada del Sempione tocca peraltro la sponda piemontese del Ticino e subito viene ripresa in direzione di Milano lungo il tracciato che ignora quasi totalmente qualsiasi altra via precedente. Golasecca e' tagliata fuori; Somma viene interessata dai lavori quanto mai altri. Diviso in due il giardino visconteo, la nuova via irrompe difatti nell'abitato sul lato nord del castello, ne corre esattamente lungo una parte del fossato portai a livello, impone demolizioni di case. E finalmente ecco la vecchia strada postale che gli ingegneri napoleonici giudicano da qui in avanti sfruttabile. Ma solo per il momento.
Una moderna sistemazione dell'ulteriore tratto fino a Milano era pure in programma. Tuttavia non se ne fece piu' nulla. Cosi' tocco' all'I.R. Governo Austriaco provvedervi negli anni seguenti.
Nel 1820 fu la volta di un tronco  di strada costruito ex novo in rettifilo fra Somma e la Masnaga, per modo che l'abitato di Casorate risultasse a margine della via.
 
 
 
 
 
La ferrovia delle barche
 
Chi si inoltra nei boschi e nelle brughiere della bassa Somma, dalla Malpensa alla garzoniera verso Gruppetti e le Cornelliane di Golasecca, passando per la Novellina e la Stronaccia, si imbatte in ponti crollati, massicciate, scavi di trincea e arditi tagli di costiera: tutti elementi che avvertono il tracciato di qualche opera viabile. Infatti si tratta di una strada ferrata per il rimorchio delle barche, per via terra, da Tornavento a sesto calende. Essa fu costruita per rendere piu' rapida e meno costosa la navigazione sul fiume Ticino per il trasporto delle merci dal lago maggiore a Milano: traffico nella prima meta' del secolo scorso era molto intenso.
E'ì noto che il Ticino, da Sesto calende a Tornavento, ha un sensibile dislivello non sempre uniforme. A tratti si presentano "rapide"  con forti pendenze e quindi con correnti d'acqua impetuose che rendono la navigazione difficile e pericolosa. pertanto era sorta l'idea di integrare la navigazione  con tratti di via terrestre. Il progetto di una strada ferrata per il rimorchio delle barche da Tornavento a Sesto calende, risale all'anno 1844 e viene attribuito al patriota Carlo cattaneo.
L'opera, grandiosa per quei tempi, fu realizzata abbastanza rapidamente, tanto che inizio' a funzionare nell'anno 1858. Consisteva nell'estrarre le barche, addette al traffico commerciale, dall'acqua del Ticino all'altezza di Tornavento e portarle su grandi carri di tipo ferroviario gia' collocati sui binari in una strada ferrata. Questa, attraverso le nostre brughiere, raggiungeva Sesto calende dopo circa 17 chilometri di percorso. Le barche venivano rimesse nell'acqua e ricaricate di mercanzia. Il traino avveniva a mezzo di cavalli impiegati in numero di 100 unita'.
A Somma, in zona "Lavandai" alla Stronaccia, esiste ancora un grosso caseggiato che serviva da "Stazione" per passeggeri, per merci e per stallazzo dei cavalli.
Con l'entrata in funzione nell'anno 1865 della Ferrovia Milano-Sesto calende, l'attivita' delle "barche" ricevette un duro colpo:  poco dopo la Societa' che la gestiva dichiaro' fallimento. Era durata solo sette anni.
Sulla ferrovia per le barche da Tornavento a Sesto Calende, l'ing. Guido Candiani ha scritto una interessante e documentata storia.
 
(Tratto da "Storia di Somma Lombardo")
 
 
LA FERROVIA
 
Nell'anno 1860 la ferrovia Milano-Domodossola giungeva fino a Gallarate. Nell'anno 1863 iniziarono i lavori per il tratto Gallarate- Sesto calende. Dopo la costruzione del viadotto sullo Strona e la galleria di Vergiate, il 24 maggio 1865 entrava in funzione anche a Somma la stazione ferroviaria. Fu un avvenimento memorabile che ha cambiato il paesaggio e il modo di vivere ma soprattutto l'apertura di una nuova era di civilta' e di benessere. L'elettrificazione con doppio binario e' del 1946..
 
(Tratto da "Storia di Somma Lombardo")
 
 
LE VIE DI COMUNICAZIONE E LE STRADE DEL CAPOLUOGO E DELLE FRAZIONI
 
Pag. 190 da "Storia di Somma Lombardo"
 
Prima che Napoleone creasse la strada del Sempione (1804-1808), l'unica via che conduceva da Milano a Sesto Calende passando per l'abitato di Somma, era la "Strada De Ro'", cosi' chiamata perche' partiva dal centro di Rho alla periferia di Milano: nodo di collegamento con le strade  che dal nord portavano a Milano all'epoca della Repubblica Ambrosiana (Secolo XV), ma gia' vecchio tracciato romano. Entrava nel nostro territorio in "Contrada Larga" (ora via Fontana); proseguiva per la Valgella (ora via Gallibadino) e usciva dall'abitato attraverso la via Leoni (ora via G. Visconti). Imboccava la via Ducale (ora via Montebello) e, lasciato a destra il Monte Sordo (Muraccio), scendeva allo Strona che i cavalli e i carri attraversavano a guado, mentre i pedoni solcavano la roggia su un ponticello in pietra, distrutto poi da un'impetuosa piena nell'anno 1678. Solo nell'anno 1744 fu costruito un ponte piu' elevato e agibile al transito dei pedoni, cavalli e carri. Anche questo ponte venne abbattuto nell'anno 1872 a seguito dell'entrata in funzione di quello attuale che era di proprieta' della "Ferrovia delle Barche". Fallita questa Societa' nell'anno 1865, il ponte venne acquistato dal comune per lire 5.000. La vecchia strada Ducale proseguiva attraverso le brughiere di Garzonera; raggiunti i Gruppetti e quindi le Corneliane in territorio di Golasecca, scendeva su Sesto Calende.
Le comunicazione con il Piemonte attraverso il Ticino, avvenivano al valico di frontiera a Porto della Torre mediante imbarcazioni. Anche dopo l'unificazione d'Italia, Porto della Torre continuo' ad esercitare la funzione di collegamento tra le due sponde unitamente al traghetto di Coarezza costruito negli anni 1883 e 11890.
 
 
 
 
 
 
 
LE ANTICHE STRADE DEL CAPOLUOGO
 
La prima classificazione delle strade risale all'anno 1865 e riguarda le principali arterie che collegavano il capoluogo alle frazioni e cascinali sparsi. Si trattava delle vie Crocefisso di Smocco, che portava al Lazzaretto; S. Caterina, allo Strona; Varesina, verso i Mulini Copp, Gadda e Piode; S. Rocco, verso Case Nuove; Maddalena, verso la frazione. Altra strada serviva Golasecca e Coarezza; inoltre il Rile verso la campagna di Mezzana.
Nell'anno 1880, la descrizione del Melzi e da documentazioni di archivio comunale, risulto' che le strade e piazze del capoluogo aperte al pubblico erano le seguenti:
 
STRADA DE RO': - Gia' antica strada consolare romana che congiungeva Milano con Sesto.
STRADA DEL SEMPIONE - Napoleonica che taglia il centro abitato.
CROCE DELLA PIETRA - Antico viottolo che circonda il parco - Luogo di scalpellini.
VIA DUCALE - Gia' strada de Ro' dopo la via Leoni (ora via Montebello).
VIA BARCHETTO e PIAZZA BARCHETTO - Dove erano aperti i laboratori per le barche (ora Campana).
VIA BELVEDERE - Che conduce all'amena localita' sulla costiera del Ticino.
VIA BIRONE - In localita' "Malora" (antica fattoria agricola con estesi vigneti)
VIA BRUGHIERA - Zona di brughiera nelle localita' Belcora e Beltramada.
VIA CAMPANILE - Tratto di strada sotto il campanile S. Agnese (ora via Zancarini)
VIA CANONICA e PIAZZA CANONICA - Sede di canonicati al Castellaccio.
VIA CIOVINO - Pare derivasse da un antico personaggio sommese (ora Via Garibaldi).
VIA CIPRESSO - Strada che circondava la vigna del cipresso - chiamata anche Pontetto.
VIA CARDE? - Zona "in mezza CAMPAGNA" verso S. Rocco (ora via Giusti).
VIA CROCEFISSO DI SMOCCO - Per l'esistenza di una pittura con la croce smussata.
VIA DELLE CORDE - Per i laboratori dei cordari - (ora via Broggi).
VIA LARGA - Per strada ampia - Gia' via De Ro' (ora via Fontana).
VIA LAZZARETTO - Che conduce alla zona omonima.
VIA LEONI - Per i quattro pilastri statue di leoni - (Ora via Visconti).
VIA MADONNINA - per l'antica cappelletta murale con l'effige della Madonna con Bambino.
VIA MULINO DELL?OLIO - Strada verso il Ticino ove esisteva un mulino per l'olio.
VIA MURATA - Antica via oltre la muraglia che cingeva il borgo - (Ora via Galli).
VIA PASQUE' - Dalla radice latina "pascuum (Terreno da pascolo) - (ora via Briante).
VIA PIAGGIO - Nome proprio di un facoltoso sommese che vi abitava.
VIA PONTE - Strada che passava sotto il ponte di accesso al castello - (ora via Roma)
VIA PORTONE - Per la porta est di accesso al centro abitato - (ora via Mameli).
VIA POZZETTI E PIAZZA omonima - Zona ricca di acque sorgive - (ora Via Melzi)
VIA QUADRO - Dal dialetto "Quadar" per appezzamento di terreno coltivato.
VIA REBAGLIA - Dal dialetto "rubaia" per roba di scarto.
VIA RUGHETTA - Strada stretta e incassata nella valle dei Gella.
VIA SALVETTE - Da antica tradizione religiosa per la cappelletta dedicata alla Madonna.
VIA S: BERNARDINO e PIAZZA omonima - Verso la chiesa dedicata al santo sa Siena.
VIA S. ROCCO - Verso la chiesa di S. Rocco.
VIA S. CATERINA - Zona allo Strona dedicata a S. Caterina da Siena.
VIA S. Vito e PIAZZA omonima - Verso la Chiesa di San Vito - (Ora via Mameli)
VIA STRONAZZA - Discesa verso lo Strona vecchia sulla strada per Coarezza e Golasecca.
VIA ALGELLA e PIAZZA omonima - Da "Valle dei Gella" - Ora via Gallibadino).
VIA VALLE - Dal castello nord alle valli in aperta campagna - (Ora via Sfrondati).
VIA VARESINA - Dal Sempione verso Varese.
VIA VIGNOLA - Strada verso le piccole vigne.
VIA DE RATTI - Vicolo topaia dal Sempione a S. Bernardino - (Ora via Verdi).
VIA SABBIONE - Da S. Bernardino verso la zona Inferno - (Ora via Salvioni).
VIALE STAZIONE - Dal Sampione alle FF.SS. - (ora Via Maspero).
PIAZZA S. AGNESE - Davanti alla chiesa omonima - (ora Piazza Vittorio Veneto).
PIAZZA DEL CASTELLO - All'entrata nord del Castello.
PIAZZA DELLA PESA - per la pesa pubblica.
PIAZZA SALITA AL CASTELLO - Entrata a mezzogiorno del castello.
 
Come si vede l'antica toponomatica faceva riferimento alle caratteristiche del luogo, ai suoi usi, mestieri, costumi tradizioni. Un esempio curioso e' quello dell'attuale via CIACCO. L'etimologia semantica di questo strano nome dato alla zona del "CIACH" e omonima via, ha due diverse versioni. Secondo il pubblicista Terzaghi deriva da un "vivandaio" tedesco di nome CIAK incaricato dai comandi militari di gestire uno spaccio di generi alimentari e bevande durante lo svolgimento delle manovre militari dei reggimenti austriaci in zona Belvedere tra gli anni 1830-1840. Secondo la versione dell'Ing. Binaghi si tratta invece di un affresco sul muro di una casa contadina nei pressi della scuola di via Villoresi e rappresentante la scena di Gesu' nel Sinedrio con la scritta "ECCE HOMO". La pittura con il passare del tempo si era sbiadita e la scritta lasciava intravvedere soltanto due lettere: C e H, per cui la gente comincio' a distinguere la localita' con il nome dialettale di "CI-ACH".
Il viale della Stazione venne aperto nell'anno 1864 e nel 1871 fu stipulata la convenzione tra l'Amministrazione comunale e le Ferrovie dello Stato per la piantumazione degli alberi e la posa di panchine di granito sul piazzale antistante la stazione.
 
LA NOSTRA BRUGHIERA
 
pag. 169
 
LA BONIFICA DELLA BRUGHIERA
 
Pag. 370
 
COAREZZA: ORIGINI E STORIA
 
Pag 126
 
LA FRAZIONE MADDALENA: ORIGINE E STORIA
 
pag 138
 
L'origine di questo piccolo centro abitato risale all'anno 1400 quando i i Visconti crearono una colonia agricola. Nell'anno 1497 gli eredi di Guido Visconti eressero la prima chiesetta. Da documenti di archivio visconteo si apprende che il tempio fu terminato nel 1522 e in tale anno venne istituita la messa festiva. Sempre la casata Visconti, feudataria di questa frazione, restauro' la chiesetta nel 1626 e si ritiene che in tale data abbia ordinato al pittore Mauro della Rovere detto il Fiammenghino, una tela per l'altare rappresentante Maria Maddalena inginocchiata con i capelli sparsi che riceve la santa Comunione da un angelo.  Oggi questa tela non esiste piu'; il tempo e l'incuria l'hanno distrutta prima ancora che fosse collocata nella nuova chiesa.
Anche l'origine del nome della localita' risale al 1626. Infatti, in occasione dei restauri della chiesetta, il conte Antonio Visconti, feudatario di Arsago, "intese onorare la memoria della bisavola Maddalena Trivulzio, la cui figlia Anna, moglie di Francesco Sfondrati, diede alla luce, nel castello visconteo, il futuro Papa Gregorio XIV.
 
LA FRAZIONE CASE NUOVE: ORIGINE E STORIA
 
pag. 144
 
LA BRUGHIERA DELLA GRADENASCA E LA CASCINA MALPENSA
 
Da pag. 146 di "Storia di Somma Lombardo"
 
Nell'anno 1590, i Visconti, signori di Somma e territori circonvicini, fondarono ai margini della brughiera della Gradenasca, una colonia agricola che chiamarono "Case Nuove".
La Cascina Malpensa, piu' a nord e piu' addentrata nella brughiera, e' costruzione successiva. Infatti risale al'anno 1796 per iniziativa del bustese Gian Battista Tosi che organizzo' una fattoria agricola e "intensi traffici commerciali". Il figlio del Tosi, divenuto vescovo di pavia,  e' noto per  l'amicizia con Alessandro Manzoni: il grande scrittore lombardo fu ripetutamente ospite della Cascina Malpensa anche a causa di un beneficio livellario ereditato dal padre.
Circa l'origine del nome dispregiativo, pare che derivi dall'aridita' del terreno e dalla difettosa fecondazione del seme che varia sensibilmente da zona a zona, percui si diceva che era una "malpensata" coltivare nella brughiera.
Comunque risulta che il Tosi fu all'avanguardia di una schiera di pionieri che nella prima meta' dell'ottocento dissodarono tremila ettari di brughiera: la sua trasformazione fondiaria fu una delle meglio riuscite, imperniata sui fabbricati, sull'acqua ricavata da un pozzo profondo settanta metri e su una rete di strade di accesso.
Nel 1810 il Verri, sul giornale " Il commercio dei grani", dando notizia della bonifica della Malpensa scriveva " E' prodigioso il frutto che se ne ricava: vi sono i gelsi da bachi da seta; viti per ottimo vino; vi e' frumento e tutto viene assai bene; il granoturco singolarmente si coltiva con felice successo".
Lo stesso Federico Caproni per la sua bonifica di Vizzola Ticino degli anni '30, venne incoraggiato dall'esempio storico della Malpensa.
Dopo il 1832 tutta la Brughiera della Gradenasca fu destinata a campo di manovre militari per le truppe tedesche che stanziavano nell'alto milanese, in sostituzione delle "Groane" Monzesi. E questo nuovo tipo di servitu' risulto' poco compatibile con l'agricoltura tanto da fermarne l'espansione e limitarne la fiorente attivita'.
Nel 1886 il Ministero della guerra del nuovo Regno d'Italia procedette all'espropriazione della Malpensa per farne un grande campo di esercitazione militare per la cavalleria e per l'artiglieria. Il fondo venne spogliato di tutte le piante, le coltivazioni sospese e i caseggiati destinati ai militari. Le 24 famiglie che vi abitavano per un totale di 130 persone, vennero gradualmente sloggiate  e sistemate presso i nuclei abitati di Bellaria e Case Nuove nonche' presso il capoluogo. Le pratiche per l'indennizzo degli espropriati dei fondi iniziarono nel 1891 e trenta anni dopo risulto' che ci furono ancora famiglie che reclamavano la liquidazione dei propri indennizzi.
 
L'ARCHEOLOGIA NEL TERRITORIO DELLA MALPENSA.
 
da pag. 148 di "Storia di Somma Lombardo"
 
Nell'anno 1967 l'architetto Angelo Maria Bonomi, Ispettore Onorario della Soprintendenza delle antichita' per le provincie di Milano e di Varese, avuto notizie di alcuni casuali rinvenimenti di sepolture e di altri reperti archeologici sui terrazzamenti della costiera del Ticino in zona Malpensa - Case Nuove, intraprese una meticolosa ricerca che porto' alla scoperta della "Cultura PROTOGOLASECCHIANA della Malpensa " risalente al IX e X secolo a.c..
I rinvenimenti piu' importanti si trovano in zone ben evidenziate sulla sinistra lungo la strada Somma - Tornavento, parte in brughiera e parte ai margini dell'abitato di Case Nuove sulla via Santa margherita. Venne disegnata una carta Archeologica con coordinate topografiche riferite al vertice estremo della base geodetica di Somma Lombardo (la piramide in brughiera), e tutto il materiale ritrovato venne depositato presso la soprintendenza delle antichita' della Lombardia in attesa della collocazione definitiva. Tali interventi furono definiti, dagli esperti, di fondamentale importanza poiche' vengono a colmare una lacuna nella preistoria della Lombardia Occidentale. La sua nota dominante e' l'appartenenza al X secolo a.c..
Il materiale e' stato rinvenuto ad una profondita' che varia dai 30 cm. ai 100 cm. dal piano terra, e consiste in numerose sepolture a cremazione in materiale ceramico e vasi domestici. Inoltre sferette e pendagli; fibule ad arco, armille, anelli ed altri reperti in bronzo.
Le ricerche proseguono grazie anche alla partecipazione di un gruppo di giovani volenterosi appassionati di archeologia e capeggiati da Flavio Rossa, Rino Balbo e Giulio Pignoloni.
Ne' si puo' ignorare che tutto il nostro territorio e' considerato zona archeologica. Infatti, in piu' punti del centro abitato e alla periferia,, specie sui rilievi collinari, in epoche diverse vennero all luce reperti archeologici trovati casualmente durante gli scavi per la costruzione di case e di fossati per la fognatura; materiale di grande importanza per definire, con altri ritrovamenti della zona, la "Cultura Protogolasecchiana". Purtroppo gran parte dei ritrovamenti sono andati dispersi, finiti in case private o commercializzati da persone ignoranti o senza scrupoli: solo poco materiale ha trovato degna sede presso i musei qualificati.
       A documentazione degli ultimi ritrovamenti citiamo:
-  Negli anni 1949,1950 e 1954, sulla via Guido Visconti di Modrone, tra l'attuale scuola elementare e la Madonna della Preia, vennero alla luce alcune tombe attribuibili a buona epoca romana. Contenevano vasi cinerari, suppellettili, armille, fibule e altro materiale bronzeo.
- 1955: rinvenimento occasionale durante uno scavo edilizio nell'area tra le vie Binaghi e Garzonio a Mezzana. Si e' trattato di tombe con reperti cinerari e grossi vasi domestici.
- 1958 : durante lo scavo per l'ampliamento del Calzificio Ferrerio, lungo il Sempione, rinvennero alcune tombe attribuibili ad epoca romana.
- 1978: toma romana scoperta durante gli scavi dell'ampliamento dell'Ospedale, risalente al Iv o V secolo d.c.. Sul coperchio e' stata decifrata la scritta:"D.M. PRO FUTURUS CASSIAM FRATER PIENTISSIMUS".
- 1979: durante i recenti scavi per la costruzione di un gruppo di case popolari sulla collinetta in zona "Vigna del Prevosto" a Mezzana, vennero alla luce reperti archeologici di notevole interesse.
Sovraintendono all'indagine archeologica sul nostro territorio, oltre all'Architetto Angelo Maria Bonomi la Dott.sa Luisa Ferrerio Alpago-Novella, la Prof.sa Rofia e Carlo Mastorgio che fanno capo al Museo Archeologico della Societa' Gallaratese per gli Studi Patrii.
Reperti archeologici rinvenuti  sul nostro territorio sono anche custoditi presso i Musei di Varese e di Milano. C'e' chi auspica che anche nella nostra citta' si organizzi un museo conservativo sia per dare incoraggiamento e possibilita' agli appassionati di ricerche archeologiche, sia per acuire la curiosita' e sviluppare  la cultura presso la nostra gente. Puo' essere una proposta valida purche' non si disperda in rivoli insignificanti un prezioso patrimonio: allora sarebbe meglio potenziare il gia' esistente Museo di Gallarate.
Comunque l'amore per archeologia, come tutta la nostra storia antica, e' incentivo per meglio operare nella vita futura.
 
 
LA NAVIGAZIONE
 
 
 
NOTE:
 
08/05/95:
 
Indagine sulle S.F. dal ponte di localita' Vignazze (S. Rocco) di Somma Lombardo alla statale 334 della Malpensa:
 
1) Dal ponte delle S.F. in localita' Vignazze (ponte sguara') decisamente visibile dalla strada che collega la Malpensa a Somma Lombardo si imbocca la stradina a sinistra a nord del ponte. Stradino non asfaltata che porta ad alcune case private e a piccole fabbriche nella brughiera e campi coltivati a ovest del Sempione. A pochi metri a ovest si trova il terrapieno del ponte. Terrapieno adibito a parcheggio e discarica degli abitati. Si continua a sud sulla strada che e' il vecchio tracciato mentre sulla sinistra vi sono campi e fabbricati. Sulla destra si trova il ciglione.
Si continua fino a quando sulla sinistra si trova un deposito di una impresa di costruzioni edili. La S.F. da destra passa a sinistra nel luogo del deposito. Sempre a sinistra de del viottolo la S.F. e' interrotta da un piazzale ben tenuto al taglio delle piante ed e' circondato da tre lati N S O da terrapieni. Ultima postazione di ricovero per aerei durante la seconda guerra mondiale. La S.F. e' sulla sinistra del viottolo con dei terrapieni bassi ai lati.
Piu' avanti si trova la lapide S.F.
Il sentiero scende mentre si erge il terrapieno. Il ponte PX e' sulla sinistra. La lapide Lx e' a NE sull'altro lato del ponte.
Si passa sotto il ponte e si imbocca il sentiero dall'altra parte della S.F.. Il sentiero precedente porta a valle e altrove.
La S.F. rimane sulla destra  e il terrapieno diminuisce fino a perdersi nella brughiera e il viottolo si allontana. Seguire per 500 metri fino a che un piano di cemento e asfalto dichiara la presenza di un deposito di aerei.
Imboccare il sentiero di destra. 100 metri e si trova il ponte Px. Altra lapide. Una fenditura ai piedi delle spalle del ponte scarica la terra del terrapieno, mentre sul terrapieno si apre un buco pericoloso.
 
Proseguendo, il terrapieno scende e si perde le tracce. Non si trova piu' nulla fino alla strada ST334 della Malpensa.
 
 
 
 
 
 
DA TROVARE:
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Somma Lombardo:
       Localita' Belvedere - Sarebbe la via Villoresi
       In via Villoresi esisteva un piccolo fabbricato per riposare i cavalli.
       Taglio ardito - Dal ponte della cascina delle barche, verso il Ticino, a pochi metri sulla sinistra inizia il tracciato visibilissimo della S.F. che porta fino a belvedere. Segue il metanodotto.
 
       Muraglione su metanodotto.
       Giu' fino alla Strona.
Trovare anche la cisterna che si trova fra la strada Sesona-Golasecca e Gruppetti.
 
 
C. Vismara - "La strada ferrata delle barche da Tornavento a Sesto Calende e il suo avvenire" - Tip. G. Redaelli, 1859
 
G. D. Oltrona Visconti, "Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante avvenimento del secolo scorso" in RGSA 11951, n. 3 pp. 23-32; Il decreto di concessione dell'"Ipposidra" in RGSA 1956, n. 1, pp. 10 - 12. "Per la ferrovia Milano - Sesto Calende" cfr. Aspesi, Gallarate ...., pp. 1197
 
Nota: Nel 1858 inizia l'attivita' della "Via Ferrata di rimorchio delle barche" da Tornavento a Sesto Calende, fallita nel 1971 per l'opposizione dei navaioli e per la costruzione della Milano - Gallarate - Sesto Calende.
 
 
 
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Lista delle diapositive relative al racconto:
 
Da Tornavento alle cave di ghiaia
 
 
3484 - Tornavento. Vista del Ticino
3513 - La castellana (A270°) vista dalla discesa della statale per Busto Arsizio.
3512 - La castellana (A360°)
3482 - Tornavento. La castellana
3511 - Sulla sinistra (S2) l'inizio della darsena. (S789) e' la darsena. In fondo La Castellana.
3510 - Dalla darsena di alaggio alla centrale. E' probabile che a destra sia stata interrata la darsena (180°)
3483 - Tornavento. Vista della centrale da Castellana.
3509 - Vista della cascina (180°) che forse dall'altra parte o nel prato qui a destra, vi si trovava la darsena per imbarcare le barche sui carrelli. Dietro, a pochi metri, l'entrata della centrale.
3507 - Vista del Villoresi dal Ponte carrabile della statale per il ponte di Tornavento. Esattamente in questo punto la S.F. passava il canale venendo dalla zona della centrale (direzione del traliccio). (180°)
3508 - Sponda destra del canale fra la centrale e il ponte carrabile del Villoresi (360°).
3485 - Dal Villoresi di Tornavento, per 500 metri a nord, vista di una casa sul ciglione.
3476 - Tornavento. Vista della piazzola ove hanno inizio i tornanti.
3503 - Piazzola accanto al Villoresi a Tornavento. La rampa in vista porta al 2° tornante dell'incrocio. Sulla destra si nota i resti di una massicciata in sassi che serviva per tenere la strada sovrastante che una volta era la S.F.
3502 - Massicciata descritta in D3503
3501 - Ponte sul Villoresi a Tornavento. Sulla sinistra, piu' in altro la S.F.
3505 - (L1) Incrocio vecchia strada per Tornavento e S.F. cartello descrittivo e lapide (180°)
3481 - Tornavento. Cartello con incrocio della S.F. con i tornanti. Ne riquadro 2 l'antica via proveniente dalla darsena.
3504 - (L1) Lapide presso l'incrocio della vecchia strada di Tornavento (2° tornante) e la ferrovia
3479 - Tornavento. Terzo tornante.
3506 - Incrocio vecchia strada per Tornavento e S.F. cartello descrittivo e lapide (360°)
3517 - Tornavento. (A360°) Postazione Belvedere sull'ultimo tornante che dal Villoresi porta sul ciglione.
3478 - Tornavento. Ponte sul Villoresi.
3518 - Villoresi non so dove.
3477 - Tornavento. Vista dal Belvedere.
3480 - Tornavento. Sulla riva nel riquadro 5, la cava.
3489 - Cava di ghiaia a sinistra, canale Villoresi al centro, Ticino con ponte di Oleggio a destra.
       Vista dal costone
3514 - Tornavento. (A40°) Antica dogana austriaca del 1787.
3486 - Antica dogana austriaca del 1877. Vista dal fronte. Il restauro di riferisce solamente al tetto. A destra la strada che porta alla statale della Malpensa.
3516 - Tornavento. (A120°) Antica dogana austriaca del 1787 con vista delle stalle sul retro.
3487 - Antica dogana austriaca del 1877. Vista delle stalle.
3515 - Tornavento. (A360°) Costruzione diroccata presso la dogana austriaca.
 
Dalle Cave di ghiaia a San Rocco
 
(P1) (P2)
 
(L2) (L2a) (L3) (L3a) (L4)
 
3544 - E' uno spiazzo usato nella 2° guerra mondiale per riparare gli aerei dislocati nella Malpensa.
3549 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3548 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3546 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3547 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3565 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3566 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3550 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
 
3768 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3769 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3770 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3545 - (L2) E' il primo capitello presso il primo ponte (P1).
3767 - (L2) E' il primo capitello presso il primo ponte (P1).
 
 
 
 
 
 
3760 - Pineta fra il primo ponte e il secondo
3761 - Pineta fra il primo ponte e il secondo
3762 - Lapide fra il primo ponte e il secondo
3763 - Lapide fra il primo ponte e il secondo
3764 - Lapide fra il primo ponte e il secondo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
3779 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3756 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3744 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3746 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3759 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a) segnata dal bastone
3757 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
3758 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
3745 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
 
 
 
 
 
3539 - (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3540 - (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3541 - (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3543 - (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3542 - (L3) E' il primo capitello presso il primo ponte (P2).
3553 - Prosegue la S.F. fino a quando trova i muraglioni dello spiazzo per aerei.
3554 - E' uno spiazzo usato nella 2° guerra mondiale per riparare gli aerei dislocati nella Malpensa. E' vicino al deposito della impresa edile.
3551 - Prosegue. Vista da 180°
3552 - (L3) . e' l'ultimo capitello prima di S. Rocco.
3555 - Sulla sinistra la linea elettrica che si dirige sulla statale.
3538 - Sulla sinistra la linea elettrica che si dirige sulla statale.
3556 - Sempre avanti, sulla sinistra la linea elettrica e il metanodotto che scende verso la statale mentre la S.F. prosegue sul ciglione verso S. Rocco.
3557 -  Sempre avanti, sulla destra finisce il bosco e iniziano i campi che vanno verso il Sempione.
3558 - (A180°) sulla sinistra la S.F. che arriva e taglia la statale dirigendosi a destra.
3559 - (P3) Ponte delle Vignazze (A180°)
3560 - (P3) Ponte delle Vignazze (A180°)
3561 - (P3) Ponte delle Vignazze (A0°)
3562 - Chiesa di S. Rocco.
3563 - Chiesa di S. Rocco.
 
Da S. Rocco a Lavandai
 
(L5)
 
3629 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3630 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3631 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3632 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3633 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3634 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3635 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3636 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
 
3747 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3748 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3749 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3750 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3751 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3752 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3753 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3754 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3755 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
 
 
 
 
 
 
3637 - Direzione S.F. all'uscita del sentiero del Belvedere verso le scuole
 
 
 
 
3567 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3626 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3627 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3628 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
 
3569 - In fondo a questo sentiero il punto esatto.
3570 - (L5) Capitello trovato sulla sinistra della S.F. appenda entrati nel bosco.
3625 - (L5) Cippo all'entrata del sentiero in zona Belvedere
3571 - (L5) Lo stesso capitello uscendo dal bosco.
3572 - (L5) Lo stesso capitello entrando nel bosco.
3573 - Prosegue poco oltre. All'altezza del rilievo centrale (apportato dopo), sulla sinistra il belvedere.
3622 - S.F. sentiero in zona Belvedere
3623 - S.F. sentiero in zona Belvedere
3624 - S.F. sentiero in zona Belvedere
 
3565 - Vista delle cave e della diga dal Belvedere.
3566 - Vista delle cave e della diga dal Belvedere.
3620 - Vista delle cave e della diga dal belvedere.
3621 - Vista delle cave e della diga dal belvedere.
 
Dalla cascina LAVANDAI a Gruppetti
 
(P5) (P6) (P7)
 
(L6) (L7)
 
 
3461 - Somma Lombardo. Cascina dei "Lavandai"
3460 - Somma Lombardo. Cascina dei "Lavandai"
3462 - Somma Lombardo. Ponticello di fronte alla cascina "Lavandai" o "Ponte delle barche".
3439 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3444 - (P5) Dovrebbe essere il primo ponte.
3440 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3638 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3639 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3640 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3641 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3642 - (L6) Cippo posto tra il primo ponte ed il secondo
3643 - (L6) Cippo posto tra il primo ponte ed il secondo dopo viottolo verso(?)
3644 - (P6) Secondo ponte
3645 - (P6) Secondo ponte
3646 - (P6) Secondo ponte
3647 - (P6) Secondo ponte
 
 
 
 
3441 - (P6) e' il secondo ponte.
3442 - (P6) e' il secondo ponte.
3445 - Golasecca. Dopo il secondo ponte (P6) (a360°), il viottolo a destra della S.F.
3446 - S.F. infossata.
 
 
 
3443 - (P7) Dovrebbe essere il terzo ponte.
 
 
3458 - Prosegue
3526 - Prosegue
3459 - Prosegue
3449 - Golasecca. Percorso del metanodotto.
3452 - Golasecca. (A360). Incrocio della S.F. con una stradina. lapide con scritta. ricoperta di vernice rossa per indicare un percorso europeo.
3450 - (L7) Lapide con vernice del percorso europeo.
3453 - Prosegue
3451 - Golasecca. (A180°). Incrocio della S.F. con una stradina. lapide con scritta. ricoperta di vernice rossa per indicare un percorso europeo.
3457 - Incrocio con la strada di Sesona - Golasecca.
3448 - In prossimita' del 2° ponte.
3454 - In prossimita' del 2° ponte.
3447 - In prossimita' del 2° ponte.
 
 
 
Da Gruppetti a Golasecca
 
 
(P8)
 
 
3524 - a partire dal bivio di Gruppetti, verso il basso seguendo il metanodotto (A4°). Qui comincia a scendere per il viottolo centrale. Quello a destra e' per gruppetti. Questo di sinistra porta nel fondo di un fosso che resta sempre sulla sinistra. E' il fosso che divide la S.F. e il monte Galiasco.
3523 - a partire dal bivio di Gruppetti, verso il basso seguendo il metanodotto (A4°). Qui comincia a scendere
3527
3456 - Golasecca. Da gruppetti verso "lavandai"
3525 - e' vicino a Gruppetti. Non so.
3455 - Golasecca. Gruppetti costruzione.
3522 - Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, dietro e' il ponte e vista del terrapieno dovuto alla costruzione del dell'autostrada. Le automobili passano sotto nel punto in cui Wanda e' ripresa.
3521 - (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
3528 - (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). E' in fossato, sulla sinistra una casa privata.
3530 - (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). E' in fossato, sulla sinistra una casa privata.
3529 - (P8) Come (D3521) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
3531 - (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
3532 - Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). Questa strada collega il Sempione con il ponte autostradale di Sesto Calende. Il fossato termina con immondizie.
3533 -Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). Questa strada collega il Sempione con il ponte autostradale di Sesto Calende. Il viale era occupato dalla S.F. e sulla sinistra la cascina Marmerina.
3500 - Antica cascina in Sesto Calende a 20 metri e 220° dall'incrocio della strada tra il Ticino e il Sempione, e la S.F.
 
3534 - Lapide con inciso "per cascina Persualdo" in sesto calende quando la "Via Vecchia" finisce sulla strada da Sesto al Lungofiume.
3535 - Sesto calende lungo il fiume verso sud (A152°) E' probabile la darsena di arrivo della S.F.
3536 - Sesto calende lungo il fiume verso sud (A152°) E' probabile la darsena di arrivo della S.F.
 
Cartine geografiche
 
3498 - Cartina geografica scala 17.000 della zona
3499 - Cartina geografica scala 17.000 della zona.
3520 - e' un bosco ma non so dove.
3619 - Cartina geografica scala 17.000 della zona
 
 
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Diapositive da definire e ordinare
 
3858
3931
3960
3961
3962
3963
3964
3965
3966
3968
3969
 
 
 

Ferbar1

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Ferrovia Barche
 
 
 
 
 
 
 
Lista delle fotografie relative alla
 
FERROVIA DELLE
 
BARCHE
 
 
 
 
 
 
 
Da Tornavento alle cave di ghiaia
 
 
3484       Tornavento. Vista del Ticino
3513       La castellana (A270°) vista dalla discesa della statale per Busto Arsizio.
3512       La castellana (A360°)
3482       Tornavento. La castellana
3511       Sulla sinistra (S2) l'inizio della darsena. (S789) e' la darsena. In fondo La Castellana.
3510       Dalla darsena di alaggio alla centrale. E' probabile che a destra sia stata interrata la darsena (180°)
3483       Tornavento. Vista della centrale da Castellana.
3509       Vista della cascina (180°) che forse dall'altra parte o nel prato qui a destra, vi si trovava la darsena per imbarcare le barche sui carrelli. Dietro, a pochi metri, l'entrata della centrale.
3507       Vista del Villoresi dal Ponte carrabile della statale per il ponte di Tornavento. Esattamente in questo punto la S.F. passava il canale venendo dalla zona della centrale (direzione del traliccio). (180°)
3508       Sponda destra del canale fra la centrale e il ponte carrabile del Villoresi (360°).
3485       Dal Villoresi di Tornavento, per 500 metri a nord, vista di una casa sul ciglione.
3476       Tornavento. Vista della piazzola ove hanno inizio i tornanti.
3503       Piazzola accanto al Villoresi a Tornavento. La rampa in vista porta al 2° tornante dell'incrocio. Sulla destra si nota i resti di una massicciata in sassi che serviva per tenere la strada sovrastante che una volta era la S.F.
3502       Massicciata descritta in D3503
3501       Ponte sul Villoresi a Tornavento. Sulla sinistra, piu' in altro la S.F.
3505       (L1) Incrocio vecchia strada per Tornavento e S.F. cartello descrittivo e lapide (180°)
3481       Tornavento. Cartello con incrocio della S.F. con i tornanti. Ne riquadro 2 l'antica via proveniente dalla darsena.
3504       (L1) Lapide presso l'incrocio della vecchia strada di Tornavento (2° tornante) e la ferrovia
3479       Tornavento. Terzo tornante.
3506       Incrocio vecchia strada per Tornavento e S.F. cartello descrittivo e lapide (360°)
3517       Tornavento. (A360°) Postazione Belvedere sull'ultimo tornante che dal Villoresi porta sul ciglione.
3478       Tornavento. Ponte sul Villoresi.
3518       Villoresi non so dove.
3477       Tornavento. Vista dal Belvedere.
3480       Tornavento. Sulla riva nel riquadro 5, la cava.
3489       Cava di ghiaia a sinistra, canale Villoresi al centro, Ticino con ponte di Oleggio a destra. Vista dal costone
3514       Tornavento. (A40°) Antica dogana austriaca del 1787.
3486       Antica dogana austriaca del 1877. Vista dal fronte. Il restauro di riferisce solamente al tetto. A destra la strada che porta alla statale della Malpensa.
3516       Tornavento. (A120°) Antica dogana austriaca del 1787 con vista delle stalle sul retro.
3487       Antica dogana austriaca del 1877. Vista delle stalle.
3515       Tornavento. (A360°) Costruzione diroccata presso la dogana austriaca.
 
Dalle Cave di ghiaia a San Rocco
 
(P1) (P2)
 
(L2) (L2a) (L3) (L3a) (L4)
 
3544       E' uno spiazzo usato nella 2° guerra mondiale per riparare gli aerei dislocati nella Malpensa.
3549       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
*3548       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3546       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3547       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3565       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3566       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3550       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
 
3768       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3769       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3770       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3545       (L2) E' il primo capitello presso il primo ponte (P1).
3767       (L2) E' il primo capitello presso il primo ponte (P1).
 
 
3760       Pineta fra il primo ponte e il secondo
3761       Pineta fra il primo ponte e il secondo
3762       Lapide fra il primo ponte e il secondo
3763       Lapide fra il primo ponte e il secondo
3764       Lapide fra il primo ponte e il secondo
 
3779       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3756       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3744       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3746       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3759       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a) segnata dal bastone
3757       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
3758       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
3745       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
 
 
3539       (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3540       (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
*3541       (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3543       (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3542       (L3) E' il primo capitello presso il primo ponte (P2).
3553       Prosegue la S.F. fino a quando trova i muraglioni dello spiazzo per aerei.
3554       E' uno spiazzo usato nella 2° guerra mondiale per riparare gli aerei dislocati nella Malpensa. E' vicino al deposito della impresa edile.
3551       Prosegue. Vista da 180°
3552       (L3) . e' l'ultimo capitello prima di S. Rocco.
3555       Sulla sinistra la linea elettrica che si dirige sulla statale.
3538       Sulla sinistra la linea elettrica che si dirige sulla statale.
3556       Sempre avanti, sulla sinistra la linea elettrica e il metanodotto che scende verso la statale mentre la S.F. prosegue sul ciglione verso S. Rocco.
3557        Sempre avanti, sulla destra finisce il bosco e iniziano i campi che vanno verso il Sempione.
3558       (A180°) sulla sinistra la S.F. che arriva e taglia la statale dirigendosi a destra.
*3559       (P3) Ponte delle Vignazze (A180°)
3560       (P3) Ponte delle Vignazze (A180°)
3561       (P3) Ponte delle Vignazze (A0°)
3562       Chiesa di S. Rocco.
3563       Chiesa di S. Rocco.
 
Da S. Rocco a Lavandai
 
(L5)
 
3629 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3630 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3631 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3632 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3633 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3634 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3635 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3636 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
 
3747 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3748 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3749 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3750 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3751 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3752 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3753 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3754 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3755 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
 
3637 - Direzione S.F. all'uscita del sentiero del Belvedere verso le scuole
 
3567 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3626 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3627 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3628 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
 
3569 - In fondo a questo sentiero il punto esatto.
3570 - (L5) Capitello trovato sulla sinistra della S.F. appenda entrati nel bosco.
3625 - (L5) Cippo all'entrata del sentiero in zona Belvedere
3571 - (L5) Lo stesso capitello uscendo dal bosco.
3572 - (L5) Lo stesso capitello entrando nel bosco.
3573 - Prosegue poco oltre. All'altezza del rilievo centrale (apportato dopo), sulla sinistra il belvedere.
3622 - S.F. sentiero in zona Belvedere
3623 - S.F. sentiero in zona Belvedere
3624 - S.F. sentiero in zona Belvedere
 
3565 - Vista delle cave e della diga dal Belvedere.
3566 - Vista delle cave e della diga dal Belvedere.
3620 - Vista delle cave e della diga dal belvedere.
3621 - Vista delle cave e della diga dal belvedere.
 
Dalla cascina LAVANDAI a Gruppetti
 
(P5) (P6) (P7)
 
(L6) (L7)
 
 
3461       Somma Lombardo. Cascina dei "Lavandai"
3460       Somma Lombardo. Cascina dei "Lavandai"
3462       Somma Lombardo. Ponticello di fronte alla cascina "Lavandai" o "Ponte delle barche".
*3439       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3444       (P5) Dovrebbe essere il primo ponte.
3440       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3638       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3639       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3640       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3641       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3642       (L6) Cippo posto tra il primo ponte ed il secondo
3643       (L6) Cippo posto tra il primo ponte ed il secondo dopo viottolo verso(?)
3644       (P6) Secondo ponte
*3645       (P6) Secondo ponte
3646       (P6) Secondo ponte
3647       (P6) Secondo ponte
 
 
 
 
3441 - (P6) e' il secondo ponte.
3442 - (P6) e' il secondo ponte.
3445 - Golasecca. Dopo il secondo ponte (P6) (a360°), il viottolo a destra della S.F.
3446 - S.F. infossata.
 
 
 
*3443 - (P7) Dovrebbe essere il terzo ponte.
 
 
3458 - Prosegue
3526 - Prosegue
3459 - Prosegue
3449 - Golasecca. Percorso del metanodotto.
3452 - Golasecca. (A360). Incrocio della S.F. con una stradina. lapide con scritta. ricoperta di vernice rossa per indicare un percorso europeo.
3450 - (L7) Lapide con vernice del percorso europeo.
3453 - Prosegue
3451 - Golasecca. (A180°). Incrocio della S.F. con una stradina. lapide con scritta. ricoperta di vernice rossa per indicare un percorso europeo.
3457 - Incrocio con la strada di Sesona - Golasecca.
3448 - In prossimita' del 2° ponte.
3454 - In prossimita' del 2° ponte.
3447 - In prossimita' del 2° ponte.
 
 
Da Gruppetti a Golasecca
 
(P8)
 
3524       a partire dal bivio di Gruppetti, verso il basso seguendo il metanodotto (A4°). Qui comincia a scendere per il viottolo centrale. Quello a destra e' per gruppetti. Questo di sinistra porta nel fondo di un fosso che resta sempre sulla sinistra. E' il fosso che divide la S.F. e il monte Galiasco.
3523       a partire dal bivio di Gruppetti, verso il basso seguendo il metanodotto (A4°). Qui comincia a scendere
3527
3456       Golasecca. Da gruppetti verso "lavandai"
3525       e' vicino a Gruppetti. Non so.
3455       Golasecca. Gruppetti costruzione.
3522       Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, dietro e' il ponte e vista del terrapieno dovuto alla costruzione del dell'autostrada. Le automobili passano sotto nel punto in cui Wanda e' ripresa.
3521       (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
*3528       (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). E' in fossato, sulla sinistra una casa privata.
3530       (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). E' in fossato, sulla sinistra una casa privata.
3529       (P8) Come (D3521) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
3531       (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
3532       Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). Questa strada collega il Sempione con il ponte autostradale di Sesto Calende. Il fossato termina con immondizie.
3533       ltimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). Questa strada collega il Sempione con il ponte autostradale di Sesto Calende. Il viale era occupato dalla S.F. e sulla sinistra la cascina Marmerina.
3500       Antica cascina in Sesto Calende a 20 metri e 220° dall'incrocio della strada tra il Ticino e il Sempione, e la S.F.
 
3534       Lapide con inciso "per cascina Persualdo" in sesto calende quando la "Via Vecchia" finisce sulla strada da Sesto al Lungofiume.
3535       Sesto calende lungo il fiume verso sud (A152°) E' probabile la darsena di arrivo della S.F.
3536       Sesto calende lungo il fiume verso sud (A152°) E' probabile la darsena di arrivo della S.F.
 
Cartine geografiche
 
3498       Cartina geografica scala 17.000 della zona
3499       Cartina geografica scala 17.000 della zona.
3520       e' un bosco ma non so dove.
3619       Cartina geografica scala 17.000 della zona
 
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Diapositive da definire e ordinare
 
3858
3931
3960
3961
3962
3963
3964
3965
3966
3968
3969
 
 
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Ferbar2

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Ferrovia Barche
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La via ferrata per il trasporto delle barche tra Tornavento e Sesto calende.
 
Raccolta di documentazioni
a cura di
 
Redigonda Giorgio
 
 
Indice:
 
 
Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso"
Statuti per la societa' anonima
Manifesto di Associazione
Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA" Tempo, vicende, vestigia
Archivi e Bibliografia:
La strada delle barche da Sesto Calende a Tornavento
Sulla strada romana Mediolanum-Verbanus
La ferrovia delle barche
La Ferrovia FF.SS.
Le vie di comunicazione e le strade del capoluogo e delle frazioni.
Le antiche strade del capoluogo
La nostra brughiera
La bonifica della brughiera
Coarezza, origini e storia
LA FRAZIONE MADDALENA: ORIGINE E STORIA
LA FRAZIONE CASE NUOVE: ORIGINE E STORIA
LA BRUGHIERA DELLA GRADENASCA E LA CASCINA MALPENSA
L'ARCHEOLOGIA NEL TERRITORIO DELLA MALPENSA.
LA NAVIGAZIONE
NOTE:
DA TROVARE:
Lista delle diapositive relative al racconto:
  • Da Tornavento alle cave di ghiaia
  • Dalle Cave di ghiaia a San Rocco
  • Da S. Rocco a Lavandai
  • Dalla cascina "Lavandai" a Gruppetti
  • Da Gruppetti a Golasecca
  • Cartine geografiche
 
 
Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso"
 
di Gian Domenico Oltrona Visconti.
Da "Rassegna Gallaratese d'Arte" 1951
 
Tentativo senza dubbio importante e coraggioso - piu' coraggioso che importante poiche' si trattava di impianto nuovissimo in Italia, ala cui affermazione dipendeva da fattori psicologici e materiali oltreche' di indole strettamente tecnica - fu quello della strada ferrata di rimorchio delle barche da Tornavento a Sesto calende Questo argomento fu trattato molto in succinto da Guido Orsini nel numero di settembre 1937 della "Rassegna"; crediamo opportuno riprenderlo ora per dare ai lettori ulteriori informazioni al riguardo.), promosso da certo Francesco Besozzi Cantu' C.: Grande Illustrazione del lombardo veneto, Milano, 1860, pag. 609.), che parecchi ricorderanno per averne visto in diversi luoghi e le ignorate vestigia.
Ricostruire la storia della ferrovia no n e' facile data la scarsita' dei documenti, tuttavia un rapporto pubblicato nel 1859 viene in nostro aiuto.
L'autore, l'ingegner Carlo Vismara di Vergiate Vismara C.: La strada ferrata di rimorchio delle barche da Tornavento a Sesto calende e il suo avvenire, Milano, Tip. G. Redaelli, 1859. L'opuscolo conservato nell'Arch. Oltrona Visconti in S. Antonino, e' senza dubbio uno dei pochissimi esemplari oggi esistenti.
), senza peraltro spiegare il sistema dell'attiraglio poiche' l'opera sua e' intesa principalmente a dare al Consiglio d'Amministrazione della Societa' anonima costituita per il funzionamento della via ferrata la prova che la Societa' medesima aveva possibilita' di vita, illustra minutamente i vari aspetti dell'iniziativa, non mancando di riportare il relativo bilancio. Ma prima di volgere lo sguardo alla parte amministrativa giovera' accennare al percorso della ferrovia in oggetto basandoci su cio' che al riguardo ci si riferisce il Melzi Melzi L.: Somma Lombardo, Milano, 1880, pag. 193. Non ci consta che altri autori riportino il percorso della via ferrata.), e pure soffermarci sulle finalita' dell'impresa, che fu autorizzata con dispaccio dell'Imperial Regio Commissariato Civile e Militare di Milano in data 18 marzo 1850 E non ... intorno al 1860..., come azzardo' l'Orsini nel suo articolo.) e che svolse la sua attivita' certo sino al 1859.
E' noto che avanti il 1850 le barche da carico scese sul Naviglio Grande venivano poi trascinate contro corrente sino al punto di partenza da cavalli che percorrevano una strada di fortuna, operazione che ovviamente richiedeva gran tempo e notevole logorio di animali.  Si tenga presente che occorrevano circa quindici giorni da Milano a Sesto Calende per convogli composti da cinque barche trainate da venticinque cavalli, condotti da altrettanti uomini, mentre dopo la costruzione della strada alzaia, avvenuta nel 1842-1844, se ne impiegavano da due a tre. Le tariffe di traino furono dai paroni o barcaioli Da paron ossia padrone, nel dialetto veneto) arbitrariamente elevate,, nel 1784, sino a lire 330 per barca, provocando tuttavia l'intervento delle autorita' milanesi, la quale impose un massimo di lire 130 sullo stesso percorso. Melzi, op. cit. pag. 239.    ). Il traffico sul Naviglio era dunque lentissimo e costoso e la  nuova ferrovia doveva sveltirlo, provocando al tempo stesso il ribasso dei prezzi, prezzi che spesso dipendevano dall'umore dei paroni, logicamente solidali fra loro.
La dibattuta questione del rimorchio determino' il sorgere di numerosi progetti e tentativi.
Interessantissimo (seppure, a nostro avviso, di limitato rendimento pratico), il traino per filovia perfezionato,  una quarantina di anni or sono, dagli ingegneri Arno' e Negro, i quali idearono  l'applicazione di un giunto elettromagnetico che, interposto fra le ruote motrici del carrello corrente su cavo aereo e il motorino del carrello stesso, funzionava come un giunto elastico tra il carrello e il barcone-motore, garantendo un vero e proprio sincronismo cinetico tra il moto della barca e il moto del carrello. La caratteristica economica di tale sistema era rappresentata non solo da l fatto che in carrello in questione poteva funzionare con corrente continua o alternata ( e in questo caso, monofase o trifase ), ma anche e soprattutto dal fatto che eliminava le fortissime spese per l'armamento stradale, essendo infatti sufficiente la palificazione per la sospensione del cavo. Diversi erano poi i mezzi di propulsione; il propulsore idraulico facente parte del motore  del barcone-comando (si sarebbe impiegato un barcone comando per ogni convoglio), il quale aspirava l'acqua dalla parte della prora spingendola fortemente verso poppa, cio' che provocava a spinta del natante; o una  serie di palette applicate al fondo della barca in apposita scanalatura, funzionanti come minuscoli remi; o infine un sistema che dette buona prova sulla breve distanza del canale di Nivernais (Francia) intorno al 1910, e cioe' l'uso di una catena stesa longitudinalmente sul fondo del canale stesso, che doveva emergere e scorrere sopra il barcone-comando, sulla quale catena il motore esercitava il suo sforzo. Tale impianto costo' solo lire 30.000 per scafo, motore ed accessori e lire 16.000 per la catena Montu' C.: La navigazione interna in rapporto agli interessi della provincia di Novara, di Casale e di Chivasso, Torino, 1907, pagg. 32-35, in arch. Oltrona Visconti.).
Ma il traino delle barche sull'acqua - oltre ad non essere agevole - comportava notevoli rischi. Il Bruschetti scrive - Bruschetti G.: Istoria dei progetti e delle opere per la navigazione interna del Milanese, Milano, 1821, pag. 257.) che ... ne' passi difficili occorre talvolta di dover staccare le barche dalla cobbia per farle avanzare ad una ad una. Tal'altra volta bisogna portare parte de' cavalli sulla sponda opposta del fiume Con quale perdita di tempo e' facile immaginare.), ad oggetto che facendo obbedire la barca  a due opposte forze, scorrer possa la diagonale. Qui adunque la manovra dell'alzaia richiede la maggior destrezza ed abilita' per procurare alle cobbie quell'armonia di movimento onde nasca un piu' vigoroso conato senza inutile  dispendio di forza. E' pero' tale l a difficolta' delle "rapide" che i comuni barcaiuoli, benche' l'abbiano praticata da centinaia di volte, pure non si fidano di tentarla da soli e sempre si servono  delle "guide" per discendere e de' "fattori delle cobbie" per riavere sui laghi le barche, Il parone cui fonda o perisce una o piu' barche - continua il Bruschetti - presenta alla piu' vicina autorita' locale un attestato comprovante l'avvenuto infortunio, in vista del quale e' esonerato da qualunque indennizzo.
Si noti, d'altronde, che una quota parte di rischio comportava pure la discesa delle barche  a pieno carico poiche' il tratto del Ricino da Sesto alla Ca' della Camera tocca la massima pendenza Quivi la velocita' dei natanti toccava le 20 miglia (Bruschetti op. cit. pag. 258)
) e incontra molte rapide o rasse alle quali i barcaioli dettero nomi particolari, parecchi in uso ancor oggi; la Miorina, il Cagarat, la Lanca, la Monga, la Cavallazza, l'Asnino, il Ramm, ecc.
Quanto al percorso della ferrata il Melzi, in una sua corografia del Sommese, lo fa snodare alquanto discosto dalla via d'acqua. Giunte alla Ca' della Camera le barche venivano poste su speciali carri che correvano su rotaie e trainate da cavalli sino ai pie' dei ciglioni, dove apposito congegno le portava sull'altipiano.
Avremmo voluto - ora che ci e' dato di trattare ampiamente delle vicende della ferrovia -  ragguagliare il lettore su alcuni punti che purtroppo rimangono oscuri. Prima di tutto, in che cosa precisamente consisteva l'anzidetto congegno?. Si trattava di un piano inclinato formato da una sola tratta, dal livello del fiume all'altipiano? E ugual cosa e' da dirsi per il dislivello dei Groppetti? In secondo luogo quello Francesco Besozzi fu il promotore dell'impresa o non piuttosto l'ideatore, il creatore del nuovo sistema di rimorchio? Il menzionato rapporto e altre opere da noi consultate non ci delucidano in tal senso. Sia l'uno che le altre trattano del sistema dell'attiraglio in modo vago, tale da lasciare il profano lettore insoddisfatto.
Sull'altipiano le barche riprendevano il cammino sino alla meta, sempre trainate da cavalli: da Tornavento esse seguivano, a bordo dei detti carri, la Somma-Turbigo sin poco oltre la Malpensa, si internavano quindi nel bosco di Casorate in direzione dell'estremo nord della base geodetica, volgevano con ampia curva a ovest del territorio di Somma a un chilometro circa dal borgo, traversavano la Strona e le Corneliane a mezza via tra Golasecca e Sesona su ponti e piccoli viadotti all'uopo costruiti e giungevano a Sesto in localita' Molini di Mezzo.
A questo punto si impone tuttavia una considerazione.
I carri dovevano essere capaci e massicci poiche' nell'esperimento preliminare - a Detta del Vismara - fu adoperato il doppio carro modello di Londra del peso maggiore di alcune tonnellate dei carri attualmente adottati Vismara, op. cit. pag. 6), mentre sappiamo che le barche maggiori misuravano 24 metri di lunghezza e 4,75 di larghezza Lo scartamento del binario doveva essere senz'altro superiore a quello di una normale ferrovia.), con una portata di 40 tonnellate all'incirca Le dimensioni delle barche differivano a secondo del corsa d'acqua nel quale venivano impiegate. Per l'idrovia Milano-Venezia progettata all'inizio di questo secolo fu - ad es. - reputato opportuno l'impiego di natanti della portata massima di 600 tonn., ma si tenga presente che in Francia le dimensioni medie per le barche da navigazione interna consentivano un carico di 300 Tonn., mentre in Germania la media si aggirava addirittura sulle 1000, sino ad un massimo di 2000, limite, questo, raggiunto soltanto dai natanti delle maggiori compagnie di navigazione.). Ci chiediamo quindi: come potevano i cavalli trainare agevolmente per molti chilometri simili carri tenendo presente che la ferrovia incontrava tratti in salita (sia pur leggera) e tratti di discesa, specie nella accidentata prossima all'arrivo? Gli animali non erano ugualmente sottoposti a fatiche e logorio, pur ammettendo che un cavallo che traina 1000 Kg. su strada ordinaria ne puo' trainare 12.000 su strada armata con rotaie? Montu', op. cit. pag. 34). E tutto sommato, "rebus sic stantibus", come avrebbe potuto la ferrovia accelerare sensibilmente il traffico da Milano a Sesto?.
Inoltre abbiamo il dubbio che il Melzi non si esatto nella descrizione del percorso or ora riportato. Perche' - vien fatto da chiedersi volgendo uno sguardo allo schizzo che alleghiamo - la strada ferrata si scostava tanto dal Ticino costringendo uomini ed animali ad un percorso in gran parte pianeggiante ma assai lungo? Non e' maggiormente probabile che la ferrovia corresse anzitutto piu' a sud-sud-ovest di Somma evitando bensi' con dirottamenti gli sbalzi notevoli del terreno, ma abbreviando al massimo possibile (con eliminazione - ad esempio - di quella non indifferente digressione nel bosco di Casorate) il percorso, dato che lo scopo precipuo dell'opera era di accellerare il traffico commerciale su una via d'acqua di primaria importanza per Milano?.
In ogni modo il Melzi - del quale conosciamo l'esattezza di storico - non avra ' buttato giu' una linea cervellotica, ma si sara' invece basato su dati di fatto e ancor piu' sul personale ben vivo ricordo dell'abbandonata impresa.
 
Calcolato il volume del traffico tra Milano e Sesto, il Vismara dichiara che erano da rimorchiarsi annualmente 5000 barche maggiori o cagnone, 1400 battelli o burcelli e 300 barche piccole o cormane 272 barche grosse, 98 minori, 54 battelli, ecco la ..flotta ... del naviglio secondo il Vismara.); di conseguenza egli stabilisce che su 275 giorni utili di lavoro all'anno erano da rimorchiarsi in media al giorno 18 cagnone, 5 burcelli e 1 battello minore Vismara, op. cit., pag 7.). Per assicurare al tempo stesso una maggiore durata all forza animale, l'autore dell'opuscolo ritiene opportuno ... suddividere per ricambio il cammino e il lavoro dei cavalli, alternando cosi' le ore dell'attiraglio con quelle del ritorno con i carri vuoti.
Circa il numero dei cavalli occorrenti al servizio il Vismara, valutata la distanza tra Tornavento e i Molini di Mezzo in poco piu' di 17 chilometri, prevede la necessita' di 36 cavalli alla stazione di Tornavento, ugual numero alla stazione di Strona e 12 a quella terminale di Sesto, con un totale di 84 cavalli Vismara, op. cit., pagg. 10,11.). Correvano infatti 16.144 metri da Tornavento al piano inclinato di Groppetti (Sesona), ai quali bisognava aggiungere altri 1000 metri circa per toccate la meta. Si noti che la zona dei Groppetti il movimento dei carri - secondo l'Orsini - era facilitato da contrappesi per mezzo di corde, essendo la strada in pendenza.
Passando quindi al numero e alle mansioni degli uomini, l'autore,  anzitutto basandosi sugli ammaestramenti dei primi anni di gestione, giudica necessari: un capo-uomo e due uomini di sussidio per il carico in acqua delle barche sui carri; un capo-uomo e due uomini di sussidio per regolare l'argano al piano subacqueo; un direttore per ogni convoglio e due per ogni tratta; un guardafreno per ogni carro carico; due meccanici per il piano inclinato di Sesto; un capo-uomo e due uomini per il rimorchio delle barche in Ticino fino a Sesto ed un facchino per ogni due cavalli.
Il Vismara scorge poi un vantaggio nella concessione in appalto dell'esercizio del rimorchio (appalto che poteva essere assunto dai paroni stessi, esperti nel servizio), aggiungendo essere conveniente usare lo stesso sistema per la manutenzione della strada, manutenzione che avrebbe peraltro pesato notevolmente sul bilancio sociale ... fin tanto che i dadi di vivo che sostengono l'armamento non siensi ben rinserrati nel fondo stradale e fintanto che i sensibili rialzi di terreno per il piano strada non siano sufficientemente stipati... genere di contrattazione, - egli precisa - adottato per tutte le strade comunali, provinciale e regie.
Qualora la proposta di appalto generale fosse stata accolta, la spesa per operai ed impiegati sarebbe stata ridotta al minimo. Infatti la Societa' avrebbe stipendiato soltanto i meccanici per la sorveglianza delle macchine e mantenuto il servizio:
- un agente contabile a Tornavento per la registrazione del numero delle barche e lo stacco delle relative bollette;
- un sovraintendente alla stazione di Strona per lo stesso ufficio;
- un agente contabile a Sesto per il ritiro delle bollette staccate a Tornavento e la loro registrazione su apposito libro;
- un ingegnere per la sorveglianza della strada e dei meccanismi. Vismara, op. cit., pag. 17.).
L'ing. Vismara dichiara inoltre che col funzionamento della ferrovia si sarebbe impiegata una sola giornata per coprire il tratto Milano-Sesto e viceversa e che le barche non avrebbero piu' dovuto attendere alla Ca' della Camera "il ritorno delle cobbie per effettuare il rimorchio in Ticino" Vismara, op. cit., pag. 17.), aggiungendo che e barche stesse - a differenza di prima - sarebbero rimaste inoperose solo il giorno dell'arrivo. Percio' - continua il Vismara nella sua relazione al Consiglio della Societa', relazione datata 14 marzo 1858 - il numero di 18 viaggi che potevano farsi per l'addietro con una barca sara' portato a 22, sicche' il proprietario di barche che prima operava con 22, potra' fare l'eguale lavoro con 18 barche Vismara, op. cit., Pag. 17.).
Egli dimostra anche che su 18 viaggi il proprietario ricavasse annualmente lire milanesi 526,10 e come, grazie all realizzazione della via ferrata, la barca medesima, nei 22 viaggi, finisse per rendere all'anno lire 787,12 e prosegue: Potendo il proprietario con maggior numero di viaggi ridurre da 22 a 18 il numero delle barche, avra' il vantaggio di quattro sopra ventidue, ossia per ciascuna 2,11%, ed importando la spesa di costruzione, riparazione e consumo di una media di lire 328,04, si avra' un risparmio per anno di lire 59,64.
Il Vismara calcola poi in lire 174,92 il risparmio annuo per barca, concludendo che il vantaggio saliva  a lire 47.578,24 per le barche "cagnone" ed in proporzione per tutte le altre a lire 2.818,40, cio' che dava il considerevole risparmio annuo totale di lire 50.396,64 Vismara, op. cit., pagg. 17,18.   ).
Esauriente e' - infine - la parte amministrativa nella relazione dell'Ing. Vismara, il quale, dopo i necessari studi e preventivi, sottopone agli azionisti il seguente:
 
CONTO GENERALE D'AMMINISTRAZIONE
(1858) Lo riportiamo in succinto per non tediare il lettore. Il Vismara, nella propria relazione, ce lo presenta completo dei particolari e delle voci secondarie per meglio lumeggiare la situazione finanziaria della Societa'.)
Passivita'
Manutenzione strada ferrata            L. 153.979,20
Manutenzione carri          L. 2.000.==
Manutenzione cavo metallico e carri          L. 4.000.==
Manutenzione e assicurazione caseggiati          L. 1.000.==
Spese varie per affitti, paghe, ecc          L. 24.000.==
Interessi sul cap. di L. 1.800.000 al 5% Ignoriamo come la Societa' si fosse procurato questo capitale.)         L. 90.000.==
Totale Passivita'           L. 274.979,20
 
Introiti
Tassa sulle Cagnone (n. 5000 a L. 60)           L. 300.000,==
Tassa sui burcelli (n. 1400 a l. 42)           L. 58.800.==
Tassa sulle cormane (n. 300 a L. 20)          L. 6.000.==
          totale        L. 364.800,==
Eccedenza introiti           L. 89.820,80
Ded. 20% per ammortamento e spese imprevedute          L. 17.964,==
 
Residue attivo       L. 71.856,80
 
Dal premesso conto risultano tutte le spese di gestione mentre gli introiti - come vediamo superano largamente le uscite, garantivano alla Societa' di rimorchio la necessaria stabilita'.
L'ing. Vismara avverte inoltre che,  ai termini dello statuto sociale, dell'attivo andavano dedotti gli interessi sul capitale, ... capitale - egli dice - costituito per la somma di un milione e mezzo, ma considerato nei dimessi conti Spesso il Vismara si riferisce ad una precedente amministrazione i cui sistemi venivano in parte modificati per adeguarli all'acquisita esperienza.) per un milione e ottocentomila lire a causa dei miglioramenti introdotti nell'originario progetto, e specialmente per la derivazione della strada (ferrata) dal Canale Naviglio anziche' dal Ticino.
Poco piu' avanti l'autore fa notare che la tassa per le barche da lui stesso indicata era ancora quella dell'originario progetto, sebbene nella sua esecuzione l a strada ferrata siasi portata sino al Naviglio, con grande sacrificio di spesa per la Societa' Vismara, op. cit., pag. 18). Da cio' si comprende che secondo il primitivo progetto la ferrovia doveva fare a capo al Ticino in un punto che tuttavia non e' indicato.
Il Vismara insomma - cifre alla mano - dimostra agli azionisti ed a pubblico che l'interesse de' contribuenti si trovasse largamente compensato e come la ferrovia di rimorchio, non solo rappresentasse un tangibile vantaggio per la comunita' e per i paroni (dato che il Consiglio di Amministrazione avrebbe ... favorito per il nuovo rimorchio sulla ferrovia quelli medesimi che hanno fin qui servito al rimorchio sul Ticino, onde non sieno loro preclusi i mezzi di sussistenza)  ma anche corrispondesse appieno allo scopo industriale per cui fu ideata e costrutta.
Nel corso del nostro studio saremo senza dubbio incorsi in errori e inesattezze, specie per quanto riguarda le localita' e la parte amministrativa della Societa' di rimorchio. Tuttavia, eccezzion fatta per il menzionato rapporto de l Vismara, che oggi assume notevole valore storico, (e che peraltro, come gia' detto, non ci ragguaglia sul sistema di rimorchio vero e proprio), non trovammo opere particolareggiate sulle quali basarci ne' memorie in luogo o carte circa la realizzazione e la fine dell'esperimento in questione Saremmo oltremodo grati a chiunque volesse, in seguito, fornirci ulteriori notizie della ferrovia o rettificare errori nei quali fossimo eventualmente caduto.   ).
Comunque volendo esaminare e le cause che condussero la ferrovia l fallimento, dobbiamo tenere presenti le difficolta' di carattere tecnico, ambientale e finanziario (soprattutto finanziario) che subentrarono ad una iniziale fortuna. Le difficolta' finanziarie, come spesso accade, determinarono una situazione di disagio ch'ebbe, senza a dubbio, serie ripercussioni sul funzionamento dell'impresa. A cio' si aggiunga che una premessa datata gennaio 1859, allegata all'opuscolo del Vismara, dispone apertamente di maligne asserzioni da parte di un amministratore dimissionario (nel quale si sarebbe presto riconosciuto il Vismara medesimo), nonche' del licenziamento dell'ingegnere capo, prova, questa, che invidie e contrasti sorsero ben presto in seno allo stesso Consiglio di Amministrazione.
In secondo luogo, venuto meno quello che potemmo chiamare il fattore novita', il pubblico, insoddisfatto del servizio e delle relative tariffe, lesino' il suo appoggio all'iniziativa, dirottando in seguito su tre vie le proprie merci. Ma peso decisivo alla faccenda ebbe, a quanto pare, l'atteggiamento dei paroni. Feriti nell'orgoglio da una novita' che sconvolgeva la loro tradizionale vita di barcaioli, costoro boicottarono gli sforzi della Societa' con una ostentazione di resistenza passiva dinanzi agli ordini degli amministratori e dei tecnici, o con un contegno inteso a scontentare quanti usufruivano della nuova ferrovia scorgendo in essa una valida alleata ed u chiaro segno di progresso.
L a volonta' dei promotori non trovo' dunque la necessaria collaborazione. Il livello delle tariffe, piu' volte maggiorato per fronteggiare inevitabili oneri di gestione ed il fatto che l'impianto fosse corredato, come scrive il Melzi Melzi, op. cit., pag. 239.),.. da grande abbondanza di edifizii..., (la stazione di arrivo ai Molino di Mezzo era effettivamente troppo grandiosa)  sollevarono critiche e malcontento anche fra coloro i quali auspicavano che l'impianto fosse mantenuto per i primi tempi allo stadio di esperimento, e cio' condusse, a pochi anni dall'inaugurazione della ferrovia avvenuta nel 1852 Cade in errore il Cantu' affermando che la ferrovia sarebbe stata ultimata nel 1858 (op. cit., pag. 609)), al fallimento della Societa'.
 
Gian Domenico Oltrona Visconti
 
 
STATUTI
PER LA SOCIETA' ANONIMA
DELLA FERROVIA A TIRO DI CAVALLI
da
Tornavento a Sesto calende
 
PEL RIMORCHIO TERRESTRE DELLE BARCHE
EVITANDO LE DIFFICOLTOSE RAPIDE DEL TICINO
 
 
 
 
MILANO
Tipografia D. Salvi e Comp.
Contrada Larga, n. 4773
 
 
 
STATUTI
PER LA SOCIETA' ANONIMA
STRADA FERRATA
da
Tornavento a Sesto calende
 
Annessi per allegati
 
Nell'istromento di Deposito 16 giugno 1854
 
a Rogito Dottor Filippo Guenzati
 
al N. 717 del Repertorio
 
 
MILANO
Tipografia D. Salvi e Comp.
Contrada Larga, n. 4773
---------
1854
 
 
STATUTI
 
§ I.°
 
Della costituzione, scopo e durata della Societa'
e del Fondo Sociale
 
Art. 1.° E' costituita una societa' anonima per azioni, scopo della quale sono la costruzione, l'attivazione e il successivo esercizio della Strada a rotaje di ferro da Tornavento a Sesto Calende, cui si riferisce la concessione accordata dall'I.R. Governo Generale  Civile e Militare a Francesco Besozzi, e comunicata mediante il Decreto 18 Marzo 1850, N. 5555, dell'I.R. Luogotenenza Lombarda. tale Societa' pertanto e' intitolata "Societa' Anonima della Strada Ferrata da Tornavento a Sesto Calende".
2.°        La sede della Societa' e' posta in Milano.
3.°        La strada, che ne forma lo scopo, sara' costruita giusta il progetto tecnico redatto dal signor ingegnere Giacomo Bermani, e gia' approvato dall'I.R. Direzione Lombarda delle Pubbliche Costruzioni mediante Decreto 21 Agosto 1851, N.° 7490.
4.°        La Societa' continua fino a che sussista la strada. Nel caso pero', in cui dietro l'esercizio di uno o piu' anni si verificassero perdite tali, che il fondo sociale fosse ridotto alla meta', la rappresentanza generale della medesima potra' pronunciarne la cessione e farla porre in liquidazione.
5.°        Il fondo sociale pecuniario e' fissato nella somma di austriache L. 1,500,000 (un milione e cinquecentomila), ed e' ripartito in N.° 1,500 azioni di austr. lire 1,000 (mille) per ciascuna.
6.°        A questo fondo sociale pecuniario e' aggiunta la somma di aust. lire 300,000 (trecentomila), colla quale si determina il valore della concessione ottenuta da Francesco Besozzi, e ch'egli trasferisce in dominio della Societa'. Questa somma e' pure ripartita in N.° 500 azioni di austriache L. 1000 (mille) per ciascuna. Quindi il fondo sociale complessivo ascende all'importo di austriache lire 1,800,000 (un milione e ottocentomila) rappresentato da N.° 1,800 azioni di austr. lire 1,000 (mille) per ciascuna.
7.°       Ritenuto il carattere legale della Societa' come anonima, i singoli socj azionisti non sono obbligati ne' verso di essa, ne' verso i terzi ad alcun'altra somma oltre l'importare delle azioni appartenenti rispettivamente a ciascuno di essi.
8.°       I sottoscrittori del suindicato capitale  di austriache lire 1,500,000 (un milione e cinquecentomila) verseranno immediatamente e all'atto della soscrizione l'ammontare del venti per cento delle azioni per le quali avranno sottoscritto. Col fatto stesso della soscrizione si riterra' che essi abbiano acconsentito ai presenti Statuti come costituenti il contratto sociale, dei quali i sottoscrittori si riterranno edotti.
9.°       Gli ulteriori versamenti saranno fatti dagli Azionisti a misura che verranno richiesti dalla rappresentanza amministrativa della Societa', affine di formare il fondo mano mano occorrente all'esecuzione dell'opera.
10.°       Tali versamenti verranno ingiunti dalla detta rappresentanza amministrativa mediante avviso da inserirsi tre volte nella Gazzetta Ufficiale di Milano e in quelle altre Gazzette che la rappresentanza stessa reputasse opportune. La terza di tali inserzioni dovra' precedere almeno di giorni quindici il giorno stabilito come ultimo termine per l'ingiunto versamento.
11.°       Il primo versamento del venti per cento famulativo alla sottoscrizione delle azioni, sara' eseguito nella Cassa della Ditta N. N. in Milano, o nelle casse di quelle altre Ditte fuori di Milano che la stessa Ditta N. N., sotto la propria responsabilita' sapra' indicare. I versamenti ulteriori si eseguiranno nella Cassa della Societa' pure in Milano, o in quelle altre Casse fuori di Milano che la rappresentanza Amministrativa potra' di volta in volta destinare. Tutti poi codesti versamenti si faranno in buoni denari metallici effettivi al corso della tariffa monetaria vigente nel Regno Lombardo Veneto, escluso qualunque surrogato.
12.°       Non eseguendosi da alcuno degli azionisti quel versamento qualunque che sara' stato ingiunto dalla Rappresentanza Amministrativa della Societa', nel preciso termine stabilito dall'avviso relativo,  sara' facolta' della predetta rappresentanza di procedere per obbligare giudizialmente i debitori al pagamento, ovvero di dichiarare le azioni, per le quali sara' mancato il versamento, caducate senz'altro ed estinte a pregiudizio degli Azionisti cui appartenevano; ed in questo secondo caso, le somme tutte che fossero gia' versate per tali azioni, si riterranno senz'altro come irretrattabilmente perdute per i detti azionisti ed acquistate dalla Societa', la rappresentanza amministrativa della quale potra' emettere nuove azioni in luogo delle caducate, e disporre come credera' conveniente.
13.°       Niuna giustificazione sara' ammessa per sottrarsi alle disposizioni del precedente art. 12.°, e nemmeno l'offerta reale ed il deposito anche giudiziale potra' impedirne gli effetti.
14.°       Le azioni saranno rappresentate da una cartella firmata dalla Rappresentanza amministrativa della Societa', concepita secondo le module che qui inseriscono per allegato A, e rispettivamente per allegato B. rilasciata all'Azionista e da lui intestata. Il rilascio della Cartella agli Azionisti verra' eseguito subito dopo la legale costituzione della Societa', per le N.° 500 Azioni rappresentanti la proprieta' industriale di Francesco Besozzi, e per le altre N.° 1,500 tosto che l'intero rispettivo importo ne sara' stato versato. In pendenza dell'emissione di queste cartelle si rilascera' ai sottoscrittori all'atto del versamento del venti per cento un certificato interinale di soscrizione, concepito secondo la modula che si unisce per Allegato C., e rilasciato dal socio fondatore Francesco Besozzi, e da chi verra' da lui a tal uopo delegato per atto notarile debitamente notificato all'I.R. Tribunale Mercantile e di Cambio, e alla Camera di Commercio in Milano.
15.°       Le azioni possono cedersi e si trasmettono ereditariamente; ma ciascuna di esse non puo' essere rappresentata che da una unica persona. Ove alcuna azione pervenga a piu' eredi, od appartenga a piu' socj, uno solo di essi potra' rappresentarla ed esercitare i corrispondenti diritti. Nell'uno e nell'altro dei due casi la persona che verra' destinata a rappresentare l'azione, dovra' essere notificata alla Rappresentanza amministrativa della Societa' da tutti coloro che vi avranno interesse; altrimenti non sara' ammessa ad esercitarne i diritti.
16.°       Pervenendo alcuna azione, per eredita' o in altro modo, ad individui minorenni o soggetti a cura, sara' dessa rappresentata al rispettivo tutore o curatore, senza pregiudizio pero' del disposto dal precedente art. 15°.
17.°       Le cessioni si eseguiranno con semplice girata sul certificato interinale di soscrizione o sulla cartella, fatto che ne sia il rilascio. Allora pero' soltanto che sara' rilasciata la ricevuta  dell'eseguito versamento dell'anticipazione del venti per cento contemplato dall'art. 8°, e che ne sara' stato fatto l'annotamento sui certificati interinali, potranno questi, pel solo importo dell'effettivo pagamento, circolare in commercio. Venendo posti in contrattazione senza l'annotamento teste' indicato, che si eseguira' dal socio fondatore Francesco Besozzi, e da chi sara' da lui delegato ai termini dell'art. 14.°; e dopo la costituzione della Societa', dalla Rappresentanza amministrativa di essa, verranno considerati come non aventi alcun effetto legale, ed il prezzo pattuito si devolvera' irremisibilmente al fondo dei poveri del luogo ove sara' stata commessa la contravvenzione. I certificati interinali, anche muniti del suindicato annotamento, prima del pagamento totale dell'importo dell'azione, rimarranno esclusi da ogni annotazione alla Borsa, come pure dal commercio legale per mezzo dei sensali.
18.°       Le trasmissioni, tanto a titolo ereditario, quanto per cessione, non saranno operative verso la Societa', ne' da questa riconosciute, se non dopo che saranno state notificate alla  Rappresentanza amministrativa di lei colla produzione del certificato interinale, o della cartella munita della cessione che viene notificata, ovvero accompagnata dai documenti provanti il titolo ereditario quando il trapasso avverra' per tale causa. Fino a che la cessione non sara' nel predetto modo notificata, i primi soscrittori o i loro eredi rimarranno obbligati verso la Societa' per l'importo nominale delle azioni cedute, e saranno eglino obbligati ai versamenti ordinati dalla Rappresentanza amministrativa della Societa' sotto le comminatorie dell'art. 12.°.
19.°       Le norme prestabilite sulla trasmissione delle azioni sono applicabili eziandio alle N. 300 azioni rappresentanti la proprieta' industriale.
20.°       Sino a che la strada non sara' attivata non sara' corrisposto verun interesse sulle azioni rappresentanti il fondo sociale pecuniario di austr. lire 1,50,000 (un milione e cinquecentomila). Dall'attivazione della strada in avanti decorranno sulle azioni medesime a favore degli azionisti, in quanto pero' ne sara' stato versato l'importo, gl'interessi del 5 per 100 in regola d'anno. tali interessi si preleveranno alla fine di ogni anno dagli utili che si saranno verificati nell'esercizio della strada,  e si pagheranno agli Azionisti dalla Cassa sociale in Milano, o da quelle altre casse fuori di Milano che la Rappresentanza amministrativa della Societa' credesse opportuno di delegare. Le N. 500 azioni rappresentanti la proprieta' industriale saranno sempre infruttifere.
21.°       Per utili verificati nell'esercizio della strada saranno riguardati gli introiti depurati da tutte le spese di amministrazione d'esercizio, e manutenzione della strada. Quelli che rimarranno dopo il prelevamento dei medesimi degli interessi contemplati dell'art. 20 verranno ripartiti su tutte le N. 1,800 azioni in eguali porzioni.
22.°       Prima pero' di questo dividendo si prelevera' dagli utili, depurati dalle spese e dagli interessi del 5 per 100 l'anno l'importo del 20 per 100 degli utili stessi, il quale importo fino alla concorrenza del quindici per cento formera' un fondo d'ammortizzazione, e pel residuo cinque per cento costituira' un fondo di riserva.
23.°       Il fondo d'ammortizzazione servira' per estinguere il debito della Societa' verso gli azionisti proprietari delle N. 1500 azioni rappresentanti il fondo sociale pecuniario di austr. lire 1,500,000 (un milione e cinquecentomila). Una tale estinzione si eseguira' in dieci eguali rate di austr. L. 150,000 (centocinquantamila) per ciascuna, che si ripartiranno proporzionalmente su tutte le N. 1500 azioni. Fino a che il fondo di ammortizzazione non avra' raggiunto la somma di austr. lire 150.000 (centocinquantamila), s'impieghera' a frutto, ed il frutto aumentera' il fondo stesso. Di mano in mano che l'estinzione verra' operata, cessera' in proporzione la corresponsione di qual siasi interesse sul fondo sociale pecuniario, e si fara' annotazione su ciascuna cartella d'azione della parte di capitale su cui sara' cessata la decorrenza degli interessi. Compiuta poi l'estinzione, le cartelle medesime rilasciate in rappresentanza del fondo sociale pecuniario, verranno, a cura della Rappresentanza amministrativa della Societa' concambiate con altrettante cartelle eguali a quelle rilasciate in rappresentanza della proprieta' industriale, e quindi concepite secondo  la modula B.
24.°       Il fondo di riserva e' destinato:
       a)       A sostenere le spese straordinarie, che emergessero durante l'esercizio, segnatamente per grandi restauri ed operazioni eccedenti la sfera dell'ordinaria manutenzione, presa nel senso piu' esteso;
       b)       a supplire il deficit, che si presentasse in qualunque anno d'esercizio, e a conservare cosi' l'integrita' del capitale;
       c)       A costituire o completare l'importo degli interessi del 5 per 100 all'anno dovuti sulle N. 1500 azioni rappresentanti il fondo sociale pecuniario, nel caso che in qualunque anno non si verificasse alcun utile nell'esercizio della strada, o si verificassero utili insufficienti.
       Giunto che sia il fondo di riserva ad una somma  equivalente al trentesimo del fondo sociale pecuniario, non sara' piu' aumentato, e si cessera' di prelevare nei conti annuali il detto 5 per 100 per la formazione di esso.
       Ogni qualvolta venisse erogato in tutto od in parte nei titoli or ora specificati, si rinnovera' per reintegrarlo, l'accennato prelevamento del cinque per cento.
       In qualunque caso di scioglimento della Societa', il fondo di riserva, che allora rimanesse, verra' impiegato nell'estinzione del fondo sociale pecuniario, e in quanto non fosse necessario a quest'oggetto, verra' ripartito su tutte le N. 1800 azioni in eguali porzioni.
 
§ II°.
 
Della rappresentanza ed amministrazione della Societa'
 
25.°       La Societa' e' rappresentata e l'impresa tutta e' governata ed esercitata per conto della Societa' medesima da un Consiglio d'amministrazione col sussidio degli occorrenti impiegati subalterni. Essa ha inoltre un consiglio Generale, del quale  sara' rappresentata per tutti i provvedimenti che eccedono le attribuzioni del Consiglio d'amministrazione.
 
§ III°.
 
Del Consiglio d'amministrazione e degli impiegati subalterni
 
26.°       Il Consiglio d'amministrazione e' formato da tre membri scelti dal Consiglio generale fra gli Azionisti possessori di almeno dieci azioni, delle quali dovranno continuare ad essere proprietarj per tutta la durata delle loro funzioni. Le cartelle delle dette dieci azioni, e prima dell'emissione di queste, i relativi certificati interinali, rimarranno depositati nella cassa della Societa' per tutto il tempo suddetto.
27.°       I membri del Consiglio d'amministrazione devono avere lo stabile loro domicilio in Milano - Non possono farsi rappresentare. Sono retribuiti di uno stipendio, e non possono revocarsi dal Consiglio generale.
28.°       Il Consiglio d'amministrazione e' assistito da un Agente, da un Segretario, da un Cassiere, da un Ragioniere, da un Ingegnere, e da quegli altri funzionarj subalterni, che il Consigli generale nella sua prima adunanza reputera' destinare.
29.°       Il Consiglio d'amministrazione
       a)       rappresenta la Societa' cosi' in giudizio che fuori;  e' incaricato della superiore direzione degli affari sociali, e regge l'intrapresa, che e' lo scopo della Societa', tanto nella sua effettuazione, quanto nel suo successivo esercizio, stipulando anche gli occorrenti contratti cosi' di appalto, come di altra natura;
       b)       sottoscrive, emette e rilascia le cartelle di azioni nei limiti stabiliti dai presenti statuti, ed in generale esercita i diritti, e adempie i doveri che negli statuti medesimi sono demandati alla Rappresentanza amministrativa della Societa';
       c)       impiega cautamente i fondi d'ammortizzazione e di riserva, e in generale il denaro sociale per quel tempo pel quale non avesse ad erogarsi nelle spese della Societa' e cio' tanto ipotecariamente, quanto con acquisto di fondi pubblici dello Stato, e di cambiali aventi almeno la coobbligazione di due accreditate Ditte di Milano;
       d)       nomina e destituisce gli impiegati e gl'inservienti della Societa', ne determina e varia lo stipendio. Pero' la nomina del Segretario e quella del Cassiere, non che la determinazione degli stipendi da retribuirsi loro, dovranno essere sottoposte all'approvazione del Consiglio generale, ferme frattanto le nomine fatte dal Consiglio d'amministrazione, e fermo pure quanto sara' stato corrisposto a titolo di stipendio prima delle deliberazioni del Consiglio generale.
       e)       regola e sorveglia gl'introiti e le spese sociali, ed emette gli ordini di pagamento, i quali,  non altrimenti che tutte le altre spedizioni del Consiglio d'amministrazione, dovranno essere firmati da almeno due de' suoi membri;
       f)       convoca il Consiglio generale:
       g)       E' munito della rappresentanza della Societa' e per la gestione dell'impresa e di tutti gli affari sociali, del piu' generale e illimitato mandato, colla facolta' di transigere e di far compromesso, anche inappellabile, in uno e piu' arbitri su qualunque soggetto di controversia, oltre tutti i poteri che si comprendono nella facolta' mercantile della firma di rappresentanza delle societa' commerciali, in tutto cio' che non e' riservato alle attibuzioni e deliberazioni del Consiglio generale;
       h)        rende conto della sua gestione al medesimo Consiglio Generale.
30.°       Il Consiglio d'amministrazione si raduna ogniqualvolta abbisogni, per l'esercizio delle sue funzioni, e su di ogni occorrenza della Societa', della sua amministrazione e rappresentanza delibera a maggioranza di voti. ogni deliberazione dovra' essere registrata in apposito protocollo, da firmarsi da tutti i membri deliberanti, e da conservarsi nell'archivio della Societa'. tali deliberazioni, e generalmente tutti gli atti del Consiglio d'amministrazione nella sfera delle sue attribuzioni obbligheranno la Societa' tanto in concorso delle Autorita' che dei singoli Azionisti e dei terzi.
31.°       L'Agente e' incaricato di eseguire le deliberazioni del Consiglio d'amministrazione, e di tutti i dettagli dell'Amministrazione stessa. - Sorveglia specialmente tutto il personale della Societa' e tutto il servizio della strada, tosto che sara' aperta all'uso pubblico. - Rende conto del proprio operato al Consiglio d'Amministrazione, lo tiene informato di ogni cosa che riguardi l'interesse sociale, e provoca le sue deliberazioni su tutti gli oggetti che le richiedono.
32.°       Il Segretario assiste a tutte le radunanze del Consiglio d'amministrazione; ne tiene il protocollo e lo firma esso pure; prepara tutte le spedizioni degli atti del Consiglio stesso, in quanto alcuno de' suoi membri non creda di farne la redazione; controfirma tutte codeste spedizioni, compresi gli ordini di pagamento;  tiene esattamente in corrente il protocollo degli atti presentati all'Ufficio; sorveglia la regolarita' delle spedizioni; custodisce le carte della Societa', le quali saranno conservate con regolare archiviazione; mantiene l'ordine ed esercita un'immediata sorveglianza su tutti gli impiegati della Societa', riferendo sopra codesto oggetti al Consiglio d'Amministrazione.
33.°       Il Cassiere e' incaricato di custodire in cassa del locale d'Ufficio tutti i fondi pecuniarj della Societa', il portafoglio degli effetti pubblici e privati e commerciabili, in quanto ve ne siano e le cartelle di azione dei membri del Consiglio d'Amministrazione. - Riceve tutti gli introiti dietro reversale del Ragioniere della Societa', ed eseguisce tutti i pagamenti dietro regolari mandati del Consiglio d'Amministrazione. - Tanto gli introiti che i pagamenti dovranno farsi in moneta al peso, titolo e corso legale.
34.°       Appena nominato e prima di assumere la gestione della Cassa, il Cassiere presta legale garanzia di bene e fedelmente amministrarla, e di rendere esatto conto dei denari e valori tutti che gli saranno nella sua qualita' affidati. Tale garanzia dovra' cautare una somma di austr. lire 20,000 (ventimila).
35.°       Vi avranno due casse, l'una di manipolazione a tutta disposizione del Cassiere, che non potra' mai contenere una somma eccedente lire 20,000 (ventimila); e l'altra di riserva, munita di due chiavi diverse, che saranno custodite rispettivamente dal Cassiere e dal Consiglio d'Amministrazione.
36.°       Il registro cassa e tutti i libri sussidiarj, dei quali il Consiglio d'Amministrazione ordinera' la forma, dovranno dal Cassiere costantemente in giornata. Ad ogni richiesta del Consiglio d'Amministrazione egli dovra' presentargli un estratto del registro cassa, dal quale risulti il movimento dei fondi e la somma esistente in cassa alla data dell'estratte.
37.°       Il Consiglio d'Amministrazione assistito dal Segretario e dal ragioniere verifichera' regolarmente una volta al mese e straordinariamente ogni qualvolta lo creda opportuno, lo stato di cassa. - Il cassiere dovra' esibirgli i registri fino alle ultime esazioni e pagamenti dal giorno della visita.  Il Ragioniere, riassunte le risultanze dei registri, dichiarera' la somma che dovrebbe, giusta le risultanze medesime, esistere in cassa: indi procedera' alla verificazione del denaro effettivo e degli altri valori che si troveranno in cassa, per riconoscere se corrispondono  alle risultanze suddette.
       Ove si riscontrasse alcuna deficienza il Consiglio d'Amministrazione riterra' le chiavi della cassa, sospendera' il Cassiere delle sue funzioni e prendera' all'istante le determinazioni opportune alla sicurezza dell'interesse sociale.
       Di ognuna delle dette visite e verificazioni il Segretario terra' esatto processo verbale, che dovra' essere firmato da tutti gli intervenuti. Quando il Cassiere si ricusasse a firmarlo, il processo verbale sottoscritto dagli altri intervenuti, fara' fede cio' nonostante in di lui concorso.
38.°       Il ragioniere e' incaricato di tenere in buona forma la contabilita' sociale. Egli terra' nel miglior ordine e costantemente in corrente il registro mastro, i libri sussidiarj, e il gran libro nel quale saranno iscritte tutte le azioni, i loro trapassi e i pagamenti che a cagione di esse verranno fatti agli Azionisti, e saranno eseguiti ai medesimi. Sara' cura del Consiglio d'Amministrazione di verificare frequentemente l'esattezza della tenuta di tutti codesti registri e di provvedere, in caso vi si scopra irregolarita' o ritardo.
       Il Ragioniere inoltre dovra' compilare nella miglior forma gli annui rendiconti della Societa', che saranno da lui compiti e consegnati al Consiglio d'Amministrazione almeno alla fine del primo mese dopo il compimento di ciascun anno sociale.
39.°       L'Ingegnere della Societa', costrutta che sara' la strada secondo il progetto e colla direzione del sig. ingegnere Bermani, presiedera' alla manutenzione di essa e di tutto il materiale, carri, caseggiati ed edificj, e a tutto cio' che possa riguardare l'esercizio nella parte tecnica, sempre pero' sotto gli ordini del Consiglio d'Amministrazione, dal quale dovra' sempre dipendere.
 
§ IV.
 
Del Consiglio Generale
 
40.°       Il Consiglio generale e' composto di tutti coloro che trenta giorni prima della sua riunione risulteranno dal gran libro sociale possessori delle N. 1800 azioni della Societa'.
41.°       Il Consiglio Generale si riunira' sempre in Milano nel locale che verra' indicato ogni volta nell'avviso di convocazione.
42.°       Esso terra' ordinariamente due adunanze annuali, la prima entro due mesi dalla scadenza di ciascun anno sociale, e la seconda entro sei mesi dopo la prima. Esso inoltre potra' essere convocato straordinariamente dal Consiglio d'Amministrazione ogni qualvolta questo lo riterra' necessario.
43.°       Qualunque azionista potra' farsi rappresentare nelle riunioni del Consiglio Generale da un procuratore, che dovra' pero' necessariamente esser pur egli Azionista.
44.°       Il Consiglio Generale, si per le sue adunanze ordinarie, che per le straordinarie, viene convocato dal Consiglio d'Amministrazione mediante avviso da inserirsi nella Gazzetta Ufficiale di Milano e nelle altre che lo stesso Consiglio d'Amministrazione credesse opportune, per tre volte ad intervallo almeno di tre giorni l'una dall'altra, l'ultima delle quali precedera' almeno di giorni 20 quello prefisso per l'adunanza. Tale avviso dovra' contenere la sommaria indicazione degli oggetti sui quali il Consiglio Generale avra' a deliberare.
45.°       Le deliberazioni del Consiglio Generale si riterranno legali qualunque sia il numero degli Azionisti che ne avranno composta l'adunanza, e senza distinzione se gli Azionisti vi siano intervenuti personalmente, o sianvisi fatti rappresentare da un procuratore. Esse saranno obbligatorie per la Societa' intera e per tutti i di lei Azionisti.
46.°       Il Consiglio Generale nelle sue adunanze:
       a)       Intende il rapporto che una volta all'anno sara' fatto dal Consiglio d'Amministrazione sullo stato dell'impresa, e sull'economia generale della Societa'.
       b)       Nella prima delle due adunanze annuali, nella quale gli verra' sottoposto dal Consiglio d'Amministrazione il conto consuntivo dell'anno sociale percorso, nomina fra gli Azionisti due sindaci Revisori, i quali comporranno la Commissione incaricata di rivedere il conto medesimo e di fargliene rapporto nella seconda annuale adunanza;
       c)       Nella seconda annuale adunanza ode il rapporto dei Sindaci Revisori e le loro proposte sul conto anzidetto; sente le spiegazioni che il Consiglio d'Amministrazione credesse di dare, indi delibera sul conto stesso per approvarlo ed emendarlo;
       d)       Delibera su qualunque proposta che gli venisse fatta dal Consiglio d'Amministrazione o dai proprj membri. Le proposte pero', che i membri del Consiglio Generale credessero di fare, dovranno essere da loro comunicate al Consiglio d'Amministrazione in tempo opportuno, affinche' possano venir inserite nell'Editto di convocazione: altrimenti non potranno ammettersi a discussione.
       e)       procede, per ischede segrete, alla nomina dei membri del Consiglio d'Amministrazione, e ne fissa l'onorario: delibera sulle nomine fatte da questo Consiglio alle piazze di Segretario e di Cassiere, nonche' sugli stipendi loro assegnati, e cosi' pure su qualunque proposta per la variazione degli stipendj stessi:
       f)       delibera pure su qualunque proposta di modificazione degli statuti sociali, sul precoce scioglimento della Societa' e sulla sua liquidazione nel caso preveduto dall'art. 4, e in genere sulla proposta di qualunque oggetto che trascenda la facolta' del Consiglio d'Amministrazione.
47.°       Le deliberazioni del Consiglio Generale si prendono a maggioranza di voti da computarsi in proporzione del numero delle azioni spettanti a ciascun votante. Esse verranno registrate in apposito processo verbale da conservarsi nell'archivio della Societa'.
48.°       I tre membri del Consiglio d'Amministrazione dovranno sempre intervenire alle adunanze del Consiglio Generale ad eccezione soltanto del caso di legittimo giustificato impedimento, e dovranno prestarsi a tutti gli schiarimenti e comunicazioni che venissero loro richieste dagli Azionisti.
 
§ V.
 
Dei Sindaci revisori e del rendiconto
 
49.°       L'Officio dei Sindaci Revisori eletti dal Consiglio Generale nella sua prima adunanza ai termini dell'art. 46° lettera b e' gratuito. Essi possono venire rieletti ogni anno senza determinazione di tempo.
50.°       E' incarico dei sindaci revisori:
       1°       di esaminare e rivedere gli annuali rendiconto della Societa' e di farne rapporto, come nell'art. 46° lettera e:
       2°       di vegliare l'amministrazione della Societa', e di farne rapporto al Consiglio Generale, previo avviso a norma del detto nell'art. 46° lettera d, ove credesse che alcuna cosa potesse esigere i di lui provvedimenti.
51 .°       Nello scopo delle loro funzioni i Sindaci revisori avranno sempre libero l'accesso negli uffici dell'amministrazione, e potranno chiedere ispezione dei registri e documenti della Societa', e anche commettere al Ragioniere quegli stralci e conteggi che reputassero necessarj.
52.°       Il rendicondo del Consiglio d'Amministrazione sara' stampato e diramato otto giorni innanzi alla prima adunanza annuale del Consiglio Generale a tutti i membri di questa, che ne faranno richiesta.
53.°       L'originale rendiconto manoscritto, firmato da tutti i membri del Consiglio d'Amministrazione, sara' passato ai Sindaci revisori per il loro esame. I documenti giustificativi di essi pero' saranno conservati nel locale dell'ufficio d'amministrazione per la libera ispezione loro, ed ad un tempo per l'uso che ne occorresse al Consiglio d'Amministrazione.
54.°       Il rapporto dei Sindaci revisori sul rendiconto, da sottoporsi nella seconda annuale adunanza del Consiglio Generale, dovra' conchiudere per l'approvazione del rendiconto stesso, e per quelle riforme che giudicassero necessarie. Quindici giorni prima della seconda adunanza dovra' essere comunicato al Consiglio d'Amministrazione, che potra' presentare al Consiglio Generale gli schiarimenti e le osservazioni che trovasse del caso.
55.°       Se il Consiglio Generale approvera' puramente e semplicemente il bilancio consuntivo, tale approvazione, risultante dal processo verbale dell'adunanza, sara' espressa in calce al bilancio medesimo, e firmata dai Sindaci revisori e dal Presidente del Consiglio Generale, servira' al Consiglio d'Amministrazione di pieno assolutorio della sua gestione per tutto il periodo abbracciato dall'anzidetto bilancio.
       Se all'incontro il Consiglio Generale ricusasse in generale l'approvazione del bilancio, o s'introducesse alcuna emenda, in tal caso, ove la deliberazione di lui non sia tale che impegni la responsabilita' del Consiglio d'Amministrazione, questo sara' obbligato di sottoporvisi e a riformare il bilancio a senso delle decisioni del Consiglio Generale per riprodurglielo, cosi' riformato, alla prossima successiva adunanza. Ma se le decisioni del Consiglio Generale fossero tale che inducessero alcuna responsabilita' a carico del Consiglio d'Amministrazione, questo potra' dichiarare di voler riservarsi ed esperire quelle ragioni che credesse competergli a termini di diritto: nel qual caso i Sindaci revisori saranno considerati come investiti dal Consiglio Generale e dalla Societa' del piu' esteso mandato speciale per trattare sugli oggetti controversi in concorso del Consiglio d'Amministrazione, farne giudicare come attori nelle vie di giustizia, sostenere quei giudizj che venissero promossi dal Consiglio d'Amministrazione, e devenire sugli oggetti stessi a qualunque liquidazione e transazione da sottoporsi poi all'approvazione del Consiglio Generale.
 
§ VI.
 
Della liquidazione della Societa'
 
56.°       Deliberandosi dal Consiglio Generale la cessazione della Societa' a termini dell'art. 4°, il Consiglio d'Amministrazione ne intraprendera' la liquidazione, e ne verra' realizzata nel piu' breve tempo i valori in quel modo che trovera' piu' conveniente e pronto anche fuori d'asta.
57.°       Mano mano che la liquidazione dei valori della Societa' sara' operata, il Consiglio d'Amministrazione ne assegnera' il ricavo in primo luogo all'estinzione delle passivita' sociali, se ve ne fossero; poscia all'ammortizzazione del fondo sociale pecuniario, se in tutto o in parte non fosse per anco ammortizzato; e pel rimanente fissera' il dividendo, ossia il riparto dei valori medesimi, sopra ciascuna delle N. 1800 azioni, ne fara' seguire il pagamento agli Azionisti, formera' il bilancio finale e radunera' il Consiglio Generale per sottoporglielo.
58.°       In quest'ultima adunanza si dichiarera' ultimata la liquidazione e sciolta l'Amministrazione sociale, e si eleggera' la persona cui dovranno consegnarsi le carte della Societa' per rimanervi in deposito per anni trenta, dopo il qual periodo potranno essere distrutte, e cessera' ogni responsabilita' del depositario.
59.°       Le premesse norme di liquidazione si seguiranno anche nel non creduto caso che il Governo pronunciasse, per titolo di pubblica utilita', ed altrimenti, la devoluzione allo Stato della proprieta' della strada e degli oggetti annessivi, salvo il tal caso le modificazioni che fossero rese necessarie alla clausola del relativo decreto.
 
§ VII.
 
Disposizioni Generali
 
60.°       La Societa', cadendo per la propria natura fra le mercantili, ed avendo sede in Milano, sara' soggetta per le sue cause all'I.R. Tribunale Mercantile di Cambio, in quella citta', ed alle relative competenti Magistrature superiori, salvo il caso in cui essa seguir dovesse come attrice di diverso foro del reo.
61.°       Anche tutti gli atti e le cause che dovessero aver luogo tra la Societa', la sua Rappresentanza e i suoi subalterni, ovvero tra la Societa' e i singoli Azionisti per ragione delle azioni e per l'esercizio dei corrispondenti diritti, come per l'adempimento delle obbligazioni corrispondenti, saranno di competenza dell'I.R. Tribunale Mercantile di Cambio di Milano, e dei Tribunali a lui superiori.
62.°       Le intimazioni giudiziali che dovessero farsi alla Societa', saranno legalmente eseguite alle mani di uno dei membri del Consiglio d'Amministrazione; ed ove basti che l'intimazione sia fatta a domicilio, sara' legalmente eseguita nel locale d'ufficio del Consiglio medesimo.
 
§ VIII.
 
Disposizioni transitorie
 
63.°       A garanzia dei sottoscrittori delle azioni, e per ogni altra vista di privato e pubblico interesse, contemplato dal regolamento annesso alla Notificazione Governativa 20 dicembre 1843, Francesco Besozzi sottoporra' ad ipoteca fino a concorrenza della somma di austr. L. 15000 (centocinquantamila) gli stabili da lui gia' acquistati per costituirne la sede stradale. Questa ipoteca dovra' da lui medesimo inscriversi tosto che colle soscrizioni si avra' raggiunta la detta somma di austr. L. 150000 (centocinquantamila). E una tale inscrizione dovra' conservarsi infino a quando non sara' per intero ammortizzato il fondo sociale pecuniario di austr. L. 1,500,000 (un milione e cinquecentomila), compiuta la quale ammortizzazione verra' cancellata a cura del Consiglio d'Amministrazione.
64.°       Quando entro un anno dall'aperta sottoscrizione non si ottenessero soscrizioni per la formazione di tutto il fondo sociale pecuniario, i soscrittori potranno ritenersi sciolti da ogni impegno e farsi restituire la somma versata.
65.°       La Societa' si riterra' per legalmente costituita quando con le sottoscrizioni si saranno coperte tutte le azioni rappresentanti il fondo sociale pecuniario.
66.°       Cosi' costituita la Societa', il socio fondatore Francesco Besozzi fara' gli atti costitutivi di essa, ossia il Decreto di Concessione della medesima, di quello d'approvazione dei presenti Statuti, degli altri che alla Societa' o alla strada si fossero riferiti, dell'esemplare degli Statuti portante le firme dei sottoscrittori, e della nota ipotecaria di cui all'art. 63, un istromento di deposito notarile, che diverra' il documento di fondazione della Societa' medesima, del quale egli dovra' senza ritardo presentare una copia autentica all'I.R. Tribunale Mercantile di Cambio, ed un'altra alla Camera di Commercio di Milano, pei rispettivi effetti giudiziarj ed amministrativi.
67.°       Parimenti costituita la Societa', il socio Fondatore Francesco Besozzi convochera' immediatamente, colle norme dell'art. 44 il Consiglio Generale, composto ai termini dell'art. 40.
68.°       Il Consiglio Generale, in questa prima adunanza, nominera' i tre membri del Consiglio d'Amministrazione; ne fissera' gli stipendj; determinera' ai sensi dell'art. 28, il numero e la qualita' degli impiegati e gli inservienti della Societa'; nominera' una commissione composta da tre de suoi membri, incaricandola di redigere uno speciale regolamento per le sue adunanze, regolamento da sottoporsi alla sua approvazione nella prima ventura adunanza generale, e deliberera' su tutti i punti relativi all'amministrazione, che le circostanze del momento addittassero.
69.°       Nella medesima prima adunanza il Consiglio Generale destinera' interinalmente due de' suoi membri alle funzioni, l'uno di Presidente e l'altro di Segretario del Consiglio stesso. L'officio loro continuera' per quella prima e per l'adunanza immediatamente successiva, nella quale si determineranno, colla discussione e approvazione del regolamento speciale per le adunanze, le norme di elezione agli anzidetti incarichi e di esercizio di essi.
70.°       Il Consiglio d'Amministrazione, nominato a mente dell'art. 68°, entrera' tosto in carica, procedera' al piu' presto possibile alla nomina degli impiegati della Societa', e organizzera' i suoi ufficj.
71.°       La somma complessiva, la quale, fino alla prima assemblea del Consiglio generale, di cui al detto art. 68, risultera' essere stata spesa dal socio fondatore Francesco Besozzi, o da chi per esso, nelle operazioni preparatorie, nei progetti tecnici, nei viaggi, nell'acquisto della zona stradale, e in genere a vantaggio dell'impresa, sara' rimborsata dal Consiglio d'Amministrazione ad esso Francesco Besozzi, non appena il Consiglio medesimo sara' costituito, e le anzidette spese saranno liquidate. Tale liquidazione da farsi non solo ai termini di giustizia, ma ben anco con riguardi di equita', sara' operata d'accordo tra il socio Besozzi ed il Consiglio d'Amministrazione, ed in caso di dissenso, sara' operata senza veruna forma di procedura, da due arbitri inappellabili eletti uno per parte, con facolta' a costoro, in caso ancora di dissenso, di eleggerne un terzo, il quale pronunzii in via definitiva e irreclamabile.
 
Sott. FRANCESCO BESOZZI
 
 
 
 
 
 
 
 
Module A. B. C.
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A. Modula delle N. 1,500 Azioni da rilasciarsi in rappresentanza del fondo sociale pecuniario
 
Bono per un'azione di austr. L. 1,000, versate dal Sig. N. N., nell'impresa della Societa' anonima della Strada ferrata da Tornavento a Sesto Calende, autorizzata col Decreto ...... e fondata coi documenti riportati nell'Istromento di Deposito, ....... a rogito del Notajo Dott. N. N., all'effetto di partecipare ai prodotti della detta Societa' in proporzione di un'azione, conformemente agli Statuti della Societa' medesima.
La presente azione e' fruttifera dell'interesse del cinque per cento all'anno dal giorno dell'attivazione della suddetta strada in avanti, ed e' trasmissibile per via di girata.
Data e firme
 
 
B. Modula delle N. 500 azioni rappresentanti la proprieta' industriale.
Bono per un'azione di austr. L. 1,000, che si rilascia a Francesco Besozzi all'effetto di partecipare in proporzione della medesima nei prodotti dell'impresa della Societa' anonima della Strada ferrata da Tornavento a Sesto Calende, autorizzata col Decreto ...... e fondata coi documenti riportati nell'Istromento di deposito ..... a rogito del Notajo N. N., conformemente agli Statuti della Societa'.
La presente azione, non fruttante verun interesse, e' trasmissibile per via di girata.
Data e firme
 
C. Modula dei certificati interinali
Certificato interinale per austr. L. 1,000, sottoscritto dal Sig. N. N., all'impresa della Societa' anonima della Strada ferrata da Tornavento a Sesto calende, autorizzata col Decreto ...... e fondata coi documenti riportati nell'Istromento di deposito ..... a rogito del Notajo N. N., all'effetto di partecipare ai prodotti della detta Societa' in proporzione di un'azione, conformemente agli Statuti della Societa' medesima.
Il presente, trasmissibile per via di girata, verra' concambiato con una Cartella d'azione fruttante l'interesse del cinque per cento all'anno, dal giorno dell'attivazione della Strada in avanti, non appena saranno state per intero versate nell'Impresa le dette austr. L. 1,000.
Data e firme
 
 
 
 
Manifesto di Associazione
 
 
SOCIETA' ANONIMA
Per la costruzione
di una
FERROVIA A TIRO DI CAVALLI
da
Tornavento a Sesto calende
 
Manifesto di associazione
 
Milano
Tipografia Domenico Salvi e Comp.
Contrada larga N. 4773
-
1854
 
 
STRADA FERRATA
DA
TORNAVENTO A SESTO CALENDE
 
MANIFESTO
 
per la costituzione di una Societa' Anonima per azioni.
 
 
L'I.R. Luogotenenza di Lombardia, con decreto 18 marzo 1850 N.° 5533/I.I. partecipo' a Francesco Besozzi, che l'I.R. Governo Generale Civile e Militare, di concerto coll'I.R. Direzione Superiore delle Pubbliche Costruzioni, avevagli concessa l'autorizzazione a costruire, nel termine di tre anni, una strada a rotaje di ferro da TORNAVENTO a SESTO CALENDE pel trasporto, a mezzo di cavalli, delle barche che dai fiumi Po e Ticino si dirigono al lago maggiore.
Compilato il progetto tecnico relativo dal valente signor Ingegnere Giacomo Bermani: - ottenutane l'approvazione dell'I.R. Direzione Lombarda delle Pubbliche Costruzioni: - acquistata da circa duecento cinquanta proprietarj, senza il privilegio dell'espropriazione forzata, l'intera zona di terreno occorrente alla sede stradale; - per queste e altre operazioni preliminari, Francesco Besozzi si vide poco meno che trascorso il triennio suindicato,  senza che egli potesse dar mano alle opere di costruzione effettiva della strada. Quindi egli fu costretto di chiedere all'uopo una proroga di un altro triennio: contemporaneamente alla quale istanza, facendo egli pensiero a raccogliere il capitale necessario all'impresa, domando' di essere abilitato alla formazione di una Societa' anonima per azioni sulle basi di uno Statuto da lui predisposto.
Una tale domanda fu in ogni sua parte assecondata dall'Eccelso I. R. Ministero dell'Interno con sua determinazione del 4 aprile corrente anno N.° 7710/377, comunicata da quest'I.R. Luogotenenza con Decreto 18 dello stesso mese N.° 8933/i.i..
Or quindi si tratta di costituire la Societa' predetta; ed e' appunto a siffatto scopo che Francesco Besozzi si rivolge col presente Manifesto a' suoi concittadini e a chiunque voglia prendere parte  all'impresa da lui immaginata e proposta.
Il capitale per essa occorrente, che sara' il fondo sociale pecuniario, e' fissato nella somma di un milione e cinquecentomila (1,500,00) lire austriache, ed e' ripartito in mille e cinquecento (1,500) azioni di simili lire mille (1,000) per ciascuna.
Lo Statuto, il decreto d'approvazione e quello originario di concessione della strada furono depositati fra le matrici di questo notajo signor dottor Filippo Guenzati; e una copia autentica del relativo istromento di deposito sara' ostensibile a chiunque volesse ispezionarla in ogni giorno, esclusi i festivi, dalle ore nove del mattino alle tre pomeridiane, nell'Ufficio dell'Impresa, posto in Milano, nella Contrada de' Gorani, al civico N.° 2866, ove pure si potranno esaminare il progetto tecnico e la corografia dei luoghi attraversati dalla linea stradale.
I sottoscrittori dell'accennato capitale d'austriache lire 1,500,000 dovranno immediatamente, e all'atto della sottoscrizione, versar l'importo del venti per cento delle azioni, per le quali avranno sottoscritto, in Milano nella cassa della Ditta Bancaria Giulio Belinzaghi, al Piazzale de' Filodrammatici, N.° 1811.
Ad essi verra' rilasciato un certificato interinale di sottoscrizione, da concambiarsi con regolare cartella d'azione, tosto che l'intero importo ne sara' stato versato; e verra' data inoltre gratuitamente una copia a stampa dello Statuto allegato nell'istromento di deposito di cui sopra.
Le azioni saranno fruttifere degli interessi del cinque per cento in regola d'anno, decorribili dal di' dell'attivazione della Strada in avanti, e prelevabili dagli utili alla fine d'ogni anno.
La concessione ottenuta per la costruzione della strada  apparterra' alla Societa', a cui Francesco Besozzi ne trasferisce il dominio, e corrispettivo del quale, e a premio dell'industria, il medesimo Francesco Besozzi avra' diritto a una sola sesta parte degli utili dell'impresa, cioe' degli introiti depurati da tutte le spese di amministrazione, esercizio e manutenzione della strada, dagli interessi del cinque per cento sul fondo sociale pecuniario, e dall'importo del venti per cento degli utili stessi, destinato a formare, fino a concorrenza del quindici per cento, un fondo d'ammortizzazione, e pel residuo cinque per cento, un fondo di riserva.
La Societa' si avra' per legalmente costituita quando con le sottoscrizioni si avranno coperte tutte le azioni rappresentanti il detto fondo sociale pecuniario. Che se cio' non avvenisse nel termine di un anno decorribile da oggi, i sottoscrittori potranno ritenersi sciolti da ogni impegno e farsi restituire la somma versata.
Francesco Besozzi non ha d'uopo d'encomiar pomposamente l'impresa che egli propone, L'opinion pubblica si e' gia' per essa manifestata, salutandola siccome il compimento di un desiderio che invano da secoli avea formato, e che pareva d'impossibile attuazione. Questa rotaja, trasportando per terra le barche da Tornavento a Sesto Calende, ed evitando ad esse d'affrontare le rapide del Ticino, deve ridurre al termine regolare e costante di ore quattro un viaggio dispendioso, disastroso e incertissimo, che or costa piu' giorni, e talvolta sin due settimane, non senza molti guasti e pericoli. Incredibile a dirsi, ma pur vero: nel superare gli ostacoli opposti al commercio da quelle rapide, in uno spazio comparativamente brevissimo, si consuma oggidi' piu' tempo, piu' forza e piu' denaro che non in tutto il rimanente della distanza dal mare alla Svizzera. E la rotaja e' intesa a eludere siffatti ostacoli: a recar di conseguenza sommo vantaggio al traffico fra Milano e il Lago Maggiore: a togliere, l'interrompimento che le rapide fanno alla buona linea navigabile, che dall'Adriatico per il Po, il basso Ticino, il Naviglio di Pavia, il Naviglio Grande e il lago Maggiore arriva alla Svizzera, ed a cui corrisponde dall'altra parte dei monti in linea dei laghi Elvetici, del Reno e del Mare Germanico: ad essere finalmente non ultimo anello di quella grandiosa catena d'innovazioni, che sono la Navigazione a vapore dell'Adriatico; - quella incamminata  e per ora perfezionata sul Po; - le condotte celeri delle Barche sul lago Maggiore; la soppressione delle linee doganali interne che attraversano questa parte d'Italia, e principalmente  de' gravosissimi dazj lungo le rive di Modena e di Parma.
Gli utili di questa impresa non sarebbero in proporzione minore dell'importanza commerciale ch'essa presenta. Il trasporto di sole cinquemila barche per ogni anno basterebbe a somministrar materia d'un sufficiente dividendo. Or, da calcoli assunti colla scorta di sicuri elementi, risulto' che il numero adeguato delle barche di ritorno ascese negli ultimi anni a circa settemila, anche senza tener conto di alcuni fra questi anni in cui codesta cifra si e' d'assai aumentata, come, a ragione di esempio, nell'anno amministrativo 1846-1847, il quale diede sui precedenti lo straordinario aumento del sessanta per cento. E questo moto si manifesta costante, sicuro, tale da potersi fondare sopra un calcolo industriale colla speranza eziandio di progressivi vantaggi, ove si rifletta che il traffico fra Milano e il lago maggiore rappresenta i bisogni scambievoli della montagna e della pianura, e non puo' non crescere nella misura medesima in cui le popolazioni vanno crescendo: - ove inoltre si consideri che il miglioramento d'un mezzo di trasporto ne promuove sempre l'attivita', e non puo' non influire sull'andirivieni delle barche il poterne eseguire il ritorno da Tornavento a Sesto calende regolarmente e costantemente in ore quattro.
La rotaja, d'altronde, avente per iscopo principale  codesto ritorno delle barche per via terra, si presterebbe mirabilmente ad altri usj accessori. Essa potrebbe divenir ministra d'inaspettata feracita' alla vasta brughiera, che deve attraversare, trasportandovi buone materie fecondatrici. - Essa, che compirebbe, come si disse, la linea piu' adatta a connettere coi porti dell'Adriatico la Svizzera cosi' necessitosa di cereali, servirebbe di leggieri al trasporto dei grani, che or nella massima parte avviene per via terrestre. Essa promoverebbe altresi' la regolarita' del ritorno delle barche sul Naviglio Grande da Milano a Tornavento, la circolazione dellequali e' ora irregolare, e richiede spesso incerti e costosi ripieghi. Che anzi siffatto ritorno regolare per la Societa' diventar oggetto di una particolare azienda, coll'attivazione della quale otterrebbesi un grosso risparmio sul nolo attuale; quindi un proporzionato incremento negli utili dell'impresa.
Ne' questa ferrovia sarebbe di minor utilita', se si realizzassero le altre due imprese che a tutta prima le si potrebbero ritener pregiudizievoli: vuol dirsi il miglioramento della navigazione del Ticino nella tratta da Sesto calende a Tornavento, e la strada ferrata a locomotive da Milano a Sesto Calende.
Gli studj, che si sono fatti e si fanno per cura dell'I.R. Governo lungo quella tratta del fiume, varranno forse, sebbene con enormi spese, a renderne meno pericolosa la discesa e l'ascesa. migliorando le condizioni dell'alveo, e dirigendo a maggior profitto la quantita' talvolta meschina delle acque. Ma nessun'arte potra' vincere la forte caduta del fiume e la conseguente  straordinaria rapidita' delle sue acque: quindi nessun'arte  potra' sopprimere la lentezza della navigazione ascendente, la quale percio' costera' sempre il perditempo di parecchi giorni, sara' poco meno che impossibile all'evenienza di magra delle acque,  pericolosa sempre all'evenienza delle piene. Quindi la rotaja presentera'  sempre al commercio il vantaggio di una celerita' per lo meno venti volte maggiore, di un dispendio minore, e di una costanza di trasporto superiore alle vicissitudini del fiume. E la navigazione migliorata, e facilitando la discesa del fiume, non che recarle pregiudizio, accrescera' sempre pi' l'attivita' del traffico, e conseguentemente il numero delle barche di ritorno da trasportarsi per via di terra.
Quanto poi alla strada ferrata a locomotive che si costruisse da Milano a Sesto calende, essa non potrebbe mai toccare il lucro fondamentale del ritorno delle barche scariche, perche' queste non si potrebbero mai prendere con vantaggio se non al capo del Naviglio a Tornavento, donde quella strada non passerebbe;  e perche' al trasporto delle barche richieggonsi straordinarie dimensioni nella larghezza delle rotaje. Ed anche per le merci, la semplice e breve rotaja a forza animale offrirebbe un risparmio grandissimo in confronto della strada suddetta, la quale importerebbe un capitale immensamente maggiore. E mentre per questa il trasporto delle merci sarebbe una parte necessaria dell'introito, per quella rotaja rappresenterebbe un accessorio appena posto in conto.
Chiude Francesco Besozzi il presente manifesto accennando a due cose abbastanza importanti per non essere taciute! l'una, che l'art. 7° del Decreto di concessione si ha la promessa che l'Amministrazione dello Stato non imporra' su questa ferrovia verun particolare pedaggio; - l'altra meritevole di speciale considerazione, che, non essendosi fatto uso del privilegio d'espropiazione forzata, la proprieta' della strada rimarra' in perpetuo alla Societa' costruttrice della stessa.
Il sottoscritto ha fiducia che i suoi connazionali vorranno accorrere a favoreggiare un'impresa, la quale, oltreche' porge tutte le probabilita' di lucro che in una speculazione industriale possono desiderarsi, serve al maggior lustro della patria comune.
Milano, il 4.° luglio 1854.
 
Il concessionario
FRANCESCO BESOZZI
 
 
 
SCHIARIMENTI
 
RELATIVI ALLA STRADA FERRATA A FORZA DI CAVALLI
DA
TORNAVENTO A SESTO CALENDE
 
Il vivo e costante commercio tra il lago maggiore, esercitato col mezzo di barche discendenti dal fiume Ticino a Sesto calende a Tornavento, indi col mezzo del Naviglio Grande, e' di tale entita' che, per adequato, il numero delle barche supera quello di 5000 annue, come risulta dai librj bollettarj del Dazio Catena di Porta Ticinese.
Le barche che fanno ritorno al Lago Maggiore, stante le rapide di quel Fiume, impegnano talvolta quindici giorni calcolando i varj accidenti, e le frequenti piene, o le massime magre, e sempre accompagnati i rimorchi da pericoli di sommersioni di uomini e cavalli, e dai danni che derivano a quei veicoli natanti in causa del sassuoso letto del Fiume e delle scogliose sponde.
Ad eliminare tali inconvenienti venne determinata la costruzione di una Strada Ferrata da esercitarsi a forza di cavalli, e con questo mezzo in sole quattro ore si rendano al lago, essendo la strada di soli 17 chilometri.
La costruzione di questa ferrovia, compreso ogni oggetto per essere posta in esercizio, importa il capitale di un milione e mezzo di lire austriache, e tal uopo si e' diggia' compilato il relativo progetto tecnico a cura del valente ingegnere Giacomo Bermani, e approvato dalla Direzione delle Pubbliche Costruzioni, acquistato tutto il terreno occorribile, consistente in cinquecento pertiche censuarie, ottenuta dal Concessionario Francesco Besozzi l'abilitazione dall'I.R. Governo, autorizzandolo a costituire una societa' anonima per azioni con l'approvazione dei relativi statuti sociali, gia' depositati negli atti dal dottor Filippo Guenzati, notajo della Provincia di Milano, sotto il giorno 16 giugno 1854, al n. 707 del suo repertorio, e riprodotti col mezzo della stampa.
Le azioni sono fissate nel N. 1,500 da austr. L. 1000 cadauna, ed il versamento fu stabilito in cinque rate eguali di mano in mano che progrediranno i lavori di costruzione; ma il primo di essi versamenti, consistente in lire 200, dovra' eseguirsi tosto che verra' data notizia, col mezzo della Gazzetta Ufficiale di Milano, che le azioni sono tutte coperte, col lasso di quindici giorni da quello dell'avviso suddetto.
L'anzidetto primo versamento dovra' essere eseguito nelle mani della Ditta Bancaria Giulio Belinzaghi, in Milano, o in quelle altre ditte nelle diverse piazze, e da esso Sig. Belinzaghi nominate, ed all'atto di questo sborso viene rilasciato un certificato interinale trasmissibile per via di girata; compiti poi i versamenti di tutta l'azione, viene questo concambiato con una cartella, la quale avra' diritto di girata con annotamento alla Borsa per mezzo dei rispettivi Agenti di Cambio.
Il prodotto nitido di quest'impresa, dal solo trasporto delle barche vuote, presenta il 10 % usando modica tariffa, il quale ricavo aumentera' sensibilmente in causa del trasporto di mercanzie, le quali dovranno prendere indubbiamente questa via, come la piu' breve ed economica, per la direzione alla Svizzera, al Reno e al Mare Germanico.
Siccome poi nei lunghi mesi delle magre del fiume Ticino, le barche che discendono devono farsi sussidiare dimezzandone, ed in piu' parti, l'intero loro carico, indi a Tornavento rimettonsi le mercanzie in una sola per discendere il Naviglio Grande, cosi' quelle barche di sussidio, chiamate Lebbie, le quali si fanno ascendere a molte centinaja, di la' ritornando al lago, verranno esse pure trasportate col mezzo di questa Ferrovia, ed in conseguenza di cio' l'anzidetto N.°  di 5000 viene considerevolmente aumentato.
Un altro ramo di utilita' che si presenta si e', che la Societa' potra' incaricarsi anche della ricondotta delle barche dal dazio Catena di Porta Ticinese fino a Tornavento col mezzo solito del Naviglio Grande, e cosi' completamente servire questo ramo di commercio, e che i proprietarj stessi delle barche desiderano che venga dalla Societa' stessa operato.
La spesa di costruzione della suddetta Ferrovia non puo' sorpassare questa superiormente dimostrata, stante che abile e garante di persona si e' obbligata di costruirla, in quanto sia movimenti di terra, edificj, fabbricati, muri di sostegno e di difesa, sulle basi del prezzo di perizia originale, ed anche con un conveniente ribasso.
I proprietarj delle barche, dichiarano la convenienza di questa Strada Ferrata, ed eccitando il concessionario Besozzi ad accelerarne la costruzione, si sono collettivamente obbligati a dare di condotta le loro barche alla Societa' per essere trasportate col mezzo di questa Ferrovia da Tornavento a Sesto calende.
I documenti, tanto quello che riguarda l'obbligazione della costruzione con un ribasso della perizia, come l'obbligazione dei proprietarj delle barche, esistono negli atti della Societa' ispezionabili da chiunque.
La Societa' per essere divenuta al possesso del terreno occorribile per la sede stradale senza l'uso dell'espropiazione forzata, ne consegue in singolare vantaggio che la strada rimane di perpetua proprieta' della Societa' stessa, e l'I.R. Governo nel decreto di concessione promise che su questa strada non verra' mai imposto verun pedaggio, come nell'art. VII.
Per distruggere il dubbio che potrebbe nascere in alcuni, che una strada ferrata a Locomotiva da Milano a Sesto Calende potesse togliere l'utile di questa impresa riconducendone essa le barche, basta a dire che la Ferrovia di Tornavento deve essere di una costruzione diversa dalle praticate a locomotive, richiedendo questa una larghezza di rotaje piu' del doppio delle comuni, stante la larghezza dei carri destinati al trasporto, sui quali devesi adagiare la parte piana delle barche, che e' di metri cinque; e la celerita' poi della locomotiva sarebbe dannosa alle stesse, da cio' che non puo' avvenire col trasporto al passo del cavallo, non senza aggiungere che non verra' giammai abbandonata la via del naviglio Grande per tale rimorchio come via naturale e piu' economica.
Per chiarire poi il metodo studiato pel carico e scarico delle barche, che a molti potrebbe sembrare difficile e costoso, si spiega con poche linee dicendo che al luogo del carico viene praticato un breve tratto di strada subacquea, munito, ben intesi, delle rispettive rotaje, pel mezzo del quale si immerge il carro, e la barca vi si adagia senza leve ne' sforzo alcuno, indi legata su di esso si applica la forza estraendolo col rispettivo carico, che si rimette nel lago con egual sistema slegando la barca, la quale da se' si pone al galeggio.
Se ad alcuno facesse senso il premio delle azioni industriale riservato all'inventore e concessionario Besozzi, si fa notare che le azioni suddette percepiscono il solo sesto degli utili verificabili dopo prelevate le spese di amministrazione, esercizio e manutenzione della strada, e dopo prelevato un cinque per cento da corrispondersi in primo luogo ai socj capitalisti; ma di piu' e' da notarsi ancora, che il Besozzi dispenso' parte di tali azioni in premio a chi si associo' con esso lui coll'opera e con capitali, onde portare a termine tutte le opere preparatorie, ed e' tuttora disposto a dispensare quote di tali premj a chi concorre con mezzi efficaci al completamento dell'occorribile capitale.
Le numerose sottoscrizioni che gia' si sono presentate dimostrano la pubblica opinione di questa impresa, e l'elenco dei firmati trovasi esposto nell'ufficio della Societa', il quale e' aperto ogni giorno non festivo dalle ore 9 del mattino sino alle 5 pomeridiane, ove verranno dati tutti quesgli schiarimenti che venissero richiesti, e si ricevono le firme per le azioni.
 
      Dall'Ufficio Sociale, Cont. dei Gorani N.° 2866
                     Milano, il 1° marzo 1855.
 
 
 
Il Concessionario
FRANCESCO BESOZZI
 
 
 
 
 
 
 
 
PREVENTIVO DEL RICAVO E DELLE SPESE
 
Attivata che sia la Strada Ferrata da Tornavento a Sesto calende
 
Capitale occorribile, austriache L. 1,500,000 - diviso in 1,500 azioni
 
RICAVO
 
In base all'estratto dai libi bolletarj della Contabilita' Centrale, il numero delle barche giunte al Dazio Catena di Porta Ticinese provenienti dal Lago Maggiore, nell'anno Camerale 1847 fu di N.° 5052, che ad austriache L. 60       L. 303120
Dietro i piu' assicuranti dati, le barche di sussidio, cosi' dette Lebbie, che in tempo di magra del Ticino giungono a Tornavento, e di la' ritornano al lago Maggiore, il minimo si ritiene di N.° 1,600, cioe'
N.° 600 Burcelli di eguale capacita' dei cosi' detti cagnoni a L. 60       36000
N.° 600 Battelle a L. 30       18000
N.° 400 Cormane L. 15       6000
       -----------
       L. 363120
 
SPESE
 
Per mantenimento di 100 cavalli       L. 91500
Per gli uomini di servizio di N. di 40       L. 29290
Rimonta dei Cavalli       L. 7500
Manutenzione dei carri, ed attrezzi diversi       L. 10000
Manutenzione della strada       L. 11000
       -----------
       L. 149280
 
SPESE D'AMMINISTRAZIONE
 
Un Amministratore Procuratore       L. 4000
Un Ingegnere       L. 1500
Un Segretario       L. 2500
Un Ragioniere       L. 1500
Un Aggiunto al suddetto       L. 800
Un Cassiere       L. 2000
Un Agente       L. 1500
Un Inserviente       L. 750
 
A Tornavento
 
Un Agente (con alloggio nei locali delle stazioni)       L. 2000
Un Contabile (con alloggio nei locali delle stazioni)       L. 1500
 
A Sesto Calende
 
Un Agente Contabile (con alloggio nei locali delle stazioni)       L. 2000
Un Uomo a disposizione (con alloggio nei locali delle stazioni)       L. 750
Spese divberse di cancelleria       L. 3000
Spese imprevedute       L. 3000
       -------------
       L. 26800
              L. 26800
              -----------
       Ammontare delle spese         L. 176080       176080
              ------------       -----------
       Nitido ricavo       L. 187040
              ------------
 
DIVIDENDO PER APPROSSIMAZIONE IN BASE AL SUDDETTO RICAVO
 
Ritenuto il ricavo come sopra di        L: 187040
dal quale dodotto l'interesse del 5 % sul capitale di L. 1,500,000, rappresentato dalle azioni pecuniarie N.° 1500       L. 75000
       ---------
       Residuerebbe un avanzo di L: 112040
Dal quale pero' si dovrebbe dedurre il 20 % portato dall'articolo 22 degli Statuti, e cioe', il 15 %  per formare un fondo di ammortizzazione del capitale sociale di L. 1,500,000, e il 5 per il fondo di riserva       L. 22048
       ----------
       Rimane un avanzo depurato L. 89632
       -----------
 
Da ripartirsi quello sulle N.° 1800 Azioni, comprese le industriali, e figurante il Complesso di L. 1,800,000.
Darebbe quindi un dividendo in ragione del 4,97 5/9 circa, e cosi' un'azione pecuniaria, aggiuntovi l'interesse del 5 per %, gia' predotto come sopra, presenterebbe un utile del 9,97 5/90 per %, cioe' L. 99.75 circa per ogni azione di L. 1000, sempre calcolando il ricavo del trasporto delle sole barche vuote da Tornavento a Sesto calende.
 
 
 
 
 
 
CONTO GESTIONALE DI AMMINISTRAZIONE
 
 
 
 
 
Orarj per l'esercizio
 
Avendo desunto il numero dei cavalli in considerazione a quello dei viaggi che possono ripetere nella giornata, importa la necessita' di stabilire gli orarj precisi per il movimento allo scopo che l'andata degli uni non sia opposta dal ritorno degli altri e viceversa, e per usufruttuare del tempo gia' scarso nel migliore piu' utile modo possibile. Delle due tabelle orario che uniscono in alleg. C, D. Questo rispettabile Consiglio trovera' d osservare:
I.°       La opportunita' di regolare i rimorchii in distinti convogli che si incontrano agli scambii nella sommita' delle coste.
II.°       La necessita' nell'inverno di unire a due a due quei convogli e cosi' ridurre a due soli viaggi il rimorchio delle barche di ogni giorno.
III.°       La conseguenza nell'inverno di dover rimettere alla mattina la calata del piano inclinato delle barche arrivate la sera precedente.
IV.°       La necessita' di portare a settantadue il numero dei carri semplici di trasporto (*).
V.°       Nell'inverno i cavalli di rinforzo dovendo fare due invece di quattro viaggi, potrebbero mancare nel numero, ma fu gia' avvertito che nell'inverno abbondano i rimorchi delle barche minori richiedenti meno cavalli.
VI.°       La occorrenza di un porticato chiuso per stalla provvisoria al cambio dei convogli sull'altura delle Brughiere di Somma, e di due locali annessi per magazzeno e per un Custode.
 
Qualita' e numero degli Operaj
 
Considerato sin qui l'esercizio nel riguardo dei cavalli necessarii pel medesimo, rimane a conoscere la qualita' e il numero degli operaj per il maneggio e per la direzione.
Un capo uomo e due uomini di sussidio per il carico in acqua delle barche sui carri.
Un capo uomo e due uomini per regolare l'argano nella discesa e ascesa del piano subacqueo, e muovere i carri innanzi e indietro.
Un capo uomo direttore dietro ogni convoglio, e cosi' due per ogni tratta e stazione.
Un guardafreno per ogni carro carico, ossieno sei per ogni tratta e stazione.
Due meccanici superiori e inferiori al movimento del meccanismo del piano inclinato e sei uomini di servizio.
Due meccanici come sopra al meccanismo a Sesto e sei uomini di sussidio.
Un capo uomo e due uomini per il rimorchio delle barche in Ticino fino a Sesto.
Un facchino per ogni due cavalli.
E nell'orario d'inverno saranno da aggiungere quattro altri guardafreni alla costa dello Strona.
Il movimento dei carri sugli scambj, ecc.,  dovra' essere operato dai fantini: il regolamento delle leve di sviamento agli scambj operativo per mezzo dei capo uomini di Convoglio.
 
 
 
Conclusione sul numero necessario di cavalli
 
 
       Dietro il risultato e le deduzioni del fatto esperimento, e dietro il numero delle barche sopra ammesso di giornaliero rimorchio, possiamo pertanto calcolare per modo assoluto la quantita' occorrevole di cavalli nell'esercizio.
       Per la prima tratta di strada dal naviglio allo scambio della brugherietta si hanno di cammino metri 7986,34 dei quali metri 3223,60 in ascesa ragguag. di met. 1,8738 p.o/o e per il resto col falso piano ascendente di metri 0,6512 p. o/o in ragguaglio.
       A tradurre le N. 18 barche maggiori sulla costa occorrono due cavalli per ciascuna di rinforzo, in tutto N. 56, ma potendo i cavalli di ritorno fare in un giorno quattro viaggi di andata e altrettanti di ritorno colla percorrenza di metri 25,784, il numero necessario si ridurra' a N. 36/4     N. 9
       Per il tiro dalla darsena allo scambio occorrono due cavalli per ciascuna, in tutto N. 36, e potendo i cavalli fare due viaggi al giorno colla percorrenza di metri 31,915 ogni giorno, basteranno N. 36/2   N. 18
       Per le cinque mezzane basta per ciascuna un cavallo, che diviso nei due viaggi sono  2 1/2
       Rinforzo di due cavalli lungo la costa che formano cavalli N. 10 divisi per i quattro viaggi  2 1/2
       Per la minore barca un cavallo dalla darsena allo scambio diviso sui due viaggi     1/2
       E un altro cavallo di rinforzo sulla costa N. 2/4   1/2
In tutto N. 33.--
       Si aggiunge il 1/10 per scorta, avuto riguardo che la scorta, deve anche supplire alla eventualita' di un maggior numero di rimorchii    N. 3
Totale alla stazione di Tornavento   N. 36.--
       Per la seconda tratta dallo scambio della Brugherietta al piano inclinato di groppetti per il cammino di metri 8157.13 si hanno pressoche' le medesime circostanze, e quanto al tempo e forza animale alla meno lunga ascesa di metri 1679.75 sui groppetti vi corrisponde la maggior salita di metri 2.38 p. e lo spreco di tempo nel calare per freno i carichi per la costa di Strona.
       Si considera percio' alla stazione di Strona la occorrenza eguale di cavalli come quella di Tornavento in  N. 36.--
       Calati i carichi dal piano inclinato devono percorrere la tratta in discesa di metri 2.32 a m. 0.50 p. o/o fino a Sesto per un cammino di metri 1554, pel quale minima o nulla l'occorrenza dei cavalli, ma questi devono ritornare i carri vuoti alla stazione di sesto al piano inclinato per la ascesa del 0,50 e 2,32 p. o/o per la quale valutando a N. 42 il numero dei carri semplici, e due cavalli ogni tre carri, si avranno cavalli N. 28 da dividere per quattro viaggi che possono fare al giorno percorrendo il cammino di m. 12132   N. 7.
       Dalla calata per meccanismo in Ticino fino a sesto rimorchiando le barche nel fiume si valutano tre cavalli per sei barche, e per quattro viaggi al giorno  N. 3
       per scorta  N. 2
Alla stazione di Sesto   N. 12
 
Totale occorrenza cavalli  N. 84.--
 
 
 
 
altro documento
 
 
       L'Amministrazione della Ferrovia da Tornavento a Sesto Calende trovasi in grado di ribattere ad una ad una tutte le maligne asserzioni contenute nella lettera dell'ingegnere C. V. ad un amico Azionista su quella Ferrovia.
       Ma tale confutazione costretta a discendere ad argomenti pettegoli, di cui pare compiacersi l'autore di quella lettera, potrebbe infastidire il lettore.
       Tuttavia, se le circostanze il vorranno, quella lettera dell'ingegnere C. V. sara' pubblicamente ribattuta punto per punto, e allora sara' manifesta la malafede dell'autore ad ogni pagina del suo libello, e, vergognoso a dirsi, sara' pur provato come principale motore del licenziamento dell'Ingegnere Capo fosse appunto quel signor C. V., che ora con tanta ipocrisia lo rimpiange.
       Ma perche' ai signori Azionisti deve soprattutto importare di conoscere se e come la Ferrovia di rimorchio possa corrispondere allo scopo industriale per cui fu ideata e costrutta, l'Amministrazione si limita per ora a pubblicare un rapporto che le venne fatto in data 15 marzo 1858 dall'ingegnere Carlo Vismara di Vergiate, fin dall'origine addetto all'Impresa, e il conto generale dell'Amministrazione allegato M, di quel rapporto. Questi elaborati, da cui non ancora traspirano gelosie di mestiere, puerili puntigli, spirito di parte, ma amor del vero e dell'interesse sociale, fanno palese allo spassionato lettore quale giudizio debba farsi secondo verita' e giustizia intorno alla ferroviario di rimorchio e al suo avvenire industriale.
       Fin qui l'ingegnere Carlo Vismara.
       Ora, ritenuto che l'autore di questo rapporto e quello della lettera 15 dicembre all'amico Azioniste non siano che una sola e identica persona, quali conclusioni ne trarra' l'onesto lettore sul conto di uno scrittore e professionista che su lo stesso e concreto argomento, a cosi' breve intervallo di tempo che non vario' punto la sostanza delle cose, adopra tanto opposto linguaggio, per arrivare a tanto contrarii giudizii?
       Ma il rapporto 15 maggio, era, come gia' si accennava, il frutto della convinzione e dei fatti, la lettera 15 dicembre invece era l'effetto d'un personale risentimento, d'una ferita all'amor proprio morboso di chi vide inaspettatamente accettata la propria dimissione offerta per tattica di partito in momento di irragionevole dispetto: era quella lettera 15 dicembre il turpe tentativo d'una intenzione che l'onesto linguaggio ci vieta di qualificare.
 
       Milano, 12 gennaio 1859
 
L'Amministrazione
 
 
 
Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA"
di Gian Domenico Oltrona Visconti.
Da "Rassegna Gallaratese d'Arte" 1956 PAGG. 10, 12
 
La ferrovia per il rimorchio delle barche da Tornavento a Sesto Calende, costituita in societa' anonima merce' la concessione accordata dall'I.R. Commissariato civile e militare di Milano in data 18 marzo 1850, n. 5533 e regolata da appositi statuti, era in funzione giusto un secolo fa: su questo argomento ci intratterremo per esteso, come i lettori ricorderanno, sul fascicolo di settembre 1951 della rivista (nota) Non e' tuttavia noto ai piu' che in antecedenza il promotore Francesco Besozzi - sulla cui figura di cittadino poco sappiamo finora - ottenne un "nulla osta" assai piu' importante, vero punto di partenza per la realizzazione della coraggiosa impresa. Si tratta del Decreto del Governo provvisorio della Lombardia con il quale, in data 29 aprile 1848, si "permetteva" all'imprenditore Francesco Besozzi di costruire e di esercire la ferrovia con determinati obblighi e diritti. Il documento - inserito negli Affari ufficiali del Governo e pubblicato sul quotidiano "Il 22 Marzo", n. 41 del 6 maggio 1848 - ha un particolare interesse storico locale e pertanto lo riportiamo integralmente:
Gian Domenico Oltrona Visconti
 
Nota: Qualche verifica e qualche ritocco sono indispensabili a quell'articolo. Ma perche', viene spontaneo chiedersi, il Besozzi si fece promotore della costruzione di tale Ferrovia?. E' lecito pensare che egli fosse interessato nel traffico fluviale o che possedesse fondi ed avesse comunque interessi nella nostra zona?.
Se, in un modo, la storia della cosiddetta "Ipposidra" e' stata ormai da noi pubblicata nelle sue linee essenziali, alcuni punti tuttavia restano da chiarire. Per esempio non ci e' stato ancora possibile prendere visione del progetto dell'ing. Bernani, approvato nel 1851 e modificato in seguito, e di qualche documento relativo agli espropri lungo il corso della via ferrata, snodantesi per oltre 17 chilometri, dato che si esistano da qualche parte. Tali documenti darebbero senz'altro preziose indicazioni sull'esatto percorso della linea, Inoltre non abbaiamo finora ragguagli sicuri alla fine del servizio, dello scioglimento della Societa', dell'atteggiamento dei "paroni" e massime dello smantellamento degli impianti: tutto cio' sara' motivo di ulteriori ricerche. Il materiale fu venduto e cio' contribui' indubbiamente a far si che la stessa massicciata andasse in rovina e che della "Ipposidra" in breve tempo si perdesse la memoria. Rimangono attualmente, con l'edificio della stazione terminale, tracce del grande bacino di immissione dei natanti nel fiume, entrambi ai Molini di Sesto; si ricordi, infatti, che la stazione di arrivo si trovava a circa 20 metri sul livello dell'acqua.
Circa la durata del servizio lo Spinelli scrisse: "... Il progetto dell'ing. Bernani fu compiuto negli anni 1856-1857 e duro' dal 1858 al 1865, anno nel quale - egli afferma - cesso' in causa delle ferrovie Arona-Novara e Arona-Milano, che assunsero il trasporto di tutto quanto e' proveniente dal lago, in modo da ridurre a un quarto circa il movimento della navigazione sul Ticino e su Po". (cfr. Ricerche "Spettanti a Sesto calende, Milano 1880, pp.116-117).
Ma lo Spinelli non e' probabilmente esatto perche' passerebbe un po' troppo tempo tra la data di concessione governativa, 1848, e la data di inizio dei lavori, 1856, tanto piu' che - si noti - il comma terzo del decreto qui allegato concedeva al Besozzi il termine di tre anni per il compimento e la messa in esercizio della ferrovia.
Notiamo per inciso che nel 1846 la notizia della progettata ferrovia era gia' di dominio pubblico poiche' una "Guida della Provincia di Milano" del seguente 1847 dava annuncio che " ... onde viemeglio abbreviare il tempo pel rimurchio delle barche da Tornavento a Sesto Calende venne chiesto il privilegio per la costruzione di una strada a ruotaje di ferro che si porterebbe al Lago Maggiore passando per l'alto piano di Gallarate e Somma. Col mezzo di questa strada, per la cui costruzione sarebbesi' gia' conseguito il Sovrano privilegio, le barche in poche ore verrebbero condotte con cavalli a Sesto Calende".
 
 
GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE DELLA LOMBARDIA
 
Decreto
 
Veduta la dimanda presentata da Francesco Besozzi per ottenere il permesso di costruire lungo il Ticino, fra Tornavento e Sesto Calende, nella provincia di Milano, una strada privilegiata pel rimorchio delle barche;
       riconosciuta la pubblica utilita' della opera proposta:
       il Governo Provvisorio della Lombardia permette all'intrapprenditore Francesco Besozzi di formare fra Tornavento e Sesto Calende, lungo il Ticino, una strada a semplici o doppie rotaie di legno o di ferro, la quale sara' unica ed esclusivamente privilegiata pel rimorchio delle barche; ma per tutti gli altri trasporti e servigi rimarra' d'ordinaria privata pertinenza e condizione, vietandosi a chiunque, finche' duri la presente concessione, d'attuare nel tratto da Tornavento a Sesto Calende altra strada solo  per lo stesso uso di rimorchio delle barche.
Questo privilegio si concede coi seguenti obblighi e diritti:
1) L'intraprenditore Francesco Besozzi dovra' presentare al Consiglio di Stato, per la sua revisione ed approvazione, il compiuto progetto della strada con tutti i particolari che riguardino cosi' l'intera costruzione come le opere speciali di viadotto, piani automotori, prati e simili, e dovra' sottoporsi ad ogni prescrizione che gli sia fatta dal medesimo Consiglio di Stato o dagli uffici da esso delegato.
2) Dovra' inoltre eseguire ogni opera che fosse prescritta dalle competenti autorita' o per la sicurezza pubblica o per la necessaria comunicazione di strade o canali intersecati dalla strada privilegiata.
3) Nel termine di tre anni dalla data del presente Decreto dovra' aver compiuto e posta regolarmente in attivita' la strada a tutte sue  spese, non senza prima averne riportato, parimenti a sue spese, il collaudo da un ingegnere che sara' destinato dalla pubblica amministrazione.
4) Gli si concede il diritto di spropiazione giusta il par. 365 del Codice civile generale, per le sole proprieta' veramente necessarie all'esecuzione della strada, secondo il progetto che sara' approvato, ed alla successiva manutenzione e riparazione.
Nel caso di contestazioni sulla necessita' della spropriazione decideranno le autorita' amministrative; sull'indennizzazione e le giudiziarie. La somma dell'indennizzazione dovra', per regola generale, essere pagata al proprietario aventi di metter mano alla sua proprieta', o se non potesse aver luogo il regolare pagamento se ne fara' il deposito giudiziale.
Non sara' pero' tolto ove la quistione dell'indennizzazione fosse recata dinanzi ai tribunali, che possa la spropriazione mandarsi ad effetto prima che ne sia definitivamente stabilito il compenso, purche' siansi con giudiziale perizia rilevati tutti gli estremi di fatto necessari per determinarlo e siasi depositata la somma che l'Autorita' giudiziaria avra' per approssimazione indicata.
Queste norme varranno anche pel caso che debbasi occupare solo per qualche tempo l'altrui proprieta' nell'eseguire le opere di costruzione, di manutenzione o di riparazione della strada.
5) Pel censo dei fondi occupati per ala costruzione, manutenzione e riparazione della strada od in essa incorporati, e pel pagamento si' delle imposte reali che di qualsivoglia dazio o tassa, verranno senza alcuna eccezzione osservate le leggi generali che sono in vigore o che fossero dappoi attivate. Pero' l'Amministrazione dello Stato non imporra' sulla strada privilegiata verun particolare pedaggio.
6) Quando l'Amministrazione pubblica occorresse di valersi di tale strada pel servizio civile o militare, se ne dovra' ad essa lasciar l'uso pel compenso portato dall'ordinaria tariffa che sara' stabilita.
7) La strada si terra' soggetta a servitu' per tutti gli usi estranei al privilegio del rimorchio delle barche, in quanto siano tali usi compatibili colla costruzione particolare della strada e coll'esercizio del privilegio, e sara' percio' l'intraprenditore obbligato ad una perpetua lodevole manutenzione.
8) Il privilegio durera' cinquant'anni che avranno principio dal giorno in cui e' datato il presente Decreto. Ma ove l'intraprenditore non osservasse le prescrizioni di sopra esposte, sara' in facolta' del Governo di dichiarare estinto il privilegio stesso.
9) Spirato ed estinto il privilegio, l'intraprenditore potra' disporre delle cose proprie in servizio sulla strada, e la strada medesima non sara' piu' che una strada privata soggetta a pubblica servitu'.
Il Consiglio di Stato rimane incaricato delle corrispondenti disposizioni.
Milano, 29 aprile 1848
 
CASATI, Presidente
Borromeo - Durini - Litta
Strigelli - Giulini - Beretta
Guerrieri -Turroni - Moroni
Rezzonico - Grasselli - Dossi
Correnti, Segretario Generale
 
 
 
 
Tempo, vicende, vestigia
 
di Guido Candiani
 
Chi pratica le brughiere tra Somma e Tornavento ( Brughiera di Casorate), o quelle più lontane tra Sesona e Golasecca (S. Caterina, Garzonera, Costa Cimasco), conosce le espressioni "ponte delle barche" "ferrovia delle barche".
In zone alte sul Ticino, su una terrazza arida e mai percorsa da acque navigabili neppure nel passato, queste espressioni non mancano di stupire.
E invece i ponti, talvolta rovinati, o sguarra' (secondo l'impietoso dialetto di queste zone), le massicciate imponenti, gli scavi in trincea semisepolti dal brugo Brugo: Potrebbe essere ERICA ( Calluna vulgaris) ovvero: Brugo - Grecchia - Scopa meschina - Scopetta - Bru' - Desloda - Ausolada - Brola - Scopiglio - Brusciarello - Galencia. Famiglia delle Ericacee. ( pag. 139 di segreti e virtu'delle piante medicinali)) rimangono a testimoniare l'impegno, la fatica, le finali delusioni di chi ha realizzato l'opera di cui parliamo.
Si era attorno al 1850: nei paesi della brughiera la miseria regnava sovrana. Il terreno arido e acido non permetteva di coltivare se non segale, miglio e una stenta meliga Meliga: Mais (Zea mays ovvero: Granoturco - frumentone - Melega). Pianta da vedere ). Le campagne dei grandi proprietari, Visconti (al Nord), Parravicino (da Tornavento a Lonate Pozzolo) Parravicino:), Castelbarco Castelbarco:), erano date a colonia, con pagamento in prodotti per il terreno, (tante staia di segale o miglio per pertica) e fitto in contanti per le abitazioni rustiche. Inoltre, secondo l'uso antico, i padroni richiedevano ai coloni piccoli pendizi, a pagamento degli orti, ed alcune corvees: giornate a spaccare legna, carreggi per conto del padrone, braccia di fosso da scavare.
La foglia del gelso era riservata al padrone. Se il colono allevava i bachi, il prodotto in bozzoli si divideva a metà, come pure a metà la spesa per le uova dei bachi. Tutto il lavoro della raccolta della foglia e dell'allevamento, nonchè alcune piccole spese accessorie (legna per il riscaldamento, olio per il lume, carta per i graticci, brugo per il bosco entro cui i bachi avrebbero filato i bozzoli), erano a carico del colono.
Le uve, coltivate con un certo successo sui terreni in costa, erano pure a mezzadria, e a metà la spesa per la paleria; tini, botti e torchio a carico del padrone .
Al tempo da noi considerato, tuttavia, la vite non dava frutto "causa l'imperante malattia", l'oidio, comparso nel 1850, cui poco più tardi si sarebbe aggiunta la peronospora Peronospora: ).
Così da una relazione di stima del 1856, relativa alla grande proprietà dei Parravicino a Tornavento e Lonate Pozzolo, 2.907 pertiche di aratorio, bosco, brughiere e coste.
Anche per l'aratorio tuttavia la produttività era bassa, ed infatti le 2.900 pertiche di Tornavento e Lonate, comprese le case coloniche afferenti, erano valutate in ragione di 130 lire per pertica, mentre un'analoga proprietà dei Parravicino in Brianza, pure non irrigua, era valutata nella stessa stima oltre il doppio, 280 lire per pertica. Lire austriache, si intende: per un raffronto, per quanto difficile, si può, considerare un rapporto di 1 a 5.000 con la lira attuale, ma il rapporto non è certo applicabile a tutti gli aspetti della vita: basti ricordare che la mercede giornaliera per un uomo era di 1 lira.
Il colono di Tornavento e Lonate concorreva al pagamento delle pubbliche imposte versando 80 centesimi annui per pertica di coltivo; inoltre ulteriori appendizi per totali annui 34 centesimi austriaci per pertica. Il colono pagava inoltre il "testatico" (imposta pubblica un tanto a persona), o "capitazione" (Tributo - tassa personale proporzionale al reddito), la tassa personale , di lire 7,50 all'anno, dovuta da tutti gli uomini dai 14 ai 60 anni "che non si siano resi defunti entro il 30 aprile dell'anno".
Difficile che la famiglia potesse giungere a riscattare il "livello", cioè acquistare il terreno dal proprietario: la valutazione del valore capitale era fatta a misura dell'art. 306 Codice Civile Austriaco e 263 del Regolamento Generale del Processo Civile, secondo cui l'affitto in denaro rappresentava il 5% del valore capitale. Per gli affitti a staia di miglio e segale si considerava il valore medio della mista miglio/segale e si ricostruiva il valore del terreno, sempre con la regola del 5%. Lo staio nelle nostre zone conteneva circa 16 litri, ovvero 12 Kg. di segale oppure 11Kg. di miglio. ( staia facevano un moggio. Un moggio di segale 20 lire austriache, un moggio di miglio 15; oggi il rapporto di valore e' invertito. )
Così quando nel '74, per far fronte al Prestito Nazionale, il Comune di Somma si vide costretto ad affrancare i suoi diretti domini, tanto a denaro che a miglio, ben pochi livellari poterono riscattare i terreni in affitto, e il Comune dovette ricorrere ad una posta straordinaria sull'estimo.
Non abbiamo immagini, se non idealizzate e quindi lontane dalla realtà, dei contadini del tempo e dei loro costumi. Le donne, anche al giorno di festa, portavano ben pochi ornamenti: l'oro della vera, raccolto pagliuzza per pagliuzza nella sabbia del Ticino dal fidanzato, secondo una bella usanza tramontata nell'ultimo dopoguerra, e l'argento degli spontoni, che anche qui, e non solo in Brianza fermavano le lunghe trecce avvolte sopra la nuca.
Così le vide Theophile Gautier al mercato di Sesto nel maggio del 1850: "i capelli lisci e attorti sulla nuca sono trafitti da trenta o quaranta spilli di argento disposti come un'aureola sulla testa. Uno spillone con due grandi olive d'argento completa l'acconciatura".
Questi spilli costeranno certo, ma son portati da povere donne e ragazze con la gonna a brandelli e i piedi nudi e polverosi.
Moltissime donne avevano il gozzo, come nel Vallese. Della sporcizia, del puzzo che avvolgeva i paesi diremo più tardi, sempre sulla scorta delle notazioni di viaggio degli stranieri.
Le comunicazioni, come noto, erano difficili, caro viaggiare per le poste (sebbene Maria Teresa avesse una settantina d'anni prima ridotto d'imperio la tariffa di ogni posta, nella proporzione da 10 a 7,50), caro passare il Ticino coi "porti", traghetti costituiti  da due barconi, collegati da una piattaforma in legno, affidati ad un cavo che attraversava il fiume.
Così sul "porto", messo in opera a Coarezza Coarezza: ), "transitabile dall'Ave Maria del mattino all'Ave Maria della sera", secondo tre livelli di riferimento dell'acqua del fiume, un uomo a piedi "anche con fagotto", pagava 11, 20, 30 centesimi (ovvero, per il livello massimo, il terzo della sua paga giornaliera), un uomo a cavallo, "anche con fagotto", 15, 32, 60 centesimi, un carro scarico 35 70, 140 centesimi, un carro carico 50, 100, 175 centesimi.
Di qui, per inciso, la domanda dei borghigiani di Somma che almeno i pedoni pagassero una sola volta il pedaggio, considerato come fosse "ordinario ritornare per il porto medesimo al proprio focolare", domanda respinta dall'Amministrazione di Varallo Pombia, appaltatrice del pedaggio.
Ancora, tra i cento documenti che testimoniano la miseria del tempo, il decreto del settembre del 1851 con cui l'Imperial Regio Governo, Generale e Militare, decretava che "il pane di farina di castagne, essendo di qualità inferiore al pane misto", ne avrebbe seguito la misura dal dazio.
Nelle città il prezzo del pane per la settimana successiva era stabilito ed esposto ogni domenica, con relazione alla media dei prezzi raggiunti dai cereali il sabato, unico giorno in cui si potevano trattare i grani.
Beninteso il pane di "meta", nei vari tipi ammessi, pane di frumento, pane di frumentata (frumento e segale in  pari misura), pane misto al terzo (un terzo di segale, un terzo di miglio, un terzo di mais), pane giallo (7/8 di mais, 1/8 di segale).
Beninteso il pane di "metà", era per i poveri la grande maggioranza. Per i signori si confezionava il "pane d'arbitrio", ma uno stesso fornaio non poteva confezionare e vendere insieme pane di metà e pane d'arbitrio.
I contadini delle nostre zone preparavano invece il loro pane ogni quindici giorni, con farina di mais e poca farina di segale, in grandi forme (sino a 4 Kg.), per risparmiare legna. Scarso di glutine, questo pane lievitava male, cuoceva peggio, e presto inacidiva, promessa di pellagra.
Oltre 100,000 i pellagrosi in Italia, al tempo che consideriamo: "i più infelici di tutti, che la malattia assale ad un tempo il corpo, che condanna ai più atroci dolori, e lo spirito, privando non di rado dell'intelletto, il misero che ne è colpito".
Inoltre, a completare il quadro, nel 1854, come già nel '36, come ricorrente in seguito a intervalli di circa 10 anni sino alla fine del secolo, il colera Colera:).
Cholera morbus asiatico, o mordèchi, endemico da sempre sulle rive del Gange, ma sconosciuto in Italia sino al 1835.
Nel 1817 il colera aveva iniziato a interessare zone nuove, in tredici anni aveva raggiunto il Caspio. Di qui, risalendo il Volga, era penetrato rapidamente sino al cuore della Russia, senza incontrare difese, anche perche' le Commissioni Mediche Imperiali avevano giudicato che non si trattasse di un male epidemico Saratow, Kazan, Novgorod; il 13 settembre 1830 la prima "orrenda comparsa" a Mosca.
In Italia il colera arrivò, cinque anni più tardi, alla fine dell'estate del 1835, contemporaneamente a Genova e nel comune di S. Nicolò della Fraterna, in provincia di Venezia. A Milano il primo caso fu registrato il 17 aprile 1836 all'albergo della Passerella, nella persona di Giacomo Calvi, proveniente da Bergamo, dove il morbo già infuriava.
Nel '36, in tutta la penisola i colpiti furono duecentomila, e centomila i morti; nel '54 quasi esattamente le stesse cifre.
Nelle zone rivierasche del Ticino il colera del '54 giunse portato da viaggiatori Genovesi. A Sesto Calende in infuriò dal 14 agosto al 17 novembre, malgrado venissero applicate le norme del Regolamento Imperial Regio del 25 ottobre 1835, con  sequestro e distruzione dei generi alimentari sospetti, rigore nelle norme igieniche, rimozione delle immondizie dalle strade, dalle case, dalle chiese, eliminazione delle latrine scoperte, rigida applicazione delle leggi di Pubblica sicurezza sull'accattonaggio, reperimento di lavori pubblici per disoccupati.
Le autorità religiose intervennero abolendo il digiuno e riducendo al minimo la  durata delle funzioni. I colpiti si raccomandarono ai santi Pietro e Paolo, i sani invocavano la beata Michelina da Pesaro, protettrice dal contagio. A Lecco si fece pubblico voto di non ballare per venti anni.
A Sesto il colera del '54 si ebbero solo 47 morti, su un censimento di 2500 anime. Di questi morti, 35 erano di famiglia contadina, 5 possidenti, 3 osti, 3 mugnai. Inoltre un soldato austriaco, Leopoldo Spitzberg, a Sesto per manovre autunnali.
I decessi rappresentarono il 19% dei colpiti (contro il 63% di Milano) in ragione particolarmente delle cure e della pozione del dottore fisico Giuseppe Mazza Giuseppe Mazza: Medico condotto. ), medico condotto, premiato poi con una gratificazione di 400 lire austriache, contro un compenso annuo di L. 1.090,50 (ricordiamo che il maestro elementare riceveva annualmente 495 lire austriache).
La cura consisteva principalmente nel tenere ben caldo l'ammalato, effettuare fregagioni con spirito di bacche di ginepro a braccia, gambe, tronco, e somministrare la pozione attiva e piacevole del dottor Mazza stesso: limone, acqua di cedro, laudano liquido, gomma arabica, sciroppo di corteccia di arancio.
Per ovviare al singhiozzo, ghiaccio (dalle ghiacciaie dove veniva riposto il ghiaccio d'inverno) e polverine: bicarbonato e sottonitrato di bismuto.
Altrove si consigliava la terna ghiaccio, oppio, china, oppure la polpa di tamarindo, le bevande acide, l'ipecaquana Ipecaquana: ) con l'oppio. Ancora, senapismi di cantaride Senapismi di cantaride: Cataplasma revulsivo fatto di farina di senapa, aceto ecc. ;Cantaricde: CANTHA-RIS-IDIS - Scarabeo . Insetto dell'ordine dei coleotteri, di color vere dorato e lucente: contiene un umore forte e acre che essicato diviene una polvere irritante ad alto grado e ha proprieta' afrodisiache. Si 8usa estremamente sotto forma di tintura e di vescicatori.
), o di cenere calda, o di rafano Rafano rusticano: Nasturtium armoracia fries - ovvero: barbaforte, cren, erba da scorbuto. della famiglia delle Crucifere.Originario della Russia meridionale europea e dell'Asia occidentale, il rafano si diffuse in tutta l'Europa, verosimilmente, nel XVI secolo. E' un condimento molto forte, attualmente coltivato, in occidente, solo nelle regioni settentrionali. La radice e' lunga e carnosa, spessa, giallo-grigiastra, e contiene in abbondanza un glucosideo solforante, identico a quello della senape e che gli conferiscer proprieta' analoghe. Il rafano e' tassativamente controindicato per coloro che soffrono di irritazione dell'apparato digerente, per le persone nervose e per le donne incinte.
) rusticano e a aglio pestato. Ai bambini si applicavano sanguisughe alle tempie, agli adulti dodici o quattordici sanguisughe all'ano.
Il morbo infuriò in tutti i nostri paesi, tranne Varese; poi si spense, ed è triste e significativo insieme leggere nell'archivio di Somma la convocazione, tre anni più tardi, per la vendita all'asta dei beni dei colerosi, a ricordare il valore che allora veniva attribuito a qualsiasi oggetto, per quanto usato e meschino: una veste da donna, un "ciffone", un cappello di feltro, e così via per un doloroso rosario di misere cose, segnate dalla pestilenza.
In questo quadro di miserie merita invece ricordate il bosco, residuo ancora imponente del bosco storico, di querce e olmi, ove era stato immesso il pino, e che aveva appena cominciato a conoscere la robinia Robinia: Robinia pseudacacia. ovvero: Acacia, falsa acacia, spina di Noussignor, parasol, agaz, marugon. La robinia e' una pianta originaria dell'Amewrica settentrionale e centrale. La sua diffusione in Europa avvenne nel secolo XVII quando jean Robin, ervorista di Enrico IV di France, ricevette dall'america un seme di questa specie e lo pianto'. Linneo battezzo' l'albero con il cognome di Robin. Questa specie rimase sconosciuta in Italia sino al secolo XVIII; per la vigorosa vewgetazione e l'adattamento a molteplici condizioni climatiche divenne, pi, specie infestante dei boschi di latifoglie decidue. predilige terreno sciolto e ben drenato e, per il suo sviluppatissimo apparato radicale, si impega nei lavori di consolidamento di scarpate. I fiori, ricchi di nettare, sono invasi dalle api all'epoca della fioritura; il miele di acacia e' ottimo.Con i fiori della robinia si posson0o preparare delizione frittelle, sciroppi, una gradevole acqua profumata da bagno; si ottiene un vino tonico mettendo a macerare 15-20 gr. di fiori in 1 litro di vino rosso. non si devono udsare ne' semi ne' la corteccia; le radici sono dolci ma sono tossiche. Identificazione: da 10 a 30 metri. Albero, tronco grossolano, che si ramifica abbastanza in basso, branche distese, corteccia profondamente screpolata, rami lisci; foglie grandi, imparipennate con 9-25 foglioline, intere, molli, con stipole trasformate in due spine tra le quali si dissimula la gemma; fiori bianchi ( maggio-giugno), in grappoli pendenti, calice a 5 denti, foglia papilionacea; legume bruno, pendulo, glabro, con 10-12 semi duri; radicivigorose, sctriscianti, con numerosi polloni, dotate di nodosita'. odore penetrante, aromatico; sapore dolce.
) importata in Europa dall'America da Robin, botanico del re di Francia, alla fine del '600; pianta meritoria per la fascina, con cui si sbiancava di calore la volta del forno del pane, per il legno, idoneo a farne carri ed attrezzi, per la brace duratura, per il nettare prestato alle api; pianta però troppo vitale rispetto alle nostre antiche essenze, presto spodestate.
A metà dell'Ottocento il bosco era vitale e produttivo, solcato da mille sentieri, testimoni del peregrinare operoso di chi raccoglieva ghiande, castagne, legna o falciava la lisca per farne strame, scongiurando per sopramercato gli incendi.
E' noto d'altronde che il bosco della valle del Ticino era anticamente famoso luogo di caccia dei signori di Milano. una foresta di Fontainbleu nostrana. Dal diario di Cicco Simonetta Cicco Simonetta:apprendiamo per esempio che ai primi di novembre del 1474, "Uscito Galeazzo Maria [Sforza] da Lonate Pozoldo e recatosi sulla strada per Varese per uxellare, prese un orso grandissimo due camozi".
Sempre dal diario di Cicco Simonetta apprendiamo che alle battute venivano chiamati a forza tutti gli uomini dai 10 ai 60 anni della zona: "si troveranno gli uomini di Turbigo, Castano, Busto Arsizio, Lonate, Oleggio, Bellinzago, Cameri, ante l'alba del 22 novembre [1474] alla costa di Bornago Bornago: )  con attrezzi da battitore, con penalità di un ducato per gli assenti, garanti i podestà delle pievi". Una battuta con forse 4.000 battitori.
Naturalmente venivano perseguiti i cacciatori di frodo: "chi insidierà caprioli, cervi, porci, con lazate, istrumenti, cani o altra maniera avrà confiscati tutti i suoi beni, se inabile, squassi 10 di corda e sarà bandegato dal nostro terreno" [1483].
Che dire dei lupi che in due soli anni, ai primi del '700, uccisero 50 persone nel mandamento di Varese?.
Il flagello dei lupi si faceva particolarmente sentire dopo le guerre o le carestie, quando gli abitanti erano "così secchi di fame che era uno stremizio a vederli". Allora nelle campagne erravano numerosi lupi e "s'ardiva andare attorno solo di brigata, tanto i lupi facevano male in ammazzare putini e femmine".
Questa dunque era la vita nei borghi, nelle campagne, boschi attorno al Ticino, frequentati oggi, i boschi solo da selvaggina lanciata e dalle volpi, e navi e acque del fiume solo delle canoe degli sportivi in luogo delle grandi "barche da commercio" di allora.
Tutti conoscono invece l'importanza della navigazione sul Ticino sino dai tempi più antichi. Riferendoci soltanto a tempi prossimi consideriamo come si navigava, a cavallo tra il '700 e l'800, e cosa si trasportava.
Dal lago Maggiore e dal suo bacino scendevano legname d'opera e da ardere, pietre da costruzione, calce, ciottoli di quarzo per farne vetro, merci d'oltremonte che dal Gottardo e S. Bernardino arrivavano a Locarno, o, dopo il 1515, crollato a Bellinzona il ponte sul Ticino, a Magadino .
Inoltre importanti derrate  alimentari, in buona parte convogliate a Milano tramite il Naviglio: castagne, noci, pesce e, come risulta da un documento della fine del '700, annualmente "57.000 brente di vino, 2.000 vitelli, 5.000 capretti, 2.000 bovini detti gnuchetti, 135.000 libbre di formaggio d'oltre il Gottardo, butirro 47.000 libbre, gerli di carbone 87.000, e le pietre di detto fiume si conducono nelle barche a Venetia per fabbricare con esse quei vetri di cristallo che sono tanto lucidi".
I ciottoli di quarzo, cogoli, venivano raccolti nel letto del fiume sino a pochi anni or sono; la prima notizia scritta che ne abbiamo è del 1150, in un documento di Guidone Visconti Guidone Visconti).
Quattrocento anni più tardi, attorno alla metà del '500, un contratto parla di "530 miliara di cogoli al prezzo di lire 8,13 per ogni miliara  resi alla ripa del Ticino a Pavia, che il Crollalanza Gerolamo farà caricare a sue spese sulle navi per portarle a Venetia, con regalia di due casse di bicchieri da gentilhuomo, due caratelli di vino malvasia, sessantadue libbre di zucchero fino, cera veneziana per lire dodici, pepe per lire dodici, spezierie fine di pistacchi per lire venticinque Regalie raffinate, che fanno pensare alla bella vita che i ciottoli raccolti dai nostri antenati propiziavano a chi li commerciava.
Le merci che risalivano il Po e il Ticino, ed infine il lago Maggiore, erano necessariamente molto inferiori per quantità, trattandosi di rimorchiare le barche controcorrente: granaglie, ferro grezzo, e soprattutto sale (che in buona parte veniva raffinato a Locarno). In relazione, lungo il Ticino, in tutti i paesi dotati di luoghi di sosta e ricovero per i barconi e i cavalli fioriva da sempre il contrabbando del sale, represso con ferocia pari alla protervia dei contrabbandieri.
Egual ferocia attendeva del resto i ladroni di strada.
Un tale abate Richard, soffermatosi a visitare il lago e le isole Borromeo, uscendo da Sesto sulla strada per Milano si dispiaceva dello spettacolo offerto dalle teste dei ladroni esposte su pali, atroce monito agli emuli: "quantità de testes d'hommes qui sont exposees, d'espace en espace, sur des poteaux".
Sul lago le merci viaggiavano anche di domenica, contrariamente a quanto avveniva per il Naviglio. Erano trasportate su grandi "barche di commercio", con vela quadra altissima e stretta, a ferzi verticali, talvolta colorati. Alcune barche erano armate con due alberi, il primo più alto.
I venti principali cui ci si affidava erano chiamati "Inverna", il sud ovest, "Mergozzo", il ponente, "Vento o Maggiore", la tramontana, "Vento Bergamasco" per analogia col lago di Como, lo scirocco, "che soffia di rado".
La difficoltà a stringere il vento con la vela quadra rendeva lunghissimo il bordeggio, mentre il regime dei venti, particolarmente in estate, rendeva pigrissimo il veleggiare; a meno che il "Valmaggino", o qualche improvviso vento temporalesco non alzasse il lago, e allora erano dolori, bestemmie, liti selvagge fra i barcaioli. Così almeno ci riferiscono alcuni viaggiatori  stranieri del tempo, già scandalizzati dalla "sporcizia indicibile,, dell'osteria di Magadino, dal puzzo dei paesi, dalla folla di straccioni che accoglieva i viaggiatori in tutti gli approdi del lago, richiedendo con insistenza, per umili servigi, la "bona mano".
"Bona mano, bona mano, sont les seuls mots jusq'a present que j'ai entendu dans l'Italie". Così il citoyen  Cambry, prefetto dell'Oise, coinvolto anche lui in una  burrasca del lago, durante la quale, nella discordia  del barcaioli, aveva preso il timone, e portato, da buon  bretone, la barca in salvo.
E nella stagione di poco vento? Quando non sovviene il vento le merci vengono trasferite su barche minori e si spendono alcuni giorni per far loro trascorrere il lago a forza di remi.
Così si navigava al periodo considerato, come da secoli, anche se dal 15 febbraio 1826, per iniziativa del console americano in Francia, Edward Church, aveva iniziato a solcare le acque del lago, il battello a vapore per passeggeri "Verbano", dotato comunque di una grande vela quadra e di un fiocco, costruito a Locarno per un costo equivalente a 50.000 lire austriache; e 60.000 lire austriache era costata la macchina a vapore,  costruita a Birmingham.
Una atmosfera la pressione, 300 Kg. all'ora di legna  di faggio o quercia il consumo. Quanti boschi si saranno abbattuti per alimentarne il focolare!
Due viaggi al  giorno:  Magadino-Sesto, Sesto Magadino, toccando tre stati svizzero, sardo, lombardo-veneto.
E una bòsinada diceva:
      In sta barca gh'è poeu dent
      tutt i comod per la gent.
      El gh'è di sal, di gabinet,
      gh'è fin dent di stanz de let,
      e chi voeur fa un marendin
      e chi voeur po bev el tè.
 
Ma dimentichiamo i viaggi felici dei sciòri amanti del progresso e dei pellegrini alla Madonna del Sasso e  ritorniamo ai trasporti delle cose.
 
La merce che al termine del solitamente pigro veleggiare giungeva a Sesto Calende veniva caricata su barche idonee a scendere il Ticino, distinte in cagnone, lunghe 24 metri, larghe 4,76, generalmente munite di un casotto coperto, con portata di 34.000 Kg e immersione di m 0,78, borcielli pure lunghi 24 metri, ma larghi m. 4,56, capaci di 30.000 Kg. di carico con immersione di poco inferiore , poi cormane, più piccole, barche corriere, capaci di 60 persone e piccole merci, cavrioli, normalmente usati per riportare a Milano, a Pavia o a Pontelagoscuro Pontelagoscuro:) cavalli e garzoni che avevano trascinato contro corrente le barche col piccolo carico ascendente.
 
Va ricordato che il Ticino ed i navigli veniva percorsi anche da zattere di legname d'opera, condotte da vari navalestri zattere che sul Ticino erano dette "foderi" o "ceppate", mentre sul lago di Como e sull'Adda erano chiamate floss, con termine austriaco.
"Le barche che scendono il Ticino sono indispensabilmente munite di un timone a pala e lungo albero, onde superare in ogni istante e con poderoso braccio di leva la forza della corrente per governarle sui luoghi di maggior pericolo". Altri timoni minori, piazzati su diversi punti del bordo, venivano operati contemporaneamente da altri barcaioli. I barcaioli, del resto, erano sempre almeno quattro "nella critica discesa".
La veniva affidata a Sesto dal proprietario ad una guida detta "parone", normalmente di Castelletto Ticino Castelletto Ticino), ove esisteva appunto una "università" o "Corporazione", di tali paroni. Il parone guidava la barca lungo le rapide o "ramme", o "rabbie", del Ticino da Sesto a Tornavento, distinte ciascuna con un nome: il "Panperduto", Trovare e fotografare tutte le rapide) ,la "Miorina",il "Legura", la "Lanca", la "Monga" "Cavalazza" l'"Asnino", il "Ramm".
 
In questo tratto (da Sesto a Tornavento) le barche, così guidate, "discendono in novanta minuti, a guisa di locomotive, con una spaventevole velocità".
Si lasciava sempre trascorrere un tempo determinato fra la partenza di una barca e la partenza della successiva, perchè non vi fosse pericolo che una barca raggiungesse la precedente, con rischi gravissimi. Inoltre, già dai tempi di Galeazzo Sforza, ci si preoccupava di "far fendere i sassi che sono di impedimento  alla navigazione".
 
D'altro canto, nel caso di incidente e conseguente perdita della barca e mercanzia, la procedura era semplice: "il parone cui fonda o perisce una o più barche con il carico ne riporta dalla più vicina autorità locale un attestato comprovante l'avvenuto infortunio, in vista del quale è esonerato da qualunque indennizzo".
 
Superate le "rabbie", e giunta la barca sotto Tornavento, lasciando lo sperone a sinistra si imboccava la "Bocca di Pavia" Bocca di Pavia: ) da cui si proseguiva la navigazione del Ticino; lasciando invece lo sperone a destra, si imboccava il Naviglio. Qui il parone saltava a terra e tornava a piedi a Sesto Calende, mentre un secondo parone reggeva la barca sino al disotto di Robecco (dove l'acqua del Naviglio perde ogni velocità). Da Robecco un terzo parone la reggeva sino a Milano, dove veniva consegnata al "parone del fosso", che la conduceva in ripa al Naviglio interno, a S. Eustorgio, per riportarla poi vuota alla darsena dove l'aveva presa carica Il mercante affidava allora la barca ad un "fattore", dotato di cavalli e garzoni, perchè la riportasse a Tornavento, mentre egli stesso ritornava normalmente al lago per via di terra o con una barca corriera.
Il fattore combinava le "cobbie", cioè il treno di sei, otto barche, trainate da  dieci-dodici cavalli, guidati ciascuno da un garzone, e, sotto la guida del fattore stesso e di un sottofattore o fattore di terra il traino risaliva sino a Tornavento. Di li cavalli e garzoni, "dopo breve riposo", tornavano a Milano o Pavia con un cavriolo.
I tempi impiegati nella navigazione variavano, ovviamente, con il variare del livello e della velocità dell'acqua del fiume. In caso di scarsità d'acqua si ricorreva alla "lèvia", cioè le barche veniva alleggerite; in occasione delle piene il traffico veniva sospeso.
E di piene il Ticino ne conobbe di straordinarie. Per citarne solo alcune, nel settembre del 1177, appena costruito il primo tratto del Naviglio (allora precipuamente inteso come canale di irrigazione), "fuit diluviuon quo majus non fuit a diebus Noè"
Il Ticino cambiò letto e le opere di presa del Naviglio vennero distrutte con spese gravosissime per il ripristino.
 
Ancora nel 1585 una piena straordinaria rovinò, le opere di presidio, lasciando in asciutta tanto il Naviglio quanto la "Bocca di Pavia", da cui proseguiva la navigazione sul Ticino.
 
Sospese le comunicazioni, fermi i mulini, inariditi i canali di irrigazione, il magistrato delle acque dopo febbrili e diplomatiche trattative con una schiera di tecnici, dei quali ognuno proponeva una soluzione diversa, affidò all'ing. Meda la stesura di un progetto e l'immediata realizzazione dei lavori con cui si dette forma all'attuale incile del Naviglio, arricchito in questa occasione di molta acqua alzando la soglia della "Bocca di Pavia".
Ancora una terribile piena nel 1755 e poi quella memorabile del 1868 quando "il muggito del fiume e il crosciare delle frane che si staccavano dalle alte ripe udivasi sino a Somma. Chi visitò Sesto rammenterà con raccapriccio i lamenti che mandavano le crollanti case quelli che, ritrosi dapprima ad abbandonare la roba loro, deploravano troppo tardi di dover colla roba abbandonare anche la vita". Così la prosa del Melzi.
Riferendoci quindi ad "acqua mezzana", ecco i tempi medi di navigazione delle barche cosiddette di commercio. Da Sesto a Pavia si impiegavano da sette ore a una giornata, e cinque giorni da Pavia a Pontelagoscuro. Rimontando, da Pontelagoscuro a Pavia, con poco carico, da 20 a 25 giorni. Solo in viaggi felicissimi d'estate 18 giorni Da Pavia al lago Maggiore lungo il Ticino da venti a trenta giorni, con barche accoppiate vuote o con piccolo carico.
Per quanto riguarda invece la navigazione verso Milano: da Sesto a Tornavento si impiegavano novanta minuti (toccando sulle rapide le venti miglia all'ora), da Tornavento a Milano 8-9 ore. Al ritorno, da Milano a Tornavento, prima della costruzione della strada alzaia lungo il Naviglio (1824-1844), si impiegavano quindici giorni con 25 cavalli e altrettanti garzoni per un convoglio di cinque sei barche. A seguito della costruzione dell'alzaia solo tre giorni e la metà dei cavalli.
Da Tornavento a Sesto, per sole 18 miglia, ma vincendo le rapide già ricordate, si impiegavano da una a due settimane dovendosi staccare le barche per farle avanzare ad una ad una, spesso portando parte dei cavalli sulla sponda opposta del fiume, per combinare in modo opportuno la trazione.
Ecco quindi che, dopo la costruzione dell'alzaia, considerando come su un tempo totale medio di navigazione per il viaggio Sesto-Milano-Sesto di meno di dodici giorni, oltre la metà venivano spesi per risalire le rapide da Tornavento a Sesto, sorse ad uno studioso di trasporti (ed il nome sarà una sorpresa per molti) l'idea di realizzare tra Tornavento e Sesto una ferrovia per il rimorchio delle barche per via terra.
Le barche estratte dall'acqua a Tornavento e poste su grandi carri di tipo ferroviario a 8 ruote sarebbero state trainate da cavalli su una via ferrata attraverso le brughiere e reimmesse in acqua a Sesto.
Il numero delle barche da trasportarsi annualmente sarebbe stato di 5.000 cagnone, 1.400 burchielli e 300 barche minori. Il numero dei cavalli previsto 100, e circa 100 gli uomini, il fatturato annuo previsto 364.000 lire austriache, oltre un miliardo e mezzo di lire attuali.
Ideatore dell'impresa, estensore del progetto iniziale  e poi grande patrocinatore della realizzazione presso autorità e privati fu Carlo Cattaneo Carlo Cattaneo.), futura guida delle  cinque giornate di Milano, che già si era occupato, e ancora si sarebbe occupato in futuro, di altri e più importanti progetti di ferrovie, miniere, irrigazioni, bonifiche, progetti quasi tutti votati a rapido fallimento.
Per dare forma al progetto della ferrovia delle barche Cattaneo costituì nel 1844 una società con un certo Frattini, suo intimo amico e futuro compagno di barricate e con Francesco Besozzi, agente della contessa Belgioioso, nata Parravicino, dei grandi proprietari di Tornavento. In seguito si aggiunsero nuovi soci: Carlo Vismara di Vergiate Trovare la documentazione); Bigio Viganotti Trovare la documentazione), futuro sindaco di Sesto Calende e grosso proprietario di barche, e altri.
La società ebbe inizi difficili. Il Governo era incerto se concedere la patente di costruzione della "ferrata". Fu necessario far entrare per un sesto nella società (scrittura privata 27 maggio '47) il ginevrino Giacomo Mirabaud, banchiere internazionale, patron finanziario del ducato di Parma, che era persona idonea ad ottenere dalla Eccelsa Imperial Regia Cancelleria Aulica Riunita la sospirata concessione. Mirabaud partì, brigò, ottenne assicurazioni, presentando poi una nota spese per viaggi e mance di 13.500 lire austriache, diciamo una settantina di milioni.
Ma ormai era il '48; Cattaneo, uomo più di pensiero che d'azione, veniva trascinato forse suo malgrado a guida della sollevazione di Milano, fondava il Consiglio di Guerra, trattava da pari a pari con Radetzky.
 
Sono note le vicende a seguito delle quali a capo del Governo Provvisorio della Lombardia, istituito il 20 marzo, fu posto Casati anzichè Cattaneo, che restò comunque l'anima del Governo stesso.
Ciò, che appare meno chiaro è come il 21 aprile del '48 a sole quattro settimane dalla sua istituzione, il Governo Provvisorio, con tutti i problemi che doveva affrontare, finanziari, di contenimento degli umori delle masse popolari, di rapporti col Piemonte, eccetera, abbia trovato il tempo per "vedere la domanda presentata per ottenere il permesso di costruire lungo il Ticino una strada privilegiata per il rimorchio delle barche", riconoscerne la pubblica utilità, e concederne il privilegio esclusivo, in data 29 aprile '48.
E' fondato il sospetto che Cattaneo, pure in quelle giornata roventi di passioni, di lotte intestine nel Governo, di prese di posizione coraggiose, abbia spinto le cose nel senso a lui favorevole, e si oserebbe dire che alcuni concetti esposti nel decreto di concessione siano del Cattaneo stesso, che nella società aveva conferito 5.000 lire austriache, compenso dei suoi studi preliminari al riguardo.
E' certo comunque che il decreto del governo delle Cinque Giornate e molto più favorevole alla società concessionaria che non il decreto che sarebbe stato emanato, due anni più tardi, il 18 marzo 1850, decreto del restaurato Imperial Regio Governo, per il quale tra l' altro:
a) la concessione non era più esclusiva,
b) non veniva concesso l'esproprio dei terreni necessari alla via
c) le tariffe del trasporto avrebbero dovuto essere sottoposte alla approvazione dell'Imperial Regio Governo prima dell'esercizio della ferrovia
Ecco comunque il testo del decreto Imperial Regio, lievemente abbreviato:
 
"Vista la domanda di Francesco Besozzi Trovare: vedi nota piu' sopra.) di costruire una strada a ruote ad uso di cavalli per il rimorchio delle barche che dal Po e dal Ticino risalgono al lago (omissis),
 
art. 1) la concessione è impartita. La concessione non resterà peraltro a carattere di privilegio esclusivo;
art. 2) la larghezza della strada non sara inferiore a 7 metri, di  cui metri 3, destinati a sopportare le rotaie, saranno inghiaiati, e due metri per parte ne costituiranno il ciglio, in forma di banchine;
art. 3)  esta cura del Besozzi di intendersi coi proprietari dei fondi, avendo egli rinunciato al diritto di espropriazione, che non potrebbe per altro essergli accordato;
art. 4) dovrà l'imprenditore Besozzi presentare all'Imperial Regia Direzione Lombarda per le Pubbliche Costruzioni per l'opportuna approvazione il progetto esecutivo della strada, con tutti i dettagli specialmente per ciò che si riferisce alle curve, alle opere di sicurezza, come pure alle opere di ponti, viadotti, tombini, etc. e dovrà sottoporsi ad ogni prescrizione che gli sia fatta da essa Direzione Lombarda delle Pubbliche Costruzioni, salvo ricorso in caso di discrepanza alla Imperial Regia Direzione Superiore delle Pubbliche Costruzioni in Verona".
 
Negli articoli successivi veniva poi prescritto il tempo di realizzazione (tre anni dalla data di concessione), le norme del collaudo, l'obbligo di esporre la tabella dei noli, l'impegno che lo Stato, ove si fosse servito della ferrovia per scopi civili o militari, lo avrebbe fatto pagando L'ordinaria tariffa e infine la prescrizione che le tariffe, prima dell'esercizio del trasporto, avrebbero dovuto essere sottoposte per approvazione all'Imperial Regio Governo.
 
Cattaneo era ormai da due anni rifugiato a Castagnola, presso Lugano, ove viveva in una casa modestissima, sempre occupandosi di progetti grandiosi. Il 9 agosto del '48, prima di lasciare Milano che si arrendeva in quel giorno stesso a Radetzky, aveva intestato con rogito del notaio Guenzati le sue azioni della società alla moglie, inglese, per evitare una possibile confisca.
Il decreto di concessione e la sospirata trasformazione della società in anonima lo spinsero a una nuova frenetica attività epistolare per trovare finanziatori alla società, cui occorrevano oltre 1.500.000 lire austriache (oltre 7 miliardi attuali).
Cattaneo si adoperò a Londra presso banchieri suoi amici (Devaux), a Parigi presso Enrico Cernuschi, suo compagno di barricate durante le cinque giornate, ora banchiere in Francia, presso il barone de Bruck ed il sig. Czornig, personalità già legate all'Austria, e presso vari banchieri milanesi. Trattative in gran parte abortite in ragione del cattivo carattere del Cattaneo.
Nelle sue lettere chiamava la ferrovia delle barche "tram road", mentre più tardi, una volta realizzata, la via assunse il nome di ipposidra.
 
E a Sesto ne resta traccia nel nome di una strada Trovare la strada ( Nella relazione di stima dei terreni del Parravicino si legge invece Ferrovia Ipposidire ).
Per trovare sottoscrittori non si trascurò di ricordare le pene dei cavalli addetti a trascinare le barche contro la corrente delle rapide: "E in un tempo come il presente, in cui si fanno sforzi dalle nazioni più colte per ottenere l'abolizione del commercio degli schiavi, è ben da desiderarsi che lo stesso sentimento di umanità si risvegli anche in favore dei cavalli  ossia di queste povere bestie che non meritano al certo di essere così barbaramente e crudelmente trattate coll'assoggettarle a continue battiture e farle morire di spasimi, fino all'ultimo sospiro nell'attiraglio di barche contro le correnti più forti".
E altrove: "Molto guadagnerebbe l'umanità nel sollevare una quantità di persone dal faticoso rimorchio delle barche in Ticino, che le abbrutisce, e di sollevare dalle penosissime fatiche tanti cavalli che, travagliando contro la forza delle correnti di un fiume in un letto sassoso, per ghiacci e per dirupi sempre esposti alle intemperie ammalorano (sic) e si consumano in due anni e poco più di sforzi".
Finalmente il 16 aprile 1856 i banchieri Mondolfo, Brambilla, Turati, Ponti, Bellinzaghi, in poche ore sottoscrissero buona parte del capitale della società (esattamente 600.000 lire), emettendo per il resto un mutuo. L'elenco definitivo degli azionisti comprende comunque ben 84 nomi di nobili e borghesi, in parte milanesi, in parte delle zona interessata, soprattutto di Sesto.
Il preventivo di spesa venne indicato in 1.680.856 lire austriache, delle quali 785.359 per le operazioni di movimento di terra, fabbricati, opere d'arte; per i binari, del peso complessivo di 7.500 quintali, L. 348.750, ovvero l'enorme cifra di circa 2.500 lire attuali al Kg. Le rotaie pesavano circa Kg 20 al metro e costavano 10 austriache lire al metro. Erano più pesanti di quelle delle ferrovie francesi, ed eguali a quelle della ferrovia da Vienna alla Bosnia.
Per i 100 cavalli previste L. 50.000, cioè per ogni cavallo quanto guadagnava un uomo in due anni, e per, i pesantissimi carri (28 a 8 ruote e 6 a 4 ruote), spesa prevista 87.000 lire austriache.
All'atto pratico si risparmiarono sul previsto ben 199.431 lire, ciò che ha oggi dell'incredibile .
Il giorno 9 Febbraio '58 si era eseguito a Tornavento il primo esperimento pratico di attiraglio dei carri, su un breve tratto orizzontale e poi su una livelletta del 2% .
  " Vano il pensiero che in quell'esperimento si fossero impiegati  i cavalli migliori, che lo sforzo esercitato in piccola scala non  si abbia a conseguire per tutto il tramite della ferrata, e che la  barca di prova non fosse una delle più pesanti di quella specie:
  fummo noi stessi spettatori, e possiamo tranquillarci, che il desiderio di trovar bene non ci abbia ingannati, massime che il risultato ha corrisposto ancora più che non fossero le nostre aspettative: contro quel vano pensiero abbiamo anzi il dolce conforto di contrapporre l'osservazione che in quell'esperimento fu adoperato il doppio carro modello di Londra, del peso maggiore di alcune tonnellate dei carri attualmente adottati e che, nonostante, fummo noi stessi ad impedire che i cavalli corressero al trotto"
 
La ferrovia iniziava sotto Tornavento da una darsena di pianta rettangolare e dimensioni dell'ordine di 100 metri per 40, collegata direttamente al Naviglio Grande. Sul fianco della darsena, un fabbricato lungo e stretto, con la scritta "Stazione di Tornavento della Ferrovia delle Barche",(D3508) alloggiava quaranta cavalli addetti all'attiraglio nella prima tratta della ferrovia; altri quaranta erano alloggiati alla stazione di Strona Strona: La storia di questo fiumiciattolo e' legata alla storia della comunita' per l'uso delle acque defluenti di un vasto bacino imbrifero di oltre 50 chilometri quadrati e che assorbe circa 60 milioni di metri cubi di acqua. Fino alla fine del secolo scorso le acque dello Strona erano preziose, soprattutto d'estate, quando scarseggiva l'acqua piovana e i pochi pozzi erano insufficienti per dissetare la popolazione e il bestiame. Per i bucato era poi la consuetudine, dutrante i mesi estivi, recarsi allo Strona S. caterina o ai " Lavandai" sulla strada pe Golasecca, con carri trainati da mansueti asini e con teorie di carriulo spinte a mano. ma da sempre le acque dello Strona sono sefv ite per irrigare vaste aree private che fiancheggiano il fiume e che si spngono fino a lambire le coste del Vigano e che si affacciano sul Ticino. Il fiume Strona, affluente di sinistra del ticino nasce in territorio di Galliate Lombardo e Daverio; scende per Casale Litta; attraversa i territori di Crosio della valle, Mornago e Arsago; lambisce la brughiera di Vergiate ed entra nel territorio di Somma Lombardo a nord del poligono di Tiro a Segno nazionale all'altezza dei Mulini COOP e del Gadda. Dopo i sottopassaggi della ferrovia, attraversa la zona di S. Caterina, così chiamata per una cappelletta che esisteva anticamente e dedicata alla patrona d'Italia; ancora oggi luogo di scampagnate per il largo defluire delle acque e ombreggiata da piante ad alto fusto. Dopo qualche centinaio di metri sulla sinistra del fiumicello, una dighetta funziona da scolmatore dando inizio al ramo che poi precipita a vallo fino allo sbocco del fiume Ticino in localita' "Canottieri". Questo ramo e' chiamato volgarmente "Stronaccia" o "Strona vecchia". Il ramo principale, dopo l'irrigazione di vaste zone prative, raggiunge la localitaì "Lavandai" o "Stazione delle barche", che richiama l'antica lavanderia e la stazione della "Via Ferrata per le barche". Piuì avanti lo Strona alimenta il "Mulinetto", ultimo avanzo di una civilta' romantica (oggi fattoria agricola). Il fuimiciattolo, continuando il suo corso e la sua funzione irrigatrice va esaurendosi nelle ultime bonifiche private del Vigano.Lungo il suo corso, lo Strona da secoli ha alimentato una serie di mulini per la macina del grano e la pilatura del riso. Ancora popolari e ricordati sono i mulini del "Coop", del "Gadda" e del "Brascin" che hanno funzionato fino agli anni 1940. Ora sono in disarmo e trasformati in abitazioni o in caratteristiche ville di campagna.
 
), sotto Somma Lombardo, in un grande fabbricato detto oggi dei "lavandai", ma che sulle carte militari al 25.000 è tuttora indicato come "Stazione delle barche".
Alla darsena di Tornavento le barche venivano fissate; ancora in acqua ai carri ferroviari, che avevano scartamento di oltre due metri. All'operazione erano addetti due uomini e un "capouomo".
Un impiegato registrava il trasporto e staccava la bolletta, i cavalli puntavano contro il pettorale, e il lungo carro col suo lungo carico, i "fantini", i barcaioli, iniziavano il viaggio di oltre 17 chilometri (per la precisione 17.697 metri) verso Sesto Calende.
Viaggio sereno e silente, possiamo immaginare, ritmato solo dal passo dei cavalli e dalle voci del bosco, diverse ad ogni stagione, il canto degli uccelli il frinire delle cicale o il silenzio della neve.
E forse la voce dei navalestri, seduti sulle mercanzie, a cantare la canzone della bella che a quindici anni faceva l'amore, o la filastrocca dell'"Ara bell'Ara discesa Cornara", legata in qualche modo al loro navigare, perchè la bella Arabella Cornaro era stata impiccata dal marito, il conte Marino, quello di palazzo Marino, esattore generale dell'imposta del sale per tutto il Ducato, proprio nel giardino della loro villa di Gaggiano, affacciata al Naviglio.
Conosciamo le caratteristiche dei terreni attraversati dal lento convoglio: quanto aratorio di prima, di seconda, di terza squadra, quanta brughiera, brughiera boscata, bosco ceduo, terreno vitato, castanile, foglia di gelso: all'archivio di Somma una relazione dell'Ing. Carlo Vismara Carlo Vismara - trovare i documenti) elenca e valuta tutto, purtroppo con calligrafia minutissima. La valutazione dei terreni e' fatta in funzione del prodotto ricavabile. Ad esempio la brughuiera nuda ( in funzione del brugo tagliato ogni 4 anni ad uso di strame, o persostegno ai bozzoli) 35,32 lire a pertica; il bosco cedue castanile (100 pali e 300 fasdcine ogni 9 anni) 102,75 lire austriache a pertica; l'aratorio di prima squadra (per la produzione di due raccolti annuali, segale e miglio) 204,80 lire austriache a pertica.) Quanta vite sulle costiere oggi incolte! Quante querce abbattute!
Dalla darsena di partenza Fare fotocopie dal libro del Ticino presso la biblioteca, inclinata come ad invito rispetto all'argine del Naviglio, la via ferrata si dirigeva alla costiera, e, raggiuntala, iniziava a salirla lentarmente sino ad intersecare la vecchia via da Milano al porto di Oleggio, vegliata dalla mole della Regia Ricevitoria Regia Ricevitoria o Cascina Parravicino a 211 msm. ).
Di questa via che scendeva al porto di Oleggio con tre lunghi tornanti, resta il tratto iniziale: il primo tornante è stato alterato dallo scavo del Villoresi, e sostituito, per cosi dire, da uno stretto ponte sul canale. Il secondo tornante, abbandonato, si scorge ancora, marcato da un bel paracarro di granito rosa Da trovare il paracarro in granito rosa. ).
Scendendo da questo tornante per l'antica via, oggi erbosa, dopo quasi 150 metri si è nel punto ove la ferrovia delle barche incrociava la strada (D-xxxx), e, guardando a sinistra, se ne scorge la traccia.
Da quel punto, a causa della terra scaricata sulla costiera durante lo scavo del Villoresi, e a causa dei lavori di scavo del canale industriale, sparisce ogni traccia così della vecchia via (che proseguiva nella stessa direzione per altri 100 metri circa sino al terzo tornante), come della ferrovia delle barche, che proseguiva la sua lenta ascesa.
Più avanti la traccia si ritrova, per un tratto di pochi metri, se si scende la strada che porta ai Molinelli Molinelli: ), e, 60 metri prima del ponte sul Villoresi, si guarda a sinistra. Qualche centinaio di metri più avanti, scendendo la costiera dalla pista di cemento che parte dalle rovine della cascina Belvedere Cascina Belvedere ), si trova presto un tratto ben conservato della ferrovia.
Un muraglione di sassi reggeva, qui come altrove, la ripida costiera soprastante, e si deve dire che questi poveri sassi di fiume, poco o nulla incementati, hanno retto discretamente bene al tempo e alle pioggie; peggior danno hanno fatto i tedeschi, durante l'ultima guerra, facendo scavare trincee proprio su questo tratto del tracciato della ferrovia. Ai lati della via si notano ancora per lunghi tratti i fossetti di scolo dell'acqua piovana, in sassi non cementati.Trovare e fotografare )
Giunta al piano alto, in località Fugazze Fugazze:) oppure detta Cascina Borletti, la via piegava un poco ad oriente, sino ad intersecare la strada da Somma a Turbigo, (detta allora "Comunale del Barchetto", in corrispondenza della strada che oggi porta a Ferno. La ferrata affiancava poi la "comunale del Barchetto", scostandosene solo poco dopo l' attuale strada che porta alla Malpensa, per seguire il profilo della costiera.
 
A Somma, sotto S. Rocco S. Rocco:), la ferrovia delle barche passava su di un ponte, le cui spalle sono ancora perfettamente visibili, scavalcando un po' in diagonale la provinciale della Malpensa, e doveva essere straordinario, dalla strada in lieve salita, veder passare contro il cielo un così singolare equipaggio.
Dal piano di Somma, dove un piccolo fabbricato presso l'attuale via Villoresi Trovare via Villoresi) fungeva da ricovero per i cavalli in attesa dello scambio, le barche scendevano, "mediante taglio ardito", alla valle della Strona. La via esiste ancora, in discreto stato, protetta da un grande muraglione Trovare e fotografare ). Purtroppo pochi anni or sono la "Snam", ha pensato di utilizzare questa via per interrarvi un metanodotto, sconvolgendone il fondo.
I carri scendevano la costa senza cavalli, frenando.
Quattro frenatori di scorta stavano alla stazioncina Trovare e fotografare) di via Villoresi.
Al termine della costa trovavano il ponte sulla Strona Trovare e fotografare), altissimo, costruito con una spesa di 60.000 lire (300 milioni attuali); cifra esigua per l'importanza dell'opera, tuttora in esercizio, essendo stato poi il ponte acquistato dal Comune di Somma dal fallimento della Società, come diremo.
Superato il ponte sulla Strona, il carro e la barca viaggiavano su di un lungo terrapieno, con tre ponti tuttora visibili, e poi in piano sino poco oltre la strada Golasecca-Sesona, dove, in località Groppetti (detta Gruppina), trovavano una ripida discesa: 12,50% di pendenza Trovare e fotografare ). Qui il carro veniva agganciato ad un cavo di 850 metri che, mentre il carro con la barca scendeva frenando, trascinava verso l'alto, su un binario parallelo, un carro vuoto. Il carro di ritorno, pur senza barca, costituiva  un contrappeso di molte tonnellate Costo del cavo: 4.140 lire austriache, ovvero oltre 20 milioni  Si considerava nel conto previsionale, di doverlo sostituire in cavo a cinque anni, e di ricavare dalla vendita del cavo usato la metà del valore iniziale.
Alla fine della discesa, a poche decine di metri dalla zona Trovare e fotografare ) dove è stata realizzata ultimamente la galleria artificiale della nuova autostrada per Gattico, in corrispondenza di una profonda valletta, si trovava un altro ponte importante Individuare la zona), largo perchè a doppio binario e pure molto alto. Ma l'appoggio delle spalle al terreno dovette essere infelice e il ponte crollò attorno al 1900; le pietre squadrate precipitate nella valletta sono state asportate, o inghiottite dalla vegetazione.
Poco oltre un ponte sovrappassa la trincea Trovare e fotografare) in cui correva, si fa per dire, la ferrovia, e prima e dopo il ponte, tre paracarri di granito Trovare e fotografare) della Società, marcati con bella impronta S.F., Società della Ferrata, spiccano nel brugo. poi la traccia sparisce Quasi a Sesto calende, il ponte su cui l'antica via Ducale per Milano, la via Mercantera, scavalcava la ferrovia delle barche, che in questo tratto viaggiava in trincea.). La via scendeva verso il fiume per la via detta oggi "via vecchia" Trovare e fotografare , e giungeva il località "Mulini" Trovare e fotografare), dove il rio Oneda Trovare e fotografare) da sempre aveva mosso appunto dei mulini Trovare e fotografare ), ed operava anche una segheria Trovare e fotografare), donde il nome di "Mulino della Resica".
Qui i carri con le barche arrivavano su terrapieno Trovare e fotografare), a 20 metri di altezza dal pelo dell'acqua, e vi venivano calate con una piattaforma-ascensore munita di contrappesi, mossa da una ruota ad acqua. Opera per quel tempo gigantesca: la piattaforma mobile era lunga trenta metri, i muraglioni di sostegno larghi oltre un metro e cinquanta.
Scese nell'acqua tranquilla del bacino Dove???) e del largo fiume le barche venivano rimorchiate alla piarda di Sesto, sempre a cura e con cavalli della Società. Agli studi iniziali di Cattaneo seguì il progetto completo, e molto diverso, dell'ing. Bermani, Trovare tutti e due modificato poi dall'ing. De Simoni.
Durante la realizzazione dell'opera sorsero roventi polemiche tra i tecnici ed il consiglio della Società, con dimissioni, libelli e contro libelli. Purtroppo alle beghe interne fece da contrappunto una serie di questioni con i proprietari dei terreni attraversati, cui ancora molti anni dopo la realizzazione dell'opera non erano stati pagati i fondi e neppure e le imposte sui fondi occupati. Spulciando tra le proteste presentate alle amministrazioni dei comuni interessati, tutte scritte con bella calligrafia e stile, e firmate invece con poco più che una croce: leggiamo ad esempio:
"Già da 8 anni i sottoscritti ebbero a prestare alla Società il terreno necessario alla costruzione. Intrapresa e ultimata la strada da alcuni anni, e non prestandosi la Società al pagamento delle imposte ne del reale valore integrale del fondo, obbliga i sottoscritti ad interporre gli uffici della Deputazione la quale, sebbene avesse ricorso in varie occasioni al Governo, non ebbe miglior esito.
Senonchè in occasione dell'anno 1858 (7 agosto), la Commissione Governativa incaricata del collaudo della strada per indi permetterne l'apertura si è trovata nella sua visita alla stazione di Strona.
La citata Deputazione avendo caldamente raccomandato il pagamento dei fondi occupati, fu la sua domanda presa in considerazione da quella spettabile Commissione e sul relativo protocollo la Commissione medesima ebbe, fra gli altri obblighi, ad imporre all'Amministrazione delle Società che dovesse essa presentare al Governo le dichiarazioni delle Deputazioni dei comuni interessati, equalmente fossero stati indennizzati i proprietari dei fondi occupati, sospendendo frattanto il Governo di emettere il necessario permesso di apertura dell'esercizio della Ferrata.
Ma, l'Amministrazione invece di adempiere alle ingiunte prescrizioni ha creduto fin qui di ghermirsi (sic) praticando senza permesso l'esercizio della strada.
Meglio che non alle vie di fatto di cui si crederebbero i sottoscritti in diritto, amando evitare alla Società le dannose conseguenze, trovano di addormandare da codesta lodevole Giunta comunale e Sindaco che sia fatto immediatamente cessare l'esercizio della ferrata che, in mancanza del governativo permesso, rimane totalmente abusivo".
Ed ecco dopo poco l'ingiunzione del Comune a sospendere l'esercizio abusivo entro tre giorni. Il comando della Guardia Nazionale fu incaricato di vegliare e impedire ogni successiva contravvenzione, cioè l'esercizio.
Non tutti i torti erano però dalla parte della Società:
delle 31.129 lire occorrenti per acquisto di terreni nel comune di Somma restavano da pagare, nel '60, solo lire 1 760,67 come risulta da una lettera del consiglio di Amministrazione, firmata Turati,  Allemanini, Brambilla.
 
Tanto interessato clamore fu comunque, come spesso, è inutile: la Società era votata a rapida fine.
L'inizio dell'esercizio si situa nel 1858. I conti economici erano basati su una previsione di trasporto di 18 barche al giorno, corrispondente alla totalità del traffico fluviale. Invece il misoneismo dei mercanti e l'opposizione dei barcaioli, abituati al viaggio su per le rapide, fece sì che se ne trasportassero solo 8 giornaliere. Pare inoltre che le barche, mancando la spinta esterna dell'acqua, si danneggiassero nel trasporto, o fu una voce sparsa ad arte, e raccolta.
Quello che più conta, nel '65 vennero attivate le Ferrovie Arona-Novara e Sesto-Milano, che sottrassero gran parte del carico alla navigazione fluviale. Il primo ponte ferroviario di Sesto fu posto in esercizio nel '68: era un ponte in legno, riservato solo alla ferrovia, coperto come il ponte pedonale di Lucerna. Ne restano poche fotografie.
Nel '65 stesso, dopo soli sette anni di esercizio la Società per la ferrata fallì.
Liquidati i 100 uomini e 100 cavalli, le rotaie e i dadi di vivo su cui poggiavano furono rilevate dalle Ferrovie dello Stato. La darsena di Tornavento, acquistata dal conte Parravicino, riempita di terra Trovare e fotografare ) e ritrasformata in prato, oggi, dopo una pioggia importante, marca il perimetro antico, essendo il terreno rimesso più  permeabile del circostante. trovare e fotografare con cartina) Nel lungo fabbricato della stazione Trovare e fotografare), pure acquistato dal conte Parravicino, fu impiantata una tessitura di cotone Trovare e fotografare), mossa da una ruota ad acqua sulla Gora Molinara Trovare e fotografare), appositamente deviata. Poco dopo nello stabilimento lavorava una non piccola colonia di operai
 
Della linea in salita dal piano del fiume, sotto Tornavento, sino al piano della Malpensa Trovare e fotografare), rimangono, come già detto, solo pochi tratti riconoscibili; un lungo tratto è stato coperto dalla terra scavata per realizzare il canale Villoresi Trovare e fotografare), mentre più avanti un altro tratto della costiera è stato asportato da una cava di ghiaia Trovare e fotografare).
Oltre ai ponti ed ai terrapieni in brughiera, resta la discesa sulla costa della Strona e, unico cimelio veramente importante, il ponte sulla Strona di cui abbiamo già detto, acquistato dal Comune di Somma il 29 giugno del 1872, quando la Giunta unanime votò per alzata e seduta (evidentemente tutti si alzarono), doversi acquistare il ponte per lire 5.000, considerato che era costato 60.000 lire e che il vetusto ponte preesistente a fianco Trovare i resti ), su cui passava l'antica via Ducale per il Sempione, era poco più che una passerella in pietra, capace di solo traffico pedonale, mentre i carri e le carrozze da sempre passavano a guado.
Della stazione di Sesto col suo immenso pianale ascensore non resta nulla. Sino a quarant'anni or sono l'osteria della stazione Trovare e fotografare ), già ristoro dei navalestri, serviva ancora minestra e perfido vino ai cacciatori.
Sino, a pochi anni or sono una buona parte dei ruderi dell'ascensore era ancora in piedi e nel bacino si pescavano, fatto curioso, dei pesci rossi. Oggi i muraglioni sono inglobati in una casa Trovare e fotografare), ma ancora visibili.
Di tanto lavoro non resta quindi quasi nulla. Se è vero che il tracciato resterà sempre individuabile, rifacendosi alle belle tavole del Cessato Catasto che si possono consultare all'Archivio Storico di Varese E' possibile consultazione???), i cimeli residui, le massicciate, i terrapieni i ponti, i bei "termini" di granito, sono destinati a sparire.
 
Dimenticate le speranze e le polemiche che ne hanno accompagnato e seguito la nascita, dimenticato voro, immenso e inutile, il termine stesso "ferrovia delle barche" è destinato a completo oblio.
 
 
 
La strada delle barche da Sesto Calende a Tornavento
 
Dal Rotary Club di Tradate
 
L'utilizzo delle vie d'acqua per il trasporto delle merci in Lombardia era praticato da svariati secoli e la realizzazione di opere idrauliche, di canali, di sistemi di irrigazione trovava in Lombardia un ottimo campo di applicazioni. I commerci tra il Lago Maggiore e Milano, tra il Lago Maggiore e Pavia per giungere all'Adriatico, agli inizi del 1800, aveva raggiunto livelli elevatissimi e l'idea di collegare i laghi lombardi, vicino al nord Europa, con i mare era gia' una realta' concretizzata con l'apertura del nuovo Naviglio Pavese nel 1819. I vantaggi che derivavano dal trasporto su acqua erano: la via d'acqua era molto piu' sicura delle strade infestate dai briganti e i tempi di percorrenza erano di molto ridotti rispetto a quelli su strada.
Nella schematizzazione sottoriportata, vengono evidenziate le vie d'acqua esistenti ed utilizzate all'inizio dell'800.
 
 
Come si puo' leggere nella tabella sottoriportata, il tempo piu' elevato rimaneva quello da Tornavento a Sesto Calende e l'idea di sperimentare e realizzare un percorso alternativo fu la forza per la realizzazione dell'IPPOSIDRA o LA STRADA DELLE BARCHE, che, seppur per la sua vita molto breve e travagliata, non deve essere dimenticata, ma piuttosto investigata e capita, e questo e' lo scopo della presente ricerca.
Nell'anno 1844, dopo la realizzazione della strada Alzaia del Naviglio Grande, i tempi di risalita e di discesa nei vari tratti erano i seguenti:
 
Tratto da percorrere                                   in discesa      in salita          KM.
 
Sesto Calende - Tornavento       1,5 ore       7-14 giorni       23,20
Tornavento-Milano via Naviglio Grande       8-9 ore       3 giorni       49,84
Tornavento-Pavia via Ticino       6-9 ore       11-13 giorni       69,3
Sesto Calende-Pavia via Ticino       7-10 ore       20-25 giorni       69,32
Pavia-Pontelagoscuro       5 giorni       20-25 giorni       364,66
 
Il tratto di risalita del Naviglio Grande da Milano a Tornavento, prima della realizzazione della strada alzaia, veniva percorso in 15 giorni, con l'utilizzo di 25 cavalli da traino, 25 garzoni per 5-6 barche.
Questa situazione risultava essere molto onerosa per il trasporto delle merci e le tariffe imposte dai barcaioli non erano soggette a nessun controllo governativo. Cosi' molti uomini di scienza si interessarono al problema, con lo scopo di accellerare i tempi di trasporto, incrementando cosi' il commercio tra nord e sud.
 
Nel 1821 l'ing. Bruschetti, nel suo libro Libro da trovare Nel 1821 l'ing. Bruschetti, "ISTORIA DEI PROGETTI E DELLE OPERE PER LA NAVIGAZIONE INTERNA NEL MILANESE" ) "ISTORIA DEI PROGETTI E DELLE OPERE PER LA NAVIGAZIONE INTERNA NEL MILANESE" aveva raccolto una serie di dati circa i tempi di percorrenza, la quantita' di merci movimentate, le distanze dei vari tratti di canali navigabili e dei fiumi lombardi, che potevano essere utilizzati per le nuove realizzazioni che si intendevano eseguire.
Analizzando questi dati, il Governo Austriaco aveva deciso la costruzione della strada Alzaia del Naviglio Grande da Milano a Tornavento, strada iniziata nel 1824 e ultimata nel 1844, con una grandissima riduzione dei tempi di risalita delle barche a pieno carico, come riportato nella tabella soprastante.
Il problema piu' rilevante rimaneva il tratto di Ticino da Tornavento a Sesto Calende per le barche in risalita, in quanto il tratto del fiume risultava avere elevate pendenze e vi erano molte rapide che rendevano difficoltosa la risalita; inoltre si doveva procedere da una sponda all'altra, traghettando continuamente e sostituendo i cavalli, stremati per lo sforzo a cui erano sottoposti.
All'epoca, il tratto del Ticino da Tornavento a Sesto non era regolato da nessun sbarramento artificiale (infatti tutte le opere idrauliche che ora possiamo osservare, sono state realizzate alcune verso la fine dell'800 e altre nel 1900) e l'alveo del fiume era allo stato naturale come la natura lo aveva modellato.
L'idea di realizzare una strada ferrata, sull'idea del tram a cavalli, fu ipotizzata da Carlo Cattaneo, Carlo Cattaneo "NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA " (1835)) il quale, nei suoi scritti economici "NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA" (1835), in cui veniva ampiamente dato rilievo all'uso dei canali lombardi sia per l'agricoltura che per la navigazione interna, accennava al problema del tratto superiore del Ticino,. Cattaneo sosteneva che le scienze, indirizzate al bene comune, rappresentavano un potere liberatorio concreto, che modifica la realta', esprime le esigenze dell'incivilimento e si identifica nel progresso dell'intera civilta'. In questa persuasione rientrava la celebrazione della feconda scienza sperimentale come strumento per la crescita' di prosperita' e di cultura sociale.
Cosi' nel 1844 venne costituita una Societa' per il progetto della ferrovia delle barche, di cui Cattaneo era socio insieme ad altri amici, quale Francesco Besozzi, agente della contessa Belgioioso, nata Parravicino, proprietaria terriera di quel di Tornavento; Carlo Vismara, ingegnere, direttore poi della ferrovia stessa e amministratore; Bigio Viganotti, futuro sindaco di Sesto e proprietario di molte barche in Sesto.
L'idea da realizzare era quella di caricare le barche sui carri ferroviari a 4 assi, che, trascinati da cavalli, dovevano risalire la dorsale sotto Tornavento, per giungere sul pianoro della Malpensa; da qui verso Somma Lombardo, attraversare il fiume Strona e arrivare a Sesto calende, impiegando poche ore, rispetto ai giorni necessari per effettuare lo stesso tragitto lungo il fiume. (nel profili altimetrico allegato e' stato ricostruito in percorso della ferrovia con le relative distanze approssimative).
Gia' dell'argomento si e' interessato in modo diffuso Gian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese del settembre 1951 con un articolo intitolato " Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso") Gian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese del settembre 1951 con un articolo intitolato " Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso" e un secondo articolo, sempre sulla stessa rivista, intitolato " Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA"" nel 1956, Gian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese) " Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA"" nel 1956, articoli utilizzati come base di ricerca.. Ultimamente l'argomento e' stato trattato da Guido Candiani in un dettagliato articolo nel libro " Il Ticino, strutture, storia e societa' nel territorio di Oleggio e Lonate Pozzolo" 1989, oltre a Guido Orsini in Rassegna d'Arte Gallaratese nel 1937.
Il primo studio del progetto fu affidato all'Ing. Bermani ed il tracciato della ferrovia partiva a nord dell'attuale ponte di Oleggio, a lato della cascina del Gaggio, per risalire la dorsale di Somma. Di questo progetto e dei successivi non si trovano tracce; potrebbe essere in qualche biblioteca privata, ma nessuno di tutti coloro che si sono interessati a tale opera ha mai potuto consultarli.
Della spesa relativa al progetto originale non si conosce nulla, cosi' pure del tracciato che poteva differire molto da quello che fu poi realizzato; solo si conosce la data del Decreto del Governo Provvisorio della Lombardia, 29 aprile 1848, in cui veniva riconosciuta la pubblica utilita' dell'opera. Tale decreto dava la possibilita' alla Societa' di espropriare i terreni necessari per la realizzazione, non imponeva nessun controllo da parte del Governo sulla definizione delle tariffe, fissava il diritto di concessione in 50 anni, fissava la realizzazione dell'opera in tre anni dalla data del Decreto stesso.
La prima parte del decreto cita: ... Il governo provvisorio della Lombardia permette all'imprenditore Francesco Besozzi di formare tra Tornavento e Sesto Calende, lungo il Ticino, una strada a semplici e doppie rotaie di legno o di ferro, la quale sara' unica ed esclusivamente privilegiata pel rimorchio delle barche..." Questo Decreto fu sostenuto ed appoggiato dal Cattaneo in seno al Governo Provvisorio, di cui faceva parte, dopo i moti delle 5 giornate di Milano, del marzo 1848.
Questo decreto segno' la data di nascita della ferrovia delle barche.
I fatti storici non furono favorevoli a questa iniziativa, dato che il Governo provvisorio della Lombardia decadde, sostituito dall'Imperial Regio Governo Austriaco che modifico' il precedente Decreto, sostituendolo con un successivo in data 18 marzo 1850.
Il nuovo decreto modificava nella parte economica l'impostazione originaria,  in quanto non veniva riconosciuto l'esproprio dei terreni necessari per la realizzazione dell'opera, le tariffe dovevano essere sottoposte al Controllo Governativo e la Concessione non era piu' in esclusiva alla Societa'. In questo decreto comparivano per la prima volta i dati riferentesi alla costruzione della ferrovia: infatti all'articolo 2 venne fissata la larghezza della sede ferroviaria, non inferiore ai 7 metri, di cui tre metri destinati a supportare le rotaie; la realizzazione veniva fissata in tre anni dalla data del Decreto stesso. Alla data del Decreto, il Regio Governo Austriaco aveva gia' sviluppato un piano ferroviario, per cui tale ferrovia secondaria non risultava essere interessante, specialmente per gli sviluppi futuri.
Si erano cosi' modificate sostanzialmente le condizioni economiche originarie, in quanto gli oneri, che la Societa' avrebbe dovuto sostenere per l'acquisto dei terreni necessari, non erano stati considerati. Questo fatto ha messo in crisi la Societa', la quale aveva necessita' di trovare altri soci per aumentare il capitale originario non piu' sufficiente. Solo nel 1856 la Societa' trovo' i mezzi finanziari per iniziare i lavori della ferrovia e in questa travagliata vicenda non risulta essere chiaro come l'Imperial regio Governo  abbia lasciato decadere piu' volte l'imposizione dettata dal Decreto del 1850, Cattaneo, nelle richieste fatte a banchieri italiani, aveva chiamato la Societa' delle barche "IPPOSIDRA", mentre nelle richieste a banchieri stranieri, "TRAM ROAD", forse piu' realistica ed al passo con i tempi.
Il preventivo di spesa per la realizzazione della ferrovia venne indicato in 1.680.856 lire austriache (circa otto miliardi attuali) e veniva dato un minuziosissimo dettaglio per ogni voce di spesa. Da questo preventivo e' possibile fare alcune considerazioni su come si sarebbe svolta l'attivita' della ferrovia e della sua organizzazione. Infatti si prevedeva di acquistare 100 cavalli, 28 carri a 4 assali (8 ruote) e 6 carri a 2 assali. Le opere civili previste erano:
a)        la stazione di Tornavento: le rotaie, poste su un piano inclinato, entravano direttamente nell'alveo del naviglio (e non piu' nel Ticino), in modo da facilitare il carico delle barche sui carri.
b)        il casello di Somma Lombardo: forse con doppio binario per attesa;
c)        la stazione di Strona: per il cambio dei cavalli;
d)        la stazione si Sesto, con relativa piattaforma per la reimmissione delle barche in Ticino.
Oltre a queste opere, per il tracciato ferroviario si erano previsti ponti, terrapieni, trincee per ridurre al minimo le pendenze e per creare una via la piu' regolare possibile, per eliminare gli sforzi ai cavalli. Nel tracciato della ferrovia in localita' cascina Groppetti, per portare i carri verso Sesto si realizzo' un tratto a doppio binario su un piano inclinato, circa 10% in modo che il carro fenato in discesa, sollevava, tramite fune, un carro vuoto in salita, che faceva da contrappesa: idea molto macchinosa, ma che permetteva di ridurre di qualche chilometro il percorso della ferrovia, se realizzato verso l'abitato di Vergiate. Il percorso della ferrovia e' riportato nel libro di "STORIA DI SOMMA LOMBARDO" del Melzi (1880), che qui si riproduce.
Cosi' pure il sistema di piattaforma mobile, che superava il dislivello di 20 metri tra il punto di arrivo a Sesto e il livello del Ticino, poteva essere eliminato con un approdo molto piu' a nord, verso il lago. Risulta difficile dare delle spiegazioni a queste due strutture, che potevano essere eliminate con un tracciato modificato rispetto a quello realizzato, addentrando di qualche chilometro il percorso. I progettisti avevano considerato tale ipotesi, ma e' possibile credere che i costi necessari per gli espropri dei terreni, i tempi lunghi, l'aumentata lunghezza del percorso o vincoli posti dalle autorita' abbiano costretto a tale scelta.
Il progetto che accompagnava il preventivo economico, deve avere sollevato delle perplessita' a qualche Socio della Societa', perche' in data 9 febbraio 1858, si era eseguito a Tornavento un esperimento pratico di tiro di carri su una rotaia con pendenza del 2% (20 per mille), per dimostrare che la ferrovia, seppure per lunghi tratti in salita, poteva soddisfare lo scopo a cui si mirava.
La potenza necessaria per trascinare su rotaia un carro ad 8 ruote, con una tara di circa 10 ton. e un peso lordo (barche maggiori) di 34 ton., per un totale di 44 ton. e' di circa 9 HP, pari alla potenza di 8-9 cavalli che si muovono con una velocita' media di 4 Km/ora, per otto ore consecutive di lavoro, su pendenze massime del 15 per mille. (Albenga-Perucca "Dizionario tecnico Industriale", 1937; Colombo "Manuale dell'Ingegnere" ed. 60°; Vignoli Vittorio "Trasporti Meccanici", Vol. I, 1970.)
Questo dato conferma in parte cio' che e' contenuto nella relazione dell'Ing. C. Vismara "STRADA FERRATA DELLE BARCHE DA TORNAVENTO A SESTO CALENDE ED IL SUO AVVENIRE" nel 1859, dove viene descritta l'organizzazione che si andava a definire.
Il Vismara, nella relazione al Consiglio di Amministrazione della Societa', il 14 marzo 1858, ipotizzava di avere 36 cavalli alla stazione di Tornavento, 36 cavalli alla Stazione di Strona e 12 cavalli alla stazione di Sesto e questo avrebbe permesso, secondo i dati sopracitati, di ripartire con una carovana, formata da 4 carri trainati da nove cavalli cadauno, da Tornavento e dopo circa 4 ore, giungere alla cascina Groppetti, pronti per essere staccati e fatti scendere verso sesto. Verosimilmente alla stazione di Strona erano pronti i carri vuoti e i cavalli freschi per ritornare, in circa due ore, nuovamente a Tornavento. Il tratto cascina Groppetti-Sesto, circa 2 chilometri, poteva essere compiuto in 4 ore, andata e ritorno, perche' tale era il tempo necessario per ripartire da Tornavento con altri 4 carri pieni e giungere al piano inclinato. Questa e' un'ipotesi di come sarebbe stata gestita la ferrovia con gli elementi e le informazioni disponibili.
Il Vismara aveva quantificato il numero delle barche trasportabili al giorno, per le tre tipologie che navigavano lungo il naviglio Grande, e, precisamente, 18 barche grandi o cagnone, 5 battelli o burchielli e una barca piccola, per un totale giornaliero di 24. Su questi dati aveva fissato le tariffe per il trasporto, dimostrando che la Societa' avrebbe ottenuto un utile, al netto degli oneri sul capitale sociale, ammontante a 71.856,80 lire a fronte di un ricavo di 364.800 lire!!!.
Raffrontando cio' che dichiara il Vismara (24 viaggi al giorno con 84 cavalli) con il computo dei tempi necessari per il tragitto soprariportato, andata e ritorno, si possono ragionevolmente fare 3 ipotesi:
a)        era intendimento aumentare il numero totale dei cavalli in modo da soddisfare i 24 viaggi al giorno, ma i costi aggiuntivi non compaiono nella relazione.
b)        era intendimento raddoppiare la linea ferroviaria, in quanto, quando i carri con barca erano in risalita da Tornavento a Sesto, in quel tratto di ferrovia non potevano transitare i carri vuoti in discesa, ma dei relativi costi non si fa cenno nella relazione.
c)        Il Vismara ha redatto la relazione il 14 marzo 1858 su ipotesi e stime mai verificate ( il collaudo della ferrovia avvenni il 7 agosto 1858), e forse per dimostrare, visto che i lavori erano in fase di ultimazione, che i soci avevano ben investito i loro capitali.
Questa realizzazione ebbe una breve vita, perche' dopo 7 anni di attivita' e precisamente nel 1865, la Societa' venne dichiarata fallita; i motivi stavano forse non nell'idea, ma bensi' nei mezzi utilizzati per la realizzazione e nell'esercizio. La macchina a vapore di Watt aveva trovato l'utilizzazione pratica nella locomotiva di G. Stephenson e la prima ferrovia italiana Napoli-Pozzuoli venne inaugurata il 3 ottobre 1839. Una linea ferroviaria, oggi,  come alla data dell'Ipposidra, realizzata con pendenze che non superino il 10-15 per mille (aderenza naturale), puo' essere realizzata senza particolari armamenti ferroviari. Infatti, nello stesso anno 1865, veniva inaugurato il tratto ferroviario Milano-Sesto Calende-Arona e Milano-Novara-Arona; i cavalli artificiali avevano soppiantato definitivamente i cavalli naturali. I commerci e i trasporti sul naviglio grande e sul Ticino ebbero una riduzione notevole, dovuta all'inizio della nuova rete ferroviaria, che si andava sviluppando. Al 1861, anno di unificazione del regno d'Italia, gia' si contavano 2561 chilometri di rete ferroviaria con locomotiva a vapore. Risulta difficile interpretare le scelte, fatte all'atto di costituzione della Societa' (1844), che puntarono sull'impiego della forza dei cavalli per il traino dei carri, quando, viste le convinzioni "filosofiche" del Cattaneo, esisteva gia' un'alternativa "progressista", che era la locomotiva a vapore.
Infatti nel Lombardo-Veneto si inauguro' la ferrovia Milano-Monza il 18 agosto 1840, erano gia' avviati i lavori per la ferrovia Milano-Venezia (1842-1857) e la Torino-Genova inizio' l'attivita' nel 1853.
La risposta puo' stare solo ed esclusivamente nel problema economico; i capitali per l'armamento ferroviario e le parti mobili sarebbero stati molto piu' elevati rispetto alla soluzione scelta, salvo usufruire di sovvenzioni e agevolazioni statali. La causa del fallimento fu una carente analisi economica del problema, manifestatosi 12 anni dopo con la relazione del Vismara, che ha portato ad una scelta iniziale errata e successivamente alla rincorsa di giustificazioni economiche inesistenti ( errata stima dei viaggi giornalieri che ha portato a fissare delle tariffe che potevano essere elevate rispetto a quelle applicate dai barcaioli). Un'analisi economica fatta tra le due alternative, cavalli - locomotiva, avrebbe messo in evidenza che, a fronte di un alto investimento iniziale, per la locomotiva si sarebbero ottenuti costi di gestione molto favorevole rispetto ai cavalli. Queste sono oggi delle ipotesi che possiamo fare, per capire ed indagare perche' un'opera basata su un'idea molto realistica e' durata solo pochissimi anni.
Delle opere realizzate per l'esercizio della ferrovia sono rimaste pochissime tracce; la stazione di Tornavento venne prima adibita a tessitura e poi demolita per la realizzazione del canale industriale; il tratto di ferrata, sotto la dorsale di Tornavento, e' stata smantellata durante gli scavi per la realizzazione del canale Villoresi ( esiste solo qualche metro nascosto tra i rovi); si puo' vedere un tratto interessante di massicciato, parallelo alla strada Turbigo-Somma, prima della strada per Vizzola. Altri particolari sono due ponti franati, in localita' le Coste di Somma, dove la ferrovia correva su un terrapieno, le spalle di un ponte che tagliava la strada Malpensa-Somma; il casello di Somma Lombardo riadattato in epoche successive; il ponte sullo Strona, sulla strada Somma-Golasecca; 3 ponti sul terrapieno, tra la stazione di Strona e cascina Groppetti ed un ponte sulla via Mercantera, in Sesto. Questi sono i resti che, senza nessun rispetto e protezione, sono rimasti di un'opera molto ardita, ma superata dai tempi.
 
Profilo altimetrico e distanze dell'IPPOSIDRA:
 
Ticino a 184 mslm
Sesto calende
Il Ticino a 184 mslm; km. 0,6; pendenza 3,33x1000 raggiunge
Molino di Mezzo
a 206 mslm che con KM. 0,85 e pendenza di 94,11x1000 raggiunge
Cascina Groppetti
a 286 mslm che con km 3 e pendenza di 15,33x1000 raggiunge
Stazione Barche della Strona
a 240 mslm che con  1,6 Km e pendenza 15,62x1000 raggiunge
Casello Barche di Somma Lombardo
a 205 mslm che con km 3 e pendenza 8,33x100 raggiunge
Strada Malpensa
a 240 mlm che con km 1.0 e pendenza 7,0x1000 raggiunge
Cascina Bellaria
a 233 mslm che con 1,3 km e pendenza 6,15x1000 raggiunge
Cascina Borletti
a 225 mslm che con 1,3 km e pendenza 10,0x1000 raggiunge
Piano delle Fugazze
a 212 mslm che con 1,25 km e pendenza 12,0x1000 raggiunge
Cascina Belvedere
a 197 mslm (207) e km 1,4 e pendenza 12,14x1000 raggiunge
Cascina Maggia
a 180 mslm (203) e km 1,1 e pendenza 11,81x1000 raggiunge
Tornavento
a 167 mslm (197) e km 1,2 e pendenza 14,16x1000 raggiunge il
Naviglio grande a 150 mslm.
 
 
 
 
 
Sulla strada romana Mediolanum-Verbanus
 
di Pier Giuseppe Sironi "
 
La strada romana, dopo Casorate, doveva toccare infine il punto altimetricamente piu' elevato in tutto il percorso fra Milano e il lago proprio in corrispondenza di Somma. Questa localita' quindi, seppure allora come posizione pare giacesse un centinaio di metri a nord-est di Piazza Castello e come nome godesse quello di Votodorum - donde i Votodrones, suoi abitanti, attestataci in un'ara ad Ercole Zanella S. "Sul significato etimologico del nome dei "Votodrones"" in "Rassegna gallaratese Arte e storia" 1952 n. 4 pag. 8 e seguenti in cui concordiamo per la derivazione di Votodrone da Votodorum ma non per il significato che si volle dare all'etimo; doron infatti nel celtico vale "soglia", "limite" e non castello.) -, vien giustamente da sospettare abbia derivato il proprio attuale toponimo da parte della definizione per antonomasia di summa pars, summa via data in quel punto alla strada che poco vicino le passava , probabilmente per la zona dell'odierna Piazza Valgella.
Guadata la Strona, daltronde, per arrivare alle sponde del Verbano non resta, volendo al solito evitare un dilungarsi di tracciato e fatta ragione degli ostacoli altrimenti incontrabili, che puntare direttamente al varco  fra le colline Corneliane detto del Malvaj, donde la discesa al Ticino e al lago risulta piu' agevole che altrove. E in effetti, e' solo lungo questa direttrice che si possono riscontrare sul terreno ulteriori tracce possibili della nostra via.
Eccone i riferimenti topografici, con riguardo sempre alle tavolette dell'Istituto Geografico Militare Italiano aggiornate al 1903-1905: quattromila metri circa oltre il torrente Strona, carrareccia che attraversa il Malvaj rasentando in lieve curva la cascina Groppetti a nord e il confine tra i comuni di Golasecca e Sesto a sud, poi identificantesi con la cosiddetta ottocentesca "strada delle barche", per un totale di 100 metri; trecento metri piu' avanti, sentiero e poi strada comunale che conducono in discesa sin quasi alla localita' Molini di Mezzo si Sesto calende, per un totale di 750 metri. proprio su questa discesa, pare venissero trovati, del resto, nel secolo scorso, i resti di una antica strada Passerini, "Il territorio insubre" pag. 154 n. 1); la quale tuttavia - poiche' la Mediolanum - Verbanus doveva essere certamente solo una via terrena o al massimo una glarea strata - bisognerebbe arguire, seppur si riferisce ad un tratto della nostra, che ne fosse solo un breve percorso, cosi' realizzato al fine da limitare la dilavatura della sede stradale in ripida discesa ad opera di grandi piogge.
Questa, da Somma sin presso sesto, e' tuttavia l'ultima frazione di via sia pur vagamente intravvedibile. Oltre, infatti, sia per aver transitato in un ambito piu' volte sconvolto nei secoli da esondazioni del lago e di torrenti, fra cui la Lenza, sia per aver decorso in zone poco adatte ai rettifili, il tracciato puo' essere solo ipotizzato.
Uno dei primi e piu' importanti motivi che gia' prima del Mille dovettero modificare e farne scomparire i vari tratti di percorso dovrebbe identificarsi con il lento ma inesorabile prevalere cui nel tempo andarono incontro molte di quelle vie vicinales, le quali, piu' o meno parallelamente alla strada, avevano servito nella romanita' i diversi piccoli abitati rurali ostentatamente trascurati dai rettifili.
Cosi' si puo' spiegare l'andamento preso, sin da allora, soprattutto tra Rho - presso cui i Longobardi avevano posto una fara, certo per controllo - e Legnano; nonche' il deciso spostarsi, piu' avanti, del tracciato su Gallarate - altra fara - e su Golasecca. Questo percorso difatti e' quello caratteristico in epoca medioevale avanzata della cosiddetta strada de Rho Dagli statuti delle strade e delle acque del contadi di Milano del 1346, pubblicati da Porro Lambertenghi in "Miscellanea di Storia Italiana", tomo VII, Torino 1869, pag. 309 e seguenti, sappiamo che la strada del Rho ... che comenza fuori de la porta Zobia incima del boscho, attraversava le pievi di Trenno, Nerviano, Parabiago, Olgiate, Gallarate, Arsago, Mezzana, Somma, Angera, Brebbia e Cuvio, tutti o gran parte degli abitanti erano tenuti ad obblighi di manutenzione, calcolati in braccia, a seconda della singola capacita' e contribuirvi e del fatto di esserne attraversati o solo di gravitarvi sopra, anche indirettamente. ); parte della quale tra l'altro, di riflesso all'importanza presa da Castelseprio in quei secoli, fini per appaiarsi, in unione al tratto che costeggiava la Valle Olona dell'antica strada Novaria-Comum, alla via diretta tra Mediolanum e il Varesotto.
Nel 1808, raggiunto il lago maggiore e costeggiatolo fino a Sesto, la strada del Sempione tocca peraltro la sponda piemontese del Ticino e subito viene ripresa in direzione di Milano lungo il tracciato che ignora quasi totalmente qualsiasi altra via precedente. Golasecca e' tagliata fuori; Somma viene interessata dai lavori quanto mai altri. Diviso in due il giardino visconteo, la nuova via irrompe difatti nell'abitato sul lato nord del castello, ne corre esattamente lungo una parte del fossato porta a livello, impone demolizioni di case. E finalmente ecco la vecchia strada postale che gli ingegneri napoleonici giudicano da qui in avanti sfruttabile. Ma solo per il momento.
Una moderna sistemazione dell'ulteriore tratto fino a Milano era pure in programma. Tuttavia non se ne fece piu' nulla. Cosi' tocco' all'I.R. Governo Austriaco provvedervi negli anni seguenti.
Nel 1820 fu la volta di un tronco di strada costruito ex novo in rettifilo fra Somma e la Masnaga, per modo che l'abitato di Casorate risultasse a margine della via.
 
 
 
 
 
La ferrovia delle barche
 
(Tratto da "Storia di Somma Lombardo")
 
Chi si inoltra nei boschi e nelle brughiere della bassa Somma, dalla Malpensa alla garzoniera verso Gruppetti e le Cornelliane di Golasecca, passando per la Novellina e la Stronaccia, si imbatte in ponti crollati, massicciate, scavi di trincea e arditi tagli di costiera: tutti elementi che avvertono il tracciato di qualche opera viabile. Infatti si tratta di una strada ferrata per il rimorchio delle barche, per via terra, da Tornavento a sesto calende. Essa fu costruita per rendere piu' rapida e meno costosa la navigazione sul fiume Ticino per il trasporto delle merci dal lago maggiore a Milano: traffico nella prima meta' del secolo scorso era molto intenso.
E' noto che il Ticino, da Sesto calende a Tornavento, ha un sensibile dislivello non sempre uniforme. A tratti si presentano "rapide"  con forti pendenze e quindi con correnti d'acqua impetuose che rendono la navigazione difficile e pericolosa. pertanto era sorta l'idea di integrare la navigazione  con tratti di via terrestre. Il progetto di una strada ferrata per il rimorchio delle barche da Tornavento a Sesto calende, risale all'anno 1844 e viene attribuito al patriota Carlo Cattaneo.
L'opera, grandiosa per quei tempi, fu realizzata abbastanza rapidamente, tanto che inizio' a funzionare nell'anno 1858. Consisteva nell'estrarre le barche, addette al traffico commerciale, dall'acqua del Ticino all'altezza di Tornavento e portarle su grandi carri di tipo ferroviario gia' collocati sui binari in una strada ferrata. Questa, attraverso le nostre brughiere, raggiungeva Sesto calende dopo circa 17 chilometri di percorso. Le barche venivano rimesse nell'acqua e ricaricate di mercanzia. Il traino avveniva a mezzo di cavalli impiegati in numero di 100 unita'.
A Somma, in zona "Lavandai" alla Stronaccia, esiste ancora un grosso caseggiato che serviva da "Stazione" per passeggeri, per merci e per stallazzo dei cavalli.
Con l'entrata in funzione nell'anno 1865 della Ferrovia Milano-Sesto calende, l'attivita' delle "barche" ricevette un duro colpo:  poco dopo la Societa' che la gestiva dichiaro' fallimento. Era durata solo sette anni.
Sulla ferrovia per le barche da Tornavento a Sesto Calende, l'ing. Guido Candiani ha scritto una interessante e documentata storia.
 
 
 
LA FERROVIA
 
(Tratto da "Storia di Somma Lombardo")
 
Nell'anno 1860 la ferrovia Milano-Domodossola giungeva fino a Gallarate. Nell'anno 1863 iniziarono i lavori per il tratto Gallarate- Sesto calende. Dopo la costruzione del viadotto sullo Strona e la galleria di Vergiate, il 24 maggio 1865 entrava in funzione anche a Somma la stazione ferroviaria. Fu un avvenimento memorabile che ha cambiato il paesaggio e il modo di vivere ma soprattutto l'apertura di una nuova era di civilta' e di benessere. L'elettrificazione con doppio binario e' del 1946..
 
 
 
LE VIE DI COMUNICAZIONE E LE STRADE DEL CAPOLUOGO E DELLE FRAZIONI
 
Pag. 190 da "Storia di Somma Lombardo"
 
Prima che Napoleone creasse la strada del Sempione (1804-1808), l'unica via che conduceva da Milano a Sesto Calende passando per l'abitato di Somma, era la "Strada De Ro'", cosi' chiamata perche' partiva dal centro di Rho alla periferia di Milano: nodo di collegamento con le strade  che dal nord portavano a Milano all'epoca della Repubblica Ambrosiana (Secolo XV), ma gia' vecchio tracciato romano. Entrava nel nostro territorio in "Contrada Larga" (ora via Fontana); proseguiva per la Valgella (ora via Gallibadino) e usciva dall'abitato attraverso la via Leoni (ora via G. Visconti). Imboccava la via Ducale (ora via Montebello) e, lasciato a destra il Monte Sordo (Muraccio), scendeva allo Strona che i cavalli e i carri attraversavano a guado, mentre i pedoni solcavano la roggia su un ponticello in pietra, distrutto poi da un'impetuosa piena nell'anno 1678. Solo nell'anno 1744 fu costruito un ponte piu' elevato e agibile al transito dei pedoni, cavalli e carri. Anche questo ponte venne abbattuto nell'anno 1872 a seguito dell'entrata in funzione di quello attuale che era di proprieta' della "Ferrovia delle Barche". Fallita questa Societa' nell'anno 1865, il ponte venne acquistato dal comune per lire 5.000. La vecchia strada Ducale proseguiva attraverso le brughiere di Garzonera; raggiunti i Gruppetti e quindi le Corneliane in territorio di Golasecca, scendeva su Sesto Calende.
Le comunicazione con il Piemonte attraverso il Ticino, avvenivano al valico di frontiera a Porto della Torre mediante imbarcazioni. Anche dopo l'unificazione d'Italia, Porto della Torre continuo' ad esercitare la funzione di collegamento tra le due sponde unitamente al traghetto di Coarezza costruito negli anni 1883 e 11890.
 
 
 
 
 
 
 
LE ANTICHE STRADE DEL CAPOLUOGO
 
La prima classificazione delle strade risale all'anno 1865 e riguarda le principali arterie che collegavano il capoluogo alle frazioni e cascinali sparsi. Si trattava delle vie Crocefisso di Smocco, che portava al Lazzaretto; S. Caterina, allo Strona; Varesina, verso i Mulini Copp, Gadda e Piode; S. Rocco, verso Case Nuove; Maddalena, verso la frazione. Altra strada serviva Golasecca e Coarezza; inoltre il Rile verso la campagna di Mezzana.
Nell'anno 1880, la descrizione del Melzi e da documentazioni di archivio comunale, risulto' che le strade e piazze del capoluogo aperte al pubblico erano le seguenti:
 
STRADA DE RO': - Gia' antica strada consolare romana che congiungeva Milano con Sesto.
STRADA DEL SEMPIONE - Napoleonica che taglia il centro abitato.
CROCE DELLA PIETRA - Antico viottolo che circonda il parco - Luogo di scalpellini.
VIA DUCALE - Gia' strada de Ro' dopo la via Leoni (ora via Montebello).
VIA BARCHETTO e PIAZZA BARCHETTO - Dove erano aperti i laboratori per le barche (ora Campana).
VIA BELVEDERE - Che conduce all'amena localita' sulla costiera del Ticino.
VIA BIRONE - In localita' "Malora" (antica fattoria agricola con estesi vigneti)
VIA BRUGHIERA - Zona di brughiera nelle localita' Belcora e Beltramada.
VIA CAMPANILE - Tratto di strada sotto il campanile S. Agnese (ora via Zancarini)
VIA CANONICA e PIAZZA CANONICA - Sede di canonicati al Castellaccio.
VIA CIOVINO - Pare derivasse da un antico personaggio sommese (ora Via Garibaldi).
VIA CIPRESSO - Strada che circondava la vigna del cipresso - chiamata anche Pontetto.
VIA CARDE? - Zona "in mezza CAMPAGNA" verso S. Rocco (ora via Giusti).
VIA CROCEFISSO DI SMOCCO - Per l'esistenza di una pittura con la croce smussata.
VIA DELLE CORDE - Per i laboratori dei cordari - (ora via Broggi).
VIA LARGA - Per strada ampia - Gia' via De Ro' (ora via Fontana).
VIA LAZZARETTO - Che conduce alla zona omonima.
VIA LEONI - Per i quattro pilastri statue di leoni - (Ora via Visconti).
VIA MADONNINA - per l'antica cappelletta murale con l'effige della Madonna con Bambino.
VIA MULINO DELL'OLIO - Strada verso il Ticino ove esisteva un mulino per l'olio.
VIA MURATA - Antica via oltre la muraglia che cingeva il borgo - (Ora via Galli).
VIA PASQUE' - Dalla radice latina "pascuum (Terreno da pascolo) - (ora via Briante).
VIA PIAGGIO - Nome proprio di un facoltoso sommese che vi abitava.
VIA PONTE - Strada che passava sotto il ponte di accesso al castello - (ora via Roma)
VIA PORTONE - Per la porta est di accesso al centro abitato - (ora via Mameli).
VIA POZZETTI E PIAZZA omonima - Zona ricca di acque sorgive - (ora Via Melzi)
VIA QUADRO - Dal dialetto "Quadar" per appezzamento di terreno coltivato.
VIA REBAGLIA - Dal dialetto "rubaia" per roba di scarto.
VIA RUGHETTA - Strada stretta e incassata nella valle dei Gella.
VIA SALVETTE - Da antica tradizione religiosa per la cappelletta dedicata alla Madonna.
VIA S: BERNARDINO e PIAZZA omonima - Verso la chiesa dedicata al santo sa Siena.
VIA S. ROCCO - Verso la chiesa di S. Rocco.
VIA S. CATERINA - Zona allo Strona dedicata a S. Caterina da Siena.
VIA S. Vito e PIAZZA omonima - Verso la Chiesa di San Vito - (Ora via Mameli)
VIA STRONAZZA - Discesa verso lo Strona vecchia sulla strada per Coarezza e Golasecca.
VIA ALGELLA e PIAZZA omonima - Da "Valle dei Gella" - Ora via Gallibadino).
VIA VALLE - Dal castello nord alle valli in aperta campagna - (Ora via Sfrondati).
VIA VARESINA - Dal Sempione verso Varese.
VIA VIGNOLA - Strada verso le piccole vigne.
VIA DE RATTI - Vicolo topaia dal Sempione a S. Bernardino - (Ora via Verdi).
VIA SABBIONE - Da S. Bernardino verso la zona Inferno - (Ora via Salvioni).
VIALE STAZIONE - Dal Sampione alle FF.SS. - (ora Via Maspero).
PIAZZA S. AGNESE - Davanti alla chiesa omonima - (ora Piazza Vittorio Veneto).
PIAZZA DEL CASTELLO - All'entrata nord del Castello.
PIAZZA DELLA PESA - per la pesa pubblica.
PIAZZA SALITA AL CASTELLO - Entrata a mezzogiorno del castello.
 
Come si vede l'antica toponomatica faceva riferimento alle caratteristiche del luogo, ai suoi usi, mestieri, costumi tradizioni. Un esempio curioso e' quello dell'attuale via CIACCO. L'etimologia semantica di questo strano nome dato alla zona del "CIACH" e omonima via, ha due diverse versioni. Secondo il pubblicista Terzaghi deriva da un "vivandaio" tedesco di nome CIAK incaricato dai comandi militari di gestire uno spaccio di generi alimentari e bevande durante lo svolgimento delle manovre militari dei reggimenti austriaci in zona Belvedere tra gli anni 1830-1840. Secondo la versione dell'Ing. Binaghi si tratta invece di un affresco sul muro di una casa contadina nei pressi della scuola di via Villoresi e rappresentante la scena di Gesu' nel Sinedrio con la scritta "ECCE HOMO". La pittura con il passare del tempo si era sbiadita e la scritta lasciava intravvedere soltanto due lettere: C e H, per cui la gente comincio' a distinguere la localita' con il nome dialettale di "CI-ACH".
Il viale della Stazione venne aperto nell'anno 1864 e nel 1871 fu stipulata la convenzione tra l'Amministrazione comunale e le Ferrovie dello Stato per la piantumazione degli alberi e la posa di panchine di granito sul piazzale antistante la stazione.
 
LA NOSTRA BRUGHIERA
 
pag. 169
 
LA BONIFICA DELLA BRUGHIERA
 
Pag. 370
 
COAREZZA: ORIGINI E STORIA
 
Pag 126
 
LA FRAZIONE MADDALENA: ORIGINE E STORIA
 
pag 138
 
L'origine di questo piccolo centro abitato risale all'anno 1400 quando i i Visconti crearono una colonia agricola. Nell'anno 1497 gli eredi di Guido Visconti eressero la prima chiesetta. Da documenti di archivio visconteo si apprende che il tempio fu terminato nel 1522 e in tale anno venne istituita la messa festiva. Sempre la casata Visconti, feudataria di questa frazione, restauro' la chiesetta nel 1626 e si ritiene che in tale data abbia ordinato al pittore Mauro della Rovere detto il Fiammenghino, una tela per l'altare rappresentante Maria Maddalena inginocchiata con i capelli sparsi che riceve la santa Comunione da un angelo.  Oggi questa tela non esiste piu'; il tempo e l'incuria l'hanno distrutta prima ancora che fosse collocata nella nuova chiesa.
Anche l'origine del nome della localita' risale al 1626. Infatti, in occasione dei restauri della chiesetta, il conte Antonio Visconti, feudatario di Arsago, "intese onorare la memoria della bisavola Maddalena Trivulzio, la cui figlia Anna, moglie di Francesco Sfondrati, diede alla luce, nel castello visconteo, il futuro Papa Gregorio XIV.
 
LA FRAZIONE CASE NUOVE: ORIGINE E STORIA
 
pag. 144
 
LA BRUGHIERA DELLA GRADENASCA E LA CASCINA MALPENSA
 
Da pag. 146 di "Storia di Somma Lombardo"
 
Nell'anno 1590, i Visconti, signori di Somma e territori circonvicini, fondarono ai margini della brughiera della Gradenasca, una colonia agricola che chiamarono "Case Nuove".
La Cascina Malpensa, piu' a nord e piu' addentrata nella brughiera, e' costruzione successiva. Infatti risale all'anno 1796 per iniziativa del bustese Gian Battista Tosi che organizzo' una fattoria agricola e "intensi traffici commerciali". Il figlio del Tosi, divenuto vescovo di Pavia,  e' noto per  l'amicizia con Alessandro Manzoni: il grande scrittore lombardo fu ripetutamente ospite della Cascina Malpensa anche a causa di un beneficio livellario ereditato dal padre.
Circa l'origine del nome dispregiativo, pare che derivi dall'aridita' del terreno e dalla difettosa fecondazione del seme che varia sensibilmente da zona a zona, percui si diceva che era una "malpensata" coltivare nella brughiera.
Comunque risulta che il Tosi fu all'avanguardia di una schiera di pionieri che nella prima meta' dell'ottocento dissodarono tremila ettari di brughiera: la sua trasformazione fondiaria fu una delle meglio riuscite, imperniata sui fabbricati, sull'acqua ricavata da un pozzo profondo settanta metri e su una rete di strade di accesso.
Nel 1810 il Verri, sul giornale " Il commercio dei grani", dando notizia della bonifica della Malpensa scriveva " E' prodigioso il frutto che se ne ricava: vi sono i gelsi da bachi da seta; viti per ottimo vino; vi e' frumento e tutto viene assai bene; il granoturco singolarmente si coltiva con felice successo".
Lo stesso Federico Caproni per la sua bonifica di Vizzola Ticino degli anni '30, venne incoraggiato dall'esempio storico della Malpensa.
Dopo il 1832 tutta la Brughiera della Gradenasca fu destinata a campo di manovre militari per le truppe tedesche che stanziavano nell'alto milanese, in sostituzione delle "Groane" Monzesi. E questo nuovo tipo di servitu' risulto' poco compatibile con l'agricoltura tanto da fermarne l'espansione e limitarne la fiorente attivita'.
Nel 1886 il Ministero della guerra del nuovo Regno d'Italia procedette all'espropriazione della Malpensa per farne un grande campo di esercitazione militare per la cavalleria e per l'artiglieria. Il fondo venne spogliato di tutte le piante, le coltivazioni sospese e i caseggiati destinati ai militari. Le 24 famiglie che vi abitavano per un totale di 130 persone, vennero gradualmente sloggiate  e sistemate presso i nuclei abitati di Bellaria e Case Nuove nonche' presso il capoluogo. Le pratiche per l'indennizzo degli espropriati dei fondi iniziarono nel 1891 e trenta anni dopo risulto' che ci furono ancora famiglie che reclamavano la liquidazione dei propri indennizzi.
 
L'ARCHEOLOGIA NEL TERRITORIO DELLA MALPENSA.
 
da pag. 148 di "Storia di Somma Lombardo"
 
Nell'anno 1967 l'architetto Angelo Maria Bonomi, Ispettore Onorario della Soprintendenza delle antichita' per le provincie di Milano e di Varese, avuto notizie di alcuni casuali rinvenimenti di sepolture e di altri reperti archeologici sui terrazzamenti della costiera del Ticino in zona Malpensa - Case Nuove, intraprese una meticolosa ricerca che porto' alla scoperta della "Cultura PROTOGOLASECCHIANA della Malpensa " risalente al IX e X secolo a.c..
I rinvenimenti piu' importanti si trovano in zone ben evidenziate sulla sinistra lungo la strada Somma - Tornavento, parte in brughiera e parte ai margini dell'abitato di Case Nuove sulla via Santa margherita. Venne disegnata una carta Archeologica con coordinate topografiche riferite al vertice estremo della base geodetica di Somma Lombardo (la piramide in brughiera), e tutto il materiale ritrovato venne depositato presso la soprintendenza delle antichita' della Lombardia in attesa della collocazione definitiva. Tali interventi furono definiti, dagli esperti, di fondamentale importanza poiche' vengono a colmare una lacuna nella preistoria della Lombardia Occidentale. La sua nota dominante e' l'appartenenza al X secolo a.c..
Il materiale e' stato rinvenuto ad una profondita' che varia dai 30 cm. ai 100 cm. dal piano terra, e consiste in numerose sepolture a cremazione in materiale ceramico e vasi domestici. Inoltre sferette e pendagli; fibule ad arco, armille, anelli ed altri reperti in bronzo.
Le ricerche proseguono grazie anche alla partecipazione di un gruppo di giovani volenterosi appassionati di archeologia e capeggiati da Flavio Rossa, Rino Balbo e Giulio Pignoloni.
Ne' si puo' ignorare che tutto il nostro territorio e' considerato zona archeologica. Infatti, in piu' punti del centro abitato e alla periferia,, specie sui rilievi collinari, in epoche diverse vennero all luce reperti archeologici trovati casualmente durante gli scavi per la costruzione di case e di fossati per la fognatura; materiale di grande importanza per definire, con altri ritrovamenti della zona, la "Cultura Protogolasecchiana". Purtroppo gran parte dei ritrovamenti sono andati dispersi, finiti in case private o commercializzati da persone ignoranti o senza scrupoli: solo poco materiale ha trovato degna sede presso i musei qualificati.
       A documentazione degli ultimi ritrovamenti citiamo:
-  Negli anni 1949,1950 e 1954, sulla via Guido Visconti di Modrone, tra l'attuale scuola elementare e la Madonna della Preia, vennero alla luce alcune tombe attribuibili a buona epoca romana. Contenevano vasi cinerari, suppellettili, armille, fibule e altro materiale bronzeo.
- 1955: rinvenimento occasionale durante uno scavo edilizio nell'area tra le vie Binaghi e Garzonio a Mezzana. Si e' trattato di tombe con reperti cinerari e grossi vasi domestici.
- 1958 : durante lo scavo per l'ampliamento del Calzificio Ferrerio, lungo il Sempione, rinvennero alcune tombe attribuibili ad epoca romana.
- 1978: tomba romana scoperta durante gli scavi dell'ampliamento dell'Ospedale, risalente al IV o V secolo d.c.. Sul coperchio e' stata decifrata la scritta: "D.M. PRO FUTURUS CASSIAM FRATER PIENTISSIMUS".
- 1979: durante i recenti scavi per la costruzione di un gruppo di case popolari sulla collinetta in zona "Vigna del Prevosto" a Mezzana, vennero alla luce reperti archeologici di notevole interesse.
Sovraintendono all'indagine archeologica sul nostro territorio, oltre all'Architetto Angelo Maria Bonomi la Dott.sa Luisa Ferrerio Alpago-Novella, la Prof.sa Rofia e Carlo Mastorgio che fanno capo al Museo Archeologico della Societa' Gallaratese per gli Studi Patrii.
Reperti archeologici rinvenuti sul nostro territorio sono anche custoditi presso i Musei di Varese e di Milano. C'e' chi auspica che anche nella nostra citta' si organizzi un museo conservativo sia per dare incoraggiamento e possibilita' agli appassionati di ricerche archeologiche, sia per acuire la curiosita' e sviluppare  la cultura presso la nostra gente. Puo' essere una proposta valida purche' non si disperda in rivoli insignificanti un prezioso patrimonio: allora sarebbe meglio potenziare il gia' esistente Museo di Gallarate.
Comunque l'amore per archeologia, come tutta la nostra storia antica, e' incentivo per meglio operare nella vita futura.
 
 
LA NAVIGAZIONE
 
 
 
NOTE:
 
08/05/95:
 
Indagine sulle S.F. dal ponte di localita' Vignazze (S. Rocco) di Somma Lombardo alla statale 334 della Malpensa:
 
1) Dal ponte delle S.F. in localita' Vignazze (ponte sguara') decisamente visibile dalla strada che collega la Malpensa a Somma Lombardo si imbocca la stradina a sinistra a nord del ponte. Stradino non asfaltata che porta ad alcune case private e a piccole fabbriche nella brughiera e campi coltivati a ovest del Sempione. A pochi metri a ovest si trova il terrapieno del ponte. Terrapieno adibito a parcheggio e discarica degli abitati. Si continua a sud sulla strada che e' il vecchio tracciato mentre sulla sinistra vi sono campi e fabbricati. Sulla destra si trova il ciglione.
Si continua fino a quando sulla sinistra si trova un deposito di una impresa di costruzioni edili. La S.F. da destra passa a sinistra nel luogo del deposito. Sempre a sinistra de del viottolo la S.F. e' interrotta da un piazzale ben tenuto al taglio delle piante ed e' circondato da tre lati N S O da terrapieni. Ultima postazione di ricovero per aerei durante la seconda guerra mondiale. La S.F. e' sulla sinistra del viottolo con dei terrapieni bassi ai lati.
Piu' avanti si trova la lapide S.F.
Il sentiero scende mentre si erge il terrapieno. Il ponte PX e' sulla sinistra. La lapide Lx e' a NE sull'altro lato del ponte.
Si passa sotto il ponte e si imbocca il sentiero dall'altra parte della S.F.. Il sentiero precedente porta a valle e altrove.
La S.F. rimane sulla destra  e il terrapieno diminuisce fino a perdersi nella brughiera e il viottolo si allontana. Seguire per 500 metri fino a che un piano di cemento e asfalto dichiara la presenza di un deposito di aerei.
Imboccare il sentiero di destra. 100 metri e si trova il ponte Px. Altra lapide. Una fenditura ai piedi delle spalle del ponte scarica la terra del terrapieno, mentre sul terrapieno si apre un buco pericoloso.
 
Proseguendo, il terrapieno scende e si perde le tracce. Non si trova piu' nulla fino alla strada ST334 della Malpensa.
 
 
 
 
 
DA TROVARE:
 
Somma Lombardo:
       Localita' Belvedere - Sarebbe la via Villoresi
       In via Villoresi esisteva un piccolo fabbricato per riposare i cavalli.
       Taglio ardito - Dal ponte della cascina delle barche, verso il Ticino, a pochi metri sulla sinistra inizia il tracciato visibilissimo della S.F. che porta fino a belvedere. Segue il metanodotto.
 
       Muraglione su metanodotto.
       Giu' fino alla Strona.
Trovare anche la cisterna che si trova fra la strada Sesona-Golasecca e Gruppetti.
 
 
G. D. Oltrona Visconti, "Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante avvenimento del secolo scorso" in RGSA 11951, n. 3 pp. 23-32; Il decreto di concessione dell'"Ipposidra" in RGSA 1956, n. 1, pp. 10 - 12. "Per la ferrovia Milano - Sesto Calende" cfr. Aspesi, Gallarate ...., pp. 1197
 
Nota: Nel 1858 inizia l'attivita' della "Via Ferrata di rimorchio delle barche" da Tornavento a Sesto Calende, fallita nel 1971 per l'opposizione dei navaioli e per la costruzione della Milano - Gallarate - Sesto Calende.
 
 
 
 
 
 
 
Archivi e Bibliografia:
 
 
Archivio comunale di Somma Lombardo, sezione storica (Acquisto del ponte di Strona; asta dei beni dei colerosi; diatribe fra i proprietari dei terreni e Societa' per la Ferrata; problemi del porto di Coarezza).
ASM, fondo acque e strade (regolamenti e tariffe del viaggiare per le poste e sulle barche corriere e di commercio).
ASV, tavole catasto.
Museo del risorgimento, Milano, Carteggi di Carlo Cattaneo.
BERMANI, Ferrovia per il trasporto delle barche da Tornavento a Sesto calende, Societa' delle ferrovie, s.d.
BRUSCHETTI, Navigazione sui laghi e sui fiumi della Lombardia, s.d.
FERRARIO, Notizie statistiche sul cholera morbus del 1836 e del 1855, s.l., 1856
MORIGIA, Viaggio ai tre laghi
VARALLI E:, Il cholera morbus a Sesto Calende
 
 
 

GFL

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Il Gruppo fotografico Famiglia Legnanese nasce nel 1951, all'interno della Famiglia Legnanese, come attività ricreativa dei soci.
Nel 1971, con l'emissione del bando del primo concorso fotografico Giovanni Crespi, il Gruppo estende la propria attività anche al di fuori dell'ambito cittadino.
La svolta fondamentale avviene nel 1983 con l'associazione alla F.I.A.F. Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.
Successivamente, la FIAF assegna al Circolo l'onorificenza B.F.I. "Benemerito della Fotografia Italiana". Un prestigioso riconoscimento per la qualità delle attività svolte nella fotografia amatoriale.
Il Gruppo si iscrive anche alla Federazione Internazionale: F.I.A.P. Fédération Internationale de l'Art Photographique.
Nel frattempo il concorso Giovanni Crespi acquista sempre più importanza sino a diventare nel 1989 "internazionale", oltre che premio Città di Legnano. Oggi, il Concorso Giovanni Crespi, è uno dei più prestigiosi appuntamenti Fotografici Internazionali e porta il nome di Legnano e della Famiglia Legnanese in tutto il mondo.
La notorietà del Gruppo e la riconosciuta capacità nell'organizzazione delle manifestazioni, amplia le attività anche nel campo dei diaporami.
Nel 1990 organizza, primo in Italia, il FESTIVAL INTERNAZIONALE DI DIAPORAMA GIOVANNI CRESPI, al quale partecipano i migliori Autori Europei.
Nel 1996, la Federazione Internazionale sceglie per l'organizzazione del "16° Eurofestival" la Famiglia Legnanese. La manifestazione ha portato a Legnano 40 autori di diversi Paesi. Per la prima volta autori Australiani hanno presenziato con i loro lavori in Europa.
Nell'anno in corso, oltre a documentare tutti gli avvenimenti del 50° della Famiglia Legnanese, il Gruppo ha organizzato:
il Concorso fotografico "dopo le macchine" Le immagini premiate e pubblicate sul catalogo sono entrate a far parte dell'archivio del Comune della Città di Legnano il 21° CONCORSO FOTOGRAFICO GIOVANNI CRESPI, 6° premio Città di Legnano, che grazie alla nuova impostazione, si colloca al livello dei più moderni e qualificati concorsi Internazionali. un "corso base di fotografia" la tradizionale e impegnativa documentazione della Sagra del Carroccio con mostra fotografica e proiezione di audiovisivi. Il lavoro svolto dai Soci del Circolo è poi anche la base per tutte le pubblicazioni che il Comitato Sagra realizza: pieghevoli, comunicati stampa e altre pubblicazioni. La documentazione della ricostruzione della Battaglia di Legnano Le immagini di attualità e fotografie di architettura, per il mensile della Famiglia Legnanese: La Martinella
 
Attualmente il Gruppo è composto da 50 soci, guidati dal Presidente Gianfranco Leva e dal Vicepresidente Franco Bonanomi.
Responsabile della segreteria, la Signora Nuccia Re.
Pino Colombo Speroni, Vice Presidente della Famiglia Legnanese, e per lungo tempo anche Presidente del Circolo Fotografico, è il responsabile dell'organizzazione del Concorso Giovanni Crespi e di tutte le manifestazioni Internazionali.
Il Circolo si riunisce tutti i Martedì, alle ore 21.00, presso la Sede della Famiglia Legnanese e la partecipazione è aperta a tutti gli interessati senza nessuna formalità.
Le serate sono condotte da esperti fotografi e autori di audiovisivi, soci del circolo fotografico o esperti esterni, che, oltre a presentare i loro qualificati lavori, mettono a disposizione di tutti le loro conoscenze tecniche.
 

I Amis

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I AMIS

La FAMIGLIA LEGNANESE
nell'ambito delle manifestazioni della
Sagra del Carroccio

con il patrocinio di
Amministrazione Provinciale di Milano
Comune di Legnano

presenta la

11° RASSEGNA INTERNAZIONALE
GRUPPI FOLCLORISTICI

con la partecipazione dei
Gruppi Folcloristici:

"GRUPPO TICINESE CORNO delle ALPI"
Locarno
"FRUSTATORI DI FERNO"
Ferno
"L'ARLECHI' e chi oter ZANI so' fradei"
San Giovanni Bianco
"I AMIS"
Legnano

Palazzetto dello sport di Castellanza
8 giugno 2003

Prossime manifestazioni:

21 settembre 2003 - Domenica a Bernate Ticino ore 15,00
27 Settembre 2003 - Sabato a Magnago ore 20,40
28 Settembre 2003 - Domenica Legnano oltre stazione ore 15,30
12 Ottobre 2003 - Domenica - Legnano Casa Accorsi ore 15,00

 

 
 
 
Rassegna stampa del Il gruppo degli "AMIS" con canti e danze popolari fa rivivere le tradizioni.
 
 
       Legnano - Canti e danze popolari in costumi tipici per mantenere vive nell'era della globalizzazione le antiche tradizioni della Legnano contadina e popolare: questa è la ragione che ha spinto la Famiglia Legnanese a dar vita nel 1987 al Gruppo Folcloristico I AMIS, affiliato alla Unione Folcloristica Italiana. Pinuccia Zanzottera, poetessa dialettale, è la direttrice artistica del gruppo: "Abbiamo deciso di riscoprire le tradizioni della nostra città per tramandarle alle giovani generazioni. Fin dall'inizio hanno dato il proprio contributo alla nostra compagnia: Fausto Giovanelli, Virginio Binaghi, Renzo Della Foglia, Ezio Caravati,, Corinna Gallazzi ed Elena Zanzottera. Il gruppo è formato da 33 artisti, suddivisi fra il coro e i musicisti. Il nostro repertorio comprende le canzoni legnanesi risalenti all'Ottocento ed ai primi anni del Novecento: vi sono canzoni d'amore, brani sul lavoro delle massaie e dei contadini, pezzi che raccontano mestieri artigianali ormai quasi scomparsi come l'arrotino e lo stagnino. Uno dei pezzi forti del nostro repertorio è rappresentato dalla canzone "Me car Legnan", scritta agli inizi del Novecento da Errnesto Parini: la registrazione del nostro coro viene diffusa dagli altoparlanti nello stadio Mari in occasione dell'AC Legnano, per salutare l'ingresso in campo delle squadre. Il nostro gruppo folcloristico è solito dare spettacolo nelle feste patronali, parrocchiali, nelle case di riposo e partecipare alle rassegne folk internazionali. come quella di Olgiate Molgora, Tirano oppure nella Svizzera, in Friuli, Veneto, Piemonte, Liguria ed Emilia. Tutti gli anni organizziamo nel periodo del Palio, una manifestazione folcloristica presso il Palazzetto dello Sport di Castellanza. Tra gli appuntamenti più suggestivi, la Messa della notte di Natale, ogni anno in una chiesa di Contrada diversa, con i canti sacri in dialetto e il giorno dell'Epifania, il nostro coro accompagna le celebrazioni nella Bisilica di San Magno".Il gruppo: Vanda Boso, Antonio Piaser, Giorgio Redigonda, Giuseppe Vimercati, Faustyo Giovanelli, Virginio Binaghi, Renzo Della Foglia, Ambrogio Sironi, Francesco Fraticelli, Alberto Uboldi, Giorgio Olgiati, Ezio Caravati, Amedeo Mona, Mario Maiurri, Pinuccia Zanzottera, Anna Plachta, Piera Mazzucchelli, Anna Melazzini, Silvana Barbaglia, Evelina Casero, Giovanna Meda, Albina Zampieri, Elisa De Stefanis, Isa Canavesi, Angela D'Amico, Titti Alonzo, Pinuccia Rossetti, Orazio Galli, Silvio Riva, Nino Faugnio, Lino Comerio.
 
 
 
Rassegna stampa del 29 giugno 2002AMIS: Folclore da applausi      
 
Un valzer accoglie i tanti Legnanesi che hanno sfidato il caldo del palazzetto dello sport di Castellanza. Poi canti e balli si sono susseguiti per tutto il pomeriggio tra gli applausi dei presenti. E' stata davvero una giornata pienamente riuscita quella che, domenica 16 giugno, ha ufficialmente concluso il programma delle manifestazioni della Sagra del Carroccio 2002. Al centro del palazzetto vi erano tre gruppi folcloristici: "I AMIS" ovvero i padroni d casa, nati quindici anni fa all'interno della Famiglia Legnanese; "I BOSINI", selezione di Varese, nata addirittura nel 1927 per volontà del professor Talamoni, che intendeva tramandare le più vive tradizioni della terra varesina; e il gruppo "Città di Borgosesia", istituito nel 1958, che porta in giro per l'Italia e per il mondo le migliori tradizioni della Valsesia, sfoggiando anche abiti tradizionali. Proprio i costumi hanno attirato l'attenzione di molte persone presenti tra il pubblico; i Valsesiani hanno anche proposto un abito femminile in seta rossa a foggia del '600, con grembiule di pizzo e acconciatura ricca di spilloni in filigrana di argento. Ma sono state ovviamente le musiche, le canzoni popolari e i balli tradizionali a raccogliere gli applausi maggiori. Difficile stabilire una graduatoria per l'ovazione più sentita. Tutti i gruppi hanno ricevuto l'apprezzamento dei presenti. In particolare "I AMIS" gruppo nato nel 1987, e diretto da sempre da Pinuccia Zanzottera, hanno presentato un programma completamente rinnovato, fatto di canti popolari lombardi polifonici ed antiche danze della tradizione lombarda. Soddisfatti del successo i 35 componenti di "I AMIS" hanno voluto ringraziare Luigi Caironi, presidente della Famiglia Legnanese e tutti i soci per la preziosa collaborazione e la stima sempre dimostrata verso il gruppo.
 
 

Problema

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Il problema
 
L'informazione gestionale è da tempo gestita in azienda attraverso l'uso dei computer. Ma l'informazione gestionale non esaurisce certamente tutta l'informazione.
 
In azienda ad esempio, è possibile distinguere fra l'informazione societaria e quella personale. La prima è piu' rigida, "quadrettata", comunque simultanea e comune, al netto dei diversi livelli di accesso, fra tutti i dipendendenti.
 
L'informazione societaria è quindi necessariamente elaborata tramite un grande calcolatore gestionale e distribuita tramite reti, terminali e personal computer, sotto la supervisione dell'EDP.
 
L'informazione societaria comprende nella quasi totalita' dei casi l'organizzazione contabile, la fatturazione e il magazzino. Il tutto è organizzato in modo molto ripetitivo dal punto di vista della struttura delle tabelle di gestione dei dati ed è per lo piu' molto stabile nel tempo.
 
L'informazione personale comprende invece spezzoni instabili, di formato, quando ne hanno uno, assolutamente variabile, che capitano fra i piedi di tutti in continuazione: note, messaggi, agende, impegni, richieste, circolari e comunicati, contatti, relazioni, Post-It, biglietti da visita, memo e quant'altro si solito si reperisce svuotando a casa verso sera le tasche del soprabito e il portafogli.
 
L'informazione personale non è "tagliata" secondo i rigidi formati che dominano il campo dell'informazione societaria. Consiste prevalentemente di parole piuttosto che di numeri, o al limite Š costituita da una buona mistura delle due cose.
 
Nonostante il bisticcio di concetti, l'informazione personale e' in massima parte societaria, almeno in modo indiretto; organizzata e gestita in modo efficiente diventa infatti di valore estremo per gli individui e per l'azienda, assurgendo molto spesso ad un ruolo comparabile per importanza a quello dell'informazione tradizionale.
 
E' evidente quindi come, nella generale bramosia di conseguire finalmente una maggiore produttivita' nel lavoro intellettuale, prodotti che ambiscono a portare una sembianza di ordine nella naturale ragnatela dell'informazione personale, siano divenuti d'interesse strategico.
 
Facciamo un esempio. I personal computer costano sempre di meno, mentre l'informazione personale vale sempre di piu'. Il passo logico necessario Š quindi gestire la seconda attraverso i primi. Ma con quale tipo di programmi?
 
Un manager che volesse raccogliere i suoi "spezzoni" di memoria personale ed aziendale, potrebbe banalmente decidere di archiviare tutto quanto con un programma di elaborazione testi. In questo modo non sarebbe sottoposto a vincoli stringenti sulla struttura dell'informazione archiviata. Potrebbe stendere di getto note e promemoria seguendo semplicemente il filo del suo pensiero e soprattutto ritrovarle in seguito utilizzando la funzione "Trova", insieme con la parola chiave eventualmente ricordata.
 
Le memorie del nostro dirigente verrebbero raccolte in un calderone informale, nel quale sarebbe certamente facile trovare la singola parola "guida", ma nel quale sarebbe oltremodo complicato portare qualsivoglia ordine o ritrovare un'informazione sulla base di elementi chiave multipli: nel caso di una gestione di contatti di vendita, non si potrebbe certamente chiedere ad un programma di elaborazione testi di effettuare un ordinamento dei paragrafi per data d'immissione o di totalizzare gli importi ordinati all'azienda. O ancora pi— banalmente, mentre risulterebbe semplice richiedere di trovare un paragrafo contenente il nome "sig. Mazzini", non si saprebbe come ottenere un rapporto storico sui contatti del "sig. Mazzini" con l'azienda, o un'estrazione dei promemoria relativi insieme al "sig. Mazzini" e "lamentele sulle forniture".
 
Se il bisogno eccede l'archiviazione e il ritrovamento di una singola parola, ed implica invece riordinamento, estrazione ed accesso a spezzoni plurimi d'informazione, lo sbocco tradizionale Š l'utilizzo di un database.
 
Con questo secondo tipo di programmi diventa relativamente semplice effettuare ricerche, a patto di organizzare con cura la struttura d'archiviazione. In pratica, il nostro dirigente dovrebbe predisporre una scheda elettronica di ogni contatto, con campi da compilarsi accuratamente, relativi ad ogni "quadretto" di informazione che in seguito potesse diventare base di una ricerca o di un estrazione.
 
In questo modo, si guadagnerebbe in ordine, ma perdendo enormemente in flessibilit…, poich‚ le immissioni dovrebbero seguire sempre e comunque un ordine e una dimensione prestabiliti. Niente pi— memo e notizie informali quindi, ma archivi, schede, campi, lunghezze date e regole ferree di inserimento.
 
In ultima analisi, il nostro dirigente oscillerebbe sconsolato fra l'immediatezza di un programma di elaborazione testi, cioŠ la libert…, e i frutti ordinati di un database, cioŠ l'efficienza. Il prodotto ideale per risolvere questa classe di problemi, peraltro comuni, Š un centuaro: un "testo-base", un'applicazione capace di essere insieme libera elaborazione testi ed efficiente database.
 
Esiste. Si chiama xxxx
 
Il prodotto
 
Dopo aver fatto la conoscenza del problema, passiamo ad occuparci di xxx
 
Con la versione italiana xxx, variamo concretamente il segmento del Personal Information Management, gia' abbondantemente sviluppato in USA, ma ancora relativamente "scoperto" in Italia.
 
La stampa di settore americana e' stata prodiga di riconoscimenti con xxx.
 
Nel 1985 DATA BASED ADVISOR ha proclamato la versione 1.0 "Prodotto dell'anno".
 
Nel 1986 PC Magazine ha selezionato la 2.0 come "Editor's Choice".
 
Nel 1987 ancora "Editor's Choice" nella versione 3.0.
 
Nel 1988, "Technical Excellence Award" alla versione 4.0 nel referendum di fine anno di PC Magazine.
 
A fronte di una simile "dote", che fa presumere un incombente boom di utilizzo dei PIM, nelle pagine seguenti cercheremo di evidenziare i punti di forza specifici di askSam, la tipologia dell'utenza potenziale e le differenze rispetto agli strumenti tradizionali con i quali si Š sin qui cercato di far fronte alle esigenze di informazione personale.
 
askSam - il Personal Information Manager
 
askSam e' un sistema di analisi dei dati orientato al testo in formato libero.
 
askSam e' un prodotto multiforme, capace di gestire e interpretare informazioni alfanumeriche e visuali, in un formato "naturale" e non rigidamente prefissato:
dati comunque immessi possono essere in ogni momento richiamati o collegati in un modo flessibile.
 
L'uso "diretto" rappresenta solo una delle varie possibilita' d'impiego di askSam. Oltre a ci e' possibile impostare in modo semplice l'esecuzione a comando delle sequenze pi frequenti, oppure l'esame ipertestuale, punta-e-trova-le-connessioni, di una base di dati.
 
Grazie a questo approccio, l'utente ha finalmente la possibilita' di unificare due modalita' di lavoro finora rigidamente separate, quali l'elaborazione testi e la gestione di basi di dati.
 
Ad esempio, e'senz'altro possibile immettere indirizzi, notizie o informazioni nel formato libero tipico dell'elaborazione testi, senza pregiudicare in seguito l'opportunita' di richiamarli, secondo criteri funzionali affini a quelli di un database.
 
Il vantaggio fondamentale che ne deriva e' che non e' l'utente a dover seguire rigidamente i criteri tradizionali di un database (il nome dei campi, una lungezza prefissata e in generale una struttura codificata di registrazione dell'informazione), in qualche modo adattandosi al software, ma il software a modellarsi sulle esigenze dell'utente.
 
Ognuno di noi dipende in qualche modo dall'informazione.
 
Quotidianamente anneghiamo in un flusso continuo che prende di volta in volta la forma di foglietti gialli sulla nostra scrivania, di ritagli di giornale, di memo accatastati, di riviste sottolineate, di rapporti accuratamente annotati. Il costo di una loro gestione efficace e' il tempo necessario a governarli. L'alternativa piu' diffusa e' la perdita costante di informazione.
 
L'informazione in ufficio, anche di quello gia' computerizzato, diventa subito simile alla ricerca del famoso ago nel pagliaio: il piu' importante messaggio ricevuto la mattina telefonicamente, steso in fretta su un foglio diventa di difficile reperimento, spesso mentre un collega o un cliente richiedono informazioni proprio su questo messaggio introvabile.
 
Chiunque abbia gia' vissuto questa situazione sa apprezzare il valore di un "manager d'informazioni personalizzato".
 
E xxx e' in pratica un assistente potente e intelligente, sempre in grado di cogliere al volo l'opportunita' informativa offerta dai dati, sulla base di richieste anche parziali o imperfette.
 
Il mercato
 
Nessun mercato Š dinamico, febbrile e imprevedibile come quello del software. Segmenti e applicazioni nuove nascono di continuo, ad un ritmo tale che ultimamente  Š diventato necessario spiegare non solo come un programma lavori, ma anche quale classe di problemi soddisfi.
 
Attualmente la maggior parte dei PC installati viene utilizzata per la gestione amministrativa e per l'elaborazione testi. Al terzo posto troviamo invece le applicazioni di database.
 
Le voci pi— autorevoli prevedono un cambiamento radicale di questa situazione entro il 1992. I Personal Information Manager paiono destinati ad incunearsi fra l'elaborazione testi avanzata (word publishing e DTP) e i database convenzionali, con una diffusione paragonabile a quella delle tabelle elettroniche.
 
Nell'information age, nella quale la materia prima "informazione" diventa sempre pi— direttamente un fattore produttivo, il futuro dei PIM sembra essere tutt'altro che marginale.
 
Posizionamento
 
xxx unifica le possibilita' d'intervento e d'utilizzo di diversi prodotti software come:
 
database convenzionali
 
programmi di word processing
 
full text retrieval system
 
textmanagement/information-system
 
in solo un prodotto.
 
Poiche' il mercato associa sempre un prodotto alle sue funzionalita', abbiamo ritenuto opportuno procedere al confronto di xxx con soluzioni che ricoprono parzialmente il suo spettro di utilizzo, per evidenziare il suo ruolo di battistrada di un segmento totalmente nuovo, non ancora occupato: il personal-information-management.

wblog01

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WEBLOG
 
weBLOG 001 -
(001) Note dell'autore.                   Documento scritto a braccio il 15 giugno 2003 , ripieno di contenuti, lettura a vostro rischio. Vorrei descrivere a braccio il mio lavoro e passatempo che si traduce in termini pratici nella costruzione di alcuni CD.Dal 1972 mi sono occupato professionalmente di informatica e con l'avvento dei primi Personal Computer, di informatica distribuita. In quel tempo nessuno credeva nei personal computer, "non e' ne' carne ne' pesce" dicevano alcuni "esperti". Personalmente ho creduto al punto di farmene una professione. Tre grosse aziende mi hanno creduto, da zero personal hanno superato 1,3 personal per persona nel 1998 quando ho lasciato lattività lavorativa per il giusto e meritato pensionamento.Durante questa attività ho visto acquistare dalle aziende in questione circa 1923 personal (ho ancora l'elenco di tutti i personal acquistati in un data base globale), insegnato quasi 800 reticenti al computer (dalle segretarie agli amministratori delegati agli operai, ecc.) come farne uso aziendale (che fatica!!!). Ma cosa più importante era la tenuta dell'organizzazione dei software aziendali, della produzione dei documenti ( testi, tabelle elettroniche, data base, software specifici, ecc.) , documenti, software, documenti compatibili aziendalmente e fuori azienda. E i tempi correvano e la tecnologia pure. Alcuni server fra loro collegati e con altri all'estero... poi sono andato in pensione.Questo racconto serve per dire: erano troppo pochi quelli che credevano in queste tecnologie, erano presi dalle proprie piccole grandezze per intuirne un futuro, erano degli "esperti" , rifiutavano. (per quanto mi riguardava era fatica supplementare) .....  Oggi e' impossibile qualsiasi azione senza Personal computer, ma e' certo che non vogliono più ricordarsi delle "previsioni acute" che avevano dettato.Le nuove generazioni, (fra un po'  nascerà la terza) non ha questi problemi.ERO UNO DEI POCHI CHE AVEVA VISTO GIUSTO !!! Questa e' la mia soddisfazione.Ora non ho attività lavorativa ma l'intuizione di cosa porta' essere il nostro futuro almeno nell'arco di due anni ancora lavora. Le tecnologie hanno cambiato le attività dell'uomo e le prossime tecnologie lo cambieranno ancora. Il fatto e' che corrono più velocemente  della possibilità di adeguarsi. E' consigliabile seguire gli eventi con calma, ma ravvicinati e lasciare quegli schemi che fra due anni saranno vecchi, obsoleti e non praticabili.Quando dico due anni, significa due mesi se una azienda cambia catalogo dei prodotti o quattro anni se di certe cose si parla in teoria ma non si vede nulla di pratico specialmente in certi stati esteri.QUESTO SONO IO e considerato che non posso cambiare carattere e indole, nel 1998 (pensionamento) mi sono dedicato alla fotografia digitale. Nel 1998 le macchine fotografiche digitali non esistevano in Italia quindi mi accontentavo di estrarre delle immagini da Telecamera VHS o 8 mm. La qualità delle immagini era quello che era ma non vi era scelta. In quello stesso anno, conoscenti che si erano recati per lavoro e turismo in Giappone, dichiararono di avere difficoltà di trovare pellicole fotografiche tradizionali; il digitale era gai' per la massa. Tentati di acquistare macchine digitali, recedevano per paura di non trovarsi con accessori e assistenza in Italia.La prima macchina fotografica a 17 anni, diapositive a colori, diapositive in bianco e nero sviluppate in casa, i costi non mi permettevano stampe a colori e neppure una camera oscura casalinga. Produzioni alterne negli anni mi hanno portato ad avere in archivio circa 12.000 diapositive, quasi nulla in stampe e parecchi negativi in bianco e nero. Negli ultimi anni qualche sperimentazione in APS poi : riordinato il tutto, confezionato per resistere al tempo (speriamo), sigillato in scatole di cartone, portato in un angolo sano della cantina e CHIUSO DEFINITIVAMENTE con le pellicole. In cinque anni non ho avuto l'occasione, la voglia e l'intenzione di aprire quelle scatole.  Ma con le pellicole sono finite in cantina anche alcune macchine fotografiche, accessori e dettagli acquistati negli anni. Per fortuna non ho lasciato dei capitali. E le attrezzature che ho lasciato non valgono quanto pesano.I personal computer non sono mai mancati in casa, e allettato dagli scanner piani o per diapositive per recuperare  il vecchio archivio, ho fatto un pensiero: Valutato il costo, valutato l'impegno in ore per la traduzione da pellicola in immagine digitale, valutati i risultati, ho deciso di non fare nulla e non intraprendere questa strada.Piuttosto che guardare indietro, guardo avanti.
weBLOG 002 - 
(002) Inizio ERA DIGITALE per quanto mi riguarda.Con le poche immagini ricavate da telecamera non sapevo cosa fare. Non si proiettano come le diapositive, stamparle era troppo costoso e la qualità non adeguata neanche dell'originale JPG, non si fanno mostre, ma si vedono solo sul computer (i proiettori digitali non esistevano neanche nella fantasia).Tagliato completamente fuori dal giro normale fotografico, ho dovuto impegnarmi per trovare una soluzione.Smanettando centinaia di software ne ho trovato uno in DOS (100.000 lire l'originale) che mi permetteva di accumulare con un certo ordine le SLIDES, musicarle e commentarle con testi o effetti. La costruzione di "Diaporami digitali" (diaporami solo se si usano diapositive) era iniziata. Con immagini di qualità di quel momento costruivo qualcosa. I nuovi "esperti" di fotografia  nel frattempo dichiaravano morte prematura al digitale e snobbavano con sorriso ironico. La cultura del momento era di non leggere riviste specializzate, non sapere nulla, non voler sapere nulla, ma di parlarne in senso negativo. Mi ricordo di avere detto a un amatore "non spendo nulla prece' non ho soldi e non intendo spenderli per la fotografia, ma non solo continuo a produrre immagini ma a fare anche un lavoro completo che non ho mai potuto fare" risposta "ma se tutti fanno come te, io che ho una attività non lavoro più".   Verissimo!!. Ma io devo fare gli affari miei e siccome non ancora rincretinito dalletà e non obbligato a  tirare acqua al mio mulino, ho cercato di scendere da un treno che si infilava in un binario morto.Cosciente di essere solo a queste sperimentazioni, tentavo con scarsi mezzi , PC a medio-basso livello (e anche questi facevano fatica a trattare immagini), immagini  di definizione bassa  (quanto era possibile ricavare),  poco software disponibile (in quel tempo software per windows non esistevano o comunque non accessibili) , i file sonori MP3 non esistevano. I tentativi di emulare i diaporami esistevano, l'idea li superava ma i risultati erano limitati.Avanti ancora...Mi sono fatto un domanda: perché devo emulare i diaporami?  Non posso costruire un prodotto nuovo? Daltronde sono cose diverse: i diaporami sono proiezione di luce e colore e con le tecniche derivanti dalle centraline e dal montaggio si ottengono effetti che al computer non  e' possibile ancor oggi emulare. Quindi non ci provo a fare diaporami.I diaporami esistono finche' esistono le diapositive, e quando queste non esisteranno (o si farà fatica ad averle, trattarle, ecc.... ) i diaporamisti cosa faranno??    Me lo dicano loro se lo sanno.Fino a che non ho termine migliore i miei lavori li ho chiamati ALBUM Definizione di ALBUM:  raccolta di immagini digitali, ordinate per senso compiuto, musicate o sonorizzate, che anche con l'ausilio di testi e commento, abbiano un senso artistico o documentativo.In televisione i documentari esistono da decenni e sono molto maturi , e nell'ambito dei mezzi e preparazione e costi che personalmente posso affrontare, i miei ALBUM vorrebbero essere  documentare televisivi.Intanto il tempo passa  e molta acqua passa sotto i ponti. Acquisto nel 1999 una macchina fotografica a fuoco fisso (gli zoom non esistevano) . La qualità dell'immagine migliora. 1024x768 e' lo standard che mi sono imposto. Poca memoria e costosa mi impediva il disponibile 1600x1200. Si aprono nuovi orizzonti: sperimento software per la creazione di album. Abbandono il precedente il DOS e utilizzo media@show (molto facile ed economico).Ma la fotografia in se' non mi attira più e la mia dedizione per essa cala velocemente. (attualmente nei miei lavori completi, mi occupa il 10%. La fotografia la USO e non e' il fine) .Sono attratto dai progetti.  Progetto sarebbe: prendo la macchina fotografica, vado dove ho deciso, scatto quello che mi serve, ne faccio un album che avevo già pensato, lo metto con altri in un CD e li regalo a chi interessa.Ecco perché uno scatto fotografico non mi interessa, ma alcuni se non parecchi scatti che abbiano assieme un senso compiuto, o una storia, o una logica, o documentativa, o archivio, o ..ecc. ...Il progetto che crea un album non ha nulla a che vedere con un diaporama.Ecco le differenze:1) Le diapositive sono delle trasparenze proiettate a distanza su teloni adatti mentre i JPG (file digitali di immagini) sono visibili su schermo ma non proiettati. E' certo che come definizione a lavoro ultimato una dispositiva e' ancora migliore di qualsiasi buona immagine tecnicamente prodotta in digitale. E il sorpasso  di qualita' ha ancora da divenire.2) Anche se fotograficamente un JPG e' di qualita' inferiore a una diapositiva, ho scelto di operare e creare immagini in digitale trascurando completamente un passaggio intermedio: con pellicola o diapositive, scannerizzare, e creare il digitale. Innanzi tutto e' un accrocchio, costoso perché occorrono scanner adatti che costano come una vacanza per due e di 15 giorni ai Caraibi (preferisco) , tempo a disposizione ( a chi si cimenta dico "auguri; non e' per me", computer e software all'altezza. Il costo delle pellicole e sviluppo (aggiungo anche benzina per andare a portare il rullino dal fotografo e tornare, benzina per andare e tornare  dal fotografo per ritirare il materiale, pagarlo, comperare un altro rullino, parcheggiare in divieto di sosta altrimenti ....) Poi il risultato non migliora. E va bene fin quando ci sono le pellicole poi non so.  Resisteranno per ultimi i vecchi professionisti che di tutto questo ci vivono. Poi non so. (forse per vivere hanno già' cambiato ma non lo dicono).Quindi un digitale per esserlo de essere creato con digitale.3) Ebbene finalmente le immagini sono a casa (5 minuti per il digitale, il tempo si scaricale le memorie, alcuni giorni per le pellicole e molti di più per scannerizzarle). A questo punto bisogna analizzare il progetto iniziale e confrontarlo con il materiale ricavato. Qui e' arte, qui e' idea, qui e' fortuna per creare un risultato.Va considerato che immagini JPG ad alta risoluzione con JPG a bassa risoluzione, all'atto della progettualita' cambiano solamente in definizione e grandezza di byte , ma se immagine e' brutta, non adeguata, non rispondente all'insieme, non ha senso, non ha alcuna importanza come sia stata fatta. E' da scartare.Il buon fotografo deve creare immagini (anche una singola ) pulite e rispondenti alle caratteristiche delle immagini serie. (l'arte insegna) anche se scattata con una usa e getta.Nessuno impedisce, se non e' poi auspicabile, che anche una singola immagine, se ne vale la pena, possa essere trattata, modificata (qualcuno lo fa' fino all'eccesso), fino ad ottenere risultati in stampa soddisfacenti.
weBLOG 003 - 
(003) Apro un argomento STAMPE.  Anni di informatica centrale e distribuita mi hanno permesso di vedere tonnellate di carta, tabulati, archivi pesanti, voluminosi, inservibili, scarsa consultazione, primi ad essere gettati via per questione di spazio, prodotti in quantità perché la psicologia dell'utente informatico prevede che il lavoro finito deve essere tangibile e manipolato. Quindi produrre carta da lasciare invecchiare e ingiallire  e riempire spazi e archivi. (Archivio e' una cosa, deposito cartaceo e' un'altra).Stampa anche perché le informazioni contenute dovevano essere date ad altri.Ricordo nel 1974 lavoravo in un Centro Elaborazione Dati con un Host computer che raccoglieva dati, li elaborava e li rendeva disponibili. I dati erano disponibili nell'elaboratore perché pretenderli su carta negli uffici quando questa era prodotta era già' vecchia e inutilizzabile?? Non c'era verso, si pretendeva la carta e si trovavano le informazioni sul video.Ancora oggi carta?  Molto meno, supporti come dischetti, CD, reti, internet, e-mail, ecc. hanno insegnato che se ne può fare anche a meno.Chissà perché nella fotografia non vale questo principio?? A chi interessa che sia cosi'??Eppure su uno schermo  si vedono dati e oggi anche immagini. E quali immagini?? Vediamo più avanti.Certamente in una mostra occorre creare stampe anche particolari, nelle dimensioni, nelle caratteristiche del supporto (metallo, tela, ecc. ) e questo condivido  (pero' chi paga il conto faccia il conto!!. non spaventarti: paghi tu.) e i risultati potrebbero valere la pena.Ma e' la massa alla quale io penso di identificarmi, (non in quei pochi professionisti ai quali e' concesso qualsiasi cosa, che vedono la massa come contribuenti, ma che hanno comunque il loro tornacconto che non e' concesso alla massa.)La massa erano anche le centinaia di utenti che dovevo soddisfare ogni giorno, con mezzi semplici, economici, ergonomici, e organizzati cosi' come l'azienda pretendeva e con possibilità di mutamento e adeguamento indolore.E ancora oggi penso alla massa  (massa non e' una definizione che mi piace) di possessori di macchina fotografica o produttori di immagini che mediante la tecnologia digitale possono svilupparsi, raffrontarsi, creare, e vedere le molteplici possibilità anche con poche possibilità economiche. Quindi e' per tutti. Per la massa. (la mia e' una deformazione professionale ).IMMAGINI . perché mi interesso poco delle macchine fotografiche digitali? o comunque non sono sollecitato dalle caratteristiche? non mi interessa più un acquisto aggiornato ai tempi?perché creo ALBUM DISTRIBUIBILI e tendenzialmente non più immagini. Spiego meglio. Chi crea immagini? Scanner, macchina fotografica, webcam, telecamera, TV, VHS o DVD, CD, anche telefonini, ecc.La possibilità di avere immagini e' cosi' enorme che poco vale la pena di crearne nuove  (di eguali). Creare un prodotto nuovo con le immagini e' ancora possibile ove non esiste.Ed e' su questo che bisogna puntare.Una parentesi: in Italia le macchine fotografiche digitali stanno superando le tradizionali, ma non e' questo il problema. Le immagini prodotte sono decine di volte superiori alle tradizionali.Le nuove generazioni nate con il computer in casa sanno già trattare immagini digitali senza crearle. ( un  esempio: operai di cantiere che fotografano il lavoro di giornata per la propria direzione avanzamento lavori, alla Standa  commessi o rappresentanti che fotografano scaffali di prodotti , avanzamento lavori in parecchie aziende che prima non usavano immagini come documenti di lavoro).perché mi interesso poco delle macchine fotografiche digitali? o comunque non sono sollecitato dalle caratteristiche? non mi interessa più un acquisto aggiornato ai tempi?perché le telecamere digitali e non stanno rosicchiando il campo delle macchine fotografiche.Tanto più che nei prossimi anni generazioni di telecamere alquanto piccole, potenti, economiche con caratteristiche invidiabili nascono già con il nome anche di FOTOCAMERA. Memorie di massa come memory stick o smart card ecc. , memorie sempre più capienti e meno costose sono impiegate da queste fotocamere che hanno già batteria, zoom, molto zoom, elettronica standard chip, CCD, che si afra' fatica a capire se Telecamera o fotocamera o entrambi. Ovviamente con il costo di una fotocamera si ottiene anche una telecamera.  Sono in tanti che l'hanno capito. E il mercato si muove e si sposta.Non per molto ci sarà da aspettare una telecamera digitale, con  scatto fotografico su memorie portatili da 1600x1200 con discreta qualita' , magari già in formato MPEG o DVD che spingerà ulteriormente il prodotto telecamera per la facilita' di utilizzo, presentazione e montaggio a PC con tutti i suoi aspetti positivi.Sto in attesa che certe cose si consolidino e siano appetibili e fattibili. (sempre anche in costi)ARCHIVIO: ho già detto dove sono finite le mie diapositive. E occupano ancora troppo spazio anche se in cantina. In casa no assolutamente, non dispongo di spazi disponibili.20 CD con copertina e foglio illustrativo nel mio archivio sono 130x130x45 millimetri. Decine di migliaia di immagini.Riesco a ritrovare una immagini fra 80.000 in 30 secondi, anche di quattro anni fa.Ma non solo le immagini, anche i lavori finiti. Sfido un fotografo tradizionale a trovare subito quello che cerca, lavori completi inclusi. E di tutto questo ho pure un duplicato fuori casa (per sicurezza) e le copie distribuite sono ulteriori copie. Non posseggo scatole, scatolette di diapositive, buste, scatoloni, armadi sia in casa che fuori per contenere. Addirittura non uso più le confezioni in plastica dei CD, normali o slim che siano, uso bustine che riducono da 2 a 4 volte lo spazio, il costo e la ricerca. Un CD mi costa 0,28 Euro e una bustina 0,05 euro e un foglio A4 (senza tagli) per la confezione . Tutti se lo possono permettere.DISTRIBUZIONE:  Parola sconosciuta ai fotografi tradizionali. I negativi e le diapositive originali non si danno a nessuno. Sia perché cé' il rischio che non tornino più indietro al proprietario o che tornino danneggiate. Sia perché hanno un costo che non deve essere buttato via: meglio trattenerlo se non e' pagato. Quindi lo si tiene. Altro motivo e': "secondo me e' un'opera d'arte e non posso regalarla a nessuno".  Giusto. Quindi restano nel cassetto mentre ne declamo la bellezza con gli amici. Altrimenti si duplicano (i più furbi solo su richiesta e a pagamento) si pagano, e speriamo di ricavarne almeno le spese. Chi può le regala ed e'  finita li'.Non so quanto costa una ristampa a colori ma un duplicato di CD anche fino ad 8000 immagini costa sempre e solamente 0,32 euro.Attenzione: se parlo sempre di costi non significa che sia un pidocchio, quello che mi resta in tasca lo spendo altrove come ad esempio: passo una giornata a Mirabilandia, mi diverto, scatto, ne faccio un progetto, e resta molto abbondantemente ripagato. E ne avanza ancora.Certo non posso più sentire "ho finito il rullino"  "faccio solo tre scatti e poi basta" . Mi chiedo: sicuramente ogni click si sa cosa costa, non può esagerare e neppure fare quello che vorrebbe, se scatta di più i costi sono solo suoi , lasciamo perdere la distribuzione che e' inaccettabile. Quindi un fotografo cerca di fare il minimo e trarre il massimo senza accontentare alcuno. Una mostra e' mezzo stipendio. Una all'anno e' troppo. Quindi questa mostra e' bene ripeterla per molti anni cosi' costa meno e si ammortizza. Tanto la vedono in pochi, basta cambiare luogo espositivo per continuare a stupire, altri pochi. Ma poi e' sempre la stessa cosa e le stesse cose. Mi e' capitato di trovare le stesse immagini in mostre diverse. Riciclaggio.
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(004)  DISTRIBUZIONE : internet, e-mail, telefonini, telecamere in rete internet, Sempre troppe immagini. Scontate. Per esempio: un fotografo che va in vacanza in Nepal, fa dei buoni scatti, ritorna a casa e proietta o mostra. Bello, bellissimo, meraviglioso, ma di queste cose su un  canale satellitare disponibile per tutto il mondo ce sono 24 ore al giorno per anni e di una bellezza altamente professionale che i miei 10 rotolini migliori spariscono in un attimo.Poi stupiscono perché vorrebbero farmi conoscere un posto che ho già troppo rivisto in documentari professionali. Basta Nepal, lo conosco troppo e sicuramente non sono quelle poche diapositive o stampe che mi servono per la cultura. Inviterei il fotografo (che ha speso migliaia di euro per quella vacanza, e solo come vacanza lo invidio ) a stupirmi con lavori nella piazza del paese ove posso confrontare ad armi pari la bravura di fotografo. Nel Nepal o simili non ci vuole molto fare una fotografia bella, il luogo si predispone da solo e il gioco e' fatto. Se presentato come documento deve essere migliore di quelli che già esistono da decenni e vengono continuamente rifatti. Se presentato come cultura, deve essere molto documentato. Se e' un buon e bel ricordo, sono d'accordo. Se mi piace perché è' stato un progetto sofferto e soddisfacente, sono d'accordo. Se sono immagini inedite, sono d'accordo. Se voglio stupire di bravura, non e' il caso di andare tanto lontano: provaci nella piazza del tuo paese.Anche io sono tentato di fronte al Duomo di Milano di scattare fotografie alla facciata. Devo sgomitare con alcune centinaia di giapponesi, che sappiamo cosa fanno. Scatto comunque,  ma e' molto raro che la mia fotografia sia inedita, più bella di altre milioni già fatte, che sia artistica, lo so: ho i miei limiti come tutti. Ma non posso stupire di fronte a immagini simili ad altre.Ma e' giusto provarci. Ecco perché faccio i miei CD di ALBUM fotografici, digitali, sonorizzati, a bassa risoluzione.Non sono peggiori di altre immagini. (conosco chi di una immagine se la tira per anni, senza nel frattempo fare valore alcun aggiunto) .SONORO:  Come nei diaporami e qualsiasi prodotto televisivo o da telecamera e' opportuno inserire dei suoni o commenti con fondo. Non voglio per qualsiasi motivo inserire musiche commerciali specialmente se cantate, musiche o canzoni del momento, tormentoni di bassa lega che spariscono in breve tempo, perché troppo scontate al momento e fanno diminuire l'attenzione della visione , (il fotografo crea immagini e non musica) o perché quando fuori moda diminuiscono la bellezza della visione. Io personalmente non sono in grado di produrre musica mia, non sono in grado di miscelare musiche commerciali, acquistate o duplicate, per costituire una colonna sonora adeguata alle immagini, io non sono in grado di pagare i diritti di legge per la duplicazione e copyright (lo fanno tutti ma sanno che e' illegale e perseguibile), mi limito a un sottofondo musicale che non duplico ma almeno registro in proprio, che non ha titolo e probabilmente nome di autore (dove me li procuro non esiste alcuna indicazione) non duplico da CD o da internet (nessuna musica delle mie inserite proviene da CD o internet. )L'ideale sarebbe: registratore in mano e come e' faticoso fotografare, molto più faticoso e' registrare. Raro e' avere fortuna per una discreta registrazione. Raro e' la possibilità di ben inserire detta registrazione con le immagini in causa. Ma ci provo. (l'attrezzatura completa e definitiva non supera 130 euro ed e' digitale, quindi senza cassette e due batterie per 80 ore di registrazione, costruisce automaticamente dei vaw che pulisco e taglio per tradurli in MP3 utilizzabili. Scarico 45 minuti di registrazione in file separati in 5 minuti. Garantisco che cè' molto da lavorare e farsi esperienze inedite).Gli album cosi' musicati o sonorizzati sono più originali e veri che con una musica commerciale che magari ne aumenta la drammaticità ma e' falsa e non ha nulla a che vedere con il fatto descritto o verità.Mi avvicino ai documentari professionali, ma devo correre ancora molto....Ho ormai un discreto archivio di suoni, piazza, gente, conferenze, teatro e canti ove possibile registrare, e continuo perché non faccio solo fotografie.Visto che non posso andare in Nepal per stupire, nella mia città vi sono eventi disponibili a essere visti come PROGETTO. Esempio Il Palio, gruppi folcloristici, danza classica, Contrada e sue attività, ricerche storiche, digitalizzare vecchie fotografie o documenti prima di essere definitivamente persi, collezioni, artisti e le loro opere e documentazione e mostre, eventi cittadini, la città in genere o specifico, il campeggio, vacanze, giri turistici, progetti mirati e su richiesta, cose mie personali, la famiglia, i miei documenti, tutte le cose che si ripetono ma che hanno bisogno non di una attenzione artistica ma documentativa. (gli artisti o i buoni fotografi non si sprecano in città ma in Nepal). DISTRIBUZIONE:  I miei CD sono di due tipi: il MENSILE e lo SPECIALE. Il mensile contiene album vari su quanto ho potuto fotografare nel mese e lo speciale quando un unico evento o somma di eventi simili permettono di consolidare un lavoro corposo. Ogni uno del mese preparo un CD e devo farlo. Fino ad ora sono a 15 CD o Mensili e non ho sgarrato un mese. Questo impegno non cè l'ha nessuno. e continuerò per qualche mese ancora. Maggio Legnanese ha permesso oltre al mese anche tre speciali. E' troppo, ma vado avanti. Ad oggi dal mio masterizzatore sono usciti 1788 CD (tutto scritto e registrato in database) . Scrivo sempre la matricola. alcuni di questi sono copie di sicurezza anche doppie delle mie immagini e lavori ma almeno 1450 sono CD (mensili e speciali) che ho regalato. Questo impegno non cè l'ha nessuno ATTREZZATURE: 1) anno 1999 fotocamera ormai fuori catalogo, sconto 35%, ottica fissa senza zoom - quattro batterie di tre esaurite e gettate - 45.000 immagini .   2) anno 2000 fotocamera con zoom 3x - due batterie - 40.000 immagini - acquistata fuori catalogo con 40% di sconto. 3) anno 2003 aprile - fotocamera ottica fissa 200 grammi 199Euro. - sempre in tasca - batterie normali stilo ricaricabili. Praticissima - Cavalletto da taschino - memory stick 64+64+64+32+8+4 mb. Telecamera JVC (del catalogo la più bassa) con la quale faccio filmati discreti e fermi immagini scadenti.Del registratore (sempre in tasca) ne ho già parlato.Macchina ultima acquistata, cavalletto e registratore, batterie di scorta, per un peso totale di 250 grammi nel volume di una sola tasca e' l'attrezzatura che prediligo e porto sempre con me. Memory stick per con autonomia di 800 fotografie 640x480. Questa attrezzatura  portatile la uso per circa il 75% delle immagini o lavori.Attualmente non occhieggio nessun altro mezzo in quanto (come scritto nell'aprile del 2002 - vedi documento RG_SHOW) a fine 2003 vorrei tralasciare la fotografia per altri progetti. (motivo dei pochi investimenti effettuati).  
weBLOG 005 - 
(005) BASSA RISOLUZIONE: Perché? Ho iniziato cosi' perché il digitale e' partito cosi', non esisteva altra risoluzione.Sono rimasto a 640x480 (e' si un po' bassa) perché non mi interessano le stampe, le immagini sono a video e restano a video,  perché tutte le macchine come minimo possono operare in 640x480. perché non mi interessa riempire lo schermo. perché sono piccole mediamente 62.000 byte (23 in un dischetto da 3,5") . perché ho più autonomia con le mie memorie di massa. perché limmagine di bassa o alta risoluzione  sono uguali per gli album che compilo. perché posso usare più velocemente programmi per fabbricare album, perché risultano più piccoli e maneggevoli. perché i computer di si trova il CD (molti sono i computer con potenza più bassa di 250mhz e 64 mb di memoria e lettore di cd e dischi abbastanza veloci.) devo prevedere che il miei CD funzionino almeno sul 90% dei computer esistenti. E' inutile dare un CD da leggere a chi non può leggere. I miei CD sono ridotti al minimo anche per questo motivo. perché mi richiedono molto meno spazio sui dischi e CD di backup. perché devo cambiare le attrezzature (e non voglio - spiego dopo) . perché  non lascio fare stampe ad alcuno ma i miei album ritengo che come mia scelta di lavoro finito deve essere esauriente come presentazione. (daltronde nessun fotografo consegna negativi o diapositive e io nemmeno i JPG da stampare - e' una scelta, cosi' evito di sentire dire "ho fatto delle stampe ma sono venute sgranate" Chi glielo spiega che a me non interessano le stampe.) perché anche la musica pesa nei files e nell'insieme e pesa anche come lavorazione e scelta. E' un lavoro in più. Trovare MP3 o VAW in quantità e adatti non e' facile. Provateci.  perché non e' la risoluzione che fa una buona immagine ma limmagine deve essere corretta (indipendentemente dalle attrezzature) e significativa per gli scopi prefissi.Ho visto delle immagini in alta risoluzione con teste tagliate, inclinate, controluce spaventosi, sporche di contenuti inutili. Non ce ne era una buona neanche per il cestino. E' meglio ricavare buone immagini possibilmente, dico alla povera MASSA (povera nel senso di poca attrezzatura fotografica, poca attrezzatura Personal Computer, povera magari di conoscenze di tecniche di PC e software, magari con pochi soldi da investire)  e fare vedere le fotografie piuttosto che bellissime che non si vedranno mai.Quello che faccio io lo possono fare tutti in quanto peccano di semplicità ed economia. Quindi datevi da fare.LO SCRIVO IN MAIUSCOLO: TUTTI I MIEI LAVORI SONO MIGLIORABILI. Queste pagine lo dicono chiaramente. E' sufficiente adottare tecniche già vecchie e consolidate. Risoluzione massima, musiche di qualita' CD, effetti pesanti  (che alla fine non pagano in bellezza  ma in pacchianeria) Computer capienti, veloci, schermi di qualita', proiettori, masterizzatori veloci (devono lavorare di più), sicuramente più tempo disponibile di quanto personalmente dedico, software dedicati e più costosi, schede grafiche adatte e poi chi li sa' usare????LASCIO IL CAMPO LIBERO.Ho dichiarato che la fotografia mi interessa il 10% di tutto il lavoro. Preferisco investire in idee, progetti nuovi, progetti allargati alla musica alla grafica, alla titolazione, alla documentazione scritta e culturale, a fare album utili e mirati per li usufruisce, fare del miniturismo e se capita fare fotografie, allargare le conoscenze di trattamento e acquisizione suoni, creare (questa nota non centra nulla con il testo, ma chi riesce a leggerla , mandarmi una E-mail di conferma, avra un omaggio. E per una statistica: quanti sanno leggere? Quanti sanno interpretare la lettura? Quanti parlano senza sapere nulla? : parentesi chiusa)) un database di registrazioni sonore, uso dei software da PC per trattamento immagini,(anche se ne faccio per niente uso: una immagine digitale per me e' una diapositiva, non si modifica, e' falsificarla, se non e' buona non e' buona e basta e forse e' meglio cambiare fotografo piuttosto che cambiare la fotografia (escluso l'arte)). curare l'assieme degli album nei singoli CD, presentazione del CD con software adatti, semplicità e interazione, universalmente funzionanti su qualsiasi piattaforma di sistema, la cura della sicurezza dei miei dati, archivio semplice e dettagliato, duplicazione di backup,  costruzione cataloghi in PDF, HTML, creazione sito internet, uso di E-mail, ecc.  (fosse solo fotografia ....) DISTRIBUZIONE:  Pesante il lavoro di distribuzione e pubblicità del lavori. Non ne discuterò troppo ma ho un pensiero.Non voglio più interessare altri con i miei lavori, ma devono essere loro ad essere interessati. Non regalo più nulla a nessuno. Chi vuole può trovare l'elenco dei CD in Internet in un mio sito dedicato o chiederlo tramite una e-mail. Deve leggere tutto il catalogo, anche questa pizza, e se ha capito cosa sono, cosa faccio, perché e cosa vorrei fare, l'accontento. Diversamente ho il piacere  di non avere perso inutilmente il mio tempo, soldi, dedizione, speranze e illusioni. Quindi, informazioni usando internet. Chi non ha questi mezzi, quanto scritto sopra, non può capirlo.Anche il tempo del gratis e' finito. Non ho tariffario e non lo dico, ma delle spese anche minime, si' . Prendetene atto e non fate la figura dei piangina bisognosi di tutto a gratis.Gratis non vale niente e possibilità di gettare via senza preoccupazioni. I CD intendo masterizzarli solo su richiesta; sono finite le promozioni.Certamente mi basta uscire dalle spese (se avete letto più sopra saprete stabilire quanto) , sicuro non arricchirò, ma troppi non riconoscenti vogliono la pappa pronta e non mi interessano. Comunque a chi e' interessato e solo secondo mia opinione, le cose sono diverse.
weBLOG 006 - 
(006) 17 giugno 2003: CONCLUSIONE:  sono orgoglioso di avere avuto idee e averle sviluppate e molto in anticipo. E non è finita. Non ho la macchina fotografica adeguata.   Argomenti da sviluppare:COLLABORATORI: al momento pochi ma a loro darò il massimo della mia collaborazioneDove sono arrivati i miei CD??  Molto lontanoQuanti??? quelli che io ho masterizzato li ho contati ma so per certo che sono stati duplicati e diffusi ulteriormente. Grazie per l'aiuto e per avermi alleviato un lavoro pesante e oneroso.perché uso i software attuali??Cosa vorrei sviluppare a breve (2 mesi) (6 mesi) (1 anno)???a seguire prossimamente
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(007)   (29 giugno 2003)Mi piacerebbe avere una telecamera con- scatto fotografico su memory stick  - scatto fotografico con risoluzione 1600x1200- visibilità  notturna a infrarossi  (non importa se le immagini risultano verdi, ma che sia impossibile ottenerle diversamente)- grandangolo 33 mm (paragonato al 35mm) e zoom 10x ottico- aggiuntivo grandangolare a parte- Aggiuntivo rapido da cavalletto a vite normale a telecamera (usado i normali cavalletti esistenti- caricatore di batterie a parte- possibilità di messa a fuoco manuale- piccola e leggera- cassette DV normali- faretto incorporato- possibilità di montaggio flash per le fotografie. (vedere attacco)- microfono esterno supplementare- micro cavalletto con morsetto e sgancio rapido.- Possibilità di fare fotografie in contemporanea con il filmato- Possibilita' di travaso da telecamera a registratore DVD- Possibilita' dii usare un software di editing (solo storyboard) da PC per il travaso delle scene scelte su Registratore DVD- oppure possibilita' di usare l'editing incluso nella telecamera per travasare le scene scelte su registratore DVD- Registratore DVD per immagazzinare/duplicare/spostare filmati anche su DVD solo di lettura in altri luoghi.- ecc.- attenzione che si stanno muovendo supporti di registrazione direttamente su DVD e in formato DVD. Intuisco i vantaggi di tale sistema ma per  i prossimi sei mesi preferisco fare losservatore.Importante e la qualità del lavoro piuttosto che la qualità del prodotto. (esempio: se devo attacare un quadro sul muto e ho a disposizione martello, chiodo storto e ruggine e chiodo tecnologicamente avanzato, preferirei essere preparato a usare il chiodo ruggine e storto perchè mi permette di capire di che cosa si tratta e come si tratta. Il chiodo tecnologico entra da solo nel muro.) A cosa mi serve? fare fotografie *.jpg al posto della macchina fotografica e fare spezzoni di filmatiSpezzoni che all'atto della ripresa devono avere gia' una regia e un taglio. Questo per evitare di travasare gli spezzoni da telecamera a P per poi fare editing da PC. Vorrei. inoltre travare questa serie di spezzono cion un editing semplice su DVD per immagazzinare e distribuire. IMPORTANTE: non iusare il PC per il montaggio. Mi accontento.E comunque uno sfizio.  
weBLOG 008 - 
(008)  (29 giugno 2003)Spezzoni di filmati: mi devo dedicare con la telecamera a fare filmati, ma non quelli tradizionali. Per spezzone di filmato intendo una sequenza di 10secondi a 1 minuto, che sia uno spot e che abbia un senso compiuto. per esempio una pubblicità ha una durata di pochi secondi ma avrebbe la pretesa di raccontare qualcosa. Questi spezzoni verranno salvarli in formato MPEG su CD mensili o speciali, e con un programma apposito, creare una lista di questi spezzoni ed eseguirli. Lascio allabilità di chi visiona questi spezzoni ad eseguire questo montaggio virtuale (play list  come si usa con i programmi di riproduzione sonora)Caratteristiche degli spezzoni:- Questi spezzoni li considero come diapositive e lutente, se vuole può accodarli a piacimento- Possono essere considerati micro-micro filmati. ed essere sequenza unica (quindi non montati perché il montaggio eventualmente lo può fare lutente. Al limite posso consigliare la sequenza o predisporre qualcosa di simile)- il sonoro possibilmente originale della registrazione. Vantaggi:- In questo modo il metodo della ripresa deve essere studiato a priori. E un bel allenamento.- non impegna molto i personal computer anche non adeguati ai montaggi tradizionali- Gli spezzoni sono piccoli e non impegnativi- Limpegno vero deve essere lo studio della ripresa singola.- i montaggi tradizionali possono essere comunque eseguiti in qualsiasi momento (con il vantaggio almeno di avere attentamente e preventivamente studiato  le sequenze singole (spezzoni )).- si sviluppa quindi lattenzione massima e propositiva di qualsiasi ripresa anche se di pochi secondi.- Questo metodo  di lavoro può essere applicato da tutti, anche da coloro che non hanno PC, spazi su disco, tempo a disposizione (anche di computer o rendering), CD come supporto del lavoro finito, schede grafiche e possibilità di montaggi.- qualsiasi telecamera può essere impiegata.- prestare attenzione al lavoro da eseguire più che al mezzo a disposizione.- Ci si può allenare anche senza telecamera ma visionando una cassetta o propria o film, oppure qualsiasi sequenza mobile offre il mercato.- diversamente da una fotografia fissa deve distinguersi per la mobilità contenuta nello spezzone.- il software per acquisire gli spezzoni, per tagliarli , per creare la play list sono disponibili sul mercato, sono freeware, sono piccolissimi, non impegnativi, facili da usare. copiabili e distribuibili gratuitamente. (ho già fatto una prima scelta - poi vi spiego)
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(009) USO DEL REGISTRATORE    Certamente non è il mio compito diffondere, duplicare, ecc. musica commerciale. Non sono in grado di fare musica o sottofondi in proprio, ma di ascoltare dal vivo gli eventi (non necessariamente musicali) e registrarli però  mi è possibile. Uso un registratore digitale non professionale (120 euro) con la possibilità di registrare 45 minuti in alta qualità (diffidate delle altre qualita inferiori perché non accettabili in computer, e diffidate dei tempi lunghi di registrazione, in questi registratori solo la qualità alta è accettabile, le altre non esistono), mono e a una frequenza di 22000 chiamata RADIO. Con una carica di batterie si possono fare anche 25 ore di registrazione e trasporto dati. Questo registratore di cui non nomino il modello né marca, ha la porta USB con il vantaggio di portare le registrazioni automaticamente da registratore a PC in formato wav. Si scaricano 45 minuti in 5 minuti con il vantaggio di trovare gli spezzoni *.wav già tagliati e utilizzabili. Con un programma FREE si ascolta il *.wav per procede alle modifiche di taglio, volume, fade, montaggio, ecc. Con un programma FREE si trasforma il *.wav pulito in *.mp3. Il vantaggio del mp3 è che occupa da 6 a 10 volte meno rispetto al wav. Qualità finale accettabile considerando i costi bassi di acquisto, di manutenzione, peso (60 grammi) spazio (il volume di 5 sigarette) software FREE e di facilità estrema (basta seguire la procedura di lavoro ormai standardizzata) Tenere contro che di professionale non vi è nulla, ma di fantasia da rincorrere una esagerazione. Ad oggi ho quasi un migliaio di registrazioni di vario tipo ed ho ancora spazio sul un CD. Il vantaggio di un registratore digitale è che il microfono non registra i rumori di fondo della cassetta che cigola e del motorino che la trascina. Quindi il risultato è più pulito. E possibile aggiungere un microfono esterno, ma non ho notato vantaggi ed è un aggeggio che costa quasi come il registratore e impegna di più ed è scomodo.Come si può migliorare? Registratori con memory stick o altre memorie intercambiabili, aumentano lautonomia (per registrazione lunghe come conferenze oppure lasciare il registratore acceso e non preoccuparsi subito di risparmiare il tempo di registrazione, ma occuparsene poi per i tagli - registra tutto, poi vedremo) Stereo, qualità tipo CD, microfoni esterni, ecc.  (aumentano i costi). Altri modelli con dischetti, DAT, non li ho sperimentati.Per il momento mi accontento così, ho tanta carne sul fuoco.  
weBLOG 010 - 
(010) CREAZIONE ALBUM.  Un album è un insieme di singole fotografie. Considerato che lavoro esclusivamente con personal computer, mi devo premunire di software adatti. Anni fa esistevano solo SLIDESHOW, che non mi vanno bene perché allatto della distribuzione devo copiare anche il programma specifico che ha costruito lo SLIDESHOW (i programmi non si copiano per legge) , poi questi programmi devono essere installati sui PC (    1) - non mi va di sporcare dischi e sistemi altrui con programmi forse indesiderati, 2) -che nel tempo devono essere aggiornati (cambio di release) e 3) - con il tempo possono essere cambiati con altri software) .Nel 1998 e 1999 ho trovato un software ( non ricordo il nome ) che non rispondeva alle mie esigenze ma aveva delle caratteristiche interessanti.  Anche se aveva i difetti sopraelencati, dovevo accontentarmi (lavorava esclusivamente in DOS e la qualità dellimmagine era scadente e il sonoro pesante e ingestibile)Con 100.000 lire ho poi acquistato un software che produceva un *.EXE come il risultato finale. Sganciato dai punti 1) 2) 3) ho iniziato un uso massiccio. Qualche problema con il software (inceppamenti, problemi di memoria e di controllo del sonoro) mi hanno fatto migrare al software attuale. Ci tengo a precisare che i software di lavoro sono regolarmente acquistati.Questo ultimo software che si acquista in un qualsiasi supermercato ha qualche vantaggio e qualche mancanza:BENEFICI: 1) non produce un *.EXE quindi nella distribuzione è molto difficile che trasporti un virus.. 2) facilissimo da usare. 3) il tempo di realizzazione di un album varia da 2 a 10 minuti. Decisamente veloce in tutte le sue funzioni. . 4) Costo bassissimo 5) funziona su tutte le piattaforme 6) possibilità di modificare la risoluzione finale indipendentemente da quella delloriginale che non si tocca  7) Possibilità di modifiche dellimmagine (loriginale non viene toccata) come taglio, effetti, rotazione, ecc. 8) gestione avanzata degli mp3 (un buon passo in avanti) 9) - Il lavoro finito e parametrizzabile es. dalla minima risoluzione alla massima risoluzione, vari formati di quadro di visualizzazione, possibilità di fermare una immagine, immagine avanti e indietro, stop, veloce, regolazione volume del sonoro, informazioni generali in un quadro informativo fuori dallambito delle immagini, note, informazioni, ecc.  10) Non ho mai avuto incidenti come - PC che si pianta - Non funziona su alcuni PC - danneggiamenti - perdite dati,  11) Pochissimo spazio su disco (oltretutto è parametrizzabile a piacere) quindi con benefici allarchivio. MANCANZE:  1) non legge i MIDI  2) Per essere letto deve essere installato sul PC ospite un player (però è per niente pesante, non porta complicazioni al PC, è distribuibile per legge (raccomandato dal costruttore).Il player da installare lo inserisco sempre in ogni CD distribuibile Certo è che non voglio utilizzare un software di montaggio cinematografico (AVI, MOV, MPEG, ecc. ) che sono tutta unaltra cosa sia nella costruzione del lavoro e nei volumi di byte del lavoro finale.Per il momento costruisco album distribuibili e non altro. Per il momento e nella sua categoria è il migliore. Lo raccomando in quanto dà soddisfazioni. Sto studiando un compromesso da mettere album (rimpiccioliti) sul sito da leggersi subito o da scaricare. (massimo 300,000byte  0,3megabyte). Musica compresa.
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(011) Dove trovo le musiche???    Non intendo usare CD o cassette commerciali da duplicare, ma usare registrazioni personali.  Non sempre e possibile quindi ho tendenza a inserire dei sottofondi anonimi, che difficilmente hanno una ragione estetica con le immagini,  ma che hanno deciso potere di digeribilità delle immagini. Non intendo usare una colonna sonora che ha alto potere di impatto con il pubblico che si distrae e non vede  le immagini. Gli ALBUM sono fatti di immagini principalmente.Mi piacerebbe (ma non lo farò mai) comporre e suonare la colonna sonora del album. Sarebbe una soddisfazione maggiore essere completamente creativo (non copione - specialmente duplicatore). Sarebbe il massimo ma non insisto più di tanto perché ci sono dei limiti di possibilità.    
weBLOG 012 - 
(012) CONSIDERAZIONI SUGLI ALBUM   Chi ha detto che gli album fotografici (vedi definizioni precedenti) debbano essere solo un lavoro artistico, quindi servire solo a se stesso o a chi lo produce. . Personalmente ho creato: 1) cataloghi  2) documentazione di pubblicità (es. immobiliari) 3) contenuti personali (documentazione)Lautore di questi album ha solo il limite della propria fantasia per crearne un utilizzo.Il fatto che siano DISTRIBUIBILI hanno la potenzialità di informare e fare documento   (sotto internet sono in sperimentazione).
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(013) DOVE SONO FINITI I MIEI ALBUM???  Non voglio fare elenchi ma faccio alcune considerazioni prese dalla realtà.Esempio: Alcuni insegnanti di scuola elementare  nel sud Italia proiettano in aula alcuni miei album, Specialmente quelli culturali o caratteristici, vedi palio di Legnano, beni architettonici, paesaggi, luoghi, curiosità (molto importanti)  per farne delle discussioni. Ho avuto notizia di parecchi duplicati dei miei CD.Esempio: ALBUM a di forte documentazione sono in biblioteca comunale per essere visionati e dati in prestito come la biblioteca è organizzata. Un ALBUM E UN LIBRO DI IMMAGINI.    e un insieme di album è come una enciclopedia a fascicoli che ognuno può organizzarsi.Esempio: Ho scoperta di chi intende fare una collezione.  
weBLOG 014 - 
(014) MOSTRE FOTOGRAFICHE in internet.  In discussione e' il sito  /RGSH01.  Sicuramente non sara' finito cosi'. Provo a sperimentare questo metodo:- Un sito e' composto da pagine HTML,- un indice di fotografie (indice con icone da 80x80 pixel),- otto icone per riga (si intende un portfolio  univoco ) o multiplo di otto,- piu' portfoli nello stesso sito,- le immagini sono a risoluzione 320x240- possibilita' di AVANTI, INDIETRO, PAGINA PRINCIPALE,- temporizzata a tre secondi a ciclo continuo.- I nome del sito sara' RGMO01        RG=Redigonda Giorgio  MO=mostre  01= sequenziale ecc.
weBLOG 015 - 
(015)  18 luglio 2003 BLOGUn BLOG (abbreviazione di weblog) e' una specie di diario che e' possibile aggiornare quando si desidera, aggiungendo contenuti. Esistono software specializzati e molti siti che offrono questo servizio, ma perche' non cimentarsi a farne uno "con le proprie mani"?. proviamoci.l principio e' semplicissimo: quando si ha qualcosa da dire si aggiunge una pagina del BLOG.Il mio personale BLOG e' composto da un numero di riferimento (XXX), da una data e dall'argomento.Un SOTTOSITO e' composto da un certo numero di BLOG a secondo della capacita' totale. Quando un sottosito BLOG e' ritenuto saturo, si chiude e si inizia un altro. Il numero identificativo prosegue comunque nella numerazione sequenziale. I sottositi BLOG sono RG01 (contenente BLOG da 1 a per esempio 20). RG02 (da 21 a ??) e cosi' via.Ovviamente non saranno riportati gli AFFARI MIEI ma soltanto notizie mie e di mia esperienza che possono servire a qualsiasi persona. Gli argomenti possono essere di qualsiasi genere  ma sempre di interesse comune e non di tipo personale. In altre parole: quanto posso dire a chiunque, qui lo scrivo. Ed e' di dominio pubblico.
 
WEBLOG
 
weBLOG 016 -
(016) 18 luglio 2003  Siti visitati
 
applaus.info
agibbels.de
euro-download.it
download-italia.com
files.trafficadavance.net
e-drummer.net
nowopen.com/drums
muzikdost-lari.virtualave.net/schedule.it
bofrost.it
 
 
 
weBLOG 017 - 
(017) 17 luglio 2003 Software utilizzati 
Nella compilazione dei CD fotografici (insieme di album di mia produzione) ho trovato in internet un menu' iniziale, autopartente dal CD, con figura iniziale 800x600 (jpg) personalizzabile, che automaticamente su una finestra con tendina scorrevole propone la scelta dei file *.AX! (che sono album) che in quel momento si trovano nel CD. L'installazione e la personalizzazione e' semplice  e funziona anche su disco fisso per menu' personalizzati per files residenti su directory.
Lingua tedesca, ma si capisce subito.
 
 
weBLOG 018 - 
(018)  17 luglio 2003 Software utilizzati 
Ho creato un automatismo che legge i files che si voglino ( es. *.*) da una directory e sottodirectory, crea una tabella con voci eseguibili, Ottimo per creare menu' eseguibili. Completamente automatica. Un menu' personalizzato si crea in pochi secondi senza bisogno di alcuna operazione supplementare. Il file di menu' e' un *.HTML e funziona su CD, disco fisso, rete, internet, ecc.
Troppo semplice e allunga lavita.
Non occorre sapre nulla dei codici HTML.
Nei prossimi CD, questo files di inizio avra' nome INDEX.HTM (sui CD sara' il menu' principale).
 
 
 
weBLOG 019 - 
 
(019)  17 luglio 2003 SACRI MONTI
(Sacri Monti e' un lavoro che ho iniziato nel febbraio 2003  e che ho dovuto interrompere per diversi motivi. ) Ma non ho finito!!!
Alcune note
testi di:   F IORELLA M ATTIOLI CARCANO
Sacri Monti verbanesi. Sul finire del Quattrocento una frate francescano dell'Osservanza, il milanese Bernardino Caìmi, che aveva svolto il suo ministero anche presso la Custodia di Terra Santa, considerando le notevoli difficoltà che i pellegrini diretti in Palestina incontravano dopo la caduta dell'impero ottomano, andò maturando l'idea di riproporre in Occidente la Città Santa per eccellenza, ricreandone i luoghi. L'intento di riproporre i luoghi gerosolimitani ha antiche origini e fonda i suoi presupposti sul desiderio di vedere ricostruiti alcuni monumenti - soprattutto la basilica del Santo Sepolcro - la cui presenza in una città sembrava portare una parte della carica sacrale di cui erano intrisi i modelli, diventando motivo di prestigio, ma anche preciso rimando al santo luogo dove Cristo vinse la morte. L'amore per la Terra Santa e la riflessione su una sorta di "allontanamento" sempre più significativo della stessa come meta dalle itineranze devozionali, portarono il Caimi a concepire l'idea di una Gerusalemme, che oggi diremmo quasi "virtuale", carica di significati devozionali e penitenziali, verso cui i pellegrini potevano tendere, costituita dall'insieme di luoghi santi, collocati in una mìmesi che inseriva la copia degli stessi nell'assetto urbano di una Gerusalemme ricreata nella topografia e, quasi, negli aspetti geografici. La ricerca del sito ove collocare la trasposizione pare abbia impegnato a lungo il religioso negli intervalli fra le tante missioni. E finalmente un incontro segna l'evolversi del progetto: quello di frate Bernardino con il monte che dominava Varallo. Nasceva il primo Sacro Monte: « ut hic Hierusalem videat qui peragrare nequit » ("affinchè qui veda Gerusalemme chi non può andarvi pellegrino": così in una lapide del 1491, apposta alla cappella del sepolcro di Cristo). Oltre a Varallo, sacro monte "capostipite", altri sacri monti si trovano nel Nord Italia, ed in particolare tra Piemonte e Lombardia. Di alcuni di essi, verbanesi per collocazione, si dà nel seguito un breve cenno.
 
LOCARNO Nel Ticino pochi anni dopo l'inizio dei lavori di Orta, presso un santuario mariano, dove nel 1480 si era ritirato in solitudine e preghiera un francescano del vicino convento di Locarno, fra' Bartolomeo d'Ivrea, si andava costituendo un Sacro Monte, ancora una volta ideato dai figli di san Francesco. Così si legge in una descrizione del 1596: "Santa Maria del Sasso, chiesa ampliata da un certo frate che abitava quivi dove era allora la semplice cappella della Madonna, ora...sono di bellissime cappelle dentro, et di fuori in altri monticelli vicini... la strada è assai larga e ben capace, et a passo a passo vi sono cappellette, che se fossero ben ornate resembrerebbero a Varallo". Inizi difficoltosi per un complesso che sembra dapprima assolvere a intenti devozionali, più che didattici-popolari, ma che già presenta una certa progettualità e intende proporre ai pellegrini i Misteri del Rosario, tema nuovo, che Varese riprenderà e svilupperà. Il progetto non giungerà a compimento, soltanto alcune cappelle furono corredate del discorso iconografico. Del complesso rimangono sei cappelle, rimaneggiate nel tempo, in cui vi sono sculture di Francesco Silva, statuario attivo anche presso altri Sacri Monti
 
ARONA L'idea di dedicare un Sacro Monte alla vita di un santo, sul modello di quanto avvenuto ad Orta, il padre oblato Aurelio Grattarola, propone di dedicare un itinerario figurato a Carlo Borromeo, che molta parte aveva avuto nella risistemazione di Varallo e che proprio di ritorno da quel Monte, dove era stato in ritiro spirituale, era morto nel novembre del 1584. Il percorso di quindici cappelle sparse nel bosco attorno al castello dei Borromeo, aveva come suo centro una colossale statua del santo. Il cardinale Federico Borromeo benedì la prima pietra del 1614. Il progetto della colossale statua fu affidato al Cerano, che realizzò il modello, e predispose entro il 1631 alcune parti, ma l'opera fu compiuta solo nel 1692 da Bernardo Falcone. Varie e complesse vicende non permisero l'attuazione del progetto, nonostante le cospicue offerte. Oggi restano solo tre cappelle prive di statue.
 
GHIFFA Il difficile tema trinitario è affrontato nel Sacro Monte di Ghiffa, del cui progetto rimangono solamente tre cappelle: "L'incoronazione della Vergine" del 1647, "di San Giovanni Battista" del 1659 e " di Abramo" del 1722. Un porticato che accoglie le stazioni della via Crucis fu edificato nel 1752. Anche questo percorso devozionale sorge presso un'antica chiesa, dedicata appunto alla Trinità, presso la quale viveva un romito dell'ordine dei Trinitari. Il luogo era molto frequentato in occasione delle fiere, momento di aggregazione sociale di notevole rilevanza e meta di pellegrinaggi. Non si conosce il progetto alla base di questo Sacro Monte, che si presenta come aggregazione di elementi episodici, che tuttavia trovano un loro fascino nello stretto collegamento fra l'architettura e la natura.
 
BRISSAGO Poco lontano dalla Madonna del Sasso di Locarno, nella seconda metà del `700, Antonio Francesco Branca, ricco mercante del luogo, penso di far edificare un Sacro Monte, sempre incentrato sul tema della Passione, posto a contorno di una chiesa dedicata alla Madonna Addolorata. Il complesso devozionale è costituito da tre cappelle e da alcuno piloni a nicchie più o meno ampie. I Sacri Monti sono molto vicini per il loro impianto scenico alla sacra rappresentazione, certo emotivamente più coinvolgente, ma effimera, poiché terminato il dramma tutto si dissolveva. La sacra rappresentazione, benché non sostituita per il suo dato recitativo e di movimento, si trasfondeva nella scena delle cappelle, dove i personaggi, a grandezza naturale, creavano un teatro immobile. Il pellegrino fra questi "tableaux vivants" a struttura fissa, era immerso nella storia della salvezza, nella vicenda terrena dei santi; non doveva solo "immaginare", ma diveniva spettatore, "vedeva" e, come nel caso della prima fase del Monte di Varallo, poteva muoversi dentro la scena sacra, quasi ne fosse attore. Egli era lì: nell'intimità dell'Annunciazione: "Nulla è impossibile a Dio"; intenerito davanti alla Natività "gloria in excelsis Deo"; sconvolto dalla carneficina della Strage degli Innocenti, assisteva all'Ultima Cena, vedeva il sudore di sangue all'Orto degli Ulivi, seguiva il Cristo nei palazzi di Pilato e di Erode, attonito era fra gli astanti muti davanti alla morte in croce: "Tutto è compiuto" Ed infine il devoto, con le pie donne, contemplava il sepolcro di Cristo vuoto, il mattino di Pasqua: "Perché cercate il Vivente in mezzo ai morti? Non è qui, è risorto" Il pellegrino aveva così raggiunto, "super parietem" a Varallo, nella selva di Camporena, sulla penisola incantata di Orta, nelle colline azzurre del Monferrato, in altri grandiosi o piccoli Sacri Monti, la Santa Gerusalemme, la mistica Assisi, la gloria senza fine del Paradiso.
 
 
weBLOG 020 - 
(020)  22/07/2003 SITO INTERNET
Fare fotografie, fare album, pubblicizzarli, ecc. e' un lavoro; ma aggiungere anche la problematica di un proprio sito internet e' stressante.
Vorrei discutere di come vorrei un mio sito o come vorrei che possa essere.
Elenco gli aspetti secondo me negativi:
a) Grafica notevole,
b) sfondi tediosi e scuri,
c) siti pesanti e con tempi lunghi,
d) caratteri piccoli (anche formato 6 ),
e) colori esagerati
f) tempi lunghi di composizione pagina,
g) link esagerati che portano fuori del proprio sito,
h) pretesa di creare dei portali ......
i) Link subdoli. (ti portano in pubblicita', in altri siti, in altri portali, cioe' dove non ti interessa, cioe' dove interessa chi ha creato questi link.)
e altro ancora
 
 
 
weBLOG 021 - 
(021)  22/07/2003 SITO INTERNET
Elenco gli aspetti secondo me positivi:
a) Ho una idea. Bene.  Scrivila o documentala. Oppure vuoi dire qualcosa ma non sempre a delle persone fisiche, c'e' il rischio di ripetere sempre la stessa cosa con grande fatica e il piu' delle volte di averlo detto a persone sbagliate o ...  
b) Internet e' il supporto di questa idea. Non tutti vedono internet e peggio ancora il tuo sito. Non fa nulla. Intanto ho un posto dove le mie cose  sono in chiaro. Dove sono scritte dette una sola volta con poca fatica.
c) Non devo fare pubblicita' a nessuno. Non voglio vederne il motivo.
d) Non ho link neanche per i miei sottositi. Chi vuole visionarli ha le semplici istruzioni. E' sicuro che non ci va per sbaglio perche' ha cliccato non sa dove, ma ha scritto l'istruzione per arrivarci. (Chi ci arriva ha coscienza)
e) non ho link per altri siti. NON SONO UN PORTALE. Ma se c'e' qualche sito di mio interesse lo rendo noto, ma voglio che si scriva l'indirizzo per arrivarci. Devo avere coscienza. (Ho visto un amico che aveva  provato un mio sito e dopo avere fracassato il mouse di TASTO SINISTRO e non essere andato altrove mi ha detto: Non funziona niente.  Ebbene; aveva dimenticato di leggere quanto scritto, non aveva fatto caso a qualsiasi contenuto scritto o rappresentato, ha scoperto che non vi era nulla da SCHIACCIARE e quindi non funzionava nulla. Indispettito perche' il click del mouse non rispondeva, non funzionava, non azionava nulla, mi disse: "Non va. Cosa faccio?".
Questo tizio non ha letto, non ha prestato attenzione, ha usato il mouse come una zappa in attesa di colpire qualsiasi cosa sullo schermo, si apettava che qualsiasi cosa succedesse per essere  approvata al suo giudizio.
Si e' incavolato perche' non e' successo nulla.
Non e' colpa mia.
 
 
 
weBLOG 022 - 
 
Requisiti tecnici per ottenere una stampa di qualita' da file digitali
 
Risoluzione       dimensione file       10x15 11x16       12x18 13x18       15x21       20x30       30x45
                                                 
2048x1536       3 mega px       perfetto       perfetto       perfetto       perfetto       perfetto
1600x1200       2 mega px       perfetto       perfetto       perfetto       Buono       Buono
1280x960       1 mega px       perfetto       perfetto       Buono       Scarso       Scarso
                                                 
1024x760       800 mila px       perfetto       Buono       Buono       Scarso       Inacc.
800x600       480 mila px       Buono       Buono       Scarso       Inacc.       Inacc.
640x480       300 mila px       Buono       Scarso       Scarso       Inacc.       Inacc.
 
 
 Supporti digitali:
Pellicole (135-120-110-APS), Diapositive, SD Card, CompactFlash Card, SmartMedia Card, Floppy disk, PCMCIA Card, CD-ROM, Memory Stick, Zip, Micri Drive,
 
WeBLOG 023 - 
 
28/08/2003 BLOG002
 
Finite le ferie. Il caldo mi ha congelato le attività. Ma ho costruito in sito per il campeggio che frequento. E' ancora nella versione 0 e non ancora visionato dalla direzione, ma sono a buon punto. Poche le fotografie nel mese di agosto ma molta raccolta di materiale documentativo per il sito.
Sito che comunque procede molto bene nella stesura e completamento. Non dipende da me ma sarà ufficiale penso al massimo fine ottobre.
E' un lavoro comunque notevole, per questioni tecniche, di capienza, di ricerca informazioni, ecc.
 
 
Progetti per settembre 2003
1) entro il 4 settembre presentazione ufficiale sito "Vecchia Fornace"
2) 8 settembre modifiche eventuali, aggiunte e risistemazioni.
3) dal 10 al 16 settembre preparazione progetto "16/21 08" . Pomeriggio e sera del 10 11 12 15 in loco dall'inizio giornata alla sera tardi per fotografie delle preparazioni della FESTA. Mi pretendo una documentazione fotografica completa e dettagliata, alcune ore di telecamera, scelta immagini e preparazione CD "SPECIALE FESTA 09/2003". Prevedo nella preparazione circa 1550 fotografie.
 
4) Il 16 17 18 19 20 21 presenza ad oltranza (tutto il giorno compresa cena e serate fino a tardi (primo ad entrare e ultimo ad uscire)) per la documentazione. Per il momento non ho dettagli della FESTA. Durante la FESTA sarà aperta una mia mostra personale digitale che devo curare di persona. (saranno comprese le immagini del giorno precedente)
 
5) preparazione CD speciale FESTA, presentazione e consegna. Preparazione mostra
 
6) dal 21 al 28 settembre Gruppo Fotografico Famiglia Legnanese. Aiuto alla preparazione della manifestazione del 20/21 sett. Fotografie, documentazione, preparazione CD SPECIALE della manifestazione.
 
7) 28 settembre "GITA DI GRUPPO" al lago
 
8) Preparazione di INCONTRA 2003"
9) Ritrovare gli ARTISTI per la documentazione  e organizzazione due manifestazioni in ottobre (Legnano e Magenta?)
10) Gruppo Focloristico "I AMIS". Spettacolo del 21/09 a Bernate Ticino ore 15,00, spettacolo del 27/09 (sabato sera) a Magnago, Spettacolo del 28/09 pomeriggio in Legnano Oltrestazione. Spettacolo del 12/1 pomeriggio nella casa di riposo Accorsi.
 
11) Riapre la contrada in settembre (non so il giorno) e iniziano le attività. Devo spingere le modifiche e aggiornamento, meglio ancora le grandi implementazioni da apportare al sito. Cene di contrada.
 
12) Si riapre scuola di Danza classica. Seguire l'insegnante e fare circa 70 CD per le allieve. CD con immagini della rassegna del giugno 2003 e altre immagini da settembre 2002 al settembre 2003. Preparazione sito con alcune allieve.
 
13) Volevo andare alle Baleari ma penso che non sia possibile. Rimandare di qualche mese.
 
MESSAGGIO: Se qualcuno mi vuole seguire in queste attività, si faccia vivo.
 
 
 
weBLOG 024 - 
Dimensione immagini in mila-px alla risoluzione e qualita'. Dati ottenuti con macchina fotografica digitale Sony P31, memory stick.
 
 
Risoluzione       Qualita'       mila px       mem 64 K        
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1280X960       Fine       515,0       115        
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1600X1200       Standard       490,0       120        
1600X1200       Fine       771,0       75        
                                 
 
WeBLOG 025 - 
BANCHE
Non so perchè al personaggio A gli riesce facilmente aver fiducia.
Vi racconto una storiella realmente accaduta al personaggio A e Personaggio B.
In questo racconto non vi sono nomi o riferimenti che faranno ai lettori arrrivare ai nomi e ai fatti. Cercherò di essere attento a non svelare i giusti referenti  ma mi prodigherò a descrivere i fatti, le emozioni, i modi di fare, i pensieri e le conclusioni (a operazioni concluse) a pochi giorni e a poche settimane dopo.
Non faccio riferimento ai dettagli, ma sappiate bene che ho documentazione ineccepibile e completa su quanto riferisco.
Chi vuole prendere questa come una storiella inventata faccia pure, ma il personaggio A  l'ha provata sulle proprie spalle e l'ha anche sofferta. Il personaggio A l'ha  anche personalmente CONCLUSA  a sua fatica e spese e di questo non rimane traccia  nel sistema bancario.
NON E' STATA UNA STORIELLA: mi sono fatti realmente accaduti.
 
Qui scrivo pubblicamente,  ma quanti non hanno questa possibilita'  e non sanno a chi parlare delle proprie disgrazie??
 
Il personaggio A ha  emesso un assegno bancario a fronte di un lavoro eseguito. Questo assegno emesso dalla banca BSP (e' una sigla) ed e' stato portato alla banca BDL (e' una sigla) per la riscossione.
Alla data di scadenza dell'assegno, e' stata cercata una proroga della data di pagamento.
1° sessione: E' stata richiesta una visualizzazione di chi doveva incassare, visualizzazioneche di chi doveva pagare, fatto. Richiamato l'asssegno vecchio ed emesso un altro in data piu' avanti: (12 giorni piu' avanti).
Passati i dodici giorni, giustamente BDL (come burocrazia vuole) passa a BSP l'assegno per l'incasso. 
2° sessiome. Il personaggio A e il Personaggio B  tentano  di  fare ricorso a un ulteriore  richiamo dell'assegno perche'  ci sono delle motivazioni (delle quali  non gliene frega a nessuno)
 QUESTO e' il punto. Nelle telefonate con BDL per tentare di richiamare l'assegno, il personaggio A ha  notato una 1) spavalda fierezza, 2) un attaccamento alle regole 3) violazione della privacy  (viva voce) 4)  nella trattativa non vi era trattativa ma una ostentata di ma  io e ma tu nel trattare il caso che serviva solo a non fare concludere nulla. 5) la intenzione chiara di BDL di non voler concludere nulla . 6) al personaggio A  e' alla fine apparso chiaro  che per legge doveva subire un Protesto Bancario  dove la banca BDL poteva fare di tutto e un po' a chi e come e quando e perche'.
 
Ha ragione o torto al personaggio A  nella trtattativa e' apparsa chiara una occlusione mentale , professionale e di spirito cosi' si e' fatta  una dischiarazione fra se stesso:
LE BANCHE SONO AD ASPETTARE CHE IL CLIENTE O CHI PER ESSO  ABBIA UNA DICHIARAZIONE DI MORTE (O QUASI) PER ATTENDERE AI PROPRI DIRITTI. 
 Diritti legittimi , ma nella legge della giungla spolpare un cadavere e' vita per altri.
E' vero che nella legge della giungla fare un cadavere e' sopravvivenza per altri.
E' vero che un cadavere non si muove, non può rifiutarsi alla legge della giungla.
E' vero che un cadavere che non si muove, e' la speranza di vita di altri.
E' vero che un cadavere appartiene a chi l'ha provocato come tale (il cadavere non ha scelto di essere tale , ma chi lo vorrebbe??)
Va bene, ma queste sono le leggi della giungla, ma anche le stesse delle banche???. 
 
CONCLUSIONE: In tempo utile il personaggio A ha  consegnato denaro alla banca debitrice ( BSP) che ha regolarmente pagato BDL e le cose sono concluse  senza lasciare traccia di problemi.
Sospiro di sollievo per il personaggio A che doveva dei soldi e non e' finito in quel tritatutto che le leggi bancarie vorrebbero.
Sospiro di sollevio per il personaggio B che ha potuto mantenere il proprio stato di salute nella propria banca.
 
PROBLEMA FINITO??
 
NO!
 
I punti 1) 2) 3) 4) 5) 6)  ve li lascio verificare. PENSATECI . Le leggi della natura valgono anche per voi., specialmente per voi.
 
Ma nelle pubblicità ci raccontano che le banche sono amiche, che ci sono vicine, che si  prooccupano per noi, dei nostri interessi, ci pitturano la vita di rosa, che ci tolgono i problemi comuni,...  ma tutta pubblicità.
 
Questa storiella non mi dimostra che tutto il mondo e' cosi' fatto, ma che alcuni  o alcune Organizzazioni  sono cosi' fatte.
Togliamoci di torno questi ALCUNI  o ALCUNE ORGANIZZAZIONI e
 
la vita comunque resta bella.
 
 
weBLOG 026 - 
A proposito di digitale.
Scritto di botto il 26 ottobre 2003
Le immagini trattate con la tecnica digitale, sono fotografie o immagini?.
 
Chi è capace di fare confusione deve continuare a fare confusione..purtroppo.
Il mio parere: quando una immagine è stata ricavata da una procedura ove un obiettivo fotografico ha impressionato qualcosa (lastra fotografica, pellicola, diapositiva, fotocopia, sensori elettronici, ecc.) e viene anche trattata come una volta si faceva in camera oscura, èuna fotografia. In effetti viene ritratto un evento o cose esistenti e poi nel trattamento per arrivare alla fine dei trattamenti, con qualche leggera modifica.
 
Attenzione: per trattamento o leggera modifica intendo nel caso delle pellicole:
1) tipo di supporto chimico della pellicola. Sappiamo che pellicole diverse, in quanto chimicamente diverse, possono portare a effetti diversi. Quindi, chi sceglie una pellicola o 'l'altra, ècosciente che vuole qualcosa di diverso.
2) Lo sviluppo della pellicoal: molti sono i tipi di trattamenti industriale e molti di più quelli personali casalinghi. Quindi  è cosciente che si vuole qualcosa di diverso.
3) Finchè vi sono le stampe su supporti cartacei è chiaro che sono ulteriori trattamenti chimici diversi sia industrialmente che in trattamento personale nella propria camera oscura. Quindi è cosciente che si vuole qualcosa di diverso.
La coscienza della diversità ottenute seguento i punti 1) 2) 3) sono noti dalla nascita della fotografia e sono accettati come dati di fatto intrinseco alla tecnologia (trattamento chimico).
Esco dal concetto della fotografia (come creatrice di immagini) e nmi avvicino al concetto della pittura (come creatrice di immagini).
 
Fotografia e pittura creano entrambi delle immagini ma nella prima vi sono delle tecnologie o trattamenti come sopra descritti mentre nelle pittura una tela, un pennello, una tecnica, un pensiero nella testa dell'artista ed ecco che affiora l'immagine.
 
Così hanno sempre fatti i pittori fino a quando il computer con video ha preso posto della tela, il pennello ha lasciato il posto  al mouse, la tecnica è quella permessa dal software e all'artista è rimasto il pensiero da sviluppare. Artisti tecnoligici.
 
Questi pittori che hanno abbandonato le tecniche tradizionali secolari, per le tecniche digitali, per quando mi riguarda sono ancora dei pittori , ma non fotografi
 
 Pittori e fotografi oggi hanno in comune il computer, il video, il mouse, i software ma la differenza esiste ancora ed è notevole.
 
Il pittore non vede con gli occhi  la realtà che dipinge, aggiunge su un supporto (tela) spessori di materia fisica (colori) e con molto tempo (ore o settimane) crea un originale unico e non duplicabile.
 
Un fotografo vede la reltà che ha solamente di fronte, con una machina fotografica (digitale o no) impressiona una sostanza senza quasi materia in un tempo di centesimi di secondo e qui finisce la tecnica di ripresa. Continua poi nello sviluppo sopradescritto 1) 2) 3).
 
Con questi concetti si distingue un pittore da un fotografo. Importante è capire che le tecniche digitali (computer, video, software, mouse, stampanti, ecc.) non hanno incollato queste due figure fino a farne diventare una sola e  confusa.
La tecnica digitale rimane una opportunità per entrambe ma non amalgama le due figure espressive.
 
Anche un incompetente distingue una figura fotografica da una espressiva pittorica.  Un incompetente però lo capisce subito
Un pittore resta pittore, un fotografo resta fotografo anche se entrambi usano tecniche completamente digitali.
Se un pittore vuole cambiare mestiere e diventare fotografo (e viceversa), non c'è bisogno di fare dichiarazioni: l'incompetente lo capisce subito.
però a un piede in due scarpe , personalmente non posso credere.
Non lasciate la scelta all'incompetente
 
 
weBLOG 027 - 
05 Novembre 2003.
Montaggio  filmati.
1) Ragionate sul primo montaggio: e' nella testa.
La struttura della scena deve essere già delineata al momento della ripresa: Nel montaggio ci sono margini di scelta, ma la visione complessiva deve essere chiara fin dall'inizio, altrimenti ... buona fortuna.
2) Sperimentate, sperimentate, sperimentate - Non vi stancate mai di provare e riprovare, non vi fermate alla prima soluzione. Fate sempre prove e controprove, per valutare bene l'ipotesi migliore. Preparare più montaggi della stessa scena.
3) - Pensate alla continuità visiva. I singoli elementi devono essere legati in modo che lo spettatore non si accorga del montaggio.  E' il segreto di un buon montaggio.
4) - Siate realisti - Non cercate di fare le cose difficili, almeno all'inizio della vostra carriera di montatore: il piano sequenza - bello ma problematico - lasciatelo ai maestri.
5) - Sceglite il montaggio più congegnale. - Narrativo o per ellissi, alternato o metaforico, allegorico, per analogia o per contrasto: scegliete un vostro stile, una cifra di montaggio e poi seguitela, senza cambiare troppe volte.
6) - Elencate le scene - Fate uno storyboard e preparate una lista delle scene che intendete assemblare. L'ordine e la chiarezza, nel montaggio - come in quasi tutte le cose, del resto - sono fondamentali.
7) - Il senso del ritmo - Il ritmo è dato dal montaggio e determina lo stato d'animo dello spettatore: scegliete bene i punti di apertura e chiusura utilizzabili
8) - Uniformità dei tempi - non create grossi distacchi tra le varie durate, non unite scene molto corte a scene molto lunghe. Ma se il montaggio è molto serrato, ogni tanto fate riposrae lo spettatore con una scena più lunga.
9) - legate sempre le immagini - Per i migliori risultati, tempi e direzioni devono essere coerenti tra loro, così come tutto il resto.
10) - Utilizzate le immagini neutre . Le immagini neutre e i piani di ascolto servono di raccordo e vi saranno utili per risolvere situazioni molto intricate.
 
 
 
 
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Sacro Monte
Corre l'anno 1884 l'ingegner cavalier Enea Torelli lancia l'idea di favorire "i touristes" nella conquista del paesaggio varesino con un pubblico mezzo di trasporto. Una sera del carnevale del 1884, al Teatro Sociale di varese, esterna a Paolo Cantu', uno dei piu' valenti ingegneri della citta', le sue idee circa l'allacciamento mediante ferrovia tra Varese, il Sacro Monte e il campo dei Fiori: "Il turista potra' godere di un panorama divinamente bello e Varese usufruire delle laute risorse dell'industria che ne derivera'". Affida quindi a Cantu' l'incarico di progettare una ferrovia a scartamento ridotto a semplice aderenza che da piazza Beccaria si spinga sotto la vetta del Campo dei Fiori sino alla localita' Pozzolo. L'ideatore e il progettista presentano al Comune le tavole e la relazione della Varese - Sacro Monte - Campo dei Fiori con due varianti. La prima consistente in un tracciato che dopo aver toccato Sant'Ambrogio e Robarello, si sviluppa nella valle del Vellone avvicinandosi a Velate; la seconda nella valle dell'Olona sino a Rasa di Velate, con lunghezza di oltre 10 chilometri sino al Sacro Monte e pendenza non superiore al 40 per mille.
Ma i consiglieri comunali messi in allarme dall'enorme costo dei lavori, provocano la caduta della prima proposta e annullano in un sol colpo la seconda, asserendo che, per godere del paesaggio, una linea di 10 chilometri, e' una esagerazione
Riappare intanto alla ribalta del consiglio comunale l'ingegner cavalier Torelli, sin troppo conosciuto per la sua capacita' e la sua tenacia. Verso la fine del 1888 prepara un progetto completo in dettaglio per una ferrovia dentata, sistema  Abt, da Robarello al Sacro Monte e al campo dei Fiori, con un raccordo a una ferrovia a semplice aderenza da Varese a Robarello. Temendo forse le stesse difficolta' che avevano fatto naufragare il primo e volendo presentare un progetto che, per la lieve spesa di costruzione, impieghi il piu' breve tempo possibile, studia quello di una funicolare a contrappeso d'acqua tra Robarello e la prima Cappella, sullo stesso sistema di quella della stazione di Lugano.
Questo secondo progetto e' accolto e discusso con il piu' vivo interesse e subito dopo si parla di aggiungere alla funicolare una linea di tram per allacciare Robarello a Varese. Questa accoglienza induce Torelli a sopprimere l'incompleto progetto della ferrovia a elevazione d'acqua per mettere in campo quella di una funicolare - sistema Ferretti - da Robarello al Sacro Monte, raccordata la stazione FNM di Varese, mediante una linea di tram a cavalli. Torelli costituisce una societa' Anonima per la costruzione e l'esercizio della ferrovia mentre la spesa viene calcolata a poco meno di un milione.
La cittadinanza si appassiona: ovunque se ne parla e se ne discute. Il nome del cavalier Enea e' sulla bocca di tutti. Enti pubblici e privati offrono il denaro per la costituenda societa' e la Banca di Varese preannunzia che coprira' da sola un decimo del valore delle azioni necessarie, quando un gruppo di banchieri sottolinea che il cavaliere ha modificato il progetto della linea a vapore in ippovia. Torelli spiega che tale modifica e' stata studiata per risparmiare. Ma nulla puo' la sua dialettica e l'uomo del giorno viene sconfitto per la seconda volta. Il 17 agosto 1890 l'ingegner Ferretti e il dottor Bosis presentano il comitato promotore per una tramvia elettrica e la funicolare; la citta' si divide tra il "partito ferretti" e il "partito Torelli". Ma la commissione esecutiva (e gli azionisti), la cui pazienza e' gia' stata troppo provata, affidano all'ingegner Crippa l'incarico di studiare un progetto completo di ferrovia che porti da Varese a Robarello e Luino. Verso la fine del 1892, si comincia finalmente a aparlare di un accordo con la ditta Schuckert di Norimberga e, poco dopo, la commissione esecutiva sceglie definitivamente il sistema elettrico per la trazione, "sistema che in pochi anni si e' fatto una grande strada, sia per il funzionamento perfetto sia per la dimostrata convenienza". Il 16 dicembre 1894 viene legalmente costituita la Societa' Aninima Varesina per una tramvia Varese - Prima Cappella. Presidente della societa' e' nominato il ragionier Francesco Croci.
 
 
 
 
 
Recensione delle opere dell’artista Gino Albe’
Ognuno di noi ha qualcosa di unico e particolare che lo contraddistingue da tutti gli altri.
Ognuno di noi possiede delle doti che una volta scoperte e coltivate fanno si che la vita abbia maggior significato.
L’artista Gino Albe’ ha il talento di dar vita, attraverso le forme dei suoi quadri - sculture, a delle immagini, a delle scene,  che spesso appartengono al sogno, o al simbolismo onirico dei racconti mitici.
L’artista stesso scrive: La mia ricerca ...dar vita .... alla materia.
Interpretando quanto lui stesso scrive, e osservando i suoi quadri, possiamo dire che il desiderio profondo e’ quello di rendere visibile e comunicabile, attraverso le immagini, talvolta simboliche e metafisiche dei suoi quadri, i sentimenti, le passioni: la materia impalpabile che scorre e travaglia l’animo umano.
Sembra infatti da come in una visione onirica, o come in un racconto mitico, le sue opere comunichino a un primo sguardo su di loro, la complessita’ dell’amore, per esempio nel quadro “Legame” o “Fiore del peccato” o ancora “ Nudo sdraiato” o “Malizia nel bosco”.
La forza degli istinti Eros e Thamatos (amore e morte) nelle Carmen e ne Trionfo.
I desideri di libertà e un senso dell’eterno in “Veliero” e “Montagna”.
Ognuno di noi poi coglie attraverso la particolare sensibilità del proprio animo e in modo soggettivo l’emozione che l’opera artistica ci comunica, se si riesce a fermarsi e ascoltare.
 
Marisa Tomasini
Laureata in filosofia
Specialista in psicologia.
 

Ghiffa

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SACRO MONTE DELLA
SS.TRINITA' DI GHIFFA

Indirizzo
Sacro Monte della SS.Trinità
Riserva Naturale Speciale
via Trinità n.15 - Ghiffa

Notizie pratiche
  • Il parco può essere visitato tutti i giorni dall'alba al tramonto.
  • Gli edifici sacri, ad eccezione della chiesa, sono visitabili all'interno solo in presenza del personale del parco.
  • Al termine della carrozzabile che porta al Sacro Monte è disponibile un parcheggio d'auto.
  • Nell'area monumentale occorre mantenere un comportamento rispettoso del luogo sacro, evitando rumori e schiamazzi.
  • Nelle vicinanze del Santuario, immerso nel bosco di castagno c'è un caratteristico percorso ginnico e numerosi sentieri segnalati che attraversano il parco e raggiungono mete di particolare interesse, come il Laghetto delle Streghe o la Cappella di Mezzo.
  • Si effettuano visite guidate dedicate all'aspetto storico - culturale e naturalistico prenotandole presso gli uffici della Riserva.
Accessi
  • Da Milano: autostrada dei laghi (AB) - autostrada dei trafori (A26) uscita Gravellona Toce - Lago Maggiore - Verbania - Ghiffa.
  • Da Torino: autostrada Torino - Milano (A4) - autostrada dei trafori (A26) uscita Gravellona Toce - Lago Maggiore - Verbania - Ghiffa.
  • Da Genova: autostrada dei trafori (A26) uscita Gravellona Toce - Lago Maggiore - Verbania - Ghiffa.
  • Dalla Svizzera: Locarno - confine Poggio Valmara - Ghiffa.
  • Dal Sempione: Domodossola - Gravellona Toce - Lago Maggiore - Verbania - Ghiffa.
  • Servizi di navigazione Lago Maggiore: battello con fermata a Ghiffa, traghetto sul tratto Laveno - Intra.

Storia
Le prime notizie riguardanti la presenza di un oratorio della SS.Trinità sul Monte Cargiago risalgono all'ultimo decennio del XVI secolo. Tale luogo era meta di pellegrinaggi e considerato luogo di eventi miracolosi. All'inizio del XVII secolo la facciata della chiesa venne ampliata e in seguito si volle realizzare intorno all'oratorio un Sacro Monte che rappresentasse alcuni episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento. Nel 1647 venne costruita la Cappella dell'Incoronazione; nel 1659 sorse la Cappella dedicata a S.Giovanni; nel 1703 fu innalzata la Cappella di Abramo; nel 1752 si edificò il portico della Via Crucis. Il Sacro Monte della SS.Trinità si ispirò al modello urbanistico già realizzato nei pressi di Varese. Infatti, venuta meno l'influenza della Chiesa novarese in questa zona, si affermò nell'area del Lago Maggiore il prestigio dei Borromeo e l'influenza della chiesa lombarda; nonostante i veri promotori dell'iniziativa rimangano sconosciuti, è quasi certa la partecipazione della stessa famiglia Borromeo. A causa della difficoltà nella rappresentazione di temi della Trinità per via artistica, il progetto non ebbe successo e rimane tutt'ora incompiuto.

NOTE INFORMATIVE
Ambiente naturale
Il bosco che occupa gran parte della superficie protetta si estende fino alla cima del Monte Cargiago, per un'area totale di 194 ha. Lungo i sentieri, tra la meravigliosa vista del Lago Maggiore e della costa lombarda, si incontrano piccole cappelle votive segno della passata religiosità popolare. La specie arborea maggiormente presente è il castagno, accompagnato da altre latifoglie tra cui: querce, tigli, aceri, frassini, ontani e betulle; ad arricchire l'ecosistema contribuiscono vari arbusti. Nel recente passato sono stati effettuati alcuni rimboschimenti con specie esotiche come la quercia rossa e il pino strobo. Nascosto nella fitta vegetazione, sotto l'antenna di Pollino si incontra un piccolo laghetto di montagna, il Lago delle Streghe, le cui acque scompaiono nel periodo estivo. La fauna ha conservato i caratteri tipici di quella del bosco di latifoglie; tra i mammiferi sono presenti il capriolo, lo scoiattolo, la volpe, il ghiro e il tasso. Tra gli uccelli si possono incontrare dai grossi rapaci quali la poiana, il falco, il nibbio, la civetta e il barbagianni sino ai più piccoli scriccioli e alle varie specie di picchio e di cincia. All'interno del parco è in funzione un servizio ristorante aperto al pubblico.

Verbania

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VERBANIA - Santa Trinita'
CAPPELLA DELL'INCORONATA
La Cappella è situata ad occidente della chiesa ed è stata eretta nel 1647. Presenta pianta ottagonale e l'elemento di maggior rilievo architettonico, per proporzioni ed eleganza, è il portico - pronao. All'interno, sopra l'altare, un rilievo in terracotta raffigura l'incoronazione di Maria Santissima. Nei muri laterali, in otto nicchie, si trovano altrettante statue in cotto policromo di Santi e Profeti.

CAPPELLA DI SAN GIOVANNI BATTISTA
La Cappella è situata a breve distanza dal Santuario ed è stata innalzata intorno al 1659. Opera a pianta centrale su schema ottagonale segue un modello che sembra derivare dalla Cappella 13 di Varese. La statuaria interna rappresenta il battesimo di Gesù nel Giordano. E' caratterizzata da un pregevole porticato anulare avvolgente il nucleo centrale.

CAPPELLA DI ABRAMO
La Cappella sorge staccata dalle altre Cappelle, in posizione più bassa, ed è la prima che si incontra salendo dalla vecchia via che parte da Ronco. Costruita nel 1703 presenta pianta crociforme, a differenza delle altre due, e un piccolo porticato rettangolare dinnanzi all'entrata. All'interno il gruppo statuario, collocato in tempi successivi, raffigura il Patriarca Abramo prostrato di fronte a tre melodrammatici angeli che materializzano la Trinità. Le recenti opere di restauro hanno evidenziato l'esistenza di una struttura di eccezionale invenzione statica nel sottotetto che regge l'elegante lanterna barocca.

SANTUARIO
La sua ricostruzione ebbe inizio nel 1605 e terminò nel 1617 con successive aggiunte in stili diversi: per primo il campanile, quindi il portico ed infine la casa del romito. All'interno della chiesa a tre campate si possono osservare l'altare della Trinità con  che riproduce per tre volte l'immagine di Cristo e l'altare maggiore al di sopra del quale si trova il grande quadro settecentesco che rappresenta l'Incoronazione di Maria. I recenti lavori di restauro alla pavimentazione hanno portato alla luce i basamenti delle mura della precedente chiesa.
LA CASA DEL ROMITO: è posta accanto al Santuario. Secondo gli storici ci visse il romito (o eremita) appartenente all'ordine dei Trinitari. All'interno si trova ancora la Cappella di Gesù nell'Orto degli Ulivi.

PORTICATO DELLA VIA CRUCIS
E' situato parallelamente al Santuario e conclude il complesso monumentale. Realizzato nel 1752 era destinato a rappresentare i misteri del Rosario. E' formato da 14 arcate corrispondenti ad altrettante campate coperte da volte a crocera, termina a nord con una Cappella tardo barocca dedicata alla Vergine Addolorata (aggiunta in seguito). Nel 1824 vennero affrescate le 14 stazioni dal pittore Pinoli di Intra. Nel 1930 le stesse furono sostituite da bassorilievi in terracotta donati dalle famiglie di Ghiffa.

Domodossola

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SACRO MONTE CALVARIO
DI DOMODOSSOLA
 
 
Indirizzo
Istituto Rosminiano Sacro Monte Calvario
28037 Domodossola
Tel. 0324/242010

Notizie pratiche
Aperto tutto l'anno. Si consiglia la visita nel periodo primaverile ed in quello autunnale. L'ingresso è gratuito.
Come raggiungere il Sacro Monte: Autostrada A26 in direzione Gravellona Toce proseguendo con la Ss. n. 33 Gravellona-Sempione, uscita Domodossola Linee ferroviarie: Novara-Domodossola Milano-Domodossola (linea del Sempione)
 
Storia
Il merito dell'avvio dell'opera va attribuito alle iniziative dei Padri Cappuccini ed in particolare a Padre Gioacchino da Cassano e a Padre Andrea da Rho, che riuscirono a coinvolgere nell'impresa i maggiorenti del luogo. L'idea fu quella di creare uno di quei Sacri Monti che stavano venendo alla luce anche in altre località. Sul colle Mattarella, un tempo occupato dal castello omonimo, sede della giurisdizione della corte dell'Ossola Superiore e di proprietà della Chiesa di Novara, che la teneva in feudo, gli ossolani decisero di realizzare ciò che ancora oggi è meta dei pellegrini più devoti. Il 6 agosto del 1656 clero e popolo piantarono le 14 croci che corrispondevano alle stazioni della Via Crucis, sostituite poi da cappellette a forma di piccole chiese. L'approvazione del disegno della Chiesa-santuario si ebbe in data 15 marzo 1657 dall'autorità religiosa competente e l'8 luglio dello stesso anno fu posta la prima pietra. Il Vescovo di Novara, Cardinale Giulio Maria Odescalchi, dopo aver visitato personalmente il colle Mattarella, dispose con decreto 28 settembre del 1658 che il colle cambiasse il proprio nome in quello di "Monte Calvario". La Chiesa-santuario fu consacrata dal Vescovo di Novara Giovanni Battista Visconti il 27 settembre 1690. Gli anni più difficili per il Sacro Monte furono quelli che seguirono la Rivoluzione e la Dominazione francese in Italia, durante i quali i lavori furono sospesi e molti beni vennero confiscati. Nonostante questi ostacoli il fervore dei valligiani non venne meno, anzi crebbe anche grazie al contributo dato dal Sacerdote Antonio Rosmini, il quale vi si trasferì per fondare l'Istituto della Carità nel 1828.
 
Note informative
Il Sacro Monte di Domodossola si estende per un' area di 16 ettari circa con un dislivello di 273 metri a 420 metri. Il percorso devozionale coincide con le vie periferiche di Domodossola attigue alla collina di Mattarella, dove è presente una folta vegetazione boscosa alternata a zone con piante poste asimmetricamente per differire dai giardini rinascimentali all' italiana. L' ordine dei Padri Rosminiani e l' Istituto della carità presenti al Sacro Monte furono fondati da Antonio Rosmini sotto consiglio di Giacomo Mellerio, nativo di Domodossola, Gran Cancelliere del Lombardo-Veneto durante un incontro a Milano con Alessandro Manzoni in occasione della lettura dei "Promessi Sposi". Il castello che sorgeva sulla sommità del colle Mattarella fu una donazione da parte dell' Imperatore Enrico II di Sassonia al Vescovo di Novara, signore dell' Ossola Superiore. Nel 1381 divenne possesso dei Visconti, ma fu successivamente devastato dagli svizzeri nel 1415 durante l' occupazione della valle. I suoi resti sono ancora visibili nei pressi del Santuario e dalla Cappella della Resurrezione. I lavori di restauro delle cappelle del Sacro Monte furono resi possibili dall' ingente contributo offerto dalla popolazione domese e da varie associazioni.
 

Miniera

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MINIERA D' ORO DELLA GUIA
 
Notizie pratiche
Informazioni
Per informazioni: Macugnaga-Primo Zurbriggen (Guida)- tel. 0324/65454; Angelo Basaletti- tel. 0324/65074; Vittorio Morandi- tel. 0324/65440; Angelo Iacchini.
La temperatuta in miniera è di 9°c, quindi si consiglia un adeguato abbigliamento.
Indirizzo
Macugnaga fraz. Borca (alt. mt. s.l.m. 1195), prov. di Verbania (VB), Italia.
Orari d'apertura
dal 1/6 al 30/9 dalle 09:00 alle 12:00
dal 1/10 al 31/5 tutti i giorni escluso il lunedì dalle 13:30 alle 17:00
Festività Natalizie tutti i giorni dalle 09:00 alle 12:00
dal 26/12 al 6/1
Altri periodi apertura su richiesta (vedere i numeri telefonici sopra citati)
Costi
adulti Lit. 9000
bambini (fino a 10 anni)
e gruppi oltre 20 persone Lit.6000
Storia del museo
La miniera d'oro della Guia è stata recentemente riaperta per esplorazioni naturalistiche e visite mineralogico-culturali.
L'antica miniera d'oro fu aperta nel lontano 1710.
Le gallerie scavate hanno lunghezza totale di 11 km., purtroppo la parte visitabile ha una lunghezza di soli 1,5 km.

Descrizione dell'itinerario
Nel Monte Rosa (a Pestarena nel territorio di Macugnaga) vi sono delle antiche miniere d'oro, interessanti non soltanto perchè consentono di rivisitare una storia di metamorfosi naturali, ma perchè testimoniano anche il laborioso lavoro dell'uomo in un ambiente poco agevole.
Qui si possono osservare le ingegnose invenzioni dell'uomo, utilizzate per alleviare un'arte faticosissima, praticata nel buio cieco delle gallerie scavate alla ricerca di un materiale prezioso e brillante, l'oro.
Ciò che resta di tale miniera rappresenta il "teatro" di un'avventura tutta da scoprire.
La miniera d'oro della Guia nei pressi di Borca, Macugnaga, in Valle Anzasca, è un avvincente approccio alla storia dell'attività mineraria e della sua cultura tecnologica.
Questa è la prima miniera d'oro delle Alpi aperta alle visite turistiche, ed è anche la prima "miniera-museo" in Italia.
La visita guidata di tale miniera consente di vedere dal vivo, con quali attrezzi, con quali procedimenti, in quali situazioni e condizioni avveniva il lavoro nelle miniere d'oro, e di osservare lo spettacolo naturalistico delle grotte, dei cunicoli, delle gallerie scavate nelle più segrete vene della montagna.

Definizione

===================================================== I Sacri Monti
Le concezioni del mondo nel Medioevo e la rappresentazione dantesca
A partire dalla fine del XV secolo nel nord Italia iniziano a diffondersi i primi Sacri Monti per iniziativa di Padre Bernardino Caimi, che, inviato come Commissario a Gerusalemme, ebbe modo di constatare la gravità della minaccia turca per i pellegrini che si recavano nei luoghi santi. Ebbe quindi l'idea di far riprodurre sulla collina vicina a una serie di cappelle che riproponessero il cammino devozionale dei pellegrini senza che essi si allontanassero dalla loro terra.  I Sacri Monti, nati quindi con l'intento di ricordare gli episodi salienti dell'esperienza terrena di Cristo, divennero ben presto strumenti per diffondere il culto della Madonna e dei santi, soprattutto a testimonianza delle verità riaffermate dal Concilio di Trento. In questo modo, come modello culturale e religioso, oggetto di culto popolare e meta di pellegrini, costituirono la risposta del popolo alla Riforma protestante e una testimonianza sensibile della fede, nonché un modello didascalico- pedagogico strettamente legato dalla Chiesa.  1 Sacri Monti, situati in genere sulla vetta dei colli e costituiti da cappelle immerse nel folto dei boschi o dei giardini collegate fra loro da percorsi devozionali, si presentano come "teatri montani" che comunicano al fedele il Nuovo Testamento. Rappresentano anche un prezioso intreccio di interessi storici, artistici, architettonici, paesaggistici e naturalistici. In molti di questi luoghi lavorarono artisti celebri, come Tanzio da Varallo, Gaudenzi Ferrari, il Morazzone e Giovanni D'Errico.  In Italia la regione che ospita il maggior numero di Sacri Monti è il Piemonte in cui se ne possono contare ben dodici. Tra i più importanti possiamo ricordare quello di Varallo, il primo ad essere costruito, quelli di Crea, di Oropa, di Graglia, di Orta, di Arona, della SS. Trinità di Ghiffa. La tipologia dei Sacri Monti non è però attestata solo in Italia; in tempi più recenti ne vennero costruiti in tutta l'Europa, ad esempio in Polonia, Germania, Austria e Spagna.
 
L'epoca medievale è un'epoca di studi e scoperte in tutti i campi: arte, medicina, guerra (tecniche e nuove armi), letteratura e geografia. L'uomo medioevale sulla scorta del pensiero antico, soprattutto di Aristotele, pensava che la Terra fosse al centro dell'universo, che il Sole, la Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno le ruotassero intorno e che essa fosse rotonda ( Sistema Tolemaico o teoria geocentrica ); era a conoscenza dell'esistenza di tre continenti: Europa, Asia e Africa, di cui però non sapeva le reali dimensioni: dell'Africa era nota soltanto la parte settentrionale, mentre quelle centrale e meridionale restavano sconosciute. I mappamondi di questo periodo sono infatti mappe simboliche che suddividono il mondo in abitabile e oceanico.  Le teorie aristoteliche erano state riprese e completate da Claudio Tolomeo, geografo ed astronomo vissuto tra l'80 e il 150 d.C. La terra è immaginata al centro dell'universo; tale teoria è nota come sistema aristotelico tolemaico. Nel Medioevo Tommaso d'Aquino rifuse le teorie antiche attribuendo ad esse un valore teologico cristiano e sulla sua rielaborazione è fondata in larga parte la descrizione che Dante dà dei regni oltremondani nella Divina Commedia. La Terra di forma sferica è circondata da dieci cieli a loro volta disposti intorno ad essa in modo concentrico e ruotanti. Ogni cielo è dominato da un pianeta. I cieli sono eterei e separati dalla Terra dalla sfera del fuoco. Non essendo formati di materia sono puri: per questo Dante vi colloca il Paradiso e quindi la sede di Dio. Secondo S.Tommaso la sede dell'Onnipotente è l'Empireo, l'ultimo cielo. Da qui immobile Dio imprime il moto all'intero Universo attraverso il Cristallino o Primo Mobile, cioè il penultimo cielo, che ruota così velocemente da originare il moto degli altri.  La Terra viceversa non si muove perché è la sede del male, mentre l'Empireo non si muove perché è già il luogo della perfezione; il resto dell'universo ruota per volontà di Dio attraverso la mediazione di schiere di angeli disposti in ordine gerarchico che dominano i singoli cieli. l:Inferno è strettamente legato alla materia terrestre ed è la sede di Lucifero. Anche l'uomo è formato da materia, ma solo per la parte fisica; dipende dal suo libero arbitrio il comportamento buono o cattivo e quindi la salvezza o la dannazione finale. Nella visione di Dante l'Inferno è formato da un'immensa voragine a forma di cono rovesciato, situata nell'emisfero boreale in corrispondenza di Gerusalemme, il centro principale della cristianità. Il Purgatorio, invece, viene immaginato agli antipodi di Gerusalemme, in mezzo all'emisfero delle acque; sorge su un'isola sulla quale si erge una montagna alle cui falde è collocato l'AntiPurgatorio. La rappresentazione fisica di Purgatorio e Anti-Purgatorio è una invenzione di Dante, poiché l'esistenza di tale luogo dell'Aldilà era stata da poco stabilita dalla Chiesa.  La teoria aristotelico tolemaica tomista di Dante fu ritenuta valida fino a quando non fu messa in discussione dalla teoria eliocentrica sostenuta da filosofo ed astronomo polacco vissuto a cavallo tra 1400 e 1500. Egli sostenne che la Terra compie una rotazione giornaliera attorno al proprio asse ed una rotazione annuale attorno al Sole. Attorno ad esso, fissati in sfere concentriche, ruotano i pianeti. Il Sole, fonte di vita e luce, sta al centro dell'universo, circondato all'esterno dal cielo delle stelle fisse che è mobile. La teoria fu confermata nel secoli successivi dagli studi di Galileo e Newton; contemporaneamente si ridefiniva anche la configurazione fisica della terra grazie ai viaggi di scoperta e conquista iniziati nel XV secolo con l'avventura di Colombo. Il mondo antico aveva prodotto carte geografiche corrispondenti al sistema aristotelico- tolemaico tomista: esse comprendevano solo Europa, Asia e Africa con elenchi di nomi e di climi a volte frutto di fantasia e al centro delle terre emerse era collocata Gerusalemme. Durante tutto il medioevo la cartografia non fu mai una scienza esatta, ma un insieme di conoscenze e teorie astratte combinate in prodotti che volevano soddisfare sia le esigenze dei viaggiatori che quelle dei filosofi. La svolta avvenne nel 1400 con l'inizio delle grandi scoperte geografiche. Prima di allora esisteva la convinzione che l'uomo non dovesse esplorare la Terra perché i luoghi non ancora conosciuti erano inviolabili e sottoposti ad un Tabù religioso. Con l'Umanesimo e con l'espansione commerciale che ne seguì le cose cambiarono: nacquero nuove esigenze dovute sia all'incremento demografico, e quindi al bisogno di nuovi spazi, sia alla ripresa dei traffici commerciali, cioè la necessità di nuove vie per gli scambi di merci. Si cercava in particolare una nuova via di navigazione che portasse alle Indie, le terre che offrivano il maggior numero di risorse e ricchezze fino ad allora conosciute.  Cominciarono così i primi grandi viaggi di esplorazione lungo le coste dell' Africa. Si pensava che per raggiungere le Indie ci fosse un solo modo: navigare verso Est. Cristoforo Colombo invece ipotizzò la possibilità di viaggiare verso Ovest e, percorrendo quel tratto di oceano ancora ignoto arrivare ad Est, alle Indie. Egli riteneva inoltre che non molto distanti dalle Indie ci fossero delle terre ricche di minerali e ricchezze ancora sconosciute. Così, grazie all'aiuto economico dei regnanti di Spagna Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, partì dal porto di Palos il 3 agosto del 1492 ed arrivò il 12 ottobre dello stesso anno nell' isola di Guanahani, che chiamò San Salvador. Era convinto di aver raggiunto le Indie, ma in realtà si trattava dell'America.  Con il viaggio di Colombo si apre un'epoca storica nuova, segnata dall'avvio di nuove ricerche; la riproduzione del mondo conosciuto, iniziata per fini prevalentemente commerciali, finirà per avere importanti esiti scientifici e porterà alla costruzione della cartografia così come oggi la conosciamo.
 

diapo03

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Sezione fotografica BF
I6° Festival Internazionaledi Diaporama
ad invito
"Giovanni Crespi"
Legnano 26 27 28 Settembre 2003
 
 
Diaporami presentati nel sett. 2003  presso l'Istituto Canossiano Barbara Melzi in via Barbara Melzi 4, Legnano
 
 
 
 
Diaporami presentati      
1) - Kilina Njaro
2) - Ladro di ricordi
3) - Lucien Marchand
4) - L'amant Veritable
5) - Dal sogno alla realtà
6) - Manhattan Sketches
7) - Le stagioni della vita
8) - The Bungle Bungles
9) - In deep water
10) - City of flowers
11) - Chariots of fire
12) - The secret of Fontenay
13) - New Time
14) - Sardegna, i colori della memoria
15) - Printemps che les grèbes
16) - Come una favola..(birmania)
17) - Born out of earth
18) - Nel silenzio
19) - Ein Konigsliches Spiele
20) - Rinascerò
21) - Laviva
22) - Sogno Flamenco
23) - Venezia, ed è subito poesia
24) - Ascoltando la savana
25) - Un semplice esercizio
26) - Il Diaporama
27) - Assenza
28) - Tenerè Azalai - l'ultima carovana del sale
 
 
 
1)       Kilima Njaro - Jordi Plana Pey - (Spagna)Riuscire nelle cose non e' altro che fare un passo verso l'incontro con sè stessi. Là, sulle cime le cose non finiscono né cominciano, è una continuazione senza sosta! Ma nel suo piccolo spazio circostante si incontrano culture di pensiero e di desideri, di proposte e di promesse. Ma bisogna ritornare dai cieli e scendere verso i campi di realtà controllabile e dei sogni inaccessibili. E mentre si scende inizia il sogno di ferro, un'altra volta il pendio di ferro, un'altra volta i giorni di una via di continuazione, convertire il tempo in movimento fisico versoun infinito sconosciuto e forse inesistente.       durata:  11'30"Fotografia: Bianco nero - effetto moviola - immagini scure - BN con dominanti azzurre - Colonna sonora: rumori di foresta - storia in diverse sezioni
2)       Il ladro di ricordi - Gabriele Pinardi - (Italia)Durante la 2° guerra mondiale un bambino cerca sicurezza e speranza nel mondo delle fiabe. Attraverso i suoi occhi di bimbo terrorizzato noi viviamo quei momenti, il dramma si volge al termine, la morte rapisce la persona più amata, sua madre. Così nel suo fantastico monto il bambino cerca la sola persona che lo possa aiutare (la fata turchina) come nella favola di Pinocchio. Dopo molti anni egli ritorna nel luogo dove tutto accadde e nessuno gli riporta la sua mamma e il suo mondo di fiabe è lontano, morto.       durata:  12'20"Colonna sonora: rumori, musiche del tempo, complesssa nella teatralitàFotografie: di repertorio, da libri, documenti, fascismo
3)       Lucien Marchand - Jaen Halgand - (FranciaLa scoperta di un personaggio molto simpatico       durata = 5'25"Colonna sonora: molto parlata in lingua franceseRacconto: di un costruttore di fisarmonicheFotografia: documentaristica e reportage
4)       L'amant veritable - Jean Pierre Simon - (Francia)scheda non pervenuta       Durata = 4'24"Storia : da un raccontoFotografia: luoghi desertici - montagne - graffiti . savanaColonna sonora: parlato in lingua francese - musica araba
5)       Dal sogno alla realtà - Luca Pastorino (Italia)Luca Pastorino nasce il 21 ottobre 1960 a Parma dove ancora oggi vive e lavora. Fotografa da circa 15 anni ed è tra i fondatori del circolo"Parma Fotografica". Da alcuni anni ama raccontare le sue esperienze di viaggio attraverso gli audiovisivi e cerca, mediente questo mezzo espressivo, di trasmettere ai fruitori le proprie emozioni. Due sono le cose che mi hanno colpito maggiormente in terra boliviana: un paesaggio da sogno ed in qualche modo sognato, contrapposto ad una realtà dura, quella delle miniere di Potosi.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
6)       Manhattan Sketches - Iohan Werbrouk (Belgio)Questo diaporama è una raccolta di diversi schizzi audiovisuali che sono ispirati a dipinti degli artisti che vivevano e lavoravano a New York City, o che hanno trovato in questa metropoli una fonte di ispirazione. Con questo ho cercato, adattando le mie immagini con il computer, di esprimere i miei sentimenti riguardo manhattan       Durata: 9'Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
7)       Le stagioni della vita - Claudio Tuti(Italia)Anche l'uomo, come al natura, vive le sue stagioni. Dalla nascita alla morte, come lo sbocciare di una rosa in primavera e le foglie che cadono in autunno. Poi viene l'inverno e tutto riposa.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
8)       The Bungle Bungles -Barbara Mullins (Australia)Misterioso, lontano, il Bungle Bungles sorge dal Purnululu National Park, in un panorama di pietre erose, che risale a piu' di 350 milioni di anni.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
9)       In deep water - Ron Davies - Julie England (Gran Bretagna)Un esperto sommozzatore è in vacanza ai Caraibi. Legge di una nave con un tesoro da scoprire che è stata affondata in acque profonde. Egli decide di esplorare da solo malgrado la sua conoscenza gli dica che ciò è imprudente e lo avvisa "se ti immergi da solo, muori da solo". Egli trova il relitto, ma gli effetti della profondità influenzano l suo cervello. Ripetutamente la sua coscienza interviene, ma il suo ego non l'ascolta fino a quando egli va troppo in profondità. Diviene confuso ed a corto di aria. Raggiungerà la superficie? Sopravviverà?       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
10)       City of flowers - Peter Coles  (Gran Bretagna)Haiange è soprannominata "la città dei fiori". Subito dopo il Giorno dei Morti l'Autore ha visitto la  città ed ha creato questo diaporama riferendosi alla citazione della Bibbia: "I giorni dell'uomo sono come l'erba e i fiori". Egli paragona e contrasta le attività degli uomini con la crescita ed il decadimento della natura. La sovrapposizione del cimitero agli altiforni è un0mmagine che aggiunge drammaticità.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
11)       Chariots of fire - Ian Bateman  (Gran Bretagna)"Che cosa unisce gli antichi romani con lo Space Shuttle? Perchè i treni Americani corrono su binari destinati alle linee tranviarie inglesi? E che cosa hanno a che fare una coppia di cavalli con tutto questo?"       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
12)       The secret of Fontenay - Willem van den Berg - Peter Coles (Olanda)Immaginate di arrivare all'abbazia di Fontenay diverse centinaia di anni fa. Non è tempo per una tazza di caffè e per dare una occhiata in giro, ma per il resto della tua vita. Tu hai viaggiato per settimane per arrivare qui attraverso la pioggia e la prima neve; all'arrivo sembra che la tua vita precedente sia finita e una nuova vita inizi. E' la fine del mondo.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
13)       New Time - Lorenzo Davighi - (Italia)Siamo già nel 2000 il tanto atteso terzo millennio, si pensa solo al denaro ed all'apparire sempre più belli ed affascinanti, calendari e non solo, ma tutto questo basta per vivere bene una vita?       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
14)       Sardegna, i colori della memoria - Boris Gradnik - (Italia)Non c'è in Italia ciò che c'è in Sardegna, nè in Sardegna ciò che c'è in Italia.  La Sardegna è diversa. Tantissimo mare, migliaia di piccole spiagge, paradisi e inferni di roccia, paesaggi severi e silenziosi, distese marine, trasparenti. La Sardegna ha saputo elaborare una sua propria cultura e modo di vivere. Ne è nato così un modo di "essere sardi" profondamente radicato nel carattere della gente, nella severa civiltà pastorale del centro montano, nelle tradizionali feste profane e religiose e nei colorati abiti tradizionali. L'abito sardo, che oggi si porta soltanto alle feste ma è stato usato per secoli fino a qualche decennio fa è una coloratissima metafora del modo di vivere sardo. La montagna, il mare, la presenza della preistoria, i segni forti del folclore ancora animato e vivo sono i tratti essenziali dell'isola. La Sardegna di oggi è bella e drammatica: l'intensità di questi confronti è uno dei segreti del suo fascino.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
15)       Printemps chez les grèbes - André Simon (Francia)La vita di una coppia di uccelli svassi  in uno stagno della Lorena, osservata e raccontata da un fotografo paziente e discreto.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
16)       Come una favola ... (Birmania) - Ivano Bolondi (Italia)Ed ecco ergersi all'orizzonte un mistero dorato, una splendida, luccicante meraviglia che fiammeggiava sotto il sole, con una forma che non era quella di una cupola mussulmana nè di una guglia di un tempio indù. "Quella è la vecchia Shweagon" disse il mio compagno di viaggio e la cupola dorata rispose:" Questa è la Birmania e sarà diversa da ogni altra terra che tu possa aver conosciuto".  Queste parole scritte da Rudyar Kipling nel 1898 sono ancora attuali, perchè per la maggior parte del mondo occidentale il Myanmar, (noto un tempo con il nome di Birmania) costituisce ancora un'incognita geografica, un paese orientale con due nomi, il cui popolo ha vissuto secoli di oppressione continue dittature, fino all'attuale regime militare. In sostanza il Myanmar trasmette al visitatore la consapevolezza dell'esistenza di una nazione caratterizzata da una storia difficile e da un'indole gentile ed elegante.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
17)       Born out of the earth - Bob Dubois - (Belgio)Con l'aiuto di scritti indiani molto vecchi fu possibile scoprire l'anima di questo eroico popolo che vive nel Nord America. E' la storia di una relazione con la natura. Piante, animali o le grandi forze della natura hanno interpretato un ruolo importante nella loro vita. La terra e' stata generosa e loro sono stati protetti dalle benedizioni del Grande Mistero. Il Grande Spirito era il loro Padre e la loro Madre. Solo l'uomo bianco ha soppresso la pace del loro spirito... il sevaggio Ovest è nato.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
18)       Nel silenzio - Gaetano Poccetti - (Italia)Le immagini realizzate nella Patagonia Argentina e Cilena, in particolare in luoghi di straordinaria bellezza quali il ghiacciaio Perito Moreno e Usala nel lago Argentino, e il gruppo delle Torri del Paine, mi ha ispirato ad esprimere una dimensione intimistica.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
19)       Ein Konigsliches Spiele - Kristian Horn (Germania)L'audiovisivo illustra una vera partita di scacchi, l'incontro di Donald Byrne contro Robert J. Fischer a New York il 7 ottobre 1956, dalla prospettiva delle pedine. Al fine di rendere l'audiovisivo comprensibile ed interessante agli spettatori, che non hanno familiarità con il gioco degli scacchi, alcune parti della partita non determinanti per la comprensione sono state omesse. La gara inizia con la posizione di base dei pezzi degli scacchi sulla scacchiera, seguita dalle mosse che danno inizio al gioco, portando gradatamente ai primi attacchi di sondaggio. All'inizio il vecchio maestro Byrne che gioca con il bianco, si difende bene contro il giovane Fischer (più tardi campione del mondo 1972) tuttavia poi commette un importante errore, che permette a Fischer di portare il risultato di questo gioco a suo favore. Verso la fine della gara Fischer mette alle strette il suo avversario e lo pone in "scacco matto"; il re cade. La situazione drammatica del gioco è sottolineata dalla musica del film "Braveheart". Con questo si intende dare rilievo all'origine degli scacchi come "gioco regale" del primo medioevo.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
20)       Rinascerò - Italo Caon - (Italia)Dopo una riflessione provocata dai ricordi più vivi della propria esistenza, condizionata anche da avvenimenti storici precedenti, nasce il desiderio di rinascere una nuova vita.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
21)       La viva - Philippe de Lachèze - Murel - (Francia)Gli anni sono passati veloci, un padre vede già sua figlia lasciare la dimora di famiglia. E' troppo tadi per accumulare i ricordi dei momenti che lui non ha avuto il tempo di vivere con lei. "Perdonami mia cara".       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
22)       Sogno flamenco - Giampiero Gori (Italia)Il Flamenco esalta  in una tempesta di amori, rancore, gioie il ritualismo del movimento: i gesti svelano l'anima mentre la parola spezza  le catene del senso per diventare grido.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
23)       Venezia, ed è subito poesia - Enrico Donnini - (Italia)Venezia ... ed è subito poesia: una città vista come una donna amata. " La poesia / è il mondo, l'umanità/ la propria vita/ fioriti nella parola:/ è la meraviglia/ di un delirante fermento." (Giuseppe Ungaretti) - Sembra che il poeta parli di Venezia.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
24)       Ascoltando la savana - Pierluigi Rizzato - Carlo De Agnoi - (Italia)Un'immersione visiva e sonora  nel mondo della savana africana. La particolarità di questa proiezione è l'uso dei versi originali degli animali fotografati. Niente musica quindi, ma un'avvolgente atmosfera estremamente reale.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
25)       Un semplice esercizio - Camillo Di Tullio - Pierfranco Fimiani - (Italia)Buio in sala, già, si parte sempre così. L'incedere incessante di un suono metallico ci porta alla prima diapositiva. Prima di poche, perchè gli autori hanno scelto di raccontare un dramma avvalendosi di suggestioni, più che di strumenti visivi e auditivi espliciti. Una lampada da sala operatoria, perchè la voce del protagonista a catturare l'attenzione al punto che non ne rimane più per nessun altro stimolo. Le parole della prima voce fuori campo ci portano in un labirinto di senzazioni dolose e angoscianti, narrano di mani e di forbici che tagliano, incidono, stimolano, iniettano, cuciono... Narrano di sofferenze fisiche bestiali, insopportabili, inflitte senza pietà da un lucido professionista della neorochirugia, del quale intervengono la seconda diapositiva e la seconda voce fuori campo ad illustrare minuziosamente i passaggi dell'operazione. Il diaporama prosegue così, in un'alternanza di resoconti di vittima e carnefice, straziata e straziante la prima, fredda e distaccta la seconda. Ma chi e che cosa nascondono dietro questo insolito intervento chirurgico, così spietato da non aver previsto nemmeno l'anestesia del paziente? Cosa può aver indotto dei professionisti così ineccepibili da tralasciare un dettaglio così importante? L'ultima diapositiva sbatte in faccia allo spettatore la risposta brutale alle inquietanti questioni sorte. Sotto quella lampada, sopra quel lettino, sotto quelle mani e quelle forbici che tanto incessantemente hanno lavorato c'è una verità spiazzante, sconcertante, che fa male allo stomaco al punto che non è quasi possibile applaudire. C'è quello che nessuno avrebbe immaginato, l'epifania finale che lascia annichiliti e vinti.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
26)       Il Diaporama - Roberto Santini - Enrico Donnini - (Italia)Enrico Donnini prende a prestito la vivace ed orecchiabile canzone " il diaporama" di Roberto Santini per realizzare un audiovisivo fotografico dedicato a tutti gli amici diaporamisti che almeno una volta all'anno si ritrovano per discutere su che cosa sia la "drammaturgia" dell'audiovisivo nonchè per presentare il loro nuovi" lavori.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
27)       Assenza - Lido Andreella - (Italia)"... non so che lo spirito maligno ti ha fatta scomparire. Ma la realtà, l'amara realtà è che te ne sei andata. Te ne sei andata e chissà quando tornerai...". E' l'inizio del racconto "Assenza" del giovane scrittore cubano Jorge Fernàndez Era, dal quale e' liberamente tratto l'audiovisivo.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
28)       Tenerè Azalai - L'ultima carovana del sale - Odetta/Oreste Ferretti - (Italia)Le alte dune del Tenerè si susseguono cambiando di forma, di colore, mentre un lungo serpentone procede lento. E' l'Azalai, l'ultima carovana del sale, guidata dai Tuareg. Da oltre mille anni i fieri uomini blu conducono le carovane attraverso le pistee del deserto alla volta delle saline, quasi alla fine del mondo. Una pratica che scandisce la vita di queste tribù da millenni. Odetta e Oreste Ferretti viaggiano da oltre 25 anni, lei con la videocamera, lui con la macchina fotografica. Odetta realizza filmati per le TV private e per la RAI e, insieme a Oreste, audiovisivi documentaristici che hanno l'intento di condurre lo spettatore in viaggio con loro, atrraverso la musica, il racconto, le immagini. Le foto di Oreste Ferretti vengono pubblicate da diverse riviste in campo nazionale, accompagnate da articoli di Odetta.       Durata:Racconto:Fotografia:Colonna sonora:Drammaturgia:
 
 
Commenti   
 
       Nel pomeriggio di Domenica sono stati proiettati i diaporami votati dal pubblico nelle sessioni precedenti.       
       Al via la sesta edizione del Festival internazionale di diaporama "Giovanni Crespi"L'organizzazione è a cura del Gruppo Fotografico della "Famiglia Legnanese"Si è svolto dal 26 al 28 settembre la sesta edizione del Festival Internazionale di diaporama "Giovanni Crespi", organizzato dal Gruppo Fotografico della Famiglia Legnanese e con il patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Milano, del Comune di Legnano, della F.I.A.F D8/03 con gli auspici della Fédération Internationale de l'Art Photographique. La partecipazione al Festival è a inviti. il che la rende più ambita e gli autori sono onorati ad essere presenti a questo eventi di importanza internazionale. Il diaporama è un audiovisivo fotografico realizzato con diapositive presentate con più proiettori. La regia, la colonna sonora, le dissolvenze incrociate, l'accurata tecnica portano queste proiezioni a notevoli livelli artistici. Un diaporama può essere documentaristico o di reportage, umoristico o drammatico, può illustrare una poesia o una canzone, in definitiva trattare gli argomenti più diversi ma comunque improntati dalla creatività e dalla sensibilità dell'autore che racconta una propria storia, svolge un proprio tema. Grazie alle iniziative culturali rese possibili dall'attenzione dello sponsor, la "Giovanni Crespi", la Famiglia Legnanese e la Città di Legnano sono ormai un punto di incontro per fotoamatori di ogni paese. La manifestazione, a cadenza biennale e dedicata alla memoria dell'imprenditore Giovanni Crespi, fondatore dell'industria che ancora oggi porta il suo nome, avrà come ospiti illustri il presidente della Fédération Internationale de l'Art Photographique Jaques Denis, il presidente d'onore della F.I.A.F. Giorgio Tani, il direttore del dipartimento audiovisivi fotografici Boris Gradnik. L'assistenza tecnica sarà a cura di Emilio Menin, Andreella Photo, Lorenzo De Francesco, Emiglio Tovaglieri, e dello stesso Gruppo Fotografico della Famiglia Legnanese. C'è da rilevare che l'organizzazione tecnica è quanto mai complessa: prevede infatti l'utilizzo di vari proiettori nonchè lettori ottici, registratori e centraline, materiale tutto proveniente dalle nazioni partecipanti. Per poter meglio apprezzare gli artistici lavori in calendario quest'anno, per la prima volta, si proietterà nel Teatro dell'Istituto Canossiano Barbara Melzi (gentilmente concesso), in via Barbara Melzi 4 a Legnano. L'ingresso è libero.Articolo tratto da "La Martinella" Periodico di informazione e cultura della Famiglia Legnanese  (Settembre 2003)       Rassegna Stampa
 

Bersaglieri

=====================================================               I   BERSAGLIERI  A  LEGNANO
 
 
 
 
Il 2° Battaglione  Bersaglieri è presente  in Legnano, nella Caserma "CADORNA", dal 1958 all'agosto del 2002.  Prima inquadrato nel 4° Reggimento di Fanteria Corazzato della Divisione"LEGNANO" poi, nell' ottobre del 1975, a seguito dello scioglimento del 4° Reggimento e della trasformazione della Divisione in Brigata Meccanizzata, il battaglione  diventa Reparto autonomo,  assume la denominazione di 2° Battaglione Bersaglieri "GOVERNOLO" ed eredita la Bandiera da Combattimento già appartenuta al 2° Reggimento Bersaglieri  sciolto a conclusione del 2° conflitto mondiale.
Il 26 giugno del 1992 a seguito della ricostituzione del 2° Reggimento Bersaglieri il battaglione ne diviene la sua pedina fondamentale  e tale rimane fino al 30 agosto 2003 quando,  per la sospensione del "Servizio Militare di Leva", il Reggimento  viene ridotto a "Nucleo di Attivazione".
La Bandiera da Combattimento del "SECONDO" è ora custodita dal Reggimento Artiglieria a Cavallo, in Milano.
 
                               
 
 
 
La storia "SECONDO"  viene da lontano. E' stato costituito il 17 Gennaio 1837 ed ha partecipato ai seguenti fatti d'arme:
 
Prima guerra d'indipendenza  (1848-49)
- 1948:  Goito, Mantova, S. Lucia, Governolo, Sommacampagna, Custoza,     Milano;
- 1949: Mortasa, Sforzesca, Novara.    
 
Crimea  (1855-56)
Partecipa per tutta la durata della campagna con due compagnie.
 
Seconda Guerra d'Indipendenza  (1859)
Il battaglione prende parte ai combattimenti di Vinzaglio, S. Martino, Peschiera,
Madonna della Scoperta.
 
Terza Guerra d'Indipendenza  (1866)
Partecipa a tutta la campagna distinguendosi in particolare durante la battaglia
Di Custoza.
 
Cina  (1900-1901)
Partecipa con la 1^ Compagnia a tutta la campagna.
 
Prima  Guerra  Mondiale  (1915-1918)
- 1915:  M. Coston,  Costa d'Agra,  M. Maronia,  Val  Fonda;
- 1916:  Plezzo,  Oslavia,  Zaibena,  Nad Logen,  M. Kuk di Plava;
- 1917:  M. Santo,  M. Mrzli,  Pleca;  Kamma,  M. Stol;  Sequals, Fiume Piave.
- 1918:  Montello,  Paradiso.
 
 
 
Seconda Guerra Mondiale  (1940-45)
Il Battaglione fin dall'inizio del conflitto  è schierato sul fronte greco-albanese dove prende parte ai combattimenti di Kani-Delvinaki. Keresovon, Giorgiuzzati,  M. Trebescines, Val Vojussa.
 
 
La storia recente
-       agosto 1982-marzo 1983: il 2° Battaglione Bersaglieri "GOVERNOLO" è in
      LIBANO, impegnato  in operazioni di mantenimento della pace assieme si  Parà          
      francesi della Legione Straniera ed ai Marins USA.  
            Dalla fine del secondo conflitto mondiale è la prima volta che l'Italia invia
            un reparto militare fuori dai confini nazionali.
-       giugno - ottobre 1993: il Battaglione "GOVERNOLO",inquadrato nel 2° Reggimento Bersaglieri, è impegnato in Somalia  nell'operazione  "IBIS 2"   assieme alle forze di pace dell' ONU. 
 
Il  "SECONDO"  durante la sua lunga storia ha anche partecipato alle operazioni di soccorso a favore delle popolazioni colpite dalle seguenti calamità naturali:
 
- terremoto di Reggio Calabria e Messina   (dicembre  1908);
- terremoto di Avezzano (AQ)  (gennaio 1915);
- alluvione di Firenze  (novembre e dicembre  1966);
- terremoto in Campania e Basilicata (novembre  dicembre  1980);
-       alluvione in Valtellina  (luglio, agosto, settembre  1987).
 
 
 
 
 
LA  BANDIERA  DA   COMBATTIMENTO
 
 
 
 
 
 
RICOMPENSE  AL   VALORE
 
 
 
 
RICOMPENSE ALLA BANDIERA DA COMBATTIMENTO
 
 
                                 

 
 
Ordine Militare d'Italia                                         1
Medaglie d'Argento al Valore Militare                2
Medaglia d'Argento al Valore dell'Esercito         1
Medaglie di Bronzo al Valore Militare                 4
Medaglia di Bronzo al Valore dell'Esercito          1
Medaglia d'Argento al Valore Civile                    1
 
 
 
RICOMPENSE INDIVIDUALI AL VALORE
 
 
Medaglie d'Oro al Valore Militare                        5
Medaglia d'Oro al Valore dell'Esercito                1
Medaglie d'Argento al Valore Militare               85
Medaglia d'Argento al Valore dell'Esercito         1
Medaglie di Bronzo al Valore Militare              140
Croci di Guerra  al Valore Militare                    155
 
 
 
STEMMA    ARALDICO
      
                                               
Stemma araldico: decreto  20  maggio 1976 (aggiornato in base a quanto disposto dallo Stato Maggiore dell'Esercito con circ. 121  in data  9 feb. 1987  - Giornale Ufficiale 14 feb. 1987).
 
Scudo: Inquadrato: il primo d'argento al leone d'azzurro; il secondo d'azzurro al ponte levatoio d'oro (Governalo);  il terzo d'azzurro allo scaglione d'oro accompagnato da un fiume ondato dallo stesso (Isonzo); il quarto d'argento e due sciabole d'azzurro in decusse (una delle quali a lama dritta), accompagnate da due stelle d'azzurro in fascia (Custoza). Nel punto d'onore, uno scudetto sannitico di rosso, bordato di porpora ad un palo  nero, caricato dell'elmo di Scanderbeg d'oro.
 
Ornamenti: sopra lo scudo una corona turrita dorata, accompagnata da nastri indicativi delle ricompense al Valore di cui il Corpo ha titolo a fregiarsi. Sotto lo scudo fuoriesce nastro decorativo con al centro insegna dell'Ordine Militare d'Italia e, su lista bifida dorata svolazzante il motto:
 
"NULLI  SECUNDUS"
(secondo a nessuno)
 
 
 
SINTESI  BLASONATURA
 
1° Quarto  richiamo alla presenza del Corpo in Crimea, inserito nel contingente dell'Armata Sarda, mediante la simbologia araldica relativa ai viaggi in terre lontane.
 
2° Quarto  espressamente dedicato al combattimento di Governalo (ponte sul Mincio), per il quale la 2^ Compagnia meritò la M.B.V.M.
 
3° Quarto  ricordo della partecipazione alla Grande Guerra, in particolare delle eroiche gesta compiute dal Reggimento sulle colline che sovrastano l'Isonzo.
 
4° Quadro  è riferito alla battaglia di Custoza, ma ricorda anche le due M.B.V.M. (rappresentate dalle due stelle) meritate nel corso della prima Guerra d'Indipendenza.
 
Al centro dello stemma lo scudetto, bordato di porpora (colore tradizionale della specialità) con i colori d'Albania e l'elmo del suo eroe nazionale, a significare il rispetto delle più pure tradizioni bersaglieresche conservate anche nelle ultime avverse vicende militari.
                            
 
 
 
 
 
 
 
 
 
COCCARDA  CAPPELLO PIUMATO
 
 
 
 
 
 
 
IL  2°  BATTAGLIONE  BERSAGLIERI  "GOVERNOLO"
IN  OPERAZIONI  DI  "PEACE  KEEPING"  IN  LIBANO
 
 
- " LIBANO  1 " :   AGOSTO / SETTEMBRE  1982
                   - " LIBANO  2 " :   SETTEMBRE  82 / MARZO  1983
 
 
 
        
 
 
MISSIONE        " LIBANO  1"
 
( 16  AGO.  82  -  12  SET.  82 )
 
Al  2°  Battaglione  Bersaglieri  "GOVERNOLO" toccò  l'onere  e  l' onore  di  essere  il  primo  Reparto  dell' Esercito  Italiano  ad  intervenire in armi  fuori  dai  confini  nazionali  dalla  fine  della  2^  Guerra  Mondiale. Per  due  volte, infatti,  prendeva  parte ad  operazioni  di  Pace  a  BEIRUT congiuntamente  a  forze  di  altre Nazioni  per  consentire  al  LIBANO  di riconquistare  la  propria  sovranità da  anni  perduta, e  per  ristabilire la  pace  in  quell' area  medio orientale.
A  determinare  l'intervento  è  l' esplosiva  situazione  libanese  venutasi  a  creare dopo  anni  di  lotte  interne  fra  le  milizie  mussulmane  e  cristiano  maronite, acuita  dalla  presenza  sul  territorio   di  migliaia  di profughi palestinesi  e dei  militari  siriani  della  Forza  di  Dissuasione  Araba (ADF).  Situazione di  estrema  delicatezza   per  la  sicurezza  di  ISRAELE  che, per salvaguardare  il  proprio  territorio dalle  continue  incursioni  palestinesi  provenienti  dal  LIBANO , nell' estate  del  1982 sferra una violenta offensiva al di là della frontiera  dando il  via  all' operazione denominata  "PACE  IN  GALILEA".
Le  Forze  israeliane dopo  travolgente  avanzata   raggiungono  BEIRUT  asserragliando  nella  parte  Ovest  della  città  più  di  10.000 palestinesi   dell' OL.P  (ORGANIZZAZIONE  PER  LA  LIBERAZIONE  DELLA  PALESTINA),  del  PLA  ( ARMATA  PER  LA  LIBERAZIONE  DELLA  PALESTINA) ,  e  circa  3000  soldati  siriani  dell'  ADF.
La  diplomazia  internazionale  si  era  mobilitata  per  evitare l'incombente  genocidio  ed  evitare  il  coinvolgimento  diretto  di  altre  Potenze  nella  crisi.  Fallito  il  tentativo  di  inviare una  forza  dell' ONU  per  il  veto  posto  dal   Consiglio  di  Sicurezza, le  parti  interessate  accettano  la  presenza  di  una  Forza  Multinazionale  di  Pace  formata  da  Contingenti  appartenenti  a  FRANCIA, ITALIA  e  STATI  UNITI  per  attuare  l'evacuazione  delle  forze  asserragliate  in  BEIRUT  OVEST. 
In tale contesto prendeva l'avvio il primo intervento del "GOVERNOLO" in Medio Oriente.
 
Il  2°  Battaglione  Bersaglieri  quale  CONTINGENTE ITALIANO IN LIBANO  "GOVERNOLO" ( ITALCON  GOVERNOLO ) partecipa all'operazione con una forza di  518  uomini  (39  Ufficiali, 81 Sottufficiali , 398  militari  di  truppa), 100  mezzi  fra  cingolati  e  ruotati  di  vario  tipo  e  con una  autonomia  logistica  di  45  giornate.
 
Il Contingente è Comandato dal Ten. Col.  Bruno  TOSETTI e si articola in:
- Vice  Comandante:    Ten. Col. Luigi  DE CARLO. 
-  compagnia Comando e Servizi:  Cap.  Nicola  TOMA;
-  una  Sezione  Mista  di  Sussistenza:  Cap. Giuseppe  LUPO;
-  due  Compagnie  meccanizzate: Cap.Vincenzo  LOPS e Ten  Riccardo MARCHIO';
-  un  Plotone  Carabinieri  del  btg. CC "Lombardia": Ten.  Andrea  CERRATO;
-  un  Plotone  rinforzato  del  Genio: S. Ten. Mario  ROSATI.
 
La missione affidata  alla  Forza  Multinazionale  era  quella  di:
"assistere  in  modo  appropriato  le  Forze  Armate  libanesi  nell'assicurare  l' incolumità   fisica  dei  combattenti  palestinesi  in  partenza  da  Beirut  e  quella  degli  abitanti  della   città; favorire  il ripristino  della  sovranità  e  dell' autorità  del  governo  libanese  nella  regione  di  Beirut  a  partire  dalle  24  ore  dallo  sbarco  in  territorio  libanese".     
 
 
 
                         
Zone  di  schieramento della Forza Multinazionale
 
 
In  tale  quadro  i Contingenti USA e francese sono stati concentrati rispettivamente   all'interno del porto e nella parte settentrionale della città; il primo per fornire sicurezza allo scalo marittimo, il secondo per scortare i Fedayn diretti al porto per l'imbarco.
Al "GOVERNOLO"   è invece  affidato  il  settore  meridionale,   con  il  compito  specifico di interporsi fra le forze israeliane e quelle sirio - palestinesi,  e  di  portare  quest'ultime  in  salvo  oltre i  confini  della  SIRIA.
 
Il compito affidato ai Bersaglieri risulta  essere il più delicato dell'intera missione. Il varco tra le due Beirut che devono controllare è il più lontano dal porto, il più esposto, il meno controllabile ed il più pericoloso. La zona Sud di Beirut, infatti, è quella a più forte densità mussulmana. A poche centinai di metri verso Ovest dal Check Point italiano ci sono i campi palestinesi di Sabra e Chatila  dove si erano insediati i Fedayn con le loro famiglie e pertanto da sempre obiettivo prioritario dei falangisti  di Gemayel.    Inoltre la peculiarità del compito da assolvere imponeva il frazionamento delle forze del Contingente per soddisfare contemporaneamente  a tre esigenze operative:
 
 
  • difesa della località  "LA SAGGESSE", sede del Comando e della base logistica;
  • presidio della fascia smilitarizzata di "GALERIE DE SEMMAN";
  • protezione delle colonne  fino oltre i confini libanesi con la Siria
 
 
 
 
 
                 
 
                    Osservatorio  Sapesse                                                      Parcheggio  Sagesse
                                        
 
                                                   Officina campale Sagesse
 
Le tensioni esistenti fra mussulmani e cristiani (responsabili entrambi di feroci massacri), la presenza israeliana e l'incerto atteggiamento che l'Esercito libanese avrebbe mantenuto nel riassumere il controllo del territorio rendevano la missione ancor più rischiosa.   
Ed è proprio in virtù della sua estrema delicatezza che  questa missione è affidata al Contingente italiano in quanto il Comitato Politico e Militare del Libano (ambasciatori USA, Francia, Italia e Comandanti dei Contingenti militari della Forza Multinazionale),  lo ritiene essere il più accettato dai mussulmani per non avere l'Italia responsabilità alcuna sull'esplosiva situazione libanese.
Al contrario erano invisi gli USA considerati i maggiori sostenitori di Israele ed i francesi per avere da sempre privilegiato l'egemonia della minoranza Maronita su quella Mussulmana.
                                         
 
 
 
INTERPOSIZIONE
 
 
 
Il Contingente "GOVERNOLO" parte da BRINDISI il  21 agosto 1982  a bordo di navi da trasporto  della Marina Militare e della Marina Mercantile scortate dalla Fregata "LUPO". I reparti erano stati preceduti dal Comandante del Contingente recatosi a Beirut nella mattinata del 19 per verificare in loco la situazione, e per una prima presa di contatto con le forze da sgomberare. Il giorno 22, invece, con la Fregata "PERSEO" parte il "Nucleo da Ricognizione"  per organizzare lo sbarco dei reparti..
        
Alle  10.30 del 26 agosto, a  sole  due  ore  e  mezza  dallo  sbarco nel porto di JOUNIEH  (5 Km. A Nord di Beirut).,  la  2^ Compagnia  Bersaglieri  del Ten. Riccardo  MARCHIO'  raggiunge  il  bivio  di  HAZMIYE, punto  origine  della  strada  per  DAMASCO  ed in corrispondenza del margine anteriore dello schieramento difensivo palestinese. Le posizioni sono presidiate da reparti del PLA (Palestinian Liberation Army), armati ed inquadrati dall' Esercito siriano.
 
                      
Agli occhi dei Bersaglieri si presenta un lungo e largo viale, noto come Galerie de Semaan,  che dal bivio conduce ai quartieri  Ovest della capitale libanese dove si trova  asserragliato il grosso delle Forze siriane, Arafat con i suoi miliziani dell'OLP (Fedayin) e molte delle loro  famiglie.
L'intera zona reca i segni dei cruenti combattimenti cessati solo da qualche giorno per consentire lo schieramento della Forza Multinazionale. Palazzi sventrati dalle bombe e trasformati dai difensori in fortilizi fanno da cornice al viale .
Sullo sfondo, in corrispondenza della Chiesa di St. Michel, il viale è sbarrato da un terrapieno alto 5 m. con un passaggio a labirinto disseminato da  mine. Il terrapieno altro non è la prosecuzione della "LINEA VERDE" che divide Beirut  nei due settori EST / OVEST.    
Con questo scenario i Bersaglieri dovranno convivere per circa un mese. 
 
 
            
 
 
            
 
 
           
 
         
 
 
 
 
 
 
 
                 
 
 
 
                                  
                                             
                                                                                       
 
 
 
 
                                    Foto  di Galerie de Semaan
                                     Terrapieno
                                     St. Michel
                                     Città  vecchia
 
                                   
 
Attuando la pianificazione messa a "punto" il giorno precedente dall' Ufficiale alle operazioni del Contingente (Magg. Antonio ROTUNDO),  la Compagnia si interpone  fra  le  forze nemiche  a  contatto  lungo  la  "linea  verde"  e rileva    le  postazioni e  gli  appostamenti che da mesi  i  palestinesi occupano a  cavallo  dell' asse  stradale.
Si tratta di apprestamenti difensivi in cemento armato ricavati nei piani bassi degli edifici, una volta abitazioni.  Nei pressi c'è un carro T 55  di fabbricazione sovietica sistemato a "scafo sotto". Non è più in grado di muovere ma con il cannone perfettamente funzionante  tiene sotto tiro le provenienze da Est ed in particolare un tratto della strada per Damasco.  
 
                   
 
 
Carro armato T 55
 
 
 
 
Postazione
 
 
 
 
Postazione di mitragliatrice
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il  giorno precedente all'arrivo dei reparti il Comandate del Contingente accompagnato dal Comandante del Battaglione PLA ha effettuato una  particolareggiata  ricognizione delle postazioni da rilevare. Durante  la ricognizione ha luogo un incontro con i rappresentanti  dell' "ORGANIZZAZIONE ARMATA DEI COMUNISTI LIBANESI" e con i capi dei "MORABITUN" (movimento dei nasseriani indipendenti),  con  i quali vengono presi  accordi  per l'arretramento dei  loro  itinerari  di  pattugliamento  attualmente a ridosso  della "LINEA VERDE".
Anche con i rappresentanti del  Partito  "AMAL" (emanazione militar dei Sciiti), si tratta  per  farli arretrare  dalla  zona che  sarà occupata  dai Bersaglieri.
Durante  tutti  gli   incontri   c'è sempre stata la massima collaborazione, molta  gentilezza  ed  anche un notevole apporto di  notizie utili e preziose  per  quanto avremmo dovuto  fare  nei  giorni  seguenti.
Secondo  gli accordi le nostre truppe non  oltrepasseranno la  sede della "Gendarmeria" situata  a 100 m. a Ovest dalla Chiesa di St. Michel e dove è insediato il Comando dei Morabitun.
La  strada, sempre  verso Ovest, continuerà  a rimanere minata e le  mine saranno rimosse soltanto per permettere  il passaggio delle colonne dei combattenti  che partiranno  per  la Siria  sotto scorta italiana. Tenteranno (!)  però di bonificare il tratto di strada fra la Chiesa e la Gendarmeria,  ma  non  sono sicuri di ricordare l'esatta ubicazione di tutte le mine.
Anche e soprattutto per questo motivo i Plotoni della 2^ Compagnia procedono con molta cautela  occupando, una dopo l'altra, tutte le postazioni che dominano l'area circostante  il settore assegnato
 
Le attività operative previste per questa prima giornata libanese, volte a creare  una fascia smilitarizzata di 1 Km per  400 m. necessaria  per  consentire la  formazione  il  controllo  e  la  partenza  delle  colonne,  si concludono alle ore 16.45  con la costituzione  del  "Check  Point"  di  St. Michel,  il  più  avanzato  verso  Ovest  dello  schieramento  italiano.
Seppur in presenza di un "clima" di palpabile tensione, la pericolosa fase di interposizione fra le forze che si fronteggiavano volgeva al termine senza che si fossero verificai incidenti di sorta. Solo la riluttanza di un comandante palestinese nello sgomberare il suo posto comando e quella di un gruppo di "Morabitun" che non volevano ripiegare avevano fatto presagire il peggio, ma niente più.
I Reparti dell'Esercito libanese, ai quali i palestinesi si erano rifiutati di consegnare le posizioni, potevano ora raggiungere i Bersaglieri e riprendere il controllo del territorio che da cinque anni gli era precluso.
 
La reciproca resa di onori fra un plotone di Bersaglieri ed un Reparto del PLA ed una stretta di mano fra il Comandante del Contingente italiano ed il Comandante del settore, Colonnello siriano Hassan, suggellano  la prima giornata operativa del Contingente.
Il pieno successo riscosso viene sottolineato dall'improvviso ed inatteso arrivo di Mr. Philip Habib (Ambasciatore USA, coordinatore delle operazioni di evacuazione dei Palestinese da Beirut), il quale vuole congratularsi di persona con i Bersaglieri per l'ottima riuscita dell'operazione sul cui esito pochi credevano.      
 
Nel frattempo il grosso del Contingente,  sotto la guida del Vice Comandante, raggiunge l'area della scuola "LA  SAGGESSE"  per  occuparla ed organizzare  il Comando e l'area logistica   dove successivamente affluirà anche il nucleo "ANGLICO" della VI Flotta USA, composto da 3 Ufficiali e 15 fra Sottufficiali e Marins. 
In caso di ripresa del conflitto che vanifichi l'opera della Forza Multinazionale e renda inutile la sua permanenza a Beirut, è compito  di questo nucleo soddisfare esigenze di elicotteri da trasporto, per l'evacuazione d'emergenza del personale del Contingente, e di fornire il supporto di fuoco aereo-navale da parte delle navi che stazionano alla fonda davanti la città. 
 
Da quando sono iniziate le ostilità le notti di Beirut non sono mai state silenziose, ma questa è particolarmente rumorosa; raffiche di fucileria e assordanti esplosioni le cui vampe illuminano il buio che grava su Beirut Ovest, si susseguono in continuazione. Sono i palestinesi ed i siriani che nell'imminenza della partenza distruggono i depositi di munizioni e quelle armi che non potranno portare al seguito per carenza di mezzi di trasporto. 
 
 
 
 
VERSO  LA SIRIA  ATTRAVERSO LA  VALLE  DELLA  BEKAA
 
Nei giorni  successivi mentre una Compagnia presidia  Galerie de Semaan, l'altra  Compagnia Bersaglieri rinforzata da nuclei  di Carabinieri,  attraversava più volte la valle  della  BEKAA  in  mano  israeliana,  per  portare  in  salvo i miliziani palestinesi  del  P.L.A.  ed i  soldati  siriani  delle  HITTIN  Brigade, QUADDISIYYAM  Brigade  e  della   85^   Brigade  appartenenti    all' A.D.F.    (FORZA  DI  DISSUASIONE  ARABA).
 
                              
 
Secondo gli accordi l'evacuazione deve avvenire  con il concorso della Polizia libanese sulla quale grava la responsabilità di formare le colonne, censire numericamente i militari partenti  ed accertarsi della  qualità e quantità di armi e mezzi che abbandonano Beirut.
La richiesta israeliana di un rilevamento nominativo dei nemici in partenza era stata respinta. Per contro rimaneva il vincolo che tutti gli automezzi partiti da Beirut dovevano giungere a destinazione oltre la frontiera libanese.
 
Alle ore 06.00 del 27 agosto  ha inizio lo  sgombero della  prima colonna composta da 215  automezzi di vario tipo con  a bordo 1600 miliziani del PLA.
Gli israeliani dal bivio di Hazmiye controllano con particolare puntigliosità che tutto si svolga secondo  quanto concordato con il "comitato politico militare".  Forse indispettiti per il mancato censimento nominativo dei partenti  fanno pesare la  loro posizione di vincitori e adducendo  ad un superficiale controllo  numerico dei partenti da parte  libanesi ostacolando e ritardano la partenza  della  colonna.  
Per evitare l'insorgere di altre situazioni "cavillose",  il controllo viene affidato al Contingente ed eseguito dal Capo Sezione OAI - Magg. Antonio ROTUNDO - e  dal S.Ten. Sergio CUOFANO, comandante del Plotone che presidia l'area.
 
 
 
 
 
 
     
 
                                      
 
 
 
Un secondo arresto della colonna viene  richiesto dagli "osservatori"  israeliani secondo i quali cinque miliziani avrebbero abbandonato l'automezzo che li trasportava e si sarebbero  dileguati  nella boscaglia. Trattasi di una palese provocazione, comunque non accolta dal Comandante del Contingente che ha opposto un fermo rifiuto  alle insistenze di un Generale israeliano che pretendeva che  una Squadra di Bersaglieri , affiancata da soldati israeliani, rastrellasse la zona fino al ritrovamento  ed  all'eliminazione fisica  dei  "fuggiaschi".
La colonna procede senza  altre difficoltà a parte le numerose "panne" dei malconci automezzi palestinesi che richiedevano frequenti interventi del Maggiore Giovanni GIUSTO e del "nucleo recupero" del Contingente per sgomberarli oltre confine.
La giornata ha termine alle 15,30 con l'arrivo della colonna a MASNA, località sul confine  siriano. 
 
Lo sgombero delle forze asserragliate nella Beirut Ovest si conclude tre giorni dopo con l'effettuazione di altrettante colonne. Complessivamente furono sgomberati 952 mezzi di vario tipo (carri armati, ruotati, artiglierie, lancia razzi, ecc…) e portati in salvo 6509 fra palestinesi del PLA e soldati dell'Esercito regolare siriano.  Anche in queste giornate non mancarono pretestuosi "incidenti  di  percorso"  che avrebbero potuto compromettere l'esito della missione di pace se alla fine non fosse prevalso il buon senso da entrambe le parti in conflitto.
 
                                               
 
 
 
 
 
                                                Foto  colonne                      
Con  l'evacuazione  delle forze mussulmane asserragliate nella  Beirut Ovest era stata  assolta  solo  una  parte    della  missione del  "GOVERNOLO". Il Reparto permane infatti  a  presidio  dei  " Check  Point " e  delle  postazioni di  Galerie  de Semaan  per  altri  undici  giorni allo scopo di:   proteggere da eventuali  rappresaglie le  famiglie  dei  palestinesi rimaste a Beirut, agevolare il rientro dei profughi libanesi che avevano abbandonato la città durante il conflitto e per  consentire  all' Esercito  libanese di  riacquisire  completamente  il  controllo  del  territorio metropolitano.
La  Missione  "LIBANO  1"  si  avviava  alla  conclusione e l'operazione di "sganciamento" dei reparti ha inizio  il  mattino  del  9  settembre con  l'afflusso  di  una Compagnia  Bersaglieri  al  porto  di  Beirut  per  rimpiazzare i Marines  USA  in  partenza  e  quindi  garantire  la  sicurezza  al  Contingente  che  nei  due  giorni successivi  si  sarebbe  imbarcato  per  nuclei.
La  Compagnia  rimasta  a  presidio  di  "GALERIE  DE  SEMAAN"  ed  il  "Posto di  Medicazione", che  dal  primo  giorno  ha  operato  a   favore  della  popolazione civile,  affluiscono per ultimi  in  porto  per  l'imbarco  seguiti  dalla  Compagnia  posta  a  difesa dell' area  portuale.
 
                                             Foto  Posto di Medicazione
 
La  Missione  del  Contingente  italiano  si  concludeva  definitivamente  alle  ore  18.00  dell' 11 settembre  1982  con  la  partenza  da  Beirut  delle  navi  scortate  dalla  Fregata  "LUPO",  non  prima  però  di  aver  donato  viveri  e  medicinali   agli  Enti  assistenziali  locali.
Il  "GOVERNOLO"  aveva  portato  a  termine  con  pieno  successo  la  Missione  affidatagli,  riscuoteva  il  plauso  generale  degli  Alleati, della  popolazione  civile libanese  e  delle  Nazioni  che  avevano  beneficiato  direttamente  o  indirettamente  del  suo  intervento.
 
 
 
                                            Foto visita Weinbergher
                                                                                Nunzi Apostolico
                                                              Ambasciatore italiano
                                                              Partenza
                                                             
 
 
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OPERAZIONE   "LIBANO  2"
 
( 27 SET. 82  -  3  MAR. 83 )
 
A pochi giorni della partenza del Contingente da Beirut,  il neo eletto Presidente Beshir Gemayel cade vittima di un attentato.  Per rappresaglia  la "FALANGE"  (milizia maronita dei Gemayel), entra nei campi palestinesi  di  SABRA e SHATILA e massacra centinaia di mussulmani.
Le autorità libanesi e palestinesi chiedono insistentemente il ritorno della Forza Multinazionale a Beirut  e quindi  il 23  settembre, da pochi giorni rientrato in Patria, il  "GOVERNOLO"  riparte per Medio Oriente.
 
 
                                   Foto di Chatila
 
  
Questa  volta  il  2°  Battaglione  partecipa  alla missione nota con il nome di   "LIBANO  2"    inquadrati  nel  Raggruppamento  Italiano in  Libano  (ITALCON)  a  fianco  dei  Parà  della  "Folgore"  ed  ai  Marò  del  "San  Marco"comandato dal  Colonnello  Franco  ANGIONI.
 
Al momento  dell' arrivo  della  Forza  Multinazionale,  la  situazione  in  LIBANO  vede  schierate:
-  le  truppe siriane, con formazioni palestinesi,  nella  parte  settentrionale  ed  orientale
   del  Paese;
-  la  "Falange"  a  nord  di  BEIRUT;
-  l' esercito  regolare  libanese  (poche  Unità)   in  BEIRUT   Est  e  nelle  immediate 
   vicinanze;
-  gli  israeliani   a  Sud;
-  l' UNIFIL,  in  una  fascia  di  circa 10  Km.  Immediatamente  a  Nord  del  confine
   israeliano.
 
La  Forza  Multinazionale  (  USA - FRANCIA - ITALIA  ed  in  un secondo  tempo
GRAN BRETAGNA),   prende  il  controllo  di  BEIRUT  OVEST  con  il  compito  di
 
"costituire  una  forza  di  interposizione  in  località  concordate; assistere il Governo libanese e le sue Forze Armate  nel ristabilimento dell'ordine e della sovranità  nella zona di Beirut; tutelare la sicurezza della popolazione e porre fine alle violenze".
 
Ogni  Contingente  presidia  un  settore di Beirut:  a  Nord  i francesi,  al  centro  gli  italiani,  a  Sud  il  Contingente  USA ( area  aeroportuale).  Quello  inglese, giunto a Beirut in un secondo tempo,  verrà  dislocato  nella parte a  Sud-Est  della capitale.
 
      
 
 
 
 
  
 
 
Settori  dei  Contingenti
 
Il  settore  italiano,  con  un  perimetro  di  circa  30  Km e con una  popolazione  per  il  95%  sciita, ingloba i due  campi  palestinesi di CHATILA  e  BORJ  EL  BRAJNE'  abitati  complessivamente da circa 24.000  persone.
 
In  questa  seconda  missione  il  "GOVERNOLO"   sbarca  a  BEIRUT   il  27  settembre  e  si  schiera  subito  a  protezione  del  campo  palestinese  di  BORJ  EL  BRAJNE' abitato  da  15.000  palestinesi  che, dopo quanto accaduto a Chatila, temono di essere il prossimo obiettivo.  Il nostro ingresso nel campo infatti, ha provocato il terrore degli abitanti che fuggono urlanti. La disperazione lasciava subito il posto a manifestazioni di giubilo con lanci di riso nella nostra direzione appena riuscimmo a fare loro capire che eravamo militari italiani. Sanno di noi,  di cosa abbiamo fatto nelle precedenti settimane e come ci siamo comportati.
Forse non immaginavano che reparti della Forza Multinazionale si sarebbero schierati a difesa diretta delle loro case, meno  che meno che ad arrivare fossero i soldati italiani. Eravamo comunque desiderati ed i benvenuti.  "ONLY ITALY" scritto con il gesso sulle imposte di legno delle finestre delle case del quartiere ne era la dimostrazione.
I nostri cingolati hanno subito formato una cintura di sicurezza attorno al rione, costituendo posti di controllo mentre squadre di bersaglieri  si dislocavano in posti dominanti e pattugliavano, specie di notte, le tortuose viuzze dell'abitato.
Il 2° Battaglione Bersaglieri, nei soli trenta giorni di permanenza a  Borj El Brajné, oltre alla sicurezza  ha profuso tanta umanità e calore umano ed ha colmato con i propri medici alla  carente assistenza sanitaria del luogo. 
Di  ciò  ne  è  testimone  vivente  il  piccolo  GOVERNOLO   HIBRAIN  MUSTAFA'  ALI'  ZAN  ZAN,  cosi  chiamato  dai  genitori  perché  venuto  alla  luce  durante  una  notte  di  coprifuoco  grazie  al  tempestivo   intervento  di  una  pattuglia  di  Bersaglieri  comandata  dal  Ten. Sergio  CUOFANO  e  all'opera  del S.Ten. medico  Ferruccio  VIO (figlio  del Tenente Emilio  VIO  del  3°  Reggimento  Bersaglieri, decorato  al  Valore  Militare  sul  Fronte  Russo  quarant'anni  prima.  Buon  sangue  non  mente!).
 
                                                   Foto di postazioni
                                                               Bimbo Governolo
 
Il  26 Ottobre,  avvicendati  dai  Parà  della  "FOLGORE", i  Bersaglieri   sono destinati  alla  protezione  di  CHATILA  dove  resteranno  fino  al  termine    della  missione del  "SECONDO"  a  BEIRUT.
Presidi  di  "ceck point", posti  di  osservazione, pattugliamenti e  rastrellamenti costitu-
iscono la principale attività operativa in  atto senza  sosta  giorno e  notte per  garantire  la  sicurezza  degli  abitanti  dei  citati  "campi".
 
Di  particolare  rilievo  operativo durante la seconda missione del "GOVERNOLO" a Beirut va citato il  rastrellamento  svolto nel  febbraio  1983 in  una  vasta area  boschiva  attorno  al  campo  di  golf  a  Sud-Est  della  capitale  libanese, per  individuare la  zona  di partenza di un razzo contro  l'abitato  di  KHALDE' dove  era  in atto  un  "vertice" libano - israeliano.
Il rastrellamento si è concluso dopo poche ore  con  l'individuazione di  due  rampe di  lancio sul  tetto/terrazzo di  un  palazzo  fortificato e disabitato. Una rampa era vuota e sull'altra era montato un  razzo  tipo  Katiusha  predisposto  per  il  lancio  "a  tempo"    tramite  il collegamento  con   un  "timer" di  fabbricazione  cinese.
 
Oltre alla precipua attività operativa, durante la "LIBANO 2"  il  Battaglione Bersaglieri  "GOVERNOLO"  ha  anche assicurato  il  sostegno  logistico a favore  di  tutto "ITALCON"  fino  ai  primi  di  dicembre  quando ha  iniziato  ad  operare  il  neo  costituito Battaglione Logistico di  Raggruppamento, sorto  dal  graduale  adeguamento  e  rafforzamento della Compagnia  Comando  e  Servizi  del  Battaglione.  
Anche  durante  questa   missione  i  Bersaglieri  del  "SECONDO" hanno  dimostrato  grande  efficienza,  senso  di  disciplina,  spirito  di  sacrificio  e  la  consueta  grande  umanità  già  evidenziata  in  tante  altre  circostanze  in  cui  il  nostro  Soldato  si  era  reso  protagonista.
 
Il 3 marzo 1983 il 2° Battaglione "GOVERNOLO"  conclude la sua missione in Medio Oriente senza  dover lamentare perdita alcuna e rientra alla Caserma "CADORNA" dopo oltre sei mesi di assenza.
Durante la permanenza del Battaglione all'estero la città di LEGNANO è sempre stata vicina ai suoi Bersaglieri dimostrando loro affetto e riconoscenza  non solo accogliendoli festosamente al rientro ma stando loro  vicini durante il lungo periodo di lontananza. Ne sono la  testimonianza la solenne cerimonia voluta dal Comune di Legnano, il collegamento telefonico fra i bersaglieri a Beirut e le loro famiglie organizzato  dalla "Famiglia Legnanese"  la notte di Natale 1982 e, in particolare,  i rapporti epistolari mantenuti dagli studenti legnanesi con i i Bersaglieri a Beirut, frutto dell' azione di sensibilizzazione svolta presso gli Istituti scolastici  profusa dai Bersaglieri in congedo della locale Sezione " M.O. Aurelio Robino". 
 
                                               
                                                Foto cerimonia
 
Al 2° Battaglione Bersaglieri "GOVERNOLO"  il Comune di Legnano ha conferito la Cittadinanza onoraria con la seguente motivazione:  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I  BERSAGLIERI  DEL  "SECONDO"  IN  SOMALIA
 
OPERAZIONE "IBIS 2"
 
 
 
 
 
 
 
I Bersaglieri del 2°  Reggimento operano in Somalia dal 26 giugno al 9 ottobre 1993 inquadrati nella Brigata Meccanizzata "LEGNANO".
E' l'operazione "IBIS 2"  che il Contingente italiano conduce nel quadro della Missione "UNOSOM II"   sotto comando ONU.
 
Il  2°  Reggimento è al Comando del Colonnello Franco SCARAMAGLI.
Il Comandante del  Battaglione "GOVERNOLO" è, invece, il legnanese di adozione Ten. Col. Giuseppe FALOMI  che, in aderenza della programmazione nazionale, il 30 luglio verrà avvicendato  dal Ten. Col. Pierluigi SIMONELLI.
 
 
La Repubblica Somala nasce il 1° luglio 1960, poco tempo dopo la fine della decennale Amministrazione Fiducia di quel territorio affidata dall'ONU all'Italia.
L'unita statuale raggiunta  non fa però finire le ataviche rivalità tribali che caratterizzano i rapporti politici  interni dello Stato.  Il perdurare e l'aggravarsi di tali rapporti porta il Generale Siad Barre ad assumere il potere nel 1969 con un colpo di stato militare. In tal modo nasce la Repubblica Democratica Somala.
 
Fra le forze fedeli a Siad Barre e numerosi movimenti di opposizione, formati non tanto da partiti politici ma principalmente dai diversi clan esistenti, non tarda ad iniziare una vera e propria guerra civile.
Fra questi movimenti di opposizione i più importanti sono:
  • il Somali National Movement ((SNM) operante a Nord della Somalia;
  • l'United Somali Congress (USC) nel Centro del Paese e nella capitale Mogadiscio;
  • il Somali Patriotic Moviment (SPM) operante nel Sud.
 
L' USC conquista definitivamente Mogadiscio nel gennaio 1991 ed il suo leader Ali Mahdi  è nominato Presidente provvisorio della nuova Repubblica Somala.
Alla lotta contro l'ex dittatore, che ha lasciato la capitale ma non la Somalia, si somma adesso la lotta interna all'USC  - per assumere la direzione del nuovo Stato - fra i clan che fanno riferimento ad Ali Mahdi  e quelli che si riconoscono nel Generale Aidid.
Al Nord nel maggio 1991 il SNM dichiara l'indipendenza della parte del territorio sotto il suo controllo mentre nel Sud regna l'anarchia generalizzata del tutti contro tutti.
Nel aprile 1992 nel Sud della Somalia capitolano le ultime forze fedeli a Siad Barre e quindi i vari clan vincitori possono ora concentrare tutti i loro sforzi nell'eliminazione reciproca. Nella capitale la lotta fra Aidid e Ali Mahdi si incentra sul controllo dei quartieri, delle singole abitazioni della capitale. La situazione della popolazione somala in generale e di quella urbana di Mogadiscio in particolare diventa tragica. Tragedia aggravata dalla pratica impossibilità di distribuire o di ripartire equamente gli aiuti umanitari che  giungono in grande quantità all' aeroporto ed al porto di Mogadiscio provenienti da molte parti del mondo.  
 
 
In presenza di tale critica ed insanabile situazione l'ONU interviene con ben 17 "Risoluzioni"  del Consiglio di Sicurezza e fra queste la Ris. N. 794 del 3 dicembre 1992 che autorizza il Segretario Generale e tutti gli Stati membri "ad usare tutti i mezzi necessari per la creazione, il più presto possibile, di un ambiente sicuro per le operazioni di  soccorso umanitario in Somalia", cioè ad agire secondo quanto disposto nel capitolo VII dello Statuto dell'ONU.
In tale scenario nasce l' operazione  "Restore Hope, sotto guida statunitense, in sostituzione della missione dell'ONU "UNOSOM"  ( UNITED NATIONS OPERATION IN SOMALIA) ritenuta inadeguata ad assolvere il  compito per l'esiguità delle forze a disposizione. Nell'ambito della "Restore Hope"  le  Forze  Armate italiane condurranno l'operazione "IBIS 1"  in atto dal  dicembre 1992 al  3 maggio 1993 quando, anche a causa dell'aumentata conflittualità fra i somali di tutte le fazioni e le unità americane, gli USA pongono termine alla "Restore" Hope" trasferendo la responsabilità delle operazioni ancora all' ONU che avvia la missione  "UNOSOM  II".
E' in  questo contesto che, dal 5 maggio 1993 al 23 marzo 1994, l' Italia conduce la missione denominata "IBIS 2" intervenendo con la Brigata Paracadutisti "FOLGORE" prima  e  con la Brigata Meccanizzata "LEGNANO" poi.
 
                                               Foto  del settore
 
Il settore inizialmente assegnato al Contingente italiano era profondo circa 350 Km.  da
Mogadiscio al confine con l'Etiopia, ed ampio circa 150 Km.
Le principali attività svolte dal Contingente nazionale sono dirette a ristabilire le condizioni minime di vita fra le popolazione locale. In particolare, scorta ai convogli con aiuti umanitari, distribuzione di viveri e medicinali, protezione dei depositi di materiale ancora da distribuire ed interventi sanitari a favore della popolazione.
Dal punto di vista strettamente militare, le attività si incentravano sul controllo dell'area di responsabilità, mediante pattugliamenti e posti di controllo fissi, rastrellamento di edifici e perquisizioni per realizzare il disarmo delle fazioni in lotta.  
 
 
  
                                             Foto   varie
 
 
 
 
 
 
 
Il  30  Agosto 2003, con la sospensione del Servizio Militare di Leva, decretato dal Parlamento, e con la costituzione delle Forze Armate  professional"i  a base volontaria, il 2° Bersaglieri viene ridotto a "Nucleo di Attivazione".
Compito del "Nucleo" è quello di procedere, in caso di emergenza, alla ricostituzione dell' Unità. Nel frattempo la Bandiera da Combattimento del Reggimento  è custodita dal Reggimento Artiglieria a
Cavallo di stanza a Milano.
In tale circostanza  l' Amministrazione Comunale ha concesso la Cittadinanza Onoraria al Reggimento con la seguente motivazione