Libri-vari

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Libri-vari
 
Contents
La vera storia della Lega Lombarda (quella del 1167)
Olocausto nucleare nell'antichità: siamo figli dell'atomica?
OOPArt: il Papiro Tulli, gli alieni tra i faraoni
La maledizione della mummia Ötzi, lo sciamano dei ghiacci
Bibbia, testi antichi e macchine volanti
OOPArt: L'Uccello di Saqqara, un aereo nell'antichità
GILGAMESH O L’EROE LUNGO LA VIA DEL SOLE
       7.8.7.1 Introduzione
       7.8.7.2 GILGAMESH O L’EROE LUNGO LA VIA DEL SOLE
       7.8.7.3 La Storia di Gilgamesh
       7.8.7.4 Un Viaggio astrologico?
       7.8.7.5 IL MITO DI ADAPA DI ERIDU O IL QUADRATO DI PEGASO
       7.8.7.6 Commento
       7.8.7.7 LA NATURA DEGLI ASPETTI
       7.8.7.8 LA CONCEZIONE COSMOLOGICA EGIZIANA
       7.8.7.9 IL MITO DI ETANA DI KISH O L’ETERNO RITORNO
       7.8.7.10 LE PROGRESSIONI TERZIARIE
       7.8.7.11 IL TEMA ANNUALE SOLILUNARE
       7.8.7.12 COME ISCRIVERSI AL CENTRO ITALIANO DI ASTROLOGIA

La vera storia della Lega Lombarda (quella del 1167)

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La vera storia della Lega Lombarda (quella del 1167)
“… il compito, anzi il dovere primo dello storico è guardare alla “fattualità” degli eventi con concretezza. E con onestà”
 
Indro Montanelli
 
Gentile Direttore
fra pochi giorni ci sarà il Palio delle Contrade e come corollario prevedibile non mancheranno i tanti discorsi volti a interpretare in un senso o in un altro la celebre battaglia del 1176.
Sono sostanzialmente due le vulgate più diffuse, che però con la storia non hanno nulla o poco a che fare.
La prima è forse quella che conosciamo meglio, diffusa a piene mani soprattutto l’anno scorso in occasione del 150esimo dell’Unità italiana. In sostanza la battaglia del 1176 sarebbe espressione della nazione italiana sull’imperialismo germanico incarnato nella figura del Barbarossa. Questa tesi trovò molti estimatori durante il Risorgimento e piacque così tanto da entrare d’autorità nell’ “Inno di Mameli”.
Nulla di più sbagliato. Per l’uomo del XII secolo le parole “Italia e Italicus” non avevano una particolare risonanza: erano pure “espressioni geografiche” per dirla con il Metternich. Contava molto di più, ed era la “vera patria”, il Comune in cui una persona abitava e lavorava. In sostanza era il “campanile” non la patria italiana ad essere amato!
L’altra vulgata è più recente ma non per questo meno insidiosa e vuole presentare la famosa Battaglia come espressione del senso comunitario maturato nel popolo “padano” dell’epoca, come se questo “popolo” avesse costituito un insieme omogeneo e ben strutturato e non una congerie di città comunali unite solo dalla necessità di combattere i vicini.
Il problema è che dobbiamo abituarci, se vogliamo parlare di storia, a studiare quanto è accaduto e non a interpretare i fatti secondo i nostri schemi mentali.
Vediamo appunto i fatti. Il 1 dicembre del 1167 i rappresentanti di sedici città si riunivano per dar vita alla “Societas Lombardie”, ossia la “Lega Lombarda”: erano Milano, Lodi, Cremona, Brescia, Bergamo, Piacenza, Parma, Bologna, Modena, Verona, Venezia, Padova, Treviso, Vicenza, Mantova e Ferrara. Potremmo pensare che queste città fossero il fior fiore della “Padania” dell’epoca, finalmente unita contro l’invasore teutonico.
Ma come sa ogni buon studente delle medie-superiori quante inimicizie c’erano tra queste città capitanate da Milano, che ad alcune faceva più paura del Barbarossa!
Milano aveva distrutto Lodi più volte riducendola a umile vassallo. Milano sosteneva Crema per creare difficoltà alla rivale Cremona. I novaresi erano avversari di Milano perché quest’ultima sosteneva i conti di Biandrate, loro nemici; Parma era avversaria di Piacenza per il controllo della “Via Francigena” e si appoggiava a Milano, quindi Milano osteggiava Piacenza. Milano difendevaTortona in odio all’imperiale Pavia; ma Milano opprimeva anche Como per il controllo dei passi alpini. Genova e Venezia erano troppo distanti per interessarsi di quanto avveniva nella Pianura Padana. Poco più a sud del Po Bologna, città fedele all’imperatore, aveva contrasti con Ancona, città bizantina.
Insomma, l’Italia centro-settentrionale era un vero e proprio “nido di vipere” dove le alleanze erano mutevoli quanto le stagioni e avevano una logica solo nella difesa del proprio “particulare”. Il concetto di patria era allora circoscritto entro le mura cittadine.
Al tempo della prima discesa del Barbarossa in Italia (1154), quando cinge d’assedio Milano, c’era tutta la Lombardia con lui unita dalla comune avversione per la politica espansionistica dell’antica Mediolanum. Al fianco del biondo imperatore c’erano parmensi, cremonesi, pavesi, novaresi, astigiani, vercellesi, comaschi, bergamaschi, vicentini, trevigiani, padovani, veronesi, ferraresi, revannati, bolognesi, reggiani e contingenti dei centri minori.
Per la cronaca l’assedio durò pochi mesi e i milanesi si presentarono al cospetto dell’imperatore scalzi, miseramente vestiti, imploranti pietà per evitare la distruzione della città.
Otto anni più tardi Milano fu interamente distrutta dal Barbarossa perché aveva osato riprendere le armi contro i propri nemici alleati all’impero. L’assedio questa volta durò sei mesi (agosto 1161 – primi giorni del ’62) e la decisione dell’imperatore fu di radere al suolo la città. Ebbene quando iniziò la demolizione della città (20 marzo 1162) i lodigiani abbatterono Porta Orientale, Porta Romana fu abbattuta dai cremonesi, i novaresi distrussero Porta Vercellina, i comaschi Porta Comacina, Porta Ticinese i pavesi, Porta Nuova fu distrutta dagli abitanti del Seprio e della Martesana.
Le cronache dell’epoca fanno capire la soddisfazione delle città vicine nel distruggere l’odiata Milano, il tutto alla faccia di presunte aspirazioni di unità del “popolo padano” in lotta contro l’odiato straniero.
Quali sono i motivi che portano “Federico il Tedesco” a scendere cinque volte in Italia: la prima nel 1154, l’ultima nel 1174?
Il problema è che con l’andare del tempo il Sacro Romano Impero della Nazione Germanica (nato nel 962 con Ottone I) aveva perso il controllo dell’area settentrionale dell’Italia, che faceva parte del suo territorio. Le frequenti lotte tra i feudatari tedeschi, la necessità di armare lunghe e costose guerre, i contrasti con il papato di Roma avevano portato i predecessori del Barbarossa a trascurare il “Regnum Italie”, di cui avevano il titolo di “Rex Italie”.
Federico di Hohenstaufen, dopo aver finalmente pacificato la Germania, era pronto a scendere in Italia a reclamare quelle “regalia” (“iura ragalia”), ossia tasse e diritti vari, che le città non versavano più da tempo alle casse dell’impero.
Non quindi la libertà fu l’aspirazione di quanti presero le armi contro l’imperatore ma la difesa di un “diritto” ritenuto ormai avente forza di legge: l’autorità dell’impero era riconosciuta ma l’imposizione delle tasse e dei balzelli era considerata un arbitrio.
Anche la parola “Libertas”, così ammantata oggi di fascino, nel Basso Medioevo aveva altri significati più concreti: per i “mercatores” (ricca borghesia) e i “milites” (aristocrazia inurbata) – le due classi fondamentali nei Comuni – simboleggiava il mantenimento delle consuetudini e dei diritti acquisiti, tra i quali la non devoluzione delle tasse all’impero.
Ora invece alla vigilia del 1176 la situazione era mutata e i rapporti di forza erano a netto vantaggio di Milano e dei suoi fieri o recalcitranti alleati. Pesava molto la lontana scomunica comminata al Barbarossa dal papa Alessandro III, strenuo nemico dell’imperatore, nel 1159; ma soprattutto faceva paura la politica del Barbarossa che pretendeva e otteneva il rispetto di antichi tributi e di diverse prerogative imperiali.
Per le riottose città del Nord, prima alleate del Barbarossa, era preferibile ridare a Milano il precedente ruolo antitedesco nel tentativo di ridimensionare la politica germanica nel nord Italia. Così avvenne.
Prima ci fu il giuramento nel monastero di Pontida del 7 aprile del 1167, probabilmente leggendario. Siamo invece sicuri che tre giorni prima ci fu un accordo tra Milano, Bergamo e Cremona che prevedeva anche la ricostruzione delle mura di Milano e quindi la resurrezione della città. Della fondazione della Lega Lombarda nello stesso anno si è detto.
Con gli anni la Lega si allargò imponendo a Pavia e Como, città imperiali, di aderirvi: quanta spontaneità ci fosse e quante minacce di distruzione da parte di Milano è facile da percepire.
Dal 1167 al 1176, anno della celebre Battaglia, ci furono dieci anni dove la Lega Lombarda minacciò di naufragare a causa dei tanti dissidi derivati delle diverse politiche dei propri membri.
La quinta e ultima discesa di Federico nel 1174 ridette fiato alla Lega e a chi chiedeva con forza un definitivo regolamento dei conti con “Barba di rame”. Pavia e Cremona approfittarono subito per rompere con la Lega e passare dalla parte di Federico. Ma anche lui non se la passava bene a causa delle frequenti ribellioni dei feudatari in Germania accanto alle preoccupazioni per la politica dei Normanni nel Sud Italia e del Papa a Roma.
La battaglia di Legnano avvenne quasi per caso con l’imperatore che stava muovendo verso la fedele Pavia per ricevere rinforzi e le forze della Lega accampate nei pressi di Legnano, fra il Ticino e l’Olona, per sbarrargli il passo.
Rischiò di morire il Barbarossa travolto al centro dello schieramento tedesco dal coraggioso attacco della cavalleria della Lega. Ma seppe subito riprendere in mano la situazione: l’intelligenza politica non gli mancava.
Incominciò a trattare singolarmente con i Comuni esautorando la Lega, poi fece di Milano il fulcro della sua politica italiana e così la fiera avversaria del Barbarossa divenne dopo il trattato di Costanza (1183) la più ghibellina delle città del nord, tanto che Federico nel 1185 decise che il matrimonio tra il figlio Enrico e Costanza di Altavilla fosse celebrato proprio a Milano.
La Lega Lombarda cadde preso nel dimenticatoio e fu recuperata solo nella temperie romantica, ossia in quella cultura del primo Ottocento che cercava di scoprire con avidità i pochi fatti politici dei secoli precedenti che potevano prestarsi a una lettura di tipo nazionale.
Sismondi, Pellico, Cantù, Berchet, Giusti, Mamiani, Hayez, Gioberti, Verdi fino al Carducci fecero di Pontida, della Lega Lombarda e della battaglia di Legnano un mito. Ma quando la storia diventa leggenda vuol dire che i fatti sono schiacciati dal peso delle ideologie.
Poi la prima affermazione della Lega Lombarda di Bossi portò nuova linfa a questa “storia” ideologica in cui le fantasie annullano la realtà. Addirittura Legnano che nel Risorgimento era simbolo di storia nazionale, ora diventa simbolo di storia “locale”.
È fantasia Pontida, ma sono fantasie anche Alberto da Giussano con la “Compagnia della Morte” o “Compagnia del Carroccio”, perfino la famosa “Martinella”, ossia la campana sul Carroccio. Questi carri, la cui funzione era sacrale e militare, non ne erano dotati.
Almeno la Battaglia fu combattuta a Legnano? Anche qui i documenti non ci confortano. Scrive Paolo Grillo, autore di un bel libro sulle vicende di cui parliamo: “La posizione (fanti e cavalieri della Lega ndt) fu trovata a un paio di chilometri a ovest di Legnano, a nord del villaggio di Borsano, là dove passava la strada per Magenta e dove una spianata sufficientemente vasta avrebbe consentito il completo schieramento della fanteria… Lo scontro avvenne forse non lontano dal villaggio di Sacconago, dove ancor oggi, stretti fra i capannoni, alcuni scampoli di boschi e di campi ci restituiscono una pallida immagine del paesaggio preindustriale” (Paolo Grillo, “Legnano 1176. Una battaglia per la libertà”, Editori Laterza 2010).
La battaglia, quel 29 maggio 1176, fu cruenta: 3.000 cavalieri teutonici comandati da Federico contro 10-12.000 uomini delle milizie comunali, soprattutto fanti, a cui aggiungere 2.500-3000 cavalieri.
Difficile se non impossibile calcolare il numero dei morti e dei prigionieri, ma dovettero essere numerosi, soprattutto dalla parte del Barbarossa che, come detto, rischiò di morire quel giorno. Fu sicuramente una delle più grandi battaglie del XII secolo.
Forse la storia apparirà un po’ arida ai facitori di miti, forse apparirà poco poetica a chi cerca il fantastico e il leggendario.
A tutti coloro che cercano nella storia quello che non vi è viene in mente un titolo pirandelliano: “Così è, se vi pare”!
Noi moderni, con le nostre idee, abbiam fatto
tanti eroi d’indipendenza dei congiurati di Pontida,
i quali, meglio studiati, si trovano essere stati dei
vassalli (come tutti gli altri) in questione col loro signore,
e che avrebbero dato del matto a chi avesse voluto metter innanzi
che Federico non era il loro padrone e signore”
Massimo D’Azeglio
Giancarlo Restelli
Per la ricostruzione degli avvenimenti mi sono avvalso di un affascinante libro di Franco Cardini: “La vera storia della Lega Lombarda”, Oscar Mondadori 1991. Franco Cardini è il nostro miglior medievalista

Olocausto nucleare nell'antichità: siamo figli dell'atomica?

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Olocausto nucleare nell'antichità: siamo figli dell'atomica?
 
Un'indagine sulla possibilità che un olocausto nucleare possa avere cancellato le tracce del nostro passato
 
Hiroshima, Nagasaki. E poi ancora Chernobyl e Fukushima.
Nel giro di poco più di sessant'anni il mondo ha assistito più di una volta al potenziale distruttivo dell'energia atomica.
 
All'interno del Hiroshima National Peace Memorial Hall for the Atomic Bomb Victims vi è un orologio che continuerà a segnare per sempre le 8:15, l'ora esatta in cui la bomba "Little Boy" esplose uccidendo in un istante 66.000 persone e radendo al suolo intere case e industrie.
 
Un orrore che associamo tutti con l'inizio dell'era atomica, simbolo tanto di morte quanto di progresso tecnologico.
 
Ma c'è un altro orologio, quello della Storia, che non avendo mai smesso di fare girare le sue lancette non porta alcuna memoria degli eventi passati, se non quelli che l'essere umano si è lasciato dietro. I tentativi dell'Uomo di ricordare il suo passato sono però tutt'altro che perfetti.
 
Enormi lacune costellano la storia della nostra civiltà e di quelle che l'hanno preceduta.
 
Una di queste prime civilizzazioni fu quella della valle dell'Indo.
Di loro sappiamo molto poco. Eppure quelle cose che ci sono arrivare sono tanto meravigliose da rischiare di mettere in dubbio l'idea generale che l'Uomo moderno sia l'espressione più avanzata di se stesso.
 
Alcune persone sostengono addirittura che la civilizzazione dell'Indo possa essere stata spazzata via da un conflitto nucleare, non molto diverso da quello che avrebbe potuto distruggere il mondo durante la Guerra Fredda. Si parla di 44 resti scheletrici radioattivi rinvenuti nel sito archeologico di Mohenjo-Daro, enormi massi fusi assieme dall'energia generata dalle detonazioni atomiche, crateri, testi sacri che descrivono colonne di fumo e fuoco brillanti come mille soli e altro ancora.
 
In questo articolo cercheremo di verificare l'autenticità dell'evidenza proposta a favore della possibilità che la bomba atomica esplosa il 16 luglio del 1945 nel deserto del Messico non fosse la prima.
 
 
Olocausto nucleare nell'antichità: una civiltà progredita
 
La civiltà della valle dell'Indo si sviluppò nel periodo incluso fra il 3300 e il 1500 a.C. lungo i fiumi Indo e Sarasvati, quest'ultimo oramai prosciugato.
 
Le strutture architettoniche rinvenute fanno presupporre una civiltà avanzata. Harappa, così come gli altri centri urbani attorno ai quali la civiltà dell'Indo ha prosperato, includeva un intricato sistema di vicoli che aveva la funzione di connettere le singole abitazione alle strade principali.
 
Questo reticolo stradale univa la "cittadella", una parte sopraelevata della città, alla "città bassa". Le abitazioni, costruite in mattoni, erano suddivise in due piani. Quelli che in un primo tempo sono stati interpretati come "granai", sono oggi ritenuti dagli archeologi palazzi o centri amministrativi.
 
Il sito di Dholavira presenta anche due stadi fra i più antichi mai rinvenuti, uno di questi capace di ospitare fino a 10.000 spettatori.
 
Possiamo pure evincere che la civiltà della valle dell'Indo avesse delle norme igieniche ben precise, data la presenza nelle principali città di un reticolo fognario coperto che collegava le singole stanze da bagno con il sistema principale di scarico delle acque.
 
A Mohenjo-daro è presente anche una struttura a forma di vasca, denominata "Il Grande Bagno", la cui esatta funzione è a tutt'oggi sconosciuta.
 
L'avanzata capacità architettonica della civiltà della valle dell'Indo si riflette anche nei ritrovamenti di iscrizioni che non è stato ancora possibile decifrare. Si tratta di un sistema di 400 segni logo-simbolici, che include innumerevoli variazioni. A Harappa e Mohenjo-daro sono stati rinvenuti anche alcuni fra i simboli religiosi più antichi di cui siamo a conoscenza come la svastica.
 
Quando a tutto questo aggiungiamo anche il ritrovamento di varie sculture, figurine di terracotta, bronzo e argilla, gioielleria in oro e ceramiche, l'immagine che viene a formarsi è quella di una civiltà estremamente avanzata.
 
In Life After People, una serie di documentari prodotti nel 2008 dalla History Channel basati sulle osservazioni effettuate in centri urbani abbandonati sparsi in tutto il mondo, viene evidenziato come, se oggi dovesse accadere un cataclisma di proporzioni globali, nel giro di pochi millenni tutto ciò che resterebbe della nostra civiltà sarebbero solo i resti in pietra.
 
Quello, e le tracce di attività radioattiva. Proprio come nei principali siti legati alla civiltà della valle dell'Indo.
 
Ma quale altra evidenza esiste a supporto dell'idea che la radioattività presente a Harappa e altri centri urbani appartenuti alla civiltà della valle dell'Indo possa essere il risultato di attività belligeranti di una società molto più avanzata di quanto non credessimo?
 
 
Olocausto nucleare nell'antichità: evidenza culturale, testi sacri
 
Robert Oppenheimer fu il fisico che mise appunto il primo ordigno nucleare. Durante una lezione alla Rochester University, uno studente gli avrebbe domandato se quella avvenuta anni prima nel deserto di Jornada del Muerto nel Nuovo Messico fosse stata davvero la prima esplosione nucleare della Storia.
 
Domanda alla quale Oppenheimer avrebbe risposto: «Sì, nella storia moderna».
 
Eppure, per quanto in effetti Oppenheimer avesse dimestichezza con i testi sacri indiani, non esiste alcuna fonte documentata a testimonianza che questo scambio di battute sia realmente accaduto. Fino a prova contraria, si tratterebbe quindi solo di un "mito" circolato su Internet.
 
Lo stesso discorso varrebbe anche per alcune citazioni che sarebbero tratte dai testi sacri induisti come:
«... un unico proiettile
carico di tutta la potenza dell'Universo.
Una colonna incandescente di fumo e fiamme
luminosa come mille soli
salì in tutto il suo splendore...
un'esplosione verticale
con nuvole di fumo fluttuanti...
... la nuvola di fumo,
innalzandosi dopo la prima esplosione,
si aprì in onde circolari,
come l'apertura di ombrelloni giganti ...
... era un'arma sconosciuta,
un fulmine di ferro,
un gigantesco messaggero di morte,
che ridusse in cenere
l'intera razza dei Vrishni e Andhaka.
... I cadaveri erano così bruciati
da essere irriconoscibili.
I capelli e le unghie caddero.
Le ceramiche si ruppero senza causa apparente,
e gli uccelli diventarono bianchi.
Dopo poche ore
tutti i prodotti alimentari erano contaminati...
... per uscire da quel fuoco
i soldati si gettarono nei torrenti
per lavare se stessi e le loro attrezzature.»
 
Questi versi sembrerebbero proprio riferirsi in modo inequivocabile a un'esplosione nucleare. Ma, per quanto vengano spesso presentati come unico testo, in realtà si tratta di un collage di estratti imprecisi tratti da diverse parti del Mahabharata che si riferiscono a eventi diversi.
 
I testi sacri indiani sono fra i più antichi in nostro possesso. Il Mahabharata (La grande storia di Bharata) narra di eventi che, basandosi sulla descrizione di fenomeni astronomici quali le eclissi, si tende a contestualizzare in un periodo che si aggira attorno al 3100 a.C.
 
In quanto poema epico, la sua importanza è prima di tutto filosofica ed etico-religiosa.
Eppure la presenza di questo registro culturale all'interno dei testi non esclude anche una possibile fonte d'ispirazione storica, la quale avrebbe potuto fungere da spunto per la tradizione orale che, più tardi nel tempo, è stata poi cristallizzata in forma scritta all'interno del Mahabharata.
 
Quindi, malgrado alcune delle citazione che circolano in Internet siano in realtà dei collage ricavati dai testi originari, vale comunque la pena prendere in considerazione la possibilità che tali descrizioni possano suggerirsci qualcosa.
 
Il Mahabharata è suddiviso in diciotto libri (Parva), ognuno dei quali contiene ulteriori sezioni. All'interno dell'ottavo libro, il Karna Parva (o libro di Karna), troviamo in effetti un riferimento ai "mille soli" - che nel testo originale sarebbero 10.000 - della citazione circolata in Internet.
 
I 10.000 soli si riferiscono a una divinità chiamata Nila Rohita, il cui nome può anche essere interpretato come "fumo", circondata da "un fuoco di fortissima Energia, che arde con splendore".
Queste armi divine sembrano capaci di creare effetti anche molto diversi da quelli di un'esplosione nucleare, per quanto comunque potrebbero essere indicative sia di una fervidissima immaginazione da parte dell'autore sia di una incredibile forma di tecnologia a noi sconosciuta.
 
Nel settimo libro, il Drona Parva, troviamo scritto:
«Dopo aver recitato una preghiera a Varuna, Arjuna generò con le sue armi divine un laghetto d'acqua dolce, che poi circondò con un fitto muro di frecce. Lì, dentro quell'impenetrabile cortina, i cavalli si ristorarono.»
 
D'altro canto è anche vero che, nel Drona Parva così come nelle cronache di guerra del Mahabharata in generale, spesso le armi descritte sono abbastanza convenzionali, come archi e frecce.
 
«Tenendo sempre l'arco al massimo della capacità di piegamento, quasi in forma circolare, nessuno riusciva più a distinguerne i movimenti. Prendere la freccia, recitare i mantra, scagliarla e prenderne un'altra erano diventati un tutt'uno. Da quell'arma micidiale fluiva una corrente ininterrotta di dardi mortali, che colpivano con una precisione disumana.»
 
Il "fulmine di ferro", invece, lo troviamo per ben otto volte all'interno di un passaggio del sedicesimo libro, il Mausala Parva (o libro delle mazze). Con l'utilizzo da parte di Samva di questo "fulmine di ferro":
«...tutti gli individui della razza dei Vrishnis e degli Andhakas divennero cenere.»
 
Questo "fulmine di ferro", prosegue il testo, "somigliava a un gigantesco messaggero di morte".
Sempre all'interno del Mausala Parva troviamo anche dei riferimenti a dei fuochi che emettevano fiamme di colore blu e rosso. Il testo parla anche di asini nati da vacche ed:
«...elefanti dai muli. Gatti nacquero dalle cagne, e topi dalle manguste.»
 
Potrebbero questi essere dei riferimenti a delle malformazioni genetiche dovute agli effetti delle radiazioni?
 
Questi versi, così come gli altri, sono purtroppo troppo vaghi per potere trarre da essi una qualsiasi conclusione, in quanto troppo spazio viene lasciato all'interpretazione.
C'è un altro punto, però, che vale la pena di sottolineare.
 
Numerosi testi sacri indiani, incluso il Mahabharata, parlano di mezzi volanti chiamati "vimana". Questi mezzi sarebbero capaci addirittura di navigare nello spazio o immergersi sott'acqua. Sebbene alcuni di questi mezzi siano descritti come trainati da animali, altri sono in effetti dotati di due o più motori.
 
Secondo il filologista russo Vyacheslav Zaitsev, questi vimana si comportavano in modo simile a mezzi a noi molto famigliari:
«Sparivano nel cielo accompagnati da un rombo di motori finché non apparivano che come comete.»
 
Un testo nello specifico, il Vaimanika Shastra (o "Scienza dell'Aeronautica"), contiene istruzioni sulla realizzazione e manutenzione dei vimana.
 
Nel testo viene specificato che:
«Il pilota deve imparare 32 segreti da precettori competenti e soltanto ad una persona che li avrà imparati può essere affidato un aeroplano, e non ad altri.»
 
Alcuni di questi segreti sembrerebbero essere descrizioni di manovre simili a quelle adottate dall'aviazione moderna nelle dogfight:
«Quando aeroplani nemici arrivano in forza per distruggere il tuo Vimana, mettendo in fiamme il Jwaakine shakit nel Vyshwaanara-naal, o tubo situato sull’ombelico dell'aereo, e girando le chiavi delle due ruote ad 87 gradi, il rovente Shakti avvilupperà l'aereo nemico e lo brucerà» (Karshana, segreto numero 32).
 
Altri, invece, raccomandano delle soluzioni alquanto improbabili:
«Mescolando succo di melograno, bilva o olio di bael, sale di rame, nero fumo, granthica o liquido gugul, polvere di mostarda e decotto di scaglia di pesce, e aggiungendo conchiglie di mare e polvere di rocce di sale e raccogliendo il fumo della soluzione, inondandolo del calore solare che avviluppa la copertura, il Vimana apparirà come una nuvola» (Jalaada roopa, segreto numero 30).
 
Essendo un testo ottenuto nel XX secolo tramite canalizzazione (o channeling) da Pandit Subbaraya Shastry, l'autenticità del Vaimanika Shastra è impossibile da attestare.
 
Al di là della validità o meno del Vaimanika Shastra, però, tutti gli altri testi sacri in cui copaiono i vimana sono autentici.
È importante notare pure che in Centro e Sud America sono stati rinvenuti dei piccoli monili d'oro risalenti al V e VIII secolo d.C. che sembrerebbero rappresentare delle macchine volanti.
 
La conformazione delle ali e la posizione degli alettoni escludono la possibilità che si possa trattare di rappresentazioni animali.
 
Nel 1996 tre tedeschi, Algund Eenboom, Peter Belting e Conrad Lübbers hanno costruito un modello in scala 16:1 che riproduceva uno dei piccoli oggetti. Il modellino, battezzato "Goldflyer I", ha dimostrato di potere volare senza problemi. Altri successivi modellini hanno esibito le stesse qualità aerodinamiche.
 
Una caratteristica importante dei piccoli artefatti è l'ala a delta. Questa struttura aerodinamica fu proposta per la prima volta, seppur a livello solo teorico, dagli inglesi J.W. Butler e E. Edwards nel 1867.
 
L'idea venne poi ripresa molto più tardi nel 1939 dal pioniere dell'aerodinamica tedesco Alexander Lippisch. I primi test effettuati nella galleria del vento diedero dei buoni risultati, tanto che Lippisch decise di proseguire la ricerca nel tentativo di formulare un'ala capace di sostenere il volo supersonico. Malgrado ciò, l'ala a delta venne standardizzata solo nei tardi anni '50.
 
Alcuni dei piccoli artefatti, invece dell'ala a delta, possiedono un'ala a freccia. Anche questa viene oggi utilizzata come soluzione ai problemi del volo supersonico. Avvicinandosi alla velocità del suono, infatti, si viene a creare un'onda d'urto generata dalla prua dell'aeromobile. Le ali rivolte verso la coda riducono la resistenza fluidodinamica, impedendo all'aereo di perdere stabilità.
 
Come poteva la cultura pre-Inca Sinù conoscere tali principi aerodinamici?
 
Per secoli l'Uomo ha provato a spiccare il volo, senza successo. Già nel XV secolo Leonardo Da Vinci provò a formulare delle macchine volanti con "ali a pippistrello" ispirate alla natura. Ma solo nel 1903 i fratelli Wright riuscirono a fare decollare una macchina volante che non fosse basata su un principio di utilizzo dell'aria calda come la mongolfiera.
 
Non solo, ma ci vollero diversi decenni prima di riuscire a formulare una funzionante struttura aerodinamica uguale a quella dei piccoli monili d'oro. Oggetti forniti addirittura di stabilizzatori e deriva, componenti essenziali della coda di un aeroplano.
 
Rimane quindi inspiegato non solo come gli autori di testi sacri indiani risalenti a 5.000 anni fa abbiano potuto immaginare delle macchine volanti, la cui funzione sembra replicare quella dei mezzi aerei moderni. Ma anche come una cultura del tutto diversa all'altro capo del mondo abbia potuto concepire delle forme aerodinamiche che l'uomo moderno, con fatica, è riuscito a mettere a punto solo più tardi nella storia dell'aviazione.
 
L'impiego dei mezzi supersonici è avvenuto in congiunzione con lo sviluppo delle tecnologie atomiche. Si tratta di forme di tecnologia che – per lo meno nell'era moderna – sono state sviluppate nello stesso contesto storico e tecnologico.
 
In altre parole, se delle culture oggi scomparse erano in possesso di una forma di tecnologia così avanzata come quella dell'aerodinamica, non è completamente da escludere che potessero avere sviluppato anche quella nucleare.
 
 
Olocausto nucleare nell'antichità: evidenza fisica, resti radioattivi
 
Sempre in Internet ci imbattiamo nella notizia che nell'aria del Rajasthan, in India, a seguito di difetti alla nascita e casi di tumori che superava la norma, vennero fatti dei controlli che rivelarono un livello insolito di radiazioni. La zona contaminata in questione si estendeva per tre miglia quadrate.
 
Si trattava delle tracce di una conflagrazione nucleare avvenuta migliaia di anni fa? Sempre nella stessa zona, è collocata la Rajasthan Atomic Power Station.
 
La storia della centrale nucleare non è estranea agli incidenti.
Nel 1992 perse quattro tonnellate di acqua pesante.
Nel febbraio del 1995 si verificarono invece delle perdite di elio radioattivo e acqua pesante. Più di 2.000 lavoratori furono esposti agli agenti radioattivi e 300 di essi vennero addirittura ricoverati. La centrale nucleare fu chiusa e riaperta solo due anni dopo.
 
Tuttavia le prime tracce di radioattività nella zona furono già riscontrate nel 1961 e nel 1962.
 
Secondo un articolo intitolato Uranium in ancient slag from Rajasthan pubblicato nel Marzo 2008, che ha indagato sulle possibili cause del fenomeno nei villaggi di Bansda e Dhavadiya, tali livelli di radioattività sarebbero dovuti alla presenza nella zona di determinati minerali come l'uranio. Questi minerali sarebbero venuti in superficie a causa di attività di miniera verificatesi in passato.
 
Eppure un gruppo di scienziati – che rimane non specificato – durante una serie di scavi nella zona avrebbe rinvenuto i resti di strutture architettoniche distrutte a causa di un'intensissima esplosione.
 
A parte ciò i 44 scheletri rinvenuti a Mohenjo-Daro, il cui nome significa "Monte dei morti", furono rinvenuti in posizioni che sembrerebbero indicare una morte improvvisa. Una bambina sarebbe addirittura stata ritrovata con le mani ancora strette in quelle dei genitori.
 
Alexander Gorbovsky, nel suo libro Riddles of Ancient History del 1966, parlerebbe non di 44 scheletri, ma di un solo scheletro. Questo singolo scheletro, però, emanerebbe un livello di radioattività di cinquanta volte superiore ai livelli normali.
 
Secondo l'autore Jonathan Gray, nel suo libro Dead Men's Secrets, in una zona montuosa del Rajmahal, un esploratore di nome De Camp si sarebbe imbattuto in una serie di enormi massi fusi assieme – un effetto che potrebbe essere in effetti indicativo di un'esplosione nucleare.
 
Sempre secondo lo stesso autore, un ufficiale inglese, J. Campbell, si sarebbe imbattuto in altri resti simili. Il residuo vetroso è un effetto tipico delle esplosioni nucleari dovuto all'elevatissima temperatura, osservato per la prima volta sul sito della prima esplosione nucleare di Alamogordo nel Nuovo Messico. Dei residui vetrosi sarebbero stati rinvenuti anche a Mohenjo-Daro. Secondo Gorbovsky, nel sito sarebbero state trovate anche delle "pietre annerite" che sembrerebbero essere frammenti di vasi di terracotta fusi assieme.
 
Questi resti vetrificati non sarebbero una prerogativa solo dell'India. Secondo il New York Herald Tribune del 16 febbraio 1947:
«Quando la prima bomba esplose nel Nuovo Messico, la sabbia del deserto si tramutò in vetro verde. Questo fatto, secondo la rivista Free World, ha offerto uno spunto interessante per alcuni archeologi, i quali avevano condotto degli scavi nell'antica valle dell'Eufrate, portando alla luce uno strato di cultura agricola risalente a circa 8,000 anni fa, un altro di una cultura più antica, e un altro ancora di una cultura preistorica ancora più vecchia. Di recente, hanno raggiunto uno strato di vetro verde fuso.»
 
Albion W. Hart, ingegnere del Massachusetts Institute of Technology (MIT), si sarebbe imbattuto in un fenomeno identico in una zona quasi inaccessibile dell'Africa.
 
In un articolo della rivista inglese Nature del 1952 intitolato Dating the Libyan Desert Silica-Glass, l'autore Kenneth Oakley, riferendosi ad altri ritrovamenti simili avvenuti nel deserto della Libia, scrive:
«Per quanto indubbiamente naturali, l'origine del vetro silice in Libia è incerta. La sua composizione somiglia alla tectite di origine cosmica, ma si presenta in pezzi molto più piccoli.»
 
La spiegazione ufficiale di questi fenomeni è difatti che siano la conseguenza di impatti meteoritici.
Ma, per quanto possa sembrare logico, in realtà non c'è nessuna evidenza a supporto di tale teoria.
 
Secondo l'articolo il fenomeno si estende per un'area di 130 km da nord a sud e 53 km da est a ovest. Un'area troppo estesa. Per di più non c'è nessuna evidenza di crateri nei dintorni. Il meteorite potrebbe essere esploso prima di colpire il terreno, ma manca qualsiasi evidenza a supporto anche di questa teoria.
 
Ritornando in India, invece, un cratere lo troviamo: quello di Mumbai, la cui datazione si aggira attorno a 50,000 anni fa. Il cratere di 2.154 metri di diametro sembrerebbe essere stato generato da una pressione di 600.000 atmosfere. Ci sono anche tracce di temperature molto elevate. Ma nessuna di materiale meteoritico. La causa di questo cratere rimane quindi non accertata.
 
A supporto della possibilità che le popolazioni di Harappa e Mohenjo-Daro siano state spazzate via da un evento catastrofico vi è la loro scomparsa improvvisa a tutt'oggi rimasta inspiegata.
 
Secondo un'ipotesi iniziale proposta negli anni '40 da ricercatori tedeschi con affiliazioni nazionalsocialiste, le popolazioni della civiltà della valle dell'Indo sarebbero state spazzate via dalla razza ariana. L'archeologo americano George F. Dales contraddì tale teoria, evidenziando come negli scavi non fu rinvenuta alcuna prova – come armi, armature, frecce – che un'invasione sia realmente accaduta.
 
Secondo Richard H. Meadow, altro archeologo americano:
«La distruzione delle città indù da parte di tribù ariane è oramai da tempo una teoria scartata dai ricercatori.»
 
L'ipotesi di una catastrofe non è quindi da escludere in quanto spiegazione alternativa per la scomparsa della popolazione di Harappa e Mohenjo-Daro. Malgrado ciò mancano però sufficienti prove concrete che possano identificare in un olocausto nucleare la catastrofe in questione.
 
 
Olocausto nucleare nell'antichità: conclusione
 
La possibilità che il livello di tecnologia in possesso di civilizzazioni oggi scomparse fosse di gran lunga superiore a quella ufficialmente dichiarata dai libri di Storia è tutt'altro che da scartare.
 
Senza dubbio le capacità architettoniche della civiltà della valle dell'Indo erano estremamente avanzate. E certe società, anche in altre parti del mondo e in periodi storici diversi, potrebbero avere addirittura sviluppato una tecnologia che permetteva loro di viaggiare a bordo di aeronavi, le quali sarebbero potute essere usate anche con scopi bellici.
 
Eppure molte informazioni reperibili in internet, una volta soggette a un'analisi approfondita, si rivelano essere inesatte o comunque troppo vaghe per poterle ritenere delle prove a supporto di un olocausto nucleare verificatosi diverse migliaia di anni fa.
 
Alcuni dettagli come l'esistenza degli esploratori nominati dall'autore Jonathan Gray, dai quali alcuni siti che trattano il soggetto prendono spunto, sembrerebbero mancare delle referenze necessarie per poter essere verificati. Altre fonti, invece, sembrerebbero evidenziare delle importanti anomalie – come la presenza del vetro silice – non solo in India ma anche in altre parti del mondo, le quali andrebbero investigate più a fondo.
 
Di conseguenza la possibilità di un impiego di armi nucleari in un periodo storico così lontano da essere tramandato a noi solo tramite le storie leggendarie presenti nei testi sacri, rimarrà solo una possibilità, almeno fino al giorno in cui non compariranno ulteriori prove a supporto della tesi.
 
 
Fonti:
BIBLIOTECAPLEYADES, Ancient Atomic Warfare, settembre/2011
http://www.bibliotecapleyades.net/esp_ancient_atomic.htm
 
CENTURY OF FLIGHT, Development of aviation technology, settembre/2011
http://www.century-of-flight.net/Aviation%20history/evolution%20of%20technology/Delta%20Wings.htm
 
CULTURAL INDIA, Indus Valley Civilisation, settembre/2011
http://www.culturalindia.net/indian-history/ancient-india/indus-valley.html
 
GURUJI, Un sunto del Maha-Bharata, settembre/2011
http://www.guruji.it/mahabharata/
 
INTERNET SACRED TEXTS ARCHIVE, The Mahabharata, settembre/2011
http://www.sacred-texts.com/hin/maha/index.htm
 
PHILIP COPPENS, Best Evidence, settembre/2011
http://www.philipcoppens.com/bestevidence.html
 
PHILIP COPPENS, Prehistoric "plane" flies!, settembre/2011
http://www.philipcoppens.com/bbl_plane.html
 
ANTICA CITTÀ COLPITA DA UN´ESPLOSIONE ATOMICA
http://www.antikitera.net/news.asp?ID=4953
 
J. GRAY, Dead Men's Secrets: Tantalising Hints of a Lost Super Race, Stati Uniti, AuthorHouse, 2004
 
M. DANINO , The Invasion That Never Was, India, Mother's Institute of Research & Mira Aditi, 1996
 
T.B. PRADEEPKUMAR, Sohail FAHMI, S.K. SHARMA, Uranium in ancient slag from Rajastha, in «Current Science», 94 (2008), pp. 1031-1034
 
D.H. CHILDRESS, Ancient Atomic Warfare, in «Nexus Magazine», 7 (2000), Cap. 6
 
Olocausto nucleare nell'antichità: siamo figli dell'atomica?
Articolo scritto da: Roberto Bommarito
Articolo pubblicato il 03/02/2012

OOPArt: il Papiro Tulli, gli alieni tra i faraoni

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OOPArt: il Papiro Tulli, gli alieni tra i faraoni
 
Il papiro Tulli, un misterioso oggetto (un OOPArt?) che ha destato per decenni la curiosità di Egittologi, Ufologi e semplici appassionati
 
Le vicende legate al Papiro Tulli, sono numerose e misteriose. L'oggetto è un autentico OOPArt? E' un falso? Descrive realmente degli alieni?
Andiamo insieme a scoprirlo...
 
Tutto inizierebbe nel 1934, con il Professor Alberto Tulli, allora direttore del Pontificio Museo Egizio. Pare quindi, che durante un viaggio di studio in Egitto, con suo fratello Monsignor Tulli, scovò presso un antiquario de Il Cairo un papiro che stuzzicò notevolmente la sua curiosità.
 
L'oggetto in questione presentava strane e particolari cancellature, e narrava una vicenda davvero incredibile.
Il professore non riuscì ad acquistare l'oggetto, vista la cifra esorbitante che gli veniva richiesta, ma ottenne di poterlo trascrivere. Coadiuvato dall'Abate E. Drioton, direttore del Museo del Cairo copiò il testo che poi trascrisse dallo ieratico al geroglifico.
 
Esiste però anche un'altra versione, il principe sudtirolese Boris de Rachewiltz, egittologo e appassionato di esoterismo afferma di aver effettuato una traduzione del papiro, partendo da un originale, rovinato dal tempo e dall'uomo. Un originale trovato a suo dire tra i documenti del Professor Alberto Tulli, dopo la sua morte.
Nel 1956 De Rachewiltz pubblicò la traduzione del papiro dapprima nel volume di H. T. Wilkins Flying Saucers Uncensored e poi sulla rivista The Doubt. A suo dire, il papiro era poi, soltanto una parte di un documento più ampio, risalente al tempo di Tuthmosis III (1504- l450, circa a. C.).
 
Il testo del papiro riportava la storia di una prodigiosa vicenda, una serie di strani avvistamenti di misteriosi oggetti nel cielo, cui avrebbero assistito il Faraone Thuthmosis III e di molti suoi sudditi.
 
Nessun'altro si interessò alla particolare vicenda fino al gennaio del 1964, quando la rivista Clypeus, fondata e diretta da Gianni Settimo, pubblicò, proprio nel suo primo numero, la traduzione in italiano del testo geroglifico.
La traduzione fu esposta integrandola con note esplicative che ne interpretavano il contenuto in chiave clipeologica e che tentavano di interpretare le lacune date dalle cancellature.
 
Ecco come compariva, sulle colonne di Clypeus il misterioso testo che qui di seguito è riportato in corsivo e grassetto:
 
«... il ventiduesimo giorno del terzo mese d'inverno, alla sesta ora del giorno (non si può definire con precisione il mese e l'ora, poiché non conosciamo ancora con esattezza il calendario degli antichi egizi), gli Scribi, gli Archivisti e gli Annalisti della Casa della Vita si accorsero che un cerchio di fuoco (aveva dunque un alone il cerchio che si spostava?) (lacuna) ... (Nella interruzione doveva figurare la direzione nello spazio e forse altri importanti dettagli).
 
Dalla bocca emetteva un soffio pestifero (bocca anteriore o posteriore? La definizione farebbe pensare alla parte anteriore; si potrebbe pensare ad un bolide. Il soffio invece dà l'idea della propulsione. Pestifero? Forse non è un'esatta traduzione del papiro o lo storico l'ha usato impropriamente nel senso peggiorativo), ma non aveva «testa» («Testa» non corrisponde ad un'esatta traduzione del geroglifico; si può dedurre anche dal fatto che la traduzione riporta il termine tra virgolette. Ma la testa è sede di comando, quindi non era visibile la cabina di comando che d'altra parte essi, anche figurando, non avrebbero allora potuto riconoscere), il suo corpo misurava una pertica per una pertica (era perciò circolare e misurava circa cinquanta metri) ed era silenzioso (avvalora tanto la tesi meteorica che quella clipeologica).
 
Ed i cuori degli Scribi, degli Archivisti tutti furono (da ciò) atterriti e confusi ed essi si gettarono nella polvere col ventre a terra ** (lacuna) ** essi riferirono allora la cosa al Faraone. Sua Maestà ordinò di ** (lacuna) ** (probabilmente di ricercare se analoghi fatti fossero stati in precedenza registrati nei papiri della Casa della Vita) ** è stato esaminato ** (lacuna) ...ed egli stava meditando su ciò che era accaduto, che era registrato dai papiri della Casa della Vita (si noti come le lacune siano, nella traduzione del papiro, proprio nei tratti forse più interessanti e per noi posteri - diciamo - punti chiave per importanti deduzioni storiche ed anche scientifiche).
 
Ora, dopo che fu trascorso qualche giorno, ecco che queste cose divennero sempre più numerose nei cieli d'Egitto (il termine «cosa» si è usato anche recentemente per indicare i Dischi Volanti, avendo il più delle volte forme varie ed indefinibili; è un termine quindi universalmente accettabile come definizione logica che l'uomo di ogni epoca abbia dato agli U.F.O.). Il loro splendore superava quello del sole (tale ed insolita doveva apparire la loro luminosità, specie notturna; è da tenere presente che, di giorno, poi, anteposti allo stesso sole, sono stati scambiati per il sole medesimo) ed essi andavano e venivano liberamente per i quattro angoli del cielo (lacuna) (è evidente che la lacuna poteva precisare importanti dati sulla direzione e sulla velocità degli UFO, ma già quel «per i quattro angoli» dice tutta la remota provenienza di quei corpi celesti, per i quali non esisteva limite d'orizzonte). Alta e sovrastante nel cielo era la stazione (chiarissima descrizione della nave-madre-astronave cosmica ) da cui andavano e venivano questi cerchi di fuoco (altra logica e chiara definizione dei ricognitori spaziali U.F.O.). L'esercito del Faraone la osservò a lungo con lo stesso Re (era quindi pressoché immobile). Ciò accadde dopo cena (visione notturna). Di poi questi cerchi di fuoco salirono più che mai alti nel cielo e si diressero verso il Sud.
 
Pesci ed uccelli caddero allora dal cielo (apporti abituali in tali manifestazioni). Grande fenomeno che mai a memoria d'uomo fu in questa terra osservato ** (lacuna) ** e il Faraone fece portare dell'incenso per rimettersi in pace con la Terra (s'intenda per Terra l'altare sacro al dio Sole egiziano, Amon-Ra, tenendo presente che gli Egiziani reputavano queste manifestazioni energetiche una emanazione voluta da quello stesso dio, quale segno d'ira verso gli uomini) ** (segue ancora una lacuna in cui non è improbabile che si precisasse qualcosa che poneva in stretto legame la remota origine del culto solare con tali avvistamenti) ** e quanto accadde il Faraone diede ordine di scriverlo e di conservarlo negli Annali della Casa della Vita, affinché fosse ricordato per sempre dai posteri**».
 
Gianfranco Nolli però bollò comunque come falso il papiro Tulli, mettendo in dubbio la preparazione del suo predecessore alla direzione della sezione Egizia dei Musei Vaticani.
 
 
 
Un nuovo e parrebbe definitivo esame del controverso oggetto è del 2006. In una community on line italiana (Egittologia.net) si cominciò a studiare il "caso" partendo dalla traduzione del testo ex novo, traendolo dall'immagine pubblicata da de Rachewiltz. I numerosi frequentatori del forum, iniziarono a trovare delle "stranezze" nella traduzione finché Franco Brussino esperto di egittologia, notò la similarità tra alcuni passi del papiro e delle frasi provenienti da testi noti.
 
La ricerca bibliografica portò a ritrovare le medesime frasi del papiro Tulli in un testo fondamentale sulla scrittura egizia l'Egyptian Grammar di sir Alan A. Gardiner, pubblicato già nel 1927.
 
Il testo del papiro Tulli, sarebbe quindi, secondo Brussino copiato dell'Egyptian Grammar. Le abrasioni che tanto avevano fatto parlare, sono soltanto servite a dare maggiore coerenza e a gettare un alone di mistero. Ad ulteriore conferma della posteriorità del papiro rispetto al testo di studio, si incontrano due errori di trascrizione, presenti nelle prime edizioni del volume del Gardiner e presenti anche nel papiro Tulli.
 
Il Brussino fa di più, ritrova e pubblica l'elenco della frasi del papiro Tulli copiate dalla Grammatica del Gardiner, citando, caso per caso, il paragrafo della grammatica e la fonte originale, così come ivi indicata.
 
Il papiro della controversia è dunque un falso, una truffa o magari una burla.
 
Mi piacerebbe però il beneficio del dubbio, da profana mi chiedo, perché mai inventare una burla o una truffa su esseri venuti da un altro mondo già nel 1934?
 
Certo è possibile che il famoso antiquario del Cairo abbia copiato delle parti a caso dai testi e poi spacciato il papiro per originale, ma farlo credere tale al direttore di un museo di Egittologia?
 
Non credo neanche plausibile che sia stato il Tulli, che come alcuni sostengono, una volta accortosi della truffa subita abbia fatto sparire il papiro per non perdere credibilità.
 
Mi risulta anche difficile credere che lo stesso De Rachewiltz abbia architettato la burla. Soprattutto perché cita proprio Gardiner, l'autore dell'Egyptian Grammar subito dopo la traduzione del papiro. Se burla o truffa doveva essere, perché lasciare un indizio così evidente. O forse proprio il fatto di aver citato la fonte della burla, renderebbe la stessa ancora più comica.
 
Ovviamente la mia visione romantica della cosa è più una speranza che un parere, dettata dalla voglia di credere, che non siamo soli nell'universo.
 
 
Font:
http://it.wikipedia.org/wiki/Papiro_Tulli
http://www.edicolaweb.net/ufost04b.htm
http://www.egittologia.net/Articoli/MisteriSvelati/tabid/56/ItemId/133/View/Details/AMID/517/
http://www.webtre.it/il-papiro-tulli.html
http://www.mistic.it/egitto/papiro.htm
OOPArt: il Papiro Tulli, gli alieni tra i faraoni
Articolo scritto da: Polly Russell
Articolo pubblicato il 22/12/2010

La maledizione della mummia Ötzi, lo sciamano dei ghiacci

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La maledizione della mummia Ötzi, lo sciamano dei ghiacci
 
Su Ötzi, la mummia dei ghiacci ritrovata nel 1991, graverebbe una maledizione che ha provocato otto vittime. Realtà o fantasia?
 
Le maledizioni delle mummie hanno da sempre destato un certo fascino, arrivando a influenzare anche il cinema e la letteratura. Il ritrovamento della mummia di Tutankhamon si dice per esempio che provocò 21 morti, fra quelli che avevano avuto a che fare con la scoperta.
 
In quest'articolo non parlerò delle mummie egiziane, ma di una mummia naturale. Un cadavere mummificato quasi perfettamente conservato dai ghiacci per oltre 5.000 anni.
 
Le sono stati attribuiti diversi nomi, come Mummia del Similaun, Uomo venuto dal ghiaccio, Mummia dei Ghiacci, facendo nascere anche delle dispute al riguardo, ma infine è stata chiamata semplicemente Ötzi, dalle Alpi dell'Ötztal (anche se è conosciuta nei paesi anglofoni col nome di Frozen Fritz o The Iceman).
 
La mummia fu rinvenuta nel ghiacciaio di Schnalstal nelle Alpi dell'Ötztal il 19 settembre 1991 da due turisti tedeschi, Erika e Helmut Simon, durante un'escursione. La coppia proveniva da Norimberga, nella Germania del sud, e stava camminando presso il Passo Hauslabjoch, a circa 3200 metri di quota, quando notò una testa e una spalla sbucare dal ghiaccio, pensando, inizialmente, si trattasse di un escursionista morto.
 
Si trattò di una scoperta unica, un uomo dell'Età del Bronzo, un guerriero di circa 46 anni con abiti di pelliccia, scarpe in pelle e arco e frecce. Si pensa sia vissuto fra il 3350 e il 3100 a.C. Dalle analisi effettuate sul corpo si scoprì che l'uomo fu ucciso e che probabilmente era in fuga dai suoi aggressori. Mostrava tagli sulle mani, ai polsi e al petto. E aveva la punta di una freccia conficcata su una spalla e segni di un colpo alla nuca.
 
Un'altra particolarità della mummia sono i suoi 50 e più tatuaggi, forse i più antichi conosciuti. Erano posizionati sulle linee meridiane usate dalla tradizionale agopuntura cinese.
 
L'esumazione di Ötzi avvenne senza troppa cura e fu violenta e caotica. Nella sua borsa furono trovati funghi ritenuti magici per proteggerlo con incantesimi. Questo portò a pensare che l'uomo fosse una sorta di sciamano.
 
Uno sciamano che volle vendicarsi lanciando una maledizione e prendendosi la sua vendetta dopo oltre 5.000 anni.
 
Neanche un anno dopo la scoperta della mummia, si verificò la prima di una serie di morti che rafforzò sempre più la convinzione di una maledizione in atto.
Se da una parte sono in molti a credere alla maledizione di Ötzi, dall'altra ci sono tantissimi scettici e fra questi anche alcuni di quelli "colpiti" dalla maledizione stessa, che asserirono semplicemente che la gente muore, non vedendo alcun nesso fra Ötzi e i decessi.
 
C'è anche una certa confusione in rete sul numero delle vittime colpite dalla maledizione e sulla data in cui si sono verificati quei decessi.
Due giornalisti francesi, Guy Benhamou e Johana Sabroux, hanno pubblicato a riguardo un libro nell'agosto 2006, La maledizione di Ötzi: 7 morti misteriose attorno a una mummia di 5.300 anni fa. Ebbene, già in questo titolo è contenuto un errore, poiché le morti furono otto e non sette. E in quasi tutti gli articoli sulla maledizione si parla sempre di sette vittime.
 
Di certo il numero sette è più affascinante e legato a un simbolismo antico quanto il mondo. Ma omettere una "vittima" per dare più colore e mistero a una ipotetica maledizione fa cadere il tutto in un giornalismo di bassa qualità.
 
 
Ma chi sarebbero le otto vittime di questa maledizione?
 
La prima vittima della maledizione fu il dottor Rainer Henn, morto all'età di 64 anni. Era un patologo legale, dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università di Innsbruck. Fu a capo della squadra che esaminò il corpo di Ötzi, sollevò egli stesso il corpo a mani nude e lo depose in un sacco per cadaveri. Morì a causa di uno scontro frontale in auto nel luglio 1992, mentre si stava recando a una conferenza per presentare nuove ricerche su Ötzi.
 
Kurt Fritz morì nel 1993 poco tempo dopo Henn, all'età di 52 anni. Era un esperto scalatore, che aveva condotto Henn e la sua squadra al corpo di Ötzi. Fu l'unico membro della sua squadra a essere ucciso da una valanga, in una regione con cui si pensava avesse familiarità. Aveva ricevuto finanziamenti per la sua connessione con la scoperta e organizzava dei tour al luogo del ritrovamento. In realtà non è certo che abbia guidato la spedizione, così come non è certo che abbia scoperto il volto della mummia quando era ricoperta dal ghiaccio. Stranamente infatti il suo nome non viene menzionato nel libro Iceman: Uncovering the Life and Times of a Prehistoric Man Found in an Alpine Glacier di Brenda Fowler.
 
L'australiano Rainer Hoelzl, di 47 anni, fu la terza vittima. Era un giornalista che aveva filmato un documentario esclusivo sulla rimozione del corpo di Ötzi dal ghiaccio per la televisione austriaca, che venne trasmesso in tutto il mondo. Alcuni mesi più tardi contrasse una malattia misteriosa, forse un tumore al cervello, e morì soffrendo qualche tempo dopo, nel febbraio 2004. Sono trascorsi circa undici anni dalla morte precedente.
 
Il turista tedesco Helmut Simon morì nel 2004 all'età di 67 anni e fu la quarta vittima. Era stato Simon che, assieme a sua moglie, aveva scoperto il corpo di Ötzi nel 1991, durante un'escursione nelle Alpi. Tornò in quella regione da solo nell'ottobre 2004, per festeggiare la vittoria di una battaglia legale che gli aveva riconosciuto la somma di 50.000 sterline come scopritore della mummia. Quando non fece ritorno, furono allertati i soccorsi. Le condizioni del tempo erano peggiorate e avevano fatto precipitare Simon in un crepaccio profondo quasi 100 metri. Il suo corpo fu trovato tre settimane dopo, coperto di ghiaccio come la mummia che aveva scoperto, a circa 200 metri dal punto in cui era morto Ötzi. Non aveva ancora firmato i documenti legali per l'assegnazione della somma, così sua moglie non ricevette mai quel denaro.
 
Il capo della squadra di soccorritori che aveva cercato Simon, la quarantacinquenne Dieter Warnecke, fu la quinta vittima. Morì d'infarto, sebbene fosse in perfetta salute secondo i suoi familiari. La sua morte avvenne meno di un'ora dopo che Simon fosse sepolto.
 
La sesta vittima fu il professor Friedrich Tiefenbrunner, morto nel gennaio 2005 durante un'operazione a cuore aperto. Faceva parte della squadra di Spindler e aveva scoperto un metodo per proteggere la mummia contro gli attacchi di funghi e batteri.
 
Konrad Spindler, di 66 anni, era un esperto di primo piano di Ötzi. Soffriva di sclerosi laterale amiotrofica e nell'aprile 2005 le sue condizioni aggravate lo portarono alla morte. Aveva scarsa considerazione della teoria della "maledizione di Ötzi". «Penso che sia un mucchio di spazzatura. È solo una gonfiatura mediatica. Di sicuro ora diranno che io sarò il prossimo» disse Spindler. Fu il primo a ispezionare il corpo della mummia e la settima vittima di questa maledizione.
 
Il dottor Tom Loy fu l'ottava e ultima vittima e morì all'età di 63 anni, nel novembre 2005, prima di terminare un libro su Ötzi. Era il direttore dei Laboratori di Scienze archeologiche all'Istituto di Bioscienza Molecolare dell'Università del Queensland. Anch'egli in molte occasioni entrò in contatto fisico con la mummia. Aveva identificato residui di sangue umano sulla mantella di pelliccia di Ötzi e sangue di qualche animale sulle sue frecce. La sua morte fu una sorpresa per la famiglia, sebbene sembra che soffrisse di una patologia pregressa del sangue da 12 anni, che gli fu diagnosticata poco dopo le analisi della mummia.
Tom non parlò mai di maledizione. I familiari vorrebbero pubblicare il libro su cui stava lavorando, ma ancora non sono riusciti a trovare il manoscritto.
 
In tutte queste morti si riscontrano senz'altro elementi che riconducono al concetto e all'immaginario delle maledizioni, primo fra tutti il fatto che tutte le vittime erano entrate in contatto con la mummia. Ma a ostacolare questo elemento c'è un lungo elenco di studiosi che hanno eseguito analisi ed esami sul corpo mummificato di Ötzi.
 
1- Rainer Henn capeggiò la squadra incaricata di prelevare la mummia
2- Kurt Fritz aveva guidato quella squadra e organizzava tour al luogo del ritrovamento
3- Rainer Hoelzl aveva filmato la rimozione della mummia
4- Helmut Simon fu lo scopritore e voleva guadagnare con quella scoperta
5- Dieter Warnecke capeggiò la squadra di soccorritori che cercava Simon
6- Friedrich Tiefenbrunner aveva trovato un modo per conservare meglio la mummia
7- Konrad Spindler ispezionò per primo il corpo mummificato
8- Tom Loy stava finendo un libro su Ötzi
 
Ma quanti altri studiosi hanno caratteristiche tali da poter "scatenare" la rabbia del guerriero sciamano? Perché la mummia non li ha colpiti? E perché la maledizione ha mietuto le prime due vittime a ridosso della scoperta della mummia, fra il 1992 e il 1993, e le altre sei a partire dal 2004, dopo ben undici anni, e nel giro di un solo anno e mezzo?
 
Possiamo rispondere con le parole della dottoressa Angelika Fleckinger, archeologa, le stesse pronunciate da Konrad Spindler:
«La maledizione di Ötzi è un mucchio di spazzatura.»
 
L'archeologa Angelika Fleckinger è il direttore del Museo di Archeologia del Sud Tirolo di Bolzano, in cui è conservata la mummia e, naturalmente, non crede nella maledizione, pensando si tratti soltanto di una superstizione.
La studiosa ribadisce che la mummia è stata trovata nel 1992 e da allora non solo è trascorso molto tempo, ma tantissime persone sono entrate in contatto con la mummia.
 
«La gente muore, è un fatto normale» ha detto la Fleckinger. Al Museo conoscono bene la storia della maledizione. «Più di 150 scienziati sono entrati in contatto con la mummia e la maggior parte di loro sta assolutamente bene» sostengono.
 
Il caso di Helmut Simon è un po' insolito, a dire il vero. Secondo i soccorritori si verificano appena uno o due incidenti mortali all'anno in quella zona e le tormente sono abbastanza rare in quel periodo dell'anno. Ma resta il fatto che Simon camminò fuori dal sentiero.
 
L'unica cosa certa, e ben lontana dall'essere una maledizione, è che quasi 250.000 curiosi visitano la mummia di Ötzi ogni anno e che al museo entrano quasi 3 milioni di euro dalla vendita dei biglietti.
Tutte persone che a questa ipotetica maledizione non credono affatto.
 
 
 
E di certo non ci crede l'attore americano Brad Pitt, che è arrivato (e non è l'unico) a tatuarsi Ötzi su un braccio!
 
 
Approfondimenti on line:
Il sito del museo in cui è conservato Ötzi: www.iceman.it
Le informazioni su Wikipedia: it.wikipedia.org/wiki/Mummia_del_Similaun
Un video di quasi 50 minuti: video.google.com/videoplay?docid=1849889667776048429
 
Un video sulla mummia Ötzi distribuito in rete da Ticino Turismo:
 
 
La maledizione della mummia Ötzi, lo sciamano dei ghiacci
Articolo scritto da: Daniele Imperi
Articolo pubblicato il 01/12/2010

Bibbia, testi antichi e macchine volanti

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Bibbia, testi antichi e macchine volanti
 
All'interno della Bibbia e di altri testi antichi sono presenti espliciti riferimenti alle macchine volanti
 
Al fascino e il mistero che suscitano i reperti archeologici mostrati nelle scorse settimane (i Monili d'oro dei Sinù e l'Aliante di Saqqara), si va ad aggiungere a quello suscitato da testi antichi che, più o meno esplicitamente e nel dettaglio, menzionano macchine volanti.
 
La fonte più celebre e sbalorditiva è rappresentata dall'epica indiana: il Ramayana, il Mahabharatra e il Samarangana Sutradhara in particolare. In questi, ma pure in altri sacri testi vedici, si discorre diffusamente di dispositivi volanti, appellati "vimanas", che possedevano le diverse caratteristiche e scopi d'uso, ma tutti costruiti in materiali metallici e dalla forma simile a quella degli uccelli, in grado non solo di alzarsi in cielo, ma anche di viaggiare nello spazio. Negli scritti sono contenute descrizioni, tecniche di costruzione, accenni a leggi fisiche, disegni specialistici.
 
Nel Libro di Enoch, specialmente nella versione slava, vengono descritti congegni atti al volo in cielo e nello spazio, con indicazioni sugli effetti della relatività. Enoch stesso racconta di aver trascorso parecchi giorni in una navicella spaziale.
 
Nella Bibbia, nel Libro di Ezechiele, il profeta riporta una sua visione che sembrerebbe l'incontro con una sorta di carro volante meccanico proveniente dallo spazio. La descrizione dell'oggetto, studiata soprattutto dal tecnico tedesco Josef Blumrich, confermerebbe che alcuni dettagli sono incomprensibili rispetto a un'epoca in cui nulla si sapeva di tecnologia e aerodinamia.
 
Se, infine, nell'Hakatha (Leggi di Babilonia) delle "macchine volanti" sono solamente citate e nel Poema epico di Ishtar e Izdubar si fanno riferimenti generici a marchingegni similari, il Sifr'ala, composto in caldeo arcaico, conterrebbe istruzioni ricche di dettagli tecnici per costruire (e pilotare) un aeromobile.
 
Nell'antichità, dunque, i dispositivi volanti si ritrovano spesso e non rappresentano, perciò, un'eccezione.
Li troviamo, soprattutto, sbalorditivamente ricchi di particolari che si presupporrebbero allora ignoti a quelle civiltà che celano ancora molti misteri sulla loro conoscenza e il loro progresso.
 
Erano conosciute macchine volanti in tali epoche? Il fatto che risultino noti a più di una civiltà è dovuto al caso, alla circolazione del sapere oppure esse hanno conosciuto o visto in qualche modo questa tecnologia? In caso affermativo, come o da parte di chi?
 
Oppure è la nostra fantasia a precipitarsi verso le ipotesi più suggestive ma meno scientifiche? La realtà è che ci troviamo di fronte semplicemente a pregevoli oggetti d'arte e a testi ideati da una o più menti profondamente creative?
 
Interrogativi irrisolti, che affondano le radici nelle nebbie di un passato remoto e intrigante di cui ci accorgiamo di sapere ancora troppo poco.
 
 
Bibbia, testi antichi e macchine volanti
Articolo scritto da: Francesca Fuochi
Articolo pubblicato il 30/09/2010

OOPArt: L'Uccello di Saqqara, un aereo nell'antichità

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OOPArt: L'Uccello di Saqqara, un aereo nell'antichità
 
Qualcosa di simile a dispositivi per il volo sono in qualche modo noti fin da tempi remoti?
 
Volare, antico sogno dell’uomo.
Il geniale Leonardo da Vinci ci ha lasciato calcoli e progetti di stupefacenti macchine volanti, ma si dovettero attendere i fratelli Wright per realizzare quest’aspirazione.
 
Eppure, vi sono indizi che farebbero supporre che qualcosa di simile a dispositivi per il volo fossero in qualche modo noti fin da tempi remoti. Vi sono i riferimenti, infatti, in testi antichi e sono stati pure ritrovati alcuni oggetti archeologici dalla forma di "aereo": elementi che insinuano il dubbio, per quanto stravagante, che alcune popolazioni arcaiche conoscessero in qualche maniera quello che si può paragonare all’odierno aeromobile.
 
L'Uccello di Saqqara (detto anche l'Aereo del Faraone, l'Aereo di Saqqara, l'Aliante di Saqqara) fu ritrovato nella tomba di Pa-di-Imen a Saqqara, in Egitto, nel 1898. Esso, datato intorno al 200 a.C., è in legno di sicomoro, è lungo 14.2 cm, ha un’apertura alare di 18.3 cm e pesa quasi 40 grammi.
 
All’epoca del suo rinvenimento, fu riposto in una scatola etichettata "modello di uccello in legno" e lasciato cadere nell’oblio dei depositi del Museo del Cairo, dov’è tuttora conservato ed esposto. Soltanto parecchi anni dopo Khalil Messiha, professore di anatomia artistica all'università di Helwan e membro dell'Egyptian Aeronautical Club, riscoprì l’artefatto e lo portò all’attenzione degli studiosi, avanzando l’ipotesi che esso non fosse un semplice uccello, bensì il modellino di un aereo o di un aliante.
 
Gli egittologi tradizionalisti rigettarono questa tesi, concordando che l’oggetto si trattasse della rappresentazione di un uccello dalle ali spiegate, benché con alcuni connotati inconsueti rispetto alle raffigurazioni tradizionali.
Sulla parte anteriore del manufatto sono visibili quelli che sarebbero becco e occhi, mentre la coda, distinta dal corpo da una netta linea di demarcazione quasi a volerne separare le due parti, è posta stranamente in verticale, cosa appunto che non si rinviene nell’iconografia egizia. Una leggera traccia di pittura, su un lato della coda, fa presupporre che un tempo esso fosse dipinto.
 
Per quanto riguarda l’uso, tali egittologi lo ritennero un manufatto cerimoniale, per esempio un falcone che simboleggia il dio Horus. La forma della coda, ovvero il particolare che ha sollevato i maggiori dubbi, sarebbe una banderuola per il vento simile a quelle collocate sulle barche sacre, dettaglio visibile in alcuni rilievi trovati nel Tempio di Khonsu a Karnak, nei quali banderuole ornano la prua di tre imbarcazioni impiegate durante le feste di Opet.
 
Messiha non fu affatto persuaso da queste deduzioni.
Fece notare, innanzitutto, che l’oggetto è privo di zampe d’uccello e che non vi sono intagli a disegnare le piume, e rigettò la supposizione che la coda fosse una banderuola, asserendo che nelle usuali riproduzioni la coda dei volatili è orizzontale, e data la standardizzazione dell’iconografia non aveva senso realizzarla altrimenti.
L’artefatto, dunque, doveva trattarsi per forza essere un modellino di un monoplano originale.
Nel 1983, il professore egiziano pubblicò i suoi studi in merito, attirando così l’attenzione su "l’aliante di Saqqara", che venne considerato uno dei più notevoli OOPArt.
 
Sulla base di queste supposizioni, altri studiosi e specialisti incominciarono a testare l’effettiva possibilità del modellino di uccello/aliante di volare.
 
Una commissione tecnica appositamente costituita giunse alla conclusione che il modellino non poteva essere un mero giocattolo, poiché possedeva canoni aerodinamici troppo specifici e di cui addirittura soltanto velivoli odierni sono dotati. Esso, infatti, possiede le proporzioni esatte di un vero aliante moderno, in particolare di quella tipologia che riesce a mantenersi in volo a una velocità tra i 70 e i 100 km/h grazie all’ausilio di un piccolo motore, essendo in grado nondimeno di trasportare un carico notevole.
Questa capacità è determinata dalla forma stessa dell’aliante e dalla precisa proporzione tra la struttura e le ali, inclinate leggermente verso il basso, tutti requisiti che sono stati accuratamente riprodotti nel manufatto antico.
 
Basti pensare, per di più, che un principio aerodinamico simile è alla base della progettazione del Concorde, la cui curvatura delle ali riesce a conferire il massimo slancio al decollo senza far perdere velocità.
Da allora l’oggetto fu chiamato "l'aereo del Faraone".
 
Per come è giunto a noi, però, il modellino non avrebbe mai potuto funzionare come un vero aliante, poiché manca della coda a dargli stabilità in volo, benché questa, suggerì Messiha, potrebbe essere semplicemente un particolare perduto.
 
Il progettista di alianti e aeromobili Martin Gregorie, allora, ricostruì il modellino dotandolo di una coda adeguata, per testarne l’effettiva capacità di volo, e concluse che l’artefatto di Saqqara non avrebbe mai potuto volare, non solo per la mancanza della coda, ma anche per com’è costruito.
Messiha replicò che il modellino poteva essere l’esempio in scala ridotta di qualcosa di più grande realizzato in altri materiali e perfettamente funzionante, un qualcosa di conosciuto agli Egizi e i cui resti forse si trovano ancora sepolti da qualche parte a Saqqara.
 
Le ipotesi più suggestive si susseguirono e ancor oggi molti continuano ad ipotizzare che l’oggetto sia la prova che gli Egizi possedessero una tecnologia molto più avanzata di quanto sappiamo, grazie ai loro studi oppure al dono da parte di un’antica e misteriosa civiltà a loro precedente. Quest’ultima affascinate ipotesi pare venga confermata, con un po’ di bizzarria, da una piccola iscrizione che si trova sul manufatto, "dono di Amon", che sembra un ringraziamento per qualcosa, forse per quello stesso congegno volante, ricevuto da fantomatici Dèi venuti dal cielo.
 
 
Francesca Fuochi racconta di questa e di altre misteriose faccende sul suo blog interno-2.blogspot.com
 
OOPArt: L'Uccello di Saqqara, un aereo nell'antichità
Articolo scritto da: Francesca Fuochi
Articolo pubblicato il 31/08/2010

GILGAMESH O L’EROE LUNGO LA VIA DEL SOLE

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http://it.pdfsb.com/readonline/59465a48664170385848642f4433786b55513d3d-2091941
 
 
C.I.D.A.
 
CENTRO ITALIANO DISCIPLINE ASTRO-LOGICHE
 
www.cida.net
 
RACCOLTA DI PUBBLICAZIONI D'AUTORE
 
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ANALISI DI MITI ANCESTRALI
E ALTRE RICERCHE DI RENZO BALDINI
 
Selezione di articoli pubblicati su Linguaggio Astrale con varie aggiunte
 
Edito in occasione del III Congresso internazionale FAES -
Milano 6-7- novembre 2004
 
 
 
 

Introduzione

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INDICE
 
4 - Gilgamesh o l'eroe lungo la via del Sole
8 - Il mito di Adapa di Eridu o il quadrato di PEgaso
12 - La natura degli aspetti
23 - La concezione cosmologica egiziana
33 - Il mito di Etana di Kish
37 - Le progressioni terziarie
40 - L'abbinamento segni-pianeti
52 - Il tema annuale lunisolare
 
Renzo Baldini – Astrologo professionista. Acquario con ascendente in Sagittario e Luna in Cancro. Ha iniziato ad interessarsi di Astrologia nel 1974 approfondendo poi la conoscenza della materia con ricerche che vanno dalla psicologia, all’astrologia medica, alla riscoperta e ridefinizione di antiche e moderne teorie come le Parti Arabe e il Punto Vertex. Suoi studi sono apparsi sulle maggiori riviste specializzate del settore ed ha al suo attivo numerose conferenze e seminari in ogni parte d’Italia e all’estero. E’ autore dei libri L’Ascendente dell’anima. Il Punto Vertex in astrologia (Pagnini, Firenze, 1998),
pubblicato anche in versione tedesca, Le Parti Arabe (Pagnini e Martinelli, Firenze, 2001), La Freccia del Sagittario (Pagnini e Martinelli, Firenze, 2003), Nel segno della salute (Pagnini, Firenze, 2004). Fa parte del Consiglio Direttivo del Centro Italiano Discipline Astrologiche (C.I.D.A.) e dal 1998 al 2003 ha ricoperto l’incarico di Delegato per la Toscana per la stessa Associazione.
 
E-mail: renzobaldini@dada.it Web: www.renzobaldini.it
 
Introduzione
 
Questa selezione di articoli pubblicati su Linguaggio Astrale e altre parti puo' dare - almeno in parte - un'idea della vastità della preparazione di Renzo, che riesce insolitamente ad unire la profondità di pensiero ai richiami del concreto, con i quali il lettore si trova per così dire a ...rimbalzare continuamente dal cielo alla terra, per cui la lettura risulta agevole, nonostante la complessità della materia trattata.
Molte sue intuizioni sono originali, o elaborazioni personali di altre proposte e il CIDA è particolarmente lieto di annoverarlo fra i suoi "notabili"!
 
Buona lettura!
 
Dante Valente, Presidente del CIDA
 

GILGAMESH O L’EROE LUNGO LA VIA DEL SOLE

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GILGAMESH O L’EROE LUNGO LA VIA DEL SOLE
 
(da www.renzobaldini.it)
 
Tavoletta proveniente dalla Biblioteca di Ninive e appartenente all'Epopea di Gilgamesh (il ‘Diluvio’).
British Museum, Londra
 
La più antica storia che ci è pervenuta dal passato è l’EPOPEA DI GILGAMESH, databile al terzo millennio a.C. Siamo nella Terra tra i Due Fiumi, appunto la Mesopotamia. Nella seconda metà del secolo scorso, continuando gli scavi che avevano portato alla luce gli stupendi palazzi di Ninive, l’antica capitale dell’impero Assiro, due archeologi, Sir Austen Layard e il suo assistente Hormuzd Rassam, quasi per caso notarono due vani annessi al palazzo; lì vi trovarono la biblioteca del re Assurbanipal III (668-627 a.C.), e in essa 20.000 testi su argilla che trattavano di matematica, astronomia, medicina, filosofia, e insieme ad essi 12 massicce tavole d’argilla che narravano le gesta di un uomo vissuto prima e dopo la grande catastrofe di un diluvio, GILGAMESH, quinto re della città di Uruk, la più grande città della Babilonia meridionale. La biblioteca di Ninive aveva restituito all’umanità non solo la prima grande epopea della storia del mondo, ma addirittura una più antica versione del Diluvio di quella descritta nella Bibbia! La vicenda si divide in vari episodi: l’incontro di Gilgamesh con Enkidu, che diventa suo amico; un viaggio nella foresta per uccidere un mostro; il disprezzo per una dea; la morte del compagno; la ricerca dell’immortalità. Questa storia, come ci dice la tavoletta IX nella colonna 4, si svolge “lungo la via del sole”, la qual cosa a un archeologo o ad uno storico può non dire niente, ma ad un astrologo dice che lo scenario di tutta la vicenda sta in cielo, dato che “la via del sole” altri non è che l’ECLITTICA. Infatti, le gesta e i luoghi del racconto (di questo come di altri racconti mitici) vanno inseriti, ricercati, non su di un mappamondo ma in alto nel cielo, e precisamente sulla fascia dell’eclittica, ché è quello il luogo ove appunto si svolgono gli eventi mitici e dove ha sede il motivo che sta alla base di detti eventi, ovvero l’obliquità dell’eclittica, cioè quella situazione astrale dovuta al fatto che la Terra è inclinata, rispetto al piano equatoriale, di 23°30’. Tale inclinazione fa sì che l’asse terrestre giri come una trottola, così se prolunghiamo questo asse fino al polo celeste nord, questo descrive intorno al suddetto polo un cerchio; il tempo occorrente a questo asse prolungato per ruotare intorno al polo settentrionale dell’eclittica è di circa 25.920 anni, durante i quali il suo orientamento passa da una stella all’altra, stella che noi chiamiamo Polare (dal greco polos, cioè asse, perno): nel 6.000 circa a.C. la Stella Polare era la iota della Costellazione del Dragone; nel 3.000 circa a.C. era Thuban l’alfa della stessa Costellazione; ai tempi della Grecia Classica era Kochab, la beta dell’Orsa Minore; oggi è l’alfa dell’Orsa Minore (che noi chiamiamo Polaris), mentre nel 4.000 d.C. sarà Vega, l’alfa della Costellazione della Lira.
 
Questo fenomeno è detto Precessione degli Equinozi: i punti equinoziali (e quindi anche quelli solstiziali) non rimangono fermi là dove dovrebbero stare, ma si muovono lungo l’eclittica in direzione opposta a quella dell’ordine dei Segni. A tale fenomeno gli antichi attribuivano l’ascesa e la caduta delle varie Ere (o Età) del mondo. Si diceva infatti che la costellazione zodiacale che sorgeva ad oriente prima del sole (levata eliaca) segnava il luogo ove il sole sostava. Tale costellazione veniva chiamata pilastro del cielo, e dava il nome alle varie Età del Mondo (della durata di 2.160 anni). Nel 6.647 a.C. l’equinozio di primavera era in Gemelli: era quindi questa la costellazione pilastro; si parlerà allora di ERA DEI GEMELLI; poi si passò lentamente al TORO, quindi all’ARIETE, infine ai PESCI, “dove si trova tuttora e dove continuerà a rimanere per ancora un po’ di tempo. La nostra Era è segnata dall’avvento di Cristo il Pesce...L’Età precedente, quella dell’Ariete, era stata annunziata da Mosè disceso dal Sinai ‘con le due corna’, cioè incoronato con le corna dell’Ariete, mentre il suo gregge disobbediente si ostinava a danzare intorno al ‘vitello d’oro’, meglio inteso come un ìtoro d’oro’, il Toro. Così, erano i cieli nelle loro rivoluzioni a dare la chiave...Ciò che si muoveva di moto proprio in cielo - i pianeti con le loro settimane e i loro anni - assumeva una gravità sempre più maestosa. Essi erano le Persone dal Vero Divenire: lo zodiaco era il luogo degli accadimenti reali...”1 . Quindi, quando sentiamo parlare di diluvi, di terra piatta o quadrangolare, di terra emersa o di acque di sotto, ciò si riferisce ad avvenimenti e luoghi che non sono di questo mondo ma che riflettono regole, fenomeni cosmici, vicende e sconvolgimenti astrali: ogni diluvio, quindi, può essere visto come evento distruttore di un’Era per far posto a quella successiva. I diluvi descritti dai Greci, i quali erano a conoscenza di ben tre distruzioni successive (e pensiamo a quello di cui sono protagonisti Deucalione e Pirra), si presentano come miti astrali in cui si vede morire un mondo inteso come un’Età del mondo.
 
Molte tradizioni collegano questa o quella catastrofe con elementi o figure stellari; citiamo un esempio preso dalla tradizione leggendaria ebraica di epoca tarda, citata da Frazer: “Ora, il diluvio fu causato dall’incontro delle acque maschili del cielo con le acque femminili che sgorgavano dalla terra. I buchi nel cielo da cui sfuggirono le acque di sopra erano stati fatti da Dio quando tolse alcune stelle dalla costellazioni delle Pleiadi; e per fermare quella fiumana di pioggia dovette poi turare i due buchi con un paio di stelle prese in prestito dalla costellazione dell’Orsa. E’ per questo che, ancora oggi, l’Orsa corre dietro alle Pleiadi: vuole indietro i suoi piccoli, ma non riuscirà mai ad averli fino all’Ultimo Giorno”. Per quanto riguarda il diluvio vissuto da Deucalione e Pirra, le sue acque si ritrassero grazie al suono della buccina (antico strumento musicale formato da una conchiglia tortile) di Tritone, strumento che era stato inventato da Aigokeros, cioè il Capricorno, il signore del solstizi si dovrebbe dedurre che questo  che lo daterebbe al 2.350 a.C.!). Ricapitolando, la terra come luogo in cui si svolgono le vicende mitiche non è il nostro globo: terra indica qui il piano che si forma collegando i quattro punti dell’anno segnati dagli equinozi e dai solstizi, ovvero l’eclittica: i quattro angoli, cioè le costellazioni che sorgono insieme al sole agli equinozi e ai solstizi, sono i punti che determinano una terra; così ogni Età del mondo ha la sua terra, ed è proprio per questo che si parla di fine del mondo: quando i punti dell’anno vengono determinati da un nuovo gruppo di costellazioni zodiacali portate dalla Precessione degli Equinozi, sorge una terra nuova. Quindi il cielo come luogo di svolgimento delle vicende mitiche, lo Zodiaco come terra in cui nascono i miti, in cui si muovono Dei ed Eroi, e fra questi, appunto, GILGAMESH, per due terzi dio e per un terzo uomo.

La Storia di Gilgamesh

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La Storia di Gilgamesh
 
Gilgamesh è un re dispotico, crudele, violento. Gli uomini di Uruk, annichiliti dalla sua arroganza e malvagità, si rivolgono alla dea Ninsun, madre di Gilgamesh, pregandola di creare un suo doppio, cioè qualcuno che gli sia pari per forza fisica e impetuosità di cuore. Gilgamesh cesserà di essere un Signore-Padrone dispotico il giorno in cui avrà trovato un suo pari, che sia nel contempo suo rivale e amico, così profetizza la dea che crea perciò Enkidu, dal corpo villoso e dai lunghi capelli femminili. Enkidu è il contrario di Gilgamesh.
Semiselvaggio, vive e si accoppia con gli animali, vivendo nelle grotte o nella foresta. Dotato di forza sovrumana, distrugge tutto quanto incontra. Un giorno un cacciatore lo incontra nella foresta, e rimane talmente spaventato che subito corre dal suo re a raccontargli l’accaduto. Udite le parole del cacciatore, Gilgamesh decide che l’unico modo per ammansire quel mezzo animale è allontanarlo dalla sua condizione di bestia, dalla sua selvatichezza. Per far questo è necessario che venga sedotto, che conosca l’amore di  na donna. Quindi Gilgamesh manda da Enkidu una cortigiana con l’incarico di sedurlo. Ella si unisce a lui per sette giorni e sette notti e finalmente riesce a farne un uomo. “Enkidu - disse la donna - sei divenuto bello come un dio, perché vuoi continuare a errare in compagnia degli animali? Suvvia, vieni con me, che io ti condurrò a Uruk. E’ lì, appunto, che Gilgamesh infuria come un toro e tiene sotto i suoi piedi tutti gli uomini”. “Guidami alla città di Uruk - rispose Enkidu - e in quanto a Gilgamesh e al suo crudele dominio, io muterò ben presto lo stato delle cose. Io lo provocherò e lo sfiderò, e gli mostrerò, una volte per tutte, che i giovani campagnoli non sono degli imbecilli”. L’incontro tra i due avviene alla porta del tempio. Gilgamesh e Enkidu si azzuffano come tori selvaggi, ma è il re che inaspettatamente ha la peggio, e comprende così di  ver incontrato il suo degno avversario. La profezia della dea si avvera, e il risultato finale della lotta fu l’inizio di una lunga e tenera amicizia.
 
Passa il tempo, ed Enkidu nella nuova vita civile non si trova bene, e giorno dopo giorno si infiacchisce e intristisce sempre più. Allora Gilgamesh propone un’impresa: andare nella Foresta di Cedri a sfidare e uccidere il mostro Khumbaba. Giungono così presso la foresta foltissima, ai margini della quale si trova un’immensa porta; Enkidu la schiude, ma il grande portale, girando sui cardini, si richiude di colpo schiacciandogli la mano. Per dodici giorni Enkidu giace gemendo per il dolore, pensando di desistere dall’impresa. Ma Gilgamesh lo sprona, e i due entrano nella foresta dalla grande porta. Finalmente incontrano, sfidano e vincono il mostro Khumbaba. Gilgamesh però vuole risparmiargli la vita, mosso a compassione dai suoi lamenti, ma Enkidu insiste nell’ucciderlo, al che tutti e due sguainano le spade e staccano la mostruosa testa dal corpo gigantesco.
 
Al loro ritorno a Uruk, vittoriosi e festeggiati da tutti, si fa avanti la dea Ishtar, che ammaliata dall’impresa di Gilgamesh e più che altro dalla sua bellezza, gli chiede di giacere con lei diventando suo sposo. Ma Gilgamesh, sdegnosamente la rifiuta, al che la dea, furibonda, gli manda incontro il Toro Celeste, il cui galoppo è foriero di tempeste e terremoti e la cui venuta procura sette anni di siccità; ma Enkidu accorre in soccorso dell’amico, afferra una coscia e il membro del Toro Celeste, li strappa con un colpo violento e li getta in faccia alla dea., che umiliata e sconfitta se ne torna al suo cielo. Ma Ishtar ora fa le sue profferte a Enkidu, che lui sdegnosamente rifiuta, allora la dea lo punisce facendolo ammalare. Giorni e giorni dura l’agonia di Enkidu, finché il nono, vegliato dal suo amico, muore. Disperato Gilgamesh lo piange, e impone il lutto a tutta la nazione. Grande è il dolore per la perdita dell’amico, e grande è la paura che ‘forse’ anche lui dovrà morire.
 
Pensa così che l’unica soluzione è quella di diventare immortale, e parte alla ricerca di Utnapistim, che abita alla bocca dei due fiumi, l’unico che si è salvato dal diluvio e che gli Dei hanno fatto diventare un dio, pensando che lui saprà come renderlo immortale. Parte, e dopo molto tempo arriva alla Porta del Sole Tramontante sul monte Masu, che gli viene aperta dai guardiani, gli Uomini-Scorpione. Viaggia dodici ore nel buio di un sotterraneo, poi finalmente irrompe la luce del sole; spossato, si ferma in riva al mare dalla ninfa Siduri, colei che fa il vino e la birra, che inizialmente cerca di distoglierlo dall’impresa ma che poi lo aiuta indicandogli che il barcaiolo Ursanabi può condurlo da Utnapistim. Salpano quindi, e attraversano le Acque della Morte, e dopo 120 remate arrivano da Utnapistim detto Il Lontano, che vive nel luogo del transito del sole, a est della montagna. Qui Il Lontano gli racconta di come si salvò dal diluvio. Ma Gilgamesh vuole l’immortalità, e Utnapistim gli dice che deve stare sveglio sei giorni e sei notti, così avrà l’immortalità. Ma Gilgamesh è troppo stanco dal viaggio e subito si addormenta. Al risveglio si dispera per non aver avuto la forza di resistere al sonno, al che Utnapistim, mosso a compassione, gli rivela il segreto degli Dei, e cioè che in fondo al mare esiste una pianta che dà l’immortalità. Subito Gilgamesh si getta nel profondo dell’Oceano, trae a sé la pianta, ma non la mangia subito perché vuole farne dono anche agli altri uomini di Uruk. Così si incammina e ritorna dalla porta da cui era entrato.
 
Lungo la strada vede un pozzo; è stanco e vuole rinfrescarsi; appoggia quindi la pianta su di una pietra e fa il bagno; ma all’improvviso un serpente, attratto dal profumo della pianta, esce dall’acqua e la ghermisce, e subito si spoglia della sua pelle e ritorna al pozzo. Gilgamesh si siede e piange la perduta immortalità.
Affranto, ritorna a mani vuote a Uruk, e su una pietra l’intera storia incide.

Un Viaggio astrologico?

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Un Viaggio astrologico?
 
Che l’EPOPEA DI GILGAMESH vada collocata sulle vie del cielo anziché relegarla tra monti e paludi terrestri, lo si deduce sia dai luoghi in cui la scena è inserita sia dal tipo di personaggi che via via il nostro eroe incontra. Non solo; possiamo sapere anche l’epoca in cui questa storia si svolge, e lo capiamo quando la dea Ishtar manda il Toro Celeste contro Gilgamesh, al quale poi Enkidu strappa la coscia e il membro; il
Toro Celeste altri non è che la costellazione del Toro, costellazione che non è rappresenta da un toro intero ma tagliato a metà alla vita, mancante appunto della parte posteriore. Quindi, questa scena vuole raccontarci il passaggio dall’ERA DEI GEMELLI (qui rappresentati da Gilgamesh ed Enkidu) all’ERA DEL TORO (poco dopo infatti Enkidu muore e il Toro Celeste, così menomato, viene assunto in cielo in mezzo alle stelle!), ciò che avvenne intorno al 4.499 a.C. E’ quindi, questa, una storia ‘celeste’, e lo si deduce anche dalla serie di personaggi che la popolano; prendiamo ad esempio il Guardiano della Foresta di Cedri, quel mostro Khumbaba ucciso dai due amici: ebbene, i testi lo definiscono un dio, e pare corrispondere al dio elamitico Hmba, che addirittura è inserito in un elenco sumero di stelle col determinativo mul che precede appunto il nome delle stelle: mul Hmba, quindi, che era poi il nome con il quale i Sumeri chiamavano la stella Procione, l’alfa della costellazione del Cane Minore, stella che questo popolo aveva annoverato fra quelle della costellazione del Cancro. Non solo: la stella mul Hmba, poi, era rappresentante, tra i pianeti, di Mercurio. Altro elemento interessante il fatto che per entrare nella Foresta di Cedri i due devono passare attraverso una porta! Ma che ci fa una porta in una foresta? La porta è sempre un passaggio fra due stadi, fra due mondi, fra il qui e il là. Abbiamo poi visto che Khumbaba corrisponde alla stella Procione, stella che si trova vicino alla costellazione del Cancro. Tutto questo sarebbe un arcano inghippo se non sapessimo che nel Cancro noi troviamo una delle Porte dello Zodiaco (l’altra è in Capricorno), ovvero la Porta dalla quale si incarna il genere umano (mentre da quella del Capricorno si incarnano gli Dei). E’ quindi un viaggio a ritroso quello che intraprendono Gilgamesh ed Enkidu: dalla Terra degli Uomini a quella del Cielo, passando per la Porta della Foresta di Cedri, appunto il Cancro. Altresì interessante notare che uno degli appellativi di Khumbaba era “dio della fortezza di intestini”, ciò che ha fatto pensare ad alcuni studiosi che egli fosse l’abitante e il signore del labirinto, ovvero un predecessore del più famoso Minotauro. In un bassorilievo raffigurante Khumbaba, vediamo la sua faccia che sembra appunto fatta di intestini, raffigurata com’è da un’unica linea sinuosa, faccia che ha forti rassomiglianze con quella del dio messicano Tlaloc, il “dio della pioggia”: qui, invece di un’unica linea sinuosa, abbiamo due serpenti che, attorcigliandosi l’un con l’altro, ‘formano’ la faccia del dio, che così assomiglia al Caducèo di Ermes-Mercurio. Quindi, il Caducèo, il volto di Tlaloc e l’idea di un “dio degli intestini”, non possono che indicarci Mercurio (consideriamo che questo pianeta, astrologicamente, ha il suo dominio, oltre che in Gemelli, anche in Vergine, Segno che nella Medicina Astrologica corrisponde agli intestini!). Ma che c’entra Mercurio con il Cancro? Nell’antichità Mercurio era considerato un dio lunare, e aveva forti rassomiglianze con il dio lunare egizio Thot, colui che aveva insegnato la scrittura agli uomini. Non solo: in Egitto, nella tomba del faraone Men-Maat-Ra-Sethi I, figlio di Ramesse I, troviamo menzionato il pianeta Mercurio come “Stella del Nord del Cielo”, e comunque come Signore del Secondo Decano del Quarto Segno, appunto il Cancro, che nella raffigurazione zodiacale rappresenta il Nord. Altri personaggi che ci danno un’ulteriore prova della collocazione astrale di questo mito, sono Utnapistim il Lontano, ovvero il Noè mesopotamico, che ha la sua dimora alla “bocca dei fiumi”, e Siduri, l’ostessa divina. Si racconta che Gilgamesh giunse al passo del monte Masu, alle cui porte facevano la guardia gli Uomini-Scorpione. Consideriamo che Masu vuol dire gemelli, e che tra le stelle ‘masu’ babilonesi troviamo la lambda e la ipsilon Scorpii, ovvero le stelle gemelle del pungiglione dello Scorpione. Il monte Masu rappresenta quindi, nell’astronomia babilonese, la zona compresa tra la fine della costellazione dello Scorpione e l’inizio di quella del Sagittario, zona celeste in cui troviamo niente meno che il Centro della Galassia, luogo dal quale si diceva passavano le anime nel loro iniziale cammino post-mortem, ed è da lì che inizia, si legge nel testo, “un’oscurità che nessuno ha mai percorso”. Del resto sappiamo che, astrologicamente parlando, nello Scorpione, ottavo Segno analogico all’ottavo settore oroscopico, viene rappresenta la morte del corpo fisico; interessante notare che se la vita inizia in Ariete, primo Segno, la morte non è, come ci si aspetterebbe, nell’ultimo Segno, cioè i Pesci, bensì, come visto, nell’ottavo. Da lì, infatti, vi sono altri quattro Segni che in pratica rappresentano il cammino e il processo evolutivo che l’anima deve compiere prima della sua rinascita in un nuovo corpo nel Segno dell’Ariete. Siamo quindi nel mondo delle tenebre, e Gilgamesh, come dice il testo, viaggia per dodici ore in un tunnel sotterraneo prima di vedere irrompere la luce del sole. Finalmente il nostro eroe arriva in un giardino di pietre preziose: qui incontra Siduri, l’ostessa divina. Il personaggio Siduri è stato accostato da vari studiosi a quei personaggi che in molti poemi epici hanno il compito di assistere le anime nel momento della loro dipartita dal corpo, come ad esempio la monaca Gertrude nella cui locanda passavano le anime la prima notte dopo la morte.
Siduri dà a Gilgamesh alcuni consigli su come arrivare al luogo in cui abita Utnapistim; prima di tutto dovrà trovare Ursanabi, il traghettatore, perché sarà lui ad accompagnarlo nel Mare della Morte. Ora noi dobbiamo considerare che ci sono stati tramandati dei nomi di costellazioni che suonano come Ade o Il Traghettatore: questi nomi noi li troviamo tra lo Scorpione e il Sagittario, dove prima avevamo visto il Centro Galattico. Si può pensare che Siduri e il traghettatore Ursanabi trovino la loro ‘casa’ in questi luoghi. Ursanabi dice a Gilgamesh di tagliare 120 pali che gli serviranno per spingere avanti la barca, così che le sue mani non tocchino le acque della morte. In pratica ogni palo serve per una remata, stimando così che per arrivare a destinazione ci vogliono 120 remte: consideriamo che dallo Scorpione, punto di partenza di questo viaggio  di Gilgamesh alla ricerca della  quattro Segni, ovvero 120°! Final mesopotamico, e che gli racconta del Diluvio, di come Enki, dio delle acque, della sapienza e creatore dell’umanità, lo avesse avvertito della decisione di Enlil, dio della terra e del vento, di distruggere l’umanità, e di come costruire l’Arca. Questa misurava un acro (un iku) di spazio piano, e altrettanto per ciascun lato, così che l’Arca era in pratica un cubo. Ovviamente il diluvio fu spaventoso, a tal punto che Enki redarguisce Enlil il quale poi si scusa con Utnapistim e sua moglie, concedendo loro di essere come Dei e di abitare “alla bocca dei fiumi”. Questa “bocca dei fiumi” era il nome dato alla città di Eridu, a sua volta associata, e comunque rappresentante ‘terrestre’, della stella Canopo, l’alfa della costellazione della Carena, stella che secondo i babilonesi reggeva le profondità dell’Apsu, l’oceano d’acqua dolce che aveva forma di cubo, e l’Arca era anch’essa fatta a somiglianza dell’Apsu, visto che era un cubo e misurava “un iku” per lato. Per capire l’importanza di quanto ora detto, consideriamo che questa misura, “un iku”, era il nome che i babilonesi davano al Quadrato di Pegaso, costellazione che, ‘guarda caso’, è racchiusa in quella dei Pesci. Da quanto ora esposto vediamo come il viaggio di Gilgamesh sia stato un viaggio celeste, “lungo la via del sole”, l’eclittica. Altre cose sarebbero da dire sui nascosti (ma poi non tanto) risvolti celesti nell’Epopea di Gilgamesh. Basti per ora sapere che ogni mito, ogni ‘caduta’, ogni ‘misurazione’, è la descrizione di quelle ‘correzioni’ che si debbono attuare ogniqualvolta il cielo muta, ogniqualvolta cioè vi è da rimettere a posto l’orologio cosmico.
 
 
G. de Santillana e H. von Dechend, Il mulino di Amleto, ed. Adelphi, Milano, 1983

IL MITO DI ADAPA DI ERIDU O IL QUADRATO DI PEGASO

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IL MITO DI ADAPA DI ERIDU O IL QUADRATO DI PEGASO
 
(da Linguaggio Astrale n. 89 – 1992)
 
Nel 1887 a Tell el-Amarna (o Ankh Atun, sulla riva destra del Nilo, non lontano, seppur sull'altra riva, da Ermopoli, la città sacra a Thot), furono ritrovate, nei resti dell'archivio di Amenofi III (che regnò dal 1408 al 1372 a. C.) e di Amenofi IV (o Akhenaton, e che regnò dal 1372 al 1354 a.C.), alcune copie frammentarie relative a vecchi miti di epoca kassita (popolazione di origine iranica dominante la Mesopotamia del XVI secolo a.C.) usati come testi di esercizio nelle scuole degli scribi del faraone: tra questi, citiamo i miti di Nergal ed Ereshkigal (rispettivamente dio e dea della vegetazione) e quello, appunto, di Adapa di Eridu.
Consideriamo comunque che il mito di Adapa sembra essere molto più antico dell'epoca kassita, e rientra in quelle storie i cui protagonisti sono figure prometeiche semidivine che sfiorano la conoscenza dell'immortalità.
Altre tracce su Adapa provengono dalla biblioteca del re assiro Assurbanipal (secolo VII a.C.) e, cosa interessante e che avvalora la parte finale della narrazione del mito, su una ricetta medica dell'epoca, vedendosi quindi Adapa come dispensatore di salute (in questo protetto dalla dea Ninkarrak). Dice Theodor Gaster, studioso inglese di letteratura primitiva:
 
"Adapa non è un essere umano; soltanto su questa base, peraltro chiaramente indicata nel testo originale, la storia diviene intellegibile...Così possiamo in primo luogo comprendere come Adapa possa essere in possesso di una formula magica abbastanza potente da spezzare l'ala del vento, come pure possiamo comprendere il reale significato implicito nella decisione del Dio Supremo, allorché Adapa è condotto al suo cospetto per essere giudicato. Quando il Dio si convince che Adapa ha realmente agito mosso da riverenza e devozione, si decise a conferire l'immortalità e di conseguenza gli offre il cibo e la bevanda degli dèi, consumando le quali automaticamente Adapa
diverrebbe Dio. Ma è precisamente questa eventualità che l'astuto Ea (in sumero Enki) ha previsto. Ea non desidera che la propria creatura venga trasferita nella schiera degli dèi, poiché in tal modo verrebbe privato dei suoi servigi. Ecco perché Ea convince Adapa a rifiutare il cibo offertogli, affermando che si tratta di un cibo letale".1
 
Ma veniamo alla descrizione del Libro di Adapa così come ci viene dalla traduzione fatta dal Gaster.

Commento

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Commento
 
Quanto detto ci mette di fronte a quelle tipiche figure prometeiche, semidivine, create dagli dèi ma poi da questi, per i più svariati motivi, ‘declassate’ a rango di semplici mortali, costrette a vivere la vita di uomini e a patire tormenti.
Sappiamo che lo svolgersi delle vicende mitiche “ama mascherarsi dietro a particolari apparentemente oggettivi e quotidiani, presi in prestito da circostanze risapute”, nascondendo quello che è invece il vero campo di azione degli avvenimenti mitici, cioè il cielo, cioè la fascia dell'eclittica, "la vera terra dove si svolgono tali avvenimenti, il luogo dove si compiono i grandi peccati e le imprese eroiche"2. Come detto, Adapa è Signore (En) di Eridu; ai fini di una corretta decifrazione del mito qui preso in esame, crediamo opportuno prendere in considerazione quello che è il luogo in cui Enki/Ea dette forma ad Adapa, e cioè la città di Eridu. I babilonesi identificarono la città di Eridu con il misterioso pi-narati, alla lettera ‘la bocca dei fiumi’ (ma il suo significato è la ‘confluenza’ dei fiumi). Ora, il sito archeologico di Eridu non si trova affatto vicino alla confluenza dei due fiumi della Mesopotamia: si trova invece tra il Tigri e l'Eufrate, che sfociano in mare separatamente, ed è inoltre piuttosto a monte (ciò non toglie niente al mito acquatico delle origini di Eridu, essendo infatti la città circondata da enormi laghi alimentati da una considerevole riserva di acqua dolce sotterranea). L'impasse sembrerebbe stata risolta da W.F.Albright, che al posto di ‘foce’ mise ‘sorgente’, il che, però, ci ha portati tra  vede (e comunque per quanto ci riguarda), Eridu pi-narati non può avere un mero significato geografico: Eridu simboleggiava la ‘confluenza dei fiumi’, topos della massima importanza ove i grandi eroi si recavano in pellegrinaggio nel vano tentativo di conquistare l'immortalità.
 
Eridu era la sede, come detto, di Enki/Ea, il Saturno mesopotamico (altri intendono invece Ninib), il ‘Signore delle misure’ (denominate me in sumerico, parsu in accadico, ma'at in egiziano); quando Saturno decadde, infatti (cioè quando finì l’Età dell'Oro), la sua dimora venne posta in prossimità del Polo Sud celeste, e in particolare su Canòpo, stella principale della Costellazione della Carena, seconda per luminosità solo a Sirio, costellazione che assieme a quella della Vela e della Poppa forma quella della Nave d'Argo, la nave degli Argonauti: Canòpo era il timoniere di detta nave. Quindi, come anche stabilito da B.L. van der Waerden, autorevole studioso della storia dell'astronomia, Eridu, il sumerico ‘mul NUN ki’ è Canòpo.
In Mesopotamia, Canòpo ha il nome di ‘Stella-giogo del mare’ (invece la ‘Stella-giogo del cielo’ è il Drago). Ora, si dice che prima della creazione tutte le terre fossero mare; poi venne fatta Eridu, venne costruito l'Esagil (pietra cubica, simbolo di Saturno e/o unità di misura): nella tavoletta cuneiforme catalogata sotto il numero K 3476, e che tratta della festa del Capodanno babilonese, si legge che il sacerdote Urigallu “uscirà sino all'Eccelso Cortile, si volterà verso Nord e benedirà il Tempio Esagil tre volte con la seguente benedizione: Stella-iku, Esagil, immagine del cielo e della terra”. E' qui menzionata la parola ‘iku’: ebbene, 1-iku rappresentava l'unità di misura fondamentale di superficie agraria (equivalente a circa 3600 mq); questo può anche non significare nulla se non sapessimo che la stessa unità (1- iku) rappresentava il quadrato formato dalle stelle della Costellazione del Pegaso, alfa, beta, gamma e delta Pegasi (da considerare che la delta Pegasi è condivisa con Andromeda, della quale rappresenta la stella alfa), costellazione racchiusa dai Pesci e che reggeva il solstizio invernale durante l'Era dei Gemelli (6000-4000 circa a.C.), e che lo studioso Arthur Ungnad intese come il Paradiso, cioè il ‘Campo Primordiale’!
 
Fig.1 – Il Quadrato di Pegaso racchiuso dalla Costellazione dei Pesci (ricostruzione da testi astronomici mesopotamici; estratto da "Il mulino di Amleto")
 
Da notare che nei pressi di questo ‘quadrato stellare’ abbiamo la nebulosa a spirale NGC 7331 e l'ammasso globulare M 15. Consideriamo altresì che ‘1-iku’, oltre ad essere il nome con il quale si disegnava il Quadrato di Pegaso, era anche il nome del Tempio di Marduk in Babilonia: ora, Marduk era il pianeta Giove, pianeta che, guarda caso, sorgeva eliacamente assieme al ‘Quadrato di Pegaso’: il sorgere eliaco di 1-iku (per essere più precisi, di beta Pegasi, cioè la stella Scheat) coincideva con il solstizio invernale del 4000 a.C.; il ‘Quadrato di Pegaso’, infine, viene detto ‘l’abitazione della divinità Ea, il capo delle stelle di Anu’. Quindi, ricapitolando quanto finora detto, se consideriamo che Eridu è Canòpo e che l'Esagil è ‘1-iku’, cioè il quadrato formato dalle stelle alfa Pegasi (Markab), beta Pegasi (Scheat), gamma Pegasi (Algenib) e alfa Andromeade (Alpheratz o Sirrah), e che in questo quadrato di stelle alcuni vi hanno visto il ‘Paradiso’ o ‘Campo primordiale’, ecco che la collocazione del mito di Adapa diventa una collocazione siderale, cosmica, rientrante comunque in quelli che sono i ‘miti della creazione’.
 
Fig.2 – Il Quadrato di Pegaso secondo A.Ungnad (estratto da "Il mulino di Amleto")
 
Enki/Ea, Signore del Profondo, Dio dell'Oceano, delle acque sotterranee e delle sorgenti (quelle che alimentavano i grandi laghi intorno a Eridu) e dunque della fertilità, si reca nel ‘Campo di Pegaso’ e lì dà vita ad un essere che non è né uomo né dio eppure pare e l'una e l'altra cosa: Adapu.
Consideriamo che Adapa, nel mito, viene detto ‘sapientissimo tra gli Anunna’: erano, questi, esseri divini degli inferi, il cui nome sumerico Anunna (A-NUN-NA-NUN ki) viene interpretato come ‘(dèi che sono) il seme del Principe’, dove ‘Principe’ (NUN) è appunto Enki/Ea di Eridu. Alcuni hanno visto Adapa come il capo di questi ‘inseminatori’, i quali venivano impiegati dagli dèi per ‘seminare’ la vita, e comunque per coordinare quella che era stata la creazione fatta dagli dèi, ovvero per gestirla e comunque perpetuarla in mezzo agli uomini.
Da questo punto di vista, il mito di Adapa di Eridu diventa un mito cosmologico legato allo svolgersi delle varie tappe della creazione, e comunque diventa una delle molte allegorie circa i grandi ‘Miti della Galassia’.
E se così è (consentiteci questa digressione), perché non vedere Adapa come uno dei tanti ‘luogotenenti galattici’ preposti al controllo di certe aree della Terra e poi richiamato al cospetto del ‘Comando Supremo’ perché in un eccesso d’ira (e chissà con quali mezzi!) per poco non provocò un disastro nell'ecosistema terrestre (‘l'ala spezzata del vento del Sud’, che così smise di soffiare)? D’altronde, come dicevamo, le vicende narrate nei miti amano nascondersi dietro a particolari quotidiani, apparentemente comuni e/o di poco conto, in tal modo traducendo e reinterpretando certe verità che, altrimenti, mai verrebbero comprese dalle umane creature.
 
T.Gaster, Le più antiche storie del mondo, ed. Mondadori-Einaudi, Verona, 1971
 
G.de Santillana e H.von Dechend, Il mulino di Amleto, ed. Adelphi, Milano, 1983

LA NATURA DEGLI ASPETTI

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LA NATURA DEGLI ASPETTI
 
(da Linguaggio Astrale n.119 – 2000)
 
Una delle regole fondamentali dell’Astrologia è quella che fa riferimento all’analogia. Diciamo infatti che esiste una analogia fra i Segni e le Case: la prima Casa è analogica al primo Segno, l’Ariete; la seconda Casa è analogica al secondo Segno, il Toro; la terza Casa è analogica al terzo Segno, i Gemelli, ecc., ecc. Così, la prima Casa avrà natura di Fuoco, la seconda di Terra, la terza di Aria, e così di seguito. Sappiamo altresì che gli aspetti planetari altro non sono che una distanza angolare che intercorre tra due pianeti, e che questa distanza indica il tipo di rapporto che lega questi due pianeti. Se prendiamo come esempio il ciclo soli-lunare, la congiunzione tra il Sole e la Luna indica il punto di partenza del loro ciclo. Nello Zodiaco, il punto di partenza dei Segni è dato dall’Ariete, che appunto dà inizio alla sequenza zodiacale. In riferimento alle Case, il punto di inizio è rappresentato dalla prima Casa. Possiamo così stabilire una analogia fra la prima Casa, il Segno dell’Ariete e l’aspetto di Congiunzione. Tutti questi elementi avranno natura di Fuoco.
Sappiamo poi che un aspetto, in un tema natale, è formato dal pianeta più veloce: è lui che, allontanandosi progressivamente dall’aspetto di Congiunzione che aveva con il pianeta più lento, forma con esso degli aspetti. Sempre prendendo come punto di riferimento il ciclo soli-lunare,
quando la Luna si sarà allontanata dal Sole di 30°, formerà con esso un aspetto di Semi-Sestile. A 30° dall’Ariete abbiamo il Toro, analogico alla seconda Casa. Possiamo così dire che l’aspetto di Semi Sestile ha natura del Toro e della seconda Casa, legandosi così all’elemento Terra. E però, così come siamo andati avanti nella sequenza zodiacale e delle Case, così possiamo andare all’indietro, avendo infatti aspetti ‘crescenti’ e aspetti ‘calanti’. A 30° dall’Ariete, andando in senso inverso, troviamo il Segno dei Pesci, che indicherà un aspetto di Semi-Sestile ‘calante’. Ecco chepossiamo dire che il Semi Sestile ha natura anche dei Pesci e della dodicesima Casa, legandosi  altresì all’elemento Acqua. La tabella sotto chiarisce il rapporto che intercorre fra Aspetti, Case,
Segni, Pianeti ed Elementi.
 
ASPETTO
 
ELEMENTO
 
Congiunzione
 
Fuoco
Semi-Sestile
30°
 
DISTANZA
 
CASA
 
SEGNO
 
PIANETA
 
 
1
 
Quadratura
 
60°
 
90°
 
2-12
 
3-11
 
4-10
 
Terra-Acqua
 
Aria
 
Acqua-Terra
 
12
 
Quinconce
 
Opposizione
 
Aria
 
120°
 
150°
 
180°
 
5-9
 
6-8
 
Terra-Acqua
Fuoco
 
Comprendere questo permette una maggiore chiarificazione del concetto di ‘aspetto’, facendo luce anche sulla distinzione fra aspetti ‘armonici’ e ‘disarmonici’. Non può non colpire, ad esempio, il modo in cui gli aspet
legano cioè ad un solo elemento (Congiunzione, Sestile, Trigono e Opposizione che si abbinano o al Fuoco o all’Aria), altri una natura ‘composta’ (Semi-Sestile, Quadratura e Quinconce che si abbinano alla combinazione Terra/Acqua); che vuol dire questo? Che i primi sono migliori perché ‘puri’? Certamente no, anche se gli aspetti a natura ‘composta’, per il fatto di essere tali, possono esprimere un’energia più profonda, indicare una concentrazione di sforzo e di peso nella gestione degli elementi oroscopici coinvolti; e che dire poi del fatto che l’Opposizione, considerata ‘disarmonica’, si trova insieme ad aspetti considerati ‘armonici’ (a parte la Congiunzione che è ‘neutra’)? E ancora: gli elementi che si presentano da soli sono il Fuoco e l’Aria, mentre l’Acqua e la Terra si presentano combinati tra loro. Fuoco e Aria sono legati al movimento, avendo un tipo di energia estensiva, mentre l’Acqua e la Terra, combinate insieme, esprimono un’energia intensiva, aggregante. Possiamo quindi arguire che gli aspetti che si legano ad un solo elemento (Congiunzione, Sestile, Trigono e Opposizione) esprimono un’energia attiva, non costante, dispersiva, liberatoria, mentre gli aspetti che si legano a due elementi (Semi-Sestile, Quadratura e  uinconce) esprimono un’energia costruttiva, pesante, costante, fissa, necessitano insomma di un lavoro.
Non esistono aspetti ‘negativi’, brutti, sporchi e cattivi, come non esistono aspetti ‘positivi’, belli, che sanno di pulito e che danno gioia infinita! E in ogni caso la distinzione non è così netta. Certo, tutti noi abbiamo vissuto situazioni difficili, penose, pesanti, e ‘guarda caso’ il più delle volte i transiti del momento erano proprio delle Quadrature o delle Opposizioni. Questo può far pensare che tali aspetti siano delle ‘jatture’ o giù di lì. Niente di tutto questo. Dobbiamo vederli invece come tappe particolari di un processo di crescita e di integrazione, momenti di verifica, di prova (essere messi alla prova), di lavoro; è l’irruzione della realtà nel nostro vissuto, è l’esterno che ci sollecita.
Diventano pesanti ovvero si legano in maniera sincronica a eventi pesanti solo se dobbiamo fare l’esperienza di affrontare certe questioni non ancora risolte per andare avanti, e il più delle volte è proprio così! Sovente agiscono su questioni inerenti la salute o l’integrità fisica (nostra o di qualcuno a noi vicino), le finanze, i genitori.
Abbiamo prima parlato di aspetti ‘crescenti’ e di aspetti ‘calanti’. Sappiamo che i primi sono quelli che il pianeta più veloce forma nei confronti del pianeta più lento quando dalla Congiunzione si avvia all’Opposizione, gli altri, quando va dall’Opposizione alla Congiunzione. Ad esempio, il Semi-Sestile crescente ha una natura elementale di Terra (30° dall’Ariete in senso antiorario, Toro), ma quando è calante di Acqua (30° dall’Ariete in senso orario, Pesci). Quando è crescente si lega alla natura della seconda Casa, quando è calante della dodicesima. Prendiamo ad esempio un aspetto ‘semplice’: il Trigono, abbiamo detto, ha natura di Fuoco, ma quando è crescente è Leone, quando è calante Sagittario. Nel primo caso si lega alla natura della quinta Casa, nel secondo della nona. Di questo dobbiamo tenere conto nell’interpretazione dell’aspetto, ché una cosa è esprimere energia di quinta Casa, un’altra quelle di nona, pur tutte e due legate al Fuoco. Consideriamo poi che negli aspetti crescenti abbiamo quelli che ancora non hanno passato l’esperienza della Quadratura (Semi-Sestile e Sestile) e quelli che invece l’hanno passata ma ai quali manca l’esperienza dell’Opposizi hanno fatto l’esperienza dell’Opposizione, ma alcuni devono ancora passare da quella della seconda Quadratura (come il Quinconce e il Trigono appunto calanti). Possiamo così dire che l’aspetto crescente (da Ariete a Bilancia) ha in sé un’energia istintuale, personale, individuale, soggettiva, mentre l’aspetto calante (da Bilancia ad Ariete) un’energia cosciente, oggettiva, collettiva, ‘karmica’. Possiamo quindi dividere in quattro grandi gruppi gli aspetti planetari, considerando la Congiunzione, la Quadratura crescente, l’Opposizione e la Quadratura calante, ognuna come inizio- fine, crisi-risveglio, punto di passaggio da una esperienza ad un’altra.
 
ASPETTI CRESCENTI
 
Dalla Congiunzione alla Quadratura
Fase legata all’impulso a capire, a conoscere, a scoprire (se stesso e gli altri). Non è stata fatta ancora l’esperienza della Quadratura, quindi non sono state realizzate alcune difese vitali e comunque non sono state raggiunte quelle basi e quelle sicurezze conseguenti all’esperienza della vita, ciò che rende gli aspetti planetari qui presenti (Semi-Sestile e Sestile) legati ancora ad un’energia ‘infantile’, più impulsiva che propositiva.
 
Dalla Quadratura all’Opposizione
Fase legata al fare, al costruire, al creare. Già sono state impostate delle basi, già dovrebbe essere avvenuta l’acquisizione o una certa iniziale comprensione del proprio ‘potere personale’ (Trigono).
E’ in questa fase che possiamo e dobbiamo continuamente verificare e più che altro adattare il nostro potere creativo alle esigenze o alle condizioni anche ambientali in cui ci troveremo ad operare (Quinconce).
 
ASPETTI CALANTI
 
Dall’Opposizione alla Quadratura
Fase legata alla partecipazione con l’Altro, all’attuazione della propria funzione nel mondo, alla più o meno accettata o accettabile disponibilità verso le esigenze dell’Altro e del senso di responsabilità che ne consegue (Quinconce), alla comprensione e quindi all’uso che facciamo del nostro potere creativo (Trigono).
 
Dalla Quadratura alla Congiunzione
Fase legata alla comunicazione sociale, alla compartecipazione agli ideali sociali e riformisti (Sestile), ma anche alla sofferenza conseguente al richiesto coraggio di ammettere i propri errori e le proprie debolezze, alla ‘necessità’ di autosacrificarsi per la collettività (Semi-Sestile).
Importante, ai fini di una maggiore comprensione della natura degli aspetti, considerare che essi altro non sono che parti di un ciclo fra due pianeti iniziato con la Congiunzione. Con questa visuale noi abbiamo un elemento che ‘sta fermo’ (il pianeta lento) e uno che ‘si muove’ (il pianeta veloce) e che produce gli aspetti. Dobbiamo quindi considerare i due pianeti in maniera ovviamente diversa anche se intimamente legati tra loro. Prendiamo ad esempio una persona che ha nel proprio tema natale un aspetto (qualsiasi aspetto) tra Mercurio e Giove. Il punto di partenza di questo ciclo è stato quando Mercurio e Giove erano congiunti tra loro. Diciamo quindi che nella persona, nella sua vita, a prescindere dal tipo di aspetto, esiste una ‘questione Mercurio-Giove’, o, per essere più precisi, una ‘questione Giove’; infatti dobbiamo considerare il pianeta lento (in questo caso Giove) come indicante la struttura-base che deve essere integrata o armonizzata all’interno del soggetto, mentre il pianeta veloce (in questo caso Mercurio) come l’elemento-guida preposto alla messa in campo di quelle esperienze che servono a questo processo di integrazione e armonizzazione. Quindi il punto di partenza e il punto di arrivo diventa il pianeta lento: ciò che esso rappresenta deve essere capito e integrato; il pianeta veloce è lo strumento che ci permette questo, rappresentando altresì il tipo di esperienze e il campo della vita in cui le viviamo, ma soprattutto rappresentando il modo che ci viene dato per comprendere questo processo così da attuarlo al meglio delle nostre possibilità.
Nel caso in questione, la persona deve integrare al proprio interno i valori Giove e comunque lavorare sul principio Giove (es. fiducia in se stesso, ottimismo, rapporti con il denaro, con il potere, con la religione, con la Chiesa, ecc.) cercando di farlo con lo strumento Mercurio (es. la parola, gli scritti, la comunicazione, ecc.). Il tipo di aspetto che intercorre tra i due ci parla invece della natura del processo integrativo e soprattutto come la persona sta portando avanti questo processo. Ammettiamo un Sestile crescente Mercurio-Giove: in questa fase, di natura ‘gemellina’, la persona si trova a dover operare in termini di spontaneità, curiosità, ricerca; dovrà comunque fare attenzione (in special modo in presenza di aspetti dinamici a questi due astri) a quello che dice e a quello che fa perché non sempre ciò trova gli altri d’accordo, quindi anche difficoltà nel far accettare le proprie idee agli altri o queste espresse scontrandosi con l’ambiente. Se il Sestile fosse calante, invece, essendo qui la sua natura ‘acquariana’, la persona si troverebbe a capire e ad integrare Giove aiutando gli altri a crescere anche intellettualmente, insegnando; dovrà comunque fare attenzione (in special modo in presenza di aspetti dinamici ai due astri) a non urtare la suscettibilità altrui e a moderare una certa tendenza alla retorica, all’esagerazione. Se invece l’aspetto tra i due fosse una Quadratura, il pianeta veloce rappresenterebbe cose, persone, situazioni o modi di essere sui quali il soggetto deve lavorare o che deve affinare per poter così integrare dentro se stesso l’archetipo rappresentato dal pianeta lento (questo vale sia in fase crescente sia calante). Ciò permette di comprendere perché il più delle volte è proprio sulle questioni relative al pianeta veloce che una persona inciampa, rappresentando esse, detto volgarmente, i ‘difetti’ comunemente intesi. Non solo: spesso e volentieri le caratteristiche del pianeta veloce diventano il non-vissuto della persona, ovvero su quell’aspetto il soggetto ha poca dimestichezza, o ne teme l’irruenza nella propria vita, vivendole in maniera introversa, oppure, all’opposto, esagerandone il contenuto. In un modo o nell’altro ciò dimostra la non completa integrazione del principio insito nelle caratteristiche del pianeta lento. Prima di passare all’esame dei vari aspetti va detta una cosa importante, e cioè di non fissarsi troppo sull’aspetto in sé come erroneamente viene fatto, ma ricordarsi che un aspetto è sempre fra due pianeti e che sono loro a contare: il tipo di aspetto, checché se ne pensi, viene dopo. E’ quindi la natura dei pianeti in gioco che va presa in considerazione, ché se hanno natura incompatibile quand’anche fossero legati da un Trigono ciò smusserà ma non eliminerà di certo la frizione esistente. Per quanto riguarda le orbite degli aspetti esse dovranno essere abbastanza strette, anche se non è facile enunciare delle regole valide sempre e per tutti; credo poi molto dipenda dai pianeti in aspetto; possiamo comunque considerare le seguenti orbite: Congiunzione, Quadratura e Opposizione 7°, Trigono 5° (anche se si sono visti dei Trigoni funzionare fino a 7°), Sestile 3°, Semi-Sestile e Quinconce 1-2°.
 
CONGIUNZIONE
 
Segno: Ariete
Casa: 1
Pianeta: Marte
Elemento: Fuoco
 
L’energia della Congiunzione, espressa dal Fuoco cardinale dell’Ariete, è di natura competitiva, assertiva, impositiva. Soggettivismo, impulsività, emozionalità, sono alcune delle caratteristiche che comunque contraddistinguono i titolari di questo aspetto. Quando vediamo dei pianeti congiunti fra loro dobbiamo pensare appunto ad una energia ‘Ariete’, a dinamismo, intraprendenza ma non continuità operativa. Nel luogo (Casa) dove esiste una congiunzione planetaria, l’individuo vive una forte spinta espressiva, diventando quello il campo naturale di manifestazione della carica vitale del soggetto. Comunque, per un maggior approfondimento delle dinamiche espresse dalla Congiunzione, sarebbe opportuno osservare anche la quinta e la nona Casa a partire dal luogo stesso della Congiunzione, rappresentando esse altrettanti luoghi di espressione dell’aspetto considerato. Ad esempio, una Congiunzione in sesta Casa si esprimerà anche in decima (come quinta della sesta) e in seconda (come nona della sesta), utilizzando il tipo di energia elementale del Segno in cui si trova per mettere in pratica le cose da essa espresse. Una forte presenza di Congiunzioni in un tema dovrebbe comunque far pensare a soggetti attivi, tendenzialmente individualisti, portati ad agire in prima persona, con difficoltà a conformarsi o ad accettare qualsiasi limite loro imposto, portati a distruggere creando un nuovo ordine. Pionieri, si potrebbe dire, iniziatori, promotori, fondatori.
 
SEMI-SESTILE
 
Segno: Toro-Pesci
Casa: 2-12
Pianeta: Venere-Nettuno (Giove)
Elemento: Terra-Acqua
 
E’ il primo degli aspetti ‘composti’. Possiamo avere un Semi-Sestile di seconda Casa, crescente, legato alla Terra, ed un Semi-Sestile di dodicesima Casa, calante, legato all’Acqua. Questi due elementi, che formano la struttura anche della Quadratura e del Quinconce, sono accomunati dalla qualità ‘fredda’, che esprime caratteri legati sia alla concentrazione sia alla depressione. Certamente
questa è una caratteristica degli aspetti ‘composti’. Tuttavia il Semi-Sestile, essendo legato sia alla natura venusiano-taurina della seconda Casa sia a quella nettuniano-pescina della dodicesima, acquista una valenza più morbida, e questo anche per il fatto che Toro e Pesci hanno Venere come
elemento comune; questo dà al Semi-Sestile un carattere ‘venusiano’, che vale sia in fase crescente sia in fase calante (anche se qui assume una connotazione più nettuniana, intendendo Nettuno anche come ottava superiore di Venere). Attenzione, però: la Venere dei Pesci è molto diversa dalla Venere del Toro; rifacendoci alla mitologia, si narra che Afrodite (Venere) e suo figlio Eros stavano passeggiando tranquillamente lungo le rive di un fiume, quando improvvisamente apparve il mostro Tifone, le cui gambe erano un groviglio di serpenti e le cui braccia avevano innumerevoli serpenti al posto delle mani, che tentò di aggredirli; impauriti, i due si gettarono in acqua; Poseidone (Nettuno), vedendo ciò, mandò in loro soccorso due delfini che trassero in salvo madre e figlio; per ringraziare i due animali di ciò, Zeus (Giove) li pose in cielo, in mezzo alle stelle; nacque così la costellazione dei Pesci. Un’altra versione è quella che narra sempre di Tifone che un giorno assale l’Olimpo; gli dèi, terrorizzati, fuggono in Egitto dove si travestono da animali; Venere sceglie di tramutarsi in pesce. Vediamo quindi che questo Segno nasce da una fuga dal pericolo, ma anche, nel caso dei delfini, da un salvataggio. Il tema della fuga e il concetto di ‘vittima-salvatore’ sono parte integrante della psicologia pescina.
Per quanto riguarda la Venere del Toro ci sentiamo di riferirci al mito babilonese di Gilgamesh, che vediamo più vicino a certi aspetti della psicologia taurina. Si narra che Ishtar (la Venere mesopotamica), ammirata per le eroiche imprese che il re Gilgamesh, insieme al suo fidato amico Enkidu, porta continuamente a termine, e soprattutto ammaliata dalla sua bellezza e dalla sua forza, gli chiede di diventare suo sposo e di giacere con lei. Il re conosce però la vita sregolata della dea e sa che ella non ha pietà degli uomini che con lei giacciono, facendoli infatti uccidere dopo che con essi ha passato notti d’amore, e perciò sdegnosamente la rifiuta. Ishtar, furibonda, accecata dall’ira per l’affronto subito, chiama il Toro Celeste, il cui galoppo è foriero di tempeste e terremoti e la cui venuta procura sette anni di siccità; la lotta è furibonda, apocalittica, Gilgamesh sembra non farcela più, ma Enkidu accorre in soccorso dell’amico, afferra una coscia e il membro del Toro Celeste, li strappa con un colpo violento e li getta in faccia alla dea, che umiliata e sconfitta se ne torna al suo cielo. Si narra che la dea, per onorare il suo Toro Celeste, l’abbia poi messo tra le stelle, facendo così nascere la costellazione del Toro. Ed infatti, se noi osserviamo questa costellazione, vediamo che rappresenta sì un Toro, ma senza una coscia, e comunque senza la sua parte posteriore! Si può così vedere nel Segno del Toro un meccanismo di difesa nei confronti dell’eros istintuale, una sua morte o rimozione. Non pochi nati Toro, infatti, a dispetto di una loro troppo enfatizzata natura dionisiaca, vivono il più delle volte una violenta rimozione della sfera affettiva nonché sessuale o una sua sublimazione in forme ed espressioni artistiche. Tutto questo ci informa sulla natura del Semi-Sestile, che possiamo vedere, in generale, come un aspetto legato alla difesa dei propri interessi, alla paura della morte o di rimanere povero, alla circospezione, ai segreti, alla mancanza di coraggio nell’ammettere i propri errori, al rimanere invischiati in lotte di potere o ad essere vittime del potere altrui. Più specificamente, il Semi-Sestile crescente esprimerà una natura più ‘taurina’, si darà valore ai possessi, si vorrà possedere, avere, non ci si accontenterà facilmente, potrà esserci il bisogno o la necessità di accentrare su di sé o intorno a sé concetti, idee, potere, denaro, persone per rispondere a intime frustrazioni o a necessità contingenti. Il Semi-Sestile calante avrà natura più che altro ‘pescina’, sarà sempre legato al potere ma in un senso che potremmo definire ‘trascendente’ essendo il soggetto chiamato (o credendo di esserlo) ad esercitare questo potere dagli eventi, dal proprio karma o da quello della sua era o del proprio ambiente.
Consideriamo che il Semi-Sestile ha una parentela con l’aspetto di Quinconce: tutti e due si legano a zone dello Zodiaco (la II e la XII, la VI e la VIII) che Tolomeo chiamava ‘anaretiche’.
Svilupperemo meglio tutto questo quando parleremo dell’aspetto di Quinconce.
 
SESTILE
 
Segno: Gemelli-Acquario
Casa: 3-11
Pianeta: Mercurio-Urano
Elemento: Aria
 
E’ l’aspetto dell’inventiva, della tecnica, della manualità, della creatività, della comunicazione, della mentalità, del pensiero, delle idee. Si trovano Sestili nei temi di attori, umoristi, giornalisti, ma anche nei temi di associazioni, gruppi, partiti e…terremoti, in questo caso ben rappresentando l’energia mercuriale-uraniana che lo contraddistingue. Le caratteristiche dei pianeti in Sestile sono il mezzo migliore che la persona ha per esprimersi, per comunicare agli altri le proprie idee. Non solo: molti Sestili in un tema devono far pensare ad una persona in grado di mettersi in mostra, una persona che sa far valere le proprie doti, ma anche sa come aiutare gli altri a farsi avanti, che sa valorizzare le idee che trova intorno a sé. Il Sestile crescente ha natura di Mercurio, quello calante di Urano (ottava superiore di Mercurio): nel primo caso esprime la curiosità del nuovo, il fare conoscenze che saranno poi utili, l’ottima manualità, l’inventiva; nel secondo esprime un ‘carattere’ più sociale, l’inventiva si sposta sul creare situazioni o cose che possono aiutare a mettere in risalto le capacità degli altri, del proprio ambiente o di un’idea.
 
 
QUADRATURA
 
Segno: Cancro-Capricorno
Casa: 4-10
Pianeta: Luna-Saturno
Elemento: Acqua-Terra
 
Questo aspetto, so all’Opposizione, uno dei più potenti. Simbolicamente si lega all’asse FC/MC, al braccio verticale della croce, quello relativo al Tempo, al Destino, in contrapposizione al braccio orizzontale (AS/DS) che si lega allo Spazio e al Libero Arbitrio (nello spazio ci possiamo muovere liberamente, possiamo andare avanti, indietro, a destra, a sinistra, scendere, salire, ma nel tempo non ci è dato volontariamente di muoverci, dobbiamo aspettare che sia lui, il tempo, a scorrere, e anche aspettando, poi, non andremo né avanti né indietro, ma vivremo sempre un ‘presente’). Questo è anche l’asse della famiglia, dei genitori, quindi rappresenta ‘da dove’ veniamo, quale è il nostro background, quali i nostri geni, quali i nostri cromosomi. Ecco perché possiamo dire che con la Quadratura ci nasciamo, quel tipo di struttura ce la portiamo dalla nascita e proviene a noi da quello che potremmo definire un ‘karma familiare’. Tutte le Quadrature (crescenti o calanti) hanno a che fare con l’asse del meridiano, che è quello dell’individuazione, della differenziazione, del processo di crescita e di autonomia, collocando al Fondo Cielo l’identificazione, al Medio Cielo l’individuazione, così che le Quadrature tradiscono a monte un problema relativo a questo processo, sono delle ‘ferite’ che continuamente si riaprono e sulle quali dobbiamo lavorare. E’ un aspetto ‘composto’, legato all’Acqua e alla Terra: si tratta quindi di saper lavorare questi due elementi che se ben miscelati possono dare i ‘mattoni’ che poi serviranno a costruire una base solida (FC) e un tetto sicuro (MC). La Quadratura crescente ha natura ‘lunare’ e si lega alla quarta Casa (FC), quella calante ‘saturniana’ e si lega alla decima Casa (MC). Possiamo vedere nell’aspetto crescente la presenza di una questione da risolvere relativa al processo di identità familiare o collettiva, quindi bisogno di sicurezze emotive, atteggiamenti infantili o non ben strutturati, mentre in quello calante la presenza di una questione da risolvere relativa al processo di individuazione, quindi chiusure, paura, difesa ad oltranza delle proprie idee, rigidità. Porremo la nostra attenzione sul pianeta lento, che ci dirà quale nostra struttura interiore ha bisogno di aiuto, su quale lavorare. Poi osserveremo il pianeta veloce, che rappresenterà quelle cose (nostre o altrui), eventi o persone che facciamo fatica ad integrare nel pianeta lento. L’assenza di Quadrature in un tema non deve far pensare ad assenza di problemi; un tema siffatto è come un organismo che ha problemi dovuti ad una diminuita efficacia del sistema immunitario, non ha sviluppato anticorpi, non sa affrontare le situazioni emotive, non ha una base di sostegno. Viceversa, un tema con molte Quadrature o con la presenza di un Grande Quadrato può indicare un eccesso di difese (con ‘patologie’ autoimmuni), rigidità, paure, eccesso di sicurezze (il più delle volte un falso eccesso, un sentimento di superiorità che nasconde un sentimento di inferiorità), predilezione per le armi o per una certa struttura rigida, o ‘militare’, della società. Questo aspetto, che abbiamo visto ha natura anche saturniana, ci fa capire come mai i transiti di Saturno, e comunque questo pianeta, sono considerati con circospezione: proprio perché tutto ciò che si lega a Saturno ha ‘sapore’ di Quadratura, quindi possiamo dire che Saturno è una ‘Quadratura continua’, ha a che fare con lo sforzo, il lavoro, le responsabilità, rappresentando, i suoi transiti, momenti critici seppur di crescita. Lo stesso però dovremmo dire della Luna, perché anch’essa si lega alla natura della Quadratura; qui parleremo, pur essendo i transiti lunari di breve durata quindi impercettibili nelle loro espressioni, di necessità di adattare le proprie emozioni al fluire degli eventi, adattamento il più delle volte non facile vista la pigrizia lunare.
 
 
 
TRIGONO
 
Segno: Leone-Sagittario
Casa: 5-9
Pianeta: Sole-Giove
Elemento: Fuoco
 
E’ l’aspetto considerato benefico per eccellenza, legandosi ad un’energia di Fuoco. L’altro aspetto di Fuoco era la Con quindi gli aspetti che indicano il tipo di energia che emana da ognuno di noi, come questa si manifesta e come questa viene usata. Quando parlo di ‘energia’ intendo qui proprio la forza naturale interiore che contraddistingue l’individuo, il suo stare nel mondo, le sue opere, il suo pensiero. Se la Congiunzione rappresenta l’avvio, la partenza, ovvero la ‘scintilla’ che mette in moto l’espressione individuale (seppur ancora istintuale e da affinare), il Trigono ne rappresenta la manifestazione e comunque una sua strutturazione o crescita, con la fase crescente del Trigono legata al ‘calore’ (Leone, quinta Casa), quella calante alla ‘luce’ (Sagittario, nona Casa). Possiamo così cogliere la differenza che c’è fra queste due espressioni dell’aspetto: in un Trigono crescente noi vedremo un’energia ancora un po’ grossolana, imperiosa, desiderosa di apparire, bastante a se stessa, e comunque molto creativa, a patto di togliersi di dosso una certa autoindulgenza, mentre in un Trigono calante ci troveremo di fronte ad un tipo di energia più ‘sofisticata’, meno attenta o partecipe delle cose terrene o dei bisogni materiali e forse proprio per questo più ‘intellettuale’, con tendenza a generalizzare e magari a non (voler) vedere certi propri difetti. Tutte e due queste espressioni devono comunque lavorare sul concetto di ‘autocompiacimento’, vera spina nel fianco del Trigono. Essendo questo un aspetto che si lega alle caratteristiche della quinta e della nona Casa, non ha a che fare con l’adattamento a cose o situazioni, non c’è un lavoro da svolgere, non c’è fatica, non c’è provocazione; tutto sembra armoniosamente fattibile, e il più delle volte lo è. Un tema con molti Trigoni non va visto come un paradiso e chi lo detiene come un re Mida; in special modo quando troviamo un Grande Trigono (tre pianeti distanti tra loro 120°, così da formare un triangolo equilatero) non dobbiamo pensare a chissà quali fortune; semmai possiamo vederlo come una ‘prigione dorata’, un recinto entro cui il soggetto si rinchiude, oppure come una difficoltà nel vivere certe responsabilità (Trigono calante), un andare troppo dietro alle proprie inclinazioni (Trigono crescente).
 
QUINCONCE
 
Segno: Vergine-Scorpione
Casa: 6-8
Pianeta: Mercurio-Plutone (Marte)
Elemento: Terra-Acqua
 
Nel trattare l’aspetto d l’aspetto di Quinconce. Infatti tutte e due si trovano a 30° (sia in fase crescente che calante) dall’asse dell’orizzonte, zone che Tolomeo chiamava ‘anaretiche’ (cioè che ‘uccidono’, quindi contrarie alla vita), ovvero le Case 2 e 12, 6 e 8. Tali aspetti, e comunque i Segni dello Zodiaco che li contraddistinguono in relazione al rapporto che hanno appunto con l’asse dell’orizzonte, Tolomeo li chiamava ‘contraddicentesi’:
“Vengono invece detti ‘contraddicentesi’ od ‘estranei’ i segni che non hanno tra loro alcuna delle familiarità enunciate precedentemente. Sono pertanto quelli che non comandano, né obbediscono, né si equivalgono, né insomma dividono alcuni degli aspetti che abbiamo ricordato, cioè opposizione, trigono, quadratura, sestile, ma che invece o sono contigui (Semi-Sestile n.d.r.), o sono separati da cinque segni (Quinconce n.d.r.). Quelli che sono contigui si guardano infatti reciprocamente, tro tagliano la circonferenza zodiacale in parti ineguali, mentre tutti gli altri aspetti la dividono invece in parti uguali” (Tolomeo, Tetrabiblos, I, XVII). Per queste ragioni tali aspetti non furono presi in considerazione, ed infatti abbiamo scarse notizie su di essi. L’unica cosa che possiamo dire è che non erano certo considerati tra quelli armonici, andando poi a far compagnia a quegli aspetti cosiddetti ‘minori’. E però, così come non esistono Segni né Case ‘minori’, in virtù del modello di lettura qui proposto si  di Semi-Sestile e di Quinconce. Per quanto riguarda quest’ultimo, è il terzo degli aspetti ‘composti’, insieme al Semi-Sestile e alla Quadratura. Possiamo avere un Quinconce di sesta Casa, crescente, legato alla Terra, ed un Quinconce di ottava Casa, calante, legato all’Acqua. Uno ‘virgineo’, l’altro ‘scorpionico’. Essendo un aspetto che si forma nei pressi del Discendente potremmo dire che ha a che fare con i rapporti, le relazioni interpersonali, e che comunque dovrebbe far luce sul modo in cui vengono affrontate queste relazioni (fase crescente) e quanto investimento emotivo facciamo su di esse (fase calante). Certamente questa è una lettura importante per questo tipo di aspetto. Non dobbiamo però dimenticare che con un angolo di 150° si legano Segni assai diversi tra loro, per genere, modalità, elemento: uno Maschile, Cardinale, di Fuoco entra in contatto con un altro Femminile, Mobile, di Terra. Questo ci porta a vedere una incompatibilità di dialogo. Questo è il punto. Le caratteristiche dei pianeti legati da questo aspetto non riescono ad amalgamarsi all’interno della persona, anzi, si dimostrano essere energie continuamente in lotta tra loro, ovvero energie che possono esprimersi anche in maniera esagerata o, all’opposto, inibita. Certamente questi due modi estremi di comportamento denotano una non chiara percezione delle dinamiche che muovono queste energie. Non dimentichiamo che il Quinconce ha una natura ‘Mercurio-Marte- Plutone’, e ciò significa che se riuscissimo ad amalgamare bene le qualità di ognuno dei pianeti in gioco ne verrebbe fuori una forza incredibile che opererebbe sia a livello mentale-analitico (fase crescente virginea) sia a livello emotivo-passionale-trasformativo (fase calante scorpionica).
Purtroppo la difficoltà di far andare d’accordo due energie così differenti non è facile, per alcuni addirittura impossibile, cosicché troviamo nell’aspetto di Quinconce un’espressione solitamente avvertita come negativa. Possiamo dire che le caratteristiche degli astri in rapporto di Quinconce tra loro vengono il più delle volte esagerate dalla persona, ovvero tenute in gran conto e usate per interagire, in maniera più o meno eclatante o più o meno subdola, con il proprio ambiente. Possono anche venire inibite, o in un mare di dubbi, autocritiche, ansie e paure. Difficile capire a priori se si tratta di esagerazione e ostentazione oppure di inibizione; possiamo solo sapere che c’è un’anomalia comportamentale, quindi la necessità di un riaggiustamento anche e soprattutto psicologico, relativa alle qualità planetarie in gioco.
 
OPPOSIZIONE
 
Segno: Bilancia
Casa: 7
Pianeta: Venere
Elemento: Aria
 
E’ considerato insieme alla Quadratura un aspetto ‘negativo’ e rientra nella categoria di quelli ‘semplici’, cioè di quegli aspetti che si legano ad un solo elemento, come la Congiunzione (Fuoco), il Trigono (Fuoco) e il Sestile (Aria), anzi, appartenendo addirittura allo stesso elemento di quest’ultimo. Non che con questo voglio dire che l’Opposizione è armonica come il Sestile o il Trigono, ma nemmeno mi sento di dire che è disarmonica o negativa come tradizionalmente viene vista. Analizziamo le sue analogie: Bilancia, settima Casa, Venere, Aria: non c’è che dire, siamo proprio in zona ‘relazioni’! Aria come il Sestile, ma a differenza di questo meno accomodante o, se vogliamo, meno superficiale, anzi, qui possiamo parlare addirittura di selettività o di valutazione (Bilancia, appunto). Si esprime quindi, più che altro, nelle relazioni, nei rapporti interpersonali, così che possiamo dire che la semplice presenza di Opposizioni in un tema natale tradisce a monte delle questioni personali in questi campi. Ma da dove vengono tali questioni? Dobbiamo considerare che tra i due pianeti opposti, quello più veloce si trova in una posizione che potremmo chiamare inflazionistica ma altresì dipendente da quello lento. Facciamo l’esempio di una Opposizione Sole/Luna. Come abbiamo detto all’inizio, il pianeta lento rappresenta la struttura-base che deve essere integrata o armonizzata all’interno del soggetto, mentre il pianeta veloce l’elemento-guida preposto alla messa in campo di quelle esperienze che servono a questo processo di integrazione e/o armonizzazione. In questo caso la persona deve integrare o armonizzare entro di sé la struttura Sole (è ovvio che se deve integrarla o armonizzarla vuol dire che ‘naturalmente’ o non ce l’ha o è impraticabile). Può farlo con la Luna, attraverso le cose e le esperienze da essa rappresentate. Ma cosa succede quando la Luna è opposta al Sole? Che questa diventa ‘piena’, si esalta, si gonfia, cercando di assomigliare il più possibile al Sole. Ora, una Luna che ‘diventa quasi’ un Sole può rappresentare un tipo di problema o di impiccio da risolvere, e si può tentare di risolverlo relazionandosi con una persona ‘Luna’ (che può essere un nativo del Cancro, uno che ha l’Ascendente in Cancro, un lunare sensibile, ecc.), oppure vivere situazioni, sia esterne che interne, di dipendenza o di esagerazione di certi atteggiamenti emotivi . Questo esempio è valido per tutte le Opposizioni: quando due astri si fronteggiano è quello più lento dei due che scarica la sua energia su quello più veloce; quest’ultimo cercherà di far fronte a queste scariche, ma il più delle volte si troverà ad assorbirne una quantità maggiore di quella che può contenere, così da trovarsi ad avere le proprie caratteristiche modificate da quelle del pianeta lento; in questo caso la persona si troverà ad avere molte delle caratteristiche del pianeta lento e cercherà di usarle e di farle uscire attraverso il filtro del pianeta veloce; tra i due si creerà così una fortissima relazione che assomiglierà molto, per certi versi, alla Congiunzione, pur credendo, ognuno dei due, di tirare l’acqua al proprio mulino e di averla vinta sull’altro. In una Opposizione tra Marte e Saturno, ad esempio, il pianeta lento è Saturno (il ‘sole’ del nostro esempio precedente), così che Marte si comporterà come una ‘luna’, ovvero cercherà di far fronte alle ingerenze di Saturno cercando di contrastarlo, il che darà la persona con problemi a manifestare energia o questa espressa in maniera incoerente, magari facendo il gioco di Saturno, e più essa si legherà ad un cliché ‘Saturno’ più soggetti ‘Marte’ incontrerà (che possono essere nativi dell’Ariete o dello Scorpione, o avere l’Ascendente in questi Segni, oppure essere aggressivi e ‘marziani’).
 
CONCLUSIONE
 
Quanto finora esposto credo possa risultare utile per una migliore messa a fuoco del concetto di ‘aspetto’. Questo vale anche per i Transiti, con la differenza che qui non parleremo più di pianeta veloce e di pianeta lento, in quanto che il pianeta radix sarà sempre considerato ‘fermo’ e quello transitante colui che fa gli aspetti, così, con un Giove radix in settima Casa che riceve il Trigono di Urano di transito dalla terza, si attiveranno condizioni energetiche di nona Casa/Sagittario (essendo questo un Trigono cala attenzione alle Case in cui questi pianeti si trovano ad operare, in questo caso la terza e soprattutto la settima, essendo il pianeta ricevente (Giove) in questa Casa.
Il sistema ora proposto non è originale, ne hanno parlato vari autori, da Robert Pelletier (Gli aspetti planetari, ed. Armenia, Milano, 1984) a Robert Hand (I transiti planetari, ed. Armenia, Milano, 1982). Non ha avuto però quella considerazione che invece credo avrebbe dovuto avere. Dà una visione più allargata del concetto di ‘aspetto’ e di ‘transito’, permettendo così un approccio più sereno e meno statico al tema natale.
 

LA CONCEZIONE COSMOLOGICA EGIZIANA

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LA CONCEZIONE COSMOLOGICA EGIZIANA
 
(da Linguaggio Astrale n.81 – 1990)
 
Il contesto
 
Argomento tra i più complessi, vero campo minato per chi, incautamente, si appresti ad entrarvi, la cosmologia egiziana(e la cosmologia in genere) riveste comunque un’importanza non certo di poco conto specie se vista come terreno fertile da cui può trarre nutrimento la pianta dell’Astrologia.
Le limitate conoscenze sia in materia geografica che astronomica costringevano i popoli dell’antichità a sviluppare una  concezione cosmologica basandosi più che altro su ciò che avevano a portata di mano. Sapere quindi come gli antichi concepivano il mondo che li circondava è di estrema importanza per la comprensione di questo ‘terreno’. Ovviamente ogni popolo aveva la sua concezione cosmologica. Per quanto riguarda gli Egiziani, sappiamo che essi (contrariamente al nostro modo di vedere) si orientavano verso Sud, cosicché l’Ovest era a destra e l’Est a sinistra (stessa visuale che abbiamo in Astrologia!): in tal senso, alle spalle (e comunque ‘sotto’) avevano il Mediterraneo, mentre davanti si trovavano la pianura alluvionale del Delta del Nilo, larga 290 km e lunga 180, solcata nell’antichità da dodici diramazioni; di qua e di là dal Nilo vi era uno stretto corridoio di terra coltivabile largo circa 30 km e che si estendeva per 1006 km verso Sud fino alla prima cateratta di Assuan (Siene); in questo punto si aveva quella che era la delimitazione storica dell’Egitto, la cosidetta Porta del Sud (una barriera fluviale naturale di granito in affioramento), oltre la quale si estendevano i territori della Nubia e del Sudan. Il contrasto di colore che veniva a crearsi fra la terra coltivata degli argini del Nilo e quelli che erano i confinanti deserti, fece sì che gli Egiziani distinguessero due zone chiamate Terra Nera e Terra Rossa: l’Egitto vero e proprio era la Terra Nera, o Kemet; tutto il resto, cioè quei luoghi  non compresi nella Valle del Nilo, passava sotto il nome di Khast, o ‘paese montagnoso’.
 
Dice Lord J. M. Plumley (docente di egittologia all’Università di Cambridge):
 
“…la scrittura geroglifica del nome di un territorio straniero era di solito accompagnata da un segno determinativo che rappresentava una linea di colline o di montagne. Gli Egiziani furono sempre consapevoli che per uscire dall’Egitto bisognava letteralmente risalire a piedi la Valle del Nilo e addentrarsi nelle colline che la delimitavano”1 .
 
Non sorprende quindi che, con una così scarsa conoscenza dei territori diversi dai loro, gli Egiziani, e comunque i primi artefici delle più antiche concezioni cosmologiche egiziane) traessero ispirazione, per la loro visione del mondo, unicamente dalle condizioni fisiche e geografiche della Valle del Nilo. Di conseguenza (ed eccoci a quella che può essere considerata la prima immagine del mondo così come essi la concepivano), per gli antichi abitatori della Valle, il mondo altri non era che un ammasso di terra diviso nel mezzo dal Nilo e circondato dalle acque, cioè dal Grande Oceano Circolare, opera di NUN, il primo degli Dei (Okéan, associabile al Titano Oceano); sopra tale ammasso di terra, o isola pianeggiante, era sospesa la volta celeste, sorretta da quattro pilastri agli angoli della Terra (talvolta questi pilastri venivano identificati con dei pali, o rami biforcuti, o ancora con delle montagne). Tale volta celeste, dapprima, era vista come un qualcosa di fisso, come un lastrone piatto su cui si incastonavano, a mo’ di pietre preziose, le stelle, a anche: “Gli egizi credevano che le stelle fossero dei fuochi le cui emanazioni si formavano e salivano dalla terra…”2 .
Col tempo, ad un numero sempre più crescente di osservatori del cielo, apparve invece evidente che le stelle erano in movimento. Altresì, la continua osservazione del variare delle stagioni fece notare come alcune configurazioni stellari finissero sotto l’orizzonte, restando praticamente invisibili per lungo tempo prima di ritornare ad occupare il cielo notturno. Tali osservazioni fecero sì che gli Egiziani si accorgessero della comparsa, in concomitanza con l’inizio  ell’inondazione annuale del Nilo (giugno-luglio, e che raggiunge il suo culmine in settembre-ottobre), di una stella assai brillante (23 volte superiore alla luminosità del sole!), cioè Sirio, l’alfa del Cane Maggiore, che essi chiamavano Sept (grecizzato Sothis). Dal momento della sua comparsa, cioè dal mattino in cui, per pochi istanti, la si poteva vedere all’orizzonte prima che il bagliore solare la facesse sparire, si contavano i giorni di un anno assai più preciso (rispetto alle stagioni) di quello civile adottato per ragioni pratiche: in tal modo era prevedibile, con sicurezza matematica, l’inizio della piena in ogni punto della Valle, così da regolare le colture e i raccolti! Tutto questo portò gli Egiziani a considerare veramente il cielo come un qualcosa di vivo, e le stelle come esseri viventi; anzi, l’intero universo era un’entità vivente, e come tale doveva pur aver avuto un inizio, anche se risultava inconcepibile, agli antichi abitatori della Valle del Nilo, immaginare un tempo in cui non esisteva ‘qualcosa’ (questo ci porta a considerare che, forse, la ‘filosofia’ egizia era incentrata su un ‘eterno presente’).
 
I Miti Cosmogonici
 
Secondo i vari miti egizi legati alla creazione, e in special modo le cosmogonie di Ermopoli, Eliopoli e Menfi, considerate le più importanti, questo ‘qualcosa’ era rappresentato da un Abisso primordiale di acque, distesa che è "nell’infinito, il non essere, il nulla e l’oscurità" (Libro dei Morti), un qualcosa privo di confini, esteso ovunque, e che veniva personificato, come già abbiamo visto, dal dio NUN, talvolta rappresentato come una figura maschile immersa nell’acqua fino alla vita e con le braccia sollevate per reggere la barca del Sole. Quindi, quello che è il principio fondamentale della cosmologia egizia sembra costituito dalle Acque Primordiali, sempre esistite e che dureranno in eterno.
Possiamo aggiungere che per gli antichi Egizi il mondo (il loro mondo) era una cavità che galleggiava nel centro di queste Acque Primordiali, una specie di bolla d’aria circondata dalla distesa di NUN: in tal senso, i mari, i fiumi, i torrenti, le acque, i pozzi, la pioggia, erano considerati parte delle Acque Primordiali. Così come per altri popoli del luogo (si veda gli Ebrei), anche per gli Egiziani vi era un firmamento che divideva le acque soprastanti da quelle sottostanti.
Nel corso del tempo, varie trasformazioni a base religiosa, politica, economica, inserirono nella cosmologia egizia elementi sempre più "sofisticati": ad esempio, nella cosmogonia di Ermopoli (nome greco della città sacra a Thot, appunto considerato l’Ermes egizio, cioè Khnum, che vuol dire ‘Città delle Otto’; consideriamo che Khnum è anche il nome della divinità dalla testa di montone, signore dell’acqua fredda e della cascata di Assuan, regolatore degli straripamenti del Nilo) le quattro caratteristiche delle Acqua Primordiali, e cioè ‘profondità’, ‘oscurità’, ‘eternità’ e ‘invisibilità’, erano personificate da otto esseri, o otto divinità (ogdoaidi): in pratica ognuna di queste caratteristiche era rappresentata da una figura maschile e da una femminile: Nau e Naunat (profondità), Kuk e Kukwet (oscurità), Hu e Hauhet (eternità), Amun e Amaunet (invisibilità); le femmine con testa di serpente, i maschi con testa di rana. Tali divinità formavano la parte primordiale dell’"essere in sé", rappresentavano cioè l’uovo primordiale da cui uscì il primo essere. Thot (Tahuti), come Khnum rappresentato con la testa di montone, era considerato il capo di queste otto divinità; in seguito gli venne attribuita l’invenzione della scrittura e fu visto come il depositario di tutto il sapere umano, nonché maestro di Hike, la ‘magia’.
Sempre nella cosmogonia ermopolita si dice che il creatore del mondo, sotto l’aspetto di un bambino, sia scaturito fuori da un fiore di loto i cui petali si aprirono quando terminò l’oscurità primordiale: era, questo bambino, il sole, ed è per questo che, alla fine della giornata, il loto chiude i suoi petali, come a proteggere il sole durante il suo cammino nell’oscurità. Circa verso il 2200-2000 a.C., la cosmologia di Ermopoli si mescolò (caso frequente dovuto anche a motivi politici) con quella di Eliopoli (cioè Annu, in greco Heliopolis, la On della Bibbia; letteralmente ‘Città del Sole’), il cui dio-creatore era Atum (Ra-Atum): qui si dice che dalle Acque Primordiali sia emerso Atum (il ‘Tutto’ o il ‘Perfettissimo’, antico dio di Eliopoli, fin dalla IV dinastia associato a Ra) sotto forma di ‘collina’ (da notare che nell’ecosistema della Valle del Nilo, le ‘colline’, cioè quei monticelli di terra fertile che comparivano regolarmente nel fiume quando le acque dell’inondazione si erano ritirate, avevano un ruolo importantissimo in funzione dello sviluppo della vita, sia animale che vegetale). Poi, si dice, Atum trasse dalla sua persona (vomitandole) le due divinità Shu (o Skhw, associabile al Titano Ceo, il Cileo, l’Aria) e Tenefet (o Tefnut, associabile a Diana, la rugiada, la pioggia). Shu e Tenefet generarono Geb, dio della Terra, e Nut, dea del Cielo; si dice che in principio fossero, Geb e Nut, cioè la Terra e il Cielo, allacciati in uno stretto abbraccio, ma il padre Shu li separò sollevando in alto Nut affinché formasse l’arco del firmamento, e lasciando suo figlio Geb sdraiato sulla schiena così che diventasse la Terra; Shu rimase poi tra loro per fare da Aria tra Cielo e Terra. Interessante notare come la nascita di Shu e Tenefet avvenga, come detto, tramite una espettorazione dalla bocca di Atum: il nome Shu è legato al verbo ishesh, che vuol dire ‘sputare’, e Tenefet è imparentato col termine tef che, grossomodo, può essere accomunato al suddetto ishesh3 .
La grande importanza che assunsero, nella cultura egizia, centri religiosi e politici come appunto Ermopoli, Eliopoli, ma anche e soprattutto Menfi (cioè Men-nofer, ‘monumento bello’), portò da un lato all’arricchimento della concezione cosmologica (e cosmogonica) primitiva, dall’altro ad una supremazia ora di quello ora di quell’altro dio, inteso come Essere da cui tutto scaturì; sempre il Plumley ci dice: “Durante l’Antico Regno (3300-2160 a.C.), quando Menfi era la capitale dell’Egitto /periodo menfita, 2630-2160 a.C.), sembra si avvertisse la necessità di tentare una riconciliazione tra la cosmogonia di Eliopoli, per la quale il dio creatore era Atum, e la cosmogonia di Menfi, che attribuiva l’atto della creazione a Ptah”. In un testo antichissimo, il ‘Trattato di Teologia’ di Menfi, risalente all’Antico Regno e ritrovato in un papiro nel tempio di Ptah dal re nubiano Shabaka (716-701 a.C.) si legge: “La creazione avviene attraverso il cuore e la lingua come una raffigurazione di Atum. Ma il più grande è Ptah, il quale diede la vita a tutti gli dèi e alle loro facoltà attraverso questo cuore e questa lingua, il cuore e la lingua da cui trassero origine Oro e Thot come Ptah”. Più oltre è detto: “Egli è la collina (Tatjenen) che ha generato gli dèi da cui è venuto tutto, sia il cibo, nutrimento divino, che qualsiasi altra cosa buona. Sicché si è scoperto e si è capito che il suo potere è più grande di quello di ogni altro dio. E così Ptah fu pago di aver creato tutte le cose e ogni parola divina”. Tra parentesi, aggiungiamo che il faraone egizio, così come gli ‘shah’ persiani, celebrava il proprio giubileo dopo 30 anni di regno, giubileo ‘inventato’ da Ptah, cioè il Saturno egizio: e 30 anni (29,46) è il periodo di rivoluzione di Saturno! Ritornando alla cosmogonia menfita, vediamo come la creazione sia opera del pensiero e della parola, ciò che sottintende un’azione dell’intelligenza in sé che non ci è dato di vedere nelle cosmogonie eliopolitana ed ermopolitana.
 
La Dea Ma’at
A questo punto è interessante come, nonostante l’alternarsi e comunque lo sparire e il riapparire delle varie divinità preposte a rappresentare l’Universo, gli antichi Egiziani fossero d’accordo nel considerare che la struttura dell’Universo potesse essere mantenuta e sorretta nella sua integrità solo facendo affidamento sull’equilibrio, sull’armoniosa coesistenza dei vari elementi che la compongono, e questo equilibrio, questa coesione, questa conservazione, erano riassunte nella parola ma’at. Ora, nonostante che ma’at fosse solo una pura astrazione, si arrivò, in epoca tarda, a personificarla nella figlia del sole e a rappresentarla con una piuma di struzzo sul capo, piuma che era simbolo di giustizia e di equità (le penne di struzzo sarebbero infatti tutte della stessa lunghezza). Ma’at era quindi l’ordine cosmico, sinonimo di verità e di giustizia. Da considerare che la sua piuma veniva collocata su uno dei piatti della bilancia usata per pesare il cuore del defunto durante il giudizio nell’aldilà al cospetto di Osiride (Asar), dio dei morti: se il cuore pesava più della piuma, l’anima del defunto veniva divorata da un mostro a testa di coccodrillo, altrimenti veniva accolta nei cosidetti ‘Campi della Pace’), quest’ultimo preposto all’aiuto del defunto. L’equilibrio di Ma’at era comunque conseguente all’azione di rinnovamento cui la creazione doveva sottoporsi, rinnovamento che più che essere opera degli stessi dèi chiamava in causa il faraone (egizio perao, ‘casa grande’), loro rappresentante sulla terra. Possiamo dire che, se la creazione era un atto divino, il mantenimento della stessa era compito esclusivo degli uomini, e comunque del faraone e/o del sacerdote, dato che essi vivevano nei templi, dimora degli dèi sulla terra. Da notare che questa rappresenta una delle tante strade dalle quali proviene e si sviluppa lo studio degli astri (dèi) come elementi capaci di unire il ‘qui’ al ‘là’, così da fare da mediatori, da interpreti, tra la lingua degli dèi e quella degli uomini.
 
La Religione
 
Ovviamente il discorso cosmologico non può esser disgiunto da quello religioso, anche se appare difficile ricostruire quello che era un ‘pantheon’ fisso egiziano (ma esisteva nella forma in cui noi lo concepiamo?), con divinità dalla precisa fisionomia; lungi quindi da noi la pretesa di spiegare la complessità della religione egizia; basti solo sapere che nella tomba del faraone della XVII dinastia, Menkheper-Ra Thuthmesi III (1481-1448 a.C.), il più grande condottiero e uomo politico dell’Egitto Antico, conquistatore della Nubia, si è trovato l’elenco di ben 740 divinità egizie! Ciò dimostra la difficoltà di costringere in ambiti precisi, non solo la religione ma anche la cosmologia (e la cosmogonia) egizia. A mo’ di esempio ecco un elenco, ovviamente parziale, di alcune divinità egizie con relativo nome grecizzato:
 
EGIZIO
 
Amen
 
Anpu
Asar
Ast
 
GRECO
 
Amon
Anubis
Osiride
Iside
 
EGIZIO
 
Nun
 
Pakht
Ra
Selqe
 
25
 
GRECO
 
Nunu
Pekhet
Re
Selkis
 
Harsef
Hep
Het Her
Men Nefir
 
Harsaphes
Hapi
Hathor
Ptah
 
Sept
Skhws
Tefnut
Tum
 
Sothis
Shu
Tefenet
Atum
 
Eppure, il popolo della Valle del Nilo fu essenzialmente conservatore, e lo dimostra il fatto che, nonostante tutto, si attenne scrupolosamente a quelle divinità preposte alla salvaguardia dei 42 ‘nòmi’ (in egizio sepat, divisioni amministrative) dell’Egitto: 22 nòmi dell’Alto Egitto da Menfi fino ad Elefantina (isola del Nilo) e Assuan, che furono fissati con l’inizio della V dinastia, e 20 nòmi del Basso Egitto (quello del Delta del Nilo), fissati, come numero definitivo, solo durante il periodo greco-romano. Il numero 42 aveva anche un valore simbolico: tale era, ad esempio, il numero dei giudici dei morti, e Clemente Alessandrino (scrittore cristiano del II secolo d.C.) ci dice che gli Egiziani avevano 42 libri sacri. Comunque, e nonostante tale conservatorismo, in seguito gli Egiziani accettarono, facendole proprie, anche divinità straniere (e non poche!), alcune delle quali fino ad ieri erroneamente ritenute egizie! La maggiore o minore fortuna di una divinità era comunque condizionata dallo svolgersi delle vicende politiche interne, così se una città si trovava ad assumere un ruolo-guida, la sua divinità principale ascendeva ad un posto di primo piano sia nel nòmo che in tutto il Regno. A tal proposito, per evitare conflitti e non opportuni accentramenti di potere, i collegi sacerdotali escogitarono vari espedienti tra i quali quello di imparentare fra loro divinità diverse, così che si vennero a creare figure teologiche il cui nome combina in sé due, tre, a volte anche quattro nomi di divinità preesistenti: un po’ come avvenne anche con il passaggio dalla religione egeo-minoico-cretese-anatolica a quella greca: divinità come Apollo, Artemide, Efesto, Zeus, ad esempio, sono ognuna la somma di molte divinità preesistenti, in certi casi da venti a cento per ognuna! Questo che vuol dire? Che è impossibile, per noi, risalire a qualcosa di fisso e comunque riuscire a farci un’idea del significato che ogni dio aveva nel pantheon egizio? Ma non sono queste fusioni sinonimo, anche, della ricchezza del simbolo, e quindi della sua validità?
 
I Testi Sacri e non
 
Certo, sappiamo che la cultura egizia, la civiltà egizia, fu un “miscuglio molto particolare di tradizione arcaica e delle idee più avanzate” (Plumley, op.cit.), ma anche che molte sono le testimonianze da cui poter trarre informazioni: nell’Antico Regno (III-VI dinastia, 3000-2242 a.C., periodo Menfita) abbiamo, col faraone Uni, i cosidetti Testi delle Piramidi, un vasto complesso di quasi 4000 linee che ci dà informazioni sugli aspetti della mitologia egizia durante quello che è stato il primato dei sacerdoti (e quindi della città) di Eliopoli. Anche, durante la VI dinastia si costituì quella che noi conosciamo come ‘Enneade Eliopolitana’. Dall’XI alla XIV dinastia (Medio Regno) abbiamo il primato di Tebe (Uast), che oltre a inni e iscrizioni commemorative di indubbio interesse, ci ha lasciato i Testi dei Sarcofagi, forma riveduta e corretta per le classi meno abbienti e titolate del succitato Testo delle Piramidi. E’ in questo periodo che la religione subisce una vera e propria rivoluzione, facendo guadagnare terreno a Osiride (Asar) e a Amun. Con le dinastie XVIII-XX (Nuovo Regno, 1580-1085 a.C.) si registra un aumento della potenza egizia (testimoniato dalla presenza di faraoni come Amenofi I, II, III, IV, Thuthmesi I, II, III, IV, Tutankhamon, Ramesse I, II, III, IV, V), periodo in cui fa la comparsa il Libro dei Morti. Altri testi importanti sono il Libro delle Porte, il Libro dell’Amduat e il Libro della Vacca del Cielo, quest’ultimo a carattere mitologico, tutti della XIX dinastia, faraone Men-Maat-Ra-Sethi I (1318-1306 a.C.). A queste opere, in caratteri geroglifici ieratici, vanno aggiunte tutte quelle notizie forniteci dagli scrittori classici, dagli storiografi e geografi greci, come Erodoto, Diodoro Siculo e Strabone; notizie le estrapoliamo anche dagli scritti greci sull’opera di Manetone, che fu sacerdote nel Delta all’epoca di Tolomeo II Filadelfo (280-246 a.C.).
Da tutto questo patrimonio si ha una visione della mitologia e della cosmologia egizia abbastanza ampia e forse per questo di non facile collocazione in un sistema di riferimento univoco. Eppure è proprio da questo popolo e dal suo sistema di pensiero (“molteplicità di approcci”, come dice H.Frankfort) che ci provengono quelle testimonianze esoteriche e metafisiche dalle quali noi oggi possiamo attingere per i nostri studi, testimonianze che risultano affondare le proprie radici ben al di là della Civiltà Egizia (si veda Le origini dell’Astrologia, di Sergio Ghivarello, in Linguaggio Astrale n.35), ciò che porta la stessa ad assumere il ruolo, finora non ampiamente compreso, di ‘ponte eccellente’ tramite il quale arrivare a una vera conoscenza del Passato dell’Uomo.
 
 
Cosmologia e Astrologia
 
Quanto finora detto ci permette di fare alcune interessanti considerazioni: abbiamo accennato, all’inizio di questo capitolo, che gli Egiziani si orientavano guardando verso Sud: infatti il Basso Egitto è quello del Delta del Nilo (per noi è l’Egitto Settentrionale), mentre l’Alto Egitto è quella stretta valle incuneata fra gli altipiani del Deserto Libico e di quello Arabico, che per noi è ovviamente l’Egitto Meridionale. Consideriamo altresì che quella che era la delimitazione storica dell’Egitto, la già citata ‘Porta del Sud’ rappresentata in pratica da un’imponente emergenza fluviale di roccia granitica (ovvero diorite porfiritica), si trovava poco a sud di Assuan, e precisamente tra i siti di Bet el-Uali e Kalabsha: ebbene, in questa zona geografica noi troviamo nientemeno che il TROPICO DEL CANCRO, ciò che fa assumere a questa delimitazione connotati del tutto particolari e interessanti ai fini di una ricerca astrologica! Abbiamo poi visto come la loro primigenia visione cosmologica fosse rappresentata da un ammasso di terra diviso nel mezzo dal Nilo e circondato dal ‘Grande Oceano Circolare’, ciò che può essere così raffigurato:
 
Fig.1
 
Vediamo come il Delta del Nilo si trovi raffigurato in basso (appunto ‘Basso Egitto’). Ora, il diverso orientamento geografico tenuto dagli Egiziani, e comunque la figura ora proposta, sicuramente dà da pensare: se noi sovrapponiamo a questa una carta oroscopica, vediamo che sul Delta del Nilo ‘cade’ il quarto settore, analogico al quarto Segno, il CANCRO, il che porta le sorgenti del Nilo a ‘collocarsi’ in CAPRICORNO! Una curiosità: la quarta lettera dell’alfabeto greco è la ‘Delta’, così chiamata appunto per la sua forma triangolare (?), assomigliante a un delta di fiume; che sia la quarta, non ci può dire niente? Meglio, e più consono alla forma mentis egiziana, sarebbe dire che il Nilo ‘nasce’ nel Decano del Montone (Capricorno) e ‘sfocia’ nel Decano Sit (Cancro); d’altronde pare che gli Egiziani procedessero più a decani equatoriali che a Segni zodiacali. Nilo quindi come direttrice Nord-Sud interessante l’asse Cancro/Capricorno: consideriamo che questi due Segni rappresentano le cosiddette Porte dello Zodiaco (si dice che dalla Porta del Cancro - detta la Porta degli Uomini - passano le anime per incarnarsi, mentre dalla Porta del Capricorno - detta la Porta degli Dei - passa la divinità che vuole incarnarsi), il che ci immette su una strada affascinante e misteriosa che assegna al Nilo prerogative divine e creatrici, non lontane da quelle attribuitegli dagli abitanti della sua Valle. Nilo come fiume sacro, quindi, e come tutti i fiumi sacri (si veda il Gange) epigono, e comunque ‘continuatore terrestre’, dei ‘fiumi celesti’, primo fra tutti la Via Lattea.
Nilo come ‘fiume che si autoalimenta’, visto che immette le proprie acque nel ‘Grande Oceano Circolare’ da cui poi rinasce, il che, volendo, ci avvicina al concetto di ‘flusso infinito’, di ‘illimitatezza’ (apeiron) di Anassimandro.
Comunque, a parte queste divagazioni che ci porterebbero su un terreno filosofico non preventivato, sappiamo che presso gli Egiziani (ma non solo: vedi Caldei e Arabi) le stelle godettero di un’importanza maggiore che non i pianeti; ciò non toglie che quest’ultimi, specie durante il Nuovo Regno (e comunque dopo la XVIII dinastia, 1580-1314 a.C.), si rifacessero del tempo perduto: nella tomba del faraone Men-Maat-Ra-Sethi I, figlio di Ramesse I, ad esempio, troviamo menzionati alcuni pianeti così denominati:
 
Stella dell’Est del Cielo (Hur-xuti)
Stella del Sud del Cielo (Hur-up-set)
Stella dell’Ovest del Cielo (Hur-ka-pet)
 
MARTE
GIOVE
SATURNO
 
27
 
Stella del Nord del Cielo (Sebgu)
 
MERCURIO
 
Nella concezione egiziana dei decani (36 suddivisioni di 10 giorni ciascuna nelle quali era diviso l’anno egizio, ovvero 36 parti del cerchio zodiacale, ognuno sotto la giurisdizione di un determinato astro), abbiamo:
Marte come signore del primo decano del primo Segno (Ariete), quindi del primo settore Est; Giove come signore del primo decano del decimo Segno (Capricorno), quindi del Sud; Saturno come signore del secondo decano del settimo Segno (Bilancia), quindi del tramonto, Ovest; Mercurio come signore del secondo decano del quarto Segno (Cancro), quindi del Nord.
Ciò, applicato al tondo cosmologico prima raffigurato, dà il seguente schema:
 
Come si può vedere il Nilo ‘scorre’ lungo l’asse formato dai pianeti Giove e Mercurio.
 
Ora, per meglio comprendere, e comunque per allargare, la visione dei riferimenti tradizionali egiziani in rapporto a questi quattro punti, iniziamo col vedere a quali divinità egizie i suddetti astri erano accomunati:
 
MARTE
GIOVE
SATURNO
MERCURIO
 
ANHER, dio guerriero, paragonabile all’Ares greco
AMON, dio solare
GEB, o Ptah; paragonabile all’Efesto greco
THOT, dio lunare
 
Sappiamo anche che i quattro punti cardinali erano sotto la giurisdizione dei quattro figli di Her (cioè Duamutef, Amsit, Qebensenuf e Hapi, divinità patrone dei vasi canopi, recipienti funerari nei quali venivano conservati i visceri del defunto mummificato), a loro volta protetti da quattro dee, e così ripartiti:
 
PUNTI CARDINALI
 
EST
SUD
OVEST
 
FIGLI DI HER
 
DUAMUTEF
AMSIT
OEBENSENUF
 
PROTETTI DALLE DEE
 
NEITH, dea guerriera paragonabile all’Atena greca AST (Iside)
SELQET, divinità scorpione, dea funeraria ma anche tutelatrice del matrimonio e della prole
 
28
 
NORD
 
HAPI
 
NEBET-HET, la ‘Signora del Castello’
 
Anche i venti venivano, a seconda della loro direzione e forza, identificati con i quattro punti cardinali:
 
DIVINITA’ DEL VENTO
 
HENKHISESUI raffigurato come uomo con testa di ariete
 
SHEHBUI raffigurato come uomo con testa di leone e con le ali
 
HUZAINI raffigurato con corpo umano alato e testa di serpente
 
QEBUI raffigurato come ariete alato con quattro teste
 
PROVENIENZA
 
EST
 
SUD
 
OVEST
 
NORD
 
Già da questi primi accostamenti possiamo vedere come l’Est venga rappresentato da elementi guerreschi e comunque di azione, il Sud da elementi solari, l’Ovest da elementi terreni e comunque legati sia alla morte che alla maternità e procreazione, il Nord da elementi lunari.
 
EST
 
Simboli ‘guerreschi’
 
SUD
 
Simboli ‘solari’
 
OVEST
 
Simboli ‘terreni’
 
NORD
 
Simboli ‘lunari’
 
MARTE
ANHER, dio guerriero
DUAMUTEF
NEITH, dea guerriera
HENKHISESUI, dalla testa di ariete
 
GIOVE
AMON, dio solare
AMSIT
ISIDE
SHEHBUI, dalla testa di leone
 
SATURNO
GEB, paragonato a Efesto
QEBEHSENUF
SELKET, dea scorpione
HUZAINI, dalla testa di serpente
 
MERCURIO
THOT, dio lunare
HAPI
NEBET-HET, la "notte stellata"
QEBUI, dalle quattro teste, le fasi lunari
 
Tutto questo ricalca quello che è poi il significato dei settori (o Case) oroscopici Cardinali:
 
CASA UNO
CASA DIECI
CASA SETTE
CASA QUATTRO
 
EST
SUD
OVEST
NORD
 
AZIONE
REALIZZAZIONE
RELAZIONE
PROTEZIONE
 
 
Facciamo presente che è nella zona occidentale - per noi la riva sinistra del Nilo - che troviamo la maggior parte dei monumenti sepolcrali, le piramidi, il cui ingresso è sempre sulla facciata rivolta a Nord, cioè al ‘quarto settore oroscopico/Thot’; ovvio! Se il Nilo è dispensatore di vita, allora il defunto, in quanto tale, dovrà risalirlo (cioè andare controcorrente) per tornare all’origine, alle sorgenti, così da mettersi tra le braccia di Khnum, il dio-montone, il ‘Guardiano delle Sorgenti del Nilo’, che appunto si trovano nel ‘decano del montone’!
 
La Sfinge
 
Sempre in tale zona - cioè la riva sin famose piramidi dei faraoni Kufu (Cheope), Kafra (Chefren) e Menkaura (Micerino), e la grande sfinge, rivolta con lo sguardo verso Oriente, raffigurante il sole che sorge, Ra-Harakhti, ‘Horo dei due Orizzonti’, e comunque Hor-em- Akhet, cioè ‘Horo che è all’orizzonte’.
Dal corpo leonino e dal volto umano, la Sfinge, secondo molti, riunisce in sé i caratteri dell’asse Leone-Acquario; senza lasciarsi andare a voli arditi di fantasia esoterica, possiamo qui solo accennare al fatto che tale figura potrebbe invece costruirsi sulle caratteristiche dei Segni Leone-Vergine, trovando quindi la sua ‘dimora’ nel 150esimo grado della fascia zodiacale, punto di incontro tra i suddetti Segni, ciò che investirebbe tale colosso statuario di significati assai profondi, legati all’unione tra la ‘madre’ (Vergine-Iside) e il ‘figlio’ (Leone-Horo), e comunque rappresentare l’uomo intero, l’Uomo-Dio. A questo proposito, è nota la leggenda di quell’uomo che si sentì chiamare dalla Sfinge perché, passandole accanto, non l’aveva degnata di uno sguardo; al che, il pover’uomo rispose che stava andando a cercare un medico perché il suo bambino era gravemente ammalato. La Sfinge, allora, disse di portarle il bambino, deporlo tra le sue zampe, e ritornare all’alba del giorno dopo a riprenderlo, cosa che, nonostante la paura e vari timori, fu fatta.
La notte, mentre il bambino solo e al buio piangeva e si lamentava, arrivarono, splendenti, Osiride, Iside e Horo, che toccandolo e accarezzandolo si misero a giocare con lui, mentre il bimbo si divertiva con la sacra frusta di Osiride.
Piacque ciò agli dèi, e sorrisero, e il bimbo, finalmente, si addormentò tranquillo. Il mattino dopo, il padre, sicuro di trovarlo morto, si avvicinò a lui e, sorpreso, vide che invece era vivo e stava giocando con un laccio di una frusta.
La Sfinge sorrideva, e nel punto dove il piccolo era posto si vide una piccola nicchia, come se il colosso di pietra avesse leggermente piegata la zampa per proteggere il bambino4.
Consideriamo che all’interno della Sfinge è custodito un calendario5, e che la stele in essa rinvenuta, raffigurante due porte sormontate da due Sfingi (fig.3), fa della stessa un ‘Guardiano della Soglia’, un ‘Guardiano delle Due Porte’, quella Occidentale e quella Orientale, cioè dei due ‘orizzonti’ comunque delle due componenti dell’uomo, l’anima e il corpo.
 
Fig.3
 
Il Cielo dentro le Piramidi
 
Nello stesso sito ove si trova la Sfinge, la grande piramide di Kufu (Cheope) si erge in tutti i suoi 146,6 metri di maestosità, perfetta nella pendenza (la cuspide misura 76°), incredibilmente allineata con i quattro punti cardinali (lo scarto è di appena 00°03’33"!), custode di conoscenza di alto livello: ad esempio, l’apertura di entrata, sulla facciataNord, sprofonda all’interno con un’inclinazione di 26°18’10", pendenza che, alla latitudine del luogo, corrisponde esattamente all’altezza a cui si trovava la stella Thuban, l’alpha Draconis (la ‘Coda del Drago’), che nel 2830 a.C. (IV dinastia) rappresentava la Stella Polare! Anche, i templi di Hathor a Denderah e di Mut a Tebe (3500 a.C.) sono orientati con l’asse maggiore nella direzione in cui era visibile la stella gamma Draconis (o Eltanin, la ‘Testa del Drago’). Una mappa stellare riprodotta su fattezze umane, si trova nella tomba (n.7 della Valle dei Re) del faraone Ramesse II (XIX dinastia), e durante il suo regno (1301-1235 a.C.) furono determinati i quattro Segni cardinali: Ariete, Cancro, Bilancia, Capricorno.
Nella tomba di Senmut (XVIII dinastia, 1480 a.C.), ministro e capo architetto della regina Hatshepsut, e che si trova a Deir el-Bahri, Tebe occidentale, abbiamo un interessantissimo pannello dipinto con le raffigurazioni di decani, di alcune stelle e pianeti:
 
Fig.4
 
Nella riproduzione, in basso a sinistra, l’uccello con la stella sul capo, ad esempio, è Venere; proseguendo verso destra abbiamo Saturno e Giove in piedi su delle barche; poi troviamo Iside e, accanto, Orione con le tre stelle delta, epsilon e zeta, o Mintaka, Alnilam e Alnitak, cioè le stelle della ‘Cintura di Orione’ (o, popolarmente, ‘bastone di S.Giuseppe’) che limita a Nord la nebulosa gassosa M42, cosa, questa, che pare vedersi, addirittura, a destra di Orione, in quel riquadro al centro del pannello! Il che, sinceramente, dovrebbe farci riflettere prima di chiamare primitivo un popolo con siffatte conoscenze astronomiche! Per quanto riguarda i decani, questi sono descritti nelle successive sequenze sulla destra del pannello.
Consideriamo comunque che la presenza di questi decani sembra ritrovarsi già in epoca mesopotamica, e precisamente nel cosiddetto ‘Poema della Creazione’, l’Enuma Elish, dove si parla di "’tazioni’ che furono costruite per ogni divinità, fissando così le loro immagini astrali, cioè le Costellazioni.
 
Conclusione
 
Come si vede, ampio è il ventaglio delle testimonianze sulle conoscenze astronomico-matematiche e sulla concezione cosmologica dell’antico popolo della Valle del Nilo, conoscenze che, nonostante si appoggino a esempi ‘infantili’ (l’ammasso di terra tagliato in due dal fiume su cui si innalzano i pilastri che sorreggono la volta celeste), tradiscono un sapere che sembra, come detto, affondare le proprie radici in un passato che sicuramente va oltre il periodo cosidetto "’nita’ (I-II dinastia), così come profondi sono i significati che possiamo trarre dal fatto che il fiume sacro trovi le sue sorgenti simboliche nel decano del montone/decimo settore, e che comunque svolga il suo corso sull’asse Capricorno/Cancro, almeno se visto, questo, come asse che dalla ‘Prima Terra’ (Capricorno), cioè ‘Terra di Dio’, porta alla ‘Terra dell’Uomo’ (Cancro, inteso come dominio della ‘forma’, mondo delle cause): in Capricorno abbiamo il respiro dello Spirito, in Cancro troviamo lo spirito che respira, cioè l’essere divenuto uomo, arrivato alla sua manifestazione fisica.
Ecco che allora il Nilo, da semplice dispensatore di vita per la gente della sua valle, si copre di significati simbolici che racchiudono il mistero della vita, si copre di quegli assunti anche esoterici che lo immettono, lui, fiume sacro, nel novero di quei misteri che travalicano le umane vicende e che si perdono negli spazi siderali, da dove ammicca, con fare sornione, l’Equatore Galattico, unico, vero fiume sacro.
 
31
 
J.M.Plumley, La cosmologia dell’antico Egitto, in Antiche Cosmologie, ed. Astrolabio, Roma, 1978
 
Giorgio Abetti, Storia dell’Astronomia, ed. Vallecchi, Firenze, 1949
J.M.Plumley, op.cit.
4
Realtà e mito della Sfinge, di V.Armuzzi, in Giornale dei Misteri, n.25/1972, Corrado Tedeschi Editore, Firenze
5
Questo calendario è relativo al cosiddetto anno vago: si intende, con questo termine, un anno di 12 mesi, tutti di 30 giorni, che annoverava poi 5 giorni in più fuori mese, detti ‘epagomeni’, così da ottenere 365 giorni; ora, essendo più corto di ¼ di giorno dell’anno siderale, quella che era la data di inizio dell’anno, segnalata come detto dal sorgere eliaco di Sirio, ritardava di un giorno ogni 4 anni; dal che l’anno egiziano aveva un inizio mobile rispetto al ciclo delle stagioni: da qui, appunto, il nome di ‘anno vago’.

IL MITO DI ETANA DI KISH O L’ETERNO RITORNO

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IL MITO DI ETANA DI KISH O L’ETERNO RITORNO
 
Eroe nazionale babilonese, 13° re-sacerdote della prima dinastia di Kish, "la città che gli dèi formarono" ("ala i-ci-ru", che è poi anche il titolo originale del poema in questione), Etana rappresenta uno dei primi "legami sacri" fra l'uomo e la divinità.
E' lui, il "Pastore del popolo", il protagonista di questa storia.
 
Secondo le cosidette "liste regie", Etana regnò su Kish, in epoca antidiluviana, per ben 635 anni.
Il mito di Etana di Kish, di soggetto prometeico, è giunto fino a noi in vari frammenti di epoca Amurrea (2.000 a.C. circa) e ricostruito poi utilizzando altre fonti sempre frammentarie.
Pare comunque trattarsi di due storie abilmente fuse assieme (la ricerca dell'erba della fertilità e la storia dell'aquila e del serpente).
Si dice che Etana si Kish non riuscisse ad avere un erede, cioè sua moglie non riusciva a partorire, e in conseguenza di ciò "Kish piangeva". Per questo il re va in cerca dell'erba della fertilità, o erba del parto ("shammu sha alàdi"), e si rivolge a Shamash (in accadico Babbar, corrispondente al sumerico Utu) il dio del sole, che lo rinvia all'aquila.
Con questa sale verso il cielo per andare a prendere l'erba (ché è la che stava) ma, preso da stanchezza o da un capogiro, precipita e muore.
Come Gilgamesh, anche Etana si vede sfuggire l'erba della vita.
Fonti storiche dicono comunque che sul trono di Kish, dopo la morte di Etana, salì suo figlio Balikhu, ciò che farebbe intendere una risoluzione del problema iniziale (altre fonti dicono che Etana non morì, continuò a regnare ma senza discendenti).
 
IL LIBRO DI ETANA DI KISH
 
C'era un tempo in cui ancora non esistevano sulla Terra né re né templi; gli uomini vivevano senza un loro "pastore" e tutto il potere era nelle mani degli dèi. Non sapeva l'uomo darsi un re, e questo agli dèi non piaceva, così gli uomini vennero presi in odio, e malattie e morte furono scaraventate sulle città.
Ma due fra questi dèi, con occhio più benevolo guardavano le "teste nere" (i Sumeri), e decisero che la regalità sarebbe scesa dal cielo: Inanna (dea di Uruk, per i Sumeri Ishtar) per giorni e giorni si mise alla ricerca, e con lei Enlil (dio di Nippur, il toro sdraiato), che ispezionò i troni del cielo. Dopo che entrambi ebbero cercato, la scelta cadde su Etana, umile pastore.
"Etana è un fedele e buon pastore. Sarà lui che custodirà il popolo e sarà egli En (Signore)", disse Inanna.
Così Etana fu condotto a palazzo reale e subito furono celebrate le cerimonie dell'incoronazione. Sacerdoti e maghi offrirono agli dèi succulenti cibi e prelibate bevande affinché desistessero dal loro malvolere e concedessero protezione all'En e al regno. Secondo le usanze, Etana fu condotto in appartate stanze perché fosse unito ad un'eletta e sacra sposa, e perché da tale unione il paese traesse impulso e sviluppo. Ma gli dèi, per quanto succulenti fosseo i cibi e prelibate le bevande, non concessero laloro protezione, e castighi e pestilenza giunsero sulla città, e la sposa di Etana non concepiva. Alla fine, vedendo che la sua sposa rimaneva sterile, e che ogni giorno che passava il suo popol si ssottigliava sempre più, Etana si rivolse al dio Shamash: "Signore, gli dèi ho onorato, gli spiriti ho riverito, i miei
agnelli hanno soddisfatto gli dèi. Signore mio, un comando esca dalla tua bocca: dammi la pianta della generazione, strappa dal ventre la mia discendenza e stabiliscimi un nome!".
Shamash aprì la bocca e disse a Etana: "Vai per la tua strada, varca la montagna, guarda la fossa, osserva il suo interno! Lì è stata gettata l'aquila: essa ti farà vedere la pianta della generazione".
 
Antefatto: L’AQUILA E IL SERPENTE
 
(Un'aquila propone ad un serpente di vivere in amicizia e collaborazione; il serpente accetta, ambedue fanno giuramento davanti a Shamash: chi verrà meno al giuramento sarà da Shamash punito. Ha così inizio la collaborazione tra l'aquila e il serpente).
 
All'ombra dell'albero procreò il serpente, mentre l'aquila generò sul suo picco.
Tori selvatici ed asini prendeva l'aquila: il serpente li mangiava, poi smetteva, e mangiavano i suoi figli.
Capre e gazzelle prendeva il serpente: l'aquila li mangiava, poi smetteva, e mangiavano i sui figli.
Antilopi e stambecchi prendeva l'aquila: il serpente li mangiava, poi smetteva, e mangiavano i suoi figli.
Pantere e leoni di campagna il serpente prendeva: l'aquila li mangiava, poi smetteva, e mangiavano i suoi figli.
Dopo che i figli dell'aquila furono cresciuti e diventati grassi, l'aquila nel suo cuore concepì cattivi pensieri: "Del serpente più bisogno non ho; i miei figli da sé medesimi il cibo possono procurarsi. E' ora che al mio personale vantaggio io pensi. I figli del serpente voglio mangiare, il cuore del serpente voglio divorare! Salirò sul cielo e lì mi siederò. Chi è più grande di me?".
Ma un suo piccolo, molto intelligente, disse queste parole: "Non mangiare, padre mio, ricorda il giuramento. Chi trasgredisce, Shamash con la mano di un ammazzatore lo ammazza malamente!".
Ma l'aquila non ascoltò; discese e mangiò i figli del serpente...Il serpente piangeva: "Confido in te, Shamash; all'aquila avevo concesso il mio favore, del male non pensavo contro la mia amica. Quanto ad essa, il suo nido è sicuro, disperso invece è il mio, il mio nido è lacerato dai suoi artigli. Salvi sono i suoi piccoli, ma non ci sono più i miei figli. Essa è discesa e ha mangiato la mia prole".
 
Quando intese questa preghiera, Shamash aprì la bocca e disse al serpente: "Vai per la tua strada, passa la montagna.
Per te un toro ho ucciso. Entra nel suo ventre e prendivi dimora. Ogni specie di uccello discenderà e mangerà la sua carne. Anche l'aquila. Quando essa entrerà all'interno la prenderai per le ali. Strappale le ali e gettala in una fossa. Essa muoia la morte della fame e della sete!". E così fu fatto, e l'aquila giace nella fossa, morente.
Shamash disse all'aquila: "Sei stata malvagia, una cosa vergognosa hai fatto. Ma un uomo ti manderò, ed egli ti farà uscire dalla fossa, ma tu dovrai aiutarlo".
"Egli mi faccia uscire dalla fossa! Gli darò ciò che desidera. Io farò qualsiasi cosa egli mi dirà!", disse l'aquila.
 
ETANA E L’AQUILA
 
(E' a questa aquila che Shamash manda Etana).
 
Pianse e sospirò nella fossa l'aquila. Per comando di Shamash, egli, Etana, la fece uscire dalla sua fossa. Un piccolo uccello ella ottenne; si rifocillò e riacquistò forza. L'aquila aprì la bocca e disse a Etana: "Dimmi ciò che desideri da me, te lo darò". Etana disse: "Amica mia, dammi la pianta della generazione, fammi vedere l'erba del parto. Ciò che uscirà dal seno della mia regina mi stabilirà un nome!".
L'aquila promise di procurargliela, una volta che avesse ripreso le forze. Per otto mesi Etana le portò cibo. Guarita, l'qila disse a Etana: "Appoggia il tuo petto contro il mio dorso, afferra con le mani le mie ali, pianta i gomiti nei miei fianchi. Sto per librarmi nell'aria. La pianta che tu cerchi è nel cielo di Anum, presso il giardino di Inanna".
Essa lo innalzò per il cammino di un'ora doppia.
"Amico mio - disse l'aquila - guarda il paese com'è!".
"Il vasto mare è come un recinto per il bestiame!", disse Etana.
Essa lo innalzò per il cammino di due ore doppie.
"Amico mio - disse l'aquila - guarda il paese com'è!".
"Il paese si è cambiato in un orto e il vasto mare è come un cesto!", disse Etana.
Essa lo innalzò per il cammino di tre ore doppie.
"Amico mio - disse l'aquila - guarda il paese com'è!".
E vide Etana la Terra come un fossatello di un giardiniere.
E giunta che fu la quarta ora doppia, l'aquila vide la paura negli occhi di Etana.
Ascesero fino a Inanna. "E ora?", disse l'aquila. "E ora, più nulla vedo. Non vedo, ora", disse Etana. E preso da spavento si rivolse all'aquila: "Batti il passo, affinché io ritorni sulla Terra!".
Ma ebbe vertigine, e le sue mani si intorpidirono, e niente divenne il corpo: si sentiva scivolare, e con un grido trascinò in rovina sé e l'aquila.
Per due ore doppie essi precipitarono. L'aquila cadde e lui le stava davanti. Poi il precipitar ancor li seguì.
 
COMMENTO
 
Molto vi sarebbe da dire a commento di questo poema, ma ci limitiamo ad alcune considerazioni e osservazioni.
Sappiamo che le più o meno strane avventure in cui vengono coinvolti gli eroi e gli dèi che popolano le storie mitologiche, come quelle, ampiamente sfruttate dalla letteratura religiosa, relative al re o all'eroe del momento che sale sul dorso di un'aquila, o di altro animale, certamente nascondono avvenimenti capitati realmente a chissà chi e in chissà quale tempo e luogo, e la cui sopravvivenza come "testimonianza storica" dipende esclusivamente dall'essere inseriti,
trasformati in "vicenda fantastica", nelle trame mitologiche.
Di questi "miti di ascensione", e comunque di storie che hanno come fine la ricerca di un qualcosa (sia essa la tanto agognata immortalità o, come nella storia ora descritta, l'erba della fertilità), troviamo traccia un po' in tutte le culture:
basti ricordare, tanto per fare alcuni esempi, Aristofane (445-388 a.C. circa), che ne fa una caricatura nella sua commedia "La Pace", dove fa salire al cielo il suo eroe sul dorso di uno scarafaggio!
Oppure pensiamo all'anima dell'eroe celtico Lugh, che saliva al cielo sotto forma di aquila mentre il suo successore lo uccideva a mezza estate. Tracce che farebbero pensare al mito di Etana le ritroviamo poi in un racconto popolare finnico, dove l'eroe del romanzo viene sollevato in aria da un grifone e vede la Terra diventare sempre più piccola sotto di sé; quando essa gli appare "non più grande di un pisello", il grifone si tuffa diritto fino al fondo del mare, dove l'eroe trova l'oggetto per cui tanto aveva penato, riuscendo alla fine a tornare sulla terraferma.
Anche nel "Romanzo di Alessandro" (ovvero Alessandro il Grande), di epoca medioevale, vediamo che l'eroe dovette misurare le profondità del mare, venne poi portato in cielo dalle aquile e navigò per i mari più incredibili alla ricerca dell'acqua dell'immortalità.
E' il "mito dell'ascensione", che è parte integrante della struttura archetipica dell'uomo, è il mito dell'eterno ritorno (vita- morte-rinascita) che si specchia in queste storie.
Per quanto riguarda la storia di Etana di Kish, qui si inserisce anche quella che è la lotta fra Aquila e Serpente (tema dominante della mitologia eurasiatica), ovvero l'anno che nasce e l'anno che muore, la lotta fra luce e tenebra, fra il principio solare e quello sotterraneo.
E', l'aquila, uccello solare, rappresentante del fuoco e del sole, dell'altezza e delle profondità dell'aria e della luce, e comunque del re visto come "figlio della luce". L'aquila ha anche il potere di ringiovanire: si dice che bruci le proprie ali al sole e che poi si tuffi in un'acqua pura ritrovando così una nuova giovinezza.
E' quindi utilizzando un'aquila che Etana può cercare l'erba della fertilità, che è "erba viva", di nascita e soprattutto di rinascita.
Al contrario, il serpente, o drago, è il prototipo, lo spirito dell'acqua originaria, rappresentando così uno fra i più importanti archetipi dell'Anima; se l'aquila è l'incarnazione dei valori solari, il serpente lo è per quelli lunari e comunque notturni, il che non vuol dire "negativi". D'altronde il serpente lo si ritrova alle sorgenti della vita con assimilazioni all'anima e alla libido; sappiamo che i Caldei avevano un unico vocabolo per 'vita' e 'serpente'.
Aquila e Serpente si fondono poi come simboli in quello che è l'ottavo Segno della cintura zodiacale, appunto lo Scorpione, Segno di vita-morte-rinascita, il che ci fa vedere come l'aquila altri non sia che l'attributo solare, di potenza celeste, dello stesso serpente, così come quest'ultimo diventa attributo notturno, quindi di rigenerazione/immortalità, dell'aquila. Possiamo vedere questo ben espresso nell'iconorafia tolteca (cioè riferita a quella popolazione precolombiana, appunto i Toltechi, presente nella civiltà messicana dall'VIII al XII secolo), ripresa poi nel XIV secolo dalla gente della tribù di Nahua (conosciuti come Aztechi), dove si vede l'uccello predatore affondare i propri artigli nel corpo del serpente (Quetzalcoatl, che rappresenta il pianeta Venere) per estrarre il sangue destinato poi a formare l'uomo nuovo.
Vediamo quindi come il serpente rivolga contro se stesso quello che è appunto il suo attributo solare, così da fecondare la terra degli uomini.
La lotta fra l'aquila e il serpente, allora, più che tale, apparirebbe come un "sacrificio" del serpente (imposto da circostanze cosmiche?), che si fa attaccare dall'aquila per morire ma che poi rinasce attaccando l'aquila, come a dire l'eterno ritorno della vita e della morte, la morte seguita da una rinascita.
Per inciso, la lotta fra l'aquila e il serpente potrebbe agevolmente inserirsi nella contrapposizione patriarcato/matriarcato, avendo l'aquila attributi solari/maschili e il serpente attributi notturni/femminili (Jung vede nell'aquila un simbolo paterno, ed essa è simbolo prioritario del padre, così come la maggior parte delle tradizioni fanno del serpente il "signore delle donne", signore della fertilità, quindi elemento caratteristico della società matriarcale; la lotta fra aquila e serpente può anche essere vista comeun'allegoria del passaggio dal matriarcato al patriarcato, ovvero da una coscienza "femminile" ad una "maschile" della società).
Anche, è possibile che ciò stia a significare una reale lotta avvenuta tra due civiltà diverse (una autoctona, terrestre, rappresentata dal serpente, l'altra siderale, e comunque allogena, posteriore, rappresentata dall'aquila), razze differenti che, malgrado la loro incompatibilità dovuta anche ad esigenze fisiche, inizialmente decisero di convivere in pace spartendosi la Terra.
Per ritornare al mito di Etana, è interessante notare come tutta la storia sia incentrata su questa ricerca dell'erba della fertilità, termine che sembra nascondere quello che è il prototipo di ogni "erba" o "pianta" mitologica, cioè l'Albero Sacro (kiskanu), l'Albero della Vita, e che si trova al "centro del mondo", quindi "asse del mondo", "asse dell'universo" (skambha), albero della vita i cui frutti danno l'immortalità (o, in altre versioni, "semplicemente" la salute), che danno cioè il ritorno al "centro dell'essere", a quello che si può definire come "stato edenico", e sui rami noi ritroviamo nientemeno che il serpente (e quando mai se ne è allontanato!), quello stesso che consigliò a Adamo ed Eva di coglierne i frutti.
Altresì interessante è sapere che questa erba del parto aveva le sue radici nel cielo di Inanna, ovvero nasceva in quello che era il giardino della dea e che si trovava a Uruk, città a lei sacra.
Ma non era un viaggio siderale quello intrapreso dall'aquila e da Etana?
Facciamo presente che Inanna (Ishtar) è come pianeta Venere e come stella Sirio, ovvero il nome Ishtar appartiene a sia a Venere che a Sirio.
Fra gli attributi tradizionali relativi a Venere/Sirio figurano l'arco e la freccia: nel testo rituale del Capodanno babilonese ci si rivolgeva infatti a Sirio chiamandola "mul KAK.SI.DI che misura le profondità del mare".
"Mul" è il determinativo di "stella", mentre "KAK.SI.DI" significa "freccia"; l'arco da cui viene scoccata la freccia è la costellazione formata dalle stelle di Argo (gruppo di tre costellazioni fra cui quella della Carena, ove brilla Canopo) e del Cane Maggiore.
 
Fra le tante occupazioni che Inanna-Ishtar aveva, vi era anche quella di "summuovere l'apsu davanti ad Ea"; nel senso qui inteso, "apsu" ha il significato di "abisso", ma significa pure "Casa del Sapere", di cui era dio-custode Enki/Ea, cioè il Saturno mesopotamico, Casa (E-apsu) che si trovava a Eridu, luogo che abbiamo visto avere la sua 'controparte celeste' nella stella Canopo (si veda quanto detto ne "Il mito di Adapa di Eridu o il Quadrato di Pegaso".
 
Abbiamo quindi un legame fra Sirio, l'alfadella costellazione del Cane Maggiore, e Canopo, l'alfa della costellazione della Carena, ovvero fra Venere-Inanna-Ishtar che sta su Sirio e Saturno-Enki/Ea che sta su Canopo.
Era quindi su Sirio (o Venere?) che Etana doveva andare per cercare l'erba della fertilità, l'erba della vita? Suggestiva ipotesi che allargherebbe oltre i confini terrestri la nascita della vita sul nostro pianeta! Ritornando al commento su questo mito Etana che sale agli spazi siderali in groppa ad un'aquila e che poi precipita, si dice, nei flutti dell'oceano, racchiude tutto il cammino attuato sull'itinerario "vita-morte-rinascita", quest'ultima attuata nell'acqua, così come fa l'aquila dopo essersi esposta ai raggi del sole.
Ahinoi! Nel mito di Etana colui che cercava è morto, e comunque, colui che cerca, che tenta di strappare l'immortalità quando non gli è data, o, come in questo caso, la fertilità nquando invece è sotto punizione per il cattivo raccolto che aveva caratterizzato il suo regno (così sembra secondo certi frammenti amurrei del mito), alla fine non ottiene nulla, così come successe a Gilgamesh quando perse l'erba dell'immortalità che tanto aveva cercato perché, lasciandola su di una pietra in prossimità di uno specchio d'acqua dove lui si era tuffato per rinfrescarsi, questa gli viene rubata pensate un po', proprio da un serpente!

LE PROGRESSIONI TERZIARIE

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LE PROGRESSIONI TERZIARIE
 
(dal sito www.renzobaldini.it)
 
Le Progressioni Terziarie furono presentate per la prima volta alla comunità astrologica internazionale nel 1960 dall’astrologo inglese Edward Lyndoe. Egli elaborò le sue idee dopo aver studiato le proposte fatte nel 1951 dall’astrologo tedesco Edmund Herbert Troinsky1.
 
Questi aveva proposto una nuova misura di tempo in base al ciclo lunare, e cioè che un giorno dopo la nascita equivaleva a un ciclo lunare. Lyndoe sperimentò queste idee e provò prima col mese lunare sinodico di 29 giorni e mezzo (il mese sinodico è l’intervallo fra due ‘lune nuove’), poi adottò come unità simbolica di misura il ciclo mestruale femminile di 28 giorni. Dopo lunghe sperimentazioni scoprì che otteneva risultati migliori usando il mese lunare siderale di 27,321 giorni (cioè il periodo completo di rivoluzione della Luna rispetto alle stelle fisse, ovvero quando la Luna ritorna alla sua stessa posizione zodiacale). Divise così l’anno solare medio di 365,242 giorni per il mese lunare siderale di 27,321 e ottenne così che 13,368 giorni sulle effemeridi corrispondono a un anno di vita del soggetto. Però Lyndoe non usò questo tempo ma 13,375, il che portò ad uno scarto sempre più grande mano a mano che il soggetto andava avanti con l’età.
 
Nel 1970, nel numero di febbraio della rivista ‘American Astrology’, Garth Allen2, propose alcune modifiche al sistema di Lyndoe, ma erano estremamente complicate perché comportavano il ricorso all’anno besseliano3 e l’anticipo dell’ora siderale lungo l’equatore. Anche così, però, c’era qualcosa che non tornava nelle Progressioni Terziarie di Troinsky- Lyndoe-Allen. Dopo numerosi tentativi, fu abbandonato ogni riferimento al Sole medio (anno besseliano), ogni riferimento al ciclo mestruale, ogni riferimento all’anno solare e al mese siderale medio, e fu preso in considerazione il ‘tempo reale’, e cioè:
 
prendiamo l’arco della vita effettiva del soggetto in giorni, ore, minuti e secondi (JD) e la dividiamo per il numero di mesi lunari effettivi in giorni, ore, minuti e secondi, e il risultato sarà l’esatta ‘età simbolica’ del soggetto in giorni, ore, minuti e secondi. Aggiungiamo questo numero di giorni alla data e all’ora di nascita e abbiamo così la data progressa in ore, minuti e secondi.
 
Ma vediamo in dettaglio come si fa.
Calcolo delle Progressioni Terziarie
Innanzitutto è indispensab le avere un’effemeride che indichi il giorno del secolo (.Julian Day, JD)4.
Prendiamo come esempio la data di nascita seguente: 14.02.1954 ore 01,18 GMT.
La Luna natale è a 11°01’ Cancro.
La data dell’evento per il computo delle Progressioni Terziarie (PT) è: 14.11.1993 ore 17,30 GMT.
Procediamo.
 
1) Trasformiamo in JD il giorno di nascita (in questo caso 14.02.1954) e l’ora di nascita GMT (per fare questo con l’ora di nascita basta dividerla per 24). Il JD del 1 Febbraio 1954 è 19755; aggiungiamo 13 giorni (per arrivare al 14 febbraio) e otteniamo 19768. Aggiungiamo ora i decimali dell’ora di nascita, e cioè: 01,18 : 24 = 0,05416, quindi 19768 + 0,05416 = 19768,05416 JD natale.
 
2) Fare la stessa cosa col giorno e ora dell’evento, e cioè: il JD del 1 Novembre 1993 è 34273; aggiungiamo 13 giorni (per arrivare al 14 novembre) e otteniamo 34286. Aggiungiamo i decimali dell’ora: 17,30 : 24 = 0,72916, quindi 34286 + 0,72916 = 34286,72916 JD dell’evento.
 
3) Calcolare i ritorni lunari che seguono e precedono l’evento (cioè trovare la stessa posizione lunare natale, che era a 11°01’ Cancro, sia prima sia dopo il giorno dell’evento).
 
3.1) Iniziamo con la posizione lunare seguente l’avvenimento che stiamo studiando; questa avviene il 1 Dicembre 1993: infatti quel giorno la Luna andava da 28°46’36" Gemelli a 11°38’20" Cancro; il passo giornaliero di questa Luna è quindi di 12°51’44"; per trovare l’ora del ritorno lunare occorre fare una proporzione: 12°51’44" : 24 = 12°14’24" :
X; ovvero 22h 50m 20s,ora GMT del ritorno lunare, che in JD dà: 34303 + 0,95162 = 34303,95162 JD del ritorno lunare seguente. Dobbiamo ora fare la differenza tra il JD natale e il JD ora trovato, ciò che ci fornisce l’arco di tempo trascorso dalla nascita al ritorno lunare che segue l’evento: 34303,95162 - 19768,05416 = 14535,89746; questo arco di tempo va diviso per il mese lunare siderale, cioè 27,321, e il risultato è 532, numero di mesi lunari trascorsi dalla nascita fino alla Luna che segue l’evento.
 
3.2) Troviamo ora la posizione lunare precedente l’evento; questa avviene il 4 Novembre 1993; quel giorno la Luna andava da 1°52’53" a 14°39’34" Cancro; il passo giornaliero era quindi 12°46’41"; per trovare l’ora del ritorno lunare occorre fare una proporzione: 12°46’41" : 24 = 09°08’07" : X; ovvero 17h 09m 29s, ora GMT del ritorno lunare, che in JD dà: 34276 + 0,71491 = 34276,71491 JD del ritorno lunare precedente.
Dobbiamo ora fare la differenza tra il JD natale e il JD ora trovato, ciò che ci fornisce l’arco di tempo trascorso dalla nascita al ritorno lunare che precede l’evento: 34276,71491 - 19768,05416 = 14508,66075, questo arco di tempo va diviso per il mese lunare siderale, cioè 27,321, e il risultato è 531, numero di mesi lunari trascorsi dalla nascita fino alla Luna che precede.
 
4) A questo punto non rimane altro che calcolare la porzione del mese lunare trascorso dall’ultimo ritorno lunare precedente all’evento in questione, e facciamo in questo modo: (JD dell’evento - JD di 531) : (JD di 532 - JD di 531), e cioè (34286,72916 - 34276,71491) : (34303,95162 - 34276.71491), ovvero 10,01425 : 27,2367 = 0,36767 a cui si aggiunge il JD natale, e cioè 0,36767 + 19768,05416 = 19768,42183 a cui poi si aggiunge il numero dei ritorni lunari precedenti l’evento: 19768,42183 + 531 = 20299,42183.
I numeri dopo la virgola sono ore e vanno trasformati: 0,42183 X 24 = 10h 07m 26s GMT del 30.7.1955, data con la quale erigeremo il tema delle Progressioni Terziarie.
Quindi, la Progressione Terziaria per la data 14.11.1993 alle 17,30 GMT, corrisponde, per il soggetto nato il 14.02.1954 alle 01,18 GMT, al 30.07.1955 ore 10,07 GMT.
 
Costruiamo il Tema con questa data e confrontiamolo con il Tema Natale. La data presa ad esempio (14.11.1993) si riferisce alla morte del padre.
 
Calcoliamo, in questo TN, la Parte del Padre e la Parte di Morte:
Parte del Padre (AS + Sole - Saturno) = 20°04’ Pesci
Parte di Morte (Cuspide Ottava Casa + Saturno - Luna) = 5°44’ Scorpione
 
Qui sotto riprodotto abbiamo il Tema relativo alla Progressione Terziaria dell’evento accaduto il 14.11.1993. Il MC si trova in congiunzione a Urano e Vertex natali, mentre l'AS lo troviamo in congiunzione alla Luna Nera. Nettuno, governatore della Parte del Padre natale, in Prima Casa. La Luna, visibile anch'essa nel TN in Ottava Casa e che lì governava l'Ottava e qui governa la Decima (padre), si trova congiunta alla Luna Nera e in quadratura alla Parte del Padre natale. Il Sole è in quadratura alla Parte di Morte natale. Da notare Venere, signora del Tema (in quanto regge l'AS Bilancia) e astro governatore di Ottava Casa, al MC congiunta a Urano. Ben sei pianeti sono in Decima Casa (padre). Se calcoliamo qui la nuova Parte del Padre vediamo che cade a 7°29' del Cancro, esattamente sulla cuspide dell'Ottava Casa natale. La nuova Parte di Morte cade invece a 9°27' Ariete, in Quarta-famiglia.
Nato il 18.12.1910 alle 23:45 a Berlino, Germania; Sole in Sagittario, AS in Vergine, Luna in Leone Nato il 16.5.1925 alle 2:04 a Parents House, Nebraska,USA; Sole in Toro, AS in Pesci, Luna in Pesci
3
Per ‘anno besseliano’ si intende il momento in cui, secondo il computo civile, si ritiene inizi l’anno tropico, o anno solare, e ciò avviene nel momento in cui l’Ascensione Retta del Sole medio è esattamente 18 ore e 40 minuti, il che cade grosso modo in prossimità dell’inizio dell’anno civile; prende il nome dall’astronomo tedesco Bessel che per primo lo introdusse nella pratica astronomica Con la sigla JD (Julian Day, cioè ‘giorno giuliano’), si indicano quanti giorni sono trascorsi dall’inizio del secolo, e serve appunto per fare certi calcoli, come ad esempio questo delle progressioni Terziarie.
 
 
L’ABBINAMENTO SEGNI-PIANETI - DIVAGAZIONI SUL TEMA
 
(da Linguaggio Astrale n. 131 – 2003)
 
Premessa
Quanto qui esposto non ha nessuna intenzione di entrare nel merito dei Domicili planetari né delle loro Esaltazioni, tanto meno ha la pretesa di sconvolgere i concetti, vecchi o nuovi, che stanno alla base delle signorie planetarie sui Segni. Tuttavia tratta degli abbinamenti Segno/Pianeta, tema peraltro già sviluppato con argomentazioni molto interessanti da altri autori. 1 Tali abbinamenti non sono ovviamente casuali ma seguono un ordine che possiamo definire ‘naturale’. In più permettono di apprezzare il rapporto, l’analogia, la somiglianza, intercorrente fra i pianeti che si situano, sulla fascia zodiacale, uno di fronte all’altro. Potremmo vederlo come un gioco, un divertissement e come tale, usarlo. Proprio per questo non ha presunzione di verità granitica, potendo, quindi, se altre argomentazioni verranno fuori, essere ben accettate variazioni sul tema.
 
Nel corso dei secoli, la sequenza planetaria adottata dagli astronomi e dagli astrologi per i loro studi e per le loro carte ha subito numerose variazioni, com’è ben visibile dalla tabella sottostante. Oggi quello comunemente adottato e che ricalca in larga misura la sequenza planetaria egizia, è: Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, più i pianeti moderni Urano, Nettuno, Plutone. In pratica non facciamo altro che porre i luminari in prima fila e poi svolgiamo i pianeti secondo la distanza che hanno dal Sole; la Terra, ovviamente, non è presente essendo essa luogo di osservazione di tutto questo.
 
BABILONESE CALDEO EGIZIO GRECO
 
Luna
 
Sole
 
Giove
 
Venere
 
Saturno
 
Mercurio
 
Marte
 
Luna
 
Mercurio
 
Venere
 
Sole
 
Marte
 
Giove
 
Saturno
 
Luna
 
Sole
 
Mercurio
 
Venere
 
Marte
 
Giove
 
Saturno
 
Sole
 
Luna
 
Saturno
 
Giove
 
Marte
 
Venere
 
Mercurio
 
ATTUALE
 
Sole
 
Luna
 
Mercurio
 
Venere
 
Marte
 
Giove
 
Saturno
 
Urano
 
Nettuno
 
Plutone
 
Tabella 1
 
Però, se vogliamo attenerci a quella che è l’effettiva presenza di corpi celesti nel nostro sistema, non possiamo fare a meno di dire che questa sequenza è incompleta, dovendo infatti aggiungere un altro elemento che pur fa parte del sistema solare e mi riferisco alla Fascia degli Asteroidi, che si situa tra i pianeti Marte e Giove. Ebbene, se noi prendiamo questa successione di astri, comprensiva degli Asteroidi, e l’abbiniamo a quella dei Segni zodiacali, cioè facciamo combaciare il primo Segno dello Zodiaco con il primo astro di questa sequenza, il secondo Segno con il secondo astro, ecc., ecco cosa abbiamo:
 
Ariete
Toro
Gemelli
Cancro
Leone
Vergine
Bilancia
Scorpione
Sagittario
Capricorno
Acquario
Pesci
 
Tabella 2
 
Sole
Luna
Mercurio
Venere
Marte
Asteroidi
Giove
Saturno
Urano
Nettuno
Plutone
?
 
Questa è la sequenza ‘naturale’ cui prima ho accennato e che apre nuove prospettive e significati, pur dovendoci sorbire quel punto interrogativo ai Pesci! Per capire meglio quanto andremo a dire, comunque, dividiamo i Segni in due colonne, così da vederli come ci appaiono sul cerchio zodiacale: questo ci permette di apprezzare il rapporto molto importante e particolare che intercorre fra i Pianeti che si trovano uno di fronte all’altro.
 
Ariete
Toro
Gemelli
Cancro
Leone
Vergine
 
Sole
Luna
Mercurio
Venere
Marte
Asteroidi
 
Tabella 3
 
Bilancia
Scorpione
Sagittario
Capricorno
Acquario
Pesci
 
Giove
Saturno
Urano
Nettuno
Plutone
?
 
Vediamo che il Sole apre la prima sequenza planetaria e Giove la seconda. Potremmo dire così che Giove “è il Sole” per i pianeti posti nella seconda colonna. D’altronde, astronomicamente parlando, Giove viene considerato una stella abortita piuttosto che un pianeta. E’ stato più volte affermato che in origne Giove ed il Sole fossero i due componenti, di dimensioni diverse, di un
sistema stellare binario. Possiamo dire che se il diametro di Giove fosse quattro volte maggiore di quello che è e la massa fosse di 70 volte più grande, la sua temperatura diverrebbe abbastanza alta da innescare una reazione nucleare, rendendo Giove una stella a tutti gli effetti.2 Senza parlare dei satelliti che ruotano intorno a Giove, fra i quali, Ganimede e Callisto sono addirittura più grandi di Mercurio, mentre Io ed Europa hanno dimensioni paragonabili a quelle della Luna, che possiamo considerare una versione in miniatura del sistema planetario. Questo per dire che i pianeti che figurano nella seconda colonna dovrebbero avere una ‘parentela’ con quelli della prima e comunque rappresentarli su di un piano diverso: così, Saturno potrebbe essere “la Luna” della seconda sequenza, Urano un “Mercurio”, Nettuno una “Venere”, Plutone un “Marte”. In questo modo si creano delle coppie certamente non casuali, anzi, fortemente caratterizzate da affinità e riconosciute valide in ambito astrologico, alcune legandosi al concetto delle ‘ottave superiori’ come le coppie Mercurio/Urano, Venere/Nettuno e Marte/Plutone. Ovviamente i pianeti che formano queste coppie non necessariamente devono essere (e non lo sono) uno l’opposto dell’altro, pur essendo posizionati uno di fronte all’altro: quindi, Saturno non è l’opposto della Luna, così come Plutone non è l’opposto di Marte; potremmo vederli invece come lo stesso pianeta a livelli diversi, e per alcuni potrebbe valere l’equazione ‘1 giorno = 1 anno’ (si veda il periodo di rivoluzione di Luna eSaturno, 27,42 giorni la prima, 29,46 anni il secondo, oppure di Mercurio e Urano, 88 giorni a fronte degli 84 anni).
 
Però qualcuno, giustamente, potrà obiettare, anche per aggirare la questione Pesci, che non solo la Fascia degli Asteroidi dovrà essere qui considerata e questo perché il sistema solare, dal 27 ottobre 1977, ha conosciuto un nuovo inquilino, Chirone, piccolo corpo celeste che svolge la sua corsa tra le orbite di Saturno ed Urano; di anch’esso si dovrà tenere conto in questa sequenza,3 così che la tabella di cui sopra dovrà essere riscritta in questo modo:
 
Ariete
Toro
Gemelli
Cancro
Leone
Vergine
Bilancia
Scorpione
Sagittario
Capricorno
Acquario
Pesci
 
Tabella 4
 
Sole
Luna
Mercurio
Venere
Marte
Asteroidi
Giove
Saturno
Chirone
Urano
Nettuno
Plutone
 
Anche qui, per apprezzare meglio la dialettica fra i Pianeti, dividiamo il tutto in due colonne.
 
Ariete
Toro
Gemelli
Cancro
Leone
Vergine
 
Sole
Luna
Mercurio
Venere
Marte
Asteroidi
 
Tabella 5
 
Bilancia
Scorpione
Sagittario
Capricorno
Acquario
Pesci
 
Giove
Saturno
Chirone
Urano
Nettuno
Plutone
 
Visto così, il tutto potrebbe apparire anche perfetto: dodici Segni e dodici corpi celesti e senza scomodare ipotetiche presenze di pianeti transplutoniani, utilizzando, infatti, ciò che già c’è.
Saremmo quasi tentati di sposare in toto questa lista, che vede anche un accoppiamento assai interessante come quello Venere/Urano, guarda caso gli unici due pianeti che hanno un moto di rotazione retrogrado (senza contare poi che la dea è nata dal mare fecondato dai genitali recisi di Urano). Però, a parte questo, gli altri non sembrano avere forti assonanze; certamente non l’hanno la coppia Marte/Nettuno e nemmeno quella Mercurio/Chirone (un pianeta e, come alcuni ritengono Chirone, una cometa o un asteroide oppure un satellite di Saturno o di Urano sfuggito al loro campo gravitazionale), anche se tutti e due, Mercurio e Chirone, mitologicamente parlando, hanno in comune la qualifica di ‘insegnanti’. Per quanto riguarda Plutone in coppia con gli Asteroidi, dobbiamo ammettere che in effetti alcuni astronomi sono propensi a inserire Plutone nella classe degli asteroidi, o considerarlo una gigantesca cometa catturata che sta lentamente evaporando; in più, possiamo dire che del gruppo ‘asteroidi’, quello più grande e che per tale virtù può essere visto come rappresentante dell’intero gruppo, è Cerere, che poi sarebbe la greca Demetra, madre di quella Kore-Persefone rapita da Plutone, ciò che farebbe apparire questo abbinamento assai pertinente e da non sottovalutare. Quindi, in un certo senso, questa potrebbe essere una soluzione assai accattivante, anche perché, poi, Chirone pare starci bene in Sagittario, così come Urano in Capricorno (suo domicilio), Nettuno in Acquario (per alcuni luogo della sua esaltazione) ed il doppio pianeta Plutone nei doppi Pesci. Tuttavia, al momento, questo abbinamento non soddisfa appieno, pur riempiendo tutte le caselle, e non soddisfa proprio per quella zoppa dialettica fra i pianeti che si trovano uno di fronte all’altro. Più equilibrata, da questo punto di vista, la sequenza iniziale (tabella 2), così che qui, in attesa di ulteriori verifiche, useremo l’abbinamento esposto nella tabella 3 e di quello tratteremo, abbinamento Segni-Pianeti che può darci alcune informazioni supplementari sia sul simbolismo dei Segni sia su quello planetario. Ripeto: nessun intento di sovvertire i Domicili, pertanto, ad esempio, la Luna è e sarà domiciliata in Cancro, Plutone in Scorpione, tutti insomma al loro posto. Qui desidero solo aprire una finestra su un modo particolare di leggere i pianeti, riscoprendo o esaltando certe loro impensabili caratteristiche. Alcuni di questi abbinamenti appariranno normali o comunque comprensibili con un piccolo sforzo (ad esempio quelli della prima colonna), altri potranno creare dei problemi (vedi la seconda colonna), altri ancora e mi riferisco all’asse Vergine/Pesci, incuriosire o lasciare esterrefatti: quel punto interrogativo ai Pesci lascia spazio alle più svariate ipotesi e, in mancanza di appigli certi, ognuno ci metterà quel che crede. Un’ipotesi potrebbe essere quella di porre in Vergine CERERE- DEMETRA ed in Pesci sua figlia KORE-PERSEFONE, il primo essendo un asteroide esistente, il secondo un oggetto celeste di là da venire. Comunque, quale che sia la scelta, l’asse Vergine/Pesci è l’unico, usando questo sistema, a non essere collegato a pianeti ma a surrogati, il che lo stacca dagli altri rendendolo diverso e misterioso, dandogli un compito, dal punto di vista esoterico o spirituale, molto importante, quasi a rappresentare il punto di passaggio da una realtà ad un’altra, così come la Fascia degli Asteroidi divide i pianeti cosiddetti ‘terrestri’ (Mercurio, Venere, Terra, Marte) dai giganti gassosi o pianeti esterni (Giove, Saturno, Urano, Nettuno, Plutone).
 
Ma vediamo di conoscere meglio questi diversi abbinamenti evidenziando le analogie che si vengono a creare.
 
SOLE – ARIETE – PRIMA CASA
 
Si potrebbe dire che il Sole è esaltato in Ariete e avremmo chiuso il discorso. Se l’Ariete, nella sua espressione Cardinale dell’elemento Fuoco, rappresenta la scintilla (mentre il Leone il calore ed il Sagittario la luce), il Sole sarà la scintillae Animae Mundi igneae. Il Sole dà inizio alla sequenza planetaria, così come l’Ariete inizia quella zodiacale.
Nel Mahabharata il Sole è Aditya, da Adi, cioè il primo nell’ordine, l’inizio, la sorgente. Il Sole nasce e poi muore, è Dio che si sacrifica, l’Agnus Dei, l’agnello immolato. Abbiamo poi Amon-Ra, il dio solare egizio dalla testa di ariete, alcune volte rappresentato da un ariete stesso; per giungere al suo tempio, a Karnak in Egitto, si percorreva un lungo viale ai cui lati stavano delle gigantesche sfingi con testa di ariete. In un Tema astrale, gli aspetti dinamici al Sole sembrano essere avvertiti in maniera maggiore dai nati in Ariete e penso alle generazioni Plutone-Cancro (1913-1938), Saturno-Capricorno (1959-1961) oppure alla generazione Plutone-Bilancia (1971-1984). Quindi il Sole, a prescindere dal fatto che questo è luogo della sua esaltazione, non si può certo dire che sta male in Ariete.
 
LUNA – TORO – SECONDA CASA
 
Anche qui, come era per il Sole, potremmo parlare dell’esaltazione tradizionale dell’astro notturno in Toro e avremmo già portato sufficiente acqua al nostro mulino. Però questa ‘dimostrazione’ non rientra in quello che vogliamo esporre, perciò non costruiremo su di essa nessuna ‘prova a difesa’ del nostro ragionamento. Potremmo definirlo un caso, se questo esistesse. Affidiamoci all’iconografia egizia, tanto per cominciare, a quella dea Hathor le cui prime raffigurazioni la vedono con una testa bovina circondata da stelle, successivamente con in testa le corna della sacra vacca, immagine della Luna, dea a sua volta associata a Iside. Consideriamo che toro trae il suo nome da GE, che in sanscrito vuol dire sia ‘terra’ sia ‘toro’; GEnos, in greco, vuol dire ‘nascita’, ’origine’, ’razza’; il Toro è poi l’espressione della Forma, ed in effetti esso è la Forma, la Terra, e comunque la forma fatta di terra, che vive nella e con la Terra, con la Natura, quindi l’essere umano ad uno stadio ‘naturale’ e possiamo ritrovare questo, ad esempio, nella figura mitologica di Enkidu. La Luna, poi, si dice, dà la ‘forma’ alle cose, costruisce il corpo (così come Saturno è lo scheletro, la Luna è ciò che di ‘molle’ viene su di esso modellato). I tre Segni di Terra, nella loro sequenza Cardinale- Fissa-Mobile, possono rappresentare i tre diversi stati (e stadi) evolutivi vissuti dal pianeta Terra: il Capricorno rappresenterebbe la Terra non ancora fecondata, dove la Vita non ha ancora attecchito, la Terra nella sua fase primordiale di pianeta; il Toro, la Terra invece già fecondata, quindi la nascita della natura, della vegetazione, degli animali, dell’uomo, seppur il tutto ancora ad uno stadio ‘primitivo’; la Vergine, la Terra lavorata, coltivata, usata, ‘asservita’ alle esigenze dell’uomo.4 In Babilonia, la Luna era divinità del mondo terrestre. Luna come terra, fertilità, natura, alimentazione, quindi. Più per i nati in Toro che per altri Segni, la Luna assume un’importanza decisiva nel rapporto con il proprio corpo, con l’alimentazione. Anche qui diciamo che Luna e Toro sono compatibili tra loro.
 
MERCURIO – GEMELLI – TERZA CASA
 
Qui l’associazione Pianeta-Segno appare, ed è, scontata. Quindi poco vi è da dire che già non sia risaputo.
Possiamo aggiungere che il Segno dei Gemelli rappresenta, tra le altre cose, le persone giovani; ha poi una ‘doppia’ natura e tutti i miti ad esso collegati vedono scendere in campo sempre delle coppie gemellari (Caino e Abele, Giacobbe ed Esaù, Romolo e Remo, Castore e Polluce); da notare che in antico la coppia di bambini raffiguranti il Segno dei Gemelli era di sesso diverso, un bambino ed una bambina; Mercurio, a livello di operazione alchemica, rappresenta l’unione tra il ‘fratello’ e la ‘sorella’. Alcuni dicono che Mercurio non è sempre stato il pianeta più vicino al Sole, ovvero l’astro ruoterebbe intorno alla nostra stella alla distanza attuale solo da 400 milioni di anni e che dalla nascita del sistema solare e fino appunto a 400 milioni di anni fa, era Venere il pianeta più vicino al Sole; si pensa che Mercurio possa provenire addirittura dall’esterno del sistema, essere quindi un’acquisizione ‘recente’; altri ritengono che Mercurio fosse in origine un satellite di Venere (il ‘fratello’ e la ‘sorella’?) e che magari il ‘bacino di Caloris’ su Mercurio, un ampio cratere il cui diametro misura 1.600 chilometri ed il cui bordo è formato da montagne alte fino a 2.000 metri e che si è prodotto dall’impatto con un corpo celeste dalle dimensioni di almeno 160 chilometri, possa essere l’impronta dello ‘schiaffo’ che ha spostato Mercurio dalla sua orbita intorno a Venere. Sull’abbinamento Mercurio/Gemelli ovviamente niente da ridire.
 
VENERE – CANCRO – QUARTA CASA
 
Da qui in poi, l’abbinamento Pianeta-Segno prende strade proprie uscendo dal reticolo dei Domicili e delle Esaltazioni. Venere, secondo la tradizione, non ha nessun aggancio con il lunare Cancro (ma la studiosa Lisa Morpurgo vede in questo Segno la sua esaltazione). Che dire, quindi? Il quarto astro della sequenza planetaria che s’inserisce nel quarto Segno della sequenza zodiacale ha sicuramente un suo significato e senza violentare i simboli (qui come in seguito), vediamo quali analogie possano esserci tra questi due elementi. Possiamo accennare al fatto che Venere, come la Luna, mostra una serie di fasi, passando da un disco interamente illuminato ad un disco quasi nero, oppure ad una falce. E che dire del fatto che in quasi tutte le culture Venere e Luna il più delle volte si confondono l’una con l’altra, esprimendo tutte e due valori femminili? E’ il culto della Grande Madre, la Dea Madre, con immagini che la rappresentavano e che mettevano in risalto, in special modo, la funzione materna della donna. Le famose figurine femminili, fabbricate in osso, avorio o pietra, con il seno grossolanamente esagerato, che si trovano un po’ in tutta Europa e che risalgono a 25-30.000 anni fa, comunemente chiamate ‘veneri’, sembrano avere avuto il ruolo di promuovere e conservare la vita mediante i segni ed i simboli esteriori della fecondità materna. Se il Segno del Cancro rappresenta la base della vita (e nel simbolo grafico di questo Segno possiamo vedere la doppia elica del DNA in sezione), qui Venere, come dea dell’amore e dell’accoppiamento, rappresenta la sua continuazione. Se la Luna è quindi la ‘forma naturale’ delle cose, Venere è la ‘bellezza’ di questa forma naturale. Il pianeta Venere ed il Segno zodiacale del Cancro non sembrano, insieme, stonare.
 
MARTE – LEONE – QUINTA CASA
 
L’astro focoso nel focoso Leone effettivamente ci sta tutto, visto che poi è anche in trigonocrazia. Ovviamente nessun astrologo fa menzione di un rapporto Marte/Leone, a parte la Senard quando cita la tipocosmia di Krafft.5 Eppure Marte, in quanto competizione, agonismo, sport, teatralità, parrebbe ben legarsi a quelle che sono le caratteristiche sia del Segno del Leone sia della Quinta Casa. L’accostamento Marte/Leone trova poi la sua ragion d’essere se consideriamo che tutti e due questi elementi sono accomunati da termini come forza, entusiasmo, lotta, ma anche egocentrismo, orgoglio, aggressività; certo è che l’aggressività del Leone è diversa da quella dell’Ariete (ove Marte ha il suo domicilio): Rudhyar dice che l’aggressività dell’Ariete è il risultato del suo senso di insicurezza personale, mentre in Leone del suo senso di insicurezza sociale; all’interno di Marte, quindi, checché se ne pensi, esiste l’insicurezza, che ovviamente non è la sua principale prerogativa, ma che certamente ha un peso determinante nello scatenare gli attacchi o nel costruire difese nel tipo marte. A Firenze il marzocco (‘piccolo Marte’) è un leone che sorregge con una zampa anteriore lo stemma della città. Nei Temi di sportivi, ad esempio, troviamo più spesso un Marte in Leone piuttosto che in Ariete.
 
ASTEROIDI – VERGINE – SESTA CASA
Dopo Marte e prima di arrivare a Giove, incontriamo la Fascia degli Asteroidi. Dopo il Leone e prima della Bilancia troviamo il Segno della Vergine. L’accostamento Asteroidi/Vergine pare a molti studiosi assai pertinente. Sappiamo che le distanze fra i pianeti seguono un andamento abbastanza regolare (legge di Titius-Bode); vi sono ovviamente delle eccezioni, come, ad esempio, quella che riguarda gli Asteroidi: lì, secondo tutte le regole e le leggi proposte per calcolare dette distanze, dovrebbe esserci un pianeta, mentre esiste invece una larga fascia composta di piccoli corpi del diametro di poche centinaia di chilometri, appunto gli Asteroidi, la cui massa totale (rappresentata per lo più da Cerere, l’asteroide più grande) è inferiore a quella della Luna.
 
La legge di Titius-Bode
 
Nel 1766 il matematico tedesco Johann Tietz (1729-96, conosciuto con il nome latinizzato Titius), notò che le distanze dei pianeti dal Sole seguivano una curiosa regolarità e che queste potevano essere espresse mediante la formula (x + 4)/10, dove x è un numero della serie 0, 3, 6, 12, 24, 48, 96, 192,….in cui ogni numero (eccetto il 3) è il doppio del precedente.
 
In pratica, dando 0 a Mercurio, 3 a Venere, 6 alla Terra, 12 a Marte, ecc. ed aggiungendo 4 ad ognuno di questi numeri e dividendo il risultato per 10, si ottengono le distanze medie approssimative dei pianeti dal Sole espresse in Unità Astronomica.6 Questa ‘legge’ venne poi divulgata dall’astronomo tedesco Johann Elert Bode (1747-1826), così che prese il nome di ‘legge di Titius-Bode’.
 
Distanze teoriche secondo Titius e Bode
 
0,4 UA
0,7 UA
1,0 UA
1,6 UA
2,8 UA
5,2 UA
10,0 UA
19,6 UA
38,8 UA
77,2 UA
154 UA
 
= (0 + 4)/10
= (3 + 4)/10
= (6 + 4)/10
= (12 + 4)/10
= (24 + 4)/10
= (48 + 4)/10
= (96 + 4)/10
= (192 + 4)/10
= (384 + 4)/10
= (768 + 4)/10
= (1536 + 4)/10
 
Distanze reali
 
Mercurio
Venere
Terra
Marte
Asteroidi
Giove
Saturno
Urano
Nettuno
Plutone
xxxxxxx
 
0,387 UA
0,723 UA
1,000 UA
1,523 UA
2,767 UA
5,202 UA
9,538 UA
19,181 UA
30,057 UA
39,438 UA
xxxxx UA
 
Come vediamo, le distanze medie teoriche dove, secondo la legge di Titius-Bode, dovrebbero esserci dei pianeti, sono incredibilmente confermate. Le uniche eccezioni sono Nettuno e Plutone: infatti, la distanza di Nettuno non segue la regola, che invece vale per quella di Plutone (in pratica alla distanza in cui dovrebbe esserci Nettuno ci troviamo Plutone, come se Nettuno non fosse previsto in questa successione numerica teorica). Da notare che questa legge prevedeva un pianeta fra Marte e Giove (a 2,8 UA): al momento della sua dichiarazione (1766) gli Asteroidi non erano ancora stati scoperti, ma quando ciò accadde, questo confermò in pieno la relazione matematica di Titius-Bode, così come ampia conferma ebbe con la scoperta di Urano, che venne a trovarsi esattamente dove era stato ‘pronosticato’ 7.
Ritornando ai nostri Asteroidi, Cerere è stato il primo scoperto (1801, dal sacerdote ed astronomo siciliano Giuseppe Pazzi) ed ha un diametro d tedesco Heinrich Olbers; diametro 600 km.), Giunone (scoperto nel 1804 da K. Harding; diametro 250 km.) e Vesta (scoperto nel 1807 da Olbers; diametro 540 km.); questi sono i quattro principali asteroidi. Attualmente siamo a più di 3.000 corpi classificati. Gli Asteroidi andrebbero visti come un tutto unico, organico, e, di peso, posizionati in Vergine.
Purtroppo la cosa non è fattibile, dato che a noi occorre un qualcosa che possa essere calcolato e studiato, perciò dovremo far conto su quelli che abbiamo visto essere i principali corpi di questo ‘sistema’, ed in special modo Cerere, Pallade e Vesta (tralascio volutamente Giunone perché non mi sembra legarsi a quelle che sono le caratteristiche del Segno; riprende il nome dalla moglie di Giove, preposta al matrimonio ed alle nascite; l’asteroide Giunone governa, infatti, la maternità, il matrimonio come istituzione, la raffinatezza, la moda, l’ospitalità, ecc.. Per queste attribuzioni non ritengo appartenga alla Vergine, avendo più affinità con la Bilancia). Quindi alla Vergine non si abbina un pianeta…ma tre pianetini! Ma se in Vergine abbiamo questa situazione, cosa avremo in Pesci? Abbiamo prima parlato di ‘parentela’ tra gli astri delle due colonne, non necessariamente di opposizionalità. In Pesci dovremmo trovare un qualcosa di simile agli asteroidi. Può ovviamente essere anche un pianeta, ma in tal caso avrebbe particolari caratteristiche che lo contraddistinguerebbero molto da come noi intendiamo essere un pianeta.
In mancanza di appigli sicuri e come ipotesi di studio, potremmo abbinare gli Asteroidi all’asse Vergine/Pesci, così anche in Pesci troveremo Cerere, Pallade e Vesta. La ‘signoria’ potrebbe così essere ripartita:
 
00° - 10°
10° - 20°
20° - 30°
 
CERERE
PALLADE
VESTA
 
Attributi degli Asteroidi:
 
Cerere – Prima decade della Vergine (sotto Mercurio) e prima decade dei Pesci (sotto Giove e Nettuno)8
 
Dea del raccolto, raffigurata con una spiga di grano in mano, importantissima per i Romani, subì prestissimo l’estromissione da parte della dea greca Demetra, di cui assunse i caratteri. Governa il lavoro, la vegetazione, gli orti, i giardini, l’alimentazione, i contadini, gli agronomi, i giardinieri, la fitoterapia, il cibo, la dietologia, i ristoranti, la cucina, i cuochi, i camerieri, i veterinari, gli assistenti sociali, gli asili.
L’asse su cui comanda è sotto Mercurio-Giove-Nettuno, che ben esprimono il lavoro dell’uomo sulla natura ed i suoi prodotti ai fini alimentari.
Potrebbe diventare l’astro personale di coloro che presentano il Sole o l’Ascendente (o altro pianeta importante) da 0° a 9°59’59” di Vergine o Pesci. Ovviamente questo non vuol dire che chi si trova ad avere questa situazione deve per tale motivo essere un cuoco, un giardiniere o un assistente sociale; tuttavia esprimerà caratteri che ne potrebbero fare potenzialmente un cuoco, un giardiniere od un assistente sociale (o altro simbolicamente affine).
 
Pallade – Seconda decade della Vergine (sotto Marte e Saturno) e seconda decade dei Pesci (sotto Luna e Giove) E’ la dea Atena nata dalla testa di Zeus. Nata già armata. Vergine, guerriera, maschile. La Minerva romana, patrona degli artigiani e dei tecnici. La Menerea etrusca, che riprende gli attributi di Atena. Governa le arti ed i mestieri, l’industria, i progetti, la strategia, la tecnica, la tessitura, le invenzioni, gli ingegneri, gli architetti, il disegno tecnico, la grafica, gli avvocati, l’efficienza, il cerebralismo, la percezione visiva.
L’asse su cui comanda è sotto Luna-Marte-Giove-Saturno, che ben rappresentano le cose ed i concetti che si legano a Pallade.
Potrebbe diventare l’astro personale di coloro che presentano il Sole o l’Ascendente (o altro pianeta importante) da 10° a 19°59’59” di Vergine o Pesci. Ovviamente questo non vuol dire che chi si trova ad avere questa situazione deve per tale motivo essere un avvocato, un ingegnere o un grafico; tuttavia esprimerà caratteri che ne potrebbero fare potenzialmente un avvocato, un ingegnere o un grafico (o altro simbolicamente affine).
 
Vesta - Terza decade della Vergine (sotto Luna e Venere) e terza decade dei Pesci (sotto Marte e Plutone)
 
La dea del focolare e comunque del Fuoco sacro, custodito dalle vergini Vestali, il fuoco sacro dello Stato, che non doveva mai spegnersi. Governa i luoghi di culto, la castità, i voti, la casa, la vita familiare, le cose segrete o da custodire, preservare, lo spionaggio, le associazioni segrete, i clan, le cose clandestine, la difesa del proprio stato, le corporazioni, i sindacati, le caste, il passato, l’araldica, ma anche la polizia, le assicurazioni, gli archivi, gli impianti di riscaldamento.
L’asse su cui comanda è sotto Luna-Venere-Marte-Plutone, che ben rappresentano le cose ed i concetti che si legano a Vesta.
Potrebbe diventare l’astro personale di coloro che presentano il Sole o l’Ascendente (o altro pianeta importante) da 20° a 29°59’59” di Vergine o Pesci. Ovviamente questo non vuol dire che chi si trova ad avere questa situazione deve per tale motivo essere un poliziotto, un sindacalista od un archivista; tuttavia esprimerà caratteri che ne potrebbero fare potenzialmente un poliziotto, un sindacalista od un archivista (o altro simbolicamente affine).
 
I tre asteroidi, visti come resti di un pianeta ‘sminuzzato’ oppure come elementi non amalgamatisi di un
pianeta che doveva nascere, sembrano star bene in Vergine.
 
GIOVE – BILANCIA – SETTIMA CASA
 
Giove come giustizia, protettore della legge, tutore degli accordi e delle alleanze. Giove era il garante dell’ordine fra gli dèi e fra gli uomini, arbitro nei conflitti; le sue decisioni erano giuste ed equilibrate. Sua moglie Giunone, poi, proteggeva i matrimoni e le nascite: la coppia regale non dovrebbe, quindi, uscirne sminuita se l’abbiniamo a questo Segno. Giove è assimilato a Marduk, il grande dio babilonese, il cui nome poteva essere tradotto come ‘piccolo sole’ (il ‘grande sole’ era Samas, appunto il Sole). E’ Marduk-Giove che, nel mito della creazione babilonese, prende le misure ed organizza il mondo. Da notare che Marduk era sposato a Zarpanitu, la dea della procreazione, come Giove con Giunone.
 
SATURNO – SCORPIONE – OTTAVA CASA
 
Se consideriamo che siamo partiti dall’Ariete con il Sole, simbolo di Vita, la vita che nasce, non è certo strano arrivare a Saturno, per gli antichi l’ultimo pianeta, il Guardiano della Soglia, il dio con la falce in mano (rassomiglianza con la figura della Morte), situato nell’ottavo Segno dello Zodiaco, dove troviamo appunto la Morte. Sole e Saturno, Vita e Morte, quindi, l’inizio e la fine. Può anche essere visto così, ma non solo così. Certo pensare ad un abbinamento fra Saturno ed il Segno dello Scorpione non è cosa che di primo acchito riesce facile, ma il tragitto finora fatto, che appunto ci ha portato dall’Ariete-inizio-nascita allo Scorpione-fine-morte, ci può aiutare a comprenderlo meglio.
Ovviamente quando parliamo di fine, di morte, non intendiamo la fine di tutto, ché lo Zodiaco non termina con lo Scorpione! Saturno, Chronos, Kronos, quindi il Tempo, che è visto in molte mitologie come il Grande Distruttore, la Morte. Saturno è stato accomunato al dio egizio Ptah, ‘il più antico degli dèi’, raffigurato bendato come una mummia, con le mani fuoriuscenti dalle bende che reggono il Ded, il bastone del comando, simbolo di stabilità, associato alla colonna vertebrale. Statuette di legno raffiguranti il dio Ptah contenevano abitualmente il rotolo su cui erano incise le formule del Libro dei Morti. Esiste poi una comunanza fra Saturno, Ptah ed Efesto, il dio del Fuoco, associato al dio romano Vulcano. Certo parlare di Saturno e collegarlo alla morte od al concetto di morte può sembrare e sicuramente lo è, riduttivo nei confronti della ricchezza che sta dietro al simbolo; è un ritornare a quello che dicevano gli antichi, che lo consideravano appunto il Grande Malefico e, vista poi la nomea che si porta appresso lo Scorpione, l’accostamento pare anche calzare, anche se, purtroppo, facciamo affidamento sui luoghi comuni. Eppure molti Scorpioni hanno un che di Saturno e, a seconda dello stadio evolutivo, possiamo avere il ribelle o l’ascetico, l’ambizioso o il modesto, il pauroso o l’impavido; possiamo anche avere e l’uno e l’altro, comunque. Ma lo Scorpione, si dirà, non è solo legato al tema della ‘morte’, c’è anche quello del ‘sesso’ e se Saturno può andar bene per il primo tema, per il secondo vengono fuori delle riserve, visto che Saturno è negazione od inibizione della sessualità, al contrario dello Scorpione che molti vedono ‘vestito’ di sesso e basta. Però lo Scorpione non è solo sesso, e comunque non è per forza di cose sessualità tranquilla, mai. Nello Scorpione c’è la paura della castrazione ed il sesso e la sessualità diventano i punti in cui si concentrano le sue paure, le sue angosce o i suoi riscatti. Kronos-Saturno evira il padre Urano e con quel gesto riscatta i propri fratelli mandati nel Tartaro, ma a sua volta, livido di gelosia, paura e possessività, si comporterà come suo padre, subendo poi la temuta detronizzazione da parte di suo figlio Giove. Interessante notare che presso i Dogon, popolazione dell’Africa occidentale, lo Scorpione è il simbolo del rito castratorio dell’ablazione della clitoride nelle fanciulle. Per i Filosofi Ermetici Saturno è il colore nero, quello della materia putrefatta. Ma Saturno è anche il dio festeggiato nei Saturnalia, le feste popolari celebrate a Roma in cui si dava libero corso a festeggiamenti il più delle volte licenziosi, in cui l’ordine sociale era rovesciato e gli schiavi venivano serviti dai padroni. Mi rendo conto che sentir parlare di Saturno abbinato allo Scorpione a molti sembrerà assurdo, forzato, ma lo è anche perché solitamente, quando pensiamo allo Scorpione (od a qualsiasi altro Segno) pensiamo subito all’amico o al conoscente di quel Segno, cioè trasportiamo un simbolo, un archetipo, su una persona conosciuta che, pur appartenendo ad un Segno, non potrà mai dirsi totalmente di quel Segno e, comunque, una cosa è il Segno in sé preso nella sua totalità, un’altra la sua espressione filtrata dal Sole ed eventualmente da qualche altro pianeta. Questo vale anche per tutti gli altri abbinamenti
 
URANO – SAGITTARIO – NONA CASA
 
Così come pensavamo che dopo Saturno non vi erano più altri pianeti, così possiamo pensare che dopo la morte non c’è niente. Ma dopo lo Scorpione abbiamo il Sagittario e dopo Saturno abbiamo scoperto Urano. Se nello Scorpione vediamo la morte del corpo, in Sagittario assistiamo allo staccarsi dell’anima dal corpo, quindi l’inizio del suo viaggio per la nuova incarnazione che avverrà di nuovo in Ariete, dopo essere passata attraverso le ‘fasi’ del Capricorno (la salita al cospetto di Dio), dell’Acquario (unendosi al gruppo degli spiriti-guida, degli angeli) e dei Pesci (vero momento dell’incarnazione ed entrata nell’acqua-liquido amniotico). Nella dialettica Cardinale-Fissa-Mobile dei Segni di Fuoco (legati allo Spirito Creatore), l’Ariete rappresenta la nascita di questo Spirito, il Leone la sua presa di coscienza come Essere Creatore, quindi la Forma dello Spirito, il Sagittario la fase prettamente creativa, cioè l’Espressione dello Spirito pronto così a creare la Vita. Ariete-Scintilla, Leone-Calore, Sagittario-Luce. Urano è Lucifero, il ‘portatore di Luce’. In Fenicia il dio Ur era dio della luce. La parola Urano contiene la radice UR, che indica il fuoco, in questo caso il Fuoco che genera. Nel Sagittario (Segno di Fuoco e di Luce) possiamo (anche nel glifo del Segno) vedere la cometa, la saetta, il lampo divino (Urano) che, penetrando in un tessuto (pianeta) dormiente, ne attiva i processi vitali. Dal Cielo (Ouranos) arriva la vita, le comete sono i messaggeri di vita, gli ‘spermatozoi’ del cosmo preposti all’inseminazione dell’uovo-pianeta9. Urano è legato al Magnesio, un minerale di cui si parla poco, ma che può essere considerato come il primo anello della vita sulla Terra: è il Magnesio che consente alle piante di respirare, cioè di trattenere l’ossigeno dell’aria; è un minerale reattivo, brucia fortemente all’aria emanando una luce bianca e brillante (è usato nei fuochi d’artificio e nei flash fotografici); il Magnesio è essenziale per la normale attività del sistema nervoso e muscolare (Sagittario). Si dice che Urano è un Mercurio più geniale; Mercurio si abbina ai Gemelli ed, infatti, Urano al Sagittario, ed abbiamo detto che i pianeti che si trovano uno di fronte all’altro non sono l’uno l’opposto dell’altro, ma lo stesso pianeta a livelli diversi. Urano è Luce Ideale, Luce Intellettuale (Alan Leo), perciò ben si lega, con Mercurio, all’asse Tre/Nove. Nei nati Sagittario, o in chi ha questo Segno all’Ascendente, Urano acquista un particolare rilievo, vuoi per posizione natale che per transito.
 
NETTUNO – CAPRICORNO – DECIMA CASA
 
Certo è che, a prima vista, non sembrano esserci punti di contatto fra questi due principi, eppure, se li consideriamo da un’altra angolazione e magari andiamo indietro nel tempo a ritrovare i loro significati originali, lo scenario cambia e non di poco. D’altronde, quand’anche considerassimo Nettuno nella sua sola accezione di elemento legato alla spiritualità, alla religiosità, al misticismo, alla trascendenza, allo staccarsi ed allontanarsi dal mondo materiale per
ritirarsi in meditazione, potremmo ben collegarlo all’ascetico e, checché se ne pensi, mistico Segno del Capricorno, di cui uno dei simboli, la grotta, ha visto nascere nientemeno che il “Figlio del carpentiere” o “del falegname” (Gesù).
Vorrei far notare, en passant, come uno dei nomi babilonesi del Cancro, Segno opposto al Capricorno, fosse curiosamente Nagaru, “carpentiere” 10. Quindi, ricapitolando, in Cancro abbiamo il “carpentiere” (cioè colui che costruisce lo scafo della nave), in Capricorno il “Figlio del carpentiere”. Già questo ci parla di un asse che in qualche modo ha a che fare con il costruire un qualcosa che serve da mezzo di locomozione, o riparo, oppure dimora, vuoi esso una barca (o un’arca) o, per estensione, una casa. Ma torniamo al nostro Nettuno. Anche da un punto di vista etimologico troviamo agganci con la terra: Nettuno-Poseidone, o Poteidan in lingua dorica, vuol dire sposo della dea Dâ, cioè di Demetra, qui intesa come ‘Terra’. Veniva anche chiamato Gaiaochos, che vuol dire colui che tiene la Terra.
Governava i terremoti, da cui il nome Enosigaios, colui che scuote la terra. Ciò presuppone uno stretto legame con la terraferma11. Gli erano sacri la pecora ed il cavallo, animali terrestri. Quando nacque, affinché non finisse tra le fauci di suo padre Saturno, la madre lo nascose in un gregge di pecore presso la sorgente Arne, la sorgente della pecora. A Poseidone venivano resi onori sia sulla costa sia nell’entroterra. Presso i Sumeri era il dio Enki (Signore del Territorio o Signore della Terra: En = Signore, ki = Terra), personificazione dell’abisso primordiale (Apsu), del sottosuolo e delle acque sotterranee ed in seguito, per estensione, anche del mare e dei fiumi. Non solo: significativa e per certi versi imbarazzante, appare poi la raffigurazione di questo dio presso i Sumeri: rappresentato nientemeno che da un montone dalla coda di pesce! Era poi considerato il patrono degli architetti12, ma anche dei fabbri, degli intagliatori di pietre, degli orefici, dei giardinieri e degli agricoltori, oltre, ovviamente, dei pescatori e dei naviganti. La sua prima dimora, in cielo, era presso il tropico del Capricorno, la seconda sulla “Stella Gigante”, una pulsar della Costellazione della Vela indicata oggi con la sigla PSR 0833-45 (vale a dire 8h 33m A.R. – 45° declinazione Sud)13, prodotto dell’esplosione di una supernova avvenuta diecimila anni fa il cui residuo è oggi la Nebulosa Gum, la più grande che si conosca nella Galassia e che si estende per 50° attraverso intere costellazioni australi come la Vela e la Poppa, costellazioni che facevano parte della grande Costellazione della Nave di Argo (prima che venisse frazionata in epoca moderna in tre costellazioni separate: la Carena, la Vela, la Poppa), le cui stelle, secondo Tolomeo, hanno natura principalmente di Saturno ed inducono all’alcolismo e ad incidenti connessi all’acqua o ai corsi d’acqua (Robson). Altri14 danno come dimora celeste del Nettuno sumero la stella Canopo (l’alfa della Costellazione della Carena, seconda stella per luminosità dopo Sirio) situata nei pressi del Polo Sud dell’eclittica, stessa stella, guarda caso, ove secondo vari miti avrebbe preso dimora anche il sovrano decaduto dell’Età dell’Oro, vale a dire Saturno. Enki-Nettuno, poi, come Saturno, era il “signore delle misure” ed addirittura veniva considerato il costruttore, quindi l’architetto e successivamente il patrono, della prima città in assoluto, Eridu, la prima città-tempio, il primo insediamento urbano umano. Anche, nel mito sumero del diluvio, fu lui a dare a Utnapistim (il Noè sumero) le coordinate per costruire l’arca (ricordate “il carpentiere”?). Come vediamo, l’originale raffigurazione di Enki (passato nel mondo ellenico come Poseidone ed in quello latino come Nettuno), non era solo marina, ma anche terrestre. Certo è che la sua personificazione in terra sumera come montone dalla coda di pesce, il suo patronato sugli architetti ed il fatto che sia stato il costruttore e quindi l’inventore, se così posso dire, della prima città, desta una certa curiosità, tale che mi sono preso la briga di controllare alcuni Temi Natali di architetti ed ingegneri, controllando in special modo la posizione di Nettuno ed i suoi aspetti.
Ebbene, gli aspetti più freq nti sono con il Sole (61%), seguiti da quelli con Marte (50%). Questo dato sembra trovare una ‘conferma’ anche nel mito: Poseidone/Nettuno fu l’unico dio, insieme ad Apollo (il Sole!), incaricato di costruire le mura della città di Troia.
Ma se ha un patronato sugli architetti, dovrebbe averlo anche sulle opere architettoniche. Ho controllato la posizione e gli aspetti di Enki-Poseidone-Nettuno nei Temi di fondazione (mancanti purtroppo dell’ora) di alcune chiese e palazzi della mia città (Firenze)15.
Qui abbiamo una nettissima preponderanza di Nettuno in aspetto alla Luna (quasi il 90%!), astro che, guarda caso, ha a che fare proprio con la “forma delle cose” (d’altronde, si dice, è la Luna che modella quindi “dà la forma” al corpo). In conclusione, nei Temi di architetti troviamo una preponderanza di aspetti (qualsiasi aspetto) Nettuno/Sole (il Sole come idea, progetto) mentre nelle opere architettoniche una preponderanza di aspetti (qualsiasi aspetto) Nettuno/Luna (la Luna come corpo, materia, espressione o realizzazione dell’idea, del progetto). Ma se Enki-Nettuno era il dio quindi il patrono delle città, ancor più dovremmo apprezzarne la posizione in questo genere di Temi e magari trovare anche qui avere a portata di mano i Temi di fondazione delle città, tuttavia, anche solo per curiosità, nella carta del cielo (ipotetica?) della città di Roma16 (non certo una città qualsiasi!), troviamo, ‘guarda caso’, Nettuno in perfetta opposizione alla Luna!
 
Ecco che il dio del mare esce dagli abissi marini e si presenta a noi rivendicando un suo antico patronato anche su questioni o cose materiali, in special modo riguardanti la casa e, comunque, l’ambiente (privato, ma più che altro collettivo) in cui è inserito l’uomo (non è stato lui a costruire la prima città, il primo insediamento urbano umano?).
 
PLUTONE – ACQUARIO – UNDICESIMA CASA
 
Mi rendo conto che, anche e soprattutto qui, i miti dell’uno poco o nulla hanno a che vedere con i miti dell’altro, quindi appare pressoché impossibile delineare un seppur tenue legame fra questi due principi. D’altronde uno ha a che fare con la “morte”, mentre l’altro  affinità con il greco Ades, a sua volta derivato da un antico dio (Aides, Aidoneus, Ais) che altri non era che l’aspetto oscuro (i Greci spesso chiamavano Ades con il nome di Zeus Katachthonios, cioè ‘Zeus d’Oltretomba’) di un dio luminoso, solare, un ‘sole di mezzanotte’ potremmo dire, come in effetti viene visto il luogo (l’Acquario) che sta di fronte al Leone (sede naturale del Sole): …il sole di mezzanotte che va a portare una luce di resurrezione negli Inferi…17 Consideriamo poi che Plutone-Ade sembra avere un ‘progenitore’ nel dio assiro Adad, o Hadad, o Adar, dio del temporale che distrugge o che fa nascere le piante, doppia natura di ‘vita-morte’ cui partecipa anche il nostro Ade- Plutone. Pare avere agganci anche con il dio hurrita Tesub, anch’egli dio della tempesta e con il dio ugaritico Baal, dio della Fertilità e della Fecondità, ma anche con il babilonese Nergal, dio delle violente perturbazioni atmosferiche. Si dice poi che le origini mitiche dell’Acquario risiedano nell’India vedica, dove l’uomo che versa l’acqua veniva da alcuni associato a Trita Aptia, un dio minore che, ‘emigrando’ in occidente, si trasformò in Tritone, “il dio barbuto dagli arti inferiori a forma di doppia coda di pesce, che teneva in mano la conchiglia ritorta al cui suono si scatenavano o si placavano le tempeste…”18. Sappiamo poi che uno dei nomi di Plutone era Eubuleus o Eubulos “il buon consigliere”19, ciò che parrebbe accostarlo alle caratteristiche dell’Acquario e dell’Undicesima Casa, ove troviamo gli amici ed i consiglieri. L’Acquario viene raffigurato da un uomo che versa dell’acqua da un vaso: in Egitto, fra gli arredi funebri, vi erano i ‘vasi canopi’, recipienti che contenevano alcune viscere del defunto: in molte raffigurazioni vediamo da questi vasi scaturire dell’acqua e gli egizi dicevano che essa era acqua di vita, ché dalla morte poi rinasce la vita. Viene poi detto che nel regno di Ade vi sono due sorgenti: una si trova alla sinistra della Casa di Ade, accanto ad un cipresso bianco e da essa esce l’acqua di morte destinata a chi lì deve rimanere, l’altra si trova presso il Lago del Ricordo e da essa esce acqua fresca (acqua di vita) permessa a coloro che sono destinati alla rinascita20. Anche altre culture trattano di questo: nei miti assiro-babilonesi troviamo l’Aralu, il regno dei morti, la cui prima porta di entrata poggia su una sorgente che ridona la vita a chi vi si bagni o ne beva. Questo delle due sorgenti richiama l’ideogramma dell’Acquario, composto dal simbolo egiziano per ‘acqua’ ripetuto due volte e ben si collega al fatto che l’acqua che esce dall’anfora dell’Acquario si diparte in due rivoli. Plutone-Ade non era né malvagio né ingiusto, semplicemente era il dio dell’aldilà: il suo regno comprendeva la Prateria degli Asfodeli, dove dimoravano coloro che in vita non erano stati né malvagi né virtuosi, il Tartaro, dove invece finivano i malvagi ed i Campi Elisi, luogo di dimora dei virtuosi.
Certamente è il dio dei morti, il suo è un regno di anime, di ombre e di spiriti, non di uomini e l’Acquario è rappresentato sì da un uomo che versa acqua da un’anfora, ma in alcuni zodiaci da un Angelo, cioè da un essere umano diventato spirito, a significare, come dicevamo21, la condizione in cui si trova l’anima nel suo viaggio post-mortem.
Altrettanto certo è che l’Acquario non è Segno di morte, né ha nulla a che spartire con il concetto di morte, però abbiamo notato che il tema della ‘morte’, in tutti i suoi significati, trova un’inaspettata importanza nei Temi di acquariani e ciò forse perché “…questo segno d’aria a risonanza acquatica, simboleggia l’ingresso della persona ad uno stadio superiore, ad una partecipazione universale. Questo fluido originario dissolve l’io in un’ «acqua-aria» primordiale, in un abbandono totale, simile alla morte mistica degli illuminati…”22. E cosa dire poi del fatto che molti nativi Acquario (o coloro che in esso vi hanno l’Ascendente o il Vertex) spesso esprimono caratteristiche che potrebbero benissimo essere ascritte al tipo Plutone, in special modo per quanto riguarda un certo comportamento o ‘mentalità’ sessuale, ovvero infantilità e freddezza, rotta ogni tanto da rapide, trasgressive e talvolta violente incursioni nel mondo dei sensi (vedi il ratto di Persefone)23? Comunque il Plutone acquariano non necessariamente deve essere vestito di panni ‘mortiferi’, preferendo acconciarsi più con elementi trasgressivi, contraddittori, freddi, furtivi, ambivalenti, subdoli, infantili. V’invito, pertanto, ad osservare d’ora in poi il Tema di un Acquario con un occhio di riguardo a Plutone: farete delle interessanti scoperte e vi accorgerete che questo pianeta, più che per i nati Scorpione, ha un suo non indifferente peso nelle dinamiche sia psicologiche sia karmico-evolutive degli Acquario.
 
??? - PESCI – DODICESIMA CASA
Dovrebbe qui riflettersi la tripartizione vista nel Segno opposto della Vergine, con i tre asteroidi preposti alla signoria anche delle tre Decadi del Segno dei Pesci. Certamente questa soluzione non soddisfa: ben più ampio è il significato di questo Segno, tale che risulta una bestemmia restringerlo e costringerlo ad essere rappresentato da corpi celesti presi in prestito o in affitto dal suo dirimpettaio. Tuttavia è significativo il fatto che l’asse Vergine/Pesci si trovi qui ad essere legato non a due normali pianeti, ma a qualcosa che, o c’era e si è frantumato o, più probabilmente, non ha fatto in tempo a condensarsi in un pianeta ‘normale’, quindi a qualcosa di particolare, come, in effetti, è particolare quest’asse che ho sempre sentito come diverso, misterioso, come un punto di passaggio (una specie di ‘Stargate’) da una dimensione ad un’altra.
D’altronde anche sullo Zodiaco questi due Segni (e le Case analoghe) sono il confine, uno (Pesci/Dodicesima Casa) con l’inizio dello Zodiaco e del percorso delle Case notturne (Ariete/Prima Casa), l’altro (Vergine/Sesta Casa) con il punto medio dello Zodiaco e del percorso delle Case diurne (Bilancia/Settima Casa). Che dire poi del fatto che la divinità (Cristo, ma non solo) predilige nascere da una vergine? Certo è che l’Era dei Pesci sta finendo, quindi finisce un mondo, un’epoca, e magari la nuova divinità preferirà nascere da un ‘leone’. Ma questo è un altro discorso.
 
 
Ad esempio le ottime intuizioni di Matteo Pavesi, espresse in molti articoli sulla rivista Linguaggio Astrale e nei suoi libri: La Logica degli Astri, ed. Arte della Stampa, 1994, e La voce di Demetra, ed. Cardano, 1999.
 
 
 
2 - Roman Smoluchowski, Il sistema solare, ed. Zanichelli, Bologna, 1989
3 -  Si obietterà che Chirone non è  ’unico ospite di un certo riguardo ad abitare il nostro sistema. Infatti, abbiamo l’asteroide Hidalgo che alcuni astronomi considerano, insieme a Chirone e Plutone, un “pianeta a parte”. Hidalgo ha un’orbita molto eccentrica: la parte più distante di essa confina con quella di Saturno. Qui, per la sua natura di asteroide e per la scarsa incidenza che ha nel mito, non si tiene conto della sua presenza.
4 - Renzo Baldini, La freccia del Sagittario, ed. Pagnini e Martinelli, Firenze, 2003
5 - Marceline Senard, Lo zodiaco applicato alla psicologia, vol.1, ed. Basaia, Roma, 1986
6 - Con questo termine (abbreviato in UA) s’intende la distanza Terra-Sole, equivalente a 149.600.000 km; questa distanza viene presa come unità di misura delle distanze planetarie, il che vuol dire che un eventuale pianeta distante 3 Unità Astronomiche si trova a 149.600.000 x 3 = 448.800.000 km. di distanza.
7 - Per maggiori informazioni sul tema vedi: Damo, Dal caos originale all’opera solare, in Linguaggio Astrale n. 109 e Marco Gambassi, I pianeti e le armonie dei numeri: la legge di Titius e Bode, in Linguaggio Astrale n. 111.
8- Le signorie planetarie sul primo Decano si riferiscono alle signorie dei pianeti in quel Segno, mentre sugli altri Decani fanno riferimento a quelle dei Segni in trigono.
9 - Renzo Baldini, op. cit.
10 - Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto, ed. Adelphi, 1983
11 - Karoly Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia, ed. Mondadori, Milano, 1989
12 - Federico A.Arborio Mella, Dai Sumeri a Babele, ed. Mursia, Milano, 1986
13 - Sergio Ghivarello, La stella di Eridu (parte seconda), in Linguaggio Astrale n.94
14 - Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, op. cit.
15 - Ovviamente sono pochi casi, ma illuminanti: Chiesa della Badia Fiorentina (31.5.978) – Chiesa di S. Miniato al Monte (27.4.1018) – Chiesa di S. Simone (8.2.1192) – Chiesa di S. Maria Novella (18.12.1279) – Duomo (S. Maria del Fiore, 8.9.1296) - Chiesa di S. Marco (8.5.1299) – Palazzo Strozzi (6.8.1489).

IL TEMA ANNUALE SOLILUNARE

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IL TEMA ANNUALE SOLILUNARE
 
(Relazione al I Convegno Astrologico Torinese, 2 Giugno 2001)
 
L’argomento che qui desidero esporvi fa parte del vasto campo dei sistemi interpretativi usati per la determinazione del tempo degli eventi. Così i Transiti, le Direzioni, le Progressioni, le Rivoluzioni Solari e quelle Lunari, altro non sono che alcuni dei metodi nati per agevolare la ricerca in questo campo. Calcolare il momento esatto del ritorno del Sole su se stesso permette di stendere un tema annuale, appunto la Rivoluzione Solare, che certamente dà alcune interessanti indicazioni circa gli eventi che in quell’anno potranno accadere. Lo stesso dicasi del ritorno della Luna su se stessa, appunto la Rivoluzione Lunare, che permette la stessa indagine ma per l’arco di un mese. Tutto ciò, specialmente per coloro che usano tali sistemi interpretativi, è cosa risaputa e quotidianamente verificata e apprezzata. Ma c’è anche chi si spinge ad erigere un tema nel momento esatto del ritorno di Mercurio sulla sua stessa posizione natale (Rivoluzione di Mercurio) oppure di Venere (Rivoluzione di Venere), fino addirittura ad arrivare a costruire una Rivoluzione di Saturno, tema di durata trentennale che, se non altro, permette un notevole risparmio di carta e di tempo! Tutto questo dimostra che il ritorno dei pianeti nella stessa posizione che occupavano al momento della nascita riveste un ruolo importante nella ricerca e nel lavoro interpretativo. Ho prima accennato alla Rivoluzione Solare e a quella Lunare perché in effetti queste sono le più conosciute quindi le più usate, a dimostrazione del peso che i luminari hanno nel lavoro astrologico. Ora, se così è, e per aumentare questo peso, perché non usare i due luminari in maniera sinergica, ovvero, perché non costruire un tema annuale ogniqualvolta il Sole si trova a passare sulla posizione natale della Luna, e, volendo, un tema mensile ogniqualvolta la Luna si trova a passare sulla posizione natale del Sole? Così facendo noi avremo dei “Temi di Luna Nuova Personale”, una Luna Nuova Personale annuale e una Luna Nuova Personale mensile. L’uso di questo tipo di temi, in special modo quello annuale, esige però un’ora natale abbastanza precisa, visto che cinque minuti di differenza nell’orario di nascita diventano qui un’ora circa. Se non altro, comunque, può essere un buon sistema per rettificare l’ora natale. Ma entriamo nel merito dell’argomento, ovvero il Tema Annuale Solilunare. Nel momento esatto in cui il Sole, nel suo transito annuale, va a congiungersi alla nostra Luna natale, ciò che avviene tutti gli anni nello stesso periodo, in quel preciso momento (ora, minuto e secondi) erigiamo una carta del cielo. Personalmente utilizzo questo tipo di Tema insieme alla tecnica delle Parti Arabe, e devo dire che ho sempre ricevuto delle indicazioni preziosissime per il mio lavoro. Ma come si opera con questo tipo di Carta? In pratica come se avessimo di fronte una normale Rivoluzione Solare, quindi utilizzando tutta la consueta attrezzatura riconosciuta per questo genere di Tema: scambio Case/Case, scambio Pianeti/Case, sovrapposizioni reciproche fra elementi radix e annuali con un particolare occhio agli angoli del cielo, ecc. Molto importante, comunque, è la posizione nelle Case del Sole e della Luna, in special modo diventa rilevante la Casa occupata dal Sole, essendo poi quest’ultimo, in pratica, una congiunzione Sole/Luna, quindi un punto altamente ricettivo, sensibile; presteremo quindi attenzione agli eventuali aspetti che toccano il Sole, evidenziando nella natura del pianeta in aspetto il tipo di energia o la caratterizzazione dell’avvenimento maggiormente intere caratterizza (cioè la congiunzione Sole/Luna), questo Tema Annuale si presta ad essere adoperato come una cartina di tornasole della nostra personalità inconscia, di ciò che muove il nostro animo, utile strumento investigativo delle nostre pulsioni, della nostra emotività, quindi delle nostre azioni.
Ovviamente può e deve essere letto anche come una Carta che ci dà indicazioni su accadimenti ben precisi, reali, concreti, avendo magari più incisività nel farci notare avvenimenti drastici, per così dire “uraniani”, sia subiti (dagli altri, dalle circostanze) sia agiti direttamente dal soggetto stesso.
Ma più delle parole valgono gli esempi pratici. Ripeto che nell’analisi di questi Temi mi avvalgo della tecnica delle Parti Arabe, quindi ognuno di essi sarà trattato facendo affidamento soprattutto su questo sistema (a fine relazione le formule delle Parti Arabe qui usate).
 
 
Silvio Berlusconi
 
Il primo che desidero mostrarvi è il Tema di Silvio Berlusconi. L’ora natale è stata da me rettificata in base agli avvenimenti che hanno caratterizzato la vita del Cavaliere. Le Parti Arabe usate saranno quelle di Fortuna, Vittoria, Pericolo, Successo, Riuscita, Professione. Nel Tema Natale vediamo:
• Parte di Fortuna – 12°01’ Pesci, congiunta alla Luna signora del Medio Cielo.
• Parte di Vittoria – 17°26’ Sagittario, congiunta a Giove, ma quadrata a Saturno e Nettuno.
• Parte di Pericolo – 18°00’ Toro, con Venere congiunta alla Luna Nera sulla cuspide della Seconda Casa.
• Parte di Successo – 21°49’ Scorpione, in Seconda Casa, con Plutone in Decima in quadratura al governatore della Parte di Pericolo.
• Parte di Riuscita – 29°28’ Vergine, congiunta all’Ascendente (zona Gauquelin).
• Parte di Professione – 0°03’ Bilancia, congiunta all’Ascendente (zona Gauquelin), quindi congiunta alla Parte di Riuscita.
 
Sono tutte posizioni interessanti. Eloquente poi la congiunzione fra Parte di Professione e Parte di Riuscita. La Luna natale si trova a 12°36’ Pesci. L’anno preso in esame è il 1994, che ha certamente rappresentato un periodo importante per Berlusconi: elezioni politiche vinte (27 marzo), nomina a presidente del Consiglio (11 maggio), arrivo dell’avviso di garanzia (22 novembre), dimissioni da capo del Governo quindi caduta dello stesso (22 dicembre), il tutto, come si può ben vedere, in nove mesi. Il Sole passa sugli stessi gradi della Luna natale il 3 marzo 1994 alle 11.15 ora italiana, giorno e ora con cui costruiamo il Tema Annuale che risalta per delle particolarità veramente interessanti: innanzitutto il Sole (cioè la Luna Nuova Personale Annuale) in Decima Casa in trigono al suo signore Giove, certo indice di un qualcosa di importante nel corso dell’anno per la carriera del Cavaliere, e poi Mercurio, governatore del Tema, in congiunzione al Medio Cielo, altro elemento che indica successo e vittoria, due situazioni non certo di poco conto soprattutto se messe insieme a quelle che sono le sorprendenti posizioni delle Parti:
Parte di Successo – 23°27’ Capricorno (Segno peraltro legato alla politica), in congiunzione a Urano e Nettuno (due pianeti non a caso, essendo i governatori del Medio Cielo).
Parte di Vittoria – 22°29’ Acquario, congiunta al Medio Cielo e a Mercurio.
Parte di Fortuna – 3°56’ Pesci, in Decima Casa congiunta a Saturno (signore della Parte di Successo).
Parte di Professione – 12°30’ Pesci, in Decima Casa congiunta al Sole (quindi anche alla Luna e al Punto di Fortuna natali).
Parte di Riuscita – 20°21’ Gemelli, congiunta all’Ascendente.
Parte di Pericolo - 20°26’ Gemelli, congiunta all’Ascendente.
 
Questa della Parte di Riuscita in congiunzione alla Parte di Pericolo credo non abbia bisogno di commenti, tanto è parlante di per sé. Annuncia sì vittoria e successo (la Parte di Riuscita all’Ascendente con Mercurio, suo governatore, al Medio Cielo) ma nasconde un pericolo che si manifesta proprio quando avviene la riuscita (Parte di Pericolo anch’essa congiunta all’Ascendente quindi con Mercurio, suo governatore, al Medio Cielo). Si può dire che quel Mercurio, attivando la riuscita, ha messo in moto anche il pericolo. L’una non poteva essere disgiunta dall’altro.
 
 
John Lennon
 
 
Il secondo Tema che desidero mostrarvi è quello di John Lennon, l’anima poetica e dissacrante dei mitici Beatles, assassinato a New York l’8 dicembre 1980 alle 22.50 da Mark David Chapman. Useremo per questo caso la Parte di Morte che, assieme al suo governatore, dovrebbe quanto meno indicarci i periodi più a rischio per l’incolumità fisica del soggetto. Nel Tema natale di John Lennon troviamo:
• Parte di Morte – 9°19’ Pesci, in Dodicesima Casa opposta a Venere. Nettuno è Sesta Casa in trigono a Urano, Giove è congiunto a Saturno e opposto a Mercurio.
 
Da considerare che una Parte di Morte in Pesci, per giunta in Dodicesima, può far pensare a pericoli derivanti da autolesionismo, da gesti esagerati, esaltati o fanatici (propri o altrui), il tutto condito da un che di misterioso, sfuggente, nebuloso, non chiaro. Nettuno, Giove e Venere (quest’ultima essendo esaltata in Pesci), saranno quindi importanti e le loro posizioni andranno attentamente valutate. Come vediamo, la Luna natale di John Lennon si trova a 3°32’
 
Acquario. Nel 1980 il Sole transitava sulla Luna il giorno 24 gennaio alle 4.23 ora di New York. Costruendo il Tema annuale solilunare per quel giorno a quell’ora troviamo delle posizioni veramente interessanti: Venere congiunta alla Parte di Morte natale, Giove che invece vi si oppone, mentre Nettuno lo troviamo addirittura congiunto all’Ascendente annuale (e sulla cuspide della Nona Casa natale). E’ innegabile che la congiunzione Nettuno/Ascendente, essendo questo il pianeta governatore della Parte di Morte natale, ha un che di inquietante, ma la cosa assume connotati ancor più eclatanti se calcoliamo la nuova Parte di Morte:
• Parte di Morte – 20°21’ Sagittario, congiunta all’Ascendente e a Nettuno!
Sono, queste, particolarità che non possono sfuggire, ed è proprio su di esse che si basa l’interpretazione di un Tema attraverso l’uso delle Parti Arabe: negli anni in cui accade qualcosa di rilevante, troviamo sempre la Parte in questione (natale o annuale) congiunta agli angoli del cielo (natale o annuale).
 
 
William d’Inghilterra
 
Un’altra morte, più recente (31 agosto 1997), e che ha avuto altrettanta eco in tutto il mondo, è stata quella di Lady Diana. Non vi presento però il suo Tema (che comunque vi invito a verificare personalmente con questo sistema) bensì quello del figlio maggiore, William (fonte dati: Grazia Bordoni, Datanotizie 16 bis/1997). Le Parti qui usate sono quelle della Madre e di Morte. Nel suo Tema Natale troviamo:
• Parte della Madre – 6°47’ Acquario, con Urano in Undicesima (la morte della madre) e Saturno in Nona Casa.
• Parte di Morte – 23°19’ Scorpione, cuspide Undicesima, con Marte e Plutone in Nona Casa.
 
Vediamo quindi come Marte, Plutone e Urano, signori delle due Parti, hanno tutti e tre a che fare con una Casa che, essendo l’Ottava partendo dalla Quarta, ha tra i suoi significati anche quello relativo alla morte del genitore, e viste le posizioni di questi astri e il loro carattere, ciò induce a pensare a qualcosa di improvviso e violento (Urano) che avviene lontano da casa, all’estero (Marte e Plutone in Nona). Ovviamente col senno di poi tutto risulta più facile e comprensibile, tuttavia dobbiamo ammettere che sono posizioni che fanno pensare. La Luna natale di William si trova a 4°57’ Cancro. Nel 1997 il Sole transitava sulla sua Luna il 26 giugno alle 14.03 (ora legale).
Costruendo il Tema Annuale troviamo che l’Ascendente si è fermato in Nona Casa sul Saturno natale, che era uno dei due governatori della Parte della Madre; l’altro, Urano, lo vediamo in Quarta Casa congiunto addirittura alla Parte della Madre. Per quanto riguarda invece Marte e Plutone (signori della Parte di Morte natale), troviamo Marte che è ritornato sulla sua stessa posizione radix, mentre Plutone lo vediamo sovrapporsi a Urano natale. Tutte situazioni, queste, che sicuramente daranno da pensare anche a chi non è abituato a usare questo sistema di lettura. Ancor più se, inserendo le Parti in questo Tema Annuale, le vediamo così dislocate:
• Parte della Madre – 8°58’ Gemelli, in Ottava Casa.
• Parte di Morte – 7°06’ Gemelli, in Ottava Casa.
La Parte della Madre congiunta alla Parte di Morte! Inquietante, non c’è che dire! Tutte e due sono poi governate da Mercurio che qui troviamo in una posizione dominante perché congiunto al Sole (ovvero alla Luna Nuova Personale Annuale) e per giunta in Nona Casa!
 
 
 
Percival Lowell
Per finire, un uso particolare di questo tipo di Tema e del sistema di lettura con le Parti. Il Tema che vi presento è quello di Percival Lowell (fonte dati: Marc Edmund Jones, The Sabian Symbols in Astrology), l’astronomo americano fondatore dell’osservatorio di Flagstaff (Arizona) dai cui calcoli è stato possibile scoprire il pianeta Plutone (il 18 febbraio 1930 da Clyde Tombaugh). Lowell morì nel 1916, quindi, ed ecco la particolarità, lavoreremo con un Tema post mortem. Curiosa, se non emblematica, la posizione di Plutone all’Ascendente nel Tema Natale di chi ha contribuito a scoprirlo. Le Parti usate saranno quelle di Fortuna, Professione, Riuscita. Vediamole:
• Parte di Fortuna – 24°37’ Acquario, congiunta a Giove.
• Parte di Professione – 7°07’ Sagittario, governata da Giove.
• Parte di Riuscita – 14°02’ Capricorno, congiunta alla Luna e al Medio Cielo.
 
Posizioni che prese a sé possono anche non dire niente, ma che assumono un peso particolare se confrontate con il Tema Annuale, qui eretto per il momento in cui il Sole, nel 1930, transitava sulla Luna natale di Lowell, il giorno 8 gennaio 1930 alle 9.39, ora di Flagstaff in Arizona. Questo Tema Annuale ci mostra alcune cose decisamente interessanti: intanto due “coincidenze” che dire singolari è dir poco, ovvero l’Ascendente sulla Parte di Fortuna natale e il Medio Cielo sulla Parte di Professione natale, posizioni che stanno ad indicare che in quell’anno sarebbe accaduto qualcosa di importante legato al lavoro e agli studi di Lowell, ma soprattutto vediamo una cosa che credo fugherà ogni dubbio sulla liceità di questo sistema, ovvero la Parte di Riuscita a 18°49’ Cancro, congiunta nientemeno che al grado di Plutone (18°34’ Cancro)! Ogni commento mi sembra superfluo.
 
In conclusione, credo che approfondire questo tipo di Tema Annuale possa dare allo studioso una chiave di lettura in più che, abbinata in special modo alla tecnica delle Parti Arabe, permetterà sicuramente un arricchimento della visione interpretativa diventando altresì un aiuto nella ricerca astrologica.
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ELENCO PARTI ARABE USATE NEL TESTO
 
FORTUNA
MADRE
MORTE
PERICOLO
PROFESSIONE
RIUSCITA
SOLE
SUCCESSO
VITTORIA
 
Ascendente + Luna – Sole
Ascendente + Luna – Venere
Cuspide Ottava Casa + Saturno – Luna
Ascendente + Governatore Ottava Casa – Saturno
Ascendente + Luna – Saturno
Ascendente + Parte di Fortuna – Saturno
Ascendente + Sole – Luna
Ascendente + Parte del Sole – Parte di Fortuna
Ascendente + Giove - Sole
 
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