Dintorni di Vergiate

1 Dintorni di Vergiate

Reperti preistorici a Cuirone

Reperti preistorici a Cuirone
 
Se dunque la presenza di abitati stabili di villaggi palafitticoli é stata individuata sulle rive del Iago di Comabbio presso l'attuale frazione di Corgeno, altre testimonianze di nuclei abitativi, forse anche qui di palafitte, sono state rintracciate a Cuirone. Sulla vecchia strada per Varano Borghi, nello scavare un laghetto artificiale in una conca già paludosa, a più riprese, nel 1971 e nel 1973, sono stati portati alla luce strati torbosi con alcuni reperti litici e fittili, oltre ad alcune testate di pali da far supporre anche qui un nucleo abilato di tipo palafitticolo. Tra le  lame, e una punta di freccia, molto bello è un  un percussore sub-sferico di felce grigiastra di piccole dimensioni; il percussore, , gli utensili silicei e i frammenti di terracotta sono ascrivibili al periodo del neolitico inferiore; alcuni elementi litici sono stati attribuiti invece al mesolitico recente, del cosiddetto mesolitico a Trapezi

La cultura di Golasecca nel territorio vergiatese

La cultura di Golasecca nel territorio vergiatese
 
Tutto il comprensorio a sud del Iago Maggiore, attorno alle due sponde del Ticino, ha favorito l'installazione di popolazioni nel periodo fra il IX e il V sec a.C. grazie ai traffici commerciali che qui transitavano tra l'area mediterranea e quella transalpina. Anche il territorio di Vergiate é stato abitato in epoca protostorica e molte sono le testimonianze archeologiche giunte fino a noi che documentano la presenza di necropoli di questa particolare cultura denominata di Golasecca Fin dal 1864, durante i lavori per la costruzione della ferrovia, furono rinvenute delle tombe a cremazione della prima eta del Ferro°, ma nuclei sepolcrali più consistenti vennero scavati negli anni 1876-77 al monte Bonella e al monte Ferrera, grazie alle indagini di Pompeo Castelfranco‘°.
Queste aree erano caratterizzate da circoli di pietre chiamati cromlech. Al monte Bonella furono individuati undici di questi cromlech, di cui sette contenenti tombe a cassetta di lastre litiche, mentre al monte Ferrera furono scavate tre tombe a cassetta entro un tumulo, di cui due con corredo composto da urna bicenica e fibule in bronzo.
Più a sud, nella brughiera della Garzonera di Sesona, nel 1988 sono stati rintracciati alcuni cromlech già esaminati nel 1876 dal Castelfranco, di cui si era persa l'ubicazione. Questa area sepolcrale è formata da tre tumuli circolari e un corridoio d'accesso risalenti alla prima età del Ferro, due dei quali contenenti delle sepolture“.
Certamente il reperto archeologico più significativo della cultura di Golasecca nel territorio vergiatese è la cosiddetta ”epigrafe di Vergiate” che si conserva nel museo archeologico di l\/lilano. Questa venne recuperata nel febbraio del 1913 in un prato sottostante la chiesetta di S. Gallo, in quell'area che poi si rivelerà sede di una villa rustica d'epoca romana. Fu rinvenuta a circa 80 centimetri di profondità, tra frammenti di materiale ceramico e mattoni.  una rozza lastra di micaschisto grigio — scrive il Giussani nella relazione della scoperta — lunga 2,30 rri, larga 0,60 m e grossa 0,22 m, mutilata ad una estremità, ma fortunatamente completa nell'iscrizione, la quale gira in un lungo nastro formato da due linee parallele al contorno, contenenti le lettere di altezza decrescente cla 120 mm all'iinizio a 100 mm alla fine, e svolgentesi per 3,50 metri all'esterno e 3,00 m all'interno (12) . I problemi interpretativi della scritta e della sua datazione si susseguirono per tutto il sec. XX, con diverse ipotesi da parte di vari studiosi.
Qggi la critica scientifica colloca la stele vergiatese nell'ambito delle iscrizioni su rotaia a ferro di cavallo di ispirazione etrusca-volterrana con caratteri leponzi e definibile cronologicamente attomo agli inizi del V sec. a.C., quindi in ambito culturale golasecchiano La lettura della scritta, corretta nel 1969 dalla Tibiletti Bruno /14)  rispetto alle interprezioni precedenti, é stata ulteriormente rettificata in questi ultimi decenni in "pelkui . pruiam . teu . karite . i§0s . karite . palam  traducibile in "per Pelgos (o Belgos), Teone (o Deone) ha costruito il monumento e lo stesso ha scolpito la stele” L'iscrizione di Vergiate dimostra ancora una volta come questo territorio fosse un ganglio strategico nei traffici tra area mecliterranea centro—italica e l'Europa transalpina, e questo modello di scrittura leponzia verrà esportato alle popolazioni germaniche che lo elaboreranno nella scrittura runica in epoca più tarda.

ll periodo insubre e la romanizzazione

ll periodo insubre e la romanizzazione
 
Seppur scarse sono le teslimonianze archeologiche d'epoca celtica, si può supporre una regolare continuità di popolamento del territorio anche in questo periodo, con la fissazione di piccoli nuclei abitati mantenuti in epoca romana a formare la strutturazione territoriale antica ancora oggi individuabile nell'area del basso Verbano.
Così Pepigrafe romana che ricorda gli iuvenae e i vicani Corogennates, può ricondurre alla località di Corgeno e quindi far pensare che questa frazione di Vergiate abbia preso il nome dall'antica tribù celtica dei Corogennates qui insediata, poi integrata nell'ambito della romanizzazione del territorio e rimasta a denominare la località nelle epoche future“.
 

La villa romana presso l'oratorio di S. Gallo

La villa romana presso l'oratorio di S. Gallo
 
L’area antistante l’antico oratorio di S. Gallo in località Torretta, sulla strada tra Vergiate e Cimbro, aveva già nel 1913 restituito la famosa stele con iscrizione nord-etrusca, e ancora successivamente fu oggetto di scavi e ritrovamenti che portarono al1’individuazione di una struttura termale. Nel 1915 infatti il Nicodemi portò alla luce i resti di una "complessa costruzione” costituita principalmente da un ambiente con suspensurae, l'ipocaustum e un praefurnium; la presenza dei mattoni circolari e di quelli forati indicavano senza dubbio l'esistenza di una terme romana. ll recupero di tre monete, tra le quali una dell'imperatore Gordiano I, aiutarono a datare l'uso del complesso perlomeno al 338 d.C.(22) .
Ulteriori indagini archeologiche effettuate dal Bertolone nel 1930 o anni 1934-35, al fine di identificare con  precisione la zona termale scoperta dal Nicodemi e l'estensione dell'area (23) il Nicodemi  scrive che i saggi da lui condotti “diedero come risultato che i muri continuano verso monte e la zona può dare ancora qualche camera della villa rustica, della quale, finora non si è scoperto che l’ambiente termale"24.
Era dunque ormai certa l'individuazione di una villa rustica romana della quale la parte residenziale in parte scavata, era dotata di locali per le terme, riscaldati e con pavimentazione in cotto.
Le indagini non proseguirono nei decenni successivi, “fino a che — scrive Elena Mariani -— negli anni Sessanta, tutta la zona adiacente l'oratorio divenne residenziale con la costruzione, nella completa inosservanza delle richieste di tutela della Soprintendenza Archeologica, di complessi di villette a schiera (25) che deturparono la località e intaccarono inesorabilmente l’area archeologica impedendo qualsiasi indagine conoscitiva per il futuro.
Soltanto nel 1983 la Soprintendenza ebbe l'opportunità di compiere alcuni saggi stratigra- fici attorno all’oratorio, con il ritrovamento di resti di muri e di abbondante ceramica, confermando l'utilizzazione del sito dal I sec. d.C. (25); ancora nel 1984 scavi all'intemo della chiesetta di S. Gallo hanno evidenziato la presenza di murature romane. Infine i lavori del 2000~2002 a monte della strada, hanno consentito di allargare a nord il perimetro della villa, mettendo in luce Ie parti rimanenti alla pars rustica del complesso individuando ambienti di uso agricolo per le attività  legate allagricoltura, in contrapposizione alla pars urbana, destinata alla residenza del proprietario con locali termali, nella parte bassa, al di là della strada. La frequentazione dell'edificio va fissata dal I sec. d.C, fino agli inizi del IV d.C.; si segnala la presenza di strutture anteriori gia d'epoca celtica (II~I sec. a.C.)28.
A seguito dell'abbandono della villa rustica, alcuni elementi in pietra ed in cotto furono reimpiegati successivamente per le costruzioni vicine, compreso l'oratorio di S. Gallo che porta in evidenza alcuni materiali di recupero della villa romana”.
Sempre nel territorio comunale vergiatese. nella frazione di Cimbro é stata scoperta nel 1998, in occasione della costruzione del campo cla tennis adiacente la palestra comunale, un ambiente appartenente ad una villa romana utilizzata tra il I e il II sec. d.
La sala quadrangolare, di 7,50 m per lato, pertinente ad una zona termale di una villa rustica, ha restituito diverso materiale ceramico, laterizi, mattoni circolari da suspensurae e un frammento di macina granaria”. Ouesto seppur casuale ritrovamento conferma l'ipotesi che il popolamento delle nostre campagne in epoca romana é stato caratterizzato dalla presenza di diverse ville rustiche, attorno e presso le quali si sviluppò successivamente il moderno villaggio.

La torre di Sesona

La torre di Sesona
 
Il rudere di una torre medievale sorge ingoiato nella brughiera a circa un chilornetro a sud-ovest dall'abitato di Sesona, sulla cima di un colle che per la sua presenza é denominato monte della Rovina (329 m).
Se la scarsa documentazione riguardante la fortificazione di Corgeno ci ha comunque consentito di collocare quel manufatto in ambiti temporali pitl precisi, il caso di Sesona si presenta molto più complesso e oscuro, mancando completarnente un corredo documentario di supporto per poter collegare la torre ad elementi storici certi.
E dunque la sua struttura materiale e il contesto geo-topografico in cui si trova a dettarci delle linee di lettura e di individuazione cronologica e tipologica.
IlBertolone nel 1934 illustròquesti avanzi e si scagliò contro alcuni studiosi dell'Ottocento che videro con molta spregiudicatezza questo ed altri ruderi di fortilizi medievali della zona come elementi romani".
Certamente buona parte della retrodatazione delle fortificazioni la dobbiamo attribuire all'abate Giani il quale, all'inizio dell'Ottocento, fantasiosamente collocò la famosa battaglia del Ticino tra Annibale e Publio Comelio Scipione sulle colline tra Somma e Sesto Calende, vedendo indizi a sostegno della sua tesi ad ogni traccia di qualsivoglia antichità. Cosi anche la rovina di Sesona venne individuata come avanzo di una fortificazione romana; “Adunque il torrazzo di Sesona e per la sua costruzione e pel concorso delle premesse circostanze, é altra delle prove che qui fosse il campo di P. Cornelio, e che in difesa del medesimo venisse un tal fortino in allora eretto”?
In realtà questa torre, tipicamente medievale, é da collocare attomo al sec. XIV, e fu costruita a difesa e controllo della strada Ducale o strata de R0 che da Milano raggiungeva Sesto Calende passandovi poco a sud.
La funzione di controllo stradale venne per la verità già osservata dal Melzi che diceva; "Sesona... un tempo a guardia della strada Ducale, come lo accenna la vedetta che spicca in cima del suo colle"73, mentre lo Spinelli attribuiva si questa funzione di con trollo, ma di una strada romana, e quindi di fatto anch'egli era propenso a retrodatare il manufatto a quel periodo“.
La torre in esame, oltre alla citata funzione di vigilanza dei traffici stradali, era in rapporto visivo con le altre fortificazioni lungo questo percorso e lungo il fiume Ticino, garantendo
la sicurezza dei collegamento tra il lago maggiore e la pianura milanese. Era quindi in diretta relazione non solo con le torri  di vedetta del Montesordo, della torrazza dei Muracci sopra Presualdo e di Oriano, ma anche con i più importanti fortilizi di Castelletto Ticino, Somma Lombardo, Sesto Calende Vergiate e Castelnovate.
La costruzione, pur in rovina, mantiene un aspetto robusto e possente, ha pianta rettangolare e misura alla base 4,80 x 6,10 m, lo spessore delle murature é di 1,08 m ed in altezza si eleva per soli quattro metri.
Le pareti sono formate da file di ciottoli misti a sfaldoni di pietra disposti con una certa accuratezza, con alcune file a spina di pesce; 16 pietre angolari ben squadrate, in parte sono state asportate. Sul lato ovest si apre una larga fenditura che permette l'accesso all'interno, una volta garantito da un ingresso posto in alto e non alla base, oggi perduto. ma ancora intatto all’epoca del Giani, il quale dé della torre una descrizione alquanto dettagliata”. Ancora ben visibili sono alcuni fori circolari, residui delle buche pontaie per la travatura del ponteggio di costruzione.
La torre appare isolata da altre costruzioni, ma anche in questo caso un consolidamento delle murature, un diserbo dei rampicanti che la ricoprono, come una pulizia degli arbusti circostanti consentirebbe la salvaguardia del rudere e una maggior lettura delle sue murature; inoltre un'indagine nell'area circostante potrebbe portare all'individuazione di una cinta o di una fossa di difesa oggi non riscontrabili.
 
71 M. Bertolone, I! monte della Rovina a Sesona e gli avanzi della sua torre medioevale, in RGSA, 2 (1934), pp. 32-34. ll Bertolone chiosa; "Cosi troppo facilmente si attribuiscono ad epoca romana. costruzioni che non risalgono neppure al I000". Ouesta tendenza alla retrodatazione di elementi fortificati medievali ogni tanto riaffiora in qualche scritto di storia locale, senza avere nessun fondamento documentale e storiografico.
72 G.B. Giani, Battaglia del Ticino rm Annibale e Scipione, Milano 1824, p. 87.
73 L. Melzi, Somma Lombardo, Milano 1880, p. 194.
74 A.G. Spinelli, Ricerche spettanti a Sesto Calende, Milano 1880, p. I6.
75 G.B. Giani, Battaglia del Ticino, cit., pp. 10-1 1. “Sulla cima di una di tali collinette, che ha la figure di cono tronco, s'erge in forma quadrilatera un'antichissima torre detta volgarmente il torrazzo di Sesona, la quale quantunque per lunga serie di secoli abbia sofferto le ingiurie de' tempi e sia più della meta rovinata, ciò nullostante per la solidità dei muri ond'é costrutta, composti di sassi naturali e viva calce, senza che v'appaia traccia alcuna di mattoni, é tale che a ripetuti colpi di martello appena se ne può qualche macigno diroccare. La loro grossezza comune é di 4 piedi-, ma quella dell'orlo. che la cinge a tre piedi da terra, é di piedi cinque. Si osservano in essi tre ordini di vedette in diverse direzioni de' diametro di tre pollici circa, e due finestrelle, l'una che guarda al nord-ovest, e l'altra al sud-est. La situazione della medesima poi, donde si dominano le contigue  collinette e la circostante pianura. la costruzione e solidità la dinotano un monumento militare d'antichità remotissirna”; e in nota; "L'altezza dei muri che sussisto no attualmente é da 17 in 18 piedi: la larghezza estema é, da due lati, piedi 21; degli altri due. piedi 17".
76 Una scheda della torre é in M. Tamborini. Castelli e fortificazioni, cit., pp. 169-170, a cui si rimanda.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

riserva

riserva
 
 
Abbove. la folla si precipitb verso ii Iago dove in un capannone si sapeva erano pronte le targhe per i prescritti pali di segnalazione della riserva. E nessuna forza morale e materiale poté impedire ai dimostranti di impadronirsi delle targhe e portarle in trionfo per Ie vie di Varan0"37.
A ?anco della popolazione. e a sostegno delIa domanda di revoca del decreto da parte del governo. molto ferma fu la posizione delle autorité comunali, il cui impegno prevedeva Ia dimissione di tutte le amministrazioni nel caso non si dovesse ottenere Ia sospen siva richiesta.
Nei giorni che seguirono si ripeterono gli atti di rivolta nei confronti della Societi-1 immobiliare con Ia distruzione dellincubatoio di avanotti di loro proprieté in localité Mulini e di una barca da pesca posta sul Iago, dove si ritrovb anche un folto gruppo di “ribelli in gonnella" che, con inaspettata fona, si opposero ai carabinieri. correndo sulla sponda del Iago, quasi a volersene impadronire, nel tentativo di abbattere i pannelli di divieto di pesca gié posati sulla riva e inscenando un'azione dimostrativa di pesca con ie canne
Tra grida contro i tiranni e il feudalesimo.
incidenti tra carabinieri e rivoltosi, c0lluttazioni, ci furono anche alcuni arresti di persone di Travedona; Carlo Fabrini di Aurelio, Enrico Bina fu Carlo e Giuseppe Antonio Del Torchio,
che vennero condotti in camion a Ternate”.
L'aw. Abbove, nella sua funzione di presidente delia Societé Immobiliare Agricola, scrisse il 6 novembre una iunga lettera alla "Cronaca prealpina", pubblicata integralmente “per debito d'imparzialité"3°.
Sorpreso daila "inquietante e minacciosa" importanza assunta dalla questione relativa prima aila sola caccia e ora anche alia pesca.
s'interroga sulla violenza di tre o quattro mila persone armate, pronte a insultare, percuotere, distruggere edifici, barche e attrezzi.
 
 
A difesa di queste "esperienze" e dei nuovi allevamenti fu d'obbligo. sostiene Abbove. sorvegliare e reprimere severamente Ia pesca di frode applicando pesanti sanzioni penali.
Con la posa dei cartelli di divieto di tenere imbarcazioni “si sopprimeva dunque la caccia con Ie relative barche. adibite comodamente alla pesca. dunque veniva a mancare la possibilité di frodare". Saranno dunque quei pescatori che saranno penalizzati da tale divieto, come esigevano le targhe sulle rive. mentre magnanimamente non si procedeva contro le persone “che in buona fede pescavano pensando di esercitare un loro diritto!", in vim] della legge sulla demanialité delle acque pubbliche ma ignari, secondo Abbove, del “buon diritto dei proprietari, sia antichi che attuali".
Finalmente il IO novembre la giunta, rassicurata dalla sottoprefettura, pubblica un manifesto in cui si comunica che "é stata sospesa ogni applicazione della concessions della Societé lmmobiliare Agricola. che ha iniziato una causa avanti al Tribunale delle acque di Milano contro il Ministero dei Lavori Pubblici per fare dichiarare la proprieté privata dei laghi di Comabbio e di Monate. Le cose. quindi sono ora ritornate come erano tre settimane fa". Confidando nel Governo per la risoluzione definitiva della questione. la giunta

Le palafitte suI lago di Comabbio

Le palafitte suI  lago di Comabbio
 
A metà Ottocento Ie scoperte deIIe palafitte preistoriche nei Iaghi svizzeri stimolarono Ia ricerca degIi studiosi di antiche stazioni Iacustri anche nei Iaghi varesini, con felici risuItati sul Iago di Varese e su queIIo di Monate.
Anche il Iago di Comabbio venne indagato, inizialmente senza esiti positivi, iI 29 aprile 1863 daII'abate Antonio Stoppani, dal geoIogo svizzero Emile Désor e da Gabriel de Mortilletl, Una seconda campagna di esplorazioni venne intrapresa iI 27 Iuglio 1878 daI professor Pompeo Castelfranco, coadiuvato da pescatori esperti del Iago, quaIi Paolo Brebbia di Comabbio e Carlo Casoli di Ternate, suggeriti da Napoleone Borghi di Varano.
La ricerca si presentava difficile "poiché aI contrario del Iago di Monate, queIIo di Varano è torbidissimo e, particolarmente in queIIa stagione, aIIa profondità di 50 centimetri non è già pù possibile di scorgere iI fondo. E per questo, non fosse stata I'inteIIigenza e Ia Iunga pratica dei bravi Brebbia e Casoli i quali avrebbero potuto, volendo, tracciarmi una carta esattissima del fondo del Ioro Iaghetto, me ne sarei tomato indietro anch'io senza iI minimo indizio di palafitte"
II Castelfranco individuò suIIa sponda orientale del Iago, tra Varano e Corgenol Otto Cumuli di sassi — denominati dai pescatori moeut - sei dei quali in territorio del Comune di Corgeno.Questi erano così chiamati Bosco CarboneII, La Fornace, , Le Pioppette, mott de Rivù alla cà di Corgenno, Cà di Corgeno II, Mott di Broeuri.. Di questi cumulii di sassi, la maggior parte non diede, all'esplorazione dei fondali con una cucchiaja, nessun materiale ed indizio sicuro per denominarli palafitte a pieno titolo. Uno solo di questi cumuli, quello delle Pioppette, si dimostrò essere realmente una stazione lacustre preistorica. Cosi Napo Borghi riferisce della scoperta sulie pagine dellla “Cronaca varesina”: ”Questa stazione lacustre consiste in un cumulo di sassi perfettamente isolato, dalla superficie di circa duemla metri quadrati. Il cumulo dista metri cinquanta dalla riva, ed in esso rinvenni i monconi a mezzo della fiocina, e ciò, dopo iunghe indagini, a motivo che la poca trasparenza dell'acqua non permette all'occhio di vedere il fondo”
ll Castelfranco elenca, oltre aile testate di pali, una serie di cocci ceramici e di selci che si rinvennero nei fondali deila palafitta. I “cocci di stoviglie” sono di fattura molto rozza, “con tarso di anfibio, quarzo ed altre pietre frammentate”, le pietre invece "sono poche scheggie di selce nerastra della solita provenienza. Fra queste havvi un coltellino che pare abbia servito, uno dei fili portando qualche lieve intaccatura". Inoltre riferisce di denti di animali (bovini, suini e capre), gusci di nocciole, ghiande, carboni  e pezzi di pali
Alla ricerca del Castelfranco  ne seguironoro altre negli anni Ottanta dell'ottocento  ad opera dell'ing. Pio Borghi di Varano cos' descritte da Giuseppe Quaglia nel 1884 "L'ing.  Pio Borghi, onde avere altri oggetti preistorici a presentare all'esposizione nazionale di Torino, tenuta l'escavazione sulle localité dette carbone, fornace e pioppette, segnate a F) e nella planimetria del Ternate, ebbe buon risultato in alcuni pezzi, se non rari al certo valevoli a definire che in detti posti furonvi palafitte dei primi uomini”
Da allora nessuna altra indagine archeologica e di revisione del materiale é stata eseguita se non qualche fugace cenno e una attribuzione cronologica genericamente collocabile all'età del Bronzo; i reperti rinvenuti dal Castelfranco e dal Borghi risultano apparentemente dispersi e non sono stati rintracciati; auspichiamo che nuove esplorazioni con le moderne metodologie acquisite dell'archeologia subacquea vengano effettuate e possano dare ulteriore risalto alle palafitte del lago di Comabbio.
 
ll periodo insubre e la romanizzazione
 
Seppur scarse sono le teslimonianze archeologiche d'epoca celtica, si può supporre una regolare continuità di popolamento del territorio anche in questo periodo, con la fissazione di piccoli nuclei abitati mantenuti in epoca romana a formare la strutturazione territoriale antica ancora oggi individuabile nell'area del basso Verbano.
Così Pepigrafe romana che ricorda gli iuvenae e i vicani Corogennates, può ricondurre alla località di Corgeno e quindi far pensare che questa frazione di Vergiate abbia preso il nome dall'antica tribù celtica dei Corogennates qui insediata, poi integrata nell'ambito della romanizzazione del territorio e rimasta a denominare la località nelle epoche future“.
 
 
 
note
 
1 A. Stoppani, Prima ricerca di abitazioni lacustri nei laghi di Lombardia, in ”Atti della Società Italiana di Scienze Naturali", 1863, p. 159.
2 P. Castelfranco, Le stazioni lacustri dei laghoi di Monate e di Varano e considerazioni generali intorno alle palafitte. in “Atti della Società Italiana di Scienze Naturali”, 1878, pp. 1923 (estrattoj.
 
 
11 i cromlech della Garzonera furono rintracciati nel 1988 grazle ad una segnalazione alla Soprintendenza del dr. Guerroni, M. A. Binaghi, \/ergiate (Va), Brugniera della Garzonera, Tun/luli preistorici, in “Notiziario 1988-89", Soprintendenza Archeologica della Lombardia, Milano 1990, pp‘ 64-66.
12 A. Giussani, Le iscrizioni nord-etmscne di Vergiate e di Banco, in "Rivista Archeologica della provincia di Como", fasc. 67-69 (1913), pp. 47-60.
13 Inutile riferire dei tanti scritti sulla stele che si sono susseguiti dal momento del ritrovamento in poi; qui ricordiamo i principali e spesso discordanti; E. Lattes, Un'iscn'zione oli alfabeto nord-etrusco luganese testé trovata a Vergiate, in “Rendiconti lstituto lombardo di Scienze e Lettere”, vole XLV1, fasc. 9 (1913); I, Rhys, The Celtic Inscriptions ofCisalpine Gaul. Tne Vergiate Stone, Published for the British Academy, Londra 1913; A. Giussani, Ancora delfiscrizione nord-etmsca di Vergiate, in ‘Rivista Archeologica Comense”, fasc. 105-107 (1933), S. Zanella, bepigramma fnnerario di Vergiate, in "Ras-

La fortificazione di Corgeno

La fortificazione di Corgeno
 
 

l diritti di pesca e di caccia sul Iago di Monate

l diritti di pesca e di caccia sul Iago di Monate
 
Travedona, novembre 1924
“La questione dei diritti di pesca e di caccia sui laghi di Comabbio e di Monate continua ad appassionare l'opinione pubblica ed a tenere accesi gli animi delle popolazioni interessate tanto cbe continuarono a nutrirsi sincere  apprensioni per la possibilità di nuovi incidenti che possono sorgere da un'ora all'altra.
Oueste poche righe del nostro glornale locale tracciano la cornice di una situazione molto nota e antica. che affonda le radici nei contrasti tra demanio pubblico e proprietario privato di beni o di diritti, di fronte a popolazioni rivierasche “laboriose, pacifiche e miti".
ma fino a un certo limite, Aggiunge il cronista;
“Quando c'é qualcosa all'orizzonte che minaccia il buon andamento della vita paesana.
tutti i cittadini si abbandonano a una appassionata e decisa agitazione che non sorge da una particolare caratteristica di impulsività, ma quasi sempre per ragioni pratiche e contingenti"”. Nella fattispecila popolazione travedonese, che guidò altre lotte per "la difesa dei diritti di ogni singolo e della massa" come quella appena conclusa contro la temuta derivazione dell'acqua del Iago (18)
La “spinosa questione" benché lietamente risolta aveva amareggiato gli abitanti di Travedona e Monate. che non hanno ancora sbollito la collera e l'inquietudine per le sorti del Iago e dell'Acquanegra, quando cade la "goccia Che fa traboccare ii calice".Un decreto del 1 agosto 1924, minacciava “la libertà del lago"20° e il diritto di pescare nelle sue acque.
Un telegramma del sindaco di Travedona Aquilino Ribolzi del 1° novembre al sottoprefetto di Varese ci illumina sulla natura della rivendicazione, Che sta per infiammare in quell'autunnale mese di novembre i paesi rivieraschi e ancora maggiormente i nostri compaesani. "Popolazione Travedona indignata concessione avvocato Abbove riserva caccia e pesca Iago Monate. protesta energicamente minacciando distruzioni, di cui declino qualsiasi mia responsabilité“.
 
Si trattava dunque dei diritti di caccia e di pesca  sui laghi di Comabbio e Monate dei quali la  società lmmobiliare Agricola di Varano Borghi, rappresentata dal suo presidente Avvocato  Abbove "tentava subdolamente di impadronirsi  Diritti spettanti per natura, per tradizione e per legge alle popolazioni rivierasche Sulle pagine delia ”Cronaca prealpina" dell'8 novembre, l'avv. nob. Tirotti Caimi, esperto di argomenti simiili, ripercorre i vari trapassi dei diritti di pesca e caccia sui laghi di Varese, Varano, Monate, Biandronno e Bozza, fermo restando che questi laghi sono compresi nell'elenco delle acque pubbliche, di proprietà conseguentemente del Demanio, nonostante l‘aw. Abbove, che nel 1917 aveva acquistato le proprietà dai Borghi, si pretendesse proprietario degli stessi laghi, comportandosi con prepotenza. Gli poteva competere invece solo il diritto di pesca, che i suoi predecessori esercitarono con larga tolleranza verso gli abitanti dei paesi circonvicini autorizzando la pesca con la lenza e la vendita di pesce”.
Da anni serpeggiava ii malcontento per le restrizioni imposte dal nuovo proprietario, gli abitanti “non potevano piir recarsi sulle rive natie con una semplice canna senza andar incontro a qualche multa. Non fu più venduto nemmeno un chilo di pesce nei vari paesi.
perché gli incaricati lo trasportavano tutto a Varano Borghi". “Alle popolazioni dei due laghi non rimanevano altre libertà che il transito delle barche e la caccia con ie spingarcie ai palmipedi di passaggio (29).
ll sordo malumore e la repressa amarezza attendevano il momento opportuno per trasformarsi in aperta protesta. Fu una circolare del 30 ottobre, diramata dalla Società immobiliare Agricola a firma dell'avv. Abbove, ad accendere "la favilla che causò il grande incendio”. Si avvisava dell'emanazione del decreto relativo alla concessione di riserva di caccia e pesca ma soprattulto si invitavano i proprietari di barche a togliere  entro il 5 novembre le imbarcazioni poste sul lago.
Il perentorio invito provocò la sollevagione della popolazione ,che spinse anche gli amministratori di nove comuni a riunirsi nella sede municipale di Travedona e a formare il 4 novembre una commissione "per la libertà dei laghi di Comabbio e di Monate" allo scopo di "protestare con ogni forza contro l'insano e prepotente sopruso“ e ottenere con l'appoggio delle competenti autorità, la revoca del decreto”.
Nel pomeriggio culminò leccitazione, "le popolazioni dei comuni stessi convocate dalle campane suonate a stormo, si ammassarono sulle strade che conducono a Varano, per recarsi a dimostrare direttamente nel paese, sede della Società lmmobiliare, la loro contrarietà. Si formarono così tante pittoresche colonne di donne, ragazzi ed uomini, quasi tutti forniti di grossi e nodosi bastoni preceduti da grandi bandiere tricolori e cla tamburini che suonavano disperatamente la carica.
in marcia verso Varano". Le ragazze cantavano inni patriottici, inframmezzati da frasi scandite a gran voce "A chi è il lago? A noi!", oppure “A chi è il pesce? A noi! A chi è l'aw. Abbove?
Ai pesci! Morte ai tiranni! Abbasso i prepotenti. Sosteniamo la lotta compatti e uniti.
La vittoria sarà nostra“xx°. Al movimento popolare si associarono “autorevoli persone del luogo”, come il conte Mantegazza o il cav. Vitaliano Tommasini. Le intenzioni della bellicosa folla erano di assaltare la villa Abbove a \/arano, davanti alla quale fu fermata dai carabinieri e dai sindaci accorsi per calmare gli animi. Continua il suo racconto ll giomelista della "Cronaca Pfealpina. Abbandonando allora il proposito di invasione della villa delle più arcaiche culture  di quell'epoca, provenendo, come si è detto, dal bacino del Mediterraneo Orientale, erano andate approdando dapprima sulle coste dell’Italia Meridionale e della Sicilia, poi su altre zone costiere, come quelle liguri: da qui. la penetrazione verso il retroterra che raggiunse la Val Padana poté compiersi più tardi.
Nel territorio che ci interessa più da vicino, una certa consistente occupazione puo esser ravvisata perciò soltanto a cominciare dal IV millennio a. C. nelle zone più ospitali, cioè quelle in cui il territorio meglio si presentava adatto alle nuove forme dell’economia, basata soprattutto sull’allevamento del bestiame e sulla coltivazione di piante alimentari e dove, al medesimo tempo, corsi d’acqua, laghi, paludi percorribili, offrivano la possibilità di agevoli spostamenti, con le primitive imbarcazioni scavate nei tronchi degli alberi, per il trasporto di persone e di prodotti e per tutte quelle altre neeessità ed esigenze che il crescente dinamismo delle varie comunità rendeva sempre più imperiose 8.
 
Per quanto risulta, allo stato attuale  delle nostre conoscenze, in tutto quel lunghissimo periodo storico detto Pleistocene, il territorio varesino non fu abitato; nelle parti più elevate e settentrionali lo vietava la presenza di immani distese ghiacciate che occupavano le zone montagnose e scendevano lungo le valli fino alla zona pedemontana: clima, mancanza di vegetazione, scarsità di selvaggina, inaccessibilità pratica rendevano queste plaghe del tutto inospitali.
Nelle parti più meridionali, pianeggianti, un caotico succedersi di straripamenti dei fiumi dal corso irregolare, di alluvioni, di apporto di sfasciumi, di materiale di crollo, di terriccio, di sabbie, di ghiaie, di rnacigni d’ogni grandezza, non poteva costituire l’ambiente ideale per insediamenti stabili: Comunque se ve ne fossero stati ormai se n’é perduta completamente ogni testimonianza, sepolta sotto centinaia di metri di spessorec di materiali accumulatesi nei millenni succcssivi.
E verso la fine dei tempi pleistocenici, quando le masse glaciali iniziarono il loro definitivo ritiro e andarono formandosi i laghi di escavazione glaciale e inframorenici, che qualche zona riparata dalle inclemenze del tempo poté ospitare delle comunità umane: di queste son rimasti i resti  - gli unici in tutta la Lombardia -- proprio nel territorio del Varesotto occidentale, sulle coste del Lago Maggiore: in una grotticella presso Angera si son infatti rinvenuti alcuni piccoli strumenti litici che attestano la presenza di un gruppo di cacciatori, in possesso di quella tecnica che vien chiamata epigravettiana.
Difficile dire da dove venissero queste genti, anche perché le zone più vicine con analoghi resti distano molti chilometri da qui e si trovano in Liguria e nel Veneto 2.
 
Si è trattato comunque di gruppi poco numerosi che vivevano prebvalentemente dei prodotti della cacccia e forse, della pesca, utilizzando come abitazione la grotta oggi nola come antro di Mitra, nonchè i suoi cunicoli interni, a cui si é dato il nome di Tana del Lupo: del lupo, infatti, si son trovati resti ossei, oltre che di altri animali selvatici, quali il cervo, il camoscio, il capriolo, l’orso, il cinghiale.
Qualche battuta venatoria doveva esser compiuta anche nelle zone più interne, selvagge e boscose, che dovevano offrire asilo a molta selvaggina; così, in talune caverne della Valganna, come la Grotta Fontana degli Ammalati e la Grotta Vittorina, si son trovati resti ossei degli animali abbattuti, che testimoniano il passaggio di questi cacciatori del tardo paleolitico, risalente a circa il 10.000 a. C.
Anche il nostro territorio, come molti altri d’Europa, dovette attraversare un periodo di particolari condizioni ambientali verso l’VIII millennio a. C., quando, definitivamente ritiratasi la massa dei ghiacciai, che per decine e decine di millenni avevano coperto la cerchia alpina e le sue vallate, il complesso ecologico ebbecome un forte sussulto, cioè si profilarono e affermarono profonde trasformazioni che non poterono che influire in misura sostanziale amche all'umanità.
il raddolcimento del clima ebbe una diretta influenza sulla distribuzione della flora e della fauna: Tluni animali selvatici raggiunsero le regioni che più si addicevano alle loro specie e in cui andavano crescendo  i vegetali atti al loro nutrimento; altre specie animali scomparvero del tutto, come l’orso speleo: di fronte alla rarefazione della fauna anche l’uomo dovette affinare la propria intelligenza e il proprio spirito di adattamento alle nuove condizioni  venutesi a creare.

Le derivazioni delle acque

Le derivazioni delle acque
 
Se il Iago di Varese fu per tutto l'Ottocento al centro dell'attenzione di rivieraschi e studiosi per quanto riguarcla ii suo abbassamento e la bonifica della palude Brabbia, anche il Iago di Monate suscitò l'interesse di molti, persino del Comune di Milano.
Nel 1884 Giuseppe Ouaglia, dedicandosi allo studio dei laghi del circondario di Varese, si soffermo' sulla descrizione del nostro. confermando la presenza “di acque sorgive, quasi perenni", di una striscia piana, che lo attraversa dalla cascina Moncucco a Osmate chiamata dai pescatori “la strada" e di tre palafitte. “Tutti i pesci del Monate - aggiunse — sono graditi pel loro sapore dolce a causa del limpido elemento in cui vivono” e li elenco sottolineando la superiorita della trota, re dei pesci di acqua dolce, importata dal lago Maggiore verso il 1830 e la squisitezza ricercata del pesce persico, che eccede anche in proporzioni in confronto a quella dei laghi vicini. Non manca di accennare alla roggia Acqua Nera, "che tinge di rossigno le ghiaie ed i ciottoli nel suo letto", e versa nel Verbano, alie cascine di Ispra, a termine di un lungo e tortuoso percorso.
Conclude l'ing. Quaglia con una proposta in sintonia con gli studi realizzati in quegli anni su “progetti di prosciugamenti”, riferendosi al lago di Monate che "benché profondo m. 34.10 potrebbessere eliminato, facendo versare le sue acque” in direzione della pianura verso Monate e Brebbia, nell'Acquanegra sino al  Verbano, tramite la costruzione di una galleria e di un canale. Un'operazione, facile e non onerosa secondo lo studioso, permetterebbe cole acque del'utenti dalla galleria di attivare mulini e irrigare terreni “nell'interesse generale".
 
A utilizzare le acque del lago, si pensò anche a Milano, come si evince da una lettera delle Amministrazioni comunali di Travedona, Monate, Cadrezzate e Osmate del 1887 inviata alla giunta municipale milanese, in cui si fa riferimento ad "un concorso aperto per la presentazione di progetti onde provvedgre dl acqua potabile la citta diMilano"mediante la derivazione del Iago di Monate A conclusione di una breve ma esauriente dlisquisizione, si afferma categoricamente che l'acqua del Iago non é libera e non é di quantità costante , non sarebbe dunque sufficiente ai bisogni della Metropoli Lombarda
Dell'ardito progetto del dott. Grllloni si è discusso  ampiamente in un dotto artticolo apparso  nell'agosto dello stesso anno sullal Rassegna  Mensile della Camera di Commerclo a firma del noto prof. , Taramelli
Alla derivazione delle sorgenti del lago di Monate, prosciugato e convertito in testa di fontanile, lo studioso oppone dubbi sull'abbondanza delle sorgive, e avvalendosi delle ricerche dell'Ing. Quaglia, asserisce che il deflusso del lago è nemmeno  la terza parte del quantitativo di acqua occorrente a Milano in quanto le sorgenti "fresche e perenni nei colli circostanti sono usate dagli abitanti di Travedona, Osmate e Ternate.
Il Dott. Grilloni non si fermava unicamente alla proposta ambiziosa, ala quale abbiamo accennato, infatti come ci riferisce il prof. Taramelli, nello scritto si era anche un progetto più modesto " di immettere con una
 
anche l'ing. Porro, progettista deila ipotesi di derivazione, il sindaco di Barza. e i delegati "dellle16 società che utilizzano l'Acquanegra per'il funzionamento dei mulini Nellia sala, fra i presenti sorsero battibecchi vivacissimi.
a tale punto che si dovette sgombrare Ia sala, come già sappiamo. Nel corso dell'incontro, fra malumori si ritenne anche che i dati del progetto Porro fossero “in parte incontrollati e fantastici e in parte errati" Dopo un rapido sopralluogo, ritenuto parzialmente iilegale per la non regolarità delio suo svolgimento, aggiunge il giornaiista della “Cronaca preaIpina", "Ie cose stanno ora a questo punto":
da una parte Barza aspetta una risposta favorevole e dall'altra ci si augura che venga respinta la domanda. Conclude l'articolista; "E intanto il tempo passa e l'acqua del bel laghetto continua a scorrere placida e noncurante, fra le rive deIl'Acquanegra e muove i Mulini, come se nulla fin qui fosse accaduto per lei e intorno a lei"
A chiudere la vicenda, ci aiuta una considerazione affidata ai suo Chronicon dai parroco don Beniamino Clerici; “il conte di Groppello desistette alla fine da ogni sua pretesa". Nulla si fece dunque, e Barza trovò un'altra soluzione ai suo probiema.
Ancora di derivazione delle acque del Iago si dovette parlare nel 1923’ e nel mese di settembre del 1924, in seguito alla domanda di concessione inoltrata dalla ditta dei dott. Piero Scotti Foglieni, che intendeva sfruttare Ia caduta deile acque per forza motrice.
Compatta la popolazione con i proprietari dei mulini e gli industriali, che intravedevano danni irreparabili aile loro attività in mancanza di forza motrice, tutti si strinsero intorno all'Amministrazione comunale guidata da Aquilino Ribolzi per opporsi fermamente alla domanda presentata al prefetto. Le motivazioni, ampiamente condivise e confortate dal Consorzio medico di Travedona. si fondavano come nel 1909 sui rischi per la salute pubbIica in presenza di scarsità di acqua e di zone malariche altamente infettive. Ricordano il sindaco e l'ufficiale sanitario, dott. nascinbene, l'importanza del tortrente Acquanegra  formato dalle pure acqua sorgzve dei Iago di Monate, che attraversa l'abitato, raccoglie Ie acque piovane e al quale la popolazione attinge per innumerevoli usi "Sul suo percorso si vanno seguendo ben 12 posti di lavanderia ai quali viene fatta affluire la biancheria e altri effetti casalinghi di 4/5 della popolazione
ll dott. Nascimbene insiste "sull'inestimabile pregio del corso dell'Acquanegra, non comune torrente di acque periodiche, sul quale la popolazione può contare in modo perenne"
Disastrose le conseguenze che deriverebbero dal prosciugamento del torrente, fra queste "esalazioni malefiche nel centro dell'abitato.
aumento del sudiciume personale in popolazione pulita, diminuzione impressionante della pulizia domestica, delle stalle", cause sicure per Ia propagazione di malattie infettive.
l comuni di Monate e di Bregano, e persino la Società Immobiliare Agricola di Varano Borghi con il suo rappresentante dott. Abbove, si affiancano alla vibrata protesta, che suscita preoccupazione nel prefetto per l'inattesa reazione dei comuni e per le eventuali riparcussioni. Nell'0ttobre del 1924, solo un mese dopo I'accendersi della polemica, si comunica al sindaco di Travedona che "Ia R. commissione non ha mancato di appoggiare le ragioni di igiene e utilità" e si augura la non accoglienza della domanda Scotti-Foglieni.
ll progetto fu dunque definitivamente sospeso.
Nel 1938 si ripresentò aIl'Amministrazione comunale e al commissario prefettizio cav. Guido Galbiati, una situazione analoga a quella del 1924 (8).
ll 10 giugno 1938 la ditta Giuseppe Leva fece domanda di derivazione de|l'acqua del Iago a scopo di produzione di energia elettrica, eliminando la roggia Acquanegra°.
 
Formale l'opposizione della popolazione. che intende manifestare la propria ostilità, come fece in  precedenza. lnterprete del desiderio unanime, nei mesi di settembre e ottobre, il commissario prefettizio di Travedona Guido Galbiati associa nella sua protesta i Podestà dei paesi limitrofi, rivolgendo alle autorità preposte una lunga relazione, alla quale allega una significativa raccolta di firme. La petizione viene sottoscritta dai dieci mugnai del paese e da 425 abitanti con famiglie, fra i quali i proprietari di terreni rivieraschi, la contessa Ida Cavalli Visconti di Modrone, I'ing. Enrico Mellini, ispettore generale delle Ferrovie dello Stato, il parroco don Carlo Clerici, la nobildonna Antonietta Baseggio Garavaglia e anche l'ing. Baroni, proprietario “del] grande palazzo di Osmate, che si oppose energicamente al progetto, che dichiaro fantastico.
Nel suo esposto il commissario prefettizio iilustra il progetto della ditta Leva, sottolineando i danni che verrebbero prodotti, del tutto simili a quelli elencati nei casi precedenti al 1938“. L'intenvento richiesto, infatti, causerebbe un abbassamento del livello dell'acqua del Iago, favorendo la formazione di zone paludose e rischi per la salute pubblica.
ricordando che Travedona nel 1904 era stata inserita nelle zone “malariche”. Il progetto contemplava la soppressione dall‘attuale canale di scarico, la roggia Acquanegra, sostituito da un tubo di 50 cm di diametro e da un pubblico lavatoio a 20 posti, ritenuti del tutto insufficienti. lnoltre l'incerto deflusso delle acque, previsto dalI'impianto idroelettrico, provocherebbe interruzioni all'irrigazione dei campi e disagi all'abbeveramento del bestiame, calcolato a 6501 Capi e dei circa 600 maiali, e pregiudicherebbe il funzionamento dei numerosi mulini, vera ricchezza economica del paese. lnfatti il Progetto - insiste il Galbiati  - intendeva somministrare l'energia elettrica per un numero limitato di ore durante la giornata, arrecando conseguentemente grave danno ai mugnai che dovendo attivare in modo costante le loro macine, necessitavano invece di un flusso regolare di forza motrice.
Il commissario prefettizio chiude l'accorata lettera dell '8 ottobre con un accenno al Iago di Monate, "giustamente considerato uno dei più belli d'ltalia e rappresenta certamente la maggiore attrattiva turistica di questa regione", e "l'afflusso dei villeggianti, intenso nella stagione estiva, certamente se ne manterrebbero lontani il giorno in cui le condizioni igieniche della zona venissero a mancare".
Nei due mesi in cui si organizzò l'opposizione ”nelle forme stabilite dalla legge la ditta Leva non mancò di esprimere, in un avviso affisso in stabilimento alle sue operaie. amarezza e disappunto per le critiche e le chiacchiere scaturite intorno alla loro richiesta.
"un lavoro che deve riscuotere il plauso ed essere incoraggiato da tutta la popolazione, come quello del migliore sfruttamento delle acque del Iago e della costruzione di lavatoi coperti e chiusi per l'inverno", che avrebbe dovuto dunque essere apprezzato dalle donne di Travedona!‘)
C'era tensione neIl‘aria, anche se asserisce il  commissario prefettizio, "la popolazione non  aveva dato assolutamefnte ‘nessun segno di  possibili manifestaziom ostili alla ditta Leva ne ai proprietari della stessa". Eppure arrivarono, sorprendendo tutti  anche i carabinieri che non mancarono di fare domande insistenti, indagando sui contorni della situazione perturbata vanutasi a creare in paese in seguito alle domande presentate dalla famiglia Leva, davanti alla casa dei quali le forze dell'ordine stazionarono per alcuni giorni
"Scrive il commissario prefettizio al prefetto nella relazione del 10 ottobre che il 23 settembre "il Brigadiere Annibale Magni si era recato al domicilio di vari abitanti di questo Comune (ne fa nome e cognome], diffidandoli a stare bene attenti a quanto potessero dire in svantaggio della Ditta Leva e minacciandoli in caso contrario di severi provvedimenti“.
Si verificarono lievi incidenti, tra carabinieri e alcune donne radunatesi davanti al Palazzo comunale, sdrammatizzati dal commissario prefettizio e dal cav. Binda, che si prodigarono peril ritorno alla disciplina e alla serenità e diedero assicurazione sulla condotta "perfettamente tranquilla della popolazione sebbene dolorosamente impressionata dalI'apparato di forza che da qualche giorno esisteva in paese".
Ritornò la calma a Travedona. "la questione sembra che dormi, l'acqua della nostra roggia continuerà a scorrere tranquilla come prima", sostiene serenamente don Carlo, si placarono anche gli animi degli abitanti di Monate_ Cadrezzate, Osmate. Ispra prima di essere coinvolti in una tormenta dai colori ben più foschi. ll 13 febbraio 1939 il prefetto comunica al podestà che si é avviato "un riesame del decreto di concessione di derivazione d'acqua del Iago di Monate"; nel frattempo il commissario prefettizio cav. Guido Galbiati era stato rimosso daIl'incarico e sostituito.