Costumi-medioevali

 
 
 
Costumi Medioevali di Contrada
 
Contents
Costumi- Misurare
Le scarpe
La seta
Storia della moda 1100-1200
Bevanda medievale
Un tessuto sopra l’altro
La camicia è nata nel Medioevo
Costume femminile nel Medioevo
L’abito da sposa - Premessa sul matrimonio
Abbigliamento maschile medievale
Studi sull’abbigliamento nel medioevo
Storia del costume. Il Medioevo.
IL CASTELLO DI SAN GIORGIO. Note storiche
La Cucina nel Medioevo
Ricette Medioevali
Cibo e Vino nel Medioevo
La Medicina nel Medioevo
La donna e la famiglia
Definizione di Cavaliere  
La veglia
l decalogo del Cavaliere
Simbologia della spada
Cavalleria medievale tra mito e realtà
La città e la nuova economia monetaria.
la difesa dell'autonomia dei comuni contro l'impero.
 

Costumi- Misurare

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Costumi- Misurare

Le scarpe

 
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Le Scarpe - “Compagne di vita!
La storia:
Le calzature nella preistoria:
E' impossibile stabilire con precisione quando i nostri antichi progenitori abbiano cominciato ad indossare un qualche tipo di calzatura atto a proteggere il piede durante la marcia su terreni accidentati e a tenerlo caldo e/o asciutto in periodi di cattivo tempo.
     Ciò perché queste scarpe primitive, presumibilmente consistenti in pelli non conciate assicurate al piede da laccioli dello stesso materiale o in suole di fibre vegetali intrecciate fermate al piede con lo stesso sistema, non hanno resistito alle ingiurie del tempo ed, essendo costituite da materiali organici, si sono decomposte senza lasciare traccia nei giacimenti archeologici.
     Limitando la nostra trattazione ad un periodo brevissimo della storia dell'evoluzione dell'uomo, il pleistocene superiore che si fa convenzionalmente iniziare circa 110.000 anni fa, non sappiamo se l'uomo di Neanderthal vissuto in tali epoche, abbia protetto i piedi con calzature del tipo sopra descritto anche se si sa di certo che apparteneva ad una stirpe di cacciatori di animali anche di grossa taglia e che possedeva raschiatoi di selce nel suo corredo di utensili.
     Si può quindi presumere che possa aver usato le pelli degli animali cacciati per proteggere il corpo dall'inclemenza del tempo.
     Qualche supposizione più fondata su questo argomento possiamo tentarla prendendo in considerazione i più antichi esemplari conosciuti  di "Homo sapiens sapiens" , tipo cui appartengono tutte le razze tuttora viventi nella zona temperata  ove è comparso da circa 30.000 anni.
     Si tratta dell'uomo di Cro-Magnon i cui resti sono stati rinvenuti in questa ed altre località della Dordogna associati ad utensili  molto evoluti.
     Aveva una capacità intellettuale superiore a quella dell'uomo di Neanderthal, viveva su di un territorio che si estendeva dalla Europa occidentale all'Iran praticava attività  di caccia e raccolta  ed ha lasciato manufatti di pietra, ma anche di corno ed osso, di animali quali la renna il cavallo ed il mammut.
     Tra questi attrezzi molti sono i  punteruoli in pietra o osso che servivano a forare le pelli, gli aghi d'osso per cucirle, le lame in pietra atte alla scuoiatura ed i raschiatoi usati per rimuovere dalle pelli i residui di carne e grasso.
     Tutto ciò fa pensare che con le pelli, non si sa se e come conciate, egli confezionasse anche protezioni per il piede.
     Risalgono a circa 15.000 anni le prime raffigurazioni di calzature indossate da figure umane in dipinti rupestri spagnoli.
     Facendo riferimento a periodi a noi più vicini, (dagli 8.000 ai 4.000 anni fa) i nostri antenati cominciarono a fare vita più sedentaria, impararono ad addomesticare gli animali, a coltivare la terra e ciò può aver incentivato l'uso di pelli a scopo calzaturiero.
     Nel  sito archeologico dell'Oregon (U.S.A.) denominato Fort Rock Cave sono stati rinvenuti sandali confezionati con corteccia di Sagebrush (pianta del genere Artemisia) risalenti ad un periodo che si estende dal 9.000 al 7.000 a.C.
     In quello denominato Arnold Research Cave in Missouri (U.S.A.) sono stati trovati 16 esemplari di sandali e mocassini fatti con fibre vegetali intrecciate e 2 con pelle riconducibili ad un periodo di tempo che va dal 6.000 a.C. al 1.000.
     In Israele, nei pressi di Gerico, in un sito a nome "Caverna del guerriero",sono stati rinvenuti i  resti di un individuo di sesso maschile inumato all'incirca 4.000 anni a.C. (periodo calcolitico); del corredo funebre faceva anche parte un paio di sandali in cuoio con la suola "forma a piede"dalla punta arrotondata e leggermente rialzata; la tomaia è costituita da una specie di contrafforte munito nella parte superiore di fessure nelle quali passavano delle strisce di cuoio che servivano ad
assicurarlo alla caviglia e che partivano dai lati rialzati della punta.
     Nei pressi della cittadina spagnola di Albunõl situata in provincia di Granada, l'archeologo Manuel de Góngora esplorò nel 1.857 la grotta chiamata cueva de los Murciélagos che conservava all'interno una tomba risalente al 4° millennio a.C.
     I 69 scheletri che conteneva indossavano copri capi, abiti e sandali di sparto.
     Un'altra prova della supposizione che gli uomini preistorici, a partire quantomeno dal quaternario, producessero già rudimentali, ma efficienti calzature, ci è stata data dal rinvenimento sul ghiacciaio del Similàun, in Alto Adige, dei resti mummificati di un uomo che le analisi al C-14 hanno fatto risalire al 3.300 a.C.; al momento del ritrovamento egli indossava oltre ad un abbigliamento atto a proteggerlo dal freddo delle alte quote, i resti di una sorta di gambali con suola in pelle non conciata d'orso e tomaia costituita da strisce in pelle non conciata di capra con finiture in pelle di cervo rinforzate da cordicelle d'erba ritorta; i gambali erano imbottiti  di fieno onde isolare meglio il piede dal freddo; tomaia e suola erano tenute assieme da strisce di pelle non conciata.
     Dal punto di vista costruttivo si tratta di un tipo di calzatura chiusa abbastanza anomalo per il periodo in  esame in quanto assemblato da suola e tomaia separate e di diverso materiale, mentre quasi tutti i reperti riferibili a quest'epoca, in ogni parte del mondo, consistono in scarpe fatte con un unico pezzo di pelle adattato intorno al piede e assicurato ad esso per mezzo di un laccio di pelle.
Le calzature degli egizi:   Le notizie che conosciamo sulle calzature usate dagli abitanti dell'antico Egitto le abbiamo apprese soprattutto dallo studio dei numerosi reperti archeologici che ci sono pervenuti, statue, bassorilievi, pitture tombali, papiri e pergamene.
     Tutto questo si è conservato in buono stato a causa del clima molto secco e/o della protezione offerta dalla sabbia ai  materiali in essa sepolti per cui sono stati preservati anche reperti organici come tessili, cuoi, pelli e legno che in altre parti del mondo sono stati distrutti da processi putrefattivi.
     Sappiamo che gli Egizi conciavano le pelli trattandole con oli vegetali e grassi animali; esse venivano pulite con raschiatoi dai residui di grasso e carne dopo di che erano tese su telai ed immerse in un bagno di materie grasse per un  certo periodo; dopo essere state ritirate dal bagno, mentre erano quasi asciutte, venivano battute con mazzuoli di legno per far penetrare la concia nelle fibre della pelle che assumeva un aspetto scamosciato.
     Essi, però, conoscevano anche la concia con prodotti tannici sembra estratti dai baccelli dell' acacia arabica.
     I popolani andavano per lo più scalzi, mentre gli uomini di rango elevato portavano le calzature, quasi sempre fuori di casa anche come segno di distinzione sociale, prova ne è il fatto che esisteva la carica onorifica di "portatore di sandali" al seguito del Faraone o di nobili, al cospetto dei quali bisognava presentarsi scalzi; in ogni caso il clima egiziano rendeva necessario l'uso di scarpe aperte come i sandali e i popolani, probabilmente per il loro costo elevato, tendevano a risparmiarne il più  possibile l'uso e quando dovevano andare lontano li portavano in mano o appesi a un bastone e li calzavano all'arrivo.
     Era abbastanza raro che li portassero le donne.
    Alcune statuette d'argilla, risalenti al periodo predinastico (ca 3.500 a.C.), raffigurano uomini indossanti solo l'astuccio penico ed i sandali e fin  da questo periodo si usava posare il piede sulla sabbia o la terra bagnata onde ricavarne una specie di stampo dal quale trarre le misure per le suole di quelli.    
     Nella paletta di Narmer (ca 3.000 a.C.), tavoletta in scisto per i cosmetici del trucco rinvenuta a Ieracompoli (attuale Kom al Ahmer) e conservata al museo egizio del Cairo, nella quale è raffigurato il Faraone Narmer unificatore dell'alto e basso Egitto, è scolpita anche la figura di un  portatore di sandali reale; in questa tavoletta é raffigurata una delle più antiche immagini di calzature egizie mentre geroglifici con il significato di sandali iniziano ad apparire verso il 2.000 a.C.
     Nella tomba del visir Rekh-mi-Re, vissuto al tempo della diciottesima dinastia (circa 1.450 a.C.), è effigiato un calzolaio con i suoi attrezzi intento a fare un paio di sandali.
     I sandali egizi potevano avere la suola di legno (vedi fig.1), di cuoio (vedi fig.2), di papiro, di giunco (vedi fig.3) o di foglie di palma intrecciate, talvolta rivestite di tela (vedi fig.4), che veniva assicurata al piede con il sistema dell' "infradito" nel quale una striscia di pelle, fissata alla suola, passava tra l'alluce e le altre dita circondando il collo del piede; in epoche posteriori al 1.300 a.C. cominciarono ad essere portati modelli  con la punta rialzata (vedi figg.4 - 5)
     Il materiale più usato per confezionarli era il papiro, sotto forma di fibre intrecciate, abbondante e quindi poco costoso e la loro modelleria non è cambiata molto nel corso della millenaria era egizia.
     Ai sacerdoti era imposto d'indossare solo sandali fatti con le fibre di questa pianta. 
     Al British Museum di Londra è esposto un paio di sandali (vedi fig.6) rinvenuti a Beni Hasan nella tomba di Sebekhetepi probabilmente funzionario del locale governatore e vissuto nel periodo del medio regno (ca 2.125 - 1.795 a.C.).
     Hanno le suole in legno di cedro di un modello molto attuale, la così detta "forma piede", con le strisce di pelle a infradito colorate con gesso bianco.
     Poiché facevano parte del corredo funerario del defunto, essendo addirittura posati sul coperchio del sarcofago interno a livello dei piedi delle mummia considerate la struttura leggera non adatta all'uso quotidiano e la mancanza d'usura, si ritiene che, in questo particolare caso, essi dovessero servire al proprietario solo per l'uso nel regno dei morti.
     Nello stesso museo é un paio di sandali da bambino rinvenuti a Tebe, risalenti al periodo del nuovo regno (ca 1.550 - 1.069 a.C.) (vedi fig.7) caratterizzati dall'avere le suole cucite con cordino di fibre di papiro.
     La disposizione delle cinghiette in pelle che assicurano le suole al piede riproduce il simbolo dell'"Ankh", rappresentazione della vita; l'anello in cima al simbolo è la cinghia che contorna la caviglia, la traversa è costituita da quelle laterali fissate alla suola, la parte verticale è la striscia che parte dal collo del piede e giunge allo interstizio tra l'alluce e il dito seguente. (vedi fig.8)
    Le pianelle raffigurate in una statua maschile dell'8° dinastia (ca 1.350 a.C.) (vedi fig.9) facente parte delle collezioni del British Museum di Londra,  hanno suole appuntite, in cuoio o in legno e le cinghie passanti attorno al dorso del piede sembrano essere imbottite.
    I sandali dei maggiorenti potevano essere finemente decorati con pietre dure e perline ed avere persino le suole e le cinghie  d'oro; nella tomba del faraone Tutankhamon ( morto nel 1.349 a.C.), sono state rinvenute due sue statue a grandezza naturale indossanti sandali d'oro mentre in un cofanetto sono stati trovati sandali di papiro e giunco.
     Sulle suole dei sandali del faraone talvolta venivano incise o dipinte le immagini dei suoi nemici in modo che egli potesse calpestarle continuamente.
     Ai Musées Royaux d'Art et d'Histoire di Bruxelles è esposta una suola di sandalo, risalente all'epoca tolemaica ( 332-30 a.C.), in foglia di palma e giunco intrecciati cuciti ai bordi con un cordoncino vegetale. (vedi fig. 9 bis)
     Al Kunsthistorisches Museum di Vienna è esposto un paio di solette in giunco intrecciato che venivano poste ai piedi della mummia come componenti del corredo funerario (vedi fig. 9 tris).
     Venivano anche usate delle specie di pantofole con la punta rialzata confezionate con foglie di palma intrecciate (vedi fig.5); proviene dall'antica città di Antinoopolis in Egitto (odierna Shaykh Abadah) e risale al 3° - 4° sec.d.C. la pianella in cuoio nero con decorazioni in porpora conservata al British Museum di Londra (vedi fig. 10) 
     Le calzature egizie erano prive di tacchi, facevano eccezione quelle indossate dai macellai  che li avevano onde evitare che chi le indossava si sporcasse i piedi con il sangue delle bestie uccise.
     Poiché molti modelli di sandali avevano la suola rigida, in legno o metallo prezioso, abbiamo notizia da papiri che trattano di medicina che gli Egiziani soffrivano spesso di mal di piedi.
le calzature dei greci: già nel neolitico il territorio greco era abitato e dall'inizio del secondo millennio a.C. fu invaso da popolazioni di ceppo  indoeuropeo come gli Ioni, gli Etoli ed i Dori che diedero inizio alla civiltà micenea, fondarono città quali Micene, Atene Sparta, Argo, Delo e Tirinto e la diffusero in tutto l'Egeo e sulle coste dell'Asia minore.
     Queste popolazioni furono in contatto con i popoli mesopotamici, con i Fenici e popolarono con colonie, oltre l'Asia minore, il Bosforo, il mar Nero, la Sicilia e l'Italia meridionale (Magna Grecia) e furono influenzate da queste raffinate civiltà anche per quanto riguarda la foggia delle calzature.
     Quello che sappiamo su di esse, sulla concia delle pelli e cuoi destinati a confezionarle e sul mestiere di calzolaio ci giunge da testimonianze letterarie e da reperti archeologici quali statue e vasi con figure dipinte, ma in nessun scavo greco si è trovata traccia di impianti di conceria.
     Un vaso rodio (Pelike1), conservato presso l'Ashmolean Museum di Oxford, ci mostra una scena di calzoleria: un calzolaio taglia con un trincetto un pezzo di cuoio secondo la forma del piede di un ragazzo che sta in piedi sul deschetto.
     Le pelli venivano conciate con allume e quelle trattate con esso erano molto apprezzate e quindi costose, con materie grasse quali il grasso di maiale o la morchia d'olio che le rendevano assai morbide, con estratti tannici derivati da vegetali ricchi di questa sostanza come foglie di more, corteccia di alcune conifere, scorze di melograno, ghiande, radici e bacche di vite selvatica, frutti dell'acacia egiziana e corteccia di quercia.
     Alcuni di questi prodotti conciavano solamente, altri contemporaneamente coloravano e/o rassodavano e/o sbiancavano.
     Le pelli lavorate in Grecia generalmente provenivano dalle regioni bagnate dal Mar Nero, dalla Cirenaica ed in seguito anche dalla Sicilia e dall'Asia Minore dove, come è risaputo, erano stanziate numerose colonie greche.
     Molto spesso la concia era fatta dai calzolai stessi, ma esistevano anche concerie per così dire industriali ed il mestiere del conciatore, a causa delle esalazioni poco gradevoli che emanavano dagli impianti, godeva di poca reputazione e ciò vale anche presso tutte le altre civiltà antiche.  
     Omero ci informa nell'Iliade (Nel canto IV viene descritta una donna che calza dei sandali) e nell'Odissea dell'esistenza e dell'uso di molti oggetti in cuoio e pelle: scudi, elmi. otri, cinghie e pelli indossate come vestiario, ma in queste epoche più antiche i Greci, militari compresi, andavano soprattutto scalzi e solo in periodi posteriori cominciarono ad usare le calzature pur continuando a restare scalzi tra le pareti domestiche.
     Fonti letterarie ci fanno sapere che i Cretesi portavano stivaletti di cuoio bianco o di camoscio alti fin sopra la caviglia che i guerrieri di Orcomeno usavano stivaletti di cuoio rosso e che quelli di Micene calzavano sandali corredati da gambali in cuoio scuro.
     Nel VII mimiambo2 di Eronda, poeta greco del III sec. a.C., è un dialogo tra il calzolaio Cerdone, la procacciatrice di affari Metrò e due clienti che ci fa conoscere la grande varietà e raffinatezza delle calzature femminili in uso in età ellenistica.
     Infatti vi sono citate scarpe di Sicione o d'Ambracia gialle o verdi, scarpe senza tacco, pianelle, pantofole, scarpe ioniche, scarpe alte, scarpe da notte, scarpe aperte, scarpe rosse, scarpe argive, scarpe da giovinetto e scarpe da passeggio.
     Le prime calzature ad essere usate furono le Upodémata costituite da una suola di cuoio, di legno o di sparto assicurata al piede da corregge di pelle che si evolsero nei Sandalia (vedi fig.15); un modello di Sandalia erano i Krepidoi (vedi fig. 16) portati da ambo i sessi in viaggio, con il cattivo tempo e per fare lunghi tragitti in condizioni difficili; quelli femminili erano di pelle più morbida, potevano essere colorati, per lo più in giallo ed avere alte suole di sughero per guadagnare qualche centimetro in statura; solo un uomo libero poteva portare una Krepis con la linguetta intagliata. 
     Le Embádes erano stivaletti usati sia dagli uomini che dalle donne e avevano la tomaia completamente chiusa; quelle di Sicione erano generalmente di colore bianco mentre quelle laconiche erano rosse e quelle femminili potevano essere decorate da ricami in fili d'oro.
     Il sandalo raffigurato nella fig.17  è parte di una statua (ca. 350 a.C.) del British Museum di Londra raffigurante, forse, il satrapo di Caria Mausolo e prove- niente dal suo mausoleo di Alicarnasso.
     I modelli di sandali delle figg.18 - 19  sono tratti da bottiglie di terracotta  in forma di piede esposte al British Museum e provenienti da Samo (ca 575 - 550 a.C.)
     La Krepis raffigurata alla fig. 20 è un modello effigiato su una statua del VI sec. a.C. del museo archeologico di Siracusa ed ha uno stile sorprendentemente attuale.
     Le calzature femminili potevano essere decorate da applicazioni in metallo e colorate anche con la porpora. 
     Le Ninfides erano calzature bianche decorate indossate dalle spose. 
     Esisteva anche una sorta di scarpe più pesanti adatte ad uso militare o a chi dovesse percorrere terreni accidentati chiamate Koila upodémata (vedi fig. 21) con suola anche chiodata e parti di tomaia che ricoprivano il tallone e i lati del piede  e che erano tenute allacciate da corregge incrociate sul dorso dello stesso.
     I sandali raffigurati nella Fig.22 appartengono ad una statua romana del 2° secolo d.C. copia di una statua greca proveniente dal tempio d'Apollo a Cirene e conservata al British Museum di Londra.  
     Gli Endromides  erano stivaletti maschili che arrivavano fino a mezza gamba tenuti aderenti alla gamba da corregge di cuoio mentre gli  Akatioi erano scarpe dalla punta rialzata, probabilmente di derivazione ittita.
     I Kothornoi, di derivazione orientale, avevano una spessa suola di cuoio ed una tomaia in pelle morbida alta al polpaccio ed allacciata sul davanti della gamba con corregge rosse e furono introdotti da Eschilo nelle rappresentazioni del teatro tragico; i Kothornoi teatrali avevano una suola molto alta, ispessita da strati di sughero e l'altezza,  fino ad un decimo della statura, variava a seconda dell'importanza del personaggio che li indossava in modo che dei ed eroi apparissero più alti dei comuni mortali; gli attori comici indossavano invece le Embádes.
     I cavalieri usavano stivali con lo sperone.
     Senofonte ci informa che i calzolai univano suole e tomaie con tendini animali e che seguivano una procedura standardizzata nell'assemblaggio delle calzature.
     Esisteva una norma di galateo per la quale chi avesse dovuto partecipare ad un banchetto doveva raggiungere il luogo ove era stato invitato con le calzature ai piedi per non insudiciarli troppo, ma, giunto nell'androne della casa, se le sarebbe tolte per permettere ad uno schiavo di lavargli i piedi prima di salire sul letto della sala da pranzo.
Molte teorie sono state elaborate per cercare di spiegare  le origini degli Etruschi, la più seguita li fa originari delle coste della Lidia nell'attuale Turchia, ma anch'essa è tutta da verificare e da dove abbia avuto origine questo popolo resta pur sempre un mistero.
     Essi popolarono ampie zone dell'Italia, dalla pianura padana alla Toscana e il Lazio fino alla Campania, dove vennero in contatto con i Greci, per finire di essere assimilati dai Romani.
     Le notizie che conosciamo sulle loro calzature ci giungono dalle pitture che decorano le tombe nelle necropoli prevalentemente toscane e laziali o da statue bronzee, fittili e in pietra della medesima provenienza.
     Diversi personaggi raffigurati in questi ipogei portano scarpe con le punte rialzate simili a quelle ittite e ciò può avvalorare la teoria sulle origini orientali degli Etruschi.
     Nella fig.23 è rappresentato un modello di tali calzature tratto da un cippo proveniente da Chiusi e conservato al British Museum di Londra (490 - 470 a.C.) e della stessa origine è il modello effigiato nella fig.24 che potrebbe rappresentare un predecessore delle calzature romane chiamate Perones anche se quelle avevano sul dorso del piede un'apertura allacciabile con stringhe di cuoio. (vedi cap.6°)
     La fig. 25 ci mostra un paio di sandali facenti parte di una statua rinvenuta nella tomba di Iside a Vulci (ca 570 -560 a.C.) che portano ancora traccia dei pigmenti rossi con i quali erano colorati.
     Venivano usati anche sandali come quelli indossati dai danzatori della tomba del triclinio o a quelli portati dal suonatore di flauto della tomba dei leopardi entrambe a Tarquinia.
Le calzature dei romani: Roma sorse come insediamento di pastori e contadini sulle pendici del Palatino intorno al 750 a.C.
     I suoi abitanti furono, fin dalle origini, in contatto con i popoli vicini più evoluti quali gli Etruschi e i Greci della Magna Grecia e ne subirono l'influsso mutuando da essi  anche i fondamenti della tecnica e dell'artigianato per cui i primi Romani che si dedicarono alla concia delle pelli e alla fabbricazione di calzature impararono da quelli i processi produttivi.
     Plutarco ricorda che già nel periodo regio gli addetti alle lavorazioni di cuoio e pelli erano organizzati in una corporazione che, come altre, fu regolamentata dai leggendari re Numa Pompilio e Servio Tullio; queste corporazioni, precorritrici delle "arti" medioevali, agirono durante tutto il periodo repubblicano e ricevettero nuove regole da Giulio Cesare (100 a.C. - 44 a.C.) tanto che, nel foro di Ostia, esiste un mosaico che illustra le attività dei "Coriarii" ossia degli artigiani che si occupavano delle lavorazioni di cuoio e pelli.
     La tecnica conciaria romana è sufficientemente conosciuta , non solo per mezzo di testimonianze letterarie ed epigrafiche ma anche a causa di ritrovamenti archeologici che hanno permesso, ad esempio, di riportare alla luce una conceria coperta dalle ceneri e dai lapilli del Vesuvio durante l'eruzione che seppellì Pompei  nel 79 d.C. o di rinvenire in torbiere nordiche e in siti molto asciutti del medio oriente frammenti di pellame che è stato possibile analizzare.
     I Romani conciavano le pelli con l'allume, con materie grasse e con prodotti vegetali contenenti  tannino come il sommacco (Rhus coriaria), le noci di galla, la corteccia di quercia, quella di pino e le scorze di melograno importate dall'Africa.
     Le pelli potevano anche essere conservate per lunghi periodi con  il metodo della salatura appreso dai Galli e dai Germani.
     Le prime calzature usate dai Romani furono le Soleae; si trattava di primitivi calzari costituiti da suole di cuoio allacciate alla gamba con corregge di pelle che, in seguito, finirono per essere indossate solo in casa come i Socci che erano pedule di feltro colorate usate anche dagli attori comici.
     Con l'evoluzione della socialità, le scarpe finirono per diventare, anche per i Romani, un elemento caratterizzante dello status di chi le indossava.
     Ecco perché, per uscire, i cittadini di rango elevato usavano i Calcei (vedi fig. 26) in abbinamento con la toga o l'abbigliamento militare; consistevano in suole senza tacco di uno spessore di circa 5 mm. corredate da tomaie in pelle morbidache ricoprivano tutto il piede; dai lati di ogni suola partivano due larghe strisce che si incrociavano e venivano annodate sul dorso del piede mentre altre strisce più sottili potevano partire dal tallone, si avvolgevano sulla caviglia per circa 15 cm. e vi venivano annodate lasciandone pendere le estremità a volte decorate da fibbie d'avorio a mezzaluna.
     I Calcei portati dai senatori (Calcei senatorii) erano di colore nero, quelli delle più alte cariche civili erano rossi ed esistevano anche i Calcei ripandi (o Calcei uncinati) dalla punta rialzata probabilmente di derivazione etrusca.
     Nella stele funeraria del calzolaio Caio Giulio Elio risalente al 1° sec. a.C. esposta a Roma nel polo museale della centrale Montemartini (Musei capitolini) sono scolpiti un esemplare di calceo ed uno di caliga. (vedi fig. 37 tris)
     Nello stesso museo si può ammirare il gigantesco piede di una statua della "Fortuma huiusce diei" alta 8 metri scolpita  nel 101 a.C. da Skopas, scultore greco attivo a Roma, calzata con un sandalo "infradito", probabilmente un modello di Krepis e ciò ci fa supporre che anche le matrone romane indossassero calzature di quella foggia. (vedi fig. 37 quater)
     In occasione di cerimonie i patrizi indossavano i Mullei (vedi fig.27); si trattava di Calcei di colore rosso dalla suola molto spessa in modo da innalzare la statura di chi li calzava come testimoniano Plinio e Svetonio.
     La fig.28 tratta da una statua di Settimio Severo (146 d.C. - 211 d.C.) proveniente da Alessandria ed esposta al British Museum di Londra mostra un paio di Mullei caratterizzati dalla mancanza delle strisce di pelle che, dai lati della suola, si incrociavano sul dorso del piede per poi avvolgersi intorno alla caviglia ed esservi annodate.
     Sia i Calcei che i Mullei erano scarpe costose, complicate, difficili da indossare e scomode, per cui, nella vita di tutti i giorni, si portavano sandali (vedi fig.29) con le suole fissate ai piedi con svariati sistemi basati su cinghie di pelle.
     I sandali femminili di appartenenti alle classi agiate potevano essere decorati da ricami, perle e pietre preziose e, addirittura avere le suole d'oro o d'argento.
     Un tipo di sandali d'origine greca erano le Crepidae (vedi fig.30) atte anche alla marcia su terreni difficili , quelle femminili erano dette Crepidulae.
     Potrebbero essere un modello di Crepidae le calzature della fig.31 che fanno parte di una statua dell'imperatore Adriano (76 d.C. - 138  d.C.) proveniente dal tempio d'Apollo a Cirene ed esposta al British Museum di Londra.
     Lo stesso vale per il modello illustrato nella fig. 31 bis, finemente decorato con motivi a foglie d'acanto,  tratto dalla riproduzione di una statua in bronzo dell'imperatore Settimio Severo (146 d.C. - 211 d.C.) esposta ai Musées Royaux d'Art et  d'Histoire di Bruxelles dove si trova anche un calamaio portatile romano in bronzo trovato a Willemeau (Belgio) che riproduce fedelmente un Pero (vedi fig. 33).
     Le donne portavano anche calzari (vedi fig.32) simili a scarpe basse attuali, ma senza tacco.
     I popolani ed i contadini indossavano altri tipi di calzature; i più usati erano i Perones (vedi fig.33), scarpe dalla suola senza tacco con una tomaia in pelle alta alla caviglia allacciata sul dorso del piede con fibbie o stringhe e che potevano essere indossate sul piede nudo o interponendo una specie di calza in feltro.
     I militari, fino al grado di centurione, i contadini e chiunque dovesse percorrere lunghi tratti su terreni accidentati portavano le Caligae (vedi fig.34); erano scarpe dalla pesante suola senza tacco chiodata con bullette (clavi caligares) tanto che nelle sue satire Giovenale commiserava chi avesse posto il piede sotto la suola di un soldato; ai militari veniva corrisposta un 'indennità detta "clavarium" onde potessero sostenere la spesa necessaria alla sostituzione dei chiodi delle caligae.
     La tomaia era simile a quella dei Perones, ma senza apertura affibbiabile, come quella di uno stivaletto moderno. Sul bordo superiore, per aiutarsi a calzarle, erano praticate, davanti e dietro, due fessure a mezzaluna e, poiché era fatta di cuoio molto spesso e quindi rigido, la punta era aperta onde evitare di ferire le dita con lo sfregamento.
     Per assicurare meglio queste scarpe al piede e per irrobustirle ulteriormente, la tomaia era attraversata da una serie di corregge ed era dotata di rinforzi, alleggeriti da fessure, nel tallone.
     I lati della suola erano collegati da una striscia di pelle che passava sopra il dorso del piede; altre due strisce più strette univano la tomaia con la suola verso la punta ed erano tenute distanziate da una striscia trasversale posta all'altezza dell' apertura sulla punta stessa.
     Da questo modello di calzatura prese il soprannome l'imperatore Caligola (Gaio Cesare Germanico 12d.C. - 41d.C.) che lo ebbe dai legionari comandati dal padre sul Reno.
     Le Carbatinae ( vedi figg.35 -37) in cuoio grezzo e con la tomaia ricavata da un unico pezzo di pelle erano anch'esse  adatte alla marcia su terreni difficili e quindi  soprattutto usate dai militari.
     Le Gallicae erano una variante delle Carbatinae proveniente dalla Gallia.
     Le Ocreae (vedi fig.36) erano degli stivaletti alti al polpaccio allacciati sul davanti da stringhe incrociate.
     Proviene dagli scavi di Qasr Ybrim in Egitto lo stivaletto militare databile 1° sec. a.C. - 1° sec d.C.  (vedi fig.37) esposto al British Museum di Londra ove è definito come una Caliga; è stato confezionato con un unico pezzo di cuoio alla quale è stata aggiunta la suola ed era tenuto allacciato al piede a mezzo di stringhe di pelle passanti attraverso le fessure di cui sono munite le cinghiette collegate alla tomaia.
     Probabilmente apparteneva ad un soldato membro della guarnigione romana che stazionava in quella località.
     A Colonia, in Germania, è stato rinvenuto uno stivaletto di modello analogo che differisce da quello sopra citato per non avere nella tomaia le fessure che permettevano una certa aerazione del piede, ciò per evidenti motivi climatici! (vedi fig. 37 bis)
     Gli schiavi ed i proletari usavano zoccoli di legno detti Sculponeae e i campagnoli gli Udones costituiti da suole rettangolari munite di lunghe cinghie di cuoio che le assicuravano ai polpacci protetti da pezze di lana e/o pelli d'ovino, in sostanza gli antenati delle Ciocie!
     Apuleio, nelle sue Metamorfosi (VII, 27), afferma che i sacerdoti della dea siriana Atargatis indossavano calzature di colore giallo.
     Nell'editto di Diocleziano del 301 d.C. (Edictum de pretiis venalium rerum), calmiere che elencava meticolosamente anche i prezzi massimi di vendita di tutti i generi di consumo, sono menzionati almeno 20 tipi di calzature come: Calcei patricii, Calcei  senatorii, Caligae equestres, Caligae muliebres, Campagi, Urinae.
     I Campagi erano calzature militari mentre le Urinae erano sandali femminili in pelle bovina.
     All'epoca del tardo impero (V - VI sec.) le matrone romane portavano zoccoli dorati o stivaletti di cuoio che scricchiolavano ad ogni passo, ce lo dice San Gerolamo che stigmatizza questa moda troppo frivola.
     Nel libro XIV, legge 2 "de abitu quo uti oportet intra orbem" del codice teodosiano (435 -438 d.C.) emanato da Teodosio II il giovane, imperatore d'oriente (401 d.C. - 450 d.C.) si legge che gli augusti Arcadio e Onorio proibiscono a Roma l'uso delle Zanche che, a quel tempo, dovevano essere una sorta di stivaletti o scarpe.
     Le scarpe romane potevano essere lucidate con la cera d'api ed avere vari colori; per il nero si usavano sali ferrosi e/o estratti tannici, il giallo si otteneva dallo zafferano, l'azzurro era ricavato dal guado (Isatis tinctoria), le scarpe di lusso erano colorate di rosso con la porpora o con l'Oricello (Roccella tinctoria) che era meno costoso.
     Le tomaie erano cucite con filo di lino ed erano unite alle suole con strisce di cuoio, tendini o budello ritorto.
     I Romani usavano togliersi le scarpe durante i banchetti ed anche prima di entrare nelle terme e ci è pervenuto un mosaico che era situato all'ingresso di una di esse che raffigura la scritta augurale "Benelava" ed un paio di pianelle a infradito per ricordare agli utenti di togliersi le calzature e di recuperarle all'uscita.
     Nell'"Ars amandi" di Ovidio (43 a.C. - 18 d.C.) leggiamo che le aristocratiche romane attribuivano un valore di grande sensualità alle calzature strette e fascianti.
Con la caduta dell'impero romano (476 d.C.), l'Europa piombò in un periodo di oscurantismo.
     Fu ripetutamente invasa dai barbari che si spostarono nei suoi territori, debolmente o per nulla presidiati , alla ricerca di terre e di saccheggio, ma che, venendo a contatto di una civiltà superiore, a poco a poco ne assimilarono gli elementi.
     Anche le conoscenze tecniche relative alla concia delle pelli e alla fabbricazione di calzature, dopo aver subito un calo, dovuto al marasma in cui era caduta la compagine statale romana, tornarono ad evolversi, avvalendosi anche degli apporti mutuati dai popoli invasori.
     Ciò che conosciamo su di esse ci è pervenuto sia da riferimenti letterari sia dall'esame di reperti rinvenuti soprattutto in tombe.
Dal sec. VI al sec. X
I LONGOBARDI Erano una popolazione di stirpe germanica stanziata originariamente in Pannonia che nel 568 d.C. scese in Italia sotto la guida del re Alboino ed occupò Lombardia, Emilia, Toscana, Umbria e Campania costituendovi ducati i cui capi eleggevano un re residente a Pavia, capitale del regno.
     Sotto Agilulfo ( 591 - 616) dall'arianesimo si convertirono al cattolicesimo ed il re Rotari emanò nel 643 un editto contenente norme consuetudinarie del diritto longobardo adattate al diritto latino.
     Il loro regno finì con Desiderio (756 - 774) sconfitto da Carlo Magno re dei Franchi (742 - 814).
     Lo storico longobardo Paolo Diacono ci informa che usavano calzature aperte fin quasi all'alluce fissate al piede da lacci incrociati dette Hosis sulle quali, per cavalcare, infilavano delle uose in  lana dette Tubrugos.
 
I FRANCHI Erano un popolo germanico originario delle rive del medio e basso Reno da dove poi passarono nei territori dell'impero romano in Germania Belgio e Francia.
     In Francia, sotto Clodoveo (466 - 511), primo re della dinastia merovingia, prese forma la compagine statale e la popolazione si convertì al cristianesimo, ma fu solo sotto il fondatore della dinastia carolingia Pipino di Héristal (640 - 714) che i Franchi diedero inizio a quella che diventerà la nazione francese.
     In tombe di epoca merovingia furono rinvenute fibbie in metallo ad aghetto usate per chiudere sia le calzature che le uose.
     Eginardo, cronista Franco, narra che Carlo magno (742 - 814) calzava, nelle solennità, scarpe tempestate di gemme.
     Un modello di calzatura franca fu rinvenuto nelle tomba di Bernardo, figlio di Pipino, re d'Italia, morto nell'818 quando il sepolcro fu aperto nel 1.618; sono calzari alti al polpaccio con tomaia in cuoio rosso ornata da strisce di pelle e suola in legno e con apertura dal dorso alle dita del piede, tenutevi aderenti con legacci.
     Le illustrazioni della bibbia di Carlo II il calvo (823 - 877)  mostrano scarpe simili a pantofole allacciate fino alla caviglia e proprio in questo periodo, vengono di moda le calzature à la Poulaine, dette anche Pigaces (vedi figg.43-44), con una punta che, all'inizio, era al massimo lunga come la metà del piede, ma che, in seguito divenne talmente lunga da rendere difficoltoso il camminare ed era imbottita con muschio, peli animali o lana; talvolta terminava bizzarramente a coda di pesce, di serpente o a pungiglione di scorpione.
     Le Poulaines dapprima erano portate solo dai nobili come scarpa da guerra e quando la lunghezza delle punte crebbe, nel sec. XIV furono emanate leggi che ne fissavano le misure per nobili, borghesi e popolani anche se erano indossate sopratutto dai primi mentre i comuni cittadini portavano scarpe dalla punta arroton- data.  
     Si dice che questa moda sia stata introdotta dal conte Fulco D'Angiò che aveva la necessità di nascondere un piede deforme, ma, in realtà, come abbiamo visto nei capitoli precedenti, esisteva già fin dai tempi dei Sumeri e degli Egizi e, forse furono i crociati ad importarla in Europa.
     La moda attecchì anche tra gli ecclesiastici tanto che S. Pier Damiani (1.007 - 1.072) ne condannò l'uso.
     Il termine francese Poulaine significa "(punte di) scarpe alla polacca" e ciò si spiega con il fatto che l'uso di tali calzature si era esteso anche alla Polonia tanto che in Inghilterra, a partire dal 1.367, esse furono anche chiamate Crakows.  
 
GLI ANGLOSASSONI Gli Iuti, gli Angli ed i Sassoni erano tribù germaniche che, dai loro stanziamenti nello Schleswig e sulla costa frisona, verso la metà del 400 d.C. invasero e colonizzarono L'Inghilterra fondando reami che furono gradualmente esautorati dai Normanni.
     L'esame di reperti archeologici ha dimostrato che queste popolazioni non facevano distinzione tra scarpe maschili e femminili, tutt'al più quelle femminili potevano essere ornate da una striscia ricamata dall'apertura alla punta.
     Le calzature erano confezionate cucendo assieme suola e tomaia sul rovescio delle pelli o unendole con corregge (metodo di assemblaggio detto "A tomaia risvoltata, in inglese "Turnshoe Technique")  e normalmente erano alte alla caviglia, con la punta arrotondata, senza tacco ed allacciate con cordoncino o stringhe. Non venivano usati chiodi e, verso la metà del IX sec., ne comparvero anche di dotate di una linguetta triangolare chiuse da una fibbia a barretta.
     Erano usati anche modelli di pantofole basse, sandali del tipo tardo romano, calzature di pelli non conciate ed altre fatte con un unico pezzo di pelle.
     Il sistema di costruzione sopra citato fu importato in Inghilterra dai Sassoni verso il 5° sec. e, a poco a poco, soppiantò quello usato dai Romani che consisteva, tra l'altro, nel cucire le tomaie con spago e di fissarle alla suola con strisce di pelle mentre i Sassoni usavano corregge di pelle non conciata.
     Molti vocaboli in inglese arcaico fanno riferimento alle calzature di quest'epoca, ma non è chiaro a quale particolare tipo.
     La parola "Scoh" potrebbe indicare la scarpa in generale o uno stivaletto alla caviglia o una pantofola; "Swiftlere"e Staeppescoh" sono scarpe a pantofola di pelle non conciata alte alla caviglia; " Hemming, Rifeling, Socc " (quest'ultimo di derivazione chiaramente romana, vedi cap. 6°) indicano scarpe fatte con un unico pezzo di pelle; "Crinc e Calc" sono sandali a strisce. 
 
I NORMANNI (VICHINGHI) Erano popolazioni d'origine germanica viventi nell'area scandinava che dall'VIII al XI secolo si espansero notevolmente in Europa, spostandosi soprattutto per mare, essendo abilissimi navigatori.
     Stabilitisi in Francia, dove nel 911 Rollone fondò il ducato di Normandia, si convertirono al cristianesimo.
     Nel 1.066 Guglielmo il conquistatore occupò l'Inghilterra mentre in Italia meridionale alcuni cadetti di nobili famiglie si impossessarono di vasti territori, tolti ai Bizantini, che furono unificati da Roberto il Guiscardo (1.015 - 1.085) che tolse la Sicilia agli Arabi e da Ruggero II re di Sicilia dal 1.130.
     Si può ragionevolmente affermare che usassero calzature simili a quelle degli Anglosassoni e, verso il 1.150, dopo la conquista dell'Inghilterra, adottarono, per un breve periodo, tacchi arrotondati e punte aguzze mentre cominciava ad essere usato il metodo di giunzione di tomaia e suola a mezzo del  guàrdolo  probabilmente importato in Europa del nord dai Crociati.
Nelle raffigurazioni dell'arazzo di Bayeux che descrive lo sbarco in Inghilterra, calzavano scarpe chiuse allacciate munite di speroni che, in inverno, erano foderate di pelliccia.
     Il cronista inglese Orderico Vitale (1.075 - 1.143) che  nella sua opera Historia ecclesiastica ci ha lasciato una ricca documentazione sui Normanni cita le "Pigaciae" e le "Pigatiae"
 
VENEZIA Nella "vita di Orseolo, doge di Venezia" (928 - 987) si legge che il doge indossava delle Zanghe, che, a quel tempo, dovevano consistere in  una sorta di stivali atti a riparare piede e gamba.
 
CALZATURE ECCLESIASTICHE I sacerdoti cattolici indossavano, in questo periodo, sandali chiusi con tomaia in cuoio che proteggeva il tallone e la punta delle dita legati al piede con corregge.
     In un suo editto Carlo magno impose agli ecclesiastici di indossare solo semplici sandali durante la celebrazione della messa.
XII
     Continuò la moda delle Poulaines che ebbero punte sempre più lunghe, talune dal tallone alla punta misuravano più di 90 cm., per cui, onde evitare d'inciampare, le punte venivano assicurate alle gambe con legacci o catenelle.
 
REGNO NORMANNO DI SICILIA A Vienna sono conservati dei sandali appartenuti alla regina Costanza moglie dell'imperatore di Germania Enrico IV (1.050 - 1.106) che hanno ricamata sulla tomaia una sirena.
     Nella stessa città, al Kunsthistorisches Museum, è esposto un paio di calzari usati per le incoronazioni dei principi del Sacro Romano Impero; la tomaia è costruita in pelle e tessuto nei colori crema e rosso ed è decorata da riporti i pietre dure e canotiglia (.Nei sarcofagi reali della cattedrale di Palermo sono stati rinvenuti alcuni esemplari di calzature; in quello di Enrico VI (1.165 - 1.197) erano scarpe con tomaia in seta decorata da oro e perle e con suola in  sughero rivestita di seta; in quello di Federico II ( 1.194 - 1.250) stivaletti con tomaia in seta recante il ricamo di una cerva e suola in sughero rivestita di seta.
 
VENEZIA I Veneziani praticavano la concia vegetale con estratti dal sommacco e dal rovere, quella con allume di rocca e quella con materie grasse.
     I calzolai erano riuniti nella corporazione dei "Caleghéri e Zavateri" (calzolai e ciabattini) che comprendeva anche alcune categorie speciali di calzolai come quella dei "Solarii" che facevano esclusivamente suole per scarpe e calze solate (vedi sotto Valdesi) o quella dei " Patitari" che facevano zoccoli detti Patitos; la corporazione imponeva ai suoi membri il rispetto di una serie di norme a tutela dei diritti dei clienti.
     I Patitos avevano tomaia in pelle di montone e suola alta ed erano usati in tutt'Italia, sia in campagna che in città, per non rovinare e sporcare le calze solate (vedi sotto Valdesi) con il fango delle strade non lastricate.
     Le donne veneziane indossavano in questo periodo zoccoli detti Socchi e Zanghe; ambedue i modelli potevano avere la suola in legno o in sughero, ma quelli con suola in sughero, in virtù delle norme a tutela della clientela sopra citate, dovevano avere la tomaia in cordovano cioè in pelle di capra molto morbida conciata al tannino, mentre quelli con suola in legno potevano avere la tomaia in pelle di montone
 
I VALDESI Erano seguaci di un movimento religioso sorto in Francia nel 1.175 che prese nome da Pietro Valdo mercante di Lione, il quale, in un certo momento della sua vita, decise di donare ai poveri tutte le sue ricchezze e di vivere secondo le regole del Vangelo; dapprima furono tollerati dalla Chiesa cattolica ma quando decisero di far svolgere attività pastorale anche dalle donne, furono tacciati d'eresia e perseguitati, specie dopo il 1.532 quando aderirono alla riforma protestante.
     Nel sec.XII passarono in Svizzera dalle zone di confine tra Piemonte e Francia in cui erano stanziati e tornarono in Piemonte nel  1.689 quando il duca di Savoia glielo permise e ne tollerò le pratiche religiose.
     I loro uomini incominciarono nel XII secolo ad indossare le Calze solate, chiamate in francese Haut de chausses, una sorta di calzamaglia di tessuto munita di una protezione alla pianta del piede sotto forma di suola in cuoio che rendeva superfluo l'uso delle scarpe.
 
CALZATURE ECCLESIASTICHE In questo periodo il Papa calzava pantofole dette Sandalia; ce ne sono pervenuti due esemplari, uno con tomaia in seta blu, l'altro in seta rossa e dorata.
     Con i paramenti liturgici si calzavano Udones e Caligae con tomaie in lana, lino o seta di colore bianco.
     Ai Musées Royaux d'Art et D'Histoire di Bruxelles è esposto un paio di sandali liturgici di manifattura italiana, provenienti dall'abbazia di Stavelot (Belgio).  Hanno la tomaia in cuoio rosso decorata da ricami in filo d'oro ed applicazioni in pelle dorata.
XIII
     Continuò in tutta Europa l'uso delle Calze solate e delle Poulaines :
FIRENZE In quella città la maggior parte delle attività di commercio, artigianato, manifattura, ma anche l' esercizio di professioni quali quelle di medico notaio etc., erano organizzate in corporazioni che avevano il nome di "Arti"; ne esistevano 21, divise in Arti maggiori, mediane e minori.
     I calzolai facevano parte  di una delle 5 Arti mediane mentre i conciatori appartenevano ad una delle 9 Arti minori.
     Mentre molti commercianti ed artigiani del cuoio o della pelle esercitavano i loro mestieri in botteghe di legno situate sul Ponte Vecchio, i conciatori dovevano essere allocati in zone più periferiche dati i cattivi odori derivanti dai metodi di concia.
     Infatti le pelli venivano lasciate a macerare per circa otto mesi  con l'uso anche di orina di cavallo.
All'inizio del secolo uomini e donne calzavano gli Usatti, sorta di stivali in cuoio e la semplicità del loro vestire é ricordata con nostalgia da Dante Alighieri nel Paradiso (XV, 100-116))             
     Giudici e notai usavano le Calze solate mentre in inverno, oltre agli Usatti, si indossavano anche Calzari in cuoio che potevano avere anche la suola in legno; i poveri in estate andavano scalzi ed in inverno si avvalevano di zoccoli che venivano portati senza calze.
Le donne indossavano calzature con tacchi e suole molto alti tanto che i predicatori, sempre pronti a stigmatizzare le vanità della moda, le prendevano in giro per il loro deambulare come su trampoli anche se una certa giustificazione a quest'uso potrebbe essere data dallo stato delle strade della città piene di fango e con le acque di scarico dei caseggiati che scorrevano lungo la carreggiata.
 
REGNO DI NAPOLI E SICILIA Si usavano scarpe chiamate Calzari, Sandali, Pianelle e Patitelle con suole di cuoio, legno o sughero e tomaie in stoffa, velluto o pelle dorata detta "auripellium".
     In un documento conservato nell'archivio di Palermo si legge che Carlo I d'Angiò (1.226 - 1.285) possedeva dei sandali aventi sulla tomaia una croce bianca ricamata.
     Un'ordinanza emessa in questo periodo a Sciacca ci fa conoscere i prezzi delle scarpe; quelle usate "dalli gintilomini et persuni onorati" costavano tarì (1)1 e grani (2)10, mentre le scarpe di "montuni femmininu" costavano solo grani 15.
     In taluni contratti che regolavano rapporti di garzonato i maestri si impegnavano non solo ad insegnare la loro arte agli apprendisti, ma anche a fornire loro vitto alloggio e "calciamenta" cioè le scarpe.
 
ROMA Nel "Libro dell'incoronazione di Bonifacio VIII"(1.235 - 1.303) è citato un prefetto dell'urbe che partecipava al corteo papale indossando una Zanga d'oro ed una rossa ed, in quest'epoca, tale nome si riferiva ad una calzatura foggiata a stivaletto.
 
VENEZIA Risale al 1.221 un capitolare della corporazione del Caleghéri nel quale si menzionano due tipi di scarpe: i Calcarios , gambali di cuoio o in tessuto, forse muniti anche di piede e gli Stivallos, stivali alti al polpaccio con suola in legno.
INGHILTERRA Nel 1984/85 a Newcastle upon Tyne, nel corso di  scavi lungo  la riva del fiume, furono rinvenuti numerosi frammenti di cuoio, tessuti e ceramica mescolati a inerti di discarica usati per bonificare le rive paludose del fiume nel XIII sec.
Il cuoio si è conservato molto bene in un ambiente acido e consiste in frammenti di tomaie e suole di quattro modelli di calzature montati con la "tecnica a tomaia risvoltata ( in inglese Turnshoe Technique) (vedi cap. 4° Le calzature degli Egizi) scarti di lavorazione di qualche calzolaio di quell'epoca; nella "Turnshoe Technique del XIII sec. tra tomaia suola si interponeva una striscia di pelle che serviva a rendere stagna la cucitura.
Le scarpe in oggetto erano alte alla caviglia, senza tacchi e le tomaie potevano essere costruite o con un unico pezzo di pelle o con due; nel primo caso le due estremità della tomaia  erano congiunte con una cucitura "di testa" laterale fatta con stringa di cuoio, ( piccoli pezzi triangolari ne completavano la forma), nel secon- do con un pezzo di pelle si modellava la parte anteriore della tomaia e con l'altro quella posteriore che venivano unite  con il sistema sopra citato, dei contrafforti venivano poi cuciti all'interno dei talloni.
NOTE (1) Tarì: moneta d'oro o d'argento d'origine araba adottata anche dai Normanni e dagli Aragonesi.
  (2) Grano: moneta d'argento o rame in uso nel regno di Napoli e Sicilia
XIV
     Continuò in Europa la moda delle Calze solate (vedi cap. 9.3 i Valdesi) e delle Poulainesche assunsero, in punta,  la forma a becco.
ITALIA  G.Musso, nella sua "Storia di Piacenza"del 1.388, scrive che i giovani di Piacenza indossavano, d'estate e d'inverno, "Caligae solatae" (Calze solate vedi cap.9.3 i Valdesi) con sotto scarpe con tomaia bianca , talvolta con punte sottili lunghe tre once oltre il piede imbottite di crine onde evitare che si piegassero mentre i meno giovani che, precedentemente portavano tali modelli di calzature senza punta, ora le portavano con piccole punte "piene di peli".
     In generale le scarpe femminili dei ceti abbienti avevano la tomaia in pelle, in seta anche ricamata, in fili d'argento, in tessuto ed erano corredate da fibbie d'oro o d'argento.
     Per limitare l'eccessivo lusso negli abiti e nelle scarpe furono emanate molte disposizioni tra le quali quella che imponeva ai sarti di prendere la misura delle vesti alle donne scalze onde evitare che esse si potessero far confezionare vesti tanto lunghe da poter essere portate con zeppe esageratamente alte.
     Durante le giornate di pioggia si portavano i Patitos, detti anche Zoppelli, con tomaia decorata da rosette e suola bianca; gli uomini portavano Calzari, Borzacchini (scarpe alte), sandali e Ciocie con tomaia di colore bianco, il più alla moda, ma anche rossa o gialla in pelle bovina o di montone talvolta decorata con impressioni a caldo oppure in tessuto.
 
GENOVA  Le popolane di quella città sfoggiavano un gran lusso e le cronache ci informano che anche le fornaie portavano scarpe con tomaia in seta decorata da nastri.
 
FRANCIA  La lunghezza delle Poulaines divenne spropositata tanto che Filippo IV ( 1.268 -1.314) ne fissò i limiti distinguendo tre misure per la nobiltà, la borghesia e il popolo; editti analoghi furono emanati da CarloV ( 1.338 - 1.380) e da Carlo VI ( 1.368 - 1.422), ma senza alcun effetto.
     Nel manoscritto miniato "Les très riches Heures du duc de Berry" sono raffigurati diversi modelli di questo tipo di calzatura. (Museo Condé di Chantilly -Francia) 
 
INGHILTERRA Anche Edoardo III (1.312 - 1.377) emanò un editto per regolare la lunghezza e l'uso delle Poulaines che, come tutti gli altri, fu disatteso.
     Divennero di uso comune, in quel paese, i "Pattens", sovra scarpe in legno o cuoio indossate per non rovinare le calzature con la pioggia e il fango.
     Il modello costituito da un cerchio di ferro munito di supporti che reggevano la parte nella quale si infilavano le scarpe restò in uso fino al XIX sec.
 
SAVOIA Gli Zoppelli (vedi sopra) erano usati anche dagli uomini e Amedeo V di Savoia (1.252 - 1.323) ne possedeva alcuni con la suola d'argento.
XV
ITALIA Gli uomini calzavano, per la caccia, stivali alti alla coscia con aperture laterali chiuse da stringhe
DUCATO DI MILANO Le donne calzavano anche pianelle chiamate, nel milanese, Zibette; avevano la suola di cuoio o sughero e la tomaia in pelle, broccato o velluto e venivano indossate sopra i Patitos
FIRENZE Al tempo di Lorenzo il Magnifico (1.449 - 1.492) i giovani ricchi calzavano stivaletti con tomaia in velluto su calze di velluto bianco screziate in argento e le dame talvolta imitavano la foggia maschile usando sandali dal tacco alto.
L'arte dei cuoiai e caligai apparteneva alle così dette "arti minori"ed i calzolai tenevano bottega soprattutto in via dei calzaiuoli.
 
VENEZIA All'inizio del secolo prese campo a Venezia la moda di un modello di calzatura che si diffuse in tutta l'Europa e durò per più di duecento anni; consisteva in pianelle o pantofole montate su di un'altissima suola in legno o sughero talvolta decorata con pietre preziose, dipinta o rivestita in cuoio e /o tessuto.
     Queste scarpe erano chiamate in dialetto veneto Zoppieggi o Sopei, in altre regioni d'Italia Calcagnini ed in Francia Chopines; alcuni, spregiativamente le chiamavano a zoccolo di mucca (vedi figg. 47 - 48).
     Alcuni pensano che l'idea per tale modello sia giunta a Venezia dall'oriente derivata da alti zoccoli usati per proteggere i delicati piedi delle dame dal contatto con i pavimenti caldi e scivolosi dei bagni turchi,  altri dalla Spagna, altri che quelle calzature fossero state create per camminare nelle calli invase dall'acqua alta fatto sta che inizialmente furono usate dalle cortigiane e poi da tutte le donne tanto da assorbire quasi tutta la produzione di sughero italiano e divennero uno status symbol, maggiore era l'altezza delle suole, maggiore dovevano essere la ricchezza e il prestigio di chi le indossava!
     Poiché l'altezza delle suole aumentava sempre di più sino a sfiorare i 60 cm., le donne appollaiate lassù erano costrette a farsi accompagnare da due persone che le aiutassero a salirvi e a camminare, visto anche lo stato dei selciati dell'epoca.
     Dapprima la moda fu tollerata; i mariti forse pensavano che le mogli, con simili scarpe ai piedi, non avessero grosse possibilità di andare in giro in loro assenza la Chiesa ne favorì l'uso poiché con esse era impossibile danzare, la danza era considerata attività altamente peccaminosa, ma poi lo stato cercò di frenare la smania delle dame di gareggiare fra loro in altezza visto anche l'alto numero d'infortuni e aborti dovuti alle cadute e il troppo lusso di tomaie e tacchi.
     Così, nel 1.430, un'ordinanza del maggior consiglio vietò l'uso di Sopei di altezza maggiore di ca 20 cm., ma, come era successo per quelle riguardanti le Poulaines ,nessuno la rispettò.
 
FRANCIA Carlo VIII (1.470 - 1.498), probabilmente a causa della deformità di un suo piede che gli impediva l'usodelle Poulaine, lanciò la moda delle scarpe À bec de cane ( A becco d'anatra) dalla punta quadra.
 
GERMANIA La moda delle scarpe A becco d'anatra si diffuse anche in Germania dove venivano chiamate Entenschnäbel; verso il 1.480 vi si iniziarono a costruire le scarpe con il " metodo del guàrdolo" che è quello usato ancor' oggi per scarpe di pregio; il guàrdolo, una striscia di cuoio di cm.60x3x2 è cucito da un lato alla tramezza (parte portante della scarpa come soletta interna che contribuisce a tenere in forma la tomaia) e dall'altro alla suola.
INGHILTERRA In questo paese, a partire dal 1.450, le Poulaines furono anche chiamate Pikes e Piegains, nomi che derivano dal termine "piggen" una sorta di secchio con un lungo manico.
In Inghilterra sono stati rinvenuti alcuni reperti di questo tipo di calzatura con la suola larga e appuntita, ristretta al fiosso e nuovamente più larga nel tallone. Taluni avevano la suola in due pezzi e ci sono storici del costume che pensano che si tratti di un metodo di costruzione mentre altri affermano che si tratta semplicemente di calzature riparate alle quali è stata sostituita una parte di suola.
     Il re Edoardo IV (1.442 - 1.483) stabilì per legge che soltanto coloro che appartenessero almeno al livello sociale di Lord potessero indossare scarpe o stivali di lunghezza superiore al piede (cm. 30,48) fissando,  per i trasgressori, una multa di 3 scellini e 4 centesimi.
XVI
ITALIA Le dame usavano in questo secolo anche pantofole con tomaia in pelle molto sottile, raso o velluto, magari dorata e ornata da pietre preziose, perle canotiglia(1), intagli e ricami; il lusso di queste scarpette era censurato invano dalle leggi suntuarie dei diversi stati della penisola.
     Verso il 1.550 anche le scarpe maschili vennero ornate da intagli; quelle indossate dal ceto nobiliare o dalla borghesia ricca avevano le tomaie in seta, velluto o cordovano(2), quelle portate dal popolo avevano tomaie in vacchetta(3) o pelle di pecora.
     Gli uomini usavano calzature dette Alla francese o All'alemanna strette al tallone e larghe in punta.
VENEZIA Continuò a furoreggiare la moda dei Zoppieggi o Sopei ,  ma le signore usavano anche le pantofole sopra descritte chiamate a Venezia Scarpini o pianelle con suola in legno intarsiate d'avorio e ricoperte di velluto.
Cesare Vecellio nel suo "Habiti", pubblicato nel 1590, descrive le sontuose vesti delle cortigiane veneziane che calzavano pianelle ornate di frange o di colore bianco.
FRANCIA Anche là continuò la moda delle Chopines chiamate anche Patins mentre, verso la metà del secolo, vi nacque la moda delle scarpe con il tacco dette Souliers à pont; fu lanciata da Caterina de' Medici (1.519 - 1.589) che, essendo piccola di statura, le indossò per la prima volta con l'abito di nozze in occasione del suo matrimonio con il futuro re di Francia EnricoII ; il tacco era in legno e la tomaia in pelle o broccato(4)
     Le signore portavano anche pantofole basse, simili a quelle usate in Italia, dette Escarpins, mentre gli uomini indossavano scarpe dalla punta larga e arrotondata o stivaletti allacciati con ganci e bottoni e con la tomaia guarnita di intagli, fiocchi e nastri.
GERMANIA E AUSTRIA Nacque in queste regioni la moda delle scarpe A muso di bue (Ochsenmäuler) portate da uomini e donne; avevano una punta larga e arrotondata e tomaia in pelle.
Al Kunsthistorisches Museum di Vienna sono esposti due quadri del pittore austriaco Jakob Seisenegger ( 1.485 - 1.547) nei quali sono raffigurati l'arciduca Ferdinando del Tirolo e l'imperatore Carlo V che indossano calzature di questo tipo (vedi fig. 51 bis - 51 tris)
     Verso il 1.550 comparvero le scarpe A piè d'orso (Bärenklauen) con la punta ancora più larga, sostituite poi da scarpe con la tomaia in panno o seta ricamate per gli uomini mentre le donne tornarono a portare scarpette molto sfilate, anche con  puntale in argento.
INGHILTERRA Durante il regno di Elisabetta I (1.533 - 1.603) uomini e donne dell'aristocrazia usavano pantofole con il tacco e l'alto clero pantofole con tomaia in broccato o velluto.
     Anche là dilagò la moda delle Chopines tanto che fu promulgata una legge che permetteva al marito di ripudiare la moglie se questa lo avesse ingannato sulla sua reale statura indossando delle Chopines per sembrare più alta.
CALZATURE MILITARI I cavalieri, sotto le scarpe dell'armatura, indossavano morbidi calzari in pelle mentre i fanti, appartenenti al ceto popolare, portavano una sorta di morbide pantofole dalla suola bassa adatte a spostamenti veloci sul campo di battaglia.
XVII
    Mentre fino a quest'epoca le scarpe erano destre e sinistre, all'inizio del XVII secolo si incominciò a farne di intercambiabili.
I nobili e i ricchi iniziarono ad usare stivali, dapprima alti al ginocchio ed, in seguito, alla coscia e strombati.
ITALIA Le signore adottarono l'uso di scarpette a punta arrotondata con tomaia in pelle bianca o in seta, velluto e tessuto con frammessi fili d'oro o d'argento (broccato) decorate con ricami, rosette di passamaneria e fibbie.
     Anche qui il nobile usò lo stivalone alto alla coscia con tacco alto e la tomaia ornata da intagli e pizzi e la punta, in un certo periodo del secolo, biforcuta, ma non si diffuse, come in Francia, la moda dei tacchi rossi Si usavano anche scarpe basse con tomaia in pelle o velluto ornate con rosette in tessuto del colore della calza e Borzacchini (dall'olandese broseken = scarpetta), vale a dire scarponcini; le scarpe di uso comune erano nere, quelle più eleganti bianche.
GENOVA Nel ritratto di Salvatore Castiglione (1.620 - ?) raffigurante il doge Gerolamo De Franchi che resse il do
gato per il biennio 1.652-1.654, si vede come egli indossasse Calze solate in velluto rosso guarnite di un fiocco dello stesso tessuto
VENEZIA Continuò l'uso degli Zoppieggi o Sopei , un modello dei quali, usato soltanto in Italia, venne chiamato Zoccolo ed era caratterizzato dall'avere, sotto la suola, due pilastri di circa 20 cm. che rendevano quasi impossibile la camminata tanto che le signore si aiutavano con due bastoni; esse usavano anche una scarpetta con la punta volta all'insù.
FRANCIA Continuò l'uso di scarpe con il tacco e nacque la moda dei tacchi rossi (talons rouges) usati dai nobili come segno distintivo del loro stato; du- rante il regno di Luigi XIV ( 1.638 - 1.715) i tacchi ebbero incise o dipinte scene romantiche o agresti.
     Nel quadro di Claude Guy Halle (1.652 - 1.736) " L'udienza accordata da Luigi XIV al doge Francesco Maria Imperiale" conservato a Versailles presso il musée et domaine national de Versailles et de Trianon, si vede che il re ed i nobili del suo seguito indossano scarpe con i "talons rouges".
 
INGHILTERRA Come nel resto dell'Europa i maschi del ceto nobiliare indossavano stivali alti al ginocchio come quelli della fig.54 esposti al Victoria & Albert Museum di Londra; sono in pelle beige, molto morbida, con l'ampia strombatura al ginocchio decorata da finissimo pizzo, la linguetta di chiusura è a forma di farfalla e termina con una fibbia in metallo collegata agli speroni, i tacchi e la suola sono in cuoio nero.
     Le dame dell'aristocrazia portavano anche ciabattine come quella della fig.56 che risalgono al 1.660 - 1.670; hanno la tomaia in seta con ricami in rilievo e la punta quadrata con i due lati piegati all'ingiù o scarpe come quella della fig.57 (1.660 ca )con tomaia in pelle di maiale di colore verde vescica ricamata a strisce bordeaux e decorata con un fiocco di seta dello stesso colore dei ricami.
     Nell'Amleto di Shakespeare (ca 1.602) è citata una dama più vicina al cielo a causa dell'altezza delle sue Chopines: "By'r lady, your ladyship is nearer to heaven than when i saw you last, by the altitude of a chopine"
     Un atto del parlamento inglese risalente al 1.670 recita: " Sia deliberato che ogni donna di qualsiasi età, rango, professione o condizione sociale, anche se donzella o vedova, che inganni e tradisca da sposata un suddito maschio di Sua Maestà, con profumi, belletti, cosmetici, lozioni, denti e capelli finti, busti guardinfanti, scarpe con il tacco alto e fianchi rialzati con cuscinetti, potrebbe incorrere nelle penalità di legge in vigore contro la stregoneria, la magia e simili reati ed il matrimonio, se fosse accertata la colpevolezza, potrebbe essere dichiarato nullo e non valido."
 
GLI EUROPEI NELLE AMERICHE: I BUCANIERI
    Furono rudi avventurieri di molte nazioni europee, schiavi o servi vincolati da contratto fuggiaschi e marinai naufragati che, ad Hispaniola (Haiti), si dedicarono alla caccia dei bovini e suini importati dagli Spagnoli e tornati allo stato brado per ricavarne le pelli e la carne che conservavano affumicandola alla maniera dei nativi su graticci chiamati boucan.
     Rivendevano questi prodotti alle navi di passaggio o ai filibustieri e, talvolta, non disdegnavano di dedicarsi alla pirateria.
     Ricavavano le calzature dalla pelle non conciata di buoi e maiali  appena scuoiati ponendo il piede sulla pelle della zampa con l'alluce in corrispondenza del ginocchio e legandovelo con un nervo dello stesso animale; la pelle veniva poi ripiegata intorno al piede fin sopra alla caviglia e vi veniva assicurata con un altro spezzone di nervo; l'essiccamento la faceva aderire al piede.
 
I BANDEIRANTES Furono avventurieri d'origine portoghese che, tra la fine del 500 e il 600, si addentravano all'interno del Brasile alla ricerca di oro e schiavi indios.
     Per le marce nella savana e nella boscaglia equatoriale, onde avere piedi e gambe protetti dalle spine e dai morsi dei serpenti, usavano stivaletti di cuoio grezzo sormontati da alte ghette.
 
CALZATURE MILITARI Nella fig.55 è illustrata una scarpa, esposta nella torre di Londra, appartenuta ad un picchiere inglese e risalente al 1.632; è in pelle di colore nero ed è allacciata al piede a mezzo di due strisce dello stesso materiale munite di occhielli in metallo attraverso i quali passa una stringa in pelle
XVIII
ITALIA Le signore usavano scarpe estive e invernali con tomaia dalla punta aguzza in pelle, anche traforata, o dello stesso tessuto dell'abito decorata con fiori artificiali, con gemme incastonate e fibbie di metalli preziosi e tacco alto.
     I gentiluomini calzavano scarpe basse accollate con tomaia in pelle nera a punta quadrata e con la linguetta che saliva fin sopra il collo del piede; il tacco era spesso e rosso, ma il rosso non era, come in Francia, usato solo dai nobili.
     Si usavano anche stivali, considerati molto eleganti e stivaletti di pelle rossa da passeggio, come è ricordato dal Parini (1.729 - 1.799).
GENOVA Ritratti di dogi o di nobili reggenti alte cariche della repubblica ci fanno conoscere alcune fogge di calzature in uso al ceto nobile di quella città nel 700.
     Le calzature dei dogi hanno la tomaia rossa, colore del potere, quelle dei nobili nera come si può vedere, ad esempio, nel ritratto di Domenico Parodi (1.672 - 1.742) raffigurante il doge Gerolamo De Mari che resse il dogato nel biennio 1.699 - 1.701 , in quello dello stesso autore nel quale è effigiato il doge Domenico Maria De Mari, che lo fu nel biennio1.707 - 1.709 in quello di Pellegro Parodi (1.705 - 1.785) che ci mostra il doge Cattaneo Della Volta che lo fu nel biennio 1.748 - 1.750 o in quello di G. Vaymer (1.665 - 1.738) nel quale è effigiato Gerolamo Serra, governatore della Corsica
FRANCIA Le dame calzavano scarpette dalla punta leggermente rialzata dette À la mahonnaise o pantofole dette Chaussons e ciabattine con tacco e punta aguzza
     La regina Maria Antonietta ( 1.755 - 1.793) sembra ne possedesse cinquecento paia ed avesse una cameriera esclusivamente addetta alla loro cura.
     Continuò l'uso di tacchi decorati e intagliati che avevano il nome di "venez y voir" e, all'epoca di Luigi  XV (1.710 -1.774) di tacchi larghi alla base e rientranti detti tacchi Luigi.
RUSSIA I contadini usavano scarpe di corteccia di betulla corredate di gambali di stracci .
CALZATURE MILITARI In questo secolo cominciarono ad essere creati modelli di scarpa ad uso esclusivamente militare.
     Ad esempio, durante la guerra di successione austriaca, le truppe della repubblica di Genova calzavano scarpe di vacchetta(1) nera con punta quadrata e fibbia in ferro che , durante una campagna, erano usate unitamente a ghette che arrivavano sopra il ginocchio.
XIX
ITALIA Verso il 1.835 cominciò a tornare di moda il tacco non troppo alto; per le tomaie, in pelle o  tessuto, si adottarono colori come il bianco e il nero per la sera, e, gli stessi dell'abito, per il giorno.
    Per il passeggio si usavano stivaletti con tomaia grigia in pelle di daino, chiamati alla francese Brodequins, che, dopo il 1.840 avranno le tomaie realizzate anche in velluto e seta e, per l'inverno, saranno foderate e/o orlate di pelliccia mentre, per l'estate, avranno la tomaia in crine.
     Quasi tutti i modelli avevano un'apertura laterale chiusa da stringhe o bottoncini.
     Dopo il 1.835 le scarpe maschili da abbinare ad abiti di gala ebbero le punte squadrate mentre le scarpe da giorno le avevano arrotondate.
     Scarpe da pioggia in gomma vulcanizzata cominciarono ad essere usate dopo il 1.843.
     Le crinoline nascosero le scarpe delle signore, ma, dopo il 1.860, si ricominciarono a vedere gli stivaletti.
     Nell'ultimo ventennio del secolo venne di moda una scarpa con tomaia di pelle di capretto con punta aguzza e tacco rientrante .
FRANCIA Dopo la rivoluzione francese nacque la moda delle calzature senza tacco anche come reazione al fatto che i tacchi rossi erano stati appannaggio dell'aristocrazia; la scarpa con tacco tornerà di moda verso la metà del secolo.
     La Francia, in questo periodo, cominciò a dettare le regole della moda e, in tutta Europa, i nobili e le classi agiate seguivano la moda di Parigi.
     Le nuove aristocratiche dell'impero napoleonico calzavano pantofole con tomaia e suola sottilissime, talmente delicate che camminare, anche per pochi metri nelle strade dissestate dell'epoca significava danneggiarle irrimediabilmente.
     Sembra che Giuseppina Beauharnais (1.763 - 1.814), prima moglie di Napoleone, ne possedesse più di cinquecento paia.
     Tra il 1.820 e il 1.835 le aristocratiche portavano scarpe molto scollate a punta quadrata assicurate al piede da un passante incrociato alla caviglia; le tomaie erano in pelli d'importazione inglese molto fini, ma si facevano anche in seta e in gros(1) e il colore preferito era il bianco.
     Continuò la moda delle pantofole chiamata dapprima "Pantofles à la poulaine" per avere la punta rialzata e la tomaia in colore rosso e, in seguito,"Nonchalantes" con tomaia finemente ricamata.
     I signori usavano scarpe con tomaia dalla punta squadrata in cuoio per il giorno e in vernice per la sera.
Nelle campagne i contadini adoperavano generalmente gli zoccoli, salvo che nel meridione dove, nella buona stagione, andavano scalzi; le scarpe venivano usate solo alla domenica.
INGHILTERRA Anche qui le signore calzavano scarpe quasi senza tacco e con suola molto sottile come i polacchi della fig.65 (1.812- 1.820) visti al Victoria & Albert Museum di Londra; hanno la tomaia in tela jeans rigata decorata da una rosetta in seta e sono allacciati a mezzo stringhe.
     I contadini usavano scarponi con la suola di legno, ma quasi tutti, specie quelli irlandesi, andavano scalzi nella bella stagione.
     I marinai della marina mercantile indossavano per la libera uscita scarpe chiodate.
     Nel periodo che va dal 1837 al 1851 gli uomini appartenenti alle classi privilegiate usavano stivali di vernice.
    Alcuni miserabili di Londra esercitavano la disgustosa attività di raccoglitori di deiezioni canine che venivano cedute alle concerie per la concia delle pelli.
CALZATURE MILITARI Quelle della fanteria erano molto robuste, visti i molti chilometri da percorrere a piedi; le scarpe dei soldati napoleonici dovevano resistere a circa 350 Km. di marcia prima di essere risuolate.
     I granatieri della guardia usavano, per la libera uscita, scarpe con fibbie d'argento.

La seta

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La seta
 
 
Le fibre di origine animale secretiva sono la seta e il bisso.
La seta è costituita dalla bava solidificata  che la larva di un lepidottero, comunemente chiamata baco da seta, bombix mori o filugello, produce prima di iniziare la sua metamorfosi.
(Fibroina ) = proteina della seta .
la larva può produrre la bava grazie a due ghiandole serigene composte da tre parti distinte :
_canale secretore = dove si forma la fibroina
_ serbatoio = dove la fibroina si accumula una volta prodotta
_ dotto escretore = la bava fuoriesce dopo essersi unita a quello dell’altra ghiandola , in prossimità della bocca del baco detta filiera .
le due bave di fibroina , uscendo dai due canali si coagulano e restano incollate insieme dalla sericina (sostanza proteica, gommosa, con proprietà adesive).
Negli allevamenti in cui interessa produrre la seta, la fuoriuscita della farfalla dal bozzolo spezzerebbe il filo, non potendo più filare in un filo continuo; per evitare ciò si sottopongono i bozzoli all’azione di alte temperature per uccidere la crisalide (STUFATURA).
CARATTERISTICHE DEI BOZZOLI:
Possono avere forme, dimensioni e colori diversi: esistono bozzoli ovali, cinturati (lieve strozzatura al centro ) sferici, appuntiti.
La lunghezza varia dai 2 ai 3 cm, il diametro da 0,8 a 1,6 cm hanno colori vari, tra i quali il bianco avorio e giallognolo, i bozzoli prodotti dalle femmine hanno la fibra più robusta e corta e in genere risultano più completi di quelli prodotti dai maschi che sono a filo più lungo.
Il gelso : è una pianta della famiglia delle moracee, coltivata per ottenere le foglie per l’allevamento del baco da seta, inoltre il gelso può fornire frutti (detti more) usati in farmacia come leggeri astringenti. La corteccia è ricca di fibre adatte alla fabbricazione di carta è tessuti.
MORFOLOGIA DELLA SETA:
 
La fibra di seta grezza, al microscopio, ha l’aspetto cilindrico leggermente appiattito, formata da due fibrille (2 bavelle unite insieme dalla sericina che forma una guaina trasparente o leggermente colorata di giallo).
La sericina non è distribuita in modo regolare ma a forma di grumi frequenti.
Le due bavelle appaiono senza striature, sottili e lisce.
Ogni fibrilla appare costituita da: strato interno (2 bavelle di  fibroina) e strati esterni (quelli di sericina).
La seta cotta (senza sericina) appare formata da fibre isolate, omogenee.
STRUTTURA CHIMICA DELLA SETA:
 
La seta è composta da:           Fibroina 70-80%
Sericina 20-30%
La fibroina è composta da amminoacidi.
DIFFERENZE STRUTTURALI TRA FIBROINA E CHERATINA:
La fibroina è costituita dai più piccoli amminoacidi (glicina, alanina, tirosina), mentre la cheratina della lana è formata da amminoacidi più voluminosi, come la cistina; la quale contiene zolfo.
La struttura della fibroina è di tipo beta mentre quella della cheratina (lana) è di tipo alfa.
La fibroina è poco allungabile per stiramento, mentre la cheratina lo è moltissimo.
La cheratina, per effetto della trazione, passa da alfa (a chiocciola) a beta (appena ondulata), avvicinandosi alla struttura della fibroina.
PROPRIETA’ DELLA SETA:
Proprietà esteriori:
il colore è una qualità essenziale che deve avere la seta per essere ritenuta pregiata.
Il colore deve essere uniforme, senza irregolarità o macchie (seta cottaàbianco lucente; seta crudaàda bianco giallastro a verdognola, a bruna).
la seta è caratteristica per la lucentezza della sua fibra.
Tanto più la fibra ha sezione tondeggiante e regolare, tanto più è lucente.
la sezione della fibra non è costante in tutto il bozzolo (finezza all’inizio la bavella è più fine, per poi ingrossarsi negli ultimi strati del bozzolo).
La lunghezza utile, di media, è sui 600-700 m.
Il bozzolo non è completamente sfilabile; gli ultimi 200m di fibre sono come fusi insieme.
per mano della fibra si intende la morbidezza e la flessibilità della fibra al tatto; la mano dipende molto dall’ origine della seta .
il craquant è il caratteristico fruscio della seta per lieve sfregamento (ottenuto dopo una lavorazione imperfetta).
La seta cruda presenta spesso rigonfiamenti dovuti ad accumuli di sericina, mentre la seta cotta, per essere tale, deve risultare uniforme ..
Proprietà meccaniche:
La seta ha una tenacità superiore alla lana(s’avvicina a quella del cotone).
La seta cruda ha una tenacità superiore a quella sgommata, eliminando la sericina si perde circa un terzo di tenacità (che misura la resistenza del filo a rompersi quando è sottoposto a trazione )               à Tenacità assoluta: si misura in grammi                           
à Tenacità relativa: espresso in grammi per denaro.
l’allungamento a rottura per la seta cruda è del 20%
l’elasticità della seta è inferiore a quella della lana e fibre sintetiche(nylon).
È una fibre che gualcisce facilmente, però con il tempo le pieghe spariscono in gran parte spontaneamente.
La resistenza all’usura si misura sperimentalmente con flessioni ripetute della fibra.
La seta ha una resistenza media all’usura, all’incirca tra quella della lana e quella del cotone.
Proprietà termiche:
comportamento nei confronti del caloreà la seta fino a 130°C non subisce alterazioni,
130°-150°C ingiallisce e diviene fragile, 170°C si decompone carbonizzandosi.
b-   comportamento nei confronti della fiammaà brucia lentamente con l’odore di corno bruciato, rigonfiandosi.
Allontanata dalla fiamma la fibra si spegne lasciando un residuo spugnoso e carbonioso (L.O.I. > 21%).
c-   coibenza termicaà    Cattiva conduttrice di calore.
Ottimi coibenti termici.
Proprietà elettriche:
La seta è una cattiva conduttrice di elettricità; quando è asciutta si carica elettrostaticamente per sfregamento.
Comportamento nei confronti della luce:
La seta alla luce perde tenacità e ingiallisce, se esposta per molto tempo ai raggi solari può perdere fino al 90% della sua tenacità.
Comportamento nei confronti dell’aria:
L’aria tende ad ossidare la fibra diminuendone la tenacità e facendola ingiallire.
Comportamento nei confronti dell’umidità:
la seta assorbe fino al 30%di acqua senza dare la sensazione di bagnato e rigonfiando in maniera modesta è una fibra molto igroscopica.
Il tasso di ripresa della seta è fissato per legge (L. 194 / 99) pari al 11%
Proprietà fisiologiche:
La seta, soprattutto quella sgommata, è una fibra molto liscia e uniforme, non provoca generalmente irritazioni o allergie al contatto con la pelle.
La seta caricata ha sulla superficie i sali minerali che possono produrre dermatiti e sensazioni di prurito.
Comportamento nei confronti degli agenti chimici:
L’acido solforico(a media concentrazione) fa contrarre la seta fino al 50% della sua lunghezza, facendola increspare senza danneggiarla.
Proprietà tintorie:
            La seta è una fibra facile da colorare, qualsiasi sia la natura dei pigmenti.
TRATTAMENTI E LAVORAZIONE DELLA SETA:
 
Dopo la stufatura dei bozzoli vengono sottoposti ad un’ulteriore spelaiaturacon cui si eliminano le bave superficiali.
Si passa pio alla cernita a mano o automatica in cui si eliminano i bozzoli difettosi; dopo di questa sono passati ad un crivello per dividerli secondo la dimensione, l’operazione è detta crivellatura
(i bozzoli inferiori a 0.8 cm vengono scartati) e semireali, reali e realissimi secondo la dimensione crescente.
Poi ci sono:
_ macerazioneà bozzoli immersi in bacinelle a 80°circa per ammorbidire la sericina
_ scopinaturaà vengono strofinati con una specie di scopino per eliminare i filamenti più esterni
Si passa infine alla trattura (operazione con il quale si dipana il filo del bozzolo).
I bozzoli, una volta trovato il capo, vengono posti in bacinelle di trattura con acqua calda.
I fili riuniti si fanno passare dentro il foro di una rotellina metallica e i vari capi si saldano insieme a causa dell’introdursi di sericina e poi l’aspatura: filo leggermente ritorto e raccolto in aspi distaccati fra loro (ottenendo il filo di seta grezza chiamato torto di filanda).
SGOMMATURA:                si toglie la sericina totalmente o in parte
Sono da evitare le acque calcaree perché il calcio forma composti insolubili che aderiscono alla fibre rendendola opaca.
Seta priva di sericina à cotta o sgommata
Se si toglie dal 12 al 20% di sericinaà semicotta o raddolcita
Sericina tolta dal 5 al 10%à cruda
CARICA:                                 è il trattamento a cui si sottopone la seta cotta per farle riacquistare peso e consistenza perduti con la sgommatura.
Carica alla pari à quando si compensa completamente la perdita subita.
Carica sotto alla pari à quando l’aggiunta di sali (tannici o metallici) è inferiore alla percentuale in peso di sericina perduta.
Carica sopra alla pari à quando l’aggiunta è superiore.
                               È molto usata
Appesantire molto con sali minerali e fibre vuol dire realizzare forti guadagni.
La Cina è il paese d’origine della seta.
ANALISI QUALITATIVA:
analisi microscopica
saggio della combustione
prove tintoriali
prima di procedere ai vari saggi si risciacqua il campione con etere di petrolio ( sostanze ricavate dal petrolio per smacchiare) o altri solventi organici che non intacchino la fibra per togliere olii o grassi.
ANALISI MICROSCOPICA:
La fibra ricavata dal filato è posta sul vetrino portaoggetti e bagnata con una goccia di soluzione idroglicerica al 3% o col reattivo idrosolforico
              La fibra si colorerà in arancio – rosso
Seta greggia: due bavelle cilindriche accoppiate dalla sericina
Seta caricata: appare ricoperta da una sottilissima patina bianca, se la carica è a base di sali di stalino(nerastra).   La carica non è mai uniforme.
Seta selvatica: bavelle grosse e nastriformi, marcate striature longitudinali; appaiono con tinte dall’ambrato al bruno.
SAGGIO DELLA COMBUSTIONE:
la seta brucia lentamente con odore appena avvertibili.
Residuo meno voluminoso e appena allontanata dalla fiamma si spegne, è resistente al calore più della lana, si altera a temperature superiori a 130°C.
PROVE TINTORIALI:                      si avvalgono di coloranti che reagiscono in maniera diversa         con le varie fibre.
Col rosso di rutenio: (la seta ha la colorazione rossa)
Seta cottaà rosa pallido
Seta caricata ( carica allo stagno) à giallastro
                                      (nero di campeggio)à viola anziché blu come la seta cotta.
SAGGI QUANTITATIVI:                                     per separare la seta dalle fibre di origine vegetale si ricorre al reattivo di lowe
Scioglie la seta e lascia inalterati cotone, lino, rayon..
Costituito da una soluzione di solfato e glicerina a cui viene aggiunta NaOH ( soda caustica) al 20%.

Storia della moda 1100-1200

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Storia della moda 1100-1200
 
L'abbigliamento del dodicesimo secolo in Europa si distingueva dalla moda dei secolo precedenti per pochissimi dettagli. Sia l'abbigliamento maschile, che quello femminile, erano sempre contraddistinti dall'utilizzo di tuniche più o meno lunghe, a seconda della condizione sociale dell'indossatore. Abiti più sagomati, e dotati di maniche erano invece caratteristici delle classi più abbienti.
Come negli anni precedenti, due stili di vestire coesistettero contemporaneamente nella moda maschile: il primo consisteva in una tunica più corta (all'altezza delle ginocchia), derivato dalla contaminazione stilistica degli abiti di tutti i giorni utilizzati nell'Impero Romano, con le divise dei barbari; il secondo consisteva in una tunica più lunga (all'altezza delle caviglia), provenienti dalla moda della borghesia bizantina.[1]
 
 
Proveniente dalla Francia, una delle principali innovazioni nell'abbigliamento fu l'introduzione del bliaut o bliaud, una tunica da portare al di sopra di altri abiti, con maniche ampie. Inizialmente molto ampie, in seguito il bliaut divenne maggiormente aderente al corpo dell'indossatore.
AL di sotto del bliaut, veniva spesso indossata una tunica inerna (dal francese) chainse, o una maglia con maniche lunghe e strette, spesso realizzata in lino. L'utilizzo di pantaloni, chiamati chausses e realizzati nella forma di calze o leggings (in due capi separati per ogni gamba) ebbe una certa diffusione. I modelli più popolari erano quelli a righe.[1] Durante questo periodo, soprattutto nelle classi sociali medio-alte, infatti le calze divennero più lunghe e più aderenti, quindi anche più comode.[2] Venne quindi meno la necessità di utilizzare delle fasce, il cui scopo era proprio quello di sostenere le calze. Queste fasce tuttavia rimasero in uso in Inghilterra sino al regno di Riccardo I[3], per poi essere definitivamente abbandonate del 1200.[4]
Oltre alle "sotto-tuniche" ed alle calze, gli uomini indossavano una tunica esterna, lunga sino alle ginocchia, e trattenuta in vita con una cintura. Bliaut, realizzati in lana o, sempre più frequentemente in seta, avevano maniche tagliate al livello al polso e gonne sagomate. Gli uomini indossavano il bliaut aperto sul davanti o sul retro, e cucito sui lati.[1][5]
Le nuove tendenze inoltre imponevano l'utilizzo di alcuni nuovi capi di abbigliamento nella parte superiore del corpo, da indossare sotto la tunica: il doublet, fatto con due strati di lino, ed il gipon una primitiva forma di imbottitura, che nei secoli successivi verrà indossata anche al di sotto delle armature.[1] Anche il surcot o cyclas, introdotto in questo periodo era una copertura protettiva per le armature (specie contro il calore), durante le crociate.[6] Dal secolo successivio, esso entrerà abbondantemente a far parte anche del guardaroba civile quotidiano.[5]
Mantelli rettangolari o circolari venivano indossati sulla tunica.[1] Questi venivano fissati sulla spalla destra o al centro sul petto.
Gli uomini delle classi più abbienti erano soliti non indossare alcun copricapo. Il Chaperon, simile ad un cappuccio, ed attaccato ad un mantello di media lunghezza, era invece il tipico copricapo indossato dagli appartenenti alle classi più povere e dai contadini. La cuffia, destinata ai più ricchi, apparve molto più avanti nel secolo.[2][5]
 
Abbigliamento femminile
 
 
 
L'abbigliamento femminile consisteva in una "sotto-tunica", la chamise o chains, di solito realizzata in lino, sopra la quale veniva indossata una o più tuniche lunghe sino alle caviglie.[1][7] Le donne delle classi operaie usavano indossare tuniche fermate con una cintura alla vita (la ceinture). Le cinture delle donne più abbienti erano decorate con inserti in metallo decorativi.[7]
Le donne della corte francese indossavano una tunica, maggiormente sagomata, chiamata cotte, o eventualmente il bliaut al di sopra della chamise a maniche lunghe. Il bliaut femminile si contraddistingueva per una gonna maggiormente ampia, e le maniche strette sino ai gomiti e poi larghissime sui polsi. Il bliaut veniva fermato in vita da una cintura o un'allacciatura, che veniva lasciata cadere sul fianco, così come viene mostrata in una raffigurazione femminile su una colonna presente nella cattedrale di St. Maurice ad Angers.[7] Una nuova moda, il bliaut gironé, emerse a metà secolo: la gonna era separata in due parti distinte, una superiore più stretta ed aderente ed una inferiore più larga e pieghettata.[7]
Le donne sposate, in osservanza dei dettami del Cristianesimo, indossavano dei veli sulla testa, spesso separati al centro ed appesi in lunghe trecce, che potevano essere estese con i propri capelli, o capelli tagliati ai morti, un'abitudine deprecata dai moralisti.[7]
Il soggolo, una fascia che avvolgeva l'intera testa dell'indossatrice, simile a quello indossato tutt'oggi dalle suore, fu introdotto in Inghilterra a secolo avanzato. Esso consisteva in un velo di lino, che avvolgeva la testa dell'indossatrice, coprendo il mento, e spesso anche il mento e lasciando scoperto solo il viso.[5][8]
 
I materiali
La lana fu ancora il materiale maggiormente diffuso, ma si fece strada anche l'utilizzo del lino, specie nella realizzazione di biancheria intima, sempre maggiormente utilizzata. La seta, per quanto ancora molto costosa, divenne più facilmente reperibile, sebbene fosse destinata principalmente alle classi sociali più facoltose. Inoltre la presenza normanna in Italia Meridionale e la prima crociata avevano aperto la strada per la possibilità di ottenere nuovi materiali ed influente stilistiche.[1] Iniziò ad essere utilizzata anche la pelliccia, particolarmente utile per mantenere caldo.
 
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Storia della moda 1100-1200
 
L'abbigliamento del dodicesimo secolo in Europa si distingueva dalla moda dei secolo precedenti per pochissimi dettagli. Sia l'abbigliamento maschile, che quello femminile, erano sempre contraddistinti dall'utilizzo di tuniche più o meno lunghe, a seconda della condizione sociale dell'indossatore. Abiti più sagomati, e dotati di maniche erano invece caratteristici delle classi più abbienti.
Come negli anni precedenti, due stili di vestire coesistettero contemporaneamente nella moda maschile: il primo consisteva in una tunica più corta (all'altezza delle ginocchia), derivato dalla contaminazione stilistica degli abiti di tutti i giorni utilizzati nell'Impero Romano, con le divise dei barbari; il secondo consisteva in una tunica più lunga (all'altezza delle caviglia), provenienti dalla moda della borghesia bizantina.[1]
 
 
Proveniente dalla Francia, una delle principali innovazioni nell'abbigliamento fu l'introduzione del bliaut o bliaud, una tunica da portare al di sopra di altri abiti, con maniche ampie. Inizialmente molto ampie, in seguito il bliaut divenne maggiormente aderente al corpo dell'indossatore.
AL di sotto del bliaut, veniva spesso indossata una tunica inerna (dal francese) chainse, o una maglia con maniche lunghe e strette, spesso realizzata in lino. L'utilizzo di pantaloni, chiamati chausses e realizzati nella forma di calze o leggings (in due capi separati per ogni gamba) ebbe una certa diffusione. I modelli più popolari erano quelli a righe.[1] Durante questo periodo, soprattutto nelle classi sociali medio-alte, infatti le calze divennero più lunghe e più aderenti, quindi anche più comode.[2] Venne quindi meno la necessità di utilizzare delle fasce, il cui scopo era proprio quello di sostenere le calze. Queste fasce tuttavia rimasero in uso in Inghilterra sino al regno di Riccardo I[3], per poi essere definitivamente abbandonate del 1200.[4]
Oltre alle "sotto-tuniche" ed alle calze, gli uomini indossavano una tunica esterna, lunga sino alle ginocchia, e trattenuta in vita con una cintura. Bliaut, realizzati in lana o, sempre più frequentemente in seta, avevano maniche tagliate al livello al polso e gonne sagomate. Gli uomini indossavano il bliaut aperto sul davanti o sul retro, e cucito sui lati.[1][5]
Le nuove tendenze inoltre imponevano l'utilizzo di alcuni nuovi capi di abbigliamento nella parte superiore del corpo, da indossare sotto la tunica: il doublet, fatto con due strati di lino, ed il gipon una primitiva forma di imbottitura, che nei secoli successivi verrà indossata anche al di sotto delle armature.[1] Anche il surcot o cyclas, introdotto in questo periodo era una copertura protettiva per le armature (specie contro il calore), durante le crociate.[6] Dal secolo successivio, esso entrerà abbondantemente a far parte anche del guardaroba civile quotidiano.[5]
Mantelli rettangolari o circolari venivano indossati sulla tunica.[1] Questi venivano fissati sulla spalla destra o al centro sul petto.
Gli uomini delle classi più abbienti erano soliti non indossare alcun copricapo. Il Chaperon, simile ad un cappuccio, ed attaccato ad un mantello di media lunghezza, era invece il tipico copricapo indossato dagli appartenenti alle classi più povere e dai contadini. La cuffia, destinata ai più ricchi, apparve molto più avanti nel secolo.[2][5]
 
Abbigliamento femminile
 
 
 
L'abbigliamento femminile consisteva in una "sotto-tunica", la chamise o chains, di solito realizzata in lino, sopra la quale veniva indossata una o più tuniche lunghe sino alle caviglie.[1][7] Le donne delle classi operaie usavano indossare tuniche fermate con una cintura alla vita (la ceinture). Le cinture delle donne più abbienti erano decorate con inserti in metallo decorativi.[7]
Le donne della corte francese indossavano una tunica, maggiormente sagomata, chiamata cotte, o eventualmente il bliaut al di sopra della chamise a maniche lunghe. Il bliaut femminile si contraddistingueva per una gonna maggiormente ampia, e le maniche strette sino ai gomiti e poi larghissime sui polsi. Il bliaut veniva fermato in vita da una cintura o un'allacciatura, che veniva lasciata cadere sul fianco, così come viene mostrata in una raffigurazione femminile su una colonna presente nella cattedrale di St. Maurice ad Angers.[7] Una nuova moda, il bliaut gironé, emerse a metà secolo: la gonna era separata in due parti distinte, una superiore più stretta ed aderente ed una inferiore più larga e pieghettata.[7]
Le donne sposate, in osservanza dei dettami del Cristianesimo, indossavano dei veli sulla testa, spesso separati al centro ed appesi in lunghe trecce, che potevano essere estese con i propri capelli, o capelli tagliati ai morti, un'abitudine deprecata dai moralisti.[7]
Il soggolo, una fascia che avvolgeva l'intera testa dell'indossatrice, simile a quello indossato tutt'oggi dalle suore, fu introdotto in Inghilterra a secolo avanzato. Esso consisteva in un velo di lino, che avvolgeva la testa dell'indossatrice, coprendo il mento, e spesso anche il mento e lasciando scoperto solo il viso.[5][8]
 
I materiali
La lana fu ancora il materiale maggiormente diffuso, ma si fece strada anche l'utilizzo del lino, specie nella realizzazione di biancheria intima, sempre maggiormente utilizzata. La seta, per quanto ancora molto costosa, divenne più facilmente reperibile, sebbene fosse destinata principalmente alle classi sociali più facoltose. Inoltre la presenza normanna in Italia Meridionale e la prima crociata avevano aperto la strada per la possibilità di ottenere nuovi materiali ed influente stilistiche.[1] Iniziò ad essere utilizzata anche la pelliccia, particolarmente utile per mantenere caldo.
 

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Bevanda medievale

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Bevanda medievale
 
Numerosi autori attribuiscono l’invenzione del vino liquoroso a Ippocrate, il grande medico greco vissuto nel V secolo a.C., ancora oggi considerato padre di quella scienza in Occidente. Fu lui a lasciar macerare nel vino greco, forte e ricco di zuccheri, i fiori del dittamo e dell’artemisia, ottenendone una bevanda digestiva e stimolante che fino al Medioevo veniva chiamata con vari nomi: “vino ippocratico”, “ippocrasso” o più semplicemente “vino d’erbe”. È assai probabile che questa bevanda tonificante, sia stata copiata in seguito dai Romani che la perfezionarono. Durante il Medioevo la preparazione del “vino ippocratico” risentì favorevolmente delle spezie importate dall’Oriente, in particolare dai Veneziani.
Presentazione ufficiale del nostro Yppocras al Vinitaly 2007, la fiera internazionale del settore vitivinicolo tenutasi dal 29 marzo al 02 aprile scorsi a Verona. Numerosi i riscontri positivi ottenuti che oltre a sottolineare la qualità del prodotto ne hanno messo in evidenza l'originalità. In particolare Yppocras è stato indicato come un'alternativa interessante e tutta da esplorare rispetto sia ai soliti vini passiti serviti con il dolce che ai classici liquori digestivi da fine pasto. Una versatilità dunque che, accompagnata a uno spessore storico di tutto rispetto, hanno decretato per Yppocras la conferma di prodotto di sicuro valore.

Un tessuto sopra l’altro

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Un tessuto sopra l’altro
 
14:48 | Pubblicato da Chiara
Non è raro nei costumi medievali più raffinati trovare diversi tessuti sovrapposti, soprattutto diversi tipi di tessuto. Mi sono occupara recentemente (quando lo studio lo permette =| ) di tentare la ricostruzione di abiti sfruttando però non più un solo strato per uno stesso abito ma almeno due strati.
Noi pensiamo sempre che nel Medioevo la gente, specie i nobili si adornassero con tessuti che sia all’epoca sia oggi costano veramente un capitale, come i velluti, la seta o il damascato. Il cotone non era ancora conosciuto, ma invece potremmo scoprire che invece anche i nobili signori tante volte dovettero adornarsi di qualcosa un attimo più umile del lussurreggiante velluto per gli uomini e umile lino o lana per le donne.
In particolare mi sono occupata di quello che era l’abbigliamento femminile perchè è quello che nella storia del costume ha avuto maggiormente la tendenza alla sovrapposizione dei tessuti, sia di colori diversi sia di tipo diverso.
Si è notato anche, dai pochissimi documenti tradotti e a noi oggi pervenuti e sono davvero pochissime anche le fonti che è possibile toccare con mano, come un abito lacerato, che c’era la tendenza ad usare un sottoabito leggero e un soprabito pesante. Un tessuto pesante come un broccato o un damascato veniva solitamente abbinato ad un intimo in lino o in seta, sia per quanto riguarda la donna sia per l’uomo anche per lui c’era più la tendenza ad usare tessuti pratici e che non si rovinassero specie per chi si muoveva molto, si tendeva ad usare molto il lino in estate e in inverno lana e lino. Solo in alcuni casi anche gli uomini nobili tendevano ad adottare tessuti molto più pesanti e molto sfarzosi.

La camicia č nata nel Medioevo

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La camicia è nata nel Medioevo
 
 
 
(IL modello da me realizzato ispirato ad una delle prime camicie medievali, realizzata con cotone bianco, nel Medioevo veniva usato il lino)
 
Alcuni sostengono che sia nata in tarda età romana, noi pensiamo che sia nata nel Medioevo come un'evoluzione della tunica!
 
I romani tendevano ad utilizzare la tunica (detta anche interior) che spesso arrivava fin quasi alle ginocchia ed era fermata in vita da una cintura. di fatto però la tunica era l'abito maschile romano per eccellenza ed era il solo abito indossato dall'uomo. Con l'arrivo delle invasioni barbariche e quindi anche l'introduzione, per forzata che fosse, di nuove mode portò la camicia ad una vera e propria evoluzione. le maniche si restrinsero e si allungarono a forma trapezioidale chiudendosi ai polsi mentre venne aggiunto e modificato volta per volta il moderno colletto.
 
Mentre la tunica romana si infilava dalla testa, le camicia medievali cominciavano già ad avere le prime aperture sul petto che venivano chiuse o da bottoni o da lacci. la lunghezza rimase invariata per tutto il medioevo. Rimaneva comunque la forma di camicia-tunica che si infilava sempre sopra la testa e arrivava sempre al ginocchio coprendo così la calzamaglia e le brache.
 
Inizialmente le maniche erano lunghe e seguivano la forma del braccio maschile senza creare rigonfiamenti (vedi foto).
 
Inoltre la tunica romana era un pezzo unico, come una maglietta mentre la camicia medievale arriverà ad avere delle spaccature nel collo e lungo i fianchi e questo per una comodità nei movimenti.
 
Inoltre la tunica romana era un indumento quotidiano mentre in epoca medievale la camicia svolge il ruolo dell'attuale canottiera o maglietta della salute ed era quindi parte dell'abbigliamenti intimo o biancheria. Cari maschietti, le sapevate tutte queste cose????????
 
La camicia, va ricordato, accompagnava gli uomini di ogni ceto nella loro vita quotidiana ed in ogni momento. oltre ad accompagnarli, la camicia contraddistingueva gli uomini di ogni ceto. I plebei (poi borghesi) e i servi ne avevano una scura in genere mentre i nobili e i cavalieri tendevano ad averla bianca e finemente lavorata.
 
Essendo appunto indossata come abito intimo, la camicia nel medioevo era indossata sotto una seconda tunica, più spessa e pesante e dalla manica corta che nei paesi anglossassoni era chiamata dalmatica.
 
Detti da camicie medievali...
 
"Della camicia e della donna l'uomo non può fare a meno!"
 
"L'uomo si mette prima la camicia e poi bacia la sua donna"
 
"Un uomo senza camicia è come l'uomo senza pelle!"
 
"L'uomo mente, la camicia lo smentisce!"

Costume femminile nel Medioevo

 
================================================= Costume femminile nel Medioevo
 
Premessa sull’abbigliamento femminile medievale e sulla donna medioevale
 
Dopo la caduta dell’impero romano l’abbigliamento femminile cambiò radicalmente. Venne abbandonata la tradizionale tunica con drappo, sostituita pian piano (specie nel nord europeo) da una semplice tunica di un unico colore dalla manica più o meno lunga.
L’abito era sempre quello, tutto l’anno, ma per le donne d’alto lignaggio nei mesi più freddi faceva eccezione un mantello in genere di pelliccia lavorata e degli stivaletti, molto corti, in pelle morbida e lavorata. Sotto l’abito in genere non veniva indossato nulla e le donne erano completamente nude.
L’abbigliamento rimase tale fin circa i secoli X-XI, quando la donna cominciò a divenire oggetto e soggetto del peccato, creatura ancor più discriminata e ritenuta socialmente inferiore rispetto l’uomo e quindi si provvide a coprirla il più possibile. È in questi secoli che appunto comparirono le prime sottovesti. Non erano queste che altre tuniche, in lino o lana, più sottili e in funzione da biancheria intima (sotto le donne erano sempre nude) e da veste da notte. La tunica che prima aveva svolto entrambi i ruoli oltre a quello di indumento, ora svolgeva solo quest’ultimo.
In genere le tuniche erano o a manica lunga (la manica però si apriva verso il polso) o erano senza manica. Nel secolo successivo (XII) la manica dell’abito assume un aspetto diverso: si allarga e ha un “allungo” verso il polso.
A seconda della zona, l’abito mutava leggermente d’aspetto pur mantenendo però le funzioni e gli aspetti “primari”.
La sottoveste era in genere accollata, ma non troppo, a seconda degli usi e dei costumi; mentre l’abito divenne sempre più scollato. La forma della scollatura variava da circolare ad appuntita a quadrata. Vennero adottati, ma molto raramente e specie in Inghilterra, i primi “colli alti”.
La sottoveste o sottotunica si allacciava davanti con un cordone che passava attraverso dei buchini lavorati a mano o a delle asoline o addirittura si allacciava con dei bottoni in legno (molto rari e non sempre identici tra loro).
È nel XII secolo che compare, almeno per gli alti ranghi della società, il soprabito.
Non era altro questo che una normalissima tunica appena più stretta (e a volte anche corta) aperta sul petto e tenuta unita solamente o da un bottone o da una catenina o ancora da un cordone, a seconda dei gusti, della moda.
Il mantello non perse la sua importanza e cominciarono a comparire mantelli sempre più grandi e sempre più lavorati. Il mantello prese oltre la funzione protettiva, quella accessoria.
Nei secoli (XI-XII) le scarpe si alternano dai sandalini ai comodi stivali in morbida pelle. In sostanza non cambia molto rispetto i secoli precedenti, ma per gli alti ranghi sociali la lavorazione è molto curata. Verso la fine del XV secolo, età di inizio Rinascimento, le scarpe femminili assumono un aspetto sempre più simile a quello che si vedrà nel secolo XVII e gli stivaletti scompaiono, almeno nei ranghi alti e permanendo in forme pressoché volgari, nella società contadina.
L’abbigliamento comprendeva anche la testa talvolta, a seconda della zona e della moda si ritrova tra gli alti ranghi comodi capellini (o cuffiette) appoggiate sul capo (i capelli erano raccolti in trecce solitamente) e tenute ferme da un morbido velo (spesso di seta) che fermato alla cuffietta scendeva sotto il collo avvolgendolo e venendo fermato dietro.
Nei secoli XIV e XV la manica del vestito assume un aspetto diverso, a sbuffo e la vita, che prima era tenuta alta nel vestito, tende ad abbassarsi leggermente. Il mantello grosso e pesante dei primi secoli tende ad abbellirsi assumendo un aspetto più grazioso e fine.
Altra caratteristica che domina l’abbigliamento femminile della donna nobile medievale è lo strascico che dal XI al XIV secolo si allunga e si accorcia a piacimento a seconda della moda e del gusto personale.
Per i mesi invernali erano inoltre previsti piccoli guanti in pelle, usati solo nei ranghi più alti (duchi e principi) e sottili, oggi apparirebbero stupidi e volgari, brutti.
L’abbigliamento femminile, come anche quello maschile, fu soggetto ad un evoluzione progressiva e non fu un contrasto se non laddove il cambiamento era stato netto, ovvero laddove si passo dalla corta tunica barbara alla dalmatica di damascato, lunga e lavorata.
L’abbigliamento femminile dei ranghi più alti era un’eccezione vera e propria in alcuni casi, perchè in genere nella nobiltà l’abbigliamento variava da quello borghese solo nel pregio del tessuto e nella lavorazione, nelle forme, nella cura delle cuciture.
Mentre negli alti ranghi l’abito era in genere di velluto, broccato o tessuti importanti dall’Oriente come il damascato, nei bassi ranghi l’abito era di seta, lino o lana.
Cambiavano i colori: sgargianti e contrastanti nei ranghi alti, intonati e scuri nei ranghi bassi. È ferma credenza che le donne usassero solo ed esclusivamente colori scuri, nulla di più falso e lo confermano i dipinti dell’epoca (vedi quadro sotto). I colori scuri, come il nero, avevano nel Medioevo una specifica funzione, quella di mortificare la carne, ma è risaputo che questa funzione non fu mai onorata. Il nero, colore della morte e del lutto, della tristezza e del dolore, era il prediletto per la mortificazione delle passioni, ma si pensa che appunto fosse usato solo negli abiti per cerimonie funebri. In genere gli abiti femminili medievali nobili erano di colore blu scuro, verde smeraldo, porpora, viola scuro in contrasto con bianco, fucsia, giallo e turchese. Nei ranghi bassi invece si è notato che si usavano il blu scuro, verde smeraldo, porpora, viola scuro in contrasto con bianco o con il nero.
Le scarpe e gli stivaletti non variavano a dispetto dell’alta nobiltà. Il mantello era invece meno lavorato e tenuto spesso fermo da un elaborato cordone.
Nei ceti poveri la donna indossava, ma non sempre, la semplice sottoveste e l’abito rozzo di sopra. Il mantello non sempre c’era e si usava al suo posto una volgare coperta in lana. Le scarpe erano degli zoccoli duri in legno, scomodi e larghi.
Negli alti ranghi della scala sociale, nei medi e anche nei ceti poveri non esistevano per donne gravide abiti pre-mamam. Ci si limitava ad allargarli sempre di più in vita alzando quest’ultima fin subito sotto il seno. Si tornavano a restringere poi dopo la gravidanza.
Come detto prima, nel Medioevo, aveva preso l’usanza di coprire il capo femminile e la copertura era differente a seconda dello status sociale. Le donne nobili, in generale, erano solerti a portare nei primi secoli del Medioevo il classico velo con soggolo.
Il velo, è da precisare, non identificava obbligatoriamente una suora o una monaca. Queste ultime si differenziavano dal resto della popolazione femminile non tanto per il velo che copriva il loro capo (le monache erano rasate in genere. La tonsura era infatti un gesto di sacrificio di se stesse a Dio, donando una parte di sé in segno di totale devozione e abbandono e disposizione al sacrificio) quanto per l’abito povero e guercio e spesso di colore nero o scuro, unico per tutte, dal rosario e dalla presenza sempre fissa di una o più consorelle dell’ordine.
Ma com’era la donna, la femmina, nel Medioevo?
Ci si aspetta la dama o contadina di bell’aspetto e ben disposta, nulla di più ingannevole perchè, come viene detto più avanti, non erano belle e non sempre si incontrava una donna dai modi gentili.
La donna medievale era piccola di statura (non superava 1.60 m) e tendenzialmente magra, salvo casi eccezionali. Era più pulita del maschio, ma sempre poco pulita se confrontata con la donna di oggi, ma non aveva sempre un corpo sano e forte.
Il carattere della donna medievale è il carattere di una donna spesso austera e depressa, umile e sottomessa in tutto e per tutto, oggetto del marito in tutti i sensi, costretta all’obbedienza e alla prolificazione per garantire l’erede maschio. Punita se sbagliava, simbolo del peccato e della vergogna, della tentazione e del tradimento, priva della libertà di scegliere. In sostanza la donna era una schiava, spesso in senso stretto perché doveva assecondare marito e famiglia in tutto e per tutto. Era schiava la nobile, era schiava la popolana, era schiava la povera. Purtroppo si crede che le donne nobili fossero più colte e più libere, falso perché non erano più intelligenti o mature di una non nobile e quando non erano schiave del marito o della famiglia erano schiave dei loro doveri politici. Si tende sempre a generalizzare, ma è anche bene precisare che c’erano donne buone d’animo e gentili e devote, fedeli.
In generale, prive della libertà di essere donne, vivere come donne, ma non prive del tormento e della totale mancanza di diritto perché il loro era quello del marito.
Promesse spose alla nascita a degli sconosciuti, che spesso erano parenti strettissimi (quando non si trattava di incesto) o a degli estranei alla famiglia che però facevano con un matrimonio un interesse. La donna medievale è sempre stata vista con un occhio di compassione ed è sbagliato perché c’erano anche quelle che sapevano stare sottomesse senza essere schiave, che sapevano alzare la testa senza superbia, che sapevano essere donne, orgogliose di se stesse e del marito e trattate con rispetto.
L’abito della plebea
 
Per donna povera si intendeva innanzitutto una donna di umili origini e quindi una donna del popolo, la plebea, quella che nel Rinascimento e nell’Età moderna sarà la borghese.
L’abito delle povere/popolane era, come detto sopra, molto semplice e comprendeva nei primi secoli del medioevo solo la tunica che svolgeva le tre funzioni già dette. Successivamente l’abito rimase composto dalla tunica che divenne vestito e dalla sottotunica che fungeva da biancheria intima e da camice notturno. In testa le donne povere erano solerti a portare una cuffia che nel corso del tempo cambiò leggermente la sua forma. La funzione era anche quella di proteggere i capelli dall’umidità e dagli odori della casa, specie quello del fumo che già si attaccava agli indumenti. L’uso di cuffie non impedì però alle donne dell’epoca, le povere e le serve specialmente, di venire a contatto con pidocchi e pulci che comunque si attaccavano non solo ai capelli ma anche agli indumenti e da qui a tutto il corpo.
La donna povera non indossava abiti di tessuto pregiato, ma nemmeno di tessuto normale, bensì grezzo o lavorato in casa. Talvolta l’abito era vecchio e rattoppato e per di più passato di madre in figlia. Lo stesso era per gli uomini dello stesso ceto sociale.
L’abito dei poveri era più spesso in lana, specie quello delle donne. L’abito era quasi un simbolo dello status e del loro ruolo dentro e fuori l’ambiente domestico. La donna povera infatti si occupava interamente della casa, di allattare i propri figli e quelli dei nobili qualora fosse a servizio di una ricca casata come nutrice (era una serva comunque).
i colori erano generalmente scuri o squallidi (grigio, marrone) nell’abito plebeo.
Generalmente le plebee non erano nemmeno belle (al contrario di quanto facciano credere le fiabe ambientate nel medioevo) e tanto meno in buona salute. L’aspetto peggiorava in seguito a gravidanze e aborti, malattie e condizioni di vita.
[Bisogna poi dire che come le plebee, anche le nobildonne non erano sempre di bell’aspetto e la bellezza era virtù di poche, per non dire di nessuna. Le condizioni di vita in genere non hanno concesso alla donna medievale di raggiungere la bellezza cantata dai trovatori. Come le plebee anche le nobili si sformavano dopo le gravidanze o una malattia e abbruttivano. Forse è per questo che i nobili finivano ad una certa età per prendere in seconde o terze nozze o semplicemente come amanti delle ragazzine, ancora acerbe e desiderabili e non sformate o abbruttite.
Visto con occhio moderno sembra strano, ma era la realtà dei fatti. C’era una certa predilezione per le ragazze di bordello o di locanda e per le prostitute, specie quelle giovani. Come oggi, le prostitute non rientravano in una precisa fascia di età perché si andava dai 15 anni ai 30 e a trent’anni una donna poteva già dirsi vecchia, considerando che l’età media femminile era sui 35 anni. Era più facile trovare in una locanda una giovane ragazza sui 15 anni o verso i 25 che una di trenta]

L’abito da sposa - Premessa sul matrimonio

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L’abito da sposa - Premessa sul matrimonio
 
Il matrimonio non era il coronamento di un sogno d’amore quanto quello di un sogno economico e i matrimoni erano veri propri contratti dove la merce di scambio era la donna. Il contratto non aveva però solo il lato economico, ma anche quello politico, al fine di fare delle alleanze. Essendo la donna priva del diritto di decidere di sé stessa, veniva promessa in genere dal padre, se orfana dai fratelli o ancora dai parenti più stretti o addirittura dal signore locale ad un compagno del pari rango della ragazza. La sposa portava con sé la dote, ossia una parte dei beni o del patrimonio della famiglia.
Il matrimonio poteva avvenire benissimo tra cugini o tra conoscenti o estranei, a seconda dell’offerta più allettante. In genere i due sposi si conoscevano il giorno stesso delle nozze e il giuramento di sangue era forzato e non volontario.
 
INFATTI OGGI È STATO ABOLITO E NELLA FORMULA DEL RITO CRISTIANO COMPARE CHIARA ED ESPLICITA LA DOMANDA CIRCA L’INTENZIONE DEI DUE SPOSI DI VOLERSI SPOSARE SENZA ALCUNA COSTRIZIONE.
La sposa medievale doveva essere casta, vergine fisicamente e s’è riscontrato in alcune fonti, se pur non del tutto accreditate, che questa subisse una vera e propria visita prima delle nozze. Questa visita era effettuata da nutrici o donne di fiducia da parte del casato del marito. In alcuni casi la visita era fatta dalle donne della famiglia dello sposo e in questo modo si evitavano imbrogli di tutti i tipi, considerando che erano svariati i metodi per simulare una verginità inesistente. Si pensa, ma non ci sono fonti certe, che anche la famiglia della sposa avesse il dovere di fare frequenti visite per evitare la ragazza si concedesse fuori dal matrimonio.
Ad ogni modo, prima delle nozze, veniva visitata e l’esito il più delle volte serviva non solo a confermare o meno la verginità quanto anche la capacità di garantire o meno una prole, una discendenza al casato del marito.
Una volta sposata, la donna era di proprietà del marito che poteva usarla a suo piacimento.
I matrimoni medievali erano stabiliti a tavolino e avevano il solo scopo di perpetuare il nome di un casato, la donna aveva, infatti, il dovere di garantire una prole. Quando infatti la donna non aveva una corporatura adatta alla generazione dei figli veniva mandata in convento. Questo avveniva soprattutto nei ceti bassi.
Nei ceti alti funzionava allo stesso modo solo che la donna in un certo senso aveva sì meno diritti per se stessa, almeno per quel che riguarda il matrimonio, ma aveva come contropartita più privilegi oltre ai divieti che se violati costavano caro prezzo.
Nei ceti alti il matrimonio avveniva spesso per mandato di rappresentanza e il rappresentante legato al rappresentato dal vincolo di mandato. È il caso famoso di Paolo e Francesca da Rimini. Non fu il marito di Francesca a presentarsi quel giorno ma il fratello, Paolo. Altre volte avveniva la stessa cosa contemporaneamente per i due sposi, si sposavano per rappresentanza.
 
L’abito
 
Desiderose più che mai di incontrare un perfetto estraneo, il giorno delle loro nozze le fanciulle indossavano l’abito nuziale.
Nei ceti bassi l’abito era molto semplice, talvolta era un abito aggiustato o prestato da un’amica o dalla madre della sposa a quest’ultima. Non era bianco e veniva in genere posto sul capo della ragazza una coroncina di fiori. L’età media del matrimonio per una ragazza povera era piuttosto bassa e coincideva con il pieno compimento dello stadio adolescenziale.
Nei ceti alti l’abito era commissionato o fatto interamente indosso alla sposa dalle sue ancelle o serve. Anche qui non era bianco il colore dell’abito.
La sposa nobile in genere faceva il bagno, indossava della biancheria pulita e poi indossava l’abito. Il capo era acconciato in trecce attaccate al capo e coperte da un copricapo magnificamente lavorato a mano. L’abito variava anche secondo il tempo e della moda. Nelle case principesche l’abito era sontuoso e in tessuti preziosissimi. In questi casi la sposa era affiancata durante l’ascesa all’altare da damigelle vestite tutte ugualmente e coronate da fiori di campo.
L’abito monacale femminile
 
Differenziava molto da quello delle altre donne, indipendentemente dal ceto. Le monache avevano solitamente due: la sottotunica bianca e la tunica vera e propria, scura, sopra la prima. è da precisare che non sempre l’abito monacale è stato scuro, si hanno notizia di abiti chiari, sul grigio, in uso presso alcuni monasteri nel nord-ovest europeo, come in Irlanda.
In genere le due tuniche erano lunghe fino ai piedi e i calzari erano poverissimi e non permettevano alcuna protezione dal freddo o da altro lungo il cammino.
L’abito variava dalle suore alle novizie.
Queste ultime indossavano una veste semplice e si coprivano il capo con un velo sottile, non erano tosate e si riconosceva; mentre le anziane che avevano fatto voto indossavano un altro abito e avevano un altro velo.
Qualora la novizia avesse preso i voti avrebbe indossato l’abito delle vere e proprie monache.
È da precisare che nei conventi non vi erano solo novizie chiamate al voto per vocazione, ma anche figlie di nobili chiamate all’educazione se si aveva intenzione di maritarle o chiamate al voto se la dote era già passata. Il voto in questi casi era infatti forzato. Nei casi delle educande l’abito era uguale a quello delle novizie.

Abbigliamento maschile medievale

================================================= Abbigliamento maschile medievale
 
 
PREMESSA SULL’ABBIGLIAMENTO MASCHILE MEDIEVALE E SUL MASCHIO MEDIOEVALE
Dell’abbigliamento maschile medievale abbiamo lo stesso numero di notizie di quello femminile. Certo è che nei secoli dal V al XIV certi elementi, a differenza dell’abito femminile, non sono cambiati.
L’abito medievale maschile a differenza di quello femminile è un’evoluzione di quello romano. La caduta di Roma e le mescolanze tra i vari popoli hanno contribuito a tal evoluzione, aggiungendo anche degli altri elementi che hanno caratterizzato poi l’abito medievale nel corso della storia del costume.
La corta tunica romana divenne una vera e proprio veste e le maniche tendevano a volte a scomparire (es. il farsetto), altre volte ad allargarsi (nella dalmatica) o ad allungarsi. Le stesse tuniche sono più lunghe o più corte: si va dalla tunica corta scandinava a quella lunga irlandese fino ad una via di mezzo che è la tunica normanna dell’alto Medioevo.
Viene introdotta la camicia, mai vista in epoca romana. In genere la camicia era fatta con un taglio semplicissimo e le maniche erano larghe e lunghe ed erano fatte in modo da poter essere indossate facilmente, di rado erano aperte con l’allacciatura sul petto come una giacca. Viene successivamente introdotta anche la braca, anche questa, mai vista in età romana. Le brache avevano duplice funzione: primo, fungevano da mutande e secondo, erano una protezione per le gambe dal freddo e dall’armatura.
Il mantello dell’età romana perse il suo aspetto tradizionale e i due fermagli che lo tenevano fermo sulle spalle finirono con lo scomparire e mentre in età romana il mantello era un rettangolo arricciato, durante il Medioevo assunse una forma sempre più simile ad un cono aperto. In questo modo si copriva completamente il corpo. Nei mantelli medievali viene aggiunto un nuovo elemento, il cappuccio, a forma appuntita in genere. Altra caratteristica ancora, il calzare romano viene sostituito da scarpe di stoffa e da stivali, di grossa taglia e tenuti stretti ai polpacci da intrecci di lacci di pelle. L’abbigliamento in un certo senso si fa, nel Medioevo, molto più pesante di quello dell’epoca romana.
Comparve nella società contadina la cuffia maschile o il capello a tesa larga. Il cappello divenne poi con l’avanzare del Medioevo un elemento vero e proprio della moda e soprattutto nel basso Medioevo cominciarono ad uscire diversi tipi di capello.
L’abito medievale maschile mantenne il suo aspetto – quello che ormai tutti hanno impresso nella memoria e nell’immaginazione - solo fin verso la metà del Quattrocento, quando le tuniche s’accorciarono di nuovo per diventare abiti veri e propri, ma non più con lo scopo di coprire la camicia e il corpo. Comparirono i veri e propri pantaloni e già sotto gli uomini usavano le mutande in senso moderno. La camicia s’allargò e divenne un abito non più da tenere sotto la tunica, come detto sopra, ma un abito vero e proprio da indossare normalmente. La camicia maschile, in particolare di colore bianco, finì per divenire un elemento quasi da esibire verso il Seicento. Mentre nel Medioevo era funzionale, divenne con la fine del periodo un elemento decorativo per l’abbigliamento dell’uomo. Il mantello medievale con la fine del Medioevo comincia ad allungarsi sempre di più fino all’esagerazione per tornare cortissimo (es. il tabarro) nell’Ottocento.
Insomma, si può dire che terminato il Medioevo l’abito maschile romano terminò la sua evoluzione progressiva per iniziare un processo di cambiamenti radicali. A partire dalla metà del Quattrocento, a voler essere esagerati dall’inizio del XVI secolo, l’abito medievale come lo immaginiamo noi cessò di esistere.
È inoltre da dire che la moda maschile medievale non fu solo un fatto di abbigliamento, quanto anche di usanze e tradizione. Mentre in età romana l’uomo usava portare capelli corti e viso sbarbato o con poca barba, nel Medioevo si passa esattamente alla situazione contraria, ovvero si tenevano i capelli lunghi e si lasciava crescere la barba fino a farla diventare lunga di 15 cm!!!! Esistevano ovviamente uomini che usavano tenere viso sbarbato e capelli corti, ma erano pochi se presi in numero, rispetto gli altri.
Nel Medioevo, inoltre l’uomo, tendeva a vestirsi sempre al meglio, specie nelle classi aristocratiche e questo per accrescere il proprio prestigio e il proprio fascino. Bisogna anche aggiungere che al pari delle donne, gli uomini medievali non erano di bell’aspetto, tanto nelle fondamenta della gerarchia sociale quanto sulla cima, anzi, sulla cima era anche peggio a volte. Volendo, ci si può permettere di dire che l’appellativo “il Bello” in uso presso i rampolli di alcune casate importanti, non era altro che un modo come un altro per dire che quella persona era venuta su meno brutta degli altri fratelli. Basta guardare i quadri, le pitture o le miniature per avere un’idea, se pur vaga, dell’aspetto del maschio medievale. I maschi nel Medioevo erano tendenzialmente bassi, non superavano in media 1,75 m; erano magri, salvo casi eccezionali; non avevano un aspetto sempre sano e questo causa delle ferite di guerra o delle cicatrici di malattie. In genere nei ranghi bassi erano poco puliti e si lavavano poco e funzionava più o meno nello stesso modo nei ranghi alti perchè la pulizia pur essendo più in uso, spesso era come se non ci fosse perché bastava guardarli perché si sporcassero. Si crede che nel Medioevo la gente non si lavasse, non è vero, solo era talmente sporco l’ambiente esterno e tanto penose erano le condizioni di vita che lo sporco si accumulava facilmente. Un nobile differiva dal contadino nel modo di vestire e di fare, ma sotto lo strato di sporco era lo stesso, spesso e volentieri il nobile era peggiore. Fonti incerte sostengono che il maschio fosse meno pulito della femmina, in tutti i piani della scala sociale del Medioevo, anche perchè restavano sempre pochi le possibilità e i mezzi per lavarsi. Il fiume e il lago sono per metà leggendaria meta per il bagno e le terme romane non venivano certo usate, essendo completamente andate in rovina. Si crede che nei piani bassi della scala sociale si usassero delle tinozze piene d’acqua, simili alle botti per contenere il vino e la gente faceva il bagno in piedi; nei ranghi alti invece era probabile che ci fossero delle primitive forme di vasche, fatte in marmo o sasso levigato, o addirittura in legno.
La scarsa pulizia minacciava gli uomini quanto le donne specie per quel che riguardava malattie e soprattutto una buona capacità riproduttiva. Non era raro il caso di maschi malati di sifilide o altre malattie veneree e contagiose e peggio ancora questo portava oltre al contagio anche alla possibilità di generare figli non sani che morivano durante il parto o comunque morivano prestissimo.
Ancora il maschio medievale, a differenza della donna, era meno intelligente. Erano rari gli uomini intelligenti in senso moderno, nel Medioevo, e questo non per fare delle discriminazioni, ma perché purtroppo era la realtà dei fatti. La situazione era la stessa in tutta la gerarchia e questo perché i matrimoni non avvenivano tra estranei bensì tra parenti, spesso stretti (quando non si trattava d’incesto) e scientificamente è stato dimostrato che da matrimoni simili non era strano che ci saltassero fuori figli disgraziati, in alcuni casi ovviamente.
Il maschio medievale era dedito alle armi e alla guerra, alla politica e alla caccia e a generare prole per avere il tanto atteso figlio maschio, l’erede che mandava avanti il nome del casato. Il maschio aveva un carattere rude e burbero, le belle parole erano virtù di pochi usate in pochi casi e i maschi spesso rasentavano la volgarità e l’oscenità. Ancora, il maschio non era tenuto alla verginità come la donna e tanto meno alla fedeltà. Nulla di nuovo quindi se si scopre che quando la moglie non c’era il calore era offerto da una prostituta o da una sguattera dietro generosa ricompensa. Il maschio medievale non era, nemmeno in veste di cavaliere, l’uomo perfetto descritto da poeti e trovatori perché trattasi in quel caso di un’utopia. In un certo senso il maschio del Medioevo rappresenta uno specchio per allodole se ci lascia ingannare dalle poesie e dai racconti, perchè era nell’ideale bello e buono, quanto guercio e crudele nella pratica. Bello e buono non sono mai andati bene insieme nemmeno nel Medioevo, nella realtà dei fatti, abbinati al maschio quanto alla femmina. L’uomo, il maschio, nel Medioevo incarnava però perfettamente il modello del capo nella vita militare, in quella politica e in quella privata; non sopportava l’idea di vivere nella vergogna e di perdere la propria dignità, voleva avere sotto il suo stretto controllo tutto ciò che a lui era legato indipendentemente dal tipo di vincolo, mal sopportava l’idea o la possibilità di una donna messa nei diritti al suo pari, i figli erano strettamente soggetti al suo volere e si pretendeva una dedizione totale agli stessi ideali e alle stesse cose. L’offesa era la peggior cosa per l’uomo, di qualunque tipo fosse e ha generato guerre per un nonnulla. Si pensa al maschio permaloso, vero anche questo. Rude e pratico, poco romantico, irascibile, vendicativo.
Sembra quasi una minaccia, non lo è, è il quadro di un uomo che si poteva incontrare nel Medioevo e questo non era dovuto all’uomo per sua natura umana, quanto all’ambiente che come in ogni tempo influiva su di lui. Nel maschio moderno il carattere è cambiato fortunatamente e quello dell’uomo medievale è un’ombra, ma non è scomparso del tutto e forse non scomparirà mai.
L’ABBIGLIAMENTO
L’ABBIGLIAMENTO DEI POVERI
I poveri non avevano molta scelta e il loro abito era il più delle volte sempre quello nel tempo e il più consisteva in un semplice abito intero, usato tutto l’anno, con cappuccio e un mantello, lungo spesso fino ai piedi di lana.
I colori erano prevalentemente scuri, a volte eccedeva il grigio o il color sabbia e il tessuto era prevalentemente lana grezza.
L’ABBIGLIAMENTO DEI BORGHESI O UOMINI LIBERI
L’abbigliamento borghese è stato caratterizzato per gran parte del Medioevo dal classico completo fatto di tunica e sotto-tunica, brache e stivali, mantello.
La sottotunica era prevalentemente un indumento di lino o lana di colore vario: grigio, verde scuro, bianco o marrone. Aveva la sotto-tunica maniche lunghe che si chiudevano attraverso lacci. La sotto-tunica assomigliava alle nostre odierne camicie da uomo ad eccezione delle tasche e dei bottoni perché le sottotuniche si indossavano esattamente come una moderna maglia a manche lunghe.
La tunica era l’abito vero e proprio e nel corso di tutto il Medioevo ha raggiunto lunghezze variabili. Dai secoli VI fino circa al XI le tuniche arrivavano massimo fino al ginocchio e dobbiamo considerare che l’altezza media di un uomo dell’epoca non superava 1, 75 m; dal XII fino al XV secolo le tuniche hanno preso a diventare invece più lunghe e con l’avvento del Rinascimento dei veri e propri soprabiti.
Anche il colore della tunica variava e il più delle volte si cercava di fare, quando si poteva, qualcosa che non stonasse con la sottotunica, qualcosa che per quanto semplice e umile fosse anche dignitoso.
Sotto la sottotunica inizialmente i maschi non portavano nulla e quindi erano nudi, successivamente vennero adottate le cosiddette brache che avevano la funzione delle nostre odierne mutande oltre a quella di coprire meglio il corpo. Come tunica e sotto-tunica anche le brache non erano di colori sgargianti, ma prevalentemente scuri (nero, marron, verde scuro), erano di lino o lana ed erano abbastanza larghi. Solo verso il XIII secolo si cominciano a restringere sempre di più fino a diventare aderentissime al corpo diventeranno le famose calze-maglie che nel XIII secolo prenderanno ad assumere, ma solo in alcuni ceti, colori sgargianti invece, a dispetto di prima.
Le brache di solito erano fatte in modo da essere infilate, senza che dessero fastidio dentro a degli stivali, di solito di pelle di animale, lavorate. Gli stivali del Medioevo erano fatti a cono dal polpaccio in su e venivano fermate e fatte aderire al polpaccio legandole con appositi cordoni. Le scarpe intese come le intendiamo noi oggi erano fatte di stoffa con suola in legno ed erano usate poco e prevalentemente nell’ambiente domestico.
Infine veniva il mantello, di lana di solito e in inverno foderato di pelliccia all’interno. anche qui il colore era di solito scuro.
Guanti, copricapo non erano una possibilità di tutti e in ogni caso erano molto semplici e fatti di pelle di animale o di stoffa grezza.
Il copricapo era usualmente caratteristico dei contadini e degli artigiani.
 
L’ABITO DEI NOBILI
Fino al XII secolo anche i nobili come i borghesi hanno usato portare abiti fatti da tunica, sotto-tunica, brache, mantello e stivali, ma a differenza dei primi, i nobili usavano tessuti più pregiati come un lino resistente, lana e a volte tessuti importati dall’oriente e lavorati a mano. Quello che differenziava principalmente le due caste sociali era questo. Inoltre altra differenza, ma lieve erano i colori, un minimo più solari dei borghesi e gli stivali meglio fatti.
Inoltre i nobili non portavano copricapo, erano soliti a non usare nulla fino al XII secolo quando anche loro presero ad usare cappelli e copricapo di tessuto pregiato.
L’ABITO DEI MONACI
Inizialmente la loro era una tunica lunga, a maniche lunghe, cinta in vita da un cordone e il tessuto era o il lino grezzo o la lana. I primi tipi di saio avevano il cappuccio arrotondato, solo successivamente assumeranno la forma appuntata con coda tipica del Basso Medioevo.
Il colore variava dal grigio chiaro al grigio scuro, in alcuni monasteri britannici del VIII secolo erano bianchi.
Con la diffusione del monachesimo gli abiti assumono colori sempre più scuri, marrone e nero, ma il modello resta lo stesso.
Sotto la tunica è ovvio che non indossavano nulla i primi e le scarpe erano o scomodi zoccoli di legno o larghi stivali di stoffa con suola in legno chiodato.
Questo è stato prevalentemente l’abito dei monaci poveri. L’alto clero indossava abiti già diversi, più pregiati e non dissimili dall’odierno abito sacerdotale.
L’ABITO DEL CAVALIERE
Con la nascita della classe della cavalleria viene anche la nascita di un nuovo abito, quello del cavaliere. Sotto circa 20 kg di armatura indossavano una camicia grezza e brache dello stesso tipo, almeno per quel che riguarda i tempi di guerra.
I torneatori invece sotto l’armatura indossavano più ricche vesti, i più indossavano tuniche corte sotto l’armatura e tuniche lunghe sopra, con tanto di mantello.
I soldati comuni invece vestivano sotto l’abituale e “affezionata” armatura abiti simili a quelli borghesi.

Studi sull’abbigliamento nel medioevo

================================================= Studi sull’abbigliamento nel medioevo
 
Come in tutte le epoche, anche nel medioevo l’abbigliamento non aveva solo la funzione di ripararsi dal freddo e coprirsi, ma aveva anche una funzione sociale: i tessuti degli abiti, i colori, gli accessori, etc, denotavano ricchezza, potere e status sociale.
I tessuti erano di vario tipo e il loro utilizzo si diversificava con il cambiare delle stagioni; infatti, pur non avendo l’usanza di tenere scoperte braccia, gambe,e in alcuni casi, il capo, usavano tessuti più o meno leggeri a seconda della stagione. Gli abiti di seta, quindi erano preferibili durante la bella stagione, al contrario di abiti di lana, velluto o broccati, che solitamente erano molto caldi e perciò più adatti al freddo. Naturalmente, pur servendosene per coprirsi, i nobili non mancavano di abbellire le loro vesti in modo tale da far risaltare sempre la loro ricchezza; vi erano dunque mantelli di lana o di velluto estremamente caldi (addirittura con il cappuccio), che però erano riccamente decorati o ornati di pietre preziose..
Anche le vesti rispondevano agli stessi criteri: lo status sociale si riconosceva dal pregio della stoffa, dal fatto che l’abito possedesse una doppia manica o addirittura una doppia veste o che avesse uno strascico particolarmente lungo; in questi casi significava che il benessere della famiglia era tale da poter usare stoffa in modo tale da non doversi preoccupare della quantità. La lunghezza degli strascichi ha però creato delle difficoltà, date dall’ingombro di metri e metri di stoffe che occupavano strade certamente meno agevoli e pulite delle nostre. Per tale motivo vennero sancite delle leggi che non permettevano alle donne di portare per strada vesti e mantelli con code più lunghe di un metro; la violazione di questa norma faceva si che il “Notaro delle frodi” (l’ incaricato del controllo dell’applicazione di norme e leggi) applicasse severe sanzioni pecuniarie.
Naturalmente i nobili erano coloro che potevano sfoggiare gli abiti più sfarzosi e preziosi, ed è proprio contro questo abuso di lusso che a Bologna nel 1401 lo Statuto suntuario impose precise limitazioni al lusso degli abiti e prescrisse di far bollare le vesti, precedentemente confezionate, che esulassero dalle nuove norme statuarie.
La ricchezza o la classe sociale devono saltare agli occhi, per questo il vestito si accompagna ai gioielli dai metalli rari e lucenti, dalle pietre scintillanti e multicolori, dalle forme elaborate. Se ciò non bastava si poteva appendere alla cintura una borsa, detta scarsella, piena di monete, da far tintinnare in modo tale da far “sentire” la ricchezza. Per le donne, però, l’uso della cintura era legato ad una precisa condizione: il legame con un uomo; solo le donne promesse in sposa o già sposate potevano indossare la cintura sopra la veste. Al pari dell’attuale vera nuziale, la cintura significava un legame matrimoniale; di solito infatti veniva donata alla sposa dal suo futuro marito.
Dopo essersi sposata la dama doveva usare certi accorgimenti nel suo abbigliamento; se non usava la cintura, poteva legare il suo mantello con un legaccio di stoffa o una catena, oppure doveva prestare attenzione alla propria acconciatura. Solo le donne sposate, ma ancora giovani, potevano permettersi il lusso di portare i capelli sciolti sulle spalle o raccolti in elaborate acconciature, al pari delle loro coetanee nubili. I capelli venivano sempre tirati all’indietro o con la scriminatura centrale e poi intrecciati, affinché le chiome fossero sempre mosse e vaporose; contrariamente ad oggi, infatti, i capelli lisci non erano di moda!
Con l’accrescere dell’età anche il capo doveva sempre essere coperto da veli di seta, che potevano essere completati da un balzo, o da cuffie di varie stoffe. In ogni caso i capelli dovevano vedersi il meno possibile; in alcuni casi addirittura le donne arrivavano a rasarsi i capelli fin quasi a metà del capo, anche per rispondere ad un’altra esigenza della moda: mostrare una fronte alta.
La moda aveva anche le sue precise esigenze cromatiche: la scelta dei colori era sempre guidata da considerazioni gerarchiche. Il più apprezzato era il rosso (di cui si sapevano creare infinite sfumature con coloranti vegetali o animali) che poteva essere usato solo dagli uomini di legge e dai suoi familiari più stretti; vi era una sorta di tacita intesa per cui altri nobili e borghesi non potessero vestire di rosso.
Un cenno particolare va alle calzature femminili: queste dovevano essere abbinate all’abito indossato per stoffa e colore e dovevano sempre essere alte, sia sul tacco che sulla punta; questo perché non godendo di strade asfaltate e pulite come le nostre e “trascinandosi” dietro metri di strascichi di stoffa, l’altezza delle scarpe faceva si che le vesti toccassero terra il meno possibile. Sempre per questo motivo si arrivò ad aggiungere strati di legno sotto le scarpe, proprio con l’intento di aumentarne l’altezza.
La differenza fra abbigliamento maschile e femminile era data prevalentemente dalla foggia degli abiti. Sia uomini che donne indossavano una veste o tunica, che solo nel secondo caso potavano essere aderenti in vita. Entrambi portavano i mantelli, ma solo quelli degli uomini avevano un’ apertura laterale e si chiudevano sulla spalla per mezzo di un fermaglio o di un legaccio. Le brache erano il solo capo d'abbigliamento riservato esclusivamente all'uomo: si trattava di calzoni di tela sottile lunghi fino alle caviglie e stretti.
Non ci sono abiti diversi per le varie età della vita: se si eccettuano i neonati, solidamente impacchettati in fasce da cui emergeva solo il viso, tutti i bambini erano vestiti come gli adulti.
 

Storia del costume. Il Medioevo.

================================================= Storia del costume. Il Medioevo.
 
Le origini
 
Il costume dell’alto medioevo deriva dai più antichi costumi di origine gallica o nel sud, con ascendenze prettamente romane, mentre nel grande nord si fanno sentire gli influssi del rude e praticissimo vestire dei popoli barbari che si affacciarono alla storia medievale. E’ tra il 1180 e il 1340 che il costume medievale presentò la sua maggiore bellezza, dovuta alla semplicità delle forme, al loro perfetto adattamento alla forma del corpo, e alla materia usata: stoffe d’ogni genere, spesse o fini, giocandovi molto e con ottimo gusto sulle pieghe ricadenti e sui plissès molto sobri. Gli uomini adottarono gli abiti lunghi, a imitazione delle donne, con grande scandalo della Chiesa, che giudicava tale innovazione sconveniente ed effimera. Inoltre abbandonarono i capelli corti e viso glabro per lasciarsi crescere la barba e capelli, arriciati con il ferro.
I due sessi indossavano tuniche e mantelli lunghi fino a terra; le maniche era allungate e allargate fino a coprire le mani; si portavano calzature stravaganti con punte immense e ricurve. A tutti i livelli si diffuse il gusto degli accessori, dei tessuti morbidi e setosi, dei colori vivaci. La ricercatezza nell’abbigliamento divenne una preoccupazione costante per la nobiltà nonostante le invettive dei predicatori che vedevano in essa un eccessivo attaccamento alle cose del secolo e una frivolezza simile alla scostumatezza. L’adozione generale di un medesimo tipo di abito ampio, fluttuante, e lungo rispondeva a diverse esigenze: coprire tutto il corpo per il pudore e per il rispetto dei tabù sessuali, e assicurare una protezione generale contro gli accidenti climatici.
All’antichità, bianca e nuda, perciò si è opposto il Medioevo, guantato, impellicciato e cupo, su cui l’influenza del Cristianesimo è più considerevole di quella della tradizione germanica. Inoltre non vi erano abiti stagionali e si indossava lo stesso vestito d’estate come d’inverno; si sovrapponevano, d’inverno parecchi capi di vestiario, e anche se i più intimi non erano molto attillati gli strati d’aria che li separavano erano ottimi isolanti.
 
L’importanza sociale e civile dell’abbigliamento
 
Non ci sono abiti diversi per le varie età della vita: se si eccettuano i neonati, solidamente impacchettati in fasce da cui emergeva solo il viso, tutti i bambini erano vestiti come gli adulti. Verso la metà del secolo XIII si produce un altro cambiamento importante: la sparizione della tunica e la comparsa della sopravveste, una specie di lunga casacca senza maniche che si sovrapponeva alla veste o alla cotta.
E’ una trasformazione che comporta la differenziazione progressiva delle mode maschili e femminili: per le donne quella degli abiti molto attillati, del seno alto e minuto, dei capelli nascosti; per gli uomini quella del volto rasato e dei capelli corti, con la frangia, sapientemente ondulati sulle tempie e rialzati a cercine sulla nuca. E’ un inizio di distinzione sociale e professionale, in base alla forma e non più al materiale degli abiti, a cui corrisponde ad un profondo mutamento di mentalità. Questa veste molto elaborata, assume in pieno le altre sue funzioni, quella di ornare il corpo, di distinguere l’individuo che la porta: forma, colore, accessori, materiali assumono senza posa sfumature diverse.
La ricchezza o la classe sociale devono saltare agli occhi, per questo il vestito si accompagna ai gioielli dai metalli rari e lucenti, dalle pietre scintillanti e multicolori, dalle forme elaborate, di cui dispone un’elite molto gerarchizzata. L’importanza sociale e civile dell’abbigliamento è attestata dal gran numero di attività che ad esso si collegano e dall’estrema varietà di tessuti. La loro fabbricazione era spesso di pertinenza femminile: la donna del contadino raccoglieva il lino, tosava le pecore, cardava e tingeva la lana, quella del cavaliere passava tutto il suo tempo libero a filare, tessere e ricamare.
Le stoffe di lino e canapa erano le più comuni e comprendevano le finissime tele di lino con cui si cucivano camice e lenzuola; i tessuti di canapa molto resistenti utilizzati per le fodere e gli abiti da lavoro; il fustagno, un tessuto misto di lino e cotone che serviva sia per gli abiti che per l’arredamento. Le stoffe potevano essere a tinta unita, a più colori mescolati, a disegni di fiori e fronde, disseminate di pois, o variamente rigate. Questa moltitudine di varietà si ritrovava a maggior ragione nelle sete, nei damaschi e nei broccati importati dall’Oriente, dall’Egitto e dalla Sicilia, il cui consumo in Europa aumenta notevolmente nel corso del XII secolo.
La moda delle pellicce fu legata allo sviluppo del commercio. Le più lussuose provenivano dalla Siberia, dall’Armenia, dalla Norvegia e dalla Germania: martora, castoro, zibellino, orso, ermellino e vaio. Le pelli provenienti dalla fauna locale (lontra, volpe, lepre, coniglio, faina, agnello) erano meno apprezzate: si cucivano all’interno delle maniche o fra le due stoffe dei soprabiti imbottiti. Le più correnti, come il coniglio, venivano tinte di rosso e usate per decorare i polsi e l’orlo inferiore delle tuniche.
 
Le esigenze cromatiche
 
La moda, infatti, aveva le sue precise esigenze cromatiche: la scelta dei colori era sempre guidata da considerazioni gerarchiche. Il più apprezzato era il rosso di cui si sapevano creare infinite sfumature con coloranti vegetali o animali. Le successive preferenze andavano al bianco e al verde, mentre il grigio e il marrone venivano usati perlopiù per gli abiti del popolo.
Il medioevo ha, dunque, un senso del colore più sviluppato dell’antichità e dell’epoca moderna, e ne giudica i pregi in base al grado di luminosità. I colori che emanano più luce sono i più apprezzati, mentre si scartano quelli che, per carenza di conoscenze non si riesce a rendere luminosi.
Naturalmente i nobili erano coloro che potevano sfoggiare gli abiti più sfarzosi e preziosi, ed è proprio contro questo abuso di lusso che a Bologna nel 1401 lo Statuto suntuario impose precise limitazioni al lusso degli abiti e prescrisse di far bollare le vesti, precedentemente confezionate, che esulassero dalle nuove norme statuarie.
 
L’abbigliamento maschile
 
” ….Dopo il pranzo, il conte va dunque nella camera e mentre gli viene preparato il suo frutto si sveste per grattarsi meglio. Si toglie tutte le vesti, tranne le brache. Aélis, la giovinetta più bella gli toglie addirittura la camicia e gli fa infilare la sopravveste d’inverno perchè è freddoloso….”
Tratto da L’Escoufle di Jean Renart, romanzo d’avventura composto intorno al 1200
 
Fino alla metà del trecento i nobili impiegavano di preferenza le stoffe rare e preziose, i pesanti panni di lana lavorati in Fiandra o pettinati a Firenze sontuosamente tinti e rifiniti dall’arte di Calimala, le sete provenienti da Cipro, da Damasco, da Lucca il tutto ravvivato da colori vivi che il progresso dell’arte dei tintori permetteva di ottenere in una infinità di sfumature. Facevano uso di pellicce pregiate e costose che in Occidente ormai si trovavano poco: lo scoiattolo cangiante, cui alternarsi di dorsi grigi e di ventri bianchi costituiva il vaio; l’ermellino, la cui bianchezza era sottolineata dalle macchiettature nere che formano l’estremità della sua coda; l’agnello molto giovane dal pelo fine come l’astrakan; lo zibellino, molto scuro, la pelliccia più care e più prestigiosa, quella che col suo nome medievale “sable” indica, in araldica, il più nero degli smalti.
Dopo la metà del Trecento, il nobile, pur mantenendosi fedele a qualche materiale come il vaio e l’ermellino, che il commercio ora forniva a basso costo, dettava la moda o la seguiva. A prima vista si poteva distinguere il bisognoso, il campagnolo, nel suo vestito fuori moda, e il nobile, sulla cresta dell’onda, fortunato, con relazioni. Quando si vestiva, il signore infilava successivamente le braghe, la camicia, le calze, le scarpe, la veste la sopravveste.
Le brache erano il solo capo d’abbigliamento riservato esclusivamente all’uomo. Si trattava di calzoni di tela sottile lunghi fino alle caviglie e che potevano essere stretti, a sbuffo o pieghettati. L’uso di tingerle di rosso scomparve nel XII secolo, allorché si diffuse la moda delle brache di cuoio o di seta. Erano strette in vita da una cintura di tessuto o di cuoio alla quale si appendevano la borsa, le chiavi e talvolta delle specie di giarrettiere che sorreggevano le calze. Queste ultime, in genere lunghe a metà coscia, morbide, aderenti alla gamba, potevano essere di tela, di maglia di lana, e anche di seta. Erano di colore scuro , tranne quelle da cerimonia, che avevano righe orizzontali di colore contrastante.
La camicia, che si indossava sotto la veste, era una sorta di tunica chiusa in lato e aperta in basso davanti e dietro, lunga fino a metà polpaccio e quindi ricadente sopra le brache e le calze, con le maniche ristrette sui polsi. Bianche, di lino o di seta, le camice più belle avevano i polsi e il colletto ricamati e la pettorina goffrata. D’inverno, fra la camicia e la veste si infilava una specie di lungo panciotto senza maniche, un capo di lusso, caldo e comodo, costituito da una pelliccia cucita fra le due stoffe.
La tunica, veste aristocratica per eccellenza, era un abito di lana o di seta dall’ampia scollatura, che si infilava dalla testa. Le maniche erano semilunghe e molto larghe e la gonna, ampia, pieghettata e aperta davanti e dietro, arrivava fino ai piedi. Era chiusa in vita da una cintura su cui ricade morbidamente.
Anche il mantello era un indumento riservato ai nobili, che poteva essere di varie fogge. La più diffusa era quasi a ruota, di mezza lunghezza e senza maniche. In genere era di tessuto pesante foderato di pelliccia, ricamato e adorno di frange; aveva un apertura laterale e si chiudeva sulla spalla destra per mezzo di un fermaglio o di un legaccio.
Nonostante la loro diversità, le calzature potevano venire raggruppate in due categorie: scarpe e stivaletti. Le prime in stoffa o pelle, avevano la forma delle attuali pantofole e si portavano in casa o infilate negli stivali. I secondi, di cuoio spesso, simile alle calzature di sci, si chiudevano alla caviglia con un gran numero di stringhe e asole. Gli uomini davano molta importanza all’eleganza delle calzature, ed era in questo campo che la moda era più insolita e capricciosa.
L’estetica privilegiava i piedi piccoli per i quali si prediligevano scarpe con ricami e intarsi di cuoio e accessori di gran lusso. Anche i copricapo variavano all’infinito: il berretto di lana o tela, simile alle attuali cuffie da bagno, ricoperto di un pesante berretto floscio, conico, con l’estremità ripiegata, o quadrato e munito di paraorecchi per l’nverno; una calottina di cotone o da un cappello di feltro a larghe falde abbassate, per l’estate. Nei giorni di festa si indossava un grande cappello di tessuto prezioso ricamato in rilievo con perle, fiori o piume di pavone.
L’ultimo capo d’abbigliamento era costituito dai guanti, di cui tutti facevano grande uso. Erano di maglia di lana, di pelle o di pelliccia. Molto aderenti alla mano, si allargavano verso i polsi e coprivano di solito buona parte dell’avambraccio. Era un capo di vestiario che si offriva spesso in dono e che possedeva un grande valore simbolico: consegnare il proprio guanto al signore era un segno di omaggio, gettarlo un segno di sfida.
Si tolglievano per entrare in chiesa o per stringere la mano a qualcuno. Infine, l’abbigliamento per uscire di casa o per viaggio era adattato allle necessità di spostamenti che dovevano tener conto dello stato delle vie e dellle intemperie. Per i viaggi sotto la pioggia, era in uso la chape à aigue, cappa per l’acqua, indumento impermiabile ottenuto ritagliando la cappa in spesso tessuto di lana fortemente pressata e non sottoposta al consueto trattamento di sgrassatura, che favoriva lo scorrimento dell’acqua sulla sua superficie.
 
L’abbigliamento femminile
 
“…..Quando la contessa e le sue dame si sono sedute intorno al fuoco, mostra grandi qualità di cortesia. Con il suo atteggiamento amabile e gioioso affascina tutti i presenti.Ha un soprabito di vaio nuovo, aperto e senza maniche, che lascia scorgere le graziosemaniche bianche della sua camicia…..”
Tratto da L’Escoufle di Jean Renart, romanzo d’avventura composto intorno al 1200
La maggior parte dei capi che compongono l’abbigliamento femminile non differivano, per natura e per taglio da quelli portati dagli uomini. Tuttavia, si osservava una gran varietà di stoffe e di colori e ricchezza di ornamenti e di accessori. Le donne non indossavano le brache ma talvolta si cingevano il petto con un velo di mussolina a mo’ di reggiseno.
La tunica poteva essere di due tipi: quella normale era una semplice veste lunga fino a metà polpaccio, mentre quella composta, comparsa verso il 1180, comprendeva un corsetto aderente, una larga fascia che sottolineava la vita e una gonna lunga aperta su entrambi i fianchi. Tale indumento slanciava la figura e disegnava la forma dei fianchi, del ventre e del dorso. Lo scollo era sempre ampio e rotondo, le maniche lunghe e svasate a partire dal gomito. Le tuniche più belle erano di sciaminto, col corpetto goffrato, la gonna pieghettata sul fondo, adorne di ricami e di galloni.
L’eleganza imponeva che la donna completasse la tunica o la veste con un’amplissima cintura, di cuoio intrecciato, di seta o di lino, sapientemente allacciata. Si effettuava un primo giro all’altezza della vita, un nodo sui reni, poi un secondo giro all’altezza dei fianchi, un nuovo nodo all’altezza del bacino ed infine si lasciavano cadere le estremità in due bande uguali fino a terra.
Le calze erano simili a quelle degli uomini ma sempre sorrette da giarrettiere, perché non potevano essere agganciate alla cintura delle brache.
Le scarpe erano di vario tipo: alte o basse, chiuse o aperte, con o senza linguetta, di cuoio, di feltro, di tessuto, foderate di pelliccia. La moda prediligeva i piedini minuscoli, i tacchi abbastanza alti, il passo ondeggiante e accuratamente studiato. Il mantello (surcot) femminile era una pellegrina semicircolare che non veniva chiusa sulla spalla come quella degli uomini ma sul petto, con alamari e lacci alla cui confezione si dedicava sempre molta cura.
A partire dal XII secolo i mantelli vennnero chiusi con doppi bottoni che si infilavano in due occhielli, e potevano essere sferici, piatti, di cuoio o di tessuto, d’osso, di corno, d’avorio o di metallo. Il mantello si prestava ad una grande varietà di invenzioni quanto alla forma, alla lunghezza, alla decorazione, alla materia usata.
La pettinatura variava secondo l’età: le fanciulle e le donne più giovani li portavano con la scriminatura al centro e due trecce che scendevano sul petto, talvolta lunghe fino alle ginocchia, o ulteriormente allungate da pendenti appesi a ciascuna estremità. Dopo il 1200 la moda delle lunghissime trecce tende a scomparire per lasciare il posto a capelli più corti tenuti fermi da un cerchietto e lasciati fluttuare sulle spalle. Prima di uscire di casa o di entrare in chiesa ci si copriva la testa con un velo di mussolina di lino o di seta. Le donne adulte portavano una grossa crocchia avvolta in una specie di foulard annodato e sormontato da una banda che cingeva la testa orizzontalmente.
Le vedove e le suore portavano il soggolo, ampio copricapo di tessuto leggero che nascondeva completamente i capelli, le tempie, il collo e la parte superiore del busto. La cura dell’abbigliamento risulta anche dall’esistenza di una primitiva pratica di estetica corporale: quando alcune donne ritenevano di non avere bei seni tondi e solidi, rinforzavano la parte alta della camicia di seta, introducendovi apposite, e ben confezionate, palle di lana, ottenendo effetti piacevoli.
Il menestrello Marcabru ricorda, in un suo lied, questi effetti “en forme de pommes d’oranges” (pomi d’arancio gentile allussione, e anche profumata.
 
Gli ecclesiastici
 
In una vita quotidiana assillata dalla paura del peccato, dall’obbligo di pregare, di comunicarsi, di confessarsi, l’intermediario imposto tra Dio e gli uomini aveva il primo posto in dignità. Non tutti i chierici avevano la medesima funzione, la medesima importanza, li medesimo rango; la loro azione poteva esercitarsi in tutti i campi: intellettuale, spirituale, e anche materiale. Ciò che li distingueva era, perciò anche l’abito. Coloro che rinunciavano al mondo per servire Dio, professavano i voti di conversione, stabilità e obbedienza; vivevano nel silenzio e nell’austerità; si dedicavano esclusivamente alla preghiera e al lavoro interno e dei campi.
Di conseguenza il loro abito era semplice ma funzionale: scarpe e calze, due cocolle e due tuniche leggere per l’estate; lo stesso, in tessuti pesanti, per la stagione fredda. Le più alte cariche della Chiesa, al contrario, vivevano nell’agiatezza e avevano numerosi poteri sia spirituali che materiali. Il vescovo, personaggio fondamentale della gerarchia ecclesiastica, era a capo della cattedrale della città, gestiva tutte le parrocchie, ottenendo una dotazione fondiaria considerevole,e dispondo di numerosi poteri di autorità, giurisdizione e amministrazione su tutti i cristiani della sua diocesi.
Il cardinale, era il vero principe della Chiesa, circondato da una casa civile o militare e da una piccola corte. Tutti questi signori ecclesiastici facevano mostra di un lusso che il loro stato non avrebbe potuto permettere: una grande scorta, vestita riccamente, su cavalli di razza; vesti di stoffe rare dai colori vivaci e costosi (rosso e violetto) per quando si mostravano in pubblico; quardaroba da casa anche più variato e sontuoso.
 

IL CASTELLO DI SAN GIORGIO. Note storiche

================================================= IL CASTELLO DI SAN GIORGIO. Note storiche
 
Il Castello di Legnano, come risulta dai pochi documenti rinvenuti, ha denominazione di “Castrum Sancti Georgi” fin dal XIII secolo; probabilmente questa denominazione nasceva dalla presenza, fin dal 1231 in questi luoghi (documento del 1261) di un convento di Regolari Agostiniani con annessa chiesetta di S. Giorgio. Il convento era beneficiario di molte terre coltivabili, di proprietà dei Della Torre, che si allargavano oltre Legnano fino a raggiungere Canegrate, S. Vittore Olona, Villa Cortese e Dairago. Questa zona quindi prese il nome di “S. Giorgio” che poi assunse il castello. I Torriani avevano allora usurpato le proprietà dei Visconti, poichè la località interessata sembra coincidere con la zona del Castello, dove Umberto Visconti aveva costruito una primaria torre di rifugio, poi trasformata in casa-torre. Inoltre sappiamo che nella primavera del 1273 i reali d’Inghilterra, al rientro dall’Oriente, si fermarono ospiti di Napo e Francesco Torriani tre giorni a Milano e alla partenza vennero accompagnati a S. Giorgio presso Legnano dove pernottarono. La località S. Giorgio non poteva essere l’attuale S. Giorgio su Legnano, che fino al 1390 si chiamava Sotena; dunque “S.Giorgio” sarebbe l’attuale area del Castello. È certo quindi che tra il 1261 e il 1273 (quando appunto vennero ospitati i Reali col loro seguito) venne ampliata la primaria casa torre con l’aggiunta delle ali a Nord e a Sud. Con la morte nel 1257 dell’arcivescovo Leone da Perego, iniziarono le lotte fra i Torriani e Ottone Visconti; nel 1262 il Papa Umberto IV nominò nuovo arcivescovo di Milano OttoneVisconti, il quale costantemente avversato dai Torriani dovette faticare non poco per prendere possesso della sede Arcivescovile e vi riuscì solo nel 1277 dopo aver sconfitto definitivamente i Torriani a Desio. Con questa vittoria, i Visconti riconquistarono le loro proprietà e i loro poteri ed anche il Castello di Legnano rimase alla famiglia fino all’ultimo signore Filippo Maria il quale nel 1437 lo assegnò in dono al fedele Oldrado II Lampugnani. Oldrado, qualche anno dopo, nel 1445 fece istanza a Filippo Maria, per erigere la fortificazione con torri, vallo e ponte levatoio; con questo ampliamento venne soppresso l’ingresso principale che un tempo era sul lato di ponente e venne erettoun nuovo e più imponente torrione d’ingresso. Nel 1447 dopo la morte del Visconti, Oldrado Lampugnani favorì l’entrata al castello di Francesco Sforza. Oldrado trascorse al castello gli ultimi anni della sua vita e alla sua morte (1460) il castello passò a Giovanni Andrea suo nipote. In questo periodo il maniero subì svariati attacchi: da parte di Francesco Sforza, dal capitano Francesco Piccinino nel periodo che gli era avverso al conte Francesco Sforza e da parte dei Francesi i quali prima di abbandonarlo, nel 1524 lo incendiarono. Giovanni Andrea lasciò il castello al figlio Oldrado III amico e fedele seguace di Lodovico il Moro.
Oldrado III fece ricostruire le parti distrutte dai Francesi; a lui subentrò il figlio Ferdinando I° il quale indicò nel testamento la proprietà del castello come eredità perenne della famiglia attraverso i primogeniti maschi. Dopo la sua morte senza eredi maschi, non è difficile immaginare le interminabili contese fra i parenti per il diritto del possesso del maniero. Solo nel 1710 Francesco Maria II Lampugnani conte di Freisa riuscì ad avere conferma legale del suo diritto nel possesso del castello che alla sua morte donò all’Ospedale Maggiore di Milano. I Cornaggia, famiglia benestante di commercianti di cotone, presenti a Legnano sin dal 1598, nel 1748 ampliarono le loro proprietà acquistando il feudo sulla Castellanza a nord di Legnano, dando alla famiglia il titolo di “Marchesi della Castellanza”. Infine nel 1792 il Marchese Carlo Cristoforo Cornaggia acquistò dall’Ospedale Maggiore il Castello con tutta la grande tenuta annessa. Da questa data l’intero complesso venne trasformato in azienda agricola e ridotto ad alloggio per i contadini. Nessuna opera di manutenzione risulta compiuta nel periodo di proprietà dei Cornaggia Medici, (solo la cappella venne ricostruita nei primi anni del 1800) ed il maniero si è ridotto nelle condizioni di estremo degrado, tali da far temere una sua definitiva perdita. In tali condizioni è pervenuto, dopo lunghe trattative, all’Amministrazione Comunale dagli eredi del Marchese Cornaggia Medici. Il compromesso di cessione risale al 1963, ma venne successivamente modificato nella sostanza e nella forma per un intervento dell’Autorità Tutoria. La cessione venne ulteriormente perfezionata e il Comune ha potuto avere piena disponibilità del Castello soltanto nel 1973.
 
Legnano, 15 dicembre 2006

La Cucina nel Medioevo

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La Cucina nel Medioevo
Medioevo Storico
 
Nel Medioevo l'alimentazione dei più nobili era ricca di selvaggina condita spesso con spezie molto costose poichè provenivano dall' Oriente. L'alimentazione dei contadini era più povera e comprendeva alimenti che potevano sostituire la carne, come i legumi.    
Con i miglioramenti dell'agricoltura i contadini si nutrirono prevalentemente di cereali; ma le paste alimentari furono prodotte solo a partire dal XIII sec. I contadini mangiavano una zuppa a metà mattina, del pane (cotto ogni 15 giorni in pesanti pagnotte), del formaggio e castagne bollite durante il giorno, la sera - quando tornavano dai campi - mangiavano di nuovo la zuppa o altri cibi molto poveri. Anche per i ricchi, il pane restava comunque l'alimento principale ma lo volevano bianco, di frumento. Un decreto imperiale dell'884 stabilisce il limite di ciò che può requisire un Vescovo ad ogni tappa delle sue visite pastorali con tutto il seguito, in una regione agricola: 50 pani, 50 uova, 10 polli e 5 porcellini.
Per fare il pane, i poveri mescolavano farine di vari cereali e, se occorreva, anche di legumi, come si faceva fin dai tempi antichi e come consigliava Dio nella Bibbia quando il profeta Ezechiele ricette il comando: "prendi del frumento, dell'orzo, delle fave, delle lenticchie, del miglio e della veccia e fanne del pane". Nei tempi di grande carestia, poi, si cercava di fare il pane con qualsiasi cosa, persino con la paglia e le cortecce macinate, e si ricorreva al cibo dei maiali: le ghiande. Il vino era bevuto sia dai nobili che dai monaci ma i poveri inizialmente erano esclusi da questo "privilegio". Mangiare molto e carne era considerato segno di ricchezza e di potenza. I monaci anche se provenivano da famiglie ricche erano soliti mangiare poco in segno di penitenza; essi però alternavano alle zuppe e verdure del pesce.
Nel Medioevo si amavano profumi e sapori che per noi non sono usuali, come quello delle rose, e gli accostamenti un po' particolari come agro-dolce, dolce-salato, dolce-piccante ecc., forse anche per le tante spezie usate (sempre dai piu` ricchi, pero). Ancora a proposito di ricchi, ricordiamo che i primi libri "ufficiali" di ricette risalgono al 1300, ma si trattava per lo piu` di preparazioni riservate solo a chi se le poteva permettere, richiedendo spesso ingredienti molto costosi.
A tavola la sedia del signore era la piu elevata, gli altri erano seduti su sgabelli. Si usavano vassoi d' argento e coppe d' oro, arrivavano in tavola interi cinghialetti arrostiti, frittate di centinaia di uova, enormi brocche di vino, fruttiere ricolme. In pieno Medioevo apparve uno strumento nuovo che impiegò molto tempo a conquistare le tavole di tutto il continente. Pier Damiani scrisse che durante un matrimonio tra nobili, la sposa si fece portare un "bidente d'oro" e mangiò la carne con quello, invece di usare le dita come dettavano le buone usanze. Era la prima forchetta, ma soltanto a due denti. Per molto tempo, però, fu usata soltanto dalle dame più nobili poichè per gli uomini era un segno di debolezza. Per pulirsi le mani c'erano diversi metodi, a seconda della raffinatezza, dell'ambiente e dell'epoca: si potevano strofinare con noncuranza sul mantello dei cani che girovagavano numerosi attendendo gli ossi, o si potevano lavare delicatamente con acqua di rose, o tergere su tovaglie di lino, che certo uscivano malconce dallo schizzare dei sughi. Dimenticare di offrire l'acqua di rose era considerato un'offesa, come del resto rifiutarla. C'era tutta una serie di regole da seguire, nei banchetti, tra cui "non sputare sul desco, tenere le unghie sempre "nette e piacenti", e infine - dopo essersi soffiati il naso - pulirsi le dita non sulla tovaglia ma nella propria veste. Sempre per pulirsi le mani, c'era anche un'altra soluzione, molto diffusa e graditissima ai poveri: si mangiava su... tovaglie di pane, cioè sopra uno strato di pasta sottile, rettangolare, una specie di "pizza", sulla quale ogni convitato tagliava la carne, lasciava colare il sugo, pulendosi poi le mani con un po' di mollica intatta; quel che restava di queste "tovaglie" veniva dato ai poveri che aspettavano alla porta.
Per tutto il Medioevo sulle mense dei pratesi il pane aveva il primo posto; al pane si accompagnava un alquanto ridotto seguito di companatici, il che contribuiva ad accrescere ulteriormente l'importanza del principale alimento. La nostra civiltà ha attribuito al pane il ruolo di principale garante della sopravvivenza, di provvidenziale scudo contro la fame.     
I "buoni uomini" dei Ceppi elargivano farina e pane ai pratesi indigenti, per prima cosa garantivano ai beneficiati qualche giorno di minor preoccupazione: era così che si assicurava la tranquillità in occasione delle ricorrenze e negli altri frangenti in cui la fame di molti poteva rappresentare una fonte di grave turbamento. In questo Medioevo, quando si parla di carestia si deve intendere carestia di cereali: di tutto il resto si poteva anche fare a meno. Ma torniamo per ora al quotidiano; accanto al pane gli altri alimenti consueti per l'uomo comune sono gli ortaggi (prodotti spesso nell'orticello di proprietà, situato accanto all'abitazione o subito fuori le mura di Prato, piccoli fazzoletti di terra dai quali comunque si cavavano insalate, cavoli, zucche, legumi, agli, cipolle, porri e qualche frutto), il formaggio, le uova ed anche la carne, piatto non certo quotidiano per tutti ma neanche agognata rarità per buona parte della popolazione.
Per ciascun cittadino di Prato, tra il 1321 e il 1322 c'era una disponibilità annua di carne di 19,7 chilogrammi. La classifica per genere della carne più consumata vede al primo posto l'ovo caprina, e in particolare quella di castrone, seguita a poca distanza da quella suina (in realtà è probabile che le sopravanzasse, se si tiene conto che l'allevamento del porco per l'autoconsumo domestico - sfuggente alla gabella - era pratica diffusa) e poi da quella bovina. La classifica del pregio poneva ovviamente al primo posto la vitella, e poi il castrone, l'arista, e quindi la carne di bue adulto. Al tempo della grande fiera di settembre, si consumava carne di ovini adulti e di vitelli, dicembre e gennaio erano caratterizzati da un notevole afflusso sul mercato di carne suina e anche bovina. "A cagione che gli è di quaresima ti scriverò pocho e di rado" faceva sapere al marito Margherita Datini "ch'i'ò pocho ciervelo fuori di quaresima, perciò abimi per ischusareta"; e ancora "mi sono morta di fame in questa quaresima e il medicho dice che io òne più male di debolezze che d'altro". A questa temporanea austerità dettata dall'osservanza religiosa e all'altra ben più triste imposta ogni giorno dalle ristrettezze economiche, pratesi ricchi e poveri cercavano di ovviare con un notevole consumo di vino; diffuso in tutti gli strati della popolazione esso costituiva "il modo di procurarsi calorie ad un prezzo spesso più conveniente rispetto ad altri generi" particolarmente per i meno abbienti. I quali si accontentavano del vino locale, di bassa gradazione e bevuto spesso annacquato. Abbastanza rinomata era invece la campagna pratese per la produzione di frutta (fichi, prugne, noci, pere e mele, ciliege, pesche, poponi e cocomeri): anch'essa doveva avere un'importanza rilevante nell'alimentazione del tempo.Cibi dei ricchi e cibi dei poveri si differenziavano insomma in maniera notevole, non solo per quantità ma anche per qualità e per elaborazione, e l'arco della differenza dovette tendere a divenire più ampio nel corso del tardo Medioevo; pasti da "lavoratori": di pane, di vino, carne (presumibilmente "salata") era composto il desinare consueto di un maestro muratore e dei suoi manovali; insalata, cipolle e cacio costituivano il pasto offerto ai battitori del grano; cavolo e aringhe fece preparare Lapo Mazzei per due uomini venuti da Firenze a compiere certi lavori nel suo podere di Grignano. Che i "lavoratori" dovessero starsene per conto loro e mangiare non piu` del "giusto" si vede anche da questa storiella: pare che Luca del Sere si fosse scandalizzato quando seppe che Margherita Datini, vedova, aveva ospitato alla sua stessa tavola i pittori che affrescavano la sua casa con le storie di Francesco: ciò non era " nè bene nè onesto", e per quanto riguardava i loro pasti "e' non ànno a stare a noze nè a morir di fame: abino del pane e vino quello che bisognia loro, l'altre chose sechondo chome vi pare", come se fosse ovvio non avessero diritto a pretendere alcunchè di più. Come nel resto del mondo medievale, anche a Prato - dunque - a una ristretta categoria di ricchi molto ben nutriti, si contrappone la massa della gente che consumava soprattutto cibi vegetali (pane, ortaggi, zuppe) e poca carne di bassa qualita`, pur spendendo buona parte del suo poco denaro proprio per il cibo: "sbirciare" i banchetti dei potenti faceva nascere i sogni nelle menti del popolo e l'acquolina nelle loro bocche...
Restrizioni nella caccia, riserve venatorie, protezione di alcune specie, esistevano anche nel Medioevo e dimostrano fino a che punto gli uomini riuscissero a minacciare l'equilibrio ambientale. Queste restrizioni riguardavano solo i paesi densamente abitati con vaste coltivazioni come L'Inghilterra, mentre nei paesi come la Spagna e nell' Europa orientale non esistevano. Nell' Europa settentrionale, oltre alle zone coltivate, si trovavano molte foreste ampie che costituivano una fonte di risorse quasi inesauribile, prima fra tutte la legna. Anche i contadini sfruttavano le risorse della foresta raccogliendo bacche, miele, erbe, da cui estraevano sostanze chimiche a loro utili (ad esempio per conciare le pelli o fabbricare il sapone). La foresta era anche piena di animali veloci che venivano cacciati come selvaggina più o meno pregiata, d'altronde l' approvvigionamento di carne era ottenuto soprattutto dalla caccia. A poco a poco le grandi riserve incominciarono pero` a impoverirsi. La diminuzione della selvaggina indusse all' allevamento di animali da macello e a fissare prezzi per licenze di caccia. Così la caccia si trasformò progressivamente in uno sport per pochi riservato a quanti potevano affrontarne le spese, quindi cessò di rappresentare il naturale sistema di procurarsi il cibo da parte degli abitanti delle campagne.
Anche la pesca era molto importante per la popolazione medioevale: in particolare nei mari settentrionali la pesca e la preparazione di altri pesci salati e affumicati costituivano un ottimo guadagno per pescatori e commercianti. Spingendosi verso nord i marinai cacciavano pesci di grande taglia (balene, capodogli e trichechi) per la loro pelle, il loro grasso, le loro zanne. Sulla terra ferma si pescava in fiumi e vivai appositamente realizzati. Il pesce è sempre stato una sorpresa perchè, anche se le città facevano molti sforzi per organizzare il mercato, la pesca restava pur sempre incerta, la freschezza precaria e i trasporti difficili. Alla chiusura del mercato del Venerdì, i poveri recuperavano i pesci invenduti che gli venivano lanciati dai proprietari dei banchi che per legge glielo dovevano dare per evitare che al prossimo mercato potesse essere rivenduto il pesce avanzato al mercato precedente. Probabilmente in campagna (quelle lontane dalla riva del mare) non si conosceva il pesce di acqua salata. Dunque il pesce, benche` sinonimo di penitenza, era anche gola, perché l'incertezza di poterselo procurare rinfocolava il desiderio di averlo.
La differenza fra giorni quotidiani e festivi era molto grande soprattuto dal punto di vista alimentare (e soprattutto nelle case dei ricchi): nei giorni festivi gli acquisti aumentavano in modo sproporzionato: si comprava molta più carne, soprattutto pregiata (vitello, capretto, pollame, capponi). Gli uomini piu` agiati cominciavano ad andare a caccia gia` molti giorni prima; entrano nelle cucine dei signori molti prodotti: uova, farina, formaggi, spezie, indispensabili per la preparazione di alcune ricette. Per alcune feste religiose il consumo era ritualizzato: lasagne a Natale, farro a Carnevale, uova e formaggio per Ascensione, oca per Ognissanti, agnello a Pasqua; questa lista fu proposta da Simone Prudenziali, poeta orvietano di fine 200.
Una delle testimonianze più interessanti dell' epoca medievale è rappresentata dagli " erbari ". Qesti codici, riccamente miniati, raffiguravano le varie erbe e le piante allora conosciute, elencandone anche i vantaggi che se ne potevano trarre per la salute.  Citiamo dal Tacuinum Sanitatis alcuni dei consigli terapeutici:
Frumento: indicato per guarire le ulcere.
Segale: indicato come calmante e sedativo.
Uovo: nutre, depura e ingrassa.
Miglio: per coloro che desiderano rinfrescarsi.
Bietole: il loro succo toglie la forfora.
Zucche: mitigano la sete e fanno bene ai collerici.
Cocomeri e cetrioli: abbassano la febbre.
Finocchio: giova alla vista.
Cosa erano e a che cosa servivano le spezie che l'occidente importava dall'oriente a carissimo prezzo? Le spezie (o droghe) sono in realtà bacche, gemme o semi di piante. Le più conosciute sono: cannella, noce moscata, zénzero, zafferano, cumino, ... Oltre a rendere più stuzzicanti i cibi contribuivano a conservarli meglio. Ma non solo, le spezie erano anche gli essenziali componenti di molte medicine: con il ginepro, il cumino e l'anice ci si facevano liquori, tonici ed elisir. Il pepe era invece un ottimo disinfettante intestinale. Esse erano fonte di grandi guadagni per i mercanti perchè erano poco ingombranti, perciò costava poco caricarne e trasportarne qualche migliaio di chili ed i compratori erano disposti a pagarle care. Le spezie tennero il primo posto nel commercio sul Mediterraneo fino al XVII secolo. Anche il sale era usato nella cucina e nelle farmacie. Oggi è un prodotto comune e poco costoso, ma nel medioevo era molto raro e caro, tanto che i governi ne tassavano spietatamente il consumo. Venezia si arricchì con le spezie ed il sale fino dall'alto medioevo, quando la principale attività dei veneziani era lo sfruttamento delle saline e il sale era usato come moneta e come mezzo di scambio.
Il sale esaltava il sapore degli alimenti e permetteva di conservare la carne ed il pesce essiccandoli. Era inoltre considerato un ottimo disinfettante, un ricostituente del sangue energetico e corroborante, una sostanza capace di rassodare pelle e muscoli. Ed era utilizzato nella concia delle pelli.
Il valore del sale era legato anche ad antiche tradizioni magiche e religiose, tanto che il carattere sacro e magico del sale è all'origine di molte credenze popolari vive ancora oggi, come quella di considerare un segno di sventura spargere e sprecare il sale.
 

Ricette Medioevali

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Medioevo Storico
http://www.bluedragon.it/medioevo/ricette.htm
Ricette Medioevali
 
 
Torta d'aglio
 
INGREDIENTI
Pasta brisee`
250 grammi di farina
120 grammi di strutto o burro
sale e acqua in proporzione
 
RIPIENO
5 teste d' aglio
200 grammi di pancetta fresca o salata
300 grammi di pecorino fresco o di formaggio molle ben sgocciolato e strizzato
3 uova
80 grammi di uva passa
1 decina di stigmi di zafferano
sale (se la pancetta non è salata, o non lo è abbastanza)
Miscela di spezie in polvere
un cucchiaino da caffè ciascuno di :
chiodi di garofano
noce moscata
cannella
zenzero
pepe
 
PROCEDIMENTO
Preparare la pasta alcune ore prima o anche la sera precedente, e conservarla in luogo fresco.
Sbucciare l' aglio e cuocerlo in acqua bollente per 1/4 d' ora. Scolare e mettere a bagno in acqua fredda.
Pestare gli spicchi d' aglio cotti e aggiungervi il formaggio, il lardo già tritato, le spezie, lo zafferano, le uova e l' uva passa lavata.
Lavorare fino a ottenere un impasto liscio. Stendere una sfoglia di pasta e foderare una teglia. Versare il ripieno, coprire con una seconda sfoglia chiudendo bene i bordi. Cuocere in forno caldo (200°) per 45-60 minuti.
 
Torta di Pasqua
 
INGREDIENTI per 4 persone
250 g di pasta da pane
100 grammi di farina
100 g di formaggio pecorino tenero
50 g di pecorino grattugiato
4 uova
burro
sale
 
PROCEDIMENTO
Sbattete in una terrina le uova, mescolandole con il pecorino grattugiato e con quello tenero tagliato a dadi. Lasciate riposare il composto per circa mezz' ora.
Ponete sulla spianatoia la pasta da pane, incorporatevi la farina e un pizzico di sale; impastate per 5 minuti, quindi versate al centro alcune cucchiaiate del composto di uova sbattute e formaggio. Lavorate con la punta delle dita in modo che la miscela venga assorbita dall' impasto prima di aggiungere, sempre a piccole dosi, il resto. Lavorate bene il tutto finchè sarà diventato soffice e omogeneo, poi disponetelo in una capace terrina, copritelo con un tovagliolo e lasciatelo lievitare in un ambiente tiepido per un paio d' ore. Ungete una teglia di burro, versatevi la pasta, copritela nuovamente con un tovagliolo e lasciatela lievitare, sempre al tiepido, per un' altra ora. Servite la torta tiepida. La Ribollita e', divenuta particolarmente ricercata dai turisti come simbolo stesso della cucina di Siena: anche se adesso non puo' mancare nei menu' dei ristoranti piu' raffinati, la Ribollita, come molti altri piatti tipici senesi, era un piatto "da poveri". Ci sono infatti tutti gli elementi base della cucina Senese, olio extravergine di oliva, "quello bono", pane e fagioli cannellini. La base del piatto e' un minestrone di verdura che veniva irrobustito con le fette di pane raffermo, per essere poi mangiato anche nei giorni seguenti, riscaldato (ribollito, appunto).
 
Torta di Re Manfredi
 
Dopo la battaglia di Montaperti, 1260
INGREDIENTI
300 GR di cuore di pollo
300 GR di fegato di pollo
Erbette miste come timo, maggiorana, dragoncello, alloro, chiodi di garofano
vino rosso
Sale e Pepe
 
PROCEDIMENTO
Lavate e tritate grossolanamente le rigaglie di pollo, sasltatele poi in padella con dello strutto e le erbette varie tritate con aglio
In una teglia stendete la pasta classica a formare una torta aperta, aggiungetevi la carne e spennellate il sopra con uovo sbattuto che formerà una graziosa crosticina dorata. Infornate a 150° per 1 Ora circa.
 
Torta del Borghese (Metà del '300)
 
INGREDIENTI
1 kg di spinaci
1 kg di bietole fresche
1Kg di sale grosso
300 GR di Pecorino marzolino
un uovo
spezie varie noce moscata, zenzero, cannella a piacere
 
PROCEDIMENTO
Prendete gli spinaci e le bietole lavateli, sfogliateli e tagliateli a striscioline. Fategli perdere interamente l'acqua, mettendo strati alternati di verdura e di sale grosso e lasciando a riposo per circa 2 ore. Preparate la pasta classica e farcitela con una crema composta dal pecorino precedentemente fuso a bagno maria con l'aggiunta di un po' di latte. Alla crema aggiugete pure la noce moscata, lo zenzero e la cannella.Spolverate l'ultimo strato con pecorino stagionato grattuggiato, chiudete la torta con la pastella, spennellate con un uovo e infornate a 190° per 40-45'. Per ottenere i migliori risultati, la torta non dovrebbe venire più alta di 4 dita (5-6 cm).
 
Pasta classica
La pastella per le torte viene sempre realizzata mescolando acqua calda, farina e sale (e strutto, preferibilmente).
 
  La Ribollita
 
INGREDIENTI
pane toscano raffermo
fagioli cannellini lessati
cavolo nero, cavolo verza
bietola
patate
carote
porro
cipolla
poca passata di pomodoro
olio di oliva
pepolino
timo
 
PROCEDIMENTO
Prima di tutto bisogna passare meta' dei cannellini lessati al passaverdure, diluendo la purea con la loro acqua di cottura. Si prepara un soffritto con cipolla e porro in abbondante olio (utilizzate una pentola capiente a bordi alti) e quando le verdure si sono imbiondite si aggiunge poca passata di pomodoro; si lascia insaporire per qualche minuto, si aggiungono quindi i cavoli, le patate, le carote, tagliati a pezzetti e si lascia stufare dolcemente. A questo punto si mettono nella pentola anche i fagioli interi e il passato e si porta a cottura a fuoco dolcissimo, aggiungendo poco prima del termine il pepolino. Per completare si dispongono le fette di pane in una zuppiera alternandole con mestoli di zuppa: e' gia buona cosi', ma naturalmente diventa ribollita solo dopo averla lasciata riposare (in modo che il pane assorba tutto il brodo) e averla riscaldata di nuovo prima di consumarla.
 
Minestra di Ceci
 
INGREDIENTI per 8 persone
200 GR di ceci
1 cucchiaio di farina
2 cucchiai d'olio d'oliva
10 grani di pepe macinato grossolanamente
½ cucchiaino di cannella in polvere
salvia
rosmarino
gambi di prezzemolo
sale
 
PROCEDIMENTO
La sera prima: lavare i ceci (assicurarsi che l'acqua non contenga troppo calcare, altrimenti cuociono male e restano duri). Metterli a bagno in acqua tiepida per tutta la notte.
Il giorno stesso: mescolare farina, olio, pepe e cannella in un pentola capiente. Aggiungere i ceci e mescolare ancora una volta con le mani. Ricoprire con acqua fredda. Portare a ebollizione. Aggiungere salvia, rosmarino e prezzemolo. Far bollire circa 2 ore (ma dipende dalla qualita` dei legumi) a fiamma bassissima. Infine salare e cospargere di timo.
 
Purè di lenticchie
 
INGREDIENTI
500 g lenticchie verdi
1 mazzetto di odori (prezzemolo, salvia, rosmarino, timo, basilico)
3 cucchiai di buon olio d'oliva
zafferano
6 cucchiai di parmigiano appena grattugiato
4 uova sbattute
sale
 
PROCEDIMENTO
Cuocere le lenticchie a fuoco lento in una quantita` d'acqua pari a quattro volte il loro volume, insieme all'olio, allo zafferano e agli odori. Se rimane molta acqua, scolare, altrimenti passare al setaccio o schiacchiare col pestello. Mescolare le uova sbattute e il formaggio. Scaldare nuovamente le lenticchie e togliere dal fuoco. Aggiungere al composto le uova e il formaggio e mescolare bene. Si otterra` un bel pure` sodo e vellutato, di sapore deciso.
 
Minestra di Herbette
 
INGREDIENTI (per 4 persone):
500 g. di foglie di bietola
100 g. di altre erbe: borragine, spinaci, ecc.
prezzemolo
menta
2 litri scarsi di brodo di carne
sale e pepe.
 
PROCEDIMENTO
Per prima cosa portate ad ebollizione il brodo e in un'altra pentola dell'acqua salata, quindi occupatevi delle erbette. Lavatele accuratamente (specialmente la borragine, se l'avrete colta in campagna); immergetele nella pentola con l'acqua bollente e salata per alcuni minuti. Scolatele e strizzatele, quindi tritatele finemente. A parte tritate il prezzemolo e la menta, che devono essere freschi e crudi, dopo averli lavati e asciugati. Intanto il vostro brodo starà bollendo e a questo punto vi aggiungerete le erbe cotte, 2 o 3 cucchiai di prezzemolo e un po' di menta, se necessario salate e pepate.Questa minestra è ottima se servita non troppo calda, per gustare al meglio la freschezza del prezzemolo e della menta e per lo stesso motivo sarebbe bene non aggiungervi formaggio.
 
Ravioli delle feste
 
INGREDIENTI (per 4 persone):
2 litri circa di brodo di cappone o di gallina sgrassato e "profumato" con dello zafferano
PER IL RIPIENO
200 GR di pancetta naturale
2 cucchiai di olio d'oliva extra vergine
50 GR di caciottina stagionata grattugiata
400 GR di petto di cappone, o di fagiano o di pernice precedentemente arrostito, può andare bene anche la gallina, se deciderete di fare il brodo con quest'ultima anziché col cappone
1 cucchiaio di parmigiano grattugiato
2 rossi d'uovo
erbe tritate (prezzemolo, 4 o 5 foglioline di maggiorana)
2 chiodi di garofano polverizzati
mezzo cucchiaio scarso di zenzero fresco grattugiato
sale
PER LA PASTA
400 GR di farina
4 uova.
Preparate un buon brodo di carne. Una volta pronto togliete la carne, che andrà passata in forno e le verdure. Sgrassatelo e filtratelo. Tagliate la pancetta a dadini, ammorbiditela in un tegame con l'olio, unitela al petto di cappone o di fagiano o della carne che avrete scelto, che deve essere già stata arrostita; passate le carni al tritacarne, incorporate i tuorli d'uova, i formaggi, il sale, le erbe odorose, lo zenzero e i chiodi di garofano. Amalgamate bene gli ingredienti e lasciate riposare il composto per qualche ora prima di utilizzarlo.
Preparate la pasta con 400 gr. di farina e 4 uova. Tirate una sfoglia sottile tagliata in striscioline della larghezza di circa 4 centimetri, quindi appoggiate tante pallottoline di ripieno ad una certa distanza l'una dall'altra. Lasciate cadere morbidamente sopra un'altra striscia di sfoglia, fatela aderire bene al ripieno, poi con uno stampino tondo e dentellato di circa 3 centimetri di diametro ricavate i vostri ravioli, che devono essere tondi, ma con una cupola al centro.
Portate ad ebollizione il brodo, aggiungere lo zafferano e lasciare in infusione finché il liquido non acquisti il tipico color oro. Riportare ad ebollizione e buttateci dentro i ravioli con le dovute cautele. Come tutte le paste ripiene dovrebbero essere cotti quando salgono a galla, ma per sicurezza assaggiatene sempre uno prima di servirli.
 
Spezie fini per piatti Medievali
 
Prendi un' oncia di pepe e una di cannella e una di zenzero e un mezzo quarto di chiodi di garofano e un quarto di zafferano .
E' bene preparare una miscela del genere per averla sottomano quando è il momento di "cucinare medievale".
 
INGREDIENTI
pepe
16 g di cannella
16 g di zenzero
16 g di zafferano
4 g di chiodi di garofano.
Procedimento
mescolare tutti gli ingredienti come indicato nella versione precedente della ricetta
 
La Carbonata
 
Prendete della carne salata filettata di grasso e magro.
Tagliatela a fette e passatela in padella senza farla cuocere troppo. Disponete la carne quindi su un piatto e e cospargetela con un po' di zucchero, un po' di cannella e un po' di prezzemolo tagliato fine.
Nello stesso modo potete preparare la lombata di maiale salata o il prosciutto, aggiungendo al posto dell' aceto del succo d' arancia o di limone, a seconda di quel che ti piace di più; e questo ti farà bere di più.
Questa ricetta, preparata con prosciutto, risulterà più leggera, ma fare sempre bere parecchio...
 
INGREDIENTI
12 fette sottili, ma anche di piu` se sono piccole, di pancetta, prosciutto crudo o lardo magro salato
1 cucchiaino di zucchero
il succo di 2 limoni o 2 arance amare oppure 7 cl. di aceto
1 cucchiaino di prezzemolo
1/4 di cucchiaino di cannella
 
PROCEDIMENTO
Far dorare leggermente la pancetta in una padella senza aggiungere grassi. Mettere da parte su un piatto di portata preriscaldato. Aggiungere nella padella lo zucchero in polvere, mescolare con un cuchiaio di legno e aggiungere subito l'aceto e il succo di limone o di arancia. Portare a ebollizione, aggiungere il prezzemolo tritato fine, la cannella in polvere, bollire ancora un istante e versare sulle fette di carne..
 
Cinghiale alla menta
 
INGREDIENTI
1 kg di cinghiale (preferibilmente spalla o schiena) lo si fa scottare un po' Qualche rametto di menta
Chiodi di garofano
2 Cipolle bianche
 
PROCEDIMENTO
Lavare e tagliare a pezzettoni la carne di Cinghiale, successivamente scottare in abbondante acqua, vino rosso e chiodi di garofano.
Nel frattempo lessate delle cipolle e tagliamo anch'esse a pezzettini. Quando la carne sarà cotta, fatela saltare in padella con la cipolla, dello strutto e foglie di menta.
 
Pasticcio di Cacciaggione
 
INGREDIENTI per 8 persone
1 pollo
1 piccione
2-3 quaglie
Olio d'oliva
Aglio
Alloro
Bacche di Ginepro
Sale e Pepe
 
PROCEDIMENTO
Pulire e tagliare a pezzi la carne e arrostire con dello strutto.
Una volta cotta la carne, toglietela dal forno e disossatela accuratamente.
Mettete le ossa e le pelli in un litro e mezzo d'acqua per fare un brodino.
La carne, invece, tagliatela molto finemente e mettetela in una teglia da forno, alternandola con grosse fette di pane raffermo: prima il pane, poi la carne, e così via come una sorta di lasagne, condite ogni strato con gli odori e del sale e sull'ultimo strato mettete solo pane. (Quando questo piatto veniva prepararto per la tavola di un ricco, nella carne venivano mischiati dei pinoli)
Sopra al tutto versiamo il brodo e facciamo cuocere in forno fino a che sarà stato riassorbito e il pane sarà tornato croccante.
Versione 2: Lo stesso tipo di pasticcio può essere realizzato anche vuotando un filone di pane da 1/2 kilo: si pratica un piccolo tassello (5x5cm) su un lato e con un cucchiaino si scava la mollica, lasciando solo un centimetro di crosta. Sia l'esterno che l'interno del pane vanno spennellati bene con vino e uovo sbattuto (altrimenti dopo la cottura diventa durissimo); dentro al pane metteremo quindi la carne, preparata come sopra. Richiudiamo il tassello, lo spennelliamo bene con l'uovo avanzato e mettiamo in forno. Il brodo non viene utilizzato, e dunque servirà da bere come accompagnamento.
 
Cervo arrosto
 
INGREDIENTI
1 Kg di carne di Cervo
1 litro di vino rosso
1Litro di Aceto
Strutto
Rosmarino
Prezzemolo
Alloro
Salvia
 
PROCEDIMENTO
Lavate la carne di cervo con aceto per togliere un po' del sapore di selvatico e sbollentatela in acqua.
Se il pezzo è girello o schiena, rivestitelo nella rete di maiale insime a un po' d'alloro e mettetelo a cuocere bagnandolo ditanto in tanto con un po' di vino rosso. Altrimenti preparate una salsa con battuto di tutti gli aromi e lo strutto, metette la carne sul fuoco e passatela con un rametto di rosmarino imbevuto nella salsa e bagnate di tanto in tanto con il vino
 
Salsa gialla
 
INGREDIENTI
1 bella fetta di pane di campagna
15 cl di brodo di carne o di cavoli, o anche d'acqua
5 cl di buon aceto
1 2 cucchiaio di zenzero in polvere
1 bel pizzico di stigmi di zafferano
sale
 
PROCEDIMENTO
Togliere la crosta al pane e arrostirlo. Metterlo a bagno nel brodo. Quando è completamente rammollito, schiacciarlo con cura, aggiungere le spezie a questa pappa e metterla sul fuoco. Quando leva il bollore, aggiungere l'aceto e cuocere a fuoco lento finché non si addensi. Salare e, se necessario, aggiustare il condimento. Se si vuole ottenere una salsa più omogenea, la si può passare al setaccio.
Servire versandola sulla carne o sul pesce.
 
Salsa nera
 
La ricetta di salsa più facile che esista. Perchè il suo aspetto corrisponda al nome, si raccomanda di legarla con il pane arrostito
Pare che sia particolarmente buona con la costata di manzo alla griglia
 
INGREDIENTI
1 fetta di pane di campagna
10 cl d'agresto oppure 5 cl di
aceto di mele diluito in 5 cl di
acqua
1 cucchiaio di aceto di vino
1/4 di cucchiaio di pepe
nero macinato
1/4 di cucchiaino di zenzero macinato
sale
 
PROCEDIMENTO
Arrostire il pane fino a farlo diventare molto scuro. Metterlo a bagno nell'agresto misto all'aceto fino a farlo disfare del tutto. Schiacciare con la forchetta e aggiungere le spezie. Mettere sul fuoco e portare a ebollizione a fiamma bassa. Cuocere rimestando con un cucchiaio di legno finche` non si addensi. Salare. Se si vuole una salsa piu` omogenea, la si puo` passare al setaccio.
 
Cavolo seduto
 
INGREDIENTI per 4 persone:
1cavolo verzotto
bello sodo
di circa 1 kg
1 cipolla
50 grammi di lardo
80 g di olive nere
snocciolate
pepe
brodo
olio d'oliva
sale
 
PROCEDIMENTO
Lavate accuratamente il cavolo e preparatelo per la cottura togliendo le prime foglie e incidendolo alla base con un taglio a croce. In una larga casseruola di coccio fate soffriggere con un po' d' olio un trito di cipolla e lardo. Non appena imbiondisce sistemate il cavolo e aggiungete le olive snocciolate e una presa di pepe. Salate, bagnate con un po' di brodo e cuocete coperto, a fuoco lentissimo, fino a quando il cavolo non sarà pronto. Nel caso, aggiungete di tanto in tanto qualche cucchiaio di brodo. Al momento di servire, tagliate il cavolo a pezzi, ricopritelo con il sugo e con un filo d' olio crudo.
Il nome di questo piatto ha una ragione semplicissima: il cavolo, per effetto del calore, a poco a poco si siede letteralmente sul fondo della casseruola. Quando si e` completamente accomodato significa che la cottura e` terminata. La ricetta e` originaria del comune medievale di Acerenza, in Basilcata.
 
Pancotto
 
INGREDIENTI per 4 persone
1 kg di cicoria selvatica
le foglie di 2 gambi di sedano
200 g di finocchietti selvatici
2 spicchi d'aglio
300 g di pane raffermo
olio d'oliva di frantoio
sale
 
PROCEDIMENTO
Pulite e lavate le verdure .
Mettete 3 litri d'acqua in una pentola, unite lo spicchio d'aglio intero e una presa di sale. Quando bolle aggiungete le altre verdure e cuocete.
Tagliate il pane a grossi pezzi e, mantenendo il bollore, mettetelo nella pentola lasciandovelo un paio di minuti.
Scolate il tutto con attenzione, stando attenti a non sbriciolare il pane e sgocciolate bene; distribuite nei piatti, condite con abbondante olio e servite immediatamente. Sul piatto pronto, per chi gradisce, si possono versare il tuorlo e l’albume di un uovo crudo, che poi si amalgamerà da solo al tutto.
 
Maialino ripieno
 
Ingredienti:
 
un maialino da latte svuotato con le sue interiora e tenute da parte, una grossa lombata di maiale, del prosciutto cotto e una cinquantina di castagne bollite, due dozzine di uova, parmigiano grattugiato, zenzero e zafferano, sale (le quantità degli ingredienti del ripieno sono a discrezione, circa 500 gr di prosciutto e 400 gr di parmigiano)
 
Procedimento:
Lessare la lombata con le interiora in acqua salata, avendo l'accortezza di togliere il fegato appena cotto (20 minuti circa). Preparare il ripieno per il maialino: lombata e interiora ben pestate (oggi abbiamo i frullatori per l'occorrenza), amalgamare il prosciutto tritato, il parmigiano, una ventina di tuorli sodi e le castagne (tuorli e castagne prima schiacciati con una forchetta), per un ripieno meno sodo aggiungere dei tuorli crudi, salare e unire le spezie. Salare l'interno del maialino ben asciugato, riempire e ricucire. Posizionare il maialino in una grossa pirofila con le zampe ripiegate sotto il corpo e le orecchie avvolte in un foglio di alluminio per non farle bruciare e infornare a 200 gradi per circa tre ore.
 
Agliata
Ingredienti:
Mollica di pane bianco, 1 testa d'aglio secca, 1 testa d'aglio fresca, 1 tazza di brodo di carne, spezie ed un poco di aceto .
Procedimento:
Cuocere la testa d'aglio secca e passare nel mixer tutto l'aglio, aggiungendo la mollica di pane bianco, il brodo e l'aceto e cuocere per qualche minuto.
 
Camellina
Ingredienti:
2 bicchieri di aceto rosso forte, 7 fette di pane da toast o pane bianco privato della crosta, 1 cucchiaio da caffè di polvere di cannella, 1 cucchiaio da caffè di zenzero, 1/2 cucchiaio da caffè di chiodi di garofano, 1 presa di pepe nero, 1 presa di cardamomo schiacciato, 1 pizzico di sale.
Procedimento:
Ammollare le fette di pane per alcune ore con l'aceto. Metterle poi nel mixer assieme a tutti gli altri ingredienti e far frullare per alcuni minuti. Per legare la salsa aggiungere eventualmente 1/2 bicchiere di panna liquida. Dovrà risultare una crema liquida, di un bel colore cammello e ben forte di spezie. In altre versioni della stessa ricetta per accentuare il gusto agrodolce della salsa si aggiungono uva passa e mandorle.
 
Budino di San Lorenzo
Questo dolce proviene dal ricettario di una famiglia di Ponderano (Biella) con l’avvertenza “arseta antica”.
Prendere due chili di pere e farle cuocere a fuoco lento con un etto di zucchero e qualche chiodo di garofano, poi far raffreddare. Intanto preparare una sfoglia con un etto di burro, una tazza di zucchero e una di farina, due uova e un pizzico di sale. Utilizzare una forma dai bordi alti foderandola con la pasta, riempire con la frutta e coprire ancora con la pasta, cuocere per 50 minuti
Si ringrazia la cusinera Maria Pia Coda Forno, dei cui prorprietari sono vecchio amico, per la ricetta.
Torta Bianca
Prendere dieci o dodici uova e sbatterle bene, prendere 800 gr di formaggio fresco e tagliarlo a pezzetti, poi pestarlo insieme ad altrettanto zucchero, 15gr di zenzero pelato, 250 gr di burro e mezzo litro di latte; poi mescolare insieme a lungo e aggiungere circa 15 chiare d'uovo, per rendere il composto più bianco. Preparare poi una sfoglia sottile e disporla sul bordo della teglia, quindi mettere sopra il ripieno e lasciar cuocere lentamente a fuoco moderato. Quando sarà cotto alzare il fuoco per dare colore. Tirare fuori la torta e cospargerla di acqua di rose e zucchero.
Menestra d'herbette
 
Togli le foglia di viete (bietole), et un pocha  di borragine et fagli dare un boglio in acqua chiara bogliente quando le mitti dentro; dapoi cacciale fore et battile bene col coltello. Et togli un pocho de petrosillo (prezzemolo), et di menta cruda, et similemente le batti co le ditte herbe. Dapoi macinale bene nel mortale (mortaio), et mittile in una pignatta con brodo grasso et falle bollire un pocho. Et se ti pare mettevi un pocho di pepe.
 
Ravioli in tempo di carne
 
Per fare dece menestre: togli meza libra di caso vecio, et un pocho d'altro caso grasso et una libra di ventrescha di porco grassa overo una tettha di vitella, et cocila allesso tanto che sia ben disfatta. Dapoi battila bene et togli di bone herbe ben battute, et pepe, garofoli et zenzevero; et giongendovi il petto di un cappone pesto sarebe bono migliori. Et tutte queste cose distemperale insieme. Dapoi fagli la pasta ben sottile, et liga questa materia ne la pasta como vole essere. Et questi ravioli non siano maiori d'una meza castagna, et ponili accocere in brodo di cappone, o di carne bona, facto giallo di zafrano quando bolle. Et lassali bollire per spatio de doi paternostri. Dapoi fanne menestre, et mettili di sopra caso grattato et spetie dolci mescolate insieme. Et simili raffioli si posson fare di petto di fasani et starne et altre volatile.
 
Ravioli o Marubini alla Martino
 
Ingredienti(per 4 persone):
 
2 litri circa di brodo di cappone o di gallina sgrassato e "profumato" con dello zafferano;
  Per il ripieno: 200 gr. di pancetta naturale, 2 cucchiai di olio d'oliva extra vergine, 50 gr. di caciottina stagionata grattugiata, 400 gr. di petto di cappone, o di fagiano o di pernice precedentemente arrostito, può andare bene anche la gallina, se deciderete di fare il brodo con quest'ultima anziché col cappone, 1 cucchiaio di parmigiano grattugiato, 2 rossi d'uovo, erbe tritate (prezzemolo, 4 o 5 foglioline di maggiorana), 2 chiodi di garofano polverizzati, mezzo cucchiaio scarso di zenzero fresco grattugiato, sale;
  Per la pasta: 400 gr. di farina, 4 uova.
 
Procedimento:
Preparate un buon brodo di carne. Una volta pronto togliete la carne, che andrà passata in forno e le verdure. Sgrassatelo e filtratelo. Tagliate la pancetta a dadini, ammorbiditela in un tegame con l'olio, unitela al petto di cappone o di fagiano o della carne che avrete scelto, che deve essere già stata arrostita; passate le carni al tritacarne, incorporate i tuorli d'uova, i formaggi, il sale, le erbe odorose, lo zenzero e i chiodi di garofano. Amalgamate bene gli ingredienti e lasciate riposare il composto per qualche ora prima di utilizzarlo.
Preparate la pasta con 400 gr. di farina e 4 uova. Tirate una sfoglia sottile tagliata in striscioline della larghezza di circa 4 centimetri, quindi appoggiate tante pallottoline di ripieno ad una certa distanza l'una dall'altra. Lasciate cadere morbidamente sopra un'altra striscia di sfoglia, fatela aderire bene al ripieno, poi con uno stampino tondo e dentellato di circa 3 centimetri di diametro ricavate i vostri ravioli, che devono essere tondi, ma con una cupola al centro.
Portate ad ebollizione il brodo, aggiungere lo zafferano e lasciare in infusione finché il liquido non acquisti il tipico color oro. Riportare ad ebollizione e buttateci dentro i ravioli con le dovute cautele. Come tutte le paste ripiene dovrebbero essere cotti quando salgono a galla, ma per sicurezza assaggiatene sempre uno prima di servirli
 
Insalata di cipolle arrosto
 
Ingredienti:cipolle, olio, aceto, pepe, noce moscata.
 
Procedimento:
"Togli cipolle, cuocile sotto la bragia e poi le monda, e tagliale per traverso longhette e sottili: mettili alquanto d'aceto, sale, oglio e spezie, e da' da mangiare." La ricetta è tratta dal manoscritto conosciuto come Anonimo Toscano del XIV secolo. E' una ricetta semplice ed un piatto che può presentarsi come antipasto, certamente fuori dall'ordinario. Mi sembra, inoltre, che la ricetta sia comprensibile nella sua esecuzione. Dirò solo che le cipolle possono essere cotte tranquillamente, senza sbucciarle, in un normale forno. Per verificare se sono cotte al punto giusto, potrete forarle con uno spiedino.  Sono migliori le cipolle a buccia dorata e quando saranno cotte (e fredde) sbucciatele e tagliatele ad anelli sottili. Condire con buon olio di oliva, aceto, pepe, sale e una leggera grattugiata di noce moscata e servite. Una simile insalata di cipolle è ancora in uso nelle campagne, specie del nord. Esiste anche una versione che sostanzialmente richiama la ricetta originale, cambia il modo di cottura  o meglio viene usato un altro modo di cuocerle: lessate in acqua e aceto, quindi condite con olio, sale e pepe.
 
Le Seppie
 
"Togli la seppia, aprila e cavane il nero, e servalo; poi taglia la seppia minuto e friggila in oglio con spezie. E quando sia fritta mettili un poco d'acqua, e bolla ine dentro: poi distempera quello nero riservato che si chiama sale di seppia, col buono vino, e poni nel brodo con erbe odorifere e spezie, e da' a mangiare."
Anche questa ricetta e tratta dal Libro della cocina, Anonimo Toscano del XIV secolo. Per prima cosa indichiamo gli ingredienti: necessari per realizzare la ricetta: seppie fresche (1 Kg); una manciata di basilico, prezzemolo, un poco di menta e di maggiorana; due pizzichi di spezie in polvere (noce moscata, cannella, chiodi di garofano); un bicchiere di vino bianco; buon olio e sale.Dopo aver pulito bene le seppie, avendo cura di non rompere la vescichetta del nero che dovrà essere versata in una tazza, lavarle bene, quindi tagliarle a striscioline. In una casseruola far rosolare, a fuoco lento, le seppie con le spezie, quindi aggiungere un bicchiere d'acqua e far cuocere per qualche minuto. Nel frattempo diluire il nero di seppia in un bicchiere di buon vino bianco, versare il tutto nel tegame e far cuocere a fuoco lento. Si abbia cura di non far asciugare troppo il sugo, se necessario aggiungere un poco di acqua. Quando le seppie saranno tenere, quindi cotte, aggiungere le erbe tritate (basilico, prezzemolo, ecc.), "aggiustare" di sale, se necessario. Per servirle in modo originale si può fare in questo modo: tostare leggermente delle sottili fette di pane, quindi disporle in un piatto di portata o singoli piattini, porvi sopra una abbondante cucchiaiata di seppie con sugo e...servire ben caldo. Credo sia un buon antipasto, originale nel sapore e assai gustoso.
 
Le Soglie
 
"Soglie. Vogliono essere fritte, e di sopra gli butterai un poco di sal trito, di succo di naranci o dell'agresto, et del petrosillo tagliato pure assai"
Questa ricetta è tratta dal Libro De arte coquinaria del Maestro Martino da Como che scrisse questo ricettario intorno al 1450. Le capacità di Martino furono già riconosciute dai suoi contemporanei, molti dei quali presero spunto dal suo scritto (e non solo i contemporanei). Il nostro autore in molti casi dà indicazioni assai vaghe e generiche. Veniamo dunque alla ricetta. Scaldare a fiamma bassa un poco d'olio in una padella. Mettere le sogliole nella padella (dopo averle pulite, lavate, asciugate, salate e pepate), non infarinate,  e farle dorare da entrambe le parti a fiamma alta. Quando le sogliole sono dorate, abbassare la fiamma, bagnare con succo d'arancia e limone, cospargere di abbondante prezzemolo finemente tritato. Servite subito in un piatto, magari guarnito con  fette d'arancia e limone e qualche ciuffetto di prezzemolo. E' piatto molto apprezzato, ma soprattutto originale nella sua semplicità e si discosta dai soliti modi di cucinare la sogliola.
 
Crescenta o gnocco fritto
 
Ingredienti:
 
farina
(ne basta pochissima, circa ½ hg a persona)
sale
acqua
olio per friggere
 
Procedimento:
 
Fare la "fontana" con la farina, salare e aggiungere l'acqua necessaria per formare un impasto che si possa lavorare. Fare una "palla" e dividerla in pezzettini piu` piccoli di un mandarino che andranno stesi col mattarello in dischetti piuttosto sottili di circa 10/15 cm. di diametro. Friggere in olio bollente. Si possono poi mangiare con affettato o anche senza nulla.
 
Zuppa di fagiuoli
 
Ingredienti:
 
Pane a fette (meglio se del giorno prima, un po' arrostito e strofinato con aglio)
Fagioli borlotti ( 4 pugni )
Fagioli cannellini ( 4 pugni )
Brodo
Aglio
Rosmarino
Olio
in realtà, nel medioevo, si conoscevano solo i fagioli "con l'occhio", ma borlotti e cannellini insieme stanno bene
Procedimento:
 
Mettere i fagioli nell'acqua (meglio se con un mezzo cucchiaino di bicarbonato ) e tenerli a mollo per una nutte. Alla mattina togliere i fagioli dall'acqua, scolarli, lavarli e metterli in una pentola (meglio di coccio ) con 2 spicchi d'aglio. Cuocere un'ora, un'ora e mezzo.Intanto mettere in una padella: olio, rosmarino, uno spicchio d'aglio e rosolare. Quando i fagioli sono cotti, metterli nella padella insieme al brodo e farli bollire ancora un po',versarli infine nelle scodelle su cui avrete appoggiato le fette di pane. Condire con olio.
 
Frittelle di farina di castagne
 
Ingredienti:
 
farina di castagne,
un pizzico di sale
cacao (anche se nel medioevo non era conosciuto...)
latte q.b.
olio per friggere
zucchero (meglio "velo" o "vanigliato")
 
Procedimento:
 
Mettere in una terrina la farina di castagne, il sale, non molto cacao zuccherato in polvere (la quantità dipende dalla golosità...) e aggiungere latte mescolando finché il composto non risulti abbastanza morbido. Mettere l'olio a scaldare in una padella e quando è ben caldo versarvi a cucchiai l'impasto precedentemente preparato e farne delle frittelle che andrann appoggiate (appena cotte) su un piatto con un po' di carta per assorbire l'unto. Lasciar intiepire qualche minuto, cospargere di zucchero e... mangiare.
 
Del savor per l’arrosto
 
"Pesta il basilico nel mortaio e ponvi del pepe e distempera con l'agresta. Questo savore e buono con ogni arrosto e ova lesse: e mancando questo abbi melarance, citrangole o limoni" Ricetta tratta dall' Anonimo Toscano (XIV secolo) ed e ottima per condire carni arrosto o uova lesse, come suggerisce la ricetta stessa. Dunque, per realizzare questa salsa occorre avere: basilico tenero e fresco, pepe nero, aceto, vino bianco, oppure succo di arancia e limone, sale. Abbiamo aggiunto il vino bianco per stemperare l'aceto, in quanto l'agresto non e propriamente un aceto (come i nostri), ma e piu "tenero".       Dopo aver pulito il basilico (possibilmente senza lavarlo), pestarlo finemente, quindi aggiungere aceto e vino, una manciata di pepe  e salare quanto basta. L'aceto e il vino possono essere sostituiti con il succo di arancia e limone. Ovviamente la salsa dovrà avere una giusta densità ed omogeneità (si può usare anche il frullatore….volendo !). Questa salsa richiama lontanamente il "pesto genovese" per l'uso del basilico, ma e molto vicina ad un'altra salsa che ancora oggi si usa in Piemonte, il cosiddetto "bagnet" anche se, questa salsa piemontese, ha riscontri piu precisi in altre antiche ricette.
 
Savor de ruga overo rochetta
 
"Toy la semenza de la ruchetta e mandole e ovi cocti e zucharo e noci moschate e cenamo e masena ogni cossa insema e distempera con bono aceto ed e bono a ogni carne optimo" La ricetta e tratta dal Libro per Cuoco di area veneziana del XIV secolo. Il testo e anonimo ed ha come caratteristica che e il primo ricettario nel quale troviamo (anche se non in tutte le ricette) le dosi degli ingredienti, anche se tali indicazioni sono poco affidabili. Per la realizzazione della salsa occorrono: rucola fresca, uova sode (due tuorli), mandorle in polvere (ottima la farina di mandorle), zucchero (2 cucchiai circa), cannella in polvere (1 cucchiaino da caffe), noce moscata grattugiata o in polvere, sale, buon aceto.
 
Dopo aver lavato ed asciugato la rucola, unire tutti gli ingredienti nel frullatore e tritare finemente, diluendo con l'aceto. La salsa dovra risultare di giusta consistenza e cremosa.  Una avvertenza importante: entrambe le salse devono essere preparate poco prima di essere consumate poiché in poche ore cambiano sapore e colore, specie quella di rucola che acquista, con il passare del tempo, un sapore amarognolo non troppo gradevole e comunque lontano dal sapore originale. Come si diceva per la precedente, anche questa salsa e ottima per le carni cotte sulla griglia.
 
Torta Bolognese
 
"Pigliarai altretanto cascio como e ditto nel capitolo di sopra de la torta biancha, et grattalo. Et nota che quanto e piu grasso il cascio tanto e meglio; poi habi de le vietole, petrosillo et maiorana; et nettate et lavate che l'avrai, battile molto bene con un coltello, et mittirale insieme con questo cascio menandole e mescolandole con le mani tanto che siano bene incorporate, agiongendovi quattro ova et del pepe quanto basti et un pocho di zafrano item di bono strutto ovvero butiro fresho, mescolando et incorporando tutte queste cose inseme molto bene como ho ditto. Et questo pieno metterai in una padella con una crosta di sotto et una di sopra daendoli il focho temperatamente;  et quando ti pare che sia meza cotta, perché para piu bella, con un roscio d'ovo battuto con un poco di zafrano la farai gialla. Et acconoscere quando ella e cotta ponerai mente quando la crosta di sopra li levara et alzara in suso, che allora stara bene et poterala levare dal focho". Questa ricetta è tratta dal Libro de Arte Coquinaria  di Martino da Como (1450). Il testo della ricetta, a prima vista, può apparire difficile, ma noi diamo le indicazioni per poter realizzare questa torta. Innanzi tutto occorre avere: formaggio fresco (caciotta o ricotta), bietole, prezzemolo, maggiorana, un poco di parmigiano, uova, sale e pepe, burro, pasta sfoglia o pasta matta.
 
Dopo aver lavato e strizzato le bietole, tagliarle finemente con il coltello; aggiungere il formaggio, il parmigiano, le uova, il prezzemolo e la maggiorana (tritati), il sale e il pepe. Impastare bene in modo da formare un composto omogeneo. Si prende una teglia (rotonda o quadrata), si stende uno strato di pasta avendo cura di rivestire anche i bordi della teglia, quindi si versa il composto sul quale si pongono dei fiocchetti di burro, poi si ricopre il tutto con la pasta, avendo cura di saldarla bene al bordo. Mettere la torta in forno caldo. A meta cottura spennellare il sopra della torta con uovo sbattuto al quale avrete aggiunto zafferano, rimettere in forno ed ultimare la cottura. Prima di tagliare la torta occorre farla raffreddare. Questa torta puo essere un secondo piatto oppure un simpatico e gustoso antipasto. Se volete fare una cosa sfiziosa potrete servire questa torta con una cucchiaiata di buona fonduta calda, versata sopra la fetta. Ricordate una cosa importante: la torta va servita calda, quindi  passatela in forno poco prima di portarla a tavola.
 
Suffritto de carna
 
Anche questa ricetta è tratta dal ricettario di Martino da Como. A nostro modesto parere si potrebbe utilizzare anche il coniglio, oltre agli animali che Martino ci indica.
Incominciamo con gli ingredienti: un pollastrello o un coniglio, gr.100 di lardo, vino bianco, due o tre tuorli d'uovo, brodo di carne, aceto, prezzemolo, salvia, zafferano, spezie varie, olio, sale.
 
Pulire e lavare bene l'animale scelto e lasciarlo a bagno in acqua  fredda e un bicchiere di aceto per circa un'ora. Dopo questa prima fase tagliare a pezzi. In una padella fate soffriggere per poco il lardo e la salvia, quindi aggiungervi il pollo o il coniglio facendolo rosolare bene da ogni  parte; irrorare con un un abbondante bicchiere di vino bianco, tappare e fare evaporare a fuoco lento, dopo aver salato in giusta quantità.  Mentre la carne cuoce, sbattete i tuorli d'uovo aggiungendovi un poco di vino, brodo, una spruzzata d'aceto, lo zafferano e le spezie (un poco di noce moscata, chiodi di garofano in polvere). Quando la carne sarà cotta si dovrà togliere la salvia, scolare il grasso di cottura, quindi versare il contenuto sbattuto e rimettere sul fuoco  per un paio di minuti, avendo cura di mescolare bene. Cospargere di prezzemolo tritato e mescolare ancora una volta, quindi servire ben caldo in un piatto di portata guarnito di ciuffi di prezzemolo. Come gia detto, il piatto risulta ottimo se si usa il coniglio oppure, meglio ancora, i piccioni. E' un piatto molto elegante che potete servire per una cena importante, coinvolgendo i vostri ospiti che, certamente ve ne chiederanno la ricetta.
 
Pere sciroppate allu vino
 
"Piglia una buona libra della sopradette frutte pelate, eccetto delle marene, che non van pelate senza picolli, e ponilo in una pigniata con libra meza di zuccaro, e un pezzo di cannella, intiera, e mezzo bicchiero d'acqua rosata, e quattro oncie di butiro fresco, e ponilo al fuoco, e falli levare il boglio si che habbi quasi la cotta della salsa reale, e ponelli poi le frutta, e lascialle boglier  fino che seran cotte."
La ricetta è tratta dallo scritto di Messisbugo che fu scalco ed amministratore ducale alla corte degli Estensi di Ferrara (XVI secolo). La ricetta in originale e anche per altri tipi di frutta fresca (ciliegie, prugne, ecc.). E' una ricetta molto delicata, di piacevole gusto e raffinata. Gli ingredienti sono: pere, zucchero, burro, vino rosso, acqua di rose, cannella.
 
Dopo aver pulito le pere, tagliarle in quattro parti per il lungo, levando il torsolo. Portare ad ebollizione il vino rosso nel quale deve essere messo il burro, lo zucchero, l'acqua di rose, la cannella. Immergere le pere e fare cuocere per 20-30 minuti sino a che le stesse pere non sono divenute di un bel colore rosa. Scolate le pere e servitele.
Queste pere vanno servite fredde, tuttavia potete utilizzare anche il sugo di cottura, trasformandolo in una crema da versare sulle pere stesse.Dopo aver scolato le pere, nel brodo di cottura aggiungete farina di mandorle, aggiustate di zucchero (se necessario), quindi fate bollire sino ad ottenere una crema dalla giusta densità (volendo, potete aggiungere un liquore aromatizzato…..). Versate questa crema ben calda sulle pere fredde e servite…..vedrete che avrà un gran successo !
 
Pippioni in’ istufa
 
"Togli li pippioni, ismembrali, mettili nella pentola col lardo battuto, mettivi spezie et un poco di cipolla tagliata minuta, poni sulla bragia, soffrigi sino a mezzo cotto e mettivi entro XXX mandorle colle corteccie et XXX monde. Togli li fegatelli lessi, pestali bene con un poco di pane arrostito, stempralo con vino, colalo, metti in su i pippioni e metti poi sopra le scodelle ispezie e zuccaro." Questa ricetta è tratta da un frammento di un libro di cucina, datato XIV secolo. Per iniziare occorre avere: 4 piccioni con il loro fegato, gr. 150 di lardo, gr. 150 di cipolla, 2 o 3 fette di pane abbrustolito, 50 mandorle, un bicchiere di vino rosso, misto di spezie in polvere (cannella, chiodi di garofano, noce moscata, pepe, zenzero).
 
Dopo aver tagliato ciascun piccione in quattro parti ed aver messo a lessare i fegati (non piu di 5-6 minuti), tritate il lardo e fatelo sciogliere in una casseruola. Successivamente fate rosolare i piccioni e aggiungete la cipolla finemente tritata, salate e mettete un cucchiaio di misto di spezie. Lavare le mandorle, quindi aggiungere ai piccioni. Dopo aver scolato i fegati, metteteli nel frullatore, aggiungetevi il pane abbrustolito, il vino rosso e frullate fino ad ottenere una salsa omogenea. Aggiungete la salsa ai piccioni e fate cuocere a fuoco lento. Quando i piccioni saranno cotti e la salsa addensata al punto giusto, ponete il tutto in un piatto di portata, spolverate con le spezie (in modo non esagerato), quindi servite. La ricetta originale dice di spolverare i piccioni con zucchero in polvere, prima di servire. Lo zucchero non addolcisce, ma armonizza il sapore riducendo il "forte" delle spezie. Personalmente non l'ho mai fatto (a me non piace molto, ma e un gusto personale !), voi potete farlo benissimo, prestando attenzione a non esagerare. A mio parere, inoltre, tale pietanza può essere realizzata anche con i galletti (del tipo amburghese), invece dei piccioni.
 
Cianchetti di maiale in dolceforte
 
Ingredienti per 6 persone:
 
6 cianchetti (stinchi di maiale tagliati a ossobuco) di maiale, 2 grosse cipolle rosse, una costa di sedano, un ciuffo di prezzemolo, uno spicchio d'aglio, 2 cucchiai di passato di pomodoro, un etto di cioccolato fondente, 30 g di uvetta sultanina, 30 g di pinoli, brodo di carne, 2 bicchieri di Chianti Classico, un cucchiaio di aceto di vino rosso, olio extravergine di oliva, sale e pepe.
 
Procedimento:
 
In una larga casseruola rosolate nell'olio gli stinchi.
Quando la carne è uniformemente colorita aggiungete il battuto di cipolla, sedano, aglio e prezzemolo e lasciate imbiondire.Versate il vino e, quando è ridotto alla metà, il pomodoro.Aggiustate il sale e il pepe e incoperchiate continuando la cottura a fuoco lento per circa due ore, agitando di tanto in tanto e aggiungendo un pò di brodo se necessario.
A cottura ultimata fate sciogliere nell'intingolo il cioccolato tagliato a scaglie e unite l'uvetta e i pinoli.Lasciate crogiolare qualche minuto,aggiustate di sale e unite l'aceto.
Servite i cianchetti bollenti,coperti dalla loro salsa ricca e gustosa.
 
Fegatelli alle herbae
 
Ingredienti per 6 persone:
 
6 etti di fegato di maiale, un pezzo di rete(omento) di maiale, 4 foglie di salvia, 12 foglioline di alloro, un pizzico di semi di finocchio, mezz'etto di pangrattatro, un cucchiaino di zucchero, olio extravergine d'oliva, sale, pepe.
 
Procedimento:
 
Tritate a coltello il fegato in piccoli pezzi ( non macinatelo) e raccogliete il trito in una ciotola. Tritate finemente la salvia e il finocchio e mescolateli al pangrattato e allo zucchero.Salate e pepate.Da questo impasto ricaverete 12 polpettine di circa mezz'etto ciascune.Tagliate la rete, preventivamente ammollata in acqua tiepida, in quadrati di circa 10 cm di lato.Disponete al centro di ciascuna reticella una fogliolina di alloro e involgetevi una polpettina di fegato. Cuocete i fegatelli in una padella abbondantemente unta di olio per 10-15 minuti a fuoco vivo, o accompagnateli ad altre carni in spiedi e arrosti di ogni tipo.
 
Scamerita alla cacciatora
 
In una teglia rosolare in olio di oliva un pò di rosmarino, qualche ciuffo di finocchio selvatico (o in mancanza dei semi), due spicchi d'aglio e una foglia di alloro. Rosolare la scamerita, ben salata e pepata, unitamente agli aromi, per una decina di minuti. Indi coprire il tutto con abbondante pomodoro e lasciar cuocere per altri 20 o 30 minuti. A cottura ultimata, togliere la carne con un pò di sugo (quanto basta per condirla) e nel condimento rimasto nella teglia fare insaporire le rape oppure altri ortaggi quali: bietole, spinaci o fagioli precedentemente lessati.
 
Cinghialo en umido
 
Mettere la carne al fuoco e lasciarla fare acqua una o due volte al fine di eliminare il sapore di "selvatico". Preparare poi un abbondante battuto di aglio, alloro, peperoncino, rosmarino e ginepro. Far soffriggere in abbondante olio d'oliva con il battuto di erbe insieme al cinghiale. Far rosolare bene e aggiungere un bel bicchiere di vino rosso Chianti Classico. Lasciare evaporare e versare un pò di pomodoro. Salare e continuare la cottura per due ore finchè la carne risulterà tenera e saporita.
 
Lessu refetto co’ lle cipolle
 
Si scottano abbondanti cipolle rosse tagliate a strisce con un dito di acqua, appena ritirata. Aggiungere abbondante olio e il lesso tagliato. Far rosolare con vino, sale e pepe e un leggerissimo battuto di odori; poi con passato di pomodoro completare la cottura per 30 minuti.
 
Attenzione a tagliare il lesso dopo che è freddo, in fette non molto alte e contro il verso della fibra. Meglio se un po’ grasso e muscoloso.
 
 
Insalata calla de fagiuoli e soprassata
 
Ingredienti per 6 persone
 
2 etti di fagioli cannellini secchi, un etto e mezzo di soprassata, un cesto di indivia belga o di spadone trevigiano, un rametto di salvia, 4 spicchi d'aglio , 5 cucchiai di aceto di mosto di vino rosso di tipobalsamico, un etto di olio extrvergine d'oliva saporito, sale, 10 grani di pepe nero
 
Procedimento:
 
Dopo averli lasciati a bagno per 12 ore, lessate i fagioli con la salvia, l'aglio e i chicchi di pepe.Tagliate la soprassata a quadrucci di circa due centimetri di lato e l'indivia a rondelle di pochi millimetri.Fate un'emulsione con l'olio, l'aceto, il sale, il pepe, e un paio di cucchiai dell'acqua di cottura dei fagioli.Unite tutti gli ingredienti in una pirofila e passate nel forno a 180° per pochi minuti, fino a che la soprassata risulti ammorbidita, cedendo un pò delle parti grasse. Mescolate ulteriormente e servite.
 
 
Ossobuscio
 
Ingredienti per 6 persone:
 
6 ossibuchi di vitella, mezza cipolla, una carota,mezza costa di sedano , 3 pomodori maturi (o un apiccola scatola di pelati)un ciuffetto di basilico, la scorza grattugiata di un limone, un bicchiere di vino, una manciata di farina,una noce di burro,olio extrvergine di oliva,sale, pepe
 
Procedimento:
 
Infarinate gli ossi buchi e rosolateli fino a perfetta e uniforme coloritura in olio e burro.Scolate e tenete in caldo la carne mentre, nello stesso unto, farete soffriggere il battuto di cipolla, sedano e carota. Sfumate il soffritto con il vino e aggiungete i pomodori passati. Nella salsa adagiate nuovamente gli ossibuchi, accostati ma non sovrapposti, e coprite di acqua. asciate sobbollire incoperchiato agitando di tanto in tanto il tegame.Trascorsa una mezz'ora rigirate gli ossibuchi nella salsa, aggiungete la buccia di limone e il basilico tritato, aggiustate di sale e pepe e portate a cottura bagnando, se necessario con un pò di brodo.
 
 
 
Bibliografia:
 
alcune ricette sono state tratte dal libro:
”Cucina medievale”di Marchese---Pasquarelli
e previa richiesta dal sito web www.asiena.net
 
Naturalmente tutto è passato sotto le mie mani ed è stato soggetto a cambiamenti stilistici, sinonimici…pertanto la ricetta è sempre quella, ma magari è scritta diversamente da quella della fonte da cui è stata tratta. Tutte le ricette elencate sono commestibili, fidatevi. Non sono un cuoco, ma un BUNGUSTAIO. Provate tutte le ricette da me consigliate, non sono le uniche e magari Mastro Pasquadibisceglie ce ne insegnerà delle altre, spero. Per il momento divertitevi con le mie, e mica sono poche!
 
BUON APPETITO!

Cibo e Vino nel Medioevo

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Cibo e Vino nel Medioevo
 
Medioevo Storico
 
Contadini, potenti e monaci
Il cibo ha avuto un ruolo centrale nella storia dell’umanità. Parlare dell’alimentazione nel Medioevo significa affrontare un aspetto fondamentale della società del periodo, in cui a brevi fasi d’abbondanza si alternano periodi di carestia. Il forte senso di insicurezza, di precarietà e di paura che pervade gran parte di questa fase storica crea un atteggiamento nei confronti del cibo molto particolare. E, in effetti, esso diviene un vero e proprio status symbol: chi mangia ha potere, e mangiare per chi è affamato significa compiere un’azione esagerata, vorace, quasi violenta. I religiosi possono mangiare ma si autoreprimono, secondo la dottrina cristiana che stigmatizza la gula tra i peccati: l’alternanza di privazione e abbondanza accresce, come afferma lo studioso Leo Moulin, "l’ossessione del cibo, l’importanza del mangiare e, come contropartita, la sofferenza (e i meriti) rappresentati dalle mortificazioni alimentari". Durante il Medioevo non solo il cibo, come dice lo storico Massimo Montanari ma "anche la fame diventa oggetto di privilegio".
 
Il cibo dei contadini
È dopo il Mille che la ricerca del cibo diviene più difficile: l’aumento considerevole di popolazione, la diminuzione delle aree da mettere a coltura, la sempre più invasiva presenza sul territorio delle bannalità signorili, come riserve di pascolo, di caccia e di pesca, rende la vita dura ai contadini. La carne scarseggia, diviene sempre più pregiata, sinonimo di abbondanza e di prosperità. I pochi animali domestici sono considerati bestie da fatica, essenziali per svolgere il gravoso lavoro nei campi. Aumenta quindi il consumo di cereali, dalla segale al grano saraceno: il termine companatico, che si diffonde proprio in questo periodo, sta a indicare il condimento, ciò che accompagna il pasto basato ormai quasi esclusivamente sul pane.
Esso è presente a ogni pasto, di tutte le varietà e colori: d’orzo, di spelta, di segale, di castagne. Spesso, la tonalità differente indica l’appartenenza a una precisa fascia sociale, oppure a una certa area geografica. Nei centri urbani, invece, si diffonde l’uso del pane di grano duro, più chiaro di quello mangiato nelle campagne. Il vino, secondo la tradizione greco-romana, rimane un alimento diffuso anche tra le classi più povere: è nutriente, rende più allegri, si può usare come anestetico, tutti ottimi motivi perché anche i ceti privilegiati ne favoriscano il consumo.
La tavola di chi vive dei prodotti della terra non può non prevedere la presenza delle verdure dell’orto, dal cavolo alle zucchine, dalle cipolle agli spinaci. Piatto consueto sono, infatti, le zuppe di verdure di stagione, spesso mescolate ai legumi: ceci, fave, lenticchie, facili da essiccare e ricche di proteine, accompagnano frequentemente i pasti sostituendosi alla carne. Essa, in prevalenza bianca, è destinata ai giorni di festa: polli, galline, qualche coniglio rappresentano l’unica variante più sostanziosa per la classe dei lavoratori della terra. Le erbe aromatiche, tipiche dell’area mediterranea, dal timo al rosmarino, dalla nepitella al basilico, insieme al poco grasso e all’olio arricchiscono queste semplici pietanze, che stanno alla base dell’alimentazione contadina.
 
Il cibo dei potenti
Una delle rappresentazioni tipiche della società signorile medievale è il momento del banchetto. Sulla tavola imbandita, diverse qualità di carni arrostite stanno a indicare il cibo preferito dal ceto nobiliare, dai potenti che giudicano una debolezza l’astensione volontaria, segno di umiliazione e di perdita del proprio rango: nei documenti dell’epoca, essa equivale all’obbligo di deporre le armi e quindi a una totale perdita d’identità. Del resto, lo stesso Carlo Magno, stando al suo biografo Eginardo, è mangiatore quotidiano di arrosti, nonostante in tarda età soffra di gotta e i medici gli consiglino di passare a piatti più leggeri.
Attraverso i libri di contabilità del tempo che ci sono pervenuti, siamo in grado di mettere a fuoco un mondo di aristocratici abituato a bere abitualmente vino, ad accompagnare le carni saporite bianche - capponi, oche, galline, polli - e rosse - manzo, maiale - ma in special modo la selvaggina e gli agnelli con pane di grano, uova e formaggi. Le verdure e i legumi, sconsigliati dai medici del tempo agli stomaci raffinati in quanto poco digeribili, hanno un ruolo marginale sulle tavole dei ricchi, così come la frutta.
Il miele, unico dolcificante conosciuto - lo zucchero di provenienza araba non è ancora diffuso - è invece consumato in abbondanza. La modalità di cottura più diffusa è la bollitura, che utilizza molte spezie provenienti dalle Indie come il pepe, il coriandolo, la cannella, la noce moscata, i chiodi di garofano, ormai difficili da trovare e assai costose, che insaporiscono i cibi e le bevande, ritardano la putrefazione e addolciscono i sapori aciduli. Anche le erbe aromatiche sono molto in uso: in questo modo la carne, soprattutto selvaggina, dai cervi ai caprioli, dalle anatre ai fagiani, diviene meno dura e acquista maggiore sapore, anche perché accompagnata spesso dal lardo. Gli stessi arrosti sono prima bolliti, e solo in un secondo tempo vengono fatti a pezzi e infilzati nello spiedo.
 
Il cibo dei monaci
L’idea della privazione del cibo, di un regime alimentare sorvegliato ed essenziale sta alla base della concezione di vita monastica diffusa nel Medioevo. Proprio per questo, in tutte le Regule che ci sono pervenute, da quella di Benedetto a quella di Giovanni Cassiano, il tema del cibo ricorre costantemente e risulta di fondamentale importanza. Se l’abbondanza di cibo è simbolo del potere delle armi, il "digiuno" diviene sinonimo di spiritualità e misticismo. Nella cultura medievale, il corpo impedisce l’elevazione verso dio, tenendo ancorato l’uomo a desideri e pulsioni che vanno costantemente mortificati. La carne è il primo alimento che deve essere bandito, perché meglio interpreta la forza e la potenza guerriera. In realtà, questo vale per il primo monachesimo, più severo e rigoroso nel rispettare i precetti dell’ordine.
La carne, bandita dunque inizialmente dalle mense e sostituita da pesce, legumi, uova e formaggi, tende a ricomparire a partire dall’XI secolo, anche perché più consistente comincia a essere la presenza del ceto aristocratico tra i religiosi. Nei giorni di festa, che non sono pochi nel calendario liturgico, la carne, soprattutto di maiale, è presente nei pasti dei monaci cucinata in maniera differente. Compare anche nelle dispense, conservata sotto sale, essiccata o insaccata. Stando alle fonti dell’epoca, nell’Abbazia di Cluny, una delle più importanti dell’Occidente cristiano, due sono i regimi alimentari che si alternano durante l’anno, uno invernale e uno estivo. Mangiare coincide con un momento collettivo, e i monaci si ritrovano in refettorio una volta nei giorni feriali e due in quelli festivi.
Il pranzo, che coincide con il mezzogiorno, prevede due piatti caldi: il potagium di legumi e la minestra di verdura, e un terzo piatto, il generale o la pietanza, serviti a giorni alterni durante la settimana, che porta in tavola uova, formaggi, verdure. Il vino e il pane bianco non mancano mai. Nel periodo estivo i pasti sono due, poiché aumentano le ore di veglia e di lavoro. La cena, piuttosto frugale, si basa su ciò che resta del pranzo insieme ad un pò di frutta di stagione.
Dopo il Mille, questo regime così severo tende poco alla volta a divenire più elastico: si moltiplicano le cose da fare, le occupazioni da svolgere, soprattutto di tipo amministrativo. I patrimoni da gestire si accrescono, in seguito agli imponenti lasciti testamentari, ai possedimenti che si espandono e che allontanano il monaco dalla dimensione frugale e semplice cui è abituato, dettata dalla regola del proprio ordine. Così il momento del pasto e il regime alimentare si modificano: la semplicità delle origini è superata, per lasciare spazio all'abbondanza e alla varietà dei cibi. Le cucine, sempre più spaziose e dalle dispense cariche di prodotti pregiati, divengono luogo di prosperità, di piacere: la gula si incontra con la luxuria, i due peccati condannati dal cristianesimo che tanto spesso l'immaginario medievale accomuna, così come tanta letteratura del tempo, da Chaucer a Boccaccio, ci ha tramandato.
 
  Lo Vino
 
I frutti fermentano spontaneamente; quindi la vinificazione non è altro che un perfezionamento di questo processo naturale e nel tempo si è diffusa in tutte le parti del mondo in cui gli uomini vivevano in prossimità di viti selvatiche. Un tipo di vite, la Vitis vinifera, produce la quasi totalità del vino che si beve nel mondo ai nostri giorni. Si pensa che questa varietà abbia avuto origine in Transcaucasia (le attuali Georgia e Armenia). Le prime testimonianze della coltivazione della Vitis vinifera risalgono al IV millennio a.C. nell'antica Mesopotamia, mentre un'anfora contenente tracce di vino trovata in Iran è stata datata intorno al 3500 a.C. In seguito la cultura del vino ha raggiunto l'Europa tramite l'Egitto, la Grecia e la Spagna. Il vino aveva un ruolo importante nei costumi della civiltà greca e di quella romana. I greci portarono le proprie viti e iniziarono la produzione del vino nelle loro colonie nel Sud dell'Italia; i romani, poi, praticarono la viticoltura durante tutta la durata dell'impero. Per quanto riguarda l'inizio della viticoltura in Francia, vi sono due ipotesi contrastanti: le testimonianze attualmente disponibili suggeriscono che i coloni greci di Massalia (l'attuale Marsiglia) vi importarono il vino; alcuni studiosi credono, invece, che, già prima dell'arrivo dei greci, i celti avessero iniziato la viticoltura, sebbene a suffragare questa ipotesi esistano come prova solamente semi di vite selvatica. In epoca romana la Gallia divenne una fonte talmente importante di vino che si promulgarono leggi per tutelare i produttori italici.
 
Produzione del vino dal Medioevo a oggi
 
Dopo la caduta dell'impero romano e la dominazione di popolazioni germaniche, nei territori precedentemente occupati dai romani la produzione di vino diminuì. Divenne, in alcuni casi, un'attività riservata ai monasteri, in quanto il vino era considerato indispensabile per la celebrazione eucaristica. Fra il XII e il XVI secolo, tuttavia, la produzione di vino tornò nuovamente a diffondersi e per tutto questo periodo il vino fu il principale prodotto da esportazione della Francia. Durante il XVII secolo si sviluppò la produzione di bottiglie e ritornò in auge l'uso del tappo di sughero (dimenticato dal tempo dei romani) che rese possibile una migliore conservazione del vino. Molti fra i migliori vitigni della regione di Bordeaux furono sviluppati tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo dai signori locali; fu allora che si incominciò a produrre lo champagne, mentre commercianti inglesi parallelamente svilupparono la coltura delle viti nella valle del Douro in Portogallo.
 
Per quanto riguarda i territori extraeuropei, in Cile si incominciò nel XVI secolo, in Sudafrica nel XVII, in America nel XVIII e in Australia nel XIX. Dal 1863 in poi, la viticoltura europea subì la devastazione della fillossera, un insetto che provoca il disseccamento delle foglie e attacca le radici della vite. La fillossera proveniva dall'America, e fu proprio da lì che giunse anche la soluzione del problema: dal 1880 in poi si innestarono vitigni americani resistenti alla fillossera sulla Vitis vinifera europea. Durante la prima metà del XX secolo, la coltivazione della vite e la produzione di vino subirono un crollo, a causa dei conflitti politici e delle guerre, contrassegnato anche da problemi di adulterazioni, frodi e sovrapproduzione. La sovrapproduzione rimane ancora oggi un grave problema, fondamentalmente irrisolto per tutta l'Europa, anche se, specie per i prodotti DOC (a denominazione di origine controllata) e DOCG (a denominazione di origine controllata e garantita), vengono stabilite quantità massime di produzione per ettaro. La seconda metà del XX secolo ha, invece, segnato importanti progressi tecnici sia nella viticoltura, sia nella vinificazione e ha visto una crescente diffusione di queste attività in tutto il mondo.
 
 

La Medicina nel Medioevo

 
================================================= La Medicina nel Medioevo
 
Medioevo Storico
 
Parlando del mondo dell'uomo medievale, ci riferiamo in primo luogo alla condizione dell'uomo sofferente, che non è possibile vedere senza considerare la visione del mondo che sta alle sue spalle. La medicina medievale non deve essere intesa nella moderna accezione del termine, ma non va neanche confusa con le tecniche empiriche di una medicina popolare antiquata: ci troviamo infatti di fronte a un sistema organico che abbraccia tutti gli aspetti dell'uomo sano, malato e da guarire.
 
La medicina non era molto sviluppata, infatti fino al 1200 i medici scarseggiavano e le terapie non erano sufficientemente efficaci.
Questa scienza continuava ad essere infatti spaccata in due parti, da una parte, la medicina teorica che era profondamente legata alla filosofia, dall’altra la chirurgia che era considerata né più né meno una mansione da tecnici e non da scienziati. I progressi inizieranno con l’applicazione della meccanica alla biologia, con la conseguente nascita della Iatromeccanica, ed una più precisa conoscenza del corpo umano.
 
I metodi di cura non erano tantissimi e soprattutto vi era una certa maestria nella cura delle ferite e delle fratture, cosa assai utile viste le continue guerre. Ma per diagnosi precise e per cure mirate, ancora non se ne parla proprio. Vi erano all’epoca anche numerosi medici non tanto seri che vagavano per le piazze e proponevano rimedi violenti come, per esempio, la cauterizzazione con un ferro rovente delle emorroidi. Oltre a questi vi erano anche naturalmente medici seri che avevano studiato a Salerno o a Bologna, due rinomate università, le quali erano ritenute quelle di maggior prestigio. All’epoca si era in grado di arrestare un’emorragia con i legacci, operare e contenere in bende un’ernia, ricucire le estremità dei nervi recisi e operare l’idrocefalo infantile, praticando una piccola apertura nel cranio. Fino al 1270 non veniva usato il bisturi ma il ferro rovente introdotto dagli arabi. Un particolare contributo alla medicina medievale venne dalla civiltà araba, infatti medici arabi come Al Rhazes scrissero opere su alcune malattie infettive e intere enciclopedie mediche.
 
Nel medioevo la cura delle malattie si basa principalmente sull’utilizzo delle piante, dei minerali e sul riposo a letto. Venivano usati molto la menta, il papavero, l’aloe, il finocchio, l’olio, il giusquiamo, la canfora, l’arsenico, lo zolfo e tante altre ancora, ma parleremo delle erbe in seguito e più approfonditamente. Gli unguenti erano molti e gli intrugli da prendere per bocca o da applicare sul corpo erano molto numerosi. Ad esempio per curare i polmoni si mangiavano ceci cotti nel latte di capra con burro e zucchero mentre per curare i tumori ghiandolari si facevano impacchi di fichi. Di fronte alle malattia gravi in realtà però non vi erano rimedi efficaci: basti pensare alla lebbra e alla follia.
 
La lebbra giunse dall’Asia dal XII secolo e si diffuse rapidamente in Europa. La lebbra portava il malato a gravi devastazioni fisiche che causavano un puzzo insopportabile ed è per queste ragioni che i malati vengono allontanati dalla comunità e confinati nei lebbrosari dai quali possono allontanarsi solo portando addosso una campanella che annuncia il loro passaggio. Per i malati mentali nel medioevo la gente prova vari sentimenti, ora di simpatia, pensando al buffone folle di corte e all’idiota del villaggio, considerato un portafortuna per la comunità e ora di pietà e timore come per i pazzi frenetici che venivano internati in ospedali specializzati. Spesso si confondevano i malati di mente con gli indemoniati, soprattutto nel caso degli epilettici e si cercava di curare i malcapitati con lunghe sedute di esorcismo nella speranza di liberarli dai demoni loro persecutori.
 
I “dentisti” invece, erano soliti usare un solo metodo, crudo e assai doloroso: l’estrazione. Questa operazione veniva solitamente svolta senza anestesia e con un paio di grosse pinze, con le quali il dente veniva strappato dalla bocca del paziente. Erano numerosi i problemi ai denti in quell’epoca, a causa della scarsa igiene, che fu causa di gran parte delle malattie.
 
 
Che dire invece dell’alchimia? L’alchimia può essere considerata  come progenitrice della chimica moderna, infatti essa studiava le interazioni fra le sostanze, la loro decomposizione, le loro caratteristiche, allo scopo di identificare la formula del favoloso elisir di lunga vita, la pietra filosofale o il modo per mutare i metalli vili in oro o argento. In essa la componente scientifica era fortemente mescolata a quella “magica”. Alcuni nomi di spicco in Italia furono Arnaldo da Villanova, autore de ‘Sulla conservazione della giovinezza e scopritore fra l’altro dell’alcool, e Raimondo Lullo, autore dell’Ars Magna. Perché ho voluto fare un accenno all’alchimia? Perché come ad esempio Arnaldo da Villanova scoprì l’alcool, l’alchimia diede degli sviluppi per la chimica, senza la quale molti misteri sulla vita e molte medicine non sarebbero state scoperte o create.
 
La medicina fu messa in crisi verso la metà del 1300, precisamente nel 1348, quando dall’Asia venne la peste. La medicina si ritrova ad essere impotente verso questo morbo. La peste era prevalentemente di due tipi: bubbonica e polmonare, la bubbonica, come dice la parola, si manifestava con grosse pustole, ma era comunque meno pericolosa di quella polmonare perché essa veniva trasmessa tramite l’aria, quindi era un morbo invisibile e fatale. Molti medici vengono uccisi dalla peste, molti altri fuggono. Si cercano spiegazioni razionali, si sperimentano nuove terapie, ma invano: le ondate pestifere si susseguiranno implacabili per almeno tre secoli, mettendo in crisi l'intero impianto della medicina. Gli organismi pubblici organizzano in qualche modo la difesa: in questo periodo i medici cominciano ad essere coinvolti in quella che diventerà la sanità pubblica di stampo moderno.
PIANTE MEDICINALI
Come brevemente detto in precedenza, le erbe sono state una delle forme principali di medicina medievale, ereditate da un sapere di tempi molto più antichi.
Venivano usufruite abbondantemente sia da medici di maggior prestigio, assoldati da individui appartenenti alle classi più nobili, che da contadini e dalle classi sociali di più basso gradino che erano a conoscenza di alcuni rimedi medici di tradizione orale.  Purtroppo, come quasi in tutte le cose, la realtà era stata a quel tempo mescolata dall’alone misterioso e religioso che aleggiava nel corso di quei secoli e il sapere delle erbe medicinali era stato in parte distorto, rendendolo superstizione. Ad esempio molte delle proprietà delle erbe venivano ad esse attribuite solo per il colore della pianta o per la forma che esse mostravano. Eppure, come ad esempio si è verificato nella nostra Italia, con il formarsi delle Università e delle corporazioni intorno il 1300, la scienza è stata rinnovata come un sapere intoccabile e nettamente distaccato dalle credenze popolari, segno della nascita di una nuova era.  La corporazione degli speziali (Alla quale Dante era iscritto per poter partecipare alla vita politica fiorentina), appariva come una farmacia di quel tempo, le cui medicine erano prevalentemente a base di erbe e di unguenti…
Non solo nelle arti e nelle università si intraprendeva lo studio delle piante medicinali, bensì pure nei monasteri. E' infatti grazie alla tradizione monastica che ci sono arrivati diversi erbari e da questi siamo potuti risalire alla loro egregia sapienza vegetale, nonché medicinale. Facciamo un passo indietro e cerchiamo di comprendere come i monaci abbiano appreso questo sapere. I Monasteri attorno al XII secolo avevano subito la loro maggior espansione in Europa, ricoprendo una  sezione importante della cultura medievale. I monaci erano persone votate a Dio e alla religione Cristiana, individui che si apprestavano a seguire la vita dettata dal vangelo e di conseguenza la loro vita monastica era caratterizzata da diversi punti essenziali: Lo studio della Bibbia ne è un esempio, dei salmi ecc... La divulgazione religiosa per mezzo della copiatura meticolosa dei testi; Avevano anche il compito di accogliere i poveri, i mendicanti e i malati. Per questo possedevano grandi proprietà terriere coltivate, in quanto avevano l' obbligo morale di sfamare una notevole quantità di uomini. Tra quei vari campi e orti, ne era presente uno solitamente posto accanto all' infermeria: l' orto destinato alla coltivazione delle piante che possedevano proprietà medicamentose. Infatti, a quel tempo, dove la malattia e la morte era all' ordine del giorno, malati e morenti di bassa condizione economica bussavano alle porte del monastero per ricevere cure gratuite. E' interessante notare che, grazie a scavi condotti in monasteri medievali, sopratutto quelli della Gran Bretagna e del Galles, si è potuto sapere che i monaci conoscevano e usufruivano le diverse proprietà curative di erbe esotiche come ad esempio il papavero da oppio, la canapa ecc... Cosa sorprendente, in un progetto della costruzione dell’ Abbazia di S. Gallo, dove senza alcuna sorpresa è indicato un pezzamento di terra separato da un orto e situato vicino all’ infermeria, destinato alla coltura delle erbe medicinali, oltre ad esser indicate le comuni piante officinali messe a coltura, tra i quali troviamo soprattutto Gigli, le rose, la salvia, la menta ecc.. cosa assai strana, alla fine dell’ elenco è nominato il comune fagiolo. Fagiolo?! Il fagiolo è un legume originario dell’ America Meridionale e come è possibile che sia arrivato nell’ Europa Medievale prima della scoperta di Cristoforo Colombo? Un ulteriore prova dell' errata data della scoperta dell' america? Questa è una cosa che gli esperti non sanno spiegarsi. Chiudendo brevemente questo ampio capitolo, riporto qui sotto alcune delle malattie più comuni e le relative cure a base di erbe  medicinali…  Si potranno quindi gustare sapori e aromi di un’ epoca indimenticabile e dal fascino ammaliante…E magari star meglio!
Tecniche di procedimento:
 
 
Infuso:
 
Consiste nel far bollire una certa quantità d’ acqua, e in seguito versarla entro pochi minuti in un recipiente dentro il quale è stato deposto in precedenza la droga sminuzzata.
 
Mescolare le erbe perché queste rilascino le prime sostanze, e coprirlo per evitare la fuoriuscita di vapori (ricchi di sostanze). Lasciare la droga in infusione per dieci o quindici minuti e a intervalli di tempo agitare la droga. In seguito filtrare l’ infuso. Bere in quantità ridotte(Generalmente una tazzina da the), e consumare l’ infuso quando è ancora caldo, ma mai quando è bollente e mai quando è eccessivamente freddo.
 
NB: Il tempo di infusione influenzerà il colore, il gusto e ovviamente maggior sarà il tempo, maggiori saranno le proprietà medicinali. Il tempo verrà regolato a seconda dei gusti e delle necessità.
 
E’ il procedimento indicato per droghe dagli aromi delicati (Tiglio, camomilla, e droghe principalmente composte da fiori, foglie, gemme). In questo tipo di erbe saranno presenti principi attivi facilmente decomponibili al calore e al liquido.
 
Decotto: Consiste nel deporre la droga in un recipiente d’acqua bollente, coprire il contenitore, e continuare l’ ebollizione a fuoco moderato, per circa quindici o venti minuti.
 
Dopo la bollitura, si passerà alla filtrazione attraverso un colino a maglie strette. Per avere un maggiore effetto del decotto, è consigliabile deporre la droga nell’ acqua fredda, prima di metterla a contatto col fuoco.
 
Il decotto viene sovente impiegato per liberare i principi attivi delle radici, di bacche e di prodotti di dura consistenza, i quali sono di difficile liberazione col calore.
 
E’ consigliabile aggiungere una maggior quantità d’ acqua (tre cucchiai in più circa) per compensare la perdita del liquido che verrà rilasciata insieme ai vapori.
 
 
INDICE DELLE MALATTIE
 
Cefalea
 
Il mal di capo può essere causato da mille disturbi. La cefalea può essere una conseguenza di un affaticamento fisico (I braccianti nel medioevo, dovendo sostenere quotidianamente grosse fatiche, saranno probabilmente stati affetti da questo male), di un lavoro intellettuale intenso ( Gli scribi, gli economisti, i commercianti, i funzionari di stato introdotti nelle monarchie nazionali, praticavano l' ozium, termine latino che indicava lo studio), di uno stress emotivo etc... Come vedete le cause sono molte. I rimedi indicati sono:
 
Cefalee dovute a problemi nervosi
 
- Betonica:
 
Le sue proprietà medicamentose l’ hanno resa famosa e largamente usata nei tempi passati, entrando pure a far parte nel poemetto didascalico Liber de cultura hortorum  di Valafrido Strabone scritto nel IV sec d.C. la Betonica può essere usata per le emicranie e per i catarri bronchiali, problema assai frequente nell’ epoca medievale. Comunque la modalità d’impiego è un infuso di 2 grammi di foglie di betonica in 100 ml di acqua.
 
- Valeriana: Di questa pianta è utilizzabile il rizoma (Fusto sotterrane che scorre parallelo al terreno) che ha ottime proprietà sedative, riconcilianti, nevralgiche etc...Molto usata in erboristeria, questa pianta è frequente nelle zone umide, nei boschi, nella zona montuosa e nella regione costiera.
 
Modalità d’ impiego:  Versare una tazza d' acqua fredda sopra due cucchiaini di rizoma tritato. Lasciare a contatto l' acqua per otto ore e bere la pozione alla sera, quando sarà necessario.
 
-Melissa: Pianta ricca di sostanze benefiche, ma deve essere usata con prudenza. E' consigliabile farne un infuso con 0,5 grammi (Più o meno due cucchiaini) in 100ml di acqua (Una tazzina da the). Ha effetti veloci ed efficaci, tanto che veniva usato contro l' epilessia.
 
Cefalea dovuta ad affticamento da studio
 
Menta piperita: efficace contro le emicranie dovute ad affaticamento. Un infuso di 1-2 g di sommità fiorite in 100 ml di acqua. Una tazza dopo i pasti.
 
Elicriso: pianta italiana della tipica macchia mediterranea, è considerata un antinevralgico che, oltre ad agire in caso di artriti e reumatismi, è ottimo in caso di emicrania. Si deve procedere con un decotto di 2 gr. d sommità fiorite in 100 ml di acqua. Si devono consumare due o tre tazzine al giorno.
 
E' efficace pure come tossifugo, e agisce all' eliminazione del catarro bronchiale.
 
Altre piante indicate per curare la cefalea:
 
Lavanda, Sambuco, Girasole, Maggiorana, Elitoprio e molte altre ancora...
 
Contusioni
 
Sono lesioni dei tessuti dovuti a traumi violenti. La zona contusa è soggetta a lievi arrossamenti e leggeri gonfiori. Le piante medicinali indicate sono:
 
Arnica: E’ una pianta ben nota in erboristeria per le sue eccellenti proprietà. Nonostante in passato si facessero con quest’erba usi interni, si sconsiglia vivamente di ingerirne qualunque preparato in quanto tossica. L’ arnica è un eccellente pianta le cui preparazioni servono per ridurre le ecchimosi ed edemi provocati da forti contusioni e distorsioni. Modalità di preparazione: 10gr in 100 ml di alcol di 70° (a macero per circa una settimana) per uso esterno. Deve essere diluita per 5 volte in acqua e con tale preparazione deve essere posto sulla parte contusa o slogata con un impacco.
 
Alloro: L' alloro è una pianta nota molto per le sue proprietà aromatiche in cucina, eppure contiene molte proprietà medicamentose che solitamente non sono conosciute. Oltre ad essere un buon digestivo ed espettorante, è un ottimo rimedio per i reumatismi e contusioni. Vengono raccolte le sue bacche nere che crescono verso il periodo di Ottobre-Novembre, e se ne deve ricavare una tintura oleosa ponendo 20 grammi di bacche in 100 ml di olio d' oliva o di semi (a macero per 5 giorni). Frizionare con del cotone sulle parti dolenti.
 
Cren: Il Cren è una pianta conosciuta sin dai tempi antichi con la quale già si attuavano i vari medicamenti che la radice di questa pianta offre. La polpa della radice fresca del cren, applicato con una garza sulle dolenti membra per 15 minuti, è ottimo per reumatismi, sciatiche e contusioni.
 
Espettoranti della tosse
 
Altea: Pianta molto nota per le sue capacità emollienti ed espettoranti, l' altea è da sempre stata impiegata nell' arte medicamentosa. Le proprietà dell' infuso delle radici d' Altea (in alternativa è possibile usare le foglie e le sommità fiorite), sono, oltre a quello di placare la tosse,  di alleviare le infiammazioni dell' intestino, della gola e della bocca in generale. L' infuso viene fatto con 2 g di droga in 100 ml di acqua. Consumare due o tre tazzine a giorno.
 
Mugo: molto conosciuto per le sue eccellenti proprietà erboristiche, il mugo cresce nelle zone montane, dai 1300 ai 2700 metri circa. Le sue principali caratteristiche sono balsamiche, espettoranti, antinfiammatorie che si estende pure all' apparato escretore urinario. Viene fatto un infuso con 2 g di rami di mugo (I rametti terminali raccolti in primavera-estate) in 100 ml di acqua. Due o tre tazze al giorno.
 
Timo: Molto usato nell' impiego culinario come pianta aromatica, il timo è molto indicato per le persone affette da tosse. Viene suggerito un infuso di 1-2 g in 100 ml di acqua, e dolcificare abbondantemente. Berne due o tre tazzine al giorno.
 
Mirto: Molto conosciute le sue proprietà salutari anche in tempi antichi, il mirto viene utilizzato in infuso, con 1 g di foglie in 100 ml di acqua. Una o due tazzine al giorno.
 
Altre piante sono:
 
Viola mammola, Pino, Larice, Serpillo, Mirto, ecc...
 
 
Febbre
 
Agrifoglio: Sia le foglie che la radice, hanno proprietà febbrifughe e antiremutiche. Si fa un decotto con 3 g di agrifoglio(indipendentemente se radici o foglie) in 100 ml di acqua e se ne beve due o tre tazzine da tè al giorno.
 
Faggio: Le foglie di quest'albero alto anche fino a 30 metri, combattono efficacemente la febbre. Per mitigare la febbre viene fatto un decotto di 3 g di foglie in una tazza da the, e devono essere consumate due tazzine al giorno.
 
Salice: Si deve fare un decotto con un cucchiaino di corteccia secca in una tazza d' acqua, della durata di  circa 1 minuto. Poi si lascia raffreddare per 15 minuti e se ne consuma due tazze al giorno.
 
Frassino: Viene fatto un decotto con la sua corteccia con 2 g in 100 ml di acqua. Bere tre tazze del decotto al giorno.
 
Altre piante:
 
Cardo mariano, Olmaria, Genziana, Marrubio ecc...
 
Insonnia
 
Melissa: Vedere Cefalea. La pianta è un ottimo sedativo, nonché digestivo. E' molto consigliabile, anche per il suo buon gusto, assaporarne alla sera l' infuso descritto in precedenza.
 
Luppolo:   Si deve versare una tazza di acqua bollente su un cucchiaino di infiorescenze di luppolo e lasciare in infusione per 10-15 minuti.  Bere una tazza prima di coricarsi.
 
Tiglio: Oltre a favorire il sonno, il Tiglio offre rimedio anche alle tossi. Si consiglia un infuso con 3-4 grammi di fiori e brattee in 100 ml di acqua. Bere due o tre tazze di infuso al giorno (Buonissimo!)
 
Arancio dolce e amaro: Molto buono, l' infuso dei fiori dell' arancio (Dolce o amaro) è pure molto gradito ai bambini, ma bisogna dolcificarlo a sufficienza con zucchero o miele. Viene fatto un infuso con i suoi fiori secchi, con 2 g di questi in 100 ml di acqua. Da bere occasionalmente, favorisce il sonno e allieva l' eccitazione nervosa.
 
Mal di denti
 
Chiodi di Garofano: per alleviare il dolore della carie dentaria si procede con un decotto di chiodi di garofano. Si fanno bollire e chiodi di Garofano in una tazza d'acqua per circa 10 minuti. Dopo averlo fatto raffreddare si fanno diversi sciacqui col decotto. Altro rimedio, sempre con questa pianta, è lo schiacciare con il dente dolente un chiodo di garofano, il più forte possibile (A me è funzionato!)
 
Salvia: Per prevenire questo male, è possibile masticare una foglia di salvia, che pulisce e profuma l'alito.
 
Raffreddore:
 
Sambuco: Il suo nome botanico è “Sambucus”, derivato dalla lingua greca come "strumento a corde". Infatti, ancora oggi zufoli e pipe vengono prodotte col legno di sambuco. Usato nel settore della liquoreria, il sambuco ha pure ottime proprietà medicinali, che variano dalle antinevralgiche alle emollienti e balsamiche.  Per il raffreddore si consiglia un infuso con 3 g di fiori di sambuco in 100 ml di acqua, da consumare due volte al giorno in una tazza.
 
Questo infuso è un pure efficace come diuretico, sudorifero, e antireumatico.
 
Pino: Ha ottime proprietà espettoranti e balsamiche, il che si ritiene ottimo per le bronchiti e per i raffreddori. Viene usato con un infuso di gemme, con 2 g in 100 ml di acqua. Da prendere 2 volte al giorno in tazzine.
 
Malva: Viene fatto un infuso di fiori di malva con le dosi di 3g in 100 ml di acqua. Bere a piccoli sorsi  due e tre volte al giorno. E' ottimo per i raffreddori e per le costipazioni.
 
Eucalipto: Con l' eucalipto è possibile disinfettare ed eliminare i catarri dei bronchi, così pure della vescica e dell' intestino. Si procede con un infuso con 2 grammi di sue foglie, in 100 ml d'acqua. Si consumano tre tazzine al giorno circa, e conviene dolcificare abbastanza per il suo gusto particolarmente amaro.
 
Mugo: I suoi rami vengono utilizzati come rimedio balsamico con 2 grammi in 100 ml d'acqua. E' molto usato, sin dai tempi antichi come rimedio “liquoristico”.
 
Ustioni( di primo grado)
 
Altea:  Fare frequentemente impacchi sulla parte dolente con un liquido ricavato nel seguente modo: 1/2 litro d' acqua fredda versati su 2 cucchiai circa di foglie d' Altea o della sua radice tritata. Lasciare a contatto per circa 8 ore.
 
Cotogno: versare su due cucchiai circa di semi di cotogno circa mezzo litro di acqua a temperatura ambiente, e lasciar riposare per 10 ore circa. Raccogliere quindi quella che è oramai la poltiglia con un panno, e applicarla sulla zona ustionata.
 
Iperico:  Per piaghe, ferite e scottature, consiglio questo procedimento: Mettere circa 30 grammi di sommità fiorite di iperico in 100 ml di olio d' oliva. Aggiungere 10 grammi di vino bianco e (Bere...no scherzo!) lasciare riposare in luogo soleggiato per due settimane. Alla fine dei 15 giorni, durante i quali avete agitato di tanto in tanto, filtrare ed ecco che è pronta la tintura. Frizionare con piccole dosi le parti ustionate o ferite.
 
 
Bibliografia & Webgrafia:
 
-Heinrich Schipperges,
Il giardino della salute: la medicina nel medioevo,
Garzanti, Milano 1988
-Scoprire, riconoscere, usare le erbe; Fabbri Editore.
-Rosaria Musumeci, Erbe e piante medicinali, Bracato editore.
http://www.racine.ra.it/lcalighieri/Relazione/Fisica%20e%20scienza%206.htm#_MEDICINA_E_ALCHIMIA
 
http://www.eccolaprimavera.gn.to/VITA/Medicina_1_it.htm
 
http://utenti.lycos.it/davidbotti/c167_a03.htm
http://www.accademiajr.it/medweb/introduzione.html
e alcune cose tirate fuori dalle nostre conoscenze in qualche recondito punto della nostra mente…
 
Scorpio e Greywolf
 
 
PS di Palank: Mi intrometto in questo splendido articolo volendo soltanto ricordare due cose:
 
1-     che le cure mediche nel Medioevo erano date prevalentemente da monaci e da frati (i Francescani e i Cavalieri Ospitalieri primi fra tutti), che, come Scorpio e GreyWolf hanno ricordato, erano erboristi esperti.
2-    Che la Scienza moderna a partire dal 1600 ha più volte negato l’effetto positivo di cure considerate antiquate e popolari etichettandole come “superstizioni” e snobbandole, ma poi, anche a distanza di decenni, ne ha scoperto le proprietà benefiche… una bella contraddizione no?
Praticamente si nega tutto e poi pian piano si riscopre quello che già si sapeva!

La donna e la famiglia

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La donna e la famiglia
 
Prefazione
 
Verso l'XI secolo la concezione della società cristiana non assegna nessun posto specifico alle donne. Si gerarchizzano "ordini" o "condizioni" (cavalieri, chierici, contadini), ma non si prevede per la donna nessuna "condizione femminile" anche se, gli uomini del Medioevo, a lungo hanno concepito "la donna" come una categoria. Solo in seguito hanno fatto intervenire distinzioni sociali ed attività professionali per conferire delle sfumature ai modelli di comportamento che le proponevano. Prima di essere contadina, castellana, santa "la donna" è stata caratterizzata in base al suo corpo od al suo sesso, alle sue relazioni con i gruppi familiari. Sia che esse siano spose, vedove o vergini, la personalità giuridica e l'etica quotidiana è stata disegnata nel rapporto con un uomo od un gruppo di uomini.
Quest'articolo eviterà di contrapporre in una galleria di ritratti, le molteplici figure che le donne, nel corso di mezzo millennio, hanno assunto nella scacchiera sociale. Cercherò di situarle nella cornice che i contemporanei assegnavano loro di primo acchito, nel complesso delle costrizioni che la parentela e la famiglia hanno imposto all'affermazione delle donne, come individui dotati di piena personalità giuridica, morale ed economica.
 
L'Alleanza matrimoniale.
 
Nel Medioevo il rapporto dell'alleanza matrimoniale ha, alla sua origine, una "pace". Al termine di un processo di rivalità, a volte di una guerra aperta, tra famiglie, instaura e sigilla una pace. Concedere la mano di una donna al lignaggio con cui ci si riconcilia, pone la sposa al centro dell'intesa. A questo pegno, e strumento di concordia, si assegna un ruolo che oltrepassa il suo destino individuale e le sue aspirazioni personali.
Mantenere l'alleanza fra i due gruppi evitando qualunque comportamento reprensibile,
operare alla perpetuazione del lignaggio in cui entra procreando per esso, assicurargli fedelmente l'uso del suo corpo e dei beni che gli porta: ecco ciò che si impone alla donna con una forza forse maggiore dei doveri verso il marito. Ci sarà bisogno di una lenta maturazione della riflessione, nata negli ambienti ecclesiastici, sui fondamenti dell'unione coniugale, ci vorranno anche sconvolgimenti economici e sociali molto profondi affinché, in questa rete di costrizioni, compaia l'immagine della coppia e perché, in seno alla coppia, si delinei la figura della "buona moglie".
Non mancano gli esempi di matrimoni che, utilizzando le donne, instaurano o restaurano dei legami di amicizia fra due lignaggi. I primi a ricercare simili unioni sono certamente i capi stessi della cristianità: un re di Francia, Enrico I, nel secolo XI, va a cercarsi una sposa nel lontano principato di Kiev, in Russia.
Ad un grado ancor più basso della gerarchia sociale, negli ambienti patrizi cittadini dei secoli XIII – XIV, vecchi odi ed interminabili vendette, si concludono allo stesso modo con uno scambio di donne, mentre, simmetricamente, guerre, private o no, divampano talvolta quando l'unione fallisce. A Firenze, verso il 1300, la parte bianca si amalgama attorno all'unione, conclusa nel 1288, fra un Cerchi ed una Adimari, unione che pose fine ad una vecchia inimicizia, mentre il disaccordo del capo dei Neri con la prima moglie, per l'appunto una Cerchi, e poi il suo secondo matrimonio con una cugina, ricca ereditiera presa nel partito opposto, riaccendono le passioni e la guerra civile.
Qualche anno dopo, nel 1312, un altro fiorentino, Giotto Peruzzi, riporta nel suo Libro Segreto la parte con cui ciascun membro del suo lignaggio deve contribuire al pagamento dell'enorme dote che, sua figlia, porterà agli Adimari, famiglia nemica con cui i Peruzzi hanno concluso una pace solenne. Anche qui, spostata sulla scacchiera di famiglia, la donna garantisce il rispetto dell'accordo; è il simbolo stesso della pace.
Nel contempo si vanno diffondendo le parole di Sant'Agostino, che  assimila l'obbligo di sposare persone con cui non si hanno vincoli di parentela, ossia l'ingiunzione di esogamia, alla necessità di garantire il vincolo sociale, di fondare la coesione della società sulla "carità" e l'amore che, due persone unite in matrimonio, si devono a vicenda; le solidarietà del sangue, al contrario, rischiano di mettere gli uni contro gli altri gruppi familiari troppo chiusi in se stessi. 
L'aspirazione alla pace, l'obbligo di scambiare delle donne, non hanno le stesse implicazioni per gli uomini di chiesa e per la società laica. I primi escludono qualunque matrimonio tra parenti troppo vicini, mentre  la seconda crede che possa, al contrario, rappresentare un incoraggiamento. Il conflitto tra i due atteggiamenti scoppia a proposito dei matrimoni reali e principeschi, alla fine del secolo XI. Con l'andare del tempo la Chiesa mitigherà il suo atteggiamento; nel 1215 il IV Concilio Laterano porta il divieto esogamico dal settimo grado di parentela, al quarto; si potrà ormai sposare la discendenza di un quadrisavolo comune. In compenso, il più umile cristiano non potrà più fingere di ignorare i suoi rapporti di parentela: la Chiesa mette in opera un mezzo per rafforzare il suo controllo sul carattere lecito dell'unione istituendo le pubblicazioni di matrimonio da farsi in precedenza per esser sicuri che "l'incesto" non aspetti al varco i fidanzati poco informati.
Giuramento o promessa di pace, il matrimonio impegna anche lo statuto e l’onore delle famiglie. Che diano, o che ricevano, una donna esse valutano, naturalmente, la considerazione ed i vantaggi materiali che ricaveranno dall’unione. Bisogna notare che la donna data in sposa, spesso, nel medesimo tempo, è soggetta ad un doppio spostamento: un movimento di traslazione, che la porta a casa di suo marito a cui si aggiunge uno spostamento verticale (verso l’alto od il basso della scala sociale). Si è potuto notare che le strategie matrimoniali più correnti nella classe cavalleresca nei secoli XI e XII, o nelle aristocrazie e borghesie cittadine dei secoli XIV e XV portano i padri a scegliere per nuore ragazze di nascita più elevata. Una gran parte, forse la maggioranza delle donne, si trova così declassata dal matrimonio, data a mariti inferiori per sangue o per posizione a cui dovranno, tuttavia, obbedienza.
Il passaggio di una donna da un lignaggio ad un altro non comporta solamente il transfer fisico, ma anche quello di ricchezze. L’onore delle famiglie si muove su due piani. Per essere socialmente riconosciuto il matrimonio esige, in effetti, qualunque sia l’ambiente, l’epoca ed il sistema giuridico in vigore, che dei beni, per piccoli che siano, vengano trasferiti da un gruppo all’altro quando si prepara e poi si realizza la cessione della donna. Durante l’alto Medioevo questi beni erano dati dal marito o dalla sua famiglia a quella della sposa in “compenso” della perdita che questa famiglia subiva cedendo una delle sue figlie. In seguito sono dati alla sposa stessa che, come contropartita, continua a portare in casa del marito effetti, beni immobili, somme di denaro che concede allo sposo o restano in suo possesso. Così sarà assicurato il suo mantenimento dopo la morte del marito. Ma l’intento riposto di tali scambi di prestazioni e controprestazioni, sta in altro: essi tendono a legare molto saldamente le due famiglie impegnate nel gioco di doni e di ricambi che, sapientemente graduati, significano la loro amicizia, mentre, al tempo stesso, specificano le loro rispettive posizioni sociali.
A partire dal secolo XII la dote portata dalla donna si accresce od assume un po’ alla volta più consistenza rispetto alla dote maritale od ai doni e gli apporti del marito; alcuni di questi ultimi sono anche soppressi d’autorità, come la “tertia” (che era il diritto della vedova sul terzo dei beni del marito) abolita nel 1143.
Le ragioni di una tale “espropriazione” ai danni delle donne sono complesse. Spesso si accampa come motivo che, la feudalizzazione dei rapporti con la terra, esclude le donne dalla trasmissione dei beni, castelli e feudi. Negli ambienti cittadini, che vivono di commercio e di artigianato, la chiusura corporativista dei mestieri riserva attività e responsabilità ad individui di sesso maschile. Il fatto di ricevere una dote consente di privarle dell’eredità, del patrimonio vero e proprio: esse vi rinunciano in favore dei fratelli e, una volta maritate, abbandonano il controllo attivo su beni che, teoricamente, sono di loro proprietà. Con molte varianti legate alla ragione od alla consuetudine, il senso dell’evoluzione è un po’ dappertutto lo stesso: le donne sono molto meno padrone delle ricchezze, alla fine del Medioevo, di quanto non lo fossero in epoche più antiche. Il deteriorarsi della loro funzione economica e della loro capacità di amministrare la propria fortuna non manca di tradursi in un “deprezzamento” del loro “valore”. La misoginia, che impregna tanti testi nei tre ultimi secoli del Medioevo, ha certo ben altre ragioni che il declino della loro posizione patrimoniale e giuridica. Tuttavia, causa ed effetto ad un tempo di questo clima ostile, il rifiuto di lasciare accede le donne alla libera disposizione dei beni registrati a loro nome, la limitazione perfino delle ricchezze che potevano ricevere, hanno contribuito alla diffusione dei luoghi comuni sfavorevoli a loro riguardo ed alla generalizzazione di atteggiamenti convenzionali piuttosto diffidenti e negativi.
In buona parte dell’Europa urbanizzata le famiglie si lasciano trascinare, alla fine del Medioevo, in una vera e propria spirale inflazionistica delle doti, fonte di nuove recriminazioni maschili. Se le famiglie cedono a quest’andazzo, di cui fanno ricadere la responsabilità sull’avidità e la vanità femminile, è perché la dote, e le altre prestazioni legate al matrimonio, permettono loro di affermare la propria posizione sociale e di ottenere il riconoscimento di questo statuto dalla collettività. Per le donne, accompagnate ad uno sposo da una dote spesso senza speranza di una contropartita, la conseguenza di questa evoluzione, in termini mercantili, è che maritarle costa molto caro. Quest’investimento, senza compenso, non raddolcisce lo sguardo dei maschi della famiglia che devono provvedere alla loro sorte. Ad ogni unione si paga l’onore delle famiglie; ma, senza esagerare, si può dire che, gli uomini impegnati alla ricerca di quest’onore, hanno fatto pagare alle donne un duro prezzo.
Quest’onore, d’altra parte, non risiede soltanto nella potenza materiale e nel prestigio del lignaggio: ha una forte componente sessuale e dipende anche dal comportamento delle donne, attraverso cui il rapporto di affinità si realizza. Mentre si afferma il principio di successione in linea maschile, viene anche ripresa la discussione delle teorie mediche ereditate dall’Antichità sul carattere, attivo o passivo, della funzione femminile nella concezione. Per molti, il “sangue paterno” deve mantenere tutta la sua purezza nella donna fecondata, che si limita a portare a maturazione ed a modellare il bambino. Ogni buon lignaggio teme che un sangue estraneo s’introduca in lui a sua insaputa. I figli di un uomo nati al di fuori del matrimonio inceppano, certo, il delicato meccanismo delle eredità; ma sono ben individuabili. I figli adulterini di una moglie, tanto più pericolosi quanto più la loro madre sa nascondere il “delitto”, sono nati da una frode e, quando sopravvivono, incorrono nel doppio biasimo di essere nati dal peccato della carne e del tradimento della madre verso la famiglia in cui è entrata. La fedeltà sessuale delle donne è proprio al centro del dispositivo familiare: il loro corpo richiede una sorveglianza impeccabile per evitare delle azioni fraudolente che danneggerebbero il gran corpo del lignaggio.
 
Il matrimonio e la fecondità della coppia
 
Le donne maritate, sistemate nella scomoda situazione di unioni spesso disuguali, devono lealtà e devozione agl’interessi delle due famiglie che, per loro mezzo, si sono imparentate. Simili esigenze possono entrare in conflitto con l’affetto e l’obbedienza che devono anche al marito, dato che intervengono qui le idee che la gente di chiesa si fa dell’accordo coniugale. Verso la fine del Medioevo, la coscienza che prendono i laici intacca l’obbedienza al lignaggio.
Finché è ragazza, si chiede alla donna di obbedire senza fiatare al padre, al fratello od al tutore, tacendo le intime aspirazioni per accettare l’uomo che le hanno scelto. Ma la Chiesa interviene per dissuadere dallo sposare una cugina, insiste anche, con voce sempre più ferma dalla fine del secolo XI in poi, sulla necessità di ottenere in buona e debita forma il consenso dei giovani sposi  e di non farli sposare ad un’età in cui il loro consenso non avrebbe alcun valore. Per lei, la fondazione di una nuova famiglia può aver luogo solo nel rispetto della libertà dei contraenti che, in primo luogo, non sono i lignaggi ma futuri sposi. Questo spostamento del punto di vista determina, almeno in teoria, una notevole rivoluzione: accorda alla donna lo stesso posto del marito nella somministrazione del sacramento matrimoniale.
Generare dei buoni eredi: ecco la grande sfida che le famiglie devono raccogliere in un’epoca in cui la morte colpisce duramente e spesso. Il cuore della casa medievale è la camera, dove la donna se ne sta, lavora, concepisce, partorisce, e dove morirà.
La chiave che immette la donna nel ruolo di genitrice è il matrimonio. Si ha l’impressione che, durante l’Alto Medioevo, l’età degli sposi alle loro prime nozze fosse molto simile; fa eccezione, senza dubbio, l’aristocrazia, in cui le ragazze venivano maritate in età molto tenera. Nel periodo centrale del Medioevo si verifica senz’altro un rovesciamento; da un capo all’altro dell’Europa: le ragazze, appena adolescenti, vengono date ad un marito decisamente maggiore d’età. In Fiandra o in Inghilterra, in Italia, nella Francia del 1200, l’aristocrazia ed il patriziato cittadino maritano le figlie appena raggiunta l’età dello sviluppo. Un’età che varia tra i dodici ed i tredici anni (età che, secondo il diritto canonico, consente d’impegnarsi nel vincolo matrimoniale o di pronunciare dei voti monastici), torna sotto la penna degli agiografi delle sante che, è vero, sono nella grande maggioranza nate da buone famiglie. Più rare sono, prima del secolo XIV, le informazioni relative al matrimonio nelle classi rurali e popolari, anche se parrebbe che, anche in queste, l’età delle ragazze al loro primo matrimonio fosse di rado al di sopra dei diciassette o diciotto anni, nonostante la pressione demografica spingesse a ritardare un poco il matrimonio.
Dalla fine del secolo XII in poi, gli uomini, per parte loro, sembrano farsi prendere nella “rete del matrimonio” ad un’età più avanzata di prima. I rampolli della classe cavalleresca ne danno l’esempio, aspettando di essere installati in un feudo, di avere ereditato o scovato l’ereditiera che permetterà loro di sistemarsi. Le informazioni sono ugualmente rare sugli usi seguiti nelle altre classi prima del secolo XIV.
L’informazione si fa più ricca dopo la peste nera, nella seconda metà del secolo XIV e nel secolo XV. Censimenti più frequenti, che troppo di rado presentano la ricchezza e l’omogeneità dei “catasti” fiorentini del secolo XV, lasciano tuttavia capire qual è l’età media matrimoniale. Per le donne è inferiore a diciotto anni, con una tendenza fra i contadini ed il proletariato urbano, ad aumentarla di uno o due anni e, presso i ricchi, a portarla verso i quindici anni. La letteratura familiare dei diari, soprattutto toscani, permette infine di calcolare con certezza l’età matrimoniale femminile: nella borghesia fiorentina, tra il 1340 e il 1530, circa 136 giovani spose si sono maritate ad un’età media di 17,2 anni. Le variazioni su questo lungo periodo sono modeste, anche se è sensibile la tendenza a ritardare un poco le nozze: verso il 1500 le Fiorentine, in media, si maritano un anno dopo rispetto a quel che avveniva prima del Quattrocento.
Calcoli analoghi, eseguiti su un gruppo, altrettanto consistente di giovanotti, provenienti dalle stesse famiglie di borghesia mercantile, ce li presentano di un’età media superiore ai ventisette anni al momento della celebrazione delle loro prime nozze. Quest’età subisce oscillazioni più marcate di quella delle ragazze: per esempio, dopo le crisi di mortalità, si abbassa, e nell’ultimo terzo del secolo XV segue una curva opposta a quelle delle donne. Tuttavia il fatto importante è che una buona decina d’anni, quasi costantemente, separa i due sessi.
Un uomo che si avvicina ai trent’anni, un adulto, porta dunque nella sua casa un’adolescente: questa è la situazione asimmetrica del Basso Medioevo, una situazione che ricorda stranamente i costumi romani dell’età classica. Dalla lettura moralistica e nei trattati di economia domestica riemergono ammonimenti direttamente ispirati alla Politica di Aristotele od all’Encomio di Senofonte. Razionalizzando le pratiche del loro ambiente e del loro tempo uomini come L. B. Alberti nei suoi Libri della famiglia, erigono a modello i fatti: l’uomo aspetterà di aver raggiunto la pienezza dell’età perfetta prima di maritarsi, la donna, al contrario, sarà data giovane fanciulla, ad uno sposo, perché non abbia a “pervertirsi” nell’attesa del matrimonio: <<ché (le donne) divengono viziose quando non hanno quello che la natura richiede>>. Alcuni deplorano un’evoluzione che che giudicano e che ha portato i contemporanei a cedere le figlie ad età sempre più precoce. Tutti convengono, tuttavia, nell’affermare che, per meglio imporre la propria autorità in famiglia e generare figli più belli, l’uomo troverà un vantaggio nel ritardare il momento delle nozze. Un’età ritardata per il matrimonio (che continuerà a caratterizzare la popolazione dell’Europa occidentale nell’epoca moderna) sembra dunque, tra il Duecento ed il Quattrocento, al tempo stesso la pratica e la norma della sola parte maschile.
La proporzione di prime nascite, quasi inesistente, avvenute nelle famiglie fiorentine prima dell’ottavo mese successivo al matrimonio, sta ad indicare il rigore della sorveglianza esercitata, dalle famiglie, su queste ragazze giovanissime, che, talvolta, vedevano il promesso sposo solo il giorno in cui dovevano ricevere l’anello nuziale. Ma, simmetricamente, lo scarto relativamente pronunciato fra le nozze e la prima nascita dimostra che questi adolescenti non avevano certo raggiunto una maturità fisiologica sufficiente per restare subito incinte, il che non impediva del resto ai mariti di iniziarle alle vita coniugale. Ma, dopo il primo bambino, gravidanze e nascite si tenevano dietro con ritmo accelerato. Così a ventinove anni, nel 1461, una borghese di Arras restò vedova dopo aver messo al mondo dodici figli in tredici anni di matrimonio. Nulla di straordinario in questo: i rari diari francesi e le numerose “ricordanze” italiane portano, fra il Trecento ed il Quattrocento, numerosissimi esempi di questa fecondità molto spiccata che caratterizzava, almeno, le donne degli ambienti agiati.
Una Fiorentina di buona famiglia, che si fosse sposata a diciassette anni e che non avesse perduto il marito prima dell’età della menopausa, avrebbe potuto mettere al mondo una media di dieci figli prima di raggiungere i trentasette anni, ossia un figlio in più delle contadine francesi dell’epoca moderna, che si sposavano tra i sette ed i dieci anni più tardi delle italiane di città. Maritare sistematicamente le ragazze molto giovani ha, dunque, un sensibile effetto sul livello complessivo della fecondità e sul numero totale delle nascite. Le famiglie cercavano più o meno consapevolmente, abbassando l’età matrimoniale, di colmare le terribili brecce aperte dalla mortalità dell’epoca.
Tuttavia le loro speranze erano piuttosto fragili, perché, anche nelle famiglie protette come quelle della borghesia di una delle più ricche città d’Europa, molte unioni erano prematuramente spezzate, ed il numero dei figli procreati inferiore alla decina, indicata per le coppie dotate di longevità. In complesso, le coppie fiorentine, colpite o no dalla morte prematura di uno dei coniugi, mettevano al mondo una media di sette figli; cifra ancora notevole, ma in questa discendenza rapidamente decimata, pochi sopravvivevano ai genitori.
Importante è sottolineare che le gravidanze occupavano circa la metà della vita delle donne maritate prima della quarantina. In alcune famiglie di notabili del Limousin francese, anch’esse ben note attraverso i loro diari, l’intervallo medio tra due nascite è di circa ventuno mesi. E questa è anche la media fiorentina calcolata su 700 nascite in famiglie così agiate. Cade anche al di sotto dei diciotto mesi se si eliminano gli scarti eccezionali dovuti all’assenza del marito per ragioni d’affari, o se si considerano le sole coppie che percorrono tutto l’arco della loro fertilità naturale. Nel caso fiorentino le concezioni si succedevano più rapidamente che non due o tre secoli dopo. Praticamente ciò significa che la gestazione conclusa col parto e con la purificazione, costituiva condizione abituale di una donna, nove mesi su diciotto.
Altra conseguenza: per metà della sua vita coniugale, in teoria, la coppia non avrebbe dovuto avere rapporti per paura di danneggiare il feto, per lo meno a partire dal momento in cui questo si muoveva: violare questa regola non era forse più di un peccato veniale, dal tempo di Alberto Magno in poi, verso la metà del Duecento; tuttavia era pur sempre peccato. Se la madre allattava, la coppia avrebbe dovuto comunque astenersi, perché la nascita di un altro bambino rischiava di abbreviare l’allattamento, e dunque la vita, del fratello maggiore.  Le coppie, però, rispettavano ancora queste proibizioni antichissime? E’ difficile giudicare. I contemporanei richiamano talvolta degli antichi tabù, che sembrano ancora agire ma che riguardano piuttosto il pericolo dei rapporti sessuali durante i cicli femminili: il grande predicatore Bernardino da Siena (vedi nota 1) ed il mercante Paolo da Certaldo ricordano che, l’uno alle donne e l’altro agli uomini, <<se si generassero in tal tempo, nascono poi figlioli mostruosi o lebbrosi>>, figli <<malatti o tignosi>>, >>e mai la creatura generata in tal tempo, non è senza grande e notabile difetto>>; la macchia ricadrà sul padre che non ha rispettatoli divieto: <<E anche puoi fare male a te grandissimo…>>.
L’obbedienza ai divieti religiosi è più evidente, e più direttamente misurabile, in ciò che concerne l’osservanza dei <<dei tempi proibiti>>, cioè l’Avvento e la Quaresima, in cui la Chiesa proibiva di celebrare le nozze e raccomandava, senza farne un obbligo, la continenza. In Toscana, si possono constatare dei vuoti significativi nella curva delle nozze di dicembre ed in marzo, ed una diminuzione delle concezioni in tempo di Quaresima. Perlomeno presso la gente di città, buon bersaglio dei predicatori, le ingiunzioni della Chiesa venivano, dunque, ascoltate.
Le coppie Medievali suggeriscono, infine, che non cercavano di evitare di concepire ricorrendo ai diversi mezzi (pozione abortive, unguenti, preservativi, incantesimi) a cui, secondo i loro clienti ed i loro giudici, facevano appello prostitute e donne accusate di magia e di stregoneria. Tutti i Concili, dall’Alto Medioevo al secolo XII, hanno rafforzato senza posa divieti e le pene che colpivano i comportamenti indirizzati a prevenire o sopprimere una nascita. A partire dal secolo XIII, la conoscenza dei trattati di medicina arabi hanno forse diffuso in certi ambienti delle pratiche contraccettive; in ogni caso la loro discussione porta i teologi ad attenuare un poco la severità delle proibizioni. Certi non vietano più l’unione di una coppia sterile, od ammettono il coitus reservatus: una coppia può dunque ricercare il piacere e non solo la procreazione. Altri non assimilano più la contraccezione all’infanticidio. Tuttavia, sino alla fine del Medioevo, i predicatori tornano costantemente sul peccato mortale di un’unione sessuale <<contro natura>>, che va contro <<la forma del matrimonio>>. Bernardino precisa, rivolgendosi alle sue uditrici:
<< Ode: ogni volta che usano insieme per modo che non si potrebbe ingenerare; ogni volta è peccato mortale. Alla chiara, te l’ ho detto. […] Peggio fa costui ad usare in tal modo, che colla madre propria col debito modo […]. E però, o donna, impara questo stamane, e legatelo al dito: se tuo marito ti richiede di nulla che sia peccati conto natura, non li consentire mai>>. Il solo caso in cui la donna può e deve infrangere il suo dovere d’obbedienza verso il marito, sia pure a rischio della vita, si verifica quando egli le impone nell’unione carnale una posizione che <<rompe l’ordine di Dio>>, facendo sì che la donna <<trasmutasi in bestia o vero in maschio>>, e le impedisce di concepire.
Sodomitiche o no le pratiche, <<contro natura>> degli sposi cristiani, sono combattute da questi direttori di coscienza, perché attribuiscono ad esse fini contraccettivi. Non pare, tuttavia, che tali rapporti abbiano avuto un’incidenza percettibile sulla fecondità delle coppie del tempo! Gl’intervalli medi tra le nascite restano molto costanti fino al penultimo figlio, il che dimostra che i coniugi non cercavano di sottrarsi in misura molta consistente, con un artificio o con l‘altro, al loro dovere di procreare.
C’è un mezzo perfettamente naturale e legittimo di rallentare il ritmo delle nascite: lasciare che la madre allatti il suo poppante. Ora, negli ultimi secoli del Medioevo, la nutrice, personaggio familiare delle chansons de geste e dei romanzi cortesi, non è più privilegio dei signori. Nel secolo XIV, le famiglie patrizie di Firenze ospitano abitualmente una nutrice e, nel secolo seguente, si generalizza in tutta la media borghesia l’uso di ricorrere ai servigi di una donna che sta in campagna. Doppia conseguenza: le donne povere che allattavano a lungo il proprio bambino, quando questi moriva, davano latte dietro compenso; così guadagnavano, oltre ad un salario, la possibilità di ritardare una nuova nascita. I ricchi, i possidenti in cerca di eredi che, al contrario, valorizzano le famiglie prolifiche e la fecondità delle loro donne, possono ravvicinare le nascite dei figli e, dunque, moltiplicarli. Del resto è proprio sotto i tetti dei più facoltosi che, all’inizio del Quattrocento, si censiscono in Toscana le più alte percentuali di bambini. Il letto della miseria è meno fecondo, allora, di quello dei potenti.
Punteggiata di nascite, la vita feconda di una donna adulta sposata prima dei diciotto anni, si conclude una ventina d’anni più tardi. Tuttavia, di tutti i figli che ha messo al mondo, pochi sono presenti sotto il tetto paterno. La maternità medievale è una sorta di linea punteggiata. Le madri, che danno a balia fuori di casa i loro piccoli subito dopo il battesimo, non li recuperano, se sono sopravvissuti, se non un anno e mezzo o due anni dopo. Nell’intervallo, qualcuno dei fratelli maggiori avrà potuto soccombere alle malattie od epidemie di peste che dissanguano periodicamente la popolazione. Le enormi discendenze (dieci, quindici figli) restano sulla carta degli storici della demografia. Nel quotidiano succedersi delle nascite e delle morti, le case della fine del Medioevo ospitano in media poco più di due figli viventi, come fanno vedere i censimenti, ei sopravvissuti che il padre o la madre mettono nel loro testamento, di rado sono al di sopra di questo magro bilancio.
I diari lasciano vedere che, nella classe mercantile, almeno un quarto dei piccoli Fiorentini dati a balia, muore presso la nutrice. Ma c’è di peggio: il 45 per cento dei figli messi al mondo in queste famiglie facoltose, non raggiungono i vent’anni. La morte minaccia allora una nuova vita e spia la madre che la dà alla luce.  Le partorienti muoiono, forse, più di rado di quanto di quanto spesso non si dica durante il parto. Tuttavia, anche le donne ricche, attraversano uno dei momenti più rischiosi della vita: una su tre delle mogli fiorentine che muoiono prima del marito soccombe mettendo al mondo un bambino o muore per le conseguenze immediate del parto.
Il fardello delle gravidanze e dei parti sbocca così, solo una volta su due, sulla speranza di portare il bambino all’età adulta. Si capisce l’accento di rassegnazione cristiana dietro cui si trincerano i genitori che perdevano una volta di più un bambino, una rassegnazione che, per la mentalità dei nostri giorni, ci spinge ad accusarli, un po’ frettolosamente di insensibilità. Certo che, l’invio dei poppanti subito dopo la nascita presso una balia lontana, non favoriva lo sbocciare del sentimento materno o dell’interesse paterno: la notizia della loro morte, non squarciava quel tessuto affettivo che crea la quotidiana osservazione dello sviluppo del bambino. e di cui testimonia, spesso con forza, il dolore del padre quando il bambino che vive in casa viene a mancare.
Al di fuori di certi ambienti privilegiati, che sanno esprimere le loro speranze e le loro pene, le testimonianze dirette sui rapporti tra genitori e figli sono rare. Nella stragrande maggioranza della popolazione le madri allattano i loro neonati; tuttavia, numerose sono quelle che si trovano costrette dalla miseria, dalla malattia, dalla pubblica disapprovazione, ad abbandonare, più o meno in fretta, il loro bambino. Il rifiuto del neonato sembra una pratica molto diffusa per lo meno nelle città. La alimentano le gravidanze delle domestiche, libere o schiave, e la povertà, cronica o legata a crisi di sussistenza: i miserabili lasciano all’ospizio delle città i loro figli legittimi, cullandosi talvolta, nella speranza che li riprenderanno più tardi e che l’ospizio potrà salvarli dalla morte meglio di quanto non potrebbero loro. Tuttavia la mortalità è terribile nei primi ospizi specializzati, come quello degl’Innocenti di Firenze. Abbandonare un bambino significa senz’altro moltiplicare le sue probabilità di morire presto, anche se c’è nei    genitori la speranza che, rimettendo a Dio ed alle anime caritatevoli la salute terrestre del piccino, questi possa vivere più a lungo sulla terra  e garantirsi la vita eterna nell’aldilà. Fra i trovatelli, i bambini di sesso femminile sono più numerosi: esiste una discriminazione che, fin dalla nascita, accorda un leggero vantaggio ai maschi. Ma è difficile capire le motivazioni inconsapevoli, mai spiegate dai biglietti attaccati ai cenci del bambino, che spingono la madre od i genitori a privilegiare i maschi.
Se nascite, accolte a malincuore, incitano numerosi genitori a rinunciare ai loro compiti educativi, la necessità di allattare mette, anche, alla prova il loro senso di responsabilità verso i neonati. Come si è visto, i dottori della Chiesa esortano i genitori alla continenza nel periodo dell’allattamento. Il Clero mette l’accento anche su un altro aspetto delle responsabilità dei genitori. Lottando con vero accanimento, a partire dal secolo XV, contro l’”oppressione” dei poppanti, soffocati nel letto dai loro genitori o dalla balia, ripetendo ai genitori che essi sono allora colpevoli di un delitto di negligenza e, persino, sospetti di premeditazione, curati e confessori hanno, evidentemente, risvegliato presso i laici, che consideravano questi accidenti con indulgenza o con disinvoltura, la preoccupazione salutare della sopravvivenza del piccino.
Insomma, la fine del Medioevo vede lentamente maturare delle prese di coscienza che, molto più tardi, renderanno possibili i primi veri comportamenti anticoncezionali. L’aspetto paradossale sta nel fatto che, all’origine di questo risveglio della responsabilità dei genitori che, dopo il Seicento, li porterà a distanziare le nascite, ci sia il rispetto assoluto della vita, predicato dai più decisi avversari di qualunque pratica che impedisse la comparsa.
 
Tra moglie e marito
 
Tra le tante prescrizioni, e proibizioni sessuali, che pretendono di inquadrare i rapporti fra uomini e donne fino in seno alla coppia, le persone sposate della fine del Medioevo tengono conto soprattutto dell’appello alla moderazione, che le “autorità” mediche raccomandano, anch’esse fin dall’Antichità,  a chi vuole una discendenza sana e numerosa. Questo non significa che ogni matrimonio sia stato dettato dalla riflessione, e che ogni moto passionale sia stato bandito dalla <<vita familiare>>. Ma l’ideale del buon matrimonio, che la letteratura morale o satirica tende ad imporre ai tre ultimi secoli del Medioevo, deplora gli eccessivi ardori, l’intemperanza dei desideri, assimilati ad un ingordigia alimentare che distruggerebbe l’equilibrio interno degli umori. <<Usa temperatamente con lei [la tua moglie], e non ti lasciare punto trasandare>>: questo consiglio di un Fiorentino ai suoi figli eviterà loro di <<[guastarsi] lo stomaco e le reni>>, di avere solo figlie  oppure figli <<tisichi>>, di vivere lui stesso <<tedioso ed ondoso e maninconico e tristo….>>.
Il “buon uso” delle mogli vuole, in effetti, che si diffidi costantemente delle loro esigenze. Il loro corpo, così necessario alla sopravvivenza dei lignaggi, è sottomesso ad una natura troppo incostante. Mal governato dalla ragione incompleta che è tipica delle donne, questo corpo esige dal suo “signore”, il marito, una soddisfazione prudente e regolare degli appetiti senza che il marito stesso si abbandoni alla vertigine dei sensi; il che rovinerebbe la sua autorità…..
L’autorità: ecco un’altra “parola-chiave” che domina la visione maschile dei rapporti tra coniugi (la sola che ci stata tramandata direttamente). Prima creazione, immagine di Dio più vicina all’originale, natura più perfetta e più forte, l’uomo deve dominare la donna. Questi temi, ripetuti con insistenza, trovano la loro applicazione nel campo chiuso della vita familiare. Giustificano, con la subordinazione femminile, la divisione dei compiti che ne deriva. L’uomo ha una “naturale” autorità sulla moglie. Base teorica della riflessione di numerosissimi trattati dal secolo XIII in poi, la debolezza ed inferiorità della natura femminile impongono, fin dall’Antichità, che il campo, in cui le donne dispongano di una certa autonomia, sia ben circoscritto.
Questo campo è in primo luogo la casa, spazio ad un tempo protetto e chiuso e, nella casa, certi spazi più segreti: la camera, la stanza da lavoro, la cucina (a volte isolata in certe regioni) collocata in sommità od a lato della casa. Introdurvi la novella sposa comporta, sempre, certi riti che sanzionano la sua ammissione, ma che anche la tagliano fuori dal mondo esterno. La fragilità e la debolezza della donna esigono protezione e sorveglianza. I suoi andirivieni all’esterno devono limitarsi a percorsi ben controllati: chiesa, lavatoio, forno pubblico o fontana, luoghi che variano a seconda della condizione sociale, ma esattamente delineati. Luoghi, anche, che suscitano curiosità ed angoscia negli uomini, i quali hanno l’impressione che, le parole che vi circolino, possano sfuggire alla loro sorveglianza. Ne sono testimoni alcuni testi francesi nei quali si manifesta,  a briglia sciolta, la temibile saggezza delle comari riunite che, spesso provocano lo sbigottimento e la disapprovazione dei mariti quando cicalecciano, circondando una partoriente; quando partono insieme in pellegrinaggio, complottando la loro rovina.
Dunque, tenere ed occupare le donne in casa, ecco l’ideale maschile diffuso. Ne è pieno l’orientamento dei compiti che si assegnano ad esse. Quando i mariti, <<quelli che guadagnano>>, devono ammassare fuori casa beni e ricchezze, i luoghi comuni della letteratura medievale d’economia domestica attribuiscono alle loro compagne la cura di conservare e trasformare per il consumo familiare, in proporzione ai bisogni, i prodotti che essi incamerano. La gestione quotidiana delle provviste, la sorveglianza e la previsione del loro impiego, le cure che preparano al loro uso, sono altrettante attività in cui possono dispiegarsi i talenti che si attribuiscono alle donne, quando sono opportunamente incanalati dalla loro docilità e ponderazione. Una buona moglie, una donna accorta, dolce e temperante, saprà regolare la circolazione interna dei beni che, per opera dell’uomo, affluiranno all’esterno verso la casa.
Ingranaggi essenziali del buon funzionamento sociale, le donne, che assumono pienamente la loro funzione, garantiscono l’armoniosa assimilazione dei prodotti dell’industria maschile. Qualunque eccesso nelle loro spese danneggia l’intero corpo sociale ed il complesso degli scambi. Così le leggi suntuarie (vedi nota 2) che vegliano a preservare le manifestazioni dell’ordine sociale, infieriscono contro gli scarti femminili. Vanagloria, ingordigia, lussuria, sono tutti peccati che traggono alimento da un disordine degli appetiti che la vita domestica animata dalle donne dovrebbe, al contrario, regolare ed arginare.
La “famiglia” è anche tutto un complesso di persone su cui la moglie deve vegliare ordinandone i ritmi e le attività. In primo luogo il marito, che conta di trovare, nel calore del focolare, il riposo ed i piaceri del bagno caldo, della tavola servita, del letto pronto (quando torna esausto dalle sue tribolazioni legate alla vita fuori di casa); poi i servitori, quando la famiglia è abbastanza agiata da averne. La sposa ha la missione di dirigerli e di punirli quando il loro comportamento rischia di danneggiare gl’interessi dei padroni; in poche parole, deve farli cooperare all’onore della casa. I bambini, inoltre, la cui prima educazione le spetta senza discussione; un’educazione che trova un incentivo nel suo esempio e nella sua “pietà”, molto più che nella sua attitudine ad avviarli ai rudimenti della lettura. La sposa deve assicurare la coesistenza pacifica di tutti questi individui, ognuno con i propri bisogni: è lei la signora dell’ordine domestico, della pace familiare.
La pace, in effetti, dovrebbe fare della sua casa un riflesso dell’armonia del mondo se….se la natura femminile, a dispetto delle briglie che le s’impongono, dei sermoni che le si indirizzano, non venisse subdolamente a turbare ciò che sarebbe stato suo compito promuovere. Le donne (così pensavano i dottori e chierici, del tempo) sono in grado eminente false, volubili ed ingannatrici, e <<tutti i grandi disonori, vergogne, peccati e spese s’acquistano per femine; e acquistano le grandi nimistà, e perdonsene le grandi amistadi>>. Il rimprovero maschile, ripetuto in forma ossessiva, ha la radice nel senso sempre di essere messi nel sacco da loro. La loro chiacchiera riempie la calma della casa, ne fa trapelare i segreti al di fuori; aiutato dalla loro folle ed egocentrica prodigalità il loro spirito litigioso disperde tra mille preoccupazioni trascurabilissime la più solida ragione maschile. Tutte queste forme di vituperio derivano da un profondo senso di fallimento in confronto alle illusioni di stabilità ed autorità domestica, tanto agognate dagli uomini del tempo.
L’insubordinazione delle donne, del resto, non è solo oggetto del biasimo dei mariti; incorre anche nella sanzione collettiva. Le infrazioni dell’ordine normale delle cose ed il voler rivoltare troppo l’autorità naturale, sono passibili di un giudizio e di un castigo simbolico imposto dalla comunità. Dall’inizio del Trecento, le prime menzioni di scampanate rituali arrestano questo controllo pubblico sulle scelte matrimoniali;  il secondo matrimonio delle vedove o, più generalmente, le unioni multiple di uno stesso individuo, attirano così le folgori dei giovani su coppie, giudicate male assortite od intemperanti. Attraverso tutta l’Europa, soprattutto il rito della cavalcata dell’asino, viene a punire il troppo “rovesciamento” dei ruoli coniugali: se la donna domina il marito, lo strapazza e lo mena per il naso, lo sposo, o chi ne fa le veci, dovrà percorrere lo spazio del villaggio, seduto alla rovescia sulla derisoria cavalcatura, tenendone la coda. L’insubordinazione della donna mette in pericolo l’ordine stesso del mondo e suscita quei riti  in cui la redenzione passa attraverso lo scherno. Non c’è sfera privata, in cui gli individui regolino i loro contrasti, senza dover fare i conti con l’intervento di censori esterni.
La mancanza di docilità o la doppiezza dei figli, in compenso, non suscitano gli stessi interventi della comunità. Il fatto, che i figli mettano in dubbio il potere del padre, offre materia di tragedia piuttosto che di scherno e, questa situazione, provocherà il consiglio degli “amici” o della parentela, senza dare agli estranei il diritto di ficcare il naso negli affari di famiglia che implicano, naturalmente, dei problemi d’eredità.
La morale dei fabliaux (vedi nota 3) dedicati ai problemi generazionali ha una tonalità molto cupa, ben diversa dalle novelle tra dolci ed amare o licenziose che narrano come la donna copra di ridicolo l’uomo. Al padre che si disfà troppo presto dei suoi beni, e quindi della sua autorità, in favore dei figli, il novelliere ripete che <<non ci si deve fidare di questi, perché i figli sono senza pietà>>, oppure che <<il figliuolo sta al padre soggetto e sottomesso e umile infino a tanto che ‘l padre tiene la signoria della casa e de l’avere suo; e quando il padre ha data la signoria al figliuolo di governare ‘l suo avere, egli soprastà al padre e hallo in odio e pargli mille anni il dì che non si muoia per non vederlosi innanzi>>.
 
La donna e i suoi lavori
 
La donna, tuttavia, dall’alto od in basso della scala sociale, non resta così confinata e sottomessa allo sposo quanto desidererebbero i mariti ed i teorici della <<santa masserizia>>. Le contadine lavorano duramente nei campi, le artigiane nella bottega del marito che, talvolta, rilevano alla sua morte. Anche dentro la casa, signorile o borghese che sia, non si lasciano in ozio figlie e moglie.
Gli educatori rivelano l’utilità dei lavori d’ago, o di fuso, che dovrebbero sempre occupare il tempo in cui la donna non ha altre faccende da sbrigare. Questi lavori hanno il compito di immobilizzare il corpo femminile, di intorpidire i pensieri della donna, evitando che essa non si perda in fantasticherie pericolose per il suo onore e per quello della casa. Fin dalla più tenera età le donne fileranno, tesseranno, cuciranno e ricameranno senza posa; e, quanto migliori saranno le loro origini, quanto più esse saranno dotate di onore tanto meno tempo si accorderà loro per giocare, ridere e danzare. Pertanto anche le ragazze della nobiltà occupano le loro mani e la loro “pazza” mente, nei delicati ricami di pianete( vedi nota 4) o di paliotti (vedi nota 5); ci guadagnano, per lo meno, in anni di purgatorio: il compenso per il loro interminabile lavoro.  Per giustificarlo, si dice che il padre deve provvederle di un’arte che consenta loro di sopravvivere se cadessero in povertà; tuttavia, la preoccupazione che più profonda che affiora, nei testi degli educatori, è quella di neutralizzare la natura femminile instabile e fragile, costringendola in un’attività senza fine. Secondo Francesco da Barberino (vedi nota 6), che scrive una specie di trattato di educazione delle donne all’inizio del Trecento, la figlia d’un <<cavaliere o di solenne iudice o di solenne medico o d’altro gentil uomo li cui antiche ed ello usati sono di mantenere onore>> dovrà imparare a <<borse fare o cucir o filar […] sì che, poi sarà con suo marito in casa, possa malinconia con ciò passare, oziosa non stare e anco in ciò alcun servigio fare>>.
Quest’incessante attività tessile ha certo ugualmente una funzione economica. Risponde alle necessità del consumo domestico;  ed è anche volta verso la ricerca di guadagni che vengono dal di fuori. Molti, tra i poveri,  cercano di equilibrare il loro magro bilancio col prodotto dei lavori femminili o coi salari delle donne che lavorano in filanda.
Molte donne esercitano, soprattutto priam delle crisi del Trecento, un’attività più autonoma, fuori della famiglia. Per la maggior parte la necessità di lavorare è direttamente collegata con la loro condizione matrimoniale o con la perdita della protezione familiare. Per mettere insieme la dote od il corredo, le figlie delle famiglie povere vanno a servizio, talvolta, ancora bambine, più spesso adolescenti. Vanno a costituire  il nucleo degli eserciti di lavoratrici soprattutto le vedove, troppo spesso minacciate dalla solitudine e dalla miseria. Anche nelle classi agiate della società medievale la vedovanza minaccia le donne di un rapido declassamento per cui precipitano nella povertà quando non possono ottenere dagli eredi del marito il rispetto dei loro diritti. Qui il parentado non è l’ultimo a spogliare la vedova e l’orfano. <<Sono rimasta soletta senza un amico>>, lamenta in una ballata celebre la prima donna che sia vissuta della sua penna, Christine de Pisan (vedi nota 7), rimasta vedova a venticinque anni con tre bambini. Seguendo il suo esempio, i romanzi medievali abbondano di cupi destini di donne sole che devono sopravvivere nelle situazioni più avventurose; ma, del resto, vengono rappresentate del tutto capaci di trarsi d’impaccio.
Sono donne senza famiglia quelle, che si collocano fuori dell’ordine “naturale” assegnato al sesso femminile dalla società medievale. Tanto più vulnerabili perciò, e la loro reputazione è senz’altro macchiata.  Vedove isolate, indigenti che si guadagnano il pane filando, domestiche, recluse che vivono fuori di una comunità religiosa, tutte sono presto sospettate di cattiva condotta e facilmente accusate di prostituzione. Le donne senza radici che, nel secolo XI,  seguono dei sant’uomini come Robert d’Arbrissel, fondatore di un monastero <<misto>> di cui affida la direzione ad una donna, quelle che ne Trecento si aggregano alle compagnie di flagellanti, si reclutano nelle legioni di coloro che la situazione matrimoniale, il genere di vita e, talvolta, l’indipendenza economica bastano a designare come elementi al margine.
 
Conclusione
 
Il discredito in cui sono tenuti il lavoro fuori casa, le manifestazioni troppo autonome della devozione, l’andare errando delle donne mostrano, con evidenza,  che le società della fine del Medioevo hanno concepito con difficoltà la “condizione femminile” al di fuori del quadro matrimoniale. Senza dubbio la coppia ha acquistato, in questo periodo, una certa autonomia all’interno dei gruppi di parentela: ma vizi e virtù, macchie e comportamenti femminili sono stati visti in rapporto alla famiglia di cui la coppia diventa il fondamento. Le donne sono rimaste un ingranaggio subordinato alla riproduzione familiare. Tuttavia, senza essere negata, questa subordinazione si è trovata più spesso ad essere giustificata, spiegata, per dirla in breve, discussa. Non è stata più del tutto una cosa pacifica.
Naturalmente anche queste mie parole saranno discusse nel Regno e nel Forun del Regno ma, sappiate, che questa è la fotografia, più o meno sfocata, della condizione femminile durante il Medioevo ed, inoltre, è solo un piccolo cammeo nell’immenso oceano delle disquisizioni su di esso. Ai giorni nostri tutto, o quasi, di quello che si è letto in quest’articolo non sarebbe più nemmeno lontanamente pensabile, ma tra il secolo XI e XIV secolo queste erano le “leggi” che regolavano i rapporti fra le donne e la società del tempo.
 
Note del Redattore
 
Nota 1
 
Bernardino da Siena (santo; Massa Marittima, Grosseto 1380 - L'Aquila 1444), appartenente alla nobile famiglia senese degli Albizzeschi, entrò a 22 anni tra i frati minori. Abilitato alla predicazione (1405), continuò tale attività fino alla morte, dapprima in Toscana poi in tutta l'Italia centrale e settentrionale, suscitando sempre vivo fervore e ovunque accolto come un benefattore. Particolarmente devoto al Santo Nome di Gesù, di cui faceva scolpire o dipingere su tavolette la sigla JHS (Jesus Hominum Salvator, Gesù salvatore degli uomini) divenuta comunissima, fu per questo più volte accusato di culto superstizioso ed eresia. Sempre riconosciuto innocente, fu ampiamente lodato dal papa Eugenio IV in una bolla del 1432. Nel suo Ordine fu il principale propagatore della riforma degli osservanti, di cui fu eletto (1438) vicario generale. Fu canonizzato da papa Niccolò V nel 1450. Oratore di grande vivacità ed efficacia, improvvisava le sue prediche adattandole al pubblico presente e arricchendole di aneddoti e di riferimenti alla società del tempo. Esse ci sono pervenute in buona parte, autografe o trascritte stenograficamente da uditori (Prediche volgari). Gli scritti più importanti sono tutti di prediche in lingua latina, eccettuando il Quaresimale fiorentino (1425). I Sermones, da lui editi per comodo dei predicatori, sono veri trattati di teologia soprattutto morale, in cui si sente l'influsso del suo maestro Umbertino da Casale. Degni di ricordo sono i quattro quaresimali: "De christiana religione" (1427, La religione cristiana), "De Evangelio aeterno sive de charitate" (1428, Del vangelo eterno ossia dell'amore), "Seraphim" (1422, I Serafini), "De pugna spirituali" (La lotta spirituale), e i trattati "De vita christiana" (La vita cristiana), "De beata Virgine" (1430-40, La beata Vergine), "De Spiritu Sancto" (1443, Lo Spirito santo).
 
Nota 2
 
Si dicono “leggi suntuarie”, le disposizioni contrarie al lusso, che arrivano a sanzionare la scomunica di chi non ne rispetta il contenuto. Le origini di tali disposizioni sono antichissime; i divieti originari previsti, partono da un concetto di uguaglianza e riguardano le manifestazioni del lusso quali: gioielli, stoffe, lunghezza degli strascichi. Già nel primo documento legislativo romano di cui si abbia notizia, le XII Tavole, si ha una limitazione per le vesti di lutto.
 
Ricordiamo Cesare che emanò una legge che vietava l’uso di manti di porpora, di perle ad eccezione di certe età e di rango, ma non per agli uomini.
 
In Italia nel duecento compaiono le prime leggi suntuarie, ad esempio in Sicilia la prima è opera di Carlo D’Angiò del 1272. All’inizio del 1300 è contemplato il lusso delle vesti e degli ornamenti femminili, ad eccezione di pettorali, monili e fregi che però non eccedano dieci libre di denari. Successive riforme della metà del 1330, si rivolgono tanto agli uomini che alle donne, con divieti che non riguardano solo il lusso di ori, argenti, perle e pietre preziose (del quale il limite è portato a una cifra pari a più del doppio della precedente), ma degli strascichi di vesti e mantelli e delle vesti a diversi colori.
 
C’è da considerare però, che gli estensori delle leggi suntuarie fanno parte delle classi privilegiate e, con il passare del tempo, finiranno per imporre divieti alla popolazione, riservando il lusso a sé stessi. Sono inoltre uomini e per questo in rari casi i divieti li interesseranno.
 
Nel 1506 a Perugia si stabilisce una sorta di stratificazione sociale sulla base degli sfoggi permessi o limitati o proibiti, lasciando libertà di lusso per “li gentilhomini legitimi et naturali che hanno dominio de doi castelli o più”, le donne “dé Cavalieri e dé Judici e dè
 
Medici fisici” possono portare bottoni dorati (per le altre vale la limitazione ai bottoni argentati e che non superano i 40 soldi di valore).
 
Altre usanze vengono comprese nel lusso per gli sprechi che causavano, così si impone l’uso di un solo panno per cappelli e vesti, l’uso di un particolare tessuto di seta, lo sciamito.
 
Fino al settecento si trovano leggi che vietano il lusso, l’ultima disposizione apparsa è del 1824 sotto forma di editto sul vestire a Roma. Per i disubbidienti le multe imposte erano a volte assai salate; in alcuni casi invece era garantita una certa permissività. Esempio è la città di Venezia che per fini politico economici, permette il lusso senza limitazione a dogi, alla dogaressa e alle persone della famiglia nonché al patriziato, in occasione di visite di sovrani stranieri, che si vogliono abbagliare con lo sfoggio di ricchezza di una delle città più importanti d’Italia.
 
Curiosa, e forse unica disposizione suntuaria che ha riscosso nel corso del tempo successo, è quella che impone che le gondole della città di Venezia siano di colore nero, “senza ornamenti né pittura alcuna”.
 
 
Nota 3
 
Genere letterario medievale a cavallo tra una barzelletta spinta ed una storiella. Mugnai e villani, ladri e mercanti, asinai e vedove, giovinetti e giullari si aggirano nel mondo fantastico eppure iperrealistico dei "Fabliaux", anonime narrazioni in versi dei secoli XII-XIV provenienti dalla Francia nordorientale. Questi racconti, dove coesistono alto e basso, nobiltà e miseria, passioni e avvenimenti, sono i precursori della novella e dunque alle origini della narrazione moderna.
 
Dalla fine del XII secolo fino a tutto il XIV secolo, si ha nelle regioni francesi una buona produzione di fabliaux. Sono brevi racconti in versi, caratterizzati da un linguaggio e contenuto procace e scurrile, miranti a suscitare il riso. Ce ne rimangono circa 150, di cui una cinquantina di autore sicuro, gli altri anonimi. Sono opera per lo più di trovieri di professione (tra essi Rutebeuf, e Huon le Roi), esperti nelle tecniche narrative codificate dalle scuole di retorica. Il divertimento è prodotto a volte da un gioco di parole, oppure da una situazione grottesca, dalla caratterizzazione comica dei personaggi, con arguta precisione. Si tratta di divertimenti per aristocratici, destinati al pubblico dei castelli in vena di sollazzo, di qui la presenza di un'aspra satira dei ceti inferiori; ma buoni anche per il sollazzo degli stessi ceti popolareschi, proprio per la presenza dello scurrile. Il genere diede un apporto realistico alla produzione letteraria francese (si pensi a Rabelais, Thé ophile de Viau, Scarron ecc.) con influssi indiretti, tramite traduzioni e riduzioni, su una parte della produzione italica del XII-XV secolo (Boccaccio, Bandello).
 
 
Nota 4
 
Paramento che il sacerdote indossa sopra il camice durante la messa; è di diverso colore secondo il tempo liturgico e le feste celebrate.
 
 
Nota 5
 
Drappo o stendardo di tessuto dipinto o ricamato
 
 
Nota 6
 
Francésco da Barberìno - (Barberino 1264-Firenze 1348) Soprannome di Filippo Neri di Ranuccio. Poeta, di professione notaio a Firenze, città alla cui vita politica partecipò attivamente. Della sua opera ci sono arrivati i Documenti d'amore (1314) e il Reggimento e costumi di donna (1320), un galateo femminile.
 
 
Nota 7
 
Christine de  Pisan (1364-1430) poetessa francese di origini italiane. Scrisse molti romanzi, versi e novelle ma anche poemi per i quali divenne molto famosa. Molto colta e di carattere forte, Christine ha tentato di esprimere la dignità della donna. Le sue opere includono:
 
Le Livre des fais d'armes et de chevalerie, che fu tradotto e stampato in inglese da Caxton con il titolo di: The Book of Fayttes of Armes and of Chivalrye (1489; new ed. 1932).
 
Le Livre du duc des vrais amans (tradotto in inglese con il titolo di The Book of the Duke of True Lovers, 1908).
 
Sir Madhead
 

Definizione di Cavaliere

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Definizione di Cavaliere  
 
Medioevo Storico
Come dice il titolo questa è una "definizione", per cui scriverò pochissime righe (al contrario del solito).
 
Ebbene, il Cavaliere non è altro che il Guerriero Cristiano.
 
Proprio così.
Naturalmente parlo dei Cavalieri Europei, che dovevano passare tutta la notte precedente dell'investitura in una Chiesa a pregare e facevano poi tre giuramenti:
-Difendere la Chiesa,
-Difendere la Donna,
-Difendere i Deboli.
 
Una categoria per così dire "speciale" di Cavalieri furono gli Ordini Monastico-Cavallereschi Cattolici, come i Templari, i Teutonici e i Cavalieri di Malta e del Santo Sepolcro tuttora esistenti (non erano certo gli unici Ordini monastico-cavallereschi, ma per questione di spazio non mi dilungherò oltre). I Templari e i Teutonici addirittura erano votati alla Vergine Maria ed avevano grandissimo rispetto per le donne (a dispetto dell'accusa di maschilismo).
 
Se nei secoli gli illuministi ed i loro seguaci sono riusciti a screditare una parola come "Medioevo" (che oggi evoca un lato negativo, mentre sempre più persone scoprono che in realtà non fu un'epoca così "buia", anzi, esattamente l'opposto!), non sono riusciti a fare la stessa cosa con la parola "Cavaliere" che ancora oggi evoca nella mente di chi la sente immagini di valore e virtù, unite a coraggio e forza.
 
Mi fermo qui. Potrei continuare, ma, come ho già detto, questa è solo la "definizione", il resto è un'altra storia...

La veglia

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La veglia
Alla vigilia dell'investitura è tradizione che il candidato faccia una veglia.
Questo è un momento di riflessione e riconciliazione con la cavalleria, i colleghi, e i nobili saggi presenti. E' un momento di introspezione per considerare le responsabilità e le gioie dell'accettare l'accollata. Dopo cio' inizia un momento di preghiera e contemplazione, in cui il candidato medita sulle vie, sull'onore onore e sulla storia degli ordini cavallereschi.
 
La cerimonia
Il candidato viene condotto dai cavalieri della compagnia tutti riuniti, e il Re, o un suo sostituto legge il seguente :
 
Il Re : "Consci della vostra prodezza, e della vostra cavalleria, e riconoscendo in voi la scintilla condivisa da questi fratelli, siete stato eletto candidato per l'ordine della Sacra Tavola Rotonda. Sappiate che per indossare la cintura e la catena di un cavaliere, bisogna osservare una sacra rivelazione : che gli obblighi della cavalleria chiederanno il vostro impegno in ogni momento della vostra vita."sugar
 
Il Re : "Avete ben compreso lo scopo del nostro ordine, e cosa viene richiesto dai suoi cavalieri?"
 
Il Re : "Aderite a continuare di perseguire il comportamento esemplare che ha suscitato l'interesse e l'apprezzamento dei nostri fratelli?"
 
Il Re : "E' vostra intenzione accettare l'appartenenza all'ordine dei cavalieri della tavola rotonda?"
 
Se le risposte alle tre domande sono tutte affermative, la cerimonia continua.
 
Il Re : "Le leggi della societa' e le usanze del regno richiedono che il cavaliere ne sia la prua, e voi avete dimostrato di avere stoffa; che il che il cavaliere sia cortese, cosi' come voi avete mostrato di essere e cosi' come possono testimoniare questi nobili gentiluomini; e che un cavaliere sia fedele al suo regno e alla societa'. Desiderate quindi accettare il carico della cavalleria e giurare fedeltà alla Corona?"
 
Il candidato deve accettare.
 
Il Re : "Dunque giurate fedelta' e rendete omaggio alla corona del nostro regno."
 
Il candidato deve dire :
 
Il Candidato : "Io qui dinnanzi giuro fedelta' e rendo omaggio alla corona di questo regno; giuro di essere un buono e giusto cavaliere, riverente e generoso, scudo dei deboli, obediente al mio signore, primo in battaglia, cortese in ogni momento, campione del giusto e del buono. Cosi' giuro io, ......"
 
knight's sword
 
Il Re :
 
"Inginocchiatevi ....."
"In rimembranza del giuramento fatto e ricevuto"
(accollata sulla spalla destra)
"In rimembranza del vostro lignaggio e dei vostri impegni"
(accollata sulla spalla sinistra)
"Siate un buon cavaliere"
(stretta di mano)
"Alzatevi, Sir ....."
 
Il Re : "Dunque è un nostro piacere darvi il benvenuto nel nostro ordine, e aggiungere la vostra voce alle nostre in modo che tutte insieme possano influenzarsi per raggiungere l'eccellenza."
 
Il Re si fa indietro, e un altro fratello porta al candidato le insegne dell'ordine:
 
Un cavaliere : "Indossate queste insegne con orgoglio, ma non con vanita', esse ricorderanno a voi e agli altri il vostro continuo impegno verso la cavalleria."
 
Un cavaliere : "Ricordate anche che la virtu' dell'umiltà è l'unica che mantiene unito il nostro ordine, e che ciascuno di noi puo' distruggerlo con una singola azione o una turpe parola"
 
Dopo aver finito di parlare, il cavaliere pone una domanda che riguarda la cavalleria al candidato, lasciando a piacimento il momento della risposta, ma non oltre sei mesi di tempo.
 
I fratelli ora danno il benvenuto al nuovo membro e la cerimonia termina.
Subito dopo, chiunque puo' prendere parola e fare un discorso.
 
Notate che a volte viene deviato il normale corso della cerimonia. In tal caso è determinante l'abilita' di scegliere il momento opportuno per sorprendere tutti ;-)
 
fonte: www.camelot-irc.it/cavalleria/cerimonia_investitura.htm

l decalogo del Cavaliere

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Il decalogo del Cavaliere
 
La cavalleria ricevette presto una regola, una codificazione delle qualità del cavaliere che si può riassumere nel motto:
 
“La fede a Dio, l’obbedienza al re, il cuore alla dama, l’onore a me!”.
 
I cavalieri seguivano un rigidissimo codice comportamentale, incentrato in un decalogo:
 
1.Avere fede in Dio.
 
2.Essere valoroso.
 
3.Proteggere la Chiesa.
 
4.Difendere i deboli.
 
5.Essere fedele al re.
 
6.Non mancare mai alla parola e non mentire.
 
7.Amare la patria.
 
8.Combattere senza tregua gli infedeli.
 
9.Essere generoso.
 
10.Essere campione del bene contro il male.
 
Altro concetto fortissimamente radicato nella natura del cavaliere era l’onore, considerato più importante della vita stessa.
 
Si ricordi inoltre che solo un cavaliere poteva dare un’investitura ad un aspirante cavaliere, poiché tale pratica non era altro che un riconoscersi tra pares inter pares.
 

Simbologia della spada

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Simbologia della spada
 
Accostandoci allo studio del simbolismo della spada, ci confrontiamo immancabilmente con tutta una serie di valori che trovano il proprio fondamento nel pensiero tradizionale tipicamente medievale. Una riflessione su quest’argomento non dovrebbe esimere da questa premessa, pur dovendo evitarsi che si traducesse in trattazione o in profluvio di nozioni sterili ai fini della nostra crescita.
Dovremmo analizzare questo simbolo – che simbolo è solo per noi, purtroppo, poiché per l’uomo medievale essa aveva una valenza molto più reale – sotto un duplice aspetto: letterale e spirituale.
Anzitutto, immaginiamo cosa fosse una spada per l’uomo del Medioevo: raro e prezioso, in un’epoca in cui il contadino arava con rudimentali arnesi in legno, il metallo di cui essa era composta era il risultato di lunghe fatiche del fabbro, o per meglio dire dello spadaiolo, e ne costituiva il capolavoro. Il metallo veniva “torturato” fino ad eliminarne ogni scoria, temprato con fuoco e preghiere, e preparato con ricette segrete e formule che spesso questo artisti si tramandavano in segreto di padre in figlio. E non crediamo che questa sia una visione romanzata!
Una volta pronta, la spada era cosa alla portata solo dei pochi che potessero permettersene il possesso (e beninteso che avessero la perizia necessaria all’uso. Questa esclusività del diritto di portare la spada rimase nei secoli, beninteso tramutandosi e purtroppo volgarizzandosi nel tempo, diventando esclusivo privilegio – non più diritto – degli aristocratici – non più nobili). La spada era dunque lo strumento d’elezione delle virtù guerriere della nobiltà. Ma perché quest’arma esercitava, con la sua sostanziale semplicità, tanta attrazione sulla mentalità dell’uomo di ieri, così come su quello di oggi? Provando a compulsare l’opera di Raimondo Lullo, il Libre de l’Orde de Cavalleria, leggiamo nella Parte V, relativa alle armi del Cavaliere:
 
1.Tutto ciò che indossa il Sacerdote per dir Messa ha un significato che è in relazione del suo ufficio. E poiché l’ufficio del prete è simile a quello del Cavaliere, l’Ordine della Cavalleria richiede che tutto ciò di cui il Cavaliere abbisogna per esercitare la sua professione abbia qualche significato che ne manifesti la nobiltà.
 
2.Al cavaliere si dà la spada, che nella forma è simile alla croce, per significare che, come N.S. Gesù Cristo vinse sulla croce la morte, nella quale eravamo incorsi per il peccato di nostro padre Adamo, così il Cavaliere dovrà con la spada sterminare i nemici della Croce. E poiché la spada ha due tagli e la cavalleria è fatta per mantenere la giustizia, che consiste nel dare a ciascuno il suo, per questo la spada vuol dire che, per mezzo di essa, il Cavaliere deve mantenere la Cavalleria e la giustizia.
Appare dunque chiaro il paragone proposto: da un lato il Cavaliere, con il suo ufficio, e le sue armi, prima di tutte la Spada, dall’altra il Sacerdote, parimenti incaricato d’un ufficio e investito delle proprie armi, tra le quali spicca appunto la preghiera. Potremmo qui scorgere accostati i due pilastri dell’Albero, la Severità e la Grazia, o via Attiva e Passiva. Ma questo è un collegamento fin troppo evidente, e non servirà indugiarvi.
Più pregnante sembra invece il paragone che Raimondo propone tra la Spada e la Croce. Così infatti come il legno della Croce, la sua matericità, redense quello dell’Albero da cui Adamo ed Eva colsero il frutto proibito, ora è la forma della Croce a esser ripresa e riprodotta, allo scopo della salvezza, che solo apparentemente si pone in contrasto con l’uso bellico a cui è destinata quest’arma. Infatti Raimondo suggerisce l’ambivalenza della spada, come simbolo di morte e di salvezza, in ogni caso di Giudizio: e la spada può essere vista da due prospettive, con l'elsa verso il basso è arma da taglio, la cui punta volge verso l'alto, e serve al Cavaliere nella Piccola Crociata, el-jihâdul-açghar, di cui potremmo dire, citando San Bernardo: “si guadagna la vittoria per Cristo”. In tale senso corrisponde simbolicamente alla Cavalleria, che è la lotta contro i nemici della Croce in questo mondo.
 
Ma come sappiamo, i nemici della Croce non sono solo di questo mondo, ed è anche vero che il Cavaliere deve impegnarsi in una lotta ben più importante, contro l'Avversario che non è di questo mondo (che sia dentro di sé o fuori, è altro discorso). E dunque la spada va rettificata, l'elsa verso l'alto, la punta conficcata per terra. La spada diventa axis mundi, Croce della militia Christi davanti alla quale il Cavaliere, cessata la battaglia, si inginocchia e affronta il vero cimento della Grande Crociata, el-jihâdul-akbar, di cui come sopra, diremo con Bernardo: “si guadagna Cristo stesso”. E simbolicamente la spada diventa preghiera incessante del Cavaliere, unica arma valida contro i nemici che non sono di questo mondo: la giustizia che si è dunque chiamati a promuovere è quella nei confronti di Dio, Santo Amore della Cavalleria.
 
Piccola e Grande Crociata potrebbero suggerire due splendide immagini, da un lato Artù che estrae Excalibur dalla roccia, liberandone la forza dalle viscere della Terra, e infine, il Cavaliere Galgano di Montesiepi che la rinfodera nel grembo della roccia, quando oramai ogni battaglia è conclusa.
 
Dire oltre servirebbe a poco, l’ultimo appello che rimane è questo: seguire sempre e realmente quella Spada che è parola sgorgante dalle labbra di Colui che un giorno ci chiamerà tra le sue schiere.
 
 

Cavalleria medievale tra mito e realtą

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Cavalleria medievale tra mito e realtà
 
Il cavaliere, una delle figure mitiche del medioevo letterario e cinematografico: alto sul suo destriero, racchiuso nell’impenetrabile armatura pesante, riconoscibile solo per il cromatismo vivace delle insegne. Nell’immaginario collettivo esso appare inginocchiato dinanzi al sovrano mentre con la bendizione della Chiesa riceve l’investitura, e poi lanciato al galoppo in difesa della Fede e dei deboli... ma quanto di vero esiste in questa immagine eroica e quanto invece risulta dalla somma di frammenti reali ma provenienti da epoche diverse?
E soprattutto, se il cavaliere medievale è, per definizione, nobile e appartiene alla corte del sovrano, è possibile rintracciare la sua presenza anche in Italia, dove il basso medioevo vede il fiorire di quell’esperimento unico che sono i liberi Comuni, in completa antitesi con il mondo dei signori feudali illustrato dalle Chanson de Geste? Su quest’ultimo quesito in particolare si sono interrogati gli storici sin dal secolo scorso, giungendo a rintracciare fra archivi e documenti i segni della presenza della cavalleria anche in Italia.
 
La cavalleria medievale: origini
 
Il termine “cavaliere”, che indica genericamente l’armato che presta servizio militare a cavallo, appare in realtà tardi nel linguaggio delle armi; il medioevo preferisce infatti il termine latino “miles”, che indica “il” combattente per eccellenza, contrapposto al termine “pedes” che indica il semplice fante appiedato.
Il miles medievale è per definizione un cavaliere, che in questo caso non significa semplicemente un armato a cavallo, ma più propriamente un armato che usa il cavallo secondo modalità particolari di combattimento.
E’ noto infatti come sin dall’antichità classica esistano corpi armati a cavallo; esso però viene usato principalmente per gli spostamenti veloci e per gli attacchi a sorpresa - nel corso dei quali vengono scagliate aste leggere con la spinta del braccio o frecce per mezzo di piccoli archi – mentre nel combattimento vero e proprio gli armati scendono a terra per affrontare il corpo a corpo.
E’ solo con il Medioevo che nelle battaglie appare la tecnica della carica a cavallo – lancia in resta, diremmo con un termine che però è già tardo, quasi rinascimentale – in cui il cavaliere regge saldamente la lancia dirigendola, mentre è il cavallo a fornire la propulsione e la forza d’urto necessaria a sfondare le linee nemiche.
Secondo alcuni autori questa nuova modalità di attacco, le cui più antiche testimonianze iconografiche risalgono forse alla tapezzeria di Bayeux[1] , fa seguito alla diffusione di accorgimenti tecnici quali la staffa e la sella con arcioni; secondo altri questo nesso sarebbe casuale, ed infatti già nell’antico Oriente la staffa esiste, ma nessuno vi aveva mai collegato l’idea di usarla per avere maggiore stabilità e lanciarsi direttamente contro il nemico anzichè semplicemente per caracollare (altro termine, ahimè, molto più tardo, ma che rende l’idea...) lanciando frecce. Comunque sia andata la faccenda, resta il fatto che fra il 1000 e il 1100 i gruppi armati che difendono gli interessi dei signori feudali nelle cui mani sono le terre europee, sono un’elite specializzata in un tipo di combattimento che prevede il cavallo come parte attiva.
Elite, chè mantenere un cavallo ha i suoi costi, e così le armi, sia da offesa – lance, spade – che da difesa; c’è poi l’addestramento, lungo e faticoso, e la necessità di mantenersi “in forma” anche nei periodi in cui non si è impegnati in guerra. Così, già nel IX secolo i sovrani dei nascenti regni romano-germanici iniziano a circondarsi di una corte di fedelissimi, perfettamente armati ed addestrati, ovviamente “cavalieri”, a cui come segno di favore e gratitudine offrono terre su cui esercitare un qualche dominio; si tratta in effetti, come mette in evidenza chiaramente Jean Flori, di una forma di compenso o paga, volta a permettere a questi “difensori del regno” di dedicarsi appieno alla loro funzione, senza troppe preoccupazioni per procacciarsi il cibo o comunque un reddito.
La cavalleria nasce quindi secondo questo autore eminentemente come professione, derivando direttamente dall’usanza germanica del capo-tribù di circondarsi dei guerrieri più forti e valorosi; quando i capotribù si stanziano nelle terre d’Europa e si trasformano in re, ecco che allora questi “comites” – compagni, d’arme e d’avventure – si trasformano nelle varie “Tavole Rotonde” o compagnie di “Paladini” esaltate dalla letteratura successiva.
 
Chi sono i "cavalieri"?
 
Gli storici a questo punto si pongono un problema fondamentale: a quali persone è realmente possibile svolgere “il mestiere delle armi”?
L’immaginario collettivo vuole il cavaliere come appartenente alla “nobiltà”. Ma il concetto di nobiltà, inteso come discendenza di sangue e appartenenza ad un casato di antica origine, è di gran lunga successivo rispetto all’epoca che stiamo esaminando; la società del X secolo è dominata da un’aristocrazia guerriera che a volte si fregia del termine “nobile”, inteso come aggettivo che indica, in vario grado, una predisposizione d’animo piuttosto che un rango sociale.
Con il diffondersi dell’incastellamento[2] nel X secolo si assiste però ad un fenomeno nuovo, che prelude alla strutturazione di una società più simile a quella che ci è oggi familiare.
Le famiglie aristocratiche – famiglie allargate, a struttura orizzontale, in cui contano i rapporti di parentela fra fratelli e zii, sia per parte maschile (agnati) che femminile (cognati) – si radicano nel territorio, fortificano una propria dimora e la trasformano in un nucleo di potere locale, sempre più autonomo rispetto ai deboli poteri centrali. I vassalli non sono più un seguito armato del sovrano, ma divengono a loro volta piccoli capi territoriali che gestiscono la loro proprietà. E’ fondamentale che questa proprietà mantenga una certa estensione di terre e di uomini sottomessi, in regime di libertà, semilibertà o servitù; diviene quindi essenziale che non venga frammentata fra i vari eredi.
Si modifica quindi la struttura familiare, che diviene in questo momento “verticale”, ossia dominata da rapporti di discendenza patrilineare. E’ l’epoca in cui compare il patronimico, e da esso il cognome, inteso come segnale di appartenenza ad un lignaggio che si estende nel tempo di padre in figlio. Il figlio maggiore eredita il castello, il titolo, il patrimonio di famiglia. Le strategie matrimoniali cambiano, e si diffondono i matrimoni con membri esterni alla famiglia (esogamici) perchè comunque non esiste più il rischio di dover cedere parte delle proprietà ad altri clan.
I figli cadetti - nonchè quelli nati al di fuori di un matrimonio cristiano che ancora stentava a definirsi ed affermarsi - se sono femmine servono a rinsaldare legami di alleanza con castellanie vicine, attraverso matrimoni accuratamente studiati a tavolino. Se sono maschi... ecco il problema di fondo... se sono maschi gravitano attorno alla corte, mantenendo lo stato di juvenis, ovvero di non sposato, a vita; offrono i loro servigi armati al fratello maggiore o ad uno zio che in cambio li mantiene; insidiano le femmine di corte, elaborando un’etica – cavalleresca, per l’appunto – che autorizza l’avventura amorosa; cercano soddisfazione e bottino nell’impresa guerresca; talora, in virtù delle loro capacità, giungono ad ottenere in moglie una ricca ereditiera o una vedova con possedimenti e ad accasarsi, formando un loro lignaggio.
Ecco, una parte della cavalleria è data da questa porzione di aristocrazia che è tagliata fuori dalla trasmissione ereditaria del potere; ma non tutta la cavalleria è costituita da aristocratici cadetti o bastardi. Accanto ad essi nella corte esistono armati a cavallo di ben altra estrazione.
Sia Duby, sia Flori, evidenziano la presenza di ricchi allodieri, ovvero proprietari di terre che pur non avendo antenati prestigiosi hanno denaro sufficiente per armarsi e subire l’addestramento cavalleresco, e quindi si pongono al servizio del signore locale, nella speranza di fare carriera, mettersi in mostra con il valore ed ottenere un piccolo feudo; analoga aspirazione è coltivata da tutta una massa di “cavalieri” dipendenti, che esercitano la cavalleria come mestiere per sopravvivere, provenendo da classi sociali basse, di ambito rurale, o addirittura affrancati dallo stato servile per poter accedere al servizio armato del signore. I documenti mostrano in tutta Europa esempi – non numerosi, ma significativamente presenti con regolarità - di questo tipo di cavalieri che riescono alla fine ad ottenere una promozione sociale, sia ricevendo dal signore terre da gestire in proprio, sia sposandosi ad un livello sociale più alto del loro.
Flori, sulla scorta di queste evidenze, conclude che la cavalleria sino a tutto il XII secolo non è una classe sociale chiusa, coincidente con l’aristocrazia, ma un sistema aperto, con possibilità di accesso dal basso; in pratica quindi “una professione onorevole ed invidiata, che l’aristocrazia tende a trasformare in una nobile corporazione”[3].
Non a caso la società medievale raffigurava se stessa come suddivisa in tre “ordini” con carattere funzionale, quelli che pregano, quelli che lavorano, quelli che combattono: le tre attività fra le quali qualsiasi uomo adulto doveva collocare la propria esistenza.
 
L’ingresso nella “cavalleria”
 
Uno dei luoghi comuni della mitologia cavalleresca è quello della cerimonia di investitura, il cosiddetto adoubment (tradotto in molti testi come “addobbamento”), in cui il nuovo cavaliere riceve direttamente dal sovrano, o comunque da un suo superiore, le insegne della cavalleria – la spada, gli speroni, lo stendardo – in genere precedentemente benedette o consacrate da un vescovo, che può o meno essere presente. Le spade degli eroi della Chanson medievale sono oggetti resi sacri dalla presenza di particolari reliquie chiuse nel pomo, e devono servire al nobile cavaliere – nobile come qualità d’animo, non nel significato più tardo di classe - per proteggere la Chiesa dai pagani e i deboli dalle ingiustizie.
Questo rappresentazione “rituale” della “vestizione” del cavaliere, tramandata dalla letteratura e diffusa dal cinema, è in realtà “un’immagine composita, nella quale confluiscono tratti che, apparsi in epoche differenti, non sono mai coesistiti”[4].
Gli storici individuano concordemente l’origine di questi rituali nelle tradizioni germaniche che si diffondono in Europa nell’alto Medioevo. Le tribù germaniche erano seminomadi, eminentemente guerriere e al loro interno ciascun uomo adulto aveva il dovere di prendere le armi per la comunità; così nel momento in cui un giovane raggiungeva l’età adulta e si apprestava ad entrare nel numero degli armati, era il capo – guerriero lui stesso – a consegnargli le armi, in una sorta di scarno rito di passaggio. Flori nota che si trattava probabilmente di nulla più che una consegna degli “strumenti del mestiere” inquadrata forse in un rito di tipo iniziatico.
Ma la consegna della spada ha, nel mondo germanico – e non solo - anche un altro significato, di tipo simbolico: la spada è il segno del potere, del diritto di comandare la tribù ma anche del dovere di proteggerla dai nemici esterni – con le armi – e dal disordine interno, attraverso la giustizia.
La simbologia della spada si tramanda nei secoli attraverso i rituali di incoronazione dei sovrani; nel 1108 il re di Francia Luigi VI è incoronato dall’arcivescovo di Sens con un rituale preciso[5]: tolta la spada della milizia secolare (ovvero lo strumento di lavoro, la spada dell’uomo adulto e del guerriero) egli cinge la spada della Chiesa “per la punizione dei malfattori... la difesa delle chiese e dei poveri”. La cerimonia e la preghiera che la accompagna sono assolutamente analoghi a quella che si trova in un rituale di incoronazione germanico della fine del IX secolo, forse il più antico giunto sino a noi. Il rito di consegna della spada accompagnata dalla sua sacralizzazione è quindi, a detta di Flori, di origine regia, e persiste per secoli.
Fra X e XI secolo, ovvero quando si abbozza la gerarchia feudale, la sua applicazione slitta dal sovrano ai principi a lui sottoposti, e poi via via alle gerarchie feudo-vassallatiche inferiori, a sancirne l’effettiva presa di potere. Si tratta quindi sempre di un rito di trasmissione di prerogative regali, e non di un rito di iniziazione. Attraverso quali passaggi allora esso giunge ad apparire come formula di consegna delle armi ai semplici armati a cavallo, che non solo non hanno potere proprio, ma addirittura sono in varia misura sottomessi?
La Chiesa si impadronisce della cerimonia di consegna delle armi nel corso dell’XI secolo, in un contesto in cui, cessato il pericolo delle invasioni[6] il vero rischio per le popolazioni europee era costituito dai signori feudali e dalle loro bande armate. Questi, ormai di fatto indipendenti dal potere centrale, cercavano di rosicchiarsi potere (ovvero terre) a vicenda, mantenendo un clima di tensione; ma anche quando ciò non avveniva, la vita nelle campagne non era tranquilla, poichè i “cavalieri” del feudatario locale si procuravano comunque un reddito vessando “quelli che lavorano” e tenendoli sottomessi con la paura di scorrerie e saccheggi; quando poi i contadini erano troppo poveri, le armi dei cavalieri spesso si rivolgevano a depredare le ricche parrocchie e i monasteri.
Ed ecco che accanto al concetto di “pace di Dio”[7] nasce l’ideologia del cavaliere “consacrato”, che difende innanzitutto la Chiesa e i deboli, combattendo contro l’ingiustizia; e laddove questo non è sufficiente a porre sotto controllo la turbolenza degli armati, viene accentuato il carattere di “miles Christi”, cavaliere al servizio di Dio nella lotta per la fede, da cui deriverà in breve tempo la figura del crociato e gli ordini monastici militari. Nell’XI secolo sono ormai numerose le formule di consegna delle armi a semplici cavalieri che ricalcano quelle di consacrazione regia.
Altri elementi del rituale di investitura “classico” sono la vestizione del cavaliere con armi particolarmente ricche, cerimoniali, e vesti dal colore simbolico; nonchè l’uso del bagno purificatore prima della cerimonia. Essi si rintracciano a partire dal XII secolo, e curiosamente non sempre sono legati ad una cerimonia di tipo religioso. All’inizio del XIII secolo appare in alcune aree la “veglia d’armi”, ovvero il trascorrere la notte prima della cerimonia in digiuno e in preghiera.
Come si vede si tratta di elementi molto diversi fra loro, che appaiono in tempi successivi, non sempre sovrapponendosi.
Nel frattempo però il concetto di cavalleria si è evoluto: indipendentemente dalla Chiesa, i combattenti riconoscono delle proprie regole di comportamento, una sorta di codice d’onore dettato più dall’utilità pratica che da convinzioni morali; secondo esso ad esempio il cavaliere non attacca mai un suo collega a tradimento, nè porta lo scontro all’ultimo sangue, preferendo in questo caso catturare vivo l’avversario per poi godere del giusto riscatto... è a tutti gli effetti un codice deontologico di una professione come tante altre, che va ad affiancare l’etica della Chiesa nel costruire quella che definiamo l’“ideologia cavalleresca”.
Ma esso mostra un’altra cosa molto importante: la cavalleria ha assunto coscienza del suo essere gruppo sociale d’elite, e sta elaborando regole di comportamento e rituali propri, modi di svago caratteristici quali il torneo e la giostra - in auge dal XII secolo – e, soprattutto, la tendenza a “chiudersi” in una casta ad accesso regolamentato.
Il vero e proprio rituale di adoubment, accompagnato dalla simbologia sacra dei singoli elementi indossati, e dalla festa profana che lo sugella, conosce la sua diffusione proprio in questa fase, divenendo il rito iniziatico che conosciamo dalla letteratura.
Il fenomeno si sviluppa in parallelo infatti con il graduale divieto di accesso alla “professione” volto a chi non ha antenati cavalieri, e poi, subito dopo, a chi non è figlio di cavaliere. Cavalleria inizia a coincidere con nobiltà, intesa come ceto, ma il passaggio non sarà mai netto, se non in epoca tarda, quando ormai la cavalleria avrà perso la sua funzione militare fondamentale.
Infatti per tutto il XIII e il XVI secolo sono frequenti comunque le semplici cerimonie di massa, sul campo di battaglia, in cui il sovrano direttamente nomina cavalieri i più valorosi, indipendentemente dalle loro origini. Il potere del sovrano può quindi ancora scavalcare le regolamentazioni che la cavalleria stessa ha imposto.
 

La cittą e la nuova economia monetaria.

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La città e la nuova economia monetaria.
 
La sede più adatta alla rinascita delle industrie e al risveglio della vivace attività borghese é naturalmente la città: questa si risolleva dalla decadenza in cui l'aveva relegata l'economia fondiaria del feudalesimo e riprende la sua vera funzione di centro produttore e distributore. Come la nobiltà feudale ha creato il castello, così la borghesia ora restaura nella pienezza delle sue tradizioni latine la città. Alla città dunque, come in altri tempi al castello, accorrono ora quanti dal lavoro delle proprie braccia attendono una fuga dalla miseria; alla città affluiscono i servi liberati dai gravami feudali, i figli dei primi contadini arricchiti, gli audaci che hanno spezzato il ferreo confine del feudo; e tutti si affollano nelle strette vie cittadine, costruiscono borghi al di fuori delle porte, aprono botteghe, impiantano piccole aziende. E la città s'ingrandisce, abbraccia con più ampie mura i borghi, apre nuove vie e nuove piazze, dove formicola un movimento nuovo, non inceppato da alcuna angheria feudale, poiché, come spesso allora si dice, "l'aria della città fa liberi."
 
Intanto nella città, ridivenuta il centro dell'attività economica, si aprono i mercati, ai quali convengono d'ogni parte non solo le plebi campagnole, ma anche i mercanti di paesi lontani, specialmente quelli delle repubbliche marinare. Sono essi che, trafficando con l'Oriente, maneggiano l'oro e lo riportano all'impoverito Occidente; essi che comprano i prodotti campagnoli; essi che vendono le stoffe arabe, gli avori bizantini, le spezierie orientali. E qui nel mercato cittadino il danaro corre, poiché tutta la nuova attività si fonda sull'economia monetaria. Diviene allora affannosa la ricerca del danaro; onde verso il Mille si avverte in tutta l'Europa un risveglio nell'industria mineraria, specialmente in Germania, dove esistono le più ricche miniere del medioevo. Le piccole monetine d'argento, così rare nell'età' carolingia, cominciano a divenire più comuni e si diffondono come il mezzo più rapido negli scambi, si insinuano nelle campagne, dove il contadino comincia ad apprezzarle perché con esse farà i suoi acquisti in città; si inoltrano nei castelli, ambite dal signore, il quale vede con angoscia il suo reddito terriero divenire insufficiente di fronte alle esigenze della nuova vita.

la difesa dell'autonomia dei comuni contro l'impero.

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LA DIFESA DELL'AUTONOMIA DEI COMUNI CONTRO L'IMPERO.
LE IMPRESE DI FEDERICO BARBAROSSA IN ITALIA. GUELFI E GHIBELLINI.
 
Sommario del capitolo
 
I Comuni nell'Italia settentrionale e centrale : il Comune di Milano.
L'atteggiamento dei Comuni di fronte all'lmpero.
Guelfi e Ghibel­lini in Germania; l'avvento della Casa dì Svevia.
Federico Barba-rossa (1152-1190) e la lotta contro i Comuni.
La vittoria dei Comuni e la pace di Costanza (1183).
Gli Svevi nell'Italia meridionale.
 
 
1. I Comuni nell'Italia Settentrionale e centrale : il Comune di Milano.
 
Verso la metà del secolo XII l'Italia settentrionale e centrale era tutta una fioritura di liberi Comuni. L'imperatore Enrico V di Franconia (1106-1125), impegnato continuamente, come il padre, nella lotta col Papato per la questione delle investiture, benché fosse venuto più volte in Italia, non aveva mai potuto occuparsi di proposito dei Comuni. E questi, profittando della noncuranza imperiale; si erano consolidati, avevano esteso il territorio a danno dei feudatari vicini, e si facevano spesso guerra fra loro senza mai ricorrere all'arbitrato dell'imperatore.
Tra i Comuni dell'Italia settentrionale emerge allora per potenza Milano, sorta a libertà durante la lotta (1042-1044) fra il popolo, con-dotto da Lanzone, e la nobiltà, alleata con l'arcivescovo Ariberto.
Le controversie per la riforma della Chiesa dànno nuova esca al di­vampare delle discordie : i nobili, stretti intorno all'arcivescovo Guido da Velate, successore di Ariberto, si oppongono alla riforma del clero voluta da Roma; vi é invece favorevole il popolo della Pataria, che agli ordini di due diaconi, Arialdo e Landolfo e più tardi del milite Erlembaldo, combatte l'arcivescovo, riesce a cacciarlo dalla città, e forma un governo autonomo con un Consiglio di trenta cittadini. L'energia d'Erlembaldo nel combattere i vescovi e i preti simoniaci, ridesta l'opposizione dei nobili, i quali in una mischia feroce l'ucci­dono (1075). Intanto la lotta tra Enrico IV e Gregorio VII coinvolge la questione di Milano, dove, mentre i nobili chiedono all'imperatore la nomina di un nuovo arcivescovo, il popolo d'accordo col papa ne elegge un altro. In mezzo al groviglio delle contese cittadine, si viene determinando un fatto chiarissimo : al finire della lotta per le inve­stiture, Milano si è emancipata dalla soggezione politica al suo arcive­scovo-feudatario, ed é divenuta un libero Comune.
Assai incerta é la primitiva costituzione comunale di Milano. Pare che nei tempi più antichi il Comune non avesse che i Consoli e il Par-lamento : tanto i primi, come il secondo erano sotto il controllo della nobiltà cittadina, che riuscì a dominare il Comune con la forza delle sue anni, come prima aveva dominato il vescovo. Nel 1113 accanto ai Consoli del Comune, che avevano il potere esecutivo, furono posti i Consoli di Giustizia, i quali fungevano da giudici nelle cause civili. Anche a Milano i Consoli furono spesso sostituiti da un Podestà, di origine forestiera, finché all'inizio del secolo XIII il regime podestarile s'impose e i Consoli scomparvero. Accanto al Parlamento era sorto intanto il Consiglio di Credenza, anch'esso dominato dai nobili, mentre la borghesia tendeva alla formazione di un Consiglio di carattere popolare, che sorgerà poi col nome di Credenza di S. Ambrogio.
Ciò che era avvenuto a Milano, si era ripetuto, in forme analoghe, nelle principali città dell'Italia settentrionale e centrale, tutte ormai rette a libero Comune.
 
2. L'atteggiamento dei Comuni di fronte all'Impero.
 
a) Apparente fedeltà dei Comuni all'Impero. — Dall'esame della costituzione comunale sorge spontaneo un quesito : quali sono i rapporti tra i Comuni e l'Impero? Se badiamo alle dichiarazioni più esplicite dei governi comunali, dobbiamo concludere senz'altro che questi rapporti sono di vera sudditanza. I Comuni infatti riconoscono nell'imperatore l'origine di ogni sovranità; perciò si adoperano per ot­tenere da Enrico IV, da Enrico V, da Corrado III carte e privilegi, che confermino le guarentigie e le libertà conquistate; quando fanno trattati fra di loro, spesso alle condizioni contrattuali aggiungono la clausola — salva debita fidelitate imperatori — e ciò nei giorni stessi della lotta contro il Barbarossa; proprio in quel tempo, e in una città eminentemente comunale come Bologna, nasce e fiorisce la grande scuola del diritto, che da Irnerio a Bartolo si affatica sul commento del Corpus Juris, affermando la validità del diritto romano nel risorto Impero tedesco-latino, e ponendo l'autorità imperiale al di sopra di ogni altro potere (quod principi placuit legis habet vigorem).
b) Reale opposizione fra Comune e Impero. — Le dichiara­zioni di fedeltà sono esplicite; i fatti però le smentiscono spesso. Prima .di tutto alcuni Comuni non avevano mai ricevuto carte imperiali in conferma delle loro autonomie; gli altri poi, pur ostentando carte e privilegi, in realtà li avevano estorti agl'imperatori, incapaci, per la loro debolezza politica, di resistere alle usurpazioni. Quanto poi alla tanto decantata fedeltà, essa era una formula vuota di senso, poiché tutta l'azione del Comune tendeva ad una completa autonomia dal-l'Impero. Né del resto poteva essere diversamente. Sorto con un programma antifeudale, il Comune si poneva da sé fuori dell'ordi­namento della società medioevale, e in uno stato di ribellione verso l'Impero, il quale aveva sì combattuto i grandi feudatari, ma non per sopprimerli, sì bene per farne dei dipendenti fedeli; molto meno poi aveva desiderato di veder sorgere al luogo di essi i Comuni, la cui costituzione, sempre più borghese, cozzava con l'idea aristocratica del-l'Impero. Che questi infatti mirassero a dare alla nuova società una base tutta diversa da quella feudale, lo prova appunto l'attività giu­ridica delle Università di Bologna e di Padova, dove, accanto al rinascere del classico diritto imperiale, si venne formando un nuovo diritto consuetudinario, che si fondava sulla reale situazione dell'autonomia cittadina e portava alla compilazione degli Statuti, i quali erano i codici politici, civili e penali dei liberi Comuni, la legge dei tempi nuovi.
c) Usurpazione delle regalie. — La tendenza dei Comuni verso una piena autonomia appare del resto dal loro stesso contegno. Sostituendosi ai feudatari e riconoscendo in teoria la sovranità del-l'Impero, il Comune fu costretto a prestare quell'omaggio, a pagare quei tributi e ad addossarsi tutti quegli oneri verso l'imperatore, che erano prescritti dal regime feudale. Tra questi, maggiore importanza avevano le regalie, cioé i diritti spettanti alla sovranità imperiale, come l'investitura dei magistrati per l'amministrazione della giustizia, il privilegio di batter moneta, il diritto di imporre tasse, pedaggi, ecc. Nei primi tempi i  Comuni adempiono ai loro obblighi verso l'Impero con poco slancio e avaramente, ma non in modo da suscitare im­mediati conflitti; rispettano anche le regalie o se ne sottraggono sola-mente quando ne abbiano ottenuta l'esenzione dallo stesso imperatore. Più tardi però, profittando delle difficili condizioni dell'Impero, scon­volto da competizioni dinastiche, e sfruttando le lunghe assenze degli imperatori dall'Italia, cominciano a sottrarsi agli obblighi feudali, si rifiutano di pagare le gravezze imperiali, legiferano senza il controllo sovrano, eleggono vescovi e magistrati in piena indipendenza, fanno leghe tra loro o si combattono come potenze rivali, assaltano i feudatari circostanti e ne annettono le terre soggette a vincoli feudali; in una parola, usurpano una ad una tutte le regalie, distruggendo ogni legame di dipendenza dall'Impero. Così il Comune é divenuto il naturale ne­mico dell'Impero, il sovvertitore di tutto il mondo feudale.
 
3. Guelfi e Ghibellini in Germania; l'avvento della Casa di Svevia.
 
a) La guerra civile in Germania: Guelfi e Ghibellini. — Mentre in Italia sorgevano i Comuni, la Germania era sconvolta dalla guerra civile.
Con la morte dell'imperatore Enrico V (1125) Si era estinta la Casa di Franconia, rimasta famosa nella storia per la sua violenta
politica verso la Chiesa. I grandi signori tedeschi, radunatisi per l'ele­zione del nuovo sovrano, si trovarono divisi in due partiti: l'uno, con­trario alla politica antipapale della Casa di Franconia e composto prevalentemente di feudatari ecclesiastici, sosteneva la candidatura di Lotario Il di Suplimburgo, duca di Sassonia, e si chiamò poi dei Guelfi da un Welf (Guelfo), fondatore della Casa di Baviera, parti­giana di Lotario; l'altro invece appoggiava Corrado di Hohenstaufen, duca di Svevia, amico del defunto Enrico V, e si disse dei Ghibellini da Waiblingen, l'avito castello degli Hohenstaufen nel Wurttemberg. Questi due nomi di Guelfi e di Ghibellini, che in Germania significa­rono due partiti dinastici, ciascuno dei quali teneva verso la Chiesa un atteggiamento diverso, in Italia presero un significato ancora più chiaro e decisivo : siccome gl'imperatori che più combatterono il papa e i Comuni furono proprio quelli della Casa di Svevia, Ghibellini si dis­sero tra noi tutti i partigiani dell'imperatore, e Guelfi gli amici del papa e dei Comuni. Più tardi però si perdette questo significato, e i due nomi rimasero per indicare, nelle lotte cittadine, semplicemente i due partiti opposti.
La discordia travagliò per parecchi decenni la Germania, sì che l'autorità imperiale ne fu scossa. Lotario II (1125-1137) combatté a lungo contro il rivale, e per assicurarsi l'aiuto della Chiesa dovette fare concessioni, che diminuirono non poco il suo prestigio di fronte ai grandi feudatari laici. Desideroso di avere l'appoggio del papa, venne a Roma proprio nel momento in cui era scoppiato lo scisma : il pontefice Innocenzo Il e l'antipapa Anacleto Il si contendevano il trono. Lotario poté con la forza ricondurre in Roma papa Innocenzo II, che ne era stato cacciato, e si fece dare la corona imperiale (1133); ma non riuscì ad espugnare la città Leonina, dove si era rinchiuso l'antipapa, forte della protezione di Ruggero Il, da lui nominato, tre anni innanzi, "re di Sicilia ». L'imperatore ottenne dal pontefice la consegna di alcuni beni matildini in Toscana, soggiacendo però ad una forma di investi-tura, che fece quasi apparire Lotario come vassallo della Chiesa. Egli venne ancora in Italia per combattere Ruggero II; conseguì invero suc­cessi così scarsi, che s'indusse a ritornare in Germania, dove morì nel 1137.
Non avendo figli maschi, Lotario II aveva designato come erede e successore il proprio genero Enrico il Superbo, duca di Baviera, da lui investito anche dei beni matildini in Toscana. Ereditando inoltre la
Sassonia, Enrico diveniva potentissimo. Ciò indusse molti feudatari a preferire l'antico rivale di Lotario, Corrado di Hohenstaufen, di parte ghibellina, il quale fu eletto re di Germania (1138).
Corrado III di Svevia ebbe anch'egli un regno assai travagliato (1138-1152), perché la lotta fra Guelfi e Ghibellini divenne ancora più acuta e si protrasse fin dopo la morte di Enrico il Superbo (1139), quando cioé il figlio di costui, Enrico il Leone, poté ottenere la con-testata Sassonia (1142), cedendo però la Baviera. Corrado III prese parte alla seconda Crociata (1147-1149) insieme col re di Francia, Luigi VII, ma non raccolse che insuccessi. E nemmeno poté venire in Italia per prendervi la corona imperiale, sebbene dal popolo romano fosse stato invitato a farsi arbitro delle contese sorte in Roma per la focosa predicazione di Arnaldo da Brescia.
b) Federico I di Svevia, detto il Barbarossa: suo carattere, suoi ideali di governo (1152-1190). — L'Impero, disorganizzato in Germania, disprezzato in Italia, sembrava avviarsi nuovamente verso la decadenza, quando alla morte di Corrado III (1152) saliva al trono il nipote Federico I di Svevia, detto Barbarossa, il quale é davvero l'ultimo grande restauratore dell'Impero. Figlio di padre ghibellino della famiglia degli Hohenstaufen e di madre guelfa, egli pareva adatto più d'ogni altro a pacificare i due partiti rivali; uomo ricco di belle doti, pieno di coraggio e di energia, sembrava il sovrano ideale in quei tempi di disordine e di dissolvimento. Il nuovo imperatore, che un cronista italiano definisce homo industrius, sagacissimus atque for­tissimus, aveva dell'Impero un concetto molto alto e si ispirava agli ideali di Carlo Magno e di Ottone I; egli si propose quindi un energico programma di restaurazione dell'autorità imperiale, tanto in Germania, quanto in Italia.
Per mettere in esecuzione questo programma, si servì della rina­scita del diritto romano nello Studio di Bologna: infatti nulla meglio del Corpus Juris poteva servire di base all'assolutismo imperiale; più spesso però Federico ricorse alle armi, in cui era valorosissimo, e alla astuzia, nella quale era maestro. E sùbito volle sistemare le cose di Germania per assicurarsi le spalle nell'azione, che egli vedeva immi­nente verso il Papato e i Comuni. Fece pace con Enrico il Leone, duca di Sassonia, restituendogli la Baviera (1156) : così il partito guelfo tacque soddisfatto. Di fronte alla grande potenza del rivale pacificato,
Federico rafforzò i suoi possessi di Svevia e vi aggiunse parte della Franconia e la Borgogna superiore : così la Germania fu come divisa in due zone di uguale forza; sul loro equilibrio si fondò la politica te­desca del nuovo imperatore. E quando (1179) questo equilibrio venne meno per l'ambizione di Enrico, il Barbarossa seppe difendere la pro­pria corona, spodestò il rivale, costringendolo ad andarsene in esilio, e, separata dalla Sassonia la Baviera, diede quest'ultima ai Wittelsbach (1180), i quali la governarono poi fino al 1918. Dal tempo di Ottone I, nessun imperatore aveva dimostrato tanta energia di fronte alla prepo­tenza dei grandi signori feudali.
 
4. Federico Barbarossa (1152-1190) e la lotta contro i Comuni.
 
a) Il Barbarossa e l'Italia. — Ordinate le cose di Germania, Federico I pensò alle cose d'Italia. Qui (come già più volte dicemmo), per le prolungate assenze degli, imperatori, la vita politica si svolgeva in un'atmosfera di piena autonomia. Lungo il mare, Venezia, Genova e Pisa spadroneggiavano; nel sud, i Normanni avevano formato un vasto regno indipendente; nella stessa Roma, il popolo, sollevato da Arnaldo da Brescia, con la creazione del libero Comune tentava di sottrarsi per sempre alla dominazione temporale dei papi. Nell'Italia set­tentrionale poi, i Comuni maggiori sfoggiavano un'indipendenza, che al Barbarossa doveva sembrare insolente : Milano soprattutto, la quale, assoggettate Lodi e Como, alleata di Asti, di Tortona, di Crema, mi­nacciava Pavia, Cremona, il marchese del Monferrato, e tendeva a divenire il centro di una grande coalizione di città contro l'Impero. Occorreva dunque che il Barbarossa restaurasse l'ordine in Italia: ne lo supplicava, il papa in lotta con il Comune di Roma; lo esortavano i messi delle città lombarde, angariate dalla potente Milano.
b) Prima discesa del Barbarossa (1154-1155); Arnaldo da Brescia. — Ecco infatti nel 1154 Federico, valicate le Alpi, entrare in Italia e raccogliere una solenne Dieta di feudatari e Comuni sui campi di Roncaglia, presso il Po, non lungi da Piacenza. Là egli ri­vendicava energicamente all'Impero tutte le regalie usurpate, dava ascolto ai nemici di Milano, favoriva il marchese del Monferrato e imponeva alle città rivali di sospendere le ostilità, di sciogliere le leghe, di giurare fedeltà all'Impero. L'opposizione si rivelò subito, condotta da Milano; ma l'imperatore, non avendo le forze per assalire quella potentissima città, si contentò per allora di metterla al bando del-l'Impero; incendiò Asti e Chieri, le consegnò al marchese del Monfer­rato e distrusse Tortona, amica di Milano. Ciò fatto, cinse a Pavia la corona ferrea, e proseguì per l'Italia centrale verso Roma.
Alla lettera, rivolta dai Romani a Corrado III, l'imperatore Fede­rico aveva risposto con duri rimproveri, onde papa Eugenio III subito pensò di servirsi di lui per abbattere il ribelle Comune di Roma e il monaco Arnaldo da Brescia. La morte colse il papa prima che i suoi nemici fossero umiliati (1153); ma il suo successore Adriano IV (l'unico inglese che sia divenuto papa) riprese con maggior fortuna la lotta con il monaco e lanciò l'interdetto contro la città. Lo spavento dei Romani per tale punizione religiosa indusse i senatori a chiedere perdono al papa, sacrificando Arnaldo, che dovette fuggire. Proprio allora il Barbarossa si era incamminato verso Roma, per venirvi a prendere la corona imperiale; onde per ingraziarsi il papa, fece cattu­rare il ribelle e lo consegnò ai legati, spediti appunto per questo dal pontefice. Così Arnaldo da Brescia fu processato come eretico, impic­cato e arso (1155); le sue ceneri furono gettate nel Tevere. La sua me-moria però rimase vivissima in quei giorni, in cui si stava preparando un vasto movimento ereticale contro la Chiesa, accusata di mondanità e di eccessiva ricchezza.
Intanto il 18 giugno 1155 Federico I di Svevia era stato incoronato imperatore da Adriano IV, in mezzo al malcontento della plebe ro­mana, rimasta verso il sovrano in un atteggiamento di diffidenza e di ostilità. Infatti pochi giorni dopo i partigiani di Arnaldo, reagendo alle angherie dei Tedeschi, provocarono una sanguinosa rivolta di popolo, in cui rimasero uccisi molti dell'una e' dell'altra parte. Federico dovette allora uscire da Roma, come un fuggiasco, frettolosamente salutato dal pontefice e dai cardinali.
Non si creda però che tra Papato e Impero esistessero rapporti_ di grande cordialità : infatti, passato il pericolo di Arnaldo da Brescia, Adriano IV nelle sue lettere all'imperatore cominciò ad usare il tono altero di Gregorio VII, mentre Federico gli rispondeva con fatti ispi­rati all'assolutismo di Ottone I e di Enrico IV. Il vecchio conflitto tra le due supreme podestà si ridestò; il papa dovette naturalmente appoggiarsi ai Comuni, e così la seconda lotta tra il Papato e l'Impero finì per coincidere con la lotta tra i Comuni e l'imperatore; questi era ghibellino, dunque il Papato e i suoi fautori divennero per forza guelfi.
Mentre l'imperatore stava in Germania, Milano ricostruiva Tor­tona, finiva di distruggere la nemica Lodi, assoggettava Vigevano, umiliava Pavia e Cremona : mai la potenza del Comune milanese era stata così grande.
c) Seconda discesa del Barbarossa (1158-1162); la Dieta di Roncaglia e la distruzione di Milano. — Nel 1158 il Barbarossa era di nuovo in Italia, questa volta con un grosso esercito, in cui pur-troppo accanto ai Tedeschi stavano i cittadini dei Comuni nemici di Milano, primi fra tutti i Lodigiani e i Comaschi, poi i Pavesi e i Cre­monesi, ardenti ghibellini. Milano fu cinta da assedio e dovette ca­pitolare, rinunciando alle regalie usurpate, sciogliendo le leghe ostili all'Impero, aiutando la ricostruzione di Lodi e di Como. Ebbro per la vittoria, Federico credette giunto il momento di decidere con una disposizione generale la sorte dei Comuni e di regolarne in modo de­finitivo i rapporti con l'Impero. Convocata una seconda Dieta a Roncaglia, fece venire da Bologna quattro giuristi dello Studio, tutti discepoli del famosissimo Irnerio, cioé Bulgaro, Martino, Jacopo e Ugo, i quali sulla scorta del diritto romano, così favorevole all'assolu­tismo imperiale, esaminarono tutta la questione delle regalie e diedero ragione al sovrano, dichiarando che fonte d'ogni diritto e d'ogni legge era l'imperatore. Così Federico poté, con maggiore alterigia, rivendicare a sé il diritto di dare nei Comuni l'investitura dei poteri ai consoli e ai podestà, di amministrare la suprema giustizia, di esigere tasse, di co­niare monete; poteva bensì il sovrano concedere ad altri l'immunità, cioé l'esenzione da queste regalie; coloro anzi che coi documenti alla mano riuscivano a dimostrare di aver goduto in passato di tali privilegi per concessione imperiale, avrebbero potuto ancora goderne; chi però li aveva usurpati adducendo come motivo il disinteresse degl'imperatori precedenti, doveva restituire queste regalie, non essendo ammessa la prescrizione nei rapporti con l'Impero. Furono rinnovate le disposizioni imperiali sulla illegalità della vendita o del frazionamento dei feudi, e perciò furono annullate tutte le cessioni fatte ai Comuni e le conquiste loro a danno dei feudatari. A queste disposizioni, miranti a restaurare l'autorità dell'Impero, Federico aggiunse una esortazione alla pace pubblica, imponendo alle città di giurare fede all'imperatore, inti­mando lo scioglimento delle leghe, e obbligando tutti, nei casi contro-versi, a ricorrere non alle armi, ma al tribunale imperiale (1158).
Le deliberazioni prese a Roncaglia, non erano nuove : esse, seb­bene ispirate alle norme del diritto romano, di fatto però discende-vano dalla vecchia politica feudale. Appunto per questo i Comuni, che pure ,avevano dovuto firmarle, cercarono subito d'impedirne l'ese­cuzione, paventando, attraverso questa pericolosa revisione delle im­munità, il risorgere del feudalesimo, nemico d'ogni libertà. Quando infatti Federico, cominciando a mettere in pratica i suoi decreti, ritolse ai Comuni le terre da essi sottratte ai feudatari, sciolse le leghe e mandò i podestà imperiali ad esercitare ,la giustizia e a tutelare i diritti del-l'Impero nelle città, la rivolta fu generale: Crema e Milano ne diedero l'esempio cacciando dalle mura i magistrati imposti dal Barbarossa. Allora fu di nuovo la guerra: Crema, assediata e martoriata per otto mesi continui, fu presa e distrutta (1160).
Alla lotta aveva portato un forte contributo l'elezione del nuovo papa Alessandro III (1159). Questi era quel cardinale Rolando Bandinelli di Siena, che Federico aveva imparato a conoscere nel 1157, quando nella Dieta di Besancon l'aveva sentito parlare, a nome di papa Adriano IV, in modo così altero, che i baroni e lo stesso sovrano erano insorti accusandolo d'insolenza verso l'Impero. Della vecchia scuola di Gregorio VII, il nuovo papa, che era un eccellente giurista, non faceva mistero alcuno delle sue idee di supremazia politica, e perciò non si tenne dal dimostrare le sue simpatie verso le città lombarde, ribelli all'imperatore. Questi allora fece eleggere l'antipapa Vittore IV e costrinse Alessandro III a fuggire in Francia. La scomunica, che il papa lanciava al Barbarossa, era una dichiarazione di alleanza coi nemici di lui. L'imperatore volle dare un solenne esempio della sua forza: mosse contro Milano, ne devastò il territorio, poi la cinse d'as­sedio. La resistenza fu eroica, ma la fame costrinse i cittadini alla resa (1162) : le mura furono abbattute, molte case distrutte, la popo­lazione lasciata in balia dei Pavesi e dei Cremonesi assetati di vendetta, e finalmente dispersa per le campagne. Su tanta rovina un podestà imperiale fu posto a governare e ad angariare i superstiti. L'antico e potente Comune di Milano pareva scomparso per sempre dalla scena politica dell'Italia.
 
5. La vittoria dei Comuni e la pace di Costanza (1183) .
 
a) Terza (1163) e quarta (1166) discesa in Italia; la Lega Lombarda. — La repressione era stata troppo brutale perché tra gli oppressi non si facesse strada l'idea di una riscossa; e bene se ne ac­corse Federico quando nel 1163, sceso per la terza volta in Italia quasi senza esercito, se ne dovette ritornare immediatamente. Le leghe di città risorgevano da ogni parte, le mura di Milano stavano per rina­scere; Alessandro III, contro il quale il Barbarossa sosteneva il nuovo antipapa Pasquale III, succeduto a Vittore IV, divenne il capo morale dell'opposizione a Federico, e con mezzi materiali e spirituali incuo­rava tutti alla lotta. Allora l'imperatore decise di abbattere definitiva-mente il pontefice, scese per la quarta volta nel 1166, costrinse alla resa Ancona, che si era posta sotto la protezione dei Bizantini e voleva resistergli, e, apertasi così la via di Roma, giunse nell'eterna città nell'estate del 1167, dove entrò combattendo continuamente fin nelle vie e nelle basiliche, e pose sul trono di S. Pietro il suo antipapa. Ales­sandro III era fuggito; Federico sembrava ormai trionfante, allorché un'epidemia improvvisa fra le truppe tedesche costrinse l'imperatore a lasciare Roma e a ritornare in Germania.
Intanto sorgevano qua e là leghe tra i Comuni dell'Italia setten­trionale. Nel 1164, proprio mentre l'imperatore era in Italia, a Verona i delegati di Verona stessa, di Padova e di Vicenza avevano dato l'esempio della concordia, stringendosi tra loro in alleanza. Tre anni dopo alcune città lombarde giuravano nel monastero di Pontida un patto di colleganza coi Milanesi, al quale patto accedettero anche le altre città del Veneto, della Lombardia, parecchie del Piemonte e del-l'Emilia: così sorse la grande Lega Lombarda (1167); in essa, a fianco delle vecchie città guelfe, apparvero qualche mese dopo anche le città di Lodi, Cremona, Como, strappate ai Ghibellini. Simbolo della rinata forza dei Comuni fu la ricostruzione di Milano.
La Lega Lombarda, appena sorta, si accinse a fronteggiare l'im­minente ritorno offensivo dell'imperatore; per sorvegliare il più po­tente alleato di Federico, il marchese del Monferrato, e molestare le comunicazioni tra quel territorio e la ghibellina città di Pavia, i Co­muni alleati fondarono una fortezza alla confluenza del Tanaro con la Bormida, e la chiamarono Alessandria in onore del papa.
b) Quinta discesa (1174-1177); la battaglia di Legnano (29 maggio 1176). — Nel 1174 ecco di nuovo Federico in Italia. Egli si accinse subito ad assediare Alessandria, ma molestato da un esercito della Lega, fu costretto ad abbandonare quella città, senza essere riuscito ad espugnarla in sei mesi d'assedio. Corsero allora trattative di pace e si fece anche un compromesso, firmato a Montebello, presso Voghera; ma il papa, che non era stato interpellato e rischiava di rimanere solo contro l'imperatore, riuscì a far fallire ogni tentativo di accordo. Federico, che voleva tornare sollecitamente in Germania, dove Enrico il Leone ricominciava le sue mene ambiziose, aveva già sciolto l'esercito dei suoi alleati italiani, onde, fallite le trattative, egli si trovò in una pericolosa inferiorità. Allora fece venire subito dalla Germania un piccolo esercito, racimolato in fretta, e a quello si unì per riprendere la guerra. Il 29 maggio 1176 a Legnano le truppe imperiali incontravano l'esercito della Lega, ma erano disfatte in modo così disastroso, che lo stesso imperatore, caduto da cavallo e smarrito per parecchi giorni, fu pianto per morto alla corte di Pavia.
La pace s'impose e fu trattata a Venezia, dove nel maggio del 1177 insieme coi delegati delle città vittoriose, coi rappresentanti del normanno Guglielmo II re di Puglia e di Sicilia, protettore della Chiesa, si trovarono il papa e l'imperatore. Federico s'intese con Alessandro III, revocò quanto aveva fatto contro la Chiesa, abbandonò il partito dell'antipapa e ricevette così l'assoluzione dalla scomunica, riportando la contesa tra Papato e Impero presso a poco alle condizioni del Concordato di Worms.
Assai più ardua fu la conclusione della pace tra l'imperatore e i Comuni, poiché Federico, forte ormai dell'accordo stretto col papa, si mostrava poco arrendevole coi Comuni. Dopo lunghe discussioni, le due parti contendenti, persuase di non poter giungere per allora ad una pace definitiva, si accordarono a firmare una tregua di sei' anni.
c) La pace di Costanza (1183) e le conseguenze della lotta. — Né Federico, nuovamente impegnato nella contesa con Enrico il Leone, né i Comuni, poco sicuri della stabilità della lega e dell'ap­poggio del papa, avevano interesse a riprendere una lotta, che per più di venti anni aveva logorato le forze dei due contendenti, senza dare alcun vantaggio durevole all'imperatore, e seminando di rovine l'Italia. Allo spirare della tregua si iniziarono approcci da una parte e dall'altra, i quali condussero ad una serie di trattative ufficiali, tenute a Piacenza nei primi mesi del 1183. I patti, allora conclusi, ebbero poi il definitivo suggello nella pace di Costanza, firmata in quella città dai delegati delle due parti il 25 giugno 1183.
Col trattato di Costanza l'imperatore accettava in grazia i Comuni, ne riconosceva tutti i privilegi goduti ormai per tradizione, ammetteva il loro diritto di avere un esercito, di fortificarsi e di eleggere libera-mente i propri magistrati, i quali però dovevano riconoscere la loro investitura dal sovrano, a cui erano inoltre riservate le controversie di maggiore entità.
In sostanza l'imperatore, insistendo sulla questione di principio, otteneva dai Comuni una dichiarazione di vassallaggio; alla loro volta i Comuni ricevevano dall'imperatore un pieno riconoscimento e la conferma dei loro diritti all'autonomia amministrativa e, in parte, an­che politica. In seguito poi, cadute in disuso le restrizioni imperiali, l'autonomia politica dei Comuni divenne assoluta. Così la vittoria dei Comuni sull'Impero poté dirsi completa.
La lotta fra i Comuni lombardi e l'Impero fu di ispirazione netta-mente antifeudale. Sarebbe però ingiusto il voler ridurre queste eroiche vicende a un semplice episodio del secolare contrasto fra il castello e la città, fra l'agricoltura e l'industria, fra la chiusa aristocrazia feudale e la nuova borghesia cittadina. Sotto le drammatiche scene della lotta tra i Comuni e l'Impero si agita il rinnovato sentimento della nazionalità italiana. Di fronte ai Tedeschi del Barbarossa i rappresentanti della Lega Lombarda si proclamano Italiani con un senso di fierezza, che era ignoto nei secoli precedenti. L'intervento stesso del papa a fianco dei Comuni rende ancor più evidente il carattere di questo conflitto, che si risolve in un cozzo violento tra l'antica civiltà latina, risorgente nel cuore degl'Italiani, e la mentalità teutonica del medio evo. Pur-troppo la concordia di quei giorni passò assai presto, e gl'Italiani torna­rono divisi più che mai; rimase però un più profondo distacco dell'Italia dalla Germania, distacco che contribuì senza dubbio a quel libero fiorire della genialità italiana, che é il Rinascimento.
 
6. Gli Svevi nell'Italia meridionale.
 
a) Matrimonio fra Enrico di Svevia e Costanza, erede del Regno normanno„ — Federico Barbarossa, che tanto si era ado­perato per imporre al Papato e ai Comuni la supremazia imperiale, volentieri avrebbe steso la mano avida sul florido regno normanno di Sicilia e di Puglia, vassallo della Chiesa, se l'impresa non fosse parsa troppo ardua a chi aveva dovuto subire la disfatta di Legnano e la umiliante tregua di Venezia., Ma là dove le armi non sarebbero riuscite, giunse invece l'astuta diplomazia imperiale. Guglielmo II il Buono, re di Puglia e Sicilia, non aveva figli; perciò, non esistendo fra i Normanni la legge salica, unica erede del trono diveniva sua zia Costanza, figlia di Ruggero II, ancora nubile. L'imperatore chiese allora la mano di lei per il proprio figlio Enrico, appena ventenne, e vincendo l'oppo­sizione dei signori normanni e del Papato, riuscì nell'intento: nel gen­naio 1186 con uno sfarzo fantastico veniva celebrato il matrimonio a Milano. In tale occasione il principe fu coronato "re d'Italia » dal patriarca d'Aquileia, e nominato " Cesare ", cioé imperatore desi­gnato, con un frasario ed un cerimoniale che ricordavano i tempi del basso Impero.
Come il re Guglielmo II il Buono potesse indursi a tale atto, che poneva il suo regno in balìa dei Tedeschi, é poco chiaro : forse egli sperava di ottenere dall'imperatore un valido aiuto nella guerra che il Regno normanno faceva da tanto tempo contro l'Impero d'Oriente. Ad ogni modo gravissime furono le conseguenze di questo matrimonio, non solo per la monarchia normanna, ma anche per tutta l'Italia, la quale, pur avendo fiaccato la potenza tedesca in Lombardia, aveva dovuto tollerarla nel feudo matildino di Toscana, ed ora se la vedeva risorgere ancor più minacciosa nel Mezzogiorno. Gravissima poi di-venne la situazione del Papato, premuto da ogni parte dalla tracotante invadenza degli Hohenstaufen : esso, che aveva cercato con tutti i mezzi di impedire quell'infausto matrimonio, fu allora costretto a dare alla propria politica un indirizzo deciso ed energico, favorendo più apertamente in Germania il partito guelfo e appoggiando di nuovo in Italia i Comuni; da ultimo s'indusse al grave passo di chiamare a Napoli gli Angioini di Francia.
b) Morte del Barbarossa, — Nel 1189 Federico Barbarossa parti insieme con Filippo Augusto, re di Francia, e con Riccardo Cuor di Leone, re d'Inghilterra, per la terza Crociata (1189-1192). Giunto in Asia, espugnò la città turca di Iconio, e già stava per entrare in Siria, allorché, bagnandosi nel fiume Salef, miseramente annegò (1190). La Crociata proseguì, ma le discordie sorte tra i vari principi, impedi­rono che da quella si traessero grandi e durevoli effetti (i).
c) Enrico VI imperatore di Germania, re di Sicilia e di Puglia. — Qualche mese innanzi era morto anche il re normanno Guglielmo II (1189), onde il figlio del Barbarossa, Enrico VI, si trovò insieme imperatore, re di Germania, re di Sicilia e di Puglia (1190-1197). Ora, mentre tra i feudatari tedeschi si ridestava minaccioso il vecchio partito guelfo condotto da Enrico il Leone, lo spodestato duca di Sassonia, reduce dall'esilio, in Sicilia i grandi signori normanni eleggevano re Tancredi, conte di Lecce, rampollo di un figlio illegittimo di Ruggero II, e iniziavano una guerra civile, che doveva proseguire anche sotto Guglielmo III, figlio e successore di Tancredi. Ma Enrico VI non esitò di fronte alla rivolta; con barbara crudeltà di mezzi s'impa­dronì del regno, fece uccidere Guglielmo III (1194), e con pugno di ferro governò i popoli irrequieti, disseminando per l'Italia feroci vicari tedeschi. La tensione degli animi era grande; sopra tutto penosa appa­riva la condizione del Papato, stretto ormai da ogni parte dalla prepo­tenza tedesca. Quand'ecco all'improvviso nel 1197, a soli 32 anni, Enrico VI moriva, lasciando un tenero figlio di appena tre anni, il futuro Federico Il, sotto la tutela della madre Costanza. Fu il caos: in Italia ricominciarono le agitazioni; in Germania i feudatari, divisi in Guelfi e Ghibellini, dopo aver ricusato di riconoscere per imperatore il fanciullo, combatterono fra loro per contendersi il trono.