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Bollettino a diffusione interna a cura di RG
 
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appunti personali al mar 2026-07-21
 
Una certa quantita' di notizie e curiosita' anche sulla storia di Legnano
 
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Questo indice e' sempre in lavorazione. -
 
Contents
25.1 OKRADIO.IT - settimanale
       25.1.1 Podcast inviati
              25.1.1.1 Sett 09 febbraio oradio.it
              25.1.1.2 Sett 03 oradio.it
              25.1.1.3 Sett 04 oradio
              25.1.1.4 Sett 08- febbraio oradio.it
              25.1.1.5 viste di gennaio 2018
              25.1.1.6 sett 07 oradio
              25.1.1.7 -okradio.it
              25.1.1.8 Sett 06 oradio
              25.1.1.9 Sett 05 oradio
25.2 sotto sito
25.3 Ascoltati per voi
       25.3.1 P - ascoltati - #05
25.4 I AMIS - Rassegna storica
25.5 Biblioteca virtuale
       25.5.1 Da mettere sullo scaffale
       25.5.2 Alimentazione
       25.5.3 Ambiente
       25.5.4 Contrade
       25.5.5 Grafica e architettura
       25.5.6 Industrie - La Tosi
       25.5.7 La prima guerra mondiale
       25.5.8 Libri
       25.5.9 Lingue
       25.5.10 Lombardia e dintorni
       25.5.11 Medioevo
       25.5.12 Museo
       25.5.13 Olona
       25.5.14 Storia
       25.5.15 Tesi di laurea
       25.5.16 Trasporti
       25.5.17 Turismo
       25.5.18 Rifiuti
25.6 Consigli della settimana e partecipazioni
25.7 Filmati per youtube
       25.7.1 QGLB001 al QGLB299-da youtube-dati7
       25.7.2 QGLB300 al QGLB599-da youtube-dati8
       25.7.3 QGLB600 al QGLB900-da youtube-dati9
25.8 i privati
       25.8.1 Lo staff di REDIGIO
       25.8.2 Progetti
       25.8.3 radio
25.9 Altri
       25.9.1 Canazza
       25.9.2 canazza2 - 20170504
              25.9.2.1 Testo teatrale
              25.9.2.2 Attori
              25.9.2.3 Sceneggiatura
                     25.9.2.3.1 Copertina
              25.9.2.4 Storyboard
              25.9.2.5 teatro al 31/06/2017
25.10 Articoli
       25.10.1 "Le industrie di Legnano nella Grande guerra"
       25.10.2 I soldati di Legnano nella Grande Guerra
       25.10.3 Legnano alla riscoperta di Padre Carlo Crespi
       25.10.4 In BPM "Incontro con l'autore"
       25.10.5 Cose di Uboldo - in allestimento
       25.10.6 restelli2-da fare
       25.10.7 Cio lantas – cu vivon regas ni
       25.10.8 tesato oro
       25.10.9 testo podcast
25.11 la schiscietta
25.12 MARTIN LUTERO E LA RIFORMA
25.13 Supermarius
25.14 Una storia di migranti
25.15 Draghi e salamandre
25.16 Il Mare Bianco
25.17 Sul Carroccio la campana della Martinella in battaglia non c’era”
25.18 QUANDO I RE MAGI PASSARONO DA MILANO
25.19 Breve storia del pane con le uvette: il panettone e alcuni suoi luoghi di elezione
25.20 Hai visto come cambia piazza S. Babila?
25.21 abbazia di Chiaravalle,
25.22 Perchè la Scala è la Scala: un teatro e la sua piazza
25.23 Tra i cieli di Milano e Brianza, un festival e alcune storie di voli in mongolfiera
25.24 S. Maria presso S. Satiro: una chiesa, una storia e un trucco illusionistico 3D!
25.25 La Milano medioevale, capitale delle eresie.
25.26 Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata: una storia rimossa
25.27 Fatti
       25.27.1 La Festa di Ognissanti e la Commemorazione di Defunti
       25.27.2 Petits Pas: "Smile", saggio di fine anno fatto
       25.27.3 Suburra ( fatto)
       25.27.4 Medicina contadina: curare in dialetto
       25.27.5 L'OSPEDALE MAGGIORE DI MILANO
       25.27.6 Santi dell'inverno e fuochi propiziatori
       25.27.7 Bestiario del dialetto lombardo
       25.27.8 Forse non sapete che..."Prima gli Italiani"? É stato inventato a Legnano
       25.27.9 Insulti in dialetto lombardo: più risa che offesa
       25.27.10 La Carlina e ’l Renzo
       25.27.11 spaccianeve e i sette nasi
       25.27.12 II Merciajnolo ambulante
 
 
Indice dei contenuti
 

25.1 OKRADIO.IT - settimanale

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25.1.1 Podcast inviati

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25.1.1.1 Sett 09 febbraio oradio.it

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Da inviare a oradio.it
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Week 9 lun 26-02-2018
lun 26 redigio.it/dati19/QGLD032-industrie-legnano.mp3 - La Tecnocity di Legnano - #50 - 7m10s
redigio.it/dati19/QGLD025-seduzione-strategie.mp3 - ci sono delle regole di base nell'arte della seduzione. Esistono delle tecniche particolari??? Pare di no - #50 - 6m03s
   
mar 27 redigio.it/dati19/QGLD022-satana-maligno.mp3 - La Bibbia Di Satana: Storia Del Maligno    Contrariamente a quanto si potrebbe pensare il Diavolo non e' un'invenzione cristiana: tutte le culture più antiche infatti hanno elaborato figure antagoniste rispetto alle divinita' positive.  - Esther Neumann e' partita dai millenari culti pagani per arrivare a tracciare un ritratto completo del "Principe delle Tenebre", attraversando i secoli oscuri del medioevo fino all'epoca contemporanea. Dalle testimonianze dei libri sacri dei tre monoteismi ai grandi trattati scritti dagli inquisitori medievali, dalle atmosfere maligne dei sabba delle streghe ai tanti roghi che hanno contraddistinto l'Europa rinascimentale, passando attraverso i riti segreti per stringere il Patto Diabolico di epoca moderna fino ad arrivare alle piu' recenti reintepretazioni del concetto stesso di Maligno: il Signore delle Tenebre e' sempre stato tra noi, senza mai rinunciare al suo ruolo di Demone tentatore.- #50 - 6m03s
redigio.it/dati19/QGLD023-monaci-frati.mp3 - Monaci e Frati (Completi il testo) - Il proverbio "l'abito non fa il monaco" avrebbe potuto benissimo essere "l'abito non fa il frate", spesso infatti queste figure vengono confuse ma le origini, le scelte di vita e soprattutto gli abiti sono differenti e lo sono per vari motivi, non ultimo la volontà di distinguersi, gli uni dagli altri. - Se per un momento si mettono da parte gli argomenti puramente religiosi e ci si sofferma su aspetti pratici, ecco che l'umanità riaffiora e i simbolismi che circondano monaci e frati diventano più comprensibili. Oggi questi segni sono per lo più ignorati ma durante il Medioevo, periodo che ha visto sorgere questi ordini religiosi, non era affatto così. - #50 - 5m34s
   
mer 28 redigio.it/dati19/QGLD034-saffa01-06-fabbrica.mp3 - SAFFA. Industria anche di fiammiferi. Le societa' nel 1967. Pontenuovo di Magenta. La storia, e oltre. ISFA SAIF SACIE SAFIPLAST ISFA ITALPAC ESTE SAFFINCISA SAFFARREDI e altre Match americane -                                                    #35 - #04 #36 #50 - 13m05s
 
gio 01 redigio.it/dati19/QGLD043-grana-padano.mp3 - Cose buone della Lombardia Il grana padano conteso tra Codogno e Lodi - la rinomanza secolare - con un bicchier di vino - Il Furmai del sciur Mario - Dalla mungitura al marchio a fuoco -#35 - #50 - 12m57s
 
ven 02 redigio.it/dati19/QGLD035-saffa01-15-fiammiferi.mp3 - Ditelo con i fiammiferi -  Saffa produce e offre fiammiferi, ed esorta ad acquistarli e a regalarli. - Ditelo con i fiammiferi. - Cosa si puo' dire con un fiammifero???? #35 #36 - #04 - #37 - #50 - 14m50s
 
sab 03 redigio.it/dati19/QGLD030-monumento-ariberto.mp3 - Ha cento anni il monumento a ricordo della battaglia del 1176. Cavallotti scrisse ....Garibaldi disse ....Cairoli fece.........Il modello in cartapesta, sottoscrizione, il Butti, la solenne inaugurazione,  - #50 - 13m52s
 
dom 04  
 

25.1.1.2 Sett 03 oradio.it

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Programma settimanale  della settimana 3 del 2018
 
Week 3 lun 15-01-2018
lun 15 redigio.it/dati26/Q GLE201-miti-riti.mp3 - Lombardia: miti e riti - Il sale del Barbarossa - Il Carroccio e le colombe - La cometa di Gian Galeazzo 1402 - L'aurora boreale - La sconcia fanciulla 1162  - La pietra dei falliti  e gli angeli meteo - Le tre colombe sono Sisinio Martirio e Alessandro - #36 #50
mar 16 redigio.it/dati26/QGLE207-cantilene-tiretere.mp3 - Alcune cantilene, tiretere e canzoni in Milano - In dialetto - #50
mer 17 redigio.it/dati26/QGLE215-tabacco-macedonia.mp3 - Il tabacco della "Macedonia" - La coltivazione il processo lungo e delivcato che va a partire da marzo - Scelte ed essicazioni - Le foglie nella attenta manipolazione - #50
gio 18 redigio.it/dati26/QGLE245-dialetto-campagnola.mp3 - La campagnola - In dialetto - In chiesa gli uomini a sinistra e le donne a destra - Un giro in bicicletta per conoscersi - #50
ven 19 redigio.it/dati26/QGLE247-dialetto-ricordi.mp3 - Mi ricordo di una volta in dialetto - L'oratorio della domenica pomeriggio - I giochi, gli arnesi, la cascina, l'erba medica, la merenda,  - #50
sab 20 redigio.it/dati26/QGLE250-dialetto-ciclismo.mp3 - Campionati di ciclismo - In dialetto - Campionati del mondo a Lugano - ottobre 1996 - Varese e Pontetresa - I pensionati amanti del ciclismo in visione dei campionati - Una trasferta in camper - Dilettanti e professionisti - #50
 
 

25.1.1.3 Sett 04 oradio

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Programma settimanale  della settimana 4 del 2018
Programmazione www.oradio.it
E la storia continua ......
Week 4 lun 22-01-2018
lun 22 redigio.it/dati11/QGLC047-legnano-wolsit.mp3 - Le biciclette Wolsit -  L'azienda nacque  per l'intuito del giovane  Emilio Bozzi. Non solo bicicletta, ma anche campioni. - #36 -# 50
mar 23 redigio.it/dati11/QGLC057-milano-stella.mp3 - La montagna di Monte Stella a San Siro - in dialetto
mer 24 redigio.it/dati11/QGLC061-longobardi-01.mp3 - I lombardi vivono in Lombardia, terre dei Longobardi. Popoli germanici e del nord. Per qualche secolo hanno soggiornato nella pianura padana. lombardia salubre e favorevole alla procreazione. Migrazioni antiche e la disgraziata Italia: Goti, vandali, Vinnili o Longobardi dalla Scandinavia. Gli Scrittofinni, Longobardi invasero la Scoringa e Mauringa, Ibore e Aione con la madre Gambara combatterono i vandali. I Longibardi nelle storia. - #35 #50
gio 25 redigio.it/dati11/QGLC063-germani-01.mp3 - I Germani in Italia a duemila anni fa. La vita militare e sociale. Tribu' minacciose ai confini.  - #50
ven 26 redigio.it/dati11/QGLC078-legnano-ricorrenze.mp3 - nel mese di ottobre, nei secoli, varie sono state le ricorrenze e anniversari in Legnano. - #50
sab 27 redigio.it/dati12/QGLC151-legnano-Garibaldi.mp3 - I legami di Giuseppe Garibaldi con la città di Legnano nel risorgimento - Il contributo dei legnanesi nel risorgimento - Due targhe in memoria - Il discorso di Garibaldi ai legnanesi. - #50
dom 28  
 
 

25.1.1.4 Sett 08- febbraio oradio.it

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Da inviare a oradio.it
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Week 8 lun 19-02-2018
lun 19 redigio.it/dati19/QGLC962-maldigola-consigli.mp3 - Mal di gola? - Cade proprio in questo periodo del''anno, almeno in Europa, il disturbo del mal di gola raggiunge il proprio apice. Per risolvere questa situazione ecco tre consigli - #35 - #36 - #50- 7m14s
redigio.it/dati19/QGLC963-personaggi-conti.mp3 - personaggi di Legnano: Guido Piero Conti: una vita dedicata alla cultura e al giornalismo, con la sua arguzia e fantasia arricchi' le contrade di curiosi anneddoti e fantasie. - #35 #50  - 7m18s
   
mar 20 redigio.it/dati19/QGLC967-mestieri-puttanna.mp3 - A parte la meretrice fissa dei bordelli, patentata e schedata in questura, ce ne sono di quelle, se proprio volete saperlo, che paiono delle monachelle di clausura, ma quanto a conoscere del mondo tutte le porcate non hanno rivali naturalmente. - #35#50 - 3m20s
  redigio.it/dati19/QGLC968-mestieri-suonatore.mp3 - Suonatore ambulante - Con la chitarra o fisarmonica, violi e organo di Barberia, la canzone allegra o malinconica, in strada o in cortile o all'osteria,di musica giuuadagnano la giornata - #50 3m00s
  redigio.it/dati19/QGLC969-mestieri-cantastorie.mp3 - Il cantastorie - Anche questa e' una antica professione che di moda non e' ancora passata. Famoso a Milano il Barbapedanna. #50 3m30s
  redigio.it/dati19/QGLC970-mestieri-cannocchiale.mp3 - Quello del canocchiale - Per vedere bene le statue del Duomo, per una modica cifra e per alcuni minuti, per coloro che volevano rimirare le bellezze della citta'' - #50 2m20s
   
mer 21 redigio.it/dati19/QGLC995-invenzioni-fuoco.mp3 - Quando l'uomo scopri' il fuoco - Chi ha inventato il fuoco? E a che scopo?  - #50 - 10m0s
   
gio 22 redigio.it/dati19/QGLC996-francesco-assisi.mp3 -  Vita, morte e segreti di San Francesco d’Assisi, trovatore e frate - #50 - 15m06s
 
ven 23 redigio.it/dati19/QGLD027-litigi-coppia.mp3 - litigare bene non e' facile. Litigare e' come fare sesso: non va mai fatto in pubblico - #50 - 13m-29s
 
sab 24 redigio.it/dati19/QGLD026-denaro-considerazioni.mp3 - Il denaro e' lo sterco del diavolo. Nella coppia quanto e' importante i soldi, Quindi a proposito dei soldi. Il denaro non e' un'arma, che e' impropria, con cui allettare, conquistare oppure sottomettere il partner - #35 - #35 - 12m41s
 
dom 25  
 
 
 
 
 

25.1.1.5 viste di gennaio 2018

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Mon 1/1       117
Tue 1/2       165
Wed 1/3       265
Thu 1/4       119
Fri 1/5       101
Sat 1/6       94
Sun 1/7       101
Mon 1/8       74
Tue 1/9       112
Wed 1/10       115
Thu 1/11       82
Fri 1/12       108
Sat 1/13       91
Sun 1/14       133
Mon 1/15       121
Tue 1/16       119
Wed 1/17       108
Thu 1/18       106
Fri 1/19       107
Sat 1/20       107
Sun 1/21       111
Mon 1/22       122
Tue 1/23       108
Wed 1/24       118
Thu 1/25       123
Fri 1/26       137
 
 
 
United States-New York|407142|-740059       217       1.47       0.00       0.00
United States-Redmond|476739|-1221215       126       1.39       0.00       0.00
United States-Indianapolis|397670|-861562       117       1.30       0.00       0.00
United States-Mountain View|373860|-1220838       100       1.05       0.00       0.00
United States-Milpitas|374282|-1219066       69       1.35       0.00       0.00
Italy-Milan|454636|91881       67       1.91       0.00       0.00
Russian Federation-Moscow|557557|376176       66       1.45       0.00       0.00
United Kingdom-London|515133|-889       51       1.41       0.00       0.00
United States-Seattle|476062|-1223320       45       1.18       0.00       0.00
Germany-Berlin|525234|134113       45       1.29       0.00       0.00

25.1.1.6 sett 07 oradio

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www.oradio.it
Programma settimanale  della settimana 7 del 2018
 
 
Programmazione www.oradio.it
E la storia continua....
 
Week 7 lun 12-02-2018
lun 12 redigio.it/dati18/QGLC901-celti-clusium.mp3 - - Clusium per via del vino - Come i Celti furono invitati nella pianura padana
mar 13 redigio.it/dati18/QGLC903-mobilita-celti.mp3 - La mobilita' era tutto - Il cavallo ha partecipato alla trasformazione delle culture dei popoli  
mer 14 redigio.it/dati18/QGLC904-erbe-duidi.mp3 - L erbe da raccogliere con la sinistra - Druidi e stregoni al lavoro
gio 15 redigio.it/dati25/QGLE195-asini-volanti.mp3 - Anche gli asini volano e gli asini volanti compaiono negli assedi medioevali
ven 16 redigio.it/dati25/QGLE178-milano-patrono.mp3 - Milano e il suo patrono e il suo Vice - 1576 durante la peste  si invoco' San Sebastiano e la peste termino' anche con l'interventi di Carlo Borromeo e Sant'Ambrogio - Il boia Ursone - La mula Betta che corre  con l'rdine in dialetto "cur Betta" - Ambrogio dal Papa - Il chiodo e la nivola - Attentati da Aika - Miracoli - Le api del ciclo di vita del santo
sab 17 redigio.it/dati25/QGLE172-Unghia-incarnata.mp3 - Cosa ne pensa il medico dell'unghia incarnata? - Pensaci e non trascurare le cure - Cambia le scarpe, fai pediluvi, - Curati giovanotto
dom 18  
 

25.1.1.7 -okradio.it

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sei giorni alle settimana alle ore 09:30
 
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25.1.1.8 Sett 06 oradio

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Programma settimanale  della settimana 6 del 2018
 
 
Programmazione www.oradio.it
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Week 6 lun 05-02-2018
lun 05 redigio.it/dati26/QGLE299-legnano-pag-16.mp3  - La Stazione della Ferrovia  - In dialetto -  Legnano a cavallo del ‘900 - Trasformazioni urbane ed industrie legnanesi - Dalla fine ‘800 agli inizi del ‘900 - Edizione Dicembre 2017 - scritto da Giovanni Pedrotti - La presentazione - #50
mar 06 redigio.it/dati26/QGLE295-avventure-viaggio.mp3 - Una storia di avventure di viaggio nel centro dell'Africa - 1910 -  Un giornalista presso lo Zambesi - Villaggio indigeno e guide locali - Baccello del bufalo - Caccia all'ippopotamo - La pelle per una fanciulla - Fede negli stregoni - Lo stregone del fucile -  #50
mer 07 redigio.it/dati26/QGLE293-emigrazione-italiana.mp3 - 1922 - Come funziona la nostra emigrazione negli stati esteri? - Medici in Brasile - I trattati per gli esami di rivalida - Riesami legalizzati - Emigrazione intellettuale - #50
gio 08 redigio.it/dati26/QGLE291-1953-luce.mp3 - 1953 e Roma si grida "Luce Luce" - Eventi in Italia e all'estero - Una rassegna di notizie di tutto l'anno - #50
ven 09 redigio.it/dati26/QGLE286-antica-pubblicita.mp3 - Pubblicita' di tanti decenni fa - Campari - allevamento di visone - La Vespa in tutto il mondo - Miscela Leone - Raccomandazioni ai pedoni e ciclisti e conducenti - Geloso, apparecchi elettronici -  Mal di capo? Amaro medicinale Giuliani - Sali di frutta Alberani - Rim -  digestivo Antonetto - -
sab 10 redigio.it/dati26/QGLE285-1962-twist.mp3 - 1962 - Il Twist - La reazione del pubblico - Fenomeno di costume - Condanna o assoluzione? - La tuta d'oro - Corsi di twist in America - Pettinature, divisa, bretelle, Holliwood, - L'inventore? - #50
dom 11  
 

25.1.1.9 Sett 05 oradio

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Programma settimanale  della settimana 5 del 2018
 
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Week 5 lun 29-01-2018
lun 29 redigio.it/dati10/QGLA958-milano-monaca.mp3 - Principessa del Borgh inscì la ven nominada da Alessandro Manzoni in del IX Capitol di “Promessi Sposi”, la Mònega de Monza. - Questa l’è la stòria de la soa vita tribulada . - #50
mar 30 redigio.it/dati11/QGLA960-gerundo.mp3 - Il territorio: Il lago Gerundo – La Gera d’Adda - Circa un milione d'anni fa, le acque tiepide e tranquille del mare Adriatico sommergevano l'attuale Pianura Padana lambendo le Alpi e gli Appennini. - #50
mer 31 redigio.it/dati11/QGLA963-contese-legnanesi.mp3 - Legnano alle prese con tributi e prestiti nei secoli XVII e XVIII - Una contesa con Rescaldina nel 1600 e un accordo con la comunità Legnanese. - #50
gio 01 redigio.it/dati11/QGLA964-El-bigliettin.mp3 - Quando c'è l'amore si fanno tante cose. Ma non tutte funzionano. Ecco un esempio. Una raccomandazione per il successo: studiate dil dialetto. -#50
ven 02 redigio.it/dati11/QGLA966-uomo-12.mp3 - L'omett del dodes - L'ometto del 12 ha la pozione per guarire tutti i mali. Nel dialetto milanese si ricorda di un personaggio intrigante. Venditori di queste "pozioni" esistono ancora oggi. - facebook - #50
sab 03 redigio.it/dati11/QGLA967-el-rattin.mp3 - In quel tempo non esisteva l'elettricità per illuminazione della Galleria Vittorio  Emanuele II. Il gas e le sue fiammelle facevano luce. Ma era compito del rattin ad accenderle. In dialetto -#50
dom 04  
 

25.2 sotto sito

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siti per podcast - OVH redigio2    www.redigio2.redigio.it      in cartella2 passare tutto il sito (i dieci files) di redigio2.tpd        gio2dati1     telefono 02-55600423

25.3 Ascoltati per voi

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www.redigio.it
 
 
Ascoltati per voi
 
La serie redigio.it/dati20/QGLPxxx-         .mp3 - Ascoltati per voi
 
 
 
In lavorazione
 
 
 

25.3.1 P - ascoltati - #05

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Ascoltati per voi   #05
 
 
 
 
  1. redigio.it/dati24/QGLD896-xxx-xxx.mp3 -  - ascoltati per voi
  2. redigio.it/dati24/QGLD897-xxx-xxx.mp3 -  - ascoltati per voi
  3. redigio.it/dati24/QGLD898-xxx-xxx.mp3 -  - ascoltati per voi
  4. redigio.it/dati24/QGLD899-xxx-xxx.mp3 -  - ascoltati per voi
  5. redigio.it/dati24/QGLD894-xxx-xxx.mp3 - L’invenzione della guerra - Come ogni prodotto umano, le guerre sono costruzioni storiche che coinvolgono energie materiali, morali, immaginarie. Mentre gli storici sono ossessionati dalle cause della guerra, che spesso cambiano con il procedere degli eventi, il vero mistero sono le loro imprevedibili conseguenze
    www.mediafire.com/?dy21pow8a1j633l
 
  1. redigio.it/dati24/QGLD895-xxx-xxx.mp3 -  - ascoltati per voi - L'esperienza dei combattenti: terrore e trauma - Paura, odio, violenze sessuali. due storici raccontano come la guerra riesca a trasformare gli uomini
    Partecipa donald Sassoon
    www.mediafire.com/?0bxejat7bxa0atf
 
  1. redigio.it/dati24/QGLD896-xxx-xxx.mp3 -  - ascoltati per voi -  A spese dei civili. La guerra prima della guerra totale - Si ritiene che solo nel XX secolo la guerra diventi totale. Lauro Martines, noto storico del Rinascimento, dimostra come i civili furono le grandi vittime dei conflitti ben prima dell’epoca contemporanea
    Partecipa Osvaldo Raggio
    www.mediafire.com/?r6nljcl8i97a1ca
  2. redigio.it/dati24/QGLD897-xxx-xxx.mp3 -  - ascoltati per voi - Un mare di popoli 30-03-2012 - Tre grandi civiltà dominano il Mediterraneo nel Medioevo: l’Occidente latino, l’Oriente bizantino e il Vicino-Oriente musulmano. Tra il IX e l’XI secolo Venezia e Genova attraverso intense relazioni commerciali con l’Oriente incrementano le reti di scambio delle merci determinando la nascita di colonie e intensi flussi migratori.
    Michel Balard è professore di Storia del Medioevo all’Università di Parigi-I Panthéon-Sorbonne. La sua ricerca è da sempre orientata allo studio delle istituzioni politiche e culturali del Mediterraneo orientale (Terrasanta, Cipro e Siria), dell’Asia centrale e della Cina.
    Tra le sue pubblicazioni : Les Croisades (Paris, éd. M.A., 1988), Croisades et Orient latin XIe-XIVe siècle (A. Colin 2003), La Méditerranée médiévale (Picard 2006)
    www.mediafire.com/?02qs31weaz8cibr
 
 
 
 
  1. redigio.it/dati24/QGLD898-xxx-xxx.mp3 -  - ascoltati per voi -  Cibi dell'altro mondo - Nel corso dei secoli il cibo e’ stato di volta in volta la causa di cambiamenti epocali, di migrazioni, conflitti e di meticciato culturale.
    Massimo Montanari è docente di Storia medievale e Storia dell’alimentazione presso l’Università di Bologna.
    Fra i suoi libri: Campagne medievali, Einaudi 1984; La fame e l’abbondanza.Storia dell’alimentazione in Europa, Laterza 1993; Il mondo in cucina. Storia, identità, scambi, Laterza 2002; Il cibo come cultura, Laterza 2004; Il riposo della polpetta, Laterza 2009; L’identità italiana in cucina, Laterza 2010.
    www.mediafire.com/?1rain5wdikvaaag
 
 
 
 
  1. redigio.it/dati24/QGLD899-xxx-xxx.mp3 -  - ascoltati per voi - I barbari - Fra i lasciti della civiltà antica c’è il concetto di barbari. I barbari sono gli altri, quelli che non parlano la nostra lingua e hanno abitudini diverse dalle nostre. Un concetto semplice ma, alla luce della storia, assolutamente ingannevole.
    Alessandro Barbero è docente di Storia Medievale presso l'Università del Piemonte Orientale a Vercelli.
    Ha pubblicato fra l’altro: La battaglia. Storia di Waterloo (Laterza, 2003), Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano (Laterza, 2006), Lepanto. la battaglia dei tre imperi (Laterza, 2011). E ‘ autore di romanzi storici, tra cui Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo (Mondadori 1995), vincitore nel 1996 del Premio Strega.
    www.mediafire.com/?x3xm8660b7i1bpc
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

25.4 I AMIS - Rassegna storica

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www.redigio.it
 
I AMIS - Rassegna storica
QGL700 ...
 
Filmati tratti da cassette WHS -
Il gruppo folcloristico I AMIS nella storia con video del 1988 ma anche gli spettacoli del folclore e tututti i gruppi intervenuti alle manifestazione.
E' una festa del folclore.
Esiste la versione originale della copia da telecamera e una versione ridotta a 1/10 della grandezza in byte. Non sono state inserite in rete per motivi di tempo di lavoro e di certificati SIAE. Si possono distribuire su disco esterno su USB (miltissimi gigabyte liberi)  a richiesta.
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redigio.it/datiamis/QGL701-iamis.mp4 - Coro I AMIS all'epifania del 2000 - chiesa di San Magno - 65 minuti
redigio.it/datiamis/QGL702-iamis.mp4 - Sala cinema Ratti (legnano - Omaggio a Felice Musazzi nel decennale della sua scomparsa - 12/ottobre/1999 - 110 minuti
redigio.it/datiamis/QGL703-iamis.mp4 - Chiesa di San Domenico - Santa Messa - 24/12/1999 - 70,40 minuti
redigio.it/datiamis/QGL704-1-iamis.mp4 - Legnano 13/06/1993 - Rassegna regionale gruppi folclorici (completa)              minuti 66,57
redigio.it/datiamis/QGL704-2-iamis.mp4 - Legnano 13/06/1993 - Rassegna regionale gruppi folclorici (completa)               minuti  69,07
redigio.it/datiamis/QGL704-3-i-amis.mp4 - Legnano 13/06/1993 - Rassegna regio65nale gruppi folclorici (completa)               minuti 60,14
redigio.it/datiamis/QGL705-1-i-amis.mp4 - 1° rassegna regionale folcloristica (Vedi QGL704)                 minuti 50,22
redigio.it/datiamis/QGL705-2-i-amis.mp4 - 1° rassegna regionale folcloristica (Vedi QGL704)                 minuti 35,30
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redigio.it/datiamis/QGL706-1-i-amis.mp4 - Festival folk di Parre il 01/08/1993 - 58,23
redigio.it/datiamis/QGL706-2-iamis.mp4 - Festival folk di Parre il 01/08/1993 - 44,19
redigio.it/datiamis/QGL706-3-iamis.mp4 - Festival folk di Parre il 01/08/1993 - 71,28
redigio.it/datiamis/QGL707-1-i-amis.mp4 - Festival folk di Parre2 il 01/08/1993 - 66,43
redigio.it/datiamis/QGL707-2-i-amis.mp4 - Festival folk di Parre2 il 01/08/1993 - 83,19
redigio.it/datiamis/QGL707-3-i-amis.mp4 - Festival folk di Parre2 il 01/08/1993 - 11,44
redigio.it/datiamis/QGL707-4-i-amis.mp4 - Festival folk di Parre2 il 01/08/1993 - 54,30
                QGL707a-1-IAMIS.mp4 - Seconda rassegna del folclore - Parre - 01/08/1993
         - QGL707-4-i-amis.mp4 - QGL707a-2-IAMIS.mp4 - Seconda rassegna del folclore - Parre - 01/08/1993
redigio.it/datiamis/QGL707a-3-iamis.mp4 - Seconda rassegna del folclore - Parre - 01/08/1993
redigio.it/datiamis/QGL707a-4-iamis.mp4 - Seconda rassegna del folclore - Parre - 01/08/1993
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redigio.it/datiamis/QGL708-iamis.mp4 - AVIS - Campo dell'amicizia - 19/09/1993 - 89
redigio.it/datiamis/QGL708a-1-iamis.mp4 - I AMIS a San Vittore Olona - teatro giardino - 17/12/1988 - 60-34
redigio.it/datiamis/QGL709-iamis.mp4 - Centro Comunitario di Legnanello - 19/03/1994 - 105 minuti - (QGL710 doppione) - Presentazione - Famiglia legnanesa - Ul Luisin da Lignarel - a ringhiera - 1° mazurca - I Amis - L'uva fogarina - canzun dul vin - polka - ul magnan - dove te vet o marietina - monferrina - ul muleta - ballo della lavandaia - quand sona i campan - caro mi, caro ti - ul gamba da legn - fiur pasii - 2° mazurla - quadriglia - me car legnan - fam fun frecc - nota: scenetta di spiegazione dei I AMIS - 107
QGL711 - doppiono - non registrata
redigio.it/datiamis/QGL712-1-iamis.mp4 - 7° rassegna folcloristica del 6/6/1999 - Filmato di Don Giacomo -
redigio.it/datiamis/QGL712-2-iamis.mp4 - 7° rassegna folcloristica del 6/6/1999 - Filmato di Don Giacomo -
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QGL713 - non fare - e' un doppione
redigio.it/datiamis/QGL714-1-iamis.mp4 - 7° rassegna - 6/6/1999
redigio.it/datiamis/QGL714-2-iamis.mp4 -  7° rassegna - 6/6/1999
QGL715 - vuota - non registrata
redigio.it/datiamis/QGL716-1-i-amis.mp4 - 2° Rassegna gruppi folclorisitici - 12/06/1994 -  Rassegna a Legnano - Canzoni del palio molto carine - Ballo del  mulino diverso -  Canzoni della Famiglia Legnanesa. - 105,14
redigio.it/datiamis/QGL716-2-i-amis.mp4 - 2° Rassegna gruppi folclorisitici - 12/06/1994 - 95,04
redigio.it/datiamis/QGL717-1-i-amis.mp4 - 2° Rassegna gruppi folcloristici - 12/06&1994 - Don Guareschi - 84,57
redigio.it/datiamis/QGL717-2-i-amis.mp4 - 2° Rassegna gruppi folcloristici - 12/06&1994 - Don Guareschi - 88,42
redigio.it/datiamis/QGL717-3-i-amis.mp4 - 2° Rassegna gruppi folcloristici - 12/06&1994 - Don Guareschi - 23,53
redigio.it/datiamis/QGL719-1-i-amis.mp4 - 2° Rassegna folcloristica - Legnano - 12/06/1994 - solo spettacolo - 47,46
redigio.it/datiamis/QGL719-2-i-amis.mp4 - 2° Rassegna folcloristica - Legnano - 12/06/1994 - solo spettacolo - 65,55
redigio.it/datiamis/QGL719-3-i-amis.mp4 - 2° Rassegna folcloristica - Legnano - 12/06/1994 - solo spettacolo - 68,03
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redigio.it/datiamis/QGL720-i-amis.mp4 - Gruppo folcloristico "I AMIS" - 4° Rassegna del 22/06/1997
redigio.it/datiamis/QGL721-1-iamis.mp4 -  22/06/1997 - Rassegna folcloristica
redigio.it/datiamis/QGL721-2-iamis.mp4 -  22/06/1997 - Rassegna folcloristica
QGL722 - doppione del 721 - non registrata
redigio.it/datiamis/QGL723-iamis.mp4 - 6° Rassegna - 1995/1998
redigio.it/datiamis/QGL724-1-iamis.mp4 - Rassegna folcloristica del 11/06/2000 - La monferrina - Lendler (danza) - gli scariolanti (canti) - 1° mazurka (danza) - Curenta (danza) - Madunina (canto)  
redigio.it/datiamis/QGL724-2-iamis.mp4 - Rassegna folcloristica del 11/06/2000 - La monferrina - Lendler (danza) - gli scariolanti (canti) - 1° mazurka (danza) - Curenta (danza) - Madunina (canto)  
redigio.it/datiamis/QGL724-3-iamis.mp4 - Rassegna folcloristica del 11/06/2000 - La monferrina - Lendler (danza) - gli scariolanti (canti) - 1° mazurka (danza) - Curenta (danza) - Madunina (canto)  
QGL725 - non registrata - è un doppione della QGL724
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redigio.it/datiamis/QGL725a-1-iamis.mp4 - Legnano - dancing Mediterranee - i amis - 17/03/1988 - Ballabili con banda - 40-04
redigio.it/datiamis/QGL726a-1-iamis.mp4 - Villa Cortese - Teatro parrocchiale - 13/05/1989 - Cunardo- Rassegna folcloristica del 03/07/1988 - 160-59
redigio.it/datiamis/QGL727a-1-iamis.mp4 - I AMIS - Legnano chiesa Santi Martiri - dicembre 1988 - bambini sbandieratori - 39-25
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redigio.it/datiamis/QGL728-iamis.mp4 - Santa Messa di Natale - 24/12/1995 - Chiesa sant'Ambrogio - 57-58
redigio.it/datiamis/QGL729-iamis.mp4 - I AMIS - Basilica di San Magno 06/01/1997 - Santa Messa dell'Epifania - 66-02
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redigio.it/datiamis/QGL730-iamis.mp4 - Serata di premiazione per decennale - 15/03/1997
redigio.it/datiamis/QGL731a-iamis.mp4 - I AMIS - rete4 " casa per casa" - 10/04/1997 - B/N
redigio.it/datiamis/QGL731b-iamis.mp4 - I AMIS - rete4 " casa per casa" - 10/04/1997 - B/N
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redigio.it/datiamis/QGL732a-iamis.mp4 - I AMIS - Rete4 - "casa per casa" - 10/04/1997
redigio.it/datiamis/QGL732b-iamis.mp4 - I AMIS - Rete4 - "casa per casa" - 10/04/1997
redigio.it/datiamis/QGL733-i-amis.mp4 - I AMIS - Santa Messa di Natale - Chiesa S. Redentore - 24/12/1997
redigio.it/datiamis/QGL734-iamis.mp4 - I AMIS - Cerro Maggiore - Centro comunitario - 25/04/1996
redigio.it/datiamis/QGL735-iamis.mp4 -  I AMIS - Ponte Tresa - 25/09/1994
redigio.it/datiamis/QGL736-iamis.mp4 - I AMIS - Cerro Maggiore - Centro parrocchiale 24/04/1994
redigio.it/datiamis/QGL737a-iamis.mp4 - I AMIS - Chiesa san Ambrogio - 24/12/1996 - Santa Messa di Natale
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redigio.it/datiamis/QGL738a-iamis.mp4 - I AMIS - Santa Messa dell'Epifania - Leganno - Basilica di San Magno - 06/01/1996
redigio.it/datiamis/QGL738c-iamis.mp4 - I AMIS - Santa Messa dell'Epifania - Leganno - Basilica di San Magno - 06/01/1996
redigio.it/datiamis/QGL739-iamis.mp4 - I AMIS - Casa di riposo Luigi Accorsi - 17/11/1996
redigio.it/datiamis/QGL740a-iamis.mp4 - I AMIS - Nerviano - 28/01/96
redigio.it/datiamis/QGL740b-iamis.mp4 - I AMIS - Nerviano - 28/01/96
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redigio.it/datiamis/QGL741-iamis.mp4 - I AMIS - Famiglia Lregnanese - novembre 1996 - Spettacolo per imprenditori svedesi
redigio.it/datiamis/QGL742-iamis.mp4 -  I AMIS -San Damiano - 24/03/1996
redigio.it/datiamis/QGL743-iamis.mp4 -  I AMIS -Solbiate Olona - 24/07/1994
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redigio.it/datiamis/QGL744-iamis.mp4 - "La Zattera" teatro oratorio San Domenico 7/11/1992
redigio.it/datiamis/QGL745-iamis.mp4 - ANFFAS domenica 20/10/1994 - Legnano
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redigio.it/datiamis/QGL746-iamis.mp4 - Gornate Olona - spettacolo Famiglia Legnanese - 3/10/1993 ore 1600
redigio.it/datiamis/QGL747a-iamis.mp4 - Canegrate - Teatro parrocchiale festa dell AIDO - 31/3/2000
redigio.it/datiamis/QGL748-iamis.mp4 - Marnate 11/09/1999
redigio.it/datiamis/QGL749-iamis.mp4 - Tirano - 17/09/2000
redigio.it/datiamis/QGL750a-iamis.mp4 - Basilica San Magno - epifania - 06/01/1999
redigio.it/datiamis/QGL750b-iamis.mp4 - Basilica San Magno - epifania - 06/01/1999
redigio.it/datiamis/QGL751-iamis.mp4 - Teatro Cantoni di Legnano - Spettacolo per telethon - 30/11/1999
redigio.it/datiamis/QGL751a-iamis.mp4 - Teatro Cantoni di Legnano - Spettacolo per telethon - 30/11/1999
redigio.it/datiamis/QGL752-iamis.mp4 - Palestra comunale Lonate Leppino - 10/10/1999
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redigio.it/datiamis/QGL753-iamis.mp4 - IAMIS - sala Zappellini - Busto Arsizio - ottobre 1998
redigio.it/datiamis/QGL754-iamis.mp4 - IAMIS - Spettacolo a Garbagnate - 25/04/1995
redigio.it/datiamis/QGL755-iamis.mp4 - IAMIS - IV rassegna danze internazionali - Palazzetto dello sport di Torino - 06/06/1993
redigio.it/datiamis/QGL756-iamis.mp4 - IAMIS - Dairago 09/04/1995
redigio.it/datiamis/QGL757-iamis.mp4 - IAMIS - Prove in palestra mercoledi 16/09/1998 - spettacolo a Nerviano  Oratorio Santo Stefano - 20/09/1998
redigio.it/datiamis/QGL758-iamis.mp4 - IAMIS - Oratorio Santi Martiri - Legnano
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redigio.it/datiamis/QGL759-iamis.mp4 - IAMIS - Pogliano Milanese - 21/06/1991
redigio.it/datiamis/QGL760-iamis.mp4 - IAMIS - Cardinal Biffi a Bologna - Gruppo folk di Galliate e i amis a mazzafame - Iguazu 1992
redigio.it/datiamis/QGL761-iamis.mp4 - IAMIS - Milano TV globo 27/06/1989"Un risott alla milanesa"
redigio.it/datiamis/QGL762-iamis.mp4 - IAMIS - Messa di Natale 2002
redigio.it/datiamis/QGL763b-iamis.mp4 - IAMIS - Telelombardia - 15/11/2002
redigio.it/datiamis/QGL763c-iamis.mp4 - IAMIS - Telelombardia - 15/11/2002
redigio.it/datiamis/QGL764a-iamis.mp4 - IAMIS - ????
redigio.it/datiamis/QGL764b-iamis.mp4 - IAMIS - ????
redigio.it/datiamis/QGL765-iamis.mp4 - IAMIS - Raduno internazionale del folclore a Galliate - 27/04/1990
redigio.it/datiamis/QGL766-iamis.mp4 - IAMIS - San Giorgio - 10/11/1990
redigio.it/datiamis/QGL767-iamis.mp4 - IAMIS -
redigio.it/datiamis/QGL768-iamis.mp4 - IAMIS - Milano - Centro ASTERIA - 22/09/2002
redigio.it/datiamis/QGL769-iamis.mp4 - IAMIS - 6 giugno 2002 - Legnano, scuola Carducci - Giuseppe Proverbio presentazione libro della scuola
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redigio.it/datiamis/QGL770-iamis.mp4 - Milano, T.V. Globo 27/06/1989 - Un risott alla milanese
redigio.it/datiamis/QGL771-iamis.mp4 - Telelombardia  15/11/2002
redigio.it/datiamis/QGL772-iamis.mp4 - Santa Messa di Natale inSan Pietro a Legnano - 24/12/2002
 
QGL773-iamis.map - Telelombardia "Tutta un'altra musica" - 15/11/2002
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25.5 Biblioteca virtuale

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www.redigio.it
 
La biblioteca virtuale:
 
In allestimento:
 

25.5.1 Da mettere sullo scaffale

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Da mettere sullo scaffale
 
 
storia di San giorgio su Legnano -
 
A tu per tu con Avis Legnano - Novembre 2010
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La Civetta degli Inquieti N. 5/2014 - Articoli in evidenza del N. 5 Ottobre-Novembre 2014 de La Civetta della Liguria d'Occidente [#LaCivettadegliInquieti], bimestrale del Circolo degli Inquieti di Savona: “I festival di approfondimento culturale cavalcano la crisi” di Claudio G. Casati; “La letteratura esoterica tra segreto e disvelamento”, intervista a Marco Pasi; “Attore, spettatore e suspension of disbelief. Il ruolo, dal teatro alla vita” di Andrea Santini.
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15 febbraio - Legnano - La scuola pubblica
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Donna Di Alimentazione - Il Progetto Donna In Potenza, ideato Dalla storica concessionaria Fratelli Cozzi di Legnano
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Natale a ..... - Pavia, Abbiategrasso, Legnano, Inveruno, Magenta, Parabiago e Castano Primo. In Lombardia Alla riscoperta della Provincia Italiana a passeggio per i Centri Storici feste, eventi e tante vetrine per SCEGLIERE i Regali di Natale 2014 e per Uscire a divertirsi ea cena.
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"Per correr miglior acque" 2009
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Massoneria elenco Massoni italiani
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Sayi 18 - Eski Kentler Için Yeni Isik - PLD Türkiye - Legnano turca
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Una rete Potente - Esperienze dall'URP della Provincia di Milano.
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La Provincia in casa - Numero 23 - La rivista istituzionale della Provincia di Milano.
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Verdi a Milano. Le Musiche della patria - Giuseppe Verdi a Milano. Guarda il sito http://www.provincia.milano.it/verdi_a_milano/
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Legnano Deve rimbombare n ° 01 - sport
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Concorso Biblioteca Civica Legnano - Concorso di progettazione per realizzazione di nuova biblioteca a Legnano (MI) 6° classificato con menzione speciale - collaborazione con ARCHOS srl engineering consulting
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La Certosa di Pavia - La Certosa di Pavia e Un vero e proprio capolavoro: è Un posto dove la bellezza s'intreccia Nelle sue varie forme - artistica e architettonica, storica e religiosa - per sfociare in un tesoro davvero inestimabile. La Certosa di Pavia è niente di meno che un capolavoro: è un luogo in cui tutte le varie forme di bellezza - artistici, architettonici, storici, religiosi - si intrecciano per creare un tesoro di inestimabile valore. Ma nessun tesoro nascosto questo, è visibile e accessibile a tutti.
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I magi Tra Noi rev3 - L'oratorio settecentesco dei Santi Magi a Legnano. Storia, dipinti ed interni.
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Passeggiate incoerenti - Banca Valconca
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Terra e gente: appunti e storie di lago e di montagna - Rivista storico - letteraria edita Dalla Comunità Montana Valli del Verbano
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Civilta_Gennaio_2013
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Tracce d'Eternità nr.16 - La rivista elettronica del mistero
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Terra e gente - Appunti e storie di lago e di montagna. Rivista storico letteraria edita da Comunità Montana Valli del Verbano
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Aforismi pdf - Raccolta di pensieri e Scritti
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FXP Febbraio Marzo 2012 Numero 2 - Magia, esoterismo e plagio Occhio ragazzi! Non vi Lasciate abbindolare
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(Ebook - Esoterismo - ITA) - H.P.Blavatsky - la chiave della teosofia - ASTROLABIO MCMLXXXII Helena Petrovna Blavatsky ROMA Una chiara esposizione, in forma di domande e risposte dell’etica, della scienza e della filosofia per lo studio delle quali la Società Teosofica è stata fondata ovvero 1 1 Vedi La Vita straordinaria di H.P.Blavatsky, di A. P. Sinnett, Astrolabio, Roma. 1980. 2
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VARESE MESE SETTEMBRE 2014
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Vdossier n2/2012 - Volontariato no lobby - Volontariato no lobby. E’ ormai riconosciuto che il volontariato, come più in generale il Terzo settore, esercitano una vera e propria funzione pubblica. Eppure per questo settore la rappresentanza è ancora una sorta di camicia stretta.
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Magazine TVO 09 2014
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UrSgarbelée 2013 - Giornale satirico / umoristico del Comitato Carnevale di Comano
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Verdello viabilità e centro storico
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Il volontariato a Milano e provincia nel 2010. Una risorsa per l’innovazione sociale
Mordi, assaggia e fuggi. il volontariato al tempo della crisi. Sale il numero dei volontari saltuari (+19,6%) in un anno segnato dalla crescita dei bisogni e dalla difficoltà nella raccolta fondi per le associazioni. La fotografia del volontariato di Milano e provincia nella ricerca di Ciessevi.
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Nuovo Diurno italiano Ossia Compendio di storia d'Italia ne'suoi Martiri: dalla battagtia [sic] di Legnano, 1176, Fino ai di giorni del risorgimento italiano a tutto l'anno 1863 (1866)
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Le fabbriche del cardinale - Federico Borromeo, 1595-1631 L'Arcivescovado e l'Ambrosiana
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Guida Olona da Vivere - Una guida per Conoscere meglio il fiume Olona ei torrenti Lura e Bozzente.
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Tunisia ott 2014
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Orfani Oggetti. Scenari di Valorizzazione del mobile dismesso - Tesi di Ricerca sui Possibili Scenari di riutilizzo del dismesso cellulare, condotta da Francesca Rovarotti, Fabrizio Garda e Giulia Liverani.
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Documenti e studi 25 - Opus Christi edificabit
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Mappe mentali
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Biografia Alessandro Magno - Fatta da me, studente di prima superiore
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Gli Sposi Promessi - Storia milanese del secolo XVII, scoperta bensì e rifatta da Alessandro Manzoni, ma poi anche integralmente tradotta in italiano (che era l'ora) da Gabriele Bonamini Testo di riferimento: I Promessi Sposi, Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni. Edizione riveduta dall'autore - Storia della colonna infame, inedita - Dalla tipografia Guglielmini e Redaelli. Milano 1840.
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Il Matematico che sfidò Roma. Il romanzo di Archimede - Francesco Grasso, giallo storico. Narrando della sfida che oppose Roma a Cartagine, la Storia tende a trascurare il ruolo di una terza città, prospera almeno quanto l’Urbe, forse persino superiore per retaggio e cultura. Si tratta di Siracusa, perla della Magna Grecia, faro di civiltà e potenza militare che si ritrovò – purtroppo per lei – alleata di Annibale nel momento sbagliato. Una scelta che Roma non perdonò. Soverchiata in uomini e armamenti, Siracusa resistette all'assedio delle legioni e della flotta romana per due anni, dal 214 al 212 a.C., soprattutto grazie alle rutilanti invenzioni di Archimede, uno dei più geniali scienziati di ogni tempo. Un’epopea narrata in questo romanzo.
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Spera, Storia di una Comunità - di Claudio Fedele
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25.5.2 Alimentazione

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Alimentazione
 
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La strada del vino - Colli Longobardi
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'Ricette d'altri tempi: vino, stevia e cucina medievale' Contest Report
Raccolta delle ricette in concorso nell'ambito della settima competizione ufficiale organizzata da Cascina San Cassiano, denominata "Ricette d'altri tempi: vino, stevia e cucina medievale".
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Rassegna web Melodia del vino 2014
 
 
 
 

25.5.3 Ambiente

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Ambiente
 
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Annuario dicembre 2013 - Annuario Riscaldamento Urbano - Airu Associazione Italiana Riscaldamento Urbano
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Riscaldamento urbano n 55 giugno 2014 - AIRU - Associazione Italiana Riscaldamento Urbano
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Riscaldamento urbano n 56 settembre 2014 - AIRU - Associazione Italiana Riscaldamento Urbano
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Designing with waste materials - Progettare con i Rifiuti - Designing with waste materials, Diary of an experience about reusing carpet Progettare con i rifiuti, Diario di un’esperienza di riuso della moquette in edilizia
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G. Ghiringhelli - Impianto Integrato di Digestione anaerobica e compostaggio FORSU - Ecomondo 2012 - Impianto su scala reale Integrato di Digestione anaerobica, con Produzione di energia elettrica e biometano, e compostaggio da FORSU (40.000 ton / anno): Il caso reale a Legnano
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Ghiringhelli - Sistema di Gestione Integrata dei Rifiuti con Modalità di Raccolta secco-umido Domic
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Giavini - Emissioni serra di gas e Gestione Integrata dei Rifiuti urbani nella città di Legnano - E
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Rapporto Rifiuti OPR Varese - Dati 2010 - La Raccolta dei Principali Dati Silla Gestione Rifiuti, la raccolta differenziata e le Iniziative promosse in Provincia di Varese e nda Suoi 141 Comuni - a cura di ARS Ambiente Srl
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Un sito interessante
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Atlante del consumo di suolo - Paesaggi di cemento e d'asfalto, il territorio preda dell'incuria e del dissesto, economie minacciate dalla sovrapproduzione edilizia. Consumo di suolo è la formula che riassume la condizione drammatica del dilagare disordinato dell'urbanizzazione. Un fenomeno che va analizzato, misurato e combattuto. Proponiamo alternative all'edificazione continua e all'invasione dei terreni agricoli. Fermare il consumo di suolo significa riutilizzare gli spazi già occupati, riqualificare in senso energetico il patrimonio esistente, ripensare la cultura del territorio e della sua salvaguardia.
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sconosciuto
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Zone umide. Parchi d'acqua. libro - Tesi di laurea specialistica. Architettura per la città.
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CONSUMO DI SUOLO E DISPERSIONE URBANA. Il caso-studio della Provincia di Fermo - Da diversi anni ormai la Comunità Europea lancia l'allarme sulla necessità di frenare il processo di cementificazione che sta portando ad un progressivo quanto inarrestabile depauperamento delle risorse naturali e alla crescita smisurata dei costi, economici ed energetici, cui viene sottoposto il territorio.
 
 
 
 
 

25.5.4 Contrade

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Contrade
 
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San Bernardino
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Legnarello
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La Flora
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San Magno
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San Domenicocon filmati
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S. Erasmo       #canazza      - #07 -
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Sant'Ambrogio - Lo staffile
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San martino
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25.5.5 Grafica e architettura

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Grafica e architettura
 
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Come disegnare ciò che si vede - Struttura di base degli oggetti. Eye Level: Fondazione di prospettiva
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Tecniche di Disegno a matita di David Lewis
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Architettura parassita. I muri ciechi di Torino si popolano di Nuovi Spazi da vivere.
RED Rigenerazione Edifici Dismessi - Luca Cretella e Gian Maria Mazzei
Tesi di Laurea Magistrale in Architettura. Politecnico di Torino. RED - Rigenerazione Edifici Dismessi. Rel. Gianfranco Cavaglià. Ipotesi di un processo che rigeneri edifici pubblici utilizzandoli come strumento di riattivazione economica, urbana e sociale.
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undefined - “Mieux vault vivre gros bureaux Povre, qu’avoir est seigneur Et pourrir soubz riches tombeaux! senza nubi e senza tutù: Giunone, Diana, Venere, Latona si davano appuntamento alla cattedrale per sentire la messa! E quale messa! Composta dall'iniziato Pierre de Corbeil, arcivescovo di Sens, secondo un rituale pagano, e durante la quale le fedeli dell'anno 1220 gridavano il grido di gioia dei baccanali: Evohè! Evohè! E gli scolari rispondevano con entusiasmo delirante:
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Costruire una lauta dimora
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Abbazie e paesaggi medievali in toscana - Territori - 23 -
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Qualita siti web culturali - Linee guida di MINERVA per la Qualità dei siti web Particolarmente fecondo nell'ambito del Progetto MINERVA e Stato Il tema dei servizi di accesso, in Particolare La Creazione degli Strumenti, i siti web, Secondo criteri di qualità e accessibilità. Il Punto di Partenza ha evidenziato venire ci fossero diversificazione approcci Nei vari paesi: i paesi del Nord Europa, Più Vicini alla visione anglosassone, privilegiavano ONU Approccio di tipo pratico, puntando quindi a definire Principi di qualità e di controllo elenco di Comprensione facile e Applicazione, MENTRE Il Gruppo italiano, con il Suo bagaglio di Conoscenze e di Esperienze maturato sul campo Nel lavoro quotidiano sul Nostro inestimabile patrimonio, era portatore di un'esigenza di maggiore approfondimento Sulla Qualità dei contenuti è sulla Definizione del rapporto di tra Istituzione culturale e web affinchè la "Rivoluzione della Comunicazione" determinata dall'introduzione del web non stravolgesse, ma anzi esaltasse l'essenza autentica dei contenuti
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ARCHITETTURA DEGLI SPAZI INTERCLUSI · Progetto Lungo l'asta del Sempione a Gallarate - Tesi di Master, con Nadia Alborghetti e Simone Marmori
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25.5.6 Industrie - La Tosi

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Industrie - La TOSI
 
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I Cantieri Tosi e la cantieristica navale tra storia e patrimonio industriale
Lo sviluppo della Cantieristica a Taranto nel Novecento si collegò intensamente con la vita della città, assumendo una importanza vitale per l’economia locale e determinando aspirazioni sociali, culturali e professionali. Dagli scali del Cantiere Tosi, fucina di talenti, di valori e di competenze, scesero in mare diversi capolavori di ingegneria navale. I Cantieri divennero risorsa pregiata per il territorio tarantino, testimonianza di operosità industriale, contributo alla crescita di identità, tradizione di cui essere orgogliosi.La mostra che la Fondazione propone vuole indurre a una riflessione sulle strategie industriali presenti e future che si intrecci positivamente con la difficile situazione attuale che attraversa il territorio.
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I Cantieri Tosi - Anni-30-50-Voce-del-Popolo-1
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I Cantieri Tosi - Anni-50-60-Voce-del-Popolo-2
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I Cantieri Tosi - Architettura-del-Cantiere-3
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I Cantieri Tosi - Commesse-Estere-1
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Cantieri Tosi - Commesse-Estere-2
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I Cantieri Tosi - Commesse-Estere-3
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I Cantieri Tosi - Il-Cantiere-e-le-navi
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I Cantieri Tosi - Il-Fondatore
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I Cantieri Tosi - Il-sito
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I Cantieri Tosi - L_irizzazione
I Cantieri Tosi - Le-prime-costruzioni
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I Cantieri Tosi - Poster-sommergibili-2
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I Cantieri Tosi - Poster-sommergibili-2
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I Cantieri Tosi - Poster-sommergibili-4
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I Cantieri Tosi - Poster-sommergibili-6
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I Cantieri Tosi - Riparazione-e-chirurgia-navale
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I Cantieri Tosi - Vita-di-fabbrica
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iI Cantieri Tosi - Il-Momento-del-varo
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Poster Apertura I Cantieri Tosi
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Archivio Oto Melara (1902 - 1972)
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E lee la va in Filanda
La Filanda
Storia della Filanda e delle sue filerine
 

25.5.7 La prima guerra mondiale

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Prima guerra Mondiale
 
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Centenario Prima Guerra Mondiale - Comune di Pordenone - Percorso fra libri, documenti, letture, immagini e musica (Aspettando l'Adunata 2014 a Pordenone)
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Calisto Zovico. Ricordi degli anni della seconda guerra mondiale - Guido Zovico - I ricordi di una vita che, al suo "centro", ha vissuto gli anni pre e post il secondo grande...
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La Grande Guerra in Vallagarina - APT Rovereto e Vallagarina - Attraversati durante il conflitto dalla linea del fronte italo-austriaco, Rovereto e la Vallagarina...
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Itinerari guerra valbisenzio cdse - Acquerino Cantagallo
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Prima guerra mondiale - Appunti - Skuola.net    La Prima Guerra Mondiale scoppiò nel 1914 e coinvolse tutte le più grandi potenze a livello...
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I rapporti italo-spagnoli durante la prima guerra mondiale (1914-1918) - iskire iskire
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Pazzia soldati dopo la guerra - Andelka Muric - _tesi di laurea magistrale _allestimento di una mostra
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Posta Militare Italiana 1915-1918 - Luca Marenzio - Organizzazione della posta militare durante la prima guerra mondiale 1915-1918
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La 2 Guerra Mondiale e la resistenza nel Trevigiano - Eurekip
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Lorenzo e la grande guerra - Raffaello Editrice
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La Grande Guerra - Arteven
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La mia guerra d'Africa - Racconto dell'esperienza africana Nella Seconda Guerra Mondiale e della prigionia in India e Australia.
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Prigionia c'ero anch'io - volume primo - Giulio Bedeschi - Prigionia c'ero anchio - volume primo - Edizione Mursia - scritto da Giulio Bedeschi. Raccolta di memorie di soldati italiani tenuti prigionieri in vari campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. ...Campo di Zonderwater.
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L'affondamento del Nova Scotia - Dossier - 15/16 Novembre 1942 - L'affondamento nell'oceano indiano del Piroscafo Britannico Nova Scotia Carico di Prigionieri italiani reduci dall'Africa Orientale italiana Durante il TRASFERIMENTO Nei campi di concentramento in Sud Africa Inglesi Durante la Seconda Guerra Mondiale, causato da sommergibile tedesco ONU . 655 Prigionieri italiani Persero la vita. I Resti straziati Furono Sepolti un Vicino Hillary a Durban, Sudafrica. Recentemente have been traslati in Un sacrario-ossario Nel Cortile della chiesetta Che i Prigionieri italiani costruirono una Epworth, poco Lontano dal capoluogo del KwaZulu Natal, Pietermaritzburg. La chiesa e oggi monumento nazionale).
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Posta Militare Italiana 1915-1918
Organizzazione della posta militare Durante la Prima Guerra Mondiale 1915-1918
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I Prigionieri di Guerra Friulani nel campo di Zonderwater in Sudafrica
scritto da Ermanno Scrazzolo. Racconti di ex prigionieri friulani nel campo di Zonderwater. Alcuni tornarono in Sudafrica per lavoro
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I Mongoli Nella Seconda Guerra Mondiale
Breve excursus Silla Partecipazione dell'Esercito mongolo alla Seconda Guerra Mondiale
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Kennelbach. 1871-1900. L'Immigrazione - di Egon Sinz
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L'autentica storia di Otranto nella guerra contro i turchi -
Più di trecento lettere originali presenti nell’Archivio di Stato di Modena – scritte nei giorni del conflitto e in parte codificate con un alfabeto segreto per comunicare in modo riservato le informazioni più delicate sui rapporti tra varie entità statuali, europee e mediterranee – costituiscono la struttura fondamentale di questo volume sulla guerra turca contro la Terra d’Otranto. Le risultanze che scaturiscono da tali documenti sono confrontate con altri già editi, con la storiografia posteriore e con la saggistica sull'argomento.
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Vincenzo Caruso. La fortificazione permanente in Europa e in Italia nella seconda metà dell'800 - Dagli studi balistici del Generale Giovanni Cavalli, inventore del cannone rigato a retrocarica, all'evoluzione dei sistemi difensivi adottati in Europa e in Italia nel tardo '800, questo capitolo descrive la politica del riarmo degli Stati Europei e Opera Fortificate realizzate in Italia a cavallo tra il XIX e il XX secolo. tratto da: Massimo Lo Curzio – Vincenzo Caruso “La Fortificazione Permanente dello Stretto di Messina” Ed. EDAS, 2006 – € 40,00 formato 32 per 21 cm, 4 sedicesimi a colori EDAS Edizioni, via S Giovanni Bosco, 17 98122 Messina Tel. 090/675653 – e-mail info@edas.it
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Atlante Guerre - Quarta edizione - La Quarta edizione della Pubblicazione Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo
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La Grande Guerra in Vallagarina - Attraversati durante il conflitto dalla linea del fronte italo-austriaco, Rovereto e la Vallagarina affidano il ricordo della Prima Guerra Mondiale a trincee, postazioni di artiglieria, forti, musei e sacrari, come quello di Castel Dante a Rovereto. Tappe obbligate di un percorso della memoria, il Museo Storico Italiano della Guerra, che da più di novant’anni raccoglie e conserva documenti sulla Prima Guerra Mondiale e la Campana dei Caduti, che ogni sera con i suoi cento rintocchi in ricordo dei morti in battaglia si fa simbolo di pace.
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Il Club Bilderberg - Nel 1954, gli uomini più potenti del mondo si incontrarono per la prima volta, sotto gli auspici della corona olandese e della famiglia Rockefeller, nel lussuoso Hotel Bilderberg nella cittadina di Oosterbeek. Per un intero fine settimana discussero del futuro del mondo. Al termine, decisero di incontrarsi una volta all’anno per scambiarsi delle idee e analizzare gli affari internazionali. Si definirono “Gruppo Bilderberg”. Da allora, si sono riuniti annualmente in lussuosi hotel in varie parti del mondo per tentare di decidere il futuro dell’umanità.
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Camillo Pavan Al Fronte e in Prigionia - Al fronte e in prigionia. La seconda guerra mondiale nel racconto dell'artigliere Guido Granello. Colle di Tenda - Sidi el Barrani - Bardia - Zonderwater . Scritto da Camillo Pavan - CSC Edizioni
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Da Ferrara a Passo Halfaya - epopea del 2 ° Reggimento Artiglieria Celere "Emanuele Filiberto Testa di Ferro". Seconda Guerra Mondiale - Africa Settentrionale. A cura di Gian Paolo Bertelli
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25.5.8 Libri

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Libri
 
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Peter Kolosimo - Viaggiatori del tempo
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Peter Kolosimo -Terra senza tempo
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Duat Gli Effetti della forte impronta alieno - marco 65C02 - Tutti i paleocontatti alieni dal t> 4100dc sino ad Oggi, Effetti del fermatempo alieno
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NON E TERRESTRE - Peter Kolosimo - Pietra Nella pietra, l'uomo dove Stette? Aria nell'Aria, l'uomo dove Stette? Tempo nel Tempo, l'uomo dove Stette? Dal Canto Generale di Pablo Neruda
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Dossier completo chi Controlla il mondo (ebook)
LA REALTA 'Supera LA FANTASIA
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Storia della pace
Un interessante volume per guardare con occhi diversi ai fatti e ai personaggi della storia. Di Alessandro e Daniele Marescotti
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058 Che cos el esoterismo quarta via
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Esoterismo deviato
 
Tipografia ed editoria una storia dell'editoria a Varese con I Primi libri Stampati, tipografo ONU Varesino a venezia. le prime vedute di una stampa di varese, aggiunte e Integrazioni al catalogo <antiche stampe di varese>; Samuel Butler al Sacro Monte di Varese, il Varesotto Sulle carte da gioco; vedute del Sacro Monte
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La donna nella storia
di Michele Ceres La storia è stata scritta prevalentemente dagli uomini che, almeno fino agli anni Trenta del XX secolo, hanno sistematicamente ignorato il contributo dato dalle donne al progresso dell’umanità. I criteri e i valori che gli storici hanno posto alla base della ricostruzione del passato non sono stati riferiti, infatti, al mondo femminile, che è vissuto, per gran parte del tempo della storia, ai margini o addirittura al di fuori dei valori e dei criteri che ne hanno caratterizzato la ricerca, ancorché le donne avessero partecipato ad intrecciare, nell’anonimato delle attività quotidiane, la trama fitta e resistente della cultura, che ha consentito all’umanità di progredire.
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Self publishing
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Telegrammi
 

25.5.9 Lingue

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Lingue
 
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lezioni Esperanto - QUESTO E Un ottimo libro per IMPARARE l'esperanto. Creato Dagli Utenti di Wikibooks Italia
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Interlinguistica - Un viaggio Tra le lingue Ausiliarie Internazionali e le Motivazioni dei Loro creatori.
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Grammatica veneta - Silvio Belloni, Grammatica veneta
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25.5.10 Lombardia e dintorni

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Lombardia e dintorni
 
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Lombardia Nord Ovest 1 2014 - Turismo Experience
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Ospitalità a varese - descriva I luoghi di accoglienza turistica a Varese dal medioevo, ad Oggi. Dati Attenzione particolare e al Grand Hotel Excelsior di Casbeno
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Bollettino storico bibliografico subalpino
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Diario del Monte Vesuvio - Giovanni P. Ricciardi Diario del Monte Vesuvio Venti secoli di immagini e cronache di ONU vulcano nella città
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25.5.11 Medioevo

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Medioevo
 
 
I Segni dei Cavalieri in Basilicata
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Catalogo Medioevo 2012 - Medioevo, Riproduzione antiche armi - Gubbio
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Cristianesimo medievale - Storia del cristianesimo medievale DELL'EUROPA Occidentale e in Parte orientale
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sconosciuto
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sconosciuto
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sconosciuto
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Medioevo - Avvento 2014 x opuscolo web - http://www.frateindovino.eu/public/resources/avvento-2014-opuscolo-x-web.pdf

25.5.12 Museo

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Museo
 
Museo informa 50 2014 - Rivista quadrimestrale della Provincia di Ravenna - Notiziario del Sistema Museale Provinciale
 
 
 

25.5.13 Olona

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Olona
 
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Olona e dintorni N.1 - Rivista dell 'eccellenza della Valle Olona.
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Olona e dintorni N.2 - Rivista dell 'eccellenza della Valle Olona.
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Olona e dintorni N.3 - Rivista dell 'eccellenza della Valle Olona.
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Olona e dintorni N.4 - Rivista dell 'eccellenza della Valle Olona.
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Olona e dintorni N.5 - Rivista dell 'eccellenza della Valle Olona.
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Guida Olona da Vivere - Una guida per Conoscere meglio il fiume Olona ei torrenti Lura e Bozzente.
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25.5.14 Storia

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Storia
 
PERCORSI CASTLE da Milano a Bellinzona - Guida alla Castelli del Ducato
A cura di Nexo in quattro lingue (italiano, inglese, francese, tedesco) e distribuito gratuitamente nei luoghi di visita, la guida fornisce un invito alla scoperta del ricco patrimonio di architettura fortificata del periodo visconteo-sforzesco la cui presenza è ancora un vasta area tra Lombardia, Piemonte e Canton Ticino.
 
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Percorsi Castellani da Milano a Bellinzona - Guida ai Castelli del Ducato
Percorsi castellani da Milano a Bellinzona. Guida ai castelli del ducato, ideata nell'ambito del progetto Castelli del ducato avvalendosi della consulenza scientifica di Memoria & Progetto, di Lombardia nel Rinascimento e dell'Ufficio dei beni culturali della Repubblica e Cantone Ticino, è alla base di una proposta che mira a coniugare turismo e approfondimento culturale. Edita da Nexo in quattro lingue (italiano, inglese, francese, tedesco) e distribuita gratuitamente nei luoghi di visita, la guida costituisce un invito alla riscoperta di quel ricco patrimonio di architetture fortificate del periodo visconteo-sforzesco la cui presenza contraddistingue ancora oggi una vasta area compresa tra Lombardia, Piemonte e Canton Ticino.
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Parcours au fil des chateaux de Milan à Bellinzone. Guide des Châteaux du Duché
Créé dans le cadre du projet du Duché avec châteaux des avis scientifiques de Mémoire et, Projet, Lombardie dans la Renaissance et de l'Office des Biens Culturels de la République et Canton du Tessin, c'est la base d'une proposition qui vise à combiner tourisme et études culturelles. Édité par Nexo et distribué gratuitement, la guide offre une invitation à la découverte du riche patrimoine de l'architecture fortifiée de l'époque Visconteo-Sforzesco dont la présence est encore un vaste territoire entre le Canton du Tessin, de Piémont et de Lombardie.
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Che storia!
La storia italiana raccontata in modo semplice e chiaro, ma anche alternativo e interessante, partendo dal punto di vista delle persone e della loro vita quotidiana.
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Comprendere la storia
ALCUNE pagine esemplificative dell'opera Comprendere la storia
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Mesopotamia - Esta revista la utilizamos como para nuestra recurso lapbook de Mesopotamia
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Roma Antigua [Guías Eyewitness][Edición Española]
Guías Eyewitness ANTIGUA ROMA Guías Eyewitness Lámpara de bronce: perro con una liebre en el hocico Estatuilla de bronce: Afrodita ajustándose la sandalia Recipiente de barro Cucharón Rueca de plata Cuchara de plata SIMON JAMES Pintura en vidrio deoro de unretiarius, un tipo de gladiador Héroe en combate, en bronce Busto de Minerva, en bronce Broches de rayos, ostrogodos Pendientes de oro, de delfines
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Calendario storico 2014 della Guardia di Finanza
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Resistenza n. 1 2014 - La rivista dell'ANPI provinciale di Bologna
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Atlante Guerre - Quarta edizione -  - La Quarta edizione della Pubblicazione Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo
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La strada Flaminia militare del 187 a.c. - Tutto il percorso Bologna-Arezzo
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Uomini e Fatti del "Gherlenda". La Resistenza Nella Valsugana orientale e Nel Bellunese - di Giuseppe Sittoni
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Strigno. Breve guida storico illustrativa della borgata - di Adone Tomaselli
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Città Sommerse. Geografie d'acqua Nel territorio costiero veneto - Tesi di dottorato
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BBCHistory-N14_Giugno2012 - Uruk La prima città del mondo Engels Il comunista capitalista l’autorevole mensile che va oltre la solita storia Passi da gigante Le tappe che hanno cambiato l’umanità quali nazioni si fecero guerra per l’oppio? n E L L a s t o r ia italia numero 14 giugno 2012 e 3.90 L E s p iE UNA CASA DEGNA DI I palazzi della regina per London Calling Martedi 5 giugno alle 21.00 Channel 332
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La valsusa
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Storia dell'arte occidentale
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Cernusco sul naviglio
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Atlante storico del bergamasco n. 2
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Mille anni di bibliografia
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Il Ticino contemplativo
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Dura medievale
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Breve storia del mar jonio
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Europinione - Speciale Storia - Unendo e approfondendo il lavoro svolto nell? Ultimo anno - Attraverso la rubrica "Oggi parliamo di" - grazie all'impegno di Matteo Anastasi, Davide Maria Del Gusto e Silvia Mangano, ABBIAMO Pensato di collect ONU Centinaio di pagine di Introduzione a decine di diverse Personaggi, Qualcuno Molto noto, Altri dimenticati dal tempo, Che Hanno contribuito, Nel Loro piccolo, un Costruire ONU Pezzo di storia e cultura del Nostro Paese, dal Medioevo ad Oggi. Parleremo di "papi" e Pionieri, esploratori e Padri fondatori della Nostra Costituzioni, strateghi del Seicento e Intellettuali senza tempo!
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BBCHistory-N14_Giugno2012 - Uruk La prima città del mondo Engels Il comunista capitalista l’autorevole mensile che va oltre la solita storia Passi da gigante Le tappe che hanno cambiato l’umanità quali nazioni si fecero guerra per l’oppio? n E L L a s t o r ia italia numero 14 giugno 2012 e 3.90 L E s p iE UNA CASA DEGNA DI I palazzi della regina per London Calling Martedi 5 giugno alle 21.00 Channel 332
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Verso Casa di Sergio Pedemonte - Sergio Pedemonte VERSO CASA Cronache di Soldati isolesi (1805-1947) CENTRO CULTURALE DI ISOLA DEL CANTONE (GE) 1995
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Pazzia Soldati DOPO la guerra - _tesi di laurea magistrale _allestimento di Una mostra
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Soldati italiani in Russia Ed Estremo Oriente all'epoca della prima guerra Mondiale (1915-1922) - Collezione di Valter Astolfi. Storia postale moderna
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La Grande Guerra - La Grande Guerra supporto allegato alla lezione spettacolo sulla Grande Guerra Il progetto della "Lezione Spettacolo" nasce dalla volontà di offrire alle scuole l’opportunità di un approfondimento che divenga anche momento di conoscenza e lettura delle radici culturali del nostro territorio. E con l’occasione accompagnare al progetto un agile strumento editoriale che possa fare da guida e conservarne la memoria.
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Il lungo xx Secolo anteprima
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Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo - Terza edizione - Terza edizione della Pubblicazione Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo edita dall'associazione 46 ° Parallelo
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L'OASI - Cristoforo Piombo, da Tripoli a Zonderwater - Anno 2012 n° 110 - L’OASI - Notiziario dell’Associazione ex allievi Lasalliani in Libia (delle scuole cristiane di Tripoli e Bengasi). Cristoforo Piombo classe 1919, ex POW di Zonderwater. Ha vissuto con la famiglia a Tripoli. Da giovane è stato un atleta. Catturato dagli inglesi il 4 gennaio 1941 a Bardia durante la seconda guerra mondiale e finito nel grande campo di Zonderwater.
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25.5.15 Tesi di laurea

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Tesi di Laurea
 
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consumo di suolo e dispersione urbana. Il caso-studio della Provincia di Fermo
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I vuoti urbani delle bolle immobiliari
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25.5.16 Trasporti

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Trasporti
 
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Catalogo biciclette Legnano
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Le ferrovie delle meraviglie - Viaggio Nelle Ferrovie Dimenticate d'Italia
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Bus Magazine n. 3/2014
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GCEMED2012 - Anagrafe della Bicicletta [Ciclospazio]
Per cercare di diminuire il fenomeno dei furti e della compravendita di bici rubate il CicloSpazio offre ai suoi soci la possibilità di marchiare sul telaio della bici una targa indelebile micropunzonata con un apparecchio a percussione, in modo da renderla riconoscibile e da renderne possibile la restituzione al legittimo proprietario in caso di ritrovamento.
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25.5.17 Turismo

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Turismo
 
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25.5.18 Rifiuti

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Rifiuti
 
Segnala Rifiuti OPR Varese - Dati 2002 - La Raccolta dei Principali Dati Silla Gestione Rifiuti, la raccolta differenziata e le Iniziative promosse in Provincia di Varese e nda Suoi 141 Comuni - a cura di ARS Ambiente Srl
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Rapporto Rifiuti OPR Varese - Dati 2006 - La Raccolta dei Principali Dati Silla Gestione Rifiuti, la raccolta differenziata e le Iniziative promosse in Provincia di Varese e nda Suoi 141 Comuni - a cura di ARS Ambiente Srl
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Rapporto Rifiuti OPR Varese - Dati 2007 - La Raccolta dei Principali Dati Silla Gestione Rifiuti, la raccolta differenziata e le Iniziative promosse in Provincia di Varese e nda Suoi 141 Comuni - a cura di ARS Ambiente Srl
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Rapporto Rifiuti OPR Varese - Dati 2008 - La Raccolta dei Principali Dati Silla Gestione Rifiuti, la raccolta differenziata e le Iniziative promosse in Provincia di Varese e nda Suoi 141 Comuni - a cura di ARS Ambiente Srl
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Rapporto gestione rifiuti OPR Varese - 2009 e trend decennale - La raccolta dei principali dati sulla gestione rifiuti, la raccolta differenziata e le iniziative promosse in Provincia di Varese e nei suoi 141 Comuni - dati 2009 e trend dei 10 anni 2000-2009 - a cura di ARS ambiente Srl
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Rapporto rifiuti OPR Varese - dati 2010 - La raccolta dei principali dati sulla gestione rifiuti, la raccolta differenziata e le iniziative promosse in Provincia di Varese e nei suoi 141 Comuni - a cura di ARS ambiente Srl
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Rapporto Rifiuti OPR Varese - Dati 2011 - La Raccolta dei Principali Dati Silla Gestione Rifiuti, la raccolta differenziata e le Iniziative promosse in Provincia di Varese e nda Suoi 141 Comuni - a cura di ARS Ambiente Srl
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Rapporto Rifiuti OPR Varese - Dati 2012 - La Raccolta dei Principali Dati Silla Gestione Rifiuti, la raccolta differenziata e le Iniziative promosse in Provincia di Varese e nda Suoi 141 Comuni - a cura di ARS Ambiente Srl
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Il territorio degli scarti e dei Rifiuti - a cura di: Rosario Pavia, Roberto Secchi, Carlo Gasparrini
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25.6 Consigli della settimana e partecipazioni

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www.redigio.it
 
Consigli della settimana
 
 
 
https://www.noteboardapp.com//rogodogene
 

25.7 Filmati per youtube

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www.redigio.it
 
 
 
filmati mp4 a risoluzione 240x180
 
Si consiglia di scaricare questi files (salva con nome) nel proprio PC.
 
Risulta velocissimo e consuma meno del 10% delle proprie risorse (euro e GB) di rete.
 
Un esempio di risparmio energetico:
un filmato da 20 minuti di visione in rete può essere scaricato in 12/15 secondi. Tutte le visioni del filmato non hanno più bisogno della rete.
 
Poi, con calma,        assorbite la risorsa.

25.7.1 QGLB001 al QGLB299-da youtube-dati7

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il sito di riferimento :  redigio.it/dati7/
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redigio.it/dati7/QGLB008-2009-06-25-Cascinetta-nfp9TLAtEDk_mpeg4.mp4 - Protezione civile - La sede alla cacinetta di Borsano
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25.7.2 QGLB300 al QGLB599-da youtube-dati8

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redigio.it/dati8/
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redigio.it/dati8/QGLB568-20140905-drago-legnano-C2NChzY9cIk_mpeg4.mp4 - Il drago a Legnano. Il drago Tarantasio e il lago gerundo
 
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25.7.3 QGLB600 al QGLB900-da youtube-dati9

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La storia della basilica di San Magno nei cinque secoli. (San magno, basilica, piazza)
 
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Incontro del 22 dicembre 2014 al Welcome Hotel. . (legnano, Facebook)
 
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redigio.it/dati9/QGLB630-20150103-un-racconto-w4cgCF2h904_mpeg4.mp4 - Un racconto in dialetto quasi legnanese. Un trattato sulle case del Dell'Acqua. Case popolari nel ricordo di Berti
 
redigio.it/dati9/QGLB631-20150106-auguri-befana-2015-uyL5vIboSF4_mpeg4.mp4 - Alla prossima Befana riproporro' questo augurio
 
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Storia della chiesa di Legnanello raccontata da uno storico della zona e in costume e anche in dialetto. Queste puntate sono prove di una rappresentazione teatrale locale. (Olmina, legnanello, chiesa, teatro)
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Storia della Fratelli Gianazza (nota azienda meccanica e caldareria in Legnano). La storia descritta e vissuta da chi ha lavorato dal 1963 al 1968. Questa storia non e' mai stata scritta, ma e' stata vissuta personalmente. (canazza, industrie)    - #07 -
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redigio.it/dati9/QGLB734-Cascinetta-090606-3uq9hYgKqLI_mpeg4.mp4
 
 
 
redigio.it/dati9/QGLB738-CSB-0090502-NEW-lnSGH1hHtro_mpeg4.mp4
redigio.it/dati9/QGLB739-CSB-230509-ludi-di-Maggio-C30Uzg6lW0w_mpeg4.mp4
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Il gruppo folcloristico I AMIS nel giugno del 2010 al Santa Teresa di Legnano
redigio.it/dati9/QGLB751-iamis-20100602-500_x264.mp4-AaAPnvoEPFg_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS nel giugno del 2010 al Santa Teresa di Legnano
redigio.it/dati9/QGLB752-iamis-20100602-516_x264.mp4-LWN9WZ0IQTs_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS nel giugno del 2010 al Santa Teresa di Legnano
redigio.it/dati9/QGLB753-iamis-20100602-517_x264.mp4-olxkh90mnBw_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS nel giugno del 2010 al Santa Teresa di Legnano
redigio.it/dati9/QGLB754-iamis-20100602-518_x264.mp4-z2sDanLLI50_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS nel giugno del 2010 al Santa Teresa di Legnano
redigio.it/dati9/QGLB755-iamis-20100602-519_x264.mp4-p5E-ucUkiMg_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS nel giugno del 2010 al Santa Teresa di Legnano
redigio.it/dati9/QGLB756-iamis-20100602-520_x264.mp4-0YSmU1HiKyA_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS nel giugno del 2010 al Santa Teresa di Legnano
redigio.it/dati9/QGLB757-iamis-20100602-521_x264.mp4-qE7pyvb-zps_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS nel giugno del 2010 al Santa Teresa di Legnano
redigio.it/dati9/QGLB758-iamis-20100602-522_x264.mp4-rZLe_q1uS3M_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS nel giugno del 2010 al Santa Teresa di Legnano
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Il gruppo folcloristico I AMIS  a Bogliasco al raduno interregionale
redigio.it/dati9/QGLB749-GGL384-bogliasco15-pt01-0LI4BSgXje4_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS  a Bogliasco al raduno interregionale
redigio.it/dati9/QGLB759-iamis-bogliasco-01.mp4-8DJ5FDwtVPc_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS  a Bogliasco al raduno interregionale
redigio.it/dati9/QGLB760-iamis-bogliasco-02.mp4-GUgG_PeezVk_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS  a Bogliasco al raduno interregionale
redigio.it/dati9/QGLB761-iamis-bogliasco-04.mp4-INN6bv-E3EM_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS  a Bogliasco al raduno interregionale
redigio.it/dati9/QGLB762-iamis-bogliasco-05.mp4-2XZXxT1tEsc_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS  a Bogliasco al raduno interregionale
redigio.it/dati9/QGLB763-iamis-bogliasco-06.mp4-Ut9fypeT5c4_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS  a Bogliasco al raduno interregionale
redigio.it/dati9/QGLB764-iamis-bogliasco-07.mp4-AqCjDDiGG4E_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS  a Bogliasco al raduno interregionale
redigio.it/dati9/QGLB765-iamis-bogliasco-08.mp4-oC8CsM0fZLE_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS  a Bogliasco al raduno interregionale
redigio.it/dati9/QGLB766-iamis-bogliasco-09.mp4-Lqct2JeN9s0_mpeg4.mp4 - Il gruppo folcloristico I AMIS  a Bogliasco al raduno interregionale
 
 
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Storia dell'Olmina, quartiere alla periferia di Legnano
 
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Una visita al Parco Altomilanese in diverse puntate
 
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Una visita al castello prima delle ultime sistemazioni con interessanti osservazioni
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Il lago di Comabbio e dintorni. Il villaggio, divertimenti, pista ciclabile
 
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25.8 i privati

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www.redigio.it
 
 
 
Non disponibili al pubblico
 
 
 

25.8.1 Lo staff di REDIGIO

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Lo staff tecnico
 
 
  1. 1o Assistente Scenografo Esterno
  2. 1ªAssistente Arredamento
  3. 1ªAssistente Costumista
  4. 1ªAssistente Scenografia
  5. A cura di .............
  6. Addette alle Pulizie
  7. Affari generali Acquisti
  8. Aiuti Amministrazione
  9. Aiuti Arredamento
  10. Aiuti Regista
  11. Aiuto costumista
  12. Aiuto operatore
  13. Aiuto scenografo/a
  14. Altre figure
  15. Altri personaggi
  16. Altri progetti
  17. Amministratore Unico –
  18. Direttore amministrativo e commerciale
  19. Amministrazione
  20. Area banche
  21. Area contenuti
  22. Area operativa
  23. Area politica
  24. Area progetti innovativi
  25. Area servizi assicurativi
  26. Area sviluppo
  27. Area tecnica conservazione
  28. Arredamento       Vera Castrovilli
  29. Arredatore/trice
  30. Art Director Sigla
  31. Assemblea dei soci
  32. Assistente al Produttore Creativo
  33. Assistente costumista
  34. Assistente di produzione
  35. Assistente di Studio
  36. Assistente Editoriale
  37. Assistente operatore
  38. Assistente Scenografo
  39. Assistente scenografo/a
  40. Assistente volontario di produzione
  41. Assistenti ai Costumi
  42. Assistenti al Casting
  43. Assistenti al Montaggio Video
  44. Assistenti alla Regia
  45. Assistenti Arredamento
  46. Assistenti di Produzione
  47. Assistenti Truccatrici
  48. Attrezzisti
  49. Autista di produzione
  50. Banca del tempo
  51. Beneficiari dell'associazione
  52. calendario
  53. Capelli
  54. Capi Elettricisti
  55. Capo Attrezzista
  56. Capo cantiere
  57. Capo Sceneggiatori       Davide Sala
  58. Capo truccatore
  59. Capo Truccatrici
  60. Capo-macchinista
  61. Capo-squadra elettricisti
  62. Cast
  63. Cast tecnico
  64. Collegio dei revisori contabili probiviri
  65. Collegio sindacale
  66. Comitato di direzione
  67. Comitato scientifico
  68. Con la collaborazione d
  69. Consigliere con mandati specifico
  70. Consulenti
  71. Contabilita' e bilancio
  72. contabilità, amministrazione, ordini
  73. Contact Center - operatori
  74. Content Management System
  75. Contenzioso
  76. Controllo gestione
  77. coordinamento commerciale, marketing, ufficio stampa, comunicazione
  78. coordinamento editoriale, traduzione, editing
  79. Coordinamento Edizione Dialoghi
  80. coordinamento produzione, grafica, amici dei libri
  81. Coordinatore di Produzione
  82. Costumi
  83. Costumi
  84. Costumista
  85. Costumista
  86. Costumista       Annabruna Gola (A.S.C.)
  87. Creazione siti iOS e Android
  88. Creazione Siti Mobile
  89. Creazione Siti Web Aziendali
  90. Curiosità
  91. Data manager
  92. Decoratrici
  93. Delibera
  94. Dialoghi
  95. Dimensioni della troupe
  96. Direttore casting
  97. Direttore Casting ruoli iniziali (creazione famiglie)
  98. Direttore della fotografia
  99. Direttore di produzione
  100. Direttore Editoriale
  101. Direttore tecnico
  102. Direttori della Fotografia
  103. direzione
  104. Direzione crediti
  105. Direzione didattica
  106. Direzione organizzazione di sistemi
  107. Direzione programmi e management
  108. Direzione sinergie e partnership
  109. Distribuzione
  110. DJ
  111. E-Commerce
  112. Editor e Agente letterario
  113. Editor e illustratrice/grafico
  114. Edizione Dialoghi
  115. Edizioni Musicali
  116. Elettricista
  117. Elettricisti
  118. Erogazioni
  119. Falegnami
  120. Fasi di lavorazione
  121. Formazione
  122. Figure chiave
  123. Finale
  124. Finanaziamenti
  125. Fonico di presa diretta
  126. Formattatore
  127. Fotografia
  128. Fotografo di Scena
  129. Gestione del sistema di raccolta dati
  130. Gestione della produzione
  131. gestione formazione
  132. Gestione reti
  133. Grafica
  134. Graphic Designer
  135. Graphic Designer
  136. Ideazione Scenografia
  137. Il produttore
  138. Il produttore
  139. Il regista
  140. Il regista
  141. Il reparto Produzione
  142. In Produzione
  143. Ispettore di Produzione
  144. Istruttoria
  145. L'aiuto regista
  146. L'assistente alla regia
  147. L'assistente di regia volontario
  148. linee guida
  149. Location manager
  150. Location Managers
  151. Macchinisti
  152. Macchinisti e Gruppisti Atlantis
  153. Microfonisti
  154. Mixer Video Videotime
  155. Montaggio Video
  156. Musiche originali
  157. Operatore alla macchina
  158. Operatore steadycam
  159. Operatori di Ripresa Atlantis
  160. Operatori di Ripresa VideoTime
  161. Organizzatore Generale
  162. Organizzazione eventi e Ufficio stampa
  163. Organo di vigilanza
  164. Parrucchieri
  165. Partners
  166. Pianificazione Riprese
  167. Post-produzione
  168. Post-Produzione Audio e Mix
  169. Pre-produzione
  170. Premi Oscar
  171. Preparazione Attori
  172. Preventivo Realizzazione Sito
  173. Produttore Creativo
  174. Produttore Esecutivo
  175. Produttore RTI
  176. Produzione
  177. programmi
  178. Promozione
  179. Pubblicita'
  180. Raccolta dei fondi
  181. Rapporti con case editrici
  182. Rapporti con il ministero
  183. Rappresentante della direzione
  184. Realizzazione siti E-Commerce
  185. Realizzazione Siti in Flash
  186. Realizzazione siti internet
  187. Reclutamento
  188. Regia
  189. Relazioni industriali
  190. Remunerazione
  191. Responsabile Area Legale e Diritti esteri
  192. Responsabile Casting
  193. Responsabile Editoriale
  194. Responsabile impianti
  195. Responsabile Magazzino
  196. Responsabile Post-Produzione
  197. Responsabile prevenzione  e sicurezza
  198. Responsabile qualita'
  199. Responsabile Scenografia Esterne
  200. Responsabile Tecnico Atlantis
  201. Responsabile Tecnico Videotime
  202. Responsabile trattamento dati personali
  203. Responsabile ufficio gare
  204. Restyling Siti e Grafica Web
  205. Ricerca Casting e Location Como
  206. Ricerca e sviluppo
  207. Ricerca e sviluppo
  208. Ricerche di mercato
  209. Risk Management
  210. Runner
  211. Sarte
  212. Sarto
  213. Scenografia
  214. Scrittura
  215. Seconda unità e unità speciali
  216. Segretaria del Produttore Creativo
  217. Segretaria di Redazione
  218. Segretario di edizione
  219. Segretario di produzione
  220. Selezione
  221. SEO, SEM & Web Marketing e copywriter
  222. Serie ideata e sviluppata da
  223. Service Riprese
  224. Servizi di assistenza ai sistemi applicativi
  225. Servizi diversi
  226. Servizio cultura e sociale Servizio trasporti
  227. Servizio di Hosting e monitoraggio sistemi
  228. Serviziolegale e segreteria societaria
  229. Soci benemeriti
  230. Soci fondatori
  231. Soci onorari
  232. Speaker
  233. Sponsorizzazioni
  234. Staff
  235. Story Editor
  236. Story Editor
  237. Story Editor R.T. I.
  238. Story Liner
  239. Sul set
  240. Suono
  241. Supervisore Raccordi
  242. Supporter
  243. Supporto della direzione
  244. Sviluppo software
  245. Sys Admin
  246. Tecnico Audio Atlantis
  247. Tecnico Audio Videotime
  248. Tecnico Servizi Generali
  249. Tecnico Video Atlantis
  250. Tecnico Video Videotime
  251. Tesoreria
  252. Traduzioni dal cinese
  253. Traduzioni dall’arabo
  254. Trama
  255. Trasporti
  256. Truccatore
  257. Trucco
  258. Ufficio del personale
  259. Ufficio Legale
  260. Ufficio Stampa
  261. Ufficio stampa e comunicazioniUfficio protocollo
  262. Vendite
  263. Vice-Produttore Creativo       Michele Rovini
  264. Video assist
  265. Voci correlate
  266. Web Designer
  267. web developer
 

25.8.2 Progetti

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Progetti
#50 - Progetto 50 - invio a oradio.it
#38 - Progetto 38 -podomatic.com  --->>>
#37 - Progetto 37 -archive.org  --->>>
#36 - Progetto 36 - freerumble   --->>>
#35 - Progetto 35 - spreaker --->> facebook twitter tumblr  soundcloud youtube
#34 - Progetto 34 - varie di storia e cultura
Progetto 33 - martinelle,
#32 - Progetto 32 - Lago di Comabbio e dintorni, compreso il villaggio
Progetto 31 - dialetto
Progetto 30 - teatro e teatrino
progetto 29 - castello di Legnano in tutte le sue forme - Mulini - Olona
Progetto 28 - Le contrade con evidenza San Bernardino
Progetto 27 - Storia di legnano
Progetto 26 - I AMIS
Progetto 25 - Scuola di Danza
Progetto 24 - museo
Progetto 23 - conferenze
Progetto 22 - De Bello Gallico e i Longobardi
Progetto 21 - i Celti anche in Milano
Progetto 20 - Letto e ascoltato
Progetto 19 - Contrada San Bernardino
Progetto 18 - Manifattura di Legnano
Progetto 17 - Fanta-storie. Pensieri di fantasia ma senza attuazione pratica
Progetto 16 - Antichi Dei?? - Anunnaki, carri volanti, ufo ecc.
Progetto 15 - Cantoni
Progetto 14 - Storia di Roma antica
Progetto 13 - Letture urbane - Leggere e creare podcast in diretta e in esterno ove ci si trova. - Non in studio di registrazione. -
Progetto 12 - Storie di Milano in dialetto
Progetto 11 - Vangelo di Matteo in dialetto
Progetto 10 - Interviste per "L'albero legnanese degli zoccoli"
Progetto 09 - Letture da biblioteca
Progetto 08 - Italiani con Custer
#07 - Progetto 07 - La Canazza - Erasmo caserma elena autostrada
#06 - Progetto 06 - Medioevo
#05 - Progetto 05 - Ascoltati per voi - Serie QGLPxxx    .mp3 -
#04 - Progetto 04 - Storia della Saffa - Curiosita'
#03 - Progetto 03 - Vai a quel paese - Rubrica turistica dei paesi nel dintorni
Progetto 02 -
#01 - Progetto 01 - note board - informazioni per i social
 
 
 
 
 
 
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- (bandalegnano)
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- (medioevo)
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- (Petitspas)
- (pianedadanza)
- (prtcv)
- (storia)
- (uboldo)
- (viaggio)
 
 
 

25.8.3 radio

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25.9 Altri

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25.9.1 Canazza

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redigio.it/dati2/QGL367-4045-8020.mp3 - Personaggi - Gianazza   - #07 --04.36

 
 
Storia della Fratelli Gianazza (nota azienda meccanica e caldareria in Legnano). La storia descritta e vissuta da chi ha lavorato dal 1963 al 1968. Questa storia non e' mai stata scritta, ma e' stata vissuta personalmente. (canazza, industrie)
 
Colonia elioterapica di legnano
 
redigio.it/dati4/QGL940-miniguida-6387-7174.mp3 - Parte 22 ("Il vino di San Erasmo") - audio_6387_7174 - 02.38      #canazza
 
redigio.it/dati4/QGL892-legnano-1620-6491-7386.mp3  - Parte 24 ("Legnano - 1620 - La prima autostrada")      #canazza
 
redigio.it/dati4/QGLA142-varie-legnano-6633-7851.mp3 - Parte 8 ("Legnano - colonia elioterapica") - audio_6633_7851_ - 11.22 -    #canazza
 
redigio.it/dati6/QGLA526-4046_6576_.mp3 - Parte 39 ("Legnano - Distribuzione delle patenti della poverta' - Sant'Erasmo L'ospizio di s. Erasmo tra storia diritto e cultura")     #canazza
 
redigio.it/dati6/QGLA511-004046-004080.mp3 - Parte 24 ("L'Ospizio di S.Erasmo ricostruito nel 1928")       #canazza
 
redigio.it/dati6/QGLA505-004046-004199.mp3 - Parte 18 ("C'era una volta la Colonia Elioterapica di Legnano, gioiello dell'architettura razionalista")  -  #canazza
 
  1. redigio.it/dati10/QGLA866-oltresempione-festa.mp3 -  Festa dell'Oltresempione in quartiere Canazza. La presentazione della Consulta, del Vigili Urbani e del Sindaco.
 
  1. redigio.it/dati14/QGLC438-legnano-SPietro.mp3 - La chiesa di San Pietro, ritrutturata è stata consacrata dal Cardinale Martini nel 25° di elevazione a parrocchia - L'edificio parrocchiale del rione Canazza è ora funzionale e accogliente. - #35 -
 
 
redigio.it/dati15/QGLC562-legnano-canazza.mp3 - Le antiche origini del bosco dei RONCO - cenni storico morfologici - Attorno al bosco del RONCO fino agli anni 30 si espandevano i vigneti
 
 
  1. redigio.it/dati21/QGLD204-canazza-story.mp3 - Spettacolo teatrale "Canazza story" del 01 aprile 2017" presso il teatro dell'oratorio  dell'Olmina
 
  1. redigio.it/dati21/QGLD209-canazza-carmelo.mp3 - Come furono giudicate le opere pittoriche di arte contemoranea    nella chiesa delle Carmelitane scalze nella chiesa San Giuseppe lavoratore in Canazza
 
  1. redigio.it/dati21/QGLD215-erasmo-vino.mp3 - Da una storia delle chiese: a legnano la chiesa di S.Erasmo e il vinello aspro e forte della Canazza      
 
  1. redigio.it/dati19/QGLD122-legnano-tram.mp3 - Il tram a Legnano - Cinquanta anni fa i Legnanesi davano addio al tram Milano - Legnano Canazza dopo 86 anni di onorato servizio - #35
 
 
  1. redigio.it/dati18/QGLC909-canazza.mp4 - filmato del 2016 dicembre 13   
  2. redigio.it/dati18/QGLC910-canazza.mp4 - nuovo trailer - filmato del 2016 dicembre 13    https://youtu.be/s_OXpaBDYQA
  3. redigio.it/dati18/QGLC911-canazza-trailer2.mp4 - nuovo trailer - filmato del 2016 dicembre 13     
  4. redigio.it/dati18/QGLC912-canazza-trailer2.mp4 - nuovo trailer - filmato del 2016 dicembre 13  per internet con voce   https://youtu.be/cLgXa-Iw8BI
  5. redigio.it/dati18/QGLC913-canazza-trailer2.mp4 - nuovo trailer - filmato del 2016 dicembre 13   massima risoluzione con voce
  6. redigio.it/dati18/QGLC842-mostra-canazza.pdf - La mostra al Cantoni sulla storia della Canazza.
  7. redigio.it/dati18/QGLC910-canazza.mp4 - nuovo trailer - filmato del 2016 dicembre 13   https://youtu.be/s_OXpaBDYQA
 
 
 
 
 
 

25.9.2 canazza2 - 20170504

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                                              GRUPPO  ADULTI

Prima Scena

I due si trovano in un ambiente da definire

Parroco (Redigonda) :   ciao  Giorgio  senti  cosa ne pensi se organizziamo la festa della     Parrocchia 

Giorgio (Giorgio):   no  don non se ne parla, per fare una festa ci vuole gente che lavora e non genti  che la siguta ha parlà ,purtroppo  qua da Noi abbiamo tanti della seconda categoria  e pochi  ca lavuran . e una festa non è possibile organizzarla,lasciamo perdere che è meglio .

Parroco (Redigonda) : Ti faccio una confidenza ,sai  ieri sera il Prevosto,  mi ha dato un cicchetto perche sono l'unico in tutta la Città che non organizza Niente …. Se dopo questa lavata di testa mi ripresento senza un programma il Prevosto mi  fa trasferire, quindi  se vuoi che io resti qui  devi organizzarmi la Festa .  e Mi raccomando non dire niente a nessuno il  mio  trasferimento  deve essere un Segreto .

Giorgio (Giorgio) ma ..no…. Ma cosa stai dicendo ,davvero, ti ha minacciato ……  allora …… senti   digli che Noi la festa , la festa la faremo e sarà la più bella festa della Città,

Giorgio esce di scena e il parroco parla da solo con il suo capo

Parroco (Redigonda)  Visto  è sufficiente confidare un segreto  …. E subito succede il miracolo  tanto lo so già che fra 5 minuti tutto il rione Sarà  Informato  del  mio trasferimento  ma solo io  e Tè sappiamo che questa e una Balla .

 

Il Parroco esce di scena ed entra Rita e Serghei e subito dopo Enrica e Bianca

Rita (Rita)  : Ciao, avete sentito che  facciamo una festa ,si perché se non la facciamo il Don  viene trasferito

Serghei :    cosa……il don viene Trasferito ?  finalmente se ne va  che  bello …. Allora niente Festa …

Enrica : ma cosa stai dicendo il don non si tocca ,  facciamo la festa  cosi entrano in Cassa anche un po' di soldi per aggiustare il campanile 

Bianca :   che bello era ora cosi potremo finalmente Ballare 

Entra Giorgio

Giorgio :     Uè calma ….   cosa state dicendo, e te  Rita  ……  te se propri una purtinara --ti avevo detto di non dire niente a nessuno, è invece subito Bla Bla..Bla..  adesso  che figura mi fai fare con il Don …  e poi  guardate che   per fare una festa bisogna coinvolgere, avere i permessi trovare chi cucina, chi suona,  , e poi  quella la…  l' Enrica   ma guarda non siamo ancora partiti che già pensa ai Soldi , no  ragazzi  non si Parte…..

Serghei :   dai,  ma dai, ti aiutiamo noi, 

Rita  :  dai  ci penso io  comincio ha dirlo all'asilo alla scuola  vedrai che festa 

Giorgio  :  va bene incominciamo mi raccomando coinvolgiamo gente capace non che vengano qua solo per mangiare e bere a gratis  andate , andate ,  Enrica  senti una cosa tu farai la presentatrice della serata quindi preparati resterai sul palco  mi raccomando ….. 

Enrica :       va Bene   però … Giorgio  …  senti ….stavo  pensando  che  se noi facciamo le piadine,  due fette di spalla cotta, un cicin da furmai, hai custn pocu e incassum Tantu …

Giorgio  :  No …  Casa vi avevo detto ……… la ga in menti duma i dane ……  senti Franca  tu non devi pensare ……. Devi solo stare  fuori ……. E Non mettere il becco dappertutto come fai sempre …  … vai sul Palco  e movas pù

Tutti se ne vanno. Entra Marina, Lina e Gianpiero

Marina : avete sentito si sta organizzando la festa  era ora

Lina :  ma va……… non ci credo … ma cosa fanno ?

Gian Piero  :  dicono che ci sarà da mangiare, si balla, i bambini delle scuole faranno lo spettacolo, e poi  ho sentito…… che  arriverà anche la scuola di Ballo …..

Marina :  – ma no… allora è una cosa seria

Lina :  si…. si …… anche il Don è contento ….. non l'ho mai visto così felice

Gian piero :     Zitte zitte  sta arrivando  l' Enrica

Entra Enrica

Enrica : ciao, Ragazze …. Mi raccomando …..  si Parte ……. Tutte pronte con il grembiule Bianco  guanti e cappello …… Capito …….. adesso vado in cucina ha fare un Ispezione mi raccomando Pronte

Lina  :   don Hai visto  la  marescialla è già al lavoro 

Entra il Parroco

Parroco (Redigonda) :  Lina  lasciala in Pace , sta facendo il suo lavoro dai vai anche tu a dare una mano,    visto  il carrozzone è già in movimento  e la festa ha inizio .

 

 

 

 

Seconda Scena 

Fiorellone –  Cucine – ( Vedi Testo  separato  )

                                    Adulti

 

 

 

 

 

Terza Scena  

Enrica :   signori e signore Buona sera,  ben arrivati alla nostra festa ,   iniziamo  la serata con l'esibizione della scuola di Ballo  signori e signore che lo spettacolo abbia inizio .

Entra il gruppo ballo CPS

( ballo gruppo CPS )

Esce il gruppo ballo CPS

Entra Rita e Giorgio, poi Enrica

Rita :   Giorgio , Giorgio , corri  che qual'cosa che non va

Giorgio :  cosa c'è ?  …….. perché …….. sei così agitata ….

Enrica :  Rita …… Dimmi …….. cosa c'è …..

Giorgio :  …. Senti Enrica  … meti no ul becu da par tutu … te l'ho gia…. Detto  tu devi stare  la sul palco ….. fai la presentatrice ……. E movas piu. Te capi ….. vai …

Entra Stefano

Rita:   ti stavo dicendo che è arrivato questo signore ti cercava

Stefano :  Buona sera sono l'ispettore Siae …..  mi faccia vedere i permessi e il  Borderò ……

Giorgio :  buona sera ……. Certo  ispettore … noi siamo in regola , resti qua e  non si muova che vado ha cercare  direttore di sala .

Stefano : ha mi chiami anche  il capo orchestra  –

Enrica :  Buona  sera, e ben venuto alla nostra Festa , si diverte  ha sentito che bella Musica , e poi che orchestra Stellare , pensi questi 20 ragazzi arrivano da Bergamo  e non hanno ancora mangiato poverini  !!!!!!

Rita :  Enrica , ma  sei sempre in giro, su vieni con me che i ragazzi dell'orchestra hanno fame, dai muoviti , andiamo , 

Entra Gerardo

Gerardo :  buona sera sono il capo orchestra ,

Entra Gianpiero

Gian Piero : buona sera sono il direttore di sala -

Stefano :  lei mi dia l'agibilità – ha cosi il complesso è formato da  5 elementi

Gerardo :     certo, io mia moglie e 3 strumentisti 

Stefano :   e gli altri 15 chi sono ?

Gerardo :  mi scusi  ma quali 15  ?  cosa sta dicendo, noi siamo solo in 5 ci ha visti o no

Stefano:  si che vi ho visti  ma prima che io arrivassi sul palco eravate in 20 .. non faccia il furbo , guardi che sono informato , allora  concilia  o faccio un verbale di quelli pesanti .

Gerardo : ma no,  cosa sta dicendo Dottore , siamo qui per lavorare , dai se mi fa il verbale mi rovina, siamo dilettanti, e stiamo aiutando il Don, sa deve aggiustare il campanile su  chiuda un occhio

Stefano :  chiudere un occhio, non posso , ma sa perchè ? la signora Enrica  ha fatto queste dichiarazioni in pubblico d'avanti a testimoni quindi caro signore , dilettanti si dilettanti no, lei deve pagare,e non mi tiri fuori la storia del campanile e della bontà,   non mi prenda in giro, ha capito piuttosto ringrazi la Signora Enrica per il bel regalo . 

Gian Piero :  dai ispettore siamo ad una festa di parrocchia mica al Cadorna ,

Stefano :  cadorna si cadorna no ….. le regole sono regole ,  lei venga con me  che facciamo il verbale ………..e lei .. mi convochi tutti gli orchestrali tutti .. ha capito …… con documenti li voglio  qua

Gian Piero :  Giorgio vieni qua che siamo incasinati

Giorgio – no non ci posso credere ,va che giloca  e adesso ci hanno bloccato il ballo , dobbiamo , inventarci , qual'cosa  la festa  deve andare avanti  

 

Enrica :  Buona Sera, la nostra serata Stellare continua con l'esibizione del gruppo  Rep

Entra rupo rap

Rep canto –  ( gruppo di giovani seduti sul palco )

Entra Parroco

Redigonda : no… no….. chi ha messo in scaletta questa cosa …… niente questa è una serata per … gli adulti per il ballo ….. non per queste cose …. Dai dai fate i bravi ……… sarà per la prossima volta ……….

Rita :  ma dai don sono bravi, e poi  è la musica giusta per noi non puoi cacciarli

Redigonda :  ma quale musica  questi fanno cosi : ( il don si improvvisa )

E questa la chiami musica al mè paes sa dis chi in drè Parlà  no Cantà

Rita : no dai ripensaci non fare così

( Tutti circondano il Don )

Parroco (Redigonda) : ci ho pensato io vorrei  …. Ma non posso … vedete quante persone ci sono questa sera …… e loro ne sono certo vogliono solo ….ballare ….. capite Loro non sono Pronti …..

Alessandro :  .. No… No… per Noi sei tu  che non sei pronto …….. ragazzi andiamocene …… qui non siamo … apprezzati …

Enrica :  ma Don  hai visto i ragazzi del Rep … in balera stanno richiedendo il bis

Don – o mamma mia , chiedono il Bis….. ma si ragazzi  erano qua … due minuti fa …… Veramente ….. non saprei ……   andiamo  andiamo  ha cercarli -

 

Entrano Le 2 Vigilesse :    Marina e Bianca 

 

Marina : Buona Sera abbiamo avuto una segnalazione  e dobbiamo fare delle verifiche –

2 Ispettori Sanitari: Gerardo e Lina

Gerardo :  Anche noi  dell' Asl  dobbiamo ispezionare le cucine

Giorgio :   Buona sera , va bene ……… Rita   ……vieni qua  accompagna gli Ispettori in cucina , e i vigili    portali dietro nella balera

Enrica :   Ciao hai visto come si divertono, tutto sta andando per il meglio, che successo , ho e tardi devo annunciare il prossimo intrattenimento, giorgio, sono ancora presentabile, e il vestito ti piace ?  .

Giorgio : Mi chesta  chi la suportu pù ……..varda Enrica   ca se te  ve via non ta do un truscium cha te rivi sina all'urona senza fermas … dem  va via …. vai sul palco e ven chi pù - 

Rientrano i vigili –

Bianca : allora  primo deve abbassare i volumi, poi mi deve dare i documenti per l'impatto acustico ,

Marina : e poi  verifichiamo l'incasso –

(  Enrica  e Rita entrano Cantando  e contente  ) 

Giorgio :  allora  cosa c'è  non vedete che abbiamo i Vigili 

Rita :  che bello ….. sai tutto va bene …..  ho dovuto  aggiungere persone alla cassa….

Enrica :  si tutti stanno consumando lira di dio –

Giorgio  : …….. allara ….. ma allora ….. due perpetue ……. Volete ….. andare ho no…… va Enrica che sta sira  te ne già fa da tuti i culur ….. va che dopo ha sciopo ne ..e sa sciopo ..par ti le dura ne ……dem via fora di scatul

Bianca : ….. allora abbiamo controllato … primo alle 24. Chiudere la Musica

Marina :  secondo l'incasso mi sembra  sottovalutato  dopotutto anche la sua  collega mi sembra che lo  affermi .

Quindi ( tutte e Due  insieme   )  domani mattina l'aspettiamo per chiarimenti –

 

 

Quarta Scena

Enrica :  la sorpresa signori e signore  vi presento  La Nostra Cantante

Rita Canta…..

3  Bulli –

Serghei :  che festa del cavolo .. 

Alessandro :   si hai ragione, anche i ragazzi rep gli hanno cacciati 

Rita : questa fèsta e  solo per i vecchi

Serghei :  guarda arriva il Giovanni  dai che come sempre lo sfottiamo

Giorgio :   Fermi cosa state facendo ma siete Scemi 

( Sfida -  i 3 circondano giorgio )

Giorgio :  alura ma la metum

Serghei :  guarda che noi siamo in tre e tu sei solo…. allora ….

Giorgio :  allora  -  (Fischia – arriva Stefano )  

Giorgio :  e nò adesso siamo quasi  alla Pari – ma la metum ……..allora……

Alessandro :  -  ma dai  cosa pensavi , stavamo  scherzando, volevamo vedere, come reagivi, dai amico  sei in gamba, andiamo a bere …

Giorgio  :   Ragazzi ,anche io Scherzo ,  era una prova per verificare se il servizio d'ordine Funzionava  -  bravi .. grazie per aver partecipato alla Prova …. Generale ………Ma ……..  occhio ….. poco casino … perché il grande Fratello vi  Guarda 

Enrica : Carissimi ospiti  Vi ringraziamo per la partecipazione e Vi salutiamo con il Gruppo  delle Scuole Elementari 

Da  Inventare

 

 

 

Quinta Scena

           ADULTI

( Marina : Rientra con gli Ispettori  Asl )

Lina :  Cucine a posto  e ben tenute

Gerardo : si però  i servizi non erano tanto in ordine , sui  tavoli  troppi troppi  piatti , da ritirare, personale per pulizie molto molto scarso

Marina  : ma dai non eravamo messi così male

Gerardo :  per essere sinceri siete al limite delle norme  vigenti  ci porti in Ufficio che facciamo il Rapporto

(Gian Piero – Alessandro  sacco spazzatura e scopa ) –

 

Alessandro :               Hai visto tutti pronti qui ha fare la prima donna ,

Gian Piero :                  si tutti  ti comandano Fai di qua corri di la

Alessandro :  Certo ma chi pulisce, chi ritira i piatti , nessuno…..  

Gian Piero :  Varda  varda la marescialla  la fa nien che la le bona dumà da cumandà ..  e dire … serata Stellare ……

Alessandro :  Cia dem ….. fiò …. andem avanti … perche se non puliamo noi chinsci  ga  neta nesuna né

Enrica :  dai Ragazzi  muovetevi,  ma non vedete che sporcizia,  su …. Su pulire …non perdiamo tempo ……

Parroco (Redigonda) : che bello , quanta gente,Tutti si stanno divertono, e tutto mi sembra stia filando liscio

Enrica :  don liscio come l'olio non è successo Niente .. che serata  Stellare….. hai visto in quanti siamo …. e sai  abbiamo fatto un incasso .Bestiale 

Parroco (Redigonda) : Brava Enrica hai fatto un ottimo lavoro,

Enrica  : è si don te l'avevo detto che  avrei fatto di tutto per incassare il più possibile . e per rendere questa festa Stellare

Giorgio  :  liscio come l'olio …… serata Stellare … ma cosa stai dicendo ..Don …… va che quella li  non ha fatto niente ne ….. anzi si  ha fatto qual'cosa  ……. Ha fatto un casino della Madonna ….. te l'avevo detto che non la Volevo… .più  che disastri non ha fatto ……. Va via .. vai … Via

Parroco (Redigonda) : Giorgio, giorgio  …… non si dicono quelle parole …. Dai  fate la pace …..  dai chiamali tutti che chiudiamo la serata –

Giorgio Ragazzi Venite qui  che salutiamo tutti i nostri Ospiti -

Canto  Posto a Tavola …… con ingresso prima  del cps poi due /tre alla  volta entrano e si uniscono al Canto .

 

Fiorellone –

 

Franca -  ciao, ragazzi  sono Arrivata per fare un'ispezione , capo chef come va? – vedo che tutto funziona allora , torno di la, alla festa tanto qui è tutto a posto .

 

Capo chef -  ma cosa è venuta ha fare,  ha messo dentro la testa e se ne andata , queste cose io non le capisco, bè Ragazzi facciamo il nostro lavoro -   è inutile  negarlo che i fritti di pesce  piacciono a tutti e per questo ragazzi  che oggi prepariamo una pastella per friggere favolosa .

( entrano su base musicale  i ragazzi con guanti di lattice – capellino bianco di carta )

Capo chef – allora  siamo pronti – Tutti  si……….  Bene iniziamo:  Primo 200 grammi di farina ……..Secondo  acqua frizzante freddissima         Un pizzico di sale – e un cucchiaio d'olio         Adesso  mescolate energicamente –       Siete pronti ?

Tutti ….si ….

Allora mescolate – ( prosegue base musicale )

Capo chef……. Stop  lasciate riposare per  qualche minuto

Capo …. Friggitore … l'olio è in temperatura ?

Si……..

Allora ……. Impastare  e friggere …………….

( avanti  con Base )

Capo chef…  stop ……… fatemi assaggiare …..  bravi questo è un

capolavoro della – croccantezza …………..

Adesso ……. Si  dia il via alla ... distribuzione ….

 

( base e finale Musica )

 

 

 

 

25.9.2.1 Testo teatrale

25.9.2.2 Attori

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25.9.2.3 Sceneggiatura

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25.9.2.5 teatro al 31/06/2017

 
31 maggio 2017
 
 
 
 
 
 
 
 
GRUPPO ADULTI
Prima Scena
Redigonda : ciao Giorgio senti cosa ne pensi se organizziamo la festa della Parrocchia
Giorgio : no don non se ne parla, per fare una festa ci vuole gente che lavora e non genti che la siguta ha parlà ,purtroppo qua da Noi abbiamo tanti della seconda categoria e pochi ca lavuran . dammi retta don ,lasciamo perdere che è meglio .
Redigonda : Senti Ti faccio una confidenza ,sai ieri sera il Prevosto, mi ha dato un cicchetto perche sono l’unico in tutta la Città che non organizza una Festa e non fa Niente per i Giovani …. Se dopo questa lavata di testa mi ripresento senza un programma il Prevosto mi fa trasferire, quindi se vuoi che io resti qui mi devi organizzarmi la Festa . e Mi raccomando non dire niente a nessuno il mio trasferimento deve essere un Segreto .
Giorgio : ma ..no…. Ma cosa stai dicendo ,davvero, ti ha minacciato …… allora …… senti digli che Noi la festa , la festa la faremo e sarà la più bella festa della Città vedrai che casino facciamo su , mi metto subito al lavoro ciao.
Redigonda : Visto è sufficiente confidare un segreto …. E subito succede il miracolo tanto lo so già che fra 5 minuti tutto il rione Sarà Informato del mio trasferimento ma solo io e Tè sappiamo che questa è una Balla chiedo perdono, ma sai devo inventarmi una storia per raggiungere il mio obbiettivo.
Rita : Ragazzi venite qua ho una cosa importante da dirvi Ciao, avete sentito che facciamo una festa ,si perché se non la facciamo il Don viene trasferito, dai è cosi Bravo speriamo che resti con noi, Se se ne va ..giuro io lo seguo.
Serghei : cosa……il don viene Trasferito ? finalmente se ne va era ora , io quello li non lo sopporto sai perché ….perchè non da spazio ha noi giovani …..che bello …. Allora niente Festa …
Enrica : ma cosa stai dicendo … il don non si tocca , e poi con la festa entreranno in Cassa anche un po’ di soldi per aggiustare il campanile, e finalmente realizzeremo il corso di Cucito
Bianca : che bello era ora cosi potremo finalmente Ballare era ora questo quartiere era proprio un dormitorio.
Giorgio : Uè calma …. cosa state dicendo, e te Rita …… te se propri una purtinara --ti avevo detto di non dire niente a nessuno, è invece subito Bla Bla..Bla.. adesso guarda che figura mi fai fare con il Don … e poi guardate che per fare una festa bisogna coinvolgere, avere i permessi trovare chi cucina, chi suona, , e poi quella la… l’ Enrica ma guarda non siamo ancora partiti che già pensa ai Soldi , no ragazzi non si fa niente
Serghei : Io voto per non fare questa Festa,così siamo certi che finalmente il Don verrà sostituito
Enrica : Piantala con sta storia mettiamolo hai voti chi è favorevole alzi la Mano ………. Visto hai Perso……….
Rita : sono contenta abbiamo vinto Ti hè….( gesto ) allora cià
Iniziamo … dai io ci penso per la stampa dei Volantini
Serghei : Voi … voi sapete cosa siete …. Siete tutti dei Paolotti Falsi … non contate su di mè ….. vi saluto
Bianca : dai andiamo avanti io comincio ha dirlo all’asilo alle scuola coinvolgiamo tutti vedrete che festa
Giorgio : va bene incominciamo, mi raccomando coinvolgiamo gente capace non che vengano qua per mangiare e bere a gratis andate , andate , ………… Enrica senti una cosa…. tu farai la presentatrice della serata quindi resterai sul palco … e mi raccomando …..non rompere come sempre …
Enrica : va Bene però … Giorgio … senti ….stavo pensando che se noi facciamo le piadine, due fette di spalla cotta, un cicin da furmai, hai custn pocu e incassum Tantu …
Giorgio : No … Casa vi avevo detto ……… la ga in menti duma i dane …… senti Enrica tu non devi pensare ……. Devi solo stare fuori ……. E Non mettere il becco dappertutto come fai sempre … … vai sul Palco e movas pù cià dem …
Marina : avete sentito si sta organizzando la festa era ora
Lina : ma va……… non ci credo … ma cosa fanno ?
Gian Piero : dicono che ci sarà da mangiare, si balla, i bambini delle scuole faranno lo spettacolo, e poi ho sentito…… che arriverà anche la scuola di Ballo …..
Marina : – ma no… allora è una cosa seria
Lina : si…. si …… anche il Don è contento ….. non l’ho mai visto così felice
Gian piero : Zitte zitte sta arrivando l’ Enrica …….cia Marina andiamo perche quella li mi antipaticà……
Enrica : ciao, Lina … …. Mi raccomando ….. si Parte ……. Avvisa tutti ci troviamo alle 8 con il grembiule Bianco guanti e cappello …… Capito …….. adesso vado in cucina ha fare un Ispezione mi raccomando Pronte
Lina : visto ….. la marescialla è già al lavoro
Redigonda : Lina non fare la pettegola lasciala in Pace , sta facendo il suo lavoro dai vai anche tu a dare una mano, ciao visto il carrozzone è già in movimento e la festa da questo momento ha Inizio
Seconda Scena
Fiorellone – Cucine – ( Vedi Testo separato )
Adulti
Terza Scena
Enrica : signori e signore Buona sera, ben arrivati alla nostra festa , iniziamo la serata con l’esibizione della scuola di Ballo signori e signore che lo spettacolo abbia inizio .
( ballo gruppo CPS )
Quarta Scena
Rita : Ho mama Mia ….. adesso cosa Faccio ….. Giorgio , Giorgio corri …..
Giorgio : cosa c’è ? …….. perché …….. sei così agitata ….
Enrica : Rita …… Dimmi …….. cosa c’è ….. che non Va ?
Giorgio : …. Senti Enrica … meti no ul becu da par tutu … te l’ho gia…. Detto tu devi stare la sul palco ….. fai la presentatrice ……. E movas piu. Te capi ….. vai … va la ……
Rita: ho come sono agitata è arrivato questo signore ti cercava io vado … Buona Sera ….
Gerardo : Buona sera sono l’ispettore Siae ….. mi faccia vedere i permessi e il Borderò ……
Giorgio : ho ..buona sera ……. Certo ispettore … noi siamo in regola , resti qua e non si muova che vado ha cercare direttore di sala .
Gerardo : ha mi chiami anche il capo orchestra –
Enrica : Buona sera, e ben venuto alla nostra Festa , si diverte ha sentito che bella Musica , e poi che orchestra Stellare , pensi questi 20 ragazzi arrivano da Bergamo e non hanno ancora mangiato poverini !!!!!!
Rita : Enrica , ma sei sempre in giro, su vieni con me che i ragazzi dell’orchestra hanno fame, dai muoviti , andiamo ,
Stefano : buona sera sono il capo orchestra e questa è mia Moglie la Cantante .
Gerardo : Bene mi dia il Borderò .. ha cosi il complesso è formato da 5 elementi
Stefano : certo, io mia moglie e 3 strumentisti
Gerardo : e gli altri 15 chi sono ?
Stefano : mi scusi ma quali 15 ? cosa sta dicendo, noi siamo solo in 5 ci ha visti o no
Gerardo : si che vi ho visti ma prima che io arrivassi sul palco eravate in 20 .. non faccia il furbo , guardi che sono informato , allora concilia o faccio un verbale di quelli pesanti .
Stefano : ma no, cosa sta dicendo Dottore , siamo qui per lavorare , dai se mi fa il verbale mi rovina, siamo dilettanti, e stiamo aiutando il Don, sa deve aggiustare il campanile su chiuda un occhio
Gerardo : chiudere un occhio, ma cosa sta dicendo …. non posso , ma sa perchè ? la presentatrice …… come si . chiama …… si… quella la …. ha fatto queste dichiarazioni in pubblico d’avanti a testimoni quindi caro signore per salvare lei devo andare dimezzo Io ..mi spiace e non mi tiri fuori la storia dei dilettanti del campanile e della bontà, non mi prenda in giro, ha capito
Gian Piero : Buona sera Dottore , sono il Capo Sala sono stato informato del disguido dai ispettore siamo ad una festa di parrocchia mica al Cadorna ,
Gerardo : cadorna si cadorna no ….. le regole sono regole , venga con me che facciamo il verbale ………..e lei .. mi convochi tutti gli orchestrali…. tutti .. ha capito …… con documenti li voglio tutti in ufficio … Ha .. e Ringrazi la Presentatrice per il Bel regalo che le ha Fatto. Andiamo
Rita : Ho che disastro adesso chi glielo dice al Capo …..Io no … quello la mi sbrana ….. vado a dirlo alla Marescialla visto che il casino lo ha fatto Lei …adesso si arrangi …..
Quinta Scena
Enrica : Buona Sera, la nostra serata Stellare continua con l’esibizione del gruppo Rep …..
Enrica : Ma mi scusi .. ho annunciato un gruppo gli altri dove sono?
Alessandro :
Rep canto – ( gruppo di giovani seduti Rita –Serghei – Lina – fiorellone - sul palco )
Redigonda : no… no….. chi ha messo in scaletta questa cosa …… niente questa è una serata per … gli adulti per ballare ….. non per queste cose …. Dai dai ragazzi ….. Smammare .. fate i bravi ……… sarà per la prossima volta ……….
Rita : ma dai don sono bravi, e poi è la musica giusta per noi non puoi cacciarli
Redigonda : ma quale musica questi fanno cosi : ( il don si improvvisa )
…. Sono qua.. per cantare.. e non per … ballare … se vi va.. statemi ad ascoltare …ma dai per piacere lascia perdere …..al mè paes sa dis chi in drè Parlà no Cantà .. su…. su … a Casa
Rita : no dai ripensaci non fare così …. Devi accontentare anche noi non solo quei quatto la che vogliono la mazzurca e poi a metà ballo scoppiano
Redigonda : ci ho pensato io vorrei …. Ma non posso … vedete quante persone ci sono questa sera …… e loro ne sono certo vogliono solo ….ballare ….. capite Loro non sono Pronti …..per queste Novità
Serghei : che schifo di festa …. ( Tutti …… che schifo …..)
Alessandro : .. No… No… Calma Ragazzi …per Noi sei tu che non sei pronto …….. ragazzi alzatevi …. andiamocene …… qui non siamo … apprezzati…… e non chiamarci più hai Capito….
Andiamo Ragazzi via Tutti
Enrica : ma Don hai visto i ragazzi del Rep? … in balera stanno richiedendo il bis ….. ma dove son Andati ?
Redigonda : Ho mamma mia , chiedono il Bis….. ma si ragazzi erano qua … due minuti fa …… Veramente ….. non saprei …… improvvisamente se ne sono andati ….andiamo andiamo ha cercarli -
Sesta Scena
Giorgio: ho che disastro prima l’ispettore , la maresciala che l’ha sa fu un casoto cal finis pù … ades sa meti anca un pretu ha meti den ul becu …. Sperem speriamo che non succeda più niente …. Sono qua…. arrivo
Entrano Le 2 Vigilesse : Marina e Bianca
Marina : Buona Sera abbiamo ricevuto una telefonata e dobbiamo fare delle verifiche –
2 Ispettori Sanitari: Gerardo e Lina
Gerardo : Anche noi dell’ Asl dobbiamo ispezionare le cucine
Giorgio : sem ha Postu ……Buona sera , va bene ……… Rita ……vieni qua accompagna gli Ispettori in cucina , e i vigili portali dietro nella balera
Rita : buona sera venite che vi accompagno .
Enrica : Ciao hai visto come si divertono, tutto sta andando per il meglio, che successo , ho e tardi devo annunciare il prossimo intrattenimento, giorgio, sono ancora presentabile, e il vestito ti piace ? vado ….. ma sto bene vestita Così .
Giorgio : Mi chesta chi la suportu pù ……..varda Enrica ca se te ve via non ta do un truscium cha te rivi sina all’urona senza fermas … dem va via …. vai sul palco e ven chi pù … e poi la rita va se si può … arriva ballando …. Venite vi accompagno …..
Settima Scena
Rientrano i vigili –
Bianca : allora primo deve abbassare i volumi, poi mi deve dare i documenti per l’impatto acustico ,
Marina : e poi devo verificare l’incasso della serata –
( Enrica e Rita entrano Cantando e contente )
Giorgio : allora cosa c’è non vedete che abbiamo i Vigili
Rita : che bello ….. sai tutto va bene ….. ho dovuto aggiungere persone alla cassa….
Enrica : si tutti stanno consumando lira di dio che incasso –
Giorgio : …….. allara ….. ma allora ….. due perpetue ……. Volete ….. andare ho no…… ma non vedete che abbiamo i vigili via via smammare ….varda Enrica che sta sira te ne già fa da tuti i culur ….. va che dopo ha sciopo ne ..e sa sciopo ..par ti le dura ne …….
Bianca : ….. allora abbiamo controllato … primo alle 24. Chiudere la Musica
Marina : secondo l’incasso mi sembra sottovalutato dopotutto anche la sua collega mi sembra che lo affermi .
Quindi ( tutte e Due insieme ) domani mattina l’aspettiamo per chiarimenti – Buona Sera …..
Ottava Scena :
Enrica : la sorpresa signori e signore vi presento La Nostra Cantante
Rita: Canta…..
Nona Scena
Serghei : che festa del cavolo ..
Alessandro : si hai ragione, anche i ragazzi rep gli hanno cacciati
Rita : questa fèsta e solo per i vecchi
Serghei : guarda arriva la Lina dai che come sempre la sfottiamo
Giorgio : Fermi cosa state facendo ma siete Scemi
( Sfida - i 3 circondano giorgio )
Giorgio : alura ma la metum
Serghei : guarda che noi siamo in tre e tu sei solo…. allora ….
Giorgio : allora cosa….. e ti Piscinela va che cunusu ul to pà
Rita : piscinela ha mè … va che io non ho paura io ti spezzo in due
Giorgio : ( Fischio ) e nò adesso siamo quasi alla Pari – ma la metum ……..allora……
Alessandro : - ma dai cosa pensavi , stavamo scherzando, volevamo vedere, come reagivi, dai amico sei in gamba, andiamo a bere …
Giorgio : Ragazzi ,anche io Scherzo , era una prova per verificare se il servizio d’ordine Funzionava - bravi .. grazie per aver partecipato alla Prova …. Generale ………Ma …….. occhio ….. poco casino … perché il grande Fratello vi Guarda andiamo andiamo che offre la Ditta andiamo
Decima Scena
Enrica : Carissimi ospiti Vi ringraziamo per la partecipazione e Vi salutiamo con il Gruppo delle Scuole Elementari
Da Inventare
Undicesima Scena
( Rita : Rientra con gli Ispettori Asl )
Lina : Cucine a posto e ben tenute
Gerardo : si però i servizi non erano tanto in ordine , sui tavoli troppi troppi piatti , da ritirare, personale per pulizie molto molto scarso , e non parliamo dei gabinetti … direi che fanno schifo
Rita : ma dai non mi sembra una situazione così disastrosa
Gerardo : Zitta stia zitta … per essere sinceri siete al limite delle norme vigenti e poi sono Io che decido come procedere e non Lei Ha Capito ….. ci porti in Ufficio che facciamo il Rapporto
(Gian Piero – Alessandro Bianca sacco spazzatura e scopa ) –
Alessandro : Hai visto tutti pronti qui ha fare la prima donna ,
Gian Piero : si tutti ti comandano Fai di qua corri di la
Alessandro : Certo ma chi pulisce, chi ritira i piatti , nessuno…..
Bianca : Varda varda la marescialla la fa nien che la le bona dumà da cumandà .. e dire … serata Stellare ……uè la Riva..
Alessandro : Cia dem ….. fiò …. andem avanti … perche se non puliamo noi chin’sci ga neta nesuna
Enrica : dai Ragazzi muovetevi, ma non vedete che sporcizia, su …. Su pulire …non perdiamo tempo …… guarda ….ma guardate che sporcizia ….. su…. Su…. Al Lavoro …
Alessandro : ma va a fa …… andiamo … andiamo…
Undicesima Scena
Redigonda : che bello , quanta gente,Tutti si stanno divertono, e tutto mi sembra stia filando liscio
Enrica : don liscio come l’olio .. che serata Stellare….. hai visto in quanti eravamo …. e sai abbiamo fatto un incasso .Bestiale
Rita : che bello…. che festa …. Sarai contento vero…… ora il Prevosto non ti potrà più spostare.
Redigonda : Bravi avete fatto un ottimo lavoro, e tu Enrica sei stata Fantastica
Enrica : è si don te l’avevo detto che avrei fatto di tutto per incassare il più possibile . e per rendere questa festa Indimenticabile
Giorgio : Uè … ma Sentiteli .. liscio come l’olio …… serata Stellare … non è successo Niente ….ma cosa state dicendo ..Don …… va che quella li non ha fatto niente ne ….. anzi si ha fatto qual’cosa ……. Ha fatto …. un casino della Madonna ….. te l’avevo detto che non la Volevo… .più che disastri non ha fatto ……. Va via .. vai … Via … Rita …Taci ne taci perché c’e ne anche x te …. Va fora di Ball …. E ti Don … e ti… prima te casci i Ball … e poi mi cacci i ragazzi ….. va che insci andem no d’acordu ….
Redigonda : Giorgio, giorgio …… non arrabbiarti e non dire quelle parolacce …. Dai fate la pace …..con l’enrica e la Rita …dai che andiamo a salutare tutti ….. Venite …. Andiamo …
Giorgio : ha e bello dire fai la pace , anche voi ne quanti bei commenti , bravi che bella serata, che magnifica festa, certo visto da fuori tutto è bello , ma viverla da dietro le quinte quante difficoltà e quanta tensione si vive … cià oramai è finita vado con gli altri ha fare i Saluti
Dodicesima Scena - Ballo Finale
Fiorellone –
Franca - ciao, ragazzi sono Arrivata per fare un’ispezione , capo chef mi raccomando non farci fare una Figuraccia …. Poca roba .. cotta Bene – e ben servita Capito .. adesso , torno di la, alla festa tanto qui è tutto a posto .Se avete Bisogno chiamatemi
Amalia … Ma per Favore ….. - ma cosa è venuta ha fare, ha messo dentro la testa ha dato ordini e se ne andata , queste cose io non le capisco, qui comando Io e non la Marescialla …..
bè Ragazzi …. facciamo il nostro lavoro -
è inutile negarlo che i fritti di pesce piacciono a tutti e per questo
ragazzi che oggi prepariamo una pastella per friggere favolosa .
( entrano su base musicale i ragazzi con guanti di lattice – capellino bianco di carta )
Amalia : allora siamo pronti –
Tutti si……….
Amalia : Bene iniziamo:
Primo 200 grammi di farina ……..
Secondo acqua frizzante freddissima
Un pizzico di sale – e un cucchiaio d’olio
Adesso mescolate energicamente –
Siete pronti ?
Tutti ….si ….
Amalia :Allora mescolate – ( prosegue base musicale )
Amalia : Stop lasciate riposare per qualche minuto
Capo Friggitore ( da trovare ) l’olio è in temperatura ?
Si……..
Capo Friggitore Allora ……. Impastare e friggere …………….
( avanti con Base )
Amalia : stop ……… fatemi assaggiare ….. bravi questo è un
capolavoro della – croccantezza …………..
Capo Friggitore – bene allora ……. Si dia il via alla ... distribuzione ….
( base e finale Musica )

25.10 Articoli

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25.10.1 "Le industrie di Legnano nella Grande guerra"

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"Le industrie di Legnano nella Grande guerra"
L'ANPI Legnano, in collaborazione con il Comune di Legnano, organizza giovedì 10 novembre 2016 alle ore 20.50 nella Sala Pagani di Palazzo Leone da Perego, via Gilardelli 10, la conferenza dal titolo "Le industrie di Legnano nella Grande guerra. Franco Tosi e Cantoni".
 
L'evento rientra nelle iniziative del programma di "Me Car Legnan 3".
 
Interverranno Giancarlo Restelli, Renata Pasquetto, Giovanni Cattaneo.  L'incontro è aperto al pubblico.
 
Di seguito una presentazione a cura di Giovanni Cattaneo, Consigliere dell’ Associazione TTSLL (Testimonianze Tecnico Storiche del Lavoro nel Legnanese)
 
La storia dell’imprenditoria legnanese e delle sue realtà produttive all’inizio della Grande Guerra si intreccia con la storia della cantieristica navale e dello sviluppo territoriale di Taranto. Un legame che, se pure tenue, meriterebbe di  essere ripreso e rivalutato.   
La conferenza  del 10 novembre al Palazzo Leone da Perego sul tema delle industrie legnanesi nella Grande Guerra, ci dà l’opportunità di riscoprire questo aspetto poco conosciuto.
Alla vigilia dell’ingresso italiano nel primo conflitto mondiale, nel settembre del 1914, vengono avviati i lavori di costruzione del grande cantiere navale della Franco Tosi, che a Legnano produce motori e turbine a vapore e diesel, per sommergibili e navi da guerra, che avevano un alto rendimento tanto da essere considerate  un primato tecnico.
Da tempo la Franco Tosi costruiva apparati per la propulsione delle Unità Navali della nascente Regia Flotta ed aveva perciò instaurato rapporti di stretta collaborazione con lo Stato Maggiore della Marina.
Questa “vocazione marinara” della Franco Tosi trova compimento nell’allestimento di quel cantiere navale, voluto soprattutto da Gianfranco Tosi, figlio di Franco.
Il Cantiere,  collocato sul mar Ionio,  ben presto diviene una delle più grandi realtà cantieristiche navali del Meridione.
Franco Tosi aveva consegnato ai figli un modello imprenditoriale di ottimo livello e, anche se l’iniziativa non mancava del sostegno politico - militare e dell’incentivo proveniente dalla presenza di un importante dell’Arsenale Militare, quella di Gianfranco Tosi rimane una decisione di grande audacia imprenditoriale e di lodevole intraprendenza. 
Quando la “Grande Guerra” infiamma l’Europa, Taranto è base principale e supporto logistico della Marina e i Cantieri Tosi supportano il grande lavoro dell’Arsenale.
Inviati per ferrovia al cantiere, le macchine di propulsione e gli altri impianti di bordo realizzati a Legnano arrivano a Taranto e con essi anche alcuni collaboratori di Gianfranco Tosi e una nutrita rappresentanza di maestranze legnanesi istruite alle varie specialità, il resto delle maestranze veniva attinto dal vicino Arsenale tarantino. 
Il primo varo è quello del rimorchiatore Villa Cortese il 4 giugno 1916, cui seguiranno entro il 1917 i primi sommergibili provvisti di motori Tosi, con grandi prestazioni di velocità ed autonomia. Nel campo del naviglio subacqueo tra il 1925 ed il 1959 i Tosi costruiranno a Taranto 42 sommergibili più 3 per la Marina Argentina.
Nel 1947, la Franco Tosi abbandonerà la direzione e la gestione del cantiere, chiudendo in tal modo la sua avventura a Taranto. L’attività cantieristica proseguirà sotto altre ragioni sociali fino al 1990, anno in cui Fincantieri decide di chiudere definitivamente l’impianto.
I Cantieri Tosi, insieme al Regio Arsenale, hanno caratterizzato il volto operaio, industriale e imprenditoriale di Taranto, contribuendo in modo determinante allo sviluppo e alla crescita economica del territorio, per questo ancora oggi sono ricordati con grande rispetto e riconoscenza. 
 
Giovanni Cattaneo

25.10.2 I soldati di Legnano nella Grande Guerra

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I soldati di Legnano nella Grande Guerra
I soldati di Legnano nella Grande Guerra
Negli anni del Centenario della Grande Guerra è molto importante ricordare anche in sede locale il contributo di soldati e ufficiali a un conflitto immane che rimase per molto tempo nelle memorie delle famiglie italiane.
Poco meno di sei milioni di uomini mobilitati, 680.000 morti, un milione di feriti, 220.000 mutilati furono il tragico bilancio di una guerra che durò quarantadue mesi tra l'Italia monarchica-liberale e l'Impero austro-ungarico. L'acquisizione della frontiera al Brennero, Trieste, l'Istria e alcune zone della Dalmazia non cancellarono i lutti e il terribile ricordo della guerra.
Il numero dei morti
Legnano nel 1915 aveva 25.000 abitanti. Non sappiamo quanti furono i mobilitati. Nei documenti dell'archivio della nostra città non compare il dato. Sicuramente furono diverse migliaia di giovani e meno giovani tra le classi 1874-1900.
Sappiamo invece con una certa precisione il numero dei soldati morti durante la guerra. Un documento dell'archivio indica 374 caduti. Il documento è del 1924. Ma considerando le tante pensioni di guerra dopo questa data, l'Albo D'Oro dei caduti della Grande Guerra e i nomi che compaiono sulle lapidi presenti in città, il numero arriva a 483 nomi.
La metà di loro era nata a Legnano oppure si era trasferita nella nostra città per lavoro con la famiglia negli anni precedenti.
Il numero impressiona sicuramente ma fino ad un certo punto considerando i dati nazionali che confermano percentuali di soldati morti al fronte davvero molto alte (il 15% dei mobilitati).
Di questi 483 soldati e ufficiali sono disponibili i nomi, la data di nascita e di morte, la via dove abitavano, il corpo a cui appartenevano, la causa della morte, la presenza o meno nell'ossario del cimitero di Legnano.
Moltissimi erano giovani. Ventenni soprattutto ma anche diciannovenni e diciottenni ossia appartenenti alle classi 1899 e 1900. Ora questi dati sono on-line e ogni famiglia potrà trovare nomi e date dei propri congiunti.
https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjZXRGR3pkSWdfTDA/view?usp=sharing
Siamo convinti che è necessario recuperare la memoria famigliare e il lavoro che abbiamo fatto in archivio un anno fa va in questa direzione.
 
I RAGAZZI DEL ’99
Fra le tante storie che possiamo raccontare dei nostri soldati ne abbiamo scelte alcune.
Fa impressione la morte ad ogni età, ma in particolar modo fanno impressione quelli che sono stati buttati nella mischia della guerra poco più che adolescenti: i famosi "Ragazzi del ’99".
Tra di essi possiamo ricordare Carlo Erri. La nipote Giovanna ci ha fatto avere alcuni documenti, le lettere che scriveva a casa, poche parole, un saluto e via.
Carlo è stato ferito ad una gamba nell’estate del 1917. Da quel momento per lui la guerra è finita ed è iniziato il calvario degli ospedali, con quella ferita che non si rimarginava mai. Infine, visto che non guariva, è stato dimesso ed è tornato a casa, ma solo per morirvi. La gamba è andata in cancrena e Carlo è morto di setticemia. Lo aveva capito che non c’era più nulla da fare, che stava morendo. Non ha odiato o portato rancore e gli ultimi giorni li ha passati a dare consigli, a raccomandarsi con il fratello.
Carlo, ragazzo del ’99, è morto il 23 luglio 1919.
 
I RAGAZZI DELLA CLASSE 1900
Tra i caduti più giovani ne abbiamo cinque nati addirittura nel 1900, di cui Alessandro Anelli nato il 30 dicembre.
Anelli Alessandro Enrico, soldato, 19 anni / Ferrario Erminio Pasquale, soldato, 18 anni
Galli Silvio, soldato, 18 anni / Lurati Francesco (Franco) Battista, soldato, 18 anni
Mascheroni Umberto, soldato, 19 anni
 
I MUTILATI
Ma i soldati tornavano dalle trincee talvolta mutilati nel fisico e nella mente. In Italia furono un "esercito" impressionante. A Legnano furono una cinquantina coloro che vennero riconosciuti mutilati e aiutati a reinserirsi nella vita produttiva.
Forse il caso più triste fu quello di un soldato semplice, Pasquale Rosso, il quale ebbe: "asportazione dell’occhio destro e frattura della mascella destra con esportazione di 23 denti". Si trattava di un uomo non ancora sposato, III elementare, tessitore prima della guerra. Lo Stato lo aveva “risarcito” con una dentiera. Nell’aprile del ’20, probabilmente a causa del suo precario stato di salute, non risultava come lavoratore effettivo mentre gran parte degli altri mutilati aveva trovato un lavoro.
 
I PRIGIONIERI DI GUERRA
Altro capitolo sono i nostri concittadini prigionieri di guerra in Austria. Anche qui il dato impressiona: ben 167 legnanesi conobbero la prigionia al di là delle Alpi. Erano quasi tutti giovanissimi: la metà oscillava dai 20 ai 24 anni e appartenevano quasi tutti alla fanteria. Pochissimi i graduati, tutti o quasi erano soldati semplici.
Furono fatti prigionieri prevalentemente nel ’16 e nel ’17 al tempo delle “spallate” di cadorniana memoria che in genere si concludevano con pochi acquisti territoriali, tanti morti, feriti e dispersi e appunto prigionieri. Molti di loro furono tra i 300mila prigionieri dopo il disastro di Caporetto.
Ventotto legnanesi morirono in prigionia in Austria. Nelle località di internamento dei nostri militari ricorre più volte Mauthausen (una trentina di volte), la stessa località vicina a Linz dove poi i nazisti fecero sorgere dal 1938 uno dei KZ più famigerati.
Anche in questo caso i documenti del Comune ci permettono di recuperare i nomi e il loro percorso individuale dalla cattura al campo di prigionia.
https://drive.google.com/file/d/0B2oiTbuM9ihjUFR3TENDUFoyQXM/view?usp=sharing
 
DISPERSI
Alcuni legnanesi non hanno fatto più ritorno, neppure da morti. Sono i dispersi. Furono 102. Se andava bene dopo qualche settimana al massimo arrivava alla famiglia la comunicazione che il disperso era in realtà prigioniero, altrimenti semplicemente era sparito nel nulla: di lui rimanevano forse solo brandelli oppure il cadavere rimaneva a decomporsi nella “terra di nessuno” tra le due trincee di prima linea.
 
I DISERTORI
All’opposto possiamo citare invece un soldato accusato di diserzione, Mauro Morlacchi, il cui nome fu esposto su manifesti a Legnano alla pubblica riprovazione.
Ricordiamo anche un milite che è stato fucilato per diserzione, il sergente Paolo Colombo, “condannato alla pena di morte a mezzo di fucilazione alla schiena”. Probabilmente il nostro Paolo cercò di sottrarsi alla morte quasi certa abbandonando il posto a lui assegnato e tornando verso le retrovie. Chissà, forse la nostalgia di casa lo portò lontano dalle trincee. Ciò che sappiamo che fu fucilato l'8 agosto '17.
Ora giace nel Senato una legge che dovrebbe riabiliatare finalmente i disertori di cento anni fa. Sembra incredibile ma la “Repubblica nata dalla Resistenza” non ha mai voluto riammettere i disertori accanto agli altri soldati morti in battaglia. Neppure i governi di sinistra l’hanno fatto.
E’ inutile dire che i disertori furono vittime due volte: della follia dei comandi e dell’ignavia di chi doveva capire il loro dramma con la piena riabilitazione e non l’ha ancora fatto.
 
LA GRANDE GUERRA TRA SAN GIORGIO SU LEGNANO E CANEGRATE
 
Qualcosa si muove anche nel nostro territorio per merito di alcuni appassionati ricercatori che frugano tra documenti ingialliti e vecchi libri. Il 4 novembre di quest’anno saranno presentati in contemporanea a san Giorgio su Legnano il libro “San Giorgio ricorda”, autore Roberto Mezzenzana,
http://www.sangiorgiosl.org/?channel=2&sezione=news&sottoarea=3&id=1615
e a Canegrate il libro “La guerra di Umberto e Ida”, in cui si racconta la storia di Umberto Perotti (morto sul Monte Santo) e dalla moglie Ida Meraviglia che con grande tenacia volle conoscere anche dopo anni la sorte del marito (autore Giovanni Pedrotti).
http://www.legnanonews.com/news/4/63935/presentazione_libro_la_guerra_di_umberto_e_ida_
 
E ORA QUALCHE STORIA INDIVIDUALE
Angelo Ciapparelli
Pensando a quel periodo ci vengono alla mente colonne infinite di uomini e muli che arrancano trasportando i più vari materiali. Ma vi erano anche camion e motociclette e cani. Laura Nova ci ha raccontato di suo nonno, addetto proprio ai trasporti.
“Angelo Ciapparelli nasce a Legnano nel 1889. Farà tutta la Grande Guerra come soldato motociclista/conduttore, arruolato nel 1915 nella 2°Armata, 2° Parco Automobilistico, 117° Sezione. Fino alla rotta di Caporetto svolge il suo ruolo di autista, meccanico, portaordini ecc. lungo la linea dell’allora confine con l’Impero Austroungarico del medio e basso Isonzo”
Carlo Nazzari, l’atleta portordini
Angelo ce l’ha fatta, è stato fortunato: è tornato. Un altro atleta legnanese, Carlo Nazzari, faceva parte di una società sportiva cattolica, aveva vinto numerosi premi, ma lui non ce l’ha fatta.
Leggiamo che Carlo, caporal maggiore di fanteria, sull’altipiano carsico era “addetto al Comando, era incaricato di portare gli ordini fino ai primi posti, alle prime trincee”. Audace e coraggioso, nella difficile bisogna si era già molto distinto, tanto da meritare gli elogi dei superiori. Cadde appunto nel mentre eseguiva uno di questi servizi. … Aveva 26 anni. Lascia nel lutto la giovane sposa”.
 
Luigi e Cesare Cattaneo
Giovanni Cattaneo, nipote di Luigi e Cesare, fratelli nati entrambi a Legnano, ci invita a riflettere con queste parole:
“Cattaneo Luigi, classe 1894 era il gemello del nonno, era arruolato nel 206° Regg. Fanteria della Brigata Lambro. Consultando i documenti militari relativi alle azioni di guerra di quel reggimento, e la data di morte cioè il 07 08 1916, ho potuto risalire al luogo preciso dove era caduto: Oslavia – località Dosso del Bosniaco.
In quel luogo si svolse una delle più terribili battaglie del fronte italiano, la 6° Battaglia dell’Isonzo.
Confesso di aver provato una certa soddisfazione per ciò che avevo scoperto, mi è sembrato di sentire più vicino il prozio Luigi che ormai dopo cento anni sembrava solo un’entità astratta e inafferrabile.
L’altro fratello Cesare, era più vecchio di due anni, però osservando la lapide che riportava il suo reggimento, il 52° fanteria, ho notato che la data di morte era collocata il 2-11-1922, cioè quattro anni dopo la fine della guerra. Che cosa era successo?
Cesare era tornato vivo dal fronte in condizioni pessime, depresso e con frequenti stati febbrili di natura non definita che lo fecero soffrire lungamente fino alla morte, per questo motivo fu inumato nell’Ossario dei Caduti essendo la sua morte riconducibile a cause di guerra.
La sua storia apre il sipario su una parte della Storia che spesso viene dimenticata, quella dei reduci, dei loro corpi mutilati, del loro animo inaridito, spesso incapaci di ricominciare una vita normale di lavoro e affettiva.
A distanza di cento anni molti di noi che hanno avuto nonni o bisnonni che hanno partecipato alla Grande Guerra, non hanno potuto raccogliere i ricordi di quelle storie e forse non sanno come le nostre famiglie attuali siano ancora direttamente condizionate da quegli avvenimenti. Probabilmente abbiamo una parentela ridotta a causa dei molti caduti fratelli e cognati dei nostri nonni o bisnonni.
Siamo diventati nipoti di quei soldati
che sono casualmente sopravvissuti a quella carneficina”
Una bella e significativa conclusione che facciamo nostra.
Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli
 
- Volti e storie dei soldati di Legnano travolti dalla bufera
https://www.youtube.com/watch?v=cO7NfrPiHzs
- L'ossario italiano e austro-ungarico nel cimitero di Via Magenta
https://www.youtube.com/watch?v=722tp6-Rilc
-Tracce della Grande Guerra nella Legnano di oggi
https://www.youtube.com/watch?v=R8lRKCHFcTA

25.10.3 Legnano alla riscoperta di Padre Carlo Crespi

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Legnano alla riscoperta di Padre Carlo Crespi
Da sinistra, don Marco Lodovici,  don Pier Luigi Cameroni, don Antonio Giovannini, mons. Angelo Cairati, mons. Gian Paolo Citterio, don Fabio Viscardi, don Lodovico Garavaglia, mons. Carlo Galli
Partecipata cerimonia di inaugurazione della mostra permanente dedicata al  legnanese Servo di Dio P. Carlo Crespi,  missionario, scienziato e musicista, per il quale è in corso la causa di beatificazione. Affollatissima la chiesa di Santa Maria della  Purificazione in corso sempione, presenti tra gli altri il sindaco Alberto Centinaio, l'assessore Gian Piero Colombo, mons. Gian Paolo Citterio vicario episcopale,  mons. Angelo Cairati prevosto di Legnano,  don Fabio Viscardi decano di Legnano,  mons. Carlo Galli presidente onorario dell’Associazione Padre Crespi e don Pier Luigi Cameroni postulatore della Causa di Beatificazione
L’inaugurazione della mostra è stata preceduta da una preghiera di intercessione.
Come ben ha illustrato il relatore Carlo Riganti, presidente dell’Associazione Padre Carlo Crespi ONLUS, padre Crespi è stato una personalità dal multiforme ingegno, uomo del dialogo e di ampi orizzonti culturali. Egli si distinse non solo come grande missionario e apostolo del poveri, ma anche come scienziato, musicista e pioniere della cinematografia.
Era nato a Legnano il 29 maggio 1891, una data che, come lui stesso amava ricordare, richiamava l’evento della storica battaglia. Ordinato sacerdote salesiano nel 1917, conseguì, nel 1923, la laurea in Scienze Naturali e il diploma al Conservatorio. Subito dopo fu destinato alla missione in Ecuador, ove morì nella città di Cuenca nel 1982, già considerato santo in vita.
In Ecuador Padre Crespi ha ricevuto varie onorificenze nazionali (tre medaglie d’oro al merito e l’emissione di un francobollo commemorativo) e proprio qui è stata avviata la causa di beatificazione, ora aperta in Vaticano.
La Chiesa della Purificazione, sede della mostra, risale agli ultimi anni del Cinquecento, è un gioiello di arte e di storia, impreziosita da due affreschi  dei fratelli  Lampugnani. E di proprietà delle Madri Canossiane dell’Istituto Barbara Melzi, che l’hanno  temporaneamente  concessa in uso all’Associazione Padre Carlo Crespi.

25.10.4 In BPM "Incontro con l'autore"

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In BPM "Incontro con l'autore"
 
Mercoledì 6 aprile, alle 21, Banca Popolare di Milano (sede di Legnano) aprirà eccezionalmente le sue porte alla sera per presentare - in collaborazione lo stesso istituto bancario e l'associazione culturare storica "Arcieri del Martello" - il prof. Paolo Grillo e il suo ultimo libro: "L'aquila e il giglio".
Paolo Grillo è professore di Storia medievale all'Università degli Studi di Milano, dove insegna anche Storia delle istituzioni militari nel Medioevo.
Legnano lo conosce e apprezza per i suoi precedenti volumi - "Legnano 1176. Una battaglia per la libertà" , e "Le guerre del Barbarossa. I comuni contro l'imperatore" - che trattano il periodo della Battaglia di Legnano, partendo dagli anni immediatamente precedenti per poi giungere alle conseguenze della battaglia nel ventennio successivo.
Ora con il nuovo volume il professor Grillo continua la sua narrazione del Medioevo e della convivenza forzata fra popolazioni autoctone e Impero, arrivando alla battaglia di Benevento del 1266, comunemente presentata come una sorta di malvagio scherzo del destino ai danni di Manfredi, il figlio dell’imperatore Federico II, che venne sconfitto dalle forze di Carlo d’Angiò, al quale riuscí in tal modo di impadronirsi del Regno di Sicilia.
Si chiude quindi un ciclo di studi sul Medioevo che coinvolge da vicino la realtà locale oltre che quella italiana, e, come per i due precedenti volumi, sarà un onore poterne parlare con l'autore.
 

25.10.5 Cose di Uboldo - in allestimento

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Scuola di dialetto
 
 
redigio.it/dati11/foglio01.mp3 -  questo e' il foglio 1
 

25.10.6 restelli2-da fare

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8 Settembre: legnanesi nella bufera - Parte 1
8 settembre 1943
Legnanesi nella bufera
Prima parte
L’8 settembre del ’43 segna una data spartiacque nella storia italiana. L’armistizio con gli anglo-americani, la reazione tedesca, la fuga del re e Badoglio a Brindisi, la sfascio dell’esercito e l’internamento nel Reich tedesco di 650.000 militari italiani ben rappresentano la “morte della patria” secondo la famosa definizione di Galli della Loggia.
Anche Legnano ha subito i riflessi di quanto accadeva nel territorio italiano con la deportazione in Germania e Polonia di un buon numero di militari della nostra città.
Dopo l’annuncio dell’armistizio i cittadini legnanesi più consapevoli ed organizzati si prefigurarono con precisione quanto sarebbe accaduto. Pertanto il giorno successivo, il 9 settembre, alla mattina presto Carlo e Mauro Venegoni, i principali protagonisti della Resistenza armata a Legnano e Valle Olona, entrarono alla Franco Tosi per un comizio-lampo di due minuti per incitare gli operai alla lotta. Intanto delegazioni di operai sotto la guida di Arno Covini, futuro comandante partigiano, si recarono alla caserma di viale Cadorna, mentre altri guidati da Angelo Sant’Ambrogio, uno dei dirigenti della Commissione Interna (cioè i sindacati) della Franco Tosi, si recarono alla caserma della Guardia di Frontiera sita allora in Largo Tosi, chiedendo al comandante le armi, che avrebbero utilizzato per contrastare l’imminente arrivo dei tedeschi.
Ma i comandanti, come accadde un po’ ovunque, si rifiutarono di consegnare le armi ai civili.
La notte stessa, tra il 9 e il 10 settembre, le sentinelle italiane furono sostituite da sentinelle tedesche. I soldati si arresero e cedettero le armi alla Wehrmacht senza sparare un colpo.
Monsignor Cappelletti, prevosto di San Magno, annotò quel giorno con asprezza sul Liber chronicus della parrocchia “Cedimento vergognoso. Si fugge, si abbandona tutto. Dove si andrà a finire?”
La mattina dell’11 settembre i legnanesi trovarono affisso un manifesto:
“CITTADINI! Da oggi il Comando della città e Circondario di Legnano, è assunto dal Tenente Colonnello LINDAU con tutti i poteri … Il ritmo normale della vita e del lavoro deve continuare … Qualunque azione di sabotaggio, di sobillazione e di abbandono ingiustificato del lavoro SARA’ PUNITO CON LA FUCILAZIONE … Chiunque sia in possesso di armi da fuoco e munizioni di qualsiasi specie… dovrà consegnarle … E’ vietato l’assembramento di oltre tre persone. Il coprifuoco è alle ore 21 … Chiunque si opponga ai suesposti ordini sarà passato per le armi”.
L’Ortskommandatur, cioè il comando locale del colonnello Lindau, venne alloggiato nella palazzina della GIL di via Milano 15.
Nei giorni seguenti altri divieti e minacce di multe al Comune e fucilazioni di civili in risposta ad azioni di sabotaggio dei partigiani si abbatterono su Legnano: il 17 i tedeschi vietarono persino il suono delle campane prima delle ore 8.
Mons. Cappelletti annota pure che “Le autorità civili e militari tentano il ritiro delle campane necessarie come materiale di guerra. Mons. Prevosto temporeggia e intanto riesce a salvare le campane di S. Magno perorando la causa delle campane anche delle altre parrocchie”.
La dissoluzione dell’esercito l’8 settembre coinvolse anche alcuni soldati legnanesi in quel momento operanti in diversi contesti militari. Per alcuni fu possibile il ritorno a casa, spesso fortunoso, per altri ci fu la lotta o la prigionia in Germania o altrove.
LORENZO MARCHINI era a Legnano in licenza. Ricorda la sig.ra Ida Ardo:
“La sera dell’8 settembre un nostro vicino che si chiamava Lorenzo Marchini bussò alla porta e ci chiese di nasconderlo. Non poteva andare a casa perché i tedeschi cercavano i militari italiani, e se lo avessero trovato chissà dove sarebbe finito. Potevamo ospitarlo in cucina, lui si mise a dormire sul pavimento.”
ACHILLE CARNEVALI e SAMUELE TURCONI, raggiunta Legnano, entrarono fin da subito nella Resistenza, Achille, che era già Presidente dell’Azione Cattolica, nelle formazioni cattoliche della Brigata Carroccio, Samuele divenne invece il comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP di Legnano Mazzafame e Gorla Maggiore.
GIUSEPPE STELLICA, legnanese d’adozione, all’epoca viveva a Pontremoli e raggiunta la sua città si inserì nelle formazioni partigiane che operavano nelle montagne circostanti.
In alcuni reparti si tentò di opporsi con le armi ai tedeschi. Questo accadde anche al comm. LUIGI CAIRONI, storico Presidente della Famiglia Legnanese, che alla vigilia dell’8 settembre del ’43 si trovava a Guastalla nel 2° Reggimento Pontieri con l’obiettivo di difendere i ponti sul Po da un’eventuale avanzata anglo-americana. Dovette però alla fine arrendersi e, fatto prigioniero, fu trasferito prima a Mantova e poi in carro bestiame in Pomerania, nello Stammlager II B di Hammerstein.
Al 2° Reggimento Pontieri appartenevano anche VITTORIO JELO e COSTANTINO COLOMBO, entrambi di stanza a Piacenza. Dopo l’armistizio i tedeschi si presentarono in motocicletta, accerchiando la caserma e tenendo sotto tiro i soldati italiani con delle mitragliette, intimando loro di non muoversi. Colombo si accorse però che una porticina che dava sul Po non era controllata e vide che qualche compagno riusciva a scappare. Cercò di imitarli ma venne fermato dal suo colonnello Biandrate che gli ordinò di restare con lui.
Vittorio Jelo ricorda: “Dopo qualche giorno ci caricarono sui vagoni merci stipati come animali, spesso addirittura in vagoni scoperti”. Destinazione per Jelo il campo di internamento di Hammerstein e poi Barth Holz, in una fabbrica di bombe, per Colombo direttamente Barth Holz, a raccogliere morti dalle macerie.
Una situazione diversa invece per altri legnanesi.
ROBERTO MARTARELLI, classe 1921, era in servizio militare dagli inizi del 1941.
“L’8 settembre mi trovavo come sergente maggiore in servizio presso il Gruppo Motorizzato Scalabrino, appartenente alla Divisione Cremona, nel nord della Sardegna. Ero autista, nonché specialista come teletrasmittente e tiratore scelto. Mi capitò, mentre ero in auto, di essere bloccato dai tedeschi, che pretendevano di requisirmi il mezzo. Mi trovai le armi puntate contro proprio da chi credevo fosse un alleato. Nacque in me una cattiveria, perfino un odio, contro i tedeschi e decisi che li avrei combattuti appena possibile. Mentre cercavo di discutere con un ufficiale germanico, questi fu distratto dall’arrivo di altri mezzi italiani: così ne approfittai per allontanarmi poco alla volta e per buttarmi dietro ad una cunetta, insieme ad un ufficiale italiano. Fu la nostra salvezza. Nella successiva fuga, incontrammo il colonnello Scandella, che ci prese con lui. Ci dirigemmo verso il sud della Sardegna, dove fummo aggregati ad altri soldati italiani. Ci fu chiesto se eravamo disponibili a combattere insieme agli alleati ed io mi offrii come volontario. Fummo così portati a Napoli, da qui ad Afragola e poi ad Altavilla Irpina. Qui fummo rifocillati e rivestiti colle divise inglesi, sulle quali vennero però messi i gradi e le decorazioni italiane. Entrai così a far parte del CIL , il Corpo di Liberazione Italiano e in seguito del Gruppo di Combattimento Cremona, che fu inquadrato nell’VIII Armata britannica.”
ANTONIO BRANCA si trovava a Brindisi. Con i suoi commilitoni decise di passare dalla parte degli Alleati ed entrò a far parte del 67° Reggimento di fanteria della CIL. L’8 dicembre 1943 venne mortalmente ferito in combattimento a Montelungo, nella zona di Cassino. Gli fu conferita una medaglia d’argento alla memoria.
Altri legnanesi dopo l’8 settembre scelsero invece di combattere a fianco dei tedeschi. Tra questi RENATO FEDELI, classe 1923, che entrò subito a far parte della 2° Compagnia del X Battaglione Alpino.
Chi si trovava all’estero non ebbe la possibilità di tornare a casa o combattere con gli alleati. Per chi non intendeva passare dalla parte dei tedeschi l’8 settembre si prospettarono solo due alternative: scappare e combattere a fianco dei partigiani locali o essere caricati dai tedeschi su carri bestiame ed essere internati come IMI in Germania, Austria o Polonia.
Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli
 
 
 
CRONACA / LEGNANO
8 Settembre: legnanesi nella bufera - Parte 2 8 settembre 1943
Legnanesi nella bufera
II parte
L’8 settembre del ’43 segna una data spartiacque nella storia italiana. L’armistizio con gli anglo-americani, la reazione tedesca, la fuga del re e Badoglio a Brindisi, la sfascio dell’esercito e l’internamento nel Reich tedesco di 650.000 militari italiani ben rappresentano la “morte della patria” secondo la famosa definizione di Galli della Loggia.
Anche Legnano ha subito i riflessi di quanto accadeva nel territorio italiano con la deportazione in Germania e Polonia di un buon numero di militari della nostra città.
GIUSEPPE MEZZENZANA si trovava in Jugoslavia. Il 9 settembre 1943 Giuseppe passa con le formazioni partigiane di Tito, nella Brigata Dalmatinska (Ormiskengrup) e viene trasferito successivamente con la Divisione d’Assalto Garibaldi Italia il 2 novembre 1943.
“Perché questa scelta? … Per molti di noi la nostra fu una scelta di lotta contro i tedeschi, per il riscatto dell’onore del popolo italiano, infangato soprattutto all’estero dalle vergognose guerre di aggressione fasciste, e per la libertà dei popoli. … [Lotta per] la difesa della propria dignità di militari e di uomini fedeli agli ordini ricevuti (magari poco chiari o intempestivi) e la volontà di non sottostare alle minacce e all’imposizione a mano armata operate dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. … La storia del Battaglione Garibaldi che si formò a Spalato in Dalmazia, con 350 uomini, la maggior parte Carabinieri, e un buon nucleo del 4° reggimento Bersaglieri di cui facevo parte è una storia, un cammino, dall’8 settembre 1943 all’11 luglio 1945, che si snoda attraverso i monti, le pianure e i boschi della Dalmazia, della Bosnia Erzegovina, della Scumadia, Serbia, Srem, Slavonia e Croazia, del Sangiacato, fino ai confini del Montenegro. E’ una storia fatta di tante cruenti battaglie, di durissime marce, di stenti e di sacrifici, e di fraternità, di lotta coi partigiani e col popolo Jugoslavo, contro il comune nemico: il nazifascismo.”
Mio padre, ADRIANO PASQUETTO, si trovava a Puka in Albania. Era sottotenente e con tre soldati presidiava una baracca che fungeva da magazzino merci della Sussistenza, sperduta in mezzo ai boschi delle montagne albanesi. Si recava spesso alla mensa ufficiali percorrendo svariati chilometri a piedi nel bosco per poter avere un contatto con i commilitoni e i superiori.
L’8 settembre si trovarono senza ordini, poi un ordine arrivò, cioè quello di recarsi con i propri uomini alla stazione ferroviaria più vicina e fare quello che i tedeschi avrebbero ordinato. Avevano capito tutti a cosa sarebbero andati incontro e hanno valutato l’eventualità di combattere ma avevano un solo caricatore a testa. Tornare in Italia dall’Albania era impensabile. Aggregarsi ai partigiani? C’erano stati diversi episodi in cui i tedeschi avevano ordinato agli italiani di incendiare le case dei capi partigiani. I tedeschi intendevano che venisse fatto con all’interno i partigiani, gli italiani trovavano il modo di avvisare e le case risultavano vuote. Però le case venivano incendiate. Quindi i partigiani difficilmente avrebbero accolto a braccia aperte i militari italiani.
Decisero pertanto di fare quanto ordinato e recarsi alle stazioni ferroviarie, dove furono disarmati e, in seguito al loro rifiuto di collaborare, caricati tutti su carri bestiame piombati. Destinazione Leopoli in Polonia e da lì smistati in vari campi di internamento. Mio padre finì a Wietzendorf.
Più a sud, in Grecia, si trovavano altri legnanesi.
ITALO CAMPANONI, membro della famiglia che aveva la rinomata latteria in Legnano, l’8 settembre 1943 si trovava ad Atene: “Alla fine di settembre ci misero tutti e duemila su una tradotta e ci portarono in Germania. Per la precisione in un campo di lavoro … destinati a una fabbrica di mattoni.”
LORENZO RANELLI era un medico, ufficiale di complemento che ad Atene aveva raggiunto il grado di Capitano ed aveva avuto occasione di incontrare Angelo Giuseppe Roncalli, allora Delegato Apostolico per Turchia e Grecia e futuro Papa Giovanni XXIII. Anche lui scelse di non collaborare e venne deportato. Prima destinazione il Lager di Kaisersteinbruch, in Austria, a sud-est di Vienna.
Invece GIACOMO LANDONI si trovava a Cefalonia ed è stato partecipe della tragedia della Divisione Acqui. Deportato a Königsberg è stato impiegato nella rimozione delle macerie dei bombardamenti.
Anche RENZO DA RONCH, croce al Merito di Guerra, faceva parte della Divisione Acqui. Era nato a Merano ma in seguito risiedette per più di 50 anni a Legnano.
“Dopo averci catturato, ci hanno fatto viaggiare per circa 20 giorni su un treno sino ad arrivare in Prussia. Giunti a destinazione ci hanno smistato ed io venni inviato al lavoro in una fattoria.”
Chi ci ha lasciato però un diario dettagliato di quei giorni è il sottotenente degli alpini GIUSEPPE BISCARDINI, che si trovava ad Antibes, in Francia. Il suo diario è stato pubblicato dal figlio. Citiamo solo una pagina.
“8 settembre. … Nel tardo pomeriggio – come un fulmine a ciel sereno – si diffonde la notizia che l’Italia ha chiesto l’armistizio agli anglo-americani. I nostri alpini che si trovano in paese in libera uscita … sembrano impazziti dalla gioia. … Il nostro Maggiore è sconvolto. Sguinzaglia Ufficiali e Sottufficiali per far rientrare le truppe nel Forte e nella Caserma. … Siamo tutti un po’ frastornati. … Alle 19.45 la radio italiana conferma la notizia. … Gli ufficiali lasciano i loro alloggi e si precipitano al comando. … Il nostro Comandante è smanioso di fare cose che non sa. Decide allora di chiamare tutti i Comandi superiori per saperne di più. … Tra noi matura l’idea di rientrare a piedi, attraverso le montagne, in Italia. Finalmente il Comandante riesce a mettersi in contatto con il Generale di Divisione De Cia. Le sue istruzioni sono … “Calma assoluta. Non accelerare né anticipare la partenza. La truppa sia mandata a dormire. Partirete domani 9 settembre in treno alle ore 18 per l’Italia. Ricordatevi, prima di partire, di ossequiare il Comando tedesco”.
Verso le 22 … sento dei passi decisi venire verso l’ingresso principale. Un attimo dopo si sentono due forti colpi alla porta. La sentinella si avvicina alla porta a chiedere chi è. “Cammarade allemand” risponde. Il Tenente tedesco ci fa leggere un ordine ricevuto dal suo Comando di Divisione, che dice: “A seguito della vostra capitolazione, tutte le truppe italiane dovranno consegnare le armi, poi saranno inviate in Italia, libere di combattere – se vorranno – con i tedeschi.” Per me questo ordine ha tutta l’aria di una truffa. … Il camerata tedesco, amareggiato di non aver ottenuto il consenso, se ne va.
Verso le 24 … improvvisamente carri armati tedeschi si avvicinano al Forte, seguiti da soldati mimetizzati con fronde sugli elmetti. Il nostro ufficiale di picchetto, che per l’emozione aveva quella sera un po’ bevuto, senza ricevere alcun ordine decise di mettere in azione le mitragliatrici. A suon di scariche fa arretrare le truppe della Wehrmacht. Sono momenti di forte tensione. I tedeschi predispongono l’accerchiamento del Forte, noi predisponiamo la difesa. … Non so quanto potremo resistere; siamo solo un battaglione di alpini contro un’intera Divisione tedesca.
Verso le 6 del mattino succede un fatto imprevisto a cui nessuno più credeva: vengono ripristinate le comunicazioni radio. Il Generale Comandante della 223° Divisione Costiera De Cia dà ordine al nostro Maggiore di evitare sparatorie con i tedeschi, spargimenti di sangue e di cedere quindi le armi.
E’ finita così questa tragica notte, sentiamo da quel momento d’aver perso una parte di noi stessi, inizia la nostra odissea. “
Queste sono le storie che abbiamo potuto conoscere ma a Legnano su 34.000 abitanti circa 3.000 erano sotto le armi. Queste storie sono solo un esempio di quello che presumibilmente è accaduto anche ad altri militari legnanesi.
Sarebbe bello conoscere altre vicende perché sono ancora tante le storie da raccontare e da ognuna di esse, siamo sicuri, c’è qualcosa da imparare.
Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli
 
 
 
100 anni fa moriva Aurelio Robino
Riceviamo e pubblichiamo il testo a firma Giancarlo Restelli e Renata Pasquetto sulla figura di  il colonnello Aurelio Robino
In questi giorni del maggio 1917 moriva in battaglia il colonnello Aurelio Robino. Era ufficiale della Brigata “Emilia” e combatteva nella II Armata del generale Capello nella zona oggi di Nova Gorica (“Nuova Gorizia”, Gorizia slovena). Era il 17 maggio e cadde durante la Decima battaglia dell’Isonzo. Robino fu una delle 650.000 vittime della Grande guerra.
Ci sembra giusto ricordare questo combattente esattamente a cento anni dalla morte nell’ambito del centenario della Prima guerra mondiale.
Robino nacque a Genova nel 1867 in una famiglia di origine piemontese. Frequentò la Scuola Militare di Modena. Da tempo viveva a Legnano in via Vittoria. Nel maggio del ’15 prese parte ai primi combattimenti al comando di un reparto di bersaglieri in Valsugana. Fu subito promosso tenente colonnello.
Maggio ’17. Decima battaglia dell’Isonzo La Decima battaglia dell’Isonzo fu preparata con particolare meticolosità da Cadorna e dal suo entourage ben consapevoli dell’importanza della posta in gioco. Fino a quel momento Cadorna poteva inalberare solo la conquista di Gorizia (agosto del ’16) e poco significativi avanzamenti lungo il settore dell’Isonzo. Il Paese aspettava con ansia la vittoria piena che avrebbe cacciato il fantasma di una lunga ed estenuante guerra di logoramento che si sarebbe estesa inevitabilmente nel 1918.
Nella primavera del ’17 le prospettive erano buone, la fiducia cresceva, anche i soldati sembravano rincuorati vedendo il poderoso armamento che Cadorna metteva in campo. 2150 cannoni e 980 mortai martellarono senza pietà le postazioni austriache tra l’altopiano della Bainsizza e la costa dell’Adriatico una cinquantina di chilometri più a sud (12-13 maggio). L’obiettivo era la conquista dei “Tre Santi”: il Monte Santo, il Monte San Gabriele, il Monte San Daniele, tutti e tre alle spalle di Gorizia.
Terminato il micidiale bombardamento le truppe italiane dovettero uscire dalle trincee e affrontare a viso aperto le temibili mitragliatrici austriache e il fuoco serrato della fucileria. Nonostante le terribili perdite a causa del prolungato bombardamento italiano le truppe di Boroevic’ seppero fronteggiare con successo i veementi attacchi italiani nei quali i soldati erano falciati in massa.
Qualche successo italiano ci fu in quei giorni spesso vanificato da improvvisi e micidiali contrattacchi austro-ungarici perchè la consegna che Boroevic’ aveva dato ai suoi era di difendere con le unghie il terreno e riconquistare immediatamente quanto eventualmente perso.
La durezza di Cadorna era imitata dall’inflessibilità del comandante dell’ “Isonzoarmee”. A pagare con il sangue erano le truppe italiane scagliate fuori a ondate dalle trincee, spesso con scarsissime possibilità di successo; anche le truppe imperiali ebbero moltissime perdite, soprattutto tra i difensori falcidiati dall’artiglieria italiana.
Aurelio Robino, 16-17 maggio 1917 Ed è in questi giorni che si situa la morte del colonnello Aurelio Robino. Cadde nei pressi di Gorizia, in prospettiva verso il San Gabriele, ma questa cima era ancora lontana. In località Grazigna (Grcna, periferia di Nova Gorica, oggi Slovenia) avvenne il sacrificio del colonnello Robino e probabilmente di molti dei suoi uomini. Sull’altura di Grazigna la mattina del 17 maggio del '17 viene colpito a morte durante un contrattacco dell’avversario mentre sotto la sua direzione i suoi soldati stavano mantenendo la posizione da poco conquistata. Gli è stata conferita la Medaglia Oro alla memoria. Riposa nel Sacrario di Oslavia. Aveva 50 anni.
Dice la motivazione della Medaglia d’Oro: Comandante di un reggimento, con singolare perizia diresse parte delle sue truppe all’attacco di una forte posizione nemica, riuscendo a conquistarla. Non potendo quelle truppe procedere per l’esistenza di un reticolato intatto sul rovescio della posizione e perchè battute da intenso fuoco di artiglieria e contrattaccate, accorse con i rincalzi, che, animati dal suo esempio, respingevano dopo accanita mischia l’avversario. Rinforzatosi durante la notte sulla posizione e pronunciatosi il mattino successivo un nuovo e più furioso contrattacco, a cui le sue truppe, animate come sempre dalla sua presenza, resistevano tenacemente, mentre già gli arrideva la vittoria, cadde colpito a morte. Grazigna (Gorizia), 16-17 maggio 1917.
Sorprende che nel bollettino ufficiale di Cadorna del 16 maggio non ci siano riferimenti ai combattimenti nei dintorni di Grazigna. Il 17 maggio è scritto nel Bollettino: “Nella zona a est di Gorizia contrattacchi nemici, specialmente insistenti sull’altura di Quota 174… s’infransero tutti sotto il nostro fuoco. Indi le nostre fanterie passarono alla controffesa e dopo mischia accanita espugnarono una forte altura a sud di Grazigna”. Anche nell’accurata ricostruzione delle Dodici Battaglie dell’Isonzo di John R. Schindler (”Isonzo”, LEG 2014) non c’è alcun accenno alle circostanze in cui maturarono i combattimenti in cui morì Robino.
Tutto ciò non deve sorprenderci: la Grande guerra sperimentò la morte di massa di centinaia di migliaia di soldati e ufficiali nelle più diverse località dallo Stelvio all’Adriatico lungo i quarantadue mesi di guerra. Feriti, dispersi, prigionieri, morti sul “campo dell’onore”, morti in improvvisati ospedali da campo, gettati in fosse collettive, polverizzati dallo scoppio di granate, mutilati in tutte le parti del corpo… i combattenti della Grande guerra vissero sulla loro pelle le nuove possibilità di sterminio indotte da armi micidiali che stavano cambiando rapidamente il volto della guerra. Dall’altra parte dissennate modalità di attacco (“Attacco frontale”, Cadorna) e di difesa (“Fino all’ultimo combattente”, Boroevic’) obbligavano masse di uomini a diventare “carne da cannone” sulle pietraie del Carso o lungo i fianchi delle cime a est di Gorizia, dal San Michele al Monte Santo.
Dopo la Decima e l’Undicesima battaglia dell’Isonzo si profilava l’ombra cupa di Caporetto (24 ottobre 1917). Aurelio Robino a Legnano A Robino è stato intitolato un quartiere, anche se probabilmente pochi lo sanno: il quartiere "Aurelio Robino" comprende la zona della via Carlo Porta verso il confine con Castellanza, dove sono state costruite le case popolari dell’Aler. Più nota l’intitolazione a Robino della Fanfara dei bersaglieri di Legnano e di una via nel territorio della nostra città. A Genova gli è stata dedicata una via.
Giancarlo Restelli e Renata Pasquetto
 
 
 
Ecco come nacque il Primo Maggio
CRONACA / ALTO MILANESElunedì 01 maggio 2017849 Letture
Come nacque il Primo Maggio
Quel Primo Maggio 1886 a Chicago
"Otto ore per lavorare, otto ore per dormire, otto ore per educarsi”.
Il primo maggio del 1886 fu scelto dai maggiori sindacati americani per organizzare in tutto il Paese un grande sciopero che avesse come obiettivo le otto ore di lavoro.
Lo slogan da tutti ripetuto è “Otto ore per lavorare, otto ore per dormire, otto ore per educarsi”. Educarsi voleva dire avere il tempo di leggere, studiare, dedicarsi alla famiglia, partecipare con gli altri e accanto agli altri a movimenti, associazioni di carattere sociale e politico… insomma dare alla propria vita un po’ di umanità limitando lo sfruttamento in fabbrica.
Quel giorno in tutti gli Stati Uniti ci furono grandi manifestazioni, particolarmente importante era la buona riuscita dello sciopero a Chicago, importante centro industriale della regione dei Grandi Laghi.
In quell’epoca la città è un fondamentale nodo ferroviario e grande centro industriale, sede di industrie per scatolame, attrezzature agricole e macellazione.
A Chicago il primo maggio 80.000 operai non erano entrati in fabbrica e aspettavano l’inizio della manifestazione. “Il corteo si mosse e migliaia di persone incominciarono a sfilare, ognuno aveva dentro di sé mentre marciava un’ondata di emozioni dovuta allo spettacolo di eccitante e gaia solidarietà. I ragazzi lasciavano ogni tanto i loro genitori e correvano avanti. Le persone ridevano esultanti, guardando la marea in marcia, simbolo visibile della forza dei lavoratori uniti. In quella massa che sembrava non dovesse mai finire c’erano i “Cavalieri del Lavoro” e membri dell’American Federation of Labor, boemi, tedeschi, polacchi, russi, irlandesi, italiani, neri, cowboy che ora lavoravano in città. C’erano insieme cattolici, protestanti ed ebrei, anarchici e repubblicani, comunisti e democratici, socialisti, e persone semplici, tutti uniti e fermamente decisi per la giornata di 8 ore” (Richard O. Boyer e Herbert M. Morais, “Storia del movimento operaio americano”, De Donato 1977).
Per capire l’entusiasmo di quel giorno e il forte dediderio di ottenere la riduzione della giornata lavorativa, dobbiamo sapere che dalla fine della guerra civile americana (1861-65) l’obiettivo delle otto ore viene posto con particolare forza tra le diverse sigle e associazioni di rappresentanza del movimento operaio americano.
A Ginevra il primo Congresso dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (1866) adotta la proposta della limitazione della giornata lavorativa come condizione preliminare per l’emancipazione dei lavoratori. Quindi con il 1866 le otto ore diventano l’obiettivo degli operai di tutto il mondo.
Negli Stati Uniti non fu facile ottenere subito la riduzione della giornata di lavoro per l’ovvia intransigenza dei padroni alleati con il proprio governo. Anche le frequenti crisi cicliche del capitalismo americano nella seconda metà dell’Ottocento riducevano la forza contrattuale dei lavoratori.
Ora invece nel 1886, in un momento di forte ripresa dell’economia americana, sembrava che fosse arrivato il tempo per il definitivo braccio di ferro con i rappresentanti del grande capitale.
La manifestazione di Chicago del primo maggio si svolse pacificamente nonostante i giornali borghesi temessero il peggio.
Gli incidenti scoppiarono invece il 3 maggio, giorno in cui riprendeva il lavoro dopo la domenica. All’esterno della McCormick Harvester Works gli operai furono caricati alle spalle dalla polizia che sparò provocando sei morti. I lavoratori della McCormick stavano aspettando l’uscita dei 300 crumiri che erano stati assoldati dall’azienda per lavorare al posto degli operai in sciopero.
Mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, utilizzare i lavoratori immigrati (e quindi poco nulla sindacalizzati) per combattere il sindacato era ormai da tempo uno dei tanti strumenti nelle mani del capitalismo americano per far fronte alle lotte dei lavoratori.
Per protesta contro l’eccidio si decise di tenere il 4 maggio ad Haymarket Square una manifestazione di protesta contro quello che era accaduto.
Il comizio serale si svolse in modo pacifico finchè arrivarono circa 200 poliziotti i quali ordinarono di sgombrare la piazza. Durante le trattative qualcuno lanciò una bomba contro la polizia: “Ci fu una terribile confusione nell’oscurità, la polizia sparava selvaggiamente in tutte le direzioni, persone cadevano, molti erano feriti, altri correvano, imprecavano, gemevano, calpestati e picchiati selvaggiamente dalla polizia impazzita: uno di loro era morto sul colpo ed altri sette erano mortalmente feriti” (op. cit.).
È inutile dire che nei giorni successivi a Chicago e in tutto il Paese ci fu una vera caccia all’uomo che portò centinaia di attivisti e dirigenti sindacali in prigione. La bomba di Haymarket Square era l’occasione giusta per stroncare una buona volta per tutte il combattivo sindacalismo americano e affossare per sempre la richiesta delle otto ore.
Chi aveva lanciato la bomba tra la polizia? Albert Parson, il dirigente sindacale più popolare nell’America del tempo, non ebbe dubbi: agenti provocatori agli ordini delle autorità americane.
Rapidamente fu allestito un processo che doveva arrivare a condanne esemplari. Quale l’accusa? Aver provocato incidenti e “cospirazione” (!).
È inutile dire che il processo aveva già una sentenza scritta. Infatti si concluse con otto condanne a morte.
In seguito il governatore dell’Illinois commutò tre condanne a morte in due ergastoli e una condanna a 15 anni.
Poco prima dell’esecuzione un condannato a morte si suicidò.
L’11 novembre del 1887 sono impiccati quattro sindacalisti operai molto conosciuti e amati dalle masse.
Sono August Spies, nato in Assia (Germania), 31 anni; Adolf Fischer, nato in Germania, 30 anni; George Engel, nato in Germania, 50 anni e Albert Parson, nato nell’Alabama, 39 anni. Divennero i “Martiri di Chicago”.
Parson era uno dei due americani del gruppo degli otto condannati a morte.
Prima della sentenza gli imputati presero la parola. Ciò che dissero ai giudici merita di essere ricordato ancora oggi.
George Engel: “Voi mi accusate di assassinio. In che cosa consiste il mio crimine? Nel fatto che ho lavorato per l’edificazione di un sistema sociale nel quale non si vedranno più gli uni accumulare dei milioni, e gli altri morire di fame e di miseria…. Come l’acqua e l’aria sono a disposizione di tutti, bisogna che la terra e le invenzioni scientifiche degli uomini siano utilizzate per il bene di tutti. Io disprezzo il potere di un governo iniquo, io disprezzo i suoi giudici, i suoi poliziotti e le sue spie”
August Spies: “Per farmi condannare con il pretesto che io conosco colui che ha lanciato la bomba, voi producete le dichiarazioni contraddittorie di testimoni pagati. Si sono commessi molti crimini giuridici e, in questi casi, i giudici potevano agire in buona fede. Ma qui, voi non avete questa scusa. I rappresentanti dello Stato hanno essi stessi fabbricato i testimoni. L’accusa ha scelto una giuria corrotta già nella sua origine. Davanti a questo tribunale, davanti a questo pubblico, io accuso il procuratore di Stato e il Signor Bonfield di aver macchinato il nostro assassinio”
Luis Lingg (si suicidò prima dell’esecuzione): “Voi mi accusate di disprezzare la legge e l’ordine. Questa legge che cosa significa? I suoi rappresentanti sono i poliziotti ed è tra di loro che si reclutano i banditi… Io vi disprezzo, disprezzo la legge, la vostra forza e la vostra autorità. Impiccatemi!”
Adolf Fischer: “Io devo solamente protestare contro la pena di morte che voi mi applicate, in quanto non ho commesso alcun crimine… Ma se devo essere impiccato per avere professato delle idee anarchiche, per il mio amore per la libertà e l’umanità, allora non vi vedo alcun inconveniente e vi grido ad alta voce: disponete della mia vita!”
Albert R. Parson : ”… Secondo le ultime statistiche, ci sono negli Stati Uniti 16.200.000 operai. Sono questi che con il loro lavoro creano tutta la ricchezza del paese… L’operaio è colui che lavora per un salario e il cui unico mezzo di sussistenza è la vendita della propria forza lavoro quotidiana, ora per ora, settimana per settimana, anno per anno… Questa classe di persone – la classe operaia – che compie da sola tutto il lavoro utile e produttivo di questo paese è alla mercede e alla mercè della classe proprietaria. Come operaio ho condiviso quelle che mi appaiono le giuste rivendicazioni della classe operaia; ho difeso il suo diritto alla libertà, il suo diritto a disporre del proprio lavoro e dei suoi frutti… Questo è il mio delitto. Sono stato infedele e traditore verso le infamie dell’odierna società capitalistica. Se per voi questo è un delitto, confesso di essere colpevole”. (1° Maggio, Antologia, a cura di Lotta Comunista, 1986, pp.91-93)
Nonostante la dura repressione e i quattro operai impiccati la classe operaia americana non si fece irretire e nel 1890 conquistò le otto ore dopo grandi manifestazioni che si tennero il primo maggio nelle grandi città americane. Ma anche a Londra, Parigi, Amburgo, Vienna, Budapest, Varsavia, Barcellona, Roma, Milano, Genova… alcuni milioni di lavoratori scesero in piazza il primo maggio del 1890 a sostegno delle otto ore.
Ormai il Primo Maggio era entrato nel cuore degli operai di molte aree industriali del mondo.
Quali insegnamenti trarre da questi fatti? Ne individuo uno di sicura importanza.
In quell’epoca gli operai più colti e preparati sul piano sindacale erano tedeschi immigrati negli Usa. Non combatterono per sé ma per tutti.
Oggi in Italia abbiamo molti lavoratori stranieri provenienti da molte parti del mondo. Il valore della solidarietà e dell’internazionalismo deve radicarsi sempre meglio nel nostro Paese contro ogni razzismo e pregiudizio.
Il motto dei “Knights of Labor” (i “Cavalieri del Lavoro”, associazione sindacale nata negli anni Settanta dell’Ottocento negli Usa) è: “L’offesa verso uno riguarda tutti”. Facciamo nostro questo slogan ancora oggi!
“Non si tratta di un problema di numero. Grande o piccola questa manifestazione del 1° maggio è l’affermazione del principio di solidarietà e di unione degli operai di tutti i paesi ed è questo che farà del 1° maggio una giornata unica nella storia del mondo”
Dall’appello ai lavoratori della Gran Bretagna della Federazione nazionale delle organizzazioni operaie, 1° maggio 1890
Giancarlo Restelli
restellistoria.altervista.org/author/admin/
Una coinvolgente ricostruzione delle condanna dei “Martiri di Chicago”
http://www.youtube.com/watch?v=rNPyTWv7u4o&feature=related
Ivan Della Mea canta l’Internazionale di Franco Fortini
http://www.youtube.com/watch?v=vwMSGkNjr4Q&feature=related
 
 
 

25.10.7 Cio lantas – cu vivon regas ni

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Cio lantas – cu vivon regas ni
Aspiroj vantas – trivita melodi'
Sen elir'
Cu tie eblas vivi nur en iluzi'
Jen nova dio, jen nova stulta krim'
En la kuliso, en la pantomim'
Audu min
Cu iu povas vivi en ci tragedi'
Mi brilu plu
Mi brilu plu
Dum mia koro ploras,
Kaj sminko jam malgloras,
Mia mien' – plu ridas
 
La estonteco, ne estas en program'
Jen korcagreno, jen malsukcesa am'
Sen elir'
Cu iu povas diri kial vivas ni
Mi igas certa
Akomodigas jam
Mi igas sperta
Kaj elkotigas jam
Ekstere nun tagigas
Sed mi en la mallum' sopiras al liber'
Mi brilu plu,
Mi brilu plu,
Ooh, dum mia koro ploras,
Kaj sminko jam malgloras,
Mia mien' – plu ridas
 
Anim' pentrita lau flugil' de papili'
La fabelo kreskas plu, sed restos la defi'
Flugas mi – amik'
Mi brilu plu
Mi brilu plu
Persiste kun grimac'
Kaj sen kapitulac'
Ooh, brilu plu
 
Ooh, impone nun, demone nun
Sindone jes, mi penas iri plu
Plu, brilu plu
Plu, brilu plu
Plu!
Mi brilu plu
 
(Ni ne forgesu vin, Fredy…)
 

25.10.8 tesato oro

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L’intero sistema economico mondiale è oggi appeso ad un filo.
La differenza tra il riuscire a stare in piedi su questo filo, o il cadere giù, è la differenza che corre fra la vita o la morte finanziaria di miliardi di persone.
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MAI, nella storia dell’umanità, il mondo finanziario si era spinto fino ai livelli estremi in cui ci troviamo oggi.
L’intero sistema economico mondiale è oggi appeso ad un filo.
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Questo testo, prima di parlare di come fare per poter guadagnare molto denaro da qui al 2020, parla di come proteggere i tuoi risparmi e lo stile di vita che ti sei conquistato… FINO AD OGGI.
Nota di avvertimento: questo testo non tratta di opinioni. Ciò che sto per mostrarti sono dati, numeri, fatti reali.
Prendi il tuo tempo per esaminarlo a fondo e poi trai le tue conclusioni.
LA MIA PROMESSA
Entro la fine di questa pagina scoprirai come puoi investire oggi stesso in oro (e argento) fisico, comprando dai rivenditori più sicuri al mondo ed ai prezzi più bassi sul mercato.
Soprattutto ti mostrerò PERCHE’ comprare oro fisico oggi è di primaria importanza per la salvaguardia dei tuoi risparmi.
Scoprirai il motivo per cui Banche e consulenti finanziari complici del sistema finanziario, non vogliono che tu conosca le scomode verità contenute in questa pagina.
E qui non si tratta di fare il Robin Hood o il salvatore della patria. Si tratta di avere la voglia di portare fuori una corruzione ed un marcio che invade il tessuto finanziario fino alla punta dei capelli.
Tutti i dati che trovi nella ricerca che stai leggendo provengono da fonti ufficiali e sono tutti dati verificabili. Come ad esempio questi che sto per mostrarti sul prezzo dell’oro.
Sono dati provenienti dal World Gold Council, il più grande ente di ricerca statistica mondiale per ciò che riguarda il mercato dell’oro.
Questo è stato il rialzo che l’oro ha fatto registrare nel grande ciclo rialzista subito precedente a quello che stiamo vivendo dal 2000.
Nella parte finale del grafico, quella che sale in verticale e che ho accompagnato con una freccia verde, l’oro aumentò di valore di oltre 7 volte (il +720%) in appena 3,5 anni.
Un nuovo, forte rialzo, sta per riaccadere esattamente oggi.
Ecco perchè voglio tu prenda nota della tremenda correlazione che esiste fra questi 5 elementi:
1) CRISI
2) RISCHIO DI CONFISCA DEL TUO DENARO
3) DEBITO
4) SVALUTAZIONE DEL DENARO
(i Dollari, gli Euro, ecc…)
5) ed un PAZZESCO RIALZO DELL’ORO
Sto per portare alla tua attenzione una serie di fatti realmente accaduti (o che avvengono proprio oggi, nell’esatto momento in cui stai leggendo) e che ti mostrano perchè siamo diretti verso il totale RESET del marcio sistema finanziario che esiste oggi.
Come hai già capito, questo è qualcosa che ha a che fare con l’investimento in ORO.
 
Il punto è che c’è un modo giusto ed uno sbagliato di investire in oro. E ti spiego tutto in questa pagina.
Ma prima di continuare…
voglio che tu sappia che attribuisco grande valore al mio (ed al tuo) tempo.
Ecco perchè:
se ritieni che tutto vada bene perché in TV dicono che l’Italia è in ripresa… (da quanti anni lo dicono?) se non sei arrabbiato per l’enorme corruzione che invade l’Italia, con a capo il bell’esempio di politici che comprano case e mangiano gratis al ristorante anche grazie ai tuoi soldi se per te sono OK le massicce invasioni nella nostra privacy da parte del governo. Un governo che prima limita i pagamenti con l’utilizzo dei contanti come se fossero tutti una massa di ladri, poi ti disintegra di controlli per ogni movimento di denaro che avviene nel tuo conto corrente, e alla fine ti massacra di nuove tasse per ripagarsi le sue malefatte… se davvero credi che tutto sia “stabile” nel nostro paese se pensi tutto questo allora CHIUDI ORA questa pagina.
Non perdere altro tempo qui perchè questa lettura non è per te.
Ma se invece senti che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo Paese… se in cuor tuo senti che non ti stanno raccontando tutta la storia… se senti che ogni nuovo scandalo di governo è in realtà solo la punta dell’iceberg … …e se ti sembra di ricordare un mondo completamente diverso da quello che stai vivendo oggi… allora ho una notizia per te:
Hai maledettamente ragione!
Ed hai ragione di pensare che ci stiamo avvicinando al punto di rottura… che c’è qualcosa di grosso che sta per accadere e che probabilmente succederà PRESTO.
Ascolta bene.
Quando i governi si trovano in pesanti difficoltà economiche, le libertà del singolo individuo vengono messe a dura prova.
In tempi in cui il livello di debito è alle stelle, la corruzione politica è sfacciata, violazioni della privacy sono la normalità e pensioni che come dice il comico Alessandro Siani:
“Hanno alzato talmente tanto l’età pensionabile che per andare in pensione non ci vuole la terza età, ci vuole la reincarnazione!”
Proprio così.
I governi in bancarotta fanno cose terribili.
Ma non devi credere alle mie parole. Qui ci sono una serie di fatti realmente accaduti che ti dimostrano la stretta correlazione che esiste fra CRISI e RISCHIO DI CONFISCA DEL TUO DENARO.
La storia è piena zeppa di azioni disperate che i governi hanno preso per cercare di salvare se stessi.
Il problema è che queste azioni disperate sono SEMPRE a spese dei cittadini del loro paese.
A spese dei miei cari, a spese tue… a spese nostre.
EPISODIO #1: Nel 2001, durante la crisi Argentina, il governo ha congelato i conti bancari dei cittadini e sequestrato le loro
pensioni.
EPISODIO #2: Più di recente, il governo di Cipro ha confiscato il denaro sui conti bancari dei suoi cittadini per cercare di salvare se stesso dal collasso.
EPISODIO #3: Nel 2012 – per evitare il fallimento – la Grecia ha più che dimezzato il valore dei titoli di Stato posseduti dai privati cittadini.
(leggi qui a lato cosa riportava Il Fatto Quotidiano…)
Ecco cosa hanno fatto i governi nel corso della storia, durante le fasi di dura crisi economica. E quanto velocemente dimentichiamo…
Nota che qui mi sono limitato a riportarti solo alcuni esempi ma se cerchi nella storia trovi centinaia di questi accadimenti, in tutto il mondo!
Stai pur certo che quando lo Stato Italiano lo deciderà, dalla sera al mattino potrà confiscare gran parte della ricchezza di tutti gli italiani. Ed oggi questo può farlo con un semplice click.
Di per certo l’Italia è già pronta (anche legalmente) a drenare denaro ai suoi privati cittadini.
Continua a leggere:
L’Italia è già legalmente pronta a succhiare denaro ai possessori dei suoi titoli di Stato
 
Con il Decreto n. 96717, del 7 dicembre 2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale – Serie Generale n. 294 del 18.12.2012, l’Italia si è ufficialmente preparata per fare default (per dichiarare fallimento) sui suoi titoli di Stato.
Con questo decreto sono state introdotte le clausole di azione collettiva (le cosiddette CACs) ai titoli di Stato.
In altre parole, l’Italia può fare default e non pagare i suoi titoli di Stato.
Oggi questo viene chiamato “rinegoziazione del debito“, una parola dolce per dirti che si stanno prendendo i tuoi soldi.
E se pensi che sia finita qui ti sbagli di grosso. Perchè il meglio (si fa per dire) deve ancora venire.
Leggi questa:
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha rilasciato le linee guida per il piano di confisca della ricchezza globale Nella sua relazione di fine 2013, la Fiscal Monitor – Taxing times, il FMI (di cui l’Italia è un membro) ha raccomandato la confisca a titolo definitivo della ricchezza dei cittadini.
Leggi cosa dice il rapporto:
“Il forte deterioramento delle finanze pubbliche di molti paesi ha ravvivato l’interesse per un prelievo di capitale – una tassa una tantum sulla ricchezza privata – come misura eccezionale per ripristinare la sostenibilità del debito.
L’appello è che una simile tassa, se venisse attuata prima che sia possibile evitarne il suo pagamento – e vi è la convinzione che essa non sarà mai più ripetuta – non andrà ad alterare il comportamento [dei contribuenti] (e potrebbe essere vista da alcuni anche come giusta)… Le condizioni per un risultato positivo [di risanare il debito] sono forti, anche considerando i rischi delle alternative, che comprendono ripudiare il debito pubblico o svalutarlo tramite l’inflazione …
Le aliquote fiscali necessarie per abbattere il debito pubblico ai livelli pre-crisi, del resto, sono di considerevoli dimensioni: ridurre gli indici di
indebitamento al livello di fine 2007 richiederebbe (per un campione di 15 paesi dell’area dell’euro) un tasso di prelievo che su una famiglia con
ricchezza netta positiva ammonterebbe al 10% (Pag 49).”
Ora, vorrei che tu prestassi attenzione
a 3 GRANDI COSE…
PRIMO, il Fondo Monetario Internazionale non è uno stravagante gruppo di pazzi che ambisce a creare utopiche società. Il FMI è
essenzialmente il banchiere centrale del mondo.
Quello che il FMI suggerisce viene preso molto sul serio da tutti i governi del mondo sviluppato… e le sue relazioni spesso servono come modello di varie politiche
finanziarie che i legislatori passano in tutto il mondo.
Il che, naturalmente, significa che il governo italiano sta prestando molta attenzione al consiglio che gli ha dato il FMI …
SECONDO, nonostante quello che molti politici dicono pur di ottenere i voti, gli economisti del FMI sanno che anche se confiscassero il 100%
della ricchezza dell’1% più ricco nel paese, sarebbero ancora soldi non sufficienti.
Ecco perché il Fondo Monetario Internazionale consiglia di saccheggiare – riscuotendo un PIENO 10% del capitale – il denaro di tutte le famiglie con ricchezza netta positiva.
Hai capito bene. Hanno bisogno di rubare il 10% del patrimonio netto per attuare i loro piani di lavoro …
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TERZO, (forse la cosa più spaventosa condivisa in tutto l’intero rapporto), sono le parole…
“ se venisse attuata prima che sia possibile evitarne il suo pagamento“
Il che significa che il Fondo monetario internazionale sembra stia sollecitando i governi a rubare a titolo definitivo la ricchezza dei loro cittadini e gli stanno chiedendo di farlo il
più rapidamente e silenziosamente possibile.
In breve, il FMI sta istruendo gli Stati membri a tendere un’imboscata ai propri cittadini…
In pratica… possono rubare il tuo denaro ancor prima che tu abbia la possibilità di reagire.
Ancora una volta, questo non è riferito all’1% piu’ ricco del paese – questo è riferito a TUTTI gli Italiani con un patrimonio netto positivo.
E la parte divertente (è un eufemismo) è che gli economisti del FMI non sono nemmeno sicuri che questo risolverà tutti i problemi del governo. Loro semplicemente riferiscono di
rubare la ricchezza dei cittadini…
“Come misura eccezionale per ripristinare la sostenibilità del debito”
Sì, per “sostenere il debito“…
O in altre parole:
“Questo non risolverà niente. Ma se rubano abbastanza dal popolo… possono continuare a spendere come se non ci fosse un domani e continuare a
rimandare l’inevitabile collasso”!
A questo punto ti sarà chiaro che quando lo Stato in cui vivi attraversa una forte fase di crisi, esiste un grande rischio che prima o dopo venga a bussarti alla porta per prendersi
parte dei tuoi soldi.
Soldi che serviranno per coprire l’enorme mole di debiti che lo Stato ha accumulato in decenni di cattiva gestione.
Ed è proprio questo il punto. Il DEBITO. Che è enorme e sempre più insostenibile. E questo (purtroppo) non è un problema SOLO Italiano.
Qui c’è mezzo mondo che è rovinato dal debito. Per decenni – i politici di tutti gli Stati più industrializzati – hanno speso oltre ciò che gli era consentito.
Hanno rubato ricchezza dal nostro futuro. Ma non è possibile vivere per sempre nel debito.
Chiediti: potresti reggere la tua famiglia guadagnando 1.000 Euro al mese ma spendendone 2.000 Euro?
La risposta è NO. Perlomeno non potresti farlo per sempre. Allo stesso modo, anche uno Stato non può vivere a lungo spendendo più di quel che guadagna.
Oggi stiamo vivendo la resa dei conti. Un conto che ci portiamo dietro da decenni…
Per dimostrarti come questo non sia un problema solo italiano, leggi un pò qui in che casino si è cacciato l’America.
Ti ricordo che in un mondo globalizzato come il nostro, se fallisce l’America, 3/4 di mondo fallisce con essa.
Proprio come è successo con la crisi dei mutui subprime del 2007. Partita dall’America, la crisi si è presto diffusa in tutto il mondo.
Sì, anche l’America
è oltre il punto di non ritorno…
** FATTO #1 **
Il debito nazionale Americano è di oltre 19 trilioni di dollari.
E continua a crescere di minuto in minuto.
Infatti, da qui a 30 secondi, il governo Americano avrà aggiunto un ulteriore milione di dollari al suo debito nazionale. Questo non è uno scherzo. Monitora stesso tu quel che sto
dicendo, attraverso il sito www.usdebtclock.org.
Per farti fare un’idea su quanto sia un trilione di dollari guarda queste immagini:
Questa è una banconota da 100Dollari:
Questo è un mazzetto da 10.000 Dollari:
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Questo è un milione di dollari, messo in prospettiva con un essere umano:
Questi invece sono 100 milioni di dollari. Si adattano perfettamente ad un pallet standard…
Questo invece è un bilione di dollari (qui stiamo parlando di un miliardo):
Ed ecco finalmente un trilione di dollari (parliamo di 1.000 miliardi):
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No, non c’è speranza di ripagare tutto questo debito…
Un debito che ad oggi è già più alto di oltre 1,6 trilioni di dollari rispetto al prodotto interno lordo annuale (PIL) di tutti gli Stati Uniti.
Non sarà possibile recuperare tutto questo nemmeno tramite le tasse.
Il debito continuerà a crescere inesorabilmente…
ma esiste uno sporco trucco…
Esiste un trucco che gli Stati (in collaborazione con le Banche) hanno utilizzato nel corso della storia – e che ancora oggi utilizzano – per abbattere il debito che devono pagare.
Questo è il gioco di prestigio con cui lo Stato ottiene 2 risultati in 1:
1) abbattimento del debito (gli Stati dovranno pagare meno debito)
2) i cittadini si impoveriscono ma non capiscono che la colpa è dello Stato
BINGO!
Esatto. Lo Stato ha un grande asso nella manica…
Grazie a questo trucco lo Stato alleggerisce il suo debito a spese dei privati cittadini, ma il 90% della popolazione non capisce che la colpa è dello Stato!
Questo trucco è stato utilizzato sin dall’antichità. Da Atene, all’impero Romano, fino ad arrivare all’America di oggi e consiste nello svalutare pesantemente il denaro (nel
caso dell’America parliamo del Dollaro Usa).
Ti stai chiedendo come sia possibile che svalutando pesantemente il denaro uno Stato abbatte drasticamente il suo debito?
Lascia che io ti mostri un esempio pratico:
Immagina di vivere nel 1970 con uno stipendio medio mensile – in Italia – che è di circa 120 mila Lire.
Adesso immagina di comprare una casa del 1970. In questi tempi una casa media in centro città ti costa circa 18 milioni di Lire.
A questo punto non ti resta da far altro che andare in banca e accendere un mutuo.
Ti accordi con la Banca per pagare 50 mila Lire al mese per circa 30 anni.
E’ qui che subentra la magia.
Immagina di poter prendere uno speciale accordo con la tua Banca e che lei ti dia il permesso di iniziare a pagare il tuo mutuo a partire dall’anno 2005, fino al 2035.
Hum… fammi fare 2 calcoli. 50 mila Lire oggi equivalgono – su per giù – a circa 25 Euro al mese…
Dimmi: oggi saresti felice di pagare 25 Euro
al mese per 30 anni e divenire proprietario
di una casa media in centro città?
Porca miseria, chi non lo sarebbe?!?!
Ecco qual’è il trucco utilizzato nel corso di centinaia di anni dagli Stati sommersi dai debiti. Lo Stato svaluta pesantemente il denaro generando un aumento del costo della vita!
ESATTO. Quando lo Stato svaluta pesantemente il denaro, il costo della vita aumenta.
Aumenta il prezzo del pane alla salumeria, della benzina al distributore, dell’assicurazione della tua macchina, il prezzo dei biglietti dei treni e tanto altro.
L’UNICA COSA CHE NON AUMENTA E’ IL DEBITO A TASSO FISSO!
Questo è il motivo per cui fra 30 anni potresti ripagare con grande leggerezza un mutuo contratto ai prezzi di oggi. Perchè questo tipo di debito viene disintegrato dall’inflazione.
Ora – anche se il mio esempio può sembrarti estremo o surreale – svalutando il denaro lo Stato si mette realmente nella condizione di dover ripagare un debito che non ha più alcun peso.
E chi ci rimette da tutto questo?
Chi ci rimette siamo io e te.
Ci rimettiamo noi privati cittadini perchè dobbiamo scontrarci con un costo della vita che è in costante aumento.
E’ in questa fase che gli impiegati e gli operai scoprono che il loro stipendio cresce più lentamente della crescita del costo della vita.
Ed è qui che gli imprenditori scoprono di dover aumentare i prezzi dei loro prodotti perchè altrimenti non riescono più a starci dentro con i costi.
Il risultato è un feroce impoverimento.
La gran parte degli Stati di tutto il mondo oggi sta attuando questo sporco trucco per uscire dall’enorme debito. In particolare l’America è tra le nazioni che lo sta facendo nel modo più vergognoso.
E questo ci porta dritti al:
** FATTO # 2: **
Il dollaro (quindi l’America) sta perdendo fiducia a livello internazionale.
Il 19 Aprile del 2016 la Cina ha sconvolto il mondo intero iniziando a prezzare l’oro in Yuan Cinesi (un privilegio che fino ad allora era riservato al solo Dollaro USA).
 
Il 19 Aprile del 2016 la Cina ha sconvolto il mondo intero iniziando a prezzare l’oro in Yuan Cinesi (un privilegio che fino ad allora era riservato al solo Dollaro USA).
I paesi chiamati BRICS (Brasile – Russia – India – Cina – SudAfrica) hanno dato vita alla “BRICS Bank“, una banca che, come si legge su Wikipedia:
“aiuterà i paesi emergenti per proporsi come alternativa al gruppo del G7 occidentale, nell’intento di scalzare il ruolo di preminenza degli Stati Uniti e dei paesi europei e di superare il predominio valutario del dollaro.”
Come se non bastasse…
Gli scambi commerciali tra Russia e Cina bypassano ormai già da diversi anni il Dollaro USA. Stessa sorte avviene negli scambi tra Cina e Giappone.
L’Iran ha abbandonato nel 2015 il Dollaro per i suoi scambi commerciali.
In altre parole, molti paesi non sono più disposti ad accettare l’imposizione del Dollaro come valuta di riferimento mondiale.
Una guerra valutaria è in atto.
E mentre l’America e tutte le altre nazioni del mondo continuano a svalutare la loro moneta… …un feroce aumento del costo della vita in America e in tante altre parti del mondo (fra cui anche in Italia) non può essere più fermato.
Sta arrivando e sarà più veloce di quanto la maggior parte degli investitori possa anche solo immaginare.
ma cosa centra l’oro con tutto questo?
Bene, fin qui hai toccato con mano la tremenda correlazione che esiste fra:
CRISI >> RISCHIO DI CONFISCA DEL TUO DENARO >> DEBITO >> SVALUTAZIONE DEL DENARO (i Dollari, gli Euro, ecc…)
Manca l’ultimo tassello a questo puzzle. L’oro.
Perchè l’ORO?
Perchè l’oro, nei mercati finanziari, svolge un ruolo molto preciso.
Da oltre 2.000 anni. In pratica… da sempre.
L’oro ti permette, in un colpo solo, di:
1) proteggerti dalla svalutazione del tuo denaro e dalla confisca degli Stati
2) aumentare in modo esplosivo la tua ricchezza In che periodo storico l’oro ti fa ottenere questi 2 benefici?
Chiaro. Quando il mondo è sommerso dai debiti e la crisi dilaga. In particolare, l’oro da oltre 100 anni si diverte a combattere una sfida molto personale contro il Dollaro Usa.
Sui mercati finanziari l’ORO e il Dollaro Usa sono 2 grandi nemici. O vince uno, o vince l’altro. Non conoscono vie di mezzo.
In realtà, negli ultimi 100 anni, per gran parte del tempo il Dollaro Usa ha avuto la meglio sull’Oro.
La buona notizia?
L’ORO HA SEMPRE DATO SCACCO MATTO AL DOLLARO USA.
Funziona così: il Dollaro prende vantaggio sull’Oro.
Poi ad un certo punto, quando l’oro si accorge che il Dollaro ha fatto troppa strada, con un fulminante movimento di mercato i prezzi dell’oro salgono al punto tale da dare scacco matto al Dollaro Usa.
Quando questo avviene, il Dollaro Usa subisce una pesante svalutazione mentre chi possiede Oro si arricchisce a dismisura.
Ciclicamente l’Oro ricorda al mondo intero che la sua funzione – da oltre 2.000 anni di storia – è quella di fare da regolatore del mercato.
Dando scacco matto alla valuta (in questo caso il Dollaro Usa) il sistema finanziario si purifica. E tutto il marcio viene rimosso.
Questo è sempre successo. E sta per accadere ancora una volta.
Ecco perchè ora ti mostrerò degli studi pratici che ti mostrano, indiscutibilmente, come questo stia per riaccadere.
Ma prima voglio che tu sappia che in questi anni di ricerca, il lavoro condotto su DeshGold.com mi ha portato all’ideazione e alla creazione di una Strategia di Guerra. Una guerra contro la perdita di potere d’acquisto del mio denaro.
L’alleato su cui si basa questa strategia – come puoi ben capire – è l’ORO fisico. Ma non solo. Anche l’ARGENTO fisico rientra in questa strategia.
Grazie a questa Strategia puoi investire in Oro e Argento fisico con la massima sicurezza. Ho curato ogni dettaglio per fare in modo che tu possa ottenere il massimo dal rialzo imminente di Oro e Argento.
Ecco perchè, con il tuo permesso, voglio mostrarti…
Come preparare la TUA Strategia di Guerra
Bada bene. Questo non ha “semplicemente a che fare” con l’investimento in Oro e Argento.
Nella mia “Strategia di Guerra” ti mostro nel dettaglio le azioni e i passaggi esatti che devi mettere in atto per proteggerti attraverso il corretto investimento in ORO e ARGENTO FISICO.
Ho sviscerato a fondo questa strategia (che è la stessa che utilizzo per i miei risparmi) in una speciale audioguida della durata di 30 minuti.
Questa è una parte dei contenuti toccati in “Strategia di Guerra“:
come proteggere i tuoi risparmi dal collasso in arrivo investendo in oro e argento fisico qual’è il modo corretto di investire in oro e argento fisico: tralascia questo a tuo rischio e pericolo quali sono le 6 monete d’oro e le 3 d’argento che devi comprare e mantenere fino alla fine del boom dei metalli preziosi e perché sono le monete più sicure e semplici per far crescere la tua ricchezza come comprare ORO e ARGENTO ai prezzi più bassi al mondo, in modo semplice, veloce, e senza essere truffato
 
come comprare ORO e ARGENTO ai prezzi più bassi al mondo, in modo semplice, veloce, e senza essere truffato qual’è il miglior strumento per comprare oro se i tuoi risparmi sono inferiori ai 5.000 Euro (questo è sconosciuto al 90% degli investitori)
In più, troverai risposta alle domande:
1. a) Mi conviene comprare più oro o più argento?
2. b) Meglio tanti lingotti di piccola taglia, o pochi lingotti più grandi?”
E questa è solo una parte dei contenuti.
Ci tengo a precisare che questa AudioGuida – così com’è – non è in vendita e pertanto NON PUOI comprarla (a nessun prezzo).
Tuttavia nel resto di questa lettura ti mostro come puoi fare per entrarne in possesso oggi stesso.
Ma adesso lascia che ti mostri cosa è in grado di fare l’Oro nei periodi in cui c’è crisi, il debito dilaga e il Dollaro viene svalutato…
Gennaio 1980: il giornale “L’Unità” scriveva…
==> Il disordine globale: caduta del Dollaro e corsa all’Oro!
==> Non ci sono venditori ma le banche accettano ordini [di acquisto di Oro]
Leggendo tutto l’articolo del pezzo di giornale in alto a destra, fra le altre cose trovi le seguenti parole:
Gioco pericoloso e senza freni sull’Oro condotto da alcune delle principali Banche internazionali le quali continuano ad accettare ordini e a non vendere il metallo di loro proprietà.
A Parigi si è arrivati al collasso. Si è chiuso un mercato che non era più tale, dato che c’erano solo acquirenti e non più venditori.
Si è chiuso un mercato che non era più tale, dato che c’erano solo acquirenti e non più venditori.
No, non è un errore di battitura. L’ho scritto 2 volte perchè – non so a te – a me questo fa venire i brividi sulla pelle.
Hai idea di cosa significa?
 
Immagina di avere fra le mani una moneta d’oro che NESSUN’ALTRA PERSONA è disposta a vendere.
Tutti la vogliono comprare e la gente sarebbe disposta a strapparsi i capelli da testa pur di metterci le mani sopra.
Ti piacerebbe decidere a quale prezzo vendere il tuo oro e a dettare le TUE condizioni?
Torna adesso ai giorni nostri… proprio in questo momento mentre stai leggendo, perchè oggi la storia sta per ripetersi.
Anche oggi la gran parte del mondo è in una profonda crisi.
Ed anche oggi il Dollaro Usa sta perdendo la fiducia degli investitori (e delle grandi nazioni).
Se agisci in fretta, una nuova fortuna d’oro potrebbe star aspettando proprio te perchè il ritorno all’oro è nel DNA degli esseri umani. Non si tratta di un avvenimento isolato.
Questo è un avvenimento che segue un ciclo che si ripete da centinaia di anni di storia del mondo.
Guarda questi ritagli di giornale che ho scovato per te ricercando su tutto il Web.
Questa volta oltre che nel 1980, ti porto indietro nel tempo fino al 1857, al 1896 e al 1932.
Sei pronto a salire sulla macchina del tempo e fare un gran salto nel passato?
(clicca sulla freccia alla destra dello slider qui in basso per sfogliare tutti i giornali)
1.
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3.
4.
La Febbre dell’Oro della California
The Daily … – mercoledí 17 marzo 1857.
Sono passati pochi giorni dalla fine della Febbre dell’Oro della California. Tutto cominciò nel 1848.
Mentre stava costruendo una segheria, il sig. James Marshall trovò una pepita d’oro. Negli anni che seguirono molte altre persone cominciarono a trovare oro attraverso tutta la California.
La gente arrivò da tutti gli Stati Uniti per reclamare la loro quota. Arrivarono nel 1849, quindi vennero chiamati i “49ers” [quelli del ’49].
Una volta contratta la Febbre dell’Oro, la gente aspettava in code lunghe diverse miglia per poter ottenere la terra vicina ai giacimenti.
“BANG!” Lo sparo annunciava a tutti di cominciare a correre a gambe levate. Comunque c’era sempre qualcuno che non aspettava lo sparo.
Codesti venivano chiamati i “sooners” [quelli che provavano ad anticiparsi]. La gente piantava un picchetto di legno nell’area dove c’era la terra che volevano. Tutti volevano la terra vicino all’oro.
Erano stati tutti contagiati dalla “febbre dell’oro”.
Ho cercato e letto numerosi giornali di tanti decenni fa. Potresti prendere molti giornali di 40, 85 o anche 150 anni fa, cambiargli la data di copertina e venderli al giorno d’oggi.
Sembrerebbero freschi di stampa!
Come puoi vedere, la febbre dell’oro torna ciclicamente alla ribalta.
In altre parole, non ho mai visto un investimento più facile e sicuro di quel che sono oggi l’Oro e l’Argento.
Ed è per questo che non mi meraviglierò se ti troverò nei prossimi anni a sguazzare nel tuo deposito di monete d’oro, proprio come fà Zio Paperone nei fumetti…
Ecco perchè desidero condividere con te – numeri alla mano – una delle ricerche che custodisco più gelosamente fra le cartelle del mio pc e che ti indica con notevole precisione la fase attuale di mercato.
Con questa ricerca vedi con i tuoi stessi occhi il ciclo che esiste fra la svalutazione del Dollaro Usa e il rialzo del prezzo dell’Oro. Stai per scoprire perchè il mondo sta tornando ad essere “infetto” dalla febbre dell’oro, proprio oggi.
Ma a questo punto, lascia che mi presenti:
Mi chiamo Roy Reale e sono il fondatore di DeshGold.com, la tua guida per investire con sicurezza in ORO (e ARGENTO) FISICO.
Amo studiare storia della moneta e dei mercati finanziari.
Sono affascinato dal battito ciclico dei mercati finanziari ed è per questo motivo che ho dedicato gli ultimi 7 anni della mia vita nel fare ricerca storico/statistica.
Con DeshGold.com ho già aiutato centinaia di persone a proteggere il loro denaro investendo in Oro e Argento fisico.
Nella primavera del 2011 sono stato uno dei pochi a mettere in guardia gli investitori sui rischi dell’oro finanziario, mostrando il concreto pericolo di default del Comex (che sarebbe l’ente che regola e gestisce numerosi contratti di oro finanziario).
Da quel giorno molte testate di informazione finanziaria hanno ripreso la notizia e se oggi molti investitori sono al corrente dei veri rischi dell’oro finanziario in parte è anche grazie al lavoro iniziato nel lontano 2011.
Nel blog di DeshGold.com ho scritto per anni che il prezzo dell’oro veniva artificialmente manipolato al ribasso. Fino a quando nella primavera del 2014, fonti ufficiali hanno ammesso che c’è stata manipolazione (questo è un articolo apparso sul Sole24Ore nel Maggio del 2014).
 
Il 23 Novembre 2015 sono stato uno dei pochi investitori al mondo ad aver annunciato con una settimana di anticipo il momento esatto in cui l’oro avrebbe generato il suo minimo storico.
Nel corso di questo tempo ho imparato più di qualche segreto su come fare soldi investendo in oro e seguendo un ciclo che ho definito Ciclo Generazionale (perché si ripete da generazioni).
Se ti dico questo è perchè voglio che ti senta sicuro e sereno sul fatto che so quel che sto scrivendo, e cioè che…
C’è uno schema che si ripete da generazioni
Il 15 Settembre del 2008 fallisce la Lehman Brothers, una delle più potenti Banche d’affari del globo terrestre.
Come riportò il Corriere della Sera, si è trattato del crac del secolo.
Da quel giorno molte cose sono cambiate nel mondo intero e a distanza di anni, ancora oggi ci portiamo dietro le conseguenze di quell’evento.
La Federal Reserve (FED) (la Banca centrale Americana, cioè quella che crea i Dollari USA) in quel settembre del 2008 ha effettuato un intervento di dimensioni storiche con l’obiettivo di sostenere i mercati finanziari.
Che cosa ha fatto la FED?
Ha iniziato a creare vagonate di nuovi Dollari Usa (svalutando di fatto il Dollaro).
Ora come abbiamo visto, la svalutazione genera inflazione.
Questo significa che i prezzi dei beni aumentano.
Vi è una correlazione molto stretta tra quanti dollari vengono creati e l’aumento del costo della vita.
Ebbene, tieniti stretto nel verificare cosa succede sui mercati finanziari da quel Settembre del 2008 perchè in questo grafico ti mostro la quantità di Dollari che la FED sta stampando da quell’evento storico:
L’aumento è esponenziale e presto potrebbe sfuggire al controllo.
La realtà è che oggi l’America è obbligata nel continuare a creare tutti quei dollari. Se smettesse di farlo, il mondo intero collasserebbe in una crisi che non ha precedenti nella storia dell’umanità.
Una crisi ancora peggiore di quella vissuta nel 2008.
Il fatto è che – come a questo punto avrai capito – la creazione di tutti questi nuovi Dollari è destinata a portare ad un pazzesco aumento del prezzo dei beni.
E se stai pensando che queste politiche non stiano avvenendo da noi in Europa, bhè ti sbagli di grosso!
In America, in Europa, in Cina e in ogni altra parte del globo terrestre, la politica attuata per uscire dalla crisi del 2008 è stata quella di creare molti più soldi di quanto si sia mai fatto nel corso della storia del mondo.
E come sempre, gli Stati e le Banche ricorrono al loro sporco trucco. Svalutando il denaro la gente si impoverisce senza comprendere di chi sia la colpa.
 
E come sempre, gli Stati e le Banche ricorrono al loro sporco trucco. Svalutando il denaro la gente si impoverisce senza comprendere di chi sia la colpa.
Forse, guardando al breve termine, potresti pensare che i prezzi non stiano salendo di molto. Se questo è il tuo caso, ti invito a guardare ad un orizzonte più ampio.
Ti ricordo che nel 1970 le famiglie vivevano con 120mila Lire al mese, mentre oggi vivono (con difficoltà) con 1.200Euro al mese (che sono oltre 2 milioni delle vecchie Lire).
Se questa non è svalutazione del denaro…
I fatti ci dimostrano che sono decenni che il costo della vita aumenta. E così sarà nei decenni a venire perchè così è strutturato il sistema monetario in cui viviamo.
Ora, non serve uno scienziato per capire che se i prezzi dei beni sono saliti così tanto negli ultimi 40 anni, figurati cosa sta per accadere oggi con la più massiccia creazione di denaro della storia del mondo!
E’ inevitabile. Tutto questo imploderà in un aumento dei prezzi che raderà al suolo milioni di famiglie, che saranno costrette a patire la fame.
Ecco perché i consulenti finanziari complici del sistema finanziario, (o semplicemente ignoranti o complici della loro malafede) non ti diranno MAI che quei miseri punti percentuali che guadagni ogni anno, non ti permettono di pareggiare neanche l’aumento del costo della vita.
E se hai mai pensato che…
…si viveva meglio prima del 2000…
Se hai mai pensato che la vita sta diventando insostenibile e che prima del 2000 vivevi molto meglio perchè i soldi ti permettevano di comprare più cose, questo è dovuto dal processo che ti ho appena descritto.
Come vedi questo processo è già in atto e sarà sempre più duro.
Ma forse a questo punto potresti chiederti:
Ok Roy, ho capito MA… a conti fatti – come posso fare, nella pratica – per proteggermi e prosperare da tutto questo?
Lo studio che stai per scoprire ti porta indietro nel tempo, prima ancora della guerra mondiale, del fascismo e del nazismo.
Una macchina del tempo che, con un solo fermo immagine, riesce a dirti più sulla storia del nostro mondo di quanto non riescano a fare 10 libri di storia messi insieme.
Qui ti rivelo uno dei più importanti studi che oggi utilizzo per tenere traccia – numeri alla mano – del Ciclo Generazionale di oro e argento.
Questo ti aiuta a capire come procede la svalutazione del Dollaro e QUANDO torna a diffondersi la febbre dell’oro fra la popolazione.
E quel che stai per scoprire è che….. il tempo è agli sgoccioli.
Questo grafico parte dal 1918. Qui ci sono rappresentati circa 100 anni di storia.
Quello che vedi colorato in blu è il valore dell’oro detenuto dagli USA – in altre parole – il grafico blu ti dice quanto vale l’oro degli Stati Uniti d’America.
# SEGRETO NR 1
Quando il grafico in blu raggiunge quella linea orizzontale tratteggiata in azzurro, significa che il valore dell’oro equivale esattamente al livello di Dollari Usa che sono stati creati (si tratta dei Dollari Usa in circolazione).
 
# SEGRETO NR 2
La storia ci dice che per la gran parte del tempo il valore dell’oro non è superiore alla quantità di Dollari che sono in circolazione (ed infatti puoi notare che nella gran parte del tempo, il grafico blu si trova SOTTO la linea azzurra tratteggiata). Queste sono le fasi in cui il Dollaro prende vantaggio rispetto all’Oro.
# SEGRETO NR 3
Come puoi vedere dal grafico, nei precedenti 100 anni l’oro ha raggiunto e superato la linea azzurra per ben 2 volte:
1. [primo cerchio rosso] La prima volta è stata nel periodo seguente alla Grande Depressione del 1929 (e di cui ti ho mostrato un ritaglio di giornale all’inizio di questa lettera).
Quel giornale parlava – guarda caso – di febbre dell’oro.
2. [secondo cerchio rosso] La seconda volta che l’oro ha superato la linea azzurra è stato tra fine 1979 e inizio 1980. Anche di questo periodo storico ti ho mostrato – all’inizio di questa lettera – cosa dicevano i giornali di quell’epoca.
Inizi a comprendere il quadro ciclico? Proprio così, anche nel 1980 la febbre dell’oro impazzava.
# SEGRETO NR 4
Ad un certo punto della storia – durante forti fasi di dissesto economico – il valore dell’oro ha uno scatto micidiale.
Il suo valore sale così velocemente fino a raggiungere (e superare) il livello di Dollari che esistono nel sistema. In altre parole, c’è sempre un momento in cui il valore dell’oro (il grafico blu) sale al punto tale da raggiungere la linea tratteggiata azzurra.
Ed oggi, come a questo punto avrai capito (che è il principale motivo per cui sto scrivendo questa lettera) si sono ripresentate le stesse condizioni del passato perchè il valore dell’oro faccia nuovamente uno scatto micidiale per superare ancora una volta quella linea tratteggiata in azzurro.
Ho fatto un calcolo. Nel momento in cui l’Oro tornerà su quella linea tratteggiata azzurra TU avrai almeno raddoppiato il tuo capitale.
Ma non solo.
C’è anche il “rischio” concreto che il tuo capitale possa aumentare fino a 9 volte partendo dal prezzo di 1.000$ l’oncia.
Come puoi vedere, il grafico che ti ho appena mostrato indica chiaramente che non si tratta di una cosa nuova. Infatti questo calcolo è basato su numeri che la storia ripropone ciclicamente da generazioni.
Ecco perchè ho disegnato il ciclo in azzurro. Quel ciclo ti offre un chiaro colpo d’occhio di come si muove storicamente il mercato.
Questo è proprio ciò che è successo alla fine degli anni 70’, quando il valore di un grammo di oro aumentò di circa 7 volte in 3 anni.
Ed è proprio questo il motivo per cui ritengo che in realtà il mio sia un lavoro semplice.
Semplice perché qui non c’è da inventarsi niente.
Non bisogna scoprire o reinventare la ruota.
Non ho scoperto nulla. I cicli sono lì. Da secoli. E sono sotto gli occhi di tutti.
Quello che mi limito a fare è analizzarli e studiarli. Un lavoro che chiunque con un pò di buona passione e pazienza può mettersi a fare.
Questi dati li ottieni facendo un semplice calcolo matematico e sono il punto di arrivo nel momento in cui l’oro toccherà gli stessi livelli che ha toccato durante le rivalutazioni dei cicli precedenti.
Potresti pensare che questa volta è diverso. E che questa volta i prezzi sono troppo manipolati al ribasso.
Ma la storia ci ha insegnato a più riprese che nessuna manipolazione può durare per sempre. Che si arriva al punto di rottura e che alla fine la natura ciclica torna a dominare i mercati.
A questo punto però è doveroso un avvertimento: il risultato che porti a casa fra qualche mese o anno dipenderà chiaramente, da QUANDO decidi di comprare oro.
Se aspetti ad agire potresti poi pentirtene per molto tempo a venire.
Lo so. Il tempo a volte sa essere tiranno ma per un certo verso è giusto che sia così, perchè quando le cose diventano “di dominio del grande pubblico” significa che le opportunità sono finite.
Quando l’oro non sarà più un buon investimento cancellerò questa pagina dal web. Ecco perchè la buona notizia è che sei ancora in tempo a beneficiare dal rialzo dell’oro.
Anche se faccio del mio meglio per portare questo messaggio al numero più elevato di persone, la realtà è che se ci confrontiamo con l’intera popolazione oggi io e te facciamo ancora parte di una netta minoranza.
Ecco perchè, finchè sei in tempo, lascia che ti mostri…
Come proteggere i tuoi risparmi e moltiplicarli fino a 9 volte investendo nel modo giusto in oro e argento fisico Quando ho deciso di scrivere questa lettera mi sono trovato davanti a 2 possibilità.
Ho pensato che potevo passarti immenso valore, dirti tante cose utili e poi salutarti per sempre.
 
Questa strada ti avrebbe riportato nella realtà di tutti i giorni senza agire in concreto e probabilmente queste profonde informazioni non ti avrebbero aiutato veramente.
Ma il mio obiettivo è un altro.
Ho subito per anni il peso della disinformazione finanziaria. Per anni ho guardato mio padre soffrire la perdita di potere d’acquisto del suo stipendio.
Si lamentava. Mi diceva che i “i soldi non bastano più. Non è più come una volta”.
Sono francamente stufo di vedere questo sistema finanziario prendersi gioco di miliardi di persone ed anche se so che probabilmente non sarò io a cambiare questo mondo, mi batterò fino alla fine per portare chiarezza e fare luce su ciò che accade dietro le quinte di questo sistema.
Per questo motivo ho deciso di dare seguito a questa lettera dando vita alla guida DeshGold®.
In DeshGold® ti prendo per mano e ti accompagno, sotto la mia guida, ad investire nel modo più corretto in ORO e ARGENTO fisico.
Cosa è DESHGOLD?
DeshGold® è la prima guida che ti accompagna passo dopo passo a comprare ORO e ARGENTO
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Conoscere i dettagli che ti fanno fare la differenza sul tuo investimento in Oro e Argento fisico richiede ore ed ore di approfondite ricerche e di esperienza sul campo. Non
basta comprare la prima moneta che trovi in giro per la rete.
C’è un modo giusto ed uno sbagliato di investire in Oro e Argento fisico. Come tutto, la differenza si nasconde nei dettagli (e nell’esperienza).
E in DeshGold® il lavoro è già fatto al posto tuo.
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Ecco perché nella mia guida NON trovi chiacchiere, teoria o gergo tecnico incomprensibile. In DeshGold® trovi SOLO ciò che ti serve per moltiplicare i tuoi risparmi
investendo in Oro e Argento fisico sin da subito, punto.
Quella che stai per scoprire è un’offerta che non avevo MAI FATTO prima d’ora (e per questo mi riservo la possibilità di ritirarla in qualsiasi momento). Ma prima
voglio precisare che…
il mio programma non è adatto a tutti
DeshGold® NON è una bacchetta magica.
Comprare la guida non basta: devi leggerla e seguire le istruzioni passo dopo passo per raddoppiare (o più) il tuo capitale investendo in ORO FISICO.
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La mia offerta è invece adatta a TE se sei pronto a dedicare 3 intense ore per prepararti al meglio su come fare per investire in oro nel miglior modo che io conosca.
Questa è la mia promessa: impiega 3 ore del tuo tempo per apprendere i segreti dagli audio, i video e le indicazioni che ho preparato per te in DeshGold® e risparmierai
centinaia di Euro sin dal tuo primo investimento in oro e argento fisico (oltre che, naturalmente, mettere al sicuro i tuoi risparmi con il modo corretto di investire in metalli
preziosi).
A questo punto è inutile dirti che la mia offerta è adatta a te anche se sei stufo di veder marcire il tuo denaro in investimenti che non fruttano nulla e se non vuoi essere macellato
dalla tremenda svalutazione dei tuoi Euro.
Cosa trovi esattamente nella guida DeshGold®?
Questo che sto per mostrarti è un elenco di parte dei contenuti che trovi negli audio, nei video e nei Report contenuti in DeshGold.
1) COME COMPRARE LINGOTTI D’ORO E DA COSA DEVI TENERTI ALLA LARGA
Se pensi che i lingotti di oro fisico siano tutti uguali ti sbagli di grosso!
a) Nel primo capitolo scoprirai la cruciale differenza fra le varie tipologie di lingotti d’oro e come questo fa la differenza sui tuoi investimenti.
b) Capirai quello che un un venditore di “comuni lingotti da investimento” non ti dirà mai quando lo contatti per comprare oro fisico.
c) ATTENZIONE: prima di comprare oro in Italia controlla la lista che ti forniamo in questo capitolo. Il tuo investimento potrebbe essere seriamente compromesso se non lo
fai.
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2) COME SCEGLIERE I LINGOTTI D’ORO FRA LE DIFFERENTI TIPOLOGIE
a) Perth Mint, Argor Heraeus, Credit Suisse, Umicore (e molte altre): la verità sulle differenti marche di lingotti.
In più:
b) Qual’è il grande problema che riguarda i lingotti d’argento e come puoi fare per superarlo agilmente.
c) Come risparmiare fino al 12% sui tuoi acquisti di argento da investimento con peso superiore ad 1 kilo.
3) COME E DOVE CONSERVARE IL TUO ORO E ARGENTO FISICO
Con pochi accorgimenti puoi essere padrone del tuo investimento in metalli preziosi ed avere sempre sotto controllo i rischi del tuo investimento.
Ecco una parte dei contenuti toccati in questo capitolo:
Ecco una parte dei contenuti:
a) Quali gravi errori commettono gli investitori alle prime armi quando decidono di conservare il loro oro e argento fisico.
b) Cosa è accaduto agli investitori in oro e argento, proprio in Italia, sotto il regime fascista di Benito Mussolini (e cosa dovrai fare TU se questo episodio si dovesse
malaugaratamente ripresentare).
In merito a questo argomento leggerai anche gli insegnamenti ricevuti da 3 testimonianze raccolte dalla storia.
c) Scoprirai cosa la tua Banca non ti dirà MAI in merito alle sue cassette di sicurezza e perchè, dopo aver scoperto questo, vorrai togliere SUBITO i tuoi metalli preziosi
dalla tua Banca.
d) Una vergogna ha colpito l’America negli anni 30' dello scorso secolo: ecco quale tipologia di investitori in oro rimasero fregati da quell’evento (e soprattutto, quale
lezione ne ricavi tu oggi).
In più: scoprirai come si è comportato il 78% degli investitori dinanzi a quel vergognoso evento.
e) Se stai conservando oro presso BullionVault allora non vorrai perdere per nulla al mondo quel che riporto dopo il minuto 11:37 di questa traccia audio.
E questa è solo una parte dei contenuti che ho racchiuso in questo capitolo e che ti permetterà di mettere in sicurezza i tuoi metalli preziosi e far dormire sonni tranquilli a te e alla
tua famiglia.
4) COME RIVENDERE IL TUO ORO
a) Come farti trovare preparato quando in futuro dovrai rivendere il tuo Oro o Argento fisico per portare a casa i guadagni dei tuoi investimenti.
b) Rimanere bloccati nella fase di rivendita è la principale causa di fallimento di molti investitori alle prime armi.
Qui scopri la routine preparatoria da eseguire per rivendere i tuoi metalli preziosi.
In questo capitolo scoprirai anche:
c) Il mortale errore che commette il 99% degli investitori in oro: ecco perchè la rivendita futura del tuo oro CAMBIA a seconda dei 2 possibili scenari futuri.
d) Come farti trovare preparato per rivendere in grande rapidità i tuoi metalli preziosi.
e) Il più importante segreto su come rivendere il tuo oro durante la fase di distruzione del dollaro e contestuale cambiamento del sistema monetario vigente.
f) Prima di cercare soluzioni su come vendere il tuo oro o argento fisico, utilizza i canali preferenziali di rivendita che ti illustro in questo capitolo e guadagnerai centinaia di
euro ricevendo una maggiore valutazione del tuo metallo.
5) NETWORK MARKETING E METALLI PREZIOSI
In questi anni si sono sviluppati una serie di Network Marketing (società di marketing multilivello) che hanno ad oggetto la compravendita di metalli preziosi.
Dopo aver seguito le presentazioni di alcune di queste società, in questo audio condivido con te le risposte che stai cercando in merito ai diversi Network sull’oro.
6) COME MANTENERE IL MASSIMO DELLA PRIVACY SULLE SPEDIZIONI
4 soluzioni per evitare che il corriere consegni a casa tua i metalli preziosi (se ci tieni alla privacy sulla spedizione controlla subito questo capitolo).
7/3/2017 VideoSeminario Gratuito ORO
https://deshgold.com/testo-videoseminariogratuito 16/20
7) COME ESSERE INVISIBILE AL FISCO LEGALMENTE
Vuoi comprare oro e argento MA desideri tutelare la tua privacy restando invisibile al Fisco.
Sì, (almeno per il momento) questo si può fare, restando in piena legalità.
Te ne parlo in questo capitolo.
8) NEGOZI DI COMPRO ORO: COME POSSONO ESSERTI UTILI
I negozi di Compro oro sono sbocciati come funghi. Sono in ogni parte della città.
Alcuni di questi negozi comprano e vendono oro da investimento.
a) ATTENZIONE: Evita come la peste il particolare tipo di negozio Compro Oro che ti illustro in questo capitolo, se desideri operare in piena legalità.
b) Se ti sei mai chiesto perchè alcuni Compro Oro comprano e vendono oro da investimento, aspetta di scoprire quali sono gli unici negozi autorizzati a farlo e come tu puoi
individuarli per fare degli ottimi affari.
9) TUTTI I SEGRETI SULLE SPEDIZIONI DEI METALLI PREZIOSI
La gran parte degli acquisti di oro e argento avvengono tramite spedizione di un corriere. Queste spedizioni possono avvenire dall’Italia, dall’UE, o da un paese Extra UE.
Ecco cosa scopri nel capitolo legato alla spedizione:
a) Quali sono le pericolose insidie nascoste nelle spedizioni di oro e argento da un paese Extra UE e cosa devi fare per tenerle sotto controllo.
b) Fintanto che i metalli preziosi che hai ordinato a distanza ti vengono recapitati a casa, va tutto bene. Ma se la tua consegna non giunge a destinazione?
Ecco tutti i passi che devi seguire per recuperare il tuo investimento (ignora questo a tuo rischio e pericolo).
c) Come evitare il blocco alla frontiera dei tuoi metalli preziosi.
d) Cosa devi controllare quando ricevi una spedizione dall’estero.
e) Chi (e come) può chiedere il rimborso per una spedizione non andata a buon fine.
f) Come (e fino a che valore) puoi assicurare la spedizione dei tuoi metalli preziosi.
Tutto questo e molto altro ancora, all’interno dei segreti delle spedizioni sui metalli preziosi che trovi in DeshGold®
10) L’OPPORTUNITA’ CHIAMATA AZIONI MINERARIE
C’è uno strumento che, se ben adoperato, può permetterti di ottenere rendimenti superiori anche di 5 volte al rendimento che ottieni comprando oro e argento fisico.
Questo strumento si chiama Azioni Minerarie e te ne parlo nel capitolo numero 10. Tra i contenuti di questo capitolo:
a) Perchè la gran parte dei trader non ti racconta tutta la verità e perchè devi evitare come la peste il 99% dell’oro finanziario.
b) Scopri cosa differenzia le azioni minerarie dal resto dell’oro finanziario e perchè queste azioni sono lo strumento che ti possono far guadagnare denaro a flotte.
SEZIONE: GESTIONE E DIFESA
Ho dedicato un’intera sezione di tutta la guida a questo argomento.
a) Se compri metalli preziosi da un operatore poco affidabile rischi di perdere TUTTO il tuo denaro nel giro di poche ore. Nel 90% dei casi recuperare quel denaro sarà per te
lento, dispendioso e spesso impossibile.
Ecco perchè ho preparato per te una BlackList!
Proprio così. La BlackList è una lista di operatori da cui DEVI assolutamente stare alla larga per evitare di incappare in fregature che ti costerebbero migliaia di Euro!
b) I segreti per maneggiare, conservare e pulire le monete (con la giusta cautela e senza rovinarle con metodi “di fortuna”). Questo ti permetterà di rivendere in futuro le
tue monete, COME FOSSERO NUOVE DI ZECCA.
c) Come difenderti da monete e lingotti falsi (scopri come effettuare dei test di verifica su oro e argento).
d) Come difenderti dai Metal Detector di ladri d’appartamento: scopri come mandare letteralmente al manicomio un ladro che entra in casa tua con l’intento di scovare del
metallo in casa.
SEZIONE: ORO E ARGENTO
(ai prezzi più bassi al mondo)
7/3/2017 VideoSeminario Gratuito ORO
https://deshgold.com/testo-videoseminariogratuito 17/20
(ai prezzi più bassi al mondo)
Nel corso del tempo sono state coniate numerose monete. Sul mercato esistono lingotti di ogni tipo.
MA cosa devi comprare per ottimizzare il TUO investimento?
In una speciale sezione ti illustro le 6 monete d’oro, le 3 d’argento, i lingotti e gli altri strumenti “segreti” sui quali DEVI concentrare la tua attenzione.
E non solo.
Nella scheda di ogni moneta, lingotto e degli strumenti extra, ti mostro anche DOVE comprare i metalli.
Questi sono i rivenditori più affidabili sul mercato, individuati in anni di compravendita diretta e indiretta (ovvero facendo tesoro dei centinaia di feedback ricevuti dai lettori
di DeshGold.com, oltre che dall’esperienza di acquisto diretta del nostro team).
Grazie a questi rivenditori, oltre ad abbattere i rischi di incappare in fregature, strappi anche i migliori prezzi che trovi sul mercato dei metalli preziosi di tutto il mondo!
(se trovi prezzi migliori di questi significa che ti stai accollando il rischio di incappare in rivenditori disonesti che prima o dopo potrebbero rifilarti grosse fregature).
Conoscere anche uno solo di questi rivenditori, ti permetterà di risparmiare – sin dal tuo primo acquisto – centinaia di Euro sul tuo investimento.
E come se non bastasse…
in aggiunta a tutto questo prendi anche l’AudioGuida più importante che io abbia mai creato:
=> Strategia di Guerra
Questa AudioGuida potrebbe essere rivenduta anche singolarmente (e non è detto che in futuro io non possa farlo) ma accedere a DeshGold oggi è L’UNICO
MODO per poter far tue le preziose indicazioni che ho riversato in Strategia di Guerra.
Quelle che seguono sono testimonianze scritte da persone che hanno deciso di approfondire le informazioni contenute nella guida e che pertanto hanno già testato in prima
persona il valore contenuto nel portale.
“Non sono un’esperta. Non lo sono mai stata.”
Da un pò di tempo avevo iniziato a documentarmi ed informarmi circa gli investimenti in oro e argento fisico, ma la guida di DeshGold aiuta a
velocizzare i tempi, raccoglie le informazioni, istruisce e focalizza l’attenzione sui passi da fare.
Non sono un’esperta, non lo sono mai stata: non è mai stata questa la mia specializzazione, ma ora sono in grado di capire e districarmi meglio su questo argomento. Ne ho già
parlato ad alcuni amici e conoscenti.
Vorrei dire altre cose ma corro a studiare come costruire una pensione per la mia vecchiaia e come difendere i miei risparmi dal nostro governo e dal sistema mondiale predatori
del nostro sangue e della nostra sostanza.
Claudia Menzani
Fisioterapista – Monsummano Terme (PT)
“Ho risparmiato un’infinità di tempo nel cercare di qua e di là su internet“
Ti ringrazio Roy per la grande occasione che mi hai dato di poter approfondire argomenti relativi agli investimenti in Oro.
Molte cose le conoscevo perchè è un argomento che mi interessa molto anche per lavoro ma la cosa bella è che con una semplice iscrizione ho trovato tanti aspetti e
informazioni che avrei dovuto cercare da solo, mi hai risparmiato un’infinità di tempo nel cercare di qua e di là su internet, su riviste e libri.
Trovare tutto insieme in un percorso guidato, con tutto quello che serve per conoscere questo settore, è un’ottima soluzione per svolgere al meglio il mio lavoro. Posso così
consigliare nel modo migliore le persone che incontro a mettere al sicuro i risparmi di una vita.
Credo che l’iscrizione a DeshGold non sia un costo, è piuttosto un investimento in informazioni d’oro.
Beniamino Salice
Consulente – Brescia
Sito Web: www.ilsalvadenaro.com
Ma lascia che ti mostri adesso come si
presenta l’area riservata di DeshGold
una volta che avrai effettuato l’accesso:
7/3/2017 VideoSeminario Gratuito ORO
https://deshgold.com/testo-videoseminariogratuito 18/20
Questo è il modo più semplice che esista per trasmetterti l’essenza (e i benefici economici) delle ricerche condotte in anni di esperienza qui su DeshGold.com.
A te basta seguire le semplici istruzioni contenute nel portale. In 3 ore hai tutto ciò che ti serve per ottenere il massimo dai tuoi investimenti in Oro e Argento fisico.
Questa è una mia promessa.
…e grazie all’assistenza costante
non sarai MAI solo
se hai dubbi o domande puoi contare sull’assistenza che io ed il mio Team forniamo nel portale. Un’assistenza dedicata ai soli partecipanti al programma.
Proprio così.
Accedendo alla nostra guida ricevi in regalo l’accesso esclusivo a tutte le sezioni dei commenti, un vero e proprio forum interno riservato ai soli clienti.
Qui puoi interagire e creare contatti con altri investitori e imprenditori del mondo dei metalli preziosi.
Insomma, puoi stare tranquillo perché non sarai MAI solo.
“La Guida più preziosa per investire in Oro e Argento fisico”
DeshGold è la guida più preziosa che io conosca per investire in Oro e Argento fisico.
Quando ho iniziato ad interessarmi di metalli preziosi ed investimenti, non esisteva uno strumento simile che raccoglieva tutte le informazioni necessarie per muoversi in questo
settore.
Ho avuto moltissime difficoltà e ho impiegato mesi per trovare le informazioni che mi servivano.
DeshGold raccoglie tutte le informazioni che servono e molte altre che ancora non conoscevo, è stato illuminante leggere la guida.
Se vuoi evitare di diventare matto nel cercare informazioni online (spesso anche imprecise e di fonti non autorevoli) e se vuoi risparmiare centinaia di Euro con i tuoi
investimenti in Oro e Argento, DeshGold è quanto di meglio tu possa trovare su tutto il web su questo argomento.
Stefano Dromo
Commerciante – Pinerolo (TO)
www.neocomputershop.it
“Tutto spiegato dalla A alla Z a portata di neofita”
Dopo aver seguito DeshGold per qualche mese da esterno, mi sono convinto ad iscrivermi all’area riservata.
Mai scelta fu più azzeccata, tutto spiegato dalla A alla Z a portata di neofita, quale io sono.
La guida DeshGold è un piccolo investimento con un grande ritorno.
Giovanni Sansone
Impiegato tecnico – Torino
“La Strategia di Guerra è la pianificazione del tutto”
7/3/2017 VideoSeminario Gratuito ORO
https://deshgold.com/testo-videoseminariogratuito 19/20
Completa e semplice da comprendere la guida ti introduce nell’ambiente dell’investimento in metalli preziosi in maniera facile ed intuitiva.
La Strategia di Guerra è la pianificazione del tutto.
Grazie Roy.
Eugenio Franzoni
Medico veterinario in pensione – Collazzone (PG)
Sito Web: www.savanahunting.com
Quanto costa tutto questo?
Considerando il valore che ricevi qui, potresti pensare che l’accesso al portale costa 500 Euro (o anche più) proprio come la gran parte dei servizi di informazione finanziaria
così specializzati…
Ed in effetti – a questo punto – se non sei già corso a iscriverti è proprio perchè temi che la quota di partecipazione sia una spesa che non vuoi (o non puoi) permetterti.
Nessun problema, perché è proprio questa la parte migliore.
DeshGold.com nasce per dare a TUTTI la possibilità di difendere e moltiplicare i propri risparmi investendo in Oro e Argento fisico seguendo i Cicli Generazionali.
Ecco perchè ho fortemente voluto che questo programma fosse per te A COSTO ZERO.
Esatto. Hai letto bene.
Ho strutturato la mia guida per fare in modo che SI RIPAGHI DA SOLA!
Ecco come funziona:
L’iscrizione al portale costa normalmente 247 Euro.
Data la delicata fase di mercato in cui sono entrati i metalli preziosi, per fare in modo di permettere a tutti di prendere un posto sull’esplosione che l’oro sta per avere, ho deciso
di abbassare il prezzo a 79 Euro.
Ma se decidi ORA di provare la guida, lo fai ad 1/5 del suo normale valore. Investirai solo 47 Euro e l’accesso sarà ILLIMITATO.
Dunque solo per ora, con appena 47 Euro ottieni un accesso illimitato all’area riservata.
Con questo voglio dire che l’iscrizione avviene una sola volta MA IL TUO ACCESSO DURA PER SEMPRE (l’iscrizione è una tantum – niente costi aggiuntivi o rinnovi annui).
Questo significa che una volta fatto l’accesso all’area riservata di DeshGold, continui a ricevere gratis e per sempre tutti gli aggiornamenti del portale
…e continui a partecipare illimitatamente ai dibattiti e allo scambio di commenti interno al portale (esclusivamente riservato agli iscritti).
ATTENZIONE però, perchè se chiudi questa pagina, non avrai più la possibilità di provare la guida a questo prezzo.
Questa è una OFFERTA UNICA che ricevi solo se compri adesso l’accesso al portale.
Ci tengo a chiedere solo 47 Euro (nonostante la mole di lavoro che c’è dietro e l’assistenza personale che ti garantiamo), perchè voglio che la quota di partecipazione sia solo
virtuale.
Infatti, in DeshGold ti guido passo passo ad investire in metalli preziosi comprando dalle società più serie ed affidabili al mondo, ma che presentano allo stesso tempo i prezzi
più bassi sul mercato.
Non occorre essere ferrati in matematica per capire che i 47 Euro che versi per partecipare a DeshGold si pagano da soli appena fai il tuo primo investimento in Oro e
Argento.
Questo grazie al risparmio che ottieni comprando i metalli a prezzi imbattibili. E tutto ciò che risparmi oltre i 47 Euro sono puro profitto per te.
E sono felice che sia così, perché l’unico modo per garantire il successo di DeshGold è avere clienti soddisfatti ed entusiasti del valore che ricevono dal programma.
In questo esatto momento hai l’opportunità di accedere alla guida al prezzo di una serata in pizzeria con il tuo partner.
NOTA: Se chiudi questa pagina non potrai usufruire mai più di questa offerta (questo non è uno scherzo).
Decidi ora di riservare un posto in prima classe sul trend generazionale di Oro e Argento.
Iscriviti ORA cliccando sul pulsante qui in basso!
e come se non bastasse…
Puoi provare la guida e poi
7/3/2017 VideoSeminario Gratuito ORO
https://deshgold.com/testo-videoseminariogratuito 20/20
Puoi provare la guida e poi
decidere solo in un secondo
momento se pagare il servizio
Non devi decidere ora, con il rischio di pentirti.
Accedi al portale, spolpa a fondo la mia guida e decidi con tutta calma se tenerla o se chiedere un rimborso integrale della quota che hai versato.
Esatto – se non sei soddisfatto del mio lavoro – hai fino ad un mese di tempo per inviarmi una mail e chiedermi fino all’ultimo centesimo della quota da te versata.
Come vedi, tutto il rischio è sulle mie spalle. Tu non rischi nulla.
Ecco perchè a questo punto, se tieni alla tua libertà finanziaria, lo devi a te stesso di fare almeno un tentativo.
Se rimani deluso, non perdi nulla. Ma se io ho ragione, questo potrebbe essere un punto di svolta per la tua vita.
Come ti ho mostrato nel corso di questa lettura – la storia non ha dubbi – l’essere umano torna ciclicamente all’oro e all’argento facendo lievitare in modo pazzesco i prezzi di questi 2 metalli.
Questo sta per accadere ancora una volta.
Ma come ogni opportunità, anche questa sta svanendo in fretta.
Il prezzo di Oro e Argento salirà forte e velocemente.
Sarà solo in quel momento che la massa si accorgerà dell’investimento in Oro e Argento, mordendosi le mani per non averlo saputo prima (come sempre).
Quando accadrà, se ti farai trovare preparato con Oro e Argento fra le tue mani, abbraccerai a te una mole di ricchezza che significa libertà finanziaria per generazioni.
Se anche tu vuoi prendere al volo questa opportunità, oggi è arrivato il momento di farlo. Iscriviti subito, senza rimandare. Ti prometto che sarà una delle migliori decisioni della tua vita.

25.10.9 testo podcast

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Podcast, cosa sono e come funzionano
Si stanno diffondendo grazie al formato MP3. Non sostituiranno la radio e nel mondo dell’informazione sono ben più di una moda
Per capire cos'è un podcast può essere utile partire dal nome stesso. Podcast, infatti, è l'unione di due termini significativi: iPod e Broadcasting. Il primo, ormai di uso comune, è il nome dato da Apple ai suoi lettori MP3 portatili, Il secondo, invece, è un termine più tecnico che appartiene al mondo della radio/tv diffusione.
Il motivo per cui i due termini sono stati sintetizzati in uno solo ci porta dunque a comprendere questa nuova parola. Un podcast è una trasmissione radio o video (da intendere come un programma o, comunque, un contenuto) registrata digitalmente, resa disponibile su Internet (e fin qui nulla di nuovo), ma utilizzando un codice che la rende scaricabile e riproducibile in un secondo momento, anche su un lettore portatile.
In pratica: se vi siete persi una puntata del vostro programma radio preferito, potete andare sul sito della radio, se fa uso di podcast, individuare la registrazione della puntata e ascoltarvela sul PC, oppure trasferire la trasmissione sul vostro lettore MP3 portatile (non deve essere per forza un iPod!) e ascoltarvela in metropolitana, sul pullman o durante un momento di relax, ovunque voi siate.
Il fatto che nel nome sia citato il riproduttore di Apple è, infatti, solo un caso dovuto al fatto che quando nel 2004 furono inventati i podcast, il lettore di musica digitale compressa più diffuso e conosciuto era appunto l'iPod.
Meglio dello streaming
Facciamo subito un po' di chiarezza. Qualcuno si starà domandando che differenza ci sia tra questi podcast e, per esempio, la tecnologia streaming già incontrata più volte durante il download di contenuti audio e video da Internet, in particolare per l'ascolto in diretta di trasmissioni radio. Lo streaming ha come caratteristica il fatto di non permettere l'utilizzo di più canali di download, ovvero non si possono ascoltare più trasmissioni nello stesso momento. Invece il podcast, che funziona scaricando una vera e propria copia compressa della trasmissione sul disco fisso, non solo può effettuare il download di più contenuti simultaneamente, ma consente l'ascolto del programma in un secondo tempo e su un supporto diverso dal PC. In questo modo il collegamento a Internet, con relativi consumi, non è necessario durante la fase di ascolto.
Dove si trovano i podcast
Dunque, un podcast è un contenuto audio o video scaricabile direttamente da un sito Web o tramite un apposito software detto aggregatore (o client). Come avviene per le news in formato feed RSS, anche per i podcast si può utilizzare un client per abbonarsi ai servizi che li pubblicano, per scaricarli e soprattutto per essere aggiornati ogni volta che vengono aggiunti nuovi contenuti dagli autori. Poiché, infatti, un podcast è semplicemente un file che può essere scaricato sul proprio PC e utilizzato a proprio piacimento, la cosa veramente importante è ciò che sta attorno alla mera azione di download.
 
E di questo si occupa, appunto, l'aggregatore: prima di scaricare un podcast è necessario individuare una lista di servizi a cui abbonarsi, possibilmente suddivisa sulla base dei contenuti dei podcast. Dopo il download, invece, è fondamentale essere avvisati nei giorni successivi se ci sono novità da scaricare, almeno per i podcast cui ci si è abbonati (gratuitamente) e che sono stati inseriti nell'elenco personale.
 
Un esempio pratico può servire per fare più chiarezza. Se una trasmissione radio va in onda in orari in cui non possiamo ascoltarla, fa comodo scaricare il programma e ascoltarlo quando è possibile. Ma se la trasmissione è a puntate, è fondamentale che ogni volta che la nuova puntata viene aggiunta tra i contenuti scaricabili il software ci avvisi. A questo indirizzo trovate un elenco dei principali aggregatori.
 
Va detto, però, che il software più utilizzato è ancora una volta iTunes, la libreria multimediale sviluppata da Apple e aggiornata, a partire dalla release 6, al download dei podcast. Per chi possedesse già una versione del programma di Apple, il suggerimento è di visitare la pagina Apple che spiega come usare al meglio i podcast con iTunes.
 
Per indicare i siti dove si possono trovare e ascoltare i podcast, invece, considerando il successo planetario di cui godono e il fatto che chiunque può pubblicarne quanti ne vuole senza particolari difficoltà tecniche, occorre senza dubbio operare una selezione.
 
È sufficiente digitare “podcast” in qualsiasi motore di ricerca per visualizzare centinaia di risultati. Ma tra i siti di riferimento dovete considerare senza dubbio di fare visita a www.podcast.net e a www.ipodder.org. Il primo è la principale directory di podcast attualmente presente su Web. Vi è la possibilità di selezionare, in ordine alfabetico, migliaia di podcast suddivisi in base alla tematica trattata: si va dalla A di Arts (per i podcast che in qualche modo sono considerati artistici) alla Z di Zen. Per ogni categoria vi sono diversi podcast, di vari autori.
 
Il secondo è uno dei siti più conosciuti dai podcaster di tutto il mondo perché unisce il proprio nome a uno dei primi aggregatori (ipodder, che oggi si chiama Juice) scaricabile dal sito stesso, e perché all'interno delle sue pagine si trovano indirizzi ai podcast più disparati e anche le principali nozioni per chi volesse lanciarsi nel fai-da-te del podcasting.
 
Ci sono anche i video podcast
I podcast sono l'ennesima creazione susseguente l'invenzione della musica in formato digitale compresso. In una parola, se non ci fossero gli MP3, in grado di comprimere un file originale da 40 MB in uno 10 volte più leggero (da 4 MB), non esisterebbero i contenuti multimediali su Internet. Per questo motivo, i primi podcast hanno interessato esclusivamente il mondo dell'audio.
La strada per il successo
Per creare un podcast di successo bisogna prima di tutto avere molta fortuna.
Però, alcuni accorgimenti possono dare una “spinta” ai vostri contenuti. Innanzitutto, scegliete una directory frequentata, ovvero pubblicate i vostri podcast su siti conosciuti. Se conoscete l'inglese, chiedete ospitalità a una directory internazionale che vi garantisca più visibilità.
 
Create un podcast solo quando avete qualcosa di interessante da dire, e studiate un modo originale per comunicare. Va bene anche solo la voce, ma potete inventare un modo nuovo di pronunciare le parole, o strani accenti, e via dicendo.
 
Ma la cosa più importante vale per i podcast come per i blog: non cercate di compiacere l'eventuale pubblico anche perché, in questo caso, sarà difficile averne uno. Piuttosto siate voi stessi, mettetevi in gioco. I blogger e i podcaster di maggior successo concordano su questo punto: al pubblico interessa la verità più che la perfezione della comunicazione.
 
 
 
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L'invenzione del formato compresso per il video, il mp4, ha però permesso di estendere quasi subito le possibilità dei podcast al mondo video, e sono nati i video podcast. Si tratta dell'identico concetto visto per i cugini file audio, applicato ai file video. E i software per la loro riproduzione sono gli stessi adatti ai podcast, solo dotati di un visualizzatore delle immagini.
Come si creano
La tecnologia che permette la creazione di podcast non solo permette di ricevere e ascoltare programmi radio ovunque, ma consente anche a chiunque di condurre e proporre sul Web la propria trasmissione, basata su contenuti ideati e prodotti in casa. Per poterlo fare servono solo un PC, un paio di software freeware specifici per la creazione del podcast, una buona connessione a Internet e soprattutto…le idee chiare su cosa dire.
Procediamo con ordine. Trattandosi di file audio, occorre possedere un microfono da collegare al PC e un software di registrazione per creare i file sonori digitali.
Microfoni da pochi euro e il registratore di suoni di Windows (Start, Programmi, Accessori, Svago) sono più che sufficiente per cominciare.
Si inserisce il microfono nel connettore mic-in o il registratore nel line-in della scheda audio, e si procede alla registrazione.
Tenete però presente che se le vostre intenzioni sono più professionali occorrerà passare a un microfono di più elevata qualità, in grado di “raccogliere” tutte le sfumature della vostra voce, e a una scheda audio di buona qualità. Se poi volete aggiungere alla voce anche altri effetti o semplicemente una colonna sonora, allora dovrete pensare anche a un software per l'editing dei vostri file. Audacity è un ottimo freeware che può fare molto per rendere più professionale il vostro podcast e, soprattutto, è in grado di salvare la registrazione in formato MP3.
Quando la vostra trasmissione è pronta, ovvero vi soddisfa, per renderla disponibile agli altri navigatori occorre un sito su cui pubblicarla. Dunque, si tratta di capire su quale sito e come si fa a pubblicare un podcast. Come accade per i blog, vi sono diversi siti che possono ospitare il vostro podcast.
Alcuni li abbiamo già visti (podcast.net e ipodder.org), e a questi potete aggiungere anche indirizzi quali Podcasting.com, Podcastalley.com, Podcastcentral.com, Podcastingnews.com, Thepodcastnetwork.com, Podcastdirectory.com e, in lingua italiana, podcastdirectory.it e audiocast.it/podlist.
 
Il vostro stesso blog, se lo possedete, può essere un luogo in cui pubblicare i podcast che avete prodotto, e in molti già lo fanno con grande successo. Ma ovunque scegliate di pubblicare, occorre un altro passaggio fondamentale per rendere possibile ai navigatori di tutto il mondo l'ascolto dei vostri programmi, ovvero trasformare il vostro file audio in un feed RSS.
 
Per semplificare la spiegazione di questo passaggio si può azzardare un parallelo. Fino a qualche anno fa, per creare un sito Web era necessario conoscere il linguaggio HTML. Poi sono sopraggiunti i programmi in grado di “tradurre” automaticamente un normale file di testo in una pagina visibile in Internet tramite i browser usati per navigare. Anche per i podcast, serve questo passaggio per rendere fruibile un semplice file audio o video sul Web.
 
Per farlo bisogna conoscere il linguaggio XML, e impostare un tag specifico per ogni contenuto del vostro file. Oppure, è possibile andare a caccia di un programma in grado di effettuare la conversione automaticamente. Tali software sono necessari per riscrivere il vostro file audio (compresso in MP3) o video (compresso in DivX) in feed RSS. Uno tra i più utilizzati è FeedForAll. Un ottimo sito per approfondire questo argomento e per trovare tutti gli strumenti software cessari alla creazione di un podcast è www.podcasting-tools.com.
 
 
 
 
 
 
 
USO, VALORE E FINALITÀ DIDATTICHE DEL PODCAST
gli usi didattici più frequenti del podcast:
 
Lingua madre e straniera Esempi di pronuncia (resoconti, conversazioni, letteratura, linguaggio tecnico). Regole grammaticali e declinazioni verbali. Modi di dire e proverbi. Esempi in situazione (a scuola, al ristorante, alla stazione)
Audio con testi allegati. Immagini fotografiche per le situazioni, combinazione da episodi di Podcast di altri Paesi. Narrare Lettura (o riduzione) di racconti, trame di libri e film, commenti critici, fumetti, poesie e passi teatrali. Racconti e sceneggiati a puntate. Lettura di favole (libri parlati e illustrati). Resoconti di viaggi, gite di istruzione
Audio, musica (di allievi e/o insegnanti), immagini. (copertine di libri, locandine teatrali, disegni...). Video Ambito scientifico Resoconti di esperimenti, guide parlate e illustrate per l’uso di strumentazioni. Esplicazione di procedure, indicazioni per esperimenti e osservazioni all’aperto o in casa. Educazione alla salute.
Definizioni e regole (matematica, geometria, ecc.). Audio, video, immagini, testi allegati, slide e grafici. collegamento a Podcast esterni.
Link a pagine web. - Tutorial Procedure per utilizzo di oftware, trucchi e consigli, come fare per.... Educazione stradale, patentino, come usar gli strumenti della scuola, come effettuare una ricerca in biblioteca (in Internet), ecc.
Audio, video, immagini, testi allegati, slide e grafici. Link a pagine web.
Comunità Radio giornale di istituto, vita scolastica, consigli per il tempo libero, musica – libri – spettacoli. Indicazioni per studiare, per gli esami, repertorio comico, musica di studenti, news e curiosità, interviste.
Audio, video, musica, testi. Ripartizione della lettura in gruppo. TV Istituti tecnici o professionali a indirizzo specifico (comunicazioni, informatica, audiovisivo, ecc.), possono utilizzare il Podcast video per costruire palinsesti TV non sequenziali, “on demand”. Esperimenti parziali e circoscritti, possono interessare tutte le scuole. Video, trailer,videoclip.
 
 
 
 
 
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https://books.google.it/books?id=Nx5LIJ0u4ecC&pg=PT69&lpg=PT69&dq=significato+di+podcast&source=bl&ots=CghRmcFFrJ&sig=Qp0O-BeG5B8XPaRi_xAcWN4UXac&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi4xdLl1uTSAhWHI8AKHfo-BrE4ChDoAQhXMAk#v=onepage&q=significato%20di%20podcast&f=false
 
 
 
non sono un genio.
 
Sfortunatamente, e lo dico con il rammarico di chi è consapevole che non riuscirà mai a colmare tutte le sue lacune, non sono un genio.
Neanche io lo sono, e non lo è quasi nessuno.
Quello che conta oggi, a mio parere, non è tanto quello di essere i migliori, dei geni in un determinato campo o delle figure di assoluto riferimento, quanto essere unici, insostituibili per il proprio ruolo o per la visione che si può avere del mondo in cui si è immersi.
Riuscire ad ottenere questo è una faticaccia balorda, perchè devi confrontarti con altri, perchè attiri antipatie, perchè devi lavorare sempre, perchè è come salire su una montagna. L’unica soddisfazione è il fatto che in cima il panorama sia più bello.
Ogni parola che scrivo sulla radio richiede almeno dieci parole lette in precedenza, ed è una sottostima.
Ogni giorno, sia in funzione del mio programma radiofonico, che in funzione dei miei lunghi e noiosi post su redigio.it , leggo moltissimo.
Mi aggiorno tramite numerosissime fonti di fiducia che mi sono costruito negli anni. Una rete di amicizie, conoscenze, confronti, gruppi e ricerche veramente molto fitta.
L’esperienza e l’avere imparato dove e come cercare le cose mi agevola molto, non lo nego.
Questa però non è genialità, è organizzazione.
Moltissime grandi figure in rete non sono geni, conoscono bene il loro settore e sanno come farlo notare, ma un “genio” è altro
Il senso di questo post dovrebbe essere acquisito anche da chi fa radiofonia.
Non è tanto importante che una persona sia un “genio vocale” o che abbia sempre il contenuto giusto da dire al momento giusto, è importante essere unici, è importante creare un podcast, un’intera radio o semplicemente un format che sia originale, che sia lungimirante e non in modo superficiale.
Fare questo, ed impegnarsi nel farlo al meglio, porta ad un ritorno d’immagine ed economico di rimbalzo, che può essere importante.
 
 
www.redigio.it
 
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Vittorio Feltri, la risposta a Giorgia Meloni: "Referendum? Smettetela di piangere e andate a lavorare"
 
Cara Giorgia Meloni, premetto che ho stima e simpatia per te: hai saputo trasformare un partito residuale in un’autentica forza politica. Un bel risultato e te ne do atto. Ma la tua ostilità ai referendum per l’autonomia è solo frutto di cattiva informazione. Anzi, di assenza di informazione televisiva e cartacea. Libero è forse l’unico giornale che ha affrontato correttamente la questione.
Tu denunci in proposito la mancanza di chiarezza. Hai ragione. Infatti gli avversari del plebiscito consultivo, non i suoi promotori, insinuano che esso sia un primo passo verso l’indipendenza, una iniziativa nostalgica memore della Padania bossiana. Un argomento vuoto di ogni significato reale. E per favore non fingere di non capire: confondere lo statuto speciale con la secessione è da ignoranti e mascalzoni.
 
Anche gli sprovveduti sanno che la Sicilia, la Sardegna, la Valle d’Aosta, il Friuli Venezia Giulia e le province di Trento e Bolzano sono in piena autonomia, mai trasformata neppure nelle intenzioni in avvicinamento alla indipendenza. Mi spieghi il motivo per cui la Lombardia e il Veneto dovrebbero puntare a staccarsi dall’Italia? Non essere ridicola. Il problema è più semplice e sostanziale ovvero fiscale. Il residuo delle tasse lombarde ammonta a 54 miliardi, quello della Catalogna a 8, quello della Baviera a 1,5.
Ti sembra normale che il nostro pacco di soldi finisca interamente a Roma, che poi lo spreca? È denaro nostro. Ce ne vuoi lasciare almeno la metà? Ti pare una pretesa eccessiva? La Capitale, che fa schifo ed è invivibile, ha un passivo di 13 miliardi causato da pessima amministrazione. Dobbiamo ripararlo noi di Bergamo e di Brescia? Perché non imparate a gestirvi meglio piuttosto che vuotare il nostro portafogli.
Il titolo del Tempo è divertente ma scemo: “Ci avete rotto i Maroni”. No amici illustri. Siete voi ad averci rotto il salvadanaio. Vi preghiamo di non esagerare nel rapinare il frutto delle altrui fatiche. Invece di piagnucolare invocando la carità di patria andate a guadagnarvi il pane col sudore della fronte. L’unico consiglio che posso dare alle regioni povere è di diventare ricche. Ci vuol poco: basta lavorare sodo quanto noi e investire in infrastrutture, la base del successo economico di qualsiasi popolo. Al Nord la ricchezza e la efficienza delle istituzioni non piovono dal cielo, ce le siamo conquistate sgobbando. Provate a rimboccarvi le maniche anziché insistere nel ciucciare dalla tetta settentrionale. Lavorare stanca. Noi ci stanchiamo, voi mica tanto.
Ti prego, fai un salto a Milano e vedrai che qui siamo organizzati. I servizi pubblici non sono scassati quanto i vostri, poiché gli addetti non saranno perfetti, ma quasi. Siamo persone toste che oltre a mantenere se stesse, mantengono anche voi debosciati e caciaroni che tollerate la autonomia della Sicilia, regione sprecona e scellerata, e la negate a noi. Vergogna. Siete sicuri di essere sani di mente?
Ti segnalo che da queste parti c’è il debito pro capite più basso d’Italia, i costi a carico dello Stato sono minimi, si pagano i fornitori con anticipi da record, i dipendenti pubblici sono i meno numerosi, il rating è il più alto della nazione, un quarto delle pensioni degli italiani viene sborsato da chi abita qui, gli ospedali eccellenti sono lombardi dove viene a curarsi chiunque sia in difficoltà, un terzo delle esportazioni nazionali parte da queste zone, il manifatturiero di casa nostra corre più della media europea, abbiamo anche il primato della cultura e perfino del turismo.
Mi fermo perché non voglio annoiare con la verità statisticamente verificata. Scusa, comprendi che non avete nulla da insegnarci? Però volete le nostre palanche, tutte, non soltanto una fetta pur cospicua. Così non si può andare avanti. Tu affermi che siamo e saremo sempre patrioti. Nossignori. Voi siete matrioti. Vi piace lo Stato mamma da cui pigliate la pappa ogni dì, gratis, cucinata dai polentoni. Roma non è ladrona ma fannullona. Non desideriamo abbandonarla, tuttavia siamo stanchi di nutrirla e invochiamo l’autonomia, che non è un capriccio, bensì lo stesso diritto concesso ai siciliani in procinto di annegare nei debiti.
di Vittorio Feltri
 
 

25.11 la schiscietta

 
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Racconti in dialetto
 
 
 
 
 
 
DAGH INCOEU EL NÒSTER SANGUIS DÒGNI DÌ
La maggia rossa in sul collètt de la camisa. On’ombra de sospètt: el basin de la segretaria? El rossètt d’ona collega?
La trèsca la ciappa forma tra i scrivanii. Nient de tutt quèst, nient a che vedè con l’Helena Rubinstein, la Lancaster, la Revlon. L’è domà salsa! Anzi per vèss precis “tòmato ketchup”, salsa de tomates sbrodolada giò dal sanguis d’ògni dì.
I camìs bianch (ò celèst Oxford) de fonzionari, dirigent, impiegaa, giovin manager, in manéra inesorabil, dòpo la colezion, diventen on campionari de sals e de contorna: el ross de la “rubra”, el giald de la maionesa, el verd del pèst.
L’è la condana del “collètt bianch”: la colezion svèlta, el sanguis al “bar de sòtta”. On rito de tucc: ona tragedia de “casta” consumada in pee, mucciaa intorna a on microscòpich tavolin rotond in marmor fint, per on fint “bistròt de Paris”.
Beati i operari, con la soa schiscètta, on bèll piatt de pasta e fasoeu, ona cotelètta, el pòmm. Tusscòss genuin, faa in cà. L’operari el pò! El “status” social ghe le permètt. El pòer aspirant manager, nò. Com’el pò lù mètt in su la scrivania la schiscètta e on quartin de ross? Com’el pò spiegall al “capp” e a la soa “scicchissima” (e tanto potenta) segretaria?
No gh’è scamp! Al ristorant tutt’i dì? Scherzèmm nò!
A la tavola calda? Ona quai vòlta! Rèsta domà on’ultima possibilità: la colezion de lavorà, la pussee bàrbera forma de tortura, dòpo la vergin de Norimberga. Hinn mèj i “panini”, el “sanguis” e i “sfilatini”, “pizzètt”, “hòt dòg” e “focaccine”. L’è mèj el giambon de Murano (fètt trasparent come cristall prezios), mèj i “hamburger” con carna Doi (“a denominazion d’origin incontrollabil”).
La condana la var per tucc: òmen e dònn, aziendalista e lavativ, statai, comunai e multinazionai. Davanti al “san-guis” hinn tutti uguai, “in del rispètt de la maggioranza di ordinazion”: toast e birra (on classich), pizzètta farcida e birra (nostalgia de l’estaa), hamburger e Coca Cola (viva el Rambo), “panino e latt” (naturalista mamon), focaccina e spremuda de pompèlmo (filo israelian e dietètich), panino e aranciada (se cerca la vitamina con disperazion), giambon cruu e vin bianch (“italian style” e on ciccin anca snòb).
Ona condana senza scamp: vundes mes a l’ann, cinqu dì a la settimana intanta che se sògna la pastasutta. Nessuna meraviglia, allora, se doman legiarèmm: «Ciappaa da “raptus” on giovin fonzionari el tenta de strangolà la tosa de vundes ann. Se capiss nò el motiv de l’aggression». «El papà l’era bèll quiètt» la cunta sù la tosètta, «seri ’dree a digh:
perchè domènica andèmm minga a fà ona gita? Fasèmm on bèll picnic in su l’èrba, la mama la prepara i sanguis…».
Beati gli operai, con la loro “schiscètta”…
Operai in pausa pranzo, in una fotografia di Federico Patellani del 1945
(Museo di Fotograf ia Contemporanea di Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo).
 
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E A LA DOMÈNICA EL MAURI EL DIVENTA EL SCIOR DEL FAST FOOD
«Pòdi settamm giò chì?… Inscì, intanta che se mangia, se fann dò ciaccer… Se de nò gh’è la tristèzza… El me passa la saa per piasè? Ch’el me scusa eh, ghe dispias se mì parli in dialètt? Vedi che lù le capiss e se mì parli in milanes me spieghi mèj…».
E in pòcch minutt, fra on boccon de pan e on ravioeu, el Mauri el cunta sù tutta la stòria de la soa vita. Ch’el sia de Milan le dis el nòmm, ma a dì Milan l’è minga assee:
lù l’è nassuu a l’Isola, in del coeur de l’Isola. Poeu, in del ’42, el primm sanmichee, in centro, Viscont de Modron, e a la fin, a Pòrta Vittòria: «Perchè mì pòdi minga stà trii dì senza vedè la Madonina». Pussee de trentann a la Monte catini e da on quai temp la pension, a fagh compagnia a la mama, fin’a l’ultim dì, fin’a l’ultim respir. E gh’era on quaivun ch’el me diseva: «Ma cossa te fee semper lì, a cà?». «Ma sèmm matt, ueh, l’era la mia mamètta… Ch’el disa lù, dovevi minga stagh vesin fin’a la fin?».
E quand seri fioeu? E i andad in Brianza? Anca lì gh’è tanti Mauri, come i sò parent: «I mè cusinn, quèi li sì ch’hinn pien de danee, però hinn anca educaa, istruii, pròppi di scior…». El parla de la ricchèzza di alter e denter i sò oeugg se pò leg l’ammirazion senza invidia, la soddisfazion sincera per la fortuna di alter, l’entusiasmo de quand el cunta sù d’ona cèrta trattoria in dove, cont i amis, se pò mangià la legora e bev on Oltrepò, «che l’è ona ròba rara».
E per finì la stòria di ultim dì, ciappaa per on materass de rifà e con la lana spantegada per tutta la cà a sugà sù.
On vero milanes, on andeghee, ormai rarissim, profumaa de nèbbia, tiraa sù con la busècca, con la cazzoeula e cont el risòtt con la luganega. E allora cossa l’è ch’el fa in d’ona “tavola calda”, cont el gabaré de plastica, i ravioeu “precotti”, e el ròst frègg?
Per rispond l’è assee guardass intorna. Incoeu l’è domènica e ai tavol del “self-service” gh’è minga i sòlit inpiegaa: on quai “turista”, on para de lavorador “de turno” e i alter?
Tanti vègg. Soll, silenzios, leggen el giornal, oppur, come el “Mauri”, cunten sù di stòri lontan a di compagn de mensa che capiten lì. Ma manchen nanca i còbbi: «Maria incoeu sta minga lì a spignattà in cusina, te pòrti foeura…». E lor hinn lì cont el vestii de la fèsta, el cappellin, ormai molto espèrt a fà el “slalom” fra i gabaré, posad, primm, contorni e dolz, attent a la diètta ma dispòst anca a scoeud on quai petitt. «Cèrt che el risòtt de la sciora Rosètta, sòtta la pèrgola ò vesin al camin, l’era tutta on’altra ròba, chì l’è tutt divèrs, tutt american», ma fa nient: per on dì hinn lor i sciori del “fast food”. A la faccia di nevoditt.
 
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DAI FARMACII DE TURNO AI TURNI DI FARMACII
«Come la va?».
«Beh, insòma, son ’dree andà in farmacia…».
«Me dispias: sta mal on quaidun? I fiolitt?».
«Nò, nò. Va tusscòss ben. Anzi! L’è che me ven gent a zèna. Amis de passagg: ie spettavom minga. Pròppi in ’sti dì, cont i fèst, ch’hinn sarà sù tucc…! Sèmm restaa senza pasta… Per fortuna che gh’è i farmacii de turno!».
Ona piazza, duu òmen: conoscent, fòrsi vesin de cà. On para de battud, on sègn de salud, toccando el cappell.
Poeu ognidun per la soa strada: vun vèrs la fermada del tramm, l’alter vèrs la farmacia.
Ma qual? Quèst a l’è el problèma: in che farmacia?
Quèlla che la sta avèrta el sabet podisnà, ma l’è sarada sù la domènica e el lunedì mattina? Quèlla che la rèsta avèrta in del dì, ma la sara sù a la sera? Oppur quèlla che la dèrva dòpo i noeuv or de sera del sabet e de la domenica, ma la rèsta sarada sù el lunedì? Ona vòlta gh’era i farmacii de turno. Adèss gh’è i turni di farmacii. Dal sabet podisnà al lunedì a mezzdì tutt’i combinazion hinn possibil, cont ona zòna a ris’c: dai sètt e mèzza ai noeuv or de sera, quand hinn sarà sù “le diurne” e hinn nonanmò avèrt “le nòtturne”.
L’è on problèma minga de pòcch, donca, ma ona vòlta superaa ’sto ostacol, diventa tusscòss facil. No gh’è esigenz che troeuven minga ona rispòsta, imprevist e difficoltà che no troeuven ona soluzion. Da la guggia al bastiment, se dise va di grand magazzin american e el “slògan” el pò vèss “rilanciaa” incoeu per i farmacii, version italica del “drug-store made in USA”.
Te pòdet trovà de tutt: i profumm, i savon, i dentifrici e i spazzettin, i crèmm per fà i massagg, i cosmètich, i òli solar, i cerètt e i piccol arnes per fà via i pel, i antirugh e i anticellolite, i pantòfol e i scarp (de òmm, de dòna, de fioeu), i bellee, la majeria intima, i calzètt, i pigiama, i scaldaviver e i contenidor tèrmich.
Come s’el fuss minga assee, gh’è i prodòtt alimentar: i dòlci senza zuccher, i tort e i ciccolattin per i diabetich, el pan, i fètt biscottaa, la pasta, el ris, i cracker, tutta ròba natural, minga trattada, pièna de fibra longa che la fa tanto ben, scura com’el pan del temp de guèrra e cara come la carna a la borsa nera e anca: el scatolamm, l’òli, l’acqua mineral e, per la serie di superalcòlich, l’amar di fraa. Pussee difficil l’è trovà el vin, ma se pò rimedià cont i gius de frutta, i bibit senza zuccher e in de l’erboristeria, sciròpp e tisann.
Nissun problèma donca, per el scior ch’el gh’ha de organizzà ona zèna foeura programma. In de la farmacia el trovarà tusscòss: i spaghètt, el pan, el companatich e el “dessert”.
Gh’è domà de fà ona raccomandazion. I farmacista, se sa, hinn pèdegh: l’è mèj portà la ricètta: quèlla de la “carbònara” la dovarìa andà ben!
 
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TANTO CORR E TE DIVENTET ISTÈSS DEL RAGIONATT DEL TÈRZ PIAN
«Bondi, ragionier!». On salud, on sorris ch’el vesin de cà el fa fadìga a ricambià: el cerca de sugass la faccia, ross ’me on pollon, cont ona majetta masarada de sudor, el tira foeura ona quai paròla soffegada d’el fiadon, prima de sparì, de corsa, per avè sorpassaa, ona fila d’otomòbil.
Domà on’apparizion, voeuna di tanti occasion per ghignà de la passion del ragionàtt per la corsa: per quèll che chi parla ingles e chi ghe pias l’ingles, in tutt el mond, el ciamen “jogging”.
In del cors de la giornada, però, l’immagin del vesìn de cà, impegnaa in del sfòrz fisich la torna in la ment e l’impiegaa de banca el se trasforma in d’on gajard atleta, minga cèrt bon per i Olimpiadi ma almen per el condomìni.
Vègnen in la ment i vègg pubblicità de l’acqua mineral che la fa miracol: «Lù el gh’ha 40 ann e ne dimostra 20; tì inveci te ne dimostret el doppi…».
’Dasi ’dasi ma senza mollà, el cairoeu del dubbi el scava e el rodéga tutti i difes che con fadiga hinn staa trà insèma per salvà la pròpria pigrizia: toeu in gir el vesin ch’el leva sù a l’alba, i sò pagn sportiv, pensà ai ris’c de corr cont’el smògh. Tusscòss el va in malora per la voeuja de fà come lù e de fà mèj. E inscì, senza parè el comincia el viagg vèrs la frontiera, che no se conoss, de l’attività fisica de la “mèzza età”. Se va a cattà foeura el pòst giust per fass vedè: on’oggiada al Parch Sempion, on gir à esplorà el Parch de Trènn, ona visitina al Parch Lamber.
Vann ben anca i impiant di aziend e del Comun che gh’hann el vantagg de offrì dòpo la corsa ona bèlla dòccia calda che la te consola subit, senza dovè tornà a cà ’m’en lader con la “tenuta da corsa” masarada scorénta.
Ona quai sortida con di pagn a la Fantozzi e subit el “consumismo sportivo” el salta foeura. Se compren i tut, i majètt, i calzètt de coton, i scarp semper pussee “tecnologiche”.
Adèss l’è ona vera mania. Cont i vesin poeu l’è ona guèrra in pièna regola, anca se minga deciarada se fa finta de nient ma se confronten i oràri de andà foeura, el numer di esibizion per settimana, el color e el prèzzi di “pagn” mettuu in bèlla mostra.
Fin a tant che el riva el dì che a tavola, se podarà cont orgòli annonzià ai fioeu e a la miee d’avè «masnà cinqu chilòmetri a tròtt serraa, senza el mìnim problèma per i muscol». Domà allora, a vedè el sguard desolaa de la miee e ai sguaiaa manifestazion d’entusiasmo di fioeu, in d’on attim de savièzza, se capissarà de somejà in d’ona manéra tragica e senza speranza de cambiament, al ragionatt del pian de sora.
 
 
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QUÈLL BANCH PROIBIIA LORA DEL CAFÈ
«Ch’el me scusa, mi scusi, ma lù l’è invidaa? Sì? Allora per piasè ch’el se desvida on moment: si sviti un attimo…».
La battuda la ven spontanea perchè in milanes “invidaa”, el voeur dì sia “invitato”, ma anca “avvitato”, e la se riferiss a chi, a on rinfrèsch, de sòlit el se piazza denanz al tavol di bibit e de tutt i ròbb de mangià e no’l s’insògna nanca on poo de spostass per lassà spazzi ai alter invidaa.
Ona vèggia “gag” de avan-spettacol, sì, ma anca del dì d’incoeu e minga domà in di fèst privaa e in doe se paga nò. L’è assee andà denter in d’on qualsesia bar milanes: in centro ò in periferia cambia nagòtt. L’important l’è l’orari.
L’è mèj scernì la mattina ò ’l primm podisnà: var a dì l’ora del cappuccino e del cafè.
Tutt come al sòlit: pagà a la cassa, cattà foeura la brioche e tentà de ordinà on cappuccino. L’idèa la saria quèlla  de slongà el brasc vèrs el barista per dagh el scontrin e digh ’se l’è che se voeur, ma tutt quèst l’è minga possibil.
Quand t’heet ottegnuu de bev, el spazzi in teoria l’è pòcch, ma ’l diventa minga facil de superà: on meter, fòrsi men, ma l’è occupaa semper da certi client ch’hinn ’dree a bev el cafè e i cappuccini poggiaa bèi còmod al bancon.
Gombet largh, aria rilassada e sorridenta, ò se se voeur mèzza indormenta e brontolòna, parlen fitt, fitt di sò affari, de l’ultima trovada del capp-offizzi, del campionaa de calcio, de la dolorosa rattellada cont el moros. Tutt quèst intanta che rughen dasi-dasi el cafè, mòrden penseros el cornètt ma pussee de tutt se slarghen giò in sul bancon e se ne freghen de l’altra gent che gh’è dedree de lor, anca se podarien comodass mèj.
Al dì d’incoeu l’arredament di bar l’è minga tròpp original, paren faa tutti cont el stampin: stèss materiai, spazzi occupaa a la stèssa manéra, stèssa granda distribuzion di pian d’appògg. In paròll pòver, a part i tavolin, in dove se te se sèttett giò e te dann ona mazzada in sul coo per el servizzi, la consumazion la pò, ò mèj la podaria vèss fada comodament poggiandes ai ripian e ai mensol ò settandes giò sui sgabèi bèi alt quand gh’hinn.
De soluzion gh’è nè per tutt’i gust, ma minga per quèi che ghe pias l’esprèss bevuu adasi al bancon. Per che la gent lì el penser de sistemass a rèsca de pèss per lassagh el pòst ai alter la saria on’infamia senza rimedi.
El barista – lor hinn convint – el va affrontaa come on ploton d’esecuzion: coo alt, gamb largh e stòmegh al bancon.
 
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IN MISTICA ATTESA DI DANEE CONTANT
La sòlita vosètta metallica de lavatris “acculturada” la invida a «sarà sù la pòrta per piasè» e l’anta pesanta blindada la se stampa in sul nas del primm di esclus, primm de la lista de ona longa fila de aspirant consumador. Ancamò pòcch minutt de pazienza e anca lù el podarà rivà a voeuna di dò macchinètt che distribuiss i danee per ritirà la soa dòse giornaliera de la tredicesima.
Fra duu dì l’è Natal e gh’è ancamò tanta ròba de comprà – per lù medèmm, per i parent, per la tavola – ma el problèma
l’è quèll de recuperà i danee de spend. La tredicesima l’è stada accreditada d’on bèll poo come se leg in su la cedola ritirada a “l’ufficio paghe”, ma per i spes ghe voeur i contant.
Cèrto gh’è i sciori titolar de cart de crèdit, ma quèsti gh’hann nò bisògn de spettà la tredicesima: pòden benissim andà in ross a metà dicember. Né pussee numeros hinn i compilador e distribudor di scècch obbligaa a fà vedè cart d’identità e patent (subit fotocopiaa da premuros commèss) ma in del stèss temp guardaa come se se fidassen nò dai proprietari e dai cassér, ormai sospettaa dai stèss compagn de la vita de vèss di “volgar spacciador” de patacch bancari. Infin, ècco el gròss de la popolazion ch’el se da l’appontament denanz ai distribudor de danee, mettuu foeura ò de denter, in sul marciapè ò in d’ona piccola “dependance” de la banca.
E chì se spètta el pròppi turno in silenzios e devòtt raccogliment, attent a minga disturbà l’intimità di prescritt operazion de “digitazion”, attent a mantegnì ona decorosa distanza fra la tèsta de la fila e el sit de celebrazion dèl rito, come, quand de fiolètt el fasevom denanz al confessional, per minga dà l’impression de vorè scoltà i peccaa di alter.
Calcaa sui banch de lègn fra i ciaccer e i orazion se andava adree al bisbilli, che no se capiva, d’ammission de colpa e de raccomandazion, di profession de pentiment e di assoluzion fin a la quantificazion de la penitenza e a la formola liberatòria de la benedizion. E a quèll segnal el primm de la filéra el cominciava a preparass e l’andava vesin a la cabina, pront a ingenoggiass.
Inscì come incoeu, in coa denanz al distribudor di danee seguom la “liturgia del bancomat”: dal «batt el còdes segrètt» al fatidich «ritirà i danee» fin a l’avvis che quèsta vòlta (come tanti alter) «el scontrin l’è nò disponibil » sègn senza dubbi che el pòst l’è adree a liberass e el primm de la filéra el pò tira foeura de la saccòccia la soa tèssera e preparass a incassà i danee, frèsch frèsch, de spend a Natal.
 
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TELEFONIN? ORMAI EL VOEUR DÌ EFFICIENZA
«Allora, quèst l’è’l numer de cà, ma in doe te me trovaree mai. Quèst l’è quèll de l’offizzi…però, per vèss sicur, mì te doo el numer del telefonin. Con quèll te vee tranquill, te me troeuvet de cèrt…».
Cellular. Fin a pòcch – ma pròppi pòcch – temp fa el voreva dì ona ròba solla. Tutti, gioin, men gioin, student,
lavorador, cronista, cont el termin cellular indicaven el forgon dovraa de la polizia e di carabinier per trasportà i arrestaa e i carceraa. Adèss l’è pù inscì. La stèssa paròla (el stèss aggettiv sostantiv, el disarìa on fin grammatich) la voeur dì on’altra ròba: on piccol telefono portabil, bon (per magìa ai oeugg de quèi ch’hinn minga “addètt ai laorà”) de ricev e invià di comunicazion da qualsessia ponto de la città, de la strada ò de la campagna. Telefono de cà e da auto, ma anca quand s’è a spass ò sòtta la dòccia: l’è senza dubbi on simbol de efficienza e de attività, emblèma senza limit de trovà la gent, ma anca de succèss e de capacità de dirigent.
Se poeu chi pò fà vedè el magich apparècc l’è, per quant d’alto grad, on lavorador dipendent, ecco che el telefonin costos el gh’ha on valor noeuv e divèrs. L’antèna elastica minga tròpp slanciada che la ven foeura de la saccòccia dedree di calzon ò de la saccòccia de la giacchètta, la diventa l’esibizion pubblica de l’orgòli per quèll ch’el fa de mestee e che l’è apprezzaa; la dimostrazion de quanto on’azienda l’è dispòsta a spend pur de podè cuntà in ògni moment sui capacità, sui consili, sui indicazion del prezios fonzionari.
E l’è donca in su l’altar de l’efficienza e del succèss che se sacrifichen i ultimm scampol de discezion, de autonomia, in d’ona paròla “de privacy”, che se dividen anmò tra’l telefono de cà, con tanto de segreteria automatica e quèll de l’offizzi: i ultimm zòn de silenzi, fra ona passeggiada ai giardin pubblich e on cafè al bar che gh’è in sul canton, l’ultim alibi che’l dev nò vèss superaa dai insistenz d’on superior, d’on client ò d’ona segretaria.
E i alter? Tutti foeura gioegh, a comincià da quèi che gh’hann el radiotelefono in su l’auto fin a ier emblèma de vèss scior e de avè succèss e incoeu minga domà sorpassaa in manéra straordinaria dal famos “cellular” ma anca svalutaa dai imitazion. Pòcch danee e on ordin faa per corrispondenza:
e tel chì che riva l’autoradio carrozzada de radiotelefono, identica al ben pussee car portabil. E gh’è giamò chi dis che cont anca men danee, l’è possibil comprà anca la còpia identica d’on cellular: ch’el fonziòna nò ma de fà vedè come ona decorazion falsa.
 
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EL VIRUS DE LA MÒTO EL COLPISS A QUARANTANN
«Famm settà giò, gh’hoo de ciappà fiaa». El ven denter in cà tutt sciabalent: la tuta de pèll, el casco taccaa sù in sul brasc, i oeugg stralunaa. L’è rivaa in mòto. L’ha appèna parcheggiada in del giardin de cà, ruzandola a man. «Quèlla lì l’è nò ona mòto: l’è ona locomotiva guasta…». L’è on amis, se gh’ha minga el coragg d’insist, de ricordagh l’oggiada de compatì sbeffarda ch’el gh’aveva avuu quand gh’èmm domandaa se l’era giust mètt la marcia indree anca in sui mòto.
Settaa giò, el boffa e el se lamenta ancamò del pes de la soa dò roeud. «Fina che tì te vee tusscòss va ben, ma poeu, quand te gh’hee de ruzala a man… gh’è de rompes la s’cèna.
Mì gh’hoo de decides a toeunn voeuna pussee leggera, magari on foeurastrada…».
E el farà inscì. Se pò scommètt. Ormai l’è ona vittima del virus di dò roeud: gh’è nissuna speranza de salvèzza. La malattia la colpiss pussee che alter i quarantènn senza problèma econòmich, sposaa, con di fioeu. Quèi pussee a ris’c hinn quèi che gh’hann giamò avuu ona mòto, anca per pòcch temp: on Garèlli 50 a 14 ann, ona Lambrètta 125 a 16, poeu hann faa el salt in del mond de la macchina e dòpo vint ann tornen indree tra i “centauri”, senza fà ona piega.
Peccaa che, intanta, i mòto hinn rivaa a vègh di cilindraa, di dimension, di pes e di velocità che se podeva nanca immaginà vint ann prima, e inveci i riflèss, el colp d’oeugg, l’agilità e la mobilità di articolazion hinn minga restaa pròppi i stèss.
Ma el virus el lassa minga de pas. I primm sintom vègnen foeura in del giornalatt, in dove gh’è minga domà el sòlit quotidian, ma gh’è anca semper pussee pubblicazion ricercaa specializzaa in sui dò roeud e in sui sò accessòri.
L’è la preparazion teòrica; poeu vegnarà el primm pass operativ: comprà ona mòto d’occasion. E occasion l’è la paròla pussee doprada in de la presentazion de l’idèa: «on affari, on affari incredibil, on colp de fortuna, l’è de bon ona vera occasion». De adèss in avanti el cors de la malattia el diventa violent. Dòpo la mòto se compren ròbb semper pussee car: el casco, anzi i caschi (per tutta la famiglia), i tut, i stivalètt, i giubbòtt, i pancer, i guant e i accessòri a l’ultima mòda. Fina al dì che se troeuva on’altra dò roeud, pussee bèlla e potenta, ò pussee leggera e facil de doperà.
’Sta vòlta l’è ona mòto noeuva, ma l’affari el gh’è semper:
se ghe dà denter quèlla vèggia, e la differenza l’è minga on granché. De chì a buttà per ari i abitudin familiar la strada l’è pòca: i vacanz? In gir per el mond, ma in mòto. Mèj ancamò cont i gir organizzaa dal club ch’el mètt insèma ona quèi desèna de fanatich che gh’hann tutti el stèss modèll.
L’è a ’sto ponto che i parent cerchen disperatament on ripar, on aiutt, ona medesina. Ma gh’è nagòtt e nissun che ie pò iuttà; gh’è domà “madre natura”.
Quand riva l’autunn la mòto la torna in del bòx. Fòrsi la vegnarà foeura in primavera, ma se sa mai. Con l’ann noeuv podarìa anca rivà, senza preavvis, la guarigion.
Per vèss sicur bisògnerà spettà el moment de la vendita, quand la mòto la passarà a on alter malaa, tutt content de podè profittà de l’incredibil «meravigliosa occasion» che gh’è capitaa.
 
 
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LÈ ORA DE FINILLA CONT I PRIVILEG! LÈ LORA DI BENEFIT
«Òh finalment se da spazzi al privaa: basta con la sanità pubblica, basta cont i aziend de stato. Basta soratutt cont i privileg di pubblich dipendent». El privaa in di ’sti temp l’è de gran mòda: altra class, alter stil, nient a che vedè con quèi poveritt del pubblich impiegh. Per de pù, chi el gh’ha on parent stipendiaa, malvolentera, da el Stato, el cerca con disperazion de tegnill sconduu, come se l’avèss ciappaa ona malattia che la se tacca ai alter, ò ’l gh’avèss ona minga bèlla imperfezion.
El privaa l’è in su la bocca de tucc: se ne parla in di offizzi, a la fermada del tramm, al bar fra ona briòsc e on cappuccino. Oramài l’è ona mòda. El pubblich el fa nò scicch: l’è gris, piatt, anònim, polveros, l’è bon de fà pòcch. Gh’è di fioeu che a scòla se refuden de completà i generalità del pader. Fann finta de minga savè: «Papà? el soo nò che mestee el fa». Di alter hinn patetich: «Papà? Ah sì l’è disoccupaa». I pussee cattiv accetten anca i conseguenz de savè nò chi l’è el pader: «Papà? El conossi minga ». Qualunque bosìa l’è mèj de la verità. Pussee sopportabil che ammètt de vèss fioeu d’on insegnant tròpp pagaa, d’on minga sensibil dottor de la Ussl, d’on odios direttor de l’offizzi di tass. I programma d’insegnament hinn provvisòri: tema come “El mè papà”, “Ier hoo compagnaa el mè papà a lavorà”, “Ier l’era fèsta e el mè papà l’era a cà del lavorà…”, princippi secolar de l’insegnament elementar, se pòden nò propònn.
«Beh, e te me disaret minga che gh’hann tòrt. On poo de coerenza insòma. Se tutti se lamentom de la manéra che fonziònen i ospedai e i ambulatòri, se tutti taccom lit cont i impiegaa ai sportèi de l’anagrafe, se tutti protèstom contra i fonzionari corròtt, poeu scondèmes nò…». «Mì disi che l’è anca on problèma de cors e ricors stòrich.
Adèss per i dipendent pubblich la gira mal. Fra on poo se vedarà…».
«Cossa te voeuret vedè. L’è minga fòrsi colpa soa de lor el disaster econòmich de la nazion? Hinn minga lor che passen i mattinn a mangià i cornètt in del bar che gh’è sòtta l’offizzi? E lassèmm pèrd i tangent, che l’è on discors complicaa, ma la stècca? I vègg “foeuravia” de tradizion:
de quanti ann se ne parla… E i minga giustificaa privileg:
i orari, l’età de andà in pension, i scunt?».
«Tutt vera, però ona còssa la m’è minga ciara: che differenza gh’è fra privileg e benefit? A part el riferiment de la lengua inglesa, quèi di dipendent pubblich hinn schifos, minga giustificaa, privileg del medioevo di òmen superior.
Al contrari, se el direttor, el fonzionari ò anca l’impiegaa de l’impresa privada l’ottègn che la soa azienda la ghe daga a gratis ò quasi la macchina, el ghe permètt d’andà in vacanza cont el scunt in di sit turistich del grupp, el ghe daga la possibilità de fà di investiment ò di prèstit a condizion de favor, di assicurazion e pension de complement a tass de favor in di istitutt de crèdit vesin a l’offizzi… Tutt quèst el se ciama benefit. Tèrmin elegant, raffinaa, che voeur dì bòna organizzazion, savièzza de amministrador, vèss moderno, avegh abilitaa de impresari, vèss attiv e efficient de profession. Ma soratutt che’l mètt invidia».
 
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COME IN DE LA CHICAGO DI ANN TRENTA FUMÀ AL BAR EL COSTARÀ DI MILIONI
«In ’st’offizzi se respira nò… Tì e la toa malefica sigarètta… Ma te ghe n’hett anmò per pòcch. Anzi, vialter ghe n’avii per pòcch. Prima ò dòpo per podè fumà vialter dovarii scondes…».
Fumador e quèi che fumen nò spetten la sentenza definitiva; d’ona part la paura per on futur incèrt, de l’altra part l’impazienza de gustà el savor de la vittòria e de la vendètta.
Giamò se mòlen i armi. L’è minga nonanmò ciar chi l’è che dovarà fà rispettà la proibizion de fumà in pubblich, ma se pò ben immaginà de chi podarann partì i denonzi e i soffiad.
Molto sempliz: da tucc. Sarann assee dò righ al capp del personal, ona telefonadina ai vigil: «El mè vesin de scrivania ier l’ha fumaa on mèzz toscan», «Dai finèster de quèll bar là vègn foeura on fil de fumm».
E via cont i list de proibì in d’on medioevo de fantascienza pròssim ventur.
I primm a andà a consegnass ai autorità sarann i Nudaf (Nuclèi de denoncia contra el fumm), semper pront a laorà insèma ai equipagg del Piat (Pront intervent anti tabacch). Però i ris’c per on fumador sarann minga finii lì.
Ti chì, semper attiv e rigid, i Gritab (Grupp integralisti tabagisti al bando) e quèi de la Sdia che fann paura (Squader de intolleranza senza limit) ligaa a doppi fil cont i band di Eapap (Estremisti associaa per l’aria nètta).
Allora ghe sarà pù nissun pòst sicur per on fumador, pù nissun el sarà dègn de fed: nanca el vègg amis, nanca el vesin de scrivania, nanca l’ex fumador compagn de stanza e de pòrtacicch che giamò de tanto temp l’è passaa al nemis, perchè, se sa, i “ex” hinn i peggior avversari.
Diventaa cattiv perchè convint di sbali faa, lor speren de mettess a pòst la coscenza cont el tò sacrifizzi: pussee tì te soffrisset e pussee lor se senten liberaa del pes de la colpa.
E in de la famiglia? Anca pegg. I miee, i marì, i fioeu, i sòcer, pòden diventà agent del Siprfd, che l’è on nòmm che se rièss nò pronuncià e che l’è diventaa in gèrgh “che te siet pèrfid”, ma che de fatt voeur dì Servizzi d’informazion per la repression del fumm in cà.
E allora te chì i ultim s’ciav de la sigarètta, i pòcch passionaa de la pipa, i innamoraa pèrs del sigher, combattuu fra i Nuclei de resistenza “nicotina l’è bell” e la scusa che se pòden trovà in sul mercaa, de sfròs: in cèrti piccol locai in doe te offrissen, come in de la Chicago di ann Trenta el retrobottega “giust” per quèi che’l sann apprezzà e pòden pagà.
in doe te offrissen, come in de la Chicago di ann Trenta el retrobottega “giust” per quèi che’l sann apprezzà e pòden pagà.
On para d’or in d’ona sala de bigliard cont on fumm de tajà giò a fètt pòden costà anca on milioncin: dipend de l’ ambient, de la compagnia, de quèll che te bevet. Ma se pò anca contentass d’on eprèss al tavolin cont on pacchètt e l’accendin in bèlla vista arent al pòrtacicch e, bevuu el cafè prima che’l profumm e l’aròma sparissen, se pò anca pizzass ona bèlla sigarètta e gustalla fin in fond.
Còsto (del cafè) cinquantamila. Per i sigarètt gh’è nò on problèma: tutti pòden comprann.
L’important l’è che sien del Monopòlio
 
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ONA TOSÈTTA LA GIUGA IN SUL POGGIOEU, “SUSPENSEAL SEMAFOR
Piscinina, pacciarottèlla. Dò specie de trezzitt fermaa con di nastritt coloraa, la tosètta cinesa la gh’ha minga pussee de trii ann. La giuga, deperlee, in sul poggioeu: on strascètt, ona pigòtta e quèlla che la doarìa vèss ona cuna.
Sòtta, in su la strada, i macchin se corren adree con frecass, se calchen al semafor, tra el strombettà di clacson e el stridor di fren: scatol grand coloraa a tegnuda stagna, piccol mond isolaa e estrani indifferent a la realtà che ie circonda.
I solitari del volant discorren cont i sò penser.
Gioin lavorador cerchen de slegerì la fadiga de la giornada con la musica. E el ritmo continov el fa vibrà sia quèi che guida, sia i passegger, che i struttur meccanich, fin a trasmètt ai vettur visin on segnal musical, ridòtt a la sempliz sfilza de battit ritmaa. A ona coppia de anzian ghe fa piasè vèss fermi al semafor per continoà el discors che aveven appèna inviaa.
E in sul poggioeu, al primm pian del vègg palazz, la tosètta la segutta a giugà. La lassa la bambola (fòrsi la s’è indormentada in de la soa cuna, quattada del sò strascètt celèst) e la va visin a la balaustra; ona ringhera de fèrr deformaa in di disègn d’on liberty ch’el temp l’ha faa diventaa negher.
La guarda giò travèrs la ferrada e i brascitt se tacchen al corriman i pee comincen a andà adree ai girivòlt del fèrr battuu, vann sù per i intrècc metallich, vann adree ai foeuj, passen da on gir a l’alter. La tosètta la va sù, la compariss, la torna giò, la va sù ancamò, la se spòrg.
Dai auto partiss on primm colp de clacsòn: i finestritt vègnen tiraa giò ona man la fa sègn a la piccola figura in su la ringhera. La sciora anziana la lassa in sospes el sò discors, la tira giò el finestrin, la vosa on quaicòss. El marì anca lù, con la vos rauca d’on nòno spaventaa. Da ògni macchina partissen son, vosà, riciamm, invid a quèi che passa in sul marciapee perchè on quaivun el faga on quaicòss.
Da la pòrta-finèstra del poggioeu, sbarattada riva nissun segnal. E la tosètta, come nient, la segutta la soa pericolosa esplorazion che ghe pias: per moeuves ghe basta pòcch. La se spòsta leggera da ona foeuja de fèrr a l’altra. La se pòggia a ona piccola “coròlla”, la fa leva, la se sping pussee a dèstra, poeu pussee in alt. La brascia sù la ringhera, la slonga el còll e el crappin vèrs el voeui.
Gh’è pù nissun ch’el varda el semafor: desènn de oeugg hinn pontaa su quèi trezzitt.
On gioinòtt el va giò de la macchina, el va svèlt vèrs el porton, i “nòni” vosen de noeuv: nissun riciamm el ghe riva, tròppa ciappada in quèll percors mai faa prima.
On attim e finiss tutt. Anca quèll gioeugh l’ha stuffida.
Fòrsi la soa pigòtta la s’è dissedada. Fòrsi i sò compit de mama piscinina la ciamen in d’on’altra part. I pescitt vann giò svèlt da l’intrècc de fèrr. La torna a la cuna. La tira sù el strascètt celèst e la spariss in del scur de la pòrta. De là ghe sarà el sorris d’ona mama che la s’è accòrta de nagòtt, a ricevela.
Da sòtta, el semafor l’è tornaa verd, i macchin se moeuven, isolaa e distratt e ognidun el partiss de noeuv ciappaa di sò penser. Ognidun domà per sè medèmm.
 
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LÈ MÈJ EL MATERAZZ CHEL 0,01 DINTERÈSS
Ona vòlta gh’era la banca. Per carità, la gh’è ancamò. Gh’hinn ancamò: hinn tanti e molto potent. Ma hinn pù quèi d’ona vòlta.
S’hinn accòrt quèi che in ’sti dì in del controllà l’estratt del trimèster, hann scopèrt che l’important istitutt de crèdit – quèll nassuu in seguit a on splendid accòrd tra banch stòrich e cass de risparmi – in sul cunt corrent vègg de pussee de vint ann ghe riserven on interèss attiv (se fa per dì) del 0,01 per cent, ch’el voeur dì el vun per desmila. Var a dì: se vun el gh’- ha in banca desmila euro (vint milion d’ona vòlta) el pò ciappà on euro (dòmila franch) d’interèss. A l’ann.
L’è l’istèss che dì nient. Anzi, scriv domà el zero a la vos interèss el sarìa pussee onèst e vegnaria minga el nervos.
Se’l controlla, cont ona telefonada giusta che se tratta minga d’on error de stampa e nanca d’on trattament che le castiga in manéra particolar, el risparmiador (se fa anmò per dì) el se accòrg che i sò danee in banca ghe costen on patrimòni. Perchè contra el fantastich interèss del 0,01 per cent gh’è de fà cunt anca di spes per l’amministrazion del cunt corrent, di operazion e di servizzi inscì tanto raccomandaa de la banca. L’è quèsta la spiegazion che ai sportèi gh’hann nò difficoltà a fornì.
Gh’era ona vòlta la banca, indoe el risparmiador el portava i danee per fai gestì con bon sens del bancher e del consili d’amministrazion. Ona scèlta de fiducia in cambi de l’impègn de conservà quèll capitalètt e a fall crèss in manéra intelligenta: i banch tiraven sù i cà, finanziaven ò metteven i danee in di impres, offriven i servìzzi e i util eren distribuii, in piccol ma valutabil quantità, ai “correntista”.
Incoeu l’è pù inscì: la banca – spieghen i operador – l’è on centro de servìzzi, ch’el offrìss attività e operazion de tanti sòrt, che vann pagaa. Se te voeuret fà rend i tò danee te ghe de cattà foeura in che manéra impegnai. In “fondi” in “titoli di Stato”, in azion e in alter mila possibilità. La banca la te da ona man a scernì, ma a decid te devet vèss tì.
E se te gh’hee nò di danee d’investì, se quèll del qual te gh’hee de bisògn l’è domà on cunt corrent, te gh’hee de pretend nagòtt in cambi. Te fann giamò on piasè a conservatt al sicur el tò stipendi e se fann pagà quèi pòcch desènn de euro a l’ann per i spes che, per colpa toa, gh’hann de sostegnì.
Eppur quèsta l’è la stèssa banca che per vint ann l’ha incassaa tutta contenta i rat del tò prèstit per la cà. Allora – eren temp d’inflazion – el tass d’interèss l’era del 14 per cent. Se te andavet in ross in sul cunt, la “penal” l’era pussee del 20 per cent. Se diseva che l’era ròba de strozzin.
E inveci eren ciallad: l’interèss attiv l’era del 10 per cent e el rappòrt fra l’attiv e el passiv l’era de vun a duu. Al massim.
E incoeu l’interèss attiv l’è al 0,01 per cent. L’interèss passiv se el cunt l’è in ross l’è del 11,75 per cent. L’è come dì 1.175 vòlt de pù.
Se gh’èmm de fà? I nòster vègg ne raccomandaven: «Tì ten nò i danee sòtt el materazz, mètti in banca, fai laorà».
E inveci el gh’aveva reson l’Arbore: el materazz anca per i danee l’è la felicità.
 
 
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LINQUISIZION DE CONDOMÌNI
«El soo mì chi l’è staa… el ragionatt del tèrz pian. Sì, quèll cont’el cagnoeu. L’hoo vist cont i mè oeugg: in del sacchètt del ruff el gh’aveva anca ona bottiglia de plastica e duu biccer ròtt… El can ch’el boia de nòtt e adess el ghe fa pagà anca la multa de l’Amsa!».
«Sì, ma mì la paghi nò. Perchè gh’hoo de pagà mì la multa per i biccer del ragionatt?».
Discors de condomìni. De condomìni colpii de brutt per avè minga rispettaa i regol che gh’è in su la raccòlta differenziada del ruff: spazzadura normal, veder, carta, plastica… e gh’è minga manéra de fà i furb perchè i “operador ecologich ormai hinn di investigador super-specializzaa.
On’oggiada e induvinen subit el sacch sospètt.
Mèj di finanzier in dogana, mèj di agent de l’antidròga.
Anzi gh’è in gir i vos che l’Amsa l’è adree a organizzà di repart cinòfil, cont i can ch’hann imparaa a usmà el ruff.
Allora come l’è che se pò difendes?
Come se pò scoprì el colpevol? L’argoment l’è a l’ordin del dì de tanti assemblèi condominial. Hinn staa propòst di contròll a sorpresa in di appartament, turni de guardia ai bidoni, rond in del dì e de nòtt, per sorprend el malnatt giusta in del moment del tradiment. I sospettaa hinn guardaa con diffidenza, saludaa in manéra frèggia e esclus da ògni iniziativa. I riunion con l’amministrador ris’cen de trasformass in procèss ai strii cont i potenziai inquinador de spazzadura soggètt a minacc minga tanto velaa.
Però fin’a pòcch temp fa el front di lamentèll l’era compatt (quèi che se lamentava eren del tutt d’accòrd) I stèss accusador d’incoeu manifestaven di dubbi bèi ciar. «Ma chi l’è che ne garantiss – diseven – che la raccòlta differenziada la serviss davéra? Mì hoo legiuu che poeu finiss tusscòss in di stèss discarich e in di stèss inceneridor». Vos, sospètt e protèst:
«Allora tirèmm via la tassa per la raccòlta del ruff…».
On front mandaa a tòcch dai mult de tucc, perchè i mult hann risvegliaa i coscenz ecologich assopii. Fòrsi sann nò i inquisidor del dì d’incoeu che prèst anca Milan el podarìa seguì l’esempi de alter città in doe la raccòlta differenziada la preved anca la division fra el sècch e l’umid, cont el pòrtaruff doppi in cusina, i sacchètt che se dislenguen in de per lor e, soratutt, el sòlit dubbi che ingòssa: «Ma la carta “semiplastificada” del cervellee la va in de la carta, in de l’umid ò in del sècch?».
 
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LÈ MÈJ SARAI SÙ IN DON CORTIL DON MUSEO COME ON BALLABIÒTT
“Ballabiòtt”: espression dialettal che la voeur dì “persòna che la var pòcch, de la qual se pò nò fidass”: tra el sempliz facilon e el ver e pròppi imbrojon”.
I vègg milanes sann però che per capì ben el sò ver significaa se dev fà duu pass in centro e pontà in su la Pinacotècca de Brera. Gh’è minga bisògn de pèrd tanto temp tra i sal per ammirà di quader meraviglios. L’è assee andà denter in del cortil de l’Accadèmia e guardà. Lì, in mèzz, bèlla granda gh’è la statoa dedicada da la città a Napoleon.
L’imperador, el grand conquistador, che l’avarìa dovuu sfilà cont i trupp sòtta l’arch de trionf del cors Sempion, l’è immortalaa in del bronz senza vestii: biòtt, come on dio grècch. Almen quèsti eren i intenzion de l’artista.
Ai milanes di primm temp del Vòttcent però la scultura l’ha faa on effètt del tutt divèrs. I popolan, ma fòrsi anca i nòbil, hinn minga riessii a vedè in quèlla statoa nient de eròich ò de spriritualment classich. El comment de tutti l’è staa molto sempliz: «El par vun ch’el balla biòtt».
De chì, la dis la tradizion, el soranòmm “ballabiòtt” daa prima a la statoa del Napoleon (che l’è stada sarada in del cortil de Brera inveci che missa in mostra in d’ona piazza) e poeu a chissessìa ch’el se comporta senza serietà.
Tutt quèst per dì che el succèss ò la mancanza de succèss d’on monument di vòlt l’è ligaa a di fatt che gh’hann pòcch a che vedè cont el giudizzi artistich ò cont i premèss colturai che n’hann stabilii la realizzazion.
I statov, a differenza di quader, gh’hann de spèss ona fonzion pubblica e donca, cont el pubblich gh’hann de fà i cunt.
Basta pensà che fin fann i monument de significaa politich:
miss in mostra in de la bòna sòrt, spostaa in di canton sconduu
quand cala la popolarità del soggètt che gh’è rappresentaa, adrittura tra giò e distrutt quand, cont on improvvis cambiament, la popolarità calada la diventa on cròll violént.
Per quèst, se el Comun el decidarà de rivedè la posizion e l’esistenza stèssa de cèrti monument cittadin, el doarìa tegnì cunt, oltra ai valutazion di tecnich, di espèrt e di critich, anca del giudizzi de la gent, che, tutt’i dì, si e troeuva denanz ai oeugg. Monument magari senza on particolr valor artistich, ma car ai abitant d’ona zòna perchè ne fann part “da semper” e hinn ormai on element del qual se pò nò fà a men perchè el fa part del panorama sentimental disegnaa dai lor ricòrd.
Alter òper, inveci, anca se firmaa da famos autor, hinn minga riessii a conquistà on spazzi in del spirit de la città e di milanes: realizzazion ch’hann minga savuu causà entusiasmo ò affètt, ma nanca l’ironìa distaccada necessaria a creà on soranòmm per toeu in gir. Basta pensà a la Guggia e Fil” del piazzal Cadòrna ò al misterios “Monument al Pertini” in via Manzon.
E hinn quèsti i òper ch’el Comun el doarìa fà sparì, magari sarandoi sù in del cortil d’on quai museo in doe di espèrt, student e studios pòden esaminai e ammirai, e sparminn però la vista ai passant ingenov.
Pròppi come el vègg “ballabiòtt”.
 
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MA MILANES SE NASS OPPUR SE DIVENTA, CONT EL RESPIRÀ LARIA E LA SCIGHÉRA?
Abbundius de Solario, Bernardo de Caponago, Donatus de Erba. L’è la metà del Quattercent: l’ambrosin, per i milanes, l’è la moneda in vigor, almen come pò vèssel on fiorin dòr, e i nòmm di trii famos cittadin se pòden leg in del longh elench di Noeuvcent del Consili General de “l’Aurea Repubblica Ambrosiana” «eletti il 17 Agosto del 1447 dai Capitani e Difensori della libertà dell’eccelsa ed illustre Comunità Milanese». Trii nòmm fra i tanti che ne dimostren senza ombra de dubbi i origin pù ò men lontan da la cinta di mur urban. Gh’è i De Balsamo e i De Merate, i De Padua, i De Castano e i De Bustis, mes’ciaa ai Vicecomes, ai Ghiringhellis, ai De Biffis, ai Boffinis, ai Ferraris e ai Sancto Ambrosio. E lor, i milanes de Novaa, de Bollaa, de Vimercaa, de Meda, hinn ona grand part di famos personagg ciamaa a governà la libera città in chi trii ann de “aurea repubblica” fra i Signorii di Visconti e di Sfòrza. Milanes “arios” se disarìa incoeu, l’è vera però tanto introdòtt in de la vita e in de la stòria de la città, de vèss cattaa foeura per fà part del sò govèrno.
E fòrsi anca allora on quai De Bossiis, ò Capra, ò Crivellis l’avrà brontolaa che «ormai de milanes vera in ’sta città sèmm restaa in pòcch». Senza immaginà che, in di sècol, alter milion de forestee se sarien trovaa in sui Navili per costruì la vita e la stòria de la città. Inscì se on quaidun el vorèss cercà de spiegà ’se voeur dì vèss milanes, el podarìa de sicur “pontà” in sul laorà, in su la “capacità impreditorial”,
in sul spirit d’iniziativa, in su la voeuja d’impegnass per el ben comun, senza desmentegà i manii de grandèzza tipich del “bauscia” pront a risòlv tutt’i problèma cont el classich “ghe pensi mì”. Ma el doarìa anca tegnì cunt che quèsti hinn pregi e difètt d’ona città in de la qual i “forestee” e i fioeu di “forestee” hinn senz’alter in mag gioranza. Come se cèrti caratteristich se podessèn assorbì con l’aria che se respira, insèma a la scighéra.
Allora, fòrsi, el bèll de la milanesità, prima d’ògni altra considerazion el sta pròppi in del vèss bon de accògli e de fai diventà simil. Ò, mèj, in de la disponibilità de offrì a tanti, se minga a tutti, l’occasion de laorà per lù e per i alter.
Cèrt, minga semper el clima l’è el stèss. L’ondada d’immigrazion di ann Cinquanta e Sessanta l’ha sollevaa anca di ostilità e di manifestazion de razzismo. «Non si affitta ai terroni» («Se fitta minga ai terroni») se podeva leg su ona quèi cà. Ma adèss i fioeu de chi immigraa lì gh’hann di pòst de responsabilità e anca important.
E incoeu? Incoeu la noeuva frontiera l’è rappresentada dai miara d’immigraa rivaa d’ògni part del mond. E allora la scommessa l’è pròppi quèsta. Vedè se in di pròssimm ann la città la savarà ricev, inserì, ma soratutt milanesizzà anca ’sti noeuv rivaa. Oppur se, come se preòccupa on quaidun, i differenz profond de stòria e de coltura che ie separen da numm gh’avarann la mèj e finirann per ciappà pee in su l’anima de la città e creà ona noeuva realtà che adèss però se rièss nò a pensà.
 
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LA TERRIBIL MALEDIZION DE LA CALDÉRA DE CAMBIÀ
«Che la rabbia del Signor la te ciappass cont ona violenza foeura de la nòrma e che la te obbligass a cambià la caldéra de cà». L’è difficil immaginà ona maledizion pussee greva de quèsta.
Tutt comincia cont el rivà d’on tècnich per on “preventiv a gratis”. El personagg in question, ciamaa in manéra sintètica “tèrmotècnich”, l’è, a dilla tutta, ’na sòrta de èsser che ’l continoa a cambià facciada, ’na via de mèzz fra el trombee d’ona vòlta e on consiglier de Cassazion.
Lù el rièss a parlà senza fass di problèma de tubi, de la manéra de taccass a di alter tubazion, de normativ nazionai, regionai, comunai, e el tira in ball ògni dodes second la Gazzètta Official.
Quèll che vègn dòpo, l’è condizionaa dal tipo de abitazion de proprietà del maledètt (intes come chi l’è staa colpii de la maledizion). Quèll che vègn foeura cont el minor di mai l’è el padron d’on appartament in d’on condomìni.
La caldéra de cambià in ’sto cas, la se troeuva in cusina.
L’è facil: se tira giò el brusador vègg e se mètt sù quèll noeuv. Nò! Gh’è ’l problèma del “gombet”. Nient de vedè cont l’articolazion umana: el gombet, el sarìa el tubo de scarich di fumm de la caldéra, che (Gazzètta Official a la man) el gh’ha d’avègh on element vertical d’ona longhèzza proporzionada al pròppi diàmetro. E naturalment el gombet vègg el gh’ha minga i giust proporzion.
Soluzion: ò se tira sù ’l bus d’entrada in del mur (che però l’è giamò tròpp vesin al soffìtt) ò se sbassa la caldéra.
E l’è inutil che el scarognaa el cerca de spiegà che l’ impiant in question l’era giamò lì quand lù l’aveva compraa l’appartament “termoautònomo” e che tutta la cusina l’è stada montada intorna a la posizion de la caldéra: motor immòbil intorna al qual la s’è sviluppada la sistemazion di mòbil pensil e di elettrodomèstich. Nient de fà: la caldéra la dev vèss sbassada; in caso contrari, l’impiant el gh’avarà minga l’abilitazion e, per quèst, la condanna la sarà del gel etèrno e cunta pòcch se, in che la manéra chì, la cusina la va trada giò e fada sù de noeuv, cont i mòbil pensil pussee bass e on frigo noeuv de pacca, perchè quèll vègg (a incàss) l’è foeura de misura per podè adattall a la noeuva sistemazion.
Ciallad a paragon de quèll che ghe spètta al proprietari d’ona cà mònofamiliar. Chì el problèma (a part quèll del gombet che ’l gh’è semper) el va a toccà tutt l’impiànt, in doe el se troeuva e la soa alimentazion a gass.
La caldéra l’è sistemada in d’on local che ’na vòlta ’l se ciamava in manéra sempliz gabinètt, ma che al dì d’incoeu, anca se gh’è minga la dòccia ò la vasca, l’è catalogaa, con rigor, come bagn. E lì – el dis l’èsser misterios – la caldéra la pò minga stà. Ghe podarìa stàgh ona “turbo”, ma minga i tubazion del gass.
E su l’utilitaa d’avègh ona caldéra senza combostibil se podarìa dervì on simpatich sipariètt.
Donca vegnèmm ai contromisur: la caldéra la gh’ha de stà foeura de la cà, dedree, in doe gh’è la possibilità de fà rivà el tubo del gass (ch’el gh’ha de vèss in d’on tòcch soll, senza di giontùr) che da la facciàda, in dove se troeuva el contoeur, el traversarà tutta l’abitazion grazie a ona serie de perforazion faa ’me se dev.
Altra possibilità: fà passà el gass per la cusina, in dove, diversament che in del bagn e in cantina, i tubazion pòden avègh tutt’ i giont che se voeur, «perchè – el dis l’espèrt – se gh’è ona pèrdita, la spuzza la se fa sentì subit». Rivaa in sul dedree de la cà, se incassarà la caldéra in del mur. De lì se partissarà cont ona serie de tubi in bèllavista e, soratutt, cont ona meraviliosa “cappa” d’on bèll luster azzal che ’l rivarà al soree, el sbusarà e ’l saltarà foeura de sora di copp.
E l’è in ’sto moment che ’l pòver òmm el scoprìss che ’l sarìa pussee facil lassà stà la caldéra e cambià cà.
 
 
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FRIGORIFER DE CAMBIÀ? DIGHEL: TEL VEDAREET A GUARÌ
«Orco sciampin… credi pròppi che doaroo cambià el frigo.
’St’estaa l’ha cominciaa a perd di colp e adèss, dent per dent, el pèrd anca l’acqua…».
«Ma tì te ghe l’hee dii?».
«Dii? A chi?».
«Al frigorifer».
«Ma te see foeura de coo, ò te me toeuvet in gir?».
«Nò, nò, parli sul seri. Tì proeuva a dighel. Ò mèj anmò, fa come s’el ghe fudèss minga. Comincia a ciappà di misur, sègni in su on fojètt, e dì a vos alta che te devet fà on gir in di magazzin per vedè i modell e i prèzzi. Parlen con la toa miee…».
«Ò Signor, te see diventaa pròppi matt…».
«Tì fides. Fa la proeuva. A la pesg te comprareet on frigo noeuv. Ma te garantissi che di vòlt el fonziòna. A mì l’è giamò succèss pròppi cont on frigo e poeu cont on televisor,
I immagin eren sbiavii e anca i color eren minga bèi ciar. Inscì hoo cominciaa a fà el necessari per sostituill:
misur, prèzzi, march e i discussion in famiglia se scernì “tubo catòdich” ò “plasma.” Temp ona settimana el mè vègg televisor el s’è rimiss a fonzionà che l’è ona meravilia.
Soo nò come spiegall, ma di vòlt i macchin el fann: par che sien lì, lì per s’cioppà, tì te se rassègnet per dovè fà la spesa noeuva e lor se “riprenden”. Inveci con l’otomòbil m’è succèss pròppi tutt’el contrari. Almen on para de vòlt m’è capitaa che ona macchina veggiòtta, che però tutt sommaa la fonzionava anmò ben, la s’è bloccada tutt a on bòtt quand hoo ordinaa l’auto noeuva. Pareva che l’avèss decis de fermass per semper. Tanto ormai…».
«Son semper pussee preoccupaa per tì. Guarda che ’sta toa fissazion l’è minga normal: te pòdet nò pensà che onelettrodomestich “el guarissa” ò ona macchina la se “sui  cida” domà perchè hann sentii che tì te voeuret cambiai».
«Eppur l’è succèss. E l’è nò che ’l var domà per i macchinari.
Gh’è anca i piant».
«I piant?».
«Sì i piant. ’Scolta. Mì gh’avevi in del giardin on acer splendid. Cressuu ben, ben proporzionaa, con di foeuj molto bèi che in de la stagion cambiaven color dal ross al verd. Ona meravilia. On quèi ann fa però, el s’è malaa.
L’ha cominciaa a pèrd i foeuj. I ramm diventaven sècch. El perdeva fina di gròss tòcch de rusca che lassaven vedè on lègn sutt, senza linfa, senza vita. Me dispiaseva tanto, ma hoo pensaa che ormai ch’era pù nagòtt de fà. Podevi domà trall giò e mètten on alter al sò pòst. Con la mia miee avevom pensaa a on ciprèss. Ona pianta magnifica, drizza, compatta che domà in de numm la fa pensà ai cimiteri.
Se se va in Toscana, inveci, ghe n’è depertutt. Anzi, dato che serom in de chi part lì, sèmm andaa a vedè in d’on para de vivee quanto costaven e de che grossezza se podeven portà a cà in macchina. L’era estaa, gh’avevom giamò ona quai tonellada de valis e de bagali vari. El ciprèss el ghe stava pròppi nò. Inscì sèmm tornaa a cà senza: avarion decis on’altra vòlta. L’acer l’era semper pussee mal ridòtt, ma in primavera gh’è rivaa el miracol. L’è ripartii a la granda: ramm noeuv, foeuj splendid, ciòma spèssa e semper pussee alta. Rèsten domà i cicatris de la rusca. Come l’è success? El soo nò. Come per el frigorifer e el televisor, Anzi a pensagh ben quèst l’è on sistèma ch’el doarìa dovrà anca el Comun. L’è ann ch’el trà giò i piant malaa. I platen hinn sparii. Fòrsi el dovaria limitass a dà l’inviada a ona quai sostituzion: on quai tecnich, dò misur, on geòmetra ch’el programma in doe mètt i fust noeuv. E chissà mai, magari in la primavera de l’ann dòpo, gh’è tutt risòlt ».
 
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ONA VITA SPENDUDA A BARCAMENASS TRA I TELECOMAND
«Vorevi cambià canal e gh’è partii el condizionador. Inscì mì hoo cominciaa a pensà che in la cà ghe fuss on quai demòni “elettromagnetich” bon de invià ò de smorzà per el piasè sò de lù, elettrodomèstich e apparècc tv. Nient de tutt quèst. Mì avevi domà sbagliaa el telecomand: vorevi passà in sul Canal 5 e schisciavi ’me on matt el tast de fà invià el condizionador». Quest l’è inevitabil in di cà in doe i telecomand aumenten dì per dì, spars tra i tavol e i divan, i mobilètt e i ciffon.
Fin’a on quèi ann fa el telecomand l’era vun e l’era l’unich, ver segnal de comand in de la famiglia: el scètter del capp, el baston del “pòtere” senza limit, var a dì come quèll che ona vòlta in di campagn del Vòttcent, eren staa i ciav de la di spensa.
In sul tavol ò in su l’ottomana el telecomand el vegniva miss arent al resgiô ch’el podeva dispònn com’el voreva.
Amabil sciori dispòst a lassà in man di miee tutt l’andament de la cà e a subì i sò scèlt in materia de vestì, mangià e vacanz, faseven varè l’autorità che ghe competeva, pù ò men spòttica, in sui programma de la television. Ma quèst l’era domà la “preistòria. A mètt prèst in crisi quèll modell ecco el moltiplicass di televisor. Giamò el vegnì avoltra el second apparècc (in cusina ò in stanza de lètt),  l’ha creaa i primm rottur in quèll sistèma de “pòtere”. E quand anca i fioeu hann conquistaa el diritto a on pròppi televisor, gh’è crollaa tusscòss. El “potere” tv del resgiô l’è sparii come anca l’union famigliar, sparsa tra i vari apparècc, in di divers stanz, a guardà programma different. E l’era minga finida. Ai duu ò trii telecomand tv hann cominciaa a giontass quèi del videoregistrador e del complèss hi-fi. E quand i videocassètt hann lassaa el pòst ai dvd, el videoregistrador, cont el sò telecomand, l’è restaa a bon cunt al sò pòst, come lettor di vègg cassètt e come strument de registrazion di programma tv. Ma a
fagh compagnia intrattant gh’era rivaa el “decòder” di ret satellitar (ò digital) cont el sò regolar comand a distanza.
Poeu l’è stada la vòlta del condizionador, e el numer di comand a distanza l’è aumentaa anmò pussee:
tanti, (se pòden telecomandà anca i tapparèll, i lampadari e i ventilador de soffitt) tutti che se somèjen de fà spavent e altertant inutil se pontaa contra l’apparècc sbagliaa. Ògni tentativ de mes’ciall l’è destinaa senz’alter a fallì e anca la soa sostituzion l’è on’impresa minga de pòcch.
Quand on telecomand el se s’cèppa l’è praticament impossil trovà anmò el stèss mòdell: se dev ripiegà sui modèll universai. Pù ò men dotaa de fonzion, che salten on poo de chì e de là, fassaa sù in di sò tutinn de gòma, i universai vann “taraa” second la marca del televisor. “Attenzion però” el spiega el gentil commèss del negòzzi d’elettrodomestich, “i còdes d’identificazion de la marca hinn riferii ai modell abbastanza recent. Se el televisor l’è molto vègg, gh’è’l ris’c che fonziònen nò”.
«Ma allora – gh’è de domandass – a cosa servèn?». Se’l televisor l’è de adèss l’è anca el telecomand, che se spera el fonziòna anmò ben; e se pròppi el dovèss rompes cuntum de trovà anmò el modèll original. El ricambi universal el sèrv giust per sostituì i telecomand vègg e che ormai fabbrichen pù».
E l’è inscì, al de là di scrupol del commèss. E a l’elenco di telecomand domèstich se pò taccà anca l’ultim rivaa: el sostitutt.
 
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EL VER PRIMM DÌ DE LANN TRA EL TORNÀ A CÀ E I CANTIER STRADAI
Ma sèmm sicur ch’el primm dì de l’ann el sia el 1° de Genar? Le dis el calendari, ch’el fa scattà in quèll dì el passagg d’on ann finii, a quèll che ven dòpo, inscì come el compleann el sègna per ognidun ona tacca noeuva in su la strada de l’inveggì che de fatt el proced ògni dì.
In realtà, però, “passada la fèsta” del Primm, cosa, cambia el 2 de Genar? Pròppi pòcch! Quèi ch’hann lavoraa el 30 ò el 31 e hann minga ciappaa di feri se troeuven ancamò in de la sòlita “routine” lavorativa. I fioeu continoen i vacanz fin dòpo la Befana. Ma i ritmi de la vita rèsten i stèss; l’è difficil individoà on quaicòss de completament noeuv in de la prima settimana de l’ann.
A pensagh ben, el ver inizzi de l’ann l’è el 1° de Settember.
L’è chì che scatten i novità: a scòla e al lavorà.
Scolar e insegnant tornen in di class per ona noeuva stagion scolastica e in di aziend ciappen el via i programma noeuv, i modifich organizzativ, i progètt studiaa a “tavolin” prima di feri. Donca cambiament in di aziend e quèi pussee sempliz in di cà, tanto studiaa e miss de part in di mes estiv, finalment ciappen còrp.
E anca in strada la musica la cambia minga; a ògni ripresa se troeuva di rotond noeuv, on quai sens unich modificaa, on tratt noeuv a velocità controllada elettrònicament on semafor perfezionaa, on “stòp” noeuv.
Cèrt se se ritroeuva anmò tutti insèma (però con minga tanta passion!) in di vègg ingorgh, ma anca chì no manchen i novità: deviazion minga conossuu, cantier mai incontraa, cov su di strad che fin a pòcch settimann prima se podeven percorr bèi spedii. Ò quasi.
Quèst’ann, in manéra particolar, par ch’el Comun e i aziend di servizzi se sien daa de fà. L’è assee girà per la città per accòrges: cantier piccol e grand, asfalt rifaa, tubi ò cav miss giò noeuv, scav e scavètt, segnalètica, cavallètt, percors obbligaa, streccioeur e invasion provvisòri di corsii preferenziai per superà ona quai interruzion de la careggiada ordinaria.
On campionari molto largh de ostacol e interruzion che finissen per causà di noeuv blòcch de la circolazion, cov che finissen pù (che continoen fin a sera tardi), noeuv ingorgh, che se gionten a quèi giamò conossuu e che serom sicur de trovà ancamò quand tornavom di vacanz.
E anca quèsta, in fond, l’è ona novità. Numm serom abituaa ai cantier stradai in di mes estiv, cont el traffich ridòtt ò adrittura a la città quasi desèrta: numeros, segnalaa, compagnaa dai scus di responsabil (sòlita la “formola”: «Abbiov pazienza, sèmm ’dree lavorà per vialter»), ma semper pront a vèss sarà sù e smontaa prima de tornà di vacanz.
’Sta vòlta inveci ecco la sorpresa: i cantier n’hann spettaa! Hinn tucc lì, in mèzz a la strada, pront a ricevegh quand tornom e compagnagh in ’sti primm giornad de ripresa del laorà. Giusta per rend anmò pussee difficil el tornà ai vègg fadigh e a impègn noeuv. E anca quèsta, in fond, l’è ona novità de ver Primm dì de l’Ann.
 
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CHE TOCCASANA QUEI PICCOLI COLPI DI FORTUNA!
«Per compensare la jella di questi giorni dovrei vincere due Lotterie di Capodanno di fila».
La Lotteria, sinonimo di grande fortuna, come il vecchio 13 al Totocalcio o il 6 al Superenalotto. Ma c’è anche un altro tipo di fortuna: quella spicciola, quotidiana, senza squilli di tromba. Quella buona per far scoppiare di invidia amici e parenti.
«Dove hai posteggiato la macchina?». «Qui sotto. C’era un buco proprio qui davanti». E il collega che ha appena parcheggiato a due chilometri dall’ufficio impallidisce.
È la stessa buona sorte che accompagna chi, immancabilmente, sceglie il fine settimana giusto, quello con il sole al mare e la neve in montagna, mentre i colleghi, che hanno puntato su un altro sabato, si trovano a battere i denti in spiaggia o a guardare l’erba sulle piste.
E i saldi? Al momento buono, quando i negozi offrono occasioni imperdibili, c’è sempre una signora che riesce a trovare a prezzo ultrascontato il vestito della taglia giusta e della tinta desiderata, lasciando alle amiche modelli bellissimi, ma confezionati su misura per donne cannone o adolescenti a rischio anoressia.
Stessa classe del distinto signore capace di scendere in metropolitana o di raggiungere la fermata dell’autobus nel preciso istante in cui, in fondo al rettilineo, si vede sputare la sagoma della vettura che altri attendono impazientemente da decine di minuti. Senza dubbio si tratta del medesimo personaggio che, quando, per un comprensibile attimo di distrazione della sua buona stella, si ritrova con una ruota a terra, scopre sorridendo di aver forato esattamente davanti alla bottega di un gommista, che risolverà il problema in pochi minuti, senza perdite di tempo, fatica e imprecazioni.
anmò
di studi officiai al riguard), che la gent la se troeuva in di negòzzi ò in di bar a ondad: gh’è in certi moment ona fòlla de soffegà e in alter moment gh’è di paus de voeui, cioè gh’è quasi nissun. El san ben sia i commèss che i barista, che spètten cont ansia chi moment lì de intervall per ciappà fiaa, senza mancà però d’avè prima servii quèll client che, se sa nò perchè, el rièss semper a andà denter in del cervellee sòtta cà ò al bar che gh’è in sul canton, pròppi in del moment che i commèss e i barista hinn a soa completta disposizion. L’è question de cavicc? Cèrt. Con tutta probabilità l’è la stèssa fortuna che le pòrta a l’Asl, ò in banca, ò a l’Offizzi di Tass, pròppi in del moment che ògni coa l’è sparida e l’è possibil streppà de la macchinètta che ie distribuiss, el bigliettin cont el numer che, per magìa, l’è adree a comparì in sul “display” de vun di sportèi.
La sarà anca senza dubbi la stèssa “nasta” che la ghe suggeriss, appèna vegnuu foeura de la farmacia cont ona confezion de pinol in man, de indovinà subit el lato giust in doe se dev dervì la scatola, In ’sto cas, se disarà, l’è minga on grand colp de fortuna: i probabilità de succèss hinn del 50 per cent, L’è vera! Ma allora perchè gh’è de la gent che la catta semper foeura l’alter lato, quèll in doe i pinol se presenten faa sù in del “bugiardino”, el fojètt con la composizion, la “posologia” e l’elenco di terribil effètt negativ che gh’hann?
Question de bòna sòrt, apponto: de piccol colp de fortuna che hinn on rimedi minga de rid per la qualità de la vita. Cèrt, vinc a la Lotteria ò al Superenalòtt l’è on’altra ròba. Ma anca ’sti piccol bèi sorpresinn giornalier de la fortuna iutten a viv mèj e a comincià la giornada cont on sorris: e quèst l’è minga ona ròba de pòcch!
 
 
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INCOEU SPOS: IN DE LA LISTA NÒZZEGHÈ L NUMER DEL CUNT CORRENT
«T’hee sentii? Se sposa la tosa del Franco. Bisògnarà fagh el regall».
Se comincia semper inscì: prima el se nonzia a vos, poeu gh’è la comunicazion official, con la patecipazion e i benis.
Quèll che gh’è cambiaa l’è quèll che ven dòpo.
De quèll moment lì, ona vòlta, per parent e amis scattava la caccia al regall giust: bèll, util, a on prèzzi proporzionaa al grad de parentèlla ò de amicizia. El mèj (in del caso de parent a la lontana ò de conoscénz on poo superficiai) on quaicòss de grazios a on prèzzi ragionevol.
El “colp de maester” (de tegnì segrètt al massim) l’era de riessì a “riciclà” on regall ricevuu on poo de temp prima e conservaa con tanta cura spettando la bòna occasion.
El ris’c (per i spos) l’era de ricev oggètt pòcch gradii:
l’orribil vas de la zia Pina ò l’improbabil spègg d’anticamera (de sicur frutt de “riciclagg”) regalaa da ona collega d’offizzi. L’alter pericol l’era quèll di “doppioni” “triploni” e multipl vari: trè zuccherer ugual, vundes cabaré de divèrs misur, bon per servì in tavola inter disnà aziendai.
De chì la grand invenzion dé la “lista nòzze”. Daccòrd cont on negòzzi specializzaa e con la presentazion d’on elenco cont el dettali de tutt quèll che gh’hann voeuja d’avè i spos: a partì dai piccol oggètt che se dopéra semper (e che costen pòcch) a quèi pussee raffinaa e important per la cusina, per la tavola e per la stanza de lètt.
Còmoda, pratica, util, ’sta noeuva soluzion la sollevava amis e parent de ògni sfòrz de fantasia, ma ’l cancellava in d’on colp soll, la possibilità de “riciclaggi ò de fà di bèi figur” a pòcch prèzzi. Con la lista se pò nò barà: l’impègn de la spesa l’è scritt bèll ciar visin a l’oggètt cattà foeura.
Anca ’sto sistèma però el comincia a fà vedè la còrda. El matrimòni e l’allestiment de la cà noeuva però minga semper corrisponden. Tanti còbbi riven a la cerimònia (religiosa ò civil) dòpo on certo temp che viveven insèma. La cà la gh’è giamò e l’è anca mobiliada. Gh’è domà de completalla ma quèll che manca però l’è minga assee per tra insèma ona “lista nòzze” e che per de pù farien part di pian alt de la scala di valor e di cost. Piatt, pignatt, posad, piccol “elettrodomestich” hinn giamò al sò pòst, in di armadi e sui mensol. Restarien domà certi “ricercatèzz” bei car, che i spos vorarien comprà personalment. Se gh’avèssen, s’intend i danee. Inscì come ghe farìa piasè avègh a disposizion on bèll poo de danee per fà on viagg de “nòzze” de lusso.
L’indispensabil el gh’è giamò. Manca el superfloo. E allora la soluzion l’è molto facil: parent e amis hinn invidaa a contribuì direttament. E chì i tècnich se moltiplichen.
I pussee timid se limiten a dì de dà quèll che pòden sia ai famigliar che ai amis pussee intim e hinn invidaa a consegnà l’offèrta in busta sarada. Gh’è di alter che spètten el “disnà del sposalizzi” per “tirà el colp”: con l’appògg di amis organizzen ona vera e pròpria collètta con tanto de bussolòtt de fà girà tra i tavol.
I pussee desgaggiaa e modèrni però se moeuven per temp: cioè fin dal moment di partecipazion. In sul cartonsin classich, oltra ai nòmm di spos, al dì e al loeugh de la cerimònia e del riceviment, gh’è ona nòta cont on numer de cunt corrent, in sul qual, parent e amis podarannversà quèll che intenden dà.
Insòma: né fior (né regai) ma òper de ben. A favor di spositt!
 
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EL POZZ DE SAN PATRIZZI DE QUÈLL CHEL GIUSTA TUSSCÒSS DEPERLÙ
«Buttall via? Ma te see sicura? Nò, nò. El mètti in del ripostili.
Se sa mai. Magari el podarà vegnì bon…».
Pòcch importa de cosa l’è che s’è ’dree parlà. In ’stì cas el var el “slogan” antigh di grand magazzin: da la guggia al bastiment. Pòden vèss di vègg vid ò on tostapan brusaa, on portalampada, on rubinètt ò on majon andaa giò de mòda. El ripostili l’è in grad de assorbii tusscòss: l’è lù el ver bus negher d’ògni appartament.
Tutt el dipend da l’ingòssa che ghe ciappa al padron de cà quand el gh’ha davanti el bus senza fond de la ruéra. Lee, la miee, de sòlit la par molto pussee desgaggiada. A lee ghe pias rinnovà, buttà via on quaicòss che gh’è in di stanz e svoià i guardaròba. L’è lee che la prepara serèna bors pien de ròba de trà via. Ma l’è semper lee che la gh’ha minga el coragg de rivà fin in fond a quèll che l’è ’dree a fà. Per la verità la sa che quasi de sicur el marì el se accorgiarà nò che certi oggètt che’l ricòrda nanca pù d’avè, hinn sparii. Eppur a l’ultim moment la se blòcca. La gh’ha minga el coragg de caregass completament de quèlla responsabilità. La voeur el “via libera”.
A l’è chì che tutt el se blòcca. Se comincia cont ona scèrna  precisa de tutt’i oggètt condanaa a vèss sbattuu via:
ògni tòcch el ven miss in esamm e molti, di vòlt tucc, vègnen salvaa de la condana final e fognaa via in del limbo del ripostili. In d’on quai cas, ma rar, vegnarann davéra recuperaa e dovraa anmò. Quasi semper però restarann custodii fin’al moment de ona destinazion noeuva: la cantina.
Perchè el tragitt ch’el pòrta al bidon del ruff, ò a la discarica, el preved ona seconda tappa.
El passagg el scatta in del moment che se pò minga fà a men de vedè che ghe sta pròppi pù nagòtt, cioè che tutt’i scaffai hinn pussee che pien e anca el spazzi per ri vagh l’è semper occupaa de barricad che se pò nò superà.
A ’sto ponto, dòpo continov segnalazion de la miee, anca el marì el se convinc che l’è rivaa el moment de slegerì la situazion. Ma ancamò ona vòlta l’ingòssa de la spazzadura la gh’ha la mèj. Ma pròppi pòcch oggètt vègnen destinaa direttament a la “raccolta differenziata”. La maggior part, però, perdarann anmò pussee d’importanza. Passen in cantina e domà quand anca ’sto local el sarà pien ras, sarann inviaa a la distruzion, per lassà spazzi a ona noeuva ondada de ròbb che riva.
Inscì, per on moment, el sgabuzzin el torna a vègh l’aspètt de ripostilli ordinaa, cont i scaffai, ai quai se pò rivà.
E su quèsti, come semper, gh’è ona filéra de ròbb ai quai se pò nò rinonzià da semper e per semper, al sicur de qualsessia ipòtesi de podè vèss sbattuu via: on poo de material elèttrich, tòcch idraulich, bors vègg, articol de ferrarezza.
Ma, soratutt, scatol de tòlla, perlopù nassuu per contegnì di biscòtt danes ò raffinaa confezion de ciccolatitt e adèss passaa a ospità on miscmasc de articol de menudraja meccanica: vid a taj, a stèlla, a brugola, bullon, dadi, ciòd, ciav vègg, guarnizion on poo frust, spin e pres de corrent. Cioè quèll ch’el padron de cà l’ha battezzaa cont on poo d’ironìa: “de tutt on poo”. El ver incrollabil “mito” de qualsessia “bricolagista”, el pozz de San Patrizzi in del qual ognidun de quèi che giusten in deperlor in cà, el spera de trovà el tòcch giust al moment giust.
El numer di scatol poeu l’è divèrs per ògni ripostilli. A fà la differenza l’è minga tanto la disponibilità del spazzi, quanto el spirit de cattà sù del padron de cà: gh’è chi l’è che se limita a tegnì de part i tòcch smontaa di oggètt che, finalment, l’ha decis de buttà via («Va ben, buttel pur via, ma prima recuperi el fil elèttrich e i vid»), ma gh’è anca chi, in strada, no ’l resist a la tentazion de cattà sù on bullon, on dado, on ciòd che, cont el sò sberlusì, l’ha attiraa la soa attenzion.
Perchè, el sann tucc: «El podarìa semper servì».
 
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IN OFFIZZI EL PESCADOR EL GHÈ, MA L SE VED NÒ
«E el spinning? T’hee mai provaa a “spinning”?».
«El spinning? Se l’è?».
«Ma dai… te see ’dree scherzà? El spinning: cana curta, cugiarin tiraa de la riva, streppaa sù…».
«Ah, el cugiarin… cèrt, ma hoo mai ciappaa nagòtt».
Pescador. Ormai anca lor parlen on “gergo” a base de “paroloni ingles”: “spinning”, carpfishing”, che’l sarìa poeu la pèsca di càrpen, “catch and release”, ch’el voeur dì che te buttet anmò in l’acqua el pèss appèna pescaa, “black bass” var a dì el boccalon, ò pèrsich-trutta, per i pussee raffinaa…  “Anglofili” e “anglofoni” anca lor. Ma domà in riva a on fiumm ò in del negòzzi de articol sportiv. In gir, in sul lavorà, “ a bottega” come se diseva ona vòlta, el pescador l’è difficil de fà sortì de la tana come ona “salmonada” in d’on torrent de montagna. Lù, el sta fognaa, sconduu, mi me tizzaa.
Parlà de pèsca, foeura di ambient canònich, l’è minga scicch. L’è sportiv parlà de tennis, l’è de fin cuntà sù di podisnà in sul “green” (praa) del gòlf, l’è semper elegant ricordà ona cavalcada. L’è fina intrigant parlà de caccia, magara sòttvos, per minga fass sentì de tanti collega “animalista” e “ambientalista”.
Ma la pèsca… la pèsca l’è senz’alter “out”: l’è ona ròba de pensionaa ò de fanatich.
Però… Però l’è assee guardass intorna, se càpita de andà a spass in riva a on lagh, a l’Idroscalo ò sui andann del Navili, per vedèll. L’è on scior distint che a l’improvvis el rallenta el pass, el se ferma e el varda l’acqua. El partiss de bèll noeuv, el va avanti on quèi meter e poeu el se ferma ancamò e el dà on’altra oggiada al de là de la riva. ’Sta vòlta el se ferma a vardà per pussee temp e el sguard el par che’l se pèrda in del voeui de la corrent ò del moviment di ond. Ma l’è minga inscì: el sò oeugg el ponta pussee in bass, sòtta la superfice de l’acqua. El varda i pèss, el cerca caveden e arborèll, el troeuva tracc de scardol e pèrsich. Se sbaglia nò a pensà che l’è on “cripto-pescatore”.
L’è lù quèll che in offizzi el se ’scond e se ne varda ben de parlà de la soa passion. Ma minga semper el ghe rièss. Di vòlt l’è assee on sègn. Dò paròll su d’ona domènica passada in su la riva d’on fiumm ò «in vun de quèi laghètt in doe se pèsca a pagament: te see, cont i fiolitt…». L’è el segnal. El discors el se slarga e salta foeura che in de l’offizzi gh’è on quaivun d’alter che mai s’immaginava, lì pront a parlann.
Se comincia cont el ricordà di mattinn de tanto temp fa, tutt passaa in riva a l’Adda ò al Tesin. De quèll levà sù, al primm ciar del dì in del silenzi ch’el par minga nanca vera, intanta che se travèrsa la città in biciclètta, cont i cann ligaa al telar: i primm in “fibra”, insèma a la vèggia “fissa” de bambô. E el “molinell” noeuv de pacca, in del zainètt.
La fermada per mangià on sanguis e i primm ragg d’on sô bass e umid in su la riva del fiumm. L’odor de l’èrba bagnada e de la palta, el cercà el pòst che va mèj, la contentèzza per quèll che se ciappa per primm e el tornà indree intanta che se pedala su d’ona strada che la par diventada pussee longa.
Ma quèst l’è minga tutt. Ormai l’è rivaa el moment de la verità. Se se accòrg che dòpo on quai ann de “pausa” la passion l’è tornada a galla “complice” on quèi laghètt a pagament («Te see cont i fiolitt») ò ona “cannètta de quatter ghèi” comprada al mar («Tanto per passà el temp»). E da la “cannètta” s’è passaa a l’attrezzadura complèta e in regola con la licenza.
I cart ormai hinn squajà. Cont el ricordà i temp lontan se passa a cuntà sù del dì d’incoeu; di pòst e di tècnich, di èsch e di attrezzadur.
L’è la liberazion! Finalment, anca in offizzi se pò domandà: «Ma tì, a “spinning”, t’hee mai provaa?».
 
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METROPOLITANA Ò METROPÒLITAN? ÒGNI CARRÒZZA LA TE OFFRISS ON CONCÈRT
«Allora te see pront per la grand prima?».
«Qual?».
«Fa minga el spiritos. Quèlla de la Scala, no? Hinn ròbb de dì a on “melomane” come tì? Me ricòrdi de quand te se accampavet foeura del teater per podè avè on bigliètt in loggion per el 7 de dicember…».
«Ah, la Scala! Quèst ann mì hoo lassaa pèrd. Se saveva nanca se la ghe sarìa stada…».
Colpa del sciòpero di orchestrai: annunziaa, come semper e poeu revocaa. El sciòpero proclamaa per el 7 de dicember l’è diventaa ormai ona tradizion de Sant Ambroeus, come el “Pontifical” del Cardinal, la consègna di Benemerenz civich e, naturalment, la prima de la Scala, perchè a la fin, ògni ann la prima la gh’è: el teater el se impieniss, la “Milano bene” la sfila cont i autorità, i attor, i intellettuai e i “stellin” de torno. Tutt come semper. Domà cont on ciccinìn de “suspence” in pù. E i milanes pòden gòd el spettacol de la “grand serada”.
Per gòd i spettacol de la Scala, inveci, la faccenda la se fa pussee complicada. I bigliètt costen on oeugg e trovai l’è pussee difficil che vinc al “Superenalòtto”: tra i abbonament, i bigliètt riservaa ai turista giappones cont el pacchètt “all inclusive” (tutt compres), i pòst scuntaa per i associazion, per i scòl e i grupp de la tèrza età, i “ingrèss” in vendita libera e convenient hinn diventaa ona rarità.
E i appassionaa de la musica?
Pòden semper rifass con la metropolitana, che l’è minga el Metropòlitan, ma la fa de tutt per somejagh.
Per sentì la musica dal viv, el sistèma pussee sempliz l’è d’infilass in d’ona vettura del metrò. Gh’è minga bisògn de cattà foeura la linea e l’ora; in qualsesìa moment de la giornada e su qualsesìa carròzza, el spettacol l’è assicuraa.
a pòst la soa attrezzadura e el tacca con la musica.
Gh’è el violinista ch’el se strusa adree on registrador con l’amplificador montaa su d’on carrèll per esibiss su d’ona base orchestral. Gh’è quèll che sòna la fisa compagnaa de la miee. Gh’è di ghitarista e manca nanca quèll ch’el sòna el xilòfon e ch’el rièss a piccà i tast giust intanta ch’el ten l’istrument tra i genoeugg anca se gh’è i vibrazion e i scorlid.
E el repertòri l’è el pussee vast. Dai valzer viennes de l’anzian violinista, ai tanghi argentin del “ròm” de la fisa, dal fòlk de la ghitara a ona immaginaria “Marcia a la turca” sonada cont energia da on xilòfon de l’“Est europeo”.
Pòcch minutt d’esecuzion e poeu l’è ’l moment del sòlit gir “cont el piattin”, che al dì d’incoeu, in gèner, l’è sostituii cont on biccer de plastica, per minga fà borlà giò la moneda, perchè cont el moviment del metrò se se rièss, el sarìa on’ esibizion de “alta class circense” dègna, a soa vòlta, d’on’altra raccòlta de limòsina. Pòcch paròll d’invid, in del quasi complètt disinterèss di viaggiador: facc che se vòlten de l’altra part, oggiad che voeuren dì «nanca de parlann» ò «hoo giamò daa dò fermad fa a on alter ch’el sonava la ghitara» ò con l’espression de «ghe n’hoo minga nanca per mì…».
Rifud pensaa in tutt i lingu del mond e faa capì cont el stèss silenzi. Perchè, pròppi come quèi che sòna, anca chi scolta l’è rivaa de ògni sit de la tèrra. On quaidun, però, el rispond a l’appèll, dò ò trè moned scarlighen denter el biccer.
El sonador el ringrazia, el se invia vèrs la pòrta e a la prima fermada el va foeura de corsa, pront a saltà sù su la carròzza vesin per ripètt l’esecuzion in d’on teater noeuv per on pubblich noeuv. Ma ch’el pisòcca a la stèssa manéra, cioè in manéra internazional.
 
 
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TE SEET INVIDAA A ON MATRIMÒNI? PREPARET: SE DEV DOMANDÀ ON PRÈSTIT
«Come la và cont i regai? Te ghe de fann anmò tanti?».
«Nò, nò. Pochissim. Mì pòdi nò permettom de spendascià ».
«Ahi, Ahi, l’è la crisi? Te seet in cassa integrazion?».
«Nò, nissuna cassa. Però gh’è on gròss problèma: se sposa on mè amis e lù el m’ha invidaa al matrimòni».
«Va ben, te dovaree fà on regall de pù. Me par nò el cas de mèttela giò dura…».
«Mèttela giò dura? Lù el se sposa in sul lagh de Garda, e l’ha invidaa ona centèna de persònn e lì l’ha prenotaa tusscòss:
el disnà, la zèna, el dòpozèna, la musica e anca i stanz in albergo, perchè pòdom minga finì la baldòria ai dò or de nòtt e tornà a cà da Gardone… Lù l’ha prenotaa, ma numm devom pagà. Per quèst sénta strengiuda a Natal: per tutta la famiglia».
La mòda del matrimòni “extralusso” l’è adree a spandes.
El modèll hinn minga i sposalizzi di grand attor del cine vinc l’è quèll di vip ganassa de cà nòstra, di stellinn televisiv, di velinn, lètterinn, numèrinn e sportèllinn, cont i sò compagn giugador de ballon, ex giugador de ballon, cusin di giugador de ballon. L’è el schema classich di “briatorini” e di “vampine” che in di nòtt milanes e roman corren adree ai fotorepòrter per fass fotografà: lusso, lusso, lusso.
vinc l’è quèll di vip ganassa de cà nòstra, di stellinn televisiv, di velinn, lètterinn, numèrinn e sportèllinn, cont i sò compagn giugador de ballon, ex giugador de ballon, cusin di giugador de ballon. L’è el schema classich di “briatorini” e di “vampine” che in di nòtt milanes e roman corren adree ai fotorepòrter per fass fotografà: lusso, lusso, lusso.
Tant che, tradòtt in de la realtà d‘on scrupolos ragionatt innamoraa d’ona graziosa commèssa, el diventa on impègn ch’el ruina, per i parent, per i amis e per i conoscent.
Se comincia con la cerimònia in d’ona gésa pièna de invidaa rivaa de tutt’i part. Quèst el sarìa nò on grand problèma se la gésa in question la fudèss, come la voeur la tradizion, la parròcchia de la sposa.
Tanta stupidità la ven superada da ona scèlta importan ta: se se sposa in d’ona basilica, in d’ona cattedral, in d’ona gesètta de montagna ò anca in riva al mar. Qualsessia soluzion l’è bòna, basta che el templi el sia distant almen ona centèna de chilòmetri de cà. De quèll sit lì se se spòsta de alter 50-100 chilòmetri per rivà al sit del banchètt del sposalizzi, che naturalment, el pò nò vèss domà on disnà, ò pegg on rinfrèsch. Nò: el banchètt l’è in realtà ona seduda che la finiss pù e che la se dèrva cont on aperitiv in pee, el vaa innanz cont on disnà de lusso, e infin, se fa per dì, cont el taj de la torta.
A ’sto ponto i invidaa, inveci de tornà a cà, hinn pregaa de stà lì in de l’albergo, de ciappà pòst in di stanz a lor riservaa, rinfrescass, cambiass e tornà a tavola per ona zèna leggera, che la se concluderà domà cont el passagg a la pista de ball, in doe parent e amis podarann descadenass fin’ai or piscinitt, esclus quèi che s’cincaa de la fadiga ò costrètt a compagnà in stanza i fioeu, ne profitten per buttass giò in sul lètt e tirass sù pù fin al dì dòpo.
A quell ponto lì se capiss che chi l’avarà superaa la proeuva de ball, el karaoke, el gioeugh de società, la raccòlta di offèrt per el viagg de spos de la còppia, el podarà nò tornà a cà. Anca per lor se dervarann i stanz de l’albergo.
Ma dato che l’è bèll ciar che nè i duu spos nè i sò gent di spònen de reddit e de capitai assee per sopportà la spesa complètta, tocca ai amis e ai parent pagass almen el viagg e el pernottament, ma tanti vòlt anca ona generosa part del disnaron, e de la musica dal viv. Senza cuntà che tanti vòlt al cunt se giunten anca i foeugh artificiai, i acròbata e i saltimbanch.
Donca se on quaivun a Natal el mostra el “brascin curt” in di spes per i regai, l’è minga ditt che lù el gh’abbia paura per el futur… Fòrsi l’è adree domà a pensà che cont on matrimòni in vista, lù el farà ben a domandà on prèstit.
 
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BABBI NATALETACCAA SÙ AI POGGIOEU COME CUBISTA
L’omètt con la barba par ch’el sia ’dree rampegass vèrs on poggioeu. El gh’ha ona manéra de fà sospètt e, el sacch che l’òmm alt ona spanna el pòrta in spalla el pararìa confermà ògni brutt penser che se pò fà in sui sò intenzion. L’impression l’è ch’el voeura rivà a la ringhera, scavalcalla e infilass denter in de l’appartament per svoiall in tutta tranquillità intanta che i proprietari hinn lontan per i fèst de Natal.
Domà on particolar el fa a pugn con l’idèa che ognidun de numm el gh’ha d’on cubista: quèll vestii ross nanca de cred. Perchè mai on lader el doaria vestiss de capp a pee de pann scarlatt per attirà l’attenzion de tutti quèi che passen?
La rispòsta a ’sta domanda la riva quand numm andèmm vesin a la cà ciappada de mira dal bizarr personagg, pòdom vedè che i misur ridòtt de l’òmm l’è nò on problèma de vista a causa de la distanza: l’omètt l’è pròppi alt come on pigotton ò pòcch de pù.
E quèll sacch portaa con sfacciataggin in su la spalla l’è minga faa per cattà sù i frutt de la “razzia domestica” ma almen in de l’immaginazion popolar, per portà mercanzii e dòlci ai inquilitt de l’appartament. In pòcch paròll se tratta minga d’on lader, ma d’on “Babbo Natale” de vun di oramai tanti pigotton de “Babbo Natale” che tappezzen i facciad di palazz, di condomìni, di grattaciel e di villètt.
Hinn tacca sù ai poggioeu, tegnuu fòrt ai grondann, penduu giò dai gelosii, quacciaa sora i scòss, impataccaa ai veder di finester.
Comparissen de vòlta in vòlta come acròbata in forma
“mignon” come di ginnich piccol che tenten la salida a la còrda ò anca come di sempliz sacchètt coloraa mettuu foeura di finester. Fina come impiccaa piscinitt che donden sora l’entrada de la cà.
On quai ann fa, quand s’hinn vist per la prima vòlta aveven provocaa ona cèrta curiosità, e on ciccinin de simpatia.
I mamm ie mostraven ai fiolitt cont on sorris, l’era on quaicòss de noeuv e de rar. Incoeu l’è on’invasion: i negòzzi, i supermercaa, i centri commerciai, ne tiren foeura a centènn e a centènn vègnen miss in vista sui ringher e sui scòss. Piccol magg ross, subit impiastraa de la polver, de la pioeuva, de lo “smòg”.
Ona mòda come on’altra. On tentativ de dà on sègn che se veda la giòia in del festeggià ’sti dì. Come i luminéri che ona vòlta se usaven domà per fà brillà al scur i sandalinn de tanti color di “alber de Natal” e che incoeu semper pussee de spèss vègnen sistemaa foeura di cà, in sui facciad, in sui poggioeu, in sui piant del giardin condominial ò privaa. Luminéri che fina a pòcch ann fa se limitaven a vèss intermittent e che adèss, grazie ai sofisticaa congègn elettrònich rièssen a offrì semper pussee complicaa gioeugh de lus e de color: cascad de brillant, infinii corres adree de piccol stèll, filer de tòni e de sfumadur.
El 25 de dicember l’è passaa, regai, disnà e tombol hinn giamò on ricòrd, ma i Babbi Natale e i luminéri restarann al sò pòst fina a la fin di fèst, quand sarann mèttuu via denter i scatolon e tornarann in di ripostili e in di cantinn.
Ma on quaicòss el pò ancamò succed.
Prima de la Befana i ringher, i grondann e i gelosii podarann vèss ciappaa de mira da ròsc de minuscol veggètt da l’inconfondibil toalètt: el sottannon, el fazzolètt in sul coo, la scoa e la gèrla in sui spall.
Anca la Befana, giustament, la voeur la soa part.
 
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STII ATTENT AI LADER DEL SUPERMECAA: LÈ MÈJ CUNTÀ VID E BISTÈCCH
«Ma l’è minga possibil! Pòden minga vèss inscì pòcch…».
El scior distint, el s’è piantaa denanz a on scaffal del supermercaa, al repart del “bricolage” e el varda cont’on aria incèrta ona confezion de vid. El segutta a girà in di man la  scatolètta de plastica e i 6 ò 7 vidinn d’otton sberlusent. El studia la scatolètta trasparenta, el contròlla el prèzzi, el pensa, el barbòtta ona quèi paròla; el tacca sù la scatolètta al brascin de metall de l’espositor e ne catta foeura on’altra de la fila vesin. Anca chì i vid hinn men d’ona desèna.
Tèrz contròll: el slonga la man vèrs el fond de “l’esposidor”, el ciappa ona confezion noeuva e lì tutt el ghe diventa ciar. Là in fond al scaffal, in di confezion gh’è tutt’i 20 vid segnaa in su l’etichètta. El problèma l’è risòlt: da quèi denanz in prima fila hann robaa! On quaidun el gh’aveva bisògn d’ona vintèna de vid e, inveci de ciappà ona confezion a pagament, l’ha pensaa ben de sgraffignann ona desèna da on para de scatol, si è infilaa in saccòccia e poeu l’è andaa via.
Valor di 20-22 vid robaa: on euro, on euro e mèzz. E la stèssa ròba l’è stada fada on ciccin pussee in là, cont i ciòd e i bòrchi; voeur dì, che la tecnica l’è ’dree a ciappà pee!
El ragionament l’è elementar. El robalizzi al supermercaa el ven scopèrt se se cerca de andà foeura cont ona confezion complètta adòss. In’sto caso, se el sistèma de protezion el fonziòna, a l’“uscida” el scatta el segnal d’allarma.
Nessun intracchen l’è inveci in grado de denonzià la presenza de oggètt singol, con via la confezion. Inscì, vid, ciòd, bòrchi e alter piccol articol de ferrarèzza sparissen senza lassà el sègn. Ma l’è anca vera che el stèss sistèma el pò fonzionà cont on’infinità de prodòtt: ciccolatitt e biscòtt, giocattol, profumm e dentifrici, lampadinn e savonètt.
Qualsessia prodòtt confezionaa el podarìa vèss tirà foeura del “contenidor” e faa sparì, lassando el rivestiment voeui in sul scaffal. El problèma, in ’sto caso l’è quèll de riessì a slisà via da la vigilanza e dai telecamer.
Ma gh’è anca on alter aspètt de la faccenda. I conseguenz per i alter client. Nissun, de fatt, el portarìa a la cassa ona confezion voeuia de dentifricio; el sò pòcch pes el farìa capì subit el robalizzi che gh’è staa. Divèrs el caso di vid.
On quaivun, sora penser, el podarìa ciappà sù la confezion semivoeuia e accòrges domà quand l’è a cà che quèll che gh’è dent l’è ridòtt.
La considerazion l’è indispensabil per spiegà el comportament del scior distint cont aspirazion al “bricolage” dòpo la scopèrta di vid che mancaven. Domà inscì se pò capì, perchè, quand l’ha lassaa el repart de ferrarèzza, l’ha cominciaa a cuntà voeuna per voeuna i fètt de fesa e i cotelètt in sul bancon de la macelleria. Lì, tra i brasoeul e el stuaa in bèlla mostra in di sò confezion “cellophanaa”, el lader de vid ò vun ch’el gh’ha famm ch’el voeur imitall, avarien poduu trovà el terren adatt ai sò impres.
Ògni vaschètta de “polistiròlo” el gh’ha denter trè ò quatter fètt de carna: se se ne tira via voeuna per ògni confezion se pò mètt insèma on bèll mèzz chilo de polpa.
Cèrt che fà sparì ona bistècca l’è minga facil come mètt in saccòccia ona manada de ciòd, ma in del robalizzi gh’- ha de vèssegh almen on ciccin de abilità e de organizzazion:
saccòcc bèi grand fodraa de plastica e oeugg espèrt per cattà foeura el moment giust.
Chì ghe va de mèzz inveci del supermercaa, el podarìa vèss on client distratt e ch’el viv in fiducia, pront a pagà a la cassa el prèzzi fissaa per la confezion complètta. Insòma:
on involontari “te compret 3 e te paghet 4”.
A men che ona scatolètta de vid piscinitt de otton la t’abbia miss in guardia.
 
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PAGÈLL CONT I VÒTI? RÒBA VÈGGIA! I GIUDIZZI GHEREN IN DI ANN VINT
“Lodevole, buono, sufficiente”.
Ricòrdi i vègg pagèll de mè mader, class 1921. Ricòrdi la bèlla scatola de lègn lucid in doe eren conservaa, insèma ai fòto e ai document di alter temp.
Ricòrdi la mia meravilia quand hoo vist quèi giudizzi comunicaa a paròll e minga cont i numer e la mia mama che la me spiegava che’l “lodevole” l’era pù ò men come on 9 ò on 10, che cont on “buono” se stava in sul 7 e che el “sufficiente” el voreva dì on 6. Eren i pagèll de la fin di ann vint, con bòna pas de quèi che disen che incoeu, cont el tornà ai vòti, se fa on pass indree de trent’ann. Se se dòpra l’istèss meter, se podarìa dì che quand s’è adottaa i giudizzi, in di ann Settanta, s’era tornaa indree adrittura de mèzz sècol, salvo poeu a scoprì che anmò prima, in del temp de la “Grande Guerra”, i pagèll di elementar gh’aveven i vòti cont i numer.
Insòma, hinn i classich “cors e ricors” stòrich de l’istruzion, che in certi ròbb somiglien a la mòda: sottann curt, sottann longh, scarp a ponta, scarp bombaa, giusta per fatt cambià el guardaròba.
Eppur gh’è quèi che manden di avvis d’allarma. Gh’è di prèsidi , di insegnant, di sindacalista che gh’hann di preoccupazion per ona modifica che la mettarìa i fiolitt in se sa minga che infèsc.
Prèsidi, insegnant e sindacalista che in molti casi hinn cressuu a son de vòti fin dai elementar, come del rèst la gran part de la nòstra class dirigent d’adèss: “ leader” de partii, grand “manager”, intelletuai, imprenditor che par  nò che gh’abbien avuu “l’infanzia” ruvinada per avè avuu el 5 in matematica ò el 7 in condòtta.
Per tutti lor, quèi ch’hann faa i elementar da la fin dè la guèrra ai ann Settanta, i giudizzi indicaa a paròll eren li mitaa a la valutazion de proeuv men important: i compit a cà, on quai esercizzi minga decisiv faa in class. Di “bene”, “bravo” stringaa, fin al livèll pussee bass: el “visto”,quasi semper faa cont ona “V” granda e maiuscola, segnada  da la maèstra con la matita rossa, che la voreva dì chel’insegnant l’aveva controllaa l’ersercizzi faa senza trovà di  element interessant de valutazion. Molto scars, donca, anzi quasi senza nissun valor l’interess del scolar per i giudizzi indicaa a paròll.
Ma tornèmm a incoeu. Quanto el pò mèttegh on fiolètt viscor del tèrz millènni a capì che cont el 6 s’è promòss e cont el 5 nò e che ciappà el 8 l’è senz’alter mèj che ciappà el 4?
Chi l’è che l’ha legiuu i allucinant istruzion de vun qualsesìa di “videògioeugh” che, bèi desgaggiaa, i nòster creatur utilizzen, el sa che i fiolitt del dì d’incoeu minga domà capissen e imparen al vòlo tusscòss, ma hinn anca abituaa a confrontass cont el concètt del “ponteggio” e con l’idèa de la “vittòria” ò de la “sconfitta” giugaa pròppi in sul fil di ponti ottegnuu.
Mèj pensà a on quaicòss d’alter, pònn di alter problèma e di alter preoccupazion ai insegnant. In del dà i vòti, almen ai pussee piscinitt, limitéves a la matematica elementar:
dii pur i giudizzi con la gionta di mèzz pont, concedéves el lusso d’on quai “pù” ò “men”. Ma fermeves lì.
Per scoprì che l’è anca possibil ciappà on “dal 6 e mèzz a 7 men” e per capì che (nissun sa el perchè) “dal 5 al 6” l’è mèj che’l “5 e mèzz” gh’avarann temp pussee avanti. Ai superior.
 
 
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IN DI CAMP «SÒTTA LA NEV PAN», IN CITTÀ «SÒTTA LA NEV BUS»
El pont de Gréch, l’è sera e sluscia. De fianch a la careggiada ona macchina ferma, cont i lampeggiant pizz e el triangol giamò sistemaa on poo distant. Lì arent gh’è trè persònn, telefonitt in man, cunten sù se gh’è success:
avvisen quèi de cà, domanden soccors. Spètten.
In su la strada s’è formada ona piccola coa de auto: quèi che eren dedree de che la macchina lì hinn staa salvaa dal guai di alter, perchè quand l’è stada quasi sbalzada in su l’enòrme busa per poeu fermass de colp cont i roeud sgangheraa, quèi che staven dedree gh’hann avuu el temp de frenà e de andà incontra a l’ostacol con prudenza. La  fòssa, larga come la careggiada, profonda assee per mètt foeura uso on para de gòmm, se minga anca on “avantreno” l’era sconduda de la pioeuva e del scur: pièna d’acqua fin al livèll de l’asfalt la podeva parè ona qualsessia pocciacchera, profonda pòcch centimetri.
L’è domà vun di tanti episòdi che tutti i otomobilista milanes hann vist, ò pesg vivuu in ’sti settimann de nev (prima) e de pioeuva (dòpo).
On quaidun se l’è cavada cont on strabalz e on poo de scaggètt, di alter s’hinn dovuu fermà e valutà i dagn. El sann ben i milanes Dòc, ma anca i “pendolar” che ògni dì riven in città e, prima de raggiungela, gh’hann de fà i cunt cont i bus de la periferia. Perchè el fenòmeno l’è nò ona specialità meneghina ma de tutt el Grand Milan (e anca se minga gradida) a conferma che tutt el territòri de quèll che se ciama città metropolitana, l’è l’istèss. In ’sti casi – suggerissen sicur i espèrt – se dev ciamà i ghisa ò quanto men fà i fotografii de la busa e de la macchina danneggiada:
servirann per domandà i dagn al Comun de competenza.
Operazion per la verità, minga semper facil. Ghe toccarà ai offizzi legai di assicurazion cercà de convinc ch’hinn vera i immagin on poo tremorent e scur, scattaa cont el telefonin.
E quèll che cunten sù i otomobilista gh’hann minga de scancellà i esperienz de quèi che cammina a pee, perchè a tutti pò capità, quand se va giò de on tramm, ò se se lassa on marciapee, d’infilass in d’on dislivèll imprevist con di ris’c seri de fass mal ai gamb e ai cavigg.
Fin chì i effètt. Ma i caus? Come mai l’è assee on poo de nev e de pioeuva per fà a sbrindol ona part del “mant stradal” de la città?
Perchè l’è vera che ’sto inverna difficil l’è ’dree a fà di di - saster on poo in tutt’Italia. Ma l’è anca vera che in de numm, tutt sommaa, èmm minga dovuu fà front a grand cataclismi: ona bèlla fioccada a la Befana, pòcch centimetri a la fin de genar e tanta, tanta pioeuva. De cèrt molto pegg che in di ultim ann, ma nient de straordinari e d’imprevedibil per ona città minga de cèrt conossuda in del mond per el sò clima teved.
Insòma, minga per fà el classich discors de veggètt, ma ona vòlta… Ona vòlta – disen i sòlit espèrt – l’asfalt l’era divèrs: l’è cambiaa adèss, con cos’è che l’è faa? De sicur per cercà di prèzzi pussee bass e, fòrsi, per limità i effètt d’inquinament.
Ma gh’è anca de domandass in che manéra allora vegniven tacconaa i strad: quanto asfalt el vegniva dopraa per stoppà ona busa de manéra che nò la se formass anmò dòpo pòcch dì, per quanto temp se lassava che el terren el se sistemass prima d’asfaltall anmò dòpo d’avè scavaa. Discussion interessant per i tecnich. Ai otomobilista rèsta l’incertèzza de andà in di strad che pòden scond di sorpres pericolos, e de cèrt gh’è che ona vòlta la saviezza di paisan, custòd di conoscenz meteorològich, la recitava cont ottimismo. «Sòtta la nev el pan». Incoeu, l’esperienza urbana decisa la dis: «Sòtta la nev i bus».
 
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POER VÈGG GOLFITT CHHINN MAI STAA VENDUU
Saldi, saldissim, svendit. Scunt del 20, 50, 70 per cent.
La gara la s’è dervida a l’inizzi de l’ann e l’andarà avanti fina ai primm de marz.
La stagion del smèrcio sòttcost l’è on appontament ch’el manca mai per i consumador e i commerciant: i client che cerchen l’ “affari” de l’ann, i negoziant impegnaa a fà foeura quèll che gh’è restaa, soratutt s’hinn giò de moral per on  andament fiacch di vendit ordinari.
La voeuja del “colp gròss” però el pò fà di brutt schèrz sui duu front. El pò pannà la vista a quèll ch’el compra spingiuu a fà di acquist inutil ò a borlà denter in d’ona quai trappola ben combinada, ma la pò anca aumentà la famm de affari di commerciant tant de indui in tentazion.
Ann indree gh’era on negoziètt de vestii de dòna in doe, a ògni temp di sald vegniven semper propòst i capp minga venduu in de la stagion, mis’ciaa però a di fond de magazzin molto vègg. L’era assee dovrà on ciccin de attenzion e on poo de memòria per capì come l’andava.
Che fussen minga di capp “frèsch de stagion” l’era ciar anca al comprador che l’andava de premura. Ma l’è nò  assee. I client sòlit ie riconosseven ormai cont on’oggiada, a ògni inizzi d’ann. Eren lì, semper i stèss, semper minga venduu, semper pussee vègg e foeura de mòda; gh’era on para de golfitt e ona série de camis ricamaa, che i dònn del rion conosseven a memòria. Eren on ponto de riferiment fiss e ch’el cambiava mai. L’era on simpatich tradizional appontament cont el passaa.
A ògni stagion de saldi, golfitt e camis d’alter temp vegniven tiraa foeura del fond scur d’on quai scaffal del retrobottega per vèss miss in vedrina per on para de settimann de glòria e de “visibilità” e poeu de noeuv in di ròbb de desmentegà, in de l’ombra frèggia del “foeura mòda” fin a l’ann dòpo. Per chi vègg “stimabilissim” capp, l’era ona specie de vacanza invernal, on rito ch’el se ripetteva con domà ona variazion: el prèzzi.
Perchè el vero problèma del negoziant l’era bèll ciar, quèll de fissà on prèzzi che’l se podeva cred. Se l’avèss davéra scuntaa el prèzzi originari di gòlf e di camisètt, el sarìa andà giò talment tanto sòtta i prèzzi del moment che l’avarìa minga poduu fà cred a la svendita. Giamò a mètti foeura al prèzzi primitiv sarien risultaa al de sòtta de ògni propòsta de scunt. El problèma donca l’era de calcolà on aument ragionevol in di termin de l’inflazion general e de aument commerciai per definì on cost “de mercaa” e, su quèst, applicà el scunt de stagion.
On’operazion d’impègn, ma inutil: gòlf e camis ricamaa, dòpo la tradizional esibizion invernal, tornaven senza fall al sò pòst in del retrobottega e ai client restava la curiosità de vedè se l’ann dòpo se sarien vist anmò in vedrina.
Inscì, anmò adèss che el negòzzi l’ha saraa sù d’on bèll poo de temp, gh’è on quaidun che’l se domanda se, almen in de l’ultima definitiva liquidazion, on quaivun el s’è decis a comprai e a portassi via.
Rispond l’è impossibil, ma l’impression l’è che in d’on quèi cantonscèll, in de l’armoar de cà del negoziant in pension, troeuven pòst trè ò quatter camis e on para de golfitt ann Vottanta, vègg, foeura mòda, ma “come noeuv”: mai miss sù. Anzi: pròppi mai venduu.
 
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LÈ MINGA POSSIBIL ANDÀ DENTER IN BANCA SENZA TROVÀ I CIAV DE
La sciora la ravana in truscia in de la borsa. La tira foeura i ciav de l’otomòbil, ona scatolètta de zipria e on rossètt in confezion metallica. Poeu la se ferma indecisa.
Fòrsi l’è minga assee. Fòrsi se dev tirà foeura anca el telefonin e, soratutt i ciav de cà, che sa Dio dove hinn andaa a casciass.
La borsa d’ona dòna, se sa, l’è ona specie d’univèrs ambulant, on pozz senza fond, quanto gh’è de pussee simil ai saccòcc del “disneyan Eta Beta” che se pòda immaginà. L’è minga facil trovà on quaicòss in condizion normai, fra i scompart, saccòcc interni e lampo estèrni. L’è praticament impossibil fall in de la prèssa de dovè conclud ona mattina de commission, tra offizzi pubblich e negòzzi, in temp poeu anca per andà a toeu el fiolin a scòla.
A ’sto ponto la sciora se ved che l’è demoralizzada. La cascia anmò tusscòss in de la borsa e la va via intanta che la barbòtta deperlee: “in banca torni doman, con la borsètta piccola”.
Perchè – e l’è on particolar minga de rid – la scèna la se svòlg in de l’atrio d’ona banca, subit al de là de l’entrada principal e a pòcch pass de la “bussola” a dò pòrt che la permètt de andà ai sportèi.
Lì, in de l’atrio, insèma a l’inevitabil “espositor” di “depliant”
sui ultim propòst de crèdit (con cunt corrent a interèss fantastich vesin al 0,5 per cent), se pò ammirà la classica sfilza de cassettinn in doe i client deven lassà denter i oggètt metallich. De ’st’operazion se pò nò fà a men per minga finì bloccaa dal “metal detectòr “tra i dò pòrt de la “bussola” d’entrada, in d’ona sòrta de microascensoeur bon de fà vegnì on attacch de “claustrofobìa” anca a on sommergibilista.
Ti lì: ona sfilza de scatolètt istèss di cassètt de la pòsta d’on condomìni, però cont el ciondol numeraa. Lì se dev mètt giò i oggètt metallich. Lì se dev lassà, fra i alter ròbb, i ciav de la cà e de l’otomòbil.
E intanta ch’el fann in tanti pensen che se on quèi ladronscèll pussee furb di alter, inveci de impegnass tanto per assaltà a colp de lancia tèrmica el “caveau” de la banca, el decidèss de moeuves su d’on terren pussee modèst e a la soa portada, quèlla lì la podarìa vèss la “tèrra promèssa”.
Fà saltà la saradura di cassettinn el par on gioeugh de fioeu e ona vòlta ciappaa i ciav de cà e de l’otomòbil de on quaidun, l’orizzont professional del nòster ladronscèll el podarìa senz’alter parì pussee rosaa.
Quèsti però hinn tutt considerazion che ai banch interessen nò. El problèma l’è la sicurèzza. E difendes de ona rapina l’è important per tucc: per i impiegaa, e per quèi che risparmia, per i bancher e per i client. Senza cuntà che – hinn de cèrt pront a sicurà – che se pò nò cred, ma nanca pensà, che on quaivun el pòda scassinà i cassettinn de l’entrada sòtta i oeugg de la “guardia giurada” ò sòtta i contròll di telecamer de vigilanza!
Daccòrd. Ma intanta che la se invìa vèrs la scòla del fioeu e la fa el programma per el dì dòpo per andà anmò in banca, a la sciora ghe ven on lampo de gèni de nanca cred:
sarìa minga possibil per la banca mètt di cassètt pussee grand, in doe ghe starìa denter tutta la borsa per sparmì de dovè cercà, semper agitaa l’oggètt metallich?
La doarìa minga vèss on’operazion che costa tanto. L’è vera che per i banch hinn temp gramm, ma on quai euro podarien anca trovall.
 
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SCHÈRZ, CANTÀ E BALLÀ A COMAND: ALLEGRIA OBBLIGADA, CHE TRISTÈZZA!
«Òh, se Dìo voeur da adèss sèmm in Quaresima. L’è finida con ’sto Carneval!».
«Dì, ma tì te se sentet ben?».
«Benissim, anzi, da incoeu mèj. Mì ne podevi pù de mascher, fèst, gioeugh, schèrz…».
«Ò bèlla, ò bèlla, mì savevi nò de ’sta toa vocazion masochista. Te fa piasè soffrì?».
«Dì nò di stupidad… L’è pròppi nò masochismo, mì voraria domà on poo de lògica».
«Famm capì».
«Tì pénsegh ben a sora. El Carneval el nass come ultim s’cioppettant moment de legrìa prima de la Quaresima, del temp de penitenza, de limitazion, de sacrifizzi. Ona sòrta de compensazion anticipada. Inscì come la gran paccia de la giòia. Almen a tavola. Donca per avè el diritto a festeggià el Carneval bisognarìa impegnass a rispettà con altertant impègn i restrizion de la Quaresima.
de la giòia. Almen a tavola. Donca per avè el diritto a festeggià el Carneval bisognarìa impegnass a rispettà con altertant impègn i restrizion de la Quaresima.
Ma adèss chi l’è che le fa? Se festeggia el Carneval, ma se ignòra la Quaresima. Inscì l’è tròpp facil. E poeu, che bisògn gh’è de dedicà on period determinaa al Carneval?
Chì oramai l’è carneval semper e depertutt. Basta guardass in gir, per i strad. Basta leg i giornai, guardà la television.
Lì l’è ona carnevalada continoa: la gent che la vosa, che la fà i gèst, che la taccà-lit, che la cunta sù i sò fatti; di gent mai vist e “pseudòfamos” che gòden a fass spià dal bus de la saradura; di personagg con di pettenadur e vestii improbabil.
I pussee seri hinn quèi de “Scherzi a parte”…».
«Adèss mì hoo capii. Mì me seri sbagliaa. Tì te see nò masochista, tì te see domà on vègg moralista brontolon».
«El sarà anca inscì. Ma l’è minga assee. La verità l’è che mì troeuvi stupida la legria a comand, la fèsta obbligada. Mì sop pòrti nò l’idèa che in cèrti dì e in cèrti pòst se gh’ha de stà sù allegher, che se deva per fòrza avè voeuja de scherzà. L’è ona ròba de ciòd, l’è minga natural. E a vèss sincer giamò el me piaseva pòcch quand seri fioeu. Mì capivi nò che gust ghe fudèss a andà in gir mascheraa. E poeu, chi l’è che l’ha dii che a Carneval ògni schèrz el var? On schèrz stupid el fa inrabì sia a Carneval che in qualsessìa moment de l’ann».
«Insòma, per tì l’era on patiment giamò de quand te seret piscinin…».
«Esagerèmm nò. Mì me divertivi minga tròpp, ma l’era nanca on dramma. La situazion però l’è peggiorada andando innanz cont i ann…».
«Natural, a diventà vègg tì te see diventaa pussee seccaperdee ».
«Nò. Cioè, el pò vèss anca inscì, ma l’è nò quèll el problèma.
El guai l’è che cont el passà di ann el Carneval, a Milan, l’è diventaa pussee ona ròba pubblica e donca el s’è diffus. Ona vòlta gh’eren i fioeu in maschera e on quai schèrz goliardich de student d’università con la voeuja de fà stupidad. Or mai, da ann, sèmm passaa al Carneval istituzional:
l’è organizzaa, pianificaa, finanziaa dal Comun.
Gh’è manifestazion, festeggiament, musica, cant, ball, esibizion… L’è l’esaltazion de la legrìa obbligatòria. Ona tristèzza…».
«Ma insòma, tì ’se l’è che te vorariet propònn?».
«Personalment mì sarìa per tirall via. Ò per lo men per tornà indree a ona portada pussee “limitada”. Quatter “ciaccer”, e parli de dolci, on para de tortèi e ona piccola fèsta per i fioeu che gh’hann voeuja de falla. A pensagh ben a sora, l’unica ròba che mì soppòrti de ’sto Carneval pubblich l’è la sfilada di carr organizzada dai oratòri, cont i fioeu in gir per la città, cont adree i pret sudaa e i suòr cruzziaa. Lor però la Quaresima la farann in sul séri. Anzi, a vardà i facc stravòlt a la fin del corteo, par che lor abbien cominciaa la penitenza el dì prima».
 
 
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AL BAR E A TAOLA SENZA RIMÒRS SE TE SCERNISSET ON PRODÒTT RIPULITO
«Camerer on cappuccino decafeinaa e senza s’ciuma per ch’el scior chì…».
In d’on bar qualsesia. In d’ona mattina come tutt’i alter.
Tanta gent al bancon: l’è el moment de la prima svèlta colazion, prima de andà in offizzi. I ordinazion hinn i pussee divèrs: cappuccini cald, teved, ciar, cafè longh, curt, senza cafeina, american, maggiaa cald, maggiaa frègg, biccer de latt, tè al latt, tè cont el limon, ò senza nient. Ghe n’è per tutt’i gust, però la richièsta d’on cappuccino senza cafeina, senza s’ciuma (e magari anca senza zuccher) la par la negazion stèssa del “cappuccino” ò del sò significaa universal (dòpo “pizza” e “spaghetti”, cappuccino l’è la paròla italiana pussee conossuda e utilizzada al mond).
Ma gh’è minga de meravigliass. I negòzzi, i supermercaa, i scaffai, i frigorifer e i cardenz hinn pien de “autonegazion”.
Gh’è el latt senza el lattòsio, el cafè senza la cafeina, el tè senza la teina, la birra senza l’alcol, la Còca Còla e i biscòtt senza ’l zuccher. Gh’è fina el butter con pòcch grass, perchè fall pròppi senza l’è impossibil. Ghe n’è on badalucch e vègnen venduu e consumaa in abbondanza.
Perchè? La rispòsta l’è molto sempliz; per motiv de salut, ò de diètta. Insòma per podè sentiss mèj, pussee in forma, pussee soddisfaa de sè stèss. Ma soratutt per ridù al minim el sens de rinonzia, de sacrifizzi.
Ona vòlta chi doveva stà a diètta per motiv d’estetica ò de salut el gh’aveva nò scamp: la rinonzia la doveva vèss decisa e total. Tròpp zuccher? Minga de dòlci, de bibit. E bisognava stà attent a la pasta e al pan. El colesteròlo l’è alt? Nient condiment e nient formagg. Se gh’ha on sens de agitazion, de ansia senza motiv? Se dev rinonzià al cafè, al tè e a la Còca Còla che la gh’ha denter la cafeina e l’è come bev on cafè esprèss
L’era verament dura. Settass giò al taol ò andà denter in d’on bar l’era ona sofferenza: chesschì nò, chellà nò e i amis che te tentaven con di invid con l’aria innocenta: «Ma dai, ’ste voeuret che la sia ona briosc…».
«Su dai! Per ona vòlta… poeu doman te recuperet!».
L’è pussee che facil fass tentà, gòd per on moment de la meravigliosa tentazion. E poeu finì cont el tormentass cont i rimòrs, dai sens de colpa.
Adèss tutt l’è pussee facil. L’è assee doprà prodòtt “dietetich” “disinnescati”, nètt come se fudessen tanti sit piscinitt “denuclearizzaa” (in doe però el nuclear el gh’è mai staa). Fantastich invenzion che te permetten de minga rinoncià al piasè del “contegnidor” ma te devet però eliminà quèll che gh’è denter che l’è pericolos. Se sa che di vòlt el gust l’è nò pròppi l’istèss ma bisògna contentass. Perchè in fond – e quèst l’è fòrsi l’element principal de tutta la faccenda – la ròba pussee importanta l’è de salvà i abitudin:
on cafè a metà mattina, ona birra cont i amis, ona Còca denanz a la television, on cafèlatt senza “lattòsio” ma con tanti biscòtt senza zuccher.
El piasè de la “non rinuncia”, la soddisfazion de sentiss come i alter ò almen minga tròpp divèrs. La tranquillità de nò dovè pèrd i abitudin ch’hinn la nòstra vita de semper.
Tusscòss l’è pussee facil certament. Ma cont on doppi ris’c: la tròppa “fiducia” e l’effètt “alibi”. D’ona part vèss sicur che l’è davéra assee cattà foeura i prodòtt “disinnescati” per podè ottegnì i stèss effètt d’ona vera e dolorosa diètta. De l’altra part la meravigliosa sensazion de vèss in pas con sè stèss, d’avè rispettaa i prescizion del dottor ò del dietòlogh e de podè poeu descadenass in pacciad per compensà tusscòss e bon de cancellà in d’on soll colp mes de rinonzi sconduu e de prodòtt “denuclearizzati”.
 
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INSCÌ EL COGNÒMM EL DIVENTA NA RÒBA DANTIQUARIAA
«Mì me ciami Paola, in còssa pòdi iuttalla?».
«El mè nòmm l’è Francèsch, pòdi dagh ’na man in d’on quèicòss?».
Ma numm se cognossom? Pròppi nò!
La vos la riva da on centralin qualunque, ò “call center” per dilla in tèrmin del dì d’incoeu e l’è quèlla de l’operador ò de l’operatris de torno che ’l tira foeura la frase de rito imparada in di cors de preparazion per l’assunzion (quasi semper a temp determinaa): l’impègn a mèttes a disposizion de chi l’ha ciamaa, mettendo innanz el pròpri nòmm de battésim. El cognòmm, nisba.
La stèssa ròba la succed anca in sui tesséritt de riconosciment mostraa dai dipendent statai in di offizzi a contatt cont el pubblich.
Dedree del sportèll de l’Anagrafe ò de l’Offizzi Postal l’impiegaa el mètt in bèlla mostra on tesserin de plastica con la soa fotografia e el sò nòmm de battésim. Anca chì, “Teresa”, “Giovanni”, “Rosaria”; e naturalment nissun sègn del cognòmm, che’l par giamò sparii de l’usanza comun.
Ona vòlta, a vèss ciamaa per nòmm eren i parent, i amis, i fiolètt, var a dì tutti quèi che ghe se podeva dà del ti.
Mètt insèma el nòmm pròpri cont el lù (lee) l’era riservaa quasi esclusivament ai dipendent di famili altolocaa per nobiltà ò cens. Al sciaffoeur: «Carlo, per piasè, ch’el me compagna in offizzi». Al giardinee: «Giovann, ghe foo memòria de dà on poo de letamm ai ròs». A la camerera:
«Renata, la se desmentega nò de ciamà el tappezzee per mètt a pòst l’ottomana».
Ai livèi sòci-econòmich inferior, soratutt la “sciora” la se rivolgeva a la dòna de servizzi cont el nòmm e la seconda persòna singolar: «Nina, incoeu per piasè nèttom ben la cusina». E in la stèssa manéra se parlava (come anmò adèss) al barista de fiducia: «Michéle, preparom el sòlit, per piasè».
I alter relazion tra i persònn éren daa da l’uso del cognòmm, de sòlit preceduu dal titol (scior, dottor, ragionier, professor) e seguii dal “lee”. Ona quai eccezion l’era e l’è ancamò usada fra i colléga in sul laorà, quand, per abitudin, el “tì” l’è mettuu insèma al cognòmm. L’è on’usanza destinada a sparì, perchè, se i impiegaa se presénten domà cont el nòmm pròpri al pubblich, el par difficil che lor pòden pensà de doprà el cognòmm in di relazion cont i colléga.
Insòma: i cognòmm hinn adree a sparì.
L’è difficil reussì a trovà ona causa cèrta del fenòmen. La reson la podarìa vèss el risultaa d’ona difficil convivénza fra trasparenza e discrezion: «Mì te disi, ò te scrivi in sul tesserin el mè nòmm perchè tì te gh’abbiet on riferiment,ma mì disi nagòtt d’alter perchè “hinn affari mè” e mì son  minga tegnuu a fai savè a tì».
Anca la scòla però l’ha faa la soa part. On temp el rappòrt tra el maester e l’alliev l’era impostaa sul princippi de usà domà el cognòmm. El fioeu el dava del lù/lee ai professor, che in gèner, el rispondeva cont el tì. Invece ai scòl superior l’era minga rar el cas di professor che daven del lù/lee ai student, soratutt ai studentèss. Quasi semper però se usava domà el cognòmm. Ma anca chì el nòmm pròpri l’ha vinciuu: i maester ciamen per nòmm i scolar e, di vòlt, i scolar fann l’istèss con lor. L’usanza de dovrà el cognòmm la tend a sparì.
Fòrsi l’è per quèst che cercà i origin de la pròpria parentèlla l’è adree a diventà ona passion. I cognòmm hinn adree a diventà ròba d’antiquariaa.
 
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LA RIVOLUZION AL SUPERMERCAA VAR A DÌ QUAND LA MAIONESA LA SE TROEUVA PÙ
«E la maionesa? Indoe accidenti l’è finida la maionesa?».
«Ch’el tasa, troeuvi pù nagòtt nanca mì: hann cambiaa tusscòss…».
Ona mattina al supermercaa. Ma minga ona mattina qualsesìa, voeuna come tanti alter. Nò. Incoeu ai responsabil de la “granda cadèna de la distribuzion commercial” gh’è scattaa la mòlla del cambiament.
Anzi, per dilla ciara e nètta hinn staa ciappaa dal “raptus” ona quai settimana prima. Poeu gh’è staa el temp de fà rivà, cont on ordin anti-gerarchich, i disposizion da la direzion fina ai dipendent periferich. Da ultim el temp per fà eseguì l’ordin e te chì che l’è fada: el super l’è pù quèll de prima.
Tutt cambiaa, tutt giraa. Indoe prima gh’eren i scatolètt gh’è i pacch de pasta, indoe te trovavet a colp sicur i salumm adèss salten foeura i materiai elèttrich e idraulich, indoe te podevet cattà foeura i offèll te devet fà i cunt cont el mangià per i can. I scaffai hinn i medesim, i corridor anca, eppur la mercanzia l’è pù al sò pòst: sparida, sconduda.
E quèsta – come disen i client – l’è anmò ona version moresina del grand cambiament. Tutt sommaa, la struttura del magazzin l’è semper quèlla: i spostament hinn staa limitaa a on improvvis spostament di tipi de mercanzia.
L’altra e pussee decisa, l’è la revision del magazzin che la preved ona complètta noeuva suddivision di spazzi a l’intèrno del super. Senza toccà i repart refrigeraa ch’hinn vincolaa da la posizion di impiant, tutt el rèst el pò cambià, mes’ciàss, ribaltass per via d’ona smania senza fren de cambià tusscòss.
Ma perchè? Perchè lassà nò tusscòss come l’è? Perchè conced nò al client quèlla sensazion de tranquilla sicurèzza garantida da abitudin e azion ripetuu tanti vòlt?
La rispòsta, second cèrti espèrt, la sta pròppi chì. El cambiament l’è pròppi faa per obbligà el client a cercà e stracercà la mercanzia in tutti i scaffai compres anca in quèi che de sòlit el salta completament dal moment ch’el sa che contègnen minga di offèrt interessant.
Inveci inscì, intanta ch’el cerca a la disperada on vasètt de maionesa, el client l’è obbligaa a traversà e a guardà di univers mai vist prima, ignoraa, scartaa fin dal princippi. E naturalment – disen convint i espèrt – la speranza di “grand organizzador di grand cadènn de distribuzion commercial” l’è quèlla che, in ’sto pellegrinà, in quèsta caccia al tesòr foeura programma, el client el troeuva on articol noeuv e interessant. On articol che, in del vègg, sicur tragitt l’avarìa minga vist e nanca ciappaa in considerazion.
E allora, di dò, voeuna. Ò i espèrt tiraa in ball sann nò interpretà i disègn segrètt di “grand organizzador” oppur hinn pròppi quèsti che hann capii on bèll nagòtt.
Perchè la verità l’è che on client, obbligaa a saltascià d’on scaffal a l’alter longh di corridor pien come on oeuv de “collega” confus a la soa stèssa manéra, el concentra tutta l’attenzion a ricercà l’articol sparii. El gh’ha né el temp né la voeuja de cimentass a studià e a provà di prodòtt noeuv.
Anzi, se pròppi el reussirà a troà on moment de temp e on ciccin d’energia, i responsabil de la “grand cadèna” pòden vèss cèrt che i penser e i paròll sarann rivòlt a lor.
E sarann minga de sicur di espression de simpatia.
 
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FANTAGABINÈTT CHE SPARISSEN PER LA CAPITAL DE LA MÒDA
Con la forma de cilinder, faa de fèrr, on poo astronav, on poo come la cèlla de rigor. Idèa straordinaria per quèi che gh’- hann bisògn, ossession per quèi che gh’hann paura de restà sarà sù denter. Hinn i bagn pubblich di ultim generazion.
Lor hinn compars on quèi ann fà e oltra a la suttil sensazion de soffegà per via del pòcch spazzi, ghe se giontava l’ossession del “meccanismo a temp”. In pòcch paròll al terror de restà sarà sù dent, se giontava anca la paura che, per la natural scadenza del temp concèss, ò per on error del fonzionament del “timer” la pòrta la se sbarattass in su la strada e la dass a la gent che passava on spettacol imprevist e minga bèll de vedè.
Ma chesschì l’è giamò el passaa. El present, a Lòndra, e el futur, a Milan, parlen d’on alter modell anmò pussee progredii: el “vespasian” ch’el spariss.
Con la forma de cilinder a la stèssa manéra e faa de fèrr a la stèssa manéra, ma ch’el preòccupa anmò pussee, perchè oltra de avè di meccanismi automatich per dervì e per sarà sù el gh’ha anca di fantastich arnes complicaa che’l fann comparì e sparì ai oeugg de la gent che gh’è lì intorna perchè el sprofonda in di labirint sòtta la città per poeu tornà sù se l’è ciamaa dal cittadin ch’el gh’ha bisògn.
L’è inutil dì ancamò che chi el vardava giamò con diffidenza e preoccupazion i gabinètt tubolar fiss el vedarà moltiplicass ansi e scàgg de front a la noeuva soluzion “ipertecnologica”.
La domanda, fòrse ingènoa, ma che se dev fà, l’è voeuna:
«E se intanta che mì son denter, el maledètt tubo el sprofonda sòtt al marciapè?». Inutil dì ancamò che amministrador e tècnich assicurarann con tutti i garanzii del caso che l’ipòtesi pussee che “fantascientifica” l’è de sicur im - probabil e che i meccanismi de sicurèzza e de contròll de l’impiant escluden del tutt ’sta possibilità. Nissun el podarà dì se gh’hann tòrt ò nò ma, se sa, ansi e scàgg gh’hann pòcch a che fà con la lògica di progètt tecnich.
Allora l’è minga difficil immaginà el dubbi penos ch’el podarà tormentà coeur e ment del milanes (ò del turista) ciappaa fra on’urgent necessità e la scaggia de infilass in d’on cèss-ascensoeur a “fond saraa”.
Pussee difficil l’è immaginà che a Milan (e in tanti alter città italiann) se pòden trovà di gabinètt pubblich tradizionai:
di sempliz casòtt faa in muradura, con normai pòrt d’entrada, altertant normai impiant igènich lavanditt e rubinètt de aspètt famigliar, comandaa de chi l’è adree a dovrai e minga dal cervèll elettrònich d’on astronav che’l decid in che manéra, quand e quant’acqua sbroffà.
Bagn pussee che normai, tegnuu bèi nètt e che fonziònen che l’è ona meraviglia, on poo per la bòna educazion de chi i dopéra, ma soratutt dal lavorà attiv e scupolos di incaricaa del Comun, i dipendent dirètt ò lavorador de piccol ditt che gh’hann in appalt el servizzi e semper pagaa in manéra giusta.
Hinn ròbb de l’alter mond? Domà chì in del nòster Paes.
L’è assee guardà foeura del nòst Paes per trovann depertutt, in di città grand e in di paesitt, in di piazz, in sui strad rasent el mar, in di strad pussee frequentaa di paes artistich.
In de numm nò. Minga a Milan. In de la “capital de la mòda” se pensa che hinn minga scicch e che i Milanes e i turista podarien dì ch’hinn minga per la qual e preferì andà in d’ona toalètt in del primm bar in sul canton ò anca infilass denter tutt content in d’on modernissim cèss cilindrich ch’el spariss.
Ma on queidun ghe l’ha domandaa?
 
 
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RACCÒLTA DIFFERENZIADA? DOMÀ I MILANES DEVEN TIRÀ SÙ I PIATT
«Ferma lì, mama, moeuves minga. Incoeu butti via mì i vanzausc…».
«Per carità, lassa stà! Te ringrazzi ma lassa pèrd. L’ultima vòlta m’è toccaa de fà anmò tusscòss depermì: svoià tutt’i portaruff e poeu dividi de capp per metti in la ruéra…».
Domènica podisnà. La famiglia la s’è riunida. I fioeu, cont i marì, i miee e i bagai, hinn tornaa a Milan dai sò cà “foeura pòrta” e voeuren tutti dass de fà per risparmià ona quai fadiga ai sò gent. Ma hann minga faa i cunt con la “raccòlta differenziada”. Hann minga capii, ’sti ingenov, quèll che voeur dì de precis.
Tutti creden che la “raccòlta ecològica” la se ciama differenziada perchè se dev fà ona division, pròppi a second del gèner del ruff: umid, sècch, carta, veder, plastica, e chi pussee ghe n’ha pussee ne mètta. E, ona quai vòlta, l’è anca inscì.
Ma la vera differenza l’è on’altra: l’è quèlla fra i divèrs sistèma de scernì i scart de cà adottaa dai divèrsi Comun.
In de la periferia de Milan, ògni center urban ch’el gh’ha ona vocazion per l’ambient, l’ha ciappaa la decision d’on pròppi sistèma de raccòlta: ognidun el sò, del tutt different da quèll de Milan e parècc divèrs in confront a quèi di Comun vesin.
Pròppi on sistèma “differenziaa” insòma.
A Milan la plastica la va insèma ai tòll, la carta e el veder stann per cunt sò ognidun in del pròppi contegnidor e tutt l’alter ruff el va miss in di bidon de la ruéra ordinaria.
Con l’eccezion, però di sit specificaa in doe gh’è staa stabilii l’esperiment de tornà indree a l’umid.
Ma gh’è anmò di sit in doe veder, maiòlega, e contegnidor de tòlla vann miss insèma, pròppi come la carta e i ròbb de plastica in del stèss contegnidor, e l’alter ruff diversament el va miss in del sacch “normal”: quèll che, in doe gh’è la raccòlta de l’umid, ciamen sècch. Gh’è on’altra di sposizion: umid de ona part, sècch de l’altra, carta e plastica vann in de per lor come el veder insèma ai tòll.
E ancamò: umid, sècch, carta e veder ognidun el gh’ha el diritto de avègh ona soa sistemazion riservada, inveci la plastica e i tòll hinn obbligaa a stà insèma e la maiòlega l’è nanca ciappada in considerazion perchè quèll disgraziaa che l’ha s’ceppaa la tazzina el doarìa portalla adrittura a la discarica. ’St’ultima situazion la podarìa parè precisa a quèlla de prima. E la podarìa anca vèss, ma l’è nò inscì per la posizion di tòll che in del primm cas vann cont i veder, in del second vann sistemaa insèma a la plastica.
L’è per quèst che nissun fioeu premuros, ma che l’è andaa a stà de cà con la soa famiglia foeura de Milan, el pò tentà de despareggià la tavola di sò gent milanes. El ris’c de combinà di eco-disaster l’è gròss: el minim che podarìa succed l’è de obbligà el pader e la mader a ravanà con furia in de la ruéra (pardòn, in di ruer) per mètt i ròbb al sò pòst.
Conclusion: a la fin del disnà che i fioeu staghen lì settaa giò bèi tranquill. E se pròppi voeuren fà on quaicòss de util, che proeuven a rispond a ’sti domand che lassen minga quiètt. Ma i scart divis dovarìen minga vèss portaa in di pròppi divèrs centri de raccòlta? Allora ògni Comun el gh’ha la soa “piattaforma ecologica” organizzada a second del sistèma adottaa? E el sarìa minga pussee pratich e men costos uniformà i sistèma de raccòlta con quèi de la discarica?
Ghe mancarìa anca che (e chì el dubbi el se fa grand), el nòster portaruff “super-eco-selezionato”, el finiss poeu in d’on bèll “super-eco” unich contegnidor, a la faccia de tutt’i “differenziazion”.
 
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MAGHER IN DEL MACELLAR, CICCIOTTÈI IN PALESTRA PER COLPA DE CÈRTI SPÈGG
«Spègg, spègg di mè desideri, chi l’è la pussee bèlla del Reamm?». Ona superfice limpida che la riflètt, on metall argentaa, on cristall, ona fòppa d’acqua calma, ma soratutt on giudes: ch’el parla in di stòri, silenzios e sever in de la realtà. On giudes sever e, in teoria, spassionaa. Minga semper però.
El negòzzi l’è scicch, l’arredament raffinaa el rièss a propònn di fettinn de fesa, ròst e luganegh come di bisgiô. E, de facciada al bancon, on spègg grand, ch’el fa vedè i client intanta che catten foeura la spesa de fà. Ona decision quasi de tutt’i dì, ligàda a on sacch de ròbb: el gust e el prèzzi, i impègn de famiglia (quèll ch’el mangiarà a cà, quèll ch’el se fermarà in offizzi ò l’andarà foeura a disnà cont i amis), el bisògn de fà ona scòrta alimentar longa ò curta. E la diètta. Ò mèj, el bisògn de mèttes on poo in riga per rimedià a certi pacciad di ultim temp e perd quèll para (domà?) de chili mettuu sù in inverna.
Cèrt però che quii pontinn de porscèll, quii luganegh, quii ròst infolcii giamò pront per vèss infilaa in del forna hinn minga ona tentazion de pòcch. Ma se dev resist: el spègg (quèll de cà) el n’a tiraa foeura l’allarma “siluètt”.
L’è in quèll moment che l’oeugg del client el finiss in sul spègg del negòzzi. E l’immagin speggiada l’è ona sorpresa, l’è ona pontura de tranquillità, ona boccada d’aria viva. In de l’insèma, l’è l’istèss de quèlla del spègg de cà, ma i contorna hinn different: men “rotond”, pussee slongaa. El profil general el par pussee elegant e pussee giovin. Insòma, per dilla in d’ona paròla solla, pussee snèll. Òppur, se se voeur vèss pròppi brutal, men grassa. De cèrt pussee piasévera e de cèrt anca che la gh’ha men bisògn de particolar attenzion alimentar: quii malarbètt duu o trii chili de tròpp paren sparii.
e ai polpetton infolcii, ai ragô e ai maiones (cioè “faa in cà”).
Spiegà ’sto miracol a l’è impossibil. I malfident pensarann ch’el bottegar furb l’ha mettuu di spègg che deformen on ciccin, bon de dà ona immagin pussee leggera e snèlla. I psicòlogh spiegarann che la deformazion l’è in del coo del client. Tutti quèi leccardarii assortii in mostra e la potenza de la gola rièssen a fagh vedè l’immagin desiderada: quèlla che, lontan di tentazion e piasè, el rièss minga a vedè in del spègg de cà. El sarà anca inscì, ma minga semper.
In palèstra, fra i tappee, i “cyclette” e alter intracchen de tortura, se pò assist a on fenòmeno simil e contrari. I pared del salon hinn tappezzaa de spègg, pròppi necessari – disen i istruttor – perchè el “ginnasta” el pòda controllà, valutà e giustà i sò moviment. Tutt lògich, tutt regolar.
Succed però che in quèi grand superfici che riflètten el stèss client del negòzzi de leccardarii el scopriss on’immagin differenta. Òmm ò dòna ch’el sia. La snèlla “siluètt” del comprador de luganegh l’è sparìda per lassà el pòst a on’immagin pussee tracagnòtta e tonda: senz’alter pussee bassa e larga, e de sicur che la gh’ha bisògn minga domà de stà attent in de l’alimentazion, ma anca de esercizzi longh, numeros e fadigos per tonificà i muscol.
On discors ch’el var minga de cèrt per i “superpalestraa”, “tatuaa”, seren sollevador de pes incredibil. Ma in palestra ormai, se sa, se pòden incontrà dònn de cà e impiegaa, ragionatt e pensionaa, tutti impegnaa in d’ona lòtta cont el fiaa gròss contra la panscètta. L’è a lor che l’è dedicaa el messagg de quèll’immagin “redonda”: «Inscì la va minga ben, car el mè fioeu. Te ghe n’heet anmò inscì de laorà de fà. Te gh’hee de vegnì pussee despèss, de impegnatt pussee ». E, naturalment, rinnovà l’abbonament.
 
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«DOTTOR, ME SENTI MOLTO BEN: GHAVROO ON QUAICÒSS DE ASINTOMATICH”?»
«Ahi, ahi, ahi. Gh’è ’l colesteròlo alt. E anca la glicemia l’è minga perfètta…».
«Possibil? Ma, dottor mì me senti molto ben, gh’hoo nissun disturb. Anca la cervical de on poo de temp la fa la brava…».
«Eh, el soo, el soo. L’è che quèsti hinn disturb “asintomatich” ».
Ambolatòri Asl, el dottor el contròlla i risultaa de l’esamm del sangu e el “pazient” (poer malaa) le guarda pussee ansios del sòlit. A mèttel in allarma l’è che la noeuva espression che se conoss nò, ò che fòrsi se vouer domà minga savè: malann asintomatich. Lì gh’è el problèma, lì gh’è la differenza.
Fin a quèll momet per el “pazient” ansios tutt el gh’aveva avuu on sens. E giust eren staa i rimedi ciappaa.
Primm: scoltà nò, leg ò vardà nò in tv ona rubrica qualsessia de sanità, salut, medesina. Ona precauzion indispensabil perchè, anmò prima che l’intervistaa de turno (dottor, malaa ò infermee) el pòda dervì bocca, el “pazient” ansios el sa giamò come l’andarà a finì. De qualsessia sintom l’espèrt el pòda parlà riferii a qualunque tipo de malattia – dai pussee comun e leggér ai pussee grav e rar, dal raffredor al beri-beri, passando per mòrbi e sindromm d’ògni gèner – lù quèll sintom se le sentarìa senz’alter adòss. Anzi, el se rendària cunt pròppi in quèll moment lì de vèss tossegaa da divèrsi dì, da mes, fòrsi da semper, da quèll dolorètt, da quèlla minima limitazion di moviment, da quèlla purisna, da quella strana sensazion: mal de coo ò de panscia, on poo de balordon, vedègh e sentìgh de men, ma anca di “formigh” sospètt. Succed semper inscì, a comincià de quand – come l’ha sentii dì che i nèi pussee pericolos hinn quèi a “carta geografica” – el s’era accòrt d’avègh ona maggia de la pèll che, a i sò oeugg, l’era a for ma de stival, con vesin on nèo pussee piccol, faa a triangol come la Sicilia.
On meccanismo che, in del coo, el fonziòna anca al contrari.
Qualsessia minim malèsser el ven subit interpretaa, come el possibil sintom d’ona grave malattìa. Quand, dòpo ona bondanziosa mangiada de la domènica a base de cazzoeula, finida cont ona meringada con la pànera, l’aveva sentii on poo de nausea e el faseva fadiga a andà sù di scal, el s’era ricordaa che pròppi la nausea e el fiaa gròss eren staa presentaa come segnal d’on quèi guai al coeur. E la preoccupazion l’era sparida domà quand tutt’i sintom eren staa cancellaa da on Alka-Seltzer, che – come la diseva la soa miee – l’è ben difficil ch’el rièssa a fà passà on infart.
A fall stà on poo pussee tranquill hinn staa anca di considerazion fondamentai rivaa. La prima l’è che on qualsessia sintom ch’el spariss in pòcch temp e cont el ciappà i medesinn “da banco”, el dovarìa vèss minga tròpp grav. La seconda, al contrari, la suggeriss, che on sintom leggér ch’el va avanti tròpp in del temp senza provocà dagn evident, anca quèst a la fin el risulta minga pericolos.
Tutta ona fila de barrier de difesa costruii con cura su la base de ann d’esperienza.
Ona “linea Maginot anti-ansia” sfondada, distrutta, fada foeura da la scopèrta di “malann asintomatich”. Pussee che on imbròj, ona gabola, on tradiment: com’el fa on “malaa immaginari” a costruiss di ossession in su la base de guai fisich che dann nissun sègn de vèssegh?
E sora tutt, come se se pò difend dai sò trabocchètt?
De chì la conclusion drammatica e l’apppèll magonent al dottor de famiglia: «Dottor, son molto preoccupaa. Incoeu me senti pròppi ben. Credi che me sia ’dree vegnì, ona terribil malattia asintomatica!».
 
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I PIRANHA DE PÒRTA CICCA E I SOVENIR DI PAÈS LONTAN
«Òh Signor! E quèi là ’se hinn? Che pèss hinn?».
«I pussee cattiv…».
«Piranha?».
«Sì pròppi inscì Piranha».
Cafè pòcch distant dal centro, arredament tradizional. El client l’è adree a bev el cafè denanz al bancon. On’oggiada in gir per el local: i sòlit vedrinètt, i sòlit tavolitt. Nient de bizzarr salvo… on acquari incredibil, foeura de misura.
On “parallèlepiped” de cristall ch’el mètt in bèlla mostra i “siluètt” d’ona mèzza donzèna de gròss pèss: ona via de mèzz tra ona fròtta d’orad e un ròsc de “piccol goeubb” minga mal cressuu. Gròss, ma minga foeura de misura e, soratutt, inscì immòbil de parì fint, pitturaa al dedenter de la spèssa lastra trasparenta che ie impresòna.
«Piranha? E se l’è che ghe dii de mangià?».
«Bistècch. Tòcch de carna. Spariss tusscòss in d’on moment. Dent per dent, per fai moeuv on ciccin, ghe dèmm on quai pèss ross… A vardai mangià, l’è on ver spettacol…».
El client l’indaga nò pussee, el voeur minga savè come gh’hinn finii i piranha in d’on cafè de Milan, d’indoe hinn rivaa, chi i’ha portaa. El domanda nò s’hinn rivaa dirèttament dai acqui de l’Amazzònia ò mèj anmò s’hinn staa compraa in d’ona qualsesia bottega de bèsti.
Per quèll che ne sa podarien anca vèss nassuu chì:
piranha de Pòrta Ticines. Ghe saria minga de meravigliass:
la città l’è pièna de animai esòtich: serpent, biss scudeller, iguana, pappagai…
L’è ona mòda oramai molto diffusa. In d’ona domènica de tanti ann fa i ghisa e la polizia hinn staa mobilitaa a la caccia d’on misterios “ratt foeura misura” che l’aveva ferii el custòd d’on magazzin intanta ch’el faseva el gir de contròll: l’era saltaa foeura a l’improvvista e l’aveva lassaa i sègn di dent e di ong in sul poverètt, spaventaa da la soa comparsa. Dòpo che l’enòrme ratt l’era staa individuaa e brancaa, l’era staa subit esaminaa: nissuna mudazion, nissuna fantascientifica pantegana, de fa caggià el sangu. L’era domà on normal castorin. Quaidun, chi sa indoe, l’aveva cercaa d’invià on allevament de roditor de pellizza e quèll’esemplar l’era scappaa troand on ripar in del magazzin.
Ma l’era domà el princippi. Oramai passant, ghisa, spazzin, ògni inverna, troeuven almanch on serpent risciaa sù, inranghii per el frègg e che l’è moribond in d’on quai canton de la città. Fòrsi el padron l’ha vorsuu liberassen come se fa cont on can bandonaa in autostrada. Pussee de spèss se ved el proprietari vestii de lutto per la pèrdita de la bèstia che, el garantiss, «l’era tant intelligenta e de compagnia».
A quèll che gh’ha mai avuu on serpent ch’el strusa in del salòtt per scrusciass giò su l’ottomana ghe pò parì foeura de l’usual, ma i passionaa hinn pront a giurà su la sensibilità e l’intelligenza di rèttil. Inscì, sarann on poo ’sti di - scors, sarà la scoperta de paes lontan in doe se riva con di viagg de l’ultim moment, la passion per i bèsti foeura de l’usual l’ha ciappaa semper pussee pee.
L’inconter cont ona gròssa lusèrta domestica in del sò lontanissim ambient natural el pò dà l’inviada a l’intera operazion.
El regòrd d’ona fantastica vacanza in sit esòtich e che innamoren el pò vèss difes e tegnuu viv quand se proeuva a riprodù quèll’emozion in de la sala de cà. La maggioranza la se contenta di fotografii, di filmin e d’on quai oggètt. On quaivun el va pussee in là: el voeur on souvenir vivent. E se le compra. L’è minga facil de portassel in de la valisa, come on’ollètta de terracòtta, anche se gh’è chi le fa. L’è pussee facil però procurassèl a cà soa. Bèsti d’importazion rivaa pù ò men de scondon ma anca nassuu in schiavitù: come i giamò nominaa piranha de Pòrta Cicca.
 
 
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QUÈLL FRACASSIN MALARBÈTT, OSSESION DE LOTOMOBILISTA
«Hinn di picchettin: hinn ’na sòrta de tach-tach-tach continov.
Però el gh’è minga semper. Soo minga come dì…».
L’è on frecassin. Anzi, l’è “el” frecassin. El frecassin che in macchina el te fa diventà matt perchè te rièsset minga a capì de dove ’l vègna e còssa ’l sia. E lù ’l te fa diventà matt anca in del meccanich quand tì te cerchet de spiegagh de còssa ’l se tratta e l’òmm cont el tòni el te guarda con l’aria indecisa. Se tratta del frecassin che quasi ’l te fa taccà-lit con la miee che le sent minga ò che lee la ghe fa minga caso ò, pesg anmò, lee le sent e la cerca de datt di spiegazion sempliz e (in di sò intenzion) che quièten.
Insòma, l’è el “frecassin malarbètt” che tutti i otomobilista cognossen e che ’l ghe fa paura.
Tutt el comincia in d’on dì tranquìll, de sòlit a la fin d’ona settimana, quand in de la vettura l’equipagg l’è al complètt: tì, la toa miee e i tò duu fioeu, con l’autoradio che la spara a tutt volumm el cd scèrnii di bagai. ’Na gita, ’na giornada serèna e senza penser interròtta a l’improvvis, rovinada da quèlla fastidiosa sensazion.
In princippi l’è domà on’impression. De là di decibel de l’autoradio, del frecass del motor, de là del flusià de la ventola del condizionator, on queicòss colpìss la toa orèggia:
on disturb, ona variazion minga prevista in sui ritmi normai che dann i son.
Senza visà nissun, tì te smòrzet la radio con la truppa che la reclama. Tì te fee di grand gèst per invidà tucc a fà citto e a stà attent. E lor te guarden cont on’aria pièna de meravilia.
«Vialter, sentii?». La meravilia la crèss. «Ma vialter sentii minga ’sto frecassin?». E i rispòst hinn ona cura ricostituent per el nervos che ostinaa el tacca a tormentatt.
I fioeu senten nagòtt. Ò se non alter disen senza pudor de sentì on queicòss, per domandà de pizzà anmò, e subit, la ra dio. Per fortuna la miee la te salva del dubbi de avè ona quèi allucinazion acustica: sì, el frecassin el gh’è, ma el riva da de foeura, el gh’entra nò cont el motor e in ògni caso l’è ’na ròba de nient. Fòrsi el vègn di roeud: on sassolin impresonaa in di solch del battistrada. Fòrsi gh’è on queicòss che ’l“balla” in del còfen ò in di saccòcc di porter. Ad ògni bon cunt – garantiss la miee – nient de grave e che daga di penser. A ’sto ponto la radiò la gh’ha anmò el sò vantagg, i alter se desmenteghen del problèma, ma per tì la giornada la va avanti e la finiss semper cont quell tòssegh in del coo e in di orègg. Tì te continoet a pensà che quèll picchettin sia el sègn che annonzia on quai terribil guàst e te se immaginet giamò di problèma meccanich senza soluzion, bon de bloccatt la vettura per divèrsi dì in d’ on aumentà de fastidi e de spes.
Inscì, el dì dòpo, te veet in del meccanich che’l te guarda con la stèssa aria sospettosa e sorpresa missa in bèlla mostra dai tò familiar. Lù, l’ha pizzaa el motor, l’ha faa on gir de proeuva, l’ha spostaa la macchina in fòll. Lù, l’ha anca guzzaa i orègg per scoltà con attenzion ògni possibil vibrazion con la macchina sòtta stèrz (te seret staa pròppi tì a suggerì che, fòrse, in curva el frecass el cresseva), ma el malarbett frecassin lù l’ha pròppi minga sentii. E, per la verità, nanca tì te l’hee pù sentii.
Inscì come l’era saltaa foeura a l’improvvis el dì prima, in de la stèssa manéra e senza spiegazion l’è sparii in de la nòtt e, appèna t’hee spostaa l’auto per andà in del meccanich, de quèll “picchettin” gh’era pù nanca el sègn. Per ’sta reson te seet adree a diventà matt in d’on ridicol tentativ de descrizion. A quèll ponto te rèsta nient’alter de fà che tornà a cà ò andà in offizzi cont i orègg ben drizz, pront a ciappall al vol a la soa prima comparsa e a fà el dietro-front per tornà a tutta velocità in del meccanich, giusta per faggh capì che tì te see minga matt.
L’è tutt inutil: lù l’è sparii. Tì te pòdet tirà el fiaa.
Ma tì, illudet nò: lù el tornarà ancamò.
 
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CATTÀ LINSALATA AI GIARDINÈTT FRA CRISI E TRADIZION DONA VÒLTA
Ona tosètta e on giovinòtt de sigura orientai, con tutta probabilità cines, se moeuven con riguard in sul spiazz d’èrba, sbassaa giò a vardà con attenzion el verd. Fann on quai pass, poeu se fermen e catten sù on quaicòss: on ciuff d’èrba, ona quai foeuja che fann sparì dent on sacchett del supermercaa.
Podisnà in d’on giardinètt de la periferia. L’è appèna ona proeusa cont ona pianta in mèzz. On poo de verd a disposizion di giovin mamm cont i sò fiolitt e de dònn anzian
che pòrten a spàss el can.
L’è difficil immaginà che ghe pòda crèss on quaicòss de gastronòmicament interessant, eppur gh’è minga nissun dubbi: i duu giovin orientai gh’hann i istèss moviment de quèi che vann con passion a cercà i fong. Lor fann minga ona raccòlta a caso: lor ravanen e varden cont attenzion in mèzz ai fil d’èrba e vann giò a colp sicur. Insòma: lor sann quèll che fann.
Impossibil dì con precision qual el sia l’oggètt de la lor attenzion, ma de cèrt se tratta d’ona quai pianta natural, de foeuj bon de mangià e fòrsi anca de mètt in d’on quai pitanzin cines.
L’è el merit de vègg tradizion de famiglia ò l’è la colpa de la crisi?
Probabilmente de tutt’i dò ròbb miss insèma. Quand el portafoeuj el diventa magher a vista d’oeugg e comprà el
diventa on’impresa semper pussee difficil, l’insegnament d’on quai vègg el pò risultà de grand’attualità e de interessanta utilità.
Del rest, fina a minga tanti ann fa, i milanes completament diventaa urbanizzaa, se meravigliaven a vedè di alter gent rivaa a Milan de pòcch temp, impegnaa a fà el regoeuj de l’insalata selvadega. La ciamaven “insalata mat ta”, e quèi che rivaven de la campagna saveven ben come ricognossela anca in del magher verd de la città, per poeu mèttela in su la tavola condida a dover.
Incoeu che l’area de l’immigrazion la s’è slargada al de là de ògni imaginazion, incoeu che in sul tramm e in di mercaa pòdom incontrà di milanes nassuu ai quatter canton de la tèrra, l’è possibil immaginà che i lor tradizion convincen quèi che hinn appèna rivaa,a cercà (e a trovà) in del nòster (on poo men) miser verd de la città on quai spontani prodòtt che numm no pensariom nanca de lontan de tegnì in cunt: certament verdura spontanea, fòrsi on quai tuber… Per incòrges l’è assee andà a spass in di parch de la città.
Perchè se el cercà di èrb bon de mangià in d’on giardinètt de periferia el pò meraviglià, la presenza de “cercador e raccoglidor” in di parch (come in di pussee atavich memòri del gèner uman) l’è la normalità: immigraa, ma anca i vègg del pòst, bon de scoprì de noeuv i conoscenz de ona vòlta, de propònnei anmò e magara trasmètei ai pussee giovin e urbanizzaa parent.
E inscì ti chì i orientai, i maghrebin, i sudamerican e i italian impegnaa, ciaschedun a segonda di sò conoscenz, in ricerch, che, a chi el gh’ha giamò di problèma a trovà l’insalata giusta in sui bancon del supermercaa, paren senza spiegazion. E se la crisi la dovèss diventà ancamò pussee pesanta?
E se la corsa a cattà sù on mangià spontani la se slargass?
I pussee anzian cunten sù che a la fin de la guerra, quand gh’era la borsa nera, pescà in di Navili, in di cav e in di ronsg, l’era diventaa pussee che on spòrt e i pivion eren praticament sparii dai piazz milanes e anca el numer di gatt l’era minga mal calaa…
 
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E LA CLÈR SBASSADA LA TE FA PÙ SENTÌ EL PROFUMM DEL PAN
«A lee: mèzz chilo de michètt. Da doman però ghe toccarà de cercà on alter prestinee…».
La bottéga, in d’ona strada de periferia, l’è semper quèlla:
el pan l’è dedree del bancon, le “pizze” e i carsenz in bèlla mostra in de la vedrinètta, el frigo cont i bevand e i formagg confezionaa, i cartoni con l’acqua mineral in d’on canton. In sui scaffai inveci gh’è di voeui ch’hinn minga sòlit; on quai pacch de pasta, ma pòcch, pochissim scatol de biscòtt.
Se smonta tusscòss e i facc del prestinee e de la soa miee lassen minga di dubbi. Dal retrobottega riva on frecass de cantier: hinn adree a trà giò el forna. Se sara sù.
Dòpo ona vita de laorà, de dissedass al primm ciar, de nottad passaa a impastà e a infornà, el prestinee (a dilla in bon milanes) el va in pension. E nissun el ciapparà el sò pòst. Inscì tutt’i vòlt che l’incontra on vègg client gh’è l’occasion per ricordà. Se parla de la bottéga, de come l’era ona vòlta, prima de la ristrutturazion, e se parla del rion, de quand in de la via gh’era domà di cà vègg e se podeva fà tutta la spesa. Se parla de quand a pòcch pass vun de l’alter gh’era on lattee, on cervellee, on ortolan; hinn staa tutti casciaa via dai supermercaa, e adèss al sò pòst gh’è di bòx, di offizzi, di negòzzi de mòda e di pizzerii.
E gh’è anca el temp per parlà de la famiglia, di fioeu che, “giustament”, hann studiaa e fann di alter mestee. E di fioeu del rion ch’hinn vegnuu grand sòtta i oeugg del prestinee.
De quand quèi che adèss hinn di dònn sposaa rivaven tutt’i mattinn a comprass la merenda de portà a scòla.
De quand la commèssa semper puntual e che la saveva fà el sò mestee anca se l’era ona tosètta che l’aveva appèna finii la tèrza media, e che la ghe metteva tanto entusiasmo in del sò primm lavorà.
Ricòrd d’ona vita. A la fin, però, el discors el torna semper in sul present e in sul futur che vegnarà subit dòpo: in sul doman, in sul sarà sù, in sul voeui e in sul silenzi che ghe sarà quand la clèr la sarà sbassada.
De cèrt, per on quai dì ghe sarà ancamò de fà: svoià tusscòss, smontà, fà portà via i macchinari, i arred e i scaffai.
Poeu, ghe sarann i feri, come tutt’i ann. E magari, el pararà che ghe sia cambiaa nagòtt. Ma dòpo?
Lù, el starà de cà ancamò chi, a on pass de la bottéga, ma la sarà tutt’on’altra ròba. “El laorà el me mancarà, ma l’era giamò ora de piantà lì…”. Lù el dis inscì e par ch’el sia de bon convint, ma i oeugg disen che l’è minga facil, e che la tristèzza l’è tanta.
«Quèll che me farà pussee impression – lù el spiega – el sarà pròppi vedè el negòzzi sarà sù. S’el fuss subentraa on alter prestinee, sarìa stada ona ròba diversa. Mì avarìa poduu dagh ona man; fagh on poo de “bàlia” con la clientèla.
El sarìa staa on passagg de consègn. Invèci inscì… Del rèst el capita nò domà a mì. I negòzzi come el mè, i “alimentari”, i bottégh de rion hinn ormai ona razza in via de estinzion. L’è anca ona question politica: continuen a concentrà tusscòss in cèrti arei, pensen domà ai “grandi centri commerciali”. Poeu se lamenten che la periferia la gh’ha pù de vita, l’è bandonada…».
L’è on stralusc de considerazion politich, ma el cairoeu l’è on alter. «A mì me sarìa staa assee andà foeura de cà e vedè che in la bottéga se laora anmò; passà denanz al prestin e sentì l’odor de la farina, el profumm del pan cald…».
 
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INDICE
Due telefonate, un libro ____________________________5
Brevi indicazioni pratiche per la pronuncia del milanese _____8
Dacci oggi il nostro panino quotidiano _______________10
E alla domenica il Mauri diventa signore del fast food ____14
Dalle farmacie di turno ai turni delle farmacie __________18
Tante corse e ti ritrovi come il ragioniere del terzo piano __22
Quel banco off-limits all’ora del caffè ________________26
In mistica attesa di denaro contante _________________30
Cellulare? Ormai vuol dire efficienza _________________34
Il virus della moto colpisce a quarant’anni _____________38
Basta privilegi! È tempo di benefit ___________________42
Come nella Chicago anni Trenta fumare al bar costerà milioni ___________46
Una bimba gioca sul balcone, suspense al semaforo _______50
Meglio il materasso che lo 0,01 d’interesse ____________54
L’inquisizione di condominio ______________________58
Meglio chiuderli nel cortile d’un museo come un “ballabiòtt” ___________62
Ma milanesi si nasce oppure si diventa, respirando aria e nebbia? ______66
La terribile maledizione della caldaia da sostituire________70
Frigo da cambiare? Diglielo: lo vedrai “guarire” _________74
Una vita spesa a destreggiarsi fra i telecomandi _________78
Il vero Capodanno fra rientro e cantieri stradali ________82
Che toccasana quei piccoli colpi di fortuna! ___________86
Oggi sposi: nella lista nozze c’è il numero di conto corrente _________90
Il pozzo di San Patrizio del riparatore fai da te __________94
In ufficio il pescatore c’è, ma non si vede _____________98
Metropolitana o Metropolitan? Ogni carrozza offre un concerto ______102
Sei invitato a un matrimonio? Preparati: serve un mutuo __________________106
Babbi Natale appesi ai balconi come tanti topi d’appartamento ___________________110
Attenti al ladro da supermarket:  meglio contare viti e bistecche _____________114
Pagelle con i voti? Roba vecchia! I giudizi c’erano negli anni Venti __________118
Nei campi «sotto la neve pane», in città «sotto la neve buche» _______________122
Poveri vecchi golfini rimasti sempre invenduti _________126
Impossibile entrare in banca senza trovare le chiavi di casa _____________________130
Scherzi, canti e balli a comando: allegria imposta, che tristezza! ____________134
Al bar e a tavola senza rimorsi se si sceglie il prodotto “ripulito” __________________138
Così il cognome diventa un pezzo d’antiquariato ________142
La rivoluzione al supermercato ovvero la scomparsa della maionese __________146
Fantabagni a scomparsa per la capitale della moda _______150
Raccolta differenziata? Sparecchino solo i milanesi ______154
Snelli in macelleria, grassi in palestra: è l’inganno dell’immagine riflessa ________158
«Dottore, mi sento benissimo: avrò qualcosa di asintomatico?» _____________162
I piranha di Porta Ticinese e i souvenir di paesi lontani __166
Quel maledetto rumorino, incubo dell’automobilista ___170
Cogliere l’insalata ai giardinettifra crisi e antiche tradizioni ________________174
E la saracinesca abbassata cancella il profumo del pane ___178
 
 
 
 
 

25.12 MARTIN LUTERO E LA RIFORMA

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La rivoluzione d’ottobre di 500 anni fa
MARTIN LUTERO E LA RIFORMA
 
Un mattino alla fine di ottobre del 1517 gli abitanti di Wittenberg trovarono affissi sulla porta della loro chiesa principale dei fogli contenenti 95 affermazioni, o tesi, di argomento teologico. Era un metodo allora usato per offrire alla discussione pubblica dei temi ritenuti particolarmente importanti. In questo caso, la Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum criticava le indulgenze che il papa aveva cominciato a vendere in tutta Europa. Il testo, scritto in volgare tedesco, perché tutti potessero accedervi, era stato elaborato da un monaco agostiniano, Martin Lutero, docente di teologia presso la locale Università.
Lutero era nato a Eisleben, in Sassonia, nel 1483, da una famiglia benestante, e si era avviato agli studi di giurisprudenza. Secondo la narrazione tradizionale, a 22 anni venne colto da una tempesta in un bosco, e sfiorato da un fulmine che colpì e uccise l’amico al suo fianco. Fece allora voto di farsi monaco, entrò nell’ordine degli agostiniani e subito dopo venne anche ordinato sacerdote. Questa era del resto la conclusione di una crisi religiosa profondamente sentita, che da tempo lo turbava e lo spingeva a ricercare la “perfezione evangelica”.
Nel 1510 ebbe l’occasione di visitare Roma. L’incontro con la capitale della cristianità lasciò molta amarezza e delusione nel giovane monaco, scandalizzato dal fasto e dalla mondanità della corte papale, nonché dalla dubbia moralità che vi si viveva. Anzi, per dirla con Guicciardini, che in quegli stessi anni era un alto funzionario dello Stato pontificio, “el grado che ho avuto con più pontefici m’ha necessitato a amare per il particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo; non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana… ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a’ termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità”.
Era allora papa, col nome di Leone X, Giovanni de Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che con un fasto da sovrano rinascimentale aveva fatto della Chiesa un centro di  mecenatismo per l’arte e la letteratura; oltre alla politica e alle campagne militari, doveva finanziare la costruzione della cattedrale di San Pietro e retribuire degnamente gli artisti, come Michelangelo e Raffaello, che vi prestavano la loro opera. Lanciò quindi la vendita delle indulgenze in tutta Europa: offrendo alla Chiesa una determinata somma – un fiorino per i poveri, 20 fiorini per i nobili – il cristiano si assicurava la certezza di essere liberato dalla pena corrispondente ai suoi peccati.
Nel 1517 l’arcivescovo di Magonza e primate di Germania, Alberto di Hohenzollern, lanciò la campagna di vendita in Germania, con la collaborazione di Giovanni Tetzel, monaco domenicano e commissario pontificio per l’operazione. Lutero, nel suo rigore morale, non riusciva ad accettare che i peccati potessero venir perdonati con un versamento di denaro, e formulò le 95 tesi in viva polemica con la vendita delle indulgenze. La tesi n. 5 dichiara esplicitamente che “il papa non vuole né può rimettere alcuna pena, fuorché quelle che ha imposto per volontà propria o dei canoni”. E alla tesi 21, “sbagliano quei predicatori di indulgenze, i quali dicono che per le indulgenze papali l’uomo è sciolto e salvato da ogni pena”.
Le 95 tesi, che si considerano l’inizio ufficiale della Riforma protestante, generarono un inatteso conflitto di enormi conseguenze, nel quale vennero coinvolti i principi tedeschi, e messi in discussione i rapporti fra Chiesa e Stato. A Roma il papa Leone X era stato avvertito che in Germania si stava preparando “una tempesta di inaudita violenza”, come l’aveva definita l’umanista Girolamo Aleandro; ma troppo impegnato a barcamenarsi fra le due grandi potenze dell’epoca – Francia e Spagna – il papa delegò la questione tedesca al generale degli agostiniani, Gabriele della Volta, e all’ordine dei dotti domenicani nella persona di Giovanni Tetzel. Ne sorse una lunga e complessa disputa teologica, ma anche politica e con risvolti economici. Dalla parte di Lutero stavano i principi tedeschi, desiderosi di porre fine all’ingerenza politica della Chiesa romana, e che guardavano con interesse alle enormi proprietà fondiarie di chiese, conventi e ordini religiosi di ogni tipo. E a Lutero guardava con speranza anche la grande massa di contadini poverissimi, servi  della gleba, sensibili al messaggio di libertà implicito inquella ribellione alla Chiesa come potere costituito. Erano  con lui anche gli umanisti, una nuova classe intellettuale sorta nelle città sempre più ricche e potenti, dove la cultura si affrancava dalla presa ecclesiastica e aveva imparato a usare gli strumenti della logica e della ragione.
Nel 1520 il papa credette di poter risolvere la questione con la bolla Exsurge Domine, che scomunicava il monaco tedesco. Lutero, ormai avviato su una strada di non ritorno, bruciò pubblicamente la bolla papale. Subito dopo, un editto che lo bandiva dall’Impero germanico restò senza alcun effetto: egli godeva dell’appoggio dei principi, e l’Elettore di Sassonia gli diede rifugio nel lontano castello di Wartburg. Qui, nell’ozio forzato di un freddo inverno nordico, Lutero – che già aveva pubblicato varie opere scritte in latino – concepì il grande disegno della traduzione in tedesco della Bibbia. L’opera venne rapidamente portata a termine e contribuì a dare dignità di lingua di cultura al volgare tedesco. Contribuì anche – e ne ebbe un contributo, in uno scambio mutuamente favorevole – a dare impulso alla recentissima industria editoriale, lanciata da Gutenberg con l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Infatti secondo la predicazione di Lutero, ogni cristiano deve leggere personalmente le sacre scritture, senza l’intermediazione di un clero che ne detenga il monopolio, cosicché leggere diventò un obbligo per ogni persona. Si creò quindi una massa imponente di cittadini alfabeti, che poco più tardi fornirono il pubblico interessato non solo ai libri ma anche ai primi giornali. Non a caso la Germania costituisce oggi il secondo mercato librario più ampio del mondo, subito dopo gli Stati Uniti.
Un altro fatto importante contribuì allo sviluppo civile delle società nordiche: la ricerca della verità non è delegata a un sacerdote che la faccia calare dal pulpito su fedeli passivi e obbedienti, ma il compito spetta ai fedeli stessi, e il pastore può fornire solo consigli e assistenza spirituale. Gli unici sacramenti ammessi sono il battesimo e l’eucarestia: la mancanza della confessione nella forma praticata dai cattolici toglie al pastore protestante il grande potere che il prete cattolico esercita sul suo gregge. I fedeli si riuniscono la domenica per il servizio divino; gomito a gomito sugli stessi banchi siedono il ricco commerciante, l’artigiano, il contadino: tutti sono sullo stesso piano, tutti sono sacerdoti e ognuno lo è di se stesso. Anzi, l’artigiano  povero che si dimostra sagace interprete delle Scritture, può godere di una considerazione che lo pone al di sopra del suo censo. Ciò fornisce fondamento religioso e di costume a principi di democrazia e di uguaglianza che solo più tardi troveranno una formulazione sul piano sociale, politico e giuridico.
Lutero divenne il centro di un movimento religioso che lottava non solo contro il fasto, l’immoralità e gli eccessi della Chiesa romana, ma anche – in un secondo tempo – per frenare i movimenti estremistici che si svilupparono entro la Riforma stessa. Rinnovare la religione per lui non significava toccare le istituzioni politiche e i rapporti sociali: ogni autorità viene da Dio, e quando i contadini si ribellarono egli prese nettamente la parte dei principi, che stroncarono con estrema violenza l’insurrezione dei poveri. Lutero predicò sempre il rispetto e l’obbedienza di fronte all’autorità costituita: un tratto rimasto ben presente nella cultura tedesca.
Lutero morì a Eisleben nel 1546, poco prima del grande Concilio di Trento, che fu la risposta della Chiesa di Roma alla Riforma dei paesi del Nord. E anche prima che scoppiassero le guerre di religione, culminate con la guerra dei Trent’anni, che per quasi un secolo insanguinarono edevastarono l’Europa. Solo nel 1648 la pace di Vestfalia  pose fine a massacri e distruzioni. Scegliere una delle due forme di religione era come militare in due partiti avversi, e di fatto la scelta era pro o contro la Chiesa di Roma, potenza politico-militare oltre che religiosa. La pace di Vestfalia, con il motto “cuius regio eius religio” sanciva non solo che ogni paese o regione seguisse il credo del proprio principe, ma stabilì anche la nazionalizzazione della religione, dando maggiore forza e dignità agli Stati nazionali allora in formazione.
Che cosa resta oggi della predicazione luterana?
Le questioni teologiche non sono più di moda, dopo generazioni di secolarizzazione e di ateismo ufficiale nella Germania Est. Ma qualcosa resta. Abbiamo già detto del rigore morale, dell’ossequio all’autorità, del carattere nazionale acquisito dalla religione, degli elementi che contribuirono allo sviluppo civile – l’alfabetizzazione e la relativa uguaglianza di fronte a Dio. Un altro elemento culturale importante è lo sviluppo della musica: Lutero non amava il fasto delle chiese cattoliche, ma riteneva che la musica fosse un’arma potente contro il diavolo, oltre che un mezzo di coesione della comunità dei fedeli.
Egli stesso, valente musicista, compose diversi inni, basandosi su canti popolari tedeschi. In fondo anche Bach e Mozart sono figli di Lutero, e non è un caso che la Germania abbia oggi 130 orchestre finanziate con fondi pubblici.
Un altro lascito non precisamente positivo fu invece il profondo antisemitismo di Lutero, il quale nel 1543 scrisse un’opera – Degli ebrei e delle loro menzogne – in cui affermava che “in primo luogo bisogna dar fuoco alle loro sinagoghe e scuole; e ciò che non può bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto…bisogna allo stesso modo distruggere le loro case, perché essi vi praticano le stesse cose che fanno nelle loro sinagoghe. Perciò li si metta sotto una tettoia o una stalla, come gli zingari”.
Istruzioni che vennero prese alla lettera e portate molto oltre nella Germania del XX secolo.
Quanto all’atteggiamento verso l’attività economica e il denaro, la mente corre subito all’opera di Max Weber sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo, che peraltro era ispirata al calvinismo e ad altre propaggini protestanti, come i Puritani d’America. Calvino vedeva la ricchezza come segno di favore divino, mentre per Lutero la ricchezza e il denaro erano sospetti: il buon cristiano deve lavorare per la comunità, non per se stesso; lo scopo non è il profitto personale, ma la distribuzione: una specie di “socialismo luterano” che secondo alcuni è alla base delle politiche di welfare degli Stati scandinavi.
E l’Italia, in tutto questo? L’Italia restò con la Chiesa di Roma e la Controriforma, con l’Indice dei libri proibiti,
con i Gesuiti e le Orsoline, con l’autorità del sacerdote e la Messa in latino fino al XX secolo. Ma questa è tutta un’altra storia.¦

25.13 Supermarius

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Supermarius
 
Prologo.
Attorniato dalle proprie guardie del corpo, un uomo, un re, cavalca in silenzio lungo la strada deserta. Si ferma, guarda una prima volta verso la città dalla quale è stato allontanato, riprende il cammino, si ferma una seconda volta. Osserva a lungo, sempre in silenzio e da lontano, le vie, i fori, i palazzi, i templi, le case , quasi volesse cercare in quell’ordito di muri e di storia un particolare nuovo, l’illuminazione  in grado di metterlo di colpo in mezzo a una verità diversa. Ma niente smuove la sua convinzione. No, in quella città tutto – potere compreso-  si compra e si vende.
“Città venale, se troverai un compratore non durerai a lungo” esclama a un tratto a voce alta. Tocca coi talloni i  fianchi del cavallo e riprende il cammino senza più voltarsi e senza più parlare.
Quella città è Roma, quell’uomo è Giugurta, re di Numidia.
Un tipo pericoloso.
Giugurta nasce figlio di un principe  e di una concubina. Crescendo, disprezza l’ozio e le mollezze, ama cavalcare, andare a caccia ed esercitarsi con le armi. Quando rimane orfano di padre, il re Micipsa, suo zio, lo adotta, per pentirsi quasi subito: quel giovanotto  è troppo ambizioso, troppo intelligente, troppo irruento, troppo popolare, può creare disordini. Lo manda allora a combattere  a fianco dei Romani nella guerra contro Numanzia con la segreta speranza di non vederlo più tornare. Giugurta, invece,  torna, sano, salvo, ricco di nuove conoscenze militari e di importanti amicizie, carico di onori. Il leggendario conquistatore di Cartagine, il console Publio Scipione Emiliano in persona, ne tesse l’elogio. Tutto da rifare, dunque, per Micipsa. Che ora cerca di ammorbidire il focoso nipote con le buone, conferendogli responsabilità e  nominandolo suo erede al pari dei figli Jempsale e Aderbale.
Non l’avesse mai fatto. Alla morte del re,  Giugurta dissimula, sembra stare al gioco , ma aspira a ben altro. Comincia col chiedere l’abolizione di tutte le leggi emanate da Micipsa negli ultimi cinque anni, perché, secondo lui,  si tratta di leggi emanate da un re semirimbambito. E’ un clamoroso autogol. Fra quelle leggi ce n’è anche una “ ad personam”, quella con la quale il re lo inserisce fra i suoi eredi. Messo alle strette, Giugurta getta la maschera: fa assassinare a tradimento Jempsale( Livio fornirà una versione diversa) e sconfigge Aderbale in battaglia, costringendolo ad abbandonare la Numidia e a cercare rifugio a Roma.
Auri  sacra fames..
La reazione di Roma è in sintonia con l’andazzo di quei tempi: all’inizio è indignata, poi, a mano a mano che l’oro di Giugurta dalla Numidia prende la via dell’Urbe e finisce nelle tasche giuste, si fa meno accesa. I senatori, “ lavorati” a puntino da chi è stato beneficiato da tutto quel ben di dio, convocano in Senato Aderbale e gli ambasciatori di Numidia per ascoltarne le rispettive ragioni.
Aderbale parla con il cuore in mano: mio padre è morto, mio fratello è stato assassinato, i miei amici sono stati crocifissi  o gettati in carcere, non ho più alleati. Forse neppure dignità. Tutti mi voltano le spalle. Lo farà anche Roma? Quella Roma alla quale fin dai tempi di mio nonno Massinissa noi Numidi abbiamo giurato fedeltà,  a fianco della quale abbiamo combattuto il comune nemico cartaginese e alla quale siamo ancora fedeli?
Balle, replicano gli ambasciatori di Giugurta: Jempsale è stato ucciso dai Numidi a causa della sua crudeltà e Aderbale è un aggressore , gli è andata male ed è stato cacciato per questo. La fedeltà a Roma ? Dimenticate che il nostro re si è distinto in combattimento a fianco dei legionari romani? Potrebbe mai tradire?
Viene il tempo di decidere e i senatori, complice anche l’oro del re, non la vedono tutti allo stesso modo: c’è chi è a favore di Aderbale e chi, invece sostiene le ragioni di Giugurta. Alla fine i Padri Coscritti  anziché allestire un esercito, formano una delegazione e la spediscono( 116 a.c.) in Numidia per sistemare le cose. E che cosa fa Giugurta? Fa valere le proprie entrature presso famiglie romane potenti, ma soprattutto, conoscendo i suoi polli, fa  girare sostanziose bustarelle, compra i membri della delegazione e, nella spartizione del regno seguita agli accordi di pace, si fa assegnare i territori migliori. Aderbale ingoia il rospo: ha ottenuto poco, molto poco,  ma anche il poco è pur sempre meglio di niente. E così preferisce tacere e adeguarsi.
Tutto sistemato? Neanche per idea. Un paio di anni dopo, Giugurta ci riprova. Incalzato da vicino, Aderbale si rifugia nella propria capitale, Cirta( l’odierna Costantina in Algeria), questa volta deciso a resistere. Da Roma, per la seconda volta, invece di un esercito, arriva una delegazione. Di incorruttibili? Sì, aspetta e spera. Con le tasche belle gonfie di monete sonanti, i delegati romani in Numidia chiudono più di un occhio. Giugurta ne approfitta, espugna Cirta e uccide Aderbale . Ma – errore fatale- fa passare a fil di spada  anche  molti Italici e qualche cittadino romano. A questo punto il Senato prima ci pensa un po’ su( tanto per non smentirsi) , poi rompe gli indugi e dichiara guerra all’empio fedifrago( 113 a.c.).
Suk mundi?
Il console incaricato di mettere le cose a posto si chiama Lucio Calpurnio Bestia. E’ bravo, esperto, coraggioso, intelligente, ma anche aeger avaritiae,  avido di denaro e di ricchezze. Scrive Sallustio: un concentrato di ottime qualità rese inutili da quel vizio esecrando. Da militare esperto, Bestia capisce subito una cosa: il suo esercito, così com’è messo, non può competere con l’imprendibile cavalleria di Giugurta, favorita dal terreno e dalla conoscenza dei luoghi; da uomo schiavo dell’ avaritia, Bestia non sa resistere al richiamo dell’ auri sacra fames, dell’esecranda fame di denaro. Uno dei suoi luogotenenti, Emilio Scauro, non è da meno. Però è più furbo( o più cauto, fate voi): ha un mucchio di ambizioni, ma sa mascherarle molto bene. Stando così le cose,  i due, invece di combattere, preferiscono trattare. E intascare bustarelle.  Risultato: viene stipulata la pace,  Giugurta se la cava anche in questo frangente e a Roma, per la seconda volta, monta l’indignazione.
Lucio Memmio, tribuno della plebe, cavalca il malcontento. A Roma come al fronte, la Repubblica è stata messa in vendita, tuona( domi militiaeque  res publica venalis fuit). E incalza: Giugurta venga qui, protetto da un salvacondotto, e vuoti il sacco. Bestia e Scauro tremano; la nobiltà, temendo un pericoloso precedente in grado di mettere a rischio i propri privilegi, fa quadrato intorno ai due. Tutto inutile: Memmio la spunta  e il pretore Lucio Cassio viene spedito in Numidia con l’incarico di condurre il re a Roma. Giugurta sa di avere la coscienza sporca, non si fida, teme tranelli. Cassio insiste, ricorre alla solite menate ( Roma sa esercitare tanto la forza quanto la clemenza, ti do la mia parola, ecc. ecc.)  e lo convince.
Ma intanto, in Numidia, la corruzione non si ferma. C’è chi rivende a Giugurta gli elefanti da guerra requisiti a seguito degli accordi di pace, chi gli riconsegna dietro compenso i disertori, chi compie scorrerie nei paesi vicini, chi si macchia di chissà quali altre nefandezze. Eventi eccezionali? Mica tanto. Almeno secondo Memmio. Che una volta, in Senato,  aveva amaramente constatato: il peculato? l’estorsione nei confronti degli alleati? Cose gravi, gravissime, ma ormai di nessuna importanza tanto sono comuni(tamen consuetudine iam pro nihilo habentur. E se fossimo al giorno d’oggi, caro Memmio, verrebbero tranquillamente depenalizzati. O no?).
Poi aveva portato l’affondo. Guardatevi intorno, aveva continuato. Non vedete forse, dovunque andiate, nobili imbelli, avidi, arricchitisi in modo illecito e dimentichi delle antiche virtù ostentare cariche prestigiose, esercitare il consolato, celebrare immeritati trionfi? Non vi rendete conto, o Quiriti, di essere stati privati della vostra autorità e del vostro prestigio?
Che abbia ragione Giugurta quando pensa che Roma assomigli a un suk più che al centro del mondo?
Quello che accade dopo sembra dargli ragione. Il popolo rumoreggia quando il re si presenta in Senato, la veste ordinaria, l’atteggiamento dimesso. Mossa studiata, per non urtare la suscettibilità di chi lo dovrà ascoltare. Del popolino vociante Giugurta se ne infischia alla grande. Sa di avere le spalle coperte. E non solo dal salvacondotto del Senato. Per via dei suoi trascorsi militari, a Roma conta amicizie altolocate e soprattutto a Roma non è arrivato  a mani vuote. E appena messo piede nell’Urbe, ha cominciato a distribuire regali a destra e a manca, guadagnando  alla sua causa un pezzo da novanta, il collega di Memmio, il tribuno Gaio Bebio. E così, quando viene invitato a vuotare il sacco, Giugurta,  su consiglio di Bebio, si avvale della facoltà di non rispondere.
La mossa spiazza tutti; Bestia e Scauro tirano un grosso sospiro di sollievo, la nobiltà   si rianima e il re diventa ancora più impudente e sfrontato. Tanto impudente e sfrontato da fare assassinare un suo possibile rivale da tempo in esilio volontario a Roma, Massiva, al quale, pescando nel torbido, il console Spurio Albino, destinato in  Numidia, aveva consigliato di reclamare per sé il trono. Quando la notizia dell’assassinio di Massiva diventa di dominio pubblico, come diremmo oggi, Giugurta viene invitato a lasciare Roma . In tempo per consegnare alla storia, tramite Sallustio,  la profezia della città in attesa di un compratore.
La guerra riprende fra alti e bassi,  fra operazioni militari e  giochi di potere. Quella, infatti,  non è una guerra come le altre. Sui campi di battaglia di Numidia si allungano le ombre delle contraddizioni politiche e sociali della Roma di quei tempi. Tempi in cui la lotta fra i nobili e la plebe, dopo la tragica  fine dei Gracchi, si era fatta più acuta. Scrive Sallustio: in tempi antichi, i problemi erano comuni e il timore dei nemici favoriva la concordia; con la scomparsa dei nemici, con l’aumentare della ricchezza e dell’estensione della Repubblica, chi aveva meno ( la plebe) voleva avere di più e chi aveva di più( la nobilitas) non voleva  avere di meno. Di qui i contrasti, le lotte, i momentanei periodi di calma apparente, le rivendicazioni, i tumulti, gli abusi , l’ascesa degli “uomini nuovi” , optimates vs populares e viceversa.
Con questa instabilità sullo sfondo, il console Spurio Albino parte alla volta della Numidia deciso a fare un solo boccone di Giugurta, ma una volta in Africa sembra più desideroso di accumulare vantaggi personali che di salvaguardare gli interessi della Repubblica. Più che alla Numidia, insomma, guarda a Roma; più che al potere del Senato, guarda al proprio. E, appena può, ritorna nell’Urbe per presiedere i Comizi elettorali. Quell’ “inetto presuntuoso” ( la definizione è di Sallustio) di suo fratello Aulo Albino rimasto in Numidia come propretore, spinto dalla fretta, dall’ambizione o dalla voglia di impadronirsi del tesoro di Giugurta, si caccia in un brutto pasticcio e a Suthul subisce una sconfitta clamorosa. Come al tempo delle guerre sannitiche, i legionari romani devono passare sotto il giogo.
Apriti cielo! A Roma, l’indignazione, soprattutto fra la plebe,  monta. Com’è questa storia? Non siamo neppure capaci di avere ragione di un piccolo re di un piccolo regno? E che cosa ci sta a fare il Senato se passiamo da una sconfitta all’altra? E, poi,  perché i comandanti ritornano dall’Africa sconfitti, ma ricchi sfondati?  Viene istituita allora una commissione con l’incarico di esaminare le posizioni dei presunti corrotti. E  chi ne viene chiamato a far parte? Emilio Scauro. Sì, proprio lui, il luogotenente di Bestia in odore di bustarelle.
E’ una brutta situazione, urge rimediare. Il Senato questa volta va sul sicuro e affida(109 a.c.) al console Quinto Cecilio Metello l’incarico di togliere le castagne dal fuoco. Metello , uomo tutto d’un pezzo, onesto, incorruttibile, gradito a tutti,  è un ottimo generale. Trova l’esercito in condizioni pietose e lo riorganizza; cerca di combattere Giugurta con le sue stesse armi, facendo girare soldi e promesse nel tentativo di guadagnare alla propria causa i dignitari numidi;  coglie qualche sporadico successo( a Methul, ad esempio), subito trasformato a Roma in una vittoria decisiva; arriva più volte a un passo dalla vittoria, senza mai essere capace, tuttavia, complice la guerra di guerriglia in cui Giugurta è maestro, di portare il colpo definitivo.   E, in più, deve tenere a bada  un  soldato esperto, coraggioso e determinato: il suo luogotenente Gaio Mario.
Mario è  un homo novus con ambizioni neppure troppo segrete. Ha esercitato diverse magistrature,  aspira al consolato e, sulla carta, ne ha tutti i titoli: fa della virtus– un misto di valore militare e di eccellenza  individuale- il proprio credo; aspira alla gloria ; è onesto, si è fatto le ossa in più di una battaglia, è frugale , è insensibile ai vizi del tempo. Gli manca il requisito principale: il sangue blu. Ma dalla sua ha la profezia di un indovino, consultato a Utica: niente ti è precluso, gli dei ti sono favorevoli, ce la farai. E allora, perché non provarci?
Metello non la pensa così: il consolato? Non è roba per te. Quella è una magistratura per chi  può vantare antenati illustri e se vai a Roma ti sarà  negata. Come è giusto che sia. Quindi rassegnati: io non ti darò il permesso di partire. Perché quel rifiuto? Perché quell’atteggiamento così intransigente? C’è forse ruggine fra i due? Può darsi, ma l’atteggiamento di Metello è in un qualche modo specchio dei tempi. In quell’atteggiamento è contenuto, infatti, un  confronto più vasto: status quo contro cambiamento, vecchio contro nuovo.  Resta da capire come sarà il nuovo.
Mario è un tipo tosto e non molla. Alla fine Metello cede e lo autorizza a partire. Tornato a Roma Mario cavalca la tigre dell’antipolitica( e ti pareva..) e ne ha per tutti: per la nobilitas corrotta e pusillanime , avida di privilegi e di prebende, indegna dei suoi antenati; per lo stesso Metello, accusato di   tirare in lungo la guerra contro Giugurta per ricavarne vantaggi personali. Musica pura agli orecchi della plebe e non solo. Mario stravince e  Metello se non cade in depressione poco ci manca. Di sicuro deve cedere il comando delle operazioni e se anche in patria viene accolto come un vincitore e viene gratificato dell’appellativo di “ Numidicus”, non può non  masticare amaro.
Prima di partire per l’Africa per decisione del popolo( e anche questa è una bella novità), Mario mette le cose in chiaro con il Senato: mi serve un altro esercito, un esercito diverso. Basta coi cittadini-soldato: è ora di mettere al servizio della Repubblica soldati professionisti, non importa se nullatenenti, disoccupati o sottoproletari . Non vi va bene? Toglietemi l’incarico e mettete al mio posto uno di quei nobili discendenti da antiche famiglie,  sempre pronti a riempirsi la bocca delle glorie degli antenati, ma incapaci di combinare  alcunché. Io, per parte mia,  non ho gesta di antenati da far valere, ma posso mostrarvi le cicatrici delle mie ferite ricevute in battaglia. Come dire: è il valore personale il vero discrimine, non il sangue.
Valore personale Mario può vantarne  in abbondanza, ma Giugurta è un osso duro, maestro del mordi e fuggi , conoscitore dei luoghi e delle tecniche di combattimento romane. E per di più, adesso ha un alleato: Bocco, re di Mauritania.  Come già Metello,  Mario deve sudare non poco per cogliere una vittoria qui, uno striminzito successo là. Poi un legionario ligure in cerca di lumache gli apre, casualmente, le porte della stanza del tesoro del re e il suo questore Lucio Cornelio Silla( lui sì di antica famiglia) tira dalla parte di Roma il re Bocco. Senza più soldi per pagare le proprie truppe, senza più alleati, Giugurta si batte con la forza della disperazione, ma ha il destino segnato. Sarà consegnato da Bocco a Silla e  morirà ( 104 a.c.)  nella città che, forse, si era illuso di comprare. Sul trono di Mauritania sale un suo fratellastro, Gauda, debole di mente.
Epilogo
Quella guerra in apparenza “ minore” fu decisiva per il destino della Repubblica. Come andò a finire? Male, inutile dirlo. Mario ebbe il suo trionfo, Silla si sentì defraudato; il conflitto fra i due si inasprì; il confronto fra optimates e populares , cioè fra sostenitori dell’autorità del Senato da una parte e del diritto sovrano del popolo di prendere decisioni dall’altra, diventò guerra aperta e  la Repubblica conobbe le liste di proscrizione, le sollevazioni interne, gli attacchi esterni, la guerra civile,  un bagno di sangue senza precedenti.
Le fu risparmiato il tracollo del sesterzio, questo sì, ma non  l’”uomo della provvidenza”.
Meditate gente, meditate.
Da leggere:
Gaio Sallustio Crispo, La guerra contro Giugurta, Bur
Plutarco, Vite parallele, Vita di Silla, Vita di Mario, UTET,
Su questo sito, se ti va puoi leggere anche:
Il sangue e la polvere
Canne 216 a.c: “Tu sai vincere Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria”.
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Il sangue e la nebbia
217 a.c.: Lago Trasimeno: le legioni del console Flaminio nella trappola di Annibale.
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L’equivoco. Si va verso Canne fra buoi dalle corna infuocate , parole capite male e smania di combattere.
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Sotto il titolo: Giambattista Tiepolo (1696-1770), Giugurta davanti al console romano( 1716 circa)

25.14 Una storia di migranti

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Una storia di migranti
 
Prologo
È l’autunno del 376 dopo Cristo. Le rive dell’Ister, il Danubio, sono affollate. Si vedono uomini biondi di alta statura. Hanno i capelli lunghi, sono armati. Dietro di loro si muovono donne e bambini e decine di carri trainati da buoi o da cavalli. I Romani li chiamano “ barbari”, loro si definiscono Goti. Tervingi, per la precisione.  Fuggono dalla guerra come i migranti dei nostri giorni e cercano protezione.
L’accoglienza.
L’impero romano accoglieva volentieri i migranti provenienti dalle regioni poste oltre il limes. C’era bisogno di manodopera e c’era bisogno di soldati. I migranti trovavano lavoro nei campi dei latifondisti (non come schiavi, ma come salariati) o entravano a far parte dei ranghi delle legioni. Accogliendo i migranti, lo stato si trovava a disposizione  una considerevole forza lavoro e un serbatoio dal quale attingere soldati per sorvegliare i confini e condurre le guerre.
Il processo era cominciato, grosso modo, ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio( 121-180 d.c.). Col tempo, i migranti si erano integrati ed erano stati accettati; alcuni avevano fatto carriera, altri si erano arricchiti. Pagavano le tasse, partecipavano alla vita pubblica, prestavano servizio militare. I più eminenti anteponevano al proprio nome barbarico il “prenomen” Flavius.  Insomma, non erano un corpo estraneo né una potenziale causa di disordini e di discriminazioni. Erano entrati nell’impero poco alla volta nel corso dei secoli e ora ne facevano parte a tutti gli effetti, anche se non ne erano cittadini. Ci si era abituati  a loro e la loro presenza era considerata perfettamente normale.
L’attesa.
La comparsa dei Goti Tervingi [1]lungo il limes danubiano, però, non era “normale”. Questa volta non  si erano spostati gruppi relativamente ridotti di uomini: questa volta si era spostato un popolo intero con  i guerrieri, i carri, le donne, i vecchi e i bambini. Premuti dagli Unni, i Goti avevano lasciato le loro terre e raggiunto il  Danubio. Una volta arrivati, avevano chiesto di essere accolti entro i confini dell’impero.
Non si era mai vista tanta gente in una volta sola. Era una situazione eccezionale e richiedeva una decisione eccezionale. I funzionari locali non potevano – e forse neppure volevano- prenderla. Toccava all’imperatore d’Oriente decidere. Ma l’imperatore Valente si trovava altrove. A duemila chilometri di distanza, ai confini dell’odierno Iran, stava preparando la guerra contro i Parti Sasanidi. Ci sarebbe voluto tempo, molto tempo, per raggiungerlo e per riportare la sua decisione. Così in attesa del responso imperiale, i Goti si accamparono sulla riva orientale del grande fiume con il terrore di vedersi arrivare alle spalle, da un momento all’altro, i ferocissimi Unni.  Erano, comprensibilmente, tesi e nervosi. E tesi e nervosi erano anche i funzionari e gli ufficiali romani  a causa dell’eccezionalità di quella situazione.
Una decisione controversa.
Stando ai cronisti antichi, Valente non era un fulmine di guerra e neppure un genio. Grasso, mezzo orbo da un occhio, irresoluto, forse anche ignorante, doveva la sua posizione e il suo incarico al fratello Valentiniano, lui sì deciso, energico e determinato( anche se altrettanto ignorante)[2]. A Costantinopoli Valente non godeva di molta popolarità ed era inoltre malvisto dai cristiani cattolici perché cristiano ariano.[3]
Valente dunque viene informato dell’arrivo dei Goti, riunisce il concistoro ( una specie di Consiglio dei Ministri), ne ascolta i pareri e comunica la propria decisione: i Goti potranno entrare nei confini dell’impero a patto di consegnare le armi, un certo numero di ostaggi e di rispettare la legge romana. Niente di nuovo, dunque: si fa come si è sempre fatto. I nuovi migranti saranno accolti nei confini dell’impero, saranno distribuiti nelle zone dove c’è bisogno di manodopera, l’esercito avrà presto nuove reclute, l’erario incamererà i proventi di nuove tasse. I migranti come risorsa, in altre parole. O come“ affare”.
Ma questo non è un affare come gli altri. La novità, in questo caso, è rappresentata dalle dimensioni dei richiedenti asilo. Quella massa enorme di persone deve essere rifocillata, nutrita,  assistita, censita, avviata verso le zone di insediamento. E sorvegliata. A molti quella decisione non piace affatto: tutti quegli uomini possono trasformarsi in un grave pericolo per l’impero. Ammiano Marcellino scrive: ci siamo dati la zappa sui piedi. Prima eravamo protetti dal Danubio, dopo la decisione di Valente non più. Ma c’è anche chi sottolinea l’aspetto “ umanitario” della decisione dell’imperatore. Temistio – intellettuale e alto funzionario imperiale-  scrive: ci preoccupiamo di salvare dall’estinzione leoni, elefanti e ippopotami. “Rallegriamoci, dunque, che per decisione di Valente sia stato salvato dallo sterminio un intero popolo di uomini,  magari  barbari, come dirà qualcuno, ma sempre uomini.”
Nei centri di accoglienza.
Per quel “ popolo di uomini”, attraversare il Danubio – impetuoso e gonfio per le piogge- è impresa ardua. Il ponte fatto erigere dall’imperatore Costantino cinquant’anni prima è crollato e non è stato mai più ricostruito. I Goti attraversano il fiume sulle imbarcazioni messe a disposizione dai Romani, ma anche su zattere, persino su tronchi d’albero.  È una traversata caotica e i morti affogati non si contano. Eppure il peggio deve ancora venire.
Una volta raggiunta la sponda occidentale, i superstiti vengono sistemati alla bell’e meglio in campi improvvisati. Radunare e smistare tutte quelle persone verso le zone meno popolate della Mesia perché si trasformino in agricoltori richiede tempo. Quasi nessuno, poi, consegna le armi. Lontano dagli occhi di Valente, i funzionari romani preferiscono, infatti, intascare bustarelle anziché requisire spade o lance.
C’è poco da mangiare, il malcontento aumenta. E il flusso dei migranti non si arresta. Si è sparsa la voce circa l’apertura delle frontiere e sulla sponda orientale del Danubio sempre più guerrieri Alani o Goti Greutungi[4] , donne e bambini si affollano in attesa di passare sulla sponda opposta.
Secondo gli accordi, in attesa di raggiungere le zone loro assegnate, i Goti avrebbero dovuto essere nutriti con razioni militari. I corrotti funzionari locali- in particolare il comes ( conte) Lupicino e il dux (duca) Massimo- si fanno pagare le razioni o vendono ai Goti carne di cane o carne avariata.  Ben presto i soldi finiscono, ma la fame non diminuisce. Per sopravvivere, i Goti sono costretti a vendere i propri figli e a prostituire le proprie donne. Al campo arrivano, sempre più numerosi, i mercanti di schiavi: hanno fiutato l’affare e non vogliono lasciarselo sfuggire.
Il malcontento sale, gli uomini rumoreggiano e minacciano una rivolta. Lupicino e Massimo si rendono conto di aver tirato troppo la corda e di aver contribuito a creare una situazione esplosiva. Decidono allora di far muovere i Goti verso l’interno. Avrebbero dovuto farlo subito, ma, come si dice, meglio tardi che mai. Una lunga colonna di uomini, donne, bambini, carri e carriaggi prende la direzione della città murata di Marcianopoli ( l’odierna Devnja, in Bulgaria). L’intera guarnigione di confine è impegnata a scortarli. Sulla riva romana del Danubio sono rimasti solo pochi soldati. Chi si trova dall’altra parte – bande di Alani, persino gruppi di Unni- ne approfitta immediatamente e attraversa il fiume.
Raggiunta Marcianopoli, Lupicino invita i capi Goti a banchetto. Perché lo fa? Per assicurarsi la loro collaborazione nella gestione di quell’affare complicato o piuttosto per eliminarli? I capi entrano in città, ma tutti gli altri restano fuori. La popolazione locale non vuole quella massa di migranti e le porte della città rimangono chiuse. La rabbia esplode, scoppiano tafferugli e disordini, numerosi soldati romani vengono uccisi. Lupicino, informato di quanto sta succedendo all’esterno,  forza allora la mano e cerca di togliere di mezzo i capi goti presenti al banchetto. Confida che gli altri, là fuori, senza nessuno a guidarli, si sbanderanno e potranno essere controllati più facilmente. La scorta di Fritigerno e di Alavivo ( i due più prestigiosi capi goti) viene eliminata, ma Fritigerno riesce a convincere Lupicino a lasciarlo andare. Una volta tornato dai suoi farà cessare i disordini, assicura.
Lupicino gli crede e lo lascia andare. È un errore colossale. Una volta fuori dalle mura di Marcianopoli, infatti, Fritigerno dichiara rotto il patto stipulato con i Romani. La zona intorno alla città viene corsa in lungo e in largo. I Goti bruciano fattorie, razziano il bestiame, catturano giovani e giovinette da vendere come schiavi, si impossessano di depositi di viveri, spargono il terrore ovunque. È la guerra.
“Con le mura conviene stare in pace.”
Lupicino ha due alternative: chiedere aiuto a Valente ( pericoloso ai fini della carriera) o sbrigarsela da solo[5]. Sceglie di fare da solo. Mette insieme un piccolo esercito ( circa seimila uomini) e muove contro i Goti. Le sue sono truppe scelte. Appartengono alle legiones comitatenses, gruppi mobili pronti a intervenire nei punti di maggior pericolo. Lupicino però può fare affidamento solo sulle unità di stanza a Marcianopoli: le altre legioni sono dislocate in zone troppo distanti dalla città e non ce la farebbero ad arrivare in tempi brevi.
Rispetto al passato le legioni sono cambiate. Ognuna di esse conta millecinquecento, milleseicento uomini anziché cinquemila come ai tempi di Giulio Cesare. Sono aumentati i sagittarii, gli arcieri: a loro è affidato il compito di colpire da lontano, una volta prerogativa dei velites armati di giavellotto. Unità di cavalleria corazzata e di cavalleria leggera accompagnano la fanteria.  Anche l’armamento individuale è cambiato. Lo scudo di legionari è diventato più piccolo, il gladius è stato sostituito dalla più lunga spatha, il pilum dalla lancia. La disciplina e l’addestramento, però, sono sempre gli stessi e, in campo aperto, le formazioni militari romane restano formazioni temibili.
Non in questa occasione. In questa occasione le truppe di Lupicino si disuniscono sotto l’impeto e l’incalzare dei Goti – più numerosi- e vengono massacrate. Vista la mala parata, Lupicino abbandona il campo di battaglia e si rifugia nella più sicura Marcianopoli.
Sulle ali dell’entusiasmo per la vittoria ottenuta, i Goti, armatisi con le armi tolte ai Romani caduti, si spingono fin sotto le mura di Adrianopoli (oggi Edirne, in Turchia). Sono aumentati di numero, giacché grazie all’insipienza e alla stupidità dei funzionari romani, alcune unità di mercenari goti hanno disertato e si sono unite a Fritigerno.
Le città murate, tuttavia, sono un ostacolo insormontabile per i Goti. Non hanno macchine da assedio né sanno costruirle. Fritigerno ci mette poco a capirlo, rinuncia ad assediare Adrianopoli asserendo che “ con le mura conviene stare in pace”o qualcosa del genere e riprende a razziare le campagne.
Verso Nord.
Informato di quanto sta accadendo lungo il Danubio, Valente si preoccupa. Avvia in fretta e furia colloqui di pace con i Persiani e manda alcune unità di truppe scelte, magnis itineribus, a marce forzate, verso la Tracia. Sono comandate da due generali “ cortigiani”, cioè più adatti agli intrallazzi di corte che ai fragori di una battaglia: Traiano e Profuturo.I due ripetono l’errore di Lupicino: anziché adottare tattiche di controguerriglia, cercano lo scontro  in campo aperto; anziché effettuare rastrellamenti, isolare un gruppo di razziatori alla volta ed eliminarlo, si dirigono verso l’accampamento dove è raccolto il grosso del nemico.
Questa volta, però, i Goti non aspettano i Romani per dare battaglia. Affrontare Lupicino e il suo esiguo contingente è un conto; combattere contro truppe esperte e numerose , un altro. Fritigerno e i suoi tolgono allora il campo e lentamente si dirigono verso le montagne della Tracia, ne attraversano i valichi e puntano a nord, verso il delta del Danubio. Sembra una ritirata in piena regola. E forse lo è. Forse i Goti ne hanno abbastanza e vogliono rientrare nei territori d’origine portandosi dietro il bottino e i prigionieri.
Nella loro lenta marcia verso nord, i Goti si accampano non lontano da una località denominata ad Salices ( “verso i salici”, “in direzione dei salici”). I Romani non hanno smesso di tallonarli. La battaglia è inevitabile ed entrambi i contendenti ne sono consapevoli. I Goti hanno disposto i loro carri in cerchio come fanno di solito quando pongono il campo e hanno fatto rientrare le bande mandate a razziare nei dintorni. Traiano e Profuturo sono stati raggiunti da Ricomere, un alto ufficiale dell’imperatore d’Occidente – e nipote di Valente- Graziano, alla testa di un contingente di soldati. I legionari di Ricomere non sono molto numerosi, tuttavia la loro presenza ha un forte connotato simbolico: Graziano è  della partita, si è reso conto del pericolo ed è pronto ad aiutare lo zio. Ora e in futuro.
Nelle battaglie raccontate nei film storici i soldati corrono come centometristi e, armati di tutto punto, si scagliano gli uni contro gli altri. In realtà non andava affatto così. E infatti lì, ad Salices, nessuno corre. All’inizio, almeno. I Romani si muovono in assetto di battaglia; i Goti lasciano il cerchio dei carri e avanzano a loro volta. Poi le due masse di soldati si fermano, l’una di fronte all’altra. I Romani intonano il barritus, il loro grido  di guerra. È una specie di muggito, modulato su un’unica nota all’inizio bassa, poi sempre più alta  e da ultimo assordante; i guerrieri goti , a turno, escono dalle file e occupano lo spazio intermedio ricordando le glorie dei propri antenati e giurando fedeltà ai capi.
L’attesa dura a lungo. A un certo punto volano le prime frecce; le due masse avanzano e cozzano l’una contro l’altra. Entrambi i contendenti spingono con gli scudi, colpiscono con le lance nel tentativo di rompere la compattezza dello schieramento avversario.
Si combatte per gran parte della giornata. Sul far della sera il contatto viene rotto. Lentamente, i Goti ritornano all’interno del cerchio di carri e i Romani si dirigono verso il proprio accampamento. Non ci sono né vinti né vincitori né perdite elevate. Per i Romani, tuttavia, c’è più di un motivo per preoccuparsi. I “ barbari” non se la sono data a gambe davanti alle legioni, anzi. Hanno combattuto con vigore e coraggio, hanno tenuto testa ai veterani d’Oriente, hanno anche sfondato in alcuni punti dello schieramento prima di essere stoppati dalle riserve immediatamente impiegate da Ricomere. Insomma, prenderli sottogamba è stato un clamoroso errore, continuare a farlo sarebbe gravissimo.
Si alzano i muri.
Dopo la battaglia dei Salici, i Romani cambiano tattica. La zona viene evacuata, i viveri vengono ammassati in appositi depositi nelle città presidiate dalle legioni. C’è poco o niente da razziare. I Goti allora cercano di scendere di nuovo verso sud, ma per farlo devono riattraversare le montagne. I Romani bloccano i valichi erigendo terrapieni,  costruendo sbarramenti in muratura , scavando trincee. I Goti provano a forzare i passaggi, ma, per quanto impeto ci mettano, non ce la fanno.
Sembrano in trappola. Il cibo scarseggia o manca del tutto, l’inverno si sta avvicinando, i valichi verso sud e la pianura sono bloccati. Ma verso nord la strada è aperta. E allora i Goti ne approfittano per mettersi in contatto con bande di Alani e di Unni passate al di qua del Danubio. Sono predoni, si muovono a cavallo, sono attirati dalla prospettiva di fare bottino. È un bel guaio per i Romani. Perché  un conto è bloccare il lento convoglio dei Goti di Fritigerno, un altro conto è tenere a bada gruppi mobilissimi di cavalieri in grado di spostarsi con estrema rapidità da una zona all’altra. Il comandante romano, Saturnino, preoccupato della nuova minaccia e spaventato( forse non del tutto a torto) dall’idea di vedersi spuntare alle spalle gli Unni e gli Alani , toglie il blocco e scende in pianura. Tanto, pensa, l’inverno è ormai alle porte e i Goti si muovono molto lentamente. Ci penseranno la neve e il gelo a bloccarli. E invece i Goti, informati da spie e da disertori, non perdono tempo, superano i valichi sguarniti, scendono di nuovo in pianura e di nuovo riprendono a correre il paese in lungo e in largo. Sorprendono un’unità romana ancora fuori dalle mura della città verso la quale si sta dirigendo e la distruggono. Ma quando tentano il colpo con un’altra unità comandata da Frigerido –romano nonostante il nome “barbarico”- hanno la peggio. I Goti superstiti  di quello scontro vengono inviati verso l’interno dove c’è bisogno di manodopera. Alcuni di essi arriveranno fino a Parma e  a Modena, in Pianura Padana.
Una questione di sicurezza,
Per quanto sanguinosi siano, quegli scontri non sono decisivi . Valente allora decide di metterci la faccia e di occuparsi personalmente della questione. Lascia Antiochia e raggiunge Costantinopoli, dove non si fa vedere da anni. In città tira una brutta aria. Quando si presenta ad assistere ai giochi nel circo , Valente si becca un uragano di fischi. Eppure, grazie a lui, Costantinopoli è una città-cantiere, si stanno realizzando opere pubbliche, un grande acquedotto. La popolazione dovrebbe essergli grata. Ma la popolazione  non bada a tutto questo: le interessa la sicurezza, la pretende: è ora che i barbari la smettano di spargere il terrore in lungo e in largo.
I fischi di Costantinopoli svegliano l’imperatore. Dalla sua villa suburbana a Melanthias dove prudentemente e sdegnosamente si è ritirato, Valente prepara il suo piano di guerra. Richiama dalla pensione un generale tutto d’un pezzo, incorruttibile, valoroso, popolare fra i soldati e gli affida il comando di un reparto – duemila uomini- con il quale condurre azioni di controguerriglia. Sebastiano- questo è il nome del generale- ci sa fare e ottiene rapidamente successi significativi. Non cerca lo scontro frontale. Dà la caccia ai razziatori, un gruppo alla volta, attaccandoli quando meno se lo aspettano. Anche di notte.
Fritigerno si rende conto appieno il pericolo. Sospende momentaneamente il saccheggio e riunisce tutte le bande in una località chiamata Cabyle. Si tratta di una località assai importante dal punto di vista strategico, a cavallo di importanti vie di comunicazione. In questa zona il terreno è aperto e i Goti non corrono il rischio di essere circondati. Fritigerno lo sa: presto Graziano e Valente riuniranno le proprie forze e marceranno contro di lui. Per questo ha bisogno di avere tutti i suoi uomini uniti.
Graziano, in effetti, sta scendendo con le sue truppe lungo il Danubio. Bande di Alani non gli danno tregua, tendono imboscate e causano perdite. La marcia tuttavia non si arresta. Nonostante i guai incontrati lungo il cammino, nonostante il giovane imperatore non stia bene di salute, le truppe d’Occidente raggiungono presto “Campo di Marte”, una fortezza di frontiera vicino all’odierna Kula , al confine serbo-bulgaro.
Anche Valente ha radunato il proprio esercito. Quindici -ventimila uomini, con una consistente presenza di veterani. La sua idea è di muovere lungo la valle del fiume Maritza ( che i Romani chiamano Hebrus), dirigersi a ovest, lasciarsi alle spalle Adrianopoli e intercettare i Goti nella zona fra Beroea e Cabyle. Graziano nel frattempo avrebbe dovuto superare il passo di Succi, raggiungere Filippopoli( l’odierna Plodviv in Bulgaria) e percorre in senso inverso la valle del Maritza per congiungersi con le forze dello zio e stringere i Goti in una morsa.
 
Fritigerno però gioca d’anticipo. Con una mossa a sorpresa scende a sud lungo la valle del fiume Tundza e si dirige verso Adrianopoli, intenzionato a portarsi alle spalle di Valente e a tagliargli la via dei rifornimenti. Sulle prime l’imperatore crede si tratti di una diversione. Manda alcune unità a cavallo e a piedi a controllare i passi montani lungo il tragitto seguito dai Goti e aspetta. Ma ben presto deve ricredersi. Le informazioni raccolte dai suoi esploratori non lasciano dubbi: non si tratta di una diversione, ma della manovra principale.
Valente allora ritorna con i suoi verso Adrianopoli, fa allestire come consuetudine il campo fortificato e convoca il proprio consiglio di guerra. La questione è: attaccare subito o aspettare Graziano e attaccare insieme? Valente non nutre simpatia per il nipote, dal quale ha appena ricevuto alcune lettere personali. Gliele ha portate Ricomere, il comandante sfortunato della battaglia dei Salici. Graziano scrive: non lanciarti in azioni temerarie, aspettami e uniti avremo la vittoria. Ma come aspettare se gli esploratori parlano di non più di diecimila guerrieri goti? Se Sebastiano, l’invitto Sebastiano, preme perché si attacchi subito? E poi, perché dividere la gloria della vittoria con quello sbarbatello di Graziano, sempre pronto a vantare le proprie imprese? E che ne sarà della popolazione abbandonata a se stessa in attesa dell’arrivo delle truppe d’Occidente? A nulla vale la prudenza invocata dal comandante della cavalleria , il sarmata Vittore: Valente ha deciso: non aspetterà Graziano, attaccherà subito e avrà la gloria della vittoria tutta per sé.
La trattativa.
Appena presa la decisione, nel campo risuonano gli ordini, i reparti si raggruppano, raggiungono la posizione loro assegnata e si preparano a uscire contro il nemico. Ma Fritigerno ha in serbo un’altra mossa. Manda al campo romano un suo uomo fidato – un prete cristiano- con due lettere per Valente. Scrive: mantieni quanto hai promesso due anni fa e noi non combatteremo. Dacci la terra da coltivare, un territorio dove risiedere e noi deporremo le armi. E aggiunge: io personalmente desidero la pace. Sono i miei guerrieri a essere irruenti. Esci con il tuo esercito, schierati davanti a loro, mostra i muscoli e anche i più riottosi cederanno. Valente non si lascia convincere. Forse non si fida dei “barbari”, forse teme un tranello, forse è sicuro di spazzarli via in quattro e quattr’otto e non è disposto a fare concessioni.
Ma perché quella mossa da parte di Fritigerno? È dettata dalla sincerità o è solo un espediente per prendere tempo? Di certo c’è questo: I Goti si muovono lentamente. Secondo Ammiano Marcellino impiegano più di tre giorni per portarsi nelle vicinanze di Adrianopoli. Sono i carri a rallentarli o aspettano qualcosa o qualcuno?
Si è dibattuto a lungo su quanti fossero. Come abbiamo visto, secondo gli esploratori di Valente non arrivavano a diecimila. Secondo Ammiano Marcellino erano molti di più. Certamente non i duecentomila di cui parlano alcuni storici moderni, ma più di diecimila. Un dato è comunque certo: gran parte della cavalleria era stata mandata in giro a procurarsi viveri e foraggio e non era stata individuata dagli scout. Fritigerno procede lentamente perché ne aspetta il ritorno?
La battaglia.
Adesso i due schieramenti si trovano l’uno di fronte all’altro. I Romani si sono sorbiti una marcia di tredici, quattordici chilometri sotto un sole cocente e su un terreno sconnesso e irregolare. Valente ha lasciato il tesoro imperiale , il bagaglio personale e i consiglieri civili a Adrianopoli e adesso è lì, alla testa dei propri uomini e ne condivide aspettative e disagi. Sono circa le due del pomeriggio del 9 agosto 378 d.c.
I Goti hanno allestito il carrago– il loro cerchio di carri- in una zona leggermente sopraelevata nei pressi dell’odierno villaggio di Muratçali. I Goti non combattevano stando all’interno del carrago, ma vi si schieravano davanti e vi ritornavano per trovarvi riparo nel caso in cui gli avvenimenti avessero preso una brutta piega. Dunque in quella torrida giornata di agosto, i Goti sono schierati davanti ai propri carri e i Romani li fronteggiano intonando il barritus, la fanteria al centro, la cavalleria  alle ali. All’ala destra, i Romani si avvicinano ai nemici. Li provocano spingendo avanti i cavalli e poi rinculando. È un gioco pericoloso al quale i Goti rispondono urlando, agitando le armi e provocando a loro volta.
Tuttavia un contatto vero e proprio ancora non c’è. Fritigerno rigioca la carta della trattativa. Ammiano Marcellino non ha dubbi: è un colossale imbroglio per prendere tempo. Se è così, i Romani gli danno una mano. Respingono la prima ambasceria perché composta da uomini di basso rango e si dichiarano disposti a intavolare trattative con persone più altolocate . E intanto il tempo passa, i soldati romani soffrono terribilmente la sete. Ma non smettono di battere sugli scudi e di intonare il barritus.
Fritigerno accetta: verrò io stesso a trattare, ma voglio garanzie. Mandatemi uno dei vostri uomini più in vista. Lo terrò in ostaggio durante le trattative  e poi lo rilascerò. Valente sceglie uno del proprio entourage, il tribuno Equizio, ma il prescelto non ne vuole neanche sentir parlare. E intanto il tempo corre via inesorabile e i Greutungi e gli Alani, altrettanto inesorabilmente, si stanno avvicinando. Alla fine è Ricomere a offrirsi come ostaggio. Tutto a posto? Nemmeno per sogno. Si perde altro tempo per dotare Ricomere delle credenziali comprovanti il proprio rango. Perché Valente accetta la trattativa? Spera di chiudere la questione senza spargimento di sangue? Vuole guadagnare tempo in  attesa dell’arrivo di Graziano? Crede nella buona fede di Fritigerno? Sia come sia, quei colloqui non si svolgeranno mai.
Ricomere, infatti, è appena partito alla volta del campo dei Goti quando all’ala destra dello schieramento la situazione precipita. I cavalieri romani si avvicinano sempre di più ai Goti, li provocano, li urtano coi cavalli. Parte qualche freccia. A questo punto i Romani non si trattengono più e  caricano il nemico. I comandanti – Bacurio e Cassio- agiscono di propria iniziativa, non su ordine diretto di Valente. La loro è una mossa fatale. I Goti resistono e costringono la cavalleria a ripiegare in disordine. Si tratta ancora di un fatto circoscritto, le fanterie non sono ancora entrate in azione, forse ci sarebbe ancora spazio per la mediazione. Ma questo spazio si chiude immediatamente quando sui Romani in fuga piombano, improvvisi, gli Alani e i Greutungi tornati a rotta di collo dalla loro razzie per sostenere Fritigerno.
Mentre tutto questo succede all’ala destra, nel settore opposto, la cavalleria romana, ricompattatasi dopo il primo attacco nemico, riesce ad avanzare e a spingersi fin quasi all’interno del carrago. Ma nessuno ne sostiene l’azione e così anch’essa viene sopraffatta dai cavalieri Alani e Greutungi. A questo punto, la fanteria romana, priva di qualsiasi protezione sui fianchi, viene circondata e fatta a pezzi. Ammiano Marcellino ricorre a toni drammatici e ci racconta di alte e dense nuvole di polvere attraverso le quali volano, invisibili ai Romani, le mortali frecce nemiche; di un terreno reso viscido dal sangue dei caduti e dei feriti; dell’impossibilità da parte dei Romani di effettuare una ritirata ordinata; di lance spezzate e di scudi resi inservibili; di uomini esausti per la sete, per il caldo e per il  peso dell’armatura. A un certo punto la resistenza cessa e i Romani fuggono in disordine.
Alcuni reparti , tuttavia, fanno eccezione. I Matiarii e i Lanciarii –due reggimenti di èlite- combattono bene e cercano di ritirarsi con ordine in mezzo a quell’enorme confusione. Valente, quasi senza più guardia del corpo, cerca di raggiungerne i ranghi per trovare protezione. Ma la situazione ormai è compromessa: i Batavi si rifiutano di entrare in battaglia a fianco dei Romani;  non ci sono più riserve da impiegare; la cavalleria nemica è inarrestabile. Vista la mala parata, Ricomere e Saturnino tagliano prudentemente la corda, seguiti a ruota da Vittore. Cadono Sebastiano ed Equizio, cadono Traiano e Valeriano; cadono decine di ufficiali superiori. E Valente? Cade anch’egli, ma il suo cadavere non verrà mai trovato. Secondo alcuni, l’imperatore d’Oriente fu colpito da una freccia e morì nel corso della battaglia; secondo altri bruciò vivo all’interno di un casolare dato alle fiamme da un gruppo di Goti del tutto ignari della sua presenza all’interno.
Adrianopoli fu un colpo terribile per l’impero. E non solo per la morte di Valente e neppure per il numero dei caduti( a Canne, a Carre e a Teutoburgo, in passato, ne erano morti di più). Le disciplinate, addestrate e una volta invincibili legioni romane erano state battute in campo aperto da un esercito di “barbari”. Di chi la colpa? Dell’impazienza sconsiderata di Valente? Del volere degli dei? O perché erano stati ignorati gli infausti presagi precedenti la battaglia? Domanda meno oziosa di quanto possa sembrare, quest’ultima, perché se la religione cristiana –ormai religione di stato- relegava nella superstizione le pratiche pagane, in pratica non era così. La maggioranza della popolazione ci credeva, eccome.
Ad ogni modo, per errore umano o per volontà divina i Goti restarono padroni del campo. Provarono anche ad assediare Costantinopoli, dove la popolazione si rifiutò di aprire le porte della città ai soldati romani temendo chissà che cosa. L’assedio non poteva avere successo e in effetti fallì. I Goti ripresero a correre le campagne fino a che un energico generale di origine spagnola, Teodosio, nominato imperatore d’Oriente da Graziano, pose fine al conflitto, giungendo a un accordo con i Goti e accogliendoli come foederati all’interno dell’impero.
Col tempo, Adrianopoli è diventata un simbolo, una specie di spartiacque della storia. Nella sconfitta di Valente, infatti, c’è chi vede l’inizio della fine per l’impero romano d’Occidente. I “barbari” infatti si spingeranno sempre più a ovest ( in questo assecondati dagli imperatori orientali, ben felici di toglierseli dai piedi) fino ad arrivare a Ravenna e a Roma. Per alcuni addirittura il Medioevo comincia lì, nel tardo pomeriggio di quella torrida giornata estiva, in cui la cavalleria dei Goti ebbe la meglio sulla fanteria romana. Le cose non stanno esattamente così. Ci vorrà ancora molto tempo prima di un cambiamento effettivo, ma sicuramente Adrianopoli contribuì ad accelerare il processo.
Epilogo.
Negli anni successivi al riconoscimento da parte di Teodosio, i Goti accolti nell’impero si diressero a occidente in cerca di soldi, a caccia di prebende e di incarichi. Quando erano pagati stavano buoni, combattevano per Roma anche contro altri Goti. Ma quando erano a corto di soldi si agitavano, rumoreggiavano e minacciavano. Gli imperatori d’Occidente dovevano fare i salti mortali per accontentarli. E non sempre ci riuscivano. A volte non volevano, altre volte proprio non c’erano soldi. O terre da distribuire. O cariche da assegnare ai capi. La situazione era perennemente tesa: i Goti minacciavano di fare sfracelli, si quietavano, poi minacciavano di nuovo. Alcuni dei loro capi sedevano in Senato: si toglievano la pelliccia per indossare la toga e , una volta finita la seduta, si rimettevano la pelliccia  e ritornavano quelli di prima. O, almeno, così è stato scritto. La convivenza, insomma, a poco a poco si era fatta meno facile; i “ barbari”- sempre più numerosi nell’esercito- erano in grado di condizionare la politica imperiale.
Nel 410, uno di loro, stanco di dilazioni e di promesse non mantenute mise a sacco Roma. Non veniva da lontano, dalla Germania, dalla Scandinavia o da qualche altra remota parte oltre il limes. Non invase alcunché, perché, con i suoi, si trovava già da un pezzo dentro i confini dell’impero. Parlava latino, si professava cristiano, era un generale dell’esercito. I Romani lo conoscevano come Flavius Alaricus; noi lo conosciamo come Alarico, capo dei Goti.
Da leggere
Alessandro Barbero, 9 agosto 378. Il giorno dei barbari, Laterza, 2012
Guido Cervo, Le mura di Adrianopoli, Piemme, 2009
Alessandro Defilippi, Danubio rosso. L’alba dei barbari, Mondadori, 2012
Simon Macdowall, Howard Gerrard Adrianople AD 378. The Goths crush Rome’s Legions, Osprey, 2011
Ammiano Marcellino, Rerum gestarum libri, liber XXXI, UTET, 2014

25.15 Draghi e salamandre

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Draghi e salamandre
 
 
Prologo.
20 luglio 1866. La nave ammiraglia fila dritta verso il bersaglio, guidata dalla mano esperta di Vincenzo “Nane” Vianello, timoniere. La velocità aumenta, la distanza diminuisce. Muscoli e nervi sono tesi, ci si prepara allo scontro. Vianello bada a  tenere in linea la nave. E’ il suo mestiere di marinaio, è il suo dovere di soldato. Ci riesce. Poco prima dell’impatto, sente, forte e chiara, l’esortazione del comandante: “Daghe dentro, Nane, che i butemo a fondi!” O qualcosa del genere.
Chi ha gridato è un ufficiale dalle folte basette fulve:  a dispetto del dialetto veneto usato in quella circostanza, non è italiano, è austriaco. Si chiama Wilhelm Tegetthoff.
Per  terra e per  mare.
In quel pasticcio, il neonato Regno d’Italia c’è entrato a fianco della Prussia di Guglielmo I e di Otto von Bismark. Noi vogliamo, vorremmo, accaparrarci i territori che ancora mancano al compimento dell’unità nazionale; i prussiani vogliono abbassare la cresta all’Austria  e sostituirla alla guida della Confederazione Tedesca. L’inizio, per noi, è pessimo. Qualche giorno dopo la dichiarazione di guerra, infatti, le buschiamo senza rimedio a Custoza( 24 giugno). Ci salvano i prussiani: in quattro e quattr’otto, fanno fuori gli austriaci a Sadowa( 3 luglio), nei pressi di Praga e rimettono le cose a posto.
Con sempre maggiore insistenza, si parla di armistizio. Rinunciare al Veneto? Si può fare risponde una  Vienna piena di guai, ma non chiedeteci di cederlo direttamente agli italiani. Napoleone III, allora, si fa avanti e si propone come mediatore: datelo a me e vediamo di mettere in piedi  una bella partita di giro e di salvare le apparenze. Del Veneto( e forse dell’Italia) non gli importa un tubo, ma della Prussia sì. E vuole liquidare alla svelta quella faccenda prima che s’allarghi troppo e coinvolga se stesso e la Francia.
Quando le voci di un armistizio cominciano a circolare, a Firenze- da poco Capitale- si materializza  l’incubo dell’ennesima figuraccia. Il barone Bettino Ricasoli – il premier di allora- vede già , in Italia e fuori d’Italia, la stampa darci dentro a tutta manetta. Gli italiani? Bamboccioni inaffidabili, eterni sconfitti, ecc, ecc. Urge un colpo di reni che riscatti l’infamia di Custoza,  qualcosa di veramente sensazionale da far restare tutti quanti- prussiani compresi- a bocca aperta.  E da rendere credibile l’annessione ( anche se per interposta Nazione)del Veneto.
Perché, allora, non dare addosso agli austriaci sul mare? In Ancona abbiamo una flotta di tutto rispetto, navi solide, rivestite di ferro. E non possiamo, forse, contare sull’Affondatore– nomen omen- nave all’avanguardia, corazzatissima, irta di cannoni? Usiamola, dunque, quella benedetta flotta e facciamo vedere a tutti di che pasta siamo fatti.
Ministro della Marina è Agostino Depretis, il trasformista di futura memoria. Spronato da Ricasoli, prima ordina al comandante della flotta, l’ammiraglio Persano di “ sbarazzare l’Adriatico dalle forze nemiche”, senza dirgli bene come e dove; poi, visto che, da una parte e dall’altra, si fa manfrina, tuona: muoversi! Tutti a Lissa!
Attaccare  Lissa ( oggi Vis, in Croazia) non è una grande pensata. L’isola non ha approdi agevoli, è difesa da ottime fortificazioni. Sparando dall’alto verso il basso, i suoi cannoni costieri possono fare male. E poi, domanda non secondaria, la flotta austriaca starà  a guardare o ci darà dentro? Perché se sta a guardare, tutto ok; ma se ci dà dentro e ci cucca proprio mentre siamo impegnati a conquistare l’isola, potremmo passare guai seri. Anzi serissimi. Ma nessuno sembra sfiorato dal pensiero.
La due Marine.
La Marina austriaca, più che imperial-regia nasce“ austro-veneta” ( Oesterreich-Venezianiche ). I suoi quadri e i suoi ufficiali studiano e si formano a Venezia, i suoi marinai vengono dalla Laguna e dalle coste friulane e dalmate. Si tratta di gente tosta, fedele a Vienna, sorda o quasi alle sirene dell’irredentismo. A bordo, nelle aule, sulle navi-scuola non si parla il tedesco, ma il dialetto veneto. Anche Tegetthoff ha dovuto impararlo e, come lui, hanno dovuto impararlo tanti altri comandanti di lingua tedesca.
Non ha molte navi di “ ferro”, la flotta austro-veneta: meno di una decina e neanche troppo bene in arnese, nonostante ci siano draghi ( Drache) e salamandre( Salamander), principi ( Prinz Eugen) e imperatori( Kaiser) e , naturalmente, mostri sacri ( Radetzky, Don Juan de Austria).  A differenza di quelli italiani, i  cannoni della flotta di Tegetthoff non hanno l’anima rigata. Scoppiata la guerra, poi, la Krupp di Essen si rifiuta di fornire quelli ordinati in precedenza.  Insomma,  a prima vista la flotta austriaca non è messa benissimo.
Quella italiana sta meglio. Ha un paio di ottime navi ( la Re d’Italia e la Palestro), un buon numero di corazzate( in tutto 11), i suoi prìncipi ( Di Carignano) e i suoi sovrani( Re del Portogallo, Re d’Italia, Regina Maria Pia) e, soprattutto, può contare sull’Affondatore, un mostro di ferro irto di torrette girevoli e di bocche da fuoco. Quando arriverà, beninteso. Perché, per il momento, il terrore dei mari, l’arma decisiva, costruita in Inghilterra, non  è ancora comparsa all’orizzonte. E’ in navigazione, fra poco arriverà, state tranquilli si dice e si ripete.  Sì, ma quando?
La flotta italiana- con o  senza l’Affondatore–  è una specie di torre di Babele. I marinai parlano il sardo, il napoletano, il siciliano, il marchigiano, il genovese, non ancora il fiorentino. Dura farsi capire, dura far eseguire gli ordini. E ci sono anche problemi con le macchine, con i cannoni, con gli incendi a bordo, con l’addestramento, con la qualità dei materiali. Qualcuno maligna: e che cosa vi aspettavate? Blindature spesse? Cannoni efficienti? Macchine ben oliate? Con tutte le mazzette che sono circolate è già un miracolo se le navi galleggiano. Flotta italiana, allora? Diciamo flotta all’italiana, è meglio.
Si va…
Dal canto suo, l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano- il comandante in capo-  non stravede per l’incarico ricevuto; abbozza più che darci dentro, accampa scuse, predica prudenza, non va d’accordo con i colleghi Albini e Vacca né i colleghi vanno d’accordo con lui. Quando, il 27 giugno, Tegetthoff compare davanti ad Ancona con un pugno di navi , Persano manda le proprie corazzate in direzione opposta, convoca un consiglio di guerra invece di mettersi subito in caccia e  far parlare i cannoni e si fa vedere in porto quando il nemico ha già tolto il disturbo. In seguito dirà: io volevo attaccare. Attaccare? Mah!
L’8 luglio esce finalmente in mare, ma si guarda bene dal puntare su Pola – dove Tegetthoff arma le proprie navi e addestra senza sosta i propri equipaggi. Gira di qui e di là senza una meta apparente e torna ancora una volta in Ancona. I suoi uomini imprecano e masticano amaro. Perché sono tornato? mi chiedete. Che razza di domanda! Per aspettare l’Affondatore, per quale altro motivo se no? Poi da Firenze, anche su pressione dell’opinione pubblica, arriva la scossa: Affondatore o non Affondatore, è ora di finirla con questo tira e molla.
Rotta su Lissa, dunque. E vietato sbagliare.
Persano non  ha neppure una mappa dell’isola e delle sue difese. Fa issare una bandiera britannica sul Messaggero e lo spedisce in ricognizione. Chi crede di ingannare? A Pola arriva un messaggio : nave battente bandiera inglese avvistata al largo di Lissa. Bandiera inglese? Tegetthoff sente puzza di bruciato. La conferma dell’incendio gli arriva quando gli vengono segnalati prima vascelli senza insegne e poi navi battenti bandiera italiana nei dintorni di Lissa. Lì  a Porto San Giorgio, a Porto Manego e a Comisa,  Persano e soci stanno dando di cozzo- senza grande successo, per altro- contro le difese dell’isola. Tegetthoff la vede come una manovra diversiva, ma quando si accorge che non è così, ricevuta l’autorizzazione da Vienna,ordina alla propria flotta di prendere il mare. E a Lissa di resistere.
E i forti dell’isola resistono , aiutati dai propri cannoni, ma anche dalle decisioni degli ammiragli italiani. Giovanni Vacca molla la presa  su Comisa perché sottoposto a un fuoco dannatamente preciso ; Giovan Battista Albini con le navi di legno, abbandona, di propria iniziativa, la posizione davanti a Porto Manego: contro quei cannoni con le mie navi piene di truppe da sbarco non ce la posso fare, dice a Persano. Risultato: la flotta italiana è sparpagliata: un gruppo qui, un altro là, un terzo chissà dove; le località  prescelte  per lo sbarco non sono state occupate, i forti tengono. E Tegetthoff può arrivare da un momento all’altro. Unico motivo di consolazione: l’Affondatore ha finalmente raggiunto la flotta( 19 luglio).
..e si torna
Ma all’alba del 20 luglio arriva anche il nemico.  E proprio mentre sono in corso le operazioni di sbarco da parte nostra. La sorpresa è grande, la situazione, visto come siamo dislocati in mare,  delicata. E anche molto, molto complicata.
Persano ordina ad Albini di interrompere le operazioni di sbarco e cerca  in fretta e furia di mettere la sfilacciata flotta italiana in formazione di combattimento. Ma le nostre navi sono troppo distanti fra di loro perché possano essere riunite in fretta; la linea allestita- alla bell’e meglio- in tre gruppi ( Vacca, Persano, Riboty)  è giocoforza allungata; Albini non si muove( dichiarerà di non aver mai ricevuto l’ordine di sospendere le operazioni).
Tegetthoff, invece, avanza a tutta birra con le sue navi dipinte di nero disposte a cuneo su tre file: davanti le corazzate( 7), in mezzo le navi di legno, in coda le altre. Sa di essere inferiore di numero, sa di non poter competere con i cannoni rigati italiani e allora gioca le carte della velocità , dell’anticipo e della sorpresa. Tutte le navi austriache  hanno larghe strisce bianche dipinte sui fumaioli. Le nostre imbarcazioni, anziché nere, sono grigie. Prima dell’attacco, l’ammiraglio non la fa tanto lunga: “Attaccate  tutto quello che è grigio”, ordina ai suoi.
Tegetthoff supera Vacca( l’avanguardia della linea allestita da Persano) e guadagna il centro del nostro schieramento. Dispone i suoi vascelli in linea, vira di 180 gradi e dà addosso alle navi italiane. Ne nasce un furioso parapiglia in mezzo al fumo, alle esplosioni e alle grida.  La Re d’Italia ferma per un colpo al timone e in difficoltà, viene speronata( neanche fossimo a Lepanto: Daghe dentro, Nane… ) e va a fondo; la Palestro, raggiunta da un proiettile austriaco,  prende  fuoco, ma l’equipaggio resta a bordo per cercare di spegnere l’incendio. Più indietro, la Kaiser( una fregata a vapore  in legno) viene danneggiata nello scontro con la Re del Portogallo di Riboty.
E Persano? Fin dalle prime battute ha abbandonato la Re d’Italia per il più sicuro Affondatore, non dicendo niente a nessuno e lasciando la sua bandiera a garrire sulla vecchia ammiraglia. Risultato: in quei momenti concitati e confusi,  tutti guardano alla Re d’Italia, aspettano ordini, segnali, disposizioni. Che non arrivano, che non possono arrivare. Caos allo stato puro.
E il giustiziere dei mari, il leggendario Affondatore? Un altro fiasco. Quando la Kaiser gli sfila davanti in evidente difficoltà, i suoi cannoni tacciono. Farli funzionare non è semplice e l’equipaggio non ha ancora acquisito la necessaria esperienza. La Kaiser ringrazia e si allontana.
L’incendio divampato sulla Palestro raggiunge la santabarbara e la nave esplode. L’esplosione della Palestro segna la fine delle ostilità: Teghettoff fa rotta su Pola, Persano verso Ancona e il processo che lo attende. Gli equipaggi  salutano la vittoria al grido di “ Viva San Marco!” mentre il mare di Dalmazia si chiude su 648 marinai e soldati italiani e su  121 marinai austriaci. Noi abbiamo perduto due navi, gli austriaci nemmeno una. Velenoso come un serpente, Napoleone III commenta: “Un’altra sconfitta e mi chiederanno Parigi.”
Scriverà il vincitore, in tedesco questa volta:”Navi di legno con uomini di ferro hanno sconfitto navi di ferro con uomini di legno”.
Daghe dentro, Nane..
Epilogo
Fra i 648 caduti italiani a Lissa c’è il deputato della Destra Pier Carlo Boggio. E’ un politico di primo piano e uomo di valore. Si è arruolato volontario anche se non sa neppure nuotare. Perché l’ha fatto? Per dimostrare che ci sono momenti  in cui Destra  e Sinistra non contano, conta solo l’Italia.
Fra quei morti c’è anche Luca Toscano. Non è volontario. Prima di prestare l’obbligatorio servizio militare nella Regia Marina Italiana, viveva ad Acitrezza, in Sicilia, nella Casa del nespolo, conosciuta in paese  come la casa dei Malavoglia.

25.16 Il Mare Bianco

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Il Mare Bianco
 
Cavalieri di Malta. Da Digilander.libero.it
Prologo.
Col favore del buio un’agile nave attraccò in una baia fuori mano dell’isola di Creta. Al segnale convenuto, una scialuppa si staccò da terra e raggiunse l’imbarcazione. Avvolto in un ampio mantello, un uomo alto di statura salì a bordo. La cautela e la circospezione erano quanto mai necessarie: quell’uomo era sul libro paga dei veneziani e ora si apprestava  a lasciare i propri datori di lavoro per i nemici di sempre: i Cavalieri di San Giovanni. Si chiamava Gabriele Tadini Martinengo   ed era un ingegnere italiano.Un ingegnere militare.
Philippe Villiers de l’Isle-Adam,  Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, rilesse la lettera. Il sovrano dei sovrani, l’altissimo imperatore di Bisanzio e Trebisonda, il supremo signore dell’Europa e dell’Asia , vale a dire il sultano Solimano in persona gli porgeva gli auguri per la nomina e intendeva coltivarne i favori. E allora perché quel finale corrusco e minaccioso? Quell’alludere alla recente presa di Belgrado, alla devastazione di splendidi luoghi cristiani e alla schiavitù dei loro abitanti? E perché l’imboscata tesagli, un paio di settimane prima, dal corsaro turco Kartoglu nei pressi di Siracusa, alla quale era sfuggito per pura fortuna?
Il Gran Maestro alzò gli occhi dalla lettera, prese carta e penna e rispose: “Ho capito perfettamente quello che volevate dirmi”.
Jan Parisot de La Valette, giovane Cavaliere francese, aveva accolto l’invito del Gran Maestro ed era in viaggio verso Rodi. Sarebbe arrivato in tempo?
I signori del mare.
Il Mediterraneo- il Mare Bianco per gli ottomani-  era un mare inquieto. Lo era sempre stato. Su  quel mare la fortuna, come il vento, faceva periodicamente il proprio giro, portando guerra e pace, terrore e speranze, pause e accelerazioni . Su quel mare tutto era provvisorio, le vittorie come le sconfitte, i trattati come le alleanze. Persino le leghe sante e universali, nate per calmarne le tempeste, vivacchiavano e si spegnevano fra litigi e rivalità, incomprensioni e diffidenze.
Su quel mare viaggiavano ricchezze e opportunità, denaro e occasioni. Su quel mare si affacciavano la croce e la mezzaluna; su quel mare correvano il bisante d’oro e le lettere di cambio, gli aspri e i fiorini, la seta e il cotone, l’oro  e l’avorio. Su quel mare brillavano i rostri dorati delle galee veneziane e garrivano al vento gli stendardi dei Cavalieri di  San Giovanni o le bandiere del Profeta.
Intorno a  quel mare convivevano in precario equilibrio idee e mondi diversi destinati prima o poi a scontrarsi. Gli ottomani – i Turchi per la Cristianità-  si affacciarono su quel mare e subito guardarono oltre. Oltre quelle acque c’erano Roma e la realizzazione di un sogno: un unico impero, un’unica fede, un unico Cesare. Dopo la caduta di Costantinopoli ( 1453), gli equilibri saltarono. Sotto la pressione ottomana, il sistema difensivo eretto dai veneziani nel Mediterraneo orientale crollò nel giro di una cinquantina d’anni e  le porte del Mare Bianco si spalancarono davanti ai nuovi conquistatori.  A primavera la flotta ottomana lasciava il Corno d’Oro e vi tornava in autunno carica di bottino e di schiavi. E a ogni uscita, la Cristianità tremava.
I padroni di un tempo – i veneziani- tiravano a campare. Le loro navi  solcavano ancora i mari, il leone di San Marco faceva ancora bella mostra di sé sulle chiese e sui palazzi di Creta e di Cipro, ma niente era più come prima. La Serenissima era sulla difensiva: subiva più che imporre, viveva alla giornata più che fare progetti,  dipendeva dal capriccio del sultano o dagli umori politici della corte o dell’harem più che dalle decisioni del proprio senato. Qualche volta faceva la voce grossa, altre volte- com’era suo costume- metteva mano al portafoglio ed elargiva sostanziose bustarelle.
Era un mare pericoloso e infido, sempre in movimento, solcato da corsari e da pirati di ambo le  fedi e le confessioni. I Cavalieri di San Giovanni tenevano Bodrum e Rodi e non avevano dimenticato Acri; Baba Oruç( Barbarossa per i cristiani) controllava gran parte del Maghreb e non aveva dimenticato i Cavalieri né gli anni trascorsi nelle loro prigioni e ai remi delle loro galee. I primi correvano il Mediterraneo orientale nel nome della fede; il secondo spadroneggiava a occidente partendo dalle coste nordafricane. Entrambi spargevano il terrore: in nome di Cristo i primi, in nome di Allah il secondo. Rapivano e razziavano, incendiavano villaggi e affondavano imbarcazioni, erano maledetti e temuti. Le loro scorrerie aggiungevano  instabilità all’ instabilità , tensione alla tensione.
Di qua e di là dal mare, il pericolo veniva ingigantito, deformato, reso assoluto. Sulla sponda ottomana, i Cavalieri discendevano “dall’immonda stirpe dei Franchi”, profanatori dei luoghi sacri; sulla sponda cristiana,  il Turco incendiava, rapiva, torturava e impalava. Su entrambe le sponde ogni accenno al  dialogo sembrava pura blasfemia. La contesa aveva assunto i contorni di una guerra santa: non ci sarebbero stati compromessi. Il Mare Bianco, con la forza di un magnete, attirava l’Islam e la Cristianità verso le proprie acque.
 
Ritratto di Solimano il Magnifico (per gli ottomani, il Legislatore). Da: it.wikipedia.org/wiki/
Su quel mare si proiettavano le ombre gigantesche di Solimano e di Carlo, il sultano e l’imperatore.  Solimano affascinava con l’eloquio, Carlo balbettava; Solimano appariva come l’incarnazione stessa della perfezione, Carlo assomigliava fisicamente a “ un idolo pagano”; Solimano era grave e solenne, Carlo, sempre a bocca aperta per un difetto congenito alla mandibola, sembrava un povero scemo; Solimano era re dei re per volere di Allah, Carlo, quinto nel nome, era imperatore del Sacro Romano Impero grazie al denaro dei Fugger; Solimano era stato salutato come un dio in terra, Carlo scambiato per un corsaro dai suoi sudditi spagnoli. Non potevano esserci uomini più diversi e, nello stesso tempo, più simili. Diversi nell’aspetto, erano uniti dal carattere. Entrambi vivevano intensamente la sacralità della propria missione, entrambi erano determinati e decisi, entrambi si definivano uomini di fede e di pace. E proprio perché uomini  di pace, vivevano per la guerra.
 
L’imperatore Carlo V ritratto dal Tiziano( particolare). Da: it.wikipedia.org/
Su quel mare, a oriente e a occidente,  a Rodi e in Nordafrica, due concezioni del mondo si affrontavano, dunque, per procura. L’isola era la chiave del Mare Bianco; il Maghreb era una spina nel fianco della Spagna; su Rodi sventolava il vessillo rosso con la croce bianca dei Cavalieri; sul  Maghreb la mezzaluna. Solimano si sentiva umiliato dall’impudenza e dalle scorrerie dei “discendenti dei Franchi”; Carlo  non poteva ignorare le suppliche dei propri sudditi, inermi e impotenti di fronte alle angherie degli esuli mori prima, dei corsari barbareschi, poi. Le navi con la croce minacciavano le rotte verso la Mecca,  Barbarossa minacciava i forti spagnoli in Africa; i Cavalieri abbordavano i galeoni ottomani, Barbarossa radeva al suolo interi villaggi sulle coste spagnole e ne deportava gli abitanti; i Cavalieri tenevano ancora Bodrum ( il castello di San Pietro il Liberatore) in Asia,  Barbarossa si era impossessato di Algeri e, accarezzando il sogno di farsi re del Nordafrica,  si apprestava a fare lo stesso con Tlemcen, l’antica capitale del regno del Maghreb ; i Cavalieri correvano i mari in nome della fede, Barbarossa per vendetta e per ambizione; i Cavalieri avevano nel papa il proprio signore spirituale, Barbarossa aveva nel sultano un prezioso fornitore di titoli, di armi, di soldati, di polvere da sparo. Col passare del tempo, quella guerra per procura, quella guerra di corsari,  era diventata una guerra di religione.
 
Haradin “Bontà della Fede” Barbarossa in un ritratto dell’epoca. Da: it.wikipedia.org/wiki/
Niente era odiato dai musulmani quanto la rossa sopravveste crociata dei Cavalieri; niente suscitava terrore nei cristiani quanto l’orecchino d’oro e il braccio d’argento di Barbarossa. A Bodrum, i Cavalieri vendevano e compravano schiavi sotto gli occhi del difensore dei credenti, umiliandolo; in Spagna Barbarossa uccideva a morsi i prigionieri e – si diceva- ne divorava la lingua; Rodi era un’offesa per la potenza del sultano, il Maghreb una lancia puntata dritta al cuore del regno di Carlo.
Quella guerra per procura non poteva durare a lungo. E non durò. Barbarossa fu il primo  a cadere. Un corpo di spedizione spagnolo allestito e finanziato da Carlo lo intrappolò a Tlemcen e lo uccise. Ma, mentre il suo braccio d’argento stava ancora viaggiando come trofeo alla volta della Spagna, Barbarossa resuscitò. Suo fratello Hizir ne prese il posto, rinunciò a diventare re del Nordafrica, fece atto di sottomissione al sultano, cambiò nome  e divenne Haradin( in turco “Bontà della Fede”) Baba Oruç, Ariadeno Barbarossa.
Il diavolo era tornato.
La porta del Mare Bianco.
Questa volta la lettera di Solimano era chiara. Anche troppo. Adesso basta, scriveva, la mia pazienza è colma. Non ne posso più delle vostre ingiurie. Non ne posso più io, non ne può più il mio popolo. Cedetemi Rodi e Bodrum e avrete salva la vita; scegliete la guerra e non avrete scampo. E  per essere più convincente, aveva messo in mare una flotta sterminata e quasi centomila uomini. Il Gran Maestro aveva poco da opporgli: il proprio sdegnoso silenzio( non rispose alla lettera), ottomila uomini scarsi, la protezione di San Giovanni al quale aveva simbolicamente consegnato le chiavi dell’isola, fortificazioni solide e l’ “abilissimo artefice e nelle cose di guerra impareggiabile esperto di scienze matematiche”, l’ingegnere italiano Gabriele Tadini.
Sulle prime la guerra di Rodi fu una guerra di talpe. Gli zappatori ottomani furono messi a scavare cunicoli e trincee per facilitare l’assalto dei giannizzeri. Tadini li sottoponeva a un micidiale fuoco incrociato e quei poveri disgraziati cadevano come mosche. Ma gli uomini non facevano difetto a Solimano e chi cadeva veniva subito rimpiazzato. Enormi quantità di terra venivano trasportate in prossimità delle mura per erigere torri sulle quali piazzare i cannoni; giorno dopo giorno le trincee si facevano sempre più vicine, i parapetti sempre più alti.
Quando tutto fu pronto, la parola passò all’artiglieria. Dalla fine di luglio alla fine d’agosto, le fortificazioni dell’isola furono sottoposte a un fuoco serrato e micidiale, sotto gli occhi di Solimano in persona, arrivato da poco alla testa di altri uomini. Le fortificazioni però ressero; un primo attacco in forze portato il 4 settembre fu respinto con gravi perdite e il comandante in capo, Mustafà, corse il rischio di essere giustiziato quale responsabile dell’insuccesso.
 
L’assedio di Rodi in una miniatura del tempo.
Gli ottomani ci provarono allora con le mine. Ricorrendo a ingegnosi sistemi d’allarme, Tadini neutralizzò più di un cunicolo; facendo scavare  enormi sfiatatoi sotto le fortificazioni, annullò gli effetti di molte esplosioni, ma non poteva fare miracoli. L’esplosione di una mina aprì un’ampia voragine nel settore inglese; Tadini fu ferito gravemente da un cecchino; fu forzato anche il settore spagnolo, ma in entrambi i settori i difensori adottarono rapide contromisure, tennero duro e gli ottomani non fecero progressi.
Poi cominciò  a piovere. Le trincee divennero canali fangosi, il freddo limitava i movimenti degli sterratori, i giannizzeri dovevano essere mandati all’attacco dalla polizia militare, l’inverno incalzava. La situazione era a un punto morto: nessuno vinceva, nessuno perdeva.  Che fare? Rinunciare o continuare? D’inverno, di solito, si smobilitava, ma Solimano scelse di continuare. Ne andava della propria dignità. Rodi, poi,  non era in capo al mondo, la costa dell’Asia Minore era lì  a due passi: in caso di necessità viveri, uomini e armi sarebbero potuti arrivare agevolmente da Istanbul. La flotta fu messa all’ancora in un porto sicuro della costa anatolica , il sultano si fece costruire un “palazzo di delizie” dove trascorrere la cattiva stagione e gli attacchi  ripresero.
Inutilmente.
 
Una delle fortificazioni di Rodi, oggi.
Dal canto loro, i difensori avevano i nervi a fior di pelle. Vedevano traditori ovunque. Alcune donne erano state sorprese mentre tentavano di dare fuoco ai depositi di polvere; un paio di rinnegati avevano cercato di lanciare messaggi nel campo turco servendosi di una balestra; persino un Cavaliere – un pezzo da novanta- era stato accusato di fare il doppio gioco.
La popolazione civile sbandava. Terrorizzata dalle voci dei massacri perpetrati contro la popolazione di Belgrado, temeva di fare la stessa fine. E non si stancava di indirizzare suppliche al Gran Maestro perché negoziasse la resa. I viveri cominciavano a scarseggiare, la polvere da sparo calava a vista d’occhio. Quanto tempo avrebbe potuto reggere il muro interno tirato su in fretta e furia nel settore spagnolo per bloccare il nemico? E quanto ci avrebbero messo gli ottomani a sfruttare il varco aperto nel settore inglese e largo a tal punto da permettere il passaggio di quaranta uomini spalla contro spalla?
Aiuto non ne sarebbe arrivato. Carlo aveva altre gatte da pelare: Francesco I aveva alzato la cresta e maneggiava per isolarlo; i domini spagnoli in Italia erano seriamente minacciati; in Germania, un monaco di nome Martin Lutero aveva cominciato a tuonare contro la corruzione della Curia romana. Uomini e soldi servivano altrove. Il Gran Maestro lo sapeva, ma era determinato a tenere duro. Per quanto tempo ancora?
La parola “negoziato” non si poteva pronunciare né da una parte né dall’altra. Solimano non poteva abbassarsi a trattare; l’Isle-Adam non voleva farlo. E allora, come spesso accade in questi casi, si negoziava per interposta persona, fingendo di non farlo. Un disertore genovese tentò i primi approcci, non fu ascoltato, ci riprovò. Poco  a poco prese forma una vera a propria trattativa. Mustafà – non il sultano, lui non poteva abbassarsi a tanto- era disposto a concedere salva la vita ai difensori dell’isola e a tutti i suoi abitanti di religione cristiana . I Cavalieri avrebbero conservato le armi, il tesoro e le bandiere. Avrebbero persino ricevuto le navi per lasciare l’isola.
La discussione si protrasse a lungo, fu interrotta più volte e più volte fu ripresa. Per dimostrare la propria buona volontà , Solimano fece arretrare i suoi di un chilometro e mezzo; l’Isle-Adam non voleva darsi per vinto, ma non poteva ignorare  le suppliche della popolazione civile, la penuria di viveri, la precarietà delle difese, la scarsità di polvere da sparo, l’impossibilità di ricevere aiuto.
Quando si presentò al sultano indossando in segno di lutto un semplice abito nero, l’Isle-Adam era un uomo a pezzi. Solimano ne capì lo stato d’animo e lo consolò accennando  all’instabilità dell’umana fortuna. Il sultano sembrava solidale con quel vecchio indomito ed era sinceramente colpito dalla determinazione dei difensori. Ai quali rese omaggio, qualche giorno dopo, visitando la città quasi senza scorta e togliendosi il turbante in segno di rispetto prima di andarsene.
Nonostante tutto, i nervi restavano tesi. Un soldato spagnolo aprì il fuoco contro i giannizzeri e Solimano, per rappresaglia, ordinò di bombardare di nuovo la città. Sembrava la fine di tutto. Poi il buon senso prevalse e i Cavalieri, con la morte nel cuore, salirono sulle navi e lasciarono per sempre Rodi. Prima di loro se n’era andato- anzi era stato allontanato alla chetichella- l’ingegner Tadini della cui “scienza matematica” Solimano si sarebbe volentieri servito.
Dopo Rodi , sul Mare Bianco scese una calma inquieta. Lo  scontro si spostò a Vienna e a Pavia , ma nessuno si faceva illusioni: prima o poi il Mare Bianco sarebbe tornato al centro della contesa. Schermaglie, tentativi riusciti o  falliti, incursioni di corsari, voci e smentite sull’imminente uscita della flotta ottomana, tutto contribuiva ad aumentare la tensione. Periodicamente il Mare Bianco ribolliva, si quietava, si agitava di nuovo. Le flotte si cercavano, si evitavano, tornavano a cercarsi. In Nordafrica, i forti spagnoli vivacchiavano sempre a corto di tutto o cadevano, come il Penon del Velez, per mancanza di polvere da sparo. L’Ungheria era diventata la nuova frontiera di Solimano, ma si stava rivelando un osso terribilmente duro. Carlo, impegnato altrove, aveva affidato la propria marina a un esperto ammiraglio, il genovese Andrea Doria.
E proprio Andrea Doria accese di nuovo le polveri sul Mare Bianco, quando, con un audace colpo di mano, si impadronì dell’importante piazzaforte ottomana di Corone, nel Peloponneso. Sembrava una delle solite incursioni destinate a non produrre effetti. Invece Solimano andò su tutte le furie e ordinò alla propria flotta di fare vela su Corone e di riprendersi il maltolto. Erano conti fatti senza l’oste:  Andrea Doria piombò sulla flotta ottomana in navigazione e la cancellò dalla faccia del mare.
Fu un brutto colpo per il sultano, fu l’inizio della seconda vita di Haradin Barbarossa. Richiamato da Algeri, il terribile corsaro fu incaricato di ricostruire la flotta andata a fondo nelle acque del Peloponneso. I cantieri navali del Bosforo furono messi sotto pressione; da ogni parte del Paese furono concentrati nella capitale falegnami, carpentieri, fabbri. Gli stranieri, relegati nel quartiere di Galata, udivano il rumore incessante dei magli e delle officine, mentre il vento portava loro l’ inconfondibile odore del catrame messo a bollire. Si immagazzinavano viveri, si producevano polvere da sparo e proiettili a ritmo continuo, si fondevano cannoni, si cucivano vele, si fabbricavano alberi e remi. Era un lavoro frenetico e imponente,  “ matto e scelleratissimo”, reso possibile da un’organizzazione perfetta e da una barca di soldi. Tutto quel fracasso, tutto quell’andirivieni, tutto quel brulicare di persone e di merci  promettevano niente di buono per la Cristianità. Le spie si misero al lavoro, le informazioni cominciarono a viaggiare e le preoccupazioni a crescere. I servizi segreti veneziani segnalarono: Barbarossa è instancabile. É sempre nei cantieri e non se ne allontana neanche per mangiare  e bere.
Un anno dopo, a capo della flotta ricostruita, Barbarossa prendeva il mare.
Il mare instabile.
La flotta ottomana divenne lo spauracchio della Cristianità, sia a oriente, sia a occidente del Mare Bianco. La costa della Campania fu messa a ferro e fuoco; la contessa di Fondi, la bellissima Giulia Gonzaga, corse il rischio di essere rapita e portata nell’harem del sultano; Tunisi cadde; il papa vedeva già il Turco a Roma e  invocava la costituzione di una lega santa; Carlo V cercava – vero? falso?- di venire a patti con Barbarossa; Venezia non aveva più una corsia privilegiata con la Sublime Porta e pativa scorrerie nei propri possedimenti nell’Egeo. Insomma, la situazione era tornata a farsi incandescente.
E tale rimase nonostante la sanguinosa riconquista di Tunisi da parte di Carlo in persona. Barbarossa, dato per morto a Tunisi, si presentò qualche mese più tardi a Minorca , mise a ferro e a fuoco l’isola e  ne fece schiavi gli abitanti. La flotta cristiana unita sotto le bandiere di una lega voluta da Pio III e sotto il comando di Andrea Doria si fece beffare a Prevesa, dove Barbarossa, nonostante l’inferiorità numerica, colse uno strepitoso successo.
Prevesa mandò a fondo anche la neonata lega, sporcò – a torto, per altro-  la reputazione di Doria (l’ammiraglio fu accusato di eccessiva prudenza perché- si sussurrò- voleva risparmiare le navi di sua proprietà), costrinse i veneziani ad accettare un umiliante trattato con il sultano, portò Carlo a impegnarsi in un nuovo, disastroso tentativo di prendere Algeri.  I giochi politici portarono gli ottomani nel porto di Tolone, ospiti del cattolicissimo re di Francia Francesco I, pronto ad allearsi con il diavolo in persona pur di rompere le uova nel paniere a Carlo;  i venti portarono di nuovo la flotta cristiana a Djerba, dove un altro Doria, Gianandrea, subì l’ennesimo scacco.
Uno alla volta, il Mare Bianco perse i suoi protagonisti. A Carlo era  succeduto il Prudente  Filippo, secondo nel nome; un imponente mausoleo aveva accolto le spoglie mortali di Haradin Barbarossa, morto nel proprio letto a Istanbul a più di ottant’anni; Andrea Doria contava novantaquattro primavere quando aveva lasciato questo mondo. Una nuova generazione si affacciava sulle onde del Mare Bianco.
E il Mare Bianco non avrebbe tardato a conoscerla.
Epilogo.
Jan Parisot de La Valette attendeva il proprio turno  per imbarcarsi. Come tutti i suoi compagni di fede partiva con la morte nel cuore.  Solimano probabilmente non lo notò fra i Cavalieri sconfitti che lasciavano per sempre Rodi. Se lo notò, ne dimenticò presto il volto e l’espressione. Quel giorno a Rodi, la strade di Solimano e di La Valette si incontrarono per un breve momento e poi si divisero. Quarantatré anni dopo si sarebbero incontrate di nuovo.
A Malta.
Gli avvenimenti in breve.
1512: nella striscia della costa nordafricana chiamata dai cristiani “ costa dei barbari” e dai musulmani Maghreb ( “ occidente”) dove hanno trovato rifugio molti musulmani cacciati dalla Spagna dopo la caduta di Granada( 1492), fanno la loro apparizione due corsari, i fratelli Oruç e Hizir, entrambi soprannominati dai cristiani  “Barbarossa”. Pongono base a Djerba di fronte alla costa dell’odierna Tunisia e da lì, con la connivenza del sultano, cominciano a correre i mari in cerca di bottino e di schiavi.
1516: Oruç Barbarossa – che accarezza l’idea di diventare sovrano di un regno indipendente- si impadronisce di Algeri e di Tlemcen, l’antica capitale del Mahgreb e tiene sotto pressione continua i forti eretti dagli spagnoli lungo la costa.
Novembre 1517: Carlo di Gand sbarca in Spagna per assumervi, col nome di Carlo I, il titolo di re. Il suo arrivo ha qualcosa di comico: Carlo sbaglia luogo di sbarco e viene scambiato dalla popolazione locale per un nemico. Due anni dopo  sarà elevato- grazie all’elargizione di sostanziose bustarelle-  al rango di imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo V. Implicito nel titolo è il compito di difendere la vera fede.
1518: finanziata da Carlo, una spedizione spagnola sbarca in Nordafrica, attacca i Barbarossa a Tlemcen, li sconfigge, ma poi, anziché marciare su Algeri, torna in Spagna.  Oruç viene ucciso. Hizir sopravvive, prende il posto del fratello, rinuncia all’idea di un regno indipendente e fa atto di formale sottomissione al sultano. Riceve in cambio il titolo di “Governatore dell’Algeria degli arabi” e un nuovo nome: Haradin( in arabo: “Bontà delle fede”). Da allora in avanti per i cristiani sarà Ariadeno Barbarossa. I suoi successi faranno confluire ai suoi ordini folle di corsari, il suo nome sarà temuto e maledetto lungo tutto il Mediterraneo cristiano,  la sua crudeltà e la sua ferocia diventeranno proverbiali
1519: fallisce un tentativo spagnolo di  strappare Algeri a Barbarossa.
1521: Solimano il “Magnifico”( il “Legislatore” per i connazionali), pronipote di Maometto II il Conquistatore, diventa sultano dell’impero ottomano. Ha 26 anni.
24 giugno 1522: la flotta ottomana si presenta davanti a Rodi . L’isola è difesa dai Cavalieri di San Giovanni e da un sistema di fortificazioni perfezionato dall’ingegnere italiano Gabriele Tadini.
20 dicembre 1522: dopo un’eroica e valorosa resistenza, Rodi si arrende. Solimano, fortemente impressionato dal valore dei difensori, consente ai superstiti  di lasciare l’isola sani e salvi. Fra di loro c’è il giovane Jan Parisot de La Vallette, il futuro difensore di Malta.
1523: una seconda spedizione spagnola diretta ad Algeri si conclude con un disastro.
Aprile 1529: alla testa di un formidabile esercito, Solimano marcia su Vienna. L’assedio non va a buon fine e in ottobre, a causa della cattiva stagione, viene definitivamente tolto.
Maggio 1529: Barbarossa si impadronisce del Penon del Velez, il forte spagnolo che controlla l’accesso alla città di Algeri, massacrandone la guarnigione rimasta senza  polvere da sparo.
Gennaio 1530: A Bologna, Carlo è incoronato imperatore. Solimano ne “ festeggia” l’incoronazione marciando verso l’Ungheria. Deve però ritirarsi presto a causa di un’accanita resistenza e di una stagione inclemente.
Giugno 1530: Carlo concede ai Cavalieri di San Giovanni – espulsi otto anni prima da Rodi-  le isole di Malta, Gozo e Comino in cambio del dono simbolico di un falcone.
12 settembre 1532: l’ammiraglio genovese Andrea Doria, al servizio di Carlo V, conquista la piazzaforte ottomana di Corone, nel Peloponneso meridionale. La flotta immediatamente inviata da Solimano per soccorrere Corone viene sbaragliata.
1533: Solimano chiama Haradin Barbarossa  a  ricostruire e a riorganizzare la flotta ottomana. Un anno dopo, in maggio, l’imponente flotta allestita da Barbarossa esce dal Corno d’Oro fra il rombo dei cannoni per devastare le coste del Mediterraneo occidentale. In  questa occasione  il corsaro tenta di rapire Giulia Gonzaga per farne dono a Solimano.
16 agosto 1534: Barbarossa conquista Tunisi. Tutto il Mediterraneo occidentale è seriamente minacciato. Carlo V, difensore della fede, deve reagire.
15 giugno 1535: un’imponente flotta allestita dall’imperatore si presenta davanti al forte della Goletta che controlla la via d’accesso a Tunisi. Il 21 luglio, dopo violenti bombardamenti dal mare, Tunisi cade. Lo stesso Carlo V entra a cavallo nella città conquistata. La caduta della città è seguita da un bagno di sangue. Si sparge la voce della morte di Barbarossa. Neanche un anno dopo, il vecchio corsaro riappare più vivo che mai nell’isola di Minorca, nelle Baleari, dove si impadronisce della città di Mahòn deportandone gli abitanti.
5 marzo 1536: a Istanbul viene ucciso il gran visir Ibrahim Pasha. Con l’assassinio del visir cambia anche la politica- fino a quel momento tutto sommato conciliante- della Sublime Porta nei confronti dell’altra potenza mediterranea: la Serenissima Repubblica di Venezia.  Barbarossa riceve l’incarico di  saccheggiare le isole e i porti veneziani nell’Egeo. La risposta cristiana non tarda ad arrivare: a Corfù si riuniscono navi spagnole, veneziane e pontificie sotto l’egida  della neonata Lega Santa voluta da papa Pio III.
Primi di settembre 1536: la flotta  della Lega comandata da Andrea Doria si muove alla volta del golfo di Prevesa dove Barbarossa ha gettato l’ancora. La stagione avanzata non è favorevole agli scontri in mare. Tuttavia Doria pone ugualmente il blocco a Prevesa. Barbarossa si guarda bene dall’uscirgli incontro. Nel frattempo girano voci di contatti segreti fra Carlo V e Barbarossa.
27 settembre 1536: Andrea Doria  toglie il blocco a Prevesa. Il giorno dopo, Barbarossa fa uscire la propria flotta dal golfo e, complici i disaccordi e la disorganizzazione imperversanti fra le file cristiane  nonché la supposta volontà  di Doria di risparmiare le proprie galee, disperde la flotta nemica. Gli effetti di quella battaglia non tardano a farsi sentire: la Lega Santa si scioglie e i veneziani firmano un umiliante trattato con il sultano. Durante lo scontro di Prevesa, un galeone veneziano di grandi dimensioni e pesantemente armato aveva dato parecchio filo da torcere a Barbarossa. Ammaestrati da quell’esperienza, i veneziani costruiranno e metteranno in mare quelle pesanti galeazze- le corazzate di quei tempi- che tanto parte avranno nel decidere la giornata di Lepanto.
Ottobre 1541: per riscattare la sconfitta di  Prevesa, Carlo muove di nuovo contro Algeri. L’attacco viene  portato nella stagione sbagliata e si risolve in un ennesimo disastro. L’imperatore si sforza di fare buon viso a cattivo gioco, ma, impegnato in altre guerre, non intraprenderà più crociate sul mare. Il fallimento della spedizione e il forzato disinteresse di Carlo per le operazioni marittime, consentirà agli ottomani, sia con azioni pianificate della loro flotta da guerra, sia con attacchi improvvisi di corsari “irregolari” di stringere il Mediterraneo in una morsa di terrore. Negli anni Quaranta non si contano le persone- uomini, donne, bambini- rapiti e venduti come schiavi ad Algeri o mandati a Istanbul. Ci fu un periodo in cui era talmente tanta l’abbondanza di prigionieri che un cristiano veniva venduto in cambio di una cipolla.
Inverno del 1543: nell’ambito di un’alleanza fra il cattolicissimo Francesco I re di Francia e Solimano, le galee ottomane pongono la loro base nel porto francese di Tolone da dove iniziano a spargere il terrore lungo le coste italiane. Ritorneranno a Istanbul nel maggio dell’anno seguente compiendo, durante il viaggio di ritorno, terribile razzie in tutto il Mediterraneo occidentale.
1546: nel suo palazzo di Istanbul muore ottantenne  Haradin Barbarossa. Viene tumulato con tutti gli onori  in uno sfarzoso mausoleo. D’ora in avanti, la flotta ottomana al momento di prendere il  mare, sarebbe dovuta sfilare, in segno di omaggio e di buon augurio, davanti al mausoleo del terribile corsaro. Ma per i cristiani lo spirito di Barbarossa non è morto. Vive in altro corsaro, altrettanto crudele, che ne ha  preso il posto al servizio del sultano: si chiama Thurgut. Per i cristiani diviene Dragut.
1551: cade Tripoli, difesa dai Cavalieri di San Giovanni per conto di Carlo V.
1556: Carlo V abdica a favore del figlio Filippo e si ritira nel monastero di Yuste in Estremadura.
1558: Carlo V muore a Yuste.
Primavera -estate del 1560: una potente flotta spagnola, allestita per riconquistare Tripoli, punta sul covo di Dragut a Djerba. La comanda il ventunenne nipote del grande Andrea Doria: Gianandrea. L’isola viene conquistata e munita di un forte. Tuttavia, prima di disperdersi, i corsari fanno in tempo ad avvisare Istanbul. Al comando di Piale Pasha, la flotta ottomana raggiunge Djerba in pochissimo tempo e piomba sulle navi di Giandrea Doria. Preoccupato di perdere le galee di sua proprietà, l’ammiraglio genovese prende il largo promettendo di tornare presto in soccorso della guarnigione del forte. Non tornerà mai. Né mai salperà la flotta allestita da Filippo II per soccorrere Djerba: all’ultimo momento il re Prudente la terrà alla fonda in Spagna. Lasciati soli, i difensori del forte   vengono massacrati e con le loro ossa gli ottomani erigono un’alta  piramide, denominata dai cristiani “ la fortezza dei teschi”.
1° ottobre 1560: mentre Piale Pasha  rientra trionfalmente a Istanbul, a Genova muore, ultranovantenne, un altro dei protagonisti di quell’accanita sfida sul mare: l’ammiraglio Andrea Doria.
Da leggere:
Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, 1966
Aldo Caserini, Barbarossa, il corsaro di Solimano, VGE, 1972
André Clot, Solimano il Magnifico, Fabbri, 2001
Roger Crowley, Imperi del mare, Bruno Mondadori, 2009
Cesare Giardini, La vita e il tempo di Carlo V, Mondadori 1977
Salliman, Jean Michel, Carlo V, Bompiani, 2003
Giorgio Vercellin, Solimano il Magnifico, Giunti, 1997
I ritratti di Solimano, Carlo V e Barbarossa sono tratti da it.wikipedia.org/wiki/Guerra_ottomano-asburgica

25.17 Sul Carroccio la campana della Martinella in battaglia non c’era”

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Sul Carroccio la campana della Martinella in battaglia non c’era”
Lo sostiene il collezionista Mario Colombo. La prova è un testo dell'Ottocento che riproduce un prezioso documento medievale andato perduto
 
Della storica Battaglia di Legnano si è molto parlato nelle ultime settimane grazie al film di Renzo Martinelli, fustigato dalla critica e “punito” al botteghino più ancora per la coloritura politica che gli si è voluto ad ogni costo dare che non per gli obiettivi meriti o demeriti artistici. Sul fatto storico e in sé e sui documenti che lo raccontano spunta però qua e là qualche notizia interessante.
Ad esempio, una che lascerà di stucco più d’uno a Legnano: la Martinella, la famosa campana simbolo della battaglia, su quel campo insanguinato non c’era, almeno stando all’iconografia dell’epoca. La Martinella sarebbe stata ritrovata in tempi recenti, ma pesa due quintali e difficilmente poteva essere posta e maneggiata sul Carroccio. È anche possibile che l’elemento della campana sia stato aggiunto in epoche successive al mito della battaglia, rilanciato prima dal Risorgimento, poi dall’antirisorgimentale Lega Nord.
E’ Mario Colombo dell’Anpi Valle Olona, attento collezionista di pregevoli “pezzi”, incluse lettere di grandi personaggi storici, di cui ci siamo già occupati in passato, a segnalarci un libro venuto in suo possesso. È un testo piuttosto antico, risalente al 1857, quando la Lombardia obbediva ancora (di malavoglia, e solo con la baionetta alla gola) all’allora giovane imperatore Francesco Giuseppe d’Austria.
Si tratta di una ricerca compiuta da mons. Carlo Annoni, prelato dei nobili Annoni Cicogna, insieme ad uno storico e autore dell’epoca, Oscar Pio. L’opera contiene una rarissima incisione (nella foto) tratta da una miniatura medievale mai pubblicata. Vi si trova una specie di diploma dato ad un qualche capitano, forse in segno di partecipazione alla battaglia. A occhio potrebbe risalire al Duecento: in realtà ci vorrebbe un esperto medievista per capire dal contesto e dai simboli (le bandiere, ad esempio: la forma della croce simbolo di Milano, rileviamo, è quella assunta nel XIII secolo) a quando risalga, e il testo è forse più antico delle immagini che lo accompagnano.
In queste una certa versione "codificata" dei fatti risalta già, incluso l’assalto di un gigantesco Alberto da Giussano – o almeno così pensavano gli autori ottocenteschi del volume: il personaggio è storicamente dubbio – contro il centro dello schieramento nemico.
La miniatura si trovava all’epoca in cui scritto il libro in Inghilterra, nelle mani di un erudito e bibliofilo, che nel testo dell’Annoni si citava come "Eduart Enghin", (forse un Edward Enghin citato in liste genealogiche reperibili su web) e sarebbe sucessivamente andata perduta, salvo che per una riproduzione, oggi conservata presso la biblioteca del Duomo di Milano, appunto nell’Archivio Annoni. A realizzarla nel 1850 fu il pittore e miniaturista Gaetano Speluzzi, autore di varie opere nel Varesotto e nel Comasco. Inviato in Inghilterra, trasse una fedele riproduzione del documento “con quella perizia e quella precisione che sono sue proprie” come scriveva Annoni.
 
Nell’immagine, sul Carroccio non c’è la Martinella ma campeggiano il crocifisso dell’arcivescovo Ariberto d’Intimiano (vissuto circa 150 anni prima della battaglia di Legnano) e gli stendardi milanesi con la croce rossa in campo bianco. Inoltre, effettivamente, come si ripete da anni, nel libro si sostiene che se l’esercito della Lega Lombarda veniva da Legnano, la battaglia fu combattuta tra Borsano e Busto Arsizio, notizia già nota nel 1857.
Abbiamo insomma un interessante quadro di quello che era lo stato della ricerca storica 150 anni fa, in tempi di patriottismo risorgimentale fra le classi colte (e non solo, almeno in Lombardia). Quanto alla verità materiale, qualche accenno potrebbero darcene eventuali resti di armi e ossa che ancora si trovassero nella zona. Ma il pensiero di una spada spazzata sepolta sotto un parcheggio di minimarket, o di un giovane paggio che riposa sotto un boschetto pieno di rifiuti abbandonati, fa un po’ tristezza.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
LA MARTINELLA DI MILANO la rivista tutta Milanese
(Foto 1 La copertina dello storico primo numero
Foto 2 Emilio Guicciardi durante un'escursione in montagna
Foto 3 La Martinella in quel di S. Alberto di Butrio
Foto 4 Copertina del numero del giugno 1988
Foto 5 La Voce della Martinella nel 1992)
 
La Martinella di Milano, cui per diversi motivi siamo legatissimi, è stata una rivista milanese dedicata alla cultura cittadina e lombarda, pur non disdegnando argomenti e articoli legati al resto d’Italia.
Fu realizzata su iniziativa di Emilio Guicciardi (Milano 1896-1974) nel 1947 che ne fu ininterrottamente direttore fino alla sua morte.
Soci fondatori della rivista, oltre al già citato Guicciardi, erano Antonio Jacono, AntonioNegri, Antonio Strazza e Alessandro Visconti.
Il primo numero uscì nel giugno 1947 il colophon in seconda pagina elencava quali principali collaboratori personaggi del calibro di Cesare Angelini, Ambrogio Annoni,Paolo Arrigoni, Giacomo Bascapè, Alvaro Casartelli, Mons. Carlo Castiglioni, Antonio Clerici, Alberto De Capitani D’Arzago, Renzo Gerla, Luigi Medici, Paolo Mezzanotte, Antonio Monti, Severino Pagani, Marino Parenti, Ferdinando Reggiori, Emilio Sioli-Legnani, Alessandro Soriani, Carlo Antonio Pianella e Dino Villa.
 
Siamo nel periodo della ricostruzione post bellica e l’idea di una funzione culturale a servizio del nuovo mondo che veniva delineandosi doveva fregiarsi di un nome che Indicasse con immediatezza gli idaeali fondanti del progetto.
Il poeta Luigi Medici, nello stesso numero 1 così ci racconta:
<Martinella, nome squillante nome latino, italiano e milanese ad un tempo. Il ricordo giunger dal lontano 1176 sulle ali della nostra storia più bella.
Non si chiamava così la campanella del Carroccio, che vide a Legnano la sconfitta del Barbarossa? Non si chiamava così il piccolo bronzo posto lassù in cima all’albero maestro che recava, come vela latina, la bandiera crociata della nostra gloriosa comunità ambrosiana? Lasciamoci allora, amici, guidareguidare dal suono di quel bronzo antico di cui solo il nome rimane. (…)>
 
Più tardi, in un elzeviro pubblicato su di un numero del 1971, lo stesso Emilio Guicciardi ricorda la riunione che diede inizio all’avventura, facendo notare come l’immagine del Carroccio fosse gradita a tutti i convenuti e che alla domanda di uno di loro; <Ma come chiameremo a raccolta le genti attorno al Carroccio?>
Rispose senza pensare: <Al suono della Martinella!>, così nacque il nome della pubblicazione.
 
La Martinella era la campana che il Vescovo Ariberto d’Intimiano donò alla Lega Lombarda perché il suo suono li guidasse e rincuorasse in battaglia, era detta così in onore di San Martino, protettore dei cavalieri.
Al termine della battaglia, quando il Carroccio ritornava in città il suono della Martinella annunciava la vittoria, ammoniva che vi erano stati dei morti in battaglia e che molti figli avevano perso il padre. Da qui nasce una tradizione che vuole che da allora a Milano chi è rimasto senza padre viene chiamato "martinit", la storia naturalmente in proposito ci consegna una ben più documentata cronaca ma il riferimento a San Martino rimane.
 
Notizia di qualche anno fa è il ritrovamento della storica campana che è ospitata sul campanile dell’Eremo di S. Alberto a Butrio a Ponte Nizza in provincia nell’Oltrepò pavese.
 
Per quanto riguarda la rivista ci piace ricordare quegli anni brillanti, dal 1984 al 1989, durante i quali era edita dalla Libreria Editrice Milanese di via Meravigli, che ne editò una versione graficamente elegante e che ne curò anche la distribuzione in edicola, in quegli anni ricordiamo come direttore il compianto Franco Fava e l’inossidabile Enzo de Bernardis.
Successivamente i nuovi editori non sono riusciti a mantenere un livello decente della pubblicazione, che cambiò anche nome in “La Voce della Martinella” e “La Voce di Milano”,avviandosi al triste destino della definitiva chiusura nella prima metà degli anni 90.

25.18 QUANDO I RE MAGI PASSARONO DA MILANO

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QUANDO I RE MAGI PASSARONO DA MILANO
 
Riproponiamo con piacere una vecchia storia di Milano, per commemorare la giornata del 6 gennaio, dove in paesi come la Spagna è una festività molto sentita, con tanto di distribuzione di doni, come da noi a Natale!
Con la fine dell’Avvento e delle festività legate alla fine dell’anno, chiudiamo questa lunga parentesi di riposo, con l’Epifania, che come dice il detto, tutte le feste porta via!  Ma questa ricorrenza antichissima non è legata solo alla tradizionale comparsa della calza sui nostri alberi, riempiti da una Befana, di dolciumi o di carbone (per i bambini più discoli). Piuttosto la parola “epifania” è legata ad un termine greco che indica la manifestazione (quasi come una apparizione inaspettata), la visita dei Re Magi ad un Gesù bambino appena nato, ancora in culla. I Re Magi, come ricorderete, dopo un lungo viaggio e svariate traversie (compreso l’incontro con il re Erode che li interrogò sulla nascita del bambino, nuovo re d’Israele, e che ne trasse l’intento di fare sterminare tutti i nuovi nati in una famosa strage, detta degli innocenti), arrivarono, guidati da una stella cometa alla mangiatoia dove venne alla luce Gesù. Questa stella fu dalla tradizione storica denominata appunto stella di Betlemme: Giotto ne vide ripresentarsi sopra la sua testa una simile nel 1301 (non sapendo che quella luminosissima stella in questo caso era la famosa cometa di Halley) e, impressionato, la immortalò qualche anno dopo, nella Cappella degli Scrovegni a Padova, nell’affresco che riguarda proprio la Natività.
Direte voi…Ma cosa c’èntrano i Re Magi e la cometa con Milano? C’entrano, c’entrano! Abbiate un po’ di pazienza e scoprirete un’altra bella pagina della nostra Milano, a volte città difficile, ma oggi ammantata di favola, come se fosse uscita dal presepe! Si, avete capito bene, dal presepe; perché i Re Magi sono passati da Milano!!! O meglio, le loro umane spoglie.
Infatti, se questa storia inizia in Oriente, la chiesa ambrosiana di S. Eustorgio vede una serie di vicende che ora andiamo a raccontarvi. Presso l’antico luogo di culto cristiano, secondo la tradizione erano conservate le loro ossa, tanto che intorno ad esse Ambrogio costruì il culto e la stessa Basilica. Tutto ciò prima del sacco della città da parte del Barbarossa nel XII sec. Questo, dopo aver compiuto razzie e distruzioni, le portò a Colonia, dove ancora oggi vengono conservate. Ma come arrivarono i Re Magi a Milano? La leggenda vuole che i corpi, siano stati traslati da Costantinopoli per volontà di Eustorgio, e creduti, secondo la tradizione del X sec., appertenuti ai re Gaspare, Baldassarre e Melchiorre. Ora, non per sfatare un mito, ma più probabilmente non sono, secondo le più attendibili testimonianze lapidee, quelli di monarchi (perché mai rappresentati con insegne reali), ma quelli di veri e propri “santoni”. Tanto che, per lungo tempo, i milanesi chiamarono i loro resti mortali col nome di Dionigi, Eleuterio e Rustico. Sul campanile di S. Eustorgio, inoltre, che domina la Vetra, se osservate bene, è posta alla sommità, proprio una stella a otto punte, che ricorda proprio la cometa che aveva guidato i Magi, e che oggi testimonia il passaggio delle loro spoglie.
La leggenda è semplicemente il frutto, di un incisione su un anello di marmo all’interno della chiesa, con impressa la scritta Sepulcrum Trium Magorum. Fatto sta che il culto prese a crescere durante tutto il Medioevo, anche in assenza delle sacre spoglie, ormai in Germania, e la prima solenne Festa celebrata nel nome dei Re Magi si ha nel 1336: da allora fino ad oggi, a Milano, alla presenza dell’Arcivescovo in carica, il giorno dell’Epifania si svolge una processione che, partendo da S. Eustorgio, si snoda per la città, passando per le colonne di S.Lorenzo, fino all’arrivo in Duomo.

25.19 Breve storia del pane con le uvette: il panettone e alcuni suoi luoghi di elezione

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Breve storia del pane con le uvette: il panettone e alcuni suoi luoghi di elezione
 
In queste giornate di ricchi pranzi e cenoni, non c’è occasione più ghiotta che servire a tavola il più tradizionale dolce milanese, il panettone. Oggi approfittiamo della leggendaria nascita del dolce più meneghino che ci sia, per guidarvi alla scoperta di alcune luoghi in cui, pare, si sia assistita alla sua nascita.
Non possiamo che incominciare con il più famoso di tutti, cioè dal Corso Magenta, proprio davanti alla bramantesca chiesa di S. Maria delle Grazie. Qui si trova la Casa degli Atellani o Conti, dal nome dei suoi proprietari. La parte principale è rappresentata dalla quattrocentesca dimora del comandante di ventura Giacomo degli Atellani, al soldo di Lodovico il Moro.
Secondo una delle leggende, la dimora sorgeva accanto alla bottega di un fornaio, sciùr Toni, la cui figlia, Adalgisa era oggetto delle attenzioni di Ughetto degli Atellani, falconiere del duca. Naturalmente le differenza di censo ed economiche ostacolavano qualsiasi progetto dei due giovani. Quando gli affari del forno di Toni cominciarono ad andare decisamente male, Adalgisa, dietro suggerimento di Ughetto, pensò di aggiungere del burro e dello zucchero al pane, per migliorarlo. Il successo di pubblico spronò Adalgisa a continuare sulla strada delle sperimentazioni, aggiungendo prima dei pezzetti di cedro poi del candito, uova e uvetta sultanina. Le nuove modifiche furono talmente apprezzate che a Natale, la gente fece la fila per acquistare il “pangrande” o “Pan de Ton” (da qui PANETTONE) e Adalgisa racimolò cosi i denari per coronare il suo sogno d’amore. E i due innamorati vissero per sempre golosi e contenti, ma la storia del milanesissimo panetùn non era che all’inizio…
Secondo altri, la discendenza è decisamente meno nobile e la storia parte invece da più lontano, cioè del parente povero del panettone, il Pan tranvai, la cui preparazione, proprio per questo, è rimasta del tutto artigianale e affidata a esperti panettieri. Questi infatti lo propongono oggi anche al di fuori delle festività, snaturandone il carattere natalizio. Infatti il pane con l’uvetta, già al tempo dei Visconti si produceva per festeggiare le ricorrenze, le festività e i matrimoni. Questa usanza in realtà era diffusa anche nelle famiglie povere di contadini, perché il dolce era fatto con ingredienti semplici, quali la farina e l’uva passa: l’essiccazione della frutta fatta in autunno, per conservarla durante il periodo invernale, era tipica della pianura e delle montagne lombarde.
La prima testimonianza storica della presenza di questo dolce si ha nel febbraio 1426, quando il Ducato di Milano si trova impegnato in una lunga lotta con la Serenissima, per il predominio degli avamposti lungo l’Adda. In quel tempo, Giovanni Aliprandi, genero di Bernabò Visconti, una volta caduto in mani nemiche, viene decapitato dai veneziani: é accusato di aver tentato di avvelenare il Carmagnola, mercenario, milanese  d’adozione e comandante in quel frangente dell’esercito veneziano. Le fonti raccontano che ciò doveva avvenire tramite il pane ripieno di uvetta secca, di cui il conte di Carmagnola era ghiotto. La tradizione di preparare questo impasto, come sappiamo oggi, ha preso la strada di alcune varianti, a seconda degli ingredienti con cui è preparato il dolce. Ma la ricetta base, ha attraversato indenne centinaia di secoli fino ad arrivare fino al dopoguerra.
In realtà, gli eventi tra le due guerre mondiali fanno scomparire la ricetta più antica e più povera, per via dei razionamenti degli ingredienti. Per qualche tempo lo si vede in alcune vetrine di rivendita sotto la denominazione di ” pane con l’uva “, o in alcune rinomate pasticcerie del centro di Milano.
Ma è proprio in questo momento, negli anni Venti del XX sec. che a Milano si decidono i destini del dolce tipico milanese: in Via della Chiusa, laddove c’era un tessuto di case antiche e un fiorire di conventi e chiese, tra una rete di rogge e canali (che persino il toponimo della strada tradisce ancora, essendoci qui una grande chiusa di contenimento delle acque della zona destinate ad alimentare la fossa del Naviglio interno), sorgeva tra il numero civico 14 e 8, ancora prima dell’ultima guerra, una casa a due cortili, dei quali, il più interno conservava l’antico impianto della metà del ‘400. E’ in questo contesto – ahimè spazzato via dalle bombe del ’43 e dove oggi sorgono palazzoni moderni – che nel 1919 si registra la nascita della pasticceria di Angelo Motta.
Per il suo esordio da pasticcere si organizza con strumenti di fortuna, tant’è che attrezza il suo forno con un gruppo elettrogeno militare comprato alla fiera di Senigallia!!! La sua idea è quella di trasformare il pan con l’uvetta basso e compatto, già invenzione della pasticceria Biffi e Cova, rivoluzionando l’impasto e la forma. Per farlo si avvale dell’antico metodo della lievitazione naturale. E’ così che nasce il panettone più alto, soffice e bombato, ricchissimo di canditi e uvetta.
Ma mentre il panettone tra alti e bassi si impone sempre più sulle tavole delle feste dei milanesi più abbienti, alla fine della Seconda Guerra Mondiale è il momento in cui i cibi poveri della tradizione locale tornano prepotentemente sulla tavola dei lombardi. Così mentre Milano è intenta nella ricostruzione, andando lavorare nelle grandi industrie dell’hinterland in bici e in tram, riemerge come per incanto la ricetta più antica e più povera! Ma non per i Natale ma per la pausa pranzo! Infatti non esistevano ancora le mense, e gli operai si dotavano della loro bella “schiscetta” da riempire con ciò che si riesciva a racimolare. Alle fermate dei tram a vapore, che dal nord della provincia portavano a Milano, si cominciava a vendere di tutto, soprattutto il pane ricco di uvetta, bruciacchiato fuori ma morbido e dolce dentro, decisamente basso, più denso e con poco burro.
La vulgata popolare lo associa facilmente al luogo e il pan dolce con le uvette diventa subito “Pan tranvai”. Il boom economico è ancora un miraggio anche per l’inizio degli anni ‘50 … Il panettone fa la sua apparizione solo sulla tavola di un limitato numero di persone che possono permetterselo. Nelle famiglie povere il Natale è festeggiato, ancora per qualche decennio, con il ” pan tramvai “, specie in provincia. E i bambini ne vanno matti! La ricetta si impone: risale proprio a questo periodo, e viene trascritta dal cav. Mario Rivolta (panificatore in Legnano). Il vero ” pan tramvai ” era fatto con fior di farina di frumento, impastato con zibibbo di prima scelta. Il formato era a bastone, della lunghezza di due spanne, della larghezza di una e dell’altezza di tre quarti. Il segreto della bontà era quello di essere ben cotto, croccante ed elastico a larga spugna.
Ma intanto a Milano il signor Motta fa’ fortuna con i suoi panettoni, con il celebre marchio a forma di M e con il Duomo stilizzato. (… perché, con un’idea di marketing ante litteram, decide di sottolineare prima di tutti gli altri l’origine e l’identità tutta milanese di questo dolce). Ben presto la pasticceria, che cominciava ad avere innumerevoli ordini, già dagli anni ’30 ha uno stabilimento in via Carlo Alberto (l’attuale Via Mazzini). Nel dopoguerra il suo fatturato lievita come il suo prodotto. E’ il momento di allargarsi e di diventare un’industria: in Viale Corsica, in un ex deposito ATM. Sarà l’inizio di un successo esportato, a differenza dei primi panettoni artigianali, in tutto il mondo.

25.20 Hai visto come cambia piazza S. Babila?

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Hai visto come cambia piazza S. Babila?
 
Iniziamo col dire che la piazza S. Babila in se è un’invenzione piuttosto recente, poiché è stata, almeno fino al primo quarto del XX sec., poco più che un incrocio. Era infatti un crocevia, con tanto di crocetta cinquecentesca (stele devozionale con croce sommitale), dedicata a S. Mona (in una posizione molto prossima a dov’è oggi il pinnacolo della nuova fontana di Caccia Dominioni).
La famosa stele davanti alla chiesa anch’essa è un’idea “moderna” poiché come dice Alberto Savinio nel libro “Ascolto il tuo cuore città”, “…quanto al leone che sorge (ora) di fronte alla chiesa di S.Babila, non sempre esso era appollaiato in cima a questa colonna, ma se ne stava per terra, sopra un basamento basso e il popolino lo copriva di lordure. Per salvare il re degli animali da tanta sozzura, Carlo Serbelloni, magistrato delle strade, lo fece collocare nel 1650 su questa colonna salvatrice. Nacque così l’equivoco “veneziano”del leone di San Babila. Molti dimenticarono che questo leone era semplicemente lo stemma del quartiere, lo promossero a leone di San Marco e immaginarono che perpetuasse non si sa quale vittoria dei Milanesi sui Veneziani”.
Il primo accenno di slargo si ha a seguito dei lavori imposti dal Piano Regolatore del 1807, venendo smorzata la curva compiuta dalla vecchia Corsia de’ Servi (oggi Corso Vittorio Emanuele) tra il vecchio edificio consacrato a San Babila e l’allora Santa Maria dei Servi (la chiesa dei Serviti oggi scomparsa): trovandosi ad essere più arretrata la partenza del Corso, anche la Chiesa di San Babila comincia a guadagnare un suo sagrato, con tanto di piazzetta antistante. Intanto l’adiacente chiesa di S. Romano (non più esistente anch’essa!), sull’ultimo tratto del Corso Monforte, viene demolita verso la metà dell’Ottocento in occasione dei lavori di ripristino stilistico di San Babila: tra il 1883 e il 1907, venivano compiuti ampi rimaneggiamenti sia interni che esterni (con l’invenzione nel 1883 di una nuova facciata neo-romanica a firma Cesa Bianchi e Nava che sostituiva quella originale seicentesca). Il campanile ottocentesco (1820) sul fianco di sinistra, dove si accede alla sala teatrale omonima, viene trasformato in torre in stile romanico dal Bruni nel 1926.
Ma bisogna aspettare proprio il 1926, per l’avvio di un concorso nazionale per lo studio di un progetto organico per la piazza, con una serie di sventramenti dettati dal regime fascista: si annunciava così un vasto rinnovamento della zona intorno allo  slargo in fronte alla Chiesa di San Babila. Il Corriere della Sera del 17 aprile 1928, riportava l’approvazione del progetto con un ampia documentazione illustrativa completa di disegni della grande piazza di 210x 70m.: sono previste 8 radiali che escono dallo slargo e che smistano il traffico, alle spalle del sistema Piazza Duomo-Corso Vittorio Emanuele, verso Porta Venezia, Corso Monforte, al Verziere, verso Piazza Fontana, Piazza Duomo e Piazza Scala, e con un allargamento di una serie di strade nei pressi, come la Via Bagutta e la Via Borgogna, e l’ideazione di due nuove arterie: uno è il già previsto Corso del Littorio (poi Matteotti); l’altra da sud-ovest (sarà il futuro Corso Europa!).
Il piano sarà approvato, dopo molte polemiche nel 1931. La redazione definitiva del 1933-34 apportò alcune modifiche, soprattutto per quanto riguarda l’accesso a Via Bagutta, allungando in tal modo la piazza: veniva costruito sul lato destro la torre di 16 piani della Snia Viscosa dell’arch. Rimini, allora il grattacielo più alto della città, il palazzo di fondo dell’arch. De Min e la retrostante autorimessa (la cui destinazione d’uso ancor oggi fa gran discutere); infine, venne approvato dalle Commissioni il palazzo cosiddetto  “del Toro” della Compagnia Anonima di Assicurazioni di Torino (contenente la Galleria Ciarpagnini di Lancia e Merendi e il Teatro Nuovo dell’arch. Lancia), che doveva occupare un’intera quinta della piazza con i suoi 34 m. di altezza. Ma il vero unico rammarico proveniva dal fatto che Via Montenapoleone anzicchè sboccare sulla neonata piazza, sfociava nella parte finale del Corso poi Matteotti.
Nel 1938, riprendevano anche i lavori sul lato sud della piazza, con le demolizioni degli isolati tra Corso Manforte e la nuova Via Borgogna: nel 1939 si costruiscono qui i nuovi palazzi a portici dopo aver abbattuto le cosiddette “Case veneziane” ottocentesche. Le nuove costruzioni sono opera di un gruppo diretto da Gio Ponti. Sospesi durante la guerra, i lavori terminano solo nel 1948.
Intanto infatti la piazza e la chiesa omonima 1943 subirono una feroce devastazione a seguito dei violenti bombardamenti che colpirono la città. Con la fine della guerra diviene uno dei luoghi più frequentati dalle sfilate delle brigate partigiane e dagli Sherman americani.
Ma più che la ricostruzione, fu l’inizio dei lavori per la costruzione della stazione della metropolitana 1, nel 1960, che creò di nuovo un’autentica voragine proprio nel mezzo dello slargo. La piazza fu inibita, ma si capì di più di questo luogo tanto misterioso e tanto caro ai milanesi: strati e strati di terra rivelarono che era stato prima un carrobbio di fronte alla Porta Argentea romana, naturale uscita dal più antico Decumano massimo (corrispondente all’attuale andamento del Corso Vittorio Emanuele). Vi era un ponte, a due archi, attribuibile allo stesso periodo, proprio davanti alle mura massimianee atto a scavalcare il fossato che raccoglieva oltre alle acque del Seveso, anche quelle del canale Acqualunga proveniente dall’attuale Corso di Porta Venezia. Inoltre lo strato successivo dello scavo rivelava che nella prima epoca cristiana, l’area divenne un cimitero, intorno alla basilichetta ad Concilia Sanctorum, nucleo della più nota chiesa di S. Babila.
Dopo il ripristino del manto e della circolazione stradale, con la contestazione giovanile fu teatro di accaniti scontri tra le forze coagulate dall’estrema destra (appunto sanbabilini, che lo scelsero come luogo di elezione) e gli schieramenti di sinistra che spesso da qui passavano in corteo, durante la stagione degli scioperi, per recarsi verso il Duomo.
L’avvento degli anni’80 la ricordano come il luogo di ritrovo dei “paninari”, che qui bivaccavano giorno e notte davanti ad un Burghy o ad un Mc Donald’s. Poi venne la poco riuscita idea della fontana di Caccia Dominioni per cercare di abbellire il naturale epilogo della più classica passeggiata milanese lungo il Corso.
Oggi, sono passato di nuovo in Piazza S. Babila e la storia sembra ripetersi: un’enorme voragine si apre sotto gli austeri palazzi modernisti per il passaggio di una nuova linea metropolitana, l’M4…e di nuovo si torna ad attraversarla a piedi, mentre intorno il traffico veicolare sembra impazzare (impazzire?).

25.21 abbazia di Chiaravalle,

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Presentiamo oggi una nuova proposta per una visita particolare all’abbazia di Chiaravalle, presentata dalla collega Francesca Varalli.
 
Qualche genitore ancora sintonizzato sui successi dello Zecchino d’Oro potrebbe pensare alla Ciribiricoccola.
I lettori della prima ora sanno, invece, che è il soprannome della torre nolare dell’abbazia di Chiaravalle, come recita un’antica filastrocca.
E’, più precisamente, un tiburio a torre, piuttosto caratteristico per le chiese abbaziali, e svolge ancora alla perfezione il suo compito: farsi vedere anche da molto lontano, con i suoi 56 metri di altezza e la sua campana, una delle più antiche, ma, secondo alcuni, proprio la più antica campana dell’area milanese. Invita a raggiungere il monastero, situato nel parco Agricolo Sud: salutata la confusione della città, se si cerca la pace di Chiaravalle, non si può sbagliare! Si attraversa l’antica torre d’accesso, si avanza verso l’ingresso della chiesa e si comincia ad andare indietro nel tempo. L’abbazia ospita oggi una quindicina di monaci benedettini cistercensi. Ha ricominciato ad essere abitata nel 1952, dopo molto tempo: dopo la soppressione napoleonica, il lungo periodo di abbandono e le parziali demolizioni dovute al passaggio della ferrovia.
La giornata dei monaci è articolata in momenti stabiliti di preghiera (difficile non pensare ai titoli dei capitoli de Il nome della rosa) e attività lavorative, secondo i ritmi della vita comunitaria sanciti dalla Regola benedettina (“Ora et labora”).
Labora. Non tutti sanno che a Chiaravalle ci sono un archivio e una biblioteca specializzata, contenente, tra l’altro, volumi e studi sull’abbazia ed edizioni anche molto rare della Bibbia, oltre a testi di teologia e di storia della Chiesa. Due monaci sono, quindi, incaricati della sistemazione del catalogo del patrimonio librario  (o per chi volesse approfondire maggiormente si può consultare anche un altro sito ). Perché ognuno ha un compito.
Ora. Se potrete assistere alle preghiere corali e ai canti sacri nella chiesa dell’abbazia, sappiate che nulla è casuale. Esistono precise consuetudini che definiscono chi dà l’avvio alla preghiera o le posizioni dei monaci tra gli stalli del coro.
Partiamo allora dal coro. Non è semplice, infatti, decidere cosa raccontare in questa seconda puntata dedicata al complesso di Chiaravalle, un luogo intriso di storia, palinsesto di architettura, arte e restauro, ricco di sorprese e curiosità, e anche di qualche mistero..Il coro, dunque, e la parte orientale della chiesa, con transetto e crociera (l’incrocio tra navata e transetto), là dove si eleva il tiburio. Dedicato a una visione complessiva dell’edificio, vale la pena di procedere lungo la navata centrale e avvicinarsi al coro: è un’imponente opera lignea commissionata verso la metà del XVII secolo a Carlo Garavaglia, prolifico scultore del Seicento lombardo. Narra, negli schienali, episodi della vita di San Bernardo. Ogni figura o elemento che lo anima è diverso dagli altri e curato nel minimo particolare.
Gli fanno da cornice i due affreschi alle pareti, anch’essi successivi rispetto all’edificazione della chiesa, commissionati secondo i principi morali della “regola” che suggerivano fosse il più possibile priva di decorazioni. Sulla parete meridionale, i monaci di Clairvaux cantano il Te Deum tra angeli musicanti. C’è un particolare giorno del mese di maggio in cui la luce proveniente -non a caso- da oriente, cioè dal fondo piano dell’abside, illumina proprio il libro sacro che vi è dipinto. Dello stesso periodo anche i due affreschi del transetto, di Giambattista e Mauro Della Rovere, detti i Fiammenghini . Nel braccio sud, verso il chiostro, l’albero genealogico dei Benedettini, con le due note diramazioni: da una parte i Cluniacensi e dall’altra i Cistercensi, con rami, in questo caso, “inevitabilmente” più rigogliosi.
Sul lato settentrionale, il martirio delle monache nel monastero polacco di Vittavia. L’aspetto “curioso” è che potrebbe trattarsi di un falso storico. Una fonte orale, che andrebbe approfondita: il martirio è davvero avvenuto? C’è anche una strana finestra rappresentata in corrispondenza della terza arcata a piano terra: se ci si muove, sembra che la finestra si muova insieme a noi.
E, infine, ancora la torre, vista, però, dall’interno. Dal XVII secolo occorre trovare indietro, fino al XIV e alla scuola giottesca. Il tiburio ospita le storie della morte, ascensione e incoronazione della Vergine, storie non presenti nella Sacra Scrittura, ma nei Vangeli apocrifi e nella Legenda Aurea del frate domenicano Jacopo da Varagine. C’è, quindi, una Annunciazione con Maria e l’Arcangelo: Gabriele, in questo caso, non annuncia, però, il concepimento, ma il “Transito” al cielo di Maria. E nella parete Est, sopra il presbiterio, nel punto più sacro e più visibile già dall’ingresso, è raffigurata la Vergine assunta, alla quale le chiese cistercensi sono abitualmente dedicate.
In controfacciata l'affresco dei Fiammenghini con la vista della città e la consegna dell'abbazia (foto Renzo Dionigi)
In controfacciata l’affresco dei Fiammenghini con la vista della città e la consegna del modello dell’abbazia a S. Bernardo (foto Renzo Dionigi)
Prima di tornare a Milano, per riavvicinarsi gradualmente alla serrata quotidianità delle vite metropolitane…, ammirate la vista della città antica da Porta Romana, attraverso l’affresco dei Fiammenghini …poi fate una pausa davanti ai graffiti attribuiti a Bramante che raffigurano, nella sala capitolare, lo “skyline” della città alla fine del XV secolo.
E magari, come nodo al fazzoletto (ce lo suggeriscono le colonne annodate – o ofitiche – del chiostro) non dimentichiamo che esiste la possibilità di sfuggire, ogni tanto, alla frenesia!

25.22 Perchè la Scala è la Scala: un teatro e la sua piazza

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Perchè la Scala è la Scala: un teatro e la sua piazza
 
Con questo contributo, oggi cerchiamo di scoprire di più sul più importante teatro cittadino, orgoglio della milanesità. Inizierei col raccontare il perché del nome Teatro alla Scala, quando scale apparentemente non ce ne sono.
Dobbiamo risalire, per spiegare l’origine del nome, a ciò che c’era prima, sul luogo dove nel 1778 (anno dell’inaugurazione) Giuseppe Piermarini costruiva il tempio della musica lirica.
Già dal 1381 infatti sorgeva qui la chiesa di S. Maria alla Scala fatta costruire dalla veronese Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti, che a quell’epoca tiranneggiava Milano. Ben presto il luogo diviene dimora di religiosi tanto potenti che, in epoca controriformistica, possono permettersi il lusso di disobbedire anche al potentissimo arcivescovo Carlo Borromeo: Insomma volano gli stracci…e il tentativo fisico del S. Carlone di entrare in chiesa viene respinto con le armi. Carlo scomunica i canonici e viene a sua volta scomunicato da loro…Pensate che smacco per il nostro prepotente Carlone, già in odor di santità!!! Ma non finisce qui: nel 1662 è nominata Cappella Reale da Filippo IV di Spagna, garantendogli uno status giurisdizionale alieno da leggi locali. Solo nel 1773, con la soppressione deiGesuiti, i  canonici da loro dipendenti, si trasferiscono a S. Fedele, portandovi il loro coro ligneo, numerosi quadri e il monumento funebre a Francesco Orsini del Bambaja (oggi nella Casa dei Gesuiti). Nel 1776 in seguito all’incendio del teatro di corte (all’interno dell’attuale Palazzo Reale), viene decisa la costruzione del Teatro alla Scala su progetto del Piermarini.
Nel 1814 si ha la demolizione del convento della Scala. Con l’acquisizione dei nuovi spazi, l’architetto Canonica rifabbrica il palcoscenico della Scala, mentre il Giusti crea molti locali aggiuntivi tra cui la scuola di ballo, che sforna ancora oggi étoile famose in tutto il mondo!
Ora dopo la costruzione della Scala, illustriamo  come la piazza antistante – sorprendentemente – non sia stata progettata per dare respiro e lustro alla facciata dell’edificio, quanto piuttosto per esaltare un altro palazzo!… ovvero il “dirimpettaio” Palazzo Marino! Tutto iniziò infatti in occasione della visita di Francesco Giuseppe del 1857, che prevedeva la demolizione delle catapecchie che si erano appoggiate, nel corso del tempo, intorno all’enorme edificio voluto dal banchiere genovese Marino nella seconda metà del XVI sec., destinato a diventare nuova sede del Municipio dopo la liberazione dagli austriaci.
In tal modo, nel 1861 veniva aperta la piazza intitolata al nostro maggior teatro che acquistava la sua definitiva ampiezza: le carrozze che portavano alla Scala non erano più costrette a scappar via per non assieparsi lungo una via stretta che non permetteva nemmeno di vedere l’intera facciata del teatro… in altre parole si parlava di traffico già allora!! Ciò portava purtroppo alla scomparsa, insieme alle baracche, di una serie di edifici storici cari ai vecchi milanesi, come la Casa Borrani, che ospitava il famoso Caffè del Teatro, poi Caffè della Cecchina. Ma i punti di ritrovo e di svago vennero subito sostituiti, tanto che col periodo post-unitario la piazza divenne lo spazio della “movida” milanese!… ovvero il luogo preposto al dopo teatro, con moderni locali ospitati negli edifici circostanti: il caffè dei Virtuosi, per gli artisti e il caffè Martini, con i bigliardi, per i tiratardi.
In piazza viene installata la prima edicola italiana, ubicata in un angolo di un portico, insieme a quella dietro il Duomo, per la vendita dei giornali.Dal 1865, nell’angolo, a sinistra di Palazzo Marino, veniva costruito uno degli ingressi alla Galleria Vittorio Emanuele, peraltro non in asse con l’accesso dal Duomo, risolvendo la difficile cucitura tra le due piazze principali della città. Fu poi nel 1872 che si pose nel centro la statua con Leonardo da Vinci, sul piedistallo, e i suoi allievi lombardi, i pittori Giovanni Antonio Boltraffio,  Andrea Salaino,Marco d’Oggiono e Cesare da Sesto… quasi tutti milanesi d’adozione ante-litteram!

25.23 Tra i cieli di Milano e Brianza, un festival e alcune storie di voli in mongolfiera

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Tra i cieli di Milano e Brianza, un festival e alcune storie di voli in mongolfiera
 
Oggi siamo qui a segnalarvi, in realtà con largo anticipo, proprio per l’arrivo delle festività pasquali, il Festival del Volo che prenderà avvio dall’1 e si protrarrà fino al 25 aprile al Parco di Monza. Insomma dietro l’angolo! Ma la cosa più accattivante, oltre ad un interessante allestimento di documentazione fotografica e di cimeli presso la Villa Mirabello, all’interno del parco, sarà il fatto che da sabato 23 a lunedì 25 aprile sarà organizzata una “tre giorni” dedicata alle mongolfiere con la possibilità di provare l’emozione di un volo frenato su un pallone areostatico. E tutto gratuitamente.
Ora la notizia in sé sembra già una vera meraviglia. Ma oltre a rievocare l’impresa nella stesso luogo dove il marchese Marsilio Landriani, poliedrico scienziato e studioso milanese, il 15 novembre 1783 lanciò in volo nella stessa identica area due palloni, ha , come vedremo, anche un legame profondo con la nostra città. Per varie ragioni.
Questo evento cade a centodieci anni di distanza dalla Esposizione Internazionale di Milano del 1906, dedicata ai trasporti moderni, e che vide il trionfo della sezione dedicata al volo aereo, nonché ai palloni areostatici, già fiore all’occhiello della città. Ad essi era stata riservata un’ampia area, situata ai margini del Parco Sempione che in seguito divenne sede della prima Fiera di Milano dalla quale partirono numerosi voli e che fu teatro di numerose competizioni. L’impresa più significativa compiuta dai temerari che si cimentarono in queste gare, fu quella portata a termine l’11 novembre del 1906, da parte di un grande sportivo milanese, Celestino Usuelli (1877-1926), già molto noto soprattutto per le sue esplorazioni e scalate sulle Ande peruviane ed ecuadoregne. Quel giorno di novembre, Usuelli attraversò le Alpi  con un pallone aerostatico, gonfiato a idrogeno, compiendo in poco più di quattro ore il percorso fra Milano e Aix-les-Bains, in Savoia. Negli anni seguenti Usuelli divenne prima pilota e poi anche costruttore di dirigibili, che realizzava in un opificio di Milano-Bovisa, non lontano dalle Officine del Gas.
Ma quello del volo aerostatico è sempre stato un pallino nella testa dei vecchi milanesi. E questo ci porta ad una storia ancora più lontana nel tempo. Siamo nel lontano XVIII sec., quando un nobile cittadino di Milano, il conte Paolo Andreani decide di sperimentare, a sue spese, l’invenzione dei fratelli Montgolfier, da cui il sistema di volo di sollevamento di un pallone (tramite l’immissione di un gas più leggero dell’aria) prese il nome.
L’agiato e nobile personaggio, piuttosto eccentrico, nato nel Palazzo Sormani Andreani, che oggi ospita la nostra Biblioteca Centrale del Comune di Milano e di cui una via retrostante ne ricorda le nobili origini, si era messo in testa di replicare un volo così eccentrico con tanto di presenza umana a bordo, cosa che lo differenziava sostanzialmente dall’esperimento prima citato, del marchese Marsilio Landriani. Così nel febbraio del 1784, Paolo Andreani e i fratelli Gerli sarebbero stati i primi esseri umani a volare in pallone in Italia, partendo da un appezzamento di terreno all’interno di un’altra villa Andreani, in quel di Brugherio. Gli oscuri fratelli Gerli, Carlo, Giuseppe e Agostino, in realtà già all’inizio del 1783 avevano fatto volare una mongolfiera di circa due metri di diametro nei pressi di Porta Venezia. Motivo per cui Andreani commissionò a sue spese ai tre fratelli la costruzione di una mongolfiera di circa 23 metri di diametro, con l’involucro perfettamente sferico, in tela rivestito all’interno di carta e racchiuso in una rete alla quale era appesa una navicella di vimini. Il braciere per il riscaldamento dell’aria all’interno dell’involucro utilizzava come combustibile legno di betulla ed una mistura di alcol, trementina ed altri ingredienti.
Rimasero in aria circa 25 minuti, atterrando peraltro senza danni. Il pallone pesava circa una tonnellata a cui vanno sommati il peso di tre occupanti e quello del combustibile per un totale al decollo di circa 1300 kg. L’impresa non solo richiamò varie personalità dell’epoca, tra cui il nobile illuminista Pietro Verri, che così la commentò “Mirare l’ampia mole, pari a vasto palazzo e più capace assai di grandissimo nostro teatro, galleggiare senza ondeggiamenti, era portento da scuotere qualunque cuore.”, ma ebbe così tanto eco da ispirare alcune belle parole persino dello storico Cesare Cantù.
In seguito Andreani compì alcune altre ascensioni. Per quella del 13 marzo l’aerostato fu modificato e reso di forma più ovoidale. In questa occasione la mongolfiera salì fino a 1537 metri di quota e volò per circa mezz’ora atterrando a 8 km dal punto di decollo. In seguito a questa nuova impresa, il 28 marzo, durante una rappresentazione a cui era presente, fu oggetto di una standing ovation al Teatro La Scala e il letterato Giuseppe Parini gli dedicò i due sonetti Per la salita fatta fin oltre le nubi col globo di Mongolfier e per felice ritorno dell’intrepidissimo signor Don Paolo Andreani nobile milanese e Per la macchina aerostatica.
Nei decenni successivi i milanesi ebbero varie occasioni per assistere ad esibizioni di mongolfiere e palloni, presso l’Arena Civica, soprattuto in età napoleonica, e tutte con intento di spettacolo. Ora dopo avervi raccontato di quante belle storie di volo aerostatico sono passate per i prati e i cieli di Milano, non mi resta che invitarvi a vedere la mostra e gli eventi organizzati in occasione del Festival del Volo.
DOVE: Area intorno a Villa Mirabello, Parco di Monza. Dal 1 al 25 aprile. Dal 23 al 25 aprile, il Festival del Volo si concluderà con i voli in Mongolfiera!

25.24 S. Maria presso S. Satiro: una chiesa, una storia e un trucco illusionistico 3D!

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S. Maria presso S. Satiro: una chiesa, una storia e un trucco illusionistico 3D!
 
Vi presentiamo con questo articolo una piccola guida alla visita di un luogo unico della nostra città, tra miracoli, falconi ed effetti speciali!
Ma andiamo con ordine: c’era un tempo lontano in cui a Milano… la campagna arrivava fino al centro della città. In un’area a pascolo, nei pressi dell’odierna Via Mazzini, già dal V sec., pare che le prime comunità cristiane avessero edificato una cappelletta annessa ad un cimitero, servito da una via romana.
Su questo stesso luogo, poco abitato ma già densamente frequentato, nel IX sec., l’arcivescovo, di nobile famiglia longobarda, certo Ansperto da Biassono, che aveva ereditato questo terreno agricolo, con tanto di pozzi scavati già dai romani, fonda una chiesetta: quella che ancora oggi si può scorgere in angolo, tra la Via Speronari e la Via Falcone, come un basso edificio a pianta centrale e con un lanternino in cima alla copertura.
La intitola subito a Satiro, fratello di S. Ambrogio. Fa costruire accanto anche un campanile, il più antico, dopo quello di S. Ambrogio, tanto che risulta essere un prototipo per i successivi del romanico lombardo. E come lo fa costruire se intorno non c’è altro che terra per fabbricar mattoni? Semplice! Col materiale lapideo di recupero e con le parti piane delle urne funerarie, di origine romana e paleocristiana (che si possono ancora scorgere sulla porzione inferiore su Via Speronari), per creare un solido basamento che non sprofondasse nel terreno melmoso e che mettesse al riparo dall’umidità il paramento murario di laterizio.
Ma in sé la storia appare una delle tante fondazioni di piccole basiliche di cui è ricca la nostra città. La vicenda comincia a farsi interessante dal momento che la zona, anche per la collocazione urbanistica, si trasforma in un crocevia di commerci e transiti. Il campanile diviene ben presto oltre che una torre campanaria, un vero e proprio punto di orientamento, per i pellegrini diretti verso il centro di Milano e soprattutto segnala, come un faro tra i tetti, la presenza di uno ostello. Era stato aperto nei pressi della chiesa e si era ben presto affermato come uno dei più importanti della città. Si trattava di un ospizio, non solo per viandanti, ma di un dormitorio gratuito per gli indigenti. Affacciato su una corte quadrata, era un quartierino chiuso e indipendente (che ricalca più o meno l’attuale isolato tra la via Torino/Speronari/Falcone/Unione), con tanto di orti, pozzi, forno e soprattutto chiesa.
In epoca comunale la struttura recettiva, in angolo con la Via Unione diviene una sorta di albergo a pagamento, e incominciano a comparire, all’interno del quartiere, alcune botteghe artigiane per la lavorazione del ferro (soprattutto speronari!).
A metà del XIII sec., l’area comincia ad attrarre la curiosità dei viandanti non solo per l’accoglienza che si poteva ricevere, ma poiché la stessa chiesa, intorno a cui tutto ruotava, diviene oggetto di devozione: l’altarino posto all’esterno, con l’immagine della Vergine col figlio, è oggetto del gesto di un folle che vi scaglia contro un arnese: il collo del Bambin Gesù, una volta colpito, comincia a zampillare sangue. Si grida al miracolo e si costituice una Confraternita per la salvaguardia della Vergine di S. Satiro.
Nel XIV sec., l’intero isolato entra a far parte delle proprietà viscontee della zona, e il luogo d’ospitalità, spesso usato anche come depandance per gli ospiti dei Visconti, viene da questo momento conosciuto come hospitium Falconis, l’Albergo del Falcone, per la presenza di una falconiera (da qui anche il nome della via) che nel XIV Bernabò Visconti, teneva qui, non lontano dalla sua dimora (la Ca’ de Can).
Intanto nel tempo il culto della sacra icona viene tramandato fino a divenire luogo di pellegrinaggi. E’ col XV sec. che nasce l’esigenza di staccare e trasportare il dipinto con la Vergine del miracolo al coperto. Ma come si poteva al tempo stesso proteggere il dipinto e fare stazionare in un piccolo interno le centinaia di persone che vi stazionavano davanti? Semplice, costruendo accanto un vero e proprio santuario! Il duca Gian Galeazzo Maria Sforza e sua madre Bona di Savoia, proprietari del lotto adiacente si incaricano dell’impresa, facendosi ritrarre ai lati della sacra icona.
Commissionano quindi al Bramante una nuova chiesa più capiente e dedicata alla Madonna, che sovrastando in dimensioni la più antica cappelletta diviene ora la Basilica di S. Maria presso S. Satiro. L’architetto introdusse una serie di rivoluzioni costruttive, ad iniziare dalla rotazione della pianta di 90°, rispetto ai primi progetti, cioè con l’altare maggiore verso Via Falcone, per restituire gli spazi maggiori al pubblico in pellegrinaggio. Ciò sacrificò la creazione di una vera e propria abside che avrebbe dovuto insistere sulla stessa via, che era ormai arteria trafficatissima e di pubblico transito. E così che Bramante allora si mostra anche valente pittore, risolvendo il problema con una magia illusoria e con l’uso della prospettiva, cioè creando l’impressione di una profondità dello spazio, al di là dell’altare, che in realtà non c’è. Per amplificare l’effetto e prendersi gioco dell’occhio umano, aggiunge anche degli elementi architettonici in rilievo.
Vi invito a questo punto a visitare questo luogo meraviglioso, adesso che ne conoscete anche le vicende… E soprattutto portateci i vostri bambini a scoprire l’effetto illusorio e per capirne il trucco: percorrete la navata centrale, avvicinatevi all’altare e osservate l’abside. Forte vero?
Dove: Ingresso alla chiesa da Via Torino 17-19. Per una visione d’insieme della complesso basilicale si consiglia di porsi in angolo tra la Via Mazzini e la Via Cappellari, fronte Via Falcone.
Apertura: Affidata ai volontari del Touring Club Italiano, da martedì a sabato: ore 9.30 – 17.30-Domenica: ore 14 – 17.30.

25.25 La Milano medioevale, capitale delle eresie.

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La Milano medioevale, capitale delle eresie.
 
Con l’intervento di oggi vogliamo aprire un nuovo filone di indagine sulla Milano medievale, in cui illustreremo luoghi, edifici e personaggi di un’”altra” città, sconosciuta, sommessa.
Questa storia copre un arco temporale che va dal XII sec., fino alla seconda metà del XVI sec. quando Carlo Borromeo, divenuto arcivescovo di Milano, dal 1565, introduce in città i nuovi precetti della Controriforma e uno stretto sistema di controllo sulla vita spirituale della città. Illustreremo con una serie di articoli, come nel quadrante Est di Milano, il più delle volte fra Porta Romana e l’attuale Porta Vittoria, a ridosso delle mura cittadine medioevali, quindi lungo la cerchia del Naviglio interno, si insedino o si coagulano vicende legate a una religiosità “diversa”, lontana dall’ortodossia cattolica della Diocesi Ambrosiana e tacciata, per questo, di eresia. La nostra storia inizia quando Milano è un libero comune, e il potere politico non è accentrato nelle mani del solo Potestà, ma distribuito tra un serie di istituzioni e corporazioni mercantili, non ultima la Curia con l’arcidiocesi e la nobiltà. In questa geografia variabile del potere della Milano medioevale, i mercanti acquistano via via sempre più peso e proprio sulle spalle dei mercanti lombardi, in giro per l’Europa, si muovono le nuove idee ..uscendo ed entrando in città, a più riprese.
I Patarini (che pare fossero i venditori di stracci) nell’XI sec. si erano insediati dietro il Duomo, uno dei più grandi mercati all’aperto della penisola. Questi fondano la Pataria, un movimento tutto milanese, ispirato alle istanze della vita semplice dei primi cristiani e denso di istanze sociali contro il clero simoniaco ( cioè che si vendeva le cariche ecclesiastiche) e concubinario. Di questo oggi rimane solo il toponimo della Via Pattari, proprio davanti all’Arcivescovado.
Ma mercanti più ricchi, istruiti e mobili cominciano a portare in città Bibbie tradotte in altri luoghi e soprattutto sanno leggere da soli senza la mediazione della Chiesa. Allora salta subito all’occhio che il messaggio evangelico della povertà del Cristo e delle prime comunità con cui Paolo di Tarso era in contatto attraverso le sue lettere, è in contrasto con lo stile di vita e con le politiche della chiesa milanese e del papato. Se questo è il quadro generale e l’ambiente di prolificazione di movimenti eterodossi, illustreremo, coi prossimi interventi, particolari luoghi legati alle eresie nella Milano del Medioevo. Faremo degli affondi sui valdesi, gli stessi che oggi hanno la loro sede nella chiesa di Via Francesco Sforza, sui Templari di Via della Commenda, sulla fondazione di S. Maria della Pace da parte di una congregazione francescana non ortodossa, gli amadeisti (poi soppressi in uno specifico concilio), sui Catari del Monforte o sugli Umiliati del convento di S. Pietro in Gessate, di cui vi introduciamo qualche cenno qui di seguito.
Uno dei loro conventi, già S. Pietro e Paolo in Glaxate, era il nucleo di un insediamento in città fin dal XIII sec. E anche la dedicazione ne tradisce l’origine, essendo i due apostoli, santi a loro cari. Questo era un ordine di laici e consacrati, dediti alla lavorazione e al commercio della lana, riconosciuti come onesti e indefessi lavoratori. Proprio grazie a questa loro specializzazione, molto richiesta in tutta Europa, divenne ben presto un ordine ricchissimo e in forte espansione tra i ceti medi della popolazione di Milano. Alcuni attribuiscono loro persino l’invenzione del feltro. Abbazie come Mirasole o edifici come Brera devono a loro l’origine. Ma con la ricchezza, il potere e la frammentazione delle varie comunità distribuite sul territorio, nell’arco di tre secoli, non mancarono dissidi interni , che si esacerbarono nel periodo controriformistico. In questo periodo i movimenti di questo tipo, che potevano facilmente scivolare su posizioni eretiche o di opposizione di principio alla Chiesa, vennero scoraggiati. Quando da Roma venne nominato Carlo Borromeo protettore dell’ordine per sedarne i contrasti interni, Gli Umiliati si sentirono minacciati della loro indipendenza ed entrarono quindi in contrasto sempre più acceso con l’arcivescovo di Milano. Un membro dell’ordine, Gerolamo Donato detto il Farina, tentò addirittura di assassinarlo con un colpo di archibugio alle spalle. Il colpo seppur diretto per uccidere, fu attutito, per ironia della sorta da una casacca di feltro, confezionata probabilmente dagli stessi umiliati: data la fama di santità che già circondava il Borromeo, il fatto fu considerato un segno miracoloso della protezione divina nei suoi confronti, ma l’attentato provocò una dura repressione e l’ordine maschile fu soppresso nel 1571 con una bolla papale.
Le comunità umiliate femminili, furono, per lo più sottoposte alla regola benedettina. E benedettina è la comunità che occupò già dalla metà del XV sec. il convento e la chiesa di S. Pietro in Gessate, in progressiva decadenza. E’ da asciversi a loro, e non agli umiliati, la rinascita del convento e l’aspetto odierno della chiesa , di scuola solariana. Sfortunatamente gli edifici conventuali, che avevano ospitato per secoli i Martinitt sono scomparsi per far posto a progetti legati a edifici di rappresentanza del regime durante il Ventennio. Ma uno dei chiostri si è salvato grazie all’intervento della Sovrintendenza, che lo fece smontare e spostare qualche centinaio di metri più a lato e inglobato, successivamente, nel cortile del vicino Liceo Leonardo da Vinci.
Con la Controriforma e con i Borromei a Milano, scompare la ricchezza e il fermento, anche di idee e di alcuni movimenti che si ponevano ormai fuori dalle nuove regole che la chiesa di Roma si era data per contrastare una nuova forte minaccia che arriva da Oltralpe: il Protestantesimo.
Ma questo è già l’epilogo di storie e idee che vedremo con i nostri prossimi interventi. Allora continuate a seguirci…

25.26 Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata: una storia rimossa

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Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata: una storia rimossa
CRONACA / LEGNANOsabato 10 febbraio 2018150 Letture
 
"Come vorrei essere un albero che sa
dove nasce e dove morirà"
Sergio Endrigo, "1947"
 
 
 
Il Giorno del Ricordo è stato istituito dal Parlamento italiano nel 2004 per non dimenticare gli infoibati e i tanti che furono costretti a lasciare le proprie case nei territori orientali che alla fine della guerra diventarono jugoslavi.
Fu una tragedia che si consumò prevalentemente alla fine della Seconda guerra mondiale mentre sull’Europa già soffiavano i venti della pace. Infatti la fase più tragica delle foibe si sviluppò a Trieste mentre nel resto dell’Italia si festeggiava la fine della guerra.
 
I 40 giorni del terrore titino a Trieste e nella Venezia Giulia
Il primo maggio del 1945 le truppe di Tito raggiunsero per prime Trieste mentre i neozelandesi (esercito britannico) arrivarono nel capoluogo giuliano il giorno dopo.
Addirittura Trieste fu l’unica città europea a essere "liberata" da due eserciti! Tutto questo non impedì la tragedia di tanti italiani arrestati dai soldati di Tito e dalla polizia segreta jugoslava e condotti nei campi di concentramento in Slovenia oppure infoibati a Basovizza o Opicina, appena fuori Trieste.
Non erano tutti fascisti coloro che finirono nelle foibe carsiche. Tra di loro c’erano anche antifascisti del CLN che avevano combattuto fino a pochi giorni prima contro fascisti e nazisti e comunisti italiani contrari alle mire imperialiste jugoslave. Anzi in alcune realtà come Pola la reazione jugoslava si abbatté pesantemente anche sulla classe operaia italiana dei cantieri navali.
L’obiettivo di Tito era non tanto colpire il fascismo morente quanto colpire l’italianità di Trieste e della Venezia Giulia per slavizzare il territorio con più facilità e inserirlo nella nuova compagine statale jugoslava.
 
Più che comunista la politica di Tito era espressione di un nazionalismo radicale con forti componenti anti italiane.
Alla fine, dopo quaranta giorni (1 maggio-12 giugno '45), le vittime della terribile violenza che si abbatté sulla Venezia Giulia furono circa 5.000.
Quando Truman, presidente degli Usa, ordinò a Tito di sgombrare la Venezia Giulia con Trieste (12 giugno) moltissimi triestini e giuliani furono liberati dall’incubo di essere gettati vivi o morti nelle foibe oppure di essere deportati nei campi di concentramento del nuovo regime jugoslavo.
 
L’esodo giuliano-dalmata
Ma il dramma di queste terre di confine non finì qui perché subito dopo riprese con grande forza l’esodo dalle terre che il trattato di pace del 10 febbraio del 1947 faceva diventare jugoslave. Furono 300.000 circa i profughi giuliani e dalmati in un arco temporale che va dall’esodo da Zara (1944) fino al 1956.
In Italia furono accolti con diffidenza e pregiudizio. Molti italiani dell’epoca non sapevano se considerarli italiani o meno; la stampa di sinistra diceva che erano tutti o quasi fascisti e nazionalisti; i governi li dimenticarono fino al 1960 in 109 campi profughi sporchi e fatiscenti. In realtà si trattava di una grande comunità che pagava di persona (perdita delle proprietà e della propria identità) una guerra voluta dal fascismo e dalla classe dirigente italiana per i propri obiettivi imperialistici. Non è esagerato dire che le distruzioni provocate in Slovenia dall’esercito italiano furono pagate con i beni di coloro che furono cacciati dalle loro case.
Il momento più drammatico dell’esodo fu quello vissuto da Pola nell’inverno del 1946-47 quando un’intera popolazione (28.000 abitanti su 32.000) lasciò in pochi mesi la città istriana che il trattato di pace faceva diventare slava. Divennero profughi in cerca di pace simili ai tanti profughi medio-orientali che oggi arrivano nell’Europa occidentale e in Italia attraverso rotte mediterranee e balcaniche.
 
Le ragioni del "grande silenzio"
Per molto tempo in Italia parlare delle foibe non era politicamente opportuno: il Partito comunista di Togliatti si era molto esposto nell’assecondare le mire di Tito a Trieste, la Democrazia cristiana di De Gasperi aveva cercato fino all’ultimo di limitare l’esodo dalle terre orientali e poi aveva disperso le comunità giuliane in tutta Italia. I neofascisti del MSI non volevano sentirsi ricordare che a causa della loro politica avventurista (la guerra a fianco della Germania nazista) l’Italia aveva perso i territori orientali frutto della vittoria nella Grande Guerra.
Ma era soprattutto la nuova collocazione internazionale della Jugoslavia a rimuovere il passato. Quando maturò la rottura tra Tito e Stalin (1948) la Jugoslavia divenne "amica dell’Occidente" e nessuno volle più rievocare le pesanti responsabilità del governo di Tito negli infoibamenti e nella cacciata degli italiani d’Istria e Dalmazia. Nello stesso tempo era possibile far cadere nel nulla i tentativi jugoslavi di estradare a Belgrado ufficiali dell’esercito italiano che erano accusati di stragi e massacri durante la guerra nell’area balcanica.
Così fino alla caduta del Muro di Berlino (1989) parlare della tragedia del Confine orientale non conveniva a nessuno. Il cinismo della politica internazionale e i giochi di potere in Italia dovevano decretare la cancellazione del passato. Solo a Trieste rimanevano vive le polemiche, le lacerazioni e le opposte ricostruzioni storiche.
 
Una nuova stagione favorevole?
La scomparsa dei vecchi partiti della prima repubblica e la nascita di nuovi partiti ha indubbiamente facilitato il dialogo e la ricerca storica. In questi ultimi 15-20 anni i temi legati alle foibe e all’esodo sono usciti da quella sorta di "cono d’ombra" in cui sembravano relegati per sempre.
Ma ancora il quadro degli avvenimenti storici è reso torbido da nuove contrapposizioni ideologiche e politiche in un quadro di polemiche che annebbia il passato e rende difficile comprendere che cosa sia accaduto al Confine orientale.
 
Amnesie e "uso pubblico della storia"
In Italia si chiama "uso pubblico della storia" e consiste nel parlare di storia solo per colpire
l’avversario. É inutile dire quanto siano strumentali, faziose ed errate le ricostruzioni storiche nate
solo per screditare il proprio "nemico" politico.
Soprattutto in una certa parte della sinistra (ex-Pci stalinista) si stenta a far capire che il Giorno del Ricordo non è una manifestazione filofascista mentre nel neofascismo il 10 febbraio viene visto come una sorta di giorno in cui rialzare la testa. Opposti estremismi farneticanti che nulla hanno a che vedere con le serie indagini storiche.
 
Quante volte mi è capitato di sentire dire in ambienti di sinistra che parlare di foibe vuol dire fare un regalo al neofascismo! Quante volte invece a destra il tema viene sfruttato per delegittimare l'avversario ieri comunista oggi variamente di sinistra.
Gli storici migliori hanno lavorato al meglio per spiegare ciò che è avvenuto nell’area giuliana stabilendo cause e responsabilità. Ai politici il compito di non intorbidare le acque con polemiche pretestuose; a tutti coloro che amano la Storia non inquinata dalle ideologie il compito di studiare e capire.
 
Giancarlo Restelli

25.27 Fatti

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25.27.1 La Festa di Ognissanti e la Commemorazione di Defunti

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La Festa di Ognissanti e la Commemorazione di Defunti
 
Le fucacoste di Orsara (FG)
Secondo alcuni studiosi la festa di Ognissanti, collegata alla commemorazione dei defunti, discenderebbe  direttamente dal rito celtico di Samhain. Durante la veglia funebre si dipingevano i teschi e si trascorreva la notte bevendo, suonando e cantando; questa celebrazione rappresentava la speranza di non soccombere alle sventure, alle malattie, alla morte stessa. Un’eco di quelle veglie si ritrova oggi nella notte di Halloween  (All-Hallows-Eve, la vigilia di tutti i santi ), celebratain origine nei paesi anglosassoni e negli Stati Uniti, durante la quale i ragazzi si travestono da scheletri mimando il ritorno  dei trapassati sulla terra. Fu solo  circa alla metà del IX secolo d.C. che la ricorrenza di Ognissanti venne istituzionalizzata ufficialmente come rito cristiano.
 
Dal tempo delle offerte agli dei sino ai giorni nostri,  il cibo, nel segno della continuità, permane  come  legame tra il mondo dei viventi e quello degli spiriti, tra la materia e l'anima.
 
In questa occasione le diverse aree geografiche della penisola sono accomunatedall’uso dei legumi, fave e ceci in particolare, come probabile prosecuzione di riti risalenti all’antichità. I  Romani consideravano le fave sacre ai morti e  ritenevano che ne contenessero le anime. Questa consuetudine si protrasse sino al  X secolo, quando le fave divennero cibo di precetto nei monasteri durante le veglie di preghiera per la Commemorazione dei Defunti. Anche i ceci vengono associati sin da tempi remoti  al mondo ultraterreno. Nell’antica Grecia, durante le feste di  fine inverno in onore di Dioniso, dio arcaico della vegetazione e del rinnovo naturale,  si cuocevano grandi pentole di civaie (ceci, fave, fagioli e altri semi) che venivano poi esposte sugli altari e offerte alle anime dei trapassati  affinché si rifocillassero prima di intraprendere il lungo viaggio di ritorno nell’aldilà.
 
Altre consuetudini si esprimono con la preparazione di dolci (ossa dei morti o torrone)  e con l’uso del frumento come dono rituale, dal “Pane dei morti” diffuso in tutto il nord Italia, ai  Cicci cotti,  “grano dei morti” (la colvain Salento) della Puglia, possibile prosecuzione dei riti greci di offerta a Demetra, dea delle messi, per assicurare il raccolto futuro. Ulteriori occasioni di legami affettivi con il mondo ultraterreno venivano offerte  nel passato ai bambini: in Puglia si era soliti  appendere al bordo dei letti delle calze, chiamate “cavezette di murte” , che durante la notte venivano riempite di dolci.In  Sicilia laCelebrazione dei Defunti era una vera e propria festa dedicata ai piccoli,  citata anche da Giovanni Verga nella sua novella, La Festa dei Morti.
 
Anche l'uso della zucca, tipico prodotto autunnale, ha tradizioni antiche e consolidate in diverse parti della penisola, dove ad Ognissanti  può essere lasciata piena di vino per i defunti o utilizzata come lanterna per favorire il ritorno dei trapassati nell’aldilà. In Puglia, ad Orsara,  la festa viene  chiamata Fucacoste e  Cocce priatorje (falò e teste del purgatorio): si decorano le zucche e  si accendono falò di rami di ginestre agli incroci e nelle piazze e si cucina sulle loro braci;  gli avanzi, da lasciare disposti agli angoli delle strade, vengono riservati ai defunti.
 
Il Comune di Orsara di Puglia (FG) con le Fucacoste e Cocce priatorje aderisce al progetto sui Patrimoni Culturali della Rete Italiana di Cultura Popolare

25.27.2 Petits Pas: "Smile", saggio di fine anno fatto

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Petits Pas: "Smile", saggio di fine anno
EVENTI / LEGNANOgiovedì 17 maggio 2018532 Letture
 
Grande attesa per il Saggio Spettacolo 2018 della Scuola di danza classica, modern jazz ed hip hop “Petits Pas”. Mancano ormai pochi giorni all’evento che sancisce la conclusione dell’anno accademico e fervono i preparativi, affinchè esso sia un rinnovato successo, regalando così soddisfazioni a tutti coloro che hanno collaborato con passione ed impegno per la sua realizzazione.
 
Petits Pas, affermata scuola legnanese di danza classica e moderna, diretta da Danila Morganti, apprezzata ballerina professionista, vede all’interno dell’organico anche la presenza di Thomas Saottini, insegnante di modern jazz ed hip hop e la collaborazione di Eleonora Albertalli e Francesca Genoni, allieve della scuola, che durante l’anno aiutano la Direttrice Morganti nelle lezioni di “classico” alle più piccole.
 
Il Saggio di fine anno dal titolo “Smile” sarà presentato al Teatro Sociale di Busto Arsizio lunedì 21 maggio alle ore 20.30 e vedrà esibirsi sul palcoscenico circa un centinaio di allieve, impegnate in diverse coreografie, sia di repertorio classico, curate dalla Direttrice artistica della scuola, Danila Morganti, che coreografie di modern jazz ed hip hop, realizzate invece dall’insegnante Thomas Saottini. Ospite d’eccezione della serata sarà Christian Fagetti, ballerino Solista del Teatro alla Scala di Milano, al quale è stata affidata la cura delle coreografie dei “pas des deux” per alcune allieve del corso avanzato.
 
 
 
“Smile” racconterà, attraverso la simpatia delle piccolissime (il corso propedeutico accoglie bimbe di tre anni!) e delle allieve più grandi, un estratto divertente e coinvolgente tratto dalle famose favole di “Cenerentola” ed “Alice nel Paese delle meraviglie”. Ritroveremo tanti personaggi interpretati dalle giovani ballerine che indosseranno per l’occasione costumi vivaci e colorati, realizzati da Bruna Scazzozi, sarta della scuola. La chiave di lettura dello spettacolo è quella di aver lavorato per la realizzazione di un perfetto parallelo tra la presentazione di entrambe le favole sia in versione “classic” che “modern”. Alle aspiranti danzatrici sarà affidato il compito di interpretare i vari personaggi mostrando non solo l’eleganza ma anche l’energia che sono racchiuse in un passo di danza.
 
In attesa di scoprire quindi la nuova creazione firmata Petits Pas, vi invitiamo a visitare il sito della Scuola, www.petitspaslegnano.it e vi aspettiamo per condividere una piacevole serata “sorridendo” insieme!
 
Michela Manzotti

25.27.3 Suburra ( fatto)

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Nell'antica Roma invece il bordello può essere chiamato in vari modi: i più miserabili erano i fornices (da cui il lemma fornicare), costituiti da un unico vano; poi vi erano gli stabula (lett. stalla, covile), i lupanaria (ricettacoli delle lupe, ossia le prostitute di più bassa estrazione) e i postribula - luogo in cui ci si offre. Vi erano poi bettole e locande che potevano svolgere saltuariamente anche attività di bordello. Le camere recavano dipinto sulla porta il nome della meretrice affiancato dalla tariffa richiesta, generalmente un asse. I lupanari aprivano nel tardo pomeriggio e ad operarvi erano in prevalenza schiave[6], ex-schiave o serve di vario tipo.
La prostituzione è una caratteristica ben nota di Atene classica. Liberi cittadini, schiavi, ex schiavi e meteci, lavoravano come prostitute. Prostituti maschi e femmine hanno lavorato in porneia, intrattenuti presso simposi, ed è entrato in contratti con i clienti. Ruffiani e prostitute pagate le telos pornikon. Nonostante l'apparente ubiquità e la legittimità della prostituzione, le prostitute e prostituzione erano sorprendentemente non regolamentata ad Atene. Questo documento chiede perché e sostiene che le leggi in materia di prostituzione erano riguarda principalmente per proteggere l'integrità del corpo cittadino nel suo insieme e non motivata da alcun senso di vergogna prostituzione come una professione o dalla necessità di proteggere l'individuo circostante.
La prostituzione non è stato limitato a particolari aree di antica Atene o altrimenti regolamentati. Ad esempio, le posizioni di bordelli (Isae 6,19-20;.. Aeschin 1.74) sono il risultato di fattori economici, piuttosto che qualsiasi pratica di zonizzazione. (Tsakirgis 2005: 79; cfr McGinn 2006). Bordelli appaiono non diversamente trattati rispetto ad altre imprese. Eschine commenta che un Ergasterion in un sunoikia o oikia può alloggiare una fucina, un ambulatorio medico, una lavanderia e più tardi un bordello (1.124). Diverse leggi ricostruiti come in materia di prostituzione (Arist. Pol 50.2;.. Din 1.23), a ben guardare, non sono specifici per la prostituzione a tutti. Ad esempio, Graham (1998: 40) ha recentemente suggerito, basato sulla porta stèle du da Thassos, che Aristotele registra una legge contro sollecitazione (Pol 50.2.). Ma preso nel contesto, il regolamento appare semplicemente di finestre e le persiane, come inizialmente pensato. Basato sulla stessa passo di Aristotele, Davidson (1998: 82) e Halperin (1990: 110) hanno anche sostenuto che il astunomoi erano responsabili per stabilire e far rispettare il prezzo di una notte con una prostituta. Non vi è alcuna menzione specifica, tuttavia, di prostitute, solo auletrides e altri musicisti, e così il passaggio non può essere usato come prova per tappatura gli onorari di prostitute o loro protettori.
Un esame delle leggi in materia di appalti, l'adulterio e il diritto di ogni cittadino a ricoprire cariche e parlare nei tribunali di assemblaggio e di diritto ) porta alla conclusione che proteggere l'integrità del corpo cittadino è la motivazione primaria di legiferare prostituzione. Ad esempio, gli ateniesi avevano leggi in materia di appalti che limitavano la vendita di bambini di un ateniesi a fini di prostituzione (Aeschin. 1.14, 184). Solone limitato il diritto di un padre per prostituire la figlia consentendo solo figlie trovato impudico per essere venduto per tali scopi (Plu. Sol 23.2, Glazebrook 2005; Herter 1966:. 109). L'importanza di questa legge è una preoccupazione per la legittimità fondata sul matrimonio in una cittadinanza limitata (Lape 2002-3: 120-22, Herter 1966: 108). Le leggi contro appalti proteggono anche i pieni diritti dei cittadini dei futuri cittadini e il corpo cittadini dall'influenza di personaggi inaffidabili. Un cittadino maschio che aveva fatto da una prostituta, se in gioventù o per forza, ha perso i suoi diritti civili (Aeschin 1.19-20,.. Dem 22.30; E 1.100.). L'atto della prostituzione in sé non era un crimine, ma gli Ateniesi diffidava qualsiasi maschio che era stato penetrato (Halperin 1990: 95-7; Dover 1973: 124).
Le leggi sulla prostituzione nelle società occidentali moderne oggi dove la prostituzione è praticata apertamente (Amsterdam e Nevada) di solito includono limiti di età, la zonizzazione della prostituzione, pratiche sollecitazione, e la diffusione della malattia. In altri casi, la prostituzione è un reato penale, motivato da un senso che la prostituzione è moralmente sbagliato e di sfruttamento. Ma un senso di vergogna e preoccupazione per l'individuo sembra estraneo a tale legislazione nell'antica Atene, che suggerisce invece una preoccupazione di proteggere l'integrità del corpo cittadino e il potenziale futuro di quel corpo per cittadini a pieno titolo.
La Suburra (Subura dal latino sub-urbe) era un vasto e popoloso quartiere dell'antica Roma situato sulle pendici dei colli Quirinale e Viminale fino alle propaggini dell'Esquilino (Oppio, Cispio e Fagutal).
Poiché la popolazione della parte bassa del quartiere era costituita da sottoproletariato urbano che viveva in condizioni miserabili, benché affacciata su un'area monumentale e di servizi pubblici, il termine suburra ha ancora, nel linguaggio comune, il significato generico di luogo malfamato, teatro di crimini e immoralità.
 
Suburra - Posizione geografica
Palazzetto Borgia e Arco della Suburra 1880
L'orografia del quartiere, con l'avvallamento tra le pendici dei colli maggiori che confluisce verso la valle tra Campidoglio e Palatino in direzione del Tevere, condizionò il sistema viario e l'articolazione del quartiere, con abitazioni di senatori e cavalieri nelle parti più elevate (resti sotto le odierne chiese di San Pietro in Vincoli, sul Fagutale, e di Santa Pudenziana, sul Viminale), mentre il fondovalle, la parte più popolare e malfamata, era occupato da grandi insulae (palazzi di abitazione a più piani: per esempio resti ritrovati durante i restauri del convento di San Martino ai Monti). Nel quartiere abitarono Giulio Cesare e il poeta Marziale.

25.27.4 Medicina contadina: curare in dialetto

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Medicina contadina: curare in dialetto
Demoiatrica: la medicina contadina che somministrava in dialetto le cure di un sapere dimenticato. La lingua delle guaritrici.
Donne del segno, demoiatrica, streghe, medicina popolare, medicina naturale, medicina tradizionale, cura erboristiche, erboristeria, medicone, meisinoire, strie, woodo,
 
La Fasöla
A Trezzo molte Donne del Segno cedevano i loro soprannomi alle eredi: perlopiù le figlie, che venivano così confuse con le madri in un’unica guaritrice dalla sconfinata longevità, praticante la medicina contadina. Tra queste era la «Fasöla» (Natalina Bassani sposata Crespi), morta quasi novantenne, che lasciò Segno e nomignolo alla figliola: questa guaritrice era in cuginanza con la Galli «‘Mericana» per via dei Crippa; e non si esclude parentela col guaritore  «Galèt». Natalina non leggevano i vermi ma erano entrambe consigliate per la cura di storte o slogature. La madre abitava a Trezzo dove via vecchia per Monza si sfilaccia da via Cavour. E qui la raggiunse Luigi Bassani, storico custode del cimitero trezzese. «Venivo dal dottore – racconta – mi aveva ordinato certe sedute dermatologiche per liberarmi le mani dai porri che a centinaia le deturpavano. La “Fasöla” mi accolse bonariamente e con le sue, cosparse di “sciongia”, mi tracciò sulle mani piccole croci. Per tre giorni ripeté, pregando, il rito. E i porri presero a seccare». Più che cure, riti della medicina contadina.
C’era anche «Patruneglia da Santa Marta» (Petronilla). Ma la più popolare guaritrice di slogature e distorsioni era «Stela da Culnach», Stella di Colnago (Cornate), che applicava ai reumatismi bicchieri riscaldati con una candela. Boltiere (Bg) vantava Elisa «la Mora» che, assicurano, sanava un polso dolorante incrociandovi sopra due steli di paglia bagnata. Anch’ella ha varcato la veneranda soglia dei novant’anni, affidando il Segno ad una parente.
 
Aberardo Cortiana legge i suoi testi dialettali col pittore D’Anneo
Questi scorci di medicina contadina, benché incolta, non meritano l’oblio. Allora i contadini orinavano sulle ferite che stringevano poi nella verde pelle di una «zèmbula da murum», giovane ramo di gelso. Ai bimbi che a sette anni ancora bagnassero il letto era inflitto il «bröt da ratt», l’infuso di topo lessato indicato anche per la calcolosi, detta «maa da la prea» (sasso). Per prevenire il mal di gola la medicina contadina conservava del panettone natalizio da far benedire il giorno di San Biagio, nella cui solennità (3 febbraio) il prevosto cingeva il collo dei fedeli in una sorta di forcipe. «La “tarésia”, l’itterizia – spiegava Aberardo Cortiana, sentinella del dialetto trezzese – era curata con un numero dispari di pidocchi bevuti con acqua. Si riteneva divorassero la “malmina” (melma) che circonda il fegato, ripristinandone l’efficienza».
La medicina contadina debellava «tusasnìne», le tossi asinine, consigliando passeggiate di buon mattino lungo l’Adda: ma controcorrente, per respirarne l’aria più salubre. Il caffè «Olandese» era versato quasi solo a chi avesse ventre o capo doloranti. Il raffreddore («maabàch») si combatteva con la «pulìgula», decotto d’acqua zuccherata e liquirizia («pesa»). Cortiana custodisce altri vocaboli della medicina contadina trezzese: «maa bröt» si appellava l’epilessia, «gnàcula» l’ematoma gonfiatosi dove la vanga poggia sulla coscia, «tetaröo» le fibrocisti, pendule escrescenze della pelle. «Còtula» è la comune puntura di zanzara, «ratìn» il minimo livido («murèll») lasciato da una pizzicata sul dito o sulla mano.
Infine, tra i ricordi della trezzese Emma Mapelli (1905-2000) spigoliamo una foto che la ritrae bambina. Mamma l’aveva indirizzata al consorte migrato in Argentina, ma non vi scrisse che «Al mio marito (America)». Perciò è ancora qui, serbata dai parenti. Sul retro recita: «Mio padre si trova malato ed è tutto basifio». L’aggettivo, contrabbandato dal dialetto («basénfi»), discende dal latino «bis inflatus»; cioè “gonfiato due volte”.

25.27.5 L'OSPEDALE MAGGIORE DI MILANO

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L'OSPEDALE MAGGIORE DI MILANO
 
L'ospedale maggiore, uno de'più importanti monumenti di Milano, deve la sua fondazione alla generosità di Francesco I Sforza, quarto duca di Milano, e di Bianca Visconti sua moglie, i quali, oltre ingenti somme, offersero il proprio palazzo e parecchie case e giardini attigui.
Quest'atto di beneficenza eccitò l'emulazione nei Milanesi, che vi coadiuvarono con tutte le loro forze.
La sua fondazione ebbe principio nell'aprile del 1436. Il primo che mise opera a questo grande edificio fu Antonio Filarete fiorentino.
Giampietro Carcano, nel 1610, contribuì al suo ingrandimento con un considerevole legato e con disegno del Ricchini.
Nel 1797 il dottor Macchi lasciò tre milioni all'ospedale, a patto che fosse ingrandito secondo i disegni dell'architetto Castelli. Questi v'aggiunse un altro braccio, ma con uno stile diverso da quello dei suoi antecessori.
Nel grandioso cortile a porticato, di cui l'ala destra falsamente si attribuisce al Bramante, vedesi una chiesuola con una tela del Guercino e due gran quadri del secolo XV d'ignoto pennello.
Nelle sale poi degl'impiegati si ammirano ritratti di benefattori di questo pio stabilimento, fra cui del Tiziano, dei Procaccini, Trabai lesi, ecc., e di vari nostri celebri artisti moderni.
Il consueto numero de' malati è di circa 2000, ed in certi casi ammonta perfino a 2600.
Grande quantità di caritatevoli persone fecero copiose donazioni a questo spedale, il perchè si accrebbe di molto il suo reddito; oggi è uno depili ricchi d'Europa, ammontando il suo capitale a circa 50,000,000 di lire.
Alcuni stabilimenti dipendono da esso, cioè: il luogo pio detto diSanta Corona, che provvede a domicilio i poveri ammalati di medici e chirurghi gratuiti e delle necessarie medicine; la Senavra o casa dei pazzi ; l'Ospizio delle partorienti e quello dei Trovatelli.

25.27.6 Santi dell'inverno e fuochi propiziatori

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Santi dell'inverno e fuochi propiziatori della bella stagione nel mondo contadino lariano
 
Ritratto della memoria per la Mappa di comunità della Vallassina e dell’Alta Brianza 
 
C’erano ancora le stelle quando le osterie erano già piene di contadini intabarrati, intenti a contare i soldi e a impacchettare sementi. Già nel buio del primo mattino la festa viveva il suo aspetto più suggestivo coi paisàn ‘contadini’ e i sumenzàtt ‘mercanti di semi’. Più tardi sarebbero arrivati gli altri ambulanti, con ogni tipo di mercanzia, seguiti dai fironàtt, inghirlandati da collane di castagne, che avrebbero fatto abbaiare i cani dei saltimbanchi. Sui banchi di torroni brillavano i lumi accesi al vento, talvolta caldo di falsa primavera. Ma così, quando non c’era la neve, non sembrava neppure la festa di Sant’Antonio. Nelle osterie, fin dal giorno prima, cuocevano gran pentoloni di büsècca e fojöö ‘trippa’, detta dei sumenzàtt, il cibo tradizionale della festa di Sant’Antonio Abate. E brillavano anche i ceri della chiesa di Santa Maria degli Angeli, già odorosa d’incenso, dove il pane e il sale per le bestie protette dal Santo erano già preparati per la benedizione, così come le reliquie erano pronte per il bacio dei fedeli. Intanto la campanella di Sant’Antonio, dal suono fioco fioco, nascosta in un comignolo che fungeva da campanile, sul tetto della chiesa, richiamava i fedeli  a raccolta. Il 17 gennaio è la festa di Sant’Antonio Abate, sant’Antòni del purcèll ‘sant’Antonio del maiale’ una delle feste pi importanti del mondo contadino lariano. E a Erba, in provincia di Como, sin dal tardo Medio Evo, - prima in località San Maurizio poi in scim’Èrba ‘in cima a Erba’, nel piazzale di Villa Amalia - la féra da sant’Antòni ‘la fiera di sant’Antonio’ era un appuntamento annuale importante. Soprattutto un tempo, quando era famosa come uno dei più importanti mercati di semi del contado milanese. Il Pian d’Erba, e soprattutto le località di Bindella e di Incasate, era noto per le pregiate sementi di cipolle rosse, molto ricercate sui mercati cittadini per la loro bontà e il gustosissimo sapore. La féra toccò i suoi momenti di splendore a partire dal 1879, in seguito all’arrivo del primo treno di Milano; bande e fanfare chiamate dai paesi vicini suonavano per tutto il giorno che era proclamato di festa solenne. Durava allora circa due settimane, ma i giorni migliori per visitarla erano il 17 e il 18 gennaio, festa di santa Liberata, che prevedeva anche riti e cerimoniali speciali riservati alle donne. Nel Novecento fecero la loro comparsa, tra le bancarelle, gli spettacoli circensi con i nani, i clown, la Donna Cannone, le tigri, i leoni e talvolta persino gli elefanti, diventando subito una caratteristica tradizionale della fiera. La festa di Sant’Antonio era molto sentita nel mondo contadino lariano, tant’è che è una delle feste che si è mantenuta più a lungo, fino a tempi a noi vicini. Protettore degli animali e consolatore dell’uomo nelle sue tribolazioni, lo si rappresentò sia in veste di eremita che in veste di abate mitrato, in abiti vescovili. Suoi attributi principali sono il bastone a tau, il porcellino, il fuoco, il campanellino, sovente disturbato dal demonio che lo tenta. Era ritenuto “il grande mercante di neve” perché la sua ricorrenza, il 17 gennaio, cadeva nel periodo più nevoso dell’anno (Sant’Antoni de la barba bianca in rari i ann che la ghe manca ‘Sant’Antonio dalla barba bianca sono rari gli anni che gli manca’).Quella di Erba era la festa più importante dell’Erbese, mantenutasi fino ad oggi con i riti religiosi, la fiera e le giostre. Sin da piccola la Fiera di Sant’Antonio a Erba è sempre stata un appuntamento importante per tutta la mia famiglia che si recava da una zia che dalla Vallassina si era trasferita in città, per fare Sant’Antonio insieme e andare alla fiera. Il giorno di Sant’Antonio, un tempo ovunque festivo, a Barni venivano portati gli animali, cavalli e muli soprattutto, sulla piazza del paese per essere benedetti: si diceva che la protezione del Santo li avrebbe guardati dalla malattia ma anche dagli scherzi del fulét ‘diavolo’ che li disturbava quando stavano nella stalla, facendoli deperire. Da metà Novecento è tradizione fare l’incant ‘l’incanto’, una vendita di prodotti al miglior offerente. Le mercanzie vengono portate in chiesa, sotto la statua del santo, nei giorni precedenti la festa e l’incantatore, poi, il giorno della festa sul sagrato della chiesa procede all’incanto. È tradizione incantare prodotti della terra, artigianali e animali da cortile. Fra le varie cose canestri, rastrelli, burro, arance, la testa del maiale. Il ricavato è devoluto alla parrocchia. In questa giornata, chi poteva permetterselo mangiava la polent’uncia ‘polenta unta’, un piatto a base di farina di granoturco, formaggio magro e burro fuso. La tradizione si mantiene tuttora, mantenuta viva dalla Parrocchia con l’incant e dall’unica famiglia contadina rimasta in paese che, avendo tuttora una stalla con molte mucche, festeggia il Santo invitando a mangiare la polenta unta più di un centinaio di abitanti del paese. La neve, che impediva quasi sempre ogni lavoro, favoriva la festa. Gli anziani ricordano che il 16 gennaio, un tempo, favén i fooch ‘facevano i fuochi’, il falò. Per gli uomini segnava l’inizio di una sosta dal lavoro, obbligata dalla gran neve: quei giorni di riposo operoso venivano dedicati a fabbricare o a riparare, nelle stalle o in cucina, gerle, cavagne, slitte, manici, attrezzi da lavoro. Nei mesi di dicembre e gennaio per molti c’era davvero poco da fare e in molti paesi della Vallassina, ma anche della Brianza, si verificava una vera e propria emigrazione volta alla ricerca di qualche lavoro stagionale. I santi erano onnipresenti nella vita contadina e a volte basta un’immagine per confermare un’usanza o una credenza ormai dimenticata. È facile trovare la statuetta del Santo o la sua immagine dipinta su qualche parete o appesa sulla porta delle stalle. La festa di Sant’Antonio si è mantenuta tuttora anche a Casate, frazione di Bellagio. Il piatto contadino tipico di questo periodo era il toch ‘tocco’, una polenta a base di farina di mais nostrana, acqua e sale, a cui si aggiungono burro e formaggio magro giovane. Viene mangiato seduti intorno al paiolo. Un cucchiaio di legno a testa con cui raccogliere il toch, sono le dita stesse che lo accompagnano alla bocca dopo averlo appallottolato. Trascorse le feste natalizie e anche la ricorrenza di Sant’Antonio, il periodo che seguiva, sino alla Quaresima, era tempo di Carnevale anche se, di fatto, lo si festeggiava negli ultimi tre giorni, dalla domenica al martedì grasso nel territorio posto sotto la diocesi di Como e dal martedì al sabato in quello posto sotto la diocesi di Milano. Si uccideva il maiale cresciuto nella stalla, ci si preparava alla fine dell’inverno per riprendere i lavori nei campi bruciando a fine gennaio, la Giubiàna nell’area brianzola e il Ginée o Ginér ‘gennaio’, in Vallassina. In vari luoghi del territorio lariano si festeggiava la Giubiana (probabilmente da giöbia ‘giovedì’) l’ultimo giovedì di gennaio. In quel giorno, grandi e piccini giravano per le vie del paese picchiando oggetti metallici col viso sporco di cenere. Alla sera venivano accesi falò nelle piazze e nei campi attorno all’abitato, allo scopo di cacciare insetti dannosi alle coltivazioni. In Brianza, la Giubiana finì col diventare un fantoccio femminile bruciato su una catasta di legna. Nel mondo contadino, quella sera il pasto era un po’ più abbondante del solito. La tradizione del giorno della Giubiana andò perdendosi nei territori comaschi alla fine dell’Ottocento, anche se è sopravvissuta in località brianzole quali Canzo, Cantù, Albavilla, Guanzate. È rimasta invece più a lungo la tradizione di festeggiare, l’ultimo giorno di gennaio, la «cacciata di gennaio» soprattutto da parte dei ragazzi. A Lasnigo e a Valbrona, in Vallassina, per esempio, la tradizione è ancora viva. Si costruiva un fantoccio imbottito di paglia, il ginée, portandolo in giro per le vie dell’abitato e infine bruciandolo su una catasta di legna appositamente predisposta. Il rogo del ginée era comune a molti luoghi, soprattutto dove l’inverno era più lungo. Ancora all’arrivo delle prime diligenze, a Barni alcuni anziani ricordano che da bambini portavano una vecchia valigia di cartone alla fermata del pullman che, puntualmente, arrivava e suonava convinto di richiamare qualcuno che dovesse partire e che si era momentaneamente assentato. I ragazzi in questo modo scherzoso salutavano la partenza di gennaio con allegre risate. Anche l’ultimo giorno di gennaio il pasto era più sostanzioso. Fino a fine Novecento era ancora in uso in molte famiglie, a Barni, mangiare la panna montata a neve con le castagne. Un tempo la panna veniva messa a raffreddare in un secchio, nella neve, per poi essere montarla più facilmente con un elastico frustino fatto di rametti di betulla. Del resto gli ultimi tre giorni di gennaio sono i dì de la mèrla ‘giorni della merla’, che la tradizione vuole come i più freddi dell’anno. La leggenda dice che un tempo il merlo era bianco e che un anno molto freddo, negli ultimi tre giorni di gennaio, la merla per scaldare i suoi pulcini li portò dentro un comignolo da dove le piume presero l’attuale coloritura. La vita invernale era per il mondo contadino difficile da affrontare. I contadini dovevano convivere col freddo, il buio, la neve e i campi spogli. L’inverno, per i contadini, era compreso fra il 25 novembre (Santa Caterina) e il 3 febbraio (San Biagio, invocato contro il mal di gola), quando il giorno inizia visibilmente ad allungarsi. Il Natale non segna l’inizio dell’inverno ma un suo culmine, tant’è che la tradizione vuole che da Natale le giornate inizino ad allungarsi, anche se di poco: A Natàl un sbacc d’un gall, a Pasqueta un’uréta, a sant’Antoni un’ura e un grogn ‘A Natale uno sbadiglio di un gallo, all’Epifania un’oretta, a Sant’Antonio un’ora e un grogn’ stava ad indicare che dal 25 dicembre al 17 gennaio si guadagnava più di un’ora di luce. Il grogn è un pane che faceva il Boggio, un panettiere di Asso, e corrisponde a un quarto di michetta. In effetti è facile costatare che a metà gennaio si guadagna un quarto d’ora di sole la mattina (arriva prima) e un quarto d’ora di sole il pomeriggio (tramonta più tardi). Santa Caterina era uno dei primi santi mercanti di neve (Per santa Caterina i vacch a la cassina ‘Per santa Caterina le vacche in stalla) e segnava l’inizio dell’Avvento. In successione i mercanti di neve erano Sant’Andrea (30 novembre), Sant’Ambrogio (7 dicembre), la Madonna (8 dicembre): Se per Sant’Andrea nun ghe saroo per Sant’Ambros nun mancaroo ‘Se per Sant’Andrea non ci sarò per Sant’Ambrogio non mancherò’. L’espressione l’invernu l’è una buca che màngia ‘l’invero è una bocca che mangia’ stava ad indicare proprio il costo del combustibile per riscaldarsi, le scorte che si esaurivano mentre il nuovo raccolto era solo una speranza ansiosa che poteva essere messo a rischio da condizioni metereologiche avverse. Le attività lavorative del mese di gennaio erano ancora molto limitate a causa delle temperature basse e delle giornate molto brevi. Il rigore del clima costringeva a una tregua le attività svolte all’esterno mentre l’operosità contadina continuava la sua attività negli unici due ambienti riscaldati della casa, la cucina e la stalla. Qui, nelle lunghe serate invernali, la veglia costituiva un momento di socializzazione, legata anche al fatto che non c’erano candele da consumare, le donne facendo la calza e gli uomini riparando qualche attrezzo. Due proverbi lasciano trapelare l’attesa e l’impazienza per le giornate più calde: San Sebastian cun la viola in man ‘San Sebastiano (il 20 gennaio) con la viola in mano’ e Sant’Agnesa la lusérta in de la scesa ‘Per Sant’Agnese (il 21 gennaio) la lucertola nella siepe’ ad indicare che intorno al 20 di gennaio era possibile trovare le prime viole nei prati e facevano la loro comparsa le prime lucertole. San Sebastiano era il santo protettore dei cavalli e più in generale di tutti gli animali. Era anche invocato per scongiurare la peste. Sant’Agnese era venerata soprattutto come protettrice delle ragazze da marito. Ecco che allora il nuovo anno si apriva pieno di speranze. L’inverno era ancora vivo sulle membra ma nel cuore c’era la certezza che stesse passando e la speranza che la nuova primavera rigenerasse la vita. I fuochi propiziatori cacciavano l’inverno e aprivano alla primavera, bruciavano l’anno vecchio, con quanto di negativo aveva portato con sé, e si propiziavano il nuovo anno.   Mappa di comunità della Vallassina e dell’Alta Brianza. L’Istituto Comprensivo “G. Segantini” di Asso (Co) sta lavorando alla realizzazione di una Mappa di comunità del territorio. Le mappe di comunità sono uno strumento con cui gli abitanti di un determinato luogo rappresentano il patrimonio, il paesaggio, i saperi in cui si riconoscono e che desiderano trasmettere alle nuove generazioni. Consistono in una rappresentazione cartografica o in qualsiasi altro prodotto od elaborato in cui la comunità si può identificare. Perché valorizzare il proprio territorio significa condividere un progetto di qualità della vita per chi lo abita e per chi lo attraversa come visitatore. Perché fare tutto questo insieme aiuta a sentirsi protagonisti della propria storia.
 
#MappaVAB   #iosostengo
 
Posizione
22030 Barni CO, Italia

25.27.7 Bestiario del dialetto lombardo

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Bestiario del dialetto lombardo
 
Dal bosco al cortile, i selvatici nomi con cui il dialetto lombardo battezza gli animali.
Tignöla, sgrignapòi, gügiaroö, lüsaröo, burduchètt, cornububò, pôradôna, parasciöla, scurbatt, picètt, üsalin dal frecc, saltamartin, scarpaócc, Gàtula, ghess, cenpè, bènula, masùm, burigiöo, pispulètt, riscòo, töpa, ratt tupùm, ratt nisciulìn, moscardino, curbisöla, orbettino, Sciatt, Sciatèi, cinciallegra, parul caeruleus,
 
Nino Carozzi cacciatore con la volpe colpita
Anche Trezzo ha un suo bestiario. Lo popolano gli animali battezzati dal dialetto lombardo, brado e indocile alla scrittura. Non più milanese, ancora non è bergamasco. Capita così che, corrompendoli entrambi, un trezzese chiami il pipistrello tignöla o sgrignapòla. Moltiplica i vocaboli la dizione personale, se lucciola si dice gügiaroö oltre che lüsaröo. I bimbi che le inseguivano, levatesi dai buasc (sterco di vacca), intonavano una filastrocca: Lüsaröo vee al bass / ca ta dôo ‘n cugiaa da lacc / ca ta dôo ‘n cugiaa da ris / salta salta in paradis; cioè, lucciola abbassati che ti darò un cucchiaio di latte, un cucchiaio di riso – sali, sali fino in paradiso. Ne recitavano una anche quando catturavano un maggiolino, burduchètt, legandogli del filo alla zampa. Era l’animale della buona sorte: e Rosa Radaelli (1878-1956) pare fosse detta Burducuna proprio per la fortuna che aveva nel giocare a carte.
 
Trappola per topi
Di buon auspicio erano anche due cornububò, cervi volanti, scorti in litigio; a patto però che fossero maschi. Chissà poi riconosciuti come. Della sventura era invece araldo il gufo, detto pôradôna per il suo malinconico aspetto. Ben diversa è la parasciöla, cinciarella (Parus caeruleus in latino) che si credeva scandisse Föra töcc agli animali ancora in letargo. Nei Canti di Castelvecchio Pascoli tenta di decifrarne il verso della cinciallegra, anch’essa della famiglia dei Paridi. Tra gli altri uccelli scurbatt è il corvo, mentre picètt e üsalin dal frecc si alternano ad indicare il pettirosso o lo scricciolo. I bambini gareggiavano nel raggiungerne i nidi, oppure alla ricerca di saltamartin (piccole cavallette marroni) e scarpaócc, le libellule che era credenza d’inverno si mangiassero la coda. Gàtula è la gatta pelosa: il cenpè, ne ha mille in italiano. Mentre i ramarri, detti ghess, gremivano i boschi prospicienti l’Adda. E giusto in zona Belvedere, via del Ghezzo deve quasi per certo il nome agli animaletti che infestavano quest’antico sentiero.
 
Tagliola per volpi (Foto Tarcisio Sironi)
Oltre alla volpe, cruccio dei contadini era la bènula, donnola che penetrava nel pollaio (masùm, dal francese maison) per dissanguare i polli. La si tentava con delle esche avvelenate: di solito burigiöo, piccoli roditori che rovinavano le granaglie. Ma l’astuzia dell’animale nell’evitarli era proverbiale. Dal pollaio si usciva con addosso i pispulètt, parassiti cui bastava accostare un panno bianco perché vi balzassero. A differenza del riscòo, riccio che giova ai campi, la talpa (töpa o ratt tupùm) ne guasta le colture. Ed era perciò braccata quanto il ratt nisciulìn, moscardino che rode le nocciole prima ancora che vengano bacchiate. Per impedirlo c’era chi legava al tronco rami di pungitopo.
 
Bilancia per la pesca
In dialetto lombardo la curbisöla è l’orbettino, ritenuto a torto cieco e velenoso in un proverbio che scandisce: Se la curbisöla la ga vadess e ‘l serpent al ga sentess, poca gent la ga saress (se l’orbettino ci vedesse e ci sentisse il serpente, pochi sarebbero i superstiti). Sciatt è il rospo, citato in un modo di dire l’ansietà (G’hôo i sciatt in dal vèntar) ma ingentilito nel soprannome famigliare dei Caccia, Sciatèi. Mancano i vivaci nomi dei pesci d’Adda: il truiott, ad esempio. O quelli, come scrive Luigi Ferrario nel 1867, chiamati in luogo sanguinetti e baracani.

25.27.8 Forse non sapete che..."Prima gli Italiani"? É stato inventato a Legnano

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Forse non sapete che..."Prima gli Italiani"? É stato inventato a Legnano
 
É il dicembre del 1918 (quindi la guerra è appena finita) e Madre Amigazzi (erede Melzi) riceve una comunicazione da parte del Gruppo degli Ospedali di Riserva di Milano in merito al ricovero di soldati alleati a Legnano. In particolare si specifica che sono «infermi appartenenti alle truppe Czeco-Slovacche, le quali sono da considerarsi non già come truppe nemiche, ma come truppe alleate».
Ciò era vero perchè i soldati cecoslovacchi (all’inizio della guerra austro-ungarici) si resero protagonisti, soprattutto nell'ultimo anno di guerra, di numerosi casi di diserzione con "passaggio al nemico", ossia disertarono passando le linee italiane.
Erano così tanti che nell'estate del '18 nacquero reparti cecoslovacchi i quali dettero prova del loro valore prima a difesa del Piave e poi nell'offensiva di Vittorio Veneto.
Ora però infuriava la "Spagnola" e i soldati prigionieri e non prigionieri erano fortemente a rischio.
 
Sorprende la risposta di Madre Amigazzi: «Scopo mio si è di insistere nel far presente il disapprovato mio e il disturbo che ne deriverebbe. Disappunto derivante dal fatto che la mia offerta ho voluto farla a beneficio esclusivo dei valorosi nostri soldati feriti o ammalati di guerra... (sott. nostra). Disturbo in quanto l'Ospedale è addossato, per due lati, ad altri miei Istituti di educazione (scuole per bambini circa 600), di assistenza (Ospizio per vecchie malate) e privati... La nuova vicinanza, pertanto, di tale natura quale è quella dei prigionieri non può che tornare di grave disturbo per non dire danno, nel senso morale più indicato».
Concludeva la lettera con queste parole: «...Felice, ben si intenda, che l'Ospedale stesso con tutto quanto vi è attinente continui ad essere invece adibito a tutto profitto del nostro valoroso esercito (sott. nostra)».
 
Sorprendono queste parole scritte non da un fegatoso nazionalista ma da una donna che tutti allora riverivano per la grande fede e l'impegno a favore di poveri e soldati feriti o ammalati.
Al di là dell'ingenuo nazionalismo (che aveva fatto capolino in molti settori del cattolicesimo italiano durante la guerra) nella lettera emerge anche un certo "razzismo" nella convinzione che i "prigionieri tedeschi" (così li definisce all'inizio della lettera) avrebbero creato disordine fino a compiere atti osceni («grave disturbo nel senso morale più indicato») mentre i soldati italiani avrebbero avuto ben altri comportamenti!
 
Eppure si trattava di soldati cattolici quanto gli italiani, soldati ora alleati nella comune vittoria del 4 novembre 1918.
 
Come andò a finire l'intera vicenda?
Una lettera di poche settimane dopo comunicava all'amministratore di Casa Amigazzi (oggi Istituto "Barbara Melzi") che «per assecondare il desiderio della detta Signora, è stato disposto perchè i detti militari siano inviati in altri ospedali». Quali?
Non fecero molta strada. Alcuni finirono all'Ospedale militare "Carducci" dove quasi tutti morirono nel corso del '19 a causa della pandemia influenzale "Spagnola". I timori di Madre Amigazzi che la loro gioventù causasse scandali sessuali e comportamenti troppo disinibiti non ebbero modo di concretarsi.
 
Che dire? Nazionalismo e razzismo sono virus capaci di infettare chiunque. L'unica difesa è pensare l'"altro" come pensiamo a noi stessi.
 
Certo, fare di Madre Amigazzi colei che un secolo fa ha anticipato un deleterio e fortunato slogan elettorale è solo una forzatura che suona ironica.
Non volevamo offendere nessuno, solo mettere in evidenza come certi linguaggi non siano scomparsi e come un fiume carsico riaffiorino ogni tanto. Le conseguenze, ogni volta, le conosciamo.
 
Giancarlo Restelli
 
I documenti storici citati sono riferiti alle lettere scritte da Donna Amigazzi e sono presenti nel libro "Legnano nella Grande Guerra 1915-18" nel capitolo dedicato all’Ospedale territoriale Amigazzi, scritto da Giovanni Cattaneo.

25.27.9 Insulti in dialetto lombardo: più risa che offesa

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Insulti in dialetto lombardo: più risa che offesa
 
Elogio del «Barlafus». I sorridenti insulti in dialetto lombardo: battesimi di osteria, ironie che alleviavano le fatiche dei campi, offese complici ma sprezzanti. «Sciurass!» contorce sul viso un disprezzo giacobino per lo sciatto riccone, che l’italiano chiama appena «signorotto».
Balabiot, baloss, balurdum, banis, baratola, barnasc, codiga, gratacuu, logia, murum, ratt, sciatt, spisiee, strolach, tatum, betonica, cagiada, organo di baggio, barlafus,
 
La fatica dei campi, alleggerita appena dalle ironie dialettali
Gli insulti in dialetto lombardo non hanno la punta avvelenata. Scuotono più riso che rabbia. Il geometrico «rutunt» (rotondo) disegna una mente senza spigoli d’acutezza. «Intrech» (intero), «tripee» denunciano scarsa manualità in chi sembri tripode pericolante o ceppo da sbozzare. Il paragone con gli oggetti restituisce l’immobile imbarazzo dell’insultato, che si lascia muovere dagli altri come un «barnàsc» (paletta da camino), un «siful da trii büs» (piffero troppo breve) o un «gabàss» in cui i muratori rimestino.
 
Contadini al lavoro
Ma la goffaggine ha dei complici: l’intorpidito è «imbesüii», lo sfaticato «landanùm», «lifroch», «liscum» (che intrecci d’inverno in stalla corde di cartocci o carice palustre), «libranôs» da «Libera nos Domine» (Dio ne scampi). «Lôch» (da «loco», stupido) e «palanda» (da «hopalanda», veste da prostituta, aggravato in «palandrùm») adombrano spagnole disonestà dietro la pigrizia. Analoghi «scalabrìn» (malandrino) dal francese e, dal croato, «tépa» (violento).
Storicamente credulo è il «balabiôtt», sbrindellato popolano che festeggia in piazza la venuta di Napoleone liberatore, ballando attorno agli alberi della Libertà giacobina. Di un generale napoleonico, Billot, il dialetto assunse il nome ad insulto; quasi per vendetta a quell’illusione. E già ai dominatori spagnoli aveva sottratto offese come «tarlôch» o «gandùla» per dirli sciocchi. Il «laciòtt» lo è nell’innocenza di chi ancora succhi il latte materno.
 
Anche i bimbi chini sulla terra: filastrocche e soprannomi sorridenti
Ai bimbi erano rivolti a basso voltaggio insulti in dialetto lombardo: «firfôll» (trottola), «masapiócc» (ammazzapidocchi che è anche il pollice), «sacranùm», «pirimpéstul», «scempioldu», «màrtul», «maa da coo» (emicrania). «Ragnéra» è il bambino che spazientisca i genitori come una ragnatela in viso, «sinsigùm» il cucciolo che ingaggi continue liti coi fratelli. «Barabìn» è il novello Barabba, «dasferlu» un discolo che sfilacci la pazienza di chi lo accudisce.
 
Cinorrodi di rosa canina
Più adulti risuonano insulti in dialetto lombardo quali «gnöch» (cocciuto), «sgabèll» (terra-terra), «tambor» (tardo), «gross» (grezzo), «pinpàl» (peggiorato in «pinpalùm» alludendo a fisica grossolanità), «malmustus» (sgarbato), «tremacùa» (vigliacco), «cagadubi» (amletico), «safurmènt» o «maltrainsema» (arrangiato), «piugiatt» (pitocco), «grandùm» (tronfio), «patòsc» (fiacco), «bucascia» o «strascée» (volgare), «lögia da casott» (scrofa rinchiusa) e «menafrecc», che cala cioè brevi inverni di discordia o disagio. Il «gratacüu» è importuno come il cinorrodo della rosa canina, così detto in brianzolo: mangiato a crudo, provocando pruriti molesti per via dei semi numerosi.
Non mancano insulti in dialetto lombardo all’interrogativa retorica, domandando «ta busciat?» a chi lanci idee brusche come tappi di spumante; «sa sbasat?» a chi abbatte le stime sul proprio ingegno. Il taccagno («tignùm» o peggio «marsciùm») vuole indietro la pelle della pulce che gli hai levato: «vor indrée la pèl dal pulas».Tra ubriachi si barattavano perlopiù «balòris» e «buiùm», forse da «bói» (abbaiare). Ma il più felice epiteto d’inutilità resta «barlafüs»: la minima base dove le filatrici prillavano il fuso, che poteva girare anche senza. Era insomma accessorio come la persona che ne riscuota il titolo.
 
Donne al fuso
T e R arrotano insulti in dialetto lombardo come «ròdach» (vendicativo) o «stròlach» (zingaro da «astrologo»), esteso a chiunque vesta trasandato. «Patôla» chiama, insieme all’ingenuo, il vuoto sul retro dei calzoni. Chi lo mostri è «scasii», termine d’intersezione tra miseria e gracilità. Ha la «crapa dala Baratöla» (Angela Maria Beretta, celebre nana di Trezzo sull’Adda) chi porti i capelli scarmigliati. Il «gôs» o «racanatt» eccede nel bere, nell’arrotondarsi la pancia il «tanasciott».
 
Il dialetto: più che parole, echi di cortili e osterie?
Echeggiano insulti anche dalla cucina, dove il raffinato è «spisiee» (farmacista). L’erba «betoniga» nomina la donna invadente. «Ramulàss» è la rapa, insipida e invisibile come la persona che ne sopporti l’appellativo. «Büséca» (trippa), «cudigùm» (cotica), «grass da rost» (grasso d’arrosto), «limum» (limone) e «cagiada» (cagliata) sono insulti in dialetto lombardo che accusano insignificanza: pallore fisico o morale. Sul latino «bis luridus», due volte pallido, il dialetto ricalca tra l’altro «balurdùm» (capogiro) e quindi «balurt». Svanito. Dell’italiano arcaico «malnato» gli insulti in dialetto lombardo ritrovano «malnàtt», smorzato però a sorridente offesa come «baloss», «tatùm» o «giubiòo» che ammettono complicità con l’insultato. La stessa sottesa a «l’è da catà!»: è cioè da raccogliere.
 
Organo dipinto a Baggio, secondo la tradizione
«Taca i picai ai scirés» (attacca i piccioli alle ciliegie) chi insegni banalità all’ingenuo, che dovrebbe scendere dal «murum» (gelso). Il noioso è un «tödi», eco di «tedio», o un «runòbis» monocorde e prevedibile come la formula «Ora pro nobis» in risposta alle litanie. Si consiglia al seccatore di andarsene a drizzare «banis» (confetti) o a «pertegà» (bacchiare) le noci che, mature, cascherebbero da loro. Può altrimenti scegliere di suonare l’organo a Baggio («Bacc»), nella cui chiesa pare fosse solo dipinto o rincasare la per via più lunga e insidiosa, lungo il fiume: «Va’ a cà da l’argin!».
Quasi ogni vocabolo dei campi ha potenziale ingiurioso. Lo sprovveduto è «pulastar» (pollastro) o «cucumar» (cetriolo); «sciatum» chi arraffi con voracità di rospo («sciatt»). Il furbastro è «animàl da foss sensa cua», oscura bestia di roggia. L’ubriaco, il sudicio lo sono «cum’è ‘n ratt» (topo, totemico quasi). Il titolo può aggravarsi in «ratùm», «ratunasc» persino. E le caricature così concluse sono totali. Gridare «sciurass!» contorce sul viso un disprezzo giacobino per lo sciatto riccone, che l’italiano chiama appena «signorotto».

25.27.10 La Carlina e ’l Renzo

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La Carlina e ’l Renzo
 
Tucc a parlà di personagg famos… ma anca la dama nera l’è famosa, per numm milanes!
Chi l’è quèlla bèlla sciora, vestida de seda nera che i spos che gh’hann la fortuna de sposass in del nòster Dòmm, veden domà in di fotografii che gh’hann faa in gesa quand gh’è la celebrazion del sò sposalizzi?
Gh’è de partì de lontan, in del medioevo, quand la tradizion la voreva che el scioròtt del paes el gh’aveva el privileg per diritt del “jus primae noctiscioè, de andà in lètt con la sposa la prima nòtt de matrimòni.
Se capiss che l’unich content l’era lù, el scioròtt.
El pòver spos el mastegava cadènn, ma ghe toccava de sbassà el coo.
La sposa l’era come on berin portaa in del becchee: la podeva domà piang.
Ma i dònn, se sa, conossen mila trucch e la nòstra sposa l’ha pensaa che se nissun saveva che eren spos, el problèma el se risolveva deperlù.
Inscì la Carlina, sposa de Schignano, on borghètt visin a Còmm, la s’è sposada in la gesa piscinina del paes cont el sò Renzo con indòss on bèll vestii de seda nera.
La tradizion la voreva che i spos de Schignano e dintorna portassen on vestii negher elegant inveci del sòlit vestii bianch.
El dì dòpo el sposalizzi i duu spos hinn andaa a Milan e la Carlina l’ha vorsuu mètt-sù el sò vestii de sposa.
A conclusion del gir de la città hinn andaa in Dòmm per vègh la benedizion che la faseva sant e special el sacrament de la soa union.
In sù i terrazz del Dòmm, strètt vun l’alter, on poo per el frègg de la nebbiosa giornada de ottober, on poo perchè i statov ghe faseven paura e suddizion, giraven in quèi camminament cont on pes in sul coeur
A la Carlina, anca se per man al sò Renzo, ghe pareva che i statov la doggiassen cattiv e sever, senza mollalla mai e che savessen tucc del sò gran segrètt.
Ma che gran segrètt la podeva vègh ona pòra tosa de paes?
On quai mes prima, intanta che l’era su la riva d’on torrentèll a dass ona resentada, la Carlina l’aveva incontraa on stranier bèll e incantevol che l’aveva completament striada.
Mancava pòcch mes al matrimòni e la Carlinal’era innamorada del sò Renzo, ma istèss  la s’era bandonada in di brasc del forestee con languida passion.
Se fuss minga staa assee el rimors d’avè tradii el sò ver amor e la sensazion spaventosa de vèss stada vittima d’on striòzz, ’sta pòra tosa l’era anca restada in compra.
Intanta che tutti ’sti penser fosch ghe inciocchiven el coo, là in mèzz ai guli, in l’atmosfera greva di marmor involtiaa in la scighera, la sposa la sentiva el coeur schisciaa in d’ona mòrsa de dolor e de disperazion.
Tutt in d’on bòtt, lassada la man del sò spos, la nòstra Carlina, ciappaa la rincorsa, l’ha saltaa la sponda e l’è precipitada in del voeui, sòtta i oeugg inlocchii del pòr Renzo ch’el saveva nagòtt, e ch’el se dava minga pas per la disgrazia che gh’era capitada.
Mister in del mister, el còrp de la Carlina l’era svanii in nient e ’l s’è mai trovaa…
Ècco perchè la figura de ona dòna vestida de seda nera la salta foeura in di fotografii di spos che se unissen in matrimòni in del Dòmm.
La Carlina scomparsa, la compar in di ritratt per fass regordà e dì: «Son chì, son chì… ancamò!».
 

25.27.11 spaccianeve e i sette nasi

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SPACCIANEVE E I SETTE NASI
 
Spaccianeve viveva ai margini del bosco fatato, in un monolocale fuori equo-canone semi arredato, e si guadagnava da vivere non vendendo rose, bensì campava smerciando la dose. Con lei abitavano i sette Nasi contenti che poi erano i suoi migliori clienti: c'erano Spinolo, Passalo, Scaldalo, Pillolo, Trippolo e Rollo, e infine Sniffolo, che era di tutti il rampollo, si alzavan di mattina aun'ora molto presta e prendevano la pista attraverso la foresta, era una pista lunga e polverosa che conduceva a una radura erbosa, dove i Nasi lavoravano tutta la settimana coltivando papaveri e canapa indiana. "Andiam (sniff-sniff) andiam (sniff-sniff), andiamo a coltivar tanti bei papaveri da raffinar, e noi vogliam (sniff-sniff) vogliam (sniff-sniff), vogliamo respirar la polverina che ci darà la felicità!" Ma Spaccianeve dirigeva la piantagione e suggeriva moderazione: "Portate pazienza miei giovani amici, mettete un freno alle vostre narici, soltanto se i raccolti saranno buoni verranno soddisfatte le vostre aspirazioni

25.27.12 II Merciajnolo ambulante

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II Merciajnolo ambulante
 
Non v'ha condizione nella vita che non abbia le sue gioie e le sue pene, le sue emozioni liete o tristi. Noi siamo, di solito , inclinati a trovar piacevole e bello tutto ciò che non ci appartiene, a desiderare ciò che non abbiamo, ad invidiare la sorte altrui, senza pensare che alla nostra volta noi pure possiamo essere giustamente invidiati.
In una sola cosa parmi siamo tutti d'accordo, nell'apprezzare, cioè, il prezioso dono della salute, nel riconoscere l'immensa differenza che esiste fra l'uomo dotato di forti muscoli e di robusti polmoni, e il disgraziato al quale la natura negò quelle fortune. Pur troppo l'uomo non ha virtù che basti a compiere quei sacrificj che sono indispensabili alla conservazione della salute, ma ciò non impedisce ch'egli ammetta che nulla vi ha di più invidiabile della salute.
Queste idee nacquero spontanee in me, osservando quel Merciajuolo ambulante, dalle membra erculee, di cui offro ai miei lettori il disegno. Chi, al vederlo, non è spinto ad invidiare la sua sorte? Egli attraversa le montagne più alte, respirando un'aria pura e salubre, fortificando le sue membra già forti, libero pienamente, lontano dalle mille preoccupazioni che tormentano l'uomo, che vive in mezzo al mondo, senza fastidi e senza bisogni. Egli sosta un istante per accendere la sua pipa, con quella voluttà che solamente i fumatori intendono, e lasciando campo a ritenere che nessun pensiero gli attraversi la mente, all'infuori della sua pipa. – Il fardello che porta è certamente pesante, ma egli non se ne avvede; egli è tanto abituato alla fatica, che trae da questa un giovamento, e non potrebbe dedicarsi al riposo senza pregiudizio della potenza de' suoi muscoli. D'altra parte quel fardello ha per lui un immenso prestigio, perchè rappresenta le sue rendite, perchè gli fornisce i mezzi di vivere una vita relativamente agiata. – Nato fra i monti, egli vive nel suo elemento , non conosce le agitazioni della città e le passioni de' suoi abitatori.
È egli dunque felice? Io non lo credo, perchè sono troppo convinto che nessuno lo [è; però dubito assai che nella sua rozzezza, egli sia più tranquillo e più felice di tanti che noi siamo usi a distinguere coll'appellativo di felici della terra, per ciò solo che vivono nell'agiatezza.