15 lib1424-Medicina

----------------------------------------------- www.redigio.it
 
lib1424-Medicina
 
Contents
15.1 “PER GUARIRE FACEVANO COSI’…”
15.2 del mangiare e del bere per i sani
15.3 “COME SI AMMALAVANO E CURAVANO I VALDOSTANI”
15.4 Daghe & Coltelli
15.5 Birra e vino
15.6 Le buone maniere a tavola
15.7 Biancheria e igiene
15.8 Andar d’accordo e litigare
15.9 Sposarsi
15.10 Chi paga?
15.11 Storia mortadella e panino
15.12 Brieve racconto di tutte le radici,
15.13 Il manicomio di Mombello a Limbiate
 
 

15.1 “PER GUARIRE FACEVANO COSI’…”

----------------------------------------------- www.redigio.it
 
“PER GUARIRE FACEVANO COSI’…”
Tutti sanno che una volta ci si curava in casa, con l’aiuto dei parenti o dei vicini di casa e, sovente, solo ricorrendo a quanto la natura e la casa offrivano. Se il male persisteva o peggiorava si ricorreva a chi conosceva le proprietà delle erbe (parroco e maestro, anziani o persone con doti particolari). In caso di lussazione o fratture si andava dai “Rabeilleur” e, in presenza di alcune malattie, da chi si sapeva aveva ricevuto “lou Secrét”.
A giustificare gli esiti non desiderati delle lacune umane c’era sempre la rassegnazione delle culture semplici e la Fede che portava ad accettare con più coraggio e forza i dolori, le invalidità gravi e, in casi estremi, anche la morte..
I nostri vecchi non amavano molto i medici, ma a differenza dei giovani avevano una grande confidenza con la morte ed una strana rassegnazione di fronte alla sofferenza e siamo ancora oggi d’accordo con loro quando, come un proverbio, ci ricordano che “i migliori medici sono la dieta, il riposo e l’allegria; e che i rimedi vanno presi a tempo e che i rimedi poveri, quelli della medicina popolare, a volte potrebbero ancora servire”.
Ecco le loro testimonianze.
REUMATISMI
Bottan Pierina, classe 1916, ci dice: “Avevo sedici anni e cominciavo a soffrire incredibilmente di reumatismi. Mi si gonfiavano le ginocchia, le caviglie, il gomito, i polsi, non potevo più dormire, né di giorno né di notte, per tremendi dolori alla spalla ed alla spina dorsale. Il medico diceva di ungere le parti doloranti con pomata preparata in farmacia e di prendere certe pastiglie di gusto più che sgradevole e di colore nerastro. Nessun miglioramento! Oramai mi muovevo solo più con due bastoni o trascinandomi dal tavolo alla sedia o al letto. Che fare? Un giorno mia mamma, Cesarina Savin, prese dal fienile un sacchetto di fieno fresco – quel fieno che rimane sul pavimento, quando si sposta il fieno, e che è formato da semi, petali e frammenti di foglie secche – in patois “Lou Fieusin”. Lo mise in un grosso paiolo di ghisa e lo fece scaldare quasi al punto da prendere fuoco, poi lo versò su un rozzo telo o lenzuolo di canapa grezza e mi fece adagiare sopra quando era ancora molto caldo. Dopo un’ora o due tornavo a camminare e l’operazione, a distanza di sei-sette ore, fu ripetuta ben tre volte. Cominciai a stare meglio e poi guarii del tutto. Verso i quarant’anni ripresi la cura, che ancora si rivelò efficacissima, ed ora, a settantotto anni, trascino ancora la mia carcassa discretamente bene, dopo aver allevato tre figli e aver vissuto lavorando in campagna, in fabbrica e sempre a casa”.
TOSSE
Per far passare la tosse, il raffreddore, la febbre ed il nervoso, si faceva bollire una manciata di fiori di tiglio in una scodella d’acqua. La tisana bevuta lentamente ben calda, ben zuccherata, faceva dormire, staccava il catarro, invitava al sonno e quasi quasi a guarire.
Fa bene per la tosse, prendere prima di addormentarsi un pò di zucchero bagnato con grappa.
Altri invece consigliano sì lo zucchero, ma inumidito con olio di oliva.
A scuola, quando tutti tossivano, i maestri dicevano: - La tosse passa se vi forzate di non tossire!, e posavano sulla stufa una scatoletta piena di resina liquida di larice e di abete. Sovente poi, bruciavano anche rametti di Lourì et erba biantsi - Lauro e Assenzio (Lauro nobilis – Artemisia absinthium).
Ora…, c’è chi si domanda se quel fumo e quel profumo servivano veramente per la tosse o non piuttosto per togliere un pò la puzza emanata dai piedi bagnati, dagli zoccoli e dalle calze che asciugavano intorno alla stufa.
Prezioso consiglio per chi aveva la tosse era di mettere in bocca una zolletta di burro passata nello zucchero. Il burro, fondendo lentamente, faceva staccare il catarro, leniva il bruciore alla gola e lo zucchero toglieva al burro quel senso di grasso e di disgusto.
Le nostre nonne dicevano: - Prima di andare a letto e di coprirvi ben bene, bevete una scodella di latte e miele e vedrete che vi alzerete quasi quasi guariti!.
Malattie e cure di un tempo
MALATTIE DELLA PELLE
Per tutte le malattie della pelle, per prima cosa si cercava di purificarsi il sangue bevendo decotti di radicchio, cicoria, nei quali era stata messa anche una manciata di riso. Consigliata la tisana di Foille de quédra - Foglie di nocciolo – noisetier (Corylus Avellana).
USTIONI
In caso di ustioni, per prima cosa si lavava con acqua fredda la bruciatura, poi si applicavano sulla parte dolorante fette sottili di patata. Non guariva la piaga? La coprivano con una patina leggerissima di burro fuso, oppure sbattevano Lou bianc de l’è – L’albume dell’uomo con olio ed acqua fino ad ottenere una schiuma candida e leggera; poi l’applicavano sulla parte scottata. Altri usavano resina d’abete lavata nove volte nell’acqua.
PER LE CONTUSIONI
Quando eravamo bambini e prendevamo una botta in testa o da un’altra parte, per prima cosa mettevamo sulla parte dolorante qualcosa di freddo: un cucchiaio, un martello, una pietra, una pezzuola bagnata nell’acqua fredda.
Se incappavamo in un incidente e ne riportavamo lussazioni, contusioni, ematomi, cosa facevamo per lenire il dolore? Applicavamo una manciata di foglie De Merfeuil – Achillea Millefoglie (Achillea Millefolium) schiacciate e bagnate con grappa o anche solo con aceto.
CONSIGLI PER NON PRENDERE I REUMATISMI
Non bere liquidi freddi o ghiacciati dopo una corsa, un lavoro pesante o se si è sudati. Non fermarsi all’ombra o alla corrente d’aria quando si è stanchi. Non tenere addosso indumenti bagnati. Dicevano: Mieill noui que dyisoui – Meglio nudi che coricati.
Dopo la mungitura, nella stalla, non lavarsi le mani o sciacquare il secchio nell’acqua fredda della fontana.
D’inverno, prima di andare a lavare alla fontana, ungersi bene le mani con la sugna.
Quando si ritorna dal bucato, passare le mani sulla fiamma ottenuta da giornali o rametti di ginepro o lauro e fregarle con grappa.
Non bagnarsi troppo nei giorni delle mestruazioni.
Non stare a lungo seduti o coricati su terreno e erba bagnati e non indossare biancheria non ben asciutta.
COMINCERO’ A FARE …UN PO’ DI DIETA DOMANI !
Salta un pasto e fai l’altro leggero e vivrai in salute per davvero.
Chi vuol vivere sano e lesto, mangi poco e ceni presto.
Il formaggio fa bene, quando viene dato da mano avara.
La dieta è la prima medicina.
Vale di più un buon sonno che un buon boccone.
Chi va a letto presto e si alza di buon’ora, manda il medico in malora.
Sole di marzo, aria di fessura, diritto a sepoltura.
La migliore medicina per i denti è il dentista.
L’intemperanza e la tensione mantengono farmacisti e medici.
…E per finire ecco la prima regola dei nostri nonni per stare sani: “sapersi mantenere occupati ed interessati a qualsiasi cosa”.
Malattie e cure di un tempo
 
La medicina moderna sembra talvolta volere cancellare anni di osservazioni e di esperienze dei nostri vecchi: è la legge del progresso e del tempo ma, come il bel Quaderno di cultura alpina sui rimedi antichi a Champorcher ci ha mostrato, la medicina di una volta non scomparirà mai del tutto.
L’Abbé Pierre Chanoux, grande amico dei fiori, diceva:
“Le virtù delle piante sono tante e tante, anche se ad ogni dolore pone rimedio solo il Signore!”

15.2 del mangiare e del bere per i sani

----------------------------------------------- www.redigio.it
 
del mangiare e del bere per i sani
Non si mangi mai a sazietà, meno ancora a cena. Si mangiano cibi di buon nutrimento e di facile digestione, Si beva poco, si eviti l’eccessiva varietà di cibi: siano solo tre cioè uno come antipasto, un secondo e uno per finire. (Ma solo i ricchi si potevano concedere simili menù. I più mangiavano un solo pasto a base di pane nero, volgari legumi e formaggi sviliti negli aromi e nelle sostanze nutrienti).
REGOLE PER ALCUNI CIBI E BEVANDE
Il pane è il cibo principale. Se si può, deve essere di buon frumento: i ricchi possono profumarlo con un poco di anice. Sia fresco di uno o due giorni.
Il vino, se si può, sia tirato almeno da sei, sette mesi, di buon odore, di gradevole sapore, non troppo alcolico, non troppo dolce o aspro: deve avere garbo.
Le carni devono essere di animali giovani tra il grasso e il magro. Chi può mangi galline, capponi, galli, pernici, fagiani, tortore, tordi, merli, quaglie… tutti insomma gli uccelli di montagna. (Quanti erano coloro che potevano scegliere fra tutto questo ben di Dio? E’ un campionario gustosissimo della selvaggina che abbondava nelle campagne e nei boschi di quei tempi).
Non fanno bene alla salute gli animali come le oche, le anitre ed anche le pecore, gli agnelli e i porcellini. Fa bene invece la carne di porco fresca, poco salata e preparata in poca quantità come prosciutti e salsicce. Va molto bene la carne di lepre, i conigli, il capriolo, i daini novelli; ottima la carne di capretto arrostita! (Ci si può chiedere in base a quali criteri, a quali esperienze cliniche si credeva che questo andava bene quello invece era nocivo. Siccome si davano norme dietetiche per sfuggire il contagio, si consigliava di mettere in tutte le vivande i miracoloso aceto, oppure succo di limoni, profumandole con spezie tipo cannella, garofani e noce moscata).
Il latte deve fuggirsi perché putrescibile, salvo cagliato in quanto la sua acidità fa da antidoto a contagio.
Di formaggio se ne mangi poco alla fine del pasto, come sigillo allo stomaco. Le uova sono buone se di giornata, rotte in acqua o brodo, oppure messe intere sopra la cenere calda.
Niente frutti di mare e pesci. Sono generi umidi e facili da putrefarsi. Volendone mangiare si facciano arrostiti o fritti. Dopo di loro si mangino noci e aglio come controveleno.
FRUTTI DELLA CAMPAGNA
Non si mangino i primi a maturare. Se ne mangino pochi anche d’estate e sempre rinfrescati nella neve o nel pozzo senza far toccare loro l’acqua. (D’estate la neve si conservava ammassata nelle profonde cantine sotto case oppur  in grotte. Questa regola limitativa non comprendeva i frutti con succo acido,
quali i limoni, perché con la loro acidità resistevano alla putrefazione e malignità della febbre. Costante è il richiamo alle cose acide e il rigetto di quelle umide facilmente deperibili). Vanno bene i fichi specialmente quelli già secchi: bene anche le noci.
I LEGUMI
Sono da sconsigliare perché causano malinconia e ventosità, salvo che siano corretti con aglio e cipolla.
Ottime le lenticchie fredde o calde con aceto. Va bene il riso e così l’orzo. Le insalate vanno bene: la lattuga, la cicoria, l’indivia, le sommità delle zucche cotte in insalata. Le verze d’ogni tipo sono pessime. Pessimi anche i carciofi, i funghi, le trifole, le melanzane e tutte le minestre di qualsivoglia tipo. (Bisogna rilevare che era la cucina del popolo che aveva le maggiori controindicazioni secondo la dietetica ufficiale. Voglio dire che chi aveva soldi poteva mangiare quanto c’era di meglio sul mercato. Cosa doveva mangiare un contadino, un pastore, un artigiano cui non era possibile comprare il ben di Dio a disposizione deiricchi e consigliato dai medici? Proibiti i cibi dei ricchi perché cari, controindicati i cibi dei poveri perché  facevano male!) Il coito fiacca lo spirito, causa putrefazione e dispone il corpo a tutti i tipi di febbre maligna. (Neppure questa soddisfazione: poco cibo, niente amore… meglio la peste!)
IL MOTO E IL RIPOSO
Ben convinti di questa profilassi, si insiste a raccomandare il moto a piedi e, non potendolo fare a piedi, a cavallo! Cibi sani, nutrienti con le dovute restrizioni circa la qualità, in moderata quantità, riposo e veglia giusti nelle debite ore del giorno e della notte insomma un corpo in perfette condizioni fisiche terrà lontano il contagio. (Tutto questo non serviva a nulla se ai primi accenni di peste non si tagliava la corda, come si suol dire, lasciando i luoghi sospetti o infetti).
MEZZI DI PROFILASSI
Non conviene uscire di casa digiuni. Conviene prendere una fetta di pane inzuppata in buon vino e un poco di cedro confettato. Serve anche lo smeraldo tenuto in bocca in piccoli granuli, oppure appeso al collo come un anello che non tocchi la pelle. Fa bene il giacinto tenuto in bocca, lo zaffiro, il rubino, le perle e i coralli e il diamante legato al braccio sinistro sopra la pelle. (Queste sono le pietre preziose cui si attribuivano virtù medicamentose e divinatorie).
Quanto agli animali, serve il corno bruciato del cervo. Ma fra tutti i mezzi di profilassi composti il più efficace è la Teriaca e anche il Mitridate. (Sono due classiche preparazioni che risalgono alla più remota farmacia e tuttora usate dal popolo delle campagne. Alla Teriaca si attribuivano infinite virtù: era calmante, antispasmodica). Prima di uscire di casa è bene ungersi la parte del cuore e i polsi con olio di scorpione.
Più efficace dell’olio è un sacchetto da portare appeso al collo dalla parte del cuore e contenente un arsenico in cristalli, bolo armeno (terra argillosa rossastra), sandalo bianco, coralli, perle, zafferano, legno di aloe, ambra grigia, càlamo aromatico, polvere di rose, il tutto spruzzato con acqua di rose. (Così nutriti ed equipaggiati si doveva scampare alla peste! Purtroppo erano cose che non servivano a nulla: davano solo un poco di speranza, perché la peste con il suo invisibile bacillo toccava a chi toccava).
 
IL MANGIARE DEGLI APPESTATI
Se si tratta di un organismo robusto si darà pane buono, fresco, bagnato nell’aceto, poi fichi secchi, noci, una cima di ruta, qualche pezzo di carne. Ma se l’organismo è delicato si darà una pagnottella cioè una panada fatta di pane lavato con latte di mandorle dolci, oppure una minestra di acetosa cotta in un buon brodo sgrassato, oppure una minestra di lenticchie cotte con acqua, aceto e zucchero, oppure ancora una minestra di cicoria o lattuga e orzo. Per tenere il ventre ben lubrificato si aggiungeranno zibibbo e prugne. Finirà il pasto con una pera cotta o con qualche conserva di cedro, amarena, bevendo acqua di cannella.
Sopravvenendo la febbre convengono cibi che si prendono a golate o a sorsi. Il più lodato è la tisana fatta con orzo mondato e cotto bene, pestato con aceto, spremuto e l’acqua di spremuta cotta con cannella e sorseggiata. Bisogna bere spesso acqua acidulata.
Gioverà molto il brodo ristretto cioè consumato che nutre e leva la sete. Si prepara mettendo a cuocere nell’acqua un pollo sinché la carne sia disfatta e separata dagli ossi. Non si mette sale salvo pochissimo sul finire assieme ad un poco di prezzemolo, cannella, zafferano e succo di limone. Questo brodo sarà tanto più sostanzioso se si farà con un cappone sgrassato. Così è per i poveri.
Per i ricchi che possono sostenere la spesa, si farà così. Si mette un cappone o una gallina tagliata a pezzi in un grande fiasco, si cosparge di acqua rosata, di succo di limone e, ben coperto con carta, si metterà in una caldaia a bagnomaria, cioè immerso nell’acqua nella quale cuocerà tanto che la carne si converta in sugo. Si potrà dare anche un poco di cappone, pollastra, pernici e tordi e altri uccelletti di montagna .
La febbre tormenta, dà sete e non fa dormire. Bisogna dare allora dei sonniferi tipo l’unzione di olio di papavero o bagnare le tempie con una preparazione di papavero bianco o dare da bere sciroppo di papavero.

15.3 “COME SI AMMALAVANO E CURAVANO I VALDOSTANI”

----------------------------------------------- www.redigio.it
 
“COME SI AMMALAVANO E CURAVANO I VALDOSTANI”
Per studiare le malattie che colpiscono una popolazione la fonte di dati più comunemente utilizzata sono i certificati medici, scritti per finalità cliniche di diagnosi e cura o per esigenze amministrative della struttura che le prende in carico. Nei capitoli precedenti si sono studiate le malattie che colpiscono oggi la popolazione anziana valdostana utilizzando quanto riportato nella scheda di dimissione ospedaliera o in quella di morte. Oggi però, a differenza di un tempo, c’è consapevolezza dell’utilizzo di queste fonti preziose di dati e tutta la documentazione medica ha adottato dei sistemi di codifica delle diagnosi tali da potere essere riconosciute e studiate anche da chi, utilizzando quelle diagnosi per programmare degli interventi di sanità pubblica, medico non lo è. I medici di un tempo non avrebbero mai immaginato un utilizzo dei loro certificati medici come fonte di dati utili a generalizzare conoscenze epidemiologiche. La medicina in alcuni casi era ancora molto vicina alla stregoneria e i progressi di oggi, il rigore delle diagnosi e cure apparteneva al mondo della fantascienza.
“Come si ammalavano e curavano i valdostani” è tratto da: M. Ansaldo “Storie dimenticate” Testimonianze di vita sociale nell’antica Valle d’Aosta. Tipografia Valdostana, Aosta , 2002 pag.125.
“Ho sottomano qualche centinaio di ricette originali (sono un vecchio farmacista) che vanno dal 1702 via via sino al 1818. E’ uno spettacolo desolante! Sono come i grani della corona del rosario che scorrono sempre uguali fra le dita.
Cento e più anni di ricette dicono che la scienza medica è rimasta allora ferma a come era duecento, cinquecento e anche più anni prima: impotente a risolvere la malattia, guardata con riverente sospetto, immersa nella ”aria corrotta”, insidiata da fermenti putridi e corpi maligni.
Il medico si trovava come un tale davanti a una cassaforte della quale non sa o solo intuisce la combinazione. Il medico d’oggi ha la quasi certezza d’aver visto e curato giusto, con le chiavi che la scienza mette a sua disposizione.
Per sapere quali erano le più comuni e frequenti malattie e come le curavano gli antichi Valdostani, basta scorrere le ricette che l’Ospizio di Aosta custodisce nel suo Archivio.
La Casa era la sola Istituzione pubblica esistente nel Ducato d’Aosta, almeno sino alla fondazione dell’Ospedale della Sacra Religione o Ospedale Mauriziano nel 1772, in grado di ospitare ammalati. Aveva un farmacista e un medico convenzionati cui si appoggiava godendo degli sconti favolosi che andavano sino al 70% perché si trattava di preparazioni galeniche. I medici più noti erano il dott. Chapellain e il dott. Forré. I farmacisti, come le farmacie, erano quattro a partire dal 1702 quando iniziò una regolare contabilità. I farmacisti erano, cronologicamente, i dottori Tasca, Piazza, Chapellain, subito dopo la Restaurazione, il Monterinaldi presso l’Ospedale Mauriziano.
Lascio perdere medici e farmacisti attivi dalla seconda metà del milleottocento, perché incominciava allora l’industria farmaceutica con scatolette e bugiardini.
I farmacisti, beati loro, godevano salute di ferro e vita lunghissima con papalina in testa, fra l’odore delle droghe orientali e la penombra dell’officina farmaceutica.
Se si scorre un elenco delle patologie di quei tempi, si vede che occupa un relativo spazio, mentre l’elenco dei rimedi non finisce più di cantare le virtù di qualsiasi sostanza vegetale. Si tratta di canti di speranza senza l’ausilio della sperimentazione di laboratorio: si studiava in superficie senza affondare lo sguardo.
Per più di duecento anni si seguirono i dettami del famoso medico Mattioli; nelle case dove si sapeva leggere, si consultava “Certains remèdes du Grand Mattioli”… Si trattava di preparazioni artigianali costituite in gran parte da erbe, cortecce e qualche minerale tipo mercurio, piombo, argento ecc. Graveolenti unguenti, pozioni, sciroppi, elettuari, depurativi, teriache, clisteri, panacee, mercuriali, vescicatori, mitridate con confetti di giacinto, conserve e precipitati, sangue di stambecco ecc. e chi più ne ha più ne metta. Ma devo ricordare che nel 1703 il medico convenzionato dell’Ospizio Vernetti prescriveva come ricostituente, e il farmacista Tasca confezionava, la celeberrima mumia, cioè un pezzo di carne mummificato di un uomo non ucciso! A compensare questa aberrazione in quel tempo era già utilizzato il chin-chin, cioè la polvere di chinino solo o in associazione con la teriaca, indescrivibile miscela di erbe.
Malattie e cure di un tempo Le malattie più usuali erano quelle che riguardavano l’apparato respiratorio e la pelle… malattie facili da diagnosticare ma difficile da guarire. Ecco una ricetta scritta il 31 gennaio 1659 per curare la pleurite.
Era una specie di cerotto-pozione tratto dal primo brogliaccio di amministrazione dell’Ospizio, nel quale, secondo le abitudini di quei tempi, si scriveva di tutto. “Pour la pleurisie in principio morbi lors quil y a pointe. Il faut prendre une poignée de la poudre de hortie; etant bien nettes les mettre boullir parmy un verre de vin et huit onces de huile d’olive et faire cuire le tout jusqu'à le vin soit tout consumé; puis appliquer les horties a la pointe et boire le jus coulé a quel heure que ce soit y melant un peu de sucre”.
Seguivano le fratture e i chirurghi o “barbieri” aggiusta-ossa rabberciavano lasciando il più delle volte i famosi “esiti” postoperatori, evidenti nelle numerose persone claudicanti o storpie.
Ma, ripetiamo, le malattie più diffuse erano quelle che interessavano la pelle. Si può dire che il 90% delle persone era affetto da scabbia, rogna, pustole e porcherie del genere. La sporcizia conviveva come un vestito di tutti i giorni. Sotto le vesti preziose di una gran dama del 1700 era facile trovare le pulci…
Dopo le malattie della pelle, comuni come l’acqua di un ruscello, venivano le malattie dell’apparato digerente se si vogliono chiamare malattie le indigestioni o meglio i travagli di stomaco causati da certi cibi indigesti che si consumavano. Meraviglia che il pane nero di segala, largamente consumato, non favorisse l’intestino come denotano le numerosissime ricette. Il sale inglese o sal canale e i clisteri erano il punto di forza dei medici. Tenevano buona compagnia il tartaro emetico, il rabarbaro, tamarindo, olio canforato, chinino in polvere, santonina, teriaca, pomata a base di piombo, unguento antiscabbioso, clistere lenitivo, elisir di lunga vita, empiastri per tutti i gusti, unguento mercuriale… e così via sempre per quelle quattro o cinque malattie, meglio disturbi, che lasciavano vivere.
Insomma i Valdostani d’una volta avevano i malanni dei Piemontesi e dei Savoiardi, campavano poco, mediamente 45-50 anni. Oggi la scienza attribuisce al corpo umano centinaia di malattie, fornisce medicine per tutte, la guarigione è più sicura, si campa di più ma non per questo siamo più felici.”
“ANTICHI OSPEDALI E OSPIZI”
Oggi si guarda all’Ospedale regionale come ad una struttura per la cura delle malattie acute, che richiede alte tecnologie e quindi alti costi, che dopo l’intervento invia a strutture sanitarie più semplici e idonee alla prosecuzione della convalescenza, caratterizzate da ambienti meno clinici e più umani e simili alle comuni abitazioni. La diagnosi, le cure e le aspettative di guarigione sono eventi con elevata probabilità di successo per la grande parte delle malattie. Andare in ospedale è un evento ritenuto necessario a ristabilire una condizione di salute o un miglioramento ed è soprattutto un evento possibile a tutti. Ma un tempo le cose erano molto diverse…
“Antichi ospedali e ospizi” è tratto da: M. Ansaldo “Storie dimenticate” Testimonianze di vita sociale nell’antica Valle d’Aosta.
Tipografia Valdostana, Aosta , 2002 pag.57.
“Nel 1773 la Valle d’Aosta aveva ventiquattro ospizi e un “Hopital de la Cité d’Aoste” divenuto nel 1837 “Hospice de Charité”.
Gli ospizi disseminati sul fondovalle, quasi a formare una catena di solidarietà, erano sorti sin dai tempi antichissimi per assistere viandanti e pellegrini in viaggio di penitenza verso santuari; commercianti, poveri veri e falsi in trasferta verso caritatevoli piazze, galantuomini sorpresi dalle insidie della notte e dalle furie del cielo…
Gli ospizi accoglievano tutti senza chiedere la patente di buona condotta. Si pretendeva solo che si brigassero in fretta con un boccone di pane e un rapido riposo perché l’ospizio poteva per pochi, mentre le bussate alla porta erano fatte da molti. Di tutti questi ospizi ora c’è’ solo il ricordo storico. E’ ancora in servizio l’Ospizio del Gran San Bernardo ma i monaci non aspettano più nessuno. Il San Bernardo era una istituzione (congregazione) fondata dal monaco Bernardo di Mentone (996-1081). Nel corso dei secoli si arricchì di benefici sparpagliati sin nella Inghilterra, Francia, Germania e Italia.
Nel 1752 accadde un fatto che propiziò la fondazione dell’Ospedale Mauriziano. Scoppiò un conflitto di competenza fra i duchi di Savoia e il monastero del San Bernardo: i Savoia pretendevano di scegliere il candidato alla prevostura del monastero. Il San Bernardo invece, essendo territorio dello stato del Vallese, avocava a se stesso la nomina. Nel 1752 già ricordato, papa Benedetto XIV accordò ai monaci il diritto di Malattie e cure di un tempo nominare il prevosto e, in quanto papa, donò tutti i beni che l’Ospizio del San Bernardo possedeva negli Stati Sardi, all’ordine Mauriziano a condizione che quest’ultimo destinasse i suoi beni per la creazione di un Ospedale nella Valle d’Aosta. Sorse così l’Ospedale Mauriziano.
Si stendeva su due piani ricavati da una antica casa dei baroni Freydoz di Champorcher, casa immersa in una selva di giganteschi pioppi che filtravano il suono delle campane di Charvensod e coniugavano il loro verde con quello della montagna di Pila. Ora non c’é più nulla di quelle antiche memorie. Troneggia il palazzo della Amministrazione Regionale: otto piani di finestre accecano lo sguardo e fanno intravedere solo gente che lavora e guarda.
Prima che sorgesse l’Ospedale Mauriziano, chi si ammalava quale destino aveva? Colui che aveva soldi, una casa con un letto dove coricarsi, chiamava a domicilio il medico ducale o il suo “secondo”, godendo così del privilegio di guarire o morire a casa propria. Chi invece era povero e ramingo, poteva trovare ricovero e cure nell’Hôpital de la cité d’Aoste diventato poi lo ”Ospizio”, fondato dal tesoriere Bonifacio Festaz da Gressan nel 1657. Un chirurgo, un medico, uno speziale e delle suore erano sempre pronte a intervenire con la sollecitudine cristiana propria di quei tempi.
Nel 1724 operava un chirurgo di nobile famiglia, certo Leaval. Nell’archivio dell’Ospizio c’è la documentazione di molti suoi interventi eseguiti con i ferri chirurgici artigianali d’allora. Oggi i ferri li chiamiamo “serie chirurgica” avvolti in trousse come oggetti di bellezza. In quei tempi, la chirurgia aggiustava, riparava. Oggi cambia parti del corpo umano con la determinazione del meccanico che cambia una ruota bucata. Come anestetico si usava la “spugna sonnifera” ottenuta facendo bollire una spugna con succhi di erbe speciali, tipo mandragora, oppio, cicuta, lattuga ecc. manipolata dallo speziale-farmacista e fatta bollire per un’ora. La guarigione, quando avveniva, era sempre una sofferenza perché l’operazione difficilmente lasciava pulito il malcapitato, cioè senza esiti postchirurgici.
Ecco alcuni interventi del chirurgo Leaval:
- Trattato una donna affetta da dislocation de l’epoule (lussazione della spalla) con due grandi e profonde ferite al cranio. Curata per quaranta giorni e guarita.
- Curato un pellegrino, già schiavo, che aveva due grosse ulcere alle gambe. Guarito in dieci giorni.
- Curato un altro pellegrino affetto da un tumore al piede. Guarito in dieci giorni.
- Curato e guarito un giovane afflitto da un tumore freddo (froide) venutogli au glande du col (alla tiroide). Un mese di cura. In questo caso non si dice che era guarito perché, probabilmente, si trattava di una forma gozzo-tumorale.”
“quando le medicine si preparavano in farmacia”
Le farmacie di un tempo avevano un ruolo centrale nella cura delle persone perché preparavano esse stesse, al proprio interno e con ingredienti tratti dalla natura, molti dei medicinali che servivano a risolvere o ad alleviare i problemi di salute. L’industria farmaceutica e il ricorso eccessivo da parte dei cittadini, spesso non guidato dai medici, ha snaturato l’antico ruolo delle farmacie, dei farmacisti e degli stessi farmaci. Le indicazioni date nel recente Piano Socio Sanitario Regionale 2002 -2004 sono orientate a riassegnare ai medici e ai farmacisti ruoli da protagonisti nelle cura delle persone. Anche verso i farmaci si è adottato un atteggiamento diverso da quello comunemente in uso e ai farmaci provenienti dalle industrie chimico farmaceutiche si è offerta e affiancata la possibilità di conoscere e assumere farmaci di origine naturale o alternativa a quella della farmacopea tradizionale.
“Quando le medicine si preparavano in farmacia” è tratto da: M. Ansaldo “Storie dimenticate” Testimonianze di vita sociale nell’antica Valle d’Aosta. Tipografia Valdostana, Aosta , 2002 pag.42 .
“Tanti anni fa il farmacista indossava il camice nero e si sporcava le mani; oggi ha il camice bianco misurato al ginocchio, ha le mani pulite perché non maneggia più utensili e sostanze di laboratorio.
Tanti anni fa il farmacista aveva una attrezzata officina farmaceutica (si chiamava così). Scaffali e scansie erano gremiti, stivati da bocce di vetro, albarelle decorate, ampolle, scatole di legno per le erbe, cortecce, semi e radici… Sulle rastrelliere, bevute, storte, imbuti, matracci… In un angolo c’era l’alambicco di rame a cupola come una moschea… E poi allineati in artistica mostra decine di vasi per gli unguenti, gli Malattie e cure di un tempo oli, gli sciroppi e gli intrugli della universale Teriaca e del suo compagno Mitriade, carichi di oppio che calmava il dolore e faceva gridare al miracolo.
I vasi, prestigio della farmacia al pari dei farmaci inventati e preparati dal farmacista, erano di terracotta invetriata policroma, con il cartiglio che indicava il contenuto, incorniciato da simboli, figure e volute di vegetali. Quei vasi ora sono vuoti, ambiti e ricercati da amatori del bello e da antiquari. E poi nei cassetti del laboratorio c’erano spatole, forme per ovuli, supposte e pillole: oggetti di artigianale fattura con un segno d’arte tale da ben figurare oggi in un salotto di riguardo. E poi cumuli di tappi di sughero, di vero sughero della Barbagia, di tutte le misure anche minime per sigillare la evanescente boccettina con le gocce di biancospino e valeriana per gli instabili umori della giovane signora. C’era anche la grande damigiana di vetro verde foresta dove invecchiava il barolo chinato, capolavoro del farmacista.
C’era il torchio per l’olio di mandorle dolci che doveva essere sempre di recente spremitura. C’era il mortaio di bronzo, grande come una campana… e poi bilance e bilancini per dosare i veleni, le droghe.
Quelle droghe che ora è più facile trovare fra le mani dei giovani che nell’armadietto di farmacia.
Ora nel banco c’è il registratore di cassa, bello e lustro come una fuoriserie. Una volta, nascosta in un cassetto sottobanco c’era la ciotola di legno di bosso per il guadagno della giornata. Alzate le ante di legno a sera, e chiusa la farmacia, si faceva la “coppa”; si contavano monete spicciole che valevano. Ora si fa la mazzetta di carta moneta svalutata come un convalescente da grave malattia.
Nel retro della farmacia in discreta penombra c’era il salottino con le poltroncine di velluto un pò smunto. Era per gli amici (si poteva fumare il mezzo toscano) che portavano le notizie della piazza.
Bevevano il bicchierino di barolo chinato per dare voce e credito alle parole, come accadeva nel retro delle farmacie durante la rivoluzione francese, il risorgimento italiano.
Sono passati tanti anni da quando le medicine si inventavano e facevano in farmacia e pochi ricordano  la tipica figura del pistur. Come un campanaro a rovescio (il mortaio, era una campana rovesciata) il pesante pestello fra le mani pestava, frangeva, polverizzava erbe, semi, cortecce, frutti: la farmacia odorava di mercato orientale. I vecchi della valle del Gran San Bernardo ricordano, forse, il pistur valdostano Blanc che, nei primi anni del 1900 e anche dopo, con fantasia e azzardo, suggeriva tisane, infusi, decotti e clisteri; le erbe, si diceva, non avevano segreti per lui.
Ma non c’è più neppure il medico condotto di una volta, quello con barba e baffi alla Massimo d’Azeglio; con vento, pioggia, sole o neve, andava alle visite con la valigetta di cuoio a soffietto, come il mantice della carrozza a cavalli anch’essa scomparsa. I cavalli sono in regime di sopravvivenza e per salvarli li hanno affidati ai carabinieri a cavallo.
Nei tempi antichi la farmacia non era “chimica”, era “botanica” nel senso che la gente trovava nelle foreste, nei boschi, nei campi, negli orti di casa, nel cortile, nelle acque, nelle stalle le medicine belle e pronte per curare, non sempre per guarire le malattie.
Nell’Archivio Storico Regionale è conservato un ampio estratto in lingua e scrittura francese del settecento di un’opera del naturalista senese Pierandrea Mattioli (1500-1577). Divenne famosa come la Bibbia. Si tratta di un ricettario medico di erbe, piante e semi. I vasi di farmacia dovevano contenere: sugna di anitra, di oca, di cappone, di gallina; acqua di lumache, carne di cinghiale, di leone, di lepre, di volpe; polvere di cantaridi, castoreo, varie specie di corna; fiele, ossa umane, sangue di becco, di porco, tela di ragno, unghie di animali e (colmo della ciarlataneria e dell’inganno) latte di fanciulla vergine! Ci si curava con queste schifezze. Ma per la salute si beveva anche distillato di urina umana e raschiatura di cranio di uomo vivo cioè deceduto non per malattia ma per morte violenta.
Il millecinquecento passò all’insegna di questa farmacopea sotto la protezione dei santi fratelli medici Cosma e Damiano; ogni malato che guariva era da considerare un miracolato.
Per farla breve a arrivare al capitolo annunziato dirò che dopo il millecinquecento e sino ai nostri giorni la farmacia divenne veramente “chimica”, si giovò non solo di sostanze vegetali ma anche minerali e soprattutto di “sintesi di laboratorio”. Comparvero via via le medicine che ricolmano oggi le farmacie.
Sorsero le grandi industrie che fecero perdere sempre più al farmacista la caratteristica scientifica di Malattie e cure di un tempo “chimico del farmaco”, per passare a quella di consigliere terapeutico e di distributore di medicine, responsabile civilmente e penalmente del suo operato
 
 
 
 
 
“L’OLIO MIRACOLOSO”
Molti cittadini valdostani fanno ricorso a farmaci alternativi a quelli tradizionali. Non lo sono ancora molto gli anziani, ma la cultura generale nell’approccio alla cura delle malattie sta diventando quella di chi considera le medicine e i farmaci non convenzionali (fitoterapia, omeopatia, omotossicologia) come prodotti assumibili al pari degli altri perché garantiti da una scienza medica comune.
Questa garanzia di tutela e di salvaguardia nell’uso di farmaci non convenzionali che oggi esiste un tempo non esisteva e i prodotti utilizzati per la cura spesso si rivelavano panacee inventate da persone di malafede preoccupate solo dell’arricchimento personale.
“L’olio miracoloso” è tratto da: M. Ansaldo “Aosta antica racconta” Antologia di vita valdostana. Tipografia Valdostana, Aosta, 1990 pag.52.
E’ LA STORIA DI UN COLOSSALE INGANNO .
Nel Consiglio del 2 dicembre1630 il sindaco di Aosta chiede un mandato di pagamento di quindici pistole e due ducatoni, da lui dati ad un certo padre dominicano Jacobini, che aveva portato da Milano “L’olio miracoloso” che doveva preservare la Valle d’Aosta dalla peste 1 .
Questa cronaca dice che anche i Valdostani al pari dei Lombardi, dei Piemontesi e di altre genti d’Italia, erano caduti nell’inganno dell’olio miracoloso. L’inganno prese l’avvio nella chiesa della Madonna delle  Grazie in Milano sul finire del 1630 quando la peste, che aveva già portato via migliaia di persone, incominciava ad assopirsi perché disturbata dai primi freddi. Frate Geraldo racconta (22) .
“Essendo la città di Milano in mal termine per questa incurabile piaga, raccorsero diverse persone divote nella chiesa della Madonna delle Grazie et dopo aver fatto oratione si unsero dell’olio della lampada ed essendo appestati guarirono. Palesarono la cosa per la città, per il che molti infermi andarono a farsi ungere e anche dai luoghi vicini. Molti che avevano fede furono liberati. Di poi si palesò il miracolo anche nelle città più lontane, come Alessandria, Asti… Ed Aosta dove l’olio giunse nel settembre 1630”.
Di guarigioni miracolose in realtà non ce ne fu neppure una. Quella straripante ondata d’olio diffusa in tutta Italia, fu propiziata dal disperato bisogno di miracoli che avevano le genti immerse in un contagio senza rimedi.
In quei tempi, con immensa credulità, si vedevano ovunque streghe e malefici, santi, diavoli e miracoli.
Strade e piazze erano piene di miracolisti nelle vesti di falsi predicatori e di eremiti. Gli artigiani lavoravano sodo a fare ex voto, sorgevano santuari e cappelle votive: la gente chiedeva a Dio il pane quotidiano, dai santi volevano grazia di un miracolo quotidiano.
Fatalmente in questo clima psicologico, le prime unzioni diedero l’avvio a un generale inganno e per i frati che officiavano la chiesa della Madonna delle Grazie, furono pretesto per un colossale affare.
Costoro, in buona o cattiva fede che fossero, non potevano tirarsi indietro: sarebbero stati lapidati a furor di popolo; così la lampada continuò a versare olio miracoloso e la gente a morire di peste.
Anche il cronista frate Geraldo credette sinceramente all’olio miracoloso e se l’effetto venne a mancare fu, dice, perché il demonio aveva spento la fede e la devozione. Secondo il costume e la mentalità del tempo, nella vicenda non poteva mancare una scena demoniaca. Accanto al santo si inserisce così la strega, nel nostro caso l’untore.
La cronaca narra che un pover’uomo si lasciò indurre dal demonio e prendere anche lui un certo olio.
Chi l’avesse toccato, benché infermo e appestato sarebbe guarito. Quel disgraziato d’un uomo fece appena in tempo a ungere poche porte di case altrui, perché fu preso, incarcerato, messo ai tormenti. Confessò e morì sul rogo.
1 l’avvenimento si legge anche nel Ripamonti a pag. 136 dell’opera “De peste quae fuit Mediolani anno 1630”.
2 Giovanni Giovenale Gerbaldo “Carestia e peste del Piemonte negli anni 1629-30” Biblioteca Civica, Torino.
Malattie e cure di un tempo
 
Queste tristi cose accaddero a Milano. I cittadini temendo che vi fossero in giro altri untori, consultarono dei saggi e citarono in giudizio il demonio per sapere in che modo facesse morire tanta gente.
A tempo debito il demonio, non sappiamo sotto quali mentite spoglie, comparve davanti al giudice e disse molte bugie, ma finalmente confessò che molti erano stati unti con l’olio miracoloso si , ma mescolato con olio dell’inferno da certi stregoni, per cui erano già morte più di cinquecento persone.
Anche la Valle d’Aosta pagò dunque al frate dominicano il suo contributo all’inganno, sicura come altre contrade d’Italia, che, se i Valdostani morivano di peste, la colpa non era dell’olio ma del Maligno.

15.4 Daghe & Coltelli

----------------------------------------------- www.redigio.it
 
Daghe & Coltelli
apparati per la tavola e la guerra nel Rinascimento europeo
                                                                                                          
Dagli utensili in selce dei nostri antenati alle preziose cinquedee del rinascimento italiano, le   lame   corte   hanno   sempre   caratterizzato   la   vita   sociale   dell’uomo.   Il   coltello,   oggi comune utensile d’uso quotidiano, ha una lunga storia ma l’uso “domestico”  dello stesso pare si debba ai barbari invasori. (1)  E’ poi   nel   rinascimento,   con   l’affinarsi   delle  buone   maniere,   che compare   il   coltello   da   tavola   a   punta   arrotondata.   Esso   si diffonde   parallelamente   all’uso   di   tagliare   le   carni   nel   piatto, abbandonando  la consuetudine di infilzare i cibi con la punta della lama per prenderli e portarli alla bocca. Al tempo stesso si consolida l’abitudine di utilizzare puntaruoli o “pilotti” e, ancora limitatamente e con  eccezioni ben  localizzate  geograficamente,  “forcine” (forchette) per prendere le carni dal piatto di portata.
Sono   anche   documentate   abitudini   “geografiche”,   riguardo all’utilizzo del coltello a tavola,  : verso la metà del ‘cinquecento  il francese Calviac  (2)  riportava che “gli italiani   in   generale   preferiscono   avere   un coltello per ciascuno.  I tedeschi, poi, lo considerano tanto importante che è per loro motivo di grande fastidio che il loro coltello venga preso o richiesto da altri. I francesi, al contrario, in un’intera tavolata di persone si   servono   di   due   o   tre   coltelli   senza   che   il   chiederli   o   prenderli rappresenti una problema, e così il porgerli, quando siano richiesti” . Il coltello  è quindi componente fondamentale delle “posate”  (nella lingua italiana il termine viene da “posare” facendo riferimento al fatto che si tratta di oggetti posti sulla tavola  (3) )  tanto che nella lingua tedesca alle posate ci si   riferisce   con   “Besteck”   che   in   origine   indicava   il   fodero   del coltello che ognuno portava in cintura.   In quello stesso fodero, sovente,   era   posta   la   daga   :   lama   più lunga     di   ben   altro   utilizzo.   Di   etimo incerto ma sicuramente nord-europeo ( “Dagen” in tedesco significa spada) la daga, arma da mano assimilabile al pugnale ma con lama più lunga, rappresenta uno degli strumenti di   difesa/offesa      a   maggior   diffusione   nel   rinascimento.
“Magistro primo son de daga...” scriveva nel Flos Duellatorum Fiore de'Liberi   nel   XV   secolo  (4)     :   nella   trattatistica   medioevale   e rinascimentale grande attenzione viene posta dai maestri d'arme al   maneggio   della   daga,   segno   dell'importanza   che   quest'arma rappresentava, anche nella vita di tutti i giorni, per i nobiluomini a cui le opere erano generalmente destinate. Anche se pare che il portare daga e spada con l’armatura sia entrato nell’uso comune solo   agli   inizi   del   1300,   dal   Medioevo   fino   ai   primi   del   XVII secolo,   daghe   e   pugnali   venivano   portati   spesso   anche   da   chi indossava   abiti   civili.   In   questo   periodo   ne   erano   utilizzati principalmente quattro tipi   (5)   : la daga, o pugnale, a “rondelle” od   a   “dischi”   che   aveva   la   guardia   ed   il   pomo   realizzati   con   due   dischi   posti orizzontalmente; quella  con  l’elso  a croce,  fatto   come  quello   di una spada di  formato ridotto; la “basilarda” o “baselardo”, un’arma di origine svizzera molto usata dai civili, con il manico fatto come una lettera “I”;  la daga a “rognoni”, la cui guardia era costituita fig.3 1555 - Daga svizzera  da due sporgenze a forma di sfera.  Un altro tipo di daga fu quello “ad orecchie”, in uso principalmente in Spagna   (ereditato  dei  Mori)  ma  che si diffuse anche in altri paesi d'Europa; il suo nome deriva dal fatto   che   il   pomo   era   costituito   da   due  dischi accostati con un angolo di 45°. La daga a rondelle ed il baselardo, sembra siano caduti in disuso all'inizio del 1500, ma un modello perfezionato del secondo si diffuse largamente in Germania sino a circa il 1560 ed in Svizzera, suo luogo d'origine, sino al 1600. In quest'ultima variante è chiamato “Holbein”, per il fatto   che   Hans   Holbein   il   Giovane   aveva   fatto disegni   per   il   decoro   del   fodero   di   questa   daga; questa aveva un elso simile a quello del baselardo ma  il  fodero  era, di solito,  di  bronzo  dorato  o  di argento, decorato con scene in parte traforate od in rilievo. In tempi recenti l'”Holbein” è diventato tristemente famoso per essere stato adottato dalle SSA naziste.  La  daga a “rognoni” restò in uso sino agli inizi del 1600 e, in una forma perfezionata chiamata “dirk”, ha continuato a far parte del costume nazionale degli Highlanders scozzesi sino ai giorni nostri.   La daga con elso a croce ebbe il suo periodo di massimo utilizzo nel tardo Cinquecento ed agli inizi del Seicento, quando accompagnava la spada da lato. Questo tipo di daga, detta “mancina” o “main-gauche” per l'ovvio motivo che veniva impugnata con la mano sinistra mentre la destra brandiva la spada, aveva spesso i bracci dell' elso arcuati per far incastrare la lama dell'avversario, e dopo la metà del   Cinquecento   fu   spesso   munita   di   un   anello   laterale.   Lo “stiletto”, che aveva una lama  rigida  ed appuntita di sezione triangolare   o   quadrata,   fu   un'   altro   tipo   di   daga     a   crociera popolare nell'Italia del Seicento.  Per quest'arma, che colpisce per la bellezza e l'eleganza del disegno, molte sono le leggende che oggi   definiremmo   “metropolitane”   :   alcuni   la   chiamarono “misericordia” per il fatto che fosse usata per portare il colpo fatale al ferito  sofferente, un  atto  di “misericordia”, appunto, per   un essere umano destinato al giudizio divino;   altre versioni della stessa daga, riportavano tacche sulla lama (“stiletto centoventi”) e si disse fosse anche uno strumento in uso al bombardiere per la misura dei calibri delle bocche da fuoco; ma questa interpretazione, contestata da molti esperti (6) per la disparità delle misure e la disposizione delle stesse sulla lama,   lasciò   spazio   anche   ad   un'altra   leggenda   :   essendo   un'arma facilmente occultabile e per questo molto spesso vietata, che la scusa dell'utilizzo professionale potesse costituire un valido motivo di possesso.  Molto bello   è   pure   un   altro   tipo   di   daga   :   la   cinquedea   o   lingua   di   bue   (parente dell'anelace  europeo)   ,   prezioso   prodotto   di   lusso   destinato   ad   un   ristretto mercato di élite. Contrazione di “cinque dita” (dalla larghezza della lama) questo strano tipo di arma resta di moda per circa un quarto di secolo e nasce da modelli anteriori   più   semplici,   senza   lame   incise.   Prodotto   tipicamente   italiano,   forse unica   vera   invenzione   italiana   nelle   armi   bianche,   nasce   in   Emilia   e viene prodotta a Bologna ed a Venezia. (7)  Queste daghe sono di grande importanza perché stanno alla base delle decorazioni delle altre armi ed armature delle prime decadi del Cinquecento; sembra che solo un paio di   incisori   abbiano   anche   disegnato   le   loro   fantasie   decorative   :   il Maestro dei cavallini ed Ercole de Fideli da Sesso, orafo alla corte di Lucrezia Borgia.     All'incirca dopo il 1630, quando nella scherma non se ne   fece   più   uso,   la   daga   divenne   un   complemento   dell'uniforme;   la baionetta   da   innestare   nella   bocca   del   fucile   rappresentò   l'ultimo utilizzo militare di quest'arma.
Come detto, altri apparati completavano il desco rinascimentale;   nell' opera  di   Bartolomeo Scappi    “dell'Arte del cucinare” (8)   della fine del XVI   secolo,      sono   presenti   parecchie   illustrazioni   :      in   alcune, particolarmente   interessanti,   possiamo   notare   oltre   a   parecchi   tipi   di coltelli,  “pilotti per impilotar”  e  “forcine”.   Ora, anche se gli antichi Romani utilizzavano forchettoni e forse anche una sorta di forchetta, le forchette come le intendiamo oggigiorno sono probabilmente un'invenzione bizantina il cui uso fu importato dalla repubblica di Venezia.   La   prima   testimonianza   dell'utilizzo   della   forchetta   nell'Europa   occidentale, riguarda il banchetto per le nozze della principessa greca Argilo con il figlio del Doge di Venezia celebrate nel 955. (9) Proprio perché associate al mondo bizantino ed a causa dello scisma tra la Chiesa ortodossa e la Chiesa di Roma del 1054, le forchette furono indicate dal clero cattolico come simbolo del demonio  ed il loro  utilizzo bollato come peccato.   Ed ancora nel  Seicento, quando  in Italia  il loro  uso è oramai frequente, Monteverdi, ogni volta che per buona educazione è  costretto   ad   impiegarle,   fa  dire  tre  messe  per   espiare   il peccato commesso. (10)     Partendo dall'Italia , dove a Napoli ai tempi di Roberto d'Angiò (1309-1343) si mangiava la pasta calda e scivolosa infilzandola con una specie di punteruolo di legno (il “pilotto” illustrato nell'opera dello Scappi),   la forchetta   (“forcina”)   arriverà   agli   altri   paesi   europei diffondendosi molto lentamente. Già nel Cinquecento questa è   presente   in   Francia   :   a   corte   verrà,   forse,   introdotta   da  Caterina de'Medici,  andata in sposa nel 1533 a Enrico II. Sarà suo figlio Enrico III a voler rendere   obbligatorio   l'uso   ordinandone   l'impiego   :   susciterà,   però,   solo   derisione   ed avversione nei confronti di chi, raffinato imitatore degli italiani, non tocca il cibo con le  mani; sol  nella seconda metà del Seicento verrà meno l'avversione della nobiltà francese per la forchetta. Alla corte francese, si mangiava più o meno come nel Medioevo. Davanti ad ogni convitato veniva posto il “tagliere”, costituito da una piastra rotonda o quadrata di metallo, di legno od anche da una fetta di pane scuro molto spessa su cui si posava la carne. Il bicchiere era messo a destra , il coltello a sinistra. Solo lo scudiero “tagliatore”, il “trinciante” incaricato di tagliare le carni, usava una forchetta per tenere fermi i cibi. Poi i convitati prendevano con tre dita la porzione che veniva loro offerta e la dividevano sul tagliere in pezzi più piccoli che portavano alla bocca con la mano destra. Al centro della tavola era posto un unico cucchiaio con cui ci si serviva di patè e di dolce. Salse e minestre venivano servite separatamente in piatti fondi o scodelle e consumate con pane. Mangiare con le dita costringeva ad usare molti tovaglioli, anche se talvolta, nei pasti più semplici, ci si   asciugava   le   mani   nella   tovaglia.   Piatto,   scodella   e   tagliere   erano   cambiati   ad   ogni portata e si cambiava ogni volta anche il tovagliolo. Si facevano brindisi augurali offrendo il proprio bicchiere in segno di cordialità ma prima di bere nel bicchiere di altri, ci si asciugava la bocca.(11) 
Tempi che cambiano, abitudini che mutano, strumenti che evolvono:  il coltello è rimasto più   o   meno   lo   stesso,   la   forcina   è   diventata   forchetta   a   quattro   rebbi,     il   pilotto  è scomparso; e non stupitevi se, ordinando un caffè in un moderno bar, vi offriranno   un cucchiaino in cioccolato  :  ricordate che ad Enrico III, re di Francia ,  nel 1574 a Venezia “gli fu apparecchiata una bellissima colatione di confettioni, et di frutti di zucari, co i coltelli, con le touaglie, co i piatti & con le forcine fatte di zuccaro” (12)
 
 
 
 
 
 
 
 
marco ibridi, 2007
Bibliografia
(1) Raffaella Sarti – Vita di casa, Laterza Bari 2006  pag.189
(2) Calviac – Civilité , 1560 cit. in R.Sarti ibid.  pag.188
(3) Raffaella Sarti – ibid., pag.192
(4) Fiore de'Liberi – Flos Duellatorum, 1409 ed.critica a cura di G.Rapisardi, Gladiatoria              Padova 1998
(5) C.Blair L.G.Boccia – Armi e Armature, Fabbri Editori Milano 1991 pag.18
(6) AA.VV. – L'Armeria Reale di Torino, Bramante Ed. Busto Arsizio 1982 pag.364
(7) L.G.Boccia E.T.Choelo – Armi Bianche Italiane, Bramante Ed. Busto Arsizio 1975
 
(8) Bartolomeo Scappi –  dell'Arte del cucinare,    in   Banchetti Composizione di Vivande e Apparecchio Generale, di Cristoforo da Messisburgo ed.critica F.Bandini G.Capnist, Neri Pozza Editore Vicenza 1992
(9) Raffaella Sarti – ibid., pag.190
(10) Raffaella Sarti – ibid., pag.190
(11)  Ivan   Cloulas   –  La   vita   quotidiana   nei   castelli   della   Loira   nel   Rinascimento,   Fabbri Editori Milano 1999 pag.224
(12) Alvise Zorzi - La vita quotidiana a Venezia nel '500 il secolo di Tiziano,  Fabbri Editori Milano 1998 pag.350
 
 
Immagini
fig.1  –   da  Richard   F.Burton   –  The   book   of  the  sword,   Trieste  1883  edizione  1987   Dover  Publications, Inc. New York  pag.46
fig.2  -  da Bartolomeo Scappi – dell'Arte del cucinare,  in  Banchetti Composizione di Vivande e Apparecchio Generale, di Cristoforo da Messisburgo  ed.critica F.Bandini G.Capnist, Neri Pozza Editore Vicenza 1992
fig.3   -   Collezione Odescalchi, Roma tratto da M.G.Barberini   -  Belle e Terribili, Palombi Editori 2002  pag.79
fig.4  - da  C.de Vita - Armi Bianche dal medioevo all'età moderna,  Centro Di Edifimi Firenze 1983  tav.32
fig.5   -   The Wallace Collection, Londra. Tratto da Gerald Weland -  Sword Daggers & Cutlasses, Grange Books Singapore 1997 pag. 76
fig.6   -   The Wallace Collection, Londra. Tratto da Gerald Weland -  Sword Daggers & Cutlasses, Grange Books Singapore 1997 pag. 91
fig.7   -   Arezzo Museo Medieovale e Moderno. Tratto da L.G.Boccia E.T.Choelo –  Armi Bianche Italiane, Bramante Ed. Busto Arsizio 1975  tav.669/670
fig.8 -  Armeria Reale di Torino. Tratto da AA.VV. – L'Armeria Reale di Torino, Bramante Ed. Busto Arsizio 1982  tav.183
fig.9  -  Museo Civico Medievale di Bologna. Tratto da  L.G.Boccia – L'armeria del  Museo Civico Medievale di Bologna,  Bramante Ed. Busto Arsizio 1991  tav.232 , 233
fig.10 -  da Bartolomeo Scappi – dell'Arte del cucinare,  in  Banchetti Composizione di Vivande   e Apparecchio Generale, di Cristoforo da Messisburgo ed.critica F.Bandini G.Capnist, Neri Pozza Editore Vicenza 1992

15.5 Birra e vino

----------------------------------------------- www.redigio.it
 
Birra e vino
 
«Mo’ a dirli [= dirle] il vero noi eravamo tanto poverette». Non creda invece che «adesso beva acqua», dice nel 1578 Margarita De Magni della nipote Francesca De Caranti, di cui è respon­sabile, per spiegare durante un interrogatorio come mai abbia tollerato che la ragazza avesse una relazione illecita con un uomo dal quale trae qualche vantaggio materiale. «Volevatte [= volevate] voi che andasse a rubare?» Dal suo punto di vista lo scopo di evitare una miseria tanto nera da costringere a bere acqua giustifica il compor­tamento della nipote, e dunque anche la sua condiscendenza202. Anche agli occhi di Sebastian Münster o di Jouvin de Rochefort il fatto che i contadini bevessero solo latte o acqua appariva come un segno di profonda indigenza203. Bere «acqua ed fos» era presentato dai contadini di Galeata, lo si è visto, come un segno della loro povertà e analogo era stato, un paio di secoli prima, l’intento dell’autore del già citato Itenerario laddove diceva che nel Frignano «il vino è di fontana chiara», è cioè acqua pura204. Ancora una volta le gerarchie sociali si rispecchiavano negli alimenti. Alle gerarchie delle fortune entro certi limiti corrispondevano gerarchie delle bevande.
 
La distinzione non correva, tuttavia, solo tra bevande alcoliche e non, ma poteva seguire il grado alcolico. O meglio, forse, la loro acquosità, visto che all’epoca la gradazione non si misurava. I mezzadri della Toscana, che di vino era ed è importante produttrice, ne bevevano solo nei giorni di festa e in occasione dei grandi lavori agricoli. Per il resto si accontentavano dell’«acquerello» o «acquato»: bevanda dal nome rivelatore, fatta mettendo le vinacce derivate dalla spremitura dell’uva in un contenitore con dell’acqua e facendole poi fermentare. E l’operazione veniva compiuta non una, ma anche due, addirittura tre volte, fino a quando non se ne traeva davvero che acqua solo vagamente colorata205. Passando dalla campagna in città si può ricordare che i ricchi riservavano ai servi, come s’è visto, il «vino da famiglia», di qualità inferiore a quello che bevevano loro206.
 
Rispetto ai criteri attuali, tuttavia, nella valutazione della qualità dei vini accanto all’«acquosità» entravano in gioco anche altre variabili, come l’acidità e il colore, che in alcuni casi rendevano inapplicabile l’associazione tra vini acquosi e classi sociali inferiori appena proposta. I gusti delle classi superiori non furono sempre e ovunque gli stessi e anzi fino al Seicento il vino nero era considerato un alimento rozzo, adatto ai ceti inferiori207. «La carne di vacca, di manzo, di porco, il pane di grano rosso, le fave, il cascio, le olive, il vino negro e altri cibi grossi fanno il seme grosso e di cattivo temperamento: il figliuolo che si genererà [dopo averli mangiati e bevuti] averà forza grande. Ma sarà furioso e d’ingegno bestiale», notava un autore esprimendo quella circolarità, da noi già notata, tra cibo e qualità delle persone208.
 
Se i più miseri tra i cittadini bevevano solo acqua e i montanari optavano tra il ruscello e il latte, le bevande alcoliche erano comunque le bevande principali di larga parte della popolazione, fosse la loro gradazione più o meno forte.
 
Le bevande alcoliche più diffuse erano il vino e la birra. Il vino era diffuso soprattutto nell’Europa mediterranea ma era apprezzato dai ceti elevati di tutto il continente. La birra era prevalente nell’Europa settentrionale e orientale ma era consumata anche nella Penisola iberica. In Francia era considerata una bevanda «da poveri»: non a caso il suo consumo cresceva nei momenti di crisi. La geografia appena tracciata non era comunque statica: nel corso del tempo probabilmente si realizzò una riduzione della coltivazione della vite e del consumo di vino nei paesi dell’Europa settentrionale, mentre la birra conobbe un crescente successo, anche grazie al diffondersi dell’impiego del luppolo, che ne allungava i tempi di conservazione, rendendola più commerciabile. Nel Settecento tuttavia a Parigi, nei Paesi Bassi e in Inghilterra (non però in Germania) si registrò un calo dei consumi dovuto alla crescente concorrenza dei superalcolici209.
 
Per quanto riguarda i consumi, sebbene i dati disponibili non siano sempre univoci, molti studiosi concordano nel ritenere che fossero mediamente molto alti: quelli di vino raramente inferiori al litro al giorno; quelli di birra anche superiori. Nel Seicento nelle famiglie inglesi pare che tutti, adulti e bambini, ne bevessero quotidianamente circa tre litri a testa. Non stupisce allora che le ricette di pappe per lo svezzamento dei bambini potessero prevederne l’impiego210.
 
Tale largo consumo era giustificato dalla necessità di integrare l’apporto calorico della dieta: tra i braccianti siciliani a fine Seicento il vino forniva più di un terzo delle calorie giornaliere211. Ma era legato anche alla difficoltà di procurarsi acqua potabile, alla diffusione della credenza che l’acqua facesse comunque male alla salute212, al bisogno di facilitare la masticazione e la deglutizione del pane raffermo e al consumo di cibi particolarmente salati: «la carne salata di maiale aveva sortito il suo effetto, bisognava innaffiarla e questo fu fatto in abbondanza», ricorda Ménétra213.
 
Il sale era usato tanto per conservare la carne o il pesce, ­quanto per insaporire cereali o legumi di per sé piuttosto scialbi: si stima che se ne consumassero tra 3,4 e 8,8 kg all’anno a testa, a ­seconda delle zone, laddove oggi la media è di 2,2 kg214. (Non mancavano però neppure le zone, soprattutto nelle Alpi, nei Carpazi e nei Pirenei, in cui le difficoltà di approvvigionamento portavano a carenze che favorivano l’insorgere di malattie come il gozzo215).
 
Ma non si beveva birra o vino solo per la sete indotta dalla carne salata o perché l’acqua del pozzo faceva venire la diarrea. Lo si faceva anche per procurarsi uno stato di euforia e di eccitazione necessario – come lo spreco dei giorni di festa – a combattere le insicurezze, le paure e le fatiche della vita quotidiana, ad allontanare lo spettro o i crampi della fame e a fantasticare sul mondo di cuccagna. A questo scopo, anzi, la popolazione d’Età moderna pare facesse ampio uso anche dei semi oppiacei del papavero e di piante allucinogene, assunte peraltro anche involontariamente in mezzo ai cereali macinati o tra le verdure della minestra216.
 
http://www.laterza.it/vitadicasa/

15.6 Le buone maniere a tavola

----------------------------------------------- www.redigio.it
 
Le buone maniere a tavola
 
Civilizzati» e «incivili». Nel corso delle sue peregrinazioni in Europa, narrate in un resoconto dato alle stampe nel 1672, il gentiluomo francese Jouvin de Rochefort una sera cenò in una malga del Sudtirolo. Imbarazzatissimi per la presenza di un signore di tanto riguardo, i bovari fecero accomodare l’ospite sulla «più bella delle loro sedie, cioè un catino rovesciato», e apparecchiarono la tavola «su cui non c’erano né tovaglia, né tovaglioli, né coltelli, né forchette, né cucchiai». In una scodella di legno vennero servite delle rape fatte cuocere «in una pignatta con della farina, del sale, del burro e del latte», in un’altra scodella sei uova, mezzo formaggio e qualche pezzo di pane. Per l’occasione venne portato un po’ di «vino svanito» (di solito i bovari bevevano solo latte). La famiglia si accomodò per terra intorno alla tavola. Il padre allungò all’ospite il piatto con le uova: questi ne prese una e distribuì le altre ai commensali. Poi il padre gli porse quello con le rape: vi «misi subito la mano» – narra il gentiluomo – «il resto della famigliola fece lo stesso, nessuno osò prenderne ancora se non dopo che ne ebbi mangiate altre». Gli fu portata una tazza di legno dove gli fu servito il vino: «bevvi alla salute di tutta la compagnia, che non osò fare lo stesso». Qualcuno si alzò per bere del latte e gli portò un po’ di formaggio e un piatto «di piccoli frutti, assai simili all’uva nell’aspetto e nel gusto, che crescono nel bosco e sulle montagne» (dei mirtilli?)1.
 
Un interno assai misero, quello dei bovari sudtirolesi. Ma simile ad altri interni di campagna dell’epoca, ad esempio quelli descritti nel 1694 dal riminese Girolamo Cirelli, pur dotati di qualche comodità in più, come una sorta di tovaglia, presumibilmente delle sedie e forse anche maggior abbondanza di cibo. Scrive infatti Cirelli: «[I villani] non adoprano tovaglia, ma solo un mantile, che altro non è che un pezzo di tela con l’estremità di color torchino, quale mai non cuopre tutta la tavola. Non anno [sic] tovaglioli, ma si nettano la bocca con le maniche del giupone, o della camiscia. Mangiano senza forchetta, e cuchiaro, e invece del quale adoprano una fetta di pane sopra la stessa tavola, dove mangiano tengono le pignatte ancor lorde di cenere, ed anche il caldaro. Tutto il pane tengono in massa in mezzo alla tavola [...] Nel piatto della minestra tengono ancora la carne, quale spezzano con le mani [...] Pongono similmente il vino in mezzo della tavola, bevendo tutti senza distinzione allo stesso boccale»2. «O tondo o tovagliol non aspettare / ché qua non usan queste bagatelle [...] Non s’ha fastidio a domandar da bere: / in mezzo sta il boccal e la scodella: / con questa beve il chierico e il messere / che di bicchier in su non si favella», aveva scritto un secolo prima l’anonimo autore di una sorta di inchiesta in versi sulle condizioni di vita dei montanari del Frignano, una zona appenninica dell’Emilia3.
 
Già nel mondo antico si consigliava di usare delle tovaglie per evitare che le pentole lasciassero la loro impronta sul tavolo. Allora la raccomandazione nasceva da una concezione magica della realtà: poiché si riteneva che tra la pentola e la sua impronta, così come in altri casi analoghi, ci fosse un legame di simpatia e l’una appartenesse all’altra, si pensava che agire sull’una fosse come agire sull’altra. Si credeva dunque che fosse possibile fare magie che avevano come oggetto la pentola agendo sulla traccia di cenere da essa lasciata. Per non correre il rischio che qualcuno ne approfittasse per fare qualche maleficio bisognava pertanto evitare che essa lasciasse tracce sul tavolo. La tovaglia serviva a tale scopo4.
 
Nonostante dietro l’uso della tovaglia si celassero queste antiche credenze, il suo impiego in Età moderna non era universale. Nel capitolo precedente, d’altronde, abbiamo visto che anche avere tavoli, sedie, vasellame e utensili da cucina non era sempre ovvio. Soffermiamoci dunque ora sul significato culturale e sociale di tale diffusione non uniforme. Esso emerge in modo particolarmente chiaro nella descrizione di Cirelli, nella quale la povertà della mensa, la scarsità di vasellame e posate appaiono come qualcosa di più che non un mero segno di miseria materiale: nella misura in cui esse si intrecciano in modo inestricabile con la mancanza di educazione dei contadini, appaiono infatti una manifestazione di quella che agli occhi di Cirelli e di buona parte dei cittadini e delle classi sociali medie e alte appare come l’animalità, la belluinità dei villani. La loro ignoranza delle buone maniere testimonia a contrario il profondo valore di distinzione sociale del saper stare a tavola «come si deve». L’esser «villano» si tinge di connotazioni negative in contrapposizione all’«urbanità» delle borghesie cittadine e alla «cortesia» dei ceti aristocratici5. «A tavula e tavulinu / si canusci u’ cittadinu», recita un proverbio rilevato in Calabria, dove peraltro ancora nel nostro secolo molti interni domestici contadini risultavano improntati ad un’estrema povertà. «Allora non avevamo tavola, mettevamo tutto su un treppiede, tutti intorno a ruota; eravamo noi otto persone, mettevamo il treppiede in mezzo, aggiustavamo il focolare e là dovevamo mangiare», testimonia un’anziana donna intervistata nei primi anni Settanta, le cui parole sono peraltro in buona parte confermate da quelle di altri intervistati6.
 
Certo il vocabolario delle buone maniere non è lo stesso dappertutto, né esprime sempre gli stessi contenuti dal punto di vista sociale. Le buone maniere, e tra queste quelle relative al comportamento a tavola, giocano tuttavia un ruolo importante nel definirsi del processo di civilizzazione, cioè nella creazione di un insieme coerente di caratteristiche e comportamenti ritenuti positivi, la civiltà appunto. Tale processo accomuna tutta l’Europa, seppur con diverse declinazioni nei differenti contesti7.
 
Verso la metà del Cinquecento, secondo il francese Calviac, «i tedeschi mangiano con la bocca chiusa e trovano disgustoso fare diversamente. I francesi, al contrario, aprono a mezzo la bocca e trovano poco elegante la maniera usata dai tedeschi. Gli italiani masticano con minor vigore, i francesi più robustamente, e quindi trovano troppo delicata e artificiosa la maniera degli italiani». Inoltre, «gli italiani in generale preferiscono avere un coltello per ciascuno. I tedeschi, poi, lo considerano tanto importante che è per loro motivo di grande fastidio che il loro coltello venga preso o richiesto da altri. I francesi, al contrario, in un’intera tavolata di persone si servono di due o tre coltelli senza che il chiederli o prenderli rappresenti un problema, e così il porgerli, quando siano richiesti». L’autore si sofferma anche sul diverso uso di cucchiaio e forchetta nelle tre nazioni: i tedeschi a suo avviso tendono a privilegiare il cucchiaio, gli italiani la forchetta, i francesi li usano entrambi a seconda di come risulta loro più comodo8.
 
Soffermiamoci brevemente anche noi sulla storia delle posate, elemento importante nella trasformazione del rapporto degli occidentali con il cibo e dunque anche rispetto ai mutamenti delle capacità di controllo degli istinti, delle pulsioni, del corpo e della gestualità9. «La fame è fame, ma la fame placata con carne cotta mangiata con forchette e coltelli è una fame diversa da quella placata trangugiando carne cruda con l’aiuto di mani, unghie e denti»10, anche se poi non è detto, naturalmente, che chi mangia con le mani sia per forza privo di capacità di autocontrollo, tanto in generale, quanto più specificamente in rapporto al mangiare. Chiunque mangi con le posate tuttavia, non può avventarsi sul cibo come un animale. Deve imparare a maneggiare degli strumenti, a coordinare le mani e la bocca, ad aspettare di aver predisposto un boccone prima di ingollarlo... Almeno nel campo dell’alimentazione deve insomma acquisire quel minimo di autocontrollo che chi assume il cibo con le mani può avere ma può anche non ­avere.
 
Posate, tovaglie, tovaglioli, piatti e bicchieri. Il cucchiaio, che deriva il suo nome da cochlea, cioè conchiglia, è in uso già presso gli antichi Egizi. Roma ne conosce di due tipi, realizzati in osso, bronzo o argento: uno, definito appunto cochlear o cochleare, viene usato soprattutto per mangiare molluschi, uova o per somministrare medicinali; l’altro, detto ligula, piatto, a forma di foglia d’alloro, è forse impiegato soprattutto per infilzare i cibi, tanto che di recente è stato considerato antenato della forchetta più che del cucchiaio. Durante il Medioevo pare che il cucchiaio, in genere in legno, più raramente in oro e argento, sia tutto sommato di impiego abbastanza raro. Verso la fine del periodo ha tuttavia larga diffusione e se ne producono in materiali ricchi e preziosi (avorio, cristallo, oro e argento). La tipologia si diversifica, soprattutto in Inghilterra, dove spesso il cucchiaio nelle grandi famiglie ha inciso lo stemma del casato11.
 
Anche il coltello ha una lunga storia. Lame più o meno rudimentali risalgono, ovviamente, alla notte dei tempi. Ma il coltello piccolo per uso in senso lato «domestico», differenziato dal coltello per altri impieghi, pare sia stato portato dai «barbari» invasori. Mano a mano che la società diviene meno bellicosa, l’uso del coltello, la cui vista può suscitare paura e ricordare situazioni di violenza, a tavola verrà limitato. Non si arriverà ad una situazione analoga a quella vigente in Cina, dove esso è bandito dalla mensa. Ma durante il Rinascimento l’affinarsi delle buone maniere comporta la nascita del coltello da tavola dalla punta arrotondata. Esso si diffonde parallelamente all’uso di tagliare le carni sul piatto. Ma la sua crescente fortuna è connessa anche al declino dell’abitudine di infilzare i cibi con la punta della lama per prenderli e portarli alla bocca. Tale declino è in buona parte legato all’imporsi della forchetta12.
 
Gli antichi Romani impiegavano forchettoni e forse anche una sorta di forchetta, ma soprattutto per maneggiare le vivande in cucina. Inventate forse a Bisanzio, le forchette vere e proprie, quelle usate per portare il cibo alla bocca, sono presenti in area bizantina e in Italia già nel X-XI secolo. Il banchetto per le nozze tra la principessa greca Argillo e il figlio del doge di Venezia, celebrate nel 955, è forse la prima occasione in cui su una tavola dell’Europa occidentale compare tale posata. Mentre tutti mangiano con le mani la raffinata principessa usa infatti una forchetta. Associate al mondo bizantino, nella situazione di tensione creatasi con lo scisma tra la Chiesa ortodossa e la Chiesa di Roma (1054) le forchette verranno presentate dal clero cattolico come simbolo del demonio e il loro uso sarà bollato come peccato. E questo stigma peserà per secoli: ancora nel Seicento, quando in Italia il loro uso è ormai frequente, Monteverdi ogni volta che per buona educazione è costretto a impiegarle fa dire tre messe per espiare il peccato commesso13.
 
In Italia è dal Tre-Quattrocento che le forchette cominciano a comparire in modo un po’ meno sporadico14. Così a Napoli già ai tempi di Roberto d’Angiò (1309-1343) c’è chi consiglia di mangiare la pasta, calda e scivolosa, infilzandola con una sorta di punteruolo di legno, antenato della forchetta di metallo. Certo allora si trattava di un cibo costoso e di uno strumento il cui uso era limitato agli ambienti di corte. Ma anche prima di divenire un alimento popolare, la pasta – e con essa la forchetta – conosceranno un certo successo negli ambienti borghesi15.
 
È dall’Italia pertanto che la forchetta passa negli altri paesi europei nel corso dell’Età moderna. Ma la sua diffusione è piuttosto lenta. In Francia è presente già nel Cinquecento, come testimonia lo stesso Calviac. A corte viene forse introdotta da Caterina de’ Medici, che nel 1533 sposa Enrico II. Suo figlio Enrico III cercherà di renderne obbligatorio l’impiego a suon di ordini e regolamenti. Essi avranno però anche l’effetto di suscitare larga derisione contro i raffinati italianofili che non toccano il cibo con le mani. L’avversione della nobiltà francese per la forchetta verrà definitivamente meno solo nella seconda metà del Seicento. Ma ancora verso il 1730 essa non è d’uso comune neppure ai vertici della società e addirittura a corte c’è chi mette le mani nel piatto16. In Inghilterra Giacomo I ne fa uso, ma alla sua morte (1625) non avrà quasi imitatori. Un secolo dopo (1725) solo il 10% delle famiglie inglesi risulterà in possesso di forchette e coltelli da tavola17. E in Germania la penetrazione sarà, se possibile, ancor più lenta: le forchette cominciano timidamente a far capolino sulle tavole dei più raffinati solo a fine Seicento. Un secolo più tardi, tuttavia, nei ceti medio-alti di tutt’Europa il loro uso è ormai consolidato. In seguito esso si impone anche negli altri ceti sociali18. Ma quando la forchetta è ormai presente su ogni tavola, sono passati più o meno mille anni da quella festa di nozze durante la quale la raffinata Argillo ne aveva forse per la prima volta fatto sfoggio nell’Europa occidentale.
 
Ben più rapida, almeno tra i ceti elevati, è stata la diffusione del piatto, che dal Cinquecento sostituisce i taglieri lignei in uso nel Medioevo. Per quanto fossero noti già in epoca medievale è soprattutto allora, infatti, che accanto a semplici piatti di legno si moltiplicano quelli di peltro, di stagno o d’argento. Lo sfoggio che attraverso i piatti può essere fatto in occasione dei banchetti viene talvolta combattuto anche attraverso leggi suntuarie: così Pio V impone di sostituire i piatti d’argento con piatti di terracotta e maiolica (in Spagna e in Italia la produzione di maiolica aveva cominciato a svilupparsi già in epoca medievale)19.
 
«Un tempo la minestra la si mangiava dal piatto comune, senza cerimonie» e «nello spezzatino si intingevano dita e pane», recitano i versi di una canzone francese del Seicento. «Oggi ciascuno mangia la zuppa dal suo piatto e bisogna servirsi con garbo di cucchiaio e forchetta»20. A partire dal XVI secolo, nella buona società si diffonde in effetti la tendenza a fornire a ogni convitato un piatto, un bicchiere, un cucchiaio, un coltello (più lentamente, come detto, una forchetta), uno o più tovaglioli, non di rado cambiati più volte dalla servitù durante i banchetti, così come si faceva con le tovaglie. Si abbandona poi l’uso di passare al vicino questo o quell’utensile. Solo le posate di servizio restano comuni. Ma portarle alla bocca diviene segno di maleducazione e inciviltà21. Insieme alle sedie, anche piatti, bicchieri e posate individuali, isolando ogni commensale dai suoi vicini, contribuiscono pertanto a por fine a quella che un autore ha definito come «promiscuità conviviale»22.
 
Non dappertutto, tuttavia, le trasformazioni sono univoche e lineari. Se la parola italiana «posate» viene da «posare» e fa dunque riferimento al fatto che si tratta di oggetti messi sulla tavola23, nell’area tedesca il termine corrispondente Besteck in origine designava il fodero del coltello che ciascuno portava alla cintura. In seguito in tale fodero si cominciarono a portare anche cucchiai e poi forchette: si trattava dunque, a quanto pare, di una dotazione prevalentemente maschile. E rigorosamente individuale (si ricordi il giudizio di Calviac, secondo il quale i tedeschi non amavano prestare il proprio coltello). Solo col tempo si sarebbe realizzato il passaggio a posate disposte sulla tavola che ciascuno usa individualmente ma che non sono sue proprie24.
 
Ma neppure in questo caso si sarebbe arrivati immediatamente a situazioni simili a quella attuale. Nei villaggi tedeschi, infatti, se in Età moderna tutti avevano almeno un cucchiaio di legno, anche le famiglie che conoscevano il lusso delle posate possedevano spesso solo un coltello da tavola e una forchetta. Si trattava, insomma, di posate per così dire al singolare, il cui uso era riservato al padre oppure alla madre di famiglia. Nel villaggio svevo di Kirchentellinsfurt solo negli anni Sessanta dell’Ottocento sarebbe divenuto usuale, tra i ceti medio-alti, possedere più posate25. Anche in Italia ancora in tempi recenti l’uso della forchetta poteva disegnare, a tavola, precise gerarchie: noi donne «mangiavamo tutto con le mani. Solo gli uomini avevano la forchetta», racconta Genoveffa, nata nel 1906 nel Trevigiano, figlia di un muratore e moglie di un contadino proprietario26.
 
Tovaglie da un lato e, dall’altro, tovaglioli, piatti e posate individuali sono insomma divenuti di uso davvero pressoché universale, almeno nel mondo occidentale, solo di recente27. «Quando mangiavamo la minestra eravamo tutti insieme, ma dei bicchieri ce n’era tre o quattro e dicevamo: ‘vuota te che adesso bevo io’», ricorda una donna di nome Teresa nata nel 1898 a Mercatale, in provincia di Arezzo28. E in Calabria ancora qualche decennio fa c’erano case in cui tutti bevevano dallo stesso bicchiere o, più spesso, dalla stessa brocca, e si pulivano con un’unica salvietta29. Testimonianze relative agli anni Cinquanta del nostro secolo ci riferiscono di famiglie di quelle stesse zone in cui aveva viaggiato Jouvin de Rochefort riunite intorno al desco a mangiare mosa fatta di latte, burro e farina da un unico recipiente posto in mezzo alla tavola, ogni membro dotato solo di un cucchiaio personale (siamo in un’area tedesca) destinato – una volta finito il pasto – a venir pulito sommariamente, magari con un lembo del grembiule oppure sul retro dei calzoni o della gonna, e a venir poi appeso alla parete30.
 
Torna ai paragrafi

15.7 Biancheria e igiene

----------------------------------------------- www.redigio.it
 
Biancheria e igiene
 
La guerra al bagno. La diffusione della biancheria era legata anche alle concezioni dell’igiene e del corpo che si erano imposte a partire dal Cinquecento. Sino ad allora aveva continuato ad esistere il vecchio sistema dei bagni di origine romana. Il bagno era associato sia alla pulizia sia al piacere. C’erano così stabilimenti frequentati insieme da uomini e donne «senza commettere nessun atto disonesto»24 e, sempre più spesso dal Trecento, bagni con una rigida distinzione tra il settore maschile e quello femminile, o che aprivano alcuni giorni alla settimana alle donne e altri giorni agli uomini. Accanto ad essi c’erano però bagni in cui gli avventori non trovavano solo vapore, acqua calda, tinozze e vasche, ma anche cibi, bevande, letti e fanciulle compiacenti. Pare anzi che questo secondo tipo di bagni nel corso del Medioevo avesse conosciuto un crescente successo.
 
Fin dalla peste del 1347-1351 si cominciò tuttavia a ritenere che i bagni pubblici fossero luoghi che potevano facilitare il contagio. Pertanto se ne scoraggiò la frequenza durante le epidemie. Ma pare che tale raccomandazione non fosse molto seguita. La stessa diffusione della sifilide, che dopo la scoperta dell’America contagiò un numero enorme di persone, inizialmente sembra avesse portato ad allontanare i malati dai bagni più che a chiudere gli stabilimenti. Nel Cinquecento tuttavia la volontà di lottare contro tali malattie e la paura del contagio misero sempre più sotto accusa i bagni, che nel corso del secolo divennero oggetto anche degli strali della sessuofobia controriformista e riformista. Tutto ciò diede a tali antichi stabilimenti il colpo di grazia. Nell’Europa occidentale in larga maggioranza essi vennero chiusi. L’acqua venne bandita25.
 
Fare il bagno è pericoloso, si comincia a pensare. A contatto con il vapore o con l’acqua, soprattutto nell’acqua calda, i pori si dilatano. E così diviene più facile la penetrazione nel corpo degli agenti patogeni e la fuoriuscita di umori, che provoca una pericolosa debilitazione. In tale contesto quasi solo le mani e la bocca continuano a venir lavate con acqua, spesso allungata con aceto, alcol o vino. Il bagno ormai è una pratica che si ritiene possa essere svolta soltanto come cura per alcune patologie, circondandola di mille precauzioni26. Sembra che Luigi XIV nel corso dei sessantaquattro anni che separano il 1647 dal 1711 abbia fatto il bagno solo una volta, e proprio a scopo terapeutico27. È a scopo in senso lato terapeutico, in effetti, che il bagno viene consigliato per i bambini appena nati. Ma poi per i bebè l’acqua viene bandita. Il loro corpo, almeno fino al Settecento, viene stretto in fasce cambiate al massimo due o tre volte al giorno. I medici consigliano di ungerle con olio di rosa o di mirtillo e di cospargere il bambino con polveri di vario genere (cenere di molluschi, cenere di piombo tritata finemente ecc.), olii o cera al fine di ostruire i pori della pelle: così, si pensa, il corpo sarà meno permeabile e dunque più resistente alle malattie28.
 
Si sviluppa allora una concezione «asciutta» dell’igiene e della pulizia destinata a perdurare almeno fino agli anni Sessanta del Settecento, quando l’élite illuminista inizia a venir presa dalla mania del bagno, e in particolare del bagno freddo, che dovrebbe tonificare e rinforzare il corpo (prima e più che pulire). Sarà in quel contesto che cominceranno a diffondersi stanze e vasche da bagno. La diffusione tuttavia sarà lenta: se verso il 1750 solo il 6% dei palazzi privati parigini è dotato di un bagno, in quelli costruiti tra il 1770 e il 1800 esso è più comune, ma pur sempre piuttosto raro: due terzi ancora ne sono sprovvisti29. Certo le vasche e tinozze sono più diffuse, ma difficoltà pratiche affiancano le concezioni tradizionali nel rendere la situazione vischiosa.
 
La biancheria che assorbe. La concezione tradizionale rimanda, ­infatti, ad una sorta di lavaggio a secco. La scomparsa del bagno nel Cinque-Seicento non implica infatti un venir meno della preoc­cupazione per la pulizia. Semmai anzi rispetto ai secoli precedenti tale preoccupazione si accresce. Solo che la pulizia non è più associata all’immersione del corpo nell’acqua e alle abluzioni, quanto piuttosto all’asciugatura del sudore, al frizionamento ­della pelle con panni puliti e profumati, alla sua aspersione con ciprie odorose.
 
La biancheria gioca su questo scenario un ruolo ­fondamentale. Si crede infatti che assorba il sudiciume e le impurità dell’epidermide. Per asportare dal corpo la sporcizia è bene allora cambiarsi spesso, si pensa. In tal modo si potrà evitare o quantomeno limitare il fatto che essa, degenerando, dia origine a pulci e pidocchi. È infatti radicata la credenza che i parassiti nascano dalla decomposizione delle secrezioni corporee, tanto che si ritiene di poterli ridurre anche modificando attraverso una corretta alimentazione la composizione delle traspirazioni30. Si può così sostenere che se le celle dei certosini non pullulano di cimici, mentre quelle dei loro servitori ne sono invase, è perché i primi sanno astenersi dalla carne31. Dai parassiti l’umanità nei secoli qui ­analizzati è però di fatto afflitta, come ricorda, tra mille altri, il caso dei bambini di Bristol che, verso la fine del Seicento, «si spidocchiavano come sciami di locuste in ogni angolo della strada»32. Ecco allora che tra i compiti della buona madre c’è comunque anche quello di spulciare e spidocchiare i suoi bambini33. In un’epoca in cui salassi e applicazioni di sanguisughe sono terapie assai diffuse non manca neppure, d’altronde, chi ritiene i parassiti utili alla salute34.
 
Ma torniamo alla funzione igienica attribuita alla biancheria. Quale ne fosse l’importanza emerge chiaramente dalle parole scritte nel 1626 da un autore, Savot, nel suo trattato sulla costruzione di castelli e palazzi a proposito dei bagni. «L’uso della biancheria [...] oggi ci permette di tenere pulito il nostro corpo più comodamente di quanto potessero fare gli antichi con i bagni», sostiene. Allora l’uso della biancheria era sconosciuto e per stare puliti bisognava lavarsi. Ma oggi, sentenzia, grazie ad essa dei bagni si può fare «più comodamente a meno»35. In un contesto in cui alla biancheria viene affidato il compito di tenere pulito il corpo essa non può che moltiplicarsi.
 
Ma quando nasce? Già nel mondo romano si parla di tunica interior (di tunica cioè da portare sotto altri abiti) ed è probabile che anche i Longobardi ne facessero uso36. È tuttavia soprattutto dal Duecento che si delinea chiaramente la diversificazione tra indumenti più fini che stanno a contatto con la pelle e indumenti più pesanti che li ricoprono37. Originariamente la biancheria è infatti nascosta sotto altri vestiti. Dal Quattro-Cinquecento inizia però a sbucare all’esterno: fa capolino intorno al collo e ai polsi grazie a strisce di stoffa dette in Italia lattughe; sbuffa dall’allacciatura alle spalle delle maniche (all’epoca spesso staccabili); biancheggia nei tagli praticati nelle vesti per lasciar intravedere gli strati sottostanti. Il suo candore diviene così un indicatore visibile della pulizia della persona che la indossa. Non a caso allora nel corso del XVI-XVII secolo colletti e polsini si arricchiscono a dismisura trasformandosi in una sorta di vetrina: vetrina di pulizia ma anche inevitabilmente di lusso e raffinatezza grazie a pizzi, trine e merletti. «Vogliono poi che si sappia che hanno la camiscia di lino finissimo», dice con arguzia la monaca forzata Arcangela Tarabotti di chi la lascia fuoriuscire38.
 
Una volta stabilito il nesso tra pulizia della persona e candore della biancheria che si vede all’esterno, diventa possibile giocare sulle apparenze. Colli e polsini si trasformano spesso in elementi staccabili. Li si può dunque lavare separatamente dalla biancheria che resta nascosta sotto gli abiti: dicono insomma ben poco, in realtà, della pulizia «interna» di chi li indossa39. Sebbene nella mente dei nostri antenati le concezioni igieniche sottostanti al­l’uso della biancheria siano strettamente collegate a preoccupazioni di tipo sanitario, la pulizia è d’altronde per molto tempo una questione soprattutto sociale, un fatto di buona educazione e di decenza40.
 
In questo senso essa è preclusa ai ceti inferiori. Nella misura in cui s’impone l’equazione tra pulizia e biancheria candida, essere puliti diviene un privilegio di chi può permettersi di avere un certo numero di pezzi di ricambio o, quantomeno, di lavare spesso il poco che ha. Ma si tratta di possibilità che non sono alla portata di tutti. Anzitutto acquistare la biancheria costa. In particolare quella più bianca, di lino, di ottima qualità, ha prezzi proibitivi. In Francia nel 1610 le camicie di Isabeau de Tournon valgono 8 franchi ciascuna. Un manovale, per guadagnare una cifra del genere, deve lavorare circa quindici giorni. Non può dunque che accontentarsi, se riesce a risparmiare un po’, di una camicia di canapa, spesso gialliccia: verso la metà del secolo costa circa 2 franchi, l’equivalente di tre o quattro giornate lavorative41. A giudicare dagli inventari post-mortem ancora all’inizio del Settecento anche in una città come Parigi non tutti però ne possiedono una42. Per molti, poi, assicurare un minimo di candore alla propria biancheria più o meno giallognola non è cosa semplice: lavarla la consuma e la rovina43. E chi infine ha una sola camicia quando fa freddo difficilmente può permettersi di farne senza mentre viene lavata e asciugata.
 
Fare il bucato. In una società in cui la pulizia consiste principalmente nel cambiarsi la biancheria, il bucato è in effetti un momen­to importante delle pratiche igieniche. Lavare i panni, come già si accennava, può essere un compito delle donne di casa o di lavandaie e lavandai specializzati (Tavv. 18-19). È in ogni caso un lavoro duro e faticoso, che richiede tempo ed energie. Spesso è svolto fuori casa, alle fontane o vicino ai corsi d’acqua. Le tecniche per lavare e smacchiare sono varie. Per quanto riguarda le macchie si cerca di asportarle con l’ammoniaca, con oli vari, con la crusca; per le macchie di inchiostro si usa il succo di limone, oppure l’allume o la pietra di Troyes. Le macchie sulle divise militari bianche più che tolte sono invece fatte sparire coprendole con la biacca (!)44.
 
E il bucato? come si lava? Il sapone sino alla fine del periodo qui studiato è un prodotto costoso: in Inghilterra si diffonde su larga scala solo nella seconda metà del Settecento. Al suo posto si usa ranno fatto con la cenere del camino (se si brucia della legna), oppure orina che, sviluppando ammoniaca, ha in effetti una certa capacità di sgrassare i tessuti, nonostante la repulsione che ciò oggi può suscitare. Ma si impiega addirittura letame disciolto nell’acqua o nell’orina (ovviamente dopo l’impiego viene tolto con un abbondante risciacquo).
 
Oltre a essere messo in ammollo in tali miscele il bucato viene spesso liberato dalla sporcizia strofinandolo e soprattutto battendolo. In Irlanda tuttavia le donne entrano a piedi nudi nelle tinozze e pestano i panni come se pigiassero l’uva in un tino. La frequenza del bucato è comunque sottoposta a molte variabili, dalla disponibilità di tempo a quella d’acqua o di indumenti di ricambio, come già si accennava45.
 
Cambiarsi le mutande, cambiarsi la camicia. «Ma poi chi abbastanza potrà esagerare gl’incomodi dell’immondezza, del puzzo, della sparutezza e squallore allorché sieno costretti i poverelli a portarsi i mesi e mesi le stesse mutande?», scrive nel 1777 un caritatevole sacerdote. Le mutande sporche sono a suo avviso fastidiose come il «più aspro cilizio di penitente»46. Il non potersi cambiare la biancheria appare ai suoi occhi uno dei tratti caratteristici della miseria. È un’ulteriore, tardiva conferma del carattere socialmente determinato della pulizia nelle società d’Età moderna: c’è chi può permettersi biancheria pulita e profumata, e chi è condannato al lerciume e al fetore.
 
Anche tra i ricchi, tuttavia, le mutande all’epoca non si cambiavano poi tanto spesso, diversamente dalla camicia: prima del matrimonio (1767) il barone di Schomberg cambia camicia e colletto ogni giorno, fazzoletto ogni due, le mutande ogni quattro settimane! (Una volta sposato le cambierà una volta alla settimana.) E nel comportarsi in tal modo non pare un eccentrico, visto che segue le indicazioni dei manuali di galateo47.
 
Ancora verso la fine del Settecento, d’altronde, molti le mutande proprio non le possiedono48. Ciononostante si tratta di un indu­mento antico, conosciuto, ad esempio, tanto dai Longobardi quanto dai Franchi49. In Italia la prima attestazione del termine, che rimanda proprio all’idea di qualcosa che va cambiato, si ha in un testamento del 1268, dove si trovano elencate «mutandas de ­lino»50.
 
La documentazione medievale indica le mutande come prerogativa prevalentemente maschile, forse perché esse in parte si confondono con le brache51. Almeno in Italia, tuttavia, dal Trecento se ne trovano anche da donna52. Dal Cinquecento il loro uso è stimolato dal diffondersi di mezzi per dare volume alle vesti che talvolta tengono scostata dalle gambe anche la sottana, cioè quella che noi oggi chiameremmo sottogonna53. In Francia le mutande femminili vengono introdotte, sembra, da Caterina de’ Medici, che le mette per poter cavalcare senza venir meno alle regole del decoro. Molti le approvano, perché proteggono le parti intime da sguardi indiscreti in caso di caduta ma anche «dai giovani dissoluti, che infilano le mani sotto le vesti delle donne». Altri invece le condannano perché le considerano un’usurpazione del­l’abbigliamento maschile e una trasgressione delle norme ecclesiastiche contro il travestimento con i panni dell’altro sesso54.
 
Complessivamente tra le donne stentano ad imporsi. Certo nel­l’inventario dei beni della ricca cortigiana veneziana Giulia Leoncini e di sua sorella Angelica, redatto nel 1569, sono presenti ben sedici paia di mutande di tela e un paio di lana. Ma le donne del popolo, nei secoli dell’Età moderna, raramente le usano: «mi alzò su i panni» (non: «mi tirò giù, mi strappò le mutande») dicono in genere le donne stuprate quando, nei processi per violenza sessua­le, parlano dell’uomo che ha abusato di loro. «L’ho vista, è rossa come una rosa, l’ha negra e bianca come la neve», urla, a detta di molti, tal Domenico Righi dei genitali di Laura Fabbri, la ragazzina verso cui prova una torbida passione non corrisposta. È la sera del 30 aprile 1630, e lui si è nascosto sotto la scala di legno della casa della fanciulla, nel comune appenninico di Villa d’Aiano, proprio per riuscire a vedere le «parti vergognose» di Laura sotto la gonna. Evidentemente sa che non sono protette da un paio di mutande. In un contesto diverso, il villaggio tedesco di Neckarhausen, nel 1769 Andreas Köpple va anche oltre: rientrando, ubriaco, trova seduta sulle scale, intenta a lavorare del lino, Barbara Häfner, che vive con il marito nella stessa casa dov’egli abita con sua moglie. Andreas le infila una mano sotto la gonna e un dito nella vagina. Dunque non ha le mutande neppure Barbara, che reagisce all’approccio brutale e violento urlando e gridando di lasciarla andare. A livelli sociali più alti la situazione sembre­rebbe differenziata: se da una ricerca su Spalato emerge che questo capo, nella seconda metà del XVIII secolo, è abbastanza diffuso nei guardaroba femminili dei ceti medi e alti della città, e se un’autrice può sostenere che, in Italia, dal secondo quarto del secolo le mutande fanno parte di quasi tutti i corredi, una vasta inda­gine sulla capitale francese mette in luce una situazione diversa55. All’inizio del Settecento a Parigi sono presenti negli ­inventari solo del 3,5% delle nobili, nell’1,6% di quelli delle domestiche e delle mogli e figlie di funzionari, in nessuno di quelli delle salariate. Solo artigiane e bottegaie ne hanno un po’ di più (12%). Di fatto sono considerate un indumento per cacciatrici, attrici e prostitu­te56. A fine secolo risultano più diffuse, ma ancora piuttosto rare (sono presenti nel 7,2% degli inventari di aristocratiche, nel 6,6% di quelli delle mogli e figlie di funzionari, nel 2,6% di quelli di domestiche, ma risultano assenti nel resto della popolazione)57.
 
Il capo principale di biancheria non sono allora le mutande ma, come già si sarà intuito, la camicia. Indumento antico, essa si diffonde nelle campagne italiane con una certa ampiezza solo nel Quattrocento, per quanto sia presente già nel Due-Trecento, e costituisca anzi talvolta l’unico capo di abbigliamento posseduto. Già nel Cinquecento, secondo Benedetto Varchi, i contadini toscani la cambiano una volta alla settimana, la domenica. Spesso però non è un indumento portato sotto altri: soprattutto in estate i contadini indossano solo cappello di paglia e camicia, rappresentata da un camicione senza colletto, con uno spacco dietro e due sui fianchi, lungo almeno fino a metà coscia58.
 
A quest’epoca nelle campagne francesi la camicia è ancora un capo molto raro59. Negli ambienti di corte è al contrario molto diffusa e pare che la si cambi quasi tutti i giorni60. In altri, invece, i ritmi sono molto più rilassati, ma si nota una tendenza all’accelerazione: nelle istituzioni educative a fine Cinquecento si raccomanda di cambiarla una volta al mese, un secolo più tardi in molti collegi si arriva a cambi bisettimanali61. In quest’ottica, non stupisce più di tanto che nei guardaroba dei domestici parigini, il cui stile di vita è influenzato da quello dei ceti presso cui lavorano, le camicie abbondino: tra il 1700 e il 1715, stando agli inventari, ne possiede almeno una l’88% delle serve, che spesso ne hanno a dozzine. I maschi ne hanno in media una decina a testa, ben 25 tra il 1775 e il 1790. Ma non tutti sono così ben forniti. Nella stessa Parigi, considerata la città europea in cui la biancheria è più abbondante, i guardaroba dei salariati sono meno provvisti, tanto che d’estate, la domenica, lungo la Senna, sono molti coloro che lavano la propria unica camicia. Alla fine del secolo dei Lumi lavare la camicia una volta ogni quindici giorni o una volta alla settimana sembra infatti un’abitudine anche tra chi ne possiede una sola, almeno nella bella stagione62.
 
Nelle campagne sarde, in segno di lutto non ci si cambia la camicia per un anno: ciò – nota un autore – testimonia che la camicia è conosciuta e che non cambiarla è un sacrificio63. Ma testimonia anche che portare lo stesso indumento per tutto l’anno è una pratica nonostante tutto accettabile, tanto da parte di chi ha perso un parente, quanto da parte di chi gli sta vicino e deve tollerarne gli odori. Nello stesso periodo in Inghilterra è addirittura usuale, all’inizio dell’inverno, spalmare i bambini di grasso e cucir loro addosso i vestiti, in modo che restino sempre ben coperti e non prendano freddo64.

15.8 Andar d’accordo e litigare

---------------------------------------------------------------------------
www.redigio.it
 
 
Andar d’accordo e litigare
 
In questo senso, il fatto di andare d’accordo o meno giocava un ruolo importante, per chi poteva permettersi di seguire le sue inclinazioni. Per esempio, nel 1789, accingendosi per la terza volta al matrimonio, Francesco Albergati Capacelli – famoso commediografo figlio dei già citati marchese Luigi ed Eleonora Bentivoglio29 – stabilisce in accordo con la futura sposa Teresa Checchi Zampieri che, qualora ella rimanga vedova senza prole e non possa o non voglia continuare a convivere con il suo figlio di primo letto Luigi, godrà di un assegno di ottocento scudi annui «oltre un appartamento decentemente amobigliato con comodo di cuccina, granaro, e cantina del tutto forniti nel suo palazzo in Bologna, come altresì tre letti uno per di lei uso, due per uso di famiglia»30. Dodici anni più tardi, redigendo il suo ultimo testamento (1801), Francesco tornerà ad affrontare il problema del trattamento di Teresa in caso di vedovanza. Qualora ella o mio figlio Luigi, scrive, «non vogliano più vivere uniti come una sola famiglia fra loro ancora alla sola, e stessa tavola in allora ordino e voglio che detta mia consorte debba conseguire [...] annuali Lire cinquemilla [...], che abbia il semplice uso, e godimento de’ surriferiti appartamenti in città ammobigliati con decenza, [...] due carrozze [...], due cavalli». Il mio erede, continua, le destinerà «una cantina, e tinazzara, granaro, legnara, e la biancheria», «una guardarobba sufficiente, e l’abitazione per li domestici»31.
 
Esattamente dieci anni prima che il marchese Albergati stendesse il suo primo testamento, anche Michael e Maria Redl, una coppia di contadini di Taures, in Austria, prendono in seria considerazione il problema di come gestire le tensioni familiari. La loro preoccupazione, tuttavia, non verte su quello che succederà dopo la loro morte, ma sul futuro che li aspetta. Stanno infatti stendendo un contratto di cessione della fattoria al figlio e alla nuora simile a quello fatto da Joseph e Anna Maria Pichler analizzato nel capitolo precedente. Si riservano dunque il diritto di continuare a vivere nella casa ma stabiliscono che, se con figlio e nuora non potranno «andar d’accordo, allora si costruirà una stanza separata all’interno della casa»32. Clausole del genere non erano rare nei contratti con i quali, soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale, i genitori «passavano» casa e campi ad uno dei figli: talvolta prevedevano addirittura che i figli pagassero ai genitori l’affitto in un’altra casa33. In certe zone le fattorie erano invece provviste di una casupola separata per i genitori che si ritiravano, anche se poi a volte c’era chi preferiva affittarla a contadini senza terra (Heuerlinge) tenendosi i genitori in casa34.
 
Ma non tutti avevano la possibilità di scegliere liberamente se convivere o meno con i propri familiari e congiunti in base ai sentimenti che provavano. Talvolta scelte del genere erano impossibili oppure avevano costi assai alti: nella Franca Contea i servi (serfs) potevano ereditare gli uni dagli altri solo se vivevano insieme sotto lo stesso tetto, allo stesso focolare e alla stessa tavola. Ciò evidentemente poteva creare situazioni intollerabili: quando scoppiò la Rivoluzione francese alcuni di essi inviarono agli Stati Generali un cahier de doléances in cui denunciavano che ogni casa sembrava «una vera e propria prigione» nella quale i prigionieri erano costretti a vivere insieme per non perdere la quota di terra che avevano «innaffiato con il sudore della loro fronte». I figli dovevano insomma rimanere uniti nella casa paterna, sia che andassero d’accordo sia che fossero in conflitto, e dovevano continuare a farlo anche quando si sposavano e le rispettive mogli non si integravano pacificamente nella compagine familiare. Le tensioni erano alimentate, oltre che dalla costrizione alla convivenza, dal fatto che – se uno dei membri se ne andava – aumentava la quota ereditaria di chi rimaneva. Esasperare uno o più coresidenti, mettendone a dura prova la pazienza per provocarne la partenza, era pertanto strategia praticabile e praticata35.
 
Situazioni simili si ritrovavano anche in altre zone. Per i signori feudali russi verso la fine del Settecento divenne usuale impedire o limitare la divisione delle famiglie dei loro contadini: per questo le isbe di Mishino erano tanto affollate36. E una situazione analoga si creò, dopo il 1754, nelle zone del confine orientale dell’Impero asburgico in cui le famiglie fornivano soldati per l’esercito: poiché era più facile reclutare i soldati da famiglie ampie piuttosto che da piccole unità familiari, si decise di proibire le scissioni. È probabile, quindi, che i grandi gruppi familiari detti zadruga, tipici della zona, rispecchiassero più le esigenze imperiali che i desideri dei contadini37.
 
Inversamente, nella Polonia occidentale, nel XVIII secolo, i signori feudali cercavano di evitare che i figli dei contadini, quando si sposavano, rimanessero con i genitori. Non era infatti vantaggioso, per i padroni, che molti maschi adulti vivessero insieme, dal momento che quanto era dovuto al signore era proporzionale all’area del podere, non al numero di persone che lo lavoravano. I signori feudali cercavano pertanto di installare i contadini su appezzamenti diversi. Inoltre, poiché la presenza di una coppia era di fondamentale importanza per garantire la produttività di una fattoria, costringevano i vedovi – maschi e femmine – a risposarsi rapidamente, pena la perdita del podere. Analogamente, quando un figlio adulto succedeva al padre, se era celibe lo costringevano a sposarsi in fretta. Nel caso delle grandi tenute che disponevano di bestie da soma, cercavano tuttavia in vari modi (non sempre con successo) di evitare la frammentazione dovuta al sistema ereditario divisibile seguito dai contadini. Qualche nuovo podere privo di bestie da soma non garantiva loro, infatti, un lavoro paragonabile, quanto a produttività, a quello assicurato da una grande fattoria dotata di bestiame38. Anche in Curlandia i feudatari spingevano i vedovi a risposarsi e tentavano di imporre ai contadini la trasmissione di tutta la terra ad un unico figlio costringendoli a richiedere l’autorizzazione signorile per dividere i fondi rustici39. E se in Europa orientale i signori impedivano generalmente ai contadini di contrarre matrimonio fuori dai loro domini per non perdere forza-lavoro, in Italia, come accennato, i mezzadri per sposarsi dovevano chiedere il permesso al padrone del fondo40. Non sempre insomma si poteva scegliere liberamente con chi condividere gli spazi della propria vita quotidiana41.

15.9 Sposarsi

---------------------------------------------------------------------------
www.redigio.it
 
 
Sposarsi
 
Urla e schiamazzi dalla strada. Una folla di persone attornia un carro: trasporta i beni della sposa, li stanno portando nella casa dove abiterà la nuova coppia. Ma dove siamo? E quando si svolge la scena? Siamo nella Firenze rinascimentale? Nella valle della Soule ottocentesca? O in Sardegna? Più o meno pubblicizzato e ritualizzato, il trasporto dei beni della sposa nella dimora della nuova coppia rappresenta in buona parte d’Europa un momento importante delle cerimonie nuziali1 (Figg. 6-7).
 
E allora seguiamolo, questo carro: accodiamoci anche noi al gruppo festante. Dove si dirige? Verso una nuova casa indipendente? Non necessariamente. I matrimoni non implicano infatti per forza la formazione di una famiglia autonoma, di una nuova unità coresidente: non sempre insomma chi si sposa mette su casa per conto proprio. Nella Carinzia rurale ci sono addirittura servi agricoli che dopo le nozze non vanno ad abitare con il coniuge2. E in Svizzera si sa di uomini costretti a sposare donne con cui hanno avuto rapporti sessuali dietro promessa di matrimonio che, dopo le nozze, si rifiutano di coabitare con la moglie3.
 
Inversamente, la formazione di un nuovo aggregato domestico non necessita sempre di un matrimonio. Ci sono infatti zone e/o gruppi sociali in cui tutti i maschi che si sposano portano le loro mogli in casa dei genitori, dando vita, così, a famiglie formate da varie coppie con i loro bambini («famiglie multiple», nel linguaggio degli studiosi delle strutture familiari). È il caso delle famiglie mezzadrili dell’Italia centrale; di quelle dei servi della gleba russi; delle comunità dell’Alvernia, dei Bauges, del Borbonese, del Nivernese, del Morvan che arrivano a includere una cinquantina di persone; delle grandi famiglie dei Balcani dette zadruga, che ne possono includere addirittura un’ottantina4 (Figg. 10-11). Ma l’aggregato domestico non può crescere all’infinito. Ad un certo punto può dunque rendersi necessaria la sua scissione: ecco allora che alcuni dei membri se ne vanno, si trasferiscono in un’altra casa dando origine ad una nuova famiglia senza che essa sia direttamente scaturita da un matrimonio5.
 
Dobbiamo allora concludere che in Età moderna le nuove coppie non andavano mai ad abitare da sole? E che il titolo dato a questo capitolo è in sostanza fuorviante? Assolutamente no. In Inghilterra, in Islanda, in Danimarca, in Norvegia, nella Francia settentrionale, in Olanda, in alcune zone della Germania, nella Penisola iberica meridionale e sud-orientale, nell’Italia del Sud e in Sardegna gran parte delle coppie dopo il matrimonio mettevano su casa per conto loro, creando famiglie formate da genitori, figli ed eventuali domestici. In gergo tecnico si dice che seguivano la regola di residenza «neolocale» e formavano aggregati domestici «nucleari». Nella Spagna e nel Portogallo settentrionali, nei Pirenei, nella Francia meridionale, nell’Italia centrale e, in parte, in quella settentrionale, nelle Alpi, in Austria, in buona parte della Germania, in Svezia, in Finlandia, nell’Europa orientale e balcanica era invece frequente che gli sposi andassero ad abitare con la famiglia del marito («patrivirilocalità»). Pur con notevoli differenze tra un’area e l’altra e tra un periodo e l’altro ciò rendeva più diffuse, in queste zone, le famiglie «complesse», vale a dire quelle in cui c’erano più coppie con i loro bambini («famiglie multiple») e quelle in cui uno o più parenti abitavano insieme ad una coppia con i figli («famiglie estese»)6.
 
Paese che vai usanze che trovi, si potrebbe dire. E infatti in buona parte è così. Le differenze non derivavano però solo da tradizioni locali: il tipo di insediamento della popolazione, gli andamenti demografici, il tipo di organizzazione socio-economica prevalente nelle singole aree, le leggi e, in campagna, le direttive dei proprietari terrieri, e poi ancora il ramo di attività delle famiglie e il loro livello di reddito spesso giocavano un ruolo importante nel differenziare una zona dall’altra e, anche all’interno di una stessa zona, un periodo dall’altro, un gruppo sociale dall’altro. Così se invece di guardare l’Europa da lontano avviciniamo lo sguardo come cosmonauti che rientrano sulla terra a bordo di una navicella spaziale, ecco che vaste aree apparentemente uniformi cominciano a brulicare di mille differenze.
 
Studi condotti su città inserite in regioni in cui le famiglie complesse erano piuttosto diffuse come Lione, Mâcon, Porto, vari centri dell’Italia centro-settentrionale mostrano che nel perimetro urbano c’erano più famiglie nucleari che nelle campagne circostanti. Molto probabilmente alcune caratteristiche della città, come spazi ristretti, scarsa diffusione della proprietà immobiliare, presenza di immigrati senza parenti, una mortalità più alta che nel mondo rurale, contribuivano a spiegare tale diffusione, insieme ad altri fattori economici e culturali. Non tutti si comportavano però allo stesso modo: vivevano in famiglie nucleari soprattutto i ceti artigiani e medio-bassi, mentre i nobili e i ricchi dimostravano una più marcata tendenza a vivere in famiglie complesse, tendenza, quest’ultima, che peraltro è stata talvolta riscontrata pure in ­centri situati in zone dove la famiglia nucleare era prevalente anche in campagna. È ad esempio il caso di Turi, una cittadina pugliese7.
 
Le differenze tra gruppi sociali diversi si facevano comunque sentire anche in campagna. Nella Galizia rurale di metà Settecento, ad esempio, le famiglie di nobili e hidalgos erano complesse nel 30,5% dei casi, mentre negli altri gruppi la percentuale di aggregati domestici di questo tipo era molto più bassa (oscillava tra il 10 e il 25,5%). Ma era dato di riscontrare differenze, talvolta profonde, perfino tra coloro che vivevano del lavoro dei campi. I braccianti senza terra e più in generale i lavoratori agricoli che non avevano poderi da condurre in proprio, presenti in zone diverse e lontane come il Portogallo settentrionale, varie aree italiane, l’Ungheria, il villaggio tedesco di Belm o la comunità spagnola di Melina, presso Valencia, erano accomunati dal fatto di vivere in famiglie nucleari più spesso dei contadini che erano insediati in un podere, fosse esso di loro proprietà o di un proprietario terriero8. Non a caso, dunque, l’alto numero di braccianti nella popolazione agricola è stato considerato uno degli elementi che spiegano la prevalenza di famiglie nucleari in molte aree della Penisola iberica e dell’Italia meridionale9. I contadini appoderati abbastanza spesso vivevano invece in famiglie complesse. Ciò non deve stupire. Essi avevano bisogno di braccia per lavorare il fondo agricolo. E dunque per loro avere una famiglia numerosa poteva essere una buona soluzione, anche se non era necessariamente l’unica: se e quando le braccia scarseggiavano si potevano assumere – per l’appunto – dei braccianti, o dei servi agricoli, che rispetto ai parenti permettevano anzi una maggiore flessibilità (questa seconda soluzione nell’Europa nord-occidentale veniva ampiamente preferita a quella di condividere la gestione della terra con persone lega­te da vincoli di parentela)10. Ma, come vedremo nelle prossime pagine, c’erano anche altre ragioni che potevano favorire la presenza di famiglie complesse tra i contadini che lavoravano un podere.
 
Coppie che vanno ad abitare da sole, uomini che portano in casa le loro spose: e le donne? C’erano mariti che si trasferivano a casa delle mogli al momento del matrimonio? Ce n’erano, ma erano senza dubbio complessivamente casi più rari. E la loro presenza era legata a condizioni demografiche e sociali particolari, più che a usanze locali in tal senso, che pure esistevano. «Perdetti la più bella occasione del mondo», dice Ménétra a proposito di una «deliziosa» vedova con una fiorente attività presso la quale egli lavorava e con la quale aveva una relazione. Inquieto tombeur de femmes, egli la lasciò per godersi, ancora per un po’, la sua libertà senza una moglie tra i piedi. Ma per i giovani artigiani che avevano concluso l’apprendistato e che nel corso dell’Età moderna incontravano crescenti difficoltà ad aprire una bottega in proprio, sposare la vedova di un mastro artigiano installandosi in casa sua era una delle soluzioni migliori per sistemarsi11.
 
Lo stesso poteva dirsi, in campagna, per i giovani senza mezzi che riuscivano a sposare ragazze che, non avendo fratelli, erano eredi di una fattoria (un’eventualità, l’assenza di figli maschi, che pare toccasse circa il 20% delle famiglie, mentre il numero effettivo delle ereditiere si aggirava spesso attorno al 30%)12. Ma se da un lato per lo sposo concludere un matrimonio del genere poteva essere un affare13, dall’altro in molte comunità lo esponeva, almeno nelle campagne francesi, a venir bollato con nomignoli denigratori e a subire scherzi più o meno crudeli in occasione delle nozze. Significativamente tali nomignoli pare fossero assenti in Bretagna e nel Bas-Léonnais, dove invece i matrimoni «uxorilocali», cioè per l’appunto quelli in cui il marito va ad abitare in casa della moglie, erano frequenti14. Pur circoscritte, non mancavano, infatti, le zone in cui tali matrimoni erano diffusi, come la Puglia, l’Alto Minho (Portogallo), le piccole isole del Mar Egeo15.
 
In Francia, ma forse anche altrove, in questo tipo di matrimonio, detto mariage en gendre, era del marito il «corredo» che veniva trasportato nella casa della sposa, con un ribaltamento dei ruoli che rischiava di intaccare le tradizionali gerarchie tra maschi e femmine e che pare rendesse queste unioni, laddove non erano frequenti, particolarmente soggette a tensioni e conflitti16.
 

15.10 Chi paga?

---------------------------------------------------------------------------
www.redigio.it
 
 
Chi paga?
 
Nel 1563 Marina Locatelli, veneziana, fa testamento. Probabilmente è incinta e teme di morire durante il parto. Tra le sue disposizioni c’è anche l’istituzione di un legato di 200 ducati «in fondi per maritar» la figlia di uno dei confratelli della Scuola di San Giovanni Evangelista. I timori di Marina (posto che fossero davvero tali) risultano per fortuna infondati: eccola nel 1588, ormai vedova, che promette in sposa la figlia Lucrezia ad un avvocato, Antonio Rizzo. La dote di Lucrezia sarà composta di 600 ducati in contanti, «roba» per 200 ducati, e di uno stabile che Marina aveva avuto come pagamento della sua dote151. Marina dunque con i suoi beni finanzia la dotazione di una fanciulla bisognosa e trasmette parte della sua dote alla figlia. Nel suo muoversi sia in famiglia sia all’esterno per dotare delle ragazze compendia un po’ in sé la vastità delle reti di relazioni che potevano essere coinvolte nel finanziamento di una nuova coppia.
 
Esso, infatti, come si è visto, poteva interessare l’intera comunità alla quale i futuri sposi appartenevano. E ciò era vero non solo nell’Europa mediterranea. In Inghilterra, per esempio, come in altre zone, al momento delle nozze tutti gli amici e parenti provvedevano ad aiutare i nubendi con regali e collette di denaro152. In molte comunità francesi nessuno trovava disdicevole che le ragazze «da marito» più povere mendicassero di porta in porta, nei villaggi, un po’ di canapa e di lino per tessere i loro ­corredi153.
 
Tirando le somme di questa rapida carrellata, possiamo dunque concludere che sia lo sposo sia la sposa contribuivano a finanziare la fondazione della nuova famiglia. Nel mondo contadino e ancor più in quello aristocratico la terra era soprattutto un apporto maschile, per quanto anche le donne potessero portare in dote qualche campo o prato, come si è visto. Non di rado, tuttavia, nella costituzione delle doti venivano preferiti beni mobili e denaro. Tra i ceti popolari il letto nuziale in molte zone d’Europa era tradizionalmente parte del contributo femminile.
 
I modi in cui uomini e donne si procuravano tali beni erano diversi a seconda dei contesti economici, sociali e culturali. Complessivamente, comunque, è emerso che – laddove ci si interroghi sul problema del finanziamento delle nuove coppie154 – sarebbe riduttivo concentrare l’attenzione solo sugli sposi: famiglie, datori di lavoro, gruppi di mestiere, comunità di appartenenza, isti­tuzioni assistenziali e via discorrendo davano il loro contributo affinché fosse possibile gettare le basi materiali di una nuova unione. Ad esclusione forse solo dei matrimoni clandestini e di quelli delle fasce più infime della società, le nozze attivavano insomma intensi flussi di beni. I modi in cui ci si procurava il necessario per sposarsi influenzavano o quanto meno interagivano sia con l’età al matrimonio degli sposi, sia con il fatto che mettessero su casa da soli o meno, anche se, come sempre capita quando si parla di uomini in grado di escogitare soluzioni diverse ad uno stesso problema, cercare dei nessi causali assolutamente necessari e inevitabili tra un elemento e l’altro è uno sforzo destinato al fallimento.
 

15.11 Storia mortadella e panino

---------------------------------------------------------------------------
www.redigio.it
 
Storia mortadella e panino
La mortadella è un salume italiano le cui origini oltre che in Emilia Romagna si possono rintracciare su buona parte del territorio nazionale. In passato infatti si producevano varie tipologie di mortadelle dai diversi formati e caratterizzate da svariati ingredienti: mortadelle grandi, piccole, molto speziate o semplicemente aromatizzate col pepe.
Ancora oggi per esempio si produce una mortadella nel comune di Campotosto in provincia dell'Aquila caratterizzata da una forma ovoidale, preparata con una barretta di lardo all'interno del prodotto ed aromatizzata con sale, pepe e vino bianco. A Ragusa invece si produce una mortadella con carne di asina o di bufala mentre attorno al lago d'Orta e nella bassa Valsesia in Piemonte vengono preparate mortadelle di fegato sia crudo che cotto.
Se nel "libro per cuoco" di origine veneziana la mortadella veniva preparata con fegato di maiale bollito, uova e formaggio, invece Platina ci parla delle sue dimensioni e, riportando una ricetta di Maestro Martino, racconta che le mortadelle venivano preparate della grandezza di un uovo. Ma è con la mortadella di Bologna che questo salume raggiunge una certa notorietà al di fuori dell'Italia fino a raggiungere una vasta fama . Nel 1661 il cardinale Giacomo Farnese a Bologna emetteva un bando in cui condannava chi cercava in qualche modo di preparare mortadelle con ingredienti di bassa qualità, rovinando in questo modo la buona reputazione della città di Bologna che era già famosa per la sua produzione di salumi. Nel 1664 nell'opera: "L'economia del cittadino in villa" del marchese Vincenzo Tanara, compariva invece la prima ricetta scritta per preparare la mortadella. In essa vi erano contenute le quantità esatte di spezie e di carne di maiale da utilizzare. In effetti in quegli anni la mortadella di Bologna aveva già ottenuto una certo successo: Ovidio Montalbani, per esempio, noto medico nonché buongustaio, la elogiava definendola il salume più adatto per i piaceri della gola; François Deseine, nella descrizione dei cibi più buoni d'Italia annoverava il celebre salume di Bologna tra i migliori alimenti incontrati. Nella città felsinea i produttori di mortadella, d'altro canto, per mantenere un primato nella produzione, erano molto attenti a non diffondere la loro ricetta e a tenerla segreta. A proposito il padre domenicano Giovanni Battista Labat, che visse a Bologna per alcuni anni, nel resoconto dei suoi viaggi, riportava le difficoltà incontrate per trovare la vera ricetta della mortadella di Bologna. Ma il successo di questo salume crebbe nel tempo fino ad estendersi oltre l'Europa.
Alla fine dell'Ottocento i fratelli Medardo ed Ugo Bassi ottenevano un certo riscontro nell'area bolognese come produttori di mortadella e venivano perciò inviati all'Esposizione universale di Filadelfia. Dal 1873 la mortadella, che prima veniva esportata intera, iniziava ad essere inviata fuori dall'Italia anche tagliata a fette: dopo essere stata affettata veniva infatti chiusa in una scatola di latta. L'invenzione dell'affettatrice viene attribuita a Luigi Giusti e si ritiene che l'abbia inventata per supplire alla quantità di tempo necessaria per il taglio a mano.

15.12 Brieve racconto di tutte le radici,

---------------------------------------------------------------------------
www.redigio.it
 
 
 
GIACOMO CASTELVETRO
 
Brieve racconto di tutte le radici,
di tutte l'erbe e di tutti i frutti
che crudi o cotti in Italia
si mangiano.
 
 
Con molti giovevoli segreti
(non senza proposito per dentro esso scritti)
tanto intorno alla salute de' corpi umani
quanto ad utile de' buoni agricultori necessari.
 
 
14 giugno 1614
In Londra, M.DC.XIV
 
 
 
 
 
DEGLI ERBAGGI, CHE NELLA PRIMAVERA, COME ANCOR NELLE ALTRE STAGIONI, CRUDI E COTTI IN ITALIA SI MANGIANO.
 
Degli erbaggi mangiativi.
Più volte meco medesimo pensando e sottilmente quante cose al vivere umano giovevoli questa nobile nazione da un cinquanta anni in qua s'abbia apparato a seminare e a mangiare dal concorso di molti popoli rifuggiti in questo sicuro asilo per ischermirsi e per salvarsi da' rabbiosi morsi della crudele et empia Inquisizione romanesca, le quali erano prima da quella come cattive a mangiare sprezzate e come nocive alla salute de' corpi loro aborrite, mi son grandemente maravigliato di vedere che oggidì molti ancora, o per trascuraggine o per ignoranza, assai altre di seminare si rimangano, le quali pure non son men buone a mangiare né meno salutifere a' corpi nostri che quelle si sieno; il veder poi alcuni pure alcune di queste seminare, ma non già per voglia di cibarsene, ma sì più tosto spinti da vaghezza di riempire i colti loro di varie qualità d'erbe ciò farsi. Queste considerazioni adunque han mosso me a cercar di porre per iscritto (al meglio mi saprò ricordare) non solo il nome di tutte quelle radici, di tutte quelle erbe e di tutti que' frutti, che nella civile Italia si mangino, ma ancora di mostrare come, per trovare le predette cose buone, si vogliono cuocere, e in compagnia di che, crude, s'usino a mangiare, acciò che, per falta di questo, non s'astengan più da seminarle né da mangiarle. Sì che, per dar principio a questa mia per aventura non afatto disutile fatica, comincierò, col nome di Dio e con un ardente desio di giovare al prossimo mio, da quelle erbe che nella verdeggiante e vaga primavera prima fuori della terra appaiono.
 
De' lupuli. - Pertanto dico la prima erba, che in così fatta stagione si vegga, il lupulo è, che non mangiam noi mai cruda; ma, dopo averne in più acque lavata quella quantità ne piace, a cuocere in acqua con un poco di sale mettiamo; e, cotta, di là la traemo, e ben bene sgocciolata in un piatto netto posta, con sale, con assai olio, con poco aceto, od in suo luogo succo di limone, e un poco di pepe franto e non polverizzato l'acconciamo, e inanzi pasto per insalata l'usiamo. Altri poi, bolliti che hanno i lupuli, gl'infarinano e in olio gli friggono, e sopra vi sparono un poco di sale, di pepe e succo di melaranzi, e così con gusto se gli mangiano. E perché questo simplice è sovrano a rinfrescare e a purificare il sangue, gli uomini che non vogliono per ogni leggier cagione molestare il medico, né saziar gli 'ngordi speziali, e pur è loro a cuore la salute de' corpi loro, pigliano un piccicotto di questo simplice e altretanto fumoterra, cicorea, indivia e boraggine, e tutte insieme, ben lavate, in acqua senza sale fan cuocere. E qui si vuol notare che l'acqua non sarà men di due quarte, e si faran tanto in quella bollire che scemi la metà, e poi l'erbe si trarranno, che pure per insalata la sera si mangiano; e la mattina, anzi levarsi del letto, si beono un buon bicchiere di quella decozione tepida, e ciò continuano di fare lo spazio di sette o di nove mattine, e dopo prendono una presa di cascia o di manna o d'altro leggiero purgativo, e a questa guisa freschi e sani tutta la vegnente estate con poco costo si conservano. Questa medicina usano spezialmente quelli che dalla rincrescevol e ischivevole rogna son molestati, e in un subito restan mondi e sani.
 
Degli sparagi. - Appresso, anzi per poco nel medesimo tempo, vengono gli sparagi, frutto, o vogliamlo chiamare simplice, vie migliore del lupulo. Questi vengono d'alcuni mangiati crudi col sale e col pepe, ma, cotti e acconci come de' lupuli vengo di dire, a me piacciono molto più. Altri di loro pigliano i più grossi, e prima d'olio gli ungono bene, e poi, avendovi sparto alquanto sale e pepe, sopra un tagliero gli rivolgono per quel sale impeperato, e così acconci sopra la graticola ad arrostir gli mettono, et è un delicato mangiare, massime spargendovi sopra sugo di naranzi. È lo sparago sanissimo, non facendo male a parte veruna del corpo umano, e sopra il tutto è ottimo per coloro che con pena orinano, perch'è aperitivo molto.
 
De' broccoli. - Dietro a questi i broccoli delle verze o de' cavoli lumbardi vengono, che sono le tenere foglie che i torsi de' cavoli restati negli orti tutto lo 'nverno gittano in questa stagione fuori, e van cotti e apprestati come ho di già detto ne' predetti due simplici, se bene alcuni metton a bollire con questi uno o due capi d'aglio, che gli dà un gusto mirabile.
 
De' carciofi. - Seguitano i carciofi, dico in Italia, ove non durano tutto l'anno, come sovente fanno in questo fertilissimo reame. Si mangiano i carciofi crudi e cotti, ma con alcun ragionevole riguardo, perché, come son grossi quanto è una commune noce, son buoni da mangiar crudi, né altro con essi si mangia che sale, pepe e cacio vecchio. Se ben molti senza il cacio li mangino, gli uni ciò fanno per aborire tal cibo, gli altri per generar lor catarro e alcuni per ignoranza, non sapendo qual sapore accresca loro; né più grossi d'un pomo commune crudi son buoni. A più foggie poi noi gli cuociamo, oltre alla non biasimevole maniera inglese, perché i piccioli, che non vogliam mangiare crudi, tagliate alquanto le cime delle loro pungenti foglie, diam loro prima un bollo in acqua pura, la qual gittiam via per essere amarissima, e poi gli facciam finire di cuocere in buon brodo di carne grassa di manzo o di capponi; e cotti che sono, li nettiamo in un piatto alquanto cupo con un poco di quel brodo, e sopra vi spargiamo formaggio vecchio grattugiato e pepe, che accresce lor bontà, e così vengono da noi trovati un ghiotto mangiare, che a scriverlo mi fa venir l'acqua in bocca. Di simiglianti ancora ne facciam pasticci accompagnati da monne ostriche e dalla midolla de' manzi, non gli privando del suo sale né del suo pepe, e per farne tai pasticci convien dar lor prima il bollo testé detto. I più grossi cuociamo su la graticola, tagliando lor la metà delle foglie, e sopra vi gittiam olio, pepe e sale; e chi dopo gl'inaffierà di sugo di naranzi mi rendo certo che non farà lor danno veruno; e piacciono oltre a modo, a questa maniera cotti, a chiunque ne mangia. I soverchi grossi, quali in questa isola nascono, cuociamo un poco prima in acqua e poi tra le loro gran foglie, che dalla metà in su tagliamo, mettiamo delle ostriche con dell'acqua lor natia e bocconcini di midolla di manzo con pepe, sale e olio o butiro fresco, e poi ne facciam pasticci che riescono fuor d'ogni credere ottimi.
 
Della fava capodeca verde. - Nel medesimo tempo vengono le fave verdi, d'alcuni chiamate casaline e d'altri capodiche, le quali noi mangiamo dopo pasto con formaggio salato; e non avendone di tale, usiamo del parmegiano, e sempre col pepe; ma non avendo formaggio alcuno, usiamo ancora il sale. Quando poi cominciano a divenir dure, le mangiamo cotte nella seguente maniera: le facciamo prima cuocere un poco in acqua per poterle levar quella corteccia verde-gialla, e così, di quella spogliate, le mettiamo in una teggiuzza con olio o con butiro fresco, con erbe buone, sale e pepe; e lasciate quivi adagio cuocere, riesce un manicheretto buono.
 
Erbe buone quali sieno. - Ma, prima di proceder più oltre, è bene dimostrare quello che per erbe buone io intenda, conciosia cosa che questa maniera di parlare mi convenga spesso usare. Perciò dico che le nostre massare chiamino erbe buone una certa proporzione di petrosello, di bietola, di menta, di basilico e di timo, ma più delle due prime, per esser meno agute, le quali prima si vogliono lavare, poi col coltello minutamente tagliare, e così fatta mischianza usiamo a condire molti cibi, e spezialmente le fave.
 
De' piselli. - Seguitano poi i piselli, legume più nobile, e particolarmente quelli i cui baccelli son non punto men buoni a mangiare che i lor grani si sieno. Questo legume noi cuociamo, oltre alle buone maniere di questa nobil contrada, ancora in minestra tanto da grasso quanto da magro, in compagnia delle erbe buone. E cocendogli da grasso, si cuocono in brodo buono, et essendo mezzo cotti, vi mettiamo del lardo pesto, sì che sia come butiro; cocendogli poi da magro, invece di lardo e di brodo usiam l'acqua, ma poca, e olio assai, col sale, con l'erbe buone e con le spezie forti o dolci.
 
Delle cime della malva. - Abbiamo ancora in questo medesimo tempo le cime della malva, anzi che comincino a fiorire. Si tagliano adunque lunghe un palmo, tagliando tutte le foglie, eccetto una o due piccole, che cingono i bottoncini su l'ultima parte di quelle; co' predetti bottoncini son buone. Si cuocono poi e s'acconciano come i lupuli, e senza noia veruna lubricano il corpo e non poco contra i dolori dell'orina giovano.
 
De' cuori della lappola maggiore. - Sono parimente buoni in questa stagione i bianchi cuori della lappola maggiore, li quali dalle radici surgono tra le sue ampie foglie [e] appaiono candidi; li quali si mondano e, non volendosi subito mangiare, in acqua pura si gittano acciò che si mantengan bianchi; col sale e col pepe poi si mangiano crudi, né hanno piggior sapore che s'abbiano i cardoni e i carchioffoli.
 
Ma è ormai tempo che delle diverse e più commun insalate, che in questo tempo si trovano e con gusto si mangiano, passi a ragionare.
 
Della diversità delle insalate di questa stagione.
 
Della cicorea salvatica. - Quanto grate, gustevoli e sane sieno nel principio di questa tutta ridente stagione le verdi insalate a pieno non si può esprimere, e questo per due speziali ragioni credo avenire. L'una è per essere ormai le cotte dello 'nverno venute a rincrescimento non picciolo; l'altra è per apportar queste verdi molto piacere agli occhi, assai gusto al palato e (che monta più) non già poca salute a' corpi umani, purgandogli da' malinconici e da' nocivi umori della passata rea stagione ammassati: quali son quelle de' teneri germogli della cicorea salvatica (altrimenti dente di leone appellata) e della domestica ancora, cotti però con un poco della sua radice, la quale prima si rade e poi si lava; e dopo ciò, nel farla, si frega prima il piatto d'aglio, e ultimamente con sale, olio e aceto si fa.
 
De' raponzoli. - Sono eziandio allora buoni i raponzoli, che sono certe radicine candide, lunghette e sghiaccide molto; e non pur le radici sole, ma le foglie sono ancor buone; e queste ancor si deono radere, e crude in insalata si mangiano e con molto gusto delle persone che tal insalata san conoscere. Alcuni ancora nella patria mia ne fann'ottima minestra, cocendole in molto buon brodo di carne con pepe e cacio grattugiato sovra.
 
Dalle mischianze, ottima insalata. - Ora, tra tutte le insalate che in questa stagione si mangiano, le mischianze, quali andrò notando, portano di bontà il vanto, e nella seguente maniera si fanno. Si piglia una parte delle spuntanti foglie della menta riccia, quelle del nasturzio, del basilico, della cidronella, le cime della pimpinella, del dragone, i fiori e le foglie della borana, i fiori dell'erba stella, i germogli del rinascente finocchio, le foglie della ruvola gentile e dell'acetosa e i fiori del rammerino, alcune violette mamole, le più tenere foglie overo i cuori della lattuca e simiglianti. Queste rar'erbe, ben nettate che fiano d'ogni secca foglia e in più acque ben lavate e un po' poco asciutte con un mondo pannicello di lino, si acconciano come ormai s'è, parlando d'altre, insegnato. - Ma perché non è assai l'aver molte buone erbe per fare che la insalata riesca buona, conciosia cosa che la bontà di quella altretanto consista in saperla fare, giudico esser ben fatto, anzi di proceder più oltre, dimostrar qui il modo di farla. Laonde dico che monta molto a saperla lavare e poi condirla, essendo che molte cucinatrici e cuochi oltramontani, avendo l'erbe preste a lavare, quelle in un secchio pieno d'acqua overo in alcuno altro vaso mettono, e dopo averle in quello un poco dimenate e slavacchiate, non le tirino fuori di là colle mani, ma colino l'acqua, il che fa che la rena, che attorno l'erbe si sta, vi si rimanga, onde, nel mangiarsi poi l'insalata, si sente con non picciol noia sotto i denti; perciò conviene che la persona che la dèe fare, avendosi prima le mani lavate, metta l'erbe in un catino pien d'acqua, e dopo averle quivi bene dimenate, le cavi fuori, e ciò facci almen tre o quattro fiate, e così vedrassi nel fondo del vaso la rena, e ogni altra lordura si resterà; e poscia averle bene sgocciolate e alquanto asciutte, come a dietro ho detto, si pongono nel piatto ove prima un poco di sale sia, e in porvi le erbe vi si dèe andare spargendo sopra del sale e, dopo, l'olio con larga mano; e ciò fatto, si vogliono rivolgere molto bene con le dita ben monde, overo col coltello e con la forchetta, ch'è più graziosa maniera; e questo si fa acciò che ogni foglia pigli l'olio, e non fare come i Tedeschi e altre straniere generazioni fanno, li quali, appresso avere un po' poco l'erbe lavate, in un mucchio le mettono nel piatto e su vi gittano un poco di sale e non molto olio, ma molto aceto, senza mai rivolgerla, non avendo eglino altra mira che di piacere all'occhio; ma noi Italici abbiam più riguardo di piacere a monna bocca. Altri fan vie peggio, che così pure ammucchiate con sale e solo aceto in tavola le mandino, onde convien poi quivi porvi l'olio, ché l'erbe di già abbeverate d'aceto non posson pigliar l'olio; né rimovendole mai, la maggior parte di quelle si rimangano pura erba, buona da dare a' paperi. Perciò a farle buone conviene, postovi l'olio, rivolgerle, e poi porvi l'aceto, e da capo rivolgerla tutta, e chi così farà e non la troverà buona, dolgasi di me; e che sia vero che molto sale e olio vi si richiede e poco aceto, ecco il testo della legge insalatesca, che dice:
 
Insalata ben salata, poco aceto e ben oliata;
e chi contro a così giusto comandamento pecca è degno di non mangiar mai buona insalata.
 
Olla podrida che cosa sia. - In Italia fanno un'altra insalata, che con nome barbaro nominano olla podrida, perché, oltre a tutte le predette erbe, v'aggiungano l'indivia bianca, i bianchi germogli delle radici della cicorea e alcune delle predette radici cotte, uva passa, angive, olive senza noccioli, cappari salati (fatti però prima stare in acqua tepida, acciò che perdano alquanto della loro salamoia) e capparetti genovesi, fette di lingue di manzo salate, così pezzetti di cedro e di limoni e, s'el tempo il dà, cipollette verdi e ravanelli o ramolacci.
 
De' maceroni. - De' bianchi germogli di maceroni facciamo pure buone insalate, crudi e cotti, né son punto men buone le sue radici, ma cotte; li quali maceroni qui chiamano "alessandri"; e soli e in compagnia d'altre erbe son buoni. Né delle insalate so che mi resta a dire, se non se che apparai una volta in Francia a fare insalata di cavoli capucci tagliati sottilissimanente, né mi spiacque punto; e quando io mi son poscia trovato in parte ove altra materia da fare insalate non si sia trovata, io mi son servito di così fatta insalata e non è stata trovata cattiva.
 
Delle fraghe. - Abbiam noi in questa stagione sola le odorifere e salutevoli fraghe, ma questi felici popoli non le hanno così per tempo, ma ne hanno due volte, cioè nel giugno e nell'ottobre, come l'anno passato, trovandomi io a Cantabrigia, ne mangiai con mia ammirazione a ventotto d'ottobre, et eran buone.
 
Dell'uva spina. - Vien poi sul fine pur di tale stagione l'uva spina, che noi molto più volontieri acerbetta usiamo che matura, tutto al contrario degl'Inglesi, che oltre a modo amano le cose dolci; e questo aviene dal non fare in queste contrade così gran caldo che da noi fa, che ci leva a fatto l'appetito, il quale viene da' cibi agretti risvegliato e non da' dolci. La usiamo adunque negl'intingoli, che a' polli, a' pipioni e alla vitella alessa facciamo; e quando questa vien meno, usiamo in suo luogo i grani dell'uva non matura, che agreste nomiamo.
 
 
DELLA ESTATE
 
Della lattuca capuccina. - In questa caldissima stagione usiam noi vie più l'erbe e i cibi fatti d'esse e i frutti, che le carni, le quali il soverchio calore ci fa venire a noia; e in avere in tal tempo frutti rinfrescativi e buoni non cediamo a niuna generazione del mondo, e in gran copia ne abbiamo; ma, per non tralasciar l'ordine intrapreso, verrò prima a parlare delle 'nsalate e poi de' frutti. Dico adunque che le insalate di questa stagione son per lo più di lattuca capuccina, dura e bianca molto, molto rinfrescativa e provocante il sonno che il caldo caccia via; e a farne ancora buone minestre la usiamo, oltre che, tagliati i di lei capi in quattro parti a ciascuna d'esse bene oleata, salata e impeverata, ad arrostire su la graticola mettiamo, e poi col sugo di naranzo le mangiamo, e poco men buone degli sparagi le troviamo.
 
Lattuca romana. - Più di questa abbiamo la lattuca romana, la quale ha le sue foglie molto più lunghe e liscie, le quali raccolte dal saccente ortolano insieme e con un giunco legate in cima, imbianchiscono, così che come neve bianche tosto diventano e sghiaccide, sì ch'è cosa rara.
 
Portulaca o porcellana. - S'usa pur molto la insalata di portulaca, sola e accompagnata con altre erbe per tal vivanda propie, ma non mai senza la cipolla minutamente tagliata e col pepe, che sono come un antidoto contro alla di lei molta freddezza.
 
De' cedruoli o cocumeri. - Nel medesimo tempo son buoni i cedruoli, che cocumeri qui chiamano, li quali, per esser essi assai freddi, seco mangiam la cipolla e 'l pepe, e ne facciamo ancora minestre con l'uva spina o con grani d'uva accerba, né usiam noi mai i grossi e gialli per insalata, come qui usano, ma i piccioli e tutti verdi. De' più grossi ne facciamo un buon cibo, aprendogli pel mezzo e tutto quel tenerume cavato; e con buone erbette ben tagliate vi mettiamo un uovo e pan grattugiato con cacio e olio o butiro; il tutto impastiamo e il vòto del citriuolo ne empiamo, e ad arrostire su la graticola lo mettiamo, o in una teggiuzza di terra o di rame stagnata col suo coperto lo lasciamo adagio cuocere. Vi si può ancora aggiungere pepe o spezie forti.
 
De' fichi fiori. - Intorno poi all'uscita di maggio vengono poi i fichi fiori, così detti perché, in luogo che gli altri alberi prima del frutto producono i fiori, non buoni a mangiare, questo produce un fico molto più grosso che si sia il suo frutto, il quale viene (come al suo luogo si dirà) sul principio di settembre; e questo dura un venticinque o trenta dì e non più; e a Vinezia il chiamano "fico madonna".
 
Del finocchio dolce in canna. - Astuzia de' tavernai viniziani. - Viene appresso il finocchio dolce in canna, che verde e crudo con sale dopo de pasto cel mangiamo. Questo simplice fa due buoni effetti. L'uno è che ogni cattivo vino fa parer buono; laonde gli scaltriti tavernai di Vinezia, quando alcuno scimonito o semplice va per comprar vino da loro, quelli prima gli danno a mangiare un poco di finocchio o due noci, mostrando così verso i compratori una certa carità col confortarli a mangiar prima il lor finocchio, acciò che talvolta il bere a digiuno non facesse lor male. L'altro suo buono effetto è che riscalda lo stomaco, caccia via ogni interna ventosità, aiuta alla digestione e ci rende il puzzolente fiato odorifero. Ne conserviamo assai, così verde, in ottimo aceto di vino bianco, che usiam di mangiare l'estate e lo 'nverno, quando fuori di pasto diamo agli amici a bere; e ancora se ne mette in tavola a banchetti co' frutti, quando di verde non abbiamo.
 
Come il finocchio amaro nascerà, seminandolo, dolce.
E qui vo insegnare a fare che nasca dolce, quando il seme sia amaro. Alcuni ne mettono in un fico secco e così il piantano, altri nello sterco vecchio del porco.
 
Della fava lupina. - Ne' dì più caldi di questa stagione viene dalle donne e da' fanciulli mangiata la fava lupina, o lupini che s'appellino, e ciò usan tra il desinare e la cena. È questo legume di sua natura amarissimo, ma agevolmente si raddolcisce in porne una quantità in un sacco, la bocca del quale ben si legherà, e poi si mette in un canale od in un cupo ruscello d'acqua chiara corrente, quivi ad un palo od ad una caviglia raccommandandolo acciò che il corrente dell'acqua nol tiri giù; e ivi il lasciano ben lo spazio di due o di tre giorni, fino a tanto ch'ella abbia la sua amaritudine perduta e che dolce sia divenuta; la qual poi salata, così cruda si mangia più per trastullo che per altro, perché a me pare a punto cibo da donne gravide e da poco savi fanciulli. Secca poi, se n'ingrassano i porci e altri animali.
 
Le talpe come de' campi si cacciano.
 
Come con poca spesa il terren magro s'ingrassi.
Né qui mi guarderò di dire, quantunque ciò sia fuori del mio principale intento, che, dove tal legume si semina, fa quindi fuggir le talpe, sì ch'esse abbandonano i loro usati nidi e vanno altronde nuove stanze a cercare. E l'erba sua ha particolar qualità d'ingrassare il terreno, per isterile che si sia, laonde i buoni agricoltori ne seminamo ne' lor fertili campi e, cresciuta e presta che sia a produrre i baccelli, ritornano ad arare il medesimo terreno, sotto arandovi l'erba sua: che in brieve e con poca spesa, di sterile, fertile il rendono con lor non poco utile.
 
Delle pere muscardine. - Abbiamo nel principio di questa stagione i peri muscardini, che pur nascono in questo reame, se ben non così per tempo ci maturiscono; e quantunque sia molto picciol frutto, è nondimeno a tutti gli uomini gratissimo, e ha l'odor del muschio e perciò muscardini o muscatelli vengon appellati.
 
Degli armelini e degli abricocchi. - Ancora in questo tempo abbiamo gli armelini, che sono una spezie d'abricocchi, ma molto più piccioli, e maturiscono prima, né son di così buon sapore. Gli abricocchi vengon un poco più tardi, ma però molto prima che qui si faccino, e tanto gli uni quanto gli altri hanno il nocciuolo molto dolce, onde i nostri speziali ne fan confetti ottimi. Durano da noi tre settimane o poco più, e crudi communemente si mangiano, e ne condiamo in zuccaro, umidi e secchi; dico degli abricocchi, ch'è un condito molto buono e molto nobile.
 
Uva luiatica. - Nel principio del mese di luglio comincia ad esser buona l'uva, che, dal nome del mese, si chiama luiatica; e ancor che sia assai buona, pur per esser la prima piace molto e viene non poco stimata; ma ella non è per questo la migliore, ma è ben sana; e di lei poco vino si fa, per riuscire assai debole, e ancora per mangiarsi tutta.
 
Della muscatella. - A questa séguita la muscatella, di quella vie migliore, la quale fa un ottimo e poderoso vino, che da lei prende il nome di muscatello o muscato, ma nella patria mia se ne fa molto poco, facendosene maggior quantità in altre contrade d'Italia.
 
Della tremarina. - Alle predette séguita la tremarina, la quale dal tremare che fa ad ogni venticello che niente spiri, mentr'ella dall'amata madre vite sua pende, credo io che così venga nominata. Ella produce i suoi granelli minuti quanto son que' della veccia, e alcuni tra quelli assai grossi, ma questi radi sono, perché ci sarà tal grappo che sol due o tre ne averà. Ed è senza dubbio la medesima uva qual secca viene in queste parti dal Zante portata, la quale communamente "Corinti" chiamano, e di questa così secca va per tutto il mondo quantità grande, ma in niuna parte se ne consuma tanta quanto in questo reame si fa, ove in farne diversi mangiari, ma spezialmente in farne i Cristmas pye, se ne consuma quantità incredibile a chiunque ciò non vede, oltre che ne' medicamenti ancora se ne adoperi gran quantità.
 
De' peri ghiacciuoli. - Vengono poi diverse qualità di peri, l'una delle quali è appellato ghiacciuolo, e sono assai maggiori de' muscatelli e son molto stimati, né mi ricordo io di averne in questo reame mai veduto.
 
De' peri gnocchi. - Nel principio d'agosto vengono i peri gnocchi o sorribuoni, li quali sono della medesima grossezza che si sia il pero qui chiamato caterine per, né men di questi mi ricordo io d'averne, non dico veduto altrove, ma né men mai mangiati, che nella propia mia patria. È questo però fuor di modo buono, riempendovi la bocca d'un sugo poco differente da quello del melone; è di color verde quando non maturo si coglie, né se non di rado si lascia su l'albero maturare, ma accerbo si coglie e tra paglia fresca si mette, a' 20 di luglio a maturirsi, che in capo a dieci o quindici dì ciò aviene, e allora è gialliccio e tenero molto. Ne nasce tanta quantità sul distretto di Modona, che molti burchi e assai grandi a Vinezia se ne mandano.
 
De' meloni.
 
Delle zatte. - Vengono all'uscita di giugno i meloni, frutta da cavarsegli la berretta, perché, quanto a me, lo stimo migliore di qualsivoglia altro; e se questo non fosse mai per altra cagione, sarebbe per quel suo cotanto soave e grato odore, che passa tutti gli odori del mondo. E credami pur qualsivoglia Oltramontano, dal Provenzale e dallo Spagnuolo in fuori, che quantunque con molto studio venga lor fatto d'averne nelle loro contrade alcuni un poco buoni, non hanno per ciò qual grande odore che s'hanno i nostri. Rinfresca il melone i corpi umani fuor di modo, e per chi teme la pietra è ottimo, e durano fino a settembre; ma le zatte, ch'è pure una spezie di melone, durano molto più; e la maggior parte e le migliori nascono sul Padovano. Chi adunque va in Italia, vegga in Vinezia d'avere (se non vuol errare) delle poppone, de' gavagnini e de' liliotti, in Bologna e in Modona delle scozie e de' muscatelli e in Genova delle romanette. Delle scorze di simil frutto se ne fanno minestre buone. Si possono conservar lungo tempo spiccandoli dalla madre non troppo fatti et entro un vaso pieno di mèle ponendoli. Così fatto segreto a caso fu nella città (ove piacque a Dio che io mi nascessi) così trovato. Aveva un valente speziale la sua bottega su la piazza del mercato e molto vicina al luogo ove i meloni si vendono; per questo spesso avenia che i gentiluomini, comperati tre o quattro meloni, quivi nella spezieria li facevano portare, poi all'ora del desinare mandavano a torgli. Avenne pertanto una volta, ch'essendovene un giorno molti portati e messi sopra un panco sotto il quale stavano i mastelli del mèle, dall'esser mosso il panco l'un di que' meloni, senza che alcuno di ciò s'accorgesse, cadde nell'un di que' mastelli; né mai fu trovato, se non nel finire lo speziale di votare il mèle del predetto mastello, e non già senza maraviglia grande dello speziale, il quale, quando fu trovato mancare, aveva ad un suo garzone di bottega data la colpa d'averselo mangiato. Pigliatolo adunque e avendolo ben lavato, [lo] trovò così fresco e così bello come se in quel punto fosse stato dalla madre spiccato; e tagliatolo, lo trovò oltre ad ogni credere buono, la qual cosa sommamente a lui piacque, come lieto d'avere apparato un così raro segreto, del quale dopo spesso si servì con non poco suo pro.
 
Segreto di conservar le calme. - Non si maravigli di ciò niuno, perché quel dolce liquore ha tale proprietà, oltre ad altre molte, né c'è modo più raro per conservare molto tempo le calme da incalmare gli alberi salvatichi, il che nella seguente manera si fa. Si piglia un cannone di latta o ferro bianco e di mèle s'empisce, e con quello si va all'albero dal quale si vuol tôr le calme; e quelle tagliate, bisogna riporre incontanente nel predetto cannone pien di mèle; e messevene tante quanto si vuole, conviene turarlo molto studiosamente e le congiunture del coperto stagnare o circondarle con cera molle, e poi coprirlo tutto di tela incerata. Oggi son ben venti anni, trovandomi io in Hauffina, città principale del reame di Dannemarca, e in bel verziero gustando un delicatissimo pero e fuori di modo piaciutomi, avenne poi che di là alquanti mesi io venissi dal serenissimo duca Carlo di Svezia chiamato al suo servizio; e avendo inteso come quel virtudioso prencipe di varie nobili cose si dilettasse molto, e ispezialmente dell'arte nobilissima dell'agricoltura, e che di sua propia mano egli maestrevolmente incalmava, io mi diliberai di portarli delle calme de' predetti peri, che nella detta maniera ve li portai e per sei continui mesi quivi ottimamente si conservarono. Laonde venuta la primavera, avendo Sua Altezza ciò preferito e trovandosi nella sua città di Nicoppia, un giorno, fattomi a sé chiamare et entrato nel suo vago giardino, volle che seco io incalmassi delle nominate calme alcuni alberetti; e quelle s'atennero con sua molta contentezza.
 
Delle angurie. - Ma è ormai tempo che io ritorni a casa, e perciò dico che, poco dopo l'entrata del mese di luglio, abbiamo le angurie o, come altri le chiamano, cocumeri, che sono ottime ad estinguere ogni gran sete, perché son tutte piene d'un soave e dolce suco, che vi riempie con molto gusto la bocca. È questo frutto di forma anzi che rotondo e di fuori via è verde, con la sua corteccia liscia qual è quella delle zucche, ma la parte sua di dentro, parlo delle migliori, è rossa, altre son gialle e altre son bianche. Il seme loro è maggiore e di guscia più duro che quel del melone si sia, e a mangiare e a confettare è ottimo.
 
Delle nociuole. - Vengono a mezzo agosto le nociuole verdi, anzi a punto a san Pietro cominciano le prime, che sono le più grosse, che al tondo tirano; le altre, che sono lunghette e gli spichi loro, o grani che altri chiami, son coperti d'una pellicina rosseggiante, vengon, come ho detto, d'agosto, ch'è più tardi, ma sono le migliori; e d'alquanti anni in qua gli speziali ne coprono quantità di zucchero in luogo delle mandole, e riescono buone. Secche poi se ne conservano assai da mangiar lo 'nverno e particolarmente per la quadragesima. Il suo frutto tanto verde quanto secco è molto grato alla bocca, ma tiene nondimeno esser di malagevole diggestione e non punto buono per li catarrosi; ma ogni cosa è sana all'uomo sano.
 
Delle màndole. - Le màndole verdi son pur buone intorno a questo tempo, ma poco durano, e sono delle nociuole vie più sane, et è stimato frutto più nobile. Della pasta di questo frutto si fanno diversi salutevoli e delicati mangiari, oltre al marzapane e a simiglianti confezioni, che sono ad ognuno oggimai communi; ma intendo io delle lanatelle, del latte e del butiro, che di lui si fanno, non ad ogni nazione note.
 
Delle noci.
 
Dell'agliata. - Abbiamo altresì le noci, che sono a molte altre generazioni communi, e alla festa di san Lorenzo cominciano ad essere buone verdi, e così son più prezzate e da' nobili mangiate, che non aviene quando secche sono, perché viene riputato cibo più tosto grosso che gentile. Secche pure se ne fa una buona salsa, che agliata s'appella, perciò che in farla vi va d'aglio, e nella vegnente maniera si fa: prima si pigliano i più sani e i più bianchi spichi delle noci e quella prima quantità che l'uom vuole e in un ben netto mortaio di pietra e non di metallo si pestano bene, nel quale prima si pestan due o tre spichi d'aglio; e il tutto bene pestato, si piglia tre fette di mollica di pane bianco e duro, le quali molto bene bagnate in brodo di carne non molto grasso, con le predette cose pur si pestano; e il tutto ben pestato si liquefà con un poco del medesimo brodo caldo, cioè liquido tanto quanto pappina che a' bambolini si dà, e con un poco pepe franto e non polverizzato tepida in tavola si manda. S'usa poi dagli uomini più regolati di mangiar tal salsa con la carne fresca del porco, come antidoto contra la rea qualità di cotal carne, e con le oche, pur poco sano cibo. Usano ancora di coprirne i piatti di maccaroni e sopra le lasagne, che sono grossi mangiari di pasta.
 
Dell'olio di noce.  Appresso, de' meno buoni spichi di simigliante frutto in Lombardia se ne fa olio, che usano a far lume per le stalle, ancor che i poveri l'usino ancora in lucerne per case e in tavola altresì; né altra materia usano nel contado i contadini a far lume. È così fatto olio buono a diversi mali e a render le stoviglie di casa fatte del legno di noce, quali sono le lettiere, le tavole, le panche e altre simili, che divengano cotanto lucide che l'uom vi si specchierebbe dentro.
 
De' zucchi lunghi.  Vengono anz'il fine di questa ardente stagione i zucchi bianchi lunghi, né son più grossi d'un grosso braccio, se ben tutti a cotal grossezza non pervengano; e di questi tali se ne fan minestre, facendogli bollire in acqua con sale; et essendo vicino ad esser cotti, vi si vuole aggiungere onesta quantità d'erbe buone e olio d'uliva con cipollette verdi tagliate minutamente [e] una scodella almen di grani d'uva non matura, che agreste si chiama. I minori, quando son verdi, dopo averli rapati, tagliamo pel traverso e non pel lungo, e ne riescono rotonde fette grosse un mezzo dito, le quali infariniamo prima, poi in olio le friggiamo; e fritte, vi si gitta sopra sale, pepe e sugo de' grani d'uva non matura, invece del quale vo' credere che il succo di limone non vi si disdirebbe. Gli speziali poi ne condiscono quantità de' più grossi in mèle e in zucchero, e zuccato nominano, ch'è un ottimo condito per farne diversi mangiari.
 
De' fagiuoli turcheschi. - Nella passata stagione ho a pieno ragionato della fava fresca e secca; or qui mi convien ragionare de' fagiuoli, frutto o legume molto simigliante a quelle di gusto; e di due spezie ne abbiam noi, né di niuna crudi mangiamo. L'una è de' men communi e più grossi, li quali son tutti o bianchi over macchiati di rosso e di nero. L'altra spezie è de' più minuti e tutti bianchi con un occhio nero nel ventre. I primi si nominano turcheschi, li quali ascendono molto in alto; però chi non gli pianta vicino alle siepi conviene, volendone aver molto frutto, piantarvi a canto de' rami di fronde secchi, a' quali appiccandosi possano in alto montare; e perché portano una bella foglia verde, le donne in Italia e spezialmente in Vinezia, ove son molto vaghe dell'ombra e della verdura e ancora per poter dalle finestre loro vagheggiare i viandanti senza da coloro esser esse vedute, usano di porre su le finestre delle camere loro alcune cassette di legno lunghe quanto è larga la finestra, né più larga d'una buona spanna e piene d'ottima terra; in quella piantano dieci o dodici di que' fagiuoli a luna crescente di febraio o di marzo o d'aprile, e poi con bastoncin bianchi vi formano una vaga grata alla quale essi s'attaccano, sì che d'una piacevole ombra tutta la finestra adombrano. Gli ortolani ancora ne' colti loro fanno siepi di canne o di bastoni bianchi della canape, a canto alle quali piantano quantità di simile legume, e così vengono alla vista a rendere i loro orti più vaghi e maggior coppia di fagiuoli raccolgono. I baccelli adunque di questo legume, mentre son verdi e teneri, né alla lor perfetta grandezza pervenuti, cocendoli tutti intieri e acconciandoli come de' lupuli ho mostrato, son molto buoni. Secchi poi se ne fanno buone minestre, cocendogli in ottimo brodo.
 
De' fagiuoli nostrani. - Gli altri, che casalenghi o nostrani chiamiamo, si seminano a staia ne' campi dopo la mietitura del frumento, né crescono molto alto da terra, ma vogliono essere tenuti molto studiosamente d'ogni altra erba mondi. Di questi ancora ne mangiamo in baccelli verdi e teneri per insalata, e verdi, sgranati e secchi ne facciamo minestre da magro, e spezialmente quando aspettiamo i contadini che ci portino il raccolto, li quali quando si dà loro una buona scodella di simile legume con un pezzo di cacio il cui butirro non sia in mercato prima venduto, si tengono per ben trattati. Gli cociamo poi nella seguente maniera: mondi da' grani guasti o dalla terra, che alcune volte vi si trova, si lavano in acqua tepida, poi al fuoco in un netto lavezzo si mettono a cuocere con acqua sola, non a violento fuoco; et essendo mezzo cotti, di quella acqua si levano e in altra tepida si mettono e insieme vi si mette del sale, dell'olio abastanza e pepe, ch'è il suo ver condimento, e così acconci per minestra ce li mangiamo. Altri vi cociono insieme delle castagne secche e monde d'ogni lor corteccia, che non gli guastano punto. Essendo poi cotti senza il lor condimento, gli pestiamo molto bene; e un poco liquefatti, con la propia acqua loro per un sedaccio gli passiamo, e nel pistume che n'esce mettiamo mèle e assai quantità di spezie forti, e di così fatto miscuglio torte e tortelli ne facciamo.
 
Delle torte e de' tortelli di fagiuoli. - Le torte cociamo o ne' forni o sopra suoli di rame stagnato col lor coperto, e i tortelli friggiamo in olio, e senz'altro, overo con un poco di mèle sopra, gli mangiamo. Né si maravigli niuno d'udire che noi mangiamo tanta diversità d'erbaggi e di frutti dagli Oltramontani poco prezzati e men conosciuti, il che da due principali cagioni stimo avenire.
 
(podcast) Perché gl'italiani mangino più erbaggi e frutti che carne.
La prima è che la bella Italia non è tanto doviziosa di carnaggi quanto è la Francia e questa isola; perciò a noi fa di mestieri ingegnarci per trovare altre vivande da nudrir cotanta smisurata quantità di persone che si trovano in così picciolo circuito di terra. L'altra, non men potente della già addotta, è per lo caldo grande che nove mesi dell'anno vi fa, che ci fa in guisa venire a noia la carne e particolarmente quella de' buoi, che non la possiam vedere, non dico mangiare. Poi il castrato da noi non è, se non se in pochi mesi, in alcuna considerazione, e ancora in quel tempo pochi la trovano buona. E perciò più stima facciamo de' frutti e degli erbaggi che ci rinfrescano e non ci riempiscono di tanto sangue.
 
(podcast) De' ceci, legume. - Ma, tornando al tralasciato proposito, dico che abbiamo in somigliante tempo altri legumi, quali sono i ceci, e di questi ve ne sono alcuni bianchi e alcuni son rossi, e questi son più degli altri sani, perché, facendogli in acqua senza sale cuocere, ma [con] molto olio e succo di limone; e il brodo bevuto, nella predetta maniera fatto, fa senza dolore orinare chi che si sia, quando sia da pietra o da renella ammalato; e chi non avesse il succo di limone usi quello di ravanello, che per poco fa lo stesso effetto. E perché secondo la qualità del terreno, ove tal legume vien seminato, aviene che più o men tosto si cociano, quando avenga che n'abbiate de' men nocivi, pigliate, la sera inanzi gli vogliate cuocere, una pezza di canovazzo netta e mettete in quella cenere calda, e ben legata ponetela tra i ceci che poneste in vaso con acqua; e così tutta la notte lasciatevegli stare e la seguente mattina lavateli bene in acqua tepida; e poi, postogli in un lavezzo od in una pentola di terra, con fresca acqua e sale si mettono a cuocere con alcune foglie di salvia o di ramerino e con onesta quantità d'olio, e alcuni vi mettono tre o quattro capi d'aglio. Le nostre donne si stanno le feste dopo pranso a sedere di brigata su le porte delle case loro e quivi, più tosto per un lor trastullo che per altro, veggendo passare le ortolane con ceste piene di simile legume in erba e molto teneri, ne compreraranno e quivi così crudi se gli mangieranno.
 
(podcast) Della lente. - Abbiam noi con molte altre nazioni la lente, ch'è forse e senza forse il più mal sano legume di quanti se ne mangi, dal suo brodo in fuori, che vogliono che giovi mirabilmente a darlo a bere a' fanciulli aventi i vaiuoli; nonostante questo, altri che la vil plebe da noi la mangia.
 
(podcast) Della cecerchia.  Ancora abbiamo noi altro legume appellato cecerchia, ma viene da poche persone stimato, essendo cibo grossolano, ventosissimo e generante sangue grosso, e fuor di modo la malinconia nudrisce.
 
Ch'è quanto degli erbaggi di questa caldissima stagione mi sovenga, perciò a ragionar di quelli che nel temperato autunno vengono mi passerò.
 
 
NELL'AUTUNNO QUANTA E QUALE QUANTITÀ DI FRUTTI SI MANGIANO.
 
Temperatissimo e piacevolissimo è l'autunno nella nostra Italia, e tanto d'ogni qualità frutti dovizioso, che communemente si dice: "L'autunno per la bocca e la primavera per l'occhio". E perciò nella patria mia, ch'è la grassa Lombardia, quando a' nobili uomini aviene di mandare per gli staffieri loro alcun messaggio in altre città, a que' tali per le spese del viver lor nel viaggio non danno che ben pochi denari, conciosia cosa che truovino per tutto lungo il camino frutti da cibarsi.
 
Delle insalate dell'autunno.
 
Della indivia.
Ora, venendo prima a parlare delle insalate che in questa stagione s'usano, dico che la maggior parte di quelle servono nella primavera per poco ancora nella presente ci servono; pur dirò che, oltre alle mischianze e alla lattuca capuccina, che dinuovo riviene, la candida e isghiaccida indivia abbiamo, che allora comincia ad esser buona, e buona parte del verno continua.
 
Foglie della cicoria.
Usiamo, quando le predette manchino, le più tenere foglie della cicorea verdi co' suoi broccoli o bottoncelli, le quali minutamente tagliate mettiamo in un piatto ove prima sia suto fregato un poco d'aglio e con l'altro suo condimento condite ce le mangiamo.
 
De' cavoli fiori.
Abbiamo, di più, in questa stagione i cavoli fiori, che tengono di bontà e di beltà tra tutte le spezie de' cavoli il primo onore. Questi, cotti prima in acqua con un poco di sale, s'acconciano in insalata come de' lupuli s'è dimostrato. Se ne fa poi minestra rara, e allora si cociono in buon brodo, e si mette prima, nel piatto nel qual si voglion mettere, delle fette di pane, sopra le quali si pongon poi i cotti fiori con un poco del loro brodo e con cacio vecchio grattugiato e pepe, e cotti ottimi gli troviamo.
 
De' cavoli capuci.
Cominciano similmente a venire nel principio di così fatta stagione i capucci, che gran parte del verno ancor durano; e a più maniere gli cociniamo, oltre a questa d'Inghilterra, che non mi dispiace punto: e prima, tagliati minutamente, gli mettiamo a parte con buon brodo in una pentola a cuocere; e quando sono presso che cotti, pigliamo petrosello, bietole, timo e lardo, che insieme con un gran coltello pestiamo, sì che divenga come butiro, e ne' capucci cotal pistume mettiamo con un poco di sale; e così a lento fuoco gli lasciamo finire di cuocersi e poi, posti ne' piatti, alcuni vi spargono sopra cacio grattugiato e pepe e altri no, e chi pesta colle predette cose due o tre grani d'agli e rende loro un gusto mirabile. Cociamo parimente il capuccio tutto intiero e poi, quando è mezzo cotto, vi facciamo in cima uno assai grandetto pertugio, e ciò che di quello ne caviamo, con erbe buone, con lardo ben pesto, con pane e cacio grattugiato e con un uovo e così fatte cose bene incorporate insieme mettiamo nel vòto del capuccio e lo ritorniamo a cuocere in altro brodo a lento fuoco, e così intiero in tavola il mandiamo; e chi metterà nel predetto pieno pepe o spezie forti, farà bene. Altri il cuocono ad altra maniera pure intiero, facendol prima in acqua con sale bollire e poi, di là trattolo, in quattro o più parti il tagliano, e quelle alquanto salano, e con pepe e butiro fresco liquefatto le coprono e, d'un altro piatto coperte, le mettano a pultrirsi sopra ceneri calde; e quivi lasciatolo alquanto, in tavola lo mandano; e non è ingrato.
Nell'ultimo di questa stagione tutte le altre qualità di cavoli son buone, perché comincia a cader lor sopra la brina, che gli rende perfetti; e senza tal brina non si dovrebbono mangiare, e perciò, quanto più cresce il freddo, tanto migliori divengono.
 
De' verzotti o cavoli lombardi.
Comincierò adunque a parlarne, prima, dai verdi di fuori via e bianchissimi nel mezzo e duri, ma aperti e non chiusi come i capucci, e son chiamati verzotti o cavoli lombardi; alcuni de' quali son crespi e altri no, e amendui son buoni, se bene i primi son più stimati, nominando gli altri verze; e a due diverse maniere ciascuno cociamo.
 
Delle verze.
La prima è nel buon brodo, con un pezzo di carne salata di porco, e l'altra maniera è da magro, che in acqua con sale si cuocono; e quando vicino ad esser cotti sono, vi si mette una buona mestola piena d'olio, e questi richieggono l'aglio, un capo o due; e quando ne' piatti si pongono, vi si sparge sovra un poco di pepe. Notasi che, cocendogli nel brodo, chi non avrà carne salata da cuocer seco, in luogo di quella vi potrà porre mezza libra di salciccia gialla overo una mortadella; e così so bene io che si troveran migliori. E sappiasi ancora che dal gambo d'amenduni questi cavoli lasciati (tagliato che è da quelli il cespo del cavolo) in terra, la primavera escon fuori i broccoli, de' quali a suo luogo ho parlato.
 
De' cavoli verdi.
Ci è ancora un'altra spezie di cavoli, verdi tanto di fuori quanto di dentro, che son non più lunghi d'una spanna, od in quel torno crescono, né fan gran cespo; e questi non si mangiano che per insalata, ma convien por cura di non cuocerli molto; perciò noi facciam prima 1'acqua bollire e nel suo maggior bollore pigliamo il predetto cavolo per la radice sua, che sia stato prima ben lavato, e in quella lo tuffiamo due o tre fiate e poi a guisa delle altre insalate l'acconciamo.
 
De' cavoli bianchi.
Ci sono ancora i cavoli bianchi, così detti dall'esser tutti bianchi, li quali non so se in questo reame ancora sieno conosciuti, come gli ultimi ancora. Quest'ottimo cavolo fa un cespo molto grande e non è, quali sono i capucci, chiuso, e ha le coste sue assai grosse, e in brodo di carne grassa si cuoce.
 
De' cavoli torsuti.
Abbiamo similmente i cavoli torsuti o rape, le cui foglie sono assai buone; ma la rapa, che intorno alla radice sua nasce, è cosa rara cotta in ottimo brodo, la quale dai più "torso" vien chiamata; e quando è ne' piatti, vi si sparge sopra cacio grattugiato, sale e pepe o spezie forti, et è buona minestra.
 
De' cardi.
Intorno la fine di questa stagione sotterriamo noi i cardi, ch'è una spezie di carchiofoli, ma non produce frutto che sia buono; le sue foglie colla parte di mezzo, sotterrate, divengono di verdi bianchissime e d'amare assai dolci; e ben mondi e lavati si cuocono in buon brodo e s'acconciano a punto come del cavolo torsuto ho detto; et è cibo più del verno che di questa stagione, né mai si vuole trar dalla terra se non quando si vuol mangiare.
 
Delle pesche o persici.
Intorno a mezzo la precedente stagione o poco prima cominciano a venir le pesche o persichi, che per tutto il settembre durano e parte d'ottobre. Questo è delicatissimo frutto, e ordinariamente crudo si mangia; e alcuni nol mondano, ma col tovagliuolo od altro panno nettano bene la sua scorza e perciò allegano un motto che dice:
 
All'amico monda il fico
ed il persico al nimico.
 
E perché alcuni vogliono che, come egli è grato alla bocca, che così sia al corpo poco sano, onde, per giucare al sicuro, que' tali se ne fanno in ottimo vino zuppe, perché vogliono che il vino lievi ogni rea qualità, quando pure ve ne sia; ché io, per me, credo che così faccino più per golosità che perché in conto alcuno offendano; ben so che son molto migliori col vino. Altri ne rinvolgono in carta bagnata a cuocer sotto le ceneri ben calde, né son già cattivi. Se ne condiscono molti in zucchero, e ne fanno una pasta anzichenò dura, che chiamano persicata; e altri tutti intieri in zucchero pur gli condiscono, che son fuori di modo buoni; e le nostre donne di villa ne seccano ancora buona quantità, aperti pel mezzo e trattone i nocciuoli loro, che si mangian poi nella quaresima.
 
De' fichi frutti.
Or qui non è da tralasciar di ragionare de' fichi frutti o communi, de' quali in simil tempo quantità diversa e grande abbiamo, li quali mangiamo crudi. In Lombardia se ne seccano pochi, ché più si fa in altre province d'Italia. I secchi adunque soli son buoni, ma con le màndole son migliori. Altri di questi e delle màndole pelate e intiere ne compongono quantità assai grande in forma d'un formaggio, che conservano per la quaresima, che riesce composizione assai buona. Per maturar la tosse nello 'nverno acquistata dall'essersi l'uomo riscaldato e subito raffreddato, i fichi secchi buoni e non rancidi, arrostiti al fuoco e mangiati quando si [va] per dormire a coricare, giovano fuor di modo.
 
Della varia qualità de' frutti di questa stagione.
Qui sarebbe il luogo di ragionare de' pomi e de' peri, che copiosamente in questa stagione abbiamo; ma se di ciascuna spezie volessi ragionare, oltre che sarebbe troppo lunga tela e la maggior parte essere a molte altre nazioni communi, io mi contenterò sol di parlare del pomo paradiso, che non ho mai fuori d'Italia veduto.
 
Del pomo paradiso.
Questo frutto non è niente più grosso che il pomo di due anni et è molto simile di forma a quello, ma la corteccia sua è gialla, macchiata di picciole macchie rosse quanto è il sangue; e quanto più si guarda è tanto migliore; e, oltre all'ottimo suo gusto, ha un soavissimo odore e tanto che, messo tra' pannilini, dà loro un dolce odore, e le corteccie sue poste sopra brace, profuma tutta la camera di gratissimo profumo.
 
Del pero bergamotto.
Abbiamo ancora il pero bergamotto, che qui non so che s'abbiano, il quale ha più tosto la forma d'un pomo che di pero è verde e, maturo, ingiallisce un poco, ma è di succo tanto delicato che niente più, e tutto il suo male è che non dura molto. Hanno i signori inglesi il warden, che noi non abbiamo, che confesso essere un ottimo frutto, al qual non cede di molto il nostro garzegnuolo, come molti di questi gentiluomini che sono stati in Italia possono far fede.
 
Della uva.
Abbiam noi di più di molte altre nazioni l'uva, le qualità della quale è grandissima, perché, oltre alle già nominate, abbiamo la torbiana, l'albana, la tosca, che fanno generosi e ottimi vini, e poi la rossetta, la pignuola, la marzemina, la duora e altre infinite e di diverse qualità di sapore, di colore e di bontà. Laonde, pensando bene sopra ciò, truovo che, quando nella patria mia non si logorasse cotanta quantità di questo prezioso e dolce frutto, quanta in diversi altri usi oltre quel del vino vi si consuma, san certo che il vino non vi varrebbe nulla, o tanto poco che sarebbe uno stupore; conciosia cosa che, con tutto quello che vengo di dire, oggi ancora molto poco vi vaglia. E che ciò sia il vero, posso con buona coscienza affermare, che ho udito più volte uomini proferirisi di dare ad un uomo, che civilmente si beva, a bere per quattro scudi d'Italia l'anno. Il che non credo che qui niuno ardisse di dare bira a bere ad un par mio per così poca moneta tutto un anno. Ma per quello, che di questo son qui per dire, la verità di quanto io dico meglio apparirà. Dico adunque che, oltre a quella che mangiano gli uccelli e gli animali terrestri, che non è già poca, quali sono i buoi, le pecore, i porci, le galline e i cani, ne viene dagli uomini mangiata una non credibil quantità, tanto di verde quanto di secca.
 
Dell'agresto.
Appresso, non si crederebbe la quantità grande che in farne l'agresto si spenda, essendo che, per non esser matura, non abbia tanto succo quanto ha quando è matura; né è famiglia veruna, che non facci almeno un barile quali son questi della bira.
 
Della sapa.
Oltre che in farne la sapa, che altri chiamano vino cotto, e il sapore d'uva, nelle quali due cose pur molta quantità se ne logora, se ne fa ancora una maniera di mostarda che non ne guasta poca.
 
De' sugoli.
Quando poi ne facciamo i vini, che tutti nella città gli facciamo conducendo di villa l'uva intiera nello sgualcirla, pigliamo non così poco, come altri crederebbe, del mosto anzi che abbia bollito e che vi si sia una goccia d'acqua posta, e ne facciamo, cocendolo con un poco di fior di farina, un mangiare che chiamiamo sugoli, ne' quali assai mosto si consuma, perciò che i poveri artigiani che non han poderi, subito che veggono condur l'uva a' gentiluomini loro vicini, corrano con boccaloni a pigliar del mosto, e gran vergogna sarebbe a quel tale il ricusare di dargnene. E so essere a tale avenuto d'averne, d'un carro, dato poco men della metà. Se adunque nella nostra Lombardia s'usasse, come in Francia, ma vie più nella Magna s'usa, cioè di mangiarne pochissima, perché, acciò che niuno sia ardito di pigliarne dalle vigne loro un grappo e acciò che non se ne me mangi subito che comincia niente a maturare, da' magistrati son posti publici guardiani che dì e notte le vigne loro guardino, li quali severamente chi si sia tanto baldanzoso di spiccarne un grappo puniscono: se ciò, dico, appo noi s'usasse, certo del vino non si troverebbe denari; e tutto che tale usanza appo noi non sia, anzi sia licito a qualsivoglia viandante di spiccarne quanto può mangiare e può sopra di sé portar via da que' rami che sopra la strada maestra arrivino, e che a Vinezia ne vadino molti burchi di vino, e che se ne consumi la tanta quantità ho dimostrato, nondimeno spesso aviene che, per la gran copia di simigliante frutto e per la scarsità delle botte da serbare il vino, si dia tanto vino quanto tien la botte che altri piglia ad impresto. Ritrovandomi io nella Magna nella mia gioventù, fui una volta da una graziosa giovane invitato ad andare nella sua vigna con altri giovani a vendemiare, essendo questo riputato favor non picciolo; e veggendomi ella alcune volte mangiarne, mi diceva con una pietosevol voce: - Deh, non ne mangiate, ma serbiamla a fare il vino! - E il contrario s'usa da noi, perché, se in quel tempo per colà passa terrazzano o straniero senza a' vendemiatori ne domandi, contro a lui si corucciano e d'ingiuriose parole lo 'ngiurano; ma chiedendone loro, non pur volontieri gliene danno, ma ancora di ciò lo ringraziano. E se in que' smisurati caldi alcuno domanderà a que' contadini acqua da bere, quelli gli rispondrà: - L'acqua, signor mio, fa marcire fino i pali delle siepi; del vino io vi darò volontieri. - E se il signor baron Giovanni North fosse oggi vivo, ciò che dico senza colla confesserebbe, come quelli a cui sul Bresciano una tal cosa avenne l'anno di Cristo 1575, il quale andava sotto la cura mia a veder la vaga Italia, del qual modo di fare restò egli anzi che non stupefatto e tale amorevole uso lodò molto. Non dico niente della gran quantità d'uva che a' palchi delle camere appendiamo per averne di verde per poco tutto l'anno.
 
De' lazzeroni.
I lazzeroni di più degli Oltramontani ancora abbiamo: frutto non sol bello e all'occhio piacevol molto, ma eziandio buono al gusto e molto a' corpi indisposti sano, il quale nasce da calme di pomo rosso sul prono salvatico incalmate. Il più grosso de' quali è grosso quanto una ordinaria noce e qual meno; e chi, non avendol mai prima veduto, lo vede, si dà a credere che una grossa ciregia sia. Il suo sapor è agrodolce e a spegner la sete delle ardenti febri è fuori d'ogni credere potente; per cotal cagione viene da' medici a' febricitanti conceduto. Né qui lascierò di dire come io mi fossi il primo che sei anni sono in Vinezia facessi cotal frutto all'illustrissimo cavaliere il signore Arrigo Wottoni conoscere, mentre Sua Signoria quivi pel suo re ambasciatore vi si trovava, a cui piacque sì, che sempre poi, mentre se ne trovarono, ne volle avere e avrebbe (come diverse fiate diceva) pagato ogni denaro per poterne qui mandarne un venticinque.
 
De' nespoli
Vengono poi i nespoli, ma più tosto verso la fine che sul principio di questa stagione si colgono, li quali poi "col tempo e con la paglia si maturiscano", come dice il proverbio.
 
Modo da dare la verdura.
Questo frutto è in questo reame commune, e come molto sano viene, e non già poco, stimato; e da noi si mangia crudo, col zucchero e senza, dopo il pasto, et è molto caro a' fanciulli, sì per lo suo buon sapore, come per darsi in quelli o ne' maroni, la sera della vigilia di san Martino, la ventura. E acciò che altri intenda ciò che questo venga a dire, dico che non solo le ben rette città d'Italia han certi giorni, ne' quali danno con diverse maniere di giuochi sollazzo a' suoi cittadini, ma i padroni delle case ancora osservano di dare in certe sere dell'anno alle famiglie loro alcun trastullo; e l'una di quelle è la vigilia che poco fa io dissi, nella quale, oltre al fare spinar le botte de' suoi vini nuovi per assaggiarli e per provare qual sia più fatto da mettere a mano, non cominciandosi mai prima dalle persone de' beni della fortuna agiati a ber vin nuovo, per non istimarsi prima buono, secondo il trito proverbio che dice: "A san Martino ogni mosto è buon vino", ancor dan la ventura. E perciò i piccioli fanciulli in tal sera non vanno prima de' lor progenitori a letto, il che altrimenti fanno, come fan tutti quelli che al decimo anno dell'età loro non son pervenuti, li quali poco dopo il tramontar del sole a coricare si vanno; e questo credo farsi per due degni rispetti: prima, acciò che col restarsi a cenare co' lor maggiori più del ragionevole non mangino, e poi perché il restante della famiglia non isturbino, che dèe ad altro badare che alle color puerili follie; e ciò possono ancora fare per dar lor tanto più lungo spazio di tempo da dormire per potersi poi più a buona ora la mattina levarsi per irsi alla scuola. Venuto pertanto la predetta sera, dopo cena il padre di famiglia al fuoco s'accosta e fassi recare un cestellino, nel quale mette tante paia di nespoli quante persone si trova in casa e un paio più, che è per lo povero. Fatto questo, cuopre con un pannicello di tela il cesto e piglia un denaio, una moneta di due denai e un soldo, che da noi son tutte picciole monete, le quali in tre diversi nespoli nasconde, sì che non si veggano né si tastino a toccarli, e appresso aver buona pezza crollato il cestello, dice così: - Io ho in questi frutti tre diverse monete poste; sappiate adunque che colui a cui la minor toccherà guadagnerà uno scudo e a cui la seconda mezzo scudo s'averà e a cui la maggiore oltre a quella un terzo di scudo gli darò. - Dopo, il più giovane de' suoi figliuoli fa a sé venire, a cui così dice: - Pon qua dentro la tua mano e tranne due nespoli, li quali vo' che sieno del povero; però mettegli su questo desco - e ve li fa mettere senza punto guardare se a colui sia cosa veruna toccata; che, poi tratti sieno tutti gli altri nespoli, fa vedere; e sempre gli ultimi due son di chi dà la ventura; e allora si vede prima se al povero cosa alcuna sia toccata; e tutto quello che la sorte gli dà, la vegnente mattina al primo che a quella casa vadi per chieder limosina si dona. Qui poi surge una festa grande, mischiata nondimeno d'alcuna scontentezza, perché ivi si sente or questi dolersi che la ventura a lui non sia toccata e or quell'altro tutto lieto grida: - Certo a me cavelle è toccato, ma ciò che sia nol so -; e s'aviene che 'l denaio vi trovi, mena gioia grande; e un altro s'ode lamentarsi che a lui non sia toccato che venti soldi. Finito poi quel festeggevole romore, s'assaggiano i vini, bevendone ognuno un picciolo sorso, e nonostante che la quantità sia così picciola, nondimeno, per esser la diversità molta, alcune volte aviene che alcuno [lieto] più dell'usato a letto si vadi, non senza piacer di tutti gli altri.
 
Delle giugiole.
Sono ancora buone nel cominciamento di questa stagione le giugiole, le quali, ancor che non mature, son pur buone a mangiare, ma son vie migliori essendo mature, et è frutto molto stomachevole, né credo che qui crescano.
 
Delle olive.
Si colgono allora le olive ancora che si vogliono mangiare, perché non mature si deono dall'albero spiccare, conciosia cosa che delle altre se ne facci l'olio, cotanto alla salute de' nostri corpi giovevole; e ognun sa a quante altre cose egli sia buono, onde di questo altro non dirò.
 
Delle castagne.
 
Lesse.
Pure in questo tempo abbiam noi le castagne, che questa nazione non ha, le quali, volendole mangiare, a diverse maniere si cuocono, se bene ancora crude se ne mangi; ma i più, cocendole, le arrostiscono, poste in una padella pertugiata sopra la vampa del fuoco, o sotto le calde ceneri, e con sale e con pepe le mangiamo; e invece del zucchero, che qui usano, noi usiamo il succo d'aranzi. E alcuni, anzi i più, in esse dan la predetta ventura, come s'è detto, e bevutovi un poco dietro, ognuno a dormire si va; et elle ricchieggono il vino nuovo dolce. Se ne cuocono poi in acqua sola, e queste chiamansi lesse, le quali vengono più da fanciulli e dalla bassa plebe, che dagli uomini civili e maturi, mangiate.
 
De' biscottelli.
Ne cuociamo ancora in ottimo vin bianco dolce, nel quale avendo alquanto bollite, di quel si tranno e si pongono a seccare al fumo; e così acconcie son fuori di modo buone, e chiamasi biscottelli, e per tutto l'anno si conservano. Se ne secca molta maggior quantità pure al fumo, senza cuocerle, poste sopra graticci; e poi, mondate, si conservano due anni e più; e le nostre donne di queste, quando vengono le rose, delle più grosse, che sono i maroni, [parte guardano] in ceste overo in casse con foglie di rose, ove divengano tenere e odorifere molto. Delle altre così secche, ma più picciole, ne fan farina e pane, ch'è molto dolce, ma anzi che non insipido. Questa farina si conserva molti anni, sì che per poco impetrisce, e perciò tutti i prencipi d'Italia ne fan nelle fortezze lor conserva grande per munizione da guerra; e di queste castagne a questa foggia seccate la povera gente ben si nutrisce, cocendone a diverse maniere, e prima in minestra, sole e in compagnia d'alcuni legumi, quali sono i fagiuoli. Altri, avendole fatte un poco in acqua assai calde stare, levano da quelle la seconda corteccia e poi ne fan diversi mangiari, cocendone nel fior di latte; e son molto buone; e n'empiano i capponi, le oche e i galli d'India che vogliano arrostire, con susine secche, uva passa e pane grattugiato. Migliaia de' nostri montanari di questo frutto si cibano in luogo di pane, il quale o non mai overo di rado veggono. Per la qual cosa, quando gli alberi producenti simigliante frutto ne producon poche, come alcuna volta aviene, quivi il frumento diviene carissimo e i popoli delle nostre montagne patiscono molto, perché, quando essi han dovizia di castagne e di latte, poco si curano di pane né di vino, e quivi si veggono uomini ben fatti e robusti, quantunque in vita loro non vedessero mai pane.
 
De' corniuoli.
I corniuoli son pur buoni in questo tempo, e son certi piccioli frutti rossi, lunghetti e grossi quanto una non molto grossa uliva, e il nocciolo loro è durissimo, e son di sapore aspri e d'operazione astrignenti molto; et è frutto più da fanciulli e da donne gravide che da uomini gravi.
 
De' melagrani.
Abbiamo, di più di molte altre generazioni, i melagrani o pomi granati, che è ottimo frutto per diversi cibi, ma spezialmente per ristorare i febricitanti, spegnendo in loro l'ardente sete dalle cocenti febri generata; e de' suoi grani per cotal effetto se ne fa un vino oltre a modo gustevole e sano; et è molto vago all'occhio di chi lo miri.
 
De' triboli.
Nasce ne' canali d'acqua dolce non molto correnti (qual è la Brenta, che da Padova conduce i burchi de' viandanti a Vinezia) un'erba con foglie larghe e tonde, che fa un fior bianco simigliante al giglio, la quale dagli erbolai ninfea vien chiamata, che produce certi frutti, la cui corteccia è nera no, ma quale è quella della castagna; e alcuni sono triangolari e altri di quattro angoli, assai pungenti e duri, chiamati triboli, che si cuocono in acqua con sale; e alquanto del sapore della castagna ha, ma non così buono, anzi è mangiare più tosto d'animali bruti che di ragionevoli; e per esser l'erba che gli produce assai friggida, è da credere che i suoi frutti sieno ventosi e friggidi.
 
Delle pigne.
Di più, abbiamo le pigne, che sono i frutti de' pini domestici, nelle quali si stanno come in istanze ben secure i delicati pignuoli, ottimi a mangiar crudi senz'altro, opure col pane, e cotti ne' pieni de' polli; e son di buon nutrimento, multiplicando lo sperma all'uomo. Se ne fanno con zucchero i pigni cotti, e separatamente si cuopron di zucchero a guisa delle màndole, e sfogliate e tortelli rari si fanno.
 
Delle carobe.
Nasce nel reame di Napoli una spezie d'alberi alti e grossi quanto le querce, portanti certi frutti chiamati carobe, le quali, quando altri le vedesse verdi e che non ne avesse mai prima vedute, sarebbero pigliati per baccelli di fava capodica, e secchi son lunghi quanto si sia il più lungo baccello, ma son piatti e non rotondi, come son que' della fava, e il color suo è simile a quello della castagna. Questo frutto è assai dolce quando è secco, ma molto più quando è verde, e nelle parti sue di dentro ha alcuni semi del medesimo colore molto duri. Viene per cibo molto stomachevole stimato; e riscaldato alquanto sopra cenere calda e dopo cena mangiato, consuma il catarro e fa mille altri buoni effetti.
 
De' fonghi prataioli.
Io mi son riserbato a ragionar qui de' fonghi, nonostante che nella primavera e nell'estate in Italia ne nascano (come ancora in questa fertilissima isola, dove ancora sono da pochi conosciuti), e a studio ho ciò fatto per trovarsene maggior diversità in questa stagione che nelle altre si facci. Per la qual cosa io dico che quelli che nella primavera si trovano son piccioli, bianchi di fuori via e di dentro incarnatini, e sono assai duri, e per nascere ne' prati prataiuoli s'appellano, e son molto buoni senza esser mai nocivi; né per mangiarli si fa loro altro che mondarli dalla tenera pellicina che gli cuopre; poi, posti in un pentolino con un poco d'acqua, ma olio assai overo butiro, con sale, aglio, pepe e una onesta quantità di buone erbette, si fanno a lento fuoco cuocere. E così chi ne mangia e non se ne lecca le dita non istimo che quel tale s'intenda bene della vera boccolica.
 
Degli oveschi.
L'estate poi, e spezialmente quando dopo lungo secco venga a piovere, nascono pe' campi e pe' boschi altri funghi, li quali per esser di figura dell'uovo si chiamano oveschi, a' quali levata la prima lor pelle, che è bianchissima, restano del colore dello scarlatto, e sono essi buoni e più d'ogni altra spezie più prezzati, né essi dietro si recano nocumento alcuno. nondimeno, per giucare al sicuro, facciansi prima in acqua bollire con sale, con un capo d'aglio e con un pero tagliato in più parti, e nel bollir facciasi l'acqua andar di sopra, cioè che si spandi, e bolliti si levino di quell'acqua gittandola via col pero e con l'aglio; le quai cose, quando i fonghi avessero in sé parte alcuna venenosa, a sé la tranno e i fonghi ne lasciano liberi. Così bolliti, appresso si friggono con sale e con foglie di petrosello e poi vi si sparge sopra il succo d'aranzi, e in cotal maniera acconci si mangiano, overo che si cuocono a lesso, come ne' già mentovati s'è dimostrato. E sappiasi che la gamba di tutti i fonghi è così buona, quando non sia verminosa, quanto il busto.
 
De' fonghi dell'anello.
Ne vengono altri nel fine dell'estate, che son molto larghi sopra un lungo ma sottil pedale, e alcuni sono nella superficie loro bianchi e di dentro tirano al rosseggiante, ma non son così duri né chiusi come i prataiuoli; altri son di fuori via di colore castagnicci; e tutti questi a mezzo il lor pedale hanno uno anello, che è veramente segnale che son buoni e, non avendovelo, son cattivi. Questi, acconci alle due predette maniere, son buoni; e avuti la prima bollitura, chi ne vuole conservare per la quaresima, gli sali in vasi di terra invitriati, così: ponga prima nel fondo un suolo di sale grosso un mezzo dito, poi un de' predetti fonghi bene sgocciolati, e poi sale, e così vadisi facendo fino che s'abbian fonghi o che il vaso sia pieno; e abbiasi questo riguardo: che l'ultima mano sia di sale; e poi, d'un tagliero coperti con un grieve peso sopra, si conserveranno lungo tempo o per quanto l'uom vuole. Quando poi si vogliono mangiare, si mettono a stare tutta una notte a molle in acqua tepida e poi, lavati in altra similmente tepida e sgocciolati, s'infarinano e in olio od in butiro si friggono col petrosello, aglio, pepe, e succo d'aranzi sopra.
 
De' boledi.
Gli altri, che non vengono se non su la fine di questa stagione o sul principio delle seguenti, si nominano nella patria mia boledi, e tra' boschi di querce o di castagne si trovano e al monte, e sono assai grossi e duri e del colore del pomo rugginoso, e di sopra via rotondi e con la gamba loro assai grossa; ne c'è il miglior di questo per salare. Sono molto prezzati e alle maniere omai dimostrate si cuocono. Se ne ritrovano ancora altri di varie qualità e forme, i nomi de' quali ora alla mente non mi vengono.
 
Delle spongiuole.
Resta che si parli delle spongiuole, che nella primavera pure, ma molto più in questa stagione vengano, e così si chiamano per esser tutte piene di pertugi come si veggono essere le sponghe, e quanto alla forma sono come una picciola piramide sopra la lor gamba, che non è già cattiva. Queste si lavano solamente e poi si cuocono come i fonghi suoi parenti, né di queste si teme male alcuno.
 
De' polmoneschi.
Sopra i tronchi e allo 'ntorno del piede delle querce nasce una maniera di fonghi assai strana, perché son molli quale è il polmone e del medesimo colore e per poco così grandi, il nome de' quali non so e perciò gli nomerò polmoneschi, ma bene affermo che, bolliti e fritti col pepe, sale e succo d'aranzi, sono al mangiarli oltre ad ogni creder buoni. Di questi tali adunque, quando non vengan colti e lasciati su gli alberi indurire e seccarsi, si fa l'esca con la quale in Italia accendiamo di notte tempo il fuoco.
 
Fonghi senza nomi.
Non sono molti giorni passati che, ritornandomi da chiesa, nell'entrare di questo regio parco, dalla fanciullina del mio signor Neowton fui chiamato, dicendo: - Ecco, Castelvetri, colà un bel fiore -; alle cui parole mi voltai e ad un grosso pilastro del rastello che chiude il parco veggo un quasi della qualità del già detto, ma molto all'occhio più vago, perché era giallo quanto l'oro si sia e duro, ma cotanto maestrevolmente dalla providente natura fatto, che grandissimo piacere a riguardarlo recava. Io lo colsi e la signora mi domandò che ne volessi fare, e dicendole che mel voleva mangiare, ella disse. - A me non ne farai già tu mangiare - e io a lei risposi: - Signora, tanto meglio sarà per me, che ne avrò maggior parte. - Mi convenne dopo il desinare andare a Londra e meco mel portai, e 'l giorno vegnente me lo mangiai e ottimo lo trovai, ne d'altro mi duole che di non averne mai più trovati.
 
Delle zucche marine.
 
Maritar le zucche, che venga a dire.
 
Minestra di zucche e di scorze di melone.
Per poco mi domenticava di parlare delle varie qualità delle zucche, che in questa stagione son nel colmo loro, chiamate communemente marine, per aventura perché chi va sul mare per nuotare, né assicurandosi delle propie forze, seco porta due di queste zucche intiere, ma seccate, che si lega sotto il petto, e così non può andare sott'acqua né annegarsi, e tali usano i giovanetti che apparano ne' fiumi a nuotare. Di queste alcune sono tutte verdi, e altre verdi e gialle e alquanto più lunghe che grosse, e altre son tutte bianche e rotonde ma piatte, e queste son le migliori per l'arte del nuotare. Le verdi adunque, che son le prime, cominciano a venire a mezzo la passata stagione, e quando son della grossezza d'un grosso pomo si cucinano alla maniera de' citriuoli, come al suo luogo ho insegnato. Sono similmente buone tagliate in minuti pezzi o fette lunghe, né più del minimo dito grosse; e fritte, dopo averle un poco infarinate, si mangiano col loro sale sopra. Le minori intiere si fan prima cuocere in acqua con un poco di sale, poi, levatole di quella acqua e in diverse parti tagliate, si pongono in un piatto con butiro fresco sopra uno scalda vivanda, e gittatovi sopra un poco di sale e di pepe e d'un altro piatto coperte, quivi si lasciano bene stagionare, e a chiunque ne gusta piacciano molto. Delle più grosse se ne fanno di molto buone minestre, facendole in buon brodo cuocere, et essendo presso ad essere cotte, si maritano, che viene a dire che in quelle si metta un miscuglio fatto di pane bianco grattugiato con altretanto cacio vecchio e spezie forti o pepe polverizzato, e ogni cosa bene incorporata insieme con due uovi ben dirotti; e così acconcie, ne riesce una buona e sana minestra, e tale si fa ancora di scorze di melone, quando s'è la polpa di quel mangiata e levatone sottilmente la corteccia di fuori via. Delle predette zucche nel verno ne facciamo di buone torte. Le tutte bianche, oltre a mangiarle acconcie secondo le disopra mostrate maniere, si tagliano sottilmente quanto si sia il sottil cuoio de' guanti d'Ossonia, al quale, quando son poi seccate al sole, son cotanto a quel simiglianti, che io mi son pigliato non picciol trastullo a fare qui credere ad alcuni amici che fossero ritagli di cuoio di capretto non nato; li quali avendone poi mangiate, se ne risero molto.
 
Delle cime de' rami delle zucche.
Ormai non mi resta, per quanto io mi possa ricordare, altro a dire degli erbaggi, né delle radici, né de' frutti di questa stagione, se non se delle cime de' lunghi rami delle predette zucche, che su per gli alberi o delle siepi e ancora serpendo per terra vanno. Si taglieranno adunque le predette cime lunghe una spanna, lasciando due sole picciole foglie nell'ultima lor parte co' bottoncini che ordinariamente vi sono; anzi, se vi saran zucche picciole quanto è una uliva, non si spiccheranno, perché accrescono la bontà delle cime, e quando ancora quanto una grossa noce, non saran punto men buone. Lavate poi e con accia legate venti o quante si vuole, si faranno in una pentola capace cuocere, come parlando degli asparagi si disse, ma bisogna ben guardare che nel rimuoverle non si rompino e che cada lor la cima, nella quale consiste la maggior bontà. Levate poi di quell'acqua e bene sgocciolate e poste con butiro liquefatto in un piatto, con sale, con pepe e con succo d'aranzi si condiscano, e per cibo sano e alla bocca grato vien trovato.
 
 
DEGLI ERBAGGI DEL VERNO.
 
Usiamo nel principio di questa malinconica stagione per insalate le verdi e più tenere foglie [della] cicorea, le quali prima ben lavate e appresso minutamente tagliate, col suo aglio, senza il quale non si mangian mai, e con tutti gli altri ingredienti che in far le altre insalate s'usano, la facciamo. Sonvi similmente i germogli delle radici di questa erba, li quali col sepelire le predette radici nell'arena divengono bianchi e molto sghiaccidi.
 
De' radicchi.
Abbiamo poi le medesime radici, che radicchi d'alcuni son chiamate, le quali prima si vogliono tanto bene radere con un coltello, poi si fendano pel lungo e se ne tra' l'anima, o vogliam chiamarla midolla, la quale per esser legniccia non è buona; e bollite in acqua con sale, si tagliano poi in piccioli pezzi e si condiscono secondo tutte le insalate già nominate; ma a questa vi s'aggiugne un poco d'uva passa, prima monda e ben lavata, e ciò fassi per raddolcire in parte la loro amaritudine.
 
Dell'indivia.
Si trova ancora per lungo spazio di questa stagione la indivia bianca, della quale per averne altrove parlato e per essere in queste contrade assai bene nota, non ne dico qui altro.
 
Del cressone.
Usiamo poi il cressone, ch'è l'ultima verde insalata di questa stagione, che dura tutto lo 'nverno, quando però non agghiaccino i grossi e piccioli ruscelli, la quale è assai buona, ma il non trovarsene d'altre verdi la fa parer migliore che ella si sia. La quale erba nasce ne' ruscelli d'acqua di fontana corrente e perciò è rinfrescativa molto, e cruda si mangia.
 
Cipolle cotte in insalatata.
Mancando poi le verdi, in luogo di quelle usiamo le cipolle cotte sotto le ceneri calde, overo in acqua, ma alla prima maniera cotte son vie più saporite e più sane, e seco usiamo il pepe franto. Onde per iscacciar la tosse procedente da rafreddamento son rare, ma senza pepe.
 
Delle carote e delle rape.
Usiamo, oltre alle già dette, le carote rosse e gialle, e così le rape pur cotte, e vogliono sempre il pepe oltre agli altri condimenti. Facciamo delle rape ottime minestre, oltre al cuocerle alla maniera di questo paese, facendole cuocere, ma prima in sottili particelle tagliate, in brodo buono; e cotte, sopra vi gittiamo cacio vecchio grattugiato e pepe. Che è quanto delle insalate del verno mi sappia ricordare; perciò mi passerò a ragionare de' frutti, che in così fredda stagione usiamo.
 
De' frutti del verno.
Dico adunque che son per pochi i medesimi che si sieno quelli della precedente, quanto però a' peri e a' pomi s'aspetti, che pure son molti e di diverse qualità, e quanto ancora all'uva verde, che, come s'è detto, conserviamo a' palchi delle camere appesa.
 
De' tartufi.
Per la qual cosa altro di questi non dirò, ma mi verrò a ragionare de' tartufi come di frutto speziale di simile stagione e non d'altra, e particolare d'alcune contrade della nostra Italia. Dico pertanto che questo frutto è (secondo il parere de' simplicista) un fongo che nasce sotterra, né mai a luce viene e ivi sicuro si sta, se i di lui golosi, od i cupidi del denaio che ne guadagnano, nol cavino, il che a due maniere si fa: l'uno è quando la terra si trova scoperta di neve, su la superficie della quale nasce una erba molto minuta e al color giallo tirante, molto bene da que' contadini conosciuta; e quivi, cavando un palmo o poco più, si trova simil frutto. Perciò il nostro sovran poeta, paragonando la virtù de' begl'occhi dell'amata sua donna a quella de' raggi solari, disse (nel dicinovesimo sonetto, che comincia: "Quando il pianeta che..." ecc.):
 
E non pur quel che s'apre a noi di fore
le rive e i colli di fioretti adorna,
ma dentro, dove già mai non s'aggiorna,
gravido fa di sé il terrestre umore,
onde tal frutto e simile si colga ecc.
 
e dicendo "tal frutto", s'intende ch'egli mandasse ad un amico suo un piatto di tartufi. L'altra maniera poi trovarlo è per mezzo del lordo porco, al quale fuor di modo piace, e col suo aguto odorato conosce ove nascosto si stia. S'accosta l'odor di questo frutto assai a quel del fongo, ma è di gran lunga più aguto; perciò da questo il predetto animale, ove ne sia, quantunque la terra sia tutta di grossa neve coperta, quivi si ferma e, la terra sotto la neve cavando, lo trova, e se quindi non vien tosto cacciato, subito sel divora; ma l'astuto villanello, che a cotal fine gli ha l'occhio addosso, incontanente d'ivi lo caccia e con la sua vanga egli nel trae; e ivi cavando, ne trova quando due o tre e quando più, e sono per lo più della grossezza d'un uovo. È il tartufo non tanto spongoso quanto il fongo, ma più sodo, e alcuni son di colore cenericcio e altri neri, e questi per migliori vengono stimati e perciò si vendono più cari, vendendosi più di mezzo scudo d'oro la libra di dodici oncie, e questi si trovano sul distretto di Roma; gli altri poi si vendono a miglior derata, e in Lombardia quantità assai grande se ne trova. Volendone mangiare, si cuocono involti in carta bagnata sotto le cener calde, e quivi un mezzo quarto d'ora lasciati, son cotti; e, come alla pera, si leva la prima corteccia col coltello, poscia in minute particelle si tagliano e a finir di cuocersi entro un pentolino con ottimo olio, sale e pepe si mettono, e caldi che sieno, son cotti, né altro accade aggiugnervi se non il sugo d'uno o di due limoni o d'aranzi bruschi od agri, e così acconci si mangiano. Si possono ancora per tutto l'anno conservare e alla seguente maniera: arrostiti sotto le ceneri che sieno e della corteccia loro mondi e in pezzetti tagliati, in uno alberello pieno d'olio si ripongono e, ben turato il predetto vaso, lungo tempo si conservano; e quando altri ne voglia mangiare, di quel vaso se ne cava quanti l'uom vuole, e in un altro messi con nuovo olio, con sale e con pepe [si faranno scaldare], né mai si lascierà di mettervi il succo di limone; né altro per trovarli buoni si fa loro. Che è quanto di questo e d'ogni altro frutto od erba che noi di mangiare usiamo mi sappia dire, e perciò intendo di por fine a questo mio ragionamento con una graziosa beffa, avenuta colà dove io già mi dimorava, in venendo a ragionare di questi tartufi.
 
Piacevole novelletta.
Dico adunque che, trovandomi negli anni di nostra salute 1572 in uno assai grosso villaggio del marchese di Bada nella Magna appellato Rotlè, nel quale solamente per apparare l'assai malagevole lingua di quella nobil contrada m'era ritirato, il che dimorandomi nella bellissima città di Basilea non mi era potuto venir fatto per la molta quantità d'Italiani, di Francesi e di Spagnuoli che in quel tempo vi si trovavano.
Laonde un giorno avenne che a desinare col castellano e governatore di tutto il contado di detto villaggio io venisse invitato, ove a caso vi si trovarono molti gentiluomini e tra quelli un barone, giovane molto grazioso, il quale non avea molto che d'Italia s'era venuto; e intendendo che italico io mi fossi, a me il suo parlare rivoltato, a dir così si diede:
- Amico, da che odo che italiano voi vi siete, non vi sia grieve, vi priego, dirmi onde avenga che gli uomini nobili di quella per altro nobilissima patria si vadino nelle ville loro dietro a' porci.
- A così fatto suo parlare subito io m'imaginai che egli vi s'avesse alcun veduto ire, come testé dissi, con un tale animale a cercare tartufi; e perciò del suo ingannarsi feci bocca da ridere, ch'egli in mala parte pigliò, come quelli che a credere si diede o che io volessi farlo parer bugiardo o che di lui mi beffeggiassi, e mezzo addirato così si diede a dirmi: -
Eh come! non è ciò che dico vero?
- Io, per racchettarlo, mansuetamente gli risposi:
- Egli è vero che la Signoria Vostra si puote essere abbattuta a vedere un di que' gentiluomini mandarsi inanzi un porco per l'un de' piedi di dietro legato, ma con esso lui avrà ella altresì veduto un contadino colla vanga o con la zappa in collo seguitarlo.
- Cotesto che voi dite è vero - soggiunse egli, e seguitò dicendo: - E perciò non vanno essi dietro a' porci?
- Oh, se ben vanno - diss'io - dietro a così fatto animale, non per questo gl'italici gentiluomini si dirà che menino i porci a pascere, ma per trovare un rar' frutto quel fanno ch'ella dice, il quale nel tempo che la terra è di neve tutta coperta non saprebbono senza così fatto animale trovare, che all'odore quel conosce ove celato si stia; e per piacer egli oltre a modo tal frutto a' nostri gentiluomini, prendon piacere grande d'andarlo a quella guisa cercando. E pertanto, s'ella si fosse quivi fermata tanto che la bestia si fosse messa col suo grugno a cavare sotto la neve, avrebbe similmente veduto il gentiluomo indi cacciarlo e il contadino incontanente darsi col suo stormento a cavare.
- Il barone allora, ripigliando il dire, così mi disse: - Adesso ottimamente l'affare capisco, e dove prima scandalizzato d'una tal maniera mi vivea, or ne resto tutto soddisfatto e mi vi sento molto ubligato.
- E poi seguitando disse: - Ma, domine, qual frutto può mai esser quello, che non mi so imaginare quale egli si possa essere, e pur caro mi sarebbe il saperlo, quando a voi non rincrescesse il dirmelo.
- Dèe ella - diss'io sapere, ch'egli è senza dubbio una qualità di fongo, che non mai fuori della terra apparisce, e chiamansi tartufi.
- Udendo egli così fatto nome, non molto lungi da questo altro suo "tertifle", che nella favella nostra "diavolo" si viene a dire, con non sua poca ammirazione si diede ad alta voce a dire:
- Deh, buon Dio, e qual gusto trovate voi altri in mangiare così fatta bestia?
A cotal suo parlare non fu in mia balìa il poter le risa ritenere e, ridendo, soggiunsi:
- Oh, volesse Iddio che al presente un tale diavolo noi qui ci avessimo, perché io mi rendo ben certo che quella e tutti questi signori non pur buono il troverebbono, ma che ancora se ne leccherebbon le dita.
- Per confessarvi il vero - ritornò egli a dire - cotesto vi vo' io ben credere, conciosia cosa che, anzi nella vostra bella contrada m'andassi, io non sol non mi mangiassi lumache né rane, anzi, come cose stomachevoli e a' corpi umani mortifere, le avea a schivo e fuor di modo le aborriva, e oggi non con mio minor gusto le mangio che altri si mangi capponi e pernici.
- Ora, avendo qui al suo parlar posto fine, in altri ragionamenti s'entrò; e poi dopo quel tempo più d'una fiata fui cortesemente da lui al suo castello (che non guari lungi di là sovra la cima d'un ameno monticello era posto) invitato, e fecemivi molte lumache molto bene acconce mangiare, e del suo inganno più volte ne ridemmo.
E io qui finisco, con pregare Iddio che facci sì che questa mia picciolissima fatica rechi, a chiunque degnerà guardarla, piacere e utile e a sua divina Maestà onore e gloria.
 
 
Finisce il racconto degli erbaggi e de' frutti.
 
Riscritto in Eltam Parco a' quattordici di giugno 1614.

15.13 Il manicomio di Mombello a Limbiate

---------------------------------------------------------------------------
www.redigio.it
 
Il manicomio di Mombello a Limbiate
Conosciuto come "il manicomio di Mombello", l'ex Istituto di Cura Antonini è un reperto archeologico moderno a cielo aperto. Giungere dinnanzi all'entrata e trovarsi di fronte a una guardiola abbandonata in evidente stato di degrado e vandalismo è un chiaro biglietto da visita rispetto a ciò che troveremo all'interno di questa struttura. Eppure, quel che fino a una trentina d'anni fa era uno dei poli ospedalieri più conosciuti e rinomati d'Italia, in parte sopravvive. Alcuni dei vecchi padiglioni sono stati, infatti, riqualificati: ne è un esempio lampante la villa Arconati-Crivelli in cui, ora, ha sede l'Istituto Agrario. Anche il giardino e l'oratorio di San Francesco (ove si sposarono Elisa e Paolina, celebri sorelle di Napoleone Bonaparte) sono stati recentemente riavviati verso gli illustri splendori.
Non è difficile immaginare il motivo per cui la collina di Mombello sia stata così soprannominata (il toponimo è un'abbreviazione di Monte Bello):dal retro di Villa Arconati-Crivelli si ha una splendida panoramica del paesaggio circostante.
 
Ma quel che attira è la parte più "oscura" di Mombello. Quella rinchiusa all'interno di edifici le cui porte sono state lasciate aperte e che, nonostante i vari segnali di pericolo di crollo e fasciature edili, in un modo o nell'altro continua a respirare. Morbosamente. Di giorno, per lo più, grazie ad appassionati di urbex, semplici curiosi o writers alla ricerca di un nuovo muro su cui esprimere la propria arte. Di notte diviene, invece, il regno di senzatetto, tossicodipendenti e prostitute.
 
L'ospedale psichiatrico prese il nome da Giuseppe Antonini, direttore dal 1911 al 1931, un vero e proprio innovatore nella cura delle malattie mentali. Fu infatti lui a sperimentare percorsi riabilitativi comprendenti l'ausilio della musica, dell'arte e dell'attività fisica, volti principalmente alla reintegrazione societaria e a uno stile di vita più consono per coloro che soggiornavano all'interno di queste mura.
La storia dell'istituto però risale all'agosto del 1865 quando, a causa del sovraffollamento della Senavra (il manicomio di Milano) e di uno scoppio epidemico di colera, una sessantina di malati venne trasferita all'interno Villa Pusterla-Crivelli. Vennero, quindi, iniziati lavori di adeguazione e ristrutturazione, compiutisi del tutto solo un paio di anni più tardi, nell'ottobre del 1867. A tale data gli ospiti erano 300: 150 uomini e 150 donne debitamente divisi. Pian piano quello racchiuso all'interno del parco divenne un vero e proprio villaggio grazie alla costruzione di nuovi padiglioni, ognuno con una differente funzione. Non solo meri ospedali, quindi, ma anche laboratori scientifici, cucine, una sartoria, una tipografia e molto altro ancora. Tutto ciò rese Mombello unico nel suo genere.
All'epoca i degenti non erano suddivisi in base al tipo di patologia, bensì per comportamento: "tranquilli", "agitati", "sudici", "lavoratori" erano solo alcune di queste categorie, ognuna delle quali aveva un padiglione o un reparto dedicato. Gli "agitati", però, erano internati al "Campo della Palma": di questo non rimangono altro che un campo ed un cancello laddove si trovava una struttura ormai non più esistente.
I degenti più "tranquilli" potevano godere di una specie di libertà "vigiliata" e, a volte, venivano portati a passeggio fuori dalle mura delle strutture. Allora gli abitanti del paese, per impaurire i bambini, additavano quelle file di uomini e donne vestiti con tristi casacche grigie, intimando loro: "Se non ti comporti bene ti mando dai matti di Mombello!".
 
Nel 1978, a seguito della Legge Basaglia, a poco a poco tutti i manicomi italiani iniziarono a chiudere. Quello di Mombello venne prima riconvertito e, infine, chiuso del tutto nel 1999.
 
Purtroppo cio' che rimane ora delle strutture "visitabili" di Mombello è stato quasi del tutto distrutto a causa di un vandalismo massiccio e controproducente: se, da una parte, il fascino di una natura che si sta riappropriando dei suoi spazi da luogo a scene mozzafiato, dall'altra diventa quasi impossibile muoversi con sicurezza tra un corridoio e l'altro a causa dello strato di vetri infranti che ricopre i pavimenti.
 
Impossibile dire se questo sia un luogo di "fantasmi". Sicuramente è stato un luogo di profonda sofferenza, tutt'ora percepibile con una lieve sensazione di angoscia o tristezza. Tante sono le leggende legate a questo posto, seppur non abbiano ritrovato riscontro storico. C'è chi dice che di notte vi siano presenze inquietanti, chi dice di essersi sentito "gli occhi puntati addosso" durante la visita di alcune ali degli edifici, ma considerato che - come detto poc'anzi - questa è divenuta dimora di nomadi e senzatetto, il tutto può essere facilmente interpretabile con coerenza.
 
Storicamente provato, invece, che tra queste mura sia stato ospite anche Benito Albino Dalser, il figlio nato da una relazione tra Benito Mussolini ed Ida Irene Dalser. Secondo la versione ufficiale, questi morì di consunzione nel 1942; ciò non toglie che la prematura scomparsa abbia fatto circolar voci secondo le quali si sia, piuttosto, trattato di un vero e proprio "delitto di regime". Tuttavia, la storia di Benito Albino merita un capitolo a parte che verrà sicuramente ripreso prossimamente.
 
Rispetto a qualche anno fa non rimane molto, eppure è ancora possibile trovare, nelle stanze più o meno in penombra dei singoli padiglioni, mobili, sanitari, qualche letto, strumenti ospedalieri, materassi, sedie, mentre sulle pareti troneggiano graffiti (alcuni di ottima fattura), scarabocchi, frasi ad effetto e bestemmie. Numerosi documenti clinici sono sparpagliati per tutto l'edificio: con un po' di pazienza è possibile trovarne qualcuno ben dettagliato in cui la storia del paziente può essere debitamente ricostruita.
Quando, poi, entrando in una delle stanze del piano di sopra di uno di questi edifici, troviamo adesivi con i nomi dei pazienti appiccicati sulle ante degli armadi, ci rendiamo conto che i "matti di Mombello" non se ne sono mai andati del tutto, sono ancora lì, custodi di una memoria che non vuole essere dimenticata.
 
Per una storia più approfondita del manicomio di Mombello, vi suggerisco di dare un'occhiata al sito dell'Aspi (Archivio storico della psicologia italiana), dal quale ho anche estratto alcune informazioni utlizzate in questo articolo.
http://www.aspi.unimib.it/collections/entity/detail/216/