13 lib1422-GUERRA

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lib1422-GUERRA
Contents
13.1 Dalla prima alla seconda guerra mondiale - La resistenza
13.2 Natale al fronte: tre Legnanesi nella bufera della seconda guerra mondiale
13.3 Bersaglieri
13.4 Un legnanese tra i tedeschi.
13.5 Il ricordo di due giovani partigiani
13.6 Così maturò la scelta partigiana di Bollini
13.7 Ferito in guerra e con una croce al valore
13.8 il bombardamento dell’Alfa Romeo
13.9 Carlo Borsani e Arturo Sesler: vittime della defascistizzazione
13.10 Chi era Antonio Bernocchi?
 
 

13.1 Dalla prima alla seconda guerra mondiale - La resistenza

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L-28.DOC
 
 
Dalla prima alla seconda guerra mondiale - La resistenza
 
 
 
 
 
 
Alla vigilia della prima guerra mondiale Legnano aveva consolidato la sua nuova fisionomia di centro industriale. L'Europa, nell'estate del 1914, era già scivolata sulla china di un conflitto, che ben presto, con rapida successione di eventi, dilagò, dall'Austria-Ungheria alla Russia. In Italia gli interventisti si opponevano alle correnti sfavorevoli al nostro coinvolgimento in una guerra che purtroppo diventava sempre più inevitabile.
Nel 1915, Legnano contava 28.757 abitanti e proprio nell'anno precedente aveva registrato il massimo dell'incremento demografico e immigratorio con l'aumento di 1532 unità da mettere in relazione con l'incremento dell'industria, che costituì un richiamo di manodopera e di addetti ai servizi del terziario.
I grandi complessi manifatturieri legnanesi erano in difficoltà per il blocco delle materie prime, che provenivano dalla Germania e dall'Inghilterra.
L'entrata in guerra decisa il 24 maggio, dopo accese polemiche tra neutralisti e interventisti, mise ancor più in difficoltà tanto le aziende tessili come le industrie metallurgiche. Superato il primo sbandamento, le une e le altre trasformarono in parte i loro impianti per forniture belliche. La Franco Tosi, in particolare, attrezzò uno dei reparti più vasti per la produzione in serie di affusti di artiglieria pesante.
Le alterne vicende della guerra si ripercossero anche su Legnano, sfociando in una crisi resa ancor più drammatica dall'epidemia di spagnola scoppiata nel 1917. In quello stesso anno un'altra calamità si abbattè su Legnano.
In concomitanza con gli infausti giorni della disfatta di Caporetto una terribile alluvione causò allagamenti e danni a tutti gli stabilimenti situati lungo l'Olona, le cui acque in piena, rotti gli argini, invasero anche il centro abitato, provocando ulteriori disastri a case e negozi.
Due iniziative assistenziali furono intraprese a Legnano durante il primo conflitto mondiale. Nell'istituto delle suore canossiane "Barbara Melzi" si allesti un ospedale da guerra, mentre in una palazzina di via Bissolati, diventata poi sede del Liceo, fu impiantato un centro sperimentale di rieducazione per mutilati di guerra, intitolato alla principessa Maria Josè di Piemonte.
In quegli anni in tutto il triangolo industriale lombardo si intensificarono lotte sindacali alimentate dalle condizioni politiche, ma soprattutto dai disagi delle categorie meno abbienti in una zona trasformata rapidamente da borgo agricolo a centro industriale.
Questo clima di conflittualità proseguì, con alterne vicende, fino al termine della guerra.
L'evoluzione economico-sociale del nuovo sistema impose infatti sacrifici notevoli alle classi lavoratrici, data la carente legislazione sociale.
I contadini, che lasciarono le colture sempre meno redditizie, sollecitati a trasformarsi in operai di fabbrica, dovettero sottostare a forme di disciplina a loro prima sconosciute e vivere in ambienti chiusi e non sempre igienicamente soddisfacenti. Gli stessi subirono un trauma psichico e fisico a volte acuto, dopo aver ritenuto come vantaggioso il loro distacco dall'attività agricola.
Una nota ancor più dolente verificatasi a Legnano, come retaggio dei primi anni pionieristici dell'industria di fine Ottocento, fu il largo impiego della manodopera infantile. Un fenomeno comunque comune ad altri Paesi d'Europa ed in particolare all'Inghilterra.
Nel periodo bellico il posto di coloro che erano arruolati fu in parte occupato nuovamente dalla manodopera giovanissima o femminile, anche perchè la loro retribuzione, a quei tempi, era di gran lunga inferiore a quella maschile.
 
 
 
L'eccessivo sfruttamento dei lavoratori era già stato causa a Legnano e in tutto l'Altomilanese di un movimento sindacale, anche se organizzato con strutture improvvisate. E' sintomatico che proprio a Legnano si registrò il primo sciopero generale che si ricordi in Lombardia e precisamente nel febbraio 1884.
Era in corso una grossa vertenza sindacale che interessava gli operai degli stabilimenti Cantoni di Legnano e Castellanza. Quando già la lotta minacciava di assumere le caratteristiche di vera e propria sollevazione, un intervento della giunta comunale, presieduta da Flaminio Dell'Acqua, riusci a far sospendere l'agitazione.
In un manifesto datato 14 febbraio 1884, l'autorità municipale portava a conoscenza degli operai legnanesi l'invito a ricominciare il lavoro alle condizioni e prezzi attuali, riservandosi la direzione del cotonificio di fare gli aumenti dei salari a coloro che ne saranno riconosciuti meritevoli e nelle proporzioni che essa crederà conveniente a conciliare gli interessi dei lavoratori con quelli dell'industria. E la giunta a sua volta concludeva il manifesto ammonendo: Se qualche mal intenzionato tentasse di opporsi a quelli che hanno volontà di riprendere il lavoro, verrebbe punito a norma di legge.
Legnano fu in prima linea anche in occasione dello sciopero indetto il 4 settembre 1915 in tutte le città dove esistevano complessi tessili, per ottenere un aumento del salario negato dagli industriali. Rispondendo all'appello della Federazione Tessili e delle Camere del Lavoro di Gallarate, Busto e Legnano, pubblicato sul giornale La lotta di classe, scioperò la quasi totalità delle maestranze. I sindacati avevano basato la loro richiesta di aumento di retribuzione sul fatto che era salito il costo della vita e che gli industriali ricavavano maggiori guadagni dalle commesse militari. Il 28 settembre si tenne a Legnano, con la mediazione delle autorità municipali un incontro, al quale tra l'altro presero parte gli industriali Carlo Jucker, l'on. Carlo Dell'Acqua, Venzaghi e Maino. Gli operai, erano rappresentati da un esponente di ciascuna delle tre città sopra indicate, precisamente tali Schiavello, Canziani e Mariani. Dalla riunione non scaturì alcun accordo. Gli operai allora, lo stesso giorno, si riunirono in assemblea a Gallarate, decidendo la proclamazione dello sciopero, come già avevano fatto i tessili di Torino, Biella e Prato. Nonostante l'atteggiamento incerto delle leghe cattoliche, lo sciopero riuscì, come si è detto, massiccio in tutti e tre i maggiori centri cotonieri e nei vicini paesi di Cerro Maggiore, Rescaldina, Castellanza, Canegrate e Nerviano. Durò, cinque giorni e vi presero parte circa 40 mila operai. Gli industriali dovettero capitolare, accettando la maggior parte delle richieste, concretizzate poi, per la parte economica, in aumenti che andavano dal lO al 20%. Nello stesso anno, nel mese di ottobre, anche i metallurgici ed altre categorie operaie ottennero aumenti salariali. Nuovi episodi di scioperi e di lotte si ebbero nel 1917, alimentate stavolta dai socialisti della provincia, che stavano riannodando le fila della loro organizzazione sul territorio, anche per controbattere l'aumentata influenza del partito popolare. Questa volta il pretesto era, oltre l'auento di salario, anche la mancanza di generi alimentari.
Nel Legnanese in questo clima di lotte e rivendicazioni venne organizzata una Camera del Lavoro e si costituirono tanto leghe di ispirazione socialista, come leghe appoggiate dal Partito Popolare e dagli organi dirigenti del movimento sindacale cooperativo.
Inevitabili i contrasti che degenerarono, non di rado, in violenti conflitti, in quanto le leghe cattoliche si ponevano in netto antagonismo al movimento operaio socialista e, a volte, riuscivano a concludere con gli industriali pacifiche e vantaggiose intese, contando sull'ossequio alle istituzioni della gerarchia ecclesiastica, che aveva a Legnano in Eugenio Gilardelli, primo prevosto mitrato, un autorevole esponente.
Nel maggio del 1920 i tramvieri di Legnano fermarono i tram, per impedire una manifestazione del Partito Popolare indetta a Busto. I socialisti sull'Avanti scrissero in quell'occasione che neanche per un 'ora i popolari debbono avere l'illusione di essere padroni delle vie e delle piazze. Episodi analoghi si manifestarono in tutto l'Altomilanese con agitazioni e violenze delle quali alternativamente venivano accusati "caporioni rossi" o "fomentatori reazionari bianchi".
Se nel primo dopoguerra i reduci rientrati ancora sotto l'influenza della grandiosa vicenda bellica non trovarono nella classe dirigente e politica il giusto riconoscimento ai tanti anni di stenti trascorsi al fronte, trovarono fortunatamente posti di lavoro in una città animata dall'ansia della crescita e della produzione, per riscattare gli anni perduti a causa degli impegni e delle limitazioni che il conflitto mondiale aveva imposto.
Superato il primo periodo di relativa tranquillità e di grandi trasformazioni che avevano fatto sopire le lotte sindacali e le diatribe politiche, cominciarono a riaccendersi i primi focolai isolati di malcontento e insofferenza.
Un aspetto caratteristico, del resto comune ad altre zone dell'Altomilanese e del Varesotto, fu, nel dopoguerra, la scomparsa dei partiti democratici avanzati come forza politica autonoma e influente. Nuovi protagonisti della lotta politica si inserirono come parte attiva: su un fronte la classe operaia e pochi intellettuali socialisti; sull'altro fronte le organizzazioni cattoliche, imprenditori e altre forze economiche, attorno alle quali andava aggregandosi larga parte della piccola e media borghesia conservatrice.
A partire dal 1920 si formarono i primi gruppi fascisti provenienti in parte dalla borghesia reazionaria della destra estrema e in parte da categorie eterogenee, in cui erano molti giovani, alla ricerca di possbili vantaggi. Anche alcuni esponenti del partito cattolico diventarono di punto in bianco fascisti. Nei primi manipoli si infiltrarono anche elementi dal passato penale poco raccomandabile. Il fascismo in quei momenti aveva bisogno di individui decisi, violenti pronti anche ad usare le mani per far fronte alla massa socialcomunista sempre più agguerrita. Dal canto loro i cattolici di recente formazione politica, denunciavano inesperienza nel controllo delle masse popolari. Di questa situazione confusa si avvantaggiò, il nascente partito fascista, che puntò subito a reprimere i moti operai delle fabbriche e ad opporre la forza di contrasto, anche fisica, alle suggestioni della propria propaganda rivoluzionaria.
La nebbia della retorica mussoliniana penetrò gradualmente in quasi tutti gli ambienti legnanesi, ma l'ordine e la disciplina, pur imposti con la forza e -- per i dissidenti -- con il confino e il carcere, crearono le premesse perchè la città riprendesse quel processo di industrializzazione già avviato nel primo quindicennio del secolo, rallentato, e non interrotto, durante il primo conflitto mondiale.
 
 
 
29 luglio 1901. All'allora sindaco di Legnano Antonio Bernocchi giunse una domanda in carta da bollo cosiredatta: "Mussolini Benito, maestro elementare di grado superiore, licenziato d'onore della regia scuola normale di Forlimpopoli, diretta dal prof.  Alfredo Carducci (era il fratello del grande poeta), porge rispettosa istanza onde voglia ammetterlo tra i concorrenti ad uno dei due posti di maestro supplente vacanti nel capoluogo del Comune dalla Signoria Vostra illustrissima rappresentato. A giorni seguiranno i documentiprescritti dall'art. 128 del regolamento generale. Devotissimo Mussolini Benito ".
Questa domanda è conservata nell'archivio storico comunale e, agli atti, figura anche che la stessa fu respinta perchè il posto nel frattempo era già stato coperto.
Il giovane maestro di Predappio, se non riuscì a venire a Legnano per lavoro, lo fece per la prima volta, nella primavera del 1921, come esponente del partito fascista. In quell'anno il fondatore dei fasci non godeva ancora di grande notorietà.
Benito Mussolini, esattamente il 5 ottobre 1924, venne di nuovo (e in forma ufficiale) in visita a Legnano, riorganizzatasi dopo gli anni tristi della ma guerra mondiale, allorchè gli opifici tessili e le industrie meccaniche locali si stavano imponendo in campo nazionale. L'invito, accettato, era stato rivolto a Mussolini dal sen. Antonio Bernocchi; la visita iniziò dal Cotonificio Bernocchi, per poi passare all'inaugurazione dell'edificio scolastico voluto dallo stesso senatore.
A Legnano Mussolini tornò, in divisa di capo supremo della milizia fascista e come presidente del consiglio, il 4 ottobre 1934. Un grande palco era stato collocato su una turbina della Franco Tosi in piazza S. Magno, dove il duce tenne il discorso ufficiale ad una folla di alcune migliaia di Legnanesi. Passò quindi a visitare il Cotonificio Dell'Acqua, nel cui cortile lo attendevano circa 4500 dipendenti.
Terminò il suo discorso nello stile reboante, che lo caratterizzava, con la frase: La parola d'ordine in questa azienda è e dovrà essere lavorare e far lavorare. La giornata legnanese di Benito Mussolini si concluse con una visita al Cotonificio Bernocchi, con l'inaugurazione di una mostra di pannelli statistici e di un campionario della produzione aziendale.
Mussolini da allora non tornò più a Legnano vivo. Poco dopo la fucilazione, lo scempio di Piazzale Loreto e la sepoltura nel cimitero milanese di Musocco, la salma del duce scomparve, trafugata da ignoti. Transitò invece lungo le vie della periferia di Legnano, per raggiungere il convento dei frati cappuccini di Cerro Maggiore, ai quali quel cadavere fu affidato temporaneamente in custodia e poi restituito a donna Rachele.
Legnano passò dagli anni operosi della ripresa, seguita al conflitto mondiale del 1915-18, caratterizzati peraltro da una espansione urbanistica e da una trasformazione radicale del centro cittadino, all'era fascista.
Gli anni del dopoguerra videro anche la realizzazione di scuole primarie e di case operaie, costruite dagli stessi grossi complessi industriali.
L'Amministrazione comunale preferì dedicarsi alla creazione e all'ampliamento dei servizi collettivi e alle infrastrutture. Fu effettuata negli anni Venti, infatti l'estensione della rete dell'acquedotto e del gas di città, realizzata con le disponibilità di bilancio.
In quegli anni Legnano sacrificò edifici di un certo valore storico, oltre che architettonico (il palazzetto cinquecentesco dei Lampugnani di Legnanello, l'Ospizio S. Erasmo, alcuni conventi, due caratteristici ponti sull'Olona) per lasciare posto alle costruzioni industriali.
Attraverso una appropriata propaganda, una organizzazione che si fondava sull'ordine, sulla disciplina e sull'orgoglio nazionalista, il regime, anche a Legnano, seppe trascinare larga parte del popolo verso un consenso sempre più vasto, dimostrato soprattutto nelle grandi adunanze e nelle manifestazioni sportive, ma anche in occasione di iniziative come la Fiera Gastronomica, organizzata nel 1934 lungo l'allora viale Brumana, (oggi viale Matteotti) e nelle parate premilitari.
Mentre le industrie, specialmente le tessili, ottennero il massimo impulso sotto l'attenta vigilanza delle emanazioni politiche del regime, nel periodo che va dagli anni Venti ai Trenta furono realizzate alcune importanti opere pubbliche, destinate a far colpo sul popolo, anche come risposta ai moti di dissenso: Casa del Balilla in viale Milano, Casa del Littorio, l'attuale Palazzo Italia, il poligono di tiro, la sede Inam.
Lo stesso Benito Mussolini, il 16 dicembre 1937, consegnò ad un gruppo di industriali e lavoratori legnanesi, ricevuti a Palazzo Venezia, circa tre milioni raccolti con una sottoscrizione tra operai e imprenditori per costruire una scuola all'aperto con colonia elioterapica, uno stadio e una piscina, che sarà poi intitolata a Costanzo Ciano. Venne anche organizzata, nel maggio 1935, la prima Festa del Carroccio per ricordare -- come fece scrivere il federale Rino Parenti -- agli uomini della Nuova Italia il valore e l'eroismo degIi antichi guerrreri.
 
 
 
Legnano nel frattempo aveva ricevuto un riconoscimento conquistato col lavoro e con l'intraprendenza dei suoi abitanti: l'elevazione del Comune al rango di città. Il titolo venne conferito il 15 agosto 1924, con un decreto di Vittorio Emanuele III, ma fu consegnato da Benito Mussolini il 5 ottobre dello stesso anno, in occasione della sua seconda visita, per l'inaugurazione della scuola di avviamento industriale e commerciale  "Antonio Bernocchi".
Quale era la fisionomia economica e sociale di Legnano nel 1924 e quali i principali avvenimenti di quell'anno?
La città contava 29117 abitanti, segnando una ripresa demografica dopo un calo di popolazione registrato durante la prima guerra mondiale. Secondo il censimento del 1927 la popolazione era di circa 30 mila unità, con 677 esercizi industriali o artigianali e 17.612 addetti, con un quoziente di industrialità (occupati nell'industria rispetto alla popolazione) pari al 57,3 %. La forza lavorativa era così suddivisa: industria e artigianato: n. 15.563 addetti tessili: n. 9.926 addetti meccanici: n. 4.056 addetti; commerciali, credito e assicurazioni e servizi vari: n.  287 addetti.
Anche gli avvenimenti con le date più memorabili, nell'anno in cui allo stemma di Legnano fu aggiunta la corona di città, offrono qualche spunto per tracciarne il volto di allora.
Era sindaco, dal 1923, Fabio Vignati (che diventò podestà a partire dal 1 aprile 1927), segretario comunale il dott. Luigi Munari. Tra le opere pubbliche realizzate, oltre ai già citati edifici delle istituzioni del Partito Nazionale Fascista, ricordiamo l'ampliamento del cimitero e della via del Sempione col completamento della pavimentazione, in parte a cubetti di porfido; il rinnovo dell'Ospizio S. Erasmo, col finanziamento dello stesso sindaco Vignati, il recupero delle strutture del palazzetto rinascimentale dei cavalieri Lampugnani di Legnanello per servire alla costruzione, con le medesime caratteristiche, del Museo Civico, inaugurato due anni dopo. Inoltre l'Ospedale fu eretto ente morale e si costruì il padiglione chirurgia con la prima sala operatoria.
Il 19 piugno fu inaugurato il sanatorio "Regina Elena" alla presenza della regina Margherita (oggi l'edificio è sede del Centro socio-educativo per handicappati gravi e di altre istituzioni assistenziali, tra cui la comunità-alloggio della Cooperativa Il Castoro,  voluta dall'A.N.F.F.A.S.).
Il 20 settembre fu inaugurato, presente re Vittorio Emanuele III, il tratto iniziale dell'autostrada Milano-Laghi fino a Gallarate, con casello anche a Legnano. Era la prima autostrada nel mondo, ideata dal varesino ing. Piero Puricelli, col patrocinio del Touring Club Italiano. Fu un'opera ardita, addirittura avveniristica per quei tempi, considerando che in Italia, nel 1924, il parco veicoli non superava le 40 mila unità, la meta delle quali concentrata proprio in Lombardia.
Il mezzo di trasporto che dominava era la bicicletta e la Franco Tosi già fabbricava da oltre un decennio le biciclette Wolsit nello stabilimento di via 20 Settembre, dove all'inizio del secolo si costruirono le prime vetturette della Fial di Guglielmo Ghioldi. Nel 1927 la società Emilio Bozzi rilevò l'attività rilanciando la bicicletta marca Legnano con la casa ciclistica verde oliva, nata nel 1918.
La squadra calcistica lilla, fondata nel 1913 militava in  quell'anno nel massimo campionato prima divisione), allenata dall'ungherese Schoffer .
Già da tre anni era stata costituita la Federazione Industriali Legnanesi, che proprio nel 1924 ebbe il suo momento di massimo sviluppo (in precedenza gli imprenditori della città facevano capo alla Federazione Industriali Altomilanese), anche se fu abolita con la legge fascista del 3 aprile 1926, che eliminava le Unioni locali miste, per conformarle allo schema fisso della giurisdizione provinciale.
La città aveva come organo di stampa locale il settimanale La voce di Legnano, diretto da Carlo Guidi. A questo giornale è legato uno degli episodi della lotta repressiva delle squadre fasciste contro gli oppositori del regime. Il- 1 novembre del 1926, in seguito ad una perquisizione della milizia nell'abitazione del Guidi, esponente del Partito Popolare, l'intera edizione fu bruciata in piazza S. Magno, perchè il giornale non si era allineato ai commenti voluti dalle gerarchie fasciste.
Il quotidiano varesino Cronaca Prealpina dedicava già allora una pagina intera agli avvenimenti del Legnanese e della plaga, come il settimanale Luce, organo cattolico legato alla Curia.
 
 
 
Anche a Legnano e in tutto l'Altomilanese il movimento fascista sorse seguendo le ispirazioni d d ella demagogia nazionalista e patriottarda e fece leva sulla delusione dei reduci, sul malcontento di tanti piccoli borghesi e di giovani, messi in difficoltà dalla crisi economica del dopoguerra. Le prime squadre, all'indomani della famosa marcia su Roma, alla quale anche Legnano inviò alcuni rappresentanti, si formarono con la tacita acquiescenza e gli aiuti concreti di una parte delle categorie più abbienti e dei grossi proprietari terrieri, che non si rassegnavano all'avanzata del movimento sindacale ed operaio.
Il primo nucleo delle brigate nere si insediò in un circolo di via Cairoli presso la ferrovia e da li cominciarono a partire spedizioni contro circoli "non allineati", cooperative, sedi politiche e sindacali. Inermi cittadini furono aggrediti e bastonati con l'ingiunzione di non occuparsi più di politica e di organizzazione operaia. Difficile la difesa dei lavoratori antifascisti contro queste squadre, provenienti da paesi diversi, forti oltre che del loro armamento, della connivenza e complicità di molte autorità dello Stato, che davano loro impunità. Nacquero i manipoli "Numa Negrini"  diventati poi tre per altrettanti rioni della città, intitolati rispettivamente "Renato Falzone", "Daniele Martinelli" e "Dino Piochi". I primi tentativi di opposizione furono repressi duramente dall'allora federale Nino Parenti e una decina di legnanesi furono inviati al confino politico.
In questo clima Legnano ebbe la prima vittima della violenza fascista, Giovanni Novara, un giovane operaio comunista, colpito a morte a rivoltellate da un sicario delle squadre punitive senza che l'assassino venisse arrestato. Con la violenza fu defenestrata nello stesso anno la giunta socialista diretta dal sindaco Ermenegildo Vignati e al suo posto fu designato, come commissario prefettizio, il dott. F. Spairani, che resterà in carica fino al 1 marzo 1923, all'elezione cioè del nuovo sindaco Fabio Vignati.
I cattolici erano divisi tra la corrente conservatrice e la sinistra dello stesso movimento. Quest'ultima, a volte, faceva sentire la propria voce, ma lo stesso Achille Grandi, allora dirigente dei sindacati, pur dichiarando che il Partito Popolare doveva fiancheggiare con l'azione politica l'aspirazione delle classi lavoratrici sosteneva che le organizzazioni cattoliche costituivano l'argine più saldo contro il dilagare del sovversivismo, che attenta alla sicurezza dello Stato (Giornale Luce dell'11 marzo 1920), concludendo con l'invito ai lavoratori a non aderire agli scioperi proclamati dai sindacati rossi.
Quali erano le posizioni di forza dei vari schieramenti politici di Legnano nei tre anni che precedettero la marcia su Roma?
I risultati delle elezioni generali politiche del novembre 1919 offrirono un quadro abbastanza significativo. Nell'ex collegio di Gallarate, compreso allora nella circoscrizione Milano-Pavia e al quale apparteneva anche Legnano, i socialisti passarono da 5349 suffragi del 1913 a 10.289; i democratici, che si erano presentati nella lista come "combattenti" con un elmetto per contrassegno, scesero invece dai 7643 a 2835 suffragi; i Popolari ebbero 2212 voti. Risultarono eletti deputati i socialisti Buffoni e Campi.
A Legnano in particolare la lista dello scudo crociato (Partito Popolare), che aveva come unico esponente locale Carlo Guidi (eletto, rinunciò a favore di un candidato pavese), riportò 989 voti; i socialisti (falce e martello) 3088 voti; i "combattenti" 658 voti; la lista dei monarchici e liberali (con una stella per simbolo) raccolse 208 voti; il fascio dei littori, cioè la lista fascista ebbe solo 7 voti. Benito Mussolini ottenne sette preferenze ed una soltanto Arturo Toscanini, che pure figurava nella stessa lista. Tra i "popolari" 846 voti di preferenza toccarono a Carlo Guidi, tra i socialisti 287 furono per Claudio Treves e 290 per Filippo Turati.
Nelle successive elezioni politiche del 1924 le violenze e le intimidazioni fasciste non ebbero piu' freno in tutto il Paese e Giacomo Matteotti, per averle denunciate in Parlamento, fu rapito nel centro di Roma e barbaramente trucidato.
La protesta e la rivolta popolare seguite al delitto Matteotti costrinsero il fascismo a togliersi la maschera legalitaria ed a trasformare il suo regime in un'aperta dittatura. Dichiarati illegalmente decaduti i parlamentari antifascisti, furono sciolti i partiti e i sindacati operai, soppressa la stampa antifascista abolita ogni libertà politica ed eliminati i consigli comunali, sostituiti da gestioni podestarili, che per venti anni umiliarono le amministrazioni locali. Infine, nel novembre 1926, furono promulgate le leggi eccezionali, che ristabilivano la pena di morte, e fu costituito il tribunale fascista, per giudicare gli avversari del regime.
Contro la dittatura fascista e la sua politica i lavoratori e gli antifascisti legnanesi si batterono valorosamente. Solo con la violenza e l'intimidazione agli operai e impiegati fu imposta la tessera dei sindacati fascisti e le relative trattenute sulla busta paga. Scioperi ed agitazioni si svolsero nel ventennio in molte fabbriche legnanesi. La stampa clandestina circolava tra gli operal anche nei momenti più bui della dittatura. Venti comunisti legnanesi furono denunciati al tribunale speciale fascista per la loro attività e alcuni di loro scontarono con anni di reclusione l'attiva partecipazione alla lotta per riconquistare agli Italiani la libertà. Gli antifascisti legnanesi diedero un importante contributo all'organizzazione provinciale e nazionale del movimento politico e sindacale. Un ex impiegato comunale e un ex ferroviere furono valorosi comandanti delle brigate internazionali e garibaldine, che difesero la Repubblica Spagnola dall'attacco fascista.
Mussolini, che all'inizio dell'aggressione nazista alla Polonia nel settembre 1939 aveva dichiarato lo stato di non belligeranza dell'Italia, dopo la vittoria lampo dell'esercito tedesco in Francia  che aveva travolto anche la linea Maginot, si convinse che la guerra stava per finire con la vittoria dei tedeschi e il 10 giugno 1940 dichiarò guerra alla Francia, ormai prostrata dalla sconfitta all'Ovest. Ma la guerra doveva durare ancora cinque anni, provocando morte e distruzione in molti paesi.
All'ambizione di Hitler non bastò il dominio tedesco su gran parte dell'Europa Occidentale e nel 1941 egli attacciò l'Unione Sovietica con l'illusione di ripetere in Russia la guerra lampo che gli era riuscita in Francia. Mussolini chiese quindi l'onore di partecipare alla vittoria sulle "orde bolsceviche" e mandò, sul fronte russo un corpo di spedizione, privo perfino delle attrezzature necessarie per difendersi dall'inverno glaciale delle steppe.
Sconfitti i tedeschi a Stalingrado, perdute tutte le colonie in Africa, la guerra investì direttamente il nostro Paese con lo sbarco delle truppe anglo-americane in Sicilia. Il regime fascista, già profondamente scosso dal malcontento popolare e dagli scioperi del marzo 1943, stava per crollare sotto il peso delle sconfitte militari e i gerarchi fascisti del Gran Consiglio, il 25 luglio 1943, diedero una mano alla monarchia per far arrestare Mussolini.
 
 
 
Il 25 luglio fu festeggiato dagli Italiani come la fine di un incubo. A Legnano, Carlo Venegoni, attivo patriota antifascista, liberato dall'internamento vigilato in sanatorio per malattia contratta in carcere, dopo una condanna per attività politiche, ricostituì, con Ezio Gasparini ed altri suoi compagni, la Camera del Lavoro. Anche nelle maggior fabbriche della città si formarono nuovamente le commissioni interne, soppresse dal fascismo. La dichiarazione di Badoglio: La guerra continua, restiamo fedeli all'alleanza con i tedeschi ebbe un senso preciso per i lavoratori delle fabbriche dell'Altomilanese, trasformate per la produzione bellica e per commesse militari. Le industrie del Nord da quel momento in poi avrebbero dovuto offrire al Terzo Reich i prodotti utili per proseguire una guerra che si sperava conclusa. E così in realta avvenne fino alla Liberazione.
Fu sintomatico che all'indomani dell'8 settembre, data dell'armistizio tra governo italiano e Alleati, già circolavano minacciose per Legnano le autoblinde tedesche. Alla Franco Tosi, in una grande assemblea, i lavoratori vennero invitati a partecipare alla lotta contro i nazisti, ormai considerati invasori. Lo stesso avvenne negli stabilimenti Cantoni, dove era stato allestito un reparto per la produzione di capi confezionati ad uso militare. Nel cotonificio di Legnano fu tenuto vivo quasi clandestinamente, un piccolo settore della tagliatura di velluti, allo scopo di conservare maestranze specializzate, in vista del momento in cui si sarebbe potuta riprendere la lavorazione a guerra finita, un provvedimento questo che permise poi di rilanciare subito la produzione, vincendo la concorrenza giapponese negli scambi commerciali, nel quadro degli accordi di cooperazione con gli Stati Uniti.
Nel mese di ottobre si costituirono a Legnano e nei paesi vicini le prime squadre armate composte da operai, da studenti e da soldati, sbandati dopo l'8 settembre. Iniziò, nelle fabbriche del Legnanese la resistenza passiva e il non collaborazionismo coi tedeschi, appunto per evitare che la produzione bellica venisse usata per proseguire una guerra non voluta.
Si formarono le brigate partigiane "Carroccio" , d'ispirazione cattolica, e "Garibaldi" di estrazione socialcomunista, le brigate autonome, tra le quali la "Mazzini" di stampo repubblicano ed infine il "Fronte della Gioventù", ad opera di alcuni studenti universitari. Le "Carroccio" e "Garibaldi" agirono in appoggio alle formazioni partigiane dell'Alta Italia secondo le direttive del CLN, che nel Settentrione era affidato a Ferruccio Parri. Si organizzarono in clandestinità le prime SAP (squadre di azione proletaria) alla Franco Tosi, alla Metalmeccanica, alla Società Industrie Elettriche, alla Mario Pensotti, alla Manifattura di Legnano e alla Cantoni. Le SAP rappresentarono il braccio armato dei lavoratori nella lotta partigiana e fecero da organizzatrici, con le commissioni interne, degli scioperi generali.
Da Legnano partirono spedizioni di rifornimento alla divisione "Alfredo di Dio", localizzata sulle montagne dell'Ossola e alla ''Puecher", che aveva tra i comandanti il legnanese Pietro Sasinini operante nella zona del Mottarone, Lago d'Orta e Ornavasso.
Nelle fabbriche ormai direttamente controllate dai nazisti, specie dove si produceva materiale bellico, si intensificò la resistenza passiva e la non collaborazione. Le commissioni interne, non potendo apertamente dichiarare che le agitazioni erano dovute alla volontà degli operai di non lavorare per la Germania, pena l'arresto o la deportazione, puntavano nelle   rivendicazioni sulla riduzione delle ore lavorative e sulle condizioni disumane in cui i lavoratori erano costretti ad operare e sull'aumento della razione di pane e dei salari. Ai primi scioperi massicci alla Franco Tosi i tedeschi si sostituirono alla milizia fascista nel controllo della produzione.
ln questo clima maturò uno dei più tragici episodi della resistenza legnanese. Il 5 gennaio 1944 le SS, al comando dello spietato generale Zimmerman, compirono un'azione dimostrativa di rappresaglia proprio nello stabilimento della Tosi. Furono dapprima arrestati sei operai tra i più facinorosi, facenti parte della commissione di fabbrica e noti antifascisti. Alla ribellione in massa di tutti gli altri operai, furono prelevati 63 tra coloro che manifestavano nel cortile.
Dopo lunghi interrogatori i tedeschi rilasciarono gli arrestati, tranne sette, che furono deportati nei lager nazisti.
Analoghe azioni furono compiute negli stabilimenti della Metalmeccanica, della Manifattura di Legnano e della Società Industrie Elettriche. Nei giorni precedenti era gia stato arrestato e subito avviato a Mathausen, sempre alla Tosi, l'antifascista legnanese Candido Poli.
Di questi lavoratori persero la vita nei campi di sterminio Pericle Cima, Alberto Giuliani, Carlo Grassi, Antonio Vitali, Francesco Orsini Angelo Sant'Ambrogio. Ernesto Venegoni, Carlo Ciapparelli, Eugenio Verga, Giuseppe Ciampini e Giannino De Tommasi.
Nell'inverno del 1944 si verificò, tra gli altri episodi della lotta clandestina, l'attentato al ristorante albergo Mantegazza. Nel locale, mentre la sera del 4 novembre erano riuniti fascisti e tedeschi per un banchetto, un nucleo di "garibaldini" fece esplodere su una delle finestre una bomba ad orologeria molto potente, che causò, cinque morti e venticinque feriti tra i militari.
L'attentato scatenò la reazione della polizia fascista che operò diversi fermi e pestaggi. Il 4 novembre furono massacrati due noti antifascisti legnanesi, Giovanni Rovellini e Serafino Roveda. Un mese prima cadde nelle mani dei fascisti uno dei fondatori delle brigate "Garibaldi" di Legnano, Mauro Venegoni , già dirigente sindacale comunista, condannato nel 1927 a cinque anni di reclusione dal tribunale speciale. A Venegoni la milizia impose di rivelare i nomi dei partigiani del suo gruppo e, ad un rifiuto, fu torturato barbaramente, accecato e quindi ucciso a Cassano Magnago alcuni giorni dopo. Per questo tragico episodio, dopo la Liberazione, gli fu assegnata la medaglia d'oro al valore militare, alla memoria.
Recenti studi storici hanno confermato quali funzioni precise avesse, nella strategia del Terzo Reich, quella grande linea di difesa, chiamata gotica, che si estendeva, attraverso gli Appennini, da Massa a Pesaro, per 320 chilometri, sfruttando sia le naturali asperità del terreno, sia le fortificazioni create dai tedeschi. A quella "linea" restarono legate le sorti di tutta l'Italia Settentrionale fino all'inizio del 1945.
Gli alleati attaccarono la linea gotica alla fine dell'agosto del 1944 con oltre 900 mila soldati e migliaia di aerei, cannoni e carri armati, per dilagare verso la pianura padana, raggiungere Vienna e arrivare a Berlino prima dei Sovietici. Ma la "linea" si dimostrò più forte di quanto si ritenesse. Allora i comandi alleati decisero di tentare l'attacco risolutivo da Ovest, con lo sbarco in Normandia, sottraendo grandi forze alla quinta Armata americana e all'Ottava britannica, impegnate sulla gotica, sicchè i Tedeschi qui poterono arginare l'avanzata. Questi, appunto per la loro strategia, come ha ribadito G. Schreiber al convegno degli studi storici sulla linea gotica, tenutosi a Pesaro nel settembre del 1984, avevano l'ordine di tenere più a lungo possibile il fronte appenninico per tre motivi: 1) per impegnare il nemico e alleggerire il fronte francese impedendo l' apertura di un nuovo fronte nei Balcani; 2) per evitare che un cedimento potesse far sentire il popolo tedesco completamente circondato; 3) per tenere la pianura padana con le sue risorse agricole e con le grandi fabbriche del triangolo industriale lombardo e sfruttarla nella produzione, soprattutto bellica. Questo era l'ordine passato da Rudolf Rahn, plenipotenziario tedesco presso la Repubblica Sociale Italiana, che affidò alla Milizia e alle SS l'incarico di vigilare nelle fabbriche, perchè la produzione fosse intensificata.
In risposta al proclama del 13 novembre 1944 del generale Alexander, comandante le truppe alleate in Italia, che invitò, i partigiani operanti oltre la linea gotica a smobilitare, provocando così delusione e accuse di tradimento da parte delle stesse forze della Resistenza, a Legnano i gruppi partigiani decisero invece di intensificare la lotta armata, proprio per dimostrare di non aver raccolto l'invito di Alexander.
Il 24 novembre furono attaccati in forze la caserma legnanese della Guardia Nazionale Repubblichina e contemporaneamente il carcere di S. Martino per liberare alcuni detenuti politici: dopo tre ore di conflitto arrivarono rinforzi fascisti e i partigiani dovettero ritirarsi.
 
 
 
Alla ripresa dell'offensiva degli Alleati lungo la linea gotica si capì che l'ora della liberazione della pianura padana si avvicinava; le brigate "Garibaldi" e "Carroccio" predisposero allora con il CLN il piano per l'insurrezione nell ' Altomilanese . Il lO aprile 1945 alcuni esponenti del PCI, sorpresi a distribuire a Legnano volantini contenenti il preavviso per tale insurrezione armata, vennero arrestati dal dirigente l'ufficio della Polizia Politica locale, capitano della Milizia, Nucci. Anche nei paesi vicini furono compiuti rastrellamenti e arresti. Mussolini intanto si era stabilito a Milano, in Prefettura, e anche da Legnano si seguirono con ansia i tentativi di trattative con il CLN (mediatore il cardinale arcivescovo Schuster per ottenere dai Tedeschi che, in caso di ritirata, fossero almeno vietate le distruzioni alle città e il prelievo di ostaggi Il 24 aprile, mentre Mussolini organizzava coi suoi gerarchi plu fidati la fuga verso la Svizzera, conclusasi poi con la fucilazione a Dongo, le formazioni partigiane di Legnano decisero di agire con un giorno di anticipo rispetto alle altre città della Lombardia. Il primo obiettivo fu quello di neutralizzare una stazione-radio tedesca, situata a Cascinette di Canegrate, col compito di tenere i collegamenti con una grossa colonna corazzata tedesca, agli ordini del maggiore Stamm, che dal Piemonte puntava verso Busto Arsizio, ed era diretta in Valtellina. L'operazione fu compiuta dal distaccamento della 182' brigata "Garibaldi". La stessa notte la brigata "Carroccio" attaccò il presidio tedesco della caserma Cadorna. Alle nove del 25 aprile il piano dell'insurrezione armata fu completamente realizzato dal comando partigiano unificato. La caserma Cadorna, dopo alterne vicende e conflitti a fuoco, fu occupata; contemporaneamente furono conquistate anche la caserma carabinieri di via dei Mille (dove si insediò il CLN locale e il Comando Militare Volontari della Libertà), la Casa del fascio, la scuola Carducci e la piscina. Intanto formazioni garibaldine ingaggiarono combattimenti per bloccare ai due caselli dell'autostrada di Legnano e della Cascina Olmina autocolonne tedesche in ritirata. In queste azioni cinque partigiani furono feriti e altri cinque uccisi.
Alle 10,30 un gruppo di partigiani tentò, la conquista del palazzo comunale, dove aveva sede l'Ufficio di Pubblica Sicurezza, diretto dal commissario Santini (che finì poi fucilato in piazza Mercato insieme al capitano della Milizia, Nucci). Gli agenti di polizia contrattaccarono e si ebbe un lungo conflitto a fuoco. Tra gli assalitori del palazzo comunale vi era anche Anacleto Tenconi, che, secondo gli accordi a suo tempo presi, era destinato ad assumere le vesti di sindaco del CLN. Intanto il vicino Palazzo Littorio, sede del comando fascista, fu occupato e gli uomini impegnati in questa azione andarono a rinforzare i partigiani, i quali assediavano Palazzo Malinverni, che potè così essere conquistato.
Sembrava che la liberazione della città fosse ormai completata, ed invece durante la notte tra il 25 e il 26 alcune formazioni tedesche rioccuparono la zona centrale di Legnano e dovettero essere attaccate e fatte sloggiare.
Nella tarda mattinata un nuovo pericolo si profilò. Un'autocolonna corazzata tedesca, partita da Milano, ormai insorta e occupata dal CLN e dalle formazioni partigiane, giunse alla periferia di Legnano con l'intento di ricongiungersi all'altro reparto del maggiore Stamm, che si trovava nel Magentino (quest'ultimo fu poi bloccato a Lonate Pozzolo e il comandante, dopo essersi arreso agli "azzurri" del raggruppamento "Alfredo di Dio" di Busto , si suicidò.
I partigiani, convinti che i Tedeschi volessero rioccupare la città, attaccarono l'autocolonna tra lo stabilimento Mocchetti e l'Officina Gianazza. Ai partigiani si unirono operai, giovani e numerosi cittadini. Alla fine i Tedeschi fecero dietro front e da Lainate si avviarono verso Como (A. Tenconi, Rapsodia in tono minore, Legnano 1966).
Sul posto, al termine dei combattimenti, restarono 14 morti tra le formazioni partigiane.
Il 27 aprile la città di Legnano fu completamente libera e in mano ai partigiani: per le strade in quel giorno cortei e tripudio per la riconquistata libertà.
Purtroppo i giorni che seguirono furono teatro di qualche isolato episodio di inutile vendetta e di violenza, come hanno riferito i testimoni di quegli angosciosi eventi: "Errori tragici furono commessi in quei giorni, ma durante un movimento di grandi masse è quasi sempre difficile, se non impossibile, a qualunque capo, dominare le azioni dei singoli" (A. Tenconi, Op. cit.).
Infatti, con giudizi più o meno sommari pronunciati da alcuni capi partigiani subito dopo la Liberazione, furono fucilati sedici ex appartenenti alla milizia fascista o cittadini che erano ritenuti implicati in azioni fasciste. Nonostante l'opera di mediazione dell'allora prevosto mons. Cappelletti le esecuzioni furono compiute ugualmente (e in mommenti diversi) in piazza S. Magno e del Mercato, alla cascina  Mazzafame e al raccordo dell'autostrada a Castellanza .
Nella città libera, in poche settimane, ritornò, comunque la normalità, si riorganizzò il lavoro nelle fabbriche e si formò, la giunta comunale nel CLN col compito di intraprendere l'opera di ricostruzione, e cancellare, per quanto possibile, i tristi ricordi della guerra. La prima giunta era così costituita: sindaco, Anacleto Tenconi (DC); componenti: Neutralio Frascoli (DC), Giovanni Parolo (DC), Guido Cattaneo (PSI), Ernesto Macchi (PCI), Natale Barnabè (PRI), Enrico Riccardi (PRI). Essa fu poi completata con altri tre assessori all'atto delle attribuzioni: Ezio Gasparini (PCI), vicesindaco; Giuseppe Moro (PSI) e Giovanni Brandazzi (PCI). La prima seduta della giunta si ebbe il 2 maggio 1945, segretario comunale era il dottor Amedeo Rossi.
Non fu facile normalizzare la vita della città. Mancavano gli alimenti primari, i mezzi di locomozione erano ridotti al minimo, le case popolari insufficienti, le aule scolastiche sovraffollate, le strade ridotte in uno stato pietoso e le classi lavoratrici, in condizioni disagiate, chiamavano continuamente l'amministrazione comunale a fare da interprete e mediatrice delle loro aspirazioni. L'avvio della democrazia e della ricostruzione fu lento e faticoso; le ferite di un passato torbido si cicatrizzarono lentamente, con tenacia, allorchè lo spirito di collaborazione riuscì a prevalere sulle lotte di parte. Normalizzatasi anche la politica nazionale, Legnano riprese il vigore economico che aveva caratterizzato il periodo pionieristico.
Il 4 maggio 1945 si costituì un comitato industriale provvisorio presieduto dagli industriali Mario Pensotti e Aldo Palamidese, dal quale scaturì poi l'Associazione Legnanese dell'lndustria, il cui atto costitutivo reca la data del 13 luglio 1945, primo presidente Pier Luigi Ratti. La direzione fu affidata al dottor Manlio Bucci, che seppe creare le premesse per assicurare alla rinnovata associazione industriali un ruolo determinante nella vita organizzativa dell'importante settore economico di tutta la città e del Legnanese, tale da assicurare, tra il 1951 e il 1961 il più alto indice di industrialità in rapporto alla popolazione (65,2%) tra i Comuni lombardi, secondo dopo Sesto S. Giovanni.
Si ricostituirono anche gli altri organismi economici, professionali e associativi, tra cui l'Unione Commercialisti, la Consociazione degli Artigiani e l'Unione Artigianti con giurisdizione su tutta la zona. Legnano nel dopoguerra dimostrò, la risoluta volontà concorde di ripresa e di continuità delle care tradizioni, e delle virtù antiche, più che mai da rinnovare, nella pace riconquistata.
 
 
 
Se, l'8 settembre, l'annuncio della firma dell'armistizio con gli alleati e lo sbarco degli angloamericani a Salerno crearono disorientamenteo tra la popolazione, che non aveva ancora compreso, nella sua realtà, l'effettiva portata dei fatti, tali avvenimenti colsero di sorpresa anche le Forze Armate. Gli ambigui ordini di Badoglio e la fuga del re dalla capitale furono nuovi motivi di perplessità. I Tedeschi erano ancora tra noi e la Resistenza stava uscendo dalla clandestinità, ma non aveva ancora assunto una sua salda struttura organizzativa.
I soldati italiani, increduli, stanchi ed umiliati, non sapevano cosa fare. Se li coglievano in divisa e sbandati, i tedeschi, considerandoli disertori, potevano arrestarli e deportarli. La maggior parte di essi aveva solo raccolto l'ordine non ufficiale del tutti a casa.
In questa situazione quasi tutti i reparti dell'esercito italiano si sbandarono. Solo gli uomini di alcune unità che si trovavano nel Meridione e nel Centro Italia afferrarono il significato del momento e, alla guida dei loro comandanti, passarono tra le fila della Resistenza. Non si sciolsero e, conservando divisa e stellette, cominciarono a dare il loro contributo alla lotta per la libertà. A questi contingenti, che diedero poi vita al Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.), si unirono anche molti militari sbandati che avevano le loro famiglie nell'Italia Settentrionale. Per loro costituiva un motivo in più, oltre a quello ideale della riconquista della libertà, ricacciare i tedeschi oltre le Alpi e tornare alle proprie case.
Gli uomini di questi raggruppamenti militari, pur così eterogenei, seppero dar vita ad episodi di valore e ad azioni che diventarono vero eroismo, in alcuni casi, durante combattimenti di appoggio alle forze alleate.
Un contributo essenziale e particolarmente significativo, tra i reparti che si opposero ai tedeschi, fu dato dalle unità che facevano parte della Divisione "Legnano": il 67' Reggimento Fanteria, l'11' Reggimento Artiglieria da campagna, il 68' Reggimento Fanteria e il 2' Battaglione Genio Pionieri. Alcune aliquote degli uomini dei reggimenti della "Legnano" andarono a costituire il 1' Raggruppamento Motorizzato Italiano, rafforzato da unità di varie provenienze. Da citare un battaglione di allievi ufficiali di complemento, che si trovarono in quel periodo nelle province di Brindisi e Lecce. Questo raggruppamento ebbe il battesimo del fuoco a Montelungo, una località a sud di Cassino, l'8 dicembre 1943. I fanti, gli artiglieri e i genieri della Legnano ebbero il privilegio di combattere in un'azione offensiva contro reparti nazisti. Con il loro coraggio e il loro eroismo lasciarono attoniti gli alleati, facendo così rilevare che l'esercito italiano si considerava sconfitto, ma non vinto e manteneva sempre integro il proprio prestigio.
Le operazioni dell'II' Reggimento Artiglieria, in appoggio ai fanti del 67' furono oltremodo dure, protraendosi per dieci ore sugli impervi pendii di Montelungo. Ben dodicimila colpi sparati, cinque morti e quattordici feriti furono le cifre, in sintesi, dell'epopea di questi militari. Per la battaglia di Montelungo, la bandiera del 67' fu decorata di medaglia d'oro. Una medaglia d'argento al valor militare fu assegnata rispettivamente all'11' Artiglieria, al 2' Battaglione Genio Pionieri e al 68' Fanteria Legnano per i fatti d'arme avvenuti tra il febbraio 1944 e il 1945. Il raggruppamento militare, rinforzato da altre unità provenienti dal sud, assunse ufficialmente la denominazione di Corpo Italiano di Liberazione.
Il suo stemma era una croce bianca in campo azzurro con l'effigie del guerriero di Legnano.
Alla caduta della linea difensiva tedesca a Cassino, la Gustav, il CIL venne trasferito sul fronte orientale della penisola alle dipendenze dell'8' Armata inglese e impiegato nei combattimenti, fino alla liberazione di Ancona.
Al termine di questi cruenti e vittoriosi combattimenti, il CIL fu ritirato nella zona di Piedimonte d'Aife, a nord di Caserta dove, riarmato ed equipaggiato con materiali inglesi, assunse la denominazione  di "Gruppo  di Combattimento Legnano".
Trasferito successivamente sulla linea gotica, partecipò alla liberazione di Bologna (21 aprile 1945). Nell'autunno dello stesso anno, cessate le operazioni belliche, il gruppo di combattimento diventò Divisione di Fanteria Legnano.
Il glorioso 67' Fanteria tornò nella sede della caserma "Raffaele Cadorna" di Legnano, restandovi fino al 1958. In quell'anno, ed esattamente il 1' maggio, si costituì in Legnano il 4' Reggimento Fanteria Corazzato, inquadrato nella Divisione Legnano.
In seguito alla ristrutturazione dell'esercito, in tempi più recenti, (1975) alla Caserma Cadorna, oltre al Comando di Presidio, resteranno di stanza il 20' Battaglione Carri M.O. Pentimalli e il 2'  Battaglione Bersaglieri Governolo, appartenenti entrambi alla Brigata "Legnano".
 
 
 
 
.Inizio Indice.
1924 - Titolo di citta'       2
Contributo della divisione Legnano alla lotta della liberazione       5
Dalla prima alla seconda guerra mondiale - La resistenza       1
L'insurrezione Armata       4
L-28.doc       1
La resistenza       3
Le lotte politiche       3
Le lotte sindacali       1
Mussolini a Legnano       2
.Fine Indice.
 

13.2 Natale al fronte: tre Legnanesi nella bufera della seconda guerra mondiale

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Natale al fronte: tre Legnanesi nella bufera della seconda guerra mondiale
CRONACA / LEGNANOdomenica 24 dicembre 2017721 Letture
 
Giuseppe Mezzenzana
Arruolato nel gennaio del '43 giunge in Dalmazia due mesi dopo. In seguito alla dissoluzione dell’esercito regio (8 settembre '43) passa con le formazioni partigiane di Tito, "Battaglione Garibaldi". Partecipa alla liberazione di Belgrado e poi di Zagabria (maggio '45). Ritorna a San Giorgio su Legnano il 15 settembre '45.
 
23 dicembre '44, sabato
«Stamattina ha cominciato a nevicare, piano piano, poi verso mezzogiorno si è fermata. Siamo all’antivigilia del giorno del S. Natale, come passerò il S. Natale quest’anno? Sarà buono come quello dell’anno scorso? Chissà? Come lo passerà la mia famiglia il S. Natale? Certo non tanto bene, mamma in pensiero per me, saranno tristi, perché non sanno dove sono, se sono vivo o morto. Che Dio aiuti loro, che li assicuri che io sono vivo e che non ci pensino, ma chissà?».
 
25 dicembre '44, lunedì
«É Natale, é nato il Bambino Gesù, grande festa, tutte le famiglie si riuniscono per festeggiare con gioia e cara pace questa grande festa. I famigliari anche i più lontani questo giorno ritornano alle loro case, alle loro famiglie, ma quest'anno come gli altri 5 passati, molte e molte persone, non potranno ritornare, perché la guerra, questa dura guerra che non finisce mai lo impedisce.
 
«Quanto strazio, quante famiglie oggi saranno tristi perché manca qualcuno dei suoi cari, non sapranno se vive ancora o se è morto, anche la mia famiglia sarà tanto triste per me, poverini che cosa faranno, che cosa diranno? È il secondo Natale che faranno senza di me, ormai avranno perduta la speranza per me, ed io sono qua, penso, cerco di far qualcosa per avvertirli, dirgli che sono vivo, che non ci pensino, sono libero, in salute, ma non posso farlo perché è impossibile, là da loro ci sono i Tedeschi, quei disgraziati uomini che non si decidono ad arrendersi.
 
«Oggi sono stato in Chiesa e ho seguito la S. Messa dopo tanto tempo che non ci andavo, mi pareva una cosa nuova, ho pregato per me e per la mia famiglia. Gesù Bambino mi esaudirà. É arrivata la posta dall’Italia, per gli Italiani che sono qua con me, che gioia per quei ragazzi ricevere notizie dopo tanto tempo.
 
«A mezzogiorno abbiamo mangiato noi Italiani che facciamo parte del Comando di Divisione tutti insieme, per fare una bella festa, è riuscita brillantemente; alla sera abbiamo ballato poi abbiamo anche cantato insieme: è stata una bellissima festa, meglio dell’anno scorso che ero in partenza e nevicava, quest’anno l’abbiamo fatto in pace. ».
 
Ermenegildo (Gildo) Caironi
Nato a Rescaldina nel 1940 è arruolato nella Divisione Alpini Cuneense. Combatte prima in Albania e poi è in Russia con l’ARMIR a partire dall’agosto del '42. La lettera del 28 dicembre è una delle ultime che spedisce a casa. Coinvolto nella ritirata dal Don, Gildo morirà il 30 gennaio del '43 dopo essere stato fatto prigioniero dei russi e deportato in un campo di prigionia. Aveva 27 anni.
 
28 dicembre 1943
«Con questo mio voglio dirvi o meglio raccontarvi come ho passato il Natale in Russia. Questa festa, da noi tutti aspettata, sembra la giornata più bella dell'anno, quest'anno voi sapete dove mi trovo, non l’ho passata male, si è fatto il possibile per stare bene. Qui vicino a dove ci troviamo c'è un ospedaletto da campo, c’è anche un cappellano e lui ha voluto che ci comunicassimo, noi abbiamo acconsentito subito. Ha celebrato la messa di mezzanotte. Il posto era in un bosco, in un bunker scavato sottoterra. Sembrava di essere come i vecchi romani che si nascondevano a pregare, così eravamo in un posto caldo. Abbiamo fatto la Comunione e ci fu data un’immagine ed una medaglietta dono del Vescovo di Udine per gli Alpini in Russia, credo che voi sarete contenti di questo fatto, in quel momento vi pensavo lontani con la speranza che questo pensiero potesse incontrarsi con il vostro.
 
«Il giorno di Natale il pranzo degli alpini fu ricco però nel pomeriggio, la pace della giornata fu
interrotta da un bombardamento e qualche aereo russo cascò a poca distanza da loro... però
non mi lamento penso a quelli che stanno peggio di me, solo che Dio mi mantenga con la salute
al resto ci penseremo dopo. Ora sto aspettando da voi qualche lungo scritto e più sovente.
Ditemi come avete passato le feste, ditemi tutto».
 
Tenente Giuseppe Biscardini
Nasce a Legnano nel 1910. É tenente di complemento degli Alpini durante il Secondo conflitto. Dopo la deportazione in Germania (in seguito agli avvenimenti dell'8 settembre '43) nei lager di Tarnopol, Siedlce, Sandbostel e Wietzendorf, viene liberato dagli inglesi il 3 aprile del '45. Rientra a Legnano nel mese di luglio dello stesso anno. In seguito sarà presidente della sezione "Combattenti e reduci" della sua città.
 
25 dicembre 1943, Stammlager 328 di Tarnopol (Giuseppe Biscardini, "Gefangenennummer: 42872. Diario di prigionia", Biblion edizioni 2015, pp. 75-76)
«Siamo riusciti a ottenere dal Lagerfuhrer una baracca per celebrare la messa di Natale. Tutti hanno collaborato, con mezzi di fortuna, per costruire un piccolo altare. Sopra l'altare è stata posta una tavola raffigurante l’immagine della Madonna protettrice dei prigionieri di guerra, Mater captivorum, dipinta da un compagno del campo. L’ora della messa è stata fissata per le 17.
 
«Raggiungo la baracca-cappella, fra neve e gelo. Qualche minuto prima delle 17, una moltitudine di prigionieri si spinge per entrare nella baracca. A fatica trovo un posto. C'è una grande aria di tristezza e sembra di sentire un bisbliglio: è l'invocazione sofferta a Dio di farci tornare dalle nostre famiglie. Un coro canta gli inni sacri, ma alle mie orecchie perviene il dolce canto "O mia patria sì bella e perduta".
 
«Siamo al buio, solo l’altare è illuminato da una tenue luce. In questa penombra, fra ombra e luce, mi sono sentito il cuore spezzare: mi è parso di sentire una mano stringermi il cuore, mi è sembrato di essere in chiesa, come un Natale normale, assieme a lei. Durante la messa sono distratto da pensieri alla famiglia, alle patrie divise, all’avvenire distrutto, ai progetti svaniti per sempre. Mi è passata davanti alla mente la nostra vita: da quando ci siamo conosciuti a quando abbiamo coronato il nostro sogno. Ora tu sei lontana, sarai in apprensione per me, sarai disperata dal mistero che avvolge la nostra vita.
 
«Io sono lontano, senza una parola di conforto nelle mani degli ex-alleati, che ci giudicano traditori, senza una Patria che ci dia la forza di sopportare le dure avversità della prigionia. Due Patrie: una che si è completamente dimenticata di noi, malgrado la nostra integra fedeltà all’onore e al giuramento; l'altra con propaganda ci stuzzica e tormenta con offerte che rifiuto per quel… maledetto senso dell’onore e fedeltà che è in me… Ma sono subito chiamato alla dura realtà dall’urlo delle sirene del campo. L’allarme suona più di una volta. Alcuni tedeschi ci spingono fuori dalla baracca per l’appello. Ci chiediamo che cosa sia accaduto.
 
«Più tardi veniamo a sapere che due nostri compagni, approfittando dell’oscurità e di qualche bicchiere bevuto in più dalle sentinelle naziste, hanno tagliato il reticolato e se ne sono andati attraverso i campi, verso le case dei partigiani polacchi. Ci applicano pesanti sanzioni, che sopportiamo con coraggio. La contropartita è la libertà di due compagni».
 
Giancarlo Restelli e Renata Pasquetto

13.3 Bersaglieri

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              I   BERSAGLIERI  A  LEGNANO
 
Il 2° Battaglione  Bersaglieri è presente  in Legnano, nella Caserma "CADORNA", dal 1958 all'agosto del 2002.  Prima inquadrato nel 4° Reggimento di Fanteria Corazzato della Divisione"LEGNANO" poi, nell' ottobre del 1975, a seguito dello scioglimento del 4° Reggimento e della trasformazione della Divisione in Brigata Meccanizzata, il battaglione  diventa Reparto autonomo,  assume la denominazione di 2° Battaglione Bersaglieri "GOVERNOLO" ed eredita la Bandiera da Combattimento già appartenuta al 2° Reggimento Bersaglieri  sciolto a conclusione del 2° conflitto mondiale.
Il 26 giugno del 1992 a seguito della ricostituzione del 2° Reggimento Bersaglieri il battaglione ne diviene la sua pedina fondamentale  e tale rimane fino al 30 agosto 2003 quando,  per la sospensione del "Servizio Militare di Leva", il Reggimento  viene ridotto a "Nucleo di Attivazione".
La Bandiera da Combattimento del "SECONDO" è ora custodita dal Reggimento Artiglieria a Cavallo, in Milano.
 
La storia "SECONDO"  viene da lontano. E' stato costituito il 17 Gennaio 1837 ed ha partecipato ai seguenti fatti d'arme:
 
Prima guerra d'indipendenza  (1848-49)
- 1948:  Goito, Mantova, S. Lucia, Governolo, Sommacampagna, Custoza,     Milano;
- 1949: Mortasa, Sforzesca, Novara.    
 
Crimea  (1855-56)
Partecipa per tutta la durata della campagna con due compagnie.
 
Seconda Guerra d'Indipendenza  (1859)
Il battaglione prende parte ai combattimenti di Vinzaglio, S. Martino, Peschiera,
Madonna della Scoperta.
 
Terza Guerra d'Indipendenza  (1866)
Partecipa a tutta la campagna distinguendosi in particolare durante la battaglia
Di Custoza.
 
Cina  (1900-1901)
Partecipa con la 1^ Compagnia a tutta la campagna.
 
Prima  Guerra  Mondiale  (1915-1918)
- 1915:  M. Coston,  Costa d'Agra,  M. Maronia,  Val  Fonda;
- 1916:  Plezzo,  Oslavia,  Zaibena,  Nad Logen,  M. Kuk di Plava;
- 1917:  M. Santo,  M. Mrzli,  Pleca;  Kamma,  M. Stol;  Sequals, Fiume Piave.
- 1918:  Montello,  Paradiso.
 
 
 
Seconda Guerra Mondiale  (1940-45)
Il Battaglione fin dall'inizio del conflitto  è schierato sul fronte greco-albanese dove prende parte ai combattimenti di Kani-Delvinaki. Keresovon, Giorgiuzzati,  M. Trebescines, Val Vojussa.
 
 
La storia recente
-       agosto 1982-marzo 1983: il 2° Battaglione Bersaglieri "GOVERNOLO" è in
      LIBANO, impegnato  in operazioni di mantenimento della pace assieme si  Parà          
      francesi della Legione Straniera ed ai Marins USA.  
            Dalla fine del secondo conflitto mondiale è la prima volta che l'Italia invia
            un reparto militare fuori dai confini nazionali.
-       giugno - ottobre 1993: il Battaglione "GOVERNOLO",inquadrato nel 2° Reggimento Bersaglieri, è impegnato in Somalia  nell'operazione  "IBIS 2"   assieme alle forze di pace dell' ONU. 
 
Il  "SECONDO"  durante la sua lunga storia ha anche partecipato alle operazioni di soccorso a favore delle popolazioni colpite dalle seguenti calamità naturali:
 
- terremoto di Reggio Calabria e Messina   (dicembre  1908);
- terremoto di Avezzano (AQ)  (gennaio 1915);
- alluvione di Firenze  (novembre e dicembre  1966);
- terremoto in Campania e Basilicata (novembre  dicembre  1980);
-       alluvione in Valtellina  (luglio, agosto, settembre  1987).
 
LA  BANDIERA  DA   COMBATTIMENTO
RICOMPENSE  AL   VALORE
RICOMPENSE ALLA BANDIERA DA COMBATTIMENTO
 
 
Ordine Militare d'Italia                                         1
Medaglie d'Argento al Valore Militare                2
Medaglia d'Argento al Valore dell'Esercito         1
Medaglie di Bronzo al Valore Militare                 4
Medaglia di Bronzo al Valore dell'Esercito          1
Medaglia d'Argento al Valore Civile                    1
 
RICOMPENSE INDIVIDUALI AL VALORE
 
 
Medaglie d'Oro al Valore Militare                        5
Medaglia d'Oro al Valore dell'Esercito                1
Medaglie d'Argento al Valore Militare               85
Medaglia d'Argento al Valore dell'Esercito         1
Medaglie di Bronzo al Valore Militare              140
Croci di Guerra  al Valore Militare                    155
 
 
 
STEMMA    ARALDICO
      
                                               
Stemma araldico: decreto  20  maggio 1976 (aggiornato in base a quanto disposto dallo Stato Maggiore dell'Esercito con circ. 121  in data  9 feb. 1987  - Giornale Ufficiale 14 feb. 1987).
 
Scudo: Inquadrato: il primo d'argento al leone d'azzurro; il secondo d'azzurro al ponte levatoio d'oro (Governalo);  il terzo d'azzurro allo scaglione d'oro accompagnato da un fiume ondato dallo stesso (Isonzo); il quarto d'argento e due sciabole d'azzurro in decusse (una delle quali a lama dritta), accompagnate da due stelle d'azzurro in fascia (Custoza). Nel punto d'onore, uno scudetto sannitico di rosso, bordato di porpora ad un palo  nero, caricato dell'elmo di Scanderbeg d'oro.
 
Ornamenti: sopra lo scudo una corona turrita dorata, accompagnata da nastri indicativi delle ricompense al Valore di cui il Corpo ha titolo a fregiarsi. Sotto lo scudo fuoriesce nastro decorativo con al centro insegna dell'Ordine Militare d'Italia e, su lista bifida dorata svolazzante il motto:
 
"NULLI  SECUNDUS"
SINTESI  BLASONATURA
 
1° Quarto  richiamo alla presenza del Corpo in Crimea, inserito nel contingente dell'Armata Sarda, mediante la simbologia araldica relativa ai viaggi in terre lontane.
 
2° Quarto  espressamente dedicato al combattimento di Governalo (ponte sul Mincio), per il quale la 2^ Compagnia meritò la M.B.V.M.
 
3° Quarto  ricordo della partecipazione alla Grande Guerra, in particolare delle eroiche gesta compiute dal Reggimento sulle colline che sovrastano l'Isonzo.
 
4° Quadro  è riferito alla battaglia di Custoza, ma ricorda anche le due M.B.V.M. (rappresentate dalle due stelle) meritate nel corso della prima Guerra d'Indipendenza.
 
Al centro dello stemma lo scudetto, bordato di porpora (colore tradizionale della specialità) con i colori d'Albania e l'elmo del suo eroe nazionale, a significare il rispetto delle più pure tradizioni bersaglieresche conservate anche nelle ultime avverse vicende militari.
 
 
 
MISSIONE        " LIBANO  1"
 
( 16  AGO.  82  -  12  SET.  82 )
 
Al  2°  Battaglione  Bersaglieri  "GOVERNOLO" toccò  l'onere  e  l' onore  di  essere  il  primo  Reparto  dell' Esercito  Italiano  ad  intervenire in armi  fuori  dai  confini  nazionali  dalla  fine  della  2^  Guerra  Mondiale. Per  due  volte, infatti,  prendeva  parte ad  operazioni  di  Pace  a  BEIRUT congiuntamente  a  forze  di  altre Nazioni  per  consentire  al  LIBANO  di riconquistare  la  propria  sovranità da  anni  perduta, e  per  ristabilire la  pace  in  quell' area  medio orientale.
A  determinare  l'intervento  è  l' esplosiva  situazione  libanese  venutasi  a  creare dopo  anni  di  lotte  interne  fra  le  milizie  mussulmane  e  cristiano  maronite, acuita  dalla  presenza  sul territorio   di  migliaia  di profughi palestinesi  e dei  militari  siriani  della  Forza  di  Dissuasione  Araba (ADF).  Situazione di  estrema  delicatezza   per  la  sicurezza  di  ISRAELE  che, per salvaguardare  il  proprio  territorio dalle  continue  incursioni  palestinesi  provenienti  dal  LIBANO , nell' estate  del  1982 sferra una violenta offensiva al di là della frontiera  dando il  via  all' operazione denominata  "PACE  IN  GALILEA".
Le  Forze  israeliane dopo  travolgente  avanzata   raggiungono  BEIRUT  asserragliando  nella  parte  Ovest  della  città  più  di  10.000 palestinesi   dell' OL.P  (ORGANIZZAZIONE  PER  LA  LIBERAZIONE  DELLA  PALESTINA),  del  PLA  ( ARMATA  PER  LA  LIBERAZIONE  DELLA  PALESTINA) ,  e  circa  3000  soldati  siriani  dell'  ADF.
La  diplomazia  internazionale  si  era  mobilitata  per  evitare l'incombente  genocidio  ed  evitare  il  coinvolgimento  diretto  di  altre  Potenze  nella  crisi.  Fallito  il  tentativo  di  inviare una  forza  dell' ONU  per  il  veto  posto  dal   Consiglio  di  Sicurezza, le  parti  interessate  accettano  la  presenza  di  una Forza  Multinazionale  di  Pace  formata  da  Contingenti  appartenenti  a  FRANCIA, ITALIA  e  STATI  UNITI  per  attuare  l'evacuazione  delle  forze  asserragliate  in  BEIRUT  OVEST. 
In tale contesto prendeva l'avvio il primo intervento del "GOVERNOLO" in Medio Oriente.
 
Il  2°  Battaglione  Bersaglieri  quale  CONTINGENTE ITALIANO IN LIBANO  "GOVERNOLO" ( ITALCON  GOVERNOLO ) partecipa all'operazione con una forza di  518  uomini  (39  Ufficiali, 81 Sottufficiali , 398  militari  di  truppa), 100  mezzi  fra  cingolati  e  ruotati  di  vario  tipo  e  con una  autonomia  logistica  di  45  giornate.
 
Il Contingente è Comandato dal Ten. Col.  Bruno  TOSETTI e si articola in:
- Vice  Comandante:    Ten. Col. Luigi  DE CARLO. 
-  compagnia Comando e Servizi:  Cap.  Nicola  TOMA;
-  una  Sezione  Mista  di  Sussistenza:  Cap. Giuseppe  LUPO;
-  due  Compagnie  meccanizzate: Cap.Vincenzo  LOPS e Ten  Riccardo MARCHIO';
-  un  Plotone  Carabinieri  del  btg. CC "Lombardia": Ten.  Andrea  CERRATO;
-  un  Plotone  rinforzato  del  Genio: S. Ten. Mario  ROSATI.
 
La missione affidata  alla  Forza  Multinazionale  era  quella  di:
"assistere  in  modo  appropriato  le  Forze  Armate  libanesi  nell'assicurare  l' incolumità   fisica  dei  combattenti  palestinesi  in  partenza  da  Beirut  e  quella  degli  abitanti  della   città; favorire  il ripristino  della  sovranità  e  dell' autorità  del  governo  libanese  nella  regione  di  Beirut  a  partire  dalle  24  ore  dallo  sbarco  in  territorio  libanese".     
 
Zone  di  schieramento della Forza Multinazionale
 
 
In  tale  quadro  i Contingenti USA e francese sono stati concentrati rispettivamente   all'interno del porto e nella parte settentrionale della città; il primo per fornire sicurezza allo scalo marittimo, il secondo per scortare i Fedayn diretti al porto per l'imbarco.
Al "GOVERNOLO"   è invece  affidato  il  settore  meridionale,   con  il  compito  specifico di interporsi fra le forze israeliane e quelle sirio - palestinesi,  e  di  portare  quest'ultime  in  salvo  oltre i  confini  della  SIRIA.
 
Il compito affidato ai Bersaglieri risulta  essere il più delicato dell'intera missione. Il varco tra le due Beirut che devono controllare è il più lontano dal porto, il più esposto, il meno controllabile ed il più pericoloso. La zona Sud di Beirut, infatti, è quella a più forte densità mussulmana. A poche centinai di metri verso Ovest dal Check Point italiano ci sono i campi palestinesi di Sabra e Chatila  dove si erano insediati i Fedayn con le loro famiglie e pertanto da sempre obiettivo prioritario dei falangisti  di Gemayel.    Inoltre la peculiarità del compito da assolvere imponeva il frazionamento delle forze del Contingente per soddisfare contemporaneamente  a tre esigenze operative:
 
 
  • difesa della località  "LA SAGGESSE", sede del Comando e della base logistica;
  • presidio della fascia smilitarizzata di "GALERIE DE SEMMAN";
  • protezione delle colonne  fino oltre i confini libanesi con la Siria
 
Le tensioni esistenti fra mussulmani e cristiani (responsabili entrambi di feroci massacri), la presenza israeliana e l'incerto atteggiamento che l'Esercito libanese avrebbe mantenuto nel riassumere il controllo del territorio rendevano la missione ancor più rischiosa.   
Ed è proprio in virtù della sua estrema delicatezza che  questa missione è affidata al Contingente italiano in quanto il Comitato Politico e Militare del Libano (ambasciatori USA, Francia, Italia e Comandanti dei Contingenti militari della Forza Multinazionale),  lo ritiene essere il più accettato dai mussulmani per non avere l'Italia responsabilità alcuna sull'esplosiva situazione libanese.
Al contrario erano invisi gli USA considerati i maggiori sostenitori di Israele ed i francesi per avere da sempre privilegiato l'egemonia della minoranza Maronita su quella Mussulmana.
 
INTERPOSIZIONE
 
Il Contingente "GOVERNOLO" parte da BRINDISI il  21 agosto 1982  a bordo di navi da trasporto  della Marina Militare e della Marina Mercantile scortate dalla Fregata "LUPO". I reparti erano stati preceduti dal Comandante del Contingente recatosi a Beirut nella mattinata del 19 per verificare in loco la situazione, e per una prima presa di contatto con le forze da sgomberare. Il giorno 22, invece, con la Fregata "PERSEO" parte il "Nucleo da Ricognizione"  per organizzare lo sbarco dei reparti..
        
Alle  10.30 del 26 agosto, a  sole  due  ore  e  mezza  dallo  sbarco nel porto di JOUNIEH  (5 Km. A Nord di Beirut).,  la  2^ Compagnia  Bersaglieri  del Ten. Riccardo  MARCHIO'  raggiunge  il  bivio  di  HAZMIYE, punto  origine  della  strada  per  DAMASCO  ed in corrispondenza del margine anteriore dello schieramento difensivo palestinese. Le posizioni sono presidiate da reparti del PLA (Palestinian Liberation Army), armati ed inquadrati dall' Esercito siriano.
 
                      
Agli occhi dei Bersaglieri si presenta un lungo e largo viale, noto come Galerie de Semaan,  che dal bivio conduce ai quartieri  Ovest della capitale libanese dove si trova  asserragliato il grosso delle Forze siriane, Arafat con i suoi miliziani dell'OLP  (Fedayin) e molte delle loro  famiglie.
L'intera zona reca i segni dei cruenti combattimenti cessati solo da qualche giorno per consentire lo schieramento della Forza Multinazionale. Palazzi sventrati dalle bombe e trasformati dai difensori in fortilizi fanno da cornice al viale .
Sullo sfondo, in corrispondenza della Chiesa di St. Michel, il viale è sbarrato da un terrapieno alto 5 m. con un passaggio a labirinto disseminato da  mine. Il terrapieno altro non è la prosecuzione della "LINEA VERDE" che divide Beirut  nei due settori EST / OVEST.    
Con questo scenario i Bersaglieri dovranno convivere per circa un mese. 
 
 
Attuando la pianificazione messa a "punto" il giorno precedente dall' Ufficiale alle operazioni del Contingente (Magg. Antonio ROTUNDO),  la Compagnia si interpone  fra  le  forze nemiche a  contatto  lungo  la  "linea  verde"  e rileva    le  postazioni e  gli  appostamenti che da mesi  i  palestinesi occupano a  cavallo  dell' asse  stradale.
Si tratta di apprestamenti difensivi in cemento armato ricavati nei piani bassi degli edifici, una volta abitazioni.  Nei pressi c'è un carro T 55  di fabbricazione sovietica sistemato a "scafo sotto". Non è più in grado di muovere ma con il cannone perfettamente funzionante  tiene sotto tiro le provenienze da Est ed in particolare un tratto della strada per Damasco.  
 
 
Il  giorno precedente all'arrivo dei reparti il Comandate del Contingente accompagnato dal Comandante del Battaglione PLA ha effettuato una  particolareggiata  ricognizione delle postazioni da rilevare. Durante  la ricognizione ha luogo un incontro con i rappresentanti  dell' "ORGANIZZAZIONE ARMATA DEI COMUNISTI LIBANESI" e con i capi dei "MORABITUN" (movimento dei nasseriani indipendenti),  con  i quali vengono presi  accordi  per l'arretramento dei  loro  itinerari  di  pattugliamento  attualmente a ridosso  della "LINEA VERDE".
Anche con i rappresentanti del  Partito  "AMAL" (emanazione militar dei Sciiti), si tratta  per  farli arretrare  dalla  zona che  sarà occupata  dai Bersaglieri.
Durante  tutti  gli   incontri   c'è sempre stata la massima collaborazione, molta  gentilezza  ed  anche un notevole apporto di  notizie utili e preziose  per  quanto avremmo dovuto fare  nei  giorni  seguenti.
Secondo  gli accordi le nostre truppe non  oltrepasseranno la  sede della "Gendarmeria" situata  a 100 m. a Ovest dalla Chiesa di St. Michel e dove è insediato il Comando dei Morabitun.
La  strada, sempre  verso Ovest, continuerà  a rimanere minata e le  mine saranno rimosse soltanto per permettere  il passaggio delle colonne dei combattenti  che partiranno  per  la Siria  sotto scorta italiana. Tenteranno (!)  però di bonificare il tratto di strada fra la Chiesa e la Gendarmeria,  ma  non  sono sicuri di ricordare l'esatta ubicazione di tutte le mine.
Anche e soprattutto per questo motivo i Plotoni della 2^ Compagnia procedono con molta cautela  occupando, una dopo l'altra, tutte le postazioni che dominano l'area circostante  il settore assegnato
 
Le attività operative previste per questa prima giornata libanese, volte a creare  una fascia smilitarizzata di 1 Km per  400 m. necessaria  per  consentire la  formazione  il  controllo  e  la  partenza  delle  colonne,  si concludono alle ore 16.45  con la costituzione  del  "Check  Point"  di  St. Michel,  il  più  avanzato  verso  Ovest  dello  schieramento  italiano.
Seppur in presenza di un "clima" di palpabile tensione, la pericolosa fase di interposizione fra le forze che si fronteggiavano volgeva al termine senza che si fossero verificai incidenti di sorta. Solo la riluttanza di un comandante palestinese nello sgomberare il suo posto comando e quella di un gruppo di "Morabitun" che non volevano ripiegare avevano fatto presagire il peggio, ma niente più.
I Reparti dell'Esercito libanese, ai quali i palestinesi si erano rifiutati di consegnare le posizioni, potevano ora raggiungere i Bersaglieri e riprendere il controllo del territorio che da cinque anni gli era precluso.
 
La reciproca resa di onori fra un plotone di Bersaglieri ed un Reparto del PLA ed una stretta di mano fra il Comandante del Contingente italiano ed il Comandante del settore, Colonnello siriano Hassan, suggellano  la prima giornata operativa del Contingente.
Il pieno successo riscosso viene sottolineato dall'improvviso ed inatteso arrivo di Mr. Philip Habib (Ambasciatore USA, coordinatore delle operazioni di evacuazione dei Palestinese da Beirut), il quale vuole congratularsi di persona con i Bersaglieri per l'ottima riuscita dell'operazione sul cui esito pochi credevano.      
 
Nel frattempo il grosso del Contingente,  sotto la guida del Vice Comandante, raggiunge l'area della scuola "LA  SAGGESSE"  per  occuparla ed organizzare  il Comando e l'area logistica   dove successivamente affluirà anche il nucleo "ANGLICO" della VI Flotta USA, composto da 3 Ufficiali e 15 fra Sottufficiali e Marins. 
In caso di ripresa del conflitto che vanifichi l'opera della Forza Multinazionale e renda inutile la sua permanenza a Beirut, è compito  di questo nucleo soddisfare esigenze di elicotteri da trasporto, per l'evacuazione d'emergenza del personale del Contingente, e di fornire il supporto di fuoco aereo-navale da parte delle navi che stazionano alla fonda davanti la città. 
 
Da quando sono iniziate le ostilità le notti di Beirut non sono mai state silenziose, ma questa è particolarmente rumorosa; raffiche di fucileria e assordanti esplosioni le cui vampe illuminano il buio che grava su Beirut Ovest, si susseguono in continuazione. Sono i palestinesi ed i siriani che nell'imminenza della partenza distruggono i depositi di munizioni e quelle armi che non potranno portare al seguito per carenza di mezzi di trasporto. 
 
 
 
 
VERSO  LA SIRIA  ATTRAVERSO LA  VALLE  DELLA  BEKAA
 
Nei giorni  successivi mentre una Compagnia presidia  Galerie de Semaan, l'altra  Compagnia Bersaglieri rinforzata da nuclei  di Carabinieri,  attraversava più volte la  valle  della  BEKAA  in  mano  israeliana,  per  portare  in  salvo i miliziani palestinesi  del  P.L.A.  ed i  soldati  siriani  delle  HITTIN  Brigade, QUADDISIYYAM  Brigade  e  della   85^   Brigade  appartenenti    all' A.D.F.    (FORZA  DI  DISSUASIONE  ARABA).
 
Secondo gli accordi l'evacuazione deve avvenire  con il concorso della Polizia libanese sulla quale grava la responsabilità di formare le colonne, censire numericamente i militari partenti  ed accertarsi della  qualità e quantità di armi e mezzi che abbandonano Beirut.
La richiesta israeliana di un rilevamento nominativo dei nemici in partenza era stata respinta. Per contro rimaneva il vincolo che tutti gli automezzi partiti da Beirut dovevano giungere a destinazione oltre la frontiera libanese.
 
Alle ore 06.00 del 27 agosto  ha inizio lo  sgombero della  prima colonna composta da 215  automezzi di vario tipo con  a bordo 1600 miliziani del PLA.
Gli israeliani dal bivio di Hazmiye controllano con particolare puntigliosità che tutto si svolga secondo  quanto concordato con il "comitato politico militare".  Forse indispettiti per il mancato censimento nominativo dei partenti  fanno pesare la  loro posizione di vincitori e adducendo  ad un superficiale controllo  numerico dei partenti da parte  libanesi ostacolando e ritardano la partenza  della  colonna.  
Per evitare l'insorgere di altre situazioni "cavillose",  il controllo viene affidato al Contingente ed eseguito dal Capo Sezione OAI - Magg. Antonio ROTUNDO - e  dal S.Ten. Sergio CUOFANO, comandante del Plotone che presidia l'area.
 
 
Un secondo arresto della colonna viene  richiesto dagli "osservatori"  israeliani secondo i quali cinque miliziani avrebbero abbandonato l'automezzo che li trasportava e si sarebbero  dileguati  nella boscaglia. Trattasi di una palese provocazione, comunque non accolta dal Comandante del Contingente che ha opposto un fermo rifiuto  alle insistenze di un Generale israeliano che pretendeva che  una Squadra di Bersaglieri , affiancata da soldati israeliani, rastrellasse la zona fino al ritrovamento  ed  all'eliminazione fisica  dei  "fuggiaschi".
La colonna procede senza  altre difficoltà a parte le numerose "panne" dei malconci automezzi palestinesi che richiedevano frequenti interventi del Maggiore Giovanni GIUSTO e del "nucleo recupero" del Contingente per sgomberarli oltre confine.
La giornata ha termine alle 15,30 con l'arrivo della colonna a MASNA, località sul confine  siriano. 
 
Lo sgombero delle forze asserragliate nella Beirut Ovest si conclude tre giorni dopo con l'effettuazione di altrettante colonne. Complessivamente furono sgomberati 952 mezzi di vario tipo (carri armati, ruotati, artiglierie, lancia razzi, ecc…) e portati in salvo 6509 fra palestinesi del PLA e soldati dell'Esercito regolare siriano.  Anche in queste giornate non mancarono pretestuosi "incidenti  di  percorso"  che avrebbero potuto compromettere l'esito della missione di pace se alla fine non fosse prevalso il buon senso da entrambe le parti in conflitto.
 
 
Con  l'evacuazione  delle forze mussulmane asserragliate nella  Beirut Ovest era stata  assolta  solo  una  parte    della  missione del  "GOVERNOLO". Il Reparto permane infatti  a  presidio  dei  " Check  Point " e  delle  postazioni di  Galerie  de  Semaan  per  altri  undici  giorni allo scopo di:   proteggere da eventuali  rappresaglie le  famiglie  dei  palestinesi rimaste a Beirut, agevolare il rientro dei profughi libanesi che avevano abbandonato la città durante il conflitto e per  consentire  all' Esercito  libanese di  riacquisire  completamente  il  controllo  del  territorio metropolitano.
La  Missione  "LIBANO  1"  si  avviava  alla  conclusione e l'operazione di "sganciamento" dei reparti ha inizio  il  mattino  del  9  settembre con  l'afflusso  di  una Compagnia  Bersaglieri  al  porto  di  Beirut  per  rimpiazzare i Marines  USA  in  partenza  e  quindi  garantire  la  sicurezza  al  Contingente  che  nei  due  giorni  successivi  si  sarebbe  imbarcato  per  nuclei.
La  Compagnia  rimasta  a  presidio  di  "GALERIE  DE  SEMAAN"  ed  il  "Posto di  Medicazione", che  dal  primo  giorno  ha  operato  a   favore  della  popolazione  civile,  affluiscono per ultimi  in  porto  per  l'imbarco  seguiti  dalla  Compagnia  posta  a  difesa dell' area  portuale.
 
 
La  Missione  del  Contingente  italiano  si  concludeva  definitivamente  alle  ore  18.00  dell' 11 settembre  1982  con  la  partenza  da  Beirut  delle  navi  scortate  dalla  Fregata  "LUPO",  non  prima  però  di  aver  donato  viveri  e  medicinali   agli  Enti  assistenziali  locali.
Il  "GOVERNOLO"  aveva  portato  a  termine  con  pieno  successo  la  Missione  affidatagli,  riscuoteva  il  plauso  generale  degli  Alleati, della  popolazione  civile libanese  e  delle  Nazioni  che  avevano  beneficiato  direttamente  o  indirettamente  del  suo  intervento.
 
 
OPERAZIONE   "LIBANO  2"
 
( 27 SET. 82  -  3  MAR. 83 )
 
A pochi giorni della partenza del Contingente da Beirut,  il neo eletto Presidente Beshir Gemayel cade vittima di un attentato.  Per rappresaglia  la "FALANGE"  (milizia maronita dei Gemayel), entra nei campi palestinesi  di  SABRA e SHATILA  e massacra centinaia di mussulmani.
Le autorità libanesi e palestinesi chiedono insistentemente il ritorno della Forza Multinazionale a Beirut  e quindi  il 23  settembre, da pochi giorni rientrato in Patria, il  "GOVERNOLO"  riparte per Medio Oriente.
 
 
 
  
Questa  volta  il  2°  Battaglione  partecipa  alla missione nota con il nome di   "LIBANO  2"    inquadrati  nel  Raggruppamento  Italiano in  Libano  (ITALCON)  a  fianco  dei  Parà  della  "Folgore"  ed  ai  Marò  del  "San  Marco"comandato dal  Colonnello  Franco  ANGIONI.
 
Al momento  dell' arrivo  della  Forza  Multinazionale,  la  situazione  in  LIBANO  vede  schierate:
-  le  truppe siriane, con formazioni palestinesi,  nella  parte  settentrionale  ed  orientale
   del  Paese;
-  la  "Falange"  a  nord  di  BEIRUT;
-  l' esercito  regolare  libanese  (poche  Unità)   in  BEIRUT   Est  e  nelle  immediate 
   vicinanze;
-  gli  israeliani   a  Sud;
-  l' UNIFIL,  in  una  fascia  di  circa 10  Km.  Immediatamente  a  Nord  del  confine
   israeliano.
 
La  Forza  Multinazionale  (  USA - FRANCIA - ITALIA  ed  in  un secondo  tempo
GRAN BRETAGNA),   prende  il  controllo  di  BEIRUT  OVEST  con  il  compito  di
 
"costituire  una  forza  di  interposizione  in  località  concordate; assistere il Governo libanese e le sue Forze Armate  nel ristabilimento dell'ordine e della sovranità  nella zona di Beirut; tutelare la sicurezza della popolazione e porre fine alle violenze".
 
Ogni  Contingente  presidia  un  settore di Beirut:  a  Nord  i francesi, al  centro  gli  italiani,  a  Sud  il  Contingente  USA ( area  aeroportuale).  Quello  inglese, giunto a Beirut in un secondo tempo,  verrà  dislocato  nella parte a  Sud-Est  della capitale.
 
Settori  dei  Contingenti
 
Il  settore  italiano,  con  un  perimetro  di  circa  30  Km e con una  popolazione  per  il  95%  sciita, ingloba i due  campi  palestinesi di CHATILA  e  BORJ  EL  BRAJNE'  abitati  complessivamente da circa 24.000  persone.
 
In  questa  seconda  missione  il  "GOVERNOLO"   sbarca  a  BEIRUT   il  27  settembre  e  si  schiera  subito  a  protezione  del  campo  palestinese  di  BORJ  EL  BRAJNE' abitato  da  15.000  palestinesi  che, dopo quanto accaduto a Chatila, temono di essere il prossimo obiettivo.  Il nostro ingresso nel campo infatti, ha provocato il terrore degli abitanti che fuggono urlanti. La disperazione lasciava subito il posto a manifestazioni di giubilo con lanci di riso nella nostra direzione appena riuscimmo a fare loro capire che eravamo militari italiani. Sanno di noi,  di cosa abbiamo fatto nelle precedenti settimane e come ci siamo comportati.
Forse non immaginavano che reparti della Forza Multinazionale si sarebbero schierati a difesa diretta delle loro case, meno  che meno che ad arrivare fossero i soldati italiani. Eravamo comunque desiderati ed i benvenuti.  "ONLY ITALY" scritto con il gesso sulle imposte di legno delle finestre delle case del quartiere ne era la dimostrazione.
I nostri cingolati hanno subito formato una cintura di sicurezza attorno al rione, costituendo posti di controllo mentre squadre di bersaglieri  si dislocavano in posti dominanti e pattugliavano, specie di notte, le tortuose viuzze dell'abitato.
Il 2° Battaglione Bersaglieri, nei soli trenta giorni di permanenza a  Borj El Brajné, oltre alla sicurezza  ha profuso tanta umanità e calore umano ed ha colmato con i propri medici alla  carente assistenza sanitaria del luogo. 
Di  ciò  ne  è  testimone  vivente  il  piccolo  GOVERNOLO   HIBRAIN  MUSTAFA'  ALI'  ZAN  ZAN,  cosi  chiamato  dai  genitori  perché  venuto  alla  luce  durante  una  notte  di  coprifuoco  grazie  al  tempestivo   intervento  di  una  pattuglia  di  Bersaglieri  comandata  dal  Ten. Sergio  CUOFANO  e  all'opera  del  S.Ten. medico  Ferruccio  VIO (figlio  del Tenente Emilio  VIO  del  3°  Reggimento  Bersaglieri, decorato  al  Valore  Militare  sul  Fronte  Russo  quarant'anni  prima.  Buon  sangue  non  mente!).
 
Il  26 Ottobre,  avvicendati  dai  Parà  della  "FOLGORE", i  Bersaglieri   sono destinati  alla  protezione  di  CHATILA  dove  resteranno  fino  al  termine    della  missione del  "SECONDO"  a  BEIRUT.
Presidi  di  "ceck point", posti  di  osservazione, pattugliamenti e  rastrellamenti costitu-
iscono la principale attività operativa in  atto senza  sosta  giorno e  notte per  garantire  la  sicurezza  degli  abitanti  dei  citati  "campi".
 
Di  particolare  rilievo  operativo durante la seconda missione del "GOVERNOLO" a Beirut va citato il  rastrellamento  svolto nel  febbraio  1983 in  una  vasta area  boschiva  attorno  al  campo di  golf  a  Sud-Est  della  capitale  libanese, per  individuare la zona  di partenza di un razzo contro  l'abitato  di  KHALDE' dove  era  in atto  un  "vertice" libano - israeliano.
Il rastrellamento si è concluso dopo poche ore  con  l'individuazione di  due  rampe di  lancio sul  tetto/terrazzo di  un  palazzo  fortificato e disabitato. Una rampa era vuota e sull'altra era montato un  razzo  tipo  Katiusha  predisposto  per il  lancio  "a  tempo"    tramite  il collegamento  con   un  "timer" di  fabbricazione  cinese.
 
Oltre alla precipua attività operativa, durante la "LIBANO 2"  il  Battaglione Bersaglieri  "GOVERNOLO"  ha  anche assicurato  il  sostegno  logistico a favore  di  tutto "ITALCON"  fino  ai  primi  di  dicembre  quando ha  iniziato  ad  operare  il  neo  costituito Battaglione Logistico di  Raggruppamento, sorto  dal  graduale  adeguamento  e  rafforzamento della Compagnia  Comando  e  Servizi  del  Battaglione.  
Anche  durante  questa   missione  i  Bersaglieri  del  "SECONDO" hanno  dimostrato  grande  efficienza,  senso  di  disciplina,  spirito  di  sacrificio  e  la  consueta  grande  umanità  già  evidenziata  in  tante  altre  circostanze  in  cui  il  nostro  Soldato  si  era  reso  protagonista.
 
Il 3 marzo 1983 il 2° Battaglione "GOVERNOLO"  conclude la sua missione in Medio Oriente senza  dover lamentare perdita alcuna e rientra alla Caserma "CADORNA" dopo oltre sei mesi di assenza.
Durante la permanenza del Battaglione all'estero la città di LEGNANO è sempre stata vicina ai suoi Bersaglieri dimostrando loro affetto e riconoscenza  non solo accogliendoli festosamente al rientro ma stando loro  vicini durante il lungo periodo di lontananza. Ne sono la  testimonianza la solenne cerimonia voluta dal Comune di Legnano, il collegamento telefonico fra i bersaglieri a Beirut e le loro famiglie organizzato  dalla "Famiglia Legnanese"  la notte di Natale 1982 e, in particolare,  i rapporti epistolari mantenuti dagli studenti legnanesi con i i Bersaglieri a Beirut, frutto dell' azione di sensibilizzazione svolta presso gli Istituti scolastici  profusa dai Bersaglieri in congedo della locale Sezione " M.O. Aurelio Robino". 
 
Al 2° Battaglione Bersaglieri "GOVERNOLO"  il Comune di Legnano ha conferito la Cittadinanza onoraria con la seguente motivazione:  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I  BERSAGLIERI  DEL  "SECONDO"  IN  SOMALIA
OPERAZIONE "IBIS 2"
 
I Bersaglieri del 2°  Reggimento operano in Somalia dal 26 giugno al 9 ottobre 1993 inquadrati nella Brigata Meccanizzata "LEGNANO".
E' l'operazione "IBIS 2"  che il Contingente italiano conduce nel quadro della Missione "UNOSOM II"   sotto comando ONU.
 
Il  2°  Reggimento è al Comando del Colonnello Franco SCARAMAGLI.
Il Comandante del  Battaglione "GOVERNOLO" è, invece, il legnanese di adozione Ten. Col. Giuseppe FALOMI  che, in aderenza della programmazione nazionale, il 30 luglio verrà avvicendato  dal Ten. Col. Pierluigi SIMONELLI.
 
 
La Repubblica Somala nasce il 1° luglio 1960, poco tempo dopo la fine della decennale Amministrazione Fiducia di quel territorio affidata dall'ONU all'Italia.
L'unita statuale raggiunta  non fa però finire le ataviche rivalità tribali che caratterizzano i rapporti politici  interni dello Stato.  Il perdurare e l'aggravarsi di tali rapporti porta il Generale Siad Barre ad assumere il potere nel 1969 con un colpo di stato militare. In tal modo nasce la Repubblica Democratica Somala.
 
Fra le forze fedeli a Siad Barre e numerosi movimenti di opposizione, formati non tanto da partiti politici ma principalmente dai diversi clan esistenti, non tarda ad iniziare una vera e propria guerra civile.
Fra questi movimenti di opposizione i più importanti sono:
  • il Somali National Movement ((SNM) operante a Nord della Somalia;
  • l'United Somali Congress (USC) nel Centro del Paese e nella capitale Mogadiscio;
  • il Somali Patriotic Moviment (SPM) operante nel Sud.
 
L' USC conquista definitivamente Mogadiscio nel gennaio 1991 ed il suo leader Ali Mahdi  è nominato Presidente provvisorio della nuova Repubblica Somala.
Alla lotta contro l'ex dittatore, che ha lasciato la capitale ma non la Somalia, si somma adesso la lotta interna all'USC  - per assumere la direzione del nuovo Stato - fra i clan che fanno riferimento ad Ali Mahdi  e quelli che si riconoscono nel Generale Aidid.
Al Nord nel maggio 1991 il SNM dichiara l'indipendenza della parte del territorio sotto il suo controllo mentre nel Sud regna l'anarchia generalizzata del tutti contro tutti.
Nel aprile 1992 nel Sud della Somalia capitolano le ultime forze fedeli a Siad Barre e quindi i vari clan vincitori possono ora concentrare tutti i loro sforzi nell'eliminazione reciproca. Nella capitale la lotta fra Aidid e Ali Mahdi si incentra sul controllo dei quartieri, delle singole abitazioni della capitale. La situazione della popolazione somala in generale e di quella urbana di Mogadiscio in particolare diventa tragica. Tragedia aggravata dalla pratica impossibilità di distribuire o di ripartire equamente gli aiuti umanitari che  giungono in grande quantità all' aeroporto ed al porto di Mogadiscio provenienti da molte parti del mondo.  
 
 
In presenza di tale critica ed insanabile situazione l'ONU interviene con ben 17 "Risoluzioni"  del Consiglio di Sicurezza e fra queste la Ris. N. 794 del 3 dicembre 1992 che autorizza il Segretario Generale e tutti gli Stati membri "ad usare tutti i mezzi necessari per la creazione, il più presto possibile, di un ambiente sicuro per le operazioni di  soccorso umanitario in Somalia", cioè ad agire secondo quanto disposto nel capitolo VII dello Statuto dell'ONU.
In tale scenario nasce l' operazione  "Restore Hope, sotto guida statunitense, in sostituzione della missione dell'ONU "UNOSOM"  ( UNITED NATIONS OPERATION IN SOMALIA) ritenuta inadeguata ad assolvere il  compito per l'esiguità delle forze a disposizione. Nell'ambito della "Restore Hope"  le  Forze  Armate italiane condurranno l'operazione "IBIS 1"  in atto dal  dicembre 1992 al  3 maggio 1993 quando, anche a causa dell'aumentata conflittualità fra i somali di tutte le fazioni e le unità americane, gli USA pongono termine alla "Restore" Hope" trasferendo la responsabilità delle operazioni ancora all' ONU che avvia la missione  "UNOSOM  II".
E' in  questo contesto che, dal 5 maggio 1993 al 23 marzo 1994, l' Italia conduce la missione denominata "IBIS 2" intervenendo con la Brigata Paracadutisti "FOLGORE" prima  e  con la Brigata Meccanizzata "LEGNANO" poi.
 
Il settore inizialmente assegnato al Contingente italiano era profondo circa 350 Km.  da
Mogadiscio al confine con l'Etiopia, ed ampio circa 150 Km.
Le principali attività svolte dal Contingente nazionale sono dirette a ristabilire le condizioni minime di vita fra le popolazione locale. In particolare, scorta ai convogli con aiuti umanitari, distribuzione di viveri e medicinali, protezione dei depositi di materiale ancora da distribuire ed interventi sanitari a favore della popolazione.
Dal punto di vista strettamente militare, le attività si incentravano sul controllo dell'area di responsabilità, mediante pattugliamenti e posti di controllo fissi, rastrellamento di edifici e perquisizioni per realizzare il disarmo delle fazioni in lotta.  
 
 
Il  30  Agosto 2003, con la sospensione del Servizio Militare di Leva, decretato dal Parlamento, e con la costituzione delle Forze Armate  professional"i  a base volontaria, il 2° Bersaglieri viene ridotto a "Nucleo di Attivazione".
Compito del "Nucleo" è quello di procedere, in caso di emergenza, alla ricostituzione dell' Unità. Nel frattempo la Bandiera da Combattimento del Reggimento  è custodita dal Reggimento Artiglieria a
Cavallo di stanza a Milano.
In tale circostanza  l' Amministrazione Comunale ha concesso la Cittadinanza Onoraria al Reggimento con la seguente motivazione
 

13.4 Un legnanese tra i tedeschi.

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Un legnanese tra i tedeschi.
 
 
L’inedito racconto
di Venanzio Scarpa, autista della Brigade Speer
A quasi 90 anni conserva una memoria e una vivacità invidiabili. E racconta a Polis Legnano
la sua vicenda che, dall’azienda di famiglia in via Resegone, lo porterà prima a Cardano, poi a
Novara e Merano. L’amicizia con il comandante Willy Schreck. Fino all’avventuroso rientro in città
enanzio Scarpa, classe
1924, è persona nota a
Legnano, grazie all’attività
per tanti anni svolta con
l’azienda di famiglia “Scarpa &
Colombo”, specializzata nella
costruzione di valvole per motori
a scoppio. La fabbrica, situata
in via Resegone, offre
ancora oggi una piccola curiosità,
perché custodisce il vecchio
rifugio antiaereo costruito
prima della Seconda guerra
mondiale. A quei tempi, durante
la notte esso era aperto anche
alle famiglie del vicinato e
tante erano le mamme che volevano
portare al sicuro i loro
bambini e dormire un po’ più
tranquille, per quanto ammassate
in spazi ristretti.
Con Venanzio (e con la sua
sposa Pinuccia Locati) m’incontro
per parlare proprio della
Seconda guerra mondiale e
della sua particolarissima esperienza
personale: lui, infatti, è
stato un legnanese in divisa tedesca.
Questa la vicenda.
Tedeschi, fascisti,
partigiani: con chi stare?
Nel luglio 1943 – mese fatale
per le sorti di Mussolini – il giovane
Venanzio viene chiamato
alle armi, dopo aver concluso
la sua carriera di studente con
il conseguimento del diploma di
perito meccanico. Grazie alla
conoscenza con il gen. Casero,
la famiglia (o meglio: lo zio che,
dopo la morte del padre per incidente
sul lavoro, segue da
vicino il giovane Venanzio) ottiene
che il ragazzo venga inserito
negli elenchi del personale
necessario per le esigenze
della Regia Aeronautica
presso l’Ispettorato leva e matricola
di Orvieto. Siamo
nell’agosto del ’43, nel pieno
dei quarantacinque giorni di
Badoglio. Pochi giorni ancora e
si arriva all’8 settembre, al disfacimento
dello Stato italiano
e all’occupazione tedesca.
Sorta la Repubblica Sociale,
per centinaia di migliaia di giovani
italiani si pone, prima o
poi, un dilemma atroce: che fare?
La scelta è davvero drammatica.
Sappiamo che moltissimi
presero la via della montagna
pur di non mettersi al
servizio dei nazifascisti (è il caso
del martire legnanese Giuseppe
Bollini, per esempio),
che altri si arruolarono – più o
meno convinti e fanatici – tra i
repubblichini e che qualcuno
preferì scegliere la Germania.
Venanzio riesce per qualche
tempo a rimandare la difficile
scelta, perché ottiene una licenza
«straordinaria quale operaio
presso la ditta Scarpa e
Colombo», valida fino al 31
gennaio 1944. È la strada più
sicura, visto che il lavoro in
fabbrica offre la possibilità di
evitare legalmente il servizio
militare imposto dai fascisti.
Ma poi? Scaduta la licenza, il
problema della scelta si ripresenta.
Venanzio non ha molta
stima per i partigiani, risentendo
della propaganda che li definisce
“banditi”, ma neppure
per i fascisti, ritenuti troppo fanatici.
E quando un amico gli
prospetta la possibilità di lavorare
con i tedeschi, che a Cardano
al Campo e dunque
presso la Malpensa, hanno un
comando dell’organizzazione
Todt (preposta alla costruzione
di strade, ponti, infrastrutture
varie), compie la sua scelta.
Di fatto Venanzio viene poi incorporato
nella Nskk-Brigade
Speer. Nskk è la sigla del Nationalsozialistisches
Kraftfahrkorps,
ovvero il Corpo nazionalsocialista
degli autisti, che
inizialmente ha operato al servizio
del partito. Con diversi
passaggi, però, il ministro degli
Armamenti, il famoso Albert
Speer, nel 1941 ha istituito un
servizio da lui controllato, composto
da reggimenti motorizzati
adibiti al trasporto di materiali,
munizioni ecc. Molteplici sono
dunque i legami, nella complessa
macchina organizzativa,
tra queste unità e la Todt, oltre
che con la Wehrmacht.
Dal 28 gennaio 1944 Venanzio
funge dunque come autista del
Nskk e dal 2 febbraio è inquadrato
nella 12ma compagnia.
Mandato a Novara, è assegnato
come autista del comandante
di un magazzino: guida una
vecchia e scassata “Topolino”,
prima di potersi impossessare
di una Lancia “Aprilia” sequestrata
nella zona del lago Maggiore.
Si muove per servizio
nell’ampia area al di là e al di
qua del Ticino, da Novara a Vigevano,
ma anche a Rho.
Con l’avvicinarsi del fronte, sul
finire del ’44, la sua unità lascia
Novara (che era spesso obiettivo
delle incursioni del celebre
comandante partigiano Moscatelli)
e si trasferisce direttamente
in Trentino-Alto Adige: la coV
Cultura e idee
POLIS LEGNANO Vita associativa 19
lonna, preceduta da un autoblindo,
fa sosta a Rovereto, rimane
qualche giorno presso
Bolzano e finalmente arriva alla
sua destinazione, Merano. Qui,
nella frazione di Maia Bassa, i
tedeschi s’impossessano delle
caserme lasciate vuote dal
quinto Reggimento Alpini e delle
villette poste all’interno
dell’ippodromo. E qui Venanzio
rimarrà con il suo comandante
fino al termine della guerra.
Questa in sintesi la storia di
guerra di Venanzio Scarpa, ricostruita
attraverso il suo racconto
e i suoi documenti.
Il soldato in tram
con l’ombrellino rosa
Ma come si stava con i tedeschi?
La risposta del lucidissimo
novantenne di oggi è sicura:
si stava bene. Portando la
loro divisa, si era trattati alla pari,
senza discriminazioni, e si
poteva mandare alla mamma
lo stipendio, utilissimo in quei
tempi. Con il comandante Willy
Schreck – che Venanzio porta
in giro in lungo e in largo – si
consolida un’amicizia che andrà
oltre la guerra, come testimoniano
le lettere che Schreck
invierà a Venanzio anni dopo.
Tanti sono gli episodi che Venanzio
mi racconta. Il più gustoso?
Fu la volta che Schreck
si fece amica una bellissima
donna viennese, giunta a Merano
per un breve periodo:
l’ufficiale non si fece scappare
l’occasione di ospitare l’amante
nella villetta a lui assegnata. Un
bel giorno, però, arrivò la notizia
di un’imminente ispezione e
Schreck incaricò Venanzio di
far sparire ogni traccia di presenza
femminile. Raccolse tutti
gli indumenti femminili sparsi
per la casa in una valigia, e
gliela affidò, con il compito di
portarla altrove. Si dimenticò
però di un leggiadro ombrellino
rosa. Ed ecco la scena
dell’ufficiale che rincorre il suo
autista e gli mette in mano il
“pericoloso” oggetto. Ma immaginatevi
Venanzio che, in
divisa tedesca, gira per Merano
in tram con un ombrellino rosa
che non è riuscito a infilare nella
valigia zeppa di camicette,
sottovesti e reggiseni…
Venanzio racconta poi un altro
episodio, nel quale ha mescolato
paura e generosità. A Merano,
per vari lavori, erano impiegati
dei prigionieri russi. Una
sera il giovane legnanese scopre
uno di loro che sta cercando
di fuggire dopo aver rubato
una matassa di rame: il suo obiettivo
è quasi sicuramente
scambiarlo con un pezzo di
pane. Venanzio si spaventa,
reagisce minacciando di usare
la pistola Beretta che ha con
sé, ma infine lascia scappare
quel poveraccio. Non dirà nulla
a nessuno, prima di raccontarlo
a me e ai suoi familiari...
Un giorno la vicenda di Venanzio
si incrocia con quella di un
altro legnanese. Lo informano
infatti che non distante da Bolzano
è prigioniero un altro legnanese,
di nome M. A quel
punto Venanzio vuole salvarlo
e ottiene dal suo superiore un
foglio d’ordini che stabilisce che
M. è necessario per la Brigade
Speer. Forte di ciò, Venanzio
parte per il campo, si presenta,
ottiene ovviamente ascolto e
può parlare con M., offrendogli
questa possibilità di salvezza.
Ma M., sospettoso, teme qualche
trappola, si rifiuta: Venanzio
riparte da solo e M. finirà
deportato in Germania.
«Ignoravo l’esistenza
dei Lager nazisti»
Finalmente finisce la guerra.
Arrivano gli americani anche a
Merano e Schreck si dimostra
alquanto abile nel cavarsela. In
abiti borghesi, insieme a Venanzio,
riesce a ottenere un lasciapassare
della Croce Rossa
Internazionale, per lavorare in
soccorso degli italiani che
stanno rientrando in condizioni
pietose dai campi di prigionia e
di deportazione. Poi Schreck
sparirà dalla circolazione, passando
forse in Svizzera, contando
su conoscenti e amici.
Venanzio ha ora il problema di
tornare a Legnano. Trova un
passaggio sul rimorchio di un
camion Lancia che parte da
Bolzano in direzione Torino.
Fino a Milano il nostro giovane
se ne sta in mezzo ai pezzi di
legno di cui è pieno il rimorchio:
materiale che serve per alimentare
il motore a gasogeno di cui
è dotato il camion. Poi da Milano
a Legnano c’è ancora il treno
e si è a casa.
Chiedo a Venanzio quali reazioni
abbia incontrato al suo ritorno:
dopo tutto aveva vestito
la divisa dell’esercito occupante.
La risposta è disarmante:
nessuna domanda, nessuna
reazione. Forse, penso, gli ha
giovato l’essere stato lontano
da casa, così che nessun concittadino
l’ha visto con la divisa
germanica.
Venanzio tiene anche a sottolineare
di non aver mai avuto
notizia di quel che stava succedendo
ad Auschwitz e negli
altri Lager nazisti. Anzi, ammette
di non aver creduto a chi, alla
fine della guerra, gli parlava
di Mauthausen piuttosto che di
Dachau. Si ricrederà quando
andrà personalmente in visita
nel Lager austriaco, meta finale
di tanti nostri connazionali, anche
legnanesi.
Questa è la storia di guerra di
Venanzio Scarpa, legnanese,
brillante (quasi) novantenne. È
una storia diversa dalle tante
che conosciamo e anche per
questo merita di essere conosciuta
e presa per quella che è.
GIORGIO VECCHIO

13.5 Il ricordo di due giovani partigiani

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Il ricordo di due giovani partigiani
 
 
27 giugno 1944
 
I partigiani Dino Garavaglia e Renzo Vignati uccisi al ponte di San Bernardino
 
La valorosa staffetta della 101^ e 182^ Brigata Garibaldi Piera Pattani il 20 agosto 2013 ha visto esaudito un suo grande desiderio: dare un nome a tre partigiani.
 
Già perché a Legnano c’erano tre vie dedicate a loro ma vi erano indicati solo i cognomi e non c’era nemmeno scritto sotto che si trattava di partigiani. Giustamente Piera in quell’occasione osservò: “E' da anni che desideravo che queste tre persone, morte giovanissime, venissero ricordate come si deve. Di Vignati, Garavaglia e Bottini, in città, ve ne sono tanti, ma loro erano unici, così come tutti coloro che hanno partecipato alla lotta di Resistenza. Quello era un movimento composto da molti giovani e ognuno di loro andrebbe ricordato. La Resistenza l’ha fatta il popolo, l’abbiamo fatta in tanti: noi partigiani, ma anche i preti e le suore, i farmacisti, i medici e non solo".
 
Piera, che nel 1943 aveva appena sedici anni, faceva parte della 101^ Brigata Garibaldi SAP (Squadra di Azione Patriottica) “Giovanni Novara” che era costituita da tutti quei partigiani che avevano mantenuto una vita familiare normale, il proprio posto di lavoro e la propria abitazione e che, in base alle proprie capacità e disponibilità di tempo, si adoperavano in vario modo per la Resistenza.
 
SAP e GAP a Legnano
 
Le SAP erano in genere squadre piuttosto numerose. Il comandante generale della 101^ SAP è stato dapprincipio Bruno Feletti (Fontana), poi Giuseppe Marinoni (Costa-Negri) e dalla fine del 1944 Mario Cozzi (Pino) ma sotto di loro vi erano tutta una serie di comandanti, ciascuno con un gruppetto limitato di persone. A Legnano verso la fine del 1944 si raggiunsero per la SAP circa 700 tra uomini e donne  e la 101^ SAP venne pertanto divisa in due gruppi di circa 350 unità, creando la 182^ Brigata Garibaldi SAP “Mauro Venegoni” in cui venne inserita Piera, in qualità non solo di staffetta ma anche di stretta collaboratrice del nuovo comandante della 101^ e 182^ SAP, Mario Cozzi.
 
Tuttavia il grosso del gruppo si limitava a compiti facili: faceva per lo più attività di supporto alle formazioni partigiane di montagna e ai GAP (Gruppo di Azione Patriottica) di città con medicine, vestiario o cibo e azioni di piccolo sabotaggio, alterazione e distruzione dei cartelli stradali, spargimento di chiodi a tre punte sulle principali strade di collegamento e propaganda in fabbrica, con brevi comizi e distribuzione di volantini, e fuori dalla fabbrica, attaccando ai muri di sera o di notte manifesti antifascisti. A Legnano era Piera la responsabile della distribuzione della stampa clandestina nelle fabbriche, stampa che andava lei stessa a recuperare a Milano direttamente dalla stamperia in via XXII Marzo, ed aveva anche fondato un gruppo di giovani, tredici donne e tredici uomini, che di notte uscivano a coppie per non dare nell’occhio e tracciavano scritte o attaccavano manifesti clandestini sui muri.
 
Più spesso i sappisti semplicemente non agivano ma si tenevano pronti ad intervenire in caso di necessità a salvaguardia della fabbrica contro eventuali aggressioni, razzie o tentativi di distruzione ad opera dei nazifascisti: in fondo era principalmente con questo scopo che le SAP erano nate, come “Squadre di difesa operaia”.
 
Ma per proteggere le fabbriche e gli operai erano necessarie le armi e pertanto in ogni SAP vi era una squadra di punta che agiva con metodi simili alle GAP e procurava le armi con disarmi (quasi sempre di repubblichini) o , più raramente, sequestri in fabbrica, o anche semplicemente acquistandole alla borsa nera da repubblichini consenzienti. Queste squadre di punta a Legnano si spingevano spesso anche in assalti a posti di blocco e scontri a fuoco con i fascisti allo scopo di tentare di eliminare fisicamente spie o brigatisti neri. Erano però pochi quelli che rischiavano così tanto.
 
 
 
Dino Garavaglia e Renzo Vignati
 
Dino Garavaglia e Renzo Vignati furono tra i primi, fin dal marzo 1943, ad entrare nel gruppo di antifascisti agli ordini di Arno Covini e, dopo l’armistizio, confluirono con il Covini nella Resistenza legnanese a fianco dei fratelli Venegoni, nel gruppo di punta di stampo gappistico della 101^ Brigata Garibaldi SAP.
 
Di disarmi di repubblichini la 101^ SAP ne aveva già compiuti parecchi, ma non sempre le cose andavano per il verso giusto.
 
Quel 27 giugno 1944
 
Il 27 giugno 1944 nei pressi del ponte della ferrovia di San Bernardino l’azione sembrava potersi concludere a favore del gruppo di partigiani invece la pattuglia fascista era troppo consistente per le loro forze e nello scontro a fuoco rimasero feriti quattro partigiani. Due riuscirono a fuggire, mentre Dino e Renzo, feriti gravemente, furono catturati dai fascisti. Ricoverati all’ospedale di Legnano,morirono poche ore dopo. Dino aveva diciotto anni, Renzo diciannove.
Piera Pattani aveva saputo che i fascisti volevano portar via subito i cadaveri, di nascosto, ma il primario Piccioni, che era dalla parte dei partigiani, si era fermamente opposto: “No! Qui restano! Qui si fanno le esequie! Perché qui è casa mia!”
 
Il funerale
 
Il giorno dei funerali, il 4 luglio, in un clima di forte tensione, i fascisti avevano permesso controvoglia le esequie pretendendo che però si svolgessero in forma del tutto privata. Invece c’era una gran folla con tante corone di fiori.
 
 
 
Don Francesco Cavallini (nella foto, ndr), assistente all’oratorio e coadiutore della chiesa dei SS. Martiri, la cui parrocchia all’epoca comprendeva tutto l’Oltrestazione, aveva fatto appena in tempo ad impartire la benedizione che i fascisti presero le bare e stavano per portarle via. Don Francesco si rifiutò: ”Questi ragazzi li ho battezzati in chiesa e in chiesa devono venire!”
 
Francesco Crespi, allora 17enne partigiano della 101^ GAP, raccontò nell’intervista (riportata nel libro “Giorni di Guerra”) il seguito della vicenda: “Allora ci facciamo avanti in otto o dieci, prendiamo le bare e le portiamo in Chiesa. All’uscita vediamo che i fascisti hanno messo le mitragliatrici sul piazzale. Don Francesco si mette davanti, fa uscire le donne, poi tutti assieme andiamo al cimitero, guardati a vista dai fascisti. Questo fatto mi ha colpito molto, perché nessuno, ne’ il prete ne’ la popolazione che ha partecipato al funerale hanno avuto paura dei fascisti e delle loro mitragliatrici.”
 
Più tardi cercheranno di bloccare queste persone che si erano esposte e il Crespi, con altri quattro o cinque, sarà costretto a scappare dal cimitero saltando poi la ferrovia.
 
Al funerale di Dino e Renzo aveva partecipato, nonostante il grave pericolo, anche Mauro Venegoni: era presente, venuto appositamente da Milano, camuffato e nascosto tra la gente, in via Gaeta, quella che costeggia sul lato occidentale la ferrovia e dove avrebbe transitato il corteo del funerale. Mauro era fermo presso la bilòria, cioè il ponte pedonale, che ora non esiste più, situato nelle immediate vicinanze della stazione ferroviaria, a proseguimento della viuzza che da piazza Monumento porta in stazione (via ora intitolata a Mauro Venegoni, così come il più noto tratto di via dell’Oltrestazione tra corso Italia e via Novara). Solo pochi partigiani, quelli che gli erano più intimi, lo hanno riconosciuto. Mauro ha rischiato la vita per onorare la morte dei due ragazzi!
 
Don Francesco quel giorno l’ebbe vinta, ma una settimana dopo verrà arrestato dai brigatisti neri della Aldo Resega di Legnano e rinchiuso nel carcere di San Vittore a Milano, da dove uscirà solo il 25 aprile 1945.
 
Un riconoscimento doveroso
 
Su Legnanonews leggiamo che nel primo pomeriggio del 20 agosto 2013 «il sindaco Alberto Centinaio ha condotto la tenace e battagliera Piera ad ammirare le nuove insegne che, da oggi, grazie anche al suo appello, si chiameranno vie "Dino Garavaglia", "Renzo Vignati" e "Renzo Bottini" e non più semplicemente "Garavaglia", "Vignati" e "Bottini"».
 
Il desiderio di Piera è giustamente esaudito, perché Dino e Renzo …  "erano unici, così come tutti coloro che hanno partecipato alla lotta di Resistenza.”
 
Renata Pasquetto e Giancarlo Restelli
 
Per saperne di più:
 
. Articolo di Legnanonews
 
. Video dedicato ai partigiani di Legnano e della Valle Olona
 
. Giorgio Vecchio, Nicoletta Bigatti e Alberto Centinaio, “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945”, Eo Ipso, 2009

13.6 Così maturò la scelta partigiana di Bollini

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Così maturò la scelta partigiana di Bollini
 
Una pagina di storia nei ricordi di Zeffiro La testimonianza del novantenne che conobbe il giovane “ribelle per amore”, ucciso dai fascisti nel 1945 a Traffiume di Cannobio. La famiglia, la fabbrica, la figura di riferimento di don Carlo Riva, coadiutore a San Domenico. E una domenica mattina, all’uscita dalla messa, accadde che… effiro Zanchi ha compiuto 90 anni a dicembre scorso.
Tecnico per tanti anni alla “Franco Tosi”, vi entra attraverso i corsi professionali; terzogenito e primo maschio di nove figli, tutti nati a Legnano. Ma la famiglia proviene da Nembro, paesino vicino a Bergamo, dove conserva ancora qualche lontano cugino. Insistendo un po’, racconta a Polis Legnano qualche episodio del periodo della guerra, nonché la sua esperienza di appoggio ai partigiani. E poi parla della sua conoscenza di Giuseppe Bollini, legnanese, partigiano trucidato dai fascisti a 23 anni, all’inizio del 1945 (di recente il concittadino Giorgio Vecchio, storico dell’Università di Parma, ha dato alle stampe il libro Vita e morte di un partigiano cristiano. Giuseppe Bollini e i giovani dell’Azione cattolica nella Resistenza, editrice In Dialogo).
Non mancano nelle parole di Zeffiro taluni episodi salienti di quel difficile periodo.
Ricorda come si è avvicinato all’esperienza partigiana?
«Furono due le persone che mi permisero di entrare in contatto con i partigiani: una mia zia paterna e don Carlo Riva, coadiutore all’oratorio di San Domenico; a casa della prima passavo spesso all’uscita del lavoro, dove conobbi proprio Giuseppe Bollini, di un paio d’anni maggiore di me. In maniera molto discreta – tanto che solo dopo molti anni, ripensandoci, mi sono reso conto del suo ruolo di collegamento e di trasmissione di informazioni – la zia ci avvisava dei luoghi o delle occasioni nella quali vi sarebbero state incursioni fasciste e come evitare di trovarcisi. Si    creavano inoltre occasioni nelle quali, sempre a casa sua, ci si incontrava con altri antifascisti, discutendo e scambiando opinioni».
E don Carlo?
«Partecipavo, insieme ad altri adulti – io ero il più giovane – ad alcuni incontri di formazione politica presso la parrocchia; lo scopo era formarci perché potessimo essere pronti, una volta conclusa la guerra, a entrare a far parte degli organismi di governo della città. Relatore di questi incontri era Aldo Colombo, che divenne
in seguito il primo presidente delle Acli di Legnano. Fu poi don Carlo a inviarmi, insieme a un altro adulto del gruppo, a ritirare le armi che erano nascoste in una ditta di Legnano, il cui proprietario era uno dei principali capi della resistenza legnanese.
Ricordo quell’episodio con molta commozione, sia per la fiducia accordatami sia per il timore e la paura di vedere tutte quelle armi con le quali, ovviamente, non avevo alcuna dimestichezza».
Quali altri contatti aveva con i partigiani?
«All’interno della Franco Tosi si organizzavano viaggi verso l’Ossola per portare indumenti e cibo a chi vi si era rifugiato. Partecipai più volte a questi viaggi; a casa riferivo che avrei avuto impegni di lavoro e dovevo recarmi fuori città con il mio capoufficio. A fornirci il materiale erano persone di Legnano, mentre i mezzi di trasporto, camioncini e macchine, venivano da alcuni imprenditori».
 
In famiglia dunque non sapevano del suo impegno?
«In famiglia lavoravamo solo io e mia sorella, e, con il papà invalido, costituivamo il sostegno per tutti i nostri fratelli. Non potevo dunque permettermi di porli in condizioni di rischio. Poiché io disertavo i corsi settimanali premilitari, venne convocata mia madre dal responsabile del personale della Tosi per eventuali gravi sanzioni nei miei riguardi.
Mi salvò la moglie di un gerarca fascista, in amicizia con mia madre, avvisandola del pericolo che avrei potuto correre».
Cosa poteva indurre un ragazzo giovane come lei a contrastare la prepotenza di tedeschi e fascisti?
«L’arroganza e la violenza non potevano essere accettate. Ricordo in proposito un episodio, che secondo me fu determinante per Giuseppe Bollini e la sua entrata nelle brigate partigiane. La domenica, all’uscita dalla messa di San Magno, accadde diverse volte che i fascisti sequestrassero alcune persone, perlopiù note per il loro antifascismo, per portarle dentro Palazzo Malinverni e sottoporle a pestaggi e olio di ricino.
Giuseppe assistette a uno di questi episodi e ne fu profondamente colpito; ne parlammo proprio a casa della zia e lui mi riferì di non poter accettare queste cose. Poche settimane dopo, anche per sfuggire all’arruolamento, partiva per la Valgrande.
E sarebbe diventato un martire della libertà».
ANNA PAVAN

13.7 Ferito in guerra e con una croce al valore

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Ferito in guerra e con una croce al valore
 
Ma ora Santino festeggia 70 anni di nozze
Nel racconto del legnanese Santino Cozzi, classe 1920, la sua avventura a bordo di
un sommergibile. “Ho visto spuntare una aereo dalle nuvole, poi le bombe e le mie gambe che
sanguinavano”. Il matrimonio con Vittorina, nella chiesa del Redentore, in pieno periodo bellico
ettant’anni di matrimonio
festeggiati alla Canazza
e una croce
d’oro al valor militare per il
cannoniere Santino Cozzi.
Lui, Santino, è nato il 12 settembre
1920; lei, Vittorina
Candiani, il 6 giugno1926.
Hanno una storia di amore e
avventura che è un piacere
ascoltare.
“Allora: domanda precisa e
secca”, chiarisce subito Santino.
La domanda precisa e
secca è questa: ci racconti il
giorno del suo matrimonio.
Seduto al tavolo Santino comincia
a raccontare, mentre
Vittorina ascolta rilassata sul
divano
“Ci siamo sposati nella chiesa
di Legnarello. Lei abitava in
via Dante, io alla Canazza in
via Comasina. Come si usava
allora sono andato a piedi a
prenderla a casa sua. Era là
in mezzo al cortile con tutti i
parenti e colleghi di lavoro intorno.
Poi ci siamo recati in
chiesa, lei accompagnata dal
papà”.
E proprio al momento del “sì”
è suonato l’allarme aereo. E
allora cosa avete fatto?
“Niente, siamo rimasti in chiesa
e dopo un po’ è suonata la
sirena del cessato pericolo.
Prima di tornare a casa abbiamo
fatto sosta lungo via
Sempione alla chiesetta della
Madonnina. Per il pranzo nel
cortile, un parente ha cucinato
un ottimo risotto”. Era il 1944.
Piena guerra.
“Io ero a casa in licenza dopo
essere stato ferito durante
una esercitazione di guerra.
Sono stato ricoverato a Cagliari.
Ferito alle gambe mentre
ero di vedetta sul sommergibile
Otaria”.
Un passo indietro per ricostruire
la storia del militare.
Subito dopo aver ricevuto la
cartolina di precetto, Cozzi si
era presentato al centro reclutamento
di La Spezia: “Sono
rimasto cinque giorni e dopo il
giuramento tutti noi giovani
marinai siamo stati imbarcati
su un traghetto per le diverse
destinazioni. Io sono stato
sbarcato a Napoli nel settembre
del 1940, associato alla
caserma stazione sommergibili.
Intanto era rientrato in
porto il sommergibile Marconi
che per trenta giorni è rimasto
fermo per la revisione dei motori,
prima di affrontare una
missione nell’Atlantico”.
Alla ricerca di marinai esperti
da imbarcare, il comando tenta
di selezionare i più adatti: “Il
comandante mi ha chiesto se
soffrivo il mal di mare, ma io
ho risposto che non lo sapevo,
perché quella era la prima
volta in vita mia che lo vedevo
il mare!”.
Imbarco per il momento rinviato,
dunque. E attesa al
comando della marina di Napoli
“Navarca” dal settembre
1941 al novembre 1942.
Finalmente poi a casa, in licenza:
“Era chiamata ‘licenza
agricola’. Avrei dovuto stare a
casa un mese e invece dopo
venti giorni arriva il maresciallo
dei Carabinieri che mi dice:
‘Devi partire subito, domani
mattina alle 9 devi essere a
Napoli’. Prendo l’unico treno a
disposizione che partiva a
mezzanotte e la mattina dopo
mi presento al comando. E
via, subito imbarcato sul
sommergibile Otaria. Dalla
stiva del sommergibile ricordo
che abbiamo tolto alcuni siluri
per fare spazio e caricare
scatolette di carne da consegnare
alle truppe sulle coste
dell’Africa. E così siamo arrivati
a Bardia, in Libia con i viveri”.
 
E dopo Bardia, ritorno a Taranto
dove il sommergibile
aveva dovuto essere riparato
per un’avaria al motore.
Infine, tappa a Pola, in Istria,
dove c’era una scuola di addestramento
per marinai addetti
ai sommergibili. Poi ancora
Messina e Cagliari: “Una
mattina alle 9.15 ero di servizio
come vedetta ed è suonato
l’allarme per un attacco
dell’aviazione inglese, che allora
era nostra nemica. Era
una giornata di cielo coperto.
All’improvviso è uscito dalle
nuvole un quadrimotore
“Sunderland” inglese. In un
primo momento abbiamo tentato
un contatto radio per capire
di chi si trattava, ma
l’aereo non rispondeva”.
Dall’aereo vengono lanciate
quattro bombe. E colpi di mitragliatrice
colpiscono la vedetta
Santino Cozzi: “Io sono
stato ferito alle gambe dalla
mitraglia. ‘Comandante sono
stato ferito!’, ho urlato. E subito
sono stato trasportato sottocoperta,
dove mi hanno cuS
Cultura e idee
POLIS LEGNANO Cultura e idee 21
rato per cinque giorni in mare,
prima di sbarcare a terra per il
ricovero a Cagliari: 90 giorni
in ospedale e 60 giorni di
convalescenza”.
I polpacci e le caviglie mostrano
ancora i segni delle
schegge conficcate: “All’ospedale
di Cagliari hanno dovuto
tagliare per estrarre le
schegge di piombo che mi
avevano perforato le caviglie.
Ho rischiato di perdere un
piede”.
Ma poi, a casa, in licenza in
attesa del referto definitivo
della commissione medica,
ha incontrato la sua compagna
di vita. Un matrimonio
che adesso ha celebrato il
settantesimo anniversario.
Tra i documenti interessanti
conservati in casa Cozzi, anche
il brevetto 9573 datato 31
maggio 1942 che il Comando
marittimo del basso Tirreno
conferisce al cannoniere Cozzi
Santino, matricola 522 della
stazione sommergibili di Napoli,
con cui lo si autorizza a
“fregiarsi del distintivo della
guerra in corso” nonché “ad
applicare sul nastrino n. due
stellette”. E naturalmente un
posto d’onore sulle pareti di
casa per la Croce al valor militare
sul campo. Il documento
del 7 marzo 1959 porta la seguente
motivazione: “Imbarcato
su sommergibile in missione
di guerra attaccato da
un aereo nemico accorreva
per primo alle armi e iniziava
la reazione di fuoco proseguendola
con energia e fermezza
d’animo, benché gravemente
ferito da raffiche di
mitraglia avversaria, fino
all’annientamento delle sue
forze fisiche (Mediterraneo
occidentale, 13 giugno 1942);
determinazione del 2 settembre
1942”.

13.8 il bombardamento dell’Alfa Romeo

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il bombardamento dell’Alfa Romeo
 
20 ottobre 1944: un testimone legnanese racconta il bombardamento dell’Alfa Romeo
È una delle pagine più tristi della seconda guerra mondiale per Milano. Tre formazioni di bombardieri Alleati confluirono sulla città per stanare la resistenza nazifascista. Ma, oltre a colpire gli impianti industriali, una bomba centrò in pieno una scuola, causando una strage di bambini.
ul bombardamento dell’Alfa Romeo di Milano, avvenuto il 20 ottobre 1944,«è stato scritto molto, sia da persone che lo hanno vissuto, sia da alcuni storici e giornalisti: ovvie le differenze di vedute. Altri hanno attinto dalle documentazioni rese disponibili più tardi dagli archivi militari, specie Usa, ricche di dati e fotografie, ma fredde, mute e prive di legami tra loro. Ho perciò deciso di raccontare anche la mia esperienza che, nel tempo, ha avuto un seguito non prevedibile ma, come vedrete, curioso
e interessante». È l’ing.
Dario Radaelli, classe
1927,che è stato tecnico e poi
dirigente Alfa Romeo dal 1943
al 1986, a consegnare a Polis
Legnano questa sua personale
testimonianza in occasione del
70° anniversario di quel terribile
bombardamento. Dal 1981
Redaelli è Maestro del Lavoro
e promotore dell’associazione
Ttsll (Testimonianze tecnico
storiche del Legnanese).
Di seguito proponiamo – in
versione quasi integrale – lo
scritto che ha offerto a Polis.
Un giorno come altri. «In quel
periodo svolgevo un’attività inconsueta
presso la Scuola apprendisti
dell’Alfa Romeo, determinata
dalle esigenze del
momento e per la quale una
apposita area era stata adeguatamente
predisposta. Avendo
ormai fatto una certa
esperienza, mi era stato assegnato
il compito di contribuire
all’insegnamento di un mestiere
ai reduci dai fronti di guerra
(la quasi totalità dalla campagna
di Russia), mestiere solo
da “sedentari” essendo essi tutti
gravemente menomati fisicamente.
 
Eravamo abituati agli allarmi
che ci avvisavano del probabile
attacco aereo, ma il lontano ricordo
di quello del 1943 era
ormai quasi svanito e nessuno
si preoccupava più di tanto.
Pertanto quel fatidico 20 ottobre
1944, al primo segnale di
allarme, io e un reduce, di nome
Crippa e che si era affezionato
a me, decidemmo, vista
l’ora, di andare alla vicina mensa
aziendale per il pranzo.
Mancava poco a mezzogiorno
e, mentre camminavamo, vedemmo
colonne di fumo alzarsi,
come seppi dopo, in conseguenza
del funesto bombardamento
del quartiere Gorla.
Capimmo che quello poteva
essere un segnale premonitore
ma, pur stando all’erta, non
andammo nella torretta-rifugio.
Entrammo alla mensa, ma poco
dopo sentimmo un concitato
vociare all’esterno; uscimmo e
vedemmo chiaramente, nel
cielo di uno splendido azzurro,
una formazione di bombardieri
B-24 Liberator, proveniente da
Nord e ancora lontana ma sicuramente
diretta verso di noi. Ci
accingemmo allora a uscire dal
perimetro dello stabilimento,
ma Crippa, che era monco della
gamba destra, doveva usare
una stampella e non poteva
muoversi sollecitamente. Io
tentavo di aiutarlo, ma era tutto
inutile, era quasi immobile. Mi
urlò ripetutamente: “vattene tu
che sei giovane… vattene tu
che sei giovane”.
Io, a causa dell’amicizia e del
desiderio di aiutarlo, esitavo ma
non mi rendevo conto del tempo
che passava, e lui insisteva;
ebbi la netta impressione che,
dopo la triste esperienza in
Russia e per la consapevolezza
della sua precaria condizione,
fosse diventato fatalista e
non gli importasse più di morire.
A un certo punto mi spinse
con colpi di stampella nella
schiena per convincermi e io
tentai di allontanarmi, ma ormai
era troppo tardi; percorsi
forse qualche decina di metri e
raggiunsi l’uscita di emergenza
nord, normalmente chiusa. Dava
sull’orto di guerra che si trovava
a un livello più basso di
oltre un metro.
Il cielo si oscurò. Malgrado la
paura, osservai la formazione
degli aerei che era quasi sopra
di noi e vidi, se ben ricordo, sei
gruppi di sei bombardieri ciascuno,
un po’ distanziati tra loro.
 
Mentre correvo per allontanarmi,
vidi un segnale luminoso
emesso dall’aereo di testa, il
primo gruppo sganciò le bombe
che, durante la caduta, luccicavano
e generavano un
rumore impressionante:il mio
cervello ne fu sconvolto. Le
prime bombe caddero proprio
a nord dello stabilimento, dalla
parte dell’orto, cioè dove mi
trovavo io, e fui scaraventato
giù tra la verdura. Lo sgancio
S
Voci legnanesi
POLIS LEGNANO
12  Legnano e dintorni
delle bombe si ripeté altre cinque
volte con un certo intervallo
di tempo che mi sembravano
un’eternità, col cuore in gola…
in un fragore che ossessionava.
Subito il cielo si oscurò,
sembrava una classica giornata
milanese di fittissima nebbia,
ma di colore grigio, giallo e rossastro
a causa dei muri sgretolati;
era tanto buio che non mi
riuscì di ritrovare Crippa (fortunatamente
lo rividi qualche
giorno più tardi).
Un’ora dopo, diradata la “nebbia”,
rientrai e vidi l’impressionante
distruzione in ogni dove.
Sul tetto della mensa, alto
forse una ventina di metri, vedevo
le biciclette che prima si
trovavano nel vicino deposito,
scaraventate fin lassù dalle esplosioni.
Molte persone vagavano
in ogni direzione, come
inebetite. Non sembravano
nemmeno intenzionate ad allontanarsi
da quell’inferno.
Qualcuno raccontava (a chi?)
quel che aveva visto, e riferiva
di morti e feriti, ma confusamente
a causa del trauma subito.
 
Uno strano personaggio.
Quando, dopo tanti indugi, decisi
di andarmene, ritornai alla
Scuola apprendisti, che era li a
due passi. Scesi nello spogliatoio,
recuperai i miei effetti personali,
uscii dallo stesso portone
di prima e attraversai l’orto
di guerra che arrivava fino a via
Papa; oltre si trovava il prato
del Tiro a segno, che non era
recintato. Giunto sulla strada
vidi all’orizzonte una seconda
formazione di bombardieri. Data
l’alta quota di volo, ebbi
l’impressione che avesse lo
stesso obiettivo e cercai di affrettarmi
con l’intenzione di ripararmi
in una delle buche dalle
quali venivano lanciati i piattelli.
Al rumore provocato dal
primo sgancio delle bombe
questa volta mi buttai a terra,
come mi era stato insegnato
dai reduci; tentai più volte di
avvicinarmi alla buca più vicina
(non ricordo se le vedevo, sapevo
solo che c’erano), ma invano:
ero come paralizzato e
guadagnai solo poche decine
di metri.
Sullo stesso prato c’erano qua
e là anche dei blocchi di cemento
cubici da mezzo metro
di lato; su uno di questi, tranquillamente
seduto, stava un
signore che mi sbalordì: era elegantissimo
in un abito nero
tipo frac, con bombetta, papillon
e guanti in una mano. Roba
da “prima” alla Scala… ma non
era un sogno! Ormai gli ero
abbastanza vicino e lui cercò di
rassicurarmi dicendo:“non si
preoccupi, non le accadrà nulla.
Stia qui vicino a me. Vedrà
che non succederà nulla”. Frastornato
dal precedente shock
non gli credevo, ma intanto non
riuscivo in nessun modo a procedere,
neanche di un passo.
In effetti quell’incursione colpì
l’Isotta Fraschini che, in linea
d’aria, si trovava a poche centinaia
di metri dall’Alfa Romeo.
Ecco perché fui tratto in inganno
sul vero obiettivo, mentre
l’anonimo personaggio se ne
stava sempre tranquillo. Di certo
lui sapeva tutto, ma come
potevo immaginarlo?
Questo fatto è sempre stato un
dilemma per me ma, forse, più
di sessant’anni dopo, penso di
aver capito come possono essere
andate le cose.
Mi incamminai per tornare a
casa, a Legnano. Come? A
piedi, 26 chilometri, ma con
una complicazione: il famoso
“Pippo”, l’aereo ricognitore che
da tempo teneva tutti sulle spine
anche di notte. Volava ad
alta quota e non riuscivo a vederlo,
ma la paura di essere
individuato mi prese (infondata,
direste voi ora a mente serena, ma provare per credere) e decisi di camminare nascosto da siepi o boschi rasentando le marcite. All’imbrunire, sentendomi
più tranquillo, mi portai sul
Sempione e chiesi un passaggio
a un camionista che mi abbreviò
il cammino. Arrivai a casa
a notte fatta, mi sentivo un
miracolato.
Inizialmente i morti contati furono
più di 60 e le cronache si
sono fermate a questa cifra.
Dopo qualche tempo però, con
la ricostruzione in corso, si procedette
a liberare una buca,
delle dimensioni di un ampio
locale e posta al termine sud
del tunnel che dava accesso a
una delle torrette-rifugio, che
era stata completamente riempita
dalle macerie crollate durante
il bombardamento. Lì avevano
trovato riparo alcuni
operai che, purtroppo, non avevano
raggiunto la vicinissima
torretta-rifugio, e vi sono rimasti sepolti fino al ritrovamento. Non facevano parte della prima conta: totale più di 80.
Amara scoperta. Facciamo ora un bel salto nel tempo. Nel 1967, dopo un periodo di preparazione per l’adeguamento delle vetture Alfa Romeo alle nuove norme Usa sull’inquinamento da autoveicoli, mi reco nei laboratori Epa (EnvironmentalPollution Agency), all’epoca situati a Ypsilanti, Michigan, per effettuare le prove di certificazione ufficiali. Nulla di speciale; molto spazio, anonimi fabbricati industriali e altrettante spoglie aree che li circondano, apparentemente abbandonate.
Nel corso di queste mie missioni,ho conosciuto molte persone, ed ex aviatori americani, tra queste un nostro efficientissimo collaboratore, l’ing. Donald Black. Con lui intrattengo ancora rapporti d’amicizia con Storia e cultura
POLIS LEGNANO
13  Legnano e dintorni scambi di ricordi e notizie.
Tra queste (email di agosto 2011), una che ha attirato la mia attenzione: i sopracitati laboratori Epa di Ypsilanti erano situati in fabbricati non più utilizzati del WillowRunAirport, cioè uno degli impianti dove venivano assemblati i quadrimotori B-24 Liberator (quelli del bombardamento, per intenderci).
Il continuo scambio di informazioni umane e tecniche con l’amico Donald lentamente mi ha aiutato a dare una spiegazione sul motivo della presenza di quel signore in abiti da “prima” alla Scala che avevo visto durante il bombardamento del 1944. Ebbene, quel signore vestito elegantemente inviava le coordinate di puntamento ai bombardieri!
Non posso trarre una conclusione certa, ma nel mio ambiente di lavoro già allora circolavano voci di strani dispositivi, non meglio precisati, aggeggi oggi considerati rozzi, ma adatti per trasmettere segnali semplici come: X= tot metri più avanti, Y= tot metri più indietro, Z= tot metri più a sinistra, W= tot metri più a destra, e così via. Questi avrebbero potuto facilitare l’operazione normalmente affidata, all’epoca, ai dispositivi di puntamento Sperry, o similari, allora in uso. La mia è solo un’ipotesi, ma troppi fattori concomitanti, per esempio gli sganci successivi, opportunamente distanziati nel tempo e sempre più precisi, me la fanno ritenere abbastanza valida.
Una cosa è certa: sia nel caso dell’Alfa Romeo che in quello dell’Isotta Fraschini, i bersagli furono colpiti con precisione…».
 
DARIO RADAELLI

13.9 Carlo Borsani e Arturo Sesler: vittime della defascistizzazione

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Carlo Borsani e Arturo Sesler: vittime della defascistizzazione
CRONACA / LEGNANOdomenica 29 aprile 2018226 Letture
 
Le storie di Carlo Borsani e Arturo Sesler, vittime della defascistizzazione legnanese, nel racconto del prof. Giancarlo Restelli - Lunedì 30, alle 21, corteo dei gruppi di Destra per ricordare i due esponenti del fascismo - La contrarietà dell'Anpi e dei partiti di Sinistra.
 
Una volta liberata Legnano era giunto il momento di defascistizzare la società, a partire dalle cariche istituzionali, dai simboli degli edifici, dai nomi dei palazzi e delle vie e dalla scuola. Nell’archivio comunale è conservata l’ordinanza con la quale si chiedeva agli istituti scolastici e ai librai di tagliare, proprio con le forbici, le pagine che esaltavano il regime prima di utilizzare o vendere i libri. E sono conservate alcune dichiarazioni in merito l’ottemperanza della circolare.
 
La defascistizzazione è passata anche attraverso l’arresto, a partire dal 25 aprile, dei più importanti  fascisti. Alcuni sono stati rilasciati subito, come l’industriale Gigetto Ratti della manifattura Giulini e Ratti: la valorosa staffetta della 182^ Brigata Garibaldi SAP nonché preziosa collaboratrice del comandante Mario Cozzi (Pino) della 101^ e 182^ SAP, Piera Pattani ricorda che “il 25 aprile sono andati a prenderlo. Io ero molto impegnata perché ero qui, nelle scuole [Carducci, diventata caserma dei partigiani], mi dicono “Piera, a in andà a tö ul Gigetü [sono andati a prendere il Gigetto]”. “Ah, momento!” Allora sono andata, ho detto “No! Lo lasciate andare perché quello m’ha aiutato me e ha aiutato tutti!” … Quello che ha detto lui non so. So che c’erano tutti i suoi operai della via Guerciotti che c’han sputato addosso tutti. Dopo ho detto loro “Siete stati malvagi, perché m’ha dato tutto: olio, riso, tutto!” A tutti, a tutta la fabbrica! Non solo a me: a tutta la fabbrica! Quando poi m’han detto che l’han portato via, io sono andata e c’ho detto “No!!!” Pensi che lui, dallo spavento, poco dopo è morto…”.
 
Altri fascisti sono stati inviati al carcere di San Vittore a Milano e da lì al campo di concentramento di Coltano, vicino a Pisa. Sono tornati tre o quattro mesi più tardi.
 
Fucilazioni senza processo
 
Ad altri è andata meno bene. Ma questo è comprensibile se si pensa che il giorno della Liberazione non aveva significato automaticamente la sconfitta delle forze fasciste. E poi una guerra totale come il Secondo conflitto non poteva finire semplicemente con le giornate del 25 Aprile.
 
Fino ai primi di giugno a Legnano e nei dintorni  si registrano ripetuti spari e lanci di bombe. La notte tra il 2 e il 3 di giugno due bombe vennero lanciate contro la caserma partigiana garibaldina Carducci, tra il 5 e il 6 delle bombe a Rescaldina hanno provocato anche un ferito, appartenente alla 101^ Brigata Garibaldi. Il 31 luglio il Prefetto di Milano decide la chiusura anticipata di alcuni locali “in considerazione del continuo ripetersi di atti terroristici, rapine a mano armata e ribellioni alla Forza Pubblica nella zona di Legnano”.
 
L’elenco dei criminali della RSI inoltre era lungo e il desiderio di ottenere giustizia ed ottenerla subito portò negli immediati giorni dopo la Liberazione a numerosi episodi di giustizia sommaria in tutte le località del nord, nonostante gli appelli del clero e le direttive del 20 aprile del CLN Alta Italia per le commissioni di giustizia. Anche a Legnano.
 
Il “Circul di sciuri”, le carceri di San Martino in via Bellingera, il Palazzo Littorio (attuale Palazzo Italia) erano i principali “luoghi dell’orrore” legnanesi. Oltre ai militi vi esercitavano le funzioni di “picchiatori” diversi civili che venivano convocati all’occorrenza e profumatamente pagati. Anche i delatori non mancavano e il prezzo fissato, erogato in seguito all’eventuale successo dell’operazione, era di 5.000 lire per ogni partigiano.
 
Tra i documenti del comandante Mario Cozzi sono conservate delle “veline” in cui sono segnalati i dati anagrafici e le principali abitudini di alcune note spie legnanesi, tra cui C.V. che si vantava d’aver guadagnato 10.000 lire per la delazione che aveva portato all’arresto del vice-comandante della 101^ Brigata Garibaldi GAP Giuseppe Rossato, in seguito torturato, incarcerato a San Vittore a Milano e fucilato al Campo Giuriati il 14 gennaio 1945, e di uno dei comandanti della 101^ SAP, Francesco Marcer, riuscito a fuggire con la complicità degli infermieri, calandosi con delle lenzuola da una finestra del bagno, dall’Ospedale di Legnano, ove era stato ricoverato in seguito ad un malore per le percosse durante gli interrogatori.
 
Nella notte tra il 30 aprile ed il 1° maggio vennero rinvenuti sotto il ponte di San Bernardino i corpi di quattro fascisti: Rabolini, Toja, Bovini, Corradini.
 
Arturo Sesler
 
Il capitano delle Brigate Nere Arturo Sesler venne prelevato da non si è mai saputo chi direttamente dall’ospedale e in pigiama fucilato e lasciato ai piedi della fontana di piazza San Magno. Sul cadavere poi si accanì la folla.
 
Su di lui poi si sedimentarono memorie contrapposte: ci fu chi vide in lui una “bieca figura di delinquente fascista” (da un documento di fonte partigiana) e ci fu chi invece mise in luce gli ideali, lo spirito di sacrificio e la coerenza morale. Probabilmente era vera la seconda versione.
 
Il 5 maggio venne fucilato pubblicamente a Castano il legnanese Antonio Montagnoli, crudele squadrista delle Brigate Nere, fratello del tenente delle Brigate Nere Mario e del Brigadiere della GNR Angelo, morto a Castellanza il 23 aprile 1945 in uno scontro a fuoco con dei partigiani della 101^ e 182^ Brigata Garibaldi SAP.
 
Carlo Borsani
 
Un altro legnanese perse la vita, fucilato dai partigiani, nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione: si tratta di Carlo Borsani, esponente di rilievo nella Repubblica Sociale Italiana.
 
Era stato nominato Presidente dell’Associazione Nazionale Mutilati in quanto gravemente ferito alla testa il 9 marzo 1941 in Grecia durante un’operazione di guerra che lo aveva lasciato privo della vista e per la quale gli era stata conferita una medaglia d’oro. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Carlo Borsani si era dato alla propaganda a favore dell’arruolamento nella GNR dei renitenti alla leva e degli Internati Militari Italiani negli Stalag e Oflag di Germania e Polonia, divenendo presto famoso con l’appellativo di “cieco di guerra”.
 
La sua appassionata propaganda lo aveva già inserito nelle liste dei fascisti pericolosi da eliminare, tanto che agli inizi di aprile 1945 per un soffio, grazie al suo attendente, era uscito incolume da uno scontro a fuoco con dei partigiani a Gallarate, dove risiedeva da qualche tempo (“Cronaca Prealpina”, 8 aprile 1945).
 
Il Borsani trascorse la sera del 25 aprile 1945 a Milano con i Marò della X-MAS e la notte all’Albergo Nord in Piazza della Repubblica dove, al mattino, rifiutò l’offerta di Borghese di un espatrio al seguito di Mussolini. Si rifugiò all’Istituto Oftalmico, dove era in cura da anni per la sua cecità. Il 27 venne individuato dai partigiani, prelevato e rinchiuso nei sotterranei del Palazzo di Giustizia, nel pomeriggio del 29 aprile, insieme a don Calcagno, fanatico predicatore a favore della RSI e di Mussolini, venne condotto nelle Scuole di Viale Romagna e da lì in Piazzale Susa dove venne fucilato o semplicemente gli spararono a bruciapelo.
 
Fucilazioni sommarie all’Olmina
 
La notte tra il 6 e il 7 maggio forse ad opera dei partigiani bustocchi vennero prelevati dalle carceri di San Martino a Legnano undici fascisti, portati a piedi alla cascina Olmina e qui fucilati e lasciati esposti: Carlo Bergonzi, Luigi (Fain) Clerici, Rinaldo Corno, Giovanni Fiumi, Vittorio Maerna, Attilio Martignoni, Emilio Pagani, Argenide Peressini, Giulio Salmoiraghi, Giovanni Battista Scrugli, Bruno Tiraboschi.
 
Tra i fucilati il noto medico Carlo Bergonzi, che aveva lo studio in via Marconi. Molti si stupirono di questa fucilazione e pensarono ad uno sbaglio o ad una vendetta privata. Probabilmente non sapevano che il medico era inquadrato nelle GNR col grado di Maggiore Medico e non sapevano un altro particolare. A dicembre 1944 era stato catturato il partigiano della 101^ Brigata Garibaldi SAP Filippo Zaffaroni, 17enne, definito dai fascisti come “pericoloso bandito”: Filippo era stato torturato nelle cantine al “Circul di sciuri”, la sede dell’UPI in via Alberto da Giussano (dove adesso c’è il Bingo) e a tenergli il polso per monitorarlo mentre gli davano scosse elettriche con delle piastre applicate alle tempie c’era il dottor Bergonzi. E non solo in quell’occasione era stato coinvolto nelle torture dei partigiani.
 
Il  14 successivo, nei pressi di Villa Cortese, venne fucilato anche l’ex podestà Fulvio Dimi.
 
Il processo
 
Altro destino invece per tre fascisti che vennero incarcerati a Busto e processati al Tribunale Straordinario alla caserma partigiana insediatasi nelle scuole Carducci. Su di essi pendevano vari capi d’accusa:
 
“1) Capitano Nucci: capo dell’UPI di Legnano – tristemente famoso come seviziatore dei detenuti politici. Responsabile della fucilazione di molti partigiani;
 
2) Tenente Montagnoli Mario: Comandante della Brigata Nera di Legnano – di una famiglia di spie fasciste responsabili di numerosi delitti. Torturatore e seviziatore di partigiani – particolarmente responsabile dell’uccisione di cinque patrioti;
 
3) Dr. Santini: per molto tempo Vice-Commissario dell’Ufficio Politico della Questura di Milano. Tristemente noto per la sua crudeltà. Commissario di P.S. di Legnano durante la Repubblica, particolarmente accanito nella lotta e nella caccia ai partigiani” (da “Giorni di Guerra. Legnano 1939-1945”).
 
Essi inoltre erano accusati di aver fatto fuoco sulla folla e sui partigiani il 25 aprile.
 
9 maggio 1945.  “Piazzale Loreto” a Legnano
 
9 maggio. Monsignor Cappelletti annota: “Ore 15. Mons. Prevosto è invitato a portarsi alle Scuole Carducci per ascoltare la Confessione di tre condannati. … I tre vengono condotti a piedi al luogo del supplizio – P. Mercato – Mons. è al loro fianco. Si cammina tra due ali di popolo imbestialito. Appoggiati al muro di cinta dello stabilimento De Angeli Frua mentre Mons. Prevosto dà l’ultima benedizione un plotone di 12 comunisti spara e tutti e tre cadono fulminati.”
 
In quell’occasione ci furono diversi feriti perché la folla iniziò a sparare addirittura prima che i garibaldini  del plotone facessero fuoco e per poco non colpirono anche Monsignore.
 
La folla si accanì poi sui cadaveri, come accadde per Sesler e  per Mussolini a Piazzale Loreto.
 
Se il compito della riflessione storica è quello di comprendere, allora il contesto storico in cui nacquero le uccisioni deve essere tenuto in considerazione.
 
Come ha scritto lucidamente il partigiano Ermanno Gorrieri: “Molta rabbia si era accumulata negli animi. Era impossibile che non esplodesse dopo il 25 aprile. Violenza chiama violenza. I delitti che hanno colpito i fascisti dopo la liberazione, anche se in parte furono atti di giustizia sommaria, non sono giustificabili, ma sono comunque spiegabili con ciò che era accaduto prima e con il clima infuocato dell’epoca” (Ermanno Gorrieri, “Ritorno a Montefiorino”, p.183).
 
Non dimentichiamo che subito dopo l’8 settembre del ’43 nacque una terribile guerra civile tra italiani (partigiani e fascisti) che non poteva placarsi sic et simpliciter alla fine della guerra.
 
Durante l’insurrezione e nei giorni immediatamente successivi furono uccisi in Italia tra i 10.000 e i 12.000 fascisti, a fronte di 3-4.000 morti nella guerra antipartigiana. In Francia andò peggio ai collaborazionisti dei fascisti perché nell’epuration sauvage del dopo liberazione furono uccisi sommariamente tra le 17 e 18.000 persone (agosto-ottobre ’44).
 
Mussolini alla sbarra?
 
Poteva essere un’ipotesi suggestiva. Sappiamo come è andata.  Non c’è dubbio che un processo a Mussolini e a tanti alti gerarchi fascisti, grandi e piccoli, avrebbe potuto rivelare la vera natura del fascismo durante il Ventennio e a Salò. Una dittatura che non si librava nel vuoto ma al contrario poggiava saldamente su aperte complicità dei poteri forti dell’epoca: monarchia, industriali, banchieri, burocrazia, esercito, proprietari terrieri, Vaticano, piccola-media borghesia.
 
Chiudere tutto a Giulino di Mezzegra (fucilazione di Mussolini) e a Dongo (e in tanti piccoli e medi centri come Legnano) ha impedito quella radicale pulizia politico-sociale che era nelle aspirazioni di una buona parte dei partigiani.
 
Fu soprattutto  il Partito Comunista di Longo e Togliatti a volere la classica “pietra tombale” sul passato fascista. Così il Pci si sarebbe accreditato come partito della ricostruzione post-bellica e della “pacificazione nazionale”. Scelta molto discutibile per non dire opportunista.
 
E così l’Italia della fine degli anni Quaranta apparve a molti troppo simile all’Italia degli anni Trenta.
 
Giancarlo Restell

13.10 Chi era Antonio Bernocchi?

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Chi era Antonio Bernocchi?
 
“La prima edizione della Coppa Bernocchi, una delle sfide classiche del ciclismo, è targata 1919. Arrivo a Legnano in un giorno d’ agosto: vince Ruggero Ferrario, secondo Ugo Bianchi e Primo Magnani è sul terzo gradino del podio. Una corsa tutta lombarda dedicata ad Antonio Bernocchi. Lui era nato il 17 gennaio 1859 a Castellanza. La famiglia è di gente umile e che lavora tutti i santi giorni per costruirsi un domani. Studia alla Scuola Tecnica di Busto Arsizio, ma senza arrivare al diploma. A quindici anni si era già adulti allora. Il papà di Antonio con sacrifici (molti) e risparmi (pochi) aveva aperto un’attività di candeggio a Legnano. È la seconda metà dell’ Ottocento gli artigiani si trasformano in industriali e molti operai provano a far anche da soli. La rivoluzione è cominciata. Le fabbriche spuntano a cambiare la vita e il futuro. Nel 1898 la famiglia Bernocchi fonda a Legnano uno stabilimento tessile e Antonio è in prima fila a far funzionare l’ impresa. Vede lontano lui. Vede nuovi colori, nuovi tessuti, nuove fibre. Uno staff di tecnici lo aiuta a prestare attenzione alle novità e alla moda. Nel 1905 è nominato Cavaliere del Lavoro. Nascono gli stabilimenti di Nerviano, Cerro Maggiore, Angera. Antonio Bernocchi è di quelli che non si fermano mai. Viene eletto sindaco di Legnano e, nel 1929, senatore del Regno. Lascia tracce indelebili. È grazie a lui che nasce a Legnano l’ istituto professionale che ancora oggi porta il suo nome. Nel 1917 fonda «La Patria riconoscente», nucleo vitale dell’ Opera nazionale combattenti. Nascono grazie a Bernocchi l’ asilo infantile di Cerro Maggiore e la colonia elioterapica. Ancora, il padiglione di chirurgia e la casa di cura all’ospedale di Legnano. Si spegne a Milano l’ 8 dicembre del 1930. Nel testamento non si dimentica di Milano: lascia i fondi al Comune che serviranno per la costruzione del palazzo della Triennale, che verrà inaugurato nel 1933. Una vita quella di Antonio Bernocchi che ricorda davvero la classica del ciclismo: una vita intera a pedalare, senza curarsi della fatica, delle salite e delle discese più ripide. L’ importante è arrivare al traguardo e la vittoria è sicura”.
 
Basterebbe questo breve ritratto apparso nel “Corriere della Sera” nel 2010 per fare di Antonio Bernocchi un uomo di grande spessore culturale e umano e non solo un imprenditore di successo.
 
 
 
È inutile dire che ancora oggi il nome Bernocchi a Legnano è molto presente. Pensiamo solo a un Istituto scolastico (che porta il suo nome) il quale con i suoi 1700 studenti è uno dei più grandi nell’intera Lombardia. La Coppa Bernocchi continua a essere una “classica” del ciclismo e se molte persone possono frequentare la biblioteca della nostra città lo dobbiamo ai suoi eredi, che alcuni decenni fa decisero di donare Villa Bernocchi al Comune di Legnano. Purtroppo l’azienda Bernocchi è stata abbattuta. Rimane solo la palazzina della direzione in uno stato di palese abbandono (Corso Garibaldi).
 
Da notare che l’istituto che porta il suo nome si sta avviando a festeggiare il centenario (1919, sez. Ipsia) e il sessantesimo (1959, sez. Itis). Un grande traguardo che animerà l’intera scuola (Dirigente scolastico la prof.ssa Annalisa Wagner) per più di un intero anno.
 
La storia di Antonio Bernocchi sembra uscire da un libro di altri tempi: non consegue nessun titolo di studio tecnico perché la famiglia è povera e c’è bisogno di tutti per lavorare e sopravvivere. Alla fine dell’Ottocento, ma poi anche in tutta la prima metà del Novecento, i bambini arrivavano alla licenza elementare (quando andava bene) e poi subito a lavorare.
 
Ma Antonio Bernocchi ha capacità di lavoro da vendere, spirito imprenditoriale, fiuto per gli affari e per sua fortuna si trova ad operare in una delle aree più industrializzate d’Europa (Legnano e l’Alto Milanese): nel giro di pochi decenni crea un piccolo “impero” economico con fabbriche, scuole e opere assistenziali meritorie.
 
Non è retorica dire che siamo di fronte a una grande personalità che meriterebbe di essere meglio conosciuta. Però un ritratto a tutto tondo di Bernocchi non deve eludere altri aspetti importanti.
 
Per i suoi indubbi meriti Bernocchi diventa senatore nel 1929. È inutile ricordare che ormai da alcuni anni in Italia operava una dittatura che si era affermata con la violenza e grazie a un accordo con monarchia, forze armate, Vaticano e Confindustria.
 
Il 1929 è anche l’anno del Concordato tra Stato monarchico-fascista e Santa Sede. Un avvenimento che è difficile leggere in termini positivi per la Chiesa romana. Nello stesso tempo l’anno 1929 è anche quello del plebiscito in cui gli italiani dovevano approvare con un Sì o un NO un lungo elenco di parlamentari da eleggere scelti dal Gran Consiglio del Fascismo.
 
Probabilmente Bernocchi fu tra coloro che nati in un’Italia liberale guardarono con un certo sospetto l’affermarsi del fascismo (primi anni Venti) e poi nutrirono dubbi sulla personalità di Mussolini (ex-socialista rivoluzionario). Quando poi dopo la Marcia su Roma (ottobre ’22) l’ordine tornò nelle fabbriche e l’Italia sembrò uscire da quella grave crisi che seguì la fine della Grande Guerra, il suo giudizio sul fascismo cambiò radicalmente.
 
La prova sta nell’accoglienza a Mussolini il 5 ottobre 1924 all’interno della scuola da lui fondata.
 
 
 
Dalla Cronaca Prealpina:“Ad un tratto squilla l’attenti: dalla via salgono interminabili acclamazioni. E’ Mussolini che arriva. Ed ecco il Presidente del Consiglio scendere lesto lo scalone accompagnato dal Grand’Uff. Bernocchi e seguito da tutte le autorità. Quando entra nell’Aula è un saluto delirante di tutti i presenti, a cui rispondono le acclamazioni della folla che attende nelle vie adiacenti e delle maestranza ricevute nel cortile e l’inno di Giovinezza. Suonato dalle bande. E’ un momento di singolare imponenza. Mussolini saluta la folla mentre dietro di lui si innalzano e si incrociano i gagliardetti”.
 
Nel corso del suo breve discorso con queste parole Bernocchi accolse Mussolini:“La presenza dell’uomo, che tiene in pugno saldamente le sorti della Patria, ci fa orgogliosi e rende più solenne il nostro rito”. Mussolini nel suo discorso ricambiò le attestazioni di stima nei confronti dell’industriale. Esattamente dieci anni dopo (ottobre 1934), nell’ambito di una seconda visita di Mussolini a Legnano, il capo del governo non mancò di visitare un’altra volta l’azienda Bernocchi e di spendere parole di encomio sul lavoro svolto dal fondatore.
 
La deferenza nei confronti del fascismo permise a Bernocchi di diventare senatore del Regno  e di essere così ricordato un anno dopo nel momento della morte.
 
Luigi Federzoni, Presidente
 
“PRESIDENTE. (Si alza in piedi; contemporaneamente si alzano gli onorevoli Senatori e i Ministri).
 
Numerose e gravi perdite hanno dolorosamente tolto all’Assemblea, durante la lunga interruzione dei suoi lavori, molti uomini che l’onoravano con la sapienza politica, col prestigio della cultura e con la devozione alla Patria. Ricordare i loro nomi e le loro benemerenze, non è, per noi, ossequio a una consuetudine formale, bensì debito di affettuosa riconoscenza.
Taluni colleghi scomparsi trovarono in quest’Aula degno compimento di lunghe e fortunose carriere parlamentari.
[…]
La triste enumerazione si conchiude, onorevoli colleghi, con un nome che non si illustrò nell’attività scientifica e neppure nell’arringo politico, bensì assurse a grande onore nel campo della produzione industriale e della filantropia: il nome di Antonio Bernocchi, che ebbe umili natali in Castellanza, presso Varese, e avendo cominciato a sedici anni la sua carriera come semplice operaio, seppe creare un’azienda di straordinaria importanza, la quale impiega oggi parecchie migliaia di lavoratori. Antonio Bernocchi sorresse la crescente prosperità della sua industria mediante lo sviluppo di un organico sistema di assistenza sociale, praticando fra i primi, spinto unicamente dalla propria istintiva saggezza e con una chiaroveggenza eguagliata soltanto dalla generosità, il principio della collaborazione di classe, base incrollabile di un più vero progresso economico e umano.
Alla memoria di coloro che la morte ci ha rapiti rivolgiamo, onorevoli colleghi, il nostro pensiero di mesto e reverente rimpianto.
MUSSOLINI, Capo del Governo, Primo Ministro. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MUSSOLINI, Capo del Governo, Primo Ministro. Il Governo si associa alle nobili parole commemorative pronunciate dal Presidente dell’Assemblea”.
 
Senato del Regno, Atti parlamentari. Discussioni, 9 dicembre 1930.
 
Pur ricordando qui che ad Antonio Bernocchi fu assegnata la tessera al PNF, come un riconoscimento “ad honorem”, la sua adesione al fascismo appartiene di fatto alla sua storia e la sottolineatura non vuole essere un vulnus nella sua biografia. Del resto tutta la classe imprenditoriale italiana aderì al fascismo subito o poco dopo la presa del potere nel ’22.
 
A poco più di novant’anni dalla morte rimane in ogni caso una personalità fuori dal comune e su cui riflettere.
 
Giancarlo Restelli e Gabriella Oldrini, I.S.I.S. Bernocchi