12 lib1421-Milano

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12 lib1421-Milano
Contents
Contents
12.1 omnibus
       12.1.1 MILANO PERCORSA IN OMNIBUS
       12.1.2 AVVERTENZA.
       12.1.3 Linea A.
12.2 El Domm de Milan
12.3 Solidarietà e cure agli appestati di Milano
12.4 pan de mej
12.5 la carta
12.6 vos de ringhera
12.7 Proverbi, adagi, motti e detti milanesi
12.8 I nümer al lott, se ghe manca?
12.9 L’Omett del dodes
12.10 Lettera averta su la koiné
12.11 UL MIK LONGOBARDEATH - TE ME FE GIRA’ I BALL !!!! (YSMR)
12.12 Genesi secondo i miti ebraici
12.13 EL PESS D’AVRIL
12.14 EL SERPENT DEL MOSÈ
12.15 VOS DE RINGHERA
12.16 L’alimentazione in età medioevale
12.17 DICEMBRE: SANTA LUCIA
12.18 Le vere sembianze di Gesù
12.19 Principessa del Borgh
12.20 EL BIGLIETTIN
12.21 Il laghetto a due passi dal Duomo
12.22 El Rattin
12.23 i Germani
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

12.1 omnibus

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12.1 omnibus
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MILANO PERCORSA IN OMNIBUS
 
Contents
10.1.1 MILANO PERCORSA IN OMNIBUS
10.1.2 AVVERTENZA.
10.1.3 Linea A.
 
 
 
 

12.1.1 MILANO PERCORSA IN OMNIBUS

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MILANO PERCORSA IN OMNIBUS
Guida per chi vuol visitare con poco dispendio di tempo e denaro, tutto quanto di più rimarchevole offre questa città
 
COMPILATA DA GAETANO BRIGOLA
 
ED ILLUSTRATA DA NOTIZIE STORICHE ED ARTISTICHE DA FELICE VENOSTA MILANO PRESSO GAETANO BRIGOLA
Editore Librajo - 1871
 
AL LETTORE.
Le ferrovie, recando facilità ed economia di tempo nel viaggiare, fecero sentire il bisogno di Guide delle varie città, che in poche pagine offrissero non solo la descrizione storica ed artistica di esse, ma le presentassero benanco sotto l'aspetto del loro soggiorno e della loro indole; in modo che il viaggiatore potesse in pochi giorni farsi un concetto giusto del paese visitato. Le Guide, che sino ad oggi esistettero, non si prestavano a quest'ufficio, e, limitandosi alla descrizione artistica, lasciavano al viaggia-tore il compito di formare un apprezzamento, che il più delle volte non era ragionato, vuoi per la troppa rapida corsa fatta in luogo, vuoi per inscienza degli usi e dei costumi di esso.
Questo bisogno fece nascere nel sottoscritto l'idea di compilare all'uopo una nuova Guida di Milano, resa tanto più necessaria in quanto che, dopo la emancipazione dallo straniero, l'attività e l'indole de' suoi abitanti la portarono a floridezza e comodità tali da poter rivaleggiare colle più grandi metropoli d'Europa.
 
Il limite tracciatoci però e la novità di molte cose descritte potranno forse aver fatto ca-dere il compilatore in alcune inesattezze alle quali potrà in seguito rimediare se il favore del pubblico lo incoraggerà a fare una seconda edizione.
 
Milano, maggio 1871.
G. B.
CENNO STORICO.
 
Circa seicento anni prima dell'era volgare una moltitudine di gente, composta di guerrieri, di donne e di fanciulli, spinta dalla scarsezza dei viveri a mutare paese, colla guida di Belloveso, uscì dalla Gallia, in oggi Francia, e, valicate le Alpi, giunse nell'Insubria. Combattuti e vinti i popoli che l'abitavano, Belloveso si stabilì nella terra chiusa tra i due fiumi Ticino ed Adda, e gettò le fondamenta d'un villaggio chiamandolo Milano.
L'origine di questa parola si cercò di spiegare in molte maniere ; e noi, senza partecipare in tutto alla smania, che in oggi è rinata in alcuni, di cercare cioè ogni derivazione nel celtico, non peritiamo ad ammettere che il nome Milano sorse dall'idioma dei Celti, e cioè da Med e Lan, o la terra ubertosa.
Le vecchie leggende dei duci Medo ed Olano, del in medio amnium, del in medio lanae e simili non sono più ammissibili dalla buona critica filologica.
A poco a poco Milano si aumentò in numero degli abitanti e degli edifici; e il meschino villaggio divenne col progresso del tempo città. vasta e popolosa. -- Scorsi erano quattrocento anni dalla fondazione di essa città, quando i Romani, varcati gli Appennini, e passato il Po in prima sotto il comando del console Flaminio, poi di Marcello suo successore, dal 223 al 225 prima dell'era volgare, con segnalate vittorie si resero padroni di tutta l'Insubria fino alle Alpi ; e fu vera conquista opima per la ubert?à della terra acquistata.
I Romani chiamarono il paese vinto Gallia Cisalpina, ossia al di qua delle Alpi, e lo dissero altresì Gallia Togata, perchè gli abitanti, deposto il rozzo saio gallico, avevano adottata la toga romana.
Milano sotto il regime dei nuovi dominatori migliorò d'assai. l'asciugamento di molte paludi rese l'aria più salubre e più fertili i terreni che la circondavano. Il popolo imparò quelle arti e quei mestieri che dirozzano e che sono necessari alla vita.
La città crebbe, e, già aggregato di meschini casolari di legno, si and? abbellendo di edifici di pietra.
Gli imperatori romani vi ebbero lunga stanza, per la sua collocazione opportuna ad operazioni militari contro i popoli del Settentrione, i quali erano una minaccia perenne per la Gallia Cisalpina. Massimiano Erculeo abbattè la siepe che serviva di prima cerchia alla città celtica, che ci viene ricordata dal nome della Via Andegari, AndeGar, che corrisponde al nostro idioma a siepe di biancospini, ed eresse solide mura che gira-vano per due miglia con nove porte. La porta Romana aprivasi a S. Vittorello, presso la Via Unione ; l'Erculea alla Maddalena, presso Sant' Eufemia ; la Giovia a San Vicenzino, presso il Foro Bonaparte; la Ticinese, o Marzia, al Carrobbio ; la Comasina a San Marcellino ; la Nuova alla Croce Rossa ; la Tosa a San Zeno ; l'Argentea od Orientale, presso San Babila, e la Vercellina presso la chiesa di Santa Maria alla Porta.
Sotto Costantino, Milano toccò l'apice del suo splendore; avvegnachè avendo quell'imperatore divisa l'Italia in due regioni, Milano fu dichiarata metropoli della settentrionale, che comprendeva sette provincie dalle Alpi fino alla Istria, e destinata a residenza di un governatore col titolo di Vicario dell'Italia.
Le mura romane durarono fino al nono secolo, allorchè l'arcivescovo Ansperto ne operò il ristauro e l'ampliamento, fra le porte Ticinese e Vercellina, costruendo un nuovo muro che dal Carrobbio seguiva le Vie del Circo e del Cappuccio, e girava poi a destra per ricongiungersi all'antica cerchia in vicinanza della Porta Vercellina.
Per tre secoli rimasero ognora come le aveva ampliate Ansperto; quando il Comune di Milano entrò in lotta con Federico Barbarossa. A premunire la città contro quell'imperatore, i Milanesi pensarono, fin dal 1156, di cingerla di un valido fossato, e precisamente quello per cui ora scorre il Naviglio. Della terra cavata nel fare la fossa, se ne formarono nel 1167 i bastioni nel luogo che fino ai nostri giorni conservò il nome di Terraggio.
Nella prima metà del secolo XIV (1330-38), Azzone Visconti rafforzò i Terraggi con un muro, mantenendo però inalterato il circuito della città, che continuò dove si trova il Naviglio interno, ed aveva gli ingressi ai ponti, che descrissero fino all'anno 1866, colla denominazione di Borghi, la parte di città al di là del fossato. Allorchè nel secolo XV fu costruito il Naviglio della Martesana, il fossato fu ristretto, e la metà interna di esso fu convertita poi ad uso di magazzeni di pietre o di legnami, chiamati col nome di sciostra o claustra, perchè rinchiusi fra il muro di Azzone e la fossa.
L'antica larghezza di questa fossa può facilmente anch'oggi comprendersi nel sito degli Archi di Porta Nuova, misurando Io spazio che è fra le torri e la riva esterna del canale rimasta inalterata. -Il terzo ed ultimo ingrandimento fu decretato da Ferrante Gonzaga; governatore del bucato di Milano per l'imperatore Carlo V. Le mura spagnuole, oggi accessibili alle carrozze, e convertite ad uso di pubblico passeggio, furono incominciate nell'an-no 1546, presso la distrutta chiesa di S. Dionigi.
Milano, dopo i Romani, venne mano mano governata dai Goti, dai Longobardi, dai Franchi, dai Re d' Italia e dagli Imperatori di Germania. Dopo la guerra dei Valvassori, si costituì in Repubblica (1044). Soccombuta questa forma di governo, ebbe a signori i Torriani, i Visconti ; indi si formò di nuovo in Repubblica, detta di Sant' Ambrogio. Si diede poscia agli Sforza ; indi cadde in potere dei Francesi, degli Spagnuoli, degli Austriaci, dei Gallo-Sardi e di nuovo degli Austriaci. - Nello scorcio del secolo passato, 1797, fu centro della Repubblica Cisalpina, che nel 1802 si tramutò in Repubblica Italiana. - Nel 1805, creato il Regno d'Italia, ne divenne la metropoli. - Nel 1815 Milano, ritornata sotto l'austriaca dominazione, fu sede del regno Lombardo-Veneto. - Nel marzo 1848, cacciati gli Austriaci, si formò dai cittadini un governo provvisorio; ma nell'agosto di quello stesso anno ricadde in possesso degli Austriaci, che la governarono fino al 4 giugno 1859. Fu allora unita aI regno sabaudo, e nel 1861 divenne parte del nuovo Regno d'Italia.
Nel volgere di secoli e di mutamenti di dominazioni, di guerre e di morie, ebbe Milano a subire molte vicende, e giorni di ristrettezze e di sciagure ; ma la ricchezza del suolo e la industria de' suoi abitatori sempre la fecero risorgere, e ne tennero alta la rinomanza. Ora essa è riputata la seconda metropoli della gran madre, l'Italia.
Marzo 1871.

12.1.2 AVVERTENZA.

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AVVERTENZA.
 
La Stazione principale della Società Anonima degli Omnibus è in Piazza del Duomo con apposita sala d'aspetto, ove si può lasciare in deposito i propri effetti.
l'Impresa degli Omnibus Antonio Vismara ha la propria Stazione alla Porta Ticinese.
l'Impresa Michele Lissoni ha la stazione in Piazza Fontana, ove ha pur sede l'Impresa Gaetano Lissoni.
TARIFFE DEGLI OMNIBUS .
 
Per una corsa tra la Piazza del Duomo ed una delle Porte della citt? indicate o viceversa         L. 10
Per una corsa degli Oumibue in servizio delle ferrovie tra la Piazza del Duomo e la Stazione Centrale, o quella di Vigevano  L 25
Per un bagaglio della dimensione non maggiore di centimetri 60  L 25
Per ogni bagaglio di maggior dimensione L 50

12.1.3 Linea A.

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LINEE PERCORSE DALLE VETTURE OMMIBUS DELLA SOCIETA' ANONIMA
(Veggasi la pianta della Città in fine della Guida).
 
DALLA PIAZZA DEL DUOMO ALLA PORTA VENEZIA
Linea A  - Colore Rosso: Piazza del Duomo, Corso Vittorio Emanuele, Corso Venezia alla Porta.
 
 
 
Linea A.
(Colore rosso è Porta Venezia).
 
MONUMENTI EDIFICI RIMARCHEVOLI, ECC.
Palazzo di Corte (Si può visitare nelle ore del giorno ).
Arcivescovado. Piazza Fontana. Palazzo del Duomo.
Galleria Vittorio Emanuele.
Uomo di Pietra. Galleria De Cristoforis.
Colonna di San Babila.
Palazzo di Prefettura.
Regio Conservatorio.
Reale Collegio delle fanciulle.
Seminario.
Palazzo delle Assisie.
        Serbelloni.
        Ciani. Saporiti.
Barriera.
Lazzaretto.
Giardini Pubblici. Museo Civico.
Villa Reale (Si può visitare nelle ore del giorno).
 
CHIESE.
Metropolitana e sue ricchezze.
Di Campo Santo.
Di San Carlo.
Di San Babila.
Della Passione.
 
TEATRI.
Santa Radegonda.
Teatro milanese.
 
ALBERGHI ANCHE CON SERVIZIO DI TAVOLA (*)
Agnello.
Ancora.
Roma.
Europa.
Francia.
Ville (De la) (Solo pranzo alla sera).
Leone.
Biscione (Piazza Fontana).
(*) Cucina pronta a tutte le ore.
Pranzo alla carta ed a prezzo fisso, od a piacere.
 
 
PIAZZA DEL DUOMO.
 
La nuova Piazza del Duomo è in corso di esecuzione su disegno dell'architetto comm. Giuseppe Mengoni da Bologna.
I lavori vennero cominciati nel marzo 1870.
 
Metropolitana.
 
Fra i più celebri e rinomati edifici, non solo d'Italia, ma benanco d'Europa, è la nostra Cattedrale. Questa insigne chiesa ebbe principio l'anno 1386 al 15 marzo; venne innalzata sulle rovine della antica chiesa di Santa Maria Maggiore o Duomo jemale, nel luogo ove era già il tempio pagano a Minerva. -
Le fondamenta di essa furono fatte gettare da Gian Galezzo Visconti, signore di Milano, allo scopo di costruire un monumento che, nella sua magnificenza e gigantesca mole, attestasse la grandezza del suo potere. -
Per la costruzione assegnò vistose rendite, e donò la copiosissima cava di marmi bianchi di Gandoglia, che trovasi presso il Lago Maggiore. -
Ignorasi tuttodì quale ne sia stato l'architetto; ovvi però chi ne attribuisce il disegno al tedesco Enrico Gamodia, e chi allo svizzero Marco da Campione. -
Il nostro Omodeo nel 1490 innalzava la massima aguglia.
Pellegrini, e quindi il Richini o Cerano disarmonizzarono collo stile greco-romano il carattere gotico del tempio nella facciata, che fu compiuta soltanto nel 1810 per ordine di Napoleone I dal Pollak e dall'Amati. 
l'interno è a croce latina, diviso in cinque navate da 52 piloni sorreggenti la volta. La lunghezza dalla porta d'ingresso allo sfondo del coro è di metri 148; la larghezza nella croce di 87, e l'altezza alla statua della Madonna di 108. Dal piano al sommo della massima cupola si ascende per 328 gradini (*).
E bello dall'alto mirare la sottoposta marmorea mole, stupenda per le 116 guglie piramideggianti, per le 4000 e più statue, poi trafori, balaustrate e terrazzi, lavori di più secoli; ed intorno l'animato spettacolo della lombarda metropoli; e più lungi l'ubertoso agro milanese, dove la celebre Abbazia di Chiaravalle, e più remota la maestosa Certosa di Pavia, e il memorabile campo di battaglia di Magenta, e gli ameni colli della Brianza colla Rotonda del Cagnola, e infine la catena dei monti che trasportano il pensiero fra le delizie dei laghi di Como e di Lecco.
Nell'interno del Duomo, dove la luce penetra attraverso le vetriate dipinte, quali da artisti del 500, quali dai contemporanei Bertini, spiccano i monumenti eretti all'arcivescovo Ariberto, l'inventore del Carroccio; a Gian Giacomo de' Medici, che vuolsi disegno del Michelangelo con statue di bronzo di Leone Leoni; al Vimercate e al Caracciolo, del Bambaja, autore dell'altare della presentazione; a Ottone Giovanni Visconti; all'arcivescovo Arcimboldi; inoltre ammiransi l'urna di porfido del Battistero, le statue di Martino V e di Pio IV de' Medici, quella di San Bartolomeo dell'Agrati, i bassorilievi del capocroce allo svolto, e le statue del Bussola, la Madonna dell'albero del Buzzi, denominata dal ricco candelabro che sta dinanzi all'altare ; i pulpiti rivestiti di rame stonati da Andrea Pelizzone e sostenuti ciascuno da quattro cariatidi `di bronzo; gli intagli degli stalli del coro, della cantoria; il tabernacolo all'altare maggiore, opera dei Solari lombardi e dono di Pio IV ; infine nella segrestia meridionale il Tesoro, e nella cripta o cappella sotterranea, la preziosa urna ove riposa la salma dell'arcivescovo S. Carlo.
Nel principio del Duomo ovvi una meridiana eseguita nella seconda metà. del secolo passato sotto la direzione dell'illustre astronomo Boscovich, la cui perfezione subì qualche pregiudizio in occasione in cui si rifece il pavimento.
 
(*) Si può salire sul Duomo mediante pagamento di una tassa di centesimi 25 per ogni persona da mezz'ora dopo l'Ave Maria del mattino ad un' ora prima di quella della sera. Una disposizione dell'Autorità non permette che si abbia a salire da soli.
 
Palazzo Reale.
 
L'area ove ora sorge questo edificio era anticamente Il Broletto, o sede del'autorità cittadina. Trasferito il Municipio nel 1228 in Piazza Mercanti, Matteo I Visconti converse quel luogo in palazzo ducale ; Azzone nel 1336 lo ornò; Galeazzo II lo rifabbricò, e Francesco Sforza lo abbellì. Il palazzo era al di fuori cinto da portici, rinforzati da quattro torrioni, e per una via sopra i tetti comunicava col privato palazzo del Visconti a S. Giovanni in Conca. Logorato dagli anni, fu nel 1662 modificato, per ordine del governatore Don Luigi de Gusman Ponza di Leon, dall'architetto Ambrogio Pessina con due grandi portici laterali, sui quali erano dipinti in medaglie i ritratti dei governatori di Milano. -
L'arciduca Ferdinando lo fece rifabbricare tra gli anni 1772 al 1778, come è al presente dall'architetto Giuseppe Piermarini da Foligno, scolaro di Luigi Vanvitelli napoletano (*). Il palazzo è grandioso, e le stanze sono addobbate con lusso, adorne di bei damaschi, di stucchi e di pitture di Giocondo Albertolli, Knoller, Traballesi, Hayez, Palagi ; ma sopratutto di Andrea Appiani. Magnifica è la gran sala delle Cariatidi. -
Nel 1796 vi furono posti gli uffici della Repubblica Cisalpina.
Nella maggior sala il giorno 9 luglio 1797 vi si diede il gran pranzo patriottico ai deputati di tutti i comuni di Lombardia, destinati a dare il loro voto a nome del popolo per la creazione della Repubblica Cisalpina. Soggiacque dopo il 1799 a varie destinazioni; finchè vi fu insediata il 24 giugno 1802 la sede del governo della Repubblica Italiana.
Creato il Regno d'Italia serv+ di abitazione al Vice-Re, principe Eugenio di Beauharnais; come poi lo fu dal 1818 al 1848 pel Vice-Re austriaco, l'arciduca Rainieri.
Oggi è di proprietà del Re.
Al. palazzo reale è unita una chiesa dedicata a San Gottardo, pur fatta erigere da Azzone, la quale conserva tuttodì della sua antica costruzione in terra cotta e dello stile del XIV secolo, il poscoro e il campanile, il più bello della città, e dove fu posto nel 1336 dal Visconti il primo orologio a batteria che suonasse in Italia. Fu in diverse epoche rimodernata: vi sono pitture di Knoller e Traballesi.
Sulla soglia di questo tempio, la mattina del 16 maggio 1412, veniva pugnalato il duca Giovanni Maria Visconti, il quale, a soli 20 anni, si era giàmostrato uno dei più atroci tiranni.
 
Arcivescovado
 
Il primitivo edificio fu distrutto da Attila, e rialzato quindi nel 573 dal metropolita Lorenzo II; atterrato ancora dal Barbarossa, venne ricostruito nel 1178, dopo il trionfo di Legnano, dall'arcivescovo Galdino, e reso più agiato da Giovanni Visconti, e più ancora nell'anno 1494 da Guido Antonio Arcimboldi.
Nel 1565 San Carlo Borromeo lo compò per opera del Pellegrini, il quale architetto ideò il magnifico cortile con portici dorici sotto, e jonì sopra e la porta bugnata verso la via delle Ore, e l'altra verso il Duomo.
Del Pellegrini è anche la bella scuderia di forma decagona a tre piani. Il cortile verso la Piazza Fontana è opera di Fabio Mangone, fatta eseguire dal cardinale Federico Borromeo.
Nel 1797 vennero sloggiati i preti, e vi fu insediato mi Consiglio militare francese, unitamente alle carceri pei detenuti francesi e cisalpini, e verso la fine del 1798 vi risiedette il Comitato di Polizia.
Dal 1799 in avanti ritornò esclusiva sede degli arcivescovi.
Nel cortile del Pellegrini veggonsi ora due magnifiche statue colossali, il Mosè di A. Tandardini e l'Aronne di G. Stilizza. Nelle stanze Arcivescovili vi è una Galleria di quadri fondata dai cardinali Monti e Pozzobonelli.
 
Piazza Fontana.
 
A questa Piazza si diede il nome di Fontana, allorchè nel 1780 venne abbellita e lastricata, ponendovisi nel mezzo la fontana di granito rosso, ridotto a lucido, disegno di Piermarini, con due bellissime Sirene di marmo bianco di Carrara, opera di Giuseppe Franchi carrarese, celebre professore di scultura nell'Accademia di Belle Arti.
l'acqua per l'alimento della fontana si trae dal canale Seveso, che scorre di sotto la città, per mezzo di una ruota mossa continuamente dalle acque medesime del Seveso.
Questo luogo era il Viridarium degli antichi, e, se si deve credere al Fiamma, vi era un vasto giardino, nel mezzo del quale i Gentili veneravano la statua della dea Februa, quale oracolo a cui ricorrevano per le predizioni sopra l'esito della guerra. Nell'anno 1864, idi primavera, fa abbellita da verdi zolle ed alberi e sedili a cura del Municipio.
 
Palazzo della fabbrica del Duomo.
 
A tergo della Metropolitana ovvi il palazzo sede dell'Amministrazione della fabbrica del Duomo. Venne eretto su disegno dell'architetto Pietro Pestagalli dopo l anno 1845.
La facciata a colonne ne è grandiosa.
Nell'interno del palazzo trovasi la piccola chiesa dell'Annunziata, detta di Campo Santo, perchè nel medio evo in questo luogo eravi un cimitero.
Sull'altare si vede un basso rilievo di marmo di fabbrica che doveva essere posto ad ornamento della porta settentrionale della Metropolitana. In questa Piazza si esponeva nel medio evo, in tempo di pace, il famoso Carroccio.
 
Teatro Santa Radegonda.
 
Qui presso, nella via omonima, è il teatro di Santa Radegonda costruito nel 1850, sull'area di una sala che serviva a pubblici trattenimenti, con disegno dell'architetto Giacomo Moraglia. Ivi era l'antica chiesa di Santa Radegonda, demolita nel 1783, nel cui spazio veniva eretto verso il 1803 un teatro per marionette dalla signora Anastasia Franzini, vedova Barbini in società con Carlo Re, e quindi convertito dalla sola Barbini in teatro per opera o commedia circa l'anno 1810; e il vecchio teatro durò a tale uso per alcuni anni soltanto.
 
Galleria Vittorio Emanuele.
 
I lavori di questa Galleria, unica al mondo, vennero solennemente iniziati il 7 marzo 1865, avendovi posta la prima pietra re Vittorio Emanuele.
L'architetto ne fu il comm. Giuseppe Mengoni.
La costruzione durò due anni e mezzo circa. Fu aperta al pubblico il 15 settembre 1867.
Misura metri 195 di lunghezza; metri 14, 50 di larghezza; all'ottagono la larghezza è di metri 39. La superficie totale dei fabbricati è di metri quadrati 8600.
L'altezza dei fabbricati è di metri 26; quella dal piano alla sommit? dei vetri nelle braccia intorno all'ottagono è di metri 32, e di metri 50 l'altezza della cupola dell'ottagono.
Gli archi maggiori verso le Piazze del Duomo e della Scala hanno una luce di metri 24 per metri 12, 21; quelli d'ingresso verso le vie Silvio Pellico e Berchet metri 23 per metri 12.
Venticinque statue d'illustri italiani, eseguite da artisti milanesi, adornano gli ingressi e l'ottagono. Quattro affreschi veggonsi negli scompartimenti della volta dell'ottagono, larghi metri 15, alti 7, 50; e furono eseguiti: L'Europa, dal Petrasanta; L'Asia, dal Giuliano; L'Africa, dal Tagliano; L'America, dal Casnedi.
Gli stessi egregi artisti eseguirono nei pennacchi dei due grandi archi laterali quattro figure ; sono all'arco verso la via Silvio Pellico : La Scienza, del Pagliano, e L'Industria, del Pietrasanta. All'arco verso la via Berchet: L'Arte, del Canedi, e L'Agricoltura, del Pagliano.
In questa Galleria vi sono magnifici negozi, e i due più eleganti caffè di Milano (*).
 
DALLA PIAZZA DEL DUOMO  A PORTA VENEZIA.
 
Teatro milanese.
 
Questo teatro venne fondato dal dottor Carlo Righetti nell'anno 1869 per rappresentazioni in dialetto milanese ed operette buffe; è sotto gli auspici di un'Accademia, il cui presidente è il Sindaco di Milano, e conta fra i soci onorari illustrazioni dell'arte cittadina.
Il locale fu ridotto in forma di teatro a spese del fondatore su disegno dell'architetto Carlo Vismara; è molto elegante; possiede pitture pregevoli, fra le quali due quadri del Domenico Induno.
Pur bello è il telone, rappresentante Meneghino che cede il primato alla giovane Commedia milanese.
 
L'Uomo di Pietra.
Sul Corso Vittorio Emanuele, all'altezza del primo piano della casa N. 29, evvi incastrata al muro un'antica statua molto digradata dal tempo, che il popolo designa col nome di Uomo di Pietra, e che rappresenta
(*) Sulla prima pietra della Galleria sta incisa la seguente epigrafe:
 
VITTORIO EMANUELE
RE D'ITALIA
POSE
7 MARZO 1865
AUSPICE IL RE. MAGNANIMO
DITE RIVENDICAVA L'ITALIA A LIBERTA'
MILANO INIZIA LE GRANDI IMPRESE
DEI. LAVORO E DELL'ARTE
CHE NELLA LIBERTA'
HANNO VITA RIGOGLIOSA E FECONDA.
una persona togata.
Varie sono le opinioni intorno a questa statua; alcuni la vogliono attribuire a Cicerone, per essere scritta ai piedi una sentenza di questo oratore; altri a Mario, od a Cesare, ed altri ad Adelmano Menclozio, creato arcivescovo di Milano l'anno 948, per la vicinanza della di lui casa di abitazione, e per avere esso fatta in quel luogo fabbricare una chiesa, demolita nel 1787. più probabile è l'asserto del Grazioli che la vuole di qualche console romano, che, benemerito di Milano, ha conseguito l'onore della statua.
 
Chiesa di S. Carlo.
 
Sull'area dell'antica chiesa di Santa Maria dei Servi o del Sacco, che da ultimo era stata ridotta dalla gotica forma dal Pellegrini, si gettavano le fondamenta nell'anno 1838 della chiesa attuale di S. Carlo, che fu terminata nel 1851. Costò circa 3,000,000 di lire. Il disegno, non troppo felice, è dell'Amati.
Dicontro alla chiesa evvi il grande Albergo della Ville, fabbricato non sono molti anni.
 
Galleria De-Cristoforis
 
Vicino alla chiesa di San Carlo vi è la Galleria De-Cristoforis.
Venne incominciata nell'anno 1830, ed inaugurata nel 1832 con una sfarzosa festa da ballo in costume, data dall'arciduca vicere Rainieri.
L'elegante disegno è dell'architetto Andrea Pizzala; fu costruita sull'area di antico palazzo appartente al duca Serbelloni.
 
Leone di Porta Venezia.
 
Il leone su di una colonna, che vedesi a destra nel principio del Corso di Porta Venezia risale al 1502, e fu eseguito a spese della città per volere del prefetto Catiliano Cotta.
La colonna venne eretta soltanto nel 1626 da Carlo Francesco Serbelloni.
Varie sono le asserzioni degli storici su questo monumento; alcuni opinano sia testimonio della vittoria riportata da Francesco I Sforza sui Veneti a Caravaggio ; altri lo stemma della Porta Orientale, che era uno stendardo bianco con lione nero.
Chiesa di San Babila
 
Sulle rovine dell'antico tempio del Sole venne innalzata la chiesa di San Babila. Subì una totale riforma nel 1588, e fu anco a' nostri giorni rimodernata. - La chiesa era anticamente fuori delle mura della città, le quali seguivano la linea delle due vicine vie del Monte Napoleone e Durini.
 
Palazzo di Prefettura.
 
Nella vicina via di Monforte, che si trova a destra della chiesa di San Babila, evvi il palazzo della Regia Prefettura, residenza pure del Prefetto.
Il disegno di questo palazzo è di Giovanni Battista Diotti, che ne era proprietario. In una delle sue sale possiede pitture dell'Appiani.
L'attuale facciata venne costruita dipoi con disegno dell'architetto Pietro Gilardoni, e terminata nel 1818.
Innanzi a questo edificio, già sede dei governatori austriaci, cominciò la gloriosa lotta delle cinque giornate del marzo 1848, che finì colla cacciata degli Austriaci dalla città.
 
Chiesa di Santa Maria della Passione.
 
La chiesa di Santa Maria della Passione, che trovasi nella vicina via del Conservatorio, fu fatta innalzare, in forma di croce greca, da Daniele Birago, arcivescovo di Mitilene (in partibus) nel 1485, e donata ai padri lateranensi. Il celebre scultore Cristoforo Solari, detto il Gobbo, eresse nel 1530 la grandiosa sua cupola.
Nel 1692 venne ridotto il tempio a croce latina. -- La stravagante facciata fu disegnata dall'architetto Rusnati.
Questa chiesa ha peregrine pitture di Bernardino Luini, di Daniele Crespi, di Giulio Campi, di Cesare Procaccini, di Enea Salmeggia, di Gaudenzio Ferrari, ecc. Degno di ammirazione è il bellissimo monumento a Daniele Birago, opera del celebre Andrea Fusina, che lo eseguì nel 1495.
 
Regio Conservatorio.
 
Presso la chiesa della Passione vi è il Regio Conservatorio di Musica, il cui edificio, già convento dei padri lateranensi, non offre nulla di rimarchevole.
Il Conservatorio fu istituito nel 1808 a spese del governo. Dell'antico refettorio si formò una elegante sala con palco ad uso di teatro, testè rimodernata, che serve per accademie vocali ed istrumentali.
Nel 1868 venne in esso creata una biblioteca musicale.
 
Reale Collegio delle Fanciulle.
 
Nella via della Passione, vicinissima al Conservatorio, è il Reale Collegio delle Fanciulle. Fu esso fon-dato da Napoleone I, con decreto 18 settembre 1808, e riformato nel 1861; quivi venne da altra sede trasportato soltanto nell'anno 1864. Vi sono stabiliti 24 posti gratuiti a vantaggio di fanciulle di famiglie civili, i cui genitori abbiano reso notevoli servigi allo Stato.
Il disegno del grandioso edificio è dell'architetto Besia; esso era prima propriet?_del conte Archinti.
Ritornando sul Corso Venezia per la via della Passione, e quindi lungo il Naviglio, troviamo il
 
Seminario.
 
Il Seminario Maggiore fu fatto erigere sull'area di una casa di Umiliati nel 1570 da San Carlo Borromeo, su disegno di Giuseppe Meda, uomo di genio intraprendente e perseverante.
La Porta che dal Corso mette all'edificio fu aggiunta, circa un secolo dopo, dall'arcivescovo Alfonso Litta su disegno di Richini, fiancheggiato da maestose cariatidi, rappresentanti la Pietà e la Sapienza.
Il grandioso ed imponente cortile è degno di ammirazione per la sua vastità e bellezza; ha due ordini architravati l'uno sopra l'altro con colonne maestose binate, dorico il primo, jonico il secondo.
Nel 1798 furono i seminaristi traslocati altrove, per porre in quell'edificio i prigionieri tedeschi; quindi nel 1799 i giovani requisiti per le milizie della Cisalpina.
Nel ritorno degli Imperiali fu rimesso in pristino.
Nel 1859 servì per qualche tempo di ospedale militare pei sol-dati feriti, austriaci e francesi.
 
Casa Castiglioni.
 
Di contro al Seminario evvi la casa bramantesca ora del sig. Silvestri, e gi?à di proprietà Stampa-Castiglioni, ed in origine dei marchesi Pirovano, indi degli Scaccabarozzi.
Questa casa, in oggi molto rovinata ed informe, si annovera solo per essere stata una delle prime fabbriche del Bramante, e di sua mano dipinta.
Ove è il ponte sorgevano gli Archi o Por-toni di Porta Orientale, costruiti di viva pietra sulla forma delle antiche porte romane dopo la desolazione di Federico Barbarossa nel 1171. Su di essi vedevasi scolpita una scrofa in atto di allattare i suoi piccoli parti.
Vennero de-moliti nel 1819 (*).
 
Palazzo delle Assisie.
 
Poco discosto dal ponte, volgendo a sinistra, lungo la via del Senato, è  il palazzo sede ora della Corte d'Assisie. è In questo luogo sorgeva anticamente un monastero di Umiliate.
San Carlo Borromeo nell'anno 1579 lo fece demolire, ed affidò l'incarico all'architetto Fabio Mangone di costruirgli un nuovo fabbricato, ove istituì un Collegio detto elvetico, venendovi educati i chierici svizzeri. Concorse all'opera anche il cardinale Federico Borromeo. L'edificio è de' pii vasti e ben architettati che si conoscano in Italia. I suoi ampi cortili sono adorni di doppio porticato dorico e jonico, con colonne di granito.
La facciata, alquanto barocca, è del Richini. Nel 1786 1' edificio fu convertito in sede del governo.
Nel 1797 fu destinato per le riunioni del Gran Consiglio dei Juniori della Repubblica Cisalpina ; indi per sede del Ministero della guerra della Repubblica Italiana. Sotto il Regno italico vi aveva residenza il Corpo Legislativo, il Senato ed il Ministero della guerra. Nel 1817 il governo austriaco vi poneva gli Uffici della Contabilità dello Stato, la quale venne abolita, con poco senno, nel 1864.
(*) Tre erano le porte costruite sulla forma delle romane, e cioè la Orientale, la Romana, demolita nel 1782. e gli Archi di Porta Nuova.
Ritornando al ponte di Porta Venezia devonsi rimarcare :
 
Palazzo Busca.
 
Appena passato il ponte, a man dritta, è l'imponente palazzo del defunto Antonio Busca.
Apparteneva già alla famiglia Serbelloni.
Lo fece innalzare Giovanni Galeazzo Serbelloni, di poi consultore della Re-pubblica Italiana, su disegno del valente architetto Simone Cantoni; venne terminato soltanto nell'anno 1795. Magnifica ne è specialmente la facciata; nel mezzo di questa si vede un bellissimo pezzo architettonico con colonne isolate che forma una loggia maestosa, decorata di un grande bassorilievo di stucco dello scultore Donato Carabelli, rappresentante alcuni fatti della storia di Milano del tempo di Federico Barbarossa.
In una sala del primo piano vi è un dipinto del Traballasi, Giunone che cerca sedurre Eolo perch?è sommerga il naviglio trojano. Sulla facciata di questo palazzo, verso il ponte, vi è una lapide che ricorda avere ivi preso stanza Napoleone Bonaparte, entrato la prima volta in Milano, il 15 maggio 1796.
Il giorno 8 giugno 1859 vi abitò il re Vittorio Emanuele.
Di contro al palazzo Busca è la chiesa di San Pietro Celestino ; possiede buone pitture dello Storer e del Procaccini, ecc.
 
Casa Ciani.
 
Poco lungi, a sinistra, vi è la casa del barone Ciani, sorprendente per decorazioni in terra cotta; ha bassorilievi ed iscrizioni riferentisi ai gloriosi fatti delle guerre combattutesi per la indipendenza italiana negli anni 1859 e 1860.
 
Palazzo Saporiti
 
Nell'area del soppresso convento dei cappuccini a Porta Orientale (1810), citato nei Promessi Sposi del Manzoni, un signor Belloni, arricchitosi coi giuochi che si tenevano nel teatro alla Scala, su disegno dell'ingegnere architetto Giusti, verso il 1811, faceva innalzare questo palazzo, comperato quindi dalla fa-miglia dei marchesi Saporiti.
Maestosa ne è l'architettura, con grandioso colonnato d'ordine jonico, ricca di un bassorilievo di Pompeo Marchesi e di varie statue di divinità, in parte la-vorate dallo stesso Marchesi ed in parte da Grazioso Rusca.
In questo tratto di Corso è pur degno di essere osservato il palazzo Ponti, gi? appartenente alla famiglia Bovara, e quindi a quella dei Camozzi di Bergamo, e testè al Busca.
L'elegante disegno di esso è dell'architetto Fe-lice Soave.
Fu abitazione degli ambascia-tori della prima Repubblica Francese.
 
Porta Venezia.
 
Questa porta si chiamò sino al 1862 Orientale, anche Lenza, per corruzione di lingua. I Romani l'appellavano Argentea, vuolsi perchè da quivi entravano le ricchezze del paese. Alcuni storici affermano fosse dedicata al Sole, perchè da questa parte nasce ad illuminare la citt?. L'antica porta fu demolita nel 1784, e in quell'anno venne incominciata la nuova su disegno del Piermarini; i lavori non terminarono che nel 1795.
Nel 1827 l'Amministrazione della città, volendo nuovamente rifabbricarla, ne affidò il lavoro all'architetto Rodolfo Vantini di Brescia, che lo compì nel 1831.
l'esecuzione di questa porta o barriera, con colonne, statue e bassorilievi, è molto commendevole. La Concordia e la Giustizia sono di Pompeo Marchesi; l'Eternità e la Fedeltà, del Monti di Ravenna; Cerere e Vulcano, di Gandolfi ; Minerva e Mercurio, di Cacciatori; i bassorilievi di Busca, Somaini, Sangiorgio, ecc.
 
Il Lazzaretto.
 
Appena fuori di Porta Venezia, a sinistra, è situato il Lazzaretto, stato eretto su disegno di Lazzaro Palazzi nel 1489 da Lodovico Sforza, detto il Moro, ad insinuazione di Antonio Bembo, dopo la pestilenza dell'anno 1461, per la più comoda cura e separazione delle persone sane dalle infette. Il cardinale Ascanio Sforza, fratello del duca, contribuì alla generosa impresa. Il terreno aveva appartenuto al conte Galeotto Bevilacqua, che ne aveva fatto dono all'Ospedale Maggiore. --La fabbrica nel 1507 fu ridotta come al presente da Luigi XII re di Francia, in quell'epoca signore di Milano.
San Carlo, su disegno del Pellegrini fece erigere nel centro una bella cappella di figura ottagona con otto arcate aperte, affinchè gli ammalati potesser dalle loro celle vedere la celebrazione degli uffici divini. Dal 1785 in poi servì 1' edificio a differenti usi.
Il giorno 9 luglio 1797 si celebrò nel Lazzaretto la generale Federazione di tutti i capi dei diversi dipartimenti della Repubblica Cisalpina; venne allora denominato Campo di Marte, innalzandovisi la statua della Libertà, che venne dal popolo spezzata il 28 aprile 1799, all'entrare dell'esercito austro-russo.
Manzoni, ne'suoi Promessi Sposi, descrive sovranamente questo luogo.
Dicontro al Lazzaretto vi è la R. Scuola superiore di medicina veterinaria, con annesso ospedale per cura degli animali domestici infermi.
Poco discosto vi è pure uno stabilimento per lezioni di nuoto, detto Bagno di Diana, che fu architettato da Andrea Pizzala.
Il bello stradone, che si presenta dicontro alla porta, venne decretato da Napoleone I. Chiamasi di Loreto; esso continua sempre così maestoso sino alla Reale Villa di Monza.
 
Giardini Pubblici.
 
Rientrando in città per la Porta Venezia, a destra, si presenta il magnifico bastione omonimo.
Questo tratto di bastione, tutto alberato a doppio ordine di ippocastani, con comodi marcia-piedi, che si estende sino a Porta Nuova, è il passeggio preferito dalla popolazione. Qui hanno luogo i corsi pei quali la nostra città ha rinomanza. A destra di esso godesi la veduta degli ameni colli briantei, e dei monti comaschi e bergamaschi fino alle grandi Alpi. A sinistra presentansi i Giardini Pubblici.
Al vecchio Giardino, che trovasi tra il bastione e il Corso Venezia, si scende per una magnifica gradinata. Esso venne ideato dal Piermarini, e fu incominciato l'anno 1785 per ordine di Giuseppe II nell'area ove già sorgevano i monasteri di San Dionigio, che ricordava l'arcivescovo Ariberto, demolito nel 1770, e delle Carcanine, demolito nel 1775. E disegnato, secondo l'antico gusto francese, a viali regolari con un folto boschetto, fiancheggiante il giardino della Villa Reale.
Nel mezzo sorge un fabbricato quadrato ed isolato, già disegno dello stesso Piermarini. Da molti anni era in rovina per avvenutovi incendio. Ora, a cura di una società, fu ristaurato ed abbellito sotto la direzione dell'ingegnere architetto Giuseppe Balzaretti.
Nell'interno questo edificio ha un'elegante sala, sorprendente per la sua ampiezza; essa serve per concerti musicali, feste da ballo, esposizioni, accademie, ecc. Fu inaugurato il 22 febbrajo 1871.
Il nuovo giardino, incominciato nel 1856 su disegno dell'ingegnere Balzaretti nell'area principalmente della estesissima ortaglia già di proprietà Dugnani, venne aperto al pubblico nel 1861; esso desta l'ammirazione di tutti per la bellezza del suo disegno ; è a viali tortuosi, ad ondulazioni di terreno che innalzasi bruscamente al di là del rivolo che lo attraversa in senso diagonale. Una parte di questo passeggio è ridotta a giardino zoologico.
Dal bastione vi si accede da un ponte di ferro ; ha pure parecchi ingressi dalla via Palestro, Piazza Cavour e via Manin. Nell'altipiano evvi un elegante caffè assai frequentato nella estiva stagione.
Questo giardino possiede parecchie statue, due delle quali del Pattinati, l'una rappresentante L'Italia e l'altra Carlo Porta, il gran poeta milanese. Dal nuovo giardino pubblico si può accedere al
 
Museo Civico (*).
 
Il Museo pervenne al Municipio nel 1838 per l'acquisto da esso fatto delle ricche raccolte d'oggetti naturali, di proprietà del nobile Giuseppe De Cristoforis e del professore Giorgio Jan; ampliato in seguito sem-pre più con nuovi acquisti e privati doni. ?
 
(*) E' visibile pubblicamente nei giorni di domenica e di giovedì, dalle ore 10 della mattina alle 4 pomeridiane nell'estate, e dalle 11 antimeridiane e 3 pomeridiane nell'inverno; negli altri giorni devesi ritirare permesso o dei Municipio o del direttore del Museo.
Venne nell'attuale edificio trasferito nel 1864 dalla via del Circo, ed ordinato dai professori Jan e Cornalia. Racchiude collezioni di ogni ramo di zoologia, di botanica, di mineralogia, di geologia, di etnografia ed altre istruttive curiosità. Il palazzo apparteneva alla famiglia Dugnani sopra nominata, e conserva ancora vari affreschi del Porta di Milano, e del 'I'iepolo di Venezia. In esso fu per qualche tempo il Reale collegio delle Fanciulle. Sotto al porticato vi è un gruppo in gesso del Marchesi rappesentante Ercole che libera Alceste.
Nella via Palestro, che lambe il nuovo giardino pubblico verso la città, evvi la
 
Villa Reale.
 
Questo palazzo venne eretto su elegante e sontuoso disegno dell'architetto Leopoldo Pollack per ordine del generale Lodovico Belgiojoso ; fu terminato nel 1793. L'interno e l'esterno dell'edifizio annunziano il buon gusto dell'architetto. Sotto il regno Italico ven-ne in possesso del governo. Vi abitarono principi e sovrani; nel 1859 Napoleone III, vittorioso sui campi di Magenta. Ora è proprietà del principe ereditario Umberto di Piemonte.
La più bella facciata di esso è quella verso il giardino.
Grazioso Rusca, Francesco Carabelli e Bartolomeo Ribossi scolpirono le statue che adornano in alto il palazzo.
Le medaglie all'interno con figure a basso rilievo di stucco, rappresentanti vari fatti storici e favolosi, di cui forni i soggetti il Panini, sono di Donato Carabelli, di Angelo Pizzi, di Carlo Pozzi e di Andrea Casareggio. Nell'interno ammirasi una grande medaglia di Andrea Appiani, che rappresenta il Parnasso, ultima opera di quel pittore, e affreschi di Bernardino Luini, trasportativi su tavola dal casale della Pelucca presso Monza.

12.2 El Domm de Milan

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El Domm de Milan
 
.il milanese usato in questa pagina risale all'inizio del XX° secolo
Tanti voeuren che anca èl Sforza l'abbia contribuii a mandà a termin... la fabbrica del Domm, ma la veritaa vera se pò minga savèlla assolutament, perchè anca in Domm gh'è minga document che proeuva che'l sia puttost de vun che de l'alter. Se voeur anca, e l'è forsi la roba pussee credibil, che per la fabbrica del Domm abbien concors tucc i milanes ognidun segond i so forz. Intanta incomincèmm a di che tucc lavoraven gratis e che el Podestà, i pret, i nodar, i avvocatt e i nobil se vedeven insèmma al magutt de mestee a portà el gèrlo o la sèggia, Tucc daven el so obol e ogni tant, per tirà su danee, faseven di specie de passeggiad de beneficenza, che gh'aveven però de la procession perchè gh’era ona fila de tosann vèstii de bianch che intanta che cercaven su, cantaven accompagnaa da tromh e piffer. Tanti daven gioèj, pelizz, formagg, farina, gran, polaster e per fina di asnitt, che l'amministrazion de la Fabbrica la mètteva a l'asta. S'è verificaa di scenètt pietos e commovent, come quèlla d'ona povera donna che non savend cosa dà per ajutà anca lee a fa su el Domm, la se tira giò el mantèll strasc che la g’ha sui spall e l'offre a la Fabbrica. On scior, present a la scèna, el compra el mantèll e gile le rimètt sui spall a quèlla povera donna che la se ciamava Caterina de Abiate. Mi disaria che l'è minga el caso che abbiom de fa ona malattia seria, ve par? L'important l'è che'l Dumm el ghe sia e che nun milanes siom orgoglios de vèghel. Cèrt che se Gian Galeazz l'ha miss di palanch per la fabbrica del Domm, anca el Sforza l'è minga staa indree sicur. La fabbrica del Domm incominciada in del 1386 l'è durada pussee de quatter secol. In del 1490 fina al 1500 G. A. Amodeo e Giovanni Dolcebuono fann la cupola. In del 1576 fina al 1584 Carlo Borromeo cont l'architètt Pellegrino Tibaldi, detto Pellegrini, stabilissen i progètt per la facciada, ma mort el Borromeo e andaa in Spagna el Pellegrini la facciada l'ha sta lì a spèccià che... èrba crèssa. In del 1603 se mètt i fondament per la facciada e l'Arcivèscov Federico Borromeo, in del 1609, l'ordina che la facciada la vègna fada segond el progètt del Pellegrini. In del 1629 fina al 1658 ven nominaa capp de la Fabbrica del Domm l'architètt Carlo Buzzi, che'l progètt del Pellegrini l'ossèrva fina a on cèrto pont. In del 1653 el concrèta on progètt dcfinitiv che’l ven approvaa. In del 1658 moeur el Buzzi e incomencen i critich su'i so progètt che hinn la causa de lassà lì la facciada pussee de cinquant'ann a speccià che la vègna bona. In del 1765 fina al 1769 l'architètt Croce el fa la guglia maggior. In del 1790 fina al 1805 l'architètt Soave el fa la finèstra central e i dò lateral. Per ordin de Napoleon, in del 1807, i architètt Amati e Zanoia completen la facciada e tiren su i guli dandegh adree fina al 1813 e dal 1813 al 1858 continoa el lavorà de ornament e statuari. Tucc sann che'l Domm l'è l'ottava meraviglia del mond, ma chii propi le cognoss ben, sèmm minga cèrt nun milanes. Nun su'l Domm sèmm andaa tanti volt, ma minga domà per vedè i bellèzz che ghe n'è a bizèff, ma anca per mangià pan e salamm, roba che quand s'era on pivèll se faseva de spèss e me regordi anmò la canzon che allora l'era molto in voga:
Se te voeu vegnì su'l Domm
a mangia pan e salamm,
saront minga quèll tal omm
de lassatt patì la famm.
Chii cognoss ben el Domm hinn i forestee, perchè lor vann a mètt el nas de per tutt e voeuren savè e vede' tutt. Domandagh a on milanes quanti statov gh'è su'l Domm, quanti guli, quanti basèi gh'è per andà su e la soa altèzza, podii vèss cèrt che su cent autentich buseconi, forsi minga cinqu sarien bon de rispondov. Ma se ghe'l ciamee a on ingles, a on todesch, a on american, ve risponden subit che su'l Domm gh'è pussee de quatter mila statov, pussee de cent guli, che l'altèzza dal paviment a la Madonnina l'è de centvott meter e cinquanta centimetri e che per andà su bisogna fa tresentvintott basèi, e magara ve disarann anca che la Madonnina l'è opera de Giuseppe Bini e che la guglia maggior l'è del Croci, che l'interno el g'ha la forma d'ona cros latina, che la soa lunghèzza l'è de centquarantott meter e la soa larghèzza, dove el fa la cros, de vottantasètt e che la Madonnina l'è tutta de ramm dorada. Cosa l'è el noster Domm, le dis splendidament el compiant Emili De Marchi in principi e in fond del so “Milanin-Milanon”: “In nomine patris, fili et spiritus sancti; l'è el noster Domm, l'è la gesa di vècc, l'è la cà de Milan, l'è tutt de màrmor, l'è grand, l'è bèll, l'è lù, l'è domà lù in tutt el mond, inscì bèll, inscì grand”.  E i vèrs de Vespasian Bignamin:
 
O Madonna indorada del Domm,
fina tant che te vedi a lusì,
mi stoo ben, sont allegher, foo i tomm.
Ma on moment che no t'abbia pù ti,
sotta i oeucc - o Madonna del Domm -
senti on voeuj, g'hoo on magon de no di.
Sberlusiss o - Madonna del Domm!
Che te veda de nott e de dì!...
Senza ti, Meneghin l'è pù omm. -. -
o Madonna indorada del Domm!
 
E Giusèpp Borgomanero, che l’è staa per ona trentènna de ann l’amministrator de  la Fabbrica del Domm, l'ha descritt inscì:
 
Ecco el Domm L'è tutt de sass!
Sass de foeura e sass de dent;
sass in alt e sass in bass;
sass i vòlt e el paviment;
sass i gùli, i scal, i scoss...
Sass, insomma, sass tuscoss!
 
E anca el dottor e poèta Arcangiol Manzolini l'ha vorsuu di la soa su la cupola:
Quand la vedi a la mattina,  i
ndorada dal primm soo cont quèll'aria remondina
che se sent a vegnì giò, rèsti lì, palpaa, camuff
cont la bocca sbarattada fermo in pee in mèzz alla strada e,
intrattant, disi tra mi: “Benedètt cent volt quèll'omm,
che è staa bon de mètt, là inscì,
quèlla Cupola del Domm!”.
 
Podaria seguità chissà fin quand a cuntà su del noster Domm voeuren che'l sia el pussee grand monument de la Cristianità dopo S. Pedèr in Roma, ma mi però ve confèssi, minga cèrt per spirit de campanin, che S. Peder l'è bèll, l'è straordinari, ma l'imponenza del noster Domm e la soa bellèzza, gh'è minga daneè che je paga.

12.3 Solidarietà e cure agli appestati di Milano

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La peste Durante le epidemie del 1576 e 1630
Solidarietà e cure agli appestati di Milano
 
S.Carlo Borromeo scrisse un “Memoriale ai milanesi” in cui descrive le miserande condizioni della città durante la pestilenza del 1576.
Atmosfera plumbea, lamenti, grida, corpi putrescenti serrati dalla peste, fame, mancanza di acqua pulita, improperi contro le autorità accusate d’imprevidenza. La peste infieriva e non accennava a rallentare.
Il Lazzaretto, situato a porta Orientale (l’attuale Porta Venezia) in corrispondenza con le vie S.Gregorio, Lazzaretto, Castaldi, Casati, Tunisia, era stracolmo di appestati e non bastava più. Era attrezzato alla meglio con capanne sorrette da travi e assi, il pavimento in terra battuta, un fossato che cingeva completamente il Lazzaretto e raccoglieva tutte le putride ed infette acque provenienti dalle aree di ricovero.
Nel centro di questo speciale ospedale viveva una chiesetta, S. Carlino (ancora esistente) ove si celebravano
di continuo imploranti liturgie. Gli ammalati una volta individuati venivano liberati dei loro abiti, lavati e rivestiti con panni puliti. La carità ed il soccorso non mancarono. Gli aiuti umanitari erano inqualche modo sollecitati e diretti dall’Arcivescovo Carlo Borromeo che profuse in quest’opera d’aiuto ingenti risorse personali vendendo perino gli arazzi, i drappi, oggetti preziosi del palazzo arcivescovile, alienò persino il suo guardaroba personale.
Anche dal contado arrivarono vettovaglie e vino a conforto degli ammalati. I ricchi mercanti si unirono per acquistare e poi assegnare centinaia di giacigli.
Anche durante il morbo del 1630, con Federico Borromeo arcivescovo, i soccorsi non mancarono. Offerte,
contributi, aiuti in denaro e derrate alimentari pervennero in Arcivescovado per essere immediatamente distribuiti agli ammalati del Lazzaretto.
Il mondo femminile rispose in modo superbamente generoso. Balie, levatrici, casalinghe volontarie, si occuparono dei bimbi rimasti soli per avere perso i genitori a causa del morbo.
Sia Carlo che Federico Borromeo misero a disposizione il clero per l’assistenza. Si distinsero i Camilliani e soprattutto i Cappuccini e molti di loro, esposti al contagio, perirono durante le faticose opere di soccorso e cura. Il frate padre Michele ebbe la responsabilità di organizzare i soccorsi dei religiosi. Grazie alla sua dedizione, al polso fermo ed ai suoi pieni poteri, l’assistenza fu attuata in modo eficiente.
Padre Michele, stremato dalle fatiche, morì dopo poche settimane dalla fine della pestilenza. Nell’elenco deiCappuccini morti igurano padre Cristoforo frà Galdinodi manzoniana memoria.Altro grande protagonista dei soccorsi fu il padre cappuccino Felice Casati. Grande organizzatore agì con abnegazione e fu sua l’idea di provvedere con il lattedelle capre all’allattamento dei bambini ricoverati nel Lazzaretto.  Terminata la sua umanitaria avventura, padre Casati, fu Provinciale dell’Ordine e Custode  generale.
Il morbo, che prese per contagio, lo iacciaccò per tutto il resto della sua vita fino al sopraggiungere della morte che lo colse in quel di Livorno all’età di 73 anni.
Ricordiamo che il Lazzaretto di Milano è stato voluto dal Duca Ludovico il Moro e fu realizzato dal 1489 al 1509 dietro speciale delibera del Consilium medicarum della Città.
Era costituito da un grande quadrato con al centro la già citata chiesa di S.Carlino, dotato di 576 cameroni capanna per accogliere gli infermi ed i servizi essenziali per la cura ed il soccorso.
Lazzaro Palazzi ne fu l’architetto che utilizzò precedenti disegni del Filarete. Suo cognato, il famoso Giovanni Antonio Amedeo, alla morte del Palazzi, mise mano alla realizzazione del progetto debitamente ampliato si da risultare alla ine una vera e propria cittadella dei malati isolati appena fuori le mura di Porta Orientale.

12.4 pan de mej

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pan de mej
 
l «pan de mej» (pan di miglio) è legato ad una antica tradizione milanese, che vuole che si mangi il giorno di San Giorgio (23 aprile) auspicando una stagione propizia. Di  questa storia vi abbiamo già parlato  ma un’altra interessante versione che vogliamo raccontarvi è legata all’antico quartiere Morivione (in milanese, Muriviun) fuori da Porta Ludovica. I milanesi ci andavano a festeggiare San Giorgio. Mangiavano il “pan de mej” (chiamato anche “pan de mejn” o “pan meino”),
bevevano latte, raccontavano vecchie storie. Come questa, di briganti e ruberie. C’è infatti chi sostiene che si debba risalire ad un pisodio cruento di storia avvenuto ell’alto milanese poco meno di 700 anni fa, nel 1339. Il condottiero Luchino Visconti, proclamato n quell’anno signore della Signoria i Milano assieme al fratello Giovanni (che però non regnò mai), si rovò al comando delle milizie viscontee nella battaglia di Parabiago contro i 3000 cavalieri scaligeri e veneziani della Compagnia di S. Giorgio. I superstiti, un manipolo di soldati di ventura, sbandati e capeggiati da Vione Squilletti, si nascosero tra le boscaglie fuori da Porta Ludovica e, trasformatisi in briganti, depredavano le campagne milanesi seminando terrore. Alla vigilia della festa di San Giorgio, una sera d'aprile del 1342, stanchi dei soprusi gli abitanti della zona  chiesero aiuto al loro Signore, Luchino Visconti. In men che non si dica il nobile sbaragliò gli sbandati e uccise il loro capo – Vione -, cosicché contadini, allevatori e casari furono nuovamente in pace. Per festeggiare l’avvenimento, i casari delle cascine liberate dai briganti offrirono ai soldati milanesi panna e pane di miglio. Su un muro venne dipinto San Giorgio che ammazza il drago, con la scritta: «Qui Morì Vione». Da qui l’usanza dei Milanese di dire «andiamo dove morì Vione», andiamo a Morivione.
 
 
I dolci ricordano il miglio
 
Il miglio è uno di quei cereali minuti, tipici dell’alimentazione dell’area padana, che sopperirono alla penuria di grano, più laborioso da coltivare e meno redditizio di altre colture, particolarmente in certi periodi, come l’alto medioevo. Nelle polente, nelle minestre, nel pane... il miglio era onnipresente. Dopo alcuni secoli fu sostituito dal mais,  he entrò nell’immaginario collettivo come un suo surrogato, capace di sfamare in maniera fenomenale ma soprattutto più redditizio. Ciò nonostante, il miglio è ricordato nel nome di alcuni dolci, anche se di fatto sono a base di farina di granturco: così come il meneghino (pan de mej o pan meino).
 
Sono tante le ricette di questo antico dolce, e ogni casa spesso ha la sua variante. Pochissime includono il miglio e il lievito madre, quello che si usava un tempo in casa per panificare. Eccone proprio una in cui si può sostituire la farina di mais con quella di miglio (la si trova nei negozi di prodotti biologici).

12.5 la carta

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CUNTA SÙ
 
La carta
 
I foeuj de carta con l’utilizzazion de “ibre vegetali” l’è on’idea nassuda ai Cines in del 105 d.C. quand el Minister de l’Agricoltura CAI LUN l’aveva propòst de  doprà, dòpo diversi lavorazion, i foeuj de “bambù” ò di moron.
Sta invenzion l’è poeu passada in Corea, Giappon, Africa del Nord, Spagna e domà in del XIII sec. l’è rivada in Europa.
In Italia la prima fabbrica de carta l’è nassuda in del 1276 a Fabriano.
L’invenzion de la stampa la gh’ha avuu on gran svilupp con la fabbricazion de la carta dòpo el 1796.
La prima stampa per l’Italia l’è stada el 1° de giugn del 1850 nel Lombardo - Veneto.
L’è important in de la nòstra vita l’utilizzazion de la carta anca se adess la se dopera de men, perché specialment i giovin usen i messagg inviaa cont i SMS, con l’email e tutti i alter diavoleri de noeuva invenzion.
Però se te devet mandà on document important gh’è ancamò bisògn de veghel scritt su la carta:
- El certiicaa de quand te see nassuu ò mòrt - El contratt de locazion
- On document del tribunal per “Atti giudiziari o sentenze” - La multa che te metten sul veder de l’otomòbil Per quattà i liber de scòla ò anca i alter in la libreria gh’era de mòda doprà la “carta marezzata”, che la pareva fada come i disegn del marmo.
La carta oleada ò cobbiada a on vel de “plastica” la ven doprada dai cervellee e dai becchee per fà sù el palpiroeu de mett in la gaitana.
Ona vòlta gh’era la carta morella che i droghee dopraven per fà sù i scartòss con denter el zuccher semolaa.
In di ofizi se doprava con la macchina de scriv la carta velina per fà tanti còpi de la stessa circolar ò lettera e intramezz se metteva la carta carbon che la se trava via in del cestin de la carta strascia quand l’era consumada e se leggeva pù i paròll scritt sul document.
Quand la corrispondenza ò i ricevud se scriveven a man er tegnin ona còpia se doprava la “carta copiativa” che a seguit de la pression del lapis la lassava giò el color negher o bloeu sul foeuj che se metteva sòtta.
Gh’è anca la “carta muta” quella che la gh’ha domà on’indicazion de riga, ma senza nissuna scrittura.
I navigant, i marinar ò i “skipper” di barch a vela consulten de spess la “carta nautica” per savè qual è la posizion de l’imbarcazion in mar.
I ferrovier, i cap treno, i dirigent di stazion guarden de spess la carta di strad ferrad per controllà i orari e la giusta direzion di treni in circolazion.
I cart topograich dann l’indicazion di particolar del terren d’ona region, ma quella che mi hoo consultaa per trovà on sentee ò ona stazion alpina l’è quella che se ciama “carta orograica” cont l’indicazion di nòmm di montagn, iumm e paesitt sperduu tra i nòster Alp e Prealp.
Quand ancamò se scriveven i letter a man, con la penna e el pennin pucciaa dent in del carimaa con l’inciòster, prima de piegala per mettela in la busta, se ciappava la carta sorbenta ò el tampon a mezzaluna, ciamaa anca la scòcca de la carta sorbenta, per sugà sù l’inciòster e minga sbordegà el foeuj.
In di studi di nodar ò avvocatt la segretaria la scriv su la carta a righ, già stampaa, ciamada carta protocòll ò carta bollada, perchè el Governo el fa pagà ona tassa per ògni foeuj doppi dopraa.
I iorista per confezionà on mazz de ior doperen la carta trasparenta e per fà minga sbrodolà foeura l’acqua dal mazz ghe metten on gir de carta “stagnola”, adess ciamada carta d’allumini.
Quand l’era la festa del paes ò de l’Oratori, i damm de San Vincenz, dopraven la carta crespada de diversi color per trà insema tanti anei che diventaven di collan de mett sui poggioeu, sui cancei di condomini, ciamaa sandalitt, che ornaven i strad quand passava la procession.
I tosann imparaven de la nònna a confezionà con la “carta velina” ò la carta crespada ior de carta per fà ghilrland e metti tra i cavei inveci del cappell per andà in gesa.
In sartoria per fà i modei se dopera la “carta velina”. I dònn che voeuren fass on vestii troven i modei de carta in di rivist de mòda con tanti righ che ripòrten diversi misur a seconda de la taja che se voeur doprà ò per mej dì i misur de la pròppia persòna.
Con la carta di caramei, trasparenta e ben ben piegada, la mia mamma la m’aveva insegnaa a preparà cintur ò fermai per tegnì franca la trezza di cavei.
La letterina de Natal di iolitt, che prometteven de vess pussee bravi e per cercà i bellee che ghe saria piasuu ricev dal Bambin, l’era scritta su carta colorada sberlusenta, perchè sparpajada da ona polverina d’argent ò dòra e traforada cont i angiolitt.
I moros quand se scambiaven messagg d’amor, scriveven a man paròll de foeugh su carta de lettera profumada.
 
Voeuri ricordà la “carta pergamena”, in milanes cartapegora doprada per Attestaa ò Diploma, ma specialment i fraa scriveven a man per tramandà i tradizion, i orazion ò i comandament de la Gesa, poeu ghe pitturaven sora ghirigòri, disegn dòr, che se ripeteven come ona ghirlanda intorna a quell che aveven scritt.
“Carta Gloria” l’è inscì ciamada la tabella che i cereghett preparen su l’altar prima che el pret el se metta a dì la S. Messa.
Per i liber al di d’incoeu ven usada “carta bianca” de diversi pes, color e dimension.
I danee stampaa su carta iligranada ò stampada con dent lamin d’argent ò dòr e inciòster special, la se ciama anca carta moneda, la comprend anca i valor bollaa, i bollit, i cedol di Titol bancari, el librett di assegn, i assegn circolar, ecc. tutti quei incartament che te lassa la Banca quand te feet on’ operazion per ciappà ò deposità i danee.
I giornai hinn faa de carta special in rotoloni che ona vòlta, quand gh’era el Navili, la rivava al stabiliment del Corriere della Sera in via San March sui barconi.
Dòpo avè leggiuu tutti i notizi sui giornai, in temp de guerra la carta de giornal la se metteva a moeui in del bagn de cà, poeu la se torceva e se faseven tanti ballett o ziffolòtt de carta sopressada. Quand eren secch, vegneven bon de mett in la stua e brusaven adasi adasi al pòst de la legna ò del carbon ch’el costava minga pòcch a comprall in del sciostree.
In cà di sciori se ciama ancamò incoeu el Tappezzee ch’el pòrta sòttsella di libroni con la “carta da parati” de incollà sui mur al pòst de la sbiancadura.
I giappones hann inventaa la carta de ris doprada per scriv messagg d’amor, poesii, scatolett, vestii, lamped, lampadari, ecc. ò con l’inseriment de foeuj e lavor de ior secch per bigliett de visita.
I foeuj d’ona carta particolar, pussee spessa, l’è usada per i paret divisòri di stanz di sò cà, quei che nun ciamom i mur de carta!
I mobiliee, prima de lustrà i mòbil, doperen la carta vedrada ò smeriljada per toeu via i imperfezion del legn in manera che ben levigaa pòden passagh la vernisetta che ie lustra.
Gh’è anca la carta millimetrada doprada dai disegnador e architett per i progett de cà, palazz, appartament, inscì fann pussee svelt a toeu i misur d’ona paret ò d’on monument.
La carta sensibil l’era quella che dopraven per stampà a scur i fòto, perchè l’era rivestida da ona sostanza che se alterava a la lus d’ona lampadina normal.
La “carta adesiva” l’è quella con la còlla che la se tacca dove la ven pressada, doprada per stampaa etichett di indirizz e bigliettin de pro-memoria.
La carta gommada la se troeuva in ròtol de tanti misur per sarà sù i pacchett ò i bust pussee voluminos.
Quand se ven foeura dal Planetari, capita che el relador el te slonga ona copia de la “carta celeste” per fatt minga desmentegà quell che t’hee vist e che lù el t’ha spiegaa quand el parlava de stell, de luna, de astri e de quell mond fantastich che gh’emm sora de num in ciel.
Chi se ricorda la brutta vision de la “carta moschicida”, missa sora al tavol de cusina, taccada al sofit ò al lampadari?
L’era ona longa lista de carta marron impiastrada de colla special con odor de marsc che tirava i mosch che lì restaven incollaa cont i sciampitt in a quand moriven senza pù podè volà via.
La “carta regalo” incoeu inscì ciamada, l’è utilizzada per confezionà i pacchett cont dent el regal de Natal, carta stampada con coeur, righ, ior, piant, scimbiòtt, pigòtt, ecc.
Per confezionà on scartòss ò on pacchett de gran dimension l’è necessari usà la carta de pacch, color marron che l’è robusta e la se strascia minga anca se i pacchett hinn sbattuu da ona part a l’altra dai postin.
La carta de musica l’è a foeuj ò quaderni già pront cont el “rigo musicale” prestampaa per student e per canta-autor ò i spartii di important composidor.
A scòla, dedree de la cattedra de la sciora maestra, gh’era ona granda “Carta geograica” dove eren indicaa a color i nazion pussee lontan con tanti circolitt per segnalà i città pussee important.
Quand on forestee ò on cittadin el gira per cercà la strada d’ona città, de spess el ten in man la carta de la città, ciamada anca “Piantina stradale” semper fada de carta e piegada per falla stà in saccòccia.
La maggior part de la gent incoeu la dopera i fazzolett de carta, la “carta igienica”, i rotol de carta per sugà sù ò nettà el pian de la cusina, la trà via i bigliett del tram, de la lotteria, el scontrin de la spesa fada al Super, la carta di caramei, i depliant de carta de la pubblicità, ecc. purtròpp minga semper in del cestin de la carta strascia!
I prestinee dann el pan inilaa dent in di sacchett de 
 
- La carta I offelee fann sù el palpiroeu cont i bonbon, ò la tòrta de portà per el compleann de la zia, cont ona carta special che la mett in risalt el nòmm de la Pasticceria.
Quand se va in viagg in paes dove gh’è pòca pulizia, l’è important portass apress fodrett, lenzoeu, sugaman, mantin de carta.
A l’ospedal sui lettin di ambulatori ò al pront Soccors gh’è ona specie de lenzoeu de carta che l’infermera le strascia e le trà via dòpo che el “paziente” l’è staa visitaa dal dottor.
La “Carta di Varese” l’è usada per quattà i liber ò per rivestì i cassett di mòbil pussee antigh.
In di ristorant per savè cosa gh’è pront de bon de mangià ò de bev, se domanda al camerer la carta di pitanz, el menù ò la carta di vin sconduu in cantina.
La “Magna Charta” l’è quella dove gh’è scritt i regol de la Costituzion fondamental d’ona Nazion.
Quand se faseva el Presepi se andava a la Fera di “Oh bei, oh bei” per comprà i statuitt, la gròtta e i casett che eren tucc faa de “cartapesta”. Questa l’era ona pasta de carta on poo brodosa impastada con la còlla che stravaccada dent in certi stamp la ciappava la forma che se voreva ricavà. Dòpo se metteva tusscòss al sô a seccà, ona man de pittura e ecco che i statuitt di personagg, i angiolitt, i casett di pastor ò la Capanna del Bambin Gesù eren pront de mett in vendita in del cartolee ò su la Fera.
Adess se te voeuret avegh on document te reilen on tocchell de plastica, ma ancamò tanta gent la gh’ha in del quaja la “carta d’identità” che cont el passà di ann la se riscia on poo, la se strascia, ma semper la lassa leg el nòster nòmm e cognòmm, via, età,
ecc.
Alter cart coloraa se doperen per dimostrà la nòstra identità
- la carta ròsa te la dann prima de avegh la “patente” - la carta verda la serv per la circolazion in certi paes stranier
- la carta gialda l’era quella del stremizzi, perchè la portava el postin cont on telegramma minga semper con bon notizi.
La carta bloeu l’era quella che in temp de guerra se incollava sui veder di inester per minga fa iltrà la lus di abitazion de la città de Milan.
Anca la maggior part di taccoin mensil ò a fojett de  streppà via ògni dì che passa, hinn faa de carta, i liber de scòla, i rivist, la carta de lettera, i register, i quaderni grand e piscinitt, i blòcch notes, i ricett del dottor, la lista de la spesa, i stell ilant, i coriandol, ecc.
La “carta bombagina”, l’è fada cont i il de bombas, el coton ricavaa di strasc mandaa a la fòla, cioè quei che cattava sù ona vòlta i strascee e ie portaven al “macero” L’era questa ona carta preziosa per liber antigh semper con la scrittura fada a man e con bella “calligraia”.
L’ultima carta che me ven in ment l’è la carta tornasole, usada in di laboratori per determinà certi condizion del nòster còrp con la variazion de color dal ross al celest e per alter proeuv pussee speciich.
Adess l’è de mòda la carta riciclada ò “ecologica” usada con l’utilizzazion de la “carta da macero” dòpo vess depurada.
Forsi ghe sarà alter qualità de carta, ma per adess inissi chì.
Jam Sansom in del sò liber “L’odore della carta” el dis:
- “La carta è il più importante tra i materiali creati dall’uomo, perché indispensabile per la realizzazione dei libri”.
GLOSSARIO
moron = gelso
becchee = macellaio
gaitana = borsa della spesa
sciostree = carbonaio
offelee = pasticcere
brodosa = liquida
quaja = portafoglio
mantin de carta = tovaglioli di carta
mandaa a la fòla = mandata al macero

12.6 vos de ringhera

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VOS DE RINGHERA
 
Il popolo milanese ha sempre avuto una speciale arguzia nel forgiare detti e motti di particolare eficacia, mai mancanti di generosa ironia che si avverte anche nelle locuzioni più cupe.
Ve ne proponiamo alcuni in questa pagina connessi alle motivazioni della loro origine.
 
 
Invers come ona pidria.
La pidria è un grosso imbuto (pedrioeu) che non sta in piedi se non rovesciato, invers in milanese signiica rovesciato e l’aggettivo si usa sia nel senso isico che in quello morale, che vuol dire maldisposto,
di pessimo umore. Dalla fusione della particolarità della pidria, che si posa a rovescio e dal signiicato dell’aggettivo invers, è venuto questo detto che si suol dire quando si incontra una persona di umore pessimo.
 
L’è ona pell de luganeghin.
La luganega è la salsiccia e il luganeghin è il salsicciotto che ha una pelle fatta di budello, poco digeribile, quando si mangia il salsicciotto la pelle si leva e si butta via. Per questi requisiti negativi della pelle del salsicciotto si suol dire l’è ona pell de luganeghin quando si vuole indicare una persona grama, un poco di buono da tenere alla larga.
 
 
On oeuv foeura del cavagnoeu.
Per apprezzare questo detto bisogna tener presenteche il cavagnoeu è il cestello nel quale si usava conservare  le uova, fatto in ilo si ferro con la bocca sottile e la pancia grossa e un manico per appenderlo.
Un uovo fuori dal cestello è cosa inconsueta in unacasa ordinata anche per il fatto che potrebbe rompersi  o andare perduto. Da ciò deriva l’originale detto per indicare una iniziativa inconsueta o una cosa che di solito non si fa come fare un giorno di festa e non andare a bottega

12.7 Proverbi, adagi, motti e detti milanesi

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Proverbi, adagi, motti e detti milanesi
Fra le varie scartoffie che arricchiscono la mia biblioteca, ho rinvenuto un volumetto, ormai datato in cui sono elencati i modi dire, gli adagi e quant’altro, in vernacolo “meneghino”, per chi lo sapesse Meneghino è il diminutivo di Domenico, ed è la maschera tipica di Milano a cui si accompagna la sua Cecca (Francesca). Questa espressioni tipiche della città lombarda e dei suoi abitanti, almeno è da sperare che via sia ancora qualche milanese che sappia parlare in dialetto, cosa alquanto dubbia, proveremo ad esporle con buona pace di chi milanese non è, e con la speranza che trovino qualche buon diavolo che insegni loro il nostro dialetto e chissà che in mezzo a tutta quella mescolanza etnica in cui si trova ora la città ambrosiana, non salti fuori qualcuno di questi che parlino un po’ in milanese.
E’ altrettanto vero che i dialetti sono un patrimonio culturale di tutte le regioni e di tutti i paesi, è altresì vero che con il progredire dei tempi, con le nuove scoperte scientifiche, con l’avanzamento industriale, con l’arte che si adegua alle novità, anche i dialetti si conformano a queste situazioni. Però ritengo più consono e più divertente riproporre questi motti e detti dialettali nella loro forma originale e inerenti alla Milano di un tempo, la cui composizione grammaticale risale al XIX secolo,
un periodo storico fantastico, con personaggi più o meno illustri di grande valenza sia per Milano e la Lombardia, ma anche per l’Italia stessa.  Dobbiamo  obbligatoriamente  rammentare  che  spesso l’accaduto cui si riferiscono questi adagi, spesso si perdono nella notte dei tempi e il risalire alle origine è impresa impossibile, sono le cosiddette tradizioni orali che si tramandano di generazione in generazione, resta allora una certa curiosità e talvolta si è anche stimolati per iniziare una ricerca.
 
Taccà sù de lavà giò.
 
Nelle case una volta ardeva il caminetto, alla cui catena si attaccava (taccà su) un pentolone ripieno d’acqua, che una volta riscaldata serviva per lavare (lavà giò) gli indumenti e altro.
È evidente che l’acqua, una volta usata per il lavaggio e quindi sporca, si getta via. Con un po’ di fantasia la gente ha paragonato questa acqua divenuta inservibile a un qualche cosa di inconcludente, come un occasione andata a male, perduta.
3
Taccà sù el cappèll.
 
Praticamente significa prendere moglie, ma questo modo di dire sottintende che il giovanotto quando decide di sposarsi, fa le dovute valutazioni sulla futura consorte: “Caspita! Come è bella, sì, ma la g’aa minga i danèe (non ha soldi, la sua famiglia non è benestante). “Oh, questa è carina, ma anche lei è squattrinata, come l’altra”. “Mmh, questa l’è brutta come el peccaa, sì, ma porca l’occa, la g’aa el “conquibus”, la g’aa i danèe, mi la sposi, e tacchi su el cappèell, e g’oo minga fregg ai pee”.
Mentre lui la baciava, aveva gli occhi chiusi
Sposa nasuta, sempre piaciuta!?
……ed ecco che è in procinto di attaccare su il cappello!
 
Tegnì a man de la spinna e lassà andà del bondon.
 
Questo è un detto abbastanza antico, oggi saranno in pochissimi a conoscerlo;
bisogna ritornare ai tempi quando in famiglia il vino, era ordinato anche presso i contadini che avevano delle vigne, i milanesi di allora si approvvigionavano nell’Oltre Po pavese, nel Monferrato e anche nella zona di San Colombano al Lambro. Perciò chi aveva delle cantine o quanto meno dei luoghi vi ricoverare la botte di vino acquistata all’inizio della stagione. La botte è munita di una spina innestata fra le doghe e dotata di apposito tappo, il cocchiume, che tura il foro della spina. In milanese il tappo è chiamato “bondon”, perciò in fase di imbottigliamento si regola il flusso di vino che esce dalla spina, girandone il tappo, ma è altresì importante curare questo tappo per evitare che il vino si disperda. Traslato nella vita di tutti giorni, l’adagio in oggetto vuole intendere che c’è della gente che è attenta a spese minime, di poco conto, ma si lascia prendere la mano e non cura spese importanti che andrebbero gestite con più oculatezza (el bondon).
 
Te podet sifolà l’Aida.
 
Talvolta si sente ancora pronunciare questo
simpatico detto. Scusate, ma qui è d’obbligo rendere un doveroso omaggio al grande, immenso, geniale insuperato Giuseppe “Peppino”Verdi; egli fu, è e rimarrà l’autentica anima della musica, mai nessuno  potrà fare meglio di lui, gli fu prossimo ad un incollatura quell’altro genio musicale del Riccardo Wagner, ma rimase un gradino sotto.
Grazie Peppino. Tornando al nostro detto, esso andrebbe ricercato,secondo alcune versioni, nel grandioso successo quando l’Aida fu  rappresentata alla Scala di Milano, nel 1872. Il giorno dopo la gente già fischiettava le arie dell’opera, da qui il significato che a fronte di una richiesta esosa, strana, impensabile, di difficilissima esecuzione, è più facile fischiettare (sifolà) i motivi dell’opera. Oppure un tale fa una richiesta talmente stupida che chi ascolta gli risponde infastidito:
“Ma va a sifolà l’Aida”.
 
Tirà de spada.
 
Questo è un modo di dire malauguratamente riferibile a situazioni di povertà. Quando lungo la strada vi imbattete in un questuante che allunga la mano per avere una qualche elemosina, la bonarietà ambrosiana, senza alcuna intenzione offensiva, infatti, è notorio che Milano e tutta la Lombardia, nessuna provincia esclusa, è molto sensibile verso i più sfortunati, abbia identificato il gesto del poveretto come una stoccata di spada, (l’è un tirador de spada).
 
Tirà giò la clèr.
 
E’ un altro francesismo, nato ai primi del novecento quando dalla Francia fu introdotta a Milano, la saracinesca pieghevole per i negozi, quella denominata “éclair”. Da subito i bottegai, quando giungeva l’ora di chiusura dicevano ai loro garzoni: “Va a tirà giò la clère, che l’è ora de andà a cà!” Per estensione, questo detto spesso si riferisce a chi chiede a un amico, un parente, alla propria famiglia, una somma di quattrini, sia pur in prestito, ma il cui ammontare è alquanto oneroso, quindi: “Se tira giò la clèr, e citto! (zitto, silenzio, basta).
 
Tirà i buschett.
 
Il “buschett” in dialetto sarebbero le pagliuzze, che strette nella mano, apparentemente sono della medesima altezza perché le estremità che escono dalla mano sono a pari livello, in realtà sono di svariate lunghezze; è un modo questo per tirare a sorte un qualsiasi cosa, che si è messa in palio, da un bacio, a un pranzo al ristorante, e via di questo passo, vince chi ha preso la pagliuzza piùlunga, perde chi ha scelto la pagliuzza più corta.
L’impagliatore con i rotoli di paglia da cui si  prelevano le “buschette” e la più lunga vince.
 
Togn, togn – pela rogn – pela fich – capitani de formigh – capitani
dé soldàa – indovina chi l’è stàa.
 
Questo è un detto, a filastrocca, che serviva ai ragazzi per tirare a sorte. Per sommi capi questa sarebbe l’origine. Ai primi del XV secolo, in piena era viscontea, a Milano un certo Antoniolo de’ Landriani, rampollo di una famiglia ambrosiana, più che benestante, si presentò al signore di Milano dell’epoca,
Giovanni Visconti, per chiedere d’essere arruolato fra le sue truppe.
Antoniolo era, narra la storia, di struttura esile, alquanto gracile, tuttala sua persona poi era una dimostrazione di docilità, di mitezza, non  c’era nulla di spavaldo in lui, perciò la sua richiesta non fu accolta. I suoi amici iniziarono a dileggiarlo chiamandola, per quel suo andamento triste, per gli abiti scuri che indossava, “capitano delle  formiche” (capitani de formigh). Il giovane non si diede per vinto, e si recò a Bologna, dove invece fu accolto, dimostrando successivamente tutto il suo valore, dal capitano di ventura Animaforte. La perizia nelle armi e il coraggio di Antoniolo, per gli amici Togn, si sparse in brevedappertutto, il suo valore fu riconosciuto e nominato capitano di veri  soldati. Un giorno, trovandosi a Milano, ora il signore della città era il celebre Ludovico detto il Moro, che aveva simpatia per Antoniolo e la sua famiglia e aveva approvato le nozze del giovane con Ildegonda della Rosa, Antoniolo era divenuto anche consigliere di Ludovico, quindi si era fatto parecchi nemici; un giorno era andato a Messa in quel di Sant’Ambrogio, all’uscita dalla chiesa fu affrontato da tale Patrasso, un sicario assoldato, che a tradimento, lo uccise. La notizia si sparse per tutte le contrade e di li a poco nacque la filastrocca sopradescritta. Per la verità popolare, i “Pela rogn” sarebbero i bolognesi, eterni perturbatori politici delle varie signorie, mentre i “pela fich”, i fiorentini per via della dolcezza dei loro frutti. Che poiqueste nomee siano vere o no, il Sommo Dante così scrive: “… Vada a Bologna chi sente voglia di grattar la rogna”. “Chi vuol assaporare  ottimi fichi – D’Arno li colga su pei giochi aprichi”.
 
Trà indrée.
 
Sotto metafora, questo detto vuole indicare una persona sempre presa da una miriade di incombenze, come se soltanto costui fosse in grado di svolgerle e risolverle, al punto tale che amici e conoscenti dubitano della veridicità di questo suo gran daffare.
Questo, per dirla alla veneta, “fasso tutto mì” che è un continuo farsilargo per questa smania di fare e disfare, rassomiglia ai movimenti del  pollo che razzola alla ricerca del cibo, raspando e spargendo terra da tutte le parti.

12.8 I nümer al lott, se ghe manca?

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I nümer al lott, se ghe manca?
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Pö disen che che quej che cumanda capissen nagott!!
Pröva a ndà vers Mülassan, te incuntrett la rutunda de la Pandina lì a Casalmaiocch, fermess un cicininn perchè mèrita; hu fa na foto per spiegamm mej e fa vedè che inteligensa che g’han i noster martur che sistèmen i noster strad e quej che cuntrolen e quej che duarien cuntrulà quej che cuntròla.
Se guardì in gir l’è no facil truà cartej cunt la distansa chilometrica, fursi ghe sarà un mutiv, sü la via Emilia, ad esempi,  han mis i nòmm, ma di chilometer nanca l’umbra.
Lì, sü la rutunda inveci a gh’in, guardì che bèla storia, el cartèl che gh’è in diressiun de Meregnan el mustra Lodi dudes chilometer, Mülassan tri.
Alura guarda püssè in la, des meter, minga püsssee, el cartèl che gh’è in diressiun de Sordi el mustra Lodi vòt chilometer, Mülassan dü.
Sòta hu mis i futografij per fa vedè.
Adèss, capissi che quej che pianta i cartèj g’han no de savè quant’hin lungh quater chilometer  e pöden anca pensà che quel toc de rutunda el sia lung assèe per fa i quater chilometer de diferensa, ma crèdi che i cartej i pianten no inscì de per lur, credi no che vaghen al deposit, ciapen sü quater cartej sensa vardà e dopu van in gir e pienten giò el prim che capita, ghe sarà un quaj vün che ghe dis ndue g’han de piantà cus’è, e quèl quaj vün duaria cuntrulà se i omen fan quel che lü ghe dis de fa, ma mi me sembra che una roba inscì l’abien fada quan seren ciuch, quej c’han pientà i cartej, quej che dueven cuntrulà e parlum no di alter, tüti i grand’omen che passen de lì quarden i cartej e disen nagott, perché un quaj asesur, o sindegh o ingegner de lì l’è pasà per forsa.
Ma ndèm avanti inscì a fass rid a drè de tüti quèj che riva in di noster part, dan un ugiada ai cartej e capissen sübit me la va di noster part.
E adèss vören met insèma la tangensial, e chi l’è che l’ha stüdiada?
Chi l’è che duarà trala in pè ? 
Fursi propi anca quej c’han fa pientà giò quej cartej lì, sèm a post!!!!
Traduzione in lingua italiana 
(per gli stranieri)       Cosa dobbiamo fare...

12.9 L’Omett del dodes

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L’Omett del dodes
 
Quest l’era on personagg milanes ch’el stava de cà in via dell’Aniteatro al n.12, cà ormai trada giò, perché n’hann faa sù voeuna pussee moderna, in del quartier che ona vòlta el se ciamava “el Guast”.
L’era ciamaa el Mago de Cors Garibaldi ò l’ “Omett del dodes” .
L’era on pover diavol, on poo strapelaa ma restaa in del coeur di milanes per i sò pastrugnad, che eren da tutti consideraa on medicament special, ona porzion magica e perina miracolosa bòna de fà passà tutti i mai: dai dolor reumatich, a la toss, dal mal de cai, a quell di dent, dal mal de cô, al mal de stomegh.
Sto mes’ciòss color gialdin ch’el pareva la còlla de legnamee, l’era ciamaa l‘ “Unguent del dodes” e lù le vendeva saraa dent in d’ona scatoletta de tòlla piscinina.
Foeura de la soa cà gh’era de spess ona ilera de person che spettava de andà dent in del stanzon dove lù settaa sora a ona sgangherada poltrona de velluu ross, dedree a on tavolon, pien de bottigliett, tolett, scartafazz, annotazion, cattanaj vari, el vendeva minga pussee d’on scatoletta per persona al dì.
Quand ghe n’aveva pù, l’andava a la inestra e ai person che eren lì sòtta in attesa de andà dent, el ghe diseva de tornà el dì dòpo ò fra on para de dì, perché la produzion per quell dì lì l’era finida e per trà insema la preparazion del magich unguent ghe voreva el sò temp.
El doveva misurà cont on misurin de precision i vari component, fai bui in d’ona gran pignatta ch’el gh’aveva semper pronta in sul foeugh del camin,
poeu stravaccaa el paston in d’ona squella per fall vegnì fregg e ultima operazion cont on cazzuu mettel dent in di scatolett pront in filera sora a ona mensola quattada da on strasc che ona vòlta l’era nett, adess el pareva quell del moletta.
On dì in de l’òrt che gh’era dedree de la soa cà, el ved ona vesina che l’è adree a lavà in d’ona sidella on gatt e el ghe dis:
- Sciora, la varda che lavà i gatt malaa voeur dì fai morì, che le vonciscia cont el mè unguent e la vedarà ch’el guarirà…
- Lù ch’el se interessa di sò affari, curioson!
Dopo on para d’or el slonga on’oggiada da la finestra e el ved che la vesina la piang cont in brascia el gatt mòrt.
- L’ha vist…ghe l’avevi dii mi…. la doveva minga lavall.
- Ma l’è mòrt minga perché l’hoo lavaa, ma perché l’hoo faa passà in del tòrc!
I autorità del Comun l’aveven difidaa de daghen on taj a sta attività, ma lù in considerazion de la gran domanda, l’era andaa innanz fin che on dì i sò client hann trovaa l’uss de legn, per mej dì el porton saraa sù per semper.
El Mago de Cors Garibaldi, a 90 ann, l’ aveva dismiss de preparà el sò “Unguent del dodes” e l’era sgorà in ciel dove, forsi, l’avarà tentà de reilaghel anca ai angiol.
Là in mezz ai nivol el sera portaa via el segret per la composizion de sto mes’ciòss, perché mai a nissuna persona l’aveva svelaa s’el ghe metteva dent in de sto unguent miracolos, inscì ricercaa dai Milanes quand gh’aveven ona quai malann.
 
GLOSSARIO
strapelaa = malridotto
pastrugnad = intrugli
legnamee = falegname
sgangherada = sgangherata, rotta
scartafazz = cartacce
squella = scodella
moletta = arrotino
vonciscià = ungere
tòrc = torchio
daghen on taj = smettere
sgorà = volare
reilaghel = appiopparlo

12.10 Lettera averta su la koiné

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Lettera averta su la koiné
 
Trattato sulla grafia del dialetto milanese. Un metodo comune e classico per poterlo scriverlo e leggerlo da tutti. Si tratta di un compromesso necessario per tentare la diffusione ne la sopravvivenza.
 
A voeuri minga predicà o fà la part de vun che dis a i alter quell che gh’hann de fà, però dato che l’è on poo de temp che me se troeuvi in mezz a i sòlit argoment che parlen de grafia del Lombard, a vorevi dì anca mì la mia. El sia ciar che l’è domà on pont de vista, però…..ch’el pòda juttà on quaivun a bandonà ona certa intransigenza che poeu, a questa nòstra bella lengua la ghe fà domà del mal.
Se fà on gran parlà de troà ona grafia per el Lombard Occ. El problema principal che me par de individuà l’è che ona gran part de la gent che la se confronta con sta ròbba l’ha nancamò capii che «grafia » el voeur minga dì cambià la manera de parlà, ma domà la manera de scriv de moeud che tucc, poeu, a pòden vess bon de leggel. Capii sta ròbba (che l’è però importanta, anca perchè quanti vòlt a se semm sentii dì : ma numm a Còmm a disom….) cercaroo de mett giò on para de pont :
Prima de tutt a ne tocca sottolineà che gh’emm de front on gran numer de gent, de lengua mader o meno, che però hinn squas completament ignorant quand se parla de scrivel o de leggel (e chì se pò dì nient, l’è on fatt). I pòcch che proeuven a scriv in Lombard o doperen la grafia classica o ne inventen voeuna noeuva, che la pò anca vegh di pont lògich, ma che l’è minga codificada e donca a vedom ona quaivòlta di consonant doppi, ona quaivòlta nò, i vocal scrivuu ind ona manera e di alter vòlt ind on altra. Gh’è al moment domà ona ròbba ciara e che se pò minga ribatt, o ben che in sto moment chì gh’emm domà ona grafia che l’è giamò codificada, che la gh’ha ona letteradura scritta de tutt rispett e che, dessorapù, l’è anca reconossuda da l’Union Euròpea : la grafia classica (codificada e semplificada dòpo tanti ann de laorà dal Circol Filològich de Milan (che l’è minga on circol de gioeugh di bòcc, per chì le sà nò, ma on center de studi di lengh, in pee da pussee de cent ann). Donca, cambià la grafia el voeur dì : comincià de noeuv on laorà de ann de codifica (per minga esagerà) ;
vegh de insegnaghela de noeuv a tucc (anca a quei che già doperen la classica.) ; trà via tutt el còrpus letterari del Lombard dal 1500 al dì d’incoeu (ch’el sarriss anca negaghel a i noeuv generazion). Inscambi, seguttà a doperà la classica el voraria dì : vegh on seri laorà de codifica giamò faa ; vegh de insegnaghel domà a quei che le doperen nò ; dagh access anca a i noeuv e i vegg generazion a tutta la letteradura classica (che l’è minga domà el Pòrta, com’el cred quaivun). Parlemmen nò de la indiscutibil patent de nobiltà de ona lengua scrivuda in stà manera da secol.Altra scòla de penser : « ma numm chì a pòdom nò doperà la grafia classica perchè l’è strutturada per el Milanes ch’el gh’ha minga i accent che gh’emm numm ! ». Ma chì semm pròpi dree a cercà la guggia ind on pajee !! In tucc i lengh la vocalizzazion l’è differenta de loeugh a loeugh, de region a region, ma per quest a s’è minga creaa ona grafia che la gh’abbia daa i son perfett a ògni paròla.
Domandégh a on sardo e a on lombard de prononziav la paròla fuoco ; vun a ve la disarà con la O sarada e l’alter averta. Ma nonostant quest se scriv semper fuoco (e minga fuòco o fuóco). Scolté come el vocalizza on piemontes o on lombard o on calabres e poeu disìmm se prononzien i vocai a la stessa manera ; me par minga però che scriven l’italian in manera differenta ! E allora spieghèmm el perchè on quaivun el voraria ona grafia differenta da la classica domà perchè a Milan genoeugg el se prononzia con la OEU sarada e in Brianza averta (o el contrari) ? Ma l’è ona ròbba normala in tucc i lengh ! Scrivemmela OEU e poeu vun la leggiarà averta e vun sarada come el succed anca in italian. E inscì per tucc i alter vocai.
On alter esempi cont ona lengua forestera ?
Scolté come prononzien la paròla mate (compagn) on american e on australian :
sentarii allora vun a dì meit e l’alter mait. Ma minga per quest hinn andaa a cercass ona grafia noeuva ! E parlom nò di consonant :
domandé a on ingles a on american e a on scozzes de prononzià la paròla train (tren).
Scoltarii ona R che la và da on trillant compagn a l’italian del scozzes, fina a ona ròbba che la par prononziada con des gòmm american in bocca de l’american. Però anca chi me par che i trii a scriven tucc in la stessa manera, o nò ? E che dì de la Z italiana ?
Leggì rosa, Zorro e azione e disìmm se la sona minga differenta in ògni paròla. Però me par nò che l’Accademia de la Crusca l’abbia cercaa trii segn different per rappresentalla. E allora perchè numm gh’emm de cercà on caratter per ògni accent de vocal ?
L’unica ròbba che gh’emm de vegh in ment l’è che la ò la gh’ha el valor de o in italian (che la sia averta o sarada), che la o l’è ona u italiana, che la oeu l’è la eu francesa e che la u l’è la u lombarda (o la ü todesca). Poeu chissessìa el prononziarà con l’accent del sò paes. Ma da chì a andà a cercà ona manera de scriv per ògni variant…fioeu a rivom pù a cà !
Terza (e speri ultima) scòla de penser : « ma al dì d’incoeu la gent la reconoss pussee i
caratter Ö e Ü de quei de OEU e U ». Anca chì la mia rispòsta l’è, ma chi l’ha dii ?? El me pader, che l’è dialettòfon e l’italian l’ha sentii domà a scòla, el gh’ha pròpi nanca idea de come se legg ona ö o ona ü . E l’è pròpi in de la nòrma del lombard medio. Donca tòrnom al primm pont ; se gh’emm de insegnà tutt de noeuv perchè insegnà minga quaicòss che gh’ha giamò di regol e ona letteradura scrivuda in quella manera ??
Troeuvi minga di alter esempi de fà al moment, ma speri de vess staa a bon cunt ciar.
De qualsessìa manera questa chì la voeur vess ona lettera averta. Porti con mì domà l’esperienza de vun ch’el Lombar Occ. se l’è imparaa dal nient (anca perchè tucc e duu i me gent hinn de la Val Camonega e m’hann semper parlaa in Lombard Or.) e che, a differenza de tanti alter lombard a sta lengua a ghe tegn tantissim e per sto motiv chì proeuvi a doperalla in qualsessìa occasion.
Per conclud metti insema a l’articol el test del reconossiment ch’el Consili d’Euròpa el gh’ha giamò daa al Meneghin. Fioeu cominciom de chì che semm giamò a bon pont.

12.11 UL MIK LONGOBARDEATH - TE ME FE GIRA’ I BALL !!!! (YSMR)

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UL MIK LONGOBARDEATH - TE ME FE GIRA’ I BALL !!!! (YSMR)
 
ROCHENROLL!!!!!!
 
SEMM ‘NDAI  A COMPRAA  I BINIS
E SPUSASS,   INSEMA A TI, L’E’ ‘N VIVV TUTT GRIS
 
“VA CHE GH’HO I MEE ROBB INCOEU
DEVI LAVAA ANCA I LENZOO
T’EL SEE LA CARLA SA L’HA DI ?!
VOEURI TOEU UN NOEUV VISTI’!!! ”
 
TEEHH,  SURA ‘N DEL TAVUL, MI METI I PEE,
E SCHISCIAL!!  ….UL “DURBANS” STORT L’E ‘N GRAN MISTEE !!!
 
SEMPAR DREE A CICIARAA
TE FE FINTA DE LAURA’
MERDA LA’ E BRUTT DE CHI
MAI CUNTENTA TUTT I DI
 
TE ME FE GIRA’ I BALL,   SI SI I ME BALL!!!
ME LA RODA DEL CARR I ME BALL !!!
TE ME FE GIRA’ I BALL,   SI SI I ME BALL!!!
ME LA RODA DEL CARR TE ME FE GIRA’ I BALL !!!
 
 
LUZA!!   SEMPAR IN GIR PER I BOTEGH
A L’E ‘NDAIA   VIA LA PAGA DE ‘N MES INTREGGH !!!!
 
L’E ‘RIVAA ANCHE ‘L NADAL
L’E’ ‘NDAI VIA ‘L ME CAPITAL
PER FALA BELA CUNT I AMIS
TE TIRET SU DI GRAN PASTIZZ
 
TE ME FE GIRA’ I BALL,   SI SI I ME BALL!!!
ME LA RODA DEL CARR I ME BALL !!!
TE ME FE GIRA’ I BALL,   SI SI I ME BALL!!!
ME LA RODA DEL CARR TA VOEURI NOOOOOO !!!!!! MI TA VOEURI PUU !!!!!     
TA VOEURI NOOOOOO !!!!!! MI TA VOEURI PUU !!!!!!!
 
 
“VA CHE GH’HO I MEE ROBB INCOEU
DEVI LAVAA ANCA I LENZOO
T’EL SEE LA CARLA SA L’HA DI ?!
VOEURI TOEU UN NOEUV VISTI’!!! ”
 
TE ME FE GIRA’ I BALL,   SI SI I ME BALL!!!
ME LA RODA DEL CARR I ME BALL !!!
TE ME FE GIRA’ I BALL,   SI SI I ME BALL!!!
ME LA RODA DEL CARR I ME BALL !!!
 
TE ME FE GIRA’ I BALL,   SI SI I ME BALL!!!
ME LA RODA DEL CARR I ME BALL !!!
TE ME FE GIRA’ I BALL,   SI SI I ME BALL!!!
ME LA RODA DEL CARR TA VOEURI NOOOOOO !!!!!! MI TA VOEURI PUU !!!!!     
TA VOEURI NOOOOOO !!!!!! MI TA VOEURI PUU !!!!!!!
 
TE ME FE GIRA’ I BALL !!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - AMBROEUS METANAL
 
A L’ ITALGAS EL LAVURAVA,
L’AMBROEUS METANAL E CONT UL RUUD,
AL FASEVA UL GAS, MERDA DE CHI,
MERDA DE LA’ E  DE TUTT I PART !!!!
 
STA AL MOND INCOEU, A L’E’ BEL DUR !!!
A SCAPAN TUCC, A SENTI’ EL TO UDUR !!!
 
AMBROEUS, AMBROEUS, AMBROEUS TE SE SEMPER TI !!!
STRING I CIAPP SE NO, CHI SA VIVV PUU !!!!
AMBROEUS, AMBROEUS, AMBROEUS TE SE SEMPER TI !!!
SE TE SE DREE S’CIOPAA, CATA SU ‘N BEL LIMON !!!!
AMBROEUS !!!!!
 
 
CHE L’OMM LI’, EL GH’HA ‘N BRUTT VIZI,
CHE AL SOO MISTEE EL FA UNUR,
IN ASCENSUR A L’E’ ‘N SUPLIZI,
GHE TREMA EL CUU E EL FA UDUR !!!!
 
STA AL MOND INCOEU, A L’E’ BEL DUR !!!
A SCAPAN TUCC, A SENTI’ EL TO UDUR !!!
 
AMBROEUS, AMBROEUS, AMBROEUS TE SE SEMPER TI !!!
STRING I CIAPP SE NO, CHI SA VIVV PUU !!!!
AMBROEUS, AMBROEUS, AMBROEUS TE SE SEMPER TI !!!
SE TE SE DREE S’CIOPAA, CATA SU ‘N BEL LIMON !!!!
AMBROEUS !!!!!
 
 
UN BEL DI EL GH’HA ‘N IDEA,
EL CIAPA SU DOO TUBAZION,
INFILA DRIZZ IN DAL SO CUU,
L’E’ DIVENTA’ COMMENDATUR  !!!!
 
A SCALDA I CA’, GHE PENSA LUU !!!
COL SO COEUR E COL SOO BUS DEL CUU !!!
 
AMBROEUS, AMBROEUS, AMBROEUS TE SE SEMPER TI !!!
STRING I CIAPP SE NO, CHI SA VIVV PUU !!!!
AMBROEUS, AMBROEUS, AMBROEUS TE SE SEMPER TI !!!
SE TE SE DREE S’CIOPAA, CATA SU ‘N BEL LIMON !!!!
AMBROEUS !!!!!
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - BARBAPEDANA 3000
 
BARBAPEDANA EL GH’HA ON GILÈ
CONT VIA EL DENANZ E CONT VIA EL DEDREE,
CONT I SACÒCC LONGH ‘NA SPANNA,
L’ERA ‘L GILÈ DAL BARBAPEDANA…
 
TE SEE CUNSCIA’   M’EL BARBAPEDANA,
PROPRI BEN    M’EL BARBAPEDANA,
EL COMANDA LUU EL BARBAPEDANA,
COI SOO CANZUN   EL BARBAPEDANA !!!
 
BARBAPEDANA EL GH'HA ‘N SCIOPPETT
PER SPARA IN CUU AI SOLDÀ DAL MAOMETT:
'STO SCIOPPETT LUNGH ‘NA SPANA,
L'ERA ‘L SCIOPPETT DEL BARBAPEDANA.
TE SEE CUNSCIA’   M’EL BARBAPEDANA,
PROPRI BEN    M’EL BARBAPEDANA,
EL GHE PIAS COUR EL BARBAPEDANA,
AL BERSAGLIER   EL BARBAPEDANA !!!
 
E DA BERSAGLIER CHE LUU L’ERA
SPARA BEN E VOLENTERA.
SPARA BEN EL SO S’CIOPPETTIN
CONTRA UL CUU DI BEDUIN.
 
TE SEE CUNSCIA’   M’EL BARBAPEDANA,
PROPRI BEN    M’EL BARBAPEDANA,
EL RIGA DRIZZ  EL BARBAPEDANA,
MA VA A DA VIA EL CUU, TI E’L BARBAPEDANA !!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - BONARDA BASTARDA
 
GRAN TOURNEE,  L’E’ SEMPER FESTA,
DE REMBAMBI,  ‘NA BELA ORCHESTRA,
E SEMPER STORT,  L’E’ SEMPER ISTESS,
BEVU’ E STRASCIA’, EL NOSTER COMPLESS !!!
 
CAIN L’UMBERTO, ABELE IL LELE,  SEMPRE IN PISTA, CON SU IL BICCHIERE,
L’E ‘RIVAA ANCA ‘L SILVANO,  CONT UL BAROLO,‘L TE DA ‘NA MANO !!!
 
UNTO TIRA SU ‘L BICER !!!
 
BONARDA!! BASTARDA !!!
BONARDA!! BASTARDA !!!
BONARDA!! BASTARDA !!!
BONARDA!! TEEHH !!!
 
 
LA MAURA E L’EDO,  HINN Lì’ A MERGOZZ,
TRI COCA & WHISKEY, GIOO IN DAL GARGOZZ,
E MISTER MISFITS,   L’E’ MAI IN RITARDO,
SOTA ‘L BARBUN,  EM TROUVA’ ‘L BARDO !!!
 
‘L QUADRELL E ‘L CRISTIAN, LI’ A MOZZA’,  I DOO LORENZ SEMPER CIAPA’,
L’ELVIO E EL GABRI COI TUSANETT EL MARCUN COI SIGARETT !!!
 
DARIO TIRA SU ‘L BICER !!!
 
BONARDA!! BASTARDA !!!
BONARDA!! BASTARDA !!!
BONARDA!! BASTARDA !!!
BONARDA!! TEEHH !!!
 
 
EL MAZA UL GIANNI, CON MANO ESPERTA,
EL BRAZ AL RIDD,  CON LA BOCA ‘VERTA,
EL BERNASCA E ‘L SANDRO, HINN ‘RIVA ‘NCA LEUR,
ADESS GHE ‘NE EM, DE TUTT I CULUR !!!
 
“DOMA NUNC” LI’ A SARONN, EM SONA’ ‘ME DI COJON,
“IN ALT LA BISSA !!” L’E’ ‘N PIASEE, CASSOEULA ‘N PANSCIA, A STEMM PUU IN PEE!!!
 
MARCHETTI SVALZA SU ‘L BICER !!!
 
BONARDA!! BASTARDA !!!
BONARDA!! BASTARDA !!!
BONARDA!! BASTARDA !!!
BONARDA!! TEEHH !!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - F.B.L.O.
 
INANZ COI TRADIZIUN   E ROMPEMM MINGA I CUJUN !!!!
MANGIA BEV E CAGA  E LASSA CHE LA VAGA
 
EF, BI, EL, O  …… E FA BALA’ L’OCC !!!!
EF, BI, EL, O  …… FA BALA’ I TO OCC !!!!
EF, BI, EL, O  …… E FA BALA’ L’OCC !!!!
EF, BI, EL, O  …… FA BALA’ I TO OCC !!!!
 
TACCAA AL CAN MAGHER  GHE VAN TUTT’I MOSC
TE GH’HEET L’ÒLISANT   IN SACÒCCIA
 
EF, BI, EL, O  …… E FA BALA’ L’OCC !!!!
EF, BI, EL, O  …… FA BALA’ I TO OCC !!!!
EF, BI, EL, O  …… E FA BALA’ L’OCC !!!!
EF, BI, EL, O  …… FA BALA’ I TO OCC !!!!
 
 
EF, BI, EL, O  …… E FA BALA’ L’OCC !!!!
EF, BI, EL, O  …… FA BALA’ I TO OCC !!!!
EF, BI, EL, O  …… E FA BALA’ L’OCC !!!!
EF, BI, EL, O  …… FA BALA’ I TO OCC !!!!
 
 
TE SEE GIÒ DE VERNIS,     PORTÀ DREE LA CRUS
MANGIA LA FOEUJA  E DAGH MINGA CÒRDA
 
A G’HAN UL DON DE DIO   DE CAPÌ NAGOTT
MEJ LA “ZAPPA” DE LA “LAPPA”  E PARLA ME TE MANGET
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - EL GIUVAN ROCHENROLL
 
GRANDE CIULA E BALABIOTT,
SEMPER DREE A FA CASOTT,
A L’E’ VUN BONN PER LUU,
NE CATA VUNA, NE CANA DUU,
ADESS GH’HEN DAI ANCA EL PREMIO NOBEL
PER TUTT I VOLT CHE L’E’ ‘NDAI AL BURDELL !!!!
 
SI !! GIUVAN GRATAKU !!!!
 
NON GLIELA DARAI MAI !!!!!
 
E ALURA!!?? CINQUANTA FRANC !!!
.... MA CONT SU EL GUANT !!! ANDEMM DA LA ZIA ROSI !!!!
 
TE SEE ‘NDAI AL BORDELL,
TE SEE ‘NDAI AL BORDELL,
TE GRATEN I BALL E ANCA L’USELL !!!!
 
MAZA L’PURSCELL, MANGIA L’PURSCELL,
TE BUTET NAGOTT E NANCA LA PELL ……
 
E DRENA COL WHISKEY !!!!!!!!!!!!!!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - I VAHHA PUT HANGA
 
IN D'ONA FORESTA DEL CENTRO KATANGA
GH'ERA LA TRIBÙ DEI VAHHA PUT HANGA.
L'ERA ONA TRIBÙ DE NEGHER DEL MENGA,
GRAND E CIULA E BALABIOTT.
 
AL GRAN CAPO BANTÙ BALLALONGA
GHE PIASEVA LA DONA BISLONGA.
EL GH'AVEVA ‘NA MIEE ROTONDA,
CHE LA GHE 'RIVAVA CHÌ!
 
O VAHHA PUT HANGA! O VAHHA PUT HANGA!
MA GUARDA CHE RAZZA DE NEGHER DEL MENGA!
EL GRAN CAPO BANTÙ BALLALONGA
EL VOSAVA SEMPER INSCÌ:
 
“O VAHHA PUT HANGA! O VAHHA PUT HANGA!
MA VARDA CHE RAZZA DE DONA DEL MENGA!
VOEUNA DI DOO: O LA SE SLONGA,
O SE NÒ MÌ LA VOEURI PUU.”
 
EL GRAN CAPO BANTÙ BALLALONGA,
L'HA FAA FOEURA ON STREMIZZI DE FIONDA,
L'HA PIAZZADA IN D'EL CENTRO KATANGA,
POEU L'HA DII: “ADESS VARDEE COSA FOO!”
L'HA CIAMAA LA SOA DONA ROTONDA,
L'HA PIAZZADA IN DEL FOND DE LA FIONDA,
POEU EL G'HA DAA ONA PESCIADA TREMENDA,
L'HA MANDADA A FINÌ A CANTÙ.
O VAHHA PUT HANGA! O VAHHA PUT HANGA!
INTANT CHE LA VOLA 'STA DONA BALENGA
L'HA FAA ‘NA STREGONERIA TREMENDA,
AI VAHHA PUT HANGA GHE TIRA PUU !!!!
IN D'ONA FORESTA DEL CENTRO KATANGA
GH'ERA LA TRIBÙ DEI VAHHA PUT HANGA.
L'ERA ONA TRIBÙ DE NEGHER DEL MENGA,
ADESS L'È ONA TRIBÙ DE CUU!
 
 
 
ADESS L'È ONA TRIBÙ DE CUU !!!!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - MARIUCCIA
L'HOO INCONTRADA SUL SAGRATO D'ONA GESA DE SAN SIR
LA PAREVA MARIA GORETTI NEL MOMENTO DEL MARTIR
M'HA GUARDATO INFONDO AL CUORE CON DUU OEUCC DE BON GESÙ.
ME SON DITT: - T'EL CHÌ L'AMORE! VIA LEE GHE N'È I IN GIR PÙ!
MA UNA SERA, ANDANDO A SPASSO, FOEURA, VERS VILLAPIZZON
SONT ANDAA A PICCÀ LA FACCIA CONTRA VOEUNA DEL TOLLON
GUARDO BENE. OSSERVO MEGLIO: L'ERA LEE CON SÙ I HOT PANT
CHE LA DAVA VIA CON L'IVA: TRENTAMILA CONT EL GUANT!
MARIUCCIA! FACCIA DE MERDA! MARIUCCIA!
NATA SENZA CUOR, MARIUCCIA!
MORIRO’ D'AMORE, MARIUCCIA!
MA PIÙ MI FAI MORIR D’AMORE……..PIU’ L'AMOR MIO NON MUOR !!!!!!
PER AMOR L'HOO PERDONADA, MA, LEGGENDO SUL GIORNAL
VEDI SÙ: MASSAGGIATRICE, NUMER SES IN VIA TONAL.
PER SMALTÌ LA GRAN CRAPPADA, VOO IN CERCA D'EMOZION.
L'È STAI LÌ CHE SON STAA ON PIRLA, MA ROMPEEMM MINGA I COJON!
VADO. SUONO IL CAMPANELLO. CHI ME VERD? L’E’ PROPPI LEE!
- MARUCCIA EL TÒ L'È ON VIZZI! MARIUCCIA, COS TE FEET? -
- DAGH E DAGH ME FOO LA DOTE. E COL GRANO CHE FOO SÙ
FINIREMO A GIUSTE NOZZE. VA A FÀ ON SOGN E PENSEGH PÙ! -
MARIUCCIA! FACCIA DE MERDA! MARIUCCIA!
NATA SENZA CUOR, MARIUCCIA!
MORIRO’ D'AMORE, MARIUCCIA!
MA PIÙ MI FAI MORIR D’AMORE……..PIU’ L'AMOR MIO NON MUOR !!!!!!
HIN TRII MES CHE ME DESLENGUI ASPETTANDO EL GRAN MOMENT
TRII MES CHE DORMI MINGA! TRII MES, CHE PAREN CENT!
FINALMENTE MI DECIDO E L'AFFRONTI CON CORAGG:
- O LA MOLLI, AMORE MIO, SE DE NÒ TE MANDI A BAGG!
VOGLIO SUBITO LA PROVA, LA PROVA DEL TUO AMOR.-
ARROSSISCE E DICE: - PRENDI IL MIO CORPO ED IL MIO CUOR. -
POI SI SPOGLIA E, INORRIDITO, GUARDI BEN DAL BASS IN SÙ
VACCA! L'ERA ON TRAVESTITO! VOLGARMENT A L'ERA ON CÙ.
MARIUCCIA! FACCIA DE MERDA! MARIUCCIA!
NATA SENZA CUOR, MARIUCCIA!
MORIRO’ D'AMORE, MARIUCCIA!
MA PIÙ MI FAI MORIR D’AMORE……..PIU’ L'AMOR MIO NON MUOR !!!!!!
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - NATASCIA INTERNESCIONAL
 
«O NATASHA, HAI FATTO TU LA PISCIA?»
«SI, DIMITRI, NE HO FATTI 5 LITRI!»
«ERI TU LA PISCIONA DELLA STEPPA,
KE OSCURAVA IL SOL DELL'AVVENIR!»
 
«O GIOVAKKA, HAI FATTO TU LA KAKKA?»
«SI, VASSILI, NE HO FATTI 5 KILI!»
«ERI TU LA KAGONA DELLA STEPPA,
KE OSCURAVA IL SOL DELL'AVVENIR!»
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UL MIK LONGOBARDEATH - PASTA FASO E BARBERA
 
 
TUTT UL DI’ A LAURA’
MO L’E’ URA DE ANDA A CA !!
L’E’ FINIDA LA GIORNAVA,
LA MA SPECIA ‘NA MANGIAVA !!!
“ OH LA’, TE SE GIA A CA’ ???
ANCA MO, NAGOTT HO PREPARAA’ !!! “
“ HINN I SETT UR, L’E’ L’ URA GIUSTA,
MOV UL CUU, SE NO CATI LA FRUSTA !!!! “
 
QUAN CA LA RIVA, QUAN CA RIVA SERA,
PASTA FASO’, PASTA FASO’ E BARBERA !!!!
QUAN CA LA RIVA, QUAN CA RIVA SERA,
PASTA FASO’ ………E BARBERA !!!!
 
 
TUTA LA PASTA L’E SQUASCIAVA,
TUTA ROBA RISCALDAVA,
LA SOPPORTI DA ‘NA VIDA,
MO LA VOEURI FA FINIDA,
MI LAURI PER PORTA A CA’ I DANE’,
LE LA NETA NANCA UL BIDET,
SEMPAR IN GIR, SEMPAR A SPASS,
L’E PESANTA TAME ‘N MASS !!!
 
QUAN CA LA RIVA, QUAN CA RIVA SERA,
PASTA FASO’, PASTA FASO’ E BARBERA !!!!
QUAN CA LA RIVA, QUAN CA RIVA SERA,
PASTA FASO’ ………E BARBERA !!!!
 
 
DA LA ME DONA MI NA PODI PU’,
MO LA MANDI A DA VIA UL CUU !!
LA TIRA MIA DOMAN MESDI’,
GO METU DENTAR UL “DDT” !!!!
 
QUAN CA LA RIVA, QUAN CA RIVA SERA,
PASTA FASO’, PASTA FASO’ E BARBERA !!!!
QUAN CA LA RIVA, QUAN CA RIVA SERA,
PASTA FASO’ ………E BARBERA !!!!
 
E DOMAN ……. CAMPAN A FESTA !!!
GA FEMM ANCA UL FUNERAL !!!!!!!!!!!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - EL PASTUN
 
 
A LA STAZIUN DE BERGHEM, GH’HEM CINQ O SES CHE CAGHEN,
I CAGHEN SENZA CARTA, I CAGHEN SENZA CARTA !!
A LA STAZIUN DE BERGHEM, GH’HEM CINQ O SES CHE CAGHEN,
I CAGHEN SENZA CARTA, E LA MERDA LA LASSEN LA’ !!
 
NE HO FAI TRI ETTI, L’ERA TUTA MANDURLAVA,
HO FAI ‘NA BELA CAGAVA, HO FAI ‘NA BELA CAGAVA,
NE HO FAI TRI ETTI, L’ERA TUTA MANDURLAVA,
HO FAI ‘NA BELA CAGAVA, LA PAREVA DE CHEWING-GUM,
 
PIUTOST CHE TOEU ‘NA DONA MI TOEUI ‘NA CAVRETA,
GHE FOO MANGIA’ L’ERBETTA, GHE FOO MANGIA’ L’ERBETTA,
PIUTOST CHE TOEU ‘NA DONA MI TOI ‘NA CAVRETA,
GHE FOO MANGIA’ L’ERBETTA, MA MI LA DONA LA VOEURI NO !!
 
PIUTOST CHE TOEU ‘NA DONA MI TOEUI ‘NA 600,
A VO IN GIR MA TUTT CONTENT, VO IN GIR MA TUTT CONTENT,
PIUTOST CHE TOEU ‘NA DONA MI TOI ‘NA 600,
A VO IN GIR MA TUTT CONTENT, MA MI LA DONA LA TOEUI NO !!
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - ACCIAIO BIANCOBLU (PROPATRIA)
 
BIANCOBLU, D’ACCIAIO UN MURO,
LUCE NEL CIEL, MAI PIU’ OSCURO,
SANGUE CALDO NELLE VENE,
CONTRO BUSTO NON CONVIENE !!!
 
IL FUTURO E’ GIA’ SCRITTO,
IL TRIONFO E’ UN DIRITTO,
LA TIGRE ATTACCA, STATE ATTENTI,
CONTRO LA PRO, BATTON I DENTI !!!
 
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
LAMPI E TUONI A CIEL SERENO,
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
ANCHE OGGI VINCEREMO,
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
OGNI GIORNO E’ GIA’ STORIA,
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
BIANCOBLU SEMPRE VITTORIA !!
 
 
QUANDO LA PRO SCENDE IN CAMPO,
PER I NEMICI NON C’E’ SCAMPO,
CORO IN CURVA, URLA POTENTI,
LE NOSTRE TIGRI SEMPRE VINCENTI !!!
 
IL FUTURO E’ GIA’ SCRITTO,
IL TRIONFO E’ UN DIRITTO,
LA TIGRE ATTACCA, STATE ATTENTI,
CONTRO LA PRO, BATTON I DENTI !!!
 
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
LAMPI E TUONI A CIEL SERENO,
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
ANCHE OGGI VINCEREMO,
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
OGNI GIORNO E’ GIA’ STORIA,
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
BIANCOBLU SEMPRE VITTORIA !!
 
 
BIANCOBLU, D’ACCIAIO UN MURO,
LUCE NEL CIEL, MAI PIU’ OSCURO,
SANGUE CALDO NELLE VENE,
CONTRO BUSTO NON CONVIENE !!!
 
IL FUTURO E’ GIA’ SCRITTO,
IL TRIONFO E’ UN DIRITTO,
LA TIGRE ATTACCA, STATE ATTENTI,
CONTRO LA PRO, BATTON I DENTI !!!
 
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
LAMPI E TUONI A CIEL SERENO,
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
ANCHE OGGI VINCEREMO,
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
OGNI GIORNO E’ GIA’ STORIA,
PRO, PRO, PRO, PRO PATRIA
BIANCOBLU SEMPRE VITTORIA !!
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - POLENTA VIOLENTA
 
CUL CUSSCUSS, TA VEGN ADOSS UL PUSS,
INVOLTIN PRIMAVERA, TE TIRET MINGA SIRA,
IN DAL LACC TE’L SEET, GH’HAN TRAA DENTAR UL KARKADÈ,
GAMBERET THAILANDES,            TA FAN DI BEI SURPRES !!
HEAVY,         POLENTA VIOLENTA !!!!
METAL,        POLENTA VIOLENTA !!!!
METAL PESANT & POLENTA VIOLENTA !!!!
POLENTA VIOLENTA D.O.C.!!!!
NOUVELLE COUISINE, TE RESTAT ‘ME ‘N CRETIN,
BISTECH DE SOIA ????       VACA EVA BOIA !!!!
QUATER LEGUR E ‘N FASAN, A L’È MEI DEL RAMADAN,
LASSA STÀ LA COCAINA, AVANTI CUL VIN RUSS !!!!!
HEAVY,         POLENTA VIOLENTA !!!!
METAL,        POLENTA VIOLENTA !!!!
METAL PESANT & POLENTA VIOLENTA !!!!
POLENTA VIOLENTA D.O.C.!!!!
BÜTA  GIO I WUSTERLUN,            SA SBASSAN  GIO I MARUN,
HAMBURGER AMERICAN ARTRITE AI TÒ MAN,
SALÜDA UL BACON INGLES, L’È MEI ‘L CRESPUN MILANES,
DONN E BÖ DAL TÈ PAES, VIVA UL CONTADINO CUNT DREE ‘L FÜSIL!!! 
HEAVY,         POLENTA VIOLENTA !!!!
METAL,        POLENTA VIOLENTA !!!!
METAL PESANT & POLENTA VIOLENTA !!!!
POLENTA VIOLENTA D.O.C.!!!!
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - IL BARONE FANFULLA DA LODI   (TRADIZIONALE)
IL BARONE FANFULLA DA LODI, CONDOTTIERO DI GRAN RINOMANZA,
FU CONDOTTO UNA SERA IN ISTANZA, DA UNA DONNA DI FACILI AMOR.
DI FANFULLA LA CASTA ALABARDA, ANCOR NUOVA A CERTAMI D'AMORE;
ALLA VISTA DI TANTA BERNARDA, FIERAMENTE DRIZZOSSI E PUGNO’!
RIT:  GRANDE CONDOTTIERO, GRANDE CONDOTTIERO,
SMETT DE FA LA GUERA, SMETT DE FA LA GUERA!
E CAVALCA, CAVALCA, CAVALCA, ALLA FINE, IL MESCHINO SI ACCASCIA.
LO RISVEGLIA LA VILE BAGASCIA: "CENTO TALLERI DEVI PAGAR!"
VAFFANCUL, VAFFANCUL, VAFFANCULO, LE RISPONDE FANFULLA INCAZZATO,
VENTI TALLERI GIA' TI HO DONATO, GLI ALTRI OTTANTA LI PRENDI NEL CUL!
RIT:  GRANDE CONDOTTIERO, GRANDE CONDOTTIERO,
SMETT DE FA LA GUERA, SMETT DE FA LA GUERA!
MA PASSATI CHE FURON SETTE GIORNI, SENTE EGLI UN PRURITO ALL'UCCELLO:
COS'E' MAI QUESTO MORBO NOVELLO CHE NATURA MATRIGNA MI DIE'?
FU CHIAMATO UN DOTTORE DI GRIDO, CHE  GLI DISSE: “MIO CARO FANFULLA
QUI BISOGNA TAGLIARE UNA PALLA O LO SCOLO MORIR TI FARÀ!"
RIT:  GRANDE CONDOTTIERO, GRANDE CONDOTTIERO,
SMETT DE FA LA GUERA, SMETT DE FA LA GUERA!
E LA MORAL L’È LA LEGG DEL MENGA,CHI L'HA CIAPAA, SE L' TENGA, SE L'TENGA!
CHI L'HA CIAPAA ‘N DAL CUU,  L' TENGA PAR LU !!!!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - L' ASS DE PICCH
‘RIVI LI AI NÖF UR E DÌ NAGOT A NISSÜN,
SA LA MA VED LA MÈ DONA, LA MA FA UN CÜ INSCÌ!
UL PINO AL PORTA UL VIN E TI PORTA ADREE I DANEE!
E QUAND CHE A SCHISCI L'ÖCC, VED DE BÜTÀ LI 
UN BEL ASS DE PICCH
L'ASS DE PICCH
L'È ADREE A PARTÌ UL PRIM GIR, A TUCA A LÜ PRIMA DE TI,
HUEEE, “SVEGLIA!” TA DEVI DÌ TÜT MI!
UL SET VAR MEN DAL VÜNDASS, TE S’HEET PROPRI ‘N REBAMBII!!!
NO, MA VARDA SA TE FEET, BÜTAL GIO ADESS
L'ASS DE PICCH
L'ASS DE PICCH!!!
A L'ERA 'NA BELA MAN
MA TI T’HEET BÜTAA 'N DÜ
MA BOIA DA 'N MUND LADER
COSA CAZZO T’HEET BEÜÜ!!!! 
PERCHÈ T’HEET MIA STRUZZAA, HEM PERDÜÜ DÜ MIIUN
'NA SIRADA DISGRAZIADA E TI TE S’HEET 'N CUIUN
A VEDI IN DI TÒ ÖCC, TE S’HEET RESTAA DE GIAZZ… NEH !?!
L'È MEI CHE TE STEET A CÀ E VED DE NÀ A CAGÀ
TI E L'ASS DE PICCH,
L'ASS DE PICCH!!!
VA A CAGÀ TI E L'ASS DE PICCH!!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - LA ELSA STRAPAZZUNA
LA RIVA LA MATINA CUNT DÜ ÖCC GROSS INSCÌ,
TÜTA MAGAGNADA, BIRLA TAME ‘N BARIL
STRÜSA MAL I PÈ, PARLA SBIASCICAA,
NANCA A PICALA, LE LA TA DA A TRÀ!!!
SES UR AL CIRCULUN, LI TACA ‘L BICER,
DES MINÜT CHE A L’HA PUGIAA UL CÜ,
VA CHE BEL, GRAN MARAVIGLIA,
L’È GIÀ NADA VIA TÜTA LA BUTIGLIA !!!
RIT:
L’È LA ELSA STRAPAZZUNA !!!
MAI A CÀ PRIMA DA LA VÜNA !!
UL SÒ PÀ CUL MATAREL,
AL GH’HA TRAA GIO LA PEL,
CAMBIA NAGOT, L’È ‘NA GRAN CRAPUNA,
ELSA STRAPAZZUNA !!!
SÜ LA BALERA,  SA FERMA MIA,
FIN A QUAND LA MENEN MINGA VIA,
ADESS TRA FÖRA ‘L SÒ PACHET….
E HIN GIA NAI 50 SIGARET !!
“MI SUNT A POST, L’È MINGA VERA,
CHE A SUN SEMPAR LÌ TACADA AL BICER,
LE LA DIS:”SUN ‘NA BRAVA TUSA !! “
PERÒ NISSÜN  LA SPUSA !!!
RIT:
L’È LA ELSA STRAPAZZUNA !!!
MAI A CÀ PRIMA DA LA VÜNA !!
UL SÒ PÀ CUL MATAREL,
AL GH’HA TRAA GIO LA PEL,
CAMBIA NAGOT, L’È ‘NA GRAN CRAPUNA,
ELSA STRAPAZZUNA !!!
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - UL ME AMIS CIUCHEE 
UN BEL DI, TÜCC INSEMA, CUNT UN ME AMIS MALAA DE COO,
IN GIR PAR LA SÒ STRADA, CUL VIN INNANZ E ‘NDREE,
A SALTÀ ‘N GIR, A L’HA CATAA ‘N BASEL,
AL S’È S’CEPAA ANCA ‘L COO, L’HA FAI ‘N GRAN BURDEL !!!
(E GIO A PAGÀ DANEE !!)
RIT:
UL ME AMIS CIUCHEE !!!           QUAND CA AL RONFA AL FA CASOT !!
UL ME AMIS CIUCHEE !!!           QUAND CA AL BOLZA L’È ‘N REBELOT !!!
UL ME AMIS CIUCHEE !!!           STOMICH DE TRUMBEE !!!
UL ME AMIS CIUCHEE !!!           DUMÀ WISKHEY  TRA ‘L GARGOZZ E EL SÒ DADREE !!!
CUNT LA PASSIUN DE FÀ ‘L POMPIERE,   
TAME UL “GRISÜ “, TANTA SUDISFAZIUN,
CUNT L’ÜSEL PUGIAA LI SÜ LA RINGHERA,
AL GHIGNA EL PISSA GIO DEL BALCUN !!!
(L’E ‘DREE PIÖF, PAR UN PEDUN !!)
RIT
TÜT I DÌ, ‘L SA INCIUCA DE TRÀ VIA,
SEMPAR STORT, A CÀ DE L’USTERIA,
SÜ LA VETÜRA, IN DAL POST INNANZ,
QUAND TE GIRET, TE SE’L TRUVET  IN BRASC !!!
(PUNTELAL CUNT LA MAN !!!)
RIT
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UL MIK LONGOBARDEATH - MISS DAL CORTIL
LA VA IN PALESTRA PAR FÀ UL FITNESS,
LA VÖR FÀ LA SOUBRETTE IN DAL MEDIA BUSINESS,
LA TURNA A CÀ, TACA LA TELEVISION,
SURIS DE PLASTEGA… IN VENERAZIUN !!
I SÒ GENT DISPERAA, I SAN PÜ SE FÀ,
HIN GIÀ TRI VOLT, CHE LA SCAPA DE CÀ,
LA SALTA SÜL TREN, FIN PRES A MILAN,
LA PENSA DE “STAR”, IN CERCA DE ‘N CAN !!           (IN CERCA DE ‘N CAN !!!)
RIT: HIN I MISS DAL CORTIL, CUNT I LÜSTRIT IN DAL CERVEL,
HIN I MISS DAL CURTIL, PAR LA GLORIA, A VENDAN LA PEL !!
DE PORTA IN PORTA, TANTI FACC DE SCIAT
TÜCC HIN BUN, LE LA VÖR ‘N CUNTRAT!!
SA TRAN VIA DE ‘N PRUDUTUR,
‘NA PISTA BIANCA E GIO ‘L PRUFITADUR !!
LA GIUSTA UL VISTII, INIZIA LA GOGNA,  
LA  VARDA GIO ‘N BASS, PAR TANTA VERGOGNA,
LA SISTEMA UL RUSSET, DENANZ AL SPECC,
L’ALTER AL SPECIA, DENTAR UL LECC!!         (DENTAR UL LECC !!!)
RIT
LA MATINA LÜ L’È GIÀ LUNTAN,
ALTER TUSÀN, HIN GIÀ IN DI SÒ MAN,
UN’ALTRA STORIA, CUNTIGH ‘DREE,
UN’ALTRA LOCA, CUNT I DISPIASÈ !!
SUGNAND LA LÜS DEL GRAN GALÀ,
LA RIESS NANCA PÜ A TURNA A CÀ,
L’È STRASCIAA UL SÒ VISTII,
LA GH’HA PÜ NAGOT DE DI !!!    (NAGOT DE DI !!!)
RIT
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UL MIK LONGOBARDEATH - OSTERIA
‘NA BELA BIRA FREGIA A L’ERA ‘DREE GUSTAA,
CUL GUMBAT AL TUCA DENTAR TÜT AL VOLTA LA,
LENGUASCIA CUNTRA UL TAUL E ALURA GIO A SCIUSCIÀ,
LA MANA DEL CIEL L’È MINGA ROBA DE STRASÀ !!!
TÜCC INSEMA IN FUND LA VIA,
QUATER PASS IN CUMPAGNIA,
UN AMAR EL TA CATA LA MANIA,
CUNT I AMIS IN USTERIA !!
DEL BANCON DO COLTELADI, VARDA L’OST VA CHE BEL
SALAM DI BEI TAIADI,       SALAM, GIAMBUN, PURSCEL !!
E VIA ‘N TELEVISIUN, E GIO A BEF BARBERA,
MONDIAL DE BALUN, L’E’ TÜT GRIS DE LA FÜMERA !!
TÜCC INSEMA IN FUND LA VIA,
QUATER PASS IN CUMPAGNIA,
UN AMAR EL TA CATA LA MANIA,
CUNT I AMIS IN USTERIA !!
UL VEGET CIUCHETAA      EL CUNTA LA SÒ STORIA,
LA FAM, LA GUERA, TUTA A SÒ MEMORIA
UN QUAI GIUIN GA RID ADREE, UN QUAI ALTER CAPISS NAGOT,
GIUENTÙ MALINQUADRADA, DISCUTECH, PASTICH, CASOT !!
TÜCC INSEMA IN FUND LA VIA,
QUATER PASS IN CUMPAGNIA,
UN AMAR EL TA CATA LA MANIA,
CUNT I AMIS IN USTERIA !!
…..A BEF!!!!!!!!!!!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - UL FRADEL DE L’AMIS DEL CUGNAA
SEMPAR A LA FINESTRA, CARA DUNINA
CUL COO FÖRA, SIRA E MATINA
PAR VIDÈ CHI L’È CH’AL VA A SPASS,
UN QUAI DÌ TE TIREN DENTAR I SASS !!!
RIT:
AH SI’ !!!  EH GIÀ !!  CHI L’È ????  
L’È STAI CHEL LA!!!!  L’È STAI CHEL LA!!!!
AH SI’ !!!  EH GIÀ !!  MA CHI ???
UL FRADEL DE L’AMIS DEL CUGNAA !!!!!
LI’ IN GESA A VIDÈ CHI GH’È IN GIR,
CUL VISTII CHE A L’È MINGA IN TIR,
MATRIMONI O FÜNERAL,
SEMPAR ‘DREE A CASCIÀ BAL!!!!
RIT:
AH SI’ !!!  EH GIÀ !!  CHI L’È ????  
L’È STAI CHEL LA!!!!  L’E STAI CHEL LA!!!!
AH SI’ !!!  EH GIÀ !!  MA CHI ???
UL FRADEL DE L’AMIS DEL CUGNAA !!!!!
ADESS TACA SÜ ‘L TELEGIURNAL,
CHE A L’È MEI DAL PIANOBAR,
TRA DISGRAZZI E DISPIASÈ
A TIRAN SU ‘NA BARCA DE DANEE
RIT:
AH SI’ !!!  EH GIÀ !!  CHI L’È ????  
L’È STAI CHEL LA!!!!  L’E STAI CHEL LA!!!!
AH SI’ !!!  EH GIÀ !!  MA CHI ???
UL FRADEL DE L’AMIS DEL CUGNAA !!!!!
SEMPAR CHEL LA !!!!
INTRODUZIONE:
MISERERE ‘L VOSTER , MISERERE ‘L NOSTER,
MA SE ‘L VOSTER L’È PÜSSEE LUNGH DEL NOSTER TAIEVAL
UEH! TE VIST CHE VISTII CHE LA GH’HA SÜ CHELA DONA LA?
 
UEH CHE VERGUGNA!! AL PAR PROPRI VIGNÜÜ FÖRA DEL SACH DE LA CARITAS!!!!
MA TE L’HEET SAÜÜ CH’HAN VIST UL GIUAN GRATA KU VIGNI FÖRA DE LA CÀ DE LA ELSA ?!!
OH LA!!! MA TE VÖRAT DÌ CHE GH’HAN IN BAL UN PUNTEL? MA CHE ELSA L’È CHE TE SEET ‘DREE A DÌ?
LA TUSA DEL FREDEL DE L’AGNESE DE LA RÜDERA???!!!!
NO, SE SE SBAGLI NO, L’È LA NEUDA DA L’AMIS DE LA CUGNADA DE L’AMBRÖS, CHEL CH’EL LAURA DE…..
UEH MARIANGELA, T’HEET FINII DE RUMP I BAL ??!!!
L’È ‘DREE A RIVÀ ‘L SACRISTA CUL CILOSTER DE S’CEPAT IN COO!!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - UL GIACUMIN STRASCIABÜSECH
VOT UR IN BREDA A LAURÀ, A TAIÀ FÖRA TOCH DE FER,
AL PUDEVA NÀ IN INGHILTERA, DE ‘N PARENT CH’AL FÀ ‘L DUTUR,
FINII DE CHI AI CINCH UR, LA FIS’CIA LA SIRENA!
GHA TUCA FÀ DÜ LAURÀ IN DAL NEGOZI DA LA SÒ MIEE
RIT
UL GIACUMIN STRASCIABÜSECH,
CHE CUNT LA GENT AL FA I PULPET !!!
L’È UL GIACUMIN STRASCIABÜSECH,
CHE CUL CURTEL TA TAIA A FET !!!
IN GIR PAR UL NAVILI CUNT LA NEBIA A TRA FO’ I BUSECCH
A LA GENT DE MILAN PAR FÀ SÜ DI BEI SALAM!!!
PAR DÀ ‘NA MAN A LA SÒ DONA AL FA RUDÀ ‘L CURTEL,
MA SE FINISSAN I BÜSECH TE PÖDAT FÀ DUMÀ BISTECH !!!
RIT
UL GIACUMIN STRASCIABÜSECH,
CHE CUNT LA GENT AL FA I PULPET !!!
L’È UL GIACUMIN STRASCIABÜSECH,
CHE CUL CURTEL TA TAIA A FET !!!
CHE BEL
MAIÀ UL PURSCEL
TE BÜTAT  VIA ….NANCA LA PEL 
AL RUDA ‘L CURTEL
VIVA UL PURSCEL !!!!!
RIT
UL GIACUMIN STRASCIABÜSECH,
CHE CUNT LA GENT AL FA I PULPET !!!
L’È UL GIACUMIN STRASCIABÜSECH,
CHE CUL CURTEL TA TAIA A FET !!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - A L’E’ FESTA !!!!
LA ME MIEE, LA PAR BELA TRANQULLA,
MA HINN GIA’ SETT DI, CHE LA FA FINTA DE NAGOTT,
‘NA MATTINA LA MA VEDD, TUTT STRASCIA’ E LI’ BELL BELL,
COME MAI EL ME TESOR, A L’E’ SEMPER DREE A BEVV?!
A L’E’ FESTA !!          A L’E’ FESTA !!
E MA PIAS BUTA’ GIOO ‘N BEL BICER, SI SI !! 
A L’E’ FESTA !!          A L’E’ FESTA !!
E MA PIAS BUTA’ GIOO ‘N BEL BICER, SI SI !! 
UL ME AMIS ALBERT, CONT IN MAN LA BOTIGLIA,
ANCA DE PER LU, A L’E’ SEMPER DREE A BEVV…
“STA CHI FIN A STASERA, A SPECIA’ CHE A TORNI INDREE!
A VO A CIAPA’ EL CARLETTO CHE SA DIVERTUM PUSSEE !!”
A L’E’ FESTA !!          A L’E’ FESTA !!
E MA PIAS BUTA’ GIOO ‘N BEL BICER, SI SI !! 
A L’E’ FESTA !!          A L’E’ FESTA !!
E MA PIAS BUTA’ GIOO ‘N BEL BICER, SI SI !! 
Lì DA PAR MI, L’E’ NANCA INSCI BELL….
TE VEGN DE PENSA’…. E ALURA TUCC INSEMA A BEVV !!!
A L’E’ FESTA !!          A L’E’ FESTA !!
E MA PIAS BUTA’ GIOO ‘N BEL BICER, SI SI !! 
A L’E’ FESTA !!          A L’E’ FESTA !!
E MA PIAS BUTA’ GIOO ‘N BEL BICER, SI SI !! 
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - EL BARBUN STRASCIA’ ( Wild rover )
MI SON STAI ‘N BARBUN , PAR TANTI ANN
E HO SPENDU I ME DANEE, IN WHISKEY E VIN,
SON DREE A TORNA’, CONT I SACOCCH PIEN,
EL BARBUN STRASCIA’, MI EL FOO PUU’
 
SON ANDAI ALL’ ALBERGH, PER VIDEE DE DORMI’,
GH’HO DI ‘ AL PADRUN “SON SENZA DANEE!!”
GH’HO DI’ “MARCA GIOO”, LU L’HA DI "LASSA PERD !!”,
”DE GENT COME TII, GHE NE IN GIR TUTTI I DI !“
ED È "MAI PIU’ ! " PER SEMPRE,
PER SEMPRE “MAI PIU’ ! “
IN GIR A FAA EL BARBUN …
PER SEMPRE “ MAI PIÙ !! “
 
MA QUAND L’HA VEDU’, SACOCC PIEN DE DANEE,
CHEL BRUTT DELINQUENT, L’HA SGRANAA FOEURA I OEUCC !!
”PER TI,  GHE ‘N BEL WHISKEY E VIN DEI MIGLIUR,
PREOCUPASS MINGA, S’ERI DREE A TO IN GIR !!”
 
 
ED È "MAI PIU’ ! " PER SEMPRE,
PER SEMPRE “MAI PIU’ ! “
IN GIR A FAA EL BARBUN …
PER SEMPRE “ MAI PIÙ !! “
 
ANDRO’ A CA’ DI ME GENT, A DIGGH SE C’HO FAI,
E A METT I ROBB DRIZZ, PER VESS STAI IN GIR,
SPEREMM ANCA INCOEU, DE VESS PERDONAA,
SE ME TEGNARAN, A FOO PUU EL BARBUN,
 
 
ED È "MAI PIU’ ! " PER SEMPRE,
PER SEMPRE “MAI PIU’ ! “
IN GIR A FAA EL BARBUN …
PER SEMPRE “ MAI PIÙ !! “
ED È "MAI PIU’ ! " PER SEMPRE,
PER SEMPRE “MAI PIU’ ! “
IN GIR A FAA EL BARBUN …
PER SEMPRE “ MAI PIÙ !! “
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UL MIK LONGOBARDEATH - EL BICER
 
QUAND SON MIA CONTENT, A BUTI GIOO ‘N BEL BICER,
QUAND SON MIA CONTENT, A BUTI GIOO ‘N BEL BICER,
E QUAND SON MIA CONTENT, A BUTI GIOO ‘N ALTER BICER,
E DOPU A SON CONTENT, MA A RESTI PUU IN PEE !!!
OLLA-LI IUPPI IUPPI E LA LA LA !!
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - EL GIUVAN L’E TORNA’ A CA’ !!!
EL GIUVAN L’E’ DREE TORNA’ A CA, URRA’ URRA’ !!
BENTORNA’ A CA’ DE COEUR,            URRA’ URRA’ !!
TUCC I OMEN SALUDERAN,     E I FIOEU A VUSERANN,
E SARA’ ‘NA GRAN FESTA PER TUCC, EL GIUVAN L’E’ TORNA’ A CA’ !!!
FUSIL TAMBUR, FUSIL TAMBUR, URRA’ URRA’ !!
FUSIL TAMBUR, FUSIL TAMBUR, URRA’ URRA’ !!
TE RIS’CIA’ BEN LA PELL, Lì IN GUERA A COMBAT,
MA ADESS L’E’ FESTA PER TUCC, EL GIUVAN L’E’ TORNA’ A CA’ !!!
CAMPAN A FESTA HINN DREE A SONA’, URRA’ URRA’ !!
BENTORNA’ A CA’ DE COEUR,            URRA’ URRA’ !!
FIOEU E TUSANN A ‘RIVERANN,         TANTI ROS TE PORTERAN,
E SARA’ ‘NA GRAN FESTA PER TUCC, EL GIUVAN L’E’ TORNA’ A CA’ !!!
FUSIL TAMBUR, FUSIL TAMBUR, URRA’ URRA’ !!
FUSIL TAMBUR, FUSIL TAMBUR, URRA’ URRA’ !!
TE RIS’CIA’ BEN LA PELL, Lì IN GUERA A COMBAT,
MA ADESS L’E’ FESTA PER TUCC, EL GIUVAN L’E’ TORNA’ A CA’ !!!
GIURNADA DE AMOR E FESTA, URRA’ URRA’ !!
BENTORNA’ A CA’ DE COEUR,            URRA’ URRA’ !!
MANGIA’ BEVV E BALA’,            PER LA GIOIA DI NOSTER SOLDA’,
E SARA’ ‘NA GRAN FESTA PER TUCC, EL GIUVAN L’E’ TORNA’ A CA’ !!!
FUSIL TAMBUR, FUSIL TAMBUR, URRA’ URRA’ !!
FUSIL TAMBUR, FUSIL TAMBUR, URRA’ URRA’ !!
TE RIS’CIA’ BEN LA PELL, Lì IN GUERA A COMBAT,
MA ADESS L’E’ FESTA PER TUCC, EL GIUVAN L’E’ TORNA’ A CA’ !!!
FUSIL TAMBUR, FUSIL TAMBUR, URRA’ URRA’ !!
FUSIL TAMBUR, FUSIL TAMBUR, URRA’ URRA’ !!
TE RIS’CIA’ BEN LA PELL, Lì IN GUERA A COMBAT,
MA ADESS L’E’ FESTA, ADESS L’E’ FESTA,
ADESS L’E’ FESTA PER TUCC, EL GIUVAN L’E’ TORNA’ A CA’ !!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - LUCIANO !!
“A VO A PAGA’ LA BULETTA IN POSTA, CON LA PISTOLA DEL CANADA,
SENZA SPARA’ E DI’ NAGOTT, M’HAN DAI I DANE E HO FAI ‘N REBELOTT,
S’CEPA’ I VEDRIN CONT UL QUADRELL, SLUNGA I MAN E PORTA A CA,
EL FREGA I MAN ANCA EL VEDRIE”: “GHE PAR TUCC DE LAVURA!!!’”
LUCIANO !!!!!!
“SEMPER IN GIR, ITALIA E FRANCIA, POEU IN GALERA A PASSA’ EL TEMP,
A MISS ITALIA GH’HO FAI LA FESTA, SCIUR “BULGARI” CRESTA IN PEE!!
LION E GIORG M’HAN DAI LA GRAZIA, NOTT E DI A SCAPI PUU,
LASSA INDREE ANCA EL VIOLIN, MO A SPARI COL PENELL !!!” 
LUCIANO !!!!!!
CHAMPAGNE E DONN, SEMPER FESTA,CONT LA PISTOLA GRANDE ARTISTA,
MA COL FUSIL L’HA DI’ BASTA, LU DEL MITRA EL SOLISTA!
L’HA SEMPER FREGA’ TUCC, MA L’HA MAI MAZA’ NESSUN,
E RUMPUM MINGA I COJON E SE TE PIAS CIAMUM LUCKY !!!!!!
LUCIANO !!!!!!
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UL MIK LONGOBARDEATH - MA MI
DI G. STREHLER REV MIK
 
SEROM IN QUATTER COL PADOLA, EL RODOLFO E POEU MI: QUATTER AMIS MALNATT, COMPAGN DI GATT.
EMM FAI LA GUERA IN ALBANIA, POEU SU IN MONTAGNA A CIAPÀ I RATT.
 
I NEGHER TODESCH DEL LA WERMACHT, ME FAN MORI' DOMAA A PENSAGH!
POEU M'HANN CATAA IN D'UNA IMBOSCADA: PUGNN E PESCIAD E 'NA FUSILADA...
 
RIT.     MA MI, MA MI, MA MI,             QUARANTA DÌ E QUARANTA NOTT,
          SAN VITTUR A CIAPAA I BOTT,      DORMÌ DE CAN, PIEN DE MALANN!...
 
 
EL COMMISSARI 'NA MATTINA EL ME MANDA A CIAMÀ.  EL ME DISEVA 'STO BRUTT COJON:
" ANCHE SENZA TE, PIGLIAMO I TUOI COMPARI, NOI SIAMO QUI E NON TI SENTE NESSUNO!
 
FESSO SÌ TU SE RESTI CONTENTO, - D'ESSE - SOLO - CHIUSO QUA DDENTRO...
....MA SE PARLASSE, IO TE FIRMO ACCÀ,  IL TUO CONDONO, PER LA LIBERTÀ! "
 
RIT.     MA MI, MA MI, MA MI,                   QUARANTA DÌ E QUARANTA NOTT,
         SBATTUU DE SU E SBATTUU DE SOTT     MI SONT DE QUEI CHE PARLEN NO!
SERAA SU IN GALERA NEBBIA, FREGG E SCUR.... E FOEURA I TRAMM, FRECASS DE MILAN...
EL COEUR SE STRING, VENN GIÒ LA SIRA, ME SENTI MAL, E STOO MINGA IN PEE,
 
POGGIAA IN SUL LETT IN D'ON CANTON, ME PAR DE VESS PROPRI NESSUN!
L'È PEGG CHE IN GUERA, STAA IN SU LA TERA: LA LIBERTÀ LA VAR 'NA SPIADA!
 
RIT.     MA MI, MA MI, MA MI,                  QUARANTA DÌ E QUARANTA NOTT,
         A SAN VITTUR A CIAPAA I BOTT,          DORMÌ DE CAN, PIEN DE MALANN!...
 
         MA MI, MA MI, MA MI,                   QUARANTA DÌ E QUARANTA NOTT
         SBATTUU DE SU E SBATTUU DE SOTT    MI SONT DE QUEI CHE PARLEN NO!
 
MI PARLI NO!
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UL MIK LONGOBARDEATH - PORTA ROMANA
GETTA GIÙ LA GIACCA              ED IL COLTELLO
CHE VOGLIO VENDICARE         IL MIO FRATELLO,
LA VIA A SAN VITTORE              L'È TUTA SASSI,
L'HO FATTA L'ALTRA SERA     A PUGNI E SCHIAFFI,
LA VIA FILANGERI                       È UN GRAN SERRAGLIO,
LA BESTIA PIÙ FEROCE            È 'L COMMISSARIO,
IN VIA FILANGERI                        GHÉ UNA CAMPANA:
QUAND LA SONA                         CUNDANA !!
PORTA ROMANA!               LE RAGAZZINE !!
PORTA ROMANA!               CHE TE LA DANNO!!
PORTA ROMANA!               LA BUONASERA!!
PORTA ROMANA!               E POI LA MANO!!
PRIMA FACEVA IL LADRO                  E POI LA SPIA,
E ADESSO È DELEGATO                             DI POLIZIA,
PRIMA FACEVA IL LADRO                  E POI LA SPIA,
E ADESSO È COMMISSARIO             DI POLIZIA,
O LUNA CHE RISCHIARI             LE QUATTRO MURA
RISCHIARA LA MIA CELLA        TANTO SCURA,
LA GIOVENTÙ PIÙ BELLA         MORÌ IN GALERA.
RISCHIARA LA MIA CELLA        TETRA E NERA!!
PORTA ROMANA!               LE RAGAZZINE !!
PORTA ROMANA!               CHE TE LA DANNO!!
PORTA ROMANA!               LA BUONASERA!!
PORTA ROMANA!               E POI LA MANO!!
CI SONO TRE PAROLE               IN FONDO AL CUORE,
LA GIOVENTÙ, LA MAMMA       E ‘L PRIMO AMORE.
LA GIOVENTÙ LA PASSA,         LA MAMMA MUORE
E RESTET CUME UN PIRLA      COL PRIMO AMORE !!!
O LUNA, LUNA, LUNA,                 CHE FAI LA SPIA
BACIA LA DONNA D'ALTRI,       E NON LA MIA.
AMORE, AMORE, AMORE,         AMORE UN CORNO,
DI “NOTTE” MANGIO BEVO,     DI “GIORNO” DORMO.
PORTA ROMANA!               LE RAGAZZINE !!                 2 VOLTE
PORTA ROMANA!               CHE TE LA DANNO!!
PORTA ROMANA!               LA BUONASERA!!
PORTA ROMANA!               E POI LA MANO!!
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - RISOTTO D’OSTERIA
MANGIOM E BEVOM, POCA VOEUJA DE LAVORÀ,
FEMM SÚ ‘NA SIGARETTA, FEMM SU ONA SIGARETTA,
MANGIOM E BEVOM, POCA VOEUJA DE LAVORÀ,
FEMM SU ‘NA SIGARETTA PER FASS PASSÀ EL MANGIÀ.
BIONDINA TU, SEI CAPRICCIOSA,
M’HAI ROVINATO LA CANNA DEL FORMENTUN!
E LEUR STE BRUTTE LOEUGE, IN GIR PER I SALON,
MA NUN GIROM LE BETTOLE, MA NUN GIROM LE BETTOLE,
E LEUR STE BRUTTE LOEUGE, IN GIR PER I SALON
MA NUN GIROM LE BETTOLE, IN CERCA DEL VIN BON.
BIONDINA TU, SEI CAPRICCIOSA,
M’HAI ROVINATO LA PELL DEL LUGANEGHIN!
L'ERA LEE SÍ SÍ, L'ERA LEE NO NO,
L'ERA LEE CHE LE VOREVA E MÍ GH’EL DAVI NO,
L'ERA LEE SÍ SÍ, L'ERA LEE NO NO,
L'ERA LEE CHE LE VOREVA, QUEL MAZZOLIN DEI FIOR.
CIAPPA LA ROCCA E‘L FUS, CHE ANDEM IN CALIFORNIA,
CIAPPA LA ROCCA E‘L FUS, CHE ANDEM IN CALIFORNIA,
CIAPPA LA ROCCA E‘L FUS, CHE ANDEM IN CALIFORNIA,
CIAPPA LA ROCCA E‘L FUS, IN CALIFORNIA A STOPPA’ I BUS!
E LA BANDERA, LA CERVELLERA,
SÍ L'È BORLADA IN DEL BASLÒTT DI SALAMM CÒTT
SÒ MARÍ TIRALA SÚ EL BORLA DENTER ANCA LÙ.
CINQUE GIORNI DI BATTAGLIA,
I TOGNÍTT EMM FÀA SCAPPÀ,
EMM FÀA SCAPPÀ, EMM FÀA SCAPPÀ.
O CORTIGIANI DI RAZZA DANNATA,
A QUAL PREZZO VENDESTE MIA FIGLIA?
CHI ERA LA VOSTRA FIGLIA LERILERILLELERA
CHI ERA LA VOSTRA FIGLIA LERILERILLERÀ.
CELESTE AIDA FORMA DIVINA
SBATTEMES I CIAPP E CICIP E CICIAP
CELESTE AIDA FORMA DIVINA
SBATTÈMES I CIAPP E CICIP E CICIAP
FAREMO L'AMOR, L'AMOR, L'AMOR, L'AMOR.
E... L'E CHI L'E LA L'E SCIA
L'E SOTT AL PONT DE SAN DAMIAN
CH'EL FA LA LEGNA
DISEMM CH'EL VEGNA, DISEMM CH'EL VEGNA
E... L'È CHÍ L'È LÀ L'È SCIÀ
L'È SÒTT AL PONT DE SAN DAMIAN
CH'EL FA LA LEGNA
DISEMM CH'EL VEGNA A FARE L'AMOR.
VA LA VA LA PEPPIN CHE TUCC TE VOEUREN BEN
TE GH'HEE LA MIEE BELLA, TE GH'HEE LA MIEE BELLA
VA LA VA LA PEPPIN CHE TUCC TE VOEUREN BEN
TE GH'HEE LA MIEE BELLA E CHI TE LA MANTEGN.
MUSICA...
VIALTER TOSANETT DE PORTA GARIBALDI
CHE FII L'AMOR CON QUEI DI SCÒTTI CALDI
OHÈJ LA MARIANNA LA VA IN CAMPAGNA
QUANDO IL SOL TRAMONTERÀ, TRAMONTERÀ, TRAMONTERÀ
CHISSÀ QUANDO, CHISSÀ QUANDO RITORNERÀ.
MUSICA...
VIALTER TOSANETT LA SERA STÍI IN CÀ VÒSTRA
SE VOEURI MINGA FÁ LA FIN DE LA PREVÒSTA
OHÈJ LA MARIANNA LA VA IN CAMPAGNA
QUANDO IL SOL TRAMONTERÀ, TRAMONTERÀ, TRAMONTERÀ
CHISSÀ QUANDO, CHISSÀ QUANDO RITORNERÀ.
ROSINA L'È IN DE L'ÒRTO,
LA CATTA L'INSALATA,
‘NA PULGA SU ‘NA CIAPPA
‘NA PULGA SU 'NA CIAPPA
ROSINA L'È IN DE L'ÒRTO,
LA CATTA L'INSALATA,
‘NA PULGA SU ‘NA CIAPPA,
LA GHE VEGN A DISTURBÀ.
A MANGIÀ PÒCCH PÒCCH PÒCCH
SE DIVENTA FIACCH FIACCH FIACCH
SE BORLA LA, SE BORLA LA
A MANGIÀ PÒCCH PÒCCH PÒCCH
SE DIVENTA FIACCH FIACCH FIACCH
SE BORLA LA, SE BORLA LA.
E SE SONT CIOCCH PORTEMM A CA
E SE SONT CIOCCH PORTEMM A CA
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UL MIK LONGOBARDEATH - AUGURI DI  BUON NATALE
AUGURI DI BUON NATALE,
AUGURI DI BUON NATALE,
AUGURI DI BUON NATALE,
E VADAVIALBIP !!!!
AUGURI DI BUON NATALE,
AUGURI DI BUON NATALE,
AUGURI DI BUON NATALE,
E VADAVIALBIP !!!!
AUGURI DI BUON NATALE,
AUGURI DI BUON NATALE,
AUGURI DI BUON NATALE,
E VADAVIALBIP !!!!
 
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UL MIK LONGOBARDEATH -
DIN DON DAN !!
TUTT L’ANN A LAVURA’, A METT INSEMA I REGAL,
A L’E’ URA DE ‘NDA’ ‘N GIR, A FA CONTENT I FIOO!
MA GLI GNOMI HINN MIA CONTENT,         HINN STUFF DE LAVURA’!
SCIOPERO EL 24, L’E’ ‘RIVA ‘NCA EL SINDACA’!!
DIN, DON, DAN! DIN, DON, DAN! SULLA SLITTA VA!
A CATA’ FREGG CON LA FACIA BLOEU, GHE TUCA LAVURA’!!
DIN, DON, DAN! DIN, DON, DAN! SENZA VIN BRULE’!
DE TURUN A GHE NE PUU, EL GH’HA FREGG AI PEE!!
L’E’ PARTI’ EL “NATALE TOUR” E I RENN T’HAN GIA’ RUBAA,
EL TO CUU BELL GRASS, IN DEL CAMIN EL S’E’ INCASTRAA!!
INSCI DE RABIA TE SE VERD, MA T’HAN CAMBIA EL COLOR,
LA COCA COLA TA FAI ROSS, AUGURI E VIVA L’AMOR!!
DIN, DON, DAN! DIN, DON, DAN! SULLA SLITTA VA!
A CATA’ FREGG CON LA FACIA BLOEU, GHE TUCA LAVURA’!!
DIN, DON, DAN! DIN, DON, DAN! L’HA RIS’CIA’ L’INFART!
L’ HAN PORTA’ IN OSPEDAL, E GH’HAN FAI EL BY-PASS !!
A PORTA I REGAL, ANCA AI PUSSEE VILLAN,
CHE SE TIREN DREE I SARACCH, TUTT I DI DE L’ANN,
TE MANCAN DE RISPETT E HINN MAI CONTENT,
GHE VOEURARIA ‘L CARBON E LEGNADI SURA DI DENT !!
DIN, DON, DAN! DIN, DON, DAN! SULLA SLITTA VA!
A CATA’ FREGG CON LA FACIA BLOEU, GHE TUCA LAVURA’!!
DIN, DON, DAN! DIN, DON, DAN! SENZA MAI FERMASS!
BABBO NADAL DE PORTA’ I REGAL,        AL S’E’ ROTT I BALL !!
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UL MIK LONGOBARDEATH - OH ALBERO !!
OH ALBERO, OH ALBERO
CHE SPLENDI A NATALE!
TA TAJAN GIOO, SENZA RISPETT,
E I SCIUR POI TI COMPRANO,
E I POVERITT GH’HAN MIA LA LUS,
NENCA EL DI DE NATALE!!
I REGALI , SI RICICLANO,
SOTTO L’ALBERO DI NATALE!
A PAREN TUCC I PUSSE BRAVI,
MA I GH’HAN LA FACIA DE PALTA!
PRIA I RIDEN, POI SE FREGAN,
GLI IPOCRITI A NATALE!
TANTA LUS E CORRENT,
SURA GLI ALBERI DI NATALE!
E DOPO EL SES DE GENNAR,
TE TRAN VIA IN DE LA RUDERA!
OH ALBERO, OH ALBERO,
CHE SPLENDEVI A NATALE!!!!
 
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UL MIK LONGOBARDEATH - BIANCO NADAL !!
 
TEEHH!! VA CHE BEL CANDOR, NEVE!
VA GIOO TRANQUIL IN DEL ME COEUR,
TUTT I ALBER A SPENDEN, I FIORITT A CANTEN,
HINN GIA’ , DREE A SPECIA’ I REGAL !
TEEHH!! LA NEVV A LA VEGN GIOO, LIEVE!
PORTA LA GIOIA IN DEL TO COEUR,
E I PROBLEMI LASSA INDREE,
COL PANETTON E ‘N BEL VIN BRULE’ !
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UL MIK LONGOBARDEATH - MAGICA NOEUCC !!
AMPIO SEREN, MAGICA NOEUCC,
TUTT EL DORM IN DEL MISTER,
SPEREMM PUU NESSUN CHE EL PORTA LA CRUS,
BASTA DISGRAZI, AMOR IN DEL MOND!
LUCE DONA ALLE GENTI, PACE INFONDI NEI CUOR!
LUCE DONA ALLE GENTI, PACE INFONDI NEI CUOR!
 
AMPIO SEREN, MAGICA NOEUCC,
TUTT EL DORM IN DEL MISTER,
UN PO’ DE FORTUNA PER CHI L’E’ MIA SCIUR,
SE TI TE STE BEN DA’ ‘NA MAN A ‘N QUAI VUN!
LUCE DONA ALLE GENTI, PACE INFONDI NEI CUOR!
LUCE DONA ALLE GENTI, PACE INFONDI NEI CUOR!
 
AMPIO SEREN, MAGICA NOEUCC,
TUTT EL DORM IN DEL MISTER,
SE A NADAL A SEMM TUCC FRADEI,
VIDEMM DE FA’ I BREVI E IN SACOCCIA I CORTEI!
LUCE DONA ALLE GENTI, PACE INFONDI NEI CUOR!
LUCE DONA ALLE GENTI, PACE INFONDI NEI CUOR!

12.12 Genesi secondo i miti ebraici

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Genesi secondo i miti ebraici
 
Nel principio Dio creò numerosi mondi e li distrusse uno dopo l’altro quando non era soddisfatto. Tutti erano abitati dall’uomo e migliaia di generazioni furono spazzate via da lui senza che ne rimanesse alcun ricordo. Dopo questi primi saggi della creazione Dio rimase solo, con il suo nome immenso, riconoscendo alla fine che nessuna terra poteva essere degna, se non abitata da uomini capaci di pentimento. Quindi, prima di tentare altre prove, creò sette cose: la legge, la Geenna, il giardino dell’Eden, il trono divino, il padiglione celeste, il nome del Messia e il pentimento. Quando furono trascorsi due giorni divini, cioè duemila anni terrestri, Dio chiese alla legge, divenuta sua consigliera: che accadrebbe se creassi un nuovo mondo? Signore dell’universo, chiese la legge a sua volta, se un re non ha nè armate nè campi su che cosa può egli regnare? E se non vi è alcuno per lodarlo quale onore può egli avere? Dio ascoltò e approvò. Ma alcuni dicono che la legge si appellò contro la creazione dell’umanità da parte di Dio e pregò: non lasciarmi alla mercè dei peccatori, che bevono il male come acqua. Dio rispose: io ho creato il pentimento come un rimedio a questo, il trono divino come sede del mio giudizio, il padiglione per assistere ai sacrifici della penitenza, il giardino dell’Eden per premiare i virtuosi, la Geenna, cioè la morte, per punire i peccatorie te per occupare la mente degli uomini, e anche il Messia per raccogliere gli esuli. Nei giorni precedenti la creazione, Rahab, principe del mare, si ribellò contro Dio. Quando Dio gli comandò: apri la tua bocca, principe del mare e trangugia tutte le acque del mondo, egli gridò: Signore dell’universo, lasciami in pace. Allora Dio lo spinse a morte e fece affondare la sua carcassa negli abissi marini, perchè nessun animale della terra dovesse sopportarne il fetore. Al comando di Dio, dalla terra nacque l’uomo e Dio non si servì della terra a caso, ma scelse polvere pura, affinchè l’uomo potesse diventare la corona della creazione. Egli fece dunque come una donna che mescola la farina con l’acqua per il pane e mette da parte un poco per l’impasto, come una offerta “halla”. Essendo figlio della terra, Adama, l’uomo prese il nome di Adamo in riconoscimento della sua origine. Alcuni invece fanno derivare il nome da adom, cioè rosso, per ricordare che fu formato dalla creta rossa che si trova a Ebron. Dio non si degnò di cercare da sè la polvere per Adamo ma mandò invece un angelo. Quando la terra trattenne l’angelo, sapendo che sarebbe stata poi maledetta per causa di Adamo, Dio protese la propria mano per agire da solo. Al tramonto del VI giorno, l’angelo chiese: o Signore dell’universo, perchè ancora non hai creato l’uomo? E Dio rispose: l’uomo è già fatto, manca solo del soffio della vita. Allora Dio soffiò la vita nel blocco di carne e Adamo si alzò e così ebbe termine l’opera della creazione.

12.13 EL PESS D’AVRIL

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EL PESS D’AVRIL
 
El “pess d’Avril” l’è spantegaa in tutta Euròpa, ma minga tucc sann che l’è ona usanza antiga.
L’era on rito colletiv, gioios, ligaa a la Primavera, temp de nascita a noeuv! In de l’Equinòzzi de Primavera tutta la Natura la se desseda e la terra la dà la soa cavada (frutt) e i giornad se slonghen pussee. El sô l’è semper pussee cald e alt in del ciel, se desseda foeura tusscòss in del mond. La mitologia antiga celtega la liga ’sto period chì cont el simbol solar per eccelenza: Belenos e Belisama, el pess l’è on simbol de trasformazion, attiv e solar, element fecondador; el venerdì eren sòlit paccià pess perchè inscì podeven ciappà tutt i fòrz beneich di ’sti divinità... el gioeugh, el scrizz, l’era ona sòrta de “sacriizzi” per juttà la rigenerazion di gent.

12.14 EL SERPENT DEL MOSÈ

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EL SERPENT DEL MOSÈ
Edoardo Bossi
Mosè el ven regordaa a Milan cont ona statoa che se troeuva in la cort de l’Arcivescovaa insèma a quèlla del fradèll Aronne. Ma in ona forma indirètta, i milanes el regorden anca in Sant Ambroeus. De fatt, quand se va denter in Sant Ambroeus e se guarda l’altar, in su la sinistra gh’è ona colònna e in cima gh’è el famos “Serpent del Mosè” che da pussee de milla ann el se po’ rimirà. La tradizion la voeur ch’el serpent de bronz el sia rivaa a Milan in del 1002, portaa dal vèscov Arnolfo II quand l’era tornaa da Costantinopoli, doe l’era andaa per cunt de l’Imperador Ottone III per domandà la man de Stefania, la tosa de l’Imperador d’Orient. Quèst, l’ha nò domà concèss la man de la principèssa (che l’era dree a vegnì in Italia insèma al Vèscov) ma l’ha caregaa el pòr Arnolfo de tanti regai de consegnà a l’Ottone III. Tra i tanti regai costos, gh’era anca on serpent de bronz che second la tradizion l’era staa forgiaa dal Mosè. Miss in scima a ’na colònna d’avanti a l’accampament di ebrèi, el difendeva el pòpol d’Israèl dai serpent velenos del desèrt. Ma intanta che l’Arnolf l’è adree a fà el viagg per tornà indree, el ven a savè che l’Imperador Ottone III l’è mòrt, de manera che la pricipèssa Stefania
l’è tornada a Costantinopoli e el Vèscov l’è tornaa a Milan cont el prezios serpent. Quand l’Arnolf II l’è rivaa a Milan, i milanes hann miss el serpent in su ’na colònna, quèlla che se po’ vedè anmò al dì d’incoeu.
Col temp, el serpent l’è diventaa on simbol de venerazion per i milanes che l’hann semper consideraa el miglior, fra tutti i rimedi, contra i dolor de venter e in particolar l’era veneraa dai mamm ambrosian che per tanti sècol hann portaa i sò bagai a toccà la colònna miracolosa che la liberava dai vèrmen. On quaivun el va ancamò incoeu.

12.15 VOS DE RINGHERA

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Il popolo milanese ha sempre avuto una speciale arguzia nel forgiare detti e motti di particolare eficacia, mai mancanti di generosa ironia che si avverte anche nelle locuzioni più cupe.
Ve ne proponiamo alcuni in questa pagina connessi alle motivazioni della loro origine.
 
Andà in cà Busca.
Buscare in milanese vuol dire prendere botte, andà in cà Busca signiica andare incontro ad un castigo sicuro di paterni scapaccioni.
L’originalità sta solo nel collegamento, per afinità fonica, tra un cognome assai comune in Lombardia e il verbo buscare.
Chi è stato ragazzo a Milano si è certamente sentito minacciare in famiglia di andare...in cà Busca!
 
Canetta de veder.
Lavorare signiica curvare la schiena, materialmente e moralmente.
Di fronte agli scansafatiche, che non vogliono lavorare in nome di una simulata ierezza, il popolo milanese ha concepito una immagine pittoresca, non possono curvarsi per non spezzarsi la spina dorsale che la natura ha fatto loro di vetro.
Viene detto perciò canetta de veder, cannuccia di vetro, lo sfaticato che sschiva con molta cura le occasioni di lavoro.
 
Casciavit.
Oltre ad essere uno strumento famigliare per avvitare o svitare le viti, il termine indica, in gergo sportivo milanese, chiunque faccia parte, anche come semplice tifoso, della società calcistica A.C. Milan.
È questo il più antico dei clubs milanesi e il terzo per anzianità in Italia, essendo stato fondato nel dicembre del 1899.
Dopo meritorie e fortunate vicende all’inizio il Milan soffrì le conseguenze di una sorta di sedizione per cui molti giovani soci si staccarono per fondare, il 9 marzo 1908, una società rivale il F.C. International.
Seguirono vicende alterne ma spesso si tornava ad argomentare sulla malaugurata sommossa del 1908.
Questo ritornare spesso a riavvitare la solita vite meritò loro, dai rivali, l’epiteto di casciavit, che vale per un uomo da poco che cerca di darsi lustro ripetendo fatti ormai lontani nel tempo.
L’epiteto fu popolarizzato intorno al 1935 su lo “Schermo sportivo” un settimanale diretto da Osvaldo Giacomi e Oddo Carboni, dove si pubblicavano scherzose rubriche con le diatribe fra i casciavit e i loro irriducibili nemici dell’Inter.
 
On defà de pollin.
Il pollin è il tacchino, chi lo ha visto girare sull’aia sa che se si vede osservato erige la sua coda quasi per dimostrare la sua importanza.
Qualche volta i ragazzi provocano questa ostentazione girandogli intorno e gridando pòlla, pòlla fà la sciora! e il tacchino fa la ruota.
Da questa vanità del tacchino viene il detto on defà de pollin ossia far mostra di se, pavoneggiarsi, specialmente ingere di avere un lavoro importante ma in concreto non combinare nulla
 
Ofellee fà ’l tò mestee.
Offellee, a Milano, è il pasticcere. Nel linguaggio popolare è usato per invitare qualcuno a desistere da compiti che non gli spettano o ai quali non è preparato.
È il richiamo bonario a fare cose che si sanno fare e non improvvisarsi maestri.
Mett sù on poo d’aria de Brianza.
La Brianza, con i suoi colli e laghetti, è sempre stata per i milanesi meta di svago e di riposo, la sua aria fresca fa iorire sulle guance dei giovani il bel colorito rosato segno di buona salute.
Perciò dall’aria della Brianza è derivato un gentile traslato, quando la giovane donna ha il viso pallido talora si sente dire: “Mett sù on poo d’aria de Brianza” che vuol dire metti un ilo di cipria colorata.
Non è un invito alla civetteria ma una casalinga esortazione della mamma orgogliosa della iglia che sta per uscire: “Cara, và nò in gir inscì smòrta, mett sù almen on poo d’aria de Brianza!”
 
El pagadebit.
I milanesi hanno fama, meritata, di ottimi pagatori perciò qualsiasi scherzo in argomento è sempre lecito e divertente.
Questo titolo è un modo di dire usato quando gli uomini usavano portare il bastone, usanza ormai inita.
Come se quello di bastonare il debitore fosse un modo diffuso per ottenere il saldo dei debiti, capitava a chi portava il bastone di sentirsi dire: “...te gh’hee lì el pagadebit?”
 
Hinn taccaa come asetta e rampin.
L’asetta o azetta è il piccolo anello che si aggancia ad un minuscolo uncino rampin, molto usati nell’abbigliamento femminile prima dell’invenzione della cerniera.
Da questo impiego sartoriale, quando si vede una coppietta inseparabile che magari procede tenendosi stretta a braccetti si suol dire: “Hinn taccaa come asetta e rampin”.
 
Cinqu ghei de pù, ma ross!
L’origine di questo detto è misteriosa: c’è chi lo vuol far risalire ai tempi della Rivoluzione francese, quando il rosso era diventato di moda per un tragico richiamo alla ghigliottina; altri ritengono che sia riferito al colore tradizionale, festoso della porpora.
Sta di fatto che a Milano, quando si vede una donna vestita di rosso, afiora il detto: vale la pena di spendere cinque centesimi in più ma di avere il vestito rosso.
Nel caso l’ultima parola sia pronunciata diversamente “rossa” allora il riferimento è al cocomero “anguria” che è buono quando è molto rosso, in questo caso valeva la spesa di pagarlo qualche centesimo in più.
 
L’è giò de vernis.
Questo detto non è antico.
La vernice, in milanese vernis, serve a conferire alle cose un aspetto piacevole, lustro. Quando invece un prodotto, un oggetto è usato o logoro la vernice perde tono, si screpola.
Perciò quando si incontra qualcuno che in passato se la faceva bene ma per una ragione qualsiasi è un po’ decaduto e rivela il disagio della sua condizione attuale, il milanese riassume dicendo sottovoce “L’è giò de vernis!”.
 
Pell de Gigio.
Il nome più comune che si attribuiva agli asini era Bigio o Gigio. Pell di Gigio vuol dire pelle d’asino, pelle di tamburo, è un epiteto del quale si gratiica un tipo poco raccomandabile, dalla pelle dura, sulla quale si può battere e ribattere senza che cambi suono: è inutile sperare in un ravvedimento tant l’è ona pell de Gigio e dalla pell de Gigio è meglio stare alla larga!
 
Faccion de tromba.
La tromba, in milanese, è la pompa a mano per l’acqua che si trovava nei cortili delle case. Ancora oggi a Milano l’idraulico viene detto trombee.
Di solito l’acqua, che veniva aspirata dal pozzo con la tromba, sgorgava da un grosso cannello di ottone o di bronzo piazzato nella bocca di un grande faccione di pietra, che aveva la funzione di abbellire la fontana e proteggere il muro dagli schizzi.
Sorse così il detto “faccion de tromba” che si rivolgeva, per canzonarle, alle donne troppo grasse, le guance polpose e abbondante pappagorgia.
 
Ròba de ciòd.
Il detto ha origine “artigianale”. Nelle ebanisterie le giunture dei mobili e delle cornici si facevano mediante accurati innesti, dando al mobile solidità ed elasticità, sostituire gli innesti con i chiodi signiicava eseguire un lavoro poco accurato, da strapazzo.
da questo sprezzo per i chiodi da parte degli ebanisti è venuto il detto ròba de ciòd che si usa per qualiicare una cosa o un fatto che non merita considerazione.
Il popolo milanese ha sempre avuto una speciale arguzia nel forgiare detti e motti di particolare eficacia, mai mancanti di generosa ironia che si avverte anche nelle locuzioni più cupe.
Ve ne proponiamo alcuni in questa pagina connessi alle motivazioni della loro origine.
 
El poresin negher.
Letteralmente: il pulcino nero. In milanese ha lo stesso signiicato che ha in italiano “la pecora nera”, l’individuo che si distingue dagli altri per caratteristiche particolari e sul quale si appuntano gli sguardi, l’antipatia e i castighi di chi gli sta intorno. Tuttavia l’espressione “poresin negher” ha un signiicato più gentile, più simpatico che non ha la “pecora nera”.
 
La man fadigosa.
Suppponiamo due amici alla cassa di un bar per pagare la consumazione, il più generoso si affretterà a pagare l’importo, il meno generoso farà pure lui il gesto di inilare la mano in tasca per prendere il portafoglio ma il suo gesto sarà titubante il tempo necessario per arrivare leggermente più tardi al pagamento.
Un milanese tradizionale direbbe che ha “la man fadigosa” ossia la mano che fatica a uscire dalla tasca. Si usa genericamente per indicare un avaro o più modestamente un pitocco.
 
On liter in quatter.
Il monumento di Leonardo da Vinci, in piazza della Scala opera dello scultore Pietro Magni, è alto complessivamente 13,50 metri con cinque statue in marmo di Carrara. La statua di Leonardo alta 4,40 metri sovrasta le altre più piccole dei suoi allievi: Cesare da Sesto, Marco da Oggiono, Giannantonio Boltrafio e Andrea Salaino.
Il popolo ambrosiano, senza intenzione di valutarne il pregio artistico, osservando il monumento nelle giornate di nebbia colse la similitudine dell’immagine con la misura del litro e quattro bicchieri intorno, come si vedeva nelle osterie, da quì il nomignolo al monumento “on liter in quatter”.
 
Se la và... la gh’ha i gamb!.
Capita spesso nella vita di trovarsi di fronte al dubbio se un tentativo abbia o meno possibilità di successo.
Talora nel valutare la possibilità serve l’esperienza o l’intuito, spesso il caso o la fortuna decidono coinci denze felici.
Da tutto questo la saggezza del popolo milanese ha tratto il detto che mira a dimostrare che spesso è il caso che decide.
Perciò, scherzosamente, quando qualcuno tenta una iniziativa spericolata ma che con un po’ di fortuna potrebbe andare bene, dice ilosoicamente: se la và... la gh’ha i gamb! Se mi riesce, sono fortunato.
 
Ciapel, pelel, mangel.
Prendilo, pelalo, mangialo. Sintesi di tre operazioni diverse e successive, si usa per segnalare la rapidità, spinta alla precipitazione, di un’azione o un gesto.
Accade a volte che chi ha raggiunto qualcosa di molto desiderato subito ne usi con evidente precipitazione, questa fretta inelegante viene causticamente  commentata da bonaria ironia dicendo a chi dimostra tanta furia: Ciapel, pelel, mangel!
 
Foeura di strasc.
Son foeura di strasc! Antico detto per esprimere indignazione, me l’hanno fatta troppo grossa! Sono fuori di me. Il detto ha una origine singolare, infatti una delle prime manifestazioni di pazzia è quella di levarsi i panni, come fece Orlando quando divenne furioso. Gli abiti, per il popolo, sono poveri panni, strasc, e perciò il detto signiica sono fuori dime, sto per impazzire.
 
A Milan anca i moron fann l’uga.
Questo vecchio detto deinisce Milano come la città      del miracolo economico, a Milano anche i gelsi fanno l’uva.
Per comprenderlo bisogna ricordare che il gelso era una pianta tradizionale della Lombardia, coltivata per fornire le foglie ai bachi da seta, i bigatt, con le quali si nutrono. Il gelso ha un legno gramo e non da frutti apprezzabili, dire che a Milano i gelsi fanno l’uva signiica affermare che Milano è città capace di  ricavare frutta da tutto, con coraggio, lavoro e capacità organizzativa.
 
Ghe la doo mì la carna grassa!
Riferito all’atteggiamento indisponente di un avversario malizioso... crede di fare il furbo? ma ghe la doo mì la carna grassa! Per comprendere il motto basta pensare che la carne grassa è di per sè l’immagine del benessere, dello star bene, vuol dire ironicamente: penserò io a farlo star bene, a metterlo a posto!
 
Seccaperdee.
Il perdee è il ventriglio degli uccelli e quindi anche del pollo. Il popolo immagina che i seccatori, che non danno respiro, riducano il perdee a una mortale aridità. Così accade di sentire qualche milanese al colmo della sopportazione per l’assillo di persona noiosa e petulante, esprimere la propria impazienza brontolando... che seccaperdee!
 
 

12.16 L’alimentazione in età medioevale

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L’alimentazione in età medioevale
Il ghiottone nelle cronache del tempo
 
Eiximenis era un frate del Trecento, consigliere del re di Catalogna. Passava per un dietologo cioè un esperto di alimentazione.
Un giorno si presentò a lui un chierico goloso per confessare il suo modo di stare a tavola e consumare cibo. Questa sua descrizione rimane uno spaccato del comportamento alimentare di un ghiottone del medioevo.
“Appena mi sveglio addento una focaccia accompagnandola con una tazza di vin cotto; poi continuo con alcune fette di pane bianco. A mezzogiorno mangio carni di vario tipo: polli in casseruola, capretto o vitello in salsa agra e poi montoni e perniciotti. In alternativa non disdegno l’assaggio di tortore, fagiani, oche, cervi in salse cremose con panna e chiodi di garofano o ginepro. Al termine del pranzo spalmo del formaggio fuso o burro su pane tostato e miele. Quando è la volta del pesce lo preferisco fritto e alla griglia ed i pasticcini li scelgo alla mandorla. Il vino vado a gustarlo bianco d’estate, cotto d’inverno.
Ditemi voi cosa ne pensate della mia dieta perché avverto nel mio corpo qualche disturbo…”
Eiximenis, dopo aver ascoltato, gli risponde di tornaRe immediatamente al cibo semplice dei tempi in cui era povero: pane d’orzo, cipolla, aglio, poca carne salata e acqua pura al posto del vino. L’intenzione del frate dietologo non era tanto di mettere a stecchetto un chierico tutt’altro che probo, ma di fornire una regola dietetica ai suoi contemporanei che alla tavola ci tenevano molto. Osservava che i catalani risultavano forse tra i più ragionevoli: mangiavano minestra poi carne e legumi e non più di due volte al giorno. Eiximenis sottolineava la sregolatezza alimentare dei tedeschi “…che si alzano anche di notte per mangiare e dei francesi piuttosto irregolari nelle abitudini…” La sua raccomandazione principale però riguarda il vino “…creato da nostro Signore per la salute dell’uomo… dunque se ne beva ad ogni pasto almeno un bicchiere…”
Il francescano, oltre alla dieta, rivede anche il comportamento a tavola che in quel tempo era tutt’altro che ortodosso. Questo accadeva anche nelle tavole abitate da persone dotate di quarti di nobiltà o comunque autorevoli. Il suo galateo raccomanda di prendere piccole porzioni di carni dal piatto di portata evitando di toccare le vivande con le mani pulendole poi nelle tovaglie o sui propri abiti. Non comparire a tavola sbracciati o seminudi, non occhieggiare nel piatto del vicino, mangiare a piccoli bocconi portando il cibo alle labbra e non viceversa, non trangugiare il vino a grandi sorsate. Eiximenis apprezza gli italiani che lo servono con tanti bicchieri disposti su un vassoio a seconda del numero dei commensali, diversamente dai tedeschi che usano boccali enormi e degli inglesi che, anche se sono numerosi, bevono tutti da un solo grande recipiente a forma di coppa. I francesi però vincono la palma del buon gusto in quanto nel vino non vogliono neanche una goccia di acqua. Il vino però era considerato un alimento necessario per una dieta povera anche se pericoloso per i suoi effetti.
 
 
L’alimentazione in età medioevale
Non al punto però da essere bandito dalla dieta ascetica; la famosa badessa del Paracelso Eloisa, tanto vicina al grande ilosofo Abelardo (XII) avversario del coriaceo cistercense S. Bernardo di Chiaravalle, lo reclamava almeno un paio di volte la settimana. S. Benedetto ne aveva permesso un consumo moderato specie per i monaci ammalati. Così era per i monaci cistercensi del rigorosissimo S. Bernardo. L’acqua
a quel tempo era igienicamente insicura, di norma la si bolliva aromatizzandola con miele, aceto, erbe o mescolandola con il vino. Gli olivetani bandivano il vino nelle loro mense e l’inlessibile S. Pier Damiani si lamentava per l’abbondanza di carni e di vino sulle tavole dei cluniacensi, peraltro permessi dall’abate Ugo di Cluny.
Ma in generale al consumo del vino tra i monaci non  ci si opponeva più di tanto. Il “liquore scintillante” di ovidiana memoria addolciva i dolori, mitigava la malinconia e dava un poco di energia in più al corpo.
Come scriveva Tommaso d’Aquino, il ilosofo della ragione, “…la malinconia porta alla disperazione e rende quindi impossibile la salvezza… perciò un poco di vino non può che far bene…”
Diverso era il consumo della carne nel medioevo; soprattutto quella bovina creava dei problemi, poiché il pollame ed il pesce, per le regole benedettine, non erano considerate carni sotto il proilo dietetico-religioso.
È necessario sfatare il fatto che ino al 1200 la carne scarseggiava anche per i ceti con più disponibilità economiche. Le risorse dell’economia silvo-pastorale erano consumate da tutti gli strati sociali anche se in maniera disuguale. E quando  incalzavano le epide- mie e carestie erano i generi alimentari a scarseggiare mentre gli animali subivano meno le conseguenze delle avversità così fornendo carne alle mense quasi del tutto private di cereali e di tuberi.
Le ragioni dei mona- ci dediti al cibo vege- tariano (ricordiamo ancora che pollo e pesce non erano considerati carni e quindi permessi) erano anche un poco riferite all’Eden dove Dio aveva dedicato ad Adamo ed alla sua compagna Eva per il loro sostentamento “…ogni pianta che fa seme ed ogni albero che dà frutto ma non gli animali che ci vivevano…”
La contrarietà verso la carne è che questo alimento risvegli in qualche modo la lussuria. Infatti in una divertente novella di Giovanni Sercambi, la donna cucina per il suo uomo un bel pasticcio di carne e spezie mentre all’uomo non amato prepara miglio, fave e porri: cibi da monastero.
Così andavano le cose nelle mense del medioevo:
carne e vino per vivere meglio ed a lungo.

12.17 DICEMBRE: SANTA LUCIA

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13 DICEMBRE: SANTA LUCIA
 
Santa Luzia l’è el dì pussee curt che ghe sia! È il proverbio lombardo utilizzato per questo giorno particolare.
Il sole tramonta qualche minuto prima rispetto agli altri giorni, per poi ricominciare la sua risalita, al Solstizio d’Inverno, quando il sole sembra rinascere a nuova vita.
Anticamente questo giorno era dedicato ad una divinità in particolare: Belenos.
Nei paesi nordici sono soliti festeggiare il Natale in questo giorno quando il sole porta una luce nuova, più chiara e decisa. In Svezia, ad esempio, la ragazza più giovane indossa una veste bianca che simboleggia la purezza, si cinge il capo con una coroncina verde con sette candele: si reca di stanza in stanza a portare il caffè, il latte e biscotti a tutta la famiglia che ancora sta dormendo sotto il tepore delle coperte.
Questi regali si chiamano “jo klappar”.
Una Tradizione che è presente anche da noi anche se con modalità differenti. C’è da sapere che il calendario dell’Avvento che i nostri bambini aprono di giorno in giorno, risale a questa antica usanza. Nelle nostre terre, e in particolare nella bassa Padana, i bambini scrivono le letterine a Santa Lucia, facendo l’elenco dei giochi che vorrebbero, spiegandole che sono stati molto buoni. Santa “Luzia” lascia i regali sotto le inestre, e in altre case suona il campanello per avvisare il suo arrivo, per poter nascondere in casa i regali. Per ringraziarla i bambini le lasciano del pane con arance e mandarini e da bere del latte (simbolo di purezza).

12.18 Le vere sembianze di Gesù

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Le vere sembianze di Gesù
 
Capelli ricci, occhi neri, barba ispida, bassa statura; un viso diverso dall’iconograia classica e dalla Sindone
C’è in giro un bisogno di un Cristo che qualcuno ci potesse descrivere con le lenti dello storico, senza infatuazioni poetiche o immaginarie.
L’aspetto isico di Gesù è dificile ricostruirlo in quanto i vangeli ne dicono poco o niente. Certo una rilessione si può azzardare; come poteva Gesù, ebreo della Palestina avere capelli biondi, occhi azzurri e pelle chiara?
Non poteva, ma la forza della tradizione, l’iconograia classica ed i maestridel Rinascimento, ci hanno abituato  ad immaginarlo come un individuo dai contrassegni somatici europei senza l’ombra dell’abbronzatura del sole di Giudea.
Ma vediamo di catturare qualche fonte storica nel tentativo di ricostruire l’aspetto isico di questo sorprendente rivoluzionario delle umane coscienze, il predicatore incantevole, l’autore dell’impareggiabile discorso della montagna, il facitore di opere straordinarie, il maestro di verità, l’insigne ammonitore, il messaggero di speranza, in una parola il iglio di Dio.
Ma incominciamo con l’iconograia tradizionale. Il Gesù del Cenacolo di Leonardo è rafigurato con i capelli lunghi. Anche il Caravaggio in più di una sua opera riprende l’immagine del Cristo con un aspetto europeo (capelli lunghi e pelle chiara); la Sacra Sindone riproduce un volto europeo di Gesù. Ma tutta l’iconograia cristiana proila un aspetto con tratti somatici europei.
San Paolo in una lettera ai corinzi afferma che gli uomini dell’epoca non devono portare capelli lunghi.
Non l’avrebbe detto se Cristo li avesse avuti.
Luca nel suo Vangelo racconta che un pubblicano desiderando vedere Gesù nascosto dalla folla, salì su un sicomoro. Dalla descrizione si può concludere che Gesù era piccolo di statura poiché non prevaleva sulla turba che lo circondava.
Per S. Giuseppe martire, Gesù era deforme, per Clemente Alessandrino era brutto in viso, secondo Tertulliano era privo di beltà ed il suo corpo era disarmonico. S. Efrem lo dice alto poco più di tre cubiti (circa m. 1,40), Origene lo indica come piccolo, sgraziato e privo di avvenenza.
Gregorio di Nisso, Giovanni Crisostomo, Girolamo,
lo trovano di fattezze normali. Andrea metropolitadi Creta lo disegna con sopracciglia congiunte, viso  lungo, alquanto curvo, di statura normale. Il monaco Epifanio affermò che Gesù era alto sei piedi (circa1,65), con viso allungato, con una leggera inclinazio-
ne del collo. Secondo l’autorevole lettera Sinodale  dei Vescovi di Oriente dell’839, Gesù non era alto più di m. 1,40.
Intanto tutto il fervoroso medioevo cristiano si attivava per descrivere l’aspetto isico di Gesù, “la vera Icone”.
Insomma le vere sembianze del Galileo hanno contorni sfumati, sostenute da notizie scarne ed incerte,
però con qualche punto fermo.
Gesù era un palestinese e come tale doveva avere pelle scura, occhi neri, capelli corti e ricci. Non deve destare meraviglia la piccola statura; a quei tempi gli uomini erano piccoli (secondo il metro dell’oggi):
una statura normale andava da 1,50 ad 1,60, chi poteva mettere assieme 1,70 era considerato un gigante.
Viene riferito per esempio che Giulio Cesare era alto
1 metro e 52 e Cleopatra meno di 1,40. Marc’Antonio era alto invece 1,70, un omone per il periodo.
Tiberio, l’imperatore contemporaneo di Gesù, il suo consigliere Seneca, il procuratore Pilato, il gran sacerdote Caifa, Giuseppe d’Arimatea ed Erode il grande non superavano il metro e 55.
Ma aldilà dell’aspetto isico, Gesù Cristo fu indubbiamente uomo di grande suggestione e di enorme fascino per la sapienza del suo eloquio e delle sue meditazioni. E se il iglio di Dio assunse delle sembianze un poco desuete e prive di un aspetto armonico, rispettava il disegno di essere vicino ai miserevoli, agli umili ed ai sofferenti di cui incarnava il disagio e l’inquietudine e da cui partiva, in “quell’Homo Viator” l’innovativo “sofio” della Fede nuova.

12.19 Principessa del Borgh

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Principessa del Borgh
 
Principessa del Borgh inscì la ven nominada da Alessandro Manzoni in del IX Capitol di “Promessi Sposi”, la Mònega de Monza.
Questa l’è la stòria de la soa vita tribulada .
Marianna de Leyva la nass a Milan in del 1575 da ona famiglia de sciori che stava de cà a Palazz Marin.
La mamma l’è Dònna Virginia Marino, tosa di Tommaso Marino, padron del Palazz pussee ricch che gh’era a Milan, el pader l’è Don Martino de Leyva,
Princip e gentilòmm milanes.
La tosetta la ven afidada a ona balia de nòmm Vittoria, perché la mamma Dònna Virginia la moeur inottober del 1576.
La cress senza l’affett d’ona famiglia e dòpo la balia,  la ven ciappada in afidament da la contessa Clara Torniello, con l’assegnazion d’ona eventual dòtta de 7000 “ducati” per quand l’andarà sposa.
I primm bellee che la ricev Marianna hinn pigòtt vestii de mònega e immaginett de sant.
A ses ann, semper tegnuda d’oeugg dal pader pòcch tener con la soa ultima tosa, per dagh ona decisa istruzion religiosa, la ven missa in Convent. Da la Mader Badessa e dai alter mònegh l’è ciamada “Signorina” cont on trattament particolar: on lett in d’ona stanza tutta per lee e on pòst a tavola riservaa. Tutti la tratten cont ona falsa famigliarità, cortesia e carezz  bosard e in considerazion del sò comportament de sottomission la ven indicada come esempi de seguì.
Quand per on mes la torna in del palazz del pader, la capiss la diversità tra la vita grisa in del Convent e quella libera de la gent che viv in città e per lee questi hinn sensazion de giòia profonda.
El pader però la ten in dispart senza mai falla partecipà ai riunion, ai fest de famiglia e de soramaròsscontrollada da ona severa camerera guardiana che la  ruspana sù.
Lee la sa pù còsa pensà de sta segregazion, in ‘a quand la se decid a scriv al Princip ò per mej dì sò  pader, ona lettera dove la domanda perdon per el sò scontros comportament e la esterna la soa decision.
El Princip la manda a ciamà e tra la meraviglia de tutti, el comunica che la soa tosa, “pecora nera” de la famiglia, “è risoluta a prendere il velo”.
Parent e amis ghe fann milla compliment e congratulazion per la decision tanto attesa. Perina i servidor che la guardaven de sbiess, adess la quatten de attenzion, ubidient a ògni sò desideri ò ordin.
I giovin mònegh vegneven ciama “sposine”. Parent e amis vegnen invidaa a on banchett per congratulass per la guarigion de la falsa malattia che la tegneva lontana da qualsiasi presenza ai fest de famiglia,
come eren staa informaa dal Pader Princip.
Dòpo tutt sto gibileri lee, pentida d’avè ciappaa sta decision, la scriv ona lettera al Vicari di Mònegh per dichiarà la soa confusa vocazion, senza avegh rispòsta.
El 15 de marz del 1589, a tredes ann, a Mariannade Leyva ghe metten sù el vestii de mònega come prescritt da “norme canoniche” e come decis da sò  pader Don Martino de Leyva e la ven sarada dent in del “Monastero di Santa Margherita a Monza”.
Con “rogito notarile” el pader el dev deposità la dòtta spiritual calcolada in 6000 “libbre imperiali”.
La cerimònia per el versament de sta dòtta con “rogito” del nodar Giovanni Battista Visconti, la ven celebrada in del parlatòri del Monaster a la presenza de vint mònegh e alter important personagg come testimòni, ma già dal 10 de settember del 1591 i mònegh del Convent registren che Don Martino el domanda ona dilazion per el versament de quell che gh’è staa concordaa.
El 12 de settember del 1591, Marianna l’è costretta a ciappà i vòti, senza avegh la vocazion religiosa cont el nòmm de Suor Gertrude Virginia Maria, da tutti mej conossuda come “la Monaca di Monza”.
L’ann 1597 el segna ona svòlta in la vita de Suor Vir-
ginia per la conoscenza del giovin Giovanni Paolo Osio ch’el sta in d’ona cà de sciori e nobil cont on giardin ch’el conina cont el mur del Monaster.
L’è on bell giovin ricch, senza art né part, ma el po’  vantass de frequentà amicizi important conossuu anca da la mader Badessa del Monaster de Santa Margherita.
Dòpo vari inconter, Suor Virginia la gh’ha ona re-
lazion amorosa con sto nobil Giovanni Paolo Osio che la va innanz tanto temp anca se nissun dev vegnì a conoscenza de sta situazion che la pòrta a partorì in Convent on para de iolin, ona tosetta poeu tirada granda in segret dal pader Giovanni Paolo Osio.
Se dis anca che chi tentava de divulgà sta relazion scabrosa che se ripeteva in convent da diversi ann, el vegneva faa foeura.
Defatt, l’unica mònega che voeur spiattellà tusscòss ai superior, prima la ven segregada in d’ona cella malsana poeu mazzada e portada de nascondon foeura del convent mòrta, fada passà da on bus in del mur che conina cont el giardin del l’Osio. Quand se ven a scoprì la longa assenza de la mònega da tutti i funzion del Convent, se dis che l’è scappada in Olanda.
On tal Giuseppe Molteno, agent di tass del De Leyva, misteriosament anca lù el ven mazzaa; ven accusaa el giovin Osio ch’el mena i tòll e el se slontana de Monza.
Dòpo on ann, el torna indree a Monza e el frequenta ancamò el Convent grazie a la collaborazion de dò mònegh Benedetta e Ottavia che sann, veden i moviment innanz indree del dì e de nòtt, ma stann citto.
La relazion cont el Paolo Osio la va innanz semper de nascondon come cunta sù anca Manzoni in del romanz “I Promessi Sposi.” al capitol IX.
La Mònega de Monza la se comporta come ona Badessa, perché l’è libera de fà quell che la voeur, come descritt in di Promessi Sposi, quand la ricev Agnese e Lucia che presenten alla “Signora del Monastero” ona lettera de raccomandazion de “Fra Cristoforo” dove el domanda la soa intercession per accettà Lucia in Convent e proteggela dai sgrini d’on minaccios Don Rodrigo.
El Manzon el fa notà che dai bend a piegh che incornisen la soa faccia smòrta, se ved ona ciòcca de cavei negher sbilzaa foeura da la scufia per ona dimenticanza e ona ciara eversion a sottostà ai regol del Convent che impòn a tutti i mònegh de tegnì i cavei rasaa.
La soa vita l’è ancamò tempestada da alter situazion de intrigh, cattiveri, maldicenz, denunc, process e mazzament.
El Cardinal Federico Borromeo quand el ven a savè che suor Gertrude l’è stada costretta a ciappà i vòti, contra la soa volontà, el cerca de falla vegnì foeura dal Convent, ma l’è ancamò pesg, perché la ven processada in del 1608, condannada e trasferida in de la “Casa delle Convertite di Santa Valeria” a Milan, insema a 122 baltrescan in d’ona cella de gran penitenza, come murada viva da dove la tenta de scappà e inanca de massass.
La resta lì in‘a la in di sò dì, el 7 de gennar del 1650, quand la mòrt la libera da l’avversion a ona vita de patiment, pentiment, peccaa, mancanza de vocazion, ma cont el desideri de vess perdonada e desmentegà tucc quei che gh’hann mai dimostraa comprension e amor sincer.
Dedree d’ona cancellada de quell che gh’è restaa del Convent de Santa Margherita a Monza in via Marsala, gh’è on affresch ch’el rappresenta la Madònna Addolorada e se dis che el pittor l’abbia ritratt el nòbil faccin de la Monega de Monza.
 
 
 
GLOSSARIO
Bellee = giocattoli
Soramaròss = soprattutto
Ruspana sù = strapazza con sgarbo
Gibileri = clamore
Tirada granda = allevata
Menà i tòll = scappare, svignarsela
Stann citto = non parlano
Sgrini = artigli
Baltrescan = prostitute

12.20 EL BIGLIETTIN

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EL BIGLIETTIN
Enzo Annoni
A scòla con mì, al cors de milanes, gh’è ona bionda cont i cavèi curt e i oeugg verd.
La gh’ha adòss on quai etto pussee, ma miss tutt in di pòst giust, come me pias a mì.
Con lee, pussee che de ròbb de scòla, hoo mai parlaa, ma el mè coeur el ciappava la rincorsa quand lee la me vegneva vesin.
L’altra sira, intanta ch’el professor el spiegava la grammatica, mì hoo minga poduu trattegnimm dal scrìvegh on bigliettin con sù: “Sunt innamorà de ti” e poeu hoo pregaa i mè compagn de fà la cadèna per faghel rivà.
Intanta mì la tegnevi d’oeugg, per vedè i sò reazion:
lee la me varda e la me sorrid e poeu, per la stessa via, me ven indree on bigliettin.
El coeur el me salta in gola, ma pòdi nò légel lilinscì al mè pòst e allora ghe foo segn al professor che gh’hoo bisògn de andà foeura.
Lù, che l’ha vist tutt l’intracchen, el me fa segn de sì, cont ona faccia che la voeureva dì: “Va, che t’hoo sgamaa, margniff!”
Appèna foeura, vòlti el canton e dervi subit el bigliettin: l’era el mè, con sòtta ai trè paròll che mì avevi scrivuu, trii segn ross, come a sottolineà che ghe faseva piasè, ma poeu gh’era el sò con sù: -“Sunt” se scriv sont, con la o che la sòna come la “u” italiana.
“Innamorà” l’è l’ininii. Per el participi passaa ghe voeur la doppia vocal “a” inal: innamoraa. “Tì” l’è on pronòmm ch’el gh’ha de vess accentaa- Resti mal, me le spettavi nò... La m’avess dii de nò, saria staa content, perchè sicurament voreva dì “Insist che ghe stoo.”
Se la se fudess inrabida sul seri e la m’avess daa ona sberla, saria staa pussee content anmò, perchè i s’gaff di dònn hinn come i ferid e i medaj de guerra: ròba de vantass per tutta la vita!
Ma fass gioeugh di mè sentiment, del mè coeur e ciappasela con l’ortograia e la grammatica l’è on affront che pòdi nò sopportà.
Voo in bagn e vegni foeura pù, ina a la in de la lezion!
La moral: Se te voeuret conquistà i bèi tosann, impara ben el milanes....
 
 
 
 
EL VICOL DI CÒRD
Alma Brioschi
Par ch’el sia staa ciamaa inscì perchè gh’era on laboratòri dove faseven i còrd.
La mia mama la diseva anca che in di sètt locai (duu, vun, vun, vun, duu) alt, credi, pussee de quatter meter in del corridor doe stavi de cà mì, gh’era staa on allevament de bigatt (bachi da seta). Mah!
Mì pòdi però dì come l’era quand ghe seri mì, sin’al 1962.
Dal grand cancell de la via Àrena, ch’hoo mai vist avert, saraa-sù cont on gròss rampon, doe numm ioeu fasevom l’altalèna, partiva on “pass carraio” con di bèi lastron de beola parallel ch’el iniva in fond al vicol in doe gh’era on alter cancell pussee piccol e anca quèst semper saraa.
A manzina gh’era: el tabacchee, la portineria, el cortilett ch’el portava a la prima scala (trii pian: mì stavi al segond), ona linotipìa, el lustrô, el magazzin de l’ortolan, poeu ona pòrta stretta che la portava ai alter scal (duu pian). Tutt el pee de cà a manzina l’era unii.
A dèstra gh’era on piccol bersò del tabacchee, el cortil grand con giò i sass de rizzada, “el villino” doe sòtta gh’era la ruéra, la tromba de l’acqua.
Numm se andava denter dal grand porton de lègn, in via Scaldasô al 22.
De facciada gh’era on’altra scala (duu pian) e anca la cantina diventada poeu, in temp de guerra, el nòster rifugio e che l’era stada pontellada con di gròss trav de lègn per sostegnì la vòlta.
In del vicol, semper a la dèstra gh’era on magazzin e on grand porton cont on cortilett de doe se podeva andà in sul cors Ticines.
Gh’era cinquanta famìli con “questi servizi”: i gabinetti a la turca, sui pianeròttol d’ògni pian; sui ringher, on piccol lavandin de granii e la ruera dove se buttava giò domà la ròba che se scartava quand se faseva de mangià e i vanzausc (avanzi).
Voeuri anca dì che al primm pian de la mia scala gh’era on perucchee de òmm (se fa per dì) perchè la “bella Vanda” e la Vittorina e Co. eren sò client e quand se guardaven mal, diseven: “Se gh’avessom sù di campanèi, sentariov quanta musica per Milan!”.
On quai ann dòpo la guerra in doe gh’era el “rifugio” gh’è andaa denter ona fabbrica de scal.
Hann sbattuu giò tusscòss e hann faa-sù di cà noeuv  compres el tabacchee.
Tratto da: “Milan l’è grand, l’è bell, l’è viv” - Edizioni
Meneghine Circolo Filologico Meravigli

12.21 Il laghetto a due passi dal Duomo

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Il laghetto a due passi dal Duomo dove arrivava il marmo di Candoglia in A.U.F.
 
 
 
Chi si vuole fare una passeggiata dalle parti di via Francesco Sforza non può mancare di ammirare il grandioso complesso dell’antico Ospedale Maggiore, detto la Ca’ Granda, uno dei monumenti più signiicativi della città.
Venne fondato nel 1456 dal Duca Francesco Sforza e dalla consorte Bianca Maria Visconti e da ben cinque secoli è un centro ospedaliero fondamentale per Milano.
Il Quattrocentesco ediicio conserva una notevole quadreria storica (800 dipinti) e gruppi scultorei di pregio.
Seguendo la via F. Sforza verso il giardino della Guastalla, si raggiunge via Laghetto a pochi passi dall’Università Statale.
Fino a poco più di un secolo fa si apriva il Laghetto Nuovo (o di S.Stefano), realizzato sul inire del  Trecento per trasportare a pochi passi dal costruendo Duomo il famoso marmo proveniente da Candoglia necessario per la sua erezione; il materiale sbarcato era esentasse perché in A.U.F. (ad usum fabricae).
Il laghetto non era altro che un piccolo ma razionale porticciolo ove i barconi stracolmi approdavano e scaricavano il prezioso materiale.
Prima dello scavo attuato nel 1388, il luogo era chiamato “la cà di tencitt”, l’antica casa dei carbonai, ove era attiva una trattoria che nel Risorgimento ospitava i soci della “Fratellanza popolare”, una specie di società segreta antiaustriaca.
I barconi prima di approdare al laghetto facevano un lungo percorso dal lago Maggiore ino a  raggiungere e percorrere tutto il Naviglio. Durante il viaggio sui barconi ferveva una frenetica attività rivolta ad una prima sgrezzatura del marmo imbarcato. Si i marmorini, che una volta sbarcato il materiale, procedevano in un’opera di paziente modellatura dello stesso nei cantieri a ridosso dell’area dedicata alla costruzione del Duomo, seguendo il rigido capitolato della Fabbrica del Duomo.
Il laghetto però aveva un inconveniente. La sua acqua stagnante era il luogo ideale per la proliferazione delle zanzare. A ridosso dell’Ospedale questa struttura non andava bene per la salute degli ammalati, così pensò il direttore Verga che la fece interrare nel 1857. La decisione diede origine ad un contenzioso legale durato un quarantennio. Il risultato fu che illaghetto rimase interrato ed inoperoso, senza tenere  minimamente conto le necessità della Fabbrica del Duomo e la complessiva attività dei numerosi trasportatori.
“I tencitt”, per esempio, che trasportavano il carbone e soprattutto il marmo per il Duomo, con la chiusura del porticciolo entrarono in crisi di lavoro perché limitandosi a trasportare il solo carbone non riuscivano più a mettere insieme il pranzo con la cena.
S’appellarono al loro protettore S. Alessandro di Comana, vescovo e martire, ma soprattutto carbonaio, dopo avere donato i suoi beni ai poveri.
La storia del “Laghett de Milan” durò ben 469 anni.

12.22 El Rattin

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ACCADEMIA
 
El Rattin
 
el “rattin” de la Galleria Vittòri Emanuèll II Lo scritto vuol ricordare il primo impianto di illuminazione della Galleria Vittorio Emanuele II in Milano ed in particolare l’ingegnoso sistema di accensione
 
Ma ’se l’è?
Beh, per parlà del “Rattin” occor andà on poo indree in del temp.
El 16 e el 17 de settember del 1862, el Comun de Milan el decid de approvà el progètt de l’ingegnee bolognes Giusèpp Mengoni, progètt ch’el riguardava la costruzion de la Galleria Vittòri Emanuèll II in Milan. In del stèss ann se comincia a trà-giò i cà che gh’è lì intorna e fra quèsti anca i Pòrtich di Figin (del ’4oo) e l’isolaa del Rebecchin.
El 7 de marz del 1865, Vittòri Emanuèll II el mèttgiò la prima prèia; el 15 de settember del 1867 gh’è l’inaugurazion.
Finii i festeggiament, a la presenza del Re, del Sindich, de l’architètt Mengoni, di rappresentant de la Società inglesa che l’aveva inanziaa l’òpera e del nodar Alberti, se permètt a la popolazion de visità la Galleria e ammirà in tutta la soa bellèzza l’intera òpera dòpo avè pizzaa tutt i lamped a gas.
I lamped de la cupola s’impizzaven per via d’on strani intracchen: on carrèll meccanich ch’el correva in su ona rotaia, el faseva tutta la circonferenza de la cupola e andand in prèssa cont ona scia de foeugh, che la vegniva assicurada da on stoppin imbevuu cont on liquid iniammabil, el pizzava i becchitt di lamped a gas. ‘Sto intracchen, i milanes l’hann subit ciamaa “rattin” per via de la similitudin.
I misur del “rattin” eren: 15 cm in altèzza, 10 cm de larghèzza e 50 cm de longhèzza; l’aveven portaa a coo el Direttor tècnich di laorà de la Galleria: Giusèpp Chizzolini e on operari de l’oficina del gass, Battista Morandi. I duu aveven miss insèma on ver e pròppi gioièll meccanich, con tanto de sistèma de contròll de la velocità, de la frenada, de snoeud per i curv e de iama antivent.In di grand occasion, ai ses’cent foeugh a gass che illuminaven la Galleria, se ne giontava di alter pussee potent.
El “rattin” l’ha funzionaa per ben 18 ann, poeu gh’è rivaa l’elettricità e el “rattin” l’ha dovuu andà in depòsit e in a on quai ann fa l’era possibil vedèll al Museo de Milan.
In del genar del 1874, ona tremenda grandinada l’ha desfaa tutt’i veder de la cupola e del tècc de la Galleria, inscì ven deliberaa de rimètt a pòst el dagn; i laorà vègnen inii in del febrar del 1878. In del temp che se laorava per la sistemazion del tècc e de la cupola, vèrs la in de dicember del 1877, l’architètt Mengoni, che l’era andaa-sù su ’n’impalcadura per controllà i laorà, el borla-giò e el moeur, pròppi in la zona de l’arch d’entrada de la Galleria, da la part del Dòmm.
I giornai de chi temp là parlaven de suicidi ò pegg anmò de omicidi, cèrt l’è che pesant eren i perplessità: incident in sul laorà? Chì i dubbi se fann anmò pussee important, pròppi a lù, che prima de tutt el se preoccupava de la sicurèzza di sò maestranz.
Si tramanda che in quell’isolato si trovasse l’osteria detta del “Rebecchino”, cioè del suonatore della “ribeca” o “rebecca”, strumento musicale ad arco, tipo viola.

12.23 i Germani

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i Germani  - la vita sociale e militare
Il mondo italico e poi romano ebbe sempre a che fare con tribù che gravitavano minacciosamente sui confini ma che quasi sempre, almeno in un primo tempo, furono sconfitte o respinte. Le invasioni celtiche, che iniziarono intorno al 400 a. C. provenendo dalla Francia orientale, dalla Germania meridionale e da parti della Svizzera, non erano però movimenti di tribù al completo, quanto di parti di esse.
I primi invasori furono gli Insubri, seguiti dai Boi, dai Lingoni e infine dai Senoni che raggiunsero la costa adriatica occupando la zona tra il fiume Montone, a sud di Ravenna e la foce del fiume di Jesi, l'Esino.(1) Le loro prime vittime furono gli Etruschi ma essi arrivarono perfino a saccheggiare Roma (famoso l'episodio di Brenno) però poi, pian piano, i romani riuscirono a riorganizzarsi e con la battaglia di Telamone (225 a.C.) riconquistarono i territori dell'Italia settentrionale occupati dalle tribù celtiche.
Vi fu poi la grande invasione dei Teutoni e dei Cimbri, arrestata da Caio Mario rispettivamente ad Aquae Sextiae nel 102 a. C. e a Vercellae nel 101. Gli antichi autori non sono d'accordo sull'origine di tutte queste popolazioni limitandosi a inquadrarle nel semplice schema: a nord est Sciti, a nord ovest Galli. Strabone invece cerca di essere più preciso e riferisce che i Germani vivevano a ovest del Reno e si distinguevano dai Celti perché ancora più alti, più biondi e più selvaggi di quelli, anche se tra loro vi era una notevole somiglianza fisica.(2) Scrive lo storico e geografo greco: "E per questo penso che essi vennero chiamati dai romani Germani perché essi vollero così indicare che essi erano i Celti "genuini". Germani significa infatti nella loro lingua "genuino" nel senso di "originari". Con queste parole egli pone le basi di un problema che la storiografia contemporanea ha faticato a risolvere, quello cioè della distinzione tra Celti e Germani.(3) Nel caso dei Teutoni, per esempio, vi furono pareri discordanti anche se pare ormai assodato che i Teutoni fossero di origine germanica.
Seguirono, verso la metà del primo secolo a.C., le fortunate campagne galliche di Cesare intese a sottomettere, una volta per sempre, le tribù celtiche ma l'impresa, nonostante i grandi successi ottenuti, non riuscì completamente.
Vi fu anche qualche grave sconfitta, come quella di Varo nella Selva di Teutoburgo ad opera dei Cherusci di Arminio nel 9 d.C., che Germanico cercò di vendicare qualche anno dopo ottenendo solo qualche vittoria non significativa.
Tali successi militari non bastarono comunque ad acquietare le varie tribù germaniche, tanto che si rese necessaria la costruzione di un limes che seguiva il corso del Reno fino a Coblenza, di qui a Ratisbona e poi lungo il Danubio fino alla foce, per una lunghezza di 584 km sull'attuale territorio tedesco e col quale praticamente si rinunciava alla conquista di quegli ampi spazi inesplorati tra Reno, Vistola e Danubio dove avevano le loro sedi numerosi popoli.(4) Al tempo di Tacito c'erano circa una quarantina di tali popolazioni con nomi diversi, la cui consistenza arrivava, secondo alcuni autori, forse a quindici milioni di individui.(5)
Si trattava perlopiù di tribù di stirpe germanica(6) con un ordinamento sociale molto primitivo e un tipo di civiltà altrettanto semplice, imperniato sulla famiglia e sulle Sippen (got. SIBIJA - quello che per i romani erano le gentes) che costituivano i Gaue (got. GAWI = territorio) su cui erano le Sippen.
Sulla dislocazione territoriale di tali popoli e sulla loro omogeneità o, piuttosto, sulle loro differenze e sulla esattezza del termine "germanico" si è discusso a lungo tra gli storici ma è difficile dire una parola definitiva per mancanza di informazioni.(7) 
È interessante comunque notare che è molto più omogeneo il concetto di "germanico" come nozione linguistica che non politico - civile - sociale, in quanto queste popolazioni, che i romani all'epoca di Cesare collocavano genericamente e vagamente a est del Reno, non avevano la minima coscienza di appartenere a un gruppo affine, a una comunità etnica "germanica". (8)
Trattazione molto ampia meriterebbe anche la storia dei mutamenti e delle deformazioni che tale concetto ha subito nel corso del tempo. (9)
Si trattava in origine di tribù seminomadi dedite a un'agricoltura occasionale e per tale loro condizione quindi incapaci di erigere vere e proprie città ma solo modesti insediamenti abitativi, anche se Tacito cita, ed è la prima città germanica di cui veniamo a conoscenza, Asciburgium (10) ove compare già il termine BURG (got. baurg = ted. Burg = rocca, castello), suffisso tipico per la denominazione di molte città tedesche.
In realtà, da ritrovamenti archeologici in territorio renano, accanto a insediamenti abitativi piuttosto estesi e non fortificati, sono venuti alla luce anche alcuni punti forniti di imponenti opere di fortificazione come il famoso Hunnenring vicino a Otzenhausen, in prossimità della cittadina di Nonnweiler, a sud est di Treviri, che si presume fosse appunto una fortezza celtica della tribù dei Treviri. Questa fortificazione faceva probabilmente parte di una serie di oppida menzionate anche da Cesare, la più grande delle quali è stata ritrovata nei pressi della cittadina di Manching, da cui prende ora il nome, vicino a Ingolstadt in Baviera e che gli storici e gli archeologi ritengono essere stata la città principale della tribù celtica dei Vindelici. Le sue mura erano lunghe 7 km e la sua superficie di circa 400 ettari. Un grande prato, largo circa 500 metri, si estendeva tutto intorno alla zona abitata e industriale. C’erano botteghe orafe, fonderie di bronzo, vetrerie. Manching deve essere stato un centro commerciale collegato con le più remote regioni europee. (11)
La popolazione di questi punti fortificati aveva quindi  una struttura sociale sviluppata e un artigianato evoluto; c'era anche un corrispondente insediamento agricolo nei cascinali sparsi per la campagna e addirittura un'economia monetaria in proprio. Queste città erano forse le residenze e i centri amministrativi di una classe nobile progenitrice dei re delle invasioni.
Con l'avvento della cultura romana a ovest del Reno avviene però a est un rapido regredimento delle condizioni: i grandi agglomerati vengono abbandonati, i cimiteri non sono più utilizzati e sparisce anche il conio delle monete indigene.(12)
II re germanico era sempre di nobile origine, ma poteva anche essere eletto straordinariamente per il suo valore in battaglia; gli uomini liberi praticavano guerra e caccia mentre le altre necessità quotidiane venivano espletate da donne e schiavi. Questo è ciò che ci viene tramandato dalla germanistica tradizionale, confortata dagli scritti di Cesare e Tacito sui quali però si possono fare tutte le riserve possibili, in quanto il primo si presta a molte esagerazioni (si legga a tal riguardo ciò che scrive sull'alce) e il secondo non mise mai piede in quei territori ma si basò, per il suo Germania, su un'opera andata perduta di Plinio il Vecchio che invece aveva ben conosciuto quei luoghi, avendovi prestato servizio militare.
In realtà anche questa antica caratterizzazione del ruolo dei sessi nella società germanica delle origini deve essere molto rivista. Scrive Fischer Fabian nella sua opera "I Germani": "La durezza del lavoro dei campi….dimostrò almeno una cosa: bisognava essere uomini in gamba per una tale fatica. Non era quindi un lavoro da donne, non poteva esserlo… Il vero eroe era il contadino germanico che andava dietro a quell'aratro che….costava una gran fatica condurre. Egli aveva già non poche delle conoscenze che l’agricoltura moderna possiede. Non sfruttava il suolo senza criterio, ma a intervalli regolari lasciava riposare i campi affinché acquistassero nuova forza, sapeva che si potevano ottenere dei raccolti più pingui se si aggiungeva della calce al terreno. Egli conosceva dunque la concimazione artificiale. E anche quella naturale….Già nei villaggi palafitticoli si sono trovati degli strati di letame spessi fino a due metri, che dovevano servire come riserva di concime agli abitanti. Il contadino germanico sapeva inoltre che il letame delle stalle è un buon materiale isolante. I tetti delle capanne poste vicino all'abitazione padronale, che vengono chiamate capanne a fossa in quanto penetrano profondamente nel terreno, erano ricoperti con strati di sterco di vacca... ‘Stanza delle donne’ significava dyngia nella lingua dei germani del nord. Dyngja vuol dire anche letamaio, mucchio di letame. (Dunghaufen)" (13)
Quanto alla caccia: "Sbagliano di grosso coloro che si immaginano i germani come antichissimi spiriti dei boschi che, attorniati dai loro cani abbaianti….tornavano la sera a casa, salutati con giubilo dai familiari che si davano subito da fare per arrostire la preda ambita... Le foreste germaniche non erano popolate di animali di ogni specie, come vuole la fama. La favolosa ricchezza di selvaggina era veramente una favola….Bisogna aggiungere che la caccia già allora era uno sport cui potevano dedicarsi solo pochi…. Il bisonte e l'uro erano considerati la selvaggina più nobile" (14)
E a proposito delle donne e degli schiavi: "Le ragazze crescevano nel podere paterno. La vita della donna germanica era più dura di quella dell’uomo.…La gravidanza era per la donna germanica lo stato normale….Il numero delle gravidanze aumentava naturalmente il rischio di non vivere a lungo. Una donna germanica su tre, così si ritiene, moriva precocemente di parto….Si era soliti assistere in vari modi la puerpera….Si facevano passare le povere donne attraverso dei fori costituiti dalle crepe degli alberi, oppure si facevano accoccolare sopra il denso fumo che saliva da un fuoco di ginepro. Quando pareva che nulla giovasse, soccorrevano allora le parole di scongiuro delle formule magiche runiche". (15)
Oltre agli schiavi, di solito prigionieri di guerra addetti ai lavori più gravosi come ad esempio la macinazione dei cereali, c'erano gli aldi, cioè gli affrancati, i semi - liberi (16) che ricevevano un campo da coltivare pagando in cambio un canone in derrate e alimentari. 
Tra i liberi esistevano differenze riconducibili a un duplice ordine di motivi: uno era il diverso grado di ricchezza per cui Plinio distingue civites a plebe, mentre Tacito parla addirittura di locupletissimi. Tale ricchezza non era misurabile in denaro, in quel periodo caduto in disuso, come si è visto, bensì dal maggiore o minore numero di servi, di bestiame e di fondi. 
Il secondo motivo di distinzione tra i liberi era la nobiltà che godeva di privilegi e di una particolare posizione sociale. Essa era ereditaria e probabilmente imparentata, più che all'interno della propria tribù, con i nobili di tribù affini; era quella nobiltà della stirpe che si rifaceva quasi sempre a un eroe delle origini e che dalle credenze popolari veniva collegata direttamente al mondo delle divinità e godeva per esempio, anche secondo il diritto popolare, di un maggiore indennizzo in caso di omicidio. Per quanto riguarda l'agricoltura, unica attività di sostentamento accanto alla caccia e alle razzie, essa era all'inizio praticata collettivamente in seguito all'assegnazione annuale di terra a tutta una Sippe, come già attesta Cesare (17), ma in un secondo tempo subentrò la divisone della proprietà fondiaria, documentata archeologicamente dal ritrovamento di segni confinari tra gli appezzamenti. Queste comunità agricole vivevano in case costruite in legno col tetto di paglia; a nord il legno, scarso, veniva sostituito da zolle erbose essiccate e, come si è visto, anche da letame. In bassure soggette a inondazioni marine, nell'estremo nord, queste comunità abitavano su una sorta di palafitte all'interno di un terrapieno che serviva da difesa e protezione. 
Le comunità erano autosufficienti perché doveva osservi anche un artigianato praticato come attività secondaria. Siccome non v'era denaro, il commercio si basava sullo scambio in natura. Molto sviluppata doveva essere fin da quel tempo la tecnica navale, soprattutto al nord, che permetteva di costruire barche e perfino navi a vela. (18)
Quella germanica delle origini era una società costruita militarmente, con un esercito formato da cellule appartenenti alle Sippen - Cesare le chiama cognationes (19) - nel quale i combattenti erano tra loro legati da vincoli di sangue e parentela. Usanza tipicamente germanica era l'assemblea dei liberi, il thing, che si teneva ordinariamente con luna nuova o piena o straordinariamente se si dovevano prendere importanti decisioni. Essa veniva aperta in modo molto solenne dai sacerdoti, ai quali, in quanto custodi di questa assemblea, competeva in tale occasione, come  pure all'interno  dell'esercito, l'autorità di comminare punizioni. Accanto a tale usanza compare anche una specie di piccolo senato. 
In assemblea si ascoltava tutto il popolo alla testa del quale veniva posto il guerriero più valoroso che era assistito dai vari principi, i capi dei Gaue. (20) Intorno a lui si riunivano di solito i guerrieri più nobili e valorosi che si impegnavano tra loro in un patto di fedeltà verso il loro duce; era il comitatus, menzionato da Tacito. 
In guerra i Germani erano forti e coraggiosi; affrontavano il nemico quasi completamente nudi (21), protetti solo da un piccolo scudo rotondo, fatto di sottili assi di tiglio dipinte o di materiale strettamente intrecciato, con la lunga spada di origine celtica dal taglio doppio e una o più lance o giavellotti con punte uncinate, i cosiddetti ango, usuali soprattutto tra i Franchi. Si trattava di lance originariamente di legno, con la punta indurita dal fuoco, come attesta Tacito che le colloca nelle file più arretrate della formazione di battaglia dei Cherusci (praeusta tela). Solo successivamente, verso la fine del IV secolo d.C., esse vennero sostituite dalla lancia di ferro e dall'uso dell’arco e delle frecce così come venne anche introdotta la corta spada di tipo romano (gladius), utilissima nel corpo a corpo, il famigerato sax dal quale prese il nome la tribù dei Sassoni. 
Col passare del tempo si sviluppò sempre più l'equipaggiamento bellico, così, accanto all'uso della corazza, si perfezionarono anche le armi: al tempo delle invasioni era temutissima, per esempio, la terribile francisca, l'ascia da lancio dei Franchi. 
La fanteria germanica attaccava schierandosi di solito a forma di cuneo e intonando simultaneamente il grido di guerra, il bardito, così chiamato da Tacito, ma ricordato come barritus da Ammiano e Vegezio; poco efficace era invece la cavalleria che in origine non conosceva, oltre all'uso della sella che è parola penetrata nel germanico dal celtico, nemmeno quello degli speroni né dell'arco, come già detto. 
I cavalli dei germani erano addestrati in modo tale che in battaglia rimanevano fermi sul posto se il loro cavaliere veniva disarcionato; particolarmente temuta dai nemici era poi una sorta di truppa mista, formata da un cavaliere e da uno scudiero armato con armi leggere, usanza, questa, testimoniata presso i celti. Quasi sempre c'erano al seguito dei guerrieri, soprattutto se si trattava di tribù in marcia, dei carri sui quali trovava posto l'intero gruppo familiare. Questi carriaggi costituivano l'accampamento barbarico e nello stesso tempo anche un monito e una barriera insormontabile all'eventuale ritirata del  proprio esercito; su di essi le donne incitavano e spronavano furiosamente i loro uomini alla battaglia. Il nome germanico per tali carriaggi - got. *karr-haga - ci è stato tramandato da Ammiano nella forma latina carrago. 
Questa tattica ossessiva, unitamente alla corporatura possente dei germani e al loro aspetto fisico, poté in un primo tempo incutere un certo senso di paura (22) ma, essendo questi barbari quasi sempre sprovvisti di una vera e propria strategia bellica che non fosse quella dell'agguato, finivano spesso per avere la peggio negli scontri con le legioni romane ben schierate nelle loro coorti, protette dallo scudo rettangolare (scutum), dall'elmo (cassis) e dalla corazza (lorica) composta di piastre di ferro su fondo di cuoio.
Le consuetudini sociali e la vita civile erano improntate a un profondo senso morale; scrive Tacito: "Presso i Germani valgono più i buoni costumi che altrove le buone leggi". (23) Quanto al  diritto,   piuttosto  semplice  in considerazione  delle relazioni elementari, esso si configurava come una sorta di diritto usuale tramandato oralmente; erano ammessi e anzi considerati obbligo morale la vendetta, soprattutto di famiglia (faida, ahd. fehida = ted. Feind = nemico), che poteva però essere estinta tramite il pagamento di un indennizzo (wergeld = guidrigildo) variante a seconda della gravita dell'offesa e, come già si e visto, della persona; l'ordalia, dal latino medievale ordalium = iudicium di origine germanica, cioè la capacità di affrontare prove fisiche comportanti grande sofferenza, e il duello nel quale si credeva che la vittoria avrebbe premiato chi aveva ragione nella controversia. Chi non era in grado di sostenere di persona un'ordalia o un duello poteva designare un campione che lo rappresentasse. 
Il risarcimento, dapprima in natura e successivamente in denaro, copriva la maggior parte dei delitti, da quello che noi oggi definiremmo legittima difesa, al ratto della fanciulla per scopi matrimoniali, fino al plagio, parificato all'omicidio. Probabilmente per il solo caso di adulterio non v'era la riparazione in denaro ma solo la vendetta privata. 
Tra le pene, che avevano per lo più carattere sacrale, era ampiamente diffuso l'annegamento in una delle numerose paludi, soprattutto per delitti di carattere diffamatorio. Unico embrione di diritto pubblico a livello legislativo era, come si è già visto, l'assemblea dei liberi.
 
 
 
 
 
Note
1) "Tum Senones recentissimi aduenarum, ab Utente flumine usque ad Aesim fines habuere” T. Livio, Ab urbe condita libri, V, 35. 
Tracce abbastanza consistenti di queste invasioni galliche rimangono ancora nei dialetti dell'Emilia Romagna e quindi anche in quello riminese. Scrive a tal proposito il Devoto: "All'inizio del V secolo appare in forma organica, come una vera invasione, seguita da colonizzazione la tradizione gallica. Essa spezza la continuità precedente fra le Alpi centrali e l'Appennino ligure... e più a oriente sopraffà le colonie etrusche,  che si erano stabilite nel secolo precedente.…Rimane il fatto che...i resti gallici nel latino e nella sua ulteriore tradizione in Italia rimangono ingenti….Anche se non tutte le impronte che caratterizzano i dialetti dell’Italia settentrionale (detti appunto gallo - italici)  risalgono a questo evento... pure i processi di palatalizzazione sia di vocali.…o di consonanti.… risalgono a questo strato linguistico. Esso ha dato all'Italia settentrionale un'impronta che non è mai più venuta meno". G. Devoto, II linguaggio d'Italia, Rizzoli, 1974, pp.68/69.
 
2) "In generale non v’erano grandi differenze fra Celti e Germani per quel che riguarda l'aspetto fisico... Il fatto che  fosse difficile fare una distinzione fra Celti e Germani è confermato dalla notizia che, quando Caligola ebbe bisogno di ulteriori elementi per il suo "trionfo" nel 37 d. C, fece venire appositamente dei Celti dalla Gallia per rappresentare i prigionieri germani". J. Filip, I Celti alle origini dell'Europa, Club del libro Melita, 1987,  p.93. 
 
3) In effetti, se si cerca di ricostruire il tipo di vita e la struttura della società Celtica, da quanto riferiscono le antiche fonti come Polibio e Poseidonio ma anche  tramite i  reperti archeologici, si ritrovano straordinarie analogie con la società germanica almeno negli ultimi quattro secoli a.C., quelli del massimo splendore della civiltà dei Celti che terminerà con la conquista romana della Gallia nel primo secolo a. C.
 
4) In realtà la lunghezza del limes germanico e la sua valenza economica e sociale variò nel corso degli anni e sotto i diversi imperatori a seconda delle relazioni di Roma con le diverse tribù germaniche. A tal proposito si veda l'ampia trattazione in T. Mommsen, L'Impero di Roma, IV, 3,19.
5) Romano-Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia Milano, l940 p.50. E’ comunque  assai difficile fare calcoli per i quali non ci sono dati certi; tali cifre sono quindi da prendere a titolo puramente indicativo. Infatti v’è chi stima la consistenza totale dei Germani del tempo di Tiberio a non più di tre milioni di individui. Cfr. Pauly - Wissowa, Real - Enciclopädie der classischen Altertumswissenschaften, Band Supp. p. 556.
6) Secondo K. Müllenhoff il nome germani non era ancora conosciuto all’interno della società romana al tempo dell’invasione dei Cimbri; esso divenne noto solo durante le guerre contro gli schiavi e non è comunque da far risalire anteriormente a Cesare, essendo pervenuto ai Romani tramite i Galli. In realtà sappiamo con certezza da Cesare che una sola tribù a oriente dei territori gallici portava questo nome - i Germani cisrhenani - e da essa probabilmente il nome si è diffuso in seguito alle altre popolazioni affini. 
Sull'etimologia di tale denominazione si presuppone che essa significhi, se di origine Celtica (garmen = grido), “gli schiamazzatori", riferendosi alle urla che queste popolazioni emettevano in battaglia oppure, se di origine germanica, “mercenari", per il loro servizio nell'esercito romano.
Essa potrebbe però risalire all’antico inglese geormenleaf che indicava una specie di malva e da qui a *germana che significa “grande”. Germani significherebbe quindi: gli alti, i grandi.
 
7) Quanto alla preistoria di queste popolazioni, non è probabilmente più sostenibile l'idea di un unico popolo germanico primitivo con un linguaggio unitario, quanto invece quella di un insieme di tribù con lingue e dialetti affini e un comune sostrato economico - sociale, le quali si svilupparono poi in modo diversificato. Su di esse non si può dire molto, nemmeno ricorrendo ai più moderni metodi di indagine storica. L'idea generalmente accettata è comunque la seguente: dal 1200 all’800 a. C. all’incirca i Germani occuparono i territori alla foce della Vistola;. intorno al VI secolo a. C. alcune tribù si trasferirono sul medio e basso corso dell’Elba; fra il IV e il II secolo a. C. si spinsero verso sud, sud/est e i territori da loro abbandonati tra i fiumi Oder e Vistola furono occupati nel I secolo a. C. dai Vandali e dai Burgundi e successivamente dai Goti che si erano staccati dal ceppo originario. Anche l'antico raggruppamento di queste popolazioni in Germani settentrionali, orientali e occidentali che risale al Müllenhoff ha subito una revisione recente ad opera di Friedrich Maurer nella quale non compiono i Germani dell’Ovest. Egli divide infatti queste popolazioni in a. Germani settentrionali b. Germani orientali c. Germani dell’Elba d. Germani del Weser e del Reno e. Germani del Mare del Nord. Maurer, F., Nordgermanen und Alemannen, München, 1952, p.135. E’ anche molto arduo inserire questi gruppi nella suddivisione tacitiana di Ingevoni, Istevoni ed Erminoni che pare sia riferibile, più che a singole tribù, a leghe di culto.
8) Sul problema territoriale è possibile trovare un ampio contributo in: R. Hachmann, I Germani, Nagel, 1977.
9) A tal proposito chiarificatrice è la premessa di S. Fischer Fabian al suo libro intitolato "I Germani": 
  "Al Ginnasio avevamo un professore di storia che.… era stato edotto sulle più recenti interpretazioni storiche. Si trattava di una filosofia molto semplice….Essa consisteva nella formula; "cultura superiore uguale nordizzazione - decadenza uguale snordizzazione". Con questo si intendeva dire che gli stati e le civiltà si facevano sempre più decrepiti e prossimi al tramonto tutte le volte che il patrimonio ereditario nordico, per l'intrusione di altri elementi, era andato scemando. 
Questi portatori di "ogni bene" nel sangue - i germani - erano biondi con gli occhi azzurri… Superuomini del nord e poltroni tracannatori di birra. Ecco come i tedeschi immaginavano i loro antenati e non v’è da meravigliarsi se fino ad oggi le cose a questo riguardo non sono molto cambiate. Negli anni dopo il 1945 il tema apparve, naturalmente, sospetto: concetti scientifici come "razza", "ereditarietà", "nordico" erano stati alterati nel peggiore dei modi; di ideali come "patria" e "popolo" se n'era abusato. Il precario rapporto fra i tedeschi e la loro storia....era divenuto ancora più precario" 
E ancora sempre Fischer Fabian al riguardo: 
"Sia ai ragazzi che alle ragazze fu inculcato il dogma nazista della razza, secondo il quale "biondo, occhi azzurri, cranio allungato, pelle chiara e figura slanciata" equivalevano a "nobile, buono e intelligente", mentre "bruno, cranio largo, bassa statura e capelli crespi" - caratteri somatici dei popoli asiatico - giudaici dell'oriente in particolare - erano sinonimi di "degenerato, inferiore, distruttivo", di  qualsiasi  popolo si  trattasse. Le deboli e incresciose osservazioni secondo cui indù e persiani avevano creato delle grandi civiltà, vennero in breve messe da parte: in questi casi si trattava di ereditarietà indogermanica e, siccome gli indogermani secondo l'opinione ormai accettata provenivano dall'Europa settentrionale, persino di ereditarietà indogermanica nordica." Ancora: "Noi sappiamo che i germani non erano assolutamente "una razza pura", ma una mescolanza di razze, una mescolanza tra gli invasori indogermani, con caratteristiche somatiche definite "nordiche", che pertanto erano dolicocefali, biondi, slanciati, e la gente del luogo, i costruttori delle tombe dei giganti, in prevalenza massicci, tarchiati, con spalle larghe, faccia larga e cranio quasi quadrato: ciò che è compreso nel concetto "dalico" o  “falico”. La purezza della razza nei popoli e nei raggruppamenti  umani probabilmente non si è mai verificata nella storia dell’umanità. Fischer Fabian, S., i Germani, Garzanti, 1985, pp. 9,10,157,171,172. 
 
10) Tacito, Germania, III: "….Asciburgiumque, quod in ripa Rheni situm hodieque incolitur, ab illo constitutum nominatumque...” In realtà il sostantivo burgium/burgus non è una latinizzazione del got. baurg ma risale al greco. E’ pensabile quindi che la parola gotica sia stata mediata dal mondo classico e questo potrebbe essere indizio di intense relazioni tra il mondo germanico e quello italico e in generale sudeuropeo nel primo periodo postindoeuropeo. Cfr. Pauly - Wissowa, op. cit. Band Suppl. III, p.549.
11) Questi oppida, quasi tutti di origine Celtica ma per alcuni dei quali si può presupporre anche una occupazione germanica cominciarono a sorgere numerosi a partire dal secondo secolo a.C. Le nostre migliori informazioni su di essi ci pervengono, al solito, da Cesare che ci ha lasciato la descrizione di Avaricum, il capoluogo dei Biturgi che mostra notevoli somiglianze con quello di Otzenhausen.
Comunque numerosi furono questi oppida sul suolo germanico: per citarne solo alcuni, oltre a quelli già nominati, quello di Heidegraben nel Württemberg, di Zarten presso Freiburg, di Donnersberg nel Rheinland Pfalz.
A tal proposito si veda l’ampia trattazione di J. Filip nella sua opera citata, pp. 129/141.
12) R. Hachmann, op. cit. p.65.
13) S. Fischer Fabian, op. cit. pp. 199,200,201.
14) S. Fischer Fabian, op. cit. pp.204, 205, 206, 207.
15) S. Fischer Fabian, op. cit. p.297.
16) Aldio è in realtà voce longobarda. I Goti li chiamavano invece fralets dal verbo letan = lasciare, da cui il lat. laeti, che significa giuridicamente “l’affrancato con l’obbligo di certi servizi”. Cfr. ted. freilassen = mettere in libertà.
17) Cesare. De bello gallico, 6,XXII: “Nec quisquam agri modum certum aut fines habet proprios.” 
18) R. Hachmann, op. cit. p.70.
19) Cesare, De bello gallico, 6, XXII.
20) Tacito, Germania, VII: " Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt”.
21) L'usanza di liberarsi dagli indumenti in battaglia, radicata nell’antichità germanica e celtica, andò via via scomparendo con l’affermarsi dell'equipaggiamento bellico; continuò tuttavia a perdurare fin verso il periodo delle invasioni presso gli Eruli che erano per certi versi una popolazione piuttosto retrograda rispetto alle altre tribù germaniche. Cfr. Pauly - Wissowa, op. cit. Band, Suppl. III, p. 572.
22) A tal proposito è significativo il brano del De bello gallico (1. XXXIX) nel quale Cesare racconta la paura che invade l'animo dei suoi legionari prima dello scontro con Ariovisto al sentire i racconti degli abitanti del luogo e dei mercanti, che descrivevano i Germani come uomini giganteschi, di straordinario valore in guerra e dei quali non si riusciva nemmeno a sopportare l'aspetto e lo sguardo.
Ma tutto ciò risente delle esagerazioni presenti in tanti passi dell’opera di Cesare; in realtà, dagli esami autoptici sui corpi venuti alla luce nelle paludi sacrificali della Germania settentrionale e della Danimarca risulta che la statura degli antichi Germani era in media di 1 metro e 70 cm. Naturalmente essi poterono sembrare molto alti agli occhi dei legionari romani che mediamente superavano a stento il metro e mezzo.                    
Dagli scrittori latini del tempo gli occhi dei germani vengono descritti con gli aggettivi: caeruleus, caesius; da Tacito truces. Per il colore dei capelli vengono di volta in volta usati flavus, auricomus, rutilus, rufus a indicarne il colore biondo - rossiccio.
23) Tacito, Germania, XIX: “...Plusque ibi boni mores valent quam alibi bonae leges”.
Bibliografia
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Devoto, G.: Il linguaggio d'Italia, Rizzoli, Milano, 1974 
Filip, J. : I Celti alle origini dell'Europa, Club del libro Melita, 1987
Fischer Fabian, S.; I Germani, Garzanti, Milano,1985 
Hachmann, R.: I Germani, ed. Nagel, Roma, Parigi, Monaco,1977 
Maurer, F.: Nordgermanen und Alamannen, Munchen, 1952 
Mommsen T. : L'impero di Roma, Club degli Editori, Milano, 1966
Müllenhoff, K.: Deutsche Alterertumskunde, Berlin, 1908.
Pauly - Wissowa: Real - Enciclopädie der classischen Altertumswissenschaften, Stuttgart, 1919, (12 libri)
Publio Cornelio Tacito: Storie (5 libri) 
Romano, G. - Solmi. A.: Le dominazioni barbariche in Italia, Vallardi, Milano, 1940 
Tito Livio: Ab urbe condita libri
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