10 lib1419-Storie

www.redigio.it
 
Storie
lib1419-Storie
Contenuto di LIBRO 2
 
Contents
10.1 La via ferrata
       10.1.1 Ferbar0
       10.1.2 Ferbar1
       10.1.3 Ferbar2
10.2 Bozzente
10.3 Etruschi
10.4 Fenici
10.5 Barbari
10.6 Galli e Romani
10.7 Pietre Miliari
10.8 La festa dei folli
10.9 Comabbio
10.10 Problema
10.11 V Fornace
       10.11.1 Tabella
       10.11.2 Lista dipendenti
10.12 Divina Commedia
10.13 Galileo Galilei
10.14 Torba
10.15 Monsorino
10.16 Vetri
10.17 Gran pampel
       10.17.1 Gran pampel
       10.17.2 Chi è Panoramix?
       10.17.3 Asterix
       10.17.4 Trama tipo
10.18 Varie
       10.18.1 Nascita di Roma
       10.18.2 Pornikon -
       10.18.3 Titanic
       10.18.4 Incantensimo della Nostaglia: serata carica di positività
       10.18.5 "Controllo di vicinato".
       10.18.6 UL MIK LONGOBARDEATH - TE ME FE GIRA’ I BALL !!!! (YSMR)
       10.18.7 Raccolta da fare podcast
 
 
    parole
-----------------------------------------------

10.1 La via ferrata

www.redigio.it
 
La via ferrata per il trasporto delle barche tra Tornavento e Sesto calende.
 
Tempo, vicende, vestigia
 
 
 
Contents
1.1 Ferbar0
1.2 Ferbar1
1.3 Ferbar2
 
 
    parole
-----------------------------------------------

10.1.1 Ferbar0

1.1 Ferbar0
Tratto da:
 
La via ferrata per il trasporto delle barche tra Tornavento e Sesto calende.
 
Tempo, vicende, vestigia
 
 
di Guido Candiani
 
 
Tempo, vicende, vestigia
Archivi e Bibliografia:
La ferrovia delle barche
La Ferrovia FF.SS.
Le vie di comunicazione e le strade del capoluogo e delle frazioni.
LE ANTICHE STRADE DEL CAPOLUOGO
LA NOSTRA BRUGHIERA
LA BONIFICA DELLA BRUGHIERA
COAREZZA: origini E STORIA
LA FRAZIONE MADDALENA: ORIGINE E STORIA
LA FRAZIONE CASE NUOVE: ORIGINE E STORIA
LA BRUGHIERA DELLA GRADENASCA E LA CASCINA MALPENSA
L'ARCHEOLOGIA NEL TERRITORIO DELLA MALPENSA.
LA NAVIGAZIONE
NOTE:
DA TROVARE:
Lista delle diapositive relative al racconto:
Da Tornavento alle cave di ghiaia
Dalle Cave di ghiaia a San Rocco
Da S. Rocco a Lavandai
Dalla cascina LAVANDAI a Gruppetti
Da Gruppetti a Golasecca
Cartine geografiche
 
 
 
Chi pratica le brughiere tra Somma e Tornavento ( Brughiera di Casorate), o quelle più lontane tra Sesona e Golasecca (S. Caterina, Garzonera, Costa Cimasco), conosce le espressioni "ponte delle barche" "ferrovia delle barche".
In zone alte sul Ticino, su una terrazza arida e mai percorsa da acque navigabili neppure nel passato, queste espressioni non mancano di stupire.
E invece i ponti, talvolta rovinati, o sguarra' (secondo l'impietoso dialetto di queste zone), le massicciate imponenti, gli scavi in trincea semisepolti dal brugo Brugo: Potrebbe essere ERICA ( Calluna vulgaris) ovvero: Brugo - Grecchia - Scopa meschina - Scopetta - Bru' - Desloda - Ausolada - Brola - Scopiglio - Brusciarello - Galencia.Famiglia delle Ericacee. ( pag. 139 di segreti e virtu'delle piante medicinali)
 
) rimangono a testimoniare l'impegno, la fatica, le finali delusioni di chi ha realizzato l'opera di cui parliamo.
 
Si era attorno al 1850: nei paesi della brughiera la miseria regnava sovrana. Il terreno arido e acido non permetteva di coltivare se non segale, miglio e una stenta meliga Meliga: Mais (Zea mays ovvero: Granoturco - frumentone - Melega).Pianta da vedere
). Le campagne dei grandi proprietari, Visconti (al Nord), Parravicino (da Tornavento a Lonate Pozzolo) Parravicino:), Castelbarco Castelbarco:), erano date a colonia, con pagamento in prodotti per il terreno, (tante staia di segale o miglio per pertica) e fitto in contanti per le abitazioni rustiche. Inoltre, secondo l'uso antico, i padroni richiedevano ai coloni piccoli pendizi, a pagamento degli orti, ed alcune corvees: giornate a spaccare legna, carreggi per conto del padrone, braccia di fosso da scavare.
 
La foglia del gelso era riservata al padrone. Se il colono allevava i bachi, il prodotto in bozzoli si divideva a metà, come pure a metà la spesa per le uova dei bachi. Tutto il lavoro della raccolta della foglia e dell'allevamento, nonchè alcune piccole spese accessorie (legna per il riscaldamento, olio per il lume, carta per i graticci, brugo per il bosco entro cui i bachi avrebbero filato i bozzoli), erano a carico del colono.
Le uve, coltivate con un certo successo sui terreni in costa, erano pure a mezzadria, e a metà la spesa per la paleria; tini, botti e torchio a carico del padrone .
Al tempo da noi considerato, tuttavia, la vite non dava frutto "causa l'imperante malattia", l'oidio, comparso nel 1850, cui poco più tardi si sarebbe aggiunta la peronospora Peronospora: ).
Così da una relazione di stima del 1856, relativa alla grande proprietà dei Parravicino a Tornavento e Lonate Pozzolo, 2.907 pertiche di aratorio, bosco, brughiere e coste.
Anche per l'aratorio tuttavia la produttività era bassa, ed infatti le 2.900 pertiche di Tornavento e Lonate, comprese le case coloniche afferenti, erano valutate in ragione di 130 lire per pertica, mentre un'analoga proprietà dei Parravicino in Brianza, pure non irrigua, era valutata nella stessa stima oltre il doppio, 280 lire per pertica. Lire austriache, si intende: per un raffronto, per quanto difficile, si può, considerare un rapporto di 1 a 5.000 con la lira attuale, ma il rapporto non è certo applicabile a tutti gli aspetti della vita: basti ricordare che la mercede giornaliera per un uomo era di 1 lira.
Il colono di Tornavento e Lonate concorreva al pagamento delle pubbliche imposte versando 80 centesimi annui per pertica di coltivo; inoltre ulteriori appendizi per totali annui 34 centesimi austriaci per pertica. Il colono pagava inoltre il "testatico" (imposta pubblica un tanto a persona), o "capitazione" (Tributo - tassa personale proporzionale al reddito), la tassa personale , di lire 7,50 all'anno, dovuta da tutti gli uomini dai 14 ai 60 anni "che non si siano resi defunti entro il 30 aprile dell'anno".
 
Difficile che la famiglia potesse giungere a riscattare il "livello", cioè acquistare il terreno dal proprietario: la valutazione del valore capitale era fatta a misura dell'art. 306 Codice Civile Austriaco e 263 del Regolamento Generale del Processo Civile, secondo cui l'affitto in denaro rappresentava il 5% del valore capitale. Per gli affitti a staia di miglio e segale si considerava il valore medio della mista miglio/segale e si ricostruiva il valore del terreno, sempre con la regola del 5%. Lo staio nelle nostre zone conteneva circa 16 litri, ovvero 12 Kg. di segale oppure 11Kg. di miglio. ( staia facevano un moggio. Un moggio di segale 20 lire austriache, un moggio di miglio 15; oggi il rapporto di valore e' invertito. )
Così quando nel '74, per far fronte al Prestito Nazionale, il Comune di Somma si vide costretto ad affrancare i suoi diretti domini, tanto a denaro che a miglio, ben pochi livellari poterono riscattare i terreni in affitto, e il Comune dovette ricorrere ad una posta straordinaria sull'estimo.
 
Non abbiamo immagini, se non idealizzate e quindi lontane dalla realtà, dei contadini del tempo e dei loro costumi. Le donne, anche al giorno di festa, portavano ben pochi ornamenti: l'oro della vera, raccolto pagliuzza per pagliuzza nella sabbia del Ticino dal fidanzato, secondo una bella usanza tramontata nell'ultimo dopoguerra, e l'argento degli spontoni, che anche qui, e non solo in Brianza fermavano le lunghe trecce avvolte sopra la nuca.
Così le vide Theophile Gautier al mercato di Sesto nel maggio del 1850: "i capelli lisci e attorti sulla nuca sono trafitti da trenta o quaranta spilli di argento disposti come un'aureola sulla testa. Uno spillone con due grandi olive d'argento completa l'acconciatura".
Questi spilli costeranno certo, ma son portati da povere donne e ragazze con la gonna a brandelli e i piedi nudi e polverosi.
Moltissime donne avevano il gozzo, come nel Vallese. Della sporcizia, del puzzo che avvolgeva i paesi diremo più tardi, sempre sulla scorta delle notazioni di viaggio degli stranieri.
Le comunicazioni, come noto, erano difficili, caro viaggiare per le poste (sebbene Maria Teresa avesse una settantina d'anni prima ridotto d'imperio la tariffa di ogni posta, nella proporzione da 10 a 7,50), caro passare il Ticino coi "porti", traghetti costituiti  da due barconi, collegati da una piattaforma in legno, affidati ad un cavo che attraversava il fiume.
Così sul "porto", messo in opera a Coarezza Coarezza: ), "transitabile dall'Ave Maria del mattino all'Ave Maria della sera", secondo tre livelli di riferimento dell'acqua del fiume, un uomo a piedi "anche con fagotto", pagava 11, 20, 30 centesimi (ovvero, per il livello massimo, il terzo della sua paga giornaliera), un uomo a cavallo, "anche con fagotto", 15, 32, 60 centesimi, un carro scarico 35 70, 140 centesimi, un carro carico 50, 100, 175 centesimi.
Di qui, per inciso, la domanda dei borghigiani di Somma che almeno i pedoni pagassero una sola volta il pedaggio,considerato come fosse "ordinario ritornare per il porto medesimo al proprio focolare", domanda respinta dall'Amministrazione di Varallo Pombia, appaltatrice del pedaggio.
Ancora, tra i cento documenti che testimoniano la miseria del tempo, il decreto del settembre del 1851 con cui l'Imperial Regio Governo, Generale e Militare, decretava che "il pane di farina di castagne, essendo di qualità inferiore al pane misto", ne avrebbe seguito la misura dal dazio.
 
Nelle città il prezzo del pane per la settimana successiva era stabilito ed esposto ogni domenica, con relazione alla media dei prezzi raggiunti dai cereali il sabato, unico giorno in cui si potevano trattare i grani.
Beninteso il pane di "meta", nei vari tipi ammessi, pane di frumento, pane di frumentata (frumento e segale in  pari misura), pane misto al terzo (un terzo di segale, un terzo di miglio, un terzo di mais), pane giallo (7/8 di mais, 1/8 di segale).
Beninteso il pane di "metà", era per i poveri la grande maggioranza. Per i signori si confezionava il "pane d'arbitrio", ma uno stesso fornaio non poteva confezionare e vendere insieme pane di metà e pane d'arbitrio.
I contadini delle nostre zone preparavano invece il loro pane ogni quindici giorni, con farina di mais e poca farina di segale, in grandi forme (sino a 4 Kg.), per risparmiare legna. Scarso di glutine, questo pane lievitava male, cuoceva peggio, e presto inacidiva, promessa di pellagra.
Oltre 100,000 i pellagrosi in Italia, al tempo che consideriamo: "i più infelici di tutti, che la malattia assale ad un tempo il corpo,che condanna ai più atroci dolori, e lo spirito, privando non di rado dell'intelletto, il misero che ne è colpito".
Inoltre, a completare il quadro, nel 1854, come già nel '36, come ricorrente in seguito a intervalli di circa 10 anni sino alla fine del secolo, il colera Colera: ).
Cholera morbus asiatico, o mordèchi, endemico da sempre sulle rive del Gange, ma sconosciuto in Italia sino al 1835.
 
Nel 1817 il colera aveva iniziato a interessare zone nuove, in tredici anni aveva raggiunto il Caspio. Di qui, risalendo il Volga, era penetrato rapidamente sino al cuore della Russia, senza incontrare difese, anche perchè le Commissioni Mediche Imperiali avevano giudicato che non si trattasse di un male epidemico Saratow, Kazan, Novgorod; il 13 settembre 1830 la prima "orrenda comparsa" a Mosca.
In Italia il colera arrivò, cinque anni più tardi, alla fine dell'estate del 1835, contemporaneamente a Genova e nel comune di S. Nicolò della Fraterna, in provincia di Venezia. A Milano il primo caso fu registrato il 17 aprile 1836 all'albergo della Passerella, nella persona di Giacomo Calvi, proveniente da Bergamo, dove il morbo già infuriava.
Nel '36, in tutta la penisola i colpiti furono duecentomila, e centomila i morti; nel '54 quasi esattamente le stesse cifre.
Nelle zone rivierasche del Ticino il colera del '54 giunse portato da viaggiatori Genovesi. A Sesto Calende in infuriò dal 14 agosto al 17 novembre, malgrado venissero applicate le norme del Regolamento Imperial Regio del 25 ottobre 1835, con  sequestro e distruzione dei generi alimentari sospetti, rigore nelle norme igieniche, rimozione delle immondizie dalle strade, dalle case, dalle chiese, eliminazione delle latrine scoperte, rigida applicazione delle leggi di Pubblica sicurezza sull'accattonaggio, reperimento di lavori pubblici per disoccupati.
Le autorità religiose intervennero abolendo il digiuno e riducendo al minimo la  durata delle funzioni. I colpiti si raccomandarono ai santi Pietro e Paolo, i sani invocavano la beata Michelina da Pesaro, protettrice dal contagio. A Lecco si fece pubblico voto di non ballare per venti anni.
A Sesto il colera del '54 si ebbero solo 47 morti, su un censimento di 2500 anime. Di questi morti, 35 erano di famiglia contadina, 5 possidenti, 3 osti, 3 mugnai. Inoltre un soldato austriaco, Leopoldo Spitzberg, a Sesto per manovre autunnali.
 
I decessi rappresentarono il 19% dei colpiti (contro il 63% di Milano) in ragione particolarmente delle cure e della pozione del dottore fisico Giuseppe Mazza Giuseppe Mazza: Medico condotto. ), medico condotto, premiato poi con una gratificazione di 400 lire austriache, contro un compenso annuo di L. 1.090,50 (ricordiamo che il maestro elementare riceveva annualmente 495 lire austriache).
La cura consisteva principalmente nel tenere ben caldo l'ammalato, effettuare fregagioni con spirito di bacche di ginepro a braccia, gambe, tronco, e somministrare la pozione attiva e piacevole del dottor Mazza stesso: limone, acqua di cedro, laudano liquido, gomma arabica, sciroppo di corteccia di arancio.
Per ovviare al singhiozzo, ghiaccio (dalle ghiacciaie dove veniva riposto il ghiaccio d'inverno) e polverine: bicarbonato e sottonitrato di bismuto.
Altrove si consigliava Ia terna ghiaccio, oppio, china, oppure la polpa di tamarindo, le bevande acide, l'ipecaquana Ipecaquana: ) con l'oppio. Ancora, senapismi di cantaride Senapismi di cantaride: Cataplasma revulsivo fatto di farina di senapa, aceto ecc. ;Cantaricde: CANTHA-RIS-IDIS - Scarabeo . Insetto dell'ordine dei coleotteri, di color vere dorato e lucente: contiene un umore forte e acre che essicato diviene una polvere irritante ad alto grado e ha proprieta' afrodisiache. Si 8usa estremamente sotto forma di tintura e di vescicatori.
), o di cenere calda, o di rafano Rafano rusticano: Nasturtium armoracia fries - ovvero: barbaforte, cren, erba da scorbuto. della famiglia delle Crucifere.Originario della Russia meridionale europea e dell'Asia occidentale, il rafano si diffuse in tutta l'Europa, verosimilmente, nel XVI secolo. E' un condimento molto forte, attualmente coltivato, in occidente, solo nelle regioni settentrionali. La radice e' lunga e carnosa, spessa, giallo-grigiastra, e contiene in abbondanza un glucosideo solforante, identico a quello della senape e che gli conferiscer proprieta' analoghe. Il rafano e' tassativamente controindicato per coloro che soffrono di irritazione dell'apparato digerente, per le persone nervose e per le donne incinte.
) rusticano e a aglio pestato. Ai bambini si applicavano sanguisughe alle tempie, agli adulti dodici o quattordici sanguisughe all'ano.
Il morbo infuriò in tutti i nostri paesi, tranne Varese; poi si spense, ed è triste e significativo insieme leggere nell'archivio di Somma la convocazione, tre anni più tardi, per la vendita all'asta dei beni dei colerosi, a ricordare il valore che allora veniva attribuito a qualsiasi oggetto, per quanto usato e meschino: una veste da donna, un "ciffone", un cappello di feltro, e così via per un doloroso rosario di misere cose, segnate dalla pestilenza.
 
In questo quadro di miserie merita invece ricordate il bosco, residuo ancora imponente del bosco storico, di querce e olmi, ove era stato immesso il pino, e che aveva appena cominciato a conoscere la robinia Robinia: Robinia pseudacacia. ovvero: Acacia, falsa acacia, spina di Noussignor, parasol, agaz, marugon. La robinia e' una pianta originaria dell'Amewrica settentrionale e centrale. La sua diffusione in Europa avvenne nel secolo XVII quando jean Robin, ervorista di Enrico IV di France, ricevette dall'america un seme di questa specie e lo pianto'. Linneo battezzo' l'albero con il cognome di Robin. Questa specie rimase sconosciuta in Italia sino al secolo XVIII; per la vigorosa vewgetazione e l'adattamento a molteplici condizioni climatiche divenne, pi, specie infestante dei boschi di latifoglie decidue. predilige terreno sciolto e ben drenato e, per il suo sviluppatissimo apparato radicale, si impega nei lavori di consolidamento di scarpate. I fiori, ricchi di nettare, sono invasi dalle api all'epoca della fioritura; il miele di acacia e' ottimo.Con i fiori della robinia si posson0o preparare delizione frittelle, sciroppi, una gradevole acqua profumata da bagno; si ottiene un vino tonico mettendo a macerare 15-20 gr. di fiori in 1 litro di vino rosso. non si devono udsare ne' semi ne' la corteccia; le radici sono dolci ma sono tossiche. Identificazione: da 10 a 30 metri. Albero, tronco grossolano, che si ramifica abbastanza in basso, branche distese, corteccia profondamente screpolata, rami lisci; foglie grandi, imparipennate con 9-25 foglioline, intere, molli, con stipole trasformate in due spine tra le quali si dissimula la gemma; fiori bianchi ( maggio-giugno), in grappoli pendenti, calice a 5 denti, foglia papilionacea; legume bruno, pendulo, glabro, con 10-12 semi duri; radicivigorose, sctriscianti, con numerosi polloni, dotate di nodosita'. odore penetrante, aromatico; sapore dolce.
) importata in Europa dall'America da Robin, botanico del re di Francia, alla fine del '600; pianta meritoria per la fascina, con cui si sbiancava di calore la volta del forno del pane, per il legno, idoneo a farne carri ed attrezzi, per la brace duratura, per il nettare prestato alle api; pianta però troppo vitale rispetto alle nostre antiche essenze, presto spodestate.
 
A metà dell'Ottocento il bosco era vitale e produttivo, solcato da mille sentieri, testimoni del peregrinare operoso di chi raccoglieva ghiande, castagne, legna o falciava la lisca per farne strame, scongiurando per sopramercato gli incendi.
 
E' noto d'altronde che il bosco della valle del Ticino era anticamente famoso luogo di caccia dei signori di Milano. una foresta di Fontainbleu nostrana. Dal diario di Cicco Simonetta Cicco Simonetta:apprendiamo per esempio che ai primi di novembre del 1474, "Uscito Galeazzo Maria [Sforza] da Lonate Pozoldo e recatosi sulla strada per Varese per uxellare, prese un orso grandissimo due camozi".
 
Sempre dal diario di Cicco Simonetta apprendiamo che alle battute venivano chiamati a forza tutti gli uomini dai 10 ai 60 anni della zona: "si troveranno gli uomini di Turbigo, Castano, Busto Arsizio, Lonate, Oleggio, Bellinzago, Cameri, ante l'alba del 22 novembre [1474] alla costa di Bornago Bornago: )  con attrezzi da battitore, con penalità di un ducato per gli assenti, garanti i podestà delle pievi". Una battuta con forse 4.000 battitori.
Naturalmente venivano perseguiti i cacciatori di frodo: "chi insidierà caprioli, cervi, porci, con lazate, istrumenti, cani o altra maniera avrà confiscati tutti i suoi beni, se inabile, squassi 10 di corda e sarà bandegato dal nostro terreno" [1483].
Che dire dei lupi che in due soli anni, ai primi del '700, uccisero 50 persone nel mandamento di Varese?.
 
Il flagello dei lupi si faceva particolarmente sentire dopo le guerre o le carestie, quando gli abitanti erano "così secchi di fame che era uno stremizio a vederli". Allora nelle campagne erravano numerosi lupi e "s'ardiva andare attorno solo di brigata, tanto i lupi facevano male in ammazzare putini e femmine".
 
Questa dunque era la vita nei borghi, nelle campagne, boschi attorno al Ticino, frequentati oggi, i boschi solo da selvaggina lanciata e dalle volpi, e navi e acque del fiume solo delle canoe degli sportivi in luogo delle grandi "barche da commercio" di allora.
 
Tutti conoscono invece l'importanza della navigazione sul Ticino sino dai tempi più antichi. Riferendoci soltanto a tempi prossimi consideriamo come si navigava, a cavallo tra il '700 e l'800, e cosa si trasportava.
Dal lago Maggiore e dal suo bacino scendevano legname d'opera e da ardere, pietre da costruzione, calce, ciottoli di quarzo per farne vetro, merci d'oltremonte che dal Gottardo e S. Bernardino arrivavano a Locarno, o, dopo il 1515, crollato a Bellinzona il ponte sul Ticino, a Magadino .
 
Inoltre importanti derrate  alimentari, in buona parte convogliate a Milano tramite il Naviglio: castagne, noci, pesce e, come risulta da un documento della fine del '700, annualmente "57.000 brente di vino, 2.000 vitelli, 5.000 capretti, 2.000 bovini detti gnuchetti, 135.000 libbre di formaggio d'oltre il Gottardo, butirro 47.000 libbre, gerli di carbone 87.000, e le pietre di detto fiume si conducono nelle barche a Venetia per fabbricare con esse quei vetri di cristallo che sono tanto lucidi".
 
I ciottoli di quarzo, cogoli, venivano raccolti nel letto del fiume sino a pochi anni or sono; la prima notizia scritta che ne abbiamo è del 1150, in un documento di Guidone Visconti Guidone Visconti).
Quattrocento anni più tardi, attorno alla metà del '500, un contratto parla di "530 miliara di cogoli al prezzo di lire 8,13 per ogni miliara  resi alla ripa del Ticino a Pavia, che il Crollalanza Gerolamo farà caricare a sue spese sulle navi per portarle a Venetia, con regalia di due casse di bicchieri da gentilhuomo, due caratelli di vino malvasia, sessantadue libbre di zucchero fino, cera veneziana per lire dodici, pepe per lire dodici, spezierie fine di pistacchi per lire venticinque Regalie raffinate, che fanno pensare alla bella vita che i ciottoli raccolti dai nostri antenati propiziavano a chi li commerciava.
 
Le merci che risalivano il Po e il Ticino, ed infine il lago Maggiore, erano necessariamente molto inferiori per quantità, trattandosi di rimorchiare le barche controcorrente: granaglie, ferro grezzo, e soprattutto sale (che in buona parte veniva raffinato a Locarno). In relazione, lungo il Ticino, in tutti i paesi dotati di luoghi di sosta e ricovero per i barconi e i cavalli fioriva da sempre il contrabbando del sale, represso con ferocia pari alla protervia dei contrabbandieri.
Egual ferocia attendeva del resto i ladroni di strada.
Un tale abate Richard, soffermatosi a visitare il lago e le isole Borromeo, uscendo da Sesto sulla strada per Milano si dispiaceva dello spettacolo offerto dalle teste dei ladroni esposte su pali, atroce monito agli emuli: "quantità de testes d'hommes qui sont exposees, d'espace en espace, sur des poteaux".
Sul lago le merci viaggiavano anche di domenica, contrariamente a quanto avveniva per il Naviglio. Erano trasportate su grandi "barche di commercio", con vela quadra altissima e stretta, a ferzi verticali, talvolta colorati. Alcune barche erano armate con due alberi, il primo più alto.
I venti principali cui ci si affidava erano chiamati "Inverna", il sud ovest, "Mergozzo", il ponente, "Vento o Maggiore", la tramontana, "Vento Bergamasco" per analogia col lago di Como, lo scirocco, "che soffia di rado".
 
La difficoltà a stringere il vento con la vela quadra rendeva lunghissimo il bordeggio, mentre il regime dei venti, particolarmente in estate, rendeva pigrissimo il veleggiare; a meno che il "Valmaggino", o qualche improvviso vento temporalesco non alzasse il lago, e allora erano dolori, bestemmie, liti selvagge fra i barcaioli. Così almeno ci riferiscono alcuni viaggiatori  stranieri del tempo, già scandalizzati dalla "sporcizia indicibile,, dell'osteria di Magadino, dal puzzo dei paesi, dalla folla di straccioni che accoglieva i viaggiatori in tutti gli approdi del lago, richiedendo con insistenza, per umili servigi, la "bona mano".
 
"Bona mano, bona mano, sont les seuls mots jusq'a present que j'ai entendu dans l'Italie". Così il citoyen  Cambry, prefetto dell'Oise, coinvolto anche lui in una  burrasca del lago, durante la quale, nella discordia  del barcaioli, aveva preso il timone, e portato, da buon  bretone, la barca in salvo.
 
E nella stagione di poco vento? Quando non sovviene il vento le merci vengono trasferite su barche minori e si spendono alcuni giorni per far loro trascorrere il lago a forza di remi.
 
Così si navigava al periodo considerato, come da secoli, anche se dal 15 febbraio 1826, per iniziativa del console americano in Francia, Edward Church, aveva iniziato a solcare le acque del lago, il battello a vapore per passeggeri "Verbano", dotato comunque di una grande vela quadra e di un fiocco, costruito a Locarno per un costo equivalente a 50.000 lire austriache; e 60.000 lire austriache era costata la macchina a vapore,  costruita a Birmingham.
 
Una atmosfera la pressione, 300 Kg. all'ora di legna  di faggio o quercia il consumo. Quanti boschi si saranno abbattuti per alimentarne il focolare!
Due viaggi al  giorno:  Magadino-Sesto, Sesto Magadino, toccando tre stati svizzero, sardo, lombardo-veneto.
E una bòsinada diceva:
      In sta barca gh'è poeu dent
      tutt i comod per la gent.
      El gh'è di sal, di gabinet,
      gh'è fin dent di stanz de let,
      e chi voeur fa un marendin
      e chi voeur po bev el tè.
 
Ma dimentichiamo i viaggi felici dei sciòri amanti del progresso e dei pellegrini alla Madonna del Sasso e  ritorniamo ai trasporti delle cose.
 
La merce che al termine del solitamente pigro veleggiare giungeva a Sesto Calende veniva caricata su barche idonee a scendere il Ticino, distinte in cagnone, lunghe 24 metri, larghe 4,76, generalmente munite di un casotto coperto, con portata di 34.000 Kg e immersione di m 0,78, borcielli pure lunghi 24 metri, ma larghi m. 4,56, capaci di 30.000 Kg. di carico con immersione di poco inferiore , poi cormane, più piccole, barche corriere, capaci di 60 persone e piccole merci, cavrioli, normalmente usati per riportare a Milano, a Pavia o a Pontelagoscuro Pontelagoscuro:) cavalli e garzoni che avevano trascinato contro corrente le barche col piccolo carico ascendente.
 
Va ricordato che il Ticino ed i navigli veniva percorsi anche da zattere di legname d'opera, condotte da vari navalestri zattere che sul Ticino erano dette "foderi" o "ceppate", mentre sul lago di Como e sull'Adda erano chiamate floss, con termine austriaco.
"Le barche che scendono il Ticino sono indispensabilmente munite di un timone a pala e lungo albero, onde superare in ogni istante e con poderoso braccio di leva la forza della corrente per governarle sui luoghi di maggior pericolo". Altri timoni minori, piazzati su diversi punti del bordo, venivano operati contemporaneamente da altri barcaioli. I barcaioli, del resto, erano sempre almeno quattro "nella critica discesa".
La veniva affidata a Sesto dal proprietario ad una guida detta "parone", normalmente di Castelletto Ticino Castelletto Ticino), ove esisteva appunto una "università" o "Corporazione", di tali paroni. Il parone guidava la barca lungo le rapide o "ramme", o "rabbie", del Ticino da Sesto a Tornavento, distinte ciascuna con un nome: il "Panperduto", Trovare e fotografare tutte le rapide) ,la "Miorina",il "Legura", la "Lanca", la "Monga" "Cavalazza" l'"Asnino", il "Ramm".
 
In questo tratto (da Sesto a Tornavento) le barche, così guidate, "discendono in novanta minuti, a guisa di locomotive, con una spaventevole velocità".
Si lasciava sempre trascorrere un tempo determinato fra la partenza di una barca e la partenza della successiva, perchè non vi fosse pericolo che una barca raggiungesse la precedente, con rischi gravissimi. Inoltre, già dai tempi di Galeazzo Sforza, ci si preoccupava di "far fendere i sassi che sono di impedimento  alla navigazione".
 
D'altro canto, nel caso di incidente e conseguente perdita della barca e mercanzia, la procedura era semplice: "il parone cui fonda o perisce una o più barche con il carico ne riporta dalla più vicina autorità locale un attestato comprovante l'avvenuto infortunio, in vista del quale è esonerato da qualunque indennizzo".
 
Superate le "rabbie", e giunta la barca sotto Tornavento, lasciando lo sperone a sinistra si imboccava la "Bocca di Pavia" Bocca di Pavia: ) da cui si proseguiva la navigazione del Ticino; lasciando invece lo sperone a destra, si imboccava il Naviglio. Qui il parone saltava a terra e tornava a piedi a Sesto Calende, mentre un secondo parone reggeva la barca sino al disotto di Robecco (dove l'acqua del Naviglio perde ogni velocità). Da Robecco un terzo parone la reggeva sino a Milano, dove veniva consegnata al "parone del fosso", che la conduceva in ripa al Naviglio interno, a S. Eustorgio, per riportarla poi vuota alla darsena dove l'aveva presa carica Il mercante affidava allora la barca ad un "fattore", dotato di cavalli e garzoni, perchè la riportasse a Tornavento, mentre egli stesso ritornava normalmente al lago per via di terra o con una barca corriera.
Il fattore combinava le "cobbie", cioè il treno di sei, otto barche, trainate da  dieci-dodici cavalli, guidati ciascuno da un garzone, e, sotto la guida del fattore stesso e di un sottofattore o fattore di terra il traino risaliva sino a Tornavento. Di li cavalli e garzoni, "dopo breve riposo", tornavano a Milano o Pavia con un cavriolo.
I tempi impiegati nella navigazione variavano, ovviamente, con il variare del livello e della velocità dell'acqua del fiume. In caso di scarsità d'acqua si ricorreva alla "lèvia", cioè le barche veniva alleggerite; in occasione delle piene il traffico veniva sospeso.
E di piene il Ticino ne conobbe di straordinarie. Per citarne solo alcune, nel settembre del 1177, appena costruito il primo tratto del Naviglio (allora precipuamente inteso come canale di irrigazione), "fuit diluviuon quo majus non fuit a diebus Noè"
Il Ticino cambiò letto e le opere di presa del Naviglio vennero distrutte con spese gravosissime per il ripristino.
 
Ancora nel 1585 una piena straordinaria rovinò, le opere di presidio, lasciando in asciutta tanto il Naviglio quanto la "Bocca di Pavia", da cui proseguiva la navigazione sul Ticino.
 
Sospese le comunicazioni, fermi i mulini, inariditi i canali di irrigazione, il magistrato delle acque dopo febbrili e diplomatiche trattative con una schiera di tecnici, dei quali ognuno proponeva una soluzione diversa, affidò all'ing. Meda la stesura di un progetto e l'immediata realizzazione dei lavori con cui si dette forma all'attuale incile del Naviglio, arricchito in questa occasione di molta acqua alzando la soglia della "Bocca di Pavia".
 
 
Ancora una terribile piena nel 1755 e poi quella memorabile del 1868 quando "il muggito del fiume e il crosciare delle frane che si staccavano dalle alte ripe udivasi sino a Somma. Chi visitò Sesto rammenterà con raccapriccio i lamenti che mandavano le crollanti case quelli che, ritrosi dapprima ad abbandonare la roba loro, deploravano troppo tardi di dover colla roba abbandonare anche la vita". Così la prosa del Melzi.
 
Riferendoci quindi ad "acqua mezzana", ecco i tempi medi di navigazione delle barche cosiddette di commercio. Da Sesto a Pavia si impiegavano da sette ore a una giornata, e cinque giorni da Pavia a Pontelagoscuro. Rimontando, da Pontelagoscuro a Pavia, con poco carico, da 20 a 25 giorni. Solo in viaggi felicissimi d'estate 18 giorni Da Pavia al lago Maggiore lungo il Ticino da venti a trenta giorni, con barche accoppiate vuote o con piccolo carico.
Per quanto riguarda invece la navigazione verso Milano: da Sesto a Tornavento si impiegavano novanta minuti (toccando sulle rapide le venti miglia all'ora), da Tornavento a Milano 8-9 ore. Al ritorno, da Milano a Tornavento, prima della costruzione della strada alzaia lungo il Naviglio (1824-1844), si impiegavano quindici giorni con 25 cavalli e altrettanti garzoni per un convoglio di cinque sei barche. A seguito della costruzione dell'alzaia solo tre giorni e la metà dei cavalli.
Da Tornavento a Sesto, per sole 18 miglia, ma vincendo le rapide già ricordate, si impiegavano da una a due settimane dovendosi staccare le barche per farle avanzare ad una ad una, spesso portando parte dei cavalli sulla sponda opposta del fiume, per combinare in modo opportuno la trazione.
 
Ecco quindi che, dopo la costruzione dell'alzaia, considerando come su un tempo totale medio di navigazione per il viaggio Sesto-Milano-Sesto di meno di dodici giorni, oltre la metà venivano spesi per risalire le rapide da Tornavento a Sesto, sorse ad uno studioso di trasporti (ed il nome sarà una sorpresa per molti) l'idea di realizzare tra Tornavento e Sesto una ferrovia per il rimorchio delle barche per via terra.
Le barche estratte dall'acqua a Tornavento e poste su grandi carri di tipo ferroviario a 8 ruote sarebbero state trainate da cavalli su una via ferrata attraverso le brughiere e reimmesse in acqua a Sesto.
 
Il numero delle barche da trasportarsi annualmente sarebbe stato di 5.000 cagnone, 1.400 burchielli e 300 barche minori. Il numero dei cavalli previsto 100, e circa 100 gli uomini, il fatturato annuo previsto  364.000 lire austriache, oltre un miliardo e mezzo di lire attuali.
 
Ideatore dell'impresa, estensore del progetto iniziale  e poi grande patrocinatore della realizzazione presso autorità e privati fu Carlo Cattaneo Carlo Cattaneo.), futura guida delle  cinque giornate di Milano, che già si era occupato, e ancora si sarebbe occupato in futuro, di altri e più importanti progetti di ferrovie, miniere, irrigazioni, bonifiche, progetti quasi tutti votati a rapido fallimento.
 
Per dare forma al progetto della ferrovia delle barche Cattaneo costituì nel 1844 una società con un certo Frattini, suo intimo amico e futuro compagno di barricate e con Francesco Besozzi, agente della contessa Belgioioso, nata Parravicino, dei grandi proprietari di Tornavento. In seguito si aggiunsero nuovi soci: Carlo Vismara di Vergiate Trovare la documentazione); Bigio Viganotti Trovare la documentazione), futuro sindaco di Sesto Calende e grosso proprietario di barche, e altri.
La società ebbe inizi difficili. Il Governo era incerto se concedere la patente di costruzione della "ferrata". Fu necessario far entrare per un sesto nella società (scrittura privata 27 maggio '47) il ginevrino Giacomo Mirabaud, banchiere internazionale, patron finanziario del ducato di Parma, che era persona idonea ad ottenere dalla Eccelsa Imperial Regia Cancelleria Aulica Riunita la sospirata concessione. Mirabaud partì, brigò, ottenne assicurazioni, presentando poi una nota spese per viaggi e mance di 13.500 lire austriache, diciamo una settantina di milioni.
Ma ormai era il '48; Cattaneo, uomo più di pensiero  che d'azione, veniva trascinato forse suo malgrado a guida della sollevazione di Milano, fondava il Consiglio di Guerra, trattava da pari a pari con Radetzky.
 
Sono note le vicende a seguito delle quali a capo del Governo Provvisorio della Lombardia, istituito il 20 marzo, fu posto Casati anzichè Cattaneo, che restò comunque l'anima del Governo stesso.
Ciò, che appare meno chiaro è come il 21 aprile del '48 a sole quattro settimane dalla sua istituzione, il Governo Provvisorio, con tutti i problemi che doveva affrontare, finanziari, di contenimento degli umori delle masse popolari, di rapporti col Piemonte, eccetera, abbia trovato il tempo per "vedere la domanda presentata per ottenere il permesso di costruire lungo il Ticino una strada privilegiata per il rimorchio delle barche", riconoscerne la pubblica utilità, e concederne il privilegio esclusivo, in data 29 aprile '48.
E' fondato il sospetto che Cattaneo, pure in quelle giornata roventi di passioni, di lotte intestine nel Governo, di prese di posizione coraggiose, abbia spinto le cose nel senso a lui favorevole, e si oserebbe dire che alcuni concetti esposti nel decreto di concessione siano del Cattaneo stesso, che nella società aveva conferito 5.000 lire austriache, compenso dei suoi studi preliminari al riguardo.
E' certo comunque che il decreto del governo delle Cinque Giornate e molto più favorevole alla società concessionaria che non il decreto che sarebbe stato emanato, due anni più tardi, il 18 marzo 1850, decreto del restaurato Imperial Regio Governo, per il quale tra l' altro:
a) la concessione non era più esclusiva,
b) non veniva concesso l'esproprio dei terreni necessari alla via
c) le tariffe del trasporto avrebbero dovuto essere sottoposte alla approvazione dell'Imperial Regio Governo prima dell'esercizio della ferrovia
Ecco comunque il testo del decreto Imperial Regio, lievemente abbreviato:
 
"Vista la domanda di Francesco Besozzi Trovare: vedi nota piu' sopra.) di costruire una strada a ruote ad uso di cavalli per il rimorchio delle barche che dal Po e dal Ticino risalgono al lago (omissis),
 
art. 1) la concessione è impartita. La concessione non resterà peraltro a carattere di privilegio esclusivo;
art. 2) la larghezza della strada non sara inferiore a 7 metri, di  cui metri 3, destinati a sopportare le rotaie, saranno inghiaiati, e due metri per parte ne costituiranno il ciglio, in forma di banchine;
art. 3)  resta cura del Besozzi di intendersi coi proprietari dei fondi, avendo egli rinunciato al diritto di espropriazione, che non potrebbe per altro essergli accordato;
art. 4) dovrà l'imprenditore Besozzi presentare all'Imperial Regia Direzione Lombarda per le Pubbliche Costruzioni per l'opportuna approvazione il progetto esecutivo della strada, con tutti i dettagli specialmente per ciò che si riferisce alle curve, alle opere di sicurezza, come pure alle opere di ponti, viadotti, tombini, etc. e dovrà sottoporsi ad ogni prescrizione che gli sia fatta da essa Direzione Lombarda delle Pubbliche Costruzioni, salvo ricorso in caso di discrepanza alla Imperial Regia Direzione Superiore delle Pubbliche Costruzioni in Verona".
 
Negli articoli successivi veniva poi prescritto il tempo di realizzazione (tre anni dalla data di concessione), le norme del collaudo, l'obbligo di esporre la tabella dei noli, l'impegno che lo Stato, ove si fosse servito della ferrovia per scopi civili o militari, lo avrebbe fatto pagando L'ordinaria tariffa e infine la prescrizione che le tariffe, prima dell'esercizio del trasporto, avrebbero dovuto essere sottoposte per approvazione all'Imperial Regio Governo.
 
Cattaneo era ormai da due anni rifugiato a Castagnola, presso Lugano, ove viveva in una casa modestissima, sempre occupandosi di progetti grandiosi. Il 9 agosto del '48, prima di lasciare Milano che si arrendeva in quel giorno stesso a Radetzky, aveva intestato con rogito del notaio Guenzati le sue azioni della società alla moglie, inglese, per evitare una possibile confisca.
Il decreto di concessione e la sospirata trasformazione della società in anonima lo spinsero a una nuova frenetica attività epistolare per trovare finanziatori alla società, cui occorrevano oltre 1.500.000 lire austriache (oltre 7 miliardi attuali).
Cattaneo si adoperò a Londra presso banchieri suoi amici (Devaux), a Parigi presso Enrico Cernuschi, suo compagno di barricate durante le cinque giornate, ora banchiere in Francia, presso il barone de Bruck ed il sig. Czornig, personalità già legate all'Austria, e presso vari banchieri milanesi. Trattative in gran parte abortite in ragione del cattivo carattere del Cattaneo.
Nelle sue lettere chiamava la ferrovia delle barche "tram road", mentre più tardi, una volta realizzata, la via assunse il nome di ipposidra.
 
E a Sesto ne resta traccia nel nome di una strada Trovare la strada ( Nella relazione di stima dei terreni del Parravicino si legge invece Ferrovia Ipposidire
).
Per trovare sottoscrittori non si trascurò di ricordare le pene dei cavalli addetti a trascinare le barche contro la corrente delle rapide: "E in un tempo come il presente, in cui si fanno sforzi dalle nazioni più colte per ottenere l'abolizione del commercio degli schiavi, è ben da desiderarsi che lo stesso sentimento di umanità si risvegli anche in favore dei cavalli  ossia di queste povere bestie che non meritano al certo di essere così barbaramente e crudelmente trattate coll'assoggettarle a continue battiture e farle morire di spasimi, fino all'ultimo sospiro nell'attiraglio di barche contro le correnti più forti".
E altrove: "Molto guadagnerebbe l'umanità nel sollevare una quantità di persone dal faticoso rimorchio delle barche in Ticino, che le abbrutisce, e di sollevare dalle penosissime fatiche tanti cavalli che, travagliando contro la forza delle correnti di un fiume in un letto sassoso, per ghiacci e per dirupi sempre esposti alle intemperie ammalorano (sic) e si consumano in due anni e poco più di sforzi".
Finalmente il 16 aprile 1856 i banchieri Mondolfo, Brambilla, Turati, Ponti, Bellinzaghi, in poche ore sottoscrissero buona parte del capitale della società (esattamente 600.000 lire), emettendo per il resto un mutuo. L'elenco definitivo degli azionisti comprende comunque ben 84 nomi di nobili e borghesi, in parte milanesi, in parte delle zona interessata, soprattutto di Sesto.
Il preventivo di spesa venne indicato in 1.680.856 lire austriache, delle quali 785.359 per le operazioni di movimento di terra, fabbricati, opere d'arte; per i binari, del peso complessivo di 7.500 quintali, L. 348.750, ovvero l'enorme cifra di circa 2.500 lire attuali al Kg. Le rotaie pesavano circa Kg 20 al metro e costavano 10 austriache lire al metro. Erano più pesanti di quelle delle ferrovie francesi, ed eguali a quelle della ferrovia da Vienna alla Bosnia.
Per i 100 cavalli previste L. 50.000, cioè per ogni cavallo quanto guadagnava un uomo in due anni, e per, i pesantissimi carri (28 a 8 ruote e 6 a 4 ruote), spesa prevista 87.000 lire austriache.
All'atto pratico si risparmiarono sul previsto ben 199.431 lire, ciò che ha oggi dell'incredibile .
Il giorno 9 Febbraio '58 si era eseguito a Tornavento il primo esperimento pratico di attiraglio dei carri, su un breve tratto orizzontale e poi su una livelletta del 2% .
  " Vano il pensiero che in quell'esperimento si fossero impiegati  i cavalli migliori, che lo sforzo esercitato in piccola scala non  si abbia a conseguire per tutto il tramite della ferrata, e che la  barca di prova non fosse una delle più pesanti di quella specie:
  fummo noi stessi spettatori, e possiamo tranquillarci, che il desiderio di trovar bene non ci abbia ingannati, massime che il risultato ha corrisposto ancora più che non fossero le nostre aspettative: contro quel vano pensiero abbiamo anzi il dolce conforto di contrapporre l'osservazione che in quell'esperimento fu adoperato il doppio carro modello di Londra, del peso maggiore di alcune tonnellate dei carri attualmente adottati e che, nonostante, fummo noi stessi ad impedire che i cavalli corressero al trotto"
 
La ferrovia iniziava sotto Tornavento da una darsena di pianta rettangolare e dimensioni dell'ordine di 100 metri per 40, collegata direttamente al Naviglio Grande. Sul fianco della darsena, un fabbricato lungo e stretto, con la scritta "Stazione di Tornavento della Ferrovia delle Barche",(D3508) alloggiava quaranta cavalli addetti all'attiraglio nella prima tratta della ferrovia; altri quaranta erano alloggiati alla stazione di Strona Strona: La storia di questo fiumiciattolo e' legata alla storia della comunita' per l'uso delle acque defluenti di un vasto bacino imbrifero di oltre 50 chilometri quadrati e che assorbe circa 60 milioni di metri cubi di acqua. Fino alla fine del secolo scorso le acque dello Strona erano preziose, soprattutto d'estate, quando scarseggiva l'acqua piovana e i pochi pozzi erano insufficienti per dissetare la popolazione e il bestiame. Per i bucato era poi la consuetudine, dutrante i mesi estivi, recarsi allo Strona S. caterina o ai " Lavandai" sulla strada pe Golasecca, con carri trainati da mansueti asini e con teorie di carriulo spinte a mano. ma da sempre le acque dello Strona sono sefv ite per irrigare vaste aree private che fiancheggiano il fiume e che si spngono fino a lambire le coste del Vigano e che si affacciano sul Ticino. Il fiume Strona, affluente di sinistra del ticino nasce in territorio di Galliate Lombardo e Daverio; scende per Casale Litta; attraversa i territori di Crosio della valle, Mornago e Arsago; lambisce la brughiera di Vergiate ed entra nel territorio di Somma Lombardo a nord del poligono di Tiro a Segno nazionale all'altezza dei Mulini COOP e del Gadda. Dopo i sottopassaggi della ferrovia, attraversa la zona di S. Caterina, così chiamata per una cappelletta che esisteva anticamente e dedicata alla patrona d'Italia; ancora oggi luogo di scampagnate per il largo defluire delle acque e ombreggiata da piante ad alto fusto. Dopo qualche centinaio di metri sulla sinistra del fiumicello, una dighetta funziona da scolmatore dando inizio al ramo che poi precipita a vallo fino allo sbocco del fiume Ticino in localita' "Canottieri". Questo ramo e' chiamato volgarmente "Stronaccia" o "Strona vecchia". Il ramo principale, dopo l'irrigazione di vaste zone prative, raggiunge la localitaì "Lavandai" o "Stazione delle barche", che richiama l'antica lavanderia e la stazione della "Via Ferrata per le barche". Piuì avanti lo Strona alimenta il "Mulinetto", ultimo avanzo di una civilta' romantica (oggi fattoria agricola). Il fuimiciattolo, continuando il suo corso e la sua funzione irrigatrice va esaurendosi nelle ultime bonifiche private del Vigano.Lungo il suo corso, lo Strona da secoli ha alimentato una serie di mulini per la macina del grano e la pilatura del riso. Ancora popolari e ricordati sono i mulini del "Coop", del "Gadda" e del "Brascin" che hanno funzionato fino agli anni 1940. Ora sono in disarmo e trasformati in abitazioni o in caratteristiche ville di campagna.
 
 
), sotto Somma Lombardo, in un grande fabbricato detto oggi dei "lavandai", ma che sulle carte militari al 25.000 è tuttora indicato come "Stazione delle barche".
Alla darsena di Tornavento le barche venivano fissate; ancora in acqua ai carri ferroviari, che avevano scartamento di oltre due metri. All'operazione erano addetti due uomini e un "capouomo".
Un impiegato registrava il trasporto e staccava la bolletta, i cavalli puntavano contro il pettorale, e il lungo carro col suo lungo carico, i "fantini", i barcaioli, iniziavano il viaggio di oltre 17 chilometri (per la precisione 17.697 metri) verso Sesto Calende.
Viaggio sereno e silente, possiamo immaginare, ritmato solo dal passo dei cavalli e dalle voci del bosco, diverse ad ogni stagione, il canto degli uccelli il frinire delle cicale o il silenzio della neve.
E forse la voce dei navalestri, seduti sulle mercanzie, a cantare la canzone della bella che a quindici anni faceva l'amore, o la filastrocca dell'"Ara bell'Ara discesa Cornara", legata in qualche modo al loro navigare, perchè la bella Arabella Cornaro era stata impiccata dal marito, il conte Marino, quello di palazzo Marino, esattore generale dell'imposta del sale per tutto il Ducato, proprio nel giardino della loro villa di Gaggiano, affacciata al Naviglio.
Conosciamo le caratteristiche dei terreni attraversati dal lento convoglio: quanto aratorio di prima, di seconda, di terza squadra, quanta brughiera, brughiera boscata, bosco ceduo, terreno vitato, castanile, foglia di gelso: all'archivio di Somma una relazione dell'Ing. Carlo Vismara Carlo Vismara - trovare i documenti) elenca e valuta tutto, purtroppo con calligrafia minutissima. La valutazione dei terreni e' fatta in funzione del prodotto ricavabile. Ad esempio la brughuiera nuda ( in funzione del brugo tagliato ogni 4 anni ad uso di strame, o persostegno ai bozzoli) 35,32 lire a pertica; il bosco cedue castanile (100 pali e 300 fasdcine ogni 9 anni) 102,75 lire austriache a pertica; l'aratorio di prima squadra (per la produzione di due raccolti annuali, segale e miglio) 204,80 lire austriache a pertica.
) Quanta vite sulle costiere oggi incolte! Quante querce abbattute!
Dalla darsena di partenza Fare fotocopie dal libro del Ticino presso la biblioteca, inclinata come ad invito rispetto all'argine del Naviglio, la via ferrata si dirigeva alla costiera, e, raggiuntala, iniziava a salirla lentarmente sino ad intersecare la vecchia via da Milano al porto di Oleggio, vegliata dalla mole della Regia Ricevitoria Regia Ricevitoria o Cascina Parravicino a 211 msm. ).
Di questa via che scendeva al porto di Oleggio con tre lunghi tornanti, resta il tratto iniziale: il primo tornante è stato alterato dallo scavo del Villoresi, e sostituito, per cosi dire, da uno stretto ponte sul canale. Il secondo tornante, abbandonato, si scorge ancora, marcato da un bel paracarro di granito rosa Da trovare il paracarro in granito rosa. ).
Scendendo da questo tornante per l'antica via, oggi erbosa, dopo quasi 150 metri si è nel punto ove la ferrovia delle barche incrociava la strada (D-xxxx), e, guardando a sinistra, se ne scorge la traccia.
Da quel punto, a causa della terra scaricata sulla costiera durante lo scavo del Villoresi, e a causa dei lavori di scavo del canale industriale, sparisce ogni traccia così della vecchia via (che proseguiva nella stessa direzione per altri 100 metri circa sino al terzo tornante), come della ferrovia delle barche, che proseguiva la sua lenta ascesa.
Più avanti la traccia si ritrova, per un tratto di pochi metri, se si scende la strada che porta ai Molinelli Molinelli: ), e, 60 metri prima del ponte sul Villoresi, si guarda a sinistra. Qualche centinaio di metri più avanti, scendendo la costiera dalla pista di cemento che parte dalle rovine della cascina Belvedere Cascina Belvedere ), si trova presto un tratto ben conservato della ferrovia.
Un muraglione di sassi reggeva, qui come altrove, la ripida costiera soprastante, e si deve dire che questi poveri sassi di fiume, poco o nulla incementati, hanno retto discretamente bene al tempo e alle pioggie; peggior danno hanno fatto i tedeschi, durante l'ultima guerra, facendo scavare trincee proprio su questo tratto del tracciato della ferrovia. Ai lati della via si notano ancora per lunghi tratti i fossetti di scolo dell'acqua piovana, in sassi non cementati.Trovare e fotografare )
Giunta al piano alto, in località Fugazze Fugazze:) oppure detta Cascina Borletti, la via piegava un poco ad oriente, sino ad intersecare la strada da Somma a Turbigo, (detta allora "Comunale del Barchetto", in corrispondenza della strada che oggi porta a Ferno. La ferrata affiancava poi la "comunale del Barchetto", scostandosene solo poco dopo l' attuale strada che porta alla Malpensa, per seguire il profilo della costiera.
 
A Somma, sotto S.Rocco S. Rocco:), la ferrovia delle barche passava su di un ponte, le cui spalle sono ancora perfettamente visibili, scavalcando un po' in diagonale la provinciale della Malpensa, e doveva essere straordinario, dalla strada in lieve salita, veder passare contro il cielo un così singolare equipaggio.
Dal piano di Somma, dove un piccolo fabbricato presso l'attuale via Villoresi Trovare via Villoresi) fungeva da ricovero per i cavalli in attesa dello scambio, le barche scendevano, "mediante taglio ardito", alla valle della Strona. La via esiste ancora, in discreto stato, protetta da un grande muraglione Trovare e fotografare ). Purtroppo pochi anni or sono la "Snam", ha pensato di utilizzare questa via per interrarvi un metanodotto, sconvolgendone il fondo.
I carri scendevano la costa senza cavalli, frenando.
Quattro frenatori di scorta stavano alla stazioncina Trovare e fotografare) di via Villoresi.
Al termine della costa trovavano il ponte sulla Strona Trovare e fotografare), altissimo, costruito con una spesa di 60.000 lire (300 milioni attuali); cifra esigua per l'importanza dell'opera, tuttora in esercizio, essendo stato poi il ponte acquistato dal Comune di Somma dal fallimento della Società, come diremo.
Superato il ponte sulla Strona, il carro e la barca viaggiavano su di un lungo terrapieno, con tre ponti tuttora visibili, e poi in piano sino poco oltre la strada Golasecca-Sesona, dove, in località Groppetti (detta Gruppina), trovavano una ripida discesa: 12,50% di pendenza Trovare e fotografare ). Qui il carro veniva agganciato ad un cavo di 850 metri che, mentre il carro con la barca scendeva frenando, trascinava verso l'alto, su un binario parallelo, un carro vuoto. Il carro di ritorno, pur senza barca, costituiva  un contrappeso di molte tonnellate Costo del cavo: 4.140 lire austriache, ovvero oltre 20 milioni  Si considerava nel conto previsionale, di doverlo sostituire in cavo a cinque anni, e di ricavare dalla vendita del cavo usato la metà del valore iniziale.
Alla fine della discesa, a poche decine di metri dalla zona Trovare e fotografare ) dove è stata realizzata ultimamente la galleria artificiale della nuova autostrada per Gattico, in corrispondenza di una profonda valletta, si trovava un altro ponte importante Individuare la zona), largo perchè a doppio binario e pure molto alto. Ma l'appoggio delle spalle al terreno dovette essere infelice e il ponte crollò attorno al 1900; le pietre squadrate precipitate nella valletta sono state asportate, o inghiottite dalla vegetazione.
Poco oltre un ponte sovrappassa la trincea Trovare e fotografare) in cui correva, si fa per dire, la ferrovia, e prima e dopo il ponte, tre paracarri di granito Trovare e fotografare) della Società, marcati con bella impronta S.F., Società della Ferrata, spiccano nel brugo. poi la traccia sparisce Quasi a Sesto calende, il ponte su cui l'antica via Ducale per Milano, la via Mercantera, scavalcava la ferrovia delle barche, che in questo tratto viaggiava in trincea.). La via scendeva verso il fiume per la via detta oggi "via vecchia" Trovare e fotografare , e giungeva il località "Mulini" Trovare e fotografare), dove il rio Oneda Trovare e fotografare) da sempre aveva mosso appunto dei mulini Trovare e fotografare ), ed operava anche una segheria Trovare e fotografare), donde il nome di "Mulino della Resica".
Qui i carri con le barche arrivavano su terrapieno Trovare e fotografare), a 20 metri di altezza dal pelo dell'acqua, e vi venivano calate con una piattaforma-ascensore munita di contrappesi, mossa da una ruota ad acqua. Opera per quel tempo gigantesca: la piattaforma mobile era lunga trenta metri, i muraglioni di sostegno larghi oltre un metro e cinquanta.
Scese nell'acqua tranquilla del bacino Dove???) e del largo fiume le barche venivano rimorchiate alla piarda di Sesto, sempre a cura e con cavalli della Società. Agli studi iniziali di Cattaneo seguì il progetto completo, e molto diverso, dell'ing. Bermani, Trovare tutti e due modificato poi dall'ing. De Simoni.
Durante la realizzazione dell'opera sorsero roventi polemiche tra i tecnici ed il consiglio della Società, con dimissioni, libelli e contro libelli. Purtroppo alle beghe interne fece da contrappunto una serie di questioni con i proprietari dei terreni attraversati, cui ancora molti anni dopo la realizzazione dell'opera non erano stati pagati i fondi e neppure e le imposte sui fondi occupati. Spulciando tra le proteste presentate alle amministrazlonl dei comuni interessati, tutte scritte con bella calligrafia e stile, e firmate invece con poco più che una croce: leggiamo ad esempio:
"Già da 8 anni i sottoscritti ebbero a prestare alla Società il terreno necessario alla costruzione. Intrapresa e ultimata la strada da alcuni anni, e non prestandosi la Società al pagamento delle imposte ne del reale valore integrale del fondo, obbliga i sottoscritti ad interporre gli uffici della Deputazione la quale, sebbene avesse ricorso in varie occasioni al Governo, non ebbe miglior esito.
Senonchè in occasione dell'anno 1858 (7 agosto), la Commissione Governativa incaricata del collaudo della strada per indi permetterne l'apertura si è trovata nella sua visita alla stazione di Strona.
La citata Deputazione avendo caldamente raccomandato il pagamento dei fondi occupati, fu la sua domanda presa in considerazione da quella spettabile Commissione e sul relativo protocollo la Commissione medesima ebbe, fra gli altri obblighi, ad imporre all'Amministrazione delle Società che dovesse essa presentare al Governo le dichiarazioni delle Deputazioni dei comuni interessati, qualmente fossero stati indennizzati i proprietari dei fondi occupati, sospendendo frattanto il Governo di emettere il necessario permesso di apertura dell'esercizio della Ferrata.
Ma, l'Amministrazione invece di adempiere alle ingiunte prescrizioni ha creduto fin qui di ghermirsi (sic) praticando senza permesso l'esercizio della strada.
Meglio che non alle vie di fatto di cui si crederebbero i sottoscritti in diritto, amando evitare alla Società le dannose conseguenze, trovano di addormandare da codesta lodevole Giunta comunale e Sindaco che sia fatto immediatamente cessare l'esercizio della ferrata che, in mancanza del governativo permesso, rimane totalmente abusivo".
Ed ecco dopo poco l'ingiunzione del Comune a sospendere l'esercizio abusivo entro tre giorni. Il comando della Guardia Nazionale fu incaricato di vegliare e impedire ogni successiva contravvenzione, cioè l'esercizio.
Non tutti i torti erano però dalla parte della Società:
delle 31.129 lire occorrenti per acquisto di terreni nel comune di Somma restavano da pagare, nel '60, solo lire 1 760,67 come risulta da una lettera del consiglio di Amministrazione, firmata Turati,  Allemanini, Brambilla.
 
Tanto interessato clamore fu comunque, come spesso, è inutile: la Società era votata a rapida fine.
L'inizio dell'esercizio si situa nel 1858. I conti economici erano basati su una previsione di trasporto di 18 barche al giorno, corrispondente alla totalità del traffico fluviale. Invece il misoneismo dei mercanti e l'opposizione dei barcaioli, abituati al viaggio su per le rapide, fece sì che se ne trasportassero solo 8 giornaliere. Pare inoltre che le barche, mancando la spinta esterna dell'acqua, si danneggiassero nel trasporto, o fu una voce sparsa ad arte, e raccolta.
Quello che più conta, nel '65 vennero attivate le Ferrovie Arona-Novara e Sesto-Milano, che sottrassero gran parte del carico alla navigazione fluviale. Il primo ponte ferroviario di Sesto fu posto in esercizio nel '68: era un ponte in legno, riservato solo alla ferrovia, coperto come il ponte pedonale di Lucerna. Ne restano poche fotografie.
Nel '65 stesso, dopo soli sette anni di esercizio la Società per la ferrata fallì.
Liquidati i 100 uomini e 100 cavalli, le rotaie e i dadi di vivo su cui poggiavano furono rilevate dalle Ferrovie dello Stato. La darsena di Tornavento, acquistata dal conte Parravicino, riempita di terra Trovare e fotografare ) e ritrasformata in prato, oggi, dopo una pioggia importante, marca il perimetro antico, essendo il terreno rimesso più  permeabile del circostante. trovare e fotografare con cartina) Nel lungo fabbricato della stazione Trovare e fotografare), pure acquistato dal conte Parravicino, fu impiantata una tessitura di cotone Trovare e fotografare), mossa da una ruota ad acqua sulla Gora Molinara Trovare e fotografare), appositamente deviata. Poco dopo nello stabilimento lavorava una non piccola colonia di operai
 
Della linea in salita dal piano del fiume, sotto Tornavento, sino al piano della Malpensa Trovare e fotografare), rimangono, come già detto, solo pochi tratti riconoscibili; un lungo tratto è stato coperto dalla terra scavata per realizzare il canale Villoresi Trovare e fotografare), mentre più avanti un altro tratto della costiera è stato asportato da una cava di ghiaia Trovare e fotografare).
Oltre ai ponti ed ai terrapieni in brughiera, resta la discesa sulla costa della Strona e, unico cimelio veramente importante, il ponte sulla Strona di cui abbiamo già detto, acquistato dal Comune di Somma il 29 giugno del 1872, quando la Giunta unanime votò per alzata e seduta (evidentemente tutti si alzarono), doversi acquistare il ponte per lire 5.000, considerato che era costato 60.000 lire e che il vetusto ponte preesistente a fianco Trovare i resti ), su cui passava l'antica via Ducale per il Sempione, era poco più che una passerella in pietra, capace di solo traffico pedonale, mentre i carri e le carrozze da sempre passavano a guado.
Della stazione di Sesto col suo immenso pianale ascensore non resta nulla. Sino a quarant'anni or sono l'osteria della stazione Trovare e fotografare ), già ristoro dei navalestri, serviva ancora minestra e perfido vino ai cacciatori.
Sino, a pochi anni or sono una buona parte dei ruderi dell'ascensore era ancora in piedi e nel bacino si pescavano, fatto curioso, dei pesci rossi. Oggi i muraglioni sono inglobati in una casa Trovare e fotografare), ma ancora visibili.
Di tanto lavoro non resta quindi quasi nulla. Se è vero che il tracciato resterà sempre individuabile, rifacendosi alle belle tavole del Cessato Catasto che si possono consultare all'Archivio Storico di Varese E' possibile consultazione???), i cimeli residui, le massicciate, i terrapieni i ponti, i bei "termini" di granito, sono destinati a sparire.
 
Dimenticate le speranze e le polemiche che ne hanno accompagnato e seguito la nascita, dimenticato voro, immenso e inutile, il termine stesso "ferrovia delle barche" è destinato a completo oblio.
 
 
 
Archivi e Bibliografia:
 
 
Archivio comunale di Somma Lombardo, sezione storica (Acquisto del ponte di Strona; asta dei beni dei colerosi; diatribe fra i proprietari dei terreni e Societa' per la Ferrata; problemi del porto di Coarezza).
ASM, fondo acque e strade (regolamenti e tariffe del viaggiare per le poste e sulle barche corriere e di commercio).
ASV, tavole catasto.
Museo del risorgimento, Milano, Carteggi di Carlo Cattaneo.
BERMANI, Ferrovia per il trasporto delle barche da Tornavento a Sesto calende, Societa' delle ferrovie, s.d.
BRUSCHETTI, Navigazione sui laghi e sui fiumi della Lombardia, s.d.
FERRARIO, Notizie statistiche sul cholera morbus del 1836 e del 1855, s.l., 1856
MORIGIA, Viaggio ai tre laghi
VARALLI E:, Il cholera morbus a Sesto Calende
 
 
 
 
 
 
Dal Rotary Club di Tradate
 
 
La strada delle barche da Sesto Calende a Tornavento
 
L'utilizzo delle vie d'acqua per il trasporto delle merci in Lombardia era praticato da svariati secoli e la realizzazione di opere idrauliche, di canali, di sistemi di irrigazione trovava in Lombardia un ottimo campo di applicazioni. I commerci tra il,Lago Maggiore e Milano, tra il Lago Maggiore e Pavia per giungere all'Adriatico, agli inizi del 1800, aveva raggiunto livelli elevatissimi e l'idea di collegare i laghi lombardi, vicino al nord Europa, con i mare era gia' una realta' concretizzata con l'apertura del nuovo Naviglio Pavese nel 1819. I vantaggi che derivavano dal trasporto su acqua erano: la via d'acqua era molto piu' sicura delle strade infestate dai briganti e i tempi di percorrenza erano di molto ridotti rispetto a quelli su strada.
Nella schematizzazione sottoriportata, vengono evidenziate le vie d'acqua esistenti ed utilizzate all'inizio dell'800.
 
 
Come si puo' leggere nella tabella sottoriportata, il tempo piu' elevato rimaneva quello da Tornavento a Sesto calende e l'idea di sperimentare e realizzare un percorso alternativo fu la forza per la realizzazione dell'IPPOSIDRA o LA STRADA DELLE BARCHE, che,  seppur per la sua vita molto breve e travagliata, non deve essere dimenticata, ma piuttosto investigata e capita, e questo e' lo scopo della presente ricerca.
Nell'anno 1844, dopo la realizzazione della strada Alzaia del naviglio Grande,  i tempi di risalita e di discesa nei vari tratti erano i seguenti:
Tratto da percorrere    in discesa     in salita   KM.
 
Sesto Calende - Tornavento       1,5 ore       7-14 giorni       23,20
Tornavento-Milano via Naviglio Grande       8-9 ore       3 giorni       49,84
Tornavento-Pavia via Ticino       6-9 ore       11-13 giorni       69,3
Sesto calende-Pavia via Ticino       7-10 ore       20-25 giorni       69,32
Pavia-Pontelagoscuro       5 giorni       20-25 giorni       364,66
 
Il tratto di risalita del Naviglio Grande da Milano a Tornavento, prima della realizzazione della strada alzaia, veniva percorso in 15 giorni, con l'utilizzo di 25 cavalli da traino, 25 garzoni per 5-6 barche.
Questa situazione risultava essere molto onerosa per il trasporto delle merci e le tariffe imposte dai barcaioli non erano soggette a nessun controllo governativo. Cosi' molti uomini di scienza si interessarono al problema, con lo scopo di accellerare i tempi di trasporto, incrementando cosi' il commercio tra nord e sud.
 
Nel 1821 l'ing. Bruschetti, nel suo libro    Libro da trovare Nel 1821 l'ing. Bruschetti, "ISTORIA DEI PROGETTI E DELLE OPERE PER LA NAVIGAZIONE INTERNA NEL MILANESE"   "ISTORIA DEI PROGETTI E DELLE OPERE PER LA NAVIGAZIONE INTERNA NEL MILANESE" aveva raccolto una serie di dati circa i tempi di percorrenza, la quantita' di merci movimentate, le distanze dei vari tratti di canali navigabili e dei fiumi lombardi, che potevano essere utilizzati per le nuove realizzazioni che si intendevano eseguire.
Analizzando questi dati, il Governo Austriaco aveva deciso la costruzione della strada Alzaia del Naviglio Grande da Milano a Tornavento, strada iniziata nel 1824 e ultimata nel 1844, con una grandissima riduzione dei tempi di risalita delle barche a pieno carico, come riportato nella tabella soprastante.
Il problema piu' rilevante rimaneva il tratto di Ticino da Tornavento a Sesto Calende per le barche in risalita, in quanto il tratto del fiume risultava avere elevate pendenze e vi erano molte rapide che rendevano difficoltosa la risalita; inoltre si doveva procedere da una sponda all'altra, traghettando continuamente e sostituendo i cavalli, stremati per lo sforzo a cui erano sottoposti.
All'epoca, il tratto del Ticino da Tornavento a Sesto non era regolato da nessun sbarramento artificiale (infatti tutte le opere idrauliche che ora possiamo osservare, sono state realizzate alcune verso la fine dell'800 e altre nel 1900) e l'alveo del fiume era allo stato naturale come la natura lo aveva modellato.
L'idea di realizzare una strada ferrata, sull'idea del tram a cavalli, fu ipotizzata da Carlo Cattaneo,Carlo Cattaneo "NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA " (1835)  il quale, nei suoi scritti economici "NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA " (1835), in cui veniva ampiamente dato rilievo all'uso dei canali lombardi sia per l'agricoltura che per la navigazione interna, accennava al problema del tratto superiore del Ticino,. Cattaneo sosteneva che le scienze, indirizzate al bene comune, rappresentavano un potere liberatorio concreto, che modifica la realta', esprime le esigenze dell'incivilimento e si identifica nel progresso dell'intera civilta'. In questa persuasione rientrava la celebrazione della feconda scienza sperimentale come strumento per la crescita' di prosperita' e di cultura sociale.
Cosi' nel 1844 venne costituita una Societa' per il progetto della ferrovia delle barche, di cui Cattaneo era socio insieme ad altri amici, quale Francesco Besozzi, agente della contessa Belgioioso, nata Parravicino, proprietaria terriera di quel di Tornavento; Carlo Vismara, ingegnere, direttore poi della ferrovia stessa e amministratore; Bigio Viganotti, futuro sindaco di Sesto e proprietario di molte barche in Sesto.
L'idea da realizzare era quella di caricare le barche sui carri ferroviari a 4 assi, che, trascinati da cavalli, dovevano risalire la dorsale sotto Tornavento, per giungere sul pianoro della Malpensa; da qui verso Somma Lombardo, attraversare il fiume Strona e arrivare a Sesto calende, impiegando poche ore, rispetto ai giorni necessari per effettuare lo stesso tragitto lungo il fiume. (nel profili altimetrico allegato e' stato ricostruito in percorso della ferrovia con le relative distanze approssimative).
Gia' dell'argomento si e' interessato in modo diffusoGian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese del settembre 1951 con un articolo intitolato " Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso"  Gian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese del settembre 1951 con un articolo intitolato " Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso" e un secondo articolo, sempre sulla stessa rivista, intitolato" Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA"" nel 1956, Gian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese  " Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA"" nel 1956, articoli utilizzati come base di ricerca.. Ultimamente l'argomento e' stato trattato da Guido Candiani in un dettagliato articolo nel libro " Il Ticino, strutture, storia e societa' nel territorio di Oleggio e Lonate Pozzolo" 1989, oltre a Guido orsini in Rassegna d'Arte Gallaratese nel 1937.
Il primo studio del progetto fu affidato all'Ing. Bermani ed il tracciato della ferrovia partiva a nord dell'attuale ponte di Oleggio, a lato della cascina del Gaggio, per risalire la dorsale di Somma. Di questo progetto e dei successivi non si trovano tracce; potrebbe essere in qualche biblioteca privata, ma nessuno di tutti coloro che si sono interessati a tale opera ha mai potuto consultarli.
Della spesa relativa al progetto originale non si conosce nulla, cosi' pure del tracciato che poteva differire molto da quello che fu poi realizzato; solo si conosce la data del Decreto del Governo Provvisorio della Lombardia, 29 aprile 1848, in cui veniva riconosciuta la pubblica utilita' dell'opera. Tale decreto dava la possibilita' alla Societa' di espropriare i terreni necessari per la realizzazione, non imponeva nessun controllo da parte del Governo sulla definizione delle tariffe, fissava il diritto di concessione in 50 anni, fissava la realizzazione dell'opera in tre anni dalla data del Decreto stesso.
La prima parte del decreto cita: ... Il governo provvisorio della Lombardia permette all'imprenditore Francesco Besozzi di formare tra Tornavento e Sesto Calende, lungo il Ticino, una strada a semplici e doppie rotaie di legno o di ferro, la quale sara' unica ed esclusivamente privilegiata pel rimorchio delle barche..." Questo Decreto fu sostenuto ed appoggiato dal Cattaneo in seno al Governo Provvisorio, di cui faceva parte, dopo i moti delle 5 giornate di Milano, del marzo 1848.
Questo decreto segno' la data di nascita della ferrovia delle barche.
I fatti storici non furono favorevoli a questa iniziativa, dato che il Governo provvisorio della Lombardia decadde, sostituito dall'Imperial Regio Governo Austriaco che modifico' il precedente Decreto, sostituendolo con un successivo in data 18 marzo 1850.
Il nuovo decreto modificava nella parte economica l'impostazione originaria,  in quanto non veniva riconosciuto l'esproprio dei terreni necessari per la realizzazione dell'opera, le tariffe dovevano essere sottoposte al Controllo Governativo e la Concessione non era piu' in esclusiva alla Societa'. In questo decreto comparivano per la prima volta i dati riferentesi alla costruzione della ferrovia: infatti all'articolo 2 venne fissata la larghezza della sede ferroviaria, non inferiore ai 7 metri, di cui tre metri destinati a supportare le rotaie; la realizzazione veniva fissata in tre anni dalla data del Decreto stesso. Alla data del Decreto, il Regio Governo Austriaco aveva gia' sviluppato un piano ferroviario, per cui tale ferrovia secondaria non risultava essere interessante, specialmente per gli sviluppi futuri.
Si erano cosi' modificate sostanzialmente le condizioni economiche originarie, in quanto gli oneri, che la Societa' avrebbe dovuto sostenere per l'acquisto dei terreni necessari, non erano stati considerati. Questo fatto ha messo in crisi la Societa', la quale aveva necessita' di trovare altri soci per aumentare il capitale originario non piu' sufficiente. Solo nel 1856 la Societa' trovo' i mezzi finanziari per iniziare i lavori della ferrovia e in questa travagliata vicenda non risulta essere chiaro come l'Imperial regio Governo  abbia lasciato decadere piu' volte l'imposizione dettata dal Decreto del 1850, Cattaneo, nelle richieste fatte a banchieri italiani, aveva chiamato la Societa' delle barche "IPPOSIDRA", mentre nelle richieste a banchieri stranieri, "TRAM ROAD", forse piu' realistica ed al passo con i tempi.
Il preventivo di spesa per la realizzazione della ferrovia venne indicato in 1.680.856 lire austriache (circa otto miliardi attuali) e veniva dato un minuziosissimo dettaglio per ogni voce di spesa. Da questo preventivo e' possibile fare alcune considerazioni su come si sarebbe svolta l'attivita' della ferrovia e della sua organizzazione. Infatti si prevedeva di acquistare 100 cavalli, 28 carri a 4 assali (8 ruote) e 6 carri a 2 assali. Le opere civili previste erano:
a) la stazione di Tornavento: le rotaie, poste su un piano inclinato, entravano direttamente nell'alveo del naviglio (e non piu' nel Ticino), in modo da facilitare il carico delle barche sui carri.
b) il casello di Somma Lombardo: forse con doppio binario per attesa;
c) la stazione di Strona: per il cambio dei cavalli;
d) la stazione si Sesto, con relativa piattaforma per la reimmissione delle barche in Ticino.
Oltre a queste opere, per il tracciato ferroviario si erano previsti ponti, terrapieni, trincee per ridurre al minimo le pendenze e per creare una via la piu' regolare possibile, per eliminare gli sforzi ai cavalli. Nel tracciato della ferrovia in localita' cascina Groppetti, per portare i carri verso Sesto si realizzo' un tratto a doppio binario su un piano inclinato, circa 10% in modo che il carro fenato in discesa, sollevava, tramite fune, un carro vuoto in salita, che faceva da contrappesa: idea molto macchinosa, ma che permetteva di ridurre di qualche chilometro il percorso della ferrovia, se realizzato verso l'abitato di Vergiate. Il percorso della ferrovia e' riportato nel libro di "STORIA DI SOMMA LOMBARDO" del Melzi (1880), che qui si riproduce.
Cosi' pure il sistema di piattaforma mobile, che superava il dislivello di 20 metri tra il punto di arrivo a Sesto e il livello del Ticino, poteva essere eliminato con un approdo molto piu' a nord, verso il lago. Risulta difficile dare delle spiegazioni a queste due strutture, che potevano essere eliminate con un tracciato modificato rispetto a quello realizzato, addentrando di qualche chilometro il percorso. I progettisti avevano considerato tale ipotesi, ma e' possibile credere che i costi necessari per gli espropri dei terreni, i tempi lunghi, l'aumentata lunghezza del percorso o vincoli posti dalle autorita' abbiano costretto a tale scelta.
Il progetto che accompagnava il preventivo economico, deve avere sollevato delle perplessita' a qualche Socio della Societa', perche' in data 9 febbraio 1858, si era eseguito a Tornavento un esperimento pratico di tiro di carri su una rotaia con pendenza del 2% (20 per mille), per dimostrare che la ferrovia, seppure per lunghi tratti in salita, poteva soddisfare lo scopo a cui si mirava.
La potenza necessaria per trascinare su rotaia un carro ad 8 ruote, con una tara di circa 10 ton. e un peso lordo (barche maggiori) di 34 ton., per un totale di 44 ton. e' di circa 9 HP, pari alla potenza di 8-9 cavalli che si muovono con una velocita' media di 4 Km/ora, per otto ore consecutive di lavoro, su pendenze massime del 15 per mille. (Albenga-Perucca "Dizionario tecnico Industriale", 1937; Colombo "Manuale dell'Ingegnere" ed. 60°; Vignoli Vittorio "Trasporti Meccanici", Vol. I, 1970.)
Questo dato conferma in parte cio' che e' contenuto nella relazione dell'Ing. C. Vismara "STRADA FERRATA DELLE BARCHE DA TORNAVENTO A SESTO CALENDE ED IL SUO AVVENIRE" nel 1859, dove viene descritta l'organizzazione che si andava a definire.
Il Vismara, nella relazione al Consiglio di Amministrazione della Societa', il 14 marzo 1858, ipotizzava di avere 36 cavalli alla stazione di Tornavento, 36 cavalli alla Stazione di Strona e 12 cavalli alla stazione di Sesto e questo avrebbe permesso, secondo i dati sopracitati, di ripartire con una carovana, formata da 4 carri trainati da nove cavalli cadauno, da Tornavento e dopo circa 4 ore, giungere alla cascina Groppetti, pronti per essere staccati e fatti scendere verso sesto. Verosimilmente alla stazione di Strona erano pronti i carri vuoti e i cavalli freschi per ritornare, in circa due ore, nuovamente a Tornavento. Il tratto cascina Groppetti-Sesto, circa 2 chilometri, poteva essere compiuto in 4 ore, andata e ritorno, perche' tale era il tempo necessario per ripartire da Tornavento con altri 4 carri pieni e giungere al piano inclinato. Questa e' un'ipotesi di come sarebbe stata gestita la ferrovia con gli elementi e le informazioni disponibili.
Il Vismara aveva quantificato il numero delle barche trasportabili al giorno, per le tre tipologie che navigavano lungo il naviglio Grande, e, precisamente, 18 barche grandi o cagnone, 5 battelli o burchielli e una barca piccola, per un totale giornaliero di 24. Su questi dati aveva fissato le tariffe per il trasporto, dimostrando che la Societa' avrebbe ottenuto un utile, al netto degli oneri sul capitale sociale, ammontante a 71.856,80 lire a fronte di un ricavo di 364.800 lire!!!.
Raffrontando cio' che dichiara il Vismara (24 viaggi al giorno con 84 cavalli) con il computo dei tempi necessari per il tragitto soprariportato, andata e ritorno, si possono ragionevolmente fare 3 ipotesi:
a) era intendimento aumentare il numero totale dei cavalli in modo da soddisfare i 24 viaggi al giorno, ma i costi aggiuntivi non compaiono nella relazione.
b) era intendimento raddoppiare la linea ferroviaria, in quanto, quando i carri con barca erano in risalita da Tornavento a Sesto, in quel tratto di ferrovia non potevano transitare i carri vuoti in discesa, ma dei relativi costi non si fa cenno nella relazione.
c) Il Vismara ha redatto la relazione il 14 marzo 1858 su ipotesi e stime mai verificate ( il collaudo della ferrovia avvenni il 7 agosto 1858), e forse per dimostrare, visto che i lavori erano in fase di ultimazione, che i soci avevano ben investito i loro capitali.
Questa realizzazione ebbe una breve vita, perche' dopo 7 anni di attivita' e precisamente nel 1865, la Societa' venne dichiarata fallita; i motivi stavano forse non nell'idea, ma bensi' nei mezzi utilizzati per la realizzazione e nell'esercizio. La macchina a vapore di Watt aveva trovato l'utilizzazione pratica nella locomotiva di G. Stephenson e la prima ferrovia italiana Napoli-Pozzuoli venne inaugurata il 3 ottobre 1839. Una linea ferroviaria, oggi,  come alla data dell'Ipposidra, realizzata con pendenze che non superino il 10-15 per mille (aderenza naturale), puo' essere realizzata senza particolari armamenti ferroviari. Infatti, nello stesso anno 1865, veniva inaugurato il tratto ferroviario Milano-Sesto Calende-Arona e Milano-Novara-Arona; i cavalli artificiali avevano soppiantato definitivamente i cavalli naturali. I commerci e i trasporti sul naviglio grande e sul Ticino ebbero una riduzione notevole, dovuta all'inizio della nuova rete ferroviaria, che si andava sviluppando. Al 1861, anno di unificazione del regno d'Italia, gia' si contavano 2561 chilometri di rete ferroviaria con locomotiva a vapore. Risulta difficile interpretare le scelte, fatte all'atto di costituzione della Societa' (1844), che puntarono sull'impiego della forza dei cavalli per il traino dei carri, quando, viste le convinzioni "filosofiche" del cattaneo, esisteva gia' un'alternativa "progressista", che era la locomotiva a vapore.
Infatti nel Lombardo-Veneto si inauguro' la ferrovia Milano-Monza il 18 agosto 1840, erano gia' avviati i lavori per la ferrovia Milano-Venezia (1842-1857) e la Torino-Genova inizio' l'attivita' nel 1853.
La risposta puo' stare solo ed esclusivamente nel problema economico; i capitali per l'armamento ferroviario e le parti mobili sarebbero stati molto piu' elevati rispetto alla soluzione scelta, salvo usufruire di sovvenzioni e agevolazioni statali. La causa del fallimento fu una carente analisi economica del problema, manifestatosi 12 anni dopo con la relazione del Vismara, che ha portato ad una scelta iniziale errata e successivamente alla rincorsa di giustificazioni economiche inesistenti ( errata stima dei viaggi giornalieri che ha portato a fissare delle tariffe che potevano essere elevate rispetto a quelle applicate dai barcaioli). Un'analisi economica fatta tra le due alternative, cavalli - locomotiva, avrebbe messo in evidenza che, a fronte di un alto investimento iniziale, per la locomotiva si sarebbero ottenuti costi di gestione molto favorevole rispetto ai cavalli. Queste sono oggi delle ipotesi che possiamo fare, per capire ed indagare perche' un'opera basata su un'idea molto realistica e' durata solo pochissimi anni.
Delle opere realizzate per l'esercizio della ferrovia sono rimaste pochissime tracce; la stazione di Tornavento venne prima adibita a tessitura e poi demolita per la realizzazione del canale industriale; il tratto di ferrata, sotto la dorsale di Tornavento, e' stata smantellata durante gli scavi per la realizzazione del canale Villoresi ( esiste solo qualche metro nascosto tra i rovi); si puo' vedere un tratto interessante di massicciato, parallelo alla strada Turbigo-Somma, prima della strada per Vizzola. Altri particolari sono due ponti franati, in localita' le Coste di Somma, dove la ferrovia correva su un terrapieno, le spalle di un ponte che tagliava la strada Malpensa-Somma; il casello di Somma Lombardo riadattato in epoche successive; il ponte sullo Strona, sulla strada Somma-Golasecca; 3 ponti sul terrapieno, tra la stazione di Strona e cascina Groppetti ed un ponte sulla via Mercantera, in Sesto. Questi sono i resti che, senza nessun rispetto e protezione, sono rimasti di un'opera molto ardita, ma superata dai tempi.
 
Profilo altimetrico e distanze dell'IPPOSIDRA:
 
Sesto calende
Il Ticino a 184 mslm; km. 0,6; pendenza 3,33x1000 raggiunge
Molino di Mezzo
a 206 mslm che con KM. 0,85 e pendenza di 94,11x1000 raggiunge
Cascina Groppetti
a 286 mslm che con km 3 e pendenza di 15,33x1000 raggiunge
Stazione Barche della Strona
a 240 mslm che con  1,6 Km e pendenza 15,62x1000 raggiunge
Casello Barche di Somma Lombardo
a 205 mslm che con km 3 e pendenza 8,33x100 raggiunge
Strada Malpensa
a 240 mlm che con km 1.0 e pendenza 7,0x1000 raggiunge
Cascina Bellaria
a 233 mslm che con 1,3 km e pendenza 6,15x1000 raggiunge
Cascina Borletti
a 225 mslm che con 1,3 km e pendenza 10,0x1000 raggiunge
Piano delle Fugazze
a 212 mslm che con 1,25 km e pendenza 12,0x1000 raggiunge
Cascina Belvedere
a 197 mslm (207) e km 1,4 e pendenza 12,14x1000 raggiunge
Cascina Maggia
a 180 mslm (203) e km 1,1 e pendenza 11,81x1000 raggiunge
Tornavento
a 167 mslm (197) e km 1,2 e pendenza 14,16x1000 raggiunge il
Naviglio grande a 150 mslm.
 
 
Sulla strada romana Mediolanum-Verbanus di Pier Giuseppe Sironi su "
 
La strada romana, dopo casorate, doveva toccare infine il punto altimetricamente piu' elevato in tutto il percorso fra Milano e il lago proprio in corrispondenza di Somma. Questa localita' quindi, seppure allora come posizione pare giacesse un centinaio di metri a nord-est di Piazza castello e come nome godesse quello di Votodorum - donde i Votodrones, suoi abitanti, attestataci in un'ara ad Ercole Zanella S. "Sul significato etimologico del nome dei "Votodrones"" in "Rassegna gallaratese Arte e storia" 1952 n. 4 pag. 8 e seguenti in cui concordiamo per la derivazione di Votodrone da Votodorum ma non per il significato che si volle dare all'etimo; doron infatti nel celtico vale "soglia", "limite" e non castello.) -, vien giustamente da sospettare abbia derivato il proprio attuale toponimo da parte della definizione per antonomasia di summa pars, summa via data in quel punto alla strada che poco vicino le passava , probabilmente per la zona dell'odierna Piazza Valgella.
Guadata la Strona, daltronde, per arrivare alle sponde del Verbano non resta, volendo al solito evitare un dilungarsi di tracciato e fatta ragione degli ostacoli altrimenti incontrabili, che puntare direttamente al varco  fra le colline Corneliane detto del Malvaj, donde la discesa al Ticino e al lago risulta piu' agevole che altrove. E in effetti, e' solo lungo questa direttrice che si possono riscontrare sul terreno ulteriori tracce possibili della nostra via.
Eccone i riferimenti topografici, con riguardo sempre alle tavolette dell'Istituto Geografico Militare Italiano aggiornate al 1903-1905: quattromila metri circa oltre il torrente Strona, carrareccia che attraversa il Malvaj rasentando in lieve curva la cascina Groppetti a nord e il confine tra i comuni di Golasecca e Sesto a sud, poi identificantesi con la cosiddetta ottocentesca "strada delle barche", per un totale di 100 metri; trecento metri piu' avanti, sentiero e poi strada comunale che conducono in discesa sin quasi alla localita' Molini di Mezzo si Sesto calende, per un totale di 750 metri. proprio su questa discesa, pare venissero trovati, del resto, nel secolo scorso, i resti di una antica strada Passerini, "Il territorio insubre" pag. 154 n. 1
); la quale tuttavia - poiche' la Mediolanum - Verbanus doveva essere certamente solo una via terrena o al massimo una glarea strata - bisognerebbe arguire, seppur si riferisce ad un tratto della nostra, che ne fosse solo un breve percorso, cosi' realizzato al fine da limitare la dilavatura della sede stradale in ripida discesa ad opera di grandi piogge.
Questa, da Somma sin presso sesto, e' tuttavia l'ultima frazione di via sia pur vagamente intravvedibile. Oltre, infatti, sia per aver transitato in un ambito piu' volte sconvolto nei secoli da esondazioni del lago e di torrenti, fra cui la Lenza, sia per aver decorso in zone poco adatte ai rettifili, il tracciato puo' essere solo ipotizzato.
Uno dei primi e piu' importanti motivi che gia' prima del Mille dovettero modificare e farne scomparire i vari tratti di percorso dovrebbe identificarsi con il lento ma inesorabile prevalere cui nel tempo andarono incontro molte di quelle vie vicinales, le quali, piu' o meno parallelamente alla strada, avevano servito nella romanita' i diversi piccoli abitati rurali ostentatamente trascurati dai rettifili.
Cosi' si puo' spiegare l'andamento preso, sin da allora, soprattutto tra Rho - presso cui i Longobardi avevano posto una fara, certo per controllo - e Legnano; nonche' il deciso spostarsi, piu' avanti, del tracciato su Gallarate - altra fara - e su Golasecca. Questo percorso difatti e' quello caratteristico in epoca medioevale avanzata della cosiddetta strada de Rho Dagli statuti delle strade e delle acque del contadi di Milano del 1346, pubblicati da Porro lambertenghi in "Miscellanea di Storia Italiana", tomo VII, Torino 1869, pag. 309 e seguenti, sappiamo che la strada del Rho ... che comenza fuori de la porta Zobia incima del boscho, attraversava le pievi di Trenno, nerviano, Parabiago, Olgiate, gallarate, Arsago, mezzana, Somma,Angera, Brebbia e Cuvio, tutti o gran parte degli abitanti erano tenuti ad obblighi di manutenzione, calcolati in braccia, a seconda della singola capacita' e contribuirvi e del fatto di esserne attraversati o solo di gravitarvi sopra, anche indirettamente. ); parte della quale tra l'altro, di riflesso all'importanza presa da Castelseprio in quei secoli, fini per appaiarsi, in unione al tratto che costeggiava la Valle Olona dell'antica strada Novaria-Comum, alla via diretta tra Mediolanum e il Varesotto.
Nel 1808, raggiunto il lago maggiore e costeggiatolo fino a Sesto, la strada del Sempione tocca peraltro la sponda piemontese del Ticino e subito viene ripresa in direzione di Milano lungo il tracciato che ignora quasi totalmente qualsiasi altra via precedente. Golasecca e' tagliata fuori; Somma viene interessata dai lavori quanto mai altri. Diviso in due il giardino visconteo, la nuova via irrompe difatti nell'abitato sul lato nord del castello, ne corre esattamente lungo una parte del fossato portai a livello, impone demolizioni di case. E finalmente ecco la vecchia strada postale che gli ingegneri napoleonici giudicano da qui in avanti sfruttabile. Ma solo per il momento.
Una moderna sistemazione dell'ulteriore tratto fino a Milano era pure in programma. Tuttavia non se ne fece piu' nulla. Cosi' tocco' all'I.R. Governo Austriaco provvedervi negli anni seguenti.
Nel 1820 fu la volta di un tronco  di strada costruito ex novo in rettifilo fra Somma e la Masnaga, per modo che l'abitato di Casorate risultasse a margine della via.
 
 
 
 
 
La ferrovia delle barche
 
Chi si inoltra nei boschi e nelle brughiere della bassa Somma, dalla Malpensa alla garzoniera verso Gruppetti e le Cornelliane di Golasecca, passando per la Novellina e la Stronaccia, si imbatte in ponti crollati, massicciate, scavi di trincea e arditi tagli di costiera: tutti elementi che avvertono il tracciato di qualche opera viabile. Infatti si tratta di una strada ferrata per il rimorchio delle barche, per via terra, da Tornavento a sesto calende. Essa fu costruita per rendere piu' rapida e meno costosa la navigazione sul fiume Ticino per il trasporto delle merci dal lago maggiore a Milano: traffico nella prima meta' del secolo scorso era molto intenso.
E'ì noto che il Ticino, da Sesto calende a Tornavento, ha un sensibile dislivello non sempre uniforme. A tratti si presentano "rapide"  con forti pendenze e quindi con correnti d'acqua impetuose che rendono la navigazione difficile e pericolosa. pertanto era sorta l'idea di integrare la navigazione  con tratti di via terrestre. Il progetto di una strada ferrata per il rimorchio delle barche da Tornavento a Sesto calende, risale all'anno 1844 e viene attribuito al patriota Carlo cattaneo.
L'opera, grandiosa per quei tempi, fu realizzata abbastanza rapidamente, tanto che inizio' a funzionare nell'anno 1858. Consisteva nell'estrarre le barche, addette al traffico commerciale, dall'acqua del Ticino all'altezza di Tornavento e portarle su grandi carri di tipo ferroviario gia' collocati sui binari in una strada ferrata. Questa, attraverso le nostre brughiere, raggiungeva Sesto calende dopo circa 17 chilometri di percorso. Le barche venivano rimesse nell'acqua e ricaricate di mercanzia. Il traino avveniva a mezzo di cavalli impiegati in numero di 100 unita'.
A Somma, in zona "Lavandai" alla Stronaccia, esiste ancora un grosso caseggiato che serviva da "Stazione" per passeggeri, per merci e per stallazzo dei cavalli.
Con l'entrata in funzione nell'anno 1865 della Ferrovia Milano-Sesto calende, l'attivita' delle "barche" ricevette un duro colpo:  poco dopo la Societa' che la gestiva dichiaro' fallimento. Era durata solo sette anni.
Sulla ferrovia per le barche da Tornavento a Sesto Calende, l'ing. Guido Candiani ha scritto una interessante e documentata storia.
 
(Tratto da "Storia di Somma Lombardo")
 
 
LA FERROVIA
 
Nell'anno 1860 la ferrovia Milano-Domodossola giungeva fino a Gallarate. Nell'anno 1863 iniziarono i lavori per il tratto Gallarate- Sesto calende. Dopo la costruzione del viadotto sullo Strona e la galleria di Vergiate, il 24 maggio 1865 entrava in funzione anche a Somma la stazione ferroviaria. Fu un avvenimento memorabile che ha cambiato il paesaggio e il modo di vivere ma soprattutto l'apertura di una nuova era di civilta' e di benessere. L'elettrificazione con doppio binario e' del 1946..
 
(Tratto da "Storia di Somma Lombardo")
 
 
LE VIE DI COMUNICAZIONE E LE STRADE DEL CAPOLUOGO E DELLE FRAZIONI
 
Pag. 190 da "Storia di Somma Lombardo"
 
Prima che Napoleone creasse la strada del Sempione (1804-1808), l'unica via che conduceva da Milano a Sesto Calende passando per l'abitato di Somma, era la "Strada De Ro'", cosi' chiamata perche' partiva dal centro di Rho alla periferia di Milano: nodo di collegamento con le strade  che dal nord portavano a Milano all'epoca della Repubblica Ambrosiana (Secolo XV), ma gia' vecchio tracciato romano. Entrava nel nostro territorio in "Contrada Larga" (ora via Fontana); proseguiva per la Valgella (ora via Gallibadino) e usciva dall'abitato attraverso la via Leoni (ora via G. Visconti). Imboccava la via Ducale (ora via Montebello) e, lasciato a destra il Monte Sordo (Muraccio), scendeva allo Strona che i cavalli e i carri attraversavano a guado, mentre i pedoni solcavano la roggia su un ponticello in pietra, distrutto poi da un'impetuosa piena nell'anno 1678. Solo nell'anno 1744 fu costruito un ponte piu' elevato e agibile al transito dei pedoni, cavalli e carri. Anche questo ponte venne abbattuto nell'anno 1872 a seguito dell'entrata in funzione di quello attuale che era di proprieta' della "Ferrovia delle Barche". Fallita questa Societa' nell'anno 1865, il ponte venne acquistato dal comune per lire 5.000. La vecchia strada Ducale proseguiva attraverso le brughiere di Garzonera; raggiunti i Gruppetti e quindi le Corneliane in territorio di Golasecca, scendeva su Sesto Calende.
Le comunicazione con il Piemonte attraverso il Ticino, avvenivano al valico di frontiera a Porto della Torre mediante imbarcazioni. Anche dopo l'unificazione d'Italia, Porto della Torre continuo' ad esercitare la funzione di collegamento tra le due sponde unitamente al traghetto di Coarezza costruito negli anni 1883 e 11890.
 
 
 
 
 
 
 
LE ANTICHE STRADE DEL CAPOLUOGO
 
La prima classificazione delle strade risale all'anno 1865 e riguarda le principali arterie che collegavano il capoluogo alle frazioni e cascinali sparsi. Si trattava delle vie Crocefisso di Smocco, che portava al Lazzaretto; S. Caterina, allo Strona; Varesina, verso i Mulini Copp, Gadda e Piode; S. Rocco, verso Case Nuove; Maddalena, verso la frazione. Altra strada serviva Golasecca e Coarezza; inoltre il Rile verso la campagna di Mezzana.
Nell'anno 1880, la descrizione del Melzi e da documentazioni di archivio comunale, risulto' che le strade e piazze del capoluogo aperte al pubblico erano le seguenti:
 
STRADA DE RO': - Gia' antica strada consolare romana che congiungeva Milano con Sesto.
STRADA DEL SEMPIONE - Napoleonica che taglia il centro abitato.
CROCE DELLA PIETRA - Antico viottolo che circonda il parco - Luogo di scalpellini.
VIA DUCALE - Gia' strada de Ro' dopo la via Leoni (ora via Montebello).
VIA BARCHETTO e PIAZZA BARCHETTO - Dove erano aperti i laboratori per le barche (ora Campana).
VIA BELVEDERE - Che conduce all'amena localita' sulla costiera del Ticino.
VIA BIRONE - In localita' "Malora" (antica fattoria agricola con estesi vigneti)
VIA BRUGHIERA - Zona di brughiera nelle localita' Belcora e Beltramada.
VIA CAMPANILE - Tratto di strada sotto il campanile S. Agnese (ora via Zancarini)
VIA CANONICA e PIAZZA CANONICA - Sede di canonicati al Castellaccio.
VIA CIOVINO - Pare derivasse da un antico personaggio sommese (ora Via Garibaldi).
VIA CIPRESSO - Strada che circondava la vigna del cipresso - chiamata anche Pontetto.
VIA CARDE? - Zona "in mezza CAMPAGNA" verso S. Rocco (ora via Giusti).
VIA CROCEFISSO DI SMOCCO - Per l'esistenza di una pittura con la croce smussata.
VIA DELLE CORDE - Per i laboratori dei cordari - (ora via Broggi).
VIA LARGA - Per strada ampia - Gia' via De Ro' (ora via Fontana).
VIA LAZZARETTO - Che conduce alla zona omonima.
VIA LEONI - Per i quattro pilastri statue di leoni - (Ora via Visconti).
VIA MADONNINA - per l'antica cappelletta murale con l'effige della Madonna con Bambino.
VIA MULINO DELL?OLIO - Strada verso il Ticino ove esisteva un mulino per l'olio.
VIA MURATA - Antica via oltre la muraglia che cingeva il borgo - (Ora via Galli).
VIA PASQUE' - Dalla radice latina "pascuum (Terreno da pascolo) - (ora via Briante).
VIA PIAGGIO - Nome proprio di un facoltoso sommese che vi abitava.
VIA PONTE - Strada che passava sotto il ponte di accesso al castello - (ora via Roma)
VIA PORTONE - Per la porta est di accesso al centro abitato - (ora via Mameli).
VIA POZZETTI E PIAZZA omonima - Zona ricca di acque sorgive - (ora Via Melzi)
VIA QUADRO - Dal dialetto "Quadar" per appezzamento di terreno coltivato.
VIA REBAGLIA - Dal dialetto "rubaia" per roba di scarto.
VIA RUGHETTA - Strada stretta e incassata nella valle dei Gella.
VIA SALVETTE - Da antica tradizione religiosa per la cappelletta dedicata alla Madonna.
VIA S: BERNARDINO e PIAZZA omonima - Verso la chiesa dedicata al santo sa Siena.
VIA S. ROCCO - Verso la chiesa di S. Rocco.
VIA S. CATERINA - Zona allo Strona dedicata a S. Caterina da Siena.
VIA S. Vito e PIAZZA omonima - Verso la Chiesa di San Vito - (Ora via Mameli)
VIA STRONAZZA - Discesa verso lo Strona vecchia sulla strada per Coarezza e Golasecca.
VIA ALGELLA e PIAZZA omonima - Da "Valle dei Gella" - Ora via Gallibadino).
VIA VALLE - Dal castello nord alle valli in aperta campagna - (Ora via Sfrondati).
VIA VARESINA - Dal Sempione verso Varese.
VIA VIGNOLA - Strada verso le piccole vigne.
VIA DE RATTI - Vicolo topaia dal Sempione a S. Bernardino - (Ora via Verdi).
VIA SABBIONE - Da S. Bernardino verso la zona Inferno - (Ora via Salvioni).
VIALE STAZIONE - Dal Sampione alle FF.SS. - (ora Via Maspero).
PIAZZA S. AGNESE - Davanti alla chiesa omonima - (ora Piazza Vittorio Veneto).
PIAZZA DEL CASTELLO - All'entrata nord del Castello.
PIAZZA DELLA PESA - per la pesa pubblica.
PIAZZA SALITA AL CASTELLO - Entrata a mezzogiorno del castello.
 
Come si vede l'antica toponomatica faceva riferimento alle caratteristiche del luogo, ai suoi usi, mestieri, costumi tradizioni. Un esempio curioso e' quello dell'attuale via CIACCO. L'etimologia semantica di questo strano nome dato alla zona del "CIACH" e omonima via, ha due diverse versioni. Secondo il pubblicista Terzaghi deriva da un "vivandaio" tedesco di nome CIAK incaricato dai comandi militari di gestire uno spaccio di generi alimentari e bevande durante lo svolgimento delle manovre militari dei reggimenti austriaci in zona Belvedere tra gli anni 1830-1840. Secondo la versione dell'Ing. Binaghi si tratta invece di un affresco sul muro di una casa contadina nei pressi della scuola di via Villoresi e rappresentante la scena di Gesu' nel Sinedrio con la scritta "ECCE HOMO". La pittura con il passare del tempo si era sbiadita e la scritta lasciava intravvedere soltanto due lettere: C e H, per cui la gente comincio' a distinguere la localita' con il nome dialettale di "CI-ACH".
Il viale della Stazione venne aperto nell'anno 1864 e nel 1871 fu stipulata la convenzione tra l'Amministrazione comunale e le Ferrovie dello Stato per la piantumazione degli alberi e la posa di panchine di granito sul piazzale antistante la stazione.
 
LA NOSTRA BRUGHIERA
 
pag. 169
 
LA BONIFICA DELLA BRUGHIERA
 
Pag. 370
 
COAREZZA: ORIGINI E STORIA
 
Pag 126
 
LA FRAZIONE MADDALENA: ORIGINE E STORIA
 
pag 138
 
L'origine di questo piccolo centro abitato risale all'anno 1400 quando i i Visconti crearono una colonia agricola. Nell'anno 1497 gli eredi di Guido Visconti eressero la prima chiesetta. Da documenti di archivio visconteo si apprende che il tempio fu terminato nel 1522 e in tale anno venne istituita la messa festiva. Sempre la casata Visconti, feudataria di questa frazione, restauro' la chiesetta nel 1626 e si ritiene che in tale data abbia ordinato al pittore Mauro della Rovere detto il Fiammenghino, una tela per l'altare rappresentante Maria Maddalena inginocchiata con i capelli sparsi che riceve la santa Comunione da un angelo.  Oggi questa tela non esiste piu'; il tempo e l'incuria l'hanno distrutta prima ancora che fosse collocata nella nuova chiesa.
Anche l'origine del nome della localita' risale al 1626. Infatti, in occasione dei restauri della chiesetta, il conte Antonio Visconti, feudatario di Arsago, "intese onorare la memoria della bisavola Maddalena Trivulzio, la cui figlia Anna, moglie di Francesco Sfondrati, diede alla luce, nel castello visconteo, il futuro Papa Gregorio XIV.
 
LA FRAZIONE CASE NUOVE: ORIGINE E STORIA
 
pag. 144
 
LA BRUGHIERA DELLA GRADENASCA E LA CASCINA MALPENSA
 
Da pag. 146 di "Storia di Somma Lombardo"
 
Nell'anno 1590, i Visconti, signori di Somma e territori circonvicini, fondarono ai margini della brughiera della Gradenasca, una colonia agricola che chiamarono "Case Nuove".
La Cascina Malpensa, piu' a nord e piu' addentrata nella brughiera, e' costruzione successiva. Infatti risale al'anno 1796 per iniziativa del bustese Gian Battista Tosi che organizzo' una fattoria agricola e "intensi traffici commerciali". Il figlio del Tosi, divenuto vescovo di pavia,  e' noto per  l'amicizia con Alessandro Manzoni: il grande scrittore lombardo fu ripetutamente ospite della Cascina Malpensa anche a causa di un beneficio livellario ereditato dal padre.
Circa l'origine del nome dispregiativo, pare che derivi dall'aridita' del terreno e dalla difettosa fecondazione del seme che varia sensibilmente da zona a zona, percui si diceva che era una "malpensata" coltivare nella brughiera.
Comunque risulta che il Tosi fu all'avanguardia di una schiera di pionieri che nella prima meta' dell'ottocento dissodarono tremila ettari di brughiera: la sua trasformazione fondiaria fu una delle meglio riuscite, imperniata sui fabbricati, sull'acqua ricavata da un pozzo profondo settanta metri e su una rete di strade di accesso.
Nel 1810 il Verri, sul giornale " Il commercio dei grani", dando notizia della bonifica della Malpensa scriveva " E' prodigioso il frutto che se ne ricava: vi sono i gelsi da bachi da seta; viti per ottimo vino; vi e' frumento e tutto viene assai bene; il granoturco singolarmente si coltiva con felice successo".
Lo stesso Federico Caproni per la sua bonifica di Vizzola Ticino degli anni '30, venne incoraggiato dall'esempio storico della Malpensa.
Dopo il 1832 tutta la Brughiera della Gradenasca fu destinata a campo di manovre militari per le truppe tedesche che stanziavano nell'alto milanese, in sostituzione delle "Groane" Monzesi. E questo nuovo tipo di servitu' risulto' poco compatibile con l'agricoltura tanto da fermarne l'espansione e limitarne la fiorente attivita'.
Nel 1886 il Ministero della guerra del nuovo Regno d'Italia procedette all'espropriazione della Malpensa per farne un grande campo di esercitazione militare per la cavalleria e per l'artiglieria. Il fondo venne spogliato di tutte le piante, le coltivazioni sospese e i caseggiati destinati ai militari. Le 24 famiglie che vi abitavano per un totale di 130 persone, vennero gradualmente sloggiate  e sistemate presso i nuclei abitati di Bellaria e Case Nuove nonche' presso il capoluogo. Le pratiche per l'indennizzo degli espropriati dei fondi iniziarono nel 1891 e trenta anni dopo risulto' che ci furono ancora famiglie che reclamavano la liquidazione dei propri indennizzi.
 
L'ARCHEOLOGIA NEL TERRITORIO DELLA MALPENSA.
 
da pag. 148 di "Storia di Somma Lombardo"
 
Nell'anno 1967 l'architetto Angelo Maria Bonomi, Ispettore Onorario della Soprintendenza delle antichita' per le provincie di Milano e di Varese, avuto notizie di alcuni casuali rinvenimenti di sepolture e di altri reperti archeologici sui terrazzamenti della costiera del Ticino in zona Malpensa - Case Nuove, intraprese una meticolosa ricerca che porto' alla scoperta della "Cultura PROTOGOLASECCHIANA della Malpensa " risalente al IX e X secolo a.c..
I rinvenimenti piu' importanti si trovano in zone ben evidenziate sulla sinistra lungo la strada Somma - Tornavento, parte in brughiera e parte ai margini dell'abitato di Case Nuove sulla via Santa margherita. Venne disegnata una carta Archeologica con coordinate topografiche riferite al vertice estremo della base geodetica di Somma Lombardo (la piramide in brughiera), e tutto il materiale ritrovato venne depositato presso la soprintendenza delle antichita' della Lombardia in attesa della collocazione definitiva. Tali interventi furono definiti, dagli esperti, di fondamentale importanza poiche' vengono a colmare una lacuna nella preistoria della Lombardia Occidentale. La sua nota dominante e' l'appartenenza al X secolo a.c..
Il materiale e' stato rinvenuto ad una profondita' che varia dai 30 cm. ai 100 cm. dal piano terra, e consiste in numerose sepolture a cremazione in materiale ceramico e vasi domestici. Inoltre sferette e pendagli; fibule ad arco, armille, anelli ed altri reperti in bronzo.
Le ricerche proseguono grazie anche alla partecipazione di un gruppo di giovani volenterosi appassionati di archeologia e capeggiati da Flavio Rossa, Rino Balbo e Giulio Pignoloni.
Ne' si puo' ignorare che tutto il nostro territorio e' considerato zona archeologica. Infatti, in piu' punti del centro abitato e alla periferia,, specie sui rilievi collinari, in epoche diverse vennero all luce reperti archeologici trovati casualmente durante gli scavi per la costruzione di case e di fossati per la fognatura; materiale di grande importanza per definire, con altri ritrovamenti della zona, la "Cultura Protogolasecchiana". Purtroppo gran parte dei ritrovamenti sono andati dispersi, finiti in case private o commercializzati da persone ignoranti o senza scrupoli: solo poco materiale ha trovato degna sede presso i musei qualificati.
       A documentazione degli ultimi ritrovamenti citiamo:
-  Negli anni 1949,1950 e 1954, sulla via Guido Visconti di Modrone, tra l'attuale scuola elementare e la Madonna della Preia, vennero alla luce alcune tombe attribuibili a buona epoca romana. Contenevano vasi cinerari, suppellettili, armille, fibule e altro materiale bronzeo.
- 1955: rinvenimento occasionale durante uno scavo edilizio nell'area tra le vie Binaghi e Garzonio a Mezzana. Si e' trattato di tombe con reperti cinerari e grossi vasi domestici.
- 1958 : durante lo scavo per l'ampliamento del Calzificio Ferrerio, lungo il Sempione, rinvennero alcune tombe attribuibili ad epoca romana.
- 1978: toma romana scoperta durante gli scavi dell'ampliamento dell'Ospedale, risalente al Iv o V secolo d.c.. Sul coperchio e' stata decifrata la scritta:"D.M. PRO FUTURUS CASSIAM FRATER PIENTISSIMUS".
- 1979: durante i recenti scavi per la costruzione di un gruppo di case popolari sulla collinetta in zona "Vigna del Prevosto" a Mezzana, vennero alla luce reperti archeologici di notevole interesse.
Sovraintendono all'indagine archeologica sul nostro territorio, oltre all'Architetto Angelo Maria Bonomi la Dott.sa Luisa Ferrerio Alpago-Novella, la Prof.sa Rofia e Carlo Mastorgio che fanno capo al Museo Archeologico della Societa' Gallaratese per gli Studi Patrii.
Reperti archeologici rinvenuti  sul nostro territorio sono anche custoditi presso i Musei di Varese e di Milano. C'e' chi auspica che anche nella nostra citta' si organizzi un museo conservativo sia per dare incoraggiamento e possibilita' agli appassionati di ricerche archeologiche, sia per acuire la curiosita' e sviluppare  la cultura presso la nostra gente. Puo' essere una proposta valida purche' non si disperda in rivoli insignificanti un prezioso patrimonio: allora sarebbe meglio potenziare il gia' esistente Museo di Gallarate.
Comunque l'amore per archeologia, come tutta la nostra storia antica, e' incentivo per meglio operare nella vita futura.
 
 
LA NAVIGAZIONE
 
 
 
NOTE:
 
08/05/95:
 
Indagine sulle S.F. dal ponte di localita' Vignazze (S. Rocco) di Somma Lombardo alla statale 334 della Malpensa:
 
1) Dal ponte delle S.F. in localita' Vignazze (ponte sguara') decisamente visibile dalla strada che collega la Malpensa a Somma Lombardo si imbocca la stradina a sinistra a nord del ponte. Stradino non asfaltata che porta ad alcune case private e a piccole fabbriche nella brughiera e campi coltivati a ovest del Sempione. A pochi metri a ovest si trova il terrapieno del ponte. Terrapieno adibito a parcheggio e discarica degli abitati. Si continua a sud sulla strada che e' il vecchio tracciato mentre sulla sinistra vi sono campi e fabbricati. Sulla destra si trova il ciglione.
Si continua fino a quando sulla sinistra si trova un deposito di una impresa di costruzioni edili. La S.F. da destra passa a sinistra nel luogo del deposito. Sempre a sinistra de del viottolo la S.F. e' interrotta da un piazzale ben tenuto al taglio delle piante ed e' circondato da tre lati N S O da terrapieni. Ultima postazione di ricovero per aerei durante la seconda guerra mondiale. La S.F. e' sulla sinistra del viottolo con dei terrapieni bassi ai lati.
Piu' avanti si trova la lapide S.F.
Il sentiero scende mentre si erge il terrapieno. Il ponte PX e' sulla sinistra. La lapide Lx e' a NE sull'altro lato del ponte.
Si passa sotto il ponte e si imbocca il sentiero dall'altra parte della S.F.. Il sentiero precedente porta a valle e altrove.
La S.F. rimane sulla destra  e il terrapieno diminuisce fino a perdersi nella brughiera e il viottolo si allontana. Seguire per 500 metri fino a che un piano di cemento e asfalto dichiara la presenza di un deposito di aerei.
Imboccare il sentiero di destra. 100 metri e si trova il ponte Px. Altra lapide. Una fenditura ai piedi delle spalle del ponte scarica la terra del terrapieno, mentre sul terrapieno si apre un buco pericoloso.
 
Proseguendo, il terrapieno scende e si perde le tracce. Non si trova piu' nulla fino alla strada ST334 della Malpensa.
 
 
 
 
 
 
DA TROVARE:
-----------------------------------------------
Somma Lombardo:
       Localita' Belvedere - Sarebbe la via Villoresi
       In via Villoresi esisteva un piccolo fabbricato per riposare i cavalli.
       Taglio ardito - Dal ponte della cascina delle barche, verso il Ticino, a pochi metri sulla sinistra inizia il tracciato visibilissimo della S.F. che porta fino a belvedere. Segue il metanodotto.
 
       Muraglione su metanodotto.
       Giu' fino alla Strona.
Trovare anche la cisterna che si trova fra la strada Sesona-Golasecca e Gruppetti.
 
 
C. Vismara - "La strada ferrata delle barche da Tornavento a Sesto Calende e il suo avvenire" - Tip. G. Redaelli, 1859
 
G. D. Oltrona Visconti, "Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante avvenimento del secolo scorso" in RGSA 11951, n. 3 pp. 23-32; Il decreto di concessione dell'"Ipposidra" in RGSA 1956, n. 1, pp. 10 - 12. "Per la ferrovia Milano - Sesto Calende" cfr. Aspesi, Gallarate ...., pp. 1197
 
Nota: Nel 1858 inizia l'attivita' della "Via Ferrata di rimorchio delle barche" da Tornavento a Sesto Calende, fallita nel 1971 per l'opposizione dei navaioli e per la costruzione della Milano - Gallarate - Sesto Calende.
 
 
 
------------------------------------------------
 
 
 
 
 
 
 
Lista delle diapositive relative al racconto:
 
Da Tornavento alle cave di ghiaia
 
 
3484 - Tornavento. Vista del Ticino
3513 - La castellana (A270°) vista dalla discesa della statale per Busto Arsizio.
3512 - La castellana (A360°)
3482 - Tornavento. La castellana
3511 - Sulla sinistra (S2) l'inizio della darsena. (S789) e' la darsena. In fondo La Castellana.
3510 - Dalla darsena di alaggio alla centrale. E' probabile che a destra sia stata interrata la darsena (180°)
3483 - Tornavento. Vista della centrale da Castellana.
3509 - Vista della cascina (180°) che forse dall'altra parte o nel prato qui a destra, vi si trovava la darsena per imbarcare le barche sui carrelli. Dietro, a pochi metri, l'entrata della centrale.
3507 - Vista del Villoresi dal Ponte carrabile della statale per il ponte di Tornavento. Esattamente in questo punto la S.F. passava il canale venendo dalla zona della centrale (direzione del traliccio). (180°)
3508 - Sponda destra del canale fra la centrale e il ponte carrabile del Villoresi (360°).
3485 - Dal Villoresi di Tornavento, per 500 metri a nord, vista di una casa sul ciglione.
3476 - Tornavento. Vista della piazzola ove hanno inizio i tornanti.
3503 - Piazzola accanto al Villoresi a Tornavento. La rampa in vista porta al 2° tornante dell'incrocio. Sulla destra si nota i resti di una massicciata in sassi che serviva per tenere la strada sovrastante che una volta era la S.F.
3502 - Massicciata descritta in D3503
3501 - Ponte sul Villoresi a Tornavento. Sulla sinistra, piu' in altro la S.F.
3505 - (L1) Incrocio vecchia strada per Tornavento e S.F. cartello descrittivo e lapide (180°)
3481 - Tornavento. Cartello con incrocio della S.F. con i tornanti. Ne riquadro 2 l'antica via proveniente dalla darsena.
3504 - (L1) Lapide presso l'incrocio della vecchia strada di Tornavento (2° tornante) e la ferrovia
3479 - Tornavento. Terzo tornante.
3506 - Incrocio vecchia strada per Tornavento e S.F. cartello descrittivo e lapide (360°)
3517 - Tornavento. (A360°) Postazione Belvedere sull'ultimo tornante che dal Villoresi porta sul ciglione.
3478 - Tornavento. Ponte sul Villoresi.
3518 - Villoresi non so dove.
3477 - Tornavento. Vista dal Belvedere.
3480 - Tornavento. Sulla riva nel riquadro 5, la cava.
3489 - Cava di ghiaia a sinistra, canale Villoresi al centro, Ticino con ponte di Oleggio a destra.
       Vista dal costone
3514 - Tornavento. (A40°) Antica dogana austriaca del 1787.
3486 - Antica dogana austriaca del 1877. Vista dal fronte. Il restauro di riferisce solamente al tetto. A destra la strada che porta alla statale della Malpensa.
3516 - Tornavento. (A120°) Antica dogana austriaca del 1787 con vista delle stalle sul retro.
3487 - Antica dogana austriaca del 1877. Vista delle stalle.
3515 - Tornavento. (A360°) Costruzione diroccata presso la dogana austriaca.
 
Dalle Cave di ghiaia a San Rocco
 
(P1) (P2)
 
(L2) (L2a) (L3) (L3a) (L4)
 
3544 - E' uno spiazzo usato nella 2° guerra mondiale per riparare gli aerei dislocati nella Malpensa.
3549 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3548 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3546 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3547 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3565 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3566 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3550 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
 
3768 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3769 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3770 - (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3545 - (L2) E' il primo capitello presso il primo ponte (P1).
3767 - (L2) E' il primo capitello presso il primo ponte (P1).
 
 
 
 
 
 
3760 - Pineta fra il primo ponte e il secondo
3761 - Pineta fra il primo ponte e il secondo
3762 - Lapide fra il primo ponte e il secondo
3763 - Lapide fra il primo ponte e il secondo
3764 - Lapide fra il primo ponte e il secondo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
3779 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3756 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3744 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3746 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3759 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a) segnata dal bastone
3757 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
3758 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
3745 - (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
 
 
 
 
 
3539 - (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3540 - (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3541 - (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3543 - (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3542 - (L3) E' il primo capitello presso il primo ponte (P2).
3553 - Prosegue la S.F. fino a quando trova i muraglioni dello spiazzo per aerei.
3554 - E' uno spiazzo usato nella 2° guerra mondiale per riparare gli aerei dislocati nella Malpensa. E' vicino al deposito della impresa edile.
3551 - Prosegue. Vista da 180°
3552 - (L3) . e' l'ultimo capitello prima di S. Rocco.
3555 - Sulla sinistra la linea elettrica che si dirige sulla statale.
3538 - Sulla sinistra la linea elettrica che si dirige sulla statale.
3556 - Sempre avanti, sulla sinistra la linea elettrica e il metanodotto che scende verso la statale mentre la S.F. prosegue sul ciglione verso S. Rocco.
3557 -  Sempre avanti, sulla destra finisce il bosco e iniziano i campi che vanno verso il Sempione.
3558 - (A180°) sulla sinistra la S.F. che arriva e taglia la statale dirigendosi a destra.
3559 - (P3) Ponte delle Vignazze (A180°)
3560 - (P3) Ponte delle Vignazze (A180°)
3561 - (P3) Ponte delle Vignazze (A0°)
3562 - Chiesa di S. Rocco.
3563 - Chiesa di S. Rocco.
 
Da S. Rocco a Lavandai
 
(L5)
 
3629 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3630 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3631 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3632 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3633 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3634 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3635 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3636 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
 
3747 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3748 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3749 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3750 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3751 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3752 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3753 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3754 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3755 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
 
 
 
 
 
 
3637 - Direzione S.F. all'uscita del sentiero del Belvedere verso le scuole
 
 
 
 
3567 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3626 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3627 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3628 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
 
3569 - In fondo a questo sentiero il punto esatto.
3570 - (L5) Capitello trovato sulla sinistra della S.F. appenda entrati nel bosco.
3625 - (L5) Cippo all'entrata del sentiero in zona Belvedere
3571 - (L5) Lo stesso capitello uscendo dal bosco.
3572 - (L5) Lo stesso capitello entrando nel bosco.
3573 - Prosegue poco oltre. All'altezza del rilievo centrale (apportato dopo), sulla sinistra il belvedere.
3622 - S.F. sentiero in zona Belvedere
3623 - S.F. sentiero in zona Belvedere
3624 - S.F. sentiero in zona Belvedere
 
3565 - Vista delle cave e della diga dal Belvedere.
3566 - Vista delle cave e della diga dal Belvedere.
3620 - Vista delle cave e della diga dal belvedere.
3621 - Vista delle cave e della diga dal belvedere.
 
Dalla cascina LAVANDAI a Gruppetti
 
(P5) (P6) (P7)
 
(L6) (L7)
 
 
3461 - Somma Lombardo. Cascina dei "Lavandai"
3460 - Somma Lombardo. Cascina dei "Lavandai"
3462 - Somma Lombardo. Ponticello di fronte alla cascina "Lavandai" o "Ponte delle barche".
3439 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3444 - (P5) Dovrebbe essere il primo ponte.
3440 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3638 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3639 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3640 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3641 - (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3642 - (L6) Cippo posto tra il primo ponte ed il secondo
3643 - (L6) Cippo posto tra il primo ponte ed il secondo dopo viottolo verso(?)
3644 - (P6) Secondo ponte
3645 - (P6) Secondo ponte
3646 - (P6) Secondo ponte
3647 - (P6) Secondo ponte
 
 
 
 
3441 - (P6) e' il secondo ponte.
3442 - (P6) e' il secondo ponte.
3445 - Golasecca. Dopo il secondo ponte (P6) (a360°), il viottolo a destra della S.F.
3446 - S.F. infossata.
 
 
 
3443 - (P7) Dovrebbe essere il terzo ponte.
 
 
3458 - Prosegue
3526 - Prosegue
3459 - Prosegue
3449 - Golasecca. Percorso del metanodotto.
3452 - Golasecca. (A360). Incrocio della S.F. con una stradina. lapide con scritta. ricoperta di vernice rossa per indicare un percorso europeo.
3450 - (L7) Lapide con vernice del percorso europeo.
3453 - Prosegue
3451 - Golasecca. (A180°). Incrocio della S.F. con una stradina. lapide con scritta. ricoperta di vernice rossa per indicare un percorso europeo.
3457 - Incrocio con la strada di Sesona - Golasecca.
3448 - In prossimita' del 2° ponte.
3454 - In prossimita' del 2° ponte.
3447 - In prossimita' del 2° ponte.
 
 
 
Da Gruppetti a Golasecca
 
 
(P8)
 
 
3524 - a partire dal bivio di Gruppetti, verso il basso seguendo il metanodotto (A4°). Qui comincia a scendere per il viottolo centrale. Quello a destra e' per gruppetti. Questo di sinistra porta nel fondo di un fosso che resta sempre sulla sinistra. E' il fosso che divide la S.F. e il monte Galiasco.
3523 - a partire dal bivio di Gruppetti, verso il basso seguendo il metanodotto (A4°). Qui comincia a scendere
3527
3456 - Golasecca. Da gruppetti verso "lavandai"
3525 - e' vicino a Gruppetti. Non so.
3455 - Golasecca. Gruppetti costruzione.
3522 - Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, dietro e' il ponte e vista del terrapieno dovuto alla costruzione del dell'autostrada. Le automobili passano sotto nel punto in cui Wanda e' ripresa.
3521 - (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
3528 - (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). E' in fossato, sulla sinistra una casa privata.
3530 - (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). E' in fossato, sulla sinistra una casa privata.
3529 - (P8) Come (D3521) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
3531 - (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
3532 - Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). Questa strada collega il Sempione con il ponte autostradale di Sesto Calende. Il fossato termina con immondizie.
3533 -Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). Questa strada collega il Sempione con il ponte autostradale di Sesto Calende. Il viale era occupato dalla S.F. e sulla sinistra la cascina Marmerina.
3500 - Antica cascina in Sesto Calende a 20 metri e 220° dall'incrocio della strada tra il Ticino e il Sempione, e la S.F.
 
3534 - Lapide con inciso "per cascina Persualdo" in sesto calende quando la "Via Vecchia" finisce sulla strada da Sesto al Lungofiume.
3535 - Sesto calende lungo il fiume verso sud (A152°) E' probabile la darsena di arrivo della S.F.
3536 - Sesto calende lungo il fiume verso sud (A152°) E' probabile la darsena di arrivo della S.F.
 
Cartine geografiche
 
3498 - Cartina geografica scala 17.000 della zona
3499 - Cartina geografica scala 17.000 della zona.
3520 - e' un bosco ma non so dove.
3619 - Cartina geografica scala 17.000 della zona
 
 
---------------------------------------
Diapositive da definire e ordinare
 
3858
3931
3960
3961
3962
3963
3964
3965
3966
3968
3969
 
 
 

10.1.2 Ferbar1

 
Lista delle fotografie relative alla
 
FERROVIA DELLE
 
BARCHE
 
Da Tornavento alle cave di ghiaia
 
 
3484       Tornavento. Vista del Ticino
3513       La castellana (A270°) vista dalla discesa della statale per Busto Arsizio.
3512       La castellana (A360°)
3482       Tornavento. La castellana
3511       Sulla sinistra (S2) l'inizio della darsena. (S789) e' la darsena. In fondo La Castellana.
3510       Dalla darsena di alaggio alla centrale. E' probabile che a destra sia stata interrata la darsena (180°)
3483       Tornavento. Vista della centrale da Castellana.
3509       Vista della cascina (180°) che forse dall'altra parte o nel prato qui a destra, vi si trovava la darsena per imbarcare le barche sui carrelli. Dietro, a pochi metri, l'entrata della centrale.
3507       Vista del Villoresi dal Ponte carrabile della statale per il ponte di Tornavento. Esattamente in questo punto la S.F. passava il canale venendo dalla zona della centrale (direzione del traliccio). (180°)
3508       Sponda destra del canale fra la centrale e il ponte carrabile del Villoresi (360°).
3485       Dal Villoresi di Tornavento, per 500 metri a nord, vista di una casa sul ciglione.
3476       Tornavento. Vista della piazzola ove hanno inizio i tornanti.
3503       Piazzola accanto al Villoresi a Tornavento. La rampa in vista porta al 2° tornante dell'incrocio. Sulla destra si nota i resti di una massicciata in sassi che serviva per tenere la strada sovrastante che una volta era la S.F.
3502       Massicciata descritta in D3503
3501       Ponte sul Villoresi a Tornavento. Sulla sinistra, piu' in altro la S.F.
3505       (L1) Incrocio vecchia strada per Tornavento e S.F. cartello descrittivo e lapide (180°)
3481       Tornavento. Cartello con incrocio della S.F. con i tornanti. Ne riquadro 2 l'antica via proveniente dalla darsena.
3504       (L1) Lapide presso l'incrocio della vecchia strada di Tornavento (2° tornante) e la ferrovia
3479       Tornavento. Terzo tornante.
3506       Incrocio vecchia strada per Tornavento e S.F. cartello descrittivo e lapide (360°)
3517       Tornavento. (A360°) Postazione Belvedere sull'ultimo tornante che dal Villoresi porta sul ciglione.
3478       Tornavento. Ponte sul Villoresi.
3518       Villoresi non so dove.
3477       Tornavento. Vista dal Belvedere.
3480       Tornavento. Sulla riva nel riquadro 5, la cava.
3489       Cava di ghiaia a sinistra, canale Villoresi al centro, Ticino con ponte di Oleggio a destra. Vista dal costone
3514       Tornavento. (A40°) Antica dogana austriaca del 1787.
3486       Antica dogana austriaca del 1877. Vista dal fronte. Il restauro di riferisce solamente al tetto. A destra la strada che porta alla statale della Malpensa.
3516       Tornavento. (A120°) Antica dogana austriaca del 1787 con vista delle stalle sul retro.
3487       Antica dogana austriaca del 1877. Vista delle stalle.
3515       Tornavento. (A360°) Costruzione diroccata presso la dogana austriaca.
 
Dalle Cave di ghiaia a San Rocco
 
(P1) (P2)
 
(L2) (L2a) (L3) (L3a) (L4)
 
3544       E' uno spiazzo usato nella 2° guerra mondiale per riparare gli aerei dislocati nella Malpensa.
3549       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
*3548       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3546       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3547       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3565       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3566       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3550       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
 
3768       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3769       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3770       (P1) Ponte sguara'. E' il 1° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3545       (L2) E' il primo capitello presso il primo ponte (P1).
3767       (L2) E' il primo capitello presso il primo ponte (P1).
 
 
3760       Pineta fra il primo ponte e il secondo
3761       Pineta fra il primo ponte e il secondo
3762       Lapide fra il primo ponte e il secondo
3763       Lapide fra il primo ponte e il secondo
3764       Lapide fra il primo ponte e il secondo
 
3779       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3756       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3744       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3746       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo.
3759       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a) segnata dal bastone
3757       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
3758       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
3745       (P1) Ponte sguara'. E' il 2° ponte che dalla Malpensa porta a Somma Lombardo. Con l'indicazione della seconda lapide (L2a)
 
 
3539       (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3540       (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
*3541       (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3543       (P2) E' il secondo ponte (quello piu' vicino a S. Rocco)
3542       (L3) E' il primo capitello presso il primo ponte (P2).
3553       Prosegue la S.F. fino a quando trova i muraglioni dello spiazzo per aerei.
3554       E' uno spiazzo usato nella 2° guerra mondiale per riparare gli aerei dislocati nella Malpensa. E' vicino al deposito della impresa edile.
3551       Prosegue. Vista da 180°
3552       (L3) . e' l'ultimo capitello prima di S. Rocco.
3555       Sulla sinistra la linea elettrica che si dirige sulla statale.
3538       Sulla sinistra la linea elettrica che si dirige sulla statale.
3556       Sempre avanti, sulla sinistra la linea elettrica e il metanodotto che scende verso la statale mentre la S.F. prosegue sul ciglione verso S. Rocco.
3557        Sempre avanti, sulla destra finisce il bosco e iniziano i campi che vanno verso il Sempione.
3558       (A180°) sulla sinistra la S.F. che arriva e taglia la statale dirigendosi a destra.
*3559       (P3) Ponte delle Vignazze (A180°)
3560       (P3) Ponte delle Vignazze (A180°)
3561       (P3) Ponte delle Vignazze (A0°)
3562       Chiesa di S. Rocco.
3563       Chiesa di S. Rocco.
 
Da S. Rocco a Lavandai
 
(L5)
 
3629 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3630 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3631 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3632 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3633 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3634 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3635 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
3636 - Piccolo fabbricato con abbeveratoio
 
3747 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3748 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3749 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3750 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3751 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3752 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3753 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3754 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
3755 - Cascina ove probabilmente abbeveravano i cavalli
 
3637 - Direzione S.F. all'uscita del sentiero del Belvedere verso le scuole
 
3567 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3626 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3627 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
3628 - In questo punto (In fondo a via Ronchi). sulla sinistra entra la S.F. nel bosco prima di scendere a Lavandai.
 
3569 - In fondo a questo sentiero il punto esatto.
3570 - (L5) Capitello trovato sulla sinistra della S.F. appenda entrati nel bosco.
3625 - (L5) Cippo all'entrata del sentiero in zona Belvedere
3571 - (L5) Lo stesso capitello uscendo dal bosco.
3572 - (L5) Lo stesso capitello entrando nel bosco.
3573 - Prosegue poco oltre. All'altezza del rilievo centrale (apportato dopo), sulla sinistra il belvedere.
3622 - S.F. sentiero in zona Belvedere
3623 - S.F. sentiero in zona Belvedere
3624 - S.F. sentiero in zona Belvedere
 
3565 - Vista delle cave e della diga dal Belvedere.
3566 - Vista delle cave e della diga dal Belvedere.
3620 - Vista delle cave e della diga dal belvedere.
3621 - Vista delle cave e della diga dal belvedere.
 
Dalla cascina LAVANDAI a Gruppetti
 
(P5) (P6) (P7)
 
(L6) (L7)
 
 
3461       Somma Lombardo. Cascina dei "Lavandai"
3460       Somma Lombardo. Cascina dei "Lavandai"
3462       Somma Lombardo. Ponticello di fronte alla cascina "Lavandai" o "Ponte delle barche".
*3439       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3444       (P5) Dovrebbe essere il primo ponte.
3440       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3638       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3639       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3640       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3641       (P5) Somma Lombardo. Primo ponte
3642       (L6) Cippo posto tra il primo ponte ed il secondo
3643       (L6) Cippo posto tra il primo ponte ed il secondo dopo viottolo verso(?)
3644       (P6) Secondo ponte
*3645       (P6) Secondo ponte
3646       (P6) Secondo ponte
3647       (P6) Secondo ponte
 
 
 
 
3441 - (P6) e' il secondo ponte.
3442 - (P6) e' il secondo ponte.
3445 - Golasecca. Dopo il secondo ponte (P6) (a360°), il viottolo a destra della S.F.
3446 - S.F. infossata.
 
 
 
*3443 - (P7) Dovrebbe essere il terzo ponte.
 
 
3458 - Prosegue
3526 - Prosegue
3459 - Prosegue
3449 - Golasecca. Percorso del metanodotto.
3452 - Golasecca. (A360). Incrocio della S.F. con una stradina. lapide con scritta. ricoperta di vernice rossa per indicare un percorso europeo.
3450 - (L7) Lapide con vernice del percorso europeo.
3453 - Prosegue
3451 - Golasecca. (A180°). Incrocio della S.F. con una stradina. lapide con scritta. ricoperta di vernice rossa per indicare un percorso europeo.
3457 - Incrocio con la strada di Sesona - Golasecca.
3448 - In prossimita' del 2° ponte.
3454 - In prossimita' del 2° ponte.
3447 - In prossimita' del 2° ponte.
 
 
Da Gruppetti a Golasecca
 
(P8)
 
3524       a partire dal bivio di Gruppetti, verso il basso seguendo il metanodotto (A4°). Qui comincia a scendere per il viottolo centrale. Quello a destra e' per gruppetti. Questo di sinistra porta nel fondo di un fosso che resta sempre sulla sinistra. E' il fosso che divide la S.F. e il monte Galiasco.
3523       a partire dal bivio di Gruppetti, verso il basso seguendo il metanodotto (A4°). Qui comincia a scendere
3527
3456       Golasecca. Da gruppetti verso "lavandai"
3525       e' vicino a Gruppetti. Non so.
3455       Golasecca. Gruppetti costruzione.
3522       Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, dietro e' il ponte e vista del terrapieno dovuto alla costruzione del dell'autostrada. Le automobili passano sotto nel punto in cui Wanda e' ripresa.
3521       (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
*3528       (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). E' in fossato, sulla sinistra una casa privata.
3530       (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). E' in fossato, sulla sinistra una casa privata.
3529       (P8) Come (D3521) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
3531       (P8) Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). E' in fossato, sulla destra una casa privata.
3532       Ultimo ponte a Sesto. Vista da (A134°). Questa strada collega il Sempione con il ponte autostradale di Sesto Calende. Il fossato termina con immondizie.
3533       ltimo ponte a Sesto. Vista da (A340°). Questa strada collega il Sempione con il ponte autostradale di Sesto Calende. Il viale era occupato dalla S.F. e sulla sinistra la cascina Marmerina.
3500       Antica cascina in Sesto Calende a 20 metri e 220° dall'incrocio della strada tra il Ticino e il Sempione, e la S.F.
 
3534       Lapide con inciso "per cascina Persualdo" in sesto calende quando la "Via Vecchia" finisce sulla strada da Sesto al Lungofiume.
3535       Sesto calende lungo il fiume verso sud (A152°) E' probabile la darsena di arrivo della S.F.
3536       Sesto calende lungo il fiume verso sud (A152°) E' probabile la darsena di arrivo della S.F.
 
Cartine geografiche
 
3498       Cartina geografica scala 17.000 della zona
3499       Cartina geografica scala 17.000 della zona.
3520       e' un bosco ma non so dove.
3619       Cartina geografica scala 17.000 della zona
 
---------------------------------------
Diapositive da definire e ordinare
 
3858
3931
3960
3961
3962
3963
3964
3965
3966
3968
3969
 
 
------
 
    parole
-----------------------------------------------

10.1.3 Ferbar2

 
La via ferrata per il trasporto delle barche tra Tornavento e Sesto calende.
 
Raccolta di documentazioni
a cura di
 
Redigonda Giorgio
 
Indice:
 
Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso"
Statuti per la societa' anonima
Manifesto di Associazione
Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA" Tempo, vicende, vestigia
Archivi e Bibliografia:
La strada delle barche da Sesto Calende a Tornavento
Sulla strada romana Mediolanum-Verbanus
La ferrovia delle barche
La Ferrovia FF.SS.
Le vie di comunicazione e le strade del capoluogo e delle frazioni.
Le antiche strade del capoluogo
La nostra brughiera
La bonifica della brughiera
Coarezza, origini e storia
LA FRAZIONE MADDALENA: ORIGINE E STORIA
LA FRAZIONE CASE NUOVE: ORIGINE E STORIA
LA BRUGHIERA DELLA GRADENASCA E LA CASCINA MALPENSA
L'ARCHEOLOGIA NEL TERRITORIO DELLA MALPENSA.
LA NAVIGAZIONE
NOTE:
DA TROVARE:
Lista delle diapositive relative al racconto:
  • Da Tornavento alle cave di ghiaia
  • Dalle Cave di ghiaia a San Rocco
  • Da S. Rocco a Lavandai
  • Dalla cascina "Lavandai" a Gruppetti
  • Da Gruppetti a Golasecca
  • Cartine geografiche
 
Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso"
 
di Gian Domenico Oltrona Visconti.
Da "Rassegna Gallaratese d'Arte" 1951
 
Tentativo senza dubbio importante e coraggioso - piu' coraggioso che importante poiche' si trattava di impianto nuovissimo in Italia, ala cui affermazione dipendeva da fattori psicologici e materiali oltreche' di indole strettamente tecnica - fu quello della strada ferrata di rimorchio delle barche da Tornavento a Sesto calende Questo argomento fu trattato molto in succinto da Guido Orsini nel numero di settembre 1937 della "Rassegna"; crediamo opportuno riprenderlo ora per dare ai lettori ulteriori informazioni al riguardo.), promosso da certo Francesco Besozzi Cantu' C.: Grande Illustrazione del lombardo veneto, Milano, 1860, pag. 609.), che parecchi ricorderanno per averne visto in diversi luoghi e le ignorate vestigia.
Ricostruire la storia della ferrovia no n e' facile data la scarsita' dei documenti, tuttavia un rapporto pubblicato nel 1859 viene in nostro aiuto.
L'autore, l'ingegner Carlo Vismara di Vergiate Vismara C.: La strada ferrata di rimorchio delle barche da Tornavento a Sesto calende e il suo avvenire, Milano, Tip. G. Redaelli, 1859. L'opuscolo conservato nell'Arch. Oltrona Visconti in S. Antonino, e' senza dubbio uno dei pochissimi esemplari oggi esistenti.
), senza peraltro spiegare il sistema dell'attiraglio poiche' l'opera sua e' intesa principalmente a dare al Consiglio d'Amministrazione della Societa' anonima costituita per il funzionamento della via ferrata la prova che la Societa' medesima aveva possibilita' di vita, illustra minutamente i vari aspetti dell'iniziativa, non mancando di riportare il relativo bilancio. Ma prima di volgere lo sguardo alla parte amministrativa giovera' accennare al percorso della ferrovia in oggetto basandoci su cio' che al riguardo ci si riferisce il Melzi Melzi L.: Somma Lombardo, Milano, 1880, pag. 193. Non ci consta che altri autori riportino il percorso della via ferrata.), e pure soffermarci sulle finalita' dell'impresa, che fu autorizzata con dispaccio dell'Imperial Regio Commissariato Civile e Militare di Milano in data 18 marzo 1850 E non ... intorno al 1860..., come azzardo' l'Orsini nel suo articolo.) e che svolse la sua attivita' certo sino al 1859.
E' noto che avanti il 1850 le barche da carico scese sul Naviglio Grande venivano poi trascinate contro corrente sino al punto di partenza da cavalli che percorrevano una strada di fortuna, operazione che ovviamente richiedeva gran tempo e notevole logorio di animali.  Si tenga presente che occorrevano circa quindici giorni da Milano a Sesto Calende per convogli composti da cinque barche trainate da venticinque cavalli, condotti da altrettanti uomini, mentre dopo la costruzione della strada alzaia, avvenuta nel 1842-1844, se ne impiegavano da due a tre. Le tariffe di traino furono dai paroni o barcaioli Da paron ossia padrone, nel dialetto veneto) arbitrariamente elevate,, nel 1784, sino a lire 330 per barca, provocando tuttavia l'intervento delle autorita' milanesi, la quale impose un massimo di lire 130 sullo stesso percorso. Melzi, op. cit. pag. 239.    ). Il traffico sul Naviglio era dunque lentissimo e costoso e la  nuova ferrovia doveva sveltirlo, provocando al tempo stesso il ribasso dei prezzi, prezzi che spesso dipendevano dall'umore dei paroni, logicamente solidali fra loro.
La dibattuta questione del rimorchio determino' il sorgere di numerosi progetti e tentativi.
Interessantissimo (seppure, a nostro avviso, di limitato rendimento pratico), il traino per filovia perfezionato,  una quarantina di anni or sono, dagli ingegneri Arno' e Negro, i quali idearono  l'applicazione di un giunto elettromagnetico che, interposto fra le ruote motrici del carrello corrente su cavo aereo e il motorino del carrello stesso, funzionava come un giunto elastico tra il carrello e il barcone-motore, garantendo un vero e proprio sincronismo cinetico tra il moto della barca e il moto del carrello. La caratteristica economica di tale sistema era rappresentata non solo da l fatto che in carrello in questione poteva funzionare con corrente continua o alternata ( e in questo caso, monofase o trifase ), ma anche e soprattutto dal fatto che eliminava le fortissime spese per l'armamento stradale, essendo infatti sufficiente la palificazione per la sospensione del cavo. Diversi erano poi i mezzi di propulsione; il propulsore idraulico facente parte del motore  del barcone-comando (si sarebbe impiegato un barcone comando per ogni convoglio), il quale aspirava l'acqua dalla parte della prora spingendola fortemente verso poppa, cio' che provocava a spinta del natante; o una  serie di palette applicate al fondo della barca in apposita scanalatura, funzionanti come minuscoli remi; o infine un sistema che dette buona prova sulla breve distanza del canale di Nivernais (Francia) intorno al 1910, e cioe' l'uso di una catena stesa longitudinalmente sul fondo del canale stesso, che doveva emergere e scorrere sopra il barcone-comando, sulla quale catena il motore esercitava il suo sforzo. Tale impianto costo' solo lire 30.000 per scafo, motore ed accessori e lire 16.000 per la catena Montu' C.: La navigazione interna in rapporto agli interessi della provincia di Novara, di Casale e di Chivasso, Torino, 1907, pagg. 32-35, in arch. Oltrona Visconti.).
Ma il traino delle barche sull'acqua - oltre ad non essere agevole - comportava notevoli rischi. Il Bruschetti scrive - Bruschetti G.: Istoria dei progetti e delle opere per la navigazione interna del Milanese, Milano, 1821, pag. 257.) che ... ne' passi difficili occorre talvolta di dover staccare le barche dalla cobbia per farle avanzare ad una ad una. Tal'altra volta bisogna portare parte de' cavalli sulla sponda opposta del fiume Con quale perdita di tempo e' facile immaginare.), ad oggetto che facendo obbedire la barca  a due opposte forze, scorrer possa la diagonale. Qui adunque la manovra dell'alzaia richiede la maggior destrezza ed abilita' per procurare alle cobbie quell'armonia di movimento onde nasca un piu' vigoroso conato senza inutile  dispendio di forza. E' pero' tale l a difficolta' delle "rapide" che i comuni barcaiuoli, benche' l'abbiano praticata da centinaia di volte, pure non si fidano di tentarla da soli e sempre si servono  delle "guide" per discendere e de' "fattori delle cobbie" per riavere sui laghi le barche, Il parone cui fonda o perisce una o piu' barche - continua il Bruschetti - presenta alla piu' vicina autorita' locale un attestato comprovante l'avvenuto infortunio, in vista del quale e' esonerato da qualunque indennizzo.
Si noti, d'altronde, che una quota parte di rischio comportava pure la discesa delle barche  a pieno carico poiche' il tratto del Ricino da Sesto alla Ca' della Camera tocca la massima pendenza Quivi la velocita' dei natanti toccava le 20 miglia (Bruschetti op. cit. pag. 258)
) e incontra molte rapide o rasse alle quali i barcaioli dettero nomi particolari, parecchi in uso ancor oggi; la Miorina, il Cagarat, la Lanca, la Monga, la Cavallazza, l'Asnino, il Ramm, ecc.
Quanto al percorso della ferrata il Melzi, in una sua corografia del Sommese, lo fa snodare alquanto discosto dalla via d'acqua. Giunte alla Ca' della Camera le barche venivano poste su speciali carri che correvano su rotaie e trainate da cavalli sino ai pie' dei ciglioni, dove apposito congegno le portava sull'altipiano.
Avremmo voluto - ora che ci e' dato di trattare ampiamente delle vicende della ferrovia -  ragguagliare il lettore su alcuni punti che purtroppo rimangono oscuri. Prima di tutto, in che cosa precisamente consisteva l'anzidetto congegno?. Si trattava di un piano inclinato formato da una sola tratta, dal livello del fiume all'altipiano? E ugual cosa e' da dirsi per il dislivello dei Groppetti? In secondo luogo quello Francesco Besozzi fu il promotore dell'impresa o non piuttosto l'ideatore, il creatore del nuovo sistema di rimorchio? Il menzionato rapporto e altre opere da noi consultate non ci delucidano in tal senso. Sia l'uno che le altre trattano del sistema dell'attiraglio in modo vago, tale da lasciare il profano lettore insoddisfatto.
Sull'altipiano le barche riprendevano il cammino sino alla meta, sempre trainate da cavalli: da Tornavento esse seguivano, a bordo dei detti carri, la Somma-Turbigo sin poco oltre la Malpensa, si internavano quindi nel bosco di Casorate in direzione dell'estremo nord della base geodetica, volgevano con ampia curva a ovest del territorio di Somma a un chilometro circa dal borgo, traversavano la Strona e le Corneliane a mezza via tra Golasecca e Sesona su ponti e piccoli viadotti all'uopo costruiti e giungevano a Sesto in localita' Molini di Mezzo.
A questo punto si impone tuttavia una considerazione.
I carri dovevano essere capaci e massicci poiche' nell'esperimento preliminare - a Detta del Vismara - fu adoperato il doppio carro modello di Londra del peso maggiore di alcune tonnellate dei carri attualmente adottati Vismara, op. cit. pag. 6), mentre sappiamo che le barche maggiori misuravano 24 metri di lunghezza e 4,75 di larghezza Lo scartamento del binario doveva essere senz'altro superiore a quello di una normale ferrovia.), con una portata di 40 tonnellate all'incirca Le dimensioni delle barche differivano a secondo del corsa d'acqua nel quale venivano impiegate. Per l'idrovia Milano-Venezia progettata all'inizio di questo secolo fu - ad es. - reputato opportuno l'impiego di natanti della portata massima di 600 tonn., ma si tenga presente che in Francia le dimensioni medie per le barche da navigazione interna consentivano un carico di 300 Tonn., mentre in Germania la media si aggirava addirittura sulle 1000, sino ad un massimo di 2000, limite, questo, raggiunto soltanto dai natanti delle maggiori compagnie di navigazione.). Ci chiediamo quindi: come potevano i cavalli trainare agevolmente per molti chilometri simili carri tenendo presente che la ferrovia incontrava tratti in salita (sia pur leggera) e tratti di discesa, specie nella accidentata prossima all'arrivo? Gli animali non erano ugualmente sottoposti a fatiche e logorio, pur ammettendo che un cavallo che traina 1000 Kg. su strada ordinaria ne puo' trainare 12.000 su strada armata con rotaie? Montu', op. cit. pag. 34). E tutto sommato, "rebus sic stantibus", come avrebbe potuto la ferrovia accelerare sensibilmente il traffico da Milano a Sesto?.
Inoltre abbiamo il dubbio che il Melzi non si esatto nella descrizione del percorso or ora riportato. Perche' - vien fatto da chiedersi volgendo uno sguardo allo schizzo che alleghiamo - la strada ferrata si scostava tanto dal Ticino costringendo uomini ed animali ad un percorso in gran parte pianeggiante ma assai lungo? Non e' maggiormente probabile che la ferrovia corresse anzitutto piu' a sud-sud-ovest di Somma evitando bensi' con dirottamenti gli sbalzi notevoli del terreno, ma abbreviando al massimo possibile (con eliminazione - ad esempio - di quella non indifferente digressione nel bosco di Casorate) il percorso, dato che lo scopo precipuo dell'opera era di accellerare il traffico commerciale su una via d'acqua di primaria importanza per Milano?.
In ogni modo il Melzi - del quale conosciamo l'esattezza di storico - non avra ' buttato giu' una linea cervellotica, ma si sara' invece basato su dati di fatto e ancor piu' sul personale ben vivo ricordo dell'abbandonata impresa.
 
Calcolato il volume del traffico tra Milano e Sesto, il Vismara dichiara che erano da rimorchiarsi annualmente 5000 barche maggiori o cagnone, 1400 battelli o burcelli e 300 barche piccole o cormane 272 barche grosse, 98 minori, 54 battelli, ecco la ..flotta ... del naviglio secondo il Vismara.); di conseguenza egli stabilisce che su 275 giorni utili di lavoro all'anno erano da rimorchiarsi in media al giorno 18 cagnone, 5 burcelli e 1 battello minore Vismara, op. cit., pag 7.). Per assicurare al tempo stesso una maggiore durata all forza animale, l'autore dell'opuscolo ritiene opportuno ... suddividere per ricambio il cammino e il lavoro dei cavalli, alternando cosi' le ore dell'attiraglio con quelle del ritorno con i carri vuoti.
Circa il numero dei cavalli occorrenti al servizio il Vismara, valutata la distanza tra Tornavento e i Molini di Mezzo in poco piu' di 17 chilometri, prevede la necessita' di 36 cavalli alla stazione di Tornavento, ugual numero alla stazione di Strona e 12 a quella terminale di Sesto, con un totale di 84 cavalli Vismara, op. cit., pagg. 10,11.). Correvano infatti 16.144 metri da Tornavento al piano inclinato di Groppetti (Sesona), ai quali bisognava aggiungere altri 1000 metri circa per toccate la meta. Si noti che la zona dei Groppetti il movimento dei carri - secondo l'Orsini - era facilitato da contrappesi per mezzo di corde, essendo la strada in pendenza.
Passando quindi al numero e alle mansioni degli uomini, l'autore,  anzitutto basandosi sugli ammaestramenti dei primi anni di gestione, giudica necessari: un capo-uomo e due uomini di sussidio per il carico in acqua delle barche sui carri; un capo-uomo e due uomini di sussidio per regolare l'argano al piano subacqueo; un direttore per ogni convoglio e due per ogni tratta; un guardafreno per ogni carro carico; due meccanici per il piano inclinato di Sesto; un capo-uomo e due uomini per il rimorchio delle barche in Ticino fino a Sesto ed un facchino per ogni due cavalli.
Il Vismara scorge poi un vantaggio nella concessione in appalto dell'esercizio del rimorchio (appalto che poteva essere assunto dai paroni stessi, esperti nel servizio), aggiungendo essere conveniente usare lo stesso sistema per la manutenzione della strada, manutenzione che avrebbe peraltro pesato notevolmente sul bilancio sociale ... fin tanto che i dadi di vivo che sostengono l'armamento non siensi ben rinserrati nel fondo stradale e fintanto che i sensibili rialzi di terreno per il piano strada non siano sufficientemente stipati... genere di contrattazione, - egli precisa - adottato per tutte le strade comunali, provinciale e regie.
Qualora la proposta di appalto generale fosse stata accolta, la spesa per operai ed impiegati sarebbe stata ridotta al minimo. Infatti la Societa' avrebbe stipendiato soltanto i meccanici per la sorveglianza delle macchine e mantenuto il servizio:
- un agente contabile a Tornavento per la registrazione del numero delle barche e lo stacco delle relative bollette;
- un sovraintendente alla stazione di Strona per lo stesso ufficio;
- un agente contabile a Sesto per il ritiro delle bollette staccate a Tornavento e la loro registrazione su apposito libro;
- un ingegnere per la sorveglianza della strada e dei meccanismi. Vismara, op. cit., pag. 17.).
L'ing. Vismara dichiara inoltre che col funzionamento della ferrovia si sarebbe impiegata una sola giornata per coprire il tratto Milano-Sesto e viceversa e che le barche non avrebbero piu' dovuto attendere alla Ca' della Camera "il ritorno delle cobbie per effettuare il rimorchio in Ticino" Vismara, op. cit., pag. 17.), aggiungendo che e barche stesse - a differenza di prima - sarebbero rimaste inoperose solo il giorno dell'arrivo. Percio' - continua il Vismara nella sua relazione al Consiglio della Societa', relazione datata 14 marzo 1858 - il numero di 18 viaggi che potevano farsi per l'addietro con una barca sara' portato a 22, sicche' il proprietario di barche che prima operava con 22, potra' fare l'eguale lavoro con 18 barche Vismara, op. cit., Pag. 17.).
Egli dimostra anche che su 18 viaggi il proprietario ricavasse annualmente lire milanesi 526,10 e come, grazie all realizzazione della via ferrata, la barca medesima, nei 22 viaggi, finisse per rendere all'anno lire 787,12 e prosegue: Potendo il proprietario con maggior numero di viaggi ridurre da 22 a 18 il numero delle barche, avra' il vantaggio di quattro sopra ventidue, ossia per ciascuna 2,11%, ed importando la spesa di costruzione, riparazione e consumo di una media di lire 328,04, si avra' un risparmio per anno di lire 59,64.
Il Vismara calcola poi in lire 174,92 il risparmio annuo per barca, concludendo che il vantaggio saliva  a lire 47.578,24 per le barche "cagnone" ed in proporzione per tutte le altre a lire 2.818,40, cio' che dava il considerevole risparmio annuo totale di lire 50.396,64 Vismara, op. cit., pagg. 17,18.   ).
Esauriente e' - infine - la parte amministrativa nella relazione dell'Ing. Vismara, il quale, dopo i necessari studi e preventivi, sottopone agli azionisti il seguente:
 
CONTO GENERALE D'AMMINISTRAZIONE
(1858) Lo riportiamo in succinto per non tediare il lettore. Il Vismara, nella propria relazione, ce lo presenta completo dei particolari e delle voci secondarie per meglio lumeggiare la situazione finanziaria della Societa'.)
Passivita'
Manutenzione strada ferrata            L. 153.979,20
Manutenzione carri          L. 2.000.==
Manutenzione cavo metallico e carri          L. 4.000.==
Manutenzione e assicurazione caseggiati          L. 1.000.==
Spese varie per affitti, paghe, ecc          L. 24.000.==
Interessi sul cap. di L. 1.800.000 al 5% Ignoriamo come la Societa' si fosse procurato questo capitale.)         L. 90.000.==
Totale Passivita'           L. 274.979,20
 
Introiti
Tassa sulle Cagnone (n. 5000 a L. 60)           L. 300.000,==
Tassa sui burcelli (n. 1400 a l. 42)           L. 58.800.==
Tassa sulle cormane (n. 300 a L. 20)          L. 6.000.==
          totale        L. 364.800,==
Eccedenza introiti           L. 89.820,80
Ded. 20% per ammortamento e spese imprevedute          L. 17.964,==
 
Residue attivo       L. 71.856,80
 
Dal premesso conto risultano tutte le spese di gestione mentre gli introiti - come vediamo superano largamente le uscite, garantivano alla Societa' di rimorchio la necessaria stabilita'.
L'ing. Vismara avverte inoltre che,  ai termini dello statuto sociale, dell'attivo andavano dedotti gli interessi sul capitale, ... capitale - egli dice - costituito per la somma di un milione e mezzo, ma considerato nei dimessi conti Spesso il Vismara si riferisce ad una precedente amministrazione i cui sistemi venivano in parte modificati per adeguarli all'acquisita esperienza.) per un milione e ottocentomila lire a causa dei miglioramenti introdotti nell'originario progetto, e specialmente per la derivazione della strada (ferrata) dal Canale Naviglio anziche' dal Ticino.
Poco piu' avanti l'autore fa notare che la tassa per le barche da lui stesso indicata era ancora quella dell'originario progetto, sebbene nella sua esecuzione l a strada ferrata siasi portata sino al Naviglio, con grande sacrificio di spesa per la Societa' Vismara, op. cit., pag. 18). Da cio' si comprende che secondo il primitivo progetto la ferrovia doveva fare a capo al Ticino in un punto che tuttavia non e' indicato.
Il Vismara insomma - cifre alla mano - dimostra agli azionisti ed a pubblico che l'interesse de' contribuenti si trovasse largamente compensato e come la ferrovia di rimorchio, non solo rappresentasse un tangibile vantaggio per la comunita' e per i paroni (dato che il Consiglio di Amministrazione avrebbe ... favorito per il nuovo rimorchio sulla ferrovia quelli medesimi che hanno fin qui servito al rimorchio sul Ticino, onde non sieno loro preclusi i mezzi di sussistenza)  ma anche corrispondesse appieno allo scopo industriale per cui fu ideata e costrutta.
Nel corso del nostro studio saremo senza dubbio incorsi in errori e inesattezze, specie per quanto riguarda le localita' e la parte amministrativa della Societa' di rimorchio. Tuttavia, eccezzion fatta per il menzionato rapporto de l Vismara, che oggi assume notevole valore storico, (e che peraltro, come gia' detto, non ci ragguaglia sul sistema di rimorchio vero e proprio), non trovammo opere particolareggiate sulle quali basarci ne' memorie in luogo o carte circa la realizzazione e la fine dell'esperimento in questione Saremmo oltremodo grati a chiunque volesse, in seguito, fornirci ulteriori notizie della ferrovia o rettificare errori nei quali fossimo eventualmente caduto.   ).
Comunque volendo esaminare e le cause che condussero la ferrovia l fallimento, dobbiamo tenere presenti le difficolta' di carattere tecnico, ambientale e finanziario (soprattutto finanziario) che subentrarono ad una iniziale fortuna. Le difficolta' finanziarie, come spesso accade, determinarono una situazione di disagio ch'ebbe, senza a dubbio, serie ripercussioni sul funzionamento dell'impresa. A cio' si aggiunga che una premessa datata gennaio 1859, allegata all'opuscolo del Vismara, dispone apertamente di maligne asserzioni da parte di un amministratore dimissionario (nel quale si sarebbe presto riconosciuto il Vismara medesimo), nonche' del licenziamento dell'ingegnere capo, prova, questa, che invidie e contrasti sorsero ben presto in seno allo stesso Consiglio di Amministrazione.
In secondo luogo, venuto meno quello che potemmo chiamare il fattore novita', il pubblico, insoddisfatto del servizio e delle relative tariffe, lesino' il suo appoggio all'iniziativa, dirottando in seguito su tre vie le proprie merci. Ma peso decisivo alla faccenda ebbe, a quanto pare, l'atteggiamento dei paroni. Feriti nell'orgoglio da una novita' che sconvolgeva la loro tradizionale vita di barcaioli, costoro boicottarono gli sforzi della Societa' con una ostentazione di resistenza passiva dinanzi agli ordini degli amministratori e dei tecnici, o con un contegno inteso a scontentare quanti usufruivano della nuova ferrovia scorgendo in essa una valida alleata ed u chiaro segno di progresso.
L a volonta' dei promotori non trovo' dunque la necessaria collaborazione. Il livello delle tariffe, piu' volte maggiorato per fronteggiare inevitabili oneri di gestione ed il fatto che l'impianto fosse corredato, come scrive il Melzi Melzi, op. cit., pag. 239.),.. da grande abbondanza di edifizii..., (la stazione di arrivo ai Molino di Mezzo era effettivamente troppo grandiosa)  sollevarono critiche e malcontento anche fra coloro i quali auspicavano che l'impianto fosse mantenuto per i primi tempi allo stadio di esperimento, e cio' condusse, a pochi anni dall'inaugurazione della ferrovia avvenuta nel 1852 Cade in errore il Cantu' affermando che la ferrovia sarebbe stata ultimata nel 1858 (op. cit., pag. 609)), al fallimento della Societa'.
 
Gian Domenico Oltrona Visconti
 
 
STATUTI
PER LA SOCIETA' ANONIMA
DELLA FERROVIA A TIRO DI CAVALLI
da
Tornavento a Sesto calende
 
PEL RIMORCHIO TERRESTRE DELLE BARCHE
EVITANDO LE DIFFICOLTOSE RAPIDE DEL TICINO
 
 
 
 
MILANO
Tipografia D. Salvi e Comp.
Contrada Larga, n. 4773
 
 
 
STATUTI
PER LA SOCIETA' ANONIMA
STRADA FERRATA
da
Tornavento a Sesto calende
 
Annessi per allegati
 
Nell'istromento di Deposito 16 giugno 1854
 
a Rogito Dottor Filippo Guenzati
 
al N. 717 del Repertorio
 
 
MILANO
Tipografia D. Salvi e Comp.
Contrada Larga, n. 4773
---------
1854
 
 
STATUTI
 
§ I.°
 
Della costituzione, scopo e durata della Societa'
e del Fondo Sociale
 
Art. 1.° E' costituita una societa' anonima per azioni, scopo della quale sono la costruzione, l'attivazione e il successivo esercizio della Strada a rotaje di ferro da Tornavento a Sesto Calende, cui si riferisce la concessione accordata dall'I.R. Governo Generale  Civile e Militare a Francesco Besozzi, e comunicata mediante il Decreto 18 Marzo 1850, N. 5555, dell'I.R. Luogotenenza Lombarda. tale Societa' pertanto e' intitolata "Societa' Anonima della Strada Ferrata da Tornavento a Sesto Calende".
2.°        La sede della Societa' e' posta in Milano.
3.°        La strada, che ne forma lo scopo, sara' costruita giusta il progetto tecnico redatto dal signor ingegnere Giacomo Bermani, e gia' approvato dall'I.R. Direzione Lombarda delle Pubbliche Costruzioni mediante Decreto 21 Agosto 1851, N.° 7490.
4.°        La Societa' continua fino a che sussista la strada. Nel caso pero', in cui dietro l'esercizio di uno o piu' anni si verificassero perdite tali, che il fondo sociale fosse ridotto alla meta', la rappresentanza generale della medesima potra' pronunciarne la cessione e farla porre in liquidazione.
5.°        Il fondo sociale pecuniario e' fissato nella somma di austriache L. 1,500,000 (un milione e cinquecentomila), ed e' ripartito in N.° 1,500 azioni di austr. lire 1,000 (mille) per ciascuna.
6.°        A questo fondo sociale pecuniario e' aggiunta la somma di aust. lire 300,000 (trecentomila), colla quale si determina il valore della concessione ottenuta da Francesco Besozzi, e ch'egli trasferisce in dominio della Societa'. Questa somma e' pure ripartita in N.° 500 azioni di austriache L. 1000 (mille) per ciascuna. Quindi il fondo sociale complessivo ascende all'importo di austriache lire 1,800,000 (un milione e ottocentomila) rappresentato da N.° 1,800 azioni di austr. lire 1,000 (mille) per ciascuna.
7.°       Ritenuto il carattere legale della Societa' come anonima, i singoli socj azionisti non sono obbligati ne' verso di essa, ne' verso i terzi ad alcun'altra somma oltre l'importare delle azioni appartenenti rispettivamente a ciascuno di essi.
8.°       I sottoscrittori del suindicato capitale  di austriache lire 1,500,000 (un milione e cinquecentomila) verseranno immediatamente e all'atto della soscrizione l'ammontare del venti per cento delle azioni per le quali avranno sottoscritto. Col fatto stesso della soscrizione si riterra' che essi abbiano acconsentito ai presenti Statuti come costituenti il contratto sociale, dei quali i sottoscrittori si riterranno edotti.
9.°       Gli ulteriori versamenti saranno fatti dagli Azionisti a misura che verranno richiesti dalla rappresentanza amministrativa della Societa', affine di formare il fondo mano mano occorrente all'esecuzione dell'opera.
10.°       Tali versamenti verranno ingiunti dalla detta rappresentanza amministrativa mediante avviso da inserirsi tre volte nella Gazzetta Ufficiale di Milano e in quelle altre Gazzette che la rappresentanza stessa reputasse opportune. La terza di tali inserzioni dovra' precedere almeno di giorni quindici il giorno stabilito come ultimo termine per l'ingiunto versamento.
11.°       Il primo versamento del venti per cento famulativo alla sottoscrizione delle azioni, sara' eseguito nella Cassa della Ditta N. N. in Milano, o nelle casse di quelle altre Ditte fuori di Milano che la stessa Ditta N. N., sotto la propria responsabilita' sapra' indicare. I versamenti ulteriori si eseguiranno nella Cassa della Societa' pure in Milano, o in quelle altre Casse fuori di Milano che la rappresentanza Amministrativa potra' di volta in volta destinare. Tutti poi codesti versamenti si faranno in buoni denari metallici effettivi al corso della tariffa monetaria vigente nel Regno Lombardo Veneto, escluso qualunque surrogato.
12.°       Non eseguendosi da alcuno degli azionisti quel versamento qualunque che sara' stato ingiunto dalla Rappresentanza Amministrativa della Societa', nel preciso termine stabilito dall'avviso relativo,  sara' facolta' della predetta rappresentanza di procedere per obbligare giudizialmente i debitori al pagamento, ovvero di dichiarare le azioni, per le quali sara' mancato il versamento, caducate senz'altro ed estinte a pregiudizio degli Azionisti cui appartenevano; ed in questo secondo caso, le somme tutte che fossero gia' versate per tali azioni, si riterranno senz'altro come irretrattabilmente perdute per i detti azionisti ed acquistate dalla Societa', la rappresentanza amministrativa della quale potra' emettere nuove azioni in luogo delle caducate, e disporre come credera' conveniente.
13.°       Niuna giustificazione sara' ammessa per sottrarsi alle disposizioni del precedente art. 12.°, e nemmeno l'offerta reale ed il deposito anche giudiziale potra' impedirne gli effetti.
14.°       Le azioni saranno rappresentate da una cartella firmata dalla Rappresentanza amministrativa della Societa', concepita secondo le module che qui inseriscono per allegato A, e rispettivamente per allegato B. rilasciata all'Azionista e da lui intestata. Il rilascio della Cartella agli Azionisti verra' eseguito subito dopo la legale costituzione della Societa', per le N.° 500 Azioni rappresentanti la proprieta' industriale di Francesco Besozzi, e per le altre N.° 1,500 tosto che l'intero rispettivo importo ne sara' stato versato. In pendenza dell'emissione di queste cartelle si rilascera' ai sottoscrittori all'atto del versamento del venti per cento un certificato interinale di soscrizione, concepito secondo la modula che si unisce per Allegato C., e rilasciato dal socio fondatore Francesco Besozzi, e da chi verra' da lui a tal uopo delegato per atto notarile debitamente notificato all'I.R. Tribunale Mercantile e di Cambio, e alla Camera di Commercio in Milano.
15.°       Le azioni possono cedersi e si trasmettono ereditariamente; ma ciascuna di esse non puo' essere rappresentata che da una unica persona. Ove alcuna azione pervenga a piu' eredi, od appartenga a piu' socj, uno solo di essi potra' rappresentarla ed esercitare i corrispondenti diritti. Nell'uno e nell'altro dei due casi la persona che verra' destinata a rappresentare l'azione, dovra' essere notificata alla Rappresentanza amministrativa della Societa' da tutti coloro che vi avranno interesse; altrimenti non sara' ammessa ad esercitarne i diritti.
16.°       Pervenendo alcuna azione, per eredita' o in altro modo, ad individui minorenni o soggetti a cura, sara' dessa rappresentata al rispettivo tutore o curatore, senza pregiudizio pero' del disposto dal precedente art. 15°.
17.°       Le cessioni si eseguiranno con semplice girata sul certificato interinale di soscrizione o sulla cartella, fatto che ne sia il rilascio. Allora pero' soltanto che sara' rilasciata la ricevuta  dell'eseguito versamento dell'anticipazione del venti per cento contemplato dall'art. 8°, e che ne sara' stato fatto l'annotamento sui certificati interinali, potranno questi, pel solo importo dell'effettivo pagamento, circolare in commercio. Venendo posti in contrattazione senza l'annotamento teste' indicato, che si eseguira' dal socio fondatore Francesco Besozzi, e da chi sara' da lui delegato ai termini dell'art. 14.°; e dopo la costituzione della Societa', dalla Rappresentanza amministrativa di essa, verranno considerati come non aventi alcun effetto legale, ed il prezzo pattuito si devolvera' irremisibilmente al fondo dei poveri del luogo ove sara' stata commessa la contravvenzione. I certificati interinali, anche muniti del suindicato annotamento, prima del pagamento totale dell'importo dell'azione, rimarranno esclusi da ogni annotazione alla Borsa, come pure dal commercio legale per mezzo dei sensali.
18.°       Le trasmissioni, tanto a titolo ereditario, quanto per cessione, non saranno operative verso la Societa', ne' da questa riconosciute, se non dopo che saranno state notificate alla  Rappresentanza amministrativa di lei colla produzione del certificato interinale, o della cartella munita della cessione che viene notificata, ovvero accompagnata dai documenti provanti il titolo ereditario quando il trapasso avverra' per tale causa. Fino a che la cessione non sara' nel predetto modo notificata, i primi soscrittori o i loro eredi rimarranno obbligati verso la Societa' per l'importo nominale delle azioni cedute, e saranno eglino obbligati ai versamenti ordinati dalla Rappresentanza amministrativa della Societa' sotto le comminatorie dell'art. 12.°.
19.°       Le norme prestabilite sulla trasmissione delle azioni sono applicabili eziandio alle N. 300 azioni rappresentanti la proprieta' industriale.
20.°       Sino a che la strada non sara' attivata non sara' corrisposto verun interesse sulle azioni rappresentanti il fondo sociale pecuniario di austr. lire 1,50,000 (un milione e cinquecentomila). Dall'attivazione della strada in avanti decorranno sulle azioni medesime a favore degli azionisti, in quanto pero' ne sara' stato versato l'importo, gl'interessi del 5 per 100 in regola d'anno. tali interessi si preleveranno alla fine di ogni anno dagli utili che si saranno verificati nell'esercizio della strada,  e si pagheranno agli Azionisti dalla Cassa sociale in Milano, o da quelle altre casse fuori di Milano che la Rappresentanza amministrativa della Societa' credesse opportuno di delegare. Le N. 500 azioni rappresentanti la proprieta' industriale saranno sempre infruttifere.
21.°       Per utili verificati nell'esercizio della strada saranno riguardati gli introiti depurati da tutte le spese di amministrazione d'esercizio, e manutenzione della strada. Quelli che rimarranno dopo il prelevamento dei medesimi degli interessi contemplati dell'art. 20 verranno ripartiti su tutte le N. 1,800 azioni in eguali porzioni.
22.°       Prima pero' di questo dividendo si prelevera' dagli utili, depurati dalle spese e dagli interessi del 5 per 100 l'anno l'importo del 20 per 100 degli utili stessi, il quale importo fino alla concorrenza del quindici per cento formera' un fondo d'ammortizzazione, e pel residuo cinque per cento costituira' un fondo di riserva.
23.°       Il fondo d'ammortizzazione servira' per estinguere il debito della Societa' verso gli azionisti proprietari delle N. 1500 azioni rappresentanti il fondo sociale pecuniario di austr. lire 1,500,000 (un milione e cinquecentomila). Una tale estinzione si eseguira' in dieci eguali rate di austr. L. 150,000 (centocinquantamila) per ciascuna, che si ripartiranno proporzionalmente su tutte le N. 1500 azioni. Fino a che il fondo di ammortizzazione non avra' raggiunto la somma di austr. lire 150.000 (centocinquantamila), s'impieghera' a frutto, ed il frutto aumentera' il fondo stesso. Di mano in mano che l'estinzione verra' operata, cessera' in proporzione la corresponsione di qual siasi interesse sul fondo sociale pecuniario, e si fara' annotazione su ciascuna cartella d'azione della parte di capitale su cui sara' cessata la decorrenza degli interessi. Compiuta poi l'estinzione, le cartelle medesime rilasciate in rappresentanza del fondo sociale pecuniario, verranno, a cura della Rappresentanza amministrativa della Societa' concambiate con altrettante cartelle eguali a quelle rilasciate in rappresentanza della proprieta' industriale, e quindi concepite secondo  la modula B.
24.°       Il fondo di riserva e' destinato:
       a)       A sostenere le spese straordinarie, che emergessero durante l'esercizio, segnatamente per grandi restauri ed operazioni eccedenti la sfera dell'ordinaria manutenzione, presa nel senso piu' esteso;
       b)       a supplire il deficit, che si presentasse in qualunque anno d'esercizio, e a conservare cosi' l'integrita' del capitale;
       c)       A costituire o completare l'importo degli interessi del 5 per 100 all'anno dovuti sulle N. 1500 azioni rappresentanti il fondo sociale pecuniario, nel caso che in qualunque anno non si verificasse alcun utile nell'esercizio della strada, o si verificassero utili insufficienti.
       Giunto che sia il fondo di riserva ad una somma  equivalente al trentesimo del fondo sociale pecuniario, non sara' piu' aumentato, e si cessera' di prelevare nei conti annuali il detto 5 per 100 per la formazione di esso.
       Ogni qualvolta venisse erogato in tutto od in parte nei titoli or ora specificati, si rinnovera' per reintegrarlo, l'accennato prelevamento del cinque per cento.
       In qualunque caso di scioglimento della Societa', il fondo di riserva, che allora rimanesse, verra' impiegato nell'estinzione del fondo sociale pecuniario, e in quanto non fosse necessario a quest'oggetto, verra' ripartito su tutte le N. 1800 azioni in eguali porzioni.
 
§ II°.
 
Della rappresentanza ed amministrazione della Societa'
 
25.°       La Societa' e' rappresentata e l'impresa tutta e' governata ed esercitata per conto della Societa' medesima da un Consiglio d'amministrazione col sussidio degli occorrenti impiegati subalterni. Essa ha inoltre un consiglio Generale, del quale  sara' rappresentata per tutti i provvedimenti che eccedono le attribuzioni del Consiglio d'amministrazione.
 
§ III°.
 
Del Consiglio d'amministrazione e degli impiegati subalterni
 
26.°       Il Consiglio d'amministrazione e' formato da tre membri scelti dal Consiglio generale fra gli Azionisti possessori di almeno dieci azioni, delle quali dovranno continuare ad essere proprietarj per tutta la durata delle loro funzioni. Le cartelle delle dette dieci azioni, e prima dell'emissione di queste, i relativi certificati interinali, rimarranno depositati nella cassa della Societa' per tutto il tempo suddetto.
27.°       I membri del Consiglio d'amministrazione devono avere lo stabile loro domicilio in Milano - Non possono farsi rappresentare. Sono retribuiti di uno stipendio, e non possono revocarsi dal Consiglio generale.
28.°       Il Consiglio d'amministrazione e' assistito da un Agente, da un Segretario, da un Cassiere, da un Ragioniere, da un Ingegnere, e da quegli altri funzionarj subalterni, che il Consigli generale nella sua prima adunanza reputera' destinare.
29.°       Il Consiglio d'amministrazione
       a)       rappresenta la Societa' cosi' in giudizio che fuori;  e' incaricato della superiore direzione degli affari sociali, e regge l'intrapresa, che e' lo scopo della Societa', tanto nella sua effettuazione, quanto nel suo successivo esercizio, stipulando anche gli occorrenti contratti cosi' di appalto, come di altra natura;
       b)       sottoscrive, emette e rilascia le cartelle di azioni nei limiti stabiliti dai presenti statuti, ed in generale esercita i diritti, e adempie i doveri che negli statuti medesimi sono demandati alla Rappresentanza amministrativa della Societa';
       c)       impiega cautamente i fondi d'ammortizzazione e di riserva, e in generale il denaro sociale per quel tempo pel quale non avesse ad erogarsi nelle spese della Societa' e cio' tanto ipotecariamente, quanto con acquisto di fondi pubblici dello Stato, e di cambiali aventi almeno la coobbligazione di due accreditate Ditte di Milano;
       d)       nomina e destituisce gli impiegati e gl'inservienti della Societa', ne determina e varia lo stipendio. Pero' la nomina del Segretario e quella del Cassiere, non che la determinazione degli stipendi da retribuirsi loro, dovranno essere sottoposte all'approvazione del Consiglio generale, ferme frattanto le nomine fatte dal Consiglio d'amministrazione, e fermo pure quanto sara' stato corrisposto a titolo di stipendio prima delle deliberazioni del Consiglio generale.
       e)       regola e sorveglia gl'introiti e le spese sociali, ed emette gli ordini di pagamento, i quali,  non altrimenti che tutte le altre spedizioni del Consiglio d'amministrazione, dovranno essere firmati da almeno due de' suoi membri;
       f)       convoca il Consiglio generale:
       g)       E' munito della rappresentanza della Societa' e per la gestione dell'impresa e di tutti gli affari sociali, del piu' generale e illimitato mandato, colla facolta' di transigere e di far compromesso, anche inappellabile, in uno e piu' arbitri su qualunque soggetto di controversia, oltre tutti i poteri che si comprendono nella facolta' mercantile della firma di rappresentanza delle societa' commerciali, in tutto cio' che non e' riservato alle attibuzioni e deliberazioni del Consiglio generale;
       h)        rende conto della sua gestione al medesimo Consiglio Generale.
30.°       Il Consiglio d'amministrazione si raduna ogniqualvolta abbisogni, per l'esercizio delle sue funzioni, e su di ogni occorrenza della Societa', della sua amministrazione e rappresentanza delibera a maggioranza di voti. ogni deliberazione dovra' essere registrata in apposito protocollo, da firmarsi da tutti i membri deliberanti, e da conservarsi nell'archivio della Societa'. tali deliberazioni, e generalmente tutti gli atti del Consiglio d'amministrazione nella sfera delle sue attribuzioni obbligheranno la Societa' tanto in concorso delle Autorita' che dei singoli Azionisti e dei terzi.
31.°       L'Agente e' incaricato di eseguire le deliberazioni del Consiglio d'amministrazione, e di tutti i dettagli dell'Amministrazione stessa. - Sorveglia specialmente tutto il personale della Societa' e tutto il servizio della strada, tosto che sara' aperta all'uso pubblico. - Rende conto del proprio operato al Consiglio d'Amministrazione, lo tiene informato di ogni cosa che riguardi l'interesse sociale, e provoca le sue deliberazioni su tutti gli oggetti che le richiedono.
32.°       Il Segretario assiste a tutte le radunanze del Consiglio d'amministrazione; ne tiene il protocollo e lo firma esso pure; prepara tutte le spedizioni degli atti del Consiglio stesso, in quanto alcuno de' suoi membri non creda di farne la redazione; controfirma tutte codeste spedizioni, compresi gli ordini di pagamento;  tiene esattamente in corrente il protocollo degli atti presentati all'Ufficio; sorveglia la regolarita' delle spedizioni; custodisce le carte della Societa', le quali saranno conservate con regolare archiviazione; mantiene l'ordine ed esercita un'immediata sorveglianza su tutti gli impiegati della Societa', riferendo sopra codesto oggetti al Consiglio d'Amministrazione.
33.°       Il Cassiere e' incaricato di custodire in cassa del locale d'Ufficio tutti i fondi pecuniarj della Societa', il portafoglio degli effetti pubblici e privati e commerciabili, in quanto ve ne siano e le cartelle di azione dei membri del Consiglio d'Amministrazione. - Riceve tutti gli introiti dietro reversale del Ragioniere della Societa', ed eseguisce tutti i pagamenti dietro regolari mandati del Consiglio d'Amministrazione. - Tanto gli introiti che i pagamenti dovranno farsi in moneta al peso, titolo e corso legale.
34.°       Appena nominato e prima di assumere la gestione della Cassa, il Cassiere presta legale garanzia di bene e fedelmente amministrarla, e di rendere esatto conto dei denari e valori tutti che gli saranno nella sua qualita' affidati. Tale garanzia dovra' cautare una somma di austr. lire 20,000 (ventimila).
35.°       Vi avranno due casse, l'una di manipolazione a tutta disposizione del Cassiere, che non potra' mai contenere una somma eccedente lire 20,000 (ventimila); e l'altra di riserva, munita di due chiavi diverse, che saranno custodite rispettivamente dal Cassiere e dal Consiglio d'Amministrazione.
36.°       Il registro cassa e tutti i libri sussidiarj, dei quali il Consiglio d'Amministrazione ordinera' la forma, dovranno dal Cassiere costantemente in giornata. Ad ogni richiesta del Consiglio d'Amministrazione egli dovra' presentargli un estratto del registro cassa, dal quale risulti il movimento dei fondi e la somma esistente in cassa alla data dell'estratte.
37.°       Il Consiglio d'Amministrazione assistito dal Segretario e dal ragioniere verifichera' regolarmente una volta al mese e straordinariamente ogni qualvolta lo creda opportuno, lo stato di cassa. - Il cassiere dovra' esibirgli i registri fino alle ultime esazioni e pagamenti dal giorno della visita.  Il Ragioniere, riassunte le risultanze dei registri, dichiarera' la somma che dovrebbe, giusta le risultanze medesime, esistere in cassa: indi procedera' alla verificazione del denaro effettivo e degli altri valori che si troveranno in cassa, per riconoscere se corrispondono  alle risultanze suddette.
       Ove si riscontrasse alcuna deficienza il Consiglio d'Amministrazione riterra' le chiavi della cassa, sospendera' il Cassiere delle sue funzioni e prendera' all'istante le determinazioni opportune alla sicurezza dell'interesse sociale.
       Di ognuna delle dette visite e verificazioni il Segretario terra' esatto processo verbale, che dovra' essere firmato da tutti gli intervenuti. Quando il Cassiere si ricusasse a firmarlo, il processo verbale sottoscritto dagli altri intervenuti, fara' fede cio' nonostante in di lui concorso.
38.°       Il ragioniere e' incaricato di tenere in buona forma la contabilita' sociale. Egli terra' nel miglior ordine e costantemente in corrente il registro mastro, i libri sussidiarj, e il gran libro nel quale saranno iscritte tutte le azioni, i loro trapassi e i pagamenti che a cagione di esse verranno fatti agli Azionisti, e saranno eseguiti ai medesimi. Sara' cura del Consiglio d'Amministrazione di verificare frequentemente l'esattezza della tenuta di tutti codesti registri e di provvedere, in caso vi si scopra irregolarita' o ritardo.
       Il Ragioniere inoltre dovra' compilare nella miglior forma gli annui rendiconti della Societa', che saranno da lui compiti e consegnati al Consiglio d'Amministrazione almeno alla fine del primo mese dopo il compimento di ciascun anno sociale.
39.°       L'Ingegnere della Societa', costrutta che sara' la strada secondo il progetto e colla direzione del sig. ingegnere Bermani, presiedera' alla manutenzione di essa e di tutto il materiale, carri, caseggiati ed edificj, e a tutto cio' che possa riguardare l'esercizio nella parte tecnica, sempre pero' sotto gli ordini del Consiglio d'Amministrazione, dal quale dovra' sempre dipendere.
 
§ IV.
 
Del Consiglio Generale
 
40.°       Il Consiglio generale e' composto di tutti coloro che trenta giorni prima della sua riunione risulteranno dal gran libro sociale possessori delle N. 1800 azioni della Societa'.
41.°       Il Consiglio Generale si riunira' sempre in Milano nel locale che verra' indicato ogni volta nell'avviso di convocazione.
42.°       Esso terra' ordinariamente due adunanze annuali, la prima entro due mesi dalla scadenza di ciascun anno sociale, e la seconda entro sei mesi dopo la prima. Esso inoltre potra' essere convocato straordinariamente dal Consiglio d'Amministrazione ogni qualvolta questo lo riterra' necessario.
43.°       Qualunque azionista potra' farsi rappresentare nelle riunioni del Consiglio Generale da un procuratore, che dovra' pero' necessariamente esser pur egli Azionista.
44.°       Il Consiglio Generale, si per le sue adunanze ordinarie, che per le straordinarie, viene convocato dal Consiglio d'Amministrazione mediante avviso da inserirsi nella Gazzetta Ufficiale di Milano e nelle altre che lo stesso Consiglio d'Amministrazione credesse opportune, per tre volte ad intervallo almeno di tre giorni l'una dall'altra, l'ultima delle quali precedera' almeno di giorni 20 quello prefisso per l'adunanza. Tale avviso dovra' contenere la sommaria indicazione degli oggetti sui quali il Consiglio Generale avra' a deliberare.
45.°       Le deliberazioni del Consiglio Generale si riterranno legali qualunque sia il numero degli Azionisti che ne avranno composta l'adunanza, e senza distinzione se gli Azionisti vi siano intervenuti personalmente, o sianvisi fatti rappresentare da un procuratore. Esse saranno obbligatorie per la Societa' intera e per tutti i di lei Azionisti.
46.°       Il Consiglio Generale nelle sue adunanze:
       a)       Intende il rapporto che una volta all'anno sara' fatto dal Consiglio d'Amministrazione sullo stato dell'impresa, e sull'economia generale della Societa'.
       b)       Nella prima delle due adunanze annuali, nella quale gli verra' sottoposto dal Consiglio d'Amministrazione il conto consuntivo dell'anno sociale percorso, nomina fra gli Azionisti due sindaci Revisori, i quali comporranno la Commissione incaricata di rivedere il conto medesimo e di fargliene rapporto nella seconda annuale adunanza;
       c)       Nella seconda annuale adunanza ode il rapporto dei Sindaci Revisori e le loro proposte sul conto anzidetto; sente le spiegazioni che il Consiglio d'Amministrazione credesse di dare, indi delibera sul conto stesso per approvarlo ed emendarlo;
       d)       Delibera su qualunque proposta che gli venisse fatta dal Consiglio d'Amministrazione o dai proprj membri. Le proposte pero', che i membri del Consiglio Generale credessero di fare, dovranno essere da loro comunicate al Consiglio d'Amministrazione in tempo opportuno, affinche' possano venir inserite nell'Editto di convocazione: altrimenti non potranno ammettersi a discussione.
       e)       procede, per ischede segrete, alla nomina dei membri del Consiglio d'Amministrazione, e ne fissa l'onorario: delibera sulle nomine fatte da questo Consiglio alle piazze di Segretario e di Cassiere, nonche' sugli stipendi loro assegnati, e cosi' pure su qualunque proposta per la variazione degli stipendj stessi:
       f)       delibera pure su qualunque proposta di modificazione degli statuti sociali, sul precoce scioglimento della Societa' e sulla sua liquidazione nel caso preveduto dall'art. 4, e in genere sulla proposta di qualunque oggetto che trascenda la facolta' del Consiglio d'Amministrazione.
47.°       Le deliberazioni del Consiglio Generale si prendono a maggioranza di voti da computarsi in proporzione del numero delle azioni spettanti a ciascun votante. Esse verranno registrate in apposito processo verbale da conservarsi nell'archivio della Societa'.
48.°       I tre membri del Consiglio d'Amministrazione dovranno sempre intervenire alle adunanze del Consiglio Generale ad eccezione soltanto del caso di legittimo giustificato impedimento, e dovranno prestarsi a tutti gli schiarimenti e comunicazioni che venissero loro richieste dagli Azionisti.
 
§ V.
 
Dei Sindaci revisori e del rendiconto
 
49.°       L'Officio dei Sindaci Revisori eletti dal Consiglio Generale nella sua prima adunanza ai termini dell'art. 46° lettera b e' gratuito. Essi possono venire rieletti ogni anno senza determinazione di tempo.
50.°       E' incarico dei sindaci revisori:
       1°       di esaminare e rivedere gli annuali rendiconto della Societa' e di farne rapporto, come nell'art. 46° lettera e:
       2°       di vegliare l'amministrazione della Societa', e di farne rapporto al Consiglio Generale, previo avviso a norma del detto nell'art. 46° lettera d, ove credesse che alcuna cosa potesse esigere i di lui provvedimenti.
51 .°       Nello scopo delle loro funzioni i Sindaci revisori avranno sempre libero l'accesso negli uffici dell'amministrazione, e potranno chiedere ispezione dei registri e documenti della Societa', e anche commettere al Ragioniere quegli stralci e conteggi che reputassero necessarj.
52.°       Il rendicondo del Consiglio d'Amministrazione sara' stampato e diramato otto giorni innanzi alla prima adunanza annuale del Consiglio Generale a tutti i membri di questa, che ne faranno richiesta.
53.°       L'originale rendiconto manoscritto, firmato da tutti i membri del Consiglio d'Amministrazione, sara' passato ai Sindaci revisori per il loro esame. I documenti giustificativi di essi pero' saranno conservati nel locale dell'ufficio d'amministrazione per la libera ispezione loro, ed ad un tempo per l'uso che ne occorresse al Consiglio d'Amministrazione.
54.°       Il rapporto dei Sindaci revisori sul rendiconto, da sottoporsi nella seconda annuale adunanza del Consiglio Generale, dovra' conchiudere per l'approvazione del rendiconto stesso, e per quelle riforme che giudicassero necessarie. Quindici giorni prima della seconda adunanza dovra' essere comunicato al Consiglio d'Amministrazione, che potra' presentare al Consiglio Generale gli schiarimenti e le osservazioni che trovasse del caso.
55.°       Se il Consiglio Generale approvera' puramente e semplicemente il bilancio consuntivo, tale approvazione, risultante dal processo verbale dell'adunanza, sara' espressa in calce al bilancio medesimo, e firmata dai Sindaci revisori e dal Presidente del Consiglio Generale, servira' al Consiglio d'Amministrazione di pieno assolutorio della sua gestione per tutto il periodo abbracciato dall'anzidetto bilancio.
       Se all'incontro il Consiglio Generale ricusasse in generale l'approvazione del bilancio, o s'introducesse alcuna emenda, in tal caso, ove la deliberazione di lui non sia tale che impegni la responsabilita' del Consiglio d'Amministrazione, questo sara' obbligato di sottoporvisi e a riformare il bilancio a senso delle decisioni del Consiglio Generale per riprodurglielo, cosi' riformato, alla prossima successiva adunanza. Ma se le decisioni del Consiglio Generale fossero tale che inducessero alcuna responsabilita' a carico del Consiglio d'Amministrazione, questo potra' dichiarare di voler riservarsi ed esperire quelle ragioni che credesse competergli a termini di diritto: nel qual caso i Sindaci revisori saranno considerati come investiti dal Consiglio Generale e dalla Societa' del piu' esteso mandato speciale per trattare sugli oggetti controversi in concorso del Consiglio d'Amministrazione, farne giudicare come attori nelle vie di giustizia, sostenere quei giudizj che venissero promossi dal Consiglio d'Amministrazione, e devenire sugli oggetti stessi a qualunque liquidazione e transazione da sottoporsi poi all'approvazione del Consiglio Generale.
 
§ VI.
 
Della liquidazione della Societa'
 
56.°       Deliberandosi dal Consiglio Generale la cessazione della Societa' a termini dell'art. 4°, il Consiglio d'Amministrazione ne intraprendera' la liquidazione, e ne verra' realizzata nel piu' breve tempo i valori in quel modo che trovera' piu' conveniente e pronto anche fuori d'asta.
57.°       Mano mano che la liquidazione dei valori della Societa' sara' operata, il Consiglio d'Amministrazione ne assegnera' il ricavo in primo luogo all'estinzione delle passivita' sociali, se ve ne fossero; poscia all'ammortizzazione del fondo sociale pecuniario, se in tutto o in parte non fosse per anco ammortizzato; e pel rimanente fissera' il dividendo, ossia il riparto dei valori medesimi, sopra ciascuna delle N. 1800 azioni, ne fara' seguire il pagamento agli Azionisti, formera' il bilancio finale e radunera' il Consiglio Generale per sottoporglielo.
58.°       In quest'ultima adunanza si dichiarera' ultimata la liquidazione e sciolta l'Amministrazione sociale, e si eleggera' la persona cui dovranno consegnarsi le carte della Societa' per rimanervi in deposito per anni trenta, dopo il qual periodo potranno essere distrutte, e cessera' ogni responsabilita' del depositario.
59.°       Le premesse norme di liquidazione si seguiranno anche nel non creduto caso che il Governo pronunciasse, per titolo di pubblica utilita', ed altrimenti, la devoluzione allo Stato della proprieta' della strada e degli oggetti annessivi, salvo il tal caso le modificazioni che fossero rese necessarie alla clausola del relativo decreto.
 
§ VII.
 
Disposizioni Generali
 
60.°       La Societa', cadendo per la propria natura fra le mercantili, ed avendo sede in Milano, sara' soggetta per le sue cause all'I.R. Tribunale Mercantile di Cambio, in quella citta', ed alle relative competenti Magistrature superiori, salvo il caso in cui essa seguir dovesse come attrice di diverso foro del reo.
61.°       Anche tutti gli atti e le cause che dovessero aver luogo tra la Societa', la sua Rappresentanza e i suoi subalterni, ovvero tra la Societa' e i singoli Azionisti per ragione delle azioni e per l'esercizio dei corrispondenti diritti, come per l'adempimento delle obbligazioni corrispondenti, saranno di competenza dell'I.R. Tribunale Mercantile di Cambio di Milano, e dei Tribunali a lui superiori.
62.°       Le intimazioni giudiziali che dovessero farsi alla Societa', saranno legalmente eseguite alle mani di uno dei membri del Consiglio d'Amministrazione; ed ove basti che l'intimazione sia fatta a domicilio, sara' legalmente eseguita nel locale d'ufficio del Consiglio medesimo.
 
§ VIII.
 
Disposizioni transitorie
 
63.°       A garanzia dei sottoscrittori delle azioni, e per ogni altra vista di privato e pubblico interesse, contemplato dal regolamento annesso alla Notificazione Governativa 20 dicembre 1843, Francesco Besozzi sottoporra' ad ipoteca fino a concorrenza della somma di austr. L. 15000 (centocinquantamila) gli stabili da lui gia' acquistati per costituirne la sede stradale. Questa ipoteca dovra' da lui medesimo inscriversi tosto che colle soscrizioni si avra' raggiunta la detta somma di austr. L. 150000 (centocinquantamila). E una tale inscrizione dovra' conservarsi infino a quando non sara' per intero ammortizzato il fondo sociale pecuniario di austr. L. 1,500,000 (un milione e cinquecentomila), compiuta la quale ammortizzazione verra' cancellata a cura del Consiglio d'Amministrazione.
64.°       Quando entro un anno dall'aperta sottoscrizione non si ottenessero soscrizioni per la formazione di tutto il fondo sociale pecuniario, i soscrittori potranno ritenersi sciolti da ogni impegno e farsi restituire la somma versata.
65.°       La Societa' si riterra' per legalmente costituita quando con le sottoscrizioni si saranno coperte tutte le azioni rappresentanti il fondo sociale pecuniario.
66.°       Cosi' costituita la Societa', il socio fondatore Francesco Besozzi fara' gli atti costitutivi di essa, ossia il Decreto di Concessione della medesima, di quello d'approvazione dei presenti Statuti, degli altri che alla Societa' o alla strada si fossero riferiti, dell'esemplare degli Statuti portante le firme dei sottoscrittori, e della nota ipotecaria di cui all'art. 63, un istromento di deposito notarile, che diverra' il documento di fondazione della Societa' medesima, del quale egli dovra' senza ritardo presentare una copia autentica all'I.R. Tribunale Mercantile di Cambio, ed un'altra alla Camera di Commercio di Milano, pei rispettivi effetti giudiziarj ed amministrativi.
67.°       Parimenti costituita la Societa', il socio Fondatore Francesco Besozzi convochera' immediatamente, colle norme dell'art. 44 il Consiglio Generale, composto ai termini dell'art. 40.
68.°       Il Consiglio Generale, in questa prima adunanza, nominera' i tre membri del Consiglio d'Amministrazione; ne fissera' gli stipendj; determinera' ai sensi dell'art. 28, il numero e la qualita' degli impiegati e gli inservienti della Societa'; nominera' una commissione composta da tre de suoi membri, incaricandola di redigere uno speciale regolamento per le sue adunanze, regolamento da sottoporsi alla sua approvazione nella prima ventura adunanza generale, e deliberera' su tutti i punti relativi all'amministrazione, che le circostanze del momento addittassero.
69.°       Nella medesima prima adunanza il Consiglio Generale destinera' interinalmente due de' suoi membri alle funzioni, l'uno di Presidente e l'altro di Segretario del Consiglio stesso. L'officio loro continuera' per quella prima e per l'adunanza immediatamente successiva, nella quale si determineranno, colla discussione e approvazione del regolamento speciale per le adunanze, le norme di elezione agli anzidetti incarichi e di esercizio di essi.
70.°       Il Consiglio d'Amministrazione, nominato a mente dell'art. 68°, entrera' tosto in carica, procedera' al piu' presto possibile alla nomina degli impiegati della Societa', e organizzera' i suoi ufficj.
71.°       La somma complessiva, la quale, fino alla prima assemblea del Consiglio generale, di cui al detto art. 68, risultera' essere stata spesa dal socio fondatore Francesco Besozzi, o da chi per esso, nelle operazioni preparatorie, nei progetti tecnici, nei viaggi, nell'acquisto della zona stradale, e in genere a vantaggio dell'impresa, sara' rimborsata dal Consiglio d'Amministrazione ad esso Francesco Besozzi, non appena il Consiglio medesimo sara' costituito, e le anzidette spese saranno liquidate. Tale liquidazione da farsi non solo ai termini di giustizia, ma ben anco con riguardi di equita', sara' operata d'accordo tra il socio Besozzi ed il Consiglio d'Amministrazione, ed in caso di dissenso, sara' operata senza veruna forma di procedura, da due arbitri inappellabili eletti uno per parte, con facolta' a costoro, in caso ancora di dissenso, di eleggerne un terzo, il quale pronunzii in via definitiva e irreclamabile.
 
Sott. FRANCESCO BESOZZI
 
 
 
 
 
 
 
 
Module A. B. C.
--------
A. Modula delle N. 1,500 Azioni da rilasciarsi in rappresentanza del fondo sociale pecuniario
 
Bono per un'azione di austr. L. 1,000, versate dal Sig. N. N., nell'impresa della Societa' anonima della Strada ferrata da Tornavento a Sesto Calende, autorizzata col Decreto ...... e fondata coi documenti riportati nell'Istromento di Deposito, ....... a rogito del Notajo Dott. N. N., all'effetto di partecipare ai prodotti della detta Societa' in proporzione di un'azione, conformemente agli Statuti della Societa' medesima.
La presente azione e' fruttifera dell'interesse del cinque per cento all'anno dal giorno dell'attivazione della suddetta strada in avanti, ed e' trasmissibile per via di girata.
Data e firme
 
 
B. Modula delle N. 500 azioni rappresentanti la proprieta' industriale.
Bono per un'azione di austr. L. 1,000, che si rilascia a Francesco Besozzi all'effetto di partecipare in proporzione della medesima nei prodotti dell'impresa della Societa' anonima della Strada ferrata da Tornavento a Sesto Calende, autorizzata col Decreto ...... e fondata coi documenti riportati nell'Istromento di deposito ..... a rogito del Notajo N. N., conformemente agli Statuti della Societa'.
La presente azione, non fruttante verun interesse, e' trasmissibile per via di girata.
Data e firme
 
C. Modula dei certificati interinali
Certificato interinale per austr. L. 1,000, sottoscritto dal Sig. N. N., all'impresa della Societa' anonima della Strada ferrata da Tornavento a Sesto calende, autorizzata col Decreto ...... e fondata coi documenti riportati nell'Istromento di deposito ..... a rogito del Notajo N. N., all'effetto di partecipare ai prodotti della detta Societa' in proporzione di un'azione, conformemente agli Statuti della Societa' medesima.
Il presente, trasmissibile per via di girata, verra' concambiato con una Cartella d'azione fruttante l'interesse del cinque per cento all'anno, dal giorno dell'attivazione della Strada in avanti, non appena saranno state per intero versate nell'Impresa le dette austr. L. 1,000.
Data e firme
 
 
 
 
Manifesto di Associazione
 
 
SOCIETA' ANONIMA
Per la costruzione
di una
FERROVIA A TIRO DI CAVALLI
da
Tornavento a Sesto calende
 
Manifesto di associazione
 
Milano
Tipografia Domenico Salvi e Comp.
Contrada larga N. 4773
-
1854
 
 
STRADA FERRATA
DA
TORNAVENTO A SESTO CALENDE
 
MANIFESTO
 
per la costituzione di una Societa' Anonima per azioni.
 
 
L'I.R. Luogotenenza di Lombardia, con decreto 18 marzo 1850 N.° 5533/I.I. partecipo' a Francesco Besozzi, che l'I.R. Governo Generale Civile e Militare, di concerto coll'I.R. Direzione Superiore delle Pubbliche Costruzioni, avevagli concessa l'autorizzazione a costruire, nel termine di tre anni, una strada a rotaje di ferro da TORNAVENTO a SESTO CALENDE pel trasporto, a mezzo di cavalli, delle barche che dai fiumi Po e Ticino si dirigono al lago maggiore.
Compilato il progetto tecnico relativo dal valente signor Ingegnere Giacomo Bermani: - ottenutane l'approvazione dell'I.R. Direzione Lombarda delle Pubbliche Costruzioni: - acquistata da circa duecento cinquanta proprietarj, senza il privilegio dell'espropriazione forzata, l'intera zona di terreno occorrente alla sede stradale; - per queste e altre operazioni preliminari, Francesco Besozzi si vide poco meno che trascorso il triennio suindicato,  senza che egli potesse dar mano alle opere di costruzione effettiva della strada. Quindi egli fu costretto di chiedere all'uopo una proroga di un altro triennio: contemporaneamente alla quale istanza, facendo egli pensiero a raccogliere il capitale necessario all'impresa, domando' di essere abilitato alla formazione di una Societa' anonima per azioni sulle basi di uno Statuto da lui predisposto.
Una tale domanda fu in ogni sua parte assecondata dall'Eccelso I. R. Ministero dell'Interno con sua determinazione del 4 aprile corrente anno N.° 7710/377, comunicata da quest'I.R. Luogotenenza con Decreto 18 dello stesso mese N.° 8933/i.i..
Or quindi si tratta di costituire la Societa' predetta; ed e' appunto a siffatto scopo che Francesco Besozzi si rivolge col presente Manifesto a' suoi concittadini e a chiunque voglia prendere parte  all'impresa da lui immaginata e proposta.
Il capitale per essa occorrente, che sara' il fondo sociale pecuniario, e' fissato nella somma di un milione e cinquecentomila (1,500,00) lire austriache, ed e' ripartito in mille e cinquecento (1,500) azioni di simili lire mille (1,000) per ciascuna.
Lo Statuto, il decreto d'approvazione e quello originario di concessione della strada furono depositati fra le matrici di questo notajo signor dottor Filippo Guenzati; e una copia autentica del relativo istromento di deposito sara' ostensibile a chiunque volesse ispezionarla in ogni giorno, esclusi i festivi, dalle ore nove del mattino alle tre pomeridiane, nell'Ufficio dell'Impresa, posto in Milano, nella Contrada de' Gorani, al civico N.° 2866, ove pure si potranno esaminare il progetto tecnico e la corografia dei luoghi attraversati dalla linea stradale.
I sottoscrittori dell'accennato capitale d'austriache lire 1,500,000 dovranno immediatamente, e all'atto della sottoscrizione, versar l'importo del venti per cento delle azioni, per le quali avranno sottoscritto, in Milano nella cassa della Ditta Bancaria Giulio Belinzaghi, al Piazzale de' Filodrammatici, N.° 1811.
Ad essi verra' rilasciato un certificato interinale di sottoscrizione, da concambiarsi con regolare cartella d'azione, tosto che l'intero importo ne sara' stato versato; e verra' data inoltre gratuitamente una copia a stampa dello Statuto allegato nell'istromento di deposito di cui sopra.
Le azioni saranno fruttifere degli interessi del cinque per cento in regola d'anno, decorribili dal di' dell'attivazione della Strada in avanti, e prelevabili dagli utili alla fine d'ogni anno.
La concessione ottenuta per la costruzione della strada  apparterra' alla Societa', a cui Francesco Besozzi ne trasferisce il dominio, e corrispettivo del quale, e a premio dell'industria, il medesimo Francesco Besozzi avra' diritto a una sola sesta parte degli utili dell'impresa, cioe' degli introiti depurati da tutte le spese di amministrazione, esercizio e manutenzione della strada, dagli interessi del cinque per cento sul fondo sociale pecuniario, e dall'importo del venti per cento degli utili stessi, destinato a formare, fino a concorrenza del quindici per cento, un fondo d'ammortizzazione, e pel residuo cinque per cento, un fondo di riserva.
La Societa' si avra' per legalmente costituita quando con le sottoscrizioni si avranno coperte tutte le azioni rappresentanti il detto fondo sociale pecuniario. Che se cio' non avvenisse nel termine di un anno decorribile da oggi, i sottoscrittori potranno ritenersi sciolti da ogni impegno e farsi restituire la somma versata.
Francesco Besozzi non ha d'uopo d'encomiar pomposamente l'impresa che egli propone, L'opinion pubblica si e' gia' per essa manifestata, salutandola siccome il compimento di un desiderio che invano da secoli avea formato, e che pareva d'impossibile attuazione. Questa rotaja, trasportando per terra le barche da Tornavento a Sesto Calende, ed evitando ad esse d'affrontare le rapide del Ticino, deve ridurre al termine regolare e costante di ore quattro un viaggio dispendioso, disastroso e incertissimo, che or costa piu' giorni, e talvolta sin due settimane, non senza molti guasti e pericoli. Incredibile a dirsi, ma pur vero: nel superare gli ostacoli opposti al commercio da quelle rapide, in uno spazio comparativamente brevissimo, si consuma oggidi' piu' tempo, piu' forza e piu' denaro che non in tutto il rimanente della distanza dal mare alla Svizzera. E la rotaja e' intesa a eludere siffatti ostacoli: a recar di conseguenza sommo vantaggio al traffico fra Milano e il Lago Maggiore: a togliere, l'interrompimento che le rapide fanno alla buona linea navigabile, che dall'Adriatico per il Po, il basso Ticino, il Naviglio di Pavia, il Naviglio Grande e il lago Maggiore arriva alla Svizzera, ed a cui corrisponde dall'altra parte dei monti in linea dei laghi Elvetici, del Reno e del Mare Germanico: ad essere finalmente non ultimo anello di quella grandiosa catena d'innovazioni, che sono la Navigazione a vapore dell'Adriatico; - quella incamminata  e per ora perfezionata sul Po; - le condotte celeri delle Barche sul lago Maggiore; la soppressione delle linee doganali interne che attraversano questa parte d'Italia, e principalmente  de' gravosissimi dazj lungo le rive di Modena e di Parma.
Gli utili di questa impresa non sarebbero in proporzione minore dell'importanza commerciale ch'essa presenta. Il trasporto di sole cinquemila barche per ogni anno basterebbe a somministrar materia d'un sufficiente dividendo. Or, da calcoli assunti colla scorta di sicuri elementi, risulto' che il numero adeguato delle barche di ritorno ascese negli ultimi anni a circa settemila, anche senza tener conto di alcuni fra questi anni in cui codesta cifra si e' d'assai aumentata, come, a ragione di esempio, nell'anno amministrativo 1846-1847, il quale diede sui precedenti lo straordinario aumento del sessanta per cento. E questo moto si manifesta costante, sicuro, tale da potersi fondare sopra un calcolo industriale colla speranza eziandio di progressivi vantaggi, ove si rifletta che il traffico fra Milano e il lago maggiore rappresenta i bisogni scambievoli della montagna e della pianura, e non puo' non crescere nella misura medesima in cui le popolazioni vanno crescendo: - ove inoltre si consideri che il miglioramento d'un mezzo di trasporto ne promuove sempre l'attivita', e non puo' non influire sull'andirivieni delle barche il poterne eseguire il ritorno da Tornavento a Sesto calende regolarmente e costantemente in ore quattro.
La rotaja, d'altronde, avente per iscopo principale  codesto ritorno delle barche per via terra, si presterebbe mirabilmente ad altri usj accessori. Essa potrebbe divenir ministra d'inaspettata feracita' alla vasta brughiera, che deve attraversare, trasportandovi buone materie fecondatrici. - Essa, che compirebbe, come si disse, la linea piu' adatta a connettere coi porti dell'Adriatico la Svizzera cosi' necessitosa di cereali, servirebbe di leggieri al trasporto dei grani, che or nella massima parte avviene per via terrestre. Essa promoverebbe altresi' la regolarita' del ritorno delle barche sul Naviglio Grande da Milano a Tornavento, la circolazione dellequali e' ora irregolare, e richiede spesso incerti e costosi ripieghi. Che anzi siffatto ritorno regolare per la Societa' diventar oggetto di una particolare azienda, coll'attivazione della quale otterrebbesi un grosso risparmio sul nolo attuale; quindi un proporzionato incremento negli utili dell'impresa.
Ne' questa ferrovia sarebbe di minor utilita', se si realizzassero le altre due imprese che a tutta prima le si potrebbero ritener pregiudizievoli: vuol dirsi il miglioramento della navigazione del Ticino nella tratta da Sesto calende a Tornavento, e la strada ferrata a locomotive da Milano a Sesto Calende.
Gli studj, che si sono fatti e si fanno per cura dell'I.R. Governo lungo quella tratta del fiume, varranno forse, sebbene con enormi spese, a renderne meno pericolosa la discesa e l'ascesa. migliorando le condizioni dell'alveo, e dirigendo a maggior profitto la quantita' talvolta meschina delle acque. Ma nessun'arte potra' vincere la forte caduta del fiume e la conseguente  straordinaria rapidita' delle sue acque: quindi nessun'arte  potra' sopprimere la lentezza della navigazione ascendente, la quale percio' costera' sempre il perditempo di parecchi giorni, sara' poco meno che impossibile all'evenienza di magra delle acque,  pericolosa sempre all'evenienza delle piene. Quindi la rotaja presentera'  sempre al commercio il vantaggio di una celerita' per lo meno venti volte maggiore, di un dispendio minore, e di una costanza di trasporto superiore alle vicissitudini del fiume. E la navigazione migliorata, e facilitando la discesa del fiume, non che recarle pregiudizio, accrescera' sempre pi' l'attivita' del traffico, e conseguentemente il numero delle barche di ritorno da trasportarsi per via di terra.
Quanto poi alla strada ferrata a locomotive che si costruisse da Milano a Sesto calende, essa non potrebbe mai toccare il lucro fondamentale del ritorno delle barche scariche, perche' queste non si potrebbero mai prendere con vantaggio se non al capo del Naviglio a Tornavento, donde quella strada non passerebbe;  e perche' al trasporto delle barche richieggonsi straordinarie dimensioni nella larghezza delle rotaje. Ed anche per le merci, la semplice e breve rotaja a forza animale offrirebbe un risparmio grandissimo in confronto della strada suddetta, la quale importerebbe un capitale immensamente maggiore. E mentre per questa il trasporto delle merci sarebbe una parte necessaria dell'introito, per quella rotaja rappresenterebbe un accessorio appena posto in conto.
Chiude Francesco Besozzi il presente manifesto accennando a due cose abbastanza importanti per non essere taciute! l'una, che l'art. 7° del Decreto di concessione si ha la promessa che l'Amministrazione dello Stato non imporra' su questa ferrovia verun particolare pedaggio; - l'altra meritevole di speciale considerazione, che, non essendosi fatto uso del privilegio d'espropiazione forzata, la proprieta' della strada rimarra' in perpetuo alla Societa' costruttrice della stessa.
Il sottoscritto ha fiducia che i suoi connazionali vorranno accorrere a favoreggiare un'impresa, la quale, oltreche' porge tutte le probabilita' di lucro che in una speculazione industriale possono desiderarsi, serve al maggior lustro della patria comune.
Milano, il 4.° luglio 1854.
 
Il concessionario
FRANCESCO BESOZZI
 
 
 
SCHIARIMENTI
 
RELATIVI ALLA STRADA FERRATA A FORZA DI CAVALLI
DA
TORNAVENTO A SESTO CALENDE
 
Il vivo e costante commercio tra il lago maggiore, esercitato col mezzo di barche discendenti dal fiume Ticino a Sesto calende a Tornavento, indi col mezzo del Naviglio Grande, e' di tale entita' che, per adequato, il numero delle barche supera quello di 5000 annue, come risulta dai librj bollettarj del Dazio Catena di Porta Ticinese.
Le barche che fanno ritorno al Lago Maggiore, stante le rapide di quel Fiume, impegnano talvolta quindici giorni calcolando i varj accidenti, e le frequenti piene, o le massime magre, e sempre accompagnati i rimorchi da pericoli di sommersioni di uomini e cavalli, e dai danni che derivano a quei veicoli natanti in causa del sassuoso letto del Fiume e delle scogliose sponde.
Ad eliminare tali inconvenienti venne determinata la costruzione di una Strada Ferrata da esercitarsi a forza di cavalli, e con questo mezzo in sole quattro ore si rendano al lago, essendo la strada di soli 17 chilometri.
La costruzione di questa ferrovia, compreso ogni oggetto per essere posta in esercizio, importa il capitale di un milione e mezzo di lire austriache, e tal uopo si e' diggia' compilato il relativo progetto tecnico a cura del valente ingegnere Giacomo Bermani, e approvato dalla Direzione delle Pubbliche Costruzioni, acquistato tutto il terreno occorribile, consistente in cinquecento pertiche censuarie, ottenuta dal Concessionario Francesco Besozzi l'abilitazione dall'I.R. Governo, autorizzandolo a costituire una societa' anonima per azioni con l'approvazione dei relativi statuti sociali, gia' depositati negli atti dal dottor Filippo Guenzati, notajo della Provincia di Milano, sotto il giorno 16 giugno 1854, al n. 707 del suo repertorio, e riprodotti col mezzo della stampa.
Le azioni sono fissate nel N. 1,500 da austr. L. 1000 cadauna, ed il versamento fu stabilito in cinque rate eguali di mano in mano che progrediranno i lavori di costruzione; ma il primo di essi versamenti, consistente in lire 200, dovra' eseguirsi tosto che verra' data notizia, col mezzo della Gazzetta Ufficiale di Milano, che le azioni sono tutte coperte, col lasso di quindici giorni da quello dell'avviso suddetto.
L'anzidetto primo versamento dovra' essere eseguito nelle mani della Ditta Bancaria Giulio Belinzaghi, in Milano, o in quelle altre ditte nelle diverse piazze, e da esso Sig. Belinzaghi nominate, ed all'atto di questo sborso viene rilasciato un certificato interinale trasmissibile per via di girata; compiti poi i versamenti di tutta l'azione, viene questo concambiato con una cartella, la quale avra' diritto di girata con annotamento alla Borsa per mezzo dei rispettivi Agenti di Cambio.
Il prodotto nitido di quest'impresa, dal solo trasporto delle barche vuote, presenta il 10 % usando modica tariffa, il quale ricavo aumentera' sensibilmente in causa del trasporto di mercanzie, le quali dovranno prendere indubbiamente questa via, come la piu' breve ed economica, per la direzione alla Svizzera, al Reno e al Mare Germanico.
Siccome poi nei lunghi mesi delle magre del fiume Ticino, le barche che discendono devono farsi sussidiare dimezzandone, ed in piu' parti, l'intero loro carico, indi a Tornavento rimettonsi le mercanzie in una sola per discendere il Naviglio Grande, cosi' quelle barche di sussidio, chiamate Lebbie, le quali si fanno ascendere a molte centinaja, di la' ritornando al lago, verranno esse pure trasportate col mezzo di questa Ferrovia, ed in conseguenza di cio' l'anzidetto N.°  di 5000 viene considerevolmente aumentato.
Un altro ramo di utilita' che si presenta si e', che la Societa' potra' incaricarsi anche della ricondotta delle barche dal dazio Catena di Porta Ticinese fino a Tornavento col mezzo solito del Naviglio Grande, e cosi' completamente servire questo ramo di commercio, e che i proprietarj stessi delle barche desiderano che venga dalla Societa' stessa operato.
La spesa di costruzione della suddetta Ferrovia non puo' sorpassare questa superiormente dimostrata, stante che abile e garante di persona si e' obbligata di costruirla, in quanto sia movimenti di terra, edificj, fabbricati, muri di sostegno e di difesa, sulle basi del prezzo di perizia originale, ed anche con un conveniente ribasso.
I proprietarj delle barche, dichiarano la convenienza di questa Strada Ferrata, ed eccitando il concessionario Besozzi ad accelerarne la costruzione, si sono collettivamente obbligati a dare di condotta le loro barche alla Societa' per essere trasportate col mezzo di questa Ferrovia da Tornavento a Sesto calende.
I documenti, tanto quello che riguarda l'obbligazione della costruzione con un ribasso della perizia, come l'obbligazione dei proprietarj delle barche, esistono negli atti della Societa' ispezionabili da chiunque.
La Societa' per essere divenuta al possesso del terreno occorribile per la sede stradale senza l'uso dell'espropiazione forzata, ne consegue in singolare vantaggio che la strada rimane di perpetua proprieta' della Societa' stessa, e l'I.R. Governo nel decreto di concessione promise che su questa strada non verra' mai imposto verun pedaggio, come nell'art. VII.
Per distruggere il dubbio che potrebbe nascere in alcuni, che una strada ferrata a Locomotiva da Milano a Sesto Calende potesse togliere l'utile di questa impresa riconducendone essa le barche, basta a dire che la Ferrovia di Tornavento deve essere di una costruzione diversa dalle praticate a locomotive, richiedendo questa una larghezza di rotaje piu' del doppio delle comuni, stante la larghezza dei carri destinati al trasporto, sui quali devesi adagiare la parte piana delle barche, che e' di metri cinque; e la celerita' poi della locomotiva sarebbe dannosa alle stesse, da cio' che non puo' avvenire col trasporto al passo del cavallo, non senza aggiungere che non verra' giammai abbandonata la via del naviglio Grande per tale rimorchio come via naturale e piu' economica.
Per chiarire poi il metodo studiato pel carico e scarico delle barche, che a molti potrebbe sembrare difficile e costoso, si spiega con poche linee dicendo che al luogo del carico viene praticato un breve tratto di strada subacquea, munito, ben intesi, delle rispettive rotaje, pel mezzo del quale si immerge il carro, e la barca vi si adagia senza leve ne' sforzo alcuno, indi legata su di esso si applica la forza estraendolo col rispettivo carico, che si rimette nel lago con egual sistema slegando la barca, la quale da se' si pone al galeggio.
Se ad alcuno facesse senso il premio delle azioni industriale riservato all'inventore e concessionario Besozzi, si fa notare che le azioni suddette percepiscono il solo sesto degli utili verificabili dopo prelevate le spese di amministrazione, esercizio e manutenzione della strada, e dopo prelevato un cinque per cento da corrispondersi in primo luogo ai socj capitalisti; ma di piu' e' da notarsi ancora, che il Besozzi dispenso' parte di tali azioni in premio a chi si associo' con esso lui coll'opera e con capitali, onde portare a termine tutte le opere preparatorie, ed e' tuttora disposto a dispensare quote di tali premj a chi concorre con mezzi efficaci al completamento dell'occorribile capitale.
Le numerose sottoscrizioni che gia' si sono presentate dimostrano la pubblica opinione di questa impresa, e l'elenco dei firmati trovasi esposto nell'ufficio della Societa', il quale e' aperto ogni giorno non festivo dalle ore 9 del mattino sino alle 5 pomeridiane, ove verranno dati tutti quesgli schiarimenti che venissero richiesti, e si ricevono le firme per le azioni.
 
      Dall'Ufficio Sociale, Cont. dei Gorani N.° 2866
                     Milano, il 1° marzo 1855.
 
 
 
Il Concessionario
FRANCESCO BESOZZI
 
 
 
 
 
 
 
 
PREVENTIVO DEL RICAVO E DELLE SPESE
 
Attivata che sia la Strada Ferrata da Tornavento a Sesto calende
 
Capitale occorribile, austriache L. 1,500,000 - diviso in 1,500 azioni
 
RICAVO
 
In base all'estratto dai libi bolletarj della Contabilita' Centrale, il numero delle barche giunte al Dazio Catena di Porta Ticinese provenienti dal Lago Maggiore, nell'anno Camerale 1847 fu di N.° 5052, che ad austriache L. 60       L. 303120
Dietro i piu' assicuranti dati, le barche di sussidio, cosi' dette Lebbie, che in tempo di magra del Ticino giungono a Tornavento, e di la' ritornano al lago Maggiore, il minimo si ritiene di N.° 1,600, cioe'
N.° 600 Burcelli di eguale capacita' dei cosi' detti cagnoni a L. 60       36000
N.° 600 Battelle a L. 30       18000
N.° 400 Cormane L. 15       6000
       -----------
       L. 363120
 
SPESE
 
Per mantenimento di 100 cavalli       L. 91500
Per gli uomini di servizio di N. di 40       L. 29290
Rimonta dei Cavalli       L. 7500
Manutenzione dei carri, ed attrezzi diversi       L. 10000
Manutenzione della strada       L. 11000
       -----------
       L. 149280
 
SPESE D'AMMINISTRAZIONE
 
Un Amministratore Procuratore       L. 4000
Un Ingegnere       L. 1500
Un Segretario       L. 2500
Un Ragioniere       L. 1500
Un Aggiunto al suddetto       L. 800
Un Cassiere       L. 2000
Un Agente       L. 1500
Un Inserviente       L. 750
 
A Tornavento
 
Un Agente (con alloggio nei locali delle stazioni)       L. 2000
Un Contabile (con alloggio nei locali delle stazioni)       L. 1500
 
A Sesto Calende
 
Un Agente Contabile (con alloggio nei locali delle stazioni)       L. 2000
Un Uomo a disposizione (con alloggio nei locali delle stazioni)       L. 750
Spese divberse di cancelleria       L. 3000
Spese imprevedute       L. 3000
       -------------
       L. 26800
              L. 26800
              -----------
       Ammontare delle spese         L. 176080       176080
              ------------       -----------
       Nitido ricavo       L. 187040
              ------------
 
DIVIDENDO PER APPROSSIMAZIONE IN BASE AL SUDDETTO RICAVO
 
Ritenuto il ricavo come sopra di        L: 187040
dal quale dodotto l'interesse del 5 % sul capitale di L. 1,500,000, rappresentato dalle azioni pecuniarie N.° 1500       L. 75000
       ---------
       Residuerebbe un avanzo di L: 112040
Dal quale pero' si dovrebbe dedurre il 20 % portato dall'articolo 22 degli Statuti, e cioe', il 15 %  per formare un fondo di ammortizzazione del capitale sociale di L. 1,500,000, e il 5 per il fondo di riserva       L. 22048
       ----------
       Rimane un avanzo depurato L. 89632
       -----------
 
Da ripartirsi quello sulle N.° 1800 Azioni, comprese le industriali, e figurante il Complesso di L. 1,800,000.
Darebbe quindi un dividendo in ragione del 4,97 5/9 circa, e cosi' un'azione pecuniaria, aggiuntovi l'interesse del 5 per %, gia' predotto come sopra, presenterebbe un utile del 9,97 5/90 per %, cioe' L. 99.75 circa per ogni azione di L. 1000, sempre calcolando il ricavo del trasporto delle sole barche vuote da Tornavento a Sesto calende.
 
 
 
 
 
 
CONTO GESTIONALE DI AMMINISTRAZIONE
 
 
 
 
 
Orarj per l'esercizio
 
Avendo desunto il numero dei cavalli in considerazione a quello dei viaggi che possono ripetere nella giornata, importa la necessita' di stabilire gli orarj precisi per il movimento allo scopo che l'andata degli uni non sia opposta dal ritorno degli altri e viceversa, e per usufruttuare del tempo gia' scarso nel migliore piu' utile modo possibile. Delle due tabelle orario che uniscono in alleg. C, D. Questo rispettabile Consiglio trovera' d osservare:
I.°       La opportunita' di regolare i rimorchii in distinti convogli che si incontrano agli scambii nella sommita' delle coste.
II.°       La necessita' nell'inverno di unire a due a due quei convogli e cosi' ridurre a due soli viaggi il rimorchio delle barche di ogni giorno.
III.°       La conseguenza nell'inverno di dover rimettere alla mattina la calata del piano inclinato delle barche arrivate la sera precedente.
IV.°       La necessita' di portare a settantadue il numero dei carri semplici di trasporto (*).
V.°       Nell'inverno i cavalli di rinforzo dovendo fare due invece di quattro viaggi, potrebbero mancare nel numero, ma fu gia' avvertito che nell'inverno abbondano i rimorchi delle barche minori richiedenti meno cavalli.
VI.°       La occorrenza di un porticato chiuso per stalla provvisoria al cambio dei convogli sull'altura delle Brughiere di Somma, e di due locali annessi per magazzeno e per un Custode.
 
Qualita' e numero degli Operaj
 
Considerato sin qui l'esercizio nel riguardo dei cavalli necessarii pel medesimo, rimane a conoscere la qualita' e il numero degli operaj per il maneggio e per la direzione.
Un capo uomo e due uomini di sussidio per il carico in acqua delle barche sui carri.
Un capo uomo e due uomini per regolare l'argano nella discesa e ascesa del piano subacqueo, e muovere i carri innanzi e indietro.
Un capo uomo direttore dietro ogni convoglio, e cosi' due per ogni tratta e stazione.
Un guardafreno per ogni carro carico, ossieno sei per ogni tratta e stazione.
Due meccanici superiori e inferiori al movimento del meccanismo del piano inclinato e sei uomini di servizio.
Due meccanici come sopra al meccanismo a Sesto e sei uomini di sussidio.
Un capo uomo e due uomini per il rimorchio delle barche in Ticino fino a Sesto.
Un facchino per ogni due cavalli.
E nell'orario d'inverno saranno da aggiungere quattro altri guardafreni alla costa dello Strona.
Il movimento dei carri sugli scambj, ecc.,  dovra' essere operato dai fantini: il regolamento delle leve di sviamento agli scambj operativo per mezzo dei capo uomini di Convoglio.
 
 
 
Conclusione sul numero necessario di cavalli
 
 
       Dietro il risultato e le deduzioni del fatto esperimento, e dietro il numero delle barche sopra ammesso di giornaliero rimorchio, possiamo pertanto calcolare per modo assoluto la quantita' occorrevole di cavalli nell'esercizio.
       Per la prima tratta di strada dal naviglio allo scambio della brugherietta si hanno di cammino metri 7986,34 dei quali metri 3223,60 in ascesa ragguag. di met. 1,8738 p.o/o e per il resto col falso piano ascendente di metri 0,6512 p. o/o in ragguaglio.
       A tradurre le N. 18 barche maggiori sulla costa occorrono due cavalli per ciascuna di rinforzo, in tutto N. 56, ma potendo i cavalli di ritorno fare in un giorno quattro viaggi di andata e altrettanti di ritorno colla percorrenza di metri 25,784, il numero necessario si ridurra' a N. 36/4     N. 9
       Per il tiro dalla darsena allo scambio occorrono due cavalli per ciascuna, in tutto N. 36, e potendo i cavalli fare due viaggi al giorno colla percorrenza di metri 31,915 ogni giorno, basteranno N. 36/2   N. 18
       Per le cinque mezzane basta per ciascuna un cavallo, che diviso nei due viaggi sono  2 1/2
       Rinforzo di due cavalli lungo la costa che formano cavalli N. 10 divisi per i quattro viaggi  2 1/2
       Per la minore barca un cavallo dalla darsena allo scambio diviso sui due viaggi     1/2
       E un altro cavallo di rinforzo sulla costa N. 2/4   1/2
In tutto N. 33.--
       Si aggiunge il 1/10 per scorta, avuto riguardo che la scorta, deve anche supplire alla eventualita' di un maggior numero di rimorchii    N. 3
Totale alla stazione di Tornavento   N. 36.--
       Per la seconda tratta dallo scambio della Brugherietta al piano inclinato di groppetti per il cammino di metri 8157.13 si hanno pressoche' le medesime circostanze, e quanto al tempo e forza animale alla meno lunga ascesa di metri 1679.75 sui groppetti vi corrisponde la maggior salita di metri 2.38 p. e lo spreco di tempo nel calare per freno i carichi per la costa di Strona.
       Si considera percio' alla stazione di Strona la occorrenza eguale di cavalli come quella di Tornavento in  N. 36.--
       Calati i carichi dal piano inclinato devono percorrere la tratta in discesa di metri 2.32 a m. 0.50 p. o/o fino a Sesto per un cammino di metri 1554, pel quale minima o nulla l'occorrenza dei cavalli, ma questi devono ritornare i carri vuoti alla stazione di sesto al piano inclinato per la ascesa del 0,50 e 2,32 p. o/o per la quale valutando a N. 42 il numero dei carri semplici, e due cavalli ogni tre carri, si avranno cavalli N. 28 da dividere per quattro viaggi che possono fare al giorno percorrendo il cammino di m. 12132   N. 7.
       Dalla calata per meccanismo in Ticino fino a sesto rimorchiando le barche nel fiume si valutano tre cavalli per sei barche, e per quattro viaggi al giorno  N. 3
       per scorta  N. 2
Alla stazione di Sesto   N. 12
 
Totale occorrenza cavalli  N. 84.--
 
 
 
 
altro documento
 
 
       L'Amministrazione della Ferrovia da Tornavento a Sesto Calende trovasi in grado di ribattere ad una ad una tutte le maligne asserzioni contenute nella lettera dell'ingegnere C. V. ad un amico Azionista su quella Ferrovia.
       Ma tale confutazione costretta a discendere ad argomenti pettegoli, di cui pare compiacersi l'autore di quella lettera, potrebbe infastidire il lettore.
       Tuttavia, se le circostanze il vorranno, quella lettera dell'ingegnere C. V. sara' pubblicamente ribattuta punto per punto, e allora sara' manifesta la malafede dell'autore ad ogni pagina del suo libello, e, vergognoso a dirsi, sara' pur provato come principale motore del licenziamento dell'Ingegnere Capo fosse appunto quel signor C. V., che ora con tanta ipocrisia lo rimpiange.
       Ma perche' ai signori Azionisti deve soprattutto importare di conoscere se e come la Ferrovia di rimorchio possa corrispondere allo scopo industriale per cui fu ideata e costrutta, l'Amministrazione si limita per ora a pubblicare un rapporto che le venne fatto in data 15 marzo 1858 dall'ingegnere Carlo Vismara di Vergiate, fin dall'origine addetto all'Impresa, e il conto generale dell'Amministrazione allegato M, di quel rapporto. Questi elaborati, da cui non ancora traspirano gelosie di mestiere, puerili puntigli, spirito di parte, ma amor del vero e dell'interesse sociale, fanno palese allo spassionato lettore quale giudizio debba farsi secondo verita' e giustizia intorno alla ferroviario di rimorchio e al suo avvenire industriale.
       Fin qui l'ingegnere Carlo Vismara.
       Ora, ritenuto che l'autore di questo rapporto e quello della lettera 15 dicembre all'amico Azioniste non siano che una sola e identica persona, quali conclusioni ne trarra' l'onesto lettore sul conto di uno scrittore e professionista che su lo stesso e concreto argomento, a cosi' breve intervallo di tempo che non vario' punto la sostanza delle cose, adopra tanto opposto linguaggio, per arrivare a tanto contrarii giudizii?
       Ma il rapporto 15 maggio, era, come gia' si accennava, il frutto della convinzione e dei fatti, la lettera 15 dicembre invece era l'effetto d'un personale risentimento, d'una ferita all'amor proprio morboso di chi vide inaspettatamente accettata la propria dimissione offerta per tattica di partito in momento di irragionevole dispetto: era quella lettera 15 dicembre il turpe tentativo d'una intenzione che l'onesto linguaggio ci vieta di qualificare.
 
       Milano, 12 gennaio 1859
 
L'Amministrazione
 
 
 
Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA"
di Gian Domenico Oltrona Visconti.
Da "Rassegna Gallaratese d'Arte" 1956 PAGG. 10, 12
 
La ferrovia per il rimorchio delle barche da Tornavento a Sesto Calende, costituita in societa' anonima merce' la concessione accordata dall'I.R. Commissariato civile e militare di Milano in data 18 marzo 1850, n. 5533 e regolata da appositi statuti, era in funzione giusto un secolo fa: su questo argomento ci intratterremo per esteso, come i lettori ricorderanno, sul fascicolo di settembre 1951 della rivista (nota) Non e' tuttavia noto ai piu' che in antecedenza il promotore Francesco Besozzi - sulla cui figura di cittadino poco sappiamo finora - ottenne un "nulla osta" assai piu' importante, vero punto di partenza per la realizzazione della coraggiosa impresa. Si tratta del Decreto del Governo provvisorio della Lombardia con il quale, in data 29 aprile 1848, si "permetteva" all'imprenditore Francesco Besozzi di costruire e di esercire la ferrovia con determinati obblighi e diritti. Il documento - inserito negli Affari ufficiali del Governo e pubblicato sul quotidiano "Il 22 Marzo", n. 41 del 6 maggio 1848 - ha un particolare interesse storico locale e pertanto lo riportiamo integralmente:
Gian Domenico Oltrona Visconti
 
Nota: Qualche verifica e qualche ritocco sono indispensabili a quell'articolo. Ma perche', viene spontaneo chiedersi, il Besozzi si fece promotore della costruzione di tale Ferrovia?. E' lecito pensare che egli fosse interessato nel traffico fluviale o che possedesse fondi ed avesse comunque interessi nella nostra zona?.
Se, in un modo, la storia della cosiddetta "Ipposidra" e' stata ormai da noi pubblicata nelle sue linee essenziali, alcuni punti tuttavia restano da chiarire. Per esempio non ci e' stato ancora possibile prendere visione del progetto dell'ing. Bernani, approvato nel 1851 e modificato in seguito, e di qualche documento relativo agli espropri lungo il corso della via ferrata, snodantesi per oltre 17 chilometri, dato che si esistano da qualche parte. Tali documenti darebbero senz'altro preziose indicazioni sull'esatto percorso della linea, Inoltre non abbaiamo finora ragguagli sicuri alla fine del servizio, dello scioglimento della Societa', dell'atteggiamento dei "paroni" e massime dello smantellamento degli impianti: tutto cio' sara' motivo di ulteriori ricerche. Il materiale fu venduto e cio' contribui' indubbiamente a far si che la stessa massicciata andasse in rovina e che della "Ipposidra" in breve tempo si perdesse la memoria. Rimangono attualmente, con l'edificio della stazione terminale, tracce del grande bacino di immissione dei natanti nel fiume, entrambi ai Molini di Sesto; si ricordi, infatti, che la stazione di arrivo si trovava a circa 20 metri sul livello dell'acqua.
Circa la durata del servizio lo Spinelli scrisse: "... Il progetto dell'ing. Bernani fu compiuto negli anni 1856-1857 e duro' dal 1858 al 1865, anno nel quale - egli afferma - cesso' in causa delle ferrovie Arona-Novara e Arona-Milano, che assunsero il trasporto di tutto quanto e' proveniente dal lago, in modo da ridurre a un quarto circa il movimento della navigazione sul Ticino e su Po". (cfr. Ricerche "Spettanti a Sesto calende, Milano 1880, pp.116-117).
Ma lo Spinelli non e' probabilmente esatto perche' passerebbe un po' troppo tempo tra la data di concessione governativa, 1848, e la data di inizio dei lavori, 1856, tanto piu' che - si noti - il comma terzo del decreto qui allegato concedeva al Besozzi il termine di tre anni per il compimento e la messa in esercizio della ferrovia.
Notiamo per inciso che nel 1846 la notizia della progettata ferrovia era gia' di dominio pubblico poiche' una "Guida della Provincia di Milano" del seguente 1847 dava annuncio che " ... onde viemeglio abbreviare il tempo pel rimurchio delle barche da Tornavento a Sesto Calende venne chiesto il privilegio per la costruzione di una strada a ruotaje di ferro che si porterebbe al Lago Maggiore passando per l'alto piano di Gallarate e Somma. Col mezzo di questa strada, per la cui costruzione sarebbesi' gia' conseguito il Sovrano privilegio, le barche in poche ore verrebbero condotte con cavalli a Sesto Calende".
 
 
GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE DELLA LOMBARDIA
 
Decreto
 
Veduta la dimanda presentata da Francesco Besozzi per ottenere il permesso di costruire lungo il Ticino, fra Tornavento e Sesto Calende, nella provincia di Milano, una strada privilegiata pel rimorchio delle barche;
       riconosciuta la pubblica utilita' della opera proposta:
       il Governo Provvisorio della Lombardia permette all'intrapprenditore Francesco Besozzi di formare fra Tornavento e Sesto Calende, lungo il Ticino, una strada a semplici o doppie rotaie di legno o di ferro, la quale sara' unica ed esclusivamente privilegiata pel rimorchio delle barche; ma per tutti gli altri trasporti e servigi rimarra' d'ordinaria privata pertinenza e condizione, vietandosi a chiunque, finche' duri la presente concessione, d'attuare nel tratto da Tornavento a Sesto Calende altra strada solo  per lo stesso uso di rimorchio delle barche.
Questo privilegio si concede coi seguenti obblighi e diritti:
1) L'intraprenditore Francesco Besozzi dovra' presentare al Consiglio di Stato, per la sua revisione ed approvazione, il compiuto progetto della strada con tutti i particolari che riguardino cosi' l'intera costruzione come le opere speciali di viadotto, piani automotori, prati e simili, e dovra' sottoporsi ad ogni prescrizione che gli sia fatta dal medesimo Consiglio di Stato o dagli uffici da esso delegato.
2) Dovra' inoltre eseguire ogni opera che fosse prescritta dalle competenti autorita' o per la sicurezza pubblica o per la necessaria comunicazione di strade o canali intersecati dalla strada privilegiata.
3) Nel termine di tre anni dalla data del presente Decreto dovra' aver compiuto e posta regolarmente in attivita' la strada a tutte sue  spese, non senza prima averne riportato, parimenti a sue spese, il collaudo da un ingegnere che sara' destinato dalla pubblica amministrazione.
4) Gli si concede il diritto di spropiazione giusta il par. 365 del Codice civile generale, per le sole proprieta' veramente necessarie all'esecuzione della strada, secondo il progetto che sara' approvato, ed alla successiva manutenzione e riparazione.
Nel caso di contestazioni sulla necessita' della spropriazione decideranno le autorita' amministrative; sull'indennizzazione e le giudiziarie. La somma dell'indennizzazione dovra', per regola generale, essere pagata al proprietario aventi di metter mano alla sua proprieta', o se non potesse aver luogo il regolare pagamento se ne fara' il deposito giudiziale.
Non sara' pero' tolto ove la quistione dell'indennizzazione fosse recata dinanzi ai tribunali, che possa la spropriazione mandarsi ad effetto prima che ne sia definitivamente stabilito il compenso, purche' siansi con giudiziale perizia rilevati tutti gli estremi di fatto necessari per determinarlo e siasi depositata la somma che l'Autorita' giudiziaria avra' per approssimazione indicata.
Queste norme varranno anche pel caso che debbasi occupare solo per qualche tempo l'altrui proprieta' nell'eseguire le opere di costruzione, di manutenzione o di riparazione della strada.
5) Pel censo dei fondi occupati per ala costruzione, manutenzione e riparazione della strada od in essa incorporati, e pel pagamento si' delle imposte reali che di qualsivoglia dazio o tassa, verranno senza alcuna eccezzione osservate le leggi generali che sono in vigore o che fossero dappoi attivate. Pero' l'Amministrazione dello Stato non imporra' sulla strada privilegiata verun particolare pedaggio.
6) Quando l'Amministrazione pubblica occorresse di valersi di tale strada pel servizio civile o militare, se ne dovra' ad essa lasciar l'uso pel compenso portato dall'ordinaria tariffa che sara' stabilita.
7) La strada si terra' soggetta a servitu' per tutti gli usi estranei al privilegio del rimorchio delle barche, in quanto siano tali usi compatibili colla costruzione particolare della strada e coll'esercizio del privilegio, e sara' percio' l'intraprenditore obbligato ad una perpetua lodevole manutenzione.
8) Il privilegio durera' cinquant'anni che avranno principio dal giorno in cui e' datato il presente Decreto. Ma ove l'intraprenditore non osservasse le prescrizioni di sopra esposte, sara' in facolta' del Governo di dichiarare estinto il privilegio stesso.
9) Spirato ed estinto il privilegio, l'intraprenditore potra' disporre delle cose proprie in servizio sulla strada, e la strada medesima non sara' piu' che una strada privata soggetta a pubblica servitu'.
Il Consiglio di Stato rimane incaricato delle corrispondenti disposizioni.
Milano, 29 aprile 1848
 
CASATI, Presidente
Borromeo - Durini - Litta
Strigelli - Giulini - Beretta
Guerrieri -Turroni - Moroni
Rezzonico - Grasselli - Dossi
Correnti, Segretario Generale
 
 
 
 
Tempo, vicende, vestigia
 
di Guido Candiani
 
Chi pratica le brughiere tra Somma e Tornavento ( Brughiera di Casorate), o quelle più lontane tra Sesona e Golasecca (S. Caterina, Garzonera, Costa Cimasco), conosce le espressioni "ponte delle barche" "ferrovia delle barche".
In zone alte sul Ticino, su una terrazza arida e mai percorsa da acque navigabili neppure nel passato, queste espressioni non mancano di stupire.
E invece i ponti, talvolta rovinati, o sguarra' (secondo l'impietoso dialetto di queste zone), le massicciate imponenti, gli scavi in trincea semisepolti dal brugo Brugo: Potrebbe essere ERICA ( Calluna vulgaris) ovvero: Brugo - Grecchia - Scopa meschina - Scopetta - Bru' - Desloda - Ausolada - Brola - Scopiglio - Brusciarello - Galencia. Famiglia delle Ericacee. ( pag. 139 di segreti e virtu'delle piante medicinali)) rimangono a testimoniare l'impegno, la fatica, le finali delusioni di chi ha realizzato l'opera di cui parliamo.
Si era attorno al 1850: nei paesi della brughiera la miseria regnava sovrana. Il terreno arido e acido non permetteva di coltivare se non segale, miglio e una stenta meliga Meliga: Mais (Zea mays ovvero: Granoturco - frumentone - Melega). Pianta da vedere ). Le campagne dei grandi proprietari, Visconti (al Nord), Parravicino (da Tornavento a Lonate Pozzolo) Parravicino:), Castelbarco Castelbarco:), erano date a colonia, con pagamento in prodotti per il terreno, (tante staia di segale o miglio per pertica) e fitto in contanti per le abitazioni rustiche. Inoltre, secondo l'uso antico, i padroni richiedevano ai coloni piccoli pendizi, a pagamento degli orti, ed alcune corvees: giornate a spaccare legna, carreggi per conto del padrone, braccia di fosso da scavare.
La foglia del gelso era riservata al padrone. Se il colono allevava i bachi, il prodotto in bozzoli si divideva a metà, come pure a metà la spesa per le uova dei bachi. Tutto il lavoro della raccolta della foglia e dell'allevamento, nonchè alcune piccole spese accessorie (legna per il riscaldamento, olio per il lume, carta per i graticci, brugo per il bosco entro cui i bachi avrebbero filato i bozzoli), erano a carico del colono.
Le uve, coltivate con un certo successo sui terreni in costa, erano pure a mezzadria, e a metà la spesa per la paleria; tini, botti e torchio a carico del padrone .
Al tempo da noi considerato, tuttavia, la vite non dava frutto "causa l'imperante malattia", l'oidio, comparso nel 1850, cui poco più tardi si sarebbe aggiunta la peronospora Peronospora: ).
Così da una relazione di stima del 1856, relativa alla grande proprietà dei Parravicino a Tornavento e Lonate Pozzolo, 2.907 pertiche di aratorio, bosco, brughiere e coste.
Anche per l'aratorio tuttavia la produttività era bassa, ed infatti le 2.900 pertiche di Tornavento e Lonate, comprese le case coloniche afferenti, erano valutate in ragione di 130 lire per pertica, mentre un'analoga proprietà dei Parravicino in Brianza, pure non irrigua, era valutata nella stessa stima oltre il doppio, 280 lire per pertica. Lire austriache, si intende: per un raffronto, per quanto difficile, si può, considerare un rapporto di 1 a 5.000 con la lira attuale, ma il rapporto non è certo applicabile a tutti gli aspetti della vita: basti ricordare che la mercede giornaliera per un uomo era di 1 lira.
Il colono di Tornavento e Lonate concorreva al pagamento delle pubbliche imposte versando 80 centesimi annui per pertica di coltivo; inoltre ulteriori appendizi per totali annui 34 centesimi austriaci per pertica. Il colono pagava inoltre il "testatico" (imposta pubblica un tanto a persona), o "capitazione" (Tributo - tassa personale proporzionale al reddito), la tassa personale , di lire 7,50 all'anno, dovuta da tutti gli uomini dai 14 ai 60 anni "che non si siano resi defunti entro il 30 aprile dell'anno".
Difficile che la famiglia potesse giungere a riscattare il "livello", cioè acquistare il terreno dal proprietario: la valutazione del valore capitale era fatta a misura dell'art. 306 Codice Civile Austriaco e 263 del Regolamento Generale del Processo Civile, secondo cui l'affitto in denaro rappresentava il 5% del valore capitale. Per gli affitti a staia di miglio e segale si considerava il valore medio della mista miglio/segale e si ricostruiva il valore del terreno, sempre con la regola del 5%. Lo staio nelle nostre zone conteneva circa 16 litri, ovvero 12 Kg. di segale oppure 11Kg. di miglio. ( staia facevano un moggio. Un moggio di segale 20 lire austriache, un moggio di miglio 15; oggi il rapporto di valore e' invertito. )
Così quando nel '74, per far fronte al Prestito Nazionale, il Comune di Somma si vide costretto ad affrancare i suoi diretti domini, tanto a denaro che a miglio, ben pochi livellari poterono riscattare i terreni in affitto, e il Comune dovette ricorrere ad una posta straordinaria sull'estimo.
Non abbiamo immagini, se non idealizzate e quindi lontane dalla realtà, dei contadini del tempo e dei loro costumi. Le donne, anche al giorno di festa, portavano ben pochi ornamenti: l'oro della vera, raccolto pagliuzza per pagliuzza nella sabbia del Ticino dal fidanzato, secondo una bella usanza tramontata nell'ultimo dopoguerra, e l'argento degli spontoni, che anche qui, e non solo in Brianza fermavano le lunghe trecce avvolte sopra la nuca.
Così le vide Theophile Gautier al mercato di Sesto nel maggio del 1850: "i capelli lisci e attorti sulla nuca sono trafitti da trenta o quaranta spilli di argento disposti come un'aureola sulla testa. Uno spillone con due grandi olive d'argento completa l'acconciatura".
Questi spilli costeranno certo, ma son portati da povere donne e ragazze con la gonna a brandelli e i piedi nudi e polverosi.
Moltissime donne avevano il gozzo, come nel Vallese. Della sporcizia, del puzzo che avvolgeva i paesi diremo più tardi, sempre sulla scorta delle notazioni di viaggio degli stranieri.
Le comunicazioni, come noto, erano difficili, caro viaggiare per le poste (sebbene Maria Teresa avesse una settantina d'anni prima ridotto d'imperio la tariffa di ogni posta, nella proporzione da 10 a 7,50), caro passare il Ticino coi "porti", traghetti costituiti  da due barconi, collegati da una piattaforma in legno, affidati ad un cavo che attraversava il fiume.
Così sul "porto", messo in opera a Coarezza Coarezza: ), "transitabile dall'Ave Maria del mattino all'Ave Maria della sera", secondo tre livelli di riferimento dell'acqua del fiume, un uomo a piedi "anche con fagotto", pagava 11, 20, 30 centesimi (ovvero, per il livello massimo, il terzo della sua paga giornaliera), un uomo a cavallo, "anche con fagotto", 15, 32, 60 centesimi, un carro scarico 35 70, 140 centesimi, un carro carico 50, 100, 175 centesimi.
Di qui, per inciso, la domanda dei borghigiani di Somma che almeno i pedoni pagassero una sola volta il pedaggio, considerato come fosse "ordinario ritornare per il porto medesimo al proprio focolare", domanda respinta dall'Amministrazione di Varallo Pombia, appaltatrice del pedaggio.
Ancora, tra i cento documenti che testimoniano la miseria del tempo, il decreto del settembre del 1851 con cui l'Imperial Regio Governo, Generale e Militare, decretava che "il pane di farina di castagne, essendo di qualità inferiore al pane misto", ne avrebbe seguito la misura dal dazio.
Nelle città il prezzo del pane per la settimana successiva era stabilito ed esposto ogni domenica, con relazione alla media dei prezzi raggiunti dai cereali il sabato, unico giorno in cui si potevano trattare i grani.
Beninteso il pane di "meta", nei vari tipi ammessi, pane di frumento, pane di frumentata (frumento e segale in  pari misura), pane misto al terzo (un terzo di segale, un terzo di miglio, un terzo di mais), pane giallo (7/8 di mais, 1/8 di segale).
Beninteso il pane di "metà", era per i poveri la grande maggioranza. Per i signori si confezionava il "pane d'arbitrio", ma uno stesso fornaio non poteva confezionare e vendere insieme pane di metà e pane d'arbitrio.
I contadini delle nostre zone preparavano invece il loro pane ogni quindici giorni, con farina di mais e poca farina di segale, in grandi forme (sino a 4 Kg.), per risparmiare legna. Scarso di glutine, questo pane lievitava male, cuoceva peggio, e presto inacidiva, promessa di pellagra.
Oltre 100,000 i pellagrosi in Italia, al tempo che consideriamo: "i più infelici di tutti, che la malattia assale ad un tempo il corpo, che condanna ai più atroci dolori, e lo spirito, privando non di rado dell'intelletto, il misero che ne è colpito".
Inoltre, a completare il quadro, nel 1854, come già nel '36, come ricorrente in seguito a intervalli di circa 10 anni sino alla fine del secolo, il colera Colera:).
Cholera morbus asiatico, o mordèchi, endemico da sempre sulle rive del Gange, ma sconosciuto in Italia sino al 1835.
Nel 1817 il colera aveva iniziato a interessare zone nuove, in tredici anni aveva raggiunto il Caspio. Di qui, risalendo il Volga, era penetrato rapidamente sino al cuore della Russia, senza incontrare difese, anche perche' le Commissioni Mediche Imperiali avevano giudicato che non si trattasse di un male epidemico Saratow, Kazan, Novgorod; il 13 settembre 1830 la prima "orrenda comparsa" a Mosca.
In Italia il colera arrivò, cinque anni più tardi, alla fine dell'estate del 1835, contemporaneamente a Genova e nel comune di S. Nicolò della Fraterna, in provincia di Venezia. A Milano il primo caso fu registrato il 17 aprile 1836 all'albergo della Passerella, nella persona di Giacomo Calvi, proveniente da Bergamo, dove il morbo già infuriava.
Nel '36, in tutta la penisola i colpiti furono duecentomila, e centomila i morti; nel '54 quasi esattamente le stesse cifre.
Nelle zone rivierasche del Ticino il colera del '54 giunse portato da viaggiatori Genovesi. A Sesto Calende in infuriò dal 14 agosto al 17 novembre, malgrado venissero applicate le norme del Regolamento Imperial Regio del 25 ottobre 1835, con  sequestro e distruzione dei generi alimentari sospetti, rigore nelle norme igieniche, rimozione delle immondizie dalle strade, dalle case, dalle chiese, eliminazione delle latrine scoperte, rigida applicazione delle leggi di Pubblica sicurezza sull'accattonaggio, reperimento di lavori pubblici per disoccupati.
Le autorità religiose intervennero abolendo il digiuno e riducendo al minimo la  durata delle funzioni. I colpiti si raccomandarono ai santi Pietro e Paolo, i sani invocavano la beata Michelina da Pesaro, protettrice dal contagio. A Lecco si fece pubblico voto di non ballare per venti anni.
A Sesto il colera del '54 si ebbero solo 47 morti, su un censimento di 2500 anime. Di questi morti, 35 erano di famiglia contadina, 5 possidenti, 3 osti, 3 mugnai. Inoltre un soldato austriaco, Leopoldo Spitzberg, a Sesto per manovre autunnali.
I decessi rappresentarono il 19% dei colpiti (contro il 63% di Milano) in ragione particolarmente delle cure e della pozione del dottore fisico Giuseppe Mazza Giuseppe Mazza: Medico condotto. ), medico condotto, premiato poi con una gratificazione di 400 lire austriache, contro un compenso annuo di L. 1.090,50 (ricordiamo che il maestro elementare riceveva annualmente 495 lire austriache).
La cura consisteva principalmente nel tenere ben caldo l'ammalato, effettuare fregagioni con spirito di bacche di ginepro a braccia, gambe, tronco, e somministrare la pozione attiva e piacevole del dottor Mazza stesso: limone, acqua di cedro, laudano liquido, gomma arabica, sciroppo di corteccia di arancio.
Per ovviare al singhiozzo, ghiaccio (dalle ghiacciaie dove veniva riposto il ghiaccio d'inverno) e polverine: bicarbonato e sottonitrato di bismuto.
Altrove si consigliava la terna ghiaccio, oppio, china, oppure la polpa di tamarindo, le bevande acide, l'ipecaquana Ipecaquana: ) con l'oppio. Ancora, senapismi di cantaride Senapismi di cantaride: Cataplasma revulsivo fatto di farina di senapa, aceto ecc. ;Cantaricde: CANTHA-RIS-IDIS - Scarabeo . Insetto dell'ordine dei coleotteri, di color vere dorato e lucente: contiene un umore forte e acre che essicato diviene una polvere irritante ad alto grado e ha proprieta' afrodisiache. Si 8usa estremamente sotto forma di tintura e di vescicatori.
), o di cenere calda, o di rafano Rafano rusticano: Nasturtium armoracia fries - ovvero: barbaforte, cren, erba da scorbuto. della famiglia delle Crucifere.Originario della Russia meridionale europea e dell'Asia occidentale, il rafano si diffuse in tutta l'Europa, verosimilmente, nel XVI secolo. E' un condimento molto forte, attualmente coltivato, in occidente, solo nelle regioni settentrionali. La radice e' lunga e carnosa, spessa, giallo-grigiastra, e contiene in abbondanza un glucosideo solforante, identico a quello della senape e che gli conferiscer proprieta' analoghe. Il rafano e' tassativamente controindicato per coloro che soffrono di irritazione dell'apparato digerente, per le persone nervose e per le donne incinte.
) rusticano e a aglio pestato. Ai bambini si applicavano sanguisughe alle tempie, agli adulti dodici o quattordici sanguisughe all'ano.
Il morbo infuriò in tutti i nostri paesi, tranne Varese; poi si spense, ed è triste e significativo insieme leggere nell'archivio di Somma la convocazione, tre anni più tardi, per la vendita all'asta dei beni dei colerosi, a ricordare il valore che allora veniva attribuito a qualsiasi oggetto, per quanto usato e meschino: una veste da donna, un "ciffone", un cappello di feltro, e così via per un doloroso rosario di misere cose, segnate dalla pestilenza.
In questo quadro di miserie merita invece ricordate il bosco, residuo ancora imponente del bosco storico, di querce e olmi, ove era stato immesso il pino, e che aveva appena cominciato a conoscere la robinia Robinia: Robinia pseudacacia. ovvero: Acacia, falsa acacia, spina di Noussignor, parasol, agaz, marugon. La robinia e' una pianta originaria dell'Amewrica settentrionale e centrale. La sua diffusione in Europa avvenne nel secolo XVII quando jean Robin, ervorista di Enrico IV di France, ricevette dall'america un seme di questa specie e lo pianto'. Linneo battezzo' l'albero con il cognome di Robin. Questa specie rimase sconosciuta in Italia sino al secolo XVIII; per la vigorosa vewgetazione e l'adattamento a molteplici condizioni climatiche divenne, pi, specie infestante dei boschi di latifoglie decidue. predilige terreno sciolto e ben drenato e, per il suo sviluppatissimo apparato radicale, si impega nei lavori di consolidamento di scarpate. I fiori, ricchi di nettare, sono invasi dalle api all'epoca della fioritura; il miele di acacia e' ottimo.Con i fiori della robinia si posson0o preparare delizione frittelle, sciroppi, una gradevole acqua profumata da bagno; si ottiene un vino tonico mettendo a macerare 15-20 gr. di fiori in 1 litro di vino rosso. non si devono udsare ne' semi ne' la corteccia; le radici sono dolci ma sono tossiche. Identificazione: da 10 a 30 metri. Albero, tronco grossolano, che si ramifica abbastanza in basso, branche distese, corteccia profondamente screpolata, rami lisci; foglie grandi, imparipennate con 9-25 foglioline, intere, molli, con stipole trasformate in due spine tra le quali si dissimula la gemma; fiori bianchi ( maggio-giugno), in grappoli pendenti, calice a 5 denti, foglia papilionacea; legume bruno, pendulo, glabro, con 10-12 semi duri; radicivigorose, sctriscianti, con numerosi polloni, dotate di nodosita'. odore penetrante, aromatico; sapore dolce.
) importata in Europa dall'America da Robin, botanico del re di Francia, alla fine del '600; pianta meritoria per la fascina, con cui si sbiancava di calore la volta del forno del pane, per il legno, idoneo a farne carri ed attrezzi, per la brace duratura, per il nettare prestato alle api; pianta però troppo vitale rispetto alle nostre antiche essenze, presto spodestate.
A metà dell'Ottocento il bosco era vitale e produttivo, solcato da mille sentieri, testimoni del peregrinare operoso di chi raccoglieva ghiande, castagne, legna o falciava la lisca per farne strame, scongiurando per sopramercato gli incendi.
E' noto d'altronde che il bosco della valle del Ticino era anticamente famoso luogo di caccia dei signori di Milano. una foresta di Fontainbleu nostrana. Dal diario di Cicco Simonetta Cicco Simonetta:)  apprendiamo per esempio che ai primi di novembre del 1474, "Uscito Galeazzo Maria [Sforza] da Lonate Pozoldo e recatosi sulla strada per Varese per uxellare, prese un orso grandissimo due camozi".
Sempre dal diario di Cicco Simonetta apprendiamo che alle battute venivano chiamati a forza tutti gli uomini dai 10 ai 60 anni della zona: "si troveranno gli uomini di Turbigo, Castano, Busto Arsizio, Lonate, Oleggio, Bellinzago, Cameri, ante l'alba del 22 novembre [1474] alla costa di Bornago Bornago: )  con attrezzi da battitore, con penalità di un ducato per gli assenti, garanti i podestà delle pievi". Una battuta con forse 4.000 battitori.
Naturalmente venivano perseguiti i cacciatori di frodo: "chi insidierà caprioli, cervi, porci, con lazate, istrumenti, cani o altra maniera avrà confiscati tutti i suoi beni, se inabile, squassi 10 di corda e sarà bandegato dal nostro terreno" [1483].
Che dire dei lupi che in due soli anni, ai primi del '700, uccisero 50 persone nel mandamento di Varese?.
Il flagello dei lupi si faceva particolarmente sentire dopo le guerre o le carestie, quando gli abitanti erano "così secchi di fame che era uno stremizio a vederli". Allora nelle campagne erravano numerosi lupi e "s'ardiva andare attorno solo di brigata, tanto i lupi facevano male in ammazzare putini e femmine".
Questa dunque era la vita nei borghi, nelle campagne, boschi attorno al Ticino, frequentati oggi, i boschi solo da selvaggina lanciata e dalle volpi, e navi e acque del fiume solo delle canoe degli sportivi in luogo delle grandi "barche da commercio" di allora.
Tutti conoscono invece l'importanza della navigazione sul Ticino sino dai tempi più antichi. Riferendoci soltanto a tempi prossimi consideriamo come si navigava, a cavallo tra il '700 e l'800, e cosa si trasportava.
Dal lago Maggiore e dal suo bacino scendevano legname d'opera e da ardere, pietre da costruzione, calce, ciottoli di quarzo per farne vetro, merci d'oltremonte che dal Gottardo e S. Bernardino arrivavano a Locarno, o, dopo il 1515, crollato a Bellinzona il ponte sul Ticino, a Magadino .
Inoltre importanti derrate  alimentari, in buona parte convogliate a Milano tramite il Naviglio: castagne, noci, pesce e, come risulta da un documento della fine del '700, annualmente "57.000 brente di vino, 2.000 vitelli, 5.000 capretti, 2.000 bovini detti gnuchetti, 135.000 libbre di formaggio d'oltre il Gottardo, butirro 47.000 libbre, gerli di carbone 87.000, e le pietre di detto fiume si conducono nelle barche a Venetia per fabbricare con esse quei vetri di cristallo che sono tanto lucidi".
I ciottoli di quarzo, cogoli, venivano raccolti nel letto del fiume sino a pochi anni or sono; la prima notizia scritta che ne abbiamo è del 1150, in un documento di Guidone Visconti Guidone Visconti).
Quattrocento anni più tardi, attorno alla metà del '500, un contratto parla di "530 miliara di cogoli al prezzo di lire 8,13 per ogni miliara  resi alla ripa del Ticino a Pavia, che il Crollalanza Gerolamo farà caricare a sue spese sulle navi per portarle a Venetia, con regalia di due casse di bicchieri da gentilhuomo, due caratelli di vino malvasia, sessantadue libbre di zucchero fino, cera veneziana per lire dodici, pepe per lire dodici, spezierie fine di pistacchi per lire venticinque Regalie raffinate, che fanno pensare alla bella vita che i ciottoli raccolti dai nostri antenati propiziavano a chi li commerciava.
Le merci che risalivano il Po e il Ticino, ed infine il lago Maggiore, erano necessariamente molto inferiori per quantità, trattandosi di rimorchiare le barche controcorrente: granaglie, ferro grezzo, e soprattutto sale (che in buona parte veniva raffinato a Locarno). In relazione, lungo il Ticino, in tutti i paesi dotati di luoghi di sosta e ricovero per i barconi e i cavalli fioriva da sempre il contrabbando del sale, represso con ferocia pari alla protervia dei contrabbandieri.
Egual ferocia attendeva del resto i ladroni di strada.
Un tale abate Richard, soffermatosi a visitare il lago e le isole Borromeo, uscendo da Sesto sulla strada per Milano si dispiaceva dello spettacolo offerto dalle teste dei ladroni esposte su pali, atroce monito agli emuli: "quantità de testes d'hommes qui sont exposees, d'espace en espace, sur des poteaux".
Sul lago le merci viaggiavano anche di domenica, contrariamente a quanto avveniva per il Naviglio. Erano trasportate su grandi "barche di commercio", con vela quadra altissima e stretta, a ferzi verticali, talvolta colorati. Alcune barche erano armate con due alberi, il primo più alto.
I venti principali cui ci si affidava erano chiamati "Inverna", il sud ovest, "Mergozzo", il ponente, "Vento o Maggiore", la tramontana, "Vento Bergamasco" per analogia col lago di Como, lo scirocco, "che soffia di rado".
La difficoltà a stringere il vento con la vela quadra rendeva lunghissimo il bordeggio, mentre il regime dei venti, particolarmente in estate, rendeva pigrissimo il veleggiare; a meno che il "Valmaggino", o qualche improvviso vento temporalesco non alzasse il lago, e allora erano dolori, bestemmie, liti selvagge fra i barcaioli. Così almeno ci riferiscono alcuni viaggiatori  stranieri del tempo, già scandalizzati dalla "sporcizia indicibile,, dell'osteria di Magadino, dal puzzo dei paesi, dalla folla di straccioni che accoglieva i viaggiatori in tutti gli approdi del lago, richiedendo con insistenza, per umili servigi, la "bona mano".
"Bona mano, bona mano, sont les seuls mots jusq'a present que j'ai entendu dans l'Italie". Così il citoyen  Cambry, prefetto dell'Oise, coinvolto anche lui in una  burrasca del lago, durante la quale, nella discordia  del barcaioli, aveva preso il timone, e portato, da buon  bretone, la barca in salvo.
E nella stagione di poco vento? Quando non sovviene il vento le merci vengono trasferite su barche minori e si spendono alcuni giorni per far loro trascorrere il lago a forza di remi.
Così si navigava al periodo considerato, come da secoli, anche se dal 15 febbraio 1826, per iniziativa del console americano in Francia, Edward Church, aveva iniziato a solcare le acque del lago, il battello a vapore per passeggeri "Verbano", dotato comunque di una grande vela quadra e di un fiocco, costruito a Locarno per un costo equivalente a 50.000 lire austriache; e 60.000 lire austriache era costata la macchina a vapore,  costruita a Birmingham.
Una atmosfera la pressione, 300 Kg. all'ora di legna  di faggio o quercia il consumo. Quanti boschi si saranno abbattuti per alimentarne il focolare!
Due viaggi al  giorno:  Magadino-Sesto, Sesto Magadino, toccando tre stati svizzero, sardo, lombardo-veneto.
E una bòsinada diceva:
      In sta barca gh'è poeu dent
      tutt i comod per la gent.
      El gh'è di sal, di gabinet,
      gh'è fin dent di stanz de let,
      e chi voeur fa un marendin
      e chi voeur po bev el tè.
 
Ma dimentichiamo i viaggi felici dei sciòri amanti del progresso e dei pellegrini alla Madonna del Sasso e  ritorniamo ai trasporti delle cose.
 
La merce che al termine del solitamente pigro veleggiare giungeva a Sesto Calende veniva caricata su barche idonee a scendere il Ticino, distinte in cagnone, lunghe 24 metri, larghe 4,76, generalmente munite di un casotto coperto, con portata di 34.000 Kg e immersione di m 0,78, borcielli pure lunghi 24 metri, ma larghi m. 4,56, capaci di 30.000 Kg. di carico con immersione di poco inferiore , poi cormane, più piccole, barche corriere, capaci di 60 persone e piccole merci, cavrioli, normalmente usati per riportare a Milano, a Pavia o a Pontelagoscuro Pontelagoscuro:) cavalli e garzoni che avevano trascinato contro corrente le barche col piccolo carico ascendente.
 
Va ricordato che il Ticino ed i navigli veniva percorsi anche da zattere di legname d'opera, condotte da vari navalestri zattere che sul Ticino erano dette "foderi" o "ceppate", mentre sul lago di Como e sull'Adda erano chiamate floss, con termine austriaco.
"Le barche che scendono il Ticino sono indispensabilmente munite di un timone a pala e lungo albero, onde superare in ogni istante e con poderoso braccio di leva la forza della corrente per governarle sui luoghi di maggior pericolo". Altri timoni minori, piazzati su diversi punti del bordo, venivano operati contemporaneamente da altri barcaioli. I barcaioli, del resto, erano sempre almeno quattro "nella critica discesa".
La veniva affidata a Sesto dal proprietario ad una guida detta "parone", normalmente di Castelletto Ticino Castelletto Ticino), ove esisteva appunto una "università" o "Corporazione", di tali paroni. Il parone guidava la barca lungo le rapide o "ramme", o "rabbie", del Ticino da Sesto a Tornavento, distinte ciascuna con un nome: il "Panperduto", Trovare e fotografare tutte le rapide) ,la "Miorina",il "Legura", la "Lanca", la "Monga" "Cavalazza" l'"Asnino", il "Ramm".
 
In questo tratto (da Sesto a Tornavento) le barche, così guidate, "discendono in novanta minuti, a guisa di locomotive, con una spaventevole velocità".
Si lasciava sempre trascorrere un tempo determinato fra la partenza di una barca e la partenza della successiva, perchè non vi fosse pericolo che una barca raggiungesse la precedente, con rischi gravissimi. Inoltre, già dai tempi di Galeazzo Sforza, ci si preoccupava di "far fendere i sassi che sono di impedimento  alla navigazione".
 
D'altro canto, nel caso di incidente e conseguente perdita della barca e mercanzia, la procedura era semplice: "il parone cui fonda o perisce una o più barche con il carico ne riporta dalla più vicina autorità locale un attestato comprovante l'avvenuto infortunio, in vista del quale è esonerato da qualunque indennizzo".
 
Superate le "rabbie", e giunta la barca sotto Tornavento, lasciando lo sperone a sinistra si imboccava la "Bocca di Pavia" Bocca di Pavia: ) da cui si proseguiva la navigazione del Ticino; lasciando invece lo sperone a destra, si imboccava il Naviglio. Qui il parone saltava a terra e tornava a piedi a Sesto Calende, mentre un secondo parone reggeva la barca sino al disotto di Robecco (dove l'acqua del Naviglio perde ogni velocità). Da Robecco un terzo parone la reggeva sino a Milano, dove veniva consegnata al "parone del fosso", che la conduceva in ripa al Naviglio interno, a S. Eustorgio, per riportarla poi vuota alla darsena dove l'aveva presa carica Il mercante affidava allora la barca ad un "fattore", dotato di cavalli e garzoni, perchè la riportasse a Tornavento, mentre egli stesso ritornava normalmente al lago per via di terra o con una barca corriera.
Il fattore combinava le "cobbie", cioè il treno di sei, otto barche, trainate da  dieci-dodici cavalli, guidati ciascuno da un garzone, e, sotto la guida del fattore stesso e di un sottofattore o fattore di terra il traino risaliva sino a Tornavento. Di li cavalli e garzoni, "dopo breve riposo", tornavano a Milano o Pavia con un cavriolo.
I tempi impiegati nella navigazione variavano, ovviamente, con il variare del livello e della velocità dell'acqua del fiume. In caso di scarsità d'acqua si ricorreva alla "lèvia", cioè le barche veniva alleggerite; in occasione delle piene il traffico veniva sospeso.
E di piene il Ticino ne conobbe di straordinarie. Per citarne solo alcune, nel settembre del 1177, appena costruito il primo tratto del Naviglio (allora precipuamente inteso come canale di irrigazione), "fuit diluviuon quo majus non fuit a diebus Noè"
Il Ticino cambiò letto e le opere di presa del Naviglio vennero distrutte con spese gravosissime per il ripristino.
 
Ancora nel 1585 una piena straordinaria rovinò, le opere di presidio, lasciando in asciutta tanto il Naviglio quanto la "Bocca di Pavia", da cui proseguiva la navigazione sul Ticino.
 
Sospese le comunicazioni, fermi i mulini, inariditi i canali di irrigazione, il magistrato delle acque dopo febbrili e diplomatiche trattative con una schiera di tecnici, dei quali ognuno proponeva una soluzione diversa, affidò all'ing. Meda la stesura di un progetto e l'immediata realizzazione dei lavori con cui si dette forma all'attuale incile del Naviglio, arricchito in questa occasione di molta acqua alzando la soglia della "Bocca di Pavia".
Ancora una terribile piena nel 1755 e poi quella memorabile del 1868 quando "il muggito del fiume e il crosciare delle frane che si staccavano dalle alte ripe udivasi sino a Somma. Chi visitò Sesto rammenterà con raccapriccio i lamenti che mandavano le crollanti case quelli che, ritrosi dapprima ad abbandonare la roba loro, deploravano troppo tardi di dover colla roba abbandonare anche la vita". Così la prosa del Melzi.
Riferendoci quindi ad "acqua mezzana", ecco i tempi medi di navigazione delle barche cosiddette di commercio. Da Sesto a Pavia si impiegavano da sette ore a una giornata, e cinque giorni da Pavia a Pontelagoscuro. Rimontando, da Pontelagoscuro a Pavia, con poco carico, da 20 a 25 giorni. Solo in viaggi felicissimi d'estate 18 giorni Da Pavia al lago Maggiore lungo il Ticino da venti a trenta giorni, con barche accoppiate vuote o con piccolo carico.
Per quanto riguarda invece la navigazione verso Milano: da Sesto a Tornavento si impiegavano novanta minuti (toccando sulle rapide le venti miglia all'ora), da Tornavento a Milano 8-9 ore. Al ritorno, da Milano a Tornavento, prima della costruzione della strada alzaia lungo il Naviglio (1824-1844), si impiegavano quindici giorni con 25 cavalli e altrettanti garzoni per un convoglio di cinque sei barche. A seguito della costruzione dell'alzaia solo tre giorni e la metà dei cavalli.
Da Tornavento a Sesto, per sole 18 miglia, ma vincendo le rapide già ricordate, si impiegavano da una a due settimane dovendosi staccare le barche per farle avanzare ad una ad una, spesso portando parte dei cavalli sulla sponda opposta del fiume, per combinare in modo opportuno la trazione.
Ecco quindi che, dopo la costruzione dell'alzaia, considerando come su un tempo totale medio di navigazione per il viaggio Sesto-Milano-Sesto di meno di dodici giorni, oltre la metà venivano spesi per risalire le rapide da Tornavento a Sesto, sorse ad uno studioso di trasporti (ed il nome sarà una sorpresa per molti) l'idea di realizzare tra Tornavento e Sesto una ferrovia per il rimorchio delle barche per via terra.
Le barche estratte dall'acqua a Tornavento e poste su grandi carri di tipo ferroviario a 8 ruote sarebbero state trainate da cavalli su una via ferrata attraverso le brughiere e reimmesse in acqua a Sesto.
Il numero delle barche da trasportarsi annualmente sarebbe stato di 5.000 cagnone, 1.400 burchielli e 300 barche minori. Il numero dei cavalli previsto 100, e circa 100 gli uomini, il fatturato annuo previsto 364.000 lire austriache, oltre un miliardo e mezzo di lire attuali.
Ideatore dell'impresa, estensore del progetto iniziale  e poi grande patrocinatore della realizzazione presso autorità e privati fu Carlo Cattaneo Carlo Cattaneo.), futura guida delle  cinque giornate di Milano, che già si era occupato, e ancora si sarebbe occupato in futuro, di altri e più importanti progetti di ferrovie, miniere, irrigazioni, bonifiche, progetti quasi tutti votati a rapido fallimento.
Per dare forma al progetto della ferrovia delle barche Cattaneo costituì nel 1844 una società con un certo Frattini, suo intimo amico e futuro compagno di barricate e con Francesco Besozzi, agente della contessa Belgioioso, nata Parravicino, dei grandi proprietari di Tornavento. In seguito si aggiunsero nuovi soci: Carlo Vismara di Vergiate Trovare la documentazione); Bigio Viganotti Trovare la documentazione), futuro sindaco di Sesto Calende e grosso proprietario di barche, e altri.
La società ebbe inizi difficili. Il Governo era incerto se concedere la patente di costruzione della "ferrata". Fu necessario far entrare per un sesto nella società (scrittura privata 27 maggio '47) il ginevrino Giacomo Mirabaud, banchiere internazionale, patron finanziario del ducato di Parma, che era persona idonea ad ottenere dalla Eccelsa Imperial Regia Cancelleria Aulica Riunita la sospirata concessione. Mirabaud partì, brigò, ottenne assicurazioni, presentando poi una nota spese per viaggi e mance di 13.500 lire austriache, diciamo una settantina di milioni.
Ma ormai era il '48; Cattaneo, uomo più di pensiero che d'azione, veniva trascinato forse suo malgrado a guida della sollevazione di Milano, fondava il Consiglio di Guerra, trattava da pari a pari con Radetzky.
 
Sono note le vicende a seguito delle quali a capo del Governo Provvisorio della Lombardia, istituito il 20 marzo, fu posto Casati anzichè Cattaneo, che restò comunque l'anima del Governo stesso.
Ciò, che appare meno chiaro è come il 21 aprile del '48 a sole quattro settimane dalla sua istituzione, il Governo Provvisorio, con tutti i problemi che doveva affrontare, finanziari, di contenimento degli umori delle masse popolari, di rapporti col Piemonte, eccetera, abbia trovato il tempo per "vedere la domanda presentata per ottenere il permesso di costruire lungo il Ticino una strada privilegiata per il rimorchio delle barche", riconoscerne la pubblica utilità, e concederne il privilegio esclusivo, in data 29 aprile '48.
E' fondato il sospetto che Cattaneo, pure in quelle giornata roventi di passioni, di lotte intestine nel Governo, di prese di posizione coraggiose, abbia spinto le cose nel senso a lui favorevole, e si oserebbe dire che alcuni concetti esposti nel decreto di concessione siano del Cattaneo stesso, che nella società aveva conferito 5.000 lire austriache, compenso dei suoi studi preliminari al riguardo.
E' certo comunque che il decreto del governo delle Cinque Giornate e molto più favorevole alla società concessionaria che non il decreto che sarebbe stato emanato, due anni più tardi, il 18 marzo 1850, decreto del restaurato Imperial Regio Governo, per il quale tra l' altro:
a) la concessione non era più esclusiva,
b) non veniva concesso l'esproprio dei terreni necessari alla via
c) le tariffe del trasporto avrebbero dovuto essere sottoposte alla approvazione dell'Imperial Regio Governo prima dell'esercizio della ferrovia
Ecco comunque il testo del decreto Imperial Regio, lievemente abbreviato:
 
"Vista la domanda di Francesco Besozzi Trovare: vedi nota piu' sopra.) di costruire una strada a ruote ad uso di cavalli per il rimorchio delle barche che dal Po e dal Ticino risalgono al lago (omissis),
 
art. 1) la concessione è impartita. La concessione non resterà peraltro a carattere di privilegio esclusivo;
art. 2) la larghezza della strada non sara inferiore a 7 metri, di  cui metri 3, destinati a sopportare le rotaie, saranno inghiaiati, e due metri per parte ne costituiranno il ciglio, in forma di banchine;
art. 3)  esta cura del Besozzi di intendersi coi proprietari dei fondi, avendo egli rinunciato al diritto di espropriazione, che non potrebbe per altro essergli accordato;
art. 4) dovrà l'imprenditore Besozzi presentare all'Imperial Regia Direzione Lombarda per le Pubbliche Costruzioni per l'opportuna approvazione il progetto esecutivo della strada, con tutti i dettagli specialmente per ciò che si riferisce alle curve, alle opere di sicurezza, come pure alle opere di ponti, viadotti, tombini, etc. e dovrà sottoporsi ad ogni prescrizione che gli sia fatta da essa Direzione Lombarda delle Pubbliche Costruzioni, salvo ricorso in caso di discrepanza alla Imperial Regia Direzione Superiore delle Pubbliche Costruzioni in Verona".
 
Negli articoli successivi veniva poi prescritto il tempo di realizzazione (tre anni dalla data di concessione), le norme del collaudo, l'obbligo di esporre la tabella dei noli, l'impegno che lo Stato, ove si fosse servito della ferrovia per scopi civili o militari, lo avrebbe fatto pagando L'ordinaria tariffa e infine la prescrizione che le tariffe, prima dell'esercizio del trasporto, avrebbero dovuto essere sottoposte per approvazione all'Imperial Regio Governo.
 
Cattaneo era ormai da due anni rifugiato a Castagnola, presso Lugano, ove viveva in una casa modestissima, sempre occupandosi di progetti grandiosi. Il 9 agosto del '48, prima di lasciare Milano che si arrendeva in quel giorno stesso a Radetzky, aveva intestato con rogito del notaio Guenzati le sue azioni della società alla moglie, inglese, per evitare una possibile confisca.
Il decreto di concessione e la sospirata trasformazione della società in anonima lo spinsero a una nuova frenetica attività epistolare per trovare finanziatori alla società, cui occorrevano oltre 1.500.000 lire austriache (oltre 7 miliardi attuali).
Cattaneo si adoperò a Londra presso banchieri suoi amici (Devaux), a Parigi presso Enrico Cernuschi, suo compagno di barricate durante le cinque giornate, ora banchiere in Francia, presso il barone de Bruck ed il sig. Czornig, personalità già legate all'Austria, e presso vari banchieri milanesi. Trattative in gran parte abortite in ragione del cattivo carattere del Cattaneo.
Nelle sue lettere chiamava la ferrovia delle barche "tram road", mentre più tardi, una volta realizzata, la via assunse il nome di ipposidra.
 
E a Sesto ne resta traccia nel nome di una strada Trovare la strada ( Nella relazione di stima dei terreni del Parravicino si legge invece Ferrovia Ipposidire ).
Per trovare sottoscrittori non si trascurò di ricordare le pene dei cavalli addetti a trascinare le barche contro la corrente delle rapide: "E in un tempo come il presente, in cui si fanno sforzi dalle nazioni più colte per ottenere l'abolizione del commercio degli schiavi, è ben da desiderarsi che lo stesso sentimento di umanità si risvegli anche in favore dei cavalli  ossia di queste povere bestie che non meritano al certo di essere così barbaramente e crudelmente trattate coll'assoggettarle a continue battiture e farle morire di spasimi, fino all'ultimo sospiro nell'attiraglio di barche contro le correnti più forti".
E altrove: "Molto guadagnerebbe l'umanità nel sollevare una quantità di persone dal faticoso rimorchio delle barche in Ticino, che le abbrutisce, e di sollevare dalle penosissime fatiche tanti cavalli che, travagliando contro la forza delle correnti di un fiume in un letto sassoso, per ghiacci e per dirupi sempre esposti alle intemperie ammalorano (sic) e si consumano in due anni e poco più di sforzi".
Finalmente il 16 aprile 1856 i banchieri Mondolfo, Brambilla, Turati, Ponti, Bellinzaghi, in poche ore sottoscrissero buona parte del capitale della società (esattamente 600.000 lire), emettendo per il resto un mutuo. L'elenco definitivo degli azionisti comprende comunque ben 84 nomi di nobili e borghesi, in parte milanesi, in parte delle zona interessata, soprattutto di Sesto.
Il preventivo di spesa venne indicato in 1.680.856 lire austriache, delle quali 785.359 per le operazioni di movimento di terra, fabbricati, opere d'arte; per i binari, del peso complessivo di 7.500 quintali, L. 348.750, ovvero l'enorme cifra di circa 2.500 lire attuali al Kg. Le rotaie pesavano circa Kg 20 al metro e costavano 10 austriache lire al metro. Erano più pesanti di quelle delle ferrovie francesi, ed eguali a quelle della ferrovia da Vienna alla Bosnia.
Per i 100 cavalli previste L. 50.000, cioè per ogni cavallo quanto guadagnava un uomo in due anni, e per, i pesantissimi carri (28 a 8 ruote e 6 a 4 ruote), spesa prevista 87.000 lire austriache.
All'atto pratico si risparmiarono sul previsto ben 199.431 lire, ciò che ha oggi dell'incredibile .
Il giorno 9 Febbraio '58 si era eseguito a Tornavento il primo esperimento pratico di attiraglio dei carri, su un breve tratto orizzontale e poi su una livelletta del 2% .
  " Vano il pensiero che in quell'esperimento si fossero impiegati  i cavalli migliori, che lo sforzo esercitato in piccola scala non  si abbia a conseguire per tutto il tramite della ferrata, e che la  barca di prova non fosse una delle più pesanti di quella specie:
  fummo noi stessi spettatori, e possiamo tranquillarci, che il desiderio di trovar bene non ci abbia ingannati, massime che il risultato ha corrisposto ancora più che non fossero le nostre aspettative: contro quel vano pensiero abbiamo anzi il dolce conforto di contrapporre l'osservazione che in quell'esperimento fu adoperato il doppio carro modello di Londra, del peso maggiore di alcune tonnellate dei carri attualmente adottati e che, nonostante, fummo noi stessi ad impedire che i cavalli corressero al trotto"
 
La ferrovia iniziava sotto Tornavento da una darsena di pianta rettangolare e dimensioni dell'ordine di 100 metri per 40, collegata direttamente al Naviglio Grande. Sul fianco della darsena, un fabbricato lungo e stretto, con la scritta "Stazione di Tornavento della Ferrovia delle Barche",(D3508) alloggiava quaranta cavalli addetti all'attiraglio nella prima tratta della ferrovia; altri quaranta erano alloggiati alla stazione di Strona Strona: La storia di questo fiumiciattolo e' legata alla storia della comunita' per l'uso delle acque defluenti di un vasto bacino imbrifero di oltre 50 chilometri quadrati e che assorbe circa 60 milioni di metri cubi di acqua. Fino alla fine del secolo scorso le acque dello Strona erano preziose, soprattutto d'estate, quando scarseggiva l'acqua piovana e i pochi pozzi erano insufficienti per dissetare la popolazione e il bestiame. Per i bucato era poi la consuetudine, dutrante i mesi estivi, recarsi allo Strona S. caterina o ai " Lavandai" sulla strada pe Golasecca, con carri trainati da mansueti asini e con teorie di carriulo spinte a mano. ma da sempre le acque dello Strona sono sefv ite per irrigare vaste aree private che fiancheggiano il fiume e che si spngono fino a lambire le coste del Vigano e che si affacciano sul Ticino. Il fiume Strona, affluente di sinistra del ticino nasce in territorio di Galliate Lombardo e Daverio; scende per Casale Litta; attraversa i territori di Crosio della valle, Mornago e Arsago; lambisce la brughiera di Vergiate ed entra nel territorio di Somma Lombardo a nord del poligono di Tiro a Segno nazionale all'altezza dei Mulini COOP e del Gadda. Dopo i sottopassaggi della ferrovia, attraversa la zona di S. Caterina, così chiamata per una cappelletta che esisteva anticamente e dedicata alla patrona d'Italia; ancora oggi luogo di scampagnate per il largo defluire delle acque e ombreggiata da piante ad alto fusto. Dopo qualche centinaio di metri sulla sinistra del fiumicello, una dighetta funziona da scolmatore dando inizio al ramo che poi precipita a vallo fino allo sbocco del fiume Ticino in localita' "Canottieri". Questo ramo e' chiamato volgarmente "Stronaccia" o "Strona vecchia". Il ramo principale, dopo l'irrigazione di vaste zone prative, raggiunge la localitaì "Lavandai" o "Stazione delle barche", che richiama l'antica lavanderia e la stazione della "Via Ferrata per le barche". Piuì avanti lo Strona alimenta il "Mulinetto", ultimo avanzo di una civilta' romantica (oggi fattoria agricola). Il fuimiciattolo, continuando il suo corso e la sua funzione irrigatrice va esaurendosi nelle ultime bonifiche private del Vigano.Lungo il suo corso, lo Strona da secoli ha alimentato una serie di mulini per la macina del grano e la pilatura del riso. Ancora popolari e ricordati sono i mulini del "Coop", del "Gadda" e del "Brascin" che hanno funzionato fino agli anni 1940. Ora sono in disarmo e trasformati in abitazioni o in caratteristiche ville di campagna.
 
), sotto Somma Lombardo, in un grande fabbricato detto oggi dei "lavandai", ma che sulle carte militari al 25.000 è tuttora indicato come "Stazione delle barche".
Alla darsena di Tornavento le barche venivano fissate; ancora in acqua ai carri ferroviari, che avevano scartamento di oltre due metri. All'operazione erano addetti due uomini e un "capouomo".
Un impiegato registrava il trasporto e staccava la bolletta, i cavalli puntavano contro il pettorale, e il lungo carro col suo lungo carico, i "fantini", i barcaioli, iniziavano il viaggio di oltre 17 chilometri (per la precisione 17.697 metri) verso Sesto Calende.
Viaggio sereno e silente, possiamo immaginare, ritmato solo dal passo dei cavalli e dalle voci del bosco, diverse ad ogni stagione, il canto degli uccelli il frinire delle cicale o il silenzio della neve.
E forse la voce dei navalestri, seduti sulle mercanzie, a cantare la canzone della bella che a quindici anni faceva l'amore, o la filastrocca dell'"Ara bell'Ara discesa Cornara", legata in qualche modo al loro navigare, perchè la bella Arabella Cornaro era stata impiccata dal marito, il conte Marino, quello di palazzo Marino, esattore generale dell'imposta del sale per tutto il Ducato, proprio nel giardino della loro villa di Gaggiano, affacciata al Naviglio.
Conosciamo le caratteristiche dei terreni attraversati dal lento convoglio: quanto aratorio di prima, di seconda, di terza squadra, quanta brughiera, brughiera boscata, bosco ceduo, terreno vitato, castanile, foglia di gelso: all'archivio di Somma una relazione dell'Ing. Carlo Vismara Carlo Vismara - trovare i documenti) elenca e valuta tutto, purtroppo con calligrafia minutissima. La valutazione dei terreni e' fatta in funzione del prodotto ricavabile. Ad esempio la brughuiera nuda ( in funzione del brugo tagliato ogni 4 anni ad uso di strame, o persostegno ai bozzoli) 35,32 lire a pertica; il bosco cedue castanile (100 pali e 300 fasdcine ogni 9 anni) 102,75 lire austriache a pertica; l'aratorio di prima squadra (per la produzione di due raccolti annuali, segale e miglio) 204,80 lire austriache a pertica.) Quanta vite sulle costiere oggi incolte! Quante querce abbattute!
Dalla darsena di partenza Fare fotocopie dal libro del Ticino presso la biblioteca, inclinata come ad invito rispetto all'argine del Naviglio, la via ferrata si dirigeva alla costiera, e, raggiuntala, iniziava a salirla lentarmente sino ad intersecare la vecchia via da Milano al porto di Oleggio, vegliata dalla mole della Regia Ricevitoria Regia Ricevitoria o Cascina Parravicino a 211 msm. ).
Di questa via che scendeva al porto di Oleggio con tre lunghi tornanti, resta il tratto iniziale: il primo tornante è stato alterato dallo scavo del Villoresi, e sostituito, per cosi dire, da uno stretto ponte sul canale. Il secondo tornante, abbandonato, si scorge ancora, marcato da un bel paracarro di granito rosa Da trovare il paracarro in granito rosa. ).
Scendendo da questo tornante per l'antica via, oggi erbosa, dopo quasi 150 metri si è nel punto ove la ferrovia delle barche incrociava la strada (D-xxxx), e, guardando a sinistra, se ne scorge la traccia.
Da quel punto, a causa della terra scaricata sulla costiera durante lo scavo del Villoresi, e a causa dei lavori di scavo del canale industriale, sparisce ogni traccia così della vecchia via (che proseguiva nella stessa direzione per altri 100 metri circa sino al terzo tornante), come della ferrovia delle barche, che proseguiva la sua lenta ascesa.
Più avanti la traccia si ritrova, per un tratto di pochi metri, se si scende la strada che porta ai Molinelli Molinelli: ), e, 60 metri prima del ponte sul Villoresi, si guarda a sinistra. Qualche centinaio di metri più avanti, scendendo la costiera dalla pista di cemento che parte dalle rovine della cascina Belvedere Cascina Belvedere ), si trova presto un tratto ben conservato della ferrovia.
Un muraglione di sassi reggeva, qui come altrove, la ripida costiera soprastante, e si deve dire che questi poveri sassi di fiume, poco o nulla incementati, hanno retto discretamente bene al tempo e alle pioggie; peggior danno hanno fatto i tedeschi, durante l'ultima guerra, facendo scavare trincee proprio su questo tratto del tracciato della ferrovia. Ai lati della via si notano ancora per lunghi tratti i fossetti di scolo dell'acqua piovana, in sassi non cementati.Trovare e fotografare )
Giunta al piano alto, in località Fugazze Fugazze:) oppure detta Cascina Borletti, la via piegava un poco ad oriente, sino ad intersecare la strada da Somma a Turbigo, (detta allora "Comunale del Barchetto", in corrispondenza della strada che oggi porta a Ferno. La ferrata affiancava poi la "comunale del Barchetto", scostandosene solo poco dopo l' attuale strada che porta alla Malpensa, per seguire il profilo della costiera.
 
A Somma, sotto S. Rocco S. Rocco:), la ferrovia delle barche passava su di un ponte, le cui spalle sono ancora perfettamente visibili, scavalcando un po' in diagonale la provinciale della Malpensa, e doveva essere straordinario, dalla strada in lieve salita, veder passare contro il cielo un così singolare equipaggio.
Dal piano di Somma, dove un piccolo fabbricato presso l'attuale via Villoresi Trovare via Villoresi) fungeva da ricovero per i cavalli in attesa dello scambio, le barche scendevano, "mediante taglio ardito", alla valle della Strona. La via esiste ancora, in discreto stato, protetta da un grande muraglione Trovare e fotografare ). Purtroppo pochi anni or sono la "Snam", ha pensato di utilizzare questa via per interrarvi un metanodotto, sconvolgendone il fondo.
I carri scendevano la costa senza cavalli, frenando.
Quattro frenatori di scorta stavano alla stazioncina Trovare e fotografare) di via Villoresi.
Al termine della costa trovavano il ponte sulla Strona Trovare e fotografare), altissimo, costruito con una spesa di 60.000 lire (300 milioni attuali); cifra esigua per l'importanza dell'opera, tuttora in esercizio, essendo stato poi il ponte acquistato dal Comune di Somma dal fallimento della Società, come diremo.
Superato il ponte sulla Strona, il carro e la barca viaggiavano su di un lungo terrapieno, con tre ponti tuttora visibili, e poi in piano sino poco oltre la strada Golasecca-Sesona, dove, in località Groppetti (detta Gruppina), trovavano una ripida discesa: 12,50% di pendenza Trovare e fotografare ). Qui il carro veniva agganciato ad un cavo di 850 metri che, mentre il carro con la barca scendeva frenando, trascinava verso l'alto, su un binario parallelo, un carro vuoto. Il carro di ritorno, pur senza barca, costituiva  un contrappeso di molte tonnellate Costo del cavo: 4.140 lire austriache, ovvero oltre 20 milioni  Si considerava nel conto previsionale, di doverlo sostituire in cavo a cinque anni, e di ricavare dalla vendita del cavo usato la metà del valore iniziale.
Alla fine della discesa, a poche decine di metri dalla zona Trovare e fotografare ) dove è stata realizzata ultimamente la galleria artificiale della nuova autostrada per Gattico, in corrispondenza di una profonda valletta, si trovava un altro ponte importante Individuare la zona), largo perchè a doppio binario e pure molto alto. Ma l'appoggio delle spalle al terreno dovette essere infelice e il ponte crollò attorno al 1900; le pietre squadrate precipitate nella valletta sono state asportate, o inghiottite dalla vegetazione.
Poco oltre un ponte sovrappassa la trincea Trovare e fotografare) in cui correva, si fa per dire, la ferrovia, e prima e dopo il ponte, tre paracarri di granito Trovare e fotografare) della Società, marcati con bella impronta S.F., Società della Ferrata, spiccano nel brugo. poi la traccia sparisce Quasi a Sesto calende, il ponte su cui l'antica via Ducale per Milano, la via Mercantera, scavalcava la ferrovia delle barche, che in questo tratto viaggiava in trincea.). La via scendeva verso il fiume per la via detta oggi "via vecchia" Trovare e fotografare , e giungeva il località "Mulini" Trovare e fotografare), dove il rio Oneda Trovare e fotografare) da sempre aveva mosso appunto dei mulini Trovare e fotografare ), ed operava anche una segheria Trovare e fotografare), donde il nome di "Mulino della Resica".
Qui i carri con le barche arrivavano su terrapieno Trovare e fotografare), a 20 metri di altezza dal pelo dell'acqua, e vi venivano calate con una piattaforma-ascensore munita di contrappesi, mossa da una ruota ad acqua. Opera per quel tempo gigantesca: la piattaforma mobile era lunga trenta metri, i muraglioni di sostegno larghi oltre un metro e cinquanta.
Scese nell'acqua tranquilla del bacino Dove???) e del largo fiume le barche venivano rimorchiate alla piarda di Sesto, sempre a cura e con cavalli della Società. Agli studi iniziali di Cattaneo seguì il progetto completo, e molto diverso, dell'ing. Bermani, Trovare tutti e due modificato poi dall'ing. De Simoni.
Durante la realizzazione dell'opera sorsero roventi polemiche tra i tecnici ed il consiglio della Società, con dimissioni, libelli e contro libelli. Purtroppo alle beghe interne fece da contrappunto una serie di questioni con i proprietari dei terreni attraversati, cui ancora molti anni dopo la realizzazione dell'opera non erano stati pagati i fondi e neppure e le imposte sui fondi occupati. Spulciando tra le proteste presentate alle amministrazioni dei comuni interessati, tutte scritte con bella calligrafia e stile, e firmate invece con poco più che una croce: leggiamo ad esempio:
"Già da 8 anni i sottoscritti ebbero a prestare alla Società il terreno necessario alla costruzione. Intrapresa e ultimata la strada da alcuni anni, e non prestandosi la Società al pagamento delle imposte ne del reale valore integrale del fondo, obbliga i sottoscritti ad interporre gli uffici della Deputazione la quale, sebbene avesse ricorso in varie occasioni al Governo, non ebbe miglior esito.
Senonchè in occasione dell'anno 1858 (7 agosto), la Commissione Governativa incaricata del collaudo della strada per indi permetterne l'apertura si è trovata nella sua visita alla stazione di Strona.
La citata Deputazione avendo caldamente raccomandato il pagamento dei fondi occupati, fu la sua domanda presa in considerazione da quella spettabile Commissione e sul relativo protocollo la Commissione medesima ebbe, fra gli altri obblighi, ad imporre all'Amministrazione delle Società che dovesse essa presentare al Governo le dichiarazioni delle Deputazioni dei comuni interessati, equalmente fossero stati indennizzati i proprietari dei fondi occupati, sospendendo frattanto il Governo di emettere il necessario permesso di apertura dell'esercizio della Ferrata.
Ma, l'Amministrazione invece di adempiere alle ingiunte prescrizioni ha creduto fin qui di ghermirsi (sic) praticando senza permesso l'esercizio della strada.
Meglio che non alle vie di fatto di cui si crederebbero i sottoscritti in diritto, amando evitare alla Società le dannose conseguenze, trovano di addormandare da codesta lodevole Giunta comunale e Sindaco che sia fatto immediatamente cessare l'esercizio della ferrata che, in mancanza del governativo permesso, rimane totalmente abusivo".
Ed ecco dopo poco l'ingiunzione del Comune a sospendere l'esercizio abusivo entro tre giorni. Il comando della Guardia Nazionale fu incaricato di vegliare e impedire ogni successiva contravvenzione, cioè l'esercizio.
Non tutti i torti erano però dalla parte della Società:
delle 31.129 lire occorrenti per acquisto di terreni nel comune di Somma restavano da pagare, nel '60, solo lire 1 760,67 come risulta da una lettera del consiglio di Amministrazione, firmata Turati,  Allemanini, Brambilla.
 
Tanto interessato clamore fu comunque, come spesso, è inutile: la Società era votata a rapida fine.
L'inizio dell'esercizio si situa nel 1858. I conti economici erano basati su una previsione di trasporto di 18 barche al giorno, corrispondente alla totalità del traffico fluviale. Invece il misoneismo dei mercanti e l'opposizione dei barcaioli, abituati al viaggio su per le rapide, fece sì che se ne trasportassero solo 8 giornaliere. Pare inoltre che le barche, mancando la spinta esterna dell'acqua, si danneggiassero nel trasporto, o fu una voce sparsa ad arte, e raccolta.
Quello che più conta, nel '65 vennero attivate le Ferrovie Arona-Novara e Sesto-Milano, che sottrassero gran parte del carico alla navigazione fluviale. Il primo ponte ferroviario di Sesto fu posto in esercizio nel '68: era un ponte in legno, riservato solo alla ferrovia, coperto come il ponte pedonale di Lucerna. Ne restano poche fotografie.
Nel '65 stesso, dopo soli sette anni di esercizio la Società per la ferrata fallì.
Liquidati i 100 uomini e 100 cavalli, le rotaie e i dadi di vivo su cui poggiavano furono rilevate dalle Ferrovie dello Stato. La darsena di Tornavento, acquistata dal conte Parravicino, riempita di terra Trovare e fotografare ) e ritrasformata in prato, oggi, dopo una pioggia importante, marca il perimetro antico, essendo il terreno rimesso più  permeabile del circostante. trovare e fotografare con cartina) Nel lungo fabbricato della stazione Trovare e fotografare), pure acquistato dal conte Parravicino, fu impiantata una tessitura di cotone Trovare e fotografare), mossa da una ruota ad acqua sulla Gora Molinara Trovare e fotografare), appositamente deviata. Poco dopo nello stabilimento lavorava una non piccola colonia di operai
 
Della linea in salita dal piano del fiume, sotto Tornavento, sino al piano della Malpensa Trovare e fotografare), rimangono, come già detto, solo pochi tratti riconoscibili; un lungo tratto è stato coperto dalla terra scavata per realizzare il canale Villoresi Trovare e fotografare), mentre più avanti un altro tratto della costiera è stato asportato da una cava di ghiaia Trovare e fotografare).
Oltre ai ponti ed ai terrapieni in brughiera, resta la discesa sulla costa della Strona e, unico cimelio veramente importante, il ponte sulla Strona di cui abbiamo già detto, acquistato dal Comune di Somma il 29 giugno del 1872, quando la Giunta unanime votò per alzata e seduta (evidentemente tutti si alzarono), doversi acquistare il ponte per lire 5.000, considerato che era costato 60.000 lire e che il vetusto ponte preesistente a fianco Trovare i resti ), su cui passava l'antica via Ducale per il Sempione, era poco più che una passerella in pietra, capace di solo traffico pedonale, mentre i carri e le carrozze da sempre passavano a guado.
Della stazione di Sesto col suo immenso pianale ascensore non resta nulla. Sino a quarant'anni or sono l'osteria della stazione Trovare e fotografare ), già ristoro dei navalestri, serviva ancora minestra e perfido vino ai cacciatori.
Sino, a pochi anni or sono una buona parte dei ruderi dell'ascensore era ancora in piedi e nel bacino si pescavano, fatto curioso, dei pesci rossi. Oggi i muraglioni sono inglobati in una casa Trovare e fotografare), ma ancora visibili.
Di tanto lavoro non resta quindi quasi nulla. Se è vero che il tracciato resterà sempre individuabile, rifacendosi alle belle tavole del Cessato Catasto che si possono consultare all'Archivio Storico di Varese E' possibile consultazione???), i cimeli residui, le massicciate, i terrapieni i ponti, i bei "termini" di granito, sono destinati a sparire.
 
Dimenticate le speranze e le polemiche che ne hanno accompagnato e seguito la nascita, dimenticato voro, immenso e inutile, il termine stesso "ferrovia delle barche" è destinato a completo oblio.
 
 
 
La strada delle barche da Sesto Calende a Tornavento
 
Dal Rotary Club di Tradate
 
L'utilizzo delle vie d'acqua per il trasporto delle merci in Lombardia era praticato da svariati secoli e la realizzazione di opere idrauliche, di canali, di sistemi di irrigazione trovava in Lombardia un ottimo campo di applicazioni. I commerci tra il Lago Maggiore e Milano, tra il Lago Maggiore e Pavia per giungere all'Adriatico, agli inizi del 1800, aveva raggiunto livelli elevatissimi e l'idea di collegare i laghi lombardi, vicino al nord Europa, con i mare era gia' una realta' concretizzata con l'apertura del nuovo Naviglio Pavese nel 1819. I vantaggi che derivavano dal trasporto su acqua erano: la via d'acqua era molto piu' sicura delle strade infestate dai briganti e i tempi di percorrenza erano di molto ridotti rispetto a quelli su strada.
Nella schematizzazione sottoriportata, vengono evidenziate le vie d'acqua esistenti ed utilizzate all'inizio dell'800.
 
 
Come si puo' leggere nella tabella sottoriportata, il tempo piu' elevato rimaneva quello da Tornavento a Sesto Calende e l'idea di sperimentare e realizzare un percorso alternativo fu la forza per la realizzazione dell'IPPOSIDRA o LA STRADA DELLE BARCHE, che, seppur per la sua vita molto breve e travagliata, non deve essere dimenticata, ma piuttosto investigata e capita, e questo e' lo scopo della presente ricerca.
Nell'anno 1844, dopo la realizzazione della strada Alzaia del Naviglio Grande, i tempi di risalita e di discesa nei vari tratti erano i seguenti:
 
Tratto da percorrere                                   in discesa      in salita          KM.
 
Sesto Calende - Tornavento       1,5 ore       7-14 giorni       23,20
Tornavento-Milano via Naviglio Grande       8-9 ore       3 giorni       49,84
Tornavento-Pavia via Ticino       6-9 ore       11-13 giorni       69,3
Sesto Calende-Pavia via Ticino       7-10 ore       20-25 giorni       69,32
Pavia-Pontelagoscuro       5 giorni       20-25 giorni       364,66
 
Il tratto di risalita del Naviglio Grande da Milano a Tornavento, prima della realizzazione della strada alzaia, veniva percorso in 15 giorni, con l'utilizzo di 25 cavalli da traino, 25 garzoni per 5-6 barche.
Questa situazione risultava essere molto onerosa per il trasporto delle merci e le tariffe imposte dai barcaioli non erano soggette a nessun controllo governativo. Cosi' molti uomini di scienza si interessarono al problema, con lo scopo di accellerare i tempi di trasporto, incrementando cosi' il commercio tra nord e sud.
 
Nel 1821 l'ing. Bruschetti, nel suo libro Libro da trovare Nel 1821 l'ing. Bruschetti, "ISTORIA DEI PROGETTI E DELLE OPERE PER LA NAVIGAZIONE INTERNA NEL MILANESE" ) "ISTORIA DEI PROGETTI E DELLE OPERE PER LA NAVIGAZIONE INTERNA NEL MILANESE" aveva raccolto una serie di dati circa i tempi di percorrenza, la quantita' di merci movimentate, le distanze dei vari tratti di canali navigabili e dei fiumi lombardi, che potevano essere utilizzati per le nuove realizzazioni che si intendevano eseguire.
Analizzando questi dati, il Governo Austriaco aveva deciso la costruzione della strada Alzaia del Naviglio Grande da Milano a Tornavento, strada iniziata nel 1824 e ultimata nel 1844, con una grandissima riduzione dei tempi di risalita delle barche a pieno carico, come riportato nella tabella soprastante.
Il problema piu' rilevante rimaneva il tratto di Ticino da Tornavento a Sesto Calende per le barche in risalita, in quanto il tratto del fiume risultava avere elevate pendenze e vi erano molte rapide che rendevano difficoltosa la risalita; inoltre si doveva procedere da una sponda all'altra, traghettando continuamente e sostituendo i cavalli, stremati per lo sforzo a cui erano sottoposti.
All'epoca, il tratto del Ticino da Tornavento a Sesto non era regolato da nessun sbarramento artificiale (infatti tutte le opere idrauliche che ora possiamo osservare, sono state realizzate alcune verso la fine dell'800 e altre nel 1900) e l'alveo del fiume era allo stato naturale come la natura lo aveva modellato.
L'idea di realizzare una strada ferrata, sull'idea del tram a cavalli, fu ipotizzata da Carlo Cattaneo, Carlo Cattaneo "NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA " (1835)) il quale, nei suoi scritti economici "NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA" (1835), in cui veniva ampiamente dato rilievo all'uso dei canali lombardi sia per l'agricoltura che per la navigazione interna, accennava al problema del tratto superiore del Ticino,. Cattaneo sosteneva che le scienze, indirizzate al bene comune, rappresentavano un potere liberatorio concreto, che modifica la realta', esprime le esigenze dell'incivilimento e si identifica nel progresso dell'intera civilta'. In questa persuasione rientrava la celebrazione della feconda scienza sperimentale come strumento per la crescita' di prosperita' e di cultura sociale.
Cosi' nel 1844 venne costituita una Societa' per il progetto della ferrovia delle barche, di cui Cattaneo era socio insieme ad altri amici, quale Francesco Besozzi, agente della contessa Belgioioso, nata Parravicino, proprietaria terriera di quel di Tornavento; Carlo Vismara, ingegnere, direttore poi della ferrovia stessa e amministratore; Bigio Viganotti, futuro sindaco di Sesto e proprietario di molte barche in Sesto.
L'idea da realizzare era quella di caricare le barche sui carri ferroviari a 4 assi, che, trascinati da cavalli, dovevano risalire la dorsale sotto Tornavento, per giungere sul pianoro della Malpensa; da qui verso Somma Lombardo, attraversare il fiume Strona e arrivare a Sesto calende, impiegando poche ore, rispetto ai giorni necessari per effettuare lo stesso tragitto lungo il fiume. (nel profili altimetrico allegato e' stato ricostruito in percorso della ferrovia con le relative distanze approssimative).
Gia' dell'argomento si e' interessato in modo diffuso Gian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese del settembre 1951 con un articolo intitolato " Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso") Gian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese del settembre 1951 con un articolo intitolato " Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante esperimento del secolo scorso" e un secondo articolo, sempre sulla stessa rivista, intitolato " Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA"" nel 1956, Gian Domenico Oltrona Visconti in Rassegna d'Arte Gallaratese) " Il decreto di concessione della "IPPOSIDRA"" nel 1956, articoli utilizzati come base di ricerca.. Ultimamente l'argomento e' stato trattato da Guido Candiani in un dettagliato articolo nel libro " Il Ticino, strutture, storia e societa' nel territorio di Oleggio e Lonate Pozzolo" 1989, oltre a Guido Orsini in Rassegna d'Arte Gallaratese nel 1937.
Il primo studio del progetto fu affidato all'Ing. Bermani ed il tracciato della ferrovia partiva a nord dell'attuale ponte di Oleggio, a lato della cascina del Gaggio, per risalire la dorsale di Somma. Di questo progetto e dei successivi non si trovano tracce; potrebbe essere in qualche biblioteca privata, ma nessuno di tutti coloro che si sono interessati a tale opera ha mai potuto consultarli.
Della spesa relativa al progetto originale non si conosce nulla, cosi' pure del tracciato che poteva differire molto da quello che fu poi realizzato; solo si conosce la data del Decreto del Governo Provvisorio della Lombardia, 29 aprile 1848, in cui veniva riconosciuta la pubblica utilita' dell'opera. Tale decreto dava la possibilita' alla Societa' di espropriare i terreni necessari per la realizzazione, non imponeva nessun controllo da parte del Governo sulla definizione delle tariffe, fissava il diritto di concessione in 50 anni, fissava la realizzazione dell'opera in tre anni dalla data del Decreto stesso.
La prima parte del decreto cita: ... Il governo provvisorio della Lombardia permette all'imprenditore Francesco Besozzi di formare tra Tornavento e Sesto Calende, lungo il Ticino, una strada a semplici e doppie rotaie di legno o di ferro, la quale sara' unica ed esclusivamente privilegiata pel rimorchio delle barche..." Questo Decreto fu sostenuto ed appoggiato dal Cattaneo in seno al Governo Provvisorio, di cui faceva parte, dopo i moti delle 5 giornate di Milano, del marzo 1848.
Questo decreto segno' la data di nascita della ferrovia delle barche.
I fatti storici non furono favorevoli a questa iniziativa, dato che il Governo provvisorio della Lombardia decadde, sostituito dall'Imperial Regio Governo Austriaco che modifico' il precedente Decreto, sostituendolo con un successivo in data 18 marzo 1850.
Il nuovo decreto modificava nella parte economica l'impostazione originaria,  in quanto non veniva riconosciuto l'esproprio dei terreni necessari per la realizzazione dell'opera, le tariffe dovevano essere sottoposte al Controllo Governativo e la Concessione non era piu' in esclusiva alla Societa'. In questo decreto comparivano per la prima volta i dati riferentesi alla costruzione della ferrovia: infatti all'articolo 2 venne fissata la larghezza della sede ferroviaria, non inferiore ai 7 metri, di cui tre metri destinati a supportare le rotaie; la realizzazione veniva fissata in tre anni dalla data del Decreto stesso. Alla data del Decreto, il Regio Governo Austriaco aveva gia' sviluppato un piano ferroviario, per cui tale ferrovia secondaria non risultava essere interessante, specialmente per gli sviluppi futuri.
Si erano cosi' modificate sostanzialmente le condizioni economiche originarie, in quanto gli oneri, che la Societa' avrebbe dovuto sostenere per l'acquisto dei terreni necessari, non erano stati considerati. Questo fatto ha messo in crisi la Societa', la quale aveva necessita' di trovare altri soci per aumentare il capitale originario non piu' sufficiente. Solo nel 1856 la Societa' trovo' i mezzi finanziari per iniziare i lavori della ferrovia e in questa travagliata vicenda non risulta essere chiaro come l'Imperial regio Governo  abbia lasciato decadere piu' volte l'imposizione dettata dal Decreto del 1850, Cattaneo, nelle richieste fatte a banchieri italiani, aveva chiamato la Societa' delle barche "IPPOSIDRA", mentre nelle richieste a banchieri stranieri, "TRAM ROAD", forse piu' realistica ed al passo con i tempi.
Il preventivo di spesa per la realizzazione della ferrovia venne indicato in 1.680.856 lire austriache (circa otto miliardi attuali) e veniva dato un minuziosissimo dettaglio per ogni voce di spesa. Da questo preventivo e' possibile fare alcune considerazioni su come si sarebbe svolta l'attivita' della ferrovia e della sua organizzazione. Infatti si prevedeva di acquistare 100 cavalli, 28 carri a 4 assali (8 ruote) e 6 carri a 2 assali. Le opere civili previste erano:
a)        la stazione di Tornavento: le rotaie, poste su un piano inclinato, entravano direttamente nell'alveo del naviglio (e non piu' nel Ticino), in modo da facilitare il carico delle barche sui carri.
b)        il casello di Somma Lombardo: forse con doppio binario per attesa;
c)        la stazione di Strona: per il cambio dei cavalli;
d)        la stazione si Sesto, con relativa piattaforma per la reimmissione delle barche in Ticino.
Oltre a queste opere, per il tracciato ferroviario si erano previsti ponti, terrapieni, trincee per ridurre al minimo le pendenze e per creare una via la piu' regolare possibile, per eliminare gli sforzi ai cavalli. Nel tracciato della ferrovia in localita' cascina Groppetti, per portare i carri verso Sesto si realizzo' un tratto a doppio binario su un piano inclinato, circa 10% in modo che il carro fenato in discesa, sollevava, tramite fune, un carro vuoto in salita, che faceva da contrappesa: idea molto macchinosa, ma che permetteva di ridurre di qualche chilometro il percorso della ferrovia, se realizzato verso l'abitato di Vergiate. Il percorso della ferrovia e' riportato nel libro di "STORIA DI SOMMA LOMBARDO" del Melzi (1880), che qui si riproduce.
Cosi' pure il sistema di piattaforma mobile, che superava il dislivello di 20 metri tra il punto di arrivo a Sesto e il livello del Ticino, poteva essere eliminato con un approdo molto piu' a nord, verso il lago. Risulta difficile dare delle spiegazioni a queste due strutture, che potevano essere eliminate con un tracciato modificato rispetto a quello realizzato, addentrando di qualche chilometro il percorso. I progettisti avevano considerato tale ipotesi, ma e' possibile credere che i costi necessari per gli espropri dei terreni, i tempi lunghi, l'aumentata lunghezza del percorso o vincoli posti dalle autorita' abbiano costretto a tale scelta.
Il progetto che accompagnava il preventivo economico, deve avere sollevato delle perplessita' a qualche Socio della Societa', perche' in data 9 febbraio 1858, si era eseguito a Tornavento un esperimento pratico di tiro di carri su una rotaia con pendenza del 2% (20 per mille), per dimostrare che la ferrovia, seppure per lunghi tratti in salita, poteva soddisfare lo scopo a cui si mirava.
La potenza necessaria per trascinare su rotaia un carro ad 8 ruote, con una tara di circa 10 ton. e un peso lordo (barche maggiori) di 34 ton., per un totale di 44 ton. e' di circa 9 HP, pari alla potenza di 8-9 cavalli che si muovono con una velocita' media di 4 Km/ora, per otto ore consecutive di lavoro, su pendenze massime del 15 per mille. (Albenga-Perucca "Dizionario tecnico Industriale", 1937; Colombo "Manuale dell'Ingegnere" ed. 60°; Vignoli Vittorio "Trasporti Meccanici", Vol. I, 1970.)
Questo dato conferma in parte cio' che e' contenuto nella relazione dell'Ing. C. Vismara "STRADA FERRATA DELLE BARCHE DA TORNAVENTO A SESTO CALENDE ED IL SUO AVVENIRE" nel 1859, dove viene descritta l'organizzazione che si andava a definire.
Il Vismara, nella relazione al Consiglio di Amministrazione della Societa', il 14 marzo 1858, ipotizzava di avere 36 cavalli alla stazione di Tornavento, 36 cavalli alla Stazione di Strona e 12 cavalli alla stazione di Sesto e questo avrebbe permesso, secondo i dati sopracitati, di ripartire con una carovana, formata da 4 carri trainati da nove cavalli cadauno, da Tornavento e dopo circa 4 ore, giungere alla cascina Groppetti, pronti per essere staccati e fatti scendere verso sesto. Verosimilmente alla stazione di Strona erano pronti i carri vuoti e i cavalli freschi per ritornare, in circa due ore, nuovamente a Tornavento. Il tratto cascina Groppetti-Sesto, circa 2 chilometri, poteva essere compiuto in 4 ore, andata e ritorno, perche' tale era il tempo necessario per ripartire da Tornavento con altri 4 carri pieni e giungere al piano inclinato. Questa e' un'ipotesi di come sarebbe stata gestita la ferrovia con gli elementi e le informazioni disponibili.
Il Vismara aveva quantificato il numero delle barche trasportabili al giorno, per le tre tipologie che navigavano lungo il naviglio Grande, e, precisamente, 18 barche grandi o cagnone, 5 battelli o burchielli e una barca piccola, per un totale giornaliero di 24. Su questi dati aveva fissato le tariffe per il trasporto, dimostrando che la Societa' avrebbe ottenuto un utile, al netto degli oneri sul capitale sociale, ammontante a 71.856,80 lire a fronte di un ricavo di 364.800 lire!!!.
Raffrontando cio' che dichiara il Vismara (24 viaggi al giorno con 84 cavalli) con il computo dei tempi necessari per il tragitto soprariportato, andata e ritorno, si possono ragionevolmente fare 3 ipotesi:
a)        era intendimento aumentare il numero totale dei cavalli in modo da soddisfare i 24 viaggi al giorno, ma i costi aggiuntivi non compaiono nella relazione.
b)        era intendimento raddoppiare la linea ferroviaria, in quanto, quando i carri con barca erano in risalita da Tornavento a Sesto, in quel tratto di ferrovia non potevano transitare i carri vuoti in discesa, ma dei relativi costi non si fa cenno nella relazione.
c)        Il Vismara ha redatto la relazione il 14 marzo 1858 su ipotesi e stime mai verificate ( il collaudo della ferrovia avvenni il 7 agosto 1858), e forse per dimostrare, visto che i lavori erano in fase di ultimazione, che i soci avevano ben investito i loro capitali.
Questa realizzazione ebbe una breve vita, perche' dopo 7 anni di attivita' e precisamente nel 1865, la Societa' venne dichiarata fallita; i motivi stavano forse non nell'idea, ma bensi' nei mezzi utilizzati per la realizzazione e nell'esercizio. La macchina a vapore di Watt aveva trovato l'utilizzazione pratica nella locomotiva di G. Stephenson e la prima ferrovia italiana Napoli-Pozzuoli venne inaugurata il 3 ottobre 1839. Una linea ferroviaria, oggi,  come alla data dell'Ipposidra, realizzata con pendenze che non superino il 10-15 per mille (aderenza naturale), puo' essere realizzata senza particolari armamenti ferroviari. Infatti, nello stesso anno 1865, veniva inaugurato il tratto ferroviario Milano-Sesto Calende-Arona e Milano-Novara-Arona; i cavalli artificiali avevano soppiantato definitivamente i cavalli naturali. I commerci e i trasporti sul naviglio grande e sul Ticino ebbero una riduzione notevole, dovuta all'inizio della nuova rete ferroviaria, che si andava sviluppando. Al 1861, anno di unificazione del regno d'Italia, gia' si contavano 2561 chilometri di rete ferroviaria con locomotiva a vapore. Risulta difficile interpretare le scelte, fatte all'atto di costituzione della Societa' (1844), che puntarono sull'impiego della forza dei cavalli per il traino dei carri, quando, viste le convinzioni "filosofiche" del Cattaneo, esisteva gia' un'alternativa "progressista", che era la locomotiva a vapore.
Infatti nel Lombardo-Veneto si inauguro' la ferrovia Milano-Monza il 18 agosto 1840, erano gia' avviati i lavori per la ferrovia Milano-Venezia (1842-1857) e la Torino-Genova inizio' l'attivita' nel 1853.
La risposta puo' stare solo ed esclusivamente nel problema economico; i capitali per l'armamento ferroviario e le parti mobili sarebbero stati molto piu' elevati rispetto alla soluzione scelta, salvo usufruire di sovvenzioni e agevolazioni statali. La causa del fallimento fu una carente analisi economica del problema, manifestatosi 12 anni dopo con la relazione del Vismara, che ha portato ad una scelta iniziale errata e successivamente alla rincorsa di giustificazioni economiche inesistenti ( errata stima dei viaggi giornalieri che ha portato a fissare delle tariffe che potevano essere elevate rispetto a quelle applicate dai barcaioli). Un'analisi economica fatta tra le due alternative, cavalli - locomotiva, avrebbe messo in evidenza che, a fronte di un alto investimento iniziale, per la locomotiva si sarebbero ottenuti costi di gestione molto favorevole rispetto ai cavalli. Queste sono oggi delle ipotesi che possiamo fare, per capire ed indagare perche' un'opera basata su un'idea molto realistica e' durata solo pochissimi anni.
Delle opere realizzate per l'esercizio della ferrovia sono rimaste pochissime tracce; la stazione di Tornavento venne prima adibita a tessitura e poi demolita per la realizzazione del canale industriale; il tratto di ferrata, sotto la dorsale di Tornavento, e' stata smantellata durante gli scavi per la realizzazione del canale Villoresi ( esiste solo qualche metro nascosto tra i rovi); si puo' vedere un tratto interessante di massicciato, parallelo alla strada Turbigo-Somma, prima della strada per Vizzola. Altri particolari sono due ponti franati, in localita' le Coste di Somma, dove la ferrovia correva su un terrapieno, le spalle di un ponte che tagliava la strada Malpensa-Somma; il casello di Somma Lombardo riadattato in epoche successive; il ponte sullo Strona, sulla strada Somma-Golasecca; 3 ponti sul terrapieno, tra la stazione di Strona e cascina Groppetti ed un ponte sulla via Mercantera, in Sesto. Questi sono i resti che, senza nessun rispetto e protezione, sono rimasti di un'opera molto ardita, ma superata dai tempi.
 
Profilo altimetrico e distanze dell'IPPOSIDRA:
 
Ticino a 184 mslm
Sesto calende
Il Ticino a 184 mslm; km. 0,6; pendenza 3,33x1000 raggiunge
Molino di Mezzo
a 206 mslm che con KM. 0,85 e pendenza di 94,11x1000 raggiunge
Cascina Groppetti
a 286 mslm che con km 3 e pendenza di 15,33x1000 raggiunge
Stazione Barche della Strona
a 240 mslm che con  1,6 Km e pendenza 15,62x1000 raggiunge
Casello Barche di Somma Lombardo
a 205 mslm che con km 3 e pendenza 8,33x100 raggiunge
Strada Malpensa
a 240 mlm che con km 1.0 e pendenza 7,0x1000 raggiunge
Cascina Bellaria
a 233 mslm che con 1,3 km e pendenza 6,15x1000 raggiunge
Cascina Borletti
a 225 mslm che con 1,3 km e pendenza 10,0x1000 raggiunge
Piano delle Fugazze
a 212 mslm che con 1,25 km e pendenza 12,0x1000 raggiunge
Cascina Belvedere
a 197 mslm (207) e km 1,4 e pendenza 12,14x1000 raggiunge
Cascina Maggia
a 180 mslm (203) e km 1,1 e pendenza 11,81x1000 raggiunge
Tornavento
a 167 mslm (197) e km 1,2 e pendenza 14,16x1000 raggiunge il
Naviglio grande a 150 mslm.
 
 
 
 
 
Sulla strada romana Mediolanum-Verbanus
 
di Pier Giuseppe Sironi "
 
La strada romana, dopo Casorate, doveva toccare infine il punto altimetricamente piu' elevato in tutto il percorso fra Milano e il lago proprio in corrispondenza di Somma. Questa localita' quindi, seppure allora come posizione pare giacesse un centinaio di metri a nord-est di Piazza Castello e come nome godesse quello di Votodorum - donde i Votodrones, suoi abitanti, attestataci in un'ara ad Ercole Zanella S. "Sul significato etimologico del nome dei "Votodrones"" in "Rassegna gallaratese Arte e storia" 1952 n. 4 pag. 8 e seguenti in cui concordiamo per la derivazione di Votodrone da Votodorum ma non per il significato che si volle dare all'etimo; doron infatti nel celtico vale "soglia", "limite" e non castello.) -, vien giustamente da sospettare abbia derivato il proprio attuale toponimo da parte della definizione per antonomasia di summa pars, summa via data in quel punto alla strada che poco vicino le passava , probabilmente per la zona dell'odierna Piazza Valgella.
Guadata la Strona, daltronde, per arrivare alle sponde del Verbano non resta, volendo al solito evitare un dilungarsi di tracciato e fatta ragione degli ostacoli altrimenti incontrabili, che puntare direttamente al varco  fra le colline Corneliane detto del Malvaj, donde la discesa al Ticino e al lago risulta piu' agevole che altrove. E in effetti, e' solo lungo questa direttrice che si possono riscontrare sul terreno ulteriori tracce possibili della nostra via.
Eccone i riferimenti topografici, con riguardo sempre alle tavolette dell'Istituto Geografico Militare Italiano aggiornate al 1903-1905: quattromila metri circa oltre il torrente Strona, carrareccia che attraversa il Malvaj rasentando in lieve curva la cascina Groppetti a nord e il confine tra i comuni di Golasecca e Sesto a sud, poi identificantesi con la cosiddetta ottocentesca "strada delle barche", per un totale di 100 metri; trecento metri piu' avanti, sentiero e poi strada comunale che conducono in discesa sin quasi alla localita' Molini di Mezzo si Sesto calende, per un totale di 750 metri. proprio su questa discesa, pare venissero trovati, del resto, nel secolo scorso, i resti di una antica strada Passerini, "Il territorio insubre" pag. 154 n. 1); la quale tuttavia - poiche' la Mediolanum - Verbanus doveva essere certamente solo una via terrena o al massimo una glarea strata - bisognerebbe arguire, seppur si riferisce ad un tratto della nostra, che ne fosse solo un breve percorso, cosi' realizzato al fine da limitare la dilavatura della sede stradale in ripida discesa ad opera di grandi piogge.
Questa, da Somma sin presso sesto, e' tuttavia l'ultima frazione di via sia pur vagamente intravvedibile. Oltre, infatti, sia per aver transitato in un ambito piu' volte sconvolto nei secoli da esondazioni del lago e di torrenti, fra cui la Lenza, sia per aver decorso in zone poco adatte ai rettifili, il tracciato puo' essere solo ipotizzato.
Uno dei primi e piu' importanti motivi che gia' prima del Mille dovettero modificare e farne scomparire i vari tratti di percorso dovrebbe identificarsi con il lento ma inesorabile prevalere cui nel tempo andarono incontro molte di quelle vie vicinales, le quali, piu' o meno parallelamente alla strada, avevano servito nella romanita' i diversi piccoli abitati rurali ostentatamente trascurati dai rettifili.
Cosi' si puo' spiegare l'andamento preso, sin da allora, soprattutto tra Rho - presso cui i Longobardi avevano posto una fara, certo per controllo - e Legnano; nonche' il deciso spostarsi, piu' avanti, del tracciato su Gallarate - altra fara - e su Golasecca. Questo percorso difatti e' quello caratteristico in epoca medioevale avanzata della cosiddetta strada de Rho Dagli statuti delle strade e delle acque del contadi di Milano del 1346, pubblicati da Porro Lambertenghi in "Miscellanea di Storia Italiana", tomo VII, Torino 1869, pag. 309 e seguenti, sappiamo che la strada del Rho ... che comenza fuori de la porta Zobia incima del boscho, attraversava le pievi di Trenno, Nerviano, Parabiago, Olgiate, Gallarate, Arsago, Mezzana, Somma, Angera, Brebbia e Cuvio, tutti o gran parte degli abitanti erano tenuti ad obblighi di manutenzione, calcolati in braccia, a seconda della singola capacita' e contribuirvi e del fatto di esserne attraversati o solo di gravitarvi sopra, anche indirettamente. ); parte della quale tra l'altro, di riflesso all'importanza presa da Castelseprio in quei secoli, fini per appaiarsi, in unione al tratto che costeggiava la Valle Olona dell'antica strada Novaria-Comum, alla via diretta tra Mediolanum e il Varesotto.
Nel 1808, raggiunto il lago maggiore e costeggiatolo fino a Sesto, la strada del Sempione tocca peraltro la sponda piemontese del Ticino e subito viene ripresa in direzione di Milano lungo il tracciato che ignora quasi totalmente qualsiasi altra via precedente. Golasecca e' tagliata fuori; Somma viene interessata dai lavori quanto mai altri. Diviso in due il giardino visconteo, la nuova via irrompe difatti nell'abitato sul lato nord del castello, ne corre esattamente lungo una parte del fossato porta a livello, impone demolizioni di case. E finalmente ecco la vecchia strada postale che gli ingegneri napoleonici giudicano da qui in avanti sfruttabile. Ma solo per il momento.
Una moderna sistemazione dell'ulteriore tratto fino a Milano era pure in programma. Tuttavia non se ne fece piu' nulla. Cosi' tocco' all'I.R. Governo Austriaco provvedervi negli anni seguenti.
Nel 1820 fu la volta di un tronco di strada costruito ex novo in rettifilo fra Somma e la Masnaga, per modo che l'abitato di Casorate risultasse a margine della via.
 
 
 
 
 
La ferrovia delle barche
 
(Tratto da "Storia di Somma Lombardo")
 
Chi si inoltra nei boschi e nelle brughiere della bassa Somma, dalla Malpensa alla garzoniera verso Gruppetti e le Cornelliane di Golasecca, passando per la Novellina e la Stronaccia, si imbatte in ponti crollati, massicciate, scavi di trincea e arditi tagli di costiera: tutti elementi che avvertono il tracciato di qualche opera viabile. Infatti si tratta di una strada ferrata per il rimorchio delle barche, per via terra, da Tornavento a sesto calende. Essa fu costruita per rendere piu' rapida e meno costosa la navigazione sul fiume Ticino per il trasporto delle merci dal lago maggiore a Milano: traffico nella prima meta' del secolo scorso era molto intenso.
E' noto che il Ticino, da Sesto calende a Tornavento, ha un sensibile dislivello non sempre uniforme. A tratti si presentano "rapide"  con forti pendenze e quindi con correnti d'acqua impetuose che rendono la navigazione difficile e pericolosa. pertanto era sorta l'idea di integrare la navigazione  con tratti di via terrestre. Il progetto di una strada ferrata per il rimorchio delle barche da Tornavento a Sesto calende, risale all'anno 1844 e viene attribuito al patriota Carlo Cattaneo.
L'opera, grandiosa per quei tempi, fu realizzata abbastanza rapidamente, tanto che inizio' a funzionare nell'anno 1858. Consisteva nell'estrarre le barche, addette al traffico commerciale, dall'acqua del Ticino all'altezza di Tornavento e portarle su grandi carri di tipo ferroviario gia' collocati sui binari in una strada ferrata. Questa, attraverso le nostre brughiere, raggiungeva Sesto calende dopo circa 17 chilometri di percorso. Le barche venivano rimesse nell'acqua e ricaricate di mercanzia. Il traino avveniva a mezzo di cavalli impiegati in numero di 100 unita'.
A Somma, in zona "Lavandai" alla Stronaccia, esiste ancora un grosso caseggiato che serviva da "Stazione" per passeggeri, per merci e per stallazzo dei cavalli.
Con l'entrata in funzione nell'anno 1865 della Ferrovia Milano-Sesto calende, l'attivita' delle "barche" ricevette un duro colpo:  poco dopo la Societa' che la gestiva dichiaro' fallimento. Era durata solo sette anni.
Sulla ferrovia per le barche da Tornavento a Sesto Calende, l'ing. Guido Candiani ha scritto una interessante e documentata storia.
 
 
 
LA FERROVIA
 
(Tratto da "Storia di Somma Lombardo")
 
Nell'anno 1860 la ferrovia Milano-Domodossola giungeva fino a Gallarate. Nell'anno 1863 iniziarono i lavori per il tratto Gallarate- Sesto calende. Dopo la costruzione del viadotto sullo Strona e la galleria di Vergiate, il 24 maggio 1865 entrava in funzione anche a Somma la stazione ferroviaria. Fu un avvenimento memorabile che ha cambiato il paesaggio e il modo di vivere ma soprattutto l'apertura di una nuova era di civilta' e di benessere. L'elettrificazione con doppio binario e' del 1946..
 
 
 
LE VIE DI COMUNICAZIONE E LE STRADE DEL CAPOLUOGO E DELLE FRAZIONI
 
Pag. 190 da "Storia di Somma Lombardo"
 
Prima che Napoleone creasse la strada del Sempione (1804-1808), l'unica via che conduceva da Milano a Sesto Calende passando per l'abitato di Somma, era la "Strada De Ro'", cosi' chiamata perche' partiva dal centro di Rho alla periferia di Milano: nodo di collegamento con le strade  che dal nord portavano a Milano all'epoca della Repubblica Ambrosiana (Secolo XV), ma gia' vecchio tracciato romano. Entrava nel nostro territorio in "Contrada Larga" (ora via Fontana); proseguiva per la Valgella (ora via Gallibadino) e usciva dall'abitato attraverso la via Leoni (ora via G. Visconti). Imboccava la via Ducale (ora via Montebello) e, lasciato a destra il Monte Sordo (Muraccio), scendeva allo Strona che i cavalli e i carri attraversavano a guado, mentre i pedoni solcavano la roggia su un ponticello in pietra, distrutto poi da un'impetuosa piena nell'anno 1678. Solo nell'anno 1744 fu costruito un ponte piu' elevato e agibile al transito dei pedoni, cavalli e carri. Anche questo ponte venne abbattuto nell'anno 1872 a seguito dell'entrata in funzione di quello attuale che era di proprieta' della "Ferrovia delle Barche". Fallita questa Societa' nell'anno 1865, il ponte venne acquistato dal comune per lire 5.000. La vecchia strada Ducale proseguiva attraverso le brughiere di Garzonera; raggiunti i Gruppetti e quindi le Corneliane in territorio di Golasecca, scendeva su Sesto Calende.
Le comunicazione con il Piemonte attraverso il Ticino, avvenivano al valico di frontiera a Porto della Torre mediante imbarcazioni. Anche dopo l'unificazione d'Italia, Porto della Torre continuo' ad esercitare la funzione di collegamento tra le due sponde unitamente al traghetto di Coarezza costruito negli anni 1883 e 11890.
 
 
 
 
 
 
 
LE ANTICHE STRADE DEL CAPOLUOGO
 
La prima classificazione delle strade risale all'anno 1865 e riguarda le principali arterie che collegavano il capoluogo alle frazioni e cascinali sparsi. Si trattava delle vie Crocefisso di Smocco, che portava al Lazzaretto; S. Caterina, allo Strona; Varesina, verso i Mulini Copp, Gadda e Piode; S. Rocco, verso Case Nuove; Maddalena, verso la frazione. Altra strada serviva Golasecca e Coarezza; inoltre il Rile verso la campagna di Mezzana.
Nell'anno 1880, la descrizione del Melzi e da documentazioni di archivio comunale, risulto' che le strade e piazze del capoluogo aperte al pubblico erano le seguenti:
 
STRADA DE RO': - Gia' antica strada consolare romana che congiungeva Milano con Sesto.
STRADA DEL SEMPIONE - Napoleonica che taglia il centro abitato.
CROCE DELLA PIETRA - Antico viottolo che circonda il parco - Luogo di scalpellini.
VIA DUCALE - Gia' strada de Ro' dopo la via Leoni (ora via Montebello).
VIA BARCHETTO e PIAZZA BARCHETTO - Dove erano aperti i laboratori per le barche (ora Campana).
VIA BELVEDERE - Che conduce all'amena localita' sulla costiera del Ticino.
VIA BIRONE - In localita' "Malora" (antica fattoria agricola con estesi vigneti)
VIA BRUGHIERA - Zona di brughiera nelle localita' Belcora e Beltramada.
VIA CAMPANILE - Tratto di strada sotto il campanile S. Agnese (ora via Zancarini)
VIA CANONICA e PIAZZA CANONICA - Sede di canonicati al Castellaccio.
VIA CIOVINO - Pare derivasse da un antico personaggio sommese (ora Via Garibaldi).
VIA CIPRESSO - Strada che circondava la vigna del cipresso - chiamata anche Pontetto.
VIA CARDE? - Zona "in mezza CAMPAGNA" verso S. Rocco (ora via Giusti).
VIA CROCEFISSO DI SMOCCO - Per l'esistenza di una pittura con la croce smussata.
VIA DELLE CORDE - Per i laboratori dei cordari - (ora via Broggi).
VIA LARGA - Per strada ampia - Gia' via De Ro' (ora via Fontana).
VIA LAZZARETTO - Che conduce alla zona omonima.
VIA LEONI - Per i quattro pilastri statue di leoni - (Ora via Visconti).
VIA MADONNINA - per l'antica cappelletta murale con l'effige della Madonna con Bambino.
VIA MULINO DELL'OLIO - Strada verso il Ticino ove esisteva un mulino per l'olio.
VIA MURATA - Antica via oltre la muraglia che cingeva il borgo - (Ora via Galli).
VIA PASQUE' - Dalla radice latina "pascuum (Terreno da pascolo) - (ora via Briante).
VIA PIAGGIO - Nome proprio di un facoltoso sommese che vi abitava.
VIA PONTE - Strada che passava sotto il ponte di accesso al castello - (ora via Roma)
VIA PORTONE - Per la porta est di accesso al centro abitato - (ora via Mameli).
VIA POZZETTI E PIAZZA omonima - Zona ricca di acque sorgive - (ora Via Melzi)
VIA QUADRO - Dal dialetto "Quadar" per appezzamento di terreno coltivato.
VIA REBAGLIA - Dal dialetto "rubaia" per roba di scarto.
VIA RUGHETTA - Strada stretta e incassata nella valle dei Gella.
VIA SALVETTE - Da antica tradizione religiosa per la cappelletta dedicata alla Madonna.
VIA S: BERNARDINO e PIAZZA omonima - Verso la chiesa dedicata al santo sa Siena.
VIA S. ROCCO - Verso la chiesa di S. Rocco.
VIA S. CATERINA - Zona allo Strona dedicata a S. Caterina da Siena.
VIA S. Vito e PIAZZA omonima - Verso la Chiesa di San Vito - (Ora via Mameli)
VIA STRONAZZA - Discesa verso lo Strona vecchia sulla strada per Coarezza e Golasecca.
VIA ALGELLA e PIAZZA omonima - Da "Valle dei Gella" - Ora via Gallibadino).
VIA VALLE - Dal castello nord alle valli in aperta campagna - (Ora via Sfrondati).
VIA VARESINA - Dal Sempione verso Varese.
VIA VIGNOLA - Strada verso le piccole vigne.
VIA DE RATTI - Vicolo topaia dal Sempione a S. Bernardino - (Ora via Verdi).
VIA SABBIONE - Da S. Bernardino verso la zona Inferno - (Ora via Salvioni).
VIALE STAZIONE - Dal Sampione alle FF.SS. - (ora Via Maspero).
PIAZZA S. AGNESE - Davanti alla chiesa omonima - (ora Piazza Vittorio Veneto).
PIAZZA DEL CASTELLO - All'entrata nord del Castello.
PIAZZA DELLA PESA - per la pesa pubblica.
PIAZZA SALITA AL CASTELLO - Entrata a mezzogiorno del castello.
 
Come si vede l'antica toponomatica faceva riferimento alle caratteristiche del luogo, ai suoi usi, mestieri, costumi tradizioni. Un esempio curioso e' quello dell'attuale via CIACCO. L'etimologia semantica di questo strano nome dato alla zona del "CIACH" e omonima via, ha due diverse versioni. Secondo il pubblicista Terzaghi deriva da un "vivandaio" tedesco di nome CIAK incaricato dai comandi militari di gestire uno spaccio di generi alimentari e bevande durante lo svolgimento delle manovre militari dei reggimenti austriaci in zona Belvedere tra gli anni 1830-1840. Secondo la versione dell'Ing. Binaghi si tratta invece di un affresco sul muro di una casa contadina nei pressi della scuola di via Villoresi e rappresentante la scena di Gesu' nel Sinedrio con la scritta "ECCE HOMO". La pittura con il passare del tempo si era sbiadita e la scritta lasciava intravvedere soltanto due lettere: C e H, per cui la gente comincio' a distinguere la localita' con il nome dialettale di "CI-ACH".
Il viale della Stazione venne aperto nell'anno 1864 e nel 1871 fu stipulata la convenzione tra l'Amministrazione comunale e le Ferrovie dello Stato per la piantumazione degli alberi e la posa di panchine di granito sul piazzale antistante la stazione.
 
LA NOSTRA BRUGHIERA
 
pag. 169
 
LA BONIFICA DELLA BRUGHIERA
 
Pag. 370
 
COAREZZA: ORIGINI E STORIA
 
Pag 126
 
LA FRAZIONE MADDALENA: ORIGINE E STORIA
 
pag 138
 
L'origine di questo piccolo centro abitato risale all'anno 1400 quando i i Visconti crearono una colonia agricola. Nell'anno 1497 gli eredi di Guido Visconti eressero la prima chiesetta. Da documenti di archivio visconteo si apprende che il tempio fu terminato nel 1522 e in tale anno venne istituita la messa festiva. Sempre la casata Visconti, feudataria di questa frazione, restauro' la chiesetta nel 1626 e si ritiene che in tale data abbia ordinato al pittore Mauro della Rovere detto il Fiammenghino, una tela per l'altare rappresentante Maria Maddalena inginocchiata con i capelli sparsi che riceve la santa Comunione da un angelo.  Oggi questa tela non esiste piu'; il tempo e l'incuria l'hanno distrutta prima ancora che fosse collocata nella nuova chiesa.
Anche l'origine del nome della localita' risale al 1626. Infatti, in occasione dei restauri della chiesetta, il conte Antonio Visconti, feudatario di Arsago, "intese onorare la memoria della bisavola Maddalena Trivulzio, la cui figlia Anna, moglie di Francesco Sfondrati, diede alla luce, nel castello visconteo, il futuro Papa Gregorio XIV.
 
LA FRAZIONE CASE NUOVE: ORIGINE E STORIA
 
pag. 144
 
LA BRUGHIERA DELLA GRADENASCA E LA CASCINA MALPENSA
 
Da pag. 146 di "Storia di Somma Lombardo"
 
Nell'anno 1590, i Visconti, signori di Somma e territori circonvicini, fondarono ai margini della brughiera della Gradenasca, una colonia agricola che chiamarono "Case Nuove".
La Cascina Malpensa, piu' a nord e piu' addentrata nella brughiera, e' costruzione successiva. Infatti risale all'anno 1796 per iniziativa del bustese Gian Battista Tosi che organizzo' una fattoria agricola e "intensi traffici commerciali". Il figlio del Tosi, divenuto vescovo di Pavia,  e' noto per  l'amicizia con Alessandro Manzoni: il grande scrittore lombardo fu ripetutamente ospite della Cascina Malpensa anche a causa di un beneficio livellario ereditato dal padre.
Circa l'origine del nome dispregiativo, pare che derivi dall'aridita' del terreno e dalla difettosa fecondazione del seme che varia sensibilmente da zona a zona, percui si diceva che era una "malpensata" coltivare nella brughiera.
Comunque risulta che il Tosi fu all'avanguardia di una schiera di pionieri che nella prima meta' dell'ottocento dissodarono tremila ettari di brughiera: la sua trasformazione fondiaria fu una delle meglio riuscite, imperniata sui fabbricati, sull'acqua ricavata da un pozzo profondo settanta metri e su una rete di strade di accesso.
Nel 1810 il Verri, sul giornale " Il commercio dei grani", dando notizia della bonifica della Malpensa scriveva " E' prodigioso il frutto che se ne ricava: vi sono i gelsi da bachi da seta; viti per ottimo vino; vi e' frumento e tutto viene assai bene; il granoturco singolarmente si coltiva con felice successo".
Lo stesso Federico Caproni per la sua bonifica di Vizzola Ticino degli anni '30, venne incoraggiato dall'esempio storico della Malpensa.
Dopo il 1832 tutta la Brughiera della Gradenasca fu destinata a campo di manovre militari per le truppe tedesche che stanziavano nell'alto milanese, in sostituzione delle "Groane" Monzesi. E questo nuovo tipo di servitu' risulto' poco compatibile con l'agricoltura tanto da fermarne l'espansione e limitarne la fiorente attivita'.
Nel 1886 il Ministero della guerra del nuovo Regno d'Italia procedette all'espropriazione della Malpensa per farne un grande campo di esercitazione militare per la cavalleria e per l'artiglieria. Il fondo venne spogliato di tutte le piante, le coltivazioni sospese e i caseggiati destinati ai militari. Le 24 famiglie che vi abitavano per un totale di 130 persone, vennero gradualmente sloggiate  e sistemate presso i nuclei abitati di Bellaria e Case Nuove nonche' presso il capoluogo. Le pratiche per l'indennizzo degli espropriati dei fondi iniziarono nel 1891 e trenta anni dopo risulto' che ci furono ancora famiglie che reclamavano la liquidazione dei propri indennizzi.
 
L'ARCHEOLOGIA NEL TERRITORIO DELLA MALPENSA.
 
da pag. 148 di "Storia di Somma Lombardo"
 
Nell'anno 1967 l'architetto Angelo Maria Bonomi, Ispettore Onorario della Soprintendenza delle antichita' per le provincie di Milano e di Varese, avuto notizie di alcuni casuali rinvenimenti di sepolture e di altri reperti archeologici sui terrazzamenti della costiera del Ticino in zona Malpensa - Case Nuove, intraprese una meticolosa ricerca che porto' alla scoperta della "Cultura PROTOGOLASECCHIANA della Malpensa " risalente al IX e X secolo a.c..
I rinvenimenti piu' importanti si trovano in zone ben evidenziate sulla sinistra lungo la strada Somma - Tornavento, parte in brughiera e parte ai margini dell'abitato di Case Nuove sulla via Santa margherita. Venne disegnata una carta Archeologica con coordinate topografiche riferite al vertice estremo della base geodetica di Somma Lombardo (la piramide in brughiera), e tutto il materiale ritrovato venne depositato presso la soprintendenza delle antichita' della Lombardia in attesa della collocazione definitiva. Tali interventi furono definiti, dagli esperti, di fondamentale importanza poiche' vengono a colmare una lacuna nella preistoria della Lombardia Occidentale. La sua nota dominante e' l'appartenenza al X secolo a.c..
Il materiale e' stato rinvenuto ad una profondita' che varia dai 30 cm. ai 100 cm. dal piano terra, e consiste in numerose sepolture a cremazione in materiale ceramico e vasi domestici. Inoltre sferette e pendagli; fibule ad arco, armille, anelli ed altri reperti in bronzo.
Le ricerche proseguono grazie anche alla partecipazione di un gruppo di giovani volenterosi appassionati di archeologia e capeggiati da Flavio Rossa, Rino Balbo e Giulio Pignoloni.
Ne' si puo' ignorare che tutto il nostro territorio e' considerato zona archeologica. Infatti, in piu' punti del centro abitato e alla periferia,, specie sui rilievi collinari, in epoche diverse vennero all luce reperti archeologici trovati casualmente durante gli scavi per la costruzione di case e di fossati per la fognatura; materiale di grande importanza per definire, con altri ritrovamenti della zona, la "Cultura Protogolasecchiana". Purtroppo gran parte dei ritrovamenti sono andati dispersi, finiti in case private o commercializzati da persone ignoranti o senza scrupoli: solo poco materiale ha trovato degna sede presso i musei qualificati.
       A documentazione degli ultimi ritrovamenti citiamo:
-  Negli anni 1949,1950 e 1954, sulla via Guido Visconti di Modrone, tra l'attuale scuola elementare e la Madonna della Preia, vennero alla luce alcune tombe attribuibili a buona epoca romana. Contenevano vasi cinerari, suppellettili, armille, fibule e altro materiale bronzeo.
- 1955: rinvenimento occasionale durante uno scavo edilizio nell'area tra le vie Binaghi e Garzonio a Mezzana. Si e' trattato di tombe con reperti cinerari e grossi vasi domestici.
- 1958 : durante lo scavo per l'ampliamento del Calzificio Ferrerio, lungo il Sempione, rinvennero alcune tombe attribuibili ad epoca romana.
- 1978: tomba romana scoperta durante gli scavi dell'ampliamento dell'Ospedale, risalente al IV o V secolo d.c.. Sul coperchio e' stata decifrata la scritta: "D.M. PRO FUTURUS CASSIAM FRATER PIENTISSIMUS".
- 1979: durante i recenti scavi per la costruzione di un gruppo di case popolari sulla collinetta in zona "Vigna del Prevosto" a Mezzana, vennero alla luce reperti archeologici di notevole interesse.
Sovraintendono all'indagine archeologica sul nostro territorio, oltre all'Architetto Angelo Maria Bonomi la Dott.sa Luisa Ferrerio Alpago-Novella, la Prof.sa Rofia e Carlo Mastorgio che fanno capo al Museo Archeologico della Societa' Gallaratese per gli Studi Patrii.
Reperti archeologici rinvenuti sul nostro territorio sono anche custoditi presso i Musei di Varese e di Milano. C'e' chi auspica che anche nella nostra citta' si organizzi un museo conservativo sia per dare incoraggiamento e possibilita' agli appassionati di ricerche archeologiche, sia per acuire la curiosita' e sviluppare  la cultura presso la nostra gente. Puo' essere una proposta valida purche' non si disperda in rivoli insignificanti un prezioso patrimonio: allora sarebbe meglio potenziare il gia' esistente Museo di Gallarate.
Comunque l'amore per archeologia, come tutta la nostra storia antica, e' incentivo per meglio operare nella vita futura.
 
 
LA NAVIGAZIONE
 
 
 
NOTE:
 
08/05/95:
 
Indagine sulle S.F. dal ponte di localita' Vignazze (S. Rocco) di Somma Lombardo alla statale 334 della Malpensa:
 
1) Dal ponte delle S.F. in localita' Vignazze (ponte sguara') decisamente visibile dalla strada che collega la Malpensa a Somma Lombardo si imbocca la stradina a sinistra a nord del ponte. Stradino non asfaltata che porta ad alcune case private e a piccole fabbriche nella brughiera e campi coltivati a ovest del Sempione. A pochi metri a ovest si trova il terrapieno del ponte. Terrapieno adibito a parcheggio e discarica degli abitati. Si continua a sud sulla strada che e' il vecchio tracciato mentre sulla sinistra vi sono campi e fabbricati. Sulla destra si trova il ciglione.
Si continua fino a quando sulla sinistra si trova un deposito di una impresa di costruzioni edili. La S.F. da destra passa a sinistra nel luogo del deposito. Sempre a sinistra de del viottolo la S.F. e' interrotta da un piazzale ben tenuto al taglio delle piante ed e' circondato da tre lati N S O da terrapieni. Ultima postazione di ricovero per aerei durante la seconda guerra mondiale. La S.F. e' sulla sinistra del viottolo con dei terrapieni bassi ai lati.
Piu' avanti si trova la lapide S.F.
Il sentiero scende mentre si erge il terrapieno. Il ponte PX e' sulla sinistra. La lapide Lx e' a NE sull'altro lato del ponte.
Si passa sotto il ponte e si imbocca il sentiero dall'altra parte della S.F.. Il sentiero precedente porta a valle e altrove.
La S.F. rimane sulla destra  e il terrapieno diminuisce fino a perdersi nella brughiera e il viottolo si allontana. Seguire per 500 metri fino a che un piano di cemento e asfalto dichiara la presenza di un deposito di aerei.
Imboccare il sentiero di destra. 100 metri e si trova il ponte Px. Altra lapide. Una fenditura ai piedi delle spalle del ponte scarica la terra del terrapieno, mentre sul terrapieno si apre un buco pericoloso.
 
Proseguendo, il terrapieno scende e si perde le tracce. Non si trova piu' nulla fino alla strada ST334 della Malpensa.
 
 
 
 
 
DA TROVARE:
 
Somma Lombardo:
       Localita' Belvedere - Sarebbe la via Villoresi
       In via Villoresi esisteva un piccolo fabbricato per riposare i cavalli.
       Taglio ardito - Dal ponte della cascina delle barche, verso il Ticino, a pochi metri sulla sinistra inizia il tracciato visibilissimo della S.F. che porta fino a belvedere. Segue il metanodotto.
 
       Muraglione su metanodotto.
       Giu' fino alla Strona.
Trovare anche la cisterna che si trova fra la strada Sesona-Golasecca e Gruppetti.
 
 
G. D. Oltrona Visconti, "Il rimorchio delle barche sul Naviglio Grande e un importante avvenimento del secolo scorso" in RGSA 11951, n. 3 pp. 23-32; Il decreto di concessione dell'"Ipposidra" in RGSA 1956, n. 1, pp. 10 - 12. "Per la ferrovia Milano - Sesto Calende" cfr. Aspesi, Gallarate ...., pp. 1197
 
Nota: Nel 1858 inizia l'attivita' della "Via Ferrata di rimorchio delle barche" da Tornavento a Sesto Calende, fallita nel 1971 per l'opposizione dei navaioli e per la costruzione della Milano - Gallarate - Sesto Calende.
 
 
Archivi e Bibliografia:
 
 
Archivio comunale di Somma Lombardo, sezione storica (Acquisto del ponte di Strona; asta dei beni dei colerosi; diatribe fra i proprietari dei terreni e Societa' per la Ferrata; problemi del porto di Coarezza).
ASM, fondo acque e strade (regolamenti e tariffe del viaggiare per le poste e sulle barche corriere e di commercio).
ASV, tavole catasto.
Museo del risorgimento, Milano, Carteggi di Carlo Cattaneo.
BERMANI, Ferrovia per il trasporto delle barche da Tornavento a Sesto calende, Societa' delle ferrovie, s.d.
BRUSCHETTI, Navigazione sui laghi e sui fiumi della Lombardia, s.d.
FERRARIO, Notizie statistiche sul cholera morbus del 1836 e del 1855, s.l., 1856
MORIGIA, Viaggio ai tre laghi
VARALLI E:, Il cholera morbus a Sesto Calende
 
    parole
-----------------------------------------------

10.2 Bozzente

www.redigio.it
 

Il Bozzente da Cislago a Origgio

 

Le fotografie, stampe, carte topografiche si troveranno solo su CD
Questo documento non e' terminato

INDICE

  1. Storia dei tre torrenti - BOZZENTE - GRADELUSO - FONTANILE
  2. (( Ogni trent'an e trenta mes l'acqua la torna al so paes ))
  3. Parte storica
  4. Il contratto Borromeo del 1603
  5. La grande piena del 1756
  6. Il piano di separazione
  7. Fontanile di Tradate
  8. Gradeluso di Locate
  9. Bozzente di Mozzate
  10. Situazione attuale
  11. Alcune note:
  12. Il torrente Bozzente deve essere controllato
  13. Il Bozzente deviato verso l'esterno del paese
  14. Il cambiamento del genere di vita nelle cascine di Uboldo.
  15. Annotazioni su Bozzente
  16. Lista delle diapositive
  17. Piano di lavoro



Breve storia, con origini e percorsi.
Storia dei tre torrenti

BOZZENTE - GRADELUSO - FONTANILE

dall'anno 1500 fino all'epoca della loro separazione del 1762 ai giorni nostri

Tratto da una pubblicazione di Peppino Donzelli ed edita dal comune di Cislago nel 1986.

(( OGNI TRENT'AN E TRENTA MES L'ACQUA LA TORNA AL SO PAES ))


Questo proverbio popolare Cislaghese, che indica la periodicita' delle inondazioni che il Bozzente porta attualmente fra le vie del paese, e ricorda che anticamente il suo corso, si snodava attraverso I'abitato, e' nato senza alcun dubbio dopo il 1762.
In quell'anno infatti furono ultimati i lavori di separazione e di deviazione dagli abitati, dei corsi dei tre torrenti, Fontanile di Tradate, Gradeluso di Locate e Bozzente di Cislago a conclusione di due secoli di progetti, di lavori e di lutti. Con questa opera veniva data ai torrenti la sistemazione razionale e definitiva che tuttora continua ad assolvere il compito che a quell'epoca le fu affidato dai suoi progettisti verso i quali ci sembra doveroso so un cenno di ricordo riconoscente per I'ingegno e la capacita' da loro dimostrata.
Il problema, che gia' dal lontano 1590 veniva sottoposto alla loro competenza, era uno dei piu' ardui e complessi: liberare una delle piu' fertili provincie del Ducato di Milano dalle furiose inondazioni che questi tre torrenti, uniti o separati, periodicamente riversavano sui territori di Cislago, Gerenzano, Uboldo, Origgio, Lainate e Rho, devastando coltivazioni, abbattendo abitazioni e.portando la morte fra gli uomini e gli animali.
Moltiplicavano le difficolta' di questi ingegneri anche fattori.di natura tecnica, economica e politica: le leggi dell'idraulica non erano state ancora del tutto formulate e lo scambio di notizie e di esperienze era limitato dalle distanze. Era stato inoltre loro vietato di condurre i torrenti nel vicino fiume Olona, per evitare inondazioni lungo il suo corso e danni ai mulini fra Cairate e Rho, Dovevano assolutamente consumare le loro piene nei boschi, con spandimenti calcolati in modo da non invadere i coltivati e gli abitati.
Attualmente, dopo un periodo di oltre due secoli, in cui si sono verificate solo le trentennali inondazioni dovute alla tracimazione dagli argini del nuovo corso del Bozzente che causano qualche danno ed alcuni disagi all'abitato di Cislago, ci sembra doveroso verso questi uomini raccontare le vicissitudini che hanno travagliato la nostra comunita' per meglio comprendere il sacrificio e I'impegno che spinse loro a risolvere in modo cosi' degno un problema cosi' complesso. La loro opera si e' dimostrata tanto valida che, superando tutte le loro previsioni, ha sfidato le offese del tempo e soprattutto quelle degli uomini. Questi tecnici forti delle passate esperienze, e sapendo che l'imprevidenza umana sarebbe stata la maggior nemica del loro lavoro, si erano augurati che la loro fatica non dovesse risultare perfetta; temevano infatti che le future generazioni, non piu' pressate dal pericolo, dimenticassero le vicende che l'avevano determinata e mandassero in rovina un'opera cosi' sofferta e tanto onerosa per mancanza di sorveglianza e di manutenzione.

* * *

Prima di iniziare il racconto storico, diventa opportuno dare al lettore una visione generale della configurazione del nostro territorio. ed in modo particolare della zona in cui nascono e si formano i tre torrenti, in quanto proprio nella tipologia di questo territorio e' racchiusa la causa maggiore degli eventi che saranno narrati in seguito.

Il bacino che alimenta i tre torrenti (vedi Tavola n. 1) e' attualmente facilmente individuabile in quanto circonscritto da tre grandi arterie di comunicazione che formano intorno ad esso un triangolo i cui lati sono cosi' formati: a ovest, dalla linea della Ferrovia Nord Mozzate-Vedano; a est, dalla provinciale che da S. Martino attraverso Appiano Gentile porta a Olgiate Comasco; ed infine a nord dalla statale Varese Binago-Olgiate Comasco.
Questo territorio, ora quasi interamente ricoperto da boschi, e' caratterizzato da una superficie profondamente solcata da numerose valli e declivi, il fondo dei quali e' percorso da piccoli ruscelli che raccolgono le acque che dilavano i loro pendii durante i temporali e nei periodi di piogge prolungate. Questi piccoli corsi d'acqua nel loro procedere si uniscono ad altri e formano corsi sempre piu' consistenti che scorrendo sempre verso sud vanno a formare i grossi rami che alimentano i corsi principali dei torrenti.

Siamo ormai nelle vicinanze dei centri abitati e precisamente: a Tradate per il Fontanile, a Locate per il Gradeluso e a Mozzate per il Bozzente.
Questi tre punti, che poniamo idealmente sui ponti delle Ferrovie Nord sotto i quali passano attualmente i tre torrenti in prossimita' dei relativi paesi, oltre a rappre sentare il termine dei bacini di alimentazione dei torrenti e l'inizio dei loro corsi verso la pianura coltivata e abitata, hanno un'altra particolarita': si trovano su tre altitudini diverse e precisamente: il Fontanile di Tradate sulla quota superiore, il Gradeluso di Locate sulla quota intermedia ed il Bozzente di Mozzate sulla quota inferiore.
A conclusione di questa breve ma necessaria indagine sul territorio interessato, risultano evidenti due elementi fondamentali che in seguito dovranno sempre essere tenuti presenti:
1) i tre torrenti essendo alimentati da tre bacini imbriferi contigui e simili, hanno come conseguenza lo stesso regime; le loro piene e le loro secche coincidono con scarti di tempi molto brevi;
2) tutto il territorio considerato, ha un'inclinazione naturale che tende a portare le acque di superficie verso la direttrice di Cislago, Gerenzano, Uboldo, Origgio, Lainate, Rho che rappresenta appunto la direzione del corso antico del Bozzente tracciato nel passato dall'azione delle acque che seguivano la pendenza del terreno.
Tutti gli elementi sopra analizzati, sono sempre stati, nel corso di alcuni secoli, la causa del fenomeno che tanto ha travagliato le nostre Comunita': l'unione dei corsi dei tre torrenti nel letto del Bozzente di Cislago.
Questo fenomeno a quei tempi veniva esaltato anche dallo stato in cui erano ridotte le valli dei bacini di alimentazione dei torrenti. Questi territori che ora vediamo cosi' riccamente coperti di boschi e vegetazione. avevano allora un aspetto lunare. Erano stati ridotti a veri deserti dall'azione incessante dell'uomo che in epoche precedenti aveva tratto da loro legname per usi diversi, e aveva in seguito asportato il sottobosco per raccogliere brugo e strame per uso agricolo. Di conseguenza, le acque piovane non piu' trattenute dalla vegetazione, scorrevano immediatamente verso le zone piiu' basse, raggiungevano nel giro di qualche ora l'alveo dei torrenti, provocando piene brevi e violente durante i temporali estivi, prolungate e dannose nei periodi piovosi. Le acque di piena inoltre trasportavano a valle terriccio e ghiaie che depositandosi sui letti ne innalzavano il loro livello favorendo la fuoriuscita delle acque dai loro alvei, creandone dei nuovi o congiungendoli fra loro.

PARTE STORICA

Siamo alla fine del XVI secolo e lo stato di fatto dei tre torrenti come appare evidenziato dalla tavola N. 2 risulta il seguente:
il FONTANILE: da Tradate seguendo un corso quasi uguale a quello attuale passava vicino alla Cascina Cipollina e si << consumava >> nei boschi di Gorla Minore. Fino all'anno 1712 non si e' trovata notizia di grandi variazioni di percorso o danni provocati da questo torrente;
il GRADELUSO: (sotto il nome di Bozzentino (6-31-29) piegava il suo corso verso Carbonate-Mozzate, nei pressi dell'attuale stazione ferroviaria di Locate, seguendo a nord la strada Varesina, la attraversava all'altezza (dei piantoni di Mozzate per poi piegare sotto S. Martino, verso Cislago lungo l'attuale strada campestre detta Miserella. Imboccava successivamente la strada per S. Maria e si disperdeva nei boschi in prossimita' della frazione Massina. (Questo suo corso e' in parte ancora esistente peraltro visibile in una fotografia aerea della zona ripresa alcuni anni orsono);
il BOZZENTE: (24-23-25-26-27-28) () dal ponte di S. Martino (l'attuale ponte che collega S. Martino con Mozzate), piegava a sinistra lungo la strada Varesina, la seguiva per un tratto, entrava in Cislago fra le due chiese, attraversava il paese, e passando per la Fagnana, entrava in Gerenzano. Attraversato il paese nella parte bassa, piegava il suo corso verso la Madonna del Soccorso in direzione di Uboldo; circondava il paese con un largo semicerchio e voltava poi verso i boschi di Origgio e Lainate nei quali si disperdeva.
Il corso antico del Bozzente, del quale e' stata fatta una descrizione sintetica, serviva in quell'epoca in parte anche come sede della strada Varesina. nel tratto S. Martino-Gerenzano, che risultava in tale modo percorribile solo nei periodi di secca del torrente.
Con tale situazione, la condizione dei vari paesi risultava veramente tragica:
Cislago, era diviso in due parti dal Bozzente e lambito in periferia dal Gradeluso;
Gerenzano, aveva la periferia intersecata tortuosamente dal Bozzente che riceveva nei dintorni del paese anche le rogge dei Piatti e della Mascazza;
Uboldo e Origgio, si trovavano invece nelle vicinanze del Bozzente ma su una quota inferiore al suo corso,
Questo stato di fatto portava continue e dannose inondazioni ad ogni violento temporale e durante stagioni particolarmente piovose, che erano causa delle misere
condizioni economiche del territorio.
Anche la situazione politica non era delle piu' favorevoli. Il Ducato di Milano, al quale il territorio apparteneva, era occupato dagli Spagnoli i quali erano impegnati piu' a trarre benefici che ad occuparsi dei problemi dei propri sudditi. Siamo vicini al periodo Manzoniano dei << Promessi Sposi>>, e la zona si trovava completamente immersa nell'atmosfera del romanzo con tutte le disavventure dell'epoca: carestie pestilenze e soprusi dei potenti. Le popolazioni dei paesi interessati, totalmente inserite in una economia, agricola di sopravvivenza, non avevano alcun peso. Le loro disavventure raramente giungevano in alto, e con le loro condizioni economiche non erano certamente in grado di risolvere una situazione cosi onerosa. I proprietari delle terre, toccati solo marginalmente da queste calamita' ingigantivano le difficolta delle soluzioni prospettate per evitare di esserne coinvolti economicamente. In queste condizioni era chiaro, che la soluzione di un problema cosi' complesso era destinata a rimanere un angoscioso desiderio da chi ne subiva le dannose conseguenze.

IL CONTRATTO BORROMEO DEL 1603

Nel 1603 invece, in seguito ad una paurosa piena che porto' distruzione fino ad Origgio, la Casa Borromeo, proprietaria delle terre di quel paese, considerati anche i benefici che gli spandimenti regolati del Bozzente potevano portare ai suoi boschi, si rese disponibile al concorso delle spese previste da un piano di deviazione dello stesso, da tempo preparato da un gruppo di Architetti, che prevedeva le seguenti opere:
la costruzione di una grande chiusa che sbarrava il vecchio corso del Bozzente al di sotto di S. Martino (23) (in corrispondenza dell'attuale strada campestre situata a monte del campo sportivo di Cislago) e la derivazione da questa di un nuovo corso che seguendo in parte l'attuale circonvallazione di Cislago fino al ponte, piegava in direzione dei boschi di Gerenzano-Uboldo per raggiungere la brughiera del Guasto () di Origgio nella quale doveva spandere completamente le proprie acque con varie diramazioni (2 3 -29 - 1 4- 1 5 - 1 9).
A questo fine il Conte Renato Borromeo metteva a disposizione del piano 4500 pertiche dei suoi boschi di Origgio per raccogliere gli spandimenti delle acque e si impegnava a sostenere la meta' delle spese necessarie per l'esecuzione del piano e della futura manutenzione e aggiungeva:
"Inoltre esso Sig. Conte promette di far fare una chiusa di ceppi, o sassi, e mattoni in calcina nel cavo di detto torrente, e nel luogo ove le acque di esso si introducono no nel cavo nuovo; in modo tale, che, per alcun tempo avvenire l'acqua di esso torrente non possa dar danno a detta strada".
Il Ducato con rara tempestivita' ordino' al Giudice delle strade, sig. Giorgio Secco, un'ispezione della zona che venne da questo effettuata e completata con una relazione favorevole che metteva in evidenza i vantaggi che la realizzazione del progetto avrebbe portato alla viabilita' e alle terre di Cislago e Gerenzano e in questa
"Onde si concerto' col Giudice mio Predecessore, che il Ducato potesse pagare fino a lire tre mille; attesto che con tale diversione il cavo del vecchio torrente restava asciutto, e poteva servire di strada"
A loro volta le comunita' di Cislago e Gerenzano presentarono al Governatore di Milano una supplica con la quale, chiedendo la facolta' di deviare il Bozzente, mettevano in evidenza il grave pericolo rappresentato dalla strada Varesina percorsa dal torrente, sottolineavano la disponibilita' della casa Borromeo alla realizzazione dell'opera e si richiamavano al parere favorevole del Giudice delle. Strade.
La supplica, che pubblichiamo nel suo testo originale, era cosi formulata:
"Cum sid quod anno superiori per Agentes terrarum Cislagi, et Gerenzani supplicatum fuerit Suae Excellentiae pro obtinencia facultate divertendi aquas torrentis Bozzenti, tunc decurrentes per Cavum Veterem prope viam magistram varesinam, et secus ipsas terras, in maximo periculo, et damno ipsarum, et eiusdem Viae, quas aquas Illustrissimus Comes Renatus Borromeus offerebat ducere per Cavum noviter construendu, super eius bonis Origii; et super eo supplici libello injunctum fuerit Octavio raverto, tunc Judici Stratarum, ut locum visitaret et referrat etc.".

* * *

Sulla base di questi elementi si fondo' il celebre << CONTRATTO BORROMEO >>, che sottoscritto dal Sig. Conte Renato Borromeo e dal Sig. Orario Albano, sindaco del Ducato, sanciva la prima deviazione del Bozzente dal vecchio corso neI nuovo cavo; fissava in parti uguali le spese di costruzione e della manutenzione, e dava inizio ai lavori che vennero terminati sulla fine dell'anno 1604.
Cin il nuovo corso del torrente che dopo la chiusa di S. Martino venne chiamato "Cavo Borromeo" si liberava Cislago e Gerenzano dal passaggio delle acque del Bozzente attraverso i rispettivi abitati e si toglieva Uboldo e Origgio dalla vicinanza del suo corso.
Il vecchio alveo del Bozzente venne poi in parte riadattato ed usato come strada di collegamento fra i paesi.
ll Gradeluso a sua volta, che in seguito alla nuova sistemazione si incrociava con il Cavo Borromeo ad ovest di Cislago (29), venne immesso nello stesso, ed il restante suo corso verso S. Maria, usato come strada.

Questo grandioso progetto, visibile sulla tavola n. 3, cosi' magistralmente studiato ed eseguito nasceva con un grande difetto:
la chiusa di S. Martino!
La complessa opera che sbarrava il vecchio corso del Bozzente alle acque e le obbligava a compiere una deviazione a gomito (23) per imboccare il nuovo Cavo Borromeo, veniva violentemente percossa e danneggiata ad ogni piena, per cui permetteva a piccole porzioni di acque di filtrare nel corso vecchio e richiedeva continui lavori di manutenzione. La suddetta situazione viene confermata anche dal documento dell'epoca che riproduciamo:
"Lo attestano gli uomini piu' provetti di Cislago, i quali diligentemente interrogati su questo fatto, hanno concordemente risposto di aver essi sempre veduta la confluenza deI Gradeluso e del Bozzente nel Cavo Borromeo, e la grandiosa chiusa poco sotto S. Martino fino all'anno 1714, ed aggiungono di piu' di averne veduta la riparazione negli anni precedenti; anzi tra questi il fattore Morone, uomo provetto di Cislago, ed altri attestano d'essere stati essi medesimi adoperati in tal travaglio.
Quanto alla forma e alla qualita' della chiusa affermano ancora gli stessi uomini vecchi di Cislago, come testimoni di vista, che questa era costrutta di grandi ceppi (massi) e di solidissime ispallature, con una grande fronte armata di colonne di legno, a guisa di paladella, e che l'altezza della chiusa era di braccia 10 (circa 6 metri), con rinforzo alle spalle con quattro grandi gradinate di ceppo vivo, le quali andavano a terminarsi in un sottoposto piano di grosse tavole di legno; ed inoltre riferiscono di aver in questi tempi veduto che dalla cresta e sommita' della chiusa si scaricava una moderata porzione d'acqua nel cavo vecchio, ma solamente in tempo delle massime escrescenze".
Questo scritto dimostra che la chiusa di S. Martino stabilita nel contratto del 1604, oltre che a perdere acqua, si era anche trasformata in sfioratore, e non manteneva piu' una condizione contrattuale: "di tenere asciutto il letto antico del Bozzente affinche' servisse da strada comoda ai viandanti di ogni tempo".
Il difetto della chiusa aveva fatto sorgere anche la convinzione che fosse una sua caratteristica, infatti la stessa veniva chiamata "travacone", come se l'opera avesse il compito di scolmare nel vecchio corso del Bozzente le acque eccedenti. Questa anomalia e' tuttora confermata dalla lapide murata nel 1680 all'inizio dell'attuale via Garibaldi in Cislago in occasione della inaugurazione di un ponte sul vecchio corso, costruito in quel punto 36 anni dopo la deviazione del Bozzente dal centro del paese, proprio perche' l'abitato veniva nuovamente diviso in due parti dalle acque del torrente che filtravano attraverso la chiusa o la scavalcavano in occasione di grossi temporali o di pioggie prolungate.
Con questo stato di fatto comunque, le comunita' di Cislago, Gerenzano, Uboldo e Origgio, non soffrirono piu' inondazioni dal 1604 al 1714, malgrado una lunga serie di grandi piene dei due torrenti.
Al termine di questo periodo, la situazione politica del Ducato diventa complessa. Nel 1700 scoppia la guerra di successione di Spagna che porta come conseguenza, nel 1706, l'occupazione di Milano da parte delle Truppe Imperiali Austriache; tuttavia dovra' passare ancora un lungo intervallo prima che Maria Teresa, salendo al trono Asburgico dara' il suo nome al definitivo processo di rinascita del Ducato di Milano.
Nel 1714 inizia l'epoca piu' infelice per le nostre comunita'.
La chiusa di S. Martino incomincia a rovinarsi. Il Ducato di Milano, travagliato dalle nuove vicissitudini politiche non tiene fede ai suoi obblighi contrattuali di manutenzione alla chiusa e rende in tal modo impossibili altri interventi da parte della Casa Borromeo.
La chiusa intanto continua a deteriorarsi e contiene sempre piu' pericolosamente le acque, finche', nell'anno 1718, investita da una paurosa piena, si rovescia completamente ed il Bozzente irrompe con violenza nel suo vecchio corso portando gravissimi danni alle terre di Cislago, Gerenzano, Uboldo.
Questo avvenimento determina una nuova situazione. mentre le acque del Gradeluso ed una piccola parte di quelle del Bozzente continuano a confluire nel Cavo Borromeo, nel vecchio corso del Bozzente, non piu' sbarrato dalla chiusa di S. Martino, erano ritornate a scorrere la maggior parte delle sue acque dopo 115 anni di assenza.
Gli abitanti dei paesi situati sul vecchio corso, temendo il ripetersi delle passate calamita', raccontate loro dagli anziani, e duramente danneggiati da altre piene negli anni 1729 e 1738, danno subito inizio alla costruzione di opere di difesa.
Cislago allarga l'alveo del Bozzente ed erige sulle due sponde del tratto che attraversa il paese, due enormi argini in muratura () a difesa dell'abitato.
Gerenzano assalito dalle acque fino alle zone piu' alte, alza gli argini e costruisce un grosso muraglione () per proteggere la chiesa ed il cimitero che la circonda e all'ingresso del paese deriva un canale scolmatore, chiamato Cavo Fagnano (25) per il contributo dato da questa famiglia, avente il compito di abbassare il livello di piena nell'abitato.
Origgio e Uboldo a loro volta, avendo sofferto inondazioni anche negli abitati, nel 1729 su progetto dell'ing. Raffagni, scavano una lunga deviazione del Bozzente piegandolo verso la Malpaga (27) per portare le sue acque nel vicino Cavo Borromeo ed allontanarle definitivamente dai paesi.
Il vecchio corso del Bozzente diventa un lungo cantiere di opere individuali e frammentarie che creano solo discordie e rivalita' fra i paesi, poiche' alla fine risultava che le opere erette a difesa degli uni avrebbero danneggiato gli altri.

LA GRANDE PIENA DEL 1756

Il Gradeluso intanto, che dal 1604 aveva continuato a convogliare le proprie acque nel cavo Borromeo, nell'anno 1744 durante una piena, esce dal suo corso a sud di Mozzate ed imboccata una strada secondaria con andamento incassato, detta Mezzanella, (3 1) che collegava Tradate a S. Martino, si congiunge con il Bozzente sotto S. Martino, e le acque di piena dei due torrenti cosi' uniti, portano danni gravissimi fino all'abitato di Rho, che non aveva piu' sofferto inondazioni da oltre un secolo.
Ancora una volta i paesi alzano difese, Uboldo e Origgio aprono una seconda deviazione su progetto dell'Ing. Malatesta. (26) Anche questi lavori pero' si dimostrano inutili; nell'agosto del 1750 il Fontanile che dal lontano 1603 non aveva piu' causato danni, durante una piena, svia il suo corso verso la solita strada Mezzanella sotto Tradate, e seguendola si congiunge al Gradeluso gia' precedentemente collegato al Bozzente attraverso questa strada, e cosi' i tre torrenti uniti ed in piena portano la devastazione fino a Rho.
Nel medesimo anno le comunita' di Cislago - Gerenzano - Uboldo e Origgio, atterrite da questa nuova e gravissima situazione, fanno ricorso al sig. Conte D. Luigi Pecchio, in quel tempo giudice delle strade, e presentano a S.E. il Sig. Governatore di Milano le loro suppliche.
Chiedono che il Ducato restituisca i tre torrenti nell'antica disposizione sancita dal "Contratto Borromeo" e ribadiscono che la causa di tutti i mali era dovuta solo alla violazione delle norme dello stesso; sottolineano che la rovina della chiusa di S. Martino, non era dovuta alla violenza di wna piena eccezionale, ma solo alla conseguenza di tanti anni di logorio, in assenza di ispezioni e manutenzione; lamentano inoltre che era ingiusto che alcuni paesi subissero le conseguenze della negligenza di chi aveva I'obbligo contrattuale di vigilanza e manutenzione della chiusa "che aveva continuato per piu' d'anni cento alla difesa della Strada varesina, del pubblico commercio, e dei terreni, i quali formavano patrimonio dello stesso Ducato".
Infine chiedono ai Signori Sindaci che intervengano tempestivamente nel porre i dovuti ripari per la difesa "di una delle pèiu' nobili e feraci provincie del Ducato, la quale in breve tempo si sarebbe resa incapace di soccombere al Peso del Regio censo".
In risposta a questi giustificati reclami S. E..il Sig. Paolo De la Slyva, Presidente del Supremo consiglio della citta' e del Ducato di Mantova, ordina ai Signori Sindaci del Ducato di indennizzare in parte dei danni subiti le comunita' ricorrenti e al Sig. Ingegnere del Ducato Ferdinando Pessina di visitare gli sviamenti dei torrenti e di proporre cio' che ritenesse piu' opportuno.
Ma mentre si davano queste buone disposizioni, il Fontanile di Tradate durante una grossa piena, rompe l'argine vicino ad una strada molinara (l'attuale strada Locate V. - Gorla Magg.), la segue ripercorrendo lo stesso tracciato della rovinosa alluvione ehe nel 1712 aveva portato gravi danni a Gorla Magg. e ai suoi mulini, ed irrompe nuovamente nell'Olona provocando altri danni ai mulini dei paesi rivieraschi.
Questo fatto, mentre porta un certo sollievo alle comunita' di Cislago, Gerenzano e Uboldo, che vedono allontanarsi il pericolo determinato dal Fontanile unito al Gradeluso gia' da tempo collegato, al Bozzente, solleva la reazione dei paesi riveraschi dell'Olona. Questi presentano subito ricorso al "Senato Eccellentissimo protettore e custode del fiume Olona ": il cui delegato Sig. Giuseppe Bonacina, Vicario del Seprio, dopo un sopralluogo ordina la chiusura immediata di questo nuovo corso e la restituzione del Fontanile al suo antico alveo.
Di conseguenza i tre torrenti ritornano ancora uniti, con le loro acque che confluiscono tutte pericolosamente nel corso antico del Bozzente di Cislago!
Intanto il Sig. Ferdinando Pessina in esecuzione al suddetto decreto si reca sul posto ed ispeziona tutte le valli dei bacini dei tre torrenti, stende una fedele mappa e scrive un'ampia relazione sulle cause che determinano la loro unione. Non riesce tuttavia a formulare un piano poiche' nel febbraio del 1731 colto da febbri, muore a Tradate senza lasciare ai suoi collaboratori le conclusioni dei suoi studi che teneva gelosamente nella sua mente.
Morto Ferdinando Pessina, non si riusci' in quel momento a trovare un altro tecnico di provata competenza che lo potesse subito sostituire. Sorsero invece dispute violente fra "Tecnici" e "Pratici" sulla soluzione del problema che portavano grandi confusioni ed incertezze a chi doveva prendere delle decisioni e come conseguenza il rinvio di ogni iniziativa.
I tre torrenti intanto, scorrevano sempre pericolosamente uniti nel corso antico del Bozzente di Cislago, ed in questa grave situazione si giunse alla grande piena del primo luglio 1756.
In quel giomo su tutto il territorio, da Venegono fino a Rho, imperverso' un violento nubifragio che rovescio' su tutta la zona una immensa quantita' di pioggia accompagnata da una devastante grandinata e da un vento impetuoso. Nel giro di qualche ora tutta quella enorme massa di acqua si riverso' nei tre torrenti che a loro. volta la confluirono nel vecchio corso del Bozzente di Cislago, gia' gonfiato da precedenti temporali.
Le conseguenze disastrose che ne seguirono preferiamo raccontarle con le descrizioni dell'epoca:
"A tutti questi mali pose il colmo la grande piena accaduta nell'anno 1756, quando il Bozzente accresciuto dal torrente Gradeluso e del torrente di Tradate interamente introdottisi contro ogni equita', dopo il taglio dei loro medesimi argini, porto' quasi l'eccidio delle comunita' di Cislago, di Gerenzano, d'Origgio e di Rho " con quella lagrimevole inondazione accorsa nel primo luglio, la quale atterro' case, diserto' immense campagne, affogo' armenti e diede la morte a molti abitatori.
La notizia dell'accaduto giunse a Milano dopo alcuni giorni.
Il Sig. Grassini delegato di Sanita' del Ducato, preoccupato da possibili epidemie che avrebbero potuto insorgere sul luogo del sinistro, invio' sul posto a capo di una delegazione, il Sig. Bartolomeo Beretta con il seguente mandato -:
" per qualche rumore sparso che nei dintorni di Tradate ed altre terre contigue, specialmente verso Cislago si risentono delle cattive esalazioni alla umana salute pregiudichevoli, e procedenti da cadaveri di bestie e d'uomini annegati nella innondazione in quelle parti seguita nei passati i giorni, ovvero dalle biade infradicite, e corrotte dal fango e nell'acqua.
Siamo venuti nel sentimento di ordinare a voi che immediatamente vi trasferiate sul fatto, e visitando ogni,luogo pregiudicato da tal ruina diligentemente operiate sopra, facendovi al caso di bisogno, guidare da una persona in ogni luogo danneggiato dall'innondazione per farne distinta relazione.

Attenderete diligentemente se vi siano fetori prendendo ancora lume da vicini abitanti in qual luogo, e in qual tempo massimamente si sentono.
Vi informerete distintamente se vi siano cadaveri di uomini o di bestie di qualunque specie insepolti, della qualita' e della quantita' delle biade che sono state rapite da tale inondazione.
Visiterete le case osservando se in esse vi sia fango o altre immondezze che rendono male odore e se vi si trovano malati.
Insomma sara' vostro dovere prendere tutti quei lumi che sono propri della vostra incombenza.

E dalla relazione seguita al sopralluogo si apprendono i seguenti impressionati particolari.

Ossercvando gli ordini ricevuti il giono 18 mattina passai a Gerenzano ed inteso da varie persone il male che il fiume detto bozzente aveva fatto con l'escrescenza della di lui acqua.
Ho saputo dal Sig. Piero Vate, fattore dell'Ill.mo Fagnani e dal console, che sono annegate tre bestie bovine, una del fittabile del Sig. Vedani et le altre due delli fillabile del detto signore e che le dette ebstie le hanno godurte.
Niuna persona e' perita, ne vi e' niuna esalazione in detta terra, non essendoci che un solo ammalato ma non per detta causa, e dopo visitato le case dove e' stata l'acqua sono andato a Cislago.
Ivi ho veduto molte case rovinate dall'escrescenza dell'acqua di detto fiume Bozzente, e dal Sig. Paolo Antonio Rimoldi agente dell'Ill.ma casa Castelbarco, e dal console, Arcangelo Zaffarone, ho saputo essere perite 70 tra piccole e grosse bestie bovine e circa 30 tra giumenti e muli. Interrogati se sono perite persone, mi hanno risposto che guattordici persone sono annegate e state sepolte nella chiesa parrocchiale, et un bambino il quale non si e' ancora trovato. Interrogati cosa avevano fatto di tante bestie bovine e di detti giumenti.e muli; mi hanno risposto che alle bestie bovine hanno cavato la pelle et hanno goduto le carni, mantre il reverendo Sig. Curato ha dato il permesso di mangiarne il venerdi e il sabato perche' non avevano altro. Di detti muli e giumenti hanno cavato la pelle e poi li hanno gettati in detto fiume Bozzente che li ha condotti nelle campagne e nei boschi, eccettuato un mulo d'un molinaro di Prospiano, che era li' capitato per caso, che l'hanno interrato in un orto con le interiora delle bestie bovine. Il console mi ha soggiunto che sono annegate piu' di 100 percore e che con le galline sono state godute o date per carita'.
Mi hanno detto poi cosa era successo delle capre, o siano ammassi di messi di grano. Mi hanno significato che quelle sono state condotte via dalle acque e sono state raccolte da quelli di Gerenzano e da quelli di Uboldo e di Origgio nei boschi e quello che era ancora da mietere e' stato rovinato dalla tempesta.
Indi con il console ho visitato tutte le case dove e' stata l'acqua ad altezza piu' d'un uomo e che molte persone a gran fatica si sono salvate. Dalle dette case ho veduto che hanno estratto il fango cosi' nelle corti: ormai essicato non mandava mal'odore.
Ho raccomandato di lasciare aperto ed accendervi del focho per asciugare i muri, et che era buona cosa imbiancarli con calcina.
Interrogato poi se vi erano ammalati, mi hanno risposto esservi una sola femmina ma da molto tempo, e uno chiamato Carlo Filippino per essersi tanto intimorito nel pericolo in cui e' stato d'annegarsi.
Ho visitato anche la chiesa ma ho veduto le lapidi dei sepolti fatte con maestria che non sono capovolte come non ho sentito alcun mal'odore...
Mi sono partito e portatomi a Mozzate con San Martino ho veduto rovinato il ponte, e dal console Carlo Andrea Gino, ho inteso non essere statte danneggiate ne persone ne bestie ma solo le campagne per l'arena mandata all'escrescenza della detta acqua e horrida tempesta.
Passato a Carbonate dal console Pietro Colombo ho inteso che con la detta escrescenza dell'acqua in detto piccolo borgo, non erano perite ne' bestie ne' persone ma era statta l'acqua alta piu' di un uomo, come ho visitato tanto nell'osteria come in varie case di pigionanti dell'Ill.ma Casa Arconati, ho veduto il simile effetto a Cislago, e siccome in dette case non avevano ancora estratto la litta lasciata dall'acqua, li ho detto di estrarvela subito a cio che non apportasse quell'odore e conseguente danno alla salute. Mi hanno risposto di darli del pane che non avevano di che vivere per la gran tempesta...

La relazione continua con la visita nei giorni successivi a Locate - Abbiate - Tradate - Appiano Lurago Veniano - Limido, dove vengono riscontrati allagamenti e la distruzione dei raccolti causati dalla grandine, mentre numerose case risultano danneggiate dal vento.
Siccome a Carbonate intesi che a Cislago erano statti interrati due muli del molinaro di Prospiano e per essere male intenrati marndavano fettore, mi sono ritornato per accertarmi e per fare levare l'inconveniente se vi fosse stato. Onde arrivato nel luogo, fatto chiamare il Console Arcangelo Zaffarone predetto, mi assicuro' che dei muli del molinaro, era statto interrato solo uno e l'altro, dopo cavata la pelle l'avevano gettato nel Bozzente. Onde ritornato a visitare non ho sentito alcun malodore, e abbondantemente li ho fatto gettare della terra essendo gia' 15 giorni che e' statto interrato. Indi a notte oscura sono arrivato. a Saronno e la mattina mi sono portato a Uboldo dove il Sig. Giuseppe dell'Acqua mi significo' come l'escrescenza del detto Bozzente aveva inondato tutta la terra et nelle prime case era arrivata ad altezza piu' d'un uomo, e con esso avendo visitato le case ho veduto che avevano gia' estratto il fango ormai secco che non mandava nessun odore.
Molte case sono di murati vecchi percio' si sono inzuppate di acqua che mandano un odore che dicono li fa dolere il capo e percio' li ho detto di non dormire in dette case, di lasciare aperto e di fare imbiancare di calce. Interrogato il console Pietro Cataneo se in tale escrescenza erano perite persone e bestie, mi ha detto essere perite due bestie bovine che le hanno godute.
Siccome mi fu detto che in una campagna arenata dal Bozzente vi erano due bestie non interrate vicino alla cascina Malpaga. Sicche' col Console sono stato a visitare la detta cascina distante un miglio vicino a detto fiume che e' stata la piu' esposta. La dove si e' annegato un solo vitello e una pecora che hanno goduto, et avendo purgato le case, li maestri di muro le riparavano.

Passato alla visita di dtte campagne non ho ritrovato che uno scheletro di bestia che sembrava un giumento e ho trovato disinterrato una parte di un altro dalle fiewre o cani che aveva fatto interrare il detto deputato, onde ho ordinato di farlo nuovamente coprire.
Essendo molto lontano la detta cassina da detto luogo mi sono portato a origgio e dal console Gio' Ceriano ho inteso esservi stata pèer le case l'escrescenza dell'acqua del Bozzente ad altezza di un braccio, ma non ha fatto danno e cosi' mi ha confermato il fatore dell'Ill.ma Casa Borromeo, e a circa le ore 17 sono arrivato a Ro'...

IL PIANO DI SEPARAZIONE

Una cosi' terribile calamita' spinse di nuovo le Comunita' e le Autorita' a cercare scampo a questi mali. Si tennero congressi, si inviarono ingegneri, si formarono commissioni e si sentirono tante idee senza arrivare, pero' ad una conclusione valida.
A questo punto intervenne con la sua autorita' S.A.S. il Sig. DUCA DI MODENA Amministratore del Governo e Capitano Generale della Lombardia Austriaca, il quale nel 1758 assunse personalmente la responsabilit'a del riordino dei tre torrenti. Nomino' una giunta presieduta da S.E. il Sig. Marchese Corrado la quale, con speciale decreto nomino' tre valentissimi ingegneri nelle persone dei Sig. GIANCARLO BESANA ingegnere del Ducato, del Sig. BERNARDO MARIA DE ROBECCO ingegnere camerale e del matematico ANTONIO LECCHI della Compagnia di Gesu'. A questi tecnici fu ordinato di sottoporre al Governo nel piu' breve tempo possibile, un piano razionale per la sistemazione definitiva dei tre torrenti. Fu anche decretato che alle spese necessarie per la realizzazione dell'opera dovessero contribuire tutte le provincie del Ducato in quanto si ritenne che una provincia cosi' provata nel passato non dovesse da sola affrontare oneri cosi' pesanti.
Il progetto che questi tecnici riuscirono ad elaborare nel giro di pochi mesi, visibile in parte nel disegno originale allegato, si dimostro, un vero piano organico, completo di tutti i particolari. Comprendeva il rilievo planimetrico del territorio e di tutte le sue caratteristiche idrauliche; riportava i calcoli delle portate di piena dei singoli torrenti e le loro cause; e illustrava con tutti i particolari le opere di eseguirsi.
Il presupposto su cui si basava il piano, era la separazione dei tre torrenti dal Bozzente di Cislago con tre corsi ben distinti da eseguirsi in linea retta fino al termine delle zone abitate, e la dispersione delle loro acque in tre zone distanti e senza pendenze fra di loro.
Il loro corso doveva avere la massima sezione e pendenza in questo primo tratto e diminuire progressivamente dopo le prime derivazioni delle rispettive rogge maestre, per terminare con le successive diramazioni nelle zone di spandimento.
La pendenza e la forma della sezione dei corsi veniva calcolata in modo che la velocita' delle acque risultasse sempre costante anche con il variare delle portate, onde evitare i depositi di sabbie nei loro letti.
A questo proposito si consigliava il divieto di zappare il brugo nelle valli dei bacini di alimentazione e si suggeriva un intenso rimboschimento delle stesse al fine di trattenere il piu' possibile le acque piovane, e si vincolavano a destinazione boschiva vietando ogni attivita' agricola onde evitare con il dilavamento delle piogge, I'asportazione del terriccio dai coltivati.
L'assetto finale dei tre torrenti, dopo alcune varianti, veniva previsto come nella Tavola n. 1 e precisamente:

FONTANILE DI TRADATE

Si doveva utilizzare lo stesso corso rettificandone la direzione e restringendolo in piu' punti per aumentarne la velocita' delle acque ed evitare i depositi di sabbie:
sulla sponda sinistra furono previste arginature verso la strada Mezzanella e altre zone inclinate. Il suo corso giunto cosi' nei boschi di Gorla e Rescalda si doveva dividere in molti piccoli rami con la funzione di disperdere le acque su una vasta superficie di boschi.
Questa zona boschiva (boschi Ramascioni e Mirabello) doveva essere anche in parte circondata da una lunga serie di arginature per impedire che le sue acque di piena si unissero a quelle della zona di spandimento del Gradeluso.

GRADELUSO DI LOCATE

Per questo torrente che da secoli si dirigeva su Cislago, il piano prevedeva un corso completamente nuovo che doveva essere scavato fino alla zona di spandimento.
Questo corso partendo dall'attuale stazione ferroviaria di Locate proseguiva diritto e variamente arginato fino ai boschi a Nord della Cascina Visconta nei quali si doveva disperdere con varie diramazioni. (6-8-9-1 O)
L'ultimo tratto del suo corso (9-10), con inizio nei boschi di Carbonate e fino alla zona di spandimento della Visconta, doveva essere scavato con una sola arginatura sulla parte sinistra a protezione delle campagne, mentre la contrapposta sponda destra doveva essere priva di argine, affinche' facesse le veci di un continuo e regolare scaricatore dei due terzi della portata delle acque di piena.

BOZZENTE DI MOZZATE

Con un nuovo corso rettilineo, che iniziava dal Ponte sulla strada statale Varesina a S. Martino (24) doveva imboccare il Cavo Borromeo eseguito nel 1604, al ponte della strada Cislago-Prospiano (14). Questo nuovo tracciato poneva termine al grave errore commesso in quella data in occasione della prima deviazione del Bozzente.
Come si ricordera' il vecchio corso fu sbarrato dalla famosa chiusa che in seguito procuro' tutti i mali che abbiamo raccontato. Questo nuovo tratto iniziale era previsto con una forte pendenza per evitare il depositarsi di sabbia durante i periodi di piena. I materiali risultanti degli scavi dovevano essere usati per creare un argine continuo su tutta la parte sinistra del corso (detto << terrone >> con il compito di evitare tracimature verso i terreni piu' bassi di Cislago. Al ponte della strada Cislago-Prospiano, dove il nuovo corso doveva immettersi nel Cavo Borromeo, avveniva la prima derivazione per mezzo di un canale (chiamato ora impropriamente Bozzentino) che con il nome di Roggia Maestra aveva la funzione di prelevare dal Bozzente un terzo delle acque di piena per disperderle nei boschi di Gerenzano. In quel punto ( 1 4) fu' previsto, a questo scopo, uno sfioratore (briglia) con relativo divisore a cuneo per facilitare la derivazione delle acque dal corso principale. A valle dello sfioratore era progettato il riordino del vecchio Cavo Borromeo che dopo tre nuove diramazioni nei boschi di Uboldo; entrava nella zona di spandimento di Origgio nella quale doveva disperdere l'ultimo terzo delle acque di piena attraverso le numerose diramazioni costruite nel lontano 1604 all'epoca del "Contratto Borromeo".. Questa vasta zona boschiva doveva essere circondata da una arginatura di contenimento e al suo termine con tre bocche sfioratrici rovesciare le eventuali acque residue sulle strade per Villanuova Barbaiana Biringhello, per finire poi nell'Olona dopo aver attraversato l'abitato di Rho.

Approvato il piano vennero subito appaltati ed iniziati i lavori con un impiego imponente di uomini e animali distribuiti sui vari punti dei tre tracciati, tutte le parti essenziali vennero ultimate verso la fine del 1760, mentre il piano fu completato in tutti i suoi particolari nell'anno 1762.
Al termine dei lavori S.A.S. il Duca di Modena, promotore di quest'opera, ordino' a tutti i proprietari delle terre, che da Tradate a Rho .erano stati in qualche modo interessati o soggetti ai fenomeni dei tre torrenti, di unirsi in un Consorzio, finanziato in parte da loro ed in parte dal Ducato, avente lo scopo di conservare il piano sempre funzionante con le necessarie sorveglianze e manutenzioni. Nomino' pure una Giunta di ministri con il compito di giudicare, in riunioni periodiche, tutte le infrazioni e le necessita' che il Consorzio stesso era tenuto a riferire, ed a intervenire con una speciale autorita', a risolvere qualsiasi situazione.
"La Congregazione dei Torrenti", cosi' era stato allora chiamato il Consorzio, doveva in ogni modo e con ogni mezzo operare per evitare che si verificasse nuovamente l'antico fenomeno:
l'unione dei tre torrenti nel corso antico del Bozzente di Cislago!
La perfezione dell'operae la sua utilita' fu subito verificata durante le piene avvenute negli anni successivi ed e' documentata dallo stralcio della relazione, che di seguito pubblichiamo, diretta al Duca di Modena in ringraziamento per il suo decisivo intervento.

" merce' di provvedimenti cotanto saggi V.A.S. in tempi calamitosi ba condotta a fine un 'impresa per tant'anni desiderata e quasi disperata dagli abitatori di queste terre. Si son separati li tre Torrenti con nuove manofatte inalveazioni, e s'e' perfezionato il necessario progetto di consumare le loro piene ripartitamente ne' boschi e nelle bvughiere. Ed anzi colla sperienza di due precedenti anni s'e' giunto a segno di volgere a vantaggio di guelle terre la ferocia medesima de' Torrenti.
Imperciocche' dalle frequenti loro irrigazioni nella state e nell'autunno gli antichi boschi si dispongono gia' di una maggiore feracita' e quei tratti immensi di sterilissimi piani dalle bonificazioni de' Torrernti o si abilitano a trasformarsi in dense boscaglie, o dagli agricoltori si rivestono di novelle e gia' sorgenti piantagioni.
Non s' e' veduta giammai una metamorfosi di cose la piu' strana. Que' medesimi terrazzani, i quali, anni sono, al primo udirsi all'orecchio fin da lungi il romore e l'arrivo de' minacciosi Torrenti, s'inorridivano, e paventavano le solite irruzione o nelle case, o nelle campagne; al di di' d'oggi non che temerle, con lieto viso attendono le loro piene, vanno loro incontro per invitarne le acque a diramarsi su loro fondi; altri se le attraggono con nuovi fossati, altri le fermano con arginelli, ed arrestano su fondi sterili quel medesimo interrimento favorevole alle nuove piantagioni che riusciva tanto nocivo a seminati. Che se all'imboschimento de' piani s'aggiugnera', com'e' da sperarsi, quello tanto importante delle valli col fare buon uso degl'interrimenti fermati dalle roste, o sia traverse gia' poste in opera questo sol fine; in pochi anni noi vedremo restituita alla nostra provincia ed al Ducato la copia de' boschi che l'amore alla coltura ci aveva tolto con poco sano consiglio.

Tutte queste felici prospettive suscitarono un grande spirito a difesa della nuova opera che sopravvisse anche al successivo alternarsi di governi sul nostro territorio.
Lo testimonia l'editto, pubblicato a lato, emanato nel 1803 dalla Repubblica Italiana subito dopo la sua costituzione da parte di Napoleone, editto che si richiama a quello del 1773 di Maria Teresa d'Austria.
Successivamente si verificarono alcuni difetti: la Roggia Maestra del Bozzente, dal 1765 incomincio' a svolgere male il suo compito progettuale, (smaltire un terzo delle acque di piena nei boschi di Gerenzano) a causa degli accumuli di sabbia che durante le piene otturavano il suo punto di derivazione dal Bozzente. Il medesimo fenomeno si verificava di continuo anche alle diramazioni della zona di spandimento di Origgio che diventava in tal modo insufficiente a smaltire le acque di piena e di conseguenza le riversava sui territori di Lainate fino all'abitato di Rho, per finire poi nell'Olona.
Queste anomalie erano dovute al ritardato rimboschimento dei bacini di alimentazione. Continui sono i ricorsi alla "Giunta" di questi paesi che lamentano le continue inondazioni che subiscono, causate a loro dire, dalla nuova opera che preservava i paesi a monte ma danneggiava quelli a valle.Il difetto fu poi eliminato con un canalino scolmatore condotto fino al fiume Olona presso Rho a valle di tutti i mulini del fiume
Il secondo difetto, limitato a Cislago, e tuttora esistente, ha in seguito ispirato il noto proverbio cislaghese. Il nuovo tratto del Bozzente scavato nel 1760 si dimostro' insufficiente a contenere la grossa onda di piena nei periodi eccezionali. In queste occasioni, ma "ogni trent'an e trenta mes" l'acqua tracima dall'argine sinistro nei pressi di San Martino e seguendo la pendenza naturale del terreno "torna al so paes " percorrendo ancora l'antico tracciato del corso del torrente attraverso le vie del paese; causando ancora qualche danno.
Le conseguenze di questo difetto furono in seguito mitigate da una grossa vasca volano chiamata "Laghett" scavata verso la meta' del 1800 per contenere parte di queste acque. Nel 1930 venne colmata per ricavarne l'attuale campo sportivo di Cislago.
Questi ed altri piccoli difetti sollevarono anche delle polemiche alimentate da chi aveva parteggiato per un'altra soluzione. Questa situazione viene confermata da un episodio accaduto nel 1763.
In quell'anno gli abitanti di Rho, che precedentemente avevano sempre sofferto le inondazioni del Bozzente sotto questo nome comprendevano anche le acque del Gradeluso, del Fontanile e di tutti gli altri torrenti minori che vi confluivano, si videro nuovamente allagati da una piena del vecchio Bozzente. Furiose furono le loro reazioni poiche' pensarono che il Bozzente avesse fatto ritorno a Rho e che il Cavo Borromeo con tutte le sue nuove diramazioni non bastasse a consumare le sue acque.
Furono subito spediti dei Periti che costatarono invece che le acque provenivano dalla Roggia Comasina di Cislago e dalle Rogge della Mascazza e dei Piatti di Gerenzano che confluivano nel vecchio corso del Bozzente le acque di un violento temporale locale, mentre :
Bozzente confluiva nel Cavo Borromeo una modesta quantita' di acqua. Queste rogge cessarono poi la loro funzione con le successive variazioni del territorio.

SITUAZIONE ATTUALE

Tutto questo fervore doveva pero', diminuire con il passare degli anni. Le opere eseguite erano risultate cosi' funzionali che le generazioni sopravvenute, non avvertendo piu' i pericoli e ricordando sempre di meno i danni e i lutti subiti dai loro antenati tramandarono sempre piu' labilmente e confusamente i loro ricordi, fintanto che le passate vicissitudini caddero in completa dimenticanza, e si giunse a ritenere il corso dei tre torrenti un'opera della natura e non dell'uomo.
In questo stato d'animo il Consorzio dei Tre Torrenti (cosi' venne poi denominato) sopravvisse ugualmente, sotto varie forme e malgrado tutti i rivolgimenti politici che hanno caratterizzato questo periodo, sino al 1963; anno in cui, sotto la spinta dei proprietari dei terreni, divenuti ormai numerosi e del tutto all'oscuro dei precedenti, decretarono il suo scioglimento.
La fine del consorzio determino' anche l'abbandono di tutta quella severa normativa statuaria e quella assidua vigilanza, affidata a guardie preposte (campari), che aveva permesso la conservazione dell'opera per due secoli esatti.
I tre torrenti, senza altri interventi anche di carattere pubblico, furono cosi' abbandonati all'arbitrio degli uomini e degli elementi.
I loro corsi sono stati continuamente manomessi in funzione delle necessita' dei singoli comuni, e sono stati ridotti fognature a cielo aperto dai loro scarichi urbani.
Le industrie insediatesi in tutto il territorio, hanno immesso nei torrenti i loro liquami che con i loro sedimenti hanno impermealizzato i loro letti e stanno provocando un lento ma continuo innalzamento degli stessi.
Un sintomo di queste alterazioni e' data dalla frequenza degli straripamenti periodici del Bozzente (1880-1917-1951 -1976) non piu' trentennale come recita l'antico proverbio, e sicuro segnale di un equilibrio alterato.
Alcune parti delle zone zone di spandimento delle acque sono state destinate da qualche comune, del tutto ignaro della destinazione storica di quel territorio, a zone industriali con i conseguenti ed immaginabili inconvenienti alle fabbriche durante i periodi piovosi.
La zona di spandimento di Origgio del Bozzente con tutte le sue complesse opere di diramazione e di arginature, ha da tempo cessato la sua funzione originale a causa del progressivo interramento delle sue diramazioni. Le acque del torrente sono convogliate dall'antico scolmatore che, continuamente adattato, sottopassa attualmente l'autostrada al bivio di Lainate ed il canale Villoresi a Villanuova; si dirige verso la Barbaiana, Biringhello e attraverso l'abitato di Rho confluisce nel vicino fiume Olona.
Nei pressi della Barbaiana, regolato da paratoie, e' stato recentemente derivato un secondo tratto, che con andamento sotterraneo conduce parte delle acque di piena nell'Olona a monte di Rho.
Le zone di spandimento del Fontanile e del Gradeluso, impermeabilizzate dai sedimenti delle acque inquinate, sono diventate paludi maleodoranti e un grave pericolo alle falde acquifere sotterranee.
Gran parte delle rogge di diramazione costruite per permettere lo spandimento regolare e l'irrigazione di vaste zone boschive sono state manomesse ed alterate dalla vegetazione, e spargono nei boschi le acque con le immondizie che gli abitanti dei paesi a monte gettano nei corsi dei torrenti.
I tre torrenti cosi' vigilati e tenuti in ordine dalle passate generazioni, sono da anni senza interventi organici, ma solo oggetto di interventi straordinari e frammentari senza un piano che prevede anche una regolamentazione e relativa vigilanza.
Tutti questi elementi distruttivi che stanno portando, come conseguenza nuovi pericoli al territorio, hanno spinto l'amministrazione provinciale di Varese a creare due nuovi consorzi operanti pero', limitatamente nell'area della provincia attraversata dai torrenti. Il primo interesato al Bozzente e al Gradeluso, raggruppa i comuni di Locate, Carbonate, Mozzate, Cislago, Turate, Gerenzano, Uboldo Origgio; il secondo per il Fontanile con i comuni di Venegono, Tradate e Gorla aventi lo scopo di risanare i torrenti con interventi previsti in due tempi diversi.
Con il primo intervento, che mira a eliminare qualsiasi immissione di scarichi urbani ed industriali nei torrenti, verra' realizzato un collettore parallelo ai loro corsi nel quale saranno convogliati tutti i liquami per essere successivamente trattati da un depuratore e restituiti ai torrenti sotto forma di acque pulite. Il secondo intervento in fase di progetto prevede il riordino idraulico dei torrenti in un'ottica piu' aderente alle nuove realta'.

Le vicende del Bozzente, fin qui descritte, sono sintetizzate da un brano della poesia scritta verso la seconda 1800 dal Sig. Carlo Valcamonica, venuto a Cislago con l'incarico di speziale.
In questo suo scritto, in un dialetto cislaghese poco ortodosso, vengono rievocati i punti piu' significativi della storia del torrente:
- Il corso del torrente che si snoda fra le vie del paese
- La grande piena del 1756
- La seconda deviazione del suo corso del 1760
- Il difetto del nuovo tratto del suo corso, con la "descrizione" di una delle inondazioni periodiche
- La formazione del laghett... con una sua libera interpretazione
per rendere i verbi piu' comprensibili a chi non ha molta confidenza con il nostro dialetto, e' stata affiancata una versione in lingua che cura piu' il rispetto della rima che la forma.



Cislagh se voerem cred al sur segrista
De San Giovarnn in Conca de Milan .
Ch 'el sa tradu' el latin a prima vista
Con gramatega a calepin in man,
Voeur di: al de chi del lagh: donca al de la'
Gh'era sicur on lagh, no gh'era prusma'.

Ai rtoster temp on bulo d'on fattor
Per giustificà el titol de Cislagh
No cakoland rte spesa, ne sudor,
El se miss in la mertt de fall on lagh;
Ma pover desgraziaa! l'ha faa on laghett
Che l'acqua la ten tant com'evt cribiett!

Orla voeulta in del mezz dà sto paes
Passava per so cowlod on torrent
Che cont on termerz puro milanes,
Ch 'el verz de bozza, el ciamen el Bozzertt,
De solit succ, ma quartd elpioeuv, elpioeuv,
El se impiendiss anca pussee d'on oeuv.

Certt yuindes ann indree, rompuu ogni bria
El l'ha inondaa fasend rovinrtà. dagn:
Tartti ca j'ha distrutt e mennaa via;
L 'ha traa sotto sora covt, strad e campagn;
E pesg anmd, per rzostra mala sovt,
In sto piennon quindes personn gh 'hirtn movt.

poeu l'han incanalaa, sto cav bellee,
In manera che l'acqua lrtscl pian pian
L 'artdass a cortsuwtli lee da par lee
In di 60sch glo de Ubold e Gerenzan:
Ma in sto @/ottanta anm@ ona canajada@
Sta birba d'ort Bozzent te me l'ha fada.


@'va Mozzaa e la frazion de Scln Martirt

l'acqua e strada e riva;
L 'ha sorwtontaa con
L 'ha quatta @:lo bdSCh e CaWtPa9Yt vesin,
E nanca el nost stradorz el se la schiva,
Ch@ on colp de fianch ne taja foeu on chignoeu
Com 'el fuss batelmat, o quartiroeu.

E l'@ pur anch staa fortunaa el tranvaj
A passagh su on quart d'ora prima e appenna
Che l'acqua in del terron la fass el taj
Lavgh on des pass, lassand (sfogaa la pienna
per via d'on bus diventaa a. sv41t trincera)
Tutt el telar sospes, ch'elpar nanch vera.


Cislago, se vogliamo credere al signor secrista
di San Giovanni in Conca di Milano
che sa tradurre il latino a prima vista
con grammatica e vocabolario in mano,
significa: al di qua' del lago: dunque al di la
c'era di sicuro un lago, non c'e' dubbio.

Ai nostri tempi un bullo d'un fattore
per giustificare il titolo di Cislago
senza calcolare ne spesa, ne sudore,
ha pensato di farlo un lago;
ma povero disgraziato ha fatto un laghetto
che trattiene l'acqua come un setaccio!

Una volta in mezzo a questo paese
passava per sua natura un torrente
che con un termine puro milanese
che deriva da bozza (pozzanghera) lo chiamano Bozzente
di solito asciutto, ma quando piove, piove,
si riempie anche piu' di un uovo.

Cento quindici anni addietro, rotto ogni argine
ha straripato facendo rovine e danni:
tante case ha distrutto e portato via;
ha messo sotto sopra cortili, strade e campagne:
e peggio ancora, per nostra mala sorte,
in questo pienone quindici persone sono morte.

Poi l'hanno deviato, questo caro bellimbusto,
in modo che I'acqua cosi pian piano
Andasse a consumarsi da sola
nei boschi giu' verso Uboldo e Gerenzano:
ma in questo ottanta (1880) ancora una canagliata
questa birba d'un Bozzente ce l'ha fatta.

Fra Mozzate e la frazione di San Martino
riva e strada con l'acqua ha sormontato:
ha allagato boschi e campagne vicino,
e neanche il nostro stradone (*) se l'e' schivato,
perche' con un colpo sul fianco ne ha tagliato una fetta
come fosse quartirolo oppure ricotta.

ed e' stato fortunato il tramvai
a transitare un quarto d'ora prima appena
che I'acqua facesse il taglio nell'argine
largo circa dieci passi, lasciando sfogata la piena
attraverso un varco diventato subito una trincea
tutto il binario sospeso, che sembra neanche vero.

(*) L'attuale Statale Varesina, a quel tempo percorsa dalla tramvia a vapore Milano-Tradate.








 


Alcune note:

1) Importanti ritrovamenti nel tratto del Bozzente che toccava Uboldo, Gerenzano e Cislago, testimoniano la sicura occupazione anche di questa zona e una sostenuta attivita' agricola e commerciale.

2) Centro di formazione romana non e' fortificato ma aperto e dedito al commercio o al passaggio di truppe oltre le Alpi. In Cislago esso potrebbe essere sistemato nella fascia di terra compresa tra la via Varesina e il vecchio corso del Bozzente e piu' precisamente tra la chiesa parrocchiale, la cui torre campanaria in origine scostata dalla chiesa poteva indicare una torretta di semplice osservazione, e la contrada della Piscina. La tomba sopra ricordata e' inoltre proprio collocata secondo l'uso romano sulla strada adiacente.

3) Da un attento esame alla toponomastica di Cislago sulla base di indicazioni piu' antiche, esso appare collocato sull'altro versante del fiume Bozzente, verso sud-ovest ed il delineato a nord dalla contrada Crube' (via Cavour), a sud dalla piazza Grande (piazza Trieste), a est dal Bozzente stesso (piazza chiesa, piazza Castelbarco, via Garibaldi) e a ovest da una contrada che univa direttamente l'odierna via Cavour con la piazza Grande. Oltre il nucleo centrale, sorge dunque l'agglomerato civile, disteso verso sud e verso ovest a forma di semicerchio, mentre la devozione religiosa del signore franco permette l'edificazione di una chiesa sotto il titolo di San Martino nella tipica tradizione del suo popolo, e continuata nei secoli con il nome di Maria Annunciata e San Martino.

4) Nuove modifiche al castello e creazione del Vialone

Dal 1820 Cislago riprende un deciso incremento di popolazione. Il 1822 conta 1721 abitanti di cui 1477 residenti in paese e 244 nelle varie cassine. Il 1825 ne indica 1746.
Nuovo slancio e' ripreso dalla famiglia Castelbarco che rafforza i suoi domini e il suo stile di vita ossequioso e galante.
Al sontuoso palazzo vengono aggiunti lavori di restauro. I fossati vengono completamente colmati, ecc.

5) Alla cappella della Immacolata.
Una visione piu' aperta e riassuntiva,tutto quando il complesso sacro principale di Cislago appare dunque sistemato in modo da avere il paese sul suo lato Sud-ovest.. Esso e' ancora piu' isolato quando il Bozzente che scorre sul frontespizio, e' in piena. Una nota del 1852 sottolinea appunto che il Bozzente lambisce le pareti del cimitero attorno alla chiesa e quando tale torrente e' privo d'acqua, si arriva al cimitero e da li' alla chiesa per 16 gradini, Se poi proprio vi e' innondazione, rimane impossibile agli abitanti accedere alla chiesa e per il parroco andare verso gli abitanti, perche' non esiste un ponte sopra il detto torrente.

6) La chiesa dunque di Santa Maria e San Pietro e' avviata ad ampie trasformazioni che gia' nel 1582 fu detta non piu' sufficiente per la popolazione e nel 1597 non fu piu' capace di tutto il popolo che sta nella maggior parte dall'altra sponda del Bozzente e che non puo',arrivarci quando esso innonda.

7) Del parroco Riva.
Basti ricordare la lettera del 2 settembre 1759 in cui, parlando dello straripamento del Bozzente, conferma che nelle occasioni precedenti sino al 1605 le opere stradali intervennero a sistemare i danni generali senza spesa alcuna per i vari curati di Cislago e paesi prossimi, ma confessa che nel precedente anno 1758, volendo la casa Castelbarco fare allargare il letto del Bozzente, essa pretendeva dal curato il pagamento di lire 89. Gia' il curato, vista la noncuranza degli organi pubblici del momento, a seguito di ulteriori inondazioni, era pero' intervenuto personalmente con 100 zecchini per costruire un muro per il riparo del giardino, della sua casa e della chiesa,, primi a ricevere l'impeto di quell'acqua. Per i lavori decisi invece da quei Castelbarco, il parroco ora, oltre a partecipare alle spese, doveva anche convincere gli abitanti a fare quattro giornate di lavoro gratuito. Tutto questo egli dovette poi accettare per non incorrere in lunghe discussioni e tribunali.

8) la chiesa legata al castello.
La chiesa era riposta su un rialzo del terreno, lambito dalle acque del torrente Bozzente che passava proprio dietro la sua cappella maggiore e rimaneva ancora cosi' piu' strettamente unita al progetto planimetrico medioevale di luogo addossato al suo castello oltre che protetto dalle presenti forze naturali.

9) La chiesa di Santa Maria in campagna. (vedi diapositive con cappellette avanti)
Tenuto conto che il suo lazzaretto cioe' luogo di sepoltura di questi sfortunati per Cislago era a poche decine di metri dalla stessa chiesa di Santa Maria e che tale chiesa presenta nei suoi affreschi figure dedicate a S. Sebastiano e a S. Rocco (seconda e terza nicchia sulla destra per chi entra dal centro) santi a cui si faceva ricorso in queste tristi circostanze, la questione diventa piu' chiara e credibile.
Il suo carattere isolato o riservato espresso nelle sue mura che attorniano la chiesa, le case e le loro cascine, e' confermato anche dal luogo scelto per la sua sistemazione. Infatti fino al 1604 scorreva avanti a questo centro dalla parte verso Cislago, il torrente Gardaluso o Gradaluso o Bozzentino che proprio qui terminava la sua corsa e dispedeva le sue acque, come si legge nella topografia del corso antico e moderno dei tre torrenti di Tradate, Gardaluso e Bozzente. A questo riguardo ancora per la visita pastorale del 1603, nel riportare le terre appartenenti alla chiesa, si dice che tra i confinanti di una terra di sette pertiche in Musarella o Miserella scorreva il fiume Bozzente Minore o Bozzentino ( A.S.M. Notarili cart. 9025) . Esso, continuando la sua corsa, passa davanti di S. Maria e sfoga nelle terre del Campaccio. La poverta' di queste terre, sottolineata dal temine Miserella o Campaccio, indica appunto come la presenza del Bozzentino le rendesse di minor valore o produttivita' rispetto alle altre anche vicine.
Il tracciato segnato dal Bozzentino per buona parte dell'anno serviva come strada o sentiero per Rescalda, Legnano e Gallarate.
Inoltre le due vie di uscita dal centro di S. Maria ancora evidenti: una di fronte alla porta principale della chiesa ( ora generalmente chiusa da un portone in legno) e l'altra aperta e passante sotto un arco che va, lungo il percorso fiancheggiato da sette piu' sette cappellette della via Crucis in cattivo stato, ad immettersi sulla strada principale per Cislago, non segnano che una linea unica proveniente dalla contrada una volta detta di S. Maria Siate ed ora Magenta e diretta al sentiero di Gallarate o Legnano.
Nel capitolo dedicato alla chiesa parrocchiale di Cislago era rimasto il dubbio di attribuzione della chiesa sotto titolo di S. Maria segnata 256 A nel Liber Sanctorum di Goffredo di Bussero, alla stessa chiesa maggiore o piuttosto ad altra chiesa nelle vicinanze.
Ora se veramente doveva sussistere una chiesa di S. Maria accanto alla parrocchiale, questa non puo' essere stata altro che S. Maria campestre. Tuttavia il termine aggiuntivo: di Sia, Siate, Scia', Sciate o Sedate non permette una definita, unica e ultima spiegazione sulla nascita della chiesa. Si puo' dire che esso e' i9nterpretabile almeno secondo due punti di vista sostenuti dalla parlata della popolazione del posto: o sottolinea la posizione della chiesa appunto con significato - da questa parte - della strada o del letto del Bozzentino, oppure e' riconducibile alla figura della Madonna venerata da piu' secoli in detta chiesa e considerata miracolosa, nel senso che, mostrandosi in stato interessante, indicherebbe la nascita del bambino che sta per venire a salvare il mondo.

10) La chiesa di Tutti i Santi nella Fagnana.

Alla destra vi sono le case dei coloni dei Fagnani. Antistante la chiesa, in cui si puo' guardare dentro attraverso una finestra vi e' uno spazio e rimane il transito che supera il fiume detto Bozzente (A.C.M. Pieve di Appiano vol. III XXVII, XL).

 


Il torrente Bozzente deve essere controllato


Tratto dal libro "Cislago, terra di poveri, terra di furbi" di Livio Mondini.
------------------------------------------------
Come gia' sappiamo il Torrente Bozzente al quale si univa il Gardaluso o Bozzentino, scorreva da S.Martino per Cislago e poi per Gerenzano e Uboldo portando frequenti inondazioni a tutte queste terre nei momenti di piena. Ora
doveva subire una deviazione.
Nell'anno 1603 le Comunita' di Cislago e Gerenzano fecero ricorso al governatore di Milano, come si vede nella supplica registrata nell'istromento di contratto tra il signor conte Renato Borromeo e il ducato di Milano e le dette comunita', con queste parole: trovandosi che si era supplicato attraverso gli agenti delle terre di Cislago e Gerenzano a Sua Eccellenza di ottenere la facolta' di deviare le acque del torrente Bozzente, che appunto scorrevano nel loro antico cavo parallelo alla strada maestra varesina e recavano grande danno alle stesse terre e alla stessa via, e che l'illustrissimo conte Renato Borroneo si offriva di condurle per un cavo nuovo da costruire nella parte dei suoi beni in Origgio, ancora si invita il signor Ottavio Raverto giudice delle strade a visitare il posto e riferire ...(10).
Nella relazione seguita alla visita fu riconosciuto il vantaggio che ne ricavava tutto il Ducato e le terre di Cislago e Gerenzano dalla meditata diversione del Bozzente dall'antico suo alveo per mezzo di una grandiosa chiusa presso San Martino in modo che impedisse qualunque trascorrimento d'acque in caso di piena sulla strada Varesina ed anzi, rimanendo cosi asciutto, potesse essere utilizzato anche come strada. Nel contratto tra Renato Borromeo e Orazio Albano sindaco del Ducato, e' scritto: inoltre esso signor conte promette di far fare una chiusa di ceppi o sassi e mattoni in calcina nel cavo del detto torrente e nel luogo ove le acque di esso si introducono nel cavo nuovo, in modo tale che nel futuro l'acqua di questo torrente non possa dar danno a detta strada. Cosi
questa diversione di tutto il Bozzente nel nuovo cavo fu ottimamente proposta dagli ingegneri e periti di quel tempo ed eseguita nel 1604. Il cavo Borromeo poi non solo fu condotto per molte miglia attraverso vaste brughiere e boschi di Cislago fino ai confini di Origgio, ma si scelse una linea di direzione e di corso sopra il piano alquanto rilevato delle stesse brughiere dove potesse diramarsi agevolmente e spandersi nei piani inferiori e consumarsi per via in buona parte, anche prima di condursi nelle terre e nelle brughiere di Origgio.
Questo permetteva altresi' di non lasciarlo scorrere fino a Lainate o a Rho perche' lo stesso Borromeo destino' 4500 pertiche delle brughiere e boschi di Origgio delle 1O mila che possedeva, per il suo sfogo o spandimento. Fu cosi'
creato un intreccio di canali e di loro sostegni attraversanti, in modo che si imboccassero le acque dei canali superiori e da qui piano in piano lentamente scendessero ad occupare l'estensione di tutti i boschi. Un lavoro ben fatto e' bastevole in quei tempi all'intero spandimento delle restanti acque del Bozzente entro cui ancora scaricava il Gradaluso. Sempre nel 1604 fu stipulata una convenzione tra la casa Borromeo e la casa Fagnana per l' apertura del cavo di Gerenzano. Questo stato di cose duro' dal 1604 fino al 1714 come si vede dalle mappe del 1718 e dalle attestazioni degli uomini piu' provetti di Cislago, i quali confermarono che sempre avevano visto la confluenza del Gardaluso e del Bozzente nel Cavo Borromeo e la grandiosa chiusa poco sotto San Martino fino al 1714 , comprese alcune riparazioni negli ultimi anni. Tra tutte le testimonianze figura quella del Fattore Morone uomo vecchio di Cislago e di altri che avevano partecipato a questi lavori. Gli stessi uomini di Cislago come testimoni di vista ne ricordano la forma: chiusa costruita con grandi ceppi e solidissime impalcature, con una gran fronte armata di colonne di legno a guisa di paladella, con una altezza di braccia 9 - 10 circa, con il rinforzo alle spalle
di quattro grandi gradinate di ceppo vivo le quali andavano a terminare in un sottoposto piano di grosse tavole di legno. Solo in tempo di massima escrescenza, , dalla cresta e sommita' della chiusa, si scaricava una moderata porzione di acque nel vecchio cavo. Questo sta ad indicare un cambiamento verso la fine del seicento-inizio settecento da chiusa a travacatore. Il vecchio letto del Bozzente assume cosi' completamente il servizio di strada comoda ai viandanti. Tale sicurezza di progetto tenne lontano per tutti questi anni, qualsiasi querela.
Altre tribolazioni non mancarono. Per tutto il ducato di Milano continuarono grandi movimenti di truppe e nelle loro soste in questo o in quel borgo frequenti erano le segnalazioni di disturbo. A questo riguardo ancora e' scritto nella visita pastorale a Cislago: la chiesa parrocchiale di Cislago essendo tutta stata fabbricata de novo con l'elemosina e sovvenzioni del popolo e con gran spesa per la poverta' e grandissimi carichi, non si e' potuta ridurre a perfezione conforme ai decreti generali et ancora dalle visite onde stando i medesimi aggravi del popolo per l'alloggiamento di soldati ed altri ne' si possono fare le ordinazioni quali converrebbero (11).
Anche Cesare Visconti signore di Cislago, ascritto al consiglio dei LX decurioni e particolarmente incaricato di chiedere provvedimenti contro la licenziosa e violenta condotta delle soldatesche spagnole stazionate nello stato di Milano e contro l'inerzia della pubblica amministrazione dal 1620 al 1630, falli' nella sua missione (12). Se non riusci' a concludere nulla di buono per la popolazione gravata da pesi e dolori, fu pero' abile nel mantenere ed accrescere onori dallo stesso governo spagnolo subito dopo i tragici anni delle pestilenze.
Infatti con la guerra dei trent'anni, del Monferrato e della Valtellina si fecero sentire disagi in tutta la Lombardia.
In particolare furono mandati all'assedio e successivo saccheggio di Mantova dall'imperatore Ferdinando II, 25 mila soldati mercenari di fanteria noti come Lanzichenecchi. Sin dalla primavera del 1629, un primo scaglione era giunto a Lindau sul lago di Costanza; di li passarono in Valtellina e nei Grigioni. La peste fu portata da costoro nello stato milanese. Finche' rimase a Milano il governatore spagnolo don Gonzalo Fernandez de Cordoba, si riusci' a fermarli fuori di Lombardia, ma dal 22 agosto, costui si ritiro' da Milano e in seguito i lanzichenecchi dilagarono nelle nostre campagne senza piu' alcun freno alle loro scorribande. Tutti i paesi attorno a Lecco ne furono colpiti. Il 22 ottobre la peste era gia' entrata in Milano attraverso un soldato milanese che veniva da Lecco ed aveva acquistato, se non rubato, vestiti da quei soldati. Si cerco' di nascondere questi mali e i primi morti di peste, senza ricorrere subito alle necessarie cure da estendersi in citta' e nei dintorni. Anzi si crearono feste in cui, per la grande raccolta di persone, divenne ancora piu' facile per il morbo il diffondersi. Ultimo fra tutti i divertimenti, fu reso massimamente solenne il carnevale del febbraio 1630 e la peste fece strage per tutto l'anno (13).
A nulla valsero le processioni per calmare l'espandersi della peste, L'odore sgradevole dei corpi colpiti, della paglia sudicia, delle stalle e degli animali abbandonati diventava sempre piu' insopportabile. L'unico rimedio rimaneva il fuoco e l'isolamento in quarantena. Interi villaggi vennero distrutti e gli abitanti sterminati. Sorsero ugualmente in questi tristi giorni, false credenze proprie di chi e' sempre vissuto nella ignoranza. Una caccia alle streghe e il saccheggio. La salvezza era nel tempo delle piogge che avrebbe purificato ogni cosa.
Cislago non fu certo risparmiato. I cadaveri infetti di questo doloroso 1630 furono posti nel luogo detto anche qui Lazzaretto ed identificabile nella zona centrale dell'attuale Cimitero Comunale. Qui fu alzata una croce ricordo e in diversi tempi la Comunita' vi si recava processionalmente a suffragare le anime di quei poveri defunti. Rimase per molti anni, un campo aperto su cui normalmente passavano le bestie e che solo in seguito fu cinto interamente da un muro (14).
Non si ha una rilevazione esatta circa il numero dei morti di peste nel 1630 perche' il registro dei morti, a differenza di quello dei battezzati e dei matrimoni,non e' conservato ne' in archivio parrocchiale ne' in archivio di curia. Non si sa come sia andato disperso. Eppure anche di questo registro si ricordava tanto nel XVI secolo che nella prima meta' del XVII secolo, la opportuna conservazione ed attenzione in ripetute visite pastorali.
Una cosa tuttavia appare chiara e degna di riflessione: il numero degli abitanti, che aveva visto da piu' anni un progressivo incremento dovuto, oltre che ad possibile aumento delle nascite, alla sistemazione di persone nuove al seguito di gentiluomini, ad immigranti che sfuggirono dai grossi borghi dopo la peste del 1576 e a famiglie qui trasferite dal signore Cesare Visconti per far rendere le sue terre, subisce ora un arresto e una diminuzione.
Infatti, anche tenendo presente un numero di persone abitanti alle cascine e non sempre calcolate, nel 1566 si contavano per Cislago 650 anime (15), passate nel 1568 a 750 (16). Cinque anni dopo, sono gia' circa 1050 (17) e 1180 nel 1577 (18). Si arriva a 1200 nel 1582 (19) mentre a cavallo del XVI e XVII secolo il numero subisce un rallentamento mantenendosi sul migliaio (20). Nel 1620 al tempo dell' acquisto del feudo di Cislago da parte di Cesare Visconti, e' perfettamente leggibile una popolazione di 1500 anime (21) che decisamente si abbassa a 1220 nel 1670 (22). Le famiglie che sempre nel 1620 sono registrate in numero 181 (23), sono ancora ferme a 175 nuclei un secolo piu' tardi e cioe' nel 1715 (24).

 


Il Bozzente deviato verso l'esterno del paese


Tratto dal libro "Cislago, terra di poveri, terra di furbi" di Livio Mondini.

-----------------------------------------------
Un'epoca infelice riprende dall'anno 1714 a causa delle nuove inondazioni e dei danni causati dallo straripamento del Bozzente.
La citata chiusa si ruppe per le mancate necessarie riparazioni a cui dovevano concorrere per meta' la Casa Borromeo e per meta' il Ducato interessato alla difesa della strada Varesina. La sola Casa Borromeo non volle caricarsi della spesa totale per la riparazione della chiusa che sempre piu' percossa e scompaginata dalle piene si sfascio' completamente e si rovescio'. Il torrente, dal canale che andava al cavo Borromeo, ripiego' verso il suo antico alveo e piombo' sopra le terre di Cislago, Gerenzano e Uboldo.
Ognuno penso' al suo caso. La comunita' di Cislago si volse interamente ad allargare e sprofondare il vecchio letto del Bozzente per impedirne i traboccamenti sopra le sue terre. La comunita' di Gerenzano assalita dal torrente nelle sue medesime abitazioni, alzo', ripari, costrui' argini, apri' nuovi cavi per lo sfogo delle piene. Le comunita' di Uboldo e Origgio, dopo averne sofferto funeste inondazioni nell'abitato e nelle campagne, si videro costrette nel 1729 ad aprire un nuovo grande cavo delineato dall'ingegnere Raffagni. Le spese risultarono esagerate e gli sforzi inutili. Dopo molte inondazioni decisero concordemente di riaprire un altro cavo di reciproca utilita' e piu' sicuro del primo come appare dalla relazione autentica del signor Bartolomeo de Giovanni Agrimensore.
Tutti i possessori furono d'accordo nel ritenere che una netta diversificazione dei vari torrenti di Tradate, del Gradaluso e del Bozzente permettesse una sicura esenzione da qualsiasi piena nei loro campi Dura lezione fu appresa da tutti nel 1750 quando anche il torrente di Tradate, rotti gli argini della riva sinistra, si uni' agli altri due e causo' gravi danni alle singole comunita' da San Martino a Rho. Infatti nello stesso agosto il Bozzente, accresciuto da quel congiungimento, rese inutili i precedenti ripari e inondo' molte terre. Nel settembre furono presentate suppliche al giudice delle strade Pecchio Luigi per riformare gli antichi stati dei torrenti.
Si riconobbe che la caduta della chiusa di San Martino non era avvenuta per sorpresa del torrente i in qualche sua straordinaria piena ma perche' si era trascurata la continua attenzione e la normale riparazione annuale. Si valutarono anche i gravi danni per il pubblico commercio. I lavori furono affidati all'Ingegner Pessina Ferdinando che presto pero' mori' di febbre nelle lunghe sue visite in queste zone. Costui lascio' almeno fortunatamente un esattissimo disegno dello stato dei torrenti. Dopo la sua morte tutto fu lasciato in sospeso. Abbandonata cosi' la speranza di una soluzione pubblica, ognuno cerco' ancora da se' qualche ripiego e fece in modo di scaricare il torrente sopra le terre dei vicini possessori (49). Da qui sorsero discordie e contestazioni. Il culmine di tutti i mali fu raggiunto dalla grande piena del primo luglio 1756 quanto il Bozzente accresciuto dal torrente di Tradate lascio' il seguente impressionante ricordo. Nelle terre verso Cislago si risentono cattive esalazioni pregiudichevoli alla umana salute e procedenti da cadaveri di bestie e di uomini annegati, dalle biade infracidite e corrotte nel fango e nell'acqua. Riferiscono l'agente del Conte Castelbarco, Antonio Rimoldi e il console Arcangelo Zaffarone che sono perite 70 bestie bovine tra grosse e piccole, circa 30 tra giumenti e muli. Inoltre sono annegate 14 persone ora sepolte nella chiesa parrocchiale e un bambino che ancora dopo quindici giorni non era stato ritrovato. Alle bestie bovine e' stata tolta la pelle e se ne sono mangiate le carni dopo che il parroco aveva dato il permesso di consumarle e il Venerdi e il Sabato perche' non avevano altro.
Anche ai muli e agli armenti e' stata tolta la pelle e poi si sono gettate nello stesso fiume Bozzente che li ha trascinati nelle campagne e nei boschi. ll console aggiunge che sono morte piu' di cento pecore. Il frumento era stato condotto via dall'acqua ed il rimanente restava rovinato per la tempesta.
L'acqua aveva raggiunto le case ad altezza d'uomo. Da queste case colpite molte persone si sono salvate a fatica e poi ebbero molto fango da estrarre: rimaneva buona cosa imbiancare di calcina. A parte una femmina ammalata da molto tempo, in questa occasione cadde ammalato un certo Carlo Filippino per essersi tanto intimorito di morire annegato. Attorno alla chiesa erano rovinate le lapidi dei sepolcri ma non si sentivano cattivi odori (50). Un'altra testimonianza del parroco Riva sottolinea: il primo luglio del 1756 alle ore tre pomeridiane, venne orribile tempesta e segui inondazione di acqua che sormonto' e allago' le case e le campagne. Nella mia camera l'acqua arrivava a due braccia e atterro' molti muri. Essa affogo' molte bestie e persone. Una donna di 75 anni fu trovata dopo otto giorni alla Fagnana Furono di conseguenza spediti nuovi periti ma solo con il diretto intervento del duca di Modena nel 1758 la questione fu considerata oggetto di pubblico bene.
L'ingegnere Besana lavoro' al conseguente piano di sistemazione di detti torrenti a partire dal 1762.
Una dichiarazione del regio cancelliere Annibale Marza del 25 maggio 1782 ci illustra l'intesa raggiunta. Il Gradaluso fu separato con un nuovo cavamento al di sotto della Stradella nominata dei Ronchi di Locate e va a terminare nelle brughiere di Cislago. Questo torrente corre tutte incassato sino al risvolto delle brughiere di Carbonate, Mozzate, mentre tutta la parte destra e' mancante d'argine affinche' le acque in occasione di piene possano debordare da quella parte per il consumo e il beneficio delle brughiere da abilitare a bosco; il restante viene consumato nelle brughiere di Cislago ridotte ora in gran parte a
boschi per la buona direzione di quei possessori. Il Bozzente fu separato dal suo antico letto con un nuovo rettilineo e spazioso cavo fatto nel 1774 che dal ponte ponte fabbricato per la strada regia Varesina presso San Martino di Mozzate, va sino ad altro ponte serviente per la brughiera di Cislago e per le strade di Busto Arsizio e Gallarate e poi fu introdotto nel vecchio cavo Borromeo sino in fine dei boschi di Origgio. Il Fontanile di Tradate fu abilitato in modo da poter contenere il torrente anche nelle grandi piene e per dargli maggiore sfogo, fu fatto un nuovo rettifilo al di sotto delle vigne Candiane sino alla Cassina Cipollina. Poi le acque passano nel vecchio cavo sino in fine dei boschi detti del Mirabello sotto Gorla Minore. Al di sotto della della cascina Cipollina cominciano le diramazioni delle sue acque divise in varie bocche che vanno a spandersi nei boschi suddetti. Il restante passa in consumo fra le brughiere di Gorla Minore e Maggiore, Prospiano, Rescalda e Castellanza.
Una conclusiva aggiunta dell'ingegnere Giuseppe Perego del 2 dicembre 1788 cosi dice: per impedire gli antichi sconcerti avvenuti per la congiunzione delli tre torrenti e per migliorare il corpo delle perniciose loro acque, fu prescritta la riattazione ed aprimento di antichi e nuovi canali di utile erogazione; furono vietate le arbitrarie pericolose diramazioni; si concertarono finalmente lungo il rispetto loro corso Traverse e imboschimento nelle valli, arginature sopra le rive, saltacavalli e terroni attraverso le strade basse, opere tutte dirette e capaci a regolare le defluenti esuberanze, ad arrestare li debordamenti, ad impedire l'interrimento dei cavi e molto piu' il desolamento e l'eccidio delle vicine popolazioni e degli interiori territori.

 


Il cambiamento del genere di vita nelle cascine di Uboldo.

L'originale di questo lavoro si trova presso la Biblioteca Comunale di Uboldo. E' composto da 33 cartelle dattiloscritte comprese 5 cartine della zona rifatte a mano. In mancanza di dati precisi, si presume sia stato eseguito dalle scolaresche. E' stato qui ricopiato per questione di leggibilita'.
Premessa
In questo lavoro ci siamo proposte di effettuare una ricerca su come viveva e come si vive oggi nelle cascine.
Lo spunto che e' stato offerto dalla discussione sulla Ca' Morandi di Saronno, nell'articolo apparso sul "Giorno", un importante quotidiano, in relazione al problema del trasporto pubblico, tra il centro del paese e le cascine ubicate fuori dal nucleo principale, e dal vivo desiderio che c'era in noi di scoprire quale mondo si agitasse dietro le cascine.
In primo luogo ci siamo recate in comune dove ci siamo informate del numero e del nome delle cascine e dove abbiamo ottenuto una carta geografica per conoscere la loro ubicazione fuori dal nucleo fondamentale. Con l'aiuto di testi fra i quali primeggia quello di C. Saibene, () abbiamo approfondito lo studio sulle case rurali della Lombardia; tutto cio' e' servito a formulare la nostra ipotesi cioe' verificare se c'e' stato un cambiamento del genere di vita nelle cascine.
Per questo abbiamo formulato un questionario per realizzare interviste uguali in ogni cascina.
Abbiamo potuto stabilire in quale periodo si e' verificato il cambiamento di vita e conoscere i problemi e le prospettive per il futuro nelle cascine.

Ubicazione delle cascine
Il centro urbano di Uboldo occupa parte sud-est di un grande quadrilatero.
Esso e' circondato da numerose cascine disposte a corona. La Malpaga e' posta a nord-ovest, la Girola a nord, mentre la Regosella a sud-ovest.
Grazie all'incremento edilizio, questi piccoli centri sono piu' uniti al nucleo principale del paese, mentre anticamente erano molto piu' distanti da esso, poiche' il paese era meno sviluppato.
Le cascine Soccorso e Regosella sono piu' collegate con i paesi limitrofi che con Uboldo.
A dimostrare questa tesi alla Soccorso sorgevano dei camminamenti sotterranei che conducevano a Gerenzano;. Si nota inoltre che le cascine sono molto distanti fra loro e cio' e' dovuto al fatto che anticamente il sistema piu' diffuso di conduzione era il contratto agrario ().

La proprieta' fondiaria

In genere il proprietario non risiedeva nella cascina ma nominava un conduttore che regolava i rapporti con i contadini.
I sistemi di conduzione piu' comuni erano la mezzadria e il contratto a grano, che fu introdotto solo in un secondo tempo; con esso la famiglia colonica s'impegnava verso il proprietario ad un canone annuo i grano per il seminativo, ad un canone in denaro per il prato e la casa e a compiere in con partecipazione con il proprietario stesso l'allevamento dei bachi da seta. Infatti, per antica usanza, la foglia del gelso era riservata alo proprietario, il quale assegnava ad ogni famiglia, un numero di once di seme d'allevare e si riservava di vendere la foglia sovrabbondante a quelle aziende che ne fossero rimaste prive.
Si impegnava pero' a procurarla qualora mancasse. Al colono toccava la cura del gelso, la sfogliatura del medesimo e le operazioni manuali per l'allevamento. Il prodotto dell'allevamento dei bachi veniva venduto dal proprietario che dava meta' della somma ricavata al colono. Si aggiungevano a queste condizioni altre "come l'obbligo della giornata colonica", ovvero un numero di giorni di lavoro poco retribuiti, in cui il colono doveva lavorare con una modesta retribuzione o al proprietario o conduttore che era colui che ricopriva le funzioni del proprietario.
Durante il XIX secolo prevalse questo tipo di conduzione su quello della mezzadria. Tale contratto contribui' a incrementare la produzione agricola perche' il contadino preferiva pagare in natura il canone annuo che doveva al proprietario (cioe' dando una quantita' di grano o altro piuttosto che pagare una somma di denaro). Inoltre non favori' la dispersione delle dimore, infatti era importante che tutti si unissero per la costruzione dei costosi pozzi e che le dimore fossero tutte vicine, in modo da non incidere eccessivamente sul frazionamento dei terreni agricoli. Inoltre favori' il sussistere delle famiglie patriarcali, costituite in genere da 20 o 30 persone. () .Questa situazione si verifico' senz'altro anche nelle nostre cascine, ma le persone intervistate hanno saputo darci soltanto notizie frammentarie, che comunque rimandano a quando abbiamo sopra detto.

Questa citazione rimane fino ai primi decenni del XIX secolo ma tra la prima e la seconda guerra mondiale il vecchio proprietario vendete la sue proprieta' ai contadini che, o comperarono i terreni oppure furono costretti ad emigrare. Alcuni di questi contadini appena poterono costruirono sui terreni al di fuori delle cascine, una propria casa, affittando i locali della cascina soprattutto in questi ultimi anni, ad immigrati meridionali. Questa situazione e' propria della cascina Girola e Malpaga; alla Regosella invece i vecchi proprietari hanno affittato per lo piu' i loro locali a persone del luogo e soltanto recentemente a qualche immigrato del meridione. Una situazione particolare si riscontra invece alla cascina Soccorso Vecchio; la sua forma complessa deriva dal fatto che essa nacque come conte rustica aggregata al convento dei frati che facevano funzionare la chiesetta e forse svolgevano un'attivita' assistenziale della quale probabilmente e' rimasto un ricordo nel nome.


La viabilita' e i trasporti.

 

Le vie che portano alle cascine (Malpaga, Girola, Soccorso, Regosella) sono per la maggior parte asfaltate (dal 1950 circa) tranne l'ultimo pezzo di strada che conduce al Soccorso. La via che conduce alla Malpaga e' la via Risorgimento; alla Girola e alla Soccorso vecchio conduce la via dell'Acqua infine la via Caduti della Liberazione. La Regosella che dista dal paese 2,8 Km, per raggiungerla in macchina, in bicicletta e a piedi si impiegano, quando il traffico e' scorrevole, 3, 7, 28 minuti.
Per raggiungere la Malpaga che dista dal paese circa 1 Km. si impiegano in macchina 1,5 minuti, in bicicletta 5 minuti, a piedi 10 minuti.
Per raggiungere invece la Girola e la Soccorso si impiegano in macchina 2 minuti, in bicicletta 10 minuti, a piedi 20 minuti nei momenti di minor traffico.
Per la Malpaga si nota un flusso di traffico costante durante tutto il giorno, mentre per la Girola e la Regosella le ore di punta coincidono con quelle di cui gli operai si spostano per motivi di lavoro.
Diversa e' invece la situazione che si verifica alla Soccorso dove il movimento degli autoveicoli e' quasi nullo. I mezzi pubblici a disposizione sono quelli scolastici che servono solo per la Girola, la Regosella e la Malpaga.
Tale situazione dimostra quanto grave sia per le cascine il problema dei trasporti che sono attualmente inadeguati alle esigenze della gente che vive nelle cascina e che cosi' vede condizionata in parte lo sviluppo delle loro attivita'.

L'ambiente

Le cascine sono a forma di corte chiusa da edifici consecutivi e da un muro. L'ingresso della corte, o e' costituita da un grande portone, oppure e' dato da uno spazio lasciato libero tra due edifici contigui di due corti diverse. L'interno della corte e' un vasto cortile acciottolato (risada o risciada) o in terra battuta e in genere con un canaletto deve convergono le acque di sgombero di tutte le cascine sino al pozzo nero.
Alla Girola esistono ancora concimaie che corrispondono al numero delle stalle e delle famiglie. Nelle cascine che abbiamo visitato le abitazioni si trovano sul lato nord, mentre i rustici sugli altri lati. Al piano rialzato si trova la cucina detta "Cusina o ca'". Nella cascina Girola la Ca' era costituita da un locale molto grande arredato soltanto con un tavolo dove si mangiava; una credenza e un piccolo rialzo chiamato "Muschirola" dove si appendevano posate e piatti. Al piano superiore troviamo la camera da letto detta "Camerin". Alla cascina (Girola, Soccorso, Malpaga, Regosella) il camerin e' grande e spazioso, formato da un letto matrimoniale composto da due cavalit dove collocavano i pagliericci; nella stanza dormivano cinque o sei persone coperte da un tabar (mantello da militare). Il ballatoio serviva per la comunicazione delle stanze. Nelle cascine del nostro paese abbiamo notato un cambiamento: alla Malpaga esso e' stato rimodernato e ricostruito in cemento, alla Girola il ballatoio in alcuni punti e' rimasto intatto e in legno, mentre nella parte in fondo e' stato ricostruito in cemento.
Le scale sono poste ai lati e comunicano con tutti i locali dei piani superiori e servivano per tutte le famiglie. Il camino della cascina Girola riscaldava la cucina mentre pochissimi era i calore che giungeva al piano superiore. Infatti alla sera per riscaldarsi portavano nelle camere gelide, le mattonelle. Il camino era abbastanza grande con due panche ai lati, dove ci si sedeva per riscaldarsi; il fuoco era alzato di 30 o 40 cm. rispetto al livello delle panche in modo da non bruciarsi. Dapprima le abitazioni nella cascina erano illuminate da candele poi con il tempo si uso' il lume costituito da una boccia dove si introduceva il petrolio. Insieme al lume spesso usavano la lucerna simile nella forma al lume e di solito un po' piu' grande; essa aveva oltre alla boccia anche un coperchio e funzionava a petrolio che bagnava uno stoppino che acceso diffondeva luce. Alla Soccorso vecchio funzionavano un tempo dei forni che servivano per la produzione del pane che veniva consumato in luogo o veniva fornito agli abitanti della Girola che lo preparavano con la loro farina. Per questo motivo non ci fu mai un forno alla Girola. Anche alla Malpaga non vi fu mai costruito un forno perche' essendo piu' vicina al nucleo principale del paese era piu' facile farvi quotidianamente i propri acquisti. Alla Regosella invece non essendo la piu' distante dal centro di Uboldo, troviamo di nuovo il forno che servi' per la panificazione certamente fino a dopo la seconda guerra mondiale. Nelle cascine da noi studiate le stalle sono poste nel lato sud di fronte alle abitazioni e spesso sono vicine al pozzo. Sono ubicate nella parte inferiore di un ampio rustico, mentre nella parte superiore esso e' diviso in varie parti nelle quali si mette tutto cio' che serve per tenere in ordine la stalla; paglia, strame, tutoli, ecc. In quest'ultima parte si giunge per mezzo di una scala a pioli. In ogni cascina le stalle sono tante quanti i proprietari. In ogni stalla il proprietario teneva una o due mucche, un bue o un cavallo per i lavori campestri, e in una zona appartata i vitellini. Ora invece nelle stalle si allevano solo o mucche da latte o vitelli da ingrasso. Alla fine della seconda guerra mondiale alla cascina Malpaga sono stati eliminati gli animali e le stalle hanno assunto una nuova funzione: sono state trasformate in magazzini. Nelle altre due cascine invece gli animali vengono ancora allevati: alla Girola non sono molto numerosi, mentre alla Soccorso gli animali vengono allevati in quantita'. In tutte le cascine visitate c'e' il pozzo. Solo alla Girola esso e' al centro del cortile, mentre nelle altre cascine il pozzo e' situato a lato, quasi sempre in un angolo. Il pozzo serviva generalmente per usi domestici e per gli animali. Alla Soccorso rimangono solo poche sagome di un pozzo che da molto tempo e' fuori uso. Ora in tutte e tre le cascine il pozzo non ha piu' funzionato dal 1948. Solo gli abitanti della Malpaga avevano la curiosa usanza di raccogliere l'acqua piovana, forse perche' il pozzo non dava acqua a sufficienza.

L'organizzazione familiare nelle cascine.

 

Generalmente nelle cascine (Malpaga, Regosella, Soccorso, Girola) venivano le persone legate da vincoli di parentela. I queste cascine anticamente prevaleva la famiglia patriarcale, a capo della quale vi era il "regiu'", il vecchio padre ricco di anni e di esperienza che gli permettavano di organizzare ogni operazione agricola, di dividere i compiti, di amministrare i beni e di contrattare con l'agente del padrone. Egli non lavorava, ma si occupava solo del buon andamento della famiglia, cioe' dava ordini per la lavorazione dei campi, vendeva e comperava il bestiame e si occupava delle provviste.
Era un tipo molto autoritario poiche' imponeva le proprie idee e non ascoltava il parere degli altri. Era temuto da tutti e specialmente dai bambini. Ad ognuno distribuiva gli incarichi in proporzione all'eta' e alle possibilita', ma tutti erano impegnati. Agli adulti, finito il lavoro dava la "Murura", cioe' i soldi che usavano per divertirsi. Quando moriva, i suoi beni venivano divisi in parti uguali fra i figli maschi. Accanto a lui viveva la sua vecchia moglie la "Regiura" o "Masera" che si prendeva cura dei figli, nuore e nipoti. Ella aveva un cassetto nel quale teneva le provviste; poteva mangiare quanto voleva, mentre gli altri dovevano chiedere il permesso. Il pane non era mai fresco cosi' se ne mangiava di meno. Pero' la Regiura non decideva niente e poteva dare ordini solo quando non c'era il Regiu'. La Regiura cuciva le cartelle dei figli e dei nipoti e se questi ultimi si comportavano male a scuola ricevevano la punizione dalla regiura e poi dal Regiu'. Questo genere di vita e' completamente scomparso alla fine della seconda guerra mondiale mentre alla Soccorso nel 1915-1918.

Lavoro

Gli abitanti delle cascine erano in genere contadini, solo pochi erano operai e lavoravano spesso nelle ferrovie Nord e nelle officine meccaniche di Saronno poiche' a Uboldo sorgeva una sola fabbrica. In quei tempi i lavoratori erano privi di mezzi di trasporto ed erano obbligati a recarsi a lavorare in bicicletta anche in condizioni metereologiche non favorevoli. L'orario di lavoro dei contadini variava di stagione in stagione. In estate il lavoro era molto faticoso infatti i contadini si coricavano molto tardi per poi alzarsi prima delle cinque. Essi curavano il raccolto e elle semenze. Nella stagione fredda il lavoro era molto meno faticoso e ci si coricava prima e ci si alzava piu' tardi poiche' l'unica preoccupazione era quella di sistemare gli attrezzi per la nuova stagione. Un tempo i campi si lavoravano a mano. In autunno si preparavano i campi per la semina: si arava con il cavallo e l'aratro, si zappava e si seminava il frumento, la segale, l'orzo e le patate. Intanto nei cortili si preparavano gli attrezzi: vanghe, zappe, ecc. Si andava nei boschi a tagliare la legna che serviva per cuocere il pane e per usi domestici. Quando le condizioni metereologiche non erano favorevoli si pulivano le stalle. Nella bella stagione invece si estirpavano le erbacce che si erano formate sotto la neve e si seminava. Quattro volte l'anno si tagliava l'erba per fare il fieno. Nei primi giorni di maggio si tagliava il "Magenco", a San Pietro "l'agostano", il "Terzuolo" in agosto il "quartuolo" in settembre. Anche il frumento si raccoglieva a San Pietro (29 giugno). Dopo il raccolto si aravano i campi e si seminava il miglio e gli altri cereali. Il raccolto si faceva seccare sull'aia e a settembre lo si metteva in cascina. Se la semenza non era sufficiente, si portava a casa il frumento e lo si pestava con delle verghe sull'aia.
Il lavoro era molto duro.
In autunno si faceva la vendemmia. pero' dal 1950 hanno eliminato quasi completamente le viti. Nelle cascine che abbiamo visitato: Girola, Soccorso, Malpaga, Regosella, con il quantitativo di latte prodotto dalle mucche una volta si faceva il burro. Esso si faceva nel seguente modo: si prendeva la "Panagia" che era rotonda e alta circa mezzo metro e un piccolo bastone con una rotella. All'intorno si metteva un quantitativo di latte sufficiente per produrre un chilo di burro. Il bastone con l rotella continuava a muoversi su' e giu' finche' si formava il burro. Quando era ben duro si toglieva dalla panagia e dopo averlo lavorato, era pronto da vendere. Se la produzione era modesta si consumava in casa. Alla cascina Soccorso e alla Girola il pollame allevato serviva l'uso domestico e veniva venduto in piccoli quantitativi; i cavalli invece servivano per i lavori nei campi. Inoltre nelle cascine venivano allevati i bachi da seta che i contadini hanno smesso di allevare fin dalla seconda guerra mondiale. Alla Malpaga i bachi da seta venivano messi sulla "rigatura" che era come una credenza a ripiani. Alla Girola e alla Soccorso invece venivano posti su tavolette. I bachi richiedevano una costante pulizia. Infatti bisognava pulire i graticci degli avanzi di cibo e escrementi. Le fasi di sviluppo del bruco erano le seguente: ogni 4 o 5 giorni dormivano per un giorno durante il quale mutavano la pelle, che diventava ogni volta piu' stretta. Questo fatto si ripeteva 4 volte durante un mese; dopo l'ultima muta ai bachi veniva preparato un "Bosco" formato da rametti secchi posti su un graticcio dove cominciavano i loro bozzoli. Le malattie piu' pericolose dei bachi erano; il segno e il marciume. I bachi superstiti venivano venduti a delle industrie che filavano la seta (filando) o ne facevano matasse destinate all'azienda tessile: in tutte le cascine i bachi erano allevati con cura perche' permettevano alle famiglie di realizzare un buon guadagno. L'uso della foglia del gelso da parte delle famiglie aveva le sue leggi stabili nel contratto del grano.

Vitto

Un tempo gli abitanti delle cascien mangiavano generalmente per prima colazione, latte con pane giallo e quest'ultimo era fatto con una miscela di granoturco e frumento. Alla Malpaga questo era tenuto in solaio, mentre alla Girola in una cassetta che era chiamata "marnetta" e anche qui veniva tenuto in solaio coperto da un lenzuolo bianco. Quando dovevano servirsene mandavano a prenderlo i bambini che cercavano sempre una scusa per non andare perche' avevano paura dei topi o degli insetti. A pranzo consumavano patate, polenta, minestra di pasta o di riso. alla sera si mangiava di nuovo la minestra o latte e alla cascina Soccorso per poter avere una quantita' maggiore da vendere era allungato con acqua. Nei campi i contadini si portavano polenta affumicata col latte e patate. Alla Malpaga e alla Girola a differenza della Soccorso i contadini tornavano a mezzogiorno per pranzo. La carne e la frutta erano consumate solo nelle grandi occasioni (battesimo, cresima, matrimonio) e anche a Pasqua e Natale e talvolta alla domenica.

Tempo libero

I tipici giochi dei bambini una volta erano: la rella, il gioco dei fagioli, rimpiattino, ecc. Generalmente i giocattoli dei bambini erano costruiti da loro stessi. Nella stagione fredda si divertivano nelle stalle mentre in estate giocando nei cortili portando cosi' molta allegria. Ma vediamo ora come erano organizzati questi giochi.
Si giocava alla rella con un bastone di circa 60 cm. e con uno piu' piccolo, appuntito dalle due parti. Con un unico colpo, il bastone piccolo doveva entrare in un quafrato, delimitato da mattoni o sassi. Aveva vinto il gioco chi centrava il quadrato. Un altro gioco molto diffuso era quello dei fagioli. Si prendevano dei fagioli e si mettevano uno sopra l'altro costituendeo dei mucchietti, disposti dietro una riga, si dovevano colpire questi con dei sassi. Chi mirava piu' mucchietti aveva vinto. mentre i bambini si divertivano con questi giochi, i grandi soprattutto d'inverno, quando erano liberi dai lavori nei campi, giocavano a carte: a briscola, a rubamazzetto, ecc. Oppure chiedevano al vecchio Regiu' di andare insieme agli amici a bere. Le donne invece, rarament4e giocavano a carte, ma il piu' delle volte anadavano nelle stalle a rammendare o a ricamare tessuti.

Organizzazione

In tutte le cascine ai nostri giorni si riscontra una vita detta "Cellula familiare". Questa e' composta in media dai genitori piu' due figli generalmente. Essa e' chiamata cosi' perrche' e' una piccolissima comunita' che fa da se'.
Generalmente il padre lavora, la madre o sta in casa (casalinga) o lavora anch'essa. La vita familiare non e' piu' condizionata dal vecchio e austero sistema patrircale. Oggi non si vive piu' insieme cioe' le persone vincolati da legami di parentela sono ormai distaccate. Spesso i figli collaborano al buon andamento della famiglia; da adulti consegnano lo stipendio al padre o alla madre ma pretendono una piccola mancia che permette loro una certa indipendenza. Ma vediamo piu' da vicino i vari compiti ei gernitori: la madre "Casalinga" svolge piu' o meno gli stessi compiti di molto tempo fa: accudisce alla casa, educa i figli ( il che e' molto difficile). Comunque il lavoro manuale della "Mamma" odierna, e' molto facilitato da molti attrezzi (aspirapolvere, lucidatrice, lavatrice, lavastoviglie, ecc.). Il padre e' di solito colui che porta a casa lo stipendio che serve per il buon andamento della famiglia. Una buona parte va alla moglie che deve utilizzarla nell'acquisto del vitto, dei vestiti, e per provvedere a tutte le necessita' della famiglia.

 

Il lavoro

 

Oggi nelle cascine l'attivita' degli abitanti e' simile a quella di coloro che abitano nel nucleo abitato. Infatti nelle cascine la maggior parte delle persone si reca a lavorare, nelle industrie e soprattutto alla Lazzaroni e alla Contardo o gestisce in proprio piccoli magazzini (V. Malpaga). Si lavora a giornate ( dalle 8 del mattino alle 17) o a turni (il 1° dalle 6 alle 14, il 2° turno dalle 14 alle 22). Tutti lavorano con ritmo severo, ma in compenso vengono ben pagati: il loro guadagno e' maggiore di quello che otterrebbero lavorando i campi i quali non sempre sono produttivi a causa delle sfavorevoli condizioni di tempo. I lavoratori usufruiscono di una mensa, inoltre godono di una buona assistenza saniataria.
Gli abitanti che restano nelle cascine si dedicano alla agricoltura, quasi sempre per occupare il tempo libero. Solo alla Soccorso e' rimasta l'antica tradizione agricola e la situazione economica e' migliorata grazie anche alle nuove tecnologie agricole. Come al solito in autunno si prepara il campo alla semina dei cereali; dopo queste si attende l'ora del raccolto. A tutte queste funzioni, ora, pensano le mietitrici, le seminatrici, le imballatrici elettriche. Anche nelle stalle sono state introdotte nuovi mezzi meccanici che facilitano il lavoro di pulizia dei contadini.

Vitto attuale

Attualmente il vitto degli abitanti delle cascine e' molto cambiato. oggi tutti si possono permettere di mangiare la carne almeno una volta al giorno.
Per prima colazione generalmente ci si nutre con tr', caffe' con biscotti, pane ecc. Il pranzo attuale presenta molte varianti. In genere pero' e' composto da un primo piatto ( minestra, pasta asciutta, risotto, ecc. ) e da un secondo piatto formato cosi' dalla "pietanza". Infine ognuno mangia a piacere frutta. La cena rispecchia pressapoco il pranzo; anch'essa e' composta da un primo piatto e da un secondo. Generalmente nell'intervallo tra i vari pasti si fa uno "spuntino" per spegnere l'appetito.

Il tempo libero

Oggi gli abitanti delle cascine non passano piu' il loro tempo libero solo coltivando i campi, ma lo impiegano in altre attivita' piu' o meno impegnative. oggi, contrariamente ad un tempo si leggono i giornali, In genere le donne leggono riviste femminili ( alba, bella) e gli uomini quotidiani o riviste agricole. Il giornale che si legge moltissimo e' Famiglia Cristiana, Comunque sia uomini che donne non leggono libri o giornali molto impegnativi poiche' il grado di cultura di queste famiglie e' piuttosto modesto. Anche i programmi televisivi sono seguiti secondo il proprio grado di cultura: quelli di maggior gradimento sono: telegiornale seguito soprattutto quando succede qualcosa di clamoroso e film di avventura e varieta'. Purtroppo non gradite le commedie, le varie elezioni elettorali o sindacali. Nelle cascine tutti gli abitanti non frequentano il cinema per mancanza di mezzi di comunicazione tra Uboldo e Saronno. Un passatempo che e' ancora abitudine per tutti gli uomini e' quello di ritrovarsi nelle osterie per giocare a carte. Per le donne c'e' ancora la vecchia usanza, specialmente per le piu' anziane, di ritrovarsi a ricamare, a lavorare a maglia e all'uncinetto.

Conclusioni: ovvero il cambiamento del genere di vita nelle cascine

Un confronto fra la vita di un tempo con quella attuale dimostra come ci sia stato un cambiamento nel genere di vita nelle cascine. Apparentemente, l'ambiente e' lo stesso di quello di tanti anni fa; poco resta degli antichi locali e del loro arredamento; infatti ogni abitante ha trasformato i locali di sua proprieta' riammodernandola e introducendo i servizi. Non esistono piu' il vecchio camino e il "camerin". i cortili interni, ora che l'attivita' agricola e' quasi scomparsa, sono piu' ordinati e puliti. Solo alla Soccorso vecchio (vedi ambiente) si conduce una vita abbastanza simile a quella di un tempo, ma vicino alle vecchie case, sono sorti nuovi appartamenti piu' funzionali.
C'e' stato un cambiamento profondo, anche per quanto riguarda la proprieta' fondiaria, dovuto al frazionamento della proprieta' in seguito ad atti di vendita o a intricate successioni. Cio' ha fatto in modo che intorno alle cascine venissero costruite nuove abitazioni quasi sempre monofamiliari, abitata spesso dai figli di coloro che un tempo abitarono le cascine. pero' soprattutto l'abbandono dell'agricoltura, influi' molto sulla trasformazione della vita nelle cascine. In effetti il passaggio dalla vita agricola a quella industriale cambio' sia il tipo di organizzazione familiare, sia quelle delle abitudini alimentari degli abitanti. La famiglia patriarcale e' solo un vecchio ricordo, cosi' come le famiglie numerose. Infatti una societa' agricola e' piu' disposta a una prole numerosa perche' conta su di essa, come maggiore forza di lavoro nei campi. Il lavoro nelle fabbriche ha permesso di migliorare l'alimentazione, infatti tutti consumano un vitto assai meno genuino. In un secondo luogo ha creato il problema del tempo libero un tempo quasi inesistente e il problema dei trasporti ad esso legato. Coloro che non hanno i mezzi di trasporto propri si trovano in diverse difficolta' causate da questa situazione. Tutti sperano che il comune in futuro risolva questo problema. Il cambiamento da un mondo agricolo ad un o industriale ha in un certo senso "maturato" i lavoratori da un punto di vista civile e politico. pero' da un altro punto di vista ha agito negativamente sulla educazione dei figli che attualmente sono lasciati in balia a se stessi.
L'indice di gradimento e' cambiato. Solo gli anziani non lascerebbero la loro cascina ove sono nati e cresciuti. Le persone di media eta', accettano la vita in cascina superficialmente, mentre sperano in una definitiva sistemazione in paese. I giovani invece la rifiutano o la subiscono.
Attualmente, poi, nelle cascina, abitano spesso gli immigrati del meridione che vi si sistemano anche perche' il canone di affitto non e' molto elevato. Fra questi, alcuni sono contenti di vivere in un ambiente simile a quello che hanno lasciato e che non provoca loro un brusco cambiamento, altri invece appena trovano una sistemazione migliore lasciano le cascine.
Infine tutti gli abitanti delle cascine si aspettano molto in futuro dal Comune e si augurano di credere risolto il problema dei trasporti. In particolare gli abitanti della cascina Soccorso vorrebbero vedere asfaltata la loro strada e migliorata l'illuminazione della stessa infine rinnovate le pompe dell'acqua.

Per la realizzazione del nostro lavoro ringraziamo particolarmente:
1) Il Comune che ci ha fornito gentilmente le carte e le piante del nucleo del paese e di ogni singola cascina, oltre ad alcuni dati utilissima al nostro lavoro.
2) Le persone intervistate nelle cascine che gentilmente ci hanno risposto alle nostre domande e con precisione fornendoci dati indispensabili.
Malpaga: Mantegazza Bambina di anni 59
Girola: Favini Rosa di anni 58
Regosella: Zaffaroni Camillo di anni 70.
Soccorso: Colombo Cesare di anni 60
Ringraziamo tutti gli abitanti della Cascina Moneta e particolarmente la signora Ceriani Lina e la signora Riva Pierina di anni 60, che ci ha cantato le filastrocche e i pater un tempo comuni in tutta la cascina.

Appendice 1: Le filastrocche e i pater

Alla fine di questo lavoro ci è sembrato opportuno includere anche le filastrocche e i pater, che venivano cantate e recitate degli abitanti, nelle stalle o prima di coricarsi. Queste ci sono state cantate dagli abitanti della cascina Moneta e dalla signora Riva Pierina perche pur conoscendole non hanno avuto il coraggio di cantarcele. le filastrocche sono le seguenti:
1) Andarem in Francia - parla di un viaggio, appunto in Francia, durante il quale alcune persone suonano le zampogne, si bagnano il grembiule e la sottoveste, perche' nevica e incolpano Gesu' bambino il quale innocentemente dorme.
2) trenta, quaranta la pecora la canta - ha come protagonista una pecora che canta in un solaio chiamando il pecoraio, la padrona e diversi animali.
3) Giuanin Pipeta - si descriveva un personaggio che cerca una fidanzata e dopo averla trovata, la sventurata fugge oltre la Malpaga. Anche sotto un ponte c'e' una vecchia si dice di un personaggio che cerca moglie.
4) Zin, zeta furaseta - parla di una forbice che deve essere limata per quattro soldi.
5) Pin pin cavalin - descrive l'acqua fredda che va al mulino e quella calda che viene distribuita nelle case.
6) Gin gin la Madonna la va in giardin - figura di una scenetta insolita in cui la Madonna raccoglie i fiori in giardino per la signora Teresina, mentre sulla strada passano delle vecchiette e una banda che porta corone bianche di stelle.
7) tri' - tra' - rappresentano persone che mungono i buoi di Gallarate e di San Vittore, mentre il tamburo suona le ore e alcuni ragazzi intrecciano cappelli di paglia.
8) Pignata casseta - descrive una serie di conseguenze: il topo che mangia il formaggio, il gatto che mangia il topo, ecc.
9) Din Don. - raffigura tre donne senza marito.

I Pater venivano recitati alla sera prima di coricarsi o al mattino quando ci si alzava. Il contenuto e' tipico e simile a tutti i pater, infatti si parla sempre di Santi, di Angeli di Cristo e della propria anima in paradiso.
La recitazione cantata dei pater e delle filastrocche si puo' ascoltare sui nastri della nostra registrazione.
Probabilmente questa serie sonora, verra' musicata con l'aiuto del nostro professore E. Leo.

 


Piano di lavoro

premessa Motivi
Ipotesi
Strumenti
Ambiente (osservazioni)
ubicazione delle cascine
Proprieta' fondiaria
Viabilita' trasporti
L'ambiente

Vita di un tempo:
organizzazione
Lavoro
Il vitto
Il tempo libero

Vita attuale:
Organizzazione
Lavoro
Il vitto
Il tempo libero
Conclusioni:
Cambiamento
Appendici:
Filastrocche e pater

PREMESSA
1) Ambiente
1.1 Ubicazione delle cascine e proprieta' fondiaria.
Dove sono ubicate le cascine?
Quali sono i proprietari?
1.2 La viabilita' e i mezzidi trasporto
Quali sono le strade che conducono alle cascine?
Quanto tempo si impiega a raggiunrle in macchina, in bicicletta e a piedi?
Quali trasporti pubblici vi sono tra il centro abitatp e le cascine?
1.3 Come si presentano le cascine?
1.4 Come si presentano i locali?
1.5 C'era il pozzo? Dove era? Fino a quando ha funzionato?, Per quale scopo serviva?
1.6 C'era il forno?
1.7C'erano le stalle? Dove erano? Quali animali servivano? Quali animali erano allevati?
2 Organizzazione familiare
2.1 La cascina e4ra abitata da persone in qualche modo vincolate da legami di parentela?
2.2 La famiglia era di tipo patriarcale? hi era il regiu'?
2.3 Quali compiti o masioni aveva il regiu'? Era un tipo autoritario e temuto? Come distribuiva gli incarichi e i beni?
2.4 Quali poteri aveva la regiura?
2.5 Quando ha iniziato l'abbandono di questo genere di vita?
3 Lavoro (vita di un tempo)
3.1 Eravate contadini o operai?
3.2 Quale era il vostro orario di lavoro?
3.3 Quali erano i lavori nei campi?
3.4 Per quale scopo venivani allevati gli animali?
3.5 Come venivano allevati i bachi da seta?
3.6 Come venivano allevati le mucche e i vitelli?
4 Vitto (vita di un tempo)
4.1 Cosa si mangiava un tempo a colazione?
4.2 Cosa si mangiava un tempo a mezzogiorno?
4.3 Cosa si mangiava un tempo alla sera?
5 Tempo libero.
5.1 C'erano molte bande di bambini? Quali erano i loro giochi?
5.1 Come si divertivano?
6 Organizzazione (vita attuale)
6.1 Attualmente come e' organizzata la famiglia?
6.2 Quali compiti i mansioni ha il padre?
6.3 Quali i compiti della madre?
6.4 I figli collaborano al buon andamento della famiglioa o sono piuttosto indipendenti?
7 lavoro (Vita attuale)
7.1 Soiete operai o contadini?
7.2 lavorate a turmi o a gionata?
7.3 usufruite di una mensa e di una buona assistenza saniatria?
7.4 lavorate i campi?
7.5 Questo lavoro e' oggi meno faticoso?
8 Vitto (vita attuale)
8.1 Che cosa si mangia a colazione?
8.2 Che cosa si mangia a mezzogiorno?
8.3 Che cosa si mangia alla sera?
9 tempo libero (Vita attuale)
9.1 occupa il tempo libero lavorando i campi?
9.2 Leggete giornali?
9.3 vedete la televisione?
9.4 Va al cinema?
9.5 Va all'osteria? a giocare a carte? (uomini)
9.6 lavora a maglia, all'uncinetto, ricama?
9.7 Pratica sport?










 


CRONOLOGIA EVENTI

1762 - Datazione del proverbio "OGNI TRENT'AN E TRENTA MES L'ACQUA LA TORNA AL SO PAES ))
1590 veniva sottoposto alla competenza dei tecnici la soluzione del problema delle inondazioni.
1712 fino a quest'anno non si e' trovata notizia di grandi variazioni di percorso o danni provocati dal Gradeluso.
1603 - in seguito ad una paurosa piena che porto' distruzione fino ad Origgio, la Casa Borromeo, proprietaria delle terre di quel paese, si rese disponibile al concorso delle spese previste da un piano di deviazione.
1603 - Cosatruzione della chiusa di San martino con deviazione del Bozzente.
1603 - Contratto Borromeo sottoscritto dal Conte Renato Borromeo.
1604 - Termine dei lavori.
1604 - Il Gradeluso entra nel letto del nuovo Bozzente e la strada di Santa Maria riadattata a strada.
1644 - Deviazione del bozzente dal centro del paese di Cislago.
1604 - 1714 - Cislago nopn ha innondazioni.
1680 - Costruzione del ponte in Cislago
1712 - Il fontanile irrompe a Gorla Maggiore e nell'Olona.
1714 - la chiusa di San Martino si rovina per incuria.
1714 - Il Ducato per questioni politiche non si interessa alla problematica.
1718 - investita da una paurosa piena, si rovescia completamente ed il Bozzente irrompe con violenza nel suo vecchio corso portando gravissimi danni alle terre di Cislago, Gerenzano, Uboldo.
1729 - Inondazione
1729 - Scavo del cavo Raffagni
1738 - Inondazione.
1744 - Inondazione fino a Rho.
1744 - Scavo del canale Malatesta.
1750 - Il fontanile con il Gradeluso e il Bozzente irrompe inondando fino a Rho.
1756 - luglio. Grande piena.
1760 - Costruzione del nuovo e attuale Bozzente con canali di Roggia Maestra.
1762 - fine dei lavori
1762 - Nascita della "Congregazione dei Torrenti"
1765 - La Roggia maestra non funziona bene.
1765 - costruzione di un canalino a Rho come scolmatore.
1803 - Editto
1850 - Costruzione del "Laghett" di Cislago.
1880 - altra piena
1917 - altra pena
1930 - Chiusura del "Laghett" con campo sportivo.
1951 - altra piena
1976 - altra piena.
1963 - chiusura della congregazione

 


Allegati

fig. 1 - Particolare con Cislago
fig. 2 - Percorso completo del Bozzente. Cartina A.S. (parte sinistra)
fig. 3 - Percorso completo del Bozzente. Cartina A.S. (parte destra)
fig. 4 - Chiesa parrocchiale
fig. 5 -
fig. 6 -
Fig. 7 -
fig. 8 -
Fig. 9 -
fig. 10 -

 



LISTA DELLE DIAPOSITIVE


n. 4980 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Altare
n. 4981 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Iscrizione
n. 4982 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Iscrizione
n. 4983 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Volta
n. 4984 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Entrata vista dall'interno.
n. 4985 - Interno della chiesa della Madonna del Soccorso - Locale sacrestia, ora adibito a deposito attrezzi agricoli.
n. 4986 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Porta di ingresso.
n. 4987 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Entrata della cascina e del convento.
n. 4988 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Particolare di una finestra del cascinale agricolo.
n. 4990 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Campanile.
n. 4991 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Chiesa e campanile visti dall'esterno.
n. 4992 - Fontanile di San Giacomo . Origine del fontanile, vista a sud. Il ponticello non esisteva in antichita' ma e' stato costruito per una ferrovia di carrelli che portavano l'argilla a una fornace vicina alla Varesina.
n. 4993 - Fontanile di San Giacomo . Origine del fontanile, vista a nord.
n. 6008 - Canale di scarico di costruzione moderna, probabilmente uno scolmatore di fogne. Si trova all'entrata del galoppatoio alla frazione Massina. (pos. 97505400 270°). Si nota un rialzo del terreno che da destra va a sinistra che era la Roggia Maestra
n. 6009 - Cassina Massina. (pos. 98005470 90°) Vista di antichi cortili dal sagrato della chiesa di San Giulio.
n. 6010 - Cassina Massina. (pos. 98005470 0°) Vista di un portone di accesso di antichi cortili visto dal sagrato della chiesa di San Giulio.
n. 6011 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 0°) Nicchia con pittura sulla parte sud della chiesa.
n. 6012 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 90°) Vista del frontale della chiesa.
n. 6013 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 270°) Vista del portoncino di ingresso del cortile della chiesa. Questa porta aveva accesso dai campi.
n. 6014 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 180°) Vista della chiesa dal cortile interno dei contadini. Campanile e abiside.
n. 6015 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 270°) Vista della porta di accesso al campanile dal cortile dei contadini.chiesa dal cortile interno dei contadini. Campanile e abiside.
n. 6016 - verificare. Ponte sul Bozzente a nord di Cislago (pos. 96805700 20°) eseguita dal ponte della D. 6017 verso il ponte di San martino.
n. 6017 - verificare. Ponte sul Bozzente a nord di Cislago (pos. 96805700 200°). Questo ponte si trova sulla strada nuova, parallela alla Varesina e verso i boschi.
n. 6018 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Entrata della chiesa. (pos. 99805285 180°)
n. 6019 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Entrata della chiesa. (pos. 99805285 90°)
n. 6020 - Chiesa della Madonna del Soccorso - Ingresso della chiesa visto dall'interno. (pos. 99805285 270°)
n. 6021 - Cascina Girola - Cortile con pozzo. (pos. 00505260 180°)
n. 6022 - Cascina Girola - Cortile con ballatoio. (pos. 00505260 270°)
n. 6023 - Cascina Girola - Cortile con ballatoio. (pos. 00505260 270°)
n. 6033 - Cascina Girola - Vista del Fontanile dal ponticellodi accesso. (pos. 00505260 0°)
n. 6034 - Santa Maria Iniziata - (pos. 97625550 45°) Vista dalla strada. Poco piu' avanti era il Gradeluso.
n. 6035 - La Fagnana - Su questa strada passava l'antico Bozzente spostandosi di poco a sinistra. (pos. 98905532 135°).
n. 6036 - La Fagnana - Su questa strada passava l'antico Bozzente spostandosi di poco a sinistra. (pos. 98905532 135°).
n. 6037 - Vecchio Bozzente - Incrocio in mezzo alle campagna fra la via S. Maria di Uboldo (vecchio Bozzente) e la direttrice Malpaga - Cascina Girola. (pos. 99805230 0°). Sulla destra la cascina del Soccorso.
n. 6038 - Vecchio Bozzente - Incrocio in mezzo alle campagna fra la via S. Maria di Uboldo (vecchio Bozzente) e la direttrice Malpaga - Cascina Girola. (pos. 99805230 180°). Vista a sud verso Uboldo. Questa strada piu' avanti e' asfaltata e quando incrocia la saronnese entra in Uboldo. Una volta era il vecchio Bozzente.
n. 6039 - Vecchio Bozzente - Incrocio in mezzo alle campagna fra la via S. Maria di Uboldo (vecchio Bozzente) e la direttrice Malpaga - Cascina Girola. (pos. 99755240 270°). Vista del Raffagni che e' questa strada. Vista a ovest verso Malpaga. Questo e' un incrocio poco piu' a nord.
n. 6040 - Vecchio Bozzente - Incrocio in mezzo alle campagna fra la via S. Maria di Uboldo (vecchio Bozzente) e la direttrice Malpaga - Cascina Girola. (pos. 99755240 315°). Vista della ferrovia Nord, e dietro ai capannoni il Malatesta. Questo e' un incrocio poco piu' a nord.
n. 6041 - Malpaga - Vista dalla malpaga del Raffagni verso cascina Girola. (pos. 99455195 45°).
n. 6024 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista delle curve del Bozzente verso nord.
n. 6025 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista delle curve del Bozzente verso nord.
n. 6026 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista delle curve del Bozzente verso nord.
n. 6027 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista delle curve del Bozzente verso nord.
n. 6028 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista del ponte da sud.
n. 6029 - Ponte del Bozzente alle cave di Gerenzano - (pos. 97505300). vista del Bozzente verso sud.
n. 6030 - Canale di scarico di costruzione moderna, probabilmente uno scolmatore di fogne. Si trova all'entrata del galoppatoio alla frazione Massina. (pos. 97505400 270°). Si nota un avvallamento dennominato Roggia Maestra
n. 6031 - Canale di scarico di costruzione moderna, probabilmente uno scolmatore di fogne. Si trova all'entrata del galoppatoio alla frazione Massina. (pos. 97505400 270°).
n. 6032 - Bozzente - a nord ovest del galoppatoio alla frazione Massina. (pos. 97005425 0°).n probabilmente una vecchia strada che collegava la massina con Rescaldina attraversava a guado il Bozzente. Attualmente la strada non e' piu' percorribile.
n. 6042 - Fontanile di San Giacomo - (pos. 00505338 0°). Vista del fossato di origine.
n. 6043 - Fontanile di San Giacomo - (pos. 00505338 0°). Vista del fossato di origine.
n. 6044 - Cavo Raffagni - (pos. 99005052 330°) Incrocio del cavo Raffagni con un viottolo. Sitrova fra la Saronnese e a sud vicino una strada che una volta portava a Cerro maggiore. Seguendo il Raffagni a destra porta alla saronnese. Seguendolo a sinistra verco Origgio.
n. 6045 - cavo Raffagni. (pos. 99105044 0°) Mi trovo sulla strada non in uso che posta da Uboldo a Cerro Maggiore. Questa strada porta a nord verso la Saronnese. Il Cavo Raffagni e' fra le robinie. In fonso si nota la postazione per la n. 6044.
n. 6046 - cavo Raffagni. (pos. 99105044 180°) Mi trovo sulla strada non in uso che posta da Uboldo a Cerro Maggiore. Questa strada porta a sud verso Origgio. Il Cavo Raffagni e' la strada nella diapositiva.fra le robinie. In fondo si nota la strada che da Uboldo porta a Cantalupo (Regusella).
n. 6047 - cavo Raffagni. (pos. 99204978 180°) Mi trovo sul cavo Raffagni ed e' visibile la la strada che da Uboldo (a sinistra) porta a Cantalupo (a destra a Regusella).
n. 6048 - cavo Raffagni. (pos. 99254970 0°) Mi trovo sulla strada Uboldo Origgio e con vista a nord. del cavo Raffagni.
n. 6049 - cavo Raffagni. (pos. 99254970 180°) Mi trovo sulla strada Uboldo Origgio e con vista a sud verso i campi di origgio.
n. 6050 - cavo Raffagni. (pos. 99254970 90°) Mi trovo sulla strada Uboldo Origgio e con vista a est verso Uboldo.
n. 6051 - Malpaga - (pos. 99245180 50°) - A sinistra la Cascina Malpaga e il sentiero in vista e' il cavo Raffagni. Con questa direzione si va verso il Bozzente vecchio che incrocia con via Santa Maria di Uboldo e la Cascina la Girola.
n. 6052 - Malpaga - (pos. 99245180 230°) - In vista le cave e il sentiero in vista e' il cavo Raffagni che entra nelle cave, poi si incrocia con il cavo Malatesta per attraversare la Saronnese.
n. 6053 - Cascina la Visconta - Pos. 0°) Attorno a questa cascina il gradeluso si disperde.
n. 6054 - Cascina la Visconta - Pos. 0°) Attorno a questa cascina il gradeluso si disperde.
n. 6055 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista della lapide miliare.
n. 6056 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista del ponte verso sud.
n. 6057 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista del Bozzente verso nord.
n. 6058 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista del ponte. Si nota il vecchio ponte ad arco accompagnato da due nuove spalle.
n. 6059 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista del ponte. Si nota il vecchio ponte ad arco accompagnato da due nuove spalle.
n. 6060 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista della deviazione dal Bozzente alla Roggia Maestra.
n. 6061 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista della deviazione dal Bozzente alla Roggia Maestra.
n. 6062 - Bozzente - Ponte fra Gerenzano e Gorla Minore - (pos. 96755555) Vista della deviazione dal Bozzente alla Roggia Maestra.
n. 6063 - Roggia maestra - Vicino al cimitero di gerenzano . Roggia con fianchi distrutti per poter fare attraversare il corso dai trattori che devono strasportare il legname tagliato nel bosco .
n. 6064 - Bozzente - Localita' Il Rogoredo. (pos. 96805452) Localita' di svago con un ponticello in legno e panchine.
n. 6065 - Bozzente - Localita' Il Rogoredo. (pos. 96805452) Localita' di svago con un ponticello in legno e panchine.
n. 6066 - Bozzente - (pos. 97005420) - Attraversamento a guado a partire da Cassina Massina.
n. 6067 - Bozzente - (pos. 97005420) - Collettore fognario presso attraversamento a guado a partire da Cassina Massina.
n. 6068 - Bozzente - (pos. 97005420) - Collettore fognario presso attraversamento a guado a partire da Cassina Massina.
n. 6069 - Bozzente - (pos. 97005420) - Attraversamento a guado a partire da Cassina Massina.
n. 6070 - Cislago - Centro e vicino al castello - lapide immurata nel 1680 (vedi note nel testo).
n. 6071 - Cislago - Centro e vicino al castello - lapide immurata nel 1680 (vedi note nel testo).
n. 6072 - Bozzente - Sulla provinciale Saronnese. (pos. 98305124) -
n. 6073 - Bozzente - Sulla provinciale Saronnese. (pos. 98305124) -
n. 6074 - Bozzente - Sulla provinciale Saronnese. (pos. 98305124) -
n. 6075 - Cava di pietra sulla Saronnese. (pos. 98505150). Questa cava, ma non in questo punto taglia il Malatesta e il Raffagni dalla Malpaga (nord e sud) alla saronnese.
n. 6076 - Cava di pietra sulla Saronnese. (pos. 98505150). Questa cava, ma non in questo punto taglia il Malatesta e il Raffagni dalla Malpaga (nord e sud) alla saronnese.
n. 6077 - Cava di pietra sulla Saronnese. (pos. 98505150). Questa cava, ma non in questo punto taglia il Malatesta e il Raffagni dalla Malpaga (nord e sud) alla saronnese.
n. 6078 - Cavo Raffagni che attraversa la saronnese (pos. 98905128) vista verso nord alle cave di pietra.
n. 6079 - Cavo Raffagni che attraversa la saronnese (pos. 98905128) vista verso sud a Uboldo.
n. 6081 - Cavo Raffagni a sud della saronnese.
n. 6082 - Cavo Raffagni a sud della saronnese.
n. 6086 L#3 - Ultimo tratto del Cavo in cemento per scarico acque dal galoppatoio con immissione costruito in cemento. (97205375)
n. 6087 L#3 - Cavo in cemento per scarico acque dal galoppatoio. Questi sono gli ultimi ponticelli in cemento su questo canale di scarico in cemento prima di gettare le acque nel Bozzente. (97205375)
n. 6088 L#3 - Ultimo tratto del Cavo in cemento per scarico acque dal galoppatoio. (97205375)
n. 6089 L#3 - Ultimo tratto in curva del Cavo in cemento per scarico acque dal galoppatoio. (97205375)
n. 6090 L#3 - tratto della Roggia maestra presso il galoppatoio (97505400).
n. 6091 L#3 - Primo tratto del Cavo in cemento per scarico acque dal galoppatoio. (97505400). Vista a 45°. In fondo l'entrata del galoppatoio.
n. 6092 L#3 - tratto della Roggia maestra presso il galoppatoio (97505400 150°).
n. 6093 L#3 - Guado del Bozzente proveniente dalla Cassina massina. (97005420) Il sentiero proviene dalla cassina massina e dopo il guado si dirige verso Cerro maggiore all Chiesa della Porretta.
n. 6094 L#3 - Guado del Bozzente proveniente dalla Cassina massina. (97005420) Il sentiero proviene dalla cassina massina e dopo il guado si dirige verso Cerro maggiore all Chiesa della Porretta.
n. 6095 L#3 - Bozzente alla cassina Massina nelle curve (97015430 240°)
n. 6096 L#3 - Punto di derivazione del Bozzente segnanto nella mappa con il numero 15. (98086408 160°). E' il cavo a destra che attualmente e' in disuso in quanto molto altro dal letto del torrente.
n. 6097 L#3 - Punto di derivazione del Bozzente segnanto nella mappa con il numero 15. (98086408 160°). E' il cavo a destra che attualmente e' in disuso in quanto molto altro dal letto del torrente.
n. 6098 L#3 - Ponte sul Bozzente presso Cislago. (96825670) Questo ponte e' stato costruito dagli abitanti di Cislago per poter passare il torrente e accedere ai campi piu' a nord. Costruito nel 1922 in cemento, sotto il fascismo, conserva ai quattro lati del ponte uno scavo ove era posta l'effige del fascio. Effige tolta alla caduta del fascismo. Questo ponte attualmente e' imperrrorribile dopo le inondazioni del settembre 1995 e dicembre 1995.
n. 6099 L#3 - Vedi n. 6098
n. 6100 L#3 - Vedi n. 6098
n. 6101 L#3 - Vedi n. 6098
n. 6102 L#3 - Vedi n. 6098
n. 6103 L#3 - Bozzente molto a nord fra il campo sportivo di Cislago e poco piu' a sud. (96905690). Molto rialzato dal livello dei campi, lento nel suo corso, prima di arrivare al ponte della n. 6098, vi entrano degli scarichi.
n. 6104 L#3 - Bozzente presso la n. 6103.
n. 6105 L#3 - Bozzente presso la n. 6103.
n. 6106 L#3 - Bozzente presso la n. 6103.
n. 6107 L#3 - Cislago centro. Per questa piazza passava il Bozzente o quello che rimaneva fino al 1830. Vedi lapide murata. (97905640)
n. 6108 L#3 - Cislago centro. Per questa piazza passava il Bozzente o quello che rimaneva fino al 1830. Vedi lapide murata. (97905640)
n. 6109 L#3 - cascina del Soccorso (220°)
n. 6110 L#3 - Cascina Girola vista dal ponte della Ferrovia.
n. 6111 L#3 - Ponte sul Bozzente. (99854822). L'ultimo piu' a sud verso origgio, sulla strada che da origgio porta a Cantalupo. n. 6112 L#3 - cascina del Brog (99854822) vista dal ponte della n. 6111.
n. 6113 L#3 - Canale Raffagni alla Malpaga. E' presso la recinzione eed e' vista verso la Malpaga, (sinistra) e oltre prosegue verso il Bozzente.
n. 6114 L#3 - Il Malatesta visto dalla madonnina (a nord della malpaga) e in fondo la madonna del Soccorso.
n. 6115 L#3 - ponte del Gradeluso a Locate varesino in localita' San Rocco. Incisione della data sul lato sud del ponte.
n. 6116 L#3 - ponte del Gradeluso a Locate varesino in localita' San Rocco. Vista a sud.
n. 6117 L#3 - ponte del Gradeluso a Locate varesino in localita' San Rocco. Vista a nord.
n. 6118 L#3 - ponte del Gradeluso a Locate varesino in localita' San Rocco. Vista a nord.

Ponte del bozzente sotto la provinciale della saronnese al bivio con cerro maggiore. (pos. 98305124)
Incrocio del Raffagni - Malatesta con la provinciale saronnese. (pos. 98905126)
Incrocio del Raffagni con il malatesta (pos. 98905135)

 

Percorrendo i corsi d'acqua.


Cavo Malatesta

E' stato scavato nel 1745. Parte dalla parte a ovest della cascina del Soccorso come scolmatore del Bozzente e con un angolo di 230° si dirige direttamente verso la Madonnina, localita' a nord della Cascina Malpaga. Attualmente e' un sentiero percorribile a piedi e interrotto solo dalla ferrovia Nord. Dalla Madonnina ( entrata del centro di tiro al volo), devia a 220° per 450 metri ed finisce nella cava tuttora esistente. Nella cava devia per 175° fino a raggiungere la Saronnese dove sulla destra ha una fabbrica e oltre sulla sinistra un'altra fabbrica con cinta in lauro. Ma poco prima ( 50 metri) di entrare nella saronnese si congiunge con il cavo Raffagni. In questo punto perde il suo nome dopo 1,7 Km.

CAVO RAFFAGNI
E' stato costruito nel 1729. Parte dal Bozzente vecchio come primo scolmatore nel punto di congiunzione tra Malpaga e Cascina Girola. Attualmente questo punto e' l'incrocio con via Santa maria (ex Bozzente). Si dirige verso la Malpaga (700 metri) con un angolo di 220°. Passa di fronte al magazzino degli scampoli e prosegue per altri 450 metri prima di entrare nella cava. Tutto questo percorso e' un sentiero non asfaltato e poi erboso. Si congiunge con il Malatesta a circa 50 metri dalla saronnese e la attraversa con un angolo di 170°.
Continua diritto per 700 metri e con un angolo di 150° attraversa la strada che da Uboldo collegava cerro Maggiore alla Chiesa dell Porretta. Continiua con lo stesso angolo fino a raggiungere la strada che da Uboldo collega Regosella. In questo punto (28) si ributtava nel vecchio Bozzente e proseguiva con una curva ampia verso sud. In questo punto perde il suo nome con 2,9 Km.

Cavo Fagnano.
Costruito ne xxxx. Patre da Gerenzano all'altezza del cimitero ed era quella che oggi e' la strada che porta a rescaldina. Sulle carte la strada si chiama Strada Boarescia e si perde impaludandosi all'alteza delle cave quasi perpendicolarmente alla cascia Grassina oggi chiamata l'Inglesina. dopo 1,5 Km.

 


Annotazioni su BOZZENTE

Boschi di Mozzate a Cislago

Cislago
Entrata - procurarsi la cartina
Uscita

Cislago - Gerenzano
Il vecchio Bozzente percorre la oggi via Vecchio Bozzente e attraverso i campi porta direttamente alla "Fagnana" passando dietro il muro di cinta della centrale Enel (strada percorribile solo a piedi). Da una vecchia carta della chiesa si osserva il Bozzente a est della chiesa. Attraversala strada asfaltata che dalla "Massina" porta alla Saronnese che dista dalla fagnana circa 200 metri, e imbocca una strada non asfaltata di nome "Bozzente vecchio". Si arriva in Gerenzano.

Gerenzano
Entrata - Da una cartian del "Caseggiato di seconda Stazzione del territorio di Gerenzano - Pieve di Appiano - del 1752" si nota che:
Trovare la cartina di Gerenzano
Uscita

Gerenzano - Uboldo
Da Gerenzano ovest esce dall'abitato con angolo 175° quasi parallelo alla strada gerenzano Uboldo ma a circa 300 metri a ovest di essa strada. Attraversa la strada delle vigne che porta alla cascina Grasina o Inglesina. Questo punto oggi e' una rotonda di svincolo al paese. Poco piu' a sud formava un laghetto esattamente dietro una ex fornace (oggi centro industriale). Nella prossimita' di questo laghetto veniva estratta l'argilla per i mattoni ed e' una zona archeologica di valore. Prosegue verso Madonna del soccorso che lambiva a ovest di essa. In questo punto partiva il cavo Malatesta. Prosegue a sud, attravervsa quella che oggi e' la ferrovia. Passava a ovest dalla cascina Franchi, deviava per 240à per 50 metri, (si vede ancora oggi un avvallamento con piccolo boschetto), e con un angolo di 150° (a 200 metri inizia il Raffagni), imbocca quella che attualmente e' via Santa maria e cosi' sempre in direzione per il centro di Uboldo.

Uboldo
entrata - Trovare la cartina di Uboldo.
Uscita

Uboldo - Origgio.
All'uscita di uboldo sul suo letto e' stata costruita la strada per raggiungere Regusella (220°) ma al punto 28 segue verso sud ove era tendenza a farlo impaludare e oggi il Bozzente nuovo.

    parole
-----------------------------------------------

10.3 Etruschi

www.redigio.it
 
Etruschi - LA STORIA
 
La storia degli etruschi è ricostruibile solo a grandi linee, perché la documentazione scritta, oggi in parte decifrata, non è molto significativa e i reperti archeologici, per quanto ricchi e interessanti, non bastano a riempire le lacune. Sono inoltre andate perdute, fin dall’antichità, le opere che al mondo degli etruschi dedicarono alcuni scrittori greci e latini e i riferimenti storici che sono giunti fino a noi appaiono frammentari e spesso contraddittori, se non addirittura falsati quando essi vanno a toccare gli ‘‘interessi di parte” greci o romani. È tuttavia indubbia la precocità dello sviluppo della civiltà etrusca, l’originalità delle sue espressioni, la sua importanza anche sul piano politico che assegnarono a questo popolo una posizione di privilegio nel quadro della più antica storia della penisola italiana e di quella mediterranea.
 
 
Il ‘‘caso”, il ‘‘mito”, la ‘‘diversità”, insomma il ‘‘mistero” degli etruschi: nessun altro popolo dell’antichità ha acceso un dibattito tanto vivace come quello riguardante la nazione storica etrusca, posta in età arcaica e classica al limite del mondo civilizzato, ma allo stesso tempo così ricca e culturalmente progredita. Quasi che gli etruschi siano vissuti chiusi nei loro confini o addirittura fuori del tempo, per scomparire lasciando dietro di sé segreti non ancora svelati, testimonianze vaghe e enigmatiche di una civiltà senza possibili confronti.
 
Gli storici più antichi facevano giungere gli etruschi da Oriente in età eroica o in ogni modoin una fase precedente all’età storica; discordavano solo nel collegarli ora con i lidi ora con i pelasgi. Secondo lo storico greco Erodoto (V secolo a.C.) gli etruschi sarebbero giunti in Italia dalla Lidia (Asia Minore) sotto la guida del re Tirreno dal quale presero il nome di tirreni (o tyrsenòi); a spingerli ad Occidente era stata una carestia scoppiata poco prima della guerra di Troia. Secondo lo storico greco Ellanico (V secolo a.C.) essi sarebbero stati invece pelasgi, un popolo guerriero che, dopo aver vagato a lungo nell’area danubiana, giunse infine nel Ponto Eusino (Mare Nero) alla fine del III millennio a.C.; da qui i pelasgi avrebbero poi raggiunto la Tessaglia, l’Attica e il Peloponneso. Gruppi di pelasgi si sarebbero quindi spinti in Italia dopo aver navigato a lungo tra le isole del mare Egeo. Della stessa opinione è anche lo storico Anticlide (IV-III secolo a.C.), anch’egli greco, per il quale i pelasgi, prima di spingersi a Occidente, avrebbero colonizzato le isole egee di Imbro e di Lemno. Vanno inoltre ricordate le fonti egiziane che indicano tra i ‘‘popoli del mare” i tusha o tirreni, ossia gli antenati degli etruschi.
 
 
Erodoto riferisce nelle sue Storie (I,94):
‘‘Narrano che sotto il regno di Ati, figlio di Mida, una tremenda carestia colpisse tutta la Lidia. I lidi per un certo tempo la tollerarono ... ma poiché questa carestia, anziché diminuire, infieriva sempre più, il re divise i lidi in due gruppi e tirò a sorte coi dadi quale sarebbe rimasto nel paese e quale sarebbe emigrato; a capo di coloro che dovevano rimanere pose se stesso, a capo degli altri il proprio figlio di nome Tirreno. I lidi a cui toccò di lasciare la patria si recarono a Smirne e cominciarono a costruire navi; quindi, raccolte su di esse tutte le cose che erano loro utili si misero in mare alla ricerca di mezzi di sostentamento e di terra, finché, dopo aver costeggiato molte regioni, giunsero presso gli umbri, e qui edificarono le città nelle quali vivono tuttora. Abbandonarono però il nome di lidi e, dal nome del figlio del re che si era posto alla loro guida, si chiamarono tirreni”.
 
La tesi di Erodoto sull’origine lidia degli etruschi fu contestata nella stessa antichità dallo storico e retore greco Dionigi d’Alicarnasso (I secolo a.C.). Nelle sue Antichità romane in 20 libri (dei quali ci sono pervenuti i primi 10), in cui narra la storia di Roma dalle origini alla prima guerra punica Dionigi puntualizza: ‘‘Per me, non credo che i tirreni siano coloni lidi, poiché non parlano la stessa lingua né conservano nessun’altra caratteristica della loro presunta patria. Infatti non onorano le medesime divinità dei lidi e hanno leggi e istituzioni diverse ... Mi sembra dunque che si avvicinino più alla verità coloro che sostengono che questo popolo non è immigrato da terre straniere, ma è autoctono, giacché risulta che esso è antichissimo e per lingua e costumi affatto diverso da ogni altra stirpe”. A sostegno della sua tesi Dionigi riferiva che gli stessi etruschi erano della sua stessa opinione, tanto che chiamavano se stessi ‘‘rasenna” e non tirreni. La teoria di Dionigi di Alicarnasso non ebbe molta fortuna e l’opinione corrente degli antichi continuò a basarsi sull’autorità di Erodoto; Virgilio chiama li etruschi anche col nome di lidi.
 
 
La storiografia moderna ha ripreso ora l’una ora l’altra delle due tesi cercando di corroborarla e di aggiornarla mediante i risultati dell’indagine linguistica e archeologica. I sostenitori della provenienza dall’Oriente – tesi che contribuirebbe a spiegare l’anticipo dello sviluppo civile dell’Etruria rispetto ad altre regioni d’Italia – rivelano che la civiltà etrusca sorse nell’VIII secolo a.C., proprio quando si affermava in Etruria, nelle manifestazioni artistiche, lo stile detto ‘‘orientalizzante” per le sue connessioni con i tipici motivi del Vicino Oriente; pongono in evidenza i rapporti della religione etrusca con credenze mesopotamiche; sottolineano certe concordanze tra l’etrusco e le lingue preelleniche dell’area egea. Dall’altra parte i sostenitori dell’autoctonia obiettano che lo stile ‘‘orientalizzante” non è specificatamente proprio degli etruschi, ma largamente diffuso, e spiegano che gli etruschi, diversi per lingua e tradizioni culturali da tutti i popoli circostanti, rappresentavano un antico strato etnico, anteriore ai movimenti di popoli dell’età del Bronzo. Alle tesi tradizionali e alle loro varianti, se ne è aggiunta anche una terza (già ombreggiata da Tito Livio) che postula ‘‘un’origine settentrionale”: gli etruschi sarebbero discesi attraverso le Alpi (dove i reti del Trentino Alto Adige, quasi analoghi per nome ai rasenna, parlavano una lingua affine alla loro), la pianura padana e gli Appennini.
 
Anche se le iscrizioni in lingua etrusca sono molte - ne possediamo circa 10 mila - solo un decimo di esse contiene qualcosa di più di semplici nomi propri, e una minima parte testi di una certa ampiezza. Lo sforzo di interpretare la lingua etrusca non è quindi pervenuto a risultati conclusivi, anzi ha aggiunto ‘‘mistero a mistero”.
 
L’etrusco non è una lingua indeuropea come quella usata dai vicini italici e non è comparabile con nessun’altra lingua conosciuta, viva o morta, come affermava anche Dionigi d’Alicarnasso. Eppure alcuni storici ritengono che l’etrusco rappresenti una derivazione di antiche parlate del Mediterraneo, risalenti a epoche precedenti le invasioni indoeuropee, probabilmente imparentate con l’idioma che veniva usato a Lemno, l’isola che secondo lo storico Anticlide sarebbe stata colonizzata dagli antenati pelasgi degli etruschi. Ma se avessero ragione Diodoro Siculo e certi storici moderni che puntano sulla autoctonicità? In effetti gli etruschi adottarono una forma arcaica dell’alfabeto greco che modificarono per adeguarlo ai suoni della loro lingua e, poiché questo  alfabeto ci è noto, è un luogo comune parlare di ‘‘indecifrabilità” e di ‘‘mistero” della lingua etrusca. Ma i testi che abbiamo sono scarsamente significativi perché consistono per lo più in brevi iscrizioni funerarie o dedicatorie; solo pochissimi sono più ampi e se ne intuisce il significato religioso o giuridico. Su tutti questi materiali si sono esercitati con vari metodi parecchi filologi, e i risultati non sono mancati: si sono distinti verbi e sostantivi; si è accertato che i nomi venivano declinati (ma in modo del tutto diverso che in latino o in greco); si è precisato l’esatto valore di qualche decina di parole; si sono individuate alcune coincidenze sia con lingue indoeuropee (il che è spiegabile con i contatti con gli italici) sia, come abbiamo detto, con lingue ‘‘mediterranee” dell’area egeo-anatolica. Come per il mondo greco, anche in Etruria è possibile definire delle scritture locali sulla base del diverso uso di taluni segni per esprimere uno stesso suono.
 
Sul finire dell’VIII secolo a.C., gli etruschi erano in possesso di un alfabeto introdotto nell’Italia centrale dai coloni greci provenienti dall’Eubea, stabilitisi prima nell’isola di Ischia (775 a.C. ca.) e poi a Cuma. Quest’alfabeto comprendeva in origine 26 segni di cui però solo 22 furono utilizzati per la scrittura etrusca: gli etruschi rifiutarono a esempio la vocale o, le consonanti b, d e g perché non corrispondenti alle loro esigenze fonetiche, e altre le impiegarono diversamente. Allo stesso periodo risale la comparsa dei segni d’interpunzione per dividere le varie parole. L’andamento della scrittura andava da destra verso sinistra. Dopo la fine dell’età arcaica, la serie alfabetica si stabilizzò nel numero di 20 segni. Tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. l’uso dell’alfabeto etrusco venne progressivamente abbandonato a favore di quello latino. Gli etruschi si servirono dell’alfabeto per scrivere i loro documenti e i loro libri. Sappiamo che ebbero un’ampia letteratura composta da testi religiosi, da libri di storia di tipo annalistico e da testi teatrali, ma purtroppo nulla di questa copiosa produzione ci è pervenuto. Rimangono solo un migliaio di iscrizioni, per lo più epigrafi funerarie, con le sole generalità del defunto (prenome, gentilizio e patronimico). Rarissimi sono i testi più complessi come le lamine di Pyrgi o il cosiddetto libro della mummia di Zagabria. È questo il più importante manoscritto etrusco tramandato in lingua originale, che anticamente doveva costituire un testo di almeno 12 colonne verticali. Si tratta di un calendario liturgico con l’indicazione delle principali cerimonie scoperto in Egitto. Aveva in origine la forma di un rotolo (volumen), ma fu successivamente tagliato a strisce e impiegato per avvolgere il corpo di una giovane donna di età tolemaica o imperiale conservato oggi nel Museo di Zagabria. Una conoscenza ormai acquisita riguarda il sistema numerale che appare di tipo decimale e con le cifre indicate con segni tratti almeno in parte dall’alfabeto, come in latino.
 
È ancora diffusa l’idea che la storia etrusca abbia avuto termine in maniera repentina, quasi per un ‘‘collasso” provocato dalla mollezza e dalla sregolatezza dei costumi. Di ciò avrebbero approfittato i ‘‘rozzi” romani per infliggere ai loro nemici il colpo di grazia finale. Un altro mito generato dall’aura di mistero che ha sempre aleggiato attorno agli etruschi.
 
Scomparsi nel nulla portandosi nella tomba i propri segreti? Nonostante il mito che ha chiamato in causa persino una sorta di ‘‘genocidio” perpetrato dalle legioni romane, la fine degli etruschi non fu né misteriosa né eccezionale. In effetti, essa non fu diversa da quella di tutti gli altri popoli dell’Italia assorbiti nell’orbita romana. Successe ai lucani, agli apuli, ai sanniti, agli umbri, ai galli della Cisalpina e persino ai greci della Magna Grecia: tutti finirono per integrarsi in quella nuova realtà che era la ‘‘nazione” romana e diventarono parte di essa godendo, ai diversi livelli, della concessione della ‘‘cittadinanza” e adottando la lingua latina e il diritto romano. E non furono cittadini di ‘‘serie B”, perché una volta sottomessi, gli etruschi contribuirono all’affermazione romana nella penisola e alle vittorie nelle guerre esterne. Non va dimenticato né sottovalutato l’aiuto che le città etrusche fornirono nel 205 a.C. per l’allestimento della spedizione di Scipione contro Cartagine che condusse al ritiro di Annibale dall’Italia e alla decisiva vittoria di romana di Zama. Quanto alle fasi finali della loro vicenda, che si concluse con il passaggio della repubblica all’impero, gli etruschi vi parteciparono con due diversi e opposti atteggiamenti: da una parte alcune città si schierarono nelle lotte civili dell’ultimo secolo della repubblica con i partiti ‘‘democratici” (con Mario contro Silla; con Catilina; con Antonio contro Ottaviano); dall’altra appoggiarono con le loro aristocrazie le posizioni conservatrici dell’oligarchia romana e l’opera restauratrice di Augusto. E proprio sotto Augusto, grazie anche all’opera del suo consigliere ‘‘etrusco” Mecenate (di Arezzo) l’Etruria diede inizio a una seconda fioritura: in questo clima sarà ‘‘rifondata” la città di  Veio distrutta nel lontano 396 a.C.
 
Fra i presunti misteri diffusi sul mondo etrusco, uno di essi riguarda il tipo fisico delle antiche genti dell’Etruria nel quale si crede di poter identificare la prova della loro provenienza orientale. Cosa hanno a che fare con i tratti italici quei profili sfuggenti, i nasi dritti e sottili, le bocche larghe dalle labbra atteggiate nel caratteristico sorriso e, soprattutto, i grandi occhi a mandorla documentati in tante opere figurate?
 
Il sapore d’Oriente che effettivamente si ritrova nelle rappresentazioni dei volti etruschi, ma limitato per lo più al periodo arcaico (VI secolo a.C.), non è altro che un preciso canone artistico, diffuso anche in altri ambienti del mondo mediterraneo, Roma compresa. Fu elaborato nella regione greca della Ionia, in Asia Minore, e prima ancora che nell’Etruria, si diffuse nella stessa Grecia (i kuroi e le korai, ad esempio) e nelle sue colonie. Il volto orientale sarebbe insomma una sorta di ‘‘maschera” cui si ricorse per rappresentare un’immagine convenzionale con la quale gli etruschi, specie gli aristocratici, volevano essere ricordati. Nel V secolo a.C. la ‘‘moda all’orientale” era già in declino e le rappresentazioni dei tratti somatici cambiò radicalmente per diventare più realistica. Si dovrebbe per questo supporre un cambiamento di razza? Fu solo un cambiamento di gusto e dello stile artistico: nella ‘‘nuova” grande varietà di volti e di fattezze ritroviamo allora davvero i tratti dei nostri antenati.
 
 
 
Come narrare le vicende di un popolo di cui non possediamo una tradizione storiografica diretta? Poiché essa è andata perduta, fin dall’antichità, insieme a tutta la letteratura nazionale, dobbiamo necessariamente ricorrere alla ricostruzione indiretta basandoci, come del resto accade per i cartaginesi, su quelle parti di storia dei greci e dei romani che in certi momenti hanno coinciso con quella degli etruschi. Con discernimento però, e con la consapevolezza che non sempre le informazioni che ci vengono fornite dalle fonti sono obiettive. A complicare le cose c’è il fatto che quella etrusca fu la storia di un mondo vario e composito, in cui ognuna delle singole entità corrispondenti alle diverse città-stato agiva e si comportava in maniera autonoma, distinta e spesso contrastante con le altre. Rimane la documentazione archeologica e quella più generica delle possibili analogie che legarono gli etruschi alla ‘‘storia universale” del Mediterraneo.
 
 
Gli antichi indicarono con varie denominazioni il territorio in cui si sviluppò la civiltà etrusca. I greci lo chiamarono Tyrrhenía o Tyrsenía, i latini Etruria, gli ultimi scrittori latini Tuscia. Corrispondentemente i nome del popolo che lo abitò fu per i greci tyrrenòi o tyrsenòi, presso i latini etrusci o tusci, per gli umbri turskus. Essi invece, a quanto ci riferisce Dionigi d’Alicarnasso, chiamarono se stessi rasena o rasenna, ma pare confermato il termine rasna, che in questa forma o in forme simili ricorre più volte nelle iscrizioni etrusche.
 
 
I confini storici dell’Etruria sono segnati dal corso dei due fiumi principali dell’Italia peninsulare: l’Arno che limitava il territorio etrusco verso settentrione, e il Tevere che costruiva il confine a oriente e a mezzogiorno; il mare, che dagli etruschi prese il nome di Tirreno, segna il quarto lato dell’ampia regione che oggi chiamiamo tosco-laziale. In essa convivono almeno tre paesaggi. Una prima zona a sud, costituita dall’Alto Lazio, presenta larghe zone di pianura, ma più spesso strette valli incise da fiumi e da torrenti, affluenti del Tevere, e un succedersi di basse colline e di pianori tufacei di varia forma e grandezza e dalle pendici scoscese; su di essi sorsero le principali città etrusche meridionali: Veio, Orvieto, Caere, Tarquinia ecc. Tutta l’area è punteggiata di antichi crateri vulcanici diventati, nella maggior parte dei casi, bacini lacustri (lago di Bracciano, di Bolsena, di Martignano, di Vico ecc.). A ovest di quest’area, il ‘‘paesaggio del tufo” cede al paesaggio della Maremma con pianure variamente estese lungo la costa, rotte da rilievi come i Monti della Tolfa, dell’Uccellina o il Monte Argentario. In epoca antica la zona era paludosa e malsana, ragione per cui tutte le grandi città dell’Etruria marittima, tranne Populonia, sorsero a una distanza di diversi chilometri dal mare, destinando la funzione di porto a insediamenti minori (è il caso di Pyrgi per Caere). La terza area corrisponde al resto dell’attuale Toscana con l’appendice umbra di Perugia. Anche qui il paesaggio è collinare, con ampie vallate fluviali interne (del Tevere, dell’Arno, dell’Elsa, del Chiana, dell’Era ecc.) che innervano tutto il territorio. A vaste zone di calanchi si alternano massicci montani (Colline Metallifere, Amiata, Pratomagno, Monti del Chianti) che rendono più aspro il territorio e difficili le comunicazioni. Le città etrusche erano qui più disperse e in numero più limitato: più o meno quante quelle del Meridione in un territorio grande il doppio.
 
 
 
Le tre grandi aree territoriali offrirono agli etruschi possibilità di sviluppo diverse, legate alle vocazioni spontanee del suolo in relazione allo sfruttamento agricolo: viti e olivi su tutte le zone collinari, grano nelle pianure fluviali e specie nell’agro di Chiusi, arboricoltura diffusa. In stretta connessione con l’agricoltura era l’allevamento del bestiame; i buoi etruschi erano famosi per forza e resistenza, grandi cure venivano dedicate agli equini e molto diffuso era, soprattutto nel sud, l’allevamento specializzato dei suini. Estesi e folti boschi davano legname abbondante e di buona qualità destinato a vari usi (opere di carpenteria, costruzioni di navi, alimentazione dei forni dell’industria metallurgica ecc.) e ospitavano una grande quantità di animali selvatici (cinghiali, cervi, lepri ecc.) che venivano regolarmente cacciati. Praticata era anche la caccia agli uccelli palustri che dovevano essere numerosi nelle lagune costiere e nei laghi vulcanici dell’Etruria meridionale. Ma la risorsa principale del suolo (e la ricchezza degli etruschi) era costituita dai minerali per l’estrazione dei metalli: rame, argento, piombo e soprattutto ferro. Le principali concentrazioni si trovavano in comprensori in cui l’attività mineraria è continuata fino ai giorni nostri: i Monti della Tolfa (ferro e allume che serviva per la concia delle pelli e i processi di riduzione della fusione), l’isola d’Elba (ferro), l’Argentario (piriti argentifere che fornivano ferro, argento e piombo), l’Amiata (cinabro); più difficile individuare le fonti per il minerale di rame, elemento fondamentale per la lega del bronzo: gli etruschi erano famosi per la capacità di lavorare questo metallo. Non a caso quindi, descrivendo l’Etruria, Diodoro Siculo poté affermare nel II secolo a.C.: ‘‘Questa è una terra che produce di tutto”.
 
 
 
Il problema delle origini degli etruschi è un falso problema che va impostato su basi metodologiche diverse: non tanto la ‘‘provenienza” è importante, quanto piuttosto la ‘‘formazione” di questo popolo, ciò che esso, sfruttando elementi di varia provenienza - anche orientali, anche indoeuropei - ha prodotto di originale nelle sue sedi storiche.
 
 
Comunque si imposti e si risolva il problema delle origini degli etruschi, l’area geografica dove storicamente essi insediarono il loro dominio era già definita e culturalmente connotata in senso unitario nel IX secolo a.C. Essa corrisponde a una larga parte dell’area in cui si era fino allora sviluppata la cultura del Ferro ‘‘villanoviana” e in essa dobbiamo riconoscere il primo manifestarsi del processo di formazione – sul suolo dell’Etruria – di quella che diverrà la ‘‘nazione” etrusca. I villaggi ‘‘villanoviani” erano organizzati in forme di carattere tribale, con un tipo di società sostanzialmente indifferenziata e con un’economia basata sull’agricoltura, l’allevamento e, marginalmente, su attività artigianali sulle quali predomina la metallotecnica. Ma all’inizio dell’VIII secolo a.C., questa struttura socio-economica cominciò a modificarsi per effetto delle prime frequentazioni di navi: mercanti fenici e greci attivarono un movimento commerciale basato sul traffico di risorse fondamentali (che in epoca antica erano cereali, olio, vino), dei minerali e dei metalli verso il bacino dell’Egeo e del Mediterraneo orientale; in cambio arrivavano manufatti di alta qualità e con essi maestri e idee. Alla primitiva utilizzazione in comune delle risorse si sostituì allora, a poco a poco, l’iniziativa dei singoli individui che sfruttarono a proprio vantaggio le risorse del territorio accumulando così (ed esibendo, come vediamo dai corredi funebri) ricchezza. L’originaria ‘‘unità villanoviana” si frantumò e il corpo sociale si scisse con l’emergere di un ceto più ricco che finì per imporsi come classe dominante.
 
 
La civiltà villanoviana ha preso il nome dal villaggio di Villanova, presso Bologna, dove sono stati rinvenuti i reperti archeologici più notevoli. Essa era presente in modo omogeneo su tutta l’Etruria, continuava a sud del Tevere con l’affine cultura laziale, e si era diffusa anche attorno a Capua e nella zona di Salerno, in Campania. Le nostre conoscenze dipendono quasi esclusivamente dalle necropoli, costituite in genere da vasti ‘‘campi d’urne” con tombe a pozzetto scavato nella roccia o nel terreno in cui era deposto un vaso cinerario biconico e qualche oggetto di corredo. Nel territorio laziale si manifestò anche l’uso dell’incinerazione in urne a capanna. Poco sappiamo delle aree abitate che sembrano essere state però disseminate di molti piccoli villaggi costituiti da capanne a pianta circolare o ovoidale. La capillarità e l’omogeneità degli insediamenti fa pensare a un gigantesco processo di colonizzazione, avviato nel corso del IX secolo a.C., che nel breve giro di due o tre generazioni deve aver occupato tutta l’area di diffusione (dall’Emilia alla Campania).
 
 
A poco a poco, dall’uniformità dei piccoli villaggi villanoviani cominciarono a emergere nettamente alcuni centri che, a metà dell’VIII secolo a.C., assunsero un evidente carattere di superiorità demografica ed economica su aree di territorio sufficientemente ampie. In questo processo di trasformazione, del resto vario e difforme, all’inizio furono avvantaggiate le comunità della fascia meridionale posta tra l’Albegna e il Tevere, perché più coinvolte nel traffico commerciale marittimo: prima di tutto il ‘‘sistema” di Tarquinia, poi quelli di Veio, Caere, Vulci, Vetulonia. In seguito la stessa novità si affermò anche nelle zone più interne dove sorsero centri minori collegati attraverso valli fluviali alle città maggiori e alla costa. Le città etrusche, fin dalle origini, si proposero come obiettivo di controllare i luoghi di produzione dei metalli e assicurarsi la disponibilità e lo sviluppo delle vie commerciali, sia per mare, sia per terra. Naturalmente esse attrassero il ceto dominante, ma anche il ceto medio che si andava affermando grazie all’industria dei metalli e al commercio. Si definì così, nei decenni iniziali del VII secolo a.C., la distinzione tra città e campagna, si incrementarono le attività artigianali, si sviluppò l’industria metallurgica, si diffuse l’uso della scrittura come sussidio indispensabile al commercio, si rinforzò la struttura sociale dominata da potenti nuclei di famiglie gentilizie che diedero vita a un sistema di vita ‘‘clientelare” e a istituzioni di regimi di tipo monarchico.
 
 
 
Le varie città etrusche non costituiranno mai una compagine politico-amministrativa unitaria e, come quelle greche e quelle fenicie, adottarono la struttura politica della città-stato. Anche se indipendenti, le città erano riunite in un’alleanza o lega di tipo religioso, e forse anche militare, e da una stretta collaborazione commerciale. Si trattava di una sorta di federazione costituita da dodici (o forse quindici) città e perciò detta Dodecapoli; di queste città non conosciamo né il nome né l’epoca nella quale furono associate, ma poiché ben più di dodici erano le metropoli che potevano aver fatto parte di questa federazione, si deve supporre che esse si siano avvicendate nel tempo, quando la decadenza di una accelerava l’ascesa di un’altra. In origine, a capo di ogni città-stato stava probabilmente il lucumone, un personaggio regale sostituito in seguito, come avvenne anche nelle poleis greche, da un’oligarchia nobiliare costituita da famiglie delle quali conosciamo i nomi (i Maru di Cerveteri o i Pompu di Tarquinia) e i tumuli destinati ai membri della stessa stirpe. Dalle iscrizioni si ricavano i nomi di diverse magistrature, ma non sono esattamente definibili le funzioni dello zilath, del purth o del maru. Di fronte alla classe privilegiata, la plebe era in gran parte in condizione di clientela o, forse, di servitù della gleba.
 
 
Nella prima metà del VII secolo a.C., gli etruschi dei principali centri del Sud hanno già portato a compimento il processo di urbanizzazione e danno inizio a una vicenda che li vedrà per un secolo e mezzo tra i grandi protagonisti della storia mediterranea, insieme ai greci delle colonie e ai fenici di Cartagine.
 
 
Nel VI secolo a.C. l’Etruria divenne il principale mercato dei prodotti artigianali greci. Allo stesso tempo, la vitalità e il dinamismo delle sue città determinò un accentuato sviluppo delle attività produttive destinate non solo al mercato interno ma soprattutto all’esportazione. I centri dell’Etruria meridionale, economicamente e politicamente più potenti, diedero allora inizio a precisi e arditi programmi di espansione che miravano ad assicurare il controllo dei mercati e delle vie di comunicazione. Quindi gli etruschi si volsero verso il vicino Lazio, ma anche verso regioni più lontane che, come la Campania, facilitassero il contatto con il mondo greco, o che, come la Liguria o la Provenza, non disponessero di un’autonoma rete mercantile. Tale espansione avvenne in modi e forme diverse. L’espansione nel Lazio determinò una vera supremazia politica con l’acquisizione di un saldo controllo dei più importanti nodi di traffico: Praeneste (Palestrina) a guardia della valle del Sacco e sede del tempio della Fortuna Primigenia, uno dei più importanti e frequentati santuari d’Italia fino al IV secolo a.C., ma soprattutto Roma che dominava il guado sul Tevere. Qui transitava la più importante via di terra che attraversava l’Italia da nord a sud, passaggio obbligato per i traffici etruschi verso le città del meridione e il mondo greco peninsulare. Nel 616 a.C., secondo la tradizione sostanzialmente confermata dall’archeologia, a Roma si insediò la dinastia di origine etrusca dei Tarquini. La penetrazione in Campania avvenne attraverso l’intensificazione dei contatti con antichi centri di cultura ‘‘villanoviana”, come quello di Capua sul fiume Volturno, di Nola e di Pontecagnano presso Salerno; in Liguria e in Provenza, infine, furono creati scali marittimi e piccoli empori in cui si congiungevano le rotte provenienti dall’Etruria e le vie naturali del retroterra.
 
 
La tradizione riferisce che a Roma regnarono i sovrani etruschi Tarquinio Prisco (616-579 a.C.), Servio Tullio (579-535 a.C.) e Tarquinio il Superbo (535-509 a.C.): ciò in realtà significa che per un lungo periodo Roma fu ‘‘dominata” dagli etruschi. Ecco come, secondo Tito Livio, Tarquinio Prisco riuscì ad assicurarsi il potere:
 
‘‘Lucumone arrivò in città con la moglie Tanaquilla e, presovi alloggio, dichiarò il nome di Lucio Tarquinio Prisco. Il fatto che fosse straniero e molto ricco lo rese subito interessante agli occhi dei romani, e lui faceva di tutto per aumentare la sua popolarità, finché la sua fama giunse alla reggia ... Alla fine il re Anco Marzio, nel testamento, lo nominò tutore dei suoi figli (Alla morte di Anco Marzio) i figli erano ormai vicini alla maggiore età. Per questo Tarquinio si dava daffare perché si tenessero i comizi che dovevano eleggere il nuovo re: appena furono indetti, egli allontanò da Roma i giovinetti organizzando per loro una battuta di caccia ... Tarquinio fu eletto re con il pieno consenso del popolo. E anche quando fu re, quest’uomo di grande valore sotto ogni aspetto, conservò lo stesso desiderio di popolarità che aveva avuto nell’aspirare al potere”.
 
 
Non meno vigorosa dell’espansione via terra, documentata dall’archeologia, fu quella marittima di cui abbiamo notizia dalle fonti letterarie greche (Strabone, Diodoro Siculo, Pausania, Erodoto) che parlano di accese rivalità per il controllo delle rotte e danno notizia di vere e proprie battaglie navali, le prime che si conoscano nella storia dell’Occidente. Il Tirreno era nel VI secolo a.C. teatro di azioni commerciali e piratesche di greci, punici ed etruschi e l’espansione etrusca non poté svilupparsi senza fenomeni di concorrenza e di aperti conflitti con le altre due nazioni mercantili del Mediterraneo. Con i cartaginesi le città etrusche scelsero la via degli accordi, dividendo il Mare Tirreno in zone d’influenza. Una prova di collaborazione tra i due popoli è data dalle lamine d’oro scoperte a Pyrgi, porto di Caere. I rapporti degli etruschi con i greci si configurarono invece in ripetuti scontri avvenuti nel corso del VI secolo e fino agli inizi del V a.C. al largo delle isole Eolie: ad affrontarsi furono i coloni rodii e cnidii di Lipari e gli etruschi di non sappiamo quale città che disturbavano i traffici (o addirittura miravano a porli sotto il loro controllo) attraverso lo stretto di Messina, sulla rotta dall’Egeo al Tirreno. Gli storici greci non hanno dubbi sulla vittorie dei loro connazionali e a conferma citano i doni (bottini di guerra) che i liparesi avrebbero dedicato al tempio di Apollo a Delfi. Si trattava comunque, per il momento, di scorrerie e non di scontri decisivi, ma l’urto violento che avrebbe sancito il dominio etrusco del Tirreno orientale era prossimo.
 
 
La colonizzazione greca in Occidente fu promossa soprattutto da Corinto e Megara. I corinzi si diressero dapprima verso le coste dell’Epiro e dell’Illirico poi si volsero alla Sicilia dove Siracusa rimase a lungo la colonia più fiorente. I megaresi, da parte loro, partendo dalla base siciliana di Mègara Iblea diedero origine ad altre colonie tra le quali Selinunte che era l’ultimo avamposto greco prima degli stanziamenti fenici che avevano i loro centri a Mozia e a Ponormo (Palermo). Un’altra città molto attiva nella colonizzazione fu Calcide, nell’Eubea, che in Sicilia fondò nel 750 a.C. Zancle (Messina) e poco dopo Catania e Leontini (Lentini) alle due estremità della pianura del Simeto; più tardi fu la volta di Cuma, in Campania, dove i calcidesi furono bloccati dagli etruschi che aspiravano anch’essi alle fertili terre campane; i cumani fondarono allora nel VII secolo a.C. Neapolis, la “città nuova” che sostituì l’antica Partenope. Anche Rodi e Creta si inserirono nella colonizzazione della Sicilia con Gela e Akragas (Agrigento); rodii e cnidii (di Cnido, nella Caria) colonizzarono poi le isole Eolie. Le coste del golfo di Taranto e quelle tirreniche della Calabria fino a Posidonia (che i romani chiamarono Paestum) erano occupate da stirpi greche meno progredite culturalmente delle genti corinzie, calcidiche o megaresi, eppure fu proprio questa la Magna Grecia, cioè Grande Grecia perché della madrepatria aveva lo spirito, i principi e la cultura. Taranto, fondata dagli spartani dai quali si staccò completamente come concezione culturale, fu uno dei maggiori centri economici; Locri era colonia delle genti della Locride; Metaponto, Sibari e Crotone furono invece fondazioni achee. La colonizzazione greca si spinge ben oltre le coste dell’Italia meridionale e della Sicilia ma i nuovi arrivati dovettero competere sia con i celti della Gallia che non permisero la penetrazione all’interno pur consentono alle colonie della costa – come Massalia (Marsiglia) dei focesi – di svolgere un’attività essenzialmente commerciale, sia con etruschi e fenici che già si dividevano il dominio del mare Tirreno.
 
 
Uno degli episodi salienti della lotta tra etruschi e greci per il controllo dei traffici marittimi si svolse intorno al 540 a.C. nelle acque del Tirreno, e più precisamente al largo della Corsica. Esso fu provocato dall’intrusione dei focesi nel mare ‘‘di casa” degli etruschi e, in particolare, dalla fondazione della colonia di Alalia (Aleria) sulla costa orientale della Corsica, proprio di fronte alle coste etrusche. Per sfuggire alla minaccia persiana, i coloni di Focea, nella Ionia, si erano trasferiti a più riprese in Occidente e già intorno al 600 a.C. avevano fondato la colonia di Massalia (Marsiglia) alle foci del Rodano, nel territorio dei celti. Naturalmente i massalioti si erano affrettati a installare basi marittime e scali commerciali in Liguria e nel Golfo del Leone che avevano duramente colpito gli interessi degli etruschi e messo in allarme i cartaginesi da poco insediati in Sardegna; tanto più che i greci di Massalia avevano tentato di aprirsi un mercato nel regno di Tartesso dove i fenici avevano forti interessi. Quando l’ultima ondata dei focesi si stabilì sulla costa còrsa facendo di Alalia la base delle loro scorrerie nel Tirreno, gli etruschi furono costretti a reagire: l’iniziativa fu di Caere, forse in quel momento la città più potente, la quale si alleò con Cartagine. I focesi, battuti duramente sul mare, dovettero abbandonare la Corsica per andare a stabilirsi a Elea (o Velia, presso Paestum, in ordine di tempo l’ultima grande colonia della Magna Grecia) e gli etruschi ebbero il controllo della Corsica e dell’Elba. Diodoro Siculo afferma che Alalia fu dagli etruschi ribattezzata Nikaia (Vittoria).
 
 
Lo scontro navale fra etruschi e cartaginesi contro i focesi di Alalia ci è stato riferito da Erodoto che, da greco, cerca di minimizzare la sconfitta focese. Parla infatti di vittoria ‘‘cadmea”, il che equivale a quella che fu poi definita una ‘‘vittoria di Pirro”, cioè con perdite tanto grandi da eguagliare una sconfitta.
 
‘‘Quando i focesi giunsero a Kyrnos (la Corsica), vi soggiornarono per cinque anni insieme ai coloni che vi si erano sistemati precedentemente e vi eressero templi. Poiché intrapresero scorrerie saccheggiando tutte le popolazioni limitrofe, allora tirreni e cartaginesi si strinsero in un accordo e mossero guerra contro di loro, con sessanta navi. I focesi, a loro volta, armarono altre sessanta navi e si diressero contro i nemici nel mare che si chiama Sardonio. I focesi ottennero una vittoria cadmea, poiché quaranta delle loro navi furono distrutte e le restanti venti rimasero inservibili, dato che i rostri erano rovinati. Ritornarono dunque ad Alalia, presero a bordo i figli, le donne e quanti dei loro beni potevano trasportare e, lasciata Kyrnos presero la rotta per Reggio”.
 
Con il tardo VI secolo a.C., nel periodo successivo alla  vittoria di Alalia gli etruschi toccarono l’apice della loro potenza. I trattati con gli alleati cartaginesi garantivano loro l’allargamento della zona d’influenza etrusca su tutta l’Italia continentale, esclusa la Magna Grecia, e il controllo del medio e alto Tirreno. Essi seppero approfittare della favorevole situazione e affermarono la loro presenza sul mare e in terraferma. Con la Corsica in loro possesso fu facile ricucire lo strappo con i greci di Massalia e riorganizzare la rete commerciale lungo le coste a nord dell’Arno appoggiandola alla nuova base strategica di Pisa e ad empori fissi aperti lungo la costa ligure. Per terra, le città dell’Etruria settentrionale interna (Volterra, Chiusi, Volsinii) iniziarono una vigorosa penetrazione verso Nord. Attraverso le facili vallate dell’Appennino (come la valle del Reno, in cui sorse Marzabotto) i coloni dell’Etruria sboccarono nella Valle Padana dove sorse Felsina (l’odierna Bologna), sul luogo del più cospicuo abitato villanoviano, e raggiunsero l’Adriatico, sulle cui rive fu fondata Spina, centro attivissimo di scambio col mondo greco. Se l’area comprendente Marzabotto, Felsina e Spina costituì il nucleo principale dell’Etruria padana, l’espansione etrusca si estese fino a Modena e a Parma e, oltre il Po, a Mantova e a Melpo (forse Melzo, presso Milano), tutte tradizionalmente considerate di fondazione etrusca. Nel resto dell’Italia settentrionale e centrale, anche là dove non si ebbe occupazione diretta da parte degli etruschi, si esercitò però la loro influenza culturale. Verso il 500 a.C., insomma, la civiltà etrusca sembra procedere a grandi passi verso l’unificazione culturale, se non politica, di buona parte dell’Italia, compiendo, con tre secoli di anticipo, quanto riuscirà a Roma dopo la seconda guerra punica. Invece, dopo il VI secolo, subentrò, rapido, il declino.
 
Il prodigioso periodo di fioritura dell’Etruria non dura a lungo, a causa soprattutto della fragilità del ‘‘sistema”. Le singole città-stato, infatti, continuano a operare ognuna per proprio conto, senza programmi di ampio respiro e in assenza di qualsiasi effettivo coordinamento.
 
 
Il cambiamento di tendenza fu piuttosto repentino, tanto che si parla di ‘‘crisi”. Essa viene collegata alla nuova situazione mediterranea conseguente alla guerre persiane e con le contemporanee turbolenze della penisola italiana, ma per le grandi città-stato del Sud la crisi si innestò nei cambiamenti istituzionali che sfociarono nell’instaurazione di regimi repubblicani retti da oligarchie aristocratiche e nella conseguente accentuazione delle tensioni sociali. Una prima crisi si presentò comunque come conseguenza, o contraccolpo, dell’occupazione della Ionia da parte dei persiani (517 a.C.) la quale determinò il crollo del sistema commerciale ionico in cui gli etruschi erano ben inseriti; né migliorarono la situazione le rivalità armate tra le città della Magna Grecia che determinarono, a esempio, la distruzione di Sicari da parte della rivale Crotone (510 a.C.). In più nel 509 a.C. la dinastia etrusca dei Tarquini fu cacciata da Roma con la conseguente rottura dell’equilibrio politico-economico che fino ad allora si era mantenuto tra il Lazio latino e le città dell’Etruria meridionale. Della situazione tentò di approfittare Chiusi, che con il lucumone Porsenna impose alla città la propria effimera egemonia, fino a quando la reazione della greca Cuma, che si alleo con i latini (battaglia di Ariccia, 504 a.C.), spense ogni ulteriore velleità degli etruschi di imporsi sul Lazio.
 
La perdita del Lazio rese più importante la presenza dell’etrusca Capua nel territorio campano. La città, che godeva allora di una splendida fioritura manteneva aperti i contatti via mare con le città-stato dell’Etruria meridionale; non riuscì però, nonostante i ripetuti attacchi, ad avere la meglio su Cuma. La pressione che attraverso Capua le città etrusche mantenevano in direzione della Sicilia provocò la reazione della nascente potenza di Siracusa che nel 480 a.C., avevano bloccato a  Imera i tentativi di espansione dei cartaginesi in Sicilia. Nel 474 a.C. la flotta dei siracusani affrontò e distrusse quella etrusca nelle acque di Cuma, fiaccando, insieme alla potenza navale, l’attività commerciale internazionale delle città etrusche il cui monopolio passò completamente ai cartaginesi. Le grandi metropoli dell’Etruria meridionale (Caere, Tarquinia, Vulci) entrarono in crisi e abbandonarono ogni velleità di riscossa, incapaci anche di impedire scorrerie e saccheggi dei siracusani sulle proprie coste: nel 453 e nel 451 a.C. i siracusani tentarono addirittura di insediarsi nell’Isola d’Elba attratti dalle sue risorse minerarie. Della crisi delle città costiere approfittarono quelle interne legate a un’economia agricola (Chiusi, Arezzo, Cortona, Volterra, Perugia) e che godevano anche delle risorse dello sfruttamento commerciale offerto dai mercati dell’Etruria padana e dei traffici dell’Adriatico.
 
Sul finire del V secolo a.C. iniziò il lento ma progressivo processo di penetrazione romana in Etruria. Esso fu diverso da città a città, a seconda dell’atteggiamento che le classi dominanti assunsero di fronte alla conquista romana, e diverse furono perciò anche le condizioni con cui esse furono ‘‘accolte”, con le buone o con le cattive, nella confederazione romana. Veio, a esempio, dopo uno scontro che si era prolungato per tutta la seconda metà del V secolo a.C., fu distrutta e il suo territorio venne incorporato nello stato romano; Caere invece, legata a Roma al punto di accogliere i profughi romani, con i sacerdoti, le vestali e i simboli sacri dell’Urbe durante il sacco dei galli del 387 a.C., diventerà nel 353 a.C. municipio senza diritto di voto. Di fronte al pericolo reale di un assorbimento o di una conquista da parte dei romani, la reazione degli etruschi furono come sempre prive di qualsiasi coordinamento; anzi, l’esasperato particolarismo e le mai sopite rivalità facilitarono la penetrazione romana e ad una ad una, nel corso del VI-III secolo, le città etrusche persero la propria indipendenza, se non la propria identità. Così nel 351 a.C. Tarquinia, dopo una serie di ostilità con Roma che duravano dal 358 a.C., accettò una tregua di quaranta anni, che sarà rinnovata nel 308 a.C. Nel 302 a.C. Roma intervenne ad Arezzo a favore degli aristocratici locali per sedare un’insurrezione democratica e, di fatto, pose l’oligarchia al proprio servizio. Roselle sarà invece sconfitta nel 283 a.C., come Vulci nel 280 a.C. e Volsinii (Orvieto) nel 264 a.C. Alla fine del III secolo a.C. l’Etruria era ormai completamente nell’orbita romana visto che molte sue  città contribuiranno nel 205 a.C. con aiuti di varia natura alla spedizione di Scipione in Africa, contro Cartagine.
 
 
La repubblica romana era una confederazione romano-italica sotto l’egemonia dell’Urbs, in cui il territorio abitato da cittadini romani rappresentava una parte modesta. Alla confederazione appartenevano sia le città che godevano in pieno dei diritti di cittadinanza romana (municipia optimo iure), sia quelle dotate di larga autonomia amministrativa i cui cittadini, pur usufruendo dei diritti civili, non potevano votare e accedere alle cariche pubbliche (municipia sine suffragio). I rimanenti popoli e città legati a Roma costituivano i confederati (socii, civitates foederatae) e le loro relazioni con l’Urbe erano diverse a seconda se l’accordo era avvenuto pacificamente o in seguito a una conquista. Altro importante elemento dello stato romano erano le colonie dedotte fra i popoli vinti. Esse avevano i propri magistrati e le proprie assemblee ma, in base alla provenienza dei coloni, potevano essere colonie romane con diritto di cittadinanza o colonie latine in condizione simile alle città federate.
 
 
Iniziata nel 447 a.C., la guerra contro Veio ebbe varie fasi e si concluse nel 396 a.C., dopo dieci anni di assedio, con la distruzione della città a opera del dittatore Marco Furio Camillo. Tito Livio racconta così la presa di Veio.
 
‘‘L’elezione a dittatore di Furio Camillo risvegliò la speranza nell’animo dei soldati. Egli ricondusse l’esercito a Veio, cominciò sa far costruire un cunicolo sotterraneo sotto la rocca dei nemici, e questa fu l’opera più grande e faticosa di tutte. Per non interrompere il lavoro e perché i soldati non fossero sfiniti dalla continua fatica sotto terra, Camillo li divise in sei turni. Ogni turno lavorava un’ora su sei e riposava per cinque ore. E si andò avanti giorno e notte finché non fu aperta una via fin dentro la rocca. Il dittatore, che già vedeva la vittoria a portata di mano e pensava che avrebbe preso la ricchissima città e fatto tanta preda in una sola volta, attaccò la città. I veienti non potevano immaginare che le mura fossero state scavate dal di sotto, e che la città fosse già piena di nemici. Infatti, dal passaggio sotterraneo i soldati uscirono proprio all’interno del tempio di Giunone, che era sulla rocca di Veio: mentre alcuni si buttavano sui nemici intenti a difendere le mura, cogliendoli di sorpresa alle spalle, altri spalancarono le porte, altri ancora appiccarono il fuoco alle case. Subito si levò un clamore di gente atterrita, misto al pianto delle donne e dei fanciulli. In un momento la città si riempì di nemici; si combatteva da ogni parte. Infine, dopo la strage, la battaglia languì e Camillo ordinò che non si combattesse contro i cittadini inermi. I soldati, col permesso del dittatore, cominciarono allora a darsi d’attorno a fare preda”.
 
 
Poco prima del 500 a.C. l’Etruria padana fu investita dall’invasione dei galli (o celti), popolazioni indoeuropee che da tempo si erano stabilite in Gallia. Essi penetrarono nell’Italia settentrionale, probabilmente in più ondate, attraverso i valichi delle Alpi occidentali e centrali, ricacciarono o soggiogarono le genti liguri del Piemonte e della Lombardia e si scontrarono quindi contro la resistenza dell’Etruria padana. La tradizione conserva il ricordo di una sconfitta subita dagli etruschi sulla riva del Ticino, tanto che a breve distanza dall’etrusca Melpo sorse un nuovo centro, la gallica Mediolanum (Milano). Più lunga resistenza oppose la metropoli dell’Etruria padana, Felsina; ma anch’essa, alla metà del IV secolo a.C., cedette e divenne la gallica Bononia. Oltre Felsina i galli raggiunsero l’Adriatico e si spinsero fino al fiume Esino, a nord di Ancona. Il territorio conquistato fu diviso tra varie tribù: insubri e cenomani in Lombardia, boi in Emilia, lìngoni in Romagna, sénoni nel Piceno ecc. Né la forza espansiva dei galli si era ancora esaurita: nel corso del IV secolo essi compirono varie escursioni a sud dell’Appennino e giunsero fino a Roma (387 a.C.). Nello stesso periodo dell’invasione dei galli, altri popoli, questa volta italici, si mossero dalle loro sedi della dorsale appenninica. Da quello che era il baricentro della nazione osca, il Sannio, mossero gli irpini che si stabilirono tra Benevento e Venosa, i lucani che dilagarono fino allo Ionio, i bruzi che raggiunsero la Calabria e i campani che, con altre tribù affini, occuparono la Campania. Qui le tribù italiche sommersero sia gli etruschi che i greci: Capua cadde in loro potere nel 423 a.C., Cuma due anni dopo.
 
 
L’ultimo periodo della storia etrusca è stato definito dell’Etruria federata, in quanto le città-stato, costrette a federarsi con Roma, confondono da ora in poi, pur conservando una peculiare identità, le loro vicende con quelle dell’Urbe e dell’Italia progressivamente unificata dai romani.
 
 
La federazione tra Roma e le città etrusche fece parte della più grande federazione romano-italica organizzata da Roma su tutta la penisola, e nella quale i rapporti e i vincoli di alleanza riguardavano esclusivamente ogni singola entità e la città egemone. A fondamento del nuovo ordine stavano cioè i trattati che presentavano, a seconda dei casi, clausole diverse da città a città, particolarmente dure per quelle che più direttamente e duramente si erano opposte a Roma. Alcune metropoli (come Vulci, Tarquinia, Caere) persero addirittura ampie parti dei loro territori dove Roma fondò, durante il III secolo a.C., colonie proprie (è il caso di Fregene, Gravisca, Cosa ecc.). A tutte le città i patti imposero di rinunciare a qualsiasi azione politica autonoma, di riconoscere come propri nemici i nemici di Roma, di fornire a questa aiuti in caso di bisogno, di mantenere gli ordinamenti istituzionali fondati sul potere delle oligarchie, di accettare o richiedere l’intervento di Roma in caso di gravi turbamenti sociali o politici interni. In cambio della perdita della sovranità, alle città etrusche fu consentito di continuare a vivere secondo le proprie tradizioni, di mantenere le proprie leggi, la propria lingua e la propria religione. La rottura dei patti prevedeva dure e immediate sanzioni: quando nel 264 a.C. Volsinii cacciò gli esponenti dell’oligarchia dominante, la città fu distrutta dai romani e gli abitanti deportati in una nuova sede, il sito dell’attuale Bolsena (Volsinii Novi).
 
 
Dopo che Roma, a seguito della prima guerra punica, sostituì Cartagine nel controllo del Tirreno, l’Etruria divenne la base delle operazioni romane contro i liguri e contro i galli che, nelle loro frequenti incursioni, si spinsero fino a Talamone (225 a.C.). L’impresa di  Annibale del 218 a.C. toccò solo marginalmente l’Etruria, ma risvegliò qualche sopito desiderio di rivalsa e persino qualche seria agitazione, ma i patti vennero fondamentalmente rispettati. Le città etrusche fornirono anzi il loro contributo alla resistenza e poi alla reazione romana prendendo parte all’allestimento della spedizione di Scipione contro Cartagine. In questa occasione Caere fornì frumento e viveri di vario genere; Tarquinia tela di lino per le vele; Roselle, Chiusi e Perugia legname per la costruzione delle navi e frumento; Populonia ferro; Volterra frumento; Arezzo, che più di ogni altra città etrusca era stata sospettata di simpatie verso Annibale, si riscattò con 3000 scudi e altrettanti elmi, 100 mila giavellotti, 100 mila moggi di grano e rifornimenti di ogni genere per 40 navi. Il contributo etrusco durò poi per tutto il II secolo a.C. nelle numerose guerre che condussero Roma alla creazione del suo impero. Tra il 90 e l’89 a.C., durante la guerra civile, l’Etruria si trovò in gran parte schierata con la fazione popolare guidata da Caio Mario e per questo subì le pesanti vendette di Lucio Silla quando questi, sconfitti i mariani, divenne dittatore e padrone dello stato: Arezzo Fiesole e Volterra furono saccheggiate e private della cittadinanza romana. Nel 63 a.C. l’Etruria appoggiò la congiura di Catilina che proprio a Pistoia venne sconfitto e ucciso l’anno successivo; nel 14 a.C. Perugia fu messa a ferro e fuoco da Ottaviano per aver accolto fra le sue mura Lucio, fratello del rivale Marco Antonio. Nel 27 a.C. quando Augusto divise la penisola italiana in XI regioni, la VII fu l’Etruria.
 
 
Gli etruschi erano concordemente celebrati dagli antichi come ‘‘costruttori di città” e diffusa era la convinzione che essi fossero stati i primi ad attuare in Italia il modello della struttura urbana. In effetti, mentre nella penisola la maggior parte delle popolazioni continuava a vivere nella tradizione storica del ‘‘villaggio” gli etruschi, sotto l’influenza del modello greco, si concentrarono in organismi urbani. ‘‘Civiltà della città”, quindi, quella degli etruschi, intesa non solo nel senso fisico e materiale, ma soprattutto nel senso politico e ideologico che fa della città l’organismo e il centro in cui sono ordinate e concentrate tutte le strutture del vivere insieme.
 
 
Degli aspetti e delle consuetudini della vita quotidiana, pubblica e privata, degli etruschi non ci è giunta alcuna documentazione letteraria diretta, mentre abbiamo, per fortuna, un’importante fonte complementare costituita sia dagli oggetti portati in luce dall’archeologia e rinvenuti per la maggior parte nelle necropoli, sia dalle rappresentazioni figurate con scene di vita presenti nelle tombe; queste ultime, tra l’altro, ci consentono di reintegrare nell’uso quotidiano gli stessi oggetti reali.
 
 
Il ruolo di sostanziale parità sociale che nel mondo etrusco la donna ebbe nei riguardi dell’uomo scandalizzò i greci che confinavano spose e figlie nel gineceo ad occuparsi esclusivamente dei lavori domestici. Le donne etrusche, come appaiono nelle rappresentazioni figurate, partecipavano alle varie fasi del banchetto distese sullo stesso letto dell’uomo, così come insieme prendevano parte alle diverse manifestazioni della vita quotidiana che si svolgevano fuori delle pareti domestiche (gare atletiche, spettacoli, cerimonie ecc.). Il fatto che in molte pitture le donne a banchetto abbiano un velo sulla testa le qualifica come mogli e non come cortigiane. La parità è dimostrata anche in altri ambiti, per certi versi più significativi. L’indicazione onomastica ufficiale dei cittadini di pieno diritto, contrariamente all’uso invalso in Grecia e a Roma, era completata spesso col nome del padre e con quello della madre; inoltre una donna etrusca, che non fosse schiava, era denominata sempre con un nome personale e uno di famiglia, mentre delle più illustri donne romane ci sono giunti solo i nomi di famiglia (Cornelia, Calpurnia ecc.). In molte iscrizioni, poi, la proprietà di un oggetto è attribuita a una donna, segno di parità anche giuridica. Alle donne venivano inoltre dedicati gli stessi riti funebri degli uomini ed erano titolari di tombe, come dimostrano alcune iscrizioni della necropoli del Crocefisso del Tufo a Orvieto.
 
 
 
In Grecia, e specialmente ad Atene, le sole donne a partecipare ai banchetti e alla vita pubblica con gli uomini erano le ‘‘etere”, ossia le ‘‘compagne” o cortigiane. Per questo i greci si stupivano e si scandalizzavano della libertà di cui godevano le ‘‘matrone” etrusche e condannarono l’intera vita privata dei ‘‘tirreni” con il marchio di sfrenata lussuria e di scostumatezza. Tra i più accaniti detrattori c’è lo scrittore Teopompo (IV secolo a.C.), per altro definito maledicentissimus, la lingua più velenosa della letteratura greca, da Cornelio Nepote (I secolo a.C.). Scrive Teopompo:
 
‘‘In occasione di riunioni di società o di parentado i tirreni si comportano come segue: anzitutto, quando hanno finito di bere e si dispongono a dormire, e mentre le fiaccole sono ancora accese, fanno entrare i servi, ora cortigiane, ora bellissimi giovani e qualche volta le loro mogli. Dopo aver soddisfatto le loro voglie con le une e con gli altri, fanno coricare giovani vigorosi con questi o con quelle. Fanno all’amore e si danno ai loro piaceri talora alla presenza gli uni degli altri... Le donne curano molto il loro corpo, fanno ginnastica con gli uomini e spesso si presentano nude. Banchettano accanto non ai propri mariti ma a chi capita, bevendo alla salute di chi vogliono. Sono anche grandi bevitrici e belle”.
 
 
I dati relativi al banchetto, espressione della potenza e ricchezza di un signore, si ricavano dalle fonti figurate, numerosissime tra il VII e il II secolo a.C.
Il banchetto solenne si articolava in due momenti successivi: quello in cui si mangiava, e quello (simposio) in cui ci si intratteneva, bevendo, in conversazione o in giochi di società. I commensali, da soli o in coppia, si stendevano su bassi letti appoggiandosi col gomito sinistro a un cuscino, avvolti spesso in una coperta decorata. Le mogli erano presenti a fianco dei mariti. Le mense venivano imbandite con carne e selvaggina, formaggi, focacce, pani, uova, dolci a forma di piramide, melagrane, uva, salse per il condimento. I rifiuti del pasto erano gettati sul pavimento e mangiati dai cani presenti nella sala insieme a gatti e a gallinacei. La bevanda era il vino, che veniva mischiato all’acqua in un grande vaso dalla bocca larga, da cui giovani coppieri attingevano con crateri, anfore e brocchette per servire i convitati. La riunione era allietata da musici, danzatori e danzatrici, acrobati. Sappiamo che presso i greci, argomento frequente di conversazione durante il simposio era la mitologia; per gli etruschi è logico supporre che essa si adattasse al tipo di riunione: festino, cerimonia funebre, banchetto familiare.
 
 
Come testimoniano le fonti antiche e le rappresentazioni figurate, gli etruschi davano una grande importanza alla musica, sia vocale sia strumentale. Essa non serviva solo a rallegrare i conviti, a regolare i movimenti della danza, a enfatizzare i riti e le cerimonie sacre o a infiammare gli animi dei combattenti, ma dirigeva anche la caccia, ritmava le gare sportive, scandiva persino le nerbate che venivano inflitte ai servi negligenti; a suon di musica (come si vede in una tomba di Orvieto) veniva impastato il pane e preparati i cibi. Gli strumenti musicali – e di conseguenza il ritmo, l’armonia, il carattere – erano di derivazione greca e tra essi si preferiva il doppio flauto e la cetra; la tromba sembra invece un’invenzione etrusca. Alla musica si univa frequentemente la danza. Nelle figurazioni funerarie appaiono spesso danzatori (isolati, in coppia o a gruppi) i cui atteggiamenti suggeriscono un tipo di danza molto scandita e ritmata (quasi certamente a tre tempi), con movimenti rapidi e decisi della testa e delle mani. Lo stretto rapporto esistente tra musica e gesto ritrovava forse espressione negli spettacoli scenici in cui appariva il mimo (histrio, da cui il nostro ‘‘istrione”) che si esibiva mascherato accompagnato dal flauto.
 
 
Fonti iconografiche dimostrano come la caccia, soprattutto degli animali di grossa mole, fosse molto diffusa fra l’aristocrazia etrusca. Era praticata ‘‘a suon di musica”, con reti e trappole ma anche con giavellotti, archi, spiedi e asce. Per i cervidi si faceva ricorso ai cani che inseguivano e attaccavano la preda, e s’impiegava talvolta un cervo da richiamo, tenuto con una briglia dal cacciatore. Per il cinghiale si organizzavano vere e proprie battute, con appostamento lungo i sentieri più frequentemente percorsi dall’animale. Gli etruschi dei ceti meno abbienti cacciavano animali selvatici più piccoli, utilizzando archi, fionde e trappole. Per la caccia alla lepre, oltre ai cani, si utilizzava un bastone ricurvo, il “legabolo”, per snidare e abbattere l’animale. Anche il pesce ebbe, nell’alimentazione etrusca, un ruolo importante. Ami, arpioni, fiocine, reti, lenze, pesi di vario genere e misura testimoniano sin da epoca molto antica quanto diffusa fosse la pesca nei mari (specie ai tonni), nei fiumi e nei laghi italiani. Rarissime però, a differenza della caccia, sono le raffigurazioni pittoriche, poiché la pesca fu sempre considerata un’attività modesta e poco gloriosa.
 
 
Claudio Eliano (170-235 d.C.), autore di un Trattato sulla natura degli animali in cui riferiva un gran numero di curiosità e stranezze sul loro comportamento, scrisse a proposito della caccia a cinghiali e cervi:
 
‘‘Si dice frequentemente in Etruria, dove i cinghiali e i cervi vengono catturati come di consueto con l’impiego delle reti, che aiutandosi con la musica il successo è maggiore. Ecco come: si tendono le reti e si piazzano le trappole, quindi viene fuori un flautista di talento che, evitando i toni alti, esagera quelli più dolci che il doppio flauto sa produrre. Nel silenzio più assoluto questa musica arriva fin sulle cime dei monti, nelle vallate e nei boschi e penetra in tutti i covi e i nascondigli degli animali. Questi dapprima rimangono stupiti e terrorizzati, poi il puro e irresistibile piacere della musica s’impadronisce di loro e, affascinati, abbandonano i cuccioli, la tana e i sentieri più nascosti dai quali non amano normalmente allontanarsi. Così gli animali delle foreste tirreniche, trascinati dal potere della melodia e come stregati, s’avvicinano e, vittime della musica, entrano nelle reti”.
 
 
Come per tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche nel caso dei giochi atletici e delle gare sportive le notizie che abbiamo provengono dalle rappresentazioni figurate. Delle manifestazioni sportive testimoniate presso gli etruschi alcune sono documentate contemporaneamente anche in Grecia, altre non hanno invece riscontro nel mondo greco e appartengono alla tradizione locale. Come i greci, gli etruschi si cimentavano nella corsa podistica, nella corsa dei carri, nel salto in lungo, nel lancio del disco e del giavellotto, nel pugilato, nella lotta; tipicamente etruschi sono invece il gioco di Troia e del Phersu. Il primo (ludus Troiae), descritto dagli scrittori classici romani, era un’esibizione di eleganza e di destrezza riservata ai giovani nobili che non superassero i diciassette anni: armati di tutto punto e in sella a un cavallo, compivano evoluzioni seguendo lo schema ideale di un labirinto concentrico. Di tutt’altro genere era il Phersu, di cui abbiamo una rappresentazione nella Tomba degli Aùguri di Tarquinia: un uomo incappucciato, con in mano un bastone, cerca di difendersi dagli assalti di un cane inferocito, tenuto a un lungo guinzaglio e aizzato da un personaggio con copricapo e maschera che un’iscrizione denomina Phersu (è evidente l’accostamento alla parola latina persona, che significa appunto ‘‘maschera”). Il carattere violento e cruento del Phersu richiama i giochi gladiatori che i romani dicevano essere di origine etrusca. Giochi atletici e gare facevano parte delle celebrazioni funebri, ma non ebbero però solo carattere funerario; si svolgevano infatti anche nei santuari in occasioni di feste o di riunioni straordinarie.
 
 
Le vesti etrusche erano realizzate in lana e in lino, diverse per resistenza, morbidezza e protezione dal freddo. Le fibre venivano filate dalle donne, anche di alto lignaggio ma, tra esse, solo alcune si specializzavano nella tessitura, che veniva tramandata di madre in figlia. Nei periodi più antichi le donne indossavano tuniche e mantelli, probabilmente ornati da disegni geometrici e un cinturone ellittico di cuoio con una lamina di bronzo sul davanti. L’abbigliamento maschile non era dissimile da quello femminile e comprendeva anche diversi tipi di perizoma variamente panneggiati che nelle stagioni più calde sostituivano ogni altro indumento; la nudità completa, del resto, non dava scandalo. Dal VI secolo a.C. il capo di vestiario più diffuso per entrambi i sessi divenne il chitone (la tunica di varia lunghezza cucita su un fianco e fissata alle spalle per mezzo di fibule) che poteva presentare pieghettature, fasce colorate all’orlo oppure una decorazione dipinta o ricamata. Sopra, o in alternativa al chitone, erano indossati mantelli di vari tipi, il più comune dei quali era la tabenna semicircolare, portata come uno scialle in modo da lasciare una spalla scoperta, mentre i due lembi si sovrapponevano sull’altra. Le stoffe, come mostrano le pitture, erano colorate con vivaci accostamenti di azzurro, rosso, nero, giallo verde, sia in campiture che in fasce. Anche le calzature (sandali di cuoio, pantofole di panno, stivaletti dalla punta ricurva e con lacci alla caviglia) erano colorate, dorate o ricamate. I copricapi erano molti e vari: tra i più singolari quello ‘‘a sombrero” e il berretto a punta cilindrica usato dagli arùspici. Uomini e donne facevano grande uso di ornamenti in metallo come spilloni, fibule, cinture e di gioielli in genere.
 
 
L’assetto sociale degli etruschi era basato sulla rigida suddivisione in due strati distinti e contrapposti: da una parte stava la potente e ristretta classe aristocratica, quella che secondo la terminologia latina comprendeva i domini (signori); dall’altra la massa della popolazione subalterna, i servi, che svolgeva attività non specifiche né socialmente caratterizzanti.
 
 
 
Sul finire del IX secolo, all’interno della primitiva società villanoviana, cominciò a determinarsi in Etruria la differenziazione sociale che divenne un fatto compiuto tra la metà dell’VIII e quella del VII secolo a.C. Il potere passò allora in mano a famiglie ricche e potenti che in piccoli gruppi (casati) si riconoscevano discendenti da un antenato comune (come le gentes dei romani). La nascita dei gruppi gentilizi trova conferma anche nell’onomastica: abbandonata la vecchia formula del nome individuale seguito dal semplice patronimico (‘‘figlio di”), i nobili adottano l’uso di far seguire al loro nome proprio quello del casato, derivato dal capostipite e passato di padre in figlio. I membri di questa aristocrazia, i domini o signori, non svolgevano alcuna attività produttiva che giudicavano degradante, ma detenevano le leve del potere politico ed economico e le funzioni di guida della comunità. Erano i possessori di terra che mostravano il loro potere, oltre che nella ricchezza dei beni, nell’esercizio delle attività militari. Nel VI secolo, emersero anche le famiglie dei proprietari terrieri appartenenti al ceto medio – che spesso derivavano dai rami cadetti delle famiglie aristocratiche cittadine – le quali finirono con il dar vita a una nuova e più ampia aristocrazia che mise fine al ristretto dominio oligarchico.
 
 
I servi erano esclusi dalle attività imprenditoriali e dal possesso della terra, non avevano il diritto di esercitare cariche pubbliche, non potevano entrare nell’esercito e tanto meno unirsi in matrimonio con membri dell’aristocrazia. Erano solo dei lavoratori legati da vincoli personali alle casate nobiliari, dalle quali dipendevano completamente. In linea di massima essi si distinguevano nella categoria dei servi domestici (a metà tra il libero e lo schiavo) addetti alla casa e al servizio personale del signore e della sua famiglia, e in quella dei contadini, veri e propri servi ‘‘della gleba”, distribuiti sulle proprietà fondiarie del dominus e perciò fuori dalla città. All’atto pratico questa situazione dovette configurarsi in maniera più sfumata. In alcuni potentati e col passare del tempo, essa si stemperò in una sorta di  gerarchismo della classe subalterna e i servi, che non erano schiavi nel senso classico del termine, occuparono livelli diversi di soggezione, godendo quindi di vari stadi di pur relativa libertà, anche con possibilità di concreti miglioramenti. Questo stato di cose è confermato dall’archeologia: nelle necropoli, attorno alle grandi tombe gentilizie, sono spesso presenti tombe minori destinate a famiglie subalterne.
 
 
Tra il VII e il VI secolo a.C., con il definitivo affermarsi della città e dell’organizzazione urbana, si istituì all’interno della classe subalterna una sorta di  gerarchismo. Gli artigiani e i mercanti si arricchirono con le attività produttive o con gli scambi e, pur restando sottoposti all’aristocrazia, seppero conseguire quelle prerogative da cui prima erano esclusi, cioè il possesso di beni e l’uso delle armi che costituivano la ‘‘patente” di cittadino a tutti gli effetti. Inoltre, nella prima metà del IV secolo a.C. cambiò – soprattutto nell’Etruria meridionale – il rapporto tra città e campagna. Per rivitalizzare i centri minori si sviluppò una sorta di ‘‘colonizzazione interna” che portò alla nascita di un numeroso e prospero ceto medio di proprietari terrieri. Più tardi, e soprattutto nell’Etruria settentrionale, i servi della gleba si emanciparono e si trasformarono in coltivatori diretti, proprietari e conduttori di piccoli appezzamenti di terreno, che vivevano dispersi in numerosi insediamenti rurali. Il bipolarismo di fondo della società etrusca venne così temperato da questa nuova e varia classe intermedia, contro la quale la rigida chiusura dell’oligarchia non tarderà a provocare un aperto conflitto, mai completamente risolto (solo attenuato a volte) neppure in età romana.
 
 
La documentazione diretta per quanto riguarda la vita pubblica e l’assetto istituzionale degli etruschi comincia ad essere soddisfacente solo a partire dal IV secolo a.C.  Per i periodi precedenti, accanto alle frammentarie e spesso confuse informazioni degli autori antichi, ci soccorrono per via indiretta  le verosimili analogie e i parallelismi col mondo greco e con quello romano.
 
 
Il formarsi dell’ordinamento gentilizio fece emergere l’autorità di un capo, di un magistrato supremo, che assunse nelle sue mani la sovranità politico-sacrale. Questo ‘‘re” era detto dai romani lucumone, lauxme o lauxume dagli etruschi. Non sappiamo con esattezza se la carica fosse a vita o temporanea, ereditaria o elettiva; accanto al lucumone doveva comunque esistere un senato di aristocratici, forse di anziani delle casate emergenti, e probabilmente un’assemblea costituita da tutti i cittadini che godevano dei diritti politici. Secondo gli scrittori latini, simboli dell’autorità regale dei lucumoni erano la veste di porpora (toga praetetexta o picta), il trono d’avorio (sella curulis), lo scettro, il fascio con la bipenne ed il carro da guerra, tutte insegna di potere rinvenute durante scavi o su raffigurazioni etrusche che risalgono sino al VII secolo a.C. Nella seconda metà del VI secolo a.C., in coincidenza con il definitivo assetto delle città-stato, il regime monarchico deve essere stato in parte modificato: il lucumone passò nelle mani del sacerdote il potere sacro e assunse con la forza (forse anche in contrasto con l’aristocrazia) il pieno potere politico. Sono note in questa fase numerose figure di re storicamente certi, come i Tarquini e Servio Tullio a Roma, Thefarie Velianas a Caere, Porsenna a Chiusi; costoro svolsero una politica personale molto ambiziosa e fortemente connotata in senso militare, alla stessa stregua dei tiranni greci.
 
 
Tra il VI e il V secolo a.C., come accadde nel mondo greco, in quello latino e in quello fenicio-cartaginese, gli ordinamenti delle città-stato etrusche subirono una crisi sfociata nella costituzione di nuove forme di governo di tipo repubblicano. Si sa che a Roma l’avvento della repubblica fu un’innovazione improvvisa (la cacciata di Tarquinio il Superbo nel 509 a.C.) ma per gli etruschi è più probabile che essa sia stata dovuta a una lenta evoluzione e al progressivo svuotamento dell’istituto monarchico, oppure alla reazione degli aristocratici che non accettavano l’imporsi di singole personalità. Al vertice dello stato repubblicano c’era una magistratura suprema (forse di tipo collegiale e con un presidente) a cui competeva il potere esecutivo e giudiziario. Essa era eletta probabilmente ogni anno tra i membri degli esponenti delle maggiori famiglie aristocratiche che gli autori latini chiamano ‘‘principi” e che nel loro insieme costituivano un’assemblea corrispondente al senato romano. I termini etruschi che indicano i magistrati sono numerosi e non del tutto chiari riguardo le funzioni cui si riferivano: lo zilach indicava forse l’equivalente del praetor latino, ma il titolo era spesso accompagnato da un attributo che ne indicava la particolare funzione; il purth o puthne si pensa equivalesse al pritano dei greci e viene collegato a una qualche attività di capo dello stato; il maru doveva invece svolgere funzioni civili e sacrali. Questa articolazione amministrativa, che facilitò il predominio dell’oligarchia aristocratica, oltre a impedire l’affermazione di potentati personali, arretrò le concessioni nei confronti degli strati sociali più bassi che inutilmente rivendicarono il riconoscimento di un movimento organizzato, come invece ottenne la plebe romana.
 
 
Le città-stato dell’Etruria erano sovrane e indipendenti, ma tutte insieme si riconoscevano in una superiore comunità etnico religiosa ed erano riunite in una istituzione di tipo confederale che comunemente chiamavano ‘‘lega”. Gli autori antichi parlano di una lega di dodici popoli corrispondenti alle più importanti città-stato dell’Etruria, e analoghe federazioni dovettero esistere anche nell’Etruria padana e campana. A capo della lega si trovava probabilmente lo Zilach Mecl Rasnal, ovvero il “pretore dei quindici popoli”, che continuò ad esistere anche quando Roma trasformò la confederazione in una semplice associazione religiosa. I rappresentanti delle città, costituita dal monarca, da un littore e da altri personaggi che davano vita a spettacoli, feste e giochi, si riunivano periodicamente nel santuario di Voltumna a Volsinii per discutere i problemi comuni, politici e militari, della nazione etrusca. Le consultazioni erano dirette da un ‘‘re” comune eletto tra i reggenti delle città. La lega fu sciolta dai romani nel 265 a.C. quando i centri confederati erano diventati quindici.
 
 
La religione etrusca parte dall’idea che la natura dipenda strettamente dalla divinità. Ogni fenomeno naturale non è altro che l’espressione della volontà divina, un segnale che essa invia all’uomo. E all’uomo, destinatario di quel segnale, spetta il compito di scoprirne il significato. Dice Senaca ‘‘Noi romani riteniamo che i fulmini scocchino quando c’è stato uno scontro di nuvole; gli etruschi credono invece che le nuvole si scontrino per far scoccare i fulmini. Dal momento che attribuiscono ogni cosa alla divinità, essi sono convinti che le cose avvengono perché debbono avere un significato”.
 
 
Gli autori latini erano concordi nel definire gli etruschi un popolo religiosissimo esperto nell’arte divinatoria. Ebbero infatti un’articolata letteratura religiosa, oggi purtroppo irrimediabilmente perduta. Esistevano una serie di rigide regole che determinavano il rapporto tra gli dèi e gli uomini (quella che costituiva la ‘‘disciplina etrusca”, ossia scienza etrusca), quindi sul rito e sull’interpretazione della volontà divina. Di queste norme possiamo farci solo un’idea attraverso alcuni passi di Cicerone, Plinio il Vecchio, Livio o Seneca (che si rifacevano a traduzioni che non ci sono pervenute) e tramite rarissimi documenti etruschi come la “mummia di Zagabria” o il  “fegato di Piacenza”. Sappiamo inoltre che quella etrusca fu una religione rivelata attraverso le profezie di esseri superiori come il fanciullo  Tagete e la ninfa Vegoe o Vegonia. Fra gli etruschi delle origini la divinità appare sempre in modo molto impreciso, sia nell’aspetto che nelle mansioni ed è ragionevole pensare che in principio vi fosse un’unica entità divina che si manifestava in molteplici modi, assumendo connotati diversi. Tra l’VIII e il VI secolo a.C. si assiste alla trasformazione della religione etrusca. Dalla Grecia vennero importate in Etruria nuove divinità; quelle indigene assunsero figura umana e col tempo ereditarono le caratteristiche e le mansioni degli dèi dell’Olimpo classico.
 
 
Le più antichità divinità degli etruschi rappresentavano le forze della natura, distruttrici e creatrici al tempo stesso: Tarkun/Tarconte era il dio della tempesta, distruttore ma anche dispensatore di benefica pioggia; Velka era il dio del fuoco e, insieme, della vegetazione. Sommo dio dell’Etruria – dice Varrone – era Velthune (in latino Vertumnus o Voltumna), il Multiforme, che rappresentava l’eterno mutare della stagioni ed era adorato nel santuario federale di Volsinii. All’antico pantheon appartenevano anche gli dèi Selvans (Silvano) e Ani (poi Giano) e la dea Northia, divinità probabilmente del fato. Dal VII secolo a.C. molte divinità di fondo originariamente etrusco vennero assimilate agli dèi olimpici: la divinità superiore Tinia (o Tin), rappresentata sempre col fulmine, fu l’equivalente di Zeus ossia Juppiter (Giove); lo stesso avvenne con Uni, compagna di Tinia, che divenne Hera, ossia la Iuno latina (Giunone). Turan, la dea dell’amore, fu assimilata ad Afrodite e quindi alla Venus (Venere) latina; Menerva ad Athena (Minerva); Maris ad Ares (Marte); Nethuns a Poseidon (Nettuno); Turms a Hermes (Mercurio). Ci furono anche dèi nuovi, importati direttamente dal mondo greco, che conservarono il loro nome appena etruschizzato: Artemis (ossia Diana) divenne Aritimi, Apollon (Apollo) fu chiamato Apulu, Heracles (Ercole) cambiò in Hercle. Controversa è l’origine etrusca delle ‘‘triadi” che conosciamo con certezza soltanto nel mondo romano: non è chiaro se la triade capitolina Giove-Giunone-Minerva corrisponda a Tinia-Uni-Menerva. Di sicura origine greca sono invece le coppie (‘‘diadi”), come quella degli dèi infernali Ade e Persefone (in etrusco Aita e Phersipnai).
 
 
 
Secondo gli etruschi gli dèi condizionavano il mondo e ogni azione umana: occorreva quindi ‘‘tradurre” la loro volontà andando in cerca dei segni attraverso i quali essa si manifestava. Perciò era necessario avere a disposizione un codice che interpretasse quei segni e un prontuario di norme precise e costanti che per ogni segno indicasse il conseguente comportamento atto a soddisfare (e quindi a seguire) la volontà degli dèi. Questo complesso di conoscenze fu chiamato dai romani ‘‘disciplina etrusca” i cui principi ispiratori erano fatti risalire dagli etruschi all’intervento rivelatore della stessa divinità. Essa si sarebbe servita di esseri mitici o semidei (come il fanciullo Tagete o la ninfa Vegoe) i quali avrebbero ‘‘dettato” le verità soprannaturali e insegnato agli uomini l’arte di avvicinarsi ad esse: in pratica la divinazione. Appositi collegi sacerdotali, che si tramandavano la professione di padre in figlio, erano preposti all’interpretazione dei segni della volontà divine: i fulguratores osservavano le traiettorie dei fulmini, gli àuguri interpretavano i voli degli uccelli, gli arùspici leggevano il fegato delle pecore e di altri animali sacrificati. Le dottrine divinatorie, e tutte le altre che formavano il corpus minuzioso e vastissimo dei riti etruschi, erano tramandati nei testi della cosiddetta ‘‘disciplina etrusca”: i Libri Haruspicini, svelati dal fanciullo Tagete, trattavano la consultazione delle viscere degli animali; i Libri Fulguratores, il cui contenuto era stato manifestato dalla ninfa Vegoe, riguardavano la scienza dei fulmini; i Libri Rituales, svelati anch’essi dalla ninfa Vegoe, trattavano della suddivisione della volta celeste, della gromatica (ripartizione dei campi), dei riti e delle modalità per la fondazione delle città e per la consacrazione dei santuari, e infine degli ordinamenti civili e militari. Esistevano poi i Libri Acherontici, svelati da Tagete, che esponevano le credenze nell’oltretomba e dettavano le norme per i riti di salvazione. Infine v’erano i Libri Fatales, nei quali si trattava dei dieci secoli di vita assegnati dal Fato alla nazione etrusca, e i Libri Ostentaria che trattavano dell’interpretazione dei prodigi e dei fenomeni naturali.
 
 
 
Usando come fonti Aulo Cecina, Nigidio Figulo e altri traduttori del I secolo a.C. che si occuparono della ‘‘disciplina etrusca” Cicerone (106-43 a.C.) scrive nel suo De divinatione (Sulla divinazione) a proposito delle profezie di Tagete:
 
‘‘Si racconta che Tagete sia spuntato improvvisamente dalla terra nel territorio di Tarquinia mentre si arava e si era fatto un solco molto profondo, e abbia parlato all’aratore. Si dice anche che Tagete, stando alle testimonianze dei libri sacri etruschi, avesse l’aspetto di bambino e la saggezza di un anziano. Alla sua vista il bifolco si stupì e mandò un grido di meraviglia, ci fu un accorrere di gente e in breve tempo si raccolsero colà tutti gli etruschi; allora Tagete parlò di parecchi argomenti alla gran folla in modo che le sue parole fossero recepite e messe per iscritto. Il suo discorso conteneva i precetti dell’aruspicina la quale, col passare del tempo si accrebbe di altre nozioni che comunque s’ispirarono agli stessi principi insegnati da Tagete”.
 
 
 
Alla ninfa Vegoe (Vecu, in etrusco) è attribuita una profezia che riguarda il rispetto della proprietà dei campi tramandata da un testo latino di autore ignoto.
 
‘‘Chi toccherà o smuoverà queste pietre (di confine) per aumentare i propri possessi e diminuire quelli degli altri, sarà punito dagli dèi per tale delitto. Se lo faranno gli schiavi, peggioreranno la loro condizione servile. Se poi il delitto sarà fatto con la complicità del padrone, entro breve tempo la sua casa sarà distrutta e la sua gente perirà. Gli esecutori materiali del delitto saranno colpiti da gravissime malattie e da ferite e rimarranno paralizzati nel corpo. Anche la terra sarà sconvolta da tempeste e da turbini e da distruzione. I frutti saranno colpiti e cadranno per la pioggia e la grandine, marciranno per il caldo eccessivo e cascheranno per malattia. Ci saranno anche discordie civili. Sappiate che queste disgrazie avverranno quando saranno commessi delitti come quelli detti ora.”
 
 
Il segno più importante, la ‘‘voce” più potente della divinità era il fulmine, che proveniva direttamente dal dio supremo Tinia; l’ars fulguratoria, cioè quella di trarre dalla sua osservazione tutte le informazioni possibili, era quindi al primo posto nella divinazione etrusca. Era regolata da una casistica alquanto complessa che teneva conto della parte del cielo in cui il fulmine appariva (la volta celeste era divisa in sedici parti, abitata ognuna da una divinità), della forma, del colore, degli effetti provocati e del giorno della caduta. Oltre all’osservazione dei fulmini (cheraunoscopia) c’era un’altra forma di divinazione molto generalizzata alla quale era possibile ricorrere ogni volta che fosse ritenuto utile o necessario senza dover attendere altre forme di prodigi dipendenti invece dal caso, come appunto il fulmine. Era l’epatoscopia, o lettura del fegato degli animali sacrificati, che i romani chiamavano haruspicina. Il fegato, la cui immagine si riteneva fosse proiettata la divisione della volta celeste, veniva strappato ancora palpitante dal corpo dell’animale (pecora, bue, cavallo) e se ne osservavano le regolarità e irregolarità a ognuna delle quali era attribuito un messaggio. Per questo venivano usati degli appositi modelli in bronzo o in terracotta sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle divinità. Fra i modelli giunti sino a noi il più celebre è il ‘‘Fegato di Piacenza”. Oltre al fegato gli arùspici leggevano anche altre viscere come il cuore, i polmoni, la milza.
 
 
 
È il modellino schematico in bronzo, di 12,4 per 6,6 centimetri, datato II-I secolo a.C., del fegato di una pecora, rinvenuto presso Piacenza nel 1877, ma di probabile origine cortonese. La superficie convessa è divisa da una linea in due sezioni dedicate al sole (usils) e probabilmente alla luna (tivs); la superficie concava è divisa complessivamente in quaranta caselle triangolari o rettangolari, ciascuna delle quali è dedicata a una (o a più di una) divinità. Le sedici caselle rettangolari disposte lungo l’orlo del modellino rappresentano le sedici regioni in cui è diviso il cielo secondo le credenze etrusche. Il manufatto aveva forse funzione didattica o, più probabilmente, serviva come guida per le osservazioni del fegato degli animali sacrificati.
 
 
Dopo che i sacerdoti avevano ottenuto attraverso la  divinazione la conoscenza del volere divino, si dava attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento, sulla base delle norme che facevano anch’esse parte della ‘‘disciplina etrusca” ed erano oggetto di trattazione nei Libri Rituales. Queste norme si traducevano (e si esaurivano) in una serie impressionante di pratiche, cerimonie e riti rigidamente codificati e ripetuti meccanicamente fino a diventare puro e semplice formalismo. Essi toccavano sia gli aspetti religiosi della vita degli etruschi sia quelli civili, secondo il principio che ‘‘ogni azione umana doveva essere compiuta in conformità della disciplina”. E per ogni rito, cerimonia di culto o servizio divino doveva essere stabilito con precisione il luogo, il tempo, il modo, lo scopo, la persona preposta e, naturalmente, la divinità che veniva chiamata in causa. Le funzioni sacre si svolgevano perciò in luoghi rigidamente circoscritti e consacrati (templi, santuari, altari) e il loro svolgimento era codificato fin nei minimi particolari tanto che, se veniva sbagliato od omesso anche un solo gesto, tutta l’azione doveva essere ripetuta da capo. Musica e danza vi trovavano ampio spazio. Oltre all’uso di sacrificare bovini, ovini e volatili, particolarmente diffuso era quello dei doni votivi che potevano andare dagli ex voto (statue e statuine di divinità e di offerenti), alle prede di guerra (armi, carri), agli stessi edifici sacri (dedicazione di un tempio o di un sacello).
 
 
Tra le pratiche di carattere religioso quelle destinate ai defunti avevano presso gli etruschi un carattere tutto particolare. Esse erano legate alla concezione (del resto diffusa in altre civiltà del Mediterraneo) che l’attività vitale del defunto, la sua ‘‘individualità” continuasse anche dopo la morte e che questa sopravvivenza avesse luogo nella tomba. Spettava però ai vivi, ai familiari e dei parenti, garantire la sopravvivenza dell’entità vitale del defunto al quale doveva essere data una tomba, cioè una nuova casa, e un corredo di abiti, oggetti d’uso personali, cibi, di cui si serviva simbolicamente o magicamente. Per la stessa ragione vitalità e forza venivano trasmesse al defunto con giochi e gare atletiche che si svolgevano in occasione dei funerali o delle ricorrenze anniversarie della morte. Quanto alle pratiche proprie dei funerali, la prassi non era dissimile da quella che avveniva altrove: esposizione del cadavere al compianto pubblico e alle lamentazioni di donne appositamente pagate (prefiche), corteo funebre e banchetto presso la tomba. Il culto della ‘‘sopravvivenza” nel sepolcro era ulteriormente sviluppato nel culto degli antenati e in particolar modo del capostipite, specie delle famiglie gentilizie. Tra il V e il IV secolo a.C., però, la fede della sopravvivenza del morto nella tomba cambiò sotto l’effetto delle suggestioni provenienti dalla civiltà greca. Ad essa si sostituì la concezione di un ‘‘mondo dei morti” (simile all’Averno o all’Ade) dove le ‘‘ombre” soggiornavano. Ai defunti vennero allora dedicati particolari riti di suffragio, stabiliti dai Libri Acherontici, e offerte alle divinità infere (in particolare il sangue di alcuni animali) che potevano consentire alle anime il conseguimento di uno speciale stato di beatitudine.
 
 
Fra i dettami della disciplina etrusca famoso in tutta l’antichità era quello della fondazione di città per il quale erano previste meticolosissime disposizioni. Gli aùguri cominciavano col delimitare una porzione di cielo consacrata proprio in funzione del rito (e definita con il termine significativo di templum) all’interno della quale trarre gli auspici dedotti dal volo degli uccelli che la attraversavano, dai fenomeni meteorologici che in quel perimetro potevano verificarsi, o da altre manifestazione considerate provenienti dalle divinità. Erano poi individuati il centro della città stessa e delle principali direttrici viarie scavando fosse in cui venivano deposte offerte e sovrapposti cippi che fungevano sia da punti di riferimento sia da luoghi sacrali. Veniva poi tracciato con un aratro dal vomere di bronzo un solco continuo che disegnava il perimetro delle mura, interrotto solo là dove si sarebbero aperte le porte delle città; il solco diventava subito linea inviolabile per tutti gli uomini e attraversarlo equivaleva ad attaccare la città. Lungo tutto il perimetro delle mura correva inoltre, tanto all’esterno quanto all’interno, un’ampia fascia di terreno (il pomerium) che non doveva essere né coltivata né edificata e che era dedicata alla divinità. Una solenne cerimonia di sacrificio inaugurava la città così prefigurata. La fondazione di Roma a opera di Romolo e Remo così come ce l’hanno tramandata le leggende è un’applicazione puntuale del rito etrusco: i gemelli che osservano il volo degli uccelli per decidere chi dei due dovesse dare il nome alla città, il solco tracciato da Romolo, l’uccisione di Remo che, saltando all’interno del perimetro, profana i sacri confini e ‘‘invade” la nuova fondazione.
 
 
La prosperità dell’Etruria era assicurata da una salda e articolata struttura economica, in cui l’agricoltura, già di per sé florida, era integrata in modo decisivo dalle attività industriali - basate soprattutto sullo sfruttamento delle risorse minerarie - e da quelle commerciali che misero in contatto gli etruschi con larga parte del bacino del Mediterraneo.
 
 
L’agricoltura fu una delle principali risorse economiche dell’Etruria antica e gli autori latini (Livio, Ovidio, Columella ecc.) lodano spesso i miracolosi raccolti dei suoi fertili campi. I terreni progressivamente disboscati erano, in alcuni casi, bonificati attraverso complesse opere idrauliche che davano, secondo Varrone, una resa pari a quindici volte il seminato. Frumento, cereali (ceci), olio e vino furono prodotti in abbondanza tale da poter essere esportati in vari centri dell’Italia antica e talvolta, come per il vino, oltremare, in alcuni porti del Mediterraneo settentrionale. Per il III secolo a.C. si può avere una precisa idea delle risorse agricole di alcuni centri etruschi grazie all’elenco degli aiuti forniti a Scipione l’Africano per la sua spedizione contro Cartagine (205 a.C.). L’allevamento invece non fu per gli etruschi particolarmente importante come per altre civiltà del Mediterraneo, ma venne praticato per lo più a livello familiare, sfruttando i verdi pascoli del litorale e delle aree boschive. Oltre a bovini, asini e muli, indispensabili al lavoro dei campi e al trasporto dei carri, si allevavano ovini e suini. A questo proposito lo storico greco Polibio (I secolo a.C.) ricorda gigantesche forme di pecorino del peso di 1000 libbre (327 kg.) e una moltitudine di maiali trascinata da un porcaro sulle rive del Tirreno a suon di musica.
 
 
L’artigianato fiorì in Etruria quando, superata la fase dell’economia di famiglia e di villaggio, le città offrirono una differenziazione più specifica delle attività lavorative. Il primo posto in questo senso spettò alla ceramica che, grazie alle ‘‘novità” apprese dai coloni greci, iniziò una produzione industriale. Dai greci infatti, nella seconda metà dell’VIII secolo, gli etruschi appresero l’uso della ruota da vasaio (tornio), il modo di raffinare l’argilla e di rendere i vasi impermeabili, il gusto per le decorazioni dipinte; nel VII e VI secolo a.C., ceramisti greci immigrati aprirono le loro botteghe in varie città dell’Etruria. Dalle stesse botteghe dei ceramisti uscivano le terrecotte, prodotte in serie con l’impiego di stampi, destinate al rivestimento degli edifici o che costituivano le schiere delle statuette votive. Altra attività artigianale di primaria importanza fu la metallurgia e, in particolare, della lavorazione dei bronzi lavorati con varie tecniche. Connessa a questa attività era la lavorazione dei metalli preziosi che soddisfaceva le richieste dell’élite, specialmente dalla metà del VII agli inizi del V secolo a.C. Va tenuto inoltre conto dell’artigianato del legno e del cuoio, delle stoffe e delle fibre vegetali, del quale però quasi tutto è andato perduto.
 
 
Il commercio etrusco, soprattutto nel VII-VI secolo a.C., fu essenzialmente basato sull’importazione, come è chiaramente dimostrato dalla sproporzione tra i pochi oggetti etruschi rinvenuti in altri paesi rispetto all’enorme quantità di beni stranieri affluiti in Etruria. Gli etruschi esportavano principalmente metalli grezzi (rame, piombo e ferro) estratti in gran quantità dalle miniere dell’alto Lazio e dell’Isola d’Elba. Altri beni di esportazione furono il legname, il sale prodotto nei centri costieri del Tirreno, l’olio e soprattutto il vino. Una gran quantità di anfore vinarie è stata infatti recuperata in numerosi relitti di navi. Al commercio del vino era in parte legato anche quello del bucchero, piccoli recipienti di tipica fattura etrusca adoperati per attingere o bere, rinvenuti in tutto il bacino del Mediterraneo. Con la  battaglia di Cuma (474 a.C.) gli etruschi sconfitti dai siracusani persero definitivamente il controllo del Tirreno, ma alla crisi dei commerci marittimi corrispose un incremento dei traffici lungo le vie dell’interno, con il susseguente affermarsi di alcune città che, come Vulci, esportarono i loro prodotti verso la pianura padana, l’Europa centrale e gli altri centri dell’Etruria antica.
 
 
All’interno della civiltà etrusca l’attività militare aveva valore di distinzione sociale. Essa fu dapprima appannaggio degli aristocratici - i soli in grado di potersi permettere armi ed equipaggiamento - quindi dei ceti emergenti che, una volta progrediti sul piano economico, si mossero alla ricerca di una emancipazione sociale e politica. Durante il periodo ellenistico l’attività militare fu aperta anche agli strati più bassi.
 
 
L’attività militare nel periodo villanoviano era riservata agli individui di ceto sociale più elevato, i quali avevano una disponibilità di beni tale da consentire loro l’acquisto ed il mantenimento di armi (per l’offesa e la difesa personale), carri e di animali (cavalli) da impiegare per scopi bellici. Tra il VI e il V secolo a.C. vennero poi progressivamente ammessi nell’esercito mercenari di professione e uomini provenienti dalle classi meno agiate. La tattica militare consisteva per lo più nel combattimento corpo a corpo con armi adatte agli scontri ravvicinati. Allo scontro individuale si sostituì in età arcaica l’azione della fanteria pesante nella formazione serrata della falange oplitica e le manovre di guerra divennero via via più complesse e organizzate. La cavalleria e i carri, che esercitavano un’azione di disturbo sugli avversari rimasti isolati in battaglia, divennero, con il passare del tempo, sempre più importanti.
 
 
Le armi hanno conosciuto varie fasi all’interno della società etrusca, in stretta relazione con lo sviluppo tecnologico, ma anche politico e sociale.
 
[236211]
- Per il periodo villanoviano (IX-VIII secolo a.C.) sono documentati vari tipi di elmi. Quelli a calotta in semplice lamina bronzea decorata, a sbalzo con imbottitura interna e quelli crestati o con appendice superiore.
- In età orientalizzante alla semplice calotta si aggiunse una costolatura superiore e una tesa inferiore per meglio proteggere la testa dai fendenti portati dall’alto. Si diffuse inoltre l’elmo corinzio che tramite un’apertura a T lasciava scoperti solo gli occhi e la bocca.
- Dall’età arcaica (VI secolo a.C.) si ebbe in tutta l’Etruria l’elmo a calotta allungata e cimiero, talvolta con paraguancia mobili.
 
 
- In età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) gli scudi più diffusi erano tondi, in cuoio, rivestiti da una lamina in bronzo sbalzata. All’interno, oltre alla maniglia, una lunga cinghia ne consentiva il trasporto sulle spalle dopo il combattimento.
- In età arcaica la forma dello scudo circolare divenne convessa, e il suo diametro aumentò fino a circa 1 m, per consentire ai soldati posti in linea di ripararsi grazie alla protezione del compagno. Vi erano anche scudi ellittici o quadrati.
 
[236231]
- In età villanoviana la lunghezza delle lance era di circa 1,20 m. La punta in bronzo a forma di foglia era dotata di un innesto e di un foro per il fissaggio sull’asta lignea.
- Dal VII secolo a.C. la loro lunghezza aumentò a circa 2 m. Vi erano poi giavellotti più leggeri.
 
 
 
- In età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) venivano adoperate spade prive di guardiamano, con lame in bronzo o in ferro con nervature longitudinali che ne aumentavano la resistenza.
- Nel VII secolo a.C. le spade, per lo più in ferro, furono più resistenti, la lama da triangolare divenne rettilinea per facilitare i colpi di taglio; l’elsa era spesso riccamente decorata.
- Tra il VI e il V secolo a.C. è attestato l’uso della sciabola ricurva (la machaira). Lunga circa 90 cm, era più larga verso la punta in modo da conferire maggior peso al colpo sferrato dall’alto.
 
 
 
- Le corazze furono in origine di tela di lino con borchie quadrangolari o rotonde di metallo laminato. In età ellenistica si adottarono corazze di bronzo a più pezzi o ad un solo elemento riproducente a sbalzo la muscolatura del tronco virile.
 
 
- La loro comparsa intorno al VII secolo a.C. rispondeva all’esigenza di proteggere gli stinchi e i polpacci. In un secondo tempo si affermò anche l’uso dei cosciali formati da due valve in bronzo tenute serrate da cinghie.
 
 
 
In età villanoviana le difese dei villaggi, in aggiunta alla naturale conformazione delle alture prescelte per l’insediamento, erano sommarie: semplici palizzate, fossati e recinti di terra. Con la nascita della città comparvero le ampie cinte murarie curvilinee, realizzate dapprima in mattoni crudi, poi da un paramento in blocchi di pietra poligonale riempito all’interno da terra e scaglie. Queste cinte avevano talora delle porte ‘‘scee”, dotate alla destra di chi usciva di un prolungamento di muraglia che proteggeva, in caso di sortita, il fianco indifeso dei soldati; le porte potevano avere anche una passerella balaustrata in legno, forse coperta. Le strutture difensive vennero poi perfezionate con l’uso di torri con feritoie e di porte ad arco, come quella di Volterra o quella di Perugia dotata di sovrastruttura. Le mura cittadine circondavano un’area maggiore di quella effettivamente abitata, allo scopo di accogliere, in caso di pericolo, gli uomini e il bestiame del territorio. Norme religiose impedivano invece l’utilizzo del pomerium.
 
 
Le prime imbarcazioni etrusche, note sin dal IX secolo a.C., erano di piccola stazza, ma già dotate di chiglia arrotondata. Il dominio etrusco sui mari, giunse al suo massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C., ed è testimoniato, oltre che dalle vicende storiche e dai dati dell’archeologia, anche delle fonti letterarie più antiche: già nell’Inno omerico a Diòniso, si citano i pirati ‘‘tirreni” che rapirono il dio e che da lui furono trasformati in delfini. Le navi da guerra presentavano forma allungata con la chiglia carenata. La prua era dotata di un rostro che aveva il duplice scopo di mantenere stabile l’imbarcazione e di speronare le navi nemiche. Questa fu, secondo Plinio il Vecchio, un’invenzione tipicamente etrusca. Una stretta passerella longitudinale univa il ponte di prua a quello di poppa, dove il timoniere manovrava le due pagaie che servivano da timone. Oltre alla vela rettangolare issata ad un pennone pendente dall’albero centrale, la nave veniva mossa da due file di rematori disposti ai lati della passerella centrale. I due grandi mari italiani, il Tirreno e l’Adriatico, derivano il proprio nome dal popolo degli etruschi e da Adria (città portuale veneto-etrusca).
 
 
L’arte etrusca, salvo poche eccezioni, non ha finalità estetiche (l’arte per l’arte), ma nasce piuttosto dalle esigenze della vita quotidiana; essa ha quindi caratteristiche pratiche e utilitaristiche che ne fanno una produzione artigianale, anche se di notevole pregio. Tutte le manifestazioni artistiche degli etruschi sono strettamente legate alla struttura del loro mondo sociale e alla sfera del loro mondo religioso. Non a caso le testimonianze che sono giunte fino a noi provengono, quasi esclusivamente, dai santuari e dalle necropoli. Schemi, tipi, temi compositivi e canoni stilistici dell’arte etrusca hanno come modello prima quelli del mondo orientale (VIII-VII secolo a.C.) poi, più specificatamente, quelli del mondo greco nelle varie fasi della sua evoluzione stilistica (dall’arcaismo, al classicismo, all’ellenismo) che gli artisti etruschi a volte imitarono pedissequamente ma che più spesso rielaborarono per adattarli alle loro esigenze espressive. Dei greci essi trascurarono le forme di espressione artistica ‘‘monumentale” (come l’architettura o la statuaria) mentre ne privilegiarono altre come la coroplastica (l’arte della terracotta), la bronzistica e le cosiddette arti minori (ceramica, oreficeria, lavorazione dei metalli) nelle quali raggiunsero risultati di notevole perfezione tecnica e di elevato valore formale.
 
 
A parte le mura fortificate cittadine, elevate con tecniche diverse, e le porte che in esse si aprivano, l’architettura degli etruschi può essere ricondotta a un’unica tipologia di edifico che è quello della ‘‘casa”: le abitazioni domestiche (le case degli uomini), i templi (le case degli dèi), le tombe (le case dei morti). Ma non si deve dimenticare che la storia della ‘‘nazione” etrusca ha percorso sette secoli di storia, con tutti i mutamenti e le evoluzioni che un tempo tanto lungo impose.
 
 
Nell’età del Ferro le abitazioni erano costituite da grandi capanne a pianta circolare o ellittica, con strutture di pali in legno infissi direttamente nel terreno lungo il perimetro dell’edificio; questi sorreggevano una copertura in stoppie a doppio spiovente il cui trave centrale era sostenuto da un robusto montante posto al centro della capanna stessa. Le pareti erano di fango pressato con una struttura interna di canne intrecciate, mentre davanti all’unico ingresso stava una tettoia sorretta da due pali verticali che proteggeva un piccolo portico. All’interno c’era un unico ambiente che riceveva luce da due finestre ad abbaino aperte al culmine della copertura. L’esterno della costruzione era decorato dalla sagomatura a forma di testa di animale delle terminazioni dei travicelli sporgenti oltre il colmo del tetto e da ornamenti di bronzo appesi alla gronda che tintinnavano al vento. Successivamente, nella fase arcaica, le case assunsero la pianta rettangolare, spesso divisa in due o più ambienti, con pareti in muratura di mattoni crudi o in ‘‘pani” di fango seccati al sole, intonacate e innalzate su fondamenta di pietra. Il tetto mantenne la forma a doppio spiovente ma venne coperto con tegole in terracotta e decorato sul colmo da figure apotropaiche, di fiere fantastiche o di antenati divinizzati. La linea di gronda si coprì dal merletto delle antefisse (decorazione applicate alle tegole curve terminali di ogni filare) che dal semplice ‘‘diaframma” con una palmetta dipinta si mutarono presto in teste in rilievo, libere o circondate da un ‘‘nimbo” a conchiglia. La policromia di gialli, rossi neri, azzurri, verdi, dava a tutti gli edifici un aspetto sgargiante e festoso. Nel periodo ellenizzante apparve un tipo più complesso di abitazione, con ‘‘atrio tuscanico” (teorizzato anche da Vitruvio, il grande architetto di età augustea) attorno al quale si articolavano alcuni vani; si trattava di un ambiente assai semplice, con un tetto spiovente a quattro falde verso l’interno del cortiletto e sorretto da travi di legno incastrate nelle pareti senza appoggi a terra.
 
 
Le tombe sono una sorta di specchio dell’edilizia abitativa e i vasti complessi cimiteriali, con strade, marciapiedi, incroci, piazze e migliaia e migliaia di tombe, costituiscono delle vere e proprie città dei morti. Parallelamente alle abitazioni civili, le tombe conobbero una loro complessa articolazione e cronologia: così dalle semplici tombe villanoviane a pozzetto si passò presto a cassoni di lastre contenenti l’urna o l’orcio con corredo; contemporanee furono le tombe a fossa, dapprima semplici poi con rivestimenti interni o nicchie e vani laterali, nonché gli spazi lastricati e circoli di pietre per indicare l’area di rispetto. Da queste più primitive sepolture derivarono le tombe del tipo a tumulo e a camera sotterranea (alla quale si accedeva tramite un corridoio, dromos) destinate dapprima ai ceti gentilizi: lo spazio sepolcrale divenne più ampio sino a comprendere un gruppo di vani scavati nel tufo (secondo la consuetudine dell’Etruria meridionale) o costruiti con pietrame (secondo il costume delle zone settentrionali). Caratteristiche di questa fase sono le strutture (con copertura a falsa volta e a pseudocupola (cioè con filari di pietre progressivamente aggettanti) di influsso orientale. La somiglianza dell’interno delle tombe con quello delle abitazioni è evidente sia nella ripartizione dei vani e nei relativi accessi, sia nell’imitazione delle travature del tetto e dell’arredo. L’esterno era coperto da tumuli artificiali talvolta anche imponenti. I tipi costruttivi di tombe variarono localmente a seconda della geologia delle diverse parti dell’Etruria. Là dove il tufo formava un alto zoccolo con pareti scoscese le tombe erano interamente intagliate nella roccia viva per ricavarne veri e propri edifici a forma di dado decorati con modanature, false porte rastremate (cioè assottigliate verso l’alto) e addirittura interi porticati. Più tardi, le tombe rupestri riprodussero la facciata o buona parte della struttura di un tempio ellenizzante. Va inoltre ricordato che non mancano esempi di necropoli realizzate secondo una precisa pianificazione preordinata e con criteri  sostanzialmente urbanistici.
 
 
Il tempio è certamente uno dei monumenti più originali ed interessanti dell’architettura etrusca. Rispetto a quello greco, a cui è stato sempre attribuito primato quanto a bellezza ideale e armonia, il tempio etrusco presentava profonde differenze di forme, rapporti e spazi. Sua caratteristica peculiare e costante era quella di essere realizzato con strutture in legno, rivestite e colorate in vivacissime policromie, accostate ai mattoni e alle terrecotte decorative. Anche le proporzioni si discostavano da quelle greche: il tetto amplissimo e aggettante, sia sulla facciata e sul fronte posteriore, sia lungo i fianchi, schiacciavano l’edificio verso terra; le colonne del pronao, molto intervallate e disposte su più file, occupavano quasi la metà dell’alto podio in pietra, al quale si accedeva da una scalinata centrale. Si accentua così quella netta frontalità dell’edificio che era una delle grandi costanti dell’architettura etrusco-italica. La cella, che occupava la restante parte del podio, poteva essere divisa in tre vani oppure fiancheggiata su due lati da colonne. Il frontone lasciava solitamente vedere le strutture in legno del tetto e la testata della grande trave di colmo (columen). Anche l’orientamento dell’asse principale era diverso: est-ovest per il tempio greco, nord-sud per quello etrusco.
 
 
La scultura, come del resto tutta la produzione artistica degli etruschi, punta all’immediatezza e all’effetto, mentre è assente la ricerca formale e sono ignorati i canoni espressivi. Ne risulta una scultura meno raffinata di quella greca, ma più vivace, più spontanea, più popolare.
 
 
A muovere la scultura etrusca fu soprattutto la sfera del mondo sacrale e di quello funerario; mancò del tutto invece la produzione ‘‘profana”, come la cronaca o l’esaltazione di eventi storici (che tanto piacevano agli egizi e poi ai romani), le celebrazioni di benemerenze civiche o di doti atletiche (soggetti consueti dei greci), le scene di genere ecc. L’attenzione degli artisti si concentrò tutta nel soggetto (il defunto) e nel suo significato e vennero ignorati, perché non sentiti o non funzionali, i problemi estetici e quelli della finalità artistica. Gli scultori etruschi rimasero estranei al processo razionale attraverso il quale gli artisti greci, invece, arrivarono alla conquista della forma figurativa e alla teorizzazione dei canoni, un fatto dimostrato tra l’altro dallo scarso interesse per l’indagine anatomica e il nudo. La mancanza di vere e proprie concezioni di fondo impedirono in Etruria la nascita di una qualsiasi ‘‘scuola”. Si colgono tuttavia qua e là nella scultura etrusca le conquiste stilistiche conseguite dai greci: con una certa partecipazione nel periodo arcaico, male interpretate e banalizzate nel periodo classico, ridotte a esercitazioni di maniera nella fase ellenistica.
 
 
Più che scolpire, togliere, ‘‘tirar fuori”, gli artisti etruschi sembrano ‘‘modellare” come si fa con la creta, per cui, anche se nella loro produzione scultorea non sono assenti lavori in pietra, manca la vera e propria statuaria, la scultura per eccellenza. Fu ignorato il marmo – abbondante nei Monti Apuani ai margini dell’Etruria e rimasto inutilizzato fino all’età romana – mentre furono preferiti i tufi, le arenarie, gli alabastri: tutti materiali leggeri e modellabili, che nella resa consentivano effetti propri della lavorazione della creta. Questa mancanza di senso scultoreo, che impedì presso gli etruschi una vera e propria produzione di opere a tutto tondo, condizionò anche quella delle opere in rilievo che per concezione e per esecuzione sono più vicine alle caratteristiche proprie del disegno e della pittura che a quelle della scultura. In età arcaica il rilievo fu infatti concepito con un’esecuzione molto bassa e lineare ma molto descrittiva; in età ellenistica prevalsero le composizioni molto affollate e agitate che denunciano una derivazione da modelli pittorici del mondo greco. Gli effetti pittorici furono poi sempre completati e sottolineati dall’uso di dipingere interamente i rilievi con colori piuttosto vivaci.
 
 
Migliaia sono le statuette devozionali, raffiguranti fedeli e divinità, che si sono rinvenute nei depositi dei santuari e che assai raramente si elevano al di sopra di una produzione di serie; non possediamo invece più alcun esemplare delle statue di culto che gli scrittori romani ci assicurano numerose e tutte eseguite in terracotta. Alla plastica in terracotta è legato il nome di Vulca – l’unico artista etrusco ricordato nelle fonti – che, verso la fine del VI secolo a.C. raggiunse un prestigio così grande da essere chiamato a Roma da Tarquinio il Superbo per la decorazione fittile del tempio di Giove Capitolino. In Vulca si è voluto riconoscere l’anonimo ‘‘maestro dell’Apollo”, autore delle terrecotte acroteriali del tempio di Portonaccio, tra le quali è universalmente conosciuta quella detta Apollo di Veio, capolavoro non soltanto della scultura ma di tutta l’arte etrusca. Pur denunciando la sua derivazione da modelli greci, l’Apollo di Veio (conservato a Roma nel Museo di Villa Giulia) è un’opera originalissima che va oltre le morbidezze stilistiche della statuaria greca. Lo stile vigoroso, la figura incisiva ed elegante, una certa astrazione che si manifesta nel volto raffinato e ironico lo pongono al di fuori di ogni inquadramento schematico.
 
 
Proveniente dalla necropoli di Cerveteri, il sarcofago degli Sposi è scolpito a forma di lettino, sul quale una coppia di coniugi è raffigurata distesa, col busto semi eretto, in atto di partecipare ad un banchetto funebre.
Originariamente il sarcofago era rivestito da una vivace policromia, della quale restano oggi soltanto tenui tracce.
Con il braccio sinistro il marito cinge affettuosamente il collo della sposa, il cui sguardo è rivolto verso lo spettatore. I loro occhi hanno una forma allungata, lievemente rialzata ai lati, le labbra sono increspate in un lieve sorriso.
Ogni singolo dettaglio è modellato con un estremo realismo, dai particolari delle acconciature ai cuscini del letto. Qui posano i piedi, scalzi quelli maschili, calzati in affusolate scarpine quelli della compagna.
Le mani si armonizzano tra loro in un gioco di gesti avvolgenti, capaci di catturare lo sguardo dello spettatore, attratto dalla serenità di animo degli sposi.
Da questo sepolcro, destinato ad accogliere le ceneri dei due coniugi, traspaiono un senso di solennità e un’atmosfera di raffinata eleganza.
 
 
Gli etruschi ebbero nel mondo antico fama di bronzisti, non certo smentita dai numerosissimi ritrovamenti di bronzetti votivi dalla caratteristiche regionali piuttosto marcate (Fiesole, Volterra, Spina) che hanno la plasticità delle terrecotte perché modellati in creta e poi fusi nel bronzo attraverso il passaggio per la fase intermedia della cera. Fortunatamente ci sono giunti anche alcuni grandi bronzi come la Chimera di Arezzo, il cosiddetto Marte di Todi (proveniente da Tuder, che si trovava in territorio umbro, ma attribuibile a una bottega di Volsinii-Orvieto), il lampadario di Cortona, la stessa Lupa Capitolina (senza i gemelli). Sono tutte opere databili tra il V e il IV secolo a.C., il periodo in cui l’Etruria, rimasta estranea al processo creativo dell’arte classica greca, visse una crisi di profondo disorientamento artistico. Le novità stilistiche dei modelli greci furono accolte in queste opere in maniera superficiale o passiva e si giustapposero, senza amalgamarsi, all’istintiva fedeltà alle tradizioni del passato. Più tardi i grandi bronzi etruschi non furono diversi da quelli ellenistici che si limitarono a imitare senza nessun apporto originale, come nel caso del cosiddetto Arringatore (II-I secolo a.C.).
 
 
La statua di bronzo della chimera, scoperta nel XVI secolo, è una delle opere etrusche più belle e celebrate. La belva, con il corpo leonino, la testa di capra sul dorso e la coda di serpente, è rappresentata ferita dalla lotta contro l’eroe Bellerofonte, secondo l’antico mito. La chimera è in posizione di difesa, ma è pronta all’ultimo assalto con la testa sollevata fieramente verso l’alto, le fauci spalancate e la criniera irta. Sul corpo teso dell’animale affiorano sotto la pelle le costole e le vene turgide; la muscolatura è sapientemente modellata. Contrasta con la feroce aggressività del muso del leone il patetico abbandono della testa della capra, ormai reclinata e morente. La coda è un restauro errato: il serpente non mordeva il corno della capra ma si avventava minacciosamente contro l’avversario. La statua era un dono votivo come dimostra l’iscrizione dedicatoria incisa sulla zampa anteriore destra: tincsvil “al dio Tinia”. Quest’opera, di estrema raffinatezza, coniuga il realismo più aspro alla fantasia, in una ricerca di espressività tipica dell’arte etrusca.
 
 
La statua, detta l’”Arringatore”, è l’opera più importante della scultura etrusca di epoca tarda. Rappresenta, a grandezza naturale, un uomo maturo, vestito con la toga e con i calzari romani. L’uomo è ritratto nel momento in cui, apprestandosi a parlare in pubblico, alza la mano destra per chiedere il silenzio. Le pieghe della toga, sapientemente modellate in un moto ascensionale, indirizzano l’attenzione sul bel volto intenso. I corti capelli aderiscono alla testa, la fronte è solcata da rughe incavate, sottili incisioni segnano le estremità dei grandi occhi, in origine riempiti di pasta vitrea. Le labbra serrate donano al volto un’espressione sicura e decisa. Un’iscrizione etrusca incisa sul bordo della toga ci informa che il personaggio ritratto si chiamava Aule Meteli. Un etrusco dunque che veste alla maniera romana e si fa ritrarre in un atteggiamento tipicamente romano. Questa statua può essere considerata il simbolo della scomparsa della civiltà etrusca, inesorabilmente assorbita da quella romana.
 
 
Anche se non mancano indizi di una pittura destinata a decorare interni di edifici sacri e forse anche di abitazioni, la quasi totalità della pittura etrusca che conosciamo proviene dalle necropoli. Essa ha carattere essenzialmente funerario e più precisamente tombale sicché, come nel caso di ogni altra manifestazione del mondo figurativo etrusco, nemmeno per la pittura si può parlare di un’arte fine a se stessa.
 
 
Le più note tombe dipinte sono quelle della grande necropoli tarquinese di Monterozzi, ma altre sono state rinvenute a Chiusi, Veio, Cerveteri, Vulci, Orvieto. Le pitture tombali non sono semplici decorazioni destinate ad abbellire e a impreziosire l’ultima dimora del defunto, ma rispondono a un preciso significato o esigenza. Fin verso il V secolo a.C. le pitture degli ipogei sepolcrali avevano l’intento di ricreare l’ambiente in cui il defunto aveva vissuto, con rappresentazioni di momenti della vita reale nei suoi aspetti più significativi, più sereni e piacevoli e soprattutto più qualificanti. E poiché i committenti e i destinatari delle tombe appartenevano alla classe gentilizia, predominano nelle pitture scene di caccia, gare atletiche, giochi (tutte espressione di vitalità e di forza) e, soprattutto la rappresentazione del ‘‘simposio”, il banchetto, che evocava, e quindi fissava in perpetuo, il rango sociale del defunto. Infatti il simposio è sempre presente nel repertorio della pittura funeraria ed occupa nella maggior parte dei casi la parete più importante della tomba, che è quella di fondo. Gli stessi elementi secondari della tomba, che potrebbero sembrare semplicemente decorativi (fregi, cornici, zoccolature ecc.) intendono ‘‘ricostruire” l’ambiente domestico, e imitano elementi di tipo architettonico (travature, soffitti, fronti) per fare del sepolcro la ‘‘casa del morto”. Tra il V e il IV secolo a.C. si affievolì però la credenza nella sopravvivenza dell’entità vitale del morto nella tomba e si affermò quella della sua trasmigrazione in un ‘‘regno delle ombre”. Le pitture introdussero allora un elemento nuovo e originale, ossia la rappresentazione del destino dell’uomo al di là della sua esistenza terrena (al di là del ‘‘simposio”) con l’introduzione di elementi tenebrosi e fantastici (divinità infernali, demoni, eroi mitologici) che accompagnano i defunti, circondati da un alone nero, nel loro viaggio agli Inferi oppure al banchetto nell’Averno.
 
 
Nella piccola tomba di Tarquinia, formata da un’unica camera rettangolare, il fregio assume dimensioni monumentali e occupa quasi l’intera parete. Sul muro di fondo è rappresentata al centro la porta dell’Ade, decorata con borchie metalliche. Ai lati si dispongono simmetricamente due personaggi con una mano sollevata e l’altra posata sulla fronte nella tipica posizione del compianto funebre. Sulla parete contigua un uomo si volge verso la porta dell’Ade con le braccia alzate in segno di saluto. Ai suoi piedi un inserviente vestito di nero piange accoccolato per terra. Segue una figura con un bastone ricurvo in mano; è il giudice della gara che si svolge accanto: due atleti nudi si afferrano per i polsi nella presa iniziale della lotta. Tre lebèti, posti sul terreno sono il premio per il vincitore. L’autore degli affreschi dimostra notevoli capacità pittoriche nelle proporzioni grandiose dei suoi personaggi e nella luminosità diffusa che avvolge i corpi e i panneggi. Pur tuttavia l’uso di riempitivi, come la pianta fra le gambe di uno dei lottatori e l’adozione di artifici rappresentativi, come la doppia linea a indicare la muscolatura del braccio, denotano la convenzionalità di questa produzione artistica.
 
 
Le realizzazioni pittoriche sono legate a schemi che si generalizzano e a forme espressive che tendono a ripetersi nelle diverse tombe. Le raffigurazioni si dispongono in scene narrative continue che, con il loro accentuato orizzontalismo, tendono a dilatare gli spazi angusti delle camere sepolcrali. Nell’impianto compositivo prevale il gusto per le composizioni binarie in cui le figure simmetriche (per lo più figure umane) si oppongono l’una all’altra. L’ambientazione è solo allusiva e resa con pochi elementi rappresentativi, ma talvolta il pittore indugia su particolari descrittivi, anche di carattere naturalistico, resi con minuzia. Il rendimento delle immagini è basato sul disegno, completato dal colore anche sulla base di criteri convenzionali: durante il periodo arcaico le carni degli uomini sono rese col rosso bruno, con il bianco quelle delle donne; agli elementi di rappresentazione strutturale (mensole, travi, colonne, capitelli) viene dato il rosso scuro o il bruno. L’accoppiamento del disegno con il colore si realizza semplicemente con la coloritura uniforme delle superfici delimitate da una netta e pesante linea di contorno nera, più o meno continua, che disegna le figure. I colori sono piuttosto limitati nelle tonalità e nella gamma (all’inizio rosso, nero, bianco, poi anche giallo, verde e blu), ma in età ellenistica si stemperano nei toni delle mezze tinte diluite e sfumate fino a giungere al chiaroscuro e all’ombreggiatura.
 
 
Accanto a quella che viene chiamata ‘‘grande arte”, ossia l’architettura, la scultura e la pittura, le varie forme dell’artigianato artistico potrebbero essere definite ‘‘arti minori”, se non altro per le dimensioni. Ma è proprio tra di esse che è possibile trovare le manifestazioni più significative e originali di tutta l’arte etrusca.
 
 
Alla produzione delle terrecotte destinate ai rivestimenti, soprattutto degli edifici templari, va ricollegata quella della piccola plastica, sia in terracotta che in bronzo. Si tratta di una produzione che non va oltre il fine decorativo o devozionale, ma in essa appaiono più evidenti, rispetto alle opere maggiori, i caratteri di libertà e di vivacità propri dell’arte arcaica e che, specie nelle terrecotte, si mantennero vivi anche in epoche più tarde. I bronzi fusi, più raffinati e portati alla scrupolosità dei particolari, subirono invece maggiormente l’influenza greca classica e ellenistica. Oltre alle statuette, appartiene alla produzione in bronzo il vasto settore degli arredi (candelabri, tripodi, incensieri ecc.) per il quale erano famose nei secoli VI e V a.C. le botteghe di Vulci. Particolarmente importante fu anche la lavorazione del bronzo laminato, con figurazioni ottenute dapprima con la tecnica dello sbalzo (cioè con la martellata a freddo del metallo dal rovescio in modo da far risaltare il disegno in rilievo al diritto), e poi, sempre più spesso, con quella dell’incisione caratterizzata dalla pesante e larga linea di contorno che disegnava le figure. Quest’ultima tecnica venne impiegata specialmente per decorare la superficie di specchi, teche, cofanetti ecc. Non secondaria fu la produzione a intaglio degli avori e degli ossi, particolarmente fiorente e raffinata nel periodo orientalizzante e della quale i punici erano maestri.
 
 
La ceramica etrusca trovò il suo aspetto più originale e interessante nel bucchero che è considerato alla stregua di una ceramica ‘‘nazionale” dell’Etruria. Prodotto a partire dalla metà del VII secolo a.C., il bucchero imitava il vasellame metallico sia nelle forme e nelle decorazioni sia nel colore nero lucido delle superfici ottenuto attraverso uno speciale modo di cottura dei vasi. Famose erano le fabbriche di Cerveteri, Tarquinia e Vulci che producevano, nella fase più antica, il ‘‘bucchero sottile” in forme riprese dalla ceramica greca. Ma il bucchero assunse un certo margine di originalità a seconda delle tendenze locali o occasionali per prendere spesso forme anche bizzarre, elastiche o ridondanti. Ciò fu più evidente nei primi decenni del V secolo a.C., quando si arrivò alla produzione dei grandi vasi figurati e decorati a rilievo e dalle pareti assai spesse (‘‘bucchero pesante” di Chiusi). Quanto alle decorazioni, esse furono dapprima incise e graffite con semplici motivi ornamentali di tipo geometrico o in figura di animale, ma non mancano quelle applicate e quelle eseguite a stampo, fino ad arrivare alle scene figurate, a rilievo, degli esemplari più tardi. Completamente d’imitazione fu la ceramica dipinta, più o meno fedele a quella greca largamente diffusa in Etruria. Agli inizi dell’età ellenistica grande successo ebbero le singolari ceramiche di Volsinii, rivestite di vernice argentata.
 
 
All’oreficeria appartengono i prodotti forse più originali e riusciti dell’artigianato etrusco. Sia che si tratti di vasellame, di oggetti d’abbigliamento o di veri e propri gioielli, l’oreficeria etrusca, specialmente nel periodo che andò dal VII alla fine del VI secolo a.C. quando fiorirono le botteghe orafe di Vetulonia e di Vulci, ci dà la misura del gusto, della fantasia e delle capacità tecniche degli artigiani etruschi, oltre, naturalmente, della ricchezza e della prosperità economica dell’Etruria. Predomina il gusto orientale per l’ostentato splendore degli effetti e del sovraccarico; i motivi ornamentali sono quelli geometrici o tratti dalla stilizzazione di elementi antropomorfi, zoomorfi o fitomorfi (palmette, rosette ecc.) con l’impiego, ad altissimo livello, delle diverse tecniche di lavorazione che vanno dall’incisione allo sbalzo, dalla fusione alla filigrana, spesso combinate insieme. Dal Vicino Oriente venivano importati ‘‘gingilli” il pasta di vetro e in ceramica (gli athyrmata). Un ruolo particolare aveva la tecnica della granulazione, anch’essa di provenienza orientale, che consentiva raffinatissimi effetti decorativi. Anche nell’oreficeria gli etruschi tendevano quindi all’espressività.
 
 
L’Etruria meridionale e interna è caratterizzata da terreni vulcanici, con altipiani tufacei facili da difendere, su cui sorgevano grandi città cinte di mura come Veio, Cerveteri, Tarquinia o Orvieto. Nell’Etruria settentrionale le città, sempre fortificate, si distribuirono in modo più razionale, in genere su un agglomerato di collinette separate da depressioni, a controllare una via di comunicazione o di transumanza, il corso di un fiume, la conca di un lago, l’apertura di una valle che garantissero sia il rifornimento alimentare, sia l’esportazione delle eccedenze dei prodotti agricoli o artigianali. Le zone costiere erano invece tutte piuttosto malsane e insicure, fornite dei due soli porti naturali di Talamone e Populonia.
 
 
Il territorio meridionale dell’Etruria si estende in maniera abbastanza uniforme lungo il corso inferiore del Tevere, per una larghissima fascia fino all’altezza di Orvieto. È l’Alto Lazio, in cui si succedono paesaggi di basse colline tufacee che giungono a lambire il mare presso il massiccio dei Monti della Tolfa, dove il ‘‘paesaggio del tufo” cede a quello della Maremma. La zona vide fiorire tra il IX e l’VIII secolo a.C. importanti città come Veio, Caere, Tarquinia, Vulci, Tuscania, Volsinii e, nelle pianure variamente estese lungo la costa, Roselle, Talamone, Vetulonia e Populonia.
 
 
L’antica città di Veio (o Veii), sorgeva a soli 15 chilometri da Roma, su di un vasto promontorio tufaceo presso il corso del torrente Cremera. Nata probabilmente dalla fusione di più villaggi in epoca villanoviana (IX secolo. a.C.), Veio raggiunse il suo massimo splendore in età arcaica (VII secolo a.C.). Fu conquistata dai romani dopo un decennale assedio conclusosi nel 396 a.C.
Durante il periodo villanoviano Veio era, insieme a Tarquinia, il centro più importante dell’Etruria meridionale. Posta in posizione strategica sulla riva destra del Tevere controllava, specialmente dal VII secolo a.C. in poi, le rotte commerciali della bassa val Tiberina a cui giungevano i metalli del distretto minerario poco più settentrionale. In questo periodo la città occupava un’area quattro volte maggiore della Roma serviana. Difesa naturalmente, vi si accedeva soltanto da ovest dove l’altipiano tufaceo laziale si collegava al colle della città; questo passaggio fu poi forato con un lungo tunnel per farvi scorrere il torrente Cremera. Nel V-IV secolo a.C. le rupi naturali che circondavano l’altipiano furono sovrastate da mura possenti in pietra vulcanica. Oltre al complesso sacro presso il tempio del Portonaccio, tra le numerose tracce di insediamento risalenti al VI secolo sono tornate alle luce quelle dell’acropoli in località Piazza d’Armi dove le fonti letterarie collocano anche il tempio della dea protettrice della città, Giunone Regina. In più punti della città (Macchiagrande, Quarticcioli) sono state restituite parti di abitazioni che presentano una fondazione in blocchi di tufo squadrati e compressi a secco a formare gruppi di vani quadrati, talora con focolare. Mirabili le opere di ingegneria idraulica: tunnel, cunicoli e cisterne regolavano il flusso delle acque attorno alla collina dove sorgeva la città.
 
 
Il santuario di Portonaccio, che si trova fuori delle mura, fu probabilmente legato al culto delle acque sulfuree e ferruginose di cui era ricca la zona; il complesso comprendeva infatti anche una piscina e una serie di pozzi e pare fosse dedicato a Minerva Medica. All’interno dell’area sacra circondata da un muro sorgeva il tempio, costruito nel VI secolo a.C. secondo lo schema architettonico etrusco con tre celle ed ampio pronao a quattro colonne disposte su due file. Al tempio sono riferibili alcune statue di terracotta che dovevano originariamente sorgere sul culmine del tetto; per alcune di esse si è ipotizzato come autore Vulca, l’unico artista etrusco di cui si conosca il nome, chiamato anche a Roma dai Tarquini a decorare il tempio di Giove Capitolino. Nelle statue si riconoscono Apollo, Ercole con la cerva e Mercurio; sono inoltre presenti una figura femminile con un bambino in braccio (forse Latona con Apollo), una testa maschile e un torso maschile di color bruno-nero più ampie dimensioni (probabilmente Zeus). Del sacro edificio è oggi visibile solo parte del basamento in blocchi di tufo. Addossata al lato settentrionale del tempio c’è la grande piscina, della capienza di circa 180 metri cubi d’acqua, dove probabilmente si bagnavano i pellegrini. Era realizzata con blocchi di pietra e rivestita da uno strato di terra argillosa per impedire il deflusso.
 
 
La tomba Campana, scavata nella roccia e risalente alla fine del VII o al principio del VI secolo a.C., prende il nome dal marchese che la scoprì nel 1843 nella necropoli di Monte Michele. Un corridoio con due leoni di tufo (ora privi di testa) e con due camerette laterali immette in una prima camera con due banchine sui lati; una porta sulla parete di fondo dà accesso a una seconda cameretta interna. Su questa parete, tutt’intorno alla porte, vi era una decorazione a denti di lupo e, ai lati della porta, quattro panelli dipinti – due per lato – sormontati da tracce di fiori di loto. Il pannello superiore sinistro raffigura un cavallo con cavaliere ed un felino, quello inferiore tre quadrupedi di diverse proporzioni; il pannello inferiore destro riporta una sfinge, un felino rampante e un altro quadrupede. Il pannello superiore destro si distacca dagli altri per il suo valore narrativo: due uomini, di cui uno armato di bipenne, precedono a piedi un cavallo montato da un minuscolo cavaliere; sotto il cavallo un cane volge in alto il muso. Tutti gli animali sono dipinti in modo piuttosto irreale (manti gialli a punti rossi o rossi a punti gialli). Questa prima camera conteneva sul banco di destra un inumato con corazza ed elmo forato da un colpo di lancia; sul banco di sinistra un altro inumato, un calice a sostegni e grossi recipienti fittili. La camera più interna aveva dipinti sulla parete sei scudi su due file, che simulavano veri scudi in lamina di bronzo con decorazioni a sbalzo. Conteneva tre urnette cinerarie con coperchio a botte, una testina applicata a tutto tondo, un braciere a tre piedi in bronzo e delle ceramiche.
 
 
A poca distanza dalla costa, tra il lago di Bracciano e il mare, 45 chilometri a nord di Roma, sorgeva la potente città etrusca di Ceisra, chiamata Caere dai romani e Agylla dai greci. Il primo aggregato urbano risale all’epoca villanoviana (IX-VIII secolo. a.C.), mentre il periodo di maggiore splendore si colloca intorno al primo quarto del VII secolo. a.C. Nel 353 si scontrò con Roma e fu sconfitta, ma le fu concessa la cittadinanza.
 
L’antica Cerveteri si estendeva a poca distanza dal mare su un vasto altipiano tufaceo compreso tra la stretta valle del fosso del Manganello e quella del fosso della Mola; solo il versante nord-est non era ripido e per questo vi fu aperto un profondo fossato che consentiva una più facile difesa. Le mura furono probabilmente edificate in una fase avanzata ed è dubbio se cingessero tutto il centro o sole le zone dove l’altipiano non era sufficientemente ripido da costituire di per sé una difesa naturale. Della città etrusca è rimasto ben poco, anche se si conosce la presenza di un tempio di Era, di cui restano le terrecotte architettoniche e degli ex voto. All’esterno della città vi erano numerose necropoli (Sorbo, Monte Abatone, Banditaccia ecc.) talora realizzate con vie e piazze tracciate secondo un preciso programma urbanistico. Le tombe erano principalmente del tipo a camera, costruite o parzialmente scavate, coperte all’interno con la tecnica dell’aggetto e all’esterno dotate di tumulo contenuto da lastroni o da un alto tamburo. Nel V secolo. a.C. inizia il declino della sua potenza e alla metà del IV secolo. a.C. viene sottomessa da Roma. Ben poco rimane ormai dell’antica città etrusca, mentre meglio conservate sono le estese necropoli con vie e piazze tracciate secondo un preciso programma urbanistico.
 
 
La tomba Regolini-Galassi della necropoli di Sorbo deve il nome a coloro che la portarono alla luce nel 1836. Si tratta di un tumulo circondato da un alto tamburo il cui accesso dà in un corridoio o vestibolo per metà scavato nel tufo e per metà costruito con la tecnica dell’aggetto; ai due lati si aprono due piccole celle scavate quasi circolari. Un basso tramezzo divide il corridoio dalla camera interna che appare più stretta, anche se posta sullo stesso asse. Nel vestibolo fu trovato un guerriero inumato con un ricco corredo consistente in un letto di bronzo formato da una grata fissata su un telaio; un bruciaprofumi, anch’esso di bronzo, montato su quattro piccole ruote; scudi da parata in lamina di bronzo lavorata a sbalzo; vari calderoni; armi; ceramiche e buccheri, tra cui alcune statuette di donne piangenti. Nella cella, presso un inumato, furono rinvenuti moltissimi gioielli in oro, tra i quali una fibula di 30 centimetri con leoni e anatre, un pettorale ovale con figure reali e fantastiche, due bracciali a nastro in figura femminile, una collana di maglia con pendenti in ambra, anelli, catenelle ecc. Erano presenti in grande quantità anche oggetti d’argento e di bronzo; tra questi ultimi era un trono con poggiapiedi e calderoni con sbalzi. La celletta destra aveva un inumato, quella sinistra i resti di una biga di bronzo smontata.
 
 
La cosiddetta Tomba degli Scudi e delle Sedie, scavata interamente nel tufo, si trova nella necropoli della Banditaccia ed è datata alla metà del VI secolo a.C. Un corridoio, ai cui lati si aprono due vani con banchine, immette in un ampio vestibolo con tre retrostanti camere più piccole. Ai lati e sulla parete di fondo del vestibolo sono presenti letti intagliati nel tufo. Sulla parete di fondo, fra tre porte dagli stipiti a rilievo, stanno due troni con gli schienali semicircolari e poggiapiedi; su tutte le pareti appaiono scolpiti ampi scudi circolari che imitano quelli di bronzo da parata. Il vestibolo della tomba presenta una falsa travatura a rilievo nel soffitto e due finestrelle che si affacciano sulle cellette laterali. Tutto l’insieme ricalca, nella disposizione dei vani, la casa etrusca più comune nella zona.
 
 
Pyrgi (nei pressi dell’attuale castello di Santa Severa) fu, secondo le fonti antiche, la principale base navale di Caere, da cui distava circa 13 chilometri e alla quale era collegata da una grande strada. Il primo insediamento stabile del sito risale alla fine del VII secolo a.C., ma fu celebre dal V secolo per il suo santuario, uno dei più importanti del Mediterraneo. Dopo l’annessione del litorale ceretano a Roma vi fu fondata una colonia marittima intorno alla metà del III secolo. a.C. 
 
Legata alla politica di Caere, Pyrgi fiorì verso il 500 a.C. quando fu edificato, il tempio dedicato alla dea etrusca Uni, che i greci conoscevano come Leucotea o Ilizia e i fenici come Astarte. L’abitato etrusco, oggi in parte sommerso, si estendeva in origine su di un’area di circa 10 ettari e aveva strade che si incrociavano ad angolo retto e case costruite in mattoni crudi coperte da tegole. L’area sacra sorgeva ai margini dell’abitato, presso la strada principale. Era costituita da un tempio a una sola cella (il cosiddetto Tempio B), colonnato in stile greco e decorazione fittile, e da un tempio più grande (il Tempio A di Uni-Astarte). Questo tempio, databile al 470 a.C. è del tipo a tre celle con ampio pronao. Attualmente rimangono solo le fondazioni in tufo ma in origine l’alzato era decorato sia sulla fronte sia sul retro da lastre fittili con altorilievi policromi. Particolarmente ammirato sembra essere stato il pannello che decorava la testata della trave maestra del tetto, all’interno dello spazio frontale posteriore, che raffigurava la scena dei ‘‘Sette contro Tebe”. Il santuario di Pyrgi venne occupato e depredato nel 384 a.C. da Dionisio di Siracusa.
 
 
Nel 1964 furono rinvenute nell’area sacra di Pyrgi  tre lamine auree di forma rettangolare accuratamente piegate e riposte in un luogo sicuro. In origine erano probabilmente inchiodate agli stipiti o ai battenti del cosiddetto Tempio A. Due di esse recano un’iscrizione in etrusco (16 righe) e una in lingua fenicia (11 righe). Si tratta della dedica del tempio alla dea Uni (corrispondente all’Astarte fenicia) da parte del signore di Caere. Il momento storico è probabilmente quello dell’alleanza tra Caere e Cartagine dopo la battaglia di  Alalia. L’iscrizione sembra così traducibile:
‘‘Alla signora Uni questo è il luogo sacro che ha fatto e che ha dedicato Thefarie Velianas, re di Caere, nel mese di z-b-h sh-m-sh (nome di mese di cui non è possibile dare traduzione, così come dell’altro citato più avanti) del sacrificio del sole, come dono al tempio. E l’ho costruito perché Uni ha richiesto ciò a me, nell’anno terzo del mio regno, nel mese di k-r-r, nel giorno del seppellimento della divinità. E gli anni della statua della dea nel suo tempio (siano) tanti come queste stelle”.
 
 
L’insediamento etrusco Suana, l’odierna Sovana, sorgeva sulla riva sinistra del fiume Fiora nell’entroterra della bassa Maremma. Tra il VII e il VI secolo. a.C. la città doveva far parte del territorio di Vulci, ma sul finire del VI secolo. a.C. i suoi interessi probabilmente si spostarono verso l’area romana.
 
Sovana era situata su un altipiano tufaceo scosceso su tre versanti, mentre sul lato meno protetto possedeva fortificazioni costituite da mura di grossi blocchi di tufo. La città subì un periodo di abbandono tra il V e la prima metà del IV secolo a.C., poi ebbe una ripresa attestata dallo sviluppo delle necropoli rupestri che sorgono tutt’intorno alla città. Le tombe sono caratterizzate da un vestibolo ampio e aperto, sul fondo del quale una porta profilata da cornici conduce a una camera e a più ambienti dal soffitto a cassettoni. Alla prima metà del III secolo a.C. risalgono le tombe ‘‘a dado”, costituite da un edificio cubico intagliato nel bancone roccioso di tufo con porta architravata anteriore. Quando l’edificio è distaccato dalla collina per soli tre lati, la tomba è detta ‘‘a facciata”. In certi casi la porta è falsa e la vera camera funeraria è sottostante, accessibile da un lungo corridoio in discesa. Più tardi appaiono anche tomba a edicola frontonata sia con timpano vuoto sia con ricche decorazioni.
 
 
La Tomba Ildebranda, che deve il suo nome a Ildebrando di Sovana – pontefice col nome di Gregorio VII – che la tradizione riteneva qui sepolto, è databile intorno alla metà del II secolo. a.C. Scavata interamente nel tufo della collina a cui è addossata la tomba, visibile esternamente su tre lati, era simile a un tempio dal tetto piatto, con sei colonne sulla fronte e tre ai lati. Oggi parzialmente distrutta, doveva avere in origine una ricca decorazione plastica e una vivace policromia. La trabeazione aveva due fregi di diversa altezza decorati da figure di grifi e fogliame; le colonne scanalate erano sormontate da capitelli a volute decorati da figure maschili e femminili. Tutto il monumento era ricoperto di stucco bianco-giallastro su cui spiccavano con grande evidenza gli elementi colorati. Dietro il pronao vi era una falsa cella a pianta quadrata. La camera funeraria era sotterranea e vi si accedeva tramite un corridoio in discesa.
 
 
Sulla riva destra del torrente Fiora ormai quasi prossimo alla foce, Volci (ossia Vulci) fu una delle più grandi città dell’Etruria meridionale, che estendeva la sua influenza su un vasto territorio delimitato a sud dal fiume Arrone e a nord dai monti dell’Uccellina. Nel III secolo a.C. si oppose a Roma e, anche se sconfitta, mantenne un certo livello di autonomia.
 
Il periodo di maggiore potenza della città si colloca tra il VI e la prima metà del V secolo. a.C. ed è testimoniato dagli sterminati sepolcreti e dai ricchi corredi funerari. Ad un periodo di crisi economica e produttiva seguì nel IV secolo a.C. una brillante ripresa. La fondazione da parte dei Romani della colonia di Cosa (273 a.C.) e la successiva guerra annibalica furono la causa tra il III e il II secolo a.C. della progressiva decadenza della città. Vulci fu un importante centro per la lavorazione e la diffusione di oggetti in bronzo e vi furono inoltre scuole locali di ceramisti che imitavano vasi corinzi, ionici ed attici e producevano vasi etruschi a figure rosse. Pochi resti dell’abitato sono ancora visibili: tratti delle mura, tracce di due porte, qualche edificio di età romana. Dalla cosiddetta Tomba François provengono le celebri pitture del IV secolo a.C. con scene della conquista etrusca di Roma. Degno di nota è anche il grande tumulo funerario della Cuccumella, con ambienti e corridoi sotterranei molto complessi.
 
 
Tarquinia (Tarchuna, in latino Tarquinii), una delle maggiori città del mondo etrusco, sporge a circa 100 chilometri da Roma, sul litorale tirrenico. Di antichissime origini, la leggenda ne attribuiva la fondazione a Tarconte, fratello di quel Tirreno che avrebbe condotto in Italia gli etruschi dalla Lidia. Raggiunse il massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C.: fu allora infatti che un suo cittadino, Tarquinio Prisco, divenne il quinto re di Roma.
 
L’abitato antico era posto sul Colle della Civita, dove sono stati scoperti i resti delle mura e un grande tempio detto Ara della Regina. Tutto intorno si estendeva la vasta necropoli dei Monterozzi ove sono state individuate più di 150 tombe ipogee dipinte, del periodo compreso tra il VI e il II-I secolo a.C. Tra le più importanti e suggestive sono: la Tomba del Guerriero (metà del V secolo a.C.), decorazioni di cerimonie funebri; Tomba del Cacciatore (fine del VI-inizi del V secolo a.C.), scene di caccia; Tomba delle Leonesse (circa 530 a.C.), scene di danza, suonatori e figure di animali; Tomba del Giocolieri (fine del VI secolo a.C.), danze e giochi funebri, equilibristi, danzatori; Tomba dei Festoni (prima metà del III secolo a.C.), fregio con scudi e festoni, demoni, imitazione della travature del tetto; Tomba dei Leopardi (prima metà del V secolo a.C.), banchetto funebre, suonatori; Tomba Cardarelli (fine del VI secolo a.C.), suonatori, danzatori, atleti; Tomba degli Scudi (IV secolo a.C.) personaggi della famiglia Velcha, scudi; ecc. Nel IV secolo a.C. la città fu sottomessa da Roma, ma riuscì ancora a mantenere per qualche tempo una sua parziale autonomia.
 
 
L’Ara della Regina è il monumento più interessante e più studiato di Tarquinia. Fu rinvenuto a sud dell’abitato ed è databile circa alla seconda metà del IV secolo a.C. Non si conosce il nome della divinità a cui era dedicata, e gli scarsi resti non consentono di ricostruirne con certezza l’aspetto originario. L’ara si innalza su un basamento di grandi dimensioni (77,15x35,55 m) ed era articolata su due livelli: una prima terrazza, dove si svolgevano sacrifici e cerimonie, era situata davanti al tempio; la seconda terrazza, collegata alla prima tramite un piano inclinato e due scale laterali, sosteneva l’edificio templare. Il tempio (39,35x25,35 m) aveva una pianta con cella unica e un pronao con due colonne davanti alla cella stessa. Molte furono le terrecotte architettoniche rinvenute durante gli scavi, tra le quali il superbo gruppo dei cavalli alati, ad altorilievo, che ornava il frontone del tempio, uno dei capolavori della scultura etrusca. Davanti all’intero complesso sacro si apriva una piazza  con fontana circolare (I secolo a.C.).
 
 
Roselle o Rousellae, una delle città della Dodecapoli etrusca, sorgeva su due alture prospicienti la pianura grossetana, occupata anticamente dalla laguna navigabile del Prilio che si estendeva fino a Vetulonia. Era quindi posta a guardia della foce dell’Ombrone, uno dei pochi fiumi che consentissero l’accesso all’Etruria interna. Il periodo del suo massimo splendore si colloca tra il VI e il V secolo a.C., parallelamente al declino della vicina Vetulonia.
 
Roselle è posta su un colle che si separa al centro formando una sella. La sua posizione le consentiva l’accesso al mare grazie alla laguna del Prilio, mentre l’Ombrone rendeva possibili le comunicazioni con le città della Val d’Orcia (Chiusi) e quindi con l’Etruria interna. Di particolare interesse è la cinta muraria del VI secolo a.C. costruita con grossi massi di pietra locale e il cui perimetro è quasi completamente integro, talvolta conservato fino a 5 metri di altezza. Ha conosciuto due fasi principali: la prima, costituita da grandi blocchi in opera poligonale è databile alla metà del VI secolo a.C.; la seconda, consistente in un rifacimento a piccoli blocchi quasi parallelepipedi, risale al IV secolo a.C. In questa cinta si aprivano sette porte, sei delle quali erano costruite in modo che, entrando, gli attaccanti erano obbligati a scoprire ai difensori il lato non protetto dallo scudo; la settima porta, quella Nord, era del raro tipo a camera interna. Nell’area archeologica sorge un quartiere abitativo di età ellenistica, ma sono visibili anche resti di edifici in mattoni crudi del VI e VI secolo a.C. Dall’inizio del III secolo a.C. Roselle fu sottomessa a Roma e dall’89 a.C. fu municipio. In età augustea la colonia romana abbandonò la collina meridionale per occupare quella settentrionale e la valletta interna dove rimangono i resti dell’anfiteatro e dell’Augusteo, grande sala rettangolare absidata.
 
 
Dopo molte incertezze, l’area dell’etrusca Vetluna, ossia Vetulonia, venne identificata nel secolo scorso in località Poggio Colonna, presso Castiglio della Pescaia, nel Grossetano. Il primo insediamento risale all’epoca villanoviana (IX-VIII secolo a.C.), mentre il periodo di massimo sviluppo politico ed economico si colloca tra il VII e il principio del VI secolo. a.C. In seguito la città subì una rapida e totale decadenza.
 
Il benessere raggiunto da Vetulonia nel VII secolo a.C. è certamente legato allo sfruttamento dei giacimenti metalliferi (piombo, rame e argento) della non lontana Massa Marittima. Fiorente fu infatti la lavorazione del bronzo da parte di artigiani locali. Della città resta pochissimo; l’acropoli, inglobata nel castello medievale, aveva una propria cinta di mura databile al VI secolo a.C. L’estesa necropoli presenta tombe a incinerazione e a inumazione, riunite in ‘‘circoli continui”, veri e propri tumuli di 20-30 metri di diametro, in terra battuta, delimitati da lastre di pietra poste verticalmente. I corredi mostrano grande ricchezza. Compaiono anche sepolcri monumentali con dromos e camera sepolcrale coperta con finta volta a tholos e pilastro centrale. Tra i più rappresentativi, lungo la via dei Sepolcri, è il Tumulo della Pietrera (VII secolo a.C.) dove furono rinvenuti i primi esempi di statue etrusche in pietra lavorate a tutto tondo.
 
 
Strabone, storico e geografo greco vissuto tra il 63 a.C. e il 20 d.C. riferisce nella sua Geografia: ‘‘Populonia è situata su un alto promontorio che s’innalza bruscamente sul mare formando una penisola...Adesso, anche se la città è abbandonata, con l’eccezione dei templi e di poche case, la città portuale, che ha un piccolo porto con due moli, ai piedi della montagna, è più popolata. Secondo me questa è l’unica città dei Tirreni che sia situata sul mare stesso”.
 
L’importante centro di Populonia sorgeva su un’altura dominante la baia di Baratti, di fronte all’isola d’Elba. Fondata forse dai còrsi o forse dagli etruschi di Volterra, Populonia (Pupluna per gli etruschi) fiorì grazie all’industria siderurgica, basata sulle ricche miniere di ferro dell’isola d’Elba, ininterrotta fino in epoca imperiale. La più antica fase villanoviana è testimoniata dalle necropoli a incinerazione di San Cerbone e di Piano e Poggio delle Granate, presso il golfo di Baratti. A partire dalla fine del VII secolo a.C., insieme con l’introduzione del rito funerario dell’inumazione si realizzarono tombe a fossa che nel VI secolo a.C. si erano già trasformate in tomba a camera quadrata entro tumuli monumentali con tamburo. Durante il VI secolo a.C. nell’abitato vennero costruite le mura dell’acropoli e nelle necropoli si innalzarono tombe ‘‘a edicola”, una sorta di tempietto contenente una semplice camera sepolcrale. La floridezza della città nel V secolo è testimoniata dall’emissione di un’eccezionale serie di monete d’argento con figura di Gorgone. Nel periodo successivo fu realizzata una più ampia cerchia di mura, mentre gli scarti dell’attività siderurgica sommersero le necropoli più antiche e le aree cimiteriali si spostarono sulle pendici del colle. Non sappiamo in seguito a quali avvenimenti Populonia sia entrata nell’orbita romana, ma nel 205 a.C. approvvigionava di ferro la missione africana condotta da Scipione contro Cartagine.
 
 
I forni utilizzati per estrarre dai minerali il metallo parzialmente raffinato erano posti solitamente presso le miniere stesse o nelle loro vicinanze. Molti di essi avevano forma cilindrica o tronco-conica ed erano rivestiti all’interno con materiali refrattari. Da un’imboccatura posta sulla sommità veniva immesso il minerale grezzo, alternato a strati di carbone. Acceso il fuoco nella camera inferiore, il calore si propagava verso l’alto attraverso un piano orizzontale munito di una serie di fori. Il minerale fuso si raccoglieva quindi nella camera inferiore dove, praticando un’apertura ad altezza opportuna, veniva depurato dalle scorie di fusione. Per recuperare il prodotto divenuto solido era necessario smantellare il forno. Successivamente si sottoponeva il metallo ad ulteriori processi di raffinazione. Tra i forni meglio conservati quello del Poggio della Porcareccia e quelli di Val Fucinaia presso la miniera del Temperino.
 
 
Sull’alto colle di Talamonaccio, in posizione dominante il mare e le colline dell’interno, sorgeva l’antico centro etrusco di Tlamu, probabilmente dipendente da Vulci. Il suo porto ebbe una notevole importanza come scalo commerciale tra le città settentrionali e quelle meridionali dell’Etruria costiera.
 
Dell’abitato etrusco sull’altura di non sono rimaste tracce per quanto riguarda i secoli VII e VI a.C. mentre erano tornati alla luce molti resti di età ellenistica, tra cui un tempio, quando alla fine dell’Ottocento la collina fu sbancata per la costruzione di un fortilizio militare. Queste strutture non vennero rilevate e le fondazioni di vari edifici (compresa la cinta muraria formata da una doppia cortina di massi) venero smantellate. Solo nel 1962 scavi regolari hanno restituito testimonianze di varie epoche che hanno consentito di ricostruire la disposizione del tempio. Il centro era connesso con il porto sottostante che sfruttava il golfo naturale dove sorge l’odierna città di Talamone. Le necropoli relative all’abitato ellenistico, che sorgono nella piana di Camporegio, hanno restituito vari materiali bronzei, tra cui specchi con scene mitologiche e bruciaprofumi con figure plastiche. Nel III secolo, a seguito dell’espansione romana verso nord, Talamone entrò nell’orbita di Roma, ma decadde insieme a Vulci quando nel 273 a.C. fu fondata a soli 20 chilometri la colonia romana di Cosa.
 
 
Databile alla seconda metà del IV secolo a.C., il Tempio di Talamone si elevava su un basamento in blocchi di tufo alto circa 2 metri. Aveva probabilmente un’unica cella e due ali laterali. Il pronao, forse in origine a due sole colonne, era chiuso ai lati dai prolungamenti delle pareti esterne. Intorno al 150 a.C. subì una radicale trasformazione che interessò soprattutto il prospetto anteriore. L’architrave fu rivestito da lastre con palmette e spirali ‘‘a S” sormontate da baccellature; sugli angoli del tetto vennero posti degli acroteri in forma di cavallo marino, mentre il grande acroterio centrale era costituito da una palmetta traforata. Il frontone fu chiuso da un altorilievo in terracotta raffigurante i due figli di Edipo, Eteocle e Polinice, che si affrontano sotto le mura di Tebe in uno scontro mortale: al centro sta Edipo in ginocchio, sorretto da un aiutante, mentre la sua sposa e madre Giocasta si volge verso Eteocle morente; dall’altro lato Polinice è caduto esanime tra le braccia di un aiutante. Attorno a questa tragedia familiare si svolge la battaglia descritta nel mito dei ‘‘Sette a Tebe”. Per le sue dimensioni, questa movimentata composizione fu tagliata in più pezzi per permetterne la cottura. Il tempio fu distrutto da un incendio intorno al 100 a.C.
 
 
Orvieto occupa l’area dell’antico abitato etrusco di Velzena che i latini chiamarono Volsinii. La città è posto su un altopiano di tufo rosso alto 40 metri e dominante la media Val Tiberina nei pressi della confluenza tra Paglia e Tevere. L’antica navigabilità di questi due fiumi facilitò i contatti con l’area chiusina, falisca e vulcente.
 
Frequentato già in epoca villanoviana, raggiunse il suo massimo splendore tra il VI e il V secolo a.C. L’abitato, occupato oggi dalla città medioevale e moderna, ebbe vari edifici sacri tra cui il tempio detto del Belvedere, dedicato forse a Tinia (=Zeus, Giove). Era posto su di un podio modanato, in parete costruito e in parte ricavato nel masso e vi si accedeva con una gradinata; il pronao doveva avere due file di quattro colonne. L’edificio, in mattoni crudi intonacati e decorati con policromie, aveva la copertura di tegole molto inclinata e arricchita da numerose terrecotte decorative. Tra le necropoli rivestono un particolare interesse quella del Crocefisso del Tufo che presenta un impianto regolare di tipo urbano e quella della Cannicella, dove le sepolture si adattano, spesso sovrapponendosi, alla morfologia del terreno. Nel territorio circostante furono rinvenute alcune tombe dipinte e resti di importanti edifici sacri. Nel corso del III secolo a.C. Orvieto venne progressivamente abbandonata.
 
 
Individuata in parte fin dal 1830, la necropoli del Crocefisso del Tufo è concepita secondo un impianto di tipo urbano a scacchiera. I sepolcri sono infatti disposti in isolati di forma quadrata o rettangolare, delimitati da strade che si incrociano ad angolo retto. Le singole tombe a camera, tra loro uguali, sono costruite con blocchi di tufo squadrati messi in opera a secco. La facciata è decorata da frontoni architettonici e sull’architrave si legge spesso il nome del defunto. All’interno vi è la cella funeraria rettangolare, lunga circa tre metri, con banchine per la deposizione sulle pareti. La copertura è costituita da una falsa cupola; talvolta è presente un vestibolo. Al di sopra delle tombe, coperte da terreno livellato orizzontalmente, sono posti dei cippi funerari di forma sferica, a cipolla o cilindrica. I materiali provenienti dalle tombe (oggetti d’oro lavorati a filigrana e a sbalzo, ceramiche d’importazione attica e di produzione locale) testimoniano una discreta ricchezza.
 
 
L’Etruria interna corrisponde all’attuale Toscana e al territorio perugino dell’Umbria. Il paesaggio è in larga misura collinare, ma la natura geologica e la morfologia delle colline sono assai varie. I massicci montani determinano variazioni climatiche abbastanza notevoli e le comunicazioni si sviluppano quasi esclusivamente lungo le vallate fluviali interne. Terra della vite e dell’olivo che favorì nel VI secolo a.C. la potenza di città come Perugia, Arezzo, Cortona, Chiusi, Fiesole, Volterra.
 
 
La fondazione di Perugia è attribuita a Aules, mitico eroe etrusco, padre e fratello di Ocno che a sua volta fondò, secondo Virgilio, Mantova e Felsina. Il nome etrusco della città non è documentato, a differenza di quello latino: Augusta Perusia. Posta all’incrocio di importanti vie di comunicazione verso il Lazio, l’Etruria settentrionale e il versante adriatico, fu potente anche grazie alla sua posizione. Livio la ricorda come una delle città che costituirono la Dodecapoli.
 
I rilevamenti archeologici relativi al periodo anteriore alla fine del V secolo a.C. sono piuttosto scarsi. L’importanza di Perugia è invece documentata nel IV e III secolo a.C. dalle necropoli e dalla imponente cinta muraria. Quest’ultima, in blocchi regolari di travertino posti in opera a secco, era lunga circa tre chilometri e interrotta da cinque porte; due di esse, Porta Marzia e l’Arco Etrusco (o di Augusto), sormontato da un architrave con scudi rotondi, sono ancora ben conservate. Dell’assetto urbano della città etrusca rimangono solo resti di pavimentazione stradale e terrecotte architettoniche. Perugia fu infatti distrutta e incendiata da Ottaviano nel 42 a.C. e successivamente ricostruita ex novo dai romani. La documentazione più probante ci è offerta dalle necropoli sviluppatesi fuori dalla cinta muraria. Sono prevalentemente costituite da tombe a fossa e a camera con presenza sia del rito inumatorio che incineratorio. La necropoli più antica è quella del Palazzone; di poco più recenti quelle di Castel San Mariano e di San Valentino di Marsciano da cui i noti carri bronzei sbalzati. Di età ellenistica è il nucleo costituito da ben 38 tombe a camera esplorate dopo la scoperta dell’ipogeo dei Volumni al Palazzone riproducente lo schema dell’impianto di una casa.
 
 
La sua costruzione risale al II secolo a.C. e subì nel tempo vari rimaneggiamenti sino al 1500, quando Antonio da Sangallo ne inserì il prospetto superiore nella Rocca Paolina. Caratteristico è il falso loggiato, con quattro pilastrini scanalati coronati da capitelli ionici, chiuso sulla fronte da una bassa transenna dalla quale si affacciano tre figure maschili (Giove e i Dioscuri) e due protomi equine. Due grossi pilastri inquadravano l’arco e la sovrastante struttura.
 
 
L’ipogeo dei Volumni, a cinque chilometri da Perugia, fu rinvenuto casualmente nel 1840. È una tomba di famiglia interamente scavata nel tufo, databile tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. Vi si accede da una ripida scalinata di 29 gradini che conduce alla porta con architrave e stipi; su quello a destra, un’iscrizione ricorda come “Arunte Larte Volumnio di Arunia pose, dedicò per la salute gli annuali sacrifici”. Dalla porta si accede a un atrio rettangolare con copertura, alta quattro metri, a doppio spiovente in falsi travi e travicelli; nello spazio frontale sulla parete di fondo vi sono due teste applicate ai lati di un grande scudo con emblema di significato solare. Su ogni parete laterale, tra delle banchine, si aprono tre stanzette (cubicola) con altri piccoli ambienti secondari. Il largo portale sulla parete di fondo immette nel tablino, ai cui lati erano due serpenti fittili e sulla volta una Gorgone; qui sono disposte sei urne in travertino degli agiati componenti della famiglia dei Volumni. Quella del capostipite (Arnth Velimnes Aules), insigne magistrato perugino e fondatore del sepolcro, è un vero e proprio monumento sepolcrale: il defunto è rappresentato sdraiato su un triclinio, mentre due figure femminili di demoni alati sono poste a guardia di una porta (indicante forse l’ingresso dell’Ade) dipinta sulla cassa del monumento.
 
 
Situata all’incrocio di quattro vallate, la Val di Chiana, la Val Tiberina, il Casentino e la media valle dell’Arno, Arezzo, citata nelle fonti antiche col nome latino di Arretium, fu una delle più importanti città dell’Etruria settentrionale. Abitata già nel VI secolo a.C., ha avuto un’ininterrotta continuità di vita fino ai nostri giorni.
 
Si suppone che il luogo in cui sorge Arezzo fosse già abitato alla fine del VI secolo a.C. D’altronde esso si trovava sugli itinerari naturali battuti dal movimento di colonizzazione partito dal distretto di Chiusi e volto verso la pianura e padana. Ben poco resta oggi a testimoniare la città etrusca: qualche tratto della cinta muraria in pietra e mattoni, un gruppo di terrecotte architettoniche riferibili ad edifici templari del V secolo a.C. e frammenti di sculture di stile ellenistico probabilmente appartenenti al frontone di un tempio. I tratti della cinta muraria più antica, databile al V secolo a.C., sono costituiti da grandi blocchi di pietra che, insieme a quella più recente del IV-III secolo a.C. in mattoni, segue l’andamento della collina. La necropoli più antica, scavata nel XIX secolo, era ubicata in località di Poggio del Sole; essa comprende tombe a cassa e a fossa che vanno dalla seconda metà del VI al II secolo a.C. Sembra che Arezzo, oltre a essere un importante centro agricolo, sia stato uno dei principali centri industriali dell’Etruria per la lavorazione dei metalli; dalle sue officine uscivano elmi, scudi, armi da getto e strumenti da lavoro, ma anche bronzetti votivi (bovini, ovini, offerenti maschili e femminili, divinità) e statue. Di fattura aretina è la celebre Chimera in bronzo databile ai primi anni del IV secolo a.C.
 
 
La statua di bronzo della chimera, scoperta nel XVI secolo, è una delle opere etrusche più belle e celebrate. La belva, con il corpo leonino, la testa di capra sul dorso e la coda di serpente, è rappresentata ferita dalla lotta contro l’eroe Bellerofonte, secondo l’antico mito. La chimera è in posizione di difesa, ma è pronta all’ultimo assalto con la testa sollevata fieramente verso l’alto, le fauci spalancate e la criniera irta. Sul corpo teso dell’animale affiorano sotto la pelle le costole e le vene turgide; la muscolatura è sapientemente modellata. Contrasta con la feroce aggressività del muso del leone il patetico abbandono della testa della capra, ormai reclinata e morente. La coda è un restauro errato: il serpente non mordeva il corno della capra ma si avventava minacciosamente contro l’avversario. La statua era un dono votivo come dimostra l’iscrizione dedicatoria incisa sulla zampa anteriore destra: tincsvil “al dio Tinia”. Quest’opera, di estrema raffinatezza, coniuga il realismo più aspro alla fantasia, in una ricerca di espressività tipica dell’arte etrusca.
 
 
Le origini dell’etrusca Curtum, al di là del rapporto toponomastico con la greca Crotone, sono fatte risalire da Virgilio a Corythus, padre di Dardano l’edificatore di Troia. L’odierna città occupa lo stesso luogo dell’antica, una collina isolata che domina la Val di Chiana.
 
Dell’antica Curtum rimangono alcuni tratti della cinta muraria, probabilmente risalente all’età ellenistica, che aveva uno sviluppo perimetrale di oltre 2 chilometri; era realizzata in blocchi parallelepipedi rozzamente squadrati di arenaria calcarea, posti in opera a secco nel V secolo a.C. L’acropoli è stata identificata nell’area del Girifalco, alla sommità dell’altura lungo le cui pendici la città si estendeva per 40 ettari. Nelle necropoli poste ai piedi della collina (Camucia, Sodo) si conservano isolati sepolcri a tumulo chiamati in gergo popolare “meloni”. Si tratta di tombe gentilizie a più camere, con tamburo cilindrico, delle dimensioni anche di 60 metri di diametro. Nel 1726 a Cortona venne fondata l’Accademia Etrusca, il più importante centro di ricerche erudite settecentesche sull’Etruria antica. Nel museo dell’Accademia è conservato lo splendido candelabro bronzeo con ricchissima decorazione figurata che attesta una fiorente attività artistica locale nella lavorazione del bronzo attorno alla metà del V secolo a.C.
 
 
A differenza di molti altri centri etruschi, l’abitato di Marzabotto sorse su una piana priva di particolari difese naturali, nella media valle del fiume Reno, a circa 20 chilometri da Bologna. La zona si trovava lungo la via di collegamento che, attraversando l’Appennino, univa l’Etruria settentrionale alla Padania.
 
Nel corso del VI secolo a.C. si formò sulla spianata detta di Pian di Misano un nucleo organizzato (Marzabotto I) con capanne in materiale deperibile collocate senza ordine preciso nell’area sud orientale. L’abitato comprendeva anche una fonderia e una fornace per la produzione di ceramica. Tra il VI e il V secolo a.C., in seguito al movimento di colonizzazione verso nord intrapreso dalle città etrusche – in particolare da Chiusi – l’abitato di Marzabotto fu spostato nella zona nord occidentale del pianoro e organizzato secondo un piano urbanistico preventivo con impianto a scacchiera. L’acropoli si trovava nell’angolo nord-ovest del sito (Misanello) ed era occupata da diversi edifici sacri, da una vasca rituale e da un altare quadrato al cui centro si apriva un pozzo, profondo circa sei metri, indice forse del culto di divinità infere A questo complesso doveva essere connesso un deposito votivo rinvenuto più a valle nel terzo decennio del XIX secolo che rappresenta il più cospicuo nucleo di ex voto (bronzetti di offerenti e parti bronzee del corpo umano) dell’area padana. Le necropoli tornate alla luce a nord e ad est dell’abitato comprendevano tombe individuali sia a incinerazione che a inumazione; i sepolcri erano costituiti da cassoni di lastre, da pozzetti e da fosse. Nella parte iniziale del IV secolo a.C., contemporaneamente alla massima spinta da nord dei popoli celtici già presenti nell’area cisalpina, Marzabotto decadde finché la città venne abbandonata nella seconda metà del III secolo a.C.
 
 
La Marzabotto del VI secolo a.C. rappresenta un documento di eccezionale importanza per la storia dell’urbanistica antica. La città mostra un impianto ortogonale che risulta antecedente agli esempi greci e anche alla formulazione teorica che di essi fece Ippodamo di Mileto nel V secolo a.C. La rete stradale ha larghe vie lastricate che si incrociano ad angolo retto (un cardo di 15 metri di larghezza tagliato da tre decumani), con marciapiedi e canali per la raccolta delle acque piovane. Le abitazioni, in genere ad un solo piano, sono riunite in isolati regolari e presentano suddivisioni interne di tipo diverso. Molte hanno una sola fronte sulla strada ed un cortile interno (atrio) attorno al quale sono disposti vari ambienti. Dalle fondazioni di ciottoli si elevava un alzato di legno e mattoni crudi con elementi in travertino e colonne lignee rivestite di stucco; le coperture fatte con embrici, coppi e talora lucernari recava anche anfisse.
 
 
Chiusi, il cui nome moderno deriva dal latino Clusium, è l’etrusca Clevsin, Sorge su un’altura del sistema collinare che domina la valle del fiume Chiana, allora affluente del Tevere, nella posizione più adatta a controllare le importanti vie di comunicazione dell’interno. Fu potente e famosa lucumonia dell’Etruria settentrionale: un suo re, Porsenna, assalì e probabilmente conquistò Roma nel 509 a.C.
 
L’ininterrotta vita della città di Chiusi sino all’età moderna ha cancellato quasi ogni traccia dell’abitato etrusco che fiorì, tra la fine del VI e il V secolo a.C., in coincidenza con la decadenza delle metropoli costiere. Molte sono invece le necropoli rinvenute sul territorio circostante, che testimoniano l’esistenza di piccoli centri abitati (Chianciano, Cetona, Sarteano, Montepulciano ecc.) gravitanti attorno alla metropoli. Grazie ai vasti territori coltivati a grano che la circondavano, Chiusi godette di grande prosperità e pertanto affiancò all’attività primaria della produzione agricola, quelle artigianali che furono molte e varie. L’aristocrazia locale, raffinata ed aperta ai nuovi messaggi culturali, richiamò a Chiusi, già alla fine del VI secolo a.C., maestranze artistiche (scultori vulcenzi e pittori tarquinesi) e materiali di lusso, a volte eccezionali, come il famoso ‘‘vaso François” proveniente da una tomba ipogea di Dolciano. Caratteristici sono gli ossuari antropomorfi o canopi e i vasi in bucchero con decorazione impressa o a rilievo. Nel III secolo a.C. Chiusi passò sotto il controllo di Roma e nell’82 a.C. Silla vi fondò una colonia per i propri veterani.
 
 
I canopi erano contenitori di forma ovale, di bucchero o di bronzo, nei quali venivano deposte le ceneri del defunto. La loro apparizione risale al VII secolo a.C. e il loro nome deriva da quello dei vasi funerari egizi. Il coperchio aveva aspetto antropomorfo, inizialmente limitato ad alcuni tratti anatomici del volto, riprodotti sommariamente; in un secondo tempo si ebbero raffigurazioni sempre più dettagliate, talvolta con l’aggiunta delle braccia applicate sul corpo del vaso o, come nei canopi femminili, di orecchini ad anello di bronzo o d’oro e, a volte, con la rappresentazione plastica dei seni. Dai canopi di Chiusi derivano le statue in pietra, raffiguranti il defunto, con vano interno per la deposizione delle ceneri.
 
 
La città di Volterra, Velathri in epoca etrusca e Volatarrae quando divenne municipio romano, è situata su un colle di 550 metri da cui domina le valli dell’Era, del Cecina e dell’Elsa, alla confluenza di importanti vie di comunicazione verso il Tirreno e verso la pianura dell’Arno. L’attuale struttura medievale copre solo parzialmente il vastissimo sviluppo urbano raggiunto nell’antichità, quando la cinta muraria etrusca aveva il perimetro di oltre sette chilometri.
 
I primi insediamenti risalgono all’età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) e sono testimoniati da tombe a pozzetto che custodivano in un vaso le ceneri del defunto. Fino al VI secolo a.C. l’entità dell’abitato volterrano fu abbastanza modesto, con una prima cinta muraria di 1270 metri attorno all’acropoli; nel corso della prima metà del V secolo l’area abitativa era di circa 10 ettari, racchiusa in una seconda cerchia di mura lunga circa due chilometri. Questo sviluppo è collegato allo sfruttamento delle risorse minerarie (rame presente sul territorio in vene superficiali) che si aggiunse alla diffusa attività agricola. Nel corso del IV secolo la floridezza e la dimensione di Volterra aumentarono, come dimostra la costruzione di una nuova grandiosa cinta muraria di cui si conservano ancora due grandi accessi: Porta Diana e  Porta all’Arco. Fiorente fu l’artigianato: caratteristiche le stele scolpite arcaiche, i vasi dipinti, le urne cinerarie in alabastro con altorilievi. Le necropoli cittadine di Portone, Badia, Ulimeto, Poggio alle Croci testimoniano un forte incremento della popolazione. Le testimonianza romana più cospicua della città (il teatro di Vallebuona) risale ai primi anni del I secolo d.C.
 
 
La cinta muraria volterrana (la terza dalla fondazione della città) fu costruita nel corso del IV secolo a.C. in blocchi squadrati di pietra locale. Il suo perimetro di 7300 chilometri racchiudeva un’area di 116 ettari, spazio ben più ampio di quello occupato dal successivo abitato medioevale e moderno. Qui, oltre all’abitato in espansione verso le aree già occupate dalle antiche necropoli trovavano rifugio, in caso d’invasione, agli abitanti dei piccoli insediamenti sparsi nel territorio circostante. Si conservano ancora i due grandi accessi di Porta Diana e di Porta all’Arco: prima allacciava il cardo massimo alla via verso la Val d’Elsa e quindi la valle dell’Arno; la seconda, da cui usciva il cardo massimo, si apriva sul versante sud in direzione del mare.
 
 
Sul versante meridionale della cinta muraria del IV secolo a.C. fu aperto originariamente un passaggio con infissi lignei, sostituito nella metà del III secolo a.C. da una porta ad arco. Sulle due fronti della porta si aprono grandi archi di oltre 4 metri, impostati su fianchi formati da blocchi di tufo accuratamente squadrati e connessi a secco; tra essi corre una galleria interna coperta da una volta a botte. Sul fornice esterno sono inserite tre teste in pietra scura, che il tempo ha reso illeggibili ma che forse devono essere identificate con Giove e i Dioscuri.
 
 
Fiesole o Faesulae - al plurale perché si riferiva a numerosi piccoli insediamenti etruschi della zona -  sorge su una collina che reca in vetta due alture con una spianata in sella, e domina la piana di Firenze presso il guado sull’Arno. Qui giungevano i percorsi che partivano da Volterra e da Chiusi e che poi procedevano verso l’Appennino e la Padania.
 
La frequentazione del sito fiesolano è attestata nella tarda età del Rame, ma la prima occupazione del territorio, sull’attuale colle occidentale di San Francesco, risale all’età del Bronzo medio. Il centro urbano vero e proprio nacque nella fase terminale del VII secolo a.C. quando il primo nucleo stanziato sulla collina si estese lungo il versante orientale dell’altura e nella spianata sottostante; tra il IV e III secolo a.C. esso raggiunse anche tutta l’attuale collina orientale di Sant’Apollinare. La rocca era racchiusa in una prima cerchia muraria in blocchi parallelepipedi squadrati, fronteggiata più in basso, sul versante est del colle, da un secondo tratto di mura quasi rettilineo che divideva l’acropoli dalla piana dove sorgeva l’abitato. Esso si accrebbe grazie all’importanza del luogo sulla rotta commerciale da sud e nord e vide la nascita di importanti botteghe ceramiche e di ‘‘pietre fiesolane” (statuette, elementi decorativi, pannelli in bassorilievo, tutti in pietra serena). Attorno alla fine del IV secolo a.C. la città si dotò di un tempio ellenistico situato sul fianco est della collina di San Francesco. Sorgeva su un vasto podio con gradinate di accesso ed aveva sia fondamenta che alzato in pietrame. Al centro della fronte si alzavano due colonne inquadrate dal prolungamento dei muri laterali dell’edificio e recava due vani minori posti ai lati della cella centrale; l’interno era tutto intonacato di rosso. Dagli ex voto ritrovati si suppone che il tempio fosse dedicato a Minerva Medica. Distrutto da un incendio e rimesso in funzione in maniera sommaria, l’edificio venne poi interamente interrato agli inizi del I secolo a.C. e sostituito da un soprastante tempio romano. La necropoli arcaica non è mai stata individuata.
 
 
    parole
-----------------------------------------------
 
 

10.4 Fenici

www.redigio.it
 
 
FENICI
 
 
Gli abitanti della Fenicia, furono detti dai greci Phôinikes, denominazione connessa al vocabolo phôinix (‘‘rosso porpora”), dalla colorazione dei tessuti che era tipica dell’industria fenicia. L’area geografica in cui si svolse la loro storia in Oriente è la fascia costiera siro-palestinese,  estesa poco più di 200 km e larga dai 20 ai 50, ma da essa i fenici lanciarono le loro flotte mercantili su tutte le rotte del Mediterraneo, fondando colonie in Africa, Spagna, Sicilia e Sardegna, assolvendo un’importante funzione di tramite tra Oriente ed Occidente e diffondendo la loro rivoluzionaria scoperta, la scrittura alfabetica.
 
 
Le genti semitiche che abitavano la Fenicia non si costituirono mai in stato unitario e le singole città fenicie (Arado, Biblo, Berito, Sidone, Tiro ecc.) ebbero ciascuna un’esistenza politica autonoma. D’altra parte, poste, come tutta la regione siro-palestinese, nel punto di incontro e di scontro fra i grandi imperi sorti in Egitto, in Mesopotamia e in Anatolia, queste città riuscirono di rado a godere di una piena indipendenza. Per tutta la prima fase della loro storia esse gravitarono nell’orbita dell’Egitto poi, dall’VIII secolo furono sottoposte successivamente allo sfruttamento degli assiri, dei babilonesi, dei persiani. Mantennero però sempre il prestigio marittimo e commerciale che si protrasse fino in età romana.
 
 
Dal punto di vista razziale i fenici erano un ramo del popolo cananeo, che occupava buona parte della Palestina prima che fosse conquistata dagli ebrei.
Giunsero nel loro territorio prima del 2500 a.C., provenienti da una regione situata più a sud, probabilmente all’estremità del Mar Rosso. Ogni insediamento fenicio si sviluppò ben presto fino a diventare una città governata dal proprio re e indipendente dalle sue vicine; per i primi mille e più anni della loro storia queste città furono però strettamente legate all’Egitto, specialmente Biblo, che tra il III e il II millennio a.C. fu la città fenicia più importante. Aperta invece anche ad altri influssi (hurriti, ittiti, egei) fu, un po’ più a nord del limite geografico della Fenicia, la città di Ugarit, fiorente per i traffici soprattutto tra il 1500 e il 1200 a.C. L’influenza egizia rimase prevalente sulla Fenicia anche durante le contese sull’area siro-palestinese per il primato tra gli opposti imperi (Egitto e mitanni, mitanni e ittiti, ittiti ed Egitto) finché intorno al 1200 a.C. le incursioni devastatrici dei ‘‘popoli del mare” determinarono una svolta nella storia del paese. Essi, anche se verranno infine sconfitti dall’Egitto, ne abbatterono per sempre il dominio sui vari stati della Palestina e della Siria meridionale, consentendo per qualche secolo alle città della Fenicia di liberarsi dal giogo di una potenza imperiale e di sviluppare in piena autonomia i propri traffici.
 
 
Intorno al 1200 a.C. cominciò nel bacino orientale del Mediterraneo un periodo di disordini e violenze durante il quale vennero quasi spazzate via tutte le civiltà dell’età del bronzo allora esistenti. La frattura, che aprì una nuova era, quella del ferro, fu dovuta a una migrazione di popoli che i documenti egiziani chiamano genericamente ‘‘popoli del mare”. Si trattava di una confederazione di oscure tribù, con nomi che indicano origini mediterranee: shardana (sardi), shakalasha (sicani-siculi), lukki (lici), danuna (danai), tusha (tirreni, etruschi) ecc.; probabilmente li guidavano gli akhaluasha (achei).
Alcuni giunsero sulla costa del levante dal mare, mentre altri arrivarono dalla terraferma; un gruppo identificato con sicurezza, i palesti (filistei o palestinesi) dopo varie peregrinazioni si stabilì nel retroterra delle città-stato fenicie. Nei primi anni del XII secolo a.C. i ‘‘popoli del mare” compirono rovinose scorrerie in Siria e Palestina, spingendosi addirittura, dopo essersi alleati con i libi, in Egitto. Ramsete III (1194-1163 a.C.) riuscì a respingerli, ma un gran numero di centri di civiltà venne ugualmente distrutto. In Fenicia caddero Ugarit e Arado, Berido scomparve e Biblo cessò di essere la città più potente.
 
 
Nella prima fase della civiltà propriamente fenicia (1200-1000 a.C.) le fonti testimoniano una sorta di predominio esercitato da Sidone sulle altre città della costa, tanto che spesso i fenici sono indicati globalmente come sidonii; ma dopo il 1000 a.C. le stesse fonti (Libri dei Re e Libro di Ezechiele nell’Antico Testamento) danno la preminenza a Tiro, che ebbe intensi rapporti di cooperazione con lo stato d’Israele.
In cambio di frumento, olio, vino e altri prodotti agricoli necessari alla sopravvivenza della città marinara, il re di Tiro Hiram (ca. 969-936 a.C.) inviava ogni anno a Salomone oro, argento, legno di cedro e di pino, operai e maestranze per la costruzione del Tempio di Gerusalemme. Insieme i due sovrani costruirono una flotta che da Elat, sulla costa del Mar Rosso, si spinse fino a Ofir (forse l’Arabia meridionale o la Somalia), riportando tra l’altro oro, essenze e legno prezioso. Inoltre la notizia secondo cui Hiram avrebbe domato una rivolta a Kition dimostra che Tiro aveva già messo piede sull’isola di Cipro. Dall’epoca di Hiram al VII secolo a.C. Tiro esercitò probabilmente qualche forma di controllo su quasi tutte le città della Fenicia; da Tiro, secondo quanto raccontano Giustino e Plinio, sarebbero salpati i coloni fenici diretti a occidente.
 
 
I passi riportati dai Libri dei Re (redatti probabilmente intorno al 600 a.C., ma sulla base di annali e altri documenti contemporanei ai fatti) illustrano i rapporti intercorsi tra Salomone e Hiram, re di Tiro.
 
“…Hiram, re di Tiro, inviò i suoi servi presso Salomone, perché aveva udito dire che questi era stato unto re al posto di suo padre e Hiram era sempre stato amico di David. Allora Salomone inviò a dire a Hiram: "Tu sai bene che mio padre David non ha potuto edificare un tempio al nome di Jahewed suo dio a causa della guerra che i nemici gli mossero da ogni parte, finché Jahweh non li ebbe posati sotto le piante dei suoi piedi. Ora Jahweh mio dio mi ha concesso quiete, né v’è avversario o pericolo di male. Ho perciò l’intenzione di costruire un tempio al nome del mio dio. (...) Pertanto ordina che mi si taglino cedri del Libano. I miei servi saranno con i tuoi e io pagherò i tuoi quanto tu desideri secondo quello che stabilirai” (...) Così Hiram fornì a Salomone tanto legno di cedro e di cipresso quanto ne volle. A sua volta Salomone consegnò a Hiram 20 mila kor di grano (1 kor corrisponde a 150 litri) per il mantenimento della sua casa, e 20 mila bat (1 bat corrisponde a 15 litri) di olio vergine.”
 
E ancora:    “…Il re Salomone costruì pure una flotta a Eziongeber, presso Elat, sulla spiaggia del Mare dei Giunchi (i.e. il Mar Rosso), nella regione di Edom. Hiram mandò sulle navi i suoi servi, che erano marinai esperti di mare, assieme ai servi di Salomone. Essi andarono a Ofir dove presero oro per 420 talenti e lo portarono al re Salomone.”
 
 
Le città fenicie d’Oriente erano organizzate, dal punto di vista istituzionale, in altrettante monarchie in cui la trasmissione del potere avveniva, di norma, per via dinastica. Fece eccezione – ma solo per un breve periodo del VI secolo a.C.– Tiro, che ebbe un regime repubblicano con a capo magistrati elettivi denominati ‘‘sufeti”. La parola sufet corrisponde esattamente all’ebraico shophet, tradotto genericamente con il termine ‘‘giudice”, ma sia per i fenici che per gli ebrei il termine indicava una persona più importante di un giudice, essendo in realtà sinonimo di ‘‘capo” o ‘‘guida”. Ogni città fenicia ebbe quindi il suo re fino all’età ellenistica, ma le prerogative del sovrano sono poco chiare. I re fenici, al contrario dei faraoni egiziani, non hanno lasciato epigrafi storiche o commemorative e le notizie che li riguardano – a parte qualche trattato di cooperazione riferito da fonti della controparte – si riferiscono ad attività religiose. Molti re hanno voluto ricordare ai posteri di aver eretto santuari agli dèi e se ne definiscono sacerdoti e sudditi, monarchi quindi per grazia di dio, o re-sacerdoti. In effetti, a causa dei condizionamenti imposti dalle potenze estere di volta in volta dominanti, i sovrani fenici non ebbero una reale autonomia decisionale in campo politico, mentre proprio nella funzione sacerdotale e sacrale risiedeva la loro autorità in ambito cittadino. Nell’effettivo esercizio del potere, il re era affiancato da una serie di funzionari e di organismi rappresentativi che limitavano la sua azione politica e amministrativa. Quanto alle assemblee rappresentative, alcune fonti (come l’Antico Testamento) fanno riferimento a un "consiglio degli anziani”, cioè a una sorta di senato, ma è più probabile si trattasse di assemblee cittadine dotate di potere deliberante: lo storico greco Arriano (ca. 95-ca.175 d.C.) riferisce che quando Alessandro Magno stava per prendere possesso di Tiro, gli furono inviati ambasciatori “da parte della comunità”.
 
 
Nelle poche iscrizioni che ci sono pervenute i re fenici ripetevano le solite formule nelle quali si dichiaravano vicari terreni degli dèi. Si legge in alcune di esse trovate nel villaggio di Jabeil, sotto il quale giaceva sepolta l’antica Biblo:
“Questo è il tempio edificato da Jehimilk, re di Biblo: che Baal Shamem e Baalat e l’intero concilio delle sacre divinità di Biblo possano allungare i suoi giorni”.
Oppure:
“Le mura di questo tempio sono state fatte erigere per Baallat, sua sovrana, da Shipitbbaal re di Biblo, figlio di Abibbaal re di Biblo, figlio di Jehimilk re di Biblo”.
Un linguaggio dai ‘‘toni faraonici”, come minacciosamente faraonica è la ‘‘maledizione” incisa sul sarcofago del XIII secolo a.C. portato alla luce nel 1922 sempre a Jabeil dall’archeologo Pierre Montet. In una camera tombale venuta accidentalmente alla luce in seguito allo smottamento del terreno dopo una nottata di pioggia egli trovò, tra l’altro, vasi d’ossidiana, sandali e recipienti d’argento, un pettorale d’oro e alcuni sarcofagi di calcare. Uno di essi presentava sulle quattro facce rilievi di figure in marcia o sedute, con fasce ornamentali in fiori di loto e, nei quattro angoli inferiori, teste di leone aggettanti. Poi il sarcofago si mise a parlare. Sul bordo, ripulito dai detriti apparve una iscrizione monolineare in alfabeto fenicio che diceva:
"Questa bara è stata fatta da Ithobaal, figlio di Ahiram, sire di Biblo, come dimora eterna per il padre suo. Qualora qualche sovrano o governatore o condottiero attacchi Biblo e profani questa bara, s’infranga il suo scettro, venga rovesciato il suo trono, se ne voli via da Biblo la pace. Per quanto riguarda la bara, possano i viandanti meditarne le iscrizioni".
 
 
Se numerose sono le notizie riguardanti le armate dei grandi imperi del Vicino Oriente, quelle sull’ordinamento degli eserciti delle città fenicie della costa siro-palestinese sono molto poche, pervenute soprattutto dagli annali dei re assiri in cui si parla dell’esistenza di contingenti di fanteria e di carri falcati, muniti di lame. I reperti archeologici e le antiche raffigurazioni suggeriscono la presenza di soldati armati di lance, pugnali, asce e mazze, ma poco equipaggiati di armi difensive (corazze, elmi, scudi); invece è documentata la presenza di corpi di arcieri. Data la mancanza di vasti entroterra nei quali reclutare soldati è probabile che le città-stato siano ricorse, in caso di necessità, a truppe mercenarie provenienti in buona parte dalla regione anatolica. Per quanto riguarda l’ordinamento degli eserciti le fonti storiche sono pressoché mute, anche riguardo alle forze armate delle città fenicie dell’Occidente mediterraneo prima dell’avvento di Cartagine. Ciò è comprensibile perché l’esiguo numero iniziale dei coloni fenici non permetteva lo sviluppo di attività politiche e commerciali basate su attività militari. I primi dati archeologici che forniscono notizie di qualche consistenza sulle popolazioni fenicie in armi provengono dalla Sardegna degli ultimi anni del VII e del VI secolo a.C. Si tratta di sepolture arcaiche contenenti, oltre ai corredi fittili, anche numerose armi offensive in ferro adatte a fanti armati alla leggera: talloni di lancia e punte a foglia, corti pugnali con lama a lingua di bue, sottili puntali da lancio con anima di bronzo. Per quanto riguarda il periodo dei grandi scontri bellici per il dominio del Mediterraneo tra Cartagine e le città greche e, in un momento successivo, le guerre contro Roma, le notizie sono molto più abbondanti e particolareggiate.
 
 
‘‘Le terre d’Occidente hanno le più belle e ricche miniere d’argento ... Gli indigeni ne ignorano l’uso. Ma i fenici, che sono esperti nel commercio, compravano questo argento con qualche piccolo cambio di altre mercanzie. Di conseguenza, portando l’argento in Grecia, in Asia e presso tutti gli altri popoli, i fenici ottenevano grandi guadagni. Così, esercitando tale commercio per molto tempo, si arricchirono e fondarono numerose colonie”.
Il reperimento dei metalli preziosi (non solo l’argento ma anche il rame, lo stagno, l’oro) è dunque, per Diodoro Siculo (ca. 80-ca.20 a.C.), la ragione del commercio fenicio, premessa a sua volta dell’espansione e della colonizzazione. Essa non va intesa come un fenomeno progressivo nello spazio, ma come una rete di punti d’appoggio verso le destinazioni più lontane: le scoperte più recenti dimostrano infatti l’antichità e spesso la priorità degli insediamenti iberici, rispetto a quelli relativamente più facili della Sicilia, della Sardegna e dell’Africa. Ciò suggerisce un fenomeno di ‘‘precolonizzazione”, cioè di frequentazione dei mari senza intento di conquista, a fini puramente commerciali, e rappresentò nella storia un fatto assolutamente nuovo. La colonizzazione fenicia vera e propria può essere fissata all’VIII secolo e precedette, sembra, di qualche decennio quella greca. Colonie fenicie sorsero nel Mediterraneo orientale a Cipro, centro dell’estrazione del rame, ma il campo d’azione preferito delle città-stato fu il Mediterraneo centrale e occidentale. Insediamenti sorsero lungo tutta la costa africana tra la Tunisia e il Marocco, a Malta, nella  Sicilia occidentale, in Sardegna, in Spagna. Varcate le Colonne d’Ercole, i fenici fondarono Gades (Cadice) nella regione ispanica di Tartesso e si avventurarono nell’Atlantico, a sud lungo le coste dell’Africa, a nord fino alla Britannia, da dove si importava lo stagno.
 
 
Si dibatte ancora quando i fenici si volsero alla conquista commerciale del Mediterraneo. Su questo punto si sono affrontate due scuole di esperti. La prima e più antica, basandosi sulle fonti classiche, esalta i mercanti del Libano come i primi colonizzatori del mondo mediterraneo, approdati a remotissime rive allo scorcio del XII secolo a.C. La colonizzazione fenicia avrebbe preceduto nettamente, dunque, quella greca attestata solo nell’VIII secolo a.C. La seconda scuola, prevalente all’inizio del Novecento, respinge le notizie di fonte classica e, puntando sulla testimonianza archeologica che non presenta reperti anteriori all’VIII secolo, fa risalire a questo periodo l’espansione fenicia; essa risulterebbe così parallela a quella greca. Nell’ultimo ventennio è stata rivalutata, sia pur parzialmente, la cronologia alta ma in relazione a un fenomeno da tempo in corso, ossia a una fase di ‘‘precolonizzazione”. Che l’archeologia mostri una consistente presenza fenicia nel Mediterraneo occidentale durante l’VIII secolo a.C. è un fatto indubbio; bronzetti di tipo fenicio, o meglio siro-palestinese, risalenti XIV-XIII secolo rinvenuti in area siciliana, sarda e iberica, che sembravano ‘‘ingombrare il campo”, indicano una frequentazione delle rotte e scambi commerciali avvenuti in periodo precoloniale.
 
[11161]
Alla fine del XIII secolo a.C. si era affermata in Mesopotamia una nuova grande potenza, l’impero assiro. Esso non poteva non aspirare a uno sbocco nel Mediterraneo, e la pressione assira cominciò a esercitarsi sulla Fenicia fin dal IX secolo a.C. A una a una le città-stato fenicie furono costrette a pagare il tributo ai re assiri che soffocavano spietatamente ogni tentativo di ribellione. Benché fosse il più crudele e distruttore fra tutti gli antichi imperi d’Oriente, l’impero assiro accrebbe l’importanza delle città fenicie. In questo periodo si aprì infatti il circuito della navigazione mediterranea, un’impresa di tale impegno e portata che non sarebbe stata giustificabile, né sarebbe stata possibile, senza la copertura di una grande potenza come l’Assiria che garantiva lo smercio di tutte le risorse acquisite: Tiro fu, insomma, lo strumento assiro del commercio a lunga distanza. La caduta dell’impero assiro a opera dei medi (612 a.C.) portò in Palestina e in Fenicia i babilonesi di Nabucodonosor (605-562 a.C). Gerusalemme fu distrutta nel 587 e la sua popolazione fu deportata a Babilonia; Tiro, prima di sottomettersi fu sottoposta a 13 anni di assedio (586-573 a.C.). Ma le tempeste passavano e il succedersi dei domini stranieri (ai babilonesi seguirono alla fine del VI secolo i persiani di Ciro I il Grande) non pregiudicò gravemente, nel complesso, la prosperità delle città fenicie e le attività delle loro flotte. I grandi imperi non potevano fare a meno né in guerra né per scopi commerciali di quelli che erano ormai considerati i più esperti marinai del mondo. In Occidente poi, anche quando la madrepatria cadde in mano allo straniero, le colonie rimasero libere e continuarono a essere centri d’irradiazione della civiltà fenicia e la successione di Tiro sarà ripresa da Cartagine.
 
[111611]
Tiro si ribellò poco prima del 700 e subì cinque anni di assedio assiro. Ottenne condizioni favorevoli dopo la fuga del re che aveva guidato la rivolta e fu definita in questa circostanza dal profeta Isaia (Isaia 23,8) ‘‘città regale, i cui mercanti erano principi, i cui negozianti erano nobili della terra”. La rivolta di Sidone ebbe invece una soluzione drammatica come riferisce questa testimonianza inequivocabile tratta dagli annali del re assiro Assarhaddon (681-668 a.C.), sotto l’anno 677 a.C.
 
“Abdimilkutte, re di Sidone, senza rispettare la mia qualità di signore, senza ascoltare i miei ordini, scosse il giogo del dio Assur, confidando nel mare tempestoso. Quanto a Sidone, la sua città fortezza, che sta in mezzo al mare, la livellai come se una tempesta l’avesse travolta, le sue mura e fondamenta disfeci e le gettai nel mare, distruggendo completamente il sito. Per ordine di Assur, mio signore, io presi il re Abdimilkutte, che fuggiva in mare davanti al mio attacco, come un pesce nel mare, e gli mozzai il capo. Portai via come bottino: la moglie, i figli, il personale del palazzo, oro, argento, pietre preziose, abiti variopinti, stoffe, zanne d’elefante, avorio, ebano, legno di bosso, ogni oggetto prezioso che c’era nel palazzo. Io portai in Assiria i suoi sudditi, e bestiame grosso e minuto e asini in gran quantità”.
 
[1121]
Per la natura stessa della loro terra i fenici erano destinati al mare. Gli alti monti a ridosso della costa lasciavano, infatti, poca terra pianeggiante e coltivabile, mentre le loro pendici erano allora ammantate dai famosi alberi di cedro (i cedri del Libano) che fornivano un ottimo legname per le costruzioni di navi. La costa inoltre era ricca di golfi e insenature e di numerosi porti naturali. Da essi i fenici si avventurarono per le libere vie del mare, dapprima in concorrenza con i cretesi, poi come signori incontrastati del Mediterraneo, del commercio e della pirateria.
 
[11211]
L’abilità marinara dei fenici era nota presso i popoli contemporanei. La padronanza dei mezzi di navigazione e la profonda conoscenza dei mari, degli elementi atmosferici, delle costellazioni permisero loro di dominare i traffici del Mediterraneo suscitando insieme ammirazione e invidia. Per questo ebbero fama di crudeli pirati o di abili commercianti, di astuti e truffaldini mercanti o di intrepidi navigatori. Lo stesso Omero, nell’Odissea, non fu tenero con loro: in veste di mercanti rapivano i bambini per venderli come schiavi e, se agivano onestamente con uno straniero, la cosa era ritenuta ‘‘degna di rilievo”. Una pessima reputazione, quindi, quella che i fenici avevano presso i greci che assunsero nei loro riguardi un atteggiamento ostile, specie nel periodo di concorrenza per la colonizzazione in Occidente, che si data a partire dall’VIII secolo a.C.: occorre però dire che non abbiamo notizie di ostilità aperta  fino al VI secolo. I fenici erano indubbiamente responsabili di tutte le colpe di cui venivano accusati, né c’è da presumere che a quel tempo i mercanti greci fossero più rispettabili. L’aristocratico uditorio dei poemi omerici si identificava però con gli eroi greci, per i quali era onorevole arricchirsi con scorrerie piratesche, ma non mediante il commercio: una delle massime umiliazioni per un greco era essere preso per un mercante.
 
[112111]
I fenici sono nominati abbastanza spesso (e sono sempre giudicati negativamente) nell’Odissea, poema che si svolge in gran parte nei mari occidentali alla Grecia, che questi abili navigatori percorrevano abitualmente.
 
È notte. In una misera capanna dell’isola di Itaca due uomini stanno seduti a raccontarsi le vicende della loro vita: uno è Odisseo, l’altro il porcaro Eumeo. Odisseo, che non vuole ancora svelarsi, inventa una storia triste, ma realistica: dopo aver combattuto a Troia nelle truppe cretesi era stato spinto dal fato nella terra d’Egitto dove aveva vissuto tranquillamente sette anni. Ma...
"Ma quando l’ottavo anno arrivò compiendo il suo giro,
capitò un uomo fenicio, esperto d’inganni,
un ladrone che molti mali aveva fatto tra gli uomini.
Costui mi portò via, raggirandomi con le sue astuzie,
fintanto che arrivammo in Fenicia, dov’erano le sue case e i suoi beni.
Là con lui stetti un anno completo.
Ma quando i mesi e i giorni passarono
e compiendosi un anno le stagioni tornarono,
per la Libia mi fece imbarcare su nave marina,
tessendo inganni, che il carico portassi con lui;
ma per vendermi là, far guadagno infinito.
Lo seguii sulla nave, benché capissi, per forza.
Per fortuna il disegno del subdolo fenicio fallì e il ‘‘narratore” riuscì a scamparla grazie a una tempesta che distrusse la nave e dalla quale egli solo si salvò".
Odissea, XIV, 285-300.
 
[11221]
Si ritiene che le correnti del Mar Mediterraneo non abbiano subito mutamenti di rilievo negli ultimi tremila anni, né che, in duemila anni, il regime dei venti sia cambiato. A seconda dei mesi e delle stagioni ai naviganti fenici che da Tiro volevano raggiungere Gades (o viceversa) si presentavano due alternative, la più semplice delle quali era costituita dalla via meridionale (Egitto - Libia - Africa nord-occidentale). Su questo percorso era possibile la navigazione di cabotaggio, più largamente diffusa, che si svolgeva prevalentemente a vista e nelle ore diurne, con punti di appoggio scaglionati a una distanza di 20-30 miglia nautiche, la stessa che poteva essere percorsa in una giornata. La navigazione di cabotaggio era sostituita con quella di lungo corso sulla rotta settentrionale (Cipro - Anatolia - Egeo - Malta - Sicilia - Sardegna - Baleari) che richiedeva alle navi di procedere anche di notte, orientandosi con la costellazione dell’Orsa Minore (la Stella Polare, detta nell’antichità Stella Fenicia). Spesso, a causa dei venti, alcuni tratti dell’una venivano deviati sull’altra rotta, più frequentemente in prossimità della Sicilia, Sardegna e Baleari dove Mozia, Tharros e Ibiza erano comunque scali obbligatori, necessari per l’approvvigionamento delle derrate alimentari e per le eventuali riparazioni della nave. Il passaggio della Stretto di Gibilterra, in entrambi i sensi, era il più problematico di tutta la navigazione e non di rado si preferiva trasportare le merci via terra attraverso la strada che univa Malaga a Gades. La navigazione commerciale aveva luogo quasi esclusivamente tra i mesi di marzo e ottobre e veniva aperta con particolari cerimonie propiziatorie.
 
 
Per svolgere le loro attività commerciali, i fenici utilizzavano navi appositamente attrezzate, che sfruttavano tutti gli accorgimenti più avanzati messi a disposizione dalla cantieristica dell’epoca. Le imbarcazioni per il trasporto locale erano di modeste dimensioni, dalle estremità ricurve, con la prua a forma di testa di cavallo e con una sola fila di rematori; i greci le chiamavano hippos (in greco, ‘‘cavallo”) ed erano impiegate solo per il cabotaggio. Per il commercio sulle lunghe distanze si usavano le grandi navi da trasporto, chiamate gauloi dagli antichi cronisti per la rotondità del loro scafo, che assicuravano un’ampia capacità di carico (tra le 100 e le 500 tonnellate). Le gauloi erano lunghe dai 20 ai 30 metri, larghe dai 6 ai 7 e con un pescaggio di circa 1 metro e mezzo. La poppa era tondeggiante e terminava con una voluta a coda di pesce, così come la prua, anch’essa curvilinea che terminava con un fregio zoomorfo (la testa di cavallo). Sullo scafo, a prua, erano dipinti due grandi occhi che dovevano proteggere la nave dagli influssi malefici e che vigilavano sulla rotta. La propulsione di queste navi era garantita dalla presenza dell’albero maestro che sosteneva una vela rettangolare quasi sempre colorata, fissata con un pennone orientato secondo la direzione del vento. La forma e la posizione della vela consentivano alla nave di procedere unicamente con venti provenienti dal quadrante di poppa, e la direzione era data dal timone, un remo con pale asimmetriche molto ampie, che era fissato sul lato sinistro della nave in prossimità della poppa. Sul ponte dalla nave, sempre verso la parte poppiera, sorgeva il castello che offriva riparo a un equipaggio che raramente superava i venti uomini.
 
 
Le navi che componevano la flotta da guerra dei fenici (e poi di Cartagine) erano più sottili del naviglio commerciale: la loro lunghezza era sette volte la loro larghezza; ciò consentiva di ospitare un equipaggio più numeroso per disporre ai banchi il maggior numero possibile di rematori. La poppa era analoga a quella delle navi commerciali, ma la prua era armata di un rostro di bronzo, variamente sagomato, posto all’altezza della linea di galleggiamento e micidiale quando colpiva nei fianchi, sfondandola, una nave nemica. Ai lati della prua erano disposte figure rappresentanti occhi apotropaici sormontati da due fori attraverso i quali passavano i canapi per le ancore. Il ponte aveva due strutture di legno: quella di prua, il castello, ospitava gli arcieri e le catapulte; quella di poppa, il cassero, fungeva da riparo per l’equipaggio. Il governo della nave era assicurato da due timoni posti sui fianchi poppieri. La propulsione della nave da guerra era piuttosto complessa, poiché in battaglia erano necessarie evoluzioni e improvvisi cambi di rotta per colpire con il rostro ed evitare quello degli avversari. Pertanto sul ponte si drizzavano due alberi: uno stava al centro e recava la vela maestra, l’altro era a prua e inalberava una piccola vela che consentiva di governare la nave anche con venti trasversali. Durante gli scontri diretti le navi venivano disalberate e la loro propulsione avveniva soltanto a forza di remi. La nave da guerra subì modificazioni maggiori rispetto alla nave commerciale. La più antica fu la pentacontere, così chiamata perché aveva cinquanta uomini ai remi (venticinque per ogni lato); era lunga circa 25 metri e larga meno di 4. Tra il VII e il IV secolo a.C. la regina del Mediterraneo fu la trireme.
 
 
La rete commerciale dominata dai fenici del Libano, che erano sempre in cerca di metalli pregiati e di nuovi e più remunerativi mercati, avrebbe potuto dirsi veramente completa se fosse riuscita a creare un collegamento navale anche tra il bacino del Mediterraneo e il Mar Rosso. Ma i due bacini erano separati dalla striscia di terra tra la penisola del Sinai e la valle inferiore del Nilo, oggi tagliata dal canale di Suez, e la politica ebrea antifenicia non consentiva all’epoca (VII secolo a.C.) ingerenze in quel punto chiave. Nel 609 a.C. il faraone Neco o Nikau II, che era riuscito momentaneamente a porre sotto la sovranità egizia le città-stato della Fenicia, incaricò i naviganti fenici che si recavano a Gades di far ritorno navigando al largo delle Colonne d’Ercole e di rientrare in Egitto navigando il Mar Meridionale e risalendo il Mar Rosso. I fenici accettarono la proposta ma la portarono a termine in direzione opposta. Partendo dal Mar Rosso circumnavigarono il continente africano da oriente a occidente e rientrarono in Egitto dal Delta dopo un viaggio di circa tre anni. L’impresa è narrata da  Erodoto (ca. 485-ca.425 a.C.) che però mette in dubbio proprio la prova più evidente dell’avvenuto viaggio: i marinai riferirono di aver navigato avendo il sole alla loro destra. Nessun abitante dell’area mediterranea avrebbe mai potuto immaginare che l’astro del giorno, sempre a sud dello zenit (cioè a sinistra) nell’emisfero settentrionale, in quello meridionale passasse il polo celeste solo a settentrione, quindi a destra. Ciò significa che i fenici hanno compiuto ben prima di Vasco da Gama (1497) un’impresa destinata a impressionare ancora nel Quattrocento il mondo civile: la circumnavigazione dell’Africa.
 
 
“Che la Libia (l’Africa) sia tutta circondata dal mare, eccetto dove confina con l’Asia, è evidente da quando ne fornì la dimostrazione il re d’Egitto Neco. Egli, dopo che ebbe rinunciato a far scavare il canale tra il Nilo e il Golfo Arabico, fece partire una flottiglia di fenici, con l’ordine di tornare nel Mare Settentrionale (Mediterraneo) e in Egitto passando per le colonne d’Ercole. Dunque i fenici, partiti dal Mare Eritreo (Mar Rosso), navigarono attraverso il Mare Australe (Oceano Indiano): quando veniva l’autunno, sbarcavano e seminavano la terra nel punto della costa in cui erano giunti, e rimanevano fermi lì fino alla mietitura; dopo aver mietuto il grano, riprendevano il mare. Passarono così due anni e nel terzo, superate le Colonne d’Ercole, arrivarono in Egitto. Essi raccontarono un particolare per me incredibile, ma cui forse altri presterà fede: che, nel compiere la circumnavigazione della Libia, abbiano avuto il sole sulla loro destra”.
 
 
Dei fenici che, nel loro girovagare in mari sconosciuti, avrebbero deviato a ovest per giungere fino in America si parla con una certa ricorrente assiduità. Il professor Cyrus H. Gordon della Brandeis-University di Boston ha enunciato la teoria che i melungeons (una tribù indiana di pelle chiara del Tennessee orientale) discenderebbero dai fenici, come del resto affermano gli stessi indiani. E che dire della presunta iscrizione fenicia rinvenuta nei pressi di João Pessoa, nel Brasile settentrionale presso la costa atlantica, e resa nota nel 1874? Allora fu tacciata di falso, ma nel 1968 il professor Gordon, semitista autorevole, ne riaffermò vigorosamente l’autenticità in base a vocaboli e strutture sintattiche scoperte dopo il 1874. L’iscrizione recita:
“Noi siamo figli di Canaan, provenienti da Sidone, la città del re. Il commercio ci ha gettati su questa costa lontana, un paese di montagne. Abbiamo sacrificato un giovane agli dèi altissimi e alle altissime dee nell’anno diciannovesimo di Hiram, il nostro re potente. Ci siamo imbarcati nel Mar Rosso e abbiamo viaggiato con dieci navi. Fummo in mare insieme, per due anni, intorno al paese di Cam (l’Africa); ma fummo separati dalla tempesta. Così siamo giunti qui, dodici uomini e tre donne, su questa costa...Possano gli dèi altissimi favorirci”.
I dispersi dell’impresa di circumnavigazione dell’Africa, dunque, che avrebbero traversato l’Atlantico senza viveri e senza acqua, per lasciare un solo, fondamentale documento della loro presenza: 3500 chilometri per dire ‘‘Siamo qui”. In via teorica, incontrando correnti favorevoli, l’arrivo di un’imbarcazione fenicia sulle coste del Brasile settentrionale non è esclusa dai geografi. Del resto traversate lunghe e pericolose, su barche tradizionali, sono state tentate dai moderni per dimostrare la possibilità che le culture dell’antichità comunicassero tra loro attraverso gli oceani, lungo le direttrici dei venti e delle correnti prevalenti: l’antropologo norvegese Thor Heyerdahl nel 1947, con una zattera di balza battezzata Kon-Tiki, attraversò in 101 giorni di navigazione l’oceano Pacifico dalla costa peruviana alle isole Marchesi per dimostrare la possibilità che il popolamento della Polinesia fosse avvenuto dal Sudamerica e non dall’Asia come si è sempre ritenuto. Con lo stesso spirito, Heyerdahl attraversò, nel 1969 e poi nel 1970, l’Atlantico, dal Marocco alle Barbados, con imbarcazioni di papiro (Ra I e Ra II) costruite con la tecnica degli antichi egizi. Nel 1979 sul suo Tigris, un’imbarcazione di giunco replica fedele di una nave sumerica del IV millennio a.C., navigò nell’oceano Indiano, dallo Shatt-al-Arab all’Indo e dall’Indo al Corno d'Africa, seguendo le rotte che potevano aver collegato le antiche civiltà dei grandi fiumi. E allora, perché non i fenici in America?
 
 
Le prime attività commerciali delle città fenicie si svolsero prevalentemente nel bacino orientale del Mediterraneo e interessarono necessariamente regioni circonvicine quali l’Egitto, Israele, la costa meridionale dell’Anatolia e Cipro, per lo scambio di prodotti e di manufatti e per la necessaria ricerca di materie prime da rielaborare. Poi, verso la fine del I millennio l’attenzione dei fenici si volse all’occidente mediterraneo, dove essi funsero da collettore stabile di materie prime da inviare verso il mercato orientale.
 
 
Le prime notizie relative ai commerci fenici risalgono alla metà del III millennio a.C. quando il faraone Snefru fece annotare su una lastra di basalto nero (trovata in Egitto e ora custodita a Palermo), di aver fatto venire da Biblo ‘‘quaranta carichi di nave di legno di cedro”. Che il legno di cedro costituisse una ricchezza per i fenici risulta anche da fonti bibliche; tale materiale rimase a lungo il maggiore prodotto di esportazione. Ma i fenici scoprirono presto che beni di massa come il legname rendevano quando erano trasportati da Biblo, Sidone o Tiro fino al Nilo o alla vicina Israele, mentre invece non rendevano quando erano trasportati a distanze maggiori e in paesi lontani. Già commerciarli fino a  Cipro non costituiva un affare. Meglio allora sostituire gli odorosi tronchi con prodotti di alto valore, ma poco ingombranti, il cui trasporto fosse remunerativo anche se in piccole quantità. Dai materiali oggetti di commercio o di importazione si deducono agevolmente gli orizzonti dell’Oriente mediterraneo entro i quali operavano in questo periodo le città della Fenicia e sui quali ci informa il profeta Ezechiele. A partire dagli ultimi due secoli del II millennio, i commerci fenici si svolsero però principalmente nel bacino del Mediterraneo occidentale e interessarono quasi esclusivamente l’approvvigionamento dei metalli. Lavorati dagli artigiani delle città-stato che ne facevano oggetti di rara bellezza o rivenduti allo stato grezzo ad acquirenti disposti a pagarli a caro prezzo, essi rappresentavano una cospicua fonte di guadagno. La penisola iberica era sicuramente la regione più ricca di questa materia prima e, come riferisce Diodoro Siculo, ad essa i fenici si volsero tra il 1100 e l’800 a.C., prima da soli poi in concorrenza con i greci. Gades (Cadice) ebbe importante funzione strategica perché consentiva ai fenici il controllo dello Stretto di Gibilterra e l’accesso commerciale al regno di Tartesso.
 
 
Gli egizi chiamavano il Libano ‘‘altopiano dei cedri” e fin dal Regno Antico inviarono spedizioni nelle sue enormi foreste per procurarsi legname con cui fabbricare sia alberi per le loro navi sia le grandi travi dei tetti degli edifici più imponenti. Lo stesso fecero gli ebrei quando Salomone edificò il Tempio di Gerusalemme. Il cedro, o, più esattamente, la particolare specie della famiglia delle pinacee presente unicamente in alcune zone costiere del Mediterraneo (Cedrus Libani), è un albero imponente. In terreno libero il fusto può raggiungere i quaranta metri di altezza e i quattro di larghezza; i rami tendono ad attorcersi, anche se verso l’esterno formano un tetto a pagoda, spesso quasi uniforme. Nei giorni più caldi la pianta emana un profumo fresco e asprigno, la seconda qualità che rendeva prezioso l’albero agli egiziani. Essi ricavavano dal suo legno non solo materiali da costruzione, ma anche uno speciale olio balsamico color giallo scuro; con esso imbevevano le bende nelle quali avvolgevano i cadaveri dei re destinati alla mummificazione. La pianta del Libano divenne quindi sacra. Lo stato libanese ne ha fatto il suo emblema.
 
 
Questa relazione composta dal profeta Ezechiele (VI secolo a.C.) potrebbe passare, se si prescinde dallo stile innico, per un pezzo di economia nello stile di un giornale moderno:
 
“Tutte le navi e i loro marinai erano presso di te (la Fenicia in generale) per scambiare la tua merce... Javal, Tubal e Meshec (gli stati greci di Anatolia) commerciavano con te, scambiavano le tue merci con schiavi e oggetti di bronzo. Quelli della casa di Togarma (Armenia), in cambio delle tue merci, ti inviavano cavalli da tiro, cavalli da corsa e muli. Pure gli abitanti di Deden (Arabia) trafficavano con te; numerose isole (forse dell’Oceano Indiano) ti erano sottomesse e ti portavano, come tributo, corni d’avorio ed ebano. Edom (in Siria) commerciava con te, grazie alla ricchezza dei tuoi prodotti; ti dava carbonchio, ricami, bisso, coralli, rubini, in cambio delle tue merci. Giuda e Israele, anch’essi commerciavano con te; come cambio di merce ti davano grano, profumi, miele, olio e balsamo. Damasco era tua cliente e ti forniva vino e lana... I mercanti di Sheba e Raama (Yemen) ti facevano pervenire aromi di prima qualità, pietre preziose e oro; Haram, Canne, Eden (Mesopotamia), di Assur (Iraq) e Chilmad (Persia) trafficavano con te stoffe preziose, tappeti tessuti a vari colori, funi ritorte e robuste. Le tue navi navigavano per il tuo commercio e tu diventasti ricca e gloriosa nel cuore dei mari”.
 
 
I greci parlavano di Tartesso con accenti mitici e la dicevano governata da monarchi semidivini, come Gerione, il mostro dalle tre teste a cui Ercole rubò i buoi dopo aver posto all’altezza di Gibilterra i confini del mondo. La localizzazione molto discussa di questo regno quasi certamente deve essere individuata in quella regione dell’Andalusia occidentale compresa tra Huelva e il basso corso del Guadalquivir. Huelva era una delle più produttive zone minerarie di tutto il Mediterraneo (dove i greci - non a caso - collocavano il giardino delle mele d’oro delle Esperidi) e il Guadalquivir costituiva la via di penetrazione verso la zona mineraria interna della Sierra Morena. Le ricchezze favolose di Tartesso attrassero anche i greci (focesi) che cercarono di competere con i fenici nell’avventura occidentale, ma i loro furono contatti abbastanza sporadici che non affiancarono, né tanto meno soppiantarono, la colonizzazione fenicia. Grazie a questi contatti la cultura tartessica toccò il suo apice nel VII-VI secolo a.C., ma si esaurì nel V secolo a.C. quando il mondo fenicio di tradizione orientale entrò in crisi.
 
 
Un aspetto interessante sul modo in cui i fenici svolgevano i loro commerci e che contraddice il drastico giudizio negativo di Omero su di loro ci viene dallo storico greco Erodoto.
 
“Quando i fenici raggiungevano terre nuove in cui fare commercio tra i popoli che le abitavano, scaricavano le loro mercanzie e, dopo averle disposte in ordine lungo la spiaggia, risalivano sulla nave da dove alzavano una fumata. Allora gli indigeni vedendo il fumo andavano al mare e in sostituzione delle mercanzie deponevano oro, ritirandosi poi lontano dalle merci. I fenici sbarcavano e osservavano: se l’oro sembrava loro degno delle mercanzie, lo raccoglievano e si allontanavano, se invece non sembrava degno, risalivano sulla nave e restavano in attesa. E gli indigeni tornavano a farsi avanti deponendo altro oro finché i mercanti rimanevano soddisfatti. E non si facevano torto a vicenda, perché né i fenici toccavano l’oro prima che gli indigeni l’avessero reso uguale al valore delle merci, né questi toccavano le merci prima che i fenici avessero accettato l’oro”.
 
 
L’attività industriale dei fenici era costituita soprattutto dall’abilità di rielaborare le materie prime raccolte nei mercati oltremarini, pertanto la ricerca di tali materiali era necessaria per alimentare le botteghe della madrepatria. Si ricordano a questo proposito in particolare la lavorazione dell’avorio con cui si ottenevano pissidi, amuleti e, soprattutto, intarsi di particolare pregio artistico da inserire in suppellettili lignee come seggi, letti o stipi molto richiesti presso le corti del Vicino Oriente. Lucroso era anche l’intaglio delle pietre preziose o dure, quali il lapislazzuli e la corniola, dalle quali si ricavavano pendenti o sigilli. Un peso importante nell’economia fenicia aveva anche la gioielleria che giunse a tecniche molto raffinate, come la laminazione dell’oro, che permetteva la copertura di metalli più vili, la granulazione dell’oro, ottenuta tramite la fusione di microgocce in polvere di carbone vegetale inserite nella fusione del metallo, e la lavorazione a sbalzo delle coppe in lamina d’argento o di bronzo, ottenuta mediante la martellatura in stampini di legno o di cuoio. Per quanto riguarda i metalli non pregiati, con il rame e il prezioso stagno si ottenevano articoli di  bronzo (spilloni, vasi, coppe e oggetti spesso molto complessi, assemblati da più parti lavorate separatamente); in ferro venivano realizzati soprattutto armi e utensili necessari alla vita quotidiana (cesoie, teste di aratro, coltelli ecc.). Le industrie portanti dell’economia fenicia furono però quella della porpora e quella del vetro. La porpora, che consentiva la tintura indelebile, perciò particolarmente pregiata, delle stoffe di lino o di lana prodotte localmente o importate dall’Egitto, connotò addirittura con il suo colore (phôinix) il nome stesso dei fenici; il vetro, del quale è attribuibile ai fenici non tanto la paternità quanto la diffusione, fu ampiamente oggetto di commercio in tutto il mondo antico.
 
 
Il materiale base per la fabbricazione della porpora i fenici lo avevano ampiamente disponibile nei bassi fondali rivieraschi del Mediterraneo. Il colorante si trovava nella ghiandola di una piccola conchiglia marina (Murex brandaris e Murex trunculus della famiglia Purpuride) presente in quasi tutti i mari caldi. Il murice veniva pescato tra l’inizio dell’autunno e la fine dell’inverno e tenuto in apposite vasche fin quando era ‘‘maturo” per produrre la tintura. A quel punto veniva ucciso e gli si toglieva la ghiandola, da cui si estraeva un liquido biancastro. Questo liquido, con l’aggiunta di aceto o di urina (sostanza acida), era lasciato al sole finché il suo colore, da giallo, diventava rosso porpora. La tintura veniva fatta concentrare mediante bollitura e, più o meno diluita produceva gradazioni di colore che variavano dal rosso-cupo al violaceo. Per produrre pochi grammi di porpora dovevano morire oltre diecimila murici, quindi l’industria della porpora non poteva essere diretta a un consumo di massa, ma solo per pochi ricchi. I panni rossi di Tiro e Sidone rimasero sempre un articolo di lusso insuperabile e in epoca più tarda furono riservati solo a imperatori, re e senatori. Il loro prezzo era molto alto, di solito si scambiava con una quantità di argento avente lo stesso peso dell’articolo venduto.
 
 
Accanto ai boschi di cedro - che però non ricrescevano con la stessa velocità con cui venivano tagliati - in Fenicia non c’era altro che sabbia e mare. Il mare era la prima enorme ricchezza dei fenici, ma anche dalla sabbia essi seppero trarre profitto. La sabbia della costa libanese contiene notevoli quantità di quarzo, acido silicico puro in forma cristallina, che costituisce la parte più importante del vetro. I fenici mescolavano la sabbia di quarzo con il sodio (che ricavavano dalle ceneri delle alghe), e vi aggiungevano alcali calcarei; scaldavano il tutto alla temperatura di ottocento gradi e ottenevano la pasta di vetro, un prodotto viscoso e di rapido indurimento che si lasciava formare in perline, in bottigliette (sopra un nucleo d’argilla) o anche in recipienti elegantemente modellati. I fenici avevano appreso questo processo di fabbricazione dagli egizi, che lo attuavano dal IV millennio a.C., e lo sfruttarono a fini industriali supportati dalla loro formidabile rete commerciale. Il vetro dei fenici era migliore di quello egiziano perché dopo una serie di lunghi tentativi essi riuscirono migliorarlo in maniera inaspettata: a Tiro, ma soprattutto a Sidone, sorsero officine dai cui forni uscì il primo vetro trasparente della storia che, probabilmente, i fenici riuscirono anche a soffiare.
 
 
La religione fenicia, della quale peraltro abbiamo una scarsissima documentazione, non costituì un complesso unitario; a causa del frazionamento politico del territorio ogni città provvide in modo autonomo al culto, adorando le proprie divinità. Al di là delle differenze è possibile tuttavia ritrovare elementi comuni. È ampiamente attestata una triade divina comune composta da un dio protettore della città, da una dea della terra feconda, e da un giovane dio che con la sua morte e con la sua successiva rinascita sancisce il ciclo annuale della vegetazione. Quindi, benché i fenici dipendessero quasi completamente dal mare, la loro era una religione legata alla terra: questo perché il culto e le pratiche religiose sono molto più antiche della navigazione e del commercio.
 
 
Come in gran parte delle religioni delle civiltà storiche del Mediterraneo antico, anche in quella fenicia il complesso delle credenze e dei riti costituisce un complesso sistema politeistico caratterizzato dalla venerazione di molti esseri sovrumani che rappresentano, nel loro insieme, la totalità dei bisogni e degli interessi dell’uomo e della società. Il termine generico che designa la divinità è el (femminile elat), ma El è anche il nome proprio di un dio, l’essere supremo e padre degli dèi, garante di tutte le istituzioni politiche e sociali. Quello dei nomi personali divini utilizzati come epiteti o nomi comuni è un aspetto caratteristico della religione fenicia che si verifica specialmente nel caso di Baal; lo troviamo dovunque col significato di ‘‘signore” o ‘‘padrone” applicato a varie divinità maschili (Baal Hammon), ma è anche il nome personale di un dio e poi, accompagnato da una serie di specificazioni, e attributi, indica divinità autonome e distinte personalità sovrane (Baal del Libano; Baal Shamem, ‘‘signore del cielo” (designato a Biblo anche col nome egizio di Seth); Baal Addir, ‘‘signore potente”; Baal Malage, ‘‘signore dell’abbondanza” ecc.). Talvolta hanno la preminenza alcune divinità femminili: Astarte, Baalat, Tanit connesse sempre alla fecondità, alla prosperità, all’amore e alla guerra. La loro morfologia e i loro tratti distintivi non sono tuttavia sempre definiti e l’una si confonde spesso con l’altra, inoltre col nome di Baalat, sono indicate le varie ‘‘signore” dei pantheon cittadini (Baalat di Biblo o Afrodite). Accanto alle divinità connesse con particolari luoghi o elementi dell’universo troviamo poi esseri divini legati alle varie attività umane e ai pericoli che le minacciano: Reshef che con la sua collera provoca le malattie; Chusor, il dio fabbro e artigiano; Horon, dio benefico invocato contro il veleno dei serpenti. A Tiro, dal X secolo, fu adorato anche Melqart il cui nome significa ‘‘Re della città”, modello ideale del sovrano fenicio, presto identificato con l’Eracle greco; a Sidone prevalse Eshmun, dio guaritore identificato con Asclepio.
 
 
Astarte o Asthera era una divinità molto antica, identificabile con la dea-madre diffusa e adorata da tutte le popolazioni del Medio Oriente nel III-II millennio a.C. In Fenicia il suo culto risulta attestato soprattutto a Sidone e a Biblo, dove sono state rinvenute numerose iscrizioni con dediche in cui re e regine si dichiaravano suoi sacerdoti. Nel I millennio a.C. il culto di Astarte si diffuse ben oltre i confini della Fenicia raggiungendo tutte le terre del Mediterraneo in cui i fenici fecero scalo. E soprattutto il culto si affermò a  Cipro dove Astarte regnò nella colonia di  Kition che, nel IX secolo a.C., le dedicò un grande tempio in cui veniva praticata la prostituzione sacra (sia maschile che femminile), un elemento non secondario che contribuì alla fama di santuari a lei dedicati a Pafo, Erice, Pyrgi e Sicca Veneria (l’odierna Kef in Tunisia). La prostituzione sacra, esercitata sistematicamente dalle schiave del tempio, distinguibili per l’acconciatura dei capelli e per l’emblema che portavano in fronte, portava grande ricchezza ai santuari. Nel mondo greco Astarte era identificata con Afrodite.
 
 
Della mitologia fenicia sappiamo poco perché i miti non venivano trasmessi oralmente come nella tradizione classica, ma scritti e raccolti dai teologi e utilizzati nel culto e nelle cerimonie ufficiali. Ciò che è giunto a noi proviene dalla Storia fenicia di Filone di Biblo (I-II secolo d.C.) che l’autore asserisce di aver tradotto in greco da un originale redatto dal leggendario sacerdote Sanhuniathon (Sancuniatone) di Berito, vissuto ai tempi della guerra di Troia. Nella tradizione fenicia l’universo avrebbe avuto origine da un grande uovo cosmico uscito dal caos primordiale e apertosi in due per realizzare la separazione di cielo e terra. Poi nacquero gli dèi, ai quali seguirono i fondatori della civiltà umana: Usoos, l’inventore dell’abbigliamento (con pelli di animale) che per primo osò avventurarsi sul mare; Aion scopritore del nutrimento degli alberi, mentre Agreo e Halieo inventarono la caccia e la pesca. Poi venne Chusor, il fabbro esperto in arti magiche e in seguito nacquero gli inventori dell’arte edilizia, quindi quelli che insegnarono l’organizzazione del villaggio, l’agricoltura e l’allevamento, la scrittura e la navigazione. Nella genealogia degli dèi, secondo Filone, al vertice stanno Elium, ‘‘l’eccelso” e la Baalat di Berito; da loro discende Urano che genera El (cioè Crono), Baitylos, Dagon (Grano) Astarte e molti altri figli. Il contrasto nato tra loro diede origine alla guerra per la sovranità del mondo da cui uscì vincitore El. Tra gli dèi che gli erano stati fedeli e che lo avevano aiutato, El spartì la sovranità sulle città fenicie.
 
 
Nel mondo punico le cariche sacerdotali più alte erano appannaggio del sovrano e dell’aristocrazia oligarchica che officiava le cerimonie liturgiche in occasione di feste o in momenti particolari della vita sociale, politica o militare della città. Gli uffici di culto regolari e quotidiani erano invece affidati ad un apposito personale strutturato gerarchicamente e articolato in vari livelli di ministero. Due cariche erano particolarmente importanti: quella del ‘‘sacrificatore” e quella, meno chiara, del ‘‘risuscitatore della divinità” che appare in numerose iscrizioni e che probabilmente si collega alle feste in cui alcuni dèi (come Baal-Adon e Melqart) muoiono e risuscitano ogni anno per celebrare il rito delle stagioni. Più esauriente la documentazione sul sistema sacrificale. Possediamo alcuni tariffari, affissi all’entrata dei templi, che ci informano sulle vittime, sulla tipologia dei sacrifici e sulla tassa da pagare. Le vittime erano buoi, vitelli, arieti, agnelli, volatili da cortile, che potevano essere sacrificate in vari modi; al clero andava una certa somma di denaro e una parte della carne della vittima.
Molti considerano rito caratteristico della religione fenicia e punica il sacrificio umano, più in particolare il sacrificio sul rogo di fanciulli detto molk (possesso). Ricordata sia dalla Bibbia che dagli autori classici, le notizie su questa pratica furono ritenute attendibili quando le ricerche archeologiche individuarono, in alcune colonie fenicie del Mediterraneo centro-occidentale (ma non in Fenicia), delle aree sacre, poste nei ‘‘luoghi alti”, con urne contenenti resti incinerati di bambini. Oggi una riconsiderazione globale della questione esclude che i fenici praticassero sacrifici umani se non in contesti eccezionali, in cui la gravità della situazione richiedeva interventi religiosi di maggiore incisività, come del resto succedeva in tutto il mondo antico. Il tofet (termine ebraico che designa il recinto sacro) non era altro che un santuario dal carattere pubblico e comunitario con funzione di necropoli infantile, destinata ad accogliere i resti di bambini precocemente defunti, e che per questo venivano ‘‘offerti” alle divinità per assicurare ai sopravvissuti la loro benevola protezione.
 
 
Il contributo più originale ed essenziale dei fenici alla nostra civiltà è la scrittura alfabetica. La miglior prova della vitalità del sistema di scrittura da loro messo a punto è costituita dalla sua diffusione nello spazio e nel tempo. Da esso - direttamente o indirettamente, e con varie modifiche - derivano la scrittura ebraica, l’indiana, l’araba, la greca e la latina. Praticamente tutto il mondo, a eccezione delle civiltà dell’Estremo Oriente, ‘‘scrive fenicio”.
Solo nelle città-stato fenice, comunità di uomini ricchi di iniziativa e di senso pratico, aperti alle novità e non soggetti alle tradizioni immobili e paralizzanti del tempio e del palazzo come erano quelle mesopotamiche e soprattutto egizie, poteva svilupparsi quello che è il contributo originale ed essenziale dei fenici alla civiltà mondiale: la scrittura alfabetica. Ai macchinosi sistemi di scrittura ideati dagli egizi e dai sumeri e rimasti in uso senza apprezzabili variazioni per tutto il III e II millennio a.C., i fenici sostituirono - o inventandolo essi stessi o perfezionando un’invenzione sorta altrove nell’area siro-palestinese - l’alfabeto che noi adoperiamo ancora oggi. Il sistema di scrittura fenicio, le cui testimonianze più antiche risalgono al 1200-1100 a.C., rappresentò, per l’idea che lo ispirava, qualcosa di assolutamente nuovo. Non occorsero più centinaia di segni complicati (i geroglifici, i caratteri cuneiformi), ma la parola umana fu analizzata e scomposta nei suoi elementi essenziali, i suoni (o fonemi), a ognuno dei quali corrispose un segno. Nell’alfabeto fenicio sono però rappresentate solo le consonanti, mentre le vocali furono introdotte dai greci. Così i segni, le ‘‘lettere”, diventarono da molte centinaia una ventina e poterono servire a fissare per iscritto qualsiasi lingua. Con l’invenzione dell’alfabeto si realizzò un progresso immenso nella storia della civiltà; i sistemi degli egizi e dei babilonesi richiedevano uno studio approfondito, e lo scriba era un professionista non meno specializzato di un medico o di un architetto. Con l’alfabeto leggere e scrivere divennero alla portata di una massa di persone infinitamente più vasta e la cultura fu sottratta al monopolio di una ristretta classe di sacerdoti e di scribi. E non importa se la ragione di questa ‘‘semplificazione” del sistema di scrittura sia stata dettata da ragioni commerciali, un metodo semplice e veloce per registrare merci e transazioni: l’apparizione delle prime forme di scrittura nella Mesopotamia del IV millennio a.C. era avvenuta con la stessa funzione.
 
 
Cartagine fu l’unico fortunato tentativo di colonizzazione stabile compiuto nel Mediterraneo orientale da una popolazione originaria del Vicino Oriente  prima della conquista araba dell’Africa settentrionale avvenuta più di mille anni più tardi, durante il secolo di Maometto.
Quando la madrepatria cadde in mano allo straniero, Cartagine rimase libera e continuò a essere un centro d’irradiazione della civiltà fenicia.
 
 
 
Il nome fenicio di Cartagine (Qart Hadasht) significa ‘‘città nuova”, in contrapposizione alla vecchia città fenicia di Utica che la Storia Naturale di Plinio il Vecchio fa risalire al 1101 a.C. Secondo la tradizione, la colonia di Qart Hadasht venne fondata sulla costa tunisina dai fenici di Tiro nell’814 a.C., trentotto anni prima che i greci iniziassero a computare gli anni in base alle celebrazioni di Olimpia che si svolsero per la prima volta nel 776.
 
 
La costa dell’Africa settentrionale era desolata e poco ospitale: dune, scogliere a picco, scarsità di porti sicuri e ancoraggi che non offrivano alcun riparo dai venti del nord. Altrettanto privo d’attrattive appariva l’entroterra, difficile da penetrare perché percorso, per lunghi tratti, da catene montagnose in direzione parallela alla costa. Erano poi presenti su tutta la zona bestie feroci come leoni, elefanti, pantere, iene, orsi. Le regioni coltivabili erano poche e poco estese, abitate da popolazioni indigene fra le più arretrate quanto a progresso materiale tra tutte quelle delle coste del Mediterraneo occidentale. Alcune conducevano vita sedentaria, specie in Tunisia, ma la maggioranza era costituita da pastori seminomadi, riuniti in piccoli clan o tribù. Più tardi alcune di queste tribù si unirono formando stati relativamente grandi, ma ancora racchiusi in zone geografiche ben delimitate. Quando i fenici cominciarono a scegliere luoghi dove fondare colonie che avrebbero dovuto servire da basi mercantili o da posti di rifornimento di acqua e di viveri per le loro navi, essi cercarono anzitutto località facilmente accessibili dal mare, ma non da un’entratura potenzialmente ostile, o isole al largo della costa, o penisole fortificabili e con baie sabbiose dove si potessero tirare in secco le navi.
 
 
La zona di Cartagine rispondeva alle esigenze con cui i fenici sceglievano i luoghi dove fondare colonie, e in più consentiva l’espansione nei fertili territori circostanti. A nord-est dell’odierna Tunisi, aggetta in mare, per 16 chilometri, una penisola a punta di freccia. Nella sua estremità orientale si levano sulla spiaggia alcune piatte alture che non superano i 60 metri, costeggiate da lagune contigue, una delle quali collegata al mare. Su una di queste alture, distante meno di un miglio dal mare, sorse la prima cittadella di Cartagine, Byrsa, facilmente difendibile. La costa attorno era esposta ai venti del nord e dell’est, con l’unica eccezione della piccola baia di el-Kram, volta a sud e protetta a est da un breve promontorio. Si trattava di un autentico ‘‘paesaggio fenicio”: spiaggia piatta, insenature protette, uno stretto collegamento con la terraferma facilmente sbarrabile, e, alle spalle, un vasto e fertile entroterra. Qui gettarono le ancore i primi fenici e sbarcarono i primi coloni; nell’immediato retroterra fu costruito il porto artificiale e, a meno di cento metri verso ovest sorse il recinto sacro, il tofet detto anche ‘‘Santuario di Tanit”, consacrato proprio dai primi coloni.
 
 
Le leggende fiorite intorno alla nascita di Cartagine sono narrate dalle fonti classiche in cui i dati reali provenienti dalla tradizione fenicia si mescolano a motivi greci acquisiti successivamente. La più popolare fa risalire tutto ad una contesa dinastica avvenuta a Tiro. "Durante il suo settimo regno, re Pigmalione (820-270 a.C.) volle impadronirsi del cospicuo patrimonio di suo zio Acherbas, che era anche sposo della principessa Elissa, la sorella di Pigmalione, nonché sacerdote del dio Melqart. Il fatto di sangue provocò la fuga da Tiro di Elissa e di un gruppo di cittadini ostili a Pigmalione. Gli esuli lasciarono la Fenicia per raggiungere la vicina  Cipro, dove il gran sacerdote della dea Astarte si unì a loro, a condizione che in una nuova fondazione l’ufficio di sacerdote della dea si trasmettesse ereditariamente in seno ai membri della sua famiglia. Per assicurare la continuità della colonia furono aggregate al gruppo ottanta vergini che erano state destinate alla prostituzione sacra. Partiti verso Occidente, Elissa e il suo seguito approdarono sulla costa africana dove stabilirono buoni rapporti con la popolazione locale. Ai fenici fu concesso di comprare un terreno, vasto quanto poteva esserlo una zona coperta da una pelle di bue. Elissa allora fece tagliare la pelle in strisce sottilissime, che circondarono tutta la collina, chiamata per questo Byrsa (in greco ‘‘pelle di bue”). Acquistata con tale inganno l’area del primo insediamento, Elissa attivò i commerci con le popolazioni vicine che invitarono i nuovi arrivati a fondare una città. Ma il capo indigeno Iarba pretese, sotto la minacce delle armi, di avere in sposa Elissa che preferì uccidersi gettandosi nel fuoco piuttosto che tradire la memoria di Acherbas." Questa leggenda fu ripresa anche da Virgilio nell’Eneide.
 
 
Ecco come Virgilio racconta nell’Eneide la fondazione di Cartagine ad opera di Didone (Elissa). È da notare che Virgilio, probabilmente sulle tracce di un autore più antico, Nevio, ambientò il suo racconto parecchi secoli prima della fondazione effettiva di Cartagine, allo scopo di poterlo inserire nella saga di Enea, fuggiasco da Troia e in procinto di fondare Roma. In tal modo avvicinò in maniera drammatica i fondatori delle due città che si sarebbero poi contese il dominio del Mediterraneo.
 
"Punico regno vedi, popolo tiro, ma africana è la terra.
Didone regge il comando, partita da Tiro
per fuggire al fratello. Lunga storia d’offese,
lungo intrico, ma seguirò a sommi capi.
Le fu sposo Sicheo, fra i fenici il più ricco di campi,
dalla misera amato con grandissimo amore;
ché a lui vergine il padre l’affidò, gliela univa
in prime nozze. Aveva il regno di Tiro il fratello
Pigmalione, assassino feroce su quanti mai furono.
E folle odio nacque tra quelli. Egli col ferro,
empio, davanti agli altari, cieco per brama d’oro,
uccide indifeso Sicheo, a tradimento, senza aver cuore
per l’innamorata sorella. E a lungo celò il delitto, la misera
amante illuse con molte finzioni, con vana speranza, crudele.
Ma ecco a lei venne, nel sogno, dell’insepolto marito
il fantasma, pallida terribilmente levando la faccia,
e mostrò l’are atroci, mostrò il petto trafitto,
tutta la tenebrosa colpa della casa scoprì.
Poi d’affrettare la fuga le ispira, di uscir dalla patria,
e, aiuto alla via, le schiude, sepolti nel suolo,
tesori antichi, quantità ignota d’oro e d’argento.
Così, sconvolta, Didone cercava fuga e compagni.
E s’adunarono quelli che avevano odio crudele
contro il tiranno o tristo terrore: navi per caso già pronte
s’appropriano, carican l’oro, si portano i beni
di Pigmalione avaro pel mare: guida è una donna.
Giunsero ai luoghi dove tu grande ora vedi
le mura e la rocca della Città Nuova sorgere,
e contrattarono il suolo - dal fatto il nome Birsa -
quanto potesse cingere una pelle di toro."
Virgilio, Eneide, I, 335-370
 
 
Distrutta nel 146 a.C., fatta ricostruire da Giulio Cesare nel 46 a.C. come colonia di cittadini romani, dall’inizio dell’età imperiale romana Cartagine venne abbandonata a se stessa, avviata verso un lento e inesorabile degrado. Il porto si interrò e il saccheggio dei marmi e dei graniti continuò fino al medioevo; con essi furono costruiti, fra l’altro, anche il duomo di Pisa e quello di Genova. Oggi, grazie alle fonti storiche e alle moderne ricerche archeologiche, siamo in grado di ricostruire vari elementi dell’impianto urbanistico e della vita della Cartagine fenicia.
 
 
Il cuore dello sviluppo della nuova colonia fu il porto, situato dove si trovano ora le due lagune a nord della baia di el-Kram, meno di un miglio sotto la collina di St. Louis (Byrsa). Si trattava di due bacini scavati nella roccia (cothon), uno quasi rettangolare e uno posteriore circolare. Un canale artificiale lungo una trentina di metri e largo 22, sbarrabile in caso di necessità per mezzo di una catena di ferro, li collegava entrambi al mare. La parte esterna dell’installazione, cioè il porto rettangolare, doveva servire da fonda per le navi mercantili, quella interna, il porto circolare, per le navi da guerra. A guardare i resti dei due bacini si resta stupiti della loro esigua dimensione: il porto mercantile misura all’incirca 50x150 metri, il diametro del porto militare non supera i 100. Viene da chiedersi come una potenza militare del calibro di Cartagine riuscisse a ospitarvi l’intera flotta. Ma si sa che i fenici facevano entrare in porto solo le navi da caricare e scaricare: le altre restavano fuori, nelle basse acque costiere, dove gettavano l’ancora o venivano tirate in secco a riva; c’era poi un altro molo che si protendeva molto in avanti nella baia di el-Kram. Inoltre in inverno la navigazione cessava quasi totalmente. Il porto militare comunque, malgrado la sua piccolezza, era in grado di ospitare 200 navi.
 
 
Così lo storico greco Appiano (II secolo) descrive Cartagine e i suoi porti:
 
‘‘Cartagine sorgeva nel grande golfo d’Africa ed era circondata dal mare in modo da assumere la forma di una penisola, congiunta alla terraferma da un istmo largo 25 stadi (circa 4600 metri). Era dotata di due porti in collegamento tra loro; il primo era il porto mercantile, l’altro, il porto interno, era riservato alle navi da guerra, e in mezzo ad esso era posta un’isola circondata - come il porto - da potenti banchine. L’isola, sulla quale sorgeva il palazzo dell’ammiraglio, si trovava di fronte all’entrata del porto, in modo che da Cartagine si potesse vedere tutto ciò che avveniva a grande distanza, mentre dal mare non si poteva percepire nulla di quanto accadeva dentro i suoi due porti sicuri".
 
 
Cartagine era difesa da mura robustissime che resistettero a tutti gli attacchi, fino all’ultimo assedio romano. La loro lunghezza complessiva era di ventidue o ventitré miglia romane (34-35 chilometri), la maggior parte delle quali lungo la costa e quindi facilmente difendibili. Il tratto più importante era quello che sbarrava l’istmo che collegava la città alla terraferma, situato circa tre miglia a est del porto e della zona più densamente abitata. In questo tratto, l’unico di cui abbiamo una certa conoscenza, le mura erano alte più di dodici metri con torri di sessanta metri, a quattro piani, che sorgevano a intervalli regolari. All’interno delle mura vi erano stalle disposte su due piani: quelle inferiori potevano contenere trecento elefanti; quelle superiori quattromila cavalli che salivano e scendevano per mezzo di rampe. Vi erano inoltre magazzini e caserme per ventimila fanti e quattromila cavalieri. Un altro muro correva tutto intorno alla collina di Byrsa (St. Louis) che costituiva quindi la cittadella interna. Questa cinta aveva una circonferenza di due miglia e comprendeva anche la zona portuale e le abitazioni della città vecchia.
 
 
L’aspetto della città vecchia non doveva differire molto da quello odierno di molte città del Mediterraneo orientale poco modificate dalla civiltà moderna. Le vie erano strette e tortuose e in alcuni casi le case, simili alle insulae romane, avevano fino a sei piani (Cartagine è stata definita la Manhattan fenicia). Altri edifici minori presentavano tetti a balcone o coperture a volta. L’esterno di queste grandi costruzioni era semplicemente imbiancato a calce, senza alcuna apertura tranne una porta sulla strada; finestre e balconi si aprivano su un cortile interno. La muratura era costituita da grandi pietre squadrate di provenienza locale e di qualità scadente, ma nella maggior parte dei casi le pietre venivano usate solo per le fondamenta, mentre il resto della casa era di mattoni crudi. Per i pavimenti si usava una malta rosa con frammenti di marmo mescolati, e le pareti venivano stuccate. Non mancano esempi di decorazioni, come modanature in pietra o in stucco, capitelli e cornicioni. Degne di nota le soluzioni adottate per il sistema idrico, sia per l’alimentazione (cisterne), sia per lo scarico (doccioni, canaletti, pozzi neri ecc.).
 
 
Era il ‘‘luogo santo” di Cartagine, il santuario ‘‘non costruito” dedicato al culto di Tanit. Si trov       ava nell’area di Salammbô, a poche decine di metri a occidente del cothon, e vi sono state trovate migliaia di urne contenenti ossa carbonizzate di bambini e stele di varia forma, recanti per lo più iscrizioni, destinate a indicare il luogo della deposizione. Fu utilizzato dagli inizi della storia di Cartagine fino alla sua distruzione. La fase più antica è rappresentata da una piccola cappella: un vano quadrato di circa un metro di lato, con l’altare ricavato nella roccia. La cappella era preceduta da un cortile al quale si accedeva attraverso una sorta di labirinto ottenuto con tre muri curvi concentrici. L’elevato deposito di urne e di stele deposte in uno spazio non troppo ampio causò un eccessivo accumulo di materiali che indusse i cartaginesi a spianare periodicamente l’area. Il tofet era aperto a tutti senza discriminazioni: ai poveri e ai ricchi, alle donne e agli uomini; perfino gli schiavi potevano offrire sacrifici e lasciare offerte votive. Esso fu scoperto nel 1921 da un operaio che dissotterrò, per puro caso, la famosa stele detta del ‘‘sacerdote col bambino”.
Le necropoli di Cartagine cominciarono a venire alla luce nel 1878. Da allora migliaia di tombe sono state aperte e studiate a fondo, ma non è stato possibile arrivare a un conteggio esatto sia per gli scavi clandestini destinati a restare sconosciuti, sia per la mancanza di pubblicazioni che ha cancellato il ricordo di siti una volta noti. Le tombe sono per lo più a pozzo e a dromos; quelle a pozzo sono talvolta molto profonde e accessibili mediante ‘‘gradini” intagliati sui lati lunghi che si fronteggiano come nel caso della tomba n. 55 a Borj Jedid (31,86 m). In certi casi, come nella necropoli detta di Santa Monica, le celle sono sovrapposte come negli edifici a molti piani e si aprono sul pozzo di discesa. Nella necropoli di Rabs sono stati scoperti sarcofagi di marmo, dal peso di parecchie tonnellate, in celle funerarie a molti metri di profondità.
 
 
Il tempio più bello e più ricco che sorgesse a Cartagine all’epoca della distruzione era quello di Eshmun (identificato con il dio greco Asclepio) che si trovava sulla collina di Byrsa; vi si accedeva per mezzo di una scalinata monumentale di sessanta gradini. Gli autori antichi parlano di altri templi consacrati a Giunone (identificabile senza dubbio in Tanit o in Astarte) e ad Apollo; in quest’ultimo, secondo Appiano, c’era una cappella tappezzata di foglie d’oro che i  soldati romani di Scipione strapparono dai muri servendosi delle spade. Le iscrizioni puniche parlano di templi dedicati al culto di divinità quali Astarte, Tanit del Libano o Tanit della Grotta, Sid, Baal ma, a parte alcune cappelle identificate, purtroppo sul posto non ne rimane traccia.
 
 
Cartagine fu, insieme a Roma, uno dei pochi stati che i greci non consideravano ‘‘barbari” perché possedeva un’eccellente costituzione, lodata dagli stessi scrittori romani - e fra essi Cicerone Il governo oligarchico cartaginese ebbe cura di trattare le masse popolari con generosità assegnando loro una parte dei redditi provenienti dallo sfruttamento dei territori conquistati.
Questa precauzione contribuì non poco a evitare che nessuno, se non dopo la crisi economica che seguì la guerra di Annibale, parlasse di riforma.
Per quanto riguarda le forze militari, la popolazione di Cartagine era troppo scarsa per costituire un esercito ‘‘nazionale”, per cui i cartaginesi arruolarono mercenari tratti dalle comunità libiche, sarde e iberiche: evitarono così di distogliere i cittadini dalle attività commerciali da cui proveniva la ricchezza che consentiva, appunto, di finanziare le truppe.
Nel settore economico la principale attività dei cartaginesi riguardava l’approvvigionamento dei metalli.
Cartagine sfruttava inoltre in modo capillare le risorse agricole dei territori conquistati.
L’artigianato era fiorente e la produzione delle stoffe colorate raggiungeva quasi un livello ‘‘industriale”.
 
 
Le città-stato della Fenicia ebbero un loro re fino all’età ellenistica; non sappiamo invece se a Cartagine esistesse mai una monarchia, nemmeno nei primissimi tempi e nonostante le leggende della fondazione. Di sicuro sappiamo che il titolo del magistrato supremo della città era quello di sufeta, ‘‘capo” o ‘‘guida”, un termine (sufet) che i greci traducevano con ‘‘re”. Quando Cartagine era ancora soggetta a Tiro, il re della madrepatria aveva probabilmente nella città punica un suo rappresentante (viceré o governatore) per il quale il titolo di sufeta sarebbe stato perfettamente appropriato; quando poi la città si rese autonoma quel titolo venne attribuito al capo della colonia, benché questi venisse scelto dagli stessi coloni. Nel III secolo, all’apogeo della potenza cartaginese, i sufeti erano probabilmente due e rimanevano in carica per un solo anno: ciò rendeva l’istituzione simile al consolato romano. Secondo Aristotele nella scelta dei sufeti si teneva conto sia della ricchezza che del lignaggio, ma questi magistrati venivano eletti da un’assemblea plenaria di cittadini e forse, alla fine del mandato, era consentita la rielezione. Non ci sono noti i particolari dei poteri dei sufeti, ma sappiamo con certezza che, al contrario dei consoli romani, essi non avevano potere militare. Il loro compito era piuttosto quello di convocare e di presiedere il senato e l’assemblea popolare e di amministrare la giustizia; a loro erano sottoposti un tesoriere di stato e una serie di funzionari addetti al disbrigo di questioni pratiche (manutenzione dei porti, dei mercati ecc.).
 
 
A Cartagine la carica di generale, che conferiva il supremo potere militare, aveva carattere straordinario e la separazione di principio tra questa e i più alti uffici civili era un fatto unico nelle civiltà antiche, così come l’esenzione dei cartaginesi dal servizio militare. Ciò era dovuto al fatto che la vita di Cartagine era basata sul pacifico esercizio del commercio e che, non avendo la città nemici temibili in Africa, le guerre si svolgevano sul suolo straniero e potevano essere considerate come crisi da risolvere mediante incarichi temporanei. Chiunque poteva essere nominato generale anche se questa carica, come quella dei sufeti, era condizionata dalla ricchezza e dal lignaggio. L’incarico non aveva limiti di tempo e in parecchie famiglie, come quella dei Magonidi e dei Barcidi, si creò una tradizione militare. La posizione quasi extracostituzionale dei generali può spiegare in parte il severo trattamento usato ai condottieri sconfitti, considerati alla stregua di impiegati negligenti; ma allo stesso tempo essi erano temuti come potenziali eversori dello stato perché stavano a capo di eserciti mercenari. Ciò implicava una forma di controllo molto stretta sulla libertà d’azione dei generali che ‘‘camminavano” sempre, per così dire, ‘‘sul filo del rasoio”: un generale mediocre poteva essere ignorato e anche accettato; un generale di valore e di grande carisma era tenuto d’occhio con una certa diffidenza, per timore di una cospirazione.
 
 
Fin dai primi tempi dovette esistere a Cartagine un gruppo di cittadini anziani o eminenti che affiancava i sufeti. Era una sorta di senato i cui membri - alcune centinaia - rimanevano in carica per un periodo determinato. Gli argomenti della loro competenza erano pressoché illimitati: promulgavano le leggi, definivano le linee della politica estera, decidevano se intraprendere una guerra o a quali condizioni porvi termine, ricevevano le ambascerie, reclutavano gli eserciti, vigilavano sul contegno dei generali. A partire dal III secolo a.C. al più tardi, all’interno di questo senato generale esisteva un gruppo di trenta senatori che costituiva un comitato permanente addetto agli affari più urgenti e a questioni di ordinaria amministrazione. C’era poi la cosiddetta corte dei Cento (scelta sempre tra i membri del senato) che amministrava la giustizia e che col tempo ampliò i suoi poteri fin quasi a detenere il potere effettivo. Quanto all’assemblea dei cittadini, essa era chiamata in causa solo se senato e sufeti erano in disaccordo.
 
 
Nei primi tempi l’esercito cartaginese era composto da cittadini arruolati, come avveniva in tutte le città-stato dell’antichità, ma già ai tempi delle guerre in Sicilia esso consistette in buona parte di mercenari e di contingenti arruolati fra i popoli soggetti. I cittadini cartaginesi furono comunque sempre presenti nell’esercito, come i 3000 giovani, addestrati e arruolati nella fanteria pesante, che formavano la famosa ‘‘compagnia sacra” distintasi nel 339 a.C. contro i siracusani. Fra i soldati stranieri che facevano parte dell’esercito cartaginese i più numerosi erano i libi di Tunisia, particolarmente adatti a costituire la fanteria leggera; quindi gli iberici, armati di spade falcate; i balearici, arruolati come frombolieri (e pagati non in oro ma in donne); i celtici dotati di lunghe spade da taglio. I mercenari greci contribuivano a formare la falange, armati di lunghissime lance, mentre la cavalleria era costituita prevalentemente da numidi e mauritani. I generali erano sempre cartaginesi. L’arma vincente di questi eserciti erano all’inizio i carri falcati che spezzavano e scompaginavano gli schieramenti avversari; per essere efficienti essi avevano però bisogno di ampi spazi privi di asperità del terreno, per cui furono sostituiti dagli elefanti da battaglia che, potendo muoversi agevolmente anche su terreni accidentati, svolgevano strategicamente la stessa funzione dei carri. Per quanto riguarda la consistenza delle armate cartaginesi sembra che di norma non superassero le 30 mila unità, anche se quelle condotte in Italia da Annibale erano molto più numerose.
 
 
Le navi da guerra fenicie avevano pochi rivali nell’antichità. Tra il VII e il IV secolo a.C. la regina del Mediterraneo fu la trireme (o triera), inventata molto probabilmente dai sidoni; era lunga circa 36 metri e imbarcava un equipaggio di 180 uomini: 85 per lato, sovrapposti in tre file sfalsate, erano applicati ai remi, la parte restante costituiva il personale addetto al comando e alla manovra della velatura e un piccolo contingente di fanteria da sbarco destinata al combattimento. A Cartagine è invece attribuita dalle fonti classiche l’invenzione della quadrireme (o tetrera) in auge intorno al V secolo a.C., e in seguito della quinquireme (o pentera), utilizzata durante le guerre contro Roma. Gli equipaggi erano composti unicamente da cittadini di diritto cartaginese e comprendevano un ufficiale superiore addetto al comando, un ufficiale in seconda, un timoniere, trenta marinai addetti alle vele e alla coperta, e un numero di uomini ai remi compreso tra 150 e 300 secondo il tipo e la grandezza della nave. La propulsione avveniva a vela durante gli spostamenti, mentre durante le ostilità i due alberi di cui erano dotate le navi venivano smontati dai loro alloggiamenti e la manovra era fatta unicamente a remi. La flotta consisteva in dieci squadre di dodici navi ciascuna, munite di rostro, alle quali si aggiungevano numerose imbarcazioni che fungevano da collegamento. Le modalità e le tecniche degli scontri non erano molto cambiate rispetto a quelle dei secoli precedenti.
 
 
Il commercio aveva reso Cartagine la più ricca città del Mediterraneo: quando un greco o un romano dell’epoca ellenistica pensava a un cartaginese, se lo raffigurava nei panni di un mercante. Il commercio ha lasciato tuttavia poche tracce rilevabili mediante ricerche archeologiche perché la più alta percentuale di merci oggetto di questa attività (viveri di ogni tipo, metalli non lavorati, tessuti, pelli e schiavi) sono materiali deperibili; le importazioni e esportazioni di manufatti – che meglio si conservano – era soltanto una piccola parte del totale. Fino al III secolo, il traffico dal quale la città traeva i maggiori profitti era quello con le tribù più retrograde, le quali fornivano, in cambio di articoli di poco valore, i metalli preziosi: oro, stagno e probabilmente ferro con il quale i cartaginesi fabbricavano da sé le proprie armi. Gran parte di questi metalli era in transito, perché essi venivano nuovamente esportati dopo che l’erario aveva incassato la sua percentuale. Il monopolio di Cartagine nel Mediterraneo occidentale non serviva però solo ad accaparrarsi questi metalli: prodotti greci, egizi e campani rinvenuti sulle coste africane, in Sardegna e in Iberia dovettero giungervi a bordo di navi cartaginesi. Per questo i mercanti stranieri furono incoraggiati ad aprire empori nella città punica: i materiali da loro importati sarebbero stati riesportati dai mercanti cartaginesi. Il monopolio del mare implicava però trattati che ne imponessero il riconoscimento ad altri stati e una continua lotta contro i pirati.
 
 
Oltre a commerciare manufatti di produzione straniera, i cartaginesi possedevano industrie proprie che producevano articoli destinati all’esportazione. Prima di tutto tessuti colorati con la porpora, quindi oggetti d’avorio, entrambi prodotti per i quali i cartaginesi andavano famosi. C’erano poi gli athyrmata, quei ‘‘gingilli” tanto richiesti da tutte le popolazioni del Mediterraneo, e le armature che a centinaia uscivano giornalmente dalle botteghe cartaginesi, specie durante l'ultima guerra contro Roma. Gli artigiani specializzati nella lavorazione dei metalli erano numerosissimi e producevano anche una grande quantità di articoli di uso quotidiano destinati soprattutto alle tribù libiche e numide e alle popolazioni iberiche. I manufatti che uscivano dai laboratori di Cartagine (a parte le stoffe colorate che avevano alle spalle una tradizione millenaria) erano piuttosto dozzinali, poco originali e mancavano di talento artistico (chi voleva cose belle si rivolgeva ai greci), ma il loro stile, misto di tanti stili diversi, era adattissimo per gli oggetti che i mercanti cartaginesi esportavano in tutte le città ellenistiche. Proprio per questo nel III secolo a.C. Cartagine cominciò a battere moneta, senza la quale era impossibile commerciare con il mondo greco-ellenistico.
 
 
L’agricoltura, a Cartagine, fu importante quasi quanto i commerci e l’industria e la classe dei proprietari terrieri godeva lo stesso prestigio di quella mercantile. Le notizie che abbiamo ci sono giunte attraverso gli scrittori romani Varrone (116 ca.-27 a.C.), Plinio il Vecchio (23-79) e Columella (I sec. d.C.), autori di opere anche di argomento agricolo in cui sono spesso citati i testi del cartaginese Magone (IV secolo a.C.) che aveva raccolto l’esperienza punica. Le fertili terre attorno alla città, tutte in possesso dell’aristocrazia, vennero sottoposte a colture estensive, soprattutto cerealicole, affidate a contadini libici, ma grande cura veniva dedicata all’olivo e alla vite: il vino di produzione cartaginese che godette di maggior fama era il passum, ossia il passito. Tra le altre colture arbustive vanno ricordate quelle del mandorlo, del fico e del melograno che i latini chiamavano malum punicum (mela punica). I terreni della costa africana erano inoltre adatti, come del resto ancora oggi, all’allevamento di pecore e capre al quale i cartaginesi aggiunsero quello dei buoi, dei tori e dei cavalli. Anche se non propriamente allevati, venivano tuttavia addestrati per la guerra elefanti di una razza autoctona del Nord Africa, da tempo estinta, di taglia inferiore a quella degli attuali elefanti centro-africani.
 
[123811]
Ta il 318 e il 305 il tiranno di Siracusa Agatocle  portò la guerra sul territorio di Cartagine. Un passo di Diodoro Siculo (ca. 80-ca.20 a.C.), descrive come apparve agli occhi dei greci la campagna africana.
 
‘‘Il territorio che bisognava attraversare era disseminato di giardini e frutteti di ogni genere, poiché molti rivi erano incanalati e irrigavano ogni luogo. Apparivano senza interruzione case di campagna edificate con lusso e imbiancate a calce, che attestavano la ricchezza dei proprietari. Le ville erano piene di tutto ciò che contribuisce ai piaceri della vita, dato che gli abitanti, in un lungo periodo di pace, avevano messo da parte una grande quantità di beni. La terra era coltivata in parte a vite, in parte a ulivo, ed era ricca pure di alberi da frutto. Nelle restanti zone pascolavano in pianura mandrie di buoi e greggi di pecore, e i prati vicini erano pieni di cavalli al pascolo. In una parola, in quella zona si trovava un’opulenza varia, perché i cartaginesi più nobili avevano là i loro possedimenti e, grazie alle loro risorse, potevano dedicarsi al godimento dei piaceri della vita”.
 
[1241]
La religione fenicia, della quale peraltro abbiamo una scarsissima documentazione, non costituì un complesso unitario; a causa del frazionamento politico del territorio ogni città provvide in modo autonomo al culto, adorando le proprie divinità. Al di là delle differenze è possibile tuttavia ritrovare elementi comuni. È ampiamente attestata una triade divina comune composta da un dio protettore della città, da una dea della terra feconda, e da un giovane dio che con la sua morte e con la sua successiva rinascita sancisce il ciclo annuale della vegetazione. Quindi, benché i fenici dipendessero quasi completamente dal mare, la loro era una religione legata alla terra: questo perché il culto e le pratiche religiose sono molto più antiche della navigazione e del commercio.
 
[12411]
Il pantheon dei cartaginesi ricalcava quello dei fenici d’Oriente, anche se alcune divinità apparvero a Cartagine con nomi diversi; comune era anche la  mitologia. Dal V secolo a.C. le divinità principali furono il dio Baal Hammon, signore e protettore della città, e la dea Tanit (l’Astarte delle città-stato d’Oriente) il cui nome non è fenicio, ma libico, segno che i coloni erano stati influenzati dal culto locale. I greci identificarono Tanit con Era, la loro dea suprema, ma la divinità cartaginese assunse anche altri attributi riservati altrove a dee più tipiche della fecondità, come Afrodite e Demetra. Su numerose stele dedicate a Tanit figurano infatti i simboli della fertilità (la palma, la colomba, il melograno) oltre alla luna di cui essa era la dea e, più frequentemente, il cosiddetto ‘‘segno di Tanit” che rappresenta una donna con le braccia alzate in segno di benedizione. A fianco di Tanit e Baal Hammon rimasero altre divinità di tradizione fenicia, come Eshun di Sidone che, in quanto dio della medicina, aveva il tempio più grande e più ricco di Cartagine, o Melqart di Tiro che i greci identificarono con Eracle. A partire dal IV-III secolo vennero poi introdotti a Cartagine culti greci, come quello di Demetra e Core. Come accadeva in Fenicia, agli dèi erano sacrificati numerosi animali e, solo eccezionalmente, venivano immolati esseri umani, anche se i resti carbonizzati di fanciulli trovati nel tofet hanno fatto supporre a lungo, erroneamente, che vittime umane venissero offerte al fantomatico dio Moloch.
 
[12421]
Nel suo celebre romanzo Salambô, affresco rievocativo di Cartagine durante la rivolta dei mercenari del 241-238 a.C., Gustave Flaubert (1821-80) descrive il crudele rito del sacrificio dei fanciulli in onore di Moloch, il divoratore. Viene portata fuori dal tempio la colossale statua di bronzo del dio che ha braccia mobili protese in avanti e un fuoco di aloe, cedro e lauro è acceso ai suoi piedi.
 
"I fanciulli salivano lentamente, e, poiché il fumo che s’innalzava dal rogo formava ampi vortici, così, visti da lontano, parevano svanire entro una nube. Nessuno d’essi si muoveva, perché erano legati ai polsi e alle caviglie, e il velo nero che li avvolgeva impediva loro di vedere e alla folla di riconoscerli ... Le braccia del colosso si muovevano via via più celermente, né quasi più s’arrestavano. Ogni volta che un fanciullo veniva posto su di esse, i sacerdoti di Moloch tendevano una mano sul suo capo, per porre a suo carico i delitti del popolo, vociferando: ‘‘Non sono uomini, questi, ma buoi!” La moltitudine tutto attorno ripeteva: ‘‘Son buoi! Son buoi!” e i devoti gridavano: ‘‘Signore, mangia!”. Le vittime, appena giunte sull’orlo dell’apertura, sparivano come una goccia d’acqua quando cade sotto una lastra di metallo rovente, e una nuvoletta di fumo bianco saliva nell’interno della grande cavità tinta di color scarlatto. E nondimeno l’appetito del dio non si saziava, ma anzi pareva chiedere nuove vittime. Per offrirgliene in maggior copia, i sacerdoti gliene ammucchiavano sulle mani, trattenendovele con una catena. In principio i fedeli avevano voluto contarle, ma ne vennero aggiunte continuamente altre, ed era ormai impossibile distinguerle nel moto vertiginoso delle orribili braccia. Il rito durò a lungo, senza sosta fino a sera. Poi le pareti interne si tinsero di un rosso più cupo, e allora si videro carni che bruciavano; alcuni credevano perfino di riconoscere capigliature, membra e corpi inerti."
 
[1252]
Verso il 450 a.C., un capitano cartaginese di nome Himilco o Imilcone salpò dalla costa portoghese in direzione nord. Raggiunta la Bretagna e da qui la Cornovaglia, cercò di prendere contatto con i minatori indigeni dello stagno. Non si sa se vi sia riuscito, né se da questa prima presa di contatto siano sorti diretti legami di affari tra Cartagine e l’isola, ma i mercanti seguirono in seguito con frequenza le rotte settentrionali partendo da Cadice. Venticinque anni dopo Imilcone un altro capo di spedizione di nome Annone compì un viaggio lungo le coste atlantiche dell’Africa. Si mise in navigazione con sessanta vascelli da cinquanta remi ciascuno e con circa tremila uomini e donne, viveri ed altri oggetti di necessità. Sembra quindi più un’emigrazione che una spedizione. Al suo ritorno Annone fece incidere una relazione • su stele che depose all’interno del tempio di Baal Hammon a Cartagine. Il testo originario del resoconto di viaggio non è giunto sino a noi, possediamo invece una versione greca che presenta molte inesattezze. Con ogni probabilità il viaggio di Annone dovette concludersi all’altezza dell’attuale stato del Camerun o di quello del Gabon.
 
[12511]
Nonostante le inesattezze della traduzione greca, sono possibili nella relazione di Annone alcune identificazioni: il fiume Lixus con il Draa (Marocco); i lixiti con i berberi, gli etiopi con le popolazioni dell’Africa equatoriale; Cerne con l’isola di Hern dinanzi alla costa del Sahara spagnolo; nel fiume Chretes si è riconosciuto il Senegal. Da questo punto la narrazione sembra assumere una connotazione fantastica.
 
"Dopo aver oltrepassato le Colonne ed aver navigato due giorni, fondammo una prima città che chiamammo Thymiaterion. Sotto di essa era una larga pianura. Dirigendoci poi verso Occidente, giungemmo a Soloeis, un promontorio coperto d’alberi, e vi fondammo un tempio a Poseidone. Quindi navigammo in direzione d’Oriente per mezza giornata e raggiungemmo una laguna non lontano dal mare, coperta di una grande quantità di alte canne, dove passavano elefanti e molti altri animali selvaggi. Passata questa laguna e navigato lungo la costa fondammo delle città chiamate Karikon, Theichos, Gytte, Akra, Melitta e Arambys. Partiti di là, arrivammo al gran fiume Lixus, che viene dalla Libia. Presso di esso, dei nomadi detti lixiti pascolavano le loro greggi. Restammo qualche tempo con loro e ne divenimmo amici. All’interno rispetto a loro vivevano degli Etiopi inospitali, in una terra di bestie feroci e traversata da grandi montagne (...). Presi degli interpreti dai lixiti, muovemmo a sud lungo il deserto per due giorni, e poi per un giorno a Oriente. Allora trovammo un’isoletta dalla circonferenza di cinque stadi nel fondo di un golfo. Vi lasciammo dei coloni e la chiamammo Cerne. Giudicammo dal nostro viaggio che era situata in posizione opposta a Cartagine, perché il viaggio da Cartagine alle Colonne e quello dalle Colonne a Cerne era simile. Da qui, passando per un gran fiume chiamato Chretes, raggiungemmo un lago nel quale si trovavano tre isole più grandi di Cerne. Con un giorno di viaggio giungemmo al fondo del lago, dominato da altissime montagne piene di selvaggi vestiti di pelli di animali, che ci lanciarono contro delle pietre e ci impedirono di sbarcare. Navigammo di là verso mezzogiorno per dodici giorni, fiancheggiando la costa, tutta occupata da etiopi che non si fermarono, ma fuggirono dinanzi a noi (...). Poi continuammo la navigazione per cinque giorni lungo la costa, finché giungemmo ad un grande golfo che i nostri interpreti chiamarono il Corno dell’Occidente. Di giorno non vedemmo altro che una foresta, ma di notte ci apparvero molti fuochi ed udimmo dei suoni di flauti, un battere di cimbali e di tamburi ed un gran rumore di voci. La paura ci prese e gli indovini ci ordinarono di lasciare l’isola. Partimmo di là in fretta e fiancheggiammo una costa infuocata piena di profumo d’incenso. Grandi rivoli di fuoco scendevano nel mare e la terra era inavvicinabile per il calore. Navigando per tre giorni giungemmo ad un golfo chiamato il Corno del Sud. Al fondo di questo golfo v’era un’isola piena di selvaggi. Le donne erano molto più numerose, avevano il corpo peloso ed i nostri interpreti le chiamavano gorilla (...). Prendemmo tre donne, che mordendo e graffiando non volevano seguirci. Noi le uccidemmo e togliemmo loro la pelle che portammo a Cartagine. Essendo finiti i viveri, non navigammo oltre".
 
[131]
Cartagine fu la prima città-stato che tentò di dominare un impero, e riuscì a mantenere tale dominio per tre secoli. Eppure, come tutti gli stati la cui ricchezza è basata sul commercio, Cartagine fu certamente uno degli stati meno bellicosi del Mediterraneo perché essa sapeva valutare le perdite provocate dalla guerra.
 
[1311]
Dopo la sua fondazione, per un lungo periodo di tempo non abbiamo più notizie di Cartagine. Poiché le colonie fenicie non avevano lo scopo di sfruttare l’entroterra ma guardavano piuttosto al controllo del mare, passarono diversi secoli prima che Cartagine si estendesse oltre i confini originari.
Ma durante l’ultimo quarto del VII secolo il dinamismo dei greci e la nuova potenza dei sicilioti, ossia dei greci di Sicilia, cominciarono a entrare in urto con i diversi interessi, sia commerciali che strategici, dei fenici e Cartagine dovette intervenire.
 
[13111]
Anche se già nei poemi omerici i fenici sono caratterizzati come mercanti infidi e mancatori di parola, fino al VI secolo a.C. non sono documentate ostilità tra greci e fenici, che anzi intrattennero vivaci scambi commerciali e culturali con reciproco vantaggio. Ma, alla fine del VI secolo a.C., gli interessi greci cominciarono ad entrare in contrasto con quelli fenici e a risentirne furono i rapporti con i sicilioti. Nel 631 a.C. i coloni di Tera fondarono Cirene, sulla costa libica, inserendosi nei traffici tra Cartagine e l’Egitto e, poco prima, i focesi, che nonostante l’opposizione di Cartagine avevano fondato la loro colonia di Marsiglia, tentarono di aprirsi un mercato nel regno di Tartesso, per raggiungere il quale erano occorsi ai fenici secoli di paziente penetrazione. Inoltre, dopo la fondazione di Gela, avvenuta nel 688 a.C., i greci non sembravano più attratti solo dalle coste orientali della Sicilia e si erano volti alle due coste occidentali dell’isola dove nacquero, con grande inquietudine dei fenici, Imera e Selinunte. Dal 580 i greci tentarono di cacciare i fenici da tutta la Sicilia e, per mantenere il possesso della parte occidentale intervenne direttamente, per la prima volta, Cartagine. Il momento era particolarmente delicato perché le città-stato della madrepatria erano in crisi a causa dell’attacco dei babilonesi di Nabucodonosor che imposero a Tiro tredici anni di assedio. Furono queste le circostanze politiche che portarono Cartagine alla guida delle colonie fenicie e che le consentirono, dalla metà del VI secolo a.C., di asservirle gradualmente all’impero che andava costruendosi.
 
[13121]
Quando la sua posizione in Sicilia fu salda, Cartagine si volse alla Sardegna e, benché osteggiata dalle popolazioni locali, riuscì a imporvi il proprio dominio, anche al di fuori degli scali marittimi e delle basi commerciali che i fenici già controllavano. A ostacolarla c’erano solo i focesi che in Corsica avevano fondato Alalia (560 a.C.). Più che una colonia si trattava di una vera e propria base di scorrerie ai danni degli etruschi nel Tirreno settentrionale. L’alleanza tra etruschi e cartaginesi portò nel 540 a.C. allo scontro con i pirati focesi, che vennero distrutti: la Corsica passò agli etruschi e le colonie fenicie della Sardegna non vennero più minacciate. Da quest’alleanza antigreca, segno di una nuova dimensione politica mediterranea, scaturì una divisione delle zone di influenza: agli etruschi l’Italia continentale salvo la Magna Grecia, ai cartaginesi le grandi isole (eccetto la Corsica) e l’Occidente mediterraneo. Il segno più evidente dell’alleanza etrusco-cartaginese viene da Pyrgi, l’attuale Santa Severa, sulla costa tirrenica a nord di Roma: in questo centro portuale etrusco il signore di Cerveteri fece incidere e dedicare alla dea fenicia Astarte (etrusca Uni) tre lamine d’oro, due in etrusco e una in fenicio. Ma ormai la potenza etrusca volgeva al declino e Cartagine volse lo sguardo alla nascente potenza di Roma. Con essa, e in funzione antigreca, strinse nel 508 a.C. un trattato nel quale si definivano le rispettive zone di influenza: ai romani il territorio latino, ai cartaginesi una parte della Sicilia e l’Africa.
 
[131211]
Il testo del trattato tra cartaginesi e romani è stato tramandato dallo storico greco Polibio (ca.205-125/120 a.C.) ed è probabilmente il più antico documento dell’archivio romano a noi noto. Esso non presuppone rapporti di amicizia ma elimina ogni concorrenza commerciale di Roma sulle coste africane; in cambio riconosce alla città sul Tevere l’influenza sulle città laziali alle quali, specie a quelle costiere, Cartagine s’impegna a non recare danno. Ci sarà un secondo trattato tra Cartagine e Roma nel 348 a.C., un terzo 306 a.C., e addirittura un quarto nel 279 a.C., ai tempi cioè della guerra dei romani contro Pirro.
 
‘‘Sui seguenti punti si basa l’amicizia tra i romani e i loro alleati e i cartaginesi e i loro alleati. I romani e i loro alleati non devono navigare al di là del promontorio Calos (forse capo Fatina, a nord di Tunisi), a meno che non vi siano costretti da nemici o da tempeste. Se qualcuno vi è portato per motivi di forza maggiore non deve prendere o comprare nulla salvo quel che gli occorre per rifornire la nave o per offrire sacrifici, limitando comunque la presenza a un massimo di cinque giorni... Se qualche romano viene nella Sicilia, soggetta ai cartaginesi, sia protetto dalle medesime leggi. I cartaginesi, a loro volta, non molestino le popolazioni di Ardea, Anzio, Laurento, Circeo, Terracina, né di alcun’altra città latina soggetta a Roma e si tengano lontani dalle città indipendenti: e qualora ne abbiano presa una, la restituiscano intatta ai romani. Non dovranno i cartaginesi costruire fortezze in territorio latino: e se vi entreranno in assetto di guerra non potranno trascorrervi la notte”.
 
[13131]
Nel 480 a.C. un evento decisivo segnò la ripresa dei greci in Sicilia: ad Imera, sulla costa settentrionale dell’isola, essi inflissero una dura sconfitta all’esercito cartaginese. Poiché nello stesso anno i greci uscirono vincitori anche in Oriente nella battaglia di Salamina contro i persiani, alcuni storici antichi collegano le due vicende e parlano di un’alleanza punico-persiana ai danni dei greci; quest’ipotesi è oggi ritenuta improbabile, connessa alla propaganda greca. Dopo Imera cessano le notizie che riprendono nel 409 a.C. con l’aprirsi in Sicilia di una nuova fase di scontri dagli esiti incerti. Nel 409 e nel 406 a.C. i cartaginesi conquistarono a nord Imera e a sud Selinunte, Agrigento e Gela. I greci a loro volta reagirono con la spedizione di Dionisio di Siracusa che nel 397 a.C. giunse fino a Mozia e la conquistò. Alla morte di Dionisio (367 a.C.) la frontiera si stabilizzò lungo i fiumi Imera e Alico cosicché i cartaginesi controllarono il terzo occidentale dell’isola e i greci il resto. Fu di poco dopo (348 a.C.) il  secondo trattato tra cartaginesi e romani da cui risulta, rispetto al precedente, una novità: Cartagine controllava ormai la Sardegna che viene menzionata nei suoi possedimenti al pari dell’Africa. Gli scontri tra i cartaginesi e i greci in Sicilia ripresero nella seconda metà del IV secolo a.C.: tra il 342 e il 339 per iniziativa di Timoleonte Corinzio, che fu respinto nella battaglia del fiume Crimiso; tra il 318 e il 305 per iniziativa di Agatocle di Siracusa che, sconfitto e assediato nella sua città, decise di portare la guerra nel territorio cartaginese d’Africa. La manovra non ebbe successo e Agatocle fu costretto a concludere una pace che riportava i confini all’Imera e all’Alico. Intanto i cartaginesi strinsero un terzo trattato con Roma e un quarto venne ratificato nel 279 a.C. per la mutua difesa contro l’ultimo assalto greco, quello di Pirro re dell’Epiro che 276 a.C. dovette abbandonare la Sicilia. Ormai il rimuoversi della potenza greca in Sicilia creava le premesse per lo scontro tra Cartagine e Roma.
 
[131311]
Quando, nel 282 i romani imposero alle città della Magna Grecia di entrare nell’alleanza romana, Taranto chiamò in suo aiuto il più abile condottiero del tempo, Pirro, re del piccolo Epiro (l'attuale Albania). Nel 280 a.C. Pirro sbarcò in Italia con un esercito non molto numeroso ma ben organizzato, fornito di uno strumento bellico sconosciuto ai romani: gli elefanti. Il terrore che questi animali seminarono tra i soldati romani fece guadagnare al condottiero epirota il primo scontro avvenuto a Eraclea, sulla costa ionica della Basilicata e lo stesso avvenne l’anno successivo ad Ascoli, presso Foggia, dove però anche Pirro riportò perdite così gravi che l’espressione ‘‘vittoria di Pirro” passò a designare un successo conquistato a carissimo prezzo. Invece di sfruttare la vittoria, egli decise improvvisamente di passare in Sicilia dove sperava di costruirsi un proprio regno, nella zona occidentale dell’isola, ai danni dei cartaginesi. Si mise quindi alla testa degli eserciti di Siracusa, Gela, Agrigento e Messina, ma dopo tre anni di guerra senza concreti risultati abbandonò l’isola per tornare sul continente dove fu definitivamente sconfitto dai romani a Benevento nel 275 a.C.
 
[13141]
Ai tempi della guerra contro Pirro i cartaginesi si erano impegnati ad aiutare i romani e in quella circostanza, tra le due città, era stato stipulato un trattato (il quarto) che definiva esattamente le zone di influenza di ciascuna di esse: ai cartaginesi era riservato il controllo del mare e delle isole (Sicilia, Sardegna, Corsica); ai romani era lasciata mano libera nella penisola. La linea di demarcazione tra le due zone d’influenza passava per lo stretto di Messina: se i romani o i cartaginesi avessero valicato quella linea, avrebbero provocato una guerra. Un fatto apparentemente secondario fece precipitare le cose. Un esercito di soldati mercenari, chiamati mamertini, che aveva occupato Messina, chiese, nel 264 a.C., l’intervento prima di Cartagine e poi di Roma per difendersi da Gerone II di Siracusa, un ex generale di Pirro, che intendeva cacciarli dalla città. I romani valutarono i rischi, poi decisero di infrangere il trattato con Cartagine. Sbarcati in Sicilia nel 262 a.C. conquistarono quasi completamente l’isola, ad eccezione delle fortezze occidentali di Trapani e di Lilibeo (Marsala) che erano appoggiate e rifornite dalla flotta cartaginese, padrona del mare. Purtroppo i romani si adeguarono in fretta alle esigenze della guerra: allestirono in tutta fretta una flotta di 120 navi e con essa nel 260 a.C. sbaragliarono la marina cartaginese a Milazzo e poi, nel 256 a capo Ecnomo. Incoraggiati dall’esito di queste vittorie tentarono perfino, ma senza successo, di portare direttamente la guerra in Africa con il console Attilio Regolo. I cartaginesi intanto si erano ripresi e conducevano con successo le operazioni in Sicilia sotto il comando del generale Amilcare Barca. La guerra alla fine si risolse sul mare con la vittoria del console romano Lutazio Catulo alle isole Egadi (241 a.C.). Le condizioni di pace subite dai cartaginesi dopo una guerra durata 23 anni furono abbastanza ragionevoli: l’abbandono della Sicilia, l’impegno ad abbandonare ogni ostilità contro i romani e il pagamento di una forte indennità in denaro.
 
[131411]
I romani, che fino allora erano stati un popolo di contadini e di pastori, profondamente radicati alla terra, si trasformarono, con l’aiuto degli etruschi e dei Greci della Magna Grecia, in marinai ma dotarono le loro navi di ponti mobili, i corvi, con i quali agganciavano le imbarcazioni nemiche e sui quali potevano combattere come sulla terraferma. A raccontare l’episodio della battaglia di Milazzo è ancora una volta Polibio.
 
‘‘I cartaginesi (quando seppero che la flotta romana avanzava verso di loro) con grande gioia e zelo salparono con 230 navi, pieni di disprezzo per l’inesperienza dei romani, e navigarono tutti con la prora volta ai nemici come se andassero a fare un sicuro bottino, pensando che non valesse neppure la pena di schierarsi a battaglia. Al loro comando c’era Annibale (nome che si ripete frequentemente nella storia cartaginese) con una nave a sette ordini di remi che era stata del re Pirro. Appena furono vicini, vedendo i corvi volti in alto su ciascuna prora, i cartaginesi rimasero un po’ incerti, stupiti da quegli strani apparecchi, ma poi, siccome avevano un grande disprezzo per gli avversari, quelli della prima fila si mossero all’assalto arditamente. Ma le navi, una volta avvicinatesi, venivano strette insieme dalle macchine, e gli uomini subito si lanciavano attraverso i corvi e balzavano a combattere sui tavolati delle navi; alcuni dei cartaginesi furono trucidati, altri, sbigottiti da quanto accadeva, si arresero: la battaglia si svolse infatti in modo simile a un combattimento terrestre. Così i romani tolsero di mezzo trenta navi con tutti gli equipaggi e fra queste fu catturata l’imbarcazione del comandante. Annibale riuscì faticosamente a fuggire su una scialuppa”.
 
[1321]
Dopo la sconfitta romana, privata dei suoi domini marittimi, Cartagine guardava alla penisola iberica come area di ogni suo futuro sviluppo.
La regione, lontana dalle ingerenze romane, avrebbe costituito un prezioso serbatoio di reclutamento, e il possesso e la gestione diretta delle miniere d’argento della Sierra Morena avrebbe consentito il mantenimento di forti contingenti militari.
 
[13211]
Le condizioni di pace imposte dai romani dopo la sconfitta cartaginese in Sicilia, anche se non furono disastrose per la città punica innescarono una crisi progressiva: Cartagine era ormai posta in condizioni di inferiorità che non riuscirà mai più a rimuovere durevolmente. I primi segni della crisi si ebbero subito, in Africa. Le truppe mercenarie si ribellarono perché non ottennero il soldo né le gratifiche che si aspettavano per le sofferenze patite e accesero una guerra quadriennale nel corso della quale il conflitto venne portato in Sardegna (238 a.C.). Qui i mercenari chiesero l’intervento dei romani che si affrettarono a occupare l’isola insieme alla vicina Corsica. La rivolta fu domata nel 237 a.C. dal generale Asdrubale, ma intanto Cartagine aveva perduto il suo potere nel Mediterraneo: l’unica via di espansione era costituita dalla penisola iberica. Ricca di miniere di argento e di rame e poco distante dalla costa africana, la Spagna era lo sbocco naturale a un movimento di conquista e, nelle intenzioni dei cartaginesi, una formidabile base strategica per riprendere la lotta contro Roma. A imporre questa strategia fu la famiglia dei Barca, o Barcidi, che capeggiava il partito dei commercianti. Furono quindi prima Amilcare e poi il suo genero e successore Asdrubale ad affermare in Iberia il dominio di Cartagine: nel 229 Asdrubale fondò Cartagena e nel 226 strinse un trattato con Roma che gli riconosceva come zona d’influenza tutti i territori a sud del fiume Ebro. Nel 221 a.C. Asdrubale fu assassinato e gli succedette nel comando il cognato Annibale, figlio del ‘‘Lampo”.
 
[132111]
Prima di fregiarsi del soprannome di Barca (‘‘il Lampo” o ‘‘la Folgore”) Amilcare (m. 229 a.C.) era stato l’eroe della guerra con Roma e il generale che aveva domato con decisione la rivolta dei mercenari in terra d’Africa. La famiglia era di grande e solido patrimonio, proprietaria di vastissimi possedimenti nella regione dell’attuale Sehel tunisino, e di antica nobiltà: il poeta latino Silio Italico (25-101) che scrisse il poema epico Punica di imitazione virgiliana, la diceva giunta in Africa al seguito di Elissa, ma è più probabile che si sia trasferita dalla Fenicia più tardi, in seguito a una seconda migrazione. Amilcare aveva dato due figlie in spose a due influenti membri del senato, uno dei quali, Asdrubale, che gli succedette nel comando in Spagna, capeggiava una delle fazioni più forti; altre due figlie le aveva unite a due principi numidi, fornitori di cavalleria punica, che controllavano l’entroterra. Forte di tanta parentela, di ricchezza e di prestigio personale, questo aristocratico cartaginese si recò in una colonia relativamente cartaginesizzata al fine di procurare alla città madre un compenso per i territori perduti, ma anche per fondare su suolo straniero una sorta di monarchia militare: si compiaceva più della parte di sovrano per grazia propria che del ruolo di governatore. Se poi, come vuole la leggenda, il fondamento emotivo della sua politica era l’odio antiromano, tale sentimento doveva comprendere in pari misura amore di patria, orgoglio ferito e ambizione. E poiché era cosciente che, per attuare i vasti disegni dettati da tale odio non poteva bastare la vita di un solo uomo, alimentò nei tre figli – almeno secondo la voce storica – l’odio verso Roma. Annibale raccontava che il padre gli aveva fatto giurare di non vivere mai in amicizia con i romani.
 
[13221]
Annibale nacque nel 124 a.C., quasi sicuramente a Cartagine, primo di tre fratelli. A dodici anni seguì il padre in Spagna e fu allevato nel campo dell’armata paterna affidato a un precettore spartano, Sosilo. Sotto la sua guida Annibale studiò a fondo sia le campagne militari di Alessandro Magno, che divenne il suo modello, sia le opere di storia militare successive concernenti la tattica e la strategia. Il condottiero che in quegli anni viene formandosi, superiore secondo la tradizione antica a Pirro e allo stesso Alessandro, è il sommo rappresentante della scuola militare ellenistica, sorretto da un’ambizione e da un disegno politico che prevedevano la ricostruzione dell’impero punico e, come esito ultimo, dopo l’inevitabile guerra di rivincita con Roma, l’instaurazione di un potere personale nella stessa Cartagine: una sorta di re occulto in una repubblica pur sempre retta democraticamente.
 
[132211]
Così lo storico Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) descrive la figura di Annibale.
 
‘‘Di suprema audacia nel superare i pericoli, era però anche di suprema prudenza. Nessuna fatica poteva fiaccarne il corpo o vincerne l’animo. Di uguale resistenza sia al caldo sia al freddo, assumeva cibo e bevanda in quantità corrispondente al bisogno naturale, non al piacere. Il tempo che gli avanzava dal disbrigo delle sue faccende, lo dedicava al riposo: non però in un morbido letto e conciliato dal silenzio, ché anzi molti lo videro spesso giacere per terra, avvolto in un mantello militare, fra le sentinelle e i posti di guardia. Era di gran lunga il primo tra i cavalieri come tra i fanti, primo a entrare in battaglia, ultimo lasciava il campo alla fine.”
 
Al luminoso ritratto il romano si affretta com’è ovvio, ad aggiungere qualche tratto negativo:
 
‘‘Vizi ingenti pareggiavano le tante virtù dell’uomo; di crudeltà inumana e perfidia più che punica (la slealtà punica era proverbiale...), nulla vi era per lui di vero, di santo: nessun timore aveva degli dèi, nessun giuramento era sacro, nessun legame religioso”.
 
[13231]
Costretto, come tutti i suoi predecessori a servirsi di contingenti eterogenei, tratti dai diversi domini di Cartagine, Annibale si rese subito conto che per trasformare un’accozzaglia di mercenari in una forza efficiente era necessario sfruttare al massimo i caratteri diversi delle varie etnie, combinandone, quando era possibile, l’azione in battaglia. Perno degli eserciti punici era la fanteria pesante libica, armata e impiegata alla greca secondo la tattica oplitica e falangista della formazione serrata e armata di lancia d’urto e della lunghissima sarissa macedone. Ma i libici si sentivano più a proprio agio nel combattimento corpo a corpo e concepivano la battaglia come una serie di duelli individuali. Così, invece della picca (la lunga asta dalla punta di ferro) Annibale fornì la spada come principale arma offensiva a tutti i suoi contingenti di fanteria pesante e li divise in piccole unità tattiche (speirai), più elastiche e duttili della massiccia falange, in grado cioè di manovrare con grande libertà. Il "suo” esercito esaltava la capacità combattiva ideale dei vari elementi (e dei vari gruppi etnici) e al tempo stesso li manteneva perfettamente fusi. Quella di Annibale era un’armata piuttosto anomala, quanto a organizzazione, rispetto agli schemi dell’epoca, ma greca restò la manovra che essa era chiamata a eseguire sul campo. Come negli eserciti ellenistici l’aggiramento era operato dalle cavallerie, ma esso veniva "preparato”, come successe a Canne, dalle formazioni di fanteria pesante che ora erano assai più agili di quelle greche.
 
[13241]
Contro le smisurate risorse dello stato romano, che in quegli anni poteva mobilitare 600 000 uomini, l’esercito di Annibale, con i suoi 20 000 fanti e 6000 cavalieri, era poca cosa. In una guerra di logoramento i cartaginesi non avrebbero avuto speranze, ma Annibale aveva in mente una guerra lampo, combattuta sul territorio italico, che scardinasse il sistema della confederazione romana e staccasse da essa, con le lusinghe o con le minacce, quei soci che ne alimentavano gli eserciti. Infatti erano apertamente ostili a Roma, anche se ad essa soggette, quasi tutte le genti della Gallia Cisalpina; malcontento e rivolta serpeggiavano inoltre nel mondo osco-sabello e in quello italiota dell’Italia meridionale; qui dunque alcune città si proponevano come potenziali alleate di Annibale. Delicata appariva anche la situazione di Capua, seconda città d’Italia, da qualche tempo minacciata nel suo primato economico. Annibale era convinto che, se avesse isolato Roma staccandola dai suoi soci e alleati, il senato sarebbe stato costretto a trattare; il condottiero contava di ottenere questo risultato rapidamente: la promessa fatta ai suoi soldati durante  l’attraversamento delle Alpi di mettere in loro mano la capitale d’Italia con una o due battaglie al massimo, è un’autentica dichiarazione programmata.
 
[1331]
Lo scopo di Annibale era probabilmente quello di ridimensionare la potenza romana, non di eliminarla, riportandola ai confini antecedenti alla conquista della Magna Grecia, della Sicilia e dell’Italia settentrionale. Sulla penisola si sarebbero quindi costituiti tre sistemi statali: a nord una lega di tribù galliche; al centro la federazione romana con latini umbri e etruschi; a sud un’altra federazione di sabbiai, lucani e bruzii, sotto il protettorato di Cartagine.
 
[13311]
Nel 226, con Asdrubale, i cartaginesi si erano impegnati a non superare, durante le loro operazioni, il corso dell’Ebro. Atteggiandosi ancora una volta a protettrice della grecità occidentale Roma intendeva con questo rassicurare l’alleata Marsiglia fondata dai focesi. Ma a sud del fiume restava libera Sagunto, città di presunta fondazione greca, delle cui sorti ritenevano di poter decidere sia i romani che i cartaginesi: i romani perché da tempo la città si era posta sotto la loro protezione, i cartaginesi perché essa si trovava nella loro zona di influenza. Quando, malgrado i moniti di Roma, Sagunto venne espugnata e distrutta, il conflitto si rivelò inevitabile. Se il "caso Sagunto” sia stato il pretesto colto da Annibale per realizzare i suoi piani di guerra contro Roma è una questione che è stata dibattuta a lungo e senza esito; è certo, tuttavia, che i romani si risolsero a prendere le armi solo all’ultimo minuto e non senza esitazioni. Convinti che Annibale volesse difendere i suoi domini nella penisola iberica, si prepararono a inviargli contro Publio Cornelio Scipione, mentre affidarono all’altro console, Tiberio Sempronio Longo l’incarico di preparare uno sbarco in Africa. Ma la fulminea reazione del Barcide vanificò tutti i piani dei romani. Nel 218 a.C., appena la guerra fu dichiarata, Annibale superò l’Ebro, e superati i Pirenei e le Alpi con un esercito di 26 mila uomini e più di trenta elefanti da combattimento, si presentò nell’autunno nella pianura padana.
 
[133111]
Ecco la descrizione che lo storico romano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) fece dell’impresa, ritenuta fino allora impossibile:
 
"Annibale dalla Duerza (affluente del Rodano), quasi sempre per pianure, giunse ai piedi delle Alpi. Allora, sebbene per fama sapessero ciò che li attendeva, al veder da vicino l’altezza di quelle montagne, e le nevi che si confondevano con il cielo, gli informi tuguri addossati alle rupi, le greggi e i giumenti arsi dal freddo, gli uomini furono presi da nuovo terrore... In testa erano la cavalleria e gli elefanti che procedevano con estrema lentezza per gli stretti sentieri; dietro veniva il grosso dell'esercito... Il nono giorno, si giunse al valico (forse il Monginevro) per vie spesso non più tentate, e iniziò la discesa che si rivelò assai più difficile della salita perché nella notte era caduta molta neve. Giù per i sentieri scoscesi, uomini e cavalli sdrucciolavano sulla molle poltiglia, scoprendo l’insidioso ghiaccio sottostante... Leggendosi sulla faccia di ognuno lo scoramento e la disperazione, Annibale, spintosi innanzi e fatti fermare i soldati su un promontorio, donde la vista spaziava largamente, mostrò loro l’Italia, e ai piedi delle Alpi la pianura padana, dicendo che essi superavano allora non solo le mura d’Italia, ma della stessa città di Roma, che tutto il resto sarebbe stato agevole e piano, che con una o al massimo due battaglie avrebbero avuto nelle loro mani la rocca e la capitale d’Italia”.
 
[13321]
In dicembre, sotto una fitta nevicata, gli elefanti di Annibale (che non sopravviveranno all’inverno) misero in fuga, prima sul Ticino e poi sulla Trebbia, le legioni dei consoli Publio Cornelio Scipione e di Tiberio Sempronio Longo che si erano riunite per affrontare l’invasione, mentre l’esercito cartaginese raddoppiò di numero per l’apporto dei galli che, come previsto, accorsero ad arruolarsi nelle sue file. Dopo avere passato l’inverno del 217 a.C. nell’Italia settentrionale, l’esercito cartaginese sfondò le difese dei valichi appenninici e marciò su Perugia, inseguito lungo la sponda del lago Trasimeno dalle legioni del nuovo console Gaio Flaminio. Annibale le attaccò di sorpresa e le distrusse la mattina del 22 giugno, poi sbaragliò la cavalleria del secondo console, Gneo Servilio, che giunse in ritardo sul campo. Ora, dal cuore dell’Italia l’esercito cartaginese minacciava direttamente Roma che fu invasa dal panico. In quel momento di supremo pericolo il senato soppresse le magistrature ordinarie e nominò dittatore Quinto Fabio Massimo. Egli eluse ogni scontro decisivo con i cartaginesi preferendo una tattica di contenimento e di logoramento, accontentandosi di molestare il nemico e di rendergli impossibile l’approvvigionamento. Scaduto il suo mandato, il potere fu restituito ai consoli che in quel 216 a.C. furono Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. Essi, per non lasciare più a lungo il territorio degli alleati italici in balia dell’esercito cartaginese, cercarono di risolvere il conflitto in Apulia dove Varrone diede battaglia campale presso il villaggio di Canne, sulle rive del fiume Ofanto. La sconfitta che i romani subirono fu la più tremenda che la storia della Repubblica registri; Annibale aveva virtualmente concluso la sua guerra lampo.
 
[13331]
Sono i primi giorni dell’agosto del 216 a.C. e Roma è attanagliata dalla paura, stretta nella morsa della disperazione. Pochi giorni prima a Canne, un villaggio dell’Apulia che nessuno ha mai sentito nominare, i consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone hanno subito la più tremenda sconfitta che si ricordi e il più e il meglio delle legioni romane, con il fior fiore dei loro ufficiali, sono stati annientati dall’esercito di Annibale, il cartaginese che da due anni sta tenendo a ferro e a fuoco la penisola italica. Si parla di 70 000 legionari rimasti sul campo o fatti prigionieri, e solo 3000 sarebbero usciti malconci dallo scontro. Roma è vicina alla disfatta finale e tenta di conciliarsi il favore degli dèi tornando agli antichi riti della fondazione, celebrando persino sacrifici umani. Non è chiaro se le divinità capitoline abbiano accettato il fumo delle vittime, ma è certo che se Annibale sarà pronto a cogliere il frutto della sua vittoria, si vedranno i cavalli dei cartaginesi pascolare nel Foro e Roma tornare alla condizione di piccolo stato agricolo di periferia.
 
[13341]
Roma assorbì il colpo con insospettata energia. La sua intatta supremazia sul mare impediva che da Cartagine e dalla Spagna affluissero all’esercito di Annibale rifornimenti e truppe fresche, quindi il conflitto aspro si trasformò in una guerra di esaurimento. Mentre ebbero poco esito i tentativi di Annibale di suscitare nuovi nemici a Roma (Siracusa si schierò apertamente dalla sua parte e fu assediata; Filippo V di Macedonia aprì in Illiria un nuovo fronte di guerra) nel 210 a.C. Publio Cornelio Scipione passò al contrattacco in Spagna, e nel 207 a.C. Gaio Claudio Nerone bloccò sul fiume Metauro l’esercito cartaginese portato nell’Italia centrale da Asdrubale, fratello di Annibale. A questo punto Roma comprese che, se voleva costringere Annibale ad abbandonare l’Italia, doveva spostare la guerra in Africa. Guadagnatosi l’alleanza del principe Massinissa di Numidia, Scipione minacciò direttamente Cartagine e per tutto l’anno 203 a.C. vinse ripetutamente gli improvvisati eserciti cartaginesi di madrepatria. Finalmente il 29 ottobre del 202 a.C. Annibale e Scipione si affrontarono a Zama e la sconfitta di Cartagine fu definitiva. Le condizioni di pace imposte dai romani nel 201 a.C. furono durissime; entro un cinquantennio Cartagine doveva versare ai vincitori l’enorme indennità di 10 mila talenti d’argento (un talento corrisponde più o meno a 25-28 milioni delle nostre lire o a 13-14 mila euro); rinunciare subito a tutti i possedimenti fuori dall’Africa e a quelli africani al di là del ‘‘confine fenicio" (restava quindi praticamente solo la Tunisia nordorientale); consegnare la flotta a eccezione di 10 navi; impegnarsi a non portare guerra fuori dal territorio africano e comunque a non intraprendere azioni militari senza l’autorizzazione di Roma.
 
[1341]
La distruzione totale di Cartagine nel 146 a.C. a opera di Scipione Emiliano fu un atto di cui si conservò nell’antichità un perpetuo ricordo. Furono la grandezza della catastrofe e il fatto che una città tanto ricca e potente venisse cancellata dalla faccia della terra a imprimersi nell’immaginazione di tutti: quella tragedia venne simboleggiare il crollo di ogni potenza, sia personale che nazionale.
 
[13411]
Nell’accingersi a riparare i danni causati dalla  guerra contro Roma Cartagine dovette affrontare soprattutto due problemi: il sollecito pagamento a rate annuali dell’indennità e la difesa del territorio cartaginese dalle scorrerie di Massinissa re dei numidi. Annibale era rimasto al comando dell’esercito per alcuni mesi dopo la conclusione della pace, ma nel 200 si era ritirato a vita privata. Alla sua assenza dalle cariche pubbliche corrispose un periodo di grande corruzione del governo aristocratico, che tentò addirittura di pagare con una lega d’argento di basso valore l’indennità e scaricò la tassa straordinaria sulla cittadinanza incamerandone a proprio vantaggio una buona percentuale. Nel 196 a.C. il malcontento popolare crebbe a tal punto che Annibale fu eletto sufeta. Egli valorizzò allora l’immenso potenziale agricolo dell’esausta Cartagine attraverso l’impianto di colture specializzate, ma soprattutto tentò una serie di riforme per reprimere gli abusi finanziari della classe oligarchica. I Cento si appellarono al senato di Roma e, nonostante la mediazione di Scipione, il vincitore di Zama che aveva assunto l’appellativo di Africano, l’odio contro il grande cartaginese ebbe il sopravvento. Costretto all’esilio nel 195 a.C. Annibale trascorse gli ultimi anni di vita vagando dalla Siria alla Bitinia dove morì suicida nel 183 per non essere consegnato ai romani.
 
[13421]
Per essere stato alleato in terra d’Africa dei romani durante le ultime fasi della guerra contro Annibale, Massinissa di Numidia cercava con ogni pretesto di strappare i pochi territori che erano rimasti ai cartaginesi, sicuro che essi non avrebbero reagito in forza dei trattati di pace del 201 a.C., e i romani, dal canto loro, gli lasciavano una notevole libertà d’azione. Non conosciamo l’ordine cronologico degli sconfinamenti di Massinissa, ma nel 193 e nel 182 a.C. egli si era già appropriato di una considerevole fetta di territori. Gli abusi continuarono per un altro decennio finché nel 172 a.C. Cartagine presentò una formale protesta a Roma che fu accolta tiepidamente. Le prevaricazioni di Massinissa non si arrestarono tanto che nel 161 a.C. riuscì ad annettersi, con la tacita approvazione di Roma i fertili terreni che si estendevano attorno al golfo di Gabes (gli Emporii), la perdita più grave tra tutte quelle subite da Cartagine. La città presentava regolari ricorsi a Roma ma il senato rimaneva sordo: ogni tanto inviava in Africa qualche commissione che si limitava a richiamare blandamente all’ordine il re numida lasciando tutte le controversie in sospeso. I cartaginesi avevano all’interno del senato romano un irriducibile nemico, Marco Porcio Catone, che concludeva ogni sua arringa, di qualsiasi argomento si trattasse, con le famose parole ‘‘ceterum censeo Chartaginem esse delendam” (... e inoltre dichiaro che Cartagine deve essere distrutta). L’occasione che Catone aspettava fu offerto a Roma nel 150 a.C. quando, in conseguenza di un nuovo assalto di Massinissa, la città non invocò più l’arbitrio di Roma, ma respinse la violenza con le armi. L’ultima rata di indennizzi imposta dai trattati del 201 era stata regolarmente pagata l’anno precedente.
 
[13431]
Roma non accettò scuse, né la proposta di un nuovo indennizzo, né la resa che Cartagine offrì quando seppe che il senato aveva dichiarato la guerra. L’esercito Romano sbarcò nel 149 a.C. ad Utica, che si era affrettata a lasciare Cartagine al suo destino, e da lì i consoli comandarono ai cartaginesi di abbandonare la loro città che i romani avevano deciso di distruggere. I cartaginesi si apprestarono allora a una resistenza disperata: i templi e gli edifici pubblici furono trasformati in officine dove i cittadini lavoravano giorno e notte a fabbricare armi con le materie prime ancora disponibili nei magazzini e le donne offrivano i loro capelli per le corde delle catapulte. Fra scaramucce, attacchi alle mura da parte dei romani, sortite dei cartaginesi per approvvigionarsi, defezioni, tentativi di tradimento, disperati atti di eroismo, l’assedio andò avanti fino al 147 a.C., quando giunse in Africa un nuovo esercito romano al comando di Publio Cornelio Scipione Emiliano (figlio adottivo dell’Africano): faceva parte del suo seguito anche lo storico greco Polibio. La città fu stretta dapprima per lunghi mesi in una morsa poi, nel 146 a.C. subì un violento attacco che obbligò i difensori a rinchiudersi nella cittadella di Byrsa da cui combatterono strenuamente per sei giorni. Il settimo giorno fu chiesta la vita salva per coloro che si arrendevano e cinquemila uomini, donne e bambini, mezzi morti di fame, uscirono in fila dalla cittadella; i più tenaci si chiusero in un tempio che poi incendiarono, morendo tra le fiamme. Dopo aver riservato allo stato l’oro, l’argento e gli oggetti sacri, Scipione permise alle sue truppe di mettere a sacco la città e infine, tutto quanto era rimasto in piedi fu raso al suolo. Scipione pronunciò una maledizione sulle rovine e sul terreno venne passato un aratro nel cui solco si seminò del sale, a significare che la terra doveva rimanere per sempre sterile e deserta.
 
[134311]
L’autentica tragedia che fu la fine di Cartagine simboleggiò il crollo di ogni potenza, sia personale che nazionale. Polibio, che fu presente alla sua distruzione, descrive Scipione attonito tra le rovine della città distrutta, presago del destino di morte cui la stessa Roma non potrà sottrarsi.
 
"Scipione considerò la città che aveva prosperato per più di settecento anni dalla sua fondazione, che aveva dominato isole, mari e territori tanto vasti ed era stata ricca d’armi, flotte, elefanti e denaro quanto i più grandi imperi, superandoli però in ardire e disperato coraggio...Dopo aver meditato a lungo sul fatto che non solo gli individui ma anche le città, le nazioni e gli imperi devono tutti inevitabilmente perire, sulla sorte di Troia, città un tempo gloriosa, sulla caduta degli imperi degli assiri, dei medi e dei persiani e sulla più recente distruzione dello splendido impero dei macedoni, egli citò di proposito o fra sé e sé le parole che Omero mette in bocca a Ettore: Verrà il giorno che cadrà la sacra Troia, e il re Priamo, e con lui tutto il suo popolo guerriero. E quando Polibio, che era con lui, gli chiese che cosa volesse dire, egli si volse e gli afferrò la mano dicendo: Questo è un momento di gloria, maestro; eppure sono preso dal timore e dal presentimento che un giorno la stessa sorte toccherà alla mia patria”.
 
[141]
L’arte fenicia ripete nel tempo e nello spazio tipologie e iconografie sostanzialmente invariate, sicché talvolta ci si chiede - senza essere in grado di rispondere - dove è stata prodotta un’opera, perché il luogo del reperimento non è necessariamente anche quello di produzione. Ma l’omogeneità della produzione artistica fenicia è spesso ingannevole. È indubbio l’influsso egiziano nelle città-stato della madrepatria, così come nelle colonie vengono recepiti influssi esterni derivanti da altre culture, quelle indigene o quelle che ad esse si erano sovrapposte. Restano tuttavia la costante funzionalità pratica dei prodotti, l’aderenza alla tradizione e ai modelli, le valenze religiose e magiche che ad essi si accompagnano; ciò può consentire una articolazione per generi o categorie, almeno in apparenza assai solidi e condizionanti: stele, figurine di terracotta, protomi e maschere, gioielli e altri.
 
[1411]
Il complesso delle testimonianze relative all’architettura permette l’individuazione di alcune componenti costanti che delineano una tipica ‘‘cultura dell’insediamento” e, sia in oriente che in occidente, troviamo una serie di elementi peculiari che giustificano l’enunciazione di un vero e proprio ‘‘paesaggio fenicio”. Là dove però, come a Cipro, l’insediamento fenicio non diede luogo alla fondazione di nuove colonie, l’elemento locale rimase prevalente e il contributo fenicio si coglie solo in alcune specifiche realizzazioni architettoniche.
 
 
[14111]
L’urbanistica fenicio-punica mostra alcune componenti costanti, delle quali un aspetto fondamentale è costituito dalla topografia degli abitati, le cui peculiarità hanno reso possibile l’enucleazione di un vero e proprio ‘‘paesaggio fenicio”. Gli insediamenti in genere erano posti su promontori o su isolette a poca distanza dalla costa, di fronte a specchi d’acqua poco profondi o lagunosi, adatti a ricevere navi dalla chiglia bassa come quelle dei fenici. La preferenza accordata a promontori e isole rispondeva anche a un’esigenza di difesa: le isolette erano infatti attaccabili meno facilmente degli impianti di terraferma e i promontori potevano ospitare un’acropoli o comunque un insediamento fortificato. L’acropoli, cinta di mura, costituiva il nucleo centrale di tutti i grandi abitati e intorno ad essa si disponevano i quartieri che ospitavano case private, luoghi di culto, locali per le attività commerciali e industriali. Una cinta muraria racchiudeva l’intero insediamento cittadino, articolandosi spesso in varie cortine successive. In prossimità delle mura si trovava abitualmente l’area sacra caratteristica del mondo fenicio, il tofet – attestato archeologicamente solo in Occidente – ossia un recinto a cielo aperto riservato alla sepoltura (e per molto tempo si è ritenuto al sacrificio) dei fanciulli. Ugualmente in posizione eccentrica rispetto agli abitati erano posti gli impianti sepolcrali. Quanto ai porti, gli impianti naturali erano spesso integrati da banchine, frangiflutti, opere di canalizzazione. Tipica di alcuni insediamenti occidentali era poi la presenza di un bacino artificiale di carenaggio (il cothon), attestato a Cartagine e a Mozia.
 
[14121]
Secondo lo storico Strabone i quartieri abitativi delle città fenicie d’Oriente avevano edifici addossati gli uni agli altri, con case a più piani non prive di soluzioni di una certa eleganza; le porte d’ingresso erano inquadrate da colonne e, ai piani superiori, le finestre avevano balaustre ornate con eleganti volute. A Cartagine e a Kerkouane inoltre erano diffuse le vaste insulae abitative in mattoni e pietra che potevano raggiungere anche i sei piani. Vi si accedeva attraverso uno stretto ingresso che conduceva a un cortile centrale, sovente decorato con un pavimento a mosaico in cui compariva il cosiddetto ‘‘segno di Tanit”. Nel cortile si trovavano una o più vasche, un pozzo e la scala d’accesso ai piani superiori. Tutt’intorno si disponevano i singoli vani secondo un criterio organizzativo tipico delle case puniche di città. In Sicilia (Mozia, Solunto) e in Sardegna (sulle rive dello stagno di S. Gilla, presso Cagliari, e a Tharros) sono presenti abitazioni dalla caratteristica tecnica ‘‘a telaio” – cioè con strati verticali alternati a sacche di pietrame più minuto – organizzate, come a Cartagine, attorno a un cortile centrale; in quelle di Tharros la corte occupa però la parte anteriore degli edifici. In certi casi (come a Nora, in Sardegna), le abitazioni sono di dimensioni più modeste e disposte irregolarmente l’una accanto all’altra: per quartieri di questo tipo è stata utilizzata la denominazione di kasbah.
 
[14131]
Nelle città-stato fenicie, interi settori cittadini erano adibiti a ospitare esclusivamente officine e laboratori. Numerosi forni per la ceramica attestano in alcuni siti la produzione di anfore e vasellame, mentre consistenti depositi di conchiglie del genere murex, da cui si ricavava la caratteristica porpora, resta a testimoniare l’attività di tintura dei tessuti. A Kition ( Cipro) sono invece presenti resti del cantiere navale, con rampe usate per tirare in secco le imbarcazioni. Consistenti sono gli impianti industriali che riguardano Mozia: in un’area di oltre 600 mq, che costituiva un vero e proprio quartiere, si sono trovati indizi di attività di concia e di tintura delle pelli e di fabbricazione di laterizi e di altri prodotti ceramici. Parti di strutture architettoniche riferibili a edifici rurali sono stati invece riportati alla luce a Malta e a Ibiza. Nella penisola iberica sono state infine rinvenute strutture interpretate come magazzino per lo stoccaggio dei prodotti commerciali datate al VII-VI secolo a.C.; il più notevole, dalle dimensioni di 15x11 metri, è quello di Toscanos, presso Malaga, costituito da tre locali interni e da una cantina.
 
[14141]
I santuari della Fenicia non avevano, di norma, un aspetto particolarmente monumentale. Di forma rettangolare, erano costituiti da un unico grande vano dove, su uno dei lati brevi, era collocato un piccolo altare, spesso preceduto da un pilastro isolato o betile che indicava la sacralità del luogo (dal punico bet el = ‘‘casa del dio”); lungo tutte le pareti interne correvano banchine destinate alle offerte. Il santuario cipriota di Kition, fondato nel IX secolo a.C. e dedicato ad Astarte, era diviso in navate da quattro file di colonne e aveva una cella. Le colonne sono una caratteristica anche del tempio di Kerkouane, detto appunto ‘‘casa delle colonne”, che comprende, oltre ad un vano centrale di 7x10 metri, una serie di ambienti circostanti. Peculiari dell’area fenicia (ma sviluppati anche in area coloniale) sono i piccoli sacelli cubici ispirati a modelli egiziani; quello presente nel tofet di Mozia ha invece nell’alzato colonne doriche e un altare incorporato. Due grandi santuari sono presenti anche a Monte Adranone, nel territorio di Agrigento, in Sicilia. Il primo, posto sull’acropoli, è una struttura rettangolare di 31x10 metri, divisa internamente in tre vani: quello centrale, scoperto, ospitava su apposite basi di arenaria due pilastri votivi (betili); nella facciata dell’edificio si combinavano elementi greci e punici. Il secondo tempio, di 21x8 metri, comprendeva due vani affiancati, nel maggiore dei quali sono stati trovati pilastri votivi e un’ara. Documentazione architettonica di grande interesse presenta anche il tempio di Antas, che sorge isolato presso Iglesias, in Sardegna, eretto nel VI secolo a.C. in onore del dio locale Sid.
 
[14151]
Poiché i fenici alternavano i riti dell’incinerazione e dell’inumazione, l’architettura funeraria mostra tombe ipogee a semplice fossa, a pozzo e a dromos. Presenti in Fenicia e poi in tutto il mondo punico, le tombe a pozzo – cioè quelle che si aprono ai lati o sul fondo di un modulo verticale d’accesso – risultano spesso notevolmente complesse, per la presenza di diverse camere sepolcrali; il pozzo d’accesso può misurare fino a 5 metri di profondità, ma in alcuni casi li supera di molto. Le tombe a dromos (testimoniate a Cartagine, Palermo, Sulcis, Tharros ecc.) hanno invece un corridoio a rampa che immette nella cella talora decorata. Veri e propri monumenti sepolcrali, gli unici che non attestino esclusivamente soluzioni ipogeiche, sono le costruzioni tombali di Amrit note col nome arabo di meghazil (‘‘fusi”); si tratta di mausolei a più piani, risalenti all’età persiana, costituiti da un tamburo circolare o poligonale e da una parte superiore a cupola o a piramide. Esempio di architettura funeraria famosa per le decorazioni pittoriche è la tomba di Gebel Mlezza, presso Kerkouane.
 
[1421]
Per la generale tendenza ai prodotti artigianali minuti – i più facilmente trasportabili ed esportabili – scarseggia nel mondo fenicio la documentazione di una statuaria in pietra.
Essa è inoltre rappresentata da opere singole, più che da una tradizione organica. In queste opere prevale nella fase più antica l’ispirazione egiziana, in quella più recente l’ispirazione greca.
 
 
[14211]
Da Tiro proviene un busto, risalente all’VIII-VII secolo a.C., che mostra un’iconografia tipicamente egiziana: un torso, con un ampio pettorale sul petto nudo e un gonnellino a pieghe, che conserva il braccio sinistro stretto a pugno per contenere un rotolo. A Sidone è emersa invece un’arte di influenza greca, ma di datazione arcaica (VI secolo a.C.).che ricorda i modelli greci dei kouroi. Dal tempio di Eshmun, sempre a Sidone, provengono alcune statuette di fanciulli, rappresentati in piedi, accovacciati, o nell’atto di giocare con un animale o con un piccolo oggetto; preziose le iscrizioni fenicie che appaiono sullo zoccolo che suggeriscono una datazione al VI-IV secolo a.C. La scarsezza di statuaria che caratterizza l’Oriente fenicio si ripete anche in Occidente. Della prima fase della produzione Cartagine ha restituito qualche testina femminile in pietra con tracce di puntura risalenti al VI secolo a.C., poi prevale una seconda fase di età ellenistica che mostra l’influsso greco ormai dominante, sicché la componente fenicia assume piuttosto l’aspetto di una variante provinciale. Testimonianze importanti di statuaria fenicia giungono dalla Sicilia, come la figura femminile in trono tra due sfingi, proveniente forse da Pizzo Cannita, fortemente mutilata nella parte superiore e nei fianchi, le cui sottili pieghe della veste suggeriscono un influsso ionico. Anche la Sardegna ha restituito notevoli testimonianze di statuaria punica, tra cui spicca l’immagine femminile divina del VII secolo a.C. scoperta a Monte Sirai: la testa è attentamente elaborata, mentre il corpo è trattato sommariamente. Nel 1983 è stata rinvenuta a Sulcis una coppia di leoni a grandezza pressoché naturale che si fa risalire al VI-V secolo a.C.; gli animali poggiano su basamenti a gola e sono inquadrati superiormente da una specie di architrave rettilineo, che prosegue posteriormente con un pilastro sagomato; i leoni sono accosciati, con la zampa anteriore allungata e la coda arrotolata in elegante spirale sul dorso. Anche l’Iberia offre una scarsa documentazione. Notevole è la figurina femminile divina in trono tra sfingi, alta 18 centimetri, eseguita in alabastro e rinvenuta presso Galera. La dea ha il corpo coperto da un velo che le ricade sulle spalle e indossa una tunica a fitte pieghe; sulle braccia sostiene un grande bacile; i seni forati indicano che si tratta di una raffigurazione della dea della fecondità.
 
[142111]
Questa statuetta di alabastro che rappresenta una dea in trono è un’opera particolarmente elegante e raffinata. Il capo della dea è coperto da un velo che ricade sulle spalle lasciando scoperte le grandi orecchie. Il volto, dalle guance piene, è caratterizzato da grandi occhi allungati, sormontati da sopracciglia fortemente arcuate. Il naso è stretto e diritto, la bocca è piccola, con le labbra serrate.
La dea indossa una veste a fitte pieghe riccamente decorata sulla scollatura e sul bordo inferiore. I seni della dea, forati e comunicanti con un’apertura alla sommità della testa, poggiano sul bordo di un ampio bacile che la dea sostiene sulle braccia. Ai lati si dispongono due sfingi i cui volti presentano lineamenti affini a quelli della dea. Anche le zampe dei due animali mitici sono simili ai  piedi nudi della dea che sporgono dall’orlo della tunica.
 
[14221]
Nell’ottobre 1979, una missione archeologica formata dai componenti la cattedra di Antichità Puniche dell’Università di Palermo ha portato alla luce sull’isola di Mozia la statua in marmo di un giovane uomo, alta allo stato attuale 1,81 metri; ma poiché manca dei piedi era originariamente più alta. Manca anche delle braccia, delle quali si può ricostruire la posizione: il destro, alzato, doveva forse impugnare una lancia o una corona di fiori o di fronde; il sinistro è invece piegato su se stesso e la mano, con le dita divaricate, sprofonda nel fianco, sopra la veste fenicio-punica fluttuante e pieghettata fittamente, trattenuta al petto da una fascia che originariamente doveva essere di cuoio o di porpora, uguale a quella che portavano i sacerdoti. Per questo, tra le altre ipotesi, il giovane personaggio è stato identificato con il dio di Tiro Melqart. La testa, dal volto purtroppo rovinato, è volta leggermente a sinistra e la fronte è incorniciata da una triplice fila di riccioli rotondi, detti a ‘‘lumachella”. La maggior parte degli studiosi data la statua al 470-460 a.C., certamente commissionata da facoltosi cittadini della colonia fenicia a un artista greco di formazione ionica: il ‘‘dio di Mozia” è il simbolo dunque dell’incontro tra la civiltà greca e la fenicio-punica, le due componenti che per secoli hanno determinato la storia del Mediterraneo.
 
[1431]
Nel mondo fenicio il rilievo in pietra ha due realizzazioni di spicco: le stele e i sarcofagi. Per la natura tipica dell’area e della politica locale, manca il rilievo storico ampiamente presente in Egitto e in Mesopotamia.
La stele è il genere artigianale più diffuso nell’Occidente fenicio; il sarcofago, genere d’arte di provenienza egiziana, subì nel V-IV secolo a.C. l’influsso greco ed ebbe una notevole produzione a Cartagine.
 
[14311]
Tra gli esemplari rinvenuti in Fenicia va ricordata la stele di Yehaumilk (V secolo a.C.) proveniente da Biblo. Ha la sommità arrotondata e presenta un re in piedi (di età persiana a giudicare dal copricapo cilindrico, dalla barba e dai lunghi capelli) che offre una coppa a una dea seduta in trono che ha sul capo il disco egiziano con due corna; in mano tiene uno scettro alto in forma di papiro. Quest’iconografia ritorna su altri frammenti di stele rinvenute in altre località orientali (Beirut, Sidone, Burg esh-Shemali). Migliaia di stele caratterizzano il patrimonio di Cartagine legato al tofet. Si tratta per la maggior parte di pilastri che hanno al centro delle nicchie con betili o pilastri, oppure il più famoso simbolo del mondo punico, quelle detto ‘‘di Tanit”, la schematizzazione di una figura femminile. Sono presenti nelle stele anche motivi ispirati al mondo greco come la colonna ionica o dorica, il delfino, i fiori. Una vera rivelazione, per la storia delle stele fenicie, sono le scoperte di Mozia che hanno restituito migliaia di esemplari. Qui prevalgono le immagini umane, figure femminili e maschili frontali e di profilo, nonché ‘‘idoli a bottiglia” e betili, questi ultimi presenti anche a Nora. Il maggior centro di produzione di stele in Sardegna è tuttavia Sulcis (Sant’Antioco), con oltre 1500 esemplari, in cui prevalgono le figurazioni umane e animali.
 
[14321]
Il più antico e celebre sarcofago fenicio è quello del re Ahiram, databile al XIII-XII secolo a.C. I sarcofagi di pietra sono un genere d’arte di provenienza egiziana, non solo nell’ispirazione ma anche nella derivazioni degli esemplari; nel V e nel IV secolo si sviluppò tuttavia una fase di tipo grecizzante testimoniata da alcune decine di esemplari provenienti da Sidone: la modellatura del corpo è appena accennata o manca, mentre la testa è trattata in modo totalmente greco. Da Cartagine provengono due esemplari pitturati con coperchio in marmo; uno rappresenta un sacerdote barbuto dalla lunga veste a pieghe che sorregge una coppa; sull’altro c’è un’immagine femminile in tunica avvolta da due grandi ali che si sovrappongono. Sarcofagi di varie fogge e ispirazione sono stati trovati in vari siti della costa africana, a Malta e in Sicilia, mentre mancano finora in Sardegna. La documentazione riprende invece in Iberia con i sarcofagi delle necropoli di Cadice risalenti al IV secolo a.C.
 
[1441]
L’argilla è la materia prima meno costosa e più facile a manipolare presente in natura. Essa richiede solo un processo di depurazione e di cottura per ottenere oggetti lavorati a mano, oppure eseguiti al tornio o a stampo. Con questi tre sistemi tecnici le terrecotte ebbero in Oriente una tradizione millenaria, e presso i fenici alcune tipologie assunsero un ruolo peculiare, in accordo con la destinazione - funeraria, cultuale, votiva - che furono chiamate a svolgere.
 
[14411]
I tipi più antichi di terrecotte figurate fenicie, che goderanno di grande favore anche nelle colonie occidentali, specie a Cartagine, sono rappresentazioni di figure femminili che si premono i seni, di gestanti (pregnant women) e immagini di Bes. Il centro di questa produzione fu soprattutto  Cipro dove, dall’VIII secolo a.C., la presenza fenicia si è ormai consolidata. La Sicilia fenicio-punica, insieme a Ibiza, presenta la serie più ampia di terrecotte a stampo di tipo greco, come le teste-bruciaprofumi. In Sardegna sono documentate figurine votive maschili (spesso itifalliche) nelle varietà a corpo campaniforme e a corpo ovoidale, presenti anche a Ibiza che, dal VI al II secolo a.C., fu centro di una produzione di massa a stampo. Le terrecotte iberiche rappresentano però anche figure femminili piuttosto omogenee, a braccia aperte o ripiegate sul petto, adorne di alta tiara e collane a cordone. Né mancano placchette quadrangolari o circolari con motivi di valore funerario o simbolico a rilievo o incisi al negativo.
 
[14421]
Nella terminologia archeologica si usa il termine ‘‘protomi” per indicare le raffigurazioni plastiche (quasi esclusivamente femminili) che comprendono il volto e la parte superiore del busto, abitualmente senza aperture, e ‘‘maschere” per quelle (nella quasi totalità dei casi maschili) limitate al volto, con aperture passanti in corrispondenza degli occhi e spesso anche della bocca. Le protomi, che rappresenterebbero delle divinità, vengono classificate tra gli oggetti votivi nei santuari e fra le immagini tutelari del defunto nelle tombe; le maschere erano invece indossate da sacerdoti o devoti durante cerimonie e rappresentazioni religiose. L’uso di questo tipo di terrecotte, fabbricate con la tecnica del vasaio e spesso con l’aggiunta del colore, è attestato in tutto il mondo fenicio, sia orientale sia occidentale. Le maschere virili e grottesche sono di antica attestazione a Cartagine (dal VII secolo) distinte nel tipo ‘‘negroide”, di cui rimangono pochi esemplari, e ‘‘ghignante”: queste ultime presentano spesso fori in cui venivano inseriti gioielli. Molte maschere, e specialmente quelle sarde di San Sperate, hanno decorazioni a stampo (rosette, sole ecc.) che ricordano i gioielli.
 
[1451]
I gioielli rappresentano uno degli aspetti più caratteristici dell’artigianato fenicio e punico e, per alcuni di essi, si può parlare sicuramente di arte. La lavorazione dei metalli preziosi, favorita dal commercio mediterraneo, è legata a una lunga tradizione artistica che antecede i fenici nell’area siro-palestinese.
La precisa definizione cronologica di questo genere di produzione rimane difficile, sia per la fondamentale omogeneità che rende persino problematica la distinzione tra esemplari prodotti in Oriente ed esemplari occidentali, sia per la tesaurizzazione dei gioielli che potevano essere conservati per molte generazioni, rimanendo sempre in uso.
 
[14511]
I gioielli fenici, come del resto quelli di tutti gli altri popoli e culture, erano realizzati per lo più in oro, il metallo che meglio si conserva nel tempo. Grande impiego aveva anche l’argento, più deperibile e quindi meno documentato, specie per l’esportazione verso quei paesi, come l’Egitto, che ne erano del tutto privi. Alcuni ornamenti erano anche di bronzo; largo impiego trovarono le pietre dure pregiate (ematite, lapislazuli, diaspro, corniola, cristallo di rocca ecc.) e il vetro policromo. Pietre e vetro furono usate in diversa foggia soprattutto per collane e bracciali, spesso in combinazione con i metalli preziosi. Quanto alla tecnica prevale, specie in epoca più antica il lavoro a sbalzo, a granulazione e a filigrana. Nella tematica prevalgono motivi di valenza magico-religiosa, specie di derivazione egiziana. Si preferivano comunque soggetti fitoformi (la palma, il fiore di loto, la rosetta), zoomorfi (scarabei, sfingi, leoni, falchi) e geometrici, mentre quelli umani non sono frequenti, con l’eccezione della figura della protome femminile, simbolo della fecondità.
 
[14521]
Lo scrigno di una famiglia ricca di Sidone, o cartaginese, o iberica (i gioielli erano portati sia da donne sia da uomini) conteneva orecchini, pendenti, anelli, bracciali, collane: fattura e disegno avevano una loro peculiarità determinata dalla tradizione locale. Per l’Oriente del VII-VI secolo si possono citare come esempio gli orecchini in oro o in argento a croce ansata, dai bracci stretti ed equilateri che ricorda il noto simbolo egiziano della vita (ankh), o gli anelli con costone arrotondato (a cartouche), che richiama il cartiglio. In tutto il mondo fenicio, la gioielleria era caratterizzata da pesanti orecchini a goccia, pendenti a cestello o a edicola; collane con vaghi di diverso materiale, astucci porta amuleti di varie fogge, larghi anelli crinali e leggeri anelli da dita in filigrana, medaglioni e borchie con guarnizioni granulari ecc. La documentazione sarda di Tharros appare la più rilevante per qualità e quantità: bracciali lavorati a sbalzo; pesanti collane a cordone che appaiono rappresentate anche nelle statuette di terracotta; anelli col ‘‘segno di Tanit”.
 
[14531]
L’Iberia, fonte dei metalli preziosi, ci ha restituito, tra l’altro, due importanti complessi di gioielli che possono essere inseriti, per il repertorio ornamentale, nell’ambito dell’arte orientaleggiante, ove l’ispirazione principale della corrente fenicia si amalgama con quella greca, ed etrusca. Sono il cosiddetto tesoro del Carambolo e quello di Ebora. Il tesoro del Carambolo è costituito da ventun pezzi d’oro, tutti di grande novità per ricchezza, originalità di forma, e decorazione puramente geometrica. Comprende due pettorali; due bracciali; otto piastre di varia grandezza, decorate a fasce alternate di semisfere e rosette separati da fili circondati; otto piastre con decorazioni di semisfere e fili di anelli alternati; una collana (il pezzo più significativo) costituita da una doppia catena terminante con un passante bigoncio dal quale si dipartono otto catenelle che sostengono sette grossi pendenti. Il tesoro di Ebora è costituito da un centinaio di piccoli pezzi d’oro, collegabili in un grande diadema snodato con appendici simmetriche triangolari, e da collane, bracciali e pendenti vari in cui appare prevalente la tecnica a granulazione.
 
[14541]
Gingilli traduce la parola athyrmata con la quale i greci indicavano piccoli oggetti (preziosi, semipreziosi o di valore intrinseco trascurabile) di fabbricazione fenicia costituiti soprattutto dagli scarabei e dagli amuleti, ma che comprendevano anche i piccoli ossi lavorati o le figurine in pasta di vetro. Oggi potremmo chiamarli ‘‘arti minori” ma questa classificazione è vaga perché gli athyrmata comprendevano anche la ‘‘gioielleria minuta”. Il centro di fabbricazione più importante fu Tharros, in Sardegna, tra il VI e il III secolo a.C. Gli scarabei, che nel mondo egiziano avevano un significato di simbolo legato ad una forma rigenerativa di vita terrena o ultraterrena, quando ‘‘divennero” athyrmata persero la loro funzione religiosa e, montati in oro o in argento, assunsero valore di amuleto in tutta l’area mediterranea (dalla Grecia, all’Etruria, alla Magna Grecia e, naturalmente, alle colonie fenicie). I materiali impiegati furono soprattutto la steatite, ma anche pietre dure come il diaspro, l’agata, l’onice ecc. Anche molti degli altri amuleti ricordano temi e motivi di tradizione egiziana (l’occhio di Horo, Iside, Anubi, Bes) ma ci sono anche simboli che si sono evoluti proprio nella cultura punica, come il cosiddetto ‘‘segno di Tanit”. Molti amuleti hanno connotazioni zoomorfe (la lepre, il gatto, il falcone, la scimmietta), non mancano esempi di raffigurazioni di parti del corpo (piedi, mani e braccia).
 
[1461]
Gli avori e gli ossi costituiscono una delle più pregevoli categorie dell’artigianato artistico fenicio e punico. L’avorio, prezioso e raro, di non facile reperimento ma presente in Asia Minore e in Africa, fu presto sostituito - o comunque parallelamente usato - dall’osso, meno prezioso ma di facile acquisizione.
La consuetudine ormai acquisita di questa categoria include quindi nel termine ‘‘avori” anche i più modesti ossi.
 
[14611]
L’intaglio eburneo, diffuso in Medio Oriente già nell’età del Bronzo, raggiunse in Fenicia esiti di grande abilità tecnica specie intorno all’VIII secolo a.C. La produzione comprendeva statuette a tutto tondo; manici di specchi, di ventagli o di utensili; placchette per arredo con motivi fitoformi (palmette e fiori di loto) o zoomorfi (grifone, sfinge, vacca, ariete cane) da applicare su altari, troni, letti ecc.; pissidi; spilloni; scatole per gioielli, unguenti o cosmetici; bottoni e rosette; cucchiai, scacchiere e tavolette da gioco ecc. I lotti più notevoli di età fenicia sono quelli di Nimrud (in Assiria, sul Tigri), Samaria (dove era il palazzo di re Acab d’Israele), Arslan Tash (residenza del re assiro Tiglatpileser III) e Khorsabad (capitale assira di Sargon II), tutti centri geograficamente esterni alla Fenicia vera e propria, ma la cui produzione appare una irradiazione sia diretta (importazione del prodotto finito o degli artigiani) che indiretta (bottini di guerra). Anche dalle tombe reali di Salamina di Cipro provengono avori intagliati di notevole fattura. La documentazione di Cartagine, e in tutto l’Occidente, appare meno consistente: mancando il ‘‘Palazzo” sede del potere, l’uso degli avori costituiva solo uno status symbol e un esotismo; la produzione era quindi limitata  ai piccoli oggetti, agli ex voto, ai contenitori soprattutto per la cosmesi femminile.
 
[14621]
Gli avori di Nimrud, centro assiro non lontano da Mossul, sono stati divisi in due gruppi, classificati dal nome dei relativi archeologi che li hanno portati alla luce nel secolo scorso: il gruppo Layard e il gruppo Loftus. Il primo proviene dal Palazzo del re Assurnasirpal II (883-859 a.C.) ed è costituito da numerosissimi pezzi che costituivano pannelli per letti e di un trono, nonché esemplari a tutto tondo. I pannelli sono lavorati a basso e alto rilievo, tra i quali ricordiamo la ‘‘donna alla finestra”, il giovane che stringe in mano un fiore di loto; il leone che divora un negro in un campo di papiri, arricchito da intarsi di lapislazzuli, cornalina e parzialmente ricoperto da una lamina d’oro. Il gruppo Layard sembra essere stato portato a Nimrud da Sargon II (721-705 a.C.) come bottino di guerra da Hamah (Siria). Si tratta di centinaia di esemplari che ripetono il repertorio Loftus e che sono stati rinvenuti nel cosiddetto ‘‘Palazzo bruciato”, iniziato a costruire da Sargon nel 712 ma non ancora ultimato alla sua morte.
 
[146211]
Questa placchetta d’avorio intagliata a giorno decorava probabilmente la spalliera di un letto. E’ rappresentato un grifone alato nell’atto di afferrare un frutto con il becco spalancato. La superficie del corpo leonino, dalle zampe possenti, è levigata mentre le ali sono decorate da linee incise. Il grifone sembra arrampicarsi su un albero dai rami contorti, ricchi di fiori, rappresentati con il tipico motivo “ a palmetta”. Tre alti riccioli che si ergono sulla testa dell’animale assumono l’aspetto di una corona, altri tre ricadono sulle spalle.
Questa placchetta costituisce un raffinato esempio dell’alto livello qualitativo raggiunto dai Fenici nell’arte dell’intaglio eburneo.
 
[1471]
La metallurgia del bronzo conosce nel mondo fenicio e punico due categorie: la piccola plastica, che ha i suoi antecedenti in Siria e in Palestina e che è quindi indizio della più antica frequentazione fenicia in Occidente, e i cosiddetti rasoi votivi, legati strettamente a Cartagine, che evidenziano l’autonomia di scelte artigianali del mondo occidentale rispetto alla madrepatria.
 
[14711]
Non ci sono giunte molte figurine in bronzo di produzione fenicia e la loro tipologia è piuttosto circoscritta: la divinità combattente, il dio in trono, il personaggio incedente e benedicente, la donna con pesanti decorazioni ad anelli. Determinante è la produzione di  Cipro (dove si fabbricano anche arredi cultuali, tripodi e candelabri), che accoglie derivazioni della tradizione siro-palestinese ed egiziana per poi trasmetterla in Occidente. La documentazione siciliana si limita al rinvenimento del 1955 nelle acque di Selinunte di una statuetta di bronzo alta 36 centimetri, che riproduce il tipo della divinità combattente, forse Reshef. I rinvenimenti della Sardegna, che risalgono a un’epoca di poco posteriore a quella del bronzetto di Selinunte, provengono dal nuraghe Flumenelongu (Alghero), da Olmedo, che ha restituito statuine di personaggi benedicenti, e dal pozzo sacro di Santa Cristina di Paulilatino che mostra una figura seduta. Di probabile fattura locale sembrano invece i due personaggi seduti, dei quali uno versa il liquido da una brocca in una patera che tiene sulle ginocchia, l’altro impegnato a suonare la cetra. La penisola iberica ci ha restituito, tra l’altro, una bella figurina di una divinità femminile seduta, alta 16,5 centimetri e letta come Astarte, che riporta sulla base un’iscrizione fenicia non più tarda del VII secolo a.C.
 
[147111]
Conservata nel Museo Archeologico Regionale di Palermo, la figura maschile porta un copricapo conico terminante con una protuberanza a bottone e con ai lati due alette che sono probabilmente le piume di struzzo stilizzate della corona di Osiride. Due profonde cavità, riempite probabilmente in origine con pasta vitrea segnano le cavità orbitali, mentre le orecchie e il naso sono molto pronunciati. Lo stato di corrosione della statuetta non consente di stabilire se il busto e le braccia siano nudi, ma dalla cintola all’inguine conserva tracce di un gonnellino. Il braccio destro è levato all’altezza del capo, la mano è chiusa a pugno e doveva contenere una mazza; il sinistro tende l’avambraccio in avanti e manca della parte terminale della mano. Le gambe, con la sinistra portata in avanti, hanno piedi con dita ben marcate e le piante conservano due protuberanze, utilizzate probabilmente per fissare la statuetta. Prodotto probabilmente in Oriente nel X-IX secolo a.C., il bronzetto siciliano documenta la frequentazione fenicia in Occidente in quei secoli.
 
[14721]
I cosiddetti ‘‘rasoi punici” in bronzo sono un esempio tipico dell’autonomia di scelte artigianali che il mondo fenicio occidentale compì rispetto alla madrepatria orientale, anche se esempi di rasoi rituali sono largamente presenti nella cultura egiziana. Rinvenuti nei principali contesti punici, dall’Iberia, al Nord Africa, alla Sardegna, essi costituirono – dal VII al II secolo a.C. – gli elementi qualificanti di una pietà religiosa funeraria, probabilmente riservata a una ristretta cerchia della società. Posti accanto al cadavere, i rasoi erano simboli della depilazione purificatrice cui il defunto era stato sottoposto; garanzia quindi di purezza, i rasoi dovevano facilitargli il passaggio nell’altro mondo. Il corpo dei rasoi punici è sottile e lungo, di forma generalmente rettangolare; i lati maggiori sono per lo più rettilinei e tra loro paralleli; uno dei lati minori si allarga in forma si semiluna, il lato opposto si restringe e si prolunga plasticamente a formare il collo di un cigno dal becco ben evidenziato. Le due facce dello strumento sono incise con tratti geometrici o con rappresentazioni figurative, di un certo valore artistico, che rimandano alla tradizione magica egiziana (Iside, Horo), a raffigurazioni di divinità fenicie (Melqart, Reshef) e a rappresentazioni di animali (cigno, cinghiale, toro, grifone, leone ecc.) e di elementi vegetali (palmetta, fiore di loto, rosetta). Le dimensioni dei rasoi oscillano da una lunghezza massima di 21 centimetri a una minima di 4. Il loro principale centro di produzione fu Cartagine.
 
[1481]
Della pittura fenicia ci sono pervenuti pochi resti e quasi tutti di epoca ellenistica. Manca anche una produzione ceramica decorata, come accade invece in ambito greco, che supplisca all’assenza di testimonianze pittoriche. Quello che ci è giunto sono soprattutto decorazioni dipinte su pareti di tombe che fanno supporre l’esistenza di pitture anche sulle pareti delle case dei vivi.
 
[14811]
La pittura parietale funeraria  in Fenicia è documentata in alcune tombe funerarie di Sidone databili al III secolo a.C. e mostrano motivi in prevalenza vegetali: ghirlande, fiori, petali intrecciati in cui dominano il colore rosso e verde. In Occidente sono state individuate camere funerarie dipinte a Capo Bon e nei pressi di Kerkouane dove è famosa una tomba della necropoli di Gebel Mlezza del IV-III secolo a.C. La camera, cui si accede da un pozzo, è decorata su tre lati con ocra rossa, stesa direttamente sulla parete rocciosa. A un’altezza di 80 centimetri dal suolo corre una fascia di triangoli uniti ai vertici, che produce un effetto di decorazione a rombi. Al di sopra, sulla parete a sinistra, è dipinta una costruzione su basamento a gradini, con un altare (alla sua sinistra) e la figura di un gallo (alla sua destra). La parete opposta è decorata alla stessa maniera, ma manca la figura del volatile. Sulla parete di fondo è delineata una città schematizzata con edifici merlati; alla sua sinistra c’è una nicchia al cui interno è tracciato il cosiddetto ‘‘simbolo di Tanit” sovrastato da un crescente lunare; a destra della città appare di nuovo la figura di un gallo. Sul soffitto a spioventi appaiono i resti di una decorazione lineare (non colorata) a triangoli e rombi uguale a quella eseguita a colore lungo le pareti.
 
[14821]
L’uomo, fin dagli albori della storia, ha identificato nell’uovo il principio vitale, la continuità generatrice, e le grosse uova di struzzo dovevano essere un simbolo sacro per eccellenza: se ne sono trovate nelle tombe egizie e mesopotamiche del III millennio a.C. e anche nell’ambiente miceneo del II. In ambito punico le uova di struzzo furono una vera e propria moda e non solo nell’uso funerario: in Spagna ne sono state trovate anche in abitazioni civili. Erano beni di lusso il cui uso si estese per un periodo molto ampio compreso tra il VII e il II secolo a.C. Le uova erano dipinte con motivi ornamentali di tipo geometrico o rappresentavano maschere con grandi occhi eseguiti in nero, lunghe ciglia attentamente disegnate, capelli resi in nero sulla fronte in un festone o una serie di spirali, e guance indicate in rosso. La pittura del volto spiccava bene sul fondo che poteva avere la lucentezza dell’avorio o l’opacità del gesso. Alcuni gusci, perforati alla sommità o tagliati a metà fungevano da recipienti. Il più importante lotto di uova di struzzo dipinte di tutto l’Occidente punico proviene dalla necropoli di Villaricos, sulla costa orientale spagnola.
 
[1492]
La letteratura storico-artistica chiama ‘‘fenici” i vetri preromani, anche se la tecnologia del vetro affonda le sue origini in Mesopotamia e poi in Egitto. Da qui essa sarebbe rifluita intorno al VII-VI secolo a.C. verso i centri costieri levantini e fenici in particolare.
È tuttavia indubbio che l’industria vetraria fenicia assurse a grande perizia tecnica, favorita dalle particolarità chimiche delle sabbie fenicie particolarmente adatte alla vetrificazione.
 
[1491]
La lavorazione del vetro giunse in Fenicia dall’Egitto e dal Medio Oriente, ma dal VII-VI secolo furono le botteghe fenicie a monopolizzarne la produzione. Essa comprendeva vasetti o unguentari di vario tipo che si ispiravano alle forme vascolari greche (alabastra, aryballoi, amphoriskoi, oinochoai) ma anche dalle forme antropomorfe, coppe, pendenti (i più famosi sono quelli a teste demoniache barbate), vaghi circolari e allungati per collane, amuleti e tutti quei piccoli gingilli detti dai greci athyrmata. Il colore naturale del vetro è l’azzurro o azzurro-verdastro ma i fenici vi aggiunsero una vivace decorazione ‘‘a fili” unendo alla pasta vitrea di base ossidi minerali e metallici, la cui diversa percentuale dava colorazioni diverse: ossido di rame per l’azzurro, ossido ferroso per il verde, ossido di stagno per il bianco, composti di antimonio per il giallo ecc. Molto usata, specie per i pendenti, era la tecnica a maiolica, costituita da una pasta silicea quasi pura con smalto vetroso monocromo o policromo. In Fenicia il centro vetrario più importante fu Sidone, poi emersero  Cipro, Mozia in Sicilia, Nora e Tharros in Sardegna e la stessa Cartagine; vetri fenici furono prodotti anche in Iberia (Ibiza). I romani continuarono quella tradizione artigianale, documentata soprattutto ad Aquileia (I-II secolo d.C.) da cui poi raggiunse Venezia. I ‘‘vetri veneziani” ancora oggi famosi in tutto il mondo, devono quindi molto agli antichi maestri fenici.
 
[1502]
La ceramica vascolare fenicia non può sostenere un confronto estetico e qualitativo con la ben più appariscente produzione greca. La ceramica delle città-stato, sotto l’influenza dell’artigianato siriano e palestinese, mostra una certa tendenza alla decorazione, mentre quella ‘‘coloniale” si volge con maggior interesse alla forma d’uso.
Dal VII secolo ogni regione occidentale elabora una tipologia propria, autonoma e peculiare.
 
[1501]
Le ceramiche orientali sono rivestite di uno strato di smalto rosso o nero e decorate in modo geometrico con entrambi i colori; ci sono però anche ceramiche grezze ornate con vernice bianca o del tutto prive di decorazione. La loro funzione principale era quella domestica, commerciale e funeraria. Esiste un vasto repertorio di tazze, con e senza piede, dalle pareti emisferiche; piatti profondi dall’orlo gonfio o solcato, ampi bacini a due o quattro anse, mortai con orlo semicircolare. I vasi sono per lo più biconici con pancia ovoidale (utilizzati anche come ossuari), le brocche hanno pancia semisferica con collo carenato e breve orlo gonfio, spesso espanso orizzontalmente. Caratteristiche le cosiddette ‘‘fiasche da pellegrino” con pancia asimmetrica e collo lungo, fornite di anse. I prodotti di matrice occidentale si differenziano, secondo le aree geografiche, sia nel tipo di argilla impiegata (a esempio il caolino della Sardegna), sia nella tipologia delle forme. Il riscontro più evidente è dato dalle anfore le cui forme si fanno strozzate al centro, fino ad assumere, soprattutto in Sicilia e in Sardegna, la forma del siluro.
 
[161]
Si fa abitualmente distinzione tra fenici e punici in relazione a una differenza puramente geografica. Fenicio sarebbe l’abitante delle città-stato della madrepatria orientale; con punico si intende invece il fenicio immigrato in qualche regione del Mediterraneo occidentale come la Sicilia, la Sardegna, il Nord Africa. Col progredire degli studi la dimensione geografica si è dimostrata tuttavia inadeguata perché si sono scoperte originali specificità culturali non solo tra le città del Mediterraneo orientale e quelle del Mediterraneo occidentale, ma anche tra i punici della Sardegna e quelli del Nord Africa, della Sicilia, della penisola iberica. Un substrato comune, quindi, che ha mantenuto nel tempo fondamentali analogie ma che ha anche sviluppato significative diversità a seconda dei luoghi.
 
[1611]
La densità del popolamento e degli insediamenti sulla costa fenicia ha determinato grandi sconvolgimenti e deteriorato le fasi più antiche. I centri fenici storicamente più importanti sono anche quelli maggiormente compromessi dalla sovrapposizione di monumenti grandiosi: dall’impianto delle città ellenistiche e romane ai castelli crociati e alle città arabe. La possibilità di ricerca sul terreno ne è stata compromessa e in certi casi non è possibile valutare, neppure in trama, le opere edilizie per le quali le antiche città fenicie andavano famose.
 
 
[16111]
Biblo occupa un promontorio sul mare, circa 37 chilometri a nord di Beirut. L’area archeologica ha un’estensione di circa cinque ettari in leggero pendio verso il mare; al centro, da una profonda cavità nella roccia, sgorga una fonte che è stata elemento essenziale nella storia dell’abitato. L’urbanizzazione di Biblo risale al III millennio a.C., ma la città si sviluppò a partire dal 2700 a.C. grazie ai rapporti con l’Egitto facilitati da due porti, a nord e a sud della città. Attorno al 2300-2200 a.C. la città fu distrutta in concomitanza con l’invasione amorrea, ma presto risorse riacquistando rapidamente la propria prosperità economica accompagnata da una nuova fioritura urbana. È di questo periodo la ricostruzione della cinta muraria in pietra con una serie di contrafforti quadrati all’interno e accesso principale a nord-est, del tempio di Baalat e l’impianto di nuovi templi come quello del dio maschile Reshef (o degli obelischi). Ripresero allora anche i rapporti con l’Egitto testimoniati dai frequenti doni dei faraoni (oreficeria) ritrovati nelle tombe dei re di Biblo. Questa necropoli reale resterà in uso fino al IX secolo e qui venne rinvenuto il sarcofago di Ahiram. In questo periodo, oltre che con l’Egitto i commerci della città si aprirono anche all’Egeo e verso la Mesopotamia. Intorno al 1200 a.C. Biblo, come l’Egitto e il Vicino Oriente asiatico, venne coinvolta (ma non travolta) dalle vicende dei popoli del mare, a cui seguì, nell’XI-VIII secolo a.C. un periodo di indipendenza e un successivo periodo di dominazione assira e babilonese, del quale pochissimo è archeologicamente noto. Grande fervore edilizio si ebbe invece sotto la dominazione persiana: gli edifici pubblici furono restaurati e ampliati, specie il vetusto tempio della Baalat di Biblo, e in varie riprese furono rafforzate e ricostruite le strutture difensive con l’innalzamento di mura e terrapieni esterni.
 
[16121]
Sidone è stata localizzata su un piccolo promontorio, con file di isolette lungo la costa. In mancanza quasi completa di ritrovamenti dell’area urbana, si cerca di ricostruire il contesto di cui la città faceva parte grazie ai siti venuti alla luce nell’immediato entroterra. Kafer-Giarra, 10 chilometri circa ad est di Sidone, e Majdalouna, a nord est, hanno restituito numerose tombe del Bronzo Medio e del Bronzo Tardo scavate nella roccia, con pozzo e camera; i corredi comprendevano scarabei egiziani, sigilli siriani, armi, paste silicee, ceramiche di botteghe locali. Dakerman, a sud, è una vasta necropoli con tombe di tipologie diverse che è rimasta in uso dal XIV secolo a.C. al I secolo d.C. Le necropoli ‘‘reali”, che si distribuiscono sulla linee delle colline nell’entroterra di Sidone, hanno restituito alcuni sarcofagi e corredi con manufatti di pregio di botteghe diverse, ma settori interi di necropoli sono stati cancellati dall’attività dei cavatori di pietra. Forse la città fu sede di una residenza ufficiale assira; certamente ospitò un governatore persiano del cui palazzo rimane un capitello a doppia protome taurina simile a quelli rinvenuti a Persepoli. Nel 1914 gli scavi hanno riportato alla luce, alla periferia sud,  uno dei quartieri industriali della città, riservato alla tintura dei tessuti: il cumulo dei rifiuti di lavorazione ha ancora l’altezza di 40 metri. A poca distanza da Sidone, il tempio di Eshmun si distende su terrazze a vari livelli che appartengono al periodo della dominazione neobabilonese (prima metà del VI secolo a.C.); al periodo persiano risale il riadattamento di tutto il santuario e la costruzione del massiccio podio (60x40 metri). Fra il V e la seconda metà del IV secolo al santuario si aggiunsero nuove strutture con ricca decorazione a rilievo; nel periodo ellenistico fu aggiunta la piscina di Astarte ricca di fregi scultorei.
 
[16131]
Della Tiro fenicia non è conservato quasi nulla. Ristrutturata in forma di città ellenistica è stata poi ricoperta da imponenti edifici romani, bizantine e crociati; inoltre alcune parti della città sono oggi sotto il livello del mare. Il sito fu occupato a partire dal III millennio a.C., e i dati archeologici coincidono con la tradizione riportata da Erodoto che voleva la città e il tempio di Melqart fondati intorno al 2750. Il sito fu poi abbandonato fra il 2000 e il 1600 a.C. Secondo la descrizione degli storici e dei geografi antichi, l’abitato di Tiro era impiantato su una linea di scogli e isolotti lungo la costa, a circa 600 metri dalla terraferma. La città era servita da due porti: il ‘‘sidonio” a nord, corrispondente al porto attuale, e ‘‘l’egizio” a sud, abbandonato in epoca bizantina. Le indagini sottomarine condotte al porto Sud hanno studiato un articolato complesso di moli, banchine e bacini risalenti però all’età ellenistica. Il tempio principale della città, dedicato a Melqart, fu edificato nel X secolo a.C. dal re Hiram sull’isoletta settentrionale, la maggiore, spianando i ruderi di un tempio precedente: avrebbe avuto (secondo Giuseppe Flavio, 37-95 d.C.) la facciata preceduta da due stele o colonne, una d’oro e l’altra di smeraldo che, se fossero ancora al loro posto si troverebbero probabilmente sotto le strutture della basilica dei crociati. Il tempio doveva avere strette analogie con quello di Gerusalemme, alla cui costruzione presero parte gli artigiani di Hiram. Un altro tempio, dedicato a una divinità maschile che i greci identificarono con Zeus Olimpio, era sull’isola più meridionale di Tiro. Hiram unì con una colmata lo spazio di mare tra le due isole ottenendone una grande area aperta destinata alle attività pubbliche, ma anche così l’intera superficie insulare non superava il chilometro quadrato. La città si estendeva però anche sulla terraferma, 6 chilometri più a sud, con il tempio dedicato ad Astarte. Tiro aveva solide fortificazioni ed era considerata inespugnabile: Alessandro Magno la tenne sotto assedio per nove mesi e per farla cadere nel 332 a.C. dovette costruire un molo foraneo.
 
[1622]
Posta nel punto del Mediterraneo in cui venivano a sovrapporsi le sfere di influenza culturali dell’Egeo e del Vicino Oriente, Cipro, con i suoi ricchi giacimenti di rame, fu la prima zona di espansione dei fenici, particolarmente dei fenici di Tiro a cui le città-stato dell’isola furono soggette fin dal X secolo a.C.. Nel 707 Cipro cadde sotto il dominio assiro ma i fenici continuarono a svolgervi liberamente i loro commerci, come del resto fecero con gli egizi che la presero nel VI secolo a.C. e con i persiani ai quali passò nel 525 e che la tennero fino ai tempi di Alessandro Magno.
 
[1621]
I contatti di Cipro con la regione siro-palestinese risalgono al II millennio a.C. e si mantennero anche quando l’isola, a causa del continuo afflusso di coloni greci, entrò nell’orbita greca intorno all’XI secolo a.C. Un mito racconta che la città di Kition (la moderna Larnaca) sarebbe stata fondata da Belo, re dei sidoni, che aiutò l’acheo Teucro a prendere possesso di Salamina. Ma, a parte la leggenda, quando ebbe inizio la presenza fenicia a Cipro? Testimonianze letterarie affermano che all’inizio del suo regno Hiram I re di Tiro dovette domare una rivolta del popolo di Kition: se l’informazione è corretta, la città era soggetta a Tiro già nel X secolo a.C. Della fine del IX secolo a.C. è un grande tempio, delle dimensioni di 33,5x22 metri, dedicato a una divinità femminile, probabilmente Astarte – come si deduce dall’iscrizione frammentaria presente su una coppa fenicia – venerata anche a Pafo Vecchia (Palaipaphos). Il tempio, oltre a essere un luogo di culto, fungeva anche da rifugio per i mercanti fenici e da mercato dei loro prodotti molti dei quali (le figurine in terracotta o gli incensieri, ad esempio) servivano proprio da offerta alla divinità. Grazie ai fenici fiorì a Cipro la lavorazione degli arredi in avorio intagliato con la tecnica del traforo presenti tombe ‘‘reali” di Salamina e risalenti al VII secolo a.C., tra cui una testata di letto con placchette dai motivi egiziani. I fenici rafforzarono la loro posizione sull’isola dapprima con gli assiri (fine dell’VIII e nel VII secolo a.C.), poi con i persiani per i quali funsero da governatori dopo la rivolta delle città ioniche (499 a.C.) alla quale parteciparono anche i ciprioti; oltre a Kition i fenici controllarono così le città di Amatunte, di Golgoi, Tamassos e Lapitos. Dall’isola essi traevano legname per le loro navi e, soprattutto, il prezioso rame.
 
[1631]
Pare che i fenici siano giunti nel Nord Africa allo scadere del II millennio a.C. Plinio il Vecchio data la fondazione di Lixus in Marocco verso il 1180 a.C. e fa risalire al 1101 la nascita di Utica, nel nord-est della Tunisia. Da allora la presenza dei fenici in Nord Africa non cessò di estendersi, ramificarsi, e moltiplicarsi raggiungendo l’apice verso la fine del IX secolo a.C., particolarmente con la fondazione di Cartagine.
 
[16311]
Cartagine fu l’unico fortunato tentativo di colonizzazione stabile compiuto nel Mediterraneo orientale da una popolazione originaria del Vicino Oriente  prima della conquista araba dell’Africa settentrionale avvenuta più di mille anni più tardi, durante il secolo di Maometto.
Quando la madrepatria cadde in mano allo straniero, Cartagine rimase libera e continuò a essere un centro d’irradiazione della civiltà fenicia.
 
[16321]
Di tutto il mondo punico Kerkouane è senz’altro. Le sue vestigia più antiche risalgono al VI secolo a.C. quando si sviluppò da modesto villaggio libico grazie ai contatti con il mondo cartaginese. La città fu invasa durante la prima guerra punica e fu probabilmente abbandonata nel 253 a.C. Quello che rimane oggi è un chiaro piano urbanistico elaborato con bastioni e strade che s’incrociano a scacchiera e abitazioni con tutte le comodità dell’epoca, bagno con vasca da bagno compreso. Le case sono a corte centrale di tipo cartaginese, ma sono presenti anche quelle allineate di origine più propriamente libica. Sull’arteria principale della città si affaccia il più grande santuario punico dell’Occidente, cui sono annessi fabbricati con officina completa di figurine votive fittili, dal deposito di argilla al forno. L’esame della città si compie con la necropoli di Areg el Ghazouani che contiene tombe del periodo che va dal VII al III secolo a.C.; qui i modelli si discostano da quelli cartaginesi, con un pozzo che si sviluppa in lunghezza, la cella funeraria, che mostra talvolta un epitaffio inserito nello spessore della parete posta dirimpetto alla scala che conduce in basso.
 
[1641]
Scrive Tucidide: ‘‘Dopo aver occupato i promontori sul mare e le isolette vicine a causa del commercio con i siculi, abitarono poi i fenici tutte le coste della Sicilia. Ma quando poi gli elleni in gran numero vi giunsero per mare, lasciata la maggior parte dell’isola abitarono Mozia, Soloenta (Solunto) e Panormo (Palermo), vicino agli elimi e fidando della loro alleanza, perché da quel punto Cartagine dista dalla Sicilia di una brevissima navigazione”.
 
 
[16411]
Mozia è una piccola isola, estesa circa 45 ettari, che chiude di cosiddetto ‘‘Stagnone di Marsala”, il tratto di mare, quasi un lago, che si trova di fronte alla città. Rappresentò uno scalo ideale per i commerci tra i fenici e gli elimi, gli abitanti indigeni dell’antistante costa siciliana, e divenne sede stabile nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. L’isola è circondata da una cinta muraria – costruita verosimilmente all’inizio del VI secolo a.C. – che si estende per una lunghezza di 2375 metri, costituita semplicemente da una cortina di massi non squadrati e rafforzata a intervalli da torri quadrate. A sud, una piccola insenatura di 51x37 metri, costituiva il bacino di carenaggio (cothon), mentre il porto vero e proprio era costituito da tutto lo Stagnone. I resti del santuario di Cappiddazzu (‘‘cappellaccio”), forse dedicato a Baal Hammon, sono costituiti da un muro di cinta rettangolare (20,40x35,40 metri) su un lato del quale, a nord-ovest, è incastrato il basamento di un edificio a tre navate. Il tofet presenta vari livelli di deposizione, con piccole urne contenenti resti combusti, che vanno dagli inizi del VII al III secolo a.C. Accanto alle urne erano depositate statuette di terracotta, potromi e maschere, tra cui una virile dal sorriso ghignante. La zona industriale è una superficie quadrata di 600 mq, ben delimitata su tutti i lati da muretti; ha all’interno due fornaci di grandi dimensioni e dalla forma ellittica. La necropoli ha restituito circa duecento tombe quasi tutte a incinerazione. Il centro abitato è ancora poco noto, salvo due case dai muri ‘‘a telaio”: una è detta ‘‘dei mosaici” per la decorazione pavimentale dell’ambulacro costituito da ciottoli di fiume bianchi neri e grigi; l’altra, di cui è rimasto un solo vano, è detta ‘‘delle anfore” per le molte  anfore ‘‘a siluro” che conteneva.
 
[16421]
Solunto si trova a circa 20 chilometri da Palermo, su un colle denominato Monte Catalfano. Solunto è, dopo Mozia, la seconda città siciliana nominata da Tucidide (460/455-395 a.C.), ma i resti abbastanza consistenti che sono giunti fino a noi si riferiscono alla città ellenistica: strade larghe che s’incrociano ad angolo retto con strade più strette; quartieri differenziati in relazione allo stato sociale degli abitanti; botteghe sulla strada principale, zona industriale separata. L’elemento punico è tuttavia presente in alcune stele di pietra, in testine di terracotta con iscrizioni fenicie e, soprattutto, negli edifici religiosi. Finora se ne conoscono tre. Uno, nel punto più alto della città, consiste in un gruppo di ambienti che ricorda un labirinto e che ha, nell’ultimo vano, una nicchia dove probabilmente era esposto il simbolo della divinità. Il secondo sorge a ridosso della collina; è un ambiente bipartito dove erano poste due divinità, una maschile (forse Baal Hammon) e una femminile. Il terzo, infine, è un’ara con tre pilastri o betili (bet el = casa del dio e simbolo della religione fenicia) dove si consumava il sacrificio di animali, come risulta dalla vaschetta trovata ai piedi dell’ara.
 
[16431]
L’ultimo periodo di Selinunte, città greca fondata dai megaresi intorno alla metà del VII secolo a.C., si svolse dal 409 a.C. sotto l’egemonia dei cartaginesi che la distrussero e la riadattarono alle loro esigenze. Le testimonianze puniche sono quindi tra le più notevoli esistenti in Sicilia e molte di esse risalgono anche al periodo antecedente la dominazione cartaginese, a dimostrazione dei rapporti commerciali che la città aveva intrattenuto con le città-stato fenicie d’Oriente. I cartaginesi trasformarono l’acropoli in luogo di abitazione dei cittadini, mentre la città greca fu adibita a necropoli. I templi dorici furono abbattuti, ma per alcuni di essi fu utilizzato il pronao quale luogo sacro, come testimoniano i simboli di Tanit e del sole, quest’ultimo raffigurato con una testa di toro tra un cerchio di raggi. Anche il santuario suburbano, già dedicato a Zeus Meilichios (‘‘dolce come il miele”) fu adattato a nuovi culti, come dimostrano le due stele riproducenti una figura maschile e una femminile, forse Baal Hammon e Tanit.
 
[1652]
L’assenza di risorse minerarie e la limitatezza del suolo disponibile per lo sfruttamento agricolo condizionarono a Malta un’economia proiettata verso l’esterno, tramite il mare, con attività in cui primeggiavano il commercio di scambio e la pirateria. Fenici e punici sfruttarono la posizione strategica dell’arcipelago maltese fin dall’VIII secolo a.C. e ne fecero uno scalo e per il controllo delle rotte nel canale di Sicilia.
 
[1651]
Malta fu un centro sacro fin dalle epoche preistoriche, luogo di culto della Grande Madre alla quale furono dedicati templi megalitici che, nella loro forma, rappresentavano il corpo stesso della dea. Testimonianze concrete della presenza fenicia sull’isola si hanno dall’VIII secolo a.C., ma già durante la fase della ‘‘precolonizzazione” la frequentazione dell’isola da parte di navigatori-commercianti fenici dove essere stata abituale. La concentrazione delle testimonianze archeologiche definisce due aree principali di occupazione: quella costiera e portuale nel settore sud-est dell’isola attorno alla vasta baia di Marsaxlokk, l’altra interna e dominante costituita dal rilievo di Rabat. Anche nell’isola minore di Gozo ci sono un insediamento a mare (il sito di Ras-il-Wardija) e uno interno (Vittoria). La giustapposizione tra la cultura indigena e quella fenicia trova conferma nel grande santuario extra urbano di Tas Silg dedicato alla dea Astarte fenicia, che qui assunse connotazioni ctonie come la divinità locale. Malta ebbe sempre una funzione strategica, ma la penetrazione cartaginese, diretta dapprima verso le regioni minerarie della Sardegna e della Spagna, fu lenta. Del resto, dati i contatti costanti dell’isola con la Sicilia greca (ma anche con l’Africa orientale e con l’Egitto) l’orizzonte punico-maltese mostra molteplici sorgenti d’ispirazione. Il costume funerario, ad esempio, impiega raramente nei corredi terrecotte (maschere, protomi, statuette), e sono presenti urne cinerarie di tipo straniero invece dei piccoli ossuari ben noti a Cartagine.
 
[1661]
La Sardegna fu essenziale nella spinta verso occidente dei fenici. Non a caso qui, prima che altrove, gli empori commerciali superarono presto la loro provvisorietà e divennero, già nell’VIII secolo a.C., insediamenti stabili, il perno della prima urbanizzazione storica dell’isola. Si definì così anche in Sardegna quel tipico paesaggio caratteristico delle città fenicie costiere: un capo che si addentra nel mare (come a Nora e a Tharros) o un’isola a breve distanza dal litorale (come a Sant’Antioco), le saline (a Cagliari), la possibilità di accedere a fertili entroterra, specie sotto la spinta cartaginese.
 
[16611]
Sulcis, sull’isola di Sant’Antioco, risulta essere stata fondata almeno nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., probabilmente come porto d’imbarco del materiale argentifero dell’Iglesiente. Resti dell’insediamento fenicio e punico si individuano in tutta la zona costiera dell’isoletta, collegata alla terraferma con un istmo in parte artificiale che originava due porti; alle spalle di essi si sviluppava la città vera e propria, cinta da una linea di fortificazioni in grosse pietre sbozzate e da un fossato. Fuori delle mura sono presenti due aree cimiteriali dove le tombe si aprono a vari livelli nel bancone di roccia tufacea; il tofet, anch’esso esterno alle mura, ha un santuario con grande recinto rettangolare di blocchi di pietra; le urne venivano deposte nelle fessure naturali del terreno insieme alle numerosissime stele. Il centro documenta numerose ceramiche provenienti da diverse aree del Mediterraneo (Eubea, Corinto) che si associano a quelle fenicie; particolare sembra il rapporto che Sulcis ha avuto con Cipro e con le sue botteghe artigianali, tanto da suggerire l’ipotesi di una presenza di coloni ciprioti tra i fondatori di Sulcis.
 
[16621]
La colonia fenicia di Tharros fu fondata intorno all’VIII secolo a.C., dopo una lunga frequentazione commerciale che doveva aver evidenziato le potenzialità del sito. Esso infatti controlla le vie naturali di penetrazione verso l’interno e delle rotte iberiche e tirreniche. Le strutture ‘‘precoloniali” furono fondi commerciali per i quali furono utilizzati in parte e con diversa finalità le strutture nuragiche già esistenti in loco, ma nel VI secolo a.C. il centrò l’aspetto urbano con le costruzioni in arenaria che lo caratterizzano. A settentrione sorse una cortina muraria in blocchi, con almeno due porte monumentali, postierle e torrioni; venne innalzato il tempio ‘‘monumentale”, dal basamento ricavato nel bancone roccioso del litorale orientale; fu impiantato il tofet con stele in arenaria locale. Tharros investì nei traffici mediterranei le risorse di un’economia ricca e differenziata, ma fu soprattutto centro della produzione di gioielli e di athyrmata.
 
[1671]
Nonostante la sua posizione agli estremi confini occidentali del Mediterraneo, i territori andalusi della penisola iberica (anche oltre lo stretto di Gibilterra) costituirono le prime meta delle espansioni fenicie e puniche e furono un centro di notevole interesse strategico per le aspirazioni politiche di Cartagine nel VI-V secolo a.C. Grazie ai fenici la Spagna uscì dalla preistoria e si inserì nei circuiti commerciali e culturali del Mediterraneo orientale.
 
 
[16711]
Gli storici classici collocano la fondazione fenicia di Gadir intorno al 1100 a.C., il che conferisce a questa colonia di Tiro il ruolo di fulcro dellespansione fenicia nel Mediterraneo. Non si sono potuti fare scavi nella Gadir fenicia perché la sua ubicazione coincide con quella della moderna città di Cadice, ma occasionalmente, durante gli scavi per la costruzione di qualche edificio, si è potuto accedere agli strati più profondi e scoprire resti di epoca fenicio-punica oltre i cinque metri sotto il livello attuale. Cadice fu la colonia fenicia più importante dell’estremo Occidente, nata in funzione puramente economica: ottenere il minerale d’argento del territorio di Tartesso e delle montagne delle province di Huelva e di Siviglia che venivano imbarcati a Gadir e trasportati in Oriente. E di argento da Gadir doveva partirne molto, se è vera l’affermazione di Diodoro Siculo secondo la quale i mercanti di Tiro sostituivano le ancore di piombo delle loro navi con ancore d’argento per utilizzare al massimo la portata delle loro imbarcazioni. Gadir era situata sulla sommità di un promontorio, al centro di una baia che dominava l’estuario del Guadalete. Anticamente nella baia esisteva un autentico arcipelago, costituito da tre isole principali, che oggi sono unite alla terraferma per formare la penisola di Cadice. Gadir sorgeva, fortificata, sull’isola più piccola chiamata dagli storici classici Erytheia. Quella più grande e stretta (Koutinussa, secondo Plinio) ospitava, nell’estremità più vicina alla città, la necropoli da cui ci sono pervenuti splendidi sarcofagi di marmo. La terza isola (Isola di Leon), corrisponde alla moderna città di San Fernando, in terraferma. Il tempio di Gadir, consacrato a Melqart, godette grande fama e, come molti santuari orientali, fungeva da banca, luogo di asilo, deposito di merci.
 
[16721]
Scalo obbligato nelle rotte attraverso il Mediterraneo orientale, la baia di Ibiza (Ebusus) fu frequentata presto dai fenici. Nella seconda metà del VII secolo a.C., la costa meridionale dell’isola, allora disabitata, fu gradualmente popolata da gruppi di coloni provenienti da Gadir, anche se Diodoro Siculo attribuisce la fondazione della città di Ebusus ai cartaginesi, nel 650 a.C.
Fra il 540 e il 500 a.C. la colonia divenne un grande centro urbano che tra il V e il II secolo a.C., grazie ai cartaginesi, visse la sua età dell’oro. Il monumento più celebre dell’Ibiza punica è la necropoli del Puig d’es Molins, situata a circa 500 metri dalla cinta fortificata. Si estende su una superficie di oltre 50 mila mq e ha restituito fino a oggi tra le tremila e le quattromila sepolture: ipogei scavati nella roccia, fosse rettangolari scavate in terra, sepolture infantili all’interno di anfore. Il rito predominante è l’inumazione. Le sepolture più spettacolari sono gli ipogei con grande camera a pozzo collettiva; sono a pianta rettangolare, dalle dimensioni che variano dai 2 ai 6 metri di lunghezza, e conservavano sarcofagi di pietra ricchi di corredi funebri consistenti in terrecotte votive, gioielli e athyrmata. Sono presenti sull’isola due grandi santuari: quello di Isla Plana, consacrato al dio della medicina Eshmun, è famoso per la quantità di terrecotte votive, datate dal VI secolo a.C., rinvenute in un pozzo o recinto annesso al tempio; quello rupestre di Es Cuyram fu in uso fra il IV e il II e anch’esso ha restituito più di seicento figurine fittili originariamente policrome.
 
[91011]
2500 a.C. ca.
-       Genti semitiche giungono in Palestina da sud.
 
1500 a.C. ca.
-       Inizio della storia propriamente fenicia.
-       Organizzazione delle città-stato.
-       Influenza egiziana sulle città fenicie.
 
1200 a.C. ca.
-       Invasioni dei ‘‘popoli del mare”.
-       Inizia il predominio di Sidone sulle città-stato fenicie.
-       Comincia a estendersi l’azione marittima dei fenici.
 
1209 a.C.
-       Sidone viene distrutta dai filistei.
-       La supremazia delle città-stato fenicie passa a Tiro.
 
1110 a.C.
-       Fondazione di Cadice, secondo la tradizione.
 
1101 a.C.
-       Fondazione di Utica.
 
1100 a.C. ca.
-       Tiglatpileser I dell’Assiria compie la prima spedizione verso la Fenicia.
 
[91021]
969-936 a.C.
-       Tiro raggiunge la massima potenza sotto il regno di re Hiram.
-       Hiram soffoca la rivolta di Kition (Cipro).
-       Rapporti di Hiram con i re David e Salomone di Gerusalemme.
-       Hiram e Salomone intraprendono congiuntamente la spedizione navale fino a Ofir.
 
[91031]
883-859 a.C.
-       Assurnasirpal II dell’Assiria ottiene la sottomissione di Tiro, Sidone e Biblo.
 
852-837 a.C.
-       Salmanassar III dell’Assiria impone tributi ai maggiori regni fenici.
 
820-774 a.C.
-       Regna a Tiro re Pigmalione
 
814 a.C.
-       Fondazione di Cartagine.
 
 
[91041]
775 a.C. ca.
-       Fondazione della più antica colonia greca di Ischia.
 
700-750 a.C. ca.
-       Massima espansione commerciale di Tiro.
-       La lingua fenicia si impone come idioma internazionale di comunicazione.
-       Diffusione dell’alfabeto fenicio.
 
750-700 a.C. ca.
-       Presenze fenicie testimoniate a Mozia (Sicilia); Malta; Pantelleria; Sulcis e Tharros (Sardegna) e nella penisola iberica.
 
745-727 a.C.
-       Taglatpileser III dell’Assiria annette le città della Fenicia settentrionale.
 
721-705 a.C.
-       Sargon II dell’Assiria s’impossessa di Tiro e di Cipro.
 
700-650 a.C. ca.
-       Presenze fenicie testimoniate a Cagliari, Nora e Bitia (in Sardegna) e a Solunto e Ponormo (Sicilia).
 
 
[91051]
675 a.C.
-       L’insurrezione di Sidone è soffocata nel sangue dal re assiro Asarhaddon.
 
668-626 a.C.
-       Sotto il regno assiro Assurbanipal (il Sardanapalo dei greci) viene domata la ribellione di Biblo, Arado e di altre città fenicie.
 
654-653 a.C.
-       Fondazione di una colonia cartaginese a Ibiza.
 
612 a.C.
-       Caduta dell’impero assiro a opera dei medi.
 
600 a.C. ca.
-     I cartaginesi tentano di impedire ai greci la              fondazione di Massalia (Marsiglia).
 
[91061]
580 a.C. ca.
-       I greci tentarono di cacciare i fenici da tutta la Sicilia.
 
587 a.C.
-       Il re babilonese Nabucodonosor deporta gli ebrei a Babilonia.
 
586 a.C.
-       Attacco babilonese alle città della Fenicia.
 
573 a.C.
-       Tiro è espugnata dopo tredici anni di assedio dai babilonesi di Nabucodonosor.
 
560 a.C.ca.
-       A Tiro viene introdotto l’ordinamento repubblicano.
 
550 a.C. ca.
-       Il generale cartaginese Malco combatte i greci in Sicilia.
-       La Sicilia occidentale è sottomessa ai cartaginesi.
 
525 a.C.
-       Le città della Fenicia passano sotto l’egemonia del persiano Cambise.
 
535 a.C.
-       Malco si impossessa del potere a Cartagine ma viene messo a morte.
-       Il potere militare passa a Magone, fondatore della dinastia dei Magonidi.
 
540 a.C.
-       Alleanza militare tra cartaginesi ed etruschi.
-       Vittoria sui focesi ad Alalia, in Corsica.
-       Cartagine rafforza il dominio sulla Sardegna.
 
525-450 a.C. ca.
-       Tiro e Sidone, filopersiane, si avvantaggiano sul piano territoriale e commerciale.
-       Dinastie fenicie dominano a Cipro.
 
510 a.C.
-       Lo spartano Dorieo guida i greci in una guerra contro Cartagine in terra d’Africa ma viene respinto.
 
508 a.C.
-     Primo trattato di alleanza tra Cartagine e Roma.
 
[91071]
480 a.C.
-       I greci sconfiggono i cartaginesi a Imera (Sicilia).
 
450 a.C.
-       Spedizione del generale cartaginese Imilcone in Bretagna.
 
425 a.C.
-       Spedizione di Annone lungo le coste atlantiche dell’Africa.
 
409 a.C.
-     Scontri tra cartaginesi e greci in Sicilia.
 
406 a.C.
-       I cartaginesi conquistano Imera, Selinunte, Agrigento e Gela.
 
[91081]
397 a.C.
-       Dionisio di Siracusa conquista Mozia.
 
392 a.C.
-       I fenici perdono il possesso di Cipro a vantaggio dei greci.
 
367 a.C.
-       La frontiera siciliana tra cartaginesi e greci è posta tra i fiumi Imera e Alico.
 
348 a.C.
-       Secondo trattato tra Cartagine e Roma.
 
347 a.C.
-       Sidone si ribella ai persiani e viene distrutta.
 
342 a.C.
-       Il greco Timoleonte Corinzio combatte i cartaginesi in Sicilia.
 
339 a.C.
-       Sconfitta di Timoleonte Corinzio al fiume Crimiso.
 
318 a.C.
-       Agatocle di Siracusa attacca i cartaginesi in Sicilia.
 
306 a.C.
-       Terzo trattato tra cartaginesi e romani.
 
305 a.C.
-       Assedio cartaginese di Siracusa.
-       Agatocle porta la guerra in Africa.
-       Pace tra cartaginesi e siracusani in Sicilia.
-       I confini siciliani sono riportati all’Imera e all’Alico.
 
333 a.C.
-       Alessandro Magno sconfigge a Isso il re persiano Dario III.
 
332 a.C.
-       Biblo e Arado si consegnano spontaneamente ad Alessandro Magno.
-       I cittadini di Sidone obbligano il re a sottoporsi ad Alessandro Magno.
-       Tiro si sottomette ad Alessandro Magno dopo un assedio di sette mesi.
-       Con la conquista macedone si conclude di fatto la storia della Fenicia come nazione autonoma.
 
[91091]
279 a.C.
-       Quarto trattato tra cartaginesi e romani per la mutua difesa dell’attacco di Pirro.
 
276 a.C.
-       Pirro abbandona la Sicilia.
265 a.C.
-       I cartaginesi muovono su Messina.
-       I mamertini che occupano Messina chiedono l’intervento romano.
 
264-241 a.C.
-       Guerra tra Roma e Cartagine (prima guerra punica).
 
262 a.C.
-       I romani conquistano la Sicilia occidentale fino ad Agrigento.
 
260 a.C.
-       I cartaginesi sono sconfitti dai romani nella battaglia navale di Milazzo.
 
256 a.C.
-       Sconfitta cartaginese a Capo Ecnomo.
 
254 a.C.
-       I cartaginesi sconfiggono in Africa il console romano Attilio Regolo.
 
247 a.C.
-       I cartaginesi sotto il comando di Amilcare Barca contrattaccano in Sicilia.
241 a.C.
-       Sconfitta cartaginese alle isole Egadi.
-       Cartagine deve abbandonare la Sicilia.
 
241-238 a.C.
-       La truppe mercenarie cartaginesi si ribellano con l’aiuto dei libici e danno inizio a una guerra quadriennale.
 
238 a.C.
-       La rivolta dei mercenari cartaginesi si sposta in Sardegna.
-       I mercenari chiedono l’aiuto di Roma.
-       Roma occupa Sardegna e Corsica.
 
237 a.C.
-       Amilcare Barca doma la rivolta dei mercenari in Africa.
-       Amilcare Barca intraprende la conquista della penisola iberica.
 
229 a.C.
-       Morte di Amilcare cui succede, nel comando dei domini iberici, Asdrubale.
-        Fondazione di Cartagena.
 
226 a.C.
-       Asdrubale stringe con Roma il trattato dell’Ebro.
 
221 a.C.
-       Assassinio di Asdrubale
-       Annibale succede nel comando ad Asdrubale.
218 a.C.
-       Annibale distrugge Sagunto.
-       Roma dichiara guerra a Cartagine (seconda guerra punica o annibalica).
-       L’esercito di Annibale passa le Alpi.
-       Vittorie cartaginesi al Ticino e alla Trebbia.
 
217 a.C.
-       Vittoria di Annibale al Trasimeno.
 
216 a.C.
-       Vittoria cartaginese a Canne.
 
215-205 a.C.
-       Filippo V di Macedonia si allea con Annibale e apre un altro fronte di guerra contro i romani.
 
212 a.C.
-       Contrattacco romano nella penisola iberica.
-       Siface, re della Numidia occidentale, si allea con Roma contro Cartagine.
-       Cade Siracusa, alleata di Annibale.
 
211 a.C.
-       Conquista romana di Capua che si era data ad Annibale.
 
209 a.C.
-       I cartaginesi perdono Cartagena nella penisola iberica.
 
208 a.C.
-       Asdrubale, fratello di Annibale, porta rinforzi ai cartaginesi in Italia.
 
207 a.C.
-       Sconfitta e morte di Asdrubale al Metauro (Pesaro).
 
205 a.C.
-       Publio Cornelio Scipione porta gli eserciti romani in Africa.
-       I romani si alleano con Massinissa re della Numidia orientale.
 
203 a.C.
-       Sconfitta cartaginese di Tunisi.
-       Annibale rientra in patria dall’Italia.
 
202 a.C.
-       Scipione sconfigge definitivamente Annibale a Zama.
 
201 a.C.
-       Masinissa comincia a pretendere porzioni di territorio cartaginese.
 
[91101]
196 a.C.
-       Annibale ricopre la carica di sufeta.
-       Tentativo di trasformazione politica dello stato punico da parte di Annibale.
 
195 a.C.
-       Annibale è costretto all’esilio in Siria e in Bitinia.
 
193 a.C.
-       Fallisce il tentativo di Annibale di rientrare in patria.
-       Massinissa si impadronisce di un tratto di territorio cartaginese.
 
191 a.C.
-       Cartagine, ormai ripresasi economicamente, offre il pagamento di tutte le rate dell’indennità, ma Roma rifiuta per mantenere vivo nei cartaginesi il senso di dipendenza.
 
183 a.C.
-       Annibale muore suicida in Bitinia per non cadere in mano dei romani.
 
182 a.C.
-       Massinissa si annette un altro territorio cartaginese.
 
182-172 a.C.
-       Massinissa si impossessa di settanta città e fortezze cartaginesi.
 
172 a.C.
-       Cartagine presenta a Roma una protesta contro Massinissa.
 
161 a.C.
-       Roma assegna a Massinissa i territori cartaginesi degli Emporii, i fertili terreni del golfo di Gabes.
 
160-155 a.C.
-       Cartagine rimette in efficienza l’esercito per reagire alle provocazioni di Massinissa.
-       A Roma Catone tuona in senato contro Cartagine.
 
151 a.C.
-       Cartagine versa a Roma l’ultima rata dell’indennità.
 
150 a.C.
-       Cartagine manda contro Massinissa un esercito di 25 mila uomini.
 
149-146 a.C.
-       Guerra tra Roma e Cartagine (terza guerra punica).
 
146 a.C.
-       Publio Cornelio Scipione Emiliano assedia Cartagine e la dà alle fiamme.
-     Cartagine diventa provincia romana d’Africa.
 
[21]
La storia degli etruschi è ricostruibile solo a grandi linee, perché la documentazione scritta, oggi in parte decifrata, non è molto significativa e i reperti archeologici, per quanto ricchi e interessanti, non bastano a riempire le lacune. Sono inoltre andate perdute, fin dall’antichità, le opere che al mondo degli etruschi dedicarono alcuni scrittori greci e latini e i riferimenti storici che sono giunti fino a noi appaiono frammentari e spesso contraddittori, se non addirittura falsati quando essi vanno a toccare gli ‘‘interessi di parte” greci o romani. È tuttavia indubbia la precocità dello sviluppo della civiltà etrusca, l’originalità delle sue espressioni, la sua importanza anche sul piano politico che assegnarono a questo popolo una posizione di privilegio nel quadro della più antica storia della penisola italiana e di quella mediterranea.
 
[211]
Il ‘‘caso”, il ‘‘mito”, la ‘‘diversità”, insomma il ‘‘mistero” degli etruschi: nessun altro popolo dell’antichità ha acceso un dibattito tanto vivace come quello riguardante la nazione storica etrusca, posta in età arcaica e classica al limite del mondo civilizzato, ma allo stesso tempo così ricca e culturalmente progredita. Quasi che gli etruschi siano vissuti chiusi nei loro confini o addirittura fuori del tempo, per scomparire lasciando dietro di sé segreti non ancora svelati, testimonianze vaghe e enigmatiche di una civiltà senza possibili confronti.
 
[2111]
Il ‘‘caso”, il ‘‘mito”, la ‘‘diversità”, insomma il ‘‘mistero” degli etruschi: nessun altro popolo dell’antichità ha acceso un dibattito tanto vivace come quello riguardante la nazione storica etrusca, posta in età arcaica e classica al limite del mondo civilizzato, ma allo stesso tempo così ricca e culturalmente progredita. Quasi che gli etruschi siano vissuti chiusi nei loro confini o addirittura fuori del tempo, per scomparire lasciando dietro di sé segreti non ancora svelati, testimonianze vaghe e enigmatiche di una civiltà senza possibili confronti.
 
[21111]
Gli storici più antichi facevano giungere gli etruschi da Oriente in età eroica o in ogni modoin una fase precedente all’età storica; discordavano solo nel collegarli ora con i lidi ora con i pelasgi. Secondo lo storico greco Erodoto (V secolo a.C.) gli etruschi sarebbero giunti in Italia dalla Lidia (Asia Minore) sotto la guida del re Tirreno dal quale presero il nome di tirreni (o tyrsenòi); a spingerli ad Occidente era stata una carestia scoppiata poco prima della guerra di Troia. Secondo lo storico greco Ellanico (V secolo a.C.) essi sarebbero stati invece pelasgi, un popolo guerriero che, dopo aver vagato a lungo nell’area danubiana, giunse infine nel Ponto Eusino (Mare Nero) alla fine del III millennio a.C.; da qui i pelasgi avrebbero poi raggiunto la Tessaglia, l’Attica e il Peloponneso. Gruppi di pelasgi si sarebbero quindi spinti in Italia dopo aver navigato a lungo tra le isole del mare Egeo. Della stessa opinione è anche lo storico Anticlide (IV-III secolo a.C.), anch’egli greco, per il quale i pelasgi, prima di spingersi a Occidente, avrebbero colonizzato le isole egee di Imbro e di Lemno. Vanno inoltre ricordate le fonti egiziane che indicano tra i ‘‘popoli del mare” i tusha o tirreni, ossia gli antenati degli etruschi.
 
[211111]
Erodoto riferisce nelle sue Storie (I,94):
 
‘‘Narrano che sotto il regno di Ati, figlio di Mida, una tremenda carestia colpisse tutta la Lidia. I lidi per un certo tempo la tollerarono ... ma poiché questa carestia, anziché diminuire, infieriva sempre più, il re divise i lidi in due gruppi e tirò a sorte coi dadi quale sarebbe rimasto nel paese e quale sarebbe emigrato; a capo di coloro che dovevano rimanere pose se stesso, a capo degli altri il proprio figlio di nome Tirreno. I lidi a cui toccò di lasciare la patria si recarono a Smirne e cominciarono a costruire navi; quindi, raccolte su di esse tutte le cose che erano loro utili si misero in mare alla ricerca di mezzi di sostentamento e di terra, finché, dopo aver costeggiato molte regioni, giunsero presso gli umbri, e qui edificarono le città nelle quali vivono tuttora. Abbandonarono però il nome di lidi e, dal nome del figlio del re che si era posto alla loro guida, si chiamarono tirreni”.
 
[21121]
La tesi di Erodoto sull’origine lidia degli etruschi fu contestata nella stessa antichità dallo storico e retore greco Dionigi d’Alicarnasso (I secolo a.C.). Nelle sue Antichità romane in 20 libri (dei quali ci sono pervenuti i primi 10), in cui narra la storia di Roma dalle origini alla prima guerra punica Dionigi puntualizza: ‘‘Per me, non credo che i tirreni siano coloni lidi, poiché non parlano la stessa lingua né conservano nessun’altra caratteristica della loro presunta patria. Infatti non onorano le medesime divinità dei lidi e hanno leggi e istituzioni diverse ... Mi sembra dunque che si avvicinino più alla verità coloro che sostengono che questo popolo non è immigrato da terre straniere, ma è autoctono, giacché risulta che esso è antichissimo e per lingua e costumi affatto diverso da ogni altra stirpe”. A sostegno della sua tesi Dionigi riferiva che gli stessi etruschi erano della sua stessa opinione, tanto che chiamavano se stessi ‘‘rasenna” e non tirreni. La teoria di Dionigi di Alicarnasso non ebbe molta fortuna e l’opinione corrente degli antichi continuò a basarsi sull’autorità di Erodoto; Virgilio chiama li etruschi anche col nome di lidi.
 
 
[21131]
La storiografia moderna ha ripreso ora l’una ora l’altra delle due tesi cercando di corroborarla e di aggiornarla mediante i risultati dell’indagine linguistica e archeologica. I sostenitori della provenienza dall’Oriente – tesi che contribuirebbe a spiegare l’anticipo dello sviluppo civile dell’Etruria rispetto ad altre regioni d’Italia – rivelano che la civiltà etrusca sorse nell’VIII secolo a.C., proprio quando si affermava in Etruria, nelle manifestazioni artistiche, lo stile detto ‘‘orientalizzante” per le sue connessioni con i tipici motivi del Vicino Oriente; pongono in evidenza i rapporti della religione etrusca con credenze mesopotamiche; sottolineano certe concordanze tra l’etrusco e le lingue preelleniche dell’area egea. Dall’altra parte i sostenitori dell’autoctonia obiettano che lo stile ‘‘orientalizzante” non è specificatamente proprio degli etruschi, ma largamente diffuso, e spiegano che gli etruschi, diversi per lingua e tradizioni culturali da tutti i popoli circostanti, rappresentavano un antico strato etnico, anteriore ai movimenti di popoli dell’età del Bronzo. Alle tesi tradizionali e alle loro varianti, se ne è aggiunta anche una terza (già ombreggiata da Tito Livio) che postula ‘‘un’origine settentrionale”: gli etruschi sarebbero discesi attraverso le Alpi (dove i reti del Trentino Alto Adige, quasi analoghi per nome ai rasenna, parlavano una lingua affine alla loro), la pianura padana e gli Appennini.
 
[2121]
Anche se le iscrizioni in lingua etrusca sono molte - ne possediamo circa 10 mila - solo un decimo di esse contiene qualcosa di più di semplici nomi propri, e una minima parte testi di una certa ampiezza. Lo sforzo di interpretare la lingua etrusca non è quindi pervenuto a risultati conclusivi, anzi ha aggiunto ‘‘mistero a mistero”.
 
[21211]
L’etrusco non è una lingua indeuropea come quella usata dai vicini italici e non è comparabile con nessun’altra lingua conosciuta, viva o morta, come affermava anche Dionigi d’Alicarnasso. Eppure alcuni storici ritengono che l’etrusco rappresenti una derivazione di antiche parlate del Mediterraneo, risalenti a epoche precedenti le invasioni indoeuropee, probabilmente imparentate con l’idioma che veniva usato a Lemno, l’isola che secondo lo storico Anticlide sarebbe stata colonizzata dagli antenati pelasgi degli etruschi. Ma se avessero ragione Diodoro Siculo e certi storici moderni che puntano sulla autoctonicità? In effetti gli etruschi adottarono una forma arcaica dell’alfabeto greco che modificarono per adeguarlo ai suoni della loro lingua e, poiché questo  alfabeto ci è noto, è un luogo comune parlare di ‘‘indecifrabilità” e di ‘‘mistero” della lingua etrusca. Ma i testi che abbiamo sono scarsamente significativi perché consistono per lo più in brevi iscrizioni funerarie o dedicatorie; solo pochissimi sono più ampi e se ne intuisce il significato religioso o giuridico. Su tutti questi materiali si sono esercitati con vari metodi parecchi filologi, e i risultati non sono mancati: si sono distinti verbi e sostantivi; si è accertato che i nomi venivano declinati (ma in modo del tutto diverso che in latino o in greco); si è precisato l’esatto valore di qualche decina di parole; si sono individuate alcune coincidenze sia con lingue indoeuropee (il che è spiegabile con i contatti con gli italici) sia, come abbiamo detto, con lingue ‘‘mediterranee” dell’area egeo-anatolica. Come per il mondo greco, anche in Etruria è possibile definire delle scritture locali sulla base del diverso uso di taluni segni per esprimere uno stesso suono.
 
[21221]
Sul finire dell’VIII secolo a.C., gli etruschi erano in possesso di un alfabeto introdotto nell’Italia centrale dai coloni greci provenienti dall’Eubea, stabilitisi prima nell’isola di Ischia (775 a.C. ca.) e poi a Cuma. Quest’alfabeto comprendeva in origine 26 segni di cui però solo 22 furono utilizzati per la scrittura etrusca: gli etruschi rifiutarono a esempio la vocale o, le consonanti b, d e g perché non corrispondenti alle loro esigenze fonetiche, e altre le impiegarono diversamente. Allo stesso periodo risale la comparsa dei segni d’interpunzione per dividere le varie parole. L’andamento della scrittura andava da destra verso sinistra. Dopo la fine dell’età arcaica, la serie alfabetica si stabilizzò nel numero di 20 segni. Tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. l’uso dell’alfabeto etrusco venne progressivamente abbandonato a favore di quello latino. Gli etruschi si servirono dell’alfabeto per scrivere i loro documenti e i loro libri. Sappiamo che ebbero un’ampia letteratura composta da testi religiosi, da libri di storia di tipo annalistico e da testi teatrali, ma purtroppo nulla di questa copiosa produzione ci è pervenuto. Rimangono solo un migliaio di iscrizioni, per lo più epigrafi funerarie, con le sole generalità del defunto (prenome, gentilizio e patronimico). Rarissimi sono i testi più complessi come le lamine di Pyrgi o il cosiddetto libro della mummia di Zagabria. È questo il più importante manoscritto etrusco tramandato in lingua originale, che anticamente doveva costituire un testo di almeno 12 colonne verticali. Si tratta di un calendario liturgico con l’indicazione delle principali cerimonie scoperto in Egitto. Aveva in origine la forma di un rotolo (volumen), ma fu successivamente tagliato a strisce e impiegato per avvolgere il corpo di una giovane donna di età tolemaica o imperiale conservato oggi nel Museo di Zagabria. Una conoscenza ormai acquisita riguarda il sistema numerale che appare di tipo decimale e con le cifre indicate con segni tratti almeno in parte dall’alfabeto, come in latino.
 
[2132]
È ancora diffusa l’idea che la storia etrusca abbia avuto termine in maniera repentina, quasi per un ‘‘collasso” provocato dalla mollezza e dalla sregolatezza dei costumi. Di ciò avrebbero approfittato i ‘‘rozzi” romani per infliggere ai loro nemici il colpo di grazia finale. Un altro mito generato dall’aura di mistero che ha sempre aleggiato attorno agli etruschi.
 
 
[2131]
Scomparsi nel nulla portandosi nella tomba i propri segreti? Nonostante il mito che ha chiamato in causa persino una sorta di ‘‘genocidio” perpetrato dalle legioni romane, la fine degli etruschi non fu né misteriosa né eccezionale. In effetti, essa non fu diversa da quella di tutti gli altri popoli dell’Italia assorbiti nell’orbita romana. Successe ai lucani, agli apuli, ai sanniti, agli umbri, ai galli della Cisalpina e persino ai greci della Magna Grecia: tutti finirono per integrarsi in quella nuova realtà che era la ‘‘nazione” romana e diventarono parte di essa godendo, ai diversi livelli, della concessione della ‘‘cittadinanza” e adottando la lingua latina e il diritto romano. E non furono cittadini di ‘‘serie B”, perché una volta sottomessi, gli etruschi contribuirono all’affermazione romana nella penisola e alle vittorie nelle guerre esterne. Non va dimenticato né sottovalutato l’aiuto che le città etrusche fornirono nel 205 a.C. per l’allestimento della spedizione di Scipione contro Cartagine che condusse al ritiro di Annibale dall’Italia e alla decisiva vittoria di romana di Zama. Quanto alle fasi finali della loro vicenda, che si concluse con il passaggio della repubblica all’impero, gli etruschi vi parteciparono con due diversi e opposti atteggiamenti: da una parte alcune città si schierarono nelle lotte civili dell’ultimo secolo della repubblica con i partiti ‘‘democratici” (con Mario contro Silla; con Catilina; con Antonio contro Ottaviano); dall’altra appoggiarono con le loro aristocrazie le posizioni conservatrici dell’oligarchia romana e l’opera restauratrice di Augusto. E proprio sotto Augusto, grazie anche all’opera del suo consigliere ‘‘etrusco” Mecenate (di Arezzo) l’Etruria diede inizio a una seconda fioritura: in questo clima sarà ‘‘rifondata” la città di  Veio distrutta nel lontano 396 a.C.
 
 
[2142]
Fra i presunti misteri diffusi sul mondo etrusco, uno di essi riguarda il tipo fisico delle antiche genti dell’Etruria nel quale si crede di poter identificare la prova della loro provenienza orientale. Cosa hanno a che fare con i tratti italici quei profili sfuggenti, i nasi dritti e sottili, le bocche larghe dalle labbra atteggiate nel caratteristico sorriso e, soprattutto, i grandi occhi a mandorla documentati in tante opere figurate?
 
[2141]
Il sapore d’Oriente che effettivamente si ritrova nelle rappresentazioni dei volti etruschi, ma limitato per lo più al periodo arcaico (VI secolo a.C.), non è altro che un preciso canone artistico, diffuso anche in altri ambienti del mondo mediterraneo, Roma compresa. Fu elaborato nella regione greca della Ionia, in Asia Minore, e prima ancora che nell’Etruria, si diffuse nella stessa Grecia (i kuroi e le korai, ad esempio) e nelle sue colonie. Il volto orientale sarebbe insomma una sorta di ‘‘maschera” cui si ricorse per rappresentare un’immagine convenzionale con la quale gli etruschi, specie gli aristocratici, volevano essere ricordati. Nel V secolo a.C. la ‘‘moda all’orientale” era già in declino e le rappresentazioni dei tratti somatici cambiò radicalmente per diventare più realistica. Si dovrebbe per questo supporre un cambiamento di razza? Fu solo un cambiamento di gusto e dello stile artistico: nella ‘‘nuova” grande varietà di volti e di fattezze ritroviamo allora davvero i tratti dei nostri antenati.
 
 
[221]
Come narrare le vicende di un popolo di cui non possediamo una tradizione storiografica diretta? Poiché essa è andata perduta, fin dall’antichità, insieme a tutta la letteratura nazionale, dobbiamo necessariamente ricorrere alla ricostruzione indiretta basandoci, come del resto accade per i cartaginesi, su quelle parti di storia dei greci e dei romani che in certi momenti hanno coinciso con quella degli etruschi. Con discernimento però, e con la consapevolezza che non sempre le informazioni che ci vengono fornite dalle fonti sono obiettive. A complicare le cose c’è il fatto che quella etrusca fu la storia di un mondo vario e composito, in cui ognuna delle singole entità corrispondenti alle diverse città-stato agiva e si comportava in maniera autonoma, distinta e spesso contrastante con le altre. Rimane la documentazione archeologica e quella più generica delle possibili analogie che legarono gli etruschi alla ‘‘storia universale” del Mediterraneo.
 
[2211]
Gli antichi indicarono con varie denominazioni il territorio in cui si sviluppò la civiltà etrusca. I greci lo chiamarono Tyrrhenía o Tyrsenía, i latini Etruria, gli ultimi scrittori latini Tuscia. Corrispondentemente i nome del popolo che lo abitò fu per i greci tyrrenòi o tyrsenòi, presso i latini etrusci o tusci, per gli umbri turskus. Essi invece, a quanto ci riferisce Dionigi d’Alicarnasso, chiamarono se stessi rasena o rasenna, ma pare confermato il termine rasna, che in questa forma o in forme simili ricorre più volte nelle iscrizioni etrusche.
 
[22111]
I confini storici dell’Etruria sono segnati dal corso dei due fiumi principali dell’Italia peninsulare: l’Arno che limitava il territorio etrusco verso settentrione, e il Tevere che costruiva il confine a oriente e a mezzogiorno; il mare, che dagli etruschi prese il nome di Tirreno, segna il quarto lato dell’ampia regione che oggi chiamiamo tosco-laziale. In essa convivono almeno tre paesaggi. Una prima zona a sud, costituita dall’Alto Lazio, presenta larghe zone di pianura, ma più spesso strette valli incise da fiumi e da torrenti, affluenti del Tevere, e un succedersi di basse colline e di pianori tufacei di varia forma e grandezza e dalle pendici scoscese; su di essi sorsero le principali città etrusche meridionali: Veio, Orvieto, Caere, Tarquinia ecc. Tutta l’area è punteggiata di antichi crateri vulcanici diventati, nella maggior parte dei casi, bacini lacustri (lago di Bracciano, di Bolsena, di Martignano, di Vico ecc.). A ovest di quest’area, il ‘‘paesaggio del tufo” cede al paesaggio della Maremma con pianure variamente estese lungo la costa, rotte da rilievi come i Monti della Tolfa, dell’Uccellina o il Monte Argentario. In epoca antica la zona era paludosa e malsana, ragione per cui tutte le grandi città dell’Etruria marittima, tranne Populonia, sorsero a una distanza di diversi chilometri dal mare, destinando la funzione di porto a insediamenti minori (è il caso di Pyrgi per Caere). La terza area corrisponde al resto dell’attuale Toscana con l’appendice umbra di Perugia. Anche qui il paesaggio è collinare, con ampie vallate fluviali interne (del Tevere, dell’Arno, dell’Elsa, del Chiana, dell’Era ecc.) che innervano tutto il territorio. A vaste zone di calanchi si alternano massicci montani (Colline Metallifere, Amiata, Pratomagno, Monti del Chianti) che rendono più aspro il territorio e difficili le comunicazioni. Le città etrusche erano qui più disperse e in numero più limitato: più o meno quante quelle del Meridione in un territorio grande il doppio.
 
 
[22121]
Le tre grandi aree territoriali offrirono agli etruschi possibilità di sviluppo diverse, legate alle vocazioni spontanee del suolo in relazione allo sfruttamento agricolo: viti e olivi su tutte le zone collinari, grano nelle pianure fluviali e specie nell’agro di Chiusi, arboricoltura diffusa. In stretta connessione con l’agricoltura era l’allevamento del bestiame; i buoi etruschi erano famosi per forza e resistenza, grandi cure venivano dedicate agli equini e molto diffuso era, soprattutto nel sud, l’allevamento specializzato dei suini. Estesi e folti boschi davano legname abbondante e di buona qualità destinato a vari usi (opere di carpenteria, costruzioni di navi, alimentazione dei forni dell’industria metallurgica ecc.) e ospitavano una grande quantità di animali selvatici (cinghiali, cervi, lepri ecc.) che venivano regolarmente cacciati. Praticata era anche la caccia agli uccelli palustri che dovevano essere numerosi nelle lagune costiere e nei laghi vulcanici dell’Etruria meridionale. Ma la risorsa principale del suolo (e la ricchezza degli etruschi) era costituita dai minerali per l’estrazione dei metalli: rame, argento, piombo e soprattutto ferro. Le principali concentrazioni si trovavano in comprensori in cui l’attività mineraria è continuata fino ai giorni nostri: i Monti della Tolfa (ferro e allume che serviva per la concia delle pelli e i processi di riduzione della fusione), l’isola d’Elba (ferro), l’Argentario (piriti argentifere che fornivano ferro, argento e piombo), l’Amiata (cinabro); più difficile individuare le fonti per il minerale di rame, elemento fondamentale per la lega del bronzo: gli etruschi erano famosi per la capacità di lavorare questo metallo. Non a caso quindi, descrivendo l’Etruria, Diodoro Siculo poté affermare nel II secolo a.C.: ‘‘Questa è una terra che produce di tutto”.
 
 
[2221]
Il problema delle origini degli etruschi è un falso problema che va impostato su basi metodologiche diverse: non tanto la ‘‘provenienza” è importante, quanto piuttosto la ‘‘formazione” di questo popolo, ciò che esso, sfruttando elementi di varia provenienza - anche orientali, anche indoeuropei - ha prodotto di originale nelle sue sedi storiche.
 
[22211]
Comunque si imposti e si risolva il problema delle origini degli etruschi, l’area geografica dove storicamente essi insediarono il loro dominio era già definita e culturalmente connotata in senso unitario nel IX secolo a.C. Essa corrisponde a una larga parte dell’area in cui si era fino allora sviluppata la cultura del Ferro ‘‘villanoviana” e in essa dobbiamo riconoscere il primo manifestarsi del processo di formazione – sul suolo dell’Etruria – di quella che diverrà la ‘‘nazione” etrusca. I villaggi ‘‘villanoviani” erano organizzati in forme di carattere tribale, con un tipo di società sostanzialmente indifferenziata e con un’economia basata sull’agricoltura, l’allevamento e, marginalmente, su attività artigianali sulle quali predomina la metallotecnica. Ma all’inizio dell’VIII secolo a.C., questa struttura socio-economica cominciò a modificarsi per effetto delle prime frequentazioni di navi: mercanti fenici e greci attivarono un movimento commerciale basato sul traffico di risorse fondamentali (che in epoca antica erano cereali, olio, vino), dei minerali e dei metalli verso il bacino dell’Egeo e del Mediterraneo orientale; in cambio arrivavano manufatti di alta qualità e con essi maestri e idee. Alla primitiva utilizzazione in comune delle risorse si sostituì allora, a poco a poco, l’iniziativa dei singoli individui che sfruttarono a proprio vantaggio le risorse del territorio accumulando così (ed esibendo, come vediamo dai corredi funebri) ricchezza. L’originaria ‘‘unità villanoviana” si frantumò e il corpo sociale si scisse con l’emergere di un ceto più ricco che finì per imporsi come classe dominante.
 
[222111]
La civiltà villanoviana ha preso il nome dal villaggio di Villanova, presso Bologna, dove sono stati rinvenuti i reperti archeologici più notevoli. Essa era presente in modo omogeneo su tutta l’Etruria, continuava a sud del Tevere con l’affine cultura laziale, e si era diffusa anche attorno a Capua e nella zona di Salerno, in Campania. Le nostre conoscenze dipendono quasi esclusivamente dalle necropoli, costituite in genere da vasti ‘‘campi d’urne” con tombe a pozzetto scavato nella roccia o nel terreno in cui era deposto un vaso cinerario biconico e qualche oggetto di corredo. Nel territorio laziale si manifestò anche l’uso dell’incinerazione in urne a capanna. Poco sappiamo delle aree abitate che sembrano essere state però disseminate di molti piccoli villaggi costituiti da capanne a pianta circolare o ovoidale. La capillarità e l’omogeneità degli insediamenti fa pensare a un gigantesco processo di colonizzazione, avviato nel corso del IX secolo a.C., che nel breve giro di due o tre generazioni deve aver occupato tutta l’area di diffusione (dall’Emilia alla Campania).
 
[22221]
A poco a poco, dall’uniformità dei piccoli villaggi villanoviani cominciarono a emergere nettamente alcuni centri che, a metà dell’VIII secolo a.C., assunsero un evidente carattere di superiorità demografica ed economica su aree di territorio sufficientemente ampie. In questo processo di trasformazione, del resto vario e difforme, all’inizio furono avvantaggiate le comunità della fascia meridionale posta tra l’Albegna e il Tevere, perché più coinvolte nel traffico commerciale marittimo: prima di tutto il ‘‘sistema” di Tarquinia, poi quelli di Veio, Caere, Vulci, Vetulonia. In seguito la stessa novità si affermò anche nelle zone più interne dove sorsero centri minori collegati attraverso valli fluviali alle città maggiori e alla costa. Le città etrusche, fin dalle origini, si proposero come obiettivo di controllare i luoghi di produzione dei metalli e assicurarsi la disponibilità e lo sviluppo delle vie commerciali, sia per mare, sia per terra. Naturalmente esse attrassero il ceto dominante, ma anche il ceto medio che si andava affermando grazie all’industria dei metalli e al commercio. Si definì così, nei decenni iniziali del VII secolo a.C., la distinzione tra città e campagna, si incrementarono le attività artigianali, si sviluppò l’industria metallurgica, si diffuse l’uso della scrittura come sussidio indispensabile al commercio, si rinforzò la struttura sociale dominata da potenti nuclei di famiglie gentilizie che diedero vita a un sistema di vita ‘‘clientelare” e a istituzioni di regimi di tipo monarchico.
 
 
[22231]
Le varie città etrusche non costituiranno mai una compagine politico-amministrativa unitaria e, come quelle greche e quelle fenicie, adottarono la struttura politica della città-stato. Anche se indipendenti, le città erano riunite in un’alleanza o lega di tipo religioso, e forse anche militare, e da una stretta collaborazione commerciale. Si trattava di una sorta di federazione costituita da dodici (o forse quindici) città e perciò detta Dodecapoli; di queste città non conosciamo né il nome né l’epoca nella quale furono associate, ma poiché ben più di dodici erano le metropoli che potevano aver fatto parte di questa federazione, si deve supporre che esse si siano avvicendate nel tempo, quando la decadenza di una accelerava l’ascesa di un’altra. In origine, a capo di ogni città-stato stava probabilmente il lucumone, un personaggio regale sostituito in seguito, come avvenne anche nelle poleis greche, da un’oligarchia nobiliare costituita da famiglie delle quali conosciamo i nomi (i Maru di Cerveteri o i Pompu di Tarquinia) e i tumuli destinati ai membri della stessa stirpe. Dalle iscrizioni si ricavano i nomi di diverse magistrature, ma non sono esattamente definibili le funzioni dello zilath, del purth o del maru. Di fronte alla classe privilegiata, la plebe era in gran parte in condizione di clientela o, forse, di servitù della gleba.
 
[2231]
Nella prima metà del VII secolo a.C., gli etruschi dei principali centri del Sud hanno già portato a compimento il processo di urbanizzazione e danno inizio a una vicenda che li vedrà per un secolo e mezzo tra i grandi protagonisti della storia mediterranea, insieme ai greci delle colonie e ai fenici di Cartagine.
 
[22311]
Nel VI secolo a.C. l’Etruria divenne il principale mercato dei prodotti artigianali greci. Allo stesso tempo, la vitalità e il dinamismo delle sue città determinò un accentuato sviluppo delle attività produttive destinate non solo al mercato interno ma soprattutto all’esportazione. I centri dell’Etruria meridionale, economicamente e politicamente più potenti, diedero allora inizio a precisi e arditi programmi di espansione che miravano ad assicurare il controllo dei mercati e delle vie di comunicazione. Quindi gli etruschi si volsero verso il vicino Lazio, ma anche verso regioni più lontane che, come la Campania, facilitassero il contatto con il mondo greco, o che, come la Liguria o la Provenza, non disponessero di un’autonoma rete mercantile. Tale espansione avvenne in modi e forme diverse. L’espansione nel Lazio determinò una vera supremazia politica con l’acquisizione di un saldo controllo dei più importanti nodi di traffico: Praeneste (Palestrina) a guardia della valle del Sacco e sede del tempio della Fortuna Primigenia, uno dei più importanti e frequentati santuari d’Italia fino al IV secolo a.C., ma soprattutto Roma che dominava il guado sul Tevere. Qui transitava la più importante via di terra che attraversava l’Italia da nord a sud, passaggio obbligato per i traffici etruschi verso le città del meridione e il mondo greco peninsulare. Nel 616 a.C., secondo la tradizione sostanzialmente confermata dall’archeologia, a Roma si insediò la dinastia di origine etrusca dei Tarquini. La penetrazione in Campania avvenne attraverso l’intensificazione dei contatti con antichi centri di cultura ‘‘villanoviana”, come quello di Capua sul fiume Volturno, di Nola e di Pontecagnano presso Salerno; in Liguria e in Provenza, infine, furono creati scali marittimi e piccoli empori in cui si congiungevano le rotte provenienti dall’Etruria e le vie naturali del retroterra.
 
[223111]
La tradizione riferisce che a Roma regnarono i sovrani etruschi Tarquinio Prisco (616-579 a.C.), Servio Tullio (579-535 a.C.) e Tarquinio il Superbo (535-509 a.C.): ciò in realtà significa che per un lungo periodo Roma fu ‘‘dominata” dagli etruschi. Ecco come, secondo Tito Livio, Tarquinio Prisco riuscì ad assicurarsi il potere:
 
‘‘Lucumone arrivò in città con la moglie Tanaquilla e, presovi alloggio, dichiarò il nome di Lucio Tarquinio Prisco. Il fatto che fosse straniero e molto ricco lo rese subito interessante agli occhi dei romani, e lui faceva di tutto per aumentare la sua popolarità, finché la sua fama giunse alla reggia ... Alla fine il re Anco Marzio, nel testamento, lo nominò tutore dei suoi figli (Alla morte di Anco Marzio) i figli erano ormai vicini alla maggiore età. Per questo Tarquinio si dava daffare perché si tenessero i comizi che dovevano eleggere il nuovo re: appena furono indetti, egli allontanò da Roma i giovinetti organizzando per loro una battuta di caccia ... Tarquinio fu eletto re con il pieno consenso del popolo. E anche quando fu re, quest’uomo di grande valore sotto ogni aspetto, conservò lo stesso desiderio di popolarità che aveva avuto nell’aspirare al potere”.
 
[22321]
Non meno vigorosa dell’espansione via terra, documentata dall’archeologia, fu quella marittima di cui abbiamo notizia dalle fonti letterarie greche (Strabone, Diodoro Siculo, Pausania, Erodoto) che parlano di accese rivalità per il controllo delle rotte e danno notizia di vere e proprie battaglie navali, le prime che si conoscano nella storia dell’Occidente. Il Tirreno era nel VI secolo a.C. teatro di azioni commerciali e piratesche di greci, punici ed etruschi e l’espansione etrusca non poté svilupparsi senza fenomeni di concorrenza e di aperti conflitti con le altre due nazioni mercantili del Mediterraneo. Con i cartaginesi le città etrusche scelsero la via degli accordi, dividendo il Mare Tirreno in zone d’influenza. Una prova di collaborazione tra i due popoli è data dalle lamine d’oro scoperte a Pyrgi, porto di Caere. I rapporti degli etruschi con i greci si configurarono invece in ripetuti scontri avvenuti nel corso del VI secolo e fino agli inizi del V a.C. al largo delle isole Eolie: ad affrontarsi furono i coloni rodii e cnidii di Lipari e gli etruschi di non sappiamo quale città che disturbavano i traffici (o addirittura miravano a porli sotto il loro controllo) attraverso lo stretto di Messina, sulla rotta dall’Egeo al Tirreno. Gli storici greci non hanno dubbi sulla vittorie dei loro connazionali e a conferma citano i doni (bottini di guerra) che i liparesi avrebbero dedicato al tempio di Apollo a Delfi. Si trattava comunque, per il momento, di scorrerie e non di scontri decisivi, ma l’urto violento che avrebbe sancito il dominio etrusco del Tirreno orientale era prossimo.
 
[223211]
La colonizzazione greca in Occidente fu promossa soprattutto da Corinto e Megara. I corinzi si diressero dapprima verso le coste dell’Epiro e dell’Illirico poi si volsero alla Sicilia dove Siracusa rimase a lungo la colonia più fiorente. I megaresi, da parte loro, partendo dalla base siciliana di Mègara Iblea diedero origine ad altre colonie tra le quali Selinunte che era l’ultimo avamposto greco prima degli stanziamenti fenici che avevano i loro centri a Mozia e a Ponormo (Palermo). Un’altra città molto attiva nella colonizzazione fu Calcide, nell’Eubea, che in Sicilia fondò nel 750 a.C. Zancle (Messina) e poco dopo Catania e Leontini (Lentini) alle due estremità della pianura del Simeto; più tardi fu la volta di Cuma, in Campania, dove i calcidesi furono bloccati dagli etruschi che aspiravano anch’essi alle fertili terre campane; i cumani fondarono allora nel VII secolo a.C. Neapolis, la “città nuova” che sostituì l’antica Partenope. Anche Rodi e Creta si inserirono nella colonizzazione della Sicilia con Gela e Akragas (Agrigento); rodii e cnidii (di Cnido, nella Caria) colonizzarono poi le isole Eolie. Le coste del golfo di Taranto e quelle tirreniche della Calabria fino a Posidonia (che i romani chiamarono Paestum) erano occupate da stirpi greche meno progredite culturalmente delle genti corinzie, calcidiche o megaresi, eppure fu proprio questa la Magna Grecia, cioè Grande Grecia perché della madrepatria aveva lo spirito, i principi e la cultura. Taranto, fondata dagli spartani dai quali si staccò completamente come concezione culturale, fu uno dei maggiori centri economici; Locri era colonia delle genti della Locride; Metaponto, Sibari e Crotone furono invece fondazioni achee. La colonizzazione greca si spinge ben oltre le coste dell’Italia meridionale e della Sicilia ma i nuovi arrivati dovettero competere sia con i celti della Gallia che non permisero la penetrazione all’interno pur consentono alle colonie della costa – come Massalia (Marsiglia) dei focesi – di svolgere un’attività essenzialmente commerciale, sia con etruschi e fenici che già si dividevano il dominio del mare Tirreno.
 
[22331]
Uno degli episodi salienti della lotta tra etruschi e greci per il controllo dei traffici marittimi si svolse intorno al 540 a.C. nelle acque del Tirreno, e più precisamente al largo della Corsica. Esso fu provocato dall’intrusione dei focesi nel mare ‘‘di casa” degli etruschi e, in particolare, dalla fondazione della colonia di Alalia (Aleria) sulla costa orientale della Corsica, proprio di fronte alle coste etrusche. Per sfuggire alla minaccia persiana, i coloni di Focea, nella Ionia, si erano trasferiti a più riprese in Occidente e già intorno al 600 a.C. avevano fondato la colonia di Massalia (Marsiglia) alle foci del Rodano, nel territorio dei celti. Naturalmente i massalioti si erano affrettati a installare basi marittime e scali commerciali in Liguria e nel Golfo del Leone che avevano duramente colpito gli interessi degli etruschi e messo in allarme i cartaginesi da poco insediati in Sardegna; tanto più che i greci di Massalia avevano tentato di aprirsi un mercato nel regno di Tartesso dove i fenici avevano forti interessi. Quando l’ultima ondata dei focesi si stabilì sulla costa còrsa facendo di Alalia la base delle loro scorrerie nel Tirreno, gli etruschi furono costretti a reagire: l’iniziativa fu di Caere, forse in quel momento la città più potente, la quale si alleò con Cartagine. I focesi, battuti duramente sul mare, dovettero abbandonare la Corsica per andare a stabilirsi a Elea (o Velia, presso Paestum, in ordine di tempo l’ultima grande colonia della Magna Grecia) e gli etruschi ebbero il controllo della Corsica e dell’Elba. Diodoro Siculo afferma che Alalia fu dagli etruschi ribattezzata Nikaia (Vittoria).
 
[223311]
Lo scontro navale fra etruschi e cartaginesi contro i focesi di Alalia ci è stato riferito da Erodoto che, da greco, cerca di minimizzare la sconfitta focese. Parla infatti di vittoria ‘‘cadmea”, il che equivale a quella che fu poi definita una ‘‘vittoria di Pirro”, cioè con perdite tanto grandi da eguagliare una sconfitta.
 
‘‘Quando i focesi giunsero a Kyrnos (la Corsica), vi soggiornarono per cinque anni insieme ai coloni che vi si erano sistemati precedentemente e vi eressero templi. Poiché intrapresero scorrerie saccheggiando tutte le popolazioni limitrofe, allora tirreni e cartaginesi si strinsero in un accordo e mossero guerra contro di loro, con sessanta navi. I focesi, a loro volta, armarono altre sessanta navi e si diressero contro i nemici nel mare che si chiama Sardonio. I focesi ottennero una vittoria cadmea, poiché quaranta delle loro navi furono distrutte e le restanti venti rimasero inservibili, dato che i rostri erano rovinati. Ritornarono dunque ad Alalia, presero a bordo i figli, le donne e quanti dei loro beni potevano trasportare e, lasciata Kyrnos presero la rotta per Reggio”.
 
[22341]
Con il tardo VI secolo a.C., nel periodo successivo alla  vittoria di Alalia gli etruschi toccarono l’apice della loro potenza. I trattati con gli alleati cartaginesi garantivano loro l’allargamento della zona d’influenza etrusca su tutta l’Italia continentale, esclusa la Magna Grecia, e il controllo del medio e alto Tirreno. Essi seppero approfittare della favorevole situazione e affermarono la loro presenza sul mare e in terraferma. Con la Corsica in loro possesso fu facile ricucire lo strappo con i greci di Massalia e riorganizzare la rete commerciale lungo le coste a nord dell’Arno appoggiandola alla nuova base strategica di Pisa e ad empori fissi aperti lungo la costa ligure. Per terra, le città dell’Etruria settentrionale interna (Volterra, Chiusi, Volsinii) iniziarono una vigorosa penetrazione verso Nord. Attraverso le facili vallate dell’Appennino (come la valle del Reno, in cui sorse Marzabotto) i coloni dell’Etruria sboccarono nella Valle Padana dove sorse Felsina (l’odierna Bologna), sul luogo del più cospicuo abitato villanoviano, e raggiunsero l’Adriatico, sulle cui rive fu fondata Spina, centro attivissimo di scambio col mondo greco. Se l’area comprendente Marzabotto, Felsina e Spina costituì il nucleo principale dell’Etruria padana, l’espansione etrusca si estese fino a Modena e a Parma e, oltre il Po, a Mantova e a Melpo (forse Melzo, presso Milano), tutte tradizionalmente considerate di fondazione etrusca. Nel resto dell’Italia settentrionale e centrale, anche là dove non si ebbe occupazione diretta da parte degli etruschi, si esercitò però la loro influenza culturale. Verso il 500 a.C., insomma, la civiltà etrusca sembra procedere a grandi passi verso l’unificazione culturale, se non politica, di buona parte dell’Italia, compiendo, con tre secoli di anticipo, quanto riuscirà a Roma dopo la seconda guerra punica. Invece, dopo il VI secolo, subentrò, rapido, il declino.
 
[2241]
Il prodigioso periodo di fioritura dell’Etruria non dura a lungo, a causa soprattutto della fragilità del ‘‘sistema”. Le singole città-stato, infatti, continuano a operare ognuna per proprio conto, senza programmi di ampio respiro e in assenza di qualsiasi effettivo coordinamento.
 
 
[22411]
Il cambiamento di tendenza fu piuttosto repentino, tanto che si parla di ‘‘crisi”. Essa viene collegata alla nuova situazione mediterranea conseguente alla guerre persiane e con le contemporanee turbolenze della penisola italiana, ma per le grandi città-stato del Sud la crisi si innestò nei cambiamenti istituzionali che sfociarono nell’instaurazione di regimi repubblicani retti da oligarchie aristocratiche e nella conseguente accentuazione delle tensioni sociali. Una prima crisi si presentò comunque come conseguenza, o contraccolpo, dell’occupazione della Ionia da parte dei persiani (517 a.C.) la quale determinò il crollo del sistema commerciale ionico in cui gli etruschi erano ben inseriti; né migliorarono la situazione le rivalità armate tra le città della Magna Grecia che determinarono, a esempio, la distruzione di Sicari da parte della rivale Crotone (510 a.C.). In più nel 509 a.C. la dinastia etrusca dei Tarquini fu cacciata da Roma con la conseguente rottura dell’equilibrio politico-economico che fino ad allora si era mantenuto tra il Lazio latino e le città dell’Etruria meridionale. Della situazione tentò di approfittare Chiusi, che con il lucumone Porsenna impose alla città la propria effimera egemonia, fino a quando la reazione della greca Cuma, che si alleo con i latini (battaglia di Ariccia, 504 a.C.), spense ogni ulteriore velleità degli etruschi di imporsi sul Lazio.
 
[22421]
La perdita del Lazio rese più importante la presenza dell’etrusca Capua nel territorio campano. La città, che godeva allora di una splendida fioritura manteneva aperti i contatti via mare con le città-stato dell’Etruria meridionale; non riuscì però, nonostante i ripetuti attacchi, ad avere la meglio su Cuma. La pressione che attraverso Capua le città etrusche mantenevano in direzione della Sicilia provocò la reazione della nascente potenza di Siracusa che nel 480 a.C., avevano bloccato a  Imera i tentativi di espansione dei cartaginesi in Sicilia. Nel 474 a.C. la flotta dei siracusani affrontò e distrusse quella etrusca nelle acque di Cuma, fiaccando, insieme alla potenza navale, l’attività commerciale internazionale delle città etrusche il cui monopolio passò completamente ai cartaginesi. Le grandi metropoli dell’Etruria meridionale (Caere, Tarquinia, Vulci) entrarono in crisi e abbandonarono ogni velleità di riscossa, incapaci anche di impedire scorrerie e saccheggi dei siracusani sulle proprie coste: nel 453 e nel 451 a.C. i siracusani tentarono addirittura di insediarsi nell’Isola d’Elba attratti dalle sue risorse minerarie. Della crisi delle città costiere approfittarono quelle interne legate a un’economia agricola (Chiusi, Arezzo, Cortona, Volterra, Perugia) e che godevano anche delle risorse dello sfruttamento commerciale offerto dai mercati dell’Etruria padana e dei traffici dell’Adriatico.
 
[22431]
Sul finire del V secolo a.C. iniziò il lento ma progressivo processo di penetrazione romana in Etruria. Esso fu diverso da città a città, a seconda dell’atteggiamento che le classi dominanti assunsero di fronte alla conquista romana, e diverse furono perciò anche le condizioni con cui esse furono ‘‘accolte”, con le buone o con le cattive, nella confederazione romana. Veio, a esempio, dopo uno scontro che si era prolungato per tutta la seconda metà del V secolo a.C., fu distrutta e il suo territorio venne incorporato nello stato romano; Caere invece, legata a Roma al punto di accogliere i profughi romani, con i sacerdoti, le vestali e i simboli sacri dell’Urbe durante il sacco dei galli del 387 a.C., diventerà nel 353 a.C. municipio senza diritto di voto. Di fronte al pericolo reale di un assorbimento o di una conquista da parte dei romani, la reazione degli etruschi furono come sempre prive di qualsiasi coordinamento; anzi, l’esasperato particolarismo e le mai sopite rivalità facilitarono la penetrazione romana e ad una ad una, nel corso del VI-III secolo, le città etrusche persero la propria indipendenza, se non la propria identità. Così nel 351 a.C. Tarquinia, dopo una serie di ostilità con Roma che duravano dal 358 a.C., accettò una tregua di quaranta anni, che sarà rinnovata nel 308 a.C. Nel 302 a.C. Roma intervenne ad Arezzo a favore degli aristocratici locali per sedare un’insurrezione democratica e, di fatto, pose l’oligarchia al proprio servizio. Roselle sarà invece sconfitta nel 283 a.C., come Vulci nel 280 a.C. e Volsinii (Orvieto) nel 264 a.C. Alla fine del III secolo a.C. l’Etruria era ormai completamente nell’orbita romana visto che molte sue  città contribuiranno nel 205 a.C. con aiuti di varia natura alla spedizione di Scipione in Africa, contro Cartagine.
 
[224311]
La repubblica romana era una confederazione romano-italica sotto l’egemonia dell’Urbs, in cui il territorio abitato da cittadini romani rappresentava una parte modesta. Alla confederazione appartenevano sia le città che godevano in pieno dei diritti di cittadinanza romana (municipia optimo iure), sia quelle dotate di larga autonomia amministrativa i cui cittadini, pur usufruendo dei diritti civili, non potevano votare e accedere alle cariche pubbliche (municipia sine suffragio). I rimanenti popoli e città legati a Roma costituivano i confederati (socii, civitates foederatae) e le loro relazioni con l’Urbe erano diverse a seconda se l’accordo era avvenuto pacificamente o in seguito a una conquista. Altro importante elemento dello stato romano erano le colonie dedotte fra i popoli vinti. Esse avevano i propri magistrati e le proprie assemblee ma, in base alla provenienza dei coloni, potevano essere colonie romane con diritto di cittadinanza o colonie latine in condizione simile alle città federate.
 
[224321]
Iniziata nel 447 a.C., la guerra contro Veio ebbe varie fasi e si concluse nel 396 a.C., dopo dieci anni di assedio, con la distruzione della città a opera del dittatore Marco Furio Camillo. Tito Livio racconta così la presa di Veio.
 
‘‘L’elezione a dittatore di Furio Camillo risvegliò la speranza nell’animo dei soldati. Egli ricondusse l’esercito a Veio, cominciò sa far costruire un cunicolo sotterraneo sotto la rocca dei nemici, e questa fu l’opera più grande e faticosa di tutte. Per non interrompere il lavoro e perché i soldati non fossero sfiniti dalla continua fatica sotto terra, Camillo li divise in sei turni. Ogni turno lavorava un’ora su sei e riposava per cinque ore. E si andò avanti giorno e notte finché non fu aperta una via fin dentro la rocca. Il dittatore, che già vedeva la vittoria a portata di mano e pensava che avrebbe preso la ricchissima città e fatto tanta preda in una sola volta, attaccò la città. I veienti non potevano immaginare che le mura fossero state scavate dal di sotto, e che la città fosse già piena di nemici. Infatti, dal passaggio sotterraneo i soldati uscirono proprio all’interno del tempio di Giunone, che era sulla rocca di Veio: mentre alcuni si buttavano sui nemici intenti a difendere le mura, cogliendoli di sorpresa alle spalle, altri spalancarono le porte, altri ancora appiccarono il fuoco alle case. Subito si levò un clamore di gente atterrita, misto al pianto delle donne e dei fanciulli. In un momento la città si riempì di nemici; si combatteva da ogni parte. Infine, dopo la strage, la battaglia languì e Camillo ordinò che non si combattesse contro i cittadini inermi. I soldati, col permesso del dittatore, cominciarono allora a darsi d’attorno a fare preda”.
 
[22441]
Poco prima del 500 a.C. l’Etruria padana fu investita dall’invasione dei galli (o celti), popolazioni indoeuropee che da tempo si erano stabilite in Gallia. Essi penetrarono nell’Italia settentrionale, probabilmente in più ondate, attraverso i valichi delle Alpi occidentali e centrali, ricacciarono o soggiogarono le genti liguri del Piemonte e della Lombardia e si scontrarono quindi contro la resistenza dell’Etruria padana. La tradizione conserva il ricordo di una sconfitta subita dagli etruschi sulla riva del Ticino, tanto che a breve distanza dall’etrusca Melpo sorse un nuovo centro, la gallica Mediolanum (Milano). Più lunga resistenza oppose la metropoli dell’Etruria padana, Felsina; ma anch’essa, alla metà del IV secolo a.C., cedette e divenne la gallica Bononia. Oltre Felsina i galli raggiunsero l’Adriatico e si spinsero fino al fiume Esino, a nord di Ancona. Il territorio conquistato fu diviso tra varie tribù: insubri e cenomani in Lombardia, boi in Emilia, lìngoni in Romagna, sénoni nel Piceno ecc. Né la forza espansiva dei galli si era ancora esaurita: nel corso del IV secolo essi compirono varie escursioni a sud dell’Appennino e giunsero fino a Roma (387 a.C.). Nello stesso periodo dell’invasione dei galli, altri popoli, questa volta italici, si mossero dalle loro sedi della dorsale appenninica. Da quello che era il baricentro della nazione osca, il Sannio, mossero gli irpini che si stabilirono tra Benevento e Venosa, i lucani che dilagarono fino allo Ionio, i bruzi che raggiunsero la Calabria e i campani che, con altre tribù affini, occuparono la Campania. Qui le tribù italiche sommersero sia gli etruschi che i greci: Capua cadde in loro potere nel 423 a.C., Cuma due anni dopo.
 
[2251]
L’ultimo periodo della storia etrusca è stato definito dell’Etruria federata, in quanto le città-stato, costrette a federarsi con Roma, confondono da ora in poi, pur conservando una peculiare identità, le loro vicende con quelle dell’Urbe e dell’Italia progressivamente unificata dai romani.
 
[22511]
La federazione tra Roma e le città etrusche fece parte della più grande federazione romano-italica organizzata da Roma su tutta la penisola, e nella quale i rapporti e i vincoli di alleanza riguardavano esclusivamente ogni singola entità e la città egemone. A fondamento del nuovo ordine stavano cioè i trattati che presentavano, a seconda dei casi, clausole diverse da città a città, particolarmente dure per quelle che più direttamente e duramente si erano opposte a Roma. Alcune metropoli (come Vulci, Tarquinia, Caere) persero addirittura ampie parti dei loro territori dove Roma fondò, durante il III secolo a.C., colonie proprie (è il caso di Fregene, Gravisca, Cosa ecc.). A tutte le città i patti imposero di rinunciare a qualsiasi azione politica autonoma, di riconoscere come propri nemici i nemici di Roma, di fornire a questa aiuti in caso di bisogno, di mantenere gli ordinamenti istituzionali fondati sul potere delle oligarchie, di accettare o richiedere l’intervento di Roma in caso di gravi turbamenti sociali o politici interni. In cambio della perdita della sovranità, alle città etrusche fu consentito di continuare a vivere secondo le proprie tradizioni, di mantenere le proprie leggi, la propria lingua e la propria religione. La rottura dei patti prevedeva dure e immediate sanzioni: quando nel 264 a.C. Volsinii cacciò gli esponenti dell’oligarchia dominante, la città fu distrutta dai romani e gli abitanti deportati in una nuova sede, il sito dell’attuale Bolsena (Volsinii Novi).
 
[22521]
Dopo che Roma, a seguito della prima guerra punica, sostituì Cartagine nel controllo del Tirreno, l’Etruria divenne la base delle operazioni romane contro i liguri e contro i galli che, nelle loro frequenti incursioni, si spinsero fino a Talamone (225 a.C.). L’impresa di  Annibale del 218 a.C. toccò solo marginalmente l’Etruria, ma risvegliò qualche sopito desiderio di rivalsa e persino qualche seria agitazione, ma i patti vennero fondamentalmente rispettati. Le città etrusche fornirono anzi il loro contributo alla resistenza e poi alla reazione romana prendendo parte all’allestimento della spedizione di Scipione contro Cartagine. In questa occasione Caere fornì frumento e viveri di vario genere; Tarquinia tela di lino per le vele; Roselle, Chiusi e Perugia legname per la costruzione delle navi e frumento; Populonia ferro; Volterra frumento; Arezzo, che più di ogni altra città etrusca era stata sospettata di simpatie verso Annibale, si riscattò con 3000 scudi e altrettanti elmi, 100 mila giavellotti, 100 mila moggi di grano e rifornimenti di ogni genere per 40 navi. Il contributo etrusco durò poi per tutto il II secolo a.C. nelle numerose guerre che condussero Roma alla creazione del suo impero. Tra il 90 e l’89 a.C., durante la guerra civile, l’Etruria si trovò in gran parte schierata con la fazione popolare guidata da Caio Mario e per questo subì le pesanti vendette di Lucio Silla quando questi, sconfitti i mariani, divenne dittatore e padrone dello stato: Arezzo Fiesole e Volterra furono saccheggiate e private della cittadinanza romana. Nel 63 a.C. l’Etruria appoggiò la congiura di Catilina che proprio a Pistoia venne sconfitto e ucciso l’anno successivo; nel 14 a.C. Perugia fu messa a ferro e fuoco da Ottaviano per aver accolto fra le sue mura Lucio, fratello del rivale Marco Antonio. Nel 27 a.C. quando Augusto divise la penisola italiana in XI regioni, la VII fu l’Etruria.
 
[231]
Gli etruschi erano concordemente celebrati dagli antichi come ‘‘costruttori di città” e diffusa era la convinzione che essi fossero stati i primi ad attuare in Italia il modello della struttura urbana. In effetti, mentre nella penisola la maggior parte delle popolazioni continuava a vivere nella tradizione storica del ‘‘villaggio” gli etruschi, sotto l’influenza del modello greco, si concentrarono in organismi urbani. ‘‘Civiltà della città”, quindi, quella degli etruschi, intesa non solo nel senso fisico e materiale, ma soprattutto nel senso politico e ideologico che fa della città l’organismo e il centro in cui sono ordinate e concentrate tutte le strutture del vivere insieme.
 
[2311]
Degli aspetti e delle consuetudini della vita quotidiana, pubblica e privata, degli etruschi non ci è giunta alcuna documentazione letteraria diretta, mentre abbiamo, per fortuna, un’importante fonte complementare costituita sia dagli oggetti portati in luce dall’archeologia e rinvenuti per la maggior parte nelle necropoli, sia dalle rappresentazioni figurate con scene di vita presenti nelle tombe; queste ultime, tra l’altro, ci consentono di reintegrare nell’uso quotidiano gli stessi oggetti reali.
 
[23111]
Il ruolo di sostanziale parità sociale che nel mondo etrusco la donna ebbe nei riguardi dell’uomo scandalizzò i greci che confinavano spose e figlie nel gineceo ad occuparsi esclusivamente dei lavori domestici. Le donne etrusche, come appaiono nelle rappresentazioni figurate, partecipavano alle varie fasi del banchetto distese sullo stesso letto dell’uomo, così come insieme prendevano parte alle diverse manifestazioni della vita quotidiana che si svolgevano fuori delle pareti domestiche (gare atletiche, spettacoli, cerimonie ecc.). Il fatto che in molte pitture le donne a banchetto abbiano un velo sulla testa le qualifica come mogli e non come cortigiane. La parità è dimostrata anche in altri ambiti, per certi versi più significativi. L’indicazione onomastica ufficiale dei cittadini di pieno diritto, contrariamente all’uso invalso in Grecia e a Roma, era completata spesso col nome del padre e con quello della madre; inoltre una donna etrusca, che non fosse schiava, era denominata sempre con un nome personale e uno di famiglia, mentre delle più illustri donne romane ci sono giunti solo i nomi di famiglia (Cornelia, Calpurnia ecc.). In molte iscrizioni, poi, la proprietà di un oggetto è attribuita a una donna, segno di parità anche giuridica. Alle donne venivano inoltre dedicati gli stessi riti funebri degli uomini ed erano titolari di tombe, come dimostrano alcune iscrizioni della necropoli del Crocefisso del Tufo a Orvieto.
 
 
[231111]
In Grecia, e specialmente ad Atene, le sole donne a partecipare ai banchetti e alla vita pubblica con gli uomini erano le ‘‘etere”, ossia le ‘‘compagne” o cortigiane. Per questo i greci si stupivano e si scandalizzavano della libertà di cui godevano le ‘‘matrone” etrusche e condannarono l’intera vita privata dei ‘‘tirreni” con il marchio di sfrenata lussuria e di scostumatezza. Tra i più accaniti detrattori c’è lo scrittore Teopompo (IV secolo a.C.), per altro definito maledicentissimus, la lingua più velenosa della letteratura greca, da Cornelio Nepote (I secolo a.C.). Scrive Teopompo:
 
‘‘In occasione di riunioni di società o di parentado i tirreni si comportano come segue: anzitutto, quando hanno finito di bere e si dispongono a dormire, e mentre le fiaccole sono ancora accese, fanno entrare i servi, ora cortigiane, ora bellissimi giovani e qualche volta le loro mogli. Dopo aver soddisfatto le loro voglie con le une e con gli altri, fanno coricare giovani vigorosi con questi o con quelle. Fanno all’amore e si danno ai loro piaceri talora alla presenza gli uni degli altri... Le donne curano molto il loro corpo, fanno ginnastica con gli uomini e spesso si presentano nude. Banchettano accanto non ai propri mariti ma a chi capita, bevendo alla salute di chi vogliono. Sono anche grandi bevitrici e belle”.
 
[23121]
I dati relativi al banchetto, espressione della potenza e ricchezza di un signore, si ricavano dalle fonti figurate, numerosissime tra il VII e il II secolo a.C.
Il banchetto solenne si articolava in due momenti successivi: quello in cui si mangiava, e quello (simposio) in cui ci si intratteneva, bevendo, in conversazione o in giochi di società. I commensali, da soli o in coppia, si stendevano su bassi letti appoggiandosi col gomito sinistro a un cuscino, avvolti spesso in una coperta decorata. Le mogli erano presenti a fianco dei mariti. Le mense venivano imbandite con carne e selvaggina, formaggi, focacce, pani, uova, dolci a forma di piramide, melagrane, uva, salse per il condimento. I rifiuti del pasto erano gettati sul pavimento e mangiati dai cani presenti nella sala insieme a gatti e a gallinacei. La bevanda era il vino, che veniva mischiato all’acqua in un grande vaso dalla bocca larga, da cui giovani coppieri attingevano con crateri, anfore e brocchette per servire i convitati. La riunione era allietata da musici, danzatori e danzatrici, acrobati. Sappiamo che presso i greci, argomento frequente di conversazione durante il simposio era la mitologia; per gli etruschi è logico supporre che essa si adattasse al tipo di riunione: festino, cerimonia funebre, banchetto familiare.
 
[23131]
Come testimoniano le fonti antiche e le rappresentazioni figurate, gli etruschi davano una grande importanza alla musica, sia vocale sia strumentale. Essa non serviva solo a rallegrare i conviti, a regolare i movimenti della danza, a enfatizzare i riti e le cerimonie sacre o a infiammare gli animi dei combattenti, ma dirigeva anche la caccia, ritmava le gare sportive, scandiva persino le nerbate che venivano inflitte ai servi negligenti; a suon di musica (come si vede in una tomba di Orvieto) veniva impastato il pane e preparati i cibi. Gli strumenti musicali – e di conseguenza il ritmo, l’armonia, il carattere – erano di derivazione greca e tra essi si preferiva il doppio flauto e la cetra; la tromba sembra invece un’invenzione etrusca. Alla musica si univa frequentemente la danza. Nelle figurazioni funerarie appaiono spesso danzatori (isolati, in coppia o a gruppi) i cui atteggiamenti suggeriscono un tipo di danza molto scandita e ritmata (quasi certamente a tre tempi), con movimenti rapidi e decisi della testa e delle mani. Lo stretto rapporto esistente tra musica e gesto ritrovava forse espressione negli spettacoli scenici in cui appariva il mimo (histrio, da cui il nostro ‘‘istrione”) che si esibiva mascherato accompagnato dal flauto.
 
[23141]
Fonti iconografiche dimostrano come la caccia, soprattutto degli animali di grossa mole, fosse molto diffusa fra l’aristocrazia etrusca. Era praticata ‘‘a suon di musica”, con reti e trappole ma anche con giavellotti, archi, spiedi e asce. Per i cervidi si faceva ricorso ai cani che inseguivano e attaccavano la preda, e s’impiegava talvolta un cervo da richiamo, tenuto con una briglia dal cacciatore. Per il cinghiale si organizzavano vere e proprie battute, con appostamento lungo i sentieri più frequentemente percorsi dall’animale. Gli etruschi dei ceti meno abbienti cacciavano animali selvatici più piccoli, utilizzando archi, fionde e trappole. Per la caccia alla lepre, oltre ai cani, si utilizzava un bastone ricurvo, il “legabolo”, per snidare e abbattere l’animale. Anche il pesce ebbe, nell’alimentazione etrusca, un ruolo importante. Ami, arpioni, fiocine, reti, lenze, pesi di vario genere e misura testimoniano sin da epoca molto antica quanto diffusa fosse la pesca nei mari (specie ai tonni), nei fiumi e nei laghi italiani. Rarissime però, a differenza della caccia, sono le raffigurazioni pittoriche, poiché la pesca fu sempre considerata un’attività modesta e poco gloriosa.
 
[231411]
Claudio Eliano (170-235 d.C.), autore di un Trattato sulla natura degli animali in cui riferiva un gran numero di curiosità e stranezze sul loro comportamento, scrisse a proposito della caccia a cinghiali e cervi:
 
‘‘Si dice frequentemente in Etruria, dove i cinghiali e i cervi vengono catturati come di consueto con l’impiego delle reti, che aiutandosi con la musica il successo è maggiore. Ecco come: si tendono le reti e si piazzano le trappole, quindi viene fuori un flautista di talento che, evitando i toni alti, esagera quelli più dolci che il doppio flauto sa produrre. Nel silenzio più assoluto questa musica arriva fin sulle cime dei monti, nelle vallate e nei boschi e penetra in tutti i covi e i nascondigli degli animali. Questi dapprima rimangono stupiti e terrorizzati, poi il puro e irresistibile piacere della musica s’impadronisce di loro e, affascinati, abbandonano i cuccioli, la tana e i sentieri più nascosti dai quali non amano normalmente allontanarsi. Così gli animali delle foreste tirreniche, trascinati dal potere della melodia e come stregati, s’avvicinano e, vittime della musica, entrano nelle reti”.
 
[23151]
Come per tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche nel caso dei giochi atletici e delle gare sportive le notizie che abbiamo provengono dalle rappresentazioni figurate. Delle manifestazioni sportive testimoniate presso gli etruschi alcune sono documentate contemporaneamente anche in Grecia, altre non hanno invece riscontro nel mondo greco e appartengono alla tradizione locale. Come i greci, gli etruschi si cimentavano nella corsa podistica, nella corsa dei carri, nel salto in lungo, nel lancio del disco e del giavellotto, nel pugilato, nella lotta; tipicamente etruschi sono invece il gioco di Troia e del Phersu. Il primo (ludus Troiae), descritto dagli scrittori classici romani, era un’esibizione di eleganza e di destrezza riservata ai giovani nobili che non superassero i diciassette anni: armati di tutto punto e in sella a un cavallo, compivano evoluzioni seguendo lo schema ideale di un labirinto concentrico. Di tutt’altro genere era il Phersu, di cui abbiamo una rappresentazione nella Tomba degli Aùguri di Tarquinia: un uomo incappucciato, con in mano un bastone, cerca di difendersi dagli assalti di un cane inferocito, tenuto a un lungo guinzaglio e aizzato da un personaggio con copricapo e maschera che un’iscrizione denomina Phersu (è evidente l’accostamento alla parola latina persona, che significa appunto ‘‘maschera”). Il carattere violento e cruento del Phersu richiama i giochi gladiatori che i romani dicevano essere di origine etrusca. Giochi atletici e gare facevano parte delle celebrazioni funebri, ma non ebbero però solo carattere funerario; si svolgevano infatti anche nei santuari in occasioni di feste o di riunioni straordinarie.
 
[23161]
Le vesti etrusche erano realizzate in lana e in lino, diverse per resistenza, morbidezza e protezione dal freddo. Le fibre venivano filate dalle donne, anche di alto lignaggio ma, tra esse, solo alcune si specializzavano nella tessitura, che veniva tramandata di madre in figlia. Nei periodi più antichi le donne indossavano tuniche e mantelli, probabilmente ornati da disegni geometrici e un cinturone ellittico di cuoio con una lamina di bronzo sul davanti. L’abbigliamento maschile non era dissimile da quello femminile e comprendeva anche diversi tipi di perizoma variamente panneggiati che nelle stagioni più calde sostituivano ogni altro indumento; la nudità completa, del resto, non dava scandalo. Dal VI secolo a.C. il capo di vestiario più diffuso per entrambi i sessi divenne il chitone (la tunica di varia lunghezza cucita su un fianco e fissata alle spalle per mezzo di fibule) che poteva presentare pieghettature, fasce colorate all’orlo oppure una decorazione dipinta o ricamata. Sopra, o in alternativa al chitone, erano indossati mantelli di vari tipi, il più comune dei quali era la tabenna semicircolare, portata come uno scialle in modo da lasciare una spalla scoperta, mentre i due lembi si sovrapponevano sull’altra. Le stoffe, come mostrano le pitture, erano colorate con vivaci accostamenti di azzurro, rosso, nero, giallo verde, sia in campiture che in fasce. Anche le calzature (sandali di cuoio, pantofole di panno, stivaletti dalla punta ricurva e con lacci alla caviglia) erano colorate, dorate o ricamate. I copricapi erano molti e vari: tra i più singolari quello ‘‘a sombrero” e il berretto a punta cilindrica usato dagli arùspici. Uomini e donne facevano grande uso di ornamenti in metallo come spilloni, fibule, cinture e di gioielli in genere.
 
[2321]
L’assetto sociale degli etruschi era basato sulla rigida suddivisione in due strati distinti e contrapposti: da una parte stava la potente e ristretta classe aristocratica, quella che secondo la terminologia latina comprendeva i domini (signori); dall’altra la massa della popolazione subalterna, i servi, che svolgeva attività non specifiche né socialmente caratterizzanti.
 
 
[23211]
Sul finire del IX secolo, all’interno della primitiva società villanoviana, cominciò a determinarsi in Etruria la differenziazione sociale che divenne un fatto compiuto tra la metà dell’VIII e quella del VII secolo a.C. Il potere passò allora in mano a famiglie ricche e potenti che in piccoli gruppi (casati) si riconoscevano discendenti da un antenato comune (come le gentes dei romani). La nascita dei gruppi gentilizi trova conferma anche nell’onomastica: abbandonata la vecchia formula del nome individuale seguito dal semplice patronimico (‘‘figlio di”), i nobili adottano l’uso di far seguire al loro nome proprio quello del casato, derivato dal capostipite e passato di padre in figlio. I membri di questa aristocrazia, i domini o signori, non svolgevano alcuna attività produttiva che giudicavano degradante, ma detenevano le leve del potere politico ed economico e le funzioni di guida della comunità. Erano i possessori di terra che mostravano il loro potere, oltre che nella ricchezza dei beni, nell’esercizio delle attività militari. Nel VI secolo, emersero anche le famiglie dei proprietari terrieri appartenenti al ceto medio – che spesso derivavano dai rami cadetti delle famiglie aristocratiche cittadine – le quali finirono con il dar vita a una nuova e più ampia aristocrazia che mise fine al ristretto dominio oligarchico.
 
[23221]
I servi erano esclusi dalle attività imprenditoriali e dal possesso della terra, non avevano il diritto di esercitare cariche pubbliche, non potevano entrare nell’esercito e tanto meno unirsi in matrimonio con membri dell’aristocrazia. Erano solo dei lavoratori legati da vincoli personali alle casate nobiliari, dalle quali dipendevano completamente. In linea di massima essi si distinguevano nella categoria dei servi domestici (a metà tra il libero e lo schiavo) addetti alla casa e al servizio personale del signore e della sua famiglia, e in quella dei contadini, veri e propri servi ‘‘della gleba”, distribuiti sulle proprietà fondiarie del dominus e perciò fuori dalla città. All’atto pratico questa situazione dovette configurarsi in maniera più sfumata. In alcuni potentati e col passare del tempo, essa si stemperò in una sorta di  gerarchismo della classe subalterna e i servi, che non erano schiavi nel senso classico del termine, occuparono livelli diversi di soggezione, godendo quindi di vari stadi di pur relativa libertà, anche con possibilità di concreti miglioramenti. Questo stato di cose è confermato dall’archeologia: nelle necropoli, attorno alle grandi tombe gentilizie, sono spesso presenti tombe minori destinate a famiglie subalterne.
 
[23231]
Tra il VII e il VI secolo a.C., con il definitivo affermarsi della città e dell’organizzazione urbana, si istituì all’interno della classe subalterna una sorta di  gerarchismo. Gli artigiani e i mercanti si arricchirono con le attività produttive o con gli scambi e, pur restando sottoposti all’aristocrazia, seppero conseguire quelle prerogative da cui prima erano esclusi, cioè il possesso di beni e l’uso delle armi che costituivano la ‘‘patente” di cittadino a tutti gli effetti. Inoltre, nella prima metà del IV secolo a.C. cambiò – soprattutto nell’Etruria meridionale – il rapporto tra città e campagna. Per rivitalizzare i centri minori si sviluppò una sorta di ‘‘colonizzazione interna” che portò alla nascita di un numeroso e prospero ceto medio di proprietari terrieri. Più tardi, e soprattutto nell’Etruria settentrionale, i servi della gleba si emanciparono e si trasformarono in coltivatori diretti, proprietari e conduttori di piccoli appezzamenti di terreno, che vivevano dispersi in numerosi insediamenti rurali. Il bipolarismo di fondo della società etrusca venne così temperato da questa nuova e varia classe intermedia, contro la quale la rigida chiusura dell’oligarchia non tarderà a provocare un aperto conflitto, mai completamente risolto (solo attenuato a volte) neppure in età romana.
 
[2331]
La documentazione diretta per quanto riguarda la vita pubblica e l’assetto istituzionale degli etruschi comincia ad essere soddisfacente solo a partire dal IV secolo a.C.  Per i periodi precedenti, accanto alle frammentarie e spesso confuse informazioni degli autori antichi, ci soccorrono per via indiretta  le verosimili analogie e i parallelismi col mondo greco e con quello romano.
 
[23311]
Il formarsi dell’ordinamento gentilizio fece emergere l’autorità di un capo, di un magistrato supremo, che assunse nelle sue mani la sovranità politico-sacrale. Questo ‘‘re” era detto dai romani lucumone, lauxme o lauxume dagli etruschi. Non sappiamo con esattezza se la carica fosse a vita o temporanea, ereditaria o elettiva; accanto al lucumone doveva comunque esistere un senato di aristocratici, forse di anziani delle casate emergenti, e probabilmente un’assemblea costituita da tutti i cittadini che godevano dei diritti politici. Secondo gli scrittori latini, simboli dell’autorità regale dei lucumoni erano la veste di porpora (toga praetetexta o picta), il trono d’avorio (sella curulis), lo scettro, il fascio con la bipenne ed il carro da guerra, tutte insegna di potere rinvenute durante scavi o su raffigurazioni etrusche che risalgono sino al VII secolo a.C. Nella seconda metà del VI secolo a.C., in coincidenza con il definitivo assetto delle città-stato, il regime monarchico deve essere stato in parte modificato: il lucumone passò nelle mani del sacerdote il potere sacro e assunse con la forza (forse anche in contrasto con l’aristocrazia) il pieno potere politico. Sono note in questa fase numerose figure di re storicamente certi, come i Tarquini e Servio Tullio a Roma, Thefarie Velianas a Caere, Porsenna a Chiusi; costoro svolsero una politica personale molto ambiziosa e fortemente connotata in senso militare, alla stessa stregua dei tiranni greci.
 
[23321]
Tra il VI e il V secolo a.C., come accadde nel mondo greco, in quello latino e in quello fenicio-cartaginese, gli ordinamenti delle città-stato etrusche subirono una crisi sfociata nella costituzione di nuove forme di governo di tipo repubblicano. Si sa che a Roma l’avvento della repubblica fu un’innovazione improvvisa (la cacciata di Tarquinio il Superbo nel 509 a.C.) ma per gli etruschi è più probabile che essa sia stata dovuta a una lenta evoluzione e al progressivo svuotamento dell’istituto monarchico, oppure alla reazione degli aristocratici che non accettavano l’imporsi di singole personalità. Al vertice dello stato repubblicano c’era una magistratura suprema (forse di tipo collegiale e con un presidente) a cui competeva il potere esecutivo e giudiziario. Essa era eletta probabilmente ogni anno tra i membri degli esponenti delle maggiori famiglie aristocratiche che gli autori latini chiamano ‘‘principi” e che nel loro insieme costituivano un’assemblea corrispondente al senato romano. I termini etruschi che indicano i magistrati sono numerosi e non del tutto chiari riguardo le funzioni cui si riferivano: lo zilach indicava forse l’equivalente del praetor latino, ma il titolo era spesso accompagnato da un attributo che ne indicava la particolare funzione; il purth o puthne si pensa equivalesse al pritano dei greci e viene collegato a una qualche attività di capo dello stato; il maru doveva invece svolgere funzioni civili e sacrali. Questa articolazione amministrativa, che facilitò il predominio dell’oligarchia aristocratica, oltre a impedire l’affermazione di potentati personali, arretrò le concessioni nei confronti degli strati sociali più bassi che inutilmente rivendicarono il riconoscimento di un movimento organizzato, come invece ottenne la plebe romana.
 
[23331]
Le città-stato dell’Etruria erano sovrane e indipendenti, ma tutte insieme si riconoscevano in una superiore comunità etnico religiosa ed erano riunite in una istituzione di tipo confederale che comunemente chiamavano ‘‘lega”. Gli autori antichi parlano di una lega di dodici popoli corrispondenti alle più importanti città-stato dell’Etruria, e analoghe federazioni dovettero esistere anche nell’Etruria padana e campana. A capo della lega si trovava probabilmente lo Zilach Mecl Rasnal, ovvero il “pretore dei quindici popoli”, che continuò ad esistere anche quando Roma trasformò la confederazione in una semplice associazione religiosa. I rappresentanti delle città, costituita dal monarca, da un littore e da altri personaggi che davano vita a spettacoli, feste e giochi, si riunivano periodicamente nel santuario di Voltumna a Volsinii per discutere i problemi comuni, politici e militari, della nazione etrusca. Le consultazioni erano dirette da un ‘‘re” comune eletto tra i reggenti delle città. La lega fu sciolta dai romani nel 265 a.C. quando i centri confederati erano diventati quindici.
 
[2341]
La religione etrusca parte dall’idea che la natura dipenda strettamente dalla divinità. Ogni fenomeno naturale non è altro che l’espressione della volontà divina, un segnale che essa invia all’uomo. E all’uomo, destinatario di quel segnale, spetta il compito di scoprirne il significato. Dice Senaca ‘‘Noi romani riteniamo che i fulmini scocchino quando c’è stato uno scontro di nuvole; gli etruschi credono invece che le nuvole si scontrino per far scoccare i fulmini. Dal momento che attribuiscono ogni cosa alla divinità, essi sono convinti che le cose avvengono perché debbono avere un significato”.
 
[23411]
Gli autori latini erano concordi nel definire gli etruschi un popolo religiosissimo esperto nell’arte divinatoria. Ebbero infatti un’articolata letteratura religiosa, oggi purtroppo irrimediabilmente perduta. Esistevano una serie di rigide regole che determinavano il rapporto tra gli dèi e gli uomini (quella che costituiva la ‘‘disciplina etrusca”, ossia scienza etrusca), quindi sul rito e sull’interpretazione della volontà divina. Di queste norme possiamo farci solo un’idea attraverso alcuni passi di Cicerone, Plinio il Vecchio, Livio o Seneca (che si rifacevano a traduzioni che non ci sono pervenute) e tramite rarissimi documenti etruschi come la “mummia di Zagabria” o il  “fegato di Piacenza”. Sappiamo inoltre che quella etrusca fu una religione rivelata attraverso le profezie di esseri superiori come il fanciullo  Tagete e la ninfa Vegoe o Vegonia. Fra gli etruschi delle origini la divinità appare sempre in modo molto impreciso, sia nell’aspetto che nelle mansioni ed è ragionevole pensare che in principio vi fosse un’unica entità divina che si manifestava in molteplici modi, assumendo connotati diversi. Tra l’VIII e il VI secolo a.C. si assiste alla trasformazione della religione etrusca. Dalla Grecia vennero importate in Etruria nuove divinità; quelle indigene assunsero figura umana e col tempo ereditarono le caratteristiche e le mansioni degli dèi dell’Olimpo classico.
 
[23421]
Le più antichità divinità degli etruschi rappresentavano le forze della natura, distruttrici e creatrici al tempo stesso: Tarkun/Tarconte era il dio della tempesta, distruttore ma anche dispensatore di benefica pioggia; Velka era il dio del fuoco e, insieme, della vegetazione. Sommo dio dell’Etruria – dice Varrone – era Velthune (in latino Vertumnus o Voltumna), il Multiforme, che rappresentava l’eterno mutare della stagioni ed era adorato nel santuario federale di Volsinii. All’antico pantheon appartenevano anche gli dèi Selvans (Silvano) e Ani (poi Giano) e la dea Northia, divinità probabilmente del fato. Dal VII secolo a.C. molte divinità di fondo originariamente etrusco vennero assimilate agli dèi olimpici: la divinità superiore Tinia (o Tin), rappresentata sempre col fulmine, fu l’equivalente di Zeus ossia Juppiter (Giove); lo stesso avvenne con Uni, compagna di Tinia, che divenne Hera, ossia la Iuno latina (Giunone). Turan, la dea dell’amore, fu assimilata ad Afrodite e quindi alla Venus (Venere) latina; Menerva ad Athena (Minerva); Maris ad Ares (Marte); Nethuns a Poseidon (Nettuno); Turms a Hermes (Mercurio). Ci furono anche dèi nuovi, importati direttamente dal mondo greco, che conservarono il loro nome appena etruschizzato: Artemis (ossia Diana) divenne Aritimi, Apollon (Apollo) fu chiamato Apulu, Heracles (Ercole) cambiò in Hercle. Controversa è l’origine etrusca delle ‘‘triadi” che conosciamo con certezza soltanto nel mondo romano: non è chiaro se la triade capitolina Giove-Giunone-Minerva corrisponda a Tinia-Uni-Menerva. Di sicura origine greca sono invece le coppie (‘‘diadi”), come quella degli dèi infernali Ade e Persefone (in etrusco Aita e Phersipnai).
 
 
[23431]
Secondo gli etruschi gli dèi condizionavano il mondo e ogni azione umana: occorreva quindi ‘‘tradurre” la loro volontà andando in cerca dei segni attraverso i quali essa si manifestava. Perciò era necessario avere a disposizione un codice che interpretasse quei segni e un prontuario di norme precise e costanti che per ogni segno indicasse il conseguente comportamento atto a soddisfare (e quindi a seguire) la volontà degli dèi. Questo complesso di conoscenze fu chiamato dai romani ‘‘disciplina etrusca” i cui principi ispiratori erano fatti risalire dagli etruschi all’intervento rivelatore della stessa divinità. Essa si sarebbe servita di esseri mitici o semidei (come il fanciullo Tagete o la ninfa Vegoe) i quali avrebbero ‘‘dettato” le verità soprannaturali e insegnato agli uomini l’arte di avvicinarsi ad esse: in pratica la divinazione. Appositi collegi sacerdotali, che si tramandavano la professione di padre in figlio, erano preposti all’interpretazione dei segni della volontà divine: i fulguratores osservavano le traiettorie dei fulmini, gli àuguri interpretavano i voli degli uccelli, gli arùspici leggevano il fegato delle pecore e di altri animali sacrificati. Le dottrine divinatorie, e tutte le altre che formavano il corpus minuzioso e vastissimo dei riti etruschi, erano tramandati nei testi della cosiddetta ‘‘disciplina etrusca”: i Libri Haruspicini, svelati dal fanciullo Tagete, trattavano la consultazione delle viscere degli animali; i Libri Fulguratores, il cui contenuto era stato manifestato dalla ninfa Vegoe, riguardavano la scienza dei fulmini; i Libri Rituales, svelati anch’essi dalla ninfa Vegoe, trattavano della suddivisione della volta celeste, della gromatica (ripartizione dei campi), dei riti e delle modalità per la fondazione delle città e per la consacrazione dei santuari, e infine degli ordinamenti civili e militari. Esistevano poi i Libri Acherontici, svelati da Tagete, che esponevano le credenze nell’oltretomba e dettavano le norme per i riti di salvazione. Infine v’erano i Libri Fatales, nei quali si trattava dei dieci secoli di vita assegnati dal Fato alla nazione etrusca, e i Libri Ostentaria che trattavano dell’interpretazione dei prodigi e dei fenomeni naturali.
 
 
[234311]
Usando come fonti Aulo Cecina, Nigidio Figulo e altri traduttori del I secolo a.C. che si occuparono della ‘‘disciplina etrusca” Cicerone (106-43 a.C.) scrive nel suo De divinatione (Sulla divinazione) a proposito delle profezie di Tagete:
 
‘‘Si racconta che Tagete sia spuntato improvvisamente dalla terra nel territorio di Tarquinia mentre si arava e si era fatto un solco molto profondo, e abbia parlato all’aratore. Si dice anche che Tagete, stando alle testimonianze dei libri sacri etruschi, avesse l’aspetto di bambino e la saggezza di un anziano. Alla sua vista il bifolco si stupì e mandò un grido di meraviglia, ci fu un accorrere di gente e in breve tempo si raccolsero colà tutti gli etruschi; allora Tagete parlò di parecchi argomenti alla gran folla in modo che le sue parole fossero recepite e messe per iscritto. Il suo discorso conteneva i precetti dell’aruspicina la quale, col passare del tempo si accrebbe di altre nozioni che comunque s’ispirarono agli stessi principi insegnati da Tagete”.
 
 
[234321]
Alla ninfa Vegoe (Vecu, in etrusco) è attribuita una profezia che riguarda il rispetto della proprietà dei campi tramandata da un testo latino di autore ignoto.
 
‘‘Chi toccherà o smuoverà queste pietre (di confine) per aumentare i propri possessi e diminuire quelli degli altri, sarà punito dagli dèi per tale delitto. Se lo faranno gli schiavi, peggioreranno la loro condizione servile. Se poi il delitto sarà fatto con la complicità del padrone, entro breve tempo la sua casa sarà distrutta e la sua gente perirà. Gli esecutori materiali del delitto saranno colpiti da gravissime malattie e da ferite e rimarranno paralizzati nel corpo. Anche la terra sarà sconvolta da tempeste e da turbini e da distruzione. I frutti saranno colpiti e cadranno per la pioggia e la grandine, marciranno per il caldo eccessivo e cascheranno per malattia. Ci saranno anche discordie civili. Sappiate che queste disgrazie avverranno quando saranno commessi delitti come quelli detti ora.”
 
[23441]
Il segno più importante, la ‘‘voce” più potente della divinità era il fulmine, che proveniva direttamente dal dio supremo Tinia; l’ars fulguratoria, cioè quella di trarre dalla sua osservazione tutte le informazioni possibili, era quindi al primo posto nella divinazione etrusca. Era regolata da una casistica alquanto complessa che teneva conto della parte del cielo in cui il fulmine appariva (la volta celeste era divisa in sedici parti, abitata ognuna da una divinità), della forma, del colore, degli effetti provocati e del giorno della caduta. Oltre all’osservazione dei fulmini (cheraunoscopia) c’era un’altra forma di divinazione molto generalizzata alla quale era possibile ricorrere ogni volta che fosse ritenuto utile o necessario senza dover attendere altre forme di prodigi dipendenti invece dal caso, come appunto il fulmine. Era l’epatoscopia, o lettura del fegato degli animali sacrificati, che i romani chiamavano haruspicina. Il fegato, la cui immagine si riteneva fosse proiettata la divisione della volta celeste, veniva strappato ancora palpitante dal corpo dell’animale (pecora, bue, cavallo) e se ne osservavano le regolarità e irregolarità a ognuna delle quali era attribuito un messaggio. Per questo venivano usati degli appositi modelli in bronzo o in terracotta sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle divinità. Fra i modelli giunti sino a noi il più celebre è il ‘‘Fegato di Piacenza”. Oltre al fegato gli arùspici leggevano anche altre viscere come il cuore, i polmoni, la milza.
 
 
[234411]
È il modellino schematico in bronzo, di 12,4 per 6,6 centimetri, datato II-I secolo a.C., del fegato di una pecora, rinvenuto presso Piacenza nel 1877, ma di probabile origine cortonese. La superficie convessa è divisa da una linea in due sezioni dedicate al sole (usils) e probabilmente alla luna (tivs); la superficie concava è divisa complessivamente in quaranta caselle triangolari o rettangolari, ciascuna delle quali è dedicata a una (o a più di una) divinità. Le sedici caselle rettangolari disposte lungo l’orlo del modellino rappresentano le sedici regioni in cui è diviso il cielo secondo le credenze etrusche. Il manufatto aveva forse funzione didattica o, più probabilmente, serviva come guida per le osservazioni del fegato degli animali sacrificati.
 
[23451]
Dopo che i sacerdoti avevano ottenuto attraverso la  divinazione la conoscenza del volere divino, si dava attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento, sulla base delle norme che facevano anch’esse parte della ‘‘disciplina etrusca” ed erano oggetto di trattazione nei Libri Rituales. Queste norme si traducevano (e si esaurivano) in una serie impressionante di pratiche, cerimonie e riti rigidamente codificati e ripetuti meccanicamente fino a diventare puro e semplice formalismo. Essi toccavano sia gli aspetti religiosi della vita degli etruschi sia quelli civili, secondo il principio che ‘‘ogni azione umana doveva essere compiuta in conformità della disciplina”. E per ogni rito, cerimonia di culto o servizio divino doveva essere stabilito con precisione il luogo, il tempo, il modo, lo scopo, la persona preposta e, naturalmente, la divinità che veniva chiamata in causa. Le funzioni sacre si svolgevano perciò in luoghi rigidamente circoscritti e consacrati (templi, santuari, altari) e il loro svolgimento era codificato fin nei minimi particolari tanto che, se veniva sbagliato od omesso anche un solo gesto, tutta l’azione doveva essere ripetuta da capo. Musica e danza vi trovavano ampio spazio. Oltre all’uso di sacrificare bovini, ovini e volatili, particolarmente diffuso era quello dei doni votivi che potevano andare dagli ex voto (statue e statuine di divinità e di offerenti), alle prede di guerra (armi, carri), agli stessi edifici sacri (dedicazione di un tempio o di un sacello).
 
[23461]
Tra le pratiche di carattere religioso quelle destinate ai defunti avevano presso gli etruschi un carattere tutto particolare. Esse erano legate alla concezione (del resto diffusa in altre civiltà del Mediterraneo) che l’attività vitale del defunto, la sua ‘‘individualità” continuasse anche dopo la morte e che questa sopravvivenza avesse luogo nella tomba. Spettava però ai vivi, ai familiari e dei parenti, garantire la sopravvivenza dell’entità vitale del defunto al quale doveva essere data una tomba, cioè una nuova casa, e un corredo di abiti, oggetti d’uso personali, cibi, di cui si serviva simbolicamente o magicamente. Per la stessa ragione vitalità e forza venivano trasmesse al defunto con giochi e gare atletiche che si svolgevano in occasione dei funerali o delle ricorrenze anniversarie della morte. Quanto alle pratiche proprie dei funerali, la prassi non era dissimile da quella che avveniva altrove: esposizione del cadavere al compianto pubblico e alle lamentazioni di donne appositamente pagate (prefiche), corteo funebre e banchetto presso la tomba. Il culto della ‘‘sopravvivenza” nel sepolcro era ulteriormente sviluppato nel culto degli antenati e in particolar modo del capostipite, specie delle famiglie gentilizie. Tra il V e il IV secolo a.C., però, la fede della sopravvivenza del morto nella tomba cambiò sotto l’effetto delle suggestioni provenienti dalla civiltà greca. Ad essa si sostituì la concezione di un ‘‘mondo dei morti” (simile all’Averno o all’Ade) dove le ‘‘ombre” soggiornavano. Ai defunti vennero allora dedicati particolari riti di suffragio, stabiliti dai Libri Acherontici, e offerte alle divinità infere (in particolare il sangue di alcuni animali) che potevano consentire alle anime il conseguimento di uno speciale stato di beatitudine.
 
[23471]
Fra i dettami della disciplina etrusca famoso in tutta l’antichità era quello della fondazione di città per il quale erano previste meticolosissime disposizioni. Gli aùguri cominciavano col delimitare una porzione di cielo consacrata proprio in funzione del rito (e definita con il termine significativo di templum) all’interno della quale trarre gli auspici dedotti dal volo degli uccelli che la attraversavano, dai fenomeni meteorologici che in quel perimetro potevano verificarsi, o da altre manifestazione considerate provenienti dalle divinità. Erano poi individuati il centro della città stessa e delle principali direttrici viarie scavando fosse in cui venivano deposte offerte e sovrapposti cippi che fungevano sia da punti di riferimento sia da luoghi sacrali. Veniva poi tracciato con un aratro dal vomere di bronzo un solco continuo che disegnava il perimetro delle mura, interrotto solo là dove si sarebbero aperte le porte delle città; il solco diventava subito linea inviolabile per tutti gli uomini e attraversarlo equivaleva ad attaccare la città. Lungo tutto il perimetro delle mura correva inoltre, tanto all’esterno quanto all’interno, un’ampia fascia di terreno (il pomerium) che non doveva essere né coltivata né edificata e che era dedicata alla divinità. Una solenne cerimonia di sacrificio inaugurava la città così prefigurata. La fondazione di Roma a opera di Romolo e Remo così come ce l’hanno tramandata le leggende è un’applicazione puntuale del rito etrusco: i gemelli che osservano il volo degli uccelli per decidere chi dei due dovesse dare il nome alla città, il solco tracciato da Romolo, l’uccisione di Remo che, saltando all’interno del perimetro, profana i sacri confini e ‘‘invade” la nuova fondazione.
 
[2351]
La prosperità dell’Etruria era assicurata da una salda e articolata struttura economica, in cui l’agricoltura, già di per sé florida, era integrata in modo decisivo dalle attività industriali - basate soprattutto sullo sfruttamento delle risorse minerarie - e da quelle commerciali che misero in contatto gli etruschi con larga parte del bacino del Mediterraneo.
 
[23511]
L’agricoltura fu una delle principali risorse economiche dell’Etruria antica e gli autori latini (Livio, Ovidio, Columella ecc.) lodano spesso i miracolosi raccolti dei suoi fertili campi. I terreni progressivamente disboscati erano, in alcuni casi, bonificati attraverso complesse opere idrauliche che davano, secondo Varrone, una resa pari a quindici volte il seminato. Frumento, cereali (ceci), olio e vino furono prodotti in abbondanza tale da poter essere esportati in vari centri dell’Italia antica e talvolta, come per il vino, oltremare, in alcuni porti del Mediterraneo settentrionale. Per il III secolo a.C. si può avere una precisa idea delle risorse agricole di alcuni centri etruschi grazie all’elenco degli aiuti forniti a Scipione l’Africano per la sua spedizione contro Cartagine (205 a.C.). L’allevamento invece non fu per gli etruschi particolarmente importante come per altre civiltà del Mediterraneo, ma venne praticato per lo più a livello familiare, sfruttando i verdi pascoli del litorale e delle aree boschive. Oltre a bovini, asini e muli, indispensabili al lavoro dei campi e al trasporto dei carri, si allevavano ovini e suini. A questo proposito lo storico greco Polibio (I secolo a.C.) ricorda gigantesche forme di pecorino del peso di 1000 libbre (327 kg.) e una moltitudine di maiali trascinata da un porcaro sulle rive del Tirreno a suon di musica.
 
[23521]
L’artigianato fiorì in Etruria quando, superata la fase dell’economia di famiglia e di villaggio, le città offrirono una differenziazione più specifica delle attività lavorative. Il primo posto in questo senso spettò alla ceramica che, grazie alle ‘‘novità” apprese dai coloni greci, iniziò una produzione industriale. Dai greci infatti, nella seconda metà dell’VIII secolo, gli etruschi appresero l’uso della ruota da vasaio (tornio), il modo di raffinare l’argilla e di rendere i vasi impermeabili, il gusto per le decorazioni dipinte; nel VII e VI secolo a.C., ceramisti greci immigrati aprirono le loro botteghe in varie città dell’Etruria. Dalle stesse botteghe dei ceramisti uscivano le terrecotte, prodotte in serie con l’impiego di stampi, destinate al rivestimento degli edifici o che costituivano le schiere delle statuette votive. Altra attività artigianale di primaria importanza fu la metallurgia e, in particolare, della lavorazione dei bronzi lavorati con varie tecniche. Connessa a questa attività era la lavorazione dei metalli preziosi che soddisfaceva le richieste dell’élite, specialmente dalla metà del VII agli inizi del V secolo a.C. Va tenuto inoltre conto dell’artigianato del legno e del cuoio, delle stoffe e delle fibre vegetali, del quale però quasi tutto è andato perduto.
 
[23531]
Il commercio etrusco, soprattutto nel VII-VI secolo a.C., fu essenzialmente basato sull’importazione, come è chiaramente dimostrato dalla sproporzione tra i pochi oggetti etruschi rinvenuti in altri paesi rispetto all’enorme quantità di beni stranieri affluiti in Etruria. Gli etruschi esportavano principalmente metalli grezzi (rame, piombo e ferro) estratti in gran quantità dalle miniere dell’alto Lazio e dell’Isola d’Elba. Altri beni di esportazione furono il legname, il sale prodotto nei centri costieri del Tirreno, l’olio e soprattutto il vino. Una gran quantità di anfore vinarie è stata infatti recuperata in numerosi relitti di navi. Al commercio del vino era in parte legato anche quello del bucchero, piccoli recipienti di tipica fattura etrusca adoperati per attingere o bere, rinvenuti in tutto il bacino del Mediterraneo. Con la  battaglia di Cuma (474 a.C.) gli etruschi sconfitti dai siracusani persero definitivamente il controllo del Tirreno, ma alla crisi dei commerci marittimi corrispose un incremento dei traffici lungo le vie dell’interno, con il susseguente affermarsi di alcune città che, come Vulci, esportarono i loro prodotti verso la pianura padana, l’Europa centrale e gli altri centri dell’Etruria antica.
 
[2361]
All’interno della civiltà etrusca l’attività militare aveva valore di distinzione sociale. Essa fu dapprima appannaggio degli aristocratici - i soli in grado di potersi permettere armi ed equipaggiamento - quindi dei ceti emergenti che, una volta progrediti sul piano economico, si mossero alla ricerca di una emancipazione sociale e politica. Durante il periodo ellenistico l’attività militare fu aperta anche agli strati più bassi.
 
[23611]
L’attività militare nel periodo villanoviano era riservata agli individui di ceto sociale più elevato, i quali avevano una disponibilità di beni tale da consentire loro l’acquisto ed il mantenimento di armi (per l’offesa e la difesa personale), carri e di animali (cavalli) da impiegare per scopi bellici. Tra il VI e il V secolo a.C. vennero poi progressivamente ammessi nell’esercito mercenari di professione e uomini provenienti dalle classi meno agiate. La tattica militare consisteva per lo più nel combattimento corpo a corpo con armi adatte agli scontri ravvicinati. Allo scontro individuale si sostituì in età arcaica l’azione della fanteria pesante nella formazione serrata della falange oplitica e le manovre di guerra divennero via via più complesse e organizzate. La cavalleria e i carri, che esercitavano un’azione di disturbo sugli avversari rimasti isolati in battaglia, divennero, con il passare del tempo, sempre più importanti.
 
[23621]
Le armi hanno conosciuto varie fasi all’interno della società etrusca, in stretta relazione con lo sviluppo tecnologico, ma anche politico e sociale.
 
[236211]
- Per il periodo villanoviano (IX-VIII secolo a.C.) sono documentati vari tipi di elmi. Quelli a calotta in semplice lamina bronzea decorata, a sbalzo con imbottitura interna e quelli crestati o con appendice superiore.
- In età orientalizzante alla semplice calotta si aggiunse una costolatura superiore e una tesa inferiore per meglio proteggere la testa dai fendenti portati dall’alto. Si diffuse inoltre l’elmo corinzio che tramite un’apertura a T lasciava scoperti solo gli occhi e la bocca.
- Dall’età arcaica (VI secolo a.C.) si ebbe in tutta l’Etruria l’elmo a calotta allungata e cimiero, talvolta con paraguancia mobili.
 
[236221]
- In età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) gli scudi più diffusi erano tondi, in cuoio, rivestiti da una lamina in bronzo sbalzata. All’interno, oltre alla maniglia, una lunga cinghia ne consentiva il trasporto sulle spalle dopo il combattimento.
- In età arcaica la forma dello scudo circolare divenne convessa, e il suo diametro aumentò fino a circa 1 m, per consentire ai soldati posti in linea di ripararsi grazie alla protezione del compagno. Vi erano anche scudi ellittici o quadrati.
 
[236231]
- In età villanoviana la lunghezza delle lance era di circa 1,20 m. La punta in bronzo a forma di foglia era dotata di un innesto e di un foro per il fissaggio sull’asta lignea.
- Dal VII secolo a.C. la loro lunghezza aumentò a circa 2 m. Vi erano poi giavellotti più leggeri.
 
 
[236241]
- In età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) venivano adoperate spade prive di guardiamano, con lame in bronzo o in ferro con nervature longitudinali che ne aumentavano la resistenza.
- Nel VII secolo a.C. le spade, per lo più in ferro, furono più resistenti, la lama da triangolare divenne rettilinea per facilitare i colpi di taglio; l’elsa era spesso riccamente decorata.
- Tra il VI e il V secolo a.C. è attestato l’uso della sciabola ricurva (la machaira). Lunga circa 90 cm, era più larga verso la punta in modo da conferire maggior peso al colpo sferrato dall’alto.
 
 
[236251]
- Le corazze furono in origine di tela di lino con borchie quadrangolari o rotonde di metallo laminato. In età ellenistica si adottarono corazze di bronzo a più pezzi o ad un solo elemento riproducente a sbalzo la muscolatura del tronco virile.
 
[236261]
- La loro comparsa intorno al VII secolo a.C. rispondeva all’esigenza di proteggere gli stinchi e i polpacci. In un secondo tempo si affermò anche l’uso dei cosciali formati da due valve in bronzo tenute serrate da cinghie.
 
 
[23631]
In età villanoviana le difese dei villaggi, in aggiunta alla naturale conformazione delle alture prescelte per l’insediamento, erano sommarie: semplici palizzate, fossati e recinti di terra. Con la nascita della città comparvero le ampie cinte murarie curvilinee, realizzate dapprima in mattoni crudi, poi da un paramento in blocchi di pietra poligonale riempito all’interno da terra e scaglie. Queste cinte avevano talora delle porte ‘‘scee”, dotate alla destra di chi usciva di un prolungamento di muraglia che proteggeva, in caso di sortita, il fianco indifeso dei soldati; le porte potevano avere anche una passerella balaustrata in legno, forse coperta. Le strutture difensive vennero poi perfezionate con l’uso di torri con feritoie e di porte ad arco, come quella di Volterra o quella di Perugia dotata di sovrastruttura. Le mura cittadine circondavano un’area maggiore di quella effettivamente abitata, allo scopo di accogliere, in caso di pericolo, gli uomini e il bestiame del territorio. Norme religiose impedivano invece l’utilizzo del pomerium.
 
[23641]
Le prime imbarcazioni etrusche, note sin dal IX secolo a.C., erano di piccola stazza, ma già dotate di chiglia arrotondata. Il dominio etrusco sui mari, giunse al suo massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C., ed è testimoniato, oltre che dalle vicende storiche e dai dati dell’archeologia, anche delle fonti letterarie più antiche: già nell’Inno omerico a Diòniso, si citano i pirati ‘‘tirreni” che rapirono il dio e che da lui furono trasformati in delfini. Le navi da guerra presentavano forma allungata con la chiglia carenata. La prua era dotata di un rostro che aveva il duplice scopo di mantenere stabile l’imbarcazione e di speronare le navi nemiche. Questa fu, secondo Plinio il Vecchio, un’invenzione tipicamente etrusca. Una stretta passerella longitudinale univa il ponte di prua a quello di poppa, dove il timoniere manovrava le due pagaie che servivano da timone. Oltre alla vela rettangolare issata ad un pennone pendente dall’albero centrale, la nave veniva mossa da due file di rematori disposti ai lati della passerella centrale. I due grandi mari italiani, il Tirreno e l’Adriatico, derivano il proprio nome dal popolo degli etruschi e da Adria (città portuale veneto-etrusca).
 
[241]
L’arte etrusca, salvo poche eccezioni, non ha finalità estetiche (l’arte per l’arte), ma nasce piuttosto dalle esigenze della vita quotidiana; essa ha quindi caratteristiche pratiche e utilitaristiche che ne fanno una produzione artigianale, anche se di notevole pregio. Tutte le manifestazioni artistiche degli etruschi sono strettamente legate alla struttura del loro mondo sociale e alla sfera del loro mondo religioso. Non a caso le testimonianze che sono giunte fino a noi provengono, quasi esclusivamente, dai santuari e dalle necropoli. Schemi, tipi, temi compositivi e canoni stilistici dell’arte etrusca hanno come modello prima quelli del mondo orientale (VIII-VII secolo a.C.) poi, più specificatamente, quelli del mondo greco nelle varie fasi della sua evoluzione stilistica (dall’arcaismo, al classicismo, all’ellenismo) che gli artisti etruschi a volte imitarono pedissequamente ma che più spesso rielaborarono per adattarli alle loro esigenze espressive. Dei greci essi trascurarono le forme di espressione artistica ‘‘monumentale” (come l’architettura o la statuaria) mentre ne privilegiarono altre come la coroplastica (l’arte della terracotta), la bronzistica e le cosiddette arti minori (ceramica, oreficeria, lavorazione dei metalli) nelle quali raggiunsero risultati di notevole perfezione tecnica e di elevato valore formale.
 
[2411]
A parte le mura fortificate cittadine, elevate con tecniche diverse, e le porte che in esse si aprivano, l’architettura degli etruschi può essere ricondotta a un’unica tipologia di edifico che è quello della ‘‘casa”: le abitazioni domestiche (le case degli uomini), i templi (le case degli dèi), le tombe (le case dei morti). Ma non si deve dimenticare che la storia della ‘‘nazione” etrusca ha percorso sette secoli di storia, con tutti i mutamenti e le evoluzioni che un tempo tanto lungo impose.
 
[24111]
Nell’età del Ferro le abitazioni erano costituite da grandi capanne a pianta circolare o ellittica, con strutture di pali in legno infissi direttamente nel terreno lungo il perimetro dell’edificio; questi sorreggevano una copertura in stoppie a doppio spiovente il cui trave centrale era sostenuto da un robusto montante posto al centro della capanna stessa. Le pareti erano di fango pressato con una struttura interna di canne intrecciate, mentre davanti all’unico ingresso stava una tettoia sorretta da due pali verticali che proteggeva un piccolo portico. All’interno c’era un unico ambiente che riceveva luce da due finestre ad abbaino aperte al culmine della copertura. L’esterno della costruzione era decorato dalla sagomatura a forma di testa di animale delle terminazioni dei travicelli sporgenti oltre il colmo del tetto e da ornamenti di bronzo appesi alla gronda che tintinnavano al vento. Successivamente, nella fase arcaica, le case assunsero la pianta rettangolare, spesso divisa in due o più ambienti, con pareti in muratura di mattoni crudi o in ‘‘pani” di fango seccati al sole, intonacate e innalzate su fondamenta di pietra. Il tetto mantenne la forma a doppio spiovente ma venne coperto con tegole in terracotta e decorato sul colmo da figure apotropaiche, di fiere fantastiche o di antenati divinizzati. La linea di gronda si coprì dal merletto delle antefisse (decorazione applicate alle tegole curve terminali di ogni filare) che dal semplice ‘‘diaframma” con una palmetta dipinta si mutarono presto in teste in rilievo, libere o circondate da un ‘‘nimbo” a conchiglia. La policromia di gialli, rossi neri, azzurri, verdi, dava a tutti gli edifici un aspetto sgargiante e festoso. Nel periodo ellenizzante apparve un tipo più complesso di abitazione, con ‘‘atrio tuscanico” (teorizzato anche da Vitruvio, il grande architetto di età augustea) attorno al quale si articolavano alcuni vani; si trattava di un ambiente assai semplice, con un tetto spiovente a quattro falde verso l’interno del cortiletto e sorretto da travi di legno incastrate nelle pareti senza appoggi a terra.
 
[24121]
Le tombe sono una sorta di specchio dell’edilizia abitativa e i vasti complessi cimiteriali, con strade, marciapiedi, incroci, piazze e migliaia e migliaia di tombe, costituiscono delle vere e proprie città dei morti. Parallelamente alle abitazioni civili, le tombe conobbero una loro complessa articolazione e cronologia: così dalle semplici tombe villanoviane a pozzetto si passò presto a cassoni di lastre contenenti l’urna o l’orcio con corredo; contemporanee furono le tombe a fossa, dapprima semplici poi con rivestimenti interni o nicchie e vani laterali, nonché gli spazi lastricati e circoli di pietre per indicare l’area di rispetto. Da queste più primitive sepolture derivarono le tombe del tipo a tumulo e a camera sotterranea (alla quale si accedeva tramite un corridoio, dromos) destinate dapprima ai ceti gentilizi: lo spazio sepolcrale divenne più ampio sino a comprendere un gruppo di vani scavati nel tufo (secondo la consuetudine dell’Etruria meridionale) o costruiti con pietrame (secondo il costume delle zone settentrionali). Caratteristiche di questa fase sono le strutture (con copertura a falsa volta e a pseudocupola (cioè con filari di pietre progressivamente aggettanti) di influsso orientale. La somiglianza dell’interno delle tombe con quello delle abitazioni è evidente sia nella ripartizione dei vani e nei relativi accessi, sia nell’imitazione delle travature del tetto e dell’arredo. L’esterno era coperto da tumuli artificiali talvolta anche imponenti. I tipi costruttivi di tombe variarono localmente a seconda della geologia delle diverse parti dell’Etruria. Là dove il tufo formava un alto zoccolo con pareti scoscese le tombe erano interamente intagliate nella roccia viva per ricavarne veri e propri edifici a forma di dado decorati con modanature, false porte rastremate (cioè assottigliate verso l’alto) e addirittura interi porticati. Più tardi, le tombe rupestri riprodussero la facciata o buona parte della struttura di un tempio ellenizzante. Va inoltre ricordato che non mancano esempi di necropoli realizzate secondo una precisa pianificazione preordinata e con criteri  sostanzialmente urbanistici.
 
[24131]
Il tempio è certamente uno dei monumenti più originali ed interessanti dell’architettura etrusca. Rispetto a quello greco, a cui è stato sempre attribuito primato quanto a bellezza ideale e armonia, il tempio etrusco presentava profonde differenze di forme, rapporti e spazi. Sua caratteristica peculiare e costante era quella di essere realizzato con strutture in legno, rivestite e colorate in vivacissime policromie, accostate ai mattoni e alle terrecotte decorative. Anche le proporzioni si discostavano da quelle greche: il tetto amplissimo e aggettante, sia sulla facciata e sul fronte posteriore, sia lungo i fianchi, schiacciavano l’edificio verso terra; le colonne del pronao, molto intervallate e disposte su più file, occupavano quasi la metà dell’alto podio in pietra, al quale si accedeva da una scalinata centrale. Si accentua così quella netta frontalità dell’edificio che era una delle grandi costanti dell’architettura etrusco-italica. La cella, che occupava la restante parte del podio, poteva essere divisa in tre vani oppure fiancheggiata su due lati da colonne. Il frontone lasciava solitamente vedere le strutture in legno del tetto e la testata della grande trave di colmo (columen). Anche l’orientamento dell’asse principale era diverso: est-ovest per il tempio greco, nord-sud per quello etrusco.
 
[2421]
La scultura, come del resto tutta la produzione artistica degli etruschi, punta all’immediatezza e all’effetto, mentre è assente la ricerca formale e sono ignorati i canoni espressivi. Ne risulta una scultura meno raffinata di quella greca, ma più vivace, più spontanea, più popolare.
 
[24211]
A muovere la scultura etrusca fu soprattutto la sfera del mondo sacrale e di quello funerario; mancò del tutto invece la produzione ‘‘profana”, come la cronaca o l’esaltazione di eventi storici (che tanto piacevano agli egizi e poi ai romani), le celebrazioni di benemerenze civiche o di doti atletiche (soggetti consueti dei greci), le scene di genere ecc. L’attenzione degli artisti si concentrò tutta nel soggetto (il defunto) e nel suo significato e vennero ignorati, perché non sentiti o non funzionali, i problemi estetici e quelli della finalità artistica. Gli scultori etruschi rimasero estranei al processo razionale attraverso il quale gli artisti greci, invece, arrivarono alla conquista della forma figurativa e alla teorizzazione dei canoni, un fatto dimostrato tra l’altro dallo scarso interesse per l’indagine anatomica e il nudo. La mancanza di vere e proprie concezioni di fondo impedirono in Etruria la nascita di una qualsiasi ‘‘scuola”. Si colgono tuttavia qua e là nella scultura etrusca le conquiste stilistiche conseguite dai greci: con una certa partecipazione nel periodo arcaico, male interpretate e banalizzate nel periodo classico, ridotte a esercitazioni di maniera nella fase ellenistica.
 
[24221]
Più che scolpire, togliere, ‘‘tirar fuori”, gli artisti etruschi sembrano ‘‘modellare” come si fa con la creta, per cui, anche se nella loro produzione scultorea non sono assenti lavori in pietra, manca la vera e propria statuaria, la scultura per eccellenza. Fu ignorato il marmo – abbondante nei Monti Apuani ai margini dell’Etruria e rimasto inutilizzato fino all’età romana – mentre furono preferiti i tufi, le arenarie, gli alabastri: tutti materiali leggeri e modellabili, che nella resa consentivano effetti propri della lavorazione della creta. Questa mancanza di senso scultoreo, che impedì presso gli etruschi una vera e propria produzione di opere a tutto tondo, condizionò anche quella delle opere in rilievo che per concezione e per esecuzione sono più vicine alle caratteristiche proprie del disegno e della pittura che a quelle della scultura. In età arcaica il rilievo fu infatti concepito con un’esecuzione molto bassa e lineare ma molto descrittiva; in età ellenistica prevalsero le composizioni molto affollate e agitate che denunciano una derivazione da modelli pittorici del mondo greco. Gli effetti pittorici furono poi sempre completati e sottolineati dall’uso di dipingere interamente i rilievi con colori piuttosto vivaci.
 
[24231]
Migliaia sono le statuette devozionali, raffiguranti fedeli e divinità, che si sono rinvenute nei depositi dei santuari e che assai raramente si elevano al di sopra di una produzione di serie; non possediamo invece più alcun esemplare delle statue di culto che gli scrittori romani ci assicurano numerose e tutte eseguite in terracotta. Alla plastica in terracotta è legato il nome di Vulca – l’unico artista etrusco ricordato nelle fonti – che, verso la fine del VI secolo a.C. raggiunse un prestigio così grande da essere chiamato a Roma da Tarquinio il Superbo per la decorazione fittile del tempio di Giove Capitolino. In Vulca si è voluto riconoscere l’anonimo ‘‘maestro dell’Apollo”, autore delle terrecotte acroteriali del tempio di Portonaccio, tra le quali è universalmente conosciuta quella detta Apollo di Veio, capolavoro non soltanto della scultura ma di tutta l’arte etrusca. Pur denunciando la sua derivazione da modelli greci, l’Apollo di Veio (conservato a Roma nel Museo di Villa Giulia) è un’opera originalissima che va oltre le morbidezze stilistiche della statuaria greca. Lo stile vigoroso, la figura incisiva ed elegante, una certa astrazione che si manifesta nel volto raffinato e ironico lo pongono al di fuori di ogni inquadramento schematico.
 
[24241]
Proveniente dalla necropoli di Cerveteri, il sarcofago degli Sposi è scolpito a forma di lettino, sul quale una coppia di coniugi è raffigurata distesa, col busto semi eretto, in atto di partecipare ad un banchetto funebre.
Originariamente il sarcofago era rivestito da una vivace policromia, della quale restano oggi soltanto tenui tracce.
Con il braccio sinistro il marito cinge affettuosamente il collo della sposa, il cui sguardo è rivolto verso lo spettatore. I loro occhi hanno una forma allungata, lievemente rialzata ai lati, le labbra sono increspate in un lieve sorriso.
Ogni singolo dettaglio è modellato con un estremo realismo, dai particolari delle acconciature ai cuscini del letto. Qui posano i piedi, scalzi quelli maschili, calzati in affusolate scarpine quelli della compagna.
Le mani si armonizzano tra loro in un gioco di gesti avvolgenti, capaci di catturare lo sguardo dello spettatore, attratto dalla serenità di animo degli sposi.
Da questo sepolcro, destinato ad accogliere le ceneri dei due coniugi, traspaiono un senso di solennità e un’atmosfera di raffinata eleganza.
 
[24251]
Gli etruschi ebbero nel mondo antico fama di bronzisti, non certo smentita dai numerosissimi ritrovamenti di bronzetti votivi dalla caratteristiche regionali piuttosto marcate (Fiesole, Volterra, Spina) che hanno la plasticità delle terrecotte perché modellati in creta e poi fusi nel bronzo attraverso il passaggio per la fase intermedia della cera. Fortunatamente ci sono giunti anche alcuni grandi bronzi come la Chimera di Arezzo, il cosiddetto Marte di Todi (proveniente da Tuder, che si trovava in territorio umbro, ma attribuibile a una bottega di Volsinii-Orvieto), il lampadario di Cortona, la stessa Lupa Capitolina (senza i gemelli). Sono tutte opere databili tra il V e il IV secolo a.C., il periodo in cui l’Etruria, rimasta estranea al processo creativo dell’arte classica greca, visse una crisi di profondo disorientamento artistico. Le novità stilistiche dei modelli greci furono accolte in queste opere in maniera superficiale o passiva e si giustapposero, senza amalgamarsi, all’istintiva fedeltà alle tradizioni del passato. Più tardi i grandi bronzi etruschi non furono diversi da quelli ellenistici che si limitarono a imitare senza nessun apporto originale, come nel caso del cosiddetto Arringatore (II-I secolo a.C.).
 
[242511]
La statua di bronzo della chimera, scoperta nel XVI secolo, è una delle opere etrusche più belle e celebrate. La belva, con il corpo leonino, la testa di capra sul dorso e la coda di serpente, è rappresentata ferita dalla lotta contro l’eroe Bellerofonte, secondo l’antico mito. La chimera è in posizione di difesa, ma è pronta all’ultimo assalto con la testa sollevata fieramente verso l’alto, le fauci spalancate e la criniera irta. Sul corpo teso dell’animale affiorano sotto la pelle le costole e le vene turgide; la muscolatura è sapientemente modellata. Contrasta con la feroce aggressività del muso del leone il patetico abbandono della testa della capra, ormai reclinata e morente. La coda è un restauro errato: il serpente non mordeva il corno della capra ma si avventava minacciosamente contro l’avversario. La statua era un dono votivo come dimostra l’iscrizione dedicatoria incisa sulla zampa anteriore destra: tincsvil “al dio Tinia”. Quest’opera, di estrema raffinatezza, coniuga il realismo più aspro alla fantasia, in una ricerca di espressività tipica dell’arte etrusca.
 
[242521]
La statua, detta l’”Arringatore”, è l’opera più importante della scultura etrusca di epoca tarda. Rappresenta, a grandezza naturale, un uomo maturo, vestito con la toga e con i calzari romani. L’uomo è ritratto nel momento in cui, apprestandosi a parlare in pubblico, alza la mano destra per chiedere il silenzio. Le pieghe della toga, sapientemente modellate in un moto ascensionale, indirizzano l’attenzione sul bel volto intenso. I corti capelli aderiscono alla testa, la fronte è solcata da rughe incavate, sottili incisioni segnano le estremità dei grandi occhi, in origine riempiti di pasta vitrea. Le labbra serrate donano al volto un’espressione sicura e decisa. Un’iscrizione etrusca incisa sul bordo della toga ci informa che il personaggio ritratto si chiamava Aule Meteli. Un etrusco dunque che veste alla maniera romana e si fa ritrarre in un atteggiamento tipicamente romano. Questa statua può essere considerata il simbolo della scomparsa della civiltà etrusca, inesorabilmente assorbita da quella romana.
 
[2431]
Anche se non mancano indizi di una pittura destinata a decorare interni di edifici sacri e forse anche di abitazioni, la quasi totalità della pittura etrusca che conosciamo proviene dalle necropoli. Essa ha carattere essenzialmente funerario e più precisamente tombale sicché, come nel caso di ogni altra manifestazione del mondo figurativo etrusco, nemmeno per la pittura si può parlare di un’arte fine a se stessa.
 
[24311]
Le più note tombe dipinte sono quelle della grande necropoli tarquinese di Monterozzi, ma altre sono state rinvenute a Chiusi, Veio, Cerveteri, Vulci, Orvieto. Le pitture tombali non sono semplici decorazioni destinate ad abbellire e a impreziosire l’ultima dimora del defunto, ma rispondono a un preciso significato o esigenza. Fin verso il V secolo a.C. le pitture degli ipogei sepolcrali avevano l’intento di ricreare l’ambiente in cui il defunto aveva vissuto, con rappresentazioni di momenti della vita reale nei suoi aspetti più significativi, più sereni e piacevoli e soprattutto più qualificanti. E poiché i committenti e i destinatari delle tombe appartenevano alla classe gentilizia, predominano nelle pitture scene di caccia, gare atletiche, giochi (tutte espressione di vitalità e di forza) e, soprattutto la rappresentazione del ‘‘simposio”, il banchetto, che evocava, e quindi fissava in perpetuo, il rango sociale del defunto. Infatti il simposio è sempre presente nel repertorio della pittura funeraria ed occupa nella maggior parte dei casi la parete più importante della tomba, che è quella di fondo. Gli stessi elementi secondari della tomba, che potrebbero sembrare semplicemente decorativi (fregi, cornici, zoccolature ecc.) intendono ‘‘ricostruire” l’ambiente domestico, e imitano elementi di tipo architettonico (travature, soffitti, fronti) per fare del sepolcro la ‘‘casa del morto”. Tra il V e il IV secolo a.C. si affievolì però la credenza nella sopravvivenza dell’entità vitale del morto nella tomba e si affermò quella della sua trasmigrazione in un ‘‘regno delle ombre”. Le pitture introdussero allora un elemento nuovo e originale, ossia la rappresentazione del destino dell’uomo al di là della sua esistenza terrena (al di là del ‘‘simposio”) con l’introduzione di elementi tenebrosi e fantastici (divinità infernali, demoni, eroi mitologici) che accompagnano i defunti, circondati da un alone nero, nel loro viaggio agli Inferi oppure al banchetto nell’Averno.
 
[243111]
Nella piccola tomba di Tarquinia, formata da un’unica camera rettangolare, il fregio assume dimensioni monumentali e occupa quasi l’intera parete. Sul muro di fondo è rappresentata al centro la porta dell’Ade, decorata con borchie metalliche. Ai lati si dispongono simmetricamente due personaggi con una mano sollevata e l’altra posata sulla fronte nella tipica posizione del compianto funebre. Sulla parete contigua un uomo si volge verso la porta dell’Ade con le braccia alzate in segno di saluto. Ai suoi piedi un inserviente vestito di nero piange accoccolato per terra. Segue una figura con un bastone ricurvo in mano; è il giudice della gara che si svolge accanto: due atleti nudi si afferrano per i polsi nella presa iniziale della lotta. Tre lebèti, posti sul terreno sono il premio per il vincitore. L’autore degli affreschi dimostra notevoli capacità pittoriche nelle proporzioni grandiose dei suoi personaggi e nella luminosità diffusa che avvolge i corpi e i panneggi. Pur tuttavia l’uso di riempitivi, come la pianta fra le gambe di uno dei lottatori e l’adozione di artifici rappresentativi, come la doppia linea a indicare la muscolatura del braccio, denotano la convenzionalità di questa produzione artistica.
 
[24321]
Le realizzazioni pittoriche sono legate a schemi che si generalizzano e a forme espressive che tendono a ripetersi nelle diverse tombe. Le raffigurazioni si dispongono in scene narrative continue che, con il loro accentuato orizzontalismo, tendono a dilatare gli spazi angusti delle camere sepolcrali. Nell’impianto compositivo prevale il gusto per le composizioni binarie in cui le figure simmetriche (per lo più figure umane) si oppongono l’una all’altra. L’ambientazione è solo allusiva e resa con pochi elementi rappresentativi, ma talvolta il pittore indugia su particolari descrittivi, anche di carattere naturalistico, resi con minuzia. Il rendimento delle immagini è basato sul disegno, completato dal colore anche sulla base di criteri convenzionali: durante il periodo arcaico le carni degli uomini sono rese col rosso bruno, con il bianco quelle delle donne; agli elementi di rappresentazione strutturale (mensole, travi, colonne, capitelli) viene dato il rosso scuro o il bruno. L’accoppiamento del disegno con il colore si realizza semplicemente con la coloritura uniforme delle superfici delimitate da una netta e pesante linea di contorno nera, più o meno continua, che disegna le figure. I colori sono piuttosto limitati nelle tonalità e nella gamma (all’inizio rosso, nero, bianco, poi anche giallo, verde e blu), ma in età ellenistica si stemperano nei toni delle mezze tinte diluite e sfumate fino a giungere al chiaroscuro e all’ombreggiatura.
 
[2441]
Accanto a quella che viene chiamata ‘‘grande arte”, ossia l’architettura, la scultura e la pittura, le varie forme dell’artigianato artistico potrebbero essere definite ‘‘arti minori”, se non altro per le dimensioni. Ma è proprio tra di esse che è possibile trovare le manifestazioni più significative e originali di tutta l’arte etrusca.
 
[24411]
Alla produzione delle terrecotte destinate ai rivestimenti, soprattutto degli edifici templari, va ricollegata quella della piccola plastica, sia in terracotta che in bronzo. Si tratta di una produzione che non va oltre il fine decorativo o devozionale, ma in essa appaiono più evidenti, rispetto alle opere maggiori, i caratteri di libertà e di vivacità propri dell’arte arcaica e che, specie nelle terrecotte, si mantennero vivi anche in epoche più tarde. I bronzi fusi, più raffinati e portati alla scrupolosità dei particolari, subirono invece maggiormente l’influenza greca classica e ellenistica. Oltre alle statuette, appartiene alla produzione in bronzo il vasto settore degli arredi (candelabri, tripodi, incensieri ecc.) per il quale erano famose nei secoli VI e V a.C. le botteghe di Vulci. Particolarmente importante fu anche la lavorazione del bronzo laminato, con figurazioni ottenute dapprima con la tecnica dello sbalzo (cioè con la martellata a freddo del metallo dal rovescio in modo da far risaltare il disegno in rilievo al diritto), e poi, sempre più spesso, con quella dell’incisione caratterizzata dalla pesante e larga linea di contorno che disegnava le figure. Quest’ultima tecnica venne impiegata specialmente per decorare la superficie di specchi, teche, cofanetti ecc. Non secondaria fu la produzione a intaglio degli avori e degli ossi, particolarmente fiorente e raffinata nel periodo orientalizzante e della quale i punici erano maestri.
 
[24421]
La ceramica etrusca trovò il suo aspetto più originale e interessante nel bucchero che è considerato alla stregua di una ceramica ‘‘nazionale” dell’Etruria. Prodotto a partire dalla metà del VII secolo a.C., il bucchero imitava il vasellame metallico sia nelle forme e nelle decorazioni sia nel colore nero lucido delle superfici ottenuto attraverso uno speciale modo di cottura dei vasi. Famose erano le fabbriche di Cerveteri, Tarquinia e Vulci che producevano, nella fase più antica, il ‘‘bucchero sottile” in forme riprese dalla ceramica greca. Ma il bucchero assunse un certo margine di originalità a seconda delle tendenze locali o occasionali per prendere spesso forme anche bizzarre, elastiche o ridondanti. Ciò fu più evidente nei primi decenni del V secolo a.C., quando si arrivò alla produzione dei grandi vasi figurati e decorati a rilievo e dalle pareti assai spesse (‘‘bucchero pesante” di Chiusi). Quanto alle decorazioni, esse furono dapprima incise e graffite con semplici motivi ornamentali di tipo geometrico o in figura di animale, ma non mancano quelle applicate e quelle eseguite a stampo, fino ad arrivare alle scene figurate, a rilievo, degli esemplari più tardi. Completamente d’imitazione fu la ceramica dipinta, più o meno fedele a quella greca largamente diffusa in Etruria. Agli inizi dell’età ellenistica grande successo ebbero le singolari ceramiche di Volsinii, rivestite di vernice argentata.
 
[24431]
All’oreficeria appartengono i prodotti forse più originali e riusciti dell’artigianato etrusco. Sia che si tratti di vasellame, di oggetti d’abbigliamento o di veri e propri gioielli, l’oreficeria etrusca, specialmente nel periodo che andò dal VII alla fine del VI secolo a.C. quando fiorirono le botteghe orafe di Vetulonia e di Vulci, ci dà la misura del gusto, della fantasia e delle capacità tecniche degli artigiani etruschi, oltre, naturalmente, della ricchezza e della prosperità economica dell’Etruria. Predomina il gusto orientale per l’ostentato splendore degli effetti e del sovraccarico; i motivi ornamentali sono quelli geometrici o tratti dalla stilizzazione di elementi antropomorfi, zoomorfi o fitomorfi (palmette, rosette ecc.) con l’impiego, ad altissimo livello, delle diverse tecniche di lavorazione che vanno dall’incisione allo sbalzo, dalla fusione alla filigrana, spesso combinate insieme. Dal Vicino Oriente venivano importati ‘‘gingilli” il pasta di vetro e in ceramica (gli athyrmata). Un ruolo particolare aveva la tecnica della granulazione, anch’essa di provenienza orientale, che consentiva raffinatissimi effetti decorativi. Anche nell’oreficeria gli etruschi tendevano quindi all’espressività.
 
[251]
L’Etruria meridionale e interna è caratterizzata da terreni vulcanici, con altipiani tufacei facili da difendere, su cui sorgevano grandi città cinte di mura come Veio, Cerveteri, Tarquinia o Orvieto. Nell’Etruria settentrionale le città, sempre fortificate, si distribuirono in modo più razionale, in genere su un agglomerato di collinette separate da depressioni, a controllare una via di comunicazione o di transumanza, il corso di un fiume, la conca di un lago, l’apertura di una valle che garantissero sia il rifornimento alimentare, sia l’esportazione delle eccedenze dei prodotti agricoli o artigianali. Le zone costiere erano invece tutte piuttosto malsane e insicure, fornite dei due soli porti naturali di Talamone e Populonia.
 
[2511]
Il territorio meridionale dell’Etruria si estende in maniera abbastanza uniforme lungo il corso inferiore del Tevere, per una larghissima fascia fino all’altezza di Orvieto. È l’Alto Lazio, in cui si succedono paesaggi di basse colline tufacee che giungono a lambire il mare presso il massiccio dei Monti della Tolfa, dove il ‘‘paesaggio del tufo” cede a quello della Maremma. La zona vide fiorire tra il IX e l’VIII secolo a.C. importanti città come Veio, Caere, Tarquinia, Vulci, Tuscania, Volsinii e, nelle pianure variamente estese lungo la costa, Roselle, Talamone, Vetulonia e Populonia.
 
[25111]
L’antica città di Veio (o Veii), sorgeva a soli 15 chilometri da Roma, su di un vasto promontorio tufaceo presso il corso del torrente Cremera. Nata probabilmente dalla fusione di più villaggi in epoca villanoviana (IX secolo. a.C.), Veio raggiunse il suo massimo splendore in età arcaica (VII secolo a.C.). Fu conquistata dai romani dopo un decennale assedio conclusosi nel 396 a.C.
Durante il periodo villanoviano Veio era, insieme a Tarquinia, il centro più importante dell’Etruria meridionale. Posta in posizione strategica sulla riva destra del Tevere controllava, specialmente dal VII secolo a.C. in poi, le rotte commerciali della bassa val Tiberina a cui giungevano i metalli del distretto minerario poco più settentrionale. In questo periodo la città occupava un’area quattro volte maggiore della Roma serviana. Difesa naturalmente, vi si accedeva soltanto da ovest dove l’altipiano tufaceo laziale si collegava al colle della città; questo passaggio fu poi forato con un lungo tunnel per farvi scorrere il torrente Cremera. Nel V-IV secolo a.C. le rupi naturali che circondavano l’altipiano furono sovrastate da mura possenti in pietra vulcanica. Oltre al complesso sacro presso il tempio del Portonaccio, tra le numerose tracce di insediamento risalenti al VI secolo sono tornate alle luce quelle dell’acropoli in località Piazza d’Armi dove le fonti letterarie collocano anche il tempio della dea protettrice della città, Giunone Regina. In più punti della città (Macchiagrande, Quarticcioli) sono state restituite parti di abitazioni che presentano una fondazione in blocchi di tufo squadrati e compressi a secco a formare gruppi di vani quadrati, talora con focolare. Mirabili le opere di ingegneria idraulica: tunnel, cunicoli e cisterne regolavano il flusso delle acque attorno alla collina dove sorgeva la città.
 
[251111]
Il santuario di Portonaccio, che si trova fuori delle mura, fu probabilmente legato al culto delle acque sulfuree e ferruginose di cui era ricca la zona; il complesso comprendeva infatti anche una piscina e una serie di pozzi e pare fosse dedicato a Minerva Medica. All’interno dell’area sacra circondata da un muro sorgeva il tempio, costruito nel VI secolo a.C. secondo lo schema architettonico etrusco con tre celle ed ampio pronao a quattro colonne disposte su due file. Al tempio sono riferibili alcune statue di terracotta che dovevano originariamente sorgere sul culmine del tetto; per alcune di esse si è ipotizzato come autore Vulca, l’unico artista etrusco di cui si conosca il nome, chiamato anche a Roma dai Tarquini a decorare il tempio di Giove Capitolino. Nelle statue si riconoscono Apollo, Ercole con la cerva e Mercurio; sono inoltre presenti una figura femminile con un bambino in braccio (forse Latona con Apollo), una testa maschile e un torso maschile di color bruno-nero più ampie dimensioni (probabilmente Zeus). Del sacro edificio è oggi visibile solo parte del basamento in blocchi di tufo. Addossata al lato settentrionale del tempio c’è la grande piscina, della capienza di circa 180 metri cubi d’acqua, dove probabilmente si bagnavano i pellegrini. Era realizzata con blocchi di pietra e rivestita da uno strato di terra argillosa per impedire il deflusso.
 
[251121]
La tomba Campana, scavata nella roccia e risalente alla fine del VII o al principio del VI secolo a.C., prende il nome dal marchese che la scoprì nel 1843 nella necropoli di Monte Michele. Un corridoio con due leoni di tufo (ora privi di testa) e con due camerette laterali immette in una prima camera con due banchine sui lati; una porta sulla parete di fondo dà accesso a una seconda cameretta interna. Su questa parete, tutt’intorno alla porte, vi era una decorazione a denti di lupo e, ai lati della porta, quattro panelli dipinti – due per lato – sormontati da tracce di fiori di loto. Il pannello superiore sinistro raffigura un cavallo con cavaliere ed un felino, quello inferiore tre quadrupedi di diverse proporzioni; il pannello inferiore destro riporta una sfinge, un felino rampante e un altro quadrupede. Il pannello superiore destro si distacca dagli altri per il suo valore narrativo: due uomini, di cui uno armato di bipenne, precedono a piedi un cavallo montato da un minuscolo cavaliere; sotto il cavallo un cane volge in alto il muso. Tutti gli animali sono dipinti in modo piuttosto irreale (manti gialli a punti rossi o rossi a punti gialli). Questa prima camera conteneva sul banco di destra un inumato con corazza ed elmo forato da un colpo di lancia; sul banco di sinistra un altro inumato, un calice a sostegni e grossi recipienti fittili. La camera più interna aveva dipinti sulla parete sei scudi su due file, che simulavano veri scudi in lamina di bronzo con decorazioni a sbalzo. Conteneva tre urnette cinerarie con coperchio a botte, una testina applicata a tutto tondo, un braciere a tre piedi in bronzo e delle ceramiche.
 
[25121]
A poca distanza dalla costa, tra il lago di Bracciano e il mare, 45 chilometri a nord di Roma, sorgeva la potente città etrusca di Ceisra, chiamata Caere dai romani e Agylla dai greci. Il primo aggregato urbano risale all’epoca villanoviana (IX-VIII secolo. a.C.), mentre il periodo di maggiore splendore si colloca intorno al primo quarto del VII secolo. a.C. Nel 353 si scontrò con Roma e fu sconfitta, ma le fu concessa la cittadinanza.
 
L’antica Cerveteri si estendeva a poca distanza dal mare su un vasto altipiano tufaceo compreso tra la stretta valle del fosso del Manganello e quella del fosso della Mola; solo il versante nord-est non era ripido e per questo vi fu aperto un profondo fossato che consentiva una più facile difesa. Le mura furono probabilmente edificate in una fase avanzata ed è dubbio se cingessero tutto il centro o sole le zone dove l’altipiano non era sufficientemente ripido da costituire di per sé una difesa naturale. Della città etrusca è rimasto ben poco, anche se si conosce la presenza di un tempio di Era, di cui restano le terrecotte architettoniche e degli ex voto. All’esterno della città vi erano numerose necropoli (Sorbo, Monte Abatone, Banditaccia ecc.) talora realizzate con vie e piazze tracciate secondo un preciso programma urbanistico. Le tombe erano principalmente del tipo a camera, costruite o parzialmente scavate, coperte all’interno con la tecnica dell’aggetto e all’esterno dotate di tumulo contenuto da lastroni o da un alto tamburo. Nel V secolo. a.C. inizia il declino della sua potenza e alla metà del IV secolo. a.C. viene sottomessa da Roma. Ben poco rimane ormai dell’antica città etrusca, mentre meglio conservate sono le estese necropoli con vie e piazze tracciate secondo un preciso programma urbanistico.
 
[251211]
La tomba Regolini-Galassi della necropoli di Sorbo deve il nome a coloro che la portarono alla luce nel 1836. Si tratta di un tumulo circondato da un alto tamburo il cui accesso dà in un corridoio o vestibolo per metà scavato nel tufo e per metà costruito con la tecnica dell’aggetto; ai due lati si aprono due piccole celle scavate quasi circolari. Un basso tramezzo divide il corridoio dalla camera interna che appare più stretta, anche se posta sullo stesso asse. Nel vestibolo fu trovato un guerriero inumato con un ricco corredo consistente in un letto di bronzo formato da una grata fissata su un telaio; un bruciaprofumi, anch’esso di bronzo, montato su quattro piccole ruote; scudi da parata in lamina di bronzo lavorata a sbalzo; vari calderoni; armi; ceramiche e buccheri, tra cui alcune statuette di donne piangenti. Nella cella, presso un inumato, furono rinvenuti moltissimi gioielli in oro, tra i quali una fibula di 30 centimetri con leoni e anatre, un pettorale ovale con figure reali e fantastiche, due bracciali a nastro in figura femminile, una collana di maglia con pendenti in ambra, anelli, catenelle ecc. Erano presenti in grande quantità anche oggetti d’argento e di bronzo; tra questi ultimi era un trono con poggiapiedi e calderoni con sbalzi. La celletta destra aveva un inumato, quella sinistra i resti di una biga di bronzo smontata.
 
[251221]
La cosiddetta Tomba degli Scudi e delle Sedie, scavata interamente nel tufo, si trova nella necropoli della Banditaccia ed è datata alla metà del VI secolo a.C. Un corridoio, ai cui lati si aprono due vani con banchine, immette in un ampio vestibolo con tre retrostanti camere più piccole. Ai lati e sulla parete di fondo del vestibolo sono presenti letti intagliati nel tufo. Sulla parete di fondo, fra tre porte dagli stipiti a rilievo, stanno due troni con gli schienali semicircolari e poggiapiedi; su tutte le pareti appaiono scolpiti ampi scudi circolari che imitano quelli di bronzo da parata. Il vestibolo della tomba presenta una falsa travatura a rilievo nel soffitto e due finestrelle che si affacciano sulle cellette laterali. Tutto l’insieme ricalca, nella disposizione dei vani, la casa etrusca più comune nella zona.
 
[25131]
Pyrgi (nei pressi dell’attuale castello di Santa Severa) fu, secondo le fonti antiche, la principale base navale di Caere, da cui distava circa 13 chilometri e alla quale era collegata da una grande strada. Il primo insediamento stabile del sito risale alla fine del VII secolo a.C., ma fu celebre dal V secolo per il suo santuario, uno dei più importanti del Mediterraneo. Dopo l’annessione del litorale ceretano a Roma vi fu fondata una colonia marittima intorno alla metà del III secolo. a.C. 
 
Legata alla politica di Caere, Pyrgi fiorì verso il 500 a.C. quando fu edificato, il tempio dedicato alla dea etrusca Uni, che i greci conoscevano come Leucotea o Ilizia e i fenici come Astarte. L’abitato etrusco, oggi in parte sommerso, si estendeva in origine su di un’area di circa 10 ettari e aveva strade che si incrociavano ad angolo retto e case costruite in mattoni crudi coperte da tegole. L’area sacra sorgeva ai margini dell’abitato, presso la strada principale. Era costituita da un tempio a una sola cella (il cosiddetto Tempio B), colonnato in stile greco e decorazione fittile, e da un tempio più grande (il Tempio A di Uni-Astarte). Questo tempio, databile al 470 a.C. è del tipo a tre celle con ampio pronao. Attualmente rimangono solo le fondazioni in tufo ma in origine l’alzato era decorato sia sulla fronte sia sul retro da lastre fittili con altorilievi policromi. Particolarmente ammirato sembra essere stato il pannello che decorava la testata della trave maestra del tetto, all’interno dello spazio frontale posteriore, che raffigurava la scena dei ‘‘Sette contro Tebe”. Il santuario di Pyrgi venne occupato e depredato nel 384 a.C. da Dionisio di Siracusa.
 
[251311]
Nel 1964 furono rinvenute nell’area sacra di Pyrgi  tre lamine auree di forma rettangolare accuratamente piegate e riposte in un luogo sicuro. In origine erano probabilmente inchiodate agli stipiti o ai battenti del cosiddetto Tempio A. Due di esse recano un’iscrizione in etrusco (16 righe) e una in lingua fenicia (11 righe). Si tratta della dedica del tempio alla dea Uni (corrispondente all’Astarte fenicia) da parte del signore di Caere. Il momento storico è probabilmente quello dell’alleanza tra Caere e Cartagine dopo la battaglia di  Alalia. L’iscrizione sembra così traducibile:
‘‘Alla signora Uni questo è il luogo sacro che ha fatto e che ha dedicato Thefarie Velianas, re di Caere, nel mese di z-b-h sh-m-sh (nome di mese di cui non è possibile dare traduzione, così come dell’altro citato più avanti) del sacrificio del sole, come dono al tempio. E l’ho costruito perché Uni ha richiesto ciò a me, nell’anno terzo del mio regno, nel mese di k-r-r, nel giorno del seppellimento della divinità. E gli anni della statua della dea nel suo tempio (siano) tanti come queste stelle”.
 
[25141]
L’insediamento etrusco Suana, l’odierna Sovana, sorgeva sulla riva sinistra del fiume Fiora nell’entroterra della bassa Maremma. Tra il VII e il VI secolo. a.C. la città doveva far parte del territorio di Vulci, ma sul finire del VI secolo. a.C. i suoi interessi probabilmente si spostarono verso l’area romana.
 
Sovana era situata su un altipiano tufaceo scosceso su tre versanti, mentre sul lato meno protetto possedeva fortificazioni costituite da mura di grossi blocchi di tufo. La città subì un periodo di abbandono tra il V e la prima metà del IV secolo a.C., poi ebbe una ripresa attestata dallo sviluppo delle necropoli rupestri che sorgono tutt’intorno alla città. Le tombe sono caratterizzate da un vestibolo ampio e aperto, sul fondo del quale una porta profilata da cornici conduce a una camera e a più ambienti dal soffitto a cassettoni. Alla prima metà del III secolo a.C. risalgono le tombe ‘‘a dado”, costituite da un edificio cubico intagliato nel bancone roccioso di tufo con porta architravata anteriore. Quando l’edificio è distaccato dalla collina per soli tre lati, la tomba è detta ‘‘a facciata”. In certi casi la porta è falsa e la vera camera funeraria è sottostante, accessibile da un lungo corridoio in discesa. Più tardi appaiono anche tomba a edicola frontonata sia con timpano vuoto sia con ricche decorazioni.
 
[251411]
La Tomba Ildebranda, che deve il suo nome a Ildebrando di Sovana – pontefice col nome di Gregorio VII – che la tradizione riteneva qui sepolto, è databile intorno alla metà del II secolo. a.C. Scavata interamente nel tufo della collina a cui è addossata la tomba, visibile esternamente su tre lati, era simile a un tempio dal tetto piatto, con sei colonne sulla fronte e tre ai lati. Oggi parzialmente distrutta, doveva avere in origine una ricca decorazione plastica e una vivace policromia. La trabeazione aveva due fregi di diversa altezza decorati da figure di grifi e fogliame; le colonne scanalate erano sormontate da capitelli a volute decorati da figure maschili e femminili. Tutto il monumento era ricoperto di stucco bianco-giallastro su cui spiccavano con grande evidenza gli elementi colorati. Dietro il pronao vi era una falsa cella a pianta quadrata. La camera funeraria era sotterranea e vi si accedeva tramite un corridoio in discesa.
 
[25151]
Sulla riva destra del torrente Fiora ormai quasi prossimo alla foce, Volci (ossia Vulci) fu una delle più grandi città dell’Etruria meridionale, che estendeva la sua influenza su un vasto territorio delimitato a sud dal fiume Arrone e a nord dai monti dell’Uccellina. Nel III secolo a.C. si oppose a Roma e, anche se sconfitta, mantenne un certo livello di autonomia.
 
Il periodo di maggiore potenza della città si colloca tra il VI e la prima metà del V secolo. a.C. ed è testimoniato dagli sterminati sepolcreti e dai ricchi corredi funerari. Ad un periodo di crisi economica e produttiva seguì nel IV secolo a.C. una brillante ripresa. La fondazione da parte dei Romani della colonia di Cosa (273 a.C.) e la successiva guerra annibalica furono la causa tra il III e il II secolo a.C. della progressiva decadenza della città. Vulci fu un importante centro per la lavorazione e la diffusione di oggetti in bronzo e vi furono inoltre scuole locali di ceramisti che imitavano vasi corinzi, ionici ed attici e producevano vasi etruschi a figure rosse. Pochi resti dell’abitato sono ancora visibili: tratti delle mura, tracce di due porte, qualche edificio di età romana. Dalla cosiddetta Tomba François provengono le celebri pitture del IV secolo a.C. con scene della conquista etrusca di Roma. Degno di nota è anche il grande tumulo funerario della Cuccumella, con ambienti e corridoi sotterranei molto complessi.
 
[25161]
Tarquinia (Tarchuna, in latino Tarquinii), una delle maggiori città del mondo etrusco, sporge a circa 100 chilometri da Roma, sul litorale tirrenico. Di antichissime origini, la leggenda ne attribuiva la fondazione a Tarconte, fratello di quel Tirreno che avrebbe condotto in Italia gli etruschi dalla Lidia. Raggiunse il massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C.: fu allora infatti che un suo cittadino, Tarquinio Prisco, divenne il quinto re di Roma.
 
L’abitato antico era posto sul Colle della Civita, dove sono stati scoperti i resti delle mura e un grande tempio detto Ara della Regina. Tutto intorno si estendeva la vasta necropoli dei Monterozzi ove sono state individuate più di 150 tombe ipogee dipinte, del periodo compreso tra il VI e il II-I secolo a.C. Tra le più importanti e suggestive sono: la Tomba del Guerriero (metà del V secolo a.C.), decorazioni di cerimonie funebri; Tomba del Cacciatore (fine del VI-inizi del V secolo a.C.), scene di caccia; Tomba delle Leonesse (circa 530 a.C.), scene di danza, suonatori e figure di animali; Tomba del Giocolieri (fine del VI secolo a.C.), danze e giochi funebri, equilibristi, danzatori; Tomba dei Festoni (prima metà del III secolo a.C.), fregio con scudi e festoni, demoni, imitazione della travature del tetto; Tomba dei Leopardi (prima metà del V secolo a.C.), banchetto funebre, suonatori; Tomba Cardarelli (fine del VI secolo a.C.), suonatori, danzatori, atleti; Tomba degli Scudi (IV secolo a.C.) personaggi della famiglia Velcha, scudi; ecc. Nel IV secolo a.C. la città fu sottomessa da Roma, ma riuscì ancora a mantenere per qualche tempo una sua parziale autonomia.
 
[251611]
L’Ara della Regina è il monumento più interessante e più studiato di Tarquinia. Fu rinvenuto a sud dell’abitato ed è databile circa alla seconda metà del IV secolo a.C. Non si conosce il nome della divinità a cui era dedicata, e gli scarsi resti non consentono di ricostruirne con certezza l’aspetto originario. L’ara si innalza su un basamento di grandi dimensioni (77,15x35,55 m) ed era articolata su due livelli: una prima terrazza, dove si svolgevano sacrifici e cerimonie, era situata davanti al tempio; la seconda terrazza, collegata alla prima tramite un piano inclinato e due scale laterali, sosteneva l’edificio templare. Il tempio (39,35x25,35 m) aveva una pianta con cella unica e un pronao con due colonne davanti alla cella stessa. Molte furono le terrecotte architettoniche rinvenute durante gli scavi, tra le quali il superbo gruppo dei cavalli alati, ad altorilievo, che ornava il frontone del tempio, uno dei capolavori della scultura etrusca. Davanti all’intero complesso sacro si apriva una piazza  con fontana circolare (I secolo a.C.).
 
[25171]
Roselle o Rousellae, una delle città della Dodecapoli etrusca, sorgeva su due alture prospicienti la pianura grossetana, occupata anticamente dalla laguna navigabile del Prilio che si estendeva fino a Vetulonia. Era quindi posta a guardia della foce dell’Ombrone, uno dei pochi fiumi che consentissero l’accesso all’Etruria interna. Il periodo del suo massimo splendore si colloca tra il VI e il V secolo a.C., parallelamente al declino della vicina Vetulonia.
 
Roselle è posta su un colle che si separa al centro formando una sella. La sua posizione le consentiva l’accesso al mare grazie alla laguna del Prilio, mentre l’Ombrone rendeva possibili le comunicazioni con le città della Val d’Orcia (Chiusi) e quindi con l’Etruria interna. Di particolare interesse è la cinta muraria del VI secolo a.C. costruita con grossi massi di pietra locale e il cui perimetro è quasi completamente integro, talvolta conservato fino a 5 metri di altezza. Ha conosciuto due fasi principali: la prima, costituita da grandi blocchi in opera poligonale è databile alla metà del VI secolo a.C.; la seconda, consistente in un rifacimento a piccoli blocchi quasi parallelepipedi, risale al IV secolo a.C. In questa cinta si aprivano sette porte, sei delle quali erano costruite in modo che, entrando, gli attaccanti erano obbligati a scoprire ai difensori il lato non protetto dallo scudo; la settima porta, quella Nord, era del raro tipo a camera interna. Nell’area archeologica sorge un quartiere abitativo di età ellenistica, ma sono visibili anche resti di edifici in mattoni crudi del VI e VI secolo a.C. Dall’inizio del III secolo a.C. Roselle fu sottomessa a Roma e dall’89 a.C. fu municipio. In età augustea la colonia romana abbandonò la collina meridionale per occupare quella settentrionale e la valletta interna dove rimangono i resti dell’anfiteatro e dell’Augusteo, grande sala rettangolare absidata.
 
[25181]
Dopo molte incertezze, l’area dell’etrusca Vetluna, ossia Vetulonia, venne identificata nel secolo scorso in località Poggio Colonna, presso Castiglio della Pescaia, nel Grossetano. Il primo insediamento risale all’epoca villanoviana (IX-VIII secolo a.C.), mentre il periodo di massimo sviluppo politico ed economico si colloca tra il VII e il principio del VI secolo. a.C. In seguito la città subì una rapida e totale decadenza.
 
Il benessere raggiunto da Vetulonia nel VII secolo a.C. è certamente legato allo sfruttamento dei giacimenti metalliferi (piombo, rame e argento) della non lontana Massa Marittima. Fiorente fu infatti la lavorazione del bronzo da parte di artigiani locali. Della città resta pochissimo; l’acropoli, inglobata nel castello medievale, aveva una propria cinta di mura databile al VI secolo a.C. L’estesa necropoli presenta tombe a incinerazione e a inumazione, riunite in ‘‘circoli continui”, veri e propri tumuli di 20-30 metri di diametro, in terra battuta, delimitati da lastre di pietra poste verticalmente. I corredi mostrano grande ricchezza. Compaiono anche sepolcri monumentali con dromos e camera sepolcrale coperta con finta volta a tholos e pilastro centrale. Tra i più rappresentativi, lungo la via dei Sepolcri, è il Tumulo della Pietrera (VII secolo a.C.) dove furono rinvenuti i primi esempi di statue etrusche in pietra lavorate a tutto tondo.
 
[25191]
Strabone, storico e geografo greco vissuto tra il 63 a.C. e il 20 d.C. riferisce nella sua Geografia: ‘‘Populonia è situata su un alto promontorio che s’innalza bruscamente sul mare formando una penisola...Adesso, anche se la città è abbandonata, con l’eccezione dei templi e di poche case, la città portuale, che ha un piccolo porto con due moli, ai piedi della montagna, è più popolata. Secondo me questa è l’unica città dei Tirreni che sia situata sul mare stesso”.
 
L’importante centro di Populonia sorgeva su un’altura dominante la baia di Baratti, di fronte all’isola d’Elba. Fondata forse dai còrsi o forse dagli etruschi di Volterra, Populonia (Pupluna per gli etruschi) fiorì grazie all’industria siderurgica, basata sulle ricche miniere di ferro dell’isola d’Elba, ininterrotta fino in epoca imperiale. La più antica fase villanoviana è testimoniata dalle necropoli a incinerazione di San Cerbone e di Piano e Poggio delle Granate, presso il golfo di Baratti. A partire dalla fine del VII secolo a.C., insieme con l’introduzione del rito funerario dell’inumazione si realizzarono tombe a fossa che nel VI secolo a.C. si erano già trasformate in tomba a camera quadrata entro tumuli monumentali con tamburo. Durante il VI secolo a.C. nell’abitato vennero costruite le mura dell’acropoli e nelle necropoli si innalzarono tombe ‘‘a edicola”, una sorta di tempietto contenente una semplice camera sepolcrale. La floridezza della città nel V secolo è testimoniata dall’emissione di un’eccezionale serie di monete d’argento con figura di Gorgone. Nel periodo successivo fu realizzata una più ampia cerchia di mura, mentre gli scarti dell’attività siderurgica sommersero le necropoli più antiche e le aree cimiteriali si spostarono sulle pendici del colle. Non sappiamo in seguito a quali avvenimenti Populonia sia entrata nell’orbita romana, ma nel 205 a.C. approvvigionava di ferro la missione africana condotta da Scipione contro Cartagine.
 
[251911]
I forni utilizzati per estrarre dai minerali il metallo parzialmente raffinato erano posti solitamente presso le miniere stesse o nelle loro vicinanze. Molti di essi avevano forma cilindrica o tronco-conica ed erano rivestiti all’interno con materiali refrattari. Da un’imboccatura posta sulla sommità veniva immesso il minerale grezzo, alternato a strati di carbone. Acceso il fuoco nella camera inferiore, il calore si propagava verso l’alto attraverso un piano orizzontale munito di una serie di fori. Il minerale fuso si raccoglieva quindi nella camera inferiore dove, praticando un’apertura ad altezza opportuna, veniva depurato dalle scorie di fusione. Per recuperare il prodotto divenuto solido era necessario smantellare il forno. Successivamente si sottoponeva il metallo ad ulteriori processi di raffinazione. Tra i forni meglio conservati quello del Poggio della Porcareccia e quelli di Val Fucinaia presso la miniera del Temperino.
 
[25201]
Sull’alto colle di Talamonaccio, in posizione dominante il mare e le colline dell’interno, sorgeva l’antico centro etrusco di Tlamu, probabilmente dipendente da Vulci. Il suo porto ebbe una notevole importanza come scalo commerciale tra le città settentrionali e quelle meridionali dell’Etruria costiera.
 
Dell’abitato etrusco sull’altura di non sono rimaste tracce per quanto riguarda i secoli VII e VI a.C. mentre erano tornati alla luce molti resti di età ellenistica, tra cui un tempio, quando alla fine dell’Ottocento la collina fu sbancata per la costruzione di un fortilizio militare. Queste strutture non vennero rilevate e le fondazioni di vari edifici (compresa la cinta muraria formata da una doppia cortina di massi) venero smantellate. Solo nel 1962 scavi regolari hanno restituito testimonianze di varie epoche che hanno consentito di ricostruire la disposizione del tempio. Il centro era connesso con il porto sottostante che sfruttava il golfo naturale dove sorge l’odierna città di Talamone. Le necropoli relative all’abitato ellenistico, che sorgono nella piana di Camporegio, hanno restituito vari materiali bronzei, tra cui specchi con scene mitologiche e bruciaprofumi con figure plastiche. Nel III secolo, a seguito dell’espansione romana verso nord, Talamone entrò nell’orbita di Roma, ma decadde insieme a Vulci quando nel 273 a.C. fu fondata a soli 20 chilometri la colonia romana di Cosa.
 
[252011]
Databile alla seconda metà del IV secolo a.C., il Tempio di Talamone si elevava su un basamento in blocchi di tufo alto circa 2 metri. Aveva probabilmente un’unica cella e due ali laterali. Il pronao, forse in origine a due sole colonne, era chiuso ai lati dai prolungamenti delle pareti esterne. Intorno al 150 a.C. subì una radicale trasformazione che interessò soprattutto il prospetto anteriore. L’architrave fu rivestito da lastre con palmette e spirali ‘‘a S” sormontate da baccellature; sugli angoli del tetto vennero posti degli acroteri in forma di cavallo marino, mentre il grande acroterio centrale era costituito da una palmetta traforata. Il frontone fu chiuso da un altorilievo in terracotta raffigurante i due figli di Edipo, Eteocle e Polinice, che si affrontano sotto le mura di Tebe in uno scontro mortale: al centro sta Edipo in ginocchio, sorretto da un aiutante, mentre la sua sposa e madre Giocasta si volge verso Eteocle morente; dall’altro lato Polinice è caduto esanime tra le braccia di un aiutante. Attorno a questa tragedia familiare si svolge la battaglia descritta nel mito dei ‘‘Sette a Tebe”. Per le sue dimensioni, questa movimentata composizione fu tagliata in più pezzi per permetterne la cottura. Il tempio fu distrutto da un incendio intorno al 100 a.C.
 
[25211]
Orvieto occupa l’area dell’antico abitato etrusco di Velzena che i latini chiamarono Volsinii. La città è posto su un altopiano di tufo rosso alto 40 metri e dominante la media Val Tiberina nei pressi della confluenza tra Paglia e Tevere. L’antica navigabilità di questi due fiumi facilitò i contatti con l’area chiusina, falisca e vulcente.
 
Frequentato già in epoca villanoviana, raggiunse il suo massimo splendore tra il VI e il V secolo a.C. L’abitato, occupato oggi dalla città medioevale e moderna, ebbe vari edifici sacri tra cui il tempio detto del Belvedere, dedicato forse a Tinia (=Zeus, Giove). Era posto su di un podio modanato, in parete costruito e in parte ricavato nel masso e vi si accedeva con una gradinata; il pronao doveva avere due file di quattro colonne. L’edificio, in mattoni crudi intonacati e decorati con policromie, aveva la copertura di tegole molto inclinata e arricchita da numerose terrecotte decorative. Tra le necropoli rivestono un particolare interesse quella del Crocefisso del Tufo che presenta un impianto regolare di tipo urbano e quella della Cannicella, dove le sepolture si adattano, spesso sovrapponendosi, alla morfologia del terreno. Nel territorio circostante furono rinvenute alcune tombe dipinte e resti di importanti edifici sacri. Nel corso del III secolo a.C. Orvieto venne progressivamente abbandonata.
 
[252111]
Individuata in parte fin dal 1830, la necropoli del Crocefisso del Tufo è concepita secondo un impianto di tipo urbano a scacchiera. I sepolcri sono infatti disposti in isolati di forma quadrata o rettangolare, delimitati da strade che si incrociano ad angolo retto. Le singole tombe a camera, tra loro uguali, sono costruite con blocchi di tufo squadrati messi in opera a secco. La facciata è decorata da frontoni architettonici e sull’architrave si legge spesso il nome del defunto. All’interno vi è la cella funeraria rettangolare, lunga circa tre metri, con banchine per la deposizione sulle pareti. La copertura è costituita da una falsa cupola; talvolta è presente un vestibolo. Al di sopra delle tombe, coperte da terreno livellato orizzontalmente, sono posti dei cippi funerari di forma sferica, a cipolla o cilindrica. I materiali provenienti dalle tombe (oggetti d’oro lavorati a filigrana e a sbalzo, ceramiche d’importazione attica e di produzione locale) testimoniano una discreta ricchezza.
 
[2531]
L’Etruria interna corrisponde all’attuale Toscana e al territorio perugino dell’Umbria. Il paesaggio è in larga misura collinare, ma la natura geologica e la morfologia delle colline sono assai varie. I massicci montani determinano variazioni climatiche abbastanza notevoli e le comunicazioni si sviluppano quasi esclusivamente lungo le vallate fluviali interne. Terra della vite e dell’olivo che favorì nel VI secolo a.C. la potenza di città come Perugia, Arezzo, Cortona, Chiusi, Fiesole, Volterra.
 
[25311]
La fondazione di Perugia è attribuita a Aules, mitico eroe etrusco, padre e fratello di Ocno che a sua volta fondò, secondo Virgilio, Mantova e Felsina. Il nome etrusco della città non è documentato, a differenza di quello latino: Augusta Perusia. Posta all’incrocio di importanti vie di comunicazione verso il Lazio, l’Etruria settentrionale e il versante adriatico, fu potente anche grazie alla sua posizione. Livio la ricorda come una delle città che costituirono la Dodecapoli.
 
I rilevamenti archeologici relativi al periodo anteriore alla fine del V secolo a.C. sono piuttosto scarsi. L’importanza di Perugia è invece documentata nel IV e III secolo a.C. dalle necropoli e dalla imponente cinta muraria. Quest’ultima, in blocchi regolari di travertino posti in opera a secco, era lunga circa tre chilometri e interrotta da cinque porte; due di esse, Porta Marzia e l’Arco Etrusco (o di Augusto), sormontato da un architrave con scudi rotondi, sono ancora ben conservate. Dell’assetto urbano della città etrusca rimangono solo resti di pavimentazione stradale e terrecotte architettoniche. Perugia fu infatti distrutta e incendiata da Ottaviano nel 42 a.C. e successivamente ricostruita ex novo dai romani. La documentazione più probante ci è offerta dalle necropoli sviluppatesi fuori dalla cinta muraria. Sono prevalentemente costituite da tombe a fossa e a camera con presenza sia del rito inumatorio che incineratorio. La necropoli più antica è quella del Palazzone; di poco più recenti quelle di Castel San Mariano e di San Valentino di Marsciano da cui i noti carri bronzei sbalzati. Di età ellenistica è il nucleo costituito da ben 38 tombe a camera esplorate dopo la scoperta dell’ipogeo dei Volumni al Palazzone riproducente lo schema dell’impianto di una casa.
 
[253111]
La sua costruzione risale al II secolo a.C. e subì nel tempo vari rimaneggiamenti sino al 1500, quando Antonio da Sangallo ne inserì il prospetto superiore nella Rocca Paolina. Caratteristico è il falso loggiato, con quattro pilastrini scanalati coronati da capitelli ionici, chiuso sulla fronte da una bassa transenna dalla quale si affacciano tre figure maschili (Giove e i Dioscuri) e due protomi equine. Due grossi pilastri inquadravano l’arco e la sovrastante struttura.
 
[253121]
L’ipogeo dei Volumni, a cinque chilometri da Perugia, fu rinvenuto casualmente nel 1840. È una tomba di famiglia interamente scavata nel tufo, databile tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. Vi si accede da una ripida scalinata di 29 gradini che conduce alla porta con architrave e stipi; su quello a destra, un’iscrizione ricorda come “Arunte Larte Volumnio di Arunia pose, dedicò per la salute gli annuali sacrifici”. Dalla porta si accede a un atrio rettangolare con copertura, alta quattro metri, a doppio spiovente in falsi travi e travicelli; nello spazio frontale sulla parete di fondo vi sono due teste applicate ai lati di un grande scudo con emblema di significato solare. Su ogni parete laterale, tra delle banchine, si aprono tre stanzette (cubicola) con altri piccoli ambienti secondari. Il largo portale sulla parete di fondo immette nel tablino, ai cui lati erano due serpenti fittili e sulla volta una Gorgone; qui sono disposte sei urne in travertino degli agiati componenti della famiglia dei Volumni. Quella del capostipite (Arnth Velimnes Aules), insigne magistrato perugino e fondatore del sepolcro, è un vero e proprio monumento sepolcrale: il defunto è rappresentato sdraiato su un triclinio, mentre due figure femminili di demoni alati sono poste a guardia di una porta (indicante forse l’ingresso dell’Ade) dipinta sulla cassa del monumento.
 
[25321]
Situata all’incrocio di quattro vallate, la Val di Chiana, la Val Tiberina, il Casentino e la media valle dell’Arno, Arezzo, citata nelle fonti antiche col nome latino di Arretium, fu una delle più importanti città dell’Etruria settentrionale. Abitata già nel VI secolo a.C., ha avuto un’ininterrotta continuità di vita fino ai nostri giorni.
 
Si suppone che il luogo in cui sorge Arezzo fosse già abitato alla fine del VI secolo a.C. D’altronde esso si trovava sugli itinerari naturali battuti dal movimento di colonizzazione partito dal distretto di Chiusi e volto verso la pianura e padana. Ben poco resta oggi a testimoniare la città etrusca: qualche tratto della cinta muraria in pietra e mattoni, un gruppo di terrecotte architettoniche riferibili ad edifici templari del V secolo a.C. e frammenti di sculture di stile ellenistico probabilmente appartenenti al frontone di un tempio. I tratti della cinta muraria più antica, databile al V secolo a.C., sono costituiti da grandi blocchi di pietra che, insieme a quella più recente del IV-III secolo a.C. in mattoni, segue l’andamento della collina. La necropoli più antica, scavata nel XIX secolo, era ubicata in località di Poggio del Sole; essa comprende tombe a cassa e a fossa che vanno dalla seconda metà del VI al II secolo a.C. Sembra che Arezzo, oltre a essere un importante centro agricolo, sia stato uno dei principali centri industriali dell’Etruria per la lavorazione dei metalli; dalle sue officine uscivano elmi, scudi, armi da getto e strumenti da lavoro, ma anche bronzetti votivi (bovini, ovini, offerenti maschili e femminili, divinità) e statue. Di fattura aretina è la celebre Chimera in bronzo databile ai primi anni del IV secolo a.C.
 
[253211]
La statua di bronzo della chimera, scoperta nel XVI secolo, è una delle opere etrusche più belle e celebrate. La belva, con il corpo leonino, la testa di capra sul dorso e la coda di serpente, è rappresentata ferita dalla lotta contro l’eroe Bellerofonte, secondo l’antico mito. La chimera è in posizione di difesa, ma è pronta all’ultimo assalto con la testa sollevata fieramente verso l’alto, le fauci spalancate e la criniera irta. Sul corpo teso dell’animale affiorano sotto la pelle le costole e le vene turgide; la muscolatura è sapientemente modellata. Contrasta con la feroce aggressività del muso del leone il patetico abbandono della testa della capra, ormai reclinata e morente. La coda è un restauro errato: il serpente non mordeva il corno della capra ma si avventava minacciosamente contro l’avversario. La statua era un dono votivo come dimostra l’iscrizione dedicatoria incisa sulla zampa anteriore destra: tincsvil “al dio Tinia”. Quest’opera, di estrema raffinatezza, coniuga il realismo più aspro alla fantasia, in una ricerca di espressività tipica dell’arte etrusca.
 
[25331]
Le origini dell’etrusca Curtum, al di là del rapporto toponomastico con la greca Crotone, sono fatte risalire da Virgilio a Corythus, padre di Dardano l’edificatore di Troia. L’odierna città occupa lo stesso luogo dell’antica, una collina isolata che domina la Val di Chiana.
 
Dell’antica Curtum rimangono alcuni tratti della cinta muraria, probabilmente risalente all’età ellenistica, che aveva uno sviluppo perimetrale di oltre 2 chilometri; era realizzata in blocchi parallelepipedi rozzamente squadrati di arenaria calcarea, posti in opera a secco nel V secolo a.C. L’acropoli è stata identificata nell’area del Girifalco, alla sommità dell’altura lungo le cui pendici la città si estendeva per 40 ettari. Nelle necropoli poste ai piedi della collina (Camucia, Sodo) si conservano isolati sepolcri a tumulo chiamati in gergo popolare “meloni”. Si tratta di tombe gentilizie a più camere, con tamburo cilindrico, delle dimensioni anche di 60 metri di diametro. Nel 1726 a Cortona venne fondata l’Accademia Etrusca, il più importante centro di ricerche erudite settecentesche sull’Etruria antica. Nel museo dell’Accademia è conservato lo splendido candelabro bronzeo con ricchissima decorazione figurata che attesta una fiorente attività artistica locale nella lavorazione del bronzo attorno alla metà del V secolo a.C.
 
 
A differenza di molti altri centri etruschi, l’abitato di Marzabotto sorse su una piana priva di particolari difese naturali, nella media valle del fiume Reno, a circa 20 chilometri da Bologna. La zona si trovava lungo la via di collegamento che, attraversando l’Appennino, univa l’Etruria settentrionale alla Padania.
 
Nel corso del VI secolo a.C. si formò sulla spianata detta di Pian di Misano un nucleo organizzato (Marzabotto I) con capanne in materiale deperibile collocate senza ordine preciso nell’area sud orientale. L’abitato comprendeva anche una fonderia e una fornace per la produzione di ceramica. Tra il VI e il V secolo a.C., in seguito al movimento di colonizzazione verso nord intrapreso dalle città etrusche – in particolare da Chiusi – l’abitato di Marzabotto fu spostato nella zona nord occidentale del pianoro e organizzato secondo un piano urbanistico preventivo con impianto a scacchiera. L’acropoli si trovava nell’angolo nord-ovest del sito (Misanello) ed era occupata da diversi edifici sacri, da una vasca rituale e da un altare quadrato al cui centro si apriva un pozzo, profondo circa sei metri, indice forse del culto di divinità infere A questo complesso doveva essere connesso un deposito votivo rinvenuto più a valle nel terzo decennio del XIX secolo che rappresenta il più cospicuo nucleo di ex voto (bronzetti di offerenti e parti bronzee del corpo umano) dell’area padana. Le necropoli tornate alla luce a nord e ad est dell’abitato comprendevano tombe individuali sia a incinerazione che a inumazione; i sepolcri erano costituiti da cassoni di lastre, da pozzetti e da fosse. Nella parte iniziale del IV secolo a.C., contemporaneamente alla massima spinta da nord dei popoli celtici già presenti nell’area cisalpina, Marzabotto decadde finché la città venne abbandonata nella seconda metà del III secolo a.C.
 
 
La Marzabotto del VI secolo a.C. rappresenta un documento di eccezionale importanza per la storia dell’urbanistica antica. La città mostra un impianto ortogonale che risulta antecedente agli esempi greci e anche alla formulazione teorica che di essi fece Ippodamo di Mileto nel V secolo a.C. La rete stradale ha larghe vie lastricate che si incrociano ad angolo retto (un cardo di 15 metri di larghezza tagliato da tre decumani), con marciapiedi e canali per la raccolta delle acque piovane. Le abitazioni, in genere ad un solo piano, sono riunite in isolati regolari e presentano suddivisioni interne di tipo diverso. Molte hanno una sola fronte sulla strada ed un cortile interno (atrio) attorno al quale sono disposti vari ambienti. Dalle fondazioni di ciottoli si elevava un alzato di legno e mattoni crudi con elementi in travertino e colonne lignee rivestite di stucco; le coperture fatte con embrici, coppi e talora lucernari recava anche anfisse.
 
 
Chiusi, il cui nome moderno deriva dal latino Clusium, è l’etrusca Clevsin, Sorge su un’altura del sistema collinare che domina la valle del fiume Chiana, allora affluente del Tevere, nella posizione più adatta a controllare le importanti vie di comunicazione dell’interno. Fu potente e famosa lucumonia dell’Etruria settentrionale: un suo re, Porsenna, assalì e probabilmente conquistò Roma nel 509 a.C.
 
L’ininterrotta vita della città di Chiusi sino all’età moderna ha cancellato quasi ogni traccia dell’abitato etrusco che fiorì, tra la fine del VI e il V secolo a.C., in coincidenza con la decadenza delle metropoli costiere. Molte sono invece le necropoli rinvenute sul territorio circostante, che testimoniano l’esistenza di piccoli centri abitati (Chianciano, Cetona, Sarteano, Montepulciano ecc.) gravitanti attorno alla metropoli. Grazie ai vasti territori coltivati a grano che la circondavano, Chiusi godette di grande prosperità e pertanto affiancò all’attività primaria della produzione agricola, quelle artigianali che furono molte e varie. L’aristocrazia locale, raffinata ed aperta ai nuovi messaggi culturali, richiamò a Chiusi, già alla fine del VI secolo a.C., maestranze artistiche (scultori vulcenzi e pittori tarquinesi) e materiali di lusso, a volte eccezionali, come il famoso ‘‘vaso François” proveniente da una tomba ipogea di Dolciano. Caratteristici sono gli ossuari antropomorfi o canopi e i vasi in bucchero con decorazione impressa o a rilievo. Nel III secolo a.C. Chiusi passò sotto il controllo di Roma e nell’82 a.C. Silla vi fondò una colonia per i propri veterani.
 
[253511]
I canopi erano contenitori di forma ovale, di bucchero o di bronzo, nei quali venivano deposte le ceneri del defunto. La loro apparizione risale al VII secolo a.C. e il loro nome deriva da quello dei vasi funerari egizi. Il coperchio aveva aspetto antropomorfo, inizialmente limitato ad alcuni tratti anatomici del volto, riprodotti sommariamente; in un secondo tempo si ebbero raffigurazioni sempre più dettagliate, talvolta con l’aggiunta delle braccia applicate sul corpo del vaso o, come nei canopi femminili, di orecchini ad anello di bronzo o d’oro e, a volte, con la rappresentazione plastica dei seni. Dai canopi di Chiusi derivano le statue in pietra, raffiguranti il defunto, con vano interno per la deposizione delle ceneri.
 
[25361]
La città di Volterra, Velathri in epoca etrusca e Volatarrae quando divenne municipio romano, è situata su un colle di 550 metri da cui domina le valli dell’Era, del Cecina e dell’Elsa, alla confluenza di importanti vie di comunicazione verso il Tirreno e verso la pianura dell’Arno. L’attuale struttura medievale copre solo parzialmente il vastissimo sviluppo urbano raggiunto nell’antichità, quando la cinta muraria etrusca aveva il perimetro di oltre sette chilometri.
 
I primi insediamenti risalgono all’età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) e sono testimoniati da tombe a pozzetto che custodivano in un vaso le ceneri del defunto. Fino al VI secolo a.C. l’entità dell’abitato volterrano fu abbastanza modesto, con una prima cinta muraria di 1270 metri attorno all’acropoli; nel corso della prima metà del V secolo l’area abitativa era di circa 10 ettari, racchiusa in una seconda cerchia di mura lunga circa due chilometri. Questo sviluppo è collegato allo sfruttamento delle risorse minerarie (rame presente sul territorio in vene superficiali) che si aggiunse alla diffusa attività agricola. Nel corso del IV secolo la floridezza e la dimensione di Volterra aumentarono, come dimostra la costruzione di una nuova grandiosa cinta muraria di cui si conservano ancora due grandi accessi: Porta Diana e  Porta all’Arco. Fiorente fu l’artigianato: caratteristiche le stele scolpite arcaiche, i vasi dipinti, le urne cinerarie in alabastro con altorilievi. Le necropoli cittadine di Portone, Badia, Ulimeto, Poggio alle Croci testimoniano un forte incremento della popolazione. Le testimonianza romana più cospicua della città (il teatro di Vallebuona) risale ai primi anni del I secolo d.C.
 
[253611]
La cinta muraria volterrana (la terza dalla fondazione della città) fu costruita nel corso del IV secolo a.C. in blocchi squadrati di pietra locale. Il suo perimetro di 7300 chilometri racchiudeva un’area di 116 ettari, spazio ben più ampio di quello occupato dal successivo abitato medioevale e moderno. Qui, oltre all’abitato in espansione verso le aree già occupate dalle antiche necropoli trovavano rifugio, in caso d’invasione, agli abitanti dei piccoli insediamenti sparsi nel territorio circostante. Si conservano ancora i due grandi accessi di Porta Diana e di Porta all’Arco: prima allacciava il cardo massimo alla via verso la Val d’Elsa e quindi la valle dell’Arno; la seconda, da cui usciva il cardo massimo, si apriva sul versante sud in direzione del mare.
 
[253621]
Sul versante meridionale della cinta muraria del IV secolo a.C. fu aperto originariamente un passaggio con infissi lignei, sostituito nella metà del III secolo a.C. da una porta ad arco. Sulle due fronti della porta si aprono grandi archi di oltre 4 metri, impostati su fianchi formati da blocchi di tufo accuratamente squadrati e connessi a secco; tra essi corre una galleria interna coperta da una volta a botte. Sul fornice esterno sono inserite tre teste in pietra scura, che il tempo ha reso illeggibili ma che forse devono essere identificate con Giove e i Dioscuri.
 
[25371]
Fiesole o Faesulae - al plurale perché si riferiva a numerosi piccoli insediamenti etruschi della zona -  sorge su una collina che reca in vetta due alture con una spianata in sella, e domina la piana di Firenze presso il guado sull’Arno. Qui giungevano i percorsi che partivano da Volterra e da Chiusi e che poi procedevano verso l’Appennino e la Padania.
 
La frequentazione del sito fiesolano è attestata nella tarda età del Rame, ma la prima occupazione del territorio, sull’attuale colle occidentale di San Francesco, risale all’età del Bronzo medio. Il centro urbano vero e proprio nacque nella fase terminale del VII secolo a.C. quando il primo nucleo stanziato sulla collina si estese lungo il versante orientale dell’altura e nella spianata sottostante; tra il IV e III secolo a.C. esso raggiunse anche tutta l’attuale collina orientale di Sant’Apollinare. La rocca era racchiusa in una prima cerchia muraria in blocchi parallelepipedi squadrati, fronteggiata più in basso, sul versante est del colle, da un secondo tratto di mura quasi rettilineo che divideva l’acropoli dalla piana dove sorgeva l’abitato. Esso si accrebbe grazie all’importanza del luogo sulla rotta commerciale da sud e nord e vide la nascita di importanti botteghe ceramiche e di ‘‘pietre fiesolane” (statuette, elementi decorativi, pannelli in bassorilievo, tutti in pietra serena). Attorno alla fine del IV secolo a.C. la città si dotò di un tempio ellenistico situato sul fianco est della collina di San Francesco. Sorgeva su un vasto podio con gradinate di accesso ed aveva sia fondamenta che alzato in pietrame. Al centro della fronte si alzavano due colonne inquadrate dal prolungamento dei muri laterali dell’edificio e recava due vani minori posti ai lati della cella centrale; l’interno era tutto intonacato di rosso. Dagli ex voto ritrovati si suppone che il tempio fosse dedicato a Minerva Medica. Distrutto da un incendio e rimesso in funzione in maniera sommaria, l’edificio venne poi interamente interrato agli inizi del I secolo a.C. e sostituito da un soprastante tempio romano. La necropoli arcaica non è mai stata individuata.
 
[92011]
 
XIII sec. a.C.
-       Arrivo leggendario dei lidi guidati da Tirreno in Etruria.
 
1000 a.C.
-       Età del ferro in Italia.
-       Cultura villanoviana dall’Emilia alla Campania.
-       Immigrazione di popolazioni indoeuropee: latini, stanziati nel Lazio e nella valle del Tevere; osco-umbri o umbro-sabelli (piceni, sabini, sanniti, equi, ernici, volsci) in Umbria, Lazio e Italia meridionale; illiri, tra cui i veneti, nel Veneto; messapi nelle Puglie.
 
900-800 a.C.
-       Processo di formazione della nazione etrusca sull’area villanoviana.
 
814 a.C.
-       Fondazione di Cartagine in Africa.
 
800-550 a.C.
-       Colonizzazione greca delle coste italiche (Magna Grecia) e della Sicilia.
-       Navigazioni etrusche verso il Tirreno meridionale.
-     Talassocrazia etrusca.
 
[92021]
753 a.C.
-       Data tradizionale della fondazione di Roma (21 aprile).
 
750 a.C. ca.
-       Accentuato sviluppo della civiltà villanoviana in Etruria.
-       Differenziazioni sociali ed emergere di una classe egemonica.
-       Fondazione dell’avamposto commerciale greco di Cuma.
 
725 a.C. ca.
-       Primi influssi orientalizzanti nell’Italia tirrenica.
-       Introduzione della scrittura alfabetica (euboica) in Etruria.
 
[92031]
700-650 a.C. ca.
-       Pieno sviluppo della civiltà orientalizzante con riflessi anche nel Lazio.
-       Fioritura della civiltà urbana: prima nell’Etruria meridionale (Caere, Tarquinia, Veio, Vulci, Vetulonia), poi dell’Etruria centrale (Populonia, Roselle, Volsinii, Volterra, Chiusi, Fiesole).
-       Si forma la lega delle dodici città etrusche (Dodecapoli) governate da un re.
650 a.C. ca.
-       Orientalizzante evoluto.
-       Nell’edilizia ha inizio la decorazione architettonica con terrecotte.
 
630 a.C. ca.
-       Fase culminante della talassocrazia e del commercio etrusco.
 
616-578 a.C.
-       Regno di Tarquinio Prisco, quinto re di Roma, che dà inizio alla dinastia etrusca.
 
600 a.C. ca.
-       Fondazione della colonia focese di Massalia (Marsiglia).
 
600-500 a.C.
-       Espansione degli etruschi verso nord nella pianura padana e verso sud nel Lazio e nella Campania.
-     Ripetuti scontri con i greci nel Tirreno meridionale.
 
[92041]
580 a.C. ca.
-       Fioritura di Vulci in Etruria.
 
578-534 a.C.
-       Regno di Servio Tullio (Mastarna), sesto re di Roma.
-       Contese sociali e civili nell’Italia centrale.
 
540 a.C. ca.
-       Alleanza tra fenici e cartaginesi.
-       Battaglia di Alalia (Aleria): vittoria degli etruschi di Caere e dei cartaginesi sui focesi di Corsica.
-       La Corsica cade sotto l’influenza etrusca.
 
540-500 a.C.
-       Le città dell’Etruria settentrionale interna (Volterra, Chiusi, Volsinii) iniziano una vigorosa penetrazione nei territori transalpini della pianura padana.
-       Nascita di Felsina (Bologna).
-       Nascita di Spina.
 
534-509 a.C.
-       Regno di Tarquinio il Superbo, settimo re di Roma.
 
525 a.C.
-       I greci di Cuma sconfiggono gli etruschi.
 
509 a.C.
-       Cacciata da Roma di re Tarquinio il Superbo.
-       Si formano a Roma le istituzioni repubblicane.
-       Espansione di Chiusi: il re Lars Porsenna a Roma.
 
504 a.C.
-       Battaglia di Ariccia: Arunte Porsenna è sconfitto da Aristodemo di Cuma alleato con i latini.
-       Declino dell’egemonia etrusca nel Lazio.
 
[92051]
477 a.C.
-       Guerra tra Roma e gli etruschi di Veio: sconfitta romana sul Cremera.
 
474 a.C.
-       Battaglia navale di Cuma: Gerone di Siracusa sconfigge la flotta etrusca.
-       La potenza etrusca sul mare e in Italia è spezzata.
 
454-453 a.C.
-       Spedizione degli ammiragli siracusani contro i mari e le coste settentrionali dell’Etruria.
-       Fallisce il tentativo dei siracusani di insediarsi nell’isola d’Elba.
 
450-400 a.C.
-       Inizio della penetrazione romana in Etruria.
 
428 ca. a.C.
-       Nuova guerra tra Roma e Veio: vi rimane ucciso il re etrusco Lars Tolumnius.
 
423 a.C.
-       Occupazione di Capua da parte dei sanniti e fine del dominio etrusco in Campania.
 
414 a.C.
-    Gli etruschi partecipano con alcune navi alla                     spedizione di Atene contro Siracusa.
 
[92061]
396 a.C.
-       Presa e distruzione di Veio, dopo 10 anni di assedio, da parte dei romani comandati da M. Furio Camillo.
-       Con la sottomissione di Veio a Roma guadagna in importanza Caere.
 
392 a.C.
-       I siracusani riprendono le loro mire nel Tirreno ai danni delle città etrusche.
 
391 a.C.
-       Conquista romana di Volsinii.
 
390 a.C.
-       I galli senoni assediano Chiusi.
 
387 a.C.
-       Sconfitta dei romani a opera dei galli nella battaglia di Allia.
-       Sacco di Roma.
-       Caere accoglie i profughi romani, i sacerdoti, le vestali e i simboli sacri dell’Urbe saccheggiata dai galli.
 
386-385 a.C.
-       Etruschi, equi, volsci si alleano contro Roma dopo il sacco dei galli.
-       Il contrattacco del console Furio Camillo riduce sotto il dominio romano l’Etruria meridionale.
 
384 a.C.
-       Caere è attaccata da una scorreria di galli.
-       Dionigi di Siracusa fa saccheggiare il santuario etrusco di Pyrgi, porto di Caere.
-       Tarquinia impone la sua supremazia sulla lega etrusca.
-       Tentativo fallito dei siracusani di insediarsi nell’isola d’Elba.
 
358-351
-       Guerra di Tarquinia contro Roma condotta da Aulo Spurinna
-       Aulo Spurinna abbatte il regime monarchico di Caere divenuta filoromana.
 
353 a.C.
-       Caere diventa municipio romano senza diritto di voto ed esce dalla confederazione delle città etrusche.
 
351 a.C.
-       Tregua di 40 anni tra Roma e Tarquinia.
 
350-300 a.C. ca.
-       L’Etruria padana è travolta dai galli.
 
311-308 a.C.
-       Gli etruschi si alleano con i sanniti per combattere Roma.
 
307 a.C.
-       Tarquinia si sottrae alla lotta contro Roma.
-       Tarquinia rinnova con Roma una tregua di 40 anni.
-       Cortona, Arezzo, Perugia si arrendono ai Romani accettando condizioni umilianti.
-       Volsinii e Vulci sono ridotte all’impotenza dai romani.
 
306 a.C.
-       Gli etruschi forniscono un contingente di 18 navi ad Agatocle, tiranno di Siracusa, per la guerra contro Cartagine.
 
306 a.C.
-       Trattato romano-cartaginese: attribuzione dell’Italia a Roma e della Sicilia a Cartagine.
 
302 a.C.
-       Roma interviene ad Arezzo in favore degli aristocratici.
 
[92071]
298-290 a.C.
-       Gli etruschi si coalizzano con sanniti, galli, umbri e sabini contro Roma (terza guerra sannitica).
 
295 a.C.
-       Gli etruschi sono sconfitti dai romani nella battaglia di Arezzo.
-       Il dominio di Roma si estende nell’Italia centrale dal Tirreno all’Adriatico.
 
285 a.C.
-       I galli senoni attaccano Arezzo e sconfiggono i romani accorsi in loro aiuto.
 
283 a.C.
-       Battaglia del lago Vadimone (presso Orte): gli eserciti etruschi, rinforzati da contingenti galli, soccombono ai romani.
-       Conquista romana di Roselle.
 
281 a.C.
-       Vulci e Volsinii si arrendono ai romani.
 
273 a.C.
-       Inizia la fondazione di colonie romane (Cosa, Fregene, Graviscae ecc.) in territorio etrusco.
 
265 a.C.
-       Rivoluzione popolare di Volsinii che è distrutta dai romani.
-       La popolazione di Volsinii viene deportata a Bolsena.
 
246 a.C.
-       I romani occupano la Corsica, antica meta dell’espansionismo etrusco.
 
241 a.C.
-       Distruzione di Falerii e deportazione dei suoi cittadini.
 
225 a.C.
-       Gli etruschi sono sconfitti dai galli presso Chiusi.
-       I romani intervengono in aiuto degli etruschi.
-       I galli sono sconfitti dai romani a Talamone.
 
205 a.C.
-     Le città etrusche equipaggiano la spedizione di              Scipione contro Cartagine.
 
[92081]
 
196 a.C.
-       Rivolta servile in Etruria.
 
123-121 a.C.
-       Proposta della concessione della cittadinanza anche a favore degli alleati italici e morte di Gaio Gracco.
 
 
 
[92091]
91 a.C.
-       Gli etruschi, insieme ai latini e agli umbri, si astengono dalla guerra sociale contro Roma e ottengono la cittadinanza.
-       L’equiparazione dei diritti provoca il crollo dei regimi conservatori e l’avvento al potere dei partiti popolari.
82 a.C.
-       Silla confisca parte del territorio di Chiusi, Arezzo, Fiesole e Volterra per insediarvi i propri veterani come coloni.
 
78 a.C.
-       La morte di Silla provoca il massacro dei coloni sillani (Fiesole).
 
62 a.C.
-       Le città etrusche appoggiano il tentativo di insurrezione antisenatoria di Catilina.
-       Sconfitta di Catilina a Pistoia.
 
42 a.C.
-       Perugia, dove si sono rifugiati i partigiani di Marco Antonio, viene assediata e distrutta da Ottaviano.
 
27 a.C.
-       Con la riforma territoriale di Augusto l’Etruria diventa la VII Regione dell’Italia romana.
 
    parole
-----------------------------------------------

10.5 Barbari

www.redigio.it
 
I BARBARI
 
La triste situazione peggiora ulteriormente durante i regni barbarici. Caduta Roma, l'Italia e' sotto il dominio dei Goti comandati da Odoacre. L'impero romano d'Oriente sollecita gli Ostrogoti a calare in Italia colle loro donne e bambini. Odoacre e' vinto e ucciso. Il nuovo signore Teodorico assegna un terzo delle terre occupate ai suoi Ostrogoti, pone la capitale a Pavia, ma lascia intatte le istituzioni preesistenti. Per la stessa incapacita' e l'inferiorita' culturale del suo popolo deve accettare la collaborazione dei vinti senza pero' che le due popolazioni, l'ariana e la cattolica, si fondano insieme. Per alquanto tempo accetta i consigli degli ultimi rappresentanti della cultura romana, Cassiodoro, Simmaco, Boezio; ma quando l'Impero d'Oriente intensifica la lotta contro gli ariani, Teodorico infierisce contro i maggiorenti latini e fa uccidere Simmaco e Boezio. Bisanzio ebbe fortuna nel liquidare il potere gotico e nel riprendere il dominio d'Italia, devastata e colpita da carestie e pestilenze.
Di male in peggio, una quindicina d'anni dopo una nuova invasione barbarica s'abbatte sull'Italia. Un popolo rozzo e brutale, gia' disceso dalla Scandinavia fino al Danubio, trasmigra nella pianura Padana (568) spingendosi fino nell'Italia Meridionale. Solo Puglia e Calabria, le isole e le citta' di mare rimangono all'Impero d'Oriente. Le conseguenze dell'invasione sono terribili: tremende distruzioni, popolazioni abbandonate ai soprusi e alle rapine dei vincitori, miserie e malattie. Quelli tra i maggiorenti che sfuggono alle stragi si rifugiano a Ravenna, a Genova, nelle isole della laguna veneta. Le cose migliorano quando la regina Teodolinda, da Monza spinge i suoi Longobardi a seguirla nella conversione al cattolicesimo e ad aprirsi all'influsso civilizzatore dei Latini. Il re Agilulfo adotta una politica filocattolica. Dona a Colombano una vasta proprieta' su cui il santo monaco costruisce il monastero di Bobbio, dove i residui tesori della cultura classica sono conservati e tramandati fino a noi; ma nonostante il relativo miglioramento si puo' dire che sotto i Longobardi l'Italia tocca il fondo della sua decadenza.
E' impossibile che a cosi' tragiche vicende i Legnanesi siano del tutto sfuggiti. Della presenza longobarda si hanno indizi in alcuni reperti, come la tomba del guerriero con lungo spadone nel prato di S.Magno dietro il Castello (Sutermeister, L.R., p.22), un luogo dove non ci aspetteremmo i sepolcri. Un segno piu' sicuro e' dato dal toponimo di due vicine localita': Olgiate Olona (in dialetto Ulgia' da un precedente Olza') e Ulza' (la chiesetta della Madonna d'Ulza', italianizzato nel Quattrocento in Dio el sa) a Parabiago nei pressi dell'Olona. Si tratta di un termine d'origine longobarda: aiuta, prato verde. Il popolo longobardo numericamente esiguo fu infine assorbito dalla popolazione latina, che ne conserva alcuni vocaboli e alcuni toponimi tuttora in uso. Ricordiamo il vocabolo schirpa, che indicava la dote della sposa, fino alla passata generazione.
 
 
    parole
-----------------------------------------------
 
 

10.6 Galli e Romani

www.redigio.it
 
Storia: Galli e Romani
 
Mancano nel nostro territorio le tracce della presenza etrusca, la cui espansione verso nord, dal secolo VI in poi, interesso' la zona lombarda tra i laghi Maggiore e Garda. Famosa a tal proposito la stele di Vergiate impreziosita da un'iscrizione che documenta l'arrivo della scrittura in questa parte d'Italia.
E mancano pure le testimonianze della cultura veneta, presente a Sesto Calende in due tombe di guerrieri e, presso Como, con un bellissimo carro da parata.
Si pensa siano stati gli Etruschi, pressati a sud dai Romani, a chiamare d'Oltralpe i Galli, perche' combattessero contro i nemici latini. Il dominio dei Galli fu cosi' grande da raggiungere la stessa Roma. Le tribu' del secolo quarto a.C. che s'installarono in Lombardia, si chiamavano Insubri e fondarono Milano.
La loro presenza si concentra in alcuni punti, come il lago d'Orta, la Lomellina, il Canton Ticino, ma si dirada nella zona legnanese. Sutermeister parla di tombe gallo-romane ossia di un periodo alquanto tardo. Vero e' la presenza gallica non arresto' ne' sostitui' la cultura di Golasecca con una probabile convivenza celtoligure e un reciproco influsso tra le due culture.
Della presenza gallica a Legnano dovrebbero testimoniare i reperti raccolti da Aristide Mantegazza, descritti da Serafino Ricci e riferiti dal Sutermeister in Legnano Romana. I piu' importanti si trovarono nell'attuale corso Sempione dentro un'anfora. Altri descritti dal Castelfranco sono certamente romani, alcuni addirittura barbarici, sparsi in vari punti del suolo legnanese.
Anche il maestro Giuseppe Pirovano, che nel 1833 scrisse le Memorie su Legnano e ci ha conservato nei suoi dipinti alcuni aspetti di Legnano fine Ottocento, accenna a molte antichita' romane ritrovate sulle due coste che affiancano il borgo di Legnano alla distanza di mezzo chilometro. Cio' conferma quanto si e' detto sulla necessita' di sepellire i morti sui rialzi laterali dell'avvallamento dell'Olona, per sottrarli alle annue inondazioni.
Nel 1928 durante gli scavi per la costruzione del Museo Civico vennero alla luce anfore cinerarie preromane con oggetti di bronzo. Sutermeister le defini' simili a quelli di Giubiasco e anche, per i disegni traslucidi, a quelli del Canton Ticino "ove nel groviglio di molte tombe vicine, c'erano due gruppi etnici, quello dei Galli e quello dei Liguri. Le tombe che ivi offersero vasi con disegni geometrici traslucidi risultarono essere di Liguri facilmente riconoscibili perche' erano inumatori mentre i Galli contemporaneamente ivi presenti erano crematori. Se ora aggiungiamo che la nostra urnetta pur dovendo essere coeva a quelle analoghe di Giubiasco apparteneva pero' ad un Gallo perche' conteneva le ceneri del morto, concludiamo che i rapporti fra le due stirpi diverse, ma vicine, fossero attivi poiche' l'una assorbi' le costumanze dell'altra" (Legnano Romana p.38). Ottima conclusione che pero' toglie forza alle affermazioni precedenti, non essendo piu' la costumanza dell'incinerazione o inumazione argomento sufficiente per determinare l'etnia del defunto. Scrive infatti Ferrante Ritattore che i riti diversi non sempre indicano diversita' d'origine, ma possono essere acquisiti anche mediante pacifici rapporti. "La Valle Padana a nord del Po e' occupata dall'unica facies culturale di Polada, sulla quale s'inseriscono gruppi d'inceneritori (cultura di Canegrate) legati alle genti transalpine della Urnenfelderkultur e accompagnati da elementi terramaricoli. Viceversa nell'eta' del ferro troviamo due gruppi culturali ben differenziati, Este e Golasecca, di cui il primo e' senz'altro da attribuirsi ai Veneti.. il secondo e' da attribuirsi a stirpi liguri che occupavano la Lombardia, il Piemonte e la Liguria" (l?Italia Storica, Milano, T.C.I. 1961, p.26,27). Si consideri inoltre che la vicinanza topografica dei reperti non indica di per se' contemporaneita'. Soprattutto e' da considerare il fatto che i movimenti migratori hanno mescolato oggetti originari di culture diverse. Giustamente Sutermeister ci ricorda che nel periodo galloromano si verifica la stessa mescolanza dell'idria romana colla brocca a trottola gallica (L.R.p.51) e puo' ben darsi che un romano usasse la brocca e un Gallo l'idria.
I reperti romani a Legnano sono numerosi e diffusi su un ampio spazio. I piu' importanti appartengono alla necropoli di via Novara, dove, nel 1925, il Sutermeister scopri' circa cento loculi, di cui una trentina intatti. Contenevano monete sicuramente databili da Augusto a Caligola (33 a.C.- 41 d,C.) e da Licinio a Costantino (307-337 d.C.). Dunque sono mescolate insieme testimonianze distanti fra loro oltre trecento anni. Altri loculi isolati furono rinvenuti in citta'.
Importante e' la necropoli della costa di S.Giorgio, poco oltre l'attuale cimitero monumentale con altre anfore e monete tra il primo e quarto secolo d.C.
Ancor piu' interessante la necropoli di S.Lorenzo di Parabiago con molti sepolcri, ma purtroppo  con poche anfore intatte. Vi si trovarono trentasei monete del primo secolo d.C. e una suppellettile piu' varia e piu' costosa: patere decorate, piattini metallici, lacrimari di vetro in forma di colomba e un bellissimo specchio in lega di antimonio levigato. Sutermeister ne dedusse che i poveri stavano a Legnano, i ricchi a San Lorenzo. Aggiungiamo pure Parabiago considerando l'ormai famoso e preziosissimo piatto d'argento lavorato a sbalzo e bulino, pesante tre chili e mezzo. Copriva la bocca di un anfora cinerariaed e' una testimonianza forse tarda del culto pagano di Mitra. Adriana Soffredi l'attribuisce all'eta' di Teodosio (seconda meta' del quarto secolo), quando Milano era divenuta una grande capitale con officine di argentieri e di orefici capaci di fornire un'opera del genere(Soc.Arte e Storia, Il Museo Civico Guido Sutermeister, Legnano 1979, p.32). Il tema religioso e' ancor presente in una elegante iscrizione in bei caratteri sopra un ossuario: VOLCANO / V(otum) S(olvi)L(ibens)M(erito).
S.Lorenzo, Parabiago, Legnano,Castellanza formarono probabilmente un gruppo di abitati molto vicini tra loro, non separati da divisioni amministrative. Risalendo il corso dell'Olona nella Val Morea le testimonianze romane continuano a Olgiate, Prospiano, Gorla Minore e alcuni reperti devono essere finiti in famiglie private. Dall'insieme delle descrizioni di Sutermeister si ricavano indizi di una vita laboriosa e tranquilla. Spesso le urne contengono strumenti di lavoro indicanti la professione del defunto: il coltello da cucina della casalinga, il coltello pugnale del lavoratore, la cesoia a molle del pecoraio, il raschiatore del lavoratore di pelli, l'ago del sarto, lo specchio della signora e cosi' via (p.10). Solo a Castellanza pare si siano trovate alcune spade, punte di lance da far supporre la presenza di un presidio militare in un luogo di interesse strategico, ma si tratta soltanto di notizie riferite su reperti perduti e non controllabili.
Coll'avvento della fede cristiana e la progressiva scomparsa del paganesimo si torna al rito dell'inumazione colle tipiche sepolture a sezione triangolare formate da tredici tegoloni. Col decadere della floridezza economica anche questi sepolcri scompaiono; i cadaveri sono deposti nella nuda terra, facile preda della decomposizione che cancella ogni resto.Ovviamente qui non ci proponiamo di descrivere analiticamente i reperti archeologici, ma di considerare, per grandi linee, anche in assenza di documenti, le vicende del territorio, che certamente influirono per via diretta o indiretta sulle sue popolazioni. I Romani giunsero in Lombardia sconfiggendo i Galli a Casteggio nel 225 dopo Cristo, ma sconfitti da Annibale nel 218, dovettero ritirarsi per tornare vent'anni dopo schiacciando gli Insubri a Como (197) e conquistando Milano (191). Sappiamo che essi non usarono metodi violenti per romanizzare gli abitanti, lasciati liberi di parlare la loro lingua e di praticare i loro costumi. La conquista spirituale avvenne lentamente per l'attrazione esercitata dalla superiorita' culturale dei vincitori, favorita dalla costruzione di una fitta rete stradale percorsa da traffici intensi, dall'istituzione di scuole, tribunali ed organismi amministrativi saldamente governati da Roma. A poco a poco i linguaggi locali si spensero e l'unificazione linguistica si estese su tutto il territorio dell'Impero. I primi secoli dell'era cristiana furono prosperi. Augusto divise l'Italia in undici regioni, l'ultima delle quali, detta Transpadana, a nord del Po e ad ovest dell'Oglio, comprendeva le nostre terre.  Diocleziano ridivise l'Italia settentrionale in sette distretti, tra i quali la Liguria con capitale Milano. Purtroppo il Basso Impero fu un'eta' di decadenza economica, demografica e di gravi ingiustizie. Sparito il controllo governativo il paese si trovo' nelle mani di funzionari corrotti, preoccupati solo di riscuotere tasse dalle classi inferiori, mentre i grandi proprietari le evadevano tranquillamente. La miseria costringeva a volte a vendere i figli come schiavi. Di questa situazione dovettero soffrire anche i Legnanesi e ce lo dice il confronto tra la ricchezza dei reperti del primo secolo colla poverta' di quelli del quarto e sopratutto col silenzio dei secoli successivi.
Anche il numero degli abitanti dovette diminuire paurosamente, se pensiamo che da un milione e cinquecentomila gli abitanti della citta' di Roma si ridussero nel quinto secolo a quattrocentomila e un secolo dopo a soli ventitremila. 
 
 
    parole
-----------------------------------------------
 
 

10.7 Pietre Miliari

 
www.redigio.it
 
 
 
 
Pietre Miliari nel territorio
 
 
 
 
 
Ricerche nel territorio dal Ticino alla Veresina, dal confine svizzero a Melegnano - Abbiategrasso.
 
 
Questa raccolta ha come scopo di inventariare le pietre dando una descrizione del luogo, delle epigrafi, nella ricostruzione delle vecchie strade.
 
 
001A1 Vergiate - -4064 4065 del 18-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Sulla strada da Varese porta a Vergiate. All'incrocio che a sinistra porta a Somma, diritto a Vergiate e poco piu' avanti a destra va a Cimbro, girare a sinistra per Somma. Questa strada va alle cave di Vergiate e Tiro a Segno. Prima dell'autostrada e delle cave di Vergiate, un bivio indica Somma e a sinistra verso un bosco. Le scritte sono buone e anche la visibilita'.
Notare: ABSAGO non ARSAGO (Seprio) Le scritte delle distanze sono state rifatte scavando quelle precedenti
 
---------->
SOMMA
Km 3.500
<----------
ABSAGO
Km 5.000
GALLARATE
Km 7.800
 
002A1 Vergiate - 4066 del 18-07-95 - 32TMR76006295
Sul Sempione a Vergiate. Al semaforo del Mercatone, nell'angolo tra Sesto Calende e Sesona.
Indicazioni:
 
<----------
SESONA
Chil. 0.400
GOLASECCA
Chil 3.375
----------->
VERGIATE
Chm 0.376
 
Le scritte deelle indicazioni delle distanze sono state rifatte scavando quelle precedenti
 
 
003A1 Oneda - 3854 3853 del 12/07/1995 - Posizione 32TMR72806420
 
 
------------------>
ONEDA m. 1
<-----------------
ORIANO m 3/4
MERCALLO m 2 1/2
 
Mentre le indicazioni odierne, ben dipinte e visibili sono state rifatte.
Quelle originali (vedi sopra), sono indecifrabili e nel mezzo di quelle nuove.
 
 
------------->
ONEDA
????????
<------------
ORIANO
????????
MARCALLO
 
Presso l'incrocio "Croci di Scivino" ma la localita', sulle carte e' chiamata "Suino" vi e' una Pietra Miliare, molto alta in quanto ha una base piu' allargata ed e' posta contro una cinta arrotondata che incrocia Oneda-Oriano.
Indicazioni storiche non piu' decifrabili Le scritte sono ridipinte e ben visibili. La pietra e' stata tolta dal terreno probabilmente per il rifacimento del manto stradale. Compare quindi la base piu' larga del corpo di qualche centimetro. Su questa base vi e' una scritta interpretabile come " 40 ".
 
004A1 Oneda ??? Posizione 32TMR72756424
Questa e' da trovare in quanto non visibile. Le indicazioni sottostanti si riferiscono a fonti storiche che si trovano sul libro storico di Oriano.
 
--------------->
SOMA m 4 1/2
 
ORIANO m 1
ONEDA m 1 1/4
 
 
 
005B1 Ternate - 3804 del 12/07/1995 - Posizione 32TMR76007010
In Ternate centro, in via De Cristoforis una Pietra Miliare in vista sulla strada a circa 2 metri di altezza incassata nel muro di sostegno di una casa in collina. Dimensioni: ????????:
 
<---------
A COMABBIO
MG 1 1/4
----------->
A BIANDRONNO
MG 2 3/4
 
006B1 Ternate - 3805 del 12-07-1995 - Posizione 32TMR76007010
In Ternate centro. in via De Cristoforis una Pietra Miliare in vista sulla strada a circa 2 metri di altezza incassata nel muro di sostegno di una casa in collina. Dimensioni: ????????:
 
TERNATE
--------------------
DISTR. ???? di ANGERA
------------------------
???? DI COMO
 
007B1 Comabbio - 3806 del 28-07-95 - Posizione 32TMR74806888
In Comabbio Scendendo dalla via Garibaldi, al bivio con via dei Prati, sul muro di sostegno delle ville vi e' la seguente Pietra Miliare:
 
>>---------->
A MERCALLO
MCI
<---------<<
AD. OSMATE
 
008A1 Vergiate - 3797 del 28-07-95 - Posizione 32TMR75576465
 
Da Vergiate verso Corgeno. Al primo bivio che a sinistra porta a Mercallo o vecchia strada per Oneda. Nell'angolo Corgeno-Oneda
 
------------->
CORGENO
Chm 1.200
VARANO Chm ?????
???????
 
da verificare con la diapositiva
 
009A1 Somma Lombardo - 3798 3799 del 28-07-95 - Posizione 32TMR75286010
Dai Lavandai al bivio di Golasecca e Coarezza nell'angolo Golasecca - Coarezza.
In localita' Cassera verso il ristorante pizzeria IL COBRA
 
----------->
GOLASECCA
Chil 1.800
<-----------
COAREZZA
Chil 3.000
 
 
010A1 Somma Lombardo - 3800 3801 del 28-07-95 - Posizione 32TMR74665976
Dall'incrocio della Pietra Miliare 9 , quindi dai Lavandai a Coarezza, a sinistra.
 
------------
CONFINE
DEL TERRI
TORIO DI SOMA
 
Posta al bivio della strada asfaltata per Coarezza e un sentiero a sinistra probabilmento privato con indicazione di divieto di accesso.
 
 
011A1 Coarezza - 3802 3803 del 28-07-95 - Posizione 32TMR74005940
Definire bene anche le scritte cosa vogliono dire. Si trova sulla strada che dai Lavandai porta a Coarezza.
 
TICINELLA
------------
 
La parte superiore, invece di essere arrotondata, presenta degli spigoli.
 
012A1 Bernate Ticino - 3829 3830 3831 del 27-06-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
All'incrocio di Cuggiono, Bernate Ticino K. 1, Casate K. 1. Angolo di visuale 290°.
Si legge abbastanza bene CUGGIONO e sotto l'indicazione a destra. Le altre scritte sono indecifrabili. in quanto consunte. Si trova nell'angolo tra Cuggiono e Bernate Ticino a 1 metro dalla strada in mezzo all'erba.
E' molto visibile.
 
--------->
CUGIONNO.
??????????
----------
BERNATE
<----------
 
* 013A Boffalora 3828 3829 6442 6443 del 23/03/96 32TMR87003570
A Boffalora Ticino per andare all'entrata dell'autostrada in localita'cascina Rescaldina sul lato est della strada. angolo di visuale ??????. E' molto ben segnata con vernice nera. Ottima conservazione e visibilita'.
 
BOFFALORA
------------>
K. 0.463
----------
MESERO
<----------
K. 3.704
 
 
014A Tornavento - 3825 3826 3827 del28/07/95 - Posizione 32TMR48947840
All'incrocio fra Tornavento e la strada della Malpensa. Nell'incrocio vi sono i cartelli stradali di "Vizzola Ticino" "Somma" "Malpensa" da un lato della strada per Tornavento e dall'altra parte "Tornavento".
La Pietra Miliare sitrova nell'angolo Tornavento Somma con visuale dalla strada della Malpensa di 290°. Ha una particolarita' che e' scritta sulle due facciate: Se da Tornavento si imbocca la strada della Malpensa, allo stop, e' visibile sulla destra. Su questa facciata e' cosi' scritto:
---------------->
SOMMA
CHIL. ????
<----------------
NOSATE
CHIL. 3.70
 
 
 
Se si viene da da Somma, si imbocca la strada della Malpensa e si gira per Tornavento, cosi' e' descritto:
------------------->
SOMA
M. 6
<-------------------
NOSATE
M. 2
TURBIGO
M. 3
-------------------->
Da questa parte, la scritta Turbigo e' a livello della strada.
La Pietra Miliare sembra un po' smossa e pendente verso Tornavento.
Lo stato generale e' buono e ottima la visibilita'
 
 
015A1 Borsano - 3823 3824 del 30/06/1995 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Si trova all'incrocio fra Legnano - Busto Arsizio e Villa Cortese - Borsano. E' nell'angolo Busto Arsizio - Borsano con angolo di visuale a 290°. Lo stato e' buono e le scritte visibili. E' deturpata da vernice rossa. E' scritta da una parte sola visibile dall'incrocio e cosi' e' scritto:
 
-------------->
BORSANO
K. 1.500
<---------------
CASTANO
K. 7.800
 
 
016A1 Busto Arsizio - 4086 4087 4088 ???  del 02-08-95 - Posizione 32TMR88985243
Sulla statale del Sempione, direzione nord, all'incrocio ove a destra conduce all'autostrada e poi a Fagnano Olona.
 
-------------->
FAGNANO OL
M. 2. ??
<-----------
???????
 
Rileggere le indicazioni mancanti
 
 
017A1 Sesto Calende - 3855 3856 del 28-07-95 - Posizione 32TMR72836341
Sesto Calende. E' in localita'"Molini di mezzo". Strada che da Sesto Calende va al Ticino, all'incrocio con la strada "Via Vecchia".
 
 
PRESUALDO
????????
GOLASECCA
???????
PORTO A TORRE
???????
 
La scritta "porto" e' poco decifrabile.
Ha subito cancellazioni scavando le scritte chilometriche che sono indecifrabili e non rifatte e mancano le frecce di indicazione.
 
018A1 Somma Lombardo - 3821 3822 del ..-..-1995 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Somma Lombardo verso La Maddalena. Si trova all'incrocio tra Somma Lombardo, la Maddalena, Strada della Malpensa e la strada delle Cascine. Le Cascine sono "BELTRAMADA", "BRUGHERIETTA", "LA BELEORA". La Pietra Miliare si trova nell'angolo delle cascine e la Maddalena.
--------------->
MADDALENA
Chil 1.200
----------------
MOLINO UDI S
Chil 2.100
<----------------
 
Cosa vuol dire MOLINO UDI S ????
 
 
019A1 Somma Lombardo - 3857 del 28-07-95 - posizione 32TMR75836000
E' appoggiata alla Stazione delle Barche in Somma Lombardo. E' visibilissima dalla strada asfaltata e in postazione verso Gruppetti.
 
-------------->
Pto PRESUALDO
M. 2.3/5
<-------------
GOLASECCA
M.1.1/2
COAREZZA
---------
Pto, il to e' scritto ascendente e piu' piccolo.
Sotto COAREZZA, non e' visibile in quanto sotto il livello della strada.
Bisognerebbe scavare.
 
020A1 Oneda - 3850 3851 3852 del 28-07-95 - Posizione 32TMR74506510
Tra Oneda e Mercallo, all'inizio della salita, sulla destra. E' un segna confine e dalla parte di Oneda dice:
 
ORIANO
CON ONEDA
PROVINCIA
DI MILANO
 
mentre dalla parte di Mercallo:
 
MARCALLO
PROVINCIA
DI COMO
 
 
021A1 Oneda - 3848 3849 del 28-07-95 - Posizione 32TMR74256575
Sulla strada che collega Oneda con Marcallo. Gia' sopra la salita, sulla destra, in curva, in localita' Cascina Bianchi.
 
MIRABELLA
Chil 1.505
<------------
MARCALLO
MET. .570
 
Non esiste freccia a sinistra che indica la Cascina Mirabellla che dovrebbe essere nel sentiero che scende ripido, ma effettivamente alla cascina si arriva da questo sentiero e da quello precedente battuto in terra.
 
 
022A1 Mercallo dei Sassi - 3846 3847 del 31-06-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Questa Pietra Miliare si trova quando dalla strada Vergiate - Besozzo, all'altezza dell'incrocio con Oneda - Corgeno, vicino alla pista delle automobiline.
Cosi' e' scritto:
 
<-------------
MARCALLO
CKL. 1.300
<----------
SESTO CAL.d
CKL. 4.500
 
la "d" e' in ascendente. E le scritte chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
 
023A1 Vergiate - 3844 3845 del 31-06-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Si trova all'incrocio tra Vergiate e Varese, con Cuirone (Via dei Prati) e Cascina Malora. E' nell'angolo Varese - Cuirone. Con angolo di visuale a 30°.
 
<--------
CUIRONE
Km. 2.000
--------->
CIMBRO
Km. 1.200
--------->
VARESE
Km. 15.200
 
Le scritte chilometriche sono state rifatte e scavate.
 
 
024A1 Vergiate - 3842 - 3843 del 31-06-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Si trova all'incrocio tra Vergiate e Varese, con Cuirone (Via dei Prati) e Cascina Malora. E' nell'angolo Vergiate - Cascina Malora. Con angolo di visuale a 190°.
 
------------>
VERGIATE
Km. 2.000
<-----------
ARSAGO
Km. 3.750
<-----------
MORNAGO
Km. 4.000
Le scritte chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
 
025A1 Crugnola - 3840 3841 del 31-06-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Si trova tra Vergiate e Mornago - Varese. Con la deviazione a destra per Crugnola - Besnate. Appena dopo il passaggio a livello della ferrovia. E' nell'angolo Mornago - Crugnola con angolo di visuale a 75°.
 
------------>
CRUGNOLA
CH. 1.400
<-----------
CH. 2.400
MONTONATE
CH. 3.200
 
 
026A1 Vinago - 3837 3838 del 31-06-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Da Crugnola - Besnate - Gallarate verso Mornago - Azzate - Varese. All'incrocio con Vinago e via San Gaetano (piccola e sterrata e in discesa), tra Vinago e via San Gaetano con angolo di visuale di 110°.
 
------------>
VINAGO
CH. 0.400
<-----------
MONTONATE
CH. 1.600
?????????
M''''1?? 1/3
 
027A1 Montonate - 3835 3836 del 31-06-95 - posizione 32TMRxxxxxxxx
Sulla strada tra Montonate e Solbiate - Albizzate - Albusciago - Sumirago, quando devia per Caidate, in quest'angolo con visuale di 165°.
 
--------------->
SUMIRAGO
CH. 1.300
<---------------
CAIDATE
CH. 1.600
VARESE
CH. 9.300
 
 
028A1 Sumirago - 3832 3833 3834 ??? del 31-06-95 - Posizione 32TMR83086521
In Sumirago, sulla strada da Montonate a Caidate, all'altezza della chiesa di Santa Maria, stradine che porta in centro e verso il palazzo Comunale, all'interno della cinta di lauro che abbellisce la chiesa con angolo di visuale di 120° Con quest'angolo la scritta e':
 
 
S. MARIA.
 
 
028A2 Sumirago - posizione 32TMR83086521
 
e' stata scritta prendendo la Pietra Miliare dal punto originale che era prima del suo spostamento verso la chiesa per lavori di adattamento della strada e viabilita'. Mentre in passato era leggermente anche girata e sul retro compaiono le seguenti scritte:
 
------------------------>
CAIDATE
Chil. 1.735
VARESE
Chil. 11.983
<----------------------
MONTONATE
Chil. ??.982
 
 
029A1 Caidate - 3925 3926 3927 del 10-07-1995 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Si trova a Caidate nell'incrocio fra Caidate - Sumirago e Montonate - Mornago - Vergiate. Di fronte all'oratorio. Angolo di visuale a 250° mentre la strada di uscita e' a 220°
------------->
MONTONATE
Km. 1.851
<---------------
SUMIRAGO
Km. 1.200
-----------------
??NONIA???
Km. 15.527
 
Ove scritto ??NONIA??? e' una mia interpretazione sensa senso in quanto non ben definita. La base e' larga e fuori dell'asfalto.
 
 
030A1 Brunello - 3928 3929 del 10/07/1995 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Si trova a Brunello all'incrocio tra Varese - Gazzada e Caidate - Sumirago - Menzago - Besnate. Girando per Azzate nell'angolo con Caidate. Angolo di visuale a 260°.
 
 
 
--------------->
AZZATE
CHil. 1.850
 
 
031C1 Ternate - 3913 3914 del 10-07-95 - Posizione 32TMR76127018
E' appoggiata a terra incassata nel muro di sostegno a un terrapieno. E' a Ternate per andare a Varano Borghi. Sulla sinistra per via delle Cave con angolo di 245. Non si capisce bene che cosa vuole dire.
 
V.O.
18.41
 
 
032A1 Comabbio - 3932 3933 del 10-07-95 - Posizione 32TMR75126888
Si trova a Comabbio appoggiata alla cappelletta di ????????? con angolo di visuale a 165°.
 
 
<------------
A MERCALLO
SESTO CAL.
<-------------
TERNATE
 
Le scritte di Sesto Cal. e Ternate sono state scavate e non compaione le distanze chilometriche.
 
 
033A1 Comabbio - 3934 3935 del 10-07-1995 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Comabbio, Da Via Campiglio per andate a Osmate, sull'angolo per il campeggio che e' via Lago di Monate. Angolo di visuale 0°.
 
<--------------
AD OSMATE
Chil. 1.447
>>>------------>
TRAVEDONA
Chil. 2.970
 
Le scritte chilometriche sono state scavate e rifatte
 
 
034A1 Lentate - 3937 3939 del 10-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Sulla strada Sesto Calende - Lentate al bivio. Questa Pietra Miliare e' irriconoscibile nelle scritture ed e' posta nel triangolo centrale del bivio con angolo di visuale a 265°.
 
 
NON LEGGIBILE
 
 
035A1 Lentate - 3936 3938 del 10-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Sulla strada Sesto Calende - Lentate al bivio. Angolo di visuale 130°
 
---------------->
??????????
Chil. ?.????
<---------------
LENTATE
Chil. 1.140
 
Le scritte chilometriche sono state scavate e rifatte
 
 
036A1 Villa Cortese - 3894 3895 ??? del 10-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
A Villa Cortese sulla strada per Dairago. Al semaforo che da Villa Cortese (Via Pacinotti e Via Righi e quella che porta a Borsano e Dairago, in quest'angolo con visuale a 315°, una Pietra Miliare vicino alla cabina telefonica. Poco visibile.
 
------>
BORSANO
<------
????????
 
 
rifare la fotografia
 
037A1 Battuello - 3896 3897 3898 del 10-07-95 - Posizione 32TMR93683305
In mezzo ai campi sulla strada che da Corbetta porta a Cerello e Cisliano e a destra a 90° verso Castellazzo - Robecco, in quest'ultimo angolo a con vista a 230°, nell'angolo con una cascina Brambilla.
 
CASTELLAZZO
DE BARZI
Chm. 2.588
ROBECCO
SUL NAVIGLIO
Chl. ?????
 
038A1 Battuello - 3899 3900 del 10-07-95 - Posizione 32TMR93723270
Sulla strada che da Corbetta - Robecco su Naviglio prosegue per Cassinetta di Lugagnano, sulla sinistra a 90°, sulla strada che porta a Cerello - Cisliano, con visuale a 60°. Questo incrocio si trova a 500 metri dalla Pietra Miliare 037A
 
CERELLO
ChL.. - .655
ALBAIRATE
ChL. 3.610
BATTUELLO
ChL. - 1.350
CISLIANO
 
039A1 Vizzola - 3901 3902 del 10-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
A Vizzola Sulla strada che dal centro porta a Castelnovate, nell'angolo verso il cimitero con angolo 10.
 
<------
????
<------
SOMMA
LOMBARDO
M. 3.15
 
040A1 Castelnovate - 3903 3904 del 10-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Dalla postazione della Pietra Miliare n. 39, si va a Castelnovate. Quando la strada incrocia a sinistra per Castelnovate e a sinistra va a Somma Lombardo, in questo angolo con visuale a 75.
 
------->
VIZZOLA
M. 3/5
<-------
SOMA
M. 3.1/5
BUSTO
M. 8.1/5
E' molto alta dal filo della strada, probabilmente e' stata asportata e rimessa. Si vede benissimo in bordo piu' ampio della base che affiora dal livello terra e l'incisione " 26 "
 
041A1 Castelnovate - 3905 3906 del 10-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Castelnovate. Da qui per raggiungere la strada provinciale della malpensa, a destra, prima di una curva, due viottoli di campagna impercorribili con visuale a 70. Un viottolo di questi, quello che ha angolo di percorrenza a 90°, doveva essere la vecchia strada.
 
------>
BUSTO
M. ????
<------
SOMA
M. 3.2/5
GALLARATE
M. 4.1/3
 
042A1 Angera - 3907 3908 3923 del 10-07-95 - Posizione 32TMR69786932
Sulla strada che collega Angera con Taino e Barzola a 210 metri dalla ferrovia Sesto calende - Luino e a 460 metri dalla stazione ferroviaria di Taino.
L'incrocio e' Angera e Barzola - Taino. Qui con angolo di 110°.
 
------->
A. CHEGLIO
Chil. 0.226
<--------
A. BARZOLA
ChiL. 1.320
 
043B1 Barzola - 3910 3911 del 10/07/95 - Posizione 32TMR70547078
In centro a Barzola a circa tre metri di altezza. sull'unica strada che da Angera arriva a Barza
 
>>>>----->
A BARZA
CH. 1.282
<-----<<<<
CH. 4.101
 
 
Le scritte chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
044A1 Varano Borghi - 3915 3916 del 10-07-95 - Posizione 32TMR76637126
A Varano Borghi verso Cassinetta. e' nel centro del bivio Ternate - Gallarate . E' stesa a terra e e' stata rotta. Probabilmente la base e' ancora interrata.. Visuale a 200°.
 
------->
A TERNATE M. 3/4
<-----------
A VARANO M. 1/6
A SESTO C> M> 5 3/4
A GALLARATE
 
045C1 Comabbio - 3917 del 10-07-95 - Posizione 32TMR75086880
A Comabbio in via Garibaldi. E' la strada che dal centro del paese porta alla provinciale. Su un muro di una casa a due metri di altezza
 
COMABBIO
--------
MAND.to DI ANGERA
CIRCONDARIO DI VARESE
---------------------
PROV. DI COMO
 
046A1 Angera - 3918 3920 del 10-07-95 - Posizione 32TMR68996752
Sulla provinciale Sesto Calende per Angera, (lungo lago), a destra una deviazione per Taino. con angolo a 40. Si trova sulla strada con angolo molto stretto e poresso una pozzanghera che la rende irriconoscibile.
 
<-------
AD. ANGERA
CH. 2.875
------->
A. TAINO
CH. 1.380
 
Le scritte chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
047A1 Taino - 3921 3922 del 10-07-95 - Posizione 32TMR70106818
In Taino, sulla strada che da Angera va a Taino, al bivio con Cheglio, con visuale 90. e incassata nella strada e nell'asfalto.
 
------>
A. TAINO
ChiL. 0.224
<------
A. CHEGLIO
 
048C1 Capronno - 3924 del 10/07/95 - Posizione 32TMR71217080
Nella piazza pricipale di Capronno. con angolo di visuale a 20.
 
CAPRONNO
-------
DIST.XV. DI ANGERA
------------
PROV. DI COMO
 
049C1 Capronno - 3940 del 10/07/95 - Posizione 32TMR71217080
Nella piazza principale di Capronno con angolo di visuale a 260.
 
-------->
AD ANGERA
M.G. 2 1/4
<---------
A LENTATE
??????
 
La scitta chilometrica sotto Lentate e' stata scavata e non rifatta
 
050A1 Capronno - 3941 3942 del 10/07/95 - Posizione 32TMR71786972
 
Appena fuori di Capronno, per andare a Lentate e nell'angolo per Cadrezzate, nel prato con visuale di 110.
 
------>
A. LENTATE
Chl. 0.???
A. CADREZZATE
 
E' trppo incassata a terra per leggere la distanza a Cadrezzate.
 
051A1 Travedona - 3943 3944 del 10-07-95 - Posizione 32TMR74747282
A Travedona presso il cimitero per andare a Brebbia.
 
<-----<<<<<
A. BREBBIA
Ch.l. 3.700
>>>>------>
A. BREGNANO
Chil. 3.087
 
La stradina consigliata per Bregnano doveva essere una vecchia strada ormai in disuso. Nel percorrerla ci si trova nella valle, in mezzo ai campi e viottoli improponibili nel percorso se non a piedi. Qui in valle, due ponti della ferrovia e i due acquedotti di Bregnano. Se si risale , in Bregnano indica la strada per Travedona. Questo conferma che era una antica strada dismessa.
Le scritte chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
052B1 Ternate - 3945 3946 del 10-07-95 - posizione 32TMR75967006
In Ternate al semaforo di fronte al Comune. A tre metri di altezza
 
>>>------>
A COMABBIO
Chil. 1.495
<-------<<<<
A BIANDRONNO
Chil. 4.460
 
 
Le scritte chilometriche sono state molto scavate e rifatte.
 
 
053B1 Travedona  3947 del 10-07-95  Posizione 32TMR74627266
In una stradina laterale
 
TRAVEDONA
------------
DISTR. XIX DI GAVIRATE
---------------------
PROV. DI VARESE
 
 
054C1 Brebbia  3948 del 10-07-95  Posizione 32TMR72827518
 
A Brebbia. Vicino al semaforo sulla strada che porta a Travedona.
 
BREBBIA
---------------
FRAZ. DI GAVIRATE
-----------------
PROV. DI VARESE
 
 
Le parole FRAZ. e VARESE sono state scavate e rifatte
 
 
055A1 Brebbia  3949 3950 del 10-07-95  Posizione 32TMR72787530
In Brebbia al semaforo. Fra le strade che dal centro di brebbia va a Travedona - Cadrezzate e a destra per Ispra e Angera e l'altro angolo fra Besozzo - Varese e Leggiuno - Monate, in questo angolo con visuale a 290.
 
 
>>>-------->
ALLA BOZZA
Chil. 1.800
<---------<<<<<
AD ISPRA
Chil. 3.151
 
Le distanze chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
 
056A1 Bardello   3951 3952 del 10-07-95  Posizione 32TMR76307578
 
In Bardello Sulla strada che da Ispra - Superstrada - Malgesso va a Bregano.
Sulla destra cementata nel muro di una casa con angolo a 350.
 
<---------<<<
A BREGANO
Chil. 1.233
>>>>-------->
A BREBBIA
Chil.5.037
 
 
Le distanze chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
 
057A1 Bregano 3953 3954 del 10-07-95  Posizione 32TMR76407488
 
A Bregano. Sulla strada che da Bardello va a Biandronno. A destra nell'angolo che porta a Travedona con angolo di 160°. Questa strada e' impercorribile e posta alla Pietra Miliare n.
 
<-------<<<
A. BIANDRONNO
Chil. 3.750
>>>------->
A TRAVEDONA
Chil. 3.315
 
Le distanze chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
 
058C1 Bardello  3955 del 10-07-95  posizione 32TMR76567590
 
A Bardello nell'angolo della piazza del Comune a 4 metri di altezza
 
BARDELLO
---------
Dist.XII DI GAVIRATE
--------------------
PROV. DI COMO
 
 
059B1 Bardello  4070 del 18-07-95  Posizione 32TMR76507598
 
Si trova in Bardello nell'incrocio principale e semaforo sulla che entra nel centro, verso Biandronno e via Pace.
 
<--------<<<
A BREBBIA
E
BREGANO
-------------
 
 
060B1 Bardello  4071 del 18-07-95  Posizione 32TMR76507598
 
Si trova in Bardello nell'incrocio principale e semaforo sulla che entra nel centro, verso Via Pace e Varese. Quindi all'inizio di via Pace.
 
<-------<<<<
AD OLGINASIO
Chil. 1.690
 
 
Le scritte chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
 
061B1 Bardello  4072 del 18-07-95  Posizione 32TMR76507598
 
 
Si trova in Bardello nell'incrocio principale e semaforo sulla che entra nel centro, verso Via Pace e Varese. Quindi all'inizio di via per Varese angolo via Pace.
 
>>>-------->
A GAVIRATE
Chili. 1.774
 
L'ultima "i" di Chil.i e' in apice e chiaramente visibile
 
 
La scritta chilometrica e' stata scavata e rifatta.
 
 
062C1 Mercallo dei Sassi  4076 del 18-07-95  Posizione 32TMR74506658
 
questa e' a Mercallo dei Sassi di fronte alla chiesa su un muro di casa.
 
MERCALLO
----------
DIST. XV DI ANGERA
-------------------
PROV. DI COMO
 
 
063A1 Castelseprio  4019 4020 4021 del 16-07-95  Posizione 32TMR89366250
Castelseprio. Da Cairate per Castelseprio, a 300 metri dal centro cittadino, presso la cappelletta di San Rocco, al bivio di una vecchia strada dismessa che a sinistra porta a Peveranza . Questa Pietra Miliare ha doppia scritta: davanti, per chi viene da Cairate:
 
----------------->
VICO SEPRIO
CHIL. 3.051
<----------------
PEVERANZA
CHIL. 2.201
 
mentre per chi viene da Peveranza:
 
------------->
GORLA MAGG.
Km. 2.600
<--------------
LOCATE VARES
Km. 3.402
 
 
064A1 Lonate Ceppino  4011 4012 del 12-07-95  Posizione 32TMR91386180
 
Si trova sulla strada che da Lonate Ceppino va a Tradate. a meta' strada fra i due paesi (1200 metri) sulla destra con angolo a 100° nell'angolo fra Tradate e Via San Bernardo. E' scritto:
 
-------------->
ALLE CASSINETTE
DI Si. BERNARDO
??? L. 0.023
 
la "i" di Si e' in apice e dove non si legge i chilometri ?? e' perche' e' rotta.
 
 
065A1 Solbiate Olona  4007 4008 del 12-07-95  Posizione 32TMRxxxxxxxx
E' a Solbiate Olona, sulla strada che da Caronno - Carnago - Solbiate va a Gazzada - Varese. E' in centro abitato nell'angolo Caronno - Gornate Olona con visuale a 170° E' difficilmente visibile nelle scritte in quanto sono stati appiccicati in diverse riprese cartelli pubblicitari incollati.
E' una Pietra Miliare da rivedere e pulire con pazienza.
 
<------------------
SOLBIATE A
 
------------->
 
 
066A1 Gornate Olona  4009 4010 del 12/07/95  Posizione 32TMRxxxxxxxx
E' a Gornate Olona con visuale a 40° sull'entrata del cortile della casa del prete. L'incrocio e' Gornate Olona - Morazzone Varese e sull'angolo della vecchia strada per Castiglione Olona e il centro del paese.
 
<-------------
A
CARONNO COR.
CH. 1.090
 
CASTIGLIONE
CH. 0.710
-------------->
 
COR. significa Corbellaro una frazione vicina.
 
066A2 Gornate Olona - 6397 del 16/03/96 - posizione 32TMRxxxxxxxx
Alcuni dicono che una Pietra Miliare simile era nell'altro angolo del cancello del cortile del prete e l'altra nell'angolo arrotondato della villa.
Il prete racconta che una di queste Pietra Miliare e' custodita nel giardino tirato a verde di una villa sulla stradina che porta a Sam Michele.
E' una Pietra Miliare da trovare e catalogare.
 
Trovata il 16/03/96 in una casa. Ho chiesto di fotografarla ma ho avuto delle complicazioni. Si vede benissimo se si va alla chiesetta in collina. dalla chiesetta ho fatto una fotografia verso il basso.
 
 
 
067A1 Vocca - 4013 4014 4015 del 14/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
E' una Pietra Miliare particolare di sezione triangolare. Si trova sulla strada tra Varallo Sesia e Alagna quando sulla sinistra si va a Vocca . Angolo visuale di 195°.
La facciata verso la strada provinciale :
 
S P.VC
DI
VALGRANDE - SESIA
---------
VARALLO
<-----< Km. 3.32
---------
VOCCA
Km. 2.10 >----->
---------
la C di VC e' stata scavata
 
 
 
       Morca ???
Ove S P.VC significa Strada provinciale per Vercelli
 
S C
PER
MORCA
 
angolo 105°.
 
068A1 Cavallirio - 4016 4017 del 14-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Sulla strada da Cavallirio a Arona. A Cavallirio ove incrocia una strada con via delle Cave, presso il cimitero. Angolo 0°.
 
VIA
STUCADA
 
vedi diapositiva.
 
069A1 Castelletto ticino - 4059 4221 del 28-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
vedere le diapositive
 
da rileggere
 
070B Comabbio - 4075 ??? del 18/07/95 dove ????? - Posizione 32TMR74506658
 
E' in Comabbio nella piazza della chiesa. E' in pietra ma si sfarina molto.
Fra pochi anni non e' piu' visibile.
 
<--------
A. COMABBIO
Chil. 2. - 812
 
???????
 
071C1 Bardello - 4073 del 18-07-95 - Posizione 32TMR76767595
 
Si trova in via Mazzini 8
 
BARDELLO
------------
DISTR. ??? DI GAVIRATE
------------
PROV. DI COMO
 
Il numero del distretto e' stato cambiato e prima di Come era scritto Varese
 
072B1 Olginasio - 4018 del 12-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
E' in Olginasio sulla strada da Bardello a Besozzo in via Rebuscini
 
>>>>---->
A. BESOZZO
Chili. 1.40
 
L'ultima "i" e' in apice ed e' stata scavata e rifatta
 
073A1 Monvalle - 4003 4004 del 12-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Si trova sulla strada da Turro a Monvalle nell'angolo di cinta di ringhiera di una ditta di trasporti fra Turro e Monvalle. Angolo di visuale a 300°.
 
>>>>----->
A MONVALLE
M G 1/2
<-------<<<<
A TURRO
M G 1/2
074A1 Monvalle - 4005 4006 del 12-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Con angolo di visuale a 280° fra via Mazzini (che porta in centro e via 4 novembre verso Sangiano e Leggiuno
 
<------<<<<<
AL CANTONE ED
AL LAGO < 1.5
AD AROLO < ????
>>>>------>
A SANGIANO K2
A LEGGIUNO K2
ALLE STAZIONI
075B1 Mombello - 4069 del 18/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Fra via Leggiuno e Via Gorizia quando si incrocia con Via Spalata con angolo di 190°.
 
>>>----->
A LAVENO
M.G. 1 1/2
----------
 
076B1 Besozzo - 4068 del 18-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
In Besozzo in piazza Garibaldi con angolo a 190°. La piazza e' quella della Bosozzo Vecchia nella parte alta.
 
>>>>>------>
A BOGNO
C M. 1.23
<-----<<<<
A S>ANDREA
C M. 2.22
 
Cosa vuole dire C M ????
 
077C1 Besozzo - 4067 del 18-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Sulla strada che da piazza Garibaldi (Parte alta di Besozzo) va a Bogno Monvalle.
E' in cemento e presto si sgretola. Angolo di visuale a 140°.
 
BESOZZO
------
MAND. XIX DI GAVIRATE
--------------
PROV. DI VARESE
 
Il mandamento, i numero del mandamento e la provincia sono stati modificati.
 
078B1 Bogno - 4062 del 18-07-95 - posizione 32TMRxxxxxxxx
 
E' in Bogno con angolo di 190°. in contrada Nuova. Vicino all L79C
 
>>>----->
ALLA BOZZA
Chil. 3.205
-----------
 
079C1 Bogno - 4061 del 18-07-95 - posizione 32TMRxxxxxxxx
 
E' in Bogno con angolo di 190°. in contrada Nuova. Vicino all'L78B
 
BESOZZO
------------
MAND. DI GAVIRATE
--------------
PROV. DI VARESE
 
Mand. e' stato rifatto dopo lo scavo e prima di Varese era scritto Como.
 
080B1 Ispra - 4060 del 18/07/95 - Posizione 32TMR69377375
 
Si trova in via Milite Ignoto presso il Comune di Ispra.
 
>>>>------->
A BREBBIA
CH. 3.500
>>>>------->
A. GAVIRATE
CH. 9.614
 
Le distanze chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
081A1 Angera - 3999 4000 del 12/07/95 - Posizione 32TMR68506914
 
All'incrocio del cimitero di Angera, sulla strada per Taino. Angolo 130°
 
<<-----<<<
A TAINO
CH. 2.250
------->
A SESTO CALENDE
CH. 7.225
A LISANZA
CH. 3.340
 
Le distanze chilometriche sono state scavate e rifatte probabilmente da molto tempo.
 
082A1 Ranco - 4001 4002 del 12-07-95 - Posizione 32TMR66767182
In Ranco presso la chiesa parrocchiale nell'angolo fra via Piave e via Parrocchiale con angolo di 200°.
 
<-----<<<<<
AD ANGERA
CH. 3.300
<-----<<<<
AD ISPRA
CH. 5.800
 
083B Ranco - ??? - - posizione 32TMR66727164
 
A muro nella via vecchia per Angera presso la cascina Massari.
 
<------
AD ANGERA
M.G. 2
------->
AL LAGO
 
manca la diapositiva
 
084C Ranco - ??? - Posizione 32TMR66727164
 
A muro nella via vecchia per Angera
 
RANCO
----------
DISTR. XX DI ANGERA
----------
PROV. DI COMO
 
Manca la diapositiva
 
085A1 Angera - 4053 4054 del 22-07-95 - Posizione 32TMR67206950
 
In Angera sulla strada vecchia per Ranco, nell'angolo vicino a via delle Carrozze.
 
Non leggibile
 
Manca la diapositiva
 
086A1 Cisliano parte1 - 4721 4722 4723 4093 4094 4756 del 22-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Da Milano ad Abbiategrasso quando a destra alla rotonda inizia la strada per Vittuone. In prossimita' della rotonda, dietro il guardrail, vicino a un fossetto, all'incrocio della vecchia strada parallela alla Cisliano-Vittuone e alla vecchia Milano-Abbiategrasso, nascosta nell'erba.
La particolarita' di questa pietra miliare e' che le scritte compaiono sulle due facciate. Nella facciata Verso la strada provinciale con angolazione a 90°:
 
vedi parte1
 
e nella facciata verso il paesino di Cisliano:
 
vedi parte2
 
 
descrizione della parte avanti:
 
ABBIATEGRASSO
????????
<------------
CORBETTA
------------>
 
 
 
Nella parte anteriore che guarda il fossato:
 
BESTAZZO
---------->
Chil. 1.662
<-----------
CUSAGO
Chil. 3.460
<------------
MILANO
Chil. 12
 
087A1 Vanzago - 4092 4091 28-08-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Si trova precisamente nella frazione di Messenzana. Nell'incrocio che la strada asfaltata va a Rho e la strada di campagna che una volta portava a Villastanza. Angolo di visuale a 250°. E' molto alta e ben tenuta e visibile anche se alcune strisce di colore nero la offuscano e deturpano.
 
----------->
VANZAGO
CHL. 2.220
---------->
VILLASTANSA
?? HI. ????
 
088A1 Castegnate - 4022 del 22-07-95 - Posizione 32TMR92205218
 
Sulla strada da Castellanza a Marnate, presso il portone della ditta CRM (fabbrica di motori marini), in via per marnate al 41.
 
COMUNE
DI
CASTEGNATE
 
Si dice che di fronte alla portineria, ove e' attualmente i parcheggio, vi era posta un'altra. Probabilmente asportata o interrata durante i lavori di riempimento del parcheggio.
 
089B1 Locate Varesino - 4023 4024 del 22-07-95 - Posizione 32TMR94606000
Quando la Varesina da Milano a Tradate, al semaforo per via Garibaldi, a 4 metri di altezza e visibile per chi viene da Tradate, con angolo di 150°.
 
---------->
A CAIRATE
Chil. 3
A GALLARATE
Chil. 12
 
090B1 Venegono Superiore - 4025 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
In Venegono Superiore centro. In Via Garibaldi al 37 con angolo di visuale a . Quindi dal castello per andare a syd.
 
VENEGONO SUPERIORE
-------------
MANDAME. VIII DI TRADATE
-------------
PROV. DI COMO
 
091B1 Vedano Olona - 4027 4028 del 22-07-95 - Posizione 32TMR91606960
 
Al semaforo principale nella piazza del palazzo Comunale. L'incrocio che da Venegono va in Svizzera, e con il centro del paese.
 
<------<<<
A. VENEGONO
SUPERIORE
------------------
CHil. 3.240
 
La distanza chilometrica e' stata scavata e rifatta.
 
092B1 Bizzozzero - 4037 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Alla stazione
e
Gurone
 
093A1 Castiglione Olona - 4029 4030 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Sulla varesina, nell'angolo della strada che porta a Castiglione Olona alla Mazzucchelli, in via Conte L. Castiglione, sul muro del bar all'angolo delle strade.
 
----------->
A.
CASTIGLIONE
CHil. 0.775
 
094A1 Lozza - 4031 4032 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Da Tradate, sulla varesina, per andare a Varese autostrada, sulla arteria di circonvallazione. Lozza si trova all'incrocio con la strada che porta alla mazzucchelli di castiglione Olona. Per andare a varese autostrada,  sulla destra in salita, vicino al cimitero con angolo 270°.
 
>>>------->
LOZZA
CHil. 0.332
<-------<<<
SCHIANNO
CHil. 2.452
 
095A1 Lozza - 4033 4034 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Sulla varesina, che da Tradate (rotonda nella valle) porta a Varese centro . In salita quando una curva a 90°, (fra le altre), a sinistra porta a Lozza centro, con angolo di visuale di 220°.
 
<-----<<<
A LOZZA
ChM. .146
 
La distanza chilometrica e' stata scavata e rifatta.
 
096B1 Bizzozzero centro - 4035 4036 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Bizzozzero si trova alla periferia di varese presso la fabbrica di materiale elettrico "B. Ticino". In via Cardinal Ferraris, presso la piazza principale e la chiesa, su un muro all'altezza di 4 metri.
con angolo di visuale a 90°.
 
A MALNATE
<-------<<<
Chil. 2.85
 
 
La distanza chilometrica e' stata scavata e rifatta.
 
097A1 S. Andrea - 4038 4039 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Da Gavirate centro a alla rotonda di Besozzo. Sull'angolo destro, presso una panetteria, su una stradina alla quale a pochi metri si trova il passaggio a livello della ferrovia Varese-Laveno. Con angolo di visuale a 340°.
 
>>>------>
ALLA
CALDARA
K.L. .866
<-----<<<<
TREVISAGO
K. 0.682
 
Le distanze chilometriche sono state rifatte e scavate
 
098B1 Azzio - 4040 4041 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Azzio si trova vicino a Orino in valganna. Nella strada stretta a senso unico, in alto al paese, vicino a Vicolo Stella, sulla stradina di uscita in alto del paese e che conduce verso la Valcuvia.
 
AZZIO
------------
DIST. XIII DI CUVIO
------------
PROV. DI COMO
 
099B1 Azzio - 4042 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Azzio si trova vicino a Orino in valganna. Dalla strada principale bassa porta in Valcuvia, a destra per entrare nel paese, alle prime case, sul muro di una cappelletta e vicino a un parcheggio.
 
AZZIO
------------
DIST. XIII DI CUVIO
------------
PROV. DI COMO
 
 
 
100A1 Azzio  4043 4044 del 22-07-95      Posizione 32TMRxxxxxxxx
Azzio si trova vicino a Orino in valganna. Dalla strada principale bassa porta in Valcuvia, la seconda strada a destra per entrare nel paese, (indicazione Orino Caldana), si trova a sinistra con angolo di 300° e ben visibile dalla strada.
 
>>>------>
A BRENTA
?????
<----<<<
A GEMONIO
CH.M 3.747
 
Le distanze chilometriche sono state scavate e rifatte.
 
101A Comacchio - 4045 4046 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Dalla strada Varese-Gemonio verso Cuvio-Luino, nell'incrocio in salita per Cabaglio-Brinzio, nell'angolo arrotondato fra Cabaglio Brinbio e Orino-Azzio.
<-----
A CABAGLIO
CH. ?.?4??
A VARESE
CH. 14.242
<---------
 
102B Cuvio - 4047 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Da Orino per andare a Luino. Sulla destra per entrare nel centro del paese, di fronte a un parcheggio.
 
CUVIO
-----
DIST. XVIII DI GAVIRATE
--------
PROV. DI COMO
 
103A Brenta - 4048 4049 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Da Casalzuigno per andare sulla circonvallazione per Cittiglio. Al bivio si entra nella vecchia strada per Brenta. Un incrocio ove a destra poprta alla palestra comunale e via Sciareda si trova con angolo di visuale di 30°.
A destra la vecchia stradina in disuso che porta alla tangenziale euna volta, arrampicandosi in collina la vecchia strada per orino.Orino per andare a Luino.
>>>------>
ALLA
CANONICA
DI CUVIO
K. 2.469
<----<<<<
A. CANALE
K. 0.781
 
104A Cittiglio - 4050 4051 4052 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
In data 22/07/1995, sulla strada che da Besozzo porta a Cittiglio, all'altezza della stradina che porta alla Fabbrica COLACEM di cemento, si stanno rifacendo l'apertura della strada con lavori grossi in corso. Ho trovato una pietra sul bordo della strada in postazione anomala per i lavori in corso. Spero che le amministrazioni comunali trovino una sistemazione che non sia sparizione.
------>
CITTIGLIO
 
<----
??? AEE
 
Non si legge bene in quando interrata.
 
105A Lisanza - 4055 4056 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Da Angera verso Sesto calende, quando la strada porta al centro di Lisanza, immersa nella siepe di divisorio fra le strade ad angolo e il parcheggio di un bar. con angolo di 180°.
------->
A LISANZA
CH. 0.300
<-----<<<<
A SESTO
CH. 3.400
 
106A Ossona - 4099 4100 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
A Ossona centro fra via Luigi Ganzi e Via Baracca.
 
MESERO
Chl. ?.702
<---------
TURBIGO
Chl. 13.882
 
107A Induno Olona 4283 - ???  del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Leggere la diapositiva.
 
 
 
108A Daverio 3930 del 10/07/95 Posizione xxxx
 
 
Leggere la diapositiva
 
 
 
 
 
 
 
 
109A Daverio       del      posizione
 
 
Leggere la diapositiva
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
110A Bodio 3864 del 20/06/95 posizione xxxx
 
 
 
Leggere la diapositiva
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
111A Bareggio - 4097 4098 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
a bareggio nell'incrocio con via Turati, Via Vigevano e con Via battisti.
 
BAREGGIO
<----------
????????
Chil. 3.628
 
112A Arluno - 4101 4102 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Fra Arluno e Parabiago.
CONFINE DI
ARLUNO
 
e dall'altra parte
 
CONFINE DI
PARABIAGO
 
113A Casorate Primo - ??? fare n. del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Su segnalazione di Del Frate.. A Milano, da Binasco per andare a Casorate primo,
alla rotonda per Moncucco si trova una pietra miliare.
 
da fotografare e rilevare
 
114T Borgosesia - 4095 4096 4107 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
In Borgosesia all'uscita del paese quando a sinistra si va per Agnona.
E' una pietra triangolare e sulla parte della provinciale:
 
SPV
NOVARA - VARALLO
-------
BORGOSESIA
<--------
K. 0.70
-----------
QUARONA
 
e dalla parte di Agnona
 
S C
PER
AGNONA
E
CREVACUORE
 
115T1 Gargallo - 4088 4089 4090 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Sulla strada tra Soriso e gargallo, quando sulla destra vi e' Via Don Minzoni e fra la Via per gargallo e via Lugi Einaudi, vi e' una pietra triangolare.
Dalla parte di Via per Gargallo e via Einaudi:
 
VIA PER
SORISO
E
GARGALLO
 
e sulla via Einaudi:
 
VIA PER
AUZZATE
Km. 1.100
E PER
BUGNATE
Km. 2.40
 
116T Briga Novarese - 4103 4104 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
A Briga Novarese per andare a Invorio. Nell'incrocio per Briga Novarese e Gozzano la pietra e' stesa a terra e completa nella sua lunghezza visibile.
Da una parte e' leggibile, mentre dall'altra e' stesa a terra:
<-------
VIA PER
BRIGA
NOVARESE
--------->
PER INVORIO
 
117T Gozzano - 4106 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
A Gozzano per andare a Briga Novarese. E' una pietra triangolare con indicazione di fabbriche manifatturiere.
E' scritta uguale da entrambe le parti:
 
SPA
STABILIMENTI
LORENZO
RANZINI
E
SAICA
 
118C Oleggio Castello - 4105 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
A Oleggio Castello centro, al semaforo sulla chiedetta in vista:
 
COMUNE DI OLEGGIO CASTELLO
----------
MANDAMENTO DI ARONA
----------
PROVINCIA DI NOVARA
----------
STRADA P DA TORINO ALLA SVIZZERA
 
119A Bizzozzero - 4082 4083 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
A Bizzozzero nell'angolo verso Scianno quando la strada e' in discesa
 
>>>>--------->
A SCHIANNO
Chil. 1.945
 
120A Varese - 4084 4085 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
A Varese, sulla strada che porta a Gavirate, all'altezza della rotonde del supermercato SLunga. Nella via Felice e Angelo dell'Acqua con angolo 270° con l70 h85 sp16 a270°
 
<------<<<<<<
A CASCIAGO
INFERIORE
CHIL.tri 0.140
A MOROSOLO
CHIL.tri 3.-
 
121A Varese - 4078 4079 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
A Varese, sulla strada che porta a gavirate, dopo la rotonde del supermercato SLunga, al semaforo con la strada che porta a Velate. angolo 330. con l72 h90 sp15
 
-------->
A VELATE
Chil. 2.222
a S.t AMBROGIO
Chil. 2.645
 
122A Cadegliano Vichigonolo - 4080 4081 del 22/07/95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Sulla strada che porta da Ponte Tresa a Varese, quando a Sinistra va per Ardena. con a70 l60 h74 sp19.
-------->
??? DDENA
L???
-----------
PONTE TRESA
 
123A Ghirla - 4216 del 04-08-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
A ghirla, da Ponte Tresa a Varese. All'incrocio due lapide, Questa cosi recita: l60 h132 s19 a330
<-----<<<<
A BEDERO
K. 3.080
------->
A GHIRLA
K. 2.623
 
124A Ghirla - 4219 4220 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
A ghirla, da Ponte Tresa a Varese. All'incrocio due lapide, Questa cosi recita: l53 h111 s17 a150
<-----<<<<
A CUASSO AL PIANO
K. 7.099
>>>>------->
AD INDUNO
K. 8.334
>>>>------->
AD ARCISATE
K. 6.019
 
125A Brinzio - 4217 4218 del 22-07-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
A Brinzio nell'incrocio che porta a: Cabaglio Azzio Cuvio Gemonio e Rancio Luino. L68 h90 s18 a290
>>>>------->
A RANCIO
M. R. 2
<-----<<<<<
A
CABAGLIO
 
126A Cuveglio - 4215 4222 del 04-08-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
A Cuveglio, sulla strada Cuveglio Luino quando il bivio porta a Via XXIX maggio. l60 h87 s14 a20.
-------->
A LUVINO
Ch.13.290
<---------
A CITTIGLIO
C.h 6.617
 
127A Varano Borghi - 4498 4499 del 22-08-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
A Varano Borghi in via Vittorio Veneto angolo via Cavour.
 
STAZIONE
--------->
TERNATE
<---------
BIANDRONNO
--------->
VARESE
---------->
128A Gorla Minore - 4579 4580 4714 del - Posizione 32TMR98605555
 
----------
CISLAGO
M. 3/5
 
129A Vajano - 4557 4558
 
----------->
VAJANO
Chil. 2.141
 
Si trova presso il Monastero di Chiaravalle
 
130A Poasco - 4559 4560
 
------------->
POASCO
Chil. 1.190
<----------------
CHIARAVALLE
Chil. 1,174
 
Presso il cimitero di Chiaravalle
 
131A Macconago - 4561 4562
 
-------------->
MACCONAGO
Chil. 0.370
<---------------
MILANO
Chil. 4.3
 
Sulla strada Milano Pavia (da Ripamonti)
 
132A Chiaravalle - 4563 4564
 
--------------->
CHIARAVALLE
Chil. 3.000
POASCO
Chil. 2,590
 
Sulla strada Milano Pavia (via Ripamonti)
 
133A Milamo pavia - 4565 4566)
 
sulla Milano pavia
 
------------->
QUINTOSOLE
Chil. 0,460
<-------------
Chil. 2,220
 
Sulla Milano Pavia
 
134A Campo morto - 4567 4568
 
CAMPOMORTO
------------>
Chil. 0,446
MANDRINO
-------------
Chil. .784
 
Usciti dalla Milano-Pavia verso Abbiategrasso.
 
135A Vellezzo Bellini - 4569 4570
 
<-------------
 
--------------------->
Giovenzano
 
Presso il cartello Vellezzo-Bellini Marcignago Trivolzio
 
136A Marcignago - 4571 4572
 
MARCIGNAGO
-------------------->
TRIVOLZIO
<----------------------
 
137A Zelata - 4573 4574
 
ZELATA
---------------->
 
<---------------
MOTTA VISCONTI
 
138A Binasco - 4575 4576
 
vedi diapositiva
 
A Binascco Casorate T.
 
139A Magenta - 4577 4578 - posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Da Magenta a Casterno
 
ROBECCO
 
CASTERNO
 
140A1 Cerro Maggiore - 4636 4637 4638 del 23-10-95 - posizione 32TMR97744828
Sulla strada che da Cerro Maggiore verso Cantalupo, alla deviazione per Regusella e Uboldo.
E' scritta da due parti. Nella parte in vista della strada e' stata rifatta, mentre nella parte posteriore era originale e la visivilita' delle scritte e' migliore.
Scritte dalla parte della strada:
 
-------------->
UBOLDO
Ch.il. ??????
SARONNO
<-------------
CERRO
?????????
 
 
140A2 Cerro Maggiore - vedi precedente - posizione 32TMRxxxxxxxx
Sulla strada che da Cerro Maggiore verso Cantalupo, Alla deviazione per Uboldo.
 
Scritte sulla parte posteriore e non in vista della strada:
 
---------------->
UBOLDO
M. 2
SARONNO
M 4
<----------------
 
CERRO
???????????
 
141A Bornasco - 4662 4661 4666
Sulla strada da Pavia - Landirago verso Vidigulfo, all'incrocio con Bornasco.
 
 
MISANO
------->
M. 2/5
ARDUSCO??
 
142A Landriano - 4663 4664
In Landriano sotto il cartello indicante: Torrevecchia Pia - Vigonzone - S. Angelo - Pavia. Si trova presso un incrocio sulle sponde del Lambro.
 
TORREVECCHIA
<--------------
Ch.il ????
----------
S. ANGELO
<--------------
Ch.il 08???
ZIBIDO AL LAMBRO
 
143A Landriano - 4665 4656 del 14-10-95
In Landriano vicino alla L142A. Sotto il cartello indicante: Pairana - Carpiano - Bascape - Melegnano. Si trova a 10 metri dalla 142A.
 
MELEGNANO
<--------
Ch. 6.888
---------
LOCATE
<--------
Ch. 6.104
---------
MILANO
<--------
Ch. 17.586
 
144A Landriano - 4657 4658 n. del 14-10-95
 
Si trova sulla strada che da Landriano va a Melegnano. Seguire le indicazioni Melegnano della lapide 143A. Al primo incrocio a sinistra per Carpiano mentre diritto si va a Melegnano e landriano.
 
CARPIANO
--------->
CK. 1.831
---------
LANDRIANO
<---------
CK. 2.331
 
145A Landriano - 4660 4659 n. del 14-10-95
Dalla 143A alla 144A, sempre diritto verso Melegnano, al fianco di una roggia con deviazione verso una cascina, due lapidi, la 145a e la 146a.
 
<------------------------
LASSI
Ch. 0.364
????????
 
Interrata molto
 
146A Landriano - 4651 4652 n. del 14-10-95
Vicino alla 145A. sul fianco della roggia.
 
<---------------------
LANDRIANO
Ch.il 4.629
------------------>
MELEGNANO
 
147A Mediglia - 4647 4653 del 14-10-95
In Mediglia, da Melegnano a Melzo all'altezza di Bustighera, sulla sinistra.
E' vicina alla 148A.
 
-------------->
BUSTIGHERA
Ch.il 1.324
<---------------
COLTURANO
Ch.il 1.852
 
148A Mediglia - 4646 4648 4654
In Mediglia, sulla strada da Melegnano a Melzo, all'altezza dell'incrocio con Bustighera. Vicino alla 147A.
 
-------->
BALBIANO
????????
<--------
BORGONOVO
?????????
 
Borgonovo e' il nome della cascina a cui si riferisce.
149A San Pietro in Bistazzo - 4650 4649 4727 del 22-10-95
 
In San Pietro in Bistazzo presso via della Vittoria.
 
FAGNANO
>>------->
Chil. 1.824
-----------
SAN VITO
 
150A Villalunga - 4641 4642 del 22-10-95
In Villalunga. Si trova sulla strada che da Pavia collega Montebello all'incrocio con Villalunga.
 
VILLALUNGA
---------->
M. 5/6
----------
MONTEBELLO
<----------
 
151A Vairano   4643 4644 4645 del 22-10-95
In Vairano. Sulla strada che collega Zibido con Cascina Bianca all'incrocio per Vidigulfo
 
VAIRANO
<----------
KIL. 1.800
-----------
ZIBIDO al LA BRO
----------->
KIL. 1.080
 
Notare che la Z di Zibido e' rovesciata e BRO e' scritto piu' piccolo, maiuscolo e in apice
 
152A Lardirago - 4639 4640 del 22-10-95
 
A Lardirago, presso la 151A nell'incrocio per cascina Monteggia.
E' scritta da due parti.
Parte in vista Parte dietro.
 
 
LARDIRAGO
----------->
KIL. 5.400
----------->
SPIRAGO
 
 
LARDIRAGO
----------->
KIL. 5.400
----------->
SPIRAGO
 
153A Marzano - 4672 4673 4674 del 22-10-95 - posizione 32TMRxxxxxxxx
In Marzano centro, nella piazza della chiesa.
 
Parte avanti Parte dietro
 
MARZANO
M. 1
-------->
 
Illeggibile
 
PAVIA
M. 8 1/3
----------
MAGHERNO
<-------------
M. 1. 1/5
 
154A Bascape' - 4675 4676 del 22-10-95
A Bascape' in via Molini
 
LANDRIANO
K. 3.662
--------->
S. Zeno
????????
 
155A Melegnano - 4677 4678 del 22-10-95
Sulla strada che collega Melegnano con Binasco, a 7 Km da opera., all'incrocio per Milano.
 
------------->
ARCAGNAGO
Chil. 0.370
<------------
MILANO
Chil. 13.740
 
156A Mozzate - 4679 4680 4681 del 15-11-95 - Posizione 32TMR96205820
Si trova in Mozzate sulla strada che da Saronno conduce a Tradate. Al semaforo a sinistra la strada conduce a Gorla Maggiore. La pietra e' sporca, sul marciapie de, sporge 80 cm.
 
<----------------
AI BOSCHI
CASTIGLIONE
GORLA MAG.re
M. G. 3 1/3
 
157A Castronno - 4274 4275 del 21-08-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
<--------<<<<
CASTRONNO
CH. 0.534
>>>--------->
AD ALBIZZATE
CH. 2.470
 
158A Cuasso al Piano - 4276 4277 del 21-08-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
-------------->
CUASSO AL PIANO
<--------------
BISUSCHIO
 
159A Albusciago - 4273 4272 del 21-08-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
--------------
ALBUSCIAGO
CH. 1.154
<----------<<<<
CAIDATE
CH. 1.980
 
160A Jerago - 4270 4271 del 21-08-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
vedere le diapositive
 
161A1 Bestazzo parte1 - 4724 del 19-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
In Bestazzo nell'incrocio fra la via Arrigoni e via Montegrappa.
Scritta da due parti. Nella facciata:
 
CISLIANO
<--------
Km. 2
----------
CUSAGO
Km. 4
MILANO
KM 12
 
161A2 Bestazzo parte2 - 4725 4726 del 19-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
mentre nella parte posteriore:
 
FAGNANINO
------------>
Chil. .700
FAGNANO
 
162A Appiano Gentile 4735 4736 del 22-11-95 Posizione 32TMR96126604
 
E' nei boschi che da Appiano Gentile va a Tradate. Sulla sinistra per condurre al santuario di San bartolomeo.
 
<------------
A.S.BARTOLOME
M.C. 2/3
------------->
A TRADATE
M.C. 3
 
163A Appiano Gentile - 4733 4734 del 22-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Nei boschi tra Appiano Gentile a Tradate. Sulla destra verso un bosco.
Poco chiara e scritte poco decifrabili
 
 
KIL. ??????
VAS???IA no
KIL. 0.
 
164A Castelnuovo Bozzente - 4737 4738 4739 del 22-11-95 - Posizione 32TMR93546794
 
Da Tradate, per i boschi, per andare a Varese. Sull'angolo di un crocicchio.
 
<------------
AD APPIANO
K. 5.185
------------->
A TRADATE
??? 5.949
 
165A1 Appiano Gentile parte2 - 4730 4731 del 22-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Sempre la prima lapide, sul retro visibile solo se si entra in un prato privato di un condominio. Questa lapide e' stata girata e scritto sul fronte.
Parte retro:
 
<-------------------
CASSINA RIZZdi
KIL. 1.600
FINO. MORN.
KIL. 2.900
 
165A2 Appiano Gentile Parte1 - 4729 del 22-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
In via delle rimembranze, di fronte al cimitero. Vi sono tre lapidi. Tutte sono scritte sul fronte
 
VIALE
DELLA
RIMEMBRANZA
1915 - 1918
 
ma dietro
 
165A3 Appiano Gentile parte3 - 4732 del 22-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
In via delle rimembranze, Altra lapide ma rifatta di recente e si vede dal materiale, dallo spessore e dalle incisioni.
E' la lapide di mezzo
 
VIAlE
DELLE
RIMEMBRANZE
1915 - 1919
 
165A4 Appiano Gentile parte4 - 4757 del 22-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
In via delle rimembranze, di fronte al cimitero. E' una lapide rifatta
 
VIALE
DELLE
RIMEMBRANZE
1915 - 1918
 
166A Vedano Olona - 4743 4744 del 22-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Appena fuori Vedano per andare a Como. Subito dopo la circonvallazione al bivio con un bel cancello.
 
------------->
BINAGO
Chil. 3.090
<--------------
S.SANTORI??
FRAZIONE
DI MALNATE
Chil. 1.850
 
167B Vedano Olona - 4745 4746 del 22-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Al semaforo principale, a destra dietro cartelloni di indicazione stradale.
 
A. BINAGO
CHIL. 3.700
<------------
A S.SALVATORE
CHIL. 2.525
 
168C Castelnuovo Bozzente - 4740 22-11-95 - Posizione 32TMR93546794
 
a muro. Nell'incrocio.
 
CASTELNUOVO
MAND.to XIII DI APPIANO
----------------
PROV. DI COMO
 
169C Castelnuovo Bozzente - 4741 4742 del 22-11-95 - Posizione 32TMR93546794
 
A muro. Su una vecchia casa. a 100 metri dalla 168C.
 
MAND.to XIII DI APPIANO
--------------------------
PROV. DI COMO
 
170B Lurago Marinone - 4728 22-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
A muro, sulla parete sinistra della chiesa
 
------------->
A. FENEGRO'
CH. 1.131
 
171A1 Lomazzo - 4750 4751 4752 del 25-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Nel bivio che dal ponte della ferrovia porta a destra al cimitero e a sinistra al Municipio
 
>>>--------->
A TURATE
KIL 6.
 
172A1 Lomazzo - 4753 4754 4755 del 25-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
<-----<<
A BREGNANO
K. 1.250
 
dare altro numero 172B1 Bregnano - del 25-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
-------->
A LOMAZZO
????????
<--------<<<
?????ASCO
CH. 5.700
 
173B1 Bregnano - 4670 del 25-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
-------->
A CERMENATE CH 2.080
------------------->
AD ASNAO CH 4.160
<-------------------
A PUCINATE CH 2.300
 
 
 
 
174B1 ???  del xx xx xx  - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
 
 
manca la diapositiva
 
 
 
175C1 BREGNANO - 4671 del 25-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
BREGNANO
------------------
MANDAMENTO DI COMO
-------------------
PROV. DI COMO
 
176B1 Cadorago - ??? del 25-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
CADORAGO
--------------
MANDAMENTO DI APPIANO
----------------------
PROV. DI COMO
 
177B1 Guanzate - ??? del 25-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
------------->
A CADORAGO
KIL. 2.?????
 
178A1 Gurone - ??? del 25-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
<-------<<<
A VEDANO
Ch. 3
>>>>--------->
A BIZZOZZERO
Ch. 1.660
 
179A1 Busto Arsizio ??? - del 25-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
------------>
BUSTO ARS
M. ????
<------------
??????
M. ????
 
180A1 Limido Comasco - 4957  del 26-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Pietra adagiata a terra davanti all'acquedotto. Le scritte non sono visibili in quanto la pietra e' girata.
 
181A1 Limido Comasco - 4958  del 26-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
<----------------
A MOZZATE
CH. 2.500
--------------------->
AI BOSCHI
 
182A1 Cislago - ??? del 26-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
Sulla varesina fra cislago e Mozzate
 
CONFINE
PROVINCIA COMO-VARESE
 
183C1 Solbiate - ??? del 26-11-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
SOLBIATE
----------------
MAND. XIII DI APPIANO
----------------
PROV. DI COMO
 
184B1 Locate Varesino - ??? da fotografare - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Su una casa a 3 metri di altezza vicino alla 089B1
 
 
185B1 Castiglione Olona - 6258 6259 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Sulla varesina, a Castiglione verso l'aereoporto di Venegono superiore. A muro ed e' visibile se da Varese si va a Tradate.
 
 
>>>-------->
CASTIGLIONE
CHIL. 2.094
 
 
186A1 Cucciago - 4943 4944 del 03-12-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Sutta provinciale da Milano a Como.
 
--------------->
A. CUCCIAGO
Kil. 4.63
<--------------
Kil. 14.82
 
187C1 Cucciago - ??? del 03-12-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
A muro
 
DUE . PORTE
FRAZIONE
DI
ASNAGO
MANDAMENTO III
DI COMO
 
188B1 Romano Brianza - 4946  del 03-12-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
A muro
 
------------>
A: BRIOSCO Chil .262
A: CAPRIANO CHil. 3.700
 
189C1 Romano Brianza - 4947 4950 del 03-12-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
A muro
 
VILLA ROMANO
--------------
MAND.to XII DI CANTU'
---------------
CIRC.rio DI COMO
 
190B1 Romano Brianza - 4948  del 03-12-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
a muro
 
 
>>>-------------->
AD. INVERIGO. Chil. .680
<-----------------------
AD AROSIO. Chil. 2.160
A ROMANO' . Chil. 0.760
 
191A1 Rovello Porro        del 03-12-95 -        Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
 
<--------------
CASCINA
M. 2.050
A ADALMAZI
M. 2.332
 
Per cascina si intende cascina Ferrara
 
192B1 Tornavento - 4969 del 03-12-95 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Sulla strada da Tornavento a Nosate, dopo le cave e vicino al ponte del Villoresi
 
STRADA
????
????
 
Molto interrata. Da Scavare.
 
193A1 Zerbolo' 4794 4795  del 10-12-95  Posizione 32TMRxxxxxxxx
Si trova a un bivio fra Garlasco Zerbolo' Gropello
 
STRADA COMUNALE
---------------
A GRUPELLO
-------------->
A ZEROLO'
<-------------
A GARLASCO
 
194A1 Sforzesca  ??? da fare del 10-12-95 Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Da Sforzesca verso Pavia. da fatografare e rilevare
 
195A1 Veniano - 4959 del 21-01-96 - Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Alla rotonda nuova in Veniano.
 
>------>
A. FENEGRO'
CH. 3.000
<------<
A. GAUNZATE
????
 
196B1 Lomazzo - 4960 del 21-01-96 -        Posizione 32TMRxxxxxxxx
 
Lomazzo centro. A Muro.
 
-------------->
A. BREGNANO K.1.
-------------->
A. ROVELLO K.5.
 
197B Castelnuovo Bozzente - 6260 6261  02/03/96 - Posizione 32TMRxxxxxx
 
a muro. Nella strada che dal centro porta verso i boschi di Tradate.
 
CASTELNUOVO
MAND.to XIII DI APPIANO
----------------
PROV. DI COMO
 
 
198B Torba - 02/03/96 - 6248 6249  Posizione 32TMRxxxxxx
 
a muro. Nella strada di entrata di una cascina presso il ponte dell'Olona provenendo da Lonate Ceppino.
 
TORBA
MAND.to XII DI TRADATE
----------------
PROV. DI COMO
 
 
199B Oltrona Mamette - 6262 6263 02/03/96 - Posizione 32TMRxxxxxx
 
a muro. Nella piazza principale.
 
OLTRONA
-----------------
MAND.to DI APPIANO
----------------
PROV. DI COMO
 
 
200B Calstelseprio - 02/03/96 - diapositiva 6292 6299 Posizione 32TMRxxxxxx
 
a muro. Nella piazza principale in via San Giuseppe.
 
---------->
A CARNAGO
HIL. 1.852
 
201B Calstelseprio - 6298 6300 del 02/03/96 - Posizione 32TMRxxxxxx
 
a muro. Nella piazza principale in via San Giuseppe.
 
---------->
A CAIRATE
HIL. 3.211
A PEVERANZA
HIL. 3.211
<----------
A TORBA
HIL. 1.100
 
 
 
202C Villacortese - 6375 6376 del 11/03/96 - Posizione 32TMRxxxxxx
 
a muro. Nella piazza principale.
 
VILLA CORTESE
COMUNE DI BUSTO GAROLFO
MANDAMENTO DI CUGGIONI
???????
???????
 
Da rileggere
 
 
 
203a Castiglione Olona - 6377 6378 del 11/03/96 - Posizione 32TMRxxxxxx
 
All'incrocio della strada che S. Pancrazione va a castiglione Olona.
 
<-------<<<
A GORNATE
INFERIORE
Chil. 1.850
>>>--------->
A CASIGLIONE
OLONA
Chil. 1.700
 
 
Da rileggere
 
 
204A Legnano - 6238 6239 del 11/03/96 - Posizione 32TMRxxxxxx
 
Da Rescaldina a Legnano di Via Barbara Melzi. E' di pianta quadrata e assolutamente diversa da quelle altre.
 
 
S.C.
LEGNANO
 
e
 
S.C.
RESCAL
DINA
 
Da rileggere
 
 
 
205C Rovate - 6290 6293 del 11/03/96 - Posizione 32TMRxxxxxx
 
Su una vecchia casa a Rovate dopo Castelseprio.
 
 
 
ROVATE
-----------
DISTR. XXII DI TRADATE
-----------------
PROV. DI COMO
 
 
 
 
* 206A Busto 6424 6425 6426 6427 6428 Arsizio zona Madonna in Veroncora -  del 11/03/96 - Posizione 32TMR86305190
 
L'oratorio di Madonna in Veroncora del secolo XVII si trova sulla strada che dal cimitero di Busto Arsizio porta a Arnate e Gallarate. E' la pietra miliare descritta  sul libro "Dizionario della lingua Bustocca" di Luigi Giavini editore Pianezza. Su questa fotografia appare in una zona boscata mentre attualmente e' cementata presso il muro di cinta dell'oratorio. Un dubbio sono le frecce che nella fotografia del libro riporta la freccia a destra per Sacconago, mentre la diapositiva trovata indica la freccia a sinistra e rimaneggiata con due piumini.
 
 
 
<--------<<
SACCONAGO
M . 51 5/6
<---------<<
BUSTO ARS°
M . 1 3/5
 
 
E' probabile che la pietra in fotografia sia ancora da trovare. Si trova sulla via Asnate - Arconate.
 
 
 
* 207A Busto Arsizio  6436 6437 6433 zona cascina TENGITT verso Verghera.   del 11/03/96 - Posizione 32TMR85425338
 
Da Busto Arsizio zona ospedale  verso Verghera zona cimitero. Due lapidi in un incrocio una a est e l'altra a ovest. Questa a ovest, vicino a un crocefisso in ferro
 
<-----------
VERGHERA
M . 3/5
???
GALLARATE
M . 1 . 3/5
 
Sui punti di domanda dovrebbe eserci una freccia a destra ma non si vede. Si trova  sulla via Asnate - Arconate.
 
 
* 208A Busto Arsizio 6438 6439 zona cascina TENGITT verso Verghera.   del 11/03/96 - Posizione 32TMR85425338
 
Da Busto Arsizio zona ospedale  verso Verghera zona cimitero. Due lapidi in un incrocio una a est e l'altra a ovest. Questa a est, vicino a un crocefisso in ferro
 
------------>
ARCONATE
M. 5 3/5
<-----------
BUSTO ARS°
M . 2 3/5
 
Si trova  sulla via Asnate - Arconate.
 
* 209A Gallarate. 6434 6435 del 23/03/96 - Posizione 32TMR85106390
 
Si trova in una posizione di confine tra Gallarate (Asnate), Busto Arsizio e Verghera. E' in mezzo i campi presso la cascina Coppi Sartori e Golorietta.
 
 
------------>
PER
SACCONAGO
Chil. 4.50
 
 
Si trova  sulla via Asnate - Arconate.
 
 
* 210A Boffalora diapositiva 6440 6441 del 23/03/96 32TMR87003570
A Boffalora Ticino per andare all'entrata dell'autostrada in localita' cascina Rescaldina sul lato ovest della strada presso il muro di cinta della casa ad angolo. angolo di visuale ??????. E' molto ben segnata con vernice nera. Ottima conservazione e visibilita'.
 
BERNATE
E CASATE
K. 2.778
---------->
CUGGIONO
<----------
K. 3.704
 
 
* 211A Buscate diapositiva 6444 del 23/03/96 32TMR85754495
Se da Buscate si va a Bienate, si trova questa lapide.. E' in una posizione anomala. Le descrizioni non corrispondono alle descrizioni e distanze dei paesi. Controllare.
 
 
--------->
BIENATE
 
K. 2.900
<----------
MAGNAGO
 
K. 2.100
 
 
 
212       4864 ???  del 30/12/95 posizionexxxx
 
 
da leggere
 
 
 
 
 
213 Oleggio    4866 4867  del  del 30/12/95 posizionexxxx
 
 
da leggere
 
 
 
 
214 Cuasso al Piano 4280 del  21/08/95 posizionexxxx
 
 
da leggere
 
 
 
 
 
 
215 Saronno Cascina 4954 del 21/09/95 del  21/08/95 posizionexxxx
 
 
da leggere
 
 
 
 
 
216 Bisuschio 4279 del 21/08/96  posizionexxxx
 
 
da leggere
 
 
 
 
 
 
217 Barzola 3912 del 10/07/95  posizionexxxx
 
 
da leggere
 
 
 
 
 
 
218 Loreto 4497 4500 del 28/08/95 posizionexxxx
 
 
da leggere
 
 
 
 
219 Brusimpiano 4278 del 21/08/95 posizionexxxx
 
 
da leggere
 
 
 
 
 
220 Besano 4281 del 21/08/95 posizionexxxx
 
 
da leggere
 
 
 
 
 
 
221 Montepagano 4671 del 18/11/95 posizionexxxx
 
 
da leggere
 
 
 
 
 
 
* 222 Castano Primo - 6445 6446 del 23/03/96 - Pos 81644715
 
Questa pietra segna il confine tra castano primo e S. Antonino. Da S. Antonino si passa davanti alla chiesa del "Madonna dell'aiuto", si passa il cimitero, il depuratore e sul confine dei due paesi a sinistra la pietra. Proseguendo la strada in castano primo si arriva nella via per Lonate pozzolo.
 
 
---------->
CASTANO
M. 1.???
<----------
VENZAGHELO
M. 4/3
 
 
223A Vigano - In macchina - del 05/04/96 - posxxxxx
 
All'uscita di Vigano per andare a Gudo Visconti.
 
GUDO VISCONTI
------------->
K. 2.72
???????
 
 
 
 
 
224 Bobbio - Diapositiva da montare sul telaietto
 
 
 
 
 
225 Ornavasso - 6638 6637 6639
 
------>
A DOMODOSSOLA
CHIL tri 26
<----------
AD ARONA CHILtri 55
 
 
 
 
 
226 Premosello - 6618 a muro
 
COMUNE DI PREMOSELLO
--------
MANDAMENTO DI ORNAVASSO
--------
PROVINCIA DI PALLANZA
--------
STRADA R. DEL SEMPIONE
 
 
 
 
 
 
227 Biegno -        - Posizione xxxx
 
<-------<<<
A BIEGNO
M.G. 4/5
 
 
 
 
 
228 Reno -        - Posizione xxxx
 
<-------<<<<
A LEGGIUNO
M.C.I.
 
 
 
 
 
 
229 Reno -     - Posizione xxx
 
RENO
FRAZIONE
DI
LEGGIUNO
 
 
 
 
230 Monvalle -       - Posizione xxxx
 
MONVALLE
--------
DIST. XIX DI GAVIRATE
--------
PREOV. DI VARESE
 
 
 
 
 
231 Cardana -      - Posizione xxxx
 
BESOZZO
--------
MAND. DI GAVIRATE
--------
PROV. DI VARESE
 
 
 
232 Cardana -      - Posizione xxxx
 
<------<<<
A BOGNO
LEGGIUNO
MONVALLE
 
 
233 Cardana -      - Posizione xxxx
 
CARDANA
--------
DIST: X?? DI GAVIRATE
---------
PROV.  DI ??????
 
 
234 Travedona -      - Posizione xxxx
 
>>>-------->
A BREBBIA
C H 2.645
<-----<<<<
A CADREZZATE
CHIL. 0.318
 
 
235 Travedona -      - Posizione xxxx
 
<------<<<<
A SESTO.de
CH. 7.357
AD  OSMATE
CH. 1.932
 
 
236A Calcinate del Pesce     -   posizione xxx
 
Nella piazzetta due lapidi una a nord e una a sud. La piazza nei pressi del lungolago.
Nell'incrocio tra groppello LissagoeMorosolo e la statale lungolago.
Lapide a nord:
 
<------<<<<
A LISSAGO
CHIL.tri 2.645
>>>>------>
A CALCINATE
DEL PESCE
 
 
 
237A Calcinate del Pesce     -   posizione xxx
 
Nella piazzetta due lapidi una a nord e una a sud. La piazza nei pressi del lungolago.
Nell'incrocio tra groppello LissagoeMorosolo e la statale lungolago.
 
Lapide a sud:
 
<------<<<<
A GROPPELLO
CHIL.tri 2.640
>>>>------>
A CALCINATE SP.
A MOROSOLO
CHIL.ti 1.852
 
 
 
238A Sologno     -   posizione xxx
 
Fra Sologno e caltignaga sulla strada verso S. Bernardo e Morghengo
 
 
<------<<<<
STRADA COMUNALE
PER
MORGHENGO
UNITO DI SOLOGNO
 
 
 
239A MOMO     -   posizione xxx
 
Fra Novara e Mono all'incrocio con Alzate.
 
 
 
<------<<<<
STRADA COMUNALE
PER
MIRASOLE
UNITO DI SOLOGNO
 
 
 
240 Lenta     -   posizione xxx
 
Fra Gattinara e Ghislarengo. Una all'inizio del paese e una alla fine.
 
 
 
 
COMUNE DI LENTA
-----------
MANDAMENTO DI GATTINARA
-----------
PROVINCIA DI VERCELLI
-----------
STRADA P. DA VERCELLI A VARALLO
 
 
 
 
241 Lenta     -   posizione xxx
 
Fra Gattinara e Ghislarengo. Una all'inizio del paese e una alla fine.
 
 
 
 
COMUNE DI LENTA
-----------
MANDAMENTO DI GATTINARA
-----------
PROVINCIA DI VERCELLI
-----------
STRADA P. DA VERCELLI A VARALLO
 
 
 
 
242A Albizzate     -   posizione xxx
 
Fra Sologno e caltignaga sulla strada verso S. Bernardo e Morghengo
 
 
>>>>------>
SOMIRAGO
Chil. 2.730
<---------<<<<
MENZAGO
Chil. 1.210
 
 
 
243A Azzate     -   posizione xxx
 
Vicino al cimitero
 
<---------<<<<
A BRUNELLO
Chil. 1.543
>>>>------>
AL CASTELLO
PER DAVERIO
Chil. 2.778
 
 
 
 
 
244B CAIDATE     -   posizione xxx
 
 
<---------<<<<
ALLA GAZZADA
M.G. 1/2
A CAIDATE M.G. 5/6
 
 
 
 
245C Azzate     -   posizione xxx
 
 
AZZATE
MAND. XVII
PROV. DI COMO
 
 
 
 
 
 
246A Azzate     -   posizione xxx
 
 
 
>>>>------>
PER DAVERIO
Chil. 2.468
<---------<<<<
PER VERGONNO
Chil. 1.100
 
 
 
 
247B Galliate Lombardo     -   posizione xxx
 
 
 
<---------<<<<
AL LAGO
M  CHIL. .740
 
 
 
 
248A Bodio Lomnago     -   posizione xxx
 
 
 
<---------<<<<
A BODIO
M.G. ???
>>>>-------->
A GAGLIANO
M.G. ??????
A DAVERIO
M.G. 5/6
 
 
 
A GAGLIANO sarebbe Galliate Lombardo
 
 
 
249C Brissago valtravaglia     -   posizione xxx
 
ve ne sono due
 
 
COMUNE DI BRISSAGO
----------
DISTRETTO XXI DI LUVINO
----------
PROVINCIA DI COMO
 
 
 
250C Brissago valtravaglia     -   posizione xxx
 
ve ne sono due
 
 
 
COMUNE DI BRISSAGO
----------
DISTRETTO XXI DI LUVINO
----------
PROVINCIA DI COMO
 
 
 
251C Mesenzana     -   posizione xxx
 
 
 
COMUNE DI MESENZANA
----------
MANDAMENTO .V. DI LUVINO
----------
PROVINCIA DI COMO
 
 
 
252C Cassano Valcuvia     -   posizione xxx
 
 
 
CASSANO V.via
----------
DIST.XXI DI LUVINO
----------
PROV. DI COMO
 
 
 
 
 
253A Comacchio valcuvia     -   posizione xxx
 
 
 
????
 
A VARESE
 
 
 
 
 
 
254C Capolago centro     -   posizione xxx
 
A muro. Da fotografare
 
 
 
 
 
255a Somma Lombardo     -   posizione xxx
 
Sul sempione presso i vigili urbani. Da fotografare
 
 
 
 
 
xxxA Besnate - 3839 del 21-06-95 -        Posizione 32TMR81266185
 
Non esiste piu' in quanto recenti lavori del primo semestre 1995 hanno sbancato completamente l'incrocio non lasciando alcuna traccia. Alcuni contadini della zo na lo confermano.
Tra Besnate e Crugnola con deviazione per Centenate.
 
 
non esiste piu'.
 
110A
 
 
 
 
Lista delle citta':
 
 
 
 
 
 
 
Albusciago
Angera
Angera
Appiano Gentile
Arluno
Azzio
Bardello
Bardello
Bareggio
Barzola
Bascape'
Battuello
Bernate Ticino
Besnate        Mand .XIX di Gavirate - Prov. di Varese ma prima era Como
Besozzo
Bestazzo
Binasco
Bizzozzero
Bizzozzero
Boffalora
Boffalora
Bogno
Borgosesia
Bornasco
Borsano
Brebbia
Bregano
Bregnano        MANDAMENTO DI COMO - PROV. DI COMO
Brenta
Briga Novarese
Brinzio
Brunello
Busto Arsizio
Busto Arsizio
Cadegliano Vichignolo
Cadorago        MANDAMENTO DI APPIANO - PROV. DI COMO
Caidate
Campomorto
Capronno
Casorate Primo
Castegnate
Castelletto Ticino
Castelnuovo Bozzente        MAND.to XIII DI APPIANO - PROV. DI COMO
Castelseprio
Castiglione Olona
Castronno
Catelnovate
Cavallirio
Cerro Maggiore
Chiaravalle
Cislago
Cisliano
Cittiglio
Coarezza
Comabbio        Mandamento di Angera - Circondario di Varese Prov. di Como
Comacchio
Crugnola
Cuasso al piano
Cucciago        MANDAMENTO III DI COMO
Cuveglio
Cuvio
Gallarate
Gargallo
Ghirla
Gola Minore
Gornate Olona
Gozzano
Guanzate
Gurone
Ispra
Jerago
Landriano
Lardirago
Legnano
Lentate
Limido Comasco
Lisanza
Locate varesino
Locate Varesino
Lomazzo
Lonate Ceppino
Lozza
Lurago marinone
Macconago
Magenta
Marcignago
marzano
Mediglia
Melegnano
Mercallo dei Sassi
Milano
Monbello
Montonate
Monvalle
Morca
Mozzate
Oleggio Castello        MANDAMENTO DI ARONA - PROVINCIA DI NOVARA
Olginasio
Oltrona Mamette        MAND.to DI APPIANO - PROV. DI COMO
Oneda
Ossona
Poasco
Ranco
Romano Brianza        MAND.to XII DI CANTU' - CIRC.rio DI COMO
Rovate
Rovello Porro
San Andrea
San Pietro in Bistazzo
Sesto calende
Sforzesca
Solbiate
Solbiate Olona        MAND. XIII DI APPIANO - PROV. DI COMO
Somma Lombardo
Sumirago
Taino
Ternate       DISTR. ???? di ANGERA -  ???? DI COMO
 
Torba       MAND.to XII DI TRADATE   PROV. DI COMO
Tornavento
Tornavento
Travedona
Vairano
Vajano
Vanzago
Varano Borghi
Varano Borghi
Varese
Vedano Olona
Vedano Olona
Vellezzo Bellini
Venegono Superiore       MANDAME. VIII DI TRADATE -  PROV. DI COMO
 
Veniano
Vergiate
Villa cortese       MANDAMENTO DI CUGGIONO
Villalunga
Vinago
Vizzola
Vocca
Zelata
Zerbolo'
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Pietra Miliare tipo A - Posta a terra, negli incroci o bivi, In Sasso  con dimensioni di larghezza     profondita'     e altezza varia a seconda  se nel rifacimento della strada sono state piu' o meno interrate.   La testa e' arrotondata.
 
Pietra Miliare tipo B - E' a muro, a una certa altezza da terra e porta le  indicazioni stradali.
 
Pietra Miliare tipo C - E' a muro, ad una certa altezza da terra e descrive  il luogo con provincia e disteretto o mandamento.
 
Pietra Miliare tipo D - Altre varie
 
Pietra Miliare tipo T - Triangolare
 
 
Diapositive da definire
 
3861
3862
3863
3864
3865
3912
3930
3970
4026
4075 - Corgeno - Caposaldo di livellazione Istituto Geografico Militare
 
 
4077 - Pietra Miliare sulla strada, sul muro del castello di Pombia, vicino al ponte del castello, per la strada da Pombia a Oleggio. -  Cosa fare di questa?????
 
La biblioteca di Sumirago ha i seguenti orari: LUN - MER - VEN dalle 15:30 alle 19:00 e il SAB dalle 09:00 alle 12:30.
Trovare il libro di Sumirago con le descrizioni della chiesa di Santa maria e  probabilmente anche della Pietra Miliare n. 28.
 
 
 
Caratteristiche
 
Pietra Miliare n.                 (diapositiva n.    del ..-..-....) -
Ubicazione:
disegno delle scritte:
Descrizione del cippo:
Ubicazione:
Tipo di materiale:
Angolo di visuale:
Dimensioni:
     altezza fuori terra:          Inclinazione:
     Larghezza:               Profondita':
     Raggio o curvatura:           Angolo di visualita':
     Distanza dalla strada:          Stato di conservazione:
        Dimensione dei caratteri:
 
 
 
 
 
CIPPO - Cippus - Tronco di colonna  senza capitello, per solito con iscrizione, da collocarsi in cimitero o per servire da confine, o per insegnare la strada ai viaggiatori.
 
 
    parole
-----------------------------------------------

10.8 La festa dei folli

www.redigio.it
 
;La festa dei folli
 
Atto I
 
Scena I
 
 
Entra la processione col Santo e la Madonna in portantina: Flagellanti, Aggiogati, Vergini penitenti, Saltimbanchi, Suonatori, il Vescovo sull’asino, l’Imperatore, il Diavolo, tutti eseguono azioni e cantano liturgicamente mentre vanno a disporsi per la Sacra Rappresentazione. Terminato il canto e presa posizione, l’Araldo con tre compari imbonisce il pubblico.
 
ARALDO              Devoti di Gesù, dolce Signore,
cari ascoltanti, io sono a voi mandato
per dir com’oggi abbiam con gran fervore
di Santo Magno la storia qui ordinato.
di stare in silenzio et in amore
divotamente ciascuno vien pregato
acciò possiam, con più diletto vostro
porre ad effetto il desiderio nostro.
Fortune e sventure saper dovete
de lo patrono grande et sanza nèi:
del Magno Santo allor da noi udrete
com’éi dai ferri liberi fe’ i rei;
le donne a Lucifèr cadute in rete
salvò. E in cinquecentoventisei
come lo Imperadore Teodorico
gli fu prima divoto e poi nimico
Lodiamo chi con fermo e gran disìo
in ogni cosa volse il guardo a Dio.
 
S’avanza il Diavolo e si appresta a tentare le Vergini folli. Si rivolge prima al pubblico e poi a queste.
 
DIAVOLO              Voglio portar le donne in tentazione
messe ciascuna a mio eterno spasso.
Cessate o voi, diletta mia legione,
patir le pene in questo mondo basso:
perché soffrir se sola vostra sorte
sempr’è patir finché non vegna morte?                                                                                                               
Le Vergini folli corrono subito da lui.
 
 
 
 
LE FOLLI              Coglier vogliam, di breve nostra vita
gioia, piacer, financo gaudio estremo,
acciò chiediam lo tuo palese aìta
di noi signor, Satàn, prence supremo.
Felici siamo or di nostra sorte
poi che null’altro v’è dopo la morte.
 
Interviene la Madonna che chiede alle Vergini savie:
 
MADONNA              Ohimè, chi son color, care sorelle
che vanno via da me misere e oscure?
Camminan certo quelle gente felle
verso l’Averno dalle nere mure.
Se sol col pianger nostro le tornasse
direi che mai di pianger se restasse.
 
Il Diavolo ora tenta anche le Vergini savie:
 
DIAVOLO              Venite donne dietro a Satanasse
ch’à gran disìo a farvelo sentire:
dico lo Inferno e le sue mure basse
ch’è facile a intrarvi, non a uscire,
città del doglio e la perduta gente;
siete ormai mie, seguite immantinente.
 
San Magno si muove dal suo piedistallo e interviene.
 
SAN MAGNO              Invoco or l’altissimo mio Pate
con Cristo dolce e lo Spirìto Santo,
or vi protegge: libere ne andate
a la Madonna e al suo celeste manto,
tra le mie braccia poi voi ne verrete
sì ch’al dimonio tristo scamparete.
 
Fa una specie di esorcismo e il Diavolo è sconfitto. I due gruppi delle Vergini vanno verso il Santo.
 
LE FOLLI              San Magno con la ferma sua parola
e grande e dolce voce n’ha salvate,
la nostra prece or nel cielo vola:
sia resa grazia a grande sua bontate.
Compagne nel cammin con voi or siamo
solo del Santo esser noi vogliamo.
 
LE SAVIE              L’amor che questi dolci prieghi getta
pervenga a te, San Magno protettore:
li nostri corpi virginali accetta
e li conserva sempre nel tuo amore.
Se della Vergin già t’innamorasti
ricevi o sposo i nostri petti casti.
 
Il Santo le abbraccia tutte sotto lo sguardo compiacente della Madonna cui alla fine egli si rivolgerà.
 
SAN MAGNO              Sinìte vìrgines ad me venìre:
al cuore mio le voglio più vicino,
null’altro dèbbian esse ancor patire,
grand’è l’amor, ma più l’amor divino;
tòllera, Madre, questa lor passione:
salve le ho da grande tentazione.
 
Il Diavolo si prova ora a tormentare i prigionieri al giogo.
 
DIAVOLO              Ite inante a Satanasse,
ch’el comanda per lo vero
vostre vite qui voi lasse
ché coprirvi vòi de nero,
darvi l’arra de lo Inferno:
là starete in sempiterno.
 
PRIMO AGG.              Per mercè, voi che vedete
la dolente carne nuda,
se podere alcuno avete
su’na sorte tanto cruda
sovenéte, ché mia vita
più non tolle’sta partita.
 
SECON. AGG.       Tutti quanti avemo un Pate
de noi tutti Criatore,
de’ste teste qui aggiogate
tu ne fìa despensatore:
dalla pena che sostegno
io più erto non me tegno.
 
SAN MAGNO              Assai pietà de voi ce prenne
ché sì tristi ve vedemo,
nulla scusa se po’ intenne
ch’aitàr non ve podemo,
se lo Rege il giogo impose
io vi solvo a chiste cose.
 
Un Flagellante dei Prigionieri si lamenta col Diavolo:
 
FLAGELLANTE       S’elli compie cotai segne
che ciascuno rende sano
che sarà di nostre regne:
farà ciascun legame vano.
Quiglie che teniam legati
serìan de lui deliberati.
 
Il Diavolo a S. Magno indicando prima l’uno e poi l’altro prigioniero:
 
DIAVOLO              Perché o Magno benedetto
non mi lasci al mio lavoro:
questo è seme maledetto
già dannati son costoro;
mio è stato buon servente
lui e tutta la sua gente.
 
SAN MAGNO              Vade retro Belzebutte
tolli via la tua presenzia,
queste alme, dico tutte,
di mia godranno providenzia.
Lor sia tolto il giogo tristo
e tu sprofonda o Anticristo.
 
Vengono liberati gli Aggiogati che così rendono grazie:
 
AGGIOGATI              Gloria a Magno benedetto
bien se può tener biato,
al mond’al ciel egl’è deletto
per l’amor che n’ha mostrato:
in virtù di sua boutade
riprendiamo dignitade.
 
Il Diavolo viene sconfitto ancora una volta tra il tripudio degli astanti, ma ecco farsi avanti il Vescovo sul suo asinello da penitente e dire:
 
VESCOVO              O San Magno, Pat’in terra,
odi trista novitate:
l’Imperador t’ha mosso guerra
d’amico ch’era in veritate.
A nostr’Ordene fa onta,
a lui poni riva pronta.
 
TERZO SALT.       Viene con folta un’armata
a còrre, dice, suo diritto;
sua fede, dice, va osannata,
la nostra aborre con editto.
La terra toglie a sant’Ecclesa,
punisci o patre tanta offesa.
 
S’avanza superbo l’Imperatore che subito apostrofa con arroganza il Santo:
 
IMPERATORE       Di mia corona servitore
io voglio farti, tristo prete.
Io son, recorda, Imperadore:
a me obedisci o non avrete
più pace in esto od altro loco,
vo’ mette tutt’a ferr’e foco.
 
SAN MAGNO              Signor del mondo tu ti credi,
e ne vieni qui a cercare
chissà qual oro, ma non vedi,
sol mio tesoso è l’amare.
Null’altre gemme io possiedo
che la mia gente e’l mio Credo.
 
IMPERATORE       Falso marrano, in ginocchio
ti vo’ veder, santo patrono,
legato dietro al mio cocchio
pregar pietade all’alto trono
ov’io or siedo, tuo padrone,
rendimi i ben, cane ladrone.
 
Alza la spada per colpirlo mentre i suoi giannizzeri arraffano ciò che possono, ma sono fermati da un gesto del Santo che predica alto:
 
SAN MAGNO              Le mie parole, figli, in cor tenete:
la mente abbiate sempre vòlta a Dio.
De la sua forza or v’accorgerete
contra quest’empio uomo falso e rìo,
l’Imperador con nuje fa contesa
e meretrice chiama santa Ecclesa.
 
Avviene ancora un miracolo: le collane strappate si trasformano in serpi, dagli scrigni anziché ori escono alte fiamme, etc.; reazioni diverse degli astanti mentre l’Imperatore cade in ginocchio, anche lui vinto.
 
SAN MAGNO              Mirate tutti voi qual’è potenzia
de lo solo Dio ver, unico e trino:
sempre lo amore vince su violenzia,
vedi lo Imperador: ha’l capo chino.
Arecordàte adunque miei fedeli:
la Grazia sempre sta negli alti cieli.
Serbate ancor e forte dentro il cuore
questo sol Credo: Dio nostro Signore.
 
Tutti indistintamente si inginocchiano e cantano in penitenza questa stanza pietosa:
 
TUTTI               Eterno Padre, il cui poter corregge
ciò che per l’universo se comprende:
drizza a porto questa errante gregge
che cerca quel tesor che tutto intende.
Vedi l’ancella tua che più non regge
al cuor, sì gran dolor sua calma offende.
Non voler, Padre, ch’el difetto nostro
tolga a l’uom quel tesor che tu gli hai mostro.
 
L’Araldo si rialza e si congeda dal pubblico
 
ARALDO              Popol devoto e pien di reverenzia,
veduto avete la novella istoria
di questo Santo pieno di prudenzia;
pigliate esempio a sua degna memoria
la qual fu ornata di vera eloquenza
se volete fruir l’eterna gloria;
vivete sempre in pace e con amore.
Perdon vi chieggio se c’è stato errore.
 
 
Scena II
 
 
A questo punto, anacronistica e inaspettata, avanza a passo d’uomo una grossa berlina circondata da quattro “gorilla” che si fa largo tra lo sgomento dei presenti e si posiziona davanti alla portan-tina del Santo. Ne scendono dapprima due attillatissime segretarie in minitailleur e berretto a visiera che aprono le portiere posteriori: da una di queste esce l’Assistente del Ciucciccì, indossa lunghi stivali e un soprabito entrambi in pelle nera. Una delle Segretarie annuncia:
 
SEGRETARIA   Il Ciucciccì: Capo-Ufficio-Coordinamento-e-Controllo allo Sport, Spettacolo, Cultura, Istruzione, Tempo libero, Tempo prolungato, Tempi supplementari, con delega al Verde, al Bianco e (perché no) anche al Rosso onorevole Dottor Professor  Francesco Giuseppe Lo Judice, conte di Torquemada.
 
Scende dall’auto il Ciucciccì: sorriso smagliante, blazer blu e cravatta regimental, scarpe inglesi.
 
CIUCCICCI’       Comodi, comodi, non c’è bisogno, sono qui in visita del tutto informale, solo una chiacchierata tra amici…
(schiocca le dita e i suoi giannizzeri tolgono dal baule un tappeto rosso su cui poggiano un trono pieghevole; il Ciucciccì vi siede con grande nonchalance mentre le due ipersegretarie si mettono alle sue spalle, la Assistente prende appunti e i gorilla piantonano la nuova posizione. Si rivolge all’Assistente):
Dov’eravamo?
 
ASSISTENTE     “… tra amici”.
 
CIUCCICCI’       Ah, già. Con tutti questi discorsi inaugurali. E’ terribile! Tagli il bosco e volano le
schegge. Mi rivolgerò subito alla direzione generale per il coordinamento. Lo dirò
a… chiaro no? E se lui rifiuta ne parlerò con … in persona… eh-eh-eh, chiaro no?
Ah i piccoli disguidi del meccanismo, ah i meccanismi ad esempio della Svizzera!
Siete mai stati in Svizzera? Io ci sono stato. Svizzeri dappertutto. Veramente interessante. Signorina, prenda nota, bisogna lanciare una vasta campagna… dove
eravamo? (Fa un cenno e una delle Segretarie gli porge uno specchietto nel quale
controlla qualche ritocco; nel rendere l’oggetto flirta con la ragazza) Bello ‘sto
rossetto (accenna ad un possibile incontro ma viene interrotto da un bodyguard
che gli passa un cellulare) Allo? Sto in riunione, che c’è? Il teatro è in corso? Ah,
con tutti questi discorsi inaugurali… Ah, non “in corso”, è “arso”,  sì sì, ma perché lo
vieni a dire a me, scusa, chiama i pompieri no? Un’inchiesta? Ma ‘sti cazzo di
magistrati mi lasciano lavorare o no? (riaggancia e rende il cellulare) E' terribile,
tagli il bosco e volano le schegge! Signorina, prenda nota, bisogna lanciare una
vasta campagna… (Si accorge finalmente che l’intera compagnia lo sta guardando
esterrefatta) .. E questi chi sono? Signorina, dov’eravamo?
 
 
ASSISTENTE     “… bello questo rossetto”.
 
CIUCCICCI’       (Sta già facendo l’imbecille con l’altra Segretaria) Il rossetto, certo, ma di chi
sono questi begli occhioni, eh? (Riprendendosi) Ma cosa mi fa dire, signorina, ci
si mette anche lei adesso? (Accenna alla Segretaria un possibile appuntamento)
Siamo qui per lavorare, ah con tutti questi discorsi inaugurali.. chiaro no? Ah, ma
alla prossima convention glielo dico a… chiaro no? Dov’eravamo?
 
ASSISTENTE     “… teatro…”
 
CIUCCICCI’       …Teatro, certo, ed infatti eccoci qui dagli amici del teatro a parlare di teatro in un…
(si guarda intorno perplesso) è un teatro questo? (Finalmente gli attori si sbloccano
ma con aria incerta e facendo un po’ propria la domanda)  Allora? Vogliamo di qui,
abbiam diritto di là, prima tanto casino e adesso parla più nessuno? Signorina, m’ha
preso appuntamento con dei deficienti? Ma chi è che comanda qui?
 
SAN MAGNO    (Stentando a capire) Prego?
 
CIUCCICCI’       Ah, fantastico, tutti pregano il santo e invece il santo prega me! Chiaro no? Ah-ah-ah!
(Fa un cenno e tutti i suoi accoliti ripetono meccanicamente la risata finché li tronca
sempre con un gesto. Si rivolge al “Santo”) Dov’eravamo? (Quello fa per parlare ma
lui lo previene) No, non me lo dica, ricordo benissimo, lei mi prega e io invece le chiedo
ci sarà ben un supervisor, un account, un area-manager, un… (Gli passano un cellulare)
Yes? Scuola? Che scuola? Salmonella? Lo sai che non vado a pesca, io, con tutti ‘sti
discorsi inaugurali… Inchiesta? Ma non se ne può più di questi… chiama subito…
chiaro no? (Riaggancia) Signorina, prenda nota, (comincia ad accelerare le battute)
bisogna eccetera eccetera chiaro no? Dov’eravamo?
 
ASSISTENTE       (Accelera anche lei) “… account, area manager”
 
CIUCCICCI’         Sì, insomma, stia a sentire lei (il “Santo” si schernisce inutilmente), sarò rapido e…
circonciso - come dice un mio amico rabbino – ha-ha-ha (stessa gag di prima, ma gli
attori non accennano a divertirsi per cui li apostrofa)… Cos’è, non l’avete capita? Ah,
già, qui si fa teatro serio.. e allora, seriamente.. (telefonino) Allo? Chi? Bi.. ci.. di.. gi..
ah, mi hanno incriminato? (Riaggancia) E’ terribile, tagli il bosco e volano le schegge,
signorina prenda nota (dice quanto segue insieme all’Assistente)
+ASSISTENTE   “bisogna lanciare eccetera chiaro no?” (riprende da solo) Dov’eravamo? (Insieme c.s.)
+ASSISTENTE  “sarò chiaro allora”.(Da solo e sempre più veloce) Facciamo un esempio: siete mai stati
in Inghilterra? Io ci sono stato. Inglesi dappertutto. Veramente interessante. Perciò,
analogamente e in riferimento a questo, ottemperando ad una normativa vigente, nel
pieno rispetto delle regole, adempiendo ad un dovere cui immeritatamente sono stato
chiamato, voi mi capite, mutando le condizioni socioculturali così intrinsecamente
legate alla mutata condizione economicopolitica del Paese … chiaro no?.. il santo, voglio
dire questo santo, sì insomma, il santo che state celebrando, ma forse sarebbe più corretto
dire ricordando, viste le circostanze, le incombenze, il politicamente corretto, la società
civile nellamisurincui il discorso andrebbe portato più a monte, è come dire… superato,
incongruo, non in linea… chiaro no?
 
(Gli attori si guardano un lungo attimo ancora smarriti e poi rispondono all’unisono)
 
ATTORI             No!
 
CIUCCICCI’             Ma insomma, è semplicissimo, persino degli attori potrebbero capirlo, ha-ha-ha…
(gag velocissima c.s., per cui si rivolge sconsolato agli accoliti) Vabbe’, questi il cabaret
non lo vogliono fare.. Sentite un po’, serissimi amici del teatro impegnato ecc. ecc.,
sarete almeno informati che c’è in atto nel Paese una profonda… come dire… per cui
anche voi, miei cari, dovete mettervi in linea coi tempi, le mode.. signorina, guardi che
qui dobbiamo lanciare una campagna ancora più vasta, allora, perché anche i santi
bisogna che siano.. IN, che curino l’immagine, al passo coi tempi, la società civile, il
Sud del mondo che avanza, chiaro no? (Ricomincia ad accelerare) E questo vostro San…
Magno, mi pare, no? È così che si chiama… be’ ecco, qualcuno ha fatto notare che..
insomma, poiché le fonti storiche, ma anche prescindendo da queste, cioè questo nome:
“Magno”.. magno, magno (mima gesti che indicano l’abbuffarsi), non è mica tanto.. no?
O cos’è, facciamo della satira politica, eh? Via, è giù di moda, siamo nel terzo millennio.
Avete forse fatto il Sessantotto? Eravate neanche nati, ma io si. Sessantottini ovunque.
Veramente interessante. Ma adesso ci vuole un bel santo di quelli .. chiaro no?
 
ATTORI              (C.s.) No!
 
CIUCCICCI’       Allora tagliamo il bosco e facciamo volare le schegge: San Magno è stato declassato, accantonato, insomma non fa più parte del calendario, tolto, sparito, kaputt, e al suo posto viene messo come patrono eccetera San Tantalo. (Reazioni varie degli attori, perlopiù
a chiedersi chi sia questa new entry) Sissignori, San Tantalo, indicato dai nostri sondaggi
nei top ten of the paradise, discreto ma che all’occorrenza tira fuori le palle, tattico e
populista, ecc. ecc., e che nel nome richiama anche quel tale che non mangiava manco
il classico fico secco. Ecco: è chiaro adesso o no?
 
Marina       A parte che non sappiamo neanche chi cavolo è ‘sto San.. Vandalo.. sandalo, insomma
quello lì, noi come facciamo adesso? E’ un anno che stiamo preparando ‘sta roba con S.
Magno e la roba è da farsi tra due giorni.
 
CIUCCICCI’       Ecchissenefrega, scusi, cambiate no? Che ci vuole, per quattro stracci due candele e una
canzoncina la mettete giù così dura? E poi “passata la festa, gabbato lo santo”, no? Ha-
ha-ha (Gag come all’inizio. Gli passano un telefonino) Dìgame? Garanzia? Ma se non è
neanche mia la macchina, cazzo mi avvisi? Ah, non la macchina, io.. e tu l’hai saputo dai
giornali che escono domani, chiaro… no. (Riaggancia e si avvia rapido all’auto imitato
dalle segretarie mentre i gorilla caricano tappeto e trono) La mia assistente sarà felice di
aiutarvi in questa fase di.. come dire.. chiaro no? Perdonatemi se non mi trattengo oltre in
questa vasta campagna ma devo inaugurare un tenero bosco..voglio dire tagli i discorsi e
scheggiano i voli, o meglio (quasi a scioglilingua) inauguri un taglio e discorrono le
schegge, volano gli auguri e si imboscano i tagli discorsivi, chiaro no? (Sparisce nell’auto che si defila. L’Assistente prende in pugno la situazione).
 
ASSISTENTE       O.K., boys, chi comanda qui?
 
El Pidio       Scusi, non per dire, ma la nostra è una struttura democratica, per cui…(viene interrotto)
 
ASSISTENTE       E che significa? Questa “ struttura democratica” avrà comunque un capintesta, no? (tutti gli attori blandamente indicano Fausto, imbarazzatissimo)
 
Fausto       Beh, ecco, se proprio proprio…permetta che mi presenti: sono il, ehm, presidente - ça va sans dire – dell’associazione culturale “Poesia & Teatro” e, come diceva giustamente il caro amico che mi ha preceduto, comunque questo nostro gruppo si è costituito su solide basi di volontariato, su alti valori quali la solidarietà, l’amicia, il rispetto delle diversità.
 
ASSISTENTE      (interrompendolo)Alle corte: chi è the director, le metteur en scéne, der direktòr?
 
Carmen       Scusi, in italiano come farebbe?
 
ASSISTENTE      Ma siamo in Europa, mi consenta, vabbe’: il regista, no?
 
Carmen       Ah, ecco.
 
Costanza       Quello non c’è, è l’unico professionista e quindi una volta messo in piedi questo progetto ha dovuto assentarsi per motivi..(una certa inquietudine fra le attrici, colpi di tosse, ecc) 
                              diciamo di lavoro, ma io sono la sua assistente (controscena alle sue spalle ad indicare
                              qualcosa d’altro), se vuole dire a me… forse posso riferire (c.s.)
 
ASSISTENTE      For me there’s no problem, it’s all so simple. Claro no? (a Filomena)
 
Filomena       Oh ges, ges. Denghiu.
 
ASSISTENTE        Very well. Qesto semplifica ulteriormente le cose. Dunqu, capiamoci subito: io sono qui per vedere se è possibile – ripeto se – è possibile adattare il vostro “spettacolo” alla mutata situazione cui faceva riferimento prime l’Assessore, fin qui ci siamo? (cenni di assenso tra il timido e il rassegnato) All right! Partiamo proprio dal basso, cominciamo a dare un’occhiata al materiale che abbiamo a disposizione. Chi è il direttore di scena? (solito imbarazzo) O.K., “democratici”, riformuliamo la domanda: chi è il cretino che se ne sta dietro alle quinte con chiodi e martello? (stavolta tutti hanno capito e indicano Totonno) E ci voleva tanto? Allora, giovanotto, vieni con me e mostrami cosa c’è e cosa manca. (due si portano sul fondo con altri. Tra il gruppo che resta prende la parola Enrico)
 
Scena III
 
 
Enrico       Cioè, fatemi capire, cosa hanno detto, quei due lì? Non si fa? Cambiato il Santo? Ma tu pensa se dovevano farlo adesso, dopo che per un anno - e diconsi un anno – si è fatto le prove il giovedì, con l’Inter alla Pinetina. E io qui a recitare, vestito con ‘ste palandrane e il Vieri che mi spaccava le reti. Non che io mi spaccassi i maroni, però adesso potete anche capirmi se sono un po’ anche incazzato! Io posso capire le loro ragioni per il santo che cambia...d’altronde se lo fanno, tutto quello che mi tiene su il discorso lo posso anche capire...Cioè, loro non l’hanno detto il perché. Ma io tramite uno che passa ogni tanto al bar avevo già annusato la cosa: mi capite se ti dico che io la rappresentazione con sta cosa che non  ha fatto venir fuori niente l’ho fatta bene. E il signor regista lo avrà notato!
 
Costanza       Il regista è partito da qualche giorno, Enrico. Forse non te ne sei accorto....
 
Ass.       (tornando indietro) Tu, carina! Hai detto che sei l’assistente del regista, giusto? Allora, dov’è il copione? Ho bisogno di dargli un’occhiata.
 
Costanza       Vado a prenderlo immediatamente. (si allontana)
 
Ass.       Non appena avrò chiara la situazione, le prove riprenderanno. Non ci vorrà molto, ovviamente. Tenetevi pronti. (raggiunge Costanza. Intanto gli attori si riuniscono in gruppetti. Qualcuno comincia a togliersi il costume. Qualcun altro fa le prove di voce etc. Gli stand dei costumi sono a vista così come le macchine di scena. Maria Teresa dà gli ultimi colpi d’ago ai vestiti insieme alle altre cariatidi. Totonno dipinge i fondali e El Pidio si aggira per il palco cercando i vari pezzi del suo vestiario, da torero).
Enrico       Beh, si cambia...ogni tanto è anche giusto far uscire le cose che sono lì da un po’! Quelli che han deciso- mi corregga pure, signorina, se sbaglio – hanno pensato di lucidare su un attimo la facciata della Legnano, quella che...chiaro no? sì, insomma, non ho bisogno di dire che è stato deciso solo per vedere di uscire da questa situazione che si respira. Come nel Settanta con i nerazzurri che mi han cambiato lo schema a metà campionato e poi i risultati si son visti dopo. Non subito. Sì, bisogna rassegnarsi al nuovo tipo lì, con l’aureola, il santo. Ma io già avevo sgamato il tutto da uno che ho incontrato all’automatico di sigarette, uno che contava, perché si vedeva, aveva tutte le cose di uno che i bottoni li schiaccia...sì, insomma, quello lì mi ha detto che non si sa neanche se dura quel santo qui, per adesso va bene, perché era già nel programma ma tra qualche anno...chiaro, no?
 
Marina       (con fare seccato, mentre cerca di togliersi il costume da flagellante)  Cosa fai, Enrico, parli come quel coglione che è venuto prima? Meno male che sei già andato in pensione, va’, così devo sopportare le tue stronzate solo durante le prove! Averti in ditta, ogni giorno, sarebbe stato un supplizio eccessivo!
 
Robbi              (credendosi molto spiritoso) Il supplizio di San Tantalo! (lo guardano compassionevoli,
                       l’unica a ridere stentatamente è Marisa)
Marina       Adesso ci penso io a chiarire le cose! Fate silenzio! (prende il cellulare) Ambrogio...? Sono Marina... ti chiamo dalle prove...Ueh, Ambrogio! Non scherziamo mica, neh! Cos’è ‘sta boiata che il santo non sarebbe più consono alla situazione storico-politico-cultural.. la giunta? La giunta un par di balle! So ben io la giunta cosa ha detto! Ho organizzato cene con tutti quelli del Palazzo per sapere cosa bolliva in pentola...e adesso mi dicono che si cambia il santo?! Ueh, non ci ho mica scritto ‘pirla’ in fronte con la “P” di Pirelli, neh! Adesso cosa dovrei farmene del ‘Dolce Palio’? Me lo dici tu?! Mi sputtanano l’affare così? Ueh, ma mentre noi siamo qui a parlare, dal mio stabilimento escono 320 dico 320 sanmagnini all’ora! Dieci centimentri di santo al cioccolato farcito, il tutto avvolto in stagnola dorata con tanto di preghierina originale in caratteri gotici. Ci ho già anche il telemarketing pronto e lo slogan: “San Magno: una bontà per i devoti di tutte le età”...per non parlare dei favori che ho dovuto promettere in giro per convincere i miei soci....Ma sei scemo?! Come faccio a cambiare tutto adesso! Va là, pirla!...ecco, bravo ci sentiamo dopo! ( riattacca e compone un altro numero ) Maurino, ma hai sentito del San Magno? ...ma che balle vanno raccontando? Ueh, io c’ho i miei sanmagnini da piazzare....
              (mentre l’imprenditrice parla al telefono, la portinaia interviene per dire la sua)
 
Carmen       Ecco, l’avete sentita quella lì?! Ambrogio, Maurino, la giunta, il sindaco....quella si dà tante arie, si crede chissà chi, e poi magari si scopre che...ogni sera ne passa uno diverso a prenderla e a riaccompagnarla – lo so perché la vedo dalla portineria– io mi faccio i fatti miei, neh, sia chiaro!, però chissà cosa combina! Filomena, ma l’hai guardata bene? Non è mica ‘sto granché...ma gli uomini si sa cosa guardano...ai miei tempi sì che c’erano delle belle ragazze! Non per vantarmi, ma io ero proprio bellina: me lo dicevano tutti che potevo fare l’attrice, neh El Pidio? Poi però ho incontrato te e addio sogni di gloria!
 
Filomena       Ma adesso siamo qui, no? E guai a chi prova a fermarmi! Io ‘sta recita la faccio. Anche da sola...pure se tutte le battute devo dirle solo io. Ma cosa credono, che so solo pulire le aule e tirare le orecchie a quegli asini che vanno a fumare al cesso? Sono un’attrice, ci ho la mia parte, io! I miei hanno anche già preso un pullman per venir su dalla Calabria per vedermi e io cosa gli dico, eh?
 
Ass.                  (la chiama dal fondo) Ehi, tu, invece di star lì a parlare, prendi una scopa e da’ una pulita al palco che fa schifo.
 
Carmen            Però, ha già capito tutto quella lì: te l’ha beccata in pieno!
 
Ass.                 (ora richiama proprio Carmen) E tu vedi di darle una mano, svelta! (le due obbediscono
                        svogliatamente).
 
Scena IV
 
Enrico       E’ tutto un discorso di essere responsabili. Prendi quando lavoravo. Se uno mi diceva: fammi tanti buchi nel muro quanti riesci a farli in due ore, mi capite che io stavo lì un po’ a pensare e poi via di punta e trapano – che se non ci credete chiedete a lei ( alludendo all’imprenditrice ) – insomma, ‘sto spettacolo, che ai più può sembrare monotono, se letto da una certa parte, insomma chiaro no? Vabbè, le prove, che ci siamo divertiti. Ma io sto cazzo di muro dopo due ore ve lo conciavo come un groviera.
 
Carmen       Enrico, com’è che non ti è venuta ancora sete? Di solito a quest’ora, il tuo bianchino...
 
El Pidio       Carmen, non è che ti ricordi dove ho lasciato i miei pantaloni? Voglio togliermi questi paludamenti da prete! Pensa te, se, dovendo rappresentare in piazza la sua inutile vita, io non potevo avere una bella parte! Che ne so, il demonio, eh?! – mi sarei visto bene con le corna in testa!
 
Filomena         Già, perché invece così…
 
El Pidio          (che non afferra) Così come, scusa?
 
Filomena        Così la testa ce l’hai sana secondo te… (Carmen le ammolla una gomitata)
 
El Pidio          (c.s.) Carmen, ma cos’è che dice questa qui?
 
Carmen           Ma lasciala stare che non lo sa neanche lei… Cos’è che non va piuttosto?
 
El Pidio          No, dicevo, Carmen, non è che mi hai dato i tuoi di pantaloni? Qui non ci sto troppo bene!  Secondo te, perché mi hanno dato la parte del vescovo? Cos’è, c’ho la faccia da prete? – teh, saltano anche i bottoni adesso! – Già stare in mezzo a queste beghine dell’oratorio, è socialmente compromettente e ideologicamente ripugnante! Ma fare il vescovo...che è il più prete di tutti ! Però il Ramon ha insistito!...e non fare finta di niente! Lo sai che tuo fratello quando si mette in testa una cosa!...
 
Filomena        Ma anche tu c’hai qualcosa in testa, te l’ho detto (Carmen le tira la scopa)
 
El Pidio          Eh?
 
Carmen       Io non ho detto niente!
 
El Pidio       (Imperterrito) Va sempre a finire così! L’ha messa sul nostalgico....lo confesso, mi ha commosso quando ha tirato fuori la storia della militanza all’oratorio! Un vero uomo non si dovrebbe vergognare ad ammettere le sue debolezze! E quel maledetto lo sa, eccome se lo sa ! Carmen, non è che glielo hai detto tu?
 
Carmen       (fingendosi stupita) Io?!
 
El Pidio       Sì, proprio! Perché volevi che facessimo qualcosa insieme...”Tu mi trascuri”, “Passi più tempo ai COBAS che con me”...e allora hai chiesto a quel traditore di convincermi! Dovevi sentire con che voce me lo ha detto – maledetto Ramon! –  Carmen, dov’è la camicia? Non l’avrai lasciata in giro come al solito? Lo sai che ci tengo! E’ d’ordinanza per affrontare situazioni come questa nella quale i diritti dei lavoratori vengono calpestati dal potere del Palazzo...
 
ASS.       (Che si è avvicinata) Non c’è bisogno che si scaldi, egregio signore. Qui non si stanno discutendo i diritti dei lavoratori, ma l'opportunità di rifondare lo spettacolo su nuove basi.
 
El Pidio       Rifondare! Mi piace ‘sta parola! Però, è in gamba la ragazza qui! Mi piace. Signorina  
                        sono a sua disposizione (I due vanno verso l’asino per la cui entrata El Pidio avrebbe da tempo pensato ad una variante…Si porta avanti il gruppetto delle “Folli”)
 
 
Scena V
 
 
Margherita       Oh, che la piantassero di starnazzare come oche! Tanto è inutile, l’è bel che deciso. Non saranno mica le storie che fanno a fargli cambiare idea a quelli là. Lo sanno anche i muri come stanno le cose: nessuno mi leva dalla mente che hanno mandato quello spaventapasseri e questa aguzzina a dirci che si deve cambiare il santo perché c’è sotto un qualche imbroglio là, tra gli alti papaveri. Prima si son spartiti quelli di qua, e adesso si dividono anche quelli di là, del Creatore! Che mondo! E adesso qualcuno griderà alla rivoluzione, neh, El Pidio?!! Figurati se con ‘sta cosa del santo non darà fiato alle trombe!                    
 
Maria Teresa       Sciura Margherita, la ga propri rasun le! Sa podi pù fa nien, perché han cambiaa ul santu, il patrono... a’ specian l’ultim dì a dil, sa podi?! Ul me Luis ma la dis sempar, Maria Teresa, sta a caa a faa la spesa, putostu! Ul teatar al fa no par ti,a la tò età. Ma al me Luis ga va mai ben nien! Sarà ul colesterolo che lo faa straparlaa! Ga l’ha aaltu! El ga anca avù un’uperasiun al coeur! Tre by-pass g’han mitu. Tre by-pass e la valvola, ma adesso ha due placche sulla carotide, e tante volte, sa, può darsi che...ma go da murì prima mì da lu, neh! Ah, ma mi gaa l’ho dì...
 
Luisa       Tè! E mo sa fem! Tel se? Han sbatù giò ul San Magn! Quei dul Municipi. L’en sbatù giò.
 
Margherita       Tanmè ul Duce. L’era su sul cadreghin. El dì dopu. Zan. Ga l’en sbataa giò. E in gir par ul paes a tiraaghi i pel da patati. Ul duce a Roma e nun chiscì: mi pudevu no tiràgai. E rideu. Rideu...Ul San Magn, istess!
 
Luisa       Mi credeu ca i metevan su una dona: una bella suorina, una quai santa con un po’ da cusciensa, una Madona...
 
Samantah       (scendendo dalle nuvole.. ma restando sul suo trono celeste) Mi dica, ha bisogno di qualcosa, signora?
 
Luisa              (a Samantah) No cara, no, grazie! (alle amiche) Ti, ma pudevan no catà su ‘na Madona un po’ menu indurmenta? (pesanti commenti mimati)
 
Eulalia            Meriti artistici…
 
Monica       Punisci, o patre, tanta offesa! (cerca la giusta intenzione ripetendo la frase più volte)
 
Maria Teresa       E con ‘na Madona insci ta metan su ul San Tantalo, ma chi l’è? Margherita       A ma par vun di mani pulite. Vun da chi maiai di tangenti del Di Pietro, cha gan  rubaa i danè ai por genti. Tantalo! Ndem! Che nom l’è par un  santu. I santi gan da ves puaritti. Pussè puaritti ain, pussè in bravi!
 
Eulalia       Tè va, anche a me mi dispiace che han cambiato santo! Mi era simpatico il san Magno! Mi ero affezionata...voglio dire, al lavoro che stavamo facendo. Si inizia una cosa, poi non si finisce. E no, eh: bisogna fare le cose con ordine, decidere bene prima di fare una cosa, bisogna organizzarsi!
 
Maria Teresa       Propri vera, ti, anca mi.
 
Eulalia       (interrompendola)  Eh, sì. Ad esempio, il sabato, quando faccio i mestieri di casa; prima di tutto devo essere sola, fuori tutti. Devo essere libera di muovermi, altrimenti non si combina niente già di partenza. No, io sono così, neh. Proprio. Metto su un po’ di musica per farmi compagnia, ma poi via di buona rima.
 
Luisa              Anca mi ma pias la musica.
 
Eulalia       (ormai infervorata, interrompe ancora) No, comunque, se devo essere sincera la Monica mi aiuta, è brava, e poi studia, studia sempre…neh, Monica?
 
Monica       Ma’,  non rompere! Non vedi che sto studiando? (e ricomincia)
      
Eulalia       Che brava! Come ci vogliamo bene! Per quello son fortunata, anche mio marito, neh, non posso lamentarmi! Quando può mi dà una mano, mi aiuta, sì, anche lui è bravo: tutti i giovedì mi porta a fare la spesa, sì, il giovedì. Il giovedì, per forza, perché ci sono i bollini.
 
Luisa              (La parola sembra evocare antichi ricordi) …I bollini?
 
Eulalia       Per la raccolta! Ma, perché, non lo sapevi?! C’è bella roba! Ho già tutta la collezione dei piatti, dei bicchieri, belli, col bordo giallo oro, tutti in tinta. Oh, ci vogliono gli anni, ma a me piacciono queste cose. Voglio dire, fare gli abbinamenti! Dai, insomma, sta bene, quando qualcuno viene a trovarti e tu gli presenti una tavola con piatti, posate e bicchieri tutti abbinati!      
 
Luisa       Morale? Hanno cambiato il santo..parché peu...chel da prima, andava ben no? Quando vogliono rendere le cose complicate...e pensare che è un così bel personaggio il San Magno...educativo per tutti, soprattutto per i giovani, uomo rispettoso della virtù, della famiglia...
 
Eulalia              La famiglia! E’ vero! L’importante è volersi bene, neh?
 
Luisa       Proprio! Dem, lo dice anche il don nelle poche prediche dove a sa capiss un quai coss, che la famiglia è un luogo prediletto...chel santu chi, chel noeu, ul San Cantalo...Sandalo...Tantalo...a ta sta incolaa a dentera a dil... Ma sa l’ha faa? Chi l’è?
Quando il don mi ha chiesto di recitare nella compagnia, io ero stata chiara: vardé che mi  ga sto duma sa ma dì un quai coss d’impurtanti da fà, parché a go no tempu da perdi, a go da andà anca a ca a faghi da mangià al me om, parché al va den ai des ur da sira a fa i turni, al poeu minga sta là fina a matina sensa mangia...anche se un poeu da digiun a ga faria no mal...e ul pretu, mi aveva risposto: va che è un lavoro importante, importantissimo, tu sola sei all’altezza...che ruffian chel pretu lì!
 
Margherita       Anca mi  m’a dì la stesa roba: ti propongo di fare la recita della vita del nostro santo. E mi: ma mo sa le dre dì, don Giulio! Dem, mi son vegia, a go da andà là a fa’ ridi i genti? E te, invece, ma son truà a fa ul teatar!
 
Maria Teresa       A gheum d’andà in piasa a dighi a tuti che sem i puse vegi da Legnan, a fas ciapà par ul cu...E ‘l me Luis, sempre dietro a dirmelo: fem no gira ul sacramembal! E adess a vegnan chi a rumpi i bal? A l’é’ pusè d’un ann che sem dré a pruaa, ma disu: al saeun no prima? Ah, chisà sa gh’è sota! E’ una vergogna, neh? Una vergogna! Sciura Margherita, lei lo sa, io non sono di Legnano, anca se in sesant’ann ca sto chi, ma ma dispias… oddìo, prima di fare il teatro, al savevu nanca chi l’eva ul san Magn..ma mi dipiace!
 
Margherita       Anche a me! Ai miei tempi ‘ste robe non si vedevano! Adesso invece, scambian persino i santi! Che per una volta che noi ragazze abbiamo osato di cambiare le calze, il curato non ci ha fatto entrare in chiesa! E tutto per un paio di calze di nylon e sì che era anche la messa degli Angeli e il Kyrie come lo tiravo io, ce n’eran poche, va là! Ma ve lo dico io: questi sono imbrogli del governo! Anzi, tel se sa fo mi dess? Dato che chela bruta rufiana ch’an lasa chi la ma sta propri’n sui ball, des mi ga disu.. (viene interrotta proprio dalla Assistente)
 
Assistente       Chi sono quelle che fanno le… “Vergini folli”?… Jesus, che nomi!!!
 
Margherita      (Subito disponibile ed in tutt’altro tono) Io, gentile signorina, io sono vergine! (controscene delle “amiche”)
 
Assistente       Allora venga qui col suo gruppo che ci sono delle battute da sistemare.
 
Monica       Devo venire anch’io? (l’Assistente non la considera neanche)
 
Margherita      (c.s.) Eccomi, eccomi, volo! (alla figlia, riprendendo il suo tono) A ta l’ho dì che la g’ha
                        propri la facia tan me ul..
 
Ernestina       (interrompendola) Mamma, abbassa la voce! Quella là potrebbe sentirti! Lo so che a te non importa, ma a me sì!
 
Margherita       Figlia ingrata! Trattare così tua madre! Dillo che mi vuoi vedere morta! Oh, me misera! Ma s’ho faa da maal?
 
Ernestina        (cercando di spingere via la madre) Mamma, piantala, per favore! Ci guardano tutti!
 
Margherita       E che guardino pure!
 
Ernestina       Abbassa la voce almeno! Tu sai chi è questo San Tantalo? Non è per fare l’eretica, ma io non l’ho mai sentito nominare!
 
Margherita       A parte che per fare l’eretica, dovresti prima essere cristiana, ma una buona cristiana, non una che tratta la so mama me ti...e comunque, non so se è il protettore di qualcosa, ma di qualcuno sì: gli Anticristi come te!
 
Ernestina       Mamma! Per Favore!
 
Margherita       Ernestina va’ pian! Te me fe vignì n’infartu sa te me spingi insci! Ah, ma lo so, tu mi vuoi morta! Che non vedi l’ora di liberarti di me! Figlia ingrata! Se tu avessi una figlia, capiresti cosa voglio dire! Ma tantu, ti, chi  ca ta cata?!? (Ernestina porta una mano all’addome con fare protettivo e guarda in modo significativo Robbi che, tenutosi fin qui in disparte, minimizza e l’invita a tacere ed allontanarsi).
 
 
 
Scena VI
 
 
Robbi       Ciao, Ernestina, vai con la mamma adesso, eh? (Lei accenna ad un possibile incontro successivo) Sì, cara, sì, ma adesso andate pure! Così almeno finisce questo mercato, e si può parlare tra persone civili! (Richiama l’attenzione di Riccardo cui mostra una foto) Oh, Riccardo! Riccardo!
 
Riccardo       (entrando, alle Vergini folli)Siete stupende! Che famiglia! Dimmi, Roberto…
 
Robbi       Guarda qui: bella, nera, potente...se vuoi uno di  questi giorni te la presto (Riccardo accenna a Marisa) Cazzo c’entra, quella lì la devo portare vergine all’altare. Allora, t’acchiappa sta gnocca o no? Va’ che è il tuo tipo: la porti al Post, le dici che leggi, che ne so... la Susanna Tamarro, che tu vai dove ti porta il cuore e che il sesso, per te, in una storia non è la cosa più importante e questa te la tira in faccia con la fionda!
 
Riccardo       Ah, certo: a noi la donna non disdegna!
 
Robbi       Certo, garantisco io! Marisa, lascia stare il mio portatile, che deve durare più di te! Oh, ma hai visto che roba? Sono tutte in agitazione! Anche la vecchietta dell’ospizio: le si è scaldato il processore che a momenti ci rimane secca...ma poi, per cosa? Cosa cambia se mi chiamo Magno o Tantalo? E’ come fare il ‘rename’ di un file: cambia il nome ma la sostanza no! Metà di questa gente è vecchia e rincoglionita, attaccati come un virus alle loro cazzo di tradizioni, figurati se gli tocchi il patrono! Mica come noi che viviamo proiettati in avanti, connessi con il mondo intero! Figurati che mi hanno cambiato tre volte la password del server in un mese. Pensa te se me ne frega qualcosa che mi cambiano il nome! (a Marisa) Allora, mononeuronica, lasci stare o no il mio cellulare? Sì, vabbè, le amiche...Che storia! Ma io già lo sapevo! Non come quello stordito dell’Enrico, che a furia di trapanare muri, deve aver preso una tubatura che gli è scoppiata in faccia! Si è trapanato il cervello, quello lì! Parla con uno alla macchinetta delle sigarette e sa già tutto! Ma dai, quello è sconnesso! Io lo sapevo invece da fonte certa, perché c’è mio fratello in curia.(Marisa ride da sola: deve aver combinato un guaio col cellulare) Cazzo ti ridi, scema, mi hai mica rottamato l’Ericsson? (glielo strappa di mano)
 
Riccardo       Edoardo si è fatto prete?
 
Roberto       L’ha convinto mio padre; gli ha detto: ‘tanto con quella faccia da pirla che ti ritrovi non trombi manco a morire, mica come tuo fratello!’ ‘allora fatti prete, io giro a te gli utili della ditta che così non ci pago le tasse e poi, guarda, ti lascio la villa in Liguria..magari ci scappa anche qualche bella suorina ogni tanto...e insomma, che adesso, col Giubileo, si può cambiare il santo senza pericolo! Cioè, alla fine, è un upgrade: è come comperare un programma con la licenza e aggiornarlo in rete! E poi, vuoi mettere, Tantalo suona meglio di Magno. San Tantalo sembra uno pieno di soldi...(rincuorato, ripone il cellulare che funziona ancora) Meno male va’! Anche lei c’ha il suo patrono (alludendo a Marisa), neh? San..? San..?  Tontolo, oca!  (tutti scoppiano a ridere di gusto, soprattutto Marisa; interviene Fausto, come sorpreso di essere lì)
 
Monica       Perdona, patre…no, punisci, padre…
 
 
Scena VII
 
 
Fausto       Padre?! Scusate...per favore...ma...cosa? Sembrate tutti impazziti...ho colto dei brandelli persi nella frenesia e nell’eccitazione del momento e credo di  non aver carpito la scintilla di questa strana esplosione di emozioni....          
 
Marina              Hanno cambiato santo, Fausto, sveglia! Nella tua scuola hanno mai cambiato preside?
 
Fausto       Ma qui è diverso. E’ una questione di valori, signore e signori, è come se il santo fosse stato spodestato, detronizzato, sostituito, deposto...certo, codesto avvenimento può scuotere gli animi di persone devote...ma non ritengo che questo possa arrecare un effettivo danno ed invalidare gli sforzi che innegabilmente sono stati fatti....certo, taluni si sono sforzati più di altri...ciò non di meno, penso che sia meglio così: alcuni riescono a pensare meglio ed altri riescono a fare meglio...buchi nel muro con il trapano.. come Enrico… non dice forse il poeta: “…Io fo buchi nella sabbia..”?
 
Marisa              Robbi, hai sentito come parla bene?
 
Fausto       Curiose anche quelle che corrono da un lato all’altro del palco quasi fossero farfalle impazzite...(sempre citando a vanvera) “... come falena ch’al lume è attratta e troppo s’avvicina sicché tutta n’avvampa..” Non riescono ad immaginare che un nuovo patrono potrà finalmente dare la possibilità di effettuare nuove ricerche e apportare modifiche ad un copione la cui vetustà era ormai palese a tutti! Stavamo per rappresentare una stantia copia di noi stessi… non credete? (nessuno se lo fila, come al solito. L’Assistente, sempre perentoria, chiama altri personaggi a provare).
 
Assistente       Diavolo e Santo qui veloci se no facciamo mattina con ‘ste rimbambite (le Folli vengono via non senza reazioni a quest’ultima battuta mentre i convocati le si avvicinano: Roberto deve però respingere un assalto di Ernestina, mentre Fausto coglie ancora l’occasione per dar sfoggio d’erudizione)
 
Monica       Tocca a me? No, perché, non sono ancora pronta…
 
Fausto             “… Quali colombe, dal disìo chiamate, végnon per l’àere dal voler portate…” 
 
 
 
Scena VIII
 
Marina       Niente da fare! Non si riesce a sapere nulla di concreto! (ha appena riattaccato il telefono) E non ne posso più di ascoltare tutte le scemenze che vengono dette in questa compagnia!
 
Patty       Mia cara, cerca di conservare la calma! In fondo, non siamo tutti come quell’Enrico..o peggio!
 
Filomena       Cos’ha che non va, l’Enrico!? Solo perché ogni tanto…(fa segno che beve, ma in realtà nessuna la sta ascoltando)
 
Patty       Anche il mio Pallino, me lo dice sempre di stare attenta a che frequento! Non è bello mischiarsi così con certa gente…
 
Marina       Come ha ragione! Ora che il santo è stato cambiato, pretendo che le cose cambino! Non tollererò di essere messa nuovamente in secondo piano da quella ‘madonnina’ infilzata in tutti i buchi!
 
Samantah       (cadendo dalle nuvole) Signora, ha bisogno di qualcosa? Un caffè, per caso?
 
Marina       La detesto ancora di più, quando fa così! Sembra che ti pigli per il culo! (alla segretaria) No, carina, grazie! Chissà cosa gli ha fatto per stare lassù!
 
Patty       Già, si è presa la parte più bella la tua segretaria! E fa finta di nulla! Come se se la fosse veramente meritata, ma noi sappiamo…noi sappiamo…
 
Marina       (alla madonna) Samantah, hai sentito il regista, in questi giorni?
 
Samantah       No, signora, perché? Ho dimenticato di chiamarlo?
 
Patty       ( lei)  Ma no, figurati…(alle altre) sei anche un po’ scema, allora, dico, a fare la gnorri in maniera così vergognosa! Ma a dirla tutta, non è stata tutta colpa sua, perché la colpa non è mai da una parte sola! Infatti, è stata anche un po’ colpa di quel porco del regista che basta vedere un paio di tette e non capisce più niente! Ah, sono tutti uguali, gli uomini. Si sa che gli piacciono certe cose. Anche mio marito, eh, certo, è un uomo anche lui (con aria compiaciuta) ! Certe cose noi donne le capiamo subito, e infatti io e al mia Lally lo sappiamo che guarda le cassette porno! Ma quanto abbiamo riso, quanto abbiamo riso, quando lo abbiamo beccato che le nascondeva nel portombrelli! Pensa se lo sapessero i suoi pazienti!
 
Marina       Dai, cosa dici?
 
Patty       Il mio Pallino non è certo perfetto: anche lui c’ha i suoi difetti. Però è buono, guarda, non mi dice mai niente, anzi, appena c’è l’occasione, mi compra dei vestiti nuovi. Infatti gli voglio bene io! Pensa che mi ha già regalato il vestito per uscire dopo lo spettacolo, perché, insomma di solito si esce dopo la prima! Ed è importante aver su una bella robina, o no? Anche se non sono la protagonista, col cazzo che ci vado vestita da stracciona sono una raffinata, io!
 
Filomena       Ma quale prima?! Qui rischiamo di non farlo neanche lo spettacolo! Io non lo trovo giusto! Una si fa il mazzo a pulire quel cazzo di scuola tutti i giorni, non bastasse ci torna di sera per le prove e poi niente teatro? Ma che me ne fotte a me se si cambia santo? Io, lo spettacolo lo voglio fare lo stesso, che almeno un po’ di soddisfazione me la voglio togliere nella vita e gli faccio vedere io alle mie amiche che non so solo scopare! (controscena delle flagellanti, mentre Filomena pulisce il palco) Adesso il nuovo santo, san Tontolo, ma chi l’ha mai sentito! Sarà il solito raccomandato! E poi dicono di noi meridionali…
 
 
Scena IX
 
Rita       Hai ragione, Mena! Con tanti santi che ci sono! E pure meglio…metti una santa Rita da Cascia, eh? La protettrice dei casi disperati. Apposta ci ho dedicato la mia agenzia “Immobiliare Santa Rita”: nuova apertura. Non lo sapevi? Soluzioni per ogni tasca! (comincia a distribuire biglietti da visita e volantini) Tuo figlio non si deve sposare tra poco? Guarda, te lo dico solo a te, che si vede che c’hai bisogno. L’ho visto stamattina, prima di venire alle prove, che non lo sa ancora nessuno: tre locali più servizi, cantina, doppio box, tutto da ristrutturare a soli 180 testoni! Un’occasione!, per ampliamenti od occultamenti, diciamo due paroline al Riccardo che non per niente è geometra del comune, anzi: Capufficio della Sezione Strade, Progettazione e Sistemazione Esterni, Fognature, Parchi e Giardini, Cimitero del Comune.
 
Filomena       Anche del cimitero? Però! A vederlo non si direbbe che lavora in comune! Ha un’aria…
 
Rita       Ma va là! E’ uno che chiude un occhio e pure due. E poi diciamolo, qualche tempo fa, sì, insomma, noi…
 
Marisa       Allora, Rita, puoi fare qualcosa anche per me? Sai, voglio ristrutturare il negozio. Magari lo chiamo ”San Tantalo Coiffeur” perché mi piace il santo nuovo! Che bello, che è! Mi piace più di quello di prima! Anche se poi è sempre il mio fidanzato che lo fa! (ride) Lui dice che adesso vanno tutte queste cose nuove e non è che potevano tenere il santo di prima. Ad esempio, hai visto Buona Domenica? Prima era un po’ sempre uguale, invece adesso alla Barale gli cambiano il vestito due o tre volte nella stessa puntata! Bisogna cambiare, no? Anche tu cara, dovresti dare una sforbiciatine ai tuoi capelli, non vedi? Saresti più tipa! Perché sai, ci sono le ragazze belle e le ragazze tipe. Secondo me, Rita, è meglio essere tipa che bella. E in vacanza, vai col moroso? (indica Riccardo)
 
Rita       (svicolando) Mah, sai, col Richi, non è che adesso…Poi lui, ci ha in testa solo la moto e io su un sellino, in giro…col caldo…
 
Marisa       Oh, come ti capisco…d'altronde anche il Robbi non è tanto d’accordo a far le ferie insieme…dice che lo potrei indurre in tentazione (non so neanche cosa vuol dire indurre!)…Sai che ci tiene, a non farlo prima del matrimonio…io non è che ci capisco tanto! Quando siamo in giro, guarda tutte le ragazze con certi occhi…ma io non mi lamento. Sono soddisfatta lo steso!
 
Filomena       E ti credo: con quel truzzo che ti tieni in negozio come lavorante…so io che lavoro ti fa quel California-drinmen.
 
Marisa       Ma ti stai zitta, linguaccia! Se t’han mandato via da dove stavi prima perché t’han beccata che…(Filomena la aggredisce con la scopa per zittirla)
 
Filomena       Taci, te, vergine davanti e zoccola di dietro! (mentre qualcuna cerca di dividerle, si trovano davanti all’Assistente)
 
Ass.       Brave, perfetto! Questo è vero teatro: più vero del vero, nazional-popolare e real-tv insieme! Ecco lo spunto per rinnovare la scena delle Flagellanti. Donne, con me: giù le scope e su le fruste! Meno femminismo e un po’ più sadismo! E’ questo che piace al pubblico. Le altre diano intanto un’occhiata ai costumi o ripassiamo la parte che poi vediamo. (Filomena obbedisce a malincuore mentre Marisa si unisce alle Vergini savie).
 
Monica       Io, è un pezzo che ripasso, io! Devo venire adesso?
 
Costanza       No, Monica, no.
 
 
Scena X
 
(In scena sono rimaste solo le Vergini Savie. Laura vede entrare Tiziana)
 
Laura       Ti sei già cambiata, Titti? Fa’ un po’ vedere…questo completino da lap dance è delizioso! Ti sta da dio!
 
Tiziana       Ovvio, no? Ero stufa di quei vestiti dell’anteguerra! Bisogna modernizzare la situazione, no? Quello che stavamo facendo era un po’ da sfigati, diciamocelo tra di noi, che di moda capiamo qualcosa! Prima mi chiamano e mi dicono “ dai, vieni, c’è da divertirsi! Poi tu sei una grande, una che sa trascinare!” E poi, quando ho imparato tutti i movimenti, ti arriva il figo della situazione, ti dice “ No, zero, lo Show non si fa più”. Però magari ‘sto santo è un po’ più attivo, un po’ più trendy! Adesso c’è bisogno di cose nuove! Te l’ho detto, anche a lezione non è che mi posso presentare tutte le volte con la stessa musica e lo stesso look!
 
Laura       Parole sante!
 
Tiziana       Un giorno devi mettere il rap e vestirti con i pantaloni larghi, mimetici a vita bassa (così si vede anche il piercing all’ombelico, sennò che cacchio ha speso a fare 200 carte se non me lo vede nessuno?) e sopra ti piazzi il top della Nike incrociato dietro che ti tiene fermo davanti. Il giorno dopo, devi andare di funky e ti metti i pantajazz col body a perizoma –troppo comodo- solo così ti becchi la stima dei raga! Adesso sto mettendo su un corso di step e uno di Gag, gambe-addominali-glutei. Va che se li segui con un po’ di costanza, ti viene un fisico della Madonna!
 
Samantah       (come al solito) Hai bisogno di me, Tiziana?
 
Tiziana       Guarda, non mi trovi addosso un filo di grasso neanche se mi perquisisci! Marisa, vieni qui un attimo…scusa, girati di spalle…sì, con le spalle ci siamo…la colonna vertebrale è simile a un fulmine, ma si può chiudere un occhio…e quello cos’è?!? E tu quello lo chiami un culo?!? Tranquilla, un paio di esercizi e ti faccio sedere io a tavola due centimetri più in alto, su due chiappe che sembrano due conchiglie delle Maldive!
 
Marisa       Magari! Il mio Robbi sarebbe molto contento!
 
Tiziana       Va che questi esercizi sono una figata! Ti faccio vedere due passi che andrebbero da dio in questo spettacolo! (esegue)
 
Laura       Hai ragione, Titti! Se abbiamo delle idee, è il momento giusto per tirarle fuori! Io, per esempio, credo che quando una trova il look giusto, deve difenderlo con le unghie e con i denti, non pensate? Bisogna far valere i nostri diritti! Non è che il regista può decidere tutto lui! Ha scelto il testo, le parti, ma per il resto doveva rivolgersi a delle professioniste! Secondo me, il san Tantalo lì, per esempio, dovrebbe portare un tre pezzi di lino, fa molto deserto, no? E poi l’insieme ha un gusto un po’ retrò che ci sta bene per la vita di uno che è morto da qualche annetto! Il pubblico è stanco delle solite cose! Bisogna rinnovarsi, come il guardaroba! Ad ogni nuova stagione occorre aggiornarsi! Altrimenti sei out!
 
Rita       Sono d’accordo, ma invece del Pantalone, voglio la mia santa Rita, tutta presa dalla sua vocazione di trovare gli alloggi ai senzatetto!
 
Laura       Meglio ancora: una donna! Il look è F-O-N-D-A-M-E-N-T-A-L-E! Io, per esempio, non avrei mai permesso che si indossassero queste tunichette! Orrende! In negozio non le useremmo nemmeno per togliere la polvere dagli scaffali. Ma il regista mi ha promesso che nel prossimo spettacolo potrò scegliermi il vestito da me! E se cambiamo santo, sarà uno spettacolo nuovo, no? Perciò, vado in centro e mi prendo il vestito più scollato e trasparente che abbiamo! E finalmente sarò aggiornata a questo secolo.
 
Rita       (a mezza voce) Bella troia!
 
Tiziana       Esatto! Ci vuole un santo spaziale, meno statico, no? San Magno era flaccido, triste…
 
Marisa       Il mio Robbi non è flaccido!
 
Tiziana       Tesoro, non sai neanche quello che dici! Lui mastica la cicca per tonificare i muscoli della faccia? La mastica? Tre minuti per parte? No, vedi?! E invece, per rassodare i muscoli della faccia, questa è una scoperta della madonna…
 
Samantah       (c. s.) Sì ?
 
Tiziana       Facciamo un bel musical e poi, se vogliamo esagerare, si potrebbero anche sostituire i dinosauri della compagnia con qualche attore dell’ultimo millennio, insomma qualcuno di più recente. Cambiamo i passi e il gioco è fatto.
 
Rita       Cambiamo anche la santa, allora! Pensa a santa Rita, bionda, bionda, con la coscia lunga, sull’altare mentre sotto passano i titoli di coda: “Santa Rita Production : mai più senza casa”!
 
Laura       Non è male, come idea! Un bell’abito con lo spacco, come quello che aveva su la Lalla, l’altro giorno al matrimonio della Carla Rossi.
 
Rita       Ma non è morta?
 
Laura       Chi?
 
Rita       La Carla? Quella che aveva il negozio in via…? No, eh?! Meno male che non ho chiamato per vedere se vendevano la casa!
 
Marisa       Che ridere! E’ proprio buffo! Ho visto la Carla l’altro giorno in palestra. E’ viva, ma è un po’ ingrassata. Gliel’ ho detto che le cade il culo. Il vado a correre : ho la cellulite. Sai chi è che non ha la cellulite? La Samantah! Che fisico!
Tiziana       Della madonna!
 
Samantah       Ditemi!
 
Filomena       (rientrando in battuta) Lascia perdere, Samantah!
 
Ass.       Costanza, vieni qui! Mi manca qualcuno all’appello delle Flagellanti! (rientrano Marina, Patty e Filomena; Costanza si avvicina all’Assistente)
 
 
 
Scena XI
 
 
Filomena       Ma come hanno fatto a prendere una così per la recita?! Con tutto quello che ho dovuto fare io…figurati se non mi accettavano per recitare in questo show…io sì che sono stata scelta per le mie qualità, non come quella biondona…con quella cofana che pare che ci vive dal parrucchiere! Il regista si sarà proprio divertito con una così che non capisce niente, neanche quando la prendi per il culo…e pensare che mi faceva tanti complimenti per la mia voce, è come quella di Brucche, quella di Biutifulle, mi diceva…viscido! Mascalzone! Traditore!
 
Marisa       Patty, allora, si va avanti o no? Perché noi avremmo pensato qualcosa!
 
Laura       Oh, Patty, sei incantevole! Hai fatto proprio bene a cambiarti! Gira un po’ a destra…guarda come scende bene…quest’abito sta benissimo col tuo lampadario…lasciami indovinare: viene dal Post, vero? Stai troppo bene! Io al tuo posto terrei la stessa pettinatura anche nello spettacolo… anzi, mi impunterei! Marina, fatti guardare! Sei un amore! Hai visto che ho fatto  bene a consigliarti questo completino! L’altro non era abbastanza grintosetto per te!
 
Filomena       (che ha continuato a borbottare) L’idea della santa non era male…come la faccio io la santa, nessuno. Questo è certo…ma figurati, qui che oltre che raccomandati, sono anche maschilisti!
 
Rita       Sentite, che ne dite di parlare delle nostre idee con Costanza?
 
Filomena       Non so se hai capito, ma qui, chi comanda, è cambiato!
 
Ass.       (urla dal fondo) Vi avevo detto di mandarmi l’altro gruppo! By god! Che lingua parlo! Vengano qui le …Vergini savie, così mi pare che si chiamino. Fuck! Che razza di nomi…testo di merda! (eseguono)
 
 
Scena XII
 
 
Riccardo       Questa sta diventando una valle di lacrime! Guarda. Guarda, quante donne ci sono in giro. Ciao, splendide! Che famiglia! Chi vi disdegna, non sa che si perde! La rappresentazione è bene che si faccia perché c’è tanta gente che si è impegnata, che è diventata amica! La famiglia è questa!
 
Eulalia       Parole sante! L’importante è volersi bene!
 
Riccardo       Per quanto riguarda me, non volevo recitare prima e tantomeno adesso. Ormai i tempi sono cambiati: ci vuole una donna, una santa donna… 
 
Rita       (entusiasta) Bravo! Come mi capisci! (viene richiamata brutalmente da Titti)
 
Tiziana       Rita, acefala! Ti schiodi dal ganzo e vieni a provare o aspetti il prossimo Giubileo?!
              (Rita si allontana)
 
Riccardo       La donna ci supera, la donna ha il potere! Gli uomini fra poco andranno a fare tutti gli uscieri e le donne tutti i dirigenti, e poi, l’occhio vuole la sua parte! Sarà bello pregare davanti ad una bella santa con una coscia di fuori. Ma adesso, no, ne ho le scatole pienepuntocom di san Magno, san Tantalo e sto po’ po’ di santa Cunegonda cui dovrei dire sissignora? No cari, ce l’ho già  la mia patrona e adesso ci vado dalla mia santa Barbara, la mia Harley. Me l’hanno consegnata il giorno di santa Barbara e la prima notte l’ho passata sopra di lei nel box. Eros allo stato puro. Pronti alla partenza? Stivali pitonati, pantaloni di pelle, capellata randagia, tatuaggio tribale e via! (Se ne va)
 
Carmen       E’ un po’ strano, ‘sto ragazzo. Dice cose senza senso. E poi non vorrei dire, ma dal suo appartamento vanno e vengono ragazzi a tutte le ore!
 
Maria Teresa       Drugaa!
 
Carmen       Ah, questo non lo so! Io mi faccio sempre gli affari miei! Non dico nulla e non chiedo nulla, io!
 
 
 
Scena XIII
 
 
(Arriva tutta trafelata Paola, presidentessa del Inner Wheel)
 
Paola       Scusate il ritardo! Ma sono dovuta passare dal Raffaello che ci ho da presiedere io stasera al club. Ho perso qualcosa?
 
Maria Teresa       Raffaello?!
 
Paola       Ma tesoro, dove vivi? Raffaello è il miglior parrucchiere da San Vitur, un bel om, te lo consiglio…allora, come sto? Argh! Ancora quella collanuccia d’oro giallo? Te l’avrò detto mille volte che va solo il bianco! Via! Buttare! Buttare! E queste facce da funerale? Su un po’ di vita! Stiamo per andare in scena!
 
Maria Teresa       Veramenti, ghe arivaa vun dul cumun e l’ha tiraa feura tutto un discorso sul momento politico e il contesto socio-culturale… mi, ho capì nien! Niente! Ma insoma, ma dispias anca par la cuntrada… Il mio papà, por omm, mi portava sempre in contrada. E’ la mia gioventù, e peu la genti s’è afesiuna…I tradisiun! Signur, perché cambiare patrono, mi al so no!
 
Paola       Cosa?
 
Maria Teresa       Sì! E peu, la dueva vide quello del comune! Al sa chi ca l’eva? Il figlio del Duccio! Il Duccio, al cugnuseva, no? Ul fradel da la Gina ca la lauraava in Reda, ca l’ha spusaa ul Fernando ciclista ca steva gio da la strada feraa…Margherita, s’al ricorda?
 
Paola       Ma che stai dicendo, Maria Teresa? Cambiato il santo? Ma va là…Su, al lavoro, che ho ancora un sacco di cose da fare. Dobbiamo finire di aggiustare il vestito: magari per domani butto giù qualche altro etto e possiamo stringerlo ancora! A che ora vieni domani, Marisa, per il trucco? Non troppo tardi, neh, che ho bisogno di un bel lavoretto qui sotto gli occhi e sul collo… devo decidermi per quella tiratina…
 
Maria Teresa       Dicevo che si chiamava Aldo, ma tutti lo chiamavano Duccio, parchè quando al parlava, al pareva ul Duce: ul seu fieu, istess! Doveva vederlo come parlava, con che boria, con il petto gonfio, tut inscii…me lo ricordo da giovane, quando faceva ‘l garzun dal Fernando. Voja da lauraa, saltam’adoss, che mi scapu! L’eva bun da fa nien. Il Fernando lo teneva proprio perché era suo cognato, sì, ma ga usava dre, por Fernando…comunque, lè, sciura Paola, l’è propri inscì: santo kaputt e num feura di bal. (Paola guarda interrogativamente le altre, che annuiscono)
     
Paola       Oh, santo cielo! Allora è vero! E adesso cosa faccio?...Non si può far niente? Magari con le conoscenze del mio Arnaldo....sai, sono molto influenti..provo a telefonare...(prende il cellulare. Vengono raggiunte dalle altre Vergini)
 
 
Scena XIV
 
 
Margherita       L’unica cosa buona della faccenda è che almeno, se non si fa più il teatro, non dovrò vedere quelle lì a tutte le prove! Vorrei sapere come han fatto a mettere insieme tutta quella stupidera in un gruppo solo! Io perché ormai c’avevo dato la parola alla madre superiora e a tirarmi indietro l’era metter su superbia, ma se no...che girar al largo mi faceva solo bene! Staa lì a vidè chi robb! Ernestina, ringrasia sempar ca te se no spusaa e ca te ghe minga da fieu, perché se ti toccava una figlia come queste qui...!
 
Ernestina       Di che cosa parli, mamma?
 
Margherita       Guarda lì, per esempio! La dis che la fa l’insegnante di…di.. astrobica. Sarà vera?! La va in gir me na strusona, la salta sempar me n’ossessa e la mastega a cica amerigana ca la par un camèl! Parleman no, poeu, di rob ca la dis di vegi...a ga na daria tanti a du a du, finché i diventan no dispar!
 
Ernestina       Mamma! Piantala!
 
Paola       (spegnendo il cellulare) Niente da fare! Anche il Maurizio dice che non c’è niente da fare.
 
Ernestina       Il Maurizio?!
 
Paola       Ma il sindaco, no? Sveglia, ehm (guardandola attentamente), bellezza! Certo è un bel pasticcio! Che figura ci faccio con le amiche del club? Per mesi non sono andata alle cene, alle riunioni...non ho neanche partecipato al torneo di bridge. E per cosa? Chissà quante me ne diranno dietro la Checca e la Lalla! Saranno sicuramente contente, vecchie carampane invidiose! Avevo già spedito centinaia di inviti! Che figura, bestia, da cioccolataia, santa Madonna!
 
Samantah         (sempre svanita ma disponibile) Prego?
 
Marina              (a Samantah) Taci te! (a Paola) Come hai detto scusa, carina?!
 
Paola              Ho detto: ‘figura da cioccolataia’! Cos’è, il cacao meravigliao t’ha ostruito le orecchie?!
 
Marina       Tesoro, direi che non è il momento ideale per dire certe cose, non credi? Sai, sono già un po’ nervosetta di mio! Non mi piace non riuscire a fare quello che voglio!
 
Margherita       E di chi è la colpa?!
 
Maria Teresa       (esplode) Da quei c’han rubaa’! Che han grata’ via un po’ da danè.. Tanmé ul Craxi.. (subito pentita, abbassa la voce e si fa il segno della croce) Va ben c’adess l’è mortu, por nan, pace all’anima sua, va’.
 
El Pidio       Per favore, signora, smettiamola con questo vecchio modo di fare politica, basta con le chiacchiere! Che non vengano a dirci ‘è una questione politica’ come se questo spiegasse tutto! Qui occorre essere pratici: noi abbiamo lavorato e non bisogna permettere che i signoroni del Palazzo rovinino la fatica di noi onesti lavoratori!
 
Luisa              Va ti, ogni tanto, dice delle cose giuste!
 
El Pidio       Grazie! Allora, dico: troviamo un accordo che si può definire in due modi: primo, riprendere in mano lo spettacolo; secondo, farlo ugualmente perché ci hanno imposto illegittimamente di fermarci in quanto è stata messa in termini sbagliati la questione dall’amministrazione che  ha dichiarato di non poter permettere che si faccia lo spettacolo perché sono cambiate le circostanze politiche per cui san Magno è … tutto quello che ha detto quello là di prima. Ci sta bene questo? A me no, perché è un sopruso, ma  dico anche che un bel compromesso è meglio che buttare tutto a carte quarantotto! Basta saper gestire le trattative: certo, le traslazioni sono sempre dolorose, ma mi lo sempar dì: putost che nien, l’è mej putost! Carmen, non è che hai visto la mia giacca? O devo chiedere al Ramon la sua, eh?! Vado in trattativa senza giacca?
 
Luisa              Lo sapevo che non poteva durare...
 
El Pidio       Anche la mia parte andrebbe rivista alla luce della mutata situazione..così non dovrei penare tanto a far la parte di un fervente religioso! Io sono uno che ragiona secondo uno schema trasgressivo, anticonformista...non come il Ramon...quello lì va d’accordo sempre con tutti...
 
 
 
 
Scena XV
 
 
Roberto       A me pare che sta venendo fuori un casino per ‘sta storia del Santo! A me non me ne frega niente: per me può essere San Magno, San Tantalo, san che cazzo vuoi. Basta che non mi rompiate ancora le palle: fondamentalmente un santo vale l’altro. Però nuovo è meglio... come il tradimento: è come quando vai a cercare qualcosa di nuovo, qualcosina che ci sta dentro...qualcosa di diverso che ti dà di più, che so... come la patente nautica: è sempre una patente. Anche lì hai fatto un esame e tutte quelle balle lì come per la macchina...ma poi tutto il resto è diverso. Ci sono pochi cazzi, mi spiace per voi bambine, ah-ah ah! (ride solo lui)  Cioè san Tantalo dovrebbe essere visto come una patente per la barca; san Magno come quella per la bicicletta!.. Cosa sono quelle facce? Non avete ancora capito?
 
Marina       Abbiam capito che a te t’han dato la patente da pirla, non da motonauta, santa Madonna!
 
Samantah       (si sente chiamata in causa) Ehm, io ...veramente sarei ....sì. ecco, abbastanza d’accordo con quanto ha detto lui prima....Nel senso che sarebbe carino...ehm, onorare la memoria di san Magno facendo lo spettacolo col suo nome...Dopotutto è stato patrono di Legnano per molto tempo, ecco!...Però, come diceva lei, signora, è vero che adesso che il santo è cambiato, lo spettacolo perde un po’...diciamo di significato...Ma abbiamo faticato tanto! Sarebbe un peccato, ecco...tutta questa bella scenografia...Totonno si è impegnato così tanto...è stato tanto bravo! E i costumi di Maria Teresa! Ma certo non possiamo… degli ordini superiori...potrebbe essere inopportuno, penso..
 
Marina              Tu pensi? Questo sì che è un miracolo, altro che S. Magno! E sentiamo, cosa si dovrebbe fare, secondo te, carina?!
 
Samanta       Beh, ecco... io… mi scusi, signora (si affloscia affranta, lo sforzo è stato superiore alle sue forze; la soccorre dolcemente Totonno)
 
Marina              Ecco, già finiti i miracoli!
 
Totonno       ( salta su all’improvviso dopo essere stato sempre un po’ in disparte. I più si stupiscono che sappia parlare).       A storia ù’ santo...sant, sant, ma qualu sant! Com c’fa a sapè ch’sant’fuss’megg’pu paes soy! Chi u’ s’p’! da nui i sant venn r’s’p’tt’t e unurat’! M’piacesse sapè d’chi jia è st’t a dec’sion! Emo’, che si fa? M’piacess’sapè! Com s’y stess a qqua’ a juca’! N’pozz acc’tta ca c’jopch ca religgion a sta maner’! Nun me dovet tuca’ i sant! N’l’accett’ propi!! Non cap’t nent! Imma fat tant ca m’par imp’ssib’l  sta situazion! Pu’, arriva quist’, tom tom, cacch cacch, e cagn tutt cos com se avess a cagna’ u c’lor di i muri da c’s’ soji! Veness’i loe aqqua! A fatiya! E n’venn’manc a ch’ed scus! C’manc sol ca nu c’n’jim e lor c’venn a dic: “Perché non fate lo spettacolo?!” Pecch’ abbiamo cagn’t’ idea...N’yè giust! N’è’s po’ f’dà da n’sciun!
 
Roberto            Cazzo, Totonno parla!
 
El Pidio           E’ un diritto imprescindibile dei lavoratori.
 
Marina             Se non la pianti con ‘ste storie, dopo di te sbatto fuori anche tua figlia dalla ditta…
 
Fausto              Ah, il rispetto dei valori, la semantica, l’alto significato della parola detta!
 
Maria Teresa   Ma se a sa  capiss nient
 
Samantah       (compassionevole) Poverino!
 
Totonno       Già m’ v’dev’...imponrent, beddu..nu ver actore: c’putev yen qualche pers’n tra u pubbl’ch impurtant, ca putev merav’glià di capac’tà mji: e sì è, quand un è brav è brav! Avess fatt carrier int’ù c’nm! Già m v’dev! The new sex-simbòl! E c’cazz yè! Sono un figurino niente male! Ma y dic: ma propr mo’ e’v’n’ a cagnà stu sant! M’ruin’n a carrier!
 
Samantah       Ma no, figurati! Ci saranno altre occasioni!
 
 
Scena XVI
 
 
Filomena       Sei proprio un terrone! Ti arrendi alla prima difficoltà! Noi lo spettacolo lo facciamo hai capito, o no? Bbabbo! ‘U signori, a bbabbitudini, tutta a ttia ta dezzi!
 
Totonno       N’n si poti c’gnarr u s’n’t! Scomunicata!
 
Filomena       Si jeu sugnu scomunicata, tu si fàvuzzu comu i sordi ‘i Catania!
 
Totonno       Tu n’n ai r’s’pett per n’ssun’!
 
Filomena       Rispettu pe’ cui? Chi ffannu i santi pe’mmia? Tu mu sai diri? ‘Gnoranti! Rimbambitu! Cornutu!
 
Samantah       Filomena, ma che cosa dici?
 
Filomena       E tu cosa vuoi, che ‘u Signuri ti dezzi a bbabbitudini e poi sa fujiu!
 
Samantah       Voglio solo che lasci stare il mio povero Totonno!
 
Maria Teresa       Uè, ma ti tel savevi che sa la feva col Totonno, chela lì?
 
Margherita       Mi no! Pensavu che g’aveva una storia cul regista!
 
Filomena       Ma certo che se la fa con il regista! Altrimenti come si spiega che le ha dato quella parte?
 
Marina              (decisa) Se è per questo, anche io gliel’ho data! Ma non è servito a niente!
 
Paola       (più indecisa) Ma, ad essere sinceri...però, a me mi ha fatto schifo! Quella pancia molle...
 
Patty              E tutti quei peli sulla pancia e neanche uno in testa?! Bleh!
 
Marina              (con un certo stupore) Patty, anche tu...?
 
Patty              (risentita) Ma certo! Volevi l’esclusiva?
 
Marina              (ormai complice) E il suo alito? Zitte che arriva la morosa ufficiale.. (Costanza, che ha    certo intuito qualcosa, prova ad intervenire)
 
Costanza       Scusate, si può sapere di che state parlando? (le altre fanno le gnorri, ma Filomena continua il discorso)
 
Filomena       Bah, non era poi peggio di quello di mio marito! (un attimo di gelo segue le sue parole, poi le ‘signore’ realizzano il significato delle sue parole: più dialoghi ora si intrec-ciano alternando le battute)
 
Costanza         Scommetto che state facendo illazioni sul mio ragazzo
 
Marina              (a Filomena) Cooosa?!
 
Margherita      (a Costanza) Sì, un “ragazzo del ‘99”…
 
Paola              Ma dai, non può essere! Abbiamo capito male!
 
Patty              Ovviamente!
 
Filomena       E che cosa pensavate, eh? Di avercela solo voi?
 
Costanza       Mi viene da vomitare!
 
Maria Teresa       Par forsa! Te saret incinta!
 
Costanza         Lui non farebbe mai una cosa del genere!
 
Marina            (che non ha digerito l’attacco precedente) E no, eh? Con tutte ma non con le bidelle
 
(Ormai il gruppo si è ricompattato, tutti partecipano, ciascuno a proprio modo, al contenzioso in atto; l’Assistente coglie al volo l’occasione per sfoderare una videocamera con cui comincia a riprendere quanto accade)
 
Margherita      (a Costanza) Magaari minga cun ti.
 
Filomena         (a Marina, provocatoriamente) Va che ce l’ho anch’io la brioche!
 
Eulalia             Che alla SMA c’è la promozione e te la danno col 3 per 2…
 
El Pidio          Tecnica avanzata di sfruttamento capitalistico.
 
Costanza         (crolla, affranta) Siete tutte invidiose perché lui ama solo me.
 
Fausto              L’amore, ecco, l’unico eterno valore che può dare un senso a questa esistenza..
 
Luisa               (interrompendolo) Ma tas un mumentu, tas…
 
Maria Teresa   (a Costanza) Ama solo te… però al ciula chialter don.
 
Margherita       (insinuante) E minga dumà i don… (sbigottimento generale: tutti la guardano interro-
                        gativamente; interviene Carmen, dall’altra parte del palco, per cui il dialogo sarà
                        seguito come una partita di tennis)
 
 
Carmen           Eh sì, eh!? Perché anche il Riki, che fa tanto il Marlon Brando con la sua bella moto   
                       sempre in mezzo  alle gambe, chi è che gli ha regalato il giubbotto di pelle, eh?
 
Costanza         (questo è decisamente troppo: esplode) Nooooo! (sprofonda in singhiozzi disperati)
Monica       Punisci o patre tanta offesa…Punisci…
 
Luisa               Vardé genti che roba: “questo o quella per me pari sono”.
 
Laura               Ma dài, cosa dici, va’ che l’unisex ormai è out.
 
Tiziana            Si torna al rigido confine tra i due sessi, e quando dico “rigido”…
 
Patty                Insomma quel bastardo prima è venuto al patronato: signora presidentessa di qua, per lei
                        farei follie di là, lei è l’unica… e invece ci ha passate tutte.
 
Maria Teresa
Margherita
Luisa
Eulalia             (all’unisono) Parla per te!
 
Tiziana             Ciuspia, va’ che carampane.
 
Maria Teresa    Ti tàs.
 
Margherita        Tarlucca
 
Luisa                 Sguangia
 
Eulalia              Ossobuco
 
Tiziana             Giurassiche!
 
Fausto               Signore, vi prego: stile, compostezza e forma!
 
Maria Teresa
Margherita
Luisa
Eulalia             (all’unisono) Ma va’ a cagàa!!!
 
Fausto               Ecco, appunto…
 
Roberto       Bel troiaio! A saperlo, mi sarei dato da fare anch’io qui! Anziché  sbattermi in giro per tutta la Lombardia!
 
Carmen                Ma va là! Guarda che qui lo sanno tutti, neh, che eccome ti sei dato da fare! (tutti guarda Marisa che nega ostentatamente)
 
Carmen       Ma dove guardate? Ma dove avete gli occhi? Non avete notato che l’Ernestina salta molto meno di prima!!? (tutti guardano Ernestina che china il capo, colpevole)
 
Marisa              Cosa stai dicendo, bella? Non ho capito tanto!
 
Carmen       E quando mai!
 
Luisa              Oh, signore! Ma Margherita, non me lo avevi mica detto!
 
Margherita       (lancia un urlo in preda a d una crisi isterica)  Tu vuoi uccidere tua madre! Figlia ingrata! Assassina! Troia! AH! (afferra per il collo Ernestina)
 
Maria Teresa  Ma l’è vera? No, parché l’è un po’ brutina.. no, nel senso che l’è magra…
 
Marisa       Roberto, che significa? A me dicevi: no, tesoro, non lo voglio fare fino al matrimonio e poi vai con una… una…che non è neanche una tipa!!! (scoppia in singhiozzi cui fa sempre eco Costanza) Come hai potuto?!?!… (stessa gag)
 
Maria Teresa       Lacrime di coccodrillo!
 
Margherita       Sì, ma anca lù…
 
Luisa                T’è capì ul san Magn…
 
Eulalia             Il protettore delle vergini..
 
Ernestina         (che si è faticosamente liberata dalla morsa materna) Scusate, posso dire anch’io
                        qualcosa?
 
El Pidio           Certo, compagna!
 
Marina             (a El Pidio) Va’ avanti, va’ avanti, vedi che fine fa tua figlia…
 
Roberto            (a Ernestina) Oh cazzo, ma parli anche tu?
 
Maria Teresa     Ah, inscì, sensa nanca parlàa…
 
Margherita         Na lavada e na sugada la par nanca aduperada..
 
Luisa                  Va là, va là san Magno…
 
Eulalia               Nabucodònosor!
 
Ernestina         Bella faccia tosta fra tutte! (indica le “Flagellanti”) Queste qui tutte col regista, quelle
                        lì (indicando le “Folli”) tutte col prete.. (reazioni minacciose delle tirate in causa) e       
                        quanto alle altre.. be’, va che in comune dove lavoro, lo sanno anche i water che quello
                        ch’è venuto qui prima si tromba… (scoppia in singhiozzi – ora la gag del pianto è a tre
-       e si soffia rumorosamente il naso nel costume)
 
Laura               Oh, va che sciupi il cretonne!
 
Enrico       No, però ci ha ragione, io d’altra parte, non ve l’ho detto perché ho raccolto la confidenza da uno che aveva parcheggiato vicino a me nei pressi del comune e lui mi ha toccato dentro con la portiera! Non c’è un buco dove parcheggiare tranquilli qui  da noi – ma è così dappertutto- e allora abbiamo scambiato quattro parole. Ho scoperto che suo figlio lo conosco giù al bar. Chiaro, no? Quindi abbiamo parlato della nostra recita e allora lui me l’ha detto che il Ciuccicci se la faceva con una della compagnia.
 
El Pidio           Ma questo significa tradire la classe lavoratrice.
 
Marina            Basta, a to tusa l’è feura!
 
Fausto            Come quel film: “A letto con il nemico” (c’è un guardarsi tra le donne, poi l’attenzione
                       cade su Marisa)
 
Laura       Ma pensa te! E brava la Marisa, che ci ha nascosto tutto quanto! Perché non ne hai parlato con noi, che siamo tue amiche?
 
Eulalia            E’ vero! Qui ci vogliamo tutti bene! Perché l’importante è volersi bene, lo dico sempre io.
 
Marisa              (smette di piangere e le affronta) Oh, ma siete tutte sceme?
 
Filomena       Eh già, lei ci ha già il california che tutti i giorni le dà due colpi.. di sole! (gesto significativo. Robbi afferra Marisa che nega disperatamente)
 
Paola               No, scusate, ma allora chi…??? (l’attenzione va ora a Samantah, che non capisce. Ma
                       Totonno sì: cava di tasca un lungo serramanico con cui minaccia tutti)
 
Totonno          Cacc’ nat parol che ta sfregg a facc!
 
Assistente       (folgorata dall’autenticità del gesto) Oooh, cominciamo ad esserci! Bravo, più su quel
                       coltello: deve diventare una spada, capisci? Devi sembrare l’Alberto da Giussano!
                        (Totonno è sorpreso, ma poi goffamente esegue mentre l’Assistente lo filma).
 
Maria Teresa  Ammo l’è chi l’aguzzina.
 
Margherita      San Magno, vutum!
 
Luisa                No, dess l’è san Tantalo!
 
Eulalia             Sarebbe meglio la Madonna.
 
Samantah        Scusate, posso fare qualcosa?
 
Filomena         Ma se non è lei, allora chi è?
 
Rita                (scoppia in singhiozzi – e fanno quattro) Mi aveva detto: ”Un tre locali di prestigio,
                       zona riservata, terrazza e box doppio uso foresteria”….
 
Maria Teresa  E lé l’è ndada in da la furesta…
 
Margherita      … nveci della nona l’ha truàa ‘l lupo..
 
Luisa               …ch’al g’ha dì: “dove vai bella bambina?”
 
Eulalia            Cappuccetto rotto!
 
Fausto              Ma vogliamo mettere il potere apotropaico ed evocativo della fiaba?
 
Paola                Apo… cosa?
 
Marina             Fausto, se non la pianti ti evoco due sberle!
 
Enrico              Come quando devi fare dei buchi… chiaro no?
 
Patty                 E tu vedi di trapanarti il cranio, imbecille!
 
Assistente        Più convinta, la battuta, così è un po’ coscetta! Sei una signora, non una portinaia!
 
Carmen            (le si fa sotto, aggressiva) Cosa c’hai da dire te delle portinaie, eh? (l’Assistente la
                        inquadra immediatamente con la videocamera) Va che se non mi togli quell’affare
                        dalla faccia, vedi dove te lo infilo!
 
Tiziana            A proposito, ipervitaminica! Visto che il posto che occupi non si ottiene gratis, ci sarà
                        stato pure anche per te qualche fuoridimelone che s’è assunto l’ingrato compito, no?
                        Mi piacerebbe proprio sapere chi è! (la battuta va a segno, tutti si fermano: c’è ora
                       un nemico comune, l’Assistente che, per la prima volta in difficoltà, abbassa la camera)
 
Assistente        Well… I don’t understand….
 
Riccardo         (irrompe rombando sulla Harley; trafelato, all’Assistente) Arrivo adesso dal comune!
                        Gilda, son cazzi amari: salta su che filiamo!
 
Tutti                 Noooo!!!! Riiiikiiii????
 
Assistente        Ma sei scemo? Proprio adesso dovevi arrivare?
 
Riccardo          Taci e salta in sella, donna: muta, stecca, obbedienza e rassegnazione! (lei si fa piccola
                         piccola ed esegue, i due escono rombando)
 
Maria Teresa    Ma t’evi minga dì ca l’eva ‘n cu?
 
Rita                  (l’affronta minacciosa) Piano con le offese, eh!?!
 
Margherita       Ha parlato l’assessora! (Rita cambia direzione e si avventa su Margherita) Aiuto! La
                         me maasa, Ernestina, vuta ‘a to moma (ma la figlia non può sentirla, tutta intenta com’è a pigliare per il bavero Roberto)
 
Ernestina         Sicché non è vero che la vuoi piantare, come m’avevi detto!
 
Marisa            (afferra dall’altro lato Roberto) Molla l’osso sennò t’ammazzo! (lottano)
 
Marina            (aggredendo Filomena con un flagello) Adesso te la do io la brioche, bidella!
 
Paola              (fa altrettanto) Mettersi nel nostro gruppo! Va che io sono una signora, cazzo, ho studiato dalle suore orsacchiotte e c’ho un marito dottore!
 
Patty                (mentre la picchia canticchia) “..Torna al tuo paesello ch’è tanto bello..” Capito l’antifona? Calabria Saudita! Toh!
 
Fausto             Prego, il rispetto delle diversità..
 
Marina            Diverso sarai tu, frocio! (gli ammolla una botta che lo fa stramazzare)
 
Enrico             (ha recuperato un trapano e con questo assale Patty) Adesso vediamo chi è che si fa un buco nel cranio! (segue un interessante duello trapano-flagello tra i due. Intanto El Pidio si è cambiato di costume: è vestito da torero e simula una corrida con l’asino)
 
El Pidio           A los cinquo de la tarde! Olè! (Carmen cerca di fermarlo ma lui la coinvolge in un improbabile bolero. Intanto Costanza è andata a soccorrere Fausto che si rialza)
 
Fausto             Signore, per favore, posso capire che in un momento.. come dire.. (gli arrivano degli stracci in faccia).. insomma, cercate di ricordare le profonde motivazioni.. (si becca una sberla).. almeno salviamo i valori dell’arte e della poesia (viene colpito proditoriamente alle spalle e stramazza al suolo. Costanza lo soccorre)
 
Costanza         Fausto, Fausto! (si china su di lui: c’è un improvviso stop-motion – tutti rimangono fermi per un lungo istante – nel quale si ode Fausto dire con grande intensità a Costanza)
 
Fausto             Ti ho sempre amata! (i due si avvinghiano in un lungo bacio appassionato mentre riesplode il bailamme. Laura e Tiziana vanno all’assalto di Samantah)
 
Laura               Così tu sei l’unica che non l’ha data via e fai la parte della Madonna?
 
Samantah         Prego?
 
Tiziana             Cioè, svirgola, va bene tutto ma così sei oversize! (la aggrediscono nonostante la strenua difesa di Totonno. Battute che si sovrappongono)
 
Samantah         Scusate, non capisco…
 
Totonno          Nun pozz’.. ch’i fimmin.. nun è ggiuzt… (è travolto dalle due belve)
 
Laura               Taci te, Albania, e te, bellina va che devi ancora pagarmi il finto Krizia!
 
Tiziana            Secondo me è finta tutta!
 
Luisa              (deve aver resuscitato qualche vecchia ruggine perché aggredisce Eulalia) Mi a disu te se sta ti alura a parlaghi mal da mi al pretu!
 
Eulalia            (difendendosi) Ma no, signora Luisa, cosa dice, lo sa che per me l’importante è volersi bene, no? (la colpisce alla bocca dello stomaco)Monica, aiuta la tua mamma!
 
Luisa               (incassando benissimo e passando al contrattacco) Adess a tal do mi il volersi bene! (la atterra con una spettacolare mossa di judo) Corsi di palestra per la terza età!.. Ciapa! E tira fuori tutti i bollini de la spesa che m’hai ciulato in questi anni!
 
 
Scena XVII
 
 
(E’ una specie di grottesco Apocalisse: i pochi elementi di scena e i costumi sono a brandelli, è un corpo a corpo senza esclusione di colpi, qua e là affiorano frasi smozzicate che assumono un senso ritmico sempre più definito fino a diventare una laicissima “danza macabra”. Quando questa è al suo climax si comincia ad avvertire sempre più distintamente il clacson di un’auto che si avvicina: è il Ciucciccì che rifà il suo ingresso all’incirca come la prima volta, solo, sotto la giacca sbrindellata, fa capolino una divisa da carcerato. La sua entrata ha ancora una volta il magico – o tragico – potere di far cessare ogni ostilità)
 
Ciucciccì       (parla velocissimo) Comodi, comodi, la mia è una visita se possibile ancora più informale dell’altra volta (tappeto rosso, trono, ecc. ma a velocità supersonica) Con tutti questi discorsi inaugurali! Chiaro, no? Bene amici, “Amici del teatro”, eccomi qua nonostante il taglio del bosco, le schegge e la vasta campagna (le ipersegretarie armeggiano attorno a lui aiutandolo a togliersi la casacca e rivestirsi) Siete mai stati a San Vittore? Io ci sono stato. Sanvittoresi dappertutto. Veramente interessante. Dov’eravamo? No, non ditemelo, ricordo benissimo: il teatro. Veniamo quindi al sodo, come disse l’uovo mentre bolliva…ah-ah-ah (solita gag della risata collettiva ma senza convinzione, vista la fretta). Ah, già che voi non ridete col cabaret, siete un gruppo impegnato, chiaro no? (gli “impegnati in realtà lo stanno guardando più indifferenti – o rassegnati – che stupiti). Perciò, analogamente e in riferimento a questo, ottemperando ad una normativa vigente eccetera, adempiendo come sopra ed essendo ancora mutate in modo del tutto coerente le condizioni che sempre eccetera sono legate alla chiaro no? Insomma il Santo, voglio dire il nostro Santo, l’unico, il vero, l’ineguagliabile che non a caso tradotto dal latino suona “Grande”, chiaro no? (è ormai rivestito di tutto punto ma di un altro colore – assume un atteggiamento sempre più comiziesco e preelettorale) E io vorrei dire qui davanti a voi, che siete suoi fedeli, come lo sono d’altronde sempre stato io, “il più grande” , un autentico chiaro no? Sì, lui, il santo Magno padre di tutti noi (è ormai in piedi sul trono, gioca con le pause e l’effetto eco).. è tornato… al titolo che gli spetta di diritto .. itto.. itto.. uno, solo e irrevo- cabile..  abile.. abile.. abile.. (grida) PATRONO! (si irrigidisce in una posa statuaria mentre i suoi giannizzeri fanno partire qualcosa di molto simile ad un sig-heil! Esplode vicino il lacerante lamento d’una sirena in arrivo, tutti scattano – tranne il Ciucciccì che rimane in posa granitica- preparandosi alla ritirata: ritirano la roba e cercano di infilare il loro capo in auto ma questi vuole ancora parlare) Perdonatemi se non mi trattengo, ma mi aspettano a Roma. Siete mai stati a Roma? Io ci sono stato. Romanisti dappertutto, veramente interessante. (riescono finalmente a cacciarlo dentro l’auto che parte a tutta velocità. La sirena è fortissima poi si fonde ad un frastuono di spari, uno stridio di freni e infine ad uno schianto terribile.
 
 
Atto III
 
       (Tutti rimangono basiti e muti. All’improvviso, a rompere tale silenzio, torna, su una potente automobile, Gilda)
 
Gilda       Ma che cosa state aspettando? State lì impalati da mezz’ora come un branco di pesci lessi!!! Allora, ci vogliamo dare una mossa o devo dire a Silvio che la cosa non ci interessa?!
 
Ernestina       Silvio?!
 
Gilda       Ma certo! Il Number One della Real Television! Gli ho parlato del nostro spettacolo e dice che la cosa potrebbe interessare una delle sue reti. Perciò, dobbiamo mostrargli qualcosa di veramente strong! Mi sono spiegata? Allora, tu, boy, pronto con la uno e tu va’ in quell’angolo con la due e cerca di fare delle riprese very beautiful, ok? (i cameraman,  che la accompagnano, si sistemano secondo le istruzioni) E ora, cercate di ricordare tutto quello che vi ho detto prima durante le prove. Ché io non ho tempo da perdere, e nemmeno Silvio! Ci siamo? 1, 2, 3…via!
 
Araldo       (mostrando un generoso spacco e parlando tipo ‘Signorina Buonasera’)
       Devoti della TV, Signori e Signore,
       cari telespettatori, io sono a voi mandato
       a dir che oggi la vita vi mostreremo
       di un santo tolto e quindi ritornato
       prima a San Pietro e poi anche a San Remo.      
 
Gilda       Benissimo, cara.
 
Araldo       Ma io non avrei finito…
 
Gilda       Taglia corto, nana: i tempi televisivi non permettono di dilungarsi! (controvoglia, l’Araldo si allontana) Il prossimo, forza!
 
Diavolo       (assume una posizione decisamente esagerata, munito ora di un nuovo ‘forcone’)
       Voglio le donne portare in tentazione
       Messe ciascuna a mio eterno spasso!
       (alle vergini folli)
       Che dite, voi, diletta mia legione
       Se vi mostrassi il mio enorme…
 
 
 
V. Folli       (interrompendolo)
       Papè, Satàn, nostro Prence supremo
       Prometti sempre, ma manchi di parola;
              noi quindi diciam: sarebbe gaudio estremo
       se tu ci dessi anche una botta sola! (si buttano sul diavolo cercando di spogliarlo)
 
San Magno       (interrompendolo)
       Che dite, mai, o mie vergini folli
       Tra le mie braccia venire ne dovrete
       Salvar vostra virtù io sempre volli
       Sì che al demonio scampare ne potrete!
       (le donne restano per un momento interdette e il ‘povero diavolo’ ne approfitta per sottrarsi al loro attacco)
 
Marisa       (mollando un ceffone al fidanzato) Adesso anche le vecchie ti vuoi fare, eh?!       
      
V. Folli       (ricomponendosi)
       San Magno…certo…
       Con la ferma sua parola…
       E grande e dolce… (Marisa sfodera una clava)
       …voce…ecco, sì, voce, n’ha redente…
 
V. Savie       (imperterrite provocano San Magno)
       L’amor che questi dolci prieghi getta             
       Pervenga a te San Magno protettore!
 
Marisa       Ragazze, non sto scherzando…
 
V. Savie       Li nostri corpi virginali accetta
       E li conserva sempre nel tuo amore!
 
Maria Teresa       Sì, virginali…indue l’è ch’in virgin chisti chi!
 
V. Savie       (indicano in controscena Marisa)
       Se della Vergin già ti innamorasti
       Ricevi, o sposo, i nostri petti casti!
 
Margherita       “Casti”? Tan me adess la Franco Tosi: a catan su anca i maruchiti!
 
Ernestina       Mamma, non essere razzista!
 
San Magno       Sinite virgines ad me venire ….(il lupo perde il pelo…)
 
Luisa       Te capì? Le cerca vergini, il pirletta !
 
Eulalia       Va che resti solo!
 
Paola       Ha parlato l’”Offerta Speciale”!
 
Patty       La signora “3x2”!
 
Marina       Dai, dai, che me ne serve proprio una nuova alla catena di montaggio!
       (Sta per scoppiare una nuova rissa, ma Gilda fa scattare i Lilla Boys a dividerle: alla vista di tanta…muscolosa ‘grazia’, le litiganti sembrano calmarsi…almeno per il momento, e vanno dal musico che le istruisce su come migliorare la propria performance)
 
Gilda       Ecco, brave, lasciate libero il palco che noi andiamo avanti a provare la versione più aggiornata delle Flagellanti! (alle suddette) Femmine, scattare! (queste si buttano sul povero Totonno che si rivolge al Santo)                 
       
Aggiogato       Pate, da queste indemoniate
       Tu ne fia dispensatore
       Dalla pena che sostegno
       Io più erto non me tegno.
 
Paola       Indemoniate a chi?! Va’ che sono nel consiglio della parrocchia! (lo frusta)
 
Patty       Taci, Albania, e subisci in silenzio! (lo frusta)
 
Marina       Vieni, vieni lunedì in ditta, che c’ ho una cosetta da dirti! (lo frusta)
 
Filomena       A finiri mu cci ruppi i cugghiuna, terrone, pezz’i’mmerda! (lo frusta con particolare violenza)
 
Totonno       Sc’munic’t’! Propr’tu ch’ vu’i cambiar’u’S’n’t’! T’n’hai risp’tt’ p’r  n’ss’n!
       (siccome nessuno capisce niente, c’è un attimo in cui tutti si fermano perplessi. La Madonna scatta dalla sua postazione e si sposta con un cartello su cui sta la traduzione italiana delle battute di Totonno, che così può continuare) M’Di’ v’d’ e pr’v’d’!! Dilettant’! M’ n’ vad’ a Holliwudde!! (alla Madonna) Com’n, Mary Mother, let’s go!…and you (alle flagellanti) …FUCK OFF!!!!! (Samantah gira il cartello su cui sta scritta la traduzione di quest’ultima frase, per cui, subito dopo, i due si precipitano fuori scena. Le Flagellanti, rimaste un po’ basite, guardano Gilda)
 
San Magno       (approfitta di quest’attimo di indecisione per provarci con le flagellanti)
       Assai pietà de voi ce prenne
       Ché sì tristi ve vedemo
       Nulla scusa se po’ intenne
       Ch’aitar non ve podemo!
        Ecco dunque la sentenzia:
       di mia godrete providenzia!
 
Ernestina       Ah, no, eh?! Pure con queste?! Te la do io la Provvidenza! (strappa un flagello e con questo insegue fuori scena Roberto che se l’è data a gambe levate).
 
Gilda       Wonderful! This is a very, very, very Real TV! (alle flagellanti) Donne, dal musico! Sotto gli altri! (nessuno si muove) Beh, che succede? Perché nessuno si muove?!
 
El Pidio       Mi scusi, signorina, toccherebbe a me, ma San Magno se ne è andato..
 
Gilda       E allora?
 
El Pidio       Io dovevo informarlo che l’imperatore ha mosso guerra alla Chiesa e San Magno avrebbe compiuto il miracolo…
 
Monica       E io avrei dovuto dire: ‘Punisci, padre…’…
 
Gilda       Fa niente! Inventatevi qualcosa! Bisogna tirare dritto!
 
Monica       Io potrei dire: ‘Punisci, o vescovo, tanta offesa…’ e può essere il vescovo ad affrontare l’imperatore.
 
Gilda       Ottimo, procediamo così.
 
Monica       (concentratissima) Punisci, o vescovo, tanta offesa!
 
Vescovo       Ola, yo soy un obispo de la iglesia! Yo soy un grande matador! Preparati a morir!
 
Imperatore       (afferrando le corna del toro, fa con il vescovo la corrida)
       Marrano, pietade
       Pregar dovrai all’alto trono!
 
Vescovo       Haga, toro! A los cinquos de la tarde! (inseguendosi, i due escono)
      
Gilda       Ma che cosa state facendo? È tutta una merda! Dov’è San Magno? Deve tornare per il Gran Finale!!!!!!!!! Costanza, va’ a chiamarlo!! (Costanza esegue)
 
Diavolo       Io farò il gran finale! Io sono stato completamente omesso da questa rappresentazione, mentre dovrei esserne il cuore! Il perno! Il fulcro!  (comincia perciò a declamare sempre più forte i suoi versi preferiti, anche perché in sottofondo, sta crescendo il ritmo degli altri gruppi)
       Venite donne, dietro a Satanasse
       Ché ha gran disio a farvelo sentire!
 
Araldo       (anche Rita, offesa per essere stata liquidata troppo in fretta, vuole chiudere lo spettacolo. Perciò ingaggia una ‘gara vocale’ con Fausto. Alla fine del crescendo, esplode un boato)
      
Drizza a porto questa errante gregge
       Che cerca quel tesoro che tutto intende.
 
       (A questo punto, i versi dei diversi gruppi, si intrecciano in una canzone, che sembrerebbe la ripresa della preghiera iniziale)
 
Diavolo       Venite donne, dietro a Satanasse          
Che ha gran disio a farvelo sentire!
 
V. Folli       Papè, Satàn, nostro prence supremo
              Prometti sempre ma manchi di parola!
              Noi quindi diaciam: sarebbe gaudio estremo
              Se tu ci dessi anche una botta sola!
 
V. Savie       Se della Vergin già ti innamorasti
              Ricevi, o sposo, i nostri petti casti!
 
Flagellanti       Eterno padre il cui poter corregge
              Ciò che per l’universo se comprende!
 
Saltimbanchi ed Araldo, e poi le Vergini Folli
Drizza a porto questa errante gregge
       Che cerca quel tesor che tutto intende!
 
(Torna adesso con Costanza, San Magno vestito alla Toni Manero, sempre seguito da Ernestina e la musica si trasforma in un rock. Le vergini savie, le flagellanti, l’araldo e i saltimbanchi – che avranno nel frattempo mollato i loro strumenti alle vergini folli, costrette perciò a suonare e non a ballare – si tolgono i paludamenti medievali e rimangono in succinte sottovesti. Si inizia a ballare seguendo le coreografie della saltellante Titti. È un tripudio).
 
 
 
    parole
-----------------------------------------------

10.9 Comabbio

www.redigio.it
 
 
 
 
 
Ricerche sul bacino del lago di Comabbio e storia
 
 
 
 
 
 
 
 
Raccolte di escursioni, visite, diapositive, notizie storiche della zona
maggio 1995
 
 
 
Come era e come e'
 
Gli eventi che portarono alla formazione dei nostri laghi, e quindi anche del lago di Comabbio, risalgono alle grandi glaciazioni, quando la circolazione delle acque superficiali che scorrevano tra il Verbano e Varese avevano un andamento Nord-Sud. I fiumi scendevano dal lago Maggiore  e soprattutto dalla zona del campo dei Fiori attraversando le valli fluviali che successivamente diventeranno laghi e confluendo poi nel Ticino nei pressi di Sesto calende. In epoca di espansione glaciale, poi, il ghiacciaio del Verbano, dirigendosi verso Sud-Est non fece altro che scavare ulteriormente le valli preesistenti, creando cosi' le premesse perche' diventassero poi dei bacini lacustri.
Quando i ghiacciai cominciarono a ritirarsi lasciarono indietro degli imponenti depositi morenici che formarono cordoni di sbarramento veri e propri bordi rialzati delle conche lacustri. Fu in questa fase che un cordone si frappose tra la conca di Comabbio e quella di Monate,. Subito dopo il ritiro dei ghiacci in questa zona si creo' un grande lago dalla superficie ben piu' vasta di quella risultante dalla semplice somma dei laghi odierni, perche' il livello doveva essere assai superiore di quello attuale (257 s.l.m. contro l'attuale di Comabbio di 243 s.l.m.). Contemporaneamente si ebbe un passaggio d'acqua dal lago di Monate a quello di Comabbio, tramite un corso superficiale che incise lo sbarramento morenico della palude. Dal lago di Comabbio, poi, un emissario, il Riale a sud dello stagno di Mercallo, scaricava le acque del grande lago e dei fiumi varesini nel Ticino, superando il cordone morenico che orlava la parte meridionale del Comabbio.
Il livello del grande lago subi' con il tempo notevoli abbassamenti che interessarono anche il lago di Comabbio, abbassamenti di cui sono visibili i terrazzamenti di Corgeno, Mercallo, Fornace Colombo, ecc. questo probabilmente a causa del clima diventato rapidamente secco e per la formazione di un nuovo emissario, il Bardello.
Un ulteriore abbassamento fu decisivo per il frazionamento del bacino in laghi separati tra loro: il fenomeno si verifico' quasi sicuramente prima che si stabilissero insediamenti umani nell'isolino di Varese.
Attualmente il lago di Comabbio non ha piu' comunicazioni superficiali ne' con Monate, ne' con il Ticino, ma solo con il Varese, in quanto l'uomo ha aperto l'emissario Brebbia.
In questo modo si sono create le condizioni perche' lo si possa considerare un lago stagno: infatti, in un bacino imbrifero di 16 Kmq e con la superficie di 3.4 Kmq , la profondita' massima di appena 7,7 metri con una media di 4,4 metri e un volume di acqua di 16,4 milioni di mc.
Ad integrare la scarsa quantita' di acqua immessa dai due torrentelli Cerbona e Roggia di Comabbio, provvedono, oltre alle precipitazioni, alcune cospicue sorgenti sommerse, alimentate dalle falde provenienti dalle acque di Monate; lo sbarramento fluvio-glaciale tra i due laghi permette infatti per via sotterranea un buon passaggio d'acqua. Poco piu' a ovest del Riale, tra Mercallo ed Oriano, scorre il Lenza, che ai tempi piu' recenti venne indicato come il piu' adatto per convogliarvi le acque del Comabbio: il progetto pero' ando' in fumo.
Del resto la palude di Mercallo appartiene per la quasi totalita' al territorio di Corgeno. Una zona, questa, in cui sono documentate le presenze di antiche popolazioni: gli abitanti di fortificazioni sorte sulle rive del lago venivano chiamati, utilizzando vocaboli celtici, con il nome di Corogennates.
Nello spazio d'acqua, molto paludoso, di fronte a Corgeno, furono rinvenuti gli unici insediamenti palafitticoli di tutto il lago. I primi tentativi di portare alla luce tracce di tali insediamenti furono fatti nel 1863 e coronati con successo nel 1878.
Attualmente il lago e' considerato eutrofo, non solo per il carico determinato dalle attivita' antropiche che vi insistono, ma per ragioni naturali.
Il Comabbio, infatti, e' un esempio evidente del processo evolutivo irreversibile che portera' i laghi prealpini ad un grado di trofia e interramento sempre maggiori.
 
 
 
Come e quando il lago
 
dallo studio geologico ambientale del bacino di Comabbio.
Idrogeologia e bilancio idrico preliminare di P.F. Barnaba edito dal C.N.R.
 
Vengono dapprima descritte le caratteristiche geologiche e idrologiche superficiali e sotterranee dell'area studiata, risultanti dai rilievi eseguiti in campagna e dai dati del sottosuolo (pozzi, profili elettrici, gravimetria, ecc.) Successivamente viene esaminata la situazione termo-pluviometrica per poi passare all'elaborazione di un primo bilancio idrico del bacino imbrifero e, quindi, a concludere con alcune osservazioni riguardanti le interconnessioni tra le condizioni idrogeologiche e l'ecosistema lacustre.
 
Lineamenti geologici
 
L'area studiata comprende il bacino imbrifero del Lago di Monate e le zone contermini, per una superficie complessiva di 20 Kmq. Lo specchio lacustre ha una quota media di 266 metri sul livello del mare e una superficie di Kmq 2,52 (solo Monate) e la profondita' massima di 34 metri, la profondita' media e' di circa 18 metri mentre lo sviluppo costiero e' di 7.75 km.
La carta teologica A B C D  mette in evidenza l'ampia diffusione areale dei depositi recenti, di origine prevalentemente glaciale, che ricoprono il substrato roccioso; questo affiora irregolarmente tra i depositi incoerenti di cui sopra, con termini di eta' mesozoica nella zona a nord della congiungente Ispra-Cazzago Brabbia e terziaria piu' a sud.
Il Lago di Monate si trova in quest'ultimo settore, dove affiorano i Calcari Nummulitici dell'Eocene e la Gonfolite dell'Oligocene. La conca lacustre di  Monate, situata nella ridente area collinare compresa tra i laghi maggiore, di Varese e di Comabbio, si e' formata per opera del ghiacciaio Verbano, il quale ha dapprima riescavato le antiche valli fluviali incise nel substrato roccioso e successivamente, con la deposizione degli edifici morenici, ha favorito l'impostazione dei laghi.
Il lago di Monate formatosi nel periodo glaciale (quaternario artico - Ghiacciaio Verbano), il lago e' circondato da colline moreniche ed alimentato dalle acque di polle sorgive, ha come emissario il torrente Acqua Negra che sfocia a sua volta nel lago Maggiore, a ovest e' affiancato da una collina denominata Monte Pelada. Notevoli sono i ritrovamenti palafitticoli, in particolare nelle stazioni preistoriche denominate Sabbione, Pozzolo e Occhio, dove gli scavi hanno portato alla luce utensili, oggetti vari ed una piroga monoxile del neolitico (2.500 a.c.).
 
 
APPUNTI SULLE ANTICHE VARIAZIONI DI LIVELLO DEL VERBANO E DEI LAGHI DI COMABBIO E DI VARESE     -
 
Ai fini della datazione dei reperti paletnologici puo' spesso tornare utile l'esame stratigrafico geologico.
Nel caso dell'Isolino del Lago di Varese sarebbe ad esempio interessante conoscere se e quando il livelio del lago o dei laghi vicini fu piu' elevato di quanto non lo sia oggi e per quale entita'. Vi sono testimonianze che provino una superficie piu' estesa e piu' elevata degli attuali laghi.
Che il Verbano si estendesse un tempo ad occupare almeno il piano tra Angera, Taino e Ispra potrebbe sembrare ovvio. Pero', vi sono anche prove sicure lungo la strada da Lisanza ad Angera, a destra,.presso C.na Negri, si scavano ottime sabbie chiare disposte in strati inclinati come se si trattasse di un delta di materiale finissimo Forse sono sabbie provenienti dal disfacimento dei vicini colli oligomiocenici sopra Taino. Il tutto e' coperto da detrito piu' grossolano e scuro, torboso. Siamo a 207 metri, cioe' a 4 metri sopra il pelo delle attuali acque. Questo e' dunque il livello piu' alto sicuro del Verbano dopo il ritiro dei ghiacciai dal territorio. Che pero', quando i ghiacciai erano ancora qui stazionari, il livello fosse anche un po' piu' alto e' dimcstrato da alcune argille, frammiste a ciottoli morenici, che si trovano sulla sponda sinistra del Ticino, poco a valle di Sesto Calende, all'altezza, un po' superiore di 208 215 metri.
Il Lago di Comabbio e' orlato, verso Mercallo, da una diga morenica, alla quale, anzi e' dovuto lo sbarramento della conca che venne poi riempita di acque: ma tra questa e il lago si stende un'ampia superficie costituita di argilla molto fina (nella quale non e' raro che si trovino erratici). Il Lago ha la sua superficie a 243 metri, le argille arrivano fino a circa m. 53; percio' il livelio fu di 10 metri piu' alto di oggi.
Altra testimonianza : sotto Comabbio vi e' un delta sabbioso emerso, il cui piano e' a 260 m. costruito dall'antico emissario del sovrastante Lago di Monate quando questo non aveva ancora trovata la via dell'Acqua Nera, l'attuale scaricatore; e l'andamento delle isoipse tra la sponda del Lago di Monate e il delta emerso dimostra questa antica derivazione.
Ancora: tra Ternate e Varano s'innalza una diga naturale costituita in parte di sabbie e ghiaiette fini, a strati oblicuanti verso il lago, percio', formazione deltizia. La sua superficie e' a circa 53 metri, cioe' anche qui a circa 10 metri sopra il lago attuale.
Lago di Varese. Le Fornaci di Cazzago sfruttano un'argilla che certamente e' recente e che si trova a 10 metri sul pelo delle acque. Non saprei, invece, ancora datare con una certa sicurezza le argille di Capolago, perche', a somiglianza delle argille vicine di Val Fornaci, ecc., potrebbero anche essere gunziane, e percio', di nessuna importanza al nostro scopo.
Sotto Gavirate, a 15 metri sopra il livello attuale delle acque del lago, e cioe'a m. 253 vi sono due notevoli cave di sabbia e ghiaia. scavate in una imponente formazione tipicamente deltizia.
Ora e' notevole che nessuna delle formazioni finora viste e' ricoperta da materiale morenico. Cio' significa che trattasi di formazioni senza dubbio postglaciali.
Dunque l'Isolino e' emerso, e fu cioe' sede dell'Umanita', solo nel molto tardo postglaciale, pur non essendo improbabile che ad una diminuzione di livello molto rilevante sia successo, per le piu' diverse cause, un leggero innalzamento.
Ma e' anche interessante notare cio', che si osserva al Fabrik di Bernate. Siamo a 258 metri. cioe' a 5 m. sopra la superficie del delta postgaciale emerso di Gavirate, a 5 m. sopra la superficie del delta emerso di Ternate (Lago di Comabbio), a circa 8 metri sopra il livello del fiume sfioratore dei nostri laghi in corrispondenza di Mercallo, Vergiate; circa 15 m. sopra la superficie della Torbiera Brabbia che un tempo doveva fare da congiunzione tra il Lago di Varese e quello di Comabbio. Il profilo e' questo: strati di sabbia, dalla struttura di delta (m. 7-8); fa da copertura un deposito grossolano d'apparenza morenica o almeno fluvio-glaciale. Data l'altitudine, potrebbe rappresentare una testimonianza dell'ultimo stadio dell'ultima glaciazione. ccme si e' visto per il morenico lacustre presso Sesto Calende; cosa che al nostro scopo non puo' interessare, perchr' certamente l'Umanita' non era ancora penetrata nelle nostre terre ancora ghiacciate, fredde e paludose.
Ulteriori osservazioni di pollini potrebbero stabilire se il rapido e rilevante abbassamento del livello dei nostri laghi avvenuto nell'immedato postglaciale corrisponda ad un periodo di clima piuttosto secco, e il successivo leggero innalzamzento corrisponda ad un clima piovoso; ma quando, l'uno e l'altro?
Non sarei alieno dal ritenere che l'innalzamentc di livello corrisponda. ad un periodo molto recente, e precisamente ai secoli XVII-XIX, cioe' ai 2-3 secoli in cui si ebbe un rilevante sviluppo dei ghiacciai alpini, e non solo alpini.
 
La civilta' delle palafitte, alcuni ritrovamenti.
Le prime ricerche archeologice sul lago di Comabbio, ad opera degli studiosi Stoppani, Desor e De Mortillet e successivamente da un certo Molinari detto Spariss, risalgono al 1863. Queste prime ricerche non diedero alcun risultato. Solo nel luglio del 1878, le ricerche di Pompeo Castelfrance, famoso archeologo e membro della Societa' di Scienze naturali di Milano, confermarono la presenza sul lago di Comabbio di insediamenti preistorici palafitticoli.
Le ricerche si concentrarono nella fascia orientale del lago situata tra varano e Corgeno, ricca di cumuli di sassi (dial. mott o moeut), ognuno conosciuto con il proprio toponimo. L'archeologo, nella sua relazione del 25 settembre 1878, ne cita ben otto: Mott Goretta e Bosco Carbone I, Mott di Rivu' alla Ca' da Corgen, Ca' da Corgen II e Mott di Broeuri in comune di Corgeno.
Nel suo lavoro il castelfrance venne coadiuvato da alcune persone espertissime del lago, tra i quali paolo Brabbia di Comabbio e Carlo Casoli di Ternate che, avvalendosi di apparecchiature molto rudimentali "a cucchiaia", prelevarono il materiale dal fondo.
Mentre il materiale recuperato dai vari siti fu scarso, quello della localita' "Le Pioppette" consenti' di accertare la presenza di una palafitta di dimensioni notevoli, 40 metri di lunghezza e 50 di larghezza con il lato minore quasi parallelo alla riva.
Furono recuperati alcuni reperti lignei relativi alle testate dei pali, cocci di stoviglie, schegge di selce nerastra e un coltellino.
Furono trovati anche alcuni denti di animale, comuni ad altri insediamenti del lago di Varese: Bos Brackyceros, Sus scropha palustris, Capra hircus; una approfondita analisi ne indico' l'appartenenza ad animali giovani, tipici di una attivita' di pastorizia. Vennero recuperate inoltre ghiande ri rovere carbonizzate, guschi di nocciole e carboni in notevole quantita'.
Il "Mott di Rivu' alla Ca' di Corgeno", che dista circa 100 metri dal precedente, si presentava come un'isola sommersa artificiale di 70 metri per 30 metri di larghezza. In questa lcoalita' furono recuperate ghiande carbonizzate, carboni e un pezzo di legno di piccola dimensione appuntito ai due capi.
Il castelfranco nella sua relazione, riteneva gli insediamenti di questo lago coevi a quelli rinvenuti nel lago di Varese, senza pero'ì indicare una datazione certa.
Non abbiamo notizie di ulteriori campagne sul lago di Comabbio salvo escavazioni effettuate nel 1883 dall'Ing. Pio Borghi nell'intento di arricchire la sua collezzione di oggetti preistorici da inviare all'esposizione nazionale di Torino, e la ricerca effettuata da alcuni sommozzatori nel 1976 che segnalarono nella zona dell Pioppette la presenza di una platea di legno, costruita con tavole orizzonatali sostenute da sassi e paletti. Una delle ragioni che hanno sempre ostavcolato lòe ricerche archeologiche in questo lago e' certamente dovuta alla torbidita' delle sue acque.
 
 
 
Cos'e' un lago
 
In generale, possiamo definire lago una distesa d'acqua ferma avente una zona sufficientemente profonda da risultare priva di luce. Questo fatto determina una separazione del lago in tre zone ben distinte:
la zona litorale, caratterizzata da abbondante vegetazione acquatica che si sviluppa dalla riva fin verso alcuni metri di profondita'
la zona pelagica o di acque aperte, dove le uniche forme di vita vegetale sono costituite dal fitoplancton, delle alghe che fluttuano passivamente, invisibili ad occhio nudo
la zona profonda, priva di vita vegetale in quanto la luce, indispensabile alla fotosintesi, fatica a raggiungere il fondo. In questa zona si svolgono piu' che altro i processi di decomposizione.
Allo stato attuale il lago di Comabbio, che come abbiamo visto ha una profondita' media di m. 4,82, potrebbe essere considerato alla stregua di un grosso stagno.
 
Origine del lago di Comabbio
Circa un milione di anni or sono, nel periodo geologico noto come Pleistocene, la terra subi' un fortissimo raffreddamento e la catena alpina si copri' di ghiacciai giganteschi le cui ultime propaggini, al culmine del periodo glaciale, scendevano fino quasi alle porte di Milano; all'interno e al margine delle lingue di ghiaccio veniva trascinata una gran massa di detriti composti da macigni, ciottoli, ghiaia, sabbia e limo, formando cosi' quelle strutture che vengono  ancora adesso chiamate "morene" e che altro non sono che ciclopici  accumuli di questi depositi abbandonati dai ghiacciai.
Al suo fondo il ghiacciaio (simulando l'azione di un grosso foglio di carta vetrata, a causa della presenza di numerosi ciottoli inglobati nel  ghiaccio) scavo' delle grandi conche. Queste depressioni, al ritiro dei ghiacci, dettero in seguito origine al lago di Monate e ai laghi di Varese, Comabbio e Biandronno. Va sottolineato come quest'ultimi; alla fine dell'epoca glaciale , formavano un unico complesso lacustre le cui acque erano poste ad una quota di circa 250 m sul livello del mare.(Fig. 1)
In questo periodo si formarono inoltre alcuni depositi lacustri, costituiti da argille azzurre, originatesi dalle minuscole particelle trasportate al lago dai ruscelli circostanti: il laghetto di Mercallo infatti e' una vecchia cava abbandonata costituita da queste argille. Successivamente le acque di questo grande complesso lacustre si abbassarono ed il paesaggio divenne simile a quello che a tuttoggi vediamo. (Fig. 2)
Il passaggio dei ghiacciai nel nostro territorio e' testimoniato dai depositi morenici, costituiti da ciottoli annegati in una matrice limoso-sabbiosa, che ricoprono quasi tutta l'area di Corgeno.
In qualche caso sono osservabili dei massi di forma tondeggiante. Questi massi, che possono anche pesare parecchie tonnellate, vengono detti "massi erratici" od anche 'trovanti" ed e' inutile chiedersi chi li abbia trasportati fin li, visto che ancora una volta il responsabile di tutto questo e' il ghiacciaio.
 
 
 
STORIE IN RIVA AL LAGO: racconti, tradizioni, proverbi e curiosita' da Corgeno e dintorni.
 
"Le giazzere "
La bassa profondita' nonche' lo scarso ricambio delle acque del lago di Comabbio favoriscono, durante il periodo invernale, la formazione di uno strato di ghiaccio anche di discreta dimensione, in particolare nei mesi di gennaio e febbraio.
La cavatura del ghiaccio e' un importante diritto di uso civico riconosciuto alle comunita' rivierasche; sin dai tempi piu' remoti le comunita' del lago costruivano ghiacciai perla conservazione del pesce e di altre derrate deperibili.
Secondo alcune testimonianze, Corgeno disponeva di due ghiacciaie:
una esterna all'abitato e sita nei pressi del lavatoio pubblico sulla strada per Varano, e l'altra nel centro del paese e prossima al lago.
Le ghiacciaie di Corgeno, ora completamente distrutte, sono state utilizzate sino alla meta' di questo secolo dalla comunita' e dalle cooperative di pescatori.
Nella nostra zona sono rimaste le ghiacciaie di Comabbio e Cazzago Brabbia.
La ghiacciaia (dial. giazzera) solitamente era costituita da una costruzione a pianta circolare di circa tre, quattro metri di diametro con una profondita' di circa sei/otto metri, alla quale si accedeva tramite una porta in legno di grosso spessore situata a settentrione.
ll soffitto della ghiacciaia veniva realizzato in mattoni a volta per consentire una maggior coibentazione; la copertura de tetto era in pietra oppure in tegole di cotto.
ll ghiaccio (dial. giazz) veniva trasportato dal lago in grossi pezzi, poi frantumato con bastoni di pruno o di corniolo e sistemato nella ghiacciaia a strati, alternati con sale e pula di riso per favorirne conservazione. ll ghiaccio veniva posato su di un assito di grosse travi di guercia che, posto sul fondo della ghiacciaia, permetteva di far defluire nel terreno sottostante l'acqua dovuta allo scioglimento.
 
 
" La Valeria che viene dal monte per spaventare"
Il processo fisico legato alla formazione del ghiaccio sulla superficie del lago genera dilatazioni della massa ghiacciata che, in presenza di particolari condizioni atmosferiche (vento, sbalzi di temperatura, ecc.) danno luogo a fenomeni acustici (ululati del lago, alcuni anche di discreta intensita'). Questi rumori della natura sono spesso evocati nella tradizione popolare ed associati a storie fantasiose ("la Valeria che viene dal monte per spaventare", ecc.)
 
"A la barca dal Mercal"
Un'altra fonte di risorse economiche era la cavatura dell'argilla nell'area paludosa di Mercallo, ove si trova un rilevante deposito naturale. Lo sfruttamento di questo giacimento si e' susseguito nel tempo sviluppandosi sino  raggiungere un livello industriale con l'insediamento della Fornace Colombo attiva sino alla fine degli anni Cinquanta.
La ciminiera, mozzata per ragioni di sicurezza, ed alcune strutture della fornace sono tuttora conservate sulla sponda di Mercallo. L'argilla veniva scavata a mano; solo negli ultimi anni vennero installati una piccola draga e un nastro trasportatore. L'argilla veniva poi ammucchiata sul piazzale, lasciata asciugare al sole, macinata e compressa negli stampi per coppi, tegole, mattoni pieni e forati, comignoli e vasi. I manufatti, deposti di assi sovrapposte, venivano trasportati nell'essicatoio per poi essere cotti nel grande forno. Il forno, al centro del grande fabbricato di forma ovale, era diviso in quattro settori nei quali il fuoco era sempre tenuto acceso a rotazione per permettere le varie fasi di cottura dei laterizi e una produzione continua. L'alimentazione del forno, a polvere di carbone, avveniva dall'altro della camera di combustione: per garantire la combustione uniforme, il fochista manovrava alcune prese d'aria.
I lavoratori di Corgeno si recavano alla fornace Colombo a piedi o in barca: a quel tempo un barcaiolo faceva servizio di traghetto partendo dalla localita' "a la barca dal Mercal".
 
Climatologia del lago di Comabbio
 
Quant al tempural al vegn da Cuirun, acqua a burdelun
Se al vegn da Arona, scapa cun in ma la curona.
Se al vegn da la muntagna, ciapa la sapa e va' in campagna.
Quant al vent al vegn da la muntagna da Napuleon, al dura par tri di' bon.
Quant al su' al guarda indre', al fa bel al di' adre'.
Quant la muntagna la gha su' al capel, o al piof ol fa bell.
 
I nostri avi hanno formulato diversi proverbi per indicare fenomeni metereologici e l'evoluzione del tempo. Le loro conoscenze scaturivano da una attenta osservazione del cielo e dalla memoria storica che accompagnava il vivere quotidiano.
La moderna metereologia si serve di strumenti sempre piu' sofisticati e ci consente di conoscere, con diverse ore di anticipo, gli eventi meteorici che condizioneranno in senso positivo o negativo le attivita' del domani.
 
 
Lago di Monate
 
Il lago di Monate e' impostato su un catino naturale, costituito essenzialmente da depositi glaciali fini e pressoche' impermeabili; tale caratteristica dovrebbe essere assicurata dalla presenza delle argille di Gunz che, nella zona, sono visibili a SW del lago di Comabbio, oppure da differenziazioni argillose in seno alle sovrastanti morene Wurmiane.
Dove i depositi morenici risultano meno impermeabili, per l'aumento degli elementi grossolani oppure per la diminuzione della componente limosa, si possono verificare perdite sotterranee, di cui si fara' cenno piu' oltre.
Lo spessore dei terreni quaternari nella zona in esame e' molto vario: da qualche metro a decine di metri: ma localmente lo spessore puo' avvicinarsi al centinaio di metri, come risulta da alcuni sondaggi eseguiti nella zona immediatamente a SE del lago di Monate.
Il sottostante substrato roccioso e' costituito da una monoclinale immersa verso WSW che porta ad affiorare i termini piu' antichi verso oriente ( Cretaceo di Cazzago Brabbia) e quelli piu' recenti verso Ovest (Oligocene di Osmate- Monte Pelada), come illustrato nella sezione geologica A (fig. 5).
Procedendo da est verso Ovest e quindi dai termini stratigrafici piu' antichi a quelli piu' recenti, si puo' osservare, facendo riferimento alle figure 2,3 e 5, quanto di seguito descritto.
- A Cazzago Brabbia, in corrispondenza della costa meridionale del lago di Varese, affiorano arenarie grossolane appartenenti al Cretaceo Superiore
- Tra Faraona e Ternate, a est del lago di Monate, si sviluppa l'importante affioramento dei calcari Nummulitici dell'Eocene, costituito da oltre 50 metri di calcari, brecciole calcaree e marne, regolarmente stratificati. Questa formazione, denominata "Ternate" e' oggetto di coltivazione in cave aperte lungo il crinale S. Maria.
- A Sud e SW del lago di Monate, nei rilievi di M. Pelada, tra Osmate e Comabbio, affiora la massiccia successione di conglomerati e arenarie rossastri costituenti il membre superiore denominato " Como" della formazione delle Gonfolite di eta' Oligocenica. Lo spessore di questi terreni affioranti nella zona e' di circa 160 metri.
Vi e' da osservare inoltre che tra i calcari Nummolitici di faraone e il sovrastante membro conglomeratico della Gonfolite, cui si e' fatto ora cenno, si sviluppa una successione marnosa di spessore valutabile tra i 100 e i 300 metri ( Membro marnoso della Gonfolite denominata "Chiasso") che, nella zona in studio non affiora perche' ricoperto dalle morene e dallo stesso lago di Monate, il quale probabilmente si e' impostato in corrispondenza delle marne in oggetto, data l'agevole erodibilita' di queste. Dal punto di vista strutturale, si e' accennato al fatto che la zona e' caratterizzata da un generale andamento monoclinalico, con immersione verso WSW di 15° 25° circa. Cio' non esclude tuttavia la probabile presenza di alcune dislocazioni, difficilmente individuabili a causa della copertura quaternaria, ma suggerite da qualche particolare situazione geologica presente nella zona del lago di Comabbio e del Canale Brabbia. Si tratta in particolare dell'affioramento ocenico di varano Borghi, non facilmente raccordabile con le marne oligoceniche di Inarzo-Bernate, come pure, piu' a sud, dell'ocene di Oneda in rapporto ai conglomerati oligocenici di M. Pelada.
 
Idrogeologia del bacino del lago di Monate
 
Nella delimitazione del bacino idrologico si e' tenuto conto degli elementi di superficie e di quelli sotterranei.
Secondo la situazione superficiale, il bacino idrografico risulta esteso su un'area di 5.75 Kmq, ivi compresa la superficie lacustre pari a 2,52 Kmq.
Prendendo in considerazione la situazione sotterranea della zona a SE di Travedona, dove l'assetto degli strati ocenici, immersi verso occidente, e' tale da favorire la percolazione sotterranea delle acque verso il lago, l'area del bacino risulta incrementata di 0,74 Kmq.; tenendo conto di questa appendice sotterranea, la superficie complessiva del bacino idrologico reale e' di 6,49 Kmq.
In base alle caratteristiche fisiche, i terreni affioranti nell'ambito del bacino possono essere suddivisi nelle due seguenti classi:
a) - Terreni coerenti, prevalentemente impermeabili: a questa classe appartengono i vari termini del substrato terziario, e cioe' i calcari nummulitici dell'Eocene, nonche' i membri marnoso e conglomeratico della Gonfolite ologocenica; si osserva tuttavia che localmente i calcari eocenici possono dare luogo ad una certa permeabilita' per fratturazione. A questa classe si possono scrivere inoltre le argille del Gunz che costituiscono, ove presenti, la parte basale dei depositi quaternari.
b) - Terreni incoerenti, con permeabilita' modio bassa: vi appartengono i depositi glaciali (morene) fluvio-glaciari e lacustri del Quaternario. Questi depositi presentano caratteristiche di permeabilita' molto variabili, essendo costituiti da sabbie argillose, sabbie ghiaiose, ghiaie e argille; il limo e' diffuso e talora prevalente, influenzando direttamente il grado di permeabilita' dei sedimenti. In questi termini sono presenti serbatoi idrici in corrispondenza degli orizzonti clastici dotati di maggiore permeabilita' ma in generale il grado di permeabilita' e' piuttosto basso.
Nell'ambito del bacino imbrifero di Monate i terreni prevalentemente impermeabili (Classe a) affiorano soltanto del 13% circa sulla superficie e cioe' in  corrispondenza della dorsale di Faraona-Ternate e dei rilievi di M. Pelada, tra Osmate e Comabbio. Il rimanente 87% dell'area e' ricoperto da sedimenti quaternari, con permeabilita' mediamente bassa (Classe b).
Il bacino e' caratterizzato da apporti di natura esclusivamente meteorica che alimentano, precipitazione diretta, il lago e, per percolazione e infiltrazione sotterranea, la falda idrica; quest'ultima si estende intorno al lago, impregnando i serbatori naturali che contornano il bacino; la superficie freatica e' inclinata verso il lago e si raccorda con la superficie lacustre. Il rapporto tra l'area del bacino imbrifero, che e' molto modesta, e quella del lago e' tale da rendere piuttosto difficoltoso e lento il rinnovo delle acque del lago, a causa del limitato volume degli afflussi nel bacino.
I deflussi del bacino avvengono attraverso un solo emissario, il torrente Acqua negra, che da Travedona raggiunge il lago maggiore.
Le osservazioni effettuate in superficie e alcune indicazioni del sottosuolo consentono di affermare che il lago di Monate e' s soggetto a qualche perdita idrica nel sottosuolo. Si tratta verosimilmente a percolazioni sotterranee di entita' piuttosto modesta che hanno luogo nella zona sud del lago, presso la cascina della Palude, verso il bacino di Comabbio, nonche' lungo il versante situato a NW dell'abitato di Monate, verso il bacino dell'Acqua Nera: in quest'ultima zona si individuano in particolare alcune sorgenti, la cui portata complessiva e' valutata intorno a 4-5 litri/s, situate a zone comprese tra i 230 e i 255 metri circa e certamente alimentate dalle acque del vicino lago di Monate, che si infiltrano attraverso le morene delimitanti il lago stesso verso nord.
Non si hanno invece indizi di perdite lungo il limite orientale del bacino imbrifero (zona Travedona-Moncucco), ne' verso WSW (Cadrezzate-Osmate), cio' dovrebbe essere dovuto alla presenza del substrato roccioso a modesta profondita', quindi in grado di assicurare l'impermeabilita' del bacino in questa zona.
 
Relazioni tra precipitazioni, livello del lago e portate all'emissario
 
Le misurazioni finora eseguite sul livello del lago e sulle portate dell'emissario Acqua Nera sono purtroppo limitate a un periodo brevissimo, tra giugno e novembre 1981. L'acquisizione dei dati e' stata curata dall'Ing. E. Magni. Nell'attesa di poter disporre, come e' auspicabile per una migliore conoscenza del comportamento idrologico del lago, di registrazione piu' prolungate e possibilmente continue , sia delle precipitazioni che delle variazioni di livello lacustre e delle portate all'emissario, sono state analizzate quelle attualmente disponibili, con lo scopo di ricavare qualche indicazione di interesse pratico anche per gli altri studi, con particolare riferimento a quelli chimico-fisici e biologici.
Un elemento basilare a tale riguardo e' rappresentato dalle modalita' che presiedono al ricambio idrico del bacino lacustre, in quanto la conoscenza di tale fenomeno puo' opportunamente indirizzare la scelta e la priorita' degli interventi.
Con tale finalita' pratica, sono stati raffrontati i dati finora registrati presso Casa Mandelli a Travedona (livelli del lago e portate all'emissario Acqua Nera) con le precipitazioni dello stesso periodo, registrate presso la stazione di Ispra-CCR, la cui distanza del lago di Monate e' di soli 2,2 Km.
Ovviamente si ha ottima correlazione tra l'andamento dei livelli lacustri e le portate  all'emissario: un aumento del livello e' sempre accompagnato da un corrispondente incremento della portata in uscita dal bacino e viceversa. Nel periodo in esame e' stata registrata una variazione del livello del lago di 26,5 cm. con un massimo livello in giugno e minimo in settembre; le portate misurate nello stesso periodo variano tra un massimo di 2185 l/s in giugno e un minimo di 13 l/s in settembre.
Piu' interessante risulta il confronto tra variazioni del livello lacustre e precipitazioni, quando queste ultime vengono esaminate per periodi stretti, ad esempio decadali. Tale confronto riportato nella fig. 7, indica innanzitutto che nel periodo giugno-agosto la moderata piovosita', accompagnata da forte evaporazione, causo' un progressivo abbassamento del livello del lago e soltanto le prime importanti precipitazioni autunnali( terza decade di settembre) riportano la superficie lacustre ad un livello elevato che ridiscese in seguito, a causa del successivo periodo secco di novembre. Un dettaglio si rileva come ogni incremento e diminuzione della piovosita' dia luogo a inversioni della tendenza in atto a cio' avvenga di solito in maniera attenuata e con certo ritardo; l'entita' del ritardo risulta inversamente proporzionale alla intensita' delle precipitazioni. Il ritardo minore nella reazione tra piogge e aumento del livello del lago si verifica infatti in coincidenza con le punte pluviometriche piu' elevate, come quelle registrate nella terza decade di settembre (210 mm.). Si nota inoltre che l'abbassamento di livello avviene in generale con maggiore gradualita'  rispetto al fenomeno inverso.
In base alle osservazioni sovraesposte, il regime idrologico del bacino in esame risulta strettamente legato alle condizioni pluviometriche, le quali, seppure con modesti ritardi, influenzano direttamente sia il livello del lago che le portate dall'emissario Acqua Nera.
E' certo che con l'acquisizione di nuovi dati, le osservazioni di cui sopra potranno essere utilmente verificate e affinate.
 
Caratteristiche pluviometriche e termometriche
 
Ai fini della ricostruzione del bilancio idrico del bacino di Monate, sono stati raccolti ed elaborati i dati sulle precipitazioni e le temperature, registrati presso le sei stazioni pluviometriche di Gavirate, Ispra, Varano Borghi, Azzate, Miorina e Ispra-CCR, situate entro il raggio di una decina di Km. dal lago. Dalle prime cinque stazioni sono state utilizzate le registrazioni del periodo 1921-1972 (valore mediati su 52 anni), mentre per la stazione di Ispra-CCR, entrata in funzione successivamente alle altre, il periodo utile si estende dal 1959 al 1983 (25 anni).
L'insieme dei dati raccolti ha consentito la ricostruzione delle isoiete annuali (fig. 8) dell'andamento delle precipitazioni medie mensili (fig. 9) e delle temperature medie mensili e annue.
Tutti questi elementi sono stati utilizzati per le elaborazioni del bilancio idrico del bacino, a cui il capitolo seguente.
Le isoiete della regione indicano un regolare incremento delle precipitazioni da Sud verso Nord, con una componente secondaria da Est verso Ovest; tale incremento e' determinato dall'influenza dei rilievi montuosi presenti a nord e del lago Maggiore a Ovest.
Le variazioni pluviometriche nell'ambito della zona considerata sono molto accentuate: dai 1254 mm. di Miorina (Sesto calende) si passa a meno di 15 Km. ai 1789 mm. di Ispra.
Il regime delle precipitazioni (fig. 9) mette in evidenza due periodi di maggiore piovosita', con massimi in maggio e in ottobre. Abbastanza sostenute risultano anche le precipitazioni estive, che assumono grande importanza nel bilancio idrico, in quanto contribuiscono ad attenuare l'abbassamento temporaneo della falda freatica nel periodo piu' critico dell'anno, riducendo anche i tempi di ricarica della stessa. Il minimo pluviometrico estivo si registra in luglio, mentre il periodo meno piovoso dell'anno si estende tra dicembre e febbraio.
Per quanto riguarda le temperature, si ha un valore medio annuo di 11,5° con la minima delle medie mensili in gennaio 1,9° e la massima in luglio 21,3°.
 
Bilancio Idrico
 
Il bilancio idrico e' stato impostato tenendo conto delle peculiarita' idrologiche del bacino, precedentemente descritte e, in particolare: che la totalita' degli afflussi e' stata dalle precipitazioni atmosferiche; che il bacino e' costituito, nell'insieme, dai terreni a permeabilita' bassa; che alcune perdite sotterranee influenzano, seppure modestamente, il bilancio idrico del lago di Monate; che, infine, le ridotte dimensioni del bacino comportano modeste quantita' di afflussi.
Utilizzando tutti gli elementi disponibili, e' stato elaborato un bilancio idrico preliminare, su base annuale, impostato sull'equazione:
Q = P - E -q
dove Q e' la postata all'emissario (deflusso), P e' l'afflusso dovuto alle precipitazioni atmosferiche, E e' l'evapotraspirazione reale e rappresenta le perdite per evaporazione e traspirazione dal suolo, dalla vegetazione e dalla superficie lacustre; q rappresenta infine le perdite sotterranee del bacino.
In questa fase di ricostruzione del bilancio, Q rappresenta l'incognita, il cui valore e' ottenuto direttamente dall'equazione di cui sopra; tale valore potra' essere soggetto di riscontro soltanto in un secondo tempo, quando si disporra' di adeguate informazioni sui deflussi mediante misure direte all'emissario.
P e' stato assunto come valore medio, pari a 1520 mm. delle precipitazioni annuali, ricavato dalla carta delle isoiete (fig. 8).
I valori dell'evapotraspirazione sono calcolati con il metodo di Thornthwaite (H. Scholler, 1962 e G. Castany, 1968) utilizzando nell'elaborazione le temperature registrate nella stazione di Ispra-CCR. Si e' ottenuto un valore di 717 mm/a per la porzione del bacino imbrifero esterna al lago;per quanto riguarda invece la E della superficie lacustre, e' stato applicato un coefficiente fisso, scelto fra quelli sperimentati in campo internazionale su situazioni geo-ambientali analoghe a quelle del lago in studio; il coefficiente scelto corrisponde al valore di 0,85 P (G. Castany, 1968). Avendo addottato una altezza di precipitazioni medie annuali di 1520 mm., il valore di E cosi' calcolato risulta pari a 1292 mm. che, al confronto con alcuni dati di altri laghi italiani (L. Cati, 1981), puo' considerarsi del tutto accettabile, anche se tendenzialmente eccedente rispetto a tali dati.
Il valore q e' stato stimato in 10 l/s (pari a 315.000 mc/a), tenendo conto delle portate misurate nelle sorgenti a NW di Monate (4-5 l/s), cui si e' accennato in precedenza, raddoppiate in considerazione che analogo fenomeno si ritiene avvenga nel sottosuolo di Cascina della Palude, all'estremita' meridionale del lago; si tratta ovviamente di un valore indicativo, che non dovrebbe comunque scostarsi molto dalla situazione reale.
Non si e' ritenuto invece opportuno di introdurre nel bilancio altre voci, il cui contenuto volumetrico e' irrilevante o difficilmente valutabile; ci si riferisce in particolare agli apporti provenienti dall'esterno del bacino tramite acquedotto e agli scarichi domestici, che in parte defluiscono nel lago e in parte vengono convogliati al di fuori del bacino. Altrettanto dicasi degli affluenti provenienti dalle rarissime unita' artigianali e industriali della zona.
Di seguito vengono esposti i risultati del bilancio idrico annuale, che e' stato elaborato tenendo conto che la superficie del bacino idrologico reale ( compresa l'appendice sotterranea) e' di 3,97 Kmq, a cui si aggiungono 2,52 Kmq dell'area lacustre, per un totale di 6,49 Kmq.
 
 
Afflussi
P1 = 1,520 m/a x 3,97 Kmq = 6.034.000 mc/a (esclusa sup. lacustre)
P2 = 1,520 m/a x 2,52 Kmq = 3.830.000 mc/a (sup. lacustre)
P1 + P2 = 9.864.000 mc/a (Totale precipitazioni)
 
Evapotraspirazione
E1 = 0,717 m/a x 3,97 Kmq = 2.846.000 mc/a (Esclusa sup. lacustre)
E2 = 1,292 m/a x 2,52 Kmq = 3.255.000 mc/a (sup. lacustre)
E1 + E2 = 6.101.000 mc/a (Totale evapotraspirazione)
 
Deflussi
Q = P - E - q = 9.864.000 - 6.101.000 -315.000 = 3.448.000 mc/a = 109,3 l/s.
 
Questi dati mettono in evidenza che nell'annata media gli afflussi sono complessivamente dell'ordine di 9,9 milioni di mc, pari al 35%, costituiscono in deflusso del bacino, che corrisponde quindi a circa 110 l/s, quale valore medio nell'anno. Le perdite idriche del bacino sono globalmente circa 6,4 milioni di mc, quasi interamente causate dall'evapotraspirazione (95%) e soltanto di 5% alle perdite sotterranee.
Considerato che il volume di acqua del lago di Monate e' valutabile in circa 45 milioni di mc. il deflusso teorico del lago nell'anno risulta pari al 7,6 % del volume del lago stesso.
Oltre al bilancio idrico dell'annata di piovosita' media, ora illustrato, sono stati calcolati altri due bilanci, riferiti a due annate caratterizzate da piovosita' rispettivamente scarsa e molto abbondante; cio' al fine di poter valutare le influenze prodotte nel bilancio dalle estreme variazioni degli afflussi annuali.
Nell'elaborazione di questi due bilanci sono stati utilizzati i dati delle precipitazioni del 1962, quale annata scarsamente piovosa (1.089 mm), e del 1963, abbondantemente piovosa (2.146 mm.). Per quanto riguarda l'evapotraspirazione, si e' tenuto presente il concetto che il volume di acqua evaporata dalla superficie lacustre non e' influenzato dagli afflussi, per cui nel calcolo di E2 e' stato introdotto lo stesso valore calcolato per l'annata media (1.292 mm.) Per le perdite sotterranee e' stato mantenuto invariato il valore di 315.000 mc/a, ritenendo che esse non siano influenzate in maniera significativa dalle precipitazioni.
Sono stati ricavati i seguenti dati:
 
Annata con piovosita' scarsa (11962)
P1 = 1,089 m/a x 3,97 Kmq = 4.323.000 mc/a (esclusa sup. lacustre)
P2 = 1,089 m/a x 2,52 Kmq = 2.744.00 mc/a ( superficie lacustre)
P1 + P2 = 7.067.000 mc/a (Totale afflussi)
 
E1 = 0,5516 m/a x 3,97 Kmq = 2.048.000 (Esclusa sup. lacustre)
E2 = 1,292 m/a x 2,52 Kmq = 3.256.000 mc/a (superficie lacustre)
E1 + E2 = 5.304.000 mc/a (Totale evapotraspirazione)
 
deflusso Q = 7.067.000 - 5.304.000 - 315.000 = 1.448.000 mc/a = 45,9 l/s.
 
 
Annata con piovosita' abbondante (1963)
P1 = 2,146 m/a x 3.97 Kmq = 8.520.000 mc/a (esclusa sup. lacustre)
P2 = 2,146 m/a x 2,52 Kmq = 5.408.000 mc/a /superficie lacustre)
P1 + P2 = 13.928.000 mc/a ( totale afflussi)
 
E1 = 0,700 m/a x 3,97 Kmq = 2.779.000 mc/a (esclusa superficie lacustre)
E2 = 1,292 m/a x 2,52  Kmq = 3.256.000 mc/a (superficie lacustre)
E1 + E2 = 6.035.000 mc/a (Totale evapotraspirazione)
 
Deflusso Q = 13.928.000 - 6.035.000 -315.000 = 7.578.000 mc/a = 240,3 l/s
 
 
La tabella che segue riassume i risultati dei tre bilanci, esperimento i bilanci in milioni di mc, approssimati alla seconda cifra decimale:
 
 
       Annata piovosita'       Annata piovosita'       Annata piovosita'
       Scarsa 1962       media 1921-1983       abbond. 1963
-------------------------------------------------------------------------------------------
Afflussi       7,07       9,96       13,93
Evapotraspirazione       5,30       6,10       6,03
Perdite sotterranee       0,31       0,31       0,31
Deflusso       1,45       3,45       7,58
 
Si puo' notare innanzitutto la notevole differenza degli afflussi che si possono avere in due annate diverse; tale differenza si accentua notevolmente ( fino a quasi cinque volte) nei valore dei deflussi, i quali risentono in maniera molto accentuata delle variazioni delle precipitazioni. Variazioni molto contenute si osservano invece nelle perdite per evapotraspirazione, che nei tre casi si mantengono tra i 5,3 e 6,1 milioni di mc ed e' proprio questa modesta variabilita' che da luogo a importanti differenze nei deflussi: 1,45 milioni di mc nell'annata secca, 3,45 nella media e ben 7,58 in quella molto piovosa.
In percentuale l'evapotraspirazione varia, rispetto agli afflussi, dal 75% (annata secca) al 43% (annata molto piovosa), mentre negli stessi due casi il deflusso rispetto agli afflussi varia tra il 20% e il 54%.
I dati emersi dai due bilanci complementari di cui sopra indicano che il regime idrologico del bacino e' soggetto, di anno in anno, a notevoli variazioni di comportamento, soprattutto in funzione degli afflussi, di cui e' stata messa in evidenza anche l'importanza indiretta nei confronti del deflusso.
 
Comportamento mensile del bilancio idrico
 
Con i dati a disposizione e' stata effettuata anche l'elaborazione di un bilancio mensile preliminare per l'anno di piovosita' media; tale bilancio fornisce l'andamento degli afflussi e delle perdite per evapotraspirazione, ponendo in evidenza mese per mese i periodi di alimentazione eccedente, quindi di elevati deflussi all'emissario, di perdita di riserve (abbassamento della falda freatica e deflussi all'emissario tendenti allo zero) e infine alla ricostituzione della riserva idrica sotterranea.
L'elaborazione e' stata effettuata, come in precedenza, secondo il sistema di Thornthwaite, utilizzando le registrazioni termo-pluviometriche della stazione di Ispra-CCR.
Nella fig. 11 e' riprodotto il grafico del bilancio che indica l'evoluzione dell'alimentazione pluviale e delle riserve sotterranee del bacino nel corso dell'anno.
Si puo' osservare che si ha eccedenza di alimentazione da gennaio a giugno, perdita di riserve in luglio, ripristino di queste durante i mesi di agosto settembre ed, infine ritorno alla situazione di sovraalimentazione nell'ultima parte dell'anno.
Ne consegue che il periodo di minore ricambio idrico e quindi piu' critico del lago dovrebbe aversi tra giugno e settembre. E' ovvio che la durata del periodo critico sara' piu' lunga in concomitanza con una stagione poco piovosa e viceversa.
Per quanto riguarda il ricambio idrico, si puo' ritenere che i movimenti delle acque del lago siano generalmente limitati agli strati superficiali, come indica la stretta correlazione tra precipitazioni e deflussi, messa in evidenza dalle registrazioni effettuate nel 1981 all'emissario Acqua Nera e commentate in precedenza.
Si osserva inoltre che, nella maggior parte dell'anno, tra aprile e novembre compresi, la stratificazione termica della massa lacustre ostacola il movimento delle acque profonde, piu' fredde di quelle sovrastanti, per cui il rimescolamento dell'intero volume idrico, ad opera del vento, puo' eventualmente verificarsi soltanto quando si hanno condizioni di isotermia. Tali condizioni si producono normalmente nel periodo piu' freddo dell'anno, quindi tra dicembre e marzo.
La lentezza del ricambio idrico del lago di Monate e' confermata dal valore del tempo teorico di rinnovo delle acque, ricavabile come rapporto tra volume del lago (45 milioni di mc) e il deflusso annuale medio (assunto in 3,45 milioni di mc.); esso risulta molto elevato, superiore ai 13 anni. E' questo un dato da tenere in seria considerazione nell'ambito degli studi e degli interventi di difesa ambientale della zona in esame.
 
Conclusioni
 
Le indagini idrogeologiche precedentemente illustrate hanno permesso di acquisire una buona conoscenza specifica del bacino; e' una conoscenza di importanza essenziale anche per le altre componenti di studio, ai fini dell'interpretazione dei processi connessi con l'inquinamento e in ordine agli interventi per la salvaguardia ambientale.
In riferimento ai riflessi che le caratteristiche idrogeologiche del bacino inducono sul locale ecosistema, si ritiene opportuno ricordare alcune, la cui importanza e' dovuta in particolare all'influenza che esse possono avere sulla vita e sull'evoluzione del lago.
Si puo' notare innanzitutto che l'assetto idrogeologico del bacino imbrifero e la litologia dei terreni che vi affiorano, caratterizzati da una permeabilita' globalmente molto ridotta, costituiscono elementi nettamente favorevoli nei riguardi del contenimento delle perdite del bacino;  grazie a queste caratteristiche si puo' infatti affermare che la quasi totalita' degli afflussi meteorici e' destinata a partecipare ( ovviamente al netto delle perdite) al ciclo di alimentazione del lago e cio' risulta particolarmente importante in questo caso, in cui il bacino ha dimensioni molto ridotte.
Dimensioni ridotte del bacino significano limitati afflussi al lago e cio' ovviamente rappresenta un elemento negativo per la "salute" di questo.
come gia' accennato in precedenza, i limitati afflussi comportano infatti tempi lunghi nel ricambio delle acque del lago con conseguenti possibilita' che si possano innescare il temutissimo fenomeno dell'accumulo progressivo del carico inquinante. Questo avviene in particolare nei livelli inferiori del corpo lacustre, dove il rimescolamento delle acque e' ostacolato per buona parte dell'anno dalla stratificazione termica, oltre che dalla scarsita' del vento.
Tutto sembra fare pensare che tale fenomeno di accumulo abbia probabilmente causato il repentino incremento del fosforo e dell'azoto nelle acque del lago di Monate alla fine degli anni settanta quando, nell'arco di circa tre anni, la concentrazione del fosforo aumento' da circa cinque a dieci volte, raggiungendo i 100 mg/l.
L'andamento mensile del bilancio idrico (fig. 11) fornisce utili indicazioni a questo riguardo, mettendo in evidenza che il periodo piu' critico del lago e' tra giugno e settembre, quando gli afflussi netti si riducono e le riserve idriche vengono drasticamente intaccate.
In merito all'origine del carico inquinante di cui sopra e, in particolare, del fosforo, si ritiene di poter escludere la provenienza per dilavamento dei suoli naturali, considerata la limitata estensione del settore extra-lacustre del bacino e tenuto inoltre presenti le caratteristiche litografiche dei terreni affioranti, sia rocciosi che incoerenti, privi di concentrazioni in fosforo.
Altrettanti si puo' affermare dei suoli agricoli che nell'area del bacino hanno una diffusione areale molto limitata.
Per quanto riguarda le pochissime industrie presenti nella zona e le attivita' artigianali, l'indagine appositamente condotta ha escluso ogni influenza di queste.
E' da ritenere pertanto, nell'insieme delle osservazioni effettuate, che la causa determinante del decadimento qualitativo delle acque del lago sia da ricercare nelle attivita' antropiche, la cui influenza negativa sull'ambiente si sarebbe accentuata in seguito all'incremento demografico registrato in loco e anche a causa dell'uso sempre piu' abbondante di sostanze, in primo luogo i detersivi, non propriamente innocui.
 
 
 
 
 
Indagine idrogeologica della zona delle cave di Faraona, in vista di una loro destinazione a discarica
 
Situazione idrogeologica e ambientale
 
Considerazioni sulla progettata discarica
 
"La malattia del lago" di Comabbio.
 
Nell'ambito di un contratto di collaborazione tra il Centro Comune di Ricerca (CCR) di Ispra della Commissione delle Comunita' Europee (C.C.E.) ed il Consorzio Intercomunale per il Risanamento e la tutela del Lago di Comabbio, da parecchi anni, viene seguita la evoluzione trofica di questo lago misurando I'intensita' di parametri fisici chimici e biologici, considerati, universalmente, i migliori indici per conoscere la situazione di un bacino lacustre, prevederne I'evoluzione e giudicare I'opportunita' di applicare interventi atti a migliorare la qualita' delle acque di questo lago.
Le caratteristiche del lago di Comabbio e le loro variazioni nel corso degli ultimi tre lustri sono descritte nei rapporti stesi per il Consorzio e riportate in pubblicazioni italiane e straniere.
E' innanzitutto possibile affermare che i dati ottenuti testimoniano che "l'inquinamento" del lago di Comabbio non e' dovuto a metalli e veleni chimici, ma ad una elevata concentrazione di sostanze nutrienti, principalmente fosfati che va sotto il nome di eutrofia. (Dal greco eu-trophia = bene nutrimento).
I principali responsabili dell'elevato livello di trofia sono gli effluenti domestici, ma soprattutto, la morfometria del lago caratterizzata da una grande superficie rispetto alla poca profondita'.
L'elevata eutrofizzazione del lago di Comabbio e' evidente anche al profano che guarda il lago dalla riva. La densita' del fitoplancton e' tanto elevata da ridurre la trasparenza delle acque a un livello tale da abolire la crescita delle piante acquatiche sommerse (es. Elodea, Lagarosiphon). La scarsita' di ossigeno durante la fine dell'estate condiziona il pesce a portarsi nelle acque di superficie (epilimnio) dove trova abbastanza ossigeno, ma anche una temperatura eccessivamente elevata. ll rimescolamento delle acque all'inizio dell'autunno provoca un abbassamento drastico della concentrazione di ossigeno anche nelle acque piu' superficiali.
E questo il "ciclo del lago" che possiamo descrivere partendo dal periodo ottobre-dicembre quando, all'abbassarsi della temperatura esterna, I'acqua superficiale, raffreddandosi a valori uguali e piu' bassi di quella profonda, da' luogo ad un rimescolamento completo, con improvviso abbassamento della concentrazione di ossigeno a cui segue un progressivo arricchimento di ossigeno favorito dall'abbassarsi della temperatura.
Nel periodo gennaio-febbraio la superficie del lago gela e, pertanto cessa il mescolamento della acque, essendo il lago isolato dall'atmosfera da uno strato di ghiaccio.
Subito dopo lo sgelo (fine febbraio, inizio marzo) la superficie del lago entra in diretto contatto con l'aria, la temperatura si mantiene ancora bassa (5'-7' C), ma I'intensita' della radiazione solare e' gia' elevata. Questa situazione favorisce un'intensa attivita' fotosintetica con conseguente produzione di ossigeno. A questo ossigeno di origine biologica viene aggiunto quello dell'aria, la solubilita' del quale risulta favorita dalla bassa temperatura della acque.
Da marzo a meta maggio il lago si stratifica termicamente e la concentrazione dell'ossigeno diminuisce progressivamente negli strati profondi e aumenta in quelli superficiali.
Da maggio ad agosto la stratificazione termica diventa sempre piu' evidente e diminuisce progressivamente la potenza dello strato superficiale sovrassaturo di ossigeno, isolando lo strato profondo, sempre piu' potente, privo (o quasi) di ossigeno. L'elevata concentrazione di ossigeno negli strati superficiali e' dovuta all'intensa attivita' fotosintetica delle ingenti fioriture di fitoplancton. L'assenza di ossigeno negli strati profondi e' dovuta esclusivamente alla degradazione delle sostanze organiche costituenti le alghe morte delle fioriture primaverili ed estive che sono sedimentate nelle acque profonde e alla superficie dei sedimenti.
Durante questo periodo i pesci trovano ossigeno soltanto negli strati superficiali. Questo rifugio elimina il pericolo di una mortalita' massiva di pesci, in questi mesi. Le specie di pesci del lago devono essere preadattate, quindi, alle elevate temperature degli strati superficiali, che possono superare i 25' C Alla fine della stagione calda (settembre- ottobre) inizia la circolazione delle acque con il conseguente mescolamento delle acque superficiali (ricche di ossigeno) con quelle profonde (prive di ossigeno e ricche di sostanze organiche). ll volume dello strato ricco di ossigeno e' di gran lunga inferiore a quello che ne e' privo (o poverissimo) e, di conseguenza, il mescolamento dell'intera massa d'acqua riduce inizialmente la concentrazione dell'ossigeno a valori tanto bassi da non permettere la respirazione ai pesci nemmeno nelle acque piu' superficiali. Soltanto gli individui piu' resistenti a queste condizioni possono sopravvivere. Non meraviglia, quindi, che in questo periodo possano accadere morie di pesci piu' o meno ingenti con il conseguente peggioramento non soltanto della fauna ittica, ma anche delle condizioni dell'ecosistema lacustre. Con il progredire della stagione la circolazione delle acque inizialmente responsabile del crollo del tasso di ossigeno, arricchisce il lago in ossigeno anche negli strati piu' profondi ed il ciclo continua.
Occorre quindi riportare la qualita' delle acque ad un livello accettabile; e per livello accettabile intendiamo lo stato di mesotrofia, in altre parole una qualita' delle acque non eccellente, ma non nociva alla vita dei pesci, anche non particolarmente resistenti, e senza  fioriture eccessive di alghe. Le acque di un lago mesotrofo sono abbastanza limpide, non emettono odori sgradevoli e permettono attivita' balneari per gran parte dell'anno. Inoltre, il costo per ottenere acque potabili 1! elevato, ma non proibitivo. A livello internazionale si giudica che un lago e' risanato se viene portato da uno stato di eutrofia (o ipertrofia, come il Lago di Comabbio) a uno stato di mesotrofia. Pretendere di portare questo lago a uno stato di oligotrofia (cioe', di acque molto pulite) e' pura utopia dato I'attuale stato trofico del lago e la sua stessa natura.
Tutti gli sforzi dovranno tendere al risultato ragionevole di portare la qualita' delle acque allo stato di mesotrofia .
L'estrema eutrofizzazione di questo lago e' dovuta alle immissioni di sostanze nutrienti (es. nitrati e fosfati) dal suo bacino imbrifero e dai sedimenti. La canalizzazione che sara' ottenuta mediante il collettore eliminera' le immissioni di sostanze nutrienti provenienti dal bacino imbrifero ma la qualita' di queste ultime contenute nelle acque e nei sedimenti del lago e' tanto ingente da non permettere il risanamento in tempi brevi.
Infatti nel lago di Comabbio I'entita'@ della sedimentazione organica non e' bilanciata dall'intensita' della mineralizzazione batterica e, di conseguenza, la sostanza organica si accumula nei@sedimenti.
Si @ riscontrato che nel centro del lago l'intensita' media di sedimentazione e', oggi, di 2 cm./anno. Da prelievi fatti con il carotatore a caduta si e' rilevata una mappa di distribuzione dei sedimenti.
Nella zona est del lago che parte dalla localita Boffalora sino a Corgeno lo strato di sostanza organica non supera i 30 cm., diventa di circa 40 cm. nei pressi di Mercallo per salire da 80 cm. a quasi 2 mt. al centro e a nord del lago.
Gli interventi in corso (collettamento degli scarichi), quindi, miglioreranno le condizioni del lago ma non saranno sufficienti a riportare il lago ad un livello di trofia accettabile. Infatti il livello di trofia potra' abbassarsi rimanendo sempre eutrofo.
Occorreranno altri interventi per portare questo ambiente ad un livello di mesotrofia.
 
 
 
 
Riassunto
 
Scheda archeologica del bacino
 
Le palafitte: un problema aperto
 
La ricerca archeologica subacquea
 
Storia della ricerca nei laghi varesini
 
 
Rinvenimenti
 
Il rilevamento topografico della palafitta del Sabbione: scopi e prospettive future.
 
 
Lago di Comabbio
 
Geologia degli affioramenti.
 
la conca lacustre di Comabbio, situata nella fascia collinare  che si estende ai piedi delle prealpi varesine, fra il lago Maggiore e il fiume Olona, si formo', come i contigui bacini lacustri di Varese, di Monate e di Biandronno, in seguito al ritiro dell'imponente ghiacciaio del Verbano.
L'attuale panorama geologico circostante il lago di Comabbio e' caratterizzato da un'ampia diffusione areale di depositi incoerenti di origine glaciale e fluvio-glaciale, fra i quali emergono i testimoni dell'antica struttura geologica della zona, costituiti da rilievi rocciosi prequaternari.
I terreni piu' antichi, appartenenti alla formazione dei calcari Nummulitici, di eta' eocenica, affiorano in tre aree distinte: lungo la dorsale rocciosa che si estende fra Ternate e Comabbio (da Roncaccia a Faraona) e in corrispondenza delle scarpate di Oneda e di Varano Borghi.
Al di sopra di questi terreni si sviluppa la formazione delle Gonfolite, di eta' oligocenica, che costituisce i principali rilievi orografici della zona (Monte Pelada - monte della Croce, colline di San Giacomo, rilievi di Gaggio).
I depositi quaternari, connessi alla fase glaciale e post-glaciale, costituiscono infine la coltre superficiale che si estende su gran parte della zona.
 
Paleografia del Quaternario
 
Un tentativo di ricostruzione delle fasi evolutive che, nel Quaternario, hanno interessato l'area dei laghi di Comabbio, di Monate e di Varese e' riportato nelle figure A B C D .
Nella figura A e' indicato il presunto schema idrografico esistente nel Quaternario antico, prima delle glaciazioni; il reticolo idrografico e' diretto verso Sud ed e' tributario del Ticino. I tre futuri laghi corrispondono a valli fluviali.
Nella figura B sono raffigurati i principali elementi caratteristici della fase glaciale (s.l.; le direttrici di espansione dei rami del ghiacciaio Verbano investono la zona dei laghi di Varese, di Monate e di Comabbio, operando la riescavazione delle antiche valli fluviali; nella fase di ritiro del ghiacciaio si ha la deposizione delle morene e la formazione dei cordoni di sbarramento che danno luogo all'insediamento dei bacini lacustri. le direttrici idrografiche sono ancora indirizzate a Sud.
Nella figura C e' rappresentato il sistema lacustre del periodo immediatamente successivo  al ritiro del ghiacciaio. Il lago di Varese e quello di Comabbio costituiscono un unico bacino, la cui quota di sfioro e' probabilmente superiore a 250 metri (relativo, riferito alle quote attuali) e le cui acque si immettono nel Ticino attraverso la soglia di La Cappelletta a SE di Mercallo. Anche il lago di Monate scarica le proprie acque nel lago di Comabbio. E' in questa fase che si formano i depositi fluvio-glaciali terrazzati.
Nella figura D e' rappresentata la situazione idrografica attuale. Il lago di Varese si e' aperto una nuova via di scarico verso Ovest (bardello); il livello delle acque si e' abbassato provocando l'immersione della soglia di la Cappelletta e delle torbiere Brabbia; si ha la netta separazione fra il bacino lacustre di Varese e quello di Comabbio, la cui comunicazione sara' riaperta soltanto successivamente dall'uomo, attraverso la palude Brabbia. Anche il lago di Monate si abbassa e non comunica piu' con il bacino di Comabbio, essendosi aperto un nuovo emissario verso Nord (T. Acqua Nera).
 
Idrogeologia del bacino del lago di Comabbio
 
Una notevole fonte di informazione sulla idrogeologia, soprattutto per quanto riguarda i depositi quaternari,e' costituita dai pozzi che sono stati eseguiti nella zona con lo scopo di produrre acqua, per uso urbano e industriale, dai serbatoi naturali presenti nella coltre quaternaria.
I pozzi piu' interessanti sono una quindicina; la profondita' di questi varia tra i 25 e gli 80 metri; sette pozzi hanno raggiunto il substrato terziario a profondita' comprese tra i 9 e i 45 metri, mentre altri sondaggi hanno attraversato oltre 70 metri di terreni quaternari, senza raggiungere il terziario.
L'andamento batimetrico del substrato terziario e' ricostruito in base ai dati dei pozzi e agli elementi rilevanti in superficie.
Ne risulta morfologia, dovuta all'azione glaciale, imposta sulle direttrice N.NE-S.SO, cioe' parallela all'asse longitudinale del lago di Comabbio, che si estende al di fuori di questo, fino a raggiungere la conca del lago di Varese verso NE e il versante del Fiume Ticino verso SO, tra Mercallo e Corgeno.
La depressione e' delimitata verso oriente dall'allineamento dei rilievi oligogenici di Corgeno e dalla dorsale, quasi interamente sepolta,che si estende a NE di Varano Borghi; a occidente la depressione si esaurisce invece a ridosso dei rilievi oligocenici di Mercallo-Comabbio e di quelli ecocenici di ternate.
Un'altra depressione morfologica del Terziario, di dimensioni piu' modeste e' individuabile lungo la congiungente il lago di Monate con quello di Comabbio fra i rilievi oligogenici di monte Pelada e di quelli ecogenici di Santa maria.
I pozzi eseguiti in questa depressione hanno attraversato di oltre 70 metri di Quaternario senza raggiungere il substrato, dimostrando l'accentuata profondita' di questo motivo morfologico.
Lo spessore complessivo del Quaternario nella zona, tenendo conto del dato sopracitato e la massima quota di affioramento delle morene di Santa maria, risulta superiore al centinaio di metri.
I sondaggi della zona mettono in evidenza la presenza di acqua in uno o piu' livelli sabbioso-ghiaiosi del Quaternario;  lo spessore di questi livelli varia notevolmente da zona a zona, data la natura irregolare dei terreni morenici, sede dei serbatoi idrici; alcuni pozzi indicano uno spessore complessivo degli strati acquiferi superiore alla decina di metri, mentre altri pozzi sono risultati sterili a causa dell'assenza di intervalli sabbioso-gioiosi.
Secondo i dati disponibili, non sempre attendibili, le portate dei pozzi variano da qualche l/s a 60-70 l/s, a causa della variabilita' areale delle caratteristiche fisiche dei serbatoi e delle condizioni di alimentazione degli stessi.
L'insieme delle conoscenze geologiche e idrologiche acquisite mediante i rilievi di superficie e i dati dei pozzi consentono di affermare che la zona in studio e' caratterizzata dalla presenza di un esteso corpo idrico sotterraneo che, con una certa continuita' areale,  impregna i livelli sabbioso-ghiaiosi della coltre quaternaria del substrato terziario.
In base agli elementi disponibili, la superficie freatica di questo corpo idrico risulta in equilibrio idrodinamico con i laghi di Comabbio, di Varese e di Monate; essa si innalza debolmente in corrispondenza dei rilievi quaternari circostanti ai bacini lacustri.
tenuto conto di questa situazione idrologica, dell'estensione dei depositi quaternari e del particolare  andamento del substrato impermeabile terziario, descritto in precedenza, si rileva che il regime idrico del bacino imbrifero di Comabbio, per quanto riguarda il sottosuolo, e' influenzato, seppure marginalmente, dalle condizioni idrologiche delle aree contermini, a causa di probabili movimenti di acque dovuti alla continuita' laterale dei serbatoi idrici.
 
ERE GEOLOGICHE
 
Archeozoica - l'era  che corrisponde ai periodi arcaico e algonkico, in cui compaiono le prime tracce di vita.
 
Cenozoico - (era) - Corrisponde all'era terziaria, se presa in senso stretto,, altrimenti si estende anche al quaternario, Comprende, a partire dal basso, i periodi eocenico, oligocenico, miocenico, pliocenico. Si distingue per le grandi variazioni nella configurazione della terra (sollevamento delle Alpi, degli Appennini, dei Pirenei, dei Carpazi, del Caucaso, dell'Imalaia, delle Ande); scompaiono i rettili giganteschi, e si sviluppano flora e fauna piu' vicino alle attuali. Notevole e' il raffreddamento del clima.
 
Paleogene o nummolitico - Divisione inferiore dell'era cenozoica, che comprende i periodi: eocene ed oligocene. Qualcuno vi distingue ancora il paleocene dall'eocene.
 
Eocene - (era) - Comprende talora con l'oligocene nel paleogene, divisione inferiore dell'era cenozoica. Ricopre le formazioni cretacee. Corrisponde di regola, in Europa, a grandi regressioni marine. Il passaggio all'oligocene, che lo sovrasta, e' spesso mal definito. L'attivita' vulcanica, vi fu alquanto piu' intensa che nel cretaceo, il clima caldo. Si usa dividerlo in due piani diversi a seconda dei bacini (Meridionali e settentrionali). In Italia e' molto sviluppato, soprattutto negli Appennini.
 
Paleocene o Eonummolitico - E' la parte inferiore dell'Eocene, che alcuni distinguono dall'eocene propriamente detto, separandone i piani, montiano, tanetiano e londiniano (a partire da quello piu' basso).
 
Montiano
Tanetiano
Londiniano
 
Oligocenico - Periodo dell'era cenozoica compreso fra l'eocene e il miocene, sui limiti del quale non va perfettamente d'accordo. La flora vi e' ricca, il clima prevalentemente umido, le mammuliti diminuiscono: sono attivi i coralli: in esso si hanno grandi movimenti orogenici nella regione alpina, e si crede che in questo periodo cessi la comunicazione fra il mediterraneo e il bacino indiano. Si suddivide questo periodo, dal basso, nei piani Lattorfiano, Rupeliano e Cattiano.
 
Miocene - non c'e'.
 
Messiniano - si indica cosi' la parte superiore del Miocene
 
Pliocenico - pag 416
 
Mesozoica - Era compresa fra la cenozoica e la paleozoica: comprende i periodi cretaceo, giurassico e triassico. Viene detta anche secondaria: vi compaiono i primi uccelli e i primi mammiferi. Ha potenza notevole, circa doppia di quella cenozoica e meta' di quella paleozoica. Vi prevalgono calcari e dolomie, scarsi vi sono i quarzochisti e quarziti. Ha grande sviluppa nelle Prealpi, nell'Appennino centrale e meridionale, in Sicilia.
 
Cretacico - (periodo) - Periodo superiore del gruppo mesozoica: diviso di solito in due grandi divisioni: eo- od infracretacico e neo- o sopracretacico. Si diffondono le dicotiledoni: molto scarsi i mammiferi.
Giurassico - Sistema del gruppo Mesozoico (secondario) sottostante al Cretaceo e sovrastante al Trias cosiddetto perche' molto sviluppato in Giura. E' un periodo di scarsa attivita' orogenica. con predominio di trasgressioni, per i quali il mare invade lagune ed estere aree di terreni.
 
 
Malm o neogiurassico - Parte superiore del periodo giurassico, a carattere prevalentemente marino, distinto nei sottopiani: calloviano, oxfordiani, sequaniano, kimeridgiano, portolandiano ( titonico nella regione mediterranea).
 
Lias o eogiurassico
 
Dogger
 
Triassico - Periodo inferiore dell'era mesozoica, suddiviso in tre piani nettamente distinti: che si dicono dal basso: Buntsandstein, Muschelkalk e Keuper nel trias franco-germanico; oppure eotriassico, mesotriassico e neotriassico nelle rimanenti nazioni. Nel tipo alpino si hanno potenti masse di calcari e dolomie associate con masse eruttive.
 
Eotriassico - Piano piu' antico della serie alpina del periodo triassico, corrispondente al Bundsandstein. In Italia si incontra in sardegna, nelle Alpi Apuane, in Toscana, nelle Alpi occidentali, ed e' caratteristico nelle Alpi orientali.
 
Mesotriassico - Piano medio del trias: diviso nei sottopiani anisico (inferiore) o muschelkalk e ladinico.
 
Anisico - In senso lato divisione del mesotriassico (parte inferiore) con terreni costituiti da calcari e dolomie fossilifere, caratteristici di alcune regioni tedesche, ma diffusi anche in Italia. Si suol dividere, dal basso in alto, in Wellenkalk, gruppo delle anidridi, muschelkalk, propriamente detto, gruppo del Lettenkohle.
 
Vellenkalk
 
Muschelkalk
 
Ladinico
 
Neotriassico - Piano superiore del triassico, nel quale predomina il regime lagunare nell'Europa centrale, settentrionale e occidentale; nelle Alpi e nell'Italia prevalgono i calcari (marmi delle Alpi Apuane); roccie porfiriche si hanno nel Trentino e nel Bresciano. Comprende i sottopiani carnico, norico, retico (dal basso in alto).
 
Carnico
 
Norico
 
Retico
 
Paleozoica - Era compresa fra quelle archeozoica e mesozoica: comprende i periodi: Cambrico, silurico, devonico, carbonico, permico.
 
Cambrico - E' il periodo inferiore dell'era paleozoica, e risulta di tre piani: georgiano, acadiano, e postdamiano.; e' caratterizzato da ampie ingressioni marine, che crescono fino al potsdamiano, nel quale piano pero' si notano gia' regressioni parziali. E' un periodo di quiete vulcanica e orogenetica, a clima piuttosto uniforme, con qualche formazione glaciale. Ha notevole sviluppo in sardegna.
 
Georgiano - Detto anche eocambrico. Piano inferiore del sistema cambrico
 
Acadiano - Piano medio del cambrico
 
Postdamiano.
 
 
Silurico - Sistema compreso fra quello Cambrico e quello carbonico, da qualche autore esteso anche al cambrico. Comprende i due piani ordoviciano e gotlandiano (detti anche eosilurico e neosilurico). Corrisponde ad un'epoca di intensa attivita' vulcanica, a clima uniforme, piu' caldo del cambrico e con notevole sviluppo di coralli. Si incontra nelle Alpi orientali, ed e' assai esteso in Sardegna.
 
Devonico o devoniano - Periodo dell'era paleozoica o primaria, compreso fra il silurico e il carbonico. In esso si hanno assai diffuse arenarie, schisti e roccie effusive ( diabasi, dioriti e porfiriti) ed intrusive. La potenza massima ne e' di circa 7 Km. Le terre periartiche vi si estendono; la flora e' relativamente povera, compare il primo vertebrato terrestre ( Tinopus antiquus della Pensylvania). Il limite inferiore, col silurico, vi e' netto, meno lo e' il limite superiore. Vi e' molto spesso discordanza coi terreni silurici. Si incontra da noi nelle Alpi Carniche e, col suo piano superiore, in Sardegna. Si divide nei piani, reniano, eifeliano, condrusiano.
 
Reniano
 
Eifeliano -  Piano medio del periodo devonico
 
Condrusiano
 
Carbonico
 
Permico  Periodo superiore dell'era paleozoica che alcuni usano fondere col il sottostante carbonifero nel periodo antracolitico ( o meno bene permocarbonico). I tedeschi usano chiamarlo Dyas. Si distingue in eopermico (inferiore e suddiviso in artinskiano e pengiabiano) e in neopermico o turingiano. Nell'Europa questo periodo e' rappresentato da formazioni continentali (e' un periodo di regressione) a facies lagunare o desertica, con depositi saliferi e gassosi. Vi si manifestano fenomeni vulcanici intensi, ma i corrugamenti orogenetici sono meno importanti che nel carbonifero. Clima dapprima umido, quindi secco e notevole glaciazione. Flora simile a quella del carbonifero con qualche particolare forma di felci. Sviluppato nelle Alpi Liguri e marittime e, nella facies arenaceo-conglomeratica, in Lombardia.
 
 
 
Orogenia - (geologia) - Parte della geologia storica che considera le trasformazioni della crosta terrestre e specialmente l'origine della forma del suolo (vedi geologia).
 
 
 
 
 
Mercallo dei Sassi.
 
 
Ricognizioni:
 
 
19/05/95 - Mercallo dei Sassi.
 
1)       Al semaforo di Mercallo, verso Vergiate, sulla stradina laterale a sinistra, 100 metri oltre la Cappelletta, il sentiero a sinistra. Sentiero erboso con solchi di carri. Ottima visuale di Mercallo verso 325°. Sulla Sx retro di alcune ville e molti cani abbaianti. Le ville sono quello dietro "Condizionatori Branca". La stradina finisce con un cancello ai prati verso il lago; un cancello sulla Sx e prati privati verso Corgeno.. La strada finisce dopo 450 metri dall'inizio.
 
2)       All'incrocio 75056500. Sentiero verso Sud abbandonando la strada asfaltata. Sentiero boschivo percorribile al massimi in bicicletta. A 200 metri i ruderi della cascina Laello (Fotografia). Un solo muro maestro sulla strada e pochi sassi dei muri N e S e a Ovest nessuno sono rimasti. E' privato e chiuso l'accesso con cancello e recinzioni. A 400 metri la linea elettrica che porta alla centrale Enel di Mercallo. Sempre avanti fino a quando il sentiero finisce sul retro della cascina Passera (800 metri). Sulla destra il ciglione. Si ritorna per un sentiero piu' basso che rientra sull'incrocio della linea elettrica. Non esiste altro modo di scendere a valle.
3)       Dall'incrocio 75056500, sulla strada asfaltata verso Oneda. a 74506500 il sentiero verso Sud che e' probabilmente verso il basso della Cascina Passera e poi a Legnate. e' chiuso con sbarra. Alcuni muri in questo incrocio descrivono probabili costruzioni distrutte.
4)       a 74506510 - L'acquedotto Artesiano del Comune di Sesto calende. E' nel centro della valle. Cascina Mirabella e' sull'altro costone. esattamente a nord.
5)       a 74506510 - La centrale di smistamento dell'Enel
6)       a 75606500 - Parte un sentiero che scende verso est e dovrebbe essere parallelo alla statale e arrivare alla Cappelletta.
7)       Dal centro di Oneda 73606480 prendere la strada a 120°. Passa attraverso le case e si aprono poi in campi coltivati. Tre curve a 90° e a quota 235 (73606430) si incrocia la strada che da Oneda va a Sesto Calende con quella che va alla ferrovia. Scendere verso la ferrovia. Si incrocia il Riale sulla strada. Non esiste ponte o costruzione per il passaggio che avviene sulla strada da Sx a destra. Il Riale nasce 700-800 metri a nord (presso la centrale Enel) e a destra entra in regioni private. Sui guada il ruscello e avanzare fino alla ferrovia. A sinistra si va alla cascina Legnate ma il divieto di accesso ai non autorizzati lo impedisce. A destra il casello ferroviario abitato ma non piu' funzionante  come passaggio e piu' avanti un ponte sulla ferrovia.  Qesta strada collega il Sempione con Oneda. Sulla sinistra la cascina Casanova, agricola e funzionante; fattoria con mucche e puzza. Il Sempione all'altezza della cascina ristrutturata poco piu' a Ovest della concessionaria Honda. Del torrente non so trovano piu' tracce.
 
Mercallo dei Sassi
 
Provincia di Varese - Sperficie Kmq. 5.34 - Altitudine 277 m.
Comuni limitrofi: Comabbio, Vergiate, Sesto calende.
 
Mercallo e' posto sui terrazzamenti sud-occidentali del lago di Comabbio, con un territorio limitato a ovest dalle colline culminanti del Monte della Croce, a est dal lago e a sud dalla depressione che si spinge verso Oriano, paese limitrofo, frazione di Sesto calende.
Gli studiosi di toponomastica danno per l'etimologia del nome due suggestive interpretazioni: secondo la prima, esso deriverebbe dal germanico !Markt Halle", supponendo in epoca longobarda l'esistenza di un mercato: l'altra ipotesi si ricollega invece al termine "Mark", ossia limite, pensando al fatto che Mercallo, nell'alto medioevo,  fu luogo di confine fra il Comitato di Stazzona (Angera) e la Pieve di Angera con quella di Brebbia.  Oggi alla denominazione tradizionale e' stato aggiunto "dei Sassi", per ricordare cxome il territorio di Mercallo sia ricco di terreni Oligocenici e le colline mantengano ancora diversi "trovanti" o massi erratici.
Benche' le palafitte trovate nel lago di Comabbio non fossero situate lungo la riva mercallese, certamente l'origine del paese e' molto antica. Il ritrovamento di vari e ricchi corredi funebri risalenti all'epoca romana testimonia l'esistenza di un insediamento in quel periodo. D'importanza notevole e' la necropoli scoperta nel 1957 in localita' Vignaccia, sulla strada per Oriano. Le tombe, scavate nel 1957-59, hanno restituito un materiale di pregevole fattura, databile dalla prima meta' del I° secolo d.c.. Pezzi di eccezzionale valore sono: due ampolline di quarzo, ricavate da un unico cristallo (sono conosciuti nel mondo pochi esemplari analoghi), una statuina in ambra raffigurante un Erote, alta 5 cm., e vasetti antropomorfi.
D'origine medioevale e' la Parrocchiale di San Giovanni Evangelista. Ricordata nel "Liber Notitiae Sanctorum Mediolani" del XIII secolo con dedicazione al Battista ("Marchallo, ecclesia sancti iohannis baptiste"), presenta il campanile, con specchiature ad archi ciechi, tipiche del romanico lombardo: esso e' databile all'XI secolo. La chiesa, situalta ai limiti orientali del paese, prospiciente al lago di Comabbio, ricevette una sostanziale modifica alla fine del seicento; il campanile fu mantenuto discosto dal corpo di fabbrica, sulla sinistra, ma venne sopraelevato per dotarlo di una cella campanaria, che ancora ricorda il rifacimento con la data 1690 incisa su un concio. Nel 1891 si decise una radicale trasformazione dell'edificio, con modifica dell'orientamento, cosi' che l'antica chiesa divenne il transetto dell'attuale e l'ex presbiterio venne a costituire la sagrestia. ma gli elementi strutturali della vecchiachiesa furono rispettati, cosi' che oggi si puo' vedere integra sul lato sinistro la facciata sei-settecentesca, decorata da due nicchie ai lati del portale d'ingresso, con a sinistra la statua di San Giovanni e a destra quella di S. carlo. Sopra il portale un'aquila, simbolo di San Giovanni Evangelista.
Il nuovo temio fu consacratao dal cardinal ferrari, arcivescovo di Milano. E' in stile neogotico con decorazioni in cotto; l'interno, a tre navate, presenta al centro l'altare maggiore con scagliola settecentesca di scuola intelvese e a sinistra del presbiterio un pregevole quadro della fine del XVII secolo raffigurante il battesimo di Cristo. L'altare in fondo alla navatella destra ha la statua lignea della madonna del Monte del Carmelo e la scagliola alla mensa. Nella sagrestia, un bel mobile settecentesco, attribuito al maggiolini di Parabiago.
Il paese non presenta strutture abitative particolarmente rilevanti; lungo la principale Via Roma si allineano diverse case a corte tipiche dell'architettura settecentesca delle campagna lombarde.
I boschi circostanti ed il lago sono gli elementi naturali che caratterizzano il territorio di Mercallo. Interessante e' l'area paludosa nell'insenatura meridionale del lago, zona umida tra le piu' tipiche, adatta per la sosta degli uccelli di passo e popolata da diverse specie di malacofauna. Piu' a nord, sulla riva, la vecchia fornace Colombo impiantata all'0inizio del secolo, dall'alta ciminiera in cotto, e' stata ristrutturata negli anni settanta come centro di un villaggio di vacanza, che si estende con roulottes fisse sul bordo delo lago.
L'economia del paese, un tempo prevalentemente legata all'agricoltura, ha trovato nuovo impulso con la costruzione della superstrada Vergiate-Besozzo.
Lungo l'arteria sono sorte negli ultimi venti anni diverse aziende (Tessili e meccaniche) che danno ampio respiro all'occupazione e forza di lavoro, sempre pero' indirizzata per buona percentuuale verso i vicini centri di Vergiate (costruzioni aeronautiche Siai-marchetti) e di Biandronno (elettrodomestici IRE-IGNIS).
La popolazione e' cresciuta notevolmente dagli inizi del secolo; da 801 abitanti nel 1901 si e' passati a 891 nel 1951, a 1051 nel 1961 e a 1365 nel 1971, per arrivare a 1539 nel 1981.
 
 
 
 
Comabbio
 
 
Nell'atrio del palazzo Comunale la Dxxxx illustra le lapidi in memoria dei caduti della guerra.
 
- Trovare informazioni sul santuario ottogonale
 
 
Biblioteche e cultura a Comabbio:
testimonianze e memorie del passato
Se la  Biblioteca di Comabbio e' oggi una realta', non e' certo una novita' ed un'esigenza di questi anni, dove l'istruzione e la cultura sono ormai patrimonio di tutti noi e quindi il  dotare di una biblioteca anche il  nostro piccolo Comune e' diventato una vera necessita'.
Rileggendo  le pagine della storia di Comabbio vediamo che iniziative del genere erano gia' state attuate nel passato.
Con questo scritto vogliamo fare una breve e insolitta carrellata sulle vicende culturali, le biblioteche e alcuni personaggi della cultura Comabbiese dei secoli scorsi che hanno lasciato traccia fino a noi e che vogliamo riproporre affinche' non se ne perda il ricordo.
La prima testimonianza di una biblioteca a Comabbio va riportata all'anno 1578.
Non si trattava beninteso di una biblioteca pubblica,  ma della biblioteca privata del parroco di allora, il Prete Giovanni Antonio Besozzo.
A Milano, nell'archivio arcivescovile della Curia, abbiamo trovato un documento che elenca e descrive i libri del nostro Parroco: "Notta delli libri di P. e Gio'. ant. Besozzo curato di Comabbio plebe di Besozzo Diocesi di Milano".
Analizzando questo elenco si puo' intuire la cultura del curato ed in generale degli ecclesiastici di quel tempo.
La "Bibliotechina" non era ricchissima, una trentina di opere, e ovviamente tutte di carattere religioso.
Troviamo oltre la Bibbia e il Breviario Ambrosiano, opere di "aggiornamento teologico-pastorale" quale gli atti del Concilio di Trento e dei concili provinciali e diocesiani, che fanno pensare ad una seria accettazione della riforma ecclesiastica in atto, inoltre compaiono anche diverse opere di commento e vari compendi "sopra gli evangelij".
Curiosa e' la presenza di uno scritto del Savonarola attorno alla confessione, autore questo "molto letto" tra gli ecclesiastici lombardi del tempo.
In ogni caso dalla lista dei libri possiamo pensare ad una buona formazione culturale del parroco di Comabbio anche se di sapore manualistico, del resto non rilevante in quel periodo dove il clero viveva uno dei momenti piu' oscuro della sua storia.
Anche il nostro preste Gio. Antonio Besozzo non era poi del resto un attento osservatore delle norme se troviamo una "ordinazione" di San Carlo Borromeo del 1574 in cui lo esorta: "Porti li peli del labro di sopra tagliati secondo la decentia del sacerdote che celebra".
Nel settecento troviamo in Comabbio un personaggio che lascera' un segno importante nella cultura di allora.
Tale era il Conte Luigi Bossi Visconti la cui famiglia era la maggior proprietaria terriera nel nostro comune.
I Bossi giunsero a Comabbio in quanto il nonno di Luigi, Francesco, sposo' Anna Besozzi, di antica famiglia nobiliare di Comabbio.
Abitavano nel vasto palazzo ora Bielli-Coerini, prospiciente l'attuale piazza Marconi.
Da un documento conservato in casa Coerini, risulta che il Conte Luigi Bossi abito' quella casa dal 1770 al 1785.
Nato pare a Milano, ma secondo altri a Fagnano Olona, nel 1578, visse quindi l'eta' della sua gioventu' nella nostra Comabbio.
La sua vita fu densa di attivita' e molto travagliata.
Fu destinato dai genitori alla carriera ecclesiastica.
Dopo l'universita' frequentata a pavia, nel 1779 entra a fare parte del capitolo della Metropolitana di Milano.
Soggiorno' a Roma dove lego' con gli ambienti culturali di tendenza giansenista.
Al ritorno da Milano si affermo' nel mondo intellettuale lombardo collaborando al giornale "Giornale Letterario" di Milano e al "Giornale enciclopedico" oltre a scrivere e a produrre una quantita' di saggi e traduzioni di opere francesi.
 
 
 
 
 
Ternate
 
 
 
 
VERGIATE
 
Vergiate ha origini antichissime. Durante i secoli il suo nome ha subito vari mutamenti: Vareglate, Varegiate, Verglatum, sono tra i piu' ricorrenti nei documenti storici. Vergiate comprende le frazioni di Cimbro, Corgeno, Cuirone e Sesona. L'annessione di questi comuni e' di epoca piuttosto recente. Risale, infatti, al secolo scorso e precisamente al 1869. Nei secoli precedenti i cinque paesi avevano seguito vicende diverse poiche' diverse erano le giurisdizioni amministrative e religiose. Dalla seconda meta' del 1800 invece, un unico destino ha accomunato i cinque paesi.
 
Il comune di Vergiate e' situato a 19 chilometri da Varese, sulla destra della statale 33 del Sempione e allo sbocco dell'autostrada Milano-Laghi, lungo il tratto Milano-Sesto Calende. Vergiate comprende le frazioni di Cimbro, Corgeno, Cuirone e Sesona. L'annnessione di questi comuni e' di epoca piuttosto recente.
Risale, infatti, al secolo scorso e precisamente al 1869. Nei secoli precedenti i cinque paesi avevano seguito vicende diverse poiche' diverse erano le giurisdizioni amministrative e religiose. Dalla seconda meta' dell'1800, invece, un unico destino ha accomunato i cinque paesi.
Vergiate ha origini antichissime. Durante i secoli il suo nome ha subito vari mutamenti. Vareglate, Varegiate, Verglatum, sono tra i piu' ricorrenti nei documenti storici. In un manoscritto del 1608 si e' trovato anche Vergante. Il nome di questo paese ha sempre incuriosito gli studiosi che hanno cercato di scoprirne la provenenienza ma con risultati non sempre convincenti. Tra le interpretazioni piu' note troviamo quella dell'Olivieri, (uno studioso di toponomastica), che fa derivare Vergiate in "AT" da "virectum", cioe' "luogo erboso".
Il venerando parroco di Vergiate, don Locatelli, aveva proposto una sua interpretazione. Vergiate sarebbe un sincopato da "in veridium agere" cioe' "adagiato nel verde". Il Gramatica, altro studioso di toponomastica, lo ha invece identificato nel vocabolo gallico "Gat" cioe' "Transito". Ma l'interpretazione piu' plausibile sembra quella del Rohlf, studioso del secolo scorso, che ha proposto Vergiate come un derivato dal nome romano "Varellus" diminutovo di Varus, da cui si sarebbero poi nati Varellate, Varegliate, vareglate. La desinenza "ATE" indica "luogo di". "Luogo di Varello" sarebbe dunque la lettura del nome.
Origini
Una antica leggenda racconta che un principe ungherese aveva rinunciato al proprio regno per amore di una bellissima zingara con la quale poi fuggi'. Dopo aver errato a lungo, i due giunsero in una terra verde e solitaria ove si stabilirono e fondarono un villaggio che chiamarono "verdeggiante". Con questo racconto si vorrebbe spiegare l'origine di Vergiate in un modo un po' poetico.
Attenendoci invece a notizie piu' verosimili, si e' appreso che ci sono testimonianze molto antiche di cui possiamo avvalerci per iniziare il nostro viaggio nel passato.  Le prime testimonianze che sono state raccolte riguardano i tempi piu' antichi della storia umana. Si ritiene infatti che il paese fosse abitato gia' nei primi secoli del IV millennio ac (periodo tardo eneolotico), poiche' presso questi luoghi sono stati rinvenuti dei frammenti di ceramica di quel periodo e piccole selci color ocra che risalgono forse ai tempi piu' antichi. Ma le prove piu' consistenti dell'insediamento unmano in epoca antica, sono costituite dal ritrovamento, avvenuto nel secolo scorso, di alcune palafitte nelle zone lacustri. Gli studiosi fanno risalire queste strutture a 2500 anni prima di Cristo.
Queste date ci danno la possibilita' di comprendere l'arco di tempo che ci separa da quei momenti della storia quando ancora l'umanita' viveva in modo semplice. Fino ad allora, tuttavia, l'uomo sentiva la necessita' di dare una degna sepoltura ai propri cari, manifestando cosi' un grande interesse per il culto dei defunti. Sono state reperite diverse tombe appartenenti al periodo del ferro. Fra Sesona e Golasecca, ad esempio, e' stata rinvenuta addirittura una necropoli che risale a quell'eta'. A questo punto e' opportuno fare una precisazione: dobbiamo ricordare che le tappe della storia occidentale differiscono da quelle orientali. Infatti mentr l'Occidente era solo agli albori della sua storia, l'Oriente aveva gia' conosciuto splendide civilta' Furono forse i popoli provenienti da queste zone e dall'interno dell'Europa  a fornire nuovi contributi alle popolazioni dei nostri luoghi, introducendo l'uso dei metalli. Troviamo infatti, tra i reperti piu' antichi monili, vasi di terracotta, collane di bronzo, segni del lento cammino verso la civilta'.
Vergiate in seguito e' stata abitata dagli Etruschi, un popolo che ancora oggi conserva molti misteri attorno alle proprie origini e al proprio linguaggio. Gli Etruschi hanno lasciato tracce evidenti del loro insediamento. Vicino alla cappella di San Gallo e' stata scoperta nel 1913 una stele con iscrizione nord-Etrusca che costituiva il coperchio di una tomba  a cassetta oggi conservata al Museo Archeologico di Milano. Scavando un pozzo, inoltre,  vennero alla luce delle fondamenta di edifici antichissimi e dei vasi etruschi. Il popolo etrusco rimase in questi luoghi fino all'arrivo di altre popolazioni.
Verso il VI secolo a.c., infatti, una grande immigrazione interesso' l'Italia nella sua parte settentrionale. Dalle Alpi occidentali i Cemti (questo oera il nome originario dei popoli che vennero in seguito chiamati Gallli dai Romani) si stanziarono nel nord, divisi in bande di cui le principali erano i Boi, i Cenomani, gi Insubri. Furono proprio questi ultimi ad occupare il territorio di Vergiate e il circondario. A quel'epoca la zona era ricca di foreste che le conferivano un apsetto particolarmente rigoglioso.
Poiche' abbondavano di paludi e le acque, gli Insubri si collocarono sui monti da cui potevano controllare la situazione del circondario e difenderlo da eventuali minacce.Con la venuta delle ultime popolazioni celtiche, verso il 520 ac., si puo' ritenere conclusa l0ndata delle immigrazioni in Italia durante l'era antica. Nel frattempo la potenza romana si era ormai rafforzata nel cuore dell'Italia e non era lontano il periodo che vedeva tale popolo divenire padrone della situazione italiana, bloccando quindi tutte le invasioni da parte delle genti provenienti dal resto dell'Europa.
 
Periodo Romano.
I Romani, babbiamo detto, cominciarono ad acquisire potenza e prestigio tali da divenire il popolo pu' potente dell'Italia  che dal cuore della penisola andava estendendo i propri confini nele zone circostanti.  Dopo avere assoggettato i territori piu' vicini i Romani volsero alla conquista della Cisalpina.  In meno di un decennio (dal 222 ac. in poi) tutta l'italia settentrionale cadde nelle loro mani. Roam assicuro' i propri confini settentrionali con la barriera delle Alpi, fondo' nei nuovi territori delle citta' e realizzo' nuove strade. Sembra che uan di queste strade passasse ne  territorio di Vergiate. Leggiamo " Lungo la vallata del Tcino correva una grande via militare che giunta al lago Maggiore proseguiva verso i valichi alpini".  Ma Vergiate entra nella storia come campo di battaglia durante la seconda guerra punica, quando ancora il territorio era occupato dai galli. Roma era insosteppita dal fatto che i Cartaginesi continuassero ad avanzare verso i Pirenei. Per tentare di fermare questa avanzaa si alleo' con Sagunto, una colonia greca. I Cartaginesi pero', dopo averla espugnata, continuarono ad avanzare verso l'Italia. Al comnado di Annibale entrarono nel nord-Italia attraverso il piccolo San Bernardo. Nella Gallia Cisalpina trovarono Publio Cornelio Scipione, inviato da Roma,che li stava aspettando. I due storici personaggi si scontrarono presso il Ticino (218 ac.)  La battaglia, secondo alcuni storici, si sarebbe svolta nel territorio di Vergiate e precisamente nelle Corneliane di Sesona. Questa teoria sarebbe inoppugnabile in quanto convalidata dalle testimonianze di Polibio e di Livio. Del resto non e' difficile scorgere a cennessione che esiste tra il nome del condottiero romano Cornelio Scipione e le alture di questi luoghi.
Nel secolo scorso, inoltre, presso queste zone, vennero alla luce delle armature romane e delle sepolture umane, resti, che probabilmente, di quell'antica battaglia. La dominazione romana,  vavvenuta in seguito,  lascio' molti segni segni ancor oggi evidenti. Nel 1935 il professor Betolone, sovraintendente del museo di varese, porto' alla luce nela localita' di San Gallo i ruderi di una villa romana a cui erano annesse le terme. Nelle zone circostanti erano sttate trovate delle tubazioni in pietra, piombo e cotto, tutte rivolte verso la medesima sorgente costituita forse da terme o da bagni. In una parete della chiesa parrocchiale di San martino e0 murata un'ara dedicata a Silvano, Dio latino protettore dei bosche e delle greggi. Negli scavi archeologici e durante i lavori svolti per la costruzione delle case e di strade sono state scoperte tombe, mnili, monete, che costituiscono altre prove dell'antico insediamento romano.
Frammenti di storia
Dover riassumere in poche righe il corso dei secoli e secoli di storia e' compito assai arduo ed impegnativo. Una trattazione analitica del lungo periodo  che va dal medioevo all'eta' contemporanea e', tuttavia alquanto superflua considerata la scarsita' di notizie sul territorio vergiatese. Toccheremo quindi alcuni punti essenziali che interessano direttamente il paese. Dutante i primi secoli del medioevo, con la costituzione dei regni romano-barbarici, il territorio di Vergiate, con parte dell'Italia settentrionale, fu interessato alla dominazione longobarda ( dal 568 a 774 circa). In seguito avvenne uno dei fatti di maggior rilievo dell'intero medioevo., la costituzione del Sacro Romano Impero attuata da carlo Magno. Sotto il suo impero fu riunito tutto il territorio dellla futura Europa. Nei secoli successivi vergiate segui' le sorti di Milano e con essa passo', nel 1281, alla signoria dei Visconti. A Vergiate fu costruito un castello visconteo e piu' tardi un altro castello di proprieta' dei Daverio, una famiglia con la quale i Visconti mantennero sempre buoni rapporti.
Nel 1395 Galeazzo Visconti ricevette il titolo di Duca di Milano.
Al lungo regno visconteo segui' il periodo sforzesco conclusosi in breve tempo.
Per l'Italia si stava aprendo un capitolo particolarmente travagliato. Dopo essere stata soggetta alle varie incursioni degli Svizzeri, Francesi, Spagnoli, nell'800, subi' defintivamente il dominio austriaco. Grazie al governo di Maria Teresa d'Austria, e all'aiuto fornito da Francesco Daverio, di cui parleremo piu' avanti, il territorio venne riorganizzato:"molti rimedi necessitavano fra i quali: la concentrazione in poche mani di una fonte di reddito, una forma di tributi diretti, un censimento e il famoso catasto dei beni fondiari che era al tempo stesso la premessa e la conseguenza della soluzione dei problemi economici". Tutto questo permettera' a governo un controllo fino ad ora inesistente. L'Italia, dopo il congresso di Vienna, si trovo' divisa i tanti pccoli regni. Il popolo italiano, che tanto aveva sofferto a causa delle invasioni e dei domin stranieri, questa volta si trovo' unito in un sentimento comune che aspirava all'indipendenza dallo straniero e lla formazione di un popolo unito. Il sogno di unificare la penisola, che era divisa fin dai tepi del Longobardi, si realizzo' nel 1861.
 
CIMBRO
 
Cimbro, una volta era Zimbrum. E' di Cimbro una deliziosa chiesetta dedicata a San martino; questa struttura architettonica religiosa sorge un po' piu' in basso rispetto al paese ed, essendo isolata, si lascia ammirare senza che rumori ed interferenze disturbino la quiete rurale dell'ambiente.
 
Una volta chiamato ZIMBRI o Zimbrum, come Vergiate ha dato adito a diverse interpretazioni. L'Olivieri non rifiuta l'ipotesi di un derivato da "Cimulus" essendo Cimbro situato sopra una collinetta. Il paese si trova infatti, in leggero pendio sopra un colle. Sempre nella frazione di Cimbro e' ubicata una deliziosa chiesetta dedicata a San Martino;  questa struttura architettonica religiosa sorge un po' piu' in basso rispetto al paese ed essendo isolata, si lascia ammirare senza che rumori ed interferenze disturbino la qiete rurale dell'ambiente.
 
 
 
CORGENO
 
Corgeno "anticamente Corzeno" e' arroccato su un'altura da cui si scorge il lago di Comabbio. E' un centro medioevale che si e' conservato intatto nel corso dei secoli, rimanendo un luogo di interesse storico e culturale. Il paese e' dominato dal campanile in stile romanico della chiesa di San Giorgio.
CORGENO. "Anticamente Corzeno, potrebbe essere collegato col nome dei "Vicani" "Corogennates", secondo il Gramatica "Cor-ghen-ates", formato da due parole celtiche (caer-gana) con il significato di "Castello rivierasco" del "caer-gana". La frazione e' arroccata su un'altura da cui si scorge il lago di Comabbio. E' un centro medioevale che si e' conservato intatto nel corso dei secoli, rimanendo un luoo di interesse storico e culturale. Il paese e' dominato dal campanile in stile romanico della chiesa di San Giorgio.
 
 
CUIRONE
 
 
Cuirone, detto anche Cuvirone, ospita nel suo territorio il monte S. Giacomo, il piu' alto della zona (m. 431), anticamente meta di amene passeggiate delle nobili famiglie milanesi e del circondario. Vi si trovava, infatti, un luogo di ristoro caduto poi in disuso e quindi in rovina.
CUIRONE. detto anche Cuvirone e, in epoca passat Cuguirono, poi Cuvirono, non ha destato dubbi. Il significato del suo nome e' indubbiamente uno: "luogo sopra il colle".Cuirone ospita nel suo territorio il monte San Giacomo, piu' alto nella zona (431 metri), anticamente meta di amene passeggiate  delle nobili famiglie milanesi e circondario. Vi si trovava, infatti, un luogo di ristoro caduto poi in disuso e quindi in rovina. La chiesa di Cuirone e' dedicata a San materno.
 
"Cuvirone nel settecento" - Catasto Teresiano "Cartografia del territorio di una piccola comunita'"
Titolo del fascicolo prelevato presso la biblioteca comunale di Vergiate.
 
Edito da "Amici di Cuirone" Libera Associazione in allegria" 1987.
Mostra documentaria
Sede della Mostra: Cuirone di Vergiate - Centro sociale, piazza Turati
Esposizione: dal 20/12/87 al 10/01/1988
Nella copertina compare un particolare tratto dalla Mappa del territorio di Cuvirone - I722(A.S.VA.) - Sezione finanziaria, atti catastali).
La Mostra e' stata realizzata con il contributo dei soci:
Miranda Baratelli - Giorgio Ostini - Alberto Senaldi - Dante Vanetti.
Carta di identita' di CUVIRONE nel settecento:
Comune di Lombardia
Pieve di Somma
Ducato di Milano
Feudo di Castelbarco Visconti (dal 1717)
Parrocchia di Cimbro con Cuvirone
Pieve ecclesiastica di Mezzana
Diocesi di Milano
Popolazione: 230 anime nel 1750
Territorio: pertiche 6339 tavole 5 nel 1755
Corsi di acqua: fiume Strona
Chiese: Una titolata a San Materno (con cappellano)
Attivita' mercimoniali: Un prestino, Un "Bettolino" (osteria), due molini ad acqua.
 
Descrizione di Cuvirone - copia estratto da libro "Monumenta Somae, locorunque circumjacentium" di F. Campana edito nel 1784. Traduzione dal latine di A. Bellini.
 
"CUIRONUM . Tax X. A poche miglia da Vergiate e' Cuirone, villaggio semidiruto, nobile per antichita'. Vi trovi rovine di rocche e un pozzo di grandissima profondita'. I contadini, smuovendo la terra, scoprirono urne di argilla piene di ceneri e, frammisti anelli secondo l'antico costume. Non lungi e' un tempietto antico, o meglio i ruderi di un tempietto dedicato a San Gallo con traccie di pitture. E' fama che in quella chiesuola i Vergiatesi usassero un tempo purgarsi al sacro fonte. Donde il forte dubbio che gli antichi abitanti di questi monti ubbidissero all'Abate e Principe Gallese.
 
Presentazione
L'attivazione del catasto teresiano, avvenuto verso la meta' del settecento, rappresento' per la Lombardia il momento culminante della riforma censuaria iniziata alcuni decenni piu' addietro dal Governo Austriaco.  Venivano cosi' a realizzarsi molti degli scopi amministrativo-tributari che le Giunte del Censimento, appositamente costituite, avevano tenacemente perseguito superando non poche difficolta', rappresentate talvolta da privilegi ed altre irregolarita' consolidatesi durante la dominazione spagnola. Tutti i patrimoni immobiliari, senza distinzone alcuna, furono minuziosamente censiti e la finanza statale pote' applicare le relative imposte con certezza es efficacia. Il catasto teresiano ai nostri giorni rimane un grande esempio di tecnica topografica settecentesca ed e' nel suo complesso una delle fonti documentarie essenziali per l'analisi storica del tempo. A dsistanza di due secoli, dobbiamo realisticamente constatare che rispetto ad allora le cose sono notevolmente regredite. Pure in presenza di tecniche sofisticate il catasto attuale riesce faticosamente a gestire l'ordinaria amministrazione e lo stato non e' in grado di verificare con la dovuta certezza la base impositiva immobiliare dei vari possessori. Inoltre "apertis verbis" e con molta nostalgia, guardando le mappe teresiane con il cuore in gola diciamo: il paesaggio della nostra terra ha subito un'incredibile metamorfosi. L'ambiente e' sempre piu' degradato: i nostri fiumi ridotti a fogne a cielo aperto, boschi abbandonati e discariche ovunque. I centri storici sconvolti, la campagna cementificata da immobili costruiti senza rispetto ne' cultura in un disordine urbanistico dilagante che ha determinato e determina, la progressiva perdita dell'identita' di Comunita' nel senso piu' antropologico del termine. Ed ancora, dai documenti catastali rileviemo che spesso il cambiamento demagogico e superficiale dei nomi di vie, piazze e localita' ne ha sconvolto la toponomastica cancellando testimonianze preziose.
"Cuvirone" pero'... e' rimasto con grande fatica e qualche errore un'isola ancora felice e noi desideriamo che tale rimanga per il futuro. Questa mostra e' stata voluta e realizzata con grande passioe anche da chi di "Cuvirone" non e', nella comune certezza che solo conoscendo il nostro passato si possa operare per un futuro migliore.
Associazione Amici di Cuirone.
Il Catasto settecentesco detto "Teresiano"
Ai primi del secolo XVIII, vicende belliche e successorie portarono lo stabilirsi della dominazione austriaca in Italia. Per il Ducato di Milano inizio' cosi' un nuovo periodo storico di mutamenti sociali ed economici nonche' amministrativi  caratterizzati dall'introduzione di importanti riforme del sistema fiscale. Relativamente a quest'ultimo aspetto, vennero costituiti due organismi governativi denominati " Giunte del Censimento" (la prima opero' dal 1718 al 1733 e la seconda dal 1749 al 1757) con il preciso mandato di mettere ordine nella finanza locale e applicare con maggior equita' le varie imposte.Fulcro della riforma venne rappresentato dall'imponente opera del CATASTO detto "Teresiano" dall'imperatrice Maria Teresa d'Austria, regante durante il periodo della sua attivazione avvenuta nel 1760. Durante la prima iunta del censimento vennero eseguite le operazioni di misura dei beni siti nel territorio del Ducato limitatamente ai soli terreni; per gli edifici e i fondi montuosi le misurazioni vennero fatte in un sol corpo.
Va riferito che queste misurazioni vennero effettuate utilizzando la tavoletta pretoriana, un nuovo strumento di cui accenneremo piu' avanti. Tutti i dati topografici vennero riportati su varie mappe: mappe originali o di campagna, mappe ridotte e mappe copia in fogli componibili. Le mappe copia graficamente illustrate e colorate con l'indicazione molto pittoresca delle varie colture divise nei vari mappali di appartenenza. Ad ogni singolo mappale si riportava una numerazione progressiva a cui faceva riferimento un elenco dettagliato denominato "Sommarione". Onde facilitare l'individuazione censuaria dei vari possessori, il "Sommarione" era compendiato da un registro alfabetico denominato "Catastrino" (oppure Cattastino). Con l'insediamento della seconda giunta del Censimento (1749-1757) si effettuarono le misurazioni e le stime degli edifici; i dati vennero riportati su nuove mappe oppure, come accadde per il territorio di Cuvirone, vennero inseriti nelle mappe del censimento precedente con le relative aggiunte ai dati del "Sommarione". Dopo l'opera della "Regia Interinale Delegazione" (1758-1759) costituita con il compito di risolvere varie vertenze e reclami sollevati dai possessori, il catasto venne attivato nel 1760.
Il territorio di Cuvirone nel catasto Teresiano. - Le Mappe.
La misurazione dei beni di Prima Stazione del territorio di Cuvirone venne completata nel 1722. Una dettagliata descrizione in mappa riporta gli estremi dell'operazione con i nominativi degli esecutori. Essa recita: "CUVIRONE / pieve di Soma / Ducato di Milano misurata dal geometra Antonio Guyberc in occaione dela Misura Generale cominciata li 3 di setembre 1722 e terminata a li 20 di ottobre. Assistito dagli intrascritti homini cioe' Ascanio Grognola, Francesco Agudio Benedetto Caielli e Antonio Vanollo in f. 13 (illustrazione stampata in copertina nella presente pubblicazione). La mappa originale, o di campagna, in rotolo venne poi copiata da un certo Gerolamo Giuone su una mappa piana di 13 fogli componibili aventi la dimensione di 510 mm per 405 mm e numerati nel lato superiore con cifre romane. Sul foglio XIII appare il quadro d'insieme generale.Nella fase di copiatura sono state illustrate ad acquarello tutte le varie colture ed ogni singolo mappale e' stato opportunamente numerato progressivamente in colore rosso con aggiunta a lato, in colore nero, la rispettiva misura in pertiche e tavole.
Gli immobili sono stati individuati con il colore rosso e censiti successivamente nella rilevazione dei beni di Seconda Stazione. La numerazione dei siti di casa e' stata fatta in marrone mentre la chiesa di San materno e' identificata con la lettera "A". Va notato che il mappale n. 84 l'azzonamento tipologico, sebbene descritto analiticamente nel "Sommarione", risulta graficamente individuato in corpo unico.
Il territorio di Cuvirone ha la stessa estensione del comune censuario attuale.
La forma molto allungata, geograficamente allungato nella sua parte piu' ampia in direzione nord/sud (risulta stranamente identico a quello di Mezzana) confina a meridione con Arsago e Mezzana, a est con Vergiate e Corgeno, a settentrione con Varano, a est con S. Pancrazio, Villadosia e Cimbro. Orograficamente collinare nella parte settentrionale (culmina con il Monte San Giacolo) risulta molto boscato a brughiera, bosco forte e castanile. Nell'estrema parte settentrionale si trova un pascolo molto esteso. Alla base di questo anfiteatro morenico si nota qualche ronco, un aratorio vitato e poi il nucleo abitato con la chiesa d S. Materno e numerosi orti, giardini e prati.
Proseguendo verso sud incomincia la zona pianeggiante con tutta la parte aratoria vitata e non ( complessivamente l'aratorio rappresenta 1/5 del territorio). Nella parte bassa del paese, verso occidente, vi sono numerosi ronchi ed oltre, ancora boschi. Nelle vicinanze della "Cassina della Torretta" si segnala un fondo di discreta dimensione coltivato ad aratorio vitato.
Una notevole fascia di brughiera e la riva boscata delimita la parte meridionale del territorio deove scorre, costeggato da umerosi prati irrigui, il fiume Strona. Il corso d'acqua scende sulla linea di confine con Arsago in direzione nord-est/sud-ovest. Sul suo corso vi sono due molini, denominati "di Mirasole" e "della Resica" utilizzati principalmente per la macina dei cereali prodotti nella zona. Si puo' senza dubbio ritenere che la denominazione del molina della Resica e' riferita a un suo utilizzo per la segatura del legname, ipotizzabile in epoca precedente. L'unica zona paludosa e' situata nella parte nord-est del nucleo abitato.
Gli edifici si trovano tutti nel nucleo abitato eccezzion fatta per le due "cassine di Mirasole e di Torretta" e i due molini sopracitati.
La strada principale, orientata in direzione nord-sud, conduce da Varano al Ponte di Laveggio passando per il nuclo abitato; ed e' ritenuta tra le rotabili piu' antiche della pieve. Il Ponte Laveggiosullo Strona e' il crocevia di alcune strade importanti per Arsago, Vergiate e Mezzana Va notato che il tracciato stradale dal centro abitato di Cuvirone a Varano, mentre appare sulla mappa di Varano del 1722, e' inspiegabilmente mancante sulla mappa di Cuvirone. Della strada principale dipartono alcune direttrici per Cimbro, Vergiate e vicinali minori.
IL SOMMARIONE
Sulla base  delle mappe e' stato compilato un elenco dettagliato dei fondi censiti (Beni di Prima e Seconda Stazione) con l'indicazione dei possessori, tipo di coltura, estensione con le stime del "valor capitale" calcolato secondo una precisa tabella (Documento riprodotto in questa pubblicazione).Denominata "Tavola del Nuovo Estimo"e approvata dalla Real Giunta del Censimento per Decreto il giorno 7 giugno 1755, questo registro e' conosciuto con il nome di "Sommarione". Sulle ultime pagine del registro vi sono alcune variazioni successive al 1755 e una pagine ove e' censita la chiesa di San Materno.
Il "CATASTRINO"
Si tratta di un elenco alfabetico dei possessori redatto per facilitare l'individuazione del valore tassabile. Compilato in base al registro "Sommarione", riporta per ogni singolo possessore (sia persone che enti vari) l'estensione in pertiche e tavole e il rispettivo "Valor Capitale". Il territorio di Cuvirone risulta composto complessivamente da pertiche 6939 e 5 tavole con un "Valor Capitale" stimato di 15.125 scudi e 4 ottavini di lira. (in questa pubblicazione e' riprodotto il sommario del "Catastrino").
Cenni di vita rurale in Cuvirone
Durante il settecento l'azione delle giunte del Censimento fu molto incisiva e, onde poter acquisire tutti i dati relativi alla situazione economica e fiscale del Ducato di Milano, svolsero delle particolari inchieste nelle varie Conunta' note come i "Processi per le tavole". Il contenuto di questi processi consisteva in un certo numero di quesiti posti ai rappresentanti locali (consoli, abitanti del posto, ecc.) circa lo stato dei terreni, la produttivita' delle colture, le rendite, la situazione finanziaria delle Comunita', ecc. Queste inchieste, oltre ad essere una preziosa documentazione conoscitiva dal punto di vista censuario, rappresentano una fonte notevole per le notizie storiche relative alla vita rurale delle varie localita'. Per Cuvirone si e' ritenuto interessante considrare i due processi svolti rispettivamente nel 1722 e nel 1750 e dai quali si sono attinte le segienti notizie:
Il feudo di Castelbarco
Il comune di Cuvirone sin dal 1717 e' FEUDO dei Castelbarco Visconti. Con diploma dell'imperatore Carlo VI del 25 novembre 1716, interinato il 3 settembre 1717, il feudo di Montonate, Quinzano, Cimbro, Cuvirone, Villa, S. Pancrazio e Vizzola, viene donato al Conte Carlo Francesco Castelbarco Visconti. Il Castelbarco era l'erede dei Visconti di Cislago. La comunita' di Cuvirone corrisponde annualmente al feudatario una gallina per ogni focolare. Nel 1750 la comunita' non possiede ne' sindaco ne' reggente ma solo il console che cambia con periodicita' mensile in occasione delle adunanze che si tengono nella pubblica piazza, "Premesso il sonno dela campana". L'esattore comunale viene eletto nella stessa maniera. Al tempo dei processi qui considrati non vi sono terreni abbandonati. La comunita' ha una rendita che deriva dai vari liveli e fitti il cui ricavato serve per pagare il Cappellano. (Il religioso abita in una casa messa a disposizione dal Comune).
Un quesito del 1750 rileva l'esistenza di altre gabelle e dazi che vengono corrisposti al Conte Castelbarco: si tratta della tassa della "Macina" pagata dal "Prestinaro", la tassa sulla "Scanatura" pagata quando questa esercirtata, ed il "Bolino del vino" che viene corrisposto dal "piccolo betolino esercitato in casa propria" la cui presenza era gia' stata segnalata nel processo del 1722.
La presenza di questo "Betolino" in Cuvirone e' da ritenersi molto significativa poiche' a nostro avviso indicherebbe che il transito sulla strada per Varano era di una importanza tale da guiustificare la presenza di un luogo di assistenza ai viandanti.
Le colture agricole
Dal processo del 1722 si rilevano delle informazioni circa le colture del territorio considerato. La parte aratoria si semina a "Segale", "Melgone", (Sorghus vulgare), "Miglio" e poco "Frumento" che serve appena per il consumo.
Per quanto riguarda la produttivita' l'inchiesta recita:"Si semina ... della qual segale qualcosa piu' di uno staro milanese a pertica e se ne raccoglie qualcosa piu' di 4 stara compreso il primo. Il medesimo rende il seminato a miglio ma con meno della meta' di semenza. Il seminato a melgone rende circa uno staro di piu' con un solo quarto di stara di semenza".
Il prato rende "due fassi e un sol fasso" secondo la qualita' del fondo. Di rilievo la produzione di castagne provenienti dai fondi castanili fruttiferi (pari al 5% circa del teritorio). Va segnalato che la parte boscata forte, sebbene non specificatamente citato nei documenti suddetti, era prevalentemente composta di querce. I ronchi erano coltivati con varieta' diverse tra cui ortaggi e piante fruttifere. Relativamente alla parte vitata la produttivita' annuale risulta essere "un staro e mezzza brenta" di vino a pertica secondo la qualita' delle viti. L'importazione di vino "piu' tosto" rileva la necessita' di procedere al taglio del vino locale in quanto di bassa gradazione. Si "Seta" se ne produce appena per il consume data la scarsita' di produzione di foglia di Gelso (dal "Sommarione" approvato nel 1755 nel territorio di trovano appena 18 moroni). Nel territorio di trovano due molini ad acqua sul fiume Strona a due ruote ciascuno. Ai proprietari vengono corrisposte, oltre al fitto, delle moggia di misture.
Antiche unita' di misura: si riportano alcune antiche unita' di misura in uso durante il settecento nel territorio di Cuvirone - (Ducato di Milano)
Lunghezza: Trabucco (6 piedi)                                 = m.    2,6111
           Braccio                                            = m.    0,5949
Superficie: Pertica milanese o censuaria (24 tavole)          = mq. 654,517
            Tavola di 4 trabucchi                             = mq.  27,271
Volume: Carro di legna da ardere di 16 braccia cube           = mc.   3,369
Capacita' per cereali: Moggio da Grano da 8 staia o 16 mine   = l.  146,234
                       Staio da 2 mine o 4 quartari           = l.   18,279
                       Mina                                   = l.    9,139
Capacita' per liquidi: Brenta di 3 staia                       = l.  75,554
                       Staio di 2 mine 0 4 quartari o 16 pinte = l.  25,184
                       Pinta di due boccali                           1,574
                       Boccale                                        0,787
Misure di peso: Fascio di centnaio di 100 libbre grosse        = Kg. 76,251
                Quintale di 100 libbre piccole                       32,679
                Rubbo di 25 libbre piccole                            8,169
                Peso di 10 libbre grosse                              7,625
                Libbra da olio di 32 once                             0,871
                Libbra grossa da 28 once                              0,762
                Libbra piccola da 12 once                             0,326
                Oncia da 24 denari                                    0,027
Monete:
Zecchino di maria Teresa                                      lire   15
Filippo o scudo di argento                                    lire    7,5
Scudo di Milano                                               lire    6
Lira di Milano                                                soldi  20
Soldo                                                         denari 12
Lira di Milano                                             = lit. It. 0,7675
 
Fonti archivistiche
Archivio di Stato di Varese (A.S.VA)
Archivio di Stato di Milano (A.S.MI)
Archivio della parrocchia di Cimbro e Cuirone - Cimbro
 
Fonti Bibliografiche
Busto Arsizio nel settecento - AA.VV., Citta' di Busto Arsizio, Busto Arsizio - 1985
L'immagine interessata - Catalogo della Mostra "Territorio e Cartografia in Lombardia tra il 500 e 800" - Archivo di Stato di Milano, Milano - 1984
Monumeta Somae, locorunque circumjacentium - F. Campana - 1784
Somma Lombardo - Storia e illustrazioni di Ludovico Melzi, Milano - 1880.
 
Nonimativi di Possessori:
Castelbarco Conte Don Cesare q. Carlo Francesco
Besozzi Conte Pietro q. Conte Teodoro
Pogliago Giacomo q. Francesco
Daverio marchese Giovannni Battista e Fratello q. Simone
Campana Giovanni Battista e Fratelllo q. Giovanni
Cajrate Giuseppe q. Orazio
Piantanida Rev. Prevosto Giovanni maria q. Carlo Francesco
Angeletto Giovanni Battista q. Francesco
Besozzi Conte Pietro q. Conte Teodoro  q. Campana Giovanni
Campana Giovanni Battista q. Giovanni
Ferrario Giovanni - Fontana Giuseppe maria - Galbariggio Carlo Giovanni - Macco
Antonio maria - Macco Bartolomeo - Macco Giuseppe - Monastero del Sacro Monte -
Pogliago Giacomo - Vanolo Giacomo - Vanolo Girolamo - Visconti marchese Ermes e
Fratellli q. Carlo - Vizzola Giovanni Battista - Vizzola Pietro Antonio - Zarino
Ambrogio - Zarino Francesco - Zarino Natale - Cajello Francesco -
 
Parco San Giacomo
Fatto un giro nel parco di San Giacomo con le indicazione dell'Ostini. Visto e percorso il tragitto pulito nel bosco con le antiche scalinate. In cima a San Giacomo, l'antica costruzione di una trattoria diroccata (diapoditiva n.     )  e del tavolo rotondo che non ha significato conosciuto. Ripercorso il sentiero che scende a valle a Cuirone.
 
 
 
 
SESONA
 
Sesona, era nei tempi antichi chiamata Sexano. In questa localita' sono state rinvenute tombe molto antiche che testimoniano la vetusta' delle sue origini. Sulla cima delle collinette, chiamate "Cornelliane", vi e' un'antica torre comunemente chiamata "Torrazzo di Sesona". La costruzione aveva, in tempi remoti, la funzione di torre di vedetta e di collegamento con le torri piu' vicine di Sesto Calende e Somma Lombardo. Come nelle altre frazioni anche a Sesona trova spazio una chiesetta, dedicata a Sant.Eusebio, la quale offre al visitatore un'immagine suggestiva per la luminosita' dei suoi affreschi e per le raffinare forme architettoniche.
Sesona era nei tempi antichi chiamata Saxana o Sasona. Anche a riguardo di questo nome sono state avanzate varie interpretazioni. Citiamo quella dell'Olivieri che appare la piu' credibile. Secondo lo studioso Sesona sarebbe un accrescitivo di "scees" cioe' "Siepe".  In questa localita' sono state rinvenute tombe molto antiche che testimoniano la vetusta' delle sue origini.
Sulla coma delle collinette chiamate da sempre "Corneliane", che si trovano in questi luoghi,vi e' un'antica torre comunemente chiamata "Torrazzo di Sesona". L a costruzione aveva in tempi remoti, la funzione di torre di vedetta e di collegamento con le torri piu' vicine di Sesto Calende e di Somma Lombardo. Come nelle altre frazioni anche  a Sesona trova spazio una chiesetta, dedicata a Sant,Eusebio, la quale offre al visitatore un'immagine suggestiva per la lumnosita' dei suoi affreschi e per le raffinate forme architettoniche.
 
Oriano
 
Oriano Ticino chiamato nel passato anche Orglano, Aureliano, Oreliano, Orliano
 
Citazioni sul luogo si hanno nel 712, 903 e 22 febbraio 1045 con assegnazioni testamentarie di lochi e masserizie.
 
"Oros" (monte) e "an" significa forse "Punto ove finiscono i monti.
 
Gli insediamenti devono essere visti come propaggini della vasta zona di sesto calende, Golasecca e Castelletto ticino.
 
Nel 1911, nelle proprieta' di Luigi lazzaroni 73026502, su vigneti in dimora, si trova una vasca.
 
Alcune canalizzazioni in pietra e tubo sono stati ritrovati sulla direttrice "Poggio di oriano" verso 140° (anno 1934 sul fondo "Ingegnoli") Acquedotto romano gia' utilizzato nel 1883 per la popolazione.
 
Sul fondo del Simonetta, nel 1936, ritrovamento di una fornace.
 
Misurazioni e Catasto risalgono al 1560 e con la dominazione di maria Teresa nel 1718 come Estimo del Comune di oriano con Oneda pieve di Angera.
 
Altro catasto nel 1856
 
Fiumi - Roggia Molinara ???
 
Fortunato Consonno, subentra in tutte le proprieta' del Venerando "Luogo Pio" di S. Corona nel 1880.
 
Il 18 gennaio 1449 il "Consiglio Generale delle Comunita' di Milano" vende al Conte Vitaliano Borromeo la terra e la Rocca di Angera, quindi compreso Oriano e Oneda.. Prima ancora erano i Crivelli i proprietari di Oriano. I Crivelli erano di magenta, pieve di Corbetta.
 
Il Mombello diventa proprietario il 13 novembre 1638.
 
Galeazzo maria Visconti, nel testamento del 1685 decide; Obbligo della conservazione integra e perenne dei beni e il loro costante accrescimento. Ma nel 27 luglio 1880 (195 anni dopo) un'asta mette in vendita i suoi beni.
 
1880 - Fortunato Consonno dominus del paese, nel 1883 fece costruire un lavatoio e data l'acqua al paese. Edifica una villa e costruisce la recinzione per circa 670 ettari di superficie - Mori'ì il 4 giugno 1901. Nel 1901 la filglia, Anna, vende attraverso il mediatore Colombini guadagnando molto spezzando la proprieta' in lotti. Fu il via per il miglioramento economico del luogo.
 
Villa "Vittadini" e' la villa in centro con arco di passaggio.
 
Carlo Vismara di Vergiate (noto per la relazione sulla ferrovia a cavalli da Tornavento a Sesto calende. Si interessa a redarre il progetto (2 dicembre 1845 ) per opere di riadattamento stradale di oriano.
 
Stada "Varesinella" costruita il 10 gennaio 1855.
 
La statale del Sempione e' stata ufficialmente Provincializzata il 6 marzo 1866 e a veva uno sviluppo di Km 53,719 fra Milano e Sesto calende.
Molini - 27 maggio 1835 in oriano Basso il molino "Perosa" ha smesso nel 1976 sul torrente lenza.
 
Carlo Vismara interviene come perito nel 1851 quando il Comune di oriano intima al "Luogo Pio" di riparare le sponde erose del lenza. Vismara ordina al "Luogo Pio" di riparare i bordi del lenza per circa 60 metri con sassi e per un'altezza adeguata mentre il Comune deve pensare alla strada nell'anno 1851.
 
-----------------------------------------------------------
 
Libri di documentazione:
 
Il lago di Monate - Consorzio per la tutela e la salvaguardia delle acque del lago di Monate - Finito di stampare il 20 aprile 1990 per conto delle ASK edizioni (Viale Ippodromo 9 tel 0332-241400 - Varese) da OFFSETVARESE - a Cura di Paolo Baretti - Pier Federico Barnaba - Maria Adelaide Binaghi leva - Lanfredo Castelletti - Anna Cinelli - Oscar Ravera - Nicoletta Riccardi - Enrico Somma. - Libro presso la Biblioteca di Sesto Calende-
 
Oriano sopra Ticino - un piccolo paese - (sotto gli auspici della societa' Storica varesina - Di Elso Varalli - Libro presso la Biblioteca di Sesto Calende - Stampato nel mese di settembre del 1978 da "La Tipografica Varese"
 
Archivi e Bibliografia:
 
Quaglia G., 1884 - Laghi e torbiere del circondario di varese - Tipografia Macchi e brusa , varese
Nangheroni L. G. , 1932 - Carta gneognostica-geologica della provincia di varese - R. istituto tecnico di varese, 111 pp, Varese.
Cita M. B. , 1975 - Studi stratigrafici e micropalentologici sulle formazione comprese fra il Nummulitico e il Pliocene nel territorio di Varese. Boll. Servizio Geologico, v. 75, pp. 671-677, Roma
Nangheroni G., 1976 - Appunti sull'origine di alcuni laghi prealpini lombardi - Atti Soc. Ital. Scienze Naturali, v. 1956, pp. 179-196, Milano
Villa F. A., 1956 - Studi stratigrafici sul territorio subalpino Lombardo. Microfaune e microfacies del Nummulito di Travedona - (Varese). Rivista Ital. di Palentologia e stratigrafica, Milano
Cita M.B. , 1957 - Studi stratigrafici sul terziario subalpino lombardo, Nota VIII, Sintesi stratigrafica delle Gonfoliti, Rivista Italiana di paleontologia e Stratigrafia, Milano
Ravera O., 1974 - Tre laghi della provincia di varese: lago di varese, di Comabbio e di Monate -  Inquinamento, Milano
Braghieri R. e Montanari L. , 1976 - I calcari Nummolitico-algali di Travedona e Ternate (varese) - Atti societa' Ital. Sc. Museo Civ. Stor. nat. Milano, v 177, Milano
Cati L., 1981 - Idrografia e idrologia del po, Pubblicazione n. 19, Ufficio idrografico del Po, Roma
Barnaba P.F., 1982 - Studio geologico - ambiente del bacino del lago di Comabbio (Varese) m- Idrogeologia e bilancio idrico preliminare, CNR, P.F. Promozione della qualiota' dell'ambiente, Roma
Nangheroni G., 1955 - Appunti sulle antiche variazioni di livello del verbano e dei laghi di Comabbio a varese, Sibrium II: pag 235-236
Tizzoni M., 1980 - lago di Monate - preistoria Alpina
Banchieri D., 1986 - Preistoria dei laghi varesini - in collana studi paleontologici, universita' di Pisa, ed. Giardini.
Baretti P., 1981 - Rilevamento subacqueo nella stazione palafitticola deol Sabbione - in "Sibrium", XV, 1980-1981, pp 3-14
Bertolone M., 1957 - Recenti ricerche del centro studi preistorici e Archeologici di varese: ricerche dell'isola Virginia, in "Rivista di Scienze preistoriche", XII, pp 126.
Binaghi M. A. , 1983/1984/1986 - Rilevamento topografico della palafitta del sabbione nel lago di Monate, Notiziario della Soprintendenza Archeologica della Lombardia.
Castelrranco P., 1878 - le stazioni lacustri dei laghi di Monate e Varano e considerazioni generali intorno alle palafitte, in Atti della Societa' italiana di scienze naturali, XXI, pp.398
Castelfranco P.,1880 - Notizie attorno alla stazione lacustre della lagozza di besnate, in Atti della Societa' Italiana di scienze naturali, XXIII, pp.192
Castelfranco P., 1902 - I palafitticoli varesini  e gli eneolitici della palude di Brabbia, in atti della societa' Italiana delle scienze naturali, seduta del 21 ottobre 1902.
Cornaggia Castiglioni, 1955, - Nuove ricerche nella stazione palafitticola della lagozza di besnate, in "Sibrium", II, pp 93
Cornalia E. 1863, - Le palafitte e le stazioni del lago di varese - in "La Perseveranza", Milano
Guerreschi G., 1983, - Biandronno, isolino virginia. Insediamento neolitico - in "Notiziario dela sopraintendenza archeologica della Lombardia ", pp.3
Stoppani A., 1863 - Prime ricerche di abitazioni lacustri nei laghi di Lombardia, in atti della societa' Italiana di Scienze naturali, V, pp. 154
 
 
 
 
 
 
ABBREVIAZIONI
 
A.C.A.M. - Archivio della Curia Arcivescovile di Milano
A.L.P.S.C. - Archivio del Luogo Pio di Santa Corona di Milano
A.S.L. - Archivio Storico Lombardo
A.S.M. - Archivio di Stato di Milano
A.S.V. - Archivio di Stato di Varese
R.A.C. - Rivista Archeologica dell'antica provincia e Diocesi di Como
R.G.S.A. - Rassegna gallaratese di Storia e d'Arte
R.S.S. - Rassegna Storica del Seprio
R.S.S.V. - Rivista della Societa' Storica varesina
 
DIAPOSITIVE
 
 
 
 
3919
3956
3957
3958
3959
Dxxxx - Vergiate - Chiesa di San gallo (diapositiva) si trova sulla strada da vergiate a Cuirone ma quella bassa. Fatto due diapositive una interna e una esterna.
 
INDIRIZZI UTILI
 
Giorgio Ostini: - Fatto visita al Sig. Giorgio ostini nella sua abitazione. GIORGIO OSTINI - Artigiano del Legno - Presso Libera Associazione in allegria - 1987 - AMICI DI CUIRONE - Via San Materno 9 - 21029 - Cuirone di Vergiate. - Tel 0331/947349 - 02/29524813. Tornare a trovare qualche pomeriggio in quanto ha disponibilita' di far vedere le vecchie carte Teresiane.
 
Vergiate - La biblioteca si trova in Piazza Matteotti, 25 ed e' aperta dal Lunedi al sabato dalle ore 10:00 alle 12:00 e nel pomeriggio di lunedi e mercoledi dalle ore 14:00 alle 17:30 e martedi e giovedi dalle ore 14:00 all 19:00
 
Comabbio - Nel comune di Comabbio (0331/968572) la Signorina Nadia e' a disposizione per informazioni.
       Pro-Loco - Presidente: Scarlatti Dino
       Biblioteca: Signora Nuccia tel 0331/968984
 
 
 
CERCARE
 
Sesona - Cercrare l'antica torre di osservazione romanica.
 
Cercare anche l'acquedotto che si trova dalla strada tra Sesona e Golasecca e gruppo Gruppetti. Poco dopo l'entrata sulla sinistra ma non si vede.
 
Parco naturale di San Giacomo - Esiste una pubblicazione allo scopo - Ricercare in biblioteca a Vergiate.
 
 
    parole
-----------------------------------------------
 
 

10.10 Problema

www.redigio.it
 
Il problema
 
L'informazione gestionale è da tempo gestita in azienda attraverso l'uso dei computer. Ma l'informazione gestionale non esaurisce certamente tutta l'informazione.
In azienda ad esempio, è possibile distinguere fra l'informazione societaria e quella personale. La prima è piu' rigida, "quadrettata", comunque simultanea e comune, al netto dei diversi livelli di accesso, fra tutti i dipendendenti.
L'informazione societaria è quindi necessariamente elaborata tramite un grande calcolatore gestionale e distribuita tramite reti, terminali e personal computer, sotto la supervisione dell'EDP.
L'informazione societaria comprende nella quasi totalita' dei casi l'organizzazione contabile, la fatturazione e il magazzino. Il tutto è organizzato in modo molto ripetitivo dal punto di vista della struttura delle tabelle di gestione dei dati ed è per lo piu' molto stabile nel tempo.
L'informazione personale comprende invece spezzoni instabili, di formato, quando ne hanno uno, assolutamente variabile, che capitano fra i piedi di tutti in continuazione: note, messaggi, agende, impegni, richieste, circolari e comunicati, contatti, relazioni, Post-It, biglietti da visita, memo e quant'altro si solito si reperisce svuotando a casa verso sera le tasche del soprabito e il portafogli.
L'informazione personale non è "tagliata" secondo i rigidi formati che dominano il campo dell'informazione societaria. Consiste prevalentemente di parole piuttosto che di numeri, o al limite Š costituita da una buona mistura delle due cose.
Nonostante il bisticcio di concetti, l'informazione personale e' in massima parte societaria, almeno in modo indiretto; organizzata e gestita in modo efficiente diventa infatti di valore estremo per gli individui e per l'azienda, assurgendo molto spesso ad un ruolo comparabile per importanza a quello dell'informazione tradizionale.
E' evidente quindi come, nella generale bramosia di conseguire finalmente una maggiore produttivita' nel lavoro intellettuale, prodotti che ambiscono a portare una sembianza di ordine nella naturale ragnatela dell'informazione personale, siano divenuti d'interesse strategico.
Facciamo un esempio. I personal computer costano sempre di meno, mentre l'informazione personale vale sempre di piu'. Il passo logico necessario Š quindi gestire la seconda attraverso i primi. Ma con quale tipo di programmi?
Un manager che volesse raccogliere i suoi "spezzoni" di memoria personale ed aziendale, potrebbe banalmente decidere di archiviare tutto quanto con un programma di elaborazione testi. In questo modo non sarebbe sottoposto a vincoli stringenti sulla struttura dell'informazione archiviata. Potrebbe stendere di getto note e promemoria seguendo semplicemente il filo del suo pensiero e soprattutto ritrovarle in seguito utilizzando la funzione "Trova", insieme con la parola chiave eventualmente ricordata.
Le memorie del nostro dirigente verrebbero raccolte in un calderone informale, nel quale sarebbe certamente facile trovare la singola parola "guida", ma nel quale sarebbe oltremodo complicato portare qualsivoglia ordine o ritrovare un'informazione sulla base di elementi chiave multipli: nel caso di una gestione di contatti di vendita, non si potrebbe certamente chiedere ad un programma di elaborazione testi di effettuare un ordinamento dei paragrafi per data d'immissione o di totalizzare gli importi ordinati all'azienda. O ancora pi— banalmente, mentre risulterebbe semplice richiedere di trovare un paragrafo contenente il nome "sig. Mazzini", non si saprebbe come ottenere un rapporto storico sui contatti del "sig. Mazzini" con l'azienda, o un'estrazione dei promemoria relativi insieme al "sig. Mazzini" e "lamentele sulle forniture".
Se il bisogno eccede l'archiviazione e il ritrovamento di una singola parola, ed implica invece riordinamento, estrazione ed accesso a spezzoni plurimi d'informazione, lo sbocco tradizionale Š l'utilizzo di un database.
Con questo secondo tipo di programmi diventa relativamente semplice effettuare ricerche, a patto di organizzare con cura la struttura d'archiviazione. In pratica, il nostro dirigente dovrebbe predisporre una scheda elettronica di ogni contatto, con campi da compilarsi accuratamente, relativi ad ogni "quadretto" di informazione che in seguito potesse diventare base di una ricerca o di un estrazione.
In questo modo, si guadagnerebbe in ordine, ma perdendo enormemente in flessibilit…, poich‚ le immissioni dovrebbero seguire sempre e comunque un ordine e una dimensione prestabiliti. Niente pi— memo e notizie informali quindi, ma archivi, schede, campi, lunghezze date e regole ferree di inserimento.
In ultima analisi, il nostro dirigente oscillerebbe sconsolato fra l'immediatezza di un programma di elaborazione testi, cioŠ la libert…, e i frutti ordinati di un database, cioŠ l'efficienza. Il prodotto ideale per risolvere questa classe di problemi, peraltro comuni, Š un centuaro: un "testo-base", un'applicazione capace di essere insieme libera elaborazione testi ed efficiente database.
Esiste. Si chiama xxxx
Il prodotto
Dopo aver fatto la conoscenza del problema, passiamo ad occuparci di xxx
Con la versione italiana xxx, variamo concretamente il segmento del Personal Information Management, gia' abbondantemente sviluppato in USA, ma ancora relativamente "scoperto" in Italia.
La stampa di settore americana e' stata prodiga di riconoscimenti con xxx.
Nel 1985 DATA BASED ADVISOR ha proclamato la versione 1.0 "Prodotto dell'anno".
Nel 1986 PC Magazine ha selezionato la 2.0 come "Editor's Choice".
Nel 1987 ancora "Editor's Choice" nella versione 3.0.
Nel 1988, "Technical Excellence Award" alla versione 4.0 nel referendum di fine anno di PC Magazine.
A fronte di una simile "dote", che fa presumere un incombente boom di utilizzo dei PIM, nelle pagine seguenti cercheremo di evidenziare i punti di forza specifici di askSam, la tipologia dell'utenza potenziale e le differenze rispetto agli strumenti tradizionali con i quali si Š sin qui cercato di far fronte alle esigenze di informazione personale.
askSam - il Personal Information Manager
askSam e' un sistema di analisi dei dati orientato al testo in formato libero.
askSam e' un prodotto multiforme, capace di gestire e interpretare informazioni alfanumeriche e visuali, in un formato "naturale" e non rigidamente prefissato:
dati comunque immessi possono essere in ogni momento richiamati o collegati in un modo flessibile.
L'uso "diretto" rappresenta solo una delle varie possibilita' d'impiego di askSam. Oltre a ci e' possibile impostare in modo semplice l'esecuzione a comando delle sequenze pi frequenti, oppure l'esame ipertestuale, punta-e-trova-le-connessioni, di una base di dati.
Grazie a questo approccio, l'utente ha finalmente la possibilita' di unificare due modalita' di lavoro finora rigidamente separate, quali l'elaborazione testi e la gestione di basi di dati.
Ad esempio, e'senz'altro possibile immettere indirizzi, notizie o informazioni nel formato libero tipico dell'elaborazione testi, senza pregiudicare in seguito l'opportunita' di richiamarli, secondo criteri funzionali affini a quelli di un database.
Il vantaggio fondamentale che ne deriva e' che non e' l'utente a dover seguire rigidamente i criteri tradizionali di un database (il nome dei campi, una lungezza prefissata e in generale una struttura codificata di registrazione dell'informazione), in qualche modo adattandosi al software, ma il software a modellarsi sulle esigenze dell'utente.
 
Ognuno di noi dipende in qualche modo dall'informazione.
 
Quotidianamente anneghiamo in un flusso continuo che prende di volta in volta la forma di foglietti gialli sulla nostra scrivania, di ritagli di giornale, di memo accatastati, di riviste sottolineate, di rapporti accuratamente annotati. Il costo di una loro gestione efficace e' il tempo necessario a governarli. L'alternativa piu' diffusa e' la perdita costante di informazione.
L'informazione in ufficio, anche di quello gia' computerizzato, diventa subito simile alla ricerca del famoso ago nel pagliaio: il piu' importante messaggio ricevuto la mattina telefonicamente, steso in fretta su un foglio diventa di difficile reperimento, spesso mentre un collega o un cliente richiedono informazioni proprio su questo messaggio introvabile.
Chiunque abbia gia' vissuto questa situazione sa apprezzare il valore di un "manager d'informazioni personalizzato".
E xxx e' in pratica un assistente potente e intelligente, sempre in grado di cogliere al volo l'opportunita' informativa offerta dai dati, sulla base di richieste anche parziali o imperfette.
 
Il mercato
Nessun mercato Š dinamico, febbrile e imprevedibile come quello del software. Segmenti e applicazioni nuove nascono di continuo, ad un ritmo tale che ultimamente  Š diventato necessario spiegare non solo come un programma lavori, ma anche quale classe di problemi soddisfi.
Attualmente la maggior parte dei PC installati viene utilizzata per la gestione amministrativa e per l'elaborazione testi. Al terzo posto troviamo invece le applicazioni di database.
Le voci pi— autorevoli prevedono un cambiamento radicale di questa situazione entro il 1992. I Personal Information Manager paiono destinati ad incunearsi fra l'elaborazione testi avanzata (word publishing e DTP) e i database convenzionali, con una diffusione paragonabile a quella delle tabelle elettroniche.
Nell'information age, nella quale la materia prima "informazione" diventa sempre pi— direttamente un fattore produttivo, il futuro dei PIM sembra essere tutt'altro che marginale.
 
Posizionamento
 
xxx unifica le possibilita' d'intervento e d'utilizzo di diversi prodotti software come:
 
database convenzionali
 
programmi di word processing
 
full text retrieval system
 
textmanagement/information-system
 
in solo un prodotto.
 
Poiche' il mercato associa sempre un prodotto alle sue funzionalita', abbiamo ritenuto opportuno procedere al confronto di xxx con soluzioni che ricoprono parzialmente il suo spettro di utilizzo, per evidenziare il suo ruolo di battistrada di un segmento totalmente nuovo, non ancora occupato: il personal-information-management.
 
    parole
-----------------------------------------------

10.11 V Fornace

www.redigio.it
 
Storia della Vecchia Fornace
 
 
Il Territorio
Origine
Descrizione
Storia
 
La Fabbrica dei mattoni
 
Il campeggio
 
Contents
11.1 Tabella
11.2 Lista dipendenti
 
 
 
 
Documento n. 1
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati
 
Ritrovato nell'ufficio della Sede della Vecchia Fornace s.p.a. un documento datato 8/1/77 prodotto dal comune di Mercallo con una deliberazione del Consiglio Comunale per l'approvazione della convenzione con la Soc. "LA VECCHIA FORNACE"
 
cosi' recita:
 
==========================
 
COMUNE DI MERCALLO
Provincia di Varese
 
n. 7 reg. Delib.
 
VERBALE DI DELIBERAZIONE DEL CONSIGLIO COMUNALE
 
Oggetto: Approvazione convenzione con la Soc. "LA VECCHIA FORNACE"
 
L'anno millenovecentosettantasette addi' otto del mese di Gennaio alle ore 16, in Mercallo e nella residenza municipale, in seguito a regolare avviso scritto si e' convocato il Consiglio Comunale, in seduta pubblica di prima convocazione, in sessione ordinaria sotto la presidenza del Sig. TENCAIOLI Rag. Luciano, Sindaco, con l'assistenza del Segretario Capo Sig. Pirrone Rag. Giuseppe. I Consiglieri presenti risultano dal seguente prospetto:
 
1       TENCAIOLI Rag. Luciano       si
2       SALINA Dr. Emilio       si
3       MARZETTA Tarcisio       si
4       LUINI Aldino       si
5       GRI Massimo       si
6       SCULATI Pierino       si
7       PRAVETTONI ZAPPA Mario       si
8       FRACCARO Severino       si
9       BEZZOLATO Ilario       si
10       BOTTINELLI Franco       si
11       CIPRIANI Francesco       si
12       PANZA Pietro       si
13       FRANCHINA Angelo       no
14       DE SANTIS Luigi       si
15       ZICCHINELLA Domenico       no
 
Il Sig. Presidente, riconosciuta legale l'adunanza ed accertatosi che l'oggetto da trattare si trova da 24 ore depositato nella Sala del Consiglio, apre la seduta ed invita i presenti alla discussione dell'ordine del giorno.
 
OGGETTO: Approvazione convenzione con la Societa' "LA VECCHIA FORNACE"
 
IL PRESIDENTE
 
Riferisce che l'Assessore Provinciale alla P.I. ha rappresentato l'impossibilita' da parte della Provincia di provvedere all'acquisizione di terreno dell'ex FORNACE COLOMBO in quanto la situazione finanziaria attuale della Provincia non consente di far fronte all'acquisto di terreni del valore di circa centocinquanta milioni, ne alla sistemazione del fabbricato (di cui una parte e' stata ritenuta di notevole interesse dalla Soprintendenza Ai Monumenti della Lombardia) il cui costo presumibile supera i 200/ milioni, sistemazione peraltro da effettuare subito se non si vuole vedere crollare il tutto.
Fa' rilevare, quindi, che occorre ritornare al progetto iniziale di reperimento delle aree vincolate per la costituzione di quel centro intercomunale concordato con la Provincia lasciando libera l'acquisizione dell'ex fornace Colombo da parte di privati.
 
In ordine alle numerose domande pervenute, il Presidente fa presente che quella della Societa' "La Vecchia Fornace" e' senza dubbio la migliore per svariati motivi ed in particolare perche':
1)       Non prevede la trasformazione della notevolissima quantita' di volumetria esistente in residenza:
2)       Prevede l'abbattimento di parte del fabbricato fatiscente che rappresenta piu' della meta' della volumetria esistente:
3)       Il tipo di trasformazione, oltre ad soddisfare l'esigenza di conservare intatto il nucleo centrale di notevole interesse paesaggistico, come risulta dal vincolo imposto dalla Soprintendenza, si inserisce a perfezione nel tipo di uso e di destinazione prevista per la zona e che, inoltre, cosa che riveste molta importanza fa da complemento e completamento delle strutture comunali gia' esistenti;
4)       Permette come appare dalla convenzione che sottopone all'approvazione del Consiglio, di risolvere problemi di interesse pubblico, come l'esecuzione del secondo lotto  dell'acquedotto comunale e, grazie alla cessione di un congruo numero di mappali confinanti con gli attuali terreni comunali (La cui superficie sale a circa 60/ mila metri quadrati); permette di continuare verso l'attuazione e realizzazione di quello auspicato centro intercomunale per il turismo che ha gia' ottenuto il finanziamento Regionale su una spesa di L. 150/ milioni.
 
Pertanto la lettura della convenzione stipulata con la Societa' "La Vecchia Fornace" in ordine a quanto sopra esposto ed inviata al Consiglio a voler discutere e deliberare sull'oggetto posto all'ordine del giorno
 
IL CONSIGLIO COMUNALE
 
Udita l'ampia ed esauriente relazione del Presidente
 
Ritenuti validi e vantaggiosi gli accordi raggiunti con la Societa' "La Vecchia Fornace" in ordine alla sistemazione della zona con la costituzione di un centro turistico, di rilevante interesse pubblico;
 
Vista la convenzione stipulata con la Soc. "La Vecchia Fornace";
 
Ha ritenuto di vole esprimere il proprio compiacimento per le favorevoli condizioni raggiunte con la Soc. "La Vecchia Fornace";
 
Con votazione unanime espressa per alzata di mano
 
D E L I B E R A
 
1) -        di approvare, come approva, l'unita convenzione stipulata con la S.p.A. "La Vecchia Fornace" in ordine a quanto in narrativa indicato, la quale fa parte integrante e sostanziale del presente atto.
2) -        Di autorizzare il Sindaco e la Giunta Municipale a compiere tutti gli atti che si rendessero necessari per la definizione della pratica.
     ............
 
==========================
 
Documento n.2
 
 
Un altro documento (prestampato del comune ed edito dalla stamperia Lazzati di Gallarate) allegato e' un certificato di pubblicazione e cosi' recita:
 
==========================
 
(Tencaioli Rag. Luciano)
     firma
 
IL CONSIGLIERE ANZIANO
(Salina Dr. Emilio)
   firma
 
IL SEGRETARIO CAPO
(Pirrone Rag. Guseppe)
   Firma
 
CERTIFICATO DI PUBBLICAZIONE
 
Certificasi dal sottoscritto Segretario che copia della presente deliberazione e' stata:
affissa all'Albo Pretorio Comunale il giorno 28.1.77 per la prescritta pubblicazione di quindici giorni consecutivi e vi rimarra' fino al 11.2.77
li, 27.1.77
 
IL SEGRETARIO COMUNALE
     firma
 
REGIONE LOMBARDIA
LA SEZIONE nella seduta del 4.3.1977 al progr. n. 9219 ha esaminato il suddetto atto ed ha emesso la seguente decisione:
 
(nella casella DECISIONE nulla appare come nella casella NON HA FORMULATO RILIEVI)
 
IL PRESIDENTE
f.to G Premoli
 
IL SEGRETARIO
f.to Terranova
 
data, 4.3.1977
 
p.c.c IL SEGRETARIO
f.to S. Terranova
 
==========================
 
Documento n. 3
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati. (manca da data)
 
==========================
 
OGGETTO: Consorzio Intercomunale per la Tutela e la Salvaguardia del lago di Comabbio - Realizzazione collettore fognario.
 
Spett.le
"LA VECCHIA FORNACE S.p.A."
Mercallo
 
        La presente per informarla che, come previsto nel progetto del Consorzio Lago di Comabbio approvato con delibera n. 5 del 9.3.1980, esecutiva, e' intenzione del Consorzio stesso di dare luogo alla esecuzione dei lavori del collettore in oggetto che interesseranno parte della sua proprieta' e precisamente i mappali 937 - 2309 - 1035 - 2035 - 2460 - 2461 - 938 - 1250.
        Vista l'importanza dei lavori appaltati per la salvaguardia del nostro lago, sono a pregarla di voler cortesemente dare benestare scritto, ritornando l'allegata lettera di autorizzazione. (All. 1).
        Qualora la S.V. dovesse anche procedere all'allacciamento dei propri scarichi alla rete di fognatura, dovra' restituire unitamente alla lettera di autorizzazione al passaggio della stessa, anche l'apposita richiesta di allacciamento. (All. 2). Trattandosi di un'opera realizzata dal Consorzio Lago di Comabbio, la domanda e' indirizzata al Presidente del Consorzio, tramite questa Amministrazione Comunale. Le modalita' di allacciamento previste dal Consorzio sono le seguenti:
- si possono allacciare solo acque nere (le piovane dovranno essere scaricate sul luogo o al lago);
- L'innesto nel condotto consortile sara' eseguito, per motivi tecnici e funzionali, dallo stesso Consorzio:
- qualora trattasi di allacciamenti di scarichi produttivi, come pure di scarichi da attivita' artigianali o da prestazioni di servizi diversi da quelli civili (vedasi L. 319/1976 e L. R. 62/1985), dovra' procedersi alla redazione di apposito disciplinare di allacciamento alla fognatura.
        Certo di una pronta affermativa risposta in merito, colgo l'occasione di porgere a nome dell'intero Consorzio, ringraziamenti anticipati unitamente ai miei migliori saluti.
 
      IL SINDACO                               VISTO: IL PRESIDENTE
        firma                                          Firma
 
P.S. - In caso di ulteriori precisazioni a domande, prego contattare il Progettista e Direttore dei Lavori incaricato dal Consorzio Dott. Ing. Teodoro Calegari - via S. Martino, 10 - Varese - tel. 231455
 
==========================
 
Documento n. 4
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati. (manca da data)
 
==========================
 
CONSORZIO INTERCOMUNALE
PER LA TUTELA DEL LAGO DI COMABBIO E RELATIVO BACINO
VARANO BORGHI
 
Prot. n. 127                              data 17.10.1988
 
OGGETTO: Costituzione di servitu' perpetua di passaggio di fognatura su immobili necessari alla costruzione del collettore circumlacuale 2° lotto ultimo stralcio del lago di Comabbio . Avviso di sopraluogo  per la redazione del verbale di presa di possesso e stato di consistenza.
 
ALLA DITTA:
"LA VECCHIA FORNACE S.p.A."
via Vecchia Fornace Colombo
21020 Mercallo (VA)
 
L'esecuzione dei lavori indicati  in oggetto, dichiarati urgenti ed indifferibili richiede l'occupazione temporanea d'urgenza  dei beni immobili di proprieta' di codesta Ditta iscritta in catasto, siti nel territorio del comune amministrativo e censuario di Mercallo.
Detta occupazione e' stata disposta a favore di questo Consorzio, con sede in via San Francesco 1 del Comune di Varano Borghi con decreto del Presidente di questo Ente n.° 1/88 Espr. del 14.10.1988.
Si invita pertanto codesta ditta ad intervenire personalmente o a mezzo rappresentante, munito di regolare delega, al sopralluogo di cui ai mappali 1035, 2460, 2461, 937, 2309, 938, 1250 del Comune censuario di Mercallo per procedere in contradditorio col Dott. Ing. Teodoro Calegari via San martino, 10 - Varese tel. 0332/231455, tecnico incaricato dal Consorzio con delibera del Consiglio Direttivo del 07.06.1988 n.° 9, esecutiva, alla redazione del verbale di presa di possesso e stato di consistenza dei suddetti immobili.
Si avverte che in assenza di codesta ditta o di un legale rappresentante, in verbale sara' in ogni caso redatto a termine di legge alla presenza di due testimoni non dipendenti dal Consorzio; al contradditorio sono ammessi il fittavolo, il colono e il compartecipante.
Si informa, inoltre, che non appena saranno espletate le formalita' di cui sopra, verra' notificato a codesta Ditta copia autentica del redigendo verbale.
Si allega fotocopia della planimetria con indicata l'area da occupare.
 
IL PRESIDENTE
(Leonardi Elios)
 
==========================
 
Documento n. 5
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati. Il documento e' su carta intestata della Vecchia Fornace S.p.A.
 
==========================
 
 
RACCOMANDATA A.R.
 
Egr.
Sig. Presidente del
Consorzio Intercomunale per la
Tutela e la Salvaguardia del
Lago di Comabbio
c/o PALAZZO COMUNALE
21020 VARANO BORGHI VA
 
e p.c. Egr.
Dott. Ing. Teodoro Calegari
Via San Martino, 10
21100 VARESE VA
 
Mercallo, 29/11/1988
 
OGGETTO: Costituzione di servitu' perpetua di passaggio di fognatura su immobili necessari alla costruzione del collettore circumlacuale 2° lotto ultimo stralcio del lago di Comabbio.
 
Come disposto dal Vs. Prot. 127 del 17/10/1988 il 21/11 u.s. si e' verificato l'incontro fra i Vs. Tecnici Geometra Baranzini Alberto e Geometra Galante Angelo con i rappresentanti della ns. societa' Sig. Locatelli Celestino e Alemanni Giorgio per la stesura e la firma del verbale di presa di possesso e stato di consistenza.
Durante il sopraluogo abbiamo indicato ai Vs. Tecnici il posizionamento del costruendo bacino idrico che dovremo realizzare in ottemperanza delle indicazioni fatteci dal Comune di Mercallo.
Al fine di non intersecare col passaggio dell Vs. tubazione la zona interessata, si e' individuato un percorso alternativo piu' a monte di quello previsto da Voi per i tratti compresi nei mappali 2309 e 1250.
 
Detto percorso trovasi inoltre piu' vicino al confine fra la ns. proprieta' e la sede della Strada Provinciale e quindi da cio' ne deriverebbe il minor danno per il ns. fondo.
Siamo certi che terrete nel debito conto le ns. argomentazioni e restiamo pertanto in attesa di ricevere la planimetria del nuovo tracciato.
 
Distinti saluti
 
==========================
 
 
Documento n. 6
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati. Il documento e' su carta bianca
 
==========================
 
Studio Tecnico
Geom. MARIO BELTRAMI
Via Battaglia S. Martino, 61
21030 - CUVEGLIO (VA)
Tel. (0332) 551.277
 
Ricerche catastali per immobili in Mercallo (VA)
 
A seguito delle ricerche effettuate presso l'U.T.E di Varese e il Comune di Mercallo si e' evidenziato quanto segue:
 
Presso il municipio di Mercallo, sui tabulati forniti dall'Ufficio Tecnico Erariale, inerenti i fabbricati censiti, non risulta inserita la ditta "LA VECCHIA FORNACE S:p.A." con sede in Mercallo.
Della ditta stessa si trova riscontro all'U.T.E. di Varese unicamente in Catasto Terreni dove alla partita 1790 sono allibrati sotto la ditta "LA VECCHIA FORNACE S.p.A. con sede in Mercallo" i seguenti mappali:
710 - 711 - 713 - 741 - 748 - 750 - 751 - 937 - 938 - 947 - 960 - 9643 - 1035 - 1049 - 1250 - 1423 - 1426 - 2305 - 2309  per un totale di mq. 47.230.
Il tutto come meglio specificato sul certificato catastale in data 24/05/1993 che si allega alla presente relazione.
La stessa ditta non risulta pero' ancora allibrata presso il N.C.E.U. nonostante siano state inoltrate in data 22/05/1987 delle schede di variazione.
 
Risulta altresi' allibrata alla partita n.° 54 la vecchia ditta proprietaria e specificatamente:
- FORNACI LATERIZI COLOMBO & C., SOCIETA? IN NOME COLLETTIVO CON SEDE IN MERCALLO ed altri, come si evince dal certificato in data 25/05/1993 allegato.
 
I mappali iscritti sul sopra indicato certificato sono i seguenti:
994-996-1607-1608-1609-1610-1611-1612-1613-1614-1615-1616-1617-1618-1619-1616.
Solo due fabbricati (944-1616) e' indicata la categoria, di uno solo (1616) la classe e la rendita.
La situazione descritta sul certificato citato trova riscontro sulla attuale mappa del Catasto Urbano (fg. 5) che si allega unitamente alla vigente mappa di Catasto Terreni.
 
Cuveglio, 10/06/1993                   Il Tecnico
                                        Mario Bell????
 
==========================
 
Documento n. 7
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati. Il documento e' su carta prefincata e stampata dalla Direzione Generale del catasto e dei servizi erariali ed e' una denuncia di variazione del nuovo catasto edilizio
 
 
==========================
 
DIREZIONE GENERALE DEL CATASTO E DEI SERVIZI TECNICI ERARIALI
NUOVO CATASTO EDILIZIO
DENUNCIA DI VARIAZIONE
presentata a norma della legge 11 agosto 1939, n. 1249 modificata con D. L. 8 aprile 1948, n. 514.
 
Comune di Mercallo dei Sassi provincia di Varese.
Il sottoscritto Arch. Raimondi Esterino nella qualita' di Tecnico Incaricato residente in Milano in via Pellegrino Rossi 15/5 e Tagliaferri Carlo, Amministratore dom. in Mercallo dei Sassi Via fornace,
chiede che per la o le unita' immobiliari urbane specificate al quadro A di pag. 2 del modello siano apportate nei relativi atti del N.C.E.U. le mutazioni derivanti dalle variazioni sotto indicate realizzate nell'anno 1978.
 
1)° ....
2)° ....
3)° Variazione della destinazione da Fornace di laterizi a Campeggio
4)° ...
5)° ...
Documenti allegati:
A) n. 1 planimetrie relative alle unita' immobiliari urbane derivate dalle variazioni planimetriche;
B) altri documenti: Atto C./V./ dott. G. Salvini rep. 16578 del 22/04/1977 D.V. N° 1719 e del 03/06/1977
DITTA CATASTALE: "FORNACI LATERIZI COLOMBO & C." Societa' in nome collettivo con sede in Mercallo - Colombo Costantino fu Pasquale soc. 1/4 - Villa Rag. Mario fu Enrico soc. 1/4 ed altri
DITTA RISULTANTE DALL?ULTIMO ATTO: "LA VECCHIA FORNACE S.p.A." con sede in Mercallo dei Sassi 21010 (VA) C.F. 02749920159
 
data 29 aprile 1987
 
La presente richiesta e' presentata da:
Dott. Arch. Esterino Raimondi
Ordine degli architetti - Mi - n. 3044
 
La presente denuncia e' stata presentata alla U.T.E il 27 maggio 1987 N.C.E.U
Protocollo n. 47
 
==========================
 
 
 
Documento n. 8
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati. Il documento e' su carta prefincata e stampata. E' una licenza edilizia e qui sotto viene riportato solo le parti piu' interessanti.
 
 
==========================
 
Pratica n. 95/76
 
Comune di Mercallo  11.12.76
Provincia di Varese
 
LICENZA EDILIZIA
 
IL SINDACO
Vista la domanda del Sig. Roberto De Mattei per conto della Soc. "La VECCHIA FORNACE" in data 23 ottobre 1976 con la quale chiede di essere autorizzato a Restauri e parziali ristrutturazioni: parco roulottes sull'area della ex fornace Colombo & C.  in questo comune in via Fornace
Sentito i parere favorevole della commissione edilizia in data 24 novembre 1976
Udito il referto del Tecnico comunale in data 24 novembre 1976
ecc.
concede il proprio nulla osta al Sig. Roberto De Mattei per conto della Soc. "LA VECCHIA FORNACE S.p.A." per l'esecuzione dei lavori di cui si tratta, sotto l'osservanza delle vigenti disposizioni in materia edilizia,  di igiene e di polizia locale in conformita' al progetto presentato e secondo le migliori norme dell'arte perche' riesca solida, igienica, decorosa e atta alla sua destinazione, tanto per i materiali usati quanto per il sistema costruttivo adottato, nonche' sotto l'osservanza delle prescrizioni retro riportate.
 
==========================
 
 
 
Documento n. 9
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati. Il documento e' su carta prefincata e stampata. E' una licenza edilizia e qui sotto viene riportato solo le parti piu' interessanti.
 
==========================
 
Comune di Mercallo
Provincia di Varese
Autorizzazione di Abitabilita'/Agibilita'
Il Sindaco
 
Vista l'istanza del Signor Roberto De Mattei Amministratore Unico della Societa' "LA VECCHIA FORNACE" perche' venga dichiarata abitabile la restauri e parziali ristrutturazioni - parco roulottes sull'area dell'ex Fornace Colombo & C. sita in Mercallo via Fornace, mappali n. vari  come da nullaosta di costruzione n. 95/76-56/77-67/77 rilasciato in data 11/12/76;4/7/77;26/11/77 Visto il parere espresso dal Comando Prov.ciale dei Vigili del Fuoco in data 2/2/1978; Visto il collaudo del tecnico comunale in data 20/5/1978; visto il rapporto dell'Ufficiale Sanitario in data 17/5/1978 ecc.autorizza l'abitabilita'/agibilita' della casa sopradesritta a tutti gli effetti di legge, dal giorno 20/5/1978
 
Mercallo, li 20/5/1978
 
Il sindaco
Tencaioli
 
 
==========================
 
Documento n. 10
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati. Il documento e' su carta semplice.
 
==========================
 
PERIZIA GIURATA
 
Oggetto della presente perizia e' il giudizio del complesso immobiliare sito in Mercallo dei Sassi Via Fornace 4/M ai mappali n. 944-996-710-938-fgl. 4 - 5 del catasto terreni di proprieta' della Societa' "LA VECCHIA FORNACE" S.p.A." con sede in Mercallo dei Sassi Via Fornace 4/M.
Sui mappali sopracitati della superficie di mq. 60.840 insistono n. 4 fabbricati a completamento e servizio dell'attivita' di campeggio, il tutto cosi' meglio identificato:
- Fabbricato A: porzione di immobile su due piani, al piano rialzato: sala ritrovo, hall ingresso, alloggio custode: al piano seminterrato: servizi uomini, donne, sala biliardo, sala da ballo.
- fabbricato B: immobile su un piano suddiviso in: centrale termica, ambulatorio, bar, servizi uomini, donne.
- fabbricato C: immobile posto su un piano a servizio dell'attivita' sportiva, comprendente di: servizi, spogliatoi, uomini, donne centrale termica.
- fabbricato D. Immobile posto su un piano a servizi dell'attivita' sportiva comprendente di: servizi, spogliatoi uomini, donne.
 
Le caratteristiche costruttive di ciascun fabbricato sono le seguenti:
a) Fabbricato costruito nell'anno 1976, avente struttura tradizionale con copertura in legno e capriate a vista, manto in tegole marsigliesi, serramenti esterni e persiane in ante in legno, rivestimento esterno in intonaco plastico graffiato color beige, il tutto in buono stato di conservazione.
- alloggio custode: composto da quattro locali e bagno, avente pavimentazione in monocottura 20x20 rivestimento in bagno h. 2,20 in ceramica, imbiancatura su intonaco rustico.
- Hall ingresso, portineria: pavimentazione in grèss 24x12, solaio in laterizio in falda, con capriate in legno a vista, imbiancatura su intonaco rustico.
- sala ritrovo: pavimentazione in ceramica 30x30, solaio in laterizio in falda con capriate in legno a vista, imbiancatura su intonaco rustico.
- sala biliardo, sala da ballo: pavimentazione in ceramica 30x30, imbiancatura su intonaco rustico.
- servizi uomini, donne: separati, hanno pavimentazione in ceramica, rivestimento alle pareti in ceramica h. 2,20, impianto elettrico adeguato all norme di sicurezza. Dotazione WC donne: 5 lavabi, 6 WC, lavanderia, tre docce, sauna. Dotazione WC uomini: 5 lavabi, 5 WC, tre docce, sauna.
 
b) Fabbricato costruito nell'anno 1976, avente struttura tradizionale con copertura in legno e capriate a vista, manto in tegole marsigliesi, serramenti esterni e persiane in ante in legno, rivestimento esterno in intonaco plastico graffiato color beige, il tutto in buono stato di conservazione.
- bar: Pavimentazione in grès 24x12, imbiancatura alle pareti su intonaco rustico, tetto a due falde con perlinatura e capriate a vista, locale cottura con le stesse caratteristiche.
- sala medica,ambulatorio: Pavimentazione in grès 24x12, imbiancatura alle pareti su intonaco rustico.
- servizi uomini/donne: separati, hanno pavimentazione in ceramica, rivestimento alle pareti in ceramica h. 2,20, impianto elettrico adeguato all norme di sicurezza, controsoffittatura in doghe in alluminio.. Dotazione WC donne: 6 WC, 4 docce, 6 lavabi. Dotazione WC uomini: 6 WC, 4 WC, 6 lavabi.
- Centrale termica: Pavimentazione in cemento lisciato, caldaia a pavimento, funzionante a metano, rispetto delle norme di sicurezza in materia di prevenzione incendi.
 
c) Fabbricato costruito nell'anno 1976, avente struttura tradizionale con copertura in legno, manto in tegole marsigliesi, serramenti in legno, rivestimento esterno in intonaco plastico graffiato color beige, il tutto in buono stato di conservazione.
- servizi uomini/donne: separati, hanno pavimentazione in ceramica 20x20, rivestimento alle pareti in ceramica h. 2,20, impianto elettrico adeguato all norme di sicurezza, controsoffittatura in doghe in alluminio.. Dotazione WC donne: 5 WC, 3 docce, 7 lavabi, spogliatoio Dotazione WC uomini: 5 WC, 3 docce, 7 lavabi, spogliatoio
- Centrale termica: Pavimentazione in cemento lisciato, caldaia a pavimento, funzionante a metano, rispetto delle norme di sicurezza in materia di prevenzione incendi.
 
d) Fabbricato costruito nell'anno 1976, avente struttura tradizionale con copertura in legno, manto in tegole marsigliesi, serramenti in legno, rivestimento esterno in intonaco plastico graffiato color beige, il tutto in buono stato di conservazione.
- servizi uomini/donne: separati, hanno pavimentazione in ceramica 20x20, rivestimento alle pareti in ceramica h. 2,20, impianto elettrico adeguato all norme di sicurezza, controsoffittatura in doghe in alluminio.. Dotazione WC donne: 5 WC, 5 docce, 7 lavabi, spogliatoio Dotazione WC uomini: 5 WC, 5 docce, 7 lavabi, spogliatoio
- Centrale termica: Pavimentazione in cemento lisciato, caldaia a pavimento, funzionante a metano, rispetto delle norme di sicurezza in materia di prevenzione incendi.
L'impianto di riscaldamento dell'intero complesso e' funzionante a metano con elementi dissi in alluminio, dislocati nei diversi locali.
 
Documento n. 11
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati. Il documento e' su bollata.
==========================
"LA VECCHIA FORNACE S.p.A."
Sede in Mmercallo dei Sassi (VA)
VERBALE DELLA RIUNIONE DEL CONSIGLIO DEL 9 NOVEMBRE 1980
 
L'anno 1980, il mese di novembre, il giorno nove alle ore 10,00, presso la sede sociale in Mercallo dei Sassi (VA), via Fornace senza n.c., si e' riunito il consiglio di amministrazione della societa' per discutere e deliberare sul seguente
ORDINE DEL GIORNO
1) Acquisto dell'appezzamento di terreno in Mercallo dei Sassi mappale 1035-2305 - 937 - 2309, attualmente destinato ad area  di parcheggio confinante con la proprieta' sociale.
Assume la presidenza il Sig. Roberto De Mattei ed il consiglio elegge segretario della presente riunione il Dr. Davide Forni.
Il presidente, constatato che il consiglio e' stato regolarmente convocato mediante lettera raccomandata spedita ai consiglieri e ai sindaci ai sensi dell'art. 23 dello statuto sociale, constatata la presenza dei consiglieri De Agostini, De Mattei, Forni, Piantanida, Rizzotti e Rodini e l'assenza giustificata dei consiglieri Rimmaudo, Dal Pozzo, Perelli, constatata l'esistenza del collegio sindacale, dichiara il presente consiglio validamente costituito per deliberare sugli argomenti posti all'ordine del giorno ed invita i presenti a dare inizio alla discussione.
Prende la parola lo stesso signor De mattei il quale ricorda che l'assemblea ha deliberato in data 13 luglio 1980 l'acquisto dell'area di parcheggio confinante con la proprieta' sociale e fa presente che si rende necessario delegare i poteri a qualche membro del consiglio perche' provveda a quanto necessario. A questo punto prende la parola il Signor Rizzotti il quale propone di procedere all'acquisto dell'area sopra indicata delegando i signori Piantanida e De Agostini a rappresentare il consiglio dal Notaio.
Dopo breve discussione all'unanimita', il consiglio
DELIBERA
di procedere all'acquisto dell'area in Comune di Mercallo dei Sassi (VA), via Fornace senza n.c., contraddistinta in catasto con i mappali 1035 - 2305 - 937 - 2309, attualmente destinata ad area di parcheggio, e di autorizzare in via tra loro disgiunta i consiglieri De Agostini Aristide, nato a Milano il 25 marzo 1922 e domiciliato in Milano, via Facchinetti 2/a e Piantanida Giulio, nato a Gallarate (VA) il 1 agosto 1938 e domiciliato in Legnano (MI) via Don Minzoni, 9, ad intervenire all'atto relativo di acquisto, con tutti i piu' ampi poteri compresi quelli di:
- Intervenire all'atto di acquisto e sottoscriverlo, ivi descrivendo, con piu' esatti atti catastali, consistenza e coerenze del terreno da acquistare;
- Fissare il prezzo e pagarlo, ottenendone quietanza;
- Costituire ed accettare servitu' attive e passive;
- pattuire tutte le clausole contrattuali di natura reale od obbligatoria che riterranno il caso;
- fare tutto quanto si riterra' necessario o utile per il perfezionamento dell'atto di acquisto.
Alle ore 10.30, null'altro essendovi da discutere e nessuno chiedendo la parola, il presidente dichiara chiusa la presente seduta del consiglio di amministrazione, previa redazione, lettura ed approvazione del presente verbale.
IL SEGRETARIO                IL PRESIDENTE
(Dr. Davide Forni)         (Dr. Roberto De Mattei)
F.to Davide Forni       F.to Roberto De Mattei
****
N. 33421 REP.
Certifico quanto sopra essere stato a mia cura estratto dall'esibitomi libro verbali consiglio della societa' "LA VECCHIA FORNACE S.p.A." con sede in Mercallo dei Sassi , via Fornace s.n.c., col capitale di lire 1.426.000.000, iscritta al tribunale di Varese al n. 9326 reg. soc., libro che accerto debitamente bollato, vidimato e tenuto ai sensi di legge.
     Milano, undici novembre millenovecentoottauno.
F.to GIULIANO SALVINI, notaio
+++
E' copia conforme all'originale da me autenticato nelle firme.
Cusano Milanino, li' 20 nov 1981
 
 
Documento n. 12
 
Documenti dell'ufficio fotocopiati. Il documento e' su bollata.
 
==========================
 
Giovanni Goldaniga - Avvocato
Giuliano Salvini - Notaio
Alfonso Colombo - Notaio
20122 - Milano - Via Borgogna,5
tel. 791520 - 790350 - 700523 - 700672
 
VENDITE
L'anno millenovecentoottatuno, questo giorno 11 (undici) del mese di novembre.
Le sottoscritte parti:
- DR. Renzo Battagia, nato a Venezia il 16 dicembre 1934 e residente a Borgosesia (VC), via Sorelle Calderini n. 1 , notaio (c.f. BTT RNZ 34T16L736a), in regime di separazione dei beni con la propria moglie signora Pace Antonina in dipendenza dell'atto in data 11 settembre 1976 al n. 10996/998 di rep. dr. Luigi Acquaviva;
- Perelda Augusta in Battaggia, nata a Venezia il 23 ottobre 1910 e residente in Mercallo dei Sassi, via Besozzo n. 17, casalinga ( c.f. PRL GST 10R63L736Y) in regime di separazione dei beni col proprio marito Eriberto Battaggia in dipendenza dell'atto 11 marzo 1977 n. 17002/2182 di rep. Dr. Alberto Roncoroni;
VENDITORI, e
- De Agostini Aristide, nato a Milano il 25 marzo 1922 ed ivi domiciliato in via Cipriano Facchinetti numero 2, pensionato, il quale interviene al presente atto non in proprio ma quale amministratore della societa' "LA VECCHIA FORNACE S.p.A." con sede in Mercallo dei Sassi (VA), via Fornace s.n.c., col capitale di lire 1.426.000.000.= (unmiliardoquattrocentoventiseimilioni), iscritta al tribunale di Varese al n. 9326 reg. soc., (c.f. 02749920159), in forza dei poteri conferitigli con delibera del consiglio in data 9 novembre 1980, il cui verbale per estratto autenticato dal Notaio Giuliano Salvini in data 11 novembre 1981 al N. 33421 di suo repertorio qui si allega sotto "A";
ACQUIRENTE;
Convengono quanto segue:
In primo luogo
Il Dr. Renzo Battaggia vende alla societa' "LA VECCHIA FORNACE S.p.A." con sede in Mercallo dei sassi, la quale, come sopra rappresentata, accetta ed acquista
nominativamente
l'appezzamento di terreno agricolo sito in Comune di Mercallo dei Sassi, distinto nel N.C.T. di detto comune alla partita n. 1564, come segue:
Mappale 1035 (milletrentacinque) sem. arb. III are 30.60 R.D.L. 118, 52 - R.A.L. 76, 50
Mappale 2305 (duemilatrecentocinque) vigneto II are 13.60 R.D.L. 40,80 - R.A.L. 27,20
Coerenze in corpo:
strada provinciale; proprieta' Perelda, strada commale; proprieta' Ingignoli.
Salvo errore e come in fatto.
La vendita e' fatta e rispettivamente accettata per il prezzo che le parti dichiarano tra loro convenuto e pattuito in lire 10.650.000.= (diecimilioniseicentocinquantamilalire) somma che la parte venditrice dichiara e riconosce di avere prima d'ora ricevuto ricevuto dalla societa' acquirente, alla quale rilascia  pertanto ampia e finale quietanza di pieno saldo e liberazione, rinunciando ad ogni eventuale diritto di ipoteca legale, con esonero del competente Conservatore dei Registri Immobiliari da ogni sua responsabilita' al riguardo.
In secondo luogo
La signora Augusta Perelda in Battaggia vende alla societa' "LA VECCHIA FORNACE S.p.A." con sede in Mercallo dei Sassi, che accetta ed acquista per mezzo del qui sottoscritto suo amministratore,
nominativamente
l'appezzamento di terreno  in Mercallo dei Sassi, distinto nel N.C.T. di detto comune alla partita 731/1088, come segue:
mappale 937 (novecentotretasette) sem. arb. II are 43.70 R.D.L.218,50 - R.A.L. 109,25
mappale 2309 (duemilatrecentonove) vigneto II are 11.50 - R.D.L. 34,50 - R.A.L. 23.00
Coerenze in corpo:
proprieta' Vivereverde S.a.S.; strada commale, proprieta' della societa' acquirente, strada provinciale.
Salvo errore e come di fatto.
La vendita e' stata fatta e rispettivamente accettata per il prezzo che le parti dichiarano fra loro convenuto e pattuito in Lire 13.350.000.= (tredicimilionitrecentocinquantamila), somma che la venditrice dichiara di avere prima d'ora ricevuto dalla societa' acquirente alla quale rilascia pertanto ampia e finale quietanza di pieno  saldo e liberazione, rinunciando ad ogni eventuale altro tipo di ipoteca legale, con esonero del competente Conservatore dei Registri Immobiliari da ogni sua responsabilita' al riguardo.
in terzo luogo
Le vendite sono fatte ed accettate con le seguenti clausole contrattuali:
- I terreni in contratto sono venduti ed acquistati a corpo, nello stato di fatto e di diritto in cui attualmente si trovano, con tutti gli inerenti diritti, ragioni, accessioni e pertinenze, coi fissi ed infissi, con le servitu' attive e passive, immettendovisi la societa' acquirente in preciso luogo e stato delle parti venditrici.
2) Garantiscono i venditori la piena proprieta' dei terreni venduti loro pervenuti rispettivamente:
- al dr. Renzo Battaggia con atto il 11 settembre 1976 n. 10997/999 di rep. Dr. Luigi Acquaviva (registrato a Borgosesia il 1 ottobre 1976 al n. 1364 vol. 143 e trascritto  a Varese il 4 ottobre 1976 ai n. 8584/7338);
- alla signora Perelda Augusta in Battaggia con atto in data 25 aprile 1942 n. 4724 di rep. Dott. Guido Clerici (registrato  a Legnano il 2 maggio 1949 al n. 1639);
ne garantiscono inoltre la liberta' da pesi, vincoli, ipoteche, trascrizioni pregiudizievoli e da diritti di prelazione di qualsiasi natura.
3) La proprieta' si trasferisce nella societa' acquirente col giorno di oggi, mentre il possesso e il godimento si intendono trasferiti nella stessa col giorno della consegna; dal quale giorno in avanti saranno a suo rispettivo favore e carico  tutti i frutti e le rendite e tutti i pesi, le tasse e gli oneri inerenti.
4) - Le parti venditrici si obbligano consegnare al Notaio che autentichera' le sottoscrizioni del presente atto, le dichiarazioni previste dall'art. 18 del D.P.R. 26 ottobre 1972 n. 643 per l'applicazione dell'imposta comunale sull'incremento di valore degli immobili.
8) Spese e imposte di questo atto, sue annesse e conseguenti sono a carico  della societa' acquirente.
F.to Renzo Battaggia
F.to Augusta Perelda in Battaggia
F.to De Agostini Aristide
N. 33422 REP.
Certifico io sottoscritto Dottor Giuliano Salvini, notaio in Cusano Milanino, iscritto nel collegio Notarile di Milano, vere ed autentiche le sovraapposte firme dei signori:
- Dr. Renzo Battaggia, nato a Venezia il 16 dicembre 1934 e residente a Borgosesia, Via Sorelle Calderini, n. 1, notaio;
- Perelda Augusta in Battaggia, nata a Venezia il 23 ottobre 1910 e residente a Mercallo dei Sassi, Via Besozzo n. 17, casalinga;
- De Agostini Aristide, nato a Milano il 25 marzo 11922 ed ivi domiciliato in via Cipriano Facchinetti n. 2, pensionato, quale amministratore della societa' "LA VECCHIA FORNACE S.p.A." con sede in Mercallo dei Sassi, Via Fornace s.n.c., col capitale di lire 1.426.000.000, iscritta al Tribunale di Varese al n. 9326 reg. soc., agente in forza  dei poteri conferitigli con delibera consiliare in data 9 novembre 1980;
della cui identita' personale e qualifica io Notaio  sono certo, i quali hanno firmato in mia presenza, previa rinuncia d'accordo fra loro e col mio consenso all'assistenza dei testi.
    Milano undici novembre millenovecentoottanuno.
F.to Giuliano Salvini, Notaio
***
Allegato "A" al numero 33422 di repertorio.
 
 
 
 
Libro n. 1 Mastro movimenti 1908
 
 
Libro mastro delle movimentazioni di materiale successi nel 1908
 
Libro mastro della fornace, era residente in ufficio.
Formato 60 x 40,5 x 55
Copertina rigida color verde-grigio ricoperto in stoffa e dorso.
- Etichetta di cm. 15,5 x 11 in centro. Probabilmente era scritta.
- All'apertura, fogli di dritto con disegni quadrati di 13,4 mm.
- Unione dei due fogli di dritto con scotch nero di 50 mm di larghezza
- In totale sono 384 pagine timbrate e per pagina 64 righe da compilare, i fogli sono larghi 390 mm, alti 585 mm. e a riga di testata occupa 30 mm mentre il secondo e' di 20 mm., quindi le 64 righe di registrazione occupano 535 mm. mentre i bordi destra e sinistra sono a zero mm.
 
- Nota: il foglio di dritto a destra (prima della pagina 1) e' rotto in verticale alla distanza di 12 cm. dal bordo di scotch nero.
 
Formato dei fogli prestampati:
 
 
 
       Inizio       Larghezza
 
data       0       20
N. Bolla Matrice       20       18
Nome del conducente       38       60
Pozzali ---------
  Piccoli       98       16
  Grossi       114       15
Mattoni----------
  Grossi forti       129       19
  Grossi Mezzani       148       19
  Piccoli forti       167       18
  Piccoli Mezzani       185       19
  Pistoletti       204       14
Bastardi       218       15
Tegole       233       14
Paramani       247       14
Tavelle       261       14
Diversi materiali-------
  --       275       12
  ---       287       12
  ---       299       12
  ---       313       12
Prezzo       325       19    12+7 dec.
Importo       344       23    16+7 dec.
Acconti       367       20    12+7 dec.
-------------------------------------------------------------------------------------------
Esiste anche un frammento che nulla a che a vedere con questo mastro precedentemente descritto che ha un tracciato cosi' ricostituito:
Nome del conducente              53
Mezze marsigliesi              12
Pavioni              12
Colmi ------
  Usuali              11
  Marsigliesi              11
Tavelle 20x40              17
Tegole----
  Marsigliesi              16
  Usuali              16
Mattoni forati -----
  6 - 16x33              14
  ? - ??x25              14
  5 - 10x20              14
  6 - 8 x 20              14
 
Pozzali piccoli              12
 
Mattoni -----
  Grossi              14
  Piccoli              14
Diversi Materiali ----
  --              13
  --              14
  --              14
  --              14
Prezzo              16
?????
 
- Sulla parte destra del frammento, in alto compare parte del numero della pagina:  4?   (forse pagina 42)
- Sulla parte sinistra del frammento, in alto a sinistra compare la parte finale del numero: ??2
-------------------------------------------------------------------------------------------
 
Questo mastro ha inizio con la pagina 5. Le precedenti 1 - 2 - 3 - 4 - non esistono.
Alcune indicazioni "Passato al mastro Mercallo 1908 a pagina xxx" fanno supporre che ulteriori registrazione sono passate al Mastro di Mercallo che e' introvabile.
Mancano anche le pagine 15 e 16
Notare la dizione "assaldo" per indicare un pagamento o fattura a salso.
 
Nominativi dei clienti:
 
Badrizzi Carlo       Vergiate       20
Balzari Antonietta Ved. Zanotti       Borgoticino       11
Balzarini Domenico       Sesto calende       19
Bolini Antonio       Borgoticino       12
Boita Giovanni       Sesto Calende       26   (al bacino)
Bassi Giuseppe       Varallo Pombia       14
Baracchini Gaspare       Borgoticino       18
Casa baroni Visconti       Castelletto       37
Bagni Giovanni       Sesto Calende       47
Baggio Giovanni       Varallo Pombia       43
Barberis Battista       Castelletto       31   Cascina Madrafiori
Barberis Marchionni       Castelletto       36
Barboni Emilio Capomastro       Castelletto       48
Bertolotti Giuseppe       Castelletto       34  Crus de Preja
Borsa Alessandro       Pombia       35
Botani Fratelli       Sesto calende       33
Brovelli Giovanni       Sesto Calende       9
Buccelloni Daniele       Scighignola       35
Calone Celestino       Varallo Pombia       40
Caramella Nina       Castelletto       30
Carbomiglio Urbano       Borgoticini       51
Carenna (casa)       Marano       35
Carretta Antonio       Divignano       32
Cattaneo Giovanni       Taino       8
Cavallini Avv. Emilio       Solcio       17
Cape' Frateli Ditta       Sesto calende       24
Ceruti Andrea       Arona       8
Cerutti Pasquale       Borgoticino       14
Cerutti Battista       Borgoticino       18   detto Saru'
Cerutti Luigi       Borgoticino       31 Detto Fiorina
Cervini Luigi       Sesto calende       25
Clerici (casa)       Golasecca       23
Colombo Massimo       Mercallo       34
Colombo Carlo       Pombia       47
Colombo Tartugliano       Dormelletto       50
Comizzoli Don Giuseppe       Varallo Pombia       25
Conconi Luigi       Sesto Calende       36
Crenna Desiderio       Angera       29
Crenna Giovanni       Sesto calende       30
Daverio Stefano       Castelletto       31
De Cesare Pasquale       Varallo Pombia       39
Fagnoni Battista       Divignano       5
Fagnoni Giovanni       Divignano       23
Fanchini Carlo       Cassinetta       17
Fantoni Alessandro       Sesto Calende       27
Favini Vittorio       Varallo Pombia       14
Ferrario Antonio       Varallo Pombia       29  Detto Biasela
Franchini Pietro       Cassinetta       22  detto Caroze'
Francioli Pietro       Intra       40
Franzezzi Ercole       Corgeno       32
Fresca Giuseppe       Coarezza       10
Frigerio Anselmo       Sesto Calende       49
Galuardi Domenico       Varallo Pombia       35
Gandini Luca       Meina       25
Garanchini Vittorio       Dormelletto       5
Gatti Stefano       Divignano       47 detto Vanini
Gnemmi Guglielmo       Castelletto       38 Cascina Landa
Guglielmetti Giovanni       Borgoticino       29
Ingegnoli Antonio       Varallo Pombia       6
Ingegnoli Pietro       Varallo Pombia       37
Ingegnoli F.lli       Pombia       52
Jelmini Umberto       Sesona       26
Landoni Santino       Vergiate       14
Lazzarini Giovanni       Maranno       7
Lucchetta Carlo       Borgoticino       10
Macchi Angelo       Vergiate       20
Magazzino F.lli Colombo       Vergiate       27
Manuardi Angelo       Castelletto       38
Mantenimento       Besozzo       43
Marazzini Giovanni       Varallo Pombia       37 detto Bollega
Mattaccio (Osteria)       Castelletto       26
Meloni Franco       Pombia       32
Meloni Fratelli       Pombia       40
Menotti e Falzoni       Castelletto       21
Meia Francesco       Pombia       33
Minela Giovanni       Castelletto       19  Cascina Bozzus
Minela Pasquale       Castelletto       30    Al forno
Minela Luigi       Castelletto       41
Minotti & Falzone       Castelletto       44
Mira Dercole Giuseppe       Taino       10
Montonati Enrico       Vergiate       8
Moretti Giulio       Dormelletto       7
Moretti Angelo       Alla Rotta       41
Moroni Domenico       Sesto Calende       6
Moroni Fermo       Sesto calende       34
Moroni Giovanni       Castelletto       34  Vicino osteria Merlottana
Mossina Giuseppe       ????       20
Negri Pietro       Pombia       17
Negri Luigi       Pombia       52  Bico
Onorevole Comune di       Sesto calende       24
Ottone Giacomo       Arona       39
Paietta Gaetano       Taino       10
Pagani Carlo       Vergiate       33
Paganini Carlo       Lisanza       50
Patocchini Pietro       Pombia       6
Paracchini Carlo       Castelletto       51  Cascina Beati
Paracchini Gaspare fu Stefano       Borgo Ticino       19
Paracchini Giuseppe       Castelletto       28  Cascina Azarini
Paracchini Stefano       Varallo Pombia       46
Paracchi Giovanni       Divignano       45
Piatera Giovanni       Meina       42
Piccolini Paolo       Pombia       43
Pinoli Giuseppe       Castellletto       28
Pinoli Giovanni       Castelletto       42
Pirali Venanzio       Dormelletto       22
Pirali Angelo       Dormeletto       30
Pirali Pietro       Alla Rotta       41
Perlo' Pacifico       Pombia       38
Pezzotti Ing. Isaia       Golasecca       11
Platini Germano       Campagnola       6
Queretti Pietro       Borgoticino       33
Romerio Carlo       Meina       39
Sacchi Carlo       Sesto Calende       32
Salenice Serafino       Sesto San Giorgio       43
Sciarini Pietro       Vergiate       27  (Passaroti)
Sibiglia Domenico       Castelletto       35  Cascina Novelli
Silvestri Emilio       Pombia       29   Fabbro
Silvestri carlo       Pombia       40  ciciumbin
Silvestri Avv. Onorato       Pombia       42
Silvestri Pietro       Pombia       45 Giulietta
Silvestri paolo       Pombia       50 detto Galina
Simonetta (casa)       Varallo Pombia       46
Societa' Laterizi Amendola       Pombia       26
Sommaruga carlo       Castelletto       9
Sommaruga Giuseppe       Castelletto       13
Terazza Giuseppe detto Re       Varallo Pombia       47
Tondini F.lli       Vergiate       22
Tosi Antonio       Borgo Ticino       39
Tresca Serafino       Coarezza       31
Quaranta Giuseppe       Intra       51 Capomastro
Velati Giulio       Castelletto       5
Viganotti Claudio       Pombia       49
Visconti Don Roberto       Gazzente       45
Zanini Francesco       Pombia       46
 
Nominativi dei conducenti trasportatori:
 
Brusa
Colombo
Conconi
Diso'
Proprio
Ferrario
Ferruzza
Ferrovia
Guletti
Guletti & Bonfigli
Ingegnoli Giuseppe
Luisetto Giovanni
Nostri       Indurlie'
Nostri       Cascina Ruvera
Nostri condotti
Nostri in Baragia
Nostro caretto
Nostro       Luisetti
Nostro       Bassi Luigi
Perotta Guida
Pilo'
Pistacchini       Impione
Pompilio & Giulitti
Terazzon Tulio
Tredici
Riva       Barca di Intra
Sommaruga Giuseppe
Suoi coloni
 
Altro materiale venduto:
 
Solfato di rame in quintali
Zolfo in quintali
Calcie in quintali
Carbone Neuperton In quintali
 
Prezzo di vendita del materiale venduto:
 
Grossi forti: 21 - 24 - 25 - 28 - 32 - 31,5 - 25,30
Grossi Mezzani: 19 - 22 - 23 - 30
Piccoli forti: 18 - 22 - 25
Picoli mezzani: 16
Tavelle: 40
Tegole: 40 - 43
Pistoletti: 20
 
 
 
------------------------------------------------------------
 
Libro n. 2  - CASSA 1924 1925 1926
 
 
Libro cassa in possesso del Sig. Mastrominico.
 
Si tratta di un libro CASSA ddi larghezza 25 cm x 37 cm di altezza e spessore con copertina di 2,5 cm.
La copertina in cartone telato color nero con nel centro impresso la scritta CASSA con fondo in oro. La scritta CASSA compare anche nel bordo, sempre in colore oro ma non impressa.
Nella copertina interna e sulla prima pagina cartonata colore marron, sono stampati il marchio del produttore del libro e cosi' recita:
 
LARGE MANIFACTORY - AND COPY BOOKS
e all'interno
OF THE BEST - REGISTERS
 
I fogli interni a sinistra la voce Entrata e a destra la voce Uscita.
Sono timbrati a destra e a sinistra con lo stesso numero che va da 1 a 99 per un totale di 99 x 2 facciate.
 
Inizia la pag. 1 con il riporto:
1924 ottobre 1 - Da pag. 27 cassa anno 1923-1924
 
Riporto entrata tutto da Pombia        43598,05
Uscite lire 0 a inizio mese.
 
Ottobre 1924       154.175,90       90.546,95
Novembre1924      
dicembre 1924       353.955,20       301.172,15       52.783,15 riportato alla pagina 15 del 1925
dicembre 1925       1.783.448,15       1.785.860,20       51.587,95 riportato a gennaio 1926 alla pagina 68
 
Il libro di cassa alla pagina 99, quindi alla fine con data 30 settembre segna in entrata 1.222.326,90 e in uscita 1.127.489,15 con un netto di 94.837,75 che viene riportato in entrata del nuovo libro di cassa dell'ottobre 1926.
 
 
 
Voci interessanti in entrata per il 1924:
 
Le voci normali sono:
Acconto
Saldo
Avuto da
Incasso
Vendita
 
mentre quelle di rilievo sono:
 
Vendita vasi
Vendita botte olio
Rimborso assicurazione danni       99
Affitto Bollini Giuseppe - Comabbio       15
Per vendita grasso       2.35
Per vendita marca da bollo       20
per vasi       1.60
Affitto Zendali Giuseppe - Comabbio       40
Vendita olio - Botte       7.20
Affitto Bacchi       70
Saldo Colombo Silvio - affitto       470
Acconto Societa' Muratori - Angera (affitto)       4000
Per vendita gesso       0,80
 
mentre le uscite sono piu' interessanti sono per il 1924:
 
Quindicina Pombia dal 28/9 al 11/10       7133,35
Quindicina Pombia dal 12/10 al 25/10       1.946,20
Quindicina Pombia dal 26/10 al 22/11       13.368,40
Quindicina Pombia dal 25/11 al 6/12       4.626
Quindicina Pombia dal 7/12 al 20/12       7.869
Quindicina Pombia dal 21/12 al 3/1       3664,90
 
Quindicina Mercallo dal 28/9 al 11/10       10.764,65
Quindicina Mercallo dal 12/10 al 25/10       15.060,85
Quindicina Mercallo dal 26/10 al 8/11       6719,30
quindicina Mercallo dal 9/11 al 22/11       8265,55
Quindicina Mercallo da 25/11 al 6/12       3.447,50
Quindicina Mercallo dal 7/12 al20/12       5.388,10
Quindicina Mercallo dal 21/12 al 8/1       2773,05
 
Stipendio annuo giuseppe Colombo per il 1924 - lire 12.000 pagato il 32/12/1924. e lire 5.000 per spese e viaggi.
 
Tratte nafta
Acconti alla Societa' Elettrica per forza
Svincolo vagoni di carbone provenienti da Genova e da Seleriano presso le stazioni di Ternate per valori di circa 500-530 lire
 
Francobolli - Telegrammi
Per scarico vagoni
50 lampadine a lire        245
2 saponette a lire        2
Infortunio di baietti Giovanni       139,60
Affitto Conte De Nisart       709,75
Acconto al conducente Baranzelli       1000
Perdita depositi alla banca (liquidazione)       1681,75
Spese andata Varese-Milano       39,40
Spese andata a Genova con chaffeur       165
Acquisto marchette vecchiaia       1849,80
Festoni natalizi       1225
Regalia - Carrteeo damigiana di vino       199,20
Assicurazione infortuni       631,90
Bollo bicicletta       10
Prestito dato a Colombo Celestino - Arona       2000
 
 
Voci interessanti in entrata per il 1925:
 
Le voci normali sono:
 
Acconto
Saldo
Avuto da
Incasso
Vendita
 
mentre quelle di rilievo sono:
 
Vendita Benzina (probabilmente qualche rimanenza)       92,50
Immobiliare Aquirola - Varano Abbone       290
Acconto Colombo Celestino - Prestito materiale       2855
Saldo Colombo Celestino - Prestito fatto il 30/12/24 /part. Soci       2000
Da Ing. Scotti per danno incendio       1434,90 (14/1/9125)
Dalla Coperativa Edile di Vergiate - II acconto       975
Costantini Carlo - Arona - Affitto       2000
Per vendita barile       15
Saldo Colombo Celestino a prestito soci       3510
Ing. Franco Tosi -        Legnano       1040
Affitto da Colombo Angelo - Mercallo       130
Da Maretta Antonio per affitto       54,40
Coperativa Edile di Vergiate - III acconto       975
Incasso Multe       4
Da Cantaluppi Bardo - slado prestato nel 1924       8500
Da Cantaluppi bardo - acconto prestato nel 1925       1500
Acconto Cav. Zonca - Arona (affitti)       10000
 
Incasso interessi affitto capitelli       15
Acconto Toja e Radice - affitto -Busto       2200
Dalla S.A.I. - Sesto acconto e affitto       15000
Brusatti alessandro (affitto)       2500
Affitto Mattaini Antonio       430
Saldo Caccia & Castiglioni - affitto - Busto Arsizio       4140
 
mentre le uscite sono piu' interessanti sono per il 1925/1926:
 
Quindicine pagate per i salari di Pombia
 
dal 4/1 al 17/1       1785,50
dal 18/1 al 31/1       6202,20
dal 1/2 al 14/2       6958,35
dal 15/2 al 28/2       4371,55
dal 1/3 al 14/3       5449,55
dal 15/3 al28/3       1657,15
dal 29/3 al 11/4       7797,30
dal 12/4 al 25/4       2596,60
dal 26/4 al 9/5       7247,00
dal 10/5 al 23/5       9221,60
dal 24/5 al 6/6       10304,95
dal 7/6 al 20/6       17162,25
dal 21/6 al 4/7       17461,30
dal 5/7 al 18/7       14557,45
dal 19/7 al 1/8       13309,00
dal 2/8 al 15/8       24239,80
dal 16/8 al 29/8       16805,35
dal 30/8 al 12/9       73003,60
dal 13/9 al 26/9       2527
dal 27/9 al 10/10       6863,25
dal 11/10 al 24/10       3117,95
dal 25/10 al 7/11       8452,45
dal 8/11 al 21/11       9496,25
dal 22/11 al 5/12       13373,85
dal 6/12 al 19/12       46,30,20
 
dal 20/12 al 2/1       2266,20
dal 3/1 al 16/1       5420,70
dal 17/1 al 30/1       3162,45
dal 31/1 al 13/2       7863,15
dal 15/2 al 27/2       3947,05
dal 28/2 al 13/3       6353,75
dal        1881,95
dal 28/3 al 10/4       8214,70
dal 10/4 al 24/4       6155,10
dal 25/4 al 8/5       4730,35
dal 8/5 al 22/5       4503,80
dal 28/5 al 5/8       13808,55
dal 6/6 al 19/6       14467,25
dal 20/6 al 3/7       16093,85
dal 4/7 al 17/7       17003,75
dal 18/7 al 31/7       15314,95
dal 1/8 al 14/8       13971,45
 
Quindicine pagate per i salari di Mercallo
 
 
dal 4/1 al 17/1       4085,30
dal 18/1 al 31/1       4516,85
dal 1/2 al14/2       6422,30
dal 15/2 al 28/2       7202,45
dal 1/3 al 14/3       4543,65
dal 15/3 al 28/3       7221,50
dal 29/3 al 11/4       10763,70
dal 12/4 al 25/4       15745,00
dal 26/4 al 9/5       16771,00
dal 10/5 al 23/5       22040,65
dal 24/5 al 6/6       18420,50
dal 6/6 al 20/6       23546,75
dal 21/6 al 4/7       17795,65
dal 5/7 al 18/7       20012,65
dal 19/7 al 1/8       22093,35
dal 2/8 al 15/8       19037,15
dal 30/8 al 12/9       20425,15
dal 16/9 al 29/9       23403,85
dal 13/9 al 26/9       21633 al 3/10/1925
dal 27/9 al 10/10       16052,60
dal 11/10 al 24/10       17413,90
dal 25/10 al 7/11       10812,05
dal 8/11 al 21/11       10980,90
dal 22/11 al 5/12       7558,85
dal 6/12 al 19/12       11692
dal 20/12 al 8/1       3439,35
dal il 24/1       3772,70
dal 17/1 al 30/1       7006,35
dal 31/1 al 13/2       3895,70
dal 15/2 al 27/2       5859,70
dal 28/2 al 13/3       6029,10
dal 14/3 al 27/3       7941,35
dal 28/3 al 10/4       11591,70
dal 11/4 al 24/4       20151,80
dal 26/4 al 8/5       16345,40
dal 9/5 al 22/5       21534,90
dal 23/5 al 5/6       18003,50
dal 6/6 al 19/6       25438,40
dal 20/6 al 3/7       20013,90
dal 4/7 al 17/7       20048,50
dal 18/7 al 31/7       24265,15
dal 1/8 al 14/8       20040,15
dal 15/8 al 28(7       23905,50
dal 29/8 al 11/9       19042,85
 
 
Stipendio annuo giuseppe Colombo per il 1924 - lire 12.000 pagato il 32/12/1924. e lire 5.000 per spese e viaggi.
 
 
altre uscite particolari:
diviso per i soci       120000
A Giuseppe suo mensile di gennaio       1000
Sottoscrizione per causa lago       600
Mensile gennaio a Fossati       1000
Divisione fra soci       60000
A Colombo Celestino in prestito       30000
a Saldo mensile Gennaio febbraio a Pasquale       2000
A saldo mensile gennaio a Fossati       1000
Acquisto 24 zappe e 24 badili       475
Mensile giuseppe - mese di Febbraio       1000
Acquisto macchina a scrivere       2626
Riparazione pendola       15
Acquisto medicinali       66
Pagato a Rag. Dondi - Milano       15100
Mensile Giuseppe - Marzo       1000
Mensile a Colombo Pasquale - Marzo       1000
Mensile a Fossati - marzo       1000
Acquisto marchette vecchiaia       1103,10
Pagato esattore       2430,80
Rubinetto con premistoppa per locomotiva       30
Acquisto prato palude e forfait       4000 (27/4/1925)
In conto spesa Notaio Franzetti       1000 (27/4/1925)
Mensile Giusseppe - aprile       1000
Mensile aprile Pasquale       1000
Mensile Fossati       1000
Assicurazione infortuni Mercallo       1336,75
Assicurazione infortuni Pombia       385
Acquisto marchette vecchaia       810
A Colombo Angelo per cessione prati       9669,15
A Colombo Giuseppe per cessione prati       4045,10
Mese di Maggio a Giuseppe       1000
Mese di Maggio a Fossati
Mese di maggio giugno Pasquale       2000
Mese di giugno Fossati       1000
Pagato infortunio Balzarini Ambrogio       81
Pagato infortunio Rizzon Natale       52,50
Spese marche vecchiaia       2686,40
Versato caparra a Silvestri carlo di Pombia per terreno       5000
Pagato a Silvestri Carlo - Pombia per acquisto terreno       22.000
Acconto al notaio Franzeti per istruttoria       900
Mensile di luglio a Fossati       1000
Mensile Giuseppe       1000 (luglio)
Acquisto paglia q.li 8,4       172,20
Acquisto paglia q.li 3,9       80
Pagato infortuno a Balzarini giuseppe       200
Regalie di ferragosto       1350
Acquisto libri paga       58
Mensile agosto Giuseppe       1000
Mensile agosto Fossati       1000
Mensile Pasquale Luglio agosto settembre       3000
Mensile fossati - settembre       1000
Mensile Giuseppe       1000
Acquisto tuta per pompieri       23
Pagato infortunio Parotti       100
Acconto per acquisto  dall'Ing. Rossi       10564,50 (3/10/1925)
Mensile Giuseppe ottobre       1000
Pagato per infrazione strada       20
Pagato per saldo infortuni Emanuele Carlo       207,90
Diviso ra i soci al 26/11/1925       120.000
Mese di Fossati - Novembre       1000
Saldo Silvestri Carlo per terreni       12500
Saldo Panzeri e Rossi per Binario       14700
Antracite Kg. 49       20,25
Mensile Giuseppe Novembre       1000
Spese natalizie       1200
Acquisto due ruore vagoncini       23
Pagato saldo compagnia orni       1620
Mensile e stipendio e spese viaggi 1925       6000 (non si sa a chi) al 30/12/1925
Mensile Fossati a Dicembre       1000
Mensile a Paquale per otobre novembre e dicembre       3000
Gratiicazione Pasquale - Giuseppe Fossati 1925       3000
 
Le marche da bollo, nafta, benzina, libretti assegni sono voci molto incidenti rispetto all'anno scoso
 
Per le forniture di carbone, nell'anno 1925, la Fornace Colombodi e' rifornita da:
De Guglielmi di Genova con saldi rispettivamente di lire: 10070
Olivetti di Milano e di Genova:
 
Per le tratte della nafta: 2018 - 1023 - 2048 - 2240 - 2018 -2018 e altre ancora
Colombo Pasquale era un conducente.
Il carbone, come risulta da un pagamento costava 125,40 per quintali 3,80 nel gennaio 1926.
I libretti di banca nel 1924 costavano
 
contabilita' dell'anno 1926
 
Entrate nel 1925:
 
Saldo Partita Colombo Celestini per nuovi soci       8415
Poi le voci sono tutte comuni come Saldo e acconto, poche voci di vasi venduti (4 -10 lire per volta) e alcuni incassi da rimborso assicurazioni di infortuni.
 
Uscite
 
Pagamenti alla societa' elettrica di Mercallo
Il mensile di Fossati e di Pasquale rimane sempre a lire 1000 mensili
acquisto 50 ruote nuove a       1450
riporto soci       105.000
Pagato a Baranzelli di Castelletto per lavoro 1925       10660
Acconto avvocato Della Giusta per causa Marelli       500
Associazione industriali di Varese       400
Associazione industriali di varese       136
Versato all'asilo di Mercallo incasso multe       100
Associazione industriali di Varese       256
Pagato autostrada       37,50
Acconto alla Federazione Industrialei di Novara       210
Saldo Soc. Elettrica Alto Milanese       6503
Saldo Consorzio Fornaci Ispra       470
Pagato Societa' Infortuni (tutti)       3270
Pagato inserzione giornale per morte Avv Della Giusta       82,20
Dato per festa a Mercalllo       300
Saldo a T. Barzi per carbone       13834,95
 
 
Riporto bilenci antrate uscite nel fondo delle pagine. Non e' possibile (salvo accurate ricerche) stabilire le cifre esattamente alla fine di ogni mese in quanto non e' ordinato per mese ma i riporti vengono effettuati solo a fine pagina ma non esiste il mensile. Comunque mediamente e' possibile fare delle considerazioni sui 21 mesi citati.
 
pagina       entrate       Uscite
 
1       67778       29779
2       94746       62153
3       133229       62153
4       154175       90546
5       168716       118433
6       203357       128993
7       241802       145093
8       253844       217530
9       273865       221764
10       291059       254144
11       311279       296007
12       352636       296007
13       353955       301172
14       anno 1925
netto iniziale 52783
15       93220       20967
16       110171       28356
17       145159       28356
18       216674       154097
19       251229       166545
20       271301       166545
21       296016       196956
22       325656       300749
23       378493       308112
24       420046       337884
25       449036       355042
26       457748       379518
27       511611       388701
28       542046       424051
29       546427       455768
30       580045       475734
31       602886       491489
32       623951       523795
33       641880       553646
34       682644       554470
35       717473       586371
36       746130       647461
37       774530       678080
38       806920       736382
39       849420       742187
40       868076       809213
41       900234       862328
42       934207       918725
43       976090       931237
44       1001160       1004729
45       1010705       1031925
46       1068836       1044747
47       1121745       1080563
48       1133513       1083208
49       1160950       1129889
50       11810059       1220547
51       1232153       1235316
52       1306285       1251078
53       1354172       1313764
54       1388422       1346545
55       1417589       1381383
56       1470112       1390357
57       1526600       1392679
58       1546905       1477921
59       1610651       1612284
60       1672620       1657870
61       17289939       1666664
62       1768204       1731444
63       1794584       1744845
64       18314480       1765589
65       1837448       1785860
66 vari conti di saldo
67       anno 1926 con riporto di 51587
68       86181       41329
69       136964       87269
70       216768       114143
71       266059       258954
72       294309       298279
73       364194       304555
74       395432       308683
75       411431       343845
76       419161       357533
77       448677       371210
78       506093       382863
79       541603       419353
80       557701       454315
81       625275       489809
82       639047       519454
83       645497       563437
84       665168       591268
85       713895       593281
86       740749       623803
87       766702       671999
88       778820       735560
89       834566       781653
90       882198       830612
91       913205       845498
92       934355       917642
93       987697       959281
94       1036372       959281
95       1063818       1020347
96       1091979       1047006
97       1152577       1061907
98       1182910       1069844
99       1222326       1127489
rimane in attivo 94837
 
 
Le fornaci con forno Hoffmann nel parco delle Groane
di Enzo Corsi - Mario Marchese
 
Tratto da Quaderno di un anno (luglio 1990 - giugno 1991)
Olona: prodromi di industrializzazione
del 204 distretto Rotary club International
Edizioni rotariane del "Gruppo Olona"
 
Le prime fornaci risalgono all'epoca del Catasto Teresiano (1730-1760) e sono site lungo i margini del filone argilloso piu' antico: altre risalgono ai primi anno del novecento e sono dislocate ai margini dei filoni argillosi  piu' esterni, in prossimita' delle vie di comunicazione, le fornaci sopperirono pertanto, in parte, alla mancanza di industrie "particolari" sul territorio sfruttando la stessa sterilita' del terreno.
L'insediamento delle fornaci segui' quindi schemi di divisione delle terre e di sfruttamento intensivo del terrazzo argilloso: in un primo tempo a isole nella parte centrale (antico), successivamente a strisce perimetrali  lungo i lati del terrazzamento (piu' recente).
L'argilla delle Groane e' del tipo "detritico", cioe' formatasi e raggruppatasi per l'azione del trasporto nelle varie fasi geologiche. E' grassa e porosa, molto ferrata (ossido di ferro), adatta per la fabbricazione soprattutto di mattoni pieni.
Le terre adoperate per ala fabbricazione dei mattoni sono principalmente composte da silice ed allumina, calce carbonata, sabbia, ossido di ferro, acqua, ma si classificano soprattutto in base alla quantita' di sabbia contenuta: argilla grassa o argilla magra.
L'origine del mattone, ossia delle pietre artificiali fatte con terra - laterizi - risale alla piu' alta antichita'. L'omogeneita', una cottura regolare, un colore uniforme, un suono chiaro sotto la percussione sono da sempre i principali caratteri che distinguono i buoni mattoni.
La fabbricazione del mattone porto' alla Lombardia, nel 1928,  il primato per il numero delle ditte e addetti presenti sul territorio. Quindici ditte operavano sul pianalto delle Groane che porto' ad esse, nel 1956, il primato della produzione nazionale.
La tecnologia piu' avanzata della lavorazione dell'argilla non differisce di molto dalla tecnologia primitiva di ibernazione-estivazione, sminuzzamento-impasto, modellatura, essicazione, cottura.
L'argilla , cavata manualmente (generalmente nei mesi autunnali) da squadre composte principalmente da un nucleo familiare,  veniva ammucchiata per ibernare e nelle zone calde per essicare affinche' l'azione degli agenti atmosferici compisse l a prima sgrossatura della terra. Nei mesi primaverili, solitamente i ragazzi e le donne provvedevano a pressarla con i piedi, dopo che era stata temprata con acqua prelevata da buche, chiamate "foppe".
Il "formista" provvedeva alla successiva fase della modellatura dei mattoni, per la quale venivano utilizzate cassette di legno.
Dopo l'essicazione il mattone veniva raccolto, sempre a mano, e accatastato in "cobbie" (pacchi regolari nel numero e nella forma) sotto le falde del tetto, per venire poi introdotte all'interno del forno.
L'antisignano del forno moderno e' stato il forno a pignone caratterizzato da una forma piramidale che racchiudeva al proprio interno, intorno ad una buca scavata nel terreno, i materiali da cuocere.
Questo tipo di forno "a fuoco intermittente" causava una saltuarieta' nella produzione in quanto obbligava a lunghe e improduttive soste in attesa di carico, cottura e raffreddamento del materiale; inoltre aumentava il rischio cui era sottoposta l'intera produzione. Questo spiega l'intromissione di segni religiosi che ricordano l'atavica venerazione per l'elemento fuoco.
L'avvento del forno Hoffmann, messo in funzione per la prima volta il 22 novembre 1858, col principio del funzionamento del forno continuo, con il recupero del calore, produsse effetti sorprendenti, contribuendo a meccanizzare l'industria dei laterizi.
I primi forni Hoffmann hanno la forma di una galleria circolare fiancheggiata da due muri verticali e coperta da una volta: nel muro esterno ci sono varie aperture o porte per "infornaciare" e "sfornaciare"; nel muro interno esistono bocche aperte a livello del pavimento che, con condotte in muratura regolate da valvole a campana, permettono alla galleria di comunicare col collettore del fumo; quest'ultimo circonda la base del camino, che per mezzo di aperture, attiva il tiraggio del fumo stesso.
Nella volta si trovano, ad intervalli regolari, aperture munite di coperchio per l'introduzione del combustibile. Il fuoco e' attivato in due celle dalle quali fuoriescono i prodotti della combustione che riscaldano i mattoni posti nelle celle successive. L'aria che entra dalle porte di celle antecedenti si scalda a contatto dei mattoni in queste contenuti, gia' in fase di raffreddamento, accellerando cosi' il raffreddamento stesso e acquistando del calore che rendera' piu' sollecita la cottura dei mattoni posti nelle celle in cui si fa fuoco. Scaricando cosi' le celle nelle quali i mattoni si sono raffreddati e ricaricandole con materiali pronti per la cottura, l'operazione diventa continua. E' per questo che le fornaci Hoffmann sono dette a "fuoco continuo".
Col tempo il forno Hoffmann assunse la forma allungata per permettere il passaggio uniforme delle correnti d'aria calda e fredda; il camino venne spostato lateralmente o in testa al forno.
Per meglio proteggere i mattoni durante le fasi di carico e scarico attraverso le bocche, vennero allungate le falde del tetto: nel forno Hoffmann, a differenza del forno a pignone dove le "cobbie" costituivano il nucleo centrale fisso del forno, l'accatastamento del materiale e' distribuito su tutta la lunghezza del percorso esterno per essere poi introdotte attraverso bocche laterali.
Il taglio delle teste permise di caricare i pacchi di mattoni sfruttando meglio la capienza del forno ed i mezzi meccanici. Quest'ultimo intervento inizio' il processo di meccanizzazione che stravolse la conformazione originaria.
La produzione a "ciclo continuo" rivoluziono', con l'introduzione dei mezzi meccanici, la lavorazione dell'argilla; dopo la miscelazione, per recuperare consistenza e plasticita', l'argilla veniva impastata e passata attraverso una filiera che la sagomava a secondo delle dimensioni volute per essere poi tagliata ad intervalli regolari da un filo di ferro. Tra le macchine si ricorda la "stupida" di Clayton in grado di impastare e trafilare.
I mattoni una volta formati, venivano prelevati a tre a tre, cosparsi di sabbia e posti ad essicare sulle gambette: speciali filari di legno o cemento coperti da tegole o da stuoie di paglia a protezione delle intemperie.
Il periodo di essicazione, in questi filari alti mediamente un metro da terra e rapportati sempre all'altezza dell'uomo, variava da luogo a luogo e a seconda del tempo atmosferico (generalmente da una settimana a quindici giorni).
Il ricordo delle vecchie fornaci impallidisce alla luce delle moderne trasformazioni tecnologiche. I moderni contenitori dell'industria dei laterizi, senza piu' ciminiere,sostituiti da gruppi di ventilatori, i mastodontici silos, gli impianti continui della catena di produzione, sono entrati ormai a fare parte del paesaggio industriale quotidiano.
Dove le attivita' si sono estinte le fornaci crollano o sono riutilizzate in modo inadeguato e non corrispondente alla finalita' del parco con interventi che costituiscono pesanti manomissioni del patrimonio culturale e dell'ambiente.Questi edifici, invece, la cui caratteristica principale e' "quella di essere un luogo", concorrono alla formazione di un notevole patrimonio che non deve essere disperso o abbandonato, ma ricomposto in un unico ecosistema.
Il parco nel suo piano ha definito le aree dove insistono tali strutture come zone di interesse storico ambientale nelle quali e' consentito il recupero della struttura originale, comprese le gambette per l'essicazione naturale dei mattoni.
Il fine del parco e' quello di cercare la possibilita' di soluzione del problema dell'assetto delle fornaci in funzione, il riuso di quelle dismesse, non piu' idonee a scopi produttivi, della salvaguardia dei ruderi, ove convenga, per giungere ad avviare, almeno a grandi linee, lo studio di un programmati intervento che soddisfi le esigenze del parco, dei Comuni in esso esistenti, che sia in accordo con le legittime aspettative della proprieta', potendo privilegiare fini sociali, di sostegno ad attivita' ricreative, in linea con un discorso di parco attrezzato per il tempo libero.
 
 
 
Note sulla fornace in Pombia.
 
Sabato 18/08/95 a un sopraluogo ove potevasi trovare la fornace Colombo indicato nel libro cassa n. 2 presente in Mercallo.
Sulla statale n. 32 che collega Novara con Arona, ove inizia il comune di Pombia, sulla sinistra, dopo lo ZOO SAFARI e prima della strada che collega la SS 32 con Divignano, una casa colonica completamente rifatta con la facciata rivolta a sud, e' una antica casa colonica esistente al tempo della Fornace. Una villetta e poi un'altra, distributore di benzina AGIP, e una fabbrica di non so cosa, e una stradina che porta in collina verso ovest.
Fra la casa colonica e la stradina per la collina un cartello gialle indica "Allevamento" giaceva la fornace. Piu' distante dalla strada, fra questi due confini e la collina, vi sono ubicate altre piccole aziende e case private.Case private forse di antica fondazione ma completamente rifatte. Nulla piu' esiste di rintracciabile della fornace, ma la zona e' identificata.
Per meglio descrivere:
All'entrata dello ZOO SAFARI il bivio proveniente da Oleggio e Pombia. Sulla destra un capannone nuovo e circa 100 metri all'interno una casa ocolonica di maestosa fattura ristrutturata, con doppi vetri alle finestre, portone con cancello in legno ed elettricifato e citofono, reca l'iscrizione 1786 come data di costruzione. A ovest del fabricato, antiche stalle in fase di ristrutturazione. Si continua sulla statale 32, sempre a destra il magazzino "Cose Casa", una costruzione per vendita software e registratori di cassa e poi "Armani Centro Casa".
Di fronte ad "Armani Centro Casa" la stradina a ovest "Via per i boschi" a nord della quale la cascina "Vighignola".
 
Note: In Pombia, interpellato un signore del 1905 dice:  I mattoni della sua casa, del peso di Kg. 3 erano prodotti dalla fornace Colombo. I trasportatori erano semplici contadini e altri che avevano un carro e un cavallo e chiedevano alla direzione della fornace la possibilita' di portare 500 mattoni per un totale massimo di 15 q.li a destinazione;
Non era un caso che i trasportatori vari anche per altre aziende di trovassero in coda sulla statale per Arona;
Il lavoro era a cottimo;
Pombia produceva solo mattoni - non tegole;
La fornace era alimentata solo a carbone.
 
- Altre fornaci erano in zona. Proprio di fronte alla "Colombo" vi era la fornace "Grazioli" di cui il figlio Aldo per informazioni si trova in Via Gramsci a Pombia.
- Un'altra fornace era a Nord-Ovest della SS 32 dopo la Colombo.
Associazione storica Pombiese - Via XXV Aprile - San Martino 38 - Pombia.
- L'assistente della fornace era Colombo Giovanni
- Il Sig. Barbieri Federico e' della Pro Loco di Pombia
- Ferrazza in Pombia, sulla strada che da Pombia porta alla SS 32, vende laterizi - Controllare se un tempo era trasportatore.
 
 
Intervista di domenica 21/8/1995 a due pensionati di una casa di Mercallo:
 
1) - Colombo Pasquale - primo podesta' di Mercallo ha un figlio di nome Costantino e nato nel 1927 (Abitava di fronte al circolo di Mercallo)
2) - Colombo Celestino ha un figlio di nome Enrico che e' morto.
3) - Fossati ?????? era un socio esterno ed e' stato il primo ad acquistare la "Balilla" in Mercallo. Ha tre figlie:
       -Carla, la cui figlia e' farmacista in Mercallo
        - Giuseppina
        - Rosa, non sposata, abita vicino al circolo in una villetta.
Del Tredici Ambrogio era il portinaio della fornace e la moglie chiamata "La Nina" era una Tencaioli.
Piazza Laura, amica intima della Fossati Rosa, era la prima impiegata della Fornace. Poi e' stata impiegata in posta a Mercallo. Morta nel 1990.
A fine settembre sentire Geometra Planca a Varallo Pombia al tel 0321/921118 per fotografie e materiali vari.
 
 
 
Consiglio direttivo della "Associazione Vecchia Fornace " al 21/08/1995
 
Sergio Mauri        Presidente
Franco Cornacchia       Segretario Generale
Renzo Roversi       Nuove opere
Celestino Locatelli       Manutenzione
Rosaria Bruno       Amministrazione Soci, Fornitori e Regolamento
Gianfranco Pensato       Controllo Contabilita' e regolamento
Ennio Malvicini       Attivita' ricreative
 
in carica dal 8 aprile 1995
 
 
------------------------------------------------------------
Libro n. 3  - LIBRO PAGA 1922 1923
 
 
Libro PAGA  quindicinale dal 1 gennaio 1922 al 7 aprile 1923 in possesso del Sig. Mastrominico.
 
Si tratta di un libro di larghezza 27 cm x 37,5 cm di altezza e spessore con copertina di 2,5 cm.
La copertina in cartone blu con dorso e angoli con scoth telato nero. L'etichetta centrale riporta:
 
LIBRO PAGA - Quindicinale
DELLA DITTA
Fornaci Latterizi - Colombo e C.
di Mercallo (Prov. di Como)
Assicurato con polizza n. ....
 
Nella prima pagina a destra, prestampato il regolamento relativo alla tenuta del libro paga. (vedi descrizione)
 
Polizza n. ...
LIBRO PAGA
(Quindicinale)
conforme alle leggi sugli infortuni degli operai sul lavoro (testo unico).
(art. 25 Regolamento infortuni sul lavoro)
 
ARTICOLI DEL REGOLAMENTO
Relativi alla tenuta del libro di paga
 
Art. 25
Chi per legge ha l'obbligo di assicurare gli operai deve tenere:
1) (Omissis)
2) Un libro di paga nel quale per ogni operaio, sia indicato:
   a) il cognome, il nome e il numero di matricola.
   b) il numero delle ore in cui ha lavorato in ciascun giorno con indicazione distinta delle ore di lavoro straordinario.
   c) la mercede effettivamente corrispostagli in denaro e la mercede corrispostagli sotto altra forma.
Per ognuno degli apprendisti, oltre al salario effettivo ad essi corrisposto, qualora siano retribuiti, sara' indicato il salario piu' basso percepito dagli operai della stessa categoria.
Il libro paga deve essere tenuto in corrente. Ogni giorno devono effettuarsi le scritturazioni relative alle ore di lavoro eseguite da ciascun operaio nel giorno precedente: gli importi delle mercedi devono essere inscritti nel libro di paga entro tre giorni dalla scadenza del termine di ricorrenza del pagamento di essi.
Art. 26
Il libro paga deve essere legato e numerato in ogni pagina,e, prima di essere messo in uso, deve essere presentato all'Istituto assicuratore, il quale lo fara' contrassegnare in ogni pagina, da un proprio delegato, dichiarando nell'ultima pagina il numero dei fogli che compongono il libro e facendo apporre a tale dichiarazione la data e la firma dello stesso delegato. Il libro anzidetto deve essere tenuto senza alcun spazio in bianco, e deve essere scritto con inchiostro o con altra materia indelebile. Non vi si possono fare abrazioni; ed ove sia necessaria qualche cancellazione, questa deve eseguirsi in modo che le parole cancellate siano tuttavia leggibili.
In casi speciali l'Istituto assicuratore potra', con l'apposita convenzione scritta, accordare la facolta' di tenere piu' libri o fogli di paga riepilogandone i dati in un libro riassuntivo. Quando l'industria sia esercitata i n piu' stabilimenti, saranno tenuti altrettanti libri distinti, oltre ad uno che li riassuma.
L'imprenditore o l'industriale deve conservare i libri di paga per quattro anni almeno dall'ultima registrazione.
Art. 27
Gli operai, dei quali non fossero segnate nel libro di paga le ore di lavoro ed il salario entro i termini rispettivamente stabiliti nell'ultimo alinea dell'articolo 25, si riterranno come non compresi nell'assicurazione e si applicheranno in tal caso le penalita' sancite nell'articolo 31 della legge (testo unico). Per' 'Istituto assicuratore finche' la contravvenzione alla legge non sia stata giudizialmente riconosciuta, non sara' dispensato dall'obbligo di pagare le anticipazioni sulle indennita', salvo il diritto di rivalersene sul capo o esercente dell'impresa o industria.
Art. 28
Per i lavori dati a cottimo debbono essere indicate nel libro di paga le somme liquidate al cottimista entro tre giorni da ciascuna liquidazione.
Se il cottimista, per l'esecuzione del lavoro si valga di altri operai da lui assunti e pagati, dovra' per questi tenere un libro di matricola e un libro di paga con le stesse norme indicate nell'articolo 25.
Nel libro di paga il cottimista dovra' registrare, oltre i salari, le altre spese da lui fatte a proprio carico per l'esecuzione del lavoro. . Le indicazioni contenute nel libro di paga del cottimista devono essere riportate nel libro di paga dell'imprenditore ad ogni pagamento di salario o prezzo di lavoro e l'imprenditore, dedotte dal libro del cottimista le accennate indicazioni, glielo restituira' dopo avervi  apposta la propria firma sotto l'ultima scritturazione.
Art. 29
Il libro di paga deve essere presentato nel luogo in cui si eseguisce il lavoro ad ogni richiesta, ai delegati governativi per le ispezioni ed ai funzionari degli Istituti assicuratori.
L'imprenditore o l'industriale dovra' dare tutte le prove e gli schiarimenti necessari per dimostrare l'esattezza delle registrazioni e fornire ogni altra notizia complementare.
Tanto  i delegati governativi, quanto i funzionari predetti dovranno mettere la data e la firma sotto l'ultima scritturazione del libro di paga.
I funzionari degli istituti assicuratori devono,  a richiesta presentare la lettera di riconoscimento rilasciata dall'Istituto dal quale dipendono.
Gli istituti assicuratore, a mezzo dei loro funzionari, hanno diritto di trarne copia conforme del libro di paga, copia che dovra' essere controfirmata dall'imprenditore o industriale.
I funzionari degli istituti assicuratori fanno constatare l'avvenuta ispezione, mediante apposito processo verbale, che deve essere controfirmato dall'imprenditore, il quale ha diritto di farvi iscrivere le dichiarazioni che credera' convenienti.
Quando si rifiuti di firmare il processo verbale, l'ispettore fa menzione, indicando il motivo del rifiuto.
 
 
All'apertura del libro, sulla pagina sinistra e sulla destra prestampato un numero sequenziale dall'1 al 104. Le due facciate compongono una quindicina e il tracciato e' il seguente:
 
TESTATA:
MESE DI .........192. Quindicina dal ././ AL ../../...
 
1 - Numero di matricola
2 - Cognome e nome
3 - Manodopera (Lav. Ordin. Lav. Straord.
4 - Ore di presenza - Sono stampate 16 colonne e a partire dalla prima " D L M M G V S D L M M G V S D . .". Sotto queste colonne a mano inserito il numero del giorno della quindicina relativa alla testata.
5 - Totale ore presenza - (Riportato il totale delle colonne 4)
6 - Paga per ora - (con due decimali)
7 - Totale guadagno (colonne 5x6)
8 e 9 - Cottimi
8 - Ore
9 - Guadagno
10 - Valutazione delle prestazioni in natura
11 - Importo generale - colonne 7+9+10
12 13 Apprendisti
12 - Differenza fra il salario reale e quello convenzionale
13 - Salario minimo percepito dagli operai della medesima categoria
14 15 Disoccupazione
14 - Numero della tessera
15 - Contributo versato
16 17 Invalidita' di vecchiaia
16 - Numero della tessera
17 - Contributo versato
18 - Importo netto da pagare
19 - Osservazioni - Si accenni alla natura della mercede non corrisposta in contanti (alloggio, vitto, legna, ecc.)
 
Pie' di pagina:
In basso sul foglio di sinistra:
Contrassegno del Delegato dell'Istituto assicuratore
 
In basso a destra:
 
Totali della col. 11 12 13 15 17 e a mano anche dell 18
 
Un timbro inclinato  di -45. con la scritta:
IL DELEGATO DELLA CASSA NAZIONALE INFORTUNI
SEDE COMPARTIMENTALE DI MILANO
Firma sempre timbrata di (illeggibile)
 
 
dopo la pagina 104, i riassunti mensili, mese per mese che no no mai stati compilati.
 
 
Nella pagina sinistra finale:
 
Protocollo n. 71582
Dichiarazione dell'Istituto Assicuratore
Si dichiara che il presente libro paga e' composto di una copertina ---- e di n. 104 fogli intermedi.
Tutte le pagine sono numerate progressivamente dall'uno al centoquattro.
Milano il, 29 nov 1921
     Il Delegato dell'Istituto Assicuratore
          Firma sconosciuta
 
Osservazioni:
 
Il contributo della colonna 15 e' l'uno per cento della colonna 7
ala colonna 18 e' la colonna 7 meno la colonna 15
Il contributo della colonna 17, segue la seguente tabella:
 
se la colonna 7 e' meno di 25 - 0,5
                           50 - 1
                           75 - 1,5
                          100 - 2
                          125 - 2,5
                    oltre 125 - 3
 
 
 
Ogni tanto compare alla fine dei conti della quindicina:
 
Verificato per la trattenuta
Copia ricompazione
  22/7-1922
e un timbro: Cassa Edile per LE
ASSICURAZIONI SOCIALI
SEZIONE DI VARESE
Via Ferrario  (e la firma)
 
 
 
Descrizione delle quindicine:
 
1/1 al 14/1 1922       28 operai per un totale di lire 506,64 ma solo otto lavoravano per otto ore e non tutti i giorni - matricola massima 239 con inizio da 124.
15/1 al 28/1 1922       28 operai per un totale di lire 428,58 ma solo sei operai lavorano per otto ore e non tutti i giorni
29/1 al 11/2 1922       28 operai per un totale di lire 609,63 ma solo 5 operai lavorano otto ore al giorno per sei giorni
12/2 al 25/2 1922       24 operai per un totale di 1129,00 - alcuni otto re al giorno per sei giorni e alcuni nulla
26/2 al 11/3 1922       24 operai per lire 654,47  -  pochi lavorano e solo per otto ore
11/3 al 25/3 1922       23 operai per lire 781,36 - la seconda settimana molto poco.
26/3 al 8/4 1922       23 operai per lire 1438,00 - quasi tutti lavorano
9/4 al 22/4 1922       41 operai per lire 2191,80 -  lavorano quasi tutti alla seconda settimana.
13/4 al 6/5 1922       41 operai per lire 2901,11 - quasi tutti lavorano per 4 giorni alla settimana.
7/5 al 21/5 1922       83 operai per lire  3421,36 - meta' degli operai lavora solo gli ultimi tre giorni
21/5 al 3/6 1922       82 operai per lire 4653,89 - otto ore ma non tutti i giorni.
4/6 al 17/6 1922       86 operai per lire 4952,90 - Lavorano tutti ma non tutti i giorni
18/6 al 1/7 1922       84 operai per lire 4918,40 -  Solo pochi giorni sono vuoti.
1/7 al 14/7 1922       89 operai per lire 6768,40 - otto ore per tutti, qualcuno anche il sabato, qualcuno qualche giorno in meno.
16/7 al 29/7 1922       88 operai per lire 7861,30 - 10 ore al giorno per tutti. qualcuno al sabato altri qualche giorno in meno.
30/7 al 12/8 1922       83 operai a lire a lire 7018,20 -  10 ore o otto ore anche al sabato per tutti ma per alcuni non tutti i giorni.
15/8 al 26/8 1922       87 persone per lire 7556,90 - otto - dieci ore anche al sabato per tutti ma alcuni non tutti i giorni.
27/8 al 9/9 1922       85 persone a lire 7401,55 - otto, dieci e anche cinque ore per tutti ma non tutti i giorni.
10/9 al 23/9 1922       84 persone a lire 7043,40 - 10 8 5 ore per tutti ma alcuni non tutti i giorni.
24/9 al 7/10       74 persone a lire 6796,20 - 8 10 ore per tutti ma non per tutti i giorni.
8/10 al 21/10       71 persone a lire 508,50 - 8 9 ore per tutti ma non tutti i giorni.
22/10 al 4/11 1922       38 persone a lire 2422,32 - 8 pre per tutti ma molto scarsa la seconda settimana.
5/11 al 18/11 1922       37 persone a lire 1552,03 - 8 ore ma molto scarsa la seconda settimana.
19/11 al 2/12 1922       20 persone a lire 1312,80 - anche 4 ore ma non tutti i giorni
3/12 al 16/12 1922       34 persone a lire 2270,15 -  otto ore ma non tutti i giorni.
17/12 al 30/12 1922       34 persone a lire 474,21 solo pochi a otto ore altri a zero ore.
1/1 al 13/1 1923       34 persone a lire 1703,92 -  otto ore per alcuni, altri anche 4 ore, ma non tutti i giorni e alcuni a zero ore.
14/1 al 27/1 1923       29 persone a lire 1663,71 - quasi tutti ma otto ore e pochi giorni alla settimana.
28/1 al 10/2 1923       29 persone a lire 800,66 - poche persone  a otto ore e altri nulla.
11/2 al 24/2 1923       29 persone a lire 1252,95 - otto ore per pochi giorni e altri nulla.
25/2 al 10/3 1923       29 persone a lire 1460,20 - alcuni nulla, altri otto ore e specialmente nella seconda settimana.
11/3 al 24/3 1923       27 persone a lire 2321,10 - quasi tutti a otto ore.
 
Libro paga 1923 1924 n. 4
 
 
Libro PAGA  quindicinale dal 1 aprile 1923 al 7 giugno 1924 in possesso del Sig. Mastrominico.
 
Si tratta di un libro di larghezza 27 cm x 37,5 cm di altezza e spessore con copertina di 2,5 cm.
La copertina in cartone blu con dorso e angoli con scoth telato nero. L'etichetta centrale riporta:
 
LIBRO PAGA - Quindicinale
DELLA DITTA
Fornaci Laterizi - Colombo e C.
di Mercallo (Prov. di Como)
Assicurato con polizza n. ....
 
nella prima pagina a sinistra una etichetta del produttore o venditore del libro. E' rosa e inclinata di 45 gradi.
 
Nella prima pagina a destra, prestampato il regolamento relativo alla tenuta del libro paga. (vedi descrizione)
 
Polizza n. 33842 - 82814 R
LIBRO PAGA
(Quindicinale)
conforme alle legi sugli infortuni degli operai sul lavoro (testo unico).
(art. 25 Regolamento infortuni sul lavoro)
 
ARTICOLI DEL REGOLAMENTO
Relativi alla tenuta del libro di paga
 
Art. 25
Chi per legge ha l'obbligo di assicurare gli operai deve tenere:
1) (Omissis)
2) Un libro di paga nel quale per ogni operaio, sia indicato:
   a) il cognome, il nome e il numero di matricola.
   b) il numero delle ore in cui ha lavorato in ciascun giorno con indicazione distinta delle ore di lavoro straordinario.
   c) la mercede effettivamente corrispostagli in denaro e la mercede corrispstagli sotto altra forma.
Per ognuno degli apprendisti, oltre al salario effettivo ad essi corrisposto, qualora siano retribuiti, sara' indicato il salario piu' basso percepito dagli operai della stessa categoria.
Il libro paga deve essere tenuto in corrente. Ogni giorno devono effettuarsi le scritturazioni reelative alle ore di lavoro eseguite da ciascun operaio nel giorno precedente: gli importi delle mercedi devono essere inscritti nel libro di paga entro tre giorni dalla scadenza del termine di ricorrenza del pagamento di essi.
Art. 26
Il libro paga deve essere legato e numerato in ogni pagina,e, prima di essere messo in uso, deve essere presentato all'Istituto assicuratore, il quale lo fara' contrassegnare in ogni pagina, da un proprio delegato, dichiarando nell'ultima pagina il numero dei fogli che compongono il libro e facendo apporre a tale dichiarazione la data e la firma dello stesso delegato. Il libro anzidetto deve essere tenuto senza alcun spazio in bianco, e deve essere scritto con inchiostro o con altra materia indelebile. Non vi si possono fare abrazioni; ed ove sia necessaria qualche cancellazione, questa deve eseguirsi in modo che le parole cancellate siano tuttavia leggibili.
In casi speciali l'Istituto assicuratore potra', con l'apposita convenzione scritta, accordare la facolta' di tenere piu' libri o fogli di paga riepilogandone i dati in un libro riassuntivo. Quando l'industria sia esercitata i n piu' stabilimenti, saranno tenuti altrettanti libri distinti, oltre ad uno che li riassuma.
L'imprenditore o l'industriale deve conservare i libri di paga per quattro anni almeno dall'ultima registrazione.
Art. 27
Gli operai, dei quali non fossero segnate nel libro di paga le ore di lavoro ed il salario entro i termini rispettivamente stabiliti nell'ultimo alinea dell'articolo 25, si riterranno come non compresi nell'assicurazione e si applicheranno in tal caso le penalita' sancite nell'articolo 31 della legge (testo unico). Per' 'Istituto assicuratore finche' la contravvenzione alla legge non sia stata giudizialmente riconosciuta, non sara' dispensato dall'obbligo di pagare le anticipazioni sulle indennita', salvo il diritto di rivalersene sul capo o esercente dell'impresa o industria.
Art. 28
Per i lavori dati a cottimo debbono essere indicate nel libro di paga le somme liquidate al cottimista entro tre giorni da ciascuna liquidazione.
Se il cottimista, per l'esecuzione del lavoro si valga di altri operai da lui assunti e pagati, dovra' per questi tenere un libro di matricola e un libro di paga con le stesse norme indicate nell'articolo 25.
Nel libro di paga il cottimista dovra' registrare, oltre i salari, le altre spese da lui fatte a proprio carico per l'esecuzione del lavoro. . Le indicazioni contenute nel libro di paga del cottimista devono essere riportate nel libro di paga dell'imprenditore ad ogni pagamento di salario o prezzo di lavoro e l'imprenditore, dedotte dal libro del cottimista le accennate indicazioni, glielo restituira' dopo avervi  apposta la propria firma sotto l'ultima scritturazione.
Art. 29
Il libro di paga deve essere presentato nel luogo in cui si eseguisce il lavoro ad ogni richiesta, ai delegati governativi per le ispezioni ed ai funzionari degli Istituti assicuratori.
L'imprenditore o l'industriale dovra' dare tutte le prove e gli schiarimenti necessari per dimostrare l'esattezza delle registrazioni e fornire ogni altra notizia complementare.
Tanto  i delegati governativi, quanto i funzionari predetti dovranno mettere la data e la firma sotto l'ultima scritturazione del libro di paga.
I funzionari degli istituti assicuratori devono,  a rchiesta presentare la lettera di riconoscimento rilasciata dall'Istituto dal quale dipendono.
Gli istituti assicuratore, a mezzo dei loro funzionari, hanno diritto di trarne copia conforme del libro di paga, copia che dovra' essere controfirmata dall'imprenditore o industriale.
I funzionari degli istituti assicuratori fanno constatare l'avvenuta ispezione, mediante apposito processo verbale, che deve essere controfirmato dall'inprenditore, il quale ha diritto di farvi iscrivere le dichiarazioni che credera' convenienti.
Quando si rifiuti di firmare il processo verbale, l'ispettore fa menzione, indicando il motivo del rifiuto.
 
 
All'apertura del libro, sulla pagina sinistra e sulla destra prestampato un numero sequenziale dall'1 al 108. Le due facciate compongono una quindicina e il tracciato e' il seguente:
 
TESTATA:
MESE DI .........192. Quindicina dal ././ AL ../../...
 
 
1 - Numero di matricola
2 - Cognome e nome
3 - Manodopera (Lav. Ordin. Lav. Straord.
4 - Ore di presenza - Sono stampate 16 colonne e a partire dalla prima " D L M M G V S D L M M G V S D . .". Sotto queste colonne a mano inserito il numero del giorno della quindicina relativa alla testata.
5 - Totale ore presenza - (Riportato il totale delle colonne 4)
6 - Paga per ora - (con due decimali)
7 - Totale guadagno (colonne 5x6)
8 e 9 - Cottimi
8 - Ore
9 - Guadagno
10 - Valutazione delle prestazioni in natura
11 - Importo generale - colonne 7+9+10
12 13 Apprendisti
12 - Differenza fra il salario reale e quello convenzionale
13 - Salario minimo percepito dagli operai della medesima categoria
14 15 Disoccupazione
14 - Numero della tessera
15 - Contributo versato
16 17 Invalidita' di vecchiaia
16 - Numero della tessera
17 - Contributo versato
18 - Importo netto da pagare
19 - Osservazioni - Si accenni alla natura della mercede non corrisposta in contanti (alloggio, vitto, legna, ecc.)
 
PiIe' di pagina:
In basso sul foglio di sinistra:
Contrassegno del Delegato dell'Istituto assicuratore
 
In basso a destra:
 
Totali della col. 11 12 13 15 17 e a mano anche dell 18
 
Un timbro inclinato  di -45. con la scritta:
IL DELEGATO DELLA CASSA NAZIONALE INFORTUNI
SEDE COMPARTIMENTALE DI MILANO
Firma sempre timbrata di (illeggibile)
 
 
dopo la pagina 108, i riassunti mensili, mese per mese che no no mai stati compilati.
 
 
Nella pagina sinistra finale:
 
Protocollo n. 78408
Dichiarazione dell'Istituto Assicuratore
Si dichiara che il presente libro paga e' composto di una copertina ---- e di n. 108 fogli intermedi.
Tutte le pagine sono numerate progressivamente dall'uno al centootto.
Milano il, 2 MAR 1923.
     Il Delegato dell'Istituto Assicuratore
          Firma sconosciuta
 
 
Osservazioni:
 
Il contributo della colonna 15 e' l'uno per cento della colonna 7
ala colonna 18 e' la colonna 7 meno la colonna 15
Il contributo della colonna 17, segue la seguente tabella:
 
se la colonna 7 e' meno di 25 - 0,5
                           50 - 1
                           75 - 1,5
                          100 - 2
                          125 - 2,5
                    oltre 125 - 3
 
 
 
Ogni tanto compare alla fine dei conti della quindicina:
 
Verificato per la trattenuta
Copia ricompazione
  22/7-1922
e un timbro: Cassa Edile per LE
ASSICURAZIONI SOCIALI
SEZIONE DI VARESE
Via Ferrario  (e la firma)
 
 
 
Descrizione delle quindicine:
 
1/4 al 14/4 1923       47 persone a lire 4949,05 - 10 ore ma quasi tutti sulla seconda settimana.
15/4 al 28/4 1923       71 persone a lire 5081,37 - 10 e otto ore per tutti ma alcuni soulo la prima settimana e alcuni solo la seconda, ma non tutti i giorni.
29/4 al 12/5 1923       71 persone a lire 8573,17  - ore 10  quasi tutti.
13/5 al 26/5 1923       79 persone a lire 6425,26 - 10 ore sparse per tutti, qualche giorno manca ad alcuni.
27/5 al 9/6 1923       79 persone a lire 6947,38 - 10 ore globale, ad alcuni 5 e buona parte anche il sabato.
10/6 al 23/6 1923       77 persone a lire 7725,55 - 10 ore a quasi tutti meno qualche giorno sparso.
23/6 al 7/7 1923       76 persone a lire 9141,96 -  10 ore per tutti anche il sabato.
8/7 al 21/7 1923       70 persone a lire 9117,51 -  10 ore per tutti - alcuni non al lunedi ma al sabato.
22/7 al 4/8 1923       69 persone  a lire 7070,28 - 10 ore e 5 ore per tutti in ordine sparso.
5/8 al 18/8 1923       69 persone a lire 8181,75 - 10 ore per tutti anche il sabato, qualche lunedi in meno.
19/8 al 1/9 1923       70 persone a lire 7298,39 - 10 ore specialmente la prima settimana. Abbondante il lavoro de l sabato.
2/9 al 15/9 1923       70 persone a lire 8113,22 - 10 ore ma non tutti i giorni ma parecchi i sabati.
16/9 al 29/9 1923       69 persone a lire 7343,01 - 10 ore per quasi tutti, tutti i giorni e anche al sabato.
30/9 al 13/10 1923       33 persone a lire 2657,48 - 10  5  ma scarsa la prima settimana.
14/10 al 27/10 1923       46 persone a lire 3336,52 - 8 ore  ma non tutti i giorni e scarsa la prima settimana.
28/10 al 10/11 1023       49 persone a lire 3311,30 - otto ore per tutti ma con parecchi giorni a zero.
11/11 al 24/11 1923       46 persone a lire 3538,92 - otto ore e parecchie quattro ore.
24/11 al 8/12 1923       46 persone a lire 1747,80 - pochi giorni lavorati anche a solo quattro ore.
9/12 al 22/12 1923       44 persone a lire 3253,07 - otto ore e anche quattro ore abbastanza sparsi.
23/12 al 5/1 1924       44 persone a lire 1318,66 - Parecchi a zero ore  e per gli altri solo otto ore anche 4 e 2 solo alcuni giorni.
6/1 al 19/1 1924       41 persone a lire 2306,37 - alcuni a zero ore altri a otto specialmente la seconda settimana ma parecchi giorni a zero.
20/1 al 2/2 1924       40 persone a lire 2310,18 - parecchi non hanno lavorato, Buona a otto ore la prima settimana.
3/2 al 16/2 1924       41 persone a lire 2459 - alcuni non hanno lavorato, altri otto ore non sempre.
17/2 al 1/3 1924       41 persone a lire 3106,80 - otto ore per quasi tutti con pochi giorni a zero.
2/3 al 15/3 1924       41 persone a lire 2554,46 - tutti hanno fatto otto ore ma non tutti i giorni.
16/3 al 20/3 1924       41 persone a lire 2865,37 - alcuni non hanno lavorato, altri otto e quattro ore ma non tutti i giorni.
30/3 al 12/4 1924       38 persone a lire 2564,63 - otto ore e quattro ore con parecchi giorni di zero ore.
13/4 al 26/4 1924       64 persone a lire 5246 - 10 ore per tutti ma specialmente la seconda settimana.
27/4 al 10/5 1924       56 persone a lire 7816,42 - 10 ore, qualcuno otto ma a quasi tutti .
11/5 al 24/5 1924       80 persone a lire 8954,40 - quasi tutti hanno fatto da 80 a 90 ore.
25/5 al 7/6 1924       83 persone a lire 8825,00 - quasi tutti da 70 a 90 ore.
 
 
 
Libro paga  1925 1927 n. 5
 
 
Libro PAGA  quindicinale dal 16 agosto 1925 al 1 gennaio 1927 in possesso del Sig. Mastrominico.
 
Si tratta di un libro di larghezza 32 cm x 44 cm di altezza e spessore con copertina di 1,6 cm.
La copertina in cartoncino leggero grigio con dorso e angoli con scoth telato nero. L'etichetta centrale riporta:
 
LIBRO PAGA - Quindicinale
degli operai
QUINDICINALE
n. ....
 
 
 
Nella prima pagina a destra,
 
(timbro : FORNACI LATERIZI - MERCALLO
COLOMBO & C.
 
Stamnpato invece:
 
Legge (Testo unico) 31 Gennaio 1904 n. 51
Per gli infortuni degli operai sul lavoro
--------
N. (Progressivo del fascicolo)  .........
 
LIBRO PAGA DEGLI OPERAI
 
Dipendenti dalla Ditta Fornace Colombo ed occupati nel ....... situat... in .....
------------------
Questo libro viene rilasciato dalla SOCIETA' ANONIMA ITALIANA DI ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI CON SEDE IN MILANO per gli effetti dell'assicurazione contro gli infortuni del lavoro che l'anzidetta Societa' ha assunto con polizza n. 82814 del ..... 19...
----
NB. - Vedi a seguito l'estratto delle disposizioni di Legge e del regolamento.
 
Piu' in sotto in piccolo la descrizione del libro: Mod. 276 - 690 libri da 53 f. - (7-923) - Tip. F. Padoan.
 
 
 
 
nell'ultima pagina stampato:
 
Estratto delle disposizioni della Legge testo unico 31 gennaio 1904 n. 51
e relativo regolamento
 
Art. 2 (Legge)
E' considerato come operaio agli effetti della presente legge:
1) - chiunque in modo permanente o avventizio e con rimunerazione fissa o a cottimo, e' occupato nel lavoro fuori dalla propria abitazione;
2) - chiunque, nelle stesse condizioni, anche senza partecipare materialmente al lavoro, sopraintende al lavoro di altri, purche' la sua mercede fissa non superi sette lire al giorno, e la risquota a periodi non maggiori di un mese;
3) - l'apprendista con o senza salario, che partecipa all'esecuzione del lavoro;
4) - chi attende al lavoro agricolo, in quanto sia addetto a prestare l'opera sua in servizio delle macchine a cui al n. 4, o dei cannoni e altri apparecchi di cui al n. 5 dell'articolo precedente.
Art. 8 (Legge)
Ove risulti che il numero degli operai assicurati sia inferiore a quello che il capo o esercente dell'impresa, industria o costruzione, occupa in media abitualmente, l'ispettore delegato lo denuncera' all'autorita' giudiziaria.
Le dichiarazioni false o inesatte sono munite con multa di l. 50 a l. 1000, salvo l'obbligo dell'assicurazione supplementare da farsi a carico del capo o esercente, anche in ufficio, a cura del Ministero di Agricoltura, industria e Commercio.
art. 25 (Regolamento)
Chi per legge ha l'obbligo di assicurare gli operai deve tenere:
1) Un libro di matricola nel quale siano iscritti, nell'ordine cronologico della loro ammissione in servizio, tutti gli operai occupati nell'impresa - - Il libro di matricola deve indicare per ciascun operaio il numero d'ordine di iscrizione, il cognome e il nome e la paternita', la data e il luogo di nascita, la data di ammissione in servizio e quella di licenziamento, la categoria professionale dell'operaio e la sua abituale occupazione, la misura del salario giornaliero.
2) Un libro di paga nel quale per ogni operaio, sia indicato:
   a) il cognome, il nome e il numero di matricola.
   b) il numero delle ore in cui ha lavorato in ciascun giorno con indicazione distinta delle ore di lavoro straordinario.
   c) la mercede effettivamente corrispostagli in denaro e la mercede corrispostagli sotto altra forma.
Per ognuno degli apprendisti, oltre al salario effettivo ad essi corrisposto, qualora siano retribuiti, sara' indicato il salario piu' basso percepito dagli operai della stessa categoria.
Il libro paga deve essere tenuto in corrente. Ogni giorno devono effettuarsi le scritturazioni relative alle ore di lavoro eseguite da ciascun operaio nel giorno precedente: gli importi delle mercedi devono essere inscritti nel libro di paga entro tre giorni dalla scadenza del termine di ricorrenza del pagamento di essi.
NB. -- La Ditta deve, sotto propria responsabilita', provvedere affinche' i cottimisti da lei dipendente tengano regolari libri matricola e libri paga per gli operai che lavorano per conto dei suddetti cottimisti. (art. 28 del regolamento). Anche questi libri di matricola e di paga devono essere vistati dall'Istituto Assicuratore.
Art. 26 (Regolamento)
Il libro paga deve essere legato e numerato in ogni pagina,e, prima di essere messo in uso, deve essere presentato all'Istituto assicuratore, il quale lo fara' contrassegnare in ogni pagina, da un proprio delegato, dichiarando nell'ultima pagina il numero dei fogli che compongono il libro e facendo apporre a tale dichiarazione la data e la firma dello stesso delegato. Il libro anzidetto deve essere tenuto senza alcun spazio in bianco, e deve essere scritto con inchiostro o con altra materia indelebile. Non vi si possono fare abrazioni; ed ove sia necessaria qualche cancellazione, questa deve eseguirsi in modo che le parole cancellate siano tuttavia leggibili.
In casi speciali l'Istituto assicuratore potra', con l'apposita convenzione scritta, accordare la facolta' di tenere piu' libri o fogli di paga riepilogandone i dati in un libro riassuntivo. Quando l'industria sia esercitata i n piu' stabilimenti, saranno tenuti altrettanti libri distinti, oltre ad uno che li riassuma.
L'imprenditore o l'industriale deve conservare i libri di paga per quattro anni almeno dall'ultima registrazione.
Art. 32 (Regolamento).
Il capo o esercente dell'impresa, industria o costruzione, deve dare all'Istituto assicuratore e al Governo tutte le notizie che gli saranno richieste allo scopo di conoscere, in qualsiasi momento, quale siano gli operai compresi nell'assicurazione e quali i rispettivi salari e le giornate di lavoro da essi fatte.
Tali notizie saranno date su moduli che saranno forniti rispettivamente dal Governo o dall'Istituto assicuratore.
 
Il presente libro paga rilasciato dalla SOCIETA? ANONIMA ITALIANA DI ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI CON SEDE A MILANO alla ditta ....... i cui operai sono assicurati con polizza n. 82814-- si compone di 105 facciate ciascuna delle quali e' stata contrassegnata dal sottoscritto delegato dell'Istituto Assicuratore.
   Milano, 22.7.25
           Il delegato
 
(corda e timbro presenti)
 
 
 
All'apertura del libro, sulla pagina sinistra e sulla destra prestampato un numero sequenziale dall'1 al 103 ( non 105 come riportato). Le due facciate compongono una quindicina e il tracciato e' il seguente:
 
TESTATA:
PERIODO DI PAGA dal ..... al .....
La timbratura dei numeri sequenziali si trova in alto a destra della pagina destra)
.
 
 
1) - Numero della Medaglia oppure numero progressivo
2) - Numero d'iscrizione nel libro matricola
3) - Cognome e nome dell'operaio o dell'avventizio
4) - Lavoro ordinario o straordinario
5) - Presenze al lavoro nel periodo di paga -  Giorni della quindicina N.B.
- Sono stampate 16 colonne e a partire dalla prima " D L M M G V S D L M M G V S D . .". Sotto queste colonne a mano inserito il numero del giorno della quindicina relativa alla testata.
Col 6 7 co n testata "TOTALE"
6) - presenze o giornate
7) - Ore
Lavoro  a Mercede fissa ( col 8 9 10 11 12)
Misura unitaria della mercede (col 8 9)
8) - Per giornata
9) - Per ora
Importi per periodo di paga (col 10 11 12)
10) - Computo di base (A)
11) - Aumenti (B)
12) - Aumenti (C)
Lavoro a Cottimo (col 13 14)
13) - Quantita' - Giornate - ore
14) - Importo per il periodo di paga (D)
15) - Totale delle mercedi effettive in denaro (A+B+C+D) Targata col F)
16) - Valutazione vitto e alloggio e somministr. in natura (F)
Rettifiche delle mercedi  (col 17 18)
17) - Apprendisti - Differenze fra quelle effettive e quelle attribuite per legge (G)
18) - Operai a meno di lire 3.34 al giorno - Differenze fra quelle pagate e lire 3.34 (H)
19) - Totali mercede da notificarsi all'istituto assicuratore (E+F+G+H)
 
 
Libro cassa
 
Importi da trattenere (col 20 21 22 23 24 25)
 
20) - nessuna testata (L)
21) - Nessuna testata (M)
22) - Nessuna testata (N)
23) - Nessuna testata (O)
24) - Cassa di maternita' (P)
25) - Invalidita' vecchiaia e Disoccupazione (Q)
 
26) - Totale delle trattenute - (l+m+n+o+p+q) (targata col R)
27) - Somma pagata per cassa al netto delle trattenute (e+r)
28) - Osservazioni
 
 
Pie' di pagina:
 
N.B. - Indicare nelle caselle superiori i giorni: L (lunedi') M (martedi') ecc., ecc., incominciando la serie da quello con cui comincia la quindicina di paga, ed indicare nelle caselle inferiori la data rispettiva di ciascun giorno.
 
 
Osservazioni:
 
Il contributo della colonna R e' quasi sempre lire 4.05, poche volte lire 3.55 qualche lire 2.20
 
Ogni tanto compare un timbro alla fine dei conti della quindicina:
 
SOC. AN. IT. ASSICURAZIONE INFORTUNI
VISTO
agli effetti regolazione
L'ispettore
 
data e firma
 
 
Osservazioni sulle quindicine:
 
16/8 al 28/8 1925       82 persone a lire 17846,60 - dalle 90 alle 110 ore ciascuno.
30/8 al 12/9 1925       80 persone a lire 19043,80 - quasi tutti dalle 100 alle 120 ore.
13/9 al 26/7 1925       78 persone a lire 17028,30 -  media 100 ore per tutti.
27/9 al 10/10 1925       76 persone a lire 16642,60 - media 95 - 100 ore per tutti.
11/10 al 25/10 1925       73 persone a lire 13728,80 - 100 ore di media.
25/10 al 7/11 1925       72 persone a lire 8790,85 - media 50 - 70 ore . Scarsa la seconda settimana.
8/11 al 21/11 1925       54 persone a lire 6182,70 -  50 - 70 ore
22/11 al 5/12 1925       48 persone a lire 6372,15 -  media 70 ore.
6/12 al 19/12 1925       48 persone a lire 6249,00 -  media 65 ore .
28/12 al 2/1 1926       41 persone a lire 2931,90 -  45 ore di media ma specialmente nella seconda settimana.
3/1 al 16/1 1926       38 persone a lire 2577,25 -  40 ore di media.
17/1 al 30/1 1926       38 persone a lire 3723,05 .  media 58 ore.
31/1 al 13/2 1926       37 persone a lire 2744,95 -  media 42 ore.
14/2 al 27/2 1926       37 persone a lire 5592,80 -  media 82 ore.
1/3 al 13/3 1926       37 persone a lire 4849,30 -  media 75 ore.
14/3 al 27/3 1926       37 persone a lire 5885,15 -  media 90 ore.
28/3 al 10/4 1926       38 persone a lire 6334,00 -  media 92 ore.
11/4 al 24/4 1926       69 persone a lire 12644.60 - media 95 ore.
25/4 al 8/5 1926       66 a lire 11941,30 - media 90 ore
9/5 al 22/5 1926       83 a lire 15651,15  - media  95 ore.
23/5 al 5/6 1926       83 a lire 14767,45 -  media 92 ore.
6/6 al 19/6 1926       85 persone a lire 17719,65 - media 100 ore
20/6 al 1/7 1926       84 a lire 16089,55 -  media 93 ore.
4/7 al 16/7 1926       59 persone a lire 15152,40 -  media 90 ore.
18/7 al 31/7 1926       88 persone a lire 17154,00 - 98  ore
1/8 al 14/8 1926       88 persone a lire 19586,65 -  media 105 ore.
15/8 al 28/8 1926       86 a lire 13691 - 80 ore
29/7 al 11/9 1926       81 persone a lire 16192 - media 95 ore.
12/9 al 25/9 1926       82 a 16332,60 - media 105
26/9 al 9/19 1926       80  a lire 10729,15 - Molto diversa, alcuni a zero, altri solo la prima settimana.
10/10 al 23/10 1926       42 a lire 7542,20 - 80 ore regolari per tutti.
24/10 al 6/11 1926       42 a lire 6986,10  media 70 ore
7/11 al 20/11 1926       42 a lire 6134,05 - 65 ore
21/11 al 4/12 1926       42 a lire 6931,45 - 72 ore
5/12 al 18/12 1926       42 a 7884,55 - 81 ore
19/12 al 1/1/1927       16 a lire 2430,70 72 ore per tutti.
 
Osservazioni: Laura Piazza e' stata assunta  ed si trova nel libro paga  nella quindicina da 12 settembre 1926 al 25 settembre 1926, ha numero di matricola 571, non ha lavorato nessuna ora nella quindicina ed ha percepito un salario di lire 150 , trattenute alla colonna "R" di lire 1,05 con un netto a pagare di lire 145,95.
Nella quindicina dal 5 dicembre del 1926 ha avuto un aumento di stipendio a lire 175.00
 
 
 
 
 
 
Libro n. 6  - Riepilogo Mercallo 1928 (n. 6)
 
Libro "riepilogo Mercallo 1928" della produzione dei laterizi dal Gennaio 1928 al Dicembre 1929 in possesso del Sig. Mastrominico.
 
Si tratta di un libro di larghezza 34,5 cm x 47,5 cm di altezza e spessore con copertina di 2,5 cm.
La copertina in cartone blu ma sbiadito dal tempo oggi di colore grigio fumo con dorso e angoli con scotch telato nero. L'etichetta centrale riporta
 
RIEPILOGO
MERCALLO
  1928
 
Il libro e' numerato pagina destra e sinistra da 1 a 103.
I dati contenuti sono riportati nel documento VFORN2.WKS 
 
 
 
Libro n. 7  - Riepilogo Mercallo 1930 (n. 7)
 
Libro "riepilogo Mercallo 1930" della produzione dei laterizi dal Gennaio 1930 al Novembre 1931 in possesso del Sig. Mastrominico.
 
Si tratta di un libro di larghezza 34,5 cm x 47,5 cm di altezza e spessore con copertina di 2,5 cm.
La copertina in cartone blu ma sbiadito dal tempo oggi di colore grigio fumo con dorso e angoli con scotch telato nero. L'etichetta centrale riporta
 
RIEPILOGO
MERCALLO
  1930
 
Il libro e' numerato pagina destra e sinistra da 1 a 99.
La pagina 98 destra e 99 sinistra e' strappata.
I dati contenuti sono riportati nel documento VFORN4.WKS 
 
Nota: il libro ha bisogno di una rilegatura dei  setterni di cui si compone.
 
Lista delle dispositive
 
 
Libro Cassa 1924 1925 1926 (n. 2)
 
4389 - Pagina 1 entrate
4390 - Pagina 1 entrate uscite
4391 - Pagina 79 Uscite
4392 - Pagina 79 Entrate
4393 - Cpertina
4394 - Copertine con dorso
4395 - Marchio del frontespizio
4396 - Marchio ingrandito
4397 - Cambio anno 1925
4398 - Cambio anno 1926
4399 - Timbro "Fatturato"
4400 - Timbro "sconto"
 
Libro mastro movimenti 1908 (n. 1)
 
4401 - Dorso
4402 - Cpertina
4403 - Copertina
4404 - Prima pagina rotta
4405 - Pag. 52
4406 - un timbro "Fatturato"
 
Libro paga 1922 1923 (n. 3)
 
4407 - Copertina
4408 - prima pagina con regolamento
4409 - pag. 35 sinistra
4410 - pag. 35 destra
4411 - ultima pagina con protocollo
 
Libro paga 1923 1924 (n. 4)
 
4412 - Copertina
4413 - Prima pagina con regolamento
4414 - etichetta inclinata
4415 - pag 11 destra e sinistra
4416 - Pag. 108 com timbro
4417 - Ultima pagina con protocollo
 
Libro paga 1925 1927 (n. 5)
 
4418 - Copertina
4419 - prima pagina con polizza
4420 - pagina 4 sinistra
4421 - pagina 4 destra
4422 - Ultima pagina con bollino e regolamento
4423 - Pagina 33 sinistra e destra
4501 - Timbro di controllo
4502 - Ultima pagina con bollino e regolamento
4503 - Unapagina di sinistra
4507 - matricola n. 571 - piazza laura
4508 - Pag 109 con timbro di controllo
4509 - pagina di inizio con regolamento
4514 - una pagina
4513 - timbro della societa'
4516 - Ultima pagina con bollino e regolamento
4519 - Copertina
 
Riepilogo Mercallo 1928 (n. 6)
 
4506 - copertina
4510 - pag. 6 sinistra
4511 - Pag. 6 destra
4512 - pag 1 anno 1928
4515 - pagina sinistra
4516 - pagina destra
 
Riepilogo Mercallo 1930 (n. 7)
 
4518 - Copertina
 
 
FARE:
1) - Elenco dei consigli direttivi con annessi e date
2) Regolamenti, anche vecchi
3) Elenco stipendiati - Custodi e impiegati
4) Disegni fornace
5) Piantina del campeggio
6) Lista attrezzature sportive
7) Ordini del giorno con decisioni delle assemblee.
8) Fotografie vecchie di Mastrominico
9) Sentire Pasi
10) Sentire Signora Rosa
11) Sentire Farmacista
12) Sentire De Mattei
13) fare dia delle attrezzature sportive.
14) Fare lista delle diapositive
15) a fine settembre sentire Geometra Planca
 
 
Documento n1
Documento n.2
Documento n. 3
Documento n. 4
Libro 1 - Mastro movimenti 1908
Libro n. 2 - Cassa 1924 - 1925 - 1926
 
 

10.11.1 Tabella

 
 
 
 
 
 
 
                                                                                                                                                                
                                                                                                                                                                
                     totale       Totale       5/5/27       ge-fe       mar.       apr.       mag.       gi-lu-ag       se-ot-no       dic.       ge-fe       mar.       apr.       mag.       giu.       lug.       ago.       set.       ott.       Nov.       dic.
                     1928       1929       31/12/27       1928       1928       1928       1928       1928       1928       1928       1929       1929       1929       1929       1929       1929       1929       1929       1929       1929       1929
                                                                                                                                                                
                                                                                                                                                                
                                                                                                                                                                
Grossi       Forti              40530       53185       70340       8700       450       500       680       20950       8250       500       1775              1300       2400       7750       13010       8150       8250       10550             
Grossi       Dolci              0       600                                                               150              450                                                       
Piccoli e pistoletti                     3940       950       12455       2055       100       200       350       635       400       100                            300       650                                         
Paramani                     0       0       510                                                                                                                             
       8x15x30              0       34480                                                                                           10000       6040       5240       6050       7150             
                     ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---
2 fori       5x10x20              15850       21060       20200       400                     800       8750       2500       1700       2000       2000       500       2250       2000       6210       4000                     1900       200
2 fori       6x8x20              124065       91580       115200       27600       3095       16500       10650       36320       21300       4300       3050       5760       8520       13450       17600       6000       7800       3750       5800       14000       5850
2 fori       6x12x24              65000       29600       34600       5500       9550       8100       8750       10500       21600       500       5600       9200       2000       500       6300       200                     1300       3200       1300
                     ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---
3 fori       6x12,5x25              61050       70475       36870       2750       5750       5150       8450       14750       10700       6750       1100       14600       8450       7750       4225       6050       3650       9800       6000       7150       1700
3 fori       6x15x30              65120       45217       5350              3700              11150       31950       15220       1550                     1650       4147       9900       10240       8050       4100       1000       1000       5130
3 fori       4,5x15x30              43870       73145       23620       3550       1450       950       1940       7700       23580       2350       3950       2250       700       9300       6675       7800       4200       7950       16220       1550       12550
                     ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---
4 fori       8x10x24              330890       321275       233960       30700       28750       30400       33230       74900       80510       26200       5950       13950       64550       36930       22150       25200       30960       57985       17850       18800       26950
4 fori       8x12x24              484162       606690       159450       50132       40150       34440       46350       104245       174245       17300       40040       27300       44450       65700       51500       82800       58750       55030       100700       54320       26100
                     ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---
                     ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---       ---
Tavelloni       cm. 70              12004       17825       3634       1714       230       326       1642       3141       4815       68       186       134       52       2319       2213       5482       1870       2113       1125       2031       300
Tavelloni       cm. 80              45693       52263       19744       3678       2815       1360       6863       11207       12410       3680       785       1287       1325       7114       6544       9304       5483       8166       3248       6530       2477
Tavelloni       cm. 90              33280       32873       8569       4023       880       865       3450       12766       9256       1020       40              653       4629       4374       4767       3733       4551       3546       4029       2551
Tavelloni       cm.100              11755       7155       3150       902       370       620       1726       2769       4538       415              100       72       1046       1090       310       1432       1008       987       571       539
Copriferri                     132138       162490       54120       8250       4360       4620       18005       46995       27148       11380       2150       2250       8100       18215       19635       34175       15900       17845       15690       17740       10790
                                                                                                                                                                
                     16865       15293       6150       1250       375       250              2405       8425       2080       650              4270       300       2500       100       2225       1000       930       1400       1918
                                                                                                                                                                
                     664985       920960       418279       55320       15680       4980       66870       193695       167840       80300       116250       88800       48400       95475       94480       97290       89340       69000       69865       103810       48250
                     16692       20897       8569       1065       302       322       1276       4997       4194       2268       1066       1286       2400       2519       1499       3114       1808       2114       1739       2058       1294
                     212445       228925       216510       16580       8220       4000       16200       58200       83645       12800       10450       3750       13600       25200       28800       28250       39975       19400       26075       24675       8750
                     3368       3647       3170       510       229       325       252       582       872       299       30       46       234       649       269       569       452       380      378       430       210
                                                                                                                                                                
                                                                                                                                                                
1/2 Tegole       Diritte              2720       2116       1233       130       71       122      359       690       444       452              138       308       110       114       80       94       356       130       292       494
1/2 Tegole       Pavioni              2410       1850       536       100                     150       1318       630       106                     480       30       360       100       216       180       310       110       64
                                                                                                                                                                
Colmi Speciali       2 vie a L              11       6                                          6       1       2                            5                     1                           
Colmi Speciali       3 Vie a T              4       0                                          3       1                                                                                   
Colmi Speciali       3 vie a Y              106       122       63       4       4       8       12       21       33       12              2       18       10       20       11       11       2       30       8       10
Colmi Speciali       4 vie a +              2       1                                                        1                                                               1             
Colmi Speciali       finali              322       347       164       6       8       11       16       53       96       66              34       6       51       37       33       87       9       35      26       29
                                                                                                                                                                
Fumaioli tondi       c. 10              94       105       128       8              20       15       15       28       4       2       10       14              16       3       22       2                     36
Fumaioli tondi       cm. 15              134       73       62       51              4       8       27       44              1              3       1       28       4       22       4       1       3       6
Fumaioli tondi       cm. 20              338       366       190       35       5       44       11       91       110       21       13       45       62       16       11       102       3       35       16       12       51
Fumaioli tondi       cm. 25              245       61       81       130       3       4       31       38       21       9                     17       3       5       9       6       6       3       7       5
                                                                                                                                                                
Fumaioli quadri       cm. 10              231       137       30       20       2       1       2              122       42              30       1              75       1       19       10       1             
Fumaioli quadri       cm. 15              1020       205       288       140       105       2       2       203       38       265              95       52       1       15              37       4              1      
Fumaioli quadri       cm. 20              165       85       70       1       101       4       6       15       18       10                     7       10       2       34       23       2       5       2      
Fumaioli quadri       cm. 25              5       0                     5                                                                                                               
                                                                                                                                                                
Cuffie       1 tegola              348       16       14       84       58                     37       5       82                                                        12       4             
Cuffie       2 tegole              438       278       388       102       54       25       2       138       67       25       70       86       4       22       20       8       14       14       7       11       22
Cuffie       3 tegole              27       40                                          23       4                                   3       1       36                                  
                     650       471       383       146       106       34       10       202       152              220       52              4       27       105       34       12       16       1      
                                                                                                                                                                
       60              0       370                                                                                                         366       4                    
       89              0       887                                                                                                                887

10.11.2 Lista dipendenti

 
Lista dei dipendenti dall'anno     all'anno     con numero di matricola
 
 
 
 
124       Tencaioli Carlo
125       Bilesio Melchiorre
126       Moroni Luigi
127       Brocca Luigi
129       Sculati enrico
130       Caielli Giacomo
134       Mazzetta Angelo fu Vicamini
139       Balzarini Giuseppe
142       Balzarini carlo
144       Balzarini Francesco
145       Salina Antonio
191       Tamburini Giuseppe
221       Sculati Giuseppe
222       Zeniali Arturo
223       Mazzetta Antonio
224       Mazzetta Enrico
226       Franchini Rinaldo
227       Marietta Rinaldo
228       Mazzetta Luigi fu Carlo
229       Mazzetta Luigi
230       Balconi Carlo
231       Salina Giuseppe
232       Mazzetta Luigi
233       Comignaghi Enrico
234       Tamburini Mario
235       Mazzetta Enrico
238       Quali Giovanni
239       Fantoni Marco
240       Bagaglio mario
241       Caletti Gaetano
242       Sciarini Luigi
243       Mapelli Luigi
244       Aziati Carlo
245       Terzaghi Luigi
246       Caletti Enrico
247       Locati Pietro
248       Landoni Carlo
249       Zarini Ambrogio
250       Mazzetta Carlo
251       Salina Antonio
252       Pagani Guglielmo
253       Marini Enrico
254       Antonetti Carlo
255       Passarini Giovanni
256       Bettani Ettore
257       Leva Eliseo
258       Caletti Pietro
259       Brusa Giovanni
260       Vanoli Antonio
261       Brebbia Carlo
262       Bagaglio mario
263       Balconi Vittorio
264       Squelati Pietro
265       Galante Virginio
266       Salina Attilio
267       Galli Luigi
268       Cerutti Ugo
269       Perotta Angelo
270       Gardinetti Emilio
271       Pirola Pietro
272       Zarini Pietro
273       Marzetta Carlo
274       Luini Vittorio
275       Luini Primo
276       Balzarini Luigi
277       Bolla Giuseppe
278       Varalli Pasquale
279       Balzarini Giuseppe
280       Caielli Attilio
281       Vanoli Enrico
282       Vanoli Giovanni
283       Balzarini Luigi
284       Frascotti Ferdinando
285       Lischetti Anselmo
286       Tamburini Mario
287       Tamburini Gino
288       Bosetti Romeo
289       Squelati Luigi
290       Balzarini carlo
291       Terravazzi Antonio
292       Sartori Giuseppe
293       De Cesare PASQUALE
294       Caletti Celso
295       Bollini Serafino
296       Balzarini Giuseppe
297       Tronconi Causio
298       Daverio Paolo
299       Leardi Leonardo
300       Pagani Pasquale
301       Grassi Giuseppe
302       Mafioli Pietro
303       Gris Giuseppe
304       Pianca Giuseppe
305       Budel Mose'
306       Brocca Giuseppe
307       Battaglia carlo
308       Balzarini Ambrogio
309       Monti Angelo
310       Grassi Enrico
311       Montanelli Ferdinando
312       Sessa Alberto
313       Del Tredici Ambrogio
314       Mattaini Fiorino
315       Favini Vittorio
316       Balzarini Augusto
317       Attili Paolo
318       Learvi Leonardo
319       Battaglia Francesco
320       Bottini Giovanni
321       Del Torchio Angelo
322       Salina Carlo
323       Mazzetta Carlo
324       Balzarini Carlo
325       Mazzetta Luigi
326       Rescalli Giuseppe
327       Lucchini Emilio
328       Mazzetta Carlo
329       Maffioli Luigi
330       Poretti Teodoro
331       Tamborini  Calo
332       Gardinetti Giovanni
333       Barbarini Calo
334       Vanoli Antonio
335       Terzaghi Luigi
336       Vanoli Antonio
337       Barbarini Luigi
338       Vanoli Franco
339       Mazzetta Angelo Carlo
340       Asati Carlo
341       Tamborini Gino
342       Sessa Alberto
343       Varallli Pasquale
344       Comignaghi Emilio
345       Simonetta Carlo
346       Squellati Angelo
347       Caielli Emilio
348       Salina Antonio di Giovanni
349       Balzarini Francesco di Carlo
350       De Cesari Pasquale
351       Mattaini Fortunato
352       Cerini Giacomo
353       Mattaini Mario
354       Daverio Carlo
355       Sartorio Giuseppe
356       Pignoni Guglielmo
357       Gardinetti Lorenzo
358       Balzarini Armando
359       Varalli Mario
360       Moroni Enrico
361       Balzarini Giuseppe
362       Tronconi Canzio
363       Balzarini Ambrogio
364       Buzzi Giovanni
365       Ratti Luigi
366       Salina Ernesto
367       Galli Pietro
368       Luini Carlo
369       Balzarini Ambrogio
370       Varalli Giacinto
371       Squillati Giovanni
372       Gardinetti Giovanni
373       Vanoli Enrico
374       Tamborini Carlo
375       Salina Antonio
376       Maffioli Luigi
377       Antonetti Carlo
378       Simonetta Carlo
379       Sessa Alberto
380       Balzarini Luigi
381       Balzarini Mario
382       Galli Pietro
383       Salina Attilio
384       Bagaglio Pietro
385       Comignaghi Emilio
386       Bolla Carlo
387       Rescaldi Giuseppe
388       Bella Paolo
389       Balzarini Giuseppe
390       Raspino Umberto
391       Squellati Luigi
392       Vanoli Giovanni
393       Balzarini Luigi
394       Brocca Giuseppe
395       Tencaioli Giacomo
396       Squellati Angelo
397       Varalli Carlo
398       Favini Roberto
399       Brocca Emilio
400       Cerini Angelo
401       Smaniotto Rodolfo
402       Varalli Giuseppe
403       Pignoni Virginio
404       Piazza Piero
405       Ratti Carlo
406       Mazzetta Carlo
407       Vanoli Antonio
408       Luini Primo
409       Terzaghi Luigi
410       Tamburini Mario
411       Balzarini Ambrogio
412       Bagaglio Pietro
413       Balzarini Ambrogio   xxx
414       Favini Vittorio
415       Margnmimi Vittorio
416       Ratti Luigi
417       Porotti Giovanni
418       Boschetti Bruno
419       Rizzon Clemente
420       Rizzon Natale
421       Gardinetti Lorenzo
422       Daverio Paolo
423       Balzarini Francesco
424       Varalli Pasquale
425       Mazzetta Angelo Carlo
426       Moroni Enrico
427       Sessa Alberto
428       Tronconi Canzio
429       Vanetti Pietro
430       Bollini Giovanni
431       Tronconi Francesco
432       Bagaglio Pasquale
433       Landoni Cesare
434       Giovanola Paolo
435       Sartori Giuseppe
436       Margnini Andrea
446       Varalli Pasquale
447       Mazzetta Carlo
448       Moroni Enrico
449       Balzarini Luigi
451       Gardinetti Giovanni
452       Tamborini Mario
453       Ballen Eugenio
454       Mazzetta Piero
455       Rizzon Antonio
456       Luini Vittorio
457       Comignaghi Enrico
458       Salina Attilio
459       Mazzetta Carlo Gepi
460       Tronconi Francesco
461       Sessa Alberto
462       Bagaglio Pietro
463       Salina Antonio
464       Salina Natale
465       Squellati Giovanni
466       Daverio Paolo
467       Boschet Bruno
468       Pignoni Virginio
469       Balzarini Ambrogio Verg.
470       Squellati Mario
471       Trecchi Alfonso
472       Trecchi Pasquale L.
473       Vanoli Francesco
474       Rizzon Natale
475       Terzaghi Luigi
476       Caielli Bentivoglio
477       Caletti Luigi
480       Tencaioli Giacomo
481       Brebbia Luigi
482       Vanoli Enrico
483       Frascottii Ferdinando
484       Varalli Mario
485       Porotti Giovanni
486       Pirola Pietro
487       Brabaglio Andrea
488       Sartori Giuseppe
489       Balzarini Ambrogio
490       Bollini Giovanni
492       Balzoni Antonio
493       Squellati Luigi
494       Baldisero Massimo
495       Simonetta Dante
496       Zanini Carlo
497       Vanetti Pietro
498       Vanoli Giordano
499       Tronconi Canzio
500       Bagaglio Pasquale
501       Porotti Giovanni Carbone
502       Varalli Antonio
503       Luini Primo
505       Porotti Fabeglio
506       Vanoli Giovanni
507       Mazzetta Angelo Emilio
508       Buzzi Pasquale
509       Simonetta Carlo
510       Mazzetta Enrico
511       Caletti Luigi Pic.
512       Bidoglio Mario
513       Luini Bruno
514       Landoni Achille
515       Porotti Isidoro
516       Leva Isaia
517       Tronconi  Claudio
518       Varalli Pasquale
519       Tamburini Mario
520       Sessa Alberto
521       Gardinetti Giovanni
522       Moroni Enrico
523       Barbarini Ambrogio
524       Mazzetta Angelo Carlo
525       Balzarini Ambrogio fu Giuseppe
526       Salina Antonio
527       Vanoli Giovanni
528       Boschetti Bruno
528       Rizzon Antonio
530       Porotti Giovanni
531       Buzzi Pasquale
532       Salina Stefano
533       Vanoli Francesco
534       Pignoni Virginio
535       Ratti Luigi
536       Tamburini Pietro
537       Maffioli Luigi
538       Balzarini Luigi
539       Terzaghi Luigi
540       Troncono Enrico
541       Fantoni Emilio
542       Mazzetta Ambrogio
544       Trecchi Pasquale
545       Bagaglio Fiorentino
545       Balzarini Augusto
546       Rosini Antonio
547       Buzzi Giovanni
548       Bidoglio Mario
549       Squillati Mario
550       Vanetti Pietro
551       Trecchi Alfonso
552       Caielli Angelo
553       Vanoli Antonio
554       Simonetta Dante
555       Vanoli Giordano
556       Caletti Luigi
557       Leva Eugenio
558       Vanoni Pietro
559       Bidoglio Andrea
560       Caluschi Cesare
561       Cormani Carlo
562       Macchi Stefano
563       Favini Roberto
564       Bagaglio Pasquale
565       Gadiva Mario
566       Battaglia Pietro
567       Poretti Andrea
568       Caletti Luigi
569       Rizzoni Natale
570       Mazzetta Luigi
571       Laura Piazza

10.12 Divina Commedia

www.redigio.it
 
LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
INFERNO
 
 
 
Inferno: Canto I
 
  Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
  Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
  Tant'è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
  Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
tant'era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
  Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,
  guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
  Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.
  E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l'acqua perigliosa e guata,
  così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
  Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.
  Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
  e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.
  Temp'era dal principio del mattino,
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando l'amor divino
  mosse di prima quelle cose belle;
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
  l'ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.
  Questi parea che contra me venisse
con la test'alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremesse.
  Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
  questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.
  E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;
  tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol tace.
  Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
  Quando vidi costui nel gran diserto,
"   Miserere di me       ", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!".
  Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.
  Nacqui    sub Iulio       , ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
  Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilión fu combusto.
  Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?".
  "Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos'io lui con vergognosa fronte.
  "O de li altri poeti onore e lume
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
  Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.
  Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi".
  "A te convien tenere altro viaggio",
rispuose poi che lagrimar mi vide,
"se vuo' campar d'esto loco selvaggio:
  ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;
  e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.
  Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
  Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
  Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
  Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima dipartilla.
  Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno,
  ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;
  e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
  A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
  ché quello imperador che là sù regna,
perch'i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua città per me si vegna.
  In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge!".
  E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch'io fugga questo male e peggio,
  che tu mi meni là dov'or dicesti,
sì ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti".
  Allor si mosse, e io li tenni dietro.
 
 
 
Inferno: Canto II
 
  Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno
  m'apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.
  O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.
  Io cominciai: "Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s'ell'è possente,
prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.
  Tu dici che di Silvio il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.
  Però, se l'avversario d'ogne male
cortese i fu, pensando l'alto effetto
ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale,
  non pare indegno ad omo d'intelletto;
ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
ne l'empireo ciel per padre eletto:
  la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u' siede il successor del maggior Piero.
  Per quest'andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.
  Andovvi poi lo Vas d'elezione,
per recarne conforto a quella fede
ch'è principio a la via di salvazione.
  Ma io perché venirvi? o chi 'l concede?
Io non Enea, io non Paulo sono:
me degno a ciò né io né altri 'l crede.
  Per che, se del venire io m'abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono".
  E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,
  tal mi fec'io 'n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la 'mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.
  "S'i' ho ben la parola tua intesa",
rispuose del magnanimo quell'ombra;
"l'anima tua è da viltade offesa;
  la qual molte fiate l'omo ingombra
sì che d'onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand'ombra.
  Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.
  Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.
  Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:
  "O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto 'l mondo lontana,
  l'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che volt'è per paura;
  e temo che non sia già sì smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.
  Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c'ha mestieri al suo campare
l'aiuta, sì ch'i' ne sia consolata.
  I' son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.
  Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia' io:
  "O donna di virtù, sola per cui
l'umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,
  tanto m'aggrada il tuo comandamento,
che l'ubidir, se già fosse, m'è tardi;
più non t'è uo' ch'aprirmi il tuo talento.
  Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l'ampio loco ove tornar tu ardi".
  "Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch'io non temo di venir qua entro.
  Temer si dee di sole quelle cose
c'hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son paurose.
  I' son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d'esto incendio non m'assale.
  Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo 'mpedimento ov'io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.
  Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.
  Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov'i' era,
che mi sedea con l'antica Rachele.
  Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t'amò tanto,
ch'uscì per te de la volgare schiera?
  non odi tu la pieta del suo pianto?
non vedi tu la morte che 'l combatte
su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -
  Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com'io, dopo cotai parole fatte,
  venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".
  Poscia che m'ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse;
per che mi fece del venir più presto;
  e venni a te così com'ella volse;
d'inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.
  Dunque: che è? perché, perché restai?
perché tanta viltà nel core allette?
perché ardire e franchezza non hai?
  poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e 'l mio parlar tanto ben ti promette?".
  Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca
si drizzan tutti aperti in loro stelo,
  tal mi fec'io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch'i' cominciai come persona franca:
  "Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch'ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!
  Tu m'hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch'i' son tornato nel primo proposto.
  Or va, ch'un sol volere è d'ambedue:
tu duca, tu segnore, e tu maestro".
Così li dissi; e poi che mosso fue,
  intrai per lo cammino alto e silvestro.
 
 
 
Inferno: Canto III
 
  Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
  Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e 'l primo amore.
  Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
  Queste parole di colore oscuro
vid'io scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: "Maestro, il senso lor m'è duro".
  Ed elli a me, come persona accorta:
"Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
  Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto".
  E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
  Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai.
  Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
  facevano un tumulto, il qual s'aggira
sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
  E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: "Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent'è che par nel duol sì vinta?".
  Ed elli a me: "Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
  Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
  Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli".
  E io: "Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?".
Rispuose: "Dicerolti molto breve.
  Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.
  Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa".
  E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea indegna;
  e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.
  Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
  Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici sui.
  Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
  Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
  E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: "Maestro, or mi concedi
  ch'i' sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com'io discerno per lo fioco lume".
  Ed elli a me: "Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d'Acheronte".
  Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.
  Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: "Guai a voi, anime prave!
  Non isperate mai veder lo cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
  E tu che se' costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti".
Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
  disse: "Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti".
  E 'l duca lui: "Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare".
  Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
  Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole crude.
  Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
  Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
  Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia.
  Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,
  similemente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
  Così sen vanno su per l'onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s'auna.
  "Figliuol mio", disse 'l maestro cortese,
"quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui d'ogne paese:
  e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.
  Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona".
  Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
  La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
  e caddi come l'uom cui sonno piglia.
 
 
 
Inferno: Canto IV
 
  Ruppemi l'alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch'io mi riscossi
come persona ch'è per forza desta;
  e l'occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov'io fossi.
  Vero è che 'n su la proda mi trovai
de la valle d'abisso dolorosa
che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.
  Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.
  "Or discendiam qua giù nel cieco mondo",
cominciò il poeta tutto smorto.
"Io sarò primo, e tu sarai secondo".
  E io, che del color mi fui accorto,
dissi: "Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?".
  Ed elli a me: "L'angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.
  Andiam, ché la via lunga ne sospigne".
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l'abisso cigne.
  Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri,
che l'aura etterna facevan tremare;
  ciò avvenia di duol sanza martìri
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
d'infanti e di femmine e di viri.
  Lo buon maestro a me: "Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo' che sappi, innanzi che più andi,
  ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch'è porta de la fede che tu credi;
  e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.
  Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi,
che sanza speme vivemo in disio".
  Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.
  "Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore",
comincia' io per voler esser certo
di quella fede che vince ogne errore:
  "uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?".
E quei che 'ntese il mio parlar coverto,
  rispuose: "Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.
  Trasseci l'ombra del primo parente,
d'Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moisè legista e ubidente;
  Abraàm patriarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co' suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé;
  e altri molti, e feceli beati.
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati".
  Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.
  Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand'io vidi un foco
ch'emisperio di tenebre vincia.
  Di lungi n'eravamo ancora un poco,
ma non sì ch'io non discernessi in parte
ch'orrevol gente possedea quel loco.
  "O tu ch'onori scienzia e arte,
questi chi son c'hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?".
  E quelli a me: "L'onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazia acquista in ciel che sì li avanza".
  Intanto voce fu per me udita:
"Onorate l'altissimo poeta:
l'ombra sua torna, ch'era dipartita".
  Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand'ombre a noi venire:
sembianz'avevan né trista né lieta.
  Lo buon maestro cominciò a dire:
"Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:
  quelli è Omero poeta sovrano;
l'altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano.
  Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene".
  Così vid'i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com'aquila vola.
  Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e 'l mio maestro sorrise di tanto;
  e più d'onore ancora assai mi fenno,
ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch'io fui sesto tra cotanto senno.
  Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che 'l tacere è bello,
sì com'era 'l parlar colà dov'era.
  Venimmo al piè d'un nobile castello,
sette volte cerchiato d'alte mura,
difeso intorno d'un bel fiumicello.
  Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.
  Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne' lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.
  Traemmoci così da l'un de' canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.
  Colà diritto, sovra 'l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m'essalto.
  I' vidi Eletra con molti compagni,
tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.
  Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l'altra parte, vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.
  Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
e solo, in parte, vidi 'l Saladino.
  Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
  Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid'io Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri più presso li stanno;
  Democrito, che 'l mondo a caso pone,
Diogenés, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;
  e vidi il buono accoglitor del quale,
Diascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulio e Lino e Seneca morale;
  Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galieno,
Averoìs, che 'l gran comento feo.
  Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.
  La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura che trema.
  E vegno in parte ove non è che luca.
 
 
 
Inferno: Canto V
 
  Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.
  Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo ch'avvinghia.
  Dico che quando l'anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
  vede qual loco d'inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
  Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.
  "O tu che vieni al doloroso ospizio",
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l'atto di cotanto offizio,
  "guarda com'entri e di cui tu ti fide;
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!".
E 'l duca mio a lui: "Perché pur gride?
  Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare".
  Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.
  Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
  La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
  Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
  Intesi ch'a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
  E come li stornei ne portan l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
  di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
  E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid'io venir, traendo guai,
  ombre portate da la detta briga;
per ch'i' dissi: "Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera sì gastiga?".
  "La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper", mi disse quelli allotta,
"fu imperadrice di molte favelle.
  A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
  Ell'è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan corregge.
  L'altra è colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.
  Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
  Vedi Parìs, Tristano"; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch'amor di nostra vita dipartille.
  Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ' cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
  I' cominciai: "Poeta, volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri".
  Ed elli a me: "Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno".
  Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: "O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol niega!".
  Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere dal voler portate;
  cotali uscir de la schiera ov'è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettuoso grido.
  "O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
  se fosse amico il re de l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro mal perverso.
  Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
  Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui.
  Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
  Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
  Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte.
  Quand'io intesi quell'anime offense,
china' il viso e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: "Che pense?".
  Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!".
  Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
  Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?".
  E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
  Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
  Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
  Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
  Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
  la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante".
  Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse.
  E caddi come corpo morto cade.
 
 
 
Inferno: Canto VI
 
  Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d'i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,
  novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch'io mi mova
e ch'io mi volga, e come che io guati.
  Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l'è nova.
  Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l'aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
  Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
  Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti, iscoia ed isquatra.
  Urlar li fa la pioggia come cani;
de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
  Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
  E 'l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
  Qual è quel cane ch'abbaiando agogna,
e si racqueta poi che 'l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
  cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.
  Noi passavam su per l'ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
  Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d'una ch'a seder si levò, ratto
ch'ella ci vide passarsi davante.
  "O tu che se' per questo 'nferno tratto",
mi disse, "riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto".
  E io a lui: "L'angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch'i' ti vedessi mai.
  Ma dimmi chi tu se' che 'n sì dolente
loco se' messo e hai sì fatta pena,
che, s'altra è maggio, nulla è sì spiacente".
  Ed elli a me: "La tua città, ch'è piena
d'invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
  Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
  E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa". E più non fé parola.
  Io li rispuosi: "Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno
  li cittadin de la città partita;
s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione
per che l'ha tanta discordia assalita".
  E quelli a me: "Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l'altra con molta offensione.
  Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l'altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.
  Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l'altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n'aonti.
  Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c'hanno i cuori accesi".
  Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: "Ancor vo' che mi 'nsegni,
e che di più parlar mi facci dono.
  Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,
  dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca".
  E quelli: "Ei son tra l'anime più nere:
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.
  Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo".
  Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco, e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.
  E 'l duca disse a me: "Più non si desta
di qua dal suon de l'angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:
  ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch'in etterno rimbomba".
  Sì trapassammo per sozza mistura
de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;
  per ch'io dissi: "Maestro, esti tormenti
crescerann'ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?".
  Ed elli a me: "Ritorna a tua scienza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.
  Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta".
  Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch'i' non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:
  quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
 
 
 
Inferno: Canto VII
 
  "   Pape Satàn, pape Satàn aleppe!~",
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,
  disse per confortarmi: "Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia".
  Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,
e disse: "Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.
  Non è sanza cagion l'andare al cupo:
vuolsi ne l'alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo".
  Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.
  Così scendemmo ne la quarta lacca
pigliando più de la dolente ripa
che 'l mal de l'universo tutto insacca.
  Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant'io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?
  Come fa l'onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s'intoppa,
così convien che qui la gente riddi.
  Qui vid'i' gente più ch'altrove troppa,
e d'una parte e d'altra, con grand'urli,
voltando pesi per forza di poppa.
  Percoteansi 'ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: "Perché tieni?" e "Perché burli?".
  Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l'opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;
  poi si volgea ciascun, quand'era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
E io, ch'avea lo cor quasi compunto,
  dissi: "Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra".
  Ed elli a me: "Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.
  Assai la voce lor chiaro l'abbaia
quando vegnono a' due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.
  Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio".
  E io: "Maestro, tra questi cotali
dovre' io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali".
  Ed elli a me: "Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi
ad ogne conoscenza or li fa bruni.
  In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
  Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.
  Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d'i ben che son commessi a la fortuna,
per che l'umana gente si rabbuffa;
  ché tutto l'oro ch'è sotto la luna
e che già fu, di quest'anime stanche
non poterebbe farne posare una".
  "Maestro mio", diss'io, "or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?".
  E quelli a me: "Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v'offende!
Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.
  Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì ch'ogne parte ad ogne parte splende,
  distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce
  che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d'uno in altro sangue,
oltre la difension d'i senni umani;
  per ch'una gente impera e l'altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l'angue.
  Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.
  Le sue permutazion non hanno triegue;
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.
  Quest'è colei ch'è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;
  ma ella s'è beata e ciò non ode:
con l'altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.
  Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta".
  Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva
sovr'una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.
  L'acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l'onde bige,
intrammo giù per una via diversa.
  In la palude va c'ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand'è disceso
al piè de le maligne piagge grige.
  E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.
  Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co' denti a brano a brano.
  Lo buon maestro disse: "Figlio, or vedi
l'anime di color cui vinse l'ira;
e anche vo' che tu per certo credi
  che sotto l'acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest'acqua al summo,
come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.
  Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidioso fummo:
  or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra".
  Così girammo de la lorda pozza
grand'arco tra la ripa secca e 'l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
  Venimmo al piè d'una torre al da sezzo.
 
 
 
Inferno: Canto VIII
 
  Io dico, seguitando, ch'assai prima
che noi fossimo al piè de l'alta torre,
li occhi nostri n'andar suso a la cima
  per due fiammette che i vedemmo porre
e un'altra da lungi render cenno
tanto ch'a pena il potea l'occhio tòrre.
  E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;
dissi: "Questo che dice? e che risponde
quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?".
  Ed elli a me: "Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s'aspetta,
se 'l fummo del pantan nol ti nasconde".
  Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l'aere snella,
com'io vidi una nave piccioletta
  venir per l'acqua verso noi in quella,
sotto 'l governo d'un sol galeoto,
che gridava: "Or se' giunta, anima fella!".
  "Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto",
disse lo mio segnore "a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto".
  Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegiàs ne l'ira accolta.
  Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand'io fui dentro parve carca.
  Tosto che 'l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l'antica prora
de l'acqua più che non suol con altrui.
  Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: "Chi se' tu che vieni anzi ora?".
  E io a lui: "S'i' vegno, non rimango;
ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?".
Rispuose: "Vedi che son un che piango".
  E io a lui: "Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto".
  Allor distese al legno ambo le mani;
per che 'l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: "Via costà con li altri cani!".
  Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi 'l volto, e disse: "Alma sdegnosa,
benedetta colei che 'n te s'incinse!
  Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s'è l'ombra sua qui furiosa.
  Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!".
  E io: "Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago".
  Ed elli a me: "Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disio convien che tu goda".
  Dopo ciò poco vid'io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
  Tutti gridavano: "A Filippo Argenti!";
e 'l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co' denti.
  Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,
per ch'io avante l'occhio intento sbarro.
  Lo buon maestro disse: "Omai, figliuolo,
s'appressa la città c'ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo".
  E io: "Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite
  fossero". Ed ei mi disse: "Il foco etterno
ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno".
  Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.
  Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
"Usciteci", gridò: "qui è l'intrata".
  Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: "Chi è costui che sanza morte
  va per lo regno de la morta gente?".
E 'l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.
  Allor chiusero un poco il gran disdegno,
e disser: "Vien tu solo, e quei sen vada,
che sì ardito intrò per questo regno.
  Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai
che li ha' iscorta sì buia contrada".
  Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.
  "O caro duca mio, che più di sette
volte m'hai sicurtà renduta e tratto
d'alto periglio che 'ncontra mi stette,
  non mi lasciar", diss'io, "così disfatto;
e se 'l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l'orme nostre insieme ratto".
  E quel segnor che lì m'avea menato,
mi disse: "Non temer; ché 'l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n'è dato.
  Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch'i' non ti lascerò nel mondo basso".
  Così sen va, e quivi m'abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.
  Udir non potti quello ch'a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.
  Chiuser le porte que' nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase,
e rivolsesi a me con passi rari.
  Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:
"Chi m'ha negate le dolenti case!".
  E a me disse: "Tu, perch'io m'adiri,
non sbigottir, ch'io vincerò la prova,
qual ch'a la difension dentro s'aggiri.
  Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l'usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.
  Sovr'essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l'erta,
passando per li cerchi sanza scorta,
  tal che per lui ne fia la terra aperta".
 
 
 
Inferno: Canto IX
 
  Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.
  Attento si fermò com'uom ch'ascolta;
ché l'occhio nol potea menare a lunga
per l'aere nero e per la nebbia folta.
  "Pur a noi converrà vincer la punga",
cominciò el, "se non... Tal ne s'offerse.
Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!".
  I' vidi ben sì com'ei ricoperse
lo cominciar con l'altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;
  ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch'io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.
  "In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?".
  Questa question fec'io; e quei "Di rado
incontra", mi rispuose, "che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado.
  Ver è ch'altra fiata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l'ombre a' corpi sui.
  Di poco era di me la carne nuda,
ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
  Quell'è 'l più basso loco e 'l più oscuro,
e 'l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so 'l cammin; però ti fa sicuro.
  Questa palude che 'l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u' non potemo intrare omai sanz'ira".
  E altro disse, ma non l'ho a mente;
però che l'occhio m'avea tutto tratto
ver' l'alta torre a la cima rovente,
  dove in un punto furon dritte ratto
tre furie infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,
  e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.
  E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l'etterno pianto,
"Guarda", mi disse, "le feroci Erine.
  Quest'è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo"; e tacque a tanto.
  Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme, e gridavan sì alto,
ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.
  "Vegna Medusa: sì 'l farem di smalto",
dicevan tutte riguardando in giuso;
"mal non vengiammo in Teseo l'assalto".
  "Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se 'l Gorgón si mostra e tu 'l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso".
  Così disse 'l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.
  O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi strani.
  E già venia su per le torbide onde
un fracasso d'un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,
  non altrimenti fatto che d'un vento
impetuoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz'alcun rattento
  li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.
i occhi mi sciolse e disse: "Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo".
  Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l'acqua si dileguan tutte,
fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,
  vid'io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch'al passo
passava Stige con le piante asciutte.
  Dal volto rimovea quell'aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell'angoscia parea lasso.
  Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.
  Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta, e con una verghetta
l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.
  "O cacciati del ciel, gente dispetta",
cominciò elli in su l'orribil soglia,
"ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?
  Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v'ha cresciuta doglia?
  Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo".
  Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d'omo cui altra cura stringa e morda
  che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver' la terra,
sicuri appresso le parole sante.
  Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;
e io, ch'avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,
  com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;
e veggio ad ogne man grande campagna
piena di duolo e di tormento rio.
  Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com'a Pola, presso del Carnaro
ch'Italia chiude e suoi termini bagna,
  fanno i sepulcri tutt'il loco varo,
così facevan quivi d'ogne parte,
salvo che 'l modo v'era più amaro;
  ché tra gli avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun'arte.
  Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n'uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d'offesi.
  E io: "Maestro, quai son quelle genti
che, seppellite dentro da quell'arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?".
  Ed elli a me: "Qui son li eresiarche
con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.
  Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi".
E poi ch'a la man destra si fu vòlto,
  passammo tra i martiri e li alti spaldi.
 
 
 
Inferno: Canto X
 
  Ora sen va per un secreto calle,
tra 'l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.
  "O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi", cominciai, "com'a te piace,
parlami, e sodisfammi a' miei disiri.
  La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt'i coperchi, e nessun guardia face".
  E quelli a me: "Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.
  Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l'anima col corpo morta fanno.
  Però a la dimanda che mi faci
quinc'entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci".
  E io: "Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m'hai non pur mo a ciò disposto".
  "O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
  La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
a la qual forse fui troppo molesto".
  Subitamente questo suono uscìo
d'una de l'arche; però m'accostai,
temendo, un poco più al duca mio.
  Ed el mi disse: "Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s'è dritto:
da la cintola in sù tutto 'l vedrai".
  Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s'ergea col petto e con la fronte
com'avesse l'inferno a gran dispitto.
  E l'animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: "Le parole tue sien conte".
  Com'io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: "Chi fuor li maggior tui?".
  Io ch'era d'ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;
ond'ei levò le ciglia un poco in suso;
  poi disse: "Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fiate li dispersi".
  "S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte",
rispuos'io lui, "l'una e l'altra fiata;
ma i vostri non appreser ben quell'arte".
  Allor surse a la vista scoperchiata
un'ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s'era in ginocchie levata.
  Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s'altri era meco;
e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,
  piangendo disse: "Se per questo cieco
carcere vai per altezza d'ingegno,
mio figlio ov'è? e perché non è teco?".
  E io a lui: "Da me stesso non vegno:
colui ch'attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno".
  Le sue parole e 'l modo de la pena
m'avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.
  Di subito drizzato gridò: "Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?".
  Quando s'accorse d'alcuna dimora
ch'io facea dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.
  Ma quell'altro magnanimo, a cui posta
restato m'era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa:
  e sé continuando al primo detto,
"S'elli han quell'arte", disse, "male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.
  Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell'arte pesa.
  E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr'a' miei in ciascuna sua legge?".
  Ond'io a lui: "Lo strazio e 'l grande scempio
che fece l'Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio".
  Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,
"A ciò non fu' io sol", disse, "né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.
  Ma fu' io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto".
  "Deh, se riposi mai vostra semenza",
prega' io lui, "solvetemi quel nodo
che qui ha 'nviluppata mia sentenza.
  El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo".
  "Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,
le cose", disse, "che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.
  Quando s'appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.
  Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta".
  Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: "Or direte dunque a quel caduto
che 'l suo nato è co'vivi ancor congiunto;
  e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che 'l fei perché pensava
già ne l'error che m'avete soluto".
  E già 'l maestro mio mi richiamava;
per ch'i' pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu' istava.
  Dissemi: "Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è 'l secondo Federico,
e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio".
  Indi s'ascose; e io inver' l'antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.
  Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: "Perché se' tu sì smarrito?".
E io li sodisfeci al suo dimando.
  "La mente tua conservi quel ch'udito
hai contra te", mi comandò quel saggio.
"E ora attendi qui", e drizzò 'l dito:
  "quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell'occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il viaggio".
  Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
per un sentier ch'a una valle fiede,
  che 'nfin là sù facea spiacer suo lezzo.
 
 
 
Inferno: Canto XI
 
  In su l'estremità d'un'alta ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio
venimmo sopra più crudele stipa;
  e quivi, per l'orribile soperchio
del puzzo che 'l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
  d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta
che dicea: "Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta".
  "Lo nostro scender conviene esser tardo,
sì che s'ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo".
  Così 'l maestro; e io "Alcun compenso",
dissi lui, "trova che 'l tempo non passi
perduto". Ed elli: "Vedi ch'a ciò penso".
  "Figliuol mio, dentro da cotesti sassi",
cominciò poi a dir, "son tre cerchietti
di grado in grado, come que' che lassi.
  Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son costretti.
  D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,
ingiuria è 'l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista.
  Ma perché frode è de l'uom proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più dolor li assale.
  Di violenti il primo cerchio è tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto.
  A Dio, a sé, al prossimo si pòne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione.
  Morte per forza e ferute dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose;
  onde omicide e ciascun che mal fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere.
  Puote omo avere in sé man violenta
e ne' suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro si penta
  qualunque priva sé del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov'esser de' giocondo.
  Puossi far forza nella deitade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade;
  e però lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella.
  La frode, ond'ogne coscienza è morsa,
può l'omo usare in colui che 'n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa.
  Questo modo di retro par ch'incida
pur lo vinco d'amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s'annida
  ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.
  Per l'altro modo quell'amor s'oblia
che fa natura, e quel ch'è poi aggiunto,
di che la fede spezial si cria;
  onde nel cerchio minore, ov'è 'l punto
de l'universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è consunto".
  E io: "Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e 'l popol ch'e' possiede.
  Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s'incontran con sì aspre lingue,
  perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?".
  Ed elli a me "Perché tanto delira",
disse "lo 'ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove altrove mira?
  Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che 'l ciel non vole,
  incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?
  Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza,
  tu vedrai ben perché da questi felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli".
  "O sol che sani ogni vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.
  Ancora in dietro un poco ti rivolvi",
diss'io, "là dove di' ch'usura offende
la divina bontade, e 'l groppo solvi".
  "Filosofia", mi disse, "a chi la 'ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende
  dal divino 'ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,
  che l'arte vostra quella, quanto pote,
segue, come 'l maestro fa 'l discente;
sì che vostr'arte a Dio quasi è nepote.
  Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;
  e perché l'usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch'in altro pon la spene.
  Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;
ché i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,
  e 'l balzo via là oltra si dismonta".
 
 
 
Inferno: Canto XII
 
  Era lo loco ov'a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,
tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.
  Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l'Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,
  che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch'alcuna via darebbe a chi sù fosse:
  cotal di quel burrato era la scesa;
e 'n su la punta de la rotta lacca
l'infamia di Creti era distesa
  che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l'ira dentro fiacca.
  Lo savio mio inver' lui gridò: "Forse
tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse?
  Pàrtiti, bestia: ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene".
  Qual è quel toro che si slaccia in quella
c'ha ricevuto già 'l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella,
  vid'io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: "Corri al varco:
mentre ch'e' 'nfuria, è buon che tu ti cale".
  Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.
  Io gia pensando; e quei disse: "Tu pensi
forse a questa ruina ch'è guardata
da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.
  Or vo' che sappi che l'altra fiata
ch'i' discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.
  Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno,
  da tutte parti l'alta valle feda
tremò sì, ch'i' pensai che l'universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda
  più volte il mondo in caòsso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia
qui e altrove, tal fece riverso.
  Ma ficca li occhi a valle, ché s'approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per violenza in altrui noccia".
  Oh cieca cupidigia e ira folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l'etterna poi sì mal c'immolle!
  Io vidi un'ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto 'l piano abbraccia,
secondo ch'avea detto la mia scorta;
  e tra 'l piè de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.
  Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;
  e l'un gridò da lungi: "A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l'arco tiro".
  Lo mio maestro disse: "La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta".
  Poi mi tentò, e disse: "Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira
e fé di sé la vendetta elli stesso.
  E quel di mezzo, ch'al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell'altro è Folo, che fu sì pien d'ira.
  Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille".
  Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.
  Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,
disse a' compagni: "Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch'el tocca?
  Così non soglion far li piè d'i morti".
E 'l mio buon duca, che già li er'al petto,
dove le due nature son consorti,
  rispuose: "Ben è vivo, e sì soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità 'l ci 'nduce, e non diletto.
  Tal si partì da cantare alleluia
che mi commise quest'officio novo:
non è ladron, né io anima fuia.
  Ma per quella virtù per cu' io movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,
  e che ne mostri là dove si guada
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l'aere vada".
  Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: "Torna, e sì li guida,
e fa cansar s'altra schiera v'intoppa".
  Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.
  Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e 'l gran centauro disse: "E' son tiranni
che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.
  Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dionisio fero,
che fé Cicilia aver dolorosi anni.
  E quella fronte c'ha 'l pel così nero,
è Azzolino; e quell'altro ch'è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero
  fu spento dal figliastro sù nel mondo".
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
"Questi ti sia or primo, e io secondo".
  Poco più oltre il centauro s'affisse
sovr'una gente che 'nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.
  Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,
dicendo: "Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola".
  Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
e di costoro assai riconobb'io.
  Così a più a più si facea basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.
  "Sì come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema",
disse 'l centauro, "voglio che tu credi
  che da quest'altra a più a più giù prema
lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.
  La divina giustizia di qua punge
quell'Attila che fu flagello in terra
e Pirro e Sesto; e in etterno munge
  le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra".
  Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.
 
 
 
Inferno: Canto XIII
 
  Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.
  Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco:
  non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
  Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
  Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.
  E 'l buon maestro "Prima che più entre,
sappi che se' nel secondo girone",
mi cominciò a dire, "e sarai mentre
  che tu verrai ne l'orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone".
  Io sentia d'ogne parte trarre guai,
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
  Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi
da gente che per noi si nascondesse.
  Però disse 'l maestro: "Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi".
  Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: "Perché mi schiante?".
  Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: "Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
  Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb'esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi".
  Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de'capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che va via,
  sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond'io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.
  "S'elli avesse potuto creder prima",
rispuose 'l savio mio, "anima lesa,
ciò c'ha veduto pur con la mia rima,
  non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
  Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vece
d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece".
  E 'l tronco: "Sì col dolce dir m'adeschi,
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch'io un poco a ragionar m'inveschi.
  Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,
  che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
  La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
  infiammò contra me li animi tutti;
e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,
che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
  L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
  Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor sì degno.
  E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede".
  Un poco attese, e poi "Da ch'el si tace",
disse 'l poeta a me, "non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace".
  Ond'io a lui: "Domandal tu ancora
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta pietà m'accora".
  Perciò ricominciò: "Se l'om ti faccia
liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia
  di dirne come l'anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membra si spiega".
  Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
"Brievemente sarà risposto a voi.
  Quando si parte l'anima feroce
dal corpo ond'ella stessa s'è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.
  Cade in la selva, e non l'è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.
  Surge in vermena e in pianta silvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.
  Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch'alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.
  Qui le trascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua molesta".
  Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor sorpresi,
  similemente a colui che venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
  Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogni rosta.
  Quel dinanzi: "Or accorri, accorri, morte!".
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: "Lano, sì non furo accorte
  le gambe tue a le giostre dal Toppo!".
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d'un cespuglio fece un groppo.
  Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.
  In quel che s'appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
  Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea,
per le rotture sanguinenti in vano.
  "O Iacopo", dicea, "da Santo Andrea,
che t'è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?".
  Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,
disse "Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?".
  Ed elli a noi: "O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,
  raccoglietele al piè del tristo cesto.
I' fui de la città che nel Batista
mutò il primo padrone; ond'ei per questo
  sempre con l'arte sua la farà trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,
  que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.
  Io fei gibbetto a me de le mie case".
 
 
 
Inferno: Canto XIV
 
  Poi che la carità del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte,
e rende'le a colui, ch'era già fioco.
  Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.
  A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.
  La dolorosa selva l'è ghirlanda
intorno, come 'l fosso tristo ad essa:
quivi fermammo i passi a randa a randa.
  Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d'altra foggia fatta che colei
che fu da' piè di Caton già soppressa.
  O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi miei!
  D'anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.
  Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continuamente.
  Quella che giva intorno era più molta,
e quella men che giacea al tormento,
ma più al duolo avea la lingua sciolta.
  Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.
  Quali Alessandro in quelle parti calde
d'India vide sopra 'l suo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,
  per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch'era solo:
  tale scendeva l'etternale ardore;
onde la rena s'accendea, com'esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.
  Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l'arsura fresca.
  I' cominciai: "Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ' demon duri
ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,
  chi è quel grande che non par che curi
lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che 'l marturi?".
  E quel medesmo, che si fu accorto
ch'io domandava il mio duca di lui,
gridò: "Qual io fui vivo, tal son morto.
  Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l'ultimo dì percosso fui;
  o s'elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",
  sì com'el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza,
non ne potrebbe aver vendetta allegra".
  Allora il duca mio parlò di forza
tanto, ch'i' non l'avea sì forte udito:
"O Capaneo, in ciò che non s'ammorza
  la tua superbia, se' tu più punito:
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito".
  Poi si rivolse a me con miglior labbia
dicendo: "Quei fu l'un d'i sette regi
ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia
  Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;
ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.
  Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti".
  Tacendo divenimmo là 've spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
  Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.
  Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;
per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.
  "Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno è negato,
  cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com'è 'l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta".
  Queste parole fuor del duca mio;
per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
di cui largito m'avea il disio.
  "In mezzo mar siede un paese guasto",
diss'elli allora, "che s'appella Creta,
sotto 'l cui rege fu già 'l mondo casto.
  Una montagna v'è che già fu lieta
d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida:
or è diserta come cosa vieta.
  Rea la scelse già per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida.
  Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver' Dammiata
e Roma guarda come suo speglio.
  La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e 'l petto,
poi è di rame infino a la forcata;
  da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che 'l destro piede è terra cotta;
e sta 'n su quel più che 'n su l'altro, eretto.
  Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta
d'una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, foran quella grotta.
  Lor corso in questa valle si diroccia:
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia
  infin, là ove più non si dismonta
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta".
  E io a lui: "Se 'l presente rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?".
  Ed elli a me: "Tu sai che 'l loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo,
  non se' ancor per tutto il cerchio vòlto:
per che, se cosa n'apparisce nova,
non de' addur maraviglia al tuo volto".
  E io ancor: "Maestro, ove si trova
Flegetonta e Letè? ché de l'un taci,
e l'altro di' che si fa d'esta piova".
  "In tutte tue question certo mi piaci",
rispuose; "ma 'l bollor de l'acqua rossa
dovea ben solver l'una che tu faci.
  Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
là dove vanno l'anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa".
  Poi disse: "Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,
  e sopra loro ogne vapor si spegne".
 
 
 
Inferno: Canto XV
 
  Ora cen porta l'un de' duri margini;
e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l'acqua e li argini.
  Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,
fanno lo schermo perché 'l mar si fuggia;
  e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:
  a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro felli.
  Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,
perch'io in dietro rivolto mi fossi,
  quando incontrammo d'anime una schiera
che venìan lungo l'argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera
  guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver' noi aguzzavan le ciglia
come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.
  Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: "Qual maraviglia!".
  E io, quando 'l suo braccio a me distese,
ficcai li occhi per lo cotto aspetto,
sì che 'l viso abbrusciato non difese
  la conoscenza sua al mio 'ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: "Siete voi qui, ser Brunetto?".
  E quelli: "O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia".
  I' dissi lui: "Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m'asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco".
  "O figliuol", disse, "qual di questa greggia
s'arresta punto, giace poi cent'anni
sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.
  Però va oltre: i' ti verrò a' panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni".
  I' non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma 'l capo chino
tenea com'uom che reverente vada.
  El cominciò: "Qual fortuna o destino
anzi l'ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra 'l cammino?".
  "Là sù di sopra, in la vita serena",
rispuos'io lui, "mi smarri' in una valle,
avanti che l'età mia fosse piena.
  Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m'apparve, tornand'io in quella,
e reducemi a ca per questo calle".
  Ed elli a me: "Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorioso porto,
se ben m'accorsi ne la vita bella;
  e s'io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t'avrei a l'opera conforto.
  Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole    ab        antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
  ti si farà, per tuo ben far, nimico:
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
  Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent'è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.
  La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l'una parte e l'altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l'erba.
  Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s'alcuna surge ancora in lor letame,
  in cui riviva la sementa santa
di que' Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta".
  "Se fosse tutto pieno il mio dimando",
rispuos'io lui, "voi non sareste ancora
de l'umana natura posto in bando;
  ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
  m'insegnavate come l'uom s'etterna:
e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.
  Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s'a lei arrivo.
  Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
che a la Fortuna, come vuol, son presto.
  Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua marra".
  Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro, e riguardommi;
poi disse: "Bene ascolta chi la nota".
  Né per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi.
  Ed elli a me: "Saper d'alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché 'l tempo sarìa corto a tanto suono.
  In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d'un peccato medesmo al mondo lerci.
  Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
s'avessi avuto di tal tigna brama,
  colui potei che dal servo de' servi
fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.
  Di più direi; ma 'l venire e 'l sermone
più lungo esser non può, però ch'i' veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.
  Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio".
  Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
  quelli che vince, non colui che perde.
 
 
 
Inferno: Canto XVI
 
  Già era in loco onde s'udìa 'l rimbombo
de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
simile a quel che l'arnie fanno rombo,
  quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d'una torma che passava
sotto la pioggia de l'aspro martiro.
  Venian ver noi, e ciascuna gridava:
"Sòstati tu ch'a l'abito ne sembri
esser alcun di nostra terra prava".
  Ahimè, che piaghe vidi ne' lor membri
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.
  A le lor grida il mio dottor s'attese;
volse 'l viso ver me, e: "Or aspetta",
disse "a costor si vuole esser cortese.
  E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i' dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta".
  Ricominciar, come noi restammo, ei
l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.
  Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,
  così rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, sì che 'n contraro il collo
faceva ai piè continuo viaggio.
  E "Se miseria d'esto loco sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi",
cominciò l'uno "e 'l tinto aspetto e brollo,
  la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se', che i vivi piedi
così sicuro per lo 'nferno freghi.
  Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:
  nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.
  L'altro, ch'appresso me la rena trita,
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovrìa esser gradita.
  E io, che posto son con loro in croce,
Iacopo Rusticucci fui; e certo
la fiera moglie più ch'altro mi nuoce".
  S'i' fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che 'l dottor l'avrìa sofferto;
  ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
  Poi cominciai: "Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,
  tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i' mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.
  Di vostra terra sono, e sempre mai
l'ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.
  Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi".
  "Se lungamente l'anima conduca
le membra tue", rispuose quelli ancora,
"e se la fama tua dopo te luca,
  cortesia e valor dì se dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n'è gita fora;
  ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole".
  "La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni".
  Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l'un l'altro com'al ver si guata.
  "Se l'altre volte sì poco ti costa",
rispuoser tutti "il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!
  Però, se campi d'esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere "I' fui",
  fa che di noi a la gente favelle".
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.
  Un amen non saria potuto dirsi
tosto così com'e' fuoro spariti;
per ch'al maestro parve di partirsi.
  Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che 'l suon de l'acqua n'era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.
  Come quel fiume c'ha proprio cammino
prima dal Monte Viso 'nver' levante,
da la sinistra costa d'Apennino,
  che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,
  rimbomba là sovra San Benedetto
de l'Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;
  così, giù d'una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell'acqua tinta,
sì che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.
  Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.
  Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,
sì come 'l duca m'avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.
  Ond'ei si volse inver' lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell'alto burrato.
  'E' pur convien che novità risponda'
dicea fra me medesmo 'al novo cenno
che 'l maestro con l'occhio sì seconda'.
  Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l'ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!
  El disse a me: "Tosto verrà di sovra
ciò ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:
tosto convien ch'al tuo viso si scovra".
  Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;
  ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s'elle non sien di lunga grazia vòte,
  ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,
  sì come torna colui che va giuso
talora a solver l'àncora ch'aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,
  che 'n sù si stende, e da piè si rattrappa.
 
 
 
Inferno: Canto XVII
 
  "Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!
Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!".
  Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda
vicino al fin d'i passeggiati marmi.
  E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e 'l busto,
ma 'n su la riva non trasse la coda.
  La faccia sua era faccia d'uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d'un serpente tutto l'altro fusto;
  due branche avea pilose insin l'ascelle;
lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.
  Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.
  Come tal volta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi
  lo bivero s'assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
su l'orlo ch'è di pietra e 'l sabbion serra.
  Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch'a guisa di scorpion la punta armava.
  Lo duca disse: "Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca".
  Però scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.
  E quando noi a lei venuti semo,
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.
  Quivi 'l maestro "Acciò che tutta piena
esperienza d'esto giron porti",
mi disse, "va, e vedi la lor mena.
  Li tuoi ragionamenti sian là corti:
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti".
  Così ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.
  Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
è di qua, di là soccorrien con le mani
quando a' vapori, e quando al caldo suolo:
  non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo, or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.
  Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne' quali 'l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi
  che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch'avea certo colore e certo segno,
e quindi par che 'l loro occhio si pasca.
  E com'io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d'un leone avea faccia e contegno.
  Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un'altra come sangue rossa,
mostrando un'oca bianca più che burro.
  E un che d'una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: "Che fai tu in questa fossa?
  Or te ne va; e perché se' vivo anco,
sappi che 'l mio vicin Vitaliano
sederà qui dal mio sinistro fianco.
  Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fiate mi 'ntronan li orecchi
gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,
  che recherà la tasca con tre becchi!"".
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che 'l naso lecchi.
  E io, temendo no 'l più star crucciasse
lui che di poco star m'avea 'mmonito,
torna'mi in dietro da l'anime lasse.
  Trova' il duca mio ch'era salito
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: "Or sie forte e ardito.
  Omai si scende per sì fatte scale:
monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa far male".
  Qual è colui che sì presso ha 'l riprezzo
de la quartana, c'ha già l'unghie smorte,
e triema tutto pur guardando 'l rezzo,
  tal divenn'io a le parole porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.
  I' m'assettai in su quelle spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
com'io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.
  Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch'i' montai
con le braccia m'avvinse e mi sostenne;
  e disse: "Gerion, moviti omai:
le rote larghe e lo scender sia poco:
pensa la nova soma che tu hai".
  Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch'al tutto si sentì a gioco,
  là 'v'era 'l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l'aere a sé raccolse.
  Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;
  né quando Icaro misero le reni
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui "Mala via tieni!",
  che fu la mia, quando vidi ch'i' era
ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.
  Ella sen va notando lenta lenta:
rota e discende, ma non me n'accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.
  Io sentia già da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi 'n giù la testa sporgo.
  Allor fu' io più timido a lo stoscio,
però ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
ond'io tremando tutto mi raccoscio.
  E vidi poi, ché nol vedea davanti,
lo scendere e 'l girar per li gran mali
che s'appressavan da diversi canti.
  Come 'l falcon ch'è stato assai su l'ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere "Omè, tu cali!",
  discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;
  così ne puose al fondo Gerione
al piè al piè de la stagliata rocca
e, discarcate le nostre persone,
  si dileguò come da corda cocca.
 
 
 
Inferno: Canto XVIII
 
  Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.
  Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui    suo loco        dicerò l'ordigno.
  Quel cinghio che rimane adunque è tondo
tra 'l pozzo e 'l piè de l'alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.
  Quale, dove per guardia de le mura
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,
  tale imagine quivi facean quelli;
e come a tai fortezze da' lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,
  così da imo de la roccia scogli
movien che ricidien li argini e ' fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.
  In questo luogo, de la schiena scossi
di Gerion, trovammoci; e 'l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
  A la man destra vidi nova pieta,
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.
  Nel fondo erano ignudi i peccatori;
dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
di là con noi, ma con passi maggiori,
  come i Roman per l'essercito molto,
l'anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
  che da l'un lato tutti hanno la fronte
verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;
da l'altra sponda vanno verso 'l monte.
  Di qua, di là, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.
  Ahi come facean lor levar le berze
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.
  Mentr'io andava, li occhi miei in uno
furo scontrati; e io sì tosto dissi:
"Già di veder costui non son digiuno".
  Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;
e 'l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch'alquanto in dietro gissi.
  E quel frustato celar si credette
bassando 'l viso; ma poco li valse,
ch'io dissi: "O tu che l'occhio a terra gette,
  se le fazion che porti non son false,
Venedico se' tu Caccianemico.
Ma che ti mena a sì pungenti salse?".
  Ed elli a me: "Mal volentier lo dico;
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.
  I' fui colui che la Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.
  E non pur io qui piango bolognese;
anzi n'è questo luogo tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
  a dicer 'sipa' tra Sàvena e Reno;
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro seno".
  Così parlando il percosse un demonio
de la sua scuriada, e disse: "Via,
ruffian! qui non son femmine da conio".
  I' mi raggiunsi con la scorta mia;
poscia con pochi passi divenimmo
là 'v'uno scoglio de la ripa uscia.
  Assai leggeramente quel salimmo;
e vòlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie etterne ci partimmo.
  Quando noi fummo là dov'el vaneggia
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: "Attienti, e fa che feggia
  lo viso in te di quest'altri mal nati,
ai quali ancor non vedesti la faccia
però che son con noi insieme andati".
  Del vecchio ponte guardavam la traccia
che venìa verso noi da l'altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.
  E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,
mi disse: "Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:
  quanto aspetto reale ancor ritene!
Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
li Colchi del monton privati féne.
  Ello passò per l'isola di Lenno,
poi che l'ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.
  Ivi con segni e con parole ornate
Isifile ingannò, la giovinetta
che prima avea tutte l'altre ingannate.
  Lasciolla quivi, gravida, soletta;
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta.
  Con lui sen va chi da tal parte inganna:
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che 'n sé assanna".
  Già eravam là 've lo stretto calle
con l'argine secondo s'incrocicchia,
e fa di quello ad un altr'arco spalle.
  Quindi sentimmo gente che si nicchia
ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme picchia.
  Le ripe eran grommate d'una muffa,
per l'alito di giù che vi s'appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.
  Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
loco a veder sanza montare al dosso
de l'arco, ove lo scoglio più sovrasta.
  Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea mosso.
  E mentre ch'io là giù con l'occhio cerco,
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parea s'era laico o cherco.
  Quei mi sgridò: "Perché se' tu sì gordo
di riguardar più me che li altri brutti?".
E io a lui: "Perché, se ben ricordo,
  già t'ho veduto coi capelli asciutti,
e se' Alessio Interminei da Lucca:
però t'adocchio più che li altri tutti".
  Ed elli allor, battendosi la zucca:
"Qua giù m'hanno sommerso le lusinghe
ond'io non ebbi mai la lingua stucca".
  Appresso ciò lo duca "Fa che pinghe",
mi disse "il viso un poco più avante,
sì che la faccia ben con l'occhio attinghe
  di quella sozza e scapigliata fante
che là si graffia con l'unghie merdose,
e or s'accoscia e ora è in piedi stante.
  Taide è, la puttana che rispuose
al drudo suo quando disse "Ho io grazie
grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".
  E quinci sien le nostre viste sazie".
 
 
 
Inferno: Canto XIX
 
  O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci
  per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.
  Già eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.
  O somma sapienza, quanta è l'arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte!
  Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fóri,
d'un largo tutti e ciascun era tondo.
  Non mi parean men ampi né maggiori
che que' che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d'i battezzatori;
  l'un de li quali, ancor non è molt'anni,
rupp'io per un che dentro v'annegava:
e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.
  Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d'un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l'altro dentro stava.
  Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.
  Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a le punte.
  "Chi è colui, maestro, che si cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti",
diss'io, "e cui più roggia fiamma succia?".
  Ed elli a me: "Se tu vuo' ch'i' ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de' suoi torti".
  E io: "Tanto m'è bel, quanto a te piace:
tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace".
  Allor venimmo in su l'argine quarto:
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto.
  Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.
  "O qual che se' che 'l di sù tien di sotto,
anima trista come pal commessa",
comincia' io a dir, "se puoi, fa motto".
  Io stava come 'l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch'è fitto,
richiama lui, per che la morte cessa.
  Ed el gridò: "Se' tu già costì ritto,
se' tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
  Se' tu sì tosto di quell'aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a 'nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?".
  Tal mi fec'io, quai son color che stanno,
per non intender ciò ch'è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.
  Allor Virgilio disse: "Dilli tosto:
"Non son colui, non son colui che credi"";
e io rispuosi come a me fu imposto.
  Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: "Dunque che a me richiedi?
  Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch'i' fui vestito del gran manto;
  e veramente fui figliuol de l'orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l'avere e qui me misi in borsa.
  Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.
  Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch'i' credea che tu fossi
allor ch'i' feci 'l sùbito dimando.
  Ma più è 'l tempo già che i piè mi cossi
e ch'i' son stato così sottosopra,
ch'el non starà piantato coi piè rossi:
  ché dopo lui verrà di più laida opra
di ver' ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.
  Novo Iasón sarà, di cui si legge
ne' Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge".
  Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
"Deh, or mi dì : quanto tesoro volle
  Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non "Viemmi retro".
  Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l'anima ria.
  Però ti sta, ché tu se' ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch'esser ti fece contra Carlo ardito.
  E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
la reverenza delle somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,
  io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.
  Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l'acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
  quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.
  Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;
e che altro è da voi a l'idolatre,
se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?
  Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!".
  E mentr'io li cantava cotai note,
o ira o coscienza che 'l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.
  I' credo ben ch'al mio duca piacesse,
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.
  Però con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese.
  Né si stancò d'avermi a sé distretto,
sì men portò sovra 'l colmo de l'arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto.
  Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.
  Indi un altro vallon mi fu scoperto.
 
 
 
Inferno: Canto XX
 
  Di nova pena mi conven far versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon ch'è d'i sommersi.
  Io era già disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d'angoscioso pianto;
  e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.
  Come 'l viso mi scese in lor più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;
  ché da le reni era tornato 'l volto,
e in dietro venir li convenia,
perché 'l veder dinanzi era lor tolto.
  Forse per forza già di parlasia
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che sia.
  Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com'io potea tener lo viso asciutto,
  quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che 'l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.
  Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: "Ancor se' tu de li altri sciocchi?
  Qui vive la pietà quand'è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?
  Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,
  Anfiarao? perché lasci la guerra?".
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno afferra.
  Mira c'ha fatto petto de le spalle:
perché volle veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.
  Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne
cangiandosi le membra tutte quante;
  e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che riavesse le maschili penne.
  Aronta è quel ch'al ventre li s'atterga,
che ne' monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,
  ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e 'l mar no li era la veduta tronca.
  E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa pelle,
  Manto fu, che cercò per terre molte;
poscia si puose là dove nacqu'io;
onde un poco mi piace che m'ascolte.
  Poscia che 'l padre suo di vita uscìo,
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gio.
  Suso in Italia bella giace un laco,
a piè de l'Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.
  Per mille fonti, credo, e più si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l'acqua che nel detto laco stagna.
  Loco è nel mezzo là dove 'l trentino
pastore e quel di Brescia e 'l veronese
segnar poria, s'e' fesse quel cammino.
  Siede Peschiera, bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva 'ntorno più discese.
  Ivi convien che tutto quanto caschi
ciò che 'n grembo a Benaco star non può,
e fassi fiume giù per verdi paschi.
  Tosto che l'acqua a correr mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.
  Non molto ha corso, ch'el trova una lama,
ne la qual si distende e la 'mpaluda;
e suol di state talor essere grama.
  Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d'abitanti nuda.
  Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
  Li uomini poi che 'ntorno erano sparti
s'accolsero a quel loco, ch'era forte
per lo pantan ch'avea da tutte parti.
  Fer la città sovra quell'ossa morte;
e per colei che 'l loco prima elesse,
Mantua l'appellar sanz'altra sorte.
  Già fuor le genti sue dentro più spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.
  Però t'assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verità nulla menzogna frodi".
  E io: "Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.
  Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente rifiede".
  Allor mi disse: "Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu - quando Grecia fu di maschi vòta,
  sì ch'a pena rimaser per le cune -
augure, e diede 'l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.
  Euripilo ebbe nome, e così 'l canta
l'alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
  Quell'altro che ne' fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe 'l gioco.
  Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.
  Vedi le triste che lasciaron l'ago,
la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.
  Ma vienne omai, ché già tiene 'l confine
d'amendue li emisperi e tocca l'onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
  e già iernotte fu la luna tonda:
ben ten de' ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda".
  Sì mi parlava, e andavamo introcque.
 
 
 
Inferno: Canto XXI
 
  Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo il colmo, quando
  restammo per veder l'altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.
  Quale ne l'arzanà de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
  ché navicar non ponno - in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più viaggi fece;
  chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -;
  tal, non per foco, ma per divin'arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che 'nviscava la ripa d'ogne parte.
  I' vedea lei, ma non vedea in essa
mai che le bolle che 'l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.
  Mentr'io là giù fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo "Guarda, guarda!",
mi trasse a sé del loco dov'io stava.
  Allor mi volsi come l'uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda,
  che, per veder, non indugia 'l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.
  Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero!
e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
con l'ali aperte e sovra i piè leggero!
  L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l'anche,
e quei tenea de' piè ghermito 'l nerbo.
  Del nostro ponte disse: "O Malebranche,
ecco un de li anzian di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch'i' torno per anche
  a quella terra che n'è ben fornita:
ogn'uom v'è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar vi si fa    ita       ".
  Là giù 'l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.
  Quel s'attuffò, e tornò sù convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: "Qui non ha loco il Santo Volto:
  qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Però, se tu non vuo' di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio".
  Poi l'addentar con più di cento raffi,
disser: "Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi".
  Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.
  Lo buon maestro "Acciò che non si paia
che tu ci sia", mi disse, "giù t'acquatta
dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;
  e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
perch'altra volta fui a tal baratta".
  Poscia passò di là dal co del ponte;
e com'el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d'aver sicura fronte.
  Con quel furore e con quella tempesta
ch'escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s'arresta,
  usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt'i runcigli;
ma el gridò: "Nessun di voi sia fello!
  Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l'un di voi che m'oda,
e poi d'arruncigliarmi si consigli".
  Tutti gridaron: "Vada Malacoda!";
per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -,
e venne a lui dicendo: "Che li approda?".
  "Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto", disse 'l mio maestro,
"sicuro già da tutti vostri schermi,
  sanza voler divino e fato destro?
Lascian'andar, ché nel cielo è voluto
ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro".
  Allor li fu l'orgoglio sì caduto,
ch'e' si lasciò cascar l'uncino a' piedi,
e disse a li altri: "Omai non sia feruto".
  E 'l duca mio a me: "O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi".
  Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch'io temetti ch'ei tenesser patto;
  così vid'io già temer li fanti
ch'uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.
  I' m'accostai con tutta la persona
lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch'era non buona.
  Ei chinavan li raffi e "Vuo' che 'l tocchi",
diceva l'un con l'altro, "in sul groppone?".
E rispondien: "Sì, fa che gliel'accocchi!".
  Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto,
e disse: "Posa, posa, Scarmiglione!".
  Poi disse a noi: "Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l'arco sesto.
  E se l'andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.
  Ier, più oltre cinqu'ore che quest'otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta.
  Io mando verso là di questi miei
a riguardar s'alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei".
  "Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina",
cominciò elli a dire, "e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.
  Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
Ciriatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.
  Cercate 'ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l'altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane".
  "Omè, maestro, che è quel ch'i' veggio?",
diss'io, "deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.
  Se tu se' sì accorto come suoli,
non vedi tu ch'e' digrignan li denti,
e con le ciglia ne minaccian duoli?".
  Ed elli a me: "Non vo' che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch'e' fanno ciò per li lessi dolenti".
  Per l'argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
  ed elli avea del cul fatto trombetta.
 
 
 
Inferno: Canto XXII
 
  Io vidi già cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;
  corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;
  quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
  né già con sì diversa cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di stella.
  Noi andavam con li diece demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
  Pur a la pegola era la mia 'ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch'entro v'era incesa.
  Come i dalfini, quando fanno segno
a' marinar con l'arco de la schiena,
che s'argomentin di campar lor legno,
  talor così, ad alleggiar la pena,
mostrav'alcun de' peccatori il dosso
e nascondea in men che non balena.
  E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e l'altro grosso,
  sì stavan d'ogne parte i peccatori;
ma come s'appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i bollori.
  I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,
uno aspettar così, com'elli 'ncontra
ch'una rana rimane e l'altra spiccia;
  e Graffiacan, che li era più di contra,
li arruncigliò le 'mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.
  I' sapea già di tutti quanti 'l nome,
sì li notai quando fuorono eletti,
e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.
  "O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!",
gridavan tutti insieme i maladetti.
  E io: "Maestro mio, fa, se tu puoi,
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi".
  Lo duca mio li s'accostò allato;
domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:
"I' fui del regno di Navarra nato.
  Mia madre a servo d'un segnor mi puose,
che m'avea generato d'un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue cose.
  Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
quivi mi misi a far baratteria;
di ch'io rendo ragione in questo caldo".
  E Ciriatto, a cui di bocca uscia
d'ogne parte una sanna come a porco,
li fé sentir come l'una sdruscia.
  Tra male gatte era venuto 'l sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
e disse: "State in là, mentr'io lo 'nforco".
  E al maestro mio volse la faccia:
"Domanda", disse, "ancor, se più disii
saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia".
  Lo duca dunque: "Or dì : de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?". E quelli: "I' mi partii,
  poco è, da un che fu di là vicino.
Così foss'io ancor con lui coperto,
ch'i' non temerei unghia né uncino!".
  E Libicocco "Troppo avem sofferto",
disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
  Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde 'l decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.
  Quand'elli un poco rappaciati fuoro,
a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
domandò 'l duca mio sanza dimoro:
  "Chi fu colui da cui mala partita
di' che facesti per venire a proda?".
Ed ei rispuose: "Fu frate Gomita,
  quel di Gallura, vasel d'ogne froda,
ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
  Danar si tolse, e lasciolli di piano,
sì com'e' dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.
  Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.
  Omè, vedete l'altro che digrigna:
i' direi anche, ma i' temo ch'ello
non s'apparecchi a grattarmi la tigna".
  E 'l gran proposto, vòlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: "Fatti 'n costà, malvagio uccello!".
  "Se voi volete vedere o udire",
ricominciò lo spaurato appresso
"Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
  ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sì ch'ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,
  per un ch'io son, ne farò venir sette
quand'io suffolerò, com'è nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette".
  Cagnazzo a cotal motto levò 'l muso,
crollando 'l capo, e disse: "Odi malizia
ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!".
  Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: "Malizioso son io troppo,
quand'io procuro a' mia maggior trestizia".
  Alichin non si tenne e, di rintoppo
a li altri, disse a lui: "Se tu ti cali,
io non ti verrò dietro di gualoppo,
  ma batterò sovra la pece l'ali.
Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol più di noi vali".
  O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da l'altra costa li occhi volse;
quel prima, ch'a ciò fare era più crudo.
  Lo Navarrese ben suo tempo colse;
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si sciolse.
  Di che ciascun di colpa fu compunto,
ma quei più che cagion fu del difetto;
però si mosse e gridò: "Tu se' giunto!".
  Ma poco i valse: ché l'ali al sospetto
non potero avanzar: quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto:
  non altrimenti l'anitra di botto,
quando 'l falcon s'appressa, giù s'attuffa,
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
  Irato Calcabrina de la buffa,
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;
  e come 'l barattier fu disparito,
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.
  Ma l'altro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.
  Lo caldo sghermitor sùbito fue;
ma però di levarsi era neente,
sì avieno inviscate l'ali sue.
  Barbariccia, con li altri suoi dolente,
quattro ne fé volar da l'altra costa
con tutt'i raffi, e assai prestamente
  di qua, di là discesero a la posta;
porser li uncini verso li 'mpaniati,
ch'eran già cotti dentro da la crosta;
  e noi lasciammo lor così 'mpacciati.
 
 
 
Inferno: Canto XXIII
 
  Taciti, soli, sanza compagnia
n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
come frati minor vanno per via.
  Vòlt'era in su la favola d'Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
dov'el parlò de la rana e del topo;
  ché più non si pareggia 'mo' e 'issa'
che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
principio e fine con la mente fissa.
  E come l'un pensier de l'altro scoppia,
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé doppia.
  Io pensava così: 'Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa
sì fatta, ch'assai credo che lor nòi.
  Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa'.
  Già mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand'io dissi: "Maestro, se non celi
  te e me tostamente, i' ho pavento
d'i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li 'magino sì, che già li sento".
  E quei: "S'i' fossi di piombato vetro,
l'imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro 'mpetro.
  Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,
con simile atto e con simile faccia,
sì che d'intrambi un sol consiglio fei.
  S'elli è che sì la destra costa giaccia,
che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,
noi fuggirem l'imaginata caccia".
  Già non compié di tal consiglio rendere,
ch'io li vidi venir con l'ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.
  Lo duca mio di sùbito mi prese,
come la madre ch'al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme accese,
  che prende il figlio e fugge e non s'arresta,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;
  e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.
  Non corse mai sì tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand'ella più verso le pale approccia,
  come 'l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra 'l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.
  A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch'e' furon in sul colle
sovresso noi; ma non lì era sospetto;
  ché l'alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs'indi a tutti tolle.
  Là giù trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
  Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi.
  Di fuor dorate son, sì ch'elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
  Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto;
  ma per lo peso quella gente stanca
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d'anca.
  Per ch'io al duca mio: "Fa che tu trovi
alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, sì andando, intorno movi".
  E un che 'ntese la parola tosca,
di retro a noi gridò: "Tenete i piedi,
voi che correte sì per l'aura fosca!
  Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi".
Onde 'l duca si volse e disse: "Aspetta
e poi secondo il suo passo procedi".
  Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
de l'animo, col viso, d'esser meco;
ma tardavali 'l carco e la via stretta.
  Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in sé, e dicean seco:
  "Costui par vivo a l'atto de la gola;
e s'e' son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola?".
  Poi disser me: "O Tosco, ch'al collegio
de l'ipocriti tristi se' venuto,
dir chi tu se' non avere in dispregio".
  E io a loro: "I' fui nato e cresciuto
sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.
  Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
quant'i' veggio dolor giù per le guance?
e che pena è in voi che sì sfavilla?".
  E l'un rispuose a me: "Le cappe rance
son di piombo sì grosse, che li pesi
fan così cigolar le lor bilance.
  Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi,
  come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch'ancor si pare intorno dal Gardingo".
  Io cominciai: "O frati, i vostri mali...";
ma più non dissi, ch'a l'occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.
  Quando mi vide, tutto si distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
e 'l frate Catalan, ch'a ciò s'accorse,
  mi disse: "Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a' martìri.
  Attraversato è, nudo, ne la via,
come tu vedi, ed è mestier ch'el senta
qualunque passa, come pesa, pria.
  E a tal modo il socero si stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala sementa".
  Allor vid'io maravigliar Virgilio
sovra colui ch'era disteso in croce
tanto vilmente ne l'etterno essilio.
  Poscia drizzò al frate cotal voce:
"Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
s'a la man destra giace alcuna foce
  onde noi amendue possiamo uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d'esto fondo a dipartirci".
  Rispuose adunque: "Più che tu non speri
s'appressa un sasso che de la gran cerchia
si move e varca tutt'i vallon feri,
  salvo che 'n questo è rotto e nol coperchia:
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia".
  Lo duca stette un poco a testa china;
poi disse: "Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina".
  E 'l frate: "Io udi' già dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
ch'elli è bugiardo, e padre di menzogna".
  Appresso il duca a gran passi sen gì,
turbato un poco d'ira nel sembiante;
ond'io da li 'ncarcati mi parti'
  dietro a le poste de le care piante.
 
 
 
Inferno: Canto XXIV
 
  In quella parte del giovanetto anno
che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,
  quando la brina in su la terra assempra
l'imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,
  lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca,
  ritorna in casa, e qua e là si lagna,
come 'l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,
  veggendo 'l mondo aver cangiata faccia
in poco d'ora, e prende suo vincastro,
e fuor le pecorelle a pascer caccia.
  Così mi fece sbigottir lo mastro
quand'io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo 'mpiastro;
  ché, come noi venimmo al guasto ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch'io vidi prima a piè del monte.
  Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.
  E come quei ch'adopera ed estima,
che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver la cima
  d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia
dicendo: "Sovra quella poi t'aggrappa;
ma tenta pria s'è tal ch'ella ti reggia".
  Non era via da vestito di cappa,
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di chiappa in chiappa.
  E se non fosse che da quel precinto
più che da l'altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.
  Ma perché Malebolge inver' la porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta
  che l'una costa surge e l'altra scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l'ultima pietra si scoscende.
  La lena m'era del polmon sì munta
quand'io fui sù, ch'i' non potea più oltre,
anzi m'assisi ne la prima giunta.
  "Omai convien che tu così ti spoltre",
disse 'l maestro; "ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre;
  sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
  E però leva sù: vinci l'ambascia
con l'animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s'accascia.
  Più lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi 'ntendi, or fa sì che ti vaglia".
  Leva'mi allor, mostrandomi fornito
meglio di lena ch'i' non mi sentìa;
e dissi: "Va, ch'i' son forte e ardito".
  Su per lo scoglio prendemmo la via,
ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto più assai che quel di pria.
  Parlando andava per non parer fievole;
onde una voce uscì de l'altro fosso,
a parole formar disconvenevole.
  Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso
fossi de l'arco già che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.
  Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch'io: "Maestro, fa che tu arrivi
  da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;
ché, com'i' odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente affiguro".
  "Altra risposta", disse, "non ti rendo
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de' seguir con l'opera tacendo".
  Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s'aggiugne con l'ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:
  e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.
  Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,
  né tante pestilenzie né sì ree
mostrò già mai con tutta l'Etiopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
  Tra questa cruda e tristissima copia
correan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:
  con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
  Ed ecco a un ch'era da nostra proda,
s'avventò un serpente che 'l trafisse
là dove 'l collo a le spalle s'annoda.
  Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com'el s'accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
  e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa,
e 'n quel medesmo ritornò di butto.
  Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;
  erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.
  E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch'a terra il tira,
o d'altra oppilazion che lega l'omo,
  quando si leva, che 'ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:
  tal era il peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant'è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!
  Lo duca il domandò poi chi ello era;
per ch'ei rispuose: "Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fiera.
  Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana".
  E io al duca: "Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù 'l pinse;
ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci".
  E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,
ma drizzò verso me l'animo e 'l volto,
e di trista vergogna si dipinse;
  poi disse: "Più mi duol che tu m'hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l'altra vita tolto.
  Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto perch'io fui
ladro a la sagrestia d'i belli arredi,
  e falsamente già fu apposto altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da' luoghi bui,
  apri li orecchi al mio annunzio, e odi:
Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.
  Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch'è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetuosa e agra
  sovra Campo Picen fia combattuto;
ond'ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch'ogne Bianco ne sarà feruto.
  E detto l'ho perché doler ti debbia!".
 
 
 
Inferno: Canto XXV
 
  Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: "Togli, Dio, ch'a te le squadro!".
  Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch'una li s'avvolse allora al collo,
come dicesse 'Non vo' che più diche';
  e un'altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.
  Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?
  Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da' muri.
  El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: "Ov'è, ov'è l'acerbo?".
  Maremma non cred'io che tante n'abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.
  Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l'ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s'intoppa.
  Lo mio maestro disse: "Questi è Caco,
che sotto 'l sasso di monte Aventino
di sangue fece spesse volte laco.
  Non va co' suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch'elli ebbe a vicino;
  onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d'Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece".
  Mentre che sì parlava, ed el trascorse
e tre spiriti venner sotto noi,
de' quali né io né 'l duca mio s'accorse,
  se non quando gridar: "Chi siete voi?";
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.
  Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l'un nomar un altro convenette,
  dicendo: "Cianfa dove fia rimaso?";
per ch'io, acciò che 'l duca stesse attento,
mi puosi 'l dito su dal mento al naso.
  Se tu se' or, lettore, a creder lento
ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che 'l vidi, a pena il mi consento.
  Com'io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.
  Co' piè di mezzo li avvinse la pancia,
e con li anterior le braccia prese;
poi li addentò e l'una e l'altra guancia;
  li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra 'mbedue,
e dietro per le ren sù la ritese.
  Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l'orribil fiera
per l'altrui membra avviticchiò le sue.
  Poi s'appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l'un né l'altro già parea quel ch'era:
  come procede innanzi da l'ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e 'l bianco more.
  Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
gridava: "Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se' né due né uno".
  Già eran li due capi un divenuti,
quando n'apparver due figure miste
in una faccia, ov'eran due perduti.
  Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
divenner membra che non fuor mai viste.
  Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l'imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.
  Come 'l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
  sì pareva, venendo verso l'epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;
  e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.
  Lo trafitto 'l mirò, ma nulla disse;
anzi, co' piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l'assalisse.
  Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;
l'un per la piaga, e l'altro per la bocca
fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.
  Taccia Lucano ormai là dove tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch'or si scocca.
  Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo 'nvidio;
  ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch'amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.
  Insieme si rispuosero a tai norme,
che 'l serpente la coda in forca fesse,
e il feruto ristrinse insieme l'orme.
  Le gambe con le cosce seco stesse
s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
  Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.
  Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
e i due piè de la fiera, ch'eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
  Poscia li piè di retro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l'uom cela,
e 'l misero del suo n'avea due porti.
  Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
di color novo, e genera 'l pel suso
per l'una parte e da l'altra il dipela,
  l'un si levò e l'altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
  Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
e di troppa matera ch'in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;
  ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.
  Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;
  e la lingua, ch'avea unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.
  L'anima ch'era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l'altro dietro a lui parlando sputa.
  Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a l'altro: "I' vo' che Buoso corra,
com'ho fatt'io, carpon per questo calle".
  Così vid'io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra.
  E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e l'animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
  ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato;
  l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.
 
 
 
Inferno: Canto XXVI
 
  Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande,
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!
  Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.
  Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai di qua da picciol tempo
di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.
  E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss'ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com'più m'attempo.
  Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n'avea fatto iborni a scender pria,
rimontò 'l duca mio e trasse mee;
  e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.
  Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,
e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,
  perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.
  Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
  come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov'e' vendemmia e ara:
  di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, sì com'io m'accorsi
tosto che fui là 've 'l fondo parea.
  E qual colui che si vengiò con li orsi
vide 'l carro d'Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
  che nol potea sì con li occhi seguire,
ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:
  tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.
  Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
sì che s'io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz'esser urto.
  E 'l duca che mi vide tanto atteso,
disse: "Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch'elli è inceso".
  "Maestro mio", rispuos'io, "per udirti
son io più certo; ma già m'era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:
  chi è 'n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov'Eteòcle col fratel fu miso?".
  Rispuose a me: "Là dentro si martira
Ulisse e Diomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l'ira;
  e dentro da la lor fiamma si geme
l'agguato del caval che fé la porta
onde uscì de' Romani il gentil seme.
  Piangevisi entro l'arte per che, morta,
Deidamìa ancor si duol d'Achille,
e del Palladio pena vi si porta".
  "S'ei posson dentro da quelle faville
parlar", diss'io, "maestro, assai ten priego
e ripriego, che 'l priego vaglia mille,
  che non mi facci de l'attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver' lei mi piego!".
  Ed elli a me: "La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l'accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
  Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perch'e' fuor greci, forse del tuo detto".
  Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
  "O voi che siete due dentro ad un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai o poco
  quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi".
  Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;
  indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: "Quando
  mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,
  né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,
  vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
  ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
  L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.
  Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov'Ercule segnò li suoi riguardi,
  acciò che l'uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea lasciata Setta.
  "O frati", dissi "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia
  d'i nostri sensi ch'è del rimanente,
non vogliate negar l'esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
  Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
  Li miei compagni fec'io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
  e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
  Tutte le stelle già de l'altro polo
vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.
  Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
  quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.
  Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.
  Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com'altrui piacque,
  infin che 'l mar fu sovra noi richiuso".
 
 
 
Inferno: Canto XXVII
 
  Già era dritta in sù la fiamma e queta
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,
  quand'un'altra, che dietro a lei venia,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor n'uscia.
  Come 'l bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l'avea temperato con sua lima,
  mugghiava con la voce de l'afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;
  così, per non aver via né forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertian le parole grame.
  Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,
  udimmo dire: "O tu a cu' io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo "Istra ten va, più non t'adizzo",
  perch'io sia giunto forse alquanto tardo,
non t'incresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!
  Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto se' di quella dolce terra
latina ond'io mia colpa tutta reco,
  dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch'io fui d'i monti là intra Orbino
e 'l giogo di che Tever si diserra".
  Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: "Parla tu; questi è latino".
  E io, ch'avea già pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
"O anima che se' là giù nascosta,
  Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
ma 'n palese nessuna or vi lasciai.
  Ravenna sta come stata è molt'anni:
l'aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
  La terra che fé già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.
  E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d'i denti succhio.
  Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lioncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.
  E quella cu' il Savio bagna il fianco,
così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte
tra tirannia si vive e stato franco.
  Ora chi se', ti priego che ne conte;
non esser duro più ch'altri sia stato,
se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte".
  Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato
al modo suo, l'aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
  "S'i' credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse;
  ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,
sanza tema d'infamia ti rispondo.
  Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,
  se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e    quare       , voglio che m'intenda.
  Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe
che la madre mi diè, l'opere mie
non furon leonine, ma di volpe.
  Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch'al fine de la terra il suono uscie.
  Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,
  ciò che pria mi piacea, allor m'increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
  Lo principe d'i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,
  ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano;
  né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.
  Ma come Costantin chiese Silvestro
d'entro Siratti a guerir de la lebbre;
così mi chiese questi per maestro
  a guerir de la sua superba febbre:
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.
  E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.
  Lo ciel poss'io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che 'l mio antecessor non ebbe care".
  Allor mi pinser li argomenti gravi
là 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
e dissi: "Padre, da che tu mi lavi
  di quel peccato ov'io mo cader deggio,
lunga promessa con l'attender corto
ti farà triunfar ne l'alto seggio".
  Francesco venne poi com'io fu' morto,
per me; ma un d'i neri cherubini
li disse: "Non portar: non mi far torto.
  Venir se ne dee giù tra ' miei meschini
perché diede 'l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a' crini;
  ch'assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente".
  Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: "Forse
tu non pensavi ch'io loico fossi!".
  A Minòs mi portò; e quelli attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,
  disse: "Questi è d'i rei del foco furo";
per ch'io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi rancuro".
  Quand'elli ebbe 'l suo dir così compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo 'l corno aguto.
  Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio,
su per lo scoglio infino in su l'altr'arco
che cuopre 'l fosso in che si paga il fio
  a quei che scommettendo acquistan carco.
 
 
 
Inferno: Canto XXVIII
 
  Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch'i' ora vidi, per narrar più volte?
  Ogne lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
c'hanno a tanto comprender poco seno.
  S'el s'aunasse ancor tutta la gente
che già in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente
  per li Troiani e per la lunga guerra
che de l'anella fé sì alte spoglie,
come Livio scrive, che non erra,
  con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
  a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz'arme vinse il vecchio Alardo;
  e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.
  Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com'io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
  Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
  Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
guardommi, e con le man s'aperse il petto,
dicendo: "Or vedi com'io mi dilacco!
  vedi come storpiato è Maometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
  E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.
  Un diavolo è qua dietro che n'accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,
  quand'avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch'altri dinanzi li rivada.
  Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,
forse per indugiar d'ire a la pena
ch'è giudicata in su le tue accuse?".
  "Né morte 'l giunse ancor, né colpa 'l mena",
rispuose 'l mio maestro "a tormentarlo;
ma per dar lui esperienza piena,
  a me, che morto son, convien menarlo
per lo 'nferno qua giù di giro in giro;
e quest'è ver così com'io ti parlo".
  Più fuor di cento che, quando l'udiro,
s'arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia obliando il martiro.
  "Or dì a fra Dolcin dunque che s'armi,
tu che forse vedra' il sole in breve,
s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
  sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch'altrimenti acquistar non sarìa leve".
  Poi che l'un piè per girsene sospese,
Maometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.
  Un altro, che forata avea la gola
e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch'una orecchia sola,
  ristato a riguardar per maraviglia
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia,
  e disse: "O tu cui colpa non condanna
e cu' io vidi su in terra latina,
se troppa simiglianza non m'inganna,
  rimembriti di Pier da Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina.
  E fa saper a' due miglior da Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l'antiveder qui non è vano,
  gittati saran fuor di lor vasello
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d'un tiranno fello.
  Tra l'isola di Cipri e di Maiolica
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica.
  Quel traditor che vede pur con l'uno,
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,
  farà venirli a parlamento seco;
poi farà sì, ch'al vento di Focara
non sarà lor mestier voto né preco".
  E io a lui: "Dimostrami e dichiara,
se vuo' ch'i' porti sù di te novella,
chi è colui da la veduta amara".
  Allor puose la mano a la mascella
d'un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: "Questi è desso, e non favella.
  Questi, scacciato, il dubitar sommerse
in Cesare, affermando che 'l fornito
sempre con danno l'attender sofferse".
  Oh quanto mi pareva sbigottito
con la lingua tagliata ne la strozza
Curio, ch'a dir fu così ardito!
  E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,
levando i moncherin per l'aura fosca,
sì che 'l sangue facea la faccia sozza,
  gridò: "Ricordera'ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",
che fu mal seme per la gente tosca".
  E io li aggiunsi: "E morte di tua schiatta";
per ch'elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.
  Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
e vidi cosa, ch'io avrei paura,
sanza più prova, di contarla solo;
  se non che coscienza m'assicura,
la buona compagnia che l'uom francheggia
sotto l'asbergo del sentirsi pura.
  Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;
  e 'l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna;
e quel mirava noi e dicea: "Oh me!".
  Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due:
com'esser può, quei sa che sì governa.
  Quando diritto al piè del ponte fue,
levò 'l braccio alto con tutta la testa,
per appressarne le parole sue,
  che fuoro: "Or vedi la pena molesta
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s'alcuna è grande come questa.
  E perché tu di me novella porti,
sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma' conforti.
  Io feci il padre e 'l figlio in sé ribelli:
Achitofèl non fé più d'Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.
  Perch'io parti' così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch'è in questo troncone.
  Così s'osserva in me lo contrapasso".
 
 
 
Inferno: Canto XXIX
 
  La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie sì inebriate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.
  Ma Virgilio mi disse: "Che pur guate?
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l'ombre triste smozzicate?
  Tu non hai fatto sì a l'altre bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.
  E già la luna è sotto i nostri piedi:
lo tempo è poco omai che n'è concesso,
e altro è da veder che tu non vedi".
  "Se tu avessi", rispuos'io appresso,
"atteso a la cagion perch'io guardava,
forse m'avresti ancor lo star dimesso".
  Parte sen giva, e io retro li andava,
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: "Dentro a quella cava
  dov'io tenea or li occhi sì a posta,
credo ch'un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù cotanto costa".
  Allor disse 'l maestro: "Non si franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello.
Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
  ch'io vidi lui a piè del ponticello
mostrarti, e minacciar forte, col dito,
e udi' 'l nominar Geri del Bello.
  Tu eri allor sì del tutto impedito
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì fu partito".
  "O duca mio, la violenta morte
che non li è vendicata ancor", diss'io,
"per alcun che de l'onta sia consorte,
  fece lui disdegnoso; ond'el sen gio
sanza parlarmi, sì com'io estimo:
e in ciò m'ha el fatto a sé più pio".
  Così parlammo infino al loco primo
che de lo scoglio l'altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto ad imo.
  Quando noi fummo sor l'ultima chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,
  lamenti saettaron me diversi,
che di pietà ferrati avean li strali;
ond'io li orecchi con le man copersi.
  Qual dolor fora, se de li spedali,
di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
  fossero in una fossa tutti 'nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n'usciva
qual suol venir de le marcite membre.
  Noi discendemmo in su l'ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva
  giù ver lo fondo, la 've la ministra
de l'alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.
  Non credo ch'a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l'aere sì pien di malizia,
  che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,
  si ristorar di seme di formiche;
ch'era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.
  Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalle
l'un de l'altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
  Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.
  Io vidi due sedere a sé poggiati,
com'a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;
  e non vidi già mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,
  come ciascun menava spesso il morso
de l'unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;
  e sì traevan giù l'unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d'altro pesce che più larghe l'abbia.
  "O tu che con le dita ti dismaglie",
cominciò 'l duca mio a l'un di loro,
"e che fai d'esse talvolta tanaglie,
  dinne s'alcun Latino è tra costoro
che son quinc'entro, se l'unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro".
  "Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue", rispuose l'un piangendo;
"ma tu chi se' che di noi dimandasti?".
  E 'l duca disse: "I' son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo 'nferno a lui intendo".
  Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l'udiron di rimbalzo.
  Lo buon maestro a me tutto s'accolse,
dicendo: "Dì a lor ciò che tu vuoli";
e io incominciai, poscia ch'ei volse:
  "Se la vostra memoria non s'imboli
nel primo mondo da l'umane menti,
ma s'ella viva sotto molti soli,
  ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi".
  "Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena",
rispuose l'un, "mi fé mettere al foco;
ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.
  Vero è ch'i' dissi lui, parlando a gioco:
"I' mi saprei levar per l'aere a volo";
e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,
  volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo
perch'io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l'avea per figliuolo.
  Ma nell 'ultima bolgia de le diece
me per l'alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece".
  E io dissi al poeta: "Or fu già mai
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d'assai!".
  Onde l'altro lebbroso, che m'intese,
rispuose al detto mio: "Tra'mene Stricca
che seppe far le temperate spese,
  e Niccolò che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l'orto dove tal seme s'appicca;
  e tra'ne la brigata in che disperse
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
e l'Abbagliato suo senno proferse.
  Ma perché sappi chi sì ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda:
  sì vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l'alchìmia;
e te dee ricordar, se ben t'adocchio,
  com'io fui di natura buona scimia".
 
 
 
Inferno: Canto XXX
 
  Nel tempo che Iunone era crucciata
per Semelè contra 'l sangue tebano,
come mostrò una e altra fiata,
  Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,
  gridò: "Tendiam le reti, sì ch'io pigli
la leonessa e ' leoncini al varco";
e poi distese i dispietati artigli,
  prendendo l'un ch'avea nome Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s'annegò con l'altro carco.
  E quando la fortuna volse in basso
l'altezza de' Troian che tutto ardiva,
sì che 'nsieme col regno il re fu casso,
  Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva
  del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente torta.
  Ma né di Tebe furie né troiane
si vider mai in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonché membra umane,
  quant'io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che 'l porco quando del porcil si schiude.
  L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo l'assannò, sì che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.
  E l'Aretin che rimase, tremando
mi disse: "Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando".
  "Oh!", diss'io lui, "se l'altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di qui si spicchi".
  Ed elli a me: "Quell'è l'anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre fuor del dritto amore amica.
  Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l'altro che là sen va, sostenne,
  per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma".
  E poi che i due rabbiosi fuor passati
sovra cu' io avea l'occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.
  Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.
  La grave idropesì, che sì dispaia
le membra con l'omor che mal converte,
che 'l viso non risponde a la ventraia,
  facea lui tener le labbra aperte
come l'etico fa, che per la sete
l'un verso 'l mento e l'altro in sù rinverte.
  "O voi che sanz'alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo",
diss'elli a noi, "guardate e attendete
  a la miseria del maestro Adamo:
io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli,
e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.
  Li ruscelletti che d'i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
  sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l'imagine lor vie più m'asciuga
che 'l male ond'io nel volto mi discarno.
  La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov'io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.
  Ivi è Romena, là dov'io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch'io il corpo sù arso lasciai.
  Ma s'io vedessi qui l'anima trista
di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.
  Dentro c'è l'una già, se l'arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c'ho le membra legate?
  S'io fossi pur di tanto ancor leggero
ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia,
io sarei messo già per lo sentiero,
  cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch'ella volge undici miglia,
e men d'un mezzo di traverso non ci ha.
  Io son per lor tra sì fatta famiglia:
e' m'indussero a batter li fiorini
ch'avevan tre carati di mondiglia".
  E io a lui: "Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate 'l verno,
giacendo stretti a' tuoi destri confini?".
  "Qui li trovai - e poi volta non dierno - ",
rispuose, "quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.
  L'una è la falsa ch'accusò Gioseppo;
l'altr'è 'l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo".
  E l'un di lor, che si recò a noia
forse d'esser nomato sì oscuro,
col pugno li percosse l'epa croia.
  Quella sonò come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,
  dicendo a lui: "Ancor che mi sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal mestiere sciolto".
  Ond'ei rispuose: "Quando tu andavi
al fuoco, non l'avei tu così presto;
ma sì e più l'avei quando coniavi".
  E l'idropico: "Tu di' ver di questo:
ma tu non fosti sì ver testimonio
là 've del ver fosti a Troia richesto".
  "S'io dissi falso, e tu falsasti il conio",
disse Sinon; "e son qui per un fallo,
e tu per più ch'alcun altro demonio!".
  "Ricorditi, spergiuro, del cavallo",
rispuose quel ch'avea infiata l'epa;
"e sieti reo che tutto il mondo sallo!".
  "E te sia rea la sete onde ti crepa",
disse 'l Greco, "la lingua, e l'acqua marcia
che 'l ventre innanzi a li occhi sì t'assiepa!".
  Allora il monetier: "Così si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
ché s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,
  tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a 'nvitar molte parole".
  Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,
quando 'l maestro mi disse: "Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!".
  Quand'io 'l senti' a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch'ancor per la memoria mi si gira.
  Qual è colui che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch'è, come non fosse, agogna,
  tal mi fec'io, non possendo parlare,
che disiava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.
  "Maggior difetto men vergogna lava",
disse 'l maestro, "che 'l tuo non è stato;
però d'ogne trestizia ti disgrava.
  E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,
se più avvien che fortuna t'accoglia
dove sien genti in simigliante piato:
  ché voler ciò udire è bassa voglia".
 
 
 
Inferno: Canto XXXI
 
  Una medesma lingua pria mi morse,
sì che mi tinse l'una e l'altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;
  così od'io che solea far la lancia
d'Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.
  Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che 'l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.
  Quiv'era men che notte e men che giorno,
sì che 'l viso m'andava innanzi poco;
ma io senti' sonare un alto corno,
  tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
  Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente Orlando.
  Poco portai in là volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond'io: "Maestro, di', che terra è questa?".
  Ed elli a me: "Però che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.
  Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto 'l senso s'inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi".
  Poi caramente mi prese per mano,
e disse: "Pria che noi siamo più avanti,
acciò che 'l fatto men ti paia strano,
  sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l'umbilico in giuso tutti quanti".
  Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela 'l vapor che l'aere stipa,
  così forando l'aura grossa e scura,
più e più appressando ver' la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;
  però che come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
così la proda che 'l pozzo circonda
  torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.
  E io scorgeva già d'alcun la faccia,
le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.
  Natura certo, quando lasciò l'arte
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a Marte.
  E s'ella d'elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;
  ché dove l'argomento de la mente
s'aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente.
  La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l'altre ossa;
  sì che la ripa, ch'era perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma
  tre Frison s'averien dato mal vanto;
però ch'i' ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov'omo affibbia 'l manto.
 
  "   Raphél maì amèche zabì almi       ",
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci salmi.
  E 'l duca mio ver lui: "Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand'ira o altra passion ti tocca!
  Cércati al collo, e troverai la soga
che 'l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che 'l gran petto ti doga".
  Poi disse a me: "Elli stessi s'accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s'usa.
  Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come 'l suo ad altrui, ch'a nullo è noto".
  Facemmo adunque più lungo viaggio,
vòlti a sinistra; e al trar d'un balestro,
trovammo l'altro assai più fero e maggio.
  A cigner lui qual che fosse 'l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l'altro e dietro il braccio destro
  d'una catena che 'l tenea avvinto
dal collo in giù, sì che 'n su lo scoperto
si ravvolgea infino al giro quinto.
  "Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra 'l sommo Giove",
disse 'l mio duca, "ond'elli ha cotal merto.
  Fialte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura a' dèi;
le braccia ch'el menò, già mai non move".
  E io a lui: "S'esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Briareo
esperienza avesser li occhi miei".
  Ond'ei rispuose: "Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d'ogne reo.
  Quel che tu vuo' veder, più là è molto,
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto".
  Non fu tremoto già tanto rubesto,
che scotesse una torre così forte,
come Fialte a scuotersi fu presto.
  Allor temett'io più che mai la morte,
e non v'era mestier più che la dotta,
s'io non avessi viste le ritorte.
  Noi procedemmo più avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
  "O tu che ne la fortunata valle
che fece Scipion di gloria reda,
quand'Anibàl co' suoi diede le spalle,
  recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l'alta guerra
de'tuoi fratelli, ancor par che si creda
  ch'avrebber vinto i figli de la terra;
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.
  Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china, e non torcer lo grifo.
  Ancor ti può nel mondo render fama,
ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta
se 'nnanzi tempo grazia a sé nol chiama".
  Così disse 'l maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese 'l duca mio,
ond'Ercule sentì già grande stretta.
  Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: "Fatti qua, sì ch'io ti prenda";
poi fece sì ch'un fascio era elli e io.
  Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
sovr'essa sì, ched ella incontro penda;
  tal parve Anteo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch'i' avrei voluto ir per altra strada.
  Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né sì chinato, lì fece dimora,
  e come albero in nave si levò.
 
 
 
Inferno: Canto XXXII
 
  S'io avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,
  io premerei di mio concetto il suco
più pienamente; ma perch'io non l'abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;
  ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l'universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.
  Ma quelle donne aiutino il mio verso
ch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia diverso.
  Oh sovra tutte mal creata plebe
che stai nel loco onde parlare è duro,
mei foste state qui pecore o zebe!
  Come noi fummo giù nel pozzo scuro
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l'alto muro,
  dicere udi'mi: "Guarda come passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de' fratei miseri lassi".
  Per ch'io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d'acqua sembiante.
  Non fece al corso suo sì grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanai là sotto 'l freddo cielo,
  com'era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l'orlo fatto cricchi.
  E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de l'acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana;
  livide, insin là dove appar vergogna
eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.
  Ognuna in giù tenea volta la faccia;
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.
  Quand'io m'ebbi dintorno alquanto visto,
volsimi a' piedi, e vidi due sì stretti,
che 'l pel del capo avieno insieme misto.
  "Ditemi, voi che sì strignete i petti",
diss'io, "chi siete?". E quei piegaro i colli;
e poi ch'ebber li visi a me eretti,
  li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.
  Con legno legno spranga mai non cinse
forte così; ond'ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
  E un ch'avea perduti ambo li orecchi
per la freddura, pur col viso in giùe,
disse: "Perché cotanto in noi ti specchi?
  Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.
  D'un corpo usciro; e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d'esser fitta in gelatina;
  non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra
con esso un colpo per la man d'Artù;
non Focaccia; non questi che m'ingombra
  col capo sì, ch'i' non veggio oltre più,
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se', ben sai omai chi fu.
  E perché non mi metti in più sermoni,
sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioni".
  Poscia vid'io mille visi cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verrà sempre, de' gelati guazzi.
  E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l'etterno rezzo;
  se voler fu o destino o fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi 'l piè nel viso ad una.
  Piangendo mi sgridò: "Perché mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi moleste?".
  E io: "Maestro mio, or qui m'aspetta,
si ch'io esca d'un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta".
  Lo duca stette, e io dissi a colui
che bestemmiava duramente ancora:
"Qual se' tu che così rampogni altrui?".
  "Or tu chi se' che vai per l'Antenora,
percotendo", rispuose, "altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?".
  "Vivo son io, e caro esser ti puote",
fu mia risposta, "se dimandi fama,
ch'io metta il nome tuo tra l'altre note".
  Ed elli a me: "Del contrario ho io brama.
Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
ché mal sai lusingar per questa lama!".
  Allor lo presi per la cuticagna,
e dissi: "El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui sù non ti rimagna".
  Ond'elli a me: "Perché tu mi dischiomi,
né ti dirò ch'io sia, né mosterrolti,
se mille fiate in sul capo mi tomi".
  Io avea già i capelli in mano avvolti,
e tratto glien'avea più d'una ciocca,
latrando lui con li occhi in giù raccolti,
  quando un altro gridò: "Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?".
  "Omai", diss'io, "non vo' che più favelle,
malvagio traditor; ch'a la tua onta
io porterò di te vere novelle".
  "Va via", rispuose, "e ciò che tu vuoi conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch'ebbe or così la lingua pronta.
  El piange qui l'argento de' Franceschi:
"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
là dove i peccatori stanno freschi".
  Se fossi domandato "Altri chi v'era?",
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui segò Fiorenza la gorgiera.
  Gianni de' Soldanier credo che sia
più là con Ganellone e Tebaldello,
ch'aprì Faenza quando si dormia".
  Noi eravam partiti già da ello,
ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l'un capo a l'altro era cappello;
  e come 'l pan per fame si manduca,
così 'l sovran li denti a l'altro pose
là 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:
  non altrimenti Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l'altre cose.
  "O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi 'l perché", diss'io, "per tal convegno,
  che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,
  se quella con ch'io parlo non si secca".
 
 
 
Inferno: Canto XXXIII
 
  La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a'capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.
  Poi cominciò: "Tu vuo' ch'io rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
già pur pensando, pria ch'io ne favelli.
  Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
  Io non so chi tu se' né per che modo
venuto se' qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand'io t'odo.
  Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
  Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
  però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
  Breve pertugio dentro da la Muda
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
  m'avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand'io feci 'l mal sonno
che del futuro mi squarciò 'l velame.
  Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
  Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s'avea messi dinanzi da la fronte.
  In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
  Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e dimandar del pane.
  Ben se' crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
  Già eran desti, e l'ora s'appressava
che 'l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
  e io senti' chiavar l'uscio di sotto
a l'orribile torre; ond'io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
  Io non piangea, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".
  Perciò non lacrimai né rispuos'io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l'altro sol nel mondo uscìo.
  Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
  ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi
  e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia".
  Queta'mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t'apristi?
  Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?".
  Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,
  già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno".
  Quand'ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese 'l teschio misero co'denti,
che furo a l'osso, come d'un can, forti.
  Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove 'l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
  muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch'elli annieghi in te ogne persona!
  Ché se 'l conte Ugolino aveva voce
d'aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
  Innocenti facea l'età novella,
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
e li altri due che 'l canto suso appella.
  Noi passammo oltre, là 've la gelata
ruvidamente un'altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.
  Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l'ambascia;
  ché le lagrime prime fanno groppo,
e sì come visiere di cristallo,
riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.
  E avvegna che, sì come d'un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,
  già mi parea sentire alquanto vento:
per ch'io: "Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?".
  Ond'elli a me: "Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l'occhio la risposta,
veggendo la cagion che 'l fiato piove".
  E un de' tristi de la fredda crosta
gridò a noi: "O anime crudeli,
tanto che data v'è l'ultima posta,
  levatemi dal viso i duri veli,
sì ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
un poco, pria che 'l pianto si raggeli".
  Per ch'io a lui: "Se vuo' ch'i' ti sovvegna,
dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna".
  Rispuose adunque: "I' son frate Alberigo;
i' son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo".
  "Oh!", diss'io lui, "or se' tu ancor morto?".
Ed elli a me: "Come 'l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scienza porto.
  Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l'anima ci cade
innanzi ch'Atropòs mossa le dea.
  E perché tu più volentier mi rade
le 'nvetriate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l'anima trade
  come fec'io, il corpo suo l'è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che 'l tempo suo tutto sia vòlto.
  Ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l'ombra che di qua dietro mi verna.
  Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch'el fu sì racchiuso".
  "Io credo", diss'io lui, "che tu m'inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni".
  "Nel fosso sù", diss'el, "de' Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancor giunto Michel Zanche,
  che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che 'l tradimento insieme con lui fece.
  Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi". E io non gliel'apersi;
e cortesia fu lui esser villano.
  Ahi Genovesi, uomini diversi
d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?
  Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,
  e in corpo par vivo ancor di sopra.
 
 
 
Inferno: Canto XXXIV
 
  "   Vexilla regis prodeunt inferni      
verso di noi; però dinanzi mira",
disse 'l maestro mio "se tu 'l discerni".
  Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l'emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che 'l vento gira,
  veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio; ché non lì era altra grotta.
  Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l'ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.
  Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com'arco, il volto a' piè rinverte.
  Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch'al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch'ebbe il bel sembiante,
  d'innanzi mi si tolse e fé restarmi,
"Ecco Dite", dicendo, "ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t'armi".
  Com'io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,
però ch'ogne parlar sarebbe poco.
  Io non mori' e non rimasi vivo:
pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
qual io divenni, d'uno e d'altro privo.
  Lo 'mperador del doloroso regno
da mezzo 'l petto uscìa fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,
  che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant'esser dee quel tutto
ch'a così fatta parte si confaccia.
  S'el fu sì bel com'elli è ora brutto,
e contra 'l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui proceder ogne lutto.
  Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand'io vidi tre facce a la sua testa!
L'una dinanzi, e quella era vermiglia;
  l'altr'eran due, che s'aggiugnieno a questa
sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:
  e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde 'l Nilo s'avvalla.
  Sotto ciascuna uscivan due grand'ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid'io mai cotali.
  Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:
  quindi Cocito tutto s'aggelava.
Con sei occhi piangea, e per tre menti
gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.
  Da ogne bocca dirompea co' denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.
  A quel dinanzi il mordere era nulla
verso 'l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.
  "Quell'anima là sù c'ha maggior pena",
disse 'l maestro, "è Giuda Scariotto,
che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
  De li altri due c'hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
  e l'altro è Cassio che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto".
  Com'a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l'ali fuoro aperte assai,
  appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra 'l folto pelo e le gelate croste.
  Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l'anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,
  volse la testa ov'elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com'om che sale,
sì che 'n inferno i' credea tornar anche.
  "Attienti ben, ché per cotali scale",
disse 'l maestro, ansando com'uom lasso,
"conviensi dipartir da tanto male".
  Poi uscì fuor per lo fóro d'un sasso,
e puose me in su l'orlo a sedere;
appresso porse a me l'accorto passo.
  Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com'io l'avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;
  e s'io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch'io avea passato.
  "Lèvati sù", disse 'l maestro, "in piede:
la via è lunga e 'l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza terza riede".
  Non era camminata di palagio
là 'v'eravam, ma natural burella
ch'avea mal suolo e di lume disagio.
  "Prima ch'io de l'abisso mi divella,
maestro mio", diss'io quando fui dritto,
"a trarmi d'erro un poco mi favella:
  ov'è la ghiaccia? e questi com'è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc'ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?".
  Ed elli a me: "Tu imagini ancora
d'esser di là dal centro, ov'io mi presi
al pel del vermo reo che 'l mondo fóra.
  Di là fosti cotanto quant'io scesi;
quand'io mi volsi, tu passasti 'l punto
al qual si traggon d'ogne parte i pesi.
  E se' or sotto l'emisperio giunto
ch'è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto
  fu l'uom che nacque e visse sanza pecca:
tu hai i piedi in su picciola spera
che l'altra faccia fa de la Giudecca.
  Qui è da man, quando di là è sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim'era.
  Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,
  e venne a l'emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch'appar di qua, e sù ricorse".
  Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto
  d'un ruscelletto che quivi discende
per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,
col corso ch'elli avvolge, e poco pende.
  Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d'alcun riposo,
  salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.
  E quindi uscimmo a riveder le stelle.
 
 
 
LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
PURGATORIO
 
Purgatorio: Canto I
 
  Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;
  e canterò di quel secondo regno
dove l'umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.
  Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Caliopè alquanto surga,
  seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.
  Dolce color d'oriental zaffiro,
che s'accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,
  a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
che m'avea contristati li occhi e 'l petto.
  Lo bel pianeto che d'amar conforta
faceva tutto rider l'oriente,
velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
  I' mi volsi a man destra, e puosi mente
a l'altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch'a la prima gente.
  Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se' di mirar quelle!
  Com'io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l 'altro polo,
là onde il Carro già era sparito,
  vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.
  Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a' suoi capelli simigliante,
de' quai cadeva al petto doppia lista.
  Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.
  "Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?",
diss'el, movendo quelle oneste piume.
  "Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?
  Son le leggi d'abisso così rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?".
  Lo duca mio allor mi diè di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e 'l ciglio.
  Poscia rispuose lui: "Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.
  Ma da ch'è tuo voler che più si spieghi
di nostra condizion com'ell'è vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.
  Questi non vide mai l'ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era.
  Sì com'io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i' mi son messo.
  Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa.
  Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
de l'alto scende virtù che m'aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.
  Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
  Tu 'l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara.
  Non son li editti etterni per noi guasti,
ché questi vive, e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti
  di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.
  Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d'esser mentovato là giù degni".
  "Marzia piacque tanto a li occhi miei
mentre ch'i' fu' di là", diss'elli allora,
"che quante grazie volse da me, fei.
  Or che di là dal mal fiume dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n'usci' fora.
  Ma se donna del ciel ti muove e regge,
come tu di' , non c'è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.
  Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
sì ch'ogne sucidume quindi stinghe;
  ché non si converria, l'occhio sorpriso
d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch'è di quei di paradiso.
  Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l'onda,
porta di giunchi sovra 'l molle limo;
  null'altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch'a le percosse non seconda.
  Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita".
  Così sparì; e io sù mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
  El cominciò: "Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a' suoi termini bassi".
  L'alba vinceva l'ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.
  Noi andavam per lo solingo piano
com'om che torna a la perduta strada,
che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
  Quando noi fummo là 've la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,
  ambo le mani in su l'erbetta sparte
soavemente 'l mio maestro pose:
ond'io, che fui accorto di sua arte,
  porsi ver' lui le guance lagrimose:
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l'inferno mi nascose.
  Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.
  Quivi mi cinse sì com'altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l'umile pianta, cotal si rinacque
  subitamente là onde l'avelse.
 
 
 
Purgatorio: Canto II
 
  Già era 'l sole a l'orizzonte giunto
lo cui meridian cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto punto;
  e la notte, che opposita a lui cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia;
  sì che le bianche e le vermiglie guance,
là dov'i' era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance.
  Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.
  Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra 'l suol marino,
  cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che 'l muover suo nessun volar pareggia.
  Dal qual com'io un poco ebbi ritratto
l'occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto.
  Poi d'ogne lato ad esso m'appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscio.
  Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,
  gridò: "Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti officiali.
  Vedi che sdegna li argomenti umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
che l'ali sue, tra liti sì lontani.
  Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,
trattando l'aere con l'etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo".
  Poi, come più e più verso noi venne
l'uccel divino, più chiaro appariva:
per che l'occhio da presso nol sostenne,
  ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.
  Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero.
  '   In exitu Israel de Aegypto   '
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto.
  Poi fece il segno lor di santa croce;
ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;
ed el sen gì, come venne, veloce.
  La turba che rimase lì, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia.
  Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch'avea con le saette conte
di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,
  quando la nova gente alzò la fronte
ver' noi, dicendo a noi: "Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte".
  E Virgilio rispuose: "Voi credete
forse che siamo esperti d'esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.
  Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne parrà gioco".
  L'anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.
  E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,
  così al viso mio s'affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi obliando d'ire a farsi belle.
  Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.
  Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.
  Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
  Soavemente disse ch'io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.
  Rispuosemi: "Così com'io t'amai
nel mortal corpo, così t'amo sciolta:
però m'arresto; ma tu perché vai?".
  "Casella mio, per tornar altra volta
là dov'io son, fo io questo viaggio",
diss'io; "ma a te com'è tanta ora tolta?".
  Ed elli a me: "Nessun m'è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m'ha negato esto passaggio;
  ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.
  Ond'io, ch'era ora a la marina vòlto
dove l'acqua di Tevero s'insala,
benignamente fu' da lui ricolto.
  A quella foce ha elli or dritta l'ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala".
  E io: "Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l'amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,
  di ciò ti piaccia consolare alquanto
l'anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!".
  '   Amor che ne la mente mi ragiona   '
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.
  Lo mio maestro e io e quella gente
ch'eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.
  Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: "Che è ciò, spiriti lenti?
  qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch'esser non lascia a voi Dio manifesto".
  Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,
  se cosa appare ond'elli abbian paura,
subitamente lasciano star l'esca,
perch'assaliti son da maggior cura;
  così vid'io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
com'om che va, né sa dove riesca:
  né la nostra partita fu men tosta.
 
 
 
Purgatorio: Canto III
 
  Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,
  i' mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare' io sanza lui corso?
chi m'avria tratto su per la montagna?
  El mi parea da sé stesso rimorso:
o dignitosa coscienza e netta,
come t'è picciol fallo amaro morso!
  Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l'onestade ad ogn'atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,
  lo 'ntento rallargò, sì come vaga,
e diedi 'l viso mio incontr'al poggio
che 'nverso 'l ciel più alto si dislaga.
  Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m'era dinanzi a la figura,
ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.
  Io mi volsi dallato con paura
d'essere abbandonato, quand'io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;
  e 'l mio conforto: "Perché pur diffidi?",
a dir mi cominciò tutto rivolto;
"non credi tu me teco e ch'io ti guidi?
  Vespero è già colà dov'è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra:
Napoli l'ha, e da Brandizio è tolto.
  Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,
non ti maravigliar più che d'i cieli
che l'uno a l'altro raggio non ingombra.
  A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.
  Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
  State contenti, umana gente, al    quia       ;
ché se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;
  e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch'etternalmente è dato lor per lutto:
  io dico d'Aristotile e di Plato
e di molt'altri"; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.
  Noi divenimmo intanto a piè del monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.
  Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.
  "Or chi sa da qual man la costa cala",
disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
"sì che possa salir chi va sanz'ala?".
  E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,
  da man sinistra m'apparì una gente
d'anime, che movieno i piè ver' noi,
e non pareva, sì venian lente.
  "Leva", diss'io, "maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi".
  Guardò allora, e con libero piglio
rispuose: "Andiamo in là, ch'ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio".
  Ancora era quel popol di lontano,
i' dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,
  quando si strinser tutti ai duri massi
de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.
  "O ben finiti, o già spiriti eletti",
Virgilio incominciò, "per quella pace
ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,
  ditene dove la montagna giace
sì che possibil sia l'andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace".
  Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
  e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno;
  sì vid'io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l'andare onesta.
  Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l'ombra era da me a la grotta,
  restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo 'l perché, fenno altrettanto.
  "Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che 'l lume del sole in terra è fesso.
  Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete".
  Così 'l maestro; e quella gente degna
"Tornate", disse, "intrate innanzi dunque",
coi dossi de le man faccendo insegna.
  E un di loro incominciò: "Chiunque
tu se', così andando, volgi 'l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque".
  Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
  Quand'io mi fui umilmente disdetto
d'averlo visto mai, el disse: "Or vedi";
e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.
  Poi sorridendo disse: "Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond'io ti priego che, quando tu riedi,
  vadi a mia bella figlia, genitrice
de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.
  Poscia ch'io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
  Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
  Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
  l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
  Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
dov'e' le trasmutò a lume spento.
  Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l'etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.
  Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
  per ognun tempo ch'elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.
  Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m'hai visto, e anco esto divieto;
  ché qui per quei di là molto s'avanza".
 
 
 
Purgatorio: Canto IV
 
  Quando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virtù nostra comprenda
l'anima bene ad essa si raccoglie,
  par ch'a nulla potenza più intenda;
e questo è contra quello error che crede
ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.
  E però, quando s'ode cosa o vede
che tegna forte a sé l'anima volta,
vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;
  ch'altra potenza è quella che l'ascolta,
e altra è quella c'ha l'anima intera:
questa è quasi legata, e quella è sciolta.
  Di ciò ebb'io esperienza vera,
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito era
  lo sole, e io non m'era accorto, quando
venimmo ove quell'anime ad una
gridaro a noi: "Qui è vostro dimando".
  Maggiore aperta molte volte impruna
con una forcatella di sue spine
l'uom de la villa quando l'uva imbruna,
  che non era la calla onde saline
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partìne.
  Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova 'n Cacume
con esso i piè; ma qui convien ch'om voli;
  dico con l'ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.
  Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.
  Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
"Maestro mio", diss'io, "che via faremo?".
  Ed elli a me: "Nessun tuo passo caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n'appaia alcuna scorta saggia".
  Lo sommo er'alto che vincea la vista,
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro lista.
  Io era lasso, quando cominciai:
"O dolce padre, volgiti, e rimira
com'io rimango sol, se non restai".
  "Figliuol mio", disse, "infin quivi ti tira",
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il poggio tutto gira.
  Sì mi spronaron le parole sue,
ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che 'l cinghio sotto i piè mi fue.
  A seder ci ponemmo ivi ambedui
vòlti a levante ond'eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.
  Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n'eravam feriti.
  Ben s'avvide il poeta ch'io stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.
  Ond'elli a me: "Se Castore e Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume conduce,
  tu vedresti il Zodiaco rubecchio
ancora a l'Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.
  Come ciò sia, se 'l vuoi poter pensare,
dentro raccolto, imagina Siòn
con questo monte in su la terra stare
  sì, ch'amendue hanno un solo orizzòn
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Fetòn,
  vedrai come a costui convien che vada
da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada".
  "Certo, maestro mio,", diss'io, "unquanco
non vid'io chiaro sì com'io discerno
là dove mio ingegno parea manco,
  che 'l mezzo cerchio del moto superno,
che si chiama Equatore in alcun'arte,
e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,
  per la ragion che di' , quinci si parte
verso settentrion, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.
  Ma se a te piace, volontier saprei
quanto avemo ad andar; ché 'l poggio sale
più che salir non posson li occhi miei".
  Ed elli a me: "Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant'om più va sù, e men fa male.
  Però, quand'ella ti parrà soave
tanto, che sù andar ti fia leggero
com'a seconda giù andar per nave,
  allor sarai al fin d'esto sentiero;
quivi di riposar l'affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo so per vero".
  E com'elli ebbe sua parola detta,
una voce di presso sonò: "Forse
che di sedere in pria avrai distretta!".
  Al suon di lei ciascun di noi si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual né io né ei prima s'accorse.
  Là ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza a star si pone.
  E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso giù tra esse basso.
  "O dolce segnor mio", diss'io, "adocchia
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia".
  Allor si volse a noi e puose mente,
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: "Or va tu sù, che se' valente!".
  Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'impedì l'andare a lui; e poscia
  ch'a lui fu' giunto, alzò la testa a pena,
dicendo: "Hai ben veduto come 'l sole
da l'omero sinistro il carro mena?".
  Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: "Belacqua, a me non dole
  di te omai; ma dimmi: perché assiso
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha' ripriso?".
  Ed elli: "O frate, andar in sù che porta?
ché non mi lascerebbe ire a' martìri
l'angel di Dio che siede in su la porta.
  Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
  se orazione in prima non m'aita
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n ciel non è udita?".
  E già il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: "Vienne omai; vedi ch'è tocco
meridian dal sole e a la riva
  cuopre la notte già col piè Morrocco".
 
 
 
Purgatorio: Canto V
 
  Io era già da quell'ombre partito,
e seguitava l'orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando 'l dito,
  una gridò: "Ve' che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!".
  Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
  "Perché l'animo tuo tanto s'impiglia",
disse 'l maestro, "che l'andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
  Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;
  ché sempre l'omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l'un de l'altro insolla".
  Che potea io ridir, se non "Io vegno"?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l'uom di perdon talvolta degno.
  E 'ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando '   Miserere   ' a verso a verso.
  Quando s'accorser ch'i' non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
mutar lor canto in un "oh!" lungo e roco;
  e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr'a noi e dimandarne:
"Di vostra condizion fatene saggi".
  E 'l mio maestro: "Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che 'l corpo di costui è vera carne.
  Se per veder la sua ombra restaro,
com'io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed essere può lor caro".
  Vapori accesi non vid'io sì tosto
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole d'agosto,
  che color non tornasser suso in meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta
come schiera che scorre sanza freno.
  "Questa gente che preme a noi è molta,
e vegnonti a pregar", disse 'l poeta:
"però pur va, e in andando ascolta".
  "O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti",
venian gridando, "un poco il passo queta.
  Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché non t'arresti?
  Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l'ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,
  sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n'accora".
  E io: "Perché ne' vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s'a voi piace
cosa ch'io possa, spiriti ben nati,
  voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a' piedi di sì fatta guida
di mondo in mondo cercar mi si face".
  E uno incominciò: "Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che 'l voler nonpossa non ricida.
  Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,
  che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s'adori
pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
  Quindi fu' io; ma li profondi fóri
ond'uscì 'l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
  là dov'io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m'avea in ira
assai più là che dritto non volea.
  Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
quando fu' sovragiunto ad Oriaco,
ancor sarei di là dove si spira.
  Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
m'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid'io
de le mie vene farsi in terra laco".
  Poi disse un altro: "Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l'alto monte,
con buona pietate aiuta il mio!
  Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch'io vo tra costor con bassa fronte".
  E io a lui: "Qual forza o qual ventura
ti traviò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?".
  "Oh!", rispuos'elli, "a piè del Casentino
traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
  Là 've 'l vocabol suo diventa vano,
arriva' io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
  Quivi perdei la vista e la parola
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
  Io dirò vero e tu 'l ridì tra ' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?
  Tu te ne porti di costui l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;
ma io farò de l'altro altro governo!".
  Ben sai come ne l'aere si raccoglie
quell'umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
  Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
per la virtù che sua natura diede.
  Indi la valle, come 'l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
  sì che 'l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde e a' fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;
  e come ai rivi grandi si convenne,
ver' lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.
  Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse
ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
  ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse".
  "Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via",
seguitò 'l terzo spirito al secondo,
  "ricorditi di me, che son la Pia:
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
  disposando m'avea con la sua gemma".
 
 
 
Purgatorio: Canto VI
 
  Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;
  con l'altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;
  el non s'arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende.
  Tal era io in quella turba spessa,
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa.
  Quiv'era l'Aretin che da le braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l'altro ch'annegò correndo in caccia.
  Quivi pregava con le mani sporte
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fé parer lo buon Marzucco forte.
  Vidi conte Orso e l'anima divisa
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com'e' dicea, non per colpa commisa;
  Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
mentr'è di qua, la donna di Brabante,
sì che però non sia di peggior greggia.
  Come libero fui da tutte quante
quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
sì che s'avacci lor divenir sante,
  io cominciai: "El par che tu mi nieghi,
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion pieghi;
  e questa gente prega pur di questo:
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m'è 'l detto tuo ben manifesto?".
  Ed elli a me: "La mia scrittura è piana;
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;
  ché cima di giudicio non s'avvalla
perché foco d'amor compia in un punto
ciò che de' sodisfar chi qui s'astalla;
  e là dov'io fermai cotesto punto,
non s'ammendava, per pregar, difetto,
perché 'l priego da Dio era disgiunto.
  Veramente a così alto sospetto
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.
  Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice".
  E io: "Segnore, andiamo a maggior fretta,
ché già non m'affatico come dianzi,
e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta".
  "Noi anderem con questo giorno innanzi",
rispuose, "quanto più potremo omai;
ma 'l fatto è d'altra forma che non stanzi.
  Prima che sie là sù, tornar vedrai
colui che già si cuopre de la costa,
sì che ' suoi raggi tu romper non fai.
  Ma vedi là un'anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne 'nsegnerà la via più tosta".
  Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!
  Ella non ci dicea alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
  Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,
  ma di nostro paese e de la vita
ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
"Mantua...", e l'ombra, tutta in sé romita,
  surse ver' lui del loco ove pria stava,
dicendo: "O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!"; e l'un l'altro abbracciava.
  Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
  Quell'anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;
  e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa serra.
  Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s'alcuna parte in te di pace gode.
  Che val perché ti racconciasse il freno
Iustiniano, se la sella è vota?
Sanz'esso fora la vergogna meno.
  Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,
  guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.
  O Alberto tedesco ch'abbandoni
costei ch'è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,
  giusto giudicio da le stelle caggia
sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!
  Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.
  Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!
  Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com'è oscura!
  Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
"Cesare mio, perché non m'accompagne?".
  Vieni a veder la gente quanto s'ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.
  E se licito m'è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
  O è preparazion che ne l'abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l'accorger nostro scisso?
  Ché le città d'Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.
  Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.
  Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l'arco;
ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.
  Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: "I' mi sobbarco!".
  Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.
  Atene e Lacedemona, che fenno
l'antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
  verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre fili.
  Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato e rinovate membre!
  E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
  ma con dar volta suo dolore scherma.
 
 
 
Purgatorio: Canto VII
 
  Poscia che l'accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: "Voi, chi siete?".
  "Anzi che a questo monte fosser volte
l'anime degne di salire a Dio,
fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
  Io son Virgilio; e per null'altro rio
lo ciel perdei che per non aver fé".
Così rispuose allora il duca mio.
  Qual è colui che cosa innanzi sé
sùbita vede ond'e' si maraviglia,
che crede e non, dicendo "Ella è... non è...",
  tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
e umilmente ritornò ver' lui,
e abbracciòl là 've 'l minor s'appiglia.
  "O gloria di Latin", disse, "per cui
mostrò ciò che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco ond'io fui,
  qual merito o qual grazia mi ti mostra?
S'io son d'udir le tue parole degno,
dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra".
  "Per tutt'i cerchi del dolente regno",
rispuose lui, "son io di qua venuto;
virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
  Non per far, ma per non fare ho perduto
a veder l'alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me conosciuto.
  Luogo è là giù non tristo di martìri,
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai, ma son sospiri.
  Quivi sto io coi pargoli innocenti
dai denti morsi de la morte avante
che fosser da l'umana colpa essenti;
  quivi sto io con quei che le tre sante
virtù non si vestiro, e sanza vizio
conobber l'altre e seguir tutte quante.
  Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
dà noi per che venir possiam più tosto
là dove purgatorio ha dritto inizio".
  Rispuose: "Loco certo non c'è posto;
licito m'è andar suso e intorno;
per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
  Ma vedi già come dichina il giorno,
e andar sù di notte non si puote;
però è buon pensar di bel soggiorno.
  Anime sono a destra qua remote:
se mi consenti, io ti merrò ad esse,
e non sanza diletto ti fier note".
  "Com'è ciò?", fu risposto. "Chi volesse
salir di notte, fora elli impedito
d'altrui, o non sarria ché non potesse?".
  E 'l buon Sordello in terra fregò 'l dito,
dicendo: "Vedi? sola questa riga
non varcheresti dopo 'l sol partito:
  non però ch'altra cosa desse briga,
che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia intriga.
  Ben si poria con lei tornare in giuso
e passeggiar la costa intorno errando,
mentre che l'orizzonte il dì tien chiuso".
  Allora il mio segnor, quasi ammirando,
"Menane", disse, "dunque là 've dici
ch'aver si può diletto dimorando".
  Poco allungati c'eravam di lici,
quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,
a guisa che i vallon li sceman quici.
  "Colà", disse quell'ombra, "n'anderemo
dove la costa face di sé grembo;
e là il novo giorno attenderemo".
  Tra erto e piano era un sentiero schembo,
che ne condusse in fianco de la lacca,
là dove più ch'a mezzo muore il lembo.
  Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,
  da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore è vinto il meno.
  Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavità di mille odori
vi facea uno incognito e indistinto.
  '   Salve, Regina   ' in sul verde e 'n su' fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.
  "Prima che 'l poco sole omai s'annidi",
cominciò 'l Mantoan che ci avea vòlti,
"tra color non vogliate ch'io vi guidi.
  Di questo balzo meglio li atti e ' volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giù tra essi accolti.
  Colui che più siede alto e fa sembianti
d'aver negletto ciò che far dovea,
e che non move bocca a li altrui canti,
  Rodolfo imperador fu, che potea
sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
sì che tardi per altri si ricrea.
  L'altro che ne la vista lui conforta,
resse la terra dove l'acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
  Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
  E quel nasetto che stretto a consiglio
par con colui c'ha sì benigno aspetto,
morì fuggendo e disfiorando il giglio:
  guardate là come si batte il petto!
L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando, letto.
  Padre e suocero son del mal di Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che sì li lancia.
  Quel che par sì membruto e che s'accorda,
cantando, con colui dal maschio naso,
d'ogne valor portò cinta la corda;
  e se re dopo lui fosse rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in vaso,
  che non si puote dir de l'altre rede;
Iacomo e Federigo hanno i reami;
del retaggio miglior nessun possiede.
  Rade volte risurge per li rami
l'umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si chiami.
  Anche al nasuto vanno mie parole
non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
onde Puglia e Proenza già si dole.
  Tant'è del seme suo minor la pianta,
quanto più che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si vanta.
  Vedete il re de la semplice vita
seder là solo, Arrigo d'Inghilterra:
questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
  Quel che più basso tra costor s'atterra,
guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria e la sua guerra
  fa pianger Monferrato e Canavese".
 
 
 
Purgatorio: Canto VIII
 
  Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c'han detto ai dolci amici addio;
  e che lo novo peregrin d'amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;
  quand'io incominciai a render vano
l'udire e a mirare una de l'alme
surta, che l'ascoltar chiedea con mano.
  Ella giunse e levò ambo le palme,
ficcando li occhi verso l'oriente,
come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.
  '   Te lucis ante   ' sì devotamente
le uscìo di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente;
  e l'altre poi dolcemente e devote
seguitar lei per tutto l'inno intero,
avendo li occhi a le superne rote.
  Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
ché 'l velo è ora ben tanto sottile,
certo che 'l trapassar dentro è leggero.
  Io vidi quello essercito gentile
tacito poscia riguardare in sùe
quasi aspettando, palido e umìle;
  e vidi uscir de l'alto e scender giùe
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le punte sue.
  Verdi come fogliette pur mo nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate.
  L'un poco sovra noi a star si venne,
e l'altro scese in l'opposita sponda,
sì che la gente in mezzo si contenne.
  Ben discernea in lor la testa bionda;
ma ne la faccia l'occhio si smarria,
come virtù ch'a troppo si confonda.
  "Ambo vegnon del grembo di Maria",
disse Sordello, "a guardia de la valle,
per lo serpente che verrà vie via".
  Ond'io, che non sapeva per qual calle,
mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
tutto gelato, a le fidate spalle.
  E Sordello anco: "Or avvalliamo omai
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazioso fia lor vedervi assai".
  Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi volesse.
  Temp'era già che l'aere s'annerava,
ma non sì che tra li occhi suoi e ' miei
non dichiarisse ciò che pria serrava.
  Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra ' rei!
  Nullo bel salutar tra noi si tacque;
poi dimandò: "Quant'è che tu venisti
a piè del monte per le lontane acque?".
  "Oh!", diss'io lui, "per entro i luoghi tristi
venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l'altra, sì andando, acquisti".
  E come fu la mia risposta udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sùbito smarrita.
  L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
che sedea lì, gridando:"Sù, Currado!
vieni a veder che Dio per grazia volse".
  Poi, vòlto a me: "Per quel singular grado
che tu dei a colui che sì nasconde
lo suo primo perché, che non lì è guado,
  quando sarai di là da le larghe onde,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li 'nnocenti si risponde.
  Non credo che la sua madre più m'ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.
  Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d'amor dura,
se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
  Non le farà sì bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com'avria fatto il gallo di Gallura".
  Così dicea, segnato de la stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.
  Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso a lo stelo.
  E 'l duca mio: "Figliuol, che là sù guarde?".
E io a lui: "A quelle tre facelle
di che 'l polo di qua tutto quanto arde".
  Ond'elli a me: "Le quattro chiare stelle
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov'eran quelle".
  Com'ei parlava, e Sordello a sé il trasse
dicendo:"Vedi là 'l nostro avversaro";
e drizzò il dito perché 'n là guardasse.
  Da quella parte onde non ha riparo
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
  Tra l'erba e ' fior venìa la mala striscia,
volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
leccando come bestia che si liscia.
  Io non vidi, e però dicer non posso,
come mosser li astor celestiali;
ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
  Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
fuggì 'l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste rivolando iguali.
  L'ombra che s'era al giudice raccolta
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta.
  "Se la lucerna che ti mena in alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant'è mestiere infino al sommo smalto",
  cominciò ella, "se novella vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là era.
  Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l'antico, ma di lui discesi;
a' miei portai l'amor che qui raffina".
  "Oh!", diss'io lui, "per li vostri paesi
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch'ei non sien palesi?
  La fama che la vostra casa onora,
grida i segnori e grida la contrada,
sì che ne sa chi non vi fu ancora;
  e io vi giuro, s'io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada.
  Uso e natura sì la privilegia,
che, perché il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e 'l mal cammin dispregia".
  Ed elli: "Or va; che 'l sol non si ricorca
sette volte nel letto che 'l Montone
con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
  che cotesta cortese oppinione
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d'altrui sermone,
  se corso di giudicio non s'arresta".
 
 
 
Purgatorio: Canto IX
 
  La concubina di Titone antico
già s'imbiancava al balco d'oriente,
fuor de le braccia del suo dolce amico;
  di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la gente;
  e la notte, de' passi con che sale,
fatti avea due nel loco ov'eravamo,
e 'l terzo già chinava in giuso l'ale;
  quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
là 've già tutti e cinque sedavamo.
  Ne l'ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de' suo' primi guai,
  e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da' pensier presa,
a le sue vision quasi è divina,
  in sogno mi parea veder sospesa
un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
con l'ali aperte e a calare intesa;
  ed esser mi parea là dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.
  Fra me pensava: 'Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d'altro loco
disdegna di portarne suso in piede'.
  Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.
  Ivi parea che ella e io ardesse;
e sì lo 'ncendio imaginato cosse,
che convenne che 'l sonno si rompesse.
  Non altrimenti Achille si riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo là dove si fosse,
  quando la madre da Chirón a Schiro
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
là onde poi li Greci il dipartiro;
  che mi scoss'io, sì come da la faccia
mi fuggì 'l sonno, e diventa' ismorto,
come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
  Dallato m'era solo il mio conforto,
e 'l sole er'alto già più che due ore,
e 'l viso m'era a la marina torto.
  "Non aver tema", disse il mio segnore;
"fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
non stringer, ma rallarga ogne vigore.
  Tu se' omai al purgatorio giunto:
vedi là il balzo che 'l chiude dintorno;
vedi l'entrata là 've par digiunto.
  Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
quando l'anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond'è là giù addorno
  venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l'agevolerò per la sua via".
  Sordel rimase e l'altre genti forme;
ella ti tolse, e come 'l dì fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme.
  Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro".
  A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta,
  mi cambia' io; e come sanza cura
vide me 'l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
  Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s'io la rincalzo.
  Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
che là dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro diparte,
  vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch'ancor non facea motto.
  E come l'occhio più e più v'apersi,
vidil seder sovra 'l grado sovrano,
tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;
  e una spada nuda avea in mano,
che reflettea i raggi sì ver' noi,
ch'io drizzava spesso il viso in vano.
  "Dite costinci: che volete voi?",
cominciò elli a dire, "ov'è la scorta?
Guardate che 'l venir sù non vi nòi".
  "Donna del ciel, di queste cose accorta",
rispuose 'l mio maestro a lui, "pur dianzi
ne disse: "Andate là: quivi è la porta"".
  "Ed ella i passi vostri in bene avanzi",
ricominciò il cortese portinaio:
"Venite dunque a' nostri gradi innanzi".
  Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era sì pulito e terso,
ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
  Era il secondo tinto più che perso,
d'una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.
  Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
porfido mi parea, sì fiammeggiante,
come sangue che fuor di vena spiccia.
  Sovra questo tenea ambo le piante
l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
che mi sembiava pietra di diamante.
  Per li tre gradi sù di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: "Chiedi
umilemente che 'l serrame scioglia".
  Divoto mi gittai a' santi piedi;
misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi.
  Sette P ne la fronte mi descrisse
col punton de la spada, e "Fa che lavi,
quando se' dentro, queste piaghe", disse.
  Cenere, o terra che secca si cavi,
d'un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due chiavi.
  L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta sì, ch'i' fu' contento.
  "Quandunque l'una d'este chiavi falla,
che non si volga dritta per la toppa",
diss'elli a noi, "non s'apre questa calla.
  Più cara è l'una; ma l'altra vuol troppa
d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
perch'ella è quella che 'l nodo digroppa.
  Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
pur che la gente a' piedi mi s'atterri".
  Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: "Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'n dietro si guata".
  E quando fuor ne' cardini distorti
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e forti,
  non rugghiò sì né si mostrò sì acra
Tarpea, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra.
  Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e '   Te Deum laudamus   ' mi parea
udire in voce mista al dolce suono.
  Tale imagine a punto mi rendea
ciò ch'io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea;
  ch'or sì or no s'intendon le parole.
 
 
 
Purgatorio: Canto X
 
  Poi fummo dentro al soglio de la porta
che 'l mal amor de l'anime disusa,
perché fa parer dritta la via torta,
  sonando la senti' esser richiusa;
e s'io avesse li occhi vòlti ad essa,
qual fora stata al fallo degna scusa?
  Noi salavam per una pietra fessa,
che si moveva e d'una e d'altra parte,
sì come l'onda che fugge e s'appressa.
  "Qui si conviene usare un poco d'arte",
cominciò 'l duca mio, "in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte".
  E questo fece i nostri passi scarsi,
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
  che noi fossimo fuor di quella cruna;
ma quando fummo liberi e aperti
sù dove il monte in dietro si rauna,
  io stancato e amendue incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo più che strade per diserti.
  Da la sua sponda, ove confina il vano,
al piè de l'alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un corpo umano;
  e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi parea cotale.
  Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
quand'io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,
  esser di marmo candido e addorno
d'intagli sì, che non pur Policleto,
ma la natura lì avrebbe scorno.
  L'angel che venne in terra col decreto
de la molt'anni lagrimata pace,
ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
  dinanzi a noi pareva sì verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.
  Giurato si saria ch'el dicesse '   Ave       !';
perché iv'era imaginata quella
ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
  e avea in atto impressa esta favella
'   Ecce ancilla Dei   ', propriamente
come figura in cera si suggella.
  "Non tener pur ad un loco la mente",
disse 'l dolce maestro, che m'avea
da quella parte onde 'l cuore ha la gente.
  Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
di retro da Maria, da quella costa
onde m'era colui che mi movea,
  un'altra storia ne la roccia imposta;
per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
acciò che fosse a li occhi miei disposta.
  Era intagliato lì nel marmo stesso
lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
per che si teme officio non commesso.
  Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
partita in sette cori, a' due mie' sensi
faceva dir l'un "No", l'altro "Sì, canta".
  Similemente al fummo de li 'ncensi
che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
e al sì e al no discordi fensi.
  Lì precedeva al benedetto vaso,
trescando alzato, l'umile salmista,
e più e men che re era in quel caso.
  Di contra, effigiata ad una vista
d'un gran palazzo, Micòl ammirava
sì come donna dispettosa e trista.
  I' mossi i piè del loco dov'io stava,
per avvisar da presso un'altra istoria,
che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
  Quiv'era storiata l'alta gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
  i' dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
  Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
sovr'essi in vista al vento si movieno.
  La miserella intra tutti costoro
pareva dir: "Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch'è morto, ond'io m'accoro";
  ed elli a lei rispondere: "Or aspetta
tanto ch'i' torni"; e quella: "Segnor mio",
come persona in cui dolor s'affretta,
  "se tu non torni?"; ed ei: "Chi fia dov'io,
la ti farà"; ed ella: "L'altrui bene
a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?";
  ond'elli: "Or ti conforta; ch'ei convene
ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
giustizia vuole e pietà mi ritene".
  Colui che mai non vide cosa nova
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perché qui non si trova.
  Mentr'io mi dilettava di guardare
l'imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder care,
  "Ecco di qua, ma fanno i passi radi",
mormorava il poeta, "molte genti:
questi ne 'nvieranno a li alti gradi".
  Li occhi miei ch'a mirare eran contenti
per veder novitadi ond'e' son vaghi,
volgendosi ver' lui non furon lenti.
  Non vo' però, lettor, che tu ti smaghi
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che 'l debito si paghi.
  Non attender la forma del martìre:
pensa la succession; pensa ch'al peggio,
oltre la gran sentenza non può ire.
  Io cominciai: "Maestro, quel ch'io veggio
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, sì nel veder vaneggio".
  Ed elli a me: "La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
  Ma guarda fiso là, e disviticchia
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
già scorger puoi come ciascun si picchia".
  O superbi cristian, miseri lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne' retrosi passi,
  non v'accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l'angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?
  Di che l'animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?
  Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto,
  la qual fa del non ver vera rancura
nascere 'n chi la vede; così fatti
vid'io color, quando puosi ben cura.
  Vero è che più e meno eran contratti
secondo ch'avien più e meno a dosso;
e qual più pazienza avea ne li atti,
  piangendo parea dicer: 'Più non posso'.
 
 
 
Purgatorio: Canto XI
 
  "O Padre nostro, che ne' cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch'ai primi effetti di là sù tu hai,
  laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
da ogni creatura, com'è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.
  Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
  Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando    osanna       ,
così facciano li uomini de' suoi.
  Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s'affanna.
  E come noi lo mal ch'avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
  Nostra virtù che di legger s'adona,
non spermentar con l'antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.
  Quest'ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro".
  Così a sé e noi buona ramogna
quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
simile a quel che tal volta si sogna,
  disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.
  Se di là sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei ch'hanno al voler buona radice?
  Ben si de' loro atar lavar le note
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.
  "Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
tosto, sì che possiate muover l'ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,
  mostrate da qual mano inver' la scala
si va più corto; e se c'è più d'un varco,
quel ne 'nsegnate che men erto cala;
  ché questi che vien meco, per lo 'ncarco
de la carne d'Adamo onde si veste,
al montar sù, contra sua voglia, è parco".
  Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu' io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;
  ma fu detto: "A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.
  E s'io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,
  cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.
  Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se 'l nome suo già mai fu vosco.
  L'antico sangue e l'opere leggiadre
d'i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
  ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch'io ne mori', come i Sanesi sanno
e sallo in Campagnatico ogne fante.
  Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.
  E qui convien ch'io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti".
  Ascoltando chinai in giù la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
  e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.
  "Oh!", diss'io lui, "non se' tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
ch'alluminar chiamata è in Parisi?".
  "Frate", diss'elli, "più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l'onore è tutto or suo, e mio in parte.
  Ben non sare' io stato sì cortese
mentre ch'io vissi, per lo gran disio
de l'eccellenza ove mio core intese.
  Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
  Oh vana gloria de l'umane posse!
com'poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l'etati grosse!
  Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura:
  così ha tolto l'uno a l'altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l'uno e l'altro caccerà del nido.
  Non è il mondan romore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
  Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
  pria che passin mill'anni? ch'è più corto
spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.
  Colui che del cammin sì poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,
  ond'era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com'ora è putta.
  La vostra nominanza è color d'erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba".
  E io a lui: "Tuo vero dir m'incora
bona umiltà, e gran tumor m'appiani;
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?".
  "Quelli è", rispuose, "Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntuoso
a recar Siena tutta a le sue mani.
  Ito è così e va, sanza riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo oso".
  E io: "Se quello spirito ch'attende,
pria che si penta, l'orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende,
  se buona orazion lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?".
  "Quando vivea più glorioso", disse,
"liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s'affisse;
  e lì, per trar l'amico suo di pena
ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.
  Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che ' tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.
  Quest'opera li tolse quei confini".
 
 
 
Purgatorio: Canto XII
 
  Di pari, come buoi che vanno a giogo,
m'andava io con quell'anima carca,
fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
  Ma quando disse: "Lascia lui e varca;
ché qui è buono con l'ali e coi remi,
quantunque può, ciascun pinger sua barca";
  dritto sì come andar vuolsi rife'mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e scemi.
  Io m'era mosso, e seguia volontieri
del mio maestro i passi, e amendue
già mostravam com'eravam leggeri;
  ed el mi disse: "Volgi li occhi in giùe:
buon ti sarà, per tranquillar la via,
veder lo letto de le piante tue".
  Come, perché di lor memoria sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch'elli eran pria,
  onde lì molte volte si ripiagne
per la puntura de la rimembranza,
che solo a' pii dà de le calcagne;
  sì vid'io lì, ma di miglior sembianza
secondo l'artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte avanza.
  Vedea colui che fu nobil creato
più ch'altra creatura, giù dal cielo
folgoreggiando scender, da l'un lato.
  Vedea Briareo, fitto dal telo
celestial giacer, da l'altra parte,
grave a la terra per lo mortal gelo.
  Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d'i Giganti sparte.
  Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
quasi smarrito, e riguardar le genti
che 'n Sennaàr con lui superbi fuoro.
  O Niobè, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
  O Saùl, come in su la propria spada
quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentì pioggia né rugiada!
  O folle Aragne, sì vedea io te
già mezza ragna, trista in su li stracci
de l'opera che mal per te si fé.
  O Roboàm, già non par che minacci
quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
  Mostrava ancor lo duro pavimento
come Almeon a sua madre fé caro
parer lo sventurato addornamento.
  Mostrava come i figli si gittaro
sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il lasciaro.
  Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
"Sangue sitisti, e io di sangue t'empio".
  Mostrava come in rotta si fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martiro.
  Vedeva Troia in cenere e in caverne;
o Ilión, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si discerne!
  Qual di pennel fu maestro o di stile
che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?
  Morti li morti e i vivi parean vivi:
non vide mei di me chi vide il vero,
quant'io calcai, fin che chinato givi.
  Or superbite, e via col viso altero,
figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
sì che veggiate il vostro mal sentero!
  Più era già per noi del monte vòlto
e del cammin del sole assai più speso
che non stimava l'animo non sciolto,
  quando colui che sempre innanzi atteso
andava, cominciò: "Drizza la testa;
non è più tempo di gir sì sospeso.
  Vedi colà un angel che s'appresta
per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del dì l'ancella sesta.
  Di reverenza il viso e li atti addorna,
sì che i diletti lo 'nviarci in suso;
pensa che questo dì mai non raggiorna!".
  Io era ben del suo ammonir uso
pur di non perder tempo, sì che 'n quella
materia non potea parlarmi chiuso.
  A noi venìa la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.
  Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
disse: "Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.
  A questo invito vegnon molto radi:
o gente umana, per volar sù nata,
perché a poco vento così cadi?".
  Menocci ove la roccia era tagliata;
quivi mi batté l'ali per la fronte;
poi mi promise sicura l'andata.
  Come a man destra, per salire al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,
  si rompe del montar l'ardita foga
per le scalee che si fero ad etade
ch'era sicuro il quaderno e la doga;
  così s'allenta la ripa che cade
quivi ben ratta da l'altro girone;
ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
  Noi volgendo ivi le nostre persone,
'   Beati pauperes spiritu!   ' voci
cantaron sì, che nol diria sermone.
  Ahi quanto son diverse quelle foci
da l'infernali! ché quivi per canti
s'entra, e là giù per lamenti feroci.
  Già montavam su per li scaglion santi,
ed esser mi parea troppo più lieve
che per lo pian non mi parea davanti.
  Ond'io: "Maestro, dì, qual cosa greve
levata s'è da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si riceve?".
  Rispuose: "Quando i P che son rimasi
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno, com'è l'un, del tutto rasi,
  fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser sù pinti".
  Allor fec'io come color che vanno
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;
  per che la mano ad accertar s'aiuta,
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si può fornir per la veduta;
  e con le dita de la destra scempie
trovai pur sei le lettere che 'ncise
quel da le chiavi a me sovra le tempie:
  a che guardando, il mio duca sorrise.
 
 
 
Purgatorio: Canto XIII
 
  Noi eravamo al sommo de la scala,
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui dismala.
  Ivi così una cornice lega
dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l'arco suo più tosto piega.
  Ombra non lì è né segno che si paia:
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color de la petraia.
  "Se qui per dimandar gente s'aspetta",
ragionava il poeta, "io temo forse
che troppo avrà d'indugio nostra eletta".
  Poi fisamente al sole li occhi porse;
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé torse.
  "O dolce lume a cui fidanza i' entro
per lo novo cammin, tu ne conduci",
dicea, "come condur si vuol quinc'entro.
  Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;
s'altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci".
  Quanto di qua per un migliaio si conta,
tanto di là eravam noi già iti,
con poco tempo, per la voglia pronta;
  e verso noi volar furon sentiti,
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d'amor cortesi inviti.
  La prima voce che passò volando
'   Vinum non habent   ' altamente disse,
e dietro a noi l'andò reiterando.
  E prima che del tutto non si udisse
per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
passò gridando, e anco non s'affisse.
  "Oh!", diss'io, "padre, che voci son queste?".
E com'io domandai, ecco la terza
dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
  E 'l buon maestro: "Questo cinghio sferza
la colpa de la invidia, e però sono
tratte d'amor le corde de la ferza.
  Lo fren vuol esser del contrario suono;
credo che l'udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al passo del perdono.
  Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascuno è lungo la grotta assiso".
  Allora più che prima li occhi apersi;
guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra non diversi.
  E poi che fummo un poco più avanti,
udia gridar: 'Maria, òra per noi':
gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.
  Non credo che per terra vada ancoi
omo sì duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch'i' vidi poi;
  ché, quando fui sì presso di lor giunto,
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di grave dolor munto.
  Di vil ciliccio mi parean coperti,
e l'un sofferia l'altro con la spalla,
e tutti da la ripa eran sofferti.
  Così li ciechi a cui la roba falla
stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
  perché 'n altrui pietà tosto si pogna,
non pur per lo sonar de le parole,
ma per la vista che non meno agogna.
  E come a li orbi non approda il sole,
così a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,
luce del ciel di sé largir non vole;
  ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
e cusce sì, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non dimora.
  A me pareva, andando, fare oltraggio,
veggendo altrui, non essendo veduto:
per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
  Ben sapev'ei che volea dir lo muto;
e però non attese mia dimanda,
ma disse: "Parla, e sie breve e arguto".
  Virgilio mi venìa da quella banda
de la cornice onde cader si puote,
perché da nulla sponda s'inghirlanda;
  da l'altra parte m'eran le divote
ombre, che per l'orribile costura
premevan sì, che bagnavan le gote.
  Volsimi a loro e "O gente sicura",
incominciai, "di veder l'alto lume
che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
  se tosto grazia resolva le schiume
di vostra coscienza sì che chiaro
per essa scenda de la mente il fiume,
  ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
s'anima è qui tra voi che sia latina;
e forse lei sarà buon s'i' l'apparo".
  "O frate mio, ciascuna è cittadina
d'una vera città; ma tu vuo' dire
che vivesse in Italia peregrina".
  Questo mi parve per risposta udire
più innanzi alquanto che là dov'io stava,
ond'io mi feci ancor più là sentire.
  Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
lo mento a guisa d'orbo in sù levava.
  "Spirto", diss'io, "che per salir ti dome,
se tu se' quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per luogo o per nome".
  "Io fui sanese", rispuose, "e con questi
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne presti.
  Savia non fui, avvegna che Sapìa
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
più lieta assai che di ventura mia.
  E perché tu non creda ch'io t'inganni,
odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,
già discendendo l'arco d'i miei anni.
  Eran li cittadin miei presso a Colle
in campo giunti co' loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
  Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,
 
  tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia,
gridando a Dio: "Omai più non ti temo!",
come fé 'l merlo per poca bonaccia.
  Pace volli con Dio in su lo stremo
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,
  se ciò non fosse, ch'a memoria m'ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe.
  Ma tu chi se', che nostre condizioni
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
sì com'io credo, e spirando ragioni?".
  "Li occhi", diss'io, "mi fieno ancor qui tolti,
ma picciol tempo, ché poca è l'offesa
fatta per esser con invidia vòlti.
  Troppa è più la paura ond'è sospesa
l'anima mia del tormento di sotto,
che già lo 'ncarco di là giù mi pesa".
  Ed ella a me: "Chi t'ha dunque condotto
qua sù tra noi, se giù ritornar credi?".
E io: "Costui ch'è meco e non fa motto.
  E vivo sono; e però mi richiedi,
spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
di là per te ancor li mortai piedi".
  "Oh, questa è a udir sì cosa nuova",
rispuose, "che gran segno è che Dio t'ami;
però col priego tuo talor mi giova.
  E cheggioti, per quel che tu più brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
  Tu li vedrai tra quella gente vana
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch'a trovar la Diana;
  ma più vi perderanno li ammiragli".
 
 
 
Purgatorio: Canto XIV
 
  "Chi è costui che 'l nostro monte cerchia
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua voglia e coverchia?".
  "Non so chi sia, ma so ch'e' non è solo:
domandal tu che più li t'avvicini,
e dolcemente, sì che parli, acco'lo".
  Così due spirti, l'uno a l'altro chini,
ragionavan di me ivi a man dritta;
poi fer li visi, per dirmi, supini;
  e disse l'uno: "O anima che fitta
nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
per carità ne consola e ne ditta
  onde vieni e chi se'; ché tu ne fai
tanto maravigliar de la tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu più mai".
  E io: "Per mezza Toscana si spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia.
  Di sovr'esso rech'io questa persona:
dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
ché 'l nome mio ancor molto non suona".
  "Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
con lo 'ntelletto", allora mi rispuose
quei che diceva pria, "tu parli d'Arno".
  E l'altro disse lui: "Perché nascose
questi il vocabol di quella riviera,
pur com'om fa de l'orribili cose?".
  E l'ombra che di ciò domandata era,
si sdebitò così: "Non so; ma degno
ben è che 'l nome di tal valle pèra;
  ché dal principio suo, ov'è sì pregno
l'alpestro monte ond'è tronco Peloro,
che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
  infin là 've si rende per ristoro
di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
ond'hanno i fiumi ciò che va con loro,
  vertù così per nimica si fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga:
  ond'hanno sì mutata lor natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.
  Tra brutti porci, più degni di galle
che d'altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.
  Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.
  Vassi caggendo; e quant'ella più 'ngrossa,
tanto più trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata fossa.
  Discesa poi per più pelaghi cupi,
trova le volpi sì piene di froda,
che non temono ingegno che le occùpi.
  Né lascerò di dir perch'altri m'oda;
e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta
di ciò che vero spirto mi disnoda.
  Io veggio tuo nepote che diventa
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
  Vende la carne loro essendo viva;
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e sé di pregio priva.
  Sanguinoso esce de la trista selva;
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si rinselva".
  Com'a l'annunzio di dogliosi danni
si turba il viso di colui ch'ascolta,
da qual che parte il periglio l'assanni,
  così vid'io l'altr'anima, che volta
stava a udir, turbarsi e farsi trista,
poi ch'ebbe la parola a sé raccolta.
  Lo dir de l'una e de l'altra la vista
mi fer voglioso di saper lor nomi,
e dimanda ne fei con prieghi mista;
  per che lo spirto che di pria parlòmi
ricominciò: "Tu vuo' ch'io mi deduca
nel fare a te ciò che tu far non vuo'mi.
  Ma da che Dio in te vuol che traluca
tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
però sappi ch'io fui Guido del Duca.
  Fu il sangue mio d'invidia sì riarso,
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m'avresti di livore sparso.
  Di mia semente cotal paglia mieto;
o gente umana, perché poni 'l core
là 'v'è mestier di consorte divieto?
  Questi è Rinier; questi è 'l pregio e l'onore
de la casa da Calboli, ove nullo
fatto s'è reda poi del suo valore.
  E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
del ben richesto al vero e al trastullo;
  ché dentro a questi termini è ripieno
di venenosi sterpi, sì che tardi
per coltivare omai verrebber meno.
  Ov'è 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
  Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?
  Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
quando rimembro con Guido da Prata,
Ugolin d'Azzo che vivette nosco,
  Federigo Tignoso e sua brigata,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l'una gente e l'altra è diretata),
  le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
che ne 'nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son fatti sì malvagi.
  O Bretinoro, ché non fuggi via,
poi che gita se n'è la tua famiglia
e molta gente per non esser ria?
  Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti più s'impiglia.
  Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d'essi testimonio.
  O Ugolin de' Fantolin, sicuro
è il nome tuo, da che più non s'aspetta
chi far lo possa, tralignando, scuro.
  Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
troppo di pianger più che di parlare,
sì m'ha nostra ragion la mente stretta".
  Noi sapavam che quell'anime care
ci sentivano andar; però, tacendo,
facean noi del cammin confidare.
  Poi fummo fatti soli procedendo,
folgore parve quando l'aere fende,
voce che giunse di contra dicendo:
  'Anciderammi qualunque m'apprende';
e fuggì come tuon che si dilegua,
se sùbito la nuvola scoscende.
  Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
ed ecco l'altra con sì gran fracasso,
che somigliò tonar che tosto segua:
  "Io sono Aglauro che divenni sasso";
e allor, per ristrignermi al poeta,
in destro feci e non innanzi il passo.
  Già era l'aura d'ogne parte queta;
ed el mi disse: "Quel fu 'l duro camo
che dovria l'uom tener dentro a sua meta.
  Ma voi prendete l'esca, sì che l'amo
de l'antico avversaro a sé vi tira;
e però poco val freno o richiamo.
  Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l'occhio vostro pur a terra mira;
  onde vi batte chi tutto discerne".
 
 
 
Purgatorio: Canto XV
 
  Quanto tra l'ultimar de l'ora terza
e 'l principio del dì par de la spera
che sempre a guisa di fanciullo scherza,
  tanto pareva già inver' la sera
essere al sol del suo corso rimaso;
vespero là, e qui mezza notte era.
  E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
perché per noi girato era sì 'l monte,
che già dritti andavamo inver' l'occaso,
  quand'io senti' a me gravar la fronte
a lo splendore assai più che di prima,
e stupor m'eran le cose non conte;
 
  ond'io levai le mani inver' la cima
de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
che del soverchio visibile lima.
  Come quando da l'acqua o da lo specchio
salta lo raggio a l'opposita parte,
salendo su per lo modo parecchio
  a quel che scende, e tanto si diparte
dal cader de la pietra in igual tratta,
sì come mostra esperienza e arte;
  così mi parve da luce rifratta
quivi dinanzi a me esser percosso;
per che a fuggir la mia vista fu ratta.
  "Che è quel, dolce padre, a che non posso
schermar lo viso tanto che mi vaglia",
diss'io, "e pare inver' noi esser mosso?".
  "Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
la famiglia del cielo", a me rispuose:
"messo è che viene ad invitar ch'om saglia.
  Tosto sarà ch'a veder queste cose
non ti fia grave, ma fieti diletto
quanto natura a sentir ti dispuose".
  Poi giunti fummo a l'angel benedetto,
con lieta voce disse: "Intrate quinci
ad un scaleo vie men che li altri eretto".
  Noi montavam, già partiti di linci,
e '   Beati misericordes       !' fue
cantato retro, e '   Godi tu che vinci       !'.
  Lo mio maestro e io soli amendue
suso andavamo; e io pensai, andando,
prode acquistar ne le parole sue;
  e dirizza'mi a lui sì dimandando:
"Che volse dir lo spirto di Romagna,
e 'divieto' e 'consorte' menzionando?".
  Per ch'elli a me: "Di sua maggior magagna
conosce il danno; e però non s'ammiri
se ne riprende perché men si piagna.
  Perché s'appuntano i vostri disiri
dove per compagnia parte si scema,
invidia move il mantaco a' sospiri.
  Ma se l'amor de la spera supprema
torcesse in suso il disiderio vostro,
non vi sarebbe al petto quella tema;
  ché, per quanti si dice più lì 'nostro',
tanto possiede più di ben ciascuno,
e più di caritate arde in quel chiostro".
  "Io son d'esser contento più digiuno",
diss'io, "che se mi fosse pria taciuto,
e più di dubbio ne la mente aduno.
  Com'esser puote ch'un ben, distributo
in più posseditor, faccia più ricchi
di sé, che se da pochi è posseduto?".
  Ed elli a me: "Però che tu rificchi
la mente pur a le cose terrene,
di vera luce tenebre dispicchi.
  Quello infinito e ineffabil bene
che là sù è, così corre ad amore
com'a lucido corpo raggio vene.
  Tanto si dà quanto trova d'ardore;
sì che, quantunque carità si stende,
cresce sovr'essa l'etterno valore.
  E quanta gente più là sù s'intende,
più v'è da bene amare, e più vi s'ama,
e come specchio l'uno a l'altro rende.
  E se la mia ragion non ti disfama,
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torrà questa e ciascun'altra brama.
  Procaccia pur che tosto sieno spente,
come son già le due, le cinque piaghe,
che si richiudon per esser dolente".
  Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',
vidimi giunto in su l'altro girone,
sì che tacer mi fer le luci vaghe.
  Ivi mi parve in una visione
estatica di sùbito esser tratto,
e vedere in un tempio più persone;
  e una donna, in su l'entrar, con atto
dolce di madre dicer: "Figliuol mio
perché hai tu così verso noi fatto?
  Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
ti cercavamo". E come qui si tacque,
ciò che pareva prima, dispario.
  Indi m'apparve un'altra con quell'acque
giù per le gote che 'l dolor distilla
quando di gran dispetto in altrui nacque,
  e dir: "Se tu se' sire de la villa
del cui nome ne' dèi fu tanta lite,
e onde ogni scienza disfavilla,
  vendica te di quelle braccia ardite
ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistràto".
E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
  risponder lei con viso temperato:
"Che farem noi a chi mal ne disira,
se quei che ci ama è per noi condannato?",
  Poi vidi genti accese in foco d'ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: "Martira, martira!".
  E lui vedea chinarsi, per la morte
che l'aggravava già, inver' la terra,
ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
  orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
che perdonasse a' suoi persecutori,
con quello aspetto che pietà diserra.
  Quando l'anima mia tornò di fori
a le cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi errori.
  Lo duca mio, che mi potea vedere
far sì com'om che dal sonno si slega,
disse: "Che hai che non ti puoi tenere,
  ma se' venuto più che mezza lega
velando li occhi e con le gambe avvolte,
a guisa di cui vino o sonno piega?".
  "O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
io ti dirò", diss'io, "ciò che m'apparve
quando le gambe mi furon sì tolte".
  Ed ei: "Se tu avessi cento larve
sovra la faccia, non mi sarian chiuse
le tue cogitazion, quantunque parve.
  Ciò che vedesti fu perché non scuse
d'aprir lo core a l'acque de la pace
che da l'etterno fonte son diffuse.
  Non dimandai "Che hai?" per quel che face
chi guarda pur con l'occhio che non vede,
quando disanimato il corpo giace;
  ma dimandai per darti forza al piede:
così frugar conviensi i pigri, lenti
ad usar lor vigilia quando riede".
  Noi andavam per lo vespero, attenti
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e lucenti.
  Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da cansarsi.
  Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.
 
 
 
Purgatorio: Canto XVI
 
  Buio d'inferno e di notte privata
d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant'esser può di nuvol tenebrata,
  non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch'ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,
  che l'occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s'accostò e l'omero m'offerse.
  Sì come cieco va dietro a sua guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
  m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: "Guarda che da me tu non sia mozzo".
  Io sentia voci, e ciascuna pareva
pregar per pace e per misericordia
l'Agnel di Dio che le peccata leva.
  Pur '   Agnus Dei   ' eran le loro essordia;
una parola in tutte era e un modo,
sì che parea tra esse ogne concordia.
  "Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?",
diss'io. Ed elli a me: "Tu vero apprendi,
e d'iracundia van solvendo il nodo".
  "Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per calendi?".
  Così per una voce detto fue;
onde 'l maestro mio disse: "Rispondi,
e domanda se quinci si va sùe".
  E io: "O creatura che ti mondi
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi secondi".
  "Io ti seguiterò quanto mi lece",
rispuose; "e se veder fummo non lascia,
l'udir ci terrà giunti in quella vece".
  Allora incominciai: "Con quella fascia
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l'infernale ambascia.
  E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
per modo tutto fuor del moderno uso,
  non mi celar chi fosti anzi la morte,
ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
e tue parole fier le nostre scorte".
  "Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l'arco.
  Per montar sù dirittamente vai".
Così rispuose, e soggiunse: "I' ti prego
che per me prieghi quando sù sarai".
  E io a lui: "Per fede mi ti lego
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.
  Prima era scempio, e ora è fatto doppio
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio.
  Lo mondo è ben così tutto diserto
d'ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;
  ma priego che m'addite la cagione,
sì ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
ché nel cielo uno, e un qua giù la pone".
  Alto sospir, che duolo strinse in "uhi!",
mise fuor prima; e poi cominciò: "Frate,
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
  Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
  Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
  Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
lume v'è dato a bene e a malizia,
  e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
  A maggior forza e a miglior natura
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
  Però, se 'l mondo presente disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sarò or vera spia.
  Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
  l'anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la trastulla.
  Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.
  Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver che discernesse
de la vera cittade almen la torre.
  Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, però che 'l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l'unghie fesse;
  per che la gente, che sua guida vede
pur a quel ben fedire ond'ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.
  Ben puoi veder che la mala condotta
è la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
e non natura che 'n voi sia corrotta.
  Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
due soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
  L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l'un con l'altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
  però che, giunti, l'un l'altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch'ogn'erba si conosce per lo seme.
  In sul paese ch'Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga;
  or può sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna
di ragionar coi buoni o d'appressarsi.
  Ben v'èn tre vecchi ancora in cui rampogna
l'antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna:
  Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
e Guido da Castel, che mei si noma
francescamente, il semplice Lombardo.
  Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango e sé brutta e la soma".
  "O Marco mio", diss'io, "bene argomenti;
e or discerno perché dal retaggio
li figli di Levì furono essenti.
  Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di' ch'è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio?".
  "O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta",
rispuose a me; "ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.
  Per altro sopranome io nol conosco,
s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
  Vedi l'albor che per lo fummo raia
già biancheggiare, e me convien partirmi
(l'angelo è ivi) prima ch'io li paia".
  Così tornò, e più non volle udirmi.
 
 
 
Purgatorio: Canto XVII
 
  Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
ti colse nebbia per la qual vedessi
non altrimenti che per pelle talpe,
  come, quando i vapori umidi e spessi
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per essi;
  e fia la tua imagine leggera
in giugnere a veder com'io rividi
lo sole in pria, che già nel corcar era.
  Sì, pareggiando i miei co' passi fidi
del mio maestro, usci' fuor di tal nube
ai raggi morti già ne' bassi lidi.
  O imaginativa che ne rube
talvolta sì di fuor, ch'om non s'accorge
perché dintorno suonin mille tube,
  chi move te, se 'l senso non ti porge?
Moveti lume che nel ciel s'informa,
per sé o per voler che giù lo scorge.
  De l'empiezza di lei che mutò forma
ne l'uccel ch'a cantar più si diletta,
ne l'imagine mia apparve l'orma;
  e qui fu la mia mente sì ristretta
dentro da sé, che di fuor non venìa
cosa che fosse allor da lei ricetta.
  Poi piovve dentro a l'alta fantasia
un crucifisso dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si morìa;
  intorno ad esso era il grande Assuero,
Estèr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far così intero.
  E come questa imagine rompeo
sé per sé stessa, a guisa d'una bulla
cui manca l'acqua sotto qual si feo,
  surse in mia visione una fanciulla
piangendo forte, e dicea: "O regina,
perché per ira hai voluto esser nulla?
  Ancisa t'hai per non perder Lavina;
or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina".
  Come si frange il sonno ove di butto
nova luce percuote il viso chiuso,
che fratto guizza pria che muoia tutto;
  così l'imaginar mio cadde giuso
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch'è in nostro uso.
  I' mi volgea per veder ov'io fosse,
quando una voce disse "Qui si monta",
che da ogne altro intento mi rimosse;
  e fece la mia voglia tanto pronta
di riguardar chi era che parlava,
che mai non posa, se non si raffronta.
  Ma come al sol che nostra vista grava
e per soverchio sua figura vela,
così la mia virtù quivi mancava.
  "Questo è divino spirito, che ne la
via da ir sù ne drizza sanza prego,
e col suo lume sé medesmo cela.
  Sì fa con noi, come l'uom si fa sego;
ché quale aspetta prego e l'uopo vede,
malignamente già si mette al nego.
  Or accordiamo a tanto invito il piede;
procacciam di salir pria che s'abbui,
ché poi non si poria, se 'l dì non riede".
  Così disse il mio duca, e io con lui
volgemmo i nostri passi ad una scala;
e tosto ch'io al primo grado fui,
  senti'mi presso quasi un muover d'ala
e ventarmi nel viso e dir: '   Beati
pacifici       , che son sanz'ira mala!'.
  Già eran sovra noi tanto levati
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da più lati.
  'O virtù mia, perché sì ti dilegue?',
fra me stesso dicea, ché mi sentiva
la possa de le gambe posta in triegue.
  Noi eravam dove più non saliva
la scala sù, ed eravamo affissi,
pur come nave ch'a la piaggia arriva.
  E io attesi un poco, s'io udissi
alcuna cosa nel novo girone;
poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
  "Dolce mio padre, dì , quale offensione
si purga qui nel giro dove semo?
Se i piè si stanno, non stea tuo sermone".
  Ed elli a me: "L'amor del bene, scemo
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato remo.
  Ma perché più aperto intendi ancora,
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra dimora".
  "Né creator né creatura mai",
cominciò el, "figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d'animo; e tu 'l sai.
  Lo naturale è sempre sanza errore,
ma l'altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di vigore.
  Mentre ch'elli è nel primo ben diretto,
e ne' secondi sé stesso misura,
esser non può cagion di mal diletto;
  ma quando al mal si torce, o con più cura
o con men che non dee corre nel bene,
contra 'l fattore adovra sua fattura.
  Quinci comprender puoi ch'esser convene
amor sementa in voi d'ogne virtute
e d'ogne operazion che merta pene.
  Or, perché mai non può da la salute
amor del suo subietto volger viso,
da l'odio proprio son le cose tute;
  e perché intender non si può diviso,
e per sé stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne effetto è deciso.
  Resta, se dividendo bene stimo,
che 'l mal che s'ama è del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi in vostro limo.
  E' chi, per esser suo vicin soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch'el sia di sua grandezza in basso messo;
  è chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch'altri sormonti,
onde s'attrista sì che 'l contrario ama;
  ed è chi per ingiuria par ch'aonti,
sì che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che 'l male altrui impronti.
  Questo triforme amor qua giù di sotto
si piange; or vo' che tu de l'altro intende,
che corre al ben con ordine corrotto.
  Ciascun confusamente un bene apprende
nel qual si queti l'animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende.
  Se lento amore a lui veder vi tira
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne martira.
  Altro ben è che non fa l'uom felice;
non è felicità, non è la buona
essenza, d'ogne ben frutto e radice.
  L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito si ragiona,
  tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi".
 
 
 
Purgatorio: Canto XVIII
 
  Posto avea fine al suo ragionamento
l'alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s'io parea contento;
  e io, cui nova sete ancor frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.
  Ma quel padre verace, che s'accorse
del timido voler che non s'apriva,
parlando, di parlare ardir mi porse.
  Ond'io: "Maestro, il mio veder s'avviva
sì nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva.
  Però ti prego, dolce padre caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e 'l suo contraro".
  "Drizza", disse, "ver' me l'agute luci
de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
l'error de' ciechi che si fanno duci.
  L'animo, ch'è creato ad amar presto,
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è desto.
  Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l'animo ad essa volger face;
  e se, rivolto, inver' di lei si piega,
quel piegare è amor, quell'è natura
che per piacer di novo in voi si lega.
  Poi, come 'l foco movesi in altura
per la sua forma ch'è nata a salire
là dove più in sua matera dura,
  così l'animo preso entra in disire,
ch'è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire.
  Or ti puote apparer quant'è nascosa
la veritate a la gente ch'avvera
ciascun amore in sé laudabil cosa;
  però che forse appar la sua matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona sia la cera".
  "Le tue parole e 'l mio seguace ingegno",
rispuos'io lui, "m'hanno amor discoverto,
ma ciò m'ha fatto di dubbiar più pregno;
  ché, s'amore è di fuori a noi offerto,
e l'anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo merto".
  Ed elli a me: "Quanto ragion qui vede,
dir ti poss'io; da indi in là t'aspetta
pur a Beatrice, ch'è opra di fede.
  Ogne forma sustanzial, che setta
è da matera ed è con lei unita,
specifica vertute ha in sé colletta,
  la qual sanza operar non è sentita,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita.
  Però, là onde vegna lo 'ntelletto
de le prime notizie, omo non sape,
e de' primi appetibili l'affetto,
  che sono in voi sì come studio in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape.
  Or perché a questa ogn'altra si raccoglia,
innata v'è la virtù che consiglia,
e de l'assenso de' tener la soglia.
  Quest'è 'l principio là onde si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia.
  Color che ragionando andaro al fondo,
s'accorser d'esta innata libertate;
però moralità lasciaro al mondo.
  Onde, poniam che di necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
di ritenerlo è in voi la podestate.
  La nobile virtù Beatrice intende
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende".
  La luna, quasi a mezza notte tarda,
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com'un secchion che tuttor arda;
  e correa contro 'l ciel per quelle strade
che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade.
  E quell'ombra gentil per cui si noma
Pietola più che villa mantoana,
del mio carcar diposta avea la soma;
  per ch'io, che la ragione aperta e piana
sovra le mie quistioni avea ricolta,
stava com'om che sonnolento vana.
  Ma questa sonnolenza mi fu tolta
subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era già volta.
  E quale Ismeno già vide e Asopo
lungo di sè di notte furia e calca,
pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
  cotal per quel giron suo passo falca,
per quel ch'io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto amor cavalca.
  Tosto fur sovr'a noi, perché correndo
si movea tutta quella turba magna;
e due dinanzi gridavan piangendo:
  "Maria corse con fretta a la montagna;
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in Ispagna".
  "Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda
per poco amor", gridavan li altri appresso,
"che studio di ben far grazia rinverda".
  "O gente in cui fervore aguto adesso
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo,
  questi che vive, e certo i' non vi bugio,
vuole andar sù, pur che 'l sol ne riluca;
però ne dite ond'è presso il pertugio".
  Parole furon queste del mio duca;
e un di quelli spirti disse: "Vieni
di retro a noi, e troverai la buca.
  Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
che restar non potem; però perdona,
se villania nostra giustizia tieni.
  Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.
  E tale ha già l'un piè dentro la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d'avere avuta possa;
  perché suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero".
  Io non so se più disse o s'ei si tacque,
tant'era già di là da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque.
  E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
disse: "Volgiti qua: vedine due
venir dando a l'accidia di morso".
  Di retro a tutti dicean: "Prima fue
morta la gente a cui il mar s'aperse,
che vedesse Iordan le rede sue.
  E quella che l'affanno non sofferse
fino a la fine col figlio d'Anchise,
sé stessa a vita sanza gloria offerse".
  Poi quando fuor da noi tanto divise
quell'ombre, che veder più non potiersi,
novo pensiero dentro a me si mise,
  del qual più altri nacquero e diversi;
e tanto d'uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,
  e 'l pensamento in sogno trasmutai.
 
 
 
Purgatorio: Canto XIX
 
  Ne l'ora che non può 'l calor diurno
intepidar più 'l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno
  - quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in orïente, innanzi a l'alba,
surger per via che poco le sta bruna -,
  mi venne in sogno una femmina balba,
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
  Io la mirava; e come 'l sol conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta
  la lingua, e poscia tutta la drizzava
in poco d'ora, e lo smarrito volto,
com' amor vuol, così le colorava.
  Poi ch'ell' avea 'l parlar così disciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
  "Io son", cantava, "io son dolce serena,
che' marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
  Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco s'ausa,
rado sen parte; sì tutto l'appago!".
  Ancor non era sua bocca richiusa,
quand' una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
  "O Virgilio, Virgilio, chi è questa?",
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella onesta.
  L'altra prendea, e dinanzi l'apria
fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
quel mi svegliò col puzzo che n'uscia.
  Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: "Almen tre
voci t'ho messe!", dicea, "Surgi e vieni;
troviam l'aperta per la qual tu entre".
  Sù mi levai, e tutti eran già pieni
de l'alto dì i giron del sacro monte,
e andavam col sol novo a le reni.
  Seguendo lui, portava la mia fronte
come colui  che l'ha di pensier carca,
che fa di sé un mezzo arco di ponte;
  quand' io udi' "Venite; qui si varca"
parlare in modo soave e benigno,
qual non si sente in questa mortal marca.
  Con l'ali aperte, che parean di cigno,
volseci in sù colui che sì parlonne
tra due pareti del duro macigno.
  Mosse le penne poi e ventilonne,
'   Qui lugent   ' affermando esser beati,
ch'avran di consolar l'anime donne.
  "Che hai che pur inver' la terra guati?",
la guida mia incominciò a dirmi,
poco amendue da l'angel sormontati.
  E io: "Con tanta sospeccion fa irmi
novella visïon ch'a sé mi piega,
sì ch'io non posso dal pensar partirmi".
  "Vedesti", disse, "quell'antica strega
che sola sovr' a noi omai si piagne;
vedesti come l'uom da lei si slega.
  Bastiti, e batti a terra le calcagne;
li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote magne".
  Quale 'l falcon, che prima a' pié si mira,
indi si volge  al grido e si protende
per lo disio del pasto che là il tira,
  tal mi fec' io; e tal, quanto si fende
la roccia per dar via a chi va suso,
n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.
  Com'io nel quinto giro fui dischiuso,
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso.
  '   Adhaesit pavimento anima mea   '
sentia dir lor con sì alti sospiri,
che la parola a pena s'intendea.
  "O eletti di Dio, li cui soffriri
e giustizia e speranza fa men duri,
drizzate noi verso li alti saliri".
  "Se voi venite dal giacer sicuri,
e volete trovar la via più tosto,
le vostre destre sien sempre di fori".
  Così pregò 'l poeta, e sì risposto
poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
nel parlare avvisai l'altro nascosto,
  e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
ond' elli m'assentì con lieto cenno
ciò che chiedea la vista del disio.
  Poi ch'io potei di me fare a mio senno,
trassimi sovra quella creatura
le cui parole pria notar mi fenno,
  dicendo: "Spirto in cui pianger matura
quel sanza 'l quale a Dio tornar non pòssi,
sosta un poco per me tua maggior cura.
  Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
al sù, mi dì, e se vuo' ch'io t'impetri
cosa di là ond' io vivendo mossi".
  Ed elli a me: "Perché i nostri diretri
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
   scias quod ego fui successor Petri       .
  Intra Sïestri e Chiaveri s'adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.
  Un mese è poco più prova' io come
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte l'altre some.
  La mia conversïone, omè!, fu tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,
così scopersi la vita bugiarda.
  Vidi che lì non s'acquetava il core,
né più salir  potiesi in quella vita;
er che di questa in me s'accese amore.
  Fino a quel punto misera e partita
da Dio anima fui, del tutto avara;
or, come vedi, qui ne son punita.
  Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara
in purgazion de l'anime converse;
e nulla pena il monte ha più amara.
  Sì come l'occhio nostro non s'aderse
in alto, fisso a le cose terrene,
così giustizia qui a terra il merse.
  Come avarizia spense a ciascun bene
lo nostro amore, onde operar perdési,
così giustizia qui stretti ne tene,
  ne' piedi e ne le man legati e presi;
e quanto fia piacer del giusto Sire,
tanto staremo immobili e distesi".
  Io m'era inginocchiato e volea dire;
ma com' io cominciai ed el s'accorse,
solo ascoltando, del mio reverire,
  "Qual cagion", disse, "in giù così ti torse?".
E io a lui: "Per vostra dignitate
mia coscïenza dritto mi rimorse".
  "Drizza le gambe, lèvati sù, frate!",
rispuose; "non errar: conservo sono
teco e con li altri ad una podestate.
  Se mai quel santo evangelico suono
che dice '   Neque nubent   ' intendesti,
ben puoi veder perch'io così ragiono.
  Vattene omai: non vo' che più t'arresti;
ché la tua stanza mio pianger disagia,
col qual maturo ciò che tu dicesti.
  Nepote ho io di là c'ha nome Alagia,
buona da sé, pur che la nostra casa
non faccia lei per essempro malvagia;
  e questa sola di là m'è rimasa".
 
 
 
Purgatorio: Canto XX
 
  Contra miglior voler voler mal pugna;
onde contra 'l piacer mio, per piacerli,
trassi de l'acqua non sazia la spugna.
  Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a' merli;
  ché la gente che fonde a goccia a goccia
per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.
  Maladetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte l'altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa!
  O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?
  Noi andavam con passi lenti e scarsi,
e io attento a l'ombre, ch'i' sentia
pietosamente piangere e lagnarsi;
  e per ventura udi' "Dolce Maria!"
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in parturir sia;
  e seguitar: "Povera fosti tanto,
quanto veder si può per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato santo".
  Seguentemente intesi: "O buon Fabrizio,
con povertà volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con vizio".
  Queste parole m'eran sì piaciute,
ch'io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde parean venute.
  Esso parlava ancor de la larghezza
che fece Niccolò a le pulcelle,
per condurre ad onor lor giovinezza.
  "O anima che tanto ben favelle,
dimmi chi fosti", dissi, "e perché sola
tu queste degne lode rinovelle.
  Non fia sanza mercé la tua parola,
s'io ritorno a compiér lo cammin corto
di quella vita ch'al termine vola".
  Ed elli: "Io ti dirò, non per conforto
ch'io attenda di là, ma perché tanta
grazia in te luce prima che sie morto.
  Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta.
  Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
  Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.
  Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
  trova'mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d'amici pieno,
  ch'a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.
  Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.
  Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna.
  Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
  Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ' suoi.
  Sanz'arme n'esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
  Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta.
  L'altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l'altre schiave.
  O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia c'ha' il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne?
  Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
  Veggiolo un'altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.
  Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.
  O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?
  Ciò ch'io dicea di quell'unica sposa
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa,
  tanto è risposto a tutte nostre prece
quanto 'l dì dura; ma com'el s'annotta,
contrario suon prendemo in quella vece.
  Noi repetiam Pigmalion allotta,
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l'oro ghiotta;
  e la miseria de l'avaro Mida,
che seguì a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida.
  Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
come furò le spoglie, sì che l'ira
di Iosuè qui par ch'ancor lo morda.
  Indi accusiam col marito Saffira;
lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro;
e in infamia tutto 'l monte gira
  Polinestòr ch'ancise Polidoro;
ultimamente ci si grida: "Crasso,
dilci, che 'l sai: di che sapore è l'oro?".
  Talor parla l'uno alto e l'altro basso,
secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora a minor passo:
  però al ben che 'l dì ci si ragiona,
dianzi non era io sol; ma qui da presso
non alzava la voce altra persona".
  Noi eravam partiti già da esso,
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n'era permesso,
  quand'io senti', come cosa che cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch'a morte vada.
  Certo non si scoteo sì forte Delo,
pria che Latona in lei facesse 'l nido
a parturir li due occhi del cielo.
  Poi cominciò da tutte parti un grido
tal, che 'l maestro inverso me si feo,
dicendo: "Non dubbiar, mentr'io ti guido".
  '   Gloria in excelsis   ' tutti '   Deo   '
dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo.
  No' istavamo immobili e sospesi
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che 'l tremar cessò ed el compiési.
  Poi ripigliammo nostro cammin santo,
guardando l'ombre che giacean per terra,
tornate già in su l'usato pianto.
  Nulla ignoranza mai con tanta guerra
mi fé desideroso di sapere,
se la memoria mia in ciò non erra,
  quanta pareami allor, pensando, avere;
né per la fretta dimandare er'oso,
 
né per me lì potea cosa vedere:
  così m'andava timido e pensoso.
 
 
 
Purgatorio: Canto XXI
 
  La sete natural che mai non sazia
se non con l'acqua onde la femminetta
samaritana domandò la grazia,
  mi travagliava, e pungeami la fretta
per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta.
  Ed ecco, sì come ne scrive Luca
che Cristo apparve a' due ch'erano in via,
già surto fuor de la sepulcral buca,
  ci apparve un'ombra, e dietro a noi venìa,
dal piè guardando la turba che giace;
né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
  dicendo; "O frati miei, Dio vi dea pace".
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
rendéli 'l cenno ch'a ciò si conface.
  Poi cominciò: "Nel beato concilio
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l'etterno essilio".
  "Come!", diss'elli, e parte andavam forte:
"se voi siete ombre che Dio sù non degni,
chi v'ha per la sua scala tanto scorte?".
  E 'l dottor mio: "Se tu riguardi a' segni
che questi porta e che l'angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.
  Ma perché lei che dì e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,
  l'anima sua, ch'è tua e mia serocchia,
venendo sù, non potea venir sola,
però ch'al nostro modo non adocchia.
  Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola
d'inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto 'l potrà menar mia scola.
  Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
diè dianzi 'l monte, e perché tutto ad una
parve gridare infino a' suoi piè molli".
  Sì mi diè, dimandando, per la cruna
del mio disio, che pur con la speranza
si fece la mia sete men digiuna.
  Quei cominciò: "Cosa non è che sanza
ordine senta la religione
de la montagna, o che sia fuor d'usanza.
  Libero è qui da ogne alterazione:
di quel che 'l ciel da sé in sé riceve
esser ci puote, e non d'altro, cagione.
  Per che non pioggia, non grando, non neve,
non rugiada, non brina più sù cade
che la scaletta di tre gradi breve;
  nuvole spesse non paion né rade,
né coruscar, né figlia di Taumante,
che di là cangia sovente contrade;
  secco vapor non surge più avante
ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,
dov'ha 'l vicario di Pietro le piante.
  Trema forse più giù poco o assai;
ma per vento che 'n terra si nasconda,
non so come, qua sù non tremò mai.
  Tremaci quando alcuna anima monda
sentesi, sì che surga o che si mova
per salir sù; e tal grido seconda.
  De la mondizia sol voler fa prova,
che, tutto libero a mutar convento,
l'alma sorprende, e di voler le giova.
  Prima vuol ben, ma non lascia il talento
che divina giustizia, contra voglia,
come fu al peccar, pone al tormento.
  E io, che son giaciuto a questa doglia
cinquecent'anni e più, pur mo sentii
libera volontà di miglior soglia:
  però sentisti il tremoto e li pii
spiriti per lo monte render lode
a quel Segnor, che tosto sù li 'nvii".
  Così ne disse; e però ch'el si gode
tanto del ber quant'è grande la sete.
non saprei dir quant'el mi fece prode.
  E 'l savio duca: "Omai veggio la rete
che qui v'impiglia e come si scalappia,
perché ci trema e di che congaudete.
  Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,
e perché tanti secoli giaciuto
qui se', ne le parole tue mi cappia".
  "Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto
del sommo rege, vendicò le fóra
ond'uscì 'l sangue per Giuda venduto,
  col nome che più dura e più onora
era io di là", rispuose quello spirto,
"famoso assai, ma non con fede ancora.
  Tanto fu dolce mio vocale spirto,
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di mirto.
  Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma.
  Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati più di mille;
  de l'Eneida dico, la qual mamma
fummi e fummi nutrice poetando:
sanz'essa non fermai peso di dramma.
  E per esser vivuto di là quando
visse Virgilio, assentirei un sole
più che non deggio al mio uscir di bando".
  Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse 'Taci';
ma non può tutto la virtù che vuole;
  ché riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne' più veraci.
  Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;
per che l'ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove 'l sembiante più si ficca;
  e "Se tanto labore in bene assommi",
disse, "perché la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso dimostrommi?".
  Or son io d'una parte e d'altra preso:
l'una mi fa tacer, l'altra scongiura
ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso
  dal mio maestro, e "Non aver paura",
mi dice, "di parlar; ma parla e digli
quel ch'e' dimanda con cotanta cura".
  Ond'io: "Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch'io fei;
ma più d'ammirazion vo' che ti pigli.
  Questi che guida in alto li occhi miei,
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
forza a cantar de li uomini e d'i dèi.
  Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui dicesti".
  Già s'inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: "Frate,
non far, ché tu se' ombra e ombra vedi".
  Ed ei surgendo: "Or puoi la quantitate
comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
quand'io dismento nostra vanitate,
  trattando l'ombre come cosa salda".
 
 
 
Purgatorio: Canto XXII
 
  Già era l'angel dietro a noi rimaso,
l'angel che n'avea vòlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo raso;
  e quei c'hanno a giustizia lor disiro
detto n'avea beati, e le sue voci
con '   sitiunt   ', sanz'altro, ciò forniro.
  E io più lieve che per l'altre foci
m'andava, sì che sanz'alcun labore
seguiva in sù li spiriti veloci;
  quando Virgilio incominciò: "Amore,
acceso di virtù, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua paresse fore;
  onde da l'ora che tra noi discese
nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
che la tua affezion mi fé palese,
  mia benvoglienza inverso te fu quale
più strinse mai di non vista persona,
sì ch'or mi parran corte queste scale.
  Ma dimmi, e come amico mi perdona
se troppa sicurtà m'allarga il freno,
e come amico omai meco ragiona:
  come poté trovar dentro al tuo seno
loco avarizia, tra cotanto senno
di quanto per tua cura fosti pieno?".
  Queste parole Stazio mover fenno
un poco a riso pria; poscia rispuose:
"Ogne tuo dir d'amor m'è caro cenno.
  Veramente più volte appaion cose
che danno a dubitar falsa matera
per le vere ragion che son nascose.
  La tua dimanda tuo creder m'avvera
esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
forse per quella cerchia dov'io era.
  Or sappi ch'avarizia fu partita
troppo da me, e questa dismisura
migliaia di lunari hanno punita.
  E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
quand'io intesi là dove tu chiame,
crucciato quasi a l'umana natura:
  'Per che non reggi tu, o sacra fame
de l'oro, l'appetito de' mortali?',
voltando sentirei le giostre grame.
  Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
potean le mani a spendere, e pente'mi
così di quel come de li altri mali.
  Quanti risurgeran coi crini scemi
per ignoranza, che di questa pecca
toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!
  E sappie che la colpa che rimbecca
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo verde secca;
  però, s'io son tra quella gente stato
che piange l'avarizia, per purgarmi,
per lo contrario suo m'è incontrato".
  "Or quando tu cantasti le crude armi
de la doppia trestizia di Giocasta",
disse 'l cantor de' buccolici carmi,
  "per quello che Cliò teco lì tasta,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non basta.
  Se così è, qual sole o quai candele
ti stenebraron sì, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele?".
  Ed elli a lui: "Tu prima m'inviasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m'alluminasti.
  Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,
  quando dicesti: 'Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenie scende da ciel nova'.
  Per te poeta fui, per te cristiano:
ma perché veggi mei ciò ch'io disegno,
a colorare stenderò la mano:
  Già era 'l mondo tutto quanto pregno
de la vera credenza, seminata
per li messaggi de l'etterno regno;
  e la parola tua sopra toccata
si consonava a' nuovi predicanti;
ond'io a visitarli presi usata.
  Vennermi poi parendo tanto santi,
che, quando Domizian li perseguette,
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
  e mentre che di là per me si stette,
io li sovvenni, e i lor dritti costumi
fer dispregiare a me tutte altre sette.
  E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
di Tebe poetando, ebb'io battesmo;
ma per paura chiuso cristian fu'mi,
  lungamente mostrando paganesmo;
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi fé più che 'l quarto centesmo.
  Tu dunque, che levato hai il coperchio
che m'ascondeva quanto bene io dico,
mentre che del salire avem soverchio,
  dimmi dov'è Terrenzio nostro antico,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in qual vico".
  "Costoro e Persio e io e altri assai",
rispuose il duca mio, "siam con quel Greco
che le Muse lattar più ch'altri mai,
  nel primo cinghio del carcere cieco:
spesse fiate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.
  Euripide v'è nosco e Antifonte,
Simonide, Agatone e altri piùe
Greci che già di lauro ornar la fronte.
  Quivi si veggion de le genti tue
Antigone, Deifile e Argia,
e Ismene sì trista come fue.
  Védeisi quella che mostrò Langia;
èvvi la figlia di Tiresia, e Teti
e con le suore sue Deidamia".
  Tacevansi ambedue già li poeti,
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da pareti;
  e già le quattro ancelle eran del giorno
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in sù l'ardente corno,
  quando il mio duca: "Io credo ch'a lo stremo
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo".
  Così l'usanza fu lì nostra insegna,
e prendemmo la via con men sospetto
per l'assentir di quell'anima degna.
  Elli givan dinanzi, e io soletto
di retro, e ascoltava i lor sermoni,
ch'a poetar mi davano intelletto.
  Ma tosto ruppe le dolci ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e buoni;
  e come abete in alto si digrada
di ramo in ramo, così quello in giuso,
cred'io, perché persona sù non vada.
  Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le foglie suso.
  Li due poeti a l'alber s'appressaro;
e una voce per entro le fronde
gridò: "Di questo cibo avrete caro".
  Poi disse: "Più pensava Maria onde
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.
  E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d'acqua; e Daniello
dispregiò cibo e acquistò savere.
  Lo secol primo, quant'oro fu bello,
fé savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.
  Mele e locuste furon le vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch'elli è glorioso e tanto grande
  quanto per lo Vangelio v'è aperto".
 
 
 
Purgatorio: Canto XXIII
 
  Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava io sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,
  lo più che padre mi dicea: "Figliuole,
vienne oramai, ché 'l tempo che n'è imposto
più utilmente compartir si vuole".
  Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan sìe,
che l'andar mi facean di nullo costo.
  Ed ecco piangere e cantar s'udìe
'   Labia mea, Domine   ' per modo
tal, che diletto e doglia parturìe.
  "O dolce padre, che è quel ch'i' odo?",
comincia' io; ed elli: "Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo".
  Sì come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,
  così di retro a noi, più tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d'anime turba tacita e devota.
  Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema,
che da l'ossa la pelle s'informava.
  Non credo che così a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n'ebbe tema.
  Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!'
  Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge 'omo'
ben avria quivi conosciuta l'emme.
  Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
sì governasse, generando brama,
e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
  Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
  ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un'ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: "Qual grazia m'è questa?".
  Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l'aspetto in sé avea conquiso.
  Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.
  "Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
che mi scolora", pregava, "la pelle,
né a difetto di carne ch'io abbia;
  ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!".
  "La faccia tua, ch'io lagrimai già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia",
rispuos'io lui, "veggendola sì torta.
  Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
non mi far dir mentr'io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d'altra voglia".
  Ed elli a me: "De l'etterno consiglio
cade vertù ne l'acqua e ne la pianta
rimasa dietro ond'io sì m'assottiglio.
  Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e 'n sete qui si rifà santa.
  Di bere e di mangiar n'accende cura
l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
  E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovrìa dir sollazzo,
  ché quella voglia a li alberi ci mena
che menò Cristo lieto a dire '   Elì   ',
quando ne liberò con la sua vena".
  E io a lui: "Forese, da quel dì
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinq'anni non son vòlti infino a qui.
  Se prima fu la possa in te finita
di peccar più, che sovvenisse l'ora
del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
  come se' tu qua sù venuto ancora?
Io ti credea trovar là giù di sotto
dove tempo per tempo si ristora".
  Ond'elli a me: "Sì tosto m'ha condotto
a ber lo dolce assenzo d'i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.
  Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
e liberato m'ha de li altri giri.
  Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;
  ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov'io la lasciai.
  O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?
Tempo futuro m'è già nel cospetto,
cui non sarà quest'ora molto antica,
  nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l'andar mostrando con le poppe il petto.
  Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?
  Ma se le svergognate fosser certe
di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;
  ché se l'antiveder qui non m'inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.
  Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove 'l sol veli".
  Per ch'io a lui: "Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.
  Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui",
  e 'l sol mostrai; "costui per la profonda
notte menato m'ha d'i veri morti
con questa vera carne che 'l seconda.
  Indi m'han tratto sù li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che 'l mondo fece torti.
  Tanto dice di farmi sua compagna,
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.
  Virgilio è questi che così mi dice",
e addita'lo; "e quest'altro è quell'ombra
per cui scosse dianzi ogne pendice
  lo vostro regno, che da sé lo sgombra".
 
 
 
Purgatorio: Canto XXIV
 
  Né 'l dir l'andar, né l'andar lui più lento
facea, ma ragionando andavam forte,
sì come nave pinta da buon vento;
  e l'ombre, che parean cose rimorte,
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte.
  E io, continuando al mio sermone,
dissi: "Ella sen va sù forse più tarda
che non farebbe, per altrui cagione.
  Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda;
dimmi s'io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi riguarda".
  "La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più, triunfa lieta
ne l'alto Olimpo già di sua corona".
  Sì disse prima; e poi: "Qui non si vieta
di nominar ciascun, da ch'è sì munta
nostra sembianza via per la dieta.
  Questi", e mostrò col dito, "è Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l'altre trapunta
  ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l'anguille di Bolsena e la vernaccia".
  Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
e del nomar parean tutti contenti,
sì ch'io però non vidi un atto bruno.
  Vidi per fame a vòto usar li denti
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte genti.
  Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio
già di bere a Forlì con men secchezza,
e sì fu tal, che non si sentì sazio.
  Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza
più d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
che più parea di me aver contezza.
  El mormorava; e non so che "Gentucca"
sentiv'io là, ov'el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.
  "O anima", diss'io, "che par sì vaga
di parlar meco, fa sì ch'io t'intenda,
e te e me col tuo parlare appaga".
  "Femmina è nata, e non porta ancor benda",
cominciò el, "che ti farà piacere
la mia città, come ch'om la riprenda.
  Tu te n'andrai con questo antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.
  Ma dì s'i' veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
'   Donne ch'avete intelletto d'amore   '".
  E io a lui: "I' mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando".
  "O frate, issa vegg'io", diss'elli, "il nodo
che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!
  Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;
  e qual più a gradire oltre si mette,
non vede più da l'uno a l'altro stilo";
e, quasi contentato, si tacette.
  Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan più a fretta e vanno in filo,
  così tutta la gente che lì era,
volgendo 'l viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler leggera.
  E come l'uom che di trottare è lasso,
lascia andar li compagni, e sì passeggia
fin che si sfoghi l'affollar del casso,
  sì lasciò trapassar la santa greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: "Quando fia ch'io ti riveggia?".
  "Non so", rispuos'io lui, "quant'io mi viva;
ma già non fia il tornar mio tantosto,
ch'io non sia col voler prima a la riva;
  però che 'l loco u' fui a viver posto,
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto".
  "Or va", diss'el; "che quei che più n'ha colpa,
vegg'io a coda d'una bestia tratto
inver' la valle ove mai non si scolpa.
  La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.
  Non hanno molto a volger quelle ruote",
e drizzò li ochi al ciel, "che ti fia chiaro
ciò che 'l mio dir più dichiarar non puote.
  Tu ti rimani omai; ché 'l tempo è caro
in questo regno, sì ch'io perdo troppo
venendo teco sì a paro a paro".
  Qual esce alcuna volta di gualoppo
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo,
  tal si partì da noi con maggior valchi;
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo sì gran marescalchi.
  E quando innanzi a noi intrato fue,
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue,
  parvermi i rami gravidi e vivaci
d'un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vòlto in laci.
  Vidi gente sott'esso alzar le mani
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani,
  che pregano, e 'l pregato non risponde,
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde.
  Poi si partì sì come ricreduta;
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
  "Trapassate oltre sanza farvi presso:
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da esso".
  Sì tra le frasche non so chi diceva;
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva.
  "Ricordivi", dicea, "d'i maladetti
nei nuvoli formati, che, satolli,
Teseo combatter co' doppi petti;
  e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver' Madian discese i colli".
  Sì accostati a l'un d'i due vivagni
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri guadagni.
  Poi, rallargati per la strada sola,
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola.
  "Che andate pensando sì voi sol tre?".
sùbita voce disse; ond'io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre.
  Drizzai la testa per veder chi fossi;
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e rossi,
  com'io vidi un che dicea: "S'a voi piace
montare in sù, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace".
  L'aspetto suo m'avea la vista tolta;
per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
com'om che va secondo ch'elli ascolta.
  E quale, annunziatrice de li albori,
l'aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l'erba e da' fiori;
  tal mi senti' un vento dar per mezza
la fronte, e ben senti' mover la piuma,
che fé sentir d'ambrosia l'orezza.
  E senti' dir: "Beati cui alluma
tanto di grazia, che l'amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,
  esuriendo sempre quanto è giusto!".
 
 
 
Purgatorio: Canto XXV
 
  Ora era onde 'l salir non volea storpio;
ché 'l sole avea il cerchio di merigge
lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
  per che, come fa l'uom che non s'affigge
ma vassi a la via sua, che che li appaia,
se di bisogno stimolo il trafigge,
  così intrammo noi per la callaia,
uno innanzi altro prendendo la scala
che per artezza i salitor dispaia.
  E quale il cicognin che leva l'ala
per voglia di volare, e non s'attenta
d'abbandonar lo nido, e giù la cala;
  tal era io con voglia accesa e spenta
di dimandar, venendo infino a l'atto
che fa colui ch'a dicer s'argomenta.
  Non lasciò, per l'andar che fosse ratto,
lo dolce padre mio, ma disse: "Scocca
l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto".
  Allor sicuramente apri' la bocca
e cominciai: "Come si può far magro
là dove l'uopo di nodrir non tocca?".
  "Se t'ammentassi come Meleagro
si consumò al consumar d'un stizzo,
non fora", disse, "a te questo sì agro;
  e se pensassi come, al vostro guizzo,
guizza dentro a lo specchio vostra image,
ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
  Ma perché dentro a tuo voler t'adage,
ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
che sia or sanator de le tue piage".
  "Se la veduta etterna li dislego",
rispuose Stazio, "là dove tu sie,
discolpi me non potert'io far nego".
  Poi cominciò: "Se le parole mie,
figlio, la mente tua guarda e riceve,
lume ti fiero al come che tu die.
  Sangue perfetto, che poi non si beve
da l'assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,
  prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch'a farsi quelle per le vene vane.
  Ancor digesto, scende ov'è più bello
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr'altrui sangue in natural vasello.
  Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,
l'un disposto a patire, e l'altro a fare
per lo perfetto loco onde si preme;
  e, giunto lui, comincia ad operare
coagulando prima, e poi avviva
ciò che per sua matera fé constare.
  Anima fatta la virtute attiva
qual d'una pianta, in tanto differente,
che questa è in via e quella è già a riva,
  tanto ovra poi, che già si move e sente,
come spungo marino; e indi imprende
ad organar le posse ond'è semente.
  Or si spiega, figliuolo, or si distende
la virtù ch'è dal cor del generante,
dove natura a tutte membra intende.
  Ma come d'animal divegna fante,
non vedi tu ancor: quest'è tal punto,
che più savio di te fé già errante,
  sì che per sua dottrina fé disgiunto
da l'anima il possibile intelletto,
perché da lui non vide organo assunto.
  Apri a la verità che viene il petto;
e sappi che, sì tosto come al feto
l'articular del cerebro è perfetto,
  lo motor primo a lui si volge lieto
sovra tant'arte di natura, e spira
spirito novo, di vertù repleto,
  che ciò che trova attivo quivi, tira
in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
che vive e sente e sé in sé rigira.
  E perché meno ammiri la parola,
guarda il calor del sole che si fa vino,
giunto a l'omor che de la vite cola.
  Quando Lachesìs non ha più del lino,
solvesi da la carne, e in virtute
ne porta seco e l'umano e 'l divino:
  l'altre potenze tutte quante mute;
memoria, intelligenza e volontade
in atto molto più che prima agute.
  Sanza restarsi per sé stessa cade
mirabilmente a l'una de le rive;
quivi conosce prima le sue strade.
  Tosto che loco lì la circunscrive,
la virtù formativa raggia intorno
così e quanto ne le membra vive.
  E come l'aere, quand'è ben piorno,
per l'altrui raggio che 'n sé si reflette,
di diversi color diventa addorno;
  così l'aere vicin quivi si mette
in quella forma ch'è in lui suggella
virtualmente l'alma che ristette;
  e simigliante poi a la fiammella
che segue il foco là 'vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.
  Però che quindi ha poscia sua paruta,
è chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la veduta.
  Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
quindi facciam le lagrime e ' sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi.
  Secondo che ci affiggono i disiri
e li altri affetti, l'ombra si figura;
e quest'è la cagion di che tu miri".
  E già venuto a l'ultima tortura
s'era per noi, e vòlto a la man destra,
ed eravamo attenti ad altra cura.
  Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
e la cornice spira fiato in suso
che la reflette e via da lei sequestra;
  ond'ir ne convenia dal lato schiuso
ad uno ad uno; e io temea 'l foco
quinci, e quindi temeva cader giuso.
  Lo duca mio dicea: "Per questo loco
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
però ch'errar potrebbesi per poco".
  '   Summae Deus clementiae   ' nel seno
al grande ardore allora udi' cantando,
che di volger mi fé caler non meno;
  e vidi spirti per la fiamma andando;
per ch'io guardava a loro e a' miei passi
compartendo la vista a quando a quando.
  Appresso il fine ch'a quell'inno fassi,
gridavano alto: '   Virum non cognosco   ';
indi ricominciavan l'inno bassi.
  Finitolo, anco gridavano: "Al bosco
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il tòsco".
  Indi al cantar tornavano; indi donne
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne.
  E questo modo credo che lor basti
per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:
con tal cura conviene e con tai pasti
  che la piaga da sezzo si ricuscia.
 
 
 
Purgatorio: Canto XXVI
 
  Mentre che sì per l'orlo, uno innanzi altro,
ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: "Guarda: giovi ch'io ti scaltro";
  feriami il sole in su l'omero destro,
che già, raggiando, tutto l'occidente
mutava in bianco aspetto di cilestro;
  e io facea con l'ombra più rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt'ombre, andando, poner mente.
  Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: "Colui non par corpo fittizio";
  poi verso me, quanto potean farsi,
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi.
  "O tu che vai, non per esser più tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.
  Né solo a me la tua risposta è uopo;
ché tutti questi n'hanno maggior sete
che d'acqua fredda Indo o Etiopo.
  Dinne com'è che fai di te parete
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la rete".
  Sì mi parlava un d'essi; e io mi fora
già manifesto, s'io non fossi atteso
ad altra novità ch'apparve allora;
  ché per lo mezzo del cammino acceso
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar sospeso.
  Lì veggio d'ogne parte farsi presta
ciascun'ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;
  così per entro loro schiera bruna
s'ammusa l'una con l'altra formica,
forse a spiar lor via e lor fortuna.
  Tosto che parton l'accoglienza amica,
prima che 'l primo passo lì trascorra,
sopragridar ciascuna s'affatica:
  la nova gente: "Soddoma e Gomorra";
e l'altra: "Ne la vacca entra Pasife,
perché 'l torello a sua lussuria corra".
  Poi, come grue ch'a le montagne Rife
volasser parte, e parte inver' l'arene,
queste del gel, quelle del sole schife,
  l'una gente sen va, l'altra sen vene;
e tornan, lagrimando, a' primi canti
e al gridar che più lor si convene;
  e raccostansi a me, come davanti,
essi medesmi che m'avean pregato,
attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.
  Io, che due volte avea visto lor grato,
incominciai: "O anime sicure
d'aver, quando che sia, di pace stato,
  non son rimase acerbe né mature
le membra mie di là, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue giunture.
  Quinci sù vo per non esser più cieco;
donna è di sopra che m'acquista grazia,
per che 'l mortal per vostro mondo reco.
  Ma se la vostra maggior voglia sazia
tosto divegna, sì che 'l ciel v'alberghi
ch'è pien d'amore e più ampio si spazia,
  ditemi, acciò ch'ancor carte ne verghi,
chi siete voi, e chi è quella turba
che se ne va di retro a' vostri terghi".
  Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s'inurba,
  che ciascun'ombra fece in sua paruta;
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,
  "Beato te, che de le nostre marche",
ricominciò colei che pria m'inchiese,
"per morir meglio, esperienza imbarche!
  La gente che non vien con noi, offese
di ciò per che già Cesar, triunfando,
"Regina" contra sé chiamar s'intese:
  però si parton 'Soddoma' gridando,
rimproverando a sé, com'hai udito,
e aiutan l'arsura vergognando.
  Nostro peccato fu ermafrodito;
ma perché non servammo umana legge,
seguendo come bestie l'appetito,
  in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge.
  Or sai nostri atti e di che fummo rei:
se forse a nome vuo' saper chi semo,
tempo non è di dire, e non saprei.
  Farotti ben di me volere scemo:
son Guido Guinizzelli; e già mi purgo
per ben dolermi prima ch'a lo stremo".
  Quali ne la tristizia di Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,
  quand'io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d'amore usar dolci e leggiadre;
  e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fiata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più m'appressai.
  Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto m'offersi pronto al suo servigio
con l'affermar che fa credere altrui.
  Ed elli a me: "Tu lasci tal vestigio,
per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
che Leté nol può tòrre né far bigio.
  Ma se le tue parole or ver giuraro,
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d'avermi caro".
  E io a lui: "Li dolci detti vostri,
che, quanto durerà l'uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri".
  "O frate", disse, "questi ch'io ti cerno
col dito", e additò un spirto innanzi,
"fu miglior fabbro del parlar materno.
  Versi d'amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch'avanzi.
  A voce più ch'al ver drizzan li volti,
e così ferman sua oppinione
prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.
  Così fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l'ha vinto il ver con più persone.
  Or se tu hai sì ampio privilegio,
che licito ti sia l'andare al chiostro
nel quale è Cristo abate del collegio,
  falli per me un dir d'un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro".
  Poi, forse per dar luogo altrui secondo
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l'acqua il pesce andando al fondo.
  Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch'al suo nome il mio disire
apparecchiava grazioso loco.
  El cominciò liberamente a dire:
"   Tan m'abellis vostre cortes deman,
qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
  Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu'esper, denan.
  Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l'escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor       !".
  Poi s'ascose nel foco che li affina.
 
 
 
Purgatorio: Canto XXVII
 
  Sì come quando i primi raggi vibra
là dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l'alta Libra,
  e l'onde in Gange da nona riarse,
sì stava il sole; onde 'l giorno sen giva,
come l'angel di Dio lieto ci apparse.
  Fuor de la fiamma stava in su la riva,
e cantava '   Beati mundo corde       !'.
in voce assai più che la nostra viva.
  Poscia "Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde",
  ci disse come noi li fummo presso;
per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
qual è colui che ne la fossa è messo.
  In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi.
  Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: "Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.
  Ricorditi, ricorditi! E se io
sovresso Gerion ti guidai salvo,
che farò ora presso più a Dio?
  Credi per certo che se dentro a l'alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d'un capel calvo.
  E se tu forse credi ch'io t'inganni,
fatti ver lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.
  Pon giù omai, pon giù ogni temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!".
E io pur fermo e contra coscienza.
  Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: "Or vedi, figlio:
tra Beatrice e te è questo muro".
  Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che 'l gelso diventò vermiglio;
  così, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.
  Ond'ei crollò la fronte e disse: "Come!
volenci star di qua?"; indi sorrise
come al fanciul si fa ch'è vinto al pome.
  Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci divise.
  Sì com'fui dentro, in un bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.
  Lo dolce padre mio, per confortarmi,
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: "Li occhi suoi già veder parmi".
  Guidavaci una voce che cantava
di là; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor là ove si montava.
  '   Venite, benedicti Patris mei   ',
sonò dentro a un lume che lì era,
tal che mi vinse e guardar nol potei.
  "Lo sol sen va", soggiunse, "e vien la sera;
non v'arrestate, ma studiate il passo,
mentre che l'occidente non si annera".
  Dritta salia la via per entro 'l sasso
verso tal parte ch'io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol ch'era già basso.
  E di pochi scaglion levammo i saggi,
che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,
sentimmo dietro e io e li miei saggi.
  E pria che 'n tutte le sue parti immense
fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,
e notte avesse tutte sue dispense,
  ciascun di noi d'un grado fece letto;
ché la natura del monte ci affranse
la possa del salir più e 'l diletto.
  Quali si stanno ruminando manse
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse,
  tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,
guardate dal pastor, che 'n su la verga
poggiato s'è e lor di posa serve;
  e quale il mandrian che fori alberga,
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perché fiera non lo sperga;
  tali eravamo tutti e tre allotta,
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d'alta grotta.
  Poco parer potea lì del di fori;
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e più chiare e maggiori.
  Sì ruminando e sì mirando in quelle,
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.
  Ne l'ora, credo, che de l'oriente,
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d'amor par sempre ardente,
  giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:
  "Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.
  Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
  Ell'è d'i suoi belli occhi veder vaga
com'io de l'addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l'ovrare appaga".
  E già per li splendori antelucani,
che tanto a' pellegrin surgon più grati,
quanto, tornando, albergan men lontani,
  le tenebre fuggian da tutti lati,
e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi,
veggendo i gran maestri già levati.
  "Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de' mortali,
oggi porrà in pace le tue fami".
  Virgilio inverso me queste cotali
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.
  Tanto voler sopra voler mi venne
de l'esser sù, ch'ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.
  Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
  e disse: "Il temporal foco e l'etterno
veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
dov'io per me più oltre non discerno.
  Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
  Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.
  Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
  Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
  per ch'io te sovra te corono e mitrio".
 
 
 
Purgatorio: Canto XXVIII
 
  Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch'a li occhi temperava il novo giorno,
  sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d'ogne parte auliva.
  Un'aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
  per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u' la prim'ombra gitta il santo monte;
  non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d'operare ogne lor arte;
  ma con piena letizia l'ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
  tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
quand'Eolo scilocco fuor discioglie.
  Già m'avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch'io
non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;
  ed ecco più andar mi tolse un rio,
che 'nver' sinistra con sue picciole onde
piegava l'erba che 'n sua ripa uscìo.
  Tutte l'acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna,
verso di quella, che nulla nasconde,
  avvegna che si mova bruna bruna
sotto l'ombra perpetua, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.
  Coi piè ristretti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran variazion d'i freschi mai;
  e là m'apparve, sì com'elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
  una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond'era pinta tutta la sua via.
  "Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
che soglion esser testimon del core,
  vegnati in voglia di trarreti avanti",
diss'io a lei, "verso questa rivera,
tanto ch'io possa intender che tu canti.
  Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera".
  Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
  volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
  e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che 'l dolce suono
veniva a me co' suoi intendimenti.
  Tosto che fu là dove l'erbe sono
bagnate già da l'onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.
  Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.
  Ella ridea da l'altra riva dritta,
trattando più color con le sue mani,
che l'alta terra sanza seme gitta.
  Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là 've passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,
  più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch'allor non s'aperse.
  "Voi siete nuovi, e forse perch'io rido",
cominciò ella, "in questo luogo eletto
a l'umana natura per suo nido,
  maravigliando tienvi alcun sospetto;
ma luce rende il salmo    Delectasti       ,
che puote disnebbiar vostro intelletto.
  E tu che se' dinanzi e mi pregasti,
dì s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
ad ogne tua question tanto che basti".
  "L'acqua", diss'io, "e 'l suon de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch'io udi' contraria a questa".
  Ond'ella: "Io dicerò come procede
per sua cagion ciò ch'ammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti fiede.
  Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
fé l'uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr'a lui d'etterna pace.
  Per sua difalta qui dimorò poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco.
  Perché 'l turbar che sotto da sé fanno
l'essalazion de l'acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,
  a l'uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salìo verso 'l ciel tanto,
e libero n'è d'indi ove si serra.
  Or perché in circuito tutto quanto
l'aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio d'alcun canto,
  in questa altezza ch'è tutta disciolta
ne l'aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch'è folta;
  e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l'aura impregna,
e quella poi, girando, intorno scuote;
  e l'altra terra, secondo ch'è degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna.
  Non parrebbe di là poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s'appiglia.
  E saper dei che la campagna santa
dove tu se', d'ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta.
  L'acqua che vedi non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch'acquista e perde lena;
  ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant'ella versa da due parti aperta.
  Da questa parte con virtù discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da l'altra d'ogne ben fatto la rende.
  Quinci Letè; così da l'altro lato
Eunoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è gustato:
  a tutti altri sapori esto è di sopra.
E avvegna ch'assai possa esser sazia
la sete tua perch'io più non ti scuopra,
  darotti un corollario ancor per grazia;
né credo che 'l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia.
  Quelli ch'anticamente poetaro
l'età de l'oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.
  Qui fu innocente l'umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice".
  Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto
a' miei poeti, e vidi che con riso
udito avean l'ultimo costrutto;
  poi a la bella donna torna' il viso.
 
 
 
Purgatorio: Canto XXIX
 
  Cantando come donna innamorata,
continuò col fin di sue parole:
'   Beati quorum tecta sunt peccata       !'.
  E come ninfe che si givan sole
per le salvatiche ombre, disiando
qual di veder, qual di fuggir lo sole,
  allor si mosse contra 'l fiume, andando
su per la riva; e io pari di lei,
picciol passo con picciol seguitando.
  Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei,
quando le ripe igualmente dier volta,
per modo ch'a levante mi rendei.
  Né ancor fu così nostra via molta,
quando la donna tutta a me si torse,
dicendo: "Frate mio, guarda e ascolta".
  Ed ecco un lustro sùbito trascorse
da tutte parti per la gran foresta,
tal che di balenar mi mise in forse.
  Ma perché 'l balenar, come vien, resta,
e quel, durando, più e più splendeva,
nel mio pensier dicea: 'Che cosa è questa?'.
  E una melodia dolce correva
per l'aere luminoso; onde buon zelo
mi fé riprender l'ardimento d'Eva,
  che là dove ubidia la terra e 'l cielo,
femmina, sola e pur testé formata,
non sofferse di star sotto alcun velo;
  sotto 'l qual se divota fosse stata,
avrei quelle ineffabili delizie
sentite prima e più lunga fiata.
  Mentr'io m'andava tra tante primizie
de l'etterno piacer tutto sospeso,
e disioso ancora a più letizie,
  dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
ci si fé l'aere sotto i verdi rami;
e 'l dolce suon per canti era già inteso.
  O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona ch'io mercé vi chiami.
  Or convien che Elicona per me versi,
e Uranìe m'aiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in versi.
  Poco più oltre, sette alberi d'oro
falsava nel parere il lungo tratto
del mezzo ch'era ancor tra noi e loro;
  ma quand'i' fui sì presso di lor fatto,
che l'obietto comun, che 'l senso inganna,
non perdea per distanza alcun suo atto,
  la virtù ch'a ragion discorso ammanna,
sì com'elli eran candelabri apprese,
e ne le voci del cantare '   Osanna   '.
  Di sopra fiammeggiava il bello arnese
più chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.
  Io mi rivolsi d'ammirazion pieno
al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
con vista carca di stupor non meno.
  Indi rendei l'aspetto a l'alte cose
che si movieno incontr'a noi sì tardi,
che foran vinte da novelle spose.
  La donna mi sgridò: "Perché pur ardi
sì ne l'affetto de le vive luci,
e ciò che vien di retro a lor non guardi?".
  Genti vid'io allor, come a lor duci,
venire appresso, vestite di bianco;
e tal candor di qua già mai non fuci.
  L'acqua imprendea dal sinistro fianco,
e rendea me la mia sinistra costa,
s'io riguardava in lei, come specchio anco.
  Quand'io da la mia riva ebbi tal posta,
che solo il fiume mi facea distante,
per veder meglio ai passi diedi sosta,
  e vidi le fiammelle andar davante,
lasciando dietro a sé l'aere dipinto,
e di tratti pennelli avean sembiante;
  sì che lì sopra rimanea distinto
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto.
  Questi ostendali in dietro eran maggiori
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
diece passi distavan quei di fori.
  Sotto così bel ciel com'io diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di fiordaliso.
  Tutti cantavan: "   Benedicta        tue
ne le figlie d'Adamo, e benedette
sieno in etterno le bellezze tue!".
  Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette
a rimpetto di me da l'altra sponda
libere fuor da quelle genti elette,
  sì come luce luce in ciel seconda,
vennero appresso lor quattro animali,
coronati ciascun di verde fronda.
  Ognuno era pennuto di sei ali;
le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,
se fosser vivi, sarebber cotali.
  A descriver lor forme più non spargo
rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,
tanto ch'a questa non posso esser largo;
  ma leggi Ezechiel, che li dipigne
come li vide da la fredda parte
venir con vento e con nube e con igne;
  e quali i troverai ne le sue carte,
tali eran quivi, salvo ch'a le penne
Giovanni è meco e da lui si diparte.
  Lo spazio dentro a lor quattro contenne
un carro, in su due rote, triunfale,
ch'al collo d'un grifon tirato venne.
  Esso tendeva in sù l'una e l'altra ale
tra la mezzana e le tre e tre liste,
sì ch'a nulla, fendendo, facea male.
  Tanto salivan che non eran viste;
le membra d'oro avea quant'era uccello,
e bianche l'altre, di vermiglio miste.
  Non che Roma di carro così bello
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
ma quel del Sol saria pover con ello;
  quel del Sol che, sviando, fu combusto
per l'orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.
  Tre donne in giro da la destra rota
venian danzando; l'una tanto rossa
ch'a pena fora dentro al foco nota;
  l'altr'era come se le carni e l'ossa
fossero state di smeraldo fatte;
la terza parea neve testé mossa;
  e or parean da la bianca tratte,
or da la rossa; e dal canto di questa
l'altre toglien l'andare e tarde e ratte.
  Da la sinistra quattro facean festa,
in porpore vestite, dietro al modo
d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.
  Appresso tutto il pertrattato nodo
vidi due vecchi in abito dispari,
ma pari in atto e onesto e sodo.
  L'un si mostrava alcun de' famigliari
di quel sommo Ipocràte che natura
a li animali fé ch'ell'ha più cari;
  mostrava l'altro la contraria cura
con una spada lucida e aguta,
tal che di qua dal rio mi fé paura.
  Poi vidi quattro in umile paruta;
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia arguta.
  E questi sette col primaio stuolo
erano abituati, ma di gigli
dintorno al capo non facean brolo,
  anzi di rose e d'altri fior vermigli;
giurato avria poco lontano aspetto
che tutti ardesser di sopra da' cigli.
  E quando il carro a me fu a rimpetto,
un tuon s'udì, e quelle genti degne
parvero aver l'andar più interdetto,
  fermandosi ivi con le prime insegne.
 
 
 
Purgatorio: Canto XXX
 
  Quando il settentrion del primo cielo,
che né occaso mai seppe né orto
né d'altra nebbia che di colpa velo,
  e che faceva lì ciascun accorto
di suo dover, come 'l più basso face
qual temon gira per venire a porto,
  fermo s'affisse: la gente verace,
venuta prima tra 'l grifone ed esso,
al carro volse sé come a sua pace;
  e un di loro, quasi da ciel messo,
'   Veni, sponsa, de Libano   ' cantando
gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
  Quali i beati al novissimo bando
surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce alleluiando,
  cotali in su la divina basterna
si levar cento,    ad vocem tanti senis       ,
ministri e messaggier di vita etterna.
  Tutti dicean: '   Benedictus qui venis       !',
e fior gittando e di sopra e dintorno,
'   Manibus       , oh,    date lilia plenis       !'.
  Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata,
e l'altro ciel di bel sereno addorno;
  e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l'occhio la sostenea lunga fiata:
  così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
  sovra candido vel cinta d'uliva
donna m'apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
  E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch'a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
  sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d'antico amor sentì la gran potenza.
  Tosto che ne la vista mi percosse
l'alta virtù che già m'avea trafitto
prima ch'io fuor di puerizia fosse,
  volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
  per dicere a Virgilio: 'Men che dramma
di sangue m'è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l'antica fiamma'.
  Ma Virgilio n'avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die'mi;
  né quantunque perdeo l'antica matre,
valse a le guance nette di rugiada,
che, lagrimando, non tornasser atre.
  "Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non pianger ancora;
ché pianger ti conven per altra spada".
  Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l'incora;
  in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,
  vidi la donna che pria m'appario
velata sotto l'angelica festa,
drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.
  Tutto che 'l vel che le scendea di testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta,
  regalmente ne l'atto ancor proterva
continuò come colui che dice
e 'l più caldo parlar dietro reserva:
  "Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d'accedere al monte?
non sapei tu che qui è l'uom felice?".
  Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.
  Così la madre al figlio par superba,
com'ella parve a me; perché d'amaro
sente il sapor de la pietade acerba.
  Ella si tacque; e li angeli cantaro
di subito '   In te, Domine, speravi   ';
ma oltre '   pedes meos   ' non passaro.
  Sì come neve tra le vive travi
per lo dosso d'Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,
  poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri,
sì che par foco fonder la candela;
  così fui sanza lagrime e sospiri
anzi 'l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;
  ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre
lor compatire a me, par che se detto
avesser: 'Donna, perché sì lo stempre?',
  lo gel che m'era intorno al cor ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi uscì del petto.
  Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole così poscia:
  "Voi vigilate ne l'etterno die,
sì che notte né sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per sue vie;
  onde la mia risposta è con più cura
che m'intenda colui che di là piagne,
perché sia colpa e duol d'una misura.
  Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,
  ma per larghezza di grazie divine,
che sì alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste là non van vicine,
  questi fu tal ne la sua vita nova
virtualmente, ch'ogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
  Ma tanto più maligno e più silvestro
si fa 'l terren col mal seme e non cólto,
quant'elli ha più di buon vigor terrestro.
  Alcun tempo il sostenni col mio volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vòlto.
  Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
  Quando di carne a spirto era salita
e bellezza e virtù cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men gradita;
  e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.
  Né l'impetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai; sì poco a lui ne calse!
  Tanto giù cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.
  Per questo visitai l'uscio d'i morti
e a colui che l'ha qua sù condotto,
li prieghi miei, piangendo, furon porti.
  Alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Leté si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scotto
  di pentimento che lagrime spanda".
 
 
 
Purgatorio: Canto XXXI
 
  "O tu che se' di là dal fiume sacro",
volgendo suo parlare a me per punta,
che pur per taglio m'era paruto acro,
  ricominciò, seguendo sanza cunta,
"dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
tua confession conviene esser congiunta".
  Era la mia virtù tanto confusa,
che la voce si mosse, e pria si spense
che da li organi suoi fosse dischiusa.
  Poco sofferse; poi disse: "Che pense?
Rispondi a me; ché le memorie triste
in te non sono ancor da l'acqua offense".
  Confusione e paura insieme miste
mi pinsero un tal "sì" fuor de la bocca,
al quale intender fuor mestier le viste.
  Come balestro frange, quando scocca
da troppa tesa la sua corda e l'arco,
e con men foga l'asta il segno tocca,
  sì scoppia' io sottesso grave carco,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allentò per lo suo varco.
  Ond'ella a me: "Per entro i mie' disiri,
che ti menavano ad amar lo bene
di là dal qual non è a che s'aspiri,
  quai fossi attraversati o quai catene
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti così spogliar la spene?
  E quali agevolezze o quali avanzi
ne la fronte de li altri si mostraro,
per che dovessi lor passeggiare anzi?".
  Dopo la tratta d'un sospiro amaro,
a pena ebbi la voce che rispuose,
e le labbra a fatica la formaro.
  Piangendo dissi: "Le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che 'l vostro viso si nascose".
  Ed ella: "Se tacessi o se negassi
ciò che confessi, non fora men nota
la colpa tua: da tal giudice sassi!
  Ma quando scoppia de la propria gota
l'accusa del peccato, in nostra corte
rivolge sé contra 'l taglio la rota.
  Tuttavia, perché mo vergogna porte
del tuo errore, e perché altra volta,
udendo le serene, sie più forte,
  pon giù il seme del piangere e ascolta:
sì udirai come in contraria parte
mover dovieti mia carne sepolta.
  Mai non t'appresentò natura o arte
piacer, quanto le belle membra in ch'io
rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;
  e se 'l sommo piacer sì ti fallio
per la mia morte, qual cosa mortale
dovea poi trarre te nel suo disio?
  Ben ti dovevi, per lo primo strale
de le cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era più tale.
  Non ti dovea gravar le penne in giuso,
ad aspettar più colpo, o pargoletta
o altra vanità con sì breve uso.
  Novo augelletto due o tre aspetta;
ma dinanzi da li occhi d'i pennuti
rete si spiega indarno o si saetta".
  Quali fanciulli, vergognando, muti
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e sé riconoscendo e ripentuti,
  tal mi stav'io; ed ella disse: "Quando
per udir se' dolente, alza la barba,
e prenderai più doglia riguardando".
  Con men di resistenza si dibarba
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra di Iarba,
  ch'io non levai al suo comando il mento;
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de l'argomento.
  E come la mia faccia si distese,
posarsi quelle prime creature
da loro aspersion l'occhio comprese;
  e le mie luci, ancor poco sicure,
vider Beatrice volta in su la fiera
ch'è sola una persona in due nature.
  Sotto 'l suo velo e oltre la rivera
vincer pariemi più sé stessa antica,
vincer che l'altre qui, quand'ella c'era.
  Di penter sì mi punse ivi l'ortica
che di tutte altre cose qual mi torse
più nel suo amor, più mi si fé nemica.
  Tanta riconoscenza il cor mi morse,
ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion mi porse.
  Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
la donna ch'io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: "Tiemmi, tiemmi!".
  Tratto m'avea nel fiume infin la gola,
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso l'acqua lieve come scola.
  Quando fui presso a la beata riva,
'   Asperges me   ' sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.
  La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.
  Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
  "Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
  Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume ch'è dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran più profondo".
  Così cantando cominciaro; e poi
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a noi.
  Disser: "Fa che le viste non risparmi;
posto t'avem dinanzi a li smeraldi
ond'Amor già ti trasse le sue armi".
  Mille disiri più che fiamma caldi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra 'l grifone stavan saldi.
  Come in lo specchio il sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.
  Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne l'idolo suo si trasmutava.
  Mentre che piena di stupore e lieta
l'anima mia gustava di quel cibo
che, saziando di sé, di sé asseta,
  sé dimostrando di più alto tribo
ne li atti, l'altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo.
  "Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi",
era la sua canzone, "al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!
  Per grazia fa noi grazia che disvele
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu cele".
  O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto l'ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
  che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t'adombra,
  quando ne l'aere aperto ti solvesti?
 
 
 
Purgatorio: Canto XXXII
 
  Tant'eran li occhi miei fissi e attenti
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi m'eran tutti spenti.
  Ed essi quinci e quindi avien parete
di non caler - così lo santo riso
a sé traéli con l'antica rete! -;
  quando per forza mi fu vòlto il viso
ver' la sinistra mia da quelle dee,
perch'io udi' da loro un "Troppo fiso!";
  e la disposizion ch'a veder èe
ne li occhi pur testé dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser mi fée.
  Ma poi ch'al poco il viso riformossi
(e dico 'al poco' per rispetto al molto
sensibile onde a forza mi rimossi),
  vidi 'n sul braccio destro esser rivolto
lo glorioso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette fiamme al volto.
  Come sotto li scudi per salvarsi
volgesi schiera, e sé gira col segno,
prima che possa tutta in sé mutarsi;
  quella milizia del celeste regno
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo legno.
  Indi a le rote si tornar le donne,
e 'l grifon mosse il benedetto carco
sì, che però nulla penna crollonne.
  La bella donna che mi trasse al varco
e Stazio e io seguitavam la rota
che fé l'orbita sua con minore arco.
  Sì passeggiando l'alta selva vòta,
colpa di quella ch'al serpente crese,
temprava i passi un'angelica nota.
  Forse in tre voli tanto spazio prese
disfrenata saetta, quanto eramo
rimossi, quando Beatrice scese.
  Io senti' mormorare a tutti "Adamo";
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.
  La coma sua, che tanto si dilata
più quanto più è sù, fora da l'Indi
ne' boschi lor per altezza ammirata.
  "Beato se', grifon, che non discindi
col becco d'esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi".
  Così dintorno a l'albero robusto
gridaron li altri; e l'animal binato:
"Sì si conserva il seme d'ogne giusto".
  E vòlto al temo ch'elli avea tirato,
trasselo al piè de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasciò legato.
  Come le nostre piante, quando casca
giù la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste lasca,
  turgide fansi, e poi si rinovella
di suo color ciascuna, pria che 'l sole
giunga li suoi corsier sotto altra stella;
  men che di rose e più che di viole
colore aprendo, s'innovò la pianta,
che prima avea le ramora sì sole.
  Io non lo 'ntesi, né qui non si canta
l'inno che quella gente allor cantaro,
né la nota soffersi tutta quanta.
  S'io potessi ritrar come assonnaro
li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
  come pintor che con essempro pinga,
disegnerei com'io m'addormentai;
ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.
  Però trascorro a quando mi svegliai,
e dico ch'un splendor mi squarciò 'l velo
del sonno e un chiamar: "Surgi: che fai?".
  Quali a veder de' fioretti del melo
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpetue nozze fa nel cielo,
  Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti,
  e videro scemata loro scuola
così di Moisè come d'Elia,
e al maestro suo cangiata stola;
 
  tal torna' io, e vidi quella pia
sovra me starsi che conducitrice
fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.
  E tutto in dubbio dissi: "Ov'è Beatrice?".
Ond'ella: "Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la sua radice.
  Vedi la compagnia che la circonda:
li altri dopo 'l grifon sen vanno suso
con più dolce canzone e più profonda".
  E se più fu lo suo parlar diffuso,
 
non so, però che già ne li occhi m'era
quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.
  Sola sedeasi in su la terra vera,
come guardia lasciata lì del plaustro
che legar vidi a la biforme fera.
  In cerchio le facean di sé claustro
le sette ninfe, con quei lumi in mano
che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.
  "Qui sarai tu poco tempo silvano;
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo è romano.
  Però, in pro del mondo che mal vive,
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive".
  Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
d'i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov'ella volle diedi.
  Non scese mai con sì veloce moto
foco di spessa nube, quando piove
da quel confine che più va remoto,
  com'io vidi calar l'uccel di Giove
per l'alber giù, rompendo de la scorza,
non che d'i fiori e de le foglie nove;
  e ferì 'l carro di tutta sua forza;
ond'el piegò come nave in fortuna,
vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.
  Poscia vidi avventarsi ne la cuna
del triunfal veiculo una volpe
che d'ogne pasto buon parea digiuna;
  ma, riprendendo lei di laide colpe,
la donna mia la volse in tanta futa
quanto sofferser l'ossa sanza polpe.
  Poscia per indi ond'era pria venuta,
l'aguglia vidi scender giù ne l'arca
del carro e lasciar lei di sé pennuta;
  e qual esce di cuor che si rammarca,
tal voce uscì del cielo e cotal disse:
"O navicella mia, com'mal se' carca!".
  Poi parve a me che la terra s'aprisse
tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
che per lo carro sù la coda fisse;
  e come vespa che ritragge l'ago,
a sé traendo la coda maligna,
trasse del fondo, e gissen vago vago.
  Quel che rimase, come da gramigna
vivace terra, da la piuma, offerta
forse con intenzion sana e benigna,
  si ricoperse, e funne ricoperta
e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto
che più tiene un sospir la bocca aperta.
  Trasformato così 'l dificio santo
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.
  Le prime eran cornute come bue,
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto ancor non fue.
  Sicura, quasi rocca in alto monte,
seder sovresso una puttana sciolta
m'apparve con le ciglia intorno pronte;
  e come perché non li fosse tolta,
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e baciavansi insieme alcuna volta.
  Ma perché l'occhio cupido e vagante
a me rivolse, quel feroce drudo
la flagellò dal capo infin le piante;
  poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece scudo
  a la puttana e a la nova belva.
 
 
 
Purgatorio: Canto XXXIII
 
  '   Deus, venerunt gentes   ', alternando
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando;
  e Beatrice sospirosa e pia,
quelle ascoltava sì fatta, che poco
più a la croce si cambiò Maria.
  Ma poi che l'altre vergini dier loco
a lei di dir, levata dritta in pè,
rispuose, colorata come foco:
  '   Modicum, et non videbitis me;
et iterum       , sorelle mie dilette,
   modicum, et vos videbitis me   '.
  Poi le si mise innanzi tutte e sette,
e dopo sé, solo accennando, mosse
me e la donna e 'l savio che ristette.
  Così sen giva; e non credo che fosse
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse;
  e con tranquillo aspetto "Vien più tosto",
mi disse, "tanto che, s'io parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben disposto".
  Sì com'io fui, com'io dovea, seco,
dissemi: "Frate, perché non t'attenti
a domandarmi omai venendo meco?".
  Come a color che troppo reverenti
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti.
  avvenne a me, che sanza intero suono
incominciai: "Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ciò ch'ad essa è buono".
  Ed ella a me: "Da tema e da vergogna
voglio che tu omai ti disviluppe,
sì che non parli più com'om che sogna.
  Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe
fu e non è; ma chi n'ha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.
  Non sarà tutto tempo sanza reda
l'aguglia che lasciò le penne al carro,
per che divenne mostro e poscia preda;
  ch'io veggio certamente, e però il narro,
a darne tempo già stelle propinque,
secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,
  nel quale un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque.
  E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;
  ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
  Tu nota; e sì come da me son porte,
così queste parole segna a' vivi
del viver ch'è un correre a la morte.
  E aggi a mente, quando tu le scrivi,
di non celar qual hai vista la pianta
ch'è or due volte dirubata quivi.
  Qualunque ruba quella o quella schianta,
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a l'uso suo la creò santa.
  Per morder quella, in pena e in disio
cinquemilia anni e più l'anima prima
bramò colui che 'l morso in sé punio.
  Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima
per singular cagione esser eccelsa
lei tanto e sì travolta ne la cima.
  E se stati non fossero acqua d'Elsa
li pensier vani intorno a la tua mente,
e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,
  per tante circostanze solamente
la giustizia di Dio, ne l'interdetto,
conosceresti a l'arbor moralmente.
  Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
sì che t'abbaglia il lume del mio detto,
  voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
che 'l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto".
  E io: "Sì come cera da suggello,
che la figura impressa non trasmuta,
segnato è or da voi lo mio cervello.
  Ma perché tanto sovra mia veduta
vostra parola disiata vola,
che più la perde quanto più s'aiuta?".
  "Perché conoschi", disse, "quella scuola
c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
  e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina".
  Ond'io rispuosi lei: "Non mi ricorda
ch'i' straniasse me già mai da voi,
né honne coscienza che rimorda".
  "E se tu ricordar non te ne puoi",
sorridendo rispuose, "or ti rammenta
come bevesti di Letè ancoi;
  e se dal fummo foco s'argomenta,
cotesta oblivion chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta.
  Veramente oramai saranno nude
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rude".
  E più corusco e con più lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti, fassi
  quando s'affisser, sì come s'affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
  le sette donne al fin d'un'ombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta.
  Dinanzi ad esse Eufratès e Tigri
veder mi parve uscir d'una fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.
  "O luce, o gloria de la gente umana,
che acqua è questa che qui si dispiega
da un principio e sé da sé lontana?".
  Per cotal priego detto mi fu: "Priega
Matelda che 'l ti dica". E qui rispuose,
come fa chi da colpa si dislega,
  la bella donna: "Questo e altre cose
dette li son per me; e son sicura
che l'acqua di Letè non gliel nascose".
  E Beatrice: "Forse maggior cura,
che spesse volte la memoria priva,
fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura.
  Ma vedi Eunoè che là diriva:
menalo ad esso, e come tu se' usa,
la tramortita sua virtù ravviva".
  Come anima gentil, che non fa scusa,
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che è per segno fuor dischiusa;
  così, poi che da essa preso fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: "Vien con lui".
  S'io avessi, lettor, più lungo spazio
da scrivere, i' pur cantere' in parte
lo dolce ber che mai non m'avrìa sazio;
  ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l'arte.
  Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinnovellate di novella fronda,
  puro e disposto a salire alle stelle.
 
 
 
LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
PARADISO
 
Paradiso: Canto I
 
  La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
  Nel ciel che più de la sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
  perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
  Veramente quant'io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.
  O buono Appollo, a l'ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l'amato alloro.
  Infino a qui l'un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso.
  Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsia traesti
de la vagina de le membra sue.
  O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l'ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,
  vedra'mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.
  Sì rade volte, padre, se ne coglie
per triunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l'umane voglie,
  che parturir letizia in su la lieta
delfica deità dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta.
  Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.
  Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,
  con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.
  Fatto avea di là mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l'altra parte nera,
  quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aquila sì non li s'affisse unquanco.
  E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,
  così de l'atto suo, per li occhi infuso
ne l'imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso.
  Molto è licito là, che qui non lece
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l'umana spece.
  Io nol soffersi molto, né sì poco,
ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,
com'ferro che bogliente esce del foco;
  e di sùbito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d'un altro sole addorno.
  Beatrice tutta ne l'etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.
  Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l'erba
che 'l fé consorto in mar de li altri dèi.
  Trasumanar significar    per verba      
non si poria; però l'essemplo basti
a cui esperienza grazia serba.
  S'i' era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che 'l ciel governi,
tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.
  Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l'armonia che temperi e discerni,
  parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.
  La novità del suono e 'l grande lume
di lor cagion m'accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.
  Ond'ella, che vedea me sì com'io,
a quietarmi l'animo commosso,
pria ch'io a dimandar, la bocca aprio,
  e cominciò: "Tu stesso ti fai grosso
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l'avessi scosso.
  Tu non se' in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch'ad esso riedi".
  S'io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu' inretito,
  e dissi: "Già contento    requievi      
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com'io trascenda questi corpi levi".
  Ond'ella, appresso d'un pio sospiro,
li occhi drizzò ver' me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,
  e cominciò: "Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l'universo a Dio fa simigliante.
  Qui veggion l'alte creature l'orma
de l'etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
  Ne l'ordine ch'io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;
  onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l'essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.
  Questi ne porta il foco inver' la luna;
questi ne' cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna;
  né pur le creature che son fore
d'intelligenza quest'arco saetta
ma quelle c'hanno intelletto e amore.
  La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa 'l ciel sempre quieto
nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;
  e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.
  Vero è che, come forma non s'accorda
molte fiate a l'intenzion de l'arte,
perch'a risponder la materia è sorda,
  così da questo corso si diparte
talor la creatura, c'ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;
  e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l'impeto primo
l'atterra torto da falso piacere.
  Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d'un rivo
se d'alto monte scende giuso ad imo.
  Maraviglia sarebbe in te se, privo
d'impedimento, giù ti fossi assiso,
com'a terra quiete in foco vivo".
  Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.
 
 
 
Paradiso: Canto II
 
  O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d'ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
  tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
  L'acqua ch'io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l'Orse.
  Voialtri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo,
  metter potete ben per l'alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l'acqua che ritorna equale.
  Que' gloriosi che passaro al Colco
non s'ammiraron come voi farete,
quando Iasón vider fatto bifolco.
  La concreata e perpetua sete
del deiforme regno cen portava
veloci quasi come 'l ciel vedete.
  Beatrice in suso, e io in lei guardava;
e forse in tanto in quanto un quadrel posa
e vola e da la noce si dischiava,
  giunto mi vidi ove mirabil cosa
mi torse il viso a sé; e però quella
cui non potea mia cura essere ascosa,
  volta ver' me, sì lieta come bella,
"Drizza la mente in Dio grata", mi disse,
"che n'ha congiunti con la prima stella".
  Parev'a me che nube ne coprisse
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol ferisse.
  Per entro sé l'etterna margarita
ne ricevette, com'acqua recepe
raggio di luce permanendo unita.
  S'io era corpo, e qui non si concepe
com'una dimensione altra patio,
ch'esser convien se corpo in corpo repe,
  accender ne dovrìa più il disio
di veder quella essenza in che si vede
come nostra natura e Dio s'unio.
  Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
non dimostrato, ma fia per sé noto
a guisa del ver primo che l'uom crede.
  Io rispuosi: "Madonna, sì devoto
com'esser posso più, ringrazio lui
lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.
  Ma ditemi: che son li segni bui
di questo corpo, che là giuso in terra
fan di Cain favoleggiare altrui?".
  Ella sorrise alquanto, e poi "S'elli erra
l'oppinion", mi disse, "d'i mortali
dove chiave di senso non diserra,
  certo non ti dovrien punger li strali
d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi
vedi che la ragione ha corte l'ali.
  Ma dimmi quel che tu da te ne pensi".
E io: "Ciò che n'appar qua sù diverso
credo che fanno i corpi rari e densi".
  Ed ella: "Certo assai vedrai sommerso
nel falso il creder tuo, se bene ascolti
l'argomentar ch'io li farò avverso.
  La spera ottava vi dimostra molti
lumi, li quali e nel quale e nel quanto
notar si posson di diversi volti.
  Se raro e denso ciò facesser tanto,
una sola virtù sarebbe in tutti,
più e men distributa e altrettanto.
  Virtù diverse esser convegnon frutti
di princìpi formali, e quei, for ch'uno,
seguiterìeno a tua ragion distrutti.
  Ancor, se raro fosse di quel bruno
cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte
fora di sua materia sì digiuno
  esto pianeto, o, sì come comparte
lo grasso e 'l magro un corpo, così questo
nel suo volume cangerebbe carte.
  Se 'l primo fosse, fora manifesto
ne l'eclissi del sol per trasparere
lo lume come in altro raro ingesto.
  Questo non è: però è da vedere
de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi,
falsificato fia lo tuo parere.
  S'elli è che questo raro non trapassi,
esser conviene un termine da onde
lo suo contrario più passar non lassi;
  e indi l'altrui raggio si rifonde
così come color torna per vetro
lo qual di retro a sé piombo nasconde.
  Or dirai tu ch'el si dimostra tetro
ivi lo raggio più che in altre parti,
per esser lì refratto più a retro.
  Da questa instanza può deliberarti
esperienza, se già mai la provi,
ch'esser suol fonte ai rivi di vostr'arti.
  Tre specchi prenderai; e i due rimovi
da te d'un modo, e l'altro, più rimosso,
tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
  Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
ti stea un lume che i tre specchi accenda
e torni a te da tutti ripercosso.
  Ben che nel quanto tanto non si stenda
la vista più lontana, lì vedrai
come convien ch'igualmente risplenda.
  Or, come ai colpi de li caldi rai
de la neve riman nudo il suggetto
e dal colore e dal freddo primai,
  così rimaso te ne l'intelletto
voglio informar di luce sì vivace,
che ti tremolerà nel suo aspetto.
  Dentro dal ciel de la divina pace
si gira un corpo ne la cui virtute
l'esser di tutto suo contento giace.
  Lo ciel seguente, c'ha tante vedute,
quell'esser parte per diverse essenze,
da lui distratte e da lui contenute.
  Li altri giron per varie differenze
le distinzion che dentro da sé hanno
dispongono a lor fini e lor semenze.
  Questi organi del mondo così vanno,
come tu vedi omai, di grado in grado,
che di sù prendono e di sotto fanno.
  Riguarda bene omai sì com'io vado
per questo loco al vero che disiri,
sì che poi sappi sol tener lo guado.
  Lo moto e la virtù d'i santi giri,
come dal fabbro l'arte del martello,
da' beati motor convien che spiri;
  e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello,
de la mente profonda che lui volve
prende l'image e fassene suggello.
  E come l'alma dentro a vostra polve
per differenti membra e conformate
a diverse potenze si risolve,
  così l'intelligenza sua bontate
multiplicata per le stelle spiega,
girando sé sovra sua unitate.
  Virtù diversa fa diversa lega
col prezioso corpo ch'ella avviva,
nel qual, sì come vita in voi, si lega.
  Per la natura lieta onde deriva,
la virtù mista per lo corpo luce
come letizia per pupilla viva.
  Da essa vien ciò che da luce a luce
par differente, non da denso e raro;
essa è formal principio che produce,
  conforme a sua bontà, lo turbo e 'l chiaro".
 
 
 
Paradiso: Canto III
 
  Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto,
di bella verità m'avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;
  e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva' il capo a proferer più erto;
  ma visione apparve che ritenne
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.
  Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
  tornan d'i nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille;
  tali vid'io più facce a parlar pronte;
per ch'io dentro a l'error contrario corsi
a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.
  Sùbito sì com'io di lor m'accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;
  e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
  "Non ti maravigliar perch'io sorrida",
mi disse, "appresso il tuo pueril coto,
poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida,
  ma te rivolve, come suole, a vòto:
vere sustanze son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
  Però parla con esse e odi e credi;
ché la verace luce che li appaga
da sé non lascia lor torcer li piedi".
  E io a l'ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza'mi, e cominciai,
quasi com'uom cui troppa voglia smaga:
  "O ben creato spirito, che a' rai
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s'intende mai,
  grazioso mi fia se mi contenti
del nome tuo e de la vostra sorte".
Ond'ella, pronta e con occhi ridenti:
  "La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a sé tutta sua corte.
  I' fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l'esser più bella,
  ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
  Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
  E questa sorte che par giù cotanto,
però n'è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto".
  Ond'io a lei: "Ne' mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da' primi concetti:
  però non fui a rimembrar festino;
ma or m'aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m'è più latino.
  Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?".
  Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch'arder parea d'amor nel primo foco:
  "Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.
  Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;
  che vedrai non capere in questi giri,
s'essere in carità è qui    necesse       ,
e se la sua natura ben rimiri.
  Anzi è formale ad esto beato    esse      
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch'una fansi nostre voglie stesse;
  sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.
  E 'n la sua volontade è nostra pace:
ell'è quel mare al qual tutto si move
ciò ch'ella cria o che natura face".
  Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo è paradiso,    etsi        la grazia
del sommo ben d'un modo non vi piove.
  Ma sì com'elli avvien, s'un cibo sazia
e d'un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia,
  così fec'io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola.
  "Perfetta vita e alto merto inciela
donna più sù", mi disse, "a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
  perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch'ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
  Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua setta.
  Uomini poi, a mal più ch'a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
  E quest'altro splendor che ti si mostra
da la mia destra parte e che s'accende
di tutto il lume de la spera nostra,
  ciò ch'io dico di me, di sé intende;
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l'ombra de le sacre bende.
  Ma poi che pur al mondo fu rivolta
contra suo grado e contra buona usanza,
non fu dal vel del cor già mai disciolta.
  Quest'è la luce de la gran Costanza
che del secondo vento di Soave
generò 'l terzo e l'ultima possanza".
  Così parlommi, e poi cominciò '   Ave,
Maria   ' cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.
  La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio,
  e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgorò nel mio sguardo
sì che da prima il viso non sofferse;
  e ciò mi fece a dimandar più tardo.
 
 
 
Paradiso: Canto IV
 
  Intra due cibi, distanti e moventi
d'un modo, prima si morria di fame,
che liber'omo l'un recasse ai denti;
  sì si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo;
sì si starebbe un cane intra due dame:
  per che, s'i' mi tacea, me non riprendo,
da li miei dubbi d'un modo sospinto,
poi ch'era necessario, né commendo.
  Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto
m'era nel viso, e 'l dimandar con ello,
più caldo assai che per parlar distinto.
  Fé sì Beatrice qual fé Daniello,
Nabuccodonosor levando d'ira,
che l'avea fatto ingiustamente fello;
  e disse: "Io veggio ben come ti tira
uno e altro disio, sì che tua cura
sé stessa lega sì che fuor non spira.
  Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura,
la violenza altrui per qual ragione
di meritar mi scema la misura?".
  Ancor di dubitar ti dà cagione
parer tornarsi l'anime a le stelle,
secondo la sentenza di Platone.
  Queste son le question che nel tuo    velle      
pontano igualmente; e però pria
tratterò quella che più ha di felle.
  D'i Serafin colui che più s'india,
Moisè, Samuel, e quel Giovanni
che prender vuoli, io dico, non Maria,
  non hanno in altro cielo i loro scanni
che questi spirti che mo t'appariro,
né hanno a l'esser lor più o meno anni;
  ma tutti fanno bello il primo giro,
e differentemente han dolce vita
per sentir più e men l'etterno spiro.
  Qui si mostraro, non perché sortita
sia questa spera lor, ma per far segno
de la celestial c'ha men salita.
  Così parlar conviensi al vostro ingegno,
però che solo da sensato apprende
ciò che fa poscia d'intelletto degno.
  Per questo la Scrittura condescende
a vostra facultate, e piedi e mano
attribuisce a Dio, e altro intende;
  e Santa Chiesa con aspetto umano
Gabriel e Michel vi rappresenta,
e l'altro che Tobia rifece sano.
  Quel che Timeo de l'anime argomenta
non è simile a ciò che qui si vede,
però che, come dice, par che senta.
  Dice che l'alma a la sua stella riede,
credendo quella quindi esser decisa
quando natura per forma la diede;
  e forse sua sentenza è d'altra guisa
che la voce non suona, ed esser puote
con intenzion da non esser derisa.
  S'elli intende tornare a queste ruote
l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse
in alcun vero suo arco percuote.
  Questo principio, male inteso, torse
già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
Mercurio e Marte a nominar trascorse.
  L'altra dubitazion che ti commove
ha men velen, però che sua malizia
non ti poria menar da me altrove.
  Parere ingiusta la nostra giustizia
ne li occhi d'i mortali, è argomento
di fede e non d'eretica nequizia.
  Ma perché puote vostro accorgimento
ben penetrare a questa veritate,
come disiri, ti farò contento.
  Se violenza è quando quel che pate
niente conferisce a quel che sforza,
non fuor quest'alme per essa scusate;
  ché volontà, se non vuol, non s'ammorza,
ma fa come natura face in foco,
se mille volte violenza il torza.
  Per che, s'ella si piega assai o poco,
segue la forza; e così queste fero
possendo rifuggir nel santo loco.
  Se fosse stato lor volere intero,
come tenne Lorenzo in su la grada,
e fece Muzio a la sua man severo,
  così l'avria ripinte per la strada
ond'eran tratte, come fuoro sciolte;
ma così salda voglia è troppo rada.
  E per queste parole, se ricolte
l'hai come dei, è l'argomento casso
che t'avria fatto noia ancor più volte.
  Ma or ti s'attraversa un altro passo
dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
non usciresti: pria saresti lasso.
  Io t'ho per certo ne la mente messo
ch'alma beata non poria mentire,
però ch'è sempre al primo vero appresso;
  e poi potesti da Piccarda udire
che l'affezion del vel Costanza tenne;
sì ch'ella par qui meco contradire.
  Molte fiate già, frate, addivenne
che, per fuggir periglio, contra grato
si fé di quel che far non si convenne;
  come Almeone, che, di ciò pregato
dal padre suo, la propria madre spense,
per non perder pietà, si fé spietato.
  A questo punto voglio che tu pense
che la forza al voler si mischia, e fanno
sì che scusar non si posson l'offense.
  Voglia assoluta non consente al danno;
ma consentevi in tanto in quanto teme,
se si ritrae, cadere in più affanno.
  Però, quando Piccarda quello spreme,
de la voglia assoluta intende, e io
de l'altra; sì che ver diciamo insieme".
  Cotal fu l'ondeggiar del santo rio
ch'uscì del fonte ond'ogne ver deriva;
tal puose in pace uno e altro disio.
  "O amanza del primo amante, o diva",
diss'io appresso, "il cui parlar m'inonda
e scalda sì, che più e più m'avviva,
  non è l'affezion mia tanto profonda,
che basti a render voi grazia per grazia;
ma quei che vede e puote a ciò risponda.
  Io veggio ben che già mai non si sazia
nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
  Posasi in esso, come fera in lustra,
tosto che giunto l'ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe    frustra       .
  Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch'al sommo pinge noi di collo in collo.
  Questo m'invita, questo m'assicura
con reverenza, donna, a dimandarvi
d'un'altra verità che m'è oscura.
  Io vo' saper se l'uom può sodisfarvi
ai voti manchi sì con altri beni,
ch'a la vostra statera non sien parvi".
  Beatrice mi guardò con li occhi pieni
di faville d'amor così divini,
che, vinta, mia virtute diè le reni,
  e quasi mi perdei con li occhi chini.
 
 
 
Paradiso: Canto V
 
  "S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore
di là dal modo che 'n terra si vede,
sì che del viso tuo vinco il valore,
  non ti maravigliar; ché ciò procede
da perfetto veder, che, come apprende,
così nel bene appreso move il piede.
  Io veggio ben sì come già resplende
ne l'intelletto tuo l'etterna luce,
che, vista, sola e sempre amore accende;
  e s'altra cosa vostro amor seduce,
non è se non di quella alcun vestigio,
mal conosciuto, che quivi traluce.
  Tu vuo' saper se con altro servigio,
per manco voto, si può render tanto
che l'anima sicuri di letigio".
  Sì cominciò Beatrice questo canto;
e sì com'uom che suo parlar non spezza,
continuò così 'l processo santo:
  "Lo maggior don che Dio per sua larghezza
fesse creando, e a la sua bontate
più conformato, e quel ch'e' più apprezza,
  fu de la volontà la libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate.
  Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
l'alto valor del voto, s'è sì fatto
che Dio consenta quando tu consenti;
  ché, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto,
vittima fassi di questo tesoro,
tal quale io dico; e fassi col suo atto.
  Dunque che render puossi per ristoro?
Se credi bene usar quel c'hai offerto,
di maltolletto vuo' far buon lavoro.
  Tu se' omai del maggior punto certo;
ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto,
  convienti ancor sedere un poco a mensa,
però che 'l cibo rigido c'hai preso,
richiede ancora aiuto a tua dispensa.
  Apri la mente a quel ch'io ti paleso
e fermalvi entro; ché non fa scienza,
sanza lo ritenere, avere inteso.
  Due cose si convegnono a l'essenza
di questo sacrificio: l'una è quella
di che si fa; l'altr'è la convenenza.
  Quest'ultima già mai non si cancella
se non servata; e intorno di lei
sì preciso di sopra si favella:
  però necessitato fu a li Ebrei
pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta
sì permutasse, come saver dei.
  L'altra, che per materia t'è aperta,
puote ben esser tal, che non si falla
se con altra materia si converta.
  Ma non trasmuti carco a la sua spalla
per suo arbitrio alcun, sanza la volta
e de la chiave bianca e de la gialla;
  e ogne permutanza credi stolta,
se la cosa dimessa in la sorpresa
come 'l quattro nel sei non è raccolta.
  Però qualunque cosa tanto pesa
per suo valor che tragga ogne bilancia,
sodisfar non si può con altra spesa.
  Non prendan li mortali il voto a ciancia;
siate fedeli, e a ciò far non bieci,
come Ieptè a la sua prima mancia;
  cui più si convenia dicer 'Mal feci',
che, servando, far peggio; e così stolto
ritrovar puoi il gran duca de' Greci,
  onde pianse Efigènia il suo bel volto,
e fé pianger di sé i folli e i savi
ch'udir parlar di così fatto cólto.
  Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
non siate come penna ad ogne vento,
e non crediate ch'ogne acqua vi lavi.
  Avete il novo e 'l vecchio Testamento,
e 'l pastor de la Chiesa che vi guida;
questo vi basti a vostro salvamento.
  Se mala cupidigia altro vi grida,
uomini siate, e non pecore matte,
sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!
  Non fate com'agnel che lascia il latte
de la sua madre, e semplice e lascivo
seco medesmo a suo piacer combatte!".
  Così Beatrice a me com'io scrivo;
poi si rivolse tutta disiante
a quella parte ove 'l mondo è più vivo.
  Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che già nuove questioni avea davante;
  e sì come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
così corremmo nel secondo regno.
  Quivi la donna mia vid'io sì lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che più lucente se ne fé 'l pianeta.
  E se la stella si cambiò e rise,
qual mi fec'io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise!
  Come 'n peschiera ch'è tranquilla e pura
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
per modo che lo stimin lor pastura,
  sì vid'io ben più di mille splendori
trarsi ver' noi, e in ciascun s'udìa:
"Ecco chi crescerà li nostri amori".
  E sì come ciascuno a noi venìa,
vedeasi l'ombra piena di letizia
nel folgór chiaro che di lei uscia.
  Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia
non procedesse, come tu avresti
di più savere angosciosa carizia;
  e per te vederai come da questi
m'era in disio d'udir lor condizioni,
sì come a li occhi mi fur manifesti.
  "O bene nato a cui veder li troni
del triunfo etternal concede grazia
prima che la milizia s'abbandoni,
  del lume che per tutto il ciel si spazia
noi semo accesi; e però, se disii
di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia".
  Così da un di quelli spirti pii
detto mi fu; e da Beatrice: "Dì, dì
sicuramente, e credi come a dii".
  "Io veggio ben sì come tu t'annidi
nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
perch'e' corusca sì come tu ridi;
  ma non so chi tu se', né perché aggi,
anima degna, il grado de la spera
che si vela a' mortai con altrui raggi".
  Questo diss'io diritto alla lumera
che pria m'avea parlato; ond'ella fessi
lucente più assai di quel ch'ell'era.
  Sì come il sol che si cela elli stessi
per troppa luce, come 'l caldo ha róse
le temperanze d'i vapori spessi,
  per più letizia sì mi si nascose
dentro al suo raggio la figura santa;
e così chiusa chiusa mi rispuose
  nel modo che 'l seguente canto canta.
 
 
 
Paradiso: Canto VI
 
  "Poscia che Costantin l'aquila volse
contr'al corso del ciel, ch'ella seguio
dietro a l'antico che Lavina tolse,
  cento e cent'anni e più l'uccel di Dio
ne lo stremo d'Europa si ritenne,
vicino a' monti de' quai prima uscìo;
  e sotto l'ombra de le sacre penne
governò 'l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
  Cesare fui e son Iustiniano,
che, per voler del primo amor ch'i' sento,
d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.
  E prima ch'io a l'ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;
  ma 'l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.
  Io li credetti; e ciò che 'n sua fede era,
vegg'io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.
  Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi;
  e al mio Belisar commendai l'armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch'i' dovessi posarmi.
  Or qui a la question prima s'appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,
  perché tu veggi con quanta ragione
si move contr'al sacrosanto segno
e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone.
  Vedi quanta virtù l'ha fatto degno
di reverenza; e cominciò da l'ora
che Pallante morì per darli regno.
  Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a' tre pugnar per lui ancora.
  E sai ch'el fé dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.
  Sai quel ch'el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;
  onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi
ebber la fama che volontier mirro.
  Esso atterrò l'orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Annibale passaro
l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.
  Sott'esso giovanetti triunfaro
Scipione e Pompeo; e a quel colle
sotto 'l qual tu nascesti parve amaro.
  Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle.
  E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.
  Quel che fé poi ch'elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna.
  Inver' la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch'al Nil caldo si sentì del duolo.
  Antandro e Simeonta, onde si mosse,
rivide e là dov'Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse.
  Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.
  Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l'inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.
  Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.
  Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.
  Ma ciò che 'l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch'a lui soggiace,
  diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;
  ché la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch'i' dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.
  Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replìco:
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.
  E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
  Omai puoi giudicar di quei cotali
ch'io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.
  L'uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l'altro appropria quello a parte,
sì ch'è forte a veder chi più si falli.
  Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott'altro segno; ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;
  e non l'abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch'a più alto leon trasser lo vello.
  Molte fiate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l'arme per suoi gigli!
  Questa picciola stella si correda
di buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda:
  e quando li disiri poggian quivi,
sì disviando, pur convien che i raggi
del vero amore in sù poggin men vivi.
  Ma nel commensurar d'i nostri gaggi
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né maggi.
  Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l'affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia.
  Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote.
  E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
fu l'ovra grande e bella mal gradita.
  Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.
  Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e peregrina.
  E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece,
  indi partissi povero e vetusto;
e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,
  assai lo loda, e più lo loderebbe".
 
 
 
Paradiso: Canto VII
 
  "   Osanna, sanctus Deus sabaòth,
superillustrans claritate tua
felices ignes horum malacòth       !".
  Così, volgendosi a la nota sua,
fu viso a me cantare essa sustanza,
sopra la qual doppio lume s'addua:
  ed essa e l'altre mossero a sua danza,
e quasi velocissime faville,
mi si velar di sùbita distanza.
  Io dubitava e dicea 'Dille, dille!'
fra me, 'dille', dicea, 'a la mia donna
che mi diseta con le dolci stille'.
  Ma quella reverenza che s'indonna
di tutto me, pur per    Be        e per    ice       ,
mi richinava come l'uom ch'assonna.
  Poco sofferse me cotal Beatrice
e cominciò, raggiandomi d'un riso
tal, che nel foco faria l'uom felice:
  "Secondo mio infallibile avviso,
come giusta vendetta giustamente
punita fosse, t'ha in pensier miso;
  ma io ti solverò tosto la mente;
e tu ascolta, ché le mie parole
di gran sentenza ti faran presente.
  Per non soffrire a la virtù che vole
freno a suo prode, quell'uom che non nacque,
dannando sé, dannò tutta sua prole;
  onde l'umana specie inferma giacque
giù per secoli molti in grande errore,
fin ch'al Verbo di Dio discender piacque
  u' la natura, che dal suo fattore
s'era allungata, unì a sé in persona
con l'atto sol del suo etterno amore.
  Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona:
questa natura al suo fattore unita,
qual fu creata, fu sincera e buona;
  ma per sé stessa pur fu ella sbandita
di paradiso, però che si torse
da via di verità e da sua vita.
  La pena dunque che la croce porse
s'a la natura assunta si misura,
nulla già mai sì giustamente morse;
  e così nulla fu di tanta ingiura,
guardando a la persona che sofferse,
in che era contratta tal natura.
  Però d'un atto uscir cose diverse:
ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte;
per lei tremò la terra e 'l ciel s'aperse.
  Non ti dee oramai parer più forte,
quando si dice che giusta vendetta
poscia vengiata fu da giusta corte.
  Ma io veggi' or la tua mente ristretta
di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
del qual con gran disio solver s'aspetta.
  Tu dici: "Ben discerno ciò ch'i' odo;
ma perché Dio volesse, m'è occulto,
a nostra redenzion pur questo modo".
  Questo decreto, frate, sta sepulto
a li occhi di ciascuno il cui ingegno
ne la fiamma d'amor non è adulto.
  Veramente, però ch'a questo segno
molto si mira e poco si discerne,
dirò perché tal modo fu più degno.
  La divina bontà, che da sé sperne
ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
sì che dispiega le bellezze etterne.
  Ciò che da lei sanza mezzo distilla
non ha poi fine, perché non si move
la sua imprenta quand'ella sigilla.
  Ciò che da essa sanza mezzo piove
libero è tutto, perché non soggiace
a la virtute de le cose nove.
  Più l'è conforme, e però più le piace;
ché l'ardor santo ch'ogne cosa raggia,
ne la più somigliante è più vivace.
  Di tutte queste dote s'avvantaggia
l'umana creatura; e s'una manca,
di sua nobilità convien che caggia.
  Solo il peccato è quel che la disfranca
e falla dissìmile al sommo bene,
per che del lume suo poco s'imbianca;
  e in sua dignità mai non rivene,
se non riempie, dove colpa vòta,
contra mal dilettar con giuste pene.
  Vostra natura, quando peccò    tota      
nel seme suo, da queste dignitadi,
come di paradiso, fu remota;
  né ricovrar potiensi, se tu badi
ben sottilmente, per alcuna via,
sanza passar per un di questi guadi:
  o che Dio solo per sua cortesia
dimesso avesse, o che l'uom per sé isso
avesse sodisfatto a sua follia.
  Ficca mo l'occhio per entro l'abisso
de l'etterno consiglio, quanto puoi
al mio parlar distrettamente fisso.
  Non potea l'uomo ne' termini suoi
mai sodisfar, per non potere ir giuso
con umiltate obediendo poi,
  quanto disobediendo intese ir suso;
e questa è la cagion per che l'uom fue
da poter sodisfar per sé dischiuso.
  Dunque a Dio convenia con le vie sue
riparar l'omo a sua intera vita,
dico con l'una, o ver con amendue.
  Ma perché l'ovra tanto è più gradita
da l'operante, quanto più appresenta
de la bontà del core ond'ell'è uscita,
  la divina bontà che 'l mondo imprenta,
di proceder per tutte le sue vie,
a rilevarvi suso, fu contenta.
  Né tra l'ultima notte e 'l primo die
sì alto o sì magnifico processo,
o per l'una o per l'altra, fu o fie:
  ché più largo fu Dio a dar sé stesso
per far l'uom sufficiente a rilevarsi,
che s'elli avesse sol da sé dimesso;
  e tutti li altri modi erano scarsi
a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio
non fosse umiliato ad incarnarsi.
  Or per empierti bene ogni disio,
ritorno a dichiararti in alcun loco,
perché tu veggi lì così com'io.
  Tu dici: "Io veggio l'acqua, io veggio il foco,
l'aere e la terra e tutte lor misture
venire a corruzione, e durar poco;
  e queste cose pur furon creature;
per che, se ciò ch'è detto è stato vero,
esser dovrien da corruzion sicure".
  Li angeli, frate, e 'l paese sincero
nel qual tu se', dir si posson creati,
sì come sono, in loro essere intero;
  ma li elementi che tu hai nomati
e quelle cose che di lor si fanno
da creata virtù sono informati.
  Creata fu la materia ch'elli hanno;
creata fu la virtù informante
in queste stelle che 'ntorno a lor vanno.
  L'anima d'ogne bruto e de le piante
di complession potenziata tira
lo raggio e 'l moto de le luci sante;
  ma vostra vita sanza mezzo spira
la somma beninanza, e la innamora
di sé sì che poi sempre la disira.
  E quinci puoi argomentare ancora
vostra resurrezion, se tu ripensi
come l'umana carne fessi allora
  che li primi parenti intrambo fensi".
 
 
 
Paradiso: Canto VIII
 
  Solea creder lo mondo in suo periclo
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
  per che non pur a lei faceano onore
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l'antico errore;
  ma Dione onoravano e Cupido,
quella per madre sua, questo per figlio,
e dicean ch'el sedette in grembo a Dido;
  e da costei ond'io principio piglio
pigliavano il vocabol de la stella
che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
  Io non m'accorsi del salire in ella;
ma d'esservi entro mi fé assai fede
la donna mia ch'i' vidi far più bella.
  E come in fiamma favilla si vede,
e come in voce voce si discerne,
quand'una è ferma e altra va e riede,
  vid'io in essa luce altre lucerne
muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.
  Di fredda nube non disceser venti,
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e lenti
  a chi avesse quei lumi divini
veduti a noi venir, lasciando il giro
pria cominciato in li alti Serafini;
  e dentro a quei che più innanzi appariro
sonava '   Osanna   ' sì, che unque poi
di riudir non fui sanza disiro.
  Indi si fece l'un più presso a noi
e solo incominciò: "Tutti sem presti
al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
  Noi ci volgiam coi principi celesti
d'un giro e d'un girare e d'una sete,
ai quali tu del mondo già dicesti:
  '   Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete   ';
e sem sì pien d'amor, che, per piacerti,
non fia men dolce un poco di quiete".
  Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di sé contenti e certi,
  rivolsersi a la luce che promessa
tanto s'avea, e "Deh, chi siete?" fue
la voce mia di grande affetto impressa.
  E quanta e quale vid'io lei far piùe
per allegrezza nova che s'accrebbe,
quando parlai, a l'allegrezze sue!
  Così fatta, mi disse: "Il mondo m'ebbe
giù poco tempo; e se più fosse stato,
molto sarà di mal, che non sarebbe.
  La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
  Assai m'amasti, e avesti ben onde;
che s'io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.
  Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch'è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m'aspettava,
  e quel corno d'Ausonia che s'imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
  Fulgeami già in fronte la corona
di quella terra che 'l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.
  E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
  non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
  se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".
  E se mio frate questo antivedesse,
l'avara povertà di Catalogna
già fuggeria, perché non li offendesse;
  ché veramente proveder bisogna
per lui, o per altrui, sì ch'a sua barca
carcata più d'incarco non si pogna.
  La sua natura, che di larga parca
discese, avria mestier di tal milizia
che non curasse di mettere in arca".
  "Però ch'i' credo che l'alta letizia
che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio,
là 've ogne ben si termina e s'inizia,
  per te si veggia come la vegg'io,
grata m'è più; e anco quest'ho caro
perché 'l discerni rimirando in Dio.
  Fatto m'hai lieto, e così mi fa chiaro,
poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso
com'esser può, di dolce seme, amaro".
  Questo io a lui; ed elli a me: "S'io posso
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terrai lo viso come tien lo dosso.
  Lo ben che tutto il regno che tu scandi
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza in questi corpi grandi.
  E non pur le nature provedute
sono in la mente ch'è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute:
  per che quantunque quest'arco saetta
disposto cade a proveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.
  Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine;
  e ciò esser non può, se li 'ntelletti
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il primo, che non li ha perfetti.
  Vuo' tu che questo ver più ti s'imbianchi?".
E io: "Non già; ché impossibil veggio
che la natura, in quel ch'è uopo, stanchi".
  Ond'elli ancora: "Or di': sarebbe il peggio
per l'omo in terra, se non fosse cive?".
"Sì", rispuos'io; "e qui ragion non cheggio".
  "E puot'elli esser, se giù non si vive
diversamente per diversi offici?
Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive".
  Sì venne deducendo infino a quici;
poscia conchiuse: "Dunque esser diverse
convien di vostri effetti le radici:
  per ch'un nasce Solone e altro Serse,
altro Melchisedèch e altro quello
che, volando per l'aere, il figlio perse.
  La circular natura, ch'è suggello
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l'un da l'altro ostello.
  Quinci addivien ch'Esaù si diparte
per seme da Iacòb; e vien Quirino
da sì vil padre, che si rende a Marte.
  Natura generata il suo cammino
simil farebbe sempre a' generanti,
se non vincesse il proveder divino.
  Or quel che t'era dietro t'è davanti:
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che t'ammanti.
  Sempre natura, se fortuna trova
discorde a sé, com'ogne altra semente
fuor di sua region, fa mala prova.
  E se 'l mondo là giù ponesse mente
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.
  Ma voi torcete a la religione
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch'è da sermone;
  onde la traccia vostra è fuor di strada".
 
 
 
Paradiso: Canto IX
 
  Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
m'ebbe chiarito, mi narrò li 'nganni
che ricever dovea la sua semenza;
  ma disse: "Taci e lascia muover li anni";
sì ch'io non posso dir se non che pianto
giusto verrà di retro ai vostri danni.
  E già la vita di quel lume santo
rivolta s'era al Sol che la riempie
come quel ben ch'a ogne cosa è tanto.
  Ahi anime ingannate e fatture empie,
che da sì fatto ben torcete i cuori,
drizzando in vanità le vostre tempie!
  Ed ecco un altro di quelli splendori
ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi
significava nel chiarir di fori.
  Li occhi di Beatrice, ch'eran fermi
sovra me, come pria, di caro assenso
al mio disio certificato fermi.
  "Deh, metti al mio voler tosto compenso,
beato spirto", dissi, "e fammi prova
ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!".
  Onde la luce che m'era ancor nova,
del suo profondo, ond'ella pria cantava,
seguette come a cui di ben far giova:
  "In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rialto
e le fontane di Brenta e di Piava,
  si leva un colle, e non surge molt'alto,
là onde scese già una facella
che fece a la contrada un grande assalto.
  D'una radice nacqui e io ed ella:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d'esta stella;
  ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al vostro vulgo.
  Di questa luculenta e cara gioia
del nostro cielo che più m'è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia,
  questo centesimo anno ancor s'incinqua:
vedi se far si dee l'omo eccellente,
sì ch'altra vita la prima relinqua.
  E ciò non pensa la turba presente
che Tagliamento e Adice richiude,
né per esser battuta ancor si pente;
  ma tosto fia che Padova al palude
cangerà l'acqua che Vincenza bagna,
per essere al dover le genti crude;
  e dove Sile e Cagnan s'accompagna,
tal signoreggia e va con la testa alta,
che già per lui carpir si fa la ragna.
  Piangerà Feltro ancora la difalta
de l'empio suo pastor, che sarà sconcia
sì, che per simil non s'entrò in malta.
  Troppo sarebbe larga la bigoncia
che ricevesse il sangue ferrarese,
e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia,
  che donerà questo prete cortese
per mostrarsi di parte; e cotai doni
conformi fieno al viver del paese.
  Sù sono specchi, voi dicete Troni,
onde refulge a noi Dio giudicante;
sì che questi parlar ne paion buoni".
  Qui si tacette; e fecemi sembiante
che fosse ad altro volta, per la rota
in che si mise com'era davante.
  L'altra letizia, che m'era già nota
per cara cosa, mi si fece in vista
qual fin balasso in che lo sol percuota.
  Per letiziar là sù fulgor s'acquista,
sì come riso qui; ma giù s'abbuia
l'ombra di fuor, come la mente è trista.
  "Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia",
diss'io, "beato spirto, sì che nulla
voglia di sé a te puot'esser fuia.
  Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla
sempre col canto di quei fuochi pii
che di sei ali facen la coculla,
  perché non satisface a' miei disii?
Già non attendere' io tua dimanda,
s'io m'intuassi, come tu t'inmii".
  "La maggior valle in che l'acqua si spanda",
incominciaro allor le sue parole,
"fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
  tra ' discordanti liti contra 'l sole
tanto sen va, che fa meridiano
là dove l'orizzonte pria far suole.
  Di quella valle fu' io litorano
tra Ebro e Macra, che per cammin corto
parte lo Genovese dal Toscano.
  Ad un occaso quasi e ad un orto
Buggea siede e la terra ond'io fui,
che fé del sangue suo già caldo il porto.
  Folco mi disse quella gente a cui
fu noto il nome mio; e questo cielo
di me s'imprenta, com'io fe' di lui;
  ché più non arse la figlia di Belo,
noiando e a Sicheo e a Creusa,
di me, infin che si convenne al pelo;
  né quella Rodopea che delusa
fu da Demofoonte, né Alcide
quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
  Non però qui si pente, ma si ride,
non de la colpa, ch'a mente non torna,
ma del valor ch'ordinò e provide.
  Qui si rimira ne l'arte ch'addorna
cotanto affetto, e discernesi 'l bene
per che 'l mondo di sù quel di giù torna.
  Ma perché tutte le tue voglie piene
ten porti che son nate in questa spera,
proceder ancor oltre mi convene.
  Tu vuo' saper chi è in questa lumera
che qui appresso me così scintilla,
come raggio di sole in acqua mera.
  Or sappi che là entro si tranquilla
Raab; e a nostr'ordine congiunta,
di lei nel sommo grado si sigilla.
  Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta
che 'l vostro mondo face, pria ch'altr'alma
del triunfo di Cristo fu assunta.
  Ben si convenne lei lasciar per palma
in alcun cielo de l'alta vittoria
che s'acquistò con l'una e l'altra palma,
  perch'ella favorò la prima gloria
di Iosuè in su la Terra Santa,
che poco tocca al papa la memoria.
  La tua città, che di colui è pianta
che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la 'nvidia tanto pianta,
  produce e spande il maladetto fiore
c'ha disviate le pecore e li agni,
però che fatto ha lupo del pastore.
  Per questo l'Evangelio e i dottor magni
son derelitti, e solo ai Decretali
si studia, sì che pare a' lor vivagni.
  A questo intende il papa e ' cardinali;
non vanno i lor pensieri a Nazarette,
là dove Gabriello aperse l'ali.
  Ma Vaticano e l'altre parti elette
di Roma che son state cimitero
a la milizia che Pietro seguette,
  tosto libere fien de l'avoltero".
 
 
 
Paradiso: Canto X
 
  Guardando nel suo Figlio con l'Amore
che l'uno e l'altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore
  quanto per mente e per loco si gira
con tant'ordine fé, ch'esser non puote
sanza gustar di lui chi ciò rimira.
  Leva dunque, lettore, a l'alte rote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l'un moto e l'altro si percuote;
  e lì comincia a vagheggiar ne l'arte
di quel maestro che dentro a sé l'ama,
tanto che mai da lei l'occhio non parte.
  Vedi come da indi si dirama
l'oblico cerchio che i pianeti porta,
per sodisfare al mondo che li chiama.
  Che se la strada lor non fosse torta,
molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
e quasi ogne potenza qua giù morta;
  e se dal dritto più o men lontano
fosse 'l partire, assai sarebbe manco
e giù e sù de l'ordine mondano.
  Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco,
dietro pensando a ciò che si preliba,
s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.
  Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba;
ché a sé torce tutta la mia cura
quella materia ond'io son fatto scriba.
  Lo ministro maggior de la natura,
che del valor del ciel lo mondo imprenta
e col suo lume il tempo ne misura,
  con quella parte che sù si rammenta
congiunto, si girava per le spire
in che più tosto ognora s'appresenta;
  e io era con lui; ma del salire
non m'accors'io, se non com'uom s'accorge,
anzi 'l primo pensier, del suo venire.
  E' Beatrice quella che sì scorge
di bene in meglio, sì subitamente
che l'atto suo per tempo non si sporge.
  Quant'esser convenia da sé lucente
quel ch'era dentro al sol dov'io entra'mi,
non per color, ma per lume parvente!
  Perch'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami,
sì nol direi che mai s'imaginasse;
ma creder puossi e di veder si brami.
  E se le fantasie nostre son basse
a tanta altezza, non è maraviglia;
ché sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse.
  Tal era quivi la quarta famiglia
de l'alto Padre, che sempre la sazia,
mostrando come spira e come figlia.
  E Beatrice cominciò: "Ringrazia,
ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo
sensibil t'ha levato per sua grazia".
  Cor di mortal non fu mai sì digesto
a divozione e a rendersi a Dio
con tutto 'l suo gradir cotanto presto,
  come a quelle parole mi fec'io;
e sì tutto 'l mio amore in lui si mise,
che Beatrice eclissò ne l'oblio.
  Non le dispiacque; ma sì se ne rise,
che lo splendor de li occhi suoi ridenti
mia mente unita in più cose divise.
  Io vidi più folgór vivi e vincenti
far di noi centro e di sé far corona,
più dolci in voce che in vista lucenti:
  così cinger la figlia di Latona
vedem talvolta, quando l'aere è pregno,
sì che ritenga il fil che fa la zona.
  Ne la corte del cielo, ond'io rivegno,
si trovan molte gioie care e belle
tanto che non si posson trar del regno;
  e 'l canto di quei lumi era di quelle;
chi non s'impenna sì che là sù voli,
dal muto aspetti quindi le novelle.
  Poi, sì cantando, quelli ardenti soli
si fuor girati intorno a noi tre volte,
come stelle vicine a' fermi poli,
  donne mi parver, non da ballo sciolte,
ma che s'arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte.
  E dentro a l'un senti' cominciar: "Quando
lo raggio de la grazia, onde s'accende
verace amore e che poi cresce amando,
  multiplicato in te tanto resplende,
che ti conduce su per quella scala
u' sanza risalir nessun discende;
  qual ti negasse il vin de la sua fiala
per la tua sete, in libertà non fora
se non com'acqua ch'al mar non si cala.
  Tu vuo' saper di quai piante s'infiora
questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia
la bella donna ch'al ciel t'avvalora.
  Io fui de li agni de la santa greggia
che Domenico mena per cammino
u' ben s'impingua se non si vaneggia.
  Questi che m'è a destra più vicino,
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
è di Cologna, e io Thomas d'Aquino.
  Se sì di tutti li altri esser vuo' certo,
di retro al mio parlar ten vien col viso
girando su per lo beato serto.
  Quell'altro fiammeggiare esce del riso
di Grazian, che l'uno e l'altro foro
aiutò sì che piace in paradiso.
  L'altro ch'appresso addorna il nostro coro,
quel Pietro fu che con la poverella
offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
  La quinta luce, ch'è tra noi più bella,
spira di tal amor, che tutto 'l mondo
là giù ne gola di saper novella:
  entro v'è l'alta mente u' sì profondo
saver fu messo, che, se 'l vero è vero
a veder tanto non surse il secondo.
  Appresso vedi il lume di quel cero
che giù in carne più a dentro vide
l'angelica natura e 'l ministero.
  Ne l'altra piccioletta luce ride
quello avvocato de' tempi cristiani
del cui latino Augustin si provide.
  Or se tu l'occhio de la mente trani
di luce in luce dietro a le mie lode,
già de l'ottava con sete rimani.
  Per vedere ogni ben dentro vi gode
l'anima santa che 'l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben ode.
  Lo corpo ond'ella fu cacciata giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.
  Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro
d'Isidoro, di Beda e di Riccardo,
che a considerar fu più che viro.
  Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
è 'l lume d'uno spirto che 'n pensieri
gravi a morir li parve venir tardo:
  essa è la luce etterna di Sigieri,
che, leggendo nel Vico de li Strami,
silogizzò invidiosi veri".
  Indi, come orologio che ne chiami
ne l'ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perché l'ami,
  che l'una parte e l'altra tira e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che 'l ben disposto spirto d'amor turge;
  così vid'io la gloriosa rota
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch'esser non pò nota
  se non colà dove gioir s'insempra.
 
 
 
Paradiso: Canto XI
 
  O insensata cura de' mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l'ali!
  Chi dietro a    iura       , e chi ad amforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,
  e chi rubare, e chi civil negozio,
chi nel diletto de la carne involto
s'affaticava e chi si dava a l'ozio,
  quando, da tutte queste cose sciolto,
con Beatrice m'era suso in cielo
cotanto gloriosamente accolto.
  Poi che ciascuno fu tornato ne lo
punto del cerchio in che avanti s'era,
fermossi, come a candellier candelo.
  E io senti' dentro a quella lumera
che pria m'avea parlato, sorridendo
incominciar, faccendosi più mera:
  "Così com'io del suo raggio resplendo,
sì, riguardando ne la luce etterna,
 
li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
  Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
in sì aperta e 'n sì distesa lingua
lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna,
  ove dinanzi dissi "U' ben s'impingua",
e là u' dissi "Non nacque il secondo";
e qui è uopo che ben si distingua.
  La provedenza, che governa il mondo
con quel consiglio nel quale ogne aspetto
creato è vinto pria che vada al fondo,
  però che andasse ver' lo suo diletto
la sposa di colui ch'ad alte grida
disposò lei col sangue benedetto,
  in sé sicura e anche a lui più fida,
due principi ordinò in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per guida.
  L'un fu tutto serafico in ardore;
l'altro per sapienza in terra fue
di cherubica luce uno splendore.
  De l'un dirò, però che d'amendue
si dice l'un pregiando, qual ch'om prende,
perch'ad un fine fur l'opere sue.
  Intra Tupino e l'acqua che discende
del colle eletto dal beato Ubaldo,
fertile costa d'alto monte pende,
  onde Perugia sente freddo e caldo
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con Gualdo.
  Di questa costa, là dov'ella frange
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo tal volta di Gange.
  Però chi d'esso loco fa parole,
non dica Ascesi, ché direbbe corto,
ma Oriente, se proprio dir vuole.
  Non era ancor molto lontan da l'orto,
ch'el cominciò a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun conforto;
  ché per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra;
  e dinanzi a la sua spirital corte
   et coram patre        le si fece unito;
poscia di dì in dì l'amò più forte.
  Questa, privata del primo marito,
millecent'anni e più dispetta e scura
fino a costui si stette sanza invito;
  né valse udir che la trovò sicura
con Amiclate, al suon de la sua voce,
colui ch'a tutto 'l mondo fé paura;
  né valse esser costante né feroce,
sì che, dove Maria rimase giuso,
ella con Cristo pianse in su la croce.
  Ma perch'io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.
  La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;
  tanto che 'l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.
  Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.
  Indi sen va quel padre e quel maestro
con la sua donna e con quella famiglia
che già legava l'umile capestro.
  Né li gravò viltà di cuor le ciglia
per esser fi' di Pietro Bernardone,
né per parer dispetto a maraviglia;
  ma regalmente sua dura intenzione
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
primo sigillo a sua religione.
  Poi che la gente poverella crebbe
dietro a costui, la cui mirabil vita
meglio in gloria del ciel si canterebbe,
  di seconda corona redimita
fu per Onorio da l'Etterno Spiro
la santa voglia d'esto archimandrita.
  E poi che, per la sete del martiro,
ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che 'l seguiro,
  e per trovare a conversione acerba
troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de l'italica erba,
  nel crudo sasso intra Tevero e Arno
da Cristo prese l'ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno.
  Quando a colui ch'a tanto ben sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede
ch'el meritò nel suo farsi pusillo,
  a' frati suoi, sì com'a giuste rede,
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l'amassero a fede;
  e del suo grembo l'anima preclara
mover si volle, tornando al suo regno,
e al suo corpo non volle altra bara.
  Pensa oramai qual fu colui che degno
collega fu a mantener la barca
di Pietro in alto mar per dritto segno;
  e questo fu il nostro patriarca;
per che qual segue lui, com'el comanda,
discerner puoi che buone merce carca.
  Ma 'l suo pecuglio di nova vivanda
è fatto ghiotto, sì ch'esser non puote
che per diversi salti non si spanda;
  e quanto le sue pecore remote
e vagabunde più da esso vanno,
più tornano a l'ovil di latte vòte.
  Ben son di quelle che temono 'l danno
e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
che le cappe fornisce poco panno.
  Or, se le mie parole non son fioche,
se la tua audienza è stata attenta,
se ciò ch'è detto a la mente revoche,
  in parte fia la tua voglia contenta,
perché vedrai la pianta onde si scheggia,
e vedra' il corrègger che argomenta
  "U' ben s'impingua, se non si vaneggia"".
 
 
 
Paradiso: Canto XII
 
  Sì tosto come l'ultima parola
la benedetta fiamma per dir tolse,
a rotar cominciò la santa mola;
  e nel suo giro tutta non si volse
prima ch'un'altra di cerchio la chiuse,
e moto a moto e canto a canto colse;
  canto che tanto vince nostre muse,
nostre serene in quelle dolci tube,
quanto primo splendor quel ch'e' refuse.
  Come si volgon per tenera nube
due archi paralelli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube,
  nascendo di quel d'entro quel di fori,
a guisa del parlar di quella vaga
ch'amor consunse come sol vapori;
  e fanno qui la gente esser presaga,
per lo patto che Dio con Noè puose,
del mondo che già mai più non s'allaga:
  così di quelle sempiterne rose
volgiensi circa noi le due ghirlande,
e sì l'estrema a l'intima rispuose.
  Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande,
sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
luce con luce gaudiose e blande,
  insieme a punto e a voler quetarsi,
pur come li occhi ch'al piacer che i move
conviene insieme chiudere e levarsi;
  del cor de l'una de le luci nove
si mosse voce, che l'ago a la stella
parer mi fece in volgermi al suo dove;
  e cominciò: "L'amor che mi fa bella
mi tragge a ragionar de l'altro duca
per cui del mio sì ben ci si favella.
  Degno è che, dov'è l'un, l'altro s'induca:
sì che, com'elli ad una militaro,
così la gloria loro insieme luca.
  L'essercito di Cristo, che sì caro
costò a riarmar, dietro a la 'nsegna
si movea tardo, sospeccioso e raro,
  quando lo 'mperador che sempre regna
provide a la milizia, ch'era in forse,
per sola grazia, non per esser degna;
  e, come è detto, a sua sposa soccorse
con due campioni, al cui fare, al cui dire
lo popol disviato si raccorse.
  In quella parte ove surge ad aprire
Zefiro dolce le novelle fronde
di che si vede Europa rivestire,
  non molto lungi al percuoter de l'onde
dietro a le quali, per la lunga foga,
lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
  siede la fortunata Calaroga
sotto la protezion del grande scudo
in che soggiace il leone e soggioga:
  dentro vi nacque l'amoroso drudo
de la fede cristiana, il santo atleta
benigno a' suoi e a' nemici crudo;
  e come fu creata, fu repleta
sì la sua mente di viva vertute,
che, ne la madre, lei fece profeta.
  Poi che le sponsalizie fuor compiute
al sacro fonte intra lui e la Fede,
u' si dotar di mutua salute,
  la donna che per lui l'assenso diede,
vide nel sonno il mirabile frutto
ch'uscir dovea di lui e de le rede;
  e perché fosse qual era in costrutto,
quinci si mosse spirito a nomarlo
del possessivo di cui era tutto.
  Domenico fu detto; e io ne parlo
sì come de l'agricola che Cristo
elesse a l'orto suo per aiutarlo.
  Ben parve messo e famigliar di Cristo:
che 'l primo amor che 'n lui fu manifesto,
fu al primo consiglio che diè Cristo.
  Spesse fiate fu tacito e desto
trovato in terra da la sua nutrice,
come dicesse: 'Io son venuto a questo'.
  Oh padre suo veramente Felice!
oh madre sua veramente Giovanna,
se, interpretata, val come si dice!
  Non per lo mondo, per cui mo s'affanna
di retro ad Ostiense e a Taddeo,
ma per amor de la verace manna
  in picciol tempo gran dottor si feo;
tal che si mise a circuir la vigna
che tosto imbianca, se 'l vignaio è reo.
  E a la sedia che fu già benigna
più a' poveri giusti, non per lei,
ma per colui che siede, che traligna,
  non dispensare o due o tre per sei,
non la fortuna di prima vacante,
non    decimas, quae sunt pauperum Dei       ,
  addimandò, ma contro al mondo errante
licenza di combatter per lo seme
del qual ti fascian ventiquattro piante.
  Poi, con dottrina e con volere insieme,
con l'officio appostolico si mosse
quasi torrente ch'alta vena preme;
  e ne li sterpi eretici percosse
l'impeto suo, più vivamente quivi
dove le resistenze eran più grosse.
  Di lui si fecer poi diversi rivi
onde l'orto catolico si riga,
sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.
  Se tal fu l'una rota de la biga
in che la Santa Chiesa si difese
e vinse in campo la sua civil briga,
  ben ti dovrebbe assai esser palese
l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma
dinanzi al mio venir fu sì cortese.
  Ma l'orbita che fé la parte somma
di sua circunferenza, è derelitta,
sì ch'è la muffa dov'era la gromma.
  La sua famiglia, che si mosse dritta
coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
che quel dinanzi a quel di retro gitta;
  e tosto si vedrà de la ricolta
de la mala coltura, quando il loglio
si lagnerà che l'arca li sia tolta.
  Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
nostro volume, ancor troveria carta
u' leggerebbe "I' mi son quel ch'i' soglio";
  ma non fia da Casal né d'Acquasparta,
là onde vegnon tali a la scrittura,
ch'uno la fugge e altro la coarta.
  Io son la vita di Bonaventura
da Bagnoregio, che ne' grandi offici
sempre pospuosi la sinistra cura.
  Illuminato e Augustin son quici,
che fuor de' primi scalzi poverelli
che nel capestro a Dio si fero amici.
  Ugo da San Vittore è qui con elli,
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
lo qual giù luce in dodici libelli;
  Natàn profeta e 'l metropolitano
Crisostomo e Anselmo e quel Donato
ch'a la prim'arte degnò porre mano.
  Rabano è qui, e lucemi dallato
il calavrese abate Giovacchino,
di spirito profetico dotato.
  Ad inveggiar cotanto paladino
mi mosse l'infiammata cortesia
di fra Tommaso e 'l discreto latino;
  e mosse meco questa compagnia".
 
 
 
Paradiso: Canto XIII
 
  Imagini, chi bene intender cupe
quel ch'i' or vidi - e ritegna l'image,
mentre ch'io dico, come ferma rupe -,
  quindici stelle che 'n diverse plage
lo ciel avvivan di tanto sereno
che soperchia de l'aere ogne compage;
  imagini quel carro a cu' il seno
basta del nostro cielo e notte e giorno,
sì ch'al volger del temo non vien meno;
  imagini la bocca di quel corno
che si comincia in punta de lo stelo
a cui la prima rota va dintorno,
  aver fatto di sé due segni in cielo,
qual fece la figliuola di Minoi
allora che sentì di morte il gelo;
  e l'un ne l'altro aver li raggi suoi,
e amendue girarsi per maniera
che l'uno andasse al primo e l'altro al poi;
  e avrà quasi l'ombra de la vera
costellazione e de la doppia danza
che circulava il punto dov'io era:
  poi ch'è tanto di là da nostra usanza,
quanto di là dal mover de la Chiana
si move il ciel che tutti li altri avanza.
  Lì si cantò non Bacco, non Peana,
ma tre persone in divina natura,
e in una persona essa e l'umana.
  Compié 'l cantare e 'l volger sua misura;
e attesersi a noi quei santi lumi,
felicitando sé di cura in cura.
  Ruppe il silenzio ne' concordi numi
poscia la luce in che mirabil vita
del poverel di Dio narrata fumi,
  e disse: "Quando l'una paglia è trita,
quando la sua semenza è già riposta,
a batter l'altra dolce amor m'invita.
  Tu credi che nel petto onde la costa
si trasse per formar la bella guancia
il cui palato a tutto 'l mondo costa,
  e in quel che, forato da la lancia,
e prima e poscia tanto sodisfece,
che d'ogne colpa vince la bilancia,
  quantunque a la natura umana lece
aver di lume, tutto fosse infuso
da quel valor che l'uno e l'altro fece;
  e però miri a ciò ch'io dissi suso,
quando narrai che non ebbe 'l secondo
lo ben che ne la quinta luce è chiuso.
  Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo,
e vedrai il tuo credere e 'l mio dire
nel vero farsi come centro in tondo.
  Ciò che non more e ciò che può morire
non è se non splendor di quella idea
che partorisce, amando, il nostro Sire;
  ché quella viva luce che sì mea
dal suo lucente, che non si disuna
da lui né da l'amor ch'a lor s'intrea,
  per sua bontate il suo raggiare aduna,
quasi specchiato, in nove sussistenze,
etternalmente rimanendosi una.
  Quindi discende a l'ultime potenze
giù d'atto in atto, tanto divenendo,
che più non fa che brevi contingenze;
  e queste contingenze essere intendo
le cose generate, che produce
con seme e sanza seme il ciel movendo.
  La cera di costoro e chi la duce
non sta d'un modo; e però sotto 'l segno
ideale poi più e men traluce.
  Ond'elli avvien ch'un medesimo legno,
secondo specie, meglio e peggio frutta;
e voi nascete con diverso ingegno.
  Se fosse a punto la cera dedutta
e fosse il cielo in sua virtù supprema,
la luce del suggel parrebbe tutta;
  ma la natura la dà sempre scema,
similemente operando a l'artista
ch'a l'abito de l'arte ha man che trema.
  Però se 'l caldo amor la chiara vista
de la prima virtù dispone e segna,
tutta la perfezion quivi s'acquista.
  Così fu fatta già la terra degna
di tutta l'animal perfezione;
così fu fatta la Vergine pregna;
  sì ch'io commendo tua oppinione,
che l'umana natura mai non fue
né fia qual fu in quelle due persone.
  Or s'i' non procedesse avanti piùe,
'Dunque, come costui fu sanza pare?'
comincerebber le parole tue.
  Ma perché paia ben ciò che non pare,
pensa chi era, e la cagion che 'l mosse,
quando fu detto "Chiedi", a dimandare.
  Non ho parlato sì, che tu non posse
ben veder ch'el fu re, che chiese senno
acciò che re sufficiente fosse;
  non per sapere il numero in che enno
li motor di qua sù, o se    necesse      
con contingente mai    necesse        fenno;
  non    si est dare primum motum esse       ,
o se del mezzo cerchio far si puote
triangol sì ch'un retto non avesse.
  Onde, se ciò ch'io dissi e questo note,
regal prudenza è quel vedere impari
in che lo stral di mia intenzion percuote;
  e se al "surse" drizzi li occhi chiari,
vedrai aver solamente respetto
ai regi, che son molti, e ' buon son rari.
  Con questa distinzion prendi 'l mio detto;
e così puote star con quel che credi
del primo padre e del nostro Diletto.
  E questo ti sia sempre piombo a' piedi,
per farti mover lento com'uom lasso
e al sì e al no che tu non vedi:
  ché quelli è tra li stolti bene a basso,
che sanza distinzione afferma e nega
ne l'un così come ne l'altro passo;
  perch'elli 'ncontra che più volte piega
l'oppinion corrente in falsa parte,
e poi l'affetto l'intelletto lega.
  Vie più che 'ndarno da riva si parte,
perché non torna tal qual e' si move,
chi pesca per lo vero e non ha l'arte.
  E di ciò sono al mondo aperte prove
Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
li quali andaro e non sapean dove;
  sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti
che furon come spade a le Scritture
in render torti li diritti volti.
  Non sien le genti, ancor, troppo sicure
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature;
  ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce;
poscia portar la rosa in su la cima;
  e legno vidi già dritto e veloce
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine a l'intrar de la foce.
  Non creda donna Berta e ser Martino,
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino;
  ché quel può surgere, e quel può cadere".
 
 
 
Paradiso: Canto XIV
 
  Dal centro al cerchio,e sì dal cerchio al centro
movesi l'acqua in un ritondo vaso,
secondo ch'è percosso fuori o dentro:
  ne la mia mente fé sùbito caso
questo ch'io dico, sì come si tacque
la gloriosa vita di Tommaso,
  per la similitudine che nacque
del suo parlare e di quel di Beatrice,
a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:
  "A costui fa mestieri, e nol vi dice
né con la voce né pensando ancora,
d'un altro vero andare a la radice.
  Diteli se la luce onde s'infiora
vostra sustanza, rimarrà con voi
etternalmente sì com'ell'è ora;
  e se rimane, dite come, poi
che sarete visibili rifatti,
esser porà ch'al veder non vi nòi".
  Come, da più letizia pinti e tratti,
a la fiata quei che vanno a rota
levan la voce e rallegrano li atti,
  così, a l'orazion pronta e divota,
li santi cerchi mostrar nova gioia
nel torneare e ne la mira nota.
  Qual si lamenta perché qui si moia
per viver colà sù, non vide quive
lo refrigerio de l'etterna ploia.
  Quell'uno e due e tre che sempre vive
e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno,
non circunscritto, e tutto circunscrive,
  tre volte era cantato da ciascuno
di quelli spirti con tal melodia,
ch'ad ogne merto saria giusto muno.
  E io udi' ne la luce più dia
del minor cerchio una voce modesta,
forse qual fu da l'angelo a Maria,
  risponder: "Quanto fia lunga la festa
di paradiso, tanto il nostro amore
si raggerà dintorno cotal vesta.
  La sua chiarezza séguita l'ardore;
l'ardor la visione, e quella è tanta,
quant'ha di grazia sovra suo valore.
  Come la carne gloriosa e santa
fia rivestita, la nostra persona
più grata fia per esser tutta quanta;
  per che s'accrescerà ciò che ne dona
di gratuito lume il sommo bene,
lume ch'a lui veder ne condiziona;
  onde la vision crescer convene,
crescer l'ardor che di quella s'accende,
crescer lo raggio che da esso vene.
  Ma sì come carbon che fiamma rende,
e per vivo candor quella soverchia,
sì che la sua parvenza si difende;
  così questo folgór che già ne cerchia
fia vinto in apparenza da la carne
che tutto dì la terra ricoperchia;
  né potrà tanta luce affaticarne:
ché li organi del corpo saran forti
a tutto ciò che potrà dilettarne".
  Tanto mi parver sùbiti e accorti
e l'uno e l'altro coro a dicer "Amme!",
che ben mostrar disio d'i corpi morti:
  forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.
  Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
nascere un lustro sopra quel che v'era,
per guisa d'orizzonte che rischiari.
  E sì come al salir di prima sera
comincian per lo ciel nove parvenze,
sì che la vista pare e non par vera,
  parvemi lì novelle sussistenze
cominciare a vedere, e fare un giro
di fuor da l'altre due circunferenze.
  Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
come si fece sùbito e candente
a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
  Ma Beatrice sì bella e ridente
mi si mostrò, che tra quelle vedute
si vuol lasciar che non seguir la mente.
  Quindi ripreser li occhi miei virtute
a rilevarsi; e vidimi translato
sol con mia donna in più alta salute.
  Ben m'accors'io ch'io era più levato,
per l'affocato riso de la stella,
che mi parea più roggio che l'usato.
  Con tutto 'l core e con quella favella
ch'è una in tutti, a Dio feci olocausto,
qual conveniesi a la grazia novella.
  E non er'anco del mio petto essausto
l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi
esso litare stato accetto e fausto;
  ché con tanto lucore e tanto robbi
m'apparvero splendor dentro a due raggi,
ch'io dissi: "O Eliòs che sì li addobbi!".
  Come distinta da minori e maggi
lumi biancheggia tra ' poli del mondo
Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
  sì costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.
  Qui vince la memoria mia lo 'ngegno;
ché quella croce lampeggiava Cristo,
sì ch'io non so trovare essempro degno;
  ma chi prende sua croce e segue Cristo,
ancor mi scuserà di quel ch'io lasso,
vedendo in quell'albor balenar Cristo.
  Di corno in corno e tra la cima e 'l basso
si movien lumi, scintillando forte
nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
  così si veggion qui diritte e torte,
veloci e tarde, rinovando vista,
le minuzie d'i corpi, lunghe e corte,
  moversi per lo raggio onde si lista
talvolta l'ombra che, per sua difesa,
la gente con ingegno e arte acquista.
  E come giga e arpa, in tempra tesa
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non è intesa,
  così da' lumi che lì m'apparinno
s'accogliea per la croce una melode
che mi rapiva, sanza intender l'inno.
  Ben m'accors'io ch'elli era d'alte lode,
però ch'a me venìa "Resurgi" e "Vinci"
come a colui che non intende e ode.
  Io m'innamorava tanto quinci,
che 'nfino a lì non fu alcuna cosa
che mi legasse con sì dolci vinci.
  Forse la mia parola par troppo osa,
posponendo il piacer de li occhi belli,
ne' quai mirando mio disio ha posa;
  ma chi s'avvede che i vivi suggelli
d'ogne bellezza più fanno più suso,
e ch'io non m'era lì rivolto a quelli,
  escusar puommi di quel ch'io m'accuso
per escusarmi, e vedermi dir vero:
ché 'l piacer santo non è qui dischiuso,
  perché si fa, montando, più sincero.
 
 
 
Paradiso: Canto XV
 
  Benigna volontade in che si liqua
sempre l'amor che drittamente spira,
come cupidità fa ne la iniqua,
  silenzio puose a quella dolce lira,
e fece quietar le sante corde
che la destra del cielo allenta e tira.
  Come saranno a' giusti preghi sorde
quelle sustanze che, per darmi voglia
ch'io le pregassi, a tacer fur concorde?
  Bene è che sanza termine si doglia
chi, per amor di cosa che non duri,
etternalmente quello amor si spoglia.
  Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,
  e pare stella che tramuti loco,
se non che da la parte ond'e' s'accende
nulla sen perde, ed esso dura poco:
  tale dal corno che 'n destro si stende
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì resplende;
  né si partì la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radial trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.
  Sì pia l'ombra d'Anchise si porse,
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio s'accorse.
  "   O sanguis meus, o superinfusa
gratia Dei, sicut tibi cui
bis unquam celi ianua reclusa       ?".
  Così quel lume: ond'io m'attesi a lui;
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui;
  ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso.
  Indi, a udire e a veder giocondo,
giunse lo spirto al suo principio cose,
ch'io non lo 'ntesi, sì parlò profondo;
  né per elezion mi si nascose,
ma per necessità, ché 'l suo concetto
al segno d'i mortal si soprapuose.
  E quando l'arco de l'ardente affetto
fu sì sfogato, che 'l parlar discese
inver' lo segno del nostro intelletto,
  la prima cosa che per me s'intese,
"Benedetto sia tu", fu, "trino e uno,
che nel mio seme se' tanto cortese!".
  E seguì: "Grato e lontano digiuno,
tratto leggendo del magno volume
du' non si muta mai bianco né bruno,
  solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
in ch'io ti parlo, mercè di colei
ch'a l'alto volo ti vestì le piume.
  Tu credi che a me tuo pensier mei
da quel ch'è primo, così come raia
da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei;
  e però ch'io mi sia e perch'io paia
più gaudioso a te, non mi domandi,
che alcun altro in questa turba gaia.
  Tu credi 'l vero; ché i minori e ' grandi
di questa vita miran ne lo speglio
in che, prima che pensi, il pensier pandi;
  ma perché 'l sacro amore in che io veglio
con perpetua vista e che m'asseta
di dolce disiar, s'adempia meglio,
  la voce tua sicura, balda e lieta
suoni la volontà, suoni 'l disio,
a che la mia risposta è già decreta!".
  Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno
che fece crescer l'ali al voler mio.
  Poi cominciai così: "L'affetto e 'l senno,
come la prima equalità v'apparse,
d'un peso per ciascun di voi si fenno,
  però che 'l sol che v'allumò e arse,
col caldo e con la luce è sì iguali,
che tutte simiglianze sono scarse.
  Ma voglia e argomento ne' mortali,
per la cagion ch'a voi è manifesta,
diversamente son pennuti in ali;
  ond'io, che son mortal, mi sento in questa
disagguaglianza, e però non ringrazio
se non col core a la paterna festa.
  Ben supplico io a te, vivo topazio
che questa gioia preziosa ingemmi,
perché mi facci del tuo nome sazio".
  "O fronda mia in che io compiacemmi
pur aspettando, io fui la tua radice":
cotal principio, rispondendo, femmi.
  Poscia mi disse: "Quel da cui si dice
tua cognazione e che cent'anni e piùe
girato ha 'l monte in la prima cornice,
  mio figlio fu e tuo bisavol fue:
ben si convien che la lunga fatica
tu li raccorci con l'opere tue.
  Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond'ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
  Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
  Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, che 'l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
  Non avea case di famiglia vòte;
non v'era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che 'n camera si puote.
  Non era vinto ancora Montemalo
dal vostro Uccellatoio, che, com'è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo.
  Bellincion Berti vid'io andar cinto
di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza 'l viso dipinto;
  e vidi quel d'i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.
  Oh fortunate! ciascuna era certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.
  L'una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l'idioma
che prima i padri e le madri trastulla;
  l'altra, traendo a la rocca la chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
d'i Troiani, di Fiesole e di Roma.
  Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.
  A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
  Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e ne l'antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.
  Moronto fu mio frate ed Eliseo;
mia donna venne a me di val di Pado,
e quindi il sopranome tuo si feo.
  Poi seguitai lo 'mperador Currado;
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.
  Dietro li andai incontro a la nequizia
di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d'i pastor, vostra giustizia.
  Quivi fu' io da quella gente turpa
disviluppato dal mondo fallace,
lo cui amor molt'anime deturpa;
  e venni dal martiro a questa pace".
 
 
 
Paradiso: Canto XVI
 
  O poca nostra nobiltà di sangue,
se gloriar di te la gente fai
qua giù dove l'affetto nostro langue,
  mirabil cosa non mi sarà mai:
ché là dove appetito non si torce,
dico nel cielo, io me ne gloriai.
  Ben se' tu manto che tosto raccorce:
sì che, se non s'appon di dì in die,
lo tempo va dintorno con le force.
  Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie,
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole mie;
  onde Beatrice, ch'era un poco scevra,
ridendo, parve quella che tossio
al primo fallo scritto di Ginevra.
  Io cominciai: "Voi siete il padre mio;
voi mi date a parlar tutta baldezza;
voi mi levate sì, ch'i' son più ch'io.
  Per tanti rivi s'empie d'allegrezza
la mente mia, che di sé fa letizia
perché può sostener che non si spezza.
  Ditemi dunque, cara mia primizia,
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
che si segnaro in vostra puerizia;
  ditemi de l'ovil di San Giovanni
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti scanni".
  Come s'avviva a lo spirar d'i venti
carbone in fiamma, così vid'io quella
luce risplendere a' miei blandimenti;
  e come a li occhi miei si fé più bella,
così con voce più dolce e soave,
ma non con questa moderna favella,
  dissemi: "Da quel dì che fu detto '   Ave   '
al parto in che mia madre, ch'è or santa,
s'alleviò di me ond'era grave,
  al suo Leon cinquecento cinquanta
e trenta fiate venne questo foco
a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
  Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l'ultimo sesto
da quei che corre il vostro annual gioco.
  Basti d'i miei maggiori udirne questo:
chi ei si fosser e onde venner quivi,
più è tacer che ragionare onesto.
  Tutti color ch'a quel tempo eran ivi
da poter arme tra Marte e 'l Batista,
eran il quinto di quei ch'or son vivi.
  Ma la cittadinanza, ch'è or mista
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
pura vediesi ne l'ultimo artista.
  Oh quanto fora meglio esser vicine
quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro confine,
  che averle dentro e sostener lo puzzo
del villan d'Aguglion, di quel da Signa,
che già per barattare ha l'occhio aguzzo!
  Se la gente ch'al mondo più traligna
non fosse stata a Cesare noverca,
ma come madre a suo figlio benigna,
  tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
che si sarebbe vòlto a Simifonti,
là dove andava l'avolo a la cerca;
  sariesi Montemurlo ancor de' Conti;
sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,
e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
  Sempre la confusion de le persone
principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s'appone;
  e cieco toro più avaccio cade
che cieco agnello; e molte volte taglia
più e meglio una che le cinque spade.
  Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
  udir come le schiatte si disfanno
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno.
  Le vostre cose tutte hanno lor morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto, e le vite son corte.
  E come 'l volger del ciel de la luna
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
così fa di Fiorenza la Fortuna:
  per che non dee parer mirabil cosa
ciò ch'io dirò de li alti Fiorentini
onde è la fama nel tempo nascosa.
  Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
già nel calare, illustri cittadini;
  e vidi così grandi come antichi,
con quel de la Sannella, quel de l'Arca,
e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
  Sovra la porta ch'al presente è carca
di nova fellonia di tanto peso
che tosto fia iattura de la barca,
  erano i Ravignani, ond'è disceso
il conte Guido e qualunque del nome
de l'alto Bellincione ha poscia preso.
  Quel de la Pressa sapeva già come
regger si vuole, e avea Galigaio
dorata in casa sua già l'elsa e 'l pome.
  Grand'era già la colonna del Vaio,
Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
e Galli e quei ch'arrossan per lo staio.
  Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
era già grande, e già eran tratti
a le curule Sizii e Arrigucci.
  Oh quali io vidi quei che son disfatti
per lor superbia! e le palle de l'oro
fiorian Fiorenza in tutt'i suoi gran fatti.
  Così facieno i padri di coloro
che, sempre che la vostra chiesa vaca,
si fanno grassi stando a consistoro.
  L'oltracotata schiatta che s'indraca
dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente
o ver la borsa, com'agnel si placa,
  già venìa sù, ma di picciola gente;
sì che non piacque ad Ubertin Donato
che poi il suocero il fé lor parente.
  Già era 'l Caponsacco nel mercato
disceso giù da Fiesole, e già era
buon cittadino Giuda e Infangato.
  Io dirò cosa incredibile e vera:
nel picciol cerchio s'entrava per porta
che si nomava da quei de la Pera.
  Ciascun che de la bella insegna porta
del gran barone il cui nome e 'l cui pregio
la festa di Tommaso riconforta,
  da esso ebbe milizia e privilegio;
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col fregio.
  Già eran Gualterotti e Importuni;
e ancor saria Borgo più quieto,
se di novi vicin fosser digiuni.
  La casa di che nacque il vostro fleto,
per lo giusto disdegno che v'ha morti,
e puose fine al vostro viver lieto,
  era onorata, essa e suoi consorti:
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
le nozze sue per li altrui conforti!
  Molti sarebber lieti, che son tristi,
se Dio t'avesse conceduto ad Ema
la prima volta ch'a città venisti.
  Ma conveniesi a quella pietra scema
che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse
vittima ne la sua pace postrema.
  Con queste genti, e con altre con esse,
vid'io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse:
  con queste genti vid'io glorioso
e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,
  né per division fatto vermiglio".
 
 
 
Paradiso: Canto XVII
 
  Qual venne a Climené, per accertarsi
di ciò ch'avea incontro a sé udito,
quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi;
  tal era io, e tal era sentito
e da Beatrice e da la santa lampa
che pria per me avea mutato sito.
  Per che mia donna "Manda fuor la vampa
del tuo disio", mi disse, "sì ch'ella esca
segnata bene de la interna stampa;
  non perché nostra conoscenza cresca
per tuo parlare, ma perché t'ausi
a dir la sete, sì che l'uom ti mesca".
  "O cara piota mia che sì t'insusi,
che, come veggion le terrene menti
non capere in triangol due ottusi,
  così vedi le cose contingenti
anzi che sieno in sé, mirando il punto
a cui tutti li tempi son presenti;
  mentre ch'io era a Virgilio congiunto
su per lo monte che l'anime cura
e discendendo nel mondo defunto,
  dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch'io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura;
  per che la voglia mia saria contenta
d'intender qual fortuna mi s'appressa;
ché saetta previsa vien più lenta".
  Così diss'io a quella luce stessa
che pria m'avea parlato; e come volle
Beatrice, fu la mia voglia confessa.
  Né per ambage, in che la gente folle
già s'inviscava pria che fosse anciso
l'Agnel di Dio che le peccata tolle,
  ma per chiare parole e con preciso
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e parvente del suo proprio riso:
  "La contingenza, che fuor del quaderno
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno:
  necessità però quindi non prende
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende.
  Da indi, sì come viene ad orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti s'apparecchia.
  Qual si partio Ipolito d'Atene
per la spietata e perfida noverca,
tal di Fiorenza partir ti convene.
  Questo si vuole e questo già si cerca,
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
là dove Cristo tutto dì si merca.
  La colpa seguirà la parte offensa
in grido, come suol; ma la vendetta
fia testimonio al ver che la dispensa.
  Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l'arco de lo essilio pria saetta.
  Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.
  E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
  che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr'a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.
  Di sua bestialitate il suo processo
 
farà la prova; sì ch'a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.
  Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che 'n su la scala porta il santo uccello;
  ch'in te avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo.
  Con lui vedrai colui che 'mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l'opere sue.
  Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;
  ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni,
parran faville de la sua virtute
in non curar d'argento né d'affanni.
  Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, sì che ' suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.
  A lui t'aspetta e a' suoi benefici;
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e mendici;
  e portera'ne scritto ne la mente
di lui, e nol dirai"; e disse cose
incredibili a quei che fier presente.
  Poi giunse: "Figlio, queste son le chiose
di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie
che dietro a pochi giri son nascose.
  Non vo' però ch'a' tuoi vicini invidie,
poscia che s'infutura la tua vita
vie più là che 'l punir di lor perfidie".
  Poi che, tacendo, si mostrò spedita
l'anima santa di metter la trama
in quella tela ch'io le porsi ordita,
  io cominciai, come colui che brama,
dubitando, consiglio da persona
che vede e vuol dirittamente e ama:
  "Ben veggio, padre mio, sì come sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, ch'è più grave a chi più s'abbandona;
  per che di provedenza è buon ch'io m'armi,
sì che, se loco m'è tolto più caro,
io non perdessi li altri per miei carmi.
  Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,
  e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s'io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
  e s'io al vero son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico".
  La luce in che rideva il mio tesoro
ch'io trovai lì, si fé prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d'oro;
  indi rispuose: "Coscienza fusca
o de la propria o de l'altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
  Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua vision fa manifesta;
e lascia pur grattar dov'è la rogna.
  Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
  Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d'onor poco argomento.
  Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l'anime che son di fama note,
  che l'animo di quel ch'ode, non posa
né ferma fede per essempro ch'aia
la sua radice incognita e ascosa,
  né per altro argomento che non paia".
 
 
 
Paradiso: Canto XVIII
 
  Già si godeva solo del suo verbo
quello specchio beato, e io gustava
lo mio, temprando col dolce l'acerbo;
  e quella donna ch'a Dio mi menava
disse: "Muta pensier; pensa ch'i' sono
presso a colui ch'ogne torto disgrava".
  Io mi rivolsi a l'amoroso suono
del mio conforto; e qual io allor vidi
ne li occhi santi amor, qui l'abbandono:
  non perch'io pur del mio parlar diffidi,
ma per la mente che non può redire
sovra sé tanto, s'altri non la guidi.
  Tanto poss'io di quel punto ridire,
che, rimirando lei, lo mio affetto
libero fu da ogne altro disire,
  fin che 'l piacere etterno, che diretto
raggiava in Beatrice, dal bel viso
mi contentava col secondo aspetto.
  Vincendo me col lume d'un sorriso,
ella mi disse: "Volgiti e ascolta;
ché non pur ne' miei occhi è paradiso".
  Come si vede qui alcuna volta
l'affetto ne la vista, s'elli è tanto,
che da lui sia tutta l'anima tolta,
  così nel fiammeggiar del folgór santo,
a ch'io mi volsi, conobbi la voglia
in lui di ragionarmi ancora alquanto.
  El cominciò: "In questa quinta soglia
de l'albero che vive de la cima
e frutta sempre e mai non perde foglia,
  spiriti son beati, che giù, prima
che venissero al ciel, fuor di gran voce,
sì ch'ogne musa ne sarebbe opima.
  Però mira ne' corni de la croce:
quello ch'io nomerò, lì farà l'atto
che fa in nube il suo foco veloce".
  Io vidi per la croce un lume tratto
dal nomar Iosuè, com'el si feo;
né mi fu noto il dir prima che 'l fatto.
  E al nome de l'alto Macabeo
vidi moversi un altro roteando,
e letizia era ferza del paleo.
  Così per Carlo Magno e per Orlando
due ne seguì lo mio attento sguardo,
com'occhio segue suo falcon volando.
  Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
e 'l duca Gottifredi la mia vista
per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
  Indi, tra l'altre luci mota e mista,
mostrommi l'alma che m'avea parlato
qual era tra i cantor del cielo artista.
  Io mi rivolsi dal mio destro lato
per vedere in Beatrice il mio dovere,
o per parlare o per atto, segnato;
  e vidi le sue luci tanto mere,
tanto gioconde, che la sua sembianza
vinceva li altri e l'ultimo solere.
  E come, per sentir più dilettanza
bene operando, l'uom di giorno in giorno
s'accorge che la sua virtute avanza,
  sì m'accors'io che 'l mio girare intorno
col cielo insieme avea cresciuto l'arco,
veggendo quel miracol più addorno.
  E qual è 'l trasmutare in picciol varco
di tempo in bianca donna, quando 'l volto
suo si discarchi di vergogna il carco,
  tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,
per lo candor de la temprata stella
sesta, che dentro a sé m'avea ricolto.
  Io vidi in quella giovial facella
lo sfavillar de l'amor che lì era,
segnare a li occhi miei nostra favella.
  E come augelli surti di rivera,
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di sé or tonda or altra schiera,
  sì dentro ai lumi sante creature
volitando cantavano, e faciensi
or    D       , or    I       , or    L        in sue figure.
  Prima, cantando, a sua nota moviensi;
poi, diventando l'un di questi segni,
un poco s'arrestavano e taciensi.
  O diva    Pegasea        che li 'ngegni
fai gloriosi e rendili longevi,
ed essi teco le cittadi e ' regni,
  illustrami di te, sì ch'io rilevi
le lor figure com'io l'ho concette:
paia tua possa in questi versi brevi!
  Mostrarsi dunque in cinque volte sette
vocali e consonanti; e io notai
le parti sì, come mi parver dette.
  '   DILIGITE IUSTITIAM   ', primai
fur verbo e nome di tutto 'l dipinto;
'   QUI IUDICATIS TERRAM   ', fur sezzai.
  Poscia ne l'emme del vocabol quinto
rimasero ordinate; sì che Giove
pareva argento lì d'oro distinto.
  E vidi scendere altre luci dove
era il colmo de l'emme, e lì quetarsi
cantando, credo, il ben ch'a sé le move.
  Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi
surgono innumerabili faville,
onde li stolti sogliono agurarsi,
  resurger parver quindi più di mille
luci e salir, qual assai e qual poco,
sì come 'l sol che l'accende sortille;
  e quietata ciascuna in suo loco,
la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi
rappresentare a quel distinto foco.
  Quei che dipinge lì, non ha chi 'l guidi;
ma esso guida, e da lui si rammenta
quella virtù ch'è forma per li nidi.
  L'altra beatitudo, che contenta
pareva prima d'ingigliarsi a l'emme,
con poco moto seguitò la 'mprenta.
  O dolce stella, quali e quante gemme
mi dimostraro che nostra giustizia
effetto sia del ciel che tu ingemme!
  Per ch'io prego la mente in che s'inizia
tuo moto e tua virtute, che rimiri
ond'esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;
  sì ch'un'altra fiata omai s'adiri
del comperare e vender dentro al templo
che si murò di segni e di martìri.
  O milizia del ciel cu' io contemplo,
adora per color che sono in terra
tutti sviati dietro al malo essemplo!
  Già si solea con le spade far guerra;
ma or si fa togliendo or qui or quivi
lo pan che 'l pio Padre a nessun serra.
  Ma tu che sol per cancellare scrivi,
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
per la vigna che guasti, ancor son vivi.
  Ben puoi tu dire: "I' ho fermo 'l disiro
sì a colui che volle viver solo
e che per salti fu tratto al martiro,
  ch'io non conosco il pescator né Polo".
 
 
 
Paradiso: Canto XIX
 
  Parea dinanzi a me con l'ali aperte
la bella image che nel dolce    frui      
liete facevan l'anime conserte;
  parea ciascuna rubinetto in cui
raggio di sole ardesse sì acceso,
che ne' miei occhi rifrangesse lui.
  E quel che mi convien ritrar testeso,
non portò voce mai, né scrisse incostro,
né fu per fantasia già mai compreso;
  ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,
e sonar ne la voce e "io" e "mio",
quand'era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.
  E cominciò: "Per esser giusto e pio
son io qui essaltato a quella gloria
che non si lascia vincere a disio;
  e in terra lasciai la mia memoria
sì fatta, che le genti lì malvage
commendan lei, ma non seguon la storia".
  Così un sol calor di molte brage
si fa sentir, come di molti amori
usciva solo un suon di quella image.
  Ond'io appresso: "O perpetui fiori
de l'etterna letizia, che pur uno
parer mi fate tutti vostri odori,
  solvetemi, spirando, il gran digiuno
che lungamente m'ha tenuto in fame,
non trovandoli in terra cibo alcuno.
  Ben so io che, se 'n cielo altro reame
la divina giustizia fa suo specchio,
che 'l vostro non l'apprende con velame.
  Sapete come attento io m'apparecchio
ad ascoltar; sapete qual è quello
dubbio che m'è digiun cotanto vecchio".
  Quasi falcone ch'esce del cappello,
move la testa e con l'ali si plaude,
voglia mostrando e faccendosi bello,
  vid'io farsi quel segno, che di laude
de la divina grazia era contesto,
con canti quai si sa chi là sù gaude.
  Poi cominciò: "Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
  non poté suo valor sì fare impresso
in tutto l'universo, che 'l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.
  E ciò fa certo che 'l primo superbo,
che fu la somma d'ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo;
  e quinci appar ch'ogne minor natura
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé misura.
  Dunque vostra veduta, che convene
esser alcun de' raggi de la mente
di che tutte le cose son ripiene,
  non pò da sua natura esser possente
tanto, che suo principio discerna
molto di là da quel che l'è parvente.
  Però ne la giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com'occhio per lo mare, entro s'interna;
  che, ben che da la proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
èli, ma cela lui l'esser profondo.
  Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai; anzi è tenebra
od ombra de la carne o suo veleno.
  Assai t'è mo aperta la latebra
che t'ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;
  ché tu dicevi: "Un uom nasce a la riva
de l'Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;
  e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.
  Muore non battezzato e sanza fede:
ov'è questa giustizia che 'l condanna?
ov'è la colpa sua, se ei non crede?"
  Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d'una spanna?
  Certo a colui che meco s'assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.
  Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volontà, ch'è da sé buona,
da sé, ch'è sommo ben, mai non si mosse.
  Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radiando, lui cagiona".
  Quale sovresso il nido si rigira
poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel ch'è pasto la rimira;
  cotal si fece, e sì levai i cigli,
la benedetta imagine, che l'ali
movea sospinte da tanti consigli.
  Roteando cantava, e dicea: "Quali
son le mie note a te, che non le 'ntendi,
tal è il giudicio etterno a voi mortali".
  Poi si quetaro quei lucenti incendi
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che fé i Romani al mondo reverendi,
  esso ricominciò: "A questo regno
non salì mai chi non credette 'n Cristo,
né pria né poi ch'el si chiavasse al legno.
  Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!",
che saranno in giudicio assai men    prope      
a lui, che tal che non conosce Cristo;
  e tai Cristian dannerà l'Etiòpe,
quando si partiranno i due collegi,
l'uno in etterno ricco e l'altro inòpe.
  Che poran dir li Perse a' vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
  Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto,
quella che tosto moverà la penna,
per che 'l regno di Praga fia diserto.
  Lì si vedrà il duol che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna.
  Lì si vedrà la superbia ch'asseta,
che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,
sì che non può soffrir dentro a sua meta.
  Vedrassi la lussuria e 'l viver molle
di quel di Spagna e di quel di Boemme,
che mai valor non conobbe né volle.
  Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
segnata con un i la sua bontate,
quando 'l contrario segnerà un emme.
  Vedrassi l'avarizia e la viltate
di quei che guarda l'isola del foco,
ove Anchise finì la lunga etate;
  e a dare ad intender quanto è poco,
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo loco.
  E parranno a ciascun l'opere sozze
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.
  E quel di Portogallo e di Norvegia
lì si conosceranno, e quel di Rascia
che male ha visto il conio di Vinegia.
  Oh beata Ungheria, se non si lascia
più malmenare! e beata Navarra,
se s'armasse del monte che la fascia!
  E creder de' ciascun che già, per arra
di questo, Niccosia e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e garra,
  che dal fianco de l'altre non si scosta".
 
 
 
Paradiso: Canto XX
 
  Quando colui che tutto 'l mondo alluma
de l'emisperio nostro sì discende,
che 'l giorno d'ogne parte si consuma,
  lo ciel, che sol di lui prima s'accende,
subitamente si rifà parvente
per molte luci, in che una risplende;
  e questo atto del ciel mi venne a mente,
come 'l segno del mondo e de' suoi duci
nel benedetto rostro fu tacente;
  però che tutte quelle vive luci,
vie più lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci.
  O dolce amor che di riso t'ammanti,
quanto parevi ardente in que' flailli,
ch'avieno spirto sol di pensier santi!
  Poscia che i cari e lucidi lapilli
ond'io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio a li angelici squilli,
  udir mi parve un mormorar di fiume
che scende chiaro giù di pietra in pietra,
mostrando l'ubertà del suo cacume.
  E come suono al collo de la cetra
prende sua forma, e sì com'al pertugio
de la sampogna vento che penètra,
  così, rimosso d'aspettare indugio,
quel mormorar de l'aguglia salissi
su per lo collo, come fosse bugio.
  Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
per lo suo becco in forma di parole,
quali aspettava il core ov'io le scrissi.
  "La parte in me che vede e pate il sole
ne l'aguglie mortali", incominciommi,
"or fisamente riguardar si vole,
  perché d'i fuochi ond'io figura fommi,
quelli onde l'occhio in testa mi scintilla,
e' di tutti lor gradi son li sommi.
  Colui che luce in mezzo per pupilla,
fu il cantor de lo Spirito Santo,
che l'arca traslatò di villa in villa:
  ora conosce il merto del suo canto,
in quanto effetto fu del suo consiglio,
per lo remunerar ch'è altrettanto.
  Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
colui che più al becco mi s'accosta,
la vedovella consolò del figlio:
  ora conosce quanto caro costa
non seguir Cristo, per l'esperienza
di questa dolce vita e de l'opposta.
  E quel che segue in la circunferenza
di che ragiono, per l'arco superno,
morte indugiò per vera penitenza:
  ora conosce che 'l giudicio etterno
non si trasmuta, quando degno preco
fa crastino là giù de l'odierno.
  L'altro che segue, con le leggi e meco,
sotto buona intenzion che fé mal frutto,
per cedere al pastor si fece greco:
  ora conosce come il mal dedutto
dal suo bene operar non li è nocivo,
avvegna che sia 'l mondo indi distrutto.
  E quel che vedi ne l'arco declivo,
Guiglielmo fu, cui quella terra plora
che piagne Carlo e Federigo vivo:
  ora conosce come s'innamora
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
del suo fulgore il fa vedere ancora.
  Chi crederebbe giù nel mondo errante,
che Rifeo Troiano in questo tondo
fosse la quinta de le luci sante?
  Ora conosce assai di quel che 'l mondo
veder non può de la divina grazia,
ben che sua vista non discerna il fondo".
  Quale allodetta che 'n aere si spazia
prima cantando, e poi tace contenta
de l'ultima dolcezza che la sazia,
  tal mi sembiò l'imago de la 'mprenta
de l'etterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell'è diventa.
  E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio
lì quasi vetro a lo color ch'el veste,
tempo aspettar tacendo non patio,
  ma de la bocca, "Che cose son queste?",
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch'io di coruscar vidi gran feste.
  Poi appresso, con l'occhio più acceso,
lo benedetto segno mi rispuose
per non tenermi in ammirar sospeso:
  "Io veggio che tu credi queste cose
perch'io le dico, ma non vedi come;
sì che, se son credute, sono ascose.
  Fai come quei che la cosa per nome
apprende ben, ma la sua quiditate
veder non può se altri non la prome.
     Regnum celorum        violenza pate
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontate:
  non a guisa che l'omo a l'om sobranza,
ma vince lei perché vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza.
  La prima vita del ciglio e la quinta
ti fa maravigliar, perché ne vedi
la region de li angeli dipinta.
  D'i corpi suoi non uscir, come credi,
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
quel d'i passuri e quel d'i passi piedi.
  Ché l'una de lo 'nferno, u' non si riede
già mai a buon voler, tornò a l'ossa;
e ciò di viva spene fu mercede:
  di viva spene, che mise la possa
ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla,
sì che potesse sua voglia esser mossa.
  L'anima gloriosa onde si parla,
tornata ne la carne, in che fu poco,
credette in lui che potea aiutarla;
  e credendo s'accese in tanto foco
di vero amor, ch'a la morte seconda
fu degna di venire a questo gioco.
  L'altra, per grazia che da sì profonda
fontana stilla, che mai creatura
non pinse l'occhio infino a la prima onda,
  tutto suo amor là giù pose a drittura:
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
l'occhio a la nostra redenzion futura;
  ond'ei credette in quella, e non sofferse
da indi il puzzo più del paganesmo;
e riprendiene le genti perverse.
  Quelle tre donne li fur per battesmo
che tu vedesti da la destra rota,
dinanzi al battezzar più d'un millesmo.
  O predestinazion, quanto remota
è la radice tua da quelli aspetti
che la prima cagion non veggion    tota       !
  E voi, mortali, tenetevi stretti
a giudicar; ché noi, che Dio vedemo,
non conosciamo ancor tutti li eletti;
  ed ènne dolce così fatto scemo,
perché il ben nostro in questo ben s'affina,
che quel che vole Iddio, e noi volemo".
  Così da quella imagine divina,
per farmi chiara la mia corta vista,
data mi fu soave medicina.
  E come a buon cantor buon citarista
fa seguitar lo guizzo de la corda,
in che più di piacer lo canto acquista,
  sì, mentre ch'e' parlò, sì mi ricorda
ch'io vidi le due luci benedette,
pur come batter d'occhi si concorda,
  con le parole mover le fiammette.
 
 
 
Paradiso: Canto XXI
 
  Già eran li occhi miei rifissi al volto
de la mia donna, e l'animo con essi,
e da ogne altro intento s'era tolto.
  E quella non ridea; ma "S'io ridessi",
mi cominciò, "tu ti faresti quale
fu Semelè quando di cener fessi;
  ché la bellezza mia, che per le scale
de l'etterno palazzo più s'accende,
com'hai veduto, quanto più si sale,
  se non si temperasse, tanto splende,
che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che trono scoscende.
  Noi sem levati al settimo splendore,
che sotto 'l petto del Leone ardente
raggia mo misto giù del suo valore.
  Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
e fa di quelli specchi a la figura
che 'n questo specchio ti sarà parvente".
  Qual savesse qual era la pastura
del viso mio ne l'aspetto beato
quand'io mi trasmutai ad altra cura,
  conoscerebbe quanto m'era a grato
ubidire a la mia celeste scorta,
contrapesando l'un con l'altro lato.
  Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,
cerchiando il mondo, del suo caro duce
sotto cui giacque ogne malizia morta,
  di color d'oro in che raggio traluce
vid'io uno scaleo eretto in suso
tanto, che nol seguiva la mia luce.
  Vidi anche per li gradi scender giuso
tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume
che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
  E come, per lo natural costume,
le pole insieme, al cominciar del giorno,
si movono a scaldar le fredde piume;
  poi altre vanno via sanza ritorno,
altre rivolgon sé onde son mosse,
e altre roteando fan soggiorno;
  tal modo parve me che quivi fosse
in quello sfavillar che 'nsieme venne,
sì come in certo grado si percosse.
  E quel che presso più ci si ritenne,
si fé sì chiaro, ch'io dicea pensando:
'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.
  Ma quella ond'io aspetto il come e 'l quando
del dire e del tacer, si sta; ond'io,
contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.
  Per ch'ella, che vedea il tacer mio
nel veder di colui che tutto vede,
mi disse: "Solvi il tuo caldo disio".
  E io incominciai: "La mia mercede
non mi fa degno de la tua risposta;
ma per colei che 'l chieder mi concede,
  vita beata che ti stai nascosta
dentro a la tua letizia, fammi nota
la cagion che sì presso mi t'ha posta;
  e di' perché si tace in questa rota
la dolce sinfonia di paradiso,
che giù per l'altre suona sì divota".
  "Tu hai l'udir mortal sì come il viso",
rispuose a me; "onde qui non si canta
per quel che Beatrice non ha riso.
  Giù per li gradi de la scala santa
discesi tanto sol per farti festa
col dire e con la luce che mi ammanta;
  né più amor mi fece esser più presta;
ché più e tanto amor quinci sù ferve,
sì come il fiammeggiar ti manifesta.
  Ma l'alta carità, che ci fa serve
pronte al consiglio che 'l mondo governa,
sorteggia qui sì come tu osserve".
  "Io veggio ben", diss'io, "sacra lucerna,
come libero amore in questa corte
basta a seguir la provedenza etterna;
  ma questo è quel ch'a cerner mi par forte,
perché predestinata fosti sola
a questo officio tra le tue consorte".
  Né venni prima a l'ultima parola,
che del suo mezzo fece il lume centro,
girando sé come veloce mola;
  poi rispuose l'amor che v'era dentro:
"Luce divina sopra me s'appunta,
penetrando per questa in ch'io m'inventro,
  la cui virtù, col mio veder congiunta,
mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio
la somma essenza de la quale è munta.
  Quinci vien l'allegrezza ond'io fiammeggio;
per ch'a la vista mia, quant'ella è chiara,
la chiarità de la fiamma pareggio.
  Ma quell'alma nel ciel che più si schiara,
quel serafin che 'n Dio più l'occhio ha fisso,
a la dimanda tua non satisfara,
  però che sì s'innoltra ne lo abisso
de l'etterno statuto quel che chiedi,
che da ogne creata vista è scisso.
  E al mondo mortal, quando tu riedi,
questo rapporta, sì che non presumma
a tanto segno più mover li piedi.
  La mente, che qui luce, in terra fumma;
onde riguarda come può là giùe
quel che non pote perché 'l ciel l'assumma".
  Sì mi prescrisser le parole sue,
ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi
a dimandarla umilmente chi fue.
  "Tra ' due liti d'Italia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ' troni assai suonan più bassi,
  e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria".
  Così ricominciommi il terzo sermo;
e poi, continuando, disse: "Quivi
al servigio di Dio mi fe' sì fermo,
  che pur con cibi di liquor d'ulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento ne' pensier contemplativi.
  Render solea quel chiostro a questi cieli
fertilemente; e ora è fatto vano,
sì che tosto convien che si riveli.
  In quel loco fu' io Pietro Damiano,
e Pietro Peccator fu' ne la casa
di Nostra Donna in sul lito adriano.
  Poca vita mortal m'era rimasa,
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.
  Venne Cefàs e venne il gran vasello
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
prendendo il cibo da qualunque ostello.
  Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
li moderni pastori e chi li meni,
tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
  Cuopron d'i manti loro i palafreni,
sì che due bestie van sott'una pelle:
oh pazienza che tanto sostieni!".
  A questa voce vid'io più fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea più belle.
  Dintorno a questa vennero e fermarsi,
e fero un grido di sì alto suono,
che non potrebbe qui assomigliarsi;
  né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.
 
 
 
Paradiso: Canto XXII
 
  Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida;
  e quella, come madre che soccorre
sùbito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che 'l suol ben disporre,
  mi disse: "Non sai tu che tu se' in cielo?
e non sai tu che 'l cielo è tutto santo,
e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
  Come t'avrebbe trasmutato il canto,
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;
  nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,
già ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.
  La spada di qua sù non taglia in fretta
né tardo, ma' ch'al parer di colui
che disiando o temendo l'aspetta.
  Ma rivolgiti omai inverso altrui;
ch'assai illustri spiriti vedrai,
se com'io dico l'aspetto redui".
  Come a lei piacque, li occhi ritornai,
e vidi cento sperule che 'nsieme
più s'abbellivan con mutui rai.
  Io stava come quei che 'n sé repreme
la punta del disio, e non s'attenta
di domandar, sì del troppo si teme;
  e la maggiore e la più luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di sé la mia voglia contenta.
  Poi dentro a lei udi' : "Se tu vedessi
com'io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.
  Ma perché tu, aspettando, non tarde
a l'alto fine, io ti farò risposta
pur al pensier, da che sì ti riguarde.
  Quel monte a cui Cassino è ne la costa
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;
  e quel son io che sù vi portai prima
lo nome di colui che 'n terra addusse
la verità che tanto ci soblima;
  e tanta grazia sopra me relusse,
ch'io ritrassi le ville circunstanti
da l'empio cólto che 'l mondo sedusse.
  Questi altri fuochi tutti contemplanti
uomini fuoro, accesi di quel caldo
che fa nascere i fiori e ' frutti santi.
  Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo".
  E io a lui: "L'affetto che dimostri
meco parlando, e la buona sembianza
ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
  così m'ha dilatata mia fidanza,
come 'l sol fa la rosa quando aperta
tanto divien quant'ell'ha di possanza.
  Però ti priego, e tu, padre, m'accerta
s'io posso prender tanta grazia, ch'io
ti veggia con imagine scoverta".
  Ond'elli: "Frate, il tuo alto disio
s'adempierà in su l'ultima spera,
ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.
  Ivi è perfetta, matura e intera
ciascuna disianza; in quella sola
è ogne parte là ove sempr'era,
  perché non è in loco e non s'impola;
e nostra scala infino ad essa varca,
onde così dal viso ti s'invola.
  Infin là sù la vide il patriarca
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve d'angeli sì carca.
  Ma, per salirla, mo nessun diparte
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le carte.
  Le mura che solieno esser badia
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.
  Ma grave usura tanto non si tolle
contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de' monaci sì folle;
  ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d'altro più brutto.
  La carne d'i mortali è tanto blanda,
che giù non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.
  Pier cominciò sanz'oro e sanz'argento,
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;
  e se guardi 'l principio di ciascuno,
poscia riguardi là dov'è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.
  Veramente Iordan vòlto retrorso
più fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui 'l soccorso".
  Così mi disse, e indi si raccolse
al suo collegio, e 'l collegio si strinse;
poi, come turbo, in sù tutto s'avvolse.
  La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,
sì sua virtù la mia natura vinse;
  né mai qua giù dove si monta e cala
naturalmente, fu sì ratto moto
ch'agguagliar si potesse a la mia ala.
  S'io torni mai, lettore, a quel divoto
triunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e 'l petto mi percuoto,
  tu non avresti in tanto tratto e messo
nel foco il dito, in quant'io vidi 'l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.
  O gloriose stelle, o lume pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
  con voi nasceva e s'ascondeva vosco
quelli ch'è padre d'ogne mortal vita,
quand'io senti' di prima l'aere tosco;
  e poi, quando mi fu grazia largita
d'entrar ne l'alta rota che vi gira,
la vostra region mi fu sortita.
  A voi divotamente ora sospira
l'anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la tira.
  "Tu se' sì presso a l'ultima salute",
cominciò Beatrice, "che tu dei
aver le luci tue chiare e acute;
  e però, prima che tu più t'inlei,
rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti fei;
  sì che 'l tuo cor, quantunque può, giocondo
s'appresenti a la turba triunfante
che lieta vien per questo etera tondo".
  Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;
  e quel consiglio per migliore approbo
che l'ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.
  Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell'ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.
  L'aspetto del tuo nato, Iperione,
quivi sostenni, e vidi com'si move
circa e vicino a lui Maia e Dione.
  Quindi m'apparve il temperar di Giove
tra 'l padre e 'l figlio: e quindi mi fu chiaro
il variar che fanno di lor dove;
  e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.
  L'aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom'io con li etterni Gemelli,
tutta m'apparve da' colli a le foci;
  poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
 
 
 
Paradiso: Canto XXIII
 
  Come l'augello, intra l'amate fronde,
posato al nido de' suoi dolci nati
la notte che le cose ci nasconde,
  che, per veder li aspetti disiati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati,
  previene il tempo in su aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che l'alba nasca;
  così la donna mia stava eretta
e attenta, rivolta inver' la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta:
  sì che, veggendola io sospesa e vaga,
fecimi qual è quei che disiando
altro vorria, e sperando s'appaga.
  Ma poco fu tra uno e altro quando,
del mio attender, dico, e del vedere
lo ciel venir più e più rischiarando;
  e Beatrice disse: "Ecco le schiere
del triunfo di Cristo e tutto 'l frutto
ricolto del girar di queste spere!".
  Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto,
e li occhi avea di letizia sì pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.
  Quale ne' plenilunii sereni
Trivia ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
  vid'i' sopra migliaia di lucerne
un sol che tutte quante l'accendea,
come fa 'l nostro le viste superne;
  e per la viva luce trasparea
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.
  Oh Beatrice, dolce guida e cara!
Ella mi disse: "Quel che ti sobranza
è virtù da cui nulla si ripara.
  Quivi è la sapienza e la possanza
ch'aprì le strade tra 'l cielo e la terra,
onde fu già sì lunga disianza".
  Come foco di nube si diserra
per dilatarsi sì che non vi cape,
e fuor di sua natura in giù s'atterra,
  la mente mia così, tra quelle dape
fatta più grande, di sé stessa uscìo,
e che si fesse rimembrar non sape.
  "Apri li occhi e riguarda qual son io;
tu hai vedute cose, che possente
se' fatto a sostener lo riso mio".
  Io era come quei che si risente
di visione oblita e che s'ingegna
indarno di ridurlasi a la mente,
  quand'io udi' questa proferta, degna
di tanto grato, che mai non si stingue
del libro che 'l preterito rassegna.
  Se mo sonasser tutte quelle lingue
che Polimnia con le suore fero
del latte lor dolcissimo più pingue,
  per aiutarmi, al millesmo del vero
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea mero;
  e così, figurando il paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.
  Ma chi pensasse il ponderoso tema
e l'omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott'esso trema:
  non è pareggio da picciola barca
quel che fendendo va l'ardita prora,
né da nocchier ch'a sé medesmo parca.
  "Perché la faccia mia sì t'innamora,
che tu non ti rivolgi al bel giardino
che sotto i raggi di Cristo s'infiora?
  Quivi è la rosa in che 'l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon cammino".
  Così Beatrice; e io, che a' suoi consigli
tutto era pronto, ancora mi rendei
a la battaglia de' debili cigli.
  Come a raggio di sol che puro mei
per fratta nube, già prato di fiori
vider, coverti d'ombra, li occhi miei;
  vid'io così più turbe di splendori,
folgorate di sù da raggi ardenti,
sanza veder principio di folgóri.
  O benigna vertù che sì li 'mprenti,
sù t'essaltasti, per largirmi loco
a li occhi lì che non t'eran possenti.
  Il nome del bel fior ch'io sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l'animo ad avvisar lo maggior foco;
  e come ambo le luci mi dipinse
il quale e il quanto de la viva stella
che là sù vince come qua giù vinse,
  per entro il cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.
  Qualunque melodia più dolce suona
qua giù e più a sé l'anima tira,
parrebbe nube che squarciata tona,
  comparata al sonar di quella lira
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel più chiaro s'inzaffira.
  "Io sono amore angelico, che giro
l'alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;
  e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera suprema perché lì entre".
  Così la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.
  Lo real manto di tutti i volumi
del mondo, che più ferve e più s'avviva
ne l'alito di Dio e nei costumi,
  avea sopra di noi l'interna riva
tanto distante, che la sua parvenza,
là dov'io era, ancor non appariva:
  però non ebber li occhi miei potenza
di seguitar la coronata fiamma
che si levò appresso sua semenza.
  E come fantolin che 'nver' la mamma
tende le braccia, poi che 'l latte prese,
per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;
  ciascun di quei candori in sù si stese
con la sua cima, sì che l'alto affetto
ch'elli avieno a Maria mi fu palese.
  Indi rimaser lì nel mio cospetto,
'   Regina celi   ' cantando sì dolce,
che mai da me non si partì 'l diletto.
  Oh quanta è l'ubertà che si soffolce
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua giù buone bobolce!
  Quivi si vive e gode del tesoro
che s'acquistò piangendo ne lo essilio
di Babillòn, ove si lasciò l'oro.
  Quivi triunfa, sotto l'alto Filio
di Dio e di Maria, di sua vittoria,
e con l'antico e col novo concilio,
  colui che tien le chiavi di tal gloria.
 
 
 
Paradiso: Canto XXIV
 
  "O sodalizio eletto a la gran cena
del benedetto Agnello, il qual vi ciba
sì, che la vostra voglia è sempre piena,
  se per grazia di Dio questi preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,
  ponete mente a l'affezione immensa
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa".
  Così Beatrice; e quelle anime liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, a volte, a guisa di comete.
  E come cerchi in tempra d'oriuoli
si giran sì, che 'l primo a chi pon mente
quieto pare, e l'ultimo che voli;
  così quelle carole, differente-
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.
  Di quella ch'io notai di più carezza
vid'io uscire un foco sì felice,
che nullo vi lasciò di più chiarezza;
  e tre fiate intorno di Beatrice
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice.
  Però salta la penna e non lo scrivo:
ché l'imagine nostra a cotai pieghe,
non che 'l parlare, è troppo color vivo.
  "O santa suora mia che sì ne prieghe
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi disleghe".
  Poscia fermato, il foco benedetto
a la mia donna dirizzò lo spiro,
che favellò così com'i' ho detto.
  Ed ella: "O luce etterna del gran viro
a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
ch'ei portò giù, di questo gaudio miro,
  tenta costui di punti lievi e gravi,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.
  S'elli ama bene e bene spera e crede,
non t'è occulto, perché 'l viso hai quivi
dov'ogne cosa dipinta si vede;
  ma perché questo regno ha fatto civi
per la verace fede, a gloriarla,
di lei parlare è ben ch'a lui arrivi".
  Sì come il baccialier s'arma e non parla
fin che 'l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,
  così m'armava io d'ogne ragione
mentre ch'ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.
  "Di', buon Cristiano, fatti manifesto:
fede che è?". Ond'io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;
  poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch'io spandessi
l'acqua di fuor del mio interno fonte.
  "La Grazia che mi dà ch'io mi confessi",
comincia' io, "da l'alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi".
  E seguitai: "Come 'l verace stilo
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon filo,
  fede è sustanza di cose sperate
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditate".
  Allora udi' : "Dirittamente senti,
se bene intendi perché la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li argomenti".
  E io appresso: "Le profonde cose
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì ascose,
  che l'esser loro v'è in sola credenza,
sopra la qual si fonda l'alta spene;
e però di sustanza prende intenza.
  E da questa credenza ci convene
silogizzar, sanz'avere altra vista:
però intenza d'argomento tene".
  Allora udi' : "Se quantunque s'acquista
giù per dottrina, fosse così 'nteso,
non lì avria loco ingegno di sofista".
  Così spirò di quello amore acceso;
indi soggiunse: "Assai bene è trascorsa
d'esta moneta già la lega e 'l peso;
  ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa".
Ond'io: "Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s'inforsa".
  Appresso uscì de la luce profonda
che lì splendeva: "Questa cara gioia
sopra la quale ogne virtù si fonda,
  onde ti venne?". E io: "La larga ploia
de lo Spirito Santo, ch'è diffusa
in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,
  è silogismo che la m'ha conchiusa
acutamente sì, che 'nverso d'ella
ogne dimostrazion mi pare ottusa".
  Io udi' poi: "L'antica e la novella
proposizion che così ti conchiude,
perché l'hai tu per divina favella?".
  E io: "La prova che 'l ver mi dischiude,
son l'opere seguite, a che natura
non scalda ferro mai né batte incude".
  Risposto fummi: "Di', chi t'assicura
che quell'opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non altri, il ti giura".
  "Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo",
diss'io, "sanza miracoli, quest'uno
è tal, che li altri non sono il centesmo:
  ché tu intrasti povero e digiuno
in campo, a seminar la buona pianta
che fu già vite e ora è fatta pruno".
  Finito questo, l'alta corte santa
risonò per le spere un 'Dio laudamo'
ne la melode che là sù si canta.
  E quel baron che sì di ramo in ramo,
essaminando, già tratto m'avea,
che a l'ultime fronde appressavamo,
  ricominciò: "La Grazia, che donnea
con la tua mente, la bocca t'aperse
infino a qui come aprir si dovea,
  sì ch'io approvo ciò che fuori emerse;
ma or conviene espremer quel che credi,
e onde a la credenza tua s'offerse".
  "O santo padre, e spirito che vedi
ciò che credesti sì, che tu vincesti
ver' lo sepulcro più giovani piedi",
  comincia' io, "tu vuo' ch'io manifesti
la forma qui del pronto creder mio,
e anche la cagion di lui chiedesti.
  E io rispondo: Io credo in uno Dio
solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,
non moto, con amore e con disio;
  e a tal creder non ho io pur prove
fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verità che quinci piove
  per Moisè, per profeti e per salmi,
per l'Evangelio e per voi che scriveste
poi che l'ardente Spirto vi fé almi;
  e credo in tre persone etterne, e queste
credo una essenza sì una e sì trina,
che soffera congiunto 'sono' ed 'este'.
  De la profonda condizion divina
ch'io tocco mo, la mente mi sigilla
più volte l'evangelica dottrina.
  Quest'è 'l principio, quest'è la favilla
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in me scintilla".
  Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace,
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto ch'el si tace;
  così, benedicendomi cantando,
tre volte cinse me, sì com'io tacqui,
l'appostolico lume al cui comando
  io avea detto: sì nel dir li piacqui!
 
 
 
Paradiso: Canto XXV
 
  Se mai continga che 'l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m'ha fatto per molti anni macro,
  vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov'io dormi' agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;
  con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò 'l cappello;
  però che ne la fede, che fa conte
l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi
Pietro per lei sì mi girò la fronte.
  Indi si mosse un lume verso noi
di quella spera ond'uscì la primizia
che lasciò Cristo d'i vicari suoi;
  e la mia donna, piena di letizia,
mi disse: "Mira, mira: ecco il barone
per cui là giù si vicita Galizia".
  Sì come quando il colombo si pone
presso al compagno, l'uno a l'altro pande,
girando e mormorando, l'affezione;
  così vid'io l'un da l'altro grande
principe glorioso essere accolto,
laudando il cibo che là sù li prande.
  Ma poi che 'l gratular si fu assolto,
tacito    coram me        ciascun s'affisse,
ignito sì che vincea 'l mio volto.
  Ridendo allora Beatrice disse:
"Inclita vita per cui la larghezza
de la nostra basilica si scrisse,
  fa risonar la spene in questa altezza:
tu sai, che tante fiate la figuri,
quante Iesù ai tre fé più carezza".
  "Leva la testa e fa che t'assicuri:
che ciò che vien qua sù del mortal mondo,
convien ch'ai nostri raggi si maturi".
  Questo conforto del foco secondo
mi venne; ond'io levai li occhi a' monti
che li 'ncurvaron pria col troppo pondo.
  "Poi che per grazia vuol che tu t'affronti
lo nostro Imperadore, anzi la morte,
ne l'aula più secreta co' suoi conti,
  sì che, veduto il ver di questa corte,
la spene, che là giù bene innamora,
in te e in altrui di ciò conforte,
  di' quel ch'ell'è, di' come se ne 'nfiora
la mente tua, e dì onde a te venne".
Così seguì 'l secondo lume ancora.
  E quella pia che guidò le penne
de le mie ali a così alto volo,
a la risposta così mi prevenne:
  "La Chiesa militante alcun figliuolo
non ha con più speranza, com'è scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
  però li è conceduto che d'Egitto
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che 'l militar li sia prescritto.
  Li altri due punti, che non per sapere
son dimandati, ma perch'ei rapporti
quanto questa virtù t'è in piacere,
  a lui lasc'io, ché non li saran forti
né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
e la grazia di Dio ciò li comporti".
  Come discente ch'a dottor seconda
pronto e libente in quel ch'elli è esperto,
perché la sua bontà si disasconda,
  "Spene", diss'io, "è uno attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto.
  Da molte stelle mi vien questa luce;
ma quei la distillò nel mio cor pria
che fu sommo cantor del sommo duce.
  'Sperino in te', ne la sua teodìa
dice, 'color che sanno il nome tuo':
e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?
  Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
ne la pistola poi; sì ch'io son pieno,
e in altrui vostra pioggia repluo".
  Mentr' io diceva, dentro al vivo seno
di quello incendio tremolava un lampo
sùbito e spesso a guisa di baleno.
  Indi spirò: "L'amore ond'io avvampo
ancor ver' la virtù che mi seguette
infin la palma e a l'uscir del campo,
  vuol ch'io respiri a te che ti dilette
di lei; ed emmi a grato che tu diche
quello che la speranza ti 'mpromette".
  E io: "Le nove e le scritture antiche
pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de l'anime che Dio s'ha fatte amiche.
  Dice Isaia che ciascuna vestita
ne la sua terra fia di doppia vesta:
e la sua terra è questa dolce vita;
  e 'l tuo fratello assai vie più digesta,
là dove tratta de le bianche stole,
questa revelazion ci manifesta".
  E prima, appresso al fin d'este parole,
'   Sperent in te   ' di sopr'a noi s'udì;
a che rispuoser tutte le carole.
  Poscia tra esse un lume si schiarì
sì che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo,
l'inverno avrebbe un mese d'un sol dì.
  E come surge e va ed entra in ballo
vergine lieta, sol per fare onore
a la novizia, non per alcun fallo,
  così vid'io lo schiarato splendore
venire a' due che si volgieno a nota
qual conveniesi al loro ardente amore.
  Misesi lì nel canto e ne la rota;
e la mia donna in lor tenea l'aspetto,
pur come sposa tacita e immota.
  "Questi è colui che giacque sopra 'l petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto".
  La donna mia così; né però piùe
mosser la vista sua di stare attenta
poscia che prima le parole sue.
  Qual è colui ch'adocchia e s'argomenta
di vedere eclissar lo sole un poco,
che, per veder, non vedente diventa;
  tal mi fec'io a quell'ultimo foco
mentre che detto fu: "Perché t'abbagli
per veder cosa che qui non ha loco?
  In terra è terra il mio corpo, e saragli
tanto con li altri, che 'l numero nostro
con l'etterno proposito s'agguagli.
  Con le due stole nel beato chiostro
son le due luci sole che saliro;
e questo apporterai nel mondo vostro".
  A questa voce l'infiammato giro
si quietò con esso il dolce mischio
che si facea nel suon del trino spiro,
  sì come, per cessar fatica o rischio,
li remi, pria ne l'acqua ripercossi,
tutti si posano al sonar d'un fischio.
  Ahi quanto ne la mente mi commossi,
quando mi volsi per veder Beatrice,
per non poter veder, benché io fossi
  presso di lei, e nel mondo felice!
 
 
 
Paradiso: Canto XXVI
 
  Mentr'io dubbiava per lo viso spento,
de la fulgida fiamma che lo spense
uscì un spiro che mi fece attento,
  dicendo: "Intanto che tu ti risense
de la vista che hai in me consunta,
ben è che ragionando la compense.
  Comincia dunque; e di' ove s'appunta
l'anima tua, e fa' ragion che sia
la vista in te smarrita e non defunta:
  perché la donna che per questa dia
region ti conduce, ha ne lo sguardo
la virtù ch'ebbe la man d'Anania".
  Io dissi: "Al suo piacere e tosto e tardo
vegna remedio a li occhi, che fuor porte
quand'ella entrò col foco ond'io sempr'ardo.
  Lo ben che fa contenta questa corte,
Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte".
  Quella medesma voce che paura
tolta m'avea del sùbito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;
  e disse: "Certo a più angusto vaglio
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzò l'arco tuo a tal berzaglio".
  E io: "Per filosofici argomenti
e per autorità che quinci scende
cotale amor convien che in me si 'mprenti:
  ché 'l bene, in quanto ben, come s'intende,
così accende amore, e tanto maggio
quanto più di bontate in sé comprende.
  Dunque a l'essenza ov'è tanto avvantaggio,
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non è ch'un lume di suo raggio,
  più che in altra convien che si mova
la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa prova.
  Tal vero a l'intelletto mio sterne
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.
  Sternel la voce del verace autore,
che dice a Moisè, di sé parlando:
'Io ti farò vedere ogne valore'.
  Sternilmi tu ancora, incominciando
l'alto preconio che grida l'arcano
di qui là giù sovra ogne altro bando".
  E io udi': "Per intelletto umano
e per autoritadi a lui concorde
d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
  Ma di' ancor se tu senti altre corde
tirarti verso lui, sì che tu suone
con quanti denti questo amor ti morde".
  Non fu latente la santa intenzione
de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi
dove volea menar mia professione.
  Però ricominciai: "Tutti quei morsi
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:
  ché l'essere del mondo e l'esser mio,
la morte ch'el sostenne perch'io viva,
e quel che spera ogne fedel com'io,
  con la predetta conoscenza viva,
tratto m'hanno del mar de l'amor torto,
e del diritto m'han posto a la riva.
  Le fronde onde s'infronda tutto l'orto
de l'ortolano etterno, am'io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto".
  Sì com'io tacqui, un dolcissimo canto
risonò per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: "Santo, santo, santo!".
  E come a lume acuto si disonna
per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in gonna,
  e lo svegliato ciò che vede aborre,
sì nescia è la sùbita vigilia
fin che la stimativa non soccorre;
  così de li occhi miei ogni quisquilia
fugò Beatrice col raggio d'i suoi,
che rifulgea da più di mille milia:
  onde mei che dinanzi vidi poi;
e quasi stupefatto domandai
d'un quarto lume ch'io vidi tra noi.
  E la mia donna: "Dentro da quei rai
vagheggia il suo fattor l'anima prima
che la prima virtù creasse mai".
  Come la fronda che flette la cima
nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virtù che la soblima,
  fec'io in tanto in quant'ella diceva,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond'io ardeva.
  E cominciai: "O pomo che maturo
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
  divoto quanto posso a te supplìco
perché mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dico".
  Talvolta un animal coverto broglia,
sì che l'affetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui la 'nvoglia;
  e similmente l'anima primaia
mi facea trasparer per la coverta
quant'ella a compiacermi venìa gaia.
  Indi spirò: "Sanz'essermi proferta
da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa t'è più certa;
  perch'io la veggio nel verace speglio
che fa di sé pareglio a l'altre cose,
e nulla face lui di sé pareglio.
  Tu vuogli udir quant'è che Dio mi puose
ne l'eccelso giardino, ove costei
a così lunga scala ti dispuose,
  e quanto fu diletto a li occhi miei,
e la propria cagion del gran disdegno,
e l'idioma ch'usai e che fei.
  Or, figluol mio, non il gustar del legno
fu per sé la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno.
  Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo concilio;
  e vidi lui tornare a tutt'i lumi
de la sua strada novecento trenta
fiate, mentre ch'io in terra fu' mi.
  La lingua ch'io parlai fu tutta spenta
innanzi che a l'ovra inconsummabile
fosse la gente di Nembròt attenta:
  ché nullo effetto mai razionabile,
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.
  Opera naturale è ch'uom favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v'abbella.
  Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia,
   I        s'appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;
  e    El        si chiamò poi: e ciò convene,
ché l'uso d'i mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.
  Nel monte che si leva più da l'onda,
fu' io, con vita pura e disonesta,
da la prim'ora a quella che seconda,
  come 'l sol muta quadra, l'ora sesta".
 
 
 
Paradiso: Canto XXVII
 
  'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo',
cominciò, 'gloria!', tutto 'l paradiso,
sì che m'inebriava il dolce canto.
  Ciò ch'io vedeva mi sembiava un riso
de l'universo; per che mia ebbrezza
intrava per l'udire e per lo viso.
  Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intègra d'amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!
  Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi più vivace,
  e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne.
  La provedenza, che quivi comparte
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte,
  quand'io udi': "Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend'io,
vedrai trascolorar tutti costoro.
  Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio, che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,
  fatt'ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde 'l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa".
  Di quel color che per lo sole avverso
nube dipigne da sera e da mane,
vid'io allora tutto 'l ciel cosperso.
  E come donna onesta che permane
di sé sicura, e per l'altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane,
  così Beatrice trasmutò sembianza;
e tale eclissi credo che 'n ciel fue,
quando patì la supprema possanza.
  Poi procedetter le parole sue
con voce tanto da sé trasmutata,
che la sembianza non si mutò piùe:
  "Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto d'oro usata;
  ma per acquisto d'esto viver lieto
e Sisto e Pio e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto.
  Non fu nostra intenzion ch'a destra mano
d'i nostri successor parte sedesse,
parte da l'altra del popol cristiano;
  né che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse;
  né ch'io fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond'io sovente arrosso e disfavillo.
  In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché pur giaci?
  Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
s'apparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi!
  Ma l'alta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorrà tosto, sì com'io concipio;
  e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch'io non ascondo".
  Sì come di vapor gelati fiocca
in giuso l'aere nostro, quando 'l corno
de la capra del ciel col sol si tocca,
  in sù vid'io così l'etera addorno
farsi e fioccar di vapor triunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno.
  Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
e seguì fin che 'l mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del più avanti.
  Onde la donna, che mi vide assolto
de l'attendere in sù, mi disse: "Adima
il viso e guarda come tu se' vòlto".
  Da l'ora ch'io avea guardato prima
i' vidi mosso me per tutto l'arco
che fa dal mezzo al fine il primo clima;
  sì ch'io vedea di là da Gade il varco
folle d'Ulisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco.
  E più mi fora discoverto il sito
di questa aiuola; ma 'l sol procedea
sotto i mie' piedi un segno e più partito.
  La mente innamorata, che donnea
con la mia donna sempre, di ridure
ad essa li occhi più che mai ardea;
  e se natura o arte fé pasture
da pigliare occhi, per aver la mente,
in carne umana o ne le sue pitture,
  tutte adunate, parrebber niente
ver' lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente.
  E la virtù che lo sguardo m'indulse,
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo m'impulse.
  Le parti sue vivissime ed eccelse
sì uniforme son, ch'i' non so dire
qual Beatrice per loco mi scelse.
  Ma ella, che vedea 'l mio disire,
incominciò, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire:
  "La natura del mondo, che quieta
il mezzo e tutto l'altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;
  e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s'accende
l'amor che 'l volge e la virtù ch'ei piove.
  Luce e amor d'un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che 'l cinge solamente intende.
  Non è suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto;
  e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser manifesto.
  Oh cupidigia che i mortali affonde
sì sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde!
  Ben fiorisce ne li uomini il volere;
ma la pioggia continua converte
in bozzacchioni le sosine vere.
  Fede e innocenza son reperte
solo ne' parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian coperte.
  Tale, balbuziendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;
  e tal, balbuziendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disia poi di vederla sepolta.
  Così si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel ch'apporta mane e lascia sera.
  Tu, perché non ti facci maraviglia,
pensa che 'n terra non è chi governi;
onde sì svia l'umana famiglia.
  Ma prima che gennaio tutto si sverni
per la centesma ch'è là giù negletta,
raggeran sì questi cerchi superni,
  che la fortuna che tanto s'aspetta,
le poppe volgerà u' son le prore,
sì che la classe correrà diretta;
  e vero frutto verrà dopo 'l fiore".
 
 
 
Paradiso: Canto XXVIII
 
  Poscia che 'ncontro a la vita presente
d'i miseri mortali aperse 'l vero
quella che 'mparadisa la mia mente,
  come in lo specchio fiamma di doppiero
vede colui che se n'alluma retro,
prima che l'abbia in vista o in pensiero,
  e sé rivolge per veder se 'l vetro
li dice il vero, e vede ch'el s'accorda
con esso come nota con suo metro;
  così la mia memoria si ricorda
ch'io feci riguardando ne' belli occhi
onde a pigliarmi fece Amor la corda.
  E com'io mi rivolsi e furon tocchi
li miei da ciò che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben s'adocchi,
  un punto vidi che raggiava lume
acuto sì, che 'l viso ch'elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;
  e quale stella par quinci più poca,
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si collòca.
  Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che 'l dipigne
quando 'l vapor che 'l porta più è spesso,
  distante intorno al punto un cerchio d'igne
si girava sì ratto, ch'avria vinto
quel moto che più tosto il mondo cigne;
  e questo era d'un altro circumcinto,
e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
  Sopra seguiva il settimo sì sparto
già di larghezza, che 'l messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe arto.
  Così l'ottavo e 'l nono; e chiascheduno
più tardo si movea, secondo ch'era
in numero distante più da l'uno;
  e quello avea la fiamma più sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei s'invera.
  La donna mia, che mi vedea in cura
forte sospeso, disse: "Da quel punto
depende il cielo e tutta la natura.
  Mira quel cerchio che più li è congiunto;
e sappi che 'l suo muovere è sì tosto
per l'affocato amore ond'elli è punto".
  E io a lei: "Se 'l mondo fosse posto
con l'ordine ch'io veggio in quelle rote,
sazio m'avrebbe ciò che m'è proposto;
  ma nel mondo sensibile si puote
veder le volte tanto più divine,
quant'elle son dal centro più remote.
  Onde, se 'l mio disir dee aver fine
in questo miro e angelico templo
che solo amore e luce ha per confine,
  udir convienmi ancor come l'essemplo
e l'essemplare non vanno d'un modo,
ché io per me indarno a ciò contemplo".
  "Se li tuoi diti non sono a tal nodo
sufficienti, non è maraviglia:
tanto, per non tentare, è fatto sodo!".
  Così la donna mia; poi disse: "Piglia
quel ch'io ti dicerò, se vuo' saziarti;
e intorno da esso t'assottiglia.
  Li cerchi corporai sono ampi e arti
secondo il più e 'l men de la virtute
che si distende per tutte lor parti.
  Maggior bontà vuol far maggior salute;
maggior salute maggior corpo cape,
s'elli ha le parti igualmente compiute.
  Dunque costui che tutto quanto rape
l'altro universo seco, corrisponde
al cerchio che più ama e che più sape:
  per che, se tu a la virtù circonde
la tua misura, non a la parvenza
de le sustanze che t'appaion tonde,
  tu vederai mirabil consequenza
di maggio a più e di minore a meno,
in ciascun cielo, a sua intelligenza".
  Come rimane splendido e sereno
l'emisperio de l'aere, quando soffia
Borea da quella guancia ond'è più leno,
  per che si purga e risolve la roffia
che pria turbava, sì che 'l ciel ne ride
con le bellezze d'ogne sua paroffia;
  così fec'io, poi che mi provide
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.
  E poi che le parole sue restaro,
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi sfavillaro.
  L'incendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che 'l numero loro
più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.
  Io sentiva osannar di coro in coro
al punto fisso che li tiene a li    ubi       ,
e terrà sempre, ne' quai sempre fuoro.
  E quella che vedea i pensier dubi
ne la mia mente, disse: "I cerchi primi
t'hanno mostrato Serafi e Cherubi.
  Così veloci seguono i suoi vimi,
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi.
  Quelli altri amori che 'ntorno li vonno,
si chiaman Troni del divino aspetto,
per che 'l primo ternaro terminonno;
  e dei saper che tutti hanno diletto
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne intelletto.
  Quinci si può veder come si fonda
l'essere beato ne l'atto che vede,
non in quel ch'ama, che poscia seconda;
  e del vedere è misura mercede,
che grazia partorisce e buona voglia:
così di grado in grado si procede.
  L'altro ternaro, che così germoglia
in questa primavera sempiterna
che notturno Ariete non dispoglia,
  perpetualemente '   Osanna   ' sberna
con tre melode, che suonano in tree
ordini di letizia onde s'interna.
  In essa gerarcia son l'altre dee:
prima Dominazioni, e poi Virtudi;
l'ordine terzo di Podestadi èe.
  Poscia ne' due penultimi tripudi
Principati e Arcangeli si girano;
l'ultimo è tutto d'Angelici ludi.
  Questi ordini di sù tutti s'ammirano,
e di giù vincon sì, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.
  E Dionisio con tanto disio
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomò e distinse com'io.
  Ma Gregorio da lui poi si divise;
onde, sì tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di sé medesmo rise.
  E se tanto secreto ver proferse
mortale in terra, non voglio ch'ammiri;
ché chi 'l vide qua sù gliel discoperse
  con altro assai del ver di questi giri".
 
 
 
Paradiso: Canto XXIX
 
  Quando ambedue li figli di Latona,
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de l'orizzonte insieme zona,
  quant'è dal punto che 'l cenìt inlibra
infin che l'uno e l'altro da quel cinto,
cambiando l'emisperio, si dilibra,
  tanto, col volto di riso dipinto,
si tacque Beatrice, riguardando
fiso nel punto che m'avea vinto.
  Poi cominciò: "Io dico, e non dimando,
quel che tu vuoli udir, perch'io l'ho visto
là 've s'appunta ogne    ubi        e ogne    quando       .
  Non per aver a sé di bene acquisto,
ch'esser non può, ma perché suo splendore
potesse, risplendendo, dir "   Subsisto       ",
  in sua etternità di tempo fore,
fuor d'ogne altro comprender, come i piacque,
s'aperse in nuovi amor l'etterno amore.
  Né prima quasi torpente si giacque;
ché né prima né poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra quest'acque.
  Forma e materia, congiunte e purette,
usciro ad esser che non avia fallo,
come d'arco tricordo tre saette.
  E come in vetro, in ambra o in cristallo
raggio resplende sì, che dal venire
a l'esser tutto non è intervallo,
  così 'l triforme effetto del suo sire
ne l'esser suo raggiò insieme tutto
sanza distinzione in essordire.
  Concreato fu ordine e costrutto
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu produtto;
  pura potenza tenne la parte ima;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che già mai non si divima.
  Ieronimo vi scrisse lungo tratto
di secoli de li angeli creati
anzi che l'altro mondo fosse fatto;
  ma questo vero è scritto in molti lati
da li scrittor de lo Spirito Santo,
e tu te n'avvedrai se bene agguati;
  e anche la ragione il vede alquanto,
che non concederebbe che ' motori
sanza sua perfezion fosser cotanto.
  Or sai tu dove e quando questi amori
furon creati e come: sì che spenti
nel tuo disio già son tre ardori.
  Né giugneriesi, numerando, al venti
sì tosto, come de li angeli parte
turbò il suggetto d'i vostri alementi.
  L'altra rimase, e cominciò quest'arte
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circuir non si diparte.
  Principio del cader fu il maladetto
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto.
  Quelli che vedi qui furon modesti
a riconoscer sé da la bontate
che li avea fatti a tanto intender presti:
  per che le viste lor furo essaltate
con grazia illuminante e con lor merto,
si c'hanno ferma e piena volontate;
  e non voglio che dubbi, ma sia certo,
che ricever la grazia è meritorio
secondo che l'affetto l'è aperto.
  Omai dintorno a questo consistorio
puoi contemplare assai, se le parole
mie son ricolte, sanz'altro aiutorio.
  Ma perché 'n terra per le vostre scole
si legge che l'angelica natura
è tal, che 'ntende e si ricorda e vole,
  ancor dirò, perché tu veggi pura
la verità che là giù si confonde,
equivocando in sì fatta lettura.
  Queste sustanze, poi che fur gioconde
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:
  però non hanno vedere interciso
da novo obietto, e però non bisogna
rememorar per concetto diviso;
  sì che là giù, non dormendo, si sogna,
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne l'uno è più colpa e più vergogna.
  Voi non andate giù per un sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
l'amor de l'apparenza e 'l suo pensiero!
  E ancor questo qua sù si comporta
con men disdegno che quando è posposta
la divina Scrittura o quando è torta.
  Non vi si pensa quanto sangue costa
seminarla nel mondo e quanto piace
chi umilmente con essa s'accosta.
  Per apparer ciascun s'ingegna e face
sue invenzioni; e quelle son trascorse
da' predicanti e 'l Vangelio si tace.
  Un dice che la luna si ritorse
ne la passion di Cristo e s'interpuose,
per che 'l lume del sol giù non si porse;
  e mente, ché la luce si nascose
da sé: però a li Spani e a l'Indi
come a' Giudei tale eclissi rispuose.
  Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
quante sì fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi;
  sì che le pecorelle, che non sanno,
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo danno.
  Non disse Cristo al suo primo convento:
'Andate, e predicate al mondo ciance';
ma diede lor verace fondamento;
  e quel tanto sonò ne le sue guance,
sì ch'a pugnar per accender la fede
de l'Evangelio fero scudo e lance.
  Ora si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e più non si richiede.
  Ma tale uccel nel becchetto s'annida,
che se 'l vulgo il vedesse, vederebbe
la perdonanza di ch'el si confida;
  per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
che, sanza prova d'alcun testimonio,
ad ogne promession si correrebbe.
  Di questo ingrassa il porco sant'Antonio,
e altri assai che sono ancor più porci,
pagando di moneta sanza conio.
  Ma perché siam digressi assai, ritorci
li occhi oramai verso la dritta strada,
sì che la via col tempo si raccorci.
  Questa natura sì oltre s'ingrada
in numero, che mai non fu loquela
né concetto mortal che tanto vada;
  e se tu guardi quel che si revela
per Daniel, vedrai che 'n sue migliaia
determinato numero si cela.
  La prima luce, che tutta la raia,
per tanti modi in essa si recepe,
quanti son li splendori a chi s'appaia.
  Onde, però che a l'atto che concepe
segue l'affetto, d'amar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe.
  Vedi l'eccelso omai e la larghezza
de l'etterno valor, poscia che tanti
speculi fatti s'ha in che si spezza,
  uno manendo in sé come davanti".
 
 
 
Paradiso: Canto XXX
 
  Forse semilia miglia di lontano
ci ferve l'ora sesta, e questo mondo
china già l'ombra quasi al letto piano,
  quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo,
comincia a farsi tal, ch'alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;
  e come vien la chiarissima ancella
del sol più oltre, così 'l ciel si chiude
di vista in vista infino a la più bella.
  Non altrimenti il triunfo che lude
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude,
  a poco a poco al mio veder si stinse:
per che tornar con li occhi a Beatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.
  Se quanto infino a qui di lei si dice
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.
  La bellezza ch'io vidi si trasmoda
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.
  Da questo passo vinto mi concedo
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:
  ché, come sole in viso che più trema,
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.
  Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso
in questa vita, infino a questa vista,
non m'è il seguire al mio cantar preciso;
  ma or convien che mio seguir desista
più dietro a sua bellezza, poetando,
come a l'ultimo suo ciascuno artista.
  Cotal qual io lascio a maggior bando
che quel de la mia tuba, che deduce
l'ardua sua matera terminando,
  con atto e voce di spedito duce
ricominciò: "Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch'è pura luce:
  luce intellettual, piena d'amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.
  Qui vederai l'una e l'altra milizia
di paradiso, e l'una in quelli aspetti
che tu vedrai a l'ultima giustizia".
  Come sùbito lampo che discetti
li spiriti visivi, sì che priva
da l'atto l'occhio di più forti obietti,
  così mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m'appariva.
  "Sempre l'amor che queta questo cielo
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo".
  Non fur più tosto dentro a me venute
queste parole brievi, ch'io compresi
me sormontar di sopr'a mia virtute;
  e di novella vista mi raccesi
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;
  e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.
  Di tal fiumana uscian faville vive,
e d'ogne parte si mettìen ne' fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;
  poi, come inebriate da li odori,
riprofondavan sé nel miro gurge;
e s'una intrava, un'altra n'uscia fori.
  "L'alto disio che mo t'infiamma e urge,
d'aver notizia di ciò che tu vei,
tanto mi piace più quanto più turge;
  ma di quest'acqua convien che tu bei
prima che tanta sete in te si sazi":
così mi disse il sol de li occhi miei.
  Anche soggiunse: "Il fiume e li topazi
ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe
son di lor vero umbriferi prefazi.
  Non che da sé sian queste cose acerbe;
ma è difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbe".
  Non è fantin che sì sùbito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l'usanza sua,
  come fec'io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l'onda
che si deriva perché vi s'immegli;
  e sì come di lei bevve la gronda
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.
  Poi, come gente stata sotto larve,
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non sua in che disparve,
  così mi si cambiaro in maggior feste
li fiori e le faville, sì ch'io vidi
ambo le corti del ciel manifeste.
  O isplendor di Dio, per cu' io vidi
l'alto triunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com'io il vidi!
  Lume è là sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
  E' si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.
  Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.
  E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne' fioretti opimo,
  sì, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
  E se l'infimo grado in sé raccoglie
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne l'estreme foglie!
  La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e 'l quale di quella allegrezza.
  Presso e lontano, lì, né pon né leva:
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.
  Nel giallo de la rosa sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,
  qual è colui che tace e dicer vole,
mi trasse Beatrice, e disse: "Mira
quanto è 'l convento de le bianche stole!
  Vedi nostra città quant'ella gira;
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira.
  E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
per la corona che già v'è sù posta,
prima che tu a queste nozze ceni,
  sederà l'alma, che fia giù agosta,
de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia
verrà in prima ch'ella sia disposta.
  La cieca cupidigia che v'ammalia
simili fatti v'ha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.
  E fia prefetto nel foro divino
allora tal, che palese e coverto
non anderà con lui per un cammino.
  Ma poco poi sarà da Dio sofferto
nel santo officio; ch'el sarà detruso
là dove Simon mago è per suo merto,
  e farà quel d'Alagna intrar più giuso".
 
 
 
Paradiso: Canto XXXI
 
  In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
  ma l'altra, che volando vede e canta
la gloria di colui che la 'nnamora
e la bontà che la fece cotanta,
  sì come schiera d'ape, che s'infiora
una fiata e una si ritorna
là dove suo laboro s'insapora,
  nel gran fior discendeva che s'addorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove 'l suo amor sempre soggiorna.
  Le facce tutte avean di fiamma viva,
e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
  Quando scendean nel fior, di banco in banco
porgevan de la pace e de l'ardore
ch'elli acquistavan ventilando il fianco.
  Né l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore
di tanta moltitudine volante
impediva la vista e lo splendore:
  ché la luce divina è penetrante
per l'universo secondo ch'è degno,
sì che nulla le puote essere ostante.
  Questo sicuro e gaudioso regno,
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad un segno.
  O trina luce, che 'n unica stella
scintillando a lor vista, sì li appaga!
guarda qua giuso a la nostra procella!
  Se i barbari, venendo da tal plaga
che ciascun giorno d'Elice si cuopra,
rotante col suo figlio ond'ella è vaga,
  veggendo Roma e l'ardua sua opra,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andò di sopra;
  io, che al divino da l'umano,
a l'etterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano
  di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e 'l gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
  E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir com'ello stea,
  su per la viva luce passeggiando,
menava io li occhi per li gradi,
mo sù, mo giù e mo recirculando.
  Vedea visi a carità suadi,
d'altrui lume fregiati e di suo riso,
e atti ornati di tutte onestadi.
  La forma general di paradiso
già tutta mio sguardo avea compresa,
in nulla parte ancor fermato fiso;
  e volgeami con voglia riaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
  Uno intendea, e altro mi rispuose:
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti gloriose.
  Diffuso era per li occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.
  E "Ov'è ella?", sùbito diss'io.
Ond'elli: "A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
  e se riguardi sù nel terzo giro
dal sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che suoi merti le sortiro".
  Sanza risponder, li occhi sù levai,
e vidi lei che si facea corona
reflettendo da sé li etterni rai.
  Da quella region che più sù tona
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s'abbandona,
  quanto lì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea, ché sua effige
non discendea a me per mezzo mista.
  "O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
  di tante cose quant'i' ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
  Tu m'hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt'i modi
che di ciò fare avei la potestate.
  La tua magnificenza in me custodi,
sì che l'anima mia, che fatt'hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi".
  Così orai; e quella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l'etterna fontana.
  E 'l santo sene: "Acciò che tu assommi
perfettamente", disse, "il tuo cammino,
a che priego e amor santo mandommi,
  vola con li occhi per questo giardino;
ché veder lui t'acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
  E la regina del cielo, ond'io ardo
tutto d'amor, ne farà ogne grazia,
però ch'i' sono il suo fedel Bernardo".
  Qual è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l'antica fame non sen sazia,
  ma dice nel pensier, fin che si mostra:
'Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?';
  tal era io mirando la vivace
carità di colui che 'n questo mondo,
contemplando, gustò di quella pace.
  "Figliuol di grazia, quest'esser giocondo",
cominciò elli, "non ti sarà noto,
tenendo li occhi pur qua giù al fondo;
  ma guarda i cerchi infino al più remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto".
  Io levai li occhi; e come da mattina
la parte oriental de l'orizzonte
soverchia quella dove 'l sol declina,
  così, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l'altra fronte.
  E come quivi ove s'aspetta il temo
che mal guidò Fetonte, più s'infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
  così quella pacifica oriafiamma
nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte
per igual modo allentava la fiamma;
  e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid'io più di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d'arte.
  Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;
  e s'io avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
  Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo caler fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,
  che ' miei di rimirar fé più ardenti.
 
 
 
Paradiso: Canto XXXII
 
  Affetto al suo piacer, quel contemplante
libero officio di dottore assunse,
e cominciò queste parole sante:
  "La piaga che Maria richiuse e unse,
quella ch'è tanto bella da' suoi piedi
è colei che l'aperse e che la punse.
  Ne l'ordine che fanno i terzi sedi,
siede Rachel di sotto da costei
con Beatrice, sì come tu vedi.
  Sarra e Rebecca, Iudìt e colei
che fu bisava al cantor che per doglia
del fallo disse '   Miserere mei   ',
  puoi tu veder così di soglia in soglia
giù digradar, com'io ch'a proprio nome
vo per la rosa giù di foglia in foglia.
  E dal settimo grado in giù, sì come
infino ad esso, succedono Ebree,
dirimendo del fior tutte le chiome;
  perché, secondo lo sguardo che fée
la fede in Cristo, queste sono il muro
a che si parton le sacre scalee.
  Da questa parte onde 'l fiore è maturo
di tutte le sue foglie, sono assisi
quei che credettero in Cristo venturo;
  da l'altra parte onde sono intercisi
di vòti i semicirculi, si stanno
quei ch'a Cristo venuto ebber li visi.
  E come quinci il glorioso scanno
de la donna del cielo e li altri scanni
di sotto lui cotanta cerna fanno,
  così di contra quel del gran Giovanni,
che sempre santo 'l diserto e 'l martiro
sofferse, e poi l'inferno da due anni;
  e sotto lui così cerner sortiro
Francesco, Benedetto e Augustino
e altri fin qua giù di giro in giro.
  Or mira l'alto proveder divino:
ché l'uno e l'altro aspetto de la fede
igualmente empierà questo giardino.
  E sappi che dal grado in giù che fiede
a mezzo il tratto le due discrezioni,
per nullo proprio merito si siede,
  ma per l'altrui, con certe condizioni:
ché tutti questi son spiriti ascolti
prima ch'avesser vere elezioni.
  Ben te ne puoi accorger per li volti
e anche per le voci puerili,
se tu li guardi bene e se li ascolti.
  Or dubbi tu e dubitando sili;
ma io discioglierò 'l forte legame
in che ti stringon li pensier sottili.
  Dentro a l'ampiezza di questo reame
casual punto non puote aver sito,
se non come tristizia o sete o fame:
  ché per etterna legge è stabilito
quantunque vedi, sì che giustamente
ci si risponde da l'anello al dito;
  e però questa festinata gente
a vera vita non è    sine causa      
intra sé qui più e meno eccellente.
  Lo rege per cui questo regno pausa
in tanto amore e in tanto diletto,
che nulla volontà è di più ausa,
  le menti tutte nel suo lieto aspetto
creando, a suo piacer di grazia dota
diversamente; e qui basti l'effetto.
  E ciò espresso e chiaro vi si nota
ne la Scrittura santa in quei gemelli
che ne la madre ebber l'ira commota.
  Però, secondo il color d'i capelli,
di cotal grazia l'altissimo lume
degnamente convien che s'incappelli.
  Dunque, sanza mercé di lor costume,
locati son per gradi differenti,
sol differendo nel primiero acume.
  Bastavasi ne' secoli recenti
con l'innocenza, per aver salute,
solamente la fede d'i parenti;
  poi che le prime etadi fuor compiute,
convenne ai maschi a l'innocenti penne
per circuncidere acquistar virtute;
  ma poi che 'l tempo de la grazia venne,
sanza battesmo perfetto di Cristo
tale innocenza là giù si ritenne.
  Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
più si somiglia, ché la sua chiarezza
sola ti può disporre a veder Cristo".
  Io vidi sopra lei tanta allegrezza
piover, portata ne le menti sante
create a trasvolar per quella altezza,
  che quantunque io avea visto davante,
di tanta ammirazion non mi sospese,
né mi mostrò di Dio tanto sembiante;
  e quello amor che primo lì discese,
cantando '   Ave, Maria, gratia plena   ',
dinanzi a lei le sue ali distese.
  Rispuose a la divina cantilena
da tutte parti la beata corte,
sì ch'ogne vista sen fé più serena.
  "O santo padre, che per me comporte
l'esser qua giù, lasciando il dolce loco
nel qual tu siedi per etterna sorte,
  qual è quell'angel che con tanto gioco
guarda ne li occhi la nostra regina,
innamorato sì che par di foco?".
  Così ricorsi ancora a la dottrina
di colui ch'abbelliva di Maria,
come del sole stella mattutina.
  Ed elli a me: "Baldezza e leggiadria
quant'esser puote in angelo e in alma,
tutta è in lui; e sì volem che sia,
  perch'elli è quelli che portò la palma
giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio
carcar si volse de la nostra salma.
  Ma vieni omai con li occhi sì com'io
andrò parlando, e nota i gran patrici
di questo imperio giustissimo e pio.
  Quei due che seggon là sù più felici
per esser propinquissimi ad Augusta,
son d'esta rosa quasi due radici:
  colui che da sinistra le s'aggiusta
è il padre per lo cui ardito gusto
l'umana specie tanto amaro gusta;
  dal destro vedi quel padre vetusto
di Santa Chiesa a cui Cristo le clavi
raccomandò di questo fior venusto.
  E quei che vide tutti i tempi gravi,
pria che morisse, de la bella sposa
che s'acquistò con la lancia e coi clavi,
  siede lungh'esso, e lungo l'altro posa
quel duca sotto cui visse di manna
la gente ingrata, mobile e retrosa.
  Di contr'a Pietro vedi sedere Anna,
tanto contenta di mirar sua figlia,
che non move occhio per cantare osanna;
  e contro al maggior padre di famiglia
siede Lucia, che mosse la tua donna,
quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
  Ma perché 'l tempo fugge che t'assonna,
qui farem punto, come buon sartore
che com'elli ha del panno fa la gonna;
  e drizzeremo li occhi al primo amore,
sì che, guardando verso lui, penètri
quant'è possibil per lo suo fulgore.
  Veramente,    ne        forse tu t'arretri
movendo l'ali tue, credendo oltrarti,
orando grazia conven che s'impetri
  grazia da quella che puote aiutarti;
e tu mi seguirai con l'affezione,
sì che dal dicer mio lo cor non parti".
  E cominciò questa santa orazione:
 
 
 
Paradiso: Canto XXXIII
 
  "Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
  tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
  Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.
  Qui se' a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.
  Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz'ali.
  La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.
  In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.
  Or questi, che da l'infima lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
  supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute.
  E io, che mai per mio veder non arsi
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
  perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co' prieghi tuoi,
sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.
  Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
  Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!".
  Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l'orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
  indi a l'etterno lume s'addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s'invii
per creatura l'occhio tanto chiaro.
  E io ch'al fine di tutt'i disii
appropinquava, sì com'io dovea,
l'ardor del desiderio in me finii.
  Bernardo m'accennava, e sorridea,
perch'io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:
  ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l'alta luce che da sé è vera.
  Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
  Qual è colui che sognando vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente non riede,
  cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visione, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
  Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
  O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
  e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
  ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
  Io credo, per l'acume ch'io soffersi
del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
  E' mi ricorda ch'io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
l'aspetto mio col valore infinito.
  Oh abbondante grazia ond'io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
  Nel suo profondo vidi che s'interna
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna:
  sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume.
  La forma universal di questo nodo
credo ch'i' vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch'i' godo.
  Un punto solo m'è maggior letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa,
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.
  Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
  A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;
  però che 'l ben, ch'è del volere obietto,
tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch'è lì perfetto.
  Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
  Non perché più ch'un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch'io mirava,
che tal è sempre qual s'era davante;
  ma per la vista che s'avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
 
mutandom'io, a me si travagliava.
  Ne la profonda e chiara sussistenza
de l'alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d'una contenenza;
  e l'un da l'altro come iri da iri
parea reflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
  Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
è tanto, che non basta a dicer 'poco'.
  O luce etterna che sola in te sidi,
sola t'intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
  Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
  dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che 'l mio viso in lei tutto era messo.
  Qual è 'l geomètra che tutto s'affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond'elli indige,
  tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi s'indova;
  ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
  A l'alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e 'l    velle       ,
sì come rota ch'igualmente è mossa,
  l'amor che move il sole e l'altre stelle.

10.13 Galileo Galilei

www.redigio.it
 
Galileo Galilei
 
DUE LEZIONI ALL'ACCADEMIA FIORENTINA
CIRCA LA FIGURA, SITO E GRANDEZZA
DELL'INFERNO DI DANTE
 
[1588]
 
I.
 
Se è stata cosa difficile e mirabile .... l'aver potuto gli uomini per lunghe osservazioni, con vigilie continue, per perigliose navigazioni, misurare e determinare gl'intervalli de i cieli, i moti veloci ed i tardi e le loro proporzioni, le grandezze delle stelle, non meno delle vicine che delle lontane ancora, i siti della terra e de i mari, cose che, o in tutto o nella maggior parte, sotto il senso ci caggiono; quanto più maravigliosa deviamo noi stimare l'investigazione e descrizione del sito e figura dell'Inferno, il quale, sepolto nelle viscere della terra, nascoso a tutti i sensi, è da nessuno per niuna esperienza conosciuto; dove, se bene è facile il discendere, è però tanto difficile l'uscirne, come bene c'insegna il nostro Poeta in quel detto:
 
Uscite di speranza, voi ch'entrate,
 
e la sua guida in quell'altro:
 
È facile il descendere all'Inferno;
Ma 'l piè ritrarne, e fuor dell'aura morta
Il poter ritornare all'aura pura,
Questo, quest'è impres'alta, impresa dura!
 
ché dal mancamento dell'altrui relazione viene sommamente accresciuta la difficultà della sua descrizione. Per lo che era necessario, allo spiegamento di questo infernal teatro, corografo ed architetto di più sublime giudizio, quale finalmente è stato il nostro Dante: onde se quelli che sì accortamente svelò la mirabil fabbrica del cielo e sì esquisitamente disegnò il sito della terra, fu reputato degno del nome di divino, non doverà già il medesimo nome essere, per le già dette ragioni, al nostro Poeta conteso.
Descrive dunque l'Inferno Dante, ma sì lo lascia nelle sue tenebre offuscato, che ad altri dopo di lui ha dato cagione di affaticarsi gran tempo per esplicar questa sua architettura; tra i quali due sono che più diffusamente ne hanno scritto: l'uno è Antonio Manetti, l'altro Alessandro Vellutello, ma però questo da quello assai diversamente, e l'uno e l'altro molto oscuramente, non già per loro mancamento, ma per la difficoltà del suggetto, che non patisce esser con la penna facilmente esplicato. Onde noi, per ubbidire al comandamento fattoci da chi comandar ci può, oggi qui venuti siamo a tentare se la viva voce, accompagnando il disegno, potesse, a quelli che comprese non l'hanno, dichiarare l'intenzione dell'una opinione e dell'altra; ed in oltre, se ci sarà tempo, addurre quelle ragioni per l'una e per l'altra parte che potessero persuadere, le diverse descrizioni esser conformi all'intendimento del Poeta; ingegnandoci nel fine, con alcune altre nostre dimostrare qual più di esse alla verità, ciò è alla mente di Dante, si avvicini: dove forse faremo manifesto, quanto a torto il virtuoso Manetti ed insieme tutta la dottissima e nobilissima Academia Fiorentina sia dal Vellutello stata calunniata.
Ma prima che più avanti passiamo, non sia grave alle vostre purgate orecchie, assuefatte a sentir sempre risonar questo luogo di quelle scelte ed ornate parole che la pura lingua toscana ne porge, perdonarci se tal ora si sentiranno offese da qualche voce o termine proprio dell'arte di cui ci serviremo, tratto o dalla greca o da la latina lingua, poi che a così fare la materia di cui parleremo ci costringe.
L'ordine che terremo nel nostro ragionamento, in dichiarare la prima opinione, sarà questo:
Prima considereremo la figura ed universal grandezza dell'Inferno, tanto assolutamente quanto in comparazione di tutta la terra.
Nel secondo luogo, vedremo dove ei sia posto, ciò è sotto che superficie della terra.
Terzo, vedremo in quanti gradi, differenti tra loro per maggiore o minor lontananza dal centro del mondo, ei sia distribuito, e quali di essi gradi siano semplici, e quali composti di più cerchi o gironi, e di quanti.
Nel quarto luogo, misureremo gl'intervalli che tra l'un grado e l'altro si trovono.
Quinto, troveremo le larghezze per traverso di ciascheduno grado, cerchio e girone.
Nel sesto luogo, avendo già considerate le predette principali cose, con brevità racconteremo tutto il viaggio fatto da Dante per l'Inferno, ed in questo accenneremo alcune cose particolari, utili alla perfetta cognizione di questo sito.
Venendo dunque all'esplicazione dell'opinione del Manetti, e prima quanto alla figura, dico che è a guisa di una concava superficie che chiamano conica, il cui vertice è nel centro del mondo, e la base verso la superficie della terra. Ma che? abbreviamo e facilitiamo il ragionamento; e congiungendo la figura, il sito e la grandezza, immaginiamoci una linea retta che venga dal centro della grandezza della terra (il quale è ancora centro della gravità e dell'universo) sino a Ierusalem, ed un arco che da Ierusalem si distenda sopra la superficie dell'aggregato dell'acqua e della terra per la duodecima parte della sua maggior circonferenza: terminerà dunque tal arco con una delle sue estremità in Ierusalem; dall'altra sino al centro del mondo sia tirata un'altra linea retta, ed aremo un settore di cerchio, contenuto da le due linee che vengono dal centro e da l'arco detto: immaginiamoci poi che, stando immobile la linea che congiugne Ierusalem ed il centro, sia mosso in giro l'arco e l'altra linea, e che in tal suo moto vadia tagliando la terra, e muovasi fin tanto che ritorni onde si partì; sarà tagliata della terra una parte simile ad un cono: il quale se ci immagineremo esser cavato della terra, resterà, nel luogo ov'era, una buca in forma di conica superficie; e questa è l'Inferno. E da questo discorso ne aviamo, prima, la figura; secondo, il sito, essendo talmente posto, che il suo bassissimo punto è il centro del mondo, e la base o sboccatura viene verso tal parte della terra, che nel suo mezzo racchiude Ierusalem, come apertamente si cava da Dante, quando, immediate che fu passato oltre il centro all'altro emisfero, ode da Virgilio queste parole:
 
E se' or sotto l'emisfero giunto,
Ch'è opposito a quel che la gran secca
Coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto
Fu l'Uom che nacque e visse senza pecca;
 
e nel secondo canto del Purgatorio, essendo pure nell'altro emisfero, conferma il medesimo, dicendo:
 
Già era 'l Sole all'orizzonte giunto,
Lo cui meridian cerchio coverchia
Ierusalem col suo più alto punto.
 
E quanto alla grandezza, è profondo l'Inferno quanto è il semidiametro della terra; e nella sua sboccatura, che è il cerchio attorno a Ierusalem, è altrettanto per diametro, per ciò che all'arco della sesta parte del cerchio gli è sottesa una corda uguale al semidiametro.
Ma volendo sapere la sua grandezza rispetto a tutto l'aggregato dell'acqua e della terra, non doviamo già seguitare la opinione di alcuno che dell'Inferno abbia scritto, stimandolo occupare la sesta parte dello aggregato; però che, facendone il conto secondo le cose dimostrate da Archimede ne i libri Della sfera e del cilindro, troveremo che il vano dell'Inferno occupa qualcosa meno di una delle 14 parti di tutto l'aggregato: dico quando bene tal vano si estendessi sino alla superficie della terra, il che non fa; anzi rimane la sboccatura coperta da una grandissima volta della terra, nel cui colmo è Ierusalem, ed è grossa quanto è l'ottava parte del semidiametro, che sono miglia 405 15/22.
Avendo compresa così generalmente la sua figura, è bene che venghiamo a distinguerlo ne i suoi gradi; però che la sua interna superficie non è così pulita e semplice come da la descrizione che ne aviamo data ne conseguirebbe, anzi è distinta in alcuni gradi, ne i quali diversi peccati con diverse pene sono puniti: e di questi gradi doviamo ora assegnare il numero e l'ordine, e poi più distintamente le larghezze e distanze da l'uno all'altro, e le distribuzioni di alcuni in varii gironi, così distinti e nominati dal Poeta.
È dunque questa grandissima caverna distribuita in 8 gradi, differenti tra loro per maggiore o minor lontananza dal centro: tal che viene l'Inferno ad essere simile ad un grandissimo anfiteatro, che, di grado in grado descendendo, si va ristringendo; salvo che l'anfiteatro ha nel fondo la piazza, ma l'Inferno termina quasi col suo profondo nel centro, che è un punto solo.
Vanno questi gradi rigirando intorno intorno la concavità dell'Inferno: ed il primo, e più vicino alla superficie della terra, è il Limbo; il secondo è quello dove sono puniti i lussuriosi; nel terzo sono castigati i golosi; il quarto comprende i prodighi e gli avari; il quinto grado è diviso in dui cerchi, il primo de i quali comprende la palude Stige e le fosse attorno alla città, luogo deputato alle pene de gl'iracondi e degli accidiosi; il secondo contiene essa città di Dite, dove sono castigati gli eretici. E qui è da avvertire che noi non intendiamo per gradi quelli che da Dante sono chiamati cerchi, perché noi ponghiamo, i gradi esser distinti tra loro per maggiore o minor lontananza dal centro, il che non sempre accade ne i cerchi, atteso che nel quinto grado ponga il Poeta al medesimo piano dui cerchi. Ma perché gli altri gradi sono dal Poeta chiamati cerchi ancora, possiamo dire, tutti essere 9 cerchi in 8 gradi.
Seguita poi il sesto grado e settimo cerchio, tormento dei violenti, il quale è distinto in 3 gironi, così nominati dall'Autore. E qui possiamo notare la differenza che pone Dante tra cerchio e girone, essendo i gironi parti de i cerchi, come di questo settimo, diviso in 3 gironi, de i quali l'uno racchiude l'altro; ed il primo, e maggiore di circuito, che è un lago di sangue, racchiude il secondo, che è un bosco di sterpi, il quale rigira intorno al terzo girone, che è un campo di rena: onde nel 13° si legge:
 
E 'l buon Maestro: Prima che più entre,
Sappi che sei nel secondo girone,
Mi cominciò a dire, e sarai mentre
Che tu verrai nell'orribil sabbione.
 
Il settimo grado ed ottavo cerchio contiene tutte Malebolge, dove sono puniti i fraudolenti. L'ottavo ed ultimo grado, che è il nono cerchio, abbraccia le quattro spere di ghiaccio de i traditori.
Ma passando alle distanze da l'un grado all'altro, le quali sono 8, dico che le prime sei sono uguali tra di loro, e ciascheduna è l'ottava parte del semidiametro della terra, che sono miglia 405 15/22: e tanto è distante il Limbo da la superficie della terra, altrettanto il secondo grado da esso Limbo, il terzo dal secondo, il quarto dal terzo, il quinto dal quarto, ed il sesto dal quinto.
Restano le due ultime distanze, ciò è la distanza dal cerchio de i violenti a Malebolge, che è la profondità del burrato di Gerione, e quella da Malebolge alle ghiacce, che è il pozzo de i giganti; le quali due distanze sarebbono state ancor esse poste dal Manetti uguali tra di loro ed all'altre, ciò è ciascheduna l'ottava parte del semidiametro, se non avesse osservato in Dante luoghi da i quali necessariamente si cava, esse dovere essere disuguali. Ma perché Dante dice, la nona e penultima bolgia girare miglia 22, sentendo nel canto ventesimo nono da Virgilio queste parole:
 
Tu non hai fatto sì all'altre bolge:
Pensa, se tu annoverar le credi,
Che miglia ventidue la valle volge,
 
e, per consequenza, viene ad aver di diametro miglia 7; e girando la decima miglia 11, come si vede nel canto sequente, dove dice:
 
S'io fussi pur di tanto ancor leggiero,
Ch'io potess'in cent'anni andar un'oncia,
Io sare' messo già per lo sentiero,
Cercando lui tra questa gente sconcia,
Con tutto che la volga undici miglia,
E men d'un terzo di traversa non ci ha,
 
ed avendo, per conseguenza, di diametro miglia 3 ½; resta che la larghezza della nona bolgia sia miglia 1 ¾; e dando tanto di larghezza a ciascuna delle altre, la prima e maggior bolgia viene ad aver di diametro miglia 35; e tanto è il diametro del fine della penultima distanza, che è, come si è detto, l'intervallo dal grado de i violenti a Malebolge. E se tanto è lì di diametro l'Inferno, facendo il conto troveremo, dovere esser distante tal luogo dal centro miglia 81 3/22, come appresso, quando parleremo delle larghezze delle bolge, si dimostrerà; e se miglia 81 3/22 è l'ultima distanza, il restante sino a i 2/8 del semidiametro della terra sarà la penultima, ciò è miglia 730 5/22. Tanta dunque è la profondità del burrato, essendo la profondità del pozzo miglia 81 3/22.
Ora, devendo venire al modo tenuto dal Manetti per investigare le larghezze per traverso de i gradi tutti dell'Inferno, giudichiamo esser necessario preporre una proposizione geometrica, la cui cognizione grandemente ci aiuterà all'intelligenza di quanto si ha da dire, ed è questa:
Se tra due linee concorrenti siano descritte alcune parti di circonferenze di cerchi, che abbino per centro il punto del concorso delle linee, averanno dette circonferenze tra di loro la medesima proporzione che i semidiametri de i lor cerchi. E questo è manifesto, perché si faranno settori di cerchi simili, de i quali i lati sono proporzionali agli archi, come in geometria si dimostra.
Posto questo, torniamo alle larghezze. Riprese dunque il Manetti le linee rette che di sopra tirammo dal centro del mondo, l'una a Ierusalem, l'altra all'estremità, o vogliamo dire all'orlo, della sboccatura dell'Inferno (quando arrivasse sino alla superficie della terra); e nell'arco che da l'una all'altra di esse si tirò, che in lunghezza è miglia 1700, segnati 10 spazii, ciascheduno di miglia 100, cominciando dalla sboccatura, da questi cavò le larghezze di alcuni gradi e gironi, come più particolarmente adesso vedremo.
Perciò che, preso il termine del primo centinaio e da esso tirata una linea al centro del mondo, terminò con essa la larghezza del Limbo, ciò è del primo cerchio; e perché questa linea con quella purdianzi tirata dall'orlo della sboccatura al centro si va proporzionatamente ristringendo sino al centro, nel quale ad essa si unisce, e la distanza del Limbo dalla superficie della terra si pose esser l'ottava parte del semidiametro, seguirà, per la proposizione preposta, che detta larghezza del Limbo sia ristretta per l'ottava parte di quello che era nella superficie della terra; e perché quivi era miglia 100, cavandone l'ottava parte, ciò è miglia 12 ½, resterà la larghezza del Limbo miglia 87 ½.
Ripreso poi il secondo centinaio, e dal suo termine verso Ierusalem tirata un'altra linea sino al centro, con essa terminò la larghezza del secondo cerchio; il quale per esser lontano dalla superficie della terra per 2/8 del semidiametro, scemata con la medesima proporzione la larghezza, che su la superficie è miglia 100, restò la larghezza del secondo cerchio miglia 75. Ed osservando simil ordine nel terzo e quarto grado, di scemare le larghezze con la proporzione delle distanze loro dalla superficie della terra, al terzo assegnò di larghezza miglia 62 ½, ed al quarto miglia 50.
Ma per determinare la larghezza del quinto grado, prese nell'arco detto, sopra la superficie della terra, 3 centinaia, e questo perché il quinto grado si divide in 2 cerchi, il primo de i quali ancora si divide in 2 gironi, ciò è nella palude Stige e nelle fosse, ma il secondo cerchio, ciò è la città, resta indiviso: e perché questo grado è lontano dalla superficie della terra 5/8 del semidiametro, scemando con simil proporzione la larghezza, che nella superficie della terra è miglia 300, cavò la larghezza del quinto grado, ciò è miglia 112 ½; delle quali la terza parte, ciò è 37 ½, ne diede alla palude, altre 37 ½ alle fosse, l'altra terza parte al cimitero degli eresiarchi, dentro la città. E così sino a questo grado si sono consumate 7 delle 10 centinaia che nell'arco sopra la terra si notarono, ciò è 4 per i 4 primi cerchi, e 3 per il quinto.
Restano dunque 3 centinaia, le quali ci danno la larghezza del sesto grado, che, per esser distinto in 3 gironi, ciò è nel lago sanguigno, nel bosco e nel campo arenoso, acconciamente se gli convengono: e per esser questo grado lontano dalla superficie della terra per 6/8 del semidiametro, scemando a tal proporzione le 300 miglia che aviamo in superficie, resteranno miglia 75, delle quali 25 a ciascun girone ne assegneremo.
Aviamo sin qui delle 1700 miglia, notate nella superficie sopra l'arco da Ierusalem alla sboccatura, distribuitene 1000 in assegnare le larghezze a i 6 gradi predetti: restanci dunque miglia 700 da distribuirsi per le larghezze de i cerchi rimanenti, ciò è per Malebolge e per il pozzo dei giganti; la quale distribuzione, perch'io la trovo tanto esquisitamente corrispondere alle larghezze che dal Poeta stesso al pozzo ed alle bolge sono assegnate, m'induce, e non senza stupore, a credere, la opinione del Manetti in tutto esser conforme all'idea conceputa da Dante di questo suo teatro.
Dovendo dunque venire a tal distribuzione, è bene che dimostriamo prima quello che poco fa promettemmo; ciò è che se Malebolge è, nella sua maggior larghezza, di semidiametro miglia 17 ½, come da Dante stesso si trae, devano necessariamente da Malebolge al centro esser miglia 81 3/22.
È manifesto che alle 17 miglia e ½, che ha per semidiametro Malebolge nella sua maggior larghezza, corrispondono nella superficie della terra miglia 700; ne seguita dunque necessariamente, per la preposta proposizione, che tanto maggiore sia la distanza della superficie della terra dal centro, della distanza di Malebolge dal medesimo centro, quanto la larghezza delle miglia 700 è maggiore della larghezza delle miglia 17 ½: ma le miglia 700 sono 40 volte a punto maggiori che le miglia 17 ½; dunque la distanza dalla superficie della terra al centro sarà 40 volte maggiore che la distanza di Malebolge dal medesimo centro. In oltre la distanza della superficie dal centro, ciò è il semidiametro della terra, è miglia 3245 5/11, la cui quarantesima parte è 81 3/22: la distanza dunque di Malebolge dal centro è necessariamente miglia 81 3/22. E questo è quello che noi dimostrar doveamo.
Ora, ripigliando quello che a dir si avea della distribuzione delle 700 miglia per assegnare le larghezze alle bolge ed al pozzo, dico che cavandosi da Dante, come di sopra dicemmo, la larghezza del pozzo esser di semidiametro un miglio, la larghezza di quello spazio che resta tra l'ultima bolgia ed il pozzo esser ¼ di miglio, quella dell'ultima bolgia ½, e finalmente le larghezze delle nove bolge rimanenti esser, di ciascheduna, un miglio e ¾, se troveremo tal quantità di miglia nel cerchio di Malebolge importare nella superficie della terra miglia 700, indubitatamente potremo affermare, con maravigliosa invenzione avere il Manetti investigata la mente del Poeta. E perché si è dimostrato, la distanza della superficie della terra dal centro esser 40 volte maggiore della distanza di Malebolge dal medesimo, ed a le distanze proporzionatamente rispondono le larghezze, quello che in Malebolge per larghezza sarà 1, nella superficie della terra importerà 40: ma si è trovato che, secondo la mente del Poeta, il semidiametro del pozzo è miglia 1; questo dunque nella superficie della terra importa miglia 40: la distanza tra 'l pozzo e l'ultima bolgia è ¼ di miglio, che nella superficie importa miglia 10: l'ultima bolgia per larghezza è ½ miglio; ad essa dunque nella superficie rispondono miglia 20: ciascuna delle rimanenti 9 bolge ha di traversa miglia 1 ¾; a ciascuna dunque di esse nella superficie corrispondono miglia 70: ma sommando insieme 9 volte 70, per le 9 bolge, con 20 per la decima bolgia, con 10 per lo spazio tra la decima bolgia ed il pozzo, e con 40 per il semidiametro del pozzo, fanno a punto miglia 700, che è quello che ci restava da consumare sopra la superficie. Mirabilmente, dunque, possiamo concludere aver investigata il Manetti la mente del nostro Poeta.
Questo discorso e la dimostrazione della distanza da Malebolge al centro aviamo noi aggiunto a quello che per esplicazione del ritrovamento del Manetti da' suoi amici fu scritto, parendoci, come veramente è, che avessino tralasciata di dichiarare la più sottile invenzione dal gentile ingegno del Manetti investigata.
Ora ci resta, per compita esplicazione del nostro proponimento, addurre le grandezze di ciascuna delle 4 giacce cavate da l'istesso Poeta: ed il modo che si ha da tenere per conseguir questo, sarà tale.
Noi aviamo nel canto trentesimoquarto queste parole:
 
L'imperador del doloroso regno
Da mezzo 'l petto uscia fuor della giaccia;
E più con un gigante io mi convegno,
Ch'i giganti non fan con le sue braccia:
Pensa oramai quant'esser dee quel tutto,
Ch'a così fatta parte si confaccia.
 
Sendo dunque nostro scopo investigar la grandezza delle giacce, e sapendo che Lucifero uscia fuori della minore (ché di quella si parla nel luogo citato) da mezzo 'l petto in su, e sapendo in oltre che il medesimo Lucifero ha l'ombelico nel centro del mondo, come dall'istesso Poeta nel medesimo canto si trae, dove dice:
 
Quando noi fummo là dove la coscia
Si volge a punto sul grosso dell'anche,
Lo Duca con fatica e con angoscia
Volse la testa ov'egli avea le zanche,
Ed aggrappossi al pel com'uom che sale,
Sì ch'in Inferno io credea tornar anche;
 
se dunque saperemo quanta sia la grandezza di Lucifero, aremo la distanza ancora che è dall'ombelico al mezzo del petto, e per consequenza il semidiametro della minore sferetta. Ma quanto alla grandezza di Lucifero, aviamo ne i citati versi esser tale, che maggior convenienza ha Dante con un gigante, che un gigante non ha con un braccio di Lucifero: se dunque noi saperemo la grandezza di Dante e quella d'un gigante, potremo da queste investigar la grandezza di Lucifero. Ma di Dante aviamo, da quelli che scrivono la vita di esso, essere stato di commune statura, la quale è 3 braccia: restaci dunque solamente da investigare la grandezza di un gigante; e così aviamo risoluto la nostra proposta, che era di trovare la grandezza delle giacce, a dover solamente investigare la grandezza d'un gigante, onde poi, con ordine compositivo, potremo conseguire il nostro intento: però che, essendoci data la grandezza d'un gigante, sarà nota la proporzione che ha ad esso un uomo, e però la proporzione che ha un gigante ad un braccio di Lucifero; ma è nota la proporzione che ha un braccio a tutto 'l corpo, onde la grandezza di Lucifero ci sarà manifesta; ed auta questa, aremo la distanza dal mezzo del petto all'ombelico, e per consequenza il semidiametro della minore sfera, e finalmente essa sfera, con la quale alle sfere rimanenti assegneremo le grandezze. Passiamo dunque ad investigar la grandezza d'un gigante.
Scrive il Poeta, parlando di Nembrot, primo de i giganti che lui trovasse nel pozzo:
 
La faccia sua mi parea lunga e grossa
Come la pina di San Piero a Roma;
Ed a sua proporzione eron l'altr'ossa.
 
Se dunque la faccia d'un gigante è quanto la Pina, sarà 5 braccia e ½, ché tanto è essa: e perché gli uomini ordinariamente sono alti otto teste, ancor che i pittori e gli scultori, e tra gli altri Alberto Durero, nel suo libro della misura umana, tenga che i corpi ben proporzionati devano esser 9 teste, ma perché di sì ben proporzionati rarissimi si trovano, porremo il gigante dovere esser alto 8 volte più che la sua testa; onde sarà un gigante in lunghezza braccia 44, ché tanto fa moltiplicato 8 per 5 ½. Dante dunque, ciò è un uomo commune, ad un gigante ha la proporzione di 3 a 44: ma perché un uomo ad un gigante ha maggior convenienza che un gigante ad un braccio di Lucifero, se noi faremo, come 3 a 44, così 44 a un altro numero, che sarà 645, aremo, un braccio di Lucifero dovere essere più che 645 braccia. Ma lasciando quel più, che ci è incerto, riservandoci a computarlo nel fine, diciamo, un braccio di Lucifero esser braccia 645: ma perché la lunghezza di un braccio è la terza parte di tutta la altezza, sarà l'altezza di Lucifero braccia 1935, ché tanto fa moltiplicato 645 per 3. Ma perché maggiore è la convenienza tra un uomo ed un gigante che tra 'l gigante ed un braccio di Lucifero, e noi aviamo fatto questo conto quasi che tal proporzione fosse la medesima, e se la fosse sarebbe alto Lucifero braccia 1935, aggiungendoli quel più incerto che li manca, potremo ragionevolmente concludere, Lucifero devere esser alto braccia 2000; e questo se è così, sarà l'intervallo che è dall'ombelico al mezzo del petto braccia 500, però che è la quarta parte di tutto 'l corpo; e tanto sarà il semidiametro della minore sferetta. E perché non è in Dante luogo dal quale si possino cavar le grandezze dell'altre tre sfere rimanenti, giudica il Manetti, doversi ragionevolmente credere, le altre ancora aver la medesima grossezza: e perché una cinge l'altra, non altramente che l'un cielo l'altro circondi, sarà il semidiametro della penultima braccia 1000, quello della seconda 1500, e finalmente la prima e maggiore arà per semidiametro braccia 2000.
Questo è quanto all'universale esplicazione della figura, sito e grandezza dell'Inferno di Dante secondo l'opinione del Manetti, mi parea necessario doversi dire. Resta ora, per intera satisfazione di quanto al principio promettemmo, con una breve narrazione del viaggio fatto dal Poeta per tale Inferno, che comprendiamo alcune cose particolari e degne d'esser sapute; e nel medesimo tempo accenneremo di nuovo l'ordine, numero, distanze e larghezze de i cerchi infernali, acciò che meglio nelle menti vostre restino impressi.
 
Nel mezzo del cammin di nostra vita
Mi ritrovai in una selva oscura,
Che la diritta via era smarrita;
 
e questo fu l'anno della nostra salute 1300, anno di giubbileo, di notte, essendo la luna piena. La selva dove si trovò è, secondo il Manetti, tra Cuma e Napoli, e qui era l'entrata dell'Inferno; e ragionevolmente la finge esser quivi: prima, perché 'l cerchio della sboccatura dell'Inferno passa a punto intorno a Napoli; secondo, perché in tal luogo, o non molto lontani, sono il lago Averno, monte Drago, Acheronte, Lipari, Mongibello e simili altri luoghi, che da gli effetti orribili che fanno paiono da stimarsi luoghi infernali; e finalmente giudica, aver il Poeta figurata ivi l'entrata dell'Inferno per imitar la sua scorta, che in tal luogo la pose. Quindi arrivati alla porta dell'entrata, sopra la quale erano scritte di colore oscuro le parole:
 
Per me si va nella città dolente,
Per me si va nell'eterno dolore,
Per me si va tra la perduta gente;
 
cominciarono a scendere per una china repente, finché arrivarono alla grotta de gli sciagurati, spiacenti a Dio ed al suo inimico.
È questa grotta una amplissima caverna, posta tra la superficie della terra e l'orlo dell'Inferno, quasi che quelli che vi abitano abbiano bando del cielo e dell'abisso: in questa trovarono gli sciagurati correr dietro ad una insegna.
Seguitando poi pur di scendere, arrivarono al fiume Acheronte. Questo fiume passa intorno al primo cerchio d'Inferno, ciò è al Limbo; e qui trovarono Caron demonio, che nella gran barca tragetta le anime all'altra riva. In questo luogo, per il tremore della terra e per il lampo d'una vermiglia luce, tramortì 'l Poeta, e di poi, da un gran tuono risvegliato, si trovò su l'altra ripa; per la quale camminando, pervenne alla calle del primo cerchio, e per essa entrato, insieme con Virgilio, nel Limbo, si volse camminando a man destra, e vedde i parvoli innocenti, morti senza battesmo, e quelli che vissono moralmente, ma senza la fede cristiana, né ivi hanno altro tormento che la sola privazione della vision di Dio: in questo cerchio trovarono la fiamma ardente ed il nobile castello, circondato da 7 circuiti di mura. È questo cerchio distante da la superficie de la terra l'ottava parte del semidiametro, ciò è miglia 405 15/22, ed è largo per traverso miglia 87 ½. Di questo cercatane la decima parte, calarono nel secondo, minore e più basso, dove sotto Minos, giudice de i dannati, sono puniti da continua agitazione, tra le nugole, i lussuriosi: e la distanza di tal cerchio dal primo è quanto la distanza del primo dalla superficie della terra, ciò è miglia 405 15/22, ed è largo miglia 75. Di questo cercatane pure la decima parte, calarono al terzo, distante dal secondo similmente miglia 405 15/22, e largo miglia 62 ½, dove i golosi sotto Cerbero da continua pioggia e grandine sono travagliati. Scesero di poi nel quarto e del terzo minore, avendo di traversa miglia 50, e dal terzo è lontano similmente miglia 405 15/22; nel quale sotto Plutone si tormentano i prodigi e gli avari, col volgersi l'un contro l'altro gravissimi pesi. Di questo cercando, pure su la man destra, la decima parte, trovarono vicino al fine un fonte, dal quale deriva una fossa, che, cadendo nel quinto cerchio, fa di sé la palude Stige. Per questo fossato scendendo 'l Poeta al quinto grado, che del quarto è più basso miglia parimente 405 15/22, distinto in 2 cerchi, il maggior de i quali contiene due gironi, ciò è la palude Stige, larga miglia 37 ½, dove sotto Flegias sono punite due specie di peccatori, ciò è gl'iracondi sopra e gli accidiosi sotto la belletta; e le fosse intorno alla città, larghe pur miglia 37 ½, tormento de gl'invidiosi e de i superbi; l'altro cerchio è la città di Dite, dentro la quale, sotto l'imperio delle Furie, nelle sepolture infocate sono castigati gli eretici. A questa città, che per traverso è larga miglia 37 ½, passarono dalla riva della palude sopra la barca di Flegias, cercando, sì di essa palude, come delle fosse ancora e di essa città, la decima parte, camminando sempre su la man destra.
Di questo grado, per una grandissima rovina di pietre, scesero nel sesto, del quinto più basso parimente miglia 405 15/22, ed è diviso in 3 gironi, ciascheduno de i quali è per larghezza miglia 25: e nel primo, che è un lago di sangue, detto Flegetonte, sono puniti sotto 'l Minotauro i violenti al prossimo, il cui tormento è l'esser saettati da i Centauri qual volta ardissono alzarsi fuor del sangue: nel secondo son tormentate due sorti di violenti, ciò è i violenti contro a lor medesimi, e questi sono trasformati in nodosi sterpi, delle cui foglie si cibano ingorde Arpie; ed i violenti contro i proprii beni, e di questi la pena è l'esser dilaniati da nere ed affamate cagne: nel terzo girone, sopra cocente arena, da continue fiamme che ivi piovono, sono afflitti i violenti a Dio, alla natura ed all'arte. Di questi 3 gironi cercatane, pure su la man destra, la decima parte, essendo nel campo arenoso trovarono uno stretto rivo di sangue, il quale, dalla statua posta dal Poeta sopra 'l monte Ida in Creta dirocciando per l'abisso, fa Acheronte, Stige, Flegetonte, e Cocito, fiumi principali d'Inferno. E camminando Dante lungo detto rivo verso il mezzo, pervenne alla sponda del burrato di Gerione, dove, salito insieme con Virgilio sopra le spalle della fiera, fu per quell'aer cieco calato su 'l settimo grado, che è quello che in 10 bolge è distinto, nelle quali sotto Gerione dieci specie di fraudolenti son castigati, de i quali troppo lungo sarebbe raccontare tutte le pene. È questo grado lontano dal superiore miglia 730 5/22, e tanta viene ad esser la profondità del burrato. Ha ciascuna delle bolge, di traversa, un miglio e ¾, eccetto l'ultima, che è larga ½ miglio, dalla quale sino al pozzo de i giganti, posto nel mezzo, è uno spazio di ¼ di miglio; talché in tutta la traversa di Malebolge è miglia 16 ½: e sono da uno stretto argine o ponticello attraversate tutte, eccetto però che la sesta, sopra la quale per certo accidente è rovinato il ponte.
Attraversate che ebbe Dante le bolge, essendo pervenuto al pozzo, fu da Anteo gigante, insieme con Virgilio, calato su la diaccia, detta Caina, che è la prima e maggiore spera e che le altre circonda, nelle quali sotto Lucifero sono castigati i traditori: e nella prima, i traditori al prossimo; nella seconda, detta Antenora, i traditori contro la patria; nella terza, detta Tolomea, i traditori a i lor pari benefattori; nella quarta, detta Giudecca, i traditori contro al lor signore. È la distanza delle diacce da Malebolge, ciò è la profondità del pozzo de i giganti, miglia 81 ½.
Nel mezzo di esse diacce è posto Lucifero; al quale arrivati Virgilio e Dante, descendendogli per i suoi velli sino all'ombelico, dove è il centro del mondo, e quindi cominciando a salirgli su per l'irsute cosce, finalmente trapassarono a i suoi piedi verso l'altro emisfero, dove per una attorta via salirono, e quindi uscirno a riveder le stelle.
Resterebbeci ora da vedere l'opinione del Vellutello, e poi le ragioni che per l'una e per l'altra opinione addur si potrebbono: ma perché il discorso sin qui auto mi è riuscito più lungo assai che non credeva, per non tener più a tedio tanti nobilissimi uditori, trasferiremo il nostro ragionamento a tempo più oportuno.
 
 
II.
 
Aviamo nella passata lezione, per quanto dalle nostre forze ci è stato conceduto, dichiarata la opinione del Manetti circa 'l sito e figura dell'Inferno di Dante: oggi è la nostra intenzione esplicar prima la mente di Alessandro Vellutello circa la medesima materia, poi addurre quelle ragioni che ci persuadano, quella a questa esser da preporsi. E per più brevemente e facilmente conseguire l'intendimento nostro quanto a la prima parte, giudichiamo commodo ordine essere il veder prima in quali cose l'una opinione con l'altra convenga, di poi in quali da la medesima sia differente.
Concorda il Vellutello co 'l Manetti, prima, quanto al sito di esso Inferno, ponendolo ciascheduno sotto tal parte dell'aggregato, che per colmo ha Ierusalem; talmente che se dal centro universale a Ierusalem si tiri una linea retta, sarebbe l'Inferno ugualmente da tutte le parti circa detta linea distribuito.
Non è differente ancora l'uno dall'altro nel numero ed ordine de i gradi, come né nella divisione di essi in varii cerchi e gironi, nel modo che l'altr'ieri dichiarammo.
E finalmente sono concordi nelle grandezze di Malebolge: ed in tutto questo convengono, perché così essere dal Poeta stesso apertamente si cava.
Sono poi differenti, prima, quanto all'universal grandezza di tutto l'Inferno;
Secondo (che dal primo necessariamente ne conséguita), nelle grandezze e distanze de i gradi particolari, eccetto però, come si è detto, nelle larghezze di Malebolge;
Terzo, sono discordi nelle grandezze de i giganti e di Lucifero;
Quarto, nella figura delle giacce;
Quinto, nella grandezza e sito del nobile castello che dal Poeta è figurato nel Limbo;
Sesto, sono differenti nell'assegnare il cammino che tennero Dante e Virgilio nel descendere al centro, stimando il Manetti che, girando per i gradi, procedessero talmente che la sinistra fosse verso il mezzo, il cui contrario ha creduto il Vellutello;
Settimo, disconvengono nell'assegnare il numero de i ponti di Malebolge.
Differentissimi dunque sono, prima, circa la universal grandezza di tutto l'Inferno, atteso che il Vellutello lo ponga meno che la millesima parte di quello che lo pone il Manetti: però che, volendo il Vellutello che la profondità del suo Inferno non sia più che la decima parte del semidiametro della terra, se tale Inferno fosse una intera sfera, sarebbe una delle mille parti di tutto l'aggregato, come da gli Elementi d'Euclide facilmente si cava; ma di tale sfera l'Inferno del Vellutello è meno che una delle 14 parti, come l'Inferno del Manetti di tutto l'aggregato; adunque seguita che, come si è detto, il Vellutello figuri l'Inferno suo non maggiore che una delle mille parti di quello che dal Manetti è figurato.
Ma come raccolga il Vellutello, la profondità del suo Inferno esser la decima parte del semidiametro dell'aggregato, possiam comprendere recandoci innanzi il componimento di tal sua fabbrica.
E prima, doviamo intendere un pozzo, quale sì nella sommità come nella profondità abbia di diametro un miglio, e tanta ancora sia la sua altezza, nel cui fondo sia, a guisa di una grandissima macine (e siami lecito pigliar tale essempio), il giaccio grosso braccia 750; e sia questa giaccia distinta in 4 cerchi, che l'uno circondi l'altro, e nel mezzo del minore sia un pozzetto, come ancora nelle macine si vede, profondo quanto è la grossezza del giaccio, ciò è braccia 750, nel mezzo della cui profondità viene ad essere il centro del mondo, ed in questo pozzetto stia Lucifero; e l'altro e maggior pozzo, poco fa figurato, sia quello intorno alla cui sboccatura da mezza la persona escan fuori i giganti, e del quale intende il Poeta quando dice:
 
Però che come in su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
Così la proda, che 'l pozzo circonda,
Torreggiavan di mezza la persona
Gli orribili giganti, cui minaccia
Giove dal ciclo ancora, quando tona.
 
Sarà dunque la sboccatura del pozzo de i giganti lontana dal centro universale un miglio ¼, ciò è un miglio, come si è detto, per la sua profondità, e braccia 750, che sono ¼ di miglio, per la grossezza del giaccio e profondità del pozzetto in cui è posto Lucifero.
Intorno alla sboccatura del pozzo de i giganti pone il Vellutello la valle di Malebolge, con le medesime misure assegnateli ancora dal Manetti; talmente che la maggiore ha di semidiametro miglia 17 ½. Ma perché questa valle di Malebolge pende verso il mezzo, come da quei versi di Dante è manifesto:
 
Ma perché Malebolge inver la porta
Del bassissimo pozzo tutta pende,
Lo sito di ciascuna valle porta
Che l'una costa surge e l'altra scende;
 
gli dà il Vellutello miglia 14 di pendio, onde la prima bolgia viene ad essere più lontana dal centro che l'altra miglia 14.
Intorno alla più alta bolgia surge con egual semidiametro, ciò è con miglia 17 ½, un altro grandissimo pozzo, chiamato dal Poeta burrato, la cui altezza è posta dal Vellutello dieci volte maggiore che 'l pendio di Malebolge, ciò è miglia 140; né la sommità è da esso figurata più larga che 'l fondo.
Intorno alla sommità e sboccatura di questo burrato pone volgersi 3 gironi de i violenti, a ciascheduno de i quali dà miglia 5 5/6 di larghezza, tal che tutto il cerchio ha di traversa miglia 17 ½: e perché tanto è ancora il semidiametro del burrato, sarà tutto il semidiametro del cerchio de i violenti miglia 35, e l'intero diametro miglia 70.
Seguitano poi sopra 'l grado de i violenti 6 altri gradi, il primo de i quali contiene la città di Dite, i fossi attorno ad essa, e la palude Stige, ed è lontano da esso grado de i violenti miglia 70, quanto a punto è figurato il diametro del maggior girone; e la salita da essi violenti al superior cerchio è tale, che tanto ha di diametro nel fondo, quanto nella sommità, salvo che in alcuni luoghi finge il Poeta, per certo accidente, esser tal ripa rovinata, per una delle quali rovine si descende. A questo grado, che immediatamente è sopra i violenti, dà il Vellutello miglia 18 di traversa, delle quali ½ ne assegna per il traverso della città, ½ per la larghezza de i fossi attorno ad essa, e le rimanenti miglia 17 vuole che siano la larghezza della palude Stige, che i detti fossi circonda; tal che il maggior diametro sarà miglia 106.
Surge poi intorno a la palude una ripa, ma non va salendo come le altre salite de i pozzi che sin qui aviamo aute, ma sale (per usar la sua propria voce) a scarpa, sì che dove nel suo più basso luogo, ciò è al piano della palude, avea di diametro miglia 106, nella sua superiore sboccatura ne ha 140; ed è la salita di questa spiaggia a scarpa tanto repente, che salendo di linea perpendicolare miglia 14, si allarga miglia 17: e simil modo di salire si osserva in tutti gli altri gradi superiori.
Sopra l'estremità di questa salita si aggira un piano, che di traversa ha ½ miglio; e questo è il cerchio de i prodigi e de gli avari, il cui diametro viene ad esser miglia 141, ciò è 140, come si è detto, per la sboccatura della ripa per la quale ad esso si sale, ed 1 per le due larghezze di ½ miglio l'una, che ad esso si sono assegnate.
Da questo cerchio si passa a quello de i golosi per una così fatta salita a scarpa, la quale, ascendendo miglia 14 di perpendicolo, si allarga miglia 17, sì che dove tal ripa nel suo basso era di diametro 141, sarà nella sua estrema sboccatura miglia 175; intorno a la quale esso cerchio de i golosi si distende con una larghezza di mezzo miglio, tal che il suo maggior diametro viene ad esser miglia 176.
Da questo cerchio con simil salita si perviene a quello de i lussuriosi, che pure ha di traversa ½ miglio; e da questo con altra simil salita si ascende al primo cerchio, che è il Limbo, la cui traversa pone il Vellutello, come delli altri cerchi, ½ miglio, del quale ¼ ne assegna alla larghezza per traverso del nobile castello, che s'immagina esser posto intorno a la sboccatura, e l'altro ¼ lo dà per larghezza d'un verdeggiante prato che 'l castello circondi. Intorno all'estremità del prato fa surgere una ripa, che nella maniera delle altre ascendendo a scarpa, si alza a perpendicolo 14 miglia, allargandosi, più che nel fondo non è, miglia 17; tal che il diametro di questa sboccatura viene ad esser miglia 280, come, facendone il conto, facilmente si raccoglie. E tanta ancora trova il Vellutello essere la profondità dell'Inferno, misurando dalla sboccatura del Limbo a perpendicolo sino a Malebolge: atteso che ei ponga la profondità del burrato esser miglia 140, la distanza da i violenti alla città di Dite 70, che fanno miglia 210, alle quali aggiungendo cinque salite per le distanze de i cerchi rimanenti, di 14 miglia l'una, fanno a punto la somma di miglia 280. Finge poi, l'orlo ed estremità del Limbo esser da una pianura circondata, la cui larghezza per traverso sia miglia 17 ½, delle quali la metà ne assegna al fiume Acheronte, l'altra metà alla grotta de gli sciagurati.
Questa è brevemente l'esplicazione dell'opinione del Vellutello, la quale ancora dal profilo del suo disegno forse meglio si comprenderà; e questa è l'invenzione che tanto è piaciuta ad esso Vellutello, che l'ha fatto ridersi del Manetti ed insieme di tutta l'Accademia Fiorentina, affermando, l'Inferno di esso Manetti esser più tosto una fantasia ed un trovato suo e degli altri Accademici, che cosa che punto sia conforme all'intendimento di Dante: il che quanto sia vero, è ormai tempo che cominciamo a considerare.
E prima, se considereremo l'uno e l'altro disegno senza aver riguardo a luogo alcuno di Dante o ad alcuna ragione che ci persuada più questo che quello aver del verisimile ed esser credibile che così sia stato figurato dal Poeta, ma solamente contempleremo la disposizione del tutto e de le parti, ed in somma, per così dirla, l'architettura dell'uno e dell'altro, vedremo, al parer mio, quanto al tutto, aver più disegno assai quel del Manetti, ed esser composto di parti tra di loro più simili. Parimente ancora par cosa incredibile, l'Inferno dovere esser così piccolo, che non sia quanto una delle trentamila parti della terra, come noi, facendone diligente calcolo, troviamo dovere essere, se si ha da credere l'opinione del Vellutello: e con tutto che lo figuri così piccolo, di esso nulla dimeno piccolissima parte ne assegna per luogo dove siano castigati i peccatori, dando a i 4 primi cerchi solamente ½ miglio di larghezza per ciascuno.
Ma lasciamo stare l'architettura, e veggiamo se tal fabbrica può reggersi, che, al parer mio, troveremo non potere; perché, ponendo esso che il burrato si alzi su con le sponde equidistanti tra di loro, si troveranno le parti superiori prive di sostegno che le regga, il che essendo, indubitatamente rovineranno: perciò che essendo che le cose gravi, cadendo, vanno per una linea che dirittamente al centro le conduce, se in essa linea non trovano chi le impedisca e sostenga, rovinano e caggiono; ma se, per essempio, noi tiriamo dalla città di Dite linee sino al centro, queste non troveranno impedimento alcuno, onde essa città, avendo la scesa libera e non impedita, trovandosi sotto priva di chi la regga, indubitatamente rovinerà; ed il simile farà ancora il grado de i violenti, sendo fondato sopra mura i cui perpendicoli da quelli che vanno dirittamente al centro si discostano; e rovinando questi, rovineranno ancora tutti gli altri gradi superiori, che sopra questi si appoggiano.
Ma ci è ancora un altro inconveniente: che non solamente è impossibile, se vogliamo sfuggir la rovina di tutto l'Inferno, che le parti superiori manchino di sostegno, ma è ancora ciò contro l'istesso Poeta, il quale, conoscendo quanto fosse necessario, per reggimento di sì gran fabrica, che le superior parti fossero dalle inferiori sostentate, scrisse, essendo nel fondo del burrato al pozzo de i giganti:
 
S'io avessi le rime ed aspre e chiocce,
Come si converrebbe al triste buco
Sopra 'l qual puntan tutte l'altre rocce.
 
Se dunque sopra questa buca puntano e si sostengono le altre rocce, è necessario che le mura che le deono sostenere non siano fuori del perpendicolo che tende al centro. Questo inconveniente non è nell'architettura del Manetti, atteso che ponga tutte le ripe e le mura diritte verso 'l centro, come nel disegno si vede.
Quanto poi a i cerchi superiori, dico de i gradi sopra la città, potrebbe alcuno nell'architettura del Vellutello trovarvi qualche commodità, e cosa che di prima vista ci paresse esser verisimile; e questo è il porre le scese da l'uno all'altro non a perpendicolo, come fa il Manetti, ma a scarpa e come le chine de i monti, secondo che le figura il Vellutello, e per le quali scender si possa dell'uno nell'altro grado, massime che il Manetti del modo che tenessero per descendere non ne fa menzione.
Ma voglio che questa istessa ragione sia per confutazione di esso Vellutello. Perciò che, se le scese dall'un grado all'altro sono, come esso dice, a guisa de le chine de i monti, per consequenza da qual si voglia parte si potrà da l'uno nell'altro grado descendere; ma noi troviamo, ciò esser contrario a quel che vuol Dante, ponendo che le scese fossero solamente in alcuni luoghi particolari ed in un luogo solo per cerchio, come nel fine del 6° si vede, dove dice:
 
Noi aggirammo a torno quella strada,
Parlando più assai ch'io non ridico;
Venimmo al punto dove si digrada:
Quivi trovammo Pluto, il gran nimico;
 
e nel principio del 7°, dove Virgilio di Satan dice a Dante:
 
………………………. Non ti noccia
La tua paura, ché, poter che gli abbia,
Non ti torrà lo scender questa roccia.
 
Adunque, se le scese sono in alcuni luoghi particolari, a guardia delle quali pone ancora Dante a ciascuna un demonio, da gli altri luoghi di necessità non si potrà scendere; e questo allora sarà quando le scese saranno a perpendicolo, come vuole il Manetti, e non come le chine de i monti, secondo il parere del Vellutello. E questo credo io ancora esser così, acciò che i dannati dei gradi più bassi, dove sono maggiori tormenti, come ci insegnò 'l Poeta nel principio del 5° canto:
 
Così discesi del cerchio primaio
Giù nel secondo, che men luogo cinghia,
E tanto più dolor, che punge a guaio;
 
acciò che, dico, essi dannati inferiori non possino scappare e fuggirsi a i gradi più alti, in minor tormenti: e questo par che abbia voluto intender Dante ponendo a ciascun luogo, dove dall'un grado all'altro si sale, a guardia un demonio.
Non può dunque essere, considerato quanto al tutto, l'Inferno di Dante di tale architettura, né di sì piccola grandezza, come dal Vellutello è stato finto; il che, oltre alle ragioni addotte, proviamo ancora per l'istesso Dante, dico quanto alla grandezza. Che se l'Inferno non è più profondo che la decima parte del semidiametro della terra, come esso vuole, avendo Virgilio condotto Dante al primo cerchio, a che proposito gli dice, sollecitandolo ad affrettare il passo:
 
Andiam, che la via lunga ne sospinge.
Così si mise e così mi fé entrare
Nel primo cerchio che l'abisso cinge?
 
Se dunque Virgilio chiama la via, che aveano a fare, lunga, non può intendere che la sia lunga se non rispetto a quella che pur allora aveano camminata; il che se è così, non sarà il viaggio fatto 9 volte maggiore di quello che a fare aveano, e per consequenza l'Inferno, per il quale aveano a calare al centro, non sarà così piccolo come vuole il Vellutello.
Qui ci potrebbe essere opposto che né l'Inferno si deve credere esser così grande come il Manetti lo pone; essendo che, sì come alcuni hanno sospettato, non par possibile che la volta che l'Inferno ricuopre, rimanendo sì sottile quant'è di necessità se l'Inferno tanto si alza, si possa reggere, e non precipiti e profondi in esso Inferno; e massime, oltre al rimanere non più grossa dell'ottava parte del semidiametro, che sono miglia 405 incirca, essendovi ancora da levarne per lo spazio della grotta degli sciagurati, ed essendoci molte gran profondità di mari.
Al che facilmente si risponde, che tal grossezza è suffizientissima: perciò che, presa una volta piccola, fabricata con quella ragione, se arà di arco 30 braccia, gli rimarranno per la grossezza braccia 4 in circa, la quale non solo è bastante, ma quando a 30 braccia di arco se gli desse un sol braccio, e forse ½, non che 4, basteria a sostenersi; onde, sapendo noi che pochissime miglia, anzi che meno di un sol miglio, si profondano i mari, se creder doviamo a i più periti marinari, e potendo assegnare quante miglia ci pare per la grotta de gli sciagurati, non essendogli data dal Poeta determinata misura, quando ancora ponessimo tra questa e la profondità de i mari importare 100 miglia, nulla di meno rimarrà detta volta grossissima, e più assai che non è necessario per sostenersi.
Parmi che queste ragioni possino persuaderci, quanto all'universale descrizione aver assai più del verisimile l'Inferno del Manetti che quello del Vellutello, ed il medesimo troveremo ancora esaminando distintamente le sue parti, e prima il castello posto nel Limbo: del quale difficil cosa mi pare potersi immaginare come, girando, secondo che vuole esso Vellutello, miglia 770, ed essendo circondato da 7 ordini di alte mura, occupi in tutto per larghezza ¼ di miglio; ché, non che altro, il fabricare sopra un giro, che non sia più largo che ¼ di miglio, 7 circuiti di mura, le quali pur devriano esser grossissime, dovendo, come si è detto, esser di circuito 770 miglia, mi pare un trattar dell'impossibile, o al meno di cosa sproporzionatissima, e molto più dovendoci ancor restare lo spazio per li abitanti. Ci è in oltre un'altra sconvenienza: che ponendo il castello così grande, pone poi la città così piccola che a pena ha la quarta parte di circuito. Per le quali ragioni chi non crederà, il castello dovere esser piccolo, come dal Manetti è figurato, e non altramente girare intorno all'estremità del Limbo, ma nella traversa di esso Limbo esser situato ?
Di 4 altre differenze che tra 'l Manetti e 'l Vellutello nascono, non trovo in Dante luoghi che costringhin, più a questa che a quella opinione esser da credersi; ma sono bene ragioni assai probabili in favor del Manetti.
E prima, de i dieci ordini di ponti con i quali il Vellutello attraversa Malebolge, non è in Dante luogo onde tal numero cavar si possa; ché se bene né anche afferma il Poeta che un solo fosse, nulla dimeno, bastando un ordine solo, non so a che proposito multiplicarli senza necessità. In oltre, se 10 ordini fossero, troppo gran maraviglia sarebbe come tutt'a 10 si fossero accordati a rovinar sopra la sesta bolgia, massime essendo, come afferma il Poeta, seguita tal rovina a caso, per certo accidente.
Che Lucifero poi fosse alto 3000 braccia, e non 2000, come vuole il Manetti, non traendo questa nuova opinione del Vellutello origine da altro che dal voler misurare la Pina prima che fosse rotta e dal voler por i giganti alti 9 teste, non ci par da credere così di leggiero; anzi è cosa credibile che Dante, se pur la misurò, misurasse la Pina come a suo tempo era, e che ei credesse i giganti essere di commune e non di rara sveltezza, quale sarebbe a fargli alti 9 teste.
Parimente, che le diacce fossero come macine, e non come sfere, non è né ragione né autorità che a creder ci persuada; anzi, essendo dal Poeta stesso chiamate sfere, come nell'ultimo canto:
 
Tu hai i piedi in su picciola sfera,
Che l'altra faccia fa della Giudecca,
 
non è privo di temerità il voler dire che avesser forma di macine, quasi che a un ingegno qual era quel di Dante fossero mancate parole da esprimere il suo concetto.
Restaci da vedere finalmente del cammino auto per i cerchi, ciò è se fu su la destra, come afferma il Vellutello, o pur su la sinistra mano, come vuole il Manetti: nel che doviamo pur credere ad esso Manetti, avendo in suo favore molte autorità del Poeta, che ci dichiarano che camminando teneva la sinistra verso il mezzo e vano de i cerchi, ed essendosi il Vellutello mosso a creder il contrario solamente per alcuni versi del Poeta, i quali ancora, e meglio, si possono esporre in favor del Manetti; e son questi nel 14°:
 
Ed egli a me: Tu sai che 'l luogo è tondo,
E tutto che tu sia venuto molto
Pur a sinistra giù calando al fondo...
 
De i quali versi se congiugneremo quelle parole Pur a sinistra con le superiori, dicendo E tutto che tu sia venuto molto pur a sinistra, facendo la posa a mezzo l'ultimo verso, faranno per l'opinione del Vellutello; ma se faremo la posa nel fine del secondo verso, congiungendo le parole Pur a sinistra con le sequenti, in questo modo Pur a sinistra giù calando al fondo, favoriranno l'opinione del Manetti. Ora, in una esposizione incerta, chi non stimerà esser meglio fare la posa nel fine, che nel mezzo del verso? Ma lasciando i luoghi dubbiosi, veggiamo i chiari e manifesti, che alla mente del Manetti si accostano.
Scrive Dante nel fine del 9° canto, di poi che furono entrati dentro la città:
 
E poi ch'a la man destra si fu volto,
Passammo tra i martiri e tra gli spaldi;
 
e nel fine del 10°:
 
Appresso volse a man sinistra il piede:
Lasciammo il muro e gimmo in ver lo mezzo.
 
I quali luoghi essendo tanto chiari come veramente sono, costrinsero il Vellutello a dire che, se ben dentro a la città andarono su la destra, non di meno ne gli altri cerchi camminarono su la sinistra; il che par cosa molto leggiera.
Ma perché o procedessero su la destra o su la sinistra, non molto importa al principale intendimento nostro, che è stato di dichiarare il sito e figura dell'Inferno di Dante, ed insieme difendere l'ingegnoso Manetti dalle false calunnie ingiustamente sopra tal materia ricevute, e massime perché non lui solo ma tutta la dottissima Academia Fiorentina pungevano, alla quale per molte cagioni obligatissimo mi sento; avendo, per quanto la bassezza del mio ingegno mi concedeva, dimostrato quanto più sottile sia l'invenzione del Manetti, porrò fine al mio ragionamento.
 
 
- Fine -

10.14 Torba

www.redigio.it
 
Monastero di Torba
 
 
Torba era I'appendice fortificata, protesa verso la valle dell'Olona, del castrum romano-goto-longobardo che sorgeva sull'altura di Castelseprio. Infatti alle mura del castrum (8, nella cartina) veniva raccordata una cinta (7) che includeva I'imponente torre (4) del V-VI secolo.
Cessato I'uso militare, a Torba si insediava un monastero: e' citato per la prima volta in un documento del 1049, ma gli affreschi di soggetto religioso della torre sono piu' antichi di tre secoli. Del monastero faceva parte la chiesa di S. Maria (2) dell'VIII - XIII secolo.
ll complesso religioso e' stato poi adibito a uso rurale fino al 1969. Nel 1977 e' stato acquistato da Giulia Maria Mozzoni e poi donato al Fondo per I'Ambiente Italiano.
I restauri, che si sono conclusi (giugno 1986) con I'apertura al pubblico, sono stati finanziati dalla Regione Lombardia, dalla Provincia di Varese, da Banche locali e di Milano (Banca Popolare e CARIPLO in testa), da Enti culturali e da molti generosi privati. Gli affreschi della torre sono stati restaurati dalla Soprintendenza ai Beni artistici. Durante i lavori, sono emerse immagini prima nascoste dall'intonaco. Gli scavi archeologici condotti dal FAI hanno riportato in luce un tratto della cinta (5), collegato ad altro tratto scoperto dalla Soprintendenza nel 1968 (6). Nella chiesa, la Soprintendenza ha rinvenuto molte tombe e la cripta di una primitiva chiesa deil'VIII secolo. Hanno collaborato agli scavi la Societa' Gallaratese di Studi Patrii e un gruppo di studenti di Gornate. Conclusi i restauri, la chiesa (2) ospita riunioni e concerti. Nella torre (3) si trovano una raccolta di reperti locali e gli affreschi dell'VIII secolo, nella cascina (4), un ristoro e una vendita di pubblicazioni e oggetti d'artigianato; al 1° piano, la mostra "Torba com'era, com'e'", oltre la fototeca, la biblioteca e I'alloggio del custode.
La proprieta' del FAI include parte della collina boscosa: la percorre un sentiero che sale all'antico castrum. Torba, che e' posta sotto I'egida del Consorzio del Seprio, di cui il FAI e' uno dei fondatori, si raggiunge da Solbiate Arno (autostrada Milano-Varese) o da Tradate (statale Milano-Varese), seguendo i cartelli.
 
ll Fondo per I'Ambiente Italiano - FAI - ha intrapreso il lungo lavoro che ha portato nuova vita a Torba per contribuire con atti concreti, secondo i suoi fini istituzionali, alla salvezza dei beni culturali. Per ottenere questi risultati, e' necessaria I'adesione di tutti. Aderire al FAI significa contribuire concretamente a salvare e a tramandare alle future generazioni un patrimonio culturale di inestimabile valore. Le adesioni e le prenotazioni di visite si raccolgono a Torba, oppure presso la segreteria, a Milano.
 
Monastero di Torba (Frazione di Gornate Olona, Varese) Tel. 0331/820301
Segreteria Generale: V.le Coni Zugna 5 , 20144 Milano Tel 02/4693693
 
 
 
 
 
 
NEL CONTADO DEL SEPRIO: CAIRATE E IL MONASTERO Dl SANTA MARIA ASSUNTA
 
 
L 'etimologia del toponimo "Cairate" e' incerta: una probabile derivazione greca e' interpretabile nel significato di "altura", o forse anche in quello di "noce" - oppure "castagna" - di cui la zona doveva essere ricca. Varianti conosciute nel corso della storia sono: Carrate, Cariade, Cariate.
ll territorio
ll nucleo urbano centrale di Cairate sorge nella media Valle 0lona su un terrazzamento fluvioglaciale (era quaternaria del Pleistocene) del Wurm, I'ultima glaciazione. Le attuali frazioni di Bolladello e Peveranza - cosi' come I'antica Castelseprio - si trovano su terrazzamenti piu' elevati e risalenti al Riss, il precedente periodo glaciale. Le colline moreniche che si elevano sullo sfondo degli abitati, oggi coperte di querce e castagni, sono ancora piu' antiche, del Mindel.
Questi terreni sono costituiti da sedimenti sciolti (limo, ghiaia, ciottoli, argilla), di origine appunto glaciale, che, a contatto con gli agenti atmosferici (aria, acqua), si ossidano: questo fenomeno di "ferrettizzazione" consente di determinare, secondo il grado e lo spessore, I'eta' del terreno.
Per quanto fertile, solo il terreno a limitata ferrettizzazione e' agevolmente coltivabile, mentre sulle colline anticamente crescevano spontanei querce e pini silvesti. Lo scioglimento dei ghiacciai generava corsi d'acqua di grande portata che scavavano profonde vallate. I terrazzamenti dell'ampio alveo dell'Olona, oggi coperti di robinie, sono stati infatti erosi dal fiume, evidenziando cosi' strati rocciosi di origine preglaciale (in particolare "ceppo", un conglomerato di ghiaie e sabbie cementate).
 
La storia
La zona fu abitata in origine dai Liguri della Valle del Ticino e quindi dai Galli Insubri (da cui probabilmente il toponimo "Seprio"), di origine celtica.
La fondazione di Cairate come "vicus" (borgo) risale probabilmente al III° sec. a.C., da un "castrum" romano. E' proprio dalla struttura dell'accampamento militare romano che trae origine la centuriazione, della quale a Cairate restano tracce delle "centuriae" e dei relativi "limites". Era questo il sistema utilizzato dai Romani per dividere i terreni fra ex legionari e coloni e organizzare urbanisticamente gli insediamenti civili, con vie principali in direzione est-ovest (decumani) a incrocio perpendicolare con vie secondarie in direzione nord-sud (cardini).
A Cairate i romani introdussero la coltivazione dei cereali in pianura e della vite sui terrazzi della valle; con le ghiande delle querce allevavano suini. In questo periodo inizio' pure lo sfruttamento degli alberi sulle colline come legname per la fabbricazione di case e suppellettili e anche per la combustione nelle case e nelle fornaci della zona: cio' portera' intorno al XVI sec. alla scomparsa dei pini come vegetazione spontanea.
Da iscrizioni e documenti superstiti si sa che fra le "gens" insediate sul territorio vi erano Opimii, Coelii, Plinii, Albucii (di questi ultimi, di probabile origine gallica, e' ancora vivo in zona, fra gli altri, il toponimo "Albizzate").
Per via della posizione strategica, vi erano a Cairate due fortificazioni, probabilmente di origine romana e forse precedenti. Cairate infatti, sita su uno degli ultimi terrazzamenti prospicienti la Pianura Padana, si trovava pure presso I'incrocio fra le vie che gia' allora - e per tutto il Medioevo - collegavano da una parte Novara attraverso il Ticino a Como e di li attraverso I'Adda Lecco e Bergamo (dove si congiungeva alla via verso Venezia) e dall'altra il Nord a Milano, lungo il corso dell'Olona.
Su queste fortificazioni vennero a installarsi i Longobardi, in collegamento con la cinta fortificata di Castelseprio (da li si poteva controllare I'accesso settentrionale della valle), che divenne il centro di uno dei loro piu' fiorenti contadi ("comitatum sepriense").
Una di queste fortificazioni - sita verso sud nel centro storico - fu utilizzata nel XV sec. come residenza di un ramo dei Visconti (e' visibile lo stemma sul muro superstite) e poi del Legnani, che avevano acquistato la carica di baroni dagli Spagnoli. Sul luogo dell'altra fortificazione sorse invece - come avvenuto a Torba - un monastero di benedettine claustrali.
ll monastero di Santa Maria Assunta sarebbe stato fondato nel 737 d.C. da Manigunda, forse una principessa longobarda, per sciogliere il voto della sua guarigione. Manigunda ne fu anche la prima badessa e doveva comunque essere una nobile: resta infatti una copia - quasi certamente apocrifa, ma non per questo del tutto inattendibile - dello "ludicatum" in cui assegnava al monastero propri beni e terreni (che verranno mantenuti nei secoli) a Cairate e nei dintorni. Nello stesso documento si stabiliva la dipendenza del monastero, pur sito nella diocesi ambrosiana, dal vescovo di Pavia (allora capitale del regno longobardo). Il primo documento autentico riguardante il monastero - una "bulla" di papa Giovanni VIII datata 24 agosto 877 - lo confermava (insieme al monastero di San Donato a Sesto Calende) nella giurisdizione della diocesi pavese, cui le benedettine furono quindi soggette fino alla soppressione. I privilegi e possessi furono ulteriormente confermati da pontefici e sovrani successivi, fra cui anche Federico Barbarossa nel 1158.
Per circa un miIlennio il monastero di Santa Maria Assunta e' stato il centro economico e sociale, oltre che religioso, di Cairate, anche se i rapporti con gli abitanti del borgo sono stati talora piuttosto problematici. ll monastero era anche proprietario di numerosi terreni e i contadini ne erano quindi dipendenti.
La clausura non fu una regola rigida fino alla Controriforma: sotto i porticati della forestiera si ospitavano, come in tutti i monasteri e le pievi in Italia e in Europa, i pellegrini in viaggio verso i luoghi santi.
Secondo la tradizione, il monastero avrebbe ospitato il Barbarossa alla vigilia della battaglia di Legnano (29 maggio 1176): in ogni caso le truppe imperiali erano effettivamente qui accampate, sui versanti della valle dominanti la piana della battaglia.
Cairate divenne quindi parte del territorio di Milano, libero Comune e poi Signoria sotto i Della Torre (XIII sec.). L' uso esclusivamente religioso e civile evito' che la distruzione del borgo di Castelseprio - avvenuta quando Napo Torriani, che ne aveva fatto la propria roccaforte, venne sconfitto (marzo 1287) da Ottone Visconti, vescovo di Milano - si estendesse anche ai monasteri di Cairate e Torba e alla chiesa di S. Maria Foris Portas.
A meta' del XV sec. il Ducato di Milano passo', per successione dinastica, agli Sforza. Per Cairate fu questo un periodo di prosperita': nel '500 il monastero divenne proprietario di altri terreni, anche sul versante opposto della valle, e di alcuni mulini lungo il corso dell'Olona.
Nel XVI sec., fra alterne vicende, gli eserciti svizzeri entrarono piu' volte in Lombardia, percorrendo anche la Valle Olona, e, quando si ritirarono definitivamente, si annetterono la Valtellina e la contea di Bellinzona (oggi Canton Ticino), gia' parte del Contado del Seprio e del territorio di Milano. Verso la meta' del secolo, a conclusione delle lotte fra Carlo V e Francesco I, ai Francesi subentro' la dominazione spagnola. Furono tempi di vessazioni, carestie e pestilenze: fu allora che, per motivi igienico- sanitari, le mura del monastero (e in genere di ogni edificio) vennero ricoperte di calce.
La situazione miglioro', agli inizi '700 con gli Austriaci, che razionalizzarono e diedero nuovo impulso all'agricoltura, introdussero le prime industrie (tessili), sviluppando parallelamente la coltura del gelso per I'allevamento del baco da seta.
Nel 1796, tuttavia, un decreto del governo asburgico ordino' la soppressione degli ordini monastici contemplativi (si era nel periodo del "giuseppinismo"): in un elenco ufficiale del 1799 il monastero di Cairate risultava gia' chiuso. Nel 1809, sotto Napoleone, venne venduto a privati, dividendosi la proprieta' in cinque parti. Adibito a cascinale, il monastero subi' i piu' disparati interventi, fra cui la chiusura di parte del loggiato superiore e la costruzione, per separare le proprieta', del muro che tuttora attraversa il chiostro e la chiesa, dividendo a meta l' intera costruzione.
A cavallo dell'ultimo secolo venne introdotta nella valle - e a Cairate in particolare - I'industria cartaria, che ha sostituito quasi completamente ogni altra attivita' e caratterizzato, nel bene e nel male, lo sviluppo e la vita economica e sociale della zona. La struttura produttiva e' ora costituita da piccole aziende tessili e meccaniche, ma i problemi emersi dalla chiusura della Cartiera Vita-Mayer (1976) restano tuttora irrisolti. Un fattore positivo e propulsivo per la ripresa economica e sociale della zona potrebbe venire dalla piu'volte ipotizzata ripresa in esercizio della linea ferroviaria della Valmorea (da Castellanza, a Mendrisio - sulla ferrovia elvetica del Gottardo -, attraverso la Valle Ol/ona), cessata definitivamente alla chiusura della cartiera, dopo essere stata in funzione in varia misura per oltre mezzo secolo: utilizzando eventualmente anche quanto resta della cartiera - peraltro interessante esempio di archeologia industriale -, si potrebbero utilmente insediare attivita' industriali leggere e terziarie, ma soprattutto si valorizzerebbero le risorse artistiche e naturalistiche della zona.
 
IL MONASTERO Dl SANTA MARIA ASSUNTA
Al monastero si accede per un arco del 171O, con alla sommita' statue della Madonna e due angeli: fino a qualche tempo fa era un passaggio obbligato, in quanto anche il lato ora sulla strada era addossato a un cascinale.
ll corpo centrale del monastero, come si presenta oggi pur con i numerosi rimaneggiamenti nel corso del tempo, fu costruito intorno al XIII sec. ll chiostro e' in stile gotico-lombardo, che venne mantenuto anche nel loggiato superiore, elevato nel XVI sec. La differenza piu' rilevante si puo' notare nelle colonne: nell'ordine inferiore, eccetto il lato ovest, sono in arenaria (materiale facilmente reperibile nel Varesotto), con capitelli elegantemente scolpiti, mentre in quello superiore sono quasi tutte in granito (nel XVI sec. le migliori condizioni anche nelle vie di comunicazione ne facilitarono iI rifornimento presso le cave del Mendrisiotto o addirittura delI'Italia centrale). Nei tondi e ovali del chiostro vi dovevano probabilmente essere delle terrecotte. Sul lato settentrionale del chiostro e' invece ancora visibile lo stemma di San Bernardino da Siena. Sempre nel chiostro resta inoltre uno dei due contigui pozzi-cisterna esistenti (XV sec.); verso il XVI/XVII sec. fu costruito il piu' profondo pozzo all'esterno del lato a valle.
Nel corpo centrale, il lato orientale era occupato dalla sala capitolare e dal refettorio. Restaurato il soffitto a cassettoni (tardo sec. XVI), quest'ultimo e' attualmente adibito a sala del consiglio comunale e vi si trovano i pannelli introduttivi della mostra permanente "Cairate anno 1000" (struttura geomorfologica e aereofotogrammetria del territorio, vedute e planimetrie del monastero); due finestrelle interne sull'attigua cucina fungevano da passavivande, mentre sul muro opposto era affrescata una Crocifissione (se ne scorge ancora un braccio). Sempre nel lato a valle, in fondo dopo la cucina, si trova un ambiente che conserva quasi intatta la struttura originale (sec. XVI ca.) con soffitto a volte; nel muro verso l'interno sono presenti insieme i diversi materiali utilizzati nella costruzione del monastero: ciottoli presi dal greto dell'Olona, parti in legno, mattoni in cotto provenienti dalle fornaci dei dintorni (furono attive fino a pochi decenni fa, per I'abbondante presenza di argilla, e in zona e' ancora presente il toponimo "fornaci"), massi squadrati risalenti probabilmente alla preesistente fortificazione.
Accanto all'attuale sala consiliare si trova invece ora un seminterrato, adibito dal secolo scorso ad usi agricoli. Attualmente vi e' collocata la sezione romana della mostra: pannelli sulla centuriazione, le vie di comunicazione e il "municipium" di Mediolanum, gli insediamenti protostorici e i ritrovamenti archeologici nel Varesotto, nonche' un'ara votiva (dedicata da due liberti a Diana in favore del padrone che li aveva affrancati) e una stele ornamentale (proveniente da Castelseprio e in parte calco) di eta' romana, un mortaio forse longobardo e alcuni capitelli e frammenti di epigrafi e di cornicioni del monastero. Uno scalino risulta essere parte di una sorta di "gioco della dama" di probabile epoca romana (si ritrova nell'attuale stemma del Comune), mentre su una colonna in laterizi (originale, insieme al soffitto in legno) il capitello cubico reca dipinti sui lati gli stemmi dei De Cairate e dei Visconti (una colonna gemella, gia parte della sala capitolare, e' ancora incorporata in un muro).
Gli stessi stemmi si torvano anche scolpiti su alcuni capitelli del loggiato inferiore, mentre lo stemma visconteo e' dipinto pure alla sommita' degli archi di quello superiore. La chiesa del monastero si trova lungo il lato meridionale, orientata in direzione ovest-est. In origine era romanica, a tre navate. Nel XVI sec. venne abbattuta la navata destra (dall'attuale vialetto di ingresso si possono vedere le arcate murate), in ottemperanza alle direttive del Concilio di Trento per cui le chiese dovevano essere ad aula unica e separare il clero claustrale dagli estranei; dalla navata sinistra si ricavarono invece delle cappelle. Forse e' proprio nella navata destra che venne ritrovato il sarcofago tradizionalmente ritenuto di Manigunda (era infatti usanza seppellire i personaggi importanti nelle navate o nelle cripte delle chiese). Secondo quanto narra Tristano Calco nella sua storia di Milano del 1627, vi era all'interno uno scheletro di donna con vesti eleganti e gioielli: si rafforzo', cosi' la leggenda secondo cui Manigunda sarebbe stata addirittura una regina longobarda (in realta' doveva essere senza parenti maschi e percio' soggetta, secondo l' uso longobardo, alla tutela - "mundio" - regale). ll sarcofago e' ora visibile in una cappella ricavata dalla navata sinistra.
Di fronte, nel catino absidale della navata sinistra, un affresco tardo-quattrocentesco, di scuola lombarda, ma con influssi di pittura toscana evidenti soprattutto nei colori (l'ignoto autore era quindi probabilmente in contatto con la vicina Castiglione): una scena dell'Annunciazione (Maria, arcangelo Gabriele e Spirito Santo sotto forma di colomba) sovrasta ad arco una calotta - forse piu' antica - con i simboli dei quattro evangelisti intorno a una raffigurazione della Trinita' (del Cristo crocifisso e' visibile solo un braccio); nella parte inferiore S. Caterina d'Alessandria (al cui culto, di origine orientale, e' dedicato il convento sul Lago Maggiore presso Laveno), Maria Maddalena, S. Agata e S. Pancrazio (a lui era consacrato un monastero presso Villadosia, in frazione omonima, le cui benedettine superstiti vennero qui accolte nel 1480), mentre al centro - dove venne aperto un camino nel secolo scorso - vi doveva essere una Madonna con bambino. A seguito delle disposizioni del Concilio di Trento, nell'abside, che allora si estendeva fino al fondo dell'ala meridionale, fu ricavato (XVI sec.) un coro per le monache, erigendo un muro che le divideva dai fedeli (come in S. Maurizio di Milano). Su questo muro, che ha chiuso un ampio arco a sesto acuto, Aurelio Luini, figlio di Bernardino, affresco' un grande ciclo dell'Assunzione, firmandolo e datandolo 1560: la tripartizione della storia (nascita, morte e, al centro, assunzione della Madonna su una nuvola fra cherubini) e' delimitata da due pilastri con cornicioni e un arco centrale - dipinti forse anche per ricreare visivamente la prospettiva absidale - su uno sfondo naturalistico (una badia nella campagna); nei tondi, a fiori e frutti, i profeti Davide e Salomone e, in alto, angeli glorificanti. La tipicita' rinascimentale del dipinto, con tonalita' Iievi e soprattutto gIi azzurri tipici della scuola luinesca, e' gia' tendente verso il Manierismo per via dei colori rossastri usati generalmente nelle vesti.
L'affresco e' stato staccato e restaurato (una parte inferiore e' tuttora custodita presso la Soprintendenza): fra I'altro, infatti, in questa che era stata la navata centrale della chiesa del monastero vennero ricavati nel secolo scorso altri due piani, le cui travi hanno forato anche il dipinto. Sotto I'affresco, sulla destra, una nicchia fungeva probabilmente da tabernacolo, mentre un'apertura su un'altra poteva servire a porgere la comunione alle monache nel coro.
Alla fine del secolo XVI risalgono le vele della volta, con decorazioni a fiori e frutti, probabile opera dei fratelli Crespi di Busto. Del 1525 e' invece un dipinto, su una sorta di pilastro coperto poco dopo dal muro, raffigurante un S. Rocco, che veniva invocato contro la peste ed era anche patrono dei pellegrini. Di qui si entra nel locale, gia' parte dell'abside e del coro claustrale, dove e' collocata la sezione longobarda della mostra. In alto dipinti settecenteschi. I pannelli espongono copie e testi dei documenti sulla fondazione e i primi secoli del monastero, rilievi degli scavi effettuativi nei primi anni '80, notizie sulle pievi (Castelseprio e Olgiate, di cui Cairate faceva parte) e sul monastero di Torba, topografie della diocesi ambrosiana e del Contado del Seprio, notizie sui Longobardi (origini, espansione in Italia, figure di guerriero e di donna, arte orafa e necropoli - fra cui la vicina Arsago Seprio), fotografie delle sculture un tempo site nel monastero (altorilievi di figure femminili del XII sec. - ora alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano - e di altre figure umane e animali dei secc. IX/XII - ora ai Musei Civici di Milano e della Societa' di Studi Patrii di Gallarate). e' invece visibile un bassorilievo del IX sec., raffigurante due colombe che si abbeverano alla fonte della vita, iconografia bizantino-iranica. Decorazioni orientali - spirali inscritte in rombi, originariamente incise sulla pietra e riportate sulla calce intorno al XVI sec. - si ritrovano anche nell'attigua torre campanaria e sulla veste del vescovo (con stemma dei Castiglioni) affrescato nel XIV sec. sull'intradosso dell'arco a sesto acuto che divideva la navata centrale dalla zona absidale.
Al piano superiore, nell'ala settentrionale, vi erano probabilmente le celle delle monache: nel secolo scorso vi furono tuttavia ricavati dei locali di abitazione. Vi si possono vedere dipinti tardo-seicenteschi, fra cui le ultime stazioni di una Via Crucis. Sempre nel secolo scorso, anche sopra I'abside vennero ricavati locali di abitazione, su due livelli. Accanto, asimmetrica rispetto ad essi, la stanza dove secondo la tradizione avrebbe dormito il Barbarossa, ma quasi certamente posteriore e ora intonacata, col soffitto dipinto nel '700. Dall'alto del loggiato superiore si puo' ammirare una veduta completa del chiostro, oltre il muro che ancora lo divide. All'esterno, in simbiosi con I'antico edificio, si e' venuto a formare un parco naturale, grazie soprattutto agli alberi piantati dalla Pro-Loco (pini, abeti, salici, magnolie) e alle siepi di rose e di edera, dove trovano rifugio varie famiglie di animali (ricci, ghiri, talpe e soprattutto volatili: rondini, tortore, merli, corvi, passeri, allodole, cuculi, tordi, pettirossi, etc.).
 
ll Restauro
Negli anni '60, il cav. Maino, ispettore onorario della Soprintendenza, resuscita dall'oblio e da ben piu' gravi manomissioni (palazzi, residence) il monastero di S. Maria Assunta, che viene quindi sottoposto a vincolo monumentale (1964) e urbanistico di area (1972). Nel 1975 il Comune di Cairate riesce ad acquistare parte del complesso claustrale: si effettuano quindi gli interventi di piu' immediata necessita', riguardanti il tetto e le colonne in arenaria.
Nel 1980 il Comune si associa al Consorzio del Seprio e si avviano quindi gli studi che porteranno nel 1984 alla mostra "Cairate anno 1000", ora permanente, e che si intende proseguire fino all'epoca contemporanea, costituendo anche un "Museo della carta" (industria che ha caratterizzato il territorio nell'ultimo secolo). Acquisite le parti ancora oggi di proprieta' privata, al cui interno vi sono svariate opere d'arte, dovra essere prioritario rispetto al necessario restauro globale un approfondito studio sulla struttura e le varie stratificazioni (dagli intonaci gia' emergono varie decorazioni) che andranno armonizzate nei vari ambienti. Qualsiasi utilizzazione dovra' quindi essere compatibile col carattere storico e artistico del complesso monumentale e in tal senso coordinata: dovra', in conclusione, mantenerne l' integrita e consentirne la fruizione artistica al pubblico.
 
ll monastero di S. Maria Assunta e' aperto nei giorni di sabaro e festivi (h. 9/18); nei giorni feriali. per scuole. gruppi e studiosi. telefonando presso il Municipio. (n. tel. 0331/360067).
 
 
 
Le Frazioni di Cairate
 
BOLLADELLO
ll territorio di Bolladello e' caratterizzato da una parte collinare, da un terrazzo e dalla pianura, che si estende verso sud-est solcata dal torrente Tenore. La conformazione e la composizione del suolo hanno condizionato I'insediamento umano, sia urbanisticamente che economicamente. L'agricoltura era poco sviluppata e la maggiore ricchezza era costituita dall'abbondante presenza di argilla, che veniva lavorata nelle fornaci. Piu' anticamente la zona era assai paludosa verso la pianura, dove confluivano i torrenti della zona collinare (Rile, Tenore).
Il "VICUS" sorse in epoca romana suIla via che collegava Gallarate a Castelseprio: la struttura urbana presenta infatti analogie con le tipologie dell'epoca; di quel periodo restano anche notizie del ritrovamento di una piccola necropoli e di resti di palafitte, durante le opere di bonifica. Del periodo longobardo restano poche tracce. Un toponimo - Valle del Pozzolo - segnala probabilmente una sorgente utilizzata dai Longobardi, al confine con Cassano, e' documentata pure la leggenda di terreni appartenuti alla regina Teodolinda e da lei donati ai poveri del luogo, incluso Bolladello. ll Cristianesimo si concretizzo' qui nella costruzione di chiese. A convertire gli abitanti della zona furono monaci orientali, come testimoniano anche le dedicazioni delle chiese: San Calimero (nome greco), SS. Giacomo e Sebastiano (vi si veneravano i SS. Abdon e Senen - orientali martirizzati a Roma nel 111 sec.), S. Ambrogio con altare dedicato a S. Calogero (nome orientale). In S. Maria Foris Portam a Castelseprio e nel monastero di Torba vi sono affreschi in stile orientale. E' sorprendente la presenza di ben tre chiese nel Medioevo, ubicate alquanto all'esterno dell'abitato, fatte forse edificare da qualche famiglia influente magari quando gran parte degli abitanti era ancora pagana. I Martignoni erano la famiglia piu' importante, con antiche origini e possedimenti in paesi vicini: nella Castelseprio carolingia esercitavano funzioni di comando.
Nel 1470 i Martignoni restaurarono e abbellirono la chiesa di San Calimero (esistente gia nel '300), dove si trovano un altare dedicato al)a Madonna e un quadro - Madonna con bambino (scuola ligure-piemontese, sec. XVIII) -, venerato come sacro e annualmente portato in processione; nel 1871 fu ampliata con una donazione della famiglia Palazzi, invertendo la posizione dell'abside: dall'alto della collina, fra boschi di castagni e betulle, si gode uno stupendo panorama della zona e verso le Grigne e il Resegone. Anche la chiesa di S. Ambrogio (costruita originariamente in funzione antiariana) fu ampliata nel secolo scorso, giacche'  come parrocchiale doveva raccogliere sempre piu' fedeli per lo sviluppo urbanistico e demografico. Qui furono traslate le spoglie dei  Martignoni quando (fine sec. XVIII) fu demolita la pericolante chiesa di San Giacomo; si trasferi' cosi' anche il diritto alla nomina di un cappellano, come avveniva per la cappella di S. Sebastiano che i Martignoni avevano abbellito in S. Giacomo.
Le famiglie importanti dimoravano in edifici ancor oggi riconoscibili: i Martignoni nel cortile fra vicolo Pace e via Cavour, caratterizzato da una torre; i Magnoni in fondo al vicolo omonimo, anche qui con torre e caratteristica scala interna a chiocciola; in piazza I Maggio di un altro edificio resta I'ala rustica con i capitelli del colonnato e un soffitto a cassettoni dipinti; poco piu' a sud, in un ampio parco, una villa edificata nel secolo scorso. La piazza era un tempo adibita a pascolo con al centro una cappella dedicata alla Madonna. Un edificio a cortile, fra le vie Indipendenza e Cavour, pare fosse una casa-convento, forse di Umiliati: lo testimonierebbero la ricercatezza stilistica del portone d'ingresso e un resto di affresco raffigurante un vescovo-santo.
ll resto del tessuto edilizio del nucleo antico e' caratteristico dei villaggi rurali, con le case a corte la cui funzione agricola e quasi del tutto scomparsa.
 
PEVERANZA
ll toponimo "Peveranza" si trova citato per la prima volta in un documento del 721 d.C.: vi si nomina infatti un certo Toto de Peperantzo - forse un funzionario longobardo -. I Longobardi abitarono quest'area probabilmente per primi. Qui era importante controllare il guado sul Tenore, dove transitava la strada Gallarate- Castelseprio. Anche la chiesa dedicata a S. Maria Assunta conferma la presenza di Longobardi, che erano particolarmente devoti alla Madonna. In documenti trecenteschi la famiglia dei "da Peveranza" (forse la piu' antica) risulta affittuaria di terreni di proprieta' del monastero di Cairate e, insieme ad altre famiglie, possedeva il castello di Peveranza. ll villaggio infatti era costituito da un gruppo di case fortificate, disposte in modo da formare un "castello-recinto" - difeso dai corsi d'acqua esistenti (Riale e Tenore) e dal lieve pendio - con pochi accessi facilmente sbarrabili. Mantiene ancora tale struttura urbanistica, anche qui tuttavia caratterizzata da edifici rurali del secolo scorso (case a corte). Oltre il Riale venne edificata la chiesa di S. Maria Assunta, a croce greca; nel 1872 fu rifatta e ampliata con la nuova abside e scavalco del Riale, utilizzando materiali di recupero provenienti da Castelseprio; nel 1932 fu aggiunto il pronao. Di fronte. secondo la tradizione, vi sarebbe stato un convento, di cui pero', non restano tracce. L'agricoltura e' tuttora praticata, mentre il fiorente artigianato locale - tradizionalmente discendente dalla perizia longobarda, soprattutto nella lavorazione dei metalli - si e' per lo piu' trasformato in attivita' industriale (le famiglie interessate sono soprattutto le piu' antiche: Saporiti, Montalbetti, Crosti). Sono state anche sfruttate le risorse naturali del luogo, che forniva argilla per le fornaci: ve ne erano due, che tuttavia da qualche tempo hanno cessato l'attivita'.
 
Monumenti
II monastero e' certo il piu' rilevante bene artistico esistente a Cairate; ve ne sono tuttavia anche degli altri. L'antica parrocchiale di San Martino risale al XIII sec.: parecchio rimaneggiata, e ora cappella del cimitero. Nei pressi del monastero, al centro del paese, sorge la successiva parrocchiale di S. Ambrogio (secc. XVI/XVIII): seppur abbandonata, e' ancora in discrete condizioni e conserva dipinti e stucchi dei secoli XVII/XVIII. Il centro storico presenta le caratteristiche dell'antico borgo rurale e mantiene immutata la struttura urbanistica tipicamente medioevale.
Di particolare interesse sono alcuni cascinali verso la campagna: fra gli altri, Cascina Bellingera, a lato della via per Castelseprio, e le cascine Gitti e Barlam, oltre I'Olona. In valle, quanto resta della Cartiera Mayer (le parti in materiale ferroso sono in via di smantellamento per essere riciclate): nonostante abbia assai contribuito al degrado della Valle Olona - ancora evidente anche se ricominciano a crescere alberi, cespugli ed erba verde -, I'edificio principale e quelli contigui si sono armonizzati nel paesaggio e costituiscono un interessante esempio di archeologia industriale. A lato, i binari della ferrovia della Valmorea percorrono ancora il fondovalle.

10.15 Monsorino

www.redigio.it
 
 
I CROMLECHS E GLI ALLINEAMENTI DEL MONSORINO
 
NECROPOLI PROTOSTORICA DELLA CULTURA DI GOLASECCA NELLA PRIMA ETA' DEL FERRO
 
 
ANGELO VITTORIO MIRA BONOMI
 
 
A CURA DELLA PRO LOCO DI GOLASECCA
1991
ESTRATTO DA "LOMBARDIA PAESE PER PAESE'."
ENCICLOPEDIA DEI COMUNI D'ITALIA
 
PER GENTILE CONCESSIONE DELLA CASA EDITRICE BONECHI.FIRENZE
 
 
 
Dall'alzaia lungo il Ticino si giunge alla Cascina Melissa che fu abitata da un ultraottuangenario, "al Giuanin de la Melissa", l'ultimo pescatore professionista di Golasecca, che ha vissuto col fiume e con la sua terra nelle piane sottostanti il Monsorino.
Di fronte alla sua cascina, costruita con pietre vive squadrate a colpi di mazza, esistono le attrezzature da campeggio e il bar - ristoro la "Lucciola" con ampio parcheggio.
Posteggiando gli automezzi in questo settore, e' possibile salire, seguendo i cartelli indicatori, in un primo bosco di querce e castagni, percorrendo una strada in acciottolato tra le forre che porta a_la piana del primo terrazzamento fluviale.
Questo incantevole luogo conserva la pace agreste di vite trascorse in felice sintesi con la natura, tanto da destare, in chi lo ripercorre, "magnifici pensieri" sul passato della nostra terra.
Giunti sulla piana, proseguendo sul sentiero che aggira il colle del Monsorino, si perviene sulla sommita' dove si possono ammirare, in tre settori distinti i monumenti funerari protostorici del primo periodo della Cultura di Golasecca (750 - 600 a.C., G.I B-C), tra i piu' antichi d'Italia.
Nel primo settore recintato esistono grossi ciottoli infissi disposti circolarmente alla base di tumuli, chiamati cromlechs (per similitudine con i recinti di grandi pietre fitte della Bretania) dal diametro di m. 5,00 - 9,00 con due "allineamenti" a corridoio di accesso, in relazione a cerimonie religiose per il culto degli antenati.
Questi monumenti, di grande interesse perche' unici in Lombardia, sono stati riconosciuti dal Biondelli (1852) che teneva "essere esclusivamente dei Celti il cingere in tal modo le sepolture dei loro estinti", dal De Mortillet (1866), dal Castelfranco (1874), dal Frova (1961) e da me (1965) che, per conto della Soprintendenza competente, in collaborazione
con la Societa' Gallaratese per gli Studi Patri, ho curato il restauro di liberazione del terreno. Dai rilievi del Castelfranco, che ho verificato con il completo sondaggio dell'area, tutto il settore del colle del Monsorino e' interessato da numerose sepolture a cista litica, anche di notevole profondita'.
Dal colle del Monsorino, seguendo le indicazioni poste dalla Pro Loco, si continua, per un itinerario archeologico di semplici, ma tipiche presenze ambientali, verso il monte Galliasco, a cui si puo' accedere anche per un tratturo che e' consigliabile, seguendo a destra le pendici del monte. A mezza costa, su un pianoro posto alla sinistra del tratturo, si costeggiano le vestigia sepolte di una necropoli del secondo periodo della Cultura di Golasecca, mentre piu' avanti il terreno rinserra pavimentazioni di capanne. Sulla sommita' del Galliasco vennero rinvenute, in ogni epoca, numerose sepolture del primo e del secondo periodo della Cultura di Golasecca.
Dal Galliasco si domina un paesaggio incantevole, lo stesso che si puo' ammirare dalle cime delle Corneliane, ma che qui appare sempre diverso per il mutare dell'angolo prospettico e per l'avvincente natura che ricordo fitta tra le ombrose pinete, il cui sottobosco pulito segnava il rapido declivio del monte, profilando le linee dell'orizzonte nella figurazione fluente verso i lontani punti di fuga.
Tra questi sacri boschi sorse il Sole dei Celti in un incantevole panorama ambientale rivolto alle luminose montagne, alla grande "Madre Bianca" del Rosa che si rispecchia nel "Canal Grande" del Ticino, lo stesso mirabile paesaggio consueto a questa stirpe celtica, raffinata nell'arte materiale e sobria nella vita che si riscontra ad Ameno sul Lago d'Orta (insediamento protogolasecchiano del 900 a.C.), luoghi silvestri prescelti con antiche religiose memorie delle tradizioni.
 
LA CULTURA DI GOLASECCA
 
Nella prima Eta' del Ferro si sviluppa nel territorio compreso fra i fiumi Sesia e Adda una nuova societa', ben organizzata socialmente, politicamente ed economicamente. Si nota la scelta di nuovi luoghi per la nascita di grandi insediamenti, concentrati intorno al Lago Maggiore e al Lago di Como, insediamenti che determinano cosi un lento spopolamento della bassa pianura. Le ragioni di tale fenomeno possono essere attribuite alla scoperta, in questi territori di minerali ferrosi, determinanti per il progresso della nuova industria metallurgica, fenomeno riscontrabile in Italia nella protostoria veneta, emiliana, toscana e laziale.
La Cultura di Golasecca rappresenta la prima forma evoluta di un mondo artigianale nella quale sono gia' presenti alcuni caratteri delle societa' storiche, come ad esempio l'uso specializzato dei materiali o la volonta' dell'uomo di adeguare il territorio alle proprie esigenze.
Gia' nella prima e tarda Eta' del Bronzo. nella Lombardia occidentale, si avvertivano nuovi fermeni economici e sociali.
Con la scoperta dei metalli non solo si erano costruiti nuovi strumenti, ma era cambiato anche il rito funebre, cosicche' al rito inumatorio, ispirato al culto della madre terra, era subentrato il rito crematorio, determinato anche dalla religione solare. In particolare praticavano il nuovo rito funebre crematorio alcuni gruppi come quelli della Scamozzina di Albairate, di Garlasco e di Monza, che precedettero e furono contemporanei della Cultura di Canegrate che, con la sua necropoli situata lungo il fiume Olona, e' considerata l'embrione di una prima societa' organizzata corrispondente alla fase iniziale dell'Eta' dei Campi d'Ume dell'area nord alpina occidentale. Poiche' la Cultura dei Campi d'Ume e' l'espressione dei popoli di lingua celtica, la celtizzazzione del territorio della Lombardia e'ìiniziata nell'Eta' del Bronzo, formando insediamenti disposti solitamente lungo i fiumi con  gli aspetti locali del vasto abitato della Cultura della Malpensa (1100-900 a.C.), che ho scoperto nel 1974, fase preparatoria nella quale sono gia' evidenti tutti i caratteri della Cultura di Golasecca e successivamente, dal IX secolo in poi, in abitati di forte concentrazione nell'area comasca. Le favorevoli condizioni ambientali e la bellezza dei luoghi, con le colline che formano un ampio anfiteatro di riscontro alla catena delle Alpi, hanno motivato questo insediamento di cui abbiamo numerose testimonianze.
Col termine Cultura di Golasecca si abbraccia tutto l'arco della prima eta' del ferro in Lombardia. "Resa nota per la prima volta dall'abate Giovan Battista Giani nel 1824, essa e' stata oggetto di numerose ricerche da parte di noti studiosi quali il De Mortillet, il Castelfranco, il Bertolone. il Rittatore Vonwiller il Mira Bonomi e tuttora dall'archeologo della Soprintendenza competente con efficaci interventi". Alla luce dei piiu' recenti studi, la Cultura di Golasecca viene cronologicamente suddivisa in tre periodi, compresi tra l'VIII e la prima meta' del IV secolo a.C. Solamente nel secondo periodo sono evidenti i caratteri di una societa' divisa in caste, con tombe a volte arricchite da prodotti di scambi commerciali con il mondo meridionale, etrusco, mediterraneo o nordico-transalpino.
E' possibile, in seguito alle ricerche che ho effettuato sull'insediamento, al restauro dei monumenti sepolcrali del primo periodo del Monsorino di Golasecca (1965), alla scoperta dell'abitato con lo scavo di alcuni fondi di capanna e al successivo studio dei reperti (1967-1969), l'analisi dei corredi delle sepolture, la lettura della loro stratigrafia orizzontale, dei sistemi di costruzione delle tombe e delle capanne, esprimere alcune considerazioni sulla vita e l'organizzazione sociale di questa gente che abitava sul "Canal Grande" del fiume, laddove il Ticino esce dal Verbano.
Nel primo periodo della Cultura (800-600 a.C.) le capanne, distribuite in prevalenza lungo il primo terrazzamento del fiume, sulle sponde opposte, avevano una pianta circolare, con al centro il focolare, dal diametro di circa 5-6 metri, cintate da un basso muro di pietre e pavimentazioni in ciottoli fluviali scheggiati, infissi nell'argilla. Tali pavimenti erano coperti di stuoie ad intreccio, le cui impronte sono state riscontrate sul concotto (terra semicotta) delle pareti laterali e del pavimento. Per quanto riguarda la copertura delle capanne, suppongo che essa fosse lignea e presentasse delle nervature concentriche che venivano a formare una calotta.
Vari sono i tipi di ceramica ritrovati, modellata a mano sul piatto mobile nel primo periodo, al tornio piatto imperniato, tra il primo e il secondo periodo, ma che comunque presenta motivi ornamentali tradizionali come ad esempio i triangoli graffiti o incisi. Queste decorazioni inoltre venivano rese evidenti con l'uso del gesso, che le metteva in contrasto con il bruno rossiccio o nericcio dei vasi, conferendogli una primitiva bellezza.
La lavorazione della pietra, dell'osso e del legno, e' documentata in vari reperti che testimoniano una tecnica evoluta. Il materiale piu' usato era rappresentato da ciottoli di serpentino scelti tra le ghiaie del fiume; altri materiali usati sono la selce e l'ossidiana. Non mancano incisioni rupestri con forme geometriche e una rara stele-menhir che abbiamo rinvenuto nel 1969.
La raccolta del cibo veniva effettuata con grandi recipienti di terracotta modellati a mano. La caccia e la pesca risultano meno documentate. Con i carri rinvenuti nelle due Tombe di Guerriero, a Sesto Calende risulta accertato l'uso della ruota. Non sono state sinora scoperte tracce di lampade o di oggetti per l'illuminazione, ma e' da supporre, per la presenza di essenze resinose, che fossero in uso fiaccole.
I frammenti di bollitori fittili e di ossa di capre e le numerose fusarole (elementi forati, solitamente in terracotta, usati come pesi per la torcitura a fuso sospeso) provano che l'insediamento era soprattutto basato sulla pastorizia e sull'allevamento delle capre, delle pecore, del cane selvatico, della volpe, del maiale, del bovino e del cavallo. La coltivazione era relativa agli ortaggi, alle radici, alla frutta, alle noci e ai semi da olio, ai legumi e ai cereali mentre tronchi di conifere d'alto fusto venivano usati come materiale da costruzione.
L'intrecciatura delle stuoie a diagonale con fasci di erbe, era sicuramente praticata e cosi' anche la tessitura, per la presenza dei pesi per telaio e dei vasi rettangolari come contenitori per il caricamento delle spolette, che ruotavano su assi metallici mossi a tergo manualmente avvolgendo il filo ritorto.
Gli utensili metallici sono rari e solo nel secondo periodo troviamo alcuni coltelli in ferro a lame serpeggianti. La fusione era praticata con mantici, in un fondo di capanna sono stati rinvenuti un crogiolo in terracotta, due forme di fusione per cuspide di lancia e utensili vari.
Anche l'arte del metallo, con la lavorazione delle lamiere, era sicuramente in uso, con il cesello, la bulinatura, la chiodatura, mentre e' assente la filigrana e la granulazione con i metalli preziosi. L'uso dell'avorio non e' documentato, mentre e' certo quello dell'osso, dell'ambra e del legno.
Le barche venivano ricavate scavando tronchi d'albero, come testimoniano la canoa di Castelletto Ticino al Museo dell'Isola Bella e quella notevole reperita a Porto della Torre.
Con certezza era in uso una scrittura a caratteri sillabici o alfabetiformi, documentata su reperti in pietra e incisa o impressa sulla ceramica. Accanto a queste molteplici attivita' del primo periodo, che danno la visione di un popolo gia' organizzato in clan con una vitalita' collettiva ben evidenziata, l'aspetto funerario e' il piu' conosciuto. Non e' da credere che il rituale della sepoltura predominasse sull'attivita' domestica della comunita, ma poiche' il culto degli antenati imponeva il rispetto dell'area adibita alle sepolture, le rotazioni agrarie e i disboscamenti rinnovavano l'habitat senza intaccare l'area sacra dedicata al culto dei defunti, questa usanza e' perdurata anche per altre genti, proteggendo cosi i resti e i reperti dei corredi sino all'avvento della cristianita'.
Per i sepolcreti si nota, nel primo periodo, l'uso collettivo di seppellire in campi siti in posizioni dominanti, esposti al sole e con particolari orientamenti. Diversi sono i sistemi costruttivi delle sepolture: in nuda terra, in cista di ciottoli, a pozzo con sovracopertura. Anche i cromlechs (dal bretone: circoli di pietre) e gli "allineamenti" sono caratteristiche costruzioni collettive per il culto degli antenati. Le sovracoperture delle tombe a pozzo risultano molto rare: alcune di media grandezza, altre (rarissime) di grandi dimensioni poste su collinette dominanti, configurano grandi tumuli e sicuramente appartenevano all'aristocrazia dell'insediamento. I corredi delle sepolture sono composti dall'urna cinerana fittile, solitamente decorata, dalla ciotola-coperchio e da un vasetto accessorio o bicchiere di forma tondeggiante. Successivamente a volte il corredo ceramico appare arricchito con la presenza di coppe ad alto piede, vasi accessori anche immanicati e decorati.
Il corredo di oggetti in bronzo, solitamente di abbigliamento, pure combusti durante il rito crematorio, consta di una o piu' fibule (spille), spilloni, fibbie decorate di cinturoni, armille (bracciali), anelli, orecchini, pendagli, collane-pettorali composte di catenelle ed elementi vari in relazione al rango del defunto. e' doveroso sottolineare che raramente la perfezione tecnico-artigianale ha raggiunto, per bellezza e leggerezza degli oggetti, il livello di esecuzione degli esemplari tipicamente locali.
Nel secondo periodo (600-450 a.C.) le caratteristiche fondamentali della Cultura subiscono un mutamento. Permane l'uso funerario della cremazione, ma gli insediamenti si espandono nel retroterra allontanandosi dal fiume, che rimane il luogo di convergenza per le comunicazioni. Il clan si suddivide in numerose famiglie che occupano un'area distinta, solitamente piana, destinata alle coltivazioni. Le sepolture sono in cassette di pietra rettangolari costruite con lastre di beola, in genere allineate o raggruppate attorno a una sepoltura principale. Esistono alcune sepolture che si evidenziano, come ad esempio la tomba femminile detta "del Tripode", con un ricco corredo, databile intorno alla fine del VI secolo (530-520 a.C.).
Appare l'uso dell'ambra baltica, della pasta vitrea colorata, della ceramica stralucida (che imita il bucchero nero a pareti sottili orvietano di terra profumata). Il repertorio del corredo sottile stralucido e' tra la migliore produzione che l'uomo abbia mai operato nella protostoria europea. Anche i bronzi acquistano maggiore perfezione e bellezza e tra i tanti le situle (vasi a corpo tronco-conico con spalla arrotondata provvisti o meno di manico) sono le piu' raffinate: esse provano il benessere e la ricchezza di questo insediamento tra il VII e il VI secolo a.C. Vi sono dei mutamenti anche per quanto riguarda l'abitato. Si puo' ipotizzare che le capanne avessero una struttura completamente lignea.
La ceramica, con il perfezionamento del tornio a ruota, subisce un notevole cambiamento. Le urne fittili presentano in rilievo cordoni orizzontali, applicati sul crudo della modellazione prima della cottura, che dividono la superficie del corpo del vaso in settori secondo lo schema della cultura atestina, che influenza anche questo territorio.
I probabili reperti che risentono della vitalita' commerciale del mondo etrusco sono: il bacile in lamina di bronzo decorato con sfingi alate, rinvenuto a Castelletto Ticino, il frammento di una ciotola-coperchio in ceramica stralucida con un'iscrizione graffita nord etrusca in lingua celtica, ritrovato a Sesto Calende  alcune sfingi alate in terracotta della collezione del marchese Guido della Rosa di Parma.
I carri a due ruote, gli elmi a calotta e gli schinieri anatomici, rinvenuti in due tombe principesche di guerrieri, nella zona di Sesto Calende, sono elementi gia' diffusi nelle culture etrusca, picena e slovena. mentre le spade ad antenne ci riconducono alla cultura hallstattiana (Hallstatt e' una localita' dell'Austria centrale dove fiori' un centro protostorico, motivato dall'estrazione del sale minerale), cosi come il rituale funerario.
Dai dati archeologici emerge che l'insediamento di Golasecca - Sesto Calende - Castelletto Ticino mantenne inalterate le caratteristiche indigene e solamente nel VII-VI secolo a.C., in reperti di alcune sepolture dei ceti emergenti, si possono notare influenze di differenti centri propulsori, senza sostanzialmente avvertire quelle trasformazioni economico-sociali che nel mondo tirrenico tosco-laziale determinarono il passaggio dalle culture protostoriche locali all'eta' storica con la nascita della civilta etrusca.
La persistenza dei caratteri autoctoni (cioe' propri del territorio che li ha generati) determino' un particolare momento di crisi, insieme ad altri probabili fenomeni socio-politico-ambientali, che si avverte archeologicamente alla soglia del V secolo a.C., con l'abbandono dei luoghi, l'esaurimento di un mondo pastorale, l'interesse verso i nuovi centri in pianura.
 
1)       In copertina un cromlech del Monsorino (VIII-VII sec. a.C.).
2)       Pianta dei cromlechs e degli "allineamenti" del Monsorino. Rilievo dell'Arch. Angelo Vittorio Mira Bonomi; (a) scavo del terzo settore del Monsorino (1965), (b) veduta aerea dei Monsorino, (c) "allineamento" a bottiglia del cromlech n. 1.
3)       (a) Muro a secco del primo periodo rinvenuto a Sesto Calende  (Cascina Rastel Rosso), probabile perimetrazione dell'abitato nel settore orientale, (b) menhir rinvenuto a Castelletto Ticino (Localita' Briccola) nell'area dell'abitato dell'insediamento protostorico, (c) ruota in legno della Tarda Eta' del Bronzo (da Mercurago).
4)       Ricostruzione dell'abitato (a Castelletto Ticino - Localita' Briccola) del periodo compreso tra I'Eta' del Bronzo Finale e la prima Eta' del Ferro (XII-V sec. a.C.).
5)       Il settore del Ticino dove si formo' l'insediamento protostorico della Cultura di Golasecca.
6)       Alcuni oggetti tipici della Cultura di Golasecca: (a) tornio a piatto in pietra, (b) vaso fittile per arroccare e tingere il filato, (c) trapallo alternativo da fuoco con volano, (d) ornamenti e utensili dal corredo di una sepoltura del G.II B (550 - 500 a.C.) rinvenuta a Castelletto Ticino  (Localita' Dorbe'- 1975): (1) frammenti di fibule in bronzo, (2) gancio di cintura in lamina di bronzo, (3) coltello in ferro a lama curvilinea, (4) sevizio da toelette maschile (auriscalpium).
7)       Corredo funebre del primo periodo della Cultura, costituito dall'urna biconica sottile decorata a triangoli incisi (denti di lupo) e dal vasetto accessorio, rinvenuta a Sesto Calende (Localita' Montico).
8)       Corredo di una sepoltura del secondo periodo della Cultura rillvenuta a Sesto Calende (Localita' Cascina Rastel Rosso), comprendente l'urna sottile di forma ollare, un vaso fittile di forma ovoidale, una ciotola - coperchio e un vasetto accessorio di ceramica stralucida, una ciotola di impasto grossolano, due fibule in bronzo ad arco serpeggiante e un coltello in ferro a lama curvilinea.
9)       Sequenza di scavo della sepoltura a cassetta litica del secondo periodo della Cultura.
10)       L'attuale "Canal Grande del Ticino" a Sesto Calende - Castelletto Ticino, abitato fluviale dell'insediamento eponimo della prima eta' del ferro in Lombardia (Cultura di Golasecca (IX - V secolo a.C.).
 
 
 
Testo, disegni e foto di: ANGELO VITTORIO MIRA BONOMI
 
 
    parole
-----------------------------------------------

10.16 Vetri

www.redigio.it
 
VETERES INCOLAE MANENTES
 
Il territorio varesino fra protocelti e i romani
a cura di Maria Adelaide Binaghi Leva
 
       Schede:
1.       Fonti letterarie
2.       Le fonti archeologiche
3.       La cultura di Golasecca.
4-.5       Le strutture protourbane.
6       La crisi del V° secolo a.C.
7       L'arrivo dei galli
8       La romanizzazione.
9       Somma Lombardo, frazione Case Nuove, ripostiglio della Malpensa.
10       Somma Lombardo, Necropoli della Malpensa.
11a       Sesto Calende, Seconta tomba del guerriero.
11b       Sesto Calende, Seconda Tomba del Guerriero, Museologia e Museografia: il primo allestimento e le ricostruzioni grafiche.
11c       Sesto Calende. Seconda tomba del Guerriero, L'intervento di restauro
12       Sesto Calende, localita' Mulini Bellaria. Tomba del Tripode.
13       Golasecca, localita' Monsorino. Necropoli.
14       Arsago Seprio, localita' S. Ambrogio. Necropoli.
.      
 
LE FONTI LETTERARIE
 
Secondo le fonti antiche l'area varesina appartenne prima agli Insubri, che si estendevano da Milano alla Val d'Ossola, poi al territorio di Mediolanum e Comum, parte della regione romana della Transpadana. Ma anche se non fu mai un'unita' geografica a se', vale la pena di esaminarla da sola, perche' l'archeologia ne rivela il ruolo cruciale per la comprensione dell'arrivo e dello sviluppo di diverse culture, nel corso del I millennio a.C. e fino alla romanizzazione.
Le fonti antiche ci aiutano a capire sia il processo della formazione degli Insubri e del loro rapporto con il resto del mondo celtico, sia quello dell'arrivo e del radicamento dei Romani.
Gli Insubri sono uno dei popoli celtici che a piu' riprese si stabilirono in Italia. Tito Livio ci dice che il loro capo Belloveso venne in Italia al tempo dei Tarquini, cioe' nel VI sec. a.C., e fondo' Milano in un luogo dove trovo' degli altri Insubri: da questo racconto si ricava un quadro di presenza di elementi celtici gia' da allora.
Pero' questa versione non convince molti, perche' un altro passo di Livio (ripreso da altri come Plutarco, Plinio, etc.) sposta il momento fondamentale della migrazione celtica all'inizio del IV sec. a.C., quando i Galli, guidati da Arrunte di Chiusi, che voleva vendicarsi della sua citta', scendono nella pianura padana, attirati dall'abbondanza del vino. Ma in realta' il brano riprende una saga etrusca che narra in forma di mito l'attrazione dei Galli verso la civilta' mediterranea, di cui era simbolo il vino, che in essa aveva precisi valori culturali. I due brani percio' piu' che essere in contraddizione, attestano una penetrazione celtica graduale che dai tempi di Belloveso vede l'arrivo, in epoche separate, di gruppi, radicati alle tradizioni culturali celtiche, ma aperti alle influenze culturali che provenivano dal Mediterraneo.
Riguardo alla romanizzazione dell'area, le fonti non parlano di grandi fondazioni coloniali, come avviene in altri posti della Lombardia, ad esempio Cremona e' verosimile che ci sia stato, oltre che l'immigrazione di piccoli gruppi, un fenomeno di assorbimento da parte degli Insubri di lingua e cultura latine; fenomeno ragguardevole, visto che in eta' cesariana ad essi, come a tutti gli altri Transpadani, e' concessa la cittadinanza romana.
La fonte piu' interessante e' comunque Strabone, che in eta' augustea dice che ormai sono tutti Romani e aggiunge che alcuni preferivano chiamarsi ancora Insubri, cosi come accadeva per altre genti, sparse un po' in tutta Italia, che elenca; segno questo che l'avvenuta romanizzazione consentiva il mantenimento di una dimensione regionale, che si annullera' progressivamente nei secoli seguenti .
Le fonti elencate non sono particolarmente abbondanti, ma permettono di leggere in maniera attiva e problematica i dati archeologici esposti, che documentano vari tipi di evoluzione economica e culturale.
La ricerca archeologica prima di rivolgersi al terreno parte dalle fonti, cioe' dai testi degli autori antichi e dalle iscrizioni, che o descrivono direttamente un argomento o, pur parlando d'altro, vi gettano una luce indiretta.
Quando ci sono le fonti si puo' fare storia. Senza di esse c'e' la preistoria, che permette la conoscenza della cultura e della vita dei nostri progenitori, ma solo per via archeologica, senza la completezza di raffronti che e' data solo dai documenti scritti. Tra storia e preistoria c'e' una fascia intermedia, la protostoria. Essa e' indagabile soprattutto con l'esame dei dati archeologici, ma riceve una sostanziale luce dal confronto con i fenomeni delle epoche storiche successive e dalle stesse fonti che, anche se in forma mitica o difficilmente controllabile, accennano a fatti remoti che precedono quelli raccontati.
Un esempio che ci riguarda: Tito Livio dice che Belloveso guido' i Galli Insubri in Italia al tempo dei Tarquini nel VI sec:. a.C.: questa e' una notizia storica. Dice ancora che questi trovo' altre genti, a lui familiari che portavano lo stesso nome di Insubri: questa notizia che e' unica ci da indizi su un periodo piu' remoto, e puo' leggersi come l'accenno ad un movimento di Celti ancora piu' antico, puo' essere utilizzata dall'indagine protostorica.
 
Questa mostra, che concerne diversi fenomeni archeologici del territorio varesino, si sviluppa tra preistoria, protostoria e storia, che si susseguono nella zona con uno sviluppo che si puo' seguire con facilita'.
                                    A.M.A.
 
 
 
 
LE FONTI ARCHEOLOGICHE
 
Le fonti antiche non tramandano un nome nazionale per le genti che abitarono la Lombardia Occidentale, il Piemonte Orientale e la Svizzera Ticinese nel corso della prima eta' del Ferro. Esse riferiscono solo il nome di alcune popolazioni tra cui gli Insubres stanziati nel territorio in cui Belloveso fondera' Milano, la cui appartenenza etnica e' contraddittoria ed e' considerata ora ligure ora celtica.
Alla luce dell'evidenza archeologica il nome degli Insubri e le aree da loro occupate sarebbero da identificarsi con una popolazione celto-italica gia' da tempo stanziata nel territorio del Ticino quando si verificarono le invasioni galliche di eta' storica.
La revisione della documentazione epigrafica e le nuove scoperte effettuate negli ultimi anni hanno permesso di distinguere un gruppo di documenti sicuramente anteriori alla discesa dei Galli nel 388 a.C. da un gruppo piu' recente di apporto gallico.
Le iscrizioni piu' antiche hanno dato la possibilita' di riconoscere un dialetto di tipo celtico, fissatosi nella scrittura verso la fine del VI sec. a.C., attraverso i caratteri dell'alfabeto etrusco, acquisito in seguito a stretti contatti con le popolazioni di questo ambito culturale.
La celtizzazione del nostro territorio va fatta quindi risalire anteriormente agli inizi del IV sec. a.C. Gia' Tito Livio (V, 34) narrava di una prima invasione gallica intorno al 600 a.C.," Prisco Tarquinio Romae regnante", la cui documentazione archeologica in nostro possesso non sembra giustificare un apporto culturale innovativo in tale epoca. Pertanto il dialetto celtico ritrovato sulla documentazione epigrafica sarebbe la prova di una celticita' pregallica nell'area insubre risalente a tempi remoti .
L'unica cesura che interrompe la continuita' dello sviluppo culturale dell'area in esame e' da riconoscere nel corso del XIII sec. a.C. sia per la formazione di nuovi insediamenti, sia per le fogge vascolari, sia per lo stile decorativo.
Questo nuovo contesto culturale e' identificato con la cultura di Canegrate, strettamente collegata con la cultura dei Campi d'Urne, in particolare della Francia Orientale. Le prime manifestazioni di questo nuovo complesso culturale relativamente omogeneo si ritrovano nelle vaste necropoli dell'area in esame, che raggruppano sepolture ad incinerazione, disposte in fosse spesso scavate al centro di circoli di pietra (Golasecca, localita' Monsorino; Vergiate, localita' Garzonera).
Questi riti incineratori si svolsero in un contesto religioso con temi iconografici precisi, sia resi mediante martellatura sulle rocce con rappresentazioni del disco solare (stele-menhir di Castelletto Ticino, incisioni rupestri della Val Veddasca), sia noti grazie a statuette: in terracotta o bronzo dei corredi funerari, come dimostrano i caratteristici pendagli ad anatrella che rapprestentano la nota figura dell'uccello acquatico.
Anche il modo di armarsi e' un fenomeno culturale che si puo', seguire dal Baltico al Mediterraneo. L'uso dell'elmo, della corazza, dello scudo, degli schinieri nonche' della lancia e della spada, descritto gia' nell'Iliade a proposito dell'armatura di Achille, si ritrova in siti assai lontani tra loro stretta documenta stretta analogia tra Celti transalpini e Celti golasecchiani. La spada corta e i pugnali della seconda Tomba di Guerriero di Sesto Calende sono un esempio dei rapporti con la Svizzera.
L'aumento di concentrazione demografica tra VIII e VI sec. a.C., come attestano i dati archeologici, nei centri all'uscita del Ticino dal lago Maggiore(Golasecca, Sesto Calende, Somma Lombardo, Castelletto Ticino), e' da rapportarsi all'utilizzo della via fluviale del Ticino come collegamento tra la bassa pianura del Po e i passi Alpini (S. Bernardino, Sempione, S. Gottardo).
La densita' delle necropoli in quest'area si riferisce probabilmente a una popolazione di qualche migliaio di abitanti, una cifra eccezionale in rapporto alle risorse del territorio.
Per comprendere meglio l'importanza di tale fenomeno va considerata la necessita' di trasportare le merci dai battelli lacustri alle piu' piccole piroghe fluviali e viceversa a causa della difficolta' di navigazione del Ticino.
I rapporti con gli Etruschi in quest'area erano probabilmente intensi gia' tra il VII e il VI sec., in quanto controllavano le vie di circolazione delle merci. L'iscrizione della fine del VII sec. a.C. trovata su un frammento di coppa in ceramica d'impasto a Sesto Calende convalida questa interpretazione.
L'influenza etrusca si intensifica dal VI sec. a.C. in poi come attestano numerosi ritrovamenti a Castelletto Ticino e Golasecca, che diventano sempre piu' rari dal V sec. a.C. in (contrasto con l'espandersi degli altri centri lombardi .
Queste ipotesi potranno trovare una conferma o una smentita grazie aglistudi e alle ricerche in corso. Va comunque considerato che dal XII sec all'espansione gallica del IV secolo a.C. l'area insubre occidentale ha usufruito, in particolare tra il VII e i IV secolo a.C., di una molteplicita' di influenze e di contatti commerciali e culturali, in un susseguirsi di relazioni tra gruppi e popoli differenti, pur mantenendo una ben precisa peculiarieta' e omogeneita'.
 
1.       Stele-Menhir. Lastra in pietra dorata della Val d'Ossola. Di forma oblunga, presenta i margini laterali, irregolarmente rettilinei, convergenti alla sommita' (lacunosa), mentre nel breve tratto basamentale essi risultano rastremati verso il margine inferiore di appoggio piatto. La fronte piu' regolare del monolite reca inciso nella zona centrale un cerchio nel quale sono inscritti tangenti, disposti su un asse diagonale orizzontale, due cerchi minori. La zona superiore e' attraversata diagonalmente da un tratto rettilineo inciso, con all'apice inferiore destro un motivo triangolare appuntito in due tratti convergenti (rappresentazione di una punta immanicata). L 'angolo superiore sinistro della medesima faccia presenta alcune piccole coppelle.
 
2.       Coppa in ceramica di impasto che reca esternamente l'iscrizione "iunvanaXa", costituita dal prenome iunva piu' l'appositivo naXa. La struttura morfologica dell'alfabeto rimanda quindi al celtico di VI sec. a.C. presente nell'area. Trattandosi di una scritta su un oggetto di produzione locale datato alla fine del VII-inizio VI sec. a.C. costituirebbe la piu' antica iscrizione rinvenuta nella Transpadana.
 
 
    parole
-----------------------------------------------
 

10.17 Gran pampel

----------------------------------------------- vww.redigio.it
 
17 Gran pampel
 
 
Contents
17.1 Gran pampel
17.2 Chi è Panoramix?
17.3 Asterix
17.4 Trama tipo
 
 
 
 
 
 
 
 
    parole
-----------------------------------------------

10.17.1 Gran pampel

----------------------------------------------- www.redigio.it
 
Gran pampel
 
Il Gran Pampel è una bevanda alcoolica calda a base di rum e vino bianco, in certa misura simile al noto vin brulé. È bevanda tradizionale di gruppi speleologici e alpinistici di Trieste e provincia. L'origine di questa bevanda è sconosciuta e probabilmente molto antica, ne esistono molte varianti regionali in tutto il Nord Europa.
 
Ingredienti e materiale necessario
Come si vedrà più avanti non è possibile, per motivi pratici, preparare meno di cinque litri di Gran Pampel, quelle che segue sono le dosi minime e possono essere aumentare a piacere mantenendo le proporzioni.
 
4 litri di vino bianco.
1 litro di rum creola o fantasia.
1 kg di frutta fresca di stagione. Solitamente mele e arance.
1 kg di zucchero.
50 g di burro.
Cannella e chiodi di garofano, eventualmente altre spezie.
Sono inoltre necessarie alcune attrezzature:
 
Una pentola sufficientemente capiente da contenere comodamente tutti gli ingredienti.
Un colino a fori grossi o un grosso mestolo o un pentolino con il manico lungo senza parti in plastica.
Un bastone di legno lungo almeno un metro e mezzo.
Del filo di ferro non rivestito ed eventualmente delle pinze per stringerlo.
Sono inoltre consigliati almeno due paia di guanti da lavoro in cuoio.
Il colino deve essere saldamente fissato con il filo di ferro ad una estremità del bastone, in modo da costituire una prolunga per il manico.
 
Per la preparazione è anche necessario un coordinatore, tradizionalmente indicato come druido e due aiutanti o (in dialetto triestino) bubez.
 
Preparazione
Si spalma il burro all'interno della pentola, poi si versa il vino, assieme alle spezie e alla frutta tagliata a pezzi. Poi si aprono le bottiglie di rum lasciando il tappo socchiuso e si appoggiano in piedi nella pentola possibilmente lasciando sporgere il collo.
 
Si riscalda il tutto a fuoco vivace finché il vino non sia ben caldo ma senza farlo bollire.
 
Quando il vino è sufficientemente caldo i due aiutanti portano il pentolone all'esterno e uno di essi estrae le bottiglie di rum. Allora il druido prende in mano il colino e, tenendolo sopra il pentolone, chiede ai due aiutanti di versarci dentro alternativamente zucchero e rum e di dargli immediatamente fuoco. È opportuno iniziare versando una certa quantità di zucchero in modo che il rum non coli direttamente nella pentola.
 
È importante che nel colino rimanga sempre una miscela densa e infiammata di rum e zucchero in modo che possa caramellare e colare direttamente nel pentolone. Se si usa un mestolo o un pentolino al posto del colino il druido deve versarne di tanto in tanto parte del contenuto all'interno del pentolone.
 
Dopo che il rum e lo zucchero vengono esauriti, solitamente nel giro di circa dieci minuti, il druido rimescola alcune volte il contenuto del pentolone e poi lascia che le fiamme si spengano. La tradizione vuole che a questo punto le persone presenti intonino un coro popolare.
 
« Odino! Odino!
No stane mandar piova!
Manda vino! »
 
(Canto popolare associato alla preparazione del Gran Pampel)
    parole
-----------------------------------------------

10.17.2 Chi è Panoramix?

 
 
Panoramix
E a proposito di pozioni magiche e di Cesare il Giulio che ha dimenticato nel De Bello Gallico alcuni racconti su i Galli di Asterix e della sua tirbù gallica.
Fantastiche storie che Cesare non ha raccontato ma che il druido Panoramix, forse realmente esistiro ci racconta.
 
Chi è Panoramix?
 
Panoramix
Panoramix prepara il suo bong da compagnia.
Panoramix è il più potente druido del mondo, l'unica persona a essere riuscita a trasformare l'oro in merda. Il contrario non gli è mai riuscito, ecco perché è rimasto un morto di fame.
Molto amico del gallo Asterix e del ciccione Obelix, Panoramix prepara potenti pozioni ed efficaci incantesimi. Ha inventato pure una lozione per la ricrescita dei capelli la cui formula è stata rivelata solo a Cesare Ragazzi e a Ivan Zazzaroni.
 
Vita
 
Panoramix nasce in Gallia nel Ventordici a.C. (leggi: avanti, Cristo!!) figlio unico del potente mago Camparimix. Si dimostra subito un druido col "fluido" e dopo aver ricevuto il diploma di stregone si mette subito in società con Gargamella. Gargamella tuttavia non si rivela un socio in affari affidabile perché ben presto comincerà a vedere dappertutto strane creaturine blu, roba che tutti noi possiamo vedere, ma solo dopo aver fumato un cannone di 4 etti.
Finito il sodalizio con Gargamella Panoramix va a studiare ad Hogwarts, a casa di Harry Potter, che lo ospita a sue spese per oltre due anni, due anni molto intensi durante i quali Panoramix inventerà oggetti utilissimi come lo scolapasta senza buchi.
 
 
La pozione magica
 
È un mix di Viagra e Vivin C, in grado di ridare forza e vigore a colui che la beve. La pozione venne ideata nel periodo in cui il giovane Panoramix studiava assieme a Wanna Marchi. Quest'ultima poi si specializzò in creme alle alghe e in estorsione, mentre il druido proseguì i suoi studi, convinto che prima o poi avrebbero dato i risultati sperati. Oggi infatti i compratori non mancano, tra questi un ricco imprenditore del nord Italia che ne ha acquistato 106 damigiane e si è presentato come Lo scopatore di Arcore, per rimanere nell'anonimato.
 
Panoramix-obelix
Panoramix aggiunge peli di culo di Obelix alla sua ricetta. Adesso sì che la pozione è pronta!
Il contenuto della pozione è rigorosamente segreto, ma dai diari di Wilma de Angelis recentemente riportati alla luce, accanto alla ricetta per la crostata di cozze si sono ritrovati alcuni degli ingredienti necessari per la preparazione della suddetta pozione:
 
Vino annacquato
Radici di Rabarbaro
Ali di pipistrello
Pene di salamandra
Le alghe di Vanna Marchi
Forfora di Ciccio Graziani
 
Altre pozioni micidiali
 
PanoramixGlobe
 
Il sistema operativo inventato da Panoramix è riuscito nell'impossibile: ha ancora meno difese di Windows XP.
Durante la serie Asterix il nostro mago dalla barba lunga inventa altre mirabolanti pozioni:
Una pozione che rende profumate le scoregge, utilissima quando sei in macchina con una ragazza.
Una micidiale pozione che fa venire la diarrea emorragica a chi ti sta antipatico, da usare solo in caso di vera necessità.
Una pozione per causare al tuo nemico una calcificazione rettale, cioè un processo tramite il quale l'ano si calcifica divenendo sempre più duro e non contraibile. Viene usata da Asterix contro Giulio Cesare nell'episodio Asterix e la stipsi di Cesare.
Invenzioni varie
    parole
-----------------------------------------------
 

10.17.3 Asterix

 
 
 
Asterix
 
Perché si chiama Asterix? Perché comincia con la lettera A. Così noi andremo in serie A! Se l'avessimo chiamato Buzzurrix, saremmo finiti in serie B!
quindi   "A come Asterix"
Asterix ovverossia Asterix il Gallico è un fumetto dei grandi artisti francesi Goscinny e Uderzò, uno alle biro, l'altro alle matite. La storia è ambientata nella storia antica, cioè nell'antica Francia, che si chiamava Gallia, abitata dai Galli e dalle loro mogli, le Galline donne Galliche.
Il fumetto prende il nome dall'omonimo protagonista: Asterix (il Gallo!), ma contiene altri favolosi personaggi, il primo dei quali a essere cronologicamente incontrato è il prodigioso druido Panoramix, l'amico Obelix, e i loro piccoli amici.
 
La genesi
 
Asterix
 
Correva l'anno 1959. Di ritorno dall'America dove aveva collaborato attivamente alla rivista d'opinione ", lo scrittore francese René Goscinny va a letto per smaltire qualcosa.  Improvvisamente gli compare uno spirito possente, dai lunghi baffi neri, una baguette sotto il braccio, cappello basco sulla zucca e un gallo posato sulla spalla.[1]
Chicchirichi ! Ispirato e posseduto dal gallinaceo della sua visione, Goscinny crea un nuovo fumetto destinato a dare lustro alla nazione del tricolore e della torre Eiffel.
La storia è la sua musa ispiratrice. Dopo aver scartato gli antichi cavernicoli francesi, decide di passare al mondo classico, e si accorge della varietà di elementi disponibili: guerrieri, maghi, eserciti organizzati, burocrazia, città, periodo tardo-impero, e calembour! E cucina, tanta cucina! Ora lui sa. E si mette all'opra.
Guardingo, parte con idee possenti: il primo Asterix è un barbaro nerboruto, biondo, altissimo, armato d'ascia. Patriotticissimo. Ma qui lo spirito di MAD Magazine interferisce: il guerriero si restringe, sempre più, fino a diventare un nanerottolo baffuto, il suo possente, orchesco amico diventa un panzone gongolante e tutti i villaggesi sviluppano idiosincrasie inquietanti, dal pesce puzzolente alla cacofonia astrale del bardo. E i calembour! I calembour spuntano dalle maledette pareti! (non si sa che cosa sono)I romani dismettono i nomi storici, assumendo onomastici come Nonepossopius e Perdipius! Piano, piano, Goscinny si mette a sghignazzare, poi a ridere, infine a sganasciarsi sguaiatamente rotolandosi per il pavimento del bar, per la strada e per tutto il quartiere. Viene portato via in ambulanza e rinchiuso in manicomio, per trascorrere lì il resto della sua vita. Intanto il fumetto ha cambiato natura che tale resterà per tutta la sua vita.
L'editor è d'accordo con la riduzione del personaggio - va di pari passo con la riduzione del budget necessario. E il fumetto prende il volo...
 
Il soggetto del fumetto. forse realtà inventata????
 
Nel 50 a.C. tutta la Gallia è conquistata.
Tutta? No. Al puzzle romano manca un pezzettino. Un piccolo villaggio gallico, che sempre e ancora resiste all'Oppressore. In questo villaggio vivono Asterix e i suoi amici.
Sì, ma come fanno? Su questo favoloso mistero parte il primo, indimenticato, indimenticabile, omonimo episodio.
La serie racconta le avventure dei personaggi che abitano in questo "Villaggio dei pazzi". Asterix, il piccoletto furbo, il venerabile druido con la barba bianca, Panoramix, quello grosso mostruoso robusto, Obelix, la piccola Arale quello è un altro villaggio! il pestifero Naruto, altro villaggio!, insomma vedete alla voce Piccolo Villaggio Pinguino Gallico! Con questi personaggi e questi e questi altri, e tutta la banda che sbanda, verso di qua, verso di là, in giro per la Gallia, dentro il villaggio, fuor dal villaggio, su per le scale, giù per le scale, mentre il romano si prende uno schiaffo, un pugno, un papagno, gli mozza il respiro e lo prendono in giro.
Come avete capito, una parte rilevante della storia è sostenuta dalla magia. Anche se gli astuti Galli la fanno passare per una cosa comune e trascurabile.
 
 
Abitanti del piccolo villaggio gallico
Assurancetourix: il bardo. A quell'epoca l'esame da bardo non era uno scherzo: il candidato si spogliava nudo e si sdraiava completamente nell'acqua gelida lasciando fuori solo la testa; poi veniva ricoperto di sassi, macigni e pietrame di vario peso e dimensioni. In queste condizioni, per tutta la notte, doveva comporre a memoria un poema sulla storia del cosmo, dell'universo, e della nazione, rispettando le regole dell'antica prosodia metrica druidica e componendo la musica relativa. Infine doveva eseguire la sua composizione, dinanzi alla commissione bardo-druidica, utilizzando la lira e il corno. Eventualmente gli era concesso anche di danzare, a patto di restare sempre sdraiato nel fiume invernale, sempre ricoperto di pietre. Non erano concesse pozioni magiche, al massimo due o tre funghi sciamanici (quelli rossi e bianchi, per intenderci).
Capite che un esame del genere avrebbe stroncato persino il Sergente Maggiore Hartman, quindi il personaggio non va assolutamente sottovalutato. Dopo i personaggi principali, è il più ricorrente e compare come protagonista in almeno tre storie...
Ciò nonostante, la sua meravigliosa voce tetradimensionale viene ritenuta funesta e abrasiva dagli abitanti del Villaggio. Ciò nonostante, si è spesso dimostrata un'arma occasionalmente più potente della pozione magica.
 
Basta! È insopportabile! Smetti! Smetti!
 
~ Ascoltatore su musica di Assurancetourix
Abraracourcix: il capo del villaggio. Dal decimo numero in poi, cerca sempre di ritagliarsi una parte da protagonista. E tuttavia, se il fumetto non s'intitola "Le avventure di Abraracourcix il Gallico" un motivo c'è...
Per gli altri personaggi e approfondimenti, vedi anche alla voce "piccolo villaggio gallico".
 
Nemici e avversari
I soldati Romani: intesi come massa indistinta, indeterminata, minacciosa.
Giulio Cesare: genio. Ma anche intrigante. Conquistò la Gallia per conquistare Roma. In latino Imperator significava Generalissimo. Questo vi ricorda qualcosa?
I cittadini romani: innocui, pavidi, pacifici cittadini. Hanno l'acqua corrente, l'illuminazione notturna, le tasse, la burocrazia. Sono la civiltà.
 
Altri personaggi ricorrenti
I Pirati: nell'albo "Asterix gladiatore" il protagonista va per mare in nave. Improvvisamente si staglia all'orizzonte una nave pirata! la terribile, tremenda, temutissima Perla nera! Credete che i gallici Galli si facciano spaventare? Bevono la pozione magica e scagliano Jack Sparrow e la sua ciurma di zombie in fondo al mare!
... Jack Sparrow non c'era ?
Vabbé..
Compare la temibile ciurma di Cappello di paglia e dei suoi strambi compari! Ma Asterix e Obelix non si lasciano intimidire nemmeno un po'! Sanji si sfascia il piede contro un menhir, Rufy riceve un pugno che lo fa allungare fino all'altra sponda dell'oceano e Zoro...
 
... COSA? Neanche loro? Ma quali cavolo erano i pirati di moda all'epoca? ...
 
Barbarossa. Vabbé!
Barbe-rouge... un pirata con la barba rossa che si è visto in Italia solo di recente... è a lui che tocca il singolare privilegio di venire malmenato ogni volta che i gallici galli van per mare...
La verità è che la versione dove viene malmenato Jack Sparrow è quella per il mercato americano, quella in cui viene pestata la ciurma (anzi, le varie ciurme) di One Piece è quella per il mercato nipponico, e a noi è capitata la versione per il mercato francese, quella originale, di cui non conosciamo assolutamente niente. Da quel giorno il pirata Barbarossa divenne noto in Italia come la vittima di Asterix. I pirati di Barbarossa divennero celebri in questo ruolo, sopravvissero ai tempi, agli equinozi, alla vecchiaia e ai cataclismi, fino ad arrivare, ancora vivi nel futuro più remoto: quello descritto dal fumetto "Le Bandard Fou" di Mobius, dove essi vengono affondati, questa volta, da Dumbo, l'elefantino volante.
Cleopatra: regina d'Egitto, gli autori danno per scontato tutto. Cioè che sia accaduto di tutto tra lei e GC. E lo faremo anche noi.
Grandimais ovvero Maidiremais: mercante fenicio. Compare due volte. Forse tre. Di sicuro lui sa contare, ma non lo dà a vedere. Avvertenza: Attenti alle clausole in piccolo!
 
Fortuna di Asterix nel mondo
Asterix ha avuto fortuna in tutto il mondo.
Proprio tutto il mondo? Tutto meno un posto: il piccolo villaggio gall l'America.
L'idea è che gli editori americani abbiano semplicemente preso la versione britannica e l'abbiano esportata in America, dimenticando che Inglesi e Americani sono due popoli che hanno tutto in comune, tranne la lingua.
~ Oscar Wilde.
Così i lettori americani non hanno capito niente, i calembour sono diventati frittate (omelettes) e l'insuccesso è stato clamoroso.
 
Ci sono, tuttavia, altri pareri.
 
Il parere degli psicoprotosociologi
Secondo gli psicostorici di scuola bumblebedderiana ciò è dovuto all'inframmezzazione del mito del Far West capovolto, ove la resistenza di questi antichi selvaggi all'avanzare della civiltà è percepita, anzi subappaltata, come derisione dell'assimilazione dei nativi americani, quindi equiparati ai gallici galli.
La prefissione delle nazionalità attraverso la stereotipizzazione metabolizzata stride con la politecnica assimilativa della loro storia, dal 1700 in poi.
Secondo gli psicanalisti prad-webberiani, il motivo ricorrente del cibo artisticamente rielaborato e cucinato viene considerato contemporaneamente peccaminoso e perplessivamente complicato. I  cinghiali parlanti che vengono quotidianamente divorati gettano un'ombra anti-disneyana[2] sui personaggi.
Tutto quanto, insomma, appare in controfase con quanto costituisce il retroterra della cultura popolare degli USA, colonna portante dei loro fumetti. Nessuno, ma proprio nessuno, considererà mai Obelix un supereroe American style: è troppo ciccione gravitativamente svantaggiato.
 
Ma siete sicuri di aver capito bene????   Beh. se dite di si, significa che siete proprio colti..
 
Filoni dellla storia
 
La storie  comprende vari e differenti filoni, a seconda della vacanze di Goscinny e Uderzò.
Infatti, per ogni storia, Goscinny e Uderzo vantano la numerosa documentazione in loco: in giro per la Francia, a Roma, in Grecia, in Egitto, persino in America e se avessero continuato così avremmo anche avuto Asterix alle Baleari e Asterix alle Hawaii, con tanto di piatti tipici.
La dolorosa dipartita di Goscinny, dotato di grande capacità persuasiva, e divenuto persino direttore di Pilote, ha interrotto i fondi e bloccato questo ciclo.
I  filoni sono.
In giro per il mondo a mangiare: filone del cibo.
In giro per il mondo e basta (albi della decadenza)
Nel villaggio a prendere a sberle i romani (periodo classico)
Nel villaggio a litigare (periodi gallicistico)
Fuori da questa classificazione
Eccetera
Albi che sembrano disegnati con un sottile pennello di pelo di cammello
Albi dove ad Assurancetourix viene chiesto di cantare (sono tre)
Albi dove compare Giulio Cesare
Albi che visti da lontano sembrano mosche
Albi per bambini piccoli
 
 
 
Pareri su questa storia
 
Il parere della Chiesa Cattolica
Nel 2003, la tedesca Gabriele Ruby pubblicò un libretto contro la serie, asserendo che traviava l'educazione dei bambini alla fede cristiana. La posizione della Ruby venne appoggiata dall'allora cardinale J. R., all'epoca Decano del collegio cardinalizio e Prefetto della Pontificia Congregazione per la Dottrina della Fede (P.P.C.D.F.). All'uscita del sesto libro, si è scatenata una polemica sui giornali sulle affermazioni dell'allora cardinale J. R..
Tuttavia il 14 luglio 2005 Radio Vaticana ha trasmesso un'intervista a monsignor Kirk Starfleet (Pontificio Consiglio per la Cultura) nella quale, fra le altre cose, afferma che la risposta sulla quale la Tuby ha basato il suo libro era stata una risposta molto generica, scritta da un'assistente dell'allora cardinale J.R.. Monsignor Starfleet afferma: "Gli albi (di Asterix) sono scritti sul classico dualismo sberle-e-mangiare, in linea con quelli che erano gli standard dei vecchi miti dove gli 'eroi' sono quelli che alla fine vinceranno e fanno un festino. I nemici di Asterix sono semplicemente persone che vogliono imporre la civiltà e alla fine sono quelli che perderanno. Non vedo niente di sbagliato in questo o niente che possa danneggiare i bambini che lo leggono".
 
Una posizione spesso espressa sui quotidiani cattolici è la seguente:
"... il ricorso alla magia come metodo di resistenza all'oppressione è considerato con sospetto dalle alte gerarchie ecclesiastiche. I riferimenti al druidismo sollevano pareri discordanti e contrastanti: da un lato, l'abitudine druidica di bruciare la gente sul rogo è considerata relativamente alle circostanze politiche e sociali dell'epoca, ove i druidi erano al tempo stesso la casta sacerdotale e la sorgente della moralità; d'altra parte, l'armamentario alchimistico-tecnologico che viene loro attribuito è considerato antistorico ed espressione di una sospetta volontà di potenza. In somma: Viva i druidi ma abbasso le pozioni".
 
 
Ciò che disse Umberto Eco
Umberto Eco ha scritto un articolo sui Puffi, non su Asterix.
 
D'altra parte, alla mia fonte risulta che una volta abbia detto qualcosa su Asterix! Ecco: ...
 
Puzzle-papocchio       Questa sezione è incompleta o troppo corta. È probabile che il suo autore abbia pippato troppi gatti e sia svenuto prima di completarla. Se puoi, contribuisci adesso a migliorarla secondo le convenzioni di Nonciclopedia.
 
"Asterix" secondo Dan Brown
 
Giulio Cesare alla ricerca della pozione magica, cioè del Sacro Graal, è il vero protagonista della storia. Questo simpatico insegnante di storia romana, esperto in fumettologia archeologica applicata alla locomozione, vaga per l'antica Francia alla ricerca del segreto dei druidi, scatena una guerra per impadronirsi delle armi di Vercingetorige, identifica nei suoi libri il mitico villaggio dei pazzi con un sito della provincia francese, pieno di pesci andati a male: i legionari romani stanno così male che piantano l'insegna che dice : Iste locus horribilis est, che in romano significa "Chisto luogo è 'na schifezza". In Gallia incontra alcuni personaggi notevolmente francesi, come l'ispettore Clouseau, incontra anche l'eterno femminino, Iside velata/svelata, che è una bella ragazza egiziana di nome Cleopatra. Questa è la vera trama nascosta lì dietro, sotto l'apparenza dell'innocuo fumetto.
Il guardiano del segreto, un vecchio barbone, si dovrebbe chiamare Paesage (Pae-Saggio, il saggio Pae, orrido gioco di parole che tiene in piedi metà della ricerca del libro, quindi non scordatevelo), ma sparisce lasciando un misterioso messaggio nascosto dentro un tamburo dipinto a scacchi rosa e verdi, che bisogna aprire con una chiave nascosta in un uovo nascosto in un'oca nascosta in un cane dotato di tamburo e per trovare il cane bisogna risolvere il sudoku spaziale che si trova inserito nel dumillantadodigesimo libro della biblioteca enogastronomica di Saint Pleplignac-Pleplù. Un misterioso omicidio getta la sua infausta ombra su Giulio Cesare, contemporaneamente sospettato di essere mandante, vittima e abigeante, dimodoché Cleopatra passa a condurre le indagini e il lettore si chiede: "E quando entra in scena Asterix? E Obelix?"
E chi cavolo sono Asterix e Obelix? Cosa m'interessa di questi due baffuti? Perché dovrei fare un film su due baffoni? Un nanerottolo e un ciccione come protagonisti di un romanzo e di un film? Stiamo scherzando?
La caccia al tesoro giunge all'orgasmo. Eliminata persino l'idea dei due incomodi baffuti, la ricerca prosegue fino alla fine, Giulio Cesare è innocente, la soluzione è che il Graal è il Quinto Elemento è l'Ammore con i Soldi, e Cesare e Cleopatra si sposano diventano ricchissimi con le copie del libro e vivono per sempre felici.
Postilla: Goscinny si rivolta nella tomba e appare minaccioserrimo a Dan Brown, il quale, dopo sette giorni, non muore, però si mette a deporre le uova. Per mille galli e mille galline!
 
"Asterix" secondo gli esperti del team olimpionico di Atene
La pozione magica è doping. Come per Braccio di Ferro e Capitan America.
 
Il parere dei NAS
La pozione appare preparata con ingredienti naturali. Semmai andrebbero sottoposti a indagine i cinghiali, nutriti con ghiande provenienti da quercie magiche.
 
Influenza sugli altri media
Cinema: ci hanno fatto due film. Anzi tre. Anzi quattro. Il prossimo sarà "Asterix e Obelix sulla Luna".
Astronautica: l'astronave Asterix. Ma è solo un satellite artificiale, e questo rovina tutto il calembour. Peccato. Vedi anche alla voce precedente.
Modi di dire: S.P.Q.R. viene da lì.
Marcello Marchesi: il gentile e umano autore del "Sadico del Villaggio" è anche stato il primo traduttore del primo albo di Asterix. In una lunga e commovente confessione, MM confessa che il piccolo, insistente, tonitruante guerriero gallico funestava perennemente i suoi sogni notturni tempestandolo di insulti sanguinosi in dialetto romanesco.
Gastronomia: gnam! Ma quanto magnano i personaggi de Asterix?
Pozioni: benché la pozione magica di Panoramix sia chiaramente un derivato epistemologico degli spinaci di Braccio di Ferro, la diffusione del fumetto di Asterix negli anni Sessanta e Settanta ha provocato una nuova diffusione del concetto nei cartoni animati. Il termine "pozioni" viene particolarmente utilizzato nella serie di Harry Potter, dove l'insegnante di pozioni è il personaggio più simpatico, più scatenato e più amato dal protagonista, che per dimostrargli la sua devozione deciderà alla fine del libro di mettere il suo nome nientemeno che a suo figlio!
 
Apparizioni su altri media
 
"Asterix e Cleopatra: il cartone animato"
"Asterix e Cleopatra: il film"
"Asterix e Cleopatra: il videogioco"
"Asterix e Cleopatra: la carta igienica"
"Asterix e Cleopatra: il Grand Operà"
"Asterix e Cleopatra: le bambole"
"Asterix e Cleopatra: il club"
"Asterix e Cleopatra: il concorso"
 
Nomi alternativi per il fumetto
 
Dal numero due in poi, il fumetto può anche intitolarsi "Le avventure di Obelix il Gallico", perché no?
Un innominato editore di Postdam aveva pensato di pubblicarlo con il titolo "Saggi il Piccolo Germanico", ma lo spettro di Goscinny (ancora vivente) gli comparve in sogno quell'istessa notte, con un'aureola tricolore[3], un gallo in testa e la Marsigliese come colonna sonora. Il giorno dopo gli furono ritirati i diritti. Comunque non morì dopo sette giorni. Corse tuttavia quel rischio quando ribattezzò Sadako con il nome di Adelheide per l'adattamento berlinese di "The Ring": quella volta scampò allo spettro parlando di una certa Samara.
 
 
Asterix
Obelix
Panoramix
Isterix
Misterix
Albi di Asterix
Piccolo villaggio gallico
Sarkozyx
 
Note
 
^ Anni dopo, lo stesso spirito appare a Marcel Dieutaimé e gl'ispira il supereroe superfrancese, Superdupont.
^ Non si mangiano le bestioline canterine! E Shrek? Appunto, quello è un parente di Obelix! Ah beh allora...
^ bianca, rossa e blu. A forma di baguette. Come un personaggio di Mobius.
    parole
-----------------------------------------------

10.17.4 Trama tipo

 
 
 
Trama tipo
Ma in verità possiamo trovare un filone sottocutaneo a tutte le stro... storie dei due amiconi, che si può riassumere in queste parole:
"È mattina nel piccolo villaggio gallico, e, come tutti giorni, nessuno ha un cazzo da fare, escluso il druido Panoramix che si rinchiude nella capanna a gioca con la sua Play Station (al gioco di Asterix e Obelix, ovviamente).
Asterix si sveglia alle ore 11.30, si lava, si sbarba, fa venti minuti di jogging attorno al villaggio, poi consuma una frugale colazione a base di cinghiale, ed esce per pestare le pattuglie di Romani. Obelix si sveglia alle 14.09, mangia un cinghiale arrosto, poi fa colazione (tre cinghiali arrosto), poi si ricorda che è ora di pranzo, e mangia ben 5 cinghiali arrosto. Estinto l’appetito, almeno fino alle 16, esce e va a scavare inutili menhir, con l’aiuto del suo microscopico cane Idefix, che nonostante la mole caga come un dannato, facendo bestemmiare in turco tutti gli abitanti del villaggio perché i suoi regalini sono regolarmente calpestati e si attaccano alle scarpe di pelle peggio dell’attack. Dopodiché Obelix minaccia i suoi concittadini di pestarli a sangue se non gli comprano i suoi inutili menhir. E, ovviamente, si fa pagare in natura (cinghiali). Tipo alle 17 i due amiconi si incontrano a casa, e discutono della giornata. Una conversazione tipo è questa:
 
-Asterix, ho fame!
-Umpf, ma che tritamaroni! Hai ingurgitato tutti i cinghiali che c'erano qua attorno! Sbranane un altro po' e si estingueranno! Poi cosa mangerai, vecchio trippone?
-Non sono ciccione!
-Infatti io ho detto trippone!
-Sono sinonimi, imbecille!'
-E da quando sai parlare? Sei uno stomaco ambulante!
-Adesso ti meno!
-Io pure!
Dopo 20 minuti di rissa frenetica, con bottiglie di vetro, sedie e mosse di wrestling, uno dei due finisce catapultato fuori dalla capanna, di solito addosso a un altro membro del villaggio, che, incazzatissimo, prende a schiaffi il primo che passa, che di solito non c’entra niente e si incazza a sua volta. Il capo del villaggio si precipita fuori per sedare la rissa, ma sbatte sullo stipite e rimane in coma. Da lì il mega rissone si propaga a macchia d’olio per tutto il villaggio, continuando per almeno due ore, con solo Panoramix che continua a giocare al Play Station e il bardo ricchione, Assurancetourix, che suona la sua cetra sulla sua capanna sull’albero, ignaro che presto l’albero verrà abbattuto dalla folla inferocita. Idefix, che non sopporta che gli alberi siano abbattuti, prende una drammatica risoluzione: domani si farà venire la diarrea apposta, così potrà smerdare tutto il villaggio per vendetta. La rissa si placa in un istante, tranne per Obelix, che ama il suo cagnolino bastardo più di ogni altra cosa, e quindi non abbatterebbe mai un albero, che continua a picchiare i suoi concittadini a pesciate in faccia, coi pesci marci del venditore Ordinalfabetix (i cui pesci in decomposizione sono rigorosamente messi in ordin alfabetix).
Finalmente anche Obelix si ferma, perché è arrivata l’ora di cena, non per rimorsi per il fatto di aver ucciso una ventina di compaesani e di averne lasciati feriti e moribondi almeno altrettanti. Ma ecco che il druido Panoramix, guardando il panoramix di morte e distruzione prende una delle sue famose pozioni, mistico intruglio dalle ben note capacità magiche, e in un lampo i morti rivivono e i feriti stanno meglio di prima. Dopo aver riscosso la carissima tassa di rianimazione, Panoramix torna soddisfatto alla capanna e al gioco della Play Station messo in pausa per l’occasione.
Il druido cela un tremendo segreto: in realtà non è lui a fare le pozioni, ma un bambino prodigio tenuto in catene nel sotterraneo della sua casa e mantenuto a pane e acqua (a Natale addirittura un osso con pochi grammi di carne attaccati).
Di notte, quando tutti gli abitanti del villaggio dormono della grossa nei loro letti di piume galliche, digerendo la loro leggera cena a base di cinghiale, i Romani cercano spesso di invadere il villaggio e di sgozzare nel sonno quei tre sporchi bastardi che li gonfiano sempre di botte. Ma ogni volta si scatena una reazione a catena: uno degli animali tenuti dagli abitanti del villaggio si sveglia al passaggio delle truppe (la sentinella è sempre o ubriaca o fumata come un vulcano, quindi non avverte neanche se vuole), ed emette il suo verso. Asterix, svegliandosi bestemmiando Toutatis e Belenos alle 3 di notte, beve la sua fiaschetta tutta di un sorso, sbagliandosi e ingollando mezzo litro di vodka invece di pozione magica. Ubriaco marcio, e ridendo come un coglione, si getta sui Romani, rimanendo infilzato nelle spade. Obelix, vedendo l’orribile scempio, scende come una furia, facendo strage di Romani con gli occhi iniettati di sangue e vomitando insulti e resti di cinghiali della sera prima rimastigli sullo stomaco.
 
Zozzi di vomito misto al loro stesso sangue, i Romani battono in ritirata, mentre l’obeso Obelix si china sul corpo inerte di Asterix, piangendo e gridando: -Lo volevo ammazzare io sto bastardone!!!-
D’improvviso appare il druido che, dicendo frasi senza senso e spruzzando una minchiata magica sul corpo inerte del guerriero, pretende di riportarlo alla vita. Dopo 3 ore di questa lagna Asterix si sveglia, con tutte le intenzioni di sgozzare i Romani che lo hanno quasi ucciso. Dopo aver pagato la ingente tassa di resurrezione al druido, i due si fanno preparare un enorme paiolo di pozione magica, e chiamano a raccolta tutto il villaggio. Smadonnando in gallico, arrivano tutti, tranne il bardo ricchione che continua a dormire della grossa sui suoi sogni di gloria e di bei bardi neri muscolosi e unti che lo accompagnano suonando grandi tamburi.
 
Il druido, dopo aver riscosso la sua solita ingente tassa distribuisce la poziona magica agli abitanti del villaggio, tutti tranne Obelix, che venne buttato nel paiolo da piccolo con tutta l’intenzione di essere ucciso, ma che si rivoltò contro il suo assalitore dopo aver bevuto almeno dodici litri della pozione, e risveglia il capo Abraracourcix dal coma (e riscuote la tassa di risveglio dal coma).
 
Tutti armati fino ai denti si fanno strada nella fitta boscaglia, causando una fuga in massa di qualunque cosa commestibile (addirittura le ghiande), fino al più vicino degli accampamenti romani (ce ne sono 4: Obitorium, Cimiterium, Uccidiarium e Muoriarium, chiamati così in onore delle ripetute stragi avvenute al loro interno).
I Romani all’interno sono la peggiore feccia dell’esercito, o sono mandati lì come sostituzione della pena di morte. Molti implorano di poter essere divorati dai leoni nel circo, piuttosto di finire attorno al villaggio gallico (di cui nessuno si è mai preoccupato di scoprire il nome...). Quindi i “soldati” sono in realtà solo in attesa della loro morte per opera dei galli; quando, urlando, strepitando e bestemmiando Toutatis e Belenos (anche Belisama per l’occasione), i galli fanno irruzzione sventrando la porta “fortificata” dell’accampamento, nessuno fa una piega. Neanche si svegliano. I galli in coro incitano i Romani alla battaglia, ma loro solo si girano nel sonno. Il capo urla fino a staccarsi il vellopendulo che meritano attenzione, che li stanno per massacrare e che almeno vorrebbero lo schieramento da sfondare. Esce il centurione, fino ad allora impegnato in un incontro a tre con due soldati dai gusti particolari, coprendosi le pudenda con l’elmo, li manda platealmente a fare in culo e gli dice che non faranno resistenza, tanto il risultato sarebbe esattamente lo stesso.
Obelix si incacchia e lo schiaccia con un menhir, schizzando sangue e resti di intestini ovunque. Idefix banchetta con la carogna, felice del cambio nella sua dieta, basata su cinghiale arrosto. Il capo Abraracourcix urla che, se faranno resistenza, non li uccideranno... (non tutti, aggiunge sottovoce). In dieci secondi i Romani sono riuniti in assetto da battaglia, pronti a prenderle. Obelix obietta che vorrebbe fare un massacro, e Asterix già pregusta, con maniacale furia, il momento in cui farà a brandelli i Romani con il suo rasoio e i suoi denti affilati. È talmente eccitato che sbava come un cane. Improvvisamente i galli caricano, travolgendo le linee nemiche e facendo un massacro senza precedenti. I corpi dei superstiti vengono gettati in pasto alle ghiande selvatiche, i corpi dei morti vengono presi e portati nel villaggio, ove serviranno come ripieno per i cinghiali. Obelix si ricorda che si sono dimenticati di ben tre accampamenti nemici, così corre e massacra, uccide, sventra, schiaccia, mangia, morde, distrugge insulta, riduce in polpette, seppellisce vivo, squarcia, eviscera, squarta, impala, impicca, decapita, tortura, affumica, appesta con loffe mefitiche, stacca braccia, gambe e dita, si getta addosso, pesta i piedi, sputa nell’occhio, accoltella, assassina, schiavizza, getta in pasto alle ghiande, soffoca, succhia il sangue, caga addosso a ogni singolo Romano presente nel raggio di vari chilometri. Idefix partecipa felice allo scempio, perché segue come un automa il suo padrone, come uno schiavo senza volontà, felice di assecondare ogni suo capriccio.
Tornato al villaggio si accorge con orrore che hanno iniziato il banchetto senza di lui. Per vendetta, uccide il bardo. L’obeso Obelix non ha mai brillato per intelligenza o astuzia; i compaesani lo ringraziano tacitamente perché le melodie del bardo erano diventate il sostituto della pena di morte in 17 stati africani, dopodiché gli preparano un altro banchetto, perché gli è venuta una gran fame pestando i Romani.
Così la pace è ristabilita, almeno fino alla mattina dopo, nel piccolo villaggio gallico di cui nessuno sa il nome".
 
    parole
-----------------------------------------------

10.18 Varie

www.redigio.it
 
18 Varie
 
 
Contents
18.1 Nascita di Roma
18.2 Pornikon -
18.3 Titanic
18.4 Incantensimo della Nostaglia: serata carica di positività
18.5 "Controllo di vicinato".
18.6 UL MIK LONGOBARDEATH - TE ME FE GIRA’ I BALL !!!! (YSMR)
18.7 Raccolta da fare podcast
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
    parole
-----------------------------------------------

10.18.1 Nascita di Roma

 
 
Storia di Roma
LIBRO I
1 Un primo punto che trova quasi tutti dello stesso avviso è questo: dopo la caduta di Troia, ai superstiti troiani fu riservato un trattamento molto duro; gli Achei si astennero dall'applicare rigorosamente il codice militare di guerra solo nei confronti di due di essi, Enea e Antenore, sia per l'antica legge dell'ospitalità, sia perché essi erano sempre stati sostenitori della pace e della restituzione di Elena. Successivamente, per circostanze di varia natura, Antenore e un nutrito gruppo di Eneti, i quali, costretti ad abbandonare la Paflagonia a séguito di una sommossa interna ed essendo alla ricerca di un luogo dove stabilirsi e di qualcuno che li guidasse dopo aver perso a Troia il loro capo Pilemene,
Essi arrivarono nel golfo più profondo del mare Adriatico, scacciarono gli Euganei che abitavano tra mare  e Alpi e, Troiani ed Eneti, si impossessarono di quelle terre. Il primo punto in cui sbarcarono lo chiamarono Troia e di lì deriva il nome di Troiano per il villaggio: l'intero popolo assunse la denominazione di Veneti.
Di Enea, invece, si sa che, esule dalla patria a séguito dello stesso disastro, ma destinato per volontà del fato a dare il via a eventi di ben altra portata, arrivò in un primo tempo in Macedonia, quindi fu spinto verso la Sicilia sempre alla ricerca di una sede definitiva e dalla Sicilia approdò con la flotta nel territorio di Laurento. (1180 ac.) - Anche a questo luogo viene dato il nome di Troia. I Troiani sbarcarono in quel punto. Privi com'erano, dopo il loro interminabile peregrinare, di tutto tranne che di armi e di navi, si misero a fare razzie nelle campagne e per questo motivo il re Latino e gli Aborigeni che allora regnavano su quelle terre accorsero armati dalle città e dai campi per respingere l'attacco degli stranieri. Del fatto si tramandano due versioni.
Alcuni sostengono che Latino, vinto in battaglia, fece pace con Enea e strinse con lui legami di parentela.
Altri, invece, raccontano che, una volta schieratisi gli eserciti in ordine di battaglia, prima che fosse dato il segnale di inizio, Latino  avanzò tra i soldati delle prime file e invitò a un colloquio il comandante degli stranieri.
Quindi si informò sulla loro provenienza, chiese da dove o a séguito di quale evento fossero partiti dal loro paese e cosa stessero cercando nel territorio di Laurento. Venne così a sapere che tutti quegli uomini erano Troiani, con a capo Enea figlio di Anchise e di Venere, esuli da una città finita nelle fiamme, e alla ricerca di una sede stabile per fondarvi la loro città. Quindi, pieno di ammirazione per la nobiltà d'animo di quel popolo e dell'uomo di fronte a lui e per la loro disposizione tanto alla guerra che alla pace, gli tese la mano destra e si impegnò per un'amicizia futura tra i due popoli.
I due comandanti stipularono allora un trattato di alleanza, mentre i due eserciti si scambiarono un saluto. Enea fu ospitato presso Latino.
Lì questi aggiunse un patto privato a quello pubblico dando in moglie a Enea sua figlia. Questo accordo rinforzò la speranza dei Troiani di vedere finite una volta per tutte le loro infinite peregrinazioni grazie a una sede stabile e definitiva. Fondano una città. Enea la chiama Lavinio dal nome della moglie. Dopo poco tempo, dal nuovo matrimonio nacque anche un figlio maschio cui i genitori diedero il nome di Ascanio.
 
2 In séguito, Aborigeni e Troiani dovettero affrontare insieme una guerra. Il re dei Rutuli Turno, cui era stata promessa in sposa Lavinia prima dell'arrivo di Enea, poiché non accettava di buon grado che lo straniero gli fosse stato preferito, entrò in guerra contemporaneamente con Enea e con Latino. Nessuna delle due parti poté rallegrarsi dell'esito di quello scontro: i Rutuli furono vinti, ma Troiani e Aborigeni, benché vincitori, persero Latino, il loro comandante.
Allora Turno e i Rutuli, sfiduciati per lo stato presente delle cose, ricorsero alle floride risorse degli Etruschi e del loro re Mesenzio, signore dell'allora ricca città di Cere. Questi, poiché già sin dagli inizi non aveva gioito della fondazione della nuova città e in quel momento pensava che la crescita della potenza troiana fosse una minaccia eccessiva per la sicurezza dei popoli vicini, non esitò ad allearsi militarmente con i Rutuli. Enea, terrorizzato di fronte a una simile guerra, per accattivarsi il favore degli Aborigeni e perché tutti risultassero uniti non solo sotto la stessa autorità ma anche sotto lo stesso nome, chiamò Latini l'uno e l'altro popolo; né d'allora in poi gli Aborigeni si dimostrarono inferiori ai Troiani quanto a devozione e lealtà. Ed Enea, forte di questi sentimenti e dell'affiatamento che sempre di più cresceva tra i due popoli col passare dei giorni, nonostante l'Etruria avesse una tale disponibilità di mezzi da raggiungere con la sua fama non solo la terra ma anche il mare per tutta l'estensione dell'Italia - dalle Alpi allo stretto di Sicilia -, fece scendere ugualmente in campo le sue truppe pur potendo respingere l'attacco dalle mura. Lo scontro fu il secondo per i Latini. Per Enea, invece, rappresentò l'ultima impresa da mortale. Comunque lo si voglia considerare, uomo o dio, è sepolto sulle rive del fiume Numico e la gente lo chiama Giove Indigete.
 
3 Ascanio, il figlio di Enea, non era ancora maturo per comandare; tuttavia il potere rimase intatto finché egli non ebbe raggiunto la pubertà. Nell'intervallo di tempo, lo Stato latino e il regno che il ragazzo aveva ereditato dal padre e dagli avi gli vennero conservati sotto la tutela della madre (tali erano in Lavinia le qualità caratteriali). Non mi metterò a discutere - e chi infatti potrebbe dare come certa una cosa così antica? - se sia stato proprio questo Ascanio o uno più vecchio di lui, nato dalla madre Creusa quando Ilio era ancora in piedi e compagno del padre nella fuga di là, quello stesso Julo dal quale la famiglia Giulia sostiene derivi il proprio nome. Questo Ascanio, quali che fossero la madre e la patria d'origine, in ogni caso era figlio di Enea. Dal momento che la popolazione di Lavinio era in eccesso, lasciò alla madre, o alla matrigna, la città ricca e fiorente, e per conto suo ne fondò sotto il monte Albano una nuova che, dalla sua posizione allungata nel senso della dorsale montana, fu chiamata Alba Longa. Tra la fondazione di Lavinio e la deduzione della colonia di Alba Longa intercorsero press'a poco trent'anni. Ciò nonostante, specie dopo la sconfitta subita dagli Etruschi, la sua potenza era a tal punto in crescita che, neppure dopo la morte di Enea e in séguito sotto la reggenza di una donna e i primi passi del regno di un ragazzo, tanto Mesenzio e gli Etruschi quanto nessun'altra popolazione limitrofa osarono intraprendere iniziative militari. Il trattato di pace stabilì che per Etruschi e Latini il confine sarebbe stato rappresentato dal fiume Albula, il Tevere dei giorni nostri.
Quindi regna Silvio, figlio di Ascanio, nato nei boschi per un qualche caso fortuito. Egli genera Enea Silvio che a sua volta mette al mondo Latino Silvio. Da quest'ultimo vennero fondate alcune colonie che furono chiamate dei Latini Prischi. In séguito il nome Silvio rimase a tutti coloro che regnarono ad Alba Longa. Da Latino nacque Alba, da Alba Atys, da Atys Capys, da Capys Capeto e da Capeto Tiberino il quale, essendo annegato durante l'attraversamento del fiume Albula, diede a esso il celebre nome passato ai posteri. Quindi regnò il figlio di Tiberino, Agrippa, il quale trasmise il potere al figlio Romolo Silvio. Questi, colpito da un fulmine, tramandò di mano in mano il regno ad Aventino il quale fu sepolto sul colle che oggi è parte di Roma e che porta il suo nome. Quindi regna Proca. Egli genera Numitore e Amulio. A Numitore, che era il più grande, lascia in eredità l'antico regno della dinastia Silvia. Ma la violenza poté più che la volontà del padre o la deferenza nei confronti della primogenitura: dopo aver estromesso il fratello, sale al trono Amulio. Questi commise un crimine dietro l'altro: i figli maschi del fratello li fece uccidere, mentre a Rea Silvia, la femmina, avendola nominata Vestale (cosa che egli fece passare come un'onorificenza), tolse la speranza di diventare madre condannandola a una verginità perpetua.
 
4 Credo comunque che rientrassero in un disegno del destino tanto la nascita di una simile città quanto l'inizio della più grande potenza del mondo dopo quella degli dèi. La Vestale, vittima di uno stupro, diede alla luce due gemelli.
Sia che fosse in buona fede, sia che intendesse rendere meno turpe la propria colpa attribuendone la responsabilità a un dio, dichiarò Marte padre della prole sospetta. Ma né gli dèi né gli uomini riescono a sottrarre lei e i figli alla crudeltà del re: questi dà ordine di arrestare e incatenare la sacerdotessa e di buttare i due neonati nella corrente del fiume. Per una qualche fortuita volontà divina, il Tevere, straripato in masse d'acqua stagnante, non era praticabile in nessun punto del suo letto normale, ma a chi li portava faceva sperare che i due neonati venissero ugualmente sommersi dall'acqua nonostante questa fosse poco impetuosa. Così, nella convinzione di aver eseguito l'ordine del re, espongono i bambini nel punto più vicino dello straripamento, là dove ora c'è il fico Ruminale (che, stando alla leggenda, un tempo si chiamava Romulare).
Quei luoghi erano allora completamente deserti. Tutt'ora è viva la tradizione orale secondo la quale, quando l'acqua bassa lasciò in secco la cesta galleggiante nella quale erano stati abbandonati i bambini, una lupa assetata proveniente dai monti dei dintorni deviò la sua corsa in direzione del loro vagito e, accucciatasi, offrì loro il suo latte con una tale dolcezza che il pastore-capo del gregge reale - pare si chiamasse Faustolo - la trovò intenta a leccare i due neonati.
Faustolo poi, tornato alle stalle, li diede alla moglie Larenzia affinché li allevasse. C'è anche chi crede che questa Larenzia i pastori la chiamassero lupa perché si prostituiva: da ciò lo spunto di questo racconto prodigioso. Così nati e cresciuti, non appena divennero grandi, cominciarono ad andare a caccia in giro per i boschi senza rammollirsi nelle stalle e dietro il gregge. Irrobustitisi così nel corpo e nello spirito, nonaffrontavano soltanto più le bestie feroci, ma assalivano i banditi carichi di bottino: dividevano tra i pastori il frutto delle rapine e condividevano con loro svaghi e lavoro, mentre il numero dei giovani aumentava giorno dopo giorno.
 
5 Si dice che già allora sul Palatino si celebrasse il nostro Lupercale (Il lupercale era una grotta, poi divenuta santuario, dove i Romani veneravano il dio Luperco (Faunus lupercus), ai piedi del Palatino. )e che il monte fosse chiamato Pallanzio (in séguito Palatino) da Pallanteo, città dell'Arcadia.
Là Evandro, il quale, originario di quella stirpe di Arcadi, aveva occupato la zona molto tempo prima, pare avesse introdotto importandola dall'Arcadia l'usanza che dei giovani corressero nudi celebrando con giochi licenziosi Pan Liceo, che i Romani in séguito chiamarono Inuo.
Mentre erano intenti a questo spettacolo - dato che la ricorrenza era ben nota -, si dice che i banditi, per la rabbia di aver perso il bottino, organizzarono un'imboscata. Romolo si difese energicamente. Remo, invece, lo catturarono e lo consegnarono al re Amulio, accusandolo per giunta del furto.
Soprattutto gli imputavano di aver compiuto delle incursioni nelle terre di Numitore e di aver raccolto un gruppo di giovinastri per darsi alle razzie come in tempo di guerra. Per questi motivi Remo viene consegnato a Numitore perché lo punisca. Già sin dall'inizio Faustolo aveva supposto che i bambini allevati in casa sua fossero di sangue reale: infatti sapeva che dei neonati erano stati abbandonati per volere del re e anche che il periodo in cui li aveva presi con sé coincideva con quel fatto.
Però non aveva voluto che la cosa si venisse a sapere quando ancora non era il momento giusto (a meno che non si fossero presentate l'occasione propizia o una necessità urgente). Fu quest'ultima ipotesi a verificarsi per prima: spinto dalla paura, rivelò la cosa a Romolo.
Per caso anche Numitore, mentre teneva prigioniero Remo e aveva saputo che erano fratelli gemelli, considerando la loro età e il carattere per niente servile, era stato toccato nell'intimo dal ricordo dei nipoti; e a forza di fare domande, arrivò a un punto tale che poco ci mancò riconoscesse Remo. Così venne architettato un doppio complotto ai danni del re. Romolo lo assale, però non col suo gruppo di ragazzi - infatti non sarebbe stato all'altezza di un vero proprio colpo di forza -, ma con altri pastori cui era stato ordinato di arrivare alla reggia in un momento prestabilito e secondo un altro percorso.
Dalla casa di Numitore, invece, Remo accorre in aiuto con un'altra schiera di uomini che era riuscito a procurarsi. Così trucidano il re. 6 Numitore, durante le prime fasi della sommossa, spargendo la voce che i nemici avevano invaso la città e stavano assaltando la reggia, aveva così attirato la gioventù albana a presidiare la rocca e a tenerla con le armi. Quando vide venire verso di sé i giovani esultanti, reduci dalla strage appena compiuta, convocata sùbito l'assemblea, rivelò i delitti commessi dal fratello nei suoi confronti, la nobile origine dei nipoti, la loro nascita, il modo in cui erano stati allevati, il sistema con cui erano stati riconosciuti, e infine l'uccisione del tiranno, della quale dichiarò di assumersi la 4 piena responsabilità. Dopo che i due giovani, entrati con le loro truppe nel mezzo dell'assemblea, ebbero acclamato re il nonno, l'intera folla, con un grido unanime, confermò al re il titolo legittimo e l'autorità. Così, affidata Alba a Numitore, Romolo e Remo furono presi dal desiderio di fondare una città in quei luoghi in cui erano stati esposti e allevati. Inoltre la popolazione di Albani e Latini era in eccesso. A questo si erano anche aggiunti i pastori. Tutti insieme certamente nutrivano la speranza che Alba Longa e Lavinio sarebbero state piccole nei confronti della città che stava per essere fondata. Su questi progetti si innestò poi un tarlo ereditato dagli avi, cioè la sete di potere, e di lì nacque una contesa fatale dopo un inizio abbastanza tranquillo. Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dèi che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione.
Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino.
 
7 Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l'uno e l'altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell'ira, l'avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura.» In questo modo Romolo si impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore.
In primo luogo fortifica il Palatino, sul quale lui stesso era stato allevato. Offre sacrifici in onore degli altri dèi secondo il rito albano, e secondo quello greco in onore di Ercole, così com'erano stati istituiti da Evandro. Stando alla leggenda, proprio in questi luoghi Ercole uccise Gerione e gli portò via gli splendidi buoi. Perché questi riprendessero fiato e pascolassero nella quiete del verde e per riposarsi anche lui stremato dal cammino, si coricò in un prato vicino al Tevere, nel punto in cui aveva attraversato a nuoto il fiume spingendo il bestiame davanti a sé. Lì, appesantito dal vino e dal cibo, si addormentò profondamente. Un pastore della zona, un certo Caco, contando sulle proprie forze e colpito dalla bellezza dei buoi, pensò di portarsi via quella preda. Ma, dato che spingendo l'armento nella sua grotta le orme vi avrebbero condotto il padrone quando si fosse messo a cercarle, prese i buoi più belli per la coda e li trascinò all'indietro nella sua grotta. Al sorgere del sole, Ercole, emerso dal sonno, dopo aver esaminato attentamente il gregge ed essersi accorto che ne mancava una parte, si incamminò verso la grotta più vicina, caso mai le orme portassero in quella direzione. Quando vide che erano tutte rivolte verso l'esterno ed escludevano ogni altra direzione, cominciò a spingere l'armento lontano da quel luogo ostile. Ma poiché alcune tra quelle messe in movimento si misero a muggire, come succede, per rimpianto di quelle rimaste indietro, il verso proveniente dalle altre rimaste chiuse dentro la grotta fece girare Ercole. Caco cercò di impedirgli con la forza l'ingresso nella grotta. Ma mentre tentava invano di far intervenire gli altri pastori, stramazzò al suolo schiantato da un colpo di clava. In quel tempo governava la zona, più per prestigio personale che per un potere conferitogli, Evandro, esule dal Peloponneso, uomo degno di venerazione perché sapeva scrivere, cosa nuova e prodigiosa in mezzo a bifolchi del genere, e ancor più degno di venerazione per la supposta natura divina della madre Carmenta, che prima dell'arrivo in Italia della Sibilla aveva sbalordito quelle genti con le sue doti di profetessa. Evandro dunque, attirato dalla folla di pastori accorsi sbigottiti intorno allo straniero colto in flagrante omicidio, dopo aver ascoltato il racconto del delitto e delle sue cause, osservando attentamente le fattezze e la corporatura dell'individuo, più maestose e imponenti del normale, gli domandò chi fosse. Quando venne a sapere il nome, chi era suo padre e da dove veniva, disse: «Salute a te, Ercole, figlio di Giove. Mia madre, interprete veritiera degli dèi, mi ha vaticinato che tu andrai ad accrescere il numero degli immortali e qui ti verrà dedicato un altare che un giorno il popolo più potente della terra chiamerà Altare Massimo e venererà secondo il tuo rito.» Ercole, dopo aver teso la mano destra, disse che accettava l'augurio e che avrebbe portato a compimento la volontà del destino costruendo e consacrando l'altare. Lì, prendendo dal gregge un capo di straordinaria bellezza, fu per la prima volta compiuto un sacrificio in onore di Ercole. A occuparsi della cerimonia e del banchetto sacrificale furono chiamati Potizi e Pinari, in quel tempo le famiglie più illustri della zona. Per caso successe che i Potizi giungessero all'ora stabilita e le viscere degli animali vennero poste di fronte a loro, mentre i Pinari, quando ormai le viscere erano stae mangiate, arrivarono a banchetto cominciato. Così, finché durò in vita la stirpe dei Pinari, rimase in vigore la regola che essi non potessero cibarsi delle interiora dei sacrifici. I Potizi, istruiti da Evandro, furono per molte generazioni sacerdoti di questo rito sacro, fino al tempo in cui, affidato ai servi di Stato il solenne officio della famiglia, l'intera stirpe dei Potizi si estinse.
Questi furono gli unici, fra tutti i riti di importazione, a essere allora accolti da Romolo, già in quel periodo conscio dell'immortalità che avrebbe ottenuto col valore e verso la quale lo conduceva il suo destino.
 
8 Sistemata la sfera del divino in maniera conforme alle usanze religiose e convocata in assemblea la massa, che nulla, salvo il vincolo giuridico, poteva unire nel complesso di un solo popolo, diede loro un sistema di leggi. Pensando che esso sarebbe stato inviolabile per quei rozzi villici solo a patto di rendere se stesso degno di venerazione per i segni distintivi dell'autorità, diventò più maestoso sia nel resto della persona sia soprattutto grazie ai dodici littori di cui si circondò. Alcuni ritengono che egli adottò il numero in base a quello degli uccelli che, col loro augurio, gli avevano pronosticato il regno. A me non dispiace la tesi di quelli che sostengono importati dalla confinante Etruria (donde furono introdotte la sedia curule e la toga pretesta) tanto questo tipo di subalterni quanto il loro stesso numero. Essi ritengono che la cosa fosse così presso gli Etruschi dal momento che, una volta eletto il re dall'insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore a testa.
Nel frattempo la città cresceva in fortificazioni che abbracciavano dentro la loro cerchia sempre nuovi spazi: si costruiva più nella speranza di un incremento demografico negli anni a venire che per le proporzioni presenti della popolazione. In séguito, perché l'ampliamento della città non fosse fine a se stesso, col pretesto di aumentare la popolazione secondo l'antica idea di quanti fondavano città (i quali, radunando intorno a sé genti senza un passato alle spalle, facevano credere loro di essere autoctoni), creò un punto di raccolta là dove oggi, per chi voglia salire a vedere, c'è un recinto tra due boschi. Lì, dalle popolazioni confinanti, andò a riparare una massa eterogenea di individui - nessuna distinzione tra liberi e schiavi - avida di cose nuove: e questo fu il primo energico passo in direzione del progetto di ampliamento. Ormai soddisfatto di tali forze, provvede a dotarli di un'assemblea. Elegge cento senatori, sia perché questo numero era sufficiente, sia perché erano soltanto cento quelli che potevano ambire a una carica del genere. In ogni caso, quest'onore gli valse il titolo di padri, mentre i loro discendenti furono chiamati patrizi.
 
 
 
9 Roma era ormai così potente che poteva permettersi di competere militarmente con qualunque popolo dei dintorni. Ma per la penuria di donne questa grandezza era destinata a durare una sola generazione, perché essi non potevano sperare di avere figli in patria né di sposarsi con donne della zona. Allora, su consiglio dei senatori, Romolo inviò ambasciatori alle genti limitrofe per stipulare un trattato di alleanza col nuovo popolo e per favorire la celebrazione di matrimoni. Essi dissero che anche le città, come il resto delle cose, nascono dal nulla; in séguito, grazie al loro valore e all'assistenza degli dèi, acquistano grande potenza e grande fama. Era un fatto assodato che alla nascita di Roma erano stati propizi gli dèi e che il valore non le sarebbe venuto a mancare. Per questo, in un rapporto da uomo a uomo, non dovevano disdegnare di mescolare il sangue e la stirpe. All'ambasceria non dette ascolto nessuno: tanto da una parte provavano un aperto disprezzo, quanto dall'altra temevano per sé e per i propri successori la crescita in mezzo a loro di una simile potenza. Nell'atto di congedarli, la maggior parte dei popoli consultati chiedeva se non avessero aperto anche per le donne un qualche luogo di rifugio (quella infatti sarebbe stata una forma di matrimonio alla pari). La gioventù romana non la prese di buon grado e la cosa cominciò a scivolare inevitabilmente verso la soluzione di forza.
Per conferire a essa tempi e luoghi appropriati, Romolo, dissimulando il proprio risentimento, allestisce apposta dei giochi solenni in onore di Nettuno Equestre e li chiama Consualia. Quindi ordina di invitare allo spettacolo i popoli vicini. Per caricarli di interesse e attese, i giochi vengono pubblicizzati con tutti i mezzi disponibili all'epoca. Arrivò moltissima gente, an che per il desiderio di vedere la nuova città, e soprattutto chi abitava più vicino, cioè Ceninensi, Crustumini e Antemnati. I Sabini, poi, vennero al completo, con tanto di figli e consorti. Invitati ospitalmente nelle case, dopo aver visto la posizione della città, le mura fortificate e la grande quantità di abitazioni, si meravigliarono della rapidità con cui Roma era cresciuta. Quando arrivò il momento previsto per lo spettacolo e tutti erano concentratissimi sui giochi, allora, come convenuto, scoppiò un tumulto e la gioventù romana, a un preciso segnale, si mise a correre all'impazzata per rapire le ragazze. Molte finivano nelle mani del primo in cui si imbattevano: quelle che spiccavano sulle altre per bellezza, destinate ai senatori più insigni, venivano trascinate nelle loro case da plebei cui era stato affidato quel compito. Si racconta che una di esse, molto più carina di tutte le altre, fu rapita dal gruppo di un certo Talasio e, poiché in molti cercavano di sapere a chi mai la stessero portando, gridarono più volte che la portavano a Talasio perché nessuno le mettesse le mani addosso. Da quell'episodio deriva il nostro grido nuziale.
Finito lo spettacolo nel terrore, i genitori delle fanciulle fuggono affranti, accusandoli di aver violato il patto di ospitalità e invocando il dio in onore del quale eran venuti a vedere il rito e i giochi solenni, vittime di un'eccessiva fiducia nella legge divina. Le donne rapite, d'altra parte, non avevano maggiori speranze circa se stesse né minore indignazione. Ma Romolo in persona si aggirava tra di loro e le informava che la cosa era successa per l'arroganza dei loro padri che avevano negato ai vicini la possibilità di contrarre matrimoni; le donne, comunque, sarebbero diventate loro spose, avrebbero condiviso tutti i loro beni, la loro patria e, cosa di cui niente è più caro agli esseri umani, i figli.
Che ora dunque frenassero la collera e affidassero il cuore a chi la sorte aveva già dato il loro corpo. Spesso al risentimento di un affronto segue l'armonia dell'accordo. Ed esse avrebbero avuto dei mariti tanto migliori in quanto ciascuno di par suo si sarebbe sforzato, facendo il proprio dovere, di supplire alla mancanza dei genitori e della patria. A tutto questo si aggiungevano poi le attenzioni dei mariti (i quali giustificavano la cosa con il trasporto della passione), attenzioni che sono l'arma più efficace nei confronti dell'indole femminile.
 
10 Ormai l'ira delle ragazze rapite si era del tutto placata. Fu però proprio in quel momento che i loro genitori, vestiti a lutto, cercavano di sensibilizzare i concittadini piangendo e lamentandosi dell'accaduto. E non si limitavano a manifestare in patria il proprio sdegno, ma da ogni parte si presentarono in gruppi di delegazioni a Tito Tazio, re dei Sabini, perché il suo prestigio in quelle zone era enorme. Quell'affronto riguardava in parte Ceninensi, Crustumini e Antemnati. Sembrò loro che Tito Tazio e i Sabini agissero con eccessiva flemma: perciò questi tre popoli si prepararono a combattere da soli. Ma, a giudicare dall'animosità e dall'ira dei Ceninensi, neppure Crustumini e Antemnati si muovevano con sufficiente prontezza. Così i Ceninensi invadono da soli il territorio romano. Ma mentre stavano devastando disordinatamente la zona, gli va incontro Romolo con l'esercito e, dopo una ridicola scaramuccia, dimostra loro la vanità dell'ira non sorretta da forze adeguate. Sbaraglia la schiera nemica, la mette in fuga e ne insegue i resti sbandati; quindi si scontra in duello col re, lo uccide e ne spoglia il cadavere. Dopo aver eliminato il comandante dei nemici, si impossessa della loro città al primo assalto. Ricondotto indietro l'esercito vincitore, dimostrò che il suo eroismo nel compiere le imprese non era inferiore alla capacità di valorizzarle: portando le spoglie del comandante nemico ucciso su una barella costruita all'occorrenza, salì sul Campidoglio. Lì, dopo averle deposte presso una quercia sacra ai pastori, insieme con l'offerta tracciò i confini del tempio di Giove e aggiunse un epiteto al nome del dio: «Io, Romolo, re vittorioso, offro a te, Giove Feretrio, queste armi di re, e consacro il tempio entro questi limiti che ho or ora tracciato secondo la mia volontà, in modo tale che diventi un luogo demandato alle spoglie opime che quanti verranno dopo di me, seguendo il mio esempio, porteranno qui dopo averle strappate a re e comandanti nemici uccisi in battaglia.» Questa è l'origine del primo tempio consacrato a Roma. Così, da quel giorno in poi, piacque agli dèi che fosse legge la parola del fondatore del tempio (e cioè che i posteri avrebbero dovuto portare lì le spoglie), e che la gloria di un tale dono non fosse svilita dal numero elevatissimo di chi la poteva ottenere. Da allora tanti anni sono passati e tante guerre sono state combattute. Ciò nonostante, altre due volte soltanto si presero spoglie opime: così rara fu la fortuna di quell'onore.
11 Mentre i Romani si stavano occupando di queste cose, gli Antemnati, cogliendo al volo l'occasione offerta dalla loro assenza, compiono un'incursione armata nel nostro territorio. Ma le truppe romane, spinte a marce forzate anche in quella direzione, piombano loro addosso trovandoli sparpagliati nei campi. Fu così che bastò il primo urto accompagnato dall'urlo di guerra per sbaragliarli e conquistarne la città. Mentre Romolo era nel pieno dell'ovazione per il doppio trionfo, la moglie Ersilia, cedendo alle preghiere incessanti delle donne rapite, lo prega di perdonarne i genitori e di ammetterli all'interno della città (la cui potenza sarebbe così aumentata proprio grazie alla concordia interna). Egli acconsente facilmente. Quindi marcia contro i Crustumini che erano in procinto di attaccare. Ma la loro resistenza durò ancora meno di quella degli alleati: di fronte a disfatte del genere, non era rimasto troppo coraggio. In entrambi i paesi sottomessi furono inviati coloni. La maggior parte di essi, però, si iscrissero per Crustumino a causa della fertilità della terra. Dall'altra parte, invece, molte persone, soprattutto genitori e parenti delle donne rapite, vennero a stabilirsi a Roma.
L'ultimo attacco Roma lo subì dai Sabini, e questa fu di gran lunga la più importante tra le guerre combattute fino a quel punto. Essi, infatti, non agirono sotto l'impulso del risentimento e dell'ambizione, né si lasciarono andare a dimostrazioni militari prima di dare il via alla guerra. Unirono la fraudolenza al sangue freddo. Spurio Tarpeio comandava la cittadella romana. Sua figlia, vergine vestale, viene corrotta con dell'oro da Tazio e costretta a fare entrare un drappello di armati nella fortezza. In quel preciso momento la ragazza era andata oltre le mura ad attingere acqua per i culti rituali. Dopo averla catturata, la schiacciarono sotto il peso delle loro armi e la uccisero, sia per dare l'idea che la cittadella era stata conquistata più con la forza che con qualsiasi altro mezzo, sia per fornire un esempio in modo che più nessun delatore potesse contare sulla parola data. La leggenda riguardante questi fatti vuole che, siccome i Sabini di solito portavano al braccio sinistro braccialetti d'oro massiccio e giravano con anelli tempestati di gemme di rara bellezza, la ragazza avesse pattuito come prezzo del suo tradimento ciò che essi portavano al braccio sinistro; e che al posto dell'oro promesso fosse rimasta schiacciata dal peso dei loro scudi. Alcuni sostengono che, avendo lei chiesto di scegliere come ricompensa quello che essi portavano al braccio sinistro, optò espressamente per gli scudi e che i Sabini, credendo li volesse tradire, l'uccisero proprio col compenso che aveva richiesto.
12 Comunque sia, i Sabini si impossessarono della cittadella. Il giorno dopo, quando l'esercito romano aveva gremito, col suo schieramento al completo, lo spazio compreso tra il Palatino e il Campidoglio, i Sabini non calarono subito in pianura ma rimasero ad aspettare che l'indignazione e il desiderio di recuperare la rocca spingessero i Romani a risalire la china e ad affrontarli su in alto. I capi di entrambi gli schieramenti incitavano alla lotta: Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i Romani. Quest'ultimo, nonostante la posizione svantaggiosa, teneva alto il morale con dimostrazioni di coraggio e di audacia nelle prime file. Ma, caduto lui, subito i Romani registrarono un netto cedimento e andarono a rifugiarsi presso la vecchia porta del Palatino. Romolo stesso, trascinato dalla massa dei soldati in ritirata, sollevando le armi al cielo, gridò: «O Giove, è per obbedire al tuo volere che ho gettato le prime fondamenta di Roma proprio qui sul Palatino. Ormai la cittadella è in mano ai Sabini che l'hanno conquistata nella più turpe delle maniere. Di lì, attraverso la vallata, stanno avanzando armati verso di noi. Ma tu, padre degli dèi e degli uomini, tieni lontani almeno da qui i nemici, libera i Romani dal terrore e frena questa loro vergognosa ritirata! Prometto che qui, o Giove Statore, io innalzerò un tempio per ricordare ai posteri che è stato il tuo aiuto inesauribile a salvare la città». Al termine della preghiera, come se avesse avuto la sensazione di essere stato esaudito, disse: «Qui, o Romani, Giove ottimo massimo vi ordina di fermarvi e di ricominciare a combattere». E i Romani si fermarono, proprio come se stessero obbedendo a un ordine piovuto dal cielo. Romolo in persona si lancia nelle prime file. Mezio Curzio, intanto, a capo dei Sabini, aveva guidato la carica dall'alto della cittadella e fatto il vuoto in mezzo alle fila romane, gettando lo scompiglio per tutto lo spazio occupato dal foro. E, ormai non lontano dalla porta del Palatino, gridava: «Li abbiamo battuti, ospiti malvagi e nemici codardi che non sono altro! Ora lo sanno che differenza passa tra rapire delle ragazze inermi e combattere contro degli uomini veri.» Mentre così si gloria, gli si avventa addosso, guidato da Romolo, un gruppo di giovani pronti a tutto.
Per caso in quel momento Mezio stava combattendo a cavallo e fu così più facile respingerlo. Dopo averlo messo in fuga, i Romani proseguono sullo slancio e il resto dell'esercito, infiammato dall'audacia del re, riesce a sbaragliare i Sabini. Mezio fu trascinato in una palude dal suo cavallo, divenuto ingovernabile per lo strepito degli inseguitori e la cosa attirò l'attenzione anche dei Sabini che temevano di perdere una figura così carismatica: urlando e facendogli ampi gesti, gli dimostrarono il loro attaccamento ed egli riuscì a tirarsi fuori dalla melma. Romani e Sabini riprendono così a combattere nella valle che si estende tra le due colline. Ma i Romani continuavano ad avere la meglio.
7
13 Fu in quel momento che le donne sabine, il cui rapimento aveva scatenato la guerra in corso, con le chiome al vento e i vestiti a brandelli, lasciarono che le disgrazie presenti avessero la meglio sulla loro timidezza di donne e non esitarono a buttarsi sotto una pioggia di proiettili e a irrompere dai lati tra le opposte fazioni per dividere i contendenti e placarne la collera. Da una parte supplicavano i mariti e dall'altra i padri. Li imploravano di non commettere un crimine orrendo macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di non lasciare il marchio del parricidio nelle creature che esse avrebbero messo al mondo, figli per gli uni e nipoti per gli altri. «Se il rapporto di parentela che vi unisce e questi matrimoni non vi vanno a genio, rivolgete la vostra ira contro di noi: siamo noi la causa scatenante della guerra, noi le sole responsabili delle ferite e delle morti tanto dei mariti quanto dei genitori. Meglio morire che rimanere senza uno di voi due, o vedove od orfane.» L'episodio non tocca soltanto la massa dei soldati ma anche i comandanti, e su tutti cala improvvisa una quiete silenziosa. Poi vengono avanti i generali per stipulare un trattato e non si accordano esclusivamente sulla pace, ma varano anche l'unione dei due popoli. Associano i due regni, trasferendo però l'intero potere decisionale a Roma che vede così raddoppiata la sua popolazione. Tuttavia, per venire in qualche modo incontro ai Sabini, i cittadini romani presero il nome di Quiriti dalla città di Cures. E in memoria di quella battaglia chiamarono lago Curzio lo specchio d'acqua dove il cavallo di Curzio emerse dal profondo della melma e portò in salvo il suo cavaliere.
A una guerra così catastrofica seguì improvvisamente un felice periodo di pace che rese le donne sabine più gradite ai loro mariti e ai loro genitori, ma, sopra tutti, a Romolo stesso. Così, quando questi divise la popolazione in trenta curie, diede a esse il nome delle donne. Senza dubbio il loro numero era in qualche modo superiore: la tradizione non ci informa se fu l'età, la loro classe sociale o quella dei mariti, oppure un'estrazione a sorte il criterio utilizzato per stabilire quali dovessero dare il nome alle curie. Nello stesso periodo vennero formate tre centurie di cavalieri.
Ramnensi e Tiziensi devono i loro nomi a Romolo e a Tito Tazio. Quanto invece ai Luceri, nome e origine sono poco chiari. Di lì in poi, i due sovrani regnarono non solo in comune, ma anche in perfetto accordo.
14 Alcuni anni dopo, certi parenti di Tito Tazio maltrattano gli ambasciatori dei Laurenti e, nonostante il loro appellarsi al diritto delle genti, Tito mostra di avere orecchie soltanto per le preghiere dei suoi. Così facendo, assume su di sé la responsabilità della loro mancanza. E infatti, un giorno che era andato a Lavinio per un sacrificio solenne, fu assassinato in un moto di piazza. Si narra che la cosa addolorò Romolo meno del dovuto, sia per la dubbia affidabilità di una simile divisione del potere, sia perché credeva che quella morte non fosse del tutto immeritata. Per questo evitò di far ricorso alla guerra. Tuttavia, per garantire l'espiazione della morte del re e dell'offesa ai danni degli ambasciatori, fece rinnovare il trattato tra Roma e Lavinio.
Questa pace, a dir la verità, fu un evento al di sopra di ogni aspettativa. Invece scoppiò un'altra guerra, molto più vicina, anzi quasi alle porte di Roma. Gli abitanti di Fidene, ritenendo troppo vicina a loro una potenza in continua crescita, senza aspettare che diventasse forte come c'era da prevedere, si affrettano a scatenare il conflitto. Armano squadroni di giovani e li spediscono a devastare le campagne tra Roma e Fidene. Di lì piegano verso sinistra (a destra niente da fare, c'è il Tevere che blocca la strada) e compiono atti di vandalismo terrorizzando i contadini. L'improvviso trambusto creatosi nelle campagne arrivò fino in città e fu come una prima avvisaglia della guerra. Romolo, visto che non c'era un minuto da perdere con una guerra così vicina, esce immediatamente alla testa dell'esercito e si accampa a un miglio da Fidene. Dopo avervi lasciato una modesta guarnigione, si mette in moto col grosso delle truppe. Una parte di queste ordinò che si piazzasse, pronta a lanciare un'imboscata, in una zona tutto intorno criparata da fitti cespuglic.
Poi, con il blocco più consistente dell'esercito e con tutta la cavalleria, si mise in marcia e, proprio come si era prefissato, riuscì ad attirare fuori il nemico adottando un tipo di tattica spericolata e minacciosa, con i cavalieri che scorrazzavano fin quasi sotto le porte. D'altra parte, per la fuga che doveva esser simulata, questo assalto a cavallo forniva un pretesto più verisimile. E quando non solo la cavalleria sembrava incerta tra il combattere e il fuggire, ma anche la fanteria si ritirava, all'improvviso si spalancarono le porte e le linee romane furono travolte dallo straripare dei nemici che, nella foga di darsi all'inseguimento, furono trascinati nel punto dell'imboscata. Lì i Romani saltano fuori a sorpresa e attaccano sul fianco la schiera dei nemici. Allo stupore si aggiunge la paura: dall'accampamento si vedono avanzare gli stendardi del presidio lasciato di guarnigione. Così i Fidenati, in preda al panico più totale, fanno dietro- front quasi prima ancora che Romolo e i suoi uomini riuscissero a girare i loro cavalli. E visto che si trattava di una fuga vera, riguadagnavano la città in maniera di gran lunga più disordinata di quelli che, poco prima, essi avevano inseguito ingannati dalla loro simulazione di fuga. Però non riuscirono a sfuggire al nemico: i Romani li incalzavano da dietro e, prima che le porte della città venissero chiuse, irruppero all'interno, quando ormai i due eserciti sembravano uno solo.
15 La guerra scatenata dai Fidenati fu come una febbre contagiosa che colpì gli animi dei Veienti (i quali, oltretutto, vantavano anche legami etnici, visto che condividevano coi Fidenati l'origine etrusca). E in più c'era il pericolo dei confini, nel caso in cui la potenza romana si fosse rivolta ostilmente contro tutte le popolazioni limitrofe.
Così si riversarono in territorio romano senza però seguire i piani di una regolare campagna militare ma piuttosto per saccheggiare i dintorni alla rinfusa. Non si accamparono né attesero l'arrivo dell'esercito nemico, ma tornarono a Veio portandosi via ciò che avevano razziato nelle campagne. I Romani, da parte loro, non avendo trovato il nemico nei campi, attraversarono il Tevere pronti e determinati a sferrare un attacco decisivo. Quando i Veienti vennero a sapere che i nemici si erano accampati e stavano per marciare contro la loro città, andarono loro incontro per decidere la battaglia in campo aperto piuttosto che dover combattere ostacolati dalle case e dalle mura. Nello scontro, senza far ricorso a particolari stratagemmi di supporto alle sue truppe, il re romano ebbe la meglio solo grazie alla fermezza dei suoi veterani: sbaragliò i nemici e li inseguì fino alle mura, ma dovette desistere dall'attaccare la città in quanto risultava ben protetta dalle fortificazioni e dalla sua stessa posizione. Sulla via del ritorno saccheggia le campagne, più per desiderio di vendetta che per fare razzia. E i Veienti, piegati da questo disastroso strascico non meno che dalla sconfitta in battaglia, inviano a Roma dei delegati per chiedere la pace. Ottennero una tregua di cent'anni in cambio della cessione di parte del loro territorio.
Grosso modo furono questi i principali avvenimenti politici e militari durante il regno di Romolo. Nessuno di essi impedisce però di prestar fede alla sua origine divina e alla divinizzazione attribuitagli dopo la morte, né al coraggio dimostrato nel riconquistare il regno degli avi, né alla saggezza cui fece ricorso per fondare Roma e renderla forte grazie alle guerre e alla sua politica interna. Fu proprio in virtù di quanto egli le aveva fornito che Roma di lì in poi conobbe quarant'anni di stabilità nella pace. Tuttavia fu più amato dal popolo che dal senato e idolatrato dai suoi soldati come da nessun altro. Tenne per sé, e non solo in tempo di guerra, una scorta di trecento armati cui diede il nome di Celeri.
 
16 Portati a termine questi atti destinati alla posterità, un giorno, mentre passava in rassegna l'esercito e parlava alle truppe vicino alla palude Capra, in Campo Marzio, scoppiò all'improvviso un temporale violentissimo con gran fragore di tuoni ed egli fu avvolto da una nuvola così compatta che scomparve alla vista dei suoi soldati. Da quel momento in poi, Romolo non riapparve più sulla terra. I giovani romani, appena rividero la luce di quel bel giorno di sole dopo l'imprevisto della tempesta, alla fine si ripresero dallo spavento. Ma quando si resero conto che la sedia del re era vuota, pur fidandosi dei senatori che, seduti accanto a lui, sostenevano di averlo visto trascinato verso l'alto dalla tempesta, ciò nonostante sprofondarono per qualche attimo in un silenzio di tomba, come invasi dal terrore di esser rimasti orfani. Poi, seguendo l'esempio di alcuni di essi, tutti in coro osannarono Romolo proclamandolo dio figlio di un dio, e re e padre di Roma. Con preghiere ne implorano la benevola assistenza e la continua protezione per i loro figli. Allora, credo, ci fu anche chi in segreto sosteneva la tesi che i senatori avessero fatto a pezzi il re con le loro stesse mani. La notizia si diffuse, anche se in termini non molto chiari. Ma fu resa nota l'altra versione, sia per l'ammirazione nei confronti di una simile figura, sia per la delicatezza della situazione. Si dice anche che ad aumentarne la credibilità contribuì l'astuta trovata di un singolo personaggio. Questi - un certo Giulio Proculo -, mentre la città era in lutto per la perdita del re e nutriva una certa ostilità nei confronti del senato, con tono grave, come se fosse stato testimone di un grande evento, si rivolse in questi termini all'assemblea: «Stamattina, o Quiriti, alle prime luci dell'alba, Romolo, padre di questa città, è improvvisamente sceso dal cielo ed è apparso alla mia vista. Io, in un misto di totale confusione e rispetto, l'ho pregato di accordarmi il permesso di guardarlo in faccia e lui mi ha risposto: "Va' e annuncia ai Romani che la volontà degli dèi celesti è che la mia Roma diventi la capitale del mondo. Quindi si impratichiscano nell'arte militare e sappiano e tramandino ai loro figli che nessuna umana potenza è in grado di resistere alle armi romane."
Detto questo,» egli concluse, «è scomparso in cielo.» È incredibile quanto si prestò fede al racconto di quell'uomo e quanto giovò a placare lo sconforto della plebe e dell'esercito per la perdita di Romolo l'assicurazione della sua immortalità.
17 Nel frattempo, tra i senatori, era in pieno svolgimento una lotta febbrile per la gestione del potere. Non si era però ancora giunti a candidature individuali perché nel nuovo popolo non c'era nessuna figura particolarmente di spicco: si trattava di uno scontro di diverse fazioni all'interno delle classi. I cittadini di origine sabina, dopo la morte di Tito Tazio, non avevano più avuto un loro re. Così, nel timore di dover rinunciare alla spartizione del potere pur continuando a godere degli stessi diritti politici, volevano che venisse eletto un re della loro etnia. Ma i Romani di vecchia data rifiutavano l'idea di avere un re forestiero. Pur nella pluralità di vedute, tutti volevano ugualmente essere sottoposti all'autorità di un monarca: infatti non avevano ancora assaporato il dolce piacere della libertà.
 
    parole
-----------------------------------------------

10.18.2 Pornikon -

 
Pornikon -
 
 
Nell'antica Roma invece il bordello può essere chiamato in vari modi: i più miserabili erano i fornices (da cui il lemma fornicare), costituiti da un unico vano; poi vi erano gli stabula (lett. stalla, covile), i lupanaria (ricettacoli delle lupe, ossia le prostitute di più bassa estrazione) e i postribula - luogo in cui ci si offre. Vi erano poi bettole e locande che potevano svolgere saltuariamente anche attività di bordello. Le camere recavano dipinto sulla porta il nome della meretrice affiancato dalla tariffa richiesta, generalmente un asse. I lupanari aprivano nel tardo pomeriggio e ad operarvi erano in prevalenza schiave[6], ex-schiave o serve di vario tipo.
 
La prostituzione è una caratteristica ben nota di Atene classica. Liberi cittadini, schiavi, ex schiavi e meteci, lavoravano come prostitute. Prostituti maschi e femmine hanno lavorato in porneia, intrattenuti presso simposi, ed è entrato in contratti con i clienti. Ruffiani e prostitute pagate le telos pornikon. Nonostante l'apparente ubiquità e la legittimità della prostituzione, le prostitute e prostituzione erano sorprendentemente non regolamentata ad Atene. Questo documento chiede perché e sostiene che le leggi in materia di prostituzione erano riguarda principalmente per proteggere l'integrità del corpo cittadino nel suo insieme e non motivata da alcun senso di vergogna prostituzione come una professione o dalla necessità di proteggere l'individuo circostante.
 
La prostituzione non è stato limitato a particolari aree di antica Atene o altrimenti regolamentati. Ad esempio, le posizioni di bordelli (Isae 6,19-20;.. Aeschin 1.74) sono il risultato di fattori economici, piuttosto che qualsiasi pratica di zonizzazione. (Tsakirgis 2005: 79; cfr McGinn 2006). Bordelli appaiono non diversamente trattati rispetto ad altre imprese. Eschine commenta che un Ergasterion in un sunoikia o oikia può alloggiare una fucina, un ambulatorio medico, una lavanderia e più tardi un bordello (1.124). Diverse leggi ricostruiti come in materia di prostituzione (Arist. Pol 50.2;.. Din 1.23), a ben guardare, non sono specifici per la prostituzione a tutti. Ad esempio, Graham (1998: 40) ha recentemente suggerito, basato sulla porta stèle du da Thassos, che Aristotele registra una legge contro sollecitazione (Pol 50.2.). Ma preso nel contesto, il regolamento appare semplicemente di finestre e le persiane, come inizialmente pensato. Basato sulla stessa passo di Aristotele, Davidson (1998: 82) e Halperin (1990: 110) hanno anche sostenuto che il astunomoi erano responsabili per stabilire e far rispettare il prezzo di una notte con una prostituta. Non vi è alcuna menzione specifica, tuttavia, di prostitute, solo auletrides e altri musicisti, e così il passaggio non può essere usato come prova per tappatura gli onorari di prostitute o loro protettori.
 
Un esame delle leggi in materia di appalti, l'adulterio e il diritto di ogni cittadino a ricoprire cariche e parlare nei tribunali di assemblaggio e di diritto (Aeschin 1.14, 19-20, 183-4;. Lys 1,30-3;. [. Dem] 59.67, 86-7;. Plu Sol. 23) porta alla conclusione che proteggere l'integrità del corpo cittadino è la motivazione primaria di legiferare prostituzione. Ad esempio, gli ateniesi avevano leggi in materia di appalti che limitavano la vendita di bambini di un ateniesi a fini di prostituzione (Aeschin. 1.14, 184). Solone limitato il diritto di un padre per prostituire la figlia consentendo solo figlie trovato impudico per essere venduto per tali scopi (Plu. Sol 23.2, Glazebrook 2005; Herter 1966:. 109). L'importanza di questa legge è una preoccupazione per la legittimità fondata sul matrimonio in una cittadinanza limitata (Lape 2002-3: 120-22, Herter 1966: 108). Le leggi contro appalti proteggono anche i pieni diritti dei cittadini dei futuri cittadini e il corpo cittadini dall'influenza di personaggi inaffidabili. Un cittadino maschio che aveva fatto da una prostituta, se in gioventù o per forza, ha perso i suoi diritti civili (Aeschin 1.19-20,.. Dem 22.30; E 1.100.). L'atto della prostituzione in sé non era un crimine, ma gli Ateniesi diffidava qualsiasi maschio che era stato penetrato (Halperin 1990: 95-7; Dover 1973: 124).
 
Le leggi sulla prostituzione nelle società occidentali moderne oggi dove la prostituzione è praticata apertamente (Amsterdam e Nevada) di solito includono limiti di età, la zonizzazione della prostituzione, pratiche sollecitazione, e la diffusione della malattia. In altri casi, la prostituzione è un reato penale, motivato da un senso che la prostituzione è moralmente sbagliato e di sfruttamento. Ma un senso di vergogna e preoccupazione per l'individuo sembra estraneo a tale legislazione nell'antica Atene, che suggerisce invece una preoccupazione di proteggere l'integrità del corpo cittadino e il potenziale futuro di quel corpo per cittadini a pieno titolo.
 
Davidson, James. 1998. cortigiane e Fishcakes: The Passions Consumare Classical Athens. Londra.
 
Dover, Kenneth J. 1973. "Atteggiamenti greche classiche a comportamento sessuale". 2003. Sesso e la differenza di Grecia e di Roma. Eds. Mark oro e Peter Toohey. Edimburgo.
 
Glazebrook, Allison. 2005. ". Prostituire Femmina Kin (.. Plu Sol 23)" DIGA 8: 33-53.
 
Graham, AJ 1998. "La Donna alla finestra: Osservazioni sulla 'Stele dal Porto' di Taso.» JHS 118: 22-40.
 
Halperin, David. 1990. "Il corpo democratico: prostituzione e cittadinanza in Classical Athens." Cent'anni di omosessualità e altri saggi on Love greca . Ed. David Halperin. New York.
 
Herter, Hans. 1966. "La Sociologia della prostituzione nell'antichità nel contesto di Pagano e scritti cristiani." Trans. Linwood DeLong. 2003. Sesso e differenza nella Grecia antica e Roma. Eds. Mark oro e Peter Toohey. Edimburgo.
 
Lape, Susan. 2002-3. "Solon e l'istituzione della famiglia 'democratica' Da." CJ 98.2: 177-39.
 
McGinn, Thomas. 2006. "Zonizzazione Vergogna nella città romana." Prostitute e cortigiane nel mondo antico . Eds. Christopher Faraone e Laura K. McClure. Madison.
 
Tsakirgis, Barbara. 2005. "Vivere e lavorare in tutto il agorà ateniese:. Un caso di studio preliminare di tre case" Antiche case greche e le famiglie: cronologico, regionale e diversità sociale . Eds. Bradley A. Ault e Lisa C. Nevett. Philadelphia .
 
 
[Chi ] [ Premi e Borse di studio ] [ Classica ufficiale ] [ Comitati & Officers ]
[ Contatti e-mail Directory ] [ CPL ] [ Link ] [ Meeting ] [ iscrizione ] [ Notizie ]
Questo sito è gestito da Samuel J. Huskey ( webmaster@camws.org ) | © 2008 CAMWS
 
 
 
 
La Suburra (Subura dal latino sub-urbe) era un vasto e popoloso quartiere dell'antica Roma situato sulle pendici dei colli Quirinale e Viminale fino alle propaggini dell'Esquilino (Oppio, Cispio e Fagutal).
Poiché la popolazione della parte bassa del quartiere era costituita da sottoproletariato urbano che viveva in condizioni miserabili, benché affacciata su un'area monumentale e di servizi pubblici, il termine suburra ha ancora, nel linguaggio comune, il significato generico di luogo malfamato, teatro di crimini e immoralità.
 
Suburra - Posizione geografica
Palazzetto Borgia e Arco della Suburra 1880
L'orografia del quartiere, con l'avvallamento tra le pendici dei colli maggiori che confluisce verso la valle tra Campidoglio e Palatino in direzione del Tevere, condizionò il sistema viario e l'articolazione del quartiere, con abitazioni di senatori e cavalieri nelle parti più elevate (resti sotto le odierne chiese di San Pietro in Vincoli, sul Fagutale, e di Santa Pudenziana, sul Viminale), mentre il fondovalle, la parte più popolare e malfamata, era occupato da grandi insulae (palazzi di abitazione a più piani: per esempio resti ritrovati durante i restauri del convento di San Martino ai Monti). Nel quartiere abitarono Giulio Cesare e il poeta Marziale.
    parole
-----------------------------------------------

10.18.3 Titanic

 
Il Titanic? Affondato da preti e banchieri...
 
 
Claudio Bossi, a destra, ricercatore e storico, insieme a Giuseppe Calini, titolare del Welcome Hotel
 
(marco tajè) - Serata carica di suggestione nella Sala Blu del Welcome Hotel, questa volta affollata per l'incontro con lo storico e ricercatore Claudio Bossi, autore di volumi sulla storia del Titanic, diventati la fonte ispiratrice per altri scrittori che da anni cercano di svelare i retroscena e le cause dell'affondamento della nave in cui, nell'aprile 1912, trovarono la morte oltre 1.500 persone.
 
Bossi, introdotto dalla giornalista Maura Giunta, ha incantato e stupito il pubblico, ma non del tutto convinto chi, dopo due ore di conferenza, ci ha confermato di essere rimasto con gli enigmi di inizio serata.
 
Il Titanic? Non era il Titanic, ma l'Olympic, un'altra nave della flotta White Star Line.
 
La disgrazia? Pianificata a tavolino per una truffa assicurativa. Anzi, no... per eliminare i principali avversari del creando Federal Reserve, il nuovo sistema monetario mondiale del XX secolo, ospiti del primo viaggio verso New York e destinati a scomparire nei fondali dell'oceano, insieme al transatlantico.
 
Già, ma allora il Titanic, pardon l'Olympic, in quella traversata doveva proprio affondare? Certo! Al suo timone, infatti, c'era Edward John Smith, il capitano, massone e gesuita, d'accordo nella "operazione naufragio". E l'iceberg non è stato lui a centrare la nave, ma il contrario...
 
Mistero svelato per tanti presenti, "anche perchè quando ci sono di mezzo preti e banchieri, non si sa mai come vanno a finire le cose...", a detta di qualcuno che ha applaudito con convinzione l'oratore.
 
Mistero rimasto intatto, per altri, come la signora che ha posto profondi dubbi sulla conversazione del nostro ricercatore, il quale ha così ribattuto ai suoi dubbi: "Bisogna ragionare con la mentalità di un secolo fa, rivedere il passato come se fossimo nel 1912, non con le conoscenze di oggi e la nostra visione moderna".
 
Mistero, mistero... di sicuro ha ragione Bossi, e soltanto questa volta concordiamo con lui, quando pone la domanda: "Il Titanic e la sua fine non sono stati la tragedia mondiale più grande, eppure è la più chiacchierata. Perchè?". Forse, proprio perchè si cerca ad ogni costo ricostruzioni (editoriali, cinematogrfiche, ecc. ecc. ) come quella ascoltata l'altra sera e già confutate dal mondo web dove, comunque, basta un clic e saltano fuori anche gli... ufo, causa del naufragio (leggi qui ed anche qui)
 
Prossimo, atteso appuntamento con Welcome Hotel e le sue storie, giovedì 28 gennaio in Famiglia Legnanese. Qui verrà proiettato il Dvd prodotto da Giuseppe Calini sulla tragedia del Vajont.
 
 
    parole
-----------------------------------------------

10.18.4 Incantensimo della Nostaglia: serata carica di positività

 
Incantensimo della Nostaglia: serata carica di positività
 
 
"Una serata carica di positività". Così anche a noi piace definire la sesta puntata dell'Incantesimo della nostalgia, evento che ha riempito di nuovo la Sala Blu del Welcome Hotel, con ospiti l'Ottica Gallo di Legnano, l'associazione Padre Carlo Crespi, Pietro Cozzi della Concessionaria Fratelli Cozzi, il fotografo Francesco Morello, Albero Oldrini gran maestro del Collegio dei capitani e delle contrade, il sindaco di Legnano Alberto Centinaio.
 
Due ore e mezza di racconti, storie, immagini della Legnano com'era e com'è, in un susseguirsi di emozioni, perchè ogni esperienza dei relatori ha saputo sollecitare la sensibilità dei presenti, convenuti con il giusto spirito per sentir parlare di attività commerciali, tutte eccellenze nel loro settore, di Palio, di natura e scienza, di cosa significhi gestire la vita di una città come la nostra.
 
 
 
Proprio il sindaco Centinaio, nel chiudere la serata, ha accennato alla responsabilità che un amministratore si sente addosso quando gli viene proposta una carrellata di fotografie che raccontano com'è cambiata la città: "Ma quanto deve essere lungimirante un sindaco, un assessore, un consigliere comunale?", si è chiesto il nostro primo cittadino, meravigliato da tante belle fotografie che hanno ripreso luoghi e spazi legnanesi sia del passato, che del presente. "Sono rimasto colpito dalle immagini proiettate - il suo commento - perchè fanno capire quanto sia bella la nostra città, fanno pensare a quello che ci hanno lasciato i nostri predecessori, fanno capire il lavoro che ci aspetta per renderla ancora migliore".
 
Lo avevano preceduto nei loro racconti, Giuseppe Gallo Stampino dell'Ottica Gallo, che ha fatto un po' la storia dell'occhiale, l'associazione padre Carlo Crespi, missionario e naturalista legnanese considerato tra gli scienziati più importanti del secolo scorso e per il quale è in corso un processo di beatificazione, Francesco Morello con i suoi "indovinelli" fotografici, Pietro Cozzi titolare della concessionaria Fratelli Cozzi ma anche ex presidente della Famiglia Legnanese con il primato di più giovane capitano di Palio con la contrada S.Erasmo, per finire ad Alberto Oldrini, gran maestro del Collegio dei capitani e delle contrade, caso rarissimo di legnanese che ha preso parte alla passeggiata storica in piazza del Campo a Siena, come alfiere della Torre: "Il Palio - un suo commento - deve avere una particolare attenzione verso i giovani. Così nei nostri programmi, riserveremo loro diverse iniziative per coinvolgerli e renderli veri protagonisti attivi della nostra festa". A questo proposito, da segnalare l'invito a una decina di ragazzi per la loro presenza al Galà in programma sabato sera al Museo Alfa Romeo di Legnano, proprio allo scopo di far conoscere loro anche questa iniziativa paliesca. Daniele Berti, infine, è stato il solito commentatore preciso nel "leggere" la parte fotografica della serata,
 
 
 
L'anima bella di Giuseppe Calini, il solito accogliente padrone di casa insieme a Luciana, ha poi voluto celebrare con un riconoscimento l'azione meritoria di Gianluca Dell'Acqua che al bocciodromo ha salvato la vita a un giovane calciatore colpito da arresto cardiaco, l'amico Adriano Garbo per le gallerie fotografiche che propone ogni volta e il nostro Luigi Frigo, nella foto, per la costante presenza nel seguire gli eventi al Welcome Hotel, come fotoreporter.
 
 
    parole
-----------------------------------------------

10.18.5 "Controllo di vicinato".

 
segue il tour nei quartieri per la presentazione del progetto "Controllo di vicinato".
 
L'altra sera, all'oratorio di S.Giorgio su Legnano, riunione per i residenti compresi tra via Restelli e la SP12. Tra i presenti, il sidnaco Alberto Centinaio, il comandante della Polizia Locale Daniele Ruggerri, il presidente della Consulta1 Oltrestazione Davide Turri, il responsabile della Associazione Controllo di Vicinato dell'Alto Milanese, Walter Valsecchi.
 
Il controllo di vicinato parte da una rivisitazione del "vecchio cortile lombardo", dove nessuno meglio dei residenti conosce problemi e rischi del proprio vivere quotidiano.
 
"Il principale appello ai cittadini - ha affermato un più che convinto Valsecchi - è di essere attenti osservatori di quanto accade nella propria zona. In ciascuna via viene posto all’ingresso e all’uscita della strada un cartello che sta a indicare che qui è attivo un gruppo di attenzione al bene pubblico. Noi chiediamo solo due cose: osservare e segnalare subito alle Forze dell’Ordine e alla Polizia Locale auto sospette, movimenti insoliti, presenze di persone sconosciute con atteggiamento strano. Importante anche attivare moderni strumenti, come applicazioni via cellulari per rapidi informazioni in termini di sicurezza. Per ogni zona, indispensabile individuare un referente che faccia da tramite con le istituzioni. Fondamentale infine una risposta di almeno il 60% dei residenti di ciascuna via".
 
La sinergia tra cittadini e istituzioni è stata sottolineata anche dal sindaco Centinaio e dal comandante Ruggeri, con una sottolineatura: "Il controllo di vicinato non deve essere solo un progetto orientato alla sicurezza e alla prevenzione, ma anche a un clima di condivisione della nostra quotidianità, un modo per evitare l'isolamento, un nuovo tipo di approccio sociale. Per realizzare tutto questo, non basta l'impegno dell'amministrazione comunale, la professionalità della Polizia Locale. E' necessaria la partecipazione dei cittadini"... che a dir il vero, l'altra sera, erano presenti in numero alquanto ridotto.
 
Ma, insomma, siamo solo all'inizio del progetto ed è giusto concedere un po' di tempo a tutti. Intanto, da segnalare la disponibilità della Consulta1 Oltrestazione, disponibile a incontri con i residenti per ulteriori dettagli.
 
D'altra parte, là dove si è attivato il controllo da tempo i risultati parlano chiaro: "A Parabiago e zona - ha spiegato Valsecchi - la microcriminalità è quasi scomparsa e i numeri delle adesioni al progetto sono in continuo aumento. A Parabiago aderiscono 1.400 famiglie, a Nerviano 1.200 e a Canagrate 300".
 
 
 
    parole
-----------------------------------------------

10.18.6 UL MIK LONGOBARDEATH - TE ME FE GIRA’ I BALL !!!! (YSMR)

 
ul mik longobardeath - te me fe gira’ i ball !!!! (ysmr)
 
rochenroll!!!!!!
 
semm ‘ndai  a compraa  i binis
e spusass,   insema a ti, l’e’ ‘n vivv tutt gris
 
“va che gh’ho i mee robb incoeu
devi lavaa anca i lenzoo
t’el see la carla sa l’ha di ?!
voeuri toeu un noeuv visti’!!! ”
 
teehh,  sura ‘n del tavul, mi meti i pee,
e schiscial!!  ….ul “durbans” stort l’e ‘n gran mistee !!!
 
sempar dree a ciciaraa
te fe finta de laura’
merda la’ e brutt de chi
mai cuntenta tutt i di
 
te me fe gira’ i ball,   si si i me ball!!!
me la roda del carr i me ball !!!
te me fe gira’ i ball,   si si i me ball!!!
me la roda del carr te me fe gira’ i ball !!!
 
 
luza!!   sempar in gir per i botegh
a l’e ‘ndaia   via la paga de ‘n mes intreggh !!!!
 
l’e ‘rivaa anche ‘l nadal
l’e’ ‘ndai via ‘l me capital
per fala bela cunt i amis
te tiret su di gran pastizz
 
te me fe gira’ i ball,   si si i me ball!!!
me la roda del carr i me ball !!!
te me fe gira’ i ball,   si si i me ball!!!
me la roda del carr ta voeuri noooooo !!!!!! mi ta voeuri puu !!!!!     
ta voeuri noooooo !!!!!! mi ta voeuri puu !!!!!!!
 
 
“va che gh’ho i mee robb incoeu
devi lavaa anca i lenzoo
t’el see la carla sa l’ha di ?!
voeuri toeu un noeuv visti’!!! ”
 
te me fe gira’ i ball,   si si i me ball!!!
me la roda del carr i me ball !!!
te me fe gira’ i ball,   si si i me ball!!!
me la roda del carr i me ball !!!
 
te me fe gira’ i ball,   si si i me ball!!!
me la roda del carr i me ball !!!
te me fe gira’ i ball,   si si i me ball!!!
me la roda del carr ta voeuri noooooo !!!!!! mi ta voeuri puu !!!!!     
ta voeuri noooooo !!!!!! mi ta voeuri puu !!!!!!!
 
te me fe gira’ i ball !!!
-----------------------------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - ambroeus metanal
 
a l’ italgas el lavurava,
l’ambroeus metanal e cont ul ruud,
al faseva ul gas, merda de chi,
merda de la’ e  de tutt i part !!!!
 
sta al mond incoeu, a l’e’ bel dur !!!
a scapan tucc, a senti’ el to udur !!!
 
ambroeus, ambroeus, ambroeus te se semper ti !!!
string i ciapp se no, chi sa vivv puu !!!!
ambroeus, ambroeus, ambroeus te se semper ti !!!
se te se dree s’ciopaa, cata su ‘n bel limon !!!!
ambroeus !!!!!
 
 
che l’omm li’, el gh’ha ‘n brutt vizi,
che al soo mistee el fa unur,
in ascensur a l’e’ ‘n suplizi,
ghe trema el cuu e el fa udur !!!!
 
sta al mond incoeu, a l’e’ bel dur !!!
a scapan tucc, a senti’ el to udur !!!
 
ambroeus, ambroeus, ambroeus te se semper ti !!!
string i ciapp se no, chi sa vivv puu !!!!
ambroeus, ambroeus, ambroeus te se semper ti !!!
se te se dree s’ciopaa, cata su ‘n bel limon !!!!
ambroeus !!!!!
 
 
un bel di el gh’ha ‘n idea,
el ciapa su doo tubazion,
infila drizz in dal so cuu,
l’e’ diventa’ commendatur  !!!!
 
a scalda i ca’, ghe pensa luu !!!
col so coeur e col soo bus del cuu !!!
 
ambroeus, ambroeus, ambroeus te se semper ti !!!
string i ciapp se no, chi sa vivv puu !!!!
ambroeus, ambroeus, ambroeus te se semper ti !!!
se te se dree s’ciopaa, cata su ‘n bel limon !!!!
ambroeus !!!!!
 
--------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - barbapedana 3000
 
barbapedana el gh’ha on gilè
cont via el denanz e cont via el dedree,
cont i sacòcc longh ‘na spanna,
l’era ‘l gilè dal barbapedana…
 
te see cunscia’   m’el barbapedana,
propri ben    m’el barbapedana,
el comanda luu el barbapedana,
coi soo canzun   el barbapedana !!!
 
barbapedana el gh'ha ‘n scioppett
per spara in cuu ai soldà dal maomett:
'sto scioppett lungh ‘na spana,
l'era ‘l scioppett del barbapedana.
te see cunscia’   m’el barbapedana,
propri ben    m’el barbapedana,
el ghe pias cour el barbapedana,
al bersaglier   el barbapedana !!!
 
e da bersaglier che luu l’era
spara ben e volentera.
spara ben el so s’cioppettin
contra ul cuu di beduin.
 
te see cunscia’   m’el barbapedana,
propri ben    m’el barbapedana,
el riga drizz  el barbapedana,
ma va a da via el cuu, ti e’l barbapedana !!!
------------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - bonarda bastarda
 
gran tournee,  l’e’ semper festa,
de rembambi,  ‘na bela orchestra,
e semper stort,  l’e’ semper istess,
bevu’ e strascia’, el noster compless !!!
 
cain l’umberto, abele il lele,  sempre in pista, con su il bicchiere,
l’e ‘rivaa anca ‘l silvano,  cont ul barolo,‘l te da ‘na mano !!!
 
unto tira su ‘l bicer !!!
 
bonarda!! bastarda !!!
bonarda!! bastarda !!!
bonarda!! bastarda !!!
bonarda!! teehh !!!
 
 
la maura e l’edo,  hinn lì’ a mergozz,
tri coca & whiskey, gioo in dal gargozz,
e mister misfits,   l’e’ mai in ritardo,
sota ‘l barbun,  em trouva’ ‘l bardo !!!
 
‘l quadrell e ‘l cristian, li’ a mozza’,  i doo lorenz semper ciapa’,
l’elvio e el gabri coi tusanett el marcun coi sigarett !!!
 
dario tira su ‘l bicer !!!
 
bonarda!! bastarda !!!
bonarda!! bastarda !!!
bonarda!! bastarda !!!
bonarda!! teehh !!!
 
 
el maza ul gianni, con mano esperta,
el braz al ridd,  con la boca ‘verta,
el bernasca e ‘l sandro, hinn ‘riva ‘nca leur,
adess ghe ‘ne em, de tutt i culur !!!
 
“doma nunc” li’ a saronn, em sona’ ‘me di cojon,
“in alt la bissa !!” l’e’ ‘n piasee, cassoeula ‘n panscia, a stemm puu in pee!!!
 
marchetti svalza su ‘l bicer !!!
 
bonarda!! bastarda !!!
bonarda!! bastarda !!!
bonarda!! bastarda !!!
bonarda!! teehh !!!
---------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - f.b.l.o.
 
inanz coi tradiziun   e rompemm minga i cujun !!!!
mangia bev e caga  e lassa che la vaga
 
ef, bi, el, o  …… e fa bala’ l’occ !!!!
ef, bi, el, o  …… fa bala’ i to occ !!!!
ef, bi, el, o  …… e fa bala’ l’occ !!!!
ef, bi, el, o  …… fa bala’ i to occ !!!!
 
taccaa al can magher  ghe van tutt’i mosc
te gh’heet l’òlisant   in sacòccia
 
ef, bi, el, o  …… e fa bala’ l’occ !!!!
ef, bi, el, o  …… fa bala’ i to occ !!!!
ef, bi, el, o  …… e fa bala’ l’occ !!!!
ef, bi, el, o  …… fa bala’ i to occ !!!!
 
 
ef, bi, el, o  …… e fa bala’ l’occ !!!!
ef, bi, el, o  …… fa bala’ i to occ !!!!
ef, bi, el, o  …… e fa bala’ l’occ !!!!
ef, bi, el, o  …… fa bala’ i to occ !!!!
 
 
te see giò de vernis,     portà dree la crus
mangia la foeuja  e dagh minga còrda
 
a g’han ul don de dio   de capì nagott
mej la “zappa” de la “lappa”  e parla me te manget
 
----------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - el giuvan rochenroll
 
grande ciula e balabiott,
semper dree a fa casott,
a l’e’ vun bonn per luu,
ne cata vuna, ne cana duu,
adess gh’hen dai anca el premio nobel
per tutt i volt che l’e’ ‘ndai al burdell !!!!
 
si !! giuvan grataku !!!!
 
non gliela darai mai !!!!!
 
e alura!!?? cinquanta franc !!!
.... ma cont su el guant !!! andemm da la zia rosi !!!!
 
te see ‘ndai al bordell,
te see ‘ndai al bordell,
te graten i ball e anca l’usell !!!!
 
maza l’purscell, mangia l’purscell,
te butet nagott e nanca la pell ……
 
e drena col whiskey !!!!!!!!!!!!!!!
-----------------------------------------------------
ul mik longobardeath - i vahha put hanga
 
in d'ona foresta del centro katanga
gh'era la tribù dei vahha put hanga.
l'era ona tribù de negher del menga,
grand e ciula e balabiott.
 
al gran capo bantù ballalonga
ghe piaseva la dona bislonga.
el gh'aveva ‘na miee rotonda,
che la ghe 'rivava chì!
 
o vahha put hanga! o vahha put hanga!
ma guarda che razza de negher del menga!
el gran capo bantù ballalonga
el vosava semper inscì:
 
“o vahha put hanga! o vahha put hanga!
ma varda che razza de dona del menga!
voeuna di doo: o la se slonga,
o se nò mì la voeuri puu.”
 
el gran capo bantù ballalonga,
l'ha faa foeura on stremizzi de fionda,
l'ha piazzada in d'el centro katanga,
poeu l'ha dii: “adess vardee cosa foo!”
l'ha ciamaa la soa dona rotonda,
l'ha piazzada in del fond de la fionda,
poeu el g'ha daa ona pesciada tremenda,
l'ha mandada a finì a cantù.
o vahha put hanga! o vahha put hanga!
intant che la vola 'sta dona balenga
l'ha faa ‘na stregoneria tremenda,
ai vahha put hanga ghe tira puu !!!!
in d'ona foresta del centro katanga
gh'era la tribù dei vahha put hanga.
l'era ona tribù de negher del menga,
adess l'è ona tribù de cuu!
 
 
 
adess l'è ona tribù de cuu !!!!!
--------------------------------------------
ul mik longobardeath - mariuccia
l'hoo incontrada sul sagrato d'ona gesa de san sir
la pareva maria goretti nel momento del martir
m'ha guardato infondo al cuore con duu oeucc de bon gesù.
me son ditt: - t'el chì l'amore! via lee ghe n'è i in gir pù!
ma una sera, andando a spasso, foeura, vers villapizzon
sont andaa a piccà la faccia contra voeuna del tollon
guardo bene. osservo meglio: l'era lee con sù i hot pant
che la dava via con l'iva: trentamila cont el guant!
mariuccia! faccia de merda! mariuccia!
nata senza cuor, mariuccia!
moriro’ d'amore, mariuccia!
ma più mi fai morir d’amore……..piu’ l'amor mio non muor !!!!!!
per amor l'hoo perdonada, ma, leggendo sul giornal
vedi sù: massaggiatrice, numer ses in via tonal.
per smaltì la gran crappada, voo in cerca d'emozion.
l'è stai lì che son staa on pirla, ma rompeemm minga i cojon!
vado. suono il campanello. chi me verd? l’e’ proppi lee!
- maruccia el tò l'è on vizzi! mariuccia, cos te feet? -
- dagh e dagh me foo la dote. e col grano che foo sù
finiremo a giuste nozze. va a fà on sogn e pensegh pù! -
mariuccia! faccia de merda! mariuccia!
nata senza cuor, mariuccia!
moriro’ d'amore, mariuccia!
ma più mi fai morir d’amore……..piu’ l'amor mio non muor !!!!!!
hin trii mes che me deslengui aspettando el gran moment
trii mes che dormi minga! trii mes, che paren cent!
finalmente mi decido e l'affronti con coragg:
- o la molli, amore mio, se de nò te mandi a bagg!
voglio subito la prova, la prova del tuo amor.-
arrossisce e dice: - prendi il mio corpo ed il mio cuor. -
poi si spoglia e, inorridito, guardi ben dal bass in sù
vacca! l'era on travestito! volgarment a l'era on cù.
mariuccia! faccia de merda! mariuccia!
nata senza cuor, mariuccia!
moriro’ d'amore, mariuccia!
ma più mi fai morir d’amore……..piu’ l'amor mio non muor !!!!!!
 
-------------------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - natascia internescional
 
«o natasha, hai fatto tu la piscia?»
«si, dimitri, ne ho fatti 5 litri!»
«eri tu la pisciona della steppa,
ke oscurava il sol dell'avvenir!»
 
«o giovakka, hai fatto tu la kakka?»
«si, vassili, ne ho fatti 5 kili!»
«eri tu la kagona della steppa,
ke oscurava il sol dell'avvenir!»
-------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - pasta faso e barbera
 
 
tutt ul di’ a laura’
mo l’e’ ura de anda a ca !!
l’e’ finida la giornava,
la ma specia ‘na mangiava !!!
“ oh la’, te se gia a ca’ ???
anca mo, nagott ho preparaa’ !!! “
“ hinn i sett ur, l’e’ l’ ura giusta,
mov ul cuu, se no cati la frusta !!!! “
 
quan ca la riva, quan ca riva sera,
pasta faso’, pasta faso’ e barbera !!!!
quan ca la riva, quan ca riva sera,
pasta faso’ ………e barbera !!!!
 
 
tuta la pasta l’e squasciava,
tuta roba riscaldava,
la sopporti da ‘na vida,
mo la voeuri fa finida,
mi lauri per porta a ca’ i dane’,
le la neta nanca ul bidet,
sempar in gir, sempar a spass,
l’e pesanta tame ‘n mass !!!
 
quan ca la riva, quan ca riva sera,
pasta faso’, pasta faso’ e barbera !!!!
quan ca la riva, quan ca riva sera,
pasta faso’ ………e barbera !!!!
 
 
da la me dona mi na podi pu’,
mo la mandi a da via ul cuu !!
la tira mia doman mesdi’,
go metu dentar ul “ddt” !!!!
 
quan ca la riva, quan ca riva sera,
pasta faso’, pasta faso’ e barbera !!!!
quan ca la riva, quan ca riva sera,
pasta faso’ ………e barbera !!!!
 
e doman ……. campan a festa !!!
ga femm anca ul funeral !!!!!!!!!!!!
---------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - el pastun
 
 
a la staziun de berghem, gh’hem cinq o ses che caghen,
i caghen senza carta, i caghen senza carta !!
a la staziun de berghem, gh’hem cinq o ses che caghen,
i caghen senza carta, e la merda la lassen la’ !!
 
ne ho fai tri etti, l’era tuta mandurlava,
ho fai ‘na bela cagava, ho fai ‘na bela cagava,
ne ho fai tri etti, l’era tuta mandurlava,
ho fai ‘na bela cagava, la pareva de chewing-gum,
 
piutost che toeu ‘na dona mi toeui ‘na cavreta,
ghe foo mangia’ l’erbetta, ghe foo mangia’ l’erbetta,
piutost che toeu ‘na dona mi toi ‘na cavreta,
ghe foo mangia’ l’erbetta, ma mi la dona la voeuri no !!
 
piutost che toeu ‘na dona mi toeui ‘na 600,
a vo in gir ma tutt content, vo in gir ma tutt content,
piutost che toeu ‘na dona mi toi ‘na 600,
a vo in gir ma tutt content, ma mi la dona la toeui no !!
 
----------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - acciaio biancoblu (propatria)
 
biancoblu, d’acciaio un muro,
luce nel ciel, mai piu’ oscuro,
sangue caldo nelle vene,
contro busto non conviene !!!
 
il futuro e’ gia’ scritto,
il trionfo e’ un diritto,
la tigre attacca, state attenti,
contro la pro, batton i denti !!!
 
pro, pro, pro, pro patria
lampi e tuoni a ciel sereno,
pro, pro, pro, pro patria
anche oggi vinceremo,
pro, pro, pro, pro patria
ogni giorno e’ gia’ storia,
pro, pro, pro, pro patria
biancoblu sempre vittoria !!
 
 
quando la pro scende in campo,
per i nemici non c’e’ scampo,
coro in curva, urla potenti,
le nostre tigri sempre vincenti !!!
 
il futuro e’ gia’ scritto,
il trionfo e’ un diritto,
la tigre attacca, state attenti,
contro la pro, batton i denti !!!
 
pro, pro, pro, pro patria
lampi e tuoni a ciel sereno,
pro, pro, pro, pro patria
anche oggi vinceremo,
pro, pro, pro, pro patria
ogni giorno e’ gia’ storia,
pro, pro, pro, pro patria
biancoblu sempre vittoria !!
 
 
biancoblu, d’acciaio un muro,
luce nel ciel, mai piu’ oscuro,
sangue caldo nelle vene,
contro busto non conviene !!!
 
il futuro e’ gia’ scritto,
il trionfo e’ un diritto,
la tigre attacca, state attenti,
contro la pro, batton i denti !!!
 
pro, pro, pro, pro patria
lampi e tuoni a ciel sereno,
pro, pro, pro, pro patria
anche oggi vinceremo,
pro, pro, pro, pro patria
ogni giorno e’ gia’ storia,
pro, pro, pro, pro patria
biancoblu sempre vittoria !!
 
---------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - polenta violenta
 
cul cusscuss, ta vegn adoss ul puss,
involtin primavera, te tiret minga sira,
in dal lacc te’l seet, gh’han traa dentar ul karkadè,
gamberet thailandes,            ta fan di bei surpres !!
heavy,         polenta violenta !!!!
metal,        polenta violenta !!!!
metal pesant & polenta violenta !!!!
polenta violenta d.o.c.!!!!
nouvelle couisine, te restat ‘me ‘n cretin,
bistech de soia ????       vaca eva boia !!!!
quater legur e ‘n fasan, a l’è mei del ramadan,
lassa stà la cocaina, avanti cul vin russ !!!!!
heavy,         polenta violenta !!!!
metal,        polenta violenta !!!!
metal pesant & polenta violenta !!!!
polenta violenta d.o.c.!!!!
büta  gio i wusterlun,            sa sbassan  gio i marun,
hamburger american artrite ai tò man,
salüda ul bacon ingles, l’è mei ‘l crespun milanes,
donn e bö dal tè paes, viva ul contadino cunt dree ‘l füsil!!! 
heavy,         polenta violenta !!!!
metal,        polenta violenta !!!!
metal pesant & polenta violenta !!!!
polenta violenta d.o.c.!!!!
 
-----------------------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - il barone fanfulla da lodi   (tradizionale)
il barone fanfulla da lodi, condottiero di gran rinomanza,
fu condotto una sera in istanza, da una donna di facili amor.
di fanfulla la casta alabarda, ancor nuova a certami d'amore;
alla vista di tanta bernarda, fieramente drizzossi e pugno’!
rit:  grande condottiero, grande condottiero,
smett de fa la guera, smett de fa la guera!
e cavalca, cavalca, cavalca, alla fine, il meschino si accascia.
lo risveglia la vile bagascia: "cento talleri devi pagar!"
vaffancul, vaffancul, vaffanculo, le risponde fanfulla incazzato,
venti talleri gia' ti ho donato, gli altri ottanta li prendi nel cul!
rit:  grande condottiero, grande condottiero,
smett de fa la guera, smett de fa la guera!
ma passati che furon sette giorni, sente egli un prurito all'uccello:
cos'e' mai questo morbo novello che natura matrigna mi die'?
fu chiamato un dottore di grido, che  gli disse: “mio caro fanfulla
qui bisogna tagliare una palla o lo scolo morir ti farà!"
rit:  grande condottiero, grande condottiero,
smett de fa la guera, smett de fa la guera!
e la moral l’è la legg del menga,chi l'ha ciapaa, se l' tenga, se l'tenga!
chi l'ha ciapaa ‘n dal cuu,  l' tenga par lu !!!!!
------------------------------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - l' ass de picch
‘rivi li ai nöf ur e dì nagot a nissün,
sa la ma ved la mè dona, la ma fa un cü inscì!
ul pino al porta ul vin e ti porta adree i danee!
e quand che a schisci l'öcc, ved de bütà li 
un bel ass de picch
l'ass de picch
l'è adree a partì ul prim gir, a tuca a lü prima de ti,
hueee, “sveglia!” ta devi dì tüt mi!
ul set var men dal vündass, te s’heet propri ‘n rebambii!!!
no, ma varda sa te feet, bütal gio adess
l'ass de picch
l'ass de picch!!!
a l'era 'na bela man
ma ti t’heet bütaa 'n dü
ma boia da 'n mund lader
cosa cazzo t’heet beüü!!!! 
perchè t’heet mia struzzaa, hem perdüü dü miiun
'na sirada disgraziada e ti te s’heet 'n cuiun
a vedi in di tò öcc, te s’heet restaa de giazz… neh !?!
l'è mei che te steet a cà e ved de nà a cagà
ti e l'ass de picch,
l'ass de picch!!!
va a cagà ti e l'ass de picch!!!
---------------------------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - la elsa strapazzuna
la riva la matina cunt dü öcc gross inscì,
tüta magagnada, birla tame ‘n baril
strüsa mal i pè, parla sbiascicaa,
nanca a picala, le la ta da a trà!!!
ses ur al circulun, li taca ‘l bicer,
des minüt che a l’ha pugiaa ul cü,
va che bel, gran maraviglia,
l’è già nada via tüta la butiglia !!!
rit:
l’è la elsa strapazzuna !!!
mai a cà prima da la vüna !!
ul sò pà cul matarel,
al gh’ha traa gio la pel,
cambia nagot, l’è ‘na gran crapuna,
elsa strapazzuna !!!
sü la balera,  sa ferma mia,
fin a quand la menen minga via,
adess tra föra ‘l sò pachet….
e hin gia nai 50 sigaret !!
“mi sunt a post, l’è minga vera,
che a sun sempar lì tacada al bicer,
le la dis:”sun ‘na brava tusa !! “
però nissün  la spusa !!!
rit:
l’è la elsa strapazzuna !!!
mai a cà prima da la vüna !!
ul sò pà cul matarel,
al gh’ha traa gio la pel,
cambia nagot, l’è ‘na gran crapuna,
elsa strapazzuna !!!
 
--------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - ul me amis ciuchee 
un bel di, tücc insema, cunt un me amis malaa de coo,
in gir par la sò strada, cul vin innanz e ‘ndree,
a saltà ‘n gir, a l’ha cataa ‘n basel,
al s’è s’cepaa anca ‘l coo, l’ha fai ‘n gran burdel !!!
(e gio a pagà danee !!)
rit:
ul me amis ciuchee !!!           quand ca al ronfa al fa casot !!
ul me amis ciuchee !!!           quand ca al bolza l’è ‘n rebelot !!!
ul me amis ciuchee !!!           stomich de trumbee !!!
ul me amis ciuchee !!!           dumà wiskhey  tra ‘l gargozz e el sò dadree !!!
cunt la passiun de fà ‘l pompiere,   
tame ul “grisü “, tanta sudisfaziun,
cunt l’üsel pugiaa li sü la ringhera,
al ghigna el pissa gio del balcun !!!
(l’e ‘dree piöf, par un pedun !!)
rit
tüt i dì, ‘l sa inciuca de trà via,
sempar stort, a cà de l’usteria,
sü la vetüra, in dal post innanz,
quand te giret, te se’l truvet  in brasc !!!
(puntelal cunt la man !!!)
rit
--------------------------------------------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - miss dal cortil
la va in palestra par fà ul fitness,
la vör fà la soubrette in dal media business,
la turna a cà, taca la television,
suris de plastega… in veneraziun !!
i sò gent disperaa, i san pü se fà,
hin già tri volt, che la scapa de cà,
la salta sül tren, fin pres a milan,
la pensa de “star”, in cerca de ‘n can !!           (in cerca de ‘n can !!!)
rit: hin i miss dal cortil, cunt i lüstrit in dal cervel,
hin i miss dal curtil, par la gloria, a vendan la pel !!
de porta in porta, tanti facc de sciat
tücc hin bun, le la vör ‘n cuntrat!!
sa tran via de ‘n prudutur,
‘na pista bianca e gio ‘l prufitadur !!
la giusta ul vistii, inizia la gogna,  
la  varda gio ‘n bass, par tanta vergogna,
la sistema ul russet, denanz al specc,
l’alter al specia, dentar ul lecc!!         (dentar ul lecc !!!)
rit
la matina lü l’è già luntan,
alter tusàn, hin già in di sò man,
un’altra storia, cuntigh ‘dree,
un’altra loca, cunt i dispiasè !!
sugnand la lüs del gran galà,
la riess nanca pü a turna a cà,
l’è strasciaa ul sò vistii,
la gh’ha pü nagot de di !!!    (nagot de di !!!)
rit
---------------------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - osteria
‘na bela bira fregia a l’era ‘dree gustaa,
cul gumbat al tuca dentar tüt al volta la,
lenguascia cuntra ul taul e alura gio a sciuscià,
la mana del ciel l’è minga roba de strasà !!!
tücc insema in fund la via,
quater pass in cumpagnia,
un amar el ta cata la mania,
cunt i amis in usteria !!
del bancon do colteladi, varda l’ost va che bel
salam di bei taiadi,       salam, giambun, purscel !!
e via ‘n televisiun, e gio a bef barbera,
mondial de balun, l’e’ tüt gris de la fümera !!
tücc insema in fund la via,
quater pass in cumpagnia,
un amar el ta cata la mania,
cunt i amis in usteria !!
ul veget ciuchetaa      el cunta la sò storia,
la fam, la guera, tuta a sò memoria
un quai giuin ga rid adree, un quai alter capiss nagot,
giuentù malinquadrada, discutech, pastich, casot !!
tücc insema in fund la via,
quater pass in cumpagnia,
un amar el ta cata la mania,
cunt i amis in usteria !!
…..a bef!!!!!!!!!!!!
------------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - ul fradel de l’amis del cugnaa
sempar a la finestra, cara dunina
cul coo föra, sira e matina
par vidè chi l’è ch’al va a spass,
un quai dì te tiren dentar i sass !!!
rit:
ah si’ !!!  eh già !!  chi l’è ????  
l’è stai chel la!!!!  l’è stai chel la!!!!
ah si’ !!!  eh già !!  ma chi ???
ul fradel de l’amis del cugnaa !!!!!
li’ in gesa a vidè chi gh’è in gir,
cul vistii che a l’è minga in tir,
matrimoni o füneral,
sempar ‘dree a cascià bal!!!!
rit:
ah si’ !!!  eh già !!  chi l’è ????  
l’è stai chel la!!!!  l’e stai chel la!!!!
ah si’ !!!  eh già !!  ma chi ???
ul fradel de l’amis del cugnaa !!!!!
adess taca sü ‘l telegiurnal,
che a l’è mei dal pianobar,
tra disgrazzi e dispiasè
a tiran su ‘na barca de danee
rit:
ah si’ !!!  eh già !!  chi l’è ????  
l’è stai chel la!!!!  l’e stai chel la!!!!
ah si’ !!!  eh già !!  ma chi ???
ul fradel de l’amis del cugnaa !!!!!
sempar chel la !!!!
introduzione:
miserere ‘l voster , miserere ‘l noster,
ma se ‘l voster l’è püssee lungh del noster taieval
ueh! te vist che vistii che la gh’ha sü chela dona la?
 
ueh che vergugna!! al par propri vignüü föra del sach de la caritas!!!!
ma te l’heet saüü ch’han vist ul giuan grata ku vigni föra de la cà de la elsa ?!!
oh la!!! ma te vörat dì che gh’han in bal un puntel? ma che elsa l’è che te seet ‘dree a dì?
la tusa del fredel de l’agnese de la rüdera???!!!!
no, se se sbagli no, l’è la neuda da l’amis de la cugnada de l’ambrös, chel ch’el laura de…..
ueh mariangela, t’heet finii de rump i bal ??!!!
l’è ‘dree a rivà ‘l sacrista cul ciloster de s’cepat in coo!!!
--------------------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - ul giacumin strasciabüsech
vot ur in breda a laurà, a taià föra toch de fer,
al pudeva nà in inghiltera, de ‘n parent ch’al fà ‘l dutur,
finii de chi ai cinch ur, la fis’cia la sirena!
gha tuca fà dü laurà in dal negozi da la sò miee
rit
ul giacumin strasciabüsech,
che cunt la gent al fa i pulpet !!!
l’è ul giacumin strasciabüsech,
che cul curtel ta taia a fet !!!
in gir par ul navili cunt la nebia a tra fo’ i busecch
a la gent de milan par fà sü di bei salam!!!
par dà ‘na man a la sò dona al fa rudà ‘l curtel,
ma se finissan i büsech te pödat fà dumà bistech !!!
rit
ul giacumin strasciabüsech,
che cunt la gent al fa i pulpet !!!
l’è ul giacumin strasciabüsech,
che cul curtel ta taia a fet !!!
che bel
maià ul purscel
te bütat  via ….nanca la pel 
al ruda ‘l curtel
viva ul purscel !!!!!
rit
ul giacumin strasciabüsech,
che cunt la gent al fa i pulpet !!!
l’è ul giacumin strasciabüsech,
che cul curtel ta taia a fet !!!
------------------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - a l’e’ festa !!!!
la me miee, la par bela tranqulla,
ma hinn gia’ sett di, che la fa finta de nagott,
‘na mattina la ma vedd, tutt strascia’ e li’ bell bell,
come mai el me tesor, a l’e’ semper dree a bevv?!
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
ul me amis albert, cont in man la botiglia,
anca de per lu, a l’e’ semper dree a bevv…
“sta chi fin a stasera, a specia’ che a torni indree!
a vo a ciapa’ el carletto che sa divertum pussee !!”
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
lì da par mi, l’e’ nanca insci bell….
te vegn de pensa’…. e alura tucc insema a bevv !!!
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
 
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - el barbun strascia’ ( wild rover )
mi son stai ‘n barbun , par tanti ann
e ho spendu i me danee, in whiskey e vin,
son dree a torna’, cont i sacocch pien,
el barbun strascia’, mi el foo puu’
 
son andai all’ albergh, per videe de dormi’,
gh’ho di ‘ al padrun “son senza danee!!”
gh’ho di’ “marca gioo”, lu l’ha di "lassa perd !!”,
”de gent come tii, ghe ne in gir tutti i di !“
ed è "mai piu’ ! " per sempre,
per sempre “mai piu’ ! “
in gir a faa el barbun …
per sempre “ mai più !! “
 
ma quand l’ha vedu’, sacocc pien de danee,
chel brutt delinquent, l’ha sgranaa foeura i oeucc !!
”per ti,  ghe ‘n bel whiskey e vin dei migliur,
preocupass minga, s’eri dree a to in gir !!”
 
 
ed è "mai piu’ ! " per sempre,
per sempre “mai piu’ ! “
in gir a faa el barbun …
per sempre “ mai più !! “
 
andro’ a ca’ di me gent, a diggh se c’ho fai,
e a mett i robb drizz, per vess stai in gir,
speremm anca incoeu, de vess perdonaa,
se me tegnaran, a foo puu el barbun,
 
 
ed è "mai piu’ ! " per sempre,
per sempre “mai piu’ ! “
in gir a faa el barbun …
per sempre “ mai più !! “
ed è "mai piu’ ! " per sempre,
per sempre “mai piu’ ! “
in gir a faa el barbun …
per sempre “ mai più !! “
-----------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - el bicer
 
quand son mia content, a buti gioo ‘n bel bicer,
quand son mia content, a buti gioo ‘n bel bicer,
e quand son mia content, a buti gioo ‘n alter bicer,
e dopu a son content, ma a resti puu in pee !!!
olla-li iuppi iuppi e la la la !!
 
-----------------------------------------------------------------------------------
 
 
ul mik longobardeath - el giuvan l’e torna’ a ca’ !!!
el giuvan l’e’ dree torna’ a ca, urra’ urra’ !!
bentorna’ a ca’ de coeur,            urra’ urra’ !!
tucc i omen saluderan,     e i fioeu a vuserann,
e sara’ ‘na gran festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
te ris’cia’ ben la pell, lì in guera a combat,
ma adess l’e’ festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
campan a festa hinn dree a sona’, urra’ urra’ !!
bentorna’ a ca’ de coeur,            urra’ urra’ !!
fioeu e tusann a ‘riverann,         tanti ros te porteran,
e sara’ ‘na gran festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
te ris’cia’ ben la pell, lì in guera a combat,
ma adess l’e’ festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
giurnada de amor e festa, urra’ urra’ !!
bentorna’ a ca’ de coeur,            urra’ urra’ !!
mangia’ bevv e bala’,            per la gioia di noster solda’,
e sara’ ‘na gran festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
te ris’cia’ ben la pell, lì in guera a combat,
ma adess l’e’ festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
te ris’cia’ ben la pell, lì in guera a combat,
ma adess l’e’ festa, adess l’e’ festa,
adess l’e’ festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
----------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - luciano !!
“a vo a paga’ la buletta in posta, con la pistola del canada,
senza spara’ e di’ nagott, m’han dai i dane e ho fai ‘n rebelott,
s’cepa’ i vedrin cont ul quadrell, slunga i man e porta a ca,
el frega i man anca el vedrie”: “ghe par tucc de lavura!!!’”
luciano !!!!!!
“semper in gir, italia e francia, poeu in galera a passa’ el temp,
a miss italia gh’ho fai la festa, sciur “bulgari” cresta in pee!!
lion e giorg m’han dai la grazia, nott e di a scapi puu,
lassa indree anca el violin, mo a spari col penell !!!” 
luciano !!!!!!
champagne e donn, semper festa,cont la pistola grande artista,
ma col fusil l’ha di’ basta, lu del mitra el solista!
l’ha semper frega’ tucc, ma l’ha mai maza’ nessun,
e rumpum minga i cojon e se te pias ciamum lucky !!!!!!
luciano !!!!!!
-----------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - ma mi
di g. strehler rev mik
 
serom in quatter col padola, el rodolfo e poeu mi: quatter amis malnatt, compagn di gatt.
emm fai la guera in albania, poeu su in montagna a ciapà i ratt.
 
i negher todesch del la wermacht, me fan mori' domaa a pensagh!
poeu m'hann cataa in d'una imboscada: pugnn e pesciad e 'na fusilada...
 
rit.     ma mi, ma mi, ma mi,             quaranta dì e quaranta nott,
          san vittur a ciapaa i bott,      dormì de can, pien de malann!...
 
 
el commissari 'na mattina el me manda a ciamà.  el me diseva 'sto brutt cojon:
" anche senza te, pigliamo i tuoi compari, noi siamo qui e non ti sente nessuno!
 
fesso sì tu se resti contento, - d'esse - solo - chiuso qua ddentro...
....ma se parlasse, io te firmo accà,  il tuo condono, per la libertà! "
 
rit.     ma mi, ma mi, ma mi,                   quaranta dì e quaranta nott,
         sbattuu de su e sbattuu de sott     mi sont de quei che parlen no!
seraa su in galera nebbia, fregg e scur.... e foeura i tramm, frecass de milan...
el coeur se string, venn giò la sira, me senti mal, e stoo minga in pee,
 
poggiaa in sul lett in d'on canton, me par de vess propri nessun!
l'è pegg che in guera, staa in su la tera: la libertà la var 'na spiada!
 
rit.     ma mi, ma mi, ma mi,                  quaranta dì e quaranta nott,
         a san vittur a ciapaa i bott,          dormì de can, pien de malann!...
 
         ma mi, ma mi, ma mi,                   quaranta dì e quaranta nott
         sbattuu de su e sbattuu de sott    mi sont de quei che parlen no!
 
mi parli no!
-------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - porta romana
getta giù la giacca              ed il coltello
che voglio vendicare         il mio fratello,
la via a san vittore              l'è tuta sassi,
l'ho fatta l'altra sera     a pugni e schiaffi,
la via filangeri                       è un gran serraglio,
la bestia più feroce            è 'l commissario,
in via filangeri                        ghé una campana:
quand la sona                         cundana !!
porta romana!               le ragazzine !!
porta romana!               che te la danno!!
porta romana!               la buonasera!!
porta romana!               e poi la mano!!
prima faceva il ladro                  e poi la spia,
e adesso è delegato                             di polizia,
prima faceva il ladro                  e poi la spia,
e adesso è commissario             di polizia,
o luna che rischiari             le quattro mura
rischiara la mia cella        tanto scura,
la gioventù più bella         morì in galera.
rischiara la mia cella        tetra e nera!!
porta romana!               le ragazzine !!
porta romana!               che te la danno!!
porta romana!               la buonasera!!
porta romana!               e poi la mano!!
ci sono tre parole               in fondo al cuore,
la gioventù, la mamma       e ‘l primo amore.
la gioventù la passa,         la mamma muore
e restet cume un pirla      col primo amore !!!
o luna, luna, luna,                 che fai la spia
bacia la donna d'altri,       e non la mia.
amore, amore, amore,         amore un corno,
di “notte” mangio bevo,     di “giorno” dormo.
porta romana!               le ragazzine !!                 2 volte
porta romana!               che te la danno!!
porta romana!               la buonasera!!
porta romana!               e poi la mano!!
 
-----------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - risotto d’osteria
mangiom e bevom, poca voeuja de lavorà,
femm sú ‘na sigaretta, femm su ona sigaretta,
mangiom e bevom, poca voeuja de lavorà,
femm su ‘na sigaretta per fass passà el mangià.
biondina tu, sei capricciosa,
m’hai rovinato la canna del formentun!
e leur ste brutte loeuge, in gir per i salon,
ma nun girom le bettole, ma nun girom le bettole,
e leur ste brutte loeuge, in gir per i salon
ma nun girom le bettole, in cerca del vin bon.
biondina tu, sei capricciosa,
m’hai rovinato la pell del luganeghin!
l'era lee sí sí, l'era lee no no,
l'era lee che le voreva e mí gh’el davi no,
l'era lee sí sí, l'era lee no no,
l'era lee che le voreva, quel mazzolin dei fior.
ciappa la rocca e‘l fus, che andem in california,
ciappa la rocca e‘l fus, che andem in california,
ciappa la rocca e‘l fus, che andem in california,
ciappa la rocca e‘l fus, in california a stoppa’ i bus!
e la bandera, la cervellera,
sí l'è borlada in del baslòtt di salamm còtt
sò marí tirala sú el borla denter anca lù.
cinque giorni di battaglia,
i tognítt emm fàa scappà,
emm fàa scappà, emm fàa scappà.
o cortigiani di razza dannata,
a qual prezzo vendeste mia figlia?
chi era la vostra figlia lerilerillelera
chi era la vostra figlia lerilerillerà.
celeste aida forma divina
sbattemes i ciapp e cicip e ciciap
celeste aida forma divina
sbattèmes i ciapp e cicip e ciciap
faremo l'amor, l'amor, l'amor, l'amor.
e... l'e chi l'e la l'e scia
l'e sott al pont de san damian
ch'el fa la legna
disemm ch'el vegna, disemm ch'el vegna
e... l'è chí l'è là l'è scià
l'è sòtt al pont de san damian
ch'el fa la legna
disemm ch'el vegna a fare l'amor.
va la va la peppin che tucc te voeuren ben
te gh'hee la miee bella, te gh'hee la miee bella
va la va la peppin che tucc te voeuren ben
te gh'hee la miee bella e chi te la mantegn.
musica...
vialter tosanett de porta garibaldi
che fii l'amor con quei di scòtti caldi
ohèj la marianna la va in campagna
quando il sol tramonterà, tramonterà, tramonterà
chissà quando, chissà quando ritornerà.
musica...
vialter tosanett la sera stíi in cà vòstra
se voeuri minga fá la fin de la prevòsta
ohèj la marianna la va in campagna
quando il sol tramonterà, tramonterà, tramonterà
chissà quando, chissà quando ritornerà.
rosina l'è in de l'òrto,
la catta l'insalata,
‘na pulga su ‘na ciappa
‘na pulga su 'na ciappa
rosina l'è in de l'òrto,
la catta l'insalata,
‘na pulga su ‘na ciappa,
la ghe vegn a disturbà.
a mangià pòcch pòcch pòcch
se diventa fiacch fiacch fiacch
se borla la, se borla la
a mangià pòcch pòcch pòcch
se diventa fiacch fiacch fiacch
se borla la, se borla la.
e se sont ciocch portemm a ca
e se sont ciocch portemm a ca
--------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - auguri di  buon natale
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
e vadavialbip !!!!
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
e vadavialbip !!!!
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
e vadavialbip !!!!
 
--------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath -
din don dan !!
tutt l’ann a lavura’, a mett insema i regal,
a l’e’ ura de ‘nda’ ‘n gir, a fa content i fioo!
ma gli gnomi hinn mia content,         hinn stuff de lavura’!
sciopero el 24, l’e’ ‘riva ‘nca el sindaca’!!
din, don, dan! din, don, dan! sulla slitta va!
a cata’ fregg con la facia bloeu, ghe tuca lavura’!!
din, don, dan! din, don, dan! senza vin brule’!
de turun a ghe ne puu, el gh’ha fregg ai pee!!
l’e’ parti’ el “natale tour” e i renn t’han gia’ rubaa,
el to cuu bell grass, in del camin el s’e’ incastraa!!
insci de rabia te se verd, ma t’han cambia el color,
la coca cola ta fai ross, auguri e viva l’amor!!
din, don, dan! din, don, dan! sulla slitta va!
a cata’ fregg con la facia bloeu, ghe tuca lavura’!!
din, don, dan! din, don, dan! l’ha ris’cia’ l’infart!
l’ han porta’ in ospedal, e gh’han fai el by-pass !!
a porta i regal, anca ai pussee villan,
che se tiren dree i saracch, tutt i di de l’ann,
te mancan de rispett e hinn mai content,
ghe voeuraria ‘l carbon e legnadi sura di dent !!
din, don, dan! din, don, dan! sulla slitta va!
a cata’ fregg con la facia bloeu, ghe tuca lavura’!!
din, don, dan! din, don, dan! senza mai fermass!
babbo nadal de porta’ i regal,        al s’e’ rott i ball !!
---------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - oh albero !!
oh albero, oh albero
che splendi a natale!
ta tajan gioo, senza rispett,
e i sciur poi ti comprano,
e i poveritt gh’han mia la lus,
nenca el di de natale!!
i regali , si riciclano,
sotto l’albero di natale!
a paren tucc i pusse bravi,
ma i gh’han la facia de palta!
pria i riden, poi se fregan,
gli ipocriti a natale!
tanta lus e corrent,
sura gli alberi di natale!
e dopo el ses de gennar,
te tran via in de la rudera!
oh albero, oh albero,
che splendevi a natale!!!!
 
---------------------------------------------
ul mik longobardeath - bianco nadal !!
 
teehh!! va che bel candor, neve!
va gioo tranquil in del me coeur,
tutt i alber a spenden, i fioritt a canten,
hinn gia’ , dree a specia’ i regal !
teehh!! la nevv a la vegn gioo, lieve!
porta la gioia in del to coeur,
e i problemi lassa indree,
col panetton e ‘n bel vin brule’ !
---------------------------------------------
ul mik longobardeath - magica noeucc !!
ampio seren, magica noeucc,
tutt el dorm in del mister,
speremm puu nessun che el porta la crus,
basta disgrazi, amor in del mond!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
 
ampio seren, magica noeucc,
tutt el dorm in del mister,
un po’ de fortuna per chi l’e’ mia sciur,
se ti te ste ben da’ ‘na man a ‘n quai vun!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
 
ampio seren, magica noeucc,
tutt el dorm in del mister,
se a nadal a semm tucc fradei,
videmm de fa’ i brevi e in sacoccia i cortei!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
    parole
-----------------------------------------------

10.18.7 Raccolta da fare podcast

 
 
te me fe gira’ i ball !!!! (ysmr)
rochenroll!!!!!!
semm ‘ndai  a compraa  i binis
e spusass,   insema a ti, l’e’ ‘n vivv tutt gris
 
“va che gh’ho i mee robb incoeu
devi lavaa anca i lenzoo
t’el see la carla sa l’ha di ?!
voeuri toeu un noeuv visti’!!! ”
 
teehh,  sura ‘n del tavul, mi meti i pee,
e schiscial!!  ….ul “durbans” stort l’e ‘n gran mistee !!!
 
sempar dree a ciciaraa
te fe finta de laura’
merda la’ e brutt de chi
mai cuntenta tutt i di
 
te me fe gira’ i ball,   si si i me ball!!!
me la roda del carr i me ball !!!
te me fe gira’ i ball,   si si i me ball!!!
me la roda del carr te me fe gira’ i ball !!!
 
luza!!   sempar in gir per i botegh
a l’e ‘ndaia   via la paga de ‘n mes intreggh !!!!
 
l’e ‘rivaa anche ‘l nadal
l’e’ ‘ndai via ‘l me capital
per fala bela cunt i amis
te tiret su di gran pastizz
 
me la roda del carr ta voeuri noooooo !!!!!! mi ta voeuri puu !!!!!     
ta voeuri noooooo !!!!!! mi ta voeuri puu !!!!!!!
 
te me fe gira’ i ball !!!
--------------------------------------
 
 
ambroeus metanal
 
a l’ italgas el lavurava,
l’ambroeus metanal e cont ul ruud,
al faseva ul gas, merda de chi,
merda de la’ e  de tutt i part !!!!
 
sta al mond incoeu, a l’e’ bel dur !!!
a scapan tucc, a senti’ el to udur !!!
 
ambroeus, ambroeus, ambroeus te se semper ti !!!
string i ciapp se no, chi sa vivv puu !!!!
ambroeus, ambroeus, ambroeus te se semper ti !!!
se te se dree s’ciopaa, cata su ‘n bel limon !!!!
ambroeus !!!!!
 
che l’omm li’, el gh’ha ‘n brutt vizi,
che al soo mistee el fa unur,
in ascensur a l’e’ ‘n suplizi,
ghe trema el cuu e el fa udur !!!!
 
sta al mond incoeu, a l’e’ bel dur !!!
a scapan tucc, a senti’ el to udur !!!
 
un bel di el gh’ha ‘n idea,
el ciapa su doo tubazion,
infila drizz in dal so cuu,
l’e’ diventa’ commendatur  !!!!
 
a scalda i ca’, ghe pensa luu !!!
col so coeur e col soo bus del cuu !!!
 
 
 
 
ul mik longobardeath - el giuvan rochenroll
 
grande ciula e balabiott,
semper dree a fa casott,
a l’e’ vun bonn per luu,
ne cata vuna, ne cana duu,
adess gh’hen dai anca el premio nobel
per tutt i volt che l’e’ ‘ndai al burdell !!!!
 
si !! giuvan grataku !!!!
 
non gliela darai mai !!!!!
 
e alura!!?? cinquanta franc !!!
.... ma cont su el guant !!! andemm da la zia rosi !!!!
 
te see ‘ndai al bordell,
te see ‘ndai al bordell,
te graten i ball e anca l’usell !!!!
 
maza l’purscell, mangia l’purscell,
te butet nagott e nanca la pell ……
 
e drena col whiskey !!!!!!!!!!!!!!!
 
 
 
ul mik longobardeath - barbapedana 3000
 
barbapedana el gh’ha on gilè
cont via el denanz e cont via el dedree,
cont i sacòcc longh ‘na spanna,
l’era ‘l gilè dal barbapedana…
 
te see cunscia’   m’el barbapedana,
propri ben    m’el barbapedana,
el comanda luu el barbapedana,
coi soo canzun   el barbapedana !!!
 
barbapedana el gh'ha ‘n scioppett
per spara in cuu ai soldà dal maomett:
'sto scioppett lungh ‘na spana,
l'era ‘l scioppett del barbapedana.
te see cunscia’   m’el barbapedana,
propri ben    m’el barbapedana,
el ghe pias cour el barbapedana,
al bersaglier   el barbapedana !!!
 
e da bersaglier che luu l’era
spara ben e volentera.
spara ben el so s’cioppettin
contra ul cuu di beduin.
 
te see cunscia’   m’el barbapedana,
propri ben    m’el barbapedana,
el riga drizz  el barbapedana,
ma va a da via el cuu, ti e’l barbapedana !!!
 
 
 
ul mik longobardeath - el giuvan rochenroll
 
grande ciula e balabiott,
semper dree a fa casott,
a l’e’ vun bonn per luu,
ne cata vuna, ne cana duu,
adess gh’hen dai anca el premio nobel
per tutt i volt che l’e’ ‘ndai al burdell !!!!
 
si !! giuvan grataku !!!!
 
non gliela darai mai !!!!!
 
e alura!!?? cinquanta franc !!!
.... ma cont su el guant !!! andemm da la zia rosi !!!!
 
te see ‘ndai al bordell,
te see ‘ndai al bordell,
te graten i ball e anca l’usell !!!!
 
maza l’purscell, mangia l’purscell,
te butet nagott e nanca la pell ……
 
e drena col whiskey !!!!!!!!!!!!!!!
-----------------------------------------------------
 
 
ul mik longobardeath - i vahha put hanga
 
in d'ona foresta del centro katanga
gh'era la tribù dei vahha put hanga.
l'era ona tribù de negher del menga,
grand e ciula e balabiott.
 
al gran capo bantù ballalonga
ghe piaseva la dona bislonga.
el gh'aveva ‘na miee rotonda,
che la ghe 'rivava chì!
 
o vahha put hanga! o vahha put hanga!
ma guarda che razza de negher del menga!
el gran capo bantù ballalonga
el vosava semper inscì:
 
“o vahha put hanga! o vahha put hanga!
ma varda che razza de dona del menga!
voeuna di doo: o la se slonga,
o se nò mì la voeuri puu.”
el gran capo bantù ballalonga,
l'ha faa foeura on stremizzi de fionda,
l'ha piazzada in d'el centro katanga,
poeu l'ha dii: “adess vardee cosa foo!”
l'ha ciamaa la soa dona rotonda,
l'ha piazzada in del fond de la fionda,
poeu el g'ha daa ona pesciada tremenda,
l'ha mandada a finì a cantù.
o vahha put hanga! o vahha put hanga!
intant che la vola 'sta dona balenga
l'ha faa ‘na stregoneria tremenda,
ai vahha put hanga ghe tira puu !!!!
in d'ona foresta del centro katanga
gh'era la tribù dei vahha put hanga.
l'era ona tribù de negher del menga,
adess l'è ona tribù de cuu!
 
adess l'è ona tribù de cuu !!!!!
 
--------------------------------------------
ul mik longobardeath - mariuccia
l'hoo incontrada sul sagrato d'ona gesa de san sir
la pareva maria goretti nel momento del martir
m'ha guardato infondo al cuore con duu oeucc de bon gesù.
me son ditt: - t'el chì l'amore! via lee ghe n'è i in gir pù!
ma una sera, andando a spasso, foeura, vers villapizzon
sont andaa a piccà la faccia contra voeuna del tollon
guardo bene. osservo meglio: l'era lee con sù i hot pant
che la dava via con l'iva: trentamila cont el guant!
mariuccia! faccia de merda! mariuccia!
nata senza cuor, mariuccia!
moriro’ d'amore, mariuccia!
ma più mi fai morir d’amore……..piu’ l'amor mio non muor !!!!!!
per amor l'hoo perdonada, ma, leggendo sul giornal
vedi sù: massaggiatrice, numer ses in via tonal.
per smaltì la gran crappada, voo in cerca d'emozion.
l'è stai lì che son staa on pirla, ma rompeemm minga i cojon!
vado. suono il campanello. chi me verd? l’e’ proppi lee!
- maruccia el tò l'è on vizzi! mariuccia, cos te feet? -
- dagh e dagh me foo la dote. e col grano che foo sù
finiremo a giuste nozze. va a fà on sogn e pensegh pù! -
hin trii mes che me deslengui aspettando el gran moment
trii mes che dormi minga! trii mes, che paren cent!
finalmente mi decido e l'affronti con coragg:
- o la molli, amore mio, se de nò te mandi a bagg!
voglio subito la prova, la prova del tuo amor.-
arrossisce e dice: - prendi il mio corpo ed il mio cuor. -
poi si spoglia e, inorridito, guardi ben dal bass in sù
vacca! l'era on travestito! volgarment a l'era on cù.
 
-------------------------------------------------------------------
 
 
ul mik longobardeath - natascia internescional
 
«o natasha, hai fatto tu la piscia?»
«si, dimitri, ne ho fatti 5 litri!»
«eri tu la pisciona della steppa,
ke oscurava il sol dell'avvenir!»
 
«o giovakka, hai fatto tu la kakka?»
«si, vassili, ne ho fatti 5 kili!»
«eri tu la kagona della steppa,
ke oscurava il sol dell'avvenir!»
-------------------------------------------------
 
 
ul mik longobardeath - pasta faso e barbera
 
 
tutt ul di’ a laura’
mo l’e’ ura de anda a ca !!
l’e’ finida la giornava,
la ma specia ‘na mangiava !!!
“ oh la’, te se gia a ca’ ???
anca mo, nagott ho preparaa’ !!! “
“ hinn i sett ur, l’e’ l’ ura giusta,
mov ul cuu, se no cati la frusta !!!! “
 
quan ca la riva, quan ca riva sera,
pasta faso’, pasta faso’ e barbera !!!!
quan ca la riva, quan ca riva sera,
pasta faso’ ………e barbera !!!!
 
tuta la pasta l’e squasciava,
tuta roba riscaldava,
la sopporti da ‘na vida,
mo la voeuri fa finida,
mi lauri per porta a ca’ i dane’,
le la neta nanca ul bidet,
sempar in gir, sempar a spass,
l’e pesanta tame ‘n mass !!!
 
da la me dona mi na podi pu’,
mo la mandi a da via ul cuu !!
la tira mia doman mesdi’,
go metu dentar ul “ddt” !!!!
 
e doman ……. campan a festa !!!
ga femm anca ul funeral !!!!!!!!!!!!
---------------------------------------------------------
 
 
ul mik longobardeath - el pastun
 
 
a la staziun de berghem, gh’hem cinq o ses che caghen,
i caghen senza carta, i caghen senza carta !!
a la staziun de berghem, gh’hem cinq o ses che caghen,
i caghen senza carta, e la merda la lassen la’ !!
 
ne ho fai tri etti, l’era tuta mandurlava,
ho fai ‘na bela cagava, ho fai ‘na bela cagava,
ne ho fai tri etti, l’era tuta mandurlava,
ho fai ‘na bela cagava, la pareva de chewing-gum,
 
piutost che toeu ‘na dona mi toeui ‘na cavreta,
ghe foo mangia’ l’erbetta, ghe foo mangia’ l’erbetta,
piutost che toeu ‘na dona mi toi ‘na cavreta,
ghe foo mangia’ l’erbetta, ma mi la dona la voeuri no !!
 
piutost che toeu ‘na dona mi toeui ‘na 600,
a vo in gir ma tutt content, vo in gir ma tutt content,
piutost che toeu ‘na dona mi toi ‘na 600,
a vo in gir ma tutt content, ma mi la dona la toeui no !!
 
----------------------------------------------------------------
 
 
ul mik longobardeath - acciaio biancoblu (propatria)
 
biancoblu, d’acciaio un muro,
luce nel ciel, mai piu’ oscuro,
sangue caldo nelle vene,
contro busto non conviene !!!
 
il futuro e’ gia’ scritto,
il trionfo e’ un diritto,
la tigre attacca, state attenti,
contro la pro, batton i denti !!!
 
pro, pro, pro, pro patria
lampi e tuoni a ciel sereno,
pro, pro, pro, pro patria
anche oggi vinceremo,
pro, pro, pro, pro patria
ogni giorno e’ gia’ storia,
pro, pro, pro, pro patria
biancoblu sempre vittoria !!
 
 
quando la pro scende in campo,
per i nemici non c’e’ scampo,
coro in curva, urla potenti,
le nostre tigri sempre vincenti !!!
 
il futuro e’ gia’ scritto,
il trionfo e’ un diritto,
la tigre attacca, state attenti,
contro la pro, batton i denti !!!
 
---------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - polenta violenta
 
cul cusscuss, ta vegn adoss ul puss,
involtin primavera, te tiret minga sira,
in dal lacc te’l seet, gh’han traa dentar ul karkadè,
gamberet thailandes,            ta fan di bei surpres !!
heavy,         polenta violenta !!!!
metal,        polenta violenta !!!!
metal pesant & polenta violenta !!!!
polenta violenta d.o.c.!!!!
nouvelle couisine, te restat ‘me ‘n cretin,
bistech de soia ????       vaca eva boia !!!!
quater legur e ‘n fasan, a l’è mei del ramadan,
lassa stà la cocaina, avanti cul vin russ !!!!!
heavy,         polenta violenta !!!!
metal,        polenta violenta !!!!
metal pesant & polenta violenta !!!!
polenta violenta d.o.c.!!!!
büta  gio i wusterlun,            sa sbassan  gio i marun,
hamburger american artrite ai tò man,
salüda ul bacon ingles, l’è mei ‘l crespun milanes,
donn e bö dal tè paes, viva ul contadino cunt dree ‘l füsil!!! 
heavy,         polenta violenta !!!!
metal,        polenta violenta !!!!
metal pesant & polenta violenta !!!!
polenta violenta d.o.c.!!!!
 
-----------------------------------------------------------------------
 
 
il barone fanfulla da lodi   (tradizionale)
il barone fanfulla da lodi, condottiero di gran rinomanza,
fu condotto una sera in istanza, da una donna di facili amor.
di fanfulla la casta alabarda, ancor nuova a certami d'amore;
alla vista di tanta bernarda, fieramente drizzossi e pugno’!
rit:  grande condottiero, grande condottiero,
smett de fa la guera, smett de fa la guera!
e cavalca, cavalca, cavalca, alla fine, il meschino si accascia.
lo risveglia la vile bagascia: "cento talleri devi pagar!"
vaffancul, vaffancul, vaffanculo, le risponde fanfulla incazzato,
venti talleri gia' ti ho donato, gli altri ottanta li prendi nel cul!
rit:  grande condottiero, grande condottiero,
smett de fa la guera, smett de fa la guera!
ma passati che furon sette giorni, sente egli un prurito all'uccello:
cos'e' mai questo morbo novello che natura matrigna mi die'?
fu chiamato un dottore di grido, che  gli disse: “mio caro fanfulla
qui bisogna tagliare una palla o lo scolo morir ti farà!"
rit:  grande condottiero, grande condottiero,
smett de fa la guera, smett de fa la guera!
e la moral l’è la legg del menga,chi l'ha ciapaa, se l' tenga, se l'tenga!
chi l'ha ciapaa ‘n dal cuu,  l' tenga par lu !!!!!
------------------------------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - l' ass de picch
‘rivi li ai nöf ur e dì nagot a nissün,
sa la ma ved la mè dona, la ma fa un cü inscì!
ul pino al porta ul vin e ti porta adree i danee!
e quand che a schisci l'öcc, ved de bütà li 
un bel ass de picch
l'ass de picch
l'è adree a partì ul prim gir, a tuca a lü prima de ti,
hueee, “sveglia!” ta devi dì tüt mi!
ul set var men dal vündass, te s’heet propri ‘n rebambii!!!
no, ma varda sa te feet, bütal gio adess
l'ass de picch
l'ass de picch!!!
a l'era 'na bela man
ma ti t’heet bütaa 'n dü
ma boia da 'n mund lader
cosa cazzo t’heet beüü!!!! 
perchè t’heet mia struzzaa, hem perdüü dü miiun
'na sirada disgraziada e ti te s’heet 'n cuiun
a vedi in di tò öcc, te s’heet restaa de giazz… neh !?!
l'è mei che te steet a cà e ved de nà a cagà
ti e l'ass de picch,
l'ass de picch!!!
va a cagà ti e l'ass de picch!!!
---------------------------------------------------------------------------
ul mik longobardeath - la elsa strapazzuna
la riva la matina cunt dü öcc gross inscì,
tüta magagnada, birla tame ‘n baril
strüsa mal i pè, parla sbiascicaa,
nanca a picala, le la ta da a trà!!!
ses ur al circulun, li taca ‘l bicer,
des minüt che a l’ha pugiaa ul cü,
va che bel, gran maraviglia,
l’è già nada via tüta la butiglia !!!
rit:
l’è la elsa strapazzuna !!!
mai a cà prima da la vüna !!
ul sò pà cul matarel,
al gh’ha traa gio la pel,
cambia nagot, l’è ‘na gran crapuna,
elsa strapazzuna !!!
sü la balera,  sa ferma mia,
fin a quand la menen minga via,
adess tra föra ‘l sò pachet….
e hin gia nai 50 sigaret !!
“mi sunt a post, l’è minga vera,
che a sun sempar lì tacada al bicer,
le la dis:”sun ‘na brava tusa !! “
però nissün  la spusa !!!
rit:
l’è la elsa strapazzuna !!!
mai a cà prima da la vüna !!
ul sò pà cul matarel,
al gh’ha traa gio la pel,
cambia nagot, l’è ‘na gran crapuna,
elsa strapazzuna !!!
 
--------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - ul me amis ciuchee 
un bel di, tücc insema, cunt un me amis malaa de coo,
in gir par la sò strada, cul vin innanz e ‘ndree,
a saltà ‘n gir, a l’ha cataa ‘n basel,
al s’è s’cepaa anca ‘l coo, l’ha fai ‘n gran burdel !!!
(e gio a pagà danee !!)
rit:
ul me amis ciuchee !!!           quand ca al ronfa al fa casot !!
ul me amis ciuchee !!!           quand ca al bolza l’è ‘n rebelot !!!
ul me amis ciuchee !!!           stomich de trumbee !!!
ul me amis ciuchee !!!           dumà wiskhey  tra ‘l gargozz e el sò dadree !!!
cunt la passiun de fà ‘l pompiere,   
tame ul “grisü “, tanta sudisfaziun,
cunt l’üsel pugiaa li sü la ringhera,
al ghigna el pissa gio del balcun !!!
(l’e ‘dree piöf, par un pedun !!)
rit
tüt i dì, ‘l sa inciuca de trà via,
sempar stort, a cà de l’usteria,
sü la vetüra, in dal post innanz,
quand te giret, te se’l truvet  in brasc !!!
(puntelal cunt la man !!!)
 
--------------------------------------------------------------------------------------------
 
 
miss dal cortil
la va in palestra par fà ul fitness,
la vör fà la soubrette in dal media business,
la turna a cà, taca la television,
suris de plastega… in veneraziun !!
i sò gent disperaa, i san pü se fà,
hin già tri volt, che la scapa de cà,
la salta sül tren, fin pres a milan,
la pensa de “star”, in cerca de ‘n can !!           (in cerca de ‘n can !!!)
rit: hin i miss dal cortil, cunt i lüstrit in dal cervel,
hin i miss dal curtil, par la gloria, a vendan la pel !!
de porta in porta, tanti facc de sciat
tücc hin bun, le la vör ‘n cuntrat!!
sa tran via de ‘n prudutur,
‘na pista bianca e gio ‘l prufitadur !!
la giusta ul vistii, inizia la gogna,  
la  varda gio ‘n bass, par tanta vergogna,
la sistema ul russet, denanz al specc,
l’alter al specia, dentar ul lecc!!         (dentar ul lecc !!!)
rit
la matina lü l’è già luntan,
alter tusàn, hin già in di sò man,
un’altra storia, cuntigh ‘dree,
un’altra loca, cunt i dispiasè !!
sugnand la lüs del gran galà,
la riess nanca pü a turna a cà,
l’è strasciaa ul sò vistii,
la gh’ha pü nagot de di !!!    (nagot de di !!!)
rit
---------------------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - osteria
‘na bela bira fregia a l’era ‘dree gustaa,
cul gumbat al tuca dentar tüt al volta la,
lenguascia cuntra ul taul e alura gio a sciuscià,
la mana del ciel l’è minga roba de strasà !!!
tücc insema in fund la via,
quater pass in cumpagnia,
un amar el ta cata la mania,
cunt i amis in usteria !!
del bancon do colteladi, varda l’ost va che bel
salam di bei taiadi,       salam, giambun, purscel !!
e via ‘n televisiun, e gio a bef barbera,
mondial de balun, l’e’ tüt gris de la fümera !!
tücc insema in fund la via,
quater pass in cumpagnia,
un amar el ta cata la mania,
cunt i amis in usteria !!
ul veget ciuchetaa      el cunta la sò storia,
la fam, la guera, tuta a sò memoria
un quai giuin ga rid adree, un quai alter capiss nagot,
giuentù malinquadrada, discutech, pastich, casot !!
tücc insema in fund la via,
quater pass in cumpagnia,
un amar el ta cata la mania,
cunt i amis in usteria !!
…..a bef!!!!!!!!!!!!
------------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - ul fradel de l’amis del cugnaa
sempar a la finestra, cara dunina
cul coo föra, sira e matina
par vidè chi l’è ch’al va a spass,
un quai dì te tiren dentar i sass !!!
rit:
ah si’ !!!  eh già !!  chi l’è ????  
l’è stai chel la!!!!  l’è stai chel la!!!!
ah si’ !!!  eh già !!  ma chi ???
ul fradel de l’amis del cugnaa !!!!!
li’ in gesa a vidè chi gh’è in gir,
cul vistii che a l’è minga in tir,
matrimoni o füneral,
sempar ‘dree a cascià bal!!!!
adess taca sü ‘l telegiurnal,
che a l’è mei dal pianobar,
tra disgrazzi e dispiasè
a tiran su ‘na barca de danee
rit:
ah si’ !!!  eh già !!  chi l’è ????  
l’è stai chel la!!!!  l’e stai chel la!!!!
ah si’ !!!  eh già !!  ma chi ???
ul fradel de l’amis del cugnaa !!!!!
sempar chel la !!!!
introduzione:
miserere ‘l voster , miserere ‘l noster,
ma se ‘l voster l’è püssee lungh del noster taieval
ueh! te vist che vistii che la gh’ha sü chela dona la?
 
ueh che vergugna!! al par propri vignüü föra del sach de la caritas!!!!
ma te l’heet saüü ch’han vist ul giuan grata ku vigni föra de la cà de la elsa ?!!
oh la!!! ma te vörat dì che gh’han in bal un puntel? ma che elsa l’è che te seet ‘dree a dì?
la tusa del fredel de l’agnese de la rüdera???!!!!
no, se se sbagli no, l’è la neuda da l’amis de la cugnada de l’ambrös, chel ch’el laura de…..
ueh mariangela, t’heet finii de rump i bal ??!!!
l’è ‘dree a rivà ‘l sacrista cul ciloster de s’cepat in coo!!!
--------------------------------------------------------------------
 
 
ul mik longobardeath - ul giacumin strasciabüsech
vot ur in breda a laurà, a taià föra toch de fer,
al pudeva nà in inghiltera, de ‘n parent ch’al fà ‘l dutur,
finii de chi ai cinch ur, la fis’cia la sirena!
gha tuca fà dü laurà in dal negozi da la sò miee
rit
ul giacumin strasciabüsech,
che cunt la gent al fa i pulpet !!!
l’è ul giacumin strasciabüsech,
che cul curtel ta taia a fet !!!
in gir par ul navili cunt la nebia a tra fo’ i busecch
a la gent de milan par fà sü di bei salam!!!
par dà ‘na man a la sò dona al fa rudà ‘l curtel,
ma se finissan i büsech te pödat fà dumà bistech !!!
rit
ul giacumin strasciabüsech,
che cunt la gent al fa i pulpet !!!
l’è ul giacumin strasciabüsech,
che cul curtel ta taia a fet !!!
che bel
maià ul purscel
te bütat  via ….nanca la pel 
al ruda ‘l curtel
viva ul purscel !!!!!
rit
ul giacumin strasciabüsech,
che cunt la gent al fa i pulpet !!!
l’è ul giacumin strasciabüsech,
che cul curtel ta taia a fet !!!
------------------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - a l’e’ festa !!!!
la me miee, la par bela tranqulla,
ma hinn gia’ sett di, che la fa finta de nagott,
‘na mattina la ma vedd, tutt strascia’ e li’ bell bell,
come mai el me tesor, a l’e’ semper dree a bevv?!
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
ul me amis albert, cont in man la botiglia,
anca de per lu, a l’e’ semper dree a bevv…
“sta chi fin a stasera, a specia’ che a torni indree!
a vo a ciapa’ el carletto che sa divertum pussee !!”
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
lì da par mi, l’e’ nanca insci bell….
te vegn de pensa’…. e alura tucc insema a bevv !!!
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
a l’e’ festa !!          a l’e’ festa !!
e ma pias buta’ gioo ‘n bel bicer, si si !! 
 
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - el barbun strascia’ ( wild rover )
mi son stai ‘n barbun , par tanti ann
e ho spendu i me danee, in whiskey e vin,
son dree a torna’, cont i sacocch pien,
el barbun strascia’, mi el foo puu’
 
son andai all’ albergh, per videe de dormi’,
gh’ho di ‘ al padrun “son senza danee!!”
gh’ho di’ “marca gioo”, lu l’ha di "lassa perd !!”,
”de gent come tii, ghe ne in gir tutti i di !“
ed è "mai piu’ ! " per sempre,
per sempre “mai piu’ ! “
in gir a faa el barbun …
per sempre “ mai più !! “
 
ma quand l’ha vedu’, sacocc pien de danee,
chel brutt delinquent, l’ha sgranaa foeura i oeucc !!
”per ti,  ghe ‘n bel whiskey e vin dei migliur,
preocupass minga, s’eri dree a to in gir !!”
 
 
ed è "mai piu’ ! " per sempre,
per sempre “mai piu’ ! “
in gir a faa el barbun …
per sempre “ mai più !! “
 
andro’ a ca’ di me gent, a diggh se c’ho fai,
e a mett i robb drizz, per vess stai in gir,
speremm anca incoeu, de vess perdonaa,
se me tegnaran, a foo puu el barbun,
 
 
ed è "mai piu’ ! " per sempre,
per sempre “mai piu’ ! “
in gir a faa el barbun …
per sempre “ mai più !! “
ed è "mai piu’ ! " per sempre,
per sempre “mai piu’ ! “
in gir a faa el barbun …
per sempre “ mai più !! “
-----------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - el bicer
 
quand son mia content, a buti gioo ‘n bel bicer,
quand son mia content, a buti gioo ‘n bel bicer,
e quand son mia content, a buti gioo ‘n alter bicer,
e dopu a son content, ma a resti puu in pee !!!
olla-li iuppi iuppi e la la la !!
 
-----------------------------------------------------------------------------------
 
 
ul mik longobardeath - el giuvan l’e torna’ a ca’ !!!
el giuvan l’e’ dree torna’ a ca, urra’ urra’ !!
bentorna’ a ca’ de coeur,            urra’ urra’ !!
tucc i omen saluderan,     e i fioeu a vuserann,
e sara’ ‘na gran festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
te ris’cia’ ben la pell, lì in guera a combat,
ma adess l’e’ festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
campan a festa hinn dree a sona’, urra’ urra’ !!
bentorna’ a ca’ de coeur,            urra’ urra’ !!
fioeu e tusann a ‘riverann,         tanti ros te porteran,
e sara’ ‘na gran festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
te ris’cia’ ben la pell, lì in guera a combat,
ma adess l’e’ festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
giurnada de amor e festa, urra’ urra’ !!
bentorna’ a ca’ de coeur,            urra’ urra’ !!
mangia’ bevv e bala’,            per la gioia di noster solda’,
e sara’ ‘na gran festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
te ris’cia’ ben la pell, lì in guera a combat,
ma adess l’e’ festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
fusil tambur, fusil tambur, urra’ urra’ !!
te ris’cia’ ben la pell, lì in guera a combat,
ma adess l’e’ festa, adess l’e’ festa,
adess l’e’ festa per tucc, el giuvan l’e’ torna’ a ca’ !!!
----------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - luciano !!
“a vo a paga’ la buletta in posta, con la pistola del canada,
senza spara’ e di’ nagott, m’han dai i dane e ho fai ‘n rebelott,
s’cepa’ i vedrin cont ul quadrell, slunga i man e porta a ca,
el frega i man anca el vedrie”: “ghe par tucc de lavura!!!’”
luciano !!!!!!
“semper in gir, italia e francia, poeu in galera a passa’ el temp,
a miss italia gh’ho fai la festa, sciur “bulgari” cresta in pee!!
lion e giorg m’han dai la grazia, nott e di a scapi puu,
lassa indree anca el violin, mo a spari col penell !!!” 
luciano !!!!!!
champagne e donn, semper festa,cont la pistola grande artista,
ma col fusil l’ha di’ basta, lu del mitra el solista!
l’ha semper frega’ tucc, ma l’ha mai maza’ nessun,
e rumpum minga i cojon e se te pias ciamum lucky !!!!!!
luciano !!!!!!
-----------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - ma mi
di g. strehler rev mik
 
serom in quatter col padola, el rodolfo e poeu mi: quatter amis malnatt, compagn di gatt.
emm fai la guera in albania, poeu su in montagna a ciapà i ratt.
 
i negher todesch del la wermacht, me fan mori' domaa a pensagh!
poeu m'hann cataa in d'una imboscada: pugnn e pesciad e 'na fusilada...
 
rit.     ma mi, ma mi, ma mi,             quaranta dì e quaranta nott,
          san vittur a ciapaa i bott,      dormì de can, pien de malann!...
 
 
el commissari 'na mattina el me manda a ciamà.  el me diseva 'sto brutt cojon:
" anche senza te, pigliamo i tuoi compari, noi siamo qui e non ti sente nessuno!
 
fesso sì tu se resti contento, - d'esse - solo - chiuso qua ddentro...
....ma se parlasse, io te firmo accà,  il tuo condono, per la libertà! "
 
rit.     ma mi, ma mi, ma mi,                   quaranta dì e quaranta nott,
         sbattuu de su e sbattuu de sott     mi sont de quei che parlen no!
seraa su in galera nebbia, fregg e scur.... e foeura i tramm, frecass de milan...
el coeur se string, venn giò la sira, me senti mal, e stoo minga in pee,
 
poggiaa in sul lett in d'on canton, me par de vess propri nessun!
l'è pegg che in guera, staa in su la tera: la libertà la var 'na spiada!
 
rit.     ma mi, ma mi, ma mi,                  quaranta dì e quaranta nott,
         a san vittur a ciapaa i bott,          dormì de can, pien de malann!...
 
         ma mi, ma mi, ma mi,                   quaranta dì e quaranta nott
         sbattuu de su e sbattuu de sott    mi sont de quei che parlen no!
 
mi parli no!
-------------------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - porta romana
getta giù la giacca              ed il coltello
che voglio vendicare         il mio fratello,
la via a san vittore              l'è tuta sassi,
l'ho fatta l'altra sera     a pugni e schiaffi,
la via filangeri                       è un gran serraglio,
la bestia più feroce            è 'l commissario,
in via filangeri                        ghé una campana:
quand la sona                         cundana !!
porta romana!               le ragazzine !!
porta romana!               che te la danno!!
porta romana!               la buonasera!!
porta romana!               e poi la mano!!
prima faceva il ladro                  e poi la spia,
e adesso è delegato                             di polizia,
prima faceva il ladro                  e poi la spia,
e adesso è commissario             di polizia,
o luna che rischiari             le quattro mura
rischiara la mia cella        tanto scura,
la gioventù più bella         morì in galera.
rischiara la mia cella        tetra e nera!!
porta romana!               le ragazzine !!
porta romana!               che te la danno!!
porta romana!               la buonasera!!
porta romana!               e poi la mano!!
ci sono tre parole               in fondo al cuore,
la gioventù, la mamma       e ‘l primo amore.
la gioventù la passa,         la mamma muore
e restet cume un pirla      col primo amore !!!
o luna, luna, luna,                 che fai la spia
bacia la donna d'altri,       e non la mia.
amore, amore, amore,         amore un corno,
di “notte” mangio bevo,     di “giorno” dormo.
porta romana!               le ragazzine !!                 2 volte
porta romana!               che te la danno!!
porta romana!               la buonasera!!
porta romana!               e poi la mano!!
 
-----------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - risotto d’osteria
mangiom e bevom, poca voeuja de lavorà,
femm sú ‘na sigaretta, femm su ona sigaretta,
mangiom e bevom, poca voeuja de lavorà,
femm su ‘na sigaretta per fass passà el mangià.
biondina tu, sei capricciosa,
m’hai rovinato la canna del formentun!
e leur ste brutte loeuge, in gir per i salon,
ma nun girom le bettole, ma nun girom le bettole,
e leur ste brutte loeuge, in gir per i salon
ma nun girom le bettole, in cerca del vin bon.
biondina tu, sei capricciosa,
m’hai rovinato la pell del luganeghin!
l'era lee sí sí, l'era lee no no,
l'era lee che le voreva e mí gh’el davi no,
l'era lee sí sí, l'era lee no no,
l'era lee che le voreva, quel mazzolin dei fior.
ciappa la rocca e‘l fus, che andem in california,
ciappa la rocca e‘l fus, che andem in california,
ciappa la rocca e‘l fus, che andem in california,
ciappa la rocca e‘l fus, in california a stoppa’ i bus!
e la bandera, la cervellera,
sí l'è borlada in del baslòtt di salamm còtt
sò marí tirala sú el borla denter anca lù.
cinque giorni di battaglia,
i tognítt emm fàa scappà,
emm fàa scappà, emm fàa scappà.
o cortigiani di razza dannata,
a qual prezzo vendeste mia figlia?
chi era la vostra figlia lerilerillelera
chi era la vostra figlia lerilerillerà.
celeste aida forma divina
sbattemes i ciapp e cicip e ciciap
celeste aida forma divina
sbattèmes i ciapp e cicip e ciciap
faremo l'amor, l'amor, l'amor, l'amor.
e... l'e chi l'e la l'e scia
l'e sott al pont de san damian
ch'el fa la legna
disemm ch'el vegna, disemm ch'el vegna
e... l'è chí l'è là l'è scià
l'è sòtt al pont de san damian
ch'el fa la legna
disemm ch'el vegna a fare l'amor.
va la va la peppin che tucc te voeuren ben
te gh'hee la miee bella, te gh'hee la miee bella
va la va la peppin che tucc te voeuren ben
te gh'hee la miee bella e chi te la mantegn.
musica...
vialter tosanett de porta garibaldi
che fii l'amor con quei di scòtti caldi
ohèj la marianna la va in campagna
quando il sol tramonterà, tramonterà, tramonterà
chissà quando, chissà quando ritornerà.
musica...
vialter tosanett la sera stíi in cà vòstra
se voeuri minga fá la fin de la prevòsta
ohèj la marianna la va in campagna
quando il sol tramonterà, tramonterà, tramonterà
chissà quando, chissà quando ritornerà.
rosina l'è in de l'òrto,
la catta l'insalata,
‘na pulga su ‘na ciappa
‘na pulga su 'na ciappa
rosina l'è in de l'òrto,
la catta l'insalata,
‘na pulga su ‘na ciappa,
la ghe vegn a disturbà.
a mangià pòcch pòcch pòcch
se diventa fiacch fiacch fiacch
se borla la, se borla la
a mangià pòcch pòcch pòcch
se diventa fiacch fiacch fiacch
se borla la, se borla la.
e se sont ciocch portemm a ca
e se sont ciocch portemm a ca
--------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - auguri di  buon natale
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
e vadavialbip !!!!
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
e vadavialbip !!!!
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
auguri di buon natale,
e vadavialbip !!!!
 
--------------------------------------------------------------
 
ul mik longobardeath -
din don dan !!
tutt l’ann a lavura’, a mett insema i regal,
a l’e’ ura de ‘nda’ ‘n gir, a fa content i fioo!
ma gli gnomi hinn mia content,         hinn stuff de lavura’!
sciopero el 24, l’e’ ‘riva ‘nca el sindaca’!!
din, don, dan! din, don, dan! sulla slitta va!
a cata’ fregg con la facia bloeu, ghe tuca lavura’!!
din, don, dan! din, don, dan! senza vin brule’!
de turun a ghe ne puu, el gh’ha fregg ai pee!!
l’e’ parti’ el “natale tour” e i renn t’han gia’ rubaa,
el to cuu bell grass, in del camin el s’e’ incastraa!!
insci de rabia te se verd, ma t’han cambia el color,
la coca cola ta fai ross, auguri e viva l’amor!!
din, don, dan! din, don, dan! sulla slitta va!
a cata’ fregg con la facia bloeu, ghe tuca lavura’!!
din, don, dan! din, don, dan! l’ha ris’cia’ l’infart!
l’ han porta’ in ospedal, e gh’han fai el by-pass !!
a porta i regal, anca ai pussee villan,
che se tiren dree i saracch, tutt i di de l’ann,
te mancan de rispett e hinn mai content,
ghe voeuraria ‘l carbon e legnadi sura di dent !!
din, don, dan! din, don, dan! sulla slitta va!
a cata’ fregg con la facia bloeu, ghe tuca lavura’!!
din, don, dan! din, don, dan! senza mai fermass!
babbo nadal de porta’ i regal,        al s’e’ rott i ball !!
---------------------------------------------
 
ul mik longobardeath - oh albero !!
oh albero, oh albero
che splendi a natale!
ta tajan gioo, senza rispett,
e i sciur poi ti comprano,
e i poveritt gh’han mia la lus,
nenca el di de natale!!
i regali , si riciclano,
sotto l’albero di natale!
a paren tucc i pusse bravi,
ma i gh’han la facia de palta!
pria i riden, poi se fregan,
gli ipocriti a natale!
tanta lus e corrent,
sura gli alberi di natale!
e dopo el ses de gennar,
te tran via in de la rudera!
oh albero, oh albero,
che splendevi a natale!!!!
 
---------------------------------------------
ul mik longobardeath - bianco nadal !!
 
teehh!! va che bel candor, neve!
va gioo tranquil in del me coeur,
tutt i alber a spenden, i fioritt a canten,
hinn gia’ , dree a specia’ i regal !
teehh!! la nevv a la vegn gioo, lieve!
porta la gioia in del to coeur,
e i problemi lassa indree,
col panetton e ‘n bel vin brule’ !
---------------------------------------------
ul mik longobardeath - magica noeucc !!
ampio seren, magica noeucc,
tutt el dorm in del mister,
speremm puu nessun che el porta la crus,
basta disgrazi, amor in del mond!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
 
ampio seren, magica noeucc,
tutt el dorm in del mister,
un po’ de fortuna per chi l’e’ mia sciur,
se ti te ste ben da’ ‘na man a ‘n quai vun!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
 
ampio seren, magica noeucc,
tutt el dorm in del mister,
se a nadal a semm tucc fradei,
videmm de fa’ i brevi e in sacoccia i cortei!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
luce dona alle genti, pace infondi nei cuor!
 
    parole
-----------------------------------------------