8 lib1417-Dialetto

 
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LIB1417-Dialetto
Contents
Contents
8.1 Balabiòtt
8.2 Ringhiera
8.3 A proposito di cookies
8.4 L’asciugamano di Robinia
8.5 Batàia de Legnà
8.6 Lettera averta su la koiné
8.7 Il dialetto legnanese, tra ricordi ed ironia
 
 
 
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8.1 Balabiòtt

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Balabiòtt
 
Gli insulti milanesi, quelli di una volta, non erano quasi mai veri insulti ma piuttosto epiteti, metafore, giochi di parole; anche e soprattutto perché il carattere dei milanesi, quelli veri, era molto aperto e accogliente, ben diverso da quello che si vuol far credere oggi. Le cose cambiavano più a nord, verso Varese, verso Como, dove c’era gente più chiusa, anche per motivi puramente geografici. A Milano, in un posto situato proprio in mezzo alle principali vie di comunicazione, non si guardava più di tanto alla provenienza e al colore della pelle, all’accento “strano” ci si faceva l’abitudine, l’importante era la persona in sè e come si comportava; e su queste basi si è costruita la fortuna della città. Va da sè che poi le cose cambiano, che conta molto come si dice una parola piuttosto che la parola in sè: una volta ho visto una donna arrabbiarsi moltissimo con un collega che l’aveva definita “Miss Italia”. La donna era molto bella e sempre elegante, ma non era più giovane; e quella frase, «va là, Miss Italia», detta in quel modo era davvero pesante, e aveva colto un nervo scoperto. Magari, in un’altra occasione, la signora ci avrebbe riso sopra; ma non in quel momento, non in quel modo, e soprattutto non da quella precisa persona.
Tornando a noi e al discorso sul dialetto, un epiteto che era molto comune e che oggi non si ascolta quasi più è “balabiòtt”. Quando da giovane si cominciava a scherzare con i più vecchi, sul lavoro, era facile sentirsi rispondere così: «Va là, balabiòtt». Non è propriamente un insulto: “ballabiotto” si può infatti definire un abitante di Ballabio, che è un paese vicino a Lecco; e Ballabio è anche un cognome piuttosto comune, nel lecchese e in Brianza. Magari gli abitanti di Ballabio tra di loro si chiamano ballabiesi, o ballabini, non lo so di preciso; sta di fatto che “ballabiotto” in dialetto milanese (e un po’ in tutta la Lombardia) si può scomporre in due parole, “balla” e “biotto”. Dato che “biotto” significa nudo, ecco dunque evocata la figura del danzatore nudo: uno che balla nudo è un matto, quindi se ti dicono “balabiòtt” ti stanno dando, con maggiore o minore delicatezza, del matto. Fino alla riforma Basaglia, negli anni ’60 (e purtroppo molto spesso ancora oggi, come si vede nelle cronache) i matti nel manicomio venivano spesso lasciati nudi; e comunque non c’era l’abitudine di andare in giro svestiti, nemmeno d’estate. Anche le minigonne e i pantaloncini corti, come si sa, cominciano a vedersi e ad essere cosa normale solo a partire dagli anni ’60.
 
La figura del danzatore nudo, del “balabiòtt”, mi ha fatto venire alla mente un altro insulto quasi scomparso: “pelabròkk” (scritto come lo avrebbe scritto Gadda). E’ un insulto scomparso, e difficilmente traducibile con precisione, per mancanza di materia prima: non tanto i milanesi in sè (siamo sinceri: chi lo parla più, il dialetto, a Milano? c’è qualcuno che ci prova, o che fa finta, ma parlare in dialetto è un’altra cosa) quanto i rami di gelso e la bachicoltura, cioè l’industria della seta. Infatti le brocche, anche in lingua italiana, sono i rami delle piante: “O Valentino vestito di nuovo...” (una volta la si studiava a memoria a scuola, è di Giovanni Pascoli, dai “Canti di Castelvecchio”)
Pelabròkk, o “pelabrocch” (stessa pronuncia) è dunque il pelatore di rami, i rami con le foglie presi dalla pianta del gelso e “pelati” per dar da mangiare ai bachi della farfalla Bombyx mori, che produce la seta. Fino agli anni ’50 era ancora possibile trovare in Lombardia qualcuno che allevava i bachi da seta, quand’ero bambino io c’erano ancora moltissimi gelsi per le strade e nei campi, ma da decenni la seta arriva tutta dalla Cina o dall’India, non si pelano più le brocche in Lombardia ma qualcuno ancora usa quest’epiteto che sta a significare “fannullone, persona da poco”: è un lavoro che può fare anche un bambino, e che non richiede nessuna particolare abilità. Si può però aggiungere che è un lavoro che va fatto tutti i giorni, con continuità, perché i bachi da seta nella loro fase di crescita mangiano moltissimo; e quindi raccogliere e “pelare” i rami del gelso non è proprio una cosa da poco, ma il significato ormai è quello e non lo si può cambiare.
Devo queste informazioni (oltre che alla lettura di Gadda e di Delio Tessa) a Nanni Svampa, a Dario Fo, a Piero Mazzarella, a Roberto Brivio, e a tutti quegli attori e cantanti che tengono ancora vivo il dialetto milanese; in particolare la sequenza “danzatore nudo scorticatore di rami”, detta con estrema pacatezza, l’ho sempre trovata molto divertente ed è un vero peccato che non la si possa quasi più ripetere.
 
Anche l’insulto milanese più famoso, il celeberrimo “pirla”, non è propriamente un insulto. “Pirlare” significa ruotare, roteare sul proprio asse come fa la trottola – e anche la trottola ormai temo che sia un giocattolo quasi scomparso, ma che è stato molto comune per secoli. Si dice ancora oggi comunemente, dalle mie parti, “pirlare in giro”: andare in giro senza costrutto. Per esempio, quando ti mandano da un ufficio all’altro e si perde tempo: “mi hanno fatto pirlare in giro per tutta la mattina”. Pirlare, ruotare come una trottola: la trottola si muove, e molto, ma è un movimento che non porta da nessuna parte.
A Como, dove sono nato, fino a pochi anni fa però l’insulto più comune era un altro: non “pirla” ma piuttosto “bìgul”, cioè “bìgolo”, una parola che usano molto anche i veneti. Per i veneti, “bìgolo” è qualsiasi cosa che abbia un aspetto più o meno cilindrico, compresi gli spaghetti. Anche gli spaghetti, se li guardate bene, sono infatti “bìgoli”, dei cilindri. La base è molto piccola rispetto all’altezza, ma sono pur sempre dei cilindri.
Però se si va sulle somiglianze e sulle metafore questo post rischia di diventare un po’ troppo osceno, ed è infatti vero che il perno della trottola è anch’esso, alla fin dei conti, come dire, un autentico bìgolo – ma qui mi fermo, ho già scritto troppo e non vorrei che poi qualche motore di ricerca finisse col censurarmi.
 
PS: quando morì Luchino Visconti (milanesissimo) chiesero un ricordo a Walter Chiari (veronese di Milano, di origini pugliesi), che aveva recitato per Visconti in “Bellissima” del 1953, con Anna Magnani. Walter Chiari disse (esiste il filmato) che quando Visconti gli fece leggere la sceneggiatura di “Rocco e i suoi fratelli” non potè fare a meno di dire: «Ma qui c’è un immigrato del Sud, c’è il pugilato, questa è la mia storia...perché non lo fai fare a me?». E Visconti gli rispose così, con estrema gentilezza e misurando bene le parole: «Perchè tì, balabiòtt, te set tropp vècc.». Walter Chiari sorrideva nel ricordarlo: eh sì, era vero. Nel 1960 Chiari aveva già quarant’anni, troppo vecchio per quella parte, che poi andò al ventenne Alain Delon
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8.2 Ringhiera

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Ringhiera
 
La casa di ringhiera, quella dove tutti passano sul ballatoio, che dà sul cortile, è probabilmente un’evoluzione delle antiche corti. La casa di ringhiera era tipica di Milano, la Milano di inizio Novecento: molti ne parlano ancora con affetto, e alcune di queste corti sono state restaurate. La ragione di questa nostalgia, una nostalgia positiva, sta in questo: che nei palazzi e condomini moderni ognuno se ne sta per conto suo, mentre per le case di ringhiera si faceva, nel bene e nel male, vita in comune. Per cui, si finiva per conoscersi tutti e per sapere, volenti o nolenti, cosa faceva il vicino e come se la passava: il lato negativo di questa convivenza è chiaro, il lato positivo è che c’era tanta brava gente, e tutti finivano per aiutarsi al di là delle simpatie o antipatie personali.
Ovviamente, le case di ringhiera non c’erano solo a Milano: ma è a Milano che se ne parla con nostalgia, e – soprattutto – arrivato a questo punto mi sono reso conto che ho messo in fila un po’ di parole ormai desuete, di quelle che non si riesce più a capire di cosa si sta parlando, soprattutto se si è molto giovani. E dunque, premesso che io in una casa di ringhiera non ci ho mai abitato, prendo il dizionario e provo a mettere un po’ in chiaro:
Ringhiera: in sostanza, sinonimo di parapetto. Un parapetto in ferro, “barre e tubi di metallo variamente disposti e foggiati per scale, ballatoi, terrazzi, eccetera”. La parola “ringhiera” pare che provenga da “arengo, arengario” e simili: quindi un’origine molto antica.
Ballatoio: è un “balcone che gira tutto attorno ad un edificio o a parte di esso, sia esternamente che internamente, con parapetto di protezione”. L’etimologia è probabilmente latina: “ballatorium”, o forse “bellatorium”, con riferimento alle scuole di combattimento (lo Zingarelli dice che è un’etimologia poco chiara, discutibile).
Corte: non la corte del Re, ovviamente, ma la corte delle case contadine, l’aia, lo spiazzo dove si facevano i lavori. Spesso le case erano disposte a cerchio intorno alla corte, e comprendevano i fienili, eccetera. Nell’Ottocento a Milano erano ancora molti i contadini, e questa è forse l’origine della case di ringhiera.
 
Ma le case di ringhiera, si sa, “non ci sono più”, "gh'è minga pü, la ringhera"; e non ci sono più neanche i milanesi “cont el coeur in man”, i milanesi con il cuore in mano, che oggi in tempo di bossismo-maronismo, di leghismo e secessionismo sembra una battuta di spirito, ma c’erano – oh, se c’erano, ce n’erano tanti e io ne ho conosciuti tanti. Persone cordiali, solari, aperte, ben disposte verso il prossimo: ma i loro figli (quelli della mia età) non erano già più così, i loro nipoti men che meno. Provo a dare una spiegazione a tutto questo: negli anni ’20, ’30, ’40, ’50, la televisione non c’era. Negli anni ’60, ’70, ’80, il telefonino e i videogames non c’erano. Negli anni ’10, ’20, ’30, eccetera, c’erano campi e prati, anche a Milano, dove i ragazzi e i bambini andavano a giocare; eccetera eccetera. Insomma, è tutto un mondo che è cambiato.
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8.3 A proposito di cookies

 
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8.4 L’asciugamano di Robinia

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L’asciugamano di Robinia
 
Quella sull’asciugamano di Robinia è una battuta che tutti hanno ascoltato almeno una volta, qui a Milano e dintorni: una di quelle frasi impossibili da tradurre, o quantomeno che lo sono diventate, col tempo. Una cosa del genere, molto italianizzata per farsi capire da tutti (beh, quasi): “per quello lì...ci vorrebbe el sugamàn de robinia”. Purtroppo il dialetto non lo parla più nessuno, la vita quotidiana è ormai tutta fatta di oggetti di plastica, e di conseguenza oggi dovrò mettere giù un bel po’ di spiegazioni.
Si capisce al volo che il significato non va preso alla lettera: la robinia è una pianta d’alto fusto, quasi un albero. Come molte altre piante più o meno simili (il salice e il ligustro, per esempio) la robinia produce rami giovani che sono molto lunghi e flessibili: rami che una volta venivano usati per fare cesti, gerle, perfino bauli. Un ramo giovane di robinia, o di salice, può servire anche come sferza, o magari come bastone (dipende dal diametro e da quanto è flessibile): l’asciugamano di robinia è dunque una bastonatura, una sferzata. “Per quello lì ci vuole l’asciugamano di robinia” è dunque un’espressione rivolta a qualche giovane un po’ troppo – come dire – vivace. Per fortuna, lo si dice quasi sempre scherzando.
 
La cosa curiosa è che con la robinia si può davvero ottenere una fibra tessile, non molto diversa dalla canapa o dalla iuta; lasciando a macero i rami si ottengono delle fibre molto lunghe e molto flessibili, che possono essere filate e poi tessute. Il tessuto così ottenuto non è ovviamente paragonabile per morbidezza alla seta e al cotone, e quindi ecco un altro significato dell’espressione “sugamàn de robinia”, che era sicuramente noto ai nostri antenati.
Nei secoli più lontani da noi, fibre e tessuti erano molto difficili da ottenere e richiedevano molto lavoro, quasi sempre lavoro duro. E’ solo con la rivoluzione industriale, con l’introduzione di telai e orditoi meccanici, che i tessuti e i filati cominciano a diventare un po’ più facili da ottenere; oggi poi è diventato tutto facilissimo e a basso costo, e da una parte c’è da esserne contenti, dall’altra parte però (c’è sempre un altro lato della medaglia, mai dimenticarsene) con l’invenzione delle fibre sintetiche gran parte dell’industria tessile, soprattutto l’industria della lana, è andata in crisi; e si rischia di perdere l’arte e la conoscenza che vi sono connesse.
Invece fino a tutto il ‘700 si faceva di necessità virtù, e si filava tutto il filabile. Pochi sanno, per esempio, che non solo la robinia ma anche l’ortica può essere filata: le piante di ortica possono arrivare ad altezze anche superiori ai due metri, e il loro fusto contiene fibre lunghe e flessibili. Dopo macerazione e battitura, come per la canapa e la robinia, si ottengono le fibre. Ma ormai anche la canapa è diventata una rarità, e stavolta per una ragione curiosa: la pianta della canapa e quella dell’hashish (cannabis sativa e cannabis indica) sono molto simili. Per evitare dubbi, furono entrambe proibite; dato che nel frattempo sono state inventate le fibre sintetiche, il fabbisogno di canapa per l’industria è ormai quasi inesistente.
 
Da bambino avevo letto la fiaba dei fratelli Grimm, quella dei fratelli trasformati in cigni, dove si parla di camicie da tessere con l’ortica: pensavo che fosse un’invenzione poetica, e invece c’era probabilmente dietro questa verità storica. Una camicia fatta con l’ortica richiedeva sicuramente molto tempo e molta fatica, la ragazza deve cucirne addirittura sette per poter liberare i suoi fratelli: ecco dunque l’impervia prova da superare, che andrà comunque a buon fine.
Si filava tutto il filabile, dunque; e probabilmente qualcuno avrà fatto un pensiero anche sui fili dei cornetti, ma la fibra è troppo corta e comunque bisogna sicuramente essere un bel po’ disperati per pensare veramente a un tessuto fatto coi fili dei cornetti. Vorrei far notare: ho detto “cornetti” e non “fagiolini”. Qui in Lombardia dicono tutti “cornetti”, è quasi impossibile cambiare; per noi “fagiolino” è soltanto un fagiolo più piccolo degli altri, al massimo – e solo in Emilia – si può arrivare fino a Fasolein e Sandròn, ma è tutt’altra cosa. (Fagiolino, Sandrone, e la Polonia – che non è la nazione omonima, ma una contrazione del nome di Santa Apollonia, festa il 9 febbraio )
 
La robinia non è una pianta delle nostre parti: è americana, si chiama “robinia pseudoacacia” e prende il nome dal botanico francese Jean Robin, che iniziò a coltivarla nel 1601. Dato che è una pianta infestante e si riproduce molto velocemente, ha presto invaso tutta l’Europa, cambiando totalmente l’aspetto di molti dei nostri boschi. Qui c’erano i boschi di castagni, ma sono passati secoli e nessuno può ricordarselo: la robinia ha trionfato, ma ormai ha i giorni contati e verrà sicuramente sconfitta – non da altre piante, ma dalle autostrade e dal cemento della speculazione edilizia. La pianta originale, secondo quanto ne dice wikipedia, proviene dalla regione americana dei monti Appalachi.
 
Tornando all’asciugamano di robinia, ne ho trovato una variante divertente in un film di Ermanno Olmi (“La cotta”, o forse "Piccoli discorsi", girati nel 1965): il padre del ragazzo si lamenta perché lo trova svogliato, e dice che per lui ci vorrebbe “el sugamàn de robina”. Robina, e non robinia: robina, cioè roba fine, sicuramente un altro doppio senso più che una pronuncia dialettale diversa. Si dice “robina”, si intende tutt’altro.
Un ricordo di mia mamma è questo: suo cugino stava facendo dei piccoli dispetti alla prozia, seduta a recitare il rosario sotto il fienile. Poi aveva pensato di andarsene via senza farsi vedere, ma non aveva tenuto conto che la prozia, proprio per il suo fatto di essere prozia, non era mica nata ieri: aveva a portata di mano un lungo ramo flessibile di robinia, o forse di salice, e l’aveva usato centrando il bersaglio, ovviamente le gambe del ragazzo. Ne era uscita una sequenza che è divertente sentir raccontare, nella quale l’anziana donna si lamentava dell’essersi presa un accidenti dal ragazzo, cosa che peraltro poi si sistemò senza problemi. In casa di mia mamma si volevano tutti bene, erano altri tempi, e da questo punto di vista sicuramente molto più civili di quelli che stiamo vivendo.
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8.5 Batàia de Legnà

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Batàia de Legnà
 
(Rimandaa da Bataja de Legnan)
Chest artícol a l'è scricc in Bresà, ortograféa Modèrna       Lombard oriental
 
Batàia de Legnà. Particolar de 'n quàder de Amos Cassioli (1832-1891)
La batàia de Legnà l'è stàda combatìda el 29 de màgio del 1176 vizì a Legnà, al dé d'encö 'ndela pruvìncia de Milà. L'è stàda la batàia piö 'mportànte de la lónga guèra che l'imperadur Federìco dit el Barbarósa el g'ha combatìt per rià a restabilì 'l sò potére, per lo méno 'n lìnea de prensépe, söi Cümü de l'Itàlia del Nort. Chèsti però i gh'ìa mitìt en bànda le sò béghe sanguinùze che düràa de agn e agn per mitìs ensèma 'ndèna aleànsa ciamàda Lega Lombarda, có a capo el Papa Lisànder III. L'imperadùr el g'ha sercàt de doprà la fórsa per meter sóta i Cümü ma 'l vegnarà batìt.
 
Le batàia l'è cuminciàda quàze 'n maniéra cazuàl, perché i du ezèrcicc i saìa de la prezènsa l'ü de l'óter ma i s'è 'ncuntràcc sènsa püdì preparà prìma 'na strategìa.
 
I è stàde le dò vanguàrdie de fancc a ambià là la baröfa. 700 fancc de la Lega Lombarda che vignìa 'n sà de Legnà i s'è troàcc denàcc a 300 fancc del Imperadùr. Chèsta prìma schermàia l'è düràda 'na vintìna de minücc enfìna a che gh'è riàt l'imperadùr stès con töt el gròs del sò ezèrcito furmàt suratöt de cavaliér. La càrica dei imperiài la g'ha ubligàt i lombàrcc a 'nmocelàs entùren al sò car de batàia (el "Carroccio"). Sóta la bandiéra de la sò part però, chèsti soldàcc, che i éra strac e de méno come nömer, i g'ha rezistìt cutra a 'n ezercit polsàt, e per de piö a caàl.
 
Söl car dei Lombarcc gh'éra la crus de Aribèrto de 'Ntimià, che segónt la legènda, la ghe dàa coràgio e moràl ai soldàcc al pónt de pirmitìga de rezìster enfìna a che gh'è riàt i rinfórs de Milà, avizàcc de 'n quàc cavaliér che gh'è riàt a scapà vià de la baröfa.
 
Deànti al ezèrcit dei rinfórs lombàrcc gh'éra i cavaliér de la Compagnìa de la Mórt, menàda del legendàre Alberto de Giüsà, en manìpol de cavaliér selesiunàcc che gh'éra züràt de protèger el sò comandànt enfìna a la mórt. Chèsti i töl de mìra con töta la sò füria l'ezèrcit del imperadùr, che ciapàt a la 'mprüìza 'l fenesarà per véser batìt. Federìco Barbarósa 'l vedarà strepà zó 'l so stendàrt, ciapà 'n ostàgio i sò soldàcc e pò a 'n quac sò parét, e a la fì 'l sò caàl el vegnarà trepasàt de na lància. Scalsàt de caàl l'imperadùr el riarà a scapà a pè e a riparàs quàze per miràcol endèl castèl de Legnà.
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8.6 Lettera averta su la koiné

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Lettera averta su la koiné
 
Trattato sulla grafia del dialetto milanese. Un metodo comune e classico per poterlo scriverlo e leggerlo da tutti. Si tratta di un compromesso necessario per tentare la diffusione ne la sopravvivenza.
 
A voeuri minga predicà o fà la part de vun che dis a i alter quell che gh’hann de fà, però dato che l’è on poo de temp che me se troeuvi in mezz a i sòlit argoment che parlen de grafia del Lombard, a vorevi dì anca mì la mia. El sia ciar che l’è domà on pont de vista, però…..ch’el pòda juttà on quaivun a bandonà ona certa intransigenza che poeu, a questa nòstra bella lengua la ghe fà domà del mal.
Se fà on gran parlà de troà ona grafia per el Lombard Occ. El problema principal che me par de individuà l’è che ona gran part de la gent che la se confronta con sta ròbba l’ha nancamò capii che «grafia » el voeur minga dì cambià la manera de parlà, ma domà la manera de scriv de moeud che tucc, poeu, a pòden vess bon de leggel. Capii sta ròbba (che l’è però importanta, anca perchè quanti vòlt a se semm sentii dì : ma numm a Còmm a disom….) cercaroo de mett giò on para de pont :
Prima de tutt a ne tocca sottolineà che gh’emm de front on gran numer de gent, de lengua mader o meno, che però hinn squas completament ignorant quand se parla de scrivel o de leggel (e chì se pò dì nient, l’è on fatt). I pòcch che proeuven a scriv in Lombard o doperen la grafia classica o ne inventen voeuna noeuva, che la pò anca vegh di pont lògich, ma che l’è minga codificada e donca a vedom ona quaivòlta di consonant doppi, ona quaivòlta nò, i vocal scrivuu ind ona manera e di alter vòlt ind on altra. Gh’è al moment domà ona ròbba ciara e che se pò minga ribatt, o ben che in sto moment chì gh’emm domà ona grafia che l’è giamò codificada, che la gh’ha ona letteradura scritta de tutt rispett e che, dessorapù, l’è anca reconossuda da l’Union Euròpea : la grafia classica (codificada e semplificada dòpo tanti ann de laorà dal Circol Filològich de Milan (che l’è minga on circol de gioeugh di bòcc, per chì le sà nò, ma on center de studi di lengh, in pee da pussee de cent ann). Donca, cambià la grafia el voeur dì : comincià de noeuv on laorà de ann de codifica (per minga esagerà) ;
vegh de insegnaghela de noeuv a tucc (anca a quei che già doperen la classica.) ; trà via tutt el còrpus letterari del Lombard dal 1500 al dì d’incoeu (ch’el sarriss anca negaghel a i noeuv generazion). Inscambi, seguttà a doperà la classica el voraria dì : vegh on seri laorà de codifica giamò faa ; vegh de insegnaghel domà a quei che le doperen nò ; dagh access anca a i noeuv e i vegg generazion a tutta la letteradura classica (che l’è minga domà el Pòrta, com’el cred quaivun). Parlemmen nò de la indiscutibil patent de nobiltà de ona lengua scrivuda in stà manera da secol.Altra scòla de penser : « ma numm chì a pòdom nò doperà la grafia classica perchè l’è strutturada per el Milanes ch’el gh’ha minga i accent che gh’emm numm ! ». Ma chì semm pròpi dree a cercà la guggia ind on pajee !! In tucc i lengh la vocalizzazion l’è differenta de loeugh a loeugh, de region a region, ma per quest a s’è minga creaa ona grafia che la gh’abbia daa i son perfett a ògni paròla.
Domandégh a on sardo e a on lombard de prononziav la paròla fuoco ; vun a ve la disarà con la O sarada e l’alter averta. Ma nonostant quest se scriv semper fuoco (e minga fuòco o fuóco). Scolté come el vocalizza on piemontes o on lombard o on calabres e poeu disìmm se prononzien i vocai a la stessa manera ; me par minga però che scriven l’italian in manera differenta ! E allora spieghèmm el perchè on quaivun el voraria ona grafia differenta da la classica domà perchè a Milan genoeugg el se prononzia con la OEU sarada e in Brianza averta (o el contrari) ? Ma l’è ona ròbba normala in tucc i lengh ! Scrivemmela OEU e poeu vun la leggiarà averta e vun sarada come el succed anca in italian. E inscì per tucc i alter vocai.
On alter esempi cont ona lengua forestera ?
Scolté come prononzien la paròla mate (compagn) on american e on australian :
sentarii allora vun a dì meit e l’alter mait. Ma minga per quest hinn andaa a cercass ona grafia noeuva ! E parlom nò di consonant :
domandé a on ingles a on american e a on scozzes de prononzià la paròla train (tren).
Scoltarii ona R che la và da on trillant compagn a l’italian del scozzes, fina a ona ròbba che la par prononziada con des gòmm american in bocca de l’american. Però anca chi me par che i trii a scriven tucc in la stessa manera, o nò ? E che dì de la Z italiana ?
Leggì rosa, Zorro e azione e disìmm se la sona minga differenta in ògni paròla. Però me par nò che l’Accademia de la Crusca l’abbia cercaa trii segn different per rappresentalla. E allora perchè numm gh’emm de cercà on caratter per ògni accent de vocal ?
L’unica ròbba che gh’emm de vegh in ment l’è che la ò la gh’ha el valor de o in italian (che la sia averta o sarada), che la o l’è ona u italiana, che la oeu l’è la eu francesa e che la u l’è la u lombarda (o la ü todesca). Poeu chissessìa el prononziarà con l’accent del sò paes. Ma da chì a andà a cercà ona manera de scriv per ògni variant…fioeu a rivom pù a cà !
Terza (e speri ultima) scòla de penser : « ma al dì d’incoeu la gent la reconoss pussee i
caratter Ö e Ü de quei de OEU e U ». Anca chì la mia rispòsta l’è, ma chi l’ha dii ?? El me pader, che l’è dialettòfon e l’italian l’ha sentii domà a scòla, el gh’ha pròpi nanca idea de come se legg ona ö o ona ü . E l’è pròpi in de la nòrma del lombard medio. Donca tòrnom al primm pont ; se gh’emm de insegnà tutt de noeuv perchè insegnà minga quaicòss che gh’ha giamò di regol e ona letteradura scrivuda in quella manera ??
Troeuvi minga di alter esempi de fà al moment, ma speri de vess staa a bon cunt ciar.
De qualsessìa manera questa chì la voeur vess ona lettera averta. Porti con mì domà l’esperienza de vun ch’el Lombar Occ. se l’è imparaa dal nient (anca perchè tucc e duu i me gent hinn de la Val Camonega e m’hann semper parlaa in Lombard Or.) e che, a differenza de tanti alter lombard a sta lengua a ghe tegn tantissim e per sto motiv chì proeuvi a doperalla in qualsessìa occasion.
Per conclud metti insema a l’articol el test del reconossiment ch’el Consili d’Euròpa el gh’ha giamò daa al Meneghin. Fioeu cominciom de chì che semm giamò a bon pont.
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8.7 Il dialetto legnanese, tra ricordi ed ironia

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Il dialetto legnanese, tra ricordi ed ironia
 
Da "O mi paes" a "Ul bicer da vin", una serata colma di passato e di presente, raccontati attraverso il dialetto legnanese. L'iniziativa, inserita all'interno della rassegna "Me Car Legnan" e svoltasi al Welcome Hotel in via Grigna, ha riscosso enorme successo. A trent'anni dalla sua scomparsa, si è voluto ricordare un sanvittorese doc, Antonio Barlocco, uno dei fondatori de "I Legnanesi". «Siamo qui per non dimenticare, ma anche per imparare - ha introdotto Giuseppe Calini -. Con tutta questa confusione di cultura che sta arrivando da tante parti, io non voglio mica dimenticare il "cifun" o il "burdigliun" di mio nonno. E mi piacerebbe che lo ricordino e lo imparino anche i miei figli e i nostri giovani».
 
A condurre la "lezione di dialetto" lo storico Giacomo Agrati: «Bisogna ascoltare le poesie non necessariamente con uno sguardo rivolto al passato, perchè possiamo trovare brani anche moderni e contemporanei». In tema con la serata, Agrati ha mostrato ai presenti (circa un centinaio) due pigotte raffiguranti la Teresa e il Giovanni, spiegando che è proprio da San Vittore Olona che l'Unicef ha preso spunto per la realizzazione delle bambole di pezza, ora in circolazione in tutto il mondo.
 
Norma Bombelli, sanvittorese ora residente a Varese, è una poetessa di rilievo nazionale: «Lo scrivere era ed è il mio "riposo", la mia riflessione, la mia meditazione», così si presenta Bombelli. Tra le sue letture, due lettere dirette alla Teresa, scritte a distanza di 20 anni l'una dall'altra.
 
Accanto a lei il compaesano Dino Meda, autore di poesie scritte dopo un'attenta lettura di fatti quotidiani, ha riportato alla memoria le tradizioni e le caratteristiche della San Vittore degli anni '50, dal tram alle molteplici feste di paese. «Allora i nostri pensieri corrono indietro cercando il tempo della gioventù, ma a noi sembra ancora ieri e invece è già domani», ha concluso così la lettura di "O mi Paes". Riflessioni di grande attualità, contornate da un pizzico di ironia, anche con "Il tempo delle pastiglie".
 
Dorino Vignati, nato a Canegrate, ha fatto sorridere tutti con "Ul bicer da vin", paesia ironica sul tema della solitudine, e "Il mi non e mi can", in ricordo del nonno e del cane, a cui secondo lui mancava la parola ma che proprio per questo per il nonno «era meglio di altri cani».
 
Ad accompagnare le letture delle poesie, brani musicali eseguiti da Barbapedana.
 
Di seguito la lettera di una mamma al figlio carabiniere, letta da Meda e molto apprezzata da tutti:
 
«Caro figlio, ti scrivo queste poche righe, perchè tu sappia che ti ho scritto. Se ricevi questa lettera vuol dire che è arrivata. Se non la ricevi fammelo sapere, così te la rimando. Scrivo lentamente, so che tu non sai leggere in fretta. Qualche tempo fa tuo padre ha letto sul giornale che la maggior parte degli incidenti capitano entro un raggio di un chilometro dal luogo di abitazione, così abbiamo deciso di traslocare un po' più lontano. La nuova casa è meravigliosa, c'è anche una lavatrice, ma non sono sicuro che funzioni. Proprio ieri ci ho messo dentro il bucato, poi ho tirato l'acqua e il bucato è sparito completamente. Il tempo qui non è troppo brutto: la settimana scorsa ha piovuto due volte, la prima volta per tre giorni e la seconda per 40.  Ti voglio anche informare che tuo padre ha un nuovo lavoro: adesso ha almeno 600 persone sotto di sè, infatti taglia l'erba al cimitero. A proposito della giacca che mi avevi chiesto, tuo zio Giovanni mi ha detto che spedirtela coi bottoni sarebbe stato molto caro per via del peso dei bottoni, allora te li ho staccati. Se pensi di riattaccarli, te li ho messi tutti nella tasca interna. Tuo fratello Gianni ha fatto una grossa sciocchezza con la macchina, è sceso chiudendo di scatto la portiera lasciando dentro le chiavi. Allora è dovuto rientrare a casa a prendere il secondo mazzo e così anche noi siamo potuti scendere dalla macchina. Se vedi Luisa, salutala da parte mia, se non la vedi non dirle niente. Adesso ti saluto perchè devo andare in ospedale, tua sorella sta per dare alla luce un bambino. Non so ancora se sarà un bambino o una bambina, perciò non so dirti se sarai zio o zia. Un forte abbraccio dalla tua mamma che ti vuole tanto bene.
 
P.S. Volevo metterti anche un po' di soldi, ma avevo già chiuso la busta.
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