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1.3 Chiese
 
Contents
4.1 Varie di Legnano storica
4.2 Case in Legnano antica
4.3 Chiesa di Sant'Ambrogio
4.4 La basilica di San Magno
4.5 Chiesa della Madonnina
4.6 Chiese Campestri
4.7 Chiese ed oratori trecenteschi
4.8 Antiche cascine del Borgo
4.9 Il palazzetto Corio
4.10 Chiesa di Sant Ambrogio in Legnano
4.11 Legnano e i suoi monumenti
4.12 In pensione la "Biloria" con l'ultimo vetturale
4.13 Nel 1850 a Legnano c'erano 2 ricevitorie postali
4.14 Breve guida alla visita delle sale Archeologiche del Museo
4.15 Chiese ed oratori trecenteschi
4.16 Chiesa di San Bernardino
4.17 La chiesetta di San Bernardino da un vecchio articolo.
4.18 Chiesa Madonnina
 
 
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4.1 Varie di Legnano storica

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Le sette campane di San Domenico
 
Un'immagine, che risale agli anni Venti, ritrae le sette campane della chiesa di S.Domenico con un gruppo di fabbriceri della stessa parrocchia nel momento in cui i bronzi vennero collaudati: I vecchi legnanesi, forse, dalla ingiallita fotografia riuscirebbero a identificare qualcuno dei personaggi in doppiopetto, collo inamidato e farfalla, intervenuti per solennizzare lo storico momento .Evidentemente oltre ai fabbriceri vi erano anche i benefattori e coloro che contribuirono in modo decisivo a realizzare il concerto campanario che e' stato issato sul campanile 16 anni dopo la consacrazione della chiesa. Di qualcuno abbiamo potuto fare l'identikit: l'allora parroco don Emanuele Cattaneo, mons. Angelo Nasoni intervenuto in veste di collaudatore in quanto presidente della Commissione per la Musica Sacra e i titolari, fratelli Ottolina, della fonderia di Seregno, alla quale erano state commissionate le sette campane:
Nell'archivio parrocchiale di San Domenico e' ancora conservato il contratto di fornitura dal quale abbiamo rilevato qualche dato. "Dovranno essere consegnate entro il 15 luglio 1925 per un prezzo convenuto complessivamente in lire 130.850". Si specificava anche le caratteristiche delle sette campane: " in la di 870 vibrazioni semplici " nonche' il peso ed il diametro di ciascun sacro bronzo.
Il diametro della campana maggiore era di metri 1,685 ed il peso totale Kg.9580.
Al momento dell'ordinazione la parrocchia in cassa, disponibili allo scopo, aveva soltanto dodici mila lire circa. Non restava che fare appello alla generosita' dei legnanesi e si apri' allora una sottoscrizione pubblica.
Quando il 22 settembre 1924 ( con un largo anticipo quindi sul termine fissato per la fornitura) si era ancora lontani dalla cifra del costo totale, oltre al parroco, si rese garante del saldo entro un termine ragionevole anche l'allora prevosto di San Magno mons: Domenico Gianni:
Tre o quattro giorni dopo la data del collaudo le sette campane di S, Domenico erano gia' al loro posto a diffondere quei rintocchi che ancor oggi scandiscono il tempo per gli abitanti del rione, una parte del quale conserva ancora il vincolo di " centro storico".
La chiesa di S. Domenico sorge infatti lungo il corso Garibaldi in parte ancora pavimentato con gli antichi lastroni di porfido.
Fu edificata in sostituzione dell'antico oratorio del Salvatore.
I lavori iniziarono il 16 aprile 1900 su progetto dell'architetto sac: Enrico Locatelli.
Lo stile del tempio e' orietantaleggiante. Notevole la facciata in marmo di Carrara dovuta all'arch. Magistrelli e rimaneggiata successivamente rispetto alla fattura originaria .
La chiesa, terminata nel novembre del 1904, fu eretta a parrocchia con decreto del cardinale Andrea Ferrari in data 3 gennaio 1907 e consacrata dallo stesso il 30 marzo dell'anno successivo:
E' a croce latina a tre navate e all'interno sono conservati, d degni di rilievo, candelabri in bronzo nonche' una lampada bizantina opera del celebre Pogliaghi e due maestosi pulpiti con cariatidi scolpite da un artista alsaziano. Il campanile svetta oltre la cupola ottagonale e conserva una grazia rinascimentale. Il suo stile e' diverso da quello della chiesa e lo stesso rivestimento di prevalente color roseo, si discosta dal resto della decorazione del tempio.
 
Legnano di ieri Legnano di oggi.
 
Una lenta metamorfosi, una lunga evoluzione nei tempi che l'incedere della storia ha portato fino a noi.
Per compiere uno sguardo retrospettivo iniziero' da dove la storia confina con la leggenda quasi stemperandosi in sfumature non sempre percettibili, per poi approdare a tempi piu' vicini, cioe' al periodo in cui Legnano aveva già' assunto una sua precisa fisionomia come grosso borgo agricolo e andava mutando quindi gradualmente il suo volto con il passaggio quasi frenetico dall'economia rurale ad un'economia mista. Bastarono poi cinque lustri per scalzare da Legnano, divenuta ormai città', anche gli ultimi nuclei di una tradizione che nel concetto delle nuove generazioni era divenuta anacronistica. E' l'immenso libro della storia cittadina col voltar di una pagina mi fa entrare nell'era industriale. Il ritmo si fa quasi frenetico, seguendo un'evoluzione di dinamica ascesa. Ed ecco che l'operoso popolo della città' del Carroccio si trova ad essere protagonista di avvenimenti che parlano ormai soltanto di conquiste tecnologiche di una civiltà' del futuro, che riempiono di stupore ma anche di orgoglio.
E proprio nella fase di passaggio graduale ma rapido da un tipo di economia all'altro, nel momento cioé in cui la città acquista coscienza del suo destino di grande comunità che ha trovato nell'industria la sua vera vocazione con la prospettiva di progresso e di sviluppo, Legnano cambia volto. E' fatale che con i tempi, con l'avvento di nuove e diverse fonti di lavoro, rispetto a quelle che gli abitanti della Legnano ottocentesca erano o abituati a considerare, inizi una trasformazione urbanistica pari da imporre novità che soltanto qualche anno prima sarebbero addirittura sembrate foglie ci sono angoli, interi isolati, strade, piazze, agglomerati urbani che un tempo apparivano intangibili in centro e alla periferia e che oggi sono irriconoscibili. I vecchi legnanesi quegli angoli, certe case caratteristiche, luoghi legati alla storia o a particolari eventi cittadini, anche se ora non ci sono più, li hanno impressi nella memoria perché componenti della loro stessa vita.
Ho voluto dunque fermare il tempo per fissare le immagini più caratteristiche prima che fossero distrutte, sciupate o disperse.
L'idea era venuta una sera tra amici, alla Famiglia Legnanese durante la prima fase della raccolta delle immagini della vecchia Legnano, condotta con la collaborazione del quindicinale "30 Giorni nel Legnanese". L'iniziativa si concretizzò nel marzo del 1972 con una mostra delle immagini della vecchia Legnano allestita nella sede del benemerito sodalizio cittadino. Alla rassegna ne seguì una seconda, l'anno successivo, con un'altra parte del materiale raccolto con costanza e con ricerche spesso rese difficili da varie circostanze. Con la collaborazione di molti, mi è stato comunque possibile mettere insieme numerose immagini, documenti autentici, testimonianze di una Legnano scomparsa o in procinto di essere cancellata dalle inarrestabili trasformazioni che nuove esigenze e diverse realtà al passo coi tempi hanno imposto.
Il successo che aveva avuto la mostra alla Famiglia Legnanese (la seconda parte della rassegna era stata inaugurata alla presenza del Senatore prof. Giovanni Spadolini, presidente della Commissione Istruzione Pubblica e Belle Arti) aveva dimostrato la validità dell'iniziativa.
Dalla mostra di gigantografie ad un volume che le raccogliesse tutte a mo' di racconto fotografico della storia della Legnano operosa e artistica del Medio Evo agli albori del Novecento, il passo è stato breve. Pur non trascurando la Legnano più remota, la maggior parte delle immagini è accentrata del periodo che sta a cavaliere tra le due economie, cioè dal vecchio borgo pervenuto al bon industriale, pronto per inserirsi nel più vasto consesso economico nazionale, con una funzione di protagonista.
Quello che Legnano ha poi saputo dare alla provincia, alla regione, alla nazione, appartiene alla nostra epoca e può costituire solo un elemento di riflessione, una pietra di paragone che si proietta nel passato, confrontando appunto le immagini della Legnano ormai scomparsa alla nostra vista, con quelle che ancora oggi sono familiari.
Fotografie ingiallite dal tempo, scorci paesaggistici urbani o di edifici monumentali che non esistono più, vecchie incisioni, schizzi ed opere finite di qualche pittore legnanese defunto   o contemporaneo, oppure il frutto della certosina pazienza e delle passione di un grande concittadino scomparso, l'ing. Guido Sutermeister (unico ed irripetibile cultore della storia e arte locale), tutto questo materiale, dicevo, ho voluto restituirlo ai legnanesi, quasi come un omaggio di un cittadino adottivo di questa nobile terra.
Proprio i legnanesi, prima di tutti sapranno apprezzare questa raccolta di immagini completate da un testo illustrativo, che lungi dal voler essere un lamento del passato, documenta l'evoluzione ed i cambiamenti che Legnano ha subito in tanti anni di storia.
 
Dal Fascismo alla liberazione
 
Il conflitto mondiale del 1915-18 segnò per l'economia legnanese una battuta di arresto, tuttavia l'industria tessile e quella meccanica riesce a mantenersi sulle posizioni raggiunte. Il dopoguerra segna per Legnano un nuovo processo di sviluppo e di incremento che prosegue nel tormentato periodo della retorica fascista.
Alla famosa marcia su Roma Legnano invia suoi rappresentanti e le organizzazioni fasciste trovano nella Legnano già formata con un suo avvenire industriale un facile terreno di infiltrazione.
Nascono i manipoli "Numa Negrini" che diventeranno Renato Calzone, Daniele Martinelli, Dino Piochi. I tentativi di opposizione, che restarono anche dopo l'avvento del Fascismo al potere vengono repressi in modo duro dall'allora federale Rino Parenti. Vi fu più di un arresto e vari legnanesi vennero inviati al confino politico.
Intanto mentre viene dato il massimo impulso alle industrie, specie alle tessili, vengono realizzate le "opere del regime" tendenti a consolidare sempre più il potere, mirando a far colpo sul popolo.
In questo periodo sorge la colonia elioterapica, la "Casa del Balilla" di via Milano iniziata nell'ottobre del 1933 e la "Casa del Fascio (l'attuale palazzo Italia di fronte al Municipio ) che venne realizzata nel 1930,il poligono di tiro in fondo a viale Cadorna, (inaugurato nel 1934 ). Il 4 Ottobre 1934 Mussolini viene in visita a Legnano ed inaugura anche alcuni nuovi reparti in due stabilimenti della citta'. L'anno successivo per la prima volta si ricorda, con il carosello storico ed il Palio, l'antica battaglia del 1176.
Mentre la citta' del Carroccio era nel pieno della sua attivita' di sviluppo industriale, la seconda guerra mondiale arriva a far segnare una nuova battuta d'arresto, seminando terrore e lutti. I legnanesi si distinguono nella difesa della Patria, come gia' avevano fatto in occasione della prima guerra mondiale. Durante il conflitto del 1915-18 la citta' ebbe in Aurelio Robino una medaglia  d'oro e nella seconda guerra mondiale due furono le medaglie d'oro: Carlo Borsani e Raoul Achilli.
Non appena in tutta Italia cominciano a sorgere i primi movimenti di liberazione partigiana, Legnano fa eco fin dall'ottobre 1943 con azioni organizzate da parte delle formazioni partigiane. Nelle fabbriche, con scioperi e con la resistenza passiva, i lavoratori appoggiano le azioni di guerra partigiane che mirano a liberare la nazione dal dominio nazifascista. Alla lotta partigiana Legnano diede un contributo di vite e di sacrifici particolarmente significativi: 57 morti e 123 feriti.  Due medaglie d'oro al merito partigiano sono state conferite a cittadini legnanesi, una alla memoria del caduto Mauro Venegoni  e l'altra a Candido Poli, uno degli campati del lager nazista di Mathausen.
Momenti di particolare drammaticita' si ebbero nel dicembre del 1943 con gli scioperi e le manifestazioni contro il proseguimento della guerra e di non collaborazione coi tedeschi trasformatisi ormai di fatto in truppe di occupazione. Gli scioperi furono piu' massicci alla Franco Tosi: Il 5 Gennaio 1944 le SS tedesche, al comando dello spietato generale Zimmerman, compiono una azione di rappresaglia proprio alla Franco Tosi. Vengono arrestati 92 lavoratori. Caricati su carri ferroviari vengono deportati nei campi di sterminio: Di essi, 7 persero la vita nei lager nazisti: Pericle Cima, Alberto Giuliani, Carlo Grassi, Antonio Vitali, Francesco Orsini, Angelo Sant'Ambrogio ed Ernesto Venegoni .Tra coloro che finirono nei campi nazisti vi fu anche lo studente univesitario Gianni Moro nato nel 1922 e morto nel lager di Ebensee(Austria) nel gennaio 1945.
Per non aver voluto militare nelle file dell'esercito fascista repubblicano veniva consegnato ai tedeschi che lo prelevarono dal carcere di S.Vittore il 3 marzo 1944 per deportarlo in Austria.
L'insurrezione armata dei partigiani legnanesi, alla quale presero parte le formazioni 101 e 182 della brigata "Garibaldi "nonche' la divisione "Alfredo di Dio2 della brigata" Carroccio", si ebbe la sera del 24 aprile 1945.
L'azione comincia con l'attacco ad un comando tedesco di zona ubicato tra Parabiago e Canegrate nell'intento, riuscito, di distruggere la stazione   radio per interrompere i collegamenti. L'operazione era concordata con altre forze partigiane e nello  stesso istante viene attaccata la caserma di viale Cadorna che era presidiata dai tedeschi. I combattimenti si protraggono fino al pomeriggio dl giorno successivo, allorche' gli ultimi tedeschi che si erano rifugiati in un edificio di via Milano vengono eliminati con l'appoggio di forze popolari della citta'. Il 26 aprile da Milano puntano su Legnano due colonne corazzate; una tedesca ed una fascista mentre dalla zona di Magenta reparti della colonna tedesca Stam, incalzati  da altre formazioni partigiane, convergono per collegarsi con i reparti corazzati.
Il C.N.L di Legnano organizza immediatamente la difesa della citta' riunendo le forze partigiane coadiuvate da un forte contingente di lavoratori delle fabbriche cittadine. Da Gallarate e da Busto Arsizio altre formazioni vengono a dar man forte. Dopo duri scontri lungo l'autostrada, il "Sempione" e verso Busto Garolfo, i nazifascisti si ritirano verso Milano e verso il confine della Svizzera.
Al mattino del 27 aprile Legnano puo' considerarsi totalmente libera.
Diciassette erano stati i morti e venti i feriti di quelle tragiche ore che segnarono la riconquista della liberta' anche nella citta' del Carroccio ,come si era fatto seguendo un medesimo spirito ,sia pur con altri ideali, nel maggio del 1176.
All'opera di ricostruzione del Paese martoriato dalla guerra e tormentato dal drammatico periodo seguitone, Legnano partecipa con entusiasmo ed impegno, avendo come obiettivo la ricostituzione del patrimonio collettivo, per ridare alla citta' quella pace operosa che gia' aveva caratterizzato gli anni dell'inizio secolo.
Questo considerevole contributo di dedizione e di attivita' eroica
per la difesa della liberta', della Patria e della dignita' umana ,
generosamente offerto da Legnano, con sacrificio anche di numerose
vite umane, attende un doveroso riconoscimento ufficiale: almeno una medaglia d'argento da appuntare sul glorioso gonfalone della citta' del Carroccio.
 
L'era industriale E le trasformazioni Negli ultimi due secoli
 
   Pur avendo Legnano un'economia prevalentemente agricola,
gia' tra il Seicento ed il Settecento si potevano annoverare alcune
filande con caratteristiche di artigianato domestico che poi assunsero
un'impronta sempre piu' marcata, creando le premesse per la trasformazione dell'operoso agglomerato urbano fino a farlo evolvere da borgo agricolo a centro industriale. E la storia di Legnano negli ultimi due secoli e' strettamente legata proprio a quell'attivita' ndustriale che ne ha fatto la fortuna.
   Abbiamo appena scritto delle prime attivita' produttive alle quali si dedicavano gli antichi progenitori delle citta' del Carroccio,
dei suoi mulini, delle trasformazioni di prodotti dei campi da avviare direttamente al commercio. Furono i primi tentativi per imbastire una economia dinamica ed operosa che dara' frutti concreti nella prima meta' dell'Ottocento.
   Proprio per la preminente importanza che ha avuto l'industria nello sviluppo di Legnano dall'inizio del XIX secolo, abbiamo voluto concludere questa carrellata sulla sua storia, soffermandoci piu' compiutamente sull'Era Industriale .
   I dati e le fonti d'informazione sono stati in parte desunti dal "Panorama storico dell'Alto Milanese -volume II", edito nel 1971 dal Rotary Club Busto-Gallarate-Legnano, ed in parte attinti direttamente dagli atti e dai rapporti ufficiali conservati nell'archivio del Comune.
   Se in epoca napoleonica si potevano annoverare nel borgo
di Legnano fiorenti attivita' manifatturiere a carattere famigliare specializzate nella filatura, nella tessitura a mano, nella tintoria con vegetali, nella conceria e nei pellami dipinti, dobbiamo invece attendere fino all'inizio dell'Ottocento per vedere delinearsi le prime iniziative di industria vera e propria.
   Il fiume Olona, che gia' aveva dato energia idraulica per il funzionamento dei numerosi mulini, servi' egregiamente anche alle nascenti attivita' industriali tessili, offrendo possibilita' di derivazioni per il candeggio e la tintoria: l'acqua dell'Olona servì anche ad azionare le macchine.
   Ma entriamo nell'epoca pionieristica industriale, limitando le nostre osservazioni e citazioni delle aziende e dei capitani d'industria fino al 1910 . Dopo tale anno infatti, sarebbe troppo lunga l'elencazione ed oltre tutto usciremmo dal tema prefissatoci in questa opera
la vecchia Legnano.
   L'anno di nascita dell'industria legnanese e' il1821. Lo svizzero Carlo Martin impianta il primo stabilimento per la filatura del cotone che passera' nel 1845 alla ditta Saverio Amman & C. Nel 1863 aveva gia' una potenza installata di 500 cavalli-vapore, 5000 fusi e 40 telai ed era in grado di produrre annualmente 1700 quintali di filati greggi.
   Ben duecento persone trovarono lavoro in questo primo cotonificio.
Nel 1824 Eraldo Krumm impianto' il secondo stabilimento di filatura nel punto ove si trova oggi la Tintoria Mottana ,lungo
Corso Sempione.
Anche questo opificio, come il precedente, traeva forza motrice dall'Olona mediante grandi ruote idrauliche. La terza filatura arrivo' nel 1828 ad opera dei Signori Borgomaneri, Bazzoni e sperati.
E da questo piccolo stabilimento tessile nacque poi, con uno dei piu' rappresentativi capitani d'industria ,Costanzo Cantoni, il primo nucleo del grande cotonificio che oggi costituisce uno dei maggiori complessi tessili italiani e addirittura europei. Costanzo Cantoni gia' da otto anni aveva impiantato a Gallarate una filanda e contando sulla manodopera reperibile in questa zona, apri' uno stabilimento anche a Legnano.
Gia' nel 1862 il Cotonificio Cantoni aveva circa trecento operai.
   Dieci anni dopo l'apertura dell'azienda poi passata a Cantoni, un quarto cotonificio venne ad assorbire altra manodopera in questa plaga: e' la Andrea Krumm & C. destinata anch'essa a svilupparsi rapidamente: Un quinto stabilimento di filatura di cotone si aggiunge agli altri nel 1842 ad opera del dottor Renato Travelli .
   Bastarono questi cinque stabilimenti per rivoluzionare la vita del borgo rurale, mutando abitudini e indirizzo sociale. Gli agricoltori abbandonano i campi per cercare lavoro nelle filande (anche se la manodopera femminile, piu' congeniale per le lavorazioni tessili, era preferita); sorgono qua e la' laboratori casalinghi ai quali le grandi industrie forniscono il greggio ritirando poi le "pezze" finite; si creano officine meccaniche ed altri piccoli complessi sussidiari ai cotonifici.
   Nel 1857 abbiamo gia' una Legnano centro manifatturiero, come conferma il manoscritto "Elenco degli stabilimenti, di industrie e di commercio in Legnano", conservato nell'archivio del Comune.
Ecco le cifre: 24 imprese industriali di cui 6 filature di cotone, 5 filande di seta, 3 confezione pelli, altrettante fornaci e tintorie, 1 fabbrica di organi, 1 fabbrica di saponi e candele.
Su una popolazione che assommava in quell'anno a 1671 abitanti, gli addetti alle industrie erano il 29% della popolazione, cioè 1855 unità (371 uomini, 582 donne; 294 ragazzi e 608 ragazze).
A differenza della vicina Busto Arsizio, dove l'industria inizialmente era tenuta a livelli piccoli e medi, a Legnano le aziende assunsero subito una macrostruttura, con l'impiego di un rilevante numero di dipendenti.
Lungo l'asse dell'Olona, sulla destra e sulla sinistra, altre industrie tessili venivano impiantate tra la seconda metà dell'Ottocento e il primo Novecento. E' la volta del Cantonificio Dell'Acqua nel 1871 per iniziativa dei fratelli Francesco e Faustino Dell'Acqua, che nel 1910 impiegava quasi 500 operai con circa 520 telai meccanici, azionati da energia elettrica. Un anno dopo la fondazione del Dell'Acqua ecco un nuovo colosso tessile ad opera di Antonio Bernocchi che aveva già avviato alla Gabinella una piccola industria di candeggio. In questo periodo abbiamo anche il primo esempio di concentrazione industriale nella zona rappresentato dalla serie di stabilimenti facenti capo alla Stamperia Italiana Ernesto De Angeli, che si specializza nella filatura e tessitura del cotone, opifici che hanno sede oltre che a Legnano alla Maddalena di Milano e in altre località. L'azienda venne fondata nel 1879 dai fratelli Enea e Febo, figli del dottor Saule Banfi, fervente patriota. Questo nuovo colosso tessile, che poi diverrà cotonificio De Angeli Frua, ha come data di nascita il 1875.
Sempre per restare nel settore tessile venne fondata nel 1903 la Manifattura di Legnano dagli stessi fratelli Banfi insieme a Mariano Delle Piane e al cav. Giuseppe Frua. Ecco perchè possiamo vedere gli edifici ancora rimasti nel cuore della città aventi lo stesso stile, mirabili esempi di architettura industriale veramente indovinata.
La Manifattura di Legnano destinata a divenire terza industria locale in ordine di importanza (attualmente infatti occupa oltre 900 dipendenti) aveva fatto delineare la vocazione di grande complesso tessile di rilevanza nazionale già nel primo decennio di attività. Il censimento industriale del 1911 ce ne fornisce questi dati: 755 operaie, 63500 fusi meccanici impiegati nella filatura di cotone mako, 1100 Kw di energia elettrica assorbiti dal macchinario.
Con il Cotonificio Cantoni, il quale si è mantenuto negli anni in tutta la sua solidità, con un ammirevole equilibrio di conduzione e di sviluppo, assurgendo ad importanza mondiale, la Manifattura di Legnano ha saputo reggere egregiamente alle varie crisi del settore tessile, compresa la più recente, particolarmente dura.
Questi cospicui complessi tessili agli albori del Secolo avevano esercitato una notevole forza di propulsione, favorendo il sorgere di industrie minori.
Nel 1900 viene costituita la società in accomandita per azioni Fabio Vignati & C. con due stabilimenti, uno a Legnano e uno a Villa Cortese e nasce anche la tessitura di cotone Ettore Agosti.
Per lavorare tessuti di cotone tinti e candeggiati Giulio Giulini e Roberto Ratti fondano nel 1905 la società che da loro prende il nome.
Tre anni dopo si costituisce la società in accomandita per azioni E.Mottana & C. di candeggio e tintoria che rileva la piccola azienda di Giuseppe Bernocchi alla Gabinella.
Attorno a queste maggiori unità dell'industria cotoniera fioriscono altre aziende minori, come la Ratti, Rizzi & C. (poi Porri e Ronchi), la Giovanni De Giorgi, la Fratelli Gadda & C., la Giovanni Legnani, Dante D'Anielli e Donato Miglio.
L'acqua dell'Olona non basta piu' e si attinge il necessario alle industrie tessili dalla falda sottostante mediante pozzi artesiani.
Il fiume viene degradato ad una funzione di collettore per gli scarichi dei residui di lavorazione degli opifici. La sua morte, almeno come fiume, e' ormai inesorabilmente decretata.
Favorita dalla posizione in cui si trovava la cittadina, con l'asse  di traffico della statale del Sempione, con l'avvento delle ferrovie dello Stato e della Nord e poi dell'Autostrada laghi, a prima del mondo, l'industria raggiunge il suo massimo impulso verso la fine del secolo e nei primi anni del Novecento. Accanto all'industria tessile si sviluppa quella meccanica ed altri settori ancora vengono rappresentati .
Luigi Krumm, nel 1874,in collaborazione con Eugenio Cantoni, impianta a Legnano una fabbrica di telai meccanici. Nel 1879 entra nella societa' l'ing. Franco Tosi, allora ventiseienne e la ditta sii trasforma in Officina Franco Tosi & C. con una sezione specializzata nella costruzione di motrici a vapore. Dopo dieci anni l'officina aveva gia' 650 operai: si delinea cosi' un nuovo complesso destinato a dominare il mercato italiano e mondiale .
Come gia' era avvenuto per le industrie tessili, la Franco Tosi fa da richiamo per altre aziende del settore. Le officine meccaniche fratelli Bombaglio da Marnate in Val d'Olona, si trasferiscono a Legnano nel 1886.Da cinque anni Andrea Pensotti, capo reparto della Tosi, si era messo in proprio con  una fonderia alla quale aggiunse poi un'officina meccanica sempre nei pressi di Piazza del Monumento. Lo stabilimento, che si trasferisce poi in via Firenze specializzandosi nella produzione di caldaie,esportate oggi in tutto il mondo, diverra' il quarto complesso legnanese di importanza.
Il chimico dott. Carlo Rossi nel 1907 fonda le Officine Elettrochimiche Rossi, producendo clorato di potassio, acido nitrico ed una lega metallica : l'elianite. Sorgono anche le officine Gianazza(1882), La Mario Pensotti(1881) e la Ing:Giampiero Clerici, divenuta poi Industrie Elettriche di Legnano, un quinto colosso ,oggi, tra le aziende locali. che La motorizzazione che gia' comincia ad espandersi vede a Legnano due aziende impiantate allo scopo proprio di costruire automobili, motori per autotrazioni e addirittura aeroplani. Sono la FIAL (Fabbrica  Italiana Automobili da Legnano ), fondata nel 1902  dall'intraprendente Guglielmo Ghioldi, e nel 1907 nacque la "Wolsit", Officine Legnanesi Automobili. Dopo la crisi dell'industria automobilistica la "Wolsit" che diverra' poi Soc. Emilio Bozzi, si dedico' alla produzione di velocipedi e motocicli. Le prestigiose biciclette "Legnano-Wolsit", con la casa verde oliva, raccolsero centinaia di vittorie in campionati italiani e del mondo .La fabbrica dopo 64 anni di attivita' chiuse i battenti nell'ottobre del 1971.
La necessita' di rendere le industrie locali autosufficienti anche per materie prime, prodotti accessori e collaterali, crea decine e decine di altre aziende con svariate produzioni. Abbiamo cosi, oltre a quelle gia' ricordate ,le Officine A.Fontana, macchine per tessitura (1908), il saponificio Agosti e fabbrica di candele (1858),la conceria di pelli Pietro Rosa (1881),le Industrie Grafiche Proverbio(1887), la Societa' del ghiaccio artificiale e la Societa' del gas.
Quest'ultima fondata nel 1879,inizio' il servizio di distribuzione il 1° maggio 1880.Infine altre industrie sempre sorte tra la fine dell'Ottocento e il 1910 che citeremo solo nominativamente: Fonderia Marcati e Tricavelli, Fonderia Ferdinando Raimondi, Officine Venusto Rossi, Geronzio Rabuffetti, Rodolfo Raimondi, Massimo Vedani, Fratelli Mutti, Pietro Furrer, Fonderia Lamperti&Gornati, Rubinetteria Uecher & Curti, Idraulica Eugenio Gianazza, Aziende tipografiche: Emilio Garancini, Natale Marini, Arti Grafiche Legnanesi e Carlo Guidi: Carpenteria Angelo Testa, Saponificio Angelo Aspes poi Angelo Bollina, Fabbrica Legnanese Colla e Saponi, Fratelli Fasola(frutta e fiori artificiali) ,Carpenteria Paolo Citttera, e, nel settore legno, Gaetano Adamoli ed Eredi Clerici Ciprandi & Figli (carri e carretti); Frattini & Piscia (calzature a macchina), nell'industria edilizia Giovanni Borsani ,Carlo Pastori, Gerolamo Calini e Romeo Filetti; nell'industria dei trasporti Cristoforo Borsani, Natale Schiatti e Fratelli Scandroglio.
Con lo sviluppo industriale sorse la necessita' della creazione della assistenza finanziaria in grado di seguire il continuo progresso. Il problema, largamente sentito, fu affrontato e risolto nell'ambito degli stessi legnanesi. Fu un prestinaio di Legnano, Gaetano Muttoni, che nel 1887 costitui' la Banca di Legnano con un capitale azionario di 300 mila lire diviso in azioni da 200 lire, frazionate tra 118 sottoscrittori. Le prime operazioni vennero svolte in una modesta sede di via Palestro. L'iniziativa fu subito sviluppata dal barone Cantoni nominato ben presto presidente onorario. Nel 1898 l'istituto di credito trasporto' i suoi uffici nel nuovo palazzo allo scopo costruito in via Franco Tosi. Il capitale sociale venne portato a un milione e mezzo in azioni da L.100 dall'assemblea dei soci, tenuta il 1° Novembre 1905.Nel 1906 la banca comincio' la sua espansione territoriale, aprendo una prima agenzia a Parabiago, due anni dopo un'altra a Castellanza e nel 1910 una terza a S.Vittore Olona. In quegli anni la Banca di  Legnano aveva gia' un patrimonio proprio di quasi due milioni e mezzo tra capitale e riserve.
Attualmente la Banca di Legnano ha capitale e riserve per oltre quattro miliardi di lire, una massa fiduciaria che supera i cento miliardi, ed una organizzazione territoriale sviluppata in 27 filiali, nove tesorerie e due esattorie. Nei primi anni del ventesimo secolo esisteva a Legnano oltre ad una succursale della Banca di Credito Provinciale, anche una filiale della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde.
A completare il settore bancario della cittadina in pieno sviluppo, verra' nel 1923 un altro istituto locale, il Credito Legnanese che ebbe come primo presidente il cavaliere del lavoro Francesco Bonecchi, titolare di una omonima tintoria .Oggi questo istituto bancario, con capitale sociale e riserve ammontanti ad oltre un miliardo e mezzo di lire, conta trenta filiali.
Specie le due banche locali seppero sviluppare in quegli anni di grande fervore realizzativo, un proficuo programma di appoggio e finanziamento delle forze produttive locali piccole e medie.
Nel primo censimento industriale del 1911 il numero delle aziende legnanesi era salito a 2o5 con 1o.6oo operai addetti. Rileviamo una curiosita': in quello stesso censimento risultavano in attivita' ancora quindici motori azionati con forza idraulica (cinque per tessitura e gli altri per i mulini) e nove macchine a vapore I motori elettrici, statisticamente rilevabili, erano cinquecento.
Per una singolare coincidenza, ad un secolo esatto dall'anno di nascita dell'industria locale, si senti' la necessita' di costituire una Federazione degli Industriali Legnanesi. Nel 1921,infatti,sorse la organizzazione che riuni' gli imprenditori dell'industria ed ebbe sede in via Alberto da Giussano. Venne nominato presidente il comm. Fabio Vignati, da considerarsi quindi pioniere di un movimento associativo autonomo dal momento che gli imprenditori del luogo in precedenza facevano capo alla Federazione Industriali Alto Milanese. Ma questo primo organismo territoriale ebbe vita breve in quanto il mutato clima politico port0' alla legge fascista del 3 Aprile 1926 che aboliva le " unioni locali miste" come, tante altre liberta' associative, per conformarle alo schema fisso della giurisdizione provinciale.
si rifece sentire tra gli industriali legnanesi la tendenza  riunirsi in libera associazione appena cambiarono le condizioni politiche e nella zona riprese il vigore economico che aveva improntato il periodo pioneristico.
Cosi' il 4 maggio 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra, si costitui' un Comitato Industriale provvisorio presieduto dal cav: uff: Mario Pensotti con l'ing. Aldo Palamidese a rappresentare la piccola industria. Da tale Comitato scaturì l'Associazione Legnanese dell'Industria il cui atto costitutivo reca la data del 13 luglio 1945.
Primo presidente fu il cav. Pier Luigi Ratti il quale trovo' la preziosa collaborazione di un direttore, il dott. Manlio Bucci, che con la sua esperienza e non comune intelligenza, seppe creare le premesse per assicurare alla rinnovata associazione industriale un ruolo determinante nella vita organizzativa dell'importante settore economico della citta' e di tutto il Legnanese.
Venticinque furono le ditte industriali che sottoscrissero l'atto costitutivo. Esse crebbero in un numero fino a raggiungere 319 aderenti a dieci anni dalla fondazione. Nel 1947 successe al cav. Ratti l'ing: Franco Pensotti che resse la carica fino al 1965.Gli subentro' l'ing: Giuseppe Pellicano' fino al 1971, anno in cui venne designato presidente l'ing: Giancarlo Colombo attualmente in carica.
Quali direttori dell'Associazione Legnanese dell'Industria seguirono al dott:Bucci, dopo la sua morte avvenuta nel settembre del 1963,Luigi de Niederhausern per circa un anno e il dott. Spartaco Ulzega dal marzo 1966 il quale dirige tuttora l'Associazione. Egli si e' reso anche promotore del Consorzio Garanzia Fidi e del Consorzio Export Legnano, organismi dimostratisi di larga utilita' per l'intera zona.
Con le mutate esigenze e necessita' conseguenti anche al nuovo ordinamento regionale e all'avvento di un comprensorio con caratteristiche socio-economiche omogenee, si era gradualmente superato il concetto di raggruppamenti produttivi chiusi in un ambito cittadino, criterio che invece aveva animato molti centri industriali dell'Italia Settentrionale. Con questo concetto comunque l'industria legnanese si era sviluppata nel secondo decennio del secolo.
Municipio di Legnano
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Operai Legnanesi!
L'Autorita' Municipale da Voi incaricata per esporre all'Onorevole Amministrazione del COTONIFICIO CANTONI le vostre domande, onde per termine alla sospensione di lavoro, merce' un amichevole accomodamento ha ricevuto dalla medesima la seguente dichiarazione, che si fa dovere di comunicarvi per norma: e cioe':
Saranno tenuti chiusi gli Stabilimenti di Legnano e Castellanza finche' gli operai scioperanti non avranno dato, per mezzo dell'Autorita' Municipale, avviso alle Direzioni degli Stabilimenti suddetti, che intendono ricominciare il lavoro alle condizioni e prezzi attuali; riservandosi la Direzione di fare gli aumenti dei salari a coloro che ne saranno riconosciuti meritevoli, e nelle proporzioni ch'essa credera' conveniente a conciliare i loro interessi con quelli dell'Industria.
         OPERAI !
la sottoscritta Giunta Municipale ama ritenere che ciascuno di Voi tanto del Cotonificio che delle altre Ditte sara' oramai persuaso della convenienza di ritornare al lavoro e di restituire al Paese la sua quiete abituale; giacche' diversamente non si farebbe che aggravare i danni a Voi stessi ed all'Industria, oltre alle serie conseguenze che ne deriverebbero; poiche' ove qualche mal intenzionato tentasse d'opporsi a quelli che hanno volonta' di riprendere il lavoro, verrebbe punito a norma di Legge.
Dall'Ufficio Municipale di Legnano, li 14 Febbraio 1884.
                  LA GIUNTA MUNICIPALE
ALMASIO ANGELO - DELL'ACQUA FRANCESCO-AGOSTI FRANCESCO Assessori
                                  Il Segretario Rag. Cesare Figini
 
 
Per riprendere il grafico dell'industria locale negli anni successivi, ed esattamente quelli a cavallo tra le due guerre mondiali, torniamo ancora a far parlare le cifre del censimento del 1927: rispetto al precedente (1911ì l'industria tessile aveva raddoppiato i propri addetti. Su 40 aziende, tredici contavano dai 25o ai 1000 dipendenti ciascuna e due oltrepassavano i mille  (Cantoni e Bernocchi.
La Franco Tosi vantava fin da allora il record di 3200 dipendenti; le aziende meccaniche erano 87 di cui 77 avevano meno di dieci dipendenti, quindi conservavano per la maggior parte dimensioni artigianali.
L'andamento delle strutture industriali nell'area del Comprensorio  dell'Alto Milanese e' stato analizzato in termini realistici anche in uno studio del prof. Mario Casari condotto per conto dell'Associazione Legnanese dell'Industria  (A.L.I) e permette di giungere alla conclusione che l'incremento industriale nel Legnanese tra il 1951 w il 1961 e' stato  tra i piu' alti (confronto con Italia e Lombardia) dell'intero sistema imprenditoriale italiano.
Il censimento del 1951,  primo dopo gli anni della ricostruzione post-bellica, ci dimostra come l'industria  legnanese sia sempre in dinamica ascesa: 24.75o dipendenti in 723 aziende, il che porta Legnano ad occupare il secondo posto tra i Comuni lombardi (grado di industrialita' pari al 65,17 % in rapporto alla popolazione9, dopo Sesto S.Giovanni. E siamo alla punta massima del grafico che comincera' a segnare una linea in depressione al sopraggiungere della crisi tessile intervenuta in Italia.
Piu' di uno stabilimento chiude con la conseguenza di una diminuzione pari a 5300 unita' lavorative in pochi anni. Vi e' per fortuna un trapasso delle maestranze dal settore tessile a quello metalmeccanico. Alla chiusura dei grossi cotonifici come il De Angeli Frua, il Dell'Acqua, l'Agosti, la Bernocchi fa riscontro nello stesso periodo la nascita di nuove industrie nella periferia della citta' e in alcuni centri di recente vocazione industriale come Rescaldina,  (con il colosso gia' da tempo esistente della Bassetti e una miriade di aziende meccaniche), Canegrate, Parabiago, San Giorgio su Legnano, S.Vittore olona, Busto Garolfo, Cerro Maggiore.
Nel censimento del 1961 il primato dell'industria locale per manodopera assorbita si e' spostato dal settore tessile al settore meccanico il quale ultimo contava 9450 addetti (i tessili, abbigliamento compreso, erano scesi a 7560).Seguivano, notevolmente distanziati, gli altri sett322 dipendenti: pellami e calzature (534 dipendenti), metallurgiche  (322 dipendenti), chimiche (313 dipendenti), legno e mobili ( 300 dipendenti), alimentari e affini 890 dipendenti), altre aziende manifatturiere (966 addetti).
Abbiamo nel censimento del 1961 un totale di 762 industrie manifatturiere con 19.452 addetti.
La varieta' dell'apparato produttivo ed i quattro cardini su cui poggia l'industria legnanese(cantoni, Franco Tosi, Manifattura di Legnano e Andrea Pensotti)con i nuovi centri limitrofi di recente industrializzazione , hanno costituito una provvidenziale valvola di sfogo offrendo alternative alla mano d'opera che era rimasta momentaneamente senza lavoro nel periodo della grande crisi dei tessili. L'assorbimento che ha avuto luogo, non solo ha permesso di annullare la disoccupazione  che si paventava, ma negli ultimi tempi ha addirittura fatto registrare scarsita' di manodopera in alcuni settori produttivi.
Al  posto delle industrie che hanno chiuso i battenti, alcune anche situate nel centro della citta', stanno sorgendo aree verdi, quartieri residenziali, strutture pubbliche( come e' il caso del terreno dell'ex Dell'Acqua) .Stiamo cioe' assistendo, a distanza di poco meno di un secolo, al fenomeno inverso che aveva caratterizzato lera della rivoluzione  industriale. Allora i grandi complessi manifatturieri avevano spazzato via gli aggregati urbani, sacrificando spesso anche costruzioni di un certo interesse artistico e storico, immolate al progresso, in una frenesia quasi irresponsabile di sfruttare al piu'  presto la nuova fonte di ricchezza.
Il pesante paesaggio industriale si va qua e la' squarciando per lasciar sorgere di nuovo costruzioni residenziali. Ovviamente non sono piu' casupole a  due o tre piani con i muri di pietra e mattoni e con i tetti di "coppi", ma enormi condomini che imprimono una nuova fisionomia all'urbanistica della Legnano di oggi, proiettava verso il Duemila con la medesima frenesia di cento anni fa, sebbene con attitudini e vocazioni di gran lunga diverse, frenesia che si stempera (ma e' solo una battuta d'arresto) nella crisi economica che purtroppo investe tutta la Nazione.
In questa concatenazione di apparati sociali ed economici, in questo altalenar di avvenimenti, in questo quasi fatale ritorno alle origini per molte aree del territorio urbano, sta la storia muta ad osservare, mentre in continuazione angoli di Legnano si vanno di nuovo trasformando come in una immensa dissolvenza che nulla ormai puo' fermare.
 
La bramantesca Basilica di San magno
 
Il maggior edificio monumentale di Legnano e' rappresentato dalla basilica romana di S.Magno . Il tempio e' stato costruito sulle vestigia di una chiesa longobarda che era denominata Santo Salvatore e San Magno. Cosi' come per la basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, in un primo tempo dedicata al Santo Salvatore, anche il maggior tempio legnanese doveva intendersi cosi' denominato in onore del Cristo Redentore( e non gia' del santo, come qualcuno ha voluto ritenere). 
Sui pilastri laterali all'altar maggiore troneggiano infatti due figure:  quella di San Magno vescovo ed un Redentore effigiato con sul capo una corona di spine ed il manto, come vuole la tradizione di pittura sacra.
L'antica chiesa era della foggia classica dei templi di tipo romanico a tre navate ed era stata fatta costruire dal re longobardo Agilulfo. Le infiltrazioni d'acqua alle fondamenta provenienti dalla vicina diramazione dell'Olona ed anche movimenti sismici che si dice furono frequenti in questa zona tra il '400 e il ' 500 decretarono irrimediabilmente la fine della secolare costruzione.
Infatti in due fasi successive nei primi anni del '500 la basilica crollo' definitivamente. Il borgo di Legnano che era gia' assurto a notevole importanza nel Milanese, non poteva restare senza un a " chiesa granda" e fu cosi' che il  oncerto con Ludovico il Moro i ventotto capi delle nobili casate del tempo, stabilirono di conferire l'incarico del progetto della nuova basilica ad un grande architetto che si vuole fosse lo stesso Bramante al quale in quello stesso periodo varie opere furono affidate dalla Corte di Ludovico.
La purezza e l'eleganza delle linee, la loro grandiosita' sia pur
conservando un'essenziale sobrieta', la forma della pianta a croce quadrata, divisa nel centro ad ottagono e con le due cappelle simmetriche ai lati dell'altar maggiore, sono caratteristici elementi dell'epoca del Bramante che ebbe quali imitatori molti architetti contemporanei.
Attribuibile o no al Bramante ( e non e' compito nostro in questa sede disquisire nel merito) la basilica di S.Magno resta un monumento di grande pregio in se stesso e di immenso valore artistico per gli affreschi che lo ornano.
Tra questi, particolare citazione meritano quelli di Bernardino Lanino, i quali nel 156o vennero ad aggiungersi alla grande pala dell'altar maggiore che reca la ben piu' illustre firma di Bernardino Luini (1523). La ricostruzione della chiesa sulle vestigia dell'antico tempio ebbe inizio il 4 maggio 15o4 e fu ultimata il 6 giugno 1513. L'orientamento della chiesa inizialmente era diverso dall'attuale. Il portale d'ingresso era sl lato Nord e cioe' di fronte all'attuale palazzo del Municipio, costruito all'inizio del '900. Dell'antica chiesa del Santo Salvatore era stato mantenuto, dopo lavori di conssolidamento, il campanile del quale ancor oggi si possono vedere i resti nel piccolo ingresso esistente dietro il nuovo campanile, il quale ultimo fu realizzato nel 1752.
Il sagrato come si presenta attualmente e la relativa facciata vennero realizzati sulla parete Ovest, nel 1610. L'attuale andito d'ingresso venne anzi mantenuto come cappella esattamente fino al 1810. anno in cui la fabbriceria decise di aprire la porta centrale verso la piazza attuale che prende nome della basilica: In quella stessa occasione furono aggiunti ornamenti architettonici alla facciata che venne rimaneggiata in epoca successiva. Sotto la prepositura di mons: Eugenio Gilardelli, la chiesa venne ampliata mediante la costruzione di un avancorpo dalla parte del sagrato dando alla basilica impostazione a tre navate e del tutto contrastante con la tipica architettura bramantesca. In questa fase ovviamente fu rifatta la facciata con i grafiti che ancor oggi formano ornamento.
Recentemente la basilica di S.Magno, per iniziativa e volonta' dell'attuale prevosto mons.Giuseppe Cantu' e' stata in parte restaurata ed i lavori eseguiti dal pittore Turri particolarmente esperto in opere del genere.
Il 7 agosto del 1584 in seguito ad una visita pastorale di S.Carlo Borromeo, ed in considerazione dell'importanza che il borgo di Legnano aveva assunto, il cardinale decreto' il trasferimento da Parabiago a Legnano del "Capitolo" e la chiesa legnanese venne cosi' elevata a dignita' di Collegiata con " preposito" .
S.Magno ora sede del Vicario Foraneo ,venne designata Basilica Romana Minore da Pio XII con bolla 29 marzo 195o durante la prepositura di mons.Virgilio Cappelletti.
Nella storia di Legnano la basilica di S.Magno costitui' sempre un polo di attrazione .Attorno ad essa si estese e prospero' uno dei due primi nuclei dell'antico borgo.
I rintocchi dei sacri bronzi del campanile della monumentale chiesa hanno ritmato nei secoli la vita dell'operoso borgo di Legnano.
In una traversa ancora visibile inserita nei resti del vecchio campanile longobardo vi e' scolpito un distico latino che tradotto suona così:
" I pascoli ,i vini, i grani, la abbondanza delle acque, il tempio e le molte nobili famiglie, danno lustro a Legnano".
 
La Romantica piazza "Granda "
 
Da piazza Granda o piazza maggiore a piazza Umberto I fino all'attuale denominazione di S.Magno in omaggio alla basilica dalle linee bramantesche : il cuore dell'antico borgo che ha pulsato per secoli e dove, come un immenso scenario vivente, si e' vista evolvere la vita legnanese. Avvenimenti tristi ed anche tragici, note liete e festose, celebrazioni ufficiali e storiche rievocazioni .
E pensare che prima di divenire piazza, fu Cimitero del borgo, un piccolo Cimitero recintato con un muricciolo basso a mattoni ed unito da un lato alla chiesa di S.Magno, come era in uso anticamente.
Quante trasformazioni ha avuto l'antica piazza Granda!
Abbiamo raccolto una serie di immagini che hanno sullo sfondo l'artistica basilica con la cupola ottagonale ed il caratteristico campanile; la via Porta di Sotto (oggi corso Magenta) con la vecchia sede del municipio da un lato e dalla parte opposta il portale del palazzo arivescovile "Leone da Perego" sulla sommita' del quale esiste ancor oggiuna piccola pietra quadrangolare con il serpente che reca in bocca un fanciullo, insegna dei Visconti.
Sono queste immagini che piu' delle altre della vecchia Legnano testimoniano i mutamenti nel centro storico. Tra queste la piu' romantica, tracciata dall'abile pennello di Giuseppe Pirovano tra il 1875 ed il 1880 con la bancarella del venditore ambulante a troneggiare incontrastata, mentre sulla destra un contadino a cavallo procede in direzione del viale Melzi. Sullo sfondo gli alberi di villa Jucker e sul lato nord la ciminiera fumante della filanda Cramer & C.
Della piazza Maggiore, quando gia' si chiamava Umberto I,( e siamo negli anni Venti) abbiamo uno scorcio del lato Nord-Ovest con la lunga fila delle botteghe disseminate anche lungo corso Garibaldi. All'angolo dinanzi al negozio Bossi e Mazzucchelli, la bancarella di un personaggio caratteristico " Pasqualin de la tiraca " , così chiamato perche' vendeva zucchero filato.
Era la delizia dei ragazzi di quei tempi e a quanto pare un vero specialista nel suo genere .Aveva la " tiraca" monocolore e perfino quella variopinta che si chiamava kalimera, la caramella del buon giorno, se la denominazione l'avevano tratta dal greco.
Sempre tra le figure pittoresche che animavano la vita di piazza Umberto I non possiamo dimenticarne alcune divenute tipiche come " Giuanin da Legnan" barbone intellettuale e cantastorie; "Gieu", venditore ambulante ed urlatore ante litteram; 2Mina" che con " Carlin Stria" erano i piu' attivi " topi d'appartamento", terrone delle cascine di periferia;" Tela" un caratteristico Bertoldo locale; 2Giuan Cuteleta", ultimo vetturale di Legnano, impeccabile con garofano all'occhiello sul suo lando', infine la guardia "Giuli" primo vigile urbano, assunto in servizio nel 1898 .
La piazza rappresenta ancora oggi il cuore della Legnano moderna e resta come un simbolo ad unire il passato al presente in una citta' di provincia, regolata dai rintocchi dell'orologio del campanile della basilica a cui fa da contrappunto oggi la massiccia mole del grattacielo " La torre" emblema della citta' del futuro.
 
Il santuario Madonna Delle Grazie
 
I vecchi legnanesi continuano a chiamarla "santuario della Madonna delle Grazie", ma di tale destinazione non le resta piu' nulla.
La chiesa settecentesca che sorge in fondo a corso Magenta, quasi a ridosso del cimitero, e' ora soltanto una delle ausiliarie della parrocchia di S.Magno.
Fino ai primi anni del Novecento era meta di pellegrinaggi provenienti dalle citta' vicine e perfino da Milano e dalle altre province lombarde e piemontesi, specialmente in occasione di due feste caratteristiche collegate in altri tempi con fiere di merci e bestiame. La piu' importante tra queste, istituita con un editto di Carlo Magno, era l'antica e tradizionale fiera" dei Morti" , così detta perche' coincideva con i primi giorni di novembre.
La tradizione e' conservata ancora oggi anche se la fiera si riduce a pochi capi di bestiame allineati dinanzi al piazzale del macello pubblico, a pittoresche bancarelle di dolciumi e cianfrusaglie per i bimbi, torroni ,palloncini e frittelle.
Ma la festa piu' caratteristica che ha conservato, per un certo aspetto, il sapore popolaresco di un tempo e' quella che coincide con la ricorrenza di S.Mauro (15 gennaio).In tale occasione lungo Corso Magenta, dal Macello al piazzale del Cimitero, ed attorno alla chiesa di S.Maria delle Grazie, si danno convegno i " firunat" cioe' i venditori di "firuni" (cordoni fatti con castagne appena sbollite e sottoposte ad un particolare trattamento).
I ragazzi ne sono ghiotti ed ancora oggi in occasione della sagra si aggirano tra le bancarelle dei venditori ambulanti con il tradizionale cordone a mo' di collana, e se lo portano trionfalmente a casa.
C'e' una ragione particolare nel fatto che la sagra del di' di S:Mauro si celebra presso il santuario della Madonna delle Grazie: nell'interno del tempio e' conservata una vasta tela raffigurante  proprio S.Mauro, discepolo di S.Benedetto, nell'atto di miracolare un muto ed uno storpio. Infatti il popolino di tutta la plaga legnanese conserva la devozione al santo e lo invoca a protezione di tutte le infermita'
Alla ricorrenza di S.Mauro e' legata un'altra tradizione legnanese che vuole per tale festa un tipico piatto. " A san Mavar, pulenta sul tavr<<2 ,una tradizione che la 2 Famiglia Legnanese" non manca mai di rinnovare.
La chiesa di S.Maria delle <grazie fu edificata tra il 1612 ed il 165o su progetto dell'architetto Padre Antonio  Parea, per iniziativa del cardinal Federico Borromeo, e fu completata dall'architetto Barca di Gheemme. Ad affrescare le pareti della chiesa fu incaricato il pittore Bacchetta di Crema. L'inizio della costruzione della chiesa dovrebbe risalire al mese di ottobre del 1612 ma i lavori si protrassero per parecchi anni dopo una lunga interruzione causata dapprima dalla peste e poi da invasioni e saccheggi da parte di avventurieri o reparti di mercenari stranieri: Il luogo della costruzione era stato prescelto perche' in quello stesso punto sorgeva un'antica cappelletta cinquecentesca nella quale era conservato un affresco di una Vergine al quale si attribuivano poteri taumaturgici, affresco ancor oggi conservato nel tempio attuale.
Per erigere la chiesa gli abitanti del vecchio borgo di Legnano aprirono una pubblica sottoscrizione e la ripresero poi per terminare il santuario tra il 1617 ed il 165o.Attorno alla chiesa si ergono, ormai in cattivo stato di conservazione quindici cappellette affrescate dallo stesso Bacchetta di Crema, con le raffigurazioni dei Misteri del Rosario .Gli affreschi vennero successivamente restaurati dai pittori fratelli Beniamino, Mose' e Gersam Turri. Quest'ultimo anzi nel 1927 rifece completamente gran parte degli affreschi delle cappelle, dedicando  particolare cura e maestria alle due che figurano all'ingresso della chiesa: Per molti anni a tergo del tempio si estendeva il vecchio cimitero della citta' poi spostato a sinistra della via S.Giovanni Bosco.
Nel presbiterio della chiesa sono conservati due dipinti del XVIII secolo, autore Stefano Legnani detto Legnanino, che per molto tempo erano stati nella chiesa della Madonnina .E' un vero peccato che questa chiesa-santuario non sia successivamente curata quanto a manutenzione e molte tele, oltre agli artistici soffitti ricchi di stucchi e dipinti, rischiano di essere irrimediabilmente danneggiati:
La chiesa e' molto frequentata ancora oggi e specie i vecchi legnanesi sono affezionati a questo tempio, legato a tradizioni di fede e di folclore popolare non certo dimenticate.
 
Gli Affreschi sacri E le nicchie votive.
 
E' frequente dibattersi a legnano in affreschi regliosimtalvolta protetti da apposite nicchie, che figuravano su facciate di vecchie case.
Molti sono andati perduti o perche' non realizzati con perfetta tecnica o perche' eliminati al momento dell'abbattimento degli edifici.
Tra i proprietari delle case che si affacciano su via Palestro e sulla a vicina via Lega vi era stata una specie di emulazione , stando ai numerosi dipinti sacro che si potevano ammirare fino a qualche tempo fa: Ma due erano i piu' caratteristici ed avevano un certo pregio e valore artistico. Se ne trova traccia di citazioni in vari testi.
Il primo era situato sulla facciata di uno stabile contrassegnato col numero 7 della strada che in precedenza si chiamava Santa Maria .
Ci e' tramandato da un acquerello del Pirovano il quale lo segnalava come datato 145o.L'affresco raffigurava una Madonna seduta su un trono dorato in atteggiamento materno col Bambino in braccio.
Lo stile e' spiccatamente rinascimentale, come si puo' desumere anche dagli ornamenti che inquadravano l'effige sacra, e forse la collocazione piu' giusta nel tempo sarebbe verso i primi del '500.
Di due secoli dopo era invece l'affresco che era visibile fino a qualche lustro fa su un edificio di fronte alla via Cavallotti di proprieta' della Manifattura di Legnano e che un tempo era annesso al Convento delle Clarisse. Vi era effigiata la Vergine Assunta in un ovale, attorno al quale si sviluppavano gli ornamenti barocchi di una cornice molto elaborata. In basso figurava oltre alla data(173o) la scritta latina:" Dirigi tu nostra Virgo Purissima sensum et serva a culpis libera tabe patris".
Il Sutermeister, dallo stile e dal disegno architettonico ,lo aveva attribuito ad Antonio Longone, l'autore di un leggiadro affresco che adorna labside della chiesa di S.Ambrogio  e che e' datato 1740.
Un'altra nicchia votiva degna di rilievo e rimasta nella primitiva ubicazione ,anche ad edificio ricostruito, e' quella che ancor oggi si puo' vedere in corso Garibaldi, angolo vicolo Lanino.
Vi e' custodita una piccola statua (sembrerebbe in "cotto" che rappresenta la Mdonna col Bambino ed eseguita indubbiamente da mano felice di artista esperto, tra il XVIII ed il XIX secolo.
 
La "Cittadella Ospedaliera"
 
Legnano ha una " cittadella ospedaliera" che oggi e' considerata, per la sua efficienza e per la modernita' delle apparecchiature di alcune delle divisioni specialistiche, tra le migliori della regione.
Fin dal lontano Medio Evo avevano prosperato ospizi e istituzioni di pubblica assistenza per anziani e l'antico ospizio di Sant'Erasmo, che ebbe il suo momento di massimo sviluppo con il monaco <bonvesin de la Riva, sta a testimoniare la preminenza di Legnano in questo settore.
Senza poi trascurare che proprio a Legnano nel 1784 fu istituito presso il convento di Santa Chiara il primo ospedale del mondo specializzato nella cura della pellagra, come riferimento nel capitolo sui conventi e le costruzioni sacre.
L'ospedale civile in ordine di data e' venuto quindi dopo varie altre istituzioni e piu' che altro se ne e' sentita l'assoluta necessita' nel primo Novecento, allorche' lo sviluppo industriale aveva postogli allora responsabili della cosa pubblica di fronte all'indilazionabilita' dell'opera.
Vi erano stati in precedenza dei tentativi per costituire un primo nucleo ospedaliero ma i fondi non erano stati sufficienti nemmeno ad iniziare un progetto.
Nell'Ottocento il ricorrere agli organi centrali per finanziare grandi opere anche di pubblico interesse era l'ultima idea che potesse balenare: Si ricorreva quindi all'autofinanziamento, alle pubbliche sottoscrizioni che fiorivano magari durante un banchetto, una festa di 2sciuri2. E' stato cosi' anche per l'ospedale di Legnano.
Durante un ballo di gala, indetto in occasione della festa patronale nel 1889, furono raccolte poco piu' di mille lire, che vennero depositate in conto, vincolato allo scopo, presso la Cassadi Risparmio. Mille lire! Ben poca cosa per poter sfociare dal mondo dei desideri in quello della realta'. Ci si era pero' avviati lungo la china della speranza.
Dieci anni dopo ed esattamente il 3o maggio 1899, nella seduta del consiglio comunale si deliberava la costituzione di un " comitato speciale per l'erezione dell'ospedale" e la presidenza fu affidata al dott. Cesare Candiani. Sara' lui stesso ad assumere poi la prima carica di presidente dell'ospedale: Il comitato si riuni' per la prima volta il 19 febbraio 19oo e si decise di rilanciare la sottoscrizione con una opportuna campagna sensibilizzatrice:
I legnanesi risposero all'appello con generosita'. In pochi giorni furono sottoscritte trecentocinquanta mila lire e quando alla presenza dell'allora sindaco Antonio Bernocchi il 12 maggio 1901 veniva posta la prima pietra dell'ospedale, si era gia' superato il mezzo milione di lire; cifra considerevole per quei tempi.
Quando il comitato per l'erezione dichiaro' compiuto il suo mandato e si avanzo' la richiesta di elevare l'opera pia in ente morale, questa aveva un patrimonio di 747.331 lire ed un reddito annuo di 20.000 lire.
Nessun dubbio per la scelta dell'area. Si penso' subito al terreno compreso tra via Sant'Erasmo e corso Sempione, su un tratto del quale sorgeva l'antico Lazzaretto tristemente noto durante la peste del 1629/30 che colpi' violentemente oltre a Milano anche gli  altri centri lombardi dopo una drammatica carestia.
Il terreno ideale per il futuro nosocomio aveva una superficie iniziale di 23.664 metri quadrati. La posa della prima pietra avvenne il 12 maggio 19o1. Il  progetto di massima era stato allestito dall'architetto Luigi Broggi e completato, per essere reso esecutivo, dall'ing. Renato Cuttica il quale assunse anche la direzione dei lavori .Entrambi i professionisti prestarono la loro opera gratuitamente per dare in tal modo il loro contributo personale ad una benefica opera che a quei tempi era molto sentita.
La salute pubblica negli ultimi anni dell'Ottocento era assai precaria in tutta la plaga legnanese a giudicare dalle statistiche che abbiamo ricavato dagli archivi comunali. Risulta infatti che nel decennio 1893/ 1902 su una popolazione media di quindicimila persone ogni anno ne morirono esattamente 372,vale a dire la mortalita' raggiunse una percentuale del 24,(O per cento.
Sempre per restare in tema di statistiche, possiamo subito vedere un netto miglioramento negli anni seguenti alla realizzazione del primo nucleo ospedaliero. Nel decennio successivo, entro il quale si colloca l'inizio dell'attivita' dell'ospedale, (1903-1912) con una popolazione media di 23 mila persone la mortalita' media annuale era stata di 422, pari al 18,24 per cento, cioe' era diminuita di colpo del 6,56 per cento.
I lavori per la costruzione del primo padiglione dell'ospedale vennero ultimati nel settembre 1903 e la cerimonia dell'inaugurazione, della quale abbiamo una serie di immagini, messe gentilmente a disposizione dall'amministrazione attuale dell'ospedale, avvenne il 18 ottobre 1903.
Successivamente vennero costruiti attorno al primo padiglione ( in ordine di tempo quello piu' prospicente l'attuale via Candiani) altri corpi di fabbricato, nonche' la camera mortuaria ed una palazzina che servi' di abitazione al primo chirurgo direttore-sanitario prof. Ercole Crespi.
Allorche'  l'ospedale venne eretto con regio decreto in ente morale (8 dicembre 19o4), comprendeva cinque corpi di fabbricato compreso quello centrale e primo realizzato, con la possibilita' di svolgere un attivita' quasi completa per le forme chirurgiche e per la traumatologia, medicina e ostetricia, con la cooperazione gratuita dei medici condotti che a quei tempi erano quattro ed altrettante erano le levatrici comunali.
L'ospedale di Legnano era gia' da allora un vero modello degno di imitazione per la razionalita' dei vari padiglioni e della attrezzatura di cui disponeva. All'inaugurazione era dotato di $Oletti, con una capienza gia' insufficiente per le richieste di un ente  destinato ad operare per una vasta zona con una popolazione in rapido aumento. Ma anche le possibilita' economiche
erano limitate nonostante il continuo incremento del patrimonio dell'opera pia che contava un cospicuo numero di benefattori.
Alla chiusura dei conti con la ditta costrutrice dell'ospedale, cioe' alla fine del 1904, l'intero complesso di un volume totale di 14.184 metri cubi era costato 334.500 lire, compreso il valore dell'area, l'arredamento e le attrezzature tecniche e chirurgiche.
La spesa aveva superato di 43.23o il preventivo iniziale.
I membri del comitato amministrativo provvisorio, pur di non intaccare il patrimonio amministrativo provvisorio, pur di non intaccare il patrimonio allora pari, come abbiamo detto, a 747.331 lire ,decisero di comune accordo di suddividere in parti uguali l'eccedenza di spesa e pagare in proprio anche se avevano gia' largamente contribuito con donazioni in denaro.
Tale comitato provvisorio era costituito dai seguenti membri: on.le Carlo Dell'Acqua, Francesco Dell'Acqua, dott.Cesare Candiani, Enea Banfi, cav:Antonio Bernocchi, dott.Gabriele Cornaggia, ing.Leopoldo Sconfietti del Cotonificio Cantoni, avv. Sampietro, ing.Cesare Soldini e ing. Gianfranco Tosi.
L'incremento demografico e industriale ed il progresso dell'economia pubblica e privata ed anche le notevoli conquiste della tecnica sanitaria cominciarono  ad aprire nuovi orizzonti e nuove prospettive di sviluppo per l'ospedale di Legnano con caratteristiche di ospedale di circolo. Subito constatato il gran numero di ammalati che si succedevano fin dall'inizio nei vari reparti (10517 giornate di degenza nel 1905, salite a 11.584 nel 1910) indussero l'amministrazione  ad ampliare e a completare la disponibilita' dei padiglioni iniziali. Nel 1912 venne costruita una " stazione di disinfezione", sotto la minaccia dell'epidemia colerica e nell'aprile 1913 venne inaugurato un vero e proprio padiglione di isolamento per malati contagiosi realizzato a somiglianza, sebbene con criteri piu' moderni, dell'antico Lazzaretto.
Nel 192o sorgevano un completo reparto, il padiglione "Vignati", un nuovo edificio per l'amministrazione , nuovi servizi, la portineria , la camera necroscopica, e nel 1928 il nuovo padiglione di chirurgia e quindi il reparrto radiologico. Abbandonato poi anche l'esclusivo concetto di un ospedale espressione di carita' e di pubblica asistenza, maturo' l'idea di costruire accanto alle corsie ospitaliere gia' in funzione anche un padiglione per i solventi con attrezzature piu' decorose, vaste e complete.Nello stesso tempo l'amministrazione aveva posto in cantiere la costruzione di un moderno e completo laboratorio chimico in grado di svolgere una ormai indispensabile azione  nella diagnosi delle malattie,nonche' nuovi ambulatori ed un piccolo padiglione pediatrico.
In quello stesso periodo, e cioe'nel 1936,era anche stato previsto e progettatoun padiglione per cronici con una capienza di 52 letti che non venne pero' poi realizzato.Intanto erano anche sorti nuovi reparti come l'culistica,la dermosifilopatica,l'otorinolaringoiatria e la maternita', quest'ultima sistemata a nuovo nel padiglione ora occupato dagli edifici amministrativi.
Sulla scia di questo progressivo sviluppo, gia' imponente ,per quei tempi, la " cittadella ospedaliera e' divenuta una delle piu' importanti della Lombardia.Dal 1971,con l'amministrazione presieduta da Giovanni Borioli e continuata poi alla sua morte da Angelo Luraghi, si e' avviato un completo progetto di ristrutturazione dell'ospedale (dichiarato " generale provinciale"di I' categoria) con la costruzione di un monoblocco gia' in parte realizzato che portera', a lavori ultimati, la capienza dell'intero complesso ad oltre 2000 posti letto, con una gamma completa di specializzazioni e con divisioni tecnicamente molto avanzate che si aggiungeranno a quelle gia' esistenti .Citiamo ad esempio laneurochirurgia, la otorino particolarmente attrezzata per interventi di microchirurgia , la rianimazione ,la cardiologia,la chirurgia plastica e della mano ed i laboratori di biochimica,ematologia ed istologia in gran parte gia' funzionanti o in attesadi essere meglio ubicati o sistemati nel monoblocco.
In un nuovo padiglione , gia' progettato con criteri assai moderni,troveranno infine una sistemazione definitiva , razionale e con attrezzature di alta specializzazione tecnica ,la divisione di pediatria medica e chirurgica, di ostetricia e ginecologia.
 
Il sanatorio Regina Elena di Savoia.
 
Quattro immagini che risalgono al 19 giugno 1924 ci riportano all'inaugurazione di una imponente opera realizzata nella nostra citta' per iniziativa dell'ing. Carlo Jucker, il sanatorio" Regina Elena di Savoia2.
Fu la regina Margherita che presenzio' all'inaugurazione svoltasi in forma solenne e con un grande concorso di popolo, una cerimonia fastosa, tipica di quei tempi, destinata a restare a lungo impressa nella memoria dei legnanesi.
L'istituzione era stata voluta nell'intento di affrontare il problema della cura della tubercolosi, un morbo che el primo scorcio del secolo mieteva ancora numerose vittime.
Il vasto complesso, situato in mezzo ad un magnifico parco con numerose piantedi conifere ed altri alberi secolari,eracomposto di un fabbricato centrale a due piani e di due corpi laterali ad un solo piano. Era dotato di tutte le apparecchiature piu' moderne di radiologia, diatermia, di un solarium ,uno stabularium e sale di chirurgia.
Il costo complessivo, compreso l'arredamento e le attrezzature,ammonto' ad oltre sei milioni di lire.La spesaa venne sostenuta per circa un milione e mezzo dal Cotonificio Cantoni diretto dall'ing.Carlo Jucker, fondatore dell'istituzione.
Concorsero con 300 mila lire ciascuno il Comune di Legnano, l'Amministrazione Provinciale e la Cassa di Risparmio di Milano.
Per cento mila lire il Comune di Castellanza e, per quoteminori, i Comuni rimanenti del circolo ospedaliero.
I residui quattro milioni circa furono ricavati con pubbliche sottoscrizioni alle quali aderirono con generosita'inddustriali e privati del Legnanese.Anche gli operai della citta' e degli altri centri vicini si autotassarono devolvendo a favore del sanatorio l'ammontare di due quindicine di salario oltre al contributo delle trattenute di legge.Il numero medio dei ricoverati che inizialmente era di 15o ammalati, tocco' punte di oltre 35o tra maschi e femmine con 40.500 giornate medie di degenza annue.
Il sanatorio Regina Elena di Savoia, inaugurato come abbiamo detto nel giugno del 1924, inizio' l'attivita' il 28 dello stesso mese e assumendo il nome di  fu eretto in ente morale con regio decreto dell' 11 settembre 1925 assumendo il nome di "Istituzione di assistenza ai tubercolotici2.
Il "/ aprile 1925 fu visitato da re Vittorio Emanuele III che si dichiaro' entusiasta dell'opera e delle moderne attrezzature di cui era dotata.
Ridottosi gradatamente negli anni Sessanta il numero dei degenti, l'amministrazione  dell'ente decreto' la cessazione dell'attivita' facendo trasferire altrove i residui ricoverati assumendosene ugualmente l'onere dell'assistenza .
Con decreto del Presidente della Repubblica in data 7-7-1970 si erano mutati la denominazione dell'ente morale in 2Istituto Legnanese di Assistenza", nonche' gli scopi.
Si era cioe' deliberato di trasformare, con opportuni adattamenti poi realizzati, l'intero complesso per ospitare e curare minori subnormali gravi.
L'iniziativa si deve nuovamente alla famiglia Jucker che aveva legato, con nobile munificienza il suo nome ad altre opere assistenziali.Per intralci di diversa natura, in parte recentemente superati,la prevista istituzione non ha potuto ancora iniziare lì'attivita' con i nuovi svopi statutari,ma sara' quanto
prima una meravigliosa realta'.
 
I trenta primi cittadini di Legnano dal 1860 al 1974.
 
Chi furino nel volgere di un secolo e tre lustri i primi cittadini reggitori della cosa pubblica che si alternarono  dapprima nelle due residenze comunali di " piazza Granda" e di " piasso' di puii" e poi a Palazzo Maliverni?
Per coloro che vogliono seguire le trasformazioni di Legnano nelle varie epoche attraverso le immagini che stiamo presentando in questapubblicazione, anche in funzione degli uomini che si alternano alla testa delle diverse amministrazioni comunali, abbiamo ricostruito la esatta successione di questi " primi cittadini".
Annotiamo che Legnano fu proclamato comune italico nel 18o4, per iniziativa di Napoleone Bonaparte e confermato nel 1815 dal governo austriacco; fu elevato al rango di citta' durnate la prima delle tre amministrazioni presiedute dal comm. Fabio Vignati.
Esattamente la "Regia Patente firmata da Vittorio Emanuele III e controfirmata da Benito Mussolini" reca la data del 15 agosto 1924.
Da allora si proiettarono arditamente nell'avvenire con sempre maggior incisivita' le lineee dello sviluppo della citta' gia'tracciate nel passato.
 
Dal monumento Di cartapesta Al "Guerriero  " del Butti
 
" Oh a Legnano e alla Foresta
abbia un marmo la vittoria
se dei padri ai figli attesta
non piu' l'ire ,ma la gloria! "
Con questi versi Felice Cavallotti nei " Due Popoli" auspicava in pieno Ottocento la realizzazione di un monumento celebrativo della battaglia del 29 maggio 1176 con l'apertura di una sottoscrizione di un monumento a ricordo del glorioso avvenimento.
Si costitui' un comitato promotore presieduto dal marchese Pesdi Villamarina,prefetto di Milano e la posa della prima pietra del basamento fatto allestire dall'architetto Peverelli ebbe luogo il 29 maggio 1865. Dalla sottoscrizione ben poco si era potuto raccogliere in Legnano ma si sperava nell'aiuto delle autorita' milanesi che avevano preso a cuore l'iniziativa. Il bozzetto del progetto del monumento venne esposto a Legnano proprio per invogliare i maggiorenni della citta'a finanziare l'opera: Comprendeva uno zoccolo sormontato da una fascia sulla quale erano riprodotti a mosaico gli stemmi delle citta' della Lega Lombarda.Si elevava quindi un basamentoin stile lombardo antico contornato da colonne e recente ai quattro lati altrettanti bassorilievi con scene connesse agli avvenimenti  della battaglia (la distruzione di Milano, il patto di Pontida, la vittoria di Legnano, la pace di Costanza). Sul basamento si innalzava una statua in bronzo costituita da un guerriero crociato nell'atto di sventolare in aria in segno di vittoria, la bandiera crociata della Lega Lombarda.
Ma alla prima pietra non ne seguirono altre e dopo l'esposizione del progetto,da Milano nessuno piu'si fece vedere,tanto che nel 1875, dieci anni dopo, l'amministrazione comunale ed alcune associazioni locali sollecitarono la realizzazione alle autorita'milanesi,ma queste accolsero male l'invito e punte nella loro suscettibilita' minacciarono di erigere il monumento entro le mura ambrosiane.Si creo' una specie di frattura ed i legnanesi decisero di tentare la realizzazione da soli.
Ripresero la sottoscrizione costituendo un comitato effettivo presieduto da Giuseppe Pirovano. Lo componevano il cav. Ernesto Prandoni , l'ing: Renato Cuttica,il rag.Luigi Riboldi, Giulio Thomas, Michele Prandoni, Carlo Dell'Acqua, Costanzo Canziani; segretario il rag: Cesare Figini.L'Amministrazione Comunale presieduta dal cav. dott. Bernardo Bossi offri' duemila lire.
Ma anche allora accadeva cio' che si verificava ancor oggi a Legnano per le manifestazioni celebrative della battaglia. Si giunse infatti all'aprile del 1876, l'anno fatidico in cui ricorreva il settimo centenario della battaglia e niente risultava di concluso.Si sapeva soltanto che l'esecuzione del basamento era stata affidata all'architetto cav. Achille Sfondrini e la statua allo scultore  Egidio Pozzi. Il Sindaco Bossi scrisse nuovamente  a Milano ma nessuno rispose. Inaspettatamente il 9 maggio, cioe' quando mancavano venti giorni  alle celebrazioni, arrivava un telegramma a firma dell'architetto Sfondrini che avvertiva il Sindaco che l'indmani sarebbe stato lui stesso sul posto per dar mano ai lavori.
Mantenne la promessa . E fu così che in diciannove giorni e venti notti di lavoro si riusci' a far sorgere il monumento; per lo meno il basamento .
A pochi giorni dalla manifestazione lo scultore Egidio Pozzi, che attendeva ancora il via dal comitato di Milano non aveva approntato ne' la statua del guerriero ne' i bassorilievi in bronzo.Vi erano soltantoi bozzetti.Il comitato milanese all'ultimo momento, rendendosi conto che sarebbero convenuti a Legnano rappresentanti delle citta' della Lega per inaugurare soltanto il tronco di un monumento, per evitare aspre critiche, ricorse ad uno stratagemma.Fece modellare in fretta e furia sui bozzetti esistenti ,statua e bassorilievi in gesso e cartapesta.
Colorati quindi in bronzo, diedero l'illusione alle rappresentanze e alla folla convenuta che l'opera fosse veramente compiuta e degna dello storico avvenimento.L'intenzione era poi quella di sostituire in un secondo tempo alla chetichella e nottetempo il bronzo alla cartapesta.Purtroppo il monumento non venne mai completato,ne' tanto meno si fecero le fusioni e, la statua in cartapesta prima, e quindi il resto,  si avviarono pian piano verso il completo sfacelo.
 
 
Le sette campane di San Domenico
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano Pag 122
Legnano di ieri Legnano di oggi.
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano Pag 10
Dal Fascismo alla liberazione
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 32
L'era industriale E le trasformazioni Negli ultimi due secoli
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 36
La bramantesca Basilica di San magno
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 70
La Romantica piazza "Granda "
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 79
Il santuario Madonna Delle Grazie
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 118
Gli Affreschi sacri E le nicchie votive.
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 127
La "Cittadella Ospadaliera"
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 138
Il sanatorio Regina Elena di Savoia.
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 144
I trenta primi cittadini di Legnano dal 186o al 1974.
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 150
Dal monumento Di cartapesta Al "Guerriero  " del Butti
              Tratto da: Immagini della vecchia Legnano pag 154
 
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4.2 Case in Legnano antica

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Case in Legnano antica
Cercando tracce di monumenti antichi resteremmo delusi alquanto dallo scarso numero di edifici antichi che si riescono a vedere lungo le strade e nelle piazze e non a torto. Da lunghi anni infatti sterratori, ruspe e incuria fagocitano ogni giorno gli antichi angoli della Legnano storica.
Possiamo tuttavia, sia grazie ai documenti antichi che alle testimonianze architettoniche rimasteci, fare un quadro abbastanza preciso di quello che fu la città dei nostri padri. Nei capitoli precedenti abbiamo visto che nelle epoche remote a partire da 2000 anni a.C. vi sono già reperti degli insediamenti liguri e poi celtico liguri. Questi abitanti dovevano essere numerosi ma a parte le tombe con i loro corredi, (veri preziosi documenti per leggere la vita) che sono esse stesse dei monumenti minori e sulle quali l'ing. Guido Sutermeister ha scritto nel 1928 un bellissimo volume intitolato Legnano romana, non ci hanno lasciato alcuna traccia di abitato. I motivi di questa mancanza sono principalmente due. Il primo è che non essendo palafitticoli come a Golasecca o a Monate, mancano i ritrovamenti delle fondazioni lignee delle case infisse nell'argilla, il secondo è che mentre nelle sopraccitate zone il cambiamento dell'organizzazione sociale nel corso dei secoli ha coinciso con l'abbandono dei villaggi palafitticoli e ha visto la creazione di nuovi insediamenti su terra ferma, in Legnano per secoli e secoli si è continuato a costruire e ricostruire sempre sulle stesse aree urbane. Questo ci dice che sotto le attuali case (solo quelle vecchie e poco profonde) giacciono le tracce degli antichi abitati di 4000 anni fa. Se si potesse per assurdo demolire un edificio secentesco nei pressi di S. Martino o S.Magno e si analizzasse strato per strato il terreno sottostante, si ritroverebbero nelle parti più profonde probabilmente delle aree spianate di forma rettangolare con aggiunte ai lati corti due aree a semicerchio e lungo il perimetro una serie di buchi di 15/20 cm. di diametro, (le sedi dei pali delle pareti delle capanne). Al centro di queste superfici di circa 25 / 30 mq. altri due buchi per i pali di sostegno del tetto, poi un foro quadrato per il focolare con le sue pietre intorno. Sul perimetro esterno alcuni sassi a proteggere il piede della costruzione e i canali di scolo delle acque piovane.
Qualche vaso, oggetti in selce e più tardi qualche oggetto in bronzo e chiodi, null'altro. I monumenti e le case più antiche erano solo capanne di legno e come tali non furono dai successivi abitanti Gallo - Romani, considerati degni di essere usati.
Un bell'esempio di questo tipo di capanne viene in questi mesi portato alla luce da un gruppo di archeologi guidati dalla dottoressa Nuccia Negroni Catacchio presso le sorgenti del fiume Nova. Si tratta di un villaggio villanoviano etrusco di circa 300 abitazioni risalente a molto prima dell'anno 1000 a.C. abbandonato improvvisamente dai suoi abitanti nel IX secolo a.C.
I Galli ed i Romani dei primi secoli di dominazione vissero anche loro in costruzioni lignee e in base al numero delle tombe e dall'estensione che raggiunsero alla fine verso il 300 d.C. i loro cimiteri, dovettero formare a stima dell'ing. Sutermeister una comunità assai numerosa. Le loro costruzioni si sovrapposero a quelle liguri e furono dapprima di legno .
Non più quasi ellittiche, ma rettangolari con pareti formate da tronchi squadrati, porta d'ingresso e una finestra nel timpano sopra la porta stessa; il tetto era sempre fatto con fascine di rami secchi intrecciati.
L'uso di fermare le fascine con le pietre spinse alla ricerca delle piode o lastre di ardesia per le coperture. Ma se era facile reperire queste lastre nelle comunità montane dove costruivano fino alla fine del 1700 d.C. le case in questo modo, a Legnano non era pressoché possibile. Si ricorse quindi alle pietre artificiali appositamente studiate per i tetti e cioè alle tegole in argilla cotta. Queste tegole, più esattamente tegole ed embrici sono i reperti più comuni che archeologicamente troviamo in ogni antico scavo di Legnano che risalga dal Medioevo a noi. Sembrerebbe quasi impossibile eppure non vi sono tracce di costruzioni romane in pietra.
Abbondano le tombe con i loro corredi che ci mostrano, tramite gli oggetti, quali fabbriche di utensili in bronzo e ferro esistevano le fusioni in vetro, le ceramiche più o meno fini negli impasti , secondo il censo dell'acquirente, le attitudini guerriere o meno, i coppi votivi e funerari in pietra, la coniazione di monete locali più gradite alla parte gallica dei Legnanesi, la creazione di specchi fantastici in leghe di antimonio tutt'ora lucenti e sinonimi di grande agiatezza. Esse però mai testimoniano case in muratura.
Eppure i Romani erano grandi costruttori, come mai qui avevano dimenticato questa loro prerogativa? Sicuramente Legnano era una pacifica zona agricola e rimase tale fino all'arrivo delle invasioni barbariche; non necessitava quindi di particolari sfoggi o di marmi. Un'altra ragione era che le poche pietre disponibili erano quelle di Saltrio o le molere delle cave di Bizzozero in genere arenarie, compatte, non molto solide, ma in compenso facilmente lavorabili.
Vennero infatti usate fino alla fine del 1800 per fare davanzali di finestre e lavandini. Inoltre la calce non era reperibile qui vicino, mentre i boschi anticamente fornivano legname in abbondanza utilizzato anche per la cottura della terracotta. Quarta e importante ragione di questa mancanza di edifici è che tutta la Legnano romana dovette subire per quasi sei secoli la distruzione continua da parte barbarica come già ha ben dimostrato nei capitoli precedenti il prof. Marinoni. I suoi monumenti sono quindi stati distrutti. Che ci dovessero essere anche case in muratura lo dicono tre elementi architettonici rinvenuti da quell'attento studioso che è stato Sutermeister. Il primo è un reperto scoperto nel 1900 costituito da un muro in calce idraulica e brecciame in mattoni, trovato in via Dandolo (lungo la vecchia strada detta del Confinante) tanto grosso e robusto che dovette essere lasciato in sito dal proprietario sig. Galli e tenuto nella cantina della nuova costruzione; il secondo reperto è costituito da due acquedotti in elementi di cotto lungo via 29 Maggio; uno rettangolare a cassetta interrata, l'altro lungo la via Taramelli formato da tubi in cotto di cm. 80 di lunghezza terminanti con una bocca di erogazione e relativa pietra di appoggio per le brocche. Il terzo e forse più clamoroso rinvenimento fu fatto nel 1951 quando, sconvolgendo il centro di Legnano per la costruzione del palazzo INA (Galleria in Piazza S. Magno) venne alla luce un enorme muraglione in pietra di costruzione medioevale, ma con materiale di risulta inserito alla rinfusa nella calce idraulica. Tra molteplici mattoni ed una serie notevolissima di embrici romani di epoca imperiale faceva bella mostra di sé una "Suspensura". La "Suspensura" è un disco di cotto di circa 28/30 cm. di diametro che serviva come elemento costruttivo modulare per la creazione di una serie di pilastrini in calce e cotto sistemati sotto il pavimento (sospeso) delle stanze delle abitazioni romane. Si formava cosi un alveare di cuniculi (vespaio areato) nei quali i ben organizzati Romani imperiali facevano circolare poi acqua calda o aria calda per ottenere durante l'inverno un maggior conforto negli ambienti della casa. Questo prova che in Legnano esistevano edifici in muratura romani e per giunta tanto evoluti da avere un Caldarium. Ecco che finalmente si apre uno spiraglio di luce. In via Dandolo le vestigia del muro con addossate le anfore vinarie immerse nella sabbia ci indicano la presenza di una torre romana con evidenti funzioni annonarie; gli acquedotti e le case riscaldate ci parlano di una civiltà raffinata con abitazioni confortevoli in una comunità dedita all'agricoltura ed all'artigianato.
Cosa fu di tutto questo? Lo sfacelo assoluto. I barbari calati dal S. Bernardino e dall'Engadina ingolositi dalle pianure fertili e dalle ricchezze di Milano, misero a ferro e fuoco tutti gli abitati e fecero fuggire o uccisero quasi tutti gli abitanti. Dovettero anche radere al suolo ogni cosa, portare via statue e suppellettili, solo le tombe nascoste nel sottosuolo si salvarono, anzi videro in alcuni casi i nuovi arrivati tumulare sopra di esse. La grande comunità Gallo-Romana di Legnano pagò a caro prezzo il privilegio di trovarsi sulla antica via che dall'Europa portava al centro della pianura Padana.
Questa via ora Sempione era detta dai Romani Strata Magna, rimase per millenni un importantissimo riferimento per i traffici commerciali con l'Europa fino al IV secolo d.C. poi, lungo di essa si avvicendarono operazioni militari di invasori e guerreggianti fino alle soglie del 1700.
Legnano cittadina pacifica (come mostrano le tombe antiche coi loro corredi senza armi) venne investita dalle orde barbariche che, preferendo non vivere nelle città come Milano, si distribuivano in piccole comunità nelle campagne, dove edificavano semplici capanne lignee, avendo in odio i muri e non sapendo cuocere mattoni. Essi qui si attestarono usufruendo del caposaldo di via Dandolo come presidio militare che, grazie alle due discendenze di terreno verso Castellanza, poteva essere usato come porta a guardia della Valle Olona verso Milano. Ed a Legnano i barbari combatterono e molto, visto che proprio nelle vicinanze di questa fortificazione sono numerose le tombe barbariche di guerrieri sepolti con le loro armi. Legnano era ridiventata una misera comunità con poche capanne di legno risorte su una grande quantità di macerie romane. Anche l'editto di Rotari del 643, nelle sue indicazioni circa le abitazioni, passa dal termine domus al termine "casa" che indica una costruzione semplice in legno. Questo ha profondo significato di riscontro per la nostra città.
Anch'essa non si sottrae al grande generale esodo e massacro, ogni forma di vivere sociale viene estinta sia economicamente che civilmente, anche l'arte tanto elevata dei Romani piomba in forme di espressione paurosamente rozze che forse possono piacere a noi cosiddetti moderni per la loro essenzialità, ma non testimoniano certamente un alto livello culturale di chi si esprimeva attraverso quelle creazioni. Questo buio intellettuale si riflette su ogni aspetto dell'antica Legnano e di nuovo si presenta un vuoto di ben 700 anni prima che le pietre ci testimonino ancora una presenza architettonica in città.
Fuggita verso le città di mare, la classe artigianale romana scompare e restano i barbari che non sanno più cuocere mattoni e tegole.
L'unico materiale che con i Longobardi le popolazioni altomilanesi useranno fino alla fine del millennio sarà il ciotolo di fiume, di cui il nostro terreno alluvionale abbonda. Con essi erano edificate sia le chiese che i castelli e le case più importanti.
In Legnano troviamo due principali vestigia di tarda costruzione con siffatta composizione, una è costituita dai resti del campanile romanico della chiesa principale dedicata a S. Salvatore ed al vescovo S. Magno, l'altra è costituita dagli avanzi di fondazione di una grande costruzione sorgente al centro di Legnano con l'aspetto della fortificazione e risalente attorno all'anno mille come nascita. Detta costruzione a noi nota come castello dei Cotta subì varie aggiunte nel corso dei primi secoli del nostro millennio fino a scomparire dalle memorie storiche allorché iniziò, la trasformazione in fortezza del castello di Legnano dedicato al S. Giorgio ad opera di Ottone Visconti e poi di Oldrado Lampugnani.
 
 
 
Sono molto scarse le notizie che ci restano della prima chiesa legnanese.
Essa fu edificata in stile lombardo arcaico. Aveva pianta rettangolare suddivisa in tre navate. Ogni navata terminava con una cappella a semicerchio. Stando alla posizione del campanile, che denuncia come stile un romanico primitivo (X o XI secolo) sia per gli archetti sotto le cornici di facciata, sia per la figura scolpita inserita al centro del portale d'ingresso, nonché alla posizione della cripta, ancora esistente nella nuova S. Magno sotto la cappella del SS. Crocifisso (già cappella di S. Carlo). La chiesa aveva un orientamento Nord-Sud con gli altari posti a Sud. Le dimensioni dovevano essere di circa 26 metri di lunghezza per circa m. 18 in larghezza. La forma in pianta sembra similare a quella del duomo di Agliate datato del X o XI secolo e tuttora esistente. Questo appartiene ad un gruppo di complessi absidali, sorti alla vigilia del romanico, le cui caratteristiche aperture a bocca di forno poste alla cornice esterna superiore delle absidi semicircolari, suggeriscono l'anticipazione delle loggette praticabili romaniche. Tali complessi sono in genere trasformazioni delle parti terminali di una chiesa preesistente che divenuta chiesa abbaziale deve trasformarsi. La datazione in genere è assai discussa. I più recenti studi le collocano come costruzione attorno alla metà del X secolo.
E' difficile anche indicare una linea evolutiva.
Esempi precedenti non ne esistono salvo la loggetta attorno al tiburio (IV secolo) della cappella di S. Aquilino in Milano, nella quale si nota una stessa funzione estetica e costruttiva. Infatti il motivo degli archetti deriva dalla geometrizzazione ed estetizzazione dei pilastrini portanti le travi di legno poste a sostenere la copertura sopra le volte absidali. Tra gli esempi più antichi di questo modo di comporre lesene ed arcatelle ciliali troviamo l'abside di S. Ambrogio a Milano (seconda metà del X secolo) mantenuta nella ricostruzione romanica della basilica che pure presenta internamente una campata con copertura a volta a botte caratteristico nuovo elemento comune alle basiliche del XII secolo. In questo periodo preromanico (IX e X secolo) si colloca l'origine del duomo di Agliate e del S. Vincenzo in Prato. Le due chiese differiscono fra loro per la maggior raffinatezza della seconda rispetto alla prima. Sono tuttavia molto simili. Se S. Ambrogio venne trasformata prima di questi due edifici, viene da pensare che essi rappresentino, nel X secolo circa e con il gusto di questa epoca, la trasformazione che nel IV secolo era avvenuta per la Basilica Ambrosiana con l'aggiunta della nuova parte absidale. Si riprende in queste chiese di epoca così avanzata il tramontante sistema di suddividere le navate con colonnati. Nel S. Pietro in Agliate le rozze colonne ed i capitelli formati da materiale di recupero di chiese del IV e V secolo rappresentano pezzi di frontoni, animali ecc. con abaco e pulvino. In S. Salvatore detto materiale di recupero non esisteva e non ci è pervenuto. L'unico reperto che forse avrebbe potuto costituire parte di un protiro all'ingresso, sostenuto da colonne poggianti sui due classici leoni romanici, è appunto un leone trovato inserito nella casa di Donato Alessandro Vismara in contrada Mugiato, a Legnano. Le chiese erano fornite di abbondante illuminazione interna con grandi finestre e ciò, in contrasto con le nuove costruzioni romaniche poggianti su piloni (e non colonne) ed ai giochi di penombra delle loro navate. Notevoli esempi di queste impostazioni si ritrovano nelle chiese valdostane del X e XI secolo alle quali corrispondono sia lo stile del nostro campanile del SS. Salvatore, sia il materiale lapideo usato. La chiesa che meglio ci può, aiutare a capire la vecchia basilica di Legnano è quella di S. Orso ad Aosta. Creata nel 1050 sui resti di una chiesa del V secolo di cui rimane la cripta ed un pezzo del campanile. Era a navata unica con alte finestre appena sotto la copertura a capriate lignee.
Era totalmente affrescata da un artista del periodo ottoniano. Orbene nel 1400 le nuove spinte estetiche portarono a far eseguire delle volte a crociera nell'interno e a far aggiungere due navate laterali per reggere la spinta delle volte. Per poter permettere il passaggio dalle navate laterali a quella centrale si erano fatti demolire grandi tratti di muro, creando degli archi poggianti su pilastri quadrati. Anche nel duomo di Morgex già a tre navate con absidi tonde in testa, la trasformazione da soffitto in assi a quella di chiesa con le volte avviene verso la fine del 1500.
Ne rimangono i segni in facciata, dove le volte meno alte del tetto a capriata obbligano a chiudere delle finestre e a rendere piano il cornicione che prima contornava la classica fronte a capanna della chiesa. In Legnano la trasformazione del SS. Salvatore da chiesa con le coperture a capriata in chiesa voltata in pietra, coincise con la sua fine e venne assolutamente scartata per tre motivi. Primo i muri in sasso non erano adatti a ricevere le volte moderne perché troppo fragili sui lati, (si ricordi la menzione alla chiesa pericolante). Secondo, dal 1200 in poi Legnano abbandona quasi totalmente le costruzioni in sasso e torna alla cottura dei mattoni come al tempo dei Romani. Il fare una struttura mista di sassi sotto e volte in mattoni, non doveva essere considerato dai capomastri possibile. Terzo, ammesso anche il riutilizzo delle strutture murarie della chiesa restanti dopo gli opportuni sbrecciamenti, da aprire per inserire le volte, il risultato estetico sarebbe stato di una povertà non consona ai gusti ed al censo dei Legnanesi del 1500. In ogni caso la chiesa antica era molto spartana nel suo aspetto.
Delle tre cappelle absidali la principale era dedicata al SS. Salvatore (cioè Gesù e non ad un Santo Salvatore come qualcuno ha scritto) ed a S. Magno arcivescovo da non confondere con S. Gregorio Magno papa, (Roma 540 - 604) convertitore dei Longobardi. San Magno arcivescovo non è molto noto e la sua festa viene collocata nel calendario in modo alquanto sommario dal prevosto Legnanese Pozzo nel 1640. Egli ci dice che S. Magno protettore si festeggiava (prima del 1602) la terza domenica di agosto, cioè il giorno 19 (per noi S. Luigi di Tolosa) e che l'altare maggiore della chiesa era dedicato a S. Magno pontefice e confessore ed in Legnano la sua festa era stata spostata dal 19 agosto al 5 di novembre, "perché nel giorno della commemorazione dei defunti in Legnano si tiene una Fiera che dura talvolta otto giorni continui e viene la festa del Santo anticipata di un giorno nel quale appunto si celebra un S. Magno vescovo di Anagni"  è: chiaro che già nel 1600 esisteva un poco di confusione. Premesso che non esistono papi di nome Magno eccettuato S. Gregorio detto Magno, ma che viene sempre chiamato Gregorio e non solo "Magno" il Pozzo cade in una involontaria attribuzione errata, evidentemente ignorando che a Milano il 25' arcivescovo, successore di S. Eustorgio II si chiamava appunto Magno e venne acclamato Santo alla sua morte. Egli morì l'1 novembre del 528 d.C. e fu sepolto nella basilica di S. Eustorgio in Milano. Con l'introduzione nel martirologio ambrosiano della festa di tutti i Santi (Ognissanti o 1 Novembre) la ricorrenza di S. Magno venne trasferita al 5 di Novembre e tutt'ora vi è rimasta, in concomitanza con l'antica Fiera dei Morti legnanese. Gli antichi cataloghi dei vescovi di Milano attribuiscono 30 anni di episcopato al santo.
Lo studioso Savio pensa tuttavia che siano troppi e li riduce a circa dieci dal 518 al 528 d.C. Il suo epitaffio, senza dati cronologici, lo loda per la sua carità, ferre manum fessis nudos vestire paratus captorumque gravi solvere colla iugo.
Non si conoscono quanti e quali siano stati i prigionieri liberati per intervento di S. Magno e non sembra che sia stata indirizzata al nostro Magno l'epos di Avito di Vienne. Storici del XIV secolo asserivano che S. Magno appartenesse alla famiglia del Trincheri, ma è notizia priva di fondamenti. Nel 1248 venne condotta dai Domenicani allora officianti nella basilica di S. Eustorgio, una solenne ricognizione delle reliquie del santo. La basilica era stata loro affidata nel 1220, (da notare che qui S. Pietro martire aveva iniziato la sua opera di inquisitore). Le ossa di S. Magno riposano dietro l'altare maggiore della chiesa, ma non più sole. Erano presenti dal 324 le ossa di S. Eustorgio poste nella più antica cappella, in una doppia urna marmorea, destinatagli dall'imperatore Costantino di cui era familiare e condottiero militare.
Nell'anno 1163 a causa delle scorrerie del Barbarossa, i Milanesi nascosero le ossa del loro protettore nella torre delle campane della collegiata di S. Giorgio al Palazzo. Una sciocca delazione le fece però scoprire e l'imperatore le trasportò a Colonia Agrippina per oltraggio a Milano. Dopo la battaglia di Legnano i Milanesi le riottennero ed esse furono riposte in un'unica urna dietro l'altare assieme a quelle di S. Magno arcivescovo ove sono ancora conservate. Come poi il Pozzo abbia potuto confondere S. Magno con un pontefice non è comprensibile. Infatti egli aveva dinanzi agli occhi due dipinti nella chiesa nuova, ed esattamente la lunetta di destra sopra l'altare maggiore di B. Lanino con S. Gregorio Magno papa che porta il triregno, il pastorale ed ha in mano un libro perché dottore della Chiesa (festa il 12 marzo) e la lesena a destra dell'altare contrapposta al Salvatore (Gesù) con S. Magno Arcivescovo che ha la mitria, il pastorale, ed è benedicente. Ciò significa che il pittore conosceva, nel 1560, la dedicazione della chiesa, ma in seguito se ne era persa la storia. Nella pala di B. Luini e nella cappella di S. Agnese del Lampugnani, S. Magno arcivescovo viene ripresentato a fianco di S. Ambrogio, perché è uno dei protettori di Milano e non può, quindi essere vescovo di Anagni o di Oderzo che con Legnano hanno molto poco a che fare. Proseguendo nel ricordo della chiesa del SS. Salvatore, sappiamo che la cappella di destra era invece intitolata alla Madonna ed a S. Giuseppe, mentre quella sulla sinistra, guardando l'altare, era dedicata a S. Stefano proto martire ucciso nel settimo mese dopo l'Ascensione di N.S.G.C. nell'anno 33 dell'era cristiana.
La chiesa aveva il tetto in legno a capriate triangolari e le pareti rustiche in sasso erano di grosso spessore. Le navate erano suddivise da colonne o pilastri, forse anch'essi costruiti in sasso e calce poiché non esistono in Legnano reperti marmorei di risulta del loro abbattimento, cosa che al contrario sempre si verifica quando da un edificio antico si trae materiale di valore, per edificare il nuovo. La porta d'ingresso era a nord e tale posizione rimase anche nella nuova costruzione bramantesca della chiesa. Essa dava in pratica sulla via che portava tramite il ponte carrato dell'Olonella alla cosidetta braida arcivescovile. Sappiamo come già accennato nei capitoli precedenti, che i terreni tra i due rami dell'Olona poiché soggetti a continue inondazioni, erano tenuti a coltivo e non vennero edificati che dopo il diciannovesimo secolo.
La strada proseguiva poi verso est fino al congiungimento con la antica Strada Magna oggi Sempione.
Sul lato destro della chiesa si estendeva invece un grande cimitero che occupava praticamente tutta l'attuale piazza S. Magno. Questo cimitero abbandonato circa nel 1640 quando si rigirò, l'ingresso della nuova basilica di S. Magno in base ai progetti di F.M. Richini, conteneva tombe cristiane di epoca romana imperiale fatte a cassa rettangolare con tegoloni di fondo con risvolto ed embrici ornati ad ovuli sul bordo superiore, poi tombe ad inumazione con solo il bordo in sasso di epoca paleocristiana, poi tombe medioevali costruite col sistema romano dei tegoloni ma appartenenti a personaggi della curia e tumulati in tal modo anziché con avelli. Lo stesso fenomeno si è riscontrato per inumazioni medioevali anche a Milano, presso la chiesa del SS. Sacramento distrutta nel 1926 in via Carducci.
Sul lato sud della chiesa di S. Salvatore dalla parte delle absidi si dipartiva un'area edificata a più riprese nei secoli successivi alla chiesa e che dai documenti antichi viene definita come sede estiva arcivescovile della diocesi di Milano ossia la "mensa capitolare del duomo di Milano" e della quale parleremo più avanti. L'edificio preromanico doveva essere abbastanza rozzo nel suo insieme e piuttosto scarso di sculture; infatti vediamo che l'unico bassorilievo pervenutoci è il Cristo Salvatore scolpito in arenario e inserito, come dicemmo, sul fronte del campanile.
Questa scultura insieme ad una piccola mensola in cotto, datata 12 giugno 1170, ritrovata durante la demolizione della casa Lampugnani in vicolo Scaricatore angolo Sempione e che rappresenta una testa di putto inserita sotto una gola terminante in due rosette, (era stata usata come riempimento dei muri del 1400 che formava la nuova casa) sono gli unici due particolari scultorei che fino ad ora abbiamo ricevuto dalla Legnano del Medioevo. Tuttavia nell'interno della chiesa non dovevano mancare opere artistiche visto che le case quattrocentesche di Legnano abbondavano di affreschi e ritratti.
La tradizione, ma non i documenti, ci dice che dalla antica cappella di destra vicino al campanile fu recuperata e trasportata nella omonima cappella del nuovo S. Magno, una pala composta da tre tavole più predella a piccole scene dipinta dal Giampietrino. Questa bellissima opera si vede ora nella cappella centrale di sinistra della nostra basilica. Il prevosto Pozzo, nel 1640, la descrive cosi: "Questa ancona per quello si tine è del Gio' Pedrino, nella quale si vede un S. Gio' Evang. a e un S. Joseffo molto lodato dallo Storico Pietro da Giussano nella vita che fu di questo S. to. Nel mezzo di questa si vede un 'anconetta della B. Verg. con il fig.o alla quale vi è molta divotione per molte gratie fatte testimonio ne siano le tavolette et voti". Purtroppo a noi è pervenuta senza la tavola centrale con la Madonna ed il Bambino.
Al mezzo è stato posto un vano con una bella statua del XVI secolo raffigurante la Madonna. Le tavole e tavolette rimasteci sono tuttavia stupende. Il pittore Mosè Turri senior che le aveva restaurate alla fine del 1800, diceva di aver trovato in un angolo il nome Marcus (Marco da Oggiono) che parrebbe in contrasto con l'attribuzione al Giampietrino. Tuttavia si deve sapere che sotto questo pseudonimo viene raggruppato tutto un complesso di opere affini e che la costruzione della figura del Giampietrino è fatta su base puramente stilistica; infatti manca qualsiasi documento che identifichi questo artista e non esiste di lui opera firmata. Anche il nome dell' autore è controverso, infatti lo troviamo citato come Pietro Rizzo (= Lomazzo) Gio Pedrini, oppure Gio da Milano detto Pavese, o Gio da Como o infine Gio di Belmonte. Sarebbe molto interessante rintracciare con mezzi moderni radiografici o foto all'infrarosso la scritta e compiere anche una completa indagine artistica per meglio qualificare l'origine dell'opera. Sopra il polittico fu posto ad opera dei Lampugnani un quadro, con il Redentore affiancato da due angeli, nell'intento di alzare tutta la composizione per meglio inserirla nella nuova cappella. Evidentemente nella cappella, in cui era posto precedentemente, lo spazio a disposizione doveva essere più angusto. Il trittico doveva rappresentare l'ultima opera regalata dai Legnanesi al loro tempio, infatti il Giampietrino, allievo di Leonardo, operò tra il 1484 ed il 1514, quindi l'eventuale dipinto in Legnano dovette essere fatto quando la chiesa era "pericolante" o in demolizione. Un prezioso elenco steso da Goffredo da Bussero sembra escludere questa tradizione e menziona in Legnano la presenza della chiesa di S. Salvatore (canonica) cogli altari a: S. Salvatore, S. Paolo, S. Filippo e Giacomo, S. Biagio. Il nome degli altari non coincide con le descrizioni fatte nei manoscritti da mons. Gilardelli, ma si sa che spesso nelle chiese cambiavano i titoli degli altari o ne facevano di nuovi in base ai lasciti. Rimangono però, alcune correlazioni con le iscrizioni date da Goffredo da Bussero, le titolazioni indicate da mons. Gilardelli e la descrizione degli altari fatta nel  1650 dal prevosto Pozzo. Infatti per tutte permane la titolazione principale S. Salvatore per l'altare maggiore, a cui si affianca un San Paolo per il più antico scrittore ed un S. Magno per tutti gli altri, (altari a S. Paolo tuttavia non sono esistiti in tutta Legnano, stando agli archivi della curia). Per quanto riguarda l'altare dedicato a S. Filippo e Giacomo, esso viene riproposto nella nuova chiesa cinquecentesca dimenticandosi dell'apostolo Giacomo ma non del suo compagno e martire Filippo. Anche la cappella di S. Maria e Giuseppe a fianco dell'antico campanile rimane in quella posizione con la pala del Giampietrino fino al 1610, poi viene spostata, ma mantiene tutt'ora il suo titolo. Essa però non compare nell'elenco di Goffredo da Bussero che invece menziona un S. Biagio. Questo altare sarà creato nel 1640 presso il Santuario della Madonna delle Grazie di nuova costruzione. In realtà la chiesa del S. Salvatore era vecchia e bruttina e non piaceva ai Legnanesi del XV secolo. L'incuria e la vecchiaia minavano le sue fondamenta. L'Olonella che scorreva ai suoi piedi dicono infiltrasse nelle fondazioni (peraltro in S. Magno tali infiltrazioni non esistono minimamente) ed una serie di assestamenti del terreno alla fine del 1400 l'avrebbero fatta crollare .
Era rimasto in piedi solo il campanile di cui tutt'oggi esiste un pezzo e la contigua cappella di S. Maria e Gioseffo. Questo tra il 1490 e 1500. è; tuttavia doveroso dire, come abbiamo già indicato che il crollo più grosso era stato quello provocato alla cultura rinascimentale e non è molto sbagliato pensare che la chiesa dovette essere demolita dai Legnanesi con la "scusa del crollo" per poter avere il permesso dagli arcivescovi e da Ludovico il Moro, di rifare un tempio più consono ai loro canoni estetici ed al loro censo.
Un altro esempio troviamo a Roma dove viene abbattuta la Basilica paleocristiana di S. Pietro per edificarne una più moderna su disegni proprio del Bramante. In Legnano venne lasciato in piedi e tenuto in uso il solo campanile (che stranamente non aveva risentito dei terremoti). Esso venne dapprima alzato durante un restauro del 1520, poi abbattuto per due terzi e sostituito da uno in mattoni, nel 1752, quale ancora vediamo ancora nella piazza di S. Magno. Per dare significato alle origini della nostra più antica chiesa possiamo azzardare solo un'ipotesi in base ai fatti storici che coinvolsero il nostro villaggio tra il 493 ed il 553 d.C.
Eravamo in pieno dominio dei Goti. Teodorico fattosi re d'Italia dominava con saggezza (barbara naturalmente). L'imperatore d'Oriente, Giustino I (518-527) pubblicò un editto col quale bandiva gli ariani dall'impero, sollevando le ire da parte di Teodorico. Questi, per rappresaglia, iniziò ad infierire sulla Chiesa e sui cattolici, divenendo ingiusto e crudele. Imprigioni, e fece uccidere personaggi famosi come Simmaco e Severino Boezio. In Milano le prigioni dovevano essere ricolme di vittime. Ecco che entra in gioco l'arcivescovo S. Magno il quale, anche grazie alla più mite figura di Amalassunta succeduta nel 526 a Teodorico, fa liberare questi prigionieri. Anche la comunità di Legnano ebbe cristiani liberati dalle catene e la figura del santo rimase così vivida nel loro ricordo che gli dedicò il primo tempio, unendo il nome di S. Magno a quello di S. Salvatore, proprio per rafforzare il significato dell'opera del suo arcivescovo.
 
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4.3 Chiesa di Sant'Ambrogio

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Chiesa di Sant'Ambrogio
 
Questa chiesa, ora in triste abbandono, può, dirsi sicuramente l'edificio con le origini più antiche ancora esistente nell'attuale città di Legnano. Il primo tentativo di datazione dell'edificio fu fatto da un modesto cultore di storia locale nel 1800, il quale non sapendo in che modo collocarne la nascita assimilò il S. Ambrogio di Legnano a quello sorto nel 1339 in Parabiago dopo la sanguinosa battaglia colà tenutasi.
Tuttavia il Pirovano ignorava la presenza in Legnano di fondi del Capitolo di S. Ambrogio fin dal 800 d.C. e parimenti non era a conoscenza di documenti antichi sia in Milano che in Legnano, nonchè delle tradizioni popolari e canoniche che assegnano alla primitiva parte della chiesa di S. Ambrogio di Legnano il compito di fungere da tomba nascosta per l'Arcivescovo Leone da Perego. Questo fatto sposta la datazione dell'edificio a prima dell'anno 1257.
Vediamo ora di andare a scoprire nel suo angolo ancora silenzioso questa testimonianza della nostra cultura lombarda.
Per raggiungerla si percorre la piazza S. Magno, corso Magenta ed a destra via Giulini. Le strade sono strette ed antiche, le case a due piani si susseguono una attaccata all'altra ed ecco in via S. Ambrogio come uno spazio triangolare con gradini con gradini consumati dal tempo che ci portano al portico della chiesa.
Lo spazio, in cui la chiesa è collocata, ci sembra piccolo ma è il suo, quello vero antico e mai modificato da secoli, più precisamente dal 1500 quando essa venne ampliata la prima volta. Ma quando è stata costruita? Si può rispondere a questa domanda in due modi entrambi validi, ma entrambi non facilmente dimostrabili. La sua storia è profondamente legata alle origini di Legnano stessa. Dobbiamo risalire, aiutati dai documenti storici, alla metà del 1200.
Legnano a quell'epoca era ancora divisa da Legnanello ed il borgo si sviluppava attorno alla Braida Arcivescovile; infatti abbiamo visto che l'edificio più bello e tuttora conservato con le funzioni di asilo serviva come sede estiva per l'arcivescovo di Milano. In particolare il pio padre francescano Leone dei valvassori da Perego, salito sul trono episcopale che fu di S. Ambrogio, S. Galdino e di Ariberto, il 15 giugno del 1241, soleva spesso sostare presso Legnano nel palazzo che si dice da lui edificato, vuoi per sottrarsi all'afa di Milano, vuoi per servirsi di un più sicuro rifugio dati gli innumerevoli colpi di scena del quadro politico, che tormentavano la vita dei milanesi di allora. Il padre francescano Seveso ci propone un racconto storico, sfrondato dalle invenzioni fantastiche. "Bisogna rammentare, che l'Arcivescovo di Milano, nel duecento, era ancora ritenuto nel diritto pubblico capo anche dell'ordine politico ed amministrativo. A conservare questa prerogativa sostennero lotte gli Arcivescovi Settala e Rizzoli. Leone da Perego tenne sempre alto ilprestigio della Metropoli lombarda. In certe posizioni oscillanti seppe sopire i partiti e mantenere l'unione. Egli era amato e tenuto in grande considerazione a Milano e fuori. Dagli avversari era temuto perche' teneva fronte ai partiti sovversivi. Egli aveva preservato la chiesa dalle irruzioni eretiche, con i suoi suffraganei, strenuo esecutore delle direttive pontificie, aveva sempre zelato la dignità del suo clero e conservato lo splendore della liturgia ambrosiana. Negli ultimi anni del suo pontificato, Milano sotto il podestà Manfredo Lanza (1233 1256) si mantenne in tranquillità. Fu durante il regime di Emanuele Maggi, succeduto al Lanza, che scoppiarono dissidi fra i nobili ed i popolani, e questi capitanati da Martino della Torre e quelli da Paolo Soresina. Il Perego sedò il furore, commettendo all'Abate di Chiaravalle, al generale degli Umiliati ed ai superiori dei Francescani e dei Domenicani di riconciliare gli animi. Così Milano ritornò in un sol regime nella persona di Enrico Sacco. Però la riconciliazione durò poco. Nell'anno seguente  (1257) scoppiò una fortissima rivoluzione che travolse tutti. I popolani sotto il pretesto di voler vendicato il sangue di Guglielmo Salvi, ucciso dal nobile Guglielmo di Landriano, guidati da Martino Della Torre si scagliarono furibondi contro i nobili, non risparmiando neppure l'Arcivescovo e gli ordinari (canonici) cacciodoli dalla città e predando le loro case. (Ragione ciò era il fatto che legalmente un nobile che aveva ucciso un popolano poteva pagare lire sette de Terzoli e dodici denari ed andarsene libero. Questo era il caso di Guglielmo di Landriano che dovendo una grossa somma al popolano Salvi aveva preferito ucciderlo e pagare molto meno ai giudici).
Leone da Perego si difese energicamente e da Castel Seprio, ove si era ritirato, coi nobili ed i valvassori respinse i popolani del Della Torre. Indi l'Arcivescovo, ad evitare la lotta cruenta, si rifugiò a Varese, accolto trionfalmente, e di lui con la sua corte si recò a Legnano nel Palazzo episcopale nei pressi della vetusta Chiesa di S. Salvatore. Le città alleate accorsero tosto a salvare la posizione dell'Arcivescovo, e per ammansire i popolazioni si stabilì la tregua, alla quale vennero invitati Francescani e Domenicati. Intanto si rappaccificavano gli animi. Ma l'Arcivescovo affranto dalle fatiche, venne colpito, come scrisse il Corio, da febbre maligna che lo trasse al sepolcro il 14 ottobre 1257. Il Pio Arcivescovo morì in fama di santità pienamente riconciliato coi popolani, ai quali sempre dimostrò la magnanimità del suo animo buono e popolare".
Su questa riconciliazione però, pesano molti dubbi in quanto è solo indicata nei documenti francescani (ordine di apparenza del Perego) mentre tutti o quasi tutti gli altri scrittori antichi dicono che era fuggiasco da Milano e inviso a molti.
Proprio la morte di Leone da Perego che ci porta per la prima volta il ricordo di S. Ambrogio e alla rocambolesca vicenda di una sepoltura che in esso era indicata. Infatti lo storico Padre Pozzo di Legnano nel 1650 scriveva che facendosi dei lavori di ricostruzione nella antica chiesa di S. Ambrogio "fu trovato il corpo di questo Arcivescovo Leone sotto un volto nel muro poco elevato da terra tutto intiero in un grosso tronco di arbore escavato a modo di culla et scrivendo questo viveano per sorte che attestavano haverlo veduto. Venne ciò a notitia di S. Carlo vivendo qual si trovò una sera in Legnano, et riconosciuto il tutto la mattina immediatamente seguente non si vide nè l'Arcivescovo vivo nè il morto. Correva voce che questo fosse riposto in S. Magno, et l'anno 1638 nel mese di Maggio dovendo venir alla visita l'Emm. mo Monti Cardinale, et Arcivescovo alla visita di Legnano, et sua pieve si fecero riparar alcuni lochi nella medesima chiesa di S. Magno, et si fece diligenza in particolar nel loco ove correva voce esser stato riposto, et non si trovò inditio alcuno, ne  sin qui si è potuto saper ove sia stato riposto. Questo Arcivescovo Leone era in grande stima p. a. fosse assunto alla sede Archieple, come anco dopo, ma nata la discordia fra la nobiltà et plebe della città di Milano. Leone adherendo alla nobiltà et con quella vivendo, venne a scemare alquanto il buon nome che havea, et massime venendo con l'arme a Varese, à Castel Seprio. Hanno alcuni detto che male vixit".
Dunque se il Pozzo ha ragione la chiesa di S. Ambrogio deve esistere già nel 1263 anno in cui lui asserisce essere morto Leone. Ma altri storici ben più vicini ai fatti occorsi assegnano la data di morte all'anno 1257. Ma allora se la data del Pozzo è errata è forse errato anche il nome della chiesa? Rimane un mistero. Infatti controllando gli elenchi sappiamo che  "Oltre a S. Salvatore vi erano certamente altre chiese nel borgo e nei pressi di esso: abbiamo su questo argomento due fonti principali: il - Liber notitiae Sanctorum Mediolani - attribuito a Goffredo da Bussero, risalente all'incirca al 1304 e la raccolta - Notitiae cleri Mediolanensis - del 1389. Nel primo è indicato oltre alla chiesa di S. Salvatore, la chiesa di S.Agnese, che era situata, come abbiamo già visto all'incirca presso l'attuale Banca di Legnano che fu distrutta all'epoca della costruzione di S. Magno, di essa restava in piedi, nell'800, una parete decorata con un affresco rappresentante la Vergine con alcuni Santi cui era unito uno stemma Vismara: ciò, ha fatto supporre che la chiesa sia diventata un oratorio privato di questa famiglia che andò a stabilirsi presso di essa.
Nel predetto elenco compare una chiesa di S. Martino, chiesa campestre che si trova nel punto in cui si congiungono le attuali via S. Martino e Bellingera. La costruzione presente risale però, al secolo XV e deve essere quindi stata eretta sulle rovine di una cappella preesistente. Le altre chiese qui indicate sono ancora quella di S. Maria, probabilmente collegata ad un monastero di Umiliati e quella di S. Nazaro che però era a quell'epoca già scomparsa, come pure la cappelletta di S. Tommaso. Nell'altro documento del 1389 le chiese indicate sono le stesse, fatte eccezione per la chiesa di S. Agnese, che non compare più, essendo forse fuori culto, e per quella di S. Ambrogio, che compare qui, a quanto ci risulta, per la prima volta: vale a dire sarebbe stata costruita nel corso del secolo XIV e non potrebbe perciò, avere accolto il corpo di Leone da Perego morto nel 1257.
Il problema della sepoltura dell'Arcivescovo resta quindi tuttora aperto, a meno che non si ammetta una traslazione della Chiesa di S. Salvatore a quella di S. Ambrogio" (Marina Cattaneo - Legnano nel Medioevo - Legnano 1975). Ciò sposterebbe la data di circa un secolo. Nel catalogo beroldiano contemporaneo al Perego si dice che egli fu sepolto in S. Salvatore di Legnano, bandito dal popolo milanese. Lo storico Galvano Fiamma aggiunge che venne seppellito Viliter - senza onori fuori dalla porta della chiesa. Queste considerazioni ci fanno ricordare il ritrovamento di S. Ambrogio, tanto più che a lato sud della chiesa si sono ritrovate, nel 1900 e nel 1935 anche altre tombe di epoca cristiana le quali indicano S. Ambrogio stessa come luogo di inumazione. Che fosse realmente Leone da Perego sepolto nella chiesa maggiore (?) del Borgo di Legnano dal titolo di S. Ambrogio, eletta dallo stesso ancor vivente per suo sepolcro, come ci dice nel 1733 Padre Pietro Nicolò Buonavilla (?). Nulla è certo come certo non è che non errino coloro che indicano il primitivo sepolcro in S. Salvatore spesso citato perchè vicino al Palazzo Arcivescovile ed unica chiesa conosciuta di Legnano e solo successiva la traslazione in S. Ambrogio.
In ogni caso è strano che se la traslazione del 1500 era provvisoria, si sia dimenticato il corpo per tanti anni e senza un segno di riconoscimento. L'ipotesi esatta ed attinente a quel Viliter della sepoltura ci porta ad un angolo nascosto di S. Ambrogio e solo a quello rivolto a sud e verso il cimitero esterno dentro un muro grosso e antico. La chiesa nel suo aspetto attuale non ci rivela le sue origini. Quando nacque (1250 o 1350) era solo una piccola aula, forse la cappellina dedicata a S. Tommaso che, come è successo a quasi tutte le chiesine di Legnano, venne poi riedificata mantenendo un altare o un affresco venerato al suo interno (S. Bernardino - Le Grazie - S. Martino - La Madonnina ecc.). Nel caso di S. Ambrogio non vi è più traccia di tale affresco o altare in quanto tutta la chiesa è stata rigirata e rifatta. I primi documenti che ne forniscono una descrizione appartengono agli atti delle visite pastorali dei due grandi Borromeo, San Carlo e Federico. Cito direttamente le ricerche dello storico Mons. Giuseppe Galli. "Nel 1566 Ecclesiae cappellae sanct Ambrosii loci Legnani est valde antiqua et in parte immin ruinam ...sine caelo (soffitto) cum campartili et campana " viene  dato ordine: "Fiat caelum saltem ligneum; reficiatur campana: Claudatur de nocte, et imponatur portae et ostio vectes fortes et imponatur onus alicui claudendi illam de nocte et mane reserandi". Dunque, nel 1566, la chiesa era ancora cadente, non aveva nè volta nè soffitto, e neppure una qualche cosa per cui potesse chiudersi di notte. Non era certo stata ricostruita in quel tempo. La chiesa misurava cubiti quattordici di larghezza e cubiti ventiquattro di lunghezza (cubito 0,44 m. = 6,21 x 10,64) e venne chiamata cappella di S. Ambrogio. quasi in stato di abbandono e senza arredi ed ha sulla parte sud un porticato ad archi che viene indicato da chiudere. Se il tetto è in rovina, significa che come chiesa era alquanto disattesa, tal quale capita alle chiesette cimiteriali una volta che il morto non ha più posto nella memoria dei Legnanesi, tanto più che sulla tomba non ci sono lapidi ad indicarlo. Proprio durante detti lavori di chiusura viene scoperta la tomba di Leone da Perego. Cerchiamo di capire quale forma avesse la primitiva chiesina denominata cappella di S. Ambrogio in Legnano. Essa si chiarisce, rileggendo le note delle visite pastorali compiute sotto S. Carlo Borromeo. E' doveroso ricordare come questo Santo, salito alla cattedra arcivescovile in un periodo molto difficile politicamente ed economicamente per la Lombardia, grazie al suo carattere, fosse intransigente verso ogni forma di clientelismo, di corruzione, di malgoverno.
Avendo egli trovato anche molto disordine nell'organizzazione della chiesa aveva emanato tutta una serie di prescrizioni riguardanti la dottrina, il culto ed anche gli edifici di culto stessi. Lo strumento principale da lui usato perché queste disposizioni contenute in un suo libro dal titolo De Fabrica Ecclesiae venissero applicate, era costituito dalle visite pastorali frequenti, con ordini perentori, con minacce ai trasgressori con imposizioni di multe  o di chiudere al culto le chiese o i conventi dei canonici che non avessero ottemperato ai suoi ordini.
Infatti aveva rinnovato anche per S. Ambrogio gli ordini del 1570 aggiungendo "  si provvega di una pietra sacra la quale se inserischi nella mensa dell'altare. Si murino gli archi fino alla cima et il spatio resterà dentro d'essi archi si accomodi per sacristia et altri servitii della scola. La chiesa tutta si repari et orni et principalmente la cappella maggiore quando si potrà. Il suolo della cappella si facci uguale al pavimento della chiesa et se li facci la sua bradella condecente. Li scolari della confraternita della pertitenza ai quali havevamo concesso et applicato come ex nunc, li concediamo detta chiesa, osservino le Regole d'essa Confraternita descritte nell'erezione d'essa scuola da noi fatta. Ordeniamo al Curato di Lignano al quale se ritrovano uniti da noi li redditi di questa chiesa venghi a celebrar la Messa quale in virtù della detta unione doveva ogni settimana celebrare in la parrocchiale, e ciò farsi subito dopo che li scolari haverano hornato la chiesa e provisto de paramenti conveniente per la celebratione della Messa.
Li suddetti scolari, caso che prete Laurentio de Sabbio capellano della chiesa di S. Maria de Arconate non li paghi li scudi XII d'oro in oro quali fra un mese doppo il giorno della visita doveva pagare conforme alla ordinatione da noi contro de lui fatta, vengano da noi che li provvederemo "
I Legnanesi ligi a tante ulteriori prescrizioni diedero immediatamente mano alle opere tanto che nella visitazione del 28 gennaio 1580 si legge: Arch. Cur. Arciv. Sez. X - Vol. VI fasc. 6 (visita pastorale) Legnano 1580 addi 28 Gennaio - Ordinationes nella Chiesa di S. Ambrosio de Disciplinti.  L'altare s 'accomodi col telaio e sollevi almeno de una oncia e mezza. Si faccia a una finestrella nelli archi alla forma. La lampada si reporti fuor delli cancelli. Sopra l'altare se vi faccia un baldacchino e questi decente et in essa chiesa nnz si celebri sintanto che sarà accomodato detto baldacchino sopra l'altare". La troppa fretta evidentemente li aveva portati a murare del tutto gli archi senza più lasciare entrare luce nella cappella maggiore.
La forma della chiesa evidentemente comincia ad essere più chiara grazie alla descrizione del 1582 (dal latino) .
"La chiesa di S. Ambrogio nel predetto borgo di Legnano è stata da poco riparata dagli scolari qui preposti ad usare le dodici monete d'oro provenienti dalla multa imposta dall'arcivescovo illustrissimo al parroco di Arconate. La chiesa ha un unico altare ad occidente, vi sono una pietra sacra, la croce e candelabri, paramenti, il paliotto ed una tabella per l'esposizione dei documenti secondo il rito romano. Nel quadro in cui si vedono la Madonna - S. Ambrogio e S. Agostino, il volto della Madonna è rovinato, la mantovana di cuoio è stata dorata e la predella restaurata alzata di un gradino, e da cancelli di legno è stata circondata. Il quadro è proprio contro la parete che si trova tra il campanile sporgente nell'interno della chiesa e la parete a fianco dell'altare. Vi è pure una finestrella nella quale una volta si conservava il S.S. Sacramento. La chiesa è formata da una sola navata con il soffitto formato da assi, tuttavia essa non fu consacrata con i segni di consacrazione causa le pareti intonacate grossolanamente ed il pavimento che non era ben lastricato. Prima, la chiesa stessa era suddivisa in due navate, ma la navata a Sud da poco tempo separata, si rivela molto più grande di quella laterale come appare anche dalle pareti rustiche sotto gli archi della chiesa che sono stati chiusi ed attraverso i quali si passava da una navata all'altra, tanto più che su questa navata a Sud è stata ricavata nella parte superiore la scuola destinata al coro dei Disciplini, costituito come già scritto come decreto dell'anno 1570. La porta era ad Est, una finestra con una grata di ferro ed una tenda sul lato Nord. Una porta a Sud attraverso la quale si accede alla predetta navata Sud. Nella stessa chiesa sopra la porta maggiore vi è un coro pensile in legno per i disciplini. Ci sono infisse alle pareti due acqua santiere, vi sono le bradelle per le donne. Il campanile a Nord è quadrato e molto alto con una campana, la sua porta è senza serramento. Nei giorni di festa in questa chiesa si insegna con una scuola mariana la Dottrina Cristiana."
Seguono quindi le prescrizioni del cardinale.
"Nella predetta chiesa di S. Ambrogio si ridipinga la parte della icona dove la Beata Vergine Maria è rovinata. Si chiuda entro otto giorni il piccolo vano nella parete a lato dell'altare. Si intonichino le pareti rustiche e si dia loro una imbiancatura. Vengano immediatamente tolte da questa e dalle altre chiese le "Bradellae mulieribus", fra un giorno pena la sospensione delle celebrazioni fino a che non saranno tolte, nè le si mettano nelle chiese se non comuni e con la forma (prescritta). L'altare ha un palio ed una pianeta di lana (cambellotto) bianca con gli ornamenti delle reliquie. E' stata posta sopra una porta alla apertura del campanile. Che il sacerdote Battista Crespi celebri una volta alla settimana nella chiesa come prescritto da noi nel 1570. Nè ad alcun ordine religioso senza licenza scritta venga permesso di celebrare in detta chiesa". Orbene, se prima le idee circa l'aspetto della chiesa erano confuse ora siamo di fronte ad una notevole quantità di rivelazioni. La più importante tra le quali è fuori da ogni dubbio quella riguardante la definizione Alias praedicta ecclesia erat in duas naves distincta. Una chiesa a due navate! Sicuramente una simile tipologia di edifici è qui da noi sconosciuta, a meno di non risalire alle costruzioni alto medioevali, nelle quali spesso ad un primo impianto di navata unica si univa una seconda navata per ampliamento. In ogni caso dalla descrizione emerge una situazione precisa La chiesa è cadente, un soffitto di assi, aperta su un lato che confina con una specie di porticato ad archi aperto e molto elevato.
Sul fianco nord si inserisce un campanile molto alto, anzi troppo alto per una cappellina di soli 6 x 10 mq. La parete sud ancora aperta lascia vedere un dislivello tra il pavimento ed il piano di questa specie di porticato .
Questa situazione di abbandono e le incongruenze architettoniche inducono con immediatezza a formulare un'ipotesi (affascinante quanto non dimostrabile, in assenza di una ricerca degli antichi muri e pavimenti sepolti sotto l'edificio che vedremo sarà poi rifatto nel 1590 circa) legata ancora alla storia dell'arcivescovo Leone da Perego. L'insistenza con la quale i documenti dicono che fu sepolto Viliter e fuori dalla porta della chiesa fa escludere come luogo di inumazione S. Salvatore, tanto più che la scoperta del suo corpo in S. Ambrogio fa scalpore anche in antico, quando cioè la memoria collettiva della società era più vigile che non ai giorni nostri. Se leghiamo questi fatti alla strana forma descritta per la chiesa primitiva viene da pensare che S. Ambrogio fosse solo l'inizio di una costruzione più importante, voluta sempre da Leone da Perego, il quale intendendo non idonea la vecchia chiesa di S. Salvatore (che verrà distrutta da altri per il medesimo motivo) pensava di creare a Legnano una sua basilica. Purtroppo la sua morte prematura e le inimicizie che si era attirato fecero molto probabilmente cessare ogni lavoro attorno alla chiesa, e la porzione della stessa ormai eretta venne usata come nascondiglio per il suo corpo. La chiesa era probabilmente sconosciuta ai compilatori degli antichi elenchi ufficiali, semplicemente perché non era stata ancora in gran parte costruita. Ma in Legnano una tacita venerazione esisteva per l'arcivescovo morto: lo dimostrano due cose. In Legnano esisteva una chiesa francescana a titolo S. Angelo. Padre (Burocco) Giuseppe Bernardino de Modoetia, in un manoscritto della Capitolare di Monza, dice che il primo dei sette altari sulla destra dell'ingresso è dedicato a S. Giuseppe, e su di essi si vedono dipinte parecchie immagini di nostri (del suo ordine) beati, e principalmente quella del Beato Leone da Perego arcivescovo di Milano con sotto la scritta che esso giace nella chiesa di S. Ambrogio di Legnano, e l'effige porta i raggi (della santità) attorno al capo. Anche le ricerche dello storico prof. Giuseppe Galli lo confermano. "La stessa pittura che il Burocco descrive con un latino piuttosto alla buona, fu vista anche dal Giulini che ne parla nelle sue Memorie .
Egli osservò: <<Sopra un pilastro entrando a mano destra la di lui (Leone da Perego) immagine coi raggi intorno al capo, e col titolo di beato aggiunto al nome, ed anzi, accurato osservatore qual era, nota che il 'B' preposto al nome di Fra Leone, era stato dapprima scassato e ricostruito. Anche l'estensore dei risultati della visita pastorale del card. Pozzobonelli, che avvenne nella seconda metà del secolo XVIII, (1761) vide lo stesso dipinto, e ne parla descrivendo la chiesetta di Sant Ambrogio: "In hoc oratorio S.Ambrosio sacro olim tumulatum fuisse cadaver quondam Leonis de Perego Archiepiscopi Mediolanensis, nec unz communis antiquissima fama est, sed etiam clare comprobatur tum ex vetustissima inscriptione sita sub fenestra capellae sub titulo S. Joseph in Ecclesia fratrum Minorum  Observatiae huius oppidi Legnani".
Che il dipinto fosse antico, e certo non posteriore alla metà circa del sec. XVI, lo attesta il Giulini, il quale afferma che i caratteri dell'iscrizione erano più antichi di quelli in uso all'epoca di S. Carlo. Come prova della sepoltura in S. Ambrogio, e non nella chiesa del Salvatore, l'estensore del resoconto della visita pastorale citata porta la antiqua fama.
Queste parole non sono un semplice accenno e tal fama in Legnano doveva esservi, ne è la prova un brano che tolgo da una minuta della visita eseguita nel 1566, la prima fatta a Legnano per ordine di S. Carlo: "Inter bonza autem quae Legnani sita sunt adest antiqua domus vetusta ac quasi diruta, non procul ab ecclesia, quam incolae Archiepiscopatum vulgo  dicunt, asseruntque copertum asse historiis ex antiquis annalibus. Mediolanenses Archiepiscopos ibi certo anzi tempore habitare consuevise, inter quos quondam nominatum Leonem da Perego ibi extremum diem obiisse, ibique sepultum, acilicet in ecclesia parva divi Ambrozii, sed postea translatum ad ecclesiam divi magni". V'era dunque in Legnano, nel sec. XVI ,  una tradizione che diceva Leone da Perego sepolto non nella chiesa del Salvatore, ma in S. Ambrogio, piccola chiesa, ed oratorio del borgo. E, aggiungiamo subito, questa tradizione aveva avuto la conferma nel fatto indubbio, che in S. Ambrogio ne era stato trovato il cadavere, e di là traslato in S. Magno, ossia nella chiesa che nel primo decennio circa del secolo XVI (1504-1513) era stata ricostruita sull'area dell'antica chiesa del S. Salvatore.
Che dire allora della affermazione del catalogo beroldiano, del Papini, del Pizzolpasso, e dell'altro catalogo ambrosiano? Certo concilia ogni cosa una primitiva traslazione da S. Salvatore in S. Ambrogio: l'epoca si potrebbe facilmente precisare; quando cioè fu demolita la chiesa del S. Salvatore prima del 1504.
Tale è l'opinione di un moderno cultore di memorie storiche legnanesi.
Non vi è però nessun documento storico che parli di questa prima rimozione. Anzi, pochi decenni dopo, come lo prova il brano riferito alla visita pastorale, si ritiene in Legnano che il luogo della prima sepoltura fosse S. Ambrogio e di lì traslato in S.Magno .
E' possibile che in così poco tempo si sia perduta la memoria del primitivo luogo di deposizione? Perchè, sia da quanto accenna la visita pastorale del 1566, sia pure ancora, da quanto narra il prevosto Pozzi nel suo manoscritto appare chiaro che a S. Salvatore non si pensi, affatto quando fu scoperto il cadavere di Leone.
A parte l'antica venerazione dei francescani legnanesi nonchè la curiosa lotta di S. Carlo Borromeo che certamente per giusti motivi aveva fatto eliminare la "B" di Beato (poi subito rimessa dai frati) per evitare non consone idolatrie, un secondo argomento ci porta a credere S. Ambrogio tomba discreta dell'arcivescovo.
A sud della parte della cosiddetta cappella o navata maggiore i Legnanesi cristiani si facevano seppellire vicino all'arcivescovo.
Si può tentare seguendo le descrizioni fin qui riportate di ricostruire la vecchia chiesa. Vediamo anzitutto in pianta dove doveva trovarsi prima della trasformazione del 1590. Il campanile ed il muro ad esso addossato, nonchè il fondo su cui era impostato l'altare, ricalcano le linee della costruzione attuale. Invece è sparita la parte di chiesa costituente la seconda navata più grande ancora, nel 1566 aperta a mo' di portico. Prende forma la possibile impostazione della chiesa a navata centrale con transetto, iniziata soltanto per ordine di Leone e non eseguita, all'infuori dell'imposta centrale e di un solo lato del transetto, nel quale si viene a ricreare uno spazio d'emergenza per sfruttare la zona più chiusa e coperta dal tetto. Di questa ipotesi può essere buon testimone il campanile che, mai toccato, dimostra con le sue dimensioni ragguardevoli di essere parte di un progetto ben più ambizioso che non una semplice cappellina.
La seconda ipotesi circa la nascita di un simile organismo a due navate, potrebbe essere quella di un ingrandimento (magari a scopo celebrativo) di una primitiva cappellina, cui aggiungendosi un porticato, si sarebbe dato l'aspetto di un mausoleo per Leone da Perego, rivolto verso il cimitero cristiano, (in questo caso però, stona la presenza del campanile alto e non tornano i conti circa lo stato di non finizione dell'opera. Grandi archi aperti, pavimenti non eseguiti, chiesa senza porte, passaggio diretto dalla "chiesina" al porticato?). Come già accennato è molto più probabile invece il fatto che i Legnanesi accingentisi a costruire una chiesa più grande nei borgo, visto morire il patrocinatore per di più in disgrazia col popolo di Milano, abbiano usato l'erigenda costruzione come luogo di inumazione frettolosa e nascosta per il loro arcivescovo. Infatti è proprio demolendo l'antico porticato da poco chiuso ed il suo muro confinante con l'antica cappella che fu scoperto il feretro di Leone certamente non da poco traslato perchè nessuno se ne ricorda (almeno ufficialmente), nè sepolto con onore, perchè giaceva in un tronco scavato in fretta e non in un'urna degna di un arcivescovo, e senza alcun segno esterno. Sono con lui solo le preghiere dei Legnanesi nobili e dei francescani che addirittura lo beatificarono. Nel seguente decennio viene invece radicalmente trasformata la chiesa. Infatti le innumeri imposizioni di modifiche ed aggiunte ordinate da S. Carlo prima e poi da Federico Borromeo , fanno si che i Legnanesi armati di buona volontà, dopo la visita del 1587, pongono mano ad un rifacimento totale dell'edificio per ovviare ai problemi di spazio, diversamente non risolvibili con il primitivo. Si giunse così in Legnano, alla fine del 1587, alla decisione di abbattere quasi dalle fondamenta la chiesina (tranne il campanile, già alto) per edificarne una con una grande navata e dotata sul lato sud - ovest di sagrestia e locali per i Disciplini.
Questo atteggiamento non era nuovo per i Legnanesi allora di indole particolarmente alacre.
La chiesina vecchia non aveva il soffitto in muratura; negli antichi muri le moderne volte a botte con lunette interposte non potevano essere inserite. Inoltre l'antica chiesina già girata e rigirata non aveva una dimensione ed un decoro adatti sia alla scuola dei Disciplini che al censo dei lasciti agli altari. Vennero quindi abbattuto tutto il vecchio corpo di fabbrica tranne il campanile ed i due muri laterali dell'altare.
L'antichità di questi ci viene assicurata da due testimonianze storiche, l'una è quella della presenza sulla destra, a fianco del campanile della finestrella in cui venivano riposte le specie e che con S. Carlo dovette essere chiusa. Sotto l'intonaco ancora oggi suona il vuoto della nicchia; l'altra è la presenza delle porte inferiori e degli accessi al coro superiore che ci vengono descritti in antico presenti tra le due navate della chiesa e che tuttora occupano la parte sinistra delle antiche mura che racchiudevano l'altare medioevale. Per il resto la chiesa venne totalmente rinnovata ed i capomastri crearono come prosecuzione della cappellina più antica una nuova navata rettangolare (insegna la chiesa del Gesil a Roma) di circa m. 15 x 9, suddivisa in tre campate. Ogni campata venne voltata con una crociera e l'antica cappella iniziale fu coperta con una volta a botte. Nelle lunette sotto le volte a crociera furono ricavate delle finestre rettangolari e alcune di queste vennero ripetute anche nella parte inferiore per aumentare la luminosità dell'ambiente. Nella nuova facciata venne creato un porticato con due pilastri lesenati esterni e due colonne in granito di baveno rosa interne, portanti una serie di tre volte a crociera molto leggere.
Lo spazio della chiesa sopra le volte dell'ingresso venne sistemato come nuovo coro dei Disciplini e con dimensioni di gran lunga maggiori rispetto a quell'antico sopra la porta. La chiesina ancora svolgeva infatti essenzialmente la funzione di oratorio dei Disciplini e un ruolo di preminenza doveva essere dedicato alla musica sacra. Nel corso del XVII secolo la chiesa era stata dotata anche di un organo che venne più tardi venduto per difficoltà economiche e poi ricomprato su istanza dei cittadini. La nuova volta aveva regalato ai Legnanesi una sonorità più gradevole ed intensa durante i concerti. L'antico costume di cantare le preci sotto il porticato aperto lasciatoci da Leone da Perego, aveva preso vigore e conoscenza dei nuovi canoni estetici musicali. La Legnano secentesca in questa chiesa, più che in S. Magno ove l'antico organo degli Antegnati non era più all'altezza della nuove estensioni vocali in uso (il canto antico era più basso e greve come tonalità), soleva celebrare e ripetere i nuovi estetismi culturali del canto e della musica sacra. Lo spazio tuttavia non era ancora consono a servire il gran numero degli scolari e dei Disciplini .
Dalla descrizione delle visite emerge che, morto S.Carlo Borromeo, dopo Gaspare Visconti, il subentrante Federico Borromeo arcivescovo di Milano dispone anche l'edificazione del corpo di fabbrica posto a fianco del campanile sul lato nord, dal quale, mediante una scala coclideia, si accede ad un ballatoio ed alla balconata interna del coro e dell'organo. Nella prima metà del 1600 la chiesa viene affrescata dai pittori Lampugnani di Legnano. Il fatto che siano nostri conterranei ha forse indotto i Legnanesi a dimenticare questa famiglia di pittori, i quali, oltre alle molteplici opere locali, hanno affrescato chiese importantissime come ad esempio il Santuario del Sacro Monte di Varese con due cappelle, e che hanno sempre superato in bravura pittorica i più nominati fiamminghi di Milano. Alla loro arte si devono opere raffinate tra le quali la pala d'altare del convento di S. Maria in Canonica a Milano, e conservata tra i capolavori del Louvre.
Delle pitture dei Lampugnani rimangono il grande affresco sulla sinistra (m. 4 x 2) che rappresenta S. Ambrogio a cavallo ricevuto dai dignitari di Milano dopo la sua acclamazione a vescovo. Il dipinto è di grande respiro e molto bello, per il movimento dei personaggi e per l'inserzione di piccoli particolari di paesaggio che rappresentano la Milano antica.
Anche le lunette sotto le volte sono tutte dei Lampugnani e rappresentano otto profeti in larghi panneggi, la data 1613 vicino alla firma dei pittori è stata ritoccata, dovrebbe essere infatti 1618. I Lampugnani Francesco e Giovanni avevano eseguito ad affresco anche la volta della chiesa, ma di questa si vedono solo bellissimi puttini ora attorniati dalle decorazioni neo-barocche fatte dal pittore Furrer nel 1900.
Costui aveva anche ripreso a tempera i quadri centrali ad affresco delle volte, per uniformarli con quelli della nuova parte di chiesa che vedremo aggiungere più tardi. Sui due piloni frontali della cappella dell'altare maggiore sono visibili un S. Blasio ed un'altro Santo poggianti su due basamenti. L'umidità ha fatto sfiorire la figura di destra e si nota che essa è stata ridipinta su una più antica dedicata a S. Ilario.
Probabilmente questa è dei Lampugnani e può essere recuperata togliendo le alterazioni del 1900.
Sempre dei pittori Lampugnani: il quadro ad olio con la Madonna ed i santi Carlo, Francesco e Magno che, una volta spostato l'altare, venne collocato sulla nuova parete di fondo ove si trova tuttora. Infatti la chiesa, nel 1740, risultava ancora una volta troppo angusta per il carico di lavoro che la scuola dei Disciplini doveva svolgere. Si decise quindi di ampliarla ancora una volta, demolendo l'antichissima parete dell'altare risalente al 1257 ed allungando tutta la fabbrica sia nella parte della navata che dalla parte dell'antica sacrestia. La pala dei Lampugnani venne spostata come si diceva verso il fondo e circondata da una bella cornice ad affresco di mano di un Bellotti di Busto Arsizio (da notare che le famiglie artistiche dei pittori Lampugnani Bellotti e Crespi rappresentano assieme a quella dei Turri a loro volta eredi dei Bellotti, le origini artistiche e la continuazione storica di una tradizione lombarda di pittura sacra che nasce dal 1400 e termina ai giorni nostri). Il grande valore in lunghezza della chiesa era apparentemente sproporzionato in quanto l'ala nuova di fondo si apriva su una vasta sala laterale che serviva per i raduni dei membri delle consorterie e ultimamente, attorno al 1948 alla catechesi dei bambini per la Comunione e la Cresima. La parete di fondo verso cui si trova l'altare è decorata con una pregevole prospettiva settecentesca che aumenta la profondità dello scenario. Appese alle pareti vi erano numerose tele settecentesche alcune delle quali sono ora presso il Collegio dei Capitani unitamente a panche, crocifissi ed i cosiddetti "cilostri" delle processioni.
Attorno al 1957 infatti la parte sud - ovest della scuola è stata murata fino agli archi per ricavarne locali a disposizione dei Capitani del Palio di Legnano e questo fatto ha portato alla dispersione di alcune opere d'arte in Legnano, peraltro recuperabilissime in quanto tenute in debita custodia. Con questa modifica la chiesa ha in parte perduta la sua sonorità musicale interna che, con la sistemazione del nuovo organo dei legnanesi Carrera nel 1886 sul palco del coro dei Disciplini aveva assunto forma e livelli artistici elevatissimi.
"per la chiesa di S. Ambrogio, il De Simonti Carrera costruì un organo 'ex novo' nel 1886. Troviamo infatti, fra le Deliberazioni della Fabbriceria Parrocchiale di Legnano in data 12 ottobre 1886:
   Il primo fabbriciere dà comunicazione del Collaudo del nuovo Organo della chiesa di S. Ambrogio, costruito dal fabbricatore Sig. Antonio de Simoni - Carrera, dando lettura del voto emesso il 22 agosto 1886 dell'Egregio Sig. Prof. Carlo Fumagalli di Milano ...
E il Fumagalli non solo stese l'atto di collaudo, ma inaugurò l'organo il 22 agosto 188d. Dall'epoca della sua costruzione sino ad oggi l'organo non essendo mai stato alterato o minimamente toccato, neppure per semplici operazioni di ripulitura e accordatura, rimane uno strumento di grande interesse perche' conserva intatta la sua originaria fisionomia".
(Stella e Vinay - I Carrera - Legnano, 1973).
 
Questo organo è ancora intatto, però purtroppo non gode di manutenzione da quasi trenta anni, il che ne garantisce senz'altro l'antica struttura strumentale ed i timbri, ma non la longevità.
L'allungamento settecentesco aveva ripetuto la forma della navata del 1600, senza nulla variare. Solo le finestre erano state un poco modificate sulla destra, mentre sulla sinistra verso lo spazio della "scola" erano stati fatti degli archi su colonne. L'altare un poco avanzato rispetto alla parete di fondo permetteva la presenza di un grandioso coro ligneo cui si affiancavano sulla sinistra le panche dei Disciplini. L'antica chiesina poverissima era ora diventata grande, adorna e ricca di stoffe e argenti. La Legnano del XVIII - XIX secolo la frequentava sia per l'istruzione sia perchè era centrale per la città. Nel 1923 monsignor Gilardelli la dotò di un salone cinematografico intitolato Teatro Pio XI che andò a completare l'attrezzatura dell'oratorio e del Centro giovanile.
Le volte del 1700 vengono affrescate e si copre in parte anche la decorazione dei Lampugnani. Pian piano altre iniziative sia della chiesa sia pubbliche portano questa antica scuola al disuso o all'oblio odierno. Con l'insediamento di monsignor Giuseppe Cantil alla basilica di S. Magno si sono provveduti a lavori di risanamento del pavimento mediante copertura di quello antico con uno strato di marmo saccaroide.
Il risultato ha nascosto le ondulazioni e le lapidi tombali, ma non ha rimediato all'umidità della chiesa.
Altri interventi più drastici sono necessari per ridare alla città questo antico centro di vita e cultura.
 
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4.4 La basilica di San Magno

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La basilica di San Magno
 
Fra tutti i monumenti legnanesi quello che maggiormente ci viene invidiato per la sua maturità artistica è sicuramente la Basilica di S. Magno. Quando nel 1504 iniziarono i lavori sotto il patrocinio delle famiglie Lampugnani e Vismara i Legnanesi si erano appena disfatti della chiesa protoromanica di S. Salvatore, che era sia strutturalmente che culturalmente non recuperabile, nè sufficientemente dignitosa per un borgo benestante come il nostro.
Il Rinascimento aveva riportato in architettura al loro pieno splendore i fasti compositivi e strutturali dell'epoca imperiale romana. Vi aveva aggiunto tuttavia una miglior conoscenza dei materiali costrutti, vi che aveva permesso di snellire le strutture murarie, ma soprattutto la cultura di questo secolo si esprimeva con forme leggere, dimostrando un notevole equilibrio interiore. Tutto è misurato, ed in ogni particolare d'opera d'arte si coglie il gusto e la maestria del suo creatore. Verso la fine del 1400 un grande ingegno tormentato, Leonardo da Vinci, obbedendo ad una sua esigenza interiore, cercò, nelle sue opere di esprimere l'anima ed il movimento delle cose. In questa ricerca egli sarà maestro; allievi ed esteti del tempo apprenderanno più tardi questo insegnamento. Era divenuto imperativo nel Cinquecento per ogni artista dare vita autonoma alle proprie creazioni, fornirle cioè di anima.
Orbene, Donato Bramante universalmente indicato come padre inventore della nostra basilica, non poteva sottrarsi a questa lezione di spiritualità trasmessa dal più giovane Leonardo.
Il mezzo ch'egli più usò per trasfondere vita e movimento nelle forme architettoniche fu l'impostazione piantistica delle chiese, con schema visuale centrale.
Mentre in antico si era sempre ricalcata la forma basilicale (anche in S. Salvatore) con una prospettica interna monodirezionale verso l'altare, nelle nuove chiese a pianta centrale bramantesche i fedeli si trovano immersi in uno spazio che da ogni lato riserva scorci, visuali, giochi architettonici sempre diversi con simmetrie mirabili.
La chiesa a pianta centrale invita a ruotare lo sguardo e, durante le varie ore del giorno, dalle sue finestre entrano raggi di sole che mutano sempre i giochi di luce sulle superfici delle volte e degli archi. Anche sull'esterno l'edificio si anima. Mentre nelle basiliche troviamo una facciata principale e poi tanti scorci minori come importanza (una delle rarissime eccezioni a questa regola è il Duomo di Pisa, fruibile in tutto il suo intorno), le chiese bramantesche sono volumi da osservare in tutto il loro insieme, formano paesaggio urbano da ogni angolo prospettico, non hanno una facciata vera e propria con angoli e lati minori, ma vengono impostate come volumi in cui simmetrie magistrali si ripetono a 360 gradi. L'attribuzione della paternità del nostro tempio a Donato Bramante di Asdrualdo (Urbino) nasce da due fattori. Il primo è rappresentato dalla Storia delle chiese di Legnano (1650) del prevosto di S. Magno Agostino Pozzo, che nel descrivere la nascita della basilica dice:
Questa fabbrica è dissegno per quello si tiene di Bramante architetto de' più famosi habbi hauto la cristianità, è questa fabrica molto riguardevole a cionque la mira attesa la bella proprotione ella è in ottavo, et quadrata, e di presente con sette altari, in tal modo disposti che uno non è d'alcun impedimento all'altro. E' fatta in volto con le nize sotto per porvi le statue, havea altre volte infaccia una sol porta sopra la quale si legò qui versi postivi l'anno 1518 d'Alberto Bosso qual viveva in quei tempi facendo schola di grammatica in Legnano ove anche morto fu sepolto. ...
Il distico già ricordato all'inizio del libro avverte il viandante che Legnano è ricca, colta e nobile.
Nel libro La Basilica di S. Magno a Legnano da me scritto con l'aiuto di Mosè Turri Junior, nel 1974, con molteplici argomentazioni e documenti riportati, si chiarisce come il Bramante non fosse più a Milano all'epoca in cui la Legnano rinascimentale si accingeva ad edificare il suo capolavoro. Tuttavia è credibile che, come letteralmente dicono le parole del Pozzo, egli lasciò il disegno della chiesa.
Il secondo fattore che rende credibile l'attribuzione antica, nasce molto semplicemente dalla lettura critica della composizione architettonica della chiesa. Come abbiamo prima accennato è dopo Leonardo da Vinci, il quale fa scuola in Milano, che nascono il gusto e l'invenzione piantistica osservate in Legnano. Anche il Pozzo, che architetto non è, subito individua il quadrato e l'ottagono legati mirabilmente, stupisce e gioisce del fatto che da ogni lato si possono vedere gli altari senza che si disturbino. Tutto l'impianto architettonico è un inno alla simmetria tesa a far volgere lo sguardo in un continuo di prospettive visive sempre nuove pur restando l'osservatore sempre nel medesimo punto dell'edificio.
Una tale "invenzione" di spazio è sconosciuta nel 1400, e fino all'inizio del 1500 non sarebbe stata prodotta dalla cultura lombarda. Bramante agisce intorno al 1492 in Milano, a fianco di Leonardo da Vinci e, mentre si occupa della chiesa di Santa Maria delle Grazie, inizia il suo discorso culturale dirompente nei confronti delle piante basilicali allungate. Egli combina una croce greca maggiore con croci greche minori negli angoli ideando un sistema di tre gradi architettonici, identico a quello disegnato in S. Magno, ognuno dei quali è subordinato a quello superiore (cappelle angolari, cappelle principali più grandi, tamburo ottagonale e cupola fuse sopra i grandi piloni che separano le cappelle o i timpani).
Nella nostra chiesa tuttavia la forma è ancora più essenziale e le proporzioni raggiungono una raffinatezza estrema. E sembra piovuta dal cielo in Legnano, ed è evidentemente ideata da una mente colta e geniale che già pensa alle scelte architettoniche per il nuovo San Pietro in Roma. Non può essere il prodotto di una cultura locale, esce dalla tradizione di Milano o Legnano con una tal violenza inventiva che risulta impossibile pensare ad altri autori se non al Bramante.
Esempi simili, ma più tardi, si trovano in Lodi, Saronno, Pavia, Crema. A Busto Arsizio la notizia dell'edificio fa subito tanto scalpore che immediatamente la copiano in scala minore edificando S. Maria di piazza. Queste chiese, tutte a pianta centrale, non sono fatte da Bramante, bensì da suoi seguaci, ed infatti pur essendo molto belle, mancano della essenzialità, pulizia ed armonia presenti invece con mirabile equilibrio nel S. Magno di Legnano. Non dimentichiamo che i legnanesi iniziarono nel 1495 a programmare l'eliminazione del S. Salvatore e quindi la vera data in cui S. Magno fu pensata è di ben nove anni precedente a quel 4 maggio 1504 in cui fu posta la prima pietra.
A realizzare la chiesa provvide un capomastro affiancato dal nostro maggiore artista di quel tempo, legnanese per adozione (abitava in Milano), il giovane pittore Gian Giacomo Lampugnani. Lontano parente dei Lampugnani di Legnanello e dei proprietari del Castello, Gian Giacomo era l'artefice più adatto per esperienza e sensibilità artistica che potesse assumere il delicato compito di trasporre in muri i disegni e le indicazioni del Bramante. Questi preziosi progetti sono però oggi scomparsi e, con ogni probabilità, furono due le occasioni in cui vennero dispersi. La prima nel dicembre del 1511 quando venne saccheggiata Legnano e furono bruciati dei ponteggi anche nella chiesa ad opera di truppe svizzere in guerra con i francesi per la cacciata di Ludovico di Valois dal Ducato Milanese.
La seconda nel 1610 quando dovendosi rigirare gli ingressi, l'ingegnere camerale F. M. Richini venne a Legnano per studiare il tempio cui doveva edificare una nuova facciata.
L'edificio venne comunque iniziato con grande lena nel 1504 e terminato, nelle strutture murarie, il 6 giugno 1513. Subito si provvide a dotarlo di decorazioni interne che lo facessero eccellere tra le costruzioni coeve.
Per quanto invece riguarda l'esterno i Legnanesi si arrestarono con i lavori nel 1513. Forse mancavano soldi (ricordiamo che il borgo di allora era di poco inferiore alle 2000 anime), forse mancarono le idee decorative, oppure attendevano lumi estetici da Bramante, ma questi lumi non arrivarono mai poiché il grande architetto si era spento a Roma, nel 1514.
E' noto che di norma i grandi artisti volevano  eseguire personalmente le decorazioni ed i motivi architettonici esterni delle loro creazioni. Era infatti necessaria una stretta collaborazione tra l'artista e gli esecutori per poter rifinire un monumento, inoltre la gelosia professionale degli architetti del tempo faceva si che nessuno di loro anticipasse con disegni di cantiere l'estetica esterna dell'edificio che, sia per i tempi lunghi di costruzione, sia per le incertezze economiche di finanziamento, era molto poco prevedibile come date di finizione. L'esterno della basilica rimase perciò, per molti anni rustico in mattoni. Anche gli interventi del Richini non furono che marginali e a distanza di ben cento anni dalla posa della prima pietra.
Era intervenuto a frenare la costruzione anche un fatto socio economico. La primitiva spinta culturale, sostenuta da forti donazioni, proveniva dalle casate nobili che risiedevano a Legnano solo temporaneamente, ma appartenevano per censo e potere politico agli ambienti di governo in Milano.
Con l'avvento delle dominazioni francese, spagnola e per ultima austriaca, queste caste nobiliari persero sia parte dei loro privilegi sia l'abitudine di usufruire delle loro proprietà in Legnano come sedi di soggiorno estivo. Legnano quindi subì un grave depauperamento dovuto all'avvenuto scollamento tra questi poteri nobiliari milanesi e la gestione delle loro proprietà di provincia. Anche la progressiva scomparsa degli ordini monastici qui presenti coi loro conventi portò all'allontanamento del potere arcivescovile dal borgo. La basilica rimase quindi orfana del suo aspetto esterno. Al contrario si può affermare che nel suo interno è di una ricchezza e splendore difficilmente eguagliabili .
La prima e più importante opera pittorica venne eseguita dal maestro Gian Giacomo Lampugnani, nel 1515, che eseguì una affrescatura della volta ottagona con candelabre a grottesca di notevole forza ed eleganza. Ricavate con tinte bianche e grigie in chiaroscuro su un fondo blu lapislazzolo, le decorazioni sono di una scenograficità e compostezza raramente uguagliate.
Lo storico Muntz rimasto estasiato da questo capolavoro, lo definì nei suoi scritti di critica artistica "la più bella grottesca di Lombardia".
Essa si inquadra perfettamente nel concetto di centralità di pianta, espresso dall'edificio. Non ha infatti una direzionalità del disegno, ma ripete specularmente la scansione di spicchi uguali delle tarsie marmoree del pavimento e invita a ruotare lo sguardo con movimento circolatorio che man mano sale come in una spirale che termina sotto la lanterna posta al culmine della cupola.
I motivi ad animali e piante rispettano anche il notevole slancio della struttura muraria. Essa è costruita in mattoni forti come tutto il resto della chiesa, eccezion fatta per il campanile antico. Come già detto la parte di fondazioni absidali ed il campanile romanico del S. Salvatore, furono riutilizzate nel 1504.
Anzi il campanile stesso fu abilmente sfruttato  facendogli fungere la cappella minore nel lato destro della parete sud.
La cappella di S. Maria e S. Giuseppe che vicino a lui si ritrovava fu rispettata nella sua forma e dedica. Questa in seguito accolse nel 1640 l'organo Antegnati quando venne chiuso il portone rivolto verso l'attuale municipio. L'organo stesso accresciuto dai Carrera e poi dai Maroni trovò posto nel nuovo ampliamento della facciata operato nel 1914 dall'architetto Perrone.
Per meglio cogliere le numerose modifiche subite in quasi 500 anni di storia, riporto alcuni dati cronologici :
 
4 maggio 1504 - Inizio della fabbrica. Note del tesoriere Alessandro Lampugnani Sutermeister - Memorie 4 - 5.
10 aprile 1510 - Gettata una campana di 50 rubbi.
24 maggio 1510 - Gettata una campana di 80 rubbi. Note del tesoriere Alessandro Lampugnani. Storia de "Le chiese di Legnano" di P. Pozzo.
1O dicembre 1511 - Incendio e saccheggio di Legnano ad opera degli Svizzeri in guerra con i Francesi per la cacciata di Ludovico di Valois dal Ducato Milanese. Note del tesoriere Alessandro Lampugnani.
6 giugno 1513 - Compimento della fabbrica. Note del tesoriere Alessandro Lampugnani. Storia de "Legnano" di P. Pozzo. Distico del maestro Alberto Bosso, ora sopra la porta detta del Prevosto, aperta sotto il vecchio campanile verso la casa canonicale.
15 dicembre 1529 - Francesco Landino, vescovo di Laudicea e suffraganeo dell'arcivescovo di Milano, consacra la chiesa.
1542 - Restauro e sopralzo del vecchio campanile.
7 agosto 1584 - Traslazione della Prepositura.
1610 - Trasferimento della facciata da nord a ponente, apertura delle porte laterali del nuovo prospetto e chiusura delle vecchie porte verso nord e sud. Archivio di S. Magno.
2 luglio 1611 - Rafforzamento del campanile romanico e aggiunta di due nuove campane più pesanti.
20 agosto 1611 - Il cardinale Federico Borromeo consacra le nuove campane.
1638 - Restauro della torre campanaria.
2 dicembre 1752 - Costruzione del nuovo campanile. Archivio di S. Magno.
1840 - Apertura della porta centrale in facciata, primi restauri sotto la direzione dell'ing. Turconi. Rafforzamento della cupola e demolizione dell'abitazione del sacrestano prospiciente il palazzo municipale.
12 novembre 1850 - Relazione della commissione per i restauri composta dai pittori F. Hayez, Antonio De Antoni e dallo scultore Giovanni Servi, insegnanti a Brera, fatta all'I.R.G.A. (Imperial Regio Governo Austriaco) su proposta del reverendo prevosto Ponzoni.
1888 - Progetto di restauro dell'architetto sacerdote Locatelli parroco di Vergiate, non approvato dalla Conservazione dei monumenti per la Lombardia. Presentatore monsignor Domenico Gianni, predecessore di monsignor E. Gilardelli.
1909 - Costruzione della nuova sacrestia.
20 luglio 1910 - Danni alla chiesa ad opera del ciclone.
1911-1914 - Inizio dei lavori diretti dall'architetto Luigi Perrone Sovraintendente alla conservazione monumenti per la Lombardia. Restauro dei tetti e chiusura delle murature sottotetto. Distruzione delle aggiunte barocche. Rifacimento degli intonaci. Prolungamento dell'atrio della chiesa. Progettazione e rifacimento della facciata e applicazione dei timpani alle porte di ingresso. Il pittore Albertazzi progetta ed esegue i graffiti in facciata.
1963-1964 - Sotto la direzione dell'architetto Pietro Scurati Manzoni espressamente delegato dall'ing. Luigi Crema, Sovraintendente alla conservazione dei monumenti in Lombardia: rifacimento dei tetti ed esecuzione di un secondo tetto sopra l'altare maggiore. Rifacimento degli intonaci e dei vecchi graffiti in facciata, pittore Giannino Colombo. Restauro dei resti del campanile romanico.
Ottobre 1967 - Demolizione della vecchia casa canonicale costruita nel 1500 e successivamente ampliata due volte; nel 1600 e nel 1700. Inizio della costruzione del nuovo centro parrocchiale. Architetti Enrico Castiglioni e Ezio Ceruti. Impresa Silvio Saredi.
1972 - Inaugurazione del centro parrocchiale da parte dell'arcivescovo cardinale Giovanni Colombo.
 
Volendo descrivere l'interno della basilica con completezza non basterebbero poche pagine, infatti la chiesa si è nel corso degli anni arricchita in ogni suo angolo di tali e tante opere d'arte, che si è veramente imbarazzati nel doverne tralasciare all'esame qualcuna .
Seguendo un criterio cronologico possiamo però, almeno iniziare l'esame di questi piccoli e grandi capolavori .
Si è già detto che, immediatamente dopo aver terminato la struttura muraria, un maestro Gian Giacomo (Lampugnani, stando alla tradizione), nel 1514, dipinse la cupola ed il tamburo fino alle cornici.
L'anno successivo la famiglia Lampugnani commissionò, le affrescature della cappella di S. Agnese, che si trova alla sinistra di chi entra. Il soffitto richiama con alcune grottesche la decorazione della cupola della basilica  in chiaroscuro su fondo azzurro.
Sui lati due grandi scene riguardano la Madonna con i Santi. Sul terzo lato di sinistra, ove in un tempo successivo si ricavò, una finestra rettangolare, era posto un quadro di Giovanni Battista Lampugnani con una deposizione ora portata nella cappella del battistero. Gli affreschi sono quasi sicuramente dello stesso maestro Giacomo, autore della cupola. Nella zoccolatura inferiore trovano posto parte degli stalli lignei, tolti nel 1967 dal coro della cappella maggiore, ove coprivano alcuni affreschi.
 
 
A parte la pala del Giampietrino di cui abbiamo già parlato a proposito della tradizione che la vorrebbe presente intorno al 1490 nella chiesa del S. Salvatore poi abbattuta, e gli affreschi del Gian Giacomo, i lavori nella chiesa si arrestarono per alcuni anni (1516-1523). In questo tempo imperversava la peste in Milano ed il pittore Bernardino Luini, che aveva preso in affitto dai signori Prandoni una casa a Legnano, fu incaricato con atto rogato dal notaio Isolano della Corte Arcivescovile, di dipingere un polittico di notevoli dimensioni (metri 3 x 5).
L'opera è stupenda e, tra tutte quelle cui diede vita l'artista, a detta dei critici, la migliore.
Il Luini crea, servendosi del telaio in legno intagliato come di un castello architettonico, una sorta di scenografia, in cui ripete il motivo delle cornici vere nello sfondo del dipinto. In questo scenario quasi a rilievo egli inserisce le figure dei santi Pietro e Battista - Magno e Ambrogio, sui lati. Al centro imposta, in una tavola di eccezionale grandezza, una Madonna con bambino attorniata da angioletti musicanti. Sopra, in un timpano, si staglia la figura del padre eterno. Lo zoccolo riporta alcune piccole scene dipinte a chiaroscuro con la passione di Gesù Cristo. Tutto il polittico era inserito in una grande cornice con due ante che lo proteggevano e venivano aperte durante le funzioni festive. Queste ante pure dipinte dal Luini purtroppo, nel corso dei secoli, furono dapprima smontate e poi disperse.
Questo capolavoro nel suo scrigno non è più completo; restano però due angeli dipinti sullo sfondo del contenitore sopra il Padreterno.
La cappella maggiore aveva subito un ampliamento dopo l'incendio del 1511, le sue pareti erano state solo intonacate, ornate con decorazioni semplicemente graffiate con motivi a tondi e cerchi. Su questo sfondo la pala del Luino doveva sembrare accolta in maniera non degna.
Nel 1562 venne quindi incaricato un allievo del grande Gaudenzio Ferrari, Bernardino Lanino affinchè dipingesse la volta e le pareti della cappella maggiore. Usando come punto focale delle sue rappresentazioni la pala del Luini (con l'altare accostato alla parete di fondo, e poi spostato nel 1587), il Lanino affrescò una sequenza di otto grandi scene, più due piccole sopra le finestre. Ai lati del polittico pose un S. Rocco ed un S. Sebastiano grandiosi nel disegno e delicatissimi negli incarnati. Sui piloni dell'arco trionfale infine raffigurò il Salvatore - Gesù Cristo e S. Magno ricordando cosi la dedica della Basilica.
Nelle lunette sopra il cornicione della cappella oltre ai classici quattro evangelisti, mise i dottori della Chiesa: Gregorio e Agostino a destra Ambrogio e Girolamo sulla sinistra.
Infine si dedicò al soffitto con volta a crociera, tenendo chiaro il colore per contrastarlo col blu e grigio della cupola e decorandolo con quattro tondi a puttini su sfondo giallo oro ed una serie di piccole decorazioni a festoni, figurine che ricordano molto il gusto quattrocentesco lombardo.
Anche l'arco trionfale non fu tralasciato, ma ornato con angioli in volo e cornici geometriche decorate con frutti.
Il Lanino non tralasciò il risvolto della decorazione della cappella verso l'ottagono e lo risolse con due candelabre di frutta e ortaggi che raggiungono il cornicione. Nello spazio tra l'arco ed i piloni della chiesa pose due tondi sorretti da angeli con le teste di due profeti.
All'epoca in cui terminò questo capolavoro (1564) la decorazione dei piloni della chiesa era tutta eseguita con fasce grigie. Nel 1923 il motivo dei tondi con i profeti fu ripreso dal pittore Gersam Turri e completato su tutto il perimetro. Anche i pilastri e le voltine dei pennacchi furono decorati con gusto attinente alla grottesca della volta e diedero alla chiesa uno splendore ed una completezza raramente eguagliabili. Nel 1967 queste decorazioni furono rifatte ad affresco seguendo i cartoni originali dal figlio di Gersam tutti, Mosè Turri Junior, che nell'occasione esegui anche un accuratissimo e lungo restauro degli affreschi del Lanino. Questi a causa dell'umidità del tetto, presentavano distacchi e sfioriture degli intonaci molto preoccupanti.
 
Posta a destra vicino all'ingresso, questa cappellina venne dipinta nel 1556 da uno dei figli del Luini. La tradizione dice grossolanamente Aurelio Luini, in quanto costui era più conosciuto, ma sia le date che l'esecuzione degli affreschi portano al nome di Evangelista Luini.
Egli dipinse la scena con il martirio di San Pietro inquisitore attorniato da belle figure di Santi sui lati della cappella; sulla volta, alcuni angeli ed un Padreterno. Nel 1576-77 a causa della peste vennero ricoperti con la calce tutti gli affreschi della chiesa, eccetto le scene del Lanino.
Questo scialbo impedì che nel 1610 i muratori che aprivano un nuovo passaggio nel campanile romanico, si accorgessero di essere intenti a distruggere l'affresco del S. Pietro martire. Anche il trasporto nella cappellina dell'organo Antegnati contribuì alla distruzione dei dipinti.
Nel 1830 quando venne spostato una seconda volta I'organo, si poterono notare le tracce di questi affreschi. Asportato lo scialbo, fu rifatta la scena centrale con San Pietro pittore Beniamino Turri. Dopo quasi un secolo riapparvero anche le figure laterali e gli angeli della volta. Il pittore Gersam Turri rifece nel 1900 la figura del Padreterno, mentre, nel 1967, Mosè Turri Junior, restaurando tutto l'insieme, mise allo scoperto anche le due figure più in basso ai lati, che erano state per gran parte scalpellate.
 
Le cappelle grandi di destra e sinistra furono decorate dopo il 1610. Quella a sinistra dell'ingresso era dedicata al S. Crocifisso. In antico portava una piacevole prospettiva a corona dell'altare marmoreo tuttora esistente. Questo accoglie sotto una teca con un pregevole Cristo deposto che si trovava nella cappella Vismara, sopra un grande Crocifisso, qui trasportato dalla sagrestia, cui furono aggiunte l'Addolorata e la Maddalena in stucco, di pregevole fattura del XVIII secolo.
Le pareti che portavano le insegne di S. Carlo Borromeo furono riaffrescate nel 1925, quando cambiò la dedica della cappella. La cappella di S. Carlo fu spostata sul lato sinistro, ove prima esisteva un passaggio verso le case canonicali che affiancavano la chiesa in faccia all'attuale palazzo Malinverni.
I nuovi affreschi del 1925 sono opera del pittore Eliseo Fumagalli scenografo di professione; essi denotano nella costruzione delle scene la dedizione al teatro, caratteristica di questo autore. La cappella dirimpetto ora dedicata all'Assunta, era in origine, ingresso alla basilica. La pala che vi si ammira è quella del Giampietrino (1490?). Quando, spostata dalla sua sede più antica, venne collocata in questa cappella (1610) la sommità della stessa pala fu completata dai fratelli Lampugnani con un bellissimo Ecce Omo. La decorazione ad affresco delle pareti raffigura una complessa prospettiva d'ambiente con colonnati marmorei e soffitti cassettonati. Come mano pittorica e soggetti decorativi, può, essere attribuita agli architetti Gio. Batt. e Girolamo Grandi (1646) autori di un'uguale prospettiva nella XII cappella del Sacro Monte di Varese. I fratelli Lampugnani vi aggiunsero alcune figure e un volto di puti attorno al polittico del Giampietrino.
Essi decorarono con un cielo ricolmo di angeli musicanti anche la volta e l'arco principale della cappella (1633). L'aspetto pittorico di tutto questo insieme è gradevole, caldo, e armonizza molto bene con la decorazione esterna del tamburo. Da notare che fino al 1640 la tavola centrale dell'altare era ancora presente. Poi venne dispersa. Al suo posto si trova ora  una  pregevole  statua  cinquecentesca  della Madonna.
 
Come abbiamo già accennato la terza cappella sul lato sinistro fu solo nel 1923 dedicata a San Carlo. In precedenza si ricorda un altare a San Antonio Abate poi scomparso assieme ai quadri a lui dedicati.
Attualmente vi si possono vedere due tele seicentesche con San Carlo che visita gli appesati  e San Carlo  in estasi. Gli autori sono sempre i Lampugnani, o Francesco o Giovan battista.
Nel 1924 fu dato incarico al pittore Gersam Turri di eseguire ad affresco, nelle campiture delle belle decorazioni a stucco secentesche, delle figure chiaro scuro e dei puttini nella volta.
 
In fronte all'attuale cella di S. Carlo vi si trovano due accessi alle sagrestie. Le pareti di questa cappellina sono state lasciate in bianco dopo l'ultimo restauro della chiesa, per fare capire ai visitatori come fosse spoglia nei vani laterali della basilica, prima del 1923.
Unica e pregevole opera antica qui presente è una Madonna di sapore quasi cinquecentesco affrescata con dolce maestria da Francesco Lampugnani legnanese nel 1620.
 
Si trova sul lato sinistro della cappella dell'altare maggiore.
Oggi accoglie lo stupendo basamento marmoreo dell'antico fonte battesimale nonchè le cancellate ma poste a fianco della cappella di S. Agnese, a recingere il fonte stesso.
Come impostazione stilistica la decorazione di questa cappella minore è settecentesca. Posta al centro dell'arco di ingresso lo stemma Vismara. Era in antico dedicata agli apostoli Giacomo e Filippo. Fu, dopo il 1800, dedicata all'Addolorata. Dentro la modanatura delle cornici a gesso, sui pilastri, presero posto quattro dipinti su tela di S. Antonio Schieppati andati poi perduti. verso la fine del 1800 il pittore Legnanese Mosè Turri senior fece altre tele con la presentazione, la Fuga in Egitto, l'Addolorata e la Deposizione. Egli aggiunse anche tre tele, che vennero poi incurvate, sull'arco d'ingresso. Nel centro della parete di destra venne posta una deposizione dipinta da Giovanni Battista Lampugnani, prima presente nella cappella di Santa Agnese.
L'altare, nel Settecento, portava sopra i gradini l'urna con la statua del Cristo deposto, ora collocata nella cappella del S. Crocifisso; ai lati erano modellati in grandezza naturale S. Giovanni Battista e S. Giacomo. Quando la cappella cambiò dedica nel 1948, furono demolite le grandi statue sopra l'altare e nella nicchia prese posto un quadro del Sacro Cuore, un poco stonato come colori rispetto alla cappella stessa.
Da notare sono il bel pavimento di marmo e la torciera di rame che in antico, con una gemella, serviva al centro della chiesa per meglio leggere, stando seduti nelle panche. Oggi viene usata come supporto per il cero pasquale. Il soffitto a stucchi ed i puttini sono dei fratelli Mosè e Daniele Turri.
 
Posta sulla destra della cappella maggiore essa era dedicata agli apostoli Pietro e Paolo. Un bel quadro ad olio posto sulla parete sinistra ed opera dei fratelli Lampugnani ci mostra il crocifisso con S. Paolo  S. Gerolamo e S. Antonio Abate.
Questa tela tuttavia è stata posta qui nel 1800.
La cappella era usata dalla confraternita del S. Rosario fin dall'anno 1585.
Nel 1603 il pittore Gio. Pietro Luini detto Gnocco dipinse degli angeli, riemersi dopo il restauro del 1925, nelle lunette a fianco delle finte finestre.
Molto bella è la statua lignea della Vergine del Rosario collocata nella nicchia sopra l'altare. Questo è stato rifatto dopo il 1836, in quanto era andato perso per incendio quello in legno dorato a fiori e grappoli di frutta disegnato dal Borromini ed intagliato dai Cojro.
Il quadro posto sulla destra con S. Teresa del Bambin Gesù è della scuola del Beato Angelico (1940).
La decorazione della volta ed i tondi con i putti recanti i simboli del rosario sono invece del pittore Gersam Turri (1925).
All'esame frettoloso testè concluso non si può, sottrarre qualche nota alle pavimentazioni.
Le più antiche sia della cappella del Luini che di quella di S. Agnese, erano in piastrelle di cotto rosso. Mentre per la seconda questo materiale è rimasto, tutto il resto della chiesa, nel XVIII secolo, fu ripavimentato con una tarsia marmorea bianca e nera scandita da grandi fasce in macchia vecchia rossa.
Nell'ottagono centrale venne ricreata una scacchiera restringentesi verso il centro, che ripete il gioco prospettico delle costolature della volta.
L'insieme, oggi disturbato dalla presenza delle sedie e delle panche, è di una bellezza incantevole. Durante l'inverno, in antico, veniva protetto con grandi pannelli lignei.
Tutte le balaustre sono a colonnine lavorate a sagoma quadrata in marmo rosso, i basamenti e i contorni sono neri. Anche l'altare che, nel corso dei secoli, ha cambiato ben tre volte posizione, è formato da un colossale parallelepipedo di pietra miscia, tutto d'un pezzo.
Quando era appoggiato alla parete di fondo era stato dotato di un grande tabernacolo dei Cojro. Questo però era così grande da nascondere la pala del Luini. Fu quindi posto in sagrestia e, spostato l'altare, si fece intorno alla mensa una cornice barocca in legno dorato coi ripiani per i candelieri ed un nuovo tabernacolo più piccolo. Questo grande altare fornito di un capocielo scolpito e del velario alle spalle, venne mantenuto fino agli anni 1960.
Cambiata la liturgia vennero eliminati sia il capocielo che il velario, e in occasione dei restauri del 1963, fu rigirata la mensa, lasciando il solo blocco marmoreo per le celebrazioni.
Anche i due pulpiti scolpiti in legno che erano ai lati della chiesa innestati sui piloni, vennero disfatti e solo uno è stato ricollocato a lato della cappella maggiore, ma a livello del pavimento di questa.
Già abbiamo accennato agli stalli del coro. Tutti in legno di noce, furono posti in opera dopo il 1586, per mano dei fratelli Cojro. Essi erano imponenti e preziosi nella loro severità ancora rinascimentale.
Attualmente sono stati accorciati fino alla metà dei lati della cappella, per permettere una completa visione degli affreschi del Lanino. Al centro è stata innerita una stupenda cattedra vescovile, che era collocata sulla destra della cappella, con dei putti e delle formelle decorate di notevole pregio.
Molte altre opere come il fonte battesimale in legno dei Taurini, gli arazzi dei Lampugnani, quadri e stendardi celebrativi di San Carlo o per le giornate dei morti, Via Crucis, nuovo impianto dell'organo disegnato da Gersam Turri, vetrate, arredi sacri ecc. sarebbero da descrivere, ma per mancanza di spazio rimandiamo al libro scritto sulla Basilica di S. Magno nel 1974.
Un'ultima nota riguarda l'esterno.
L'antico campanile romanico che era stato conservato nel 1504, fu dapprima rialzato nel 1542. Ancora nel 1611, a causa del rinnovo delle campane fatte ingrandire, venne rinforzato e restaurato.
I muri in sasso erano però incoerenti e nel 1638 dovettero nuovamente rafforzarli.
Il giorno 2 dicembre 1752 venne iniziata la costruzione di una nuova torre su progetto di Bartolomeo Gazzone, con l'aiuto di maestro Francesco Beltrame. Quella vecchia rimase integra solo fino all'altezza del cornicione del tiburio esterno. Porta ancora due serie di arcatelle ciliali la lapide con il distico del Bossi ed un Cristo romanico proveniente dal S. Salvatore, di modesta dimensione.
Il nuovo campanile invece, alto più di 40 metri, fu edificato con una robusta cortina muraria in mattoni, abilmente sagomata con insenature. La sommità venne realizzata con un tetto piano sopra la cella campanaria, semplificando il progetto originale eccessivamente decorato.
Nel suo insieme la basilica subì modifiche di poco conto, dal 1504 ad oggi. A parte lo spostamento richiniano della facciata, una vera modifica fu operata, nel 1914, da mons. Gilardelli che incaricò, l'architetto Perrone di allungare di una campata le cappelle verso piazza San Magno. Nell'occasione scomparvero le finestre ed i portali del Richini (1610).
Il prospetto e l'esterno della basilica furono finiti ad intonaco con motivi decorativi graffiti. Le finestre tonde accolsero nuovi serramenti e fu sistemato il perimetro esterno. Molte trasformazioni invece ebbero le case canonicali.
Poste dapprima verso il ponte sull'Olonella nell'angolo nord-est ed appoggiate alla chiesa (si entrava come abbiamo visto dalla cappella attuale dedicata a S. Carlo), furono abbattute intorno alla fine del 1800.
Le canoniche più antiche del 1500 erano poste a lato della sagrestia e formavano cortile proprio in faccia al vecchio campanile romanico. Esse erano state ampliate, nel 1600, sotto Federico Borromeo, che aveva ripreso l'uso della braida e, nel 1700, in occasione del rinnovo del campanile.
Come si può, notare dalle foto dei primi dell'Ottocento la basilica era stata come abbracciata dall'abitato, lasciando libero il sagrato con il "foppone" che fungeva da cimitero.
Costruito il Palazzo municipale dall'arch. Malinverni, nel 1908, e coperta successivamente l'Olonella lungo via Gilardelli, la chiesa riacquistò, anche all'esterno la sua caratteristica di monumento a pianta centrale, da osservare lungo tutto il suo perimetro.
Era ormai visibile da tre lati. Solo a sud, la presenza delle vecchie canoniche, chiudeva la visuale.
Nel 1967-72 queste vecchie e basse costruzioni vennero eliminate. Al loro posto sorse un monumentale Centro Parrocchiale dotato di sale riunioni, mensa, uffici ed abitazioni per i sacerdoti.
L 'edificio venne proposto dai progettisti Castiglioni e Ceruti, in vetro e pietra rossa di porfido. Sostenuto da una serie di pilastri in acciaio, forma, con la basilica, sul lato sud una galleria che permette la completa rotazione pedonale attorno alla chiesa stessa.
Nell'anno 1976 vennero dotate alla basilica tre artistiche porte in bronzo, a ricordo del VIII centenario della battaglia di Legnano.
Si rese promotrice di quest'opera la Famiglia Legnanese costituendo un comitato di iniziativa, attraverso il quale vennero raccolti i fondi necessari. In quell'anno era sindaco della città l'ing. Cesare Croci Candiani che si dimostrò particolarmente sensibile a questa opera, le cui figurazioni rappresentavano una sintesi delle glorie e delle virtù della gente legnanese.
La proposta, maturata nell'ambito della Famiglia Legnanese, trovò, ampia rispondenza anche nel Comitato Sagra, nelle otto contrade e in diversi enti ed Associazioni della città.
Le tre artistiche porte in bronzo, opera dello scultore bergamasco Franco Dotti, vennero benedette il 10 maggio 1976 dall'arcivescovo di Milano card. Giovanni Colombo, prima della celebrazione della tradizionale messa sul carroccio, preludio delle imponenti manifestazioni per l'ottavo centenario della battaglia di Legnano.
Le varie formelle sono ispirate alla ricorrenza del memorabile avvenimento e rappresentano una sintesi ideale della storia, delle glorie e delle virtù della operosa gente legnanese.
Nel trentesimo anniversario della propria fondazione, la Famiglia Legnanese, ha affidato allo stesso autore Franco Dotti, una riproduzione in scala ridotta delle porte, affinché questo trittico potesse essere fruito da collezionisti e legnanesi amanti delle opere artistiche della loro città.
 
 
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4.5 Chiesa della Madonnina

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Chiesa della Madonnina
 
"Della nova chiesa della Natività di Maria Vergine".
Nel 1650 il legnanese Prevosto Pozzo descrive sotto questo titolo le cause ed i lavori inerenti all'erezione di una piccola chiesa situata lungo l'attuale corso Sempione in Legnano. Di una chiesa nuova infatti si trattava cominciata il 21 luglio 1641 sotto il patrocinio del cavaliere Gioseffo Lampugnani. Anche se di piccole dimensioni questo edificio rappresenta l'espressione più colta in tema di architettura prodotta nella Legnano del 1600, in quanto tutte le costruzioni a lei coeve, risentono ancora l'influenza del 1500.
Prima di addentrarci in una descrizione di fatti è meglio accennare alla situazione culturale italiana in generale e legnanese in particolare intorno al 1630.
Alla fine del Cinquecento l'Italia si trova presa nel fervore rinnovatore della Controriforma. Non era tanto all'intelletto ed alle sue speculazioni che essa si rivolgeva, quanto al sentimento ed alla fantasia (Spini) aiutata dalle nuove ondate di mecenatismo che in ogni luogo fanno veri idoli degli artisti e degli studiosi. Michelangelo ha fatto scuola. Egli a Roma prese contatto con i resti delle splendide costruzioni romane imperiali, di cui aveva imitato il gusto della spazialità e della possezza delle forme; aveva fatto suoi gli arcani segreti di quei lontani plasmatori di masse e di spazi, profondendoli nelle sue maestose opere.
Ecco che gli eredi di Michelangelo subito si rifanno al gusto romano anche perchè la maturità costruttiva di questo secolo è paragonabile a quella del II-III secolo d.C. Nella Roma pagana, con condizioni economiche paragonabili a quelle seicentesche, si era insinuata la dottrina cristiana, facendo nascere architetture piene di tormenti e di sentimenti forti che ritroviamo nel Seicento questa volta generati da un poco di paganesimo edonistico insinuatosi nel pensiero cristiano. Dice bene la prof.sa Liliana Grassi: "Al sostituirsi dei principi della nuova ricerca naturalistica sperimentale delle teorie platonche del Rinascimento corrispose dunque anche in arte l'adesione a forme figurative in certo senso consorte a tal sorta forma mentis generale". Tre elementi però impediscono al Seicento di ricalcare le vie romano imperiali.
Primo: la presenza degli Spagnoli che con il loro gusto influirono sugli artisti, i quali talvolta si abbandonarono ad eccessi di decorativismo.
Secondo: la sopraggiunta maturità costruttiva permette, ogni secolo che passa, di usare i materiali a piacimento, maggiormente, avvicinandosi ai limiti dlelle resistenze strutturali fino a rendere più snelli i muri e gli appoggi.
Terzo: la divisione politica in tanti staterelli autonomi toglie la maturazione del gusto crescente in un corale moltiplicarsi delle fabbriche, e ciò è causa di architetture tipiche regionali, o spesso solamente cittadine che vediamo intorno a noi. Proprio quest'ultimo punto introduce il discorso sull'ambiente nel quale sorse la chiesa presa in esame. In Lombardia siamo sotto il dominio degli Spagnoli di Filippo IV, tuttavia l'amministrazione è in mano a nobili milanesi ed il peso delle gabelle di Filippo non è troppo sentito dato che spesso non vengono pagate. Si vive in un certo benessere che tranne nei periodi della peste consente l'erezione di molteplici edifici, patrocinati dalle famiglie nobili, ad opera di artisti di corte e prettamente lombardi quali Lorenzo Prinago, Buzzi Fabio, ecc. ed il maestro fra questi Francesco Maria Richini .
In Lombardia le istanze barocche erano state preparate dalle classi sociali e dal Piermarini. Il nuovo secolo trovò quindi un humus forse più che altrove preparato ad accogliere le successive manifestazioni barocche. Nonostante il terreno già pronto all'innesto del barocco in Lombardia, non si verificò una manifestazione artistica unitaria quale quella piemontese con Guarini e Vitozzi, o quella siciliana, o napoletana che improntarono intiere città ed allacciarono discorsi architettonici unici evolventisi dalle città principali in provincia con sviluppi spesso equipotenziali, soprattutto grazie al mecenatismo delle corti regali che in codeste regioni erano ben salde al potere ed intervenivano ovunque. Al contrario la Lombardia era in mano a tanti piccoli signorotti che più o meno rispettavano il potere centrale, e ognuno si faceva promotore di nuove fabbriche senza che Milano intervenisse con finanziamenti. Ecco dunque crescere fabbriche in leggera anarchia senza un filo conduttore che le unisca.
A Milano, splendore di mezzi e di architetture, in provincia spesso fabbriche plu modeste. Il caso verifica della situazione si vede proprio in Legnano. Nel 1600, Legnano è un Comune abbastanza agiato; lo testimoniano le sue innumerevoli chiese (tredici) ed i suoi conventi (ben sette). Non solo, ma in essa risiede, come abbiamo visto, una delle più importanti famiglie di Lombardia; la famiglia Lampugnani. Discendenti da Odelberto Lampugnano (804) cavaliere dell'imperatore Carlo Magno (archivio storico civico Milano, Famiglie, cart. 819).
Un discendente di Odelberto Lampugnani, Joseffo (il primo importante legnanese possessore del Castello) capitano di sua maestà e cavaliere jerosolomitano, figlio di Attilio, era in quel tempo molto facoltoso e potente, tanto che lo stesso Filippo IV di Spagna il 28 febbraio del 1647 emise una grida contro di lui (A.S.C., Famiglie, cart. 820) perchè con stuolo di bravi si proteggeva dalle truppe spagnole e non pagava le gabelle per gli eserciti del re.
Proprio in una vigna di costui sorgeva una piccola cappella che sembra essere quella segnalata dallo storico milanese Bussero come presente in Legnano, ma per i fatti, ecco il racconto del prevosto Pozzo di Legnano che, nel 1650. scrive "Storia delle Chiese di Legnano" (Archivio di S. Magno Legnano).
 
"Fra la contrada di Legnarello et l'Hospitale di S. Erasmo vi si vede in questo tempo che io scrivo una picciol capella fatta int volto con una assai vaga  effigie della B. Vergine dipinta con S. Sebastiano, et S. Rocho a lati suoi, oltre che altri santi ne muri latterali in particolare S. Fran.co, S. Joseffo, S. Carlo alla quale vi fu sempre qualche divotione come quella che è posta sopra la Strada Milanese.
Si accrebbe la divotione a questa cappella, che essendo fuori a caccia il S. Antonio Lampugnano fratello già del S. Cavaglier Joseffo sopra i cui beni è posta, et non so per quale accidente cascò da cavallo restando il piede nella staffa, et tirato per terra ivi a quella capeletta si fermò, raccomandandosi sifatto pericolo alla B. Vergine, et restando illeso riconobbe questa gratia da quella che però in memoria della gratia la fece questa capella cancellare con legna di noce, et li fece fabricar avanti un portico, et pur a nostri tempi uno che andava tutto curvo, et li andavano a basso li intestini, con la divotione a questa capella, confessa havere la sanità,. che però si è alla nova fabrica dedicato impiegandosi per quella di continuo.
L'anno 1638 a 4 del mese di Novembre fu gran concorso a Milano per la solennità di S. Carlo dovendosi riponere il S. corpo di quello Arcivesc.vo in una mirabil cassa fatta di cristallo et argerno con una solenne processione a spese del Catholico Re Filippo IV nella quale solennità fu così copioso il concorso che li portici, botteghe sopra la piazza del domo anco di notte si videro pieni, con l'occasione di questa solennità si accrebbe la divotione fermandosi molti de passeggieri a questa capella tocchi dallo spirito santo qual voleva in quel loco fosse honorato la Regina de Cieli, et doppo questa solennità e anche sempre crescendo il concorso in modo che le feste si vedevano venir molti da tutte le parti, professando molti haver havuto delle gratie.
Et una non devo tacer ... del borgo di Busto indemoniata essendo venuta alcune feste ci questa capella con sentimento di conseguir qualche gratia, il giorno de S. S. Innocenti del med. o anno 1638 fu accompagnata cola con molti stridi che mandava, et ivi stette per spatio di tre hore avanti il giorno riempiendo quel contorto di stridi alla fine cadè tramortita, et portata nella terra al fuoco non senti altri ritornando alla medema cappella all'hora, et doppo in ricognitione della gratia l'anno seguente nel mese di Aprile Giò Pietro Rontio da Gorla Maggiore pieve di Busto havea un figliolo d'età d'anni 4 in circa è questo venne il male della pietra et facendogliela  cavare dal Chirurgo Molt'Albino da Peveranzo presso Carnago restò morto, et quanti erano presenti lo videro spirare, in quel ponto la madre s'invotò a questa B. Vergine. et videro in un subito il figliuolo ravivarsi, et vedendo ci rendere le gratie con portar un quadretto del successo, vennero ancoa deponere il fatto. Molti professano delle gratie quali a co nell'ottenere la facoltà di poter fabbricar la nova chiesa si sono esibiti nell'Arciv.to molti anco hanno fatte larghe elemosine, quali essendo arrivate è qualche somma fu deliberato fabricar una nova chiesa stando che la capelletta fosse troppo vicina alla strada ne si poteva ampliare .
Venne l'Ingeniero Richino, qual in materia di Chiese fu sempre in gran stima, et fatto il modello si esebì a Mons. Cesare Visconte come prefetto deputato sopra le fabriche qual aprovò quanto fu messo in carta, et esebito a S. Em.a se ne riportò ogni opportuna facoltà con un rescritto della Cancelleria del tenor seguente. Blasius Constantius I.U.D. Prothonotarius Ap.licus Emin. mi ac. Rev.mi D.D. Cesaris S.R.E.  Pbri Cardinalis Montii S. Mediolanens. Eccl.ae Archiepi Vic. Glis.
Ecclesiae sub invocatione Nativitatis B. Virginis Mariae apud vias Legnarelli parochialio Legnani Med.ni Dioces. Construensitum, formam, ac dessignationem hac pictura de Architecti penso judicio, et consilio expressam, et è Per Ill.mi et Ad. Rev. D. Julio Cesare Vicecomite Prefecto Fabricarum Ecclesiasticarum recognitum, et approbatum atque instrutionibus fabric. Ecclesiasticarum rationibus congruam: Nos approbamus ad eiusdemque praescriptae omnis dessignationis typum formamque istius Ecc. ae instructionem, aedificationemque fieri, et confici his nostris concedimus. In quorum fidem ect. Datum Mediolani ex Pallatio archiepli die 15 mens. Yuli 1641.
  Signatum Blasius Constantius Vic. Glis
  Jo. Da.pta Pellizonus Can.s S. Stefani et Vicecancell. Archieplis. Il 21 luglio del medesimo anno 1641 in giorno di Dominica stando di già in fronto gran quantità di calce, pietre, mattoni il tutto preparato mediante la diligenza del S.r. Cavaglier sopra una vigna contigua a questa capella ove il med.o S.r dava il loco, et sito per la nova chiesa doppo il vespero essendosi di già il popolo congregato nella Prepositurale per esser la 3° Dominica giorno nel quale tutto l'anno (sic) si espone il S. S. mo Sacramento fatta dico la processione, et quello riposto subito s'inviò il Popolo, qual era numeroso con anche le schole de Disciplini verso Legnarello alla capelletta, et accostatosi il Prevosto cò, il clero al piede della croce che alcuni giorni avanti era piantata al loco per l'altar della nuova chiesa destinato ivi presso era fatta la fossa per il fondamento della nova chiesa medema, et stando preparando un tavolino coperto di tapete di seta sopra di quello si vedeva una pietra quadrata et benedetta nella solita forma del sacerdote Romano fu dal Prevosto posta nel mezo del fondamento della capella maggiore è dirimpetto dell'altare in quella maniera che si prescrive cantate le litanie al rito romano stando intornzo il numeroso popolo. Il giorno seguente si proseguirono li fondamenti alzandosi la fabrica fuori di terra all'altezza in circa de Br. 8.
Si attendeva d questa abrica, et passando un carro con matteria per servitio della med.a fabrica il 23 agosto del 1641 urtò per poco accedimento in una colonnta del portico che avanti a questa capella vi era come già dissi, et questa andando a terra li andò andò tutto il tetto sotto di questo stava unz passaggiero orando alla B. Vergine et benchè li venisse parte del med. o tetto con legnami restando intatto et illeso da tal riuna, et la lampada stessa che ardeva nel mezo del med. o portico non si ruppe sotto a tale ruina. Ricortoscendo q. to huomo la salute in simil caso della B. Vergine nel ritorno che fece dalla città  venne a deponere il caso. QUesto fu un Gio. della Croce di età d'anni 31 figliuolo d'un Antonio detto Tortiolo Pontemai Dioces. di Novara, terraposta al principio della Valle d'Antigolo. L'arno seguente cioè il 1642 del mese di Aprile si ripigliò questa med. a fabrica et in 15 giorni s'alzò due pontade intorno, et fu necessario fermarsi principalmente per mò esserne pietre cotte, et in breve spatio di tempo il tutto fu in ordine come anco alcune pietre piccate che si fecero condur da Somma si per fortezza della cornice di dentrio, come per ligati nelle stesse mura, oltra legni, et chiave di ferro, quali circondano la fabrica tutta, et si ripigliò la fabrica nel mese di luglio sino al coprirla tutta riserbandosi la volta all'anno seguente. Ne sia meraviglia che in tempo si calamitosi si potesse avanzar tanto in questa fabbrica l'assistenza di questi sig.ri fu sempre sin dal principio più che ordinaria, et lemosina della legna per cuocere le pietre fu abbondante concorrendovi non solo la terra di Legnano ma anco molte altre, cossi invitati è sovenir quest'opera da RR. Curati quelle".
Come dice il Pozzo è dunque un signorotto locale miracolato a far erigere una chiesa  senza il minimo interessamento di Milano. Viene il Richini? Forse, ma ecco che la costruzione, pur se ben plasmata, si trova spaesata lungo il Sempione e vicino a case, conventi, e chiese cinquecentesche che la attorniano ed il discorso architettonico urbanistico unitario tipico di tanti paesi piemontesi o meridionali barocchi qui manca del tutto. All'infuori del documento citato da padre Pozzo, non si sa molto sulle origini della chiesa. Nel testamento del cav. Joseffo (Archivio Ospedale Maggiore di Milano cart. 11) si menziona la di lui patrocinazione della chiesa, un lascito di mille lire, l'obbligo delle Messe e la volontà di essere sepolto in un angolo della chiesa ove infatti si vede una lapide al suo nome che copre una cella sotterranea, in cui sono i corpi dei Lampugnani.
Questa infatti è, al di la della narrazione favolistica secentesca, la motivazione e la vera funzione dell'edificio. Esso costituisce il mausoleo della famiglia Lampugnani, essendo stato vietato, dopo il concilio di Trento, ai privati trovare sepoltura nelle chiese (i personaggi importanti all'interno della chiesa, quelli minori fuori nel cimitero, es. piazza S. Magno). I Lampugnani non potevano più usufruire delle loro tombe sotto il pavimento di S. Magno, avevano quindi dovuto costruirsi una cappella privata, in cui trovare posto per l'eterno riposo ed affinchè assumesse un aspetto di chiesa normale avevano istituito un lascito per l'altare, mantenendovi anche un sacerdote per le messe. Sotto il pavimento della chiesa essi si feecero tumulare. (La cellula funeraria ora sigillata fu scoperchiata ventisette anni fa per il rinnovo del paviimento  ma la sbadataggine degli intervenuti ha fatto in modo che non sia stato fatto un rilievo della tomba. Essa viene però descritta come semicircolare, fatta come un coro e nel sedile a gradino sono posti i feretri seduti di due signorotti armati (Joseffo e un collaterale cavaliere Tranquillo Lampugnani) nonche' quella Bianca Lampugnani e sposa al Lampugnani stesso qui sepolta con il suo abito nuziale.
Vi sono poi documenti che descrivono le successive donazioni alla chiesa e trasformazioni in oratorio fino al lascito della stessa da parte di Attilio Lampugnani, nel 1756, all'Ospedale Maggiore di Milano. Inoltre sono segnalati nell'Archivio di Stato di Milano (Fondo Religione, cart. 764) le dotazioni i bilanci, la presenza dei documenti di fondazione (non rintracciati) e l'annessione, probabilmente nel 1700 circa, di una parte posteriore adibita ad oratorio della Confraternita del SS. Sacramento, per la costruzione della quale venne demolita parte della cappella dietro la chiesa.
Nessun riferimento al Richini dunque, se non quello di una perizia calligrafica stesa dalla prof.sa Liliana Grassi circa un disegno della chiesina rintracciato in una cartella dimenticata di documenti ancora da registrare presso l'Archivio dell'Arcivescovado di Milano; pero' bisogna precisare che proprio le cartelle utili che erano presenti in A.S.C. (Localita' foresi, cart. 888) sono andate distrutte. Comunque anche le cartelle all'Archivio di Stato "746 Ingegneri camerali" riguardanti il Richini, non portano riferimenti a Legnano.
Negli elenchi sono indicate le giornate dedicate ai vari lavori lombardi del Richini e non vi è Legnano, penso per due motivi: primo, il lavoro non era importante, secondo, era fatto da un privato in lotta col potere centrale e quindi tenuto quasi nascosto.
Comunque, proprio nel 1640, F.M. Richini ricevette l'investitura ad ingegnere camerale; quindi è molto probabile il suo intervento un anno dopo in una fabbrica cosi vicina a Milano.
L'edificio oggi si presenta, in pianta, come formato da un corpo centrale quadrato, i cui spigoli sono stati troncati mediante l'inserzione di lesene racchiudenti finte porte in basso e nicchie con statue nella parte alta. Tali inserzioni vengono a costituire un ottagono con lati alternati lunghi e corti. Nelle pareti di testa e di fondo sono aperti due archi che inseriscono al corpo centrale due cappelle; una per l'organo, l'altra per l'altare. La cappella dell'organo cui si accede dalla facciata, è coperta con volta a botte e presenta nella lunetta sopra il cornicione una finestra quasi quadrata con voltino curvo che si apre in facciata. La cappella dell'altare maggiore è coperta da una crociera ribassata e nelle tre lunette si aprono 4 finestre uguali alla precedente.
Quella sopra l'altare è chiusa in seguito alla chiara aggiunta dell'oratorio. La chiesa è stata prolungata nel 1700 con un edificio a due piani, con in basso un'aula unica coperta a padiglione ed in alto con stanze per il canonico, a cui si accede mediante una scala inserita in un corpo di muro sulla sinistra della chiesa e che comprende la sacrestia, il vestibolo, il campanile ed un vano secondario. Il vano centrale della chiesa ad ottagono è coperto con una volta a crociera rialzata al centro, in cui costoloni sembrano riempiti a formare quasi otto vele; quattro grandi e quattro piccole che si riuniscono in un piano ottagono centrale anch'esso con i lati più piccoli verso gli spigoli del quadrato di pianta. Nelle lunette piane formate sui fianchi da due dei quattro archi reggenti la volta, si aprono ancora le finestre quasi quadre. Le lesene interne sono tutte in ordine Jonico.
L'imponente cornicione taglia in due l'ambiente, suggerendo un aereo distacco delle coperture. I marmi delle cornici e dell'altare sono aggiunte settecentesche.
Notevoli sono i porta lapidi alla base delle lesene fiancheggianti le quattro porte che, dalla fattura, rivelano origini secentesche.
L'esterno si presenta, tranne per la facciata completamente lisciata, in cotto, l'ottagono viene denunciato sul fianco destro ove l'aggiunta settecentesca rivela la sua entita a causa di profonde crepe che la separano nettamente dal corpo vecchio e grazie alle finestre rettangolari, col bordo non intonacato e con una cornice settecentesca, che si rivelano subito posteriori. Tutte le facciate sono scandite da lesene che le incorniciano con misurata eleganza tagliate a mezzo da un semplice cornicione di cotto che prosegue idealmente quello di facciata. La copertura è a capanna sulle due cappelle di testa e coda e sul vano centrale è ottagona con i lati corti. La chiesa si presenta sopraelevata rispetto la strada con un salto di m. 1.80 che la rende più slanciata. La facciata non indulge a preziosismi, è a due ordini: dorico e corinzio, culminata da un timpano in cui le lesene mediane proseguono.
La larghezza della facciata è maggiore di quella del corpo avanti della chiesa e quasi nasconde a chi entra la sua natura ottagona, dividendosi inoltre in tre parti come se la chiesa fosse a tre campate. Nella parte centrale inferiore è sistemato il portale fatto con una cornice sormontata da un ovale decisamente posteriore con una Madonna. Sopra il grande cornicione si apre solo la finestra del vano organo quasi quadrata, contornata da una semplicissima cornice che nella parte superiore acquista un'aggraziata linea arcuata; nelle campiture laterali sono rilevate delle cartelle con spigoli sagomati a sguscio. Sopra il complesso che presenta suIIa destra un portico a un fornice con volta a vela (è un ampliamento del portale poi spostato dalla facciata del 1600 rifatta) si erge un campanile che alla base interna acccusa una notevole vecchiaia, ma all'esterno tradisce un rimaneggiamento settecentesco ed un restauro dei primi del Novecento.
La singolarità della pianta e la menzione sul Richini mi inducono ad esaminare un altro monumento sicuramente dello stesso architetto: il S. Giuseppe (l607-30) di Milano. Sul S. Giuseppe vi è una preziosa descrizione del Torre (il Ritratto di Milano - 1674) riguardante l'aspetto e le opere di questa chiesa.
Parlare di attribuzioni è forse eccessivo, tuttavia per molti caratteri la nostra chiesa della Beata Vergine Maria si avvicina, sia pure come manifestazione artistica di tono minore, alle caratteristiche morfologiche dell'architettura Richiniana. Vediamole.
Il primo: lampante parallelo a quello piantistico o del S. Giuseppe milanese. Una delle peculiarita del barocco fu quella delle trasformazioni delle piante geometriche del Cinquecento a piante cosidette plastiche, sul tipo della ellittica. Vediamo in Piemonte le piante mosse dal Guarini, e le sue volte talvolta incredibili, a Roma il S. Carlo del Borromini, in cui ogni punto di vista fa scoprire nuovi giochi di superfici concave e convesse, o il S. Ivo, in cui alla fantasiosa stellarità della pianta corrisponde una ancor più fantastica cupola impostata su un perimetro trilobato e tricuspidato, ed un esterno scenografico e mai riposante per chi guarda grazie ai suoi continui cambiamenti di piani.
In mezzo a tanto fervore inventivo anche il Richini ebbe la sua intuizione. "Ad osservare i suoi studi si scopre una tendenza a non lasciarsi irretire dal filo di una magia senza confini. Il Richini fissa un asse attorno al quale fa ruotare il suo pensiero, tendenza ad accentuare lo scatto longitudinale e cioè allungando sentitamente la cappella lungo l'asse" (Grassi). Infatti le due chiese di Legnano e Milano presentano pianta centrale ottagona, in cui l'asse principale è stato allungato mediante una cappella d'ingresso ed una abside. Mentre però la chiesa legnanese indulge più tipo del S. Remiglio di Milano (1630) di Fabio Mangone Torre ora distrutto, quella di S. Giuseppe si avvicina allo schema del S. Giovanni alle Case Rotte, per delle cappelle radiali del vano abside. Ma se l'impianto generale non è proprio identico, quasi identici sono i lati corti dell'ottagono centrale. In entrambi i casi infatti si hanno elementi che li staccano dal corpo della chiesa. In Legnano lesene, a Milano lesene e colonne. Vi sono quattro porte nella parte inferiore di tali lati, a Legnano tre finte e una vera, in Milano quattro vere. Sopra le porte in Milano sono sistemate delle nicchie aperte in un vano scala con delle balaustre, in Legnano non essendo possibile per modestia di mezzi e proporzioni costruire i progetti si supplì con nicchie nelle quali furono sistemate quattro severe statue. In tutte e due le chiese troviamo l'ordine jonico tanto caro al Richini. Sopra i capitelli si stendono poderosi cornicioni, i cui respiri non differiscono molto se non in Legnano, per l'esser stato tornato dalle successive decorazioni. Per quanto concerne il vano organo, in entrambi i casi, le proporzioni e le soluzioni sono identiche, persino la porta d'accesso all'organo. Dietro l'organo la finestra quadrata, sopra la volta a botte. Anche il vano absidale, se si escludono le cappellette radiali in Milano, assenti a Legnano per la piccolezza della chiesa, ma segnate mediante un approfondirsi delle pareti tra le lesene, è risolto in modo uguale con una crociera di volta e tre lunette, nelle quali si aprono finestre del solito tipo.
Un terzo esempio di tale copertura si trova nel S. Carlo ad Arona, in cui però la soluzione è ingigantita e le finestre sono portate a quattro. Per il vano centrale la somiglianza non è rispettata. In Milano vi è una cupola su pennacchi, soluzione ricca ed impegnativa, già presente nell'abside del S. Carlo. In Legnano è una volta a crociera mutata in ottagono con l'inserzione di piccole vele negli spigoli. Al centro vi è una cartella pure ottagona.
Orbene, questa soluzione si trova in genere in una famosa costruzione del Richini: il palazzo di Brera, infatti in tutti gli incroci dei corridoi sono ricavati dei vani a fianco, in cui le coperture sono molto vicine a Legnano. Le finestrature sono per forma ed ubicazione molto simili nelle tre chiese menzionate, ed in Legnano, presentandosi con la cornice intonacata, annunciano una delle caratteristiche del Richini: fabbrica a mattone nudo con i fori dei ponteggi e le predette sagome intonacate. Anche la finestra in facciata cosi quasi quadrata e con il bordo superiore sagomato è elemento caro al Richini e presente anche a Milano ed Arona.
La facciata poi, alta ben raccolta nelle lesenature ascendenti, con quel suo sviare la visione ottagona, rivela intenti e gusto uguali. Anche i cornicioni ad un attento esame, rivelano essere quasi identici tranne nelle aggiunte decorative dei timpani milanesi. Sui fianchi ovviamente si torna a notare la differenza di natali delle chiese. In Milano si continuano lesene e capitelli ed i muri sono intonacati, in Legnano ci si limita a costoloni senza capitelli e ad un cornicione in cotto appena accennato, anche se il disegno allungato e gli aggetti dei volumi sono uguali. Un'ultima cosa: nel portale trascurando il sovraportale milanese con le colonne ed il timpano, si pui, notare un uguale senso delle proporzioni nelle cornici che nel caso di Legnano si avvicinano a due tipi di porta presenti nel cortile di Brera, in cui gli spigoli superiori sono stati arrotondati con soluzione nuova tipica del Barocco che avrà molta fortuna nel Settecento.
La chiesa fu sempre benvoluta dai fondatori Lampugnani, i quali la dotarono di buone opere d'arte.
Prima fra tutte la pala (trittico) d'altare dipinta con mano più cinquecentesca che barocca, ma in modo squisito da Francesco Lampugnani, legnanese. Rappresenta una Madonna con i classici S. Sebastiano e S. Rocco che riecheggiano quelli posti nella cappella maggiore di S. Magno, ad opera di B. Lanino.
Il dipinto ad affresco con cornice di gesso e ln buone condizioni. Sempre alla mano dei Lampugnani si devono le decorazioni e le figure di S. Francesco e S. Giuseppe poste sulle pareti della cappella dell'altare, che ripetono le interpretazioni di ornato tipiche di questi pittori con i colori blu e grigi già splendidamente visti nelle grottesche della cupola della Basilica maggiore di Legnano dipinte dal Gian Giacomo. Nell'aula centrale si vedono ora a destra ai lati destro e sinistro due ricche cornici ovali di marmo nero, in cui si trovavano due tele del pittore Stefano Maria Legnani detto il Legnanino ora trasportate nella cappella dell'altar maggiore della chiesa di S. Maria delle Grazie in Legnano. Esse sono di grandi dimensioni (m. 2 x 2,98) e rappresentano due scene piene di grazia e dolcezza con la nascita e l'assunzione della Madonna ed erano il vero capolavoro della chiesina. Quando vennero trasportate, ci si occupò di non lasciare il muro a nudo e venne incaricato nel 1828 il pittore legnanese Beniamino Turri perchè ne eseguisse le copie ad affresco all'interno delle cornici.
Queste copie hanno risentito della troppa umidità proveniente dal tetto ed un maldestro ritocco a tempera, nel 1950 le ha rese quasi irriconoscibili. Per contro molto più integro è il soffitto decorato a stucchi da Daniele Turri con inserite tra i putti e le lesene delle stupende scene ad affresco dipinte dal figlio di Beniamino Turri, Mosè senior. Questi affreschi unitamente a quelli deterioratissimi della chiesa delle Grazie ed ai quadri ad olio in S. Magno sono le opere più belle lasciate a Legnano da questo artista nostro cittadino.
Non mancano nella chiesina della "Madonnina" i marmi preziosi scolpiti, particolarmente cari alla cultura del 1600, tra i quali si distinguono le lapidi funerarie dei Lampugnani mirabilmente lavorate in marmo nero. Già abbiamo accennato al fatto che la chiesetta era posta lungo l'antica Strada Magna ora Sempione. Orbene, questa sua particolare ubicazione ed il tipico gusto secentesco di unire l'estetica alla funzionalità fecero si che essa venisse dotata nel suo esterno di ben tre meridiane poste rispettivamente ad est, a sud ed a sud-ovest. Queste tre meridiane erano ben visibili dalla strada sia andando che venendo da Milano ed erano studiate in modo che quella ad est recepisse le prime luci segnando le albe per poi passare l'indicazione delle ore centrali a quella grande posta a mezzogiorno, la quale a sua volta verso sera era coadiuvata dalla terza verso ovest che segnava i tramonti. La chiesina costituiva quindi un vero orologio solare con le sue mura esterne ed aiutava i viandanti nel loro cammino. Le meridiane erano tutte impostate su scenografie con stemmi, volute, paesaggi e motti latini, ma sono rimasti solo la grafia delle linee delle ore incise nell'intonaco, i colori delle scene sono spariti. Nel 1984, grazie all'intervento del Club Antares di Legnano, della Famiglia Legnanese e della contrada di S. Erasmo, esse sono state restaurate nelle loro parti tecniche di linee equinoziali, solstizii, ore, gnomoni ecc., ma si è dovuto rinunciare al recupero delle parti decorative perchè troppo compromesse.
Percorrendo il Sempione, non con l'automobile (troppo veloce), ma a piedi possiamo ancora oggi rimirare il pregevole effetto di questo "laboratorio solare" unico nel suo genere in tutto il circondario di Legnano.
 
 
Nelle precedenti note riguardanti la chiesa di S. Ambrogio e le sue secolari disavventure edilizie era emerso chiaramente come la piccola società legnanese del 1500-1600 fosse piena di iniziative e risorse. Mai paghi del decoro delle loro chiese o cappelle gli abitanti avevano non solo edificato ed abbellito S. Magno, ma anche riedificato ex novo S. Ambrogio alla fine del secolo terminando i lavori verso il 1610. Il medesimo fervore rinnovatore nell'anno 1612, venne dedicato ad una piccola cappella esistente fuori Legnano verso sud, sulla strada che porta a S. Giorgio. Lungo questa antica via che raggiungeva da più di mille anni luoghi di inumazione preromani esisteva una costruzione molto piccola risalente a prima della peste del 1575. Era di aspetto rustico e conteneva un affresco raffigurante una Madonna con il bambino ed ai lati le figure di S. Rocco e S. Sebastiano.
Nel 1582-83 già alcuni devoti si erano incaricati di costruire un piccolo oratorio a tempio che inglobava la primitiva cappellina, denominandola Nostra Signora delle Grazie, per ricordare i molteplici prodigi attribuiti all'antica Madonna. Buon ultima la guarigione di due ragazzi sordomuti, figli dei molinari vicini al castello di S. Giorgio che, durante un temporale, si erano rifugiati vicino all'affresco, il quale aveva preso a parlare con loro, dicendo di edificare un portichetto.
Evidentemente non paghi della dimensione della chiesa i Legnanesi nel 1610, ripresero a fare sottoscrizioni per modificare ed ingrandire l'edificio.
Queste due date: 1583 e 1610 corrispondono ai periodi di due grandi eventi nella storia di Legnano.
Il primo è l'anno in cui grazie alle pressioni delle famiglie nobili legnanesi ed alla valorizzazione della chiesa di S. Magno, Legnano prepara il riscatto della Prepositura che riuscirà a sottrarre nel 1584 a Parabiago. Tutta la città era quindi tesa ad erigere monumenti ed abbellirsi.
La seconda data 1610 corrisponde all'anno in cui, con il concorso dell'ing. Francesco Maria Richini a Legnano viene rigirato l'orientamento degli ingressi e facciata di S. Magno. Si costruiscono un nuovo portale e contorni marmorei delle finestre nella basilica maggiore. Si progetta l'innalzamento dell'antico campanile romanico. Si sta terminando l'ampliamento della chiesa di S. Ambrogio. Poichè l'oratorio di S. Maria delle Grazie, troppo angusto non doveva piacere, fu deliberata una costruzione più imponente, ma i disaccordi sulla scelta del luogo, ove impostare la costruzione, fecero si che, solamente nel 1611, il 4 di ottobre, si ponesse la prima pietra nel mezzo delle fondazioni del muro di fondo del coro.
Nel 1612 proseguirono i lavori con le fondazioni della cappella maggiore, del campanile e della sagrestia fino all'altezza delle cappelle laterali mentre nel 1613 vennero elevate le pareti e finiti i muri della cappella maggiore fino al cornicione. Qui cominciarono i guai; infatti nel 1614, posta in opera la volta della maggiore, questa subito crollò. Perso un poco di entusiasmo, i Legnanesi rifecero la cupola nel 1615, ma sospesero anche i lavori, facendo chiudere l'arco trionfale con un muro, quasi a formare una chiesa molto più piccola.
Nel 1616 e 1617 vennero eseguiti lavori di completamento dell'altare e si fece una porta provvisoria per dire Messa.
Fu quindi ingabbiato il muro con l'affresco venerato del piccolo oratorio preesistente ed il tutto trasportato il giorno 29 ottobre 1617 nella nuova cappella .
Il già citato prevosto Pozzo, nelle sue memorie racconta come, la notte della traslazione di questa immagine, alcuni operai, posti a guardia degli arredi interni, poichè la chiesa non era finita e sicura dai ladri, ebbero una visione di angeli venuti a genuflettersi davanti all'affresco venerato, e come questo fatto riferito il giorno dopo fosse da tutti molto discusso, ma non spiegato.
Evidentemente il racconto era stato divulgato perchè la popolazione accettasse di buon grado la distruzione della cappellina più antica e venerasse ancora l'immagine ora spostata. Si era cioè violentato l'atavico concetto di luogo sacro, posto da sempre in un certo punto dell'antica strada, e bisognava far superare alla popolazione il senso quasi feticistico di identificare un sito o un muro come evocatori di miracoli .
Inoltre bisognava rimediare al fatto che il crollo del 1614 era stato interpretato come cattivo presagio.
Dopo questa accettazione della nuova chiesa, la popolazione riprese ad edificare, finendo la sagrestia e impostando le fondazioni della navata anteriore e delle cappelle.
Nell'anno 1649 finalmente la fabbrica raggiunse il compimento e furono edificate le cappelle e la volta a botte della navata centrale. In facciata posero un semplice portico con due colonne e tutta la costruzione venne lasciata a mattoni a vista.
Da un punto di vista architettonico il santuario non rappresenta sicuramente un passo importante nella cultura del 1650. Molto più incisiva nel disegno delle masse e nelle novità spaziali sarà la chiesetta della Madonnina fatta eseguire nel 1641 dai Lampugnani.
Con ogni probabilità furono le difficoltà iniziali costruttive ed il troppo tempo impiegato per l'edificazione (dal 1612 al 1650) ad impedire alla chiesa di S. Maria delle Grazie di divenire un piccolo capolavoro come già si era dimostrato, nel 1500, la basilica di S. Magno. Mentre quest'ultima rappresenta piantisticamente un'invenzione pregevole, il santuario delle Grazie tenta di riecheggiare, con quasi quarant'anni di ritardo, la chiesa del Gesù di Roma (1568-1575). Quest'opera sorta per voler del Cardinale A. Farnese per mano prima del Vignola e poi di Gian Battista della Porta, rappresenti, un fondamentale tipo di architettura ricca, lussuosa e movimentata di quel periodo. Esuberante in ogni sua decorazione ed in ogni sovrapporsi di parti architettoniche questo edificio, tipicamente gesuitico, ottiene immediato effetto voluto sull'osservatore: la "suggestione per ricchezza".
Nella facciata coesistono in armonica costruzione, varie forme architettoniche come cappelli frontoni, volute, nicchie con statue, lesenature, finestre, che si inseriscono una nell'altra. Al contrario la pianta è molto semplice e riproduce una grande navata unica coperta con volta a botte, lungo la quale si sviluppano tra piloni massicci le nicchie delle cappelle. La parte di navata occupata dall'altare viene ricalcata ed evidenziata da una cupola inserita sopra i grandi cornicioni.
Il disegno generale è quindi molto composto e lascia alla decorazione il compito di arricchire le superfici . scomparso il transetto e lungo le pareti si allineano le cappelle pronte a divenire altari, cui le famiglie nobili potranno lasciare messe e dedicazioni o addirittura innalzare monumenti funebri.
Lo stesso schema piantistico si rivela presente nel santuario della Madonna delle Grazie a Legnano: unica navata con brevi cappelle lungo i fianchi della chiesa. Sopra l'altare una cupola, oltre l'altare ancora una breve cappella destinata a contenere il coro. Se l'impianto è uguale, non sono però al medesimo livello i materiali usati. Nella chiesa del Gesù si passa da una cappella all'altra in un continuo scandire di colonne, cornici, nicchie di marmo. Qui in Legnano i muri sono lisci ed intonacati, i cornicioni ricavati con mattoni sagomati, sono molto spartani e viene proprio a mancare la "suggestione per ricchezza" che in Roma valorizza l'ambiente della chiesa del Gesù.
Quando il nostro santuario nacque, le idee dei costruttori dovevano essere un poco confuse, e con ogni probabilità diede un contributo alla confusione anche l'architetto padre Antonio Parea di Novara. Questi inviato a Legnano dal cardinale Federico Borromeo per la scelta del iuogo ove far sorgere la chiesa, come prima soluzione propose un edificio a pianta ottagonale ricavato sezionando gli angoli di un quadrato, coperto da una grande volta a spicchi piani e disuguali sugli spigoli dell'ottagono.
Gli spicchi dovevano riunirsi in una grande lanterna ottagonale al centro della cupola. L'ingresso era ad est e nell'interno sono segnate sei grandi colonne destinate a sorreggere un imponente baldacchino. Forse per timore di accinersi ad una così complicata struttura a volta, ma anche a causa del fatto che ancora una volta la chiesa sarebbe stata troppo angusta, i Legnanesi iniziarono a costruire un edificio totalmente differente. Fu infatti impostato un semplice quadrato aperto ad est, di lato m. 9 x 9. Sui due fianchi fecero solo le fondazioni, a sinistra della sagrestia, mentre sulla destra scavarono un grande ambiente sotterraneo, con muri spessi circa m. 1,20, raggiungibile con una scala.
Questo ambiente usato come ripostiglio, accoglie le fondazioni in mattoni e sassi del campanile, che lo occupano quasi per metà. Sopra il primo quadrato che costituisce la cappella maggiore fu impostata una volta circolare in mattoni. La prima eseguita crollò. Miglior sorte ebbe la seconda. Ad un esame statico essa ancor oggi rivela un'estrema leggerezza e camminandovi sopra la si sente flettere sotto i piedi.
In questa porzione di fabbrica venne sistemato l'altare con il pezzo di muro recante l'affresco venerato.
Per il trasporto di questo dipinto i capomastri avevano costruito una struttura lignea con travi e tiranti imbullonati da passanti metallici, in grado di garantire al muro affrescato la sua integrità. L'ingabbiatura è ancora oggi visibile sul retro dell'altare.
La chiesa appena iniziata venne consacrata ed i lavori segnarono il passo. L'architetto Parea si premurò di suggerire la continuazione dei lavori in modo da creare una sorta di pianta a croce, in cui la navata centrale fosse affiancata (dopo il transetto) da due navate laterali. Mentre però l'inizio del corpo centrale era scandito da quinte di muro formanti due grandi cappelle laterali, la restante parte delle navate era senza cappelle e divisa da due colonnati.
Questo strano pasticcio era un ripiegamento del Parea, che tentava di riportare a navata centrale una chiesa, di cui i Legnanesi avevano gia tracciato le fondazioni per le cappelle laterali in modo da formare una pianta a croce greca con quattro grandi cappelle attestate su un quadro centrale. Fortunatamente sia il lavoro non troppo ben pensato dei Legnanesi che i suggerimenti dell'architetto Parea non vennero perfezionati. Anzi, nel 1649, su suggerimento dell'ing. Francesco Maria Richini il giovane, autore della chiesa della Madonnina sul Sempione, l'edificio fu risistemato, eliminando le fondazioni già gettate per le cappelle, ingrandendo lo spazio della navata centrale coperta poi con una volta a botte.
Sui lati della navata stessa il progettista sistemò tre cappelle per parte, di cui quelle al centro più grandi (m. 6,90) e coperte con volta a botte le altre (m. 4,90) Tramite piccole volte a crocera. A portare a termine i lavori fu, nel 1650, l'architetto Barca di Ghemme.
Si creò cosi un effetto sia di chiesa a navata unica con cappella ed altari allineati sui lati sia di chiesa a croce greca con il lato dell'altare aperto verso la èiù antica struttura con volta a cupola. La sensazione all'interno data dai piloni allineati riporta alla chiesa del Gesù. Anche le finestrature nelle cappelle e sopra il cornicione contribuiscono ad allungare l'immagine della chiesa. In facciata venne sistemato un portico sorretto da due colonne. Di esso non è rimasta traccia poichè, nel 1863, fu abbattuto risistemando la facciata stessa troppo aggredita dall'umido.
I Legnanesi la riedificarono nel 1893 in cotto a vista e scandita da lesenature. Vennero mantenute le cornici delle finestrature cieche che ancora richiamavano le linee suggerite dal Richini.
Questa facciata ebbe un portone rettangolare e fu chiuso quello ad arco presente sotto il portico abbattuto (se ne intravede ancora la linea di chiusura sotto gli intonaci). Nel 1936 anche la facciata in cotto era rovinata dalle nebbie e dall'umido delle marcite.
Si pensò quindi di ripristinarla in marmo travertino, seguendo le linee architettoniche di quella del 1893, coprendo gli affreschi del pittore Mosè Turri senior, ed aprendo realmente l'antico finestrone richiniano che campiva la parte superiore centrale.
In questa occasione, sopra la porta d'ingresso, venne ricreato un piccolo portico con un timpano marmoreo sorretto da due colonne, in ricordo sia di quello distrutto sia della leggenda riguardante la Madonna venerata che, parlando ai due ragazzi sordomuti li aveva esortati a chiedere al loro padre di costruire un portichetto davanti all'antica edicola.
Sempre riferendoci alle parti esterne dell'edificio, è doveroso ricordare che, nel terreno circostante la chiesa, l'anno 1894, vennero edificate due serie di cappelle, una dedicata ai misteri dolorosi, l'altra a quelli gloriosi. Le edicole tutte in muratura di mattoni e sagome cementizie con due colonne ciascuna in arenaria, furono impostate con stile secentesco. Nel riquadro centrale il pittore cremonese Bacchetta ideò degli affreschi terminati nel 1895. La grande umidità esterna tuttavia rese presto marcescenti questi intonaci affrescati tanto che, su invito di mons. Gilardelli, nel 1930, fu dato incarico al pittore Gersam Turri di dipingere nuove scene sui muri ormai bianchi.
Le vigorose scene piene di efficacia emotiva e di tecnica pittorica sono purtroppo anch'esse state aggredite dall'atmosfera poco clemente della zona e rimangono solo in parte integre ove la pioggia o le infiltrazioni nelle edicole non hanno provocato guasti.
In questo decennio la chiesa ha subito alcuni interventi risanatori che sono consistiti principalmente nell'isolamento del tetto, mediante membrane plastiche, dalle piogge e dalle infiltrazioni attraverso le tegole. Nell'ingrandimento della gronda, per protegggre maggiormente la radice dei muri, sono stati sostituiti tutti i canali e le converse con rame e piombo.
Il campanile con la cella campanaria è stato consolidato, per evitare rotture alle sospensioni delle campane. Tutto intorno all'edificio è infine stata creata una larga intercapedine, per impedire all'umidità di ascendere ed infradiciare gli intonaci esterni ed interni già troppo compromessi. Infatti anche molte delle affrescature antiche interne sono state aggredite dall'umidità.
Quando nel 1650 la chiesa fu ultimata nelle sue parti murarie, grandi zone dell'interno erano state lasciate con i muri a mattone a vista. Il livello del terreno, su cui la chiesa era stata edificata, si trovava a circa 55 cm. dal pavimento delle attuali cappelle, rialzato nel 1932. Le cappelle della navata e dell'altare maggiore erano state intonacate con calce aerea e sabbia. Questo intonaco originale è emerso al piede dei pavimenti nel 1983, quando è stato sostituito quello in cemento posato nel 1930 sopra uno strato di terra e ceneri. La sostituzione si era resa necessaria a causa delle rotture apertesi nel pavimento in cemento e perchè, lungo i muri perimetrali, il sottofondo, a contatto con le pareti, induceva umidità negli intonaci.
Eliminato il pavimento in cemento e portati via i riempimenti di terra sopra il piano antico della costruzione, è stato creato un vespaio areato appoggiato su muricci e tavelloni isolati dall'umido.
Nei cunicoli del vespaio è stato anche inserito il sistema di tubazioni del riscaldamento ad aria calda, per uniformare la temperatura ambiente e diminuire la velocità di immissione aria, ottenendo un maggior confort per i fedeli nonchè minor pericolo per le opere d'arte interne.
Il nuovo pavimento è stato realizzato con granito limbara e rosa Baveno lavorato a cesellario. La durezza del materiale garantirà una durata notevole.
Purtroppo il problema di risanamento sarà molto più arduo per le opere artistiche; infatti se è vero che si è finalmente fermata l'acqua ascendente e discendente, molto grave è lo stato attuale di sfioritura delle superfici. Abbiamo già accennato come alla nascita venissero intonacate solo le sette cappelle. Su questi intonaci non esisteva praticamente decorazione ad ecccezione della Prima cappellina a sinistra di chi entra, che era dedicata a S. Mauro. Sulle pareti erano stati fatti affreschi molto sommari con decorazioni a cornici e fiori e le immagini di S. Mauro e della Madonna. Queste pitture furono poi coperte nelle trasformazioni del 1893. Altri quadri erano appesi alle pareti e l'unico vero intervento artistico ab origine era stato quello operato sull'altar maggiore.
 
 
Il pezzo di muro che formava il supporto dell'antico affresco della Vergine con S. Rocco e S. Sebastiano (dipinto con un gusto più quattrocentesco che di fine 1500 e di autore ignoto), era stato posto al centro della parete di fondo della primitiva cappella edificata dai Legnanesi; infatti anche dalla pianta suggerita dall'architetto Parea come ingrandimento della chiesa, l'altare appare appoggiato alla parete cieca del fondo.
Il Parea, nel 1617, inviti, a costruire un coro semicircolare dietro l'altare e traccò, due aperture ai lati dell'altare, ma il suggerimento non fu seguito.
L'altare ligneo venne cosi costruito attorno alla porzione di antico muro e appoggiato alla parete di fondo. Solo nel 1894 quando, mettendosi mano a tutta la chiesa i Legnanesi decisero di edificare una cappella quadrata come coro dietro l'altare e spostare dall'ultima cappella di sinistra (vicino alla sagrestia) il prestigioso organo Carrera per sistemarlo in alto dietro l'altare, anche il muro antico, i gradini e le strutture lignee vennero rimossi e posti al centro dell'antica cappella sotto la cupola.
L'altare molto grande e con al centro l'affresco antico fu completato da due qwadri ad olio di Francesco Lampugnani legnanese, nel 1619. Le due tele raffigurano in basso l'Annunciazione ed in alto la Visitazione di Maria Vergine. Esse sono ancora ben conservate dopo l'ultimo restauro del 1930, anche se l'Annunciazione "soffre" per la protezione in cristallo che non lascia respirare la tela, e mostrano una pittura colta e decisa nel segno, marcata da forti giochi di luce e fondi scuri, tipica del gusto secentesco.
Le strutture lignee dell'altare sono in parte dipinte ed in parte dorate. Tutta la composizione studiata probabilmente dai Lampugnani nella prima metà del secolo XVII misura m. 6 di altezza per m. 3,50 di larghezza. Poggia su un basamento rettangolare arricchito da lesene e mascheroni dorati sugli angoli. Vi sono due alzate per poggiare i candelieri e le urne con le reliquie, nonchè il ripiano per le figure in argento dei santi vescovi da esporre nelle feste. Ai lati compaiono due alti angeli di fattura più tarda mentre sulla sommità sono assisi sei angioletti molto ben scolpiti. Alla sommità della soasa sono poste due figurine della Vergine e S. Elisabetta intagliate a tutto tondo. La mano felice dell'artigiano richiama immediatamente lo stile degli artisti che hanno intagliato l'antico tabernacolo di S. Magno, poi rimosso perchè nascondeva la pala del Luini, e cioè i fratelli Cojro del 1600.
Nel 1893, quando l'altare di S. Maria delle Grazie fu spostato, si arricchì anche di un nuovo tabernacolo cesellato e di un magnifico paliotto in lastra sbalzata e dorata montata su telaio ligneo di ottima fattura. La cappella tuttavia era ancora spoglia e quindi venne deciso di trasportare i due grandi quadri ovali presenti nella chiesa della Madonnina, dipinti da Stefano Maria Legnani, alloggiandoli ai lati dell'altare in grandi cornici di gesso. Al posto dei vuoti sul muro, nella chiesa della Madonnina, vennero eseguite due copie dal pittore Beniamino Turri.
Già abbiamo accennato al fatto che, sempre nel 1893, fu rimosso l'organo e posto alle spalle dell'altare. Questo pregevole strumento eseguito dal De Simoni Carrera di Legnano, nel 1884, con un notevole numero di registri, pedaliera, cinquantotto tasti, facciata a venticinque canne, nonostante l'elettrificazione dei mantici e la sostituzione di alcuni registri è ancora integro nella sua impostazione e dotato di una voce pulita.
La forma della chiesa non si presta molto alla sonorità; esistono anzi alcuni riverberi d'eco fastidiosi che una volta venivano attenuati dai capocielo, velari e paramenti di stoffa. Oggi eliminati tutti gli addobbi la voce dell'organo è più cruda.
Nel 1890 venne anche aggiunto un pulpito in legno scolpito e dorato che, pur non essendo di fattura eccelsa, era tuttavia un'opera interessante con pannelli intagliati e colonne tortili a sostegno decorate con tralci di edera.
Passava sopra la stupenda balaustra in marmo "macchia vecchia" e nero italico e si affiancava al pilastro di sinistra dell'altare.
Venne smontato e allontanato nel 1960, quando furono fatte spostare anche le balaustre per seguire le nuove disposizioni liturgiche.
 
 
Per meglio seguire la descrizione della navata interna, seguiamo l'ordine cronologico delle opere.
I dipinti più antichi sono quelli che ornano le cappelle centrali di destra e sinistra. La loro fattura risale all'inizio del 1700. Troviamo a destra la cappella di S. Antonio Abate.
Con la volta a botte ed il fondo lavorato a leggero sfondato, imitante una nicchia, essa mostra un'architettura barocca con colonnati e cornicioni in prospettiva, mentre il soffitto, dipinto a cielo, propone nuvole ed angioli che attorniano la scritta charitas.
Al centro dell'arco d'ingresso alla cappella è dipinto lo, stemma dei Cornaggia, ricca famiglia presente a Legnano già dal 1500. Essi furono evidentemente i donatori all'altare di S. Antonio.
Sopra l'altare, costruito in muratura con sagome piuttosto semplici ma affrescate ed integrate come in un gioco di rilievi reali e pittorici con la prospettiva di fondo, è posta una grande tela settecentesca di autore ignoto, rappresentante S. Antonio attorniato dagli angeli.
Sulle pareti laterali altre due tele coeve ripropongono fatti inerenti la vita del Santo.
Parimenti la cappella grande dirimpetto, sul lato sinistro, è dedicata, con il medesimo stile, alla celebrazione della figura di S. Mauro. Il santo già da molti secoli venerato in Legnano trovò subito una dedicazione in questa chiesa, nel 1650; la primitiva cappella fu tuttavia modificata nel 1700 e a lui venne dedicato uno spazio più importante. Da ricordare è la festa legata a questo protettore della salute; il giorno 15 gennaio i Legnanesi antichi facevano una piccola festa e vendevano davanti alla chiesa i "firuni" di castagne conservate lesse e asciugate nel camino.
Si doveva in quel giorno anche mangiare la polenta accomodata per preservarsi dai mali di stomaco.        
Molto significativo è il ritrovamento fatto ultimamamente nel grande armadio in legno intagliato, posto nella sagrestia nel 1600. Questa notevole opera di artigianato, datata e firmata, presenta ben dodici scomparti segreti (cassetti o doppi fondi o ante nascoste a prova di ladro). In uno di questi, nel 1981, è stato rinvenuto un pregevole crocifisso d'argento donato dai Cornaggia alla chiesa, con tanto di pergamena di dedica e un certo numero di incisioni con l'immagine di S. Mauro, che venivano vendute nel 1700 ai fedeli .
Come nella cappella di S. Antonio anche in questa ai lati vi sono due grandi tele, che qui rappresentano scene della vita di S. Mauro.
Le cornici sono attorniate da grandi decorazioni architettoniche ad affresco.
Tutte queste decorazioni ricordano, come stile, la mano dei pittori Bellotti di Busto Arsizio che non solo abbiamo visto presenti in S. Ambrogio (1740), ma sono presenti con un magnifico quadro più tardo di Biagio Bellotti (1790) anche in questa chiesa.
Questo quadro raffigurante S. Francesco Saverio è posto nella prima cappella omonima, a destra di chi entra. La decorazione a stucchi e affreschi attualmente molto rovinata, a causa del tetto marcescente, venne eseguita dai pittori Turri nel 1893; più precisamente le pareti ad affresco su encausto sono di Mosè Turri senior, mentre gli stucchi sono di Elia Turri. La decorazione a frutti e fiori è invece di Daniele Turri. Molto bello è l'altare marmoreo (1700) della cappella mentre più moderna sembra la balaustra scolpita a colonne quadrate.
L'effetto generale della cappella era estremamente ricco e prezioso nella minuziosità dei suoi parti.
cOlari. Esso faceva riscontro con l'estrema ricchezza ed eleganza della cappellina di fronte (prima entrando a sinistra). Eseguita anche questa nel 1893 dai fratelli Turri, è forse più completa e preziosa, nel testimoniare l'arte di questa famiglia di pittori legnanesi.
E' stata dedicata a S. Anna e venne donata dalla famiglia Lombardi ritratta nel quadro di destra con S. Anna, che li presenta alla Vergine. Nel quadro di sinistra vi è la Gloria di S. Anna, al centro un grande quadro con la Vergine, il bambino S. Anna ed altri Santi adoranti. Tutte le tele sono sempre di Mosè Turri. Una particolare menzione va al soffitto di questa cappellina che, lavorato a stucchi ed encausti (ricorda molto quello eseguito dagli stessi fratelli Turri sul soffitto della Madonnina in corso Sempione), venne lodato e riprodotto sulle riviste ed i giornali del tempo. Anche qui l'acqua ha fatto notevoli disastri e sarà arduo il lavoro di restauro.
Quando, nel 1893, vennero appaltati i lavori di decorazione delle volte della chiesa l'opera dei pittori Turri, autori delle due suaccennate cappelle, venne giudicata eccessivamente cara.
L'incarico generale fu quindi affidato al pittore Bacchetta che eseguì una decorazione molto simile a quella dei bozzetti a colori presentati dai Turri, ma molto più "larga" nelle campiture e nel disegno. Il pittore Bacchetta padre, si dedicò alla cupola con l'Ascensione di M. Vergine e a tutta la volta scandita da tre scene centrali e quattro lunette, sopra le finestre, con gli Evangelisti.
Sulla parete di fondo l'artista dipinse due angeli in bianco e nero, su fondo grigio. In generale il Bacchetta si attenne ai toni grigi ed alle cornici settecentesche delle due cappelle laterali.
Fece però ricoprire tutti gli antichi cornicioni in cotto con applicazioni di gesso decorate ad ovuli e rosette. Scomparve così una delle caratteristiche principali della chiesa secentesca, il mattone lavorato.
L'effetto generale è comunque gradevole, anche se i toni molto grigi conferiscono alla chiesa un aspetto freddo.
Le pitture sia della volta che della cupola sono ben conservate a parte due angoli, in cui l'umidità si è concentrata dal tetto.
Nel 1910, il figlio del pittore Bacchetta riprese alcuni lavori del padre deteriorati ed affresci, nell'occasione le due cappelle vicino alla sagrestia e vicino al campanile.
Quest'ultima e' dedicata a S. Gaetano e presenta notevoli danni.
Rimane salva la sola pala d'altare con S. Gaetano che riceve dalla Vergine il Bambino. Anche le lesene dipinte a putti su fondo dorato sono integre, ma un notevole strato di sporco impedisce di apprezzare la pregevole fattura.
La cappella a fianco della sagrestia è dedicata inveece a S. Giovanni Bosco. Sempre decorata dal Bacchetta figlio, presenta notevoli danni che ne impediscono una buona lettura. In essa aveva trovato posto, fino al 1893, l'organo; poichè questo era sacrificato ed impediva l'accesso alla sagrestia, ne fu decisa la rimozione.
Molte altre cose potrebbero essere ricordate come le acquasantiere a conchiglia del 1600, il pavimento a tarsia marmorea dell'altare, il lavello secentesco nella sagrestia, gli scanni arcivescovili intagliati dell'altar maggiore, la via crucis dipinta da Beniamino Turri, i paliotti dipinti dal pittore Darvino Furrer, i candelabri e le teche d'argento, ma lo spazio a disposizione è troppo breve.
Resta da accennare alla casa canonicale posizionata sul fianco destro della chiesa, molto semplice e spartana, posta su due piani, accoglie sia la casa del sacerdote che quella del sagrestano.
Un passaggio secentesco, a fianco del campanile, dava accesso diretto alla chiesa dalle stanze del pianterreno. Nel passaggio esisteva anche il pozzo per l'acqua. Una tradizione secolare voleva che per il Natale, nella nicchia del pozzo, si preparasse il presepe con le statuine colorate. Oggi tutto questo è scomparso come pure sono cessate le antiche processioni e le solenni celebrazioni alle cappelle del rosario che vedevano centinaia e centinaia di Legnanesi radunarsi attorno al loro santuario. A questi altari e muri una volta ricoperti da quadri ex voto e decorazioni per grazie ricevute si sono rivolte generazioni e generazioni di Legnanesi con il cuore angosciato e sulle labbra una invocazione d'aiuto. Il mondo moderno passò veloce dimentico del silenzio e della pace che il santuario ha sempre serbato per i suoi fedeli.
 
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4.6 Chiese Campestri

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Chiese Campestri
 
Leggendo le descrizioni di Legnano secentesca, fatte dal prevosto Pozzo, nel 1650, si scopre.anche una serie di insediamenti periferici ben precisi, ciascuno con una struttura agricola e sociale, nella quale in generale non manca un oratorio od una cappellina.
Il Pozzo ci dice:
Ha la parochiale nostra di Legnano sotto di se molti molini al n.° 16 cominciando dalli tre detti le Gaminele sotto a tre patroni sino alli duoi passati al Castello per la strada che va a Canegrate. Ha parimente alcune cassine cioè il Mino, S. Erasmo, la Canaza cioè quella parte verso Legnano se bene vi è ordinatione che tutta sia sotto Legnano. Casato, la casa rotta passato S. Angelo per andare alla Castellanza, la Mazzafame, Ponzella, S. Bernardino tutti casali copiosi di persone.
Di tutte queste "cassine" alcune sono già state menzionate come oratori, e più precisamente le più antiche: S. Erasmo, S. Bernardino, Casato con S.Martino .
Restano alla nostra escursione da osservare le cascine: Mazzafame (alla fine di via Ciro Menotti), Ponzella (in via Ponzella), del Mino od Olmina (in via Resegone al termine). Tutte e tre, queste chiese vennero edificate tra il 1728 ed il 1779.
La più antica e forse più bella è quella della Ponzella, denominata oratorio di S. Maria Maddalena.
Essa venne eretta nel 1728 per legato di Carlo Francesco Fassi il quale voleva dotare la cascina di una sua aula religiosa.
La costruzione è di modeste dimensioni (m. 9 X 5,4), con soffitto piano in legno. Sull'esterno i muri in mattoni erano a faccia a vista. Ultimamente essi sono stati intonacati in facciata con colorazioni molto contrastanti in bianco e marrone. Conserva i caratteristici finestrini reniformi a fianco della porta d'ingresso. Nel 1779 divenne oratorio di Gesù Crocifisso e fu dotato sull'altare di una bella raffigurazione della croce contornata poi da pregevoli affreschi ottocenteschi. Abbastanza caratteristico il campaniletto con una cuspide lavorata in mattoni scalati.
Molto meno pretenziose sull'esterno sono le aulette delle chiese della cascina Mazzafame e dell'Olmina.
La prima detta oratorio campestre di S. Teresa fu fondata nel 1779. Contiene solo alcuni quadri ottocenteschi di poco valore ed è stata sostituita nella sua funzione di chiesa di quartiere, dal nuovo edificio religioso denominato Mater Orfanorum eretto negli anni Cinquanta dal reverendo padre Rocco su progetto dell'ing. Tenca di Milano. In esso sono contenuti dei pregevoli dipinti ad olio del pittore Mosè Turri junior di Legnano, che rappresentano la gloria della Madonna.
L'oratorio di S. Teresa è di piccole dimensioni (m.11 X 5,5), e gli esterni sono a semplice intonaco, per nascondere il sasso misto ai mattoni. Unica opera degna di menzione conservata in questo oratorio, è un crocifisso ligneo del 1700 di notevole bellezza. Qualche maggiore pretesa offre la chiesina dell'Olmina.
Datata anch'essa 1779 fu titolata ai Re Magi.
E' impostata con lo schema classico di navata unica (m. 6 x 14) con abside; a fianco due piccole aule con funzioni di sagrestia e ripostiglio. Il soffitto è stato recentemente rifatto con una volta ribassata e a fianco dell'altare sono state aperte due navatelle per i fedeli. Un campanile di aspetto settecentesco sovrasta la copertura. Contiene un bel quadro della Madonna con i Re Magi donato da un parroco Lampugnani. Fu dipinto dai fratelli Lampugnani come copia da un'opera del Procaccini. Sulla sinistra in basso porta un cartiglio con dedica e lo stemma dei nobili Lampugnani.
La chiesetta prende il nome dal proprietario delle terre intorno tale Mina e la trasposizione scritta della Pronuncia dialettale (d'ul Minza) divenne, persa la "d" iniziale, Olmina. In questi ultimi anni è stata dotata di un oratorio esterno per i ragazzi. La popolazione intorno è cresciuta a tal punto che sarà creata una parrocchia a sè stante. Il piccolo e vecchio edificio a stento accoglie i fedeli. Certamente in un prossimo futuro dovrà essere sostituito da uno più grande.
 
 
Fino alla fine del 1700 l'incremento demografico in Legnano era mutato in maniera quasi irrisoria, per secoli e secoli una civiltà contadina aveva regolato il numero delle bocche da sfamare, in maniera naturale secondo l'estensione dei campi da lavorare e secondo la loro resa.
Le costruzioni di case e chiese segnarono quindi il passo.
In S. Magno si cambiò solo il campanile, vennero edificate le cappelline o oratori dei cascinali esterni, in centro città sorse il cosidetto palazzone Cambiaghi, lungo via Lega.
Qualche rinnovo ebbe il tessuto urbano lungo via Magenta, ove i Cornaggia trasformarono le vecchie case in un unico insieme edilizio prospettante piazza S. Magno fino a via Giulini. In questo grande palazzo con una facciata di falso cinquecento venne accolto il municipio di Legnano, fino al 1862. C'erano solo poche stanze (prima una poi altre due) date al Comune dai Cornaggia proprietari del castello dalla fine del 1700. Venne poi da loro concessa all'amministrazione pubblica un'altra casa sita nella cosidetta piazza dei Polli, oggi Piazza Carroccio.
Questa sistemazione rimase fino al 1909 quando, demolito il vecchio ponte sull'Olonella a fianco di S. Magno, coperto il ramo del fiume, venne edificato con stile neo rinascimentale lombardo l'attuale palazzo del municipio ad opera dell'architetto Malinverni .
L'antico palazzo Cornaggia venne abbattuto e con esso scomparvero pian piano tutte le antiche case di via Magenta comprese quella del Gia. Giacomo Lampugnani, le mura del palazzotto medioevale della braida i resti della chiesa di S. Maria del Priorato con la sua abside e gli affreschi sui piloni.
Legnano dunque cresceva unitamente alle sue industrie. Le chiesine conventuali erano quasi tutte scomparse o inagibili.
Restavano in centro città veramente praticabili solo S. Magno  S. Ambrogio - la Chiesa delle Grazie - Purificazione - e la Madonnina.
Alla fine del 1757 i fratelli Oldrini abitanti in corso Garibaldi avevano creato una cappellina denominata oratorio di S. Domenico.
Questa funzionò fino al 1863 quando insufficiente per capienza fu ristrutturata da Gerolamo Colombo legnanese che vi fondò, una chiesetta, (prima non vi risiedevano sacerdoti) però alle dipendenze della parrocchia di S. Magno.
In questa nuova cappella molto poco funzionale si ufficiò, fino al 1895. Giunto come cappellano don Emanuele Cattaneo, questi si accorse dell'assoluta inadeguatezza dell'ambiente e pose mano alle prime raccolte popolari per edificare una vera nuova chiesa.
 
 
Scongiurata la scomparsa della vecchia cappella per lasciar posto ad una conceria, don Cattaneo, con l'aiuto dei contradaioli del borgo riusciva, tra il 1899 ed il 1902, a far erigere una vera grande chiesa. Il progetto fu impostato dall'architetto don Enrico Locatelli, e la realizzazione avvenne ad opera del capomastro legnanese C. Proverbio.
La chiesa dapprima coperta al centro con tetto piano, fu dotata di una grandiosa cupola, nel 1903. Per ultimo venne edificato il campanile plu alto di 40 metri e adorno di conci di marmo bianco. La facciata eseguita verso il 1925 in stile lombardo romanico è di marmo travertino con colonne e grandi statue dei simboli degli evangelisti. Fu disegnata dall'arch. Pier Giulio Magistretti. Il Locatelli impostò una classica croce latina con transetto più alto delle navatelle dell'asse maggiore. All'incrocio della navata col transetto pose una cupola ottagonale scandita da grandi finestre bifore.
L'impianto risulta così quasi a pianta centrale, perchè molto forte è la predominanza della cupola e della maggior altezza delle navate centrali e di transetto rispetto alle navatelle laterali, tanto da farle pressochè dimenticare. L'effetto è volutamente drammatico e accentra l'attenzione sul grande presbiterio.
La chiesa nel suo interno accoglie un monumentale altare in tarsia marmorea, sormontato da una grande teca a forma cruciforme, che accoglie il S. Crocefisso già venerato da secoli nella chiesa conventuale di S. Angelo. L'altare è a disegno dei fratelli Mosè ed Elia Turri di Legnano. Questi decorarono anche le restanti parti della chiesa con stucchi dorature e motivi geometrici che assecondano l'imponenza delle volte e degli archi della chiesa. I pulpiti interni sono sorretti da cariatidi. Altre statue con santi e profeti sono opera di uno scultore alsaziano . La grande lampada votiva in bronzo, dalle forme bizantineggianti è una vera opera d'arte dovuta all'ingegno di Lorenzo Pogliaghi.
Negli anni Settanta la chiesa dovette essere chiusa al culto perchè alcune strutture risultavano pericolose, in particolare modo la volta. Ormai chiesa parrocchiale dal 1907, accoglieva su di se l'affetto degli abitanti del quartiere.
Questi ritrovatisi come contrada di S. Domenico, con un impegno monetario notevolissimo, posero mano ai consolidamenti statici, restituendo alla fine del decennio la bella chiesa al culto.
Ultima e doverosa menzione va al gruppo di sette poderose campane che, nel 1925, vennero poste sul campanile e delle quali, ad ogni festa, udiamo la voce.
 
 
Abbiamo accennato come la comunità di Legnanello, da tempo sprovvista di una chiesa si servisse dell'oratorio della Purificazione, in via Sempione.
Quando, nel 1898, il 13 agosto, essa divenne parrocchia ad opera del Cardinal Ferrari, immediatamente don Gerolamo Zaroli spinse l'idea di dotare l'antica frazione di una nuova chiesa.
Con il concorso popolare vennero raccolte le somme necessarie all'edificazione; fu dato incarico per il progetto al prof. Cecilio Arpesani di Milano. Questi impostò secondo la moda vigente allora una vera e propria basilica in stile romanico lombardo a tre navate, ciascuna con abside semicircolare dotata di volta a tutto sesto.
La navata centrale è più alta delle altre laterali che le fanno da contrafforte. La copertura è eseguita a capriate in legno a vista decorate secondo lo stile francescano. Tra una navata e l'altra si allineano due file di colonne in granito bianco con capitelli decorati con simboli della cristianità. Sopra i capitelli è stato posto un pulvino. Sulla sinistra, entrando, una porta conduce ad un'edificio ottagonale adibito in origine a fonte battesimale. Sempre sul lato sinistro si trovano un grande campanile quadrato con forma che ricorda quello della basilica di S. Ambrogio in Milano, nonchè i locali della sagrestia con artistici mobili in legno intagliati con motivi medioevali.
L'esterno della chiesa è giocato esclusivamente con mattone a vista e pietra di serizzo. Arcatelle ciliali contornano sia la facciata a timpano triangolare sia i lati della chiesa.
Il battistero ed il campanile, le lesene principali cogli spigoli delle murature, sono tutti ornati di pietre singolari con gusto molto raffinato. Se non fosse per lo stato di conservazione di pietre e mattoni, un osservatore non molto attento potrebbe facilmente scambiare il tempio per un edificio medioevale.
All'interno il gusto imitativo fece impostare transenne in marmo traforato, altare in tarsia bianca e blu, pergamo con leggio sorretto da colonne, in perfetto stile romanico.
Le opere pittoriche furono affidate al prof. Eugenio Cisterna il quale dapprima dipinse la volta e le pareti del presbitero, imitando i mosaici ravennati, poi completò sia l'arco trionfale sia le pareti della navata maggiore con figure di profeti, vergini e martiri. Sopra la porta centrale fu posta una sacra famiglia.
Le finestre tutte ad arco tondo superiore furono dotate di vetrate colorate imitanti l'alabastro.
Pregevole è la via crucis in formelle di bronzo.
A ricordo dell'antica chiesa usata dai Legnarellesi, fu trasportato dalla chiesina del convento Barbara Melzi, un grande quadro ad olio. Questo fu posto in una cornice di marmo al centro della navata destra. E' una bellissima e dolce raffigurazione della Purificazione dipinta dai fratelli G. Battista e Francesco Lampugnani, nel 1635. Si tratta di una tematica ripresa dalle scene dipinte da Bernardino Lanino nella cappella maggiore di S. Magno.
Degno di menzione è inoltre il baldacchino dipinto dal prof. Mantegazza. Le ultime opere di abbellimento della chiesa sono state fatte nelle lunette sopra le tre porte d'ingresso e sul battistero in facciata. Questi mosaici policromi con le simbologie e la figura del Redentore, sono opere pregevoli del maestro Aldo Carpi.
La piazza infine è stata completata con una fontana a pozzo poligonale sormontata da scudi di foggia medioevali.
 
 
Anche nel cosidetto rione Oltrestazione le chiesine della Mazzafame, Ponzella e S. Bernardino si rivelarono alla fine del 1800 inadatte per la cura delle anime di questi quartieri divenuti ormai popolosi. Si dibattè a lungo, tra il 1890 ed il 1904, se costruire e dove ubicare una nuova chiesa. Fu scelta come zona la strada detta via per Novara, all'altezza della cascina Flora che si era ormai tramutata in un ampio quartiere a ridosso della ferrovia. In quegli anni già le prime cerimonie ufficiali per la celebrazione della battaglia, nonchè le sottoscrizioni per il monumento celebrativo del Butti (1900) avevano risvegliato nei Legnanesi non poco amore per la loro storia medioevale. Fu quindi abbastanza facile legare la nuova chiesa ad una dedicazione che ricordasse in modo religioso il fatto d'armi, In effetti era l'arcivescovo di Milano l'artefice della rivolta contro Federico I.
Il Carroccio su cui si celebrava una messa era simbolo di Ariberto d'Intimiano e la croce tolta dalla sua tomba ricordava la fede della chiesa. Memori dei santi sepolti in Milano nell'altare di S. Simpliciano, i Legnanesi scelsero per la loro nuova chiesa la nominazione di chiesa dei Santi Martiri, che erano Sisinio, Martirio e Alessandro. La chiesa doveva sostituire una vecchia baracca in legno, nella quale il curato don Luigi Castelli aveva iniziato un faticoso ministero.
Finalmente, nel 1904, si pose la prima pietra del nuovo tempio e la chiesa stessa fu terminata nel 1910.
Divenne parrocchia autonoma il 24 maggio 1911. La facciata lasciata incompiuta fu completata in marmo bianco e cotto negli anni Cinquanta.
E' dotata di un grande campanile di foggia moderna ed alle spalle trovano posto locali per l'oratorio e campi da gioco per ragazzi.
Il progetto redatto da don Locatelli, parroco di Vergiate, prevede un edificio composto da una grande navata centrale con soffitto piano sorretto da colonne pensili appoggiate su mensole, affiancate da due navate minori, più basse e scandite da grandi colonne rifinite in stucco pompeiano marmorizzato.
L'interno era impostato con una serie di coloriture bizantineggianti delle pareti. Attualmente è stata lasciata solo la decorazione delle parti alte della navata maggiore, mentre il resto della chiesa è stato tinteggiato con colori chiari.
L'altare primitivo è stato sostituito con uno ricavato da un blocco di marmo molto semplice. Alle sue spalle una grande croce, in ferro e masselli di granito colorati, si staglia contro il coro pensile, su cui è posto l'organo a canne di stagno. Interessante è notare come la via crucis, composta da belle tele ad olio sia stata raggruppata in un unico polittico posto nel lato destro del finto transetto vicino alla porta laterale. L'effetto è gradevole ed originale.
 
 
Penultima in ordine di nascita la chiesa parrocchiale di S. Teresa fu edificata il 2 ottobre 1931, in sostituzione di una piccola cappella annessa al convento dei Carmelitani Scalzi che si erano insediati a Legnanello, nel 1929. Si trova alla fine di via S. Francesco d'Assisi. Nata su progetto del Cavalier Ugo Zanchetta è impostata con una croce greca formante una grande aula centrale sormontata da un alto tamburo che sorregge una cupola.
Negli angoli della croce, ad unire i bracci stessi, vi sono quattro piccole cappelle anch'esse sormontate da una cupoletta più bassa. La pianta cosi riportata alla forma quadrata, è però allungata dalla parte dell'altare mediante una cappella absidale maggiore coronata da una sesta grande cupola.
Ai lati dell'altare (alle cui spalle in un'abside semicircolare vi sono gli stalli del coro per i frati) si estendono due cappelle che formano un falso transetto. Sulla destra e sulla sinistra si aprono anche le porte delle sagrestie e del convento.
Il pavimentoè@ a tarsia marmorea bianca e rossa con rose inserite nei riquadri centrali. L'ingresso principale è stato ricavato sfondando in facciata una grande nicchia che accoglie il portale colonnato. La parte superiore della nicchia è a cassettoni. Anche nell'interno, dietro la vetrata di facciata, si ripete il motivo a cassettoni. Ai lati dell'altare altre due cappelle, ricavate sopra il falso transetto e sostenute da colonne in granito grigio, accolgono il nuovo organo con canne risonanti in legno.
La chiesa è priva di decorazioni; unica cappella affrescata con risultato modesto è quella sulla destra, entrando. Un volo d'angeli in un cielo plumbeo, presenta la nuova basilica.
Sulla sinistra invece, in una nicchia, è posta una statua con la Madonna. Il fondo della cappella è tutto ricoperto con un mosaico metallizzato argento-bruno.
L'ultima opera di abbellimento è stata fatta rinnovando l'altar maggiore primitivo, che era di semplici mattoni intonacati. E' stato sostituito da un nuovo altare disegnato dall'architetto Provasi che si distingue per la notevole mole e per il numero veramente incredibile di marmi accostati, che vanno dal giallo, al bianco, al rosa, al verde, alla pietra della passione. Ogni colore, a detta dei frati, ha un significato simbolico. Al centro, sopra il tabernacolo, spicca una grande croce sbalzata e dorata con maestria.
Completano il gruppo dell'altare, tre sedili per i celebranti e due leggii variamente lavorati con blocchi di marmo di diverso colore intarsiati.
Anche la mensa rivolta verso i fedeli è sostenuta da una base marmorea composta da vari elementi scolpiti e con tarsie colorate.
Ad un altare tanto policromo e mosso corrisponde invece un interno sobrio e senza decorazioni. Le facciate esterne sono tutte in cotto marcate da poche cornici in pietra, all'altezza delle coperture. La basilica nel suo insieme appare molto alta e piccola alla base.
Addirittura il campanile posto dietro, a sud-est, risulta invisibile all'osservatore che non si porti sul retro della chiesa. Esso è una torre quadrata di altezza circa 20 metri che eguaglia in misura l'imposta alta del tetto della cupola maggiore.
Altre cappelle e chiese sono sorte in Legnano dopo la costruzione del Santuario di S. Teresa del Bambin Gesù. Le ricordiamo brevemente. Esse sono: le chiese del Convento delle suore Carmelitane; delle nuove parrocchie di S. Pietro, in via Carlo Guidi nel rione Canazza, e S. Paolo in via Sardegna, quest'ultima con forme moderne e più da edificio comunitario che non da chiesa nel senso comune della parola, inoltre la chiesina-oratorio in via Leoncavallo e la cappella interna del Centro giovanile di S. Magno in via Montenevoso, nessuna delle quali comunque ha assunto importanza architettonica di rilievo ad eccezione della chiesa di San Giovanni.
Legnano è quindi ancora viva e sempre in fermento per i suoi edifici di culto. Unico neo della situazione è la grande povertà di mezzi e materiali con cui queste nuove opere vengono affrontate.
S. Magno continua ad essere per tutti noi quasi un miracolo della Legnano più antica e certamente anche più povera.
 
 
L'opera più recente, che maggiormente si allontana da questa generale regola di povertà di mezzi degli edifici religiosi, è senza dubbio la pregevole chiesa di S. Giovanni Battista. Essa sorge in via Ligurla, e per il momento funge da chiesa ausiliaria per la parrocchiale di S. Paolo. Fu iniziata nel 1973 su progetto dell'architetto Enrico Castiglioni di Busto Arsizio. Impostata con struttura totalmente in cemento armato a vista. Una serie di grandi volte a vela intersecantisi formano una navata principale, sui cui fianchi si aprono navatelle più brevi e camminamenti, terminati in balconate sospese che ricordano i matronei medioevali. Il pavimento interno è lavorato con piani inclinati, e porta alla formazione di una specie di platea che attornia l'altare posizionato al centro dell'assemblea dei fedeli. Le luci naturali sono tutte pressochè indirette o filtrate da quinte abilmente posizionate all'interno della navata e realizzate sempre in cemento armato a vista. L'effetto è gradevole e nonostante i materiali siano grezzi invita al raccoglimento. La prima messa fu celebrata il 5 ottobre 1975 e nell'occasione l'edificio ottenne un largo consenso dai fedeli. L'agibilità completa, con l'impianto di riscaldamento si ebbe in occasione della Pasqua 1976.
Manca, a completare la struttura, il campanile.
 
 
Già nella prima metà di questo libro è stato detto come proprio grazie alle tombe, gli studiosi siano riusciti a scrutare la vita dei nostri più antichi predecessori. I luoghi di inumazione per molti secoli furono sempre localizzati in aree precise usate da più generazioni. In genere questi luoghi erano situati sui terreni più alti della piccola valle prospiciente l'Olona.
Vari sepolcri vennero rinvenuti vicino al Sempione (vaso di Remedello), oppure in corso Garibaldi all'altezza del Museo civico (urne ad incinerazione e tombe a tegoloni), vicino alla chiesetta di S. Martino, sulla costa di S. Giorgio ecc. Tra tutti questi ritrovamenti quello che assume l'aspetto vero e proprio di cimitero nel senso modemo della parola, è l'area a sepolcreto emersa durante scavi per lavori edilizi nel 1925, in via Firenze presso via Novara. Si tratta di un rettangolo di m. 50 x 100 di lato nel quale non solo sono state rinvenute urne seppellite con regolarità, ma si è ritrovata anche la fossa dell' Ustrium, ove gli antichi Romani del tempo di Tiberio bruciavano i loro defunti, per poi raccoglierne le ceneri e sistemarle dentro urne, vuoi con il collo largo, vuoi con la parte alta segata per permettere l'introduzione delle ceneri. Va subito detto che la comunità di Legnano antica non fu mai numerosa. I veri incrementi demografici iniziarono dopo il 1700 d.C. Il problema delle sepolture non divenne quindi mai problematico per la nostra comunità, stabilizzata per secoli intorno alle 1000 o 1500 anime. Le ricorrenti aggressioni alla salute della popolazione operate dalla peste, dal vaiolo, dalla febbre gialla, dal colera, dalla pellagra, dalla difterite o dalla lebbra spesso decimavano, nel vero senso della parola, gli abitanti. Fin dagli albori della civiltà cristiana si era posto però un grave problema di spazio ed una regola di fede. I morti dovevano essere lasciati integri e non più cremati. Tale pratica portò all'uso delle tombe formate da tredici tegoloni (dieci per formare i lati di una sorta di capanna e tre per il fondo). Queste tombe normalmente venivano inumate o nei pressi di qualche altare o cappellina cristiana, oppure per i più abbienti in un apposito spazio della casa.
Quando cominciarono a sorgere le prime chiese o cappelline iniziò l'uso di inumare vicino alle mura del tempio, e imitando i membri della casa sacerdotale i cittadini più importanti ottennero il privilegio di essere sepolti sotto il pavimento della chiesa o addirittura di farsi erigere delle arche marmoree nei templi.
Orbene, ossequienti alla regola inconscia che fa ricercare in antico sempre gli stessi luoghi per il culto e per i cimiteri, a Legnano vediamo che le sepolture si concentrarono in epoca medioevale principalmente vicino alla chiesa di S. Martino, davanti al porticato di S. Ambrogio, presso la chiesa di S. Nazaro, lungo il Sempione a Legnanello, e con maggior frequenza presso la chiesa di S. Salvatore. In particolare la basilica maggiore accolse nel suo lato destro una vasta area di sepolcri trasformata poi nell'attuale piazza S. Magno. Quando fu demolita la chiesa protoromanica per edificare l'attuale dedicata a S. Magno, terminata nel 1514  furono rispettati i sepolcri sulla destra della chiesa tanto che le porte stesse del tempio furono collocate nella identica posizione di quelle più antiche, e cioè verso l'attuale palazzo Malinverni.
Sotto i pavimenti della chiesa non solo si mantennero le antiche mura della cripta (cappella di S. Crocifisso), ma anche altre tombe familiari furono ricavate. Qui inumarono fino al 1600 i Lampugnani, i Vismara, i Corio, ecc.. Altre numerose sepolture furono create nelle chiese conventuali, prima fra tutte in quella dell'ex convento di S. Angelo ubicata nell'area delle attuali scuole Mazzini.
Le persone plu umili erano invece tumulate fuori dai templi, ma ciascuno tendeva sempre ad essere sepolto il più vicino possibile al luogo di preghiera frequentato in vita. Il culto dei morti era in ogni caso estremamente sentito.  La presenza dello spirito dei defunti era pensata, creduta, vissuta come fede incrollabile e cercata come sostegno alle amarezze della vita. Anche le reliquie ossee dei santi nel Medioevo e nel Rinascimento erano considerate veicoli di grazia divina e testimonianze di fede vissuta come dimostra il tributo di omaggio dedicato, nel 1634, dalla popolazione alle reliquie d'antichi martiri cristiani provenienti dalla Sardegna.
Ai momenti lieti tuttavia seguivano anche quelli tristi: la peste ricorrente ogni trenta o quaranta anni provocava stragi enormi. Si pensi che una comunità come Roma, nel 1700, era ridotta da circa tre milioni di anime dell'età imperiale, a poco più di settantamila persone. Anche in Legnano la popolazione vide morire centinaia di cittadini in poche settimane. Tutta questa gente non poteva essere ospitata nel cimitero a fianco della chiesa; si crearono quindi fosse comuni, nelle quali i numerosi morti di malattia furono calcinati .
Questo uso era più in antico praticato per liberare le aree cimiteriali. Le ossa dei morti più antichi venivano raccolte in ossari o mortorietti cioè stanzoni sotterranei con una botola superiore, in cui venivano gettate le ossa riesumate, o vere e proprie cappelle, in cui su lastre a mensola in pietra erano allineati teschi e tibie, per formare veri e propri disegni ornamentali.
In Legnano rinascimentale esisteva un mortorietto, poi trasformato, sulla parte anteriore della chiesa di S. Martino. Si vedono ancora sul lato sinistro le aperture delle finestre con grata (ora chiuse) che permettevano di vedere gli scheletri e portare loro fiori o una preghiera.
Per quanto invece concerne le sale sotterranee, se ne ricordano due, di cui una in Legnanello vicino alla antica chiesa di S. Nazaro lungo il Sempione. Durante alcuni scavi venne rintracciato uno stanzone del XVII secolo pieno di scheletri che evidentemente ne qualificavano l'uso a fianco della chiesa.
L'altro cimitero comune era in piazza S. Magno posto nella posizione che doveva divenire, nel 1610, il sagrato della chiesa quando il Richini rigirò, gli ingressi.
Questa modifica all'impianto ecclesiale di S. Magno portò al disfacimento delle altre sepolture poste sul lato ovest della basilica. I Legnanesi da quel momento vennero tutti inumati in questo grande stanzone comune sotterraneo, tranne i nobili che continuarono ad essere sepolti nella basilica o in S. Angelo o in S. Ambrogio .
Dopo il Concilio di Trento venne però, la proibizione di inumare nelle chiese. I nobili ricorsero quindi ad un piccolo stratagemma.
Per non finire nelle fosse comuni fecero edificare degli oratori privati che divennero poi chiese a tutti gli effetti, ed essendo fuori dalla giurisdizione ecclesiale, potevano ugualmente servire come tombe. Ne sono un bell'esempio la chiesina di S. Giorgio al castello, oppure la splendida "Madonnina sul Sempione".
Oggi quest'uso rimane, con aspetto diverso ma identico intento, quando si costruiscono le cappelle cimiteriali per le famiglie. La tomba comune principale in piazza S. Magno era denominata dai Legnanesi "il foppone". Esso rimase in uso con vari problemi igienici, fino al tempo di Maria Teresa d'Austria. Il successore di Maria Teresa, Giuseppe II, nel 1786 emanò, una disposizione perchè l'uso delle fosse comuni venisse abbandonato e tutte le municipalità reperissero aree adatte alla creazione di cimiteri detti "Campi Santi" fuori dal perimetro dei centri abitati.
Per i Legnanesi che evidentemente avevano come altri il problema del foppone stracolmo di ossa e cadaveri in decomposizione, la scelta dell'area non fu semplice .
Dal 1789 al 1808 la decisione circa l'acquisto dell'area e l'ubicazione non fu presa, tanto da costringerli, nel 1803, a dover richiedere il permesso di spurgare il foppone ormai inutilizzabile.
Finalmente, nel 1808, venne acquistata una superficie di mq. 3000 poi portata a mq. 5500 posta lungo la via Porta di sotto (via Magenta) poco prima della chiesa di S. Maria delle Grazie.
Quest'area che oggi accoglie la scuola media Bonvesin della Riva, fu l'ultima dimora per 21896 Legnanesi, dal 1808 al 1898.
Studiata dall'arch. Broggia, era circondata da una bella recinzione in ferro battuto con basamento in pietra ed aveva due cancelli, uno verso via Magenta, l'altro verso la chiesa.
Le tombe che i Legnanesi vi edificarono erano per lo più semplici, provviste di una lapide con iscrizione.
Alcune più pretenziose mostravano un muro a forma di edicola con il ritratto ad affresco del defunto.
Tre di questi affreschi strappati sono tra le opere conservate nel Museo civico e mostrano i ritratti dei pittori Antonio Maria, Beniamino e Mosè Turri senior.
La posizione del cimitero fu scelta sia perchè la strada era percorsa abitualmente dai Legnanesi diretti alla chiesa delle Grazie, sia perchè ancora una volta si riconosceva a questa zona la funzione funeraria già avuta in passato. Verso il 1891 fu improrogabile l'ampliamento del cimitero. Ancora una volta la primitiva area scelta nel 1803, gla raddoppiata nel 1863, si rivelò, non adatta alla Legnano di fine secolo. La civiltà industriale aveva letteralmente fatto esplodere un incremento demografico sconosciuto nel 1700. Il cimitero che era circondato da strade, non poteva più essere ingrandito. La municipalità si premurò quindi di reperire una nuova area sempre lungo via Magenta e subito dopo la chiesa delle Grazie.
Il cimitero antico fu ripulito dalle tombe. Le ossa dei defunti vennero riesumate e poste in cassettine in un colombario del nuovo cimitero. Quelle che non furono raccolte rimasero nella terra rivangata e ricoperta poi da un nuovo strato di humus riportato all'interno della recinzione. La superficie venne piantumata e accolse per anni, fino alla costruzione delle attuali scuole, un parco pubblico, in cui i ragazzi potevano liberamente giocare.
Il nuovo cimitero detto "Monumentale" fu invece inaugurato il 24 luglio 1898 in via Magenta. La sua superficie era di mq. 18.942. Molti Legnanesi che avevano le edicole funerarie nel cimitero vecchio trovarono asilo per i loro defunti lungo i viali principali del nuovo impianto. Questo progetto del cav. ing. Cuttica fu concepito con criteri moderni per allora e fu dotato di depositi, camera mortuaria e locali per il custode. L'impianto generale fu suddiviso in campi di sepoltura per permettere una migliore rotazione delle sepolture. Lungo i lati delle recinzioni furono allineate le cappelle delle varie famiglie legnanesi. Al centro del vialone d'ingresso fu costruita con stile dannunziano una grande cappella in arenaria grigia per i fedeli, mentre, sempre sul medesimo asse, verso il fondo del cimitero, trovò posto il monumento con gli ossari per i caduti di guerra.
Tutto il complesso venne dotato di colombari per contenere le ossa dei Legnanesi più antichi. Quando una famiglia si estingue, le ossa passati venticinque anni, vengono riesumate e poste nei colombari. Ben presto anche il cimitero "Monumentale" ebbe problemi di spazio. Venne ampliato nel 1907 e dotato di nuovi colombari per l'inumazione, portando la superficie totale a più di sette ettari. In questo grande spazio erano previsti i cosidetti "campi comuni" in cui le tombe potevano awicendarsi con tempi più brevi, mentre per le altre sepolture con edicole marmoree le concessioni erano novantennali. Furono aggiunti altri colombari di grandi dimensioni e dopo la guerra il tentativo di aumentare le superfici disponibili, ma ben presto si arrivò, ad un blocco della ricettività di tutto il sistema.
Questi nuovi problemi di spazio sorsero nel 1960.
Le tombe spesso con un solo defunto occupavano per troppi anni le superfici disponibili e la comunità ormai stabilmente vicina alle 50.000 anime non trovava più spazi per inumare.
Nel 1976 l'amministrazione prese una grave decisione sociale e politica. Deliberò l'acquisto di un'area di circa mq. 60.000 presso l'antica cascina di S. Bernardino al termine di viale Liguria.
In quest'area definita "cimitero-parco" in quanto tutto il complesso è stato pensato come un grande giardino con alberi, passaggi pedonali, illuminazione notturna ecc., il Comune poteva offrire, con un costo abbastanza contenuto, un loculo ad inumazione diretta nel terreno in cassa lignea. Le tombe tutte uguali ed allineate in lunghe teorie, che ricordano molto da vicino i cimiteri militari, sono rinnovabili ogni venticinque anni, quindi, sia questo breve tempo di permanenza dei feretri, sia la grande superficie, possono garantire una lunga vita e funzionalità del complesso anch'esso dotato di uffici e camera mortuaria.
Nel suo grande sforzo per risolvere tale grave problema il Comune di Legnano ha affidato l'incarico progettuale all'ing. Clori, responsabile dei servizi cimiteriali del Comune di Milano. Questi ha impostato il giardino con una serie di campi di sepoltura separati da viali lastricati e differenziati come livelli di camminamento. Tutta l'area è recintata con grandi pannelli prefabbricati con graniglie di marmo candido che formano delle quinte angolari lungo il perimetro, scandendo con piani di luce e di ombra la visuale esterna del cimitero. Molto apprezzati e di valore sono inoltre le fusioni in bronzo dei cancelli d'ingresso, opera degli scultori Nardo Dunchi e Jonos Stryk. Anche i lampioni interni sono opere in fusione di pregevole fattura.
Il grande spazio a disposizione ha permesso la creazione di un parcheggio esterno di uso esclusivo del complesso. L'inaugurazione fu celebrata alla presenza del vescovo espiscopale Marino Colombo e delle autorità civiche, il 15 luglio 1979.
 
 
 
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4.7 Chiese ed oratori trecenteschi

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Chiese ed oratori trecenteschi
 
Il triste destino subito da tutti i palazzi signorili della Legnano rinascimentale non tralasciò di accomunare alcune chiese ad una demolizione altrettanto miserevole.
Questa sorte toccò, principalmente alle chiese conventuali, le quali subirono le vicende degli ordini monastici stessi. Presenti nella Legnano medioevale e rinascimentale in gran numero le comunità religiose presero a scomparire dalla fine del 1500 in avanti.
Con loro persero di importanza anche i monasteri delle Clarisse (voluto dai Vismara), degli Umiliati di S. Erasmo, dei Frati Minori osservanti dell'antico convento di S. Angelo sorto già all'epoca di Leone da Perego; scomparve il convento di S. Caterina edificato lungo via Lampugnani a fianco della braida, il convento di S. Agnese presso l'attuale piazza 4 Novembre, il convento di S. Maria del Priorato, i cui ultimi resti furono demoliti nel 1963. Facendo un esame di tutti questi edifici si finirebbe per cadere in un discorso archeologico. Infatti di loro rimangono solo qualche foto ingiallita, tanti documenti di fondazione, compravendite, donazioni, e nei casi più fortunati qualche affresco strappato che ci riempie di stupore, vuoi per la testimonianza di un onorevole passato, vuoi per il messaggio culturale che ancora oggi è in grado di comunicarci.
Tutti questi conventi costruiti in sasso e mattoni erano dotati di un oratorio o chiesina annessa (spesso solo aule rettangolari di modeste dimensioni) che non sono sopravvissute al nostro secolo devastatore. Elenchiamo quindi solo a titolo di testimonianza: la chiesa di S. Maria del Priorato che ci ha lasciato un affresco con un ecce homo, dai cartigli ed alcuni conci scolpiti; la chiesa di S. Angelo, che vestì per molti Legnanesi importanti la funzione di ultima dimora e nella quale su affreschi molto antichi era effigiato il beato arcivescovo Leone da Perego; la chiesa di S. Agnese che, sopravvissuta al suo convento (in piazza 4 Novembre), era stata ai primi del 1400 sconsacrata ed adibita ad uso civile; la chiesa dell'Annunciata posta alla fine di via Corridoni e da lunghi anni in disuso prima della demolizione ed il cui convento era posto lungo il Sempione poco prima della casa Corio dotato di una piccola cappella priva di divisione tra pubblico ed officiante; la chiesa di S. Nazaro in Legnanello posta a fianco della località cosidetta La Morta, dove sono state rinvenute le tracce del cimitero dei Legnarellesi; la cappellina di S. Chiara nel convento donato dai Vismara (in corso Italia) ed una chiesa di S. Maria in Legnanello (forse una nuova denominazione per il S.Nazaro che per altro scompare dagli elenchi ufficiali delle chiese dopo il 1500) demolita nel 1940 e posta tra il Sempione e via Galvani.
Dobbiamo purtroppo per esigenze di brevità tralasciare la descrizione degli edifici scomparsi per i quali si rimanda il lettore ai preziosi scritti dell'ing. Guido Sutermeister pubblicati a cura della Società Arte e Storia di Legnano, continuando invece una descrizione dei monumenti rimastici ai quali in ordine d'importanza si deve anteporre a nostra basilica maggiore.
 
 
 
Certamente non paragonabili, per importanza architettonica ed opere d'arte contenute, alle più grandi chiese di S. Magno, S. Ambrogio, Santuario delle Grazie e chiesa di S. Maria nascente sul Sempione, molte piccole cappelle ed oratori della Legnano antica, sono riuscite a giungere integre a noi, nonostante l'assedio loro portato dalla città moderna in evoluzione.
In ordine di anzianità esse sono:
la chiesetta di S. Erasmo, la chiesa di S. Martino, l'oratorio di S. Bernardino, l'oratorio della Purificazione, l'oratorio della Ponzella, l'oratorio della cascina Mazzafame e l'oratorio della cascina Olmina.
Sono tutte aule rettangolari di poche pretese architettoniche. L'origine è in genere conventuale o si rifà all'ingrandimento di qualche cappellina sacra da lungo tempo preesistente sul luogo.
Vengono adibite come oratori conventuali o, più tardi (Ponzella  Mazzafame - Olmina) come piccole chiese legate ad un complesso rurale in cui si officia la domenica, per non sottoporre i fedeli a troppo lunghi trasferimenti. Le dimensioni oscillano tra i 6-8 metri di larghezza ed i 9-12 metri di lunghezza.
Sono coperte con soffitto piano di legno e solo verso la fine del 1700 furono dotate di piccola sagrestia o fu ampliato il campanile in precedenza costituito da un semplice muro con aperta una finestrella per la campana, sul tipo di quello che possedeva la chiesetta di S. Giorgio al castello di cui abbiamo precedentemente parlato.
Tra tutte la più antica come luogo di culto deve essere stata la chiesetta di S. Martino. Il fatto che sia legata al santo cui vengono dedicati molti mortorietti, che sorga sul luogo più prossimo al teatro delle ultime fasi della battaglia di Legnano, che sia stata usata come mortorietto fino alla fine del 1600, ci induce a ritenerla ingrandimento di una cappellina votiva del XII secolo. Essa è tuttavia stata rinnovata e la forma antica non traspare più dagli attuali muri. I materiali costruttivi di queste chiese sono il legno, il mattone, le tegole, le pavimentazioni in cotto; nessuna opera è in marmo, eccettuata la soglia; l'altare è fatto in muratura intonacata con alcune decorazioni in legno dipinto; anche le balaustre erano semplici recinzioni in legno.
Un bell'esempio di questo tipo di altare e balaustra in legno decorato era presente nella chiesetta del castello, come si vede ancora nelle fotografie, ma è stato stupidamente distrutto in affannose ricerche.
Alle finestre spesso non erano apposti serramenti, ma solo grate con una tenda. Grande semplicità quindi modestia di materiali. Le opere d'arte da loro contenute sono poche anche se talvolta importanti per la storia di Legnano.
In esse si coglie forse con più vigore la forza della fede dei Legnanesi antichi e ci si avvicina alla vera vita del borgo fatto non solo di nobiltà, ma da tanti agricoltori ed artigiani di gusti semplici e con un bilancio non sempre attivo da far quadrare.
Per maggior completezza del discorso facciamo seguire una serie di note riassuntive della storia di ciascuna delle citate chiesette con una breve descrizione.
 
 
Posto lungo il Sempione a fianco dell'ospedale di Legnano, questo piccolo oratorio (cubiti 14 x 33) è segnalato negli elenchi del 1300 lasciatici, come già accennato, dallo storico Bussero.
Esso era affiancato all'ospizio-convento di S. Erasmo fondato quasi certamente dal padre umiliato Bonvesin della Riva (morto nel 1313, il 5 gennaio).
Prima del grande ospedale-ospizio, di cui si è già parlato nella prima parte di questo libro, una stazione tenuta dai frati, costituiva un'importante struttura di asilo per i viandanti che percorrevano già nell'XI secolo, l'antica Strada Magna oggi Sempione.
Questa stazione assunse il compito della cura dei malati e dei vecchi con Bonvesin della Riva e fu quindi ingrandita e dotata, nel 1300, anche di una chiesetta con un altare dedicato a S. Margherita. Il complesso mantenne nei secoli fino al 1925, la funzione di ospedale e di orfanotrofio e ricovero per i vecchi.
Vi era infatti sulla facciata una finestra dotata di una bussola rotante nella quale, le donne, che non intendevano allevare i loro nati, di notte lasciavano i piccoli "esposti" perché le suore li crescessero con carità cristiana. Veniva data anche una certa quantità di vino e di pane alle partorienti, e questo uso era richiamato da un affresco vicino alla porta. La facciata dell'edificio duecentesca nelle forme architettoniche, era letteralmente costellata da affreschi aggiunti di volta in volta da donatori o viandanti. Formava un vero e proprio polittico di stili e colori.
Quando nel 1925 venne decisa la demolizione dell'edificio medioevale che ingombrava il Sempione e doveva essere rimodernato per divenire un più efficiente ricovero per anziani dotato di convenienti servizi, infermeria e mensa, fu incaricato il pittore Gersam Turri di strappare le affrescature più belle che sono ora custodite nel museo civico. Le altre vennero invece distrutte assieme ai muri. La chiesetta-oratorio posta sul fianco venne invece restaurata ed in parte rinnovata. All'edificio trecentesco, già rimodernato nel 1490 da Gian Rodolfo Vismara, vennero modificati i muri esterni, rifiniti in paramano e pietra, fu cambiata la facciata settecentesca in lesene di cemento con portale a timpano triangolare e la facciata stessa rifatta in mattoni fu adattata ad uno stile trecentesco un poco falso, con una lunetta sopra il portale ed un rosone cieco al centro della facciata "a capanna".
All'interno oggi troviamo uno degli affreschi strappati dalla facciata dell'ospedale, che testimonia le origini del monumento. Sull'altare è posto un bellissimo trittico donato da Gian Rodolfo Vismara nel 1492, rappresentante al centro la Madonna col Bambino che tiene in mano una rosa. Sulla sinistra un S. Erasmo e sulla destra S. Magno vescovo benedicente.
Nel 1930 spesso si fece per questa pala riferimento a Benvenuto Tisi detto "il Garofalo" che firmava i suoi quadri ponendo un garofano in basso a destra. Questa attribuzione è tuttavia azzardata, in quanto il Tisi non ebbe modo di dipingere nel Legnanese e secondariamente i fiori raffiguranti nel quadro sono tutte rose.
Per la composizione delle figure e per il cromatismo, quest'opera ben conservata, si inquadra molto bene nelle produzioni artistiche della Legnano di fine 1400. Potrebbe essere quindi ascrivibile al Cristoforo Lampugnani che dopo il Melchiorre aveva lavorato per i nobili legnanesi.
La cappella maggiore venne affrescata agli inizi del 1800 dal pittore legnanese Antonio Maria Turri.
Sulla facciata laterale nel 1925 è stata trasportata una lapide in granito con le date 1677 e 1927, alle quali si devono riferire eventuali lavori di ammodernamento.
 
 
Come già accennato, questa chiesina sorge più vicina, tra tutte, alla zona che vide le ultime fasi della battaglia di Legnano. Essa è posta quasi alla fine di via 29 Maggio sul bordo di quella discendenza del terreno che i Lombardi della Lega avevano scelto come ostacolo difensivo, per attaccare dall'alto il Barbarossa atteso da Castellanza in valle. Tale scoscesità era stata invece interpretata dai Tedeschi, giunti alle spalle dei Lombardi da Borsano, come un baluardo scelto dai nemici a mo' di impedimento per una propria ingloriosa fuga. lronia della sorte, una vera e propria scelta sbagliata aveva costretto gli Italiani a battersi come leoni per non morire ed aveva cambiato le sorti della battaglia stessa. La dedicazione della chiesina a S. Martino appare antica quanto la battaglia stessa.
La forma della chiesa è semplice, con un'aula rettangolare sulla quale, nel 1400, fu inserito un ampliamento. L'orientamento originale, nord-sud, venne così modificato col trasporto della facciata ad ovest. La chiesa è dotata di una piccola sagrestia con una bella volta a crociera e da un'auletta laterale che doveva costituire locale per riunioni in occasione delle processioni agricole.
Il padre prevosto Pozzo la definisce: chiesa campestre posta fra le vigne tra S. Angelo et la Castellanza, et per quello si vede dalle scritte antiche fu sempre con il nome di Chiericato, et è antichissima come dalle pitture, et fabrica si vede.
Nel 1700 vennero chiuse le aperture a lato della navata principale che consentivano di vedere l'interno del mortorietto e furono dotate di serramenti anche le due finestrelle quadrate della facciata.
Venne infine costruito un campaniletto con una bella cornice mossa sopra la cella campanaria.
Nel 1977, grazie all'interessamento della contrada di S. Martino, guidata da Sandro Gregori, la chiesetta è stata restaurata con una nuova pavimentazione (la primitiva era in cotto), si è provveduto a rivedere la copertura, a pulire gli affreschi, a porre una vetrata artistica nella finestra di facciata, opera di Roberto Maria Mascheroni. E' invece l'artista libanese Elbacha l'autore di un grande mosaico policromo eseguito, sempre con i temi della battaglia di Legnano e della contrada, come pavimentazione marmorea del sagrato della chiesina.
L'antica strada che passava davanti a questa, giungeva un poco più a nord vicino alla cosidetta via del Confinante (via Dandolo) ove si trova una seconda chiesina ancor più antica, detta di S. Giorgio.
In questa si trovano affreschi databili agli inizi del 1300.
Nel suo intorno furono seppelliti molti morti e soldati (forse anche quelli della battaglia, a giudizio di Sutermeister).
Tutta la zona detta in Galvagno (ricordiamo i reperti romani) dovette dunque per secoli costituire un importante nucleo della Legnano più antica. Nella chiesina di S. Martino, ci ricorda il maestro Pirovano, un Joannes Lampugnanus dipinse una bella deposizione con la Madonna e le Pie Donne, di sapore mantegnesco, attorno al 1480.
 
 
La terza e più recente (stando agli elenchi delle visitazioni di San Carlo - 1580)  delle piccole chiese di Legnano e' ubicata presso la cascina San bernardino a sud-ovest della città, alla fine di via Liguria via Delle Palme.
E' un piccolissimo oratorio (cubiti 8 x 15), in cui si venera un affresco raffigurante la Madonna, edificato a ricordo delle prediche di S. Bernardino nel convento di S. Angelo, nell'anno 1444.
Il prevosto Pozzo ci dice che era più antica, e nell'anno 1642 fu intrapreso l'uso di celebrare la festa di S. Bernardino, il 20 maggio. L'autore racconta anche l'aneddoto riguardante un malvagio che, passando, ruppe con un'archibugiata, la campana, ma colpito da mala sorte dovette rendere l'anima otto giorni dopo per morte violenta. Subito dopo, la chiesa venne messa a posto da padre Gervaso Crivello e venne per lunghi anni officiata.
Nel 1800 vi si fecero dei lavori e il venerato affresco con la Madonna, il Bambino, e S. Bernardino, fu restaurato in quanto presentava una grave spaccatura dovuta alla caduta di un fulmine sulla chiesetta.
In quella occasione per riparare tutta la costruzione stessa furono abbattute le due ali di muro a fianco dell'affresco e venne ricreato un arco con due porte laterali le quali portavano in una cappella absidale semicircolare aggiunta come coro all'oratorietto.
A proposito dell'affresco  occorre ricordare un fatto curioso, nel 1940 esso fu attribuito dall'ing. Guido Sutermeister a Daniele Crespi detto "il Cerano".
Tale denominazione sempre ripetuta senza osservare il dipinto, ha portato alla comune nomea di "affresco del Cerano. Nel 1970 in occasione della visita da parte del Sovrintendente alle Gallerie di Milano, questa attribuzione fu esclusa, infatti il Cerano era molto più grandioso nel suoi dipinti, inoltre, mentre il suo modo di ritrarre S. Carlo riproduce sempre il naso adunco originale del Borromeo (lui lo conosceva in vita), il ritratto presente in questa chiesina porta un naso, di grandi dimensioni, ma diritto, esattamente come lo voleva la moda pittorica del 1600. La chiesina inoltre era sotto il patrocinio dei Lampugnani e lo dimostra lo stemma gentilizio sull'acquasantiera all'ingresso. Quando alla fine del 1700 si pose mano alle riparazioni dei danni causati dal fulmine, l'affresco fu ritagliato e coperto da una cornice lignea con lesene e capitelli che sorreggono una trabeazione a mo' di iconostasi sormontata da due angioli.
In questo modo fu rovinato e scomparve il cartiglio con la firma dell'autore. Questo si nota invece presente su un disegno del 1700 che riporta (due volte) la scritta Fancicus Lampugnanus fecit 1644. Con questa dedica cadono tutti i dubbi circa lo stile dell'opera che è proprio attinente a quello dei fratelli Lampugnani soprattutto paragonandolo alla Pala d'Altare di S. Ambrogio. Ed è anche più logico che anticamente i nobili Lampugnani facessero lavorare i loro rinomati artisti, invece di chiamare un concorrente da Milano. Tanto più che stando alle lettere del Perracino al Cardinal Sfondrati, egli testualmente dice essere una cosa più fantastica che reale il pensare di poter dare incarichi per pitture private al Procaccini od al Cerano che erano oberati di lavoro per gli enti ecclesiastici più importanti. Questo ovviamente ci allontana ancor di più dall'oratorio di S. Bernardino.
Sempre nel 1800 la chiesina fu arricchita di una piccola sagrestia sul lato sinistro, a fianco della torricella del campanile. Al suo interno il pittore Antonio Maria Turri eseguì gli affreschi recentemente scoperti dopo l'ultimo restauro degli anni Settanta.
In questa occasione l'intervento della Contrada di S. Bernardino ha permesso di restituire salute fisica al tetto pericolante, ai pavimenti ed ai muri della chiesa.
L'affresco venerato è stato spostato in fondo all'abside e l'interno della chiesina è divenuto più grande per l'afflusso dei fedeli, essendo state modificate le balaustre.
 
 
Legnanello fin dal 700 d.C. era stata una frazione staccata di Legnano; aveva, già nel 1300, tre chiese.
La prima che abbiamo già visto era quella di S. Erasmo; la seconda era la chiesetta di S. Stefano che però, sorgeva presso S. Vittore Olona, e quindi è edificio più classificabile come non legnanese, la terza era la chiesa di S. Maria o dell'Annunciazione che l'ing. Sutermeister individua presso la località La Morta, lungo il Sempione e che, con ogni probabilità, era dedicata prima ad un S. Nazaro poi scomparso come titolazione dell'altare.
Quest'ultima chiesetta non compare più negli elenchi ufficiali delle chiese, già nel 1530. In sua vece, nei cataloghi, comparirà, 17 anni dopo, un piccolo oratorio presso il convento delle Canossiane della Barbara Melzi che, assumendo il nome di S. Maria della Purificazione, fungerà da chiesa parrocchiale per la frazione di Legnanello fino al 1902, quando verrà poi eretta la basilica in stile neoromanico del Redentore.
La vecchia chiesina di S. Maria tuttavia rimase in piedi (forse sconsacrata) fino al 1940, anno in cui venne allargato il Sempione e l'angolo di via Galvani vide scomparire l'edificio che all'esterno presentava foggie secentesche.
La chiesina della Purificazione benché strutturata con un semplice oratorio privato, è tuttavia molto aggraziata nelle forme.
In facciata presenta un bel portico con quattro colonne portanti degli archi coperti da un tettuccio a capanna.
Il rimanente frontone è decorato con due finestre rotonde circondate da festoni in stucco con fiori e frutta. Al centro una più severa finestra rettangolare dona luce alla navata interna. Questa è unica e rettangolare, terminante con un'abside. Nel presbiterio si trovano pregevoli affreschi dei pittori Lampugnani Francesco e Giovanni Battista.
Attualmente viene usata come cappella privata dall'istituto delle suore Canossiane con la cancellata posta sull'esterno a filo del colonnato sempre chiusa.
Sul suo sagrato, fino alla fine del 1800, si tenne la caratteristica festa legnanese del "Caru mi caru ti"  il giorno 2 febbraio di ogni anno.
Con la creazione della nuova chiesa parrocchiale l'uso fu trasferito in piazza Redentore.
 
 
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4.8 Antiche cascine del Borgo

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Antiche cascine del Borgo
 
A testimoniare la primitiva e prevalente attivita' agricola del vecchio borgo poi diventato citta', sono rimaste alcune antiche cascine ormai quasi del tutto soppraffate dall'avanzata del cemento armato. Per alcune, anzi, sono rimasti vivi solo il ricordo e la denominazione del luogo di origine ove sorgevano.
Tra queste cascine, la piu' popolare, e forse la piu' antica e' San Bernardino con la sua chiesetta edificata nel 1400 e recentemente restaurata e nella quala ha trovato migliore sistemazione anche il pregiato affresco di Daniele Crespi detto il "Cerano".
C'e' che afferma che in questa cascina sia stato allattato il cardinale Federico Borromeo ma non abbiamo trovato ancora testimonianze probanti.
Vi sono poi nel territorio del Comune, tutte con relativa chiesetta, le cascine Olmina, Ponzella, Mazzafame, Canazza, la Flora, e Gabinella.
L'Olmina si chiama cosi' dal nome del proprietario terriero, certo Mina (Cascina d'Ul Mina) che abitava nei pressi della chiesetta, la cui costruzione risale ai primi del settecento.
Di concezione medioevale e' la cappella della cascina di Mazzafame con mura in pietra grezza. Ha il soffitto a volta e vi si conserva un pregevole crocefisso ligneo.
A non molta distanza dalla vecchia cappella e' stato costruito successivamente il Santuario della Mater Orphanorum, di fianco all'opera pia omonima. Contiene tele del pittore legnanese Mose' Turri.
Un gruppo di case agricole arroccate alla sommita' della salita di via Canazza, ricorda un'altra delle cascine tipiche del luogo rurale. Vi e' anche una casa patrizia, passata in proprieta' all'ingegner Morganti con una cappella gentilizia nel cortiletto e ornata da alcuni affreschi alle pareti.
Legata ad una altra tradizione legnanese, l'attivita' molitoria, sono la cascina Americana La Cascina "Americana" una tipica costruzione agricola nella zona del castello Visconteo . Dipinta da Antonio Luraghi), nella zona del castello Visconteo e la cascina della Gabinella Il pittore legnanese Maurizio Simonetta ha ritratto il vecchio cascinale della gabinella con mulino (entrambi scomparvero negli anni trenta) nel 1925). In quest'ultima localita' vi era un romantico mulino interrato posto tra le due diramazioni del fiume Olona. Il molino apparteneva nel '500 a Curtio Cotica, come afferma un manoscritto del censimento compilato dal prevosto Specio. Ma questo non era il solo mulino della localita' Gabinella. Ve ne erano altri appartenenti rispettivamente ad Ippolito Lampugnano, ai fratelli Aloisio e Geronimo Lampugnano e un altro infine alla mensa arcivescovile.
Vi erano poi altri nuclei agricoli nel contado.
Tra questi ultimi figuravano anche la "Cassina San Giorgio", come si chiamo' per molti anni il paese di San Giorgio.
La "Cassina" per vari secoli fece parte integrante del territorio di Legnano dal quale fu staccata nella seconda meta' del 1500 nella riforma dei Comuni intrappresa dall'Imperatore Carlo V°.
La chiesa venne elevata a parrocchia nel 1575 sotto il cardinale Federico Borromeo (prima di allora dipendeva ecclesiasticamente dalla Parrocchia di Canegrate) e fu dedicata alla Beata Vergine Assunta.
L'attuale tempio, originale costruzione progettata dall'architetto Zanchetta, e' dotato di una originale cupola a forma di ottagono. La chiesa reca all'esterno un grande affresco che era contenuto nella piu' antica chiesa situata nella piazza principale del paese che e' ora chiusa la culto.
San Giorgio su Legnano radicalmente trasformatosi negli ultimi anni, e' sede di varie industrie che ne hanno modificato l'economia e che un tempo si reggeva esclusivamente dell'agricoltura.
L'abitato del paese che ormai non ha piu' soluzione di continuita' rispetto a quello di Legnano. E' stato necessario recentemente permutare alcuni territori per meglio addivenire ad una sistemazione dei confini. L'antica "Cassina" San Giorgio adesso non e' piu' che un ricordo lontano e l'aspetto del paese oggi e' tutt'altro che di una cascina agricola.
E' rimasta nel nome del comune l'aggiunta "su legnano" a ricordare la primitiva dipendenza territoriale, fin da quando la denominazione venne ufficialmente autorizzata da Vittorio Emanuele II e il decreto reca la data del 23 ottobre 1862.
Ma San Giorgio in tempi piu' remoti doveva avere avuto una vita abbastanza intensa anche per la sua ottima posizione collinosa che si contrapponeva ai colli di San Erasmo a nord della valletta dell'Olona nella quale si adagiava l'abitato del borgo di Legnano.
Nel 1926 il territorio di San Giorgio fu riportato alla luce un piccolo sepolcreto con fittili domestiche, attrezzi in ferro, balsamari in vetro nonche' monete dell'epoca augustea.  Da cio' si deduce che la zona di San Giorgio era abitata sin dall'epoca romana imperiale. La maggior parte dei ritrovamenti si ebbe in localita' "Costa". Allorche' nel 1769 si effettuarono gli scavi per la ricostruzione della chiesa parrocchiale affiorarono alcuni interessanti reperti e tra questi un frammento di una antica iscrizione del 1393 nella quale, con chiaro riferimento al villaggio di San Giorgio, lo stesso era denominato "Sotena".
La chiesetta di San Giorgio sorse nel 1390 e da quel momento il luogo di Sotena divento' Cascina San Giorgio.
 
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4.9 Il palazzetto Corio

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Il palazzetto Corio
 
In Corso Sempione al numero civico 155 vi sono i ruderi di quello che fu il palazzetto Corio, una costruzione quattrecentesca tra le piu' antiche, che erano arrivate i tempi nostri, delle case patrizie di Legnanello. Una serie di crolli (il primo si era verificato nel 1968 ed altri due si ebbero nell'estate del 1971) ha decretato irrimediabilmente la fine del palazzetto. Di salvabile e' rimasto solo 18 colonne in sarizzi con capitelli molto lavorati che potranno essere inseriti in una nuova costruzione in loco, tanto per richiamare alla memoria l'edificio rinascimentale.
Vissuti a Legnano dall'inizio del XV secolo, i Corio avevano acquistato la parte piu' antica del  palazzetto, cioe' appunto quella risalente al 1400, da una delle famiglie nobili Lampugnani.
I Corio di cui trattasi, erano maestri intagliatori in Legnano e imparentati con il grande storiografo Bernardino Corio. Anzi sembra che costui, proprio in quella costruzione, non solo scrisse ma anche stampo' al "torchio" la sua storia di Milano. Nella chiesa di San Magno risulta, in una lapide esistente, che i fratelli, Antonio e Vincenzo Corio, avevano eseguito gratuitamente molti lavori al tempio. Tale lapide era stata posta nel 1511 dal figlio Bernardino di Antonio in omaggio al padre e allo zio. I due Corio intagliatori vissero dal 1435 al 1495 e dal 1443 al 1511 Vincenzo. All'epoca del censimento del 1594 erano segnalate in Legnano tre famiglie Corio e non si sa quali fossero i discendenti diretti dai primitivi proprietari del palazzetto Corio. Nello stesso censimento risulta che nella casa in questione abitava il notaio Jacopo Lampugnani, figlio del senatore Francesco con la moglie Veronica Meraviglia, i suoi quattro figli e la domestica. Egli era segnato proprietario della casa stessa ed evidentemente che era stato lui ad aggiungere nella prima meta' del 1700 altre due ali di costruzioni in fondo verso l'Olona a sinistra entrando dal Sempione. Era stato cosi' creato un punto d'unione alla casa originale quattrecentesca che aveva il colonnato su due lati, realizzando un cortiletto quadrato che offriva un bel colpo d'occhio. La casa Corio originale era ad un sol piano e conteneva una doppia fila di locali. Il porticato ricco, come abbiamo detto, di 18 colonne rotonde in sarizzi, aventi capitelli in esecuzione un po' pesante e rozza a scudetto, era ad "L" secondo il concetto classico creativo del 1400. Il soffitto del porticato era a travetti lavorati a cassettoni in vista ma di semplice fattura e di nessun pregio.
In questa costruzione vi erano affreschi e camini in molera ed una parte di questo materiale era stato ricuperato oltre cinquanta anni fa e fu trasferito al Museo Civico. Tra tale materiale una Madonna ritta con in braccia il Bambino, un San Cristoforo pure con il bambino (che a prima vista potrebbe apparire di epoca precedente al XV secolo, perche' in stile bizantineggiante) i quattro dottori della Chiesa in riquadro, contornati da bordatura uso cornice. Il tutto e' stato riportato su tela col sistema dello "strappo". Molti affreschi non e' stato piu' possibile recuperarli nemmeno in fase di trasferimento avvenuta nel 1930, allorche' era stata abbattuta una fila di locali verso il "Sempione" per una profondita' di circa cinque metri e mezzo per necessita' di ampliamento dell'arteria. Era stato lasciato l'arcone di ingresso in mattoni cuneiformi. Doveva esserci anche una bella finestra  bifora che si affacciava all'interno del cortile, ma non ne e' stato piu' possibile ritrovare traccia. Nei successivi passaggi di proprieta' la residenza dei Corio pervenne dal notaio Lampugnani alla fondazione Barbara Melzi, nell'epoca in cui era diretta da donna Giulia Amigazzi.
Dall'Istituzione venne poi rilevato questo complesso edilizio, insieme ad altri lungo il sempione, dalla famiglia Mocchetti di San Vittore Olona e successivamente venduto ad una societa' immobiliare che ha gia' fatto iniziare i lavori di demolizione nell'intento di una successiva ricostruzione per ridonare al palazzetto la foggia primitiva.
 
 
 
La casa Torre detta anche "Colombera" era situata tra corso Garibaldi e l'attuale via De Gasperi all'altezza della chiesa di San Domenico. Dovrebbe essere stata costruita originariamente come casa di caccia nel XV secolo e per lungo tempo usata dal senatore Francesco Lampugnani e pervenuta quindi ai pittori fratelli Lampougnani.  Si tratta di una modesta costruzione a due piani della quale rimane in piedi soltanto il corpo centrale a foggia di torre, da cui il nome. Al piano inferiore vi e' un locale principale di quattro metri per otto, preceduto da un angusto ingresso. Al piano superiore vi sono due locali di pari dimensioni che avevano le pareti totalmente affrescate e purtroppo i dipinti hanno risentito nel tempo delle pessime condizioni ambientali e per carenza di manutenzione dello stabile, in parte sono andati perduti.  Pure in pessimo stato e' il camino che esiste nel primo locale sulla sinistra per chi vi accede.
La "Colombera" appare come un perfetto parallelepipedo molto armonico nelle sue proporzioni e rappresenta uno dei pochi edifici di epoca rinascimentale che restano a Legnano (un altro purtroppo crollato per l'incuria e l'abbandono, e' la casa Corio in Corso Sempione).
Gli ultimi proprietari dell'edificio monumentale detto "Colombera", famiglia Landone di Castellanza, dimostrando profonda sensibilita' e volendo che questa storica costruzione restasse patrimonio pubblico, recentemente ne hanno fatto donazione all'Amministrazione Civica a condizione che la stessa si fosse assunta gli oneri dei restauri degli affreschi che ancora e' possibile salvare.
Le autorita' comunali, anche in seguito all'intervento della Societa' Arte e Storia, si erano impegnate pure a conservare, nella posizione in cui si trova, l'edificio il quale potra' essere visibile allorche' sara' aperta la progettata strada parallela a Corso Garibaldi e che partendo da corso Italia all'altezza di largo Seprio, si innestera', nel lato opposto, alla via Marconi.
Con la sorveglianza della Sopraintendenza alle gallerie e agli edifici monumentali, la dottoressa Enrica Bernasconi ha proceduto recentemente allo "strappo" degli affreschi recuperabili della "Colombera" e una volta restaurati, dovrebbero essere ricollocati nella primitiva posizione.
 
 
 
Una delle istituzioni legnanesi piu' antiche e' certamente l'ospizio di San Erasmo che se non addirittura fondato, fu certamente riorganizzato da Bonvesin della Riva, un frate terziario dell'ordine degli Umiliati. Su questo monaco, dopo aver tracciato qualche cenno storico dell'istituzione, ci soffermermo piu' oltre in quanto la sua personalita' e' degna di considerazione e lego' gran parte  della vita del borgo di Legnano contribuendo a sviluppare quello che puo' essere considerato a buon ragione il primo luogo di cura ed assistenza per poveri infermi esistente in tutta la zona.
E' comprovata l'esistenza di un ospizio nel luogo dove sorge l'attuale edificio, ancor prima del 1313. Lo si desume da un testamento dello stesso monaco datato 13 ottobre 1304 a rogito del notaio Gabrio da Vegenzate che reca un codicillo del 1313.
Con esso Bovensin della Riva designava erede dei suoi beni l'ospedale della Colombetta di Milano con determinati obblighi a carico dei frati dell'ospizio.
Qualcuno indica come fondatore non Bevensin della Riva ma il nobile Domenico Vismara sepolto in San Francesco a Milano; una asserzione questa che non si fonda pero' su documenti probanti. Piuttosto si sa di certo che l'ospizio venne potenziato nella seconda meta' del 1400 dal patrizio legnanese Gian Rodolfo Vismara.
Nel punto in cui sorgeva la primitiva costruzione del San Erasmo, piu' anticamente esisteva certo una importante stazione di cavalli con relativo ospizio. Ma forse possiamo andare ancora piu' lontano a ritroso nel tempo. In un documento del 789 si parla di un possedimento in Legnanello del monastero di San Ambrogio; per non risalire addirittura ai ritrovamenti archeologici a ponente della vecchia costruzione ad una trentina di metri di distanza dalla stessa, ritrovamenti dei quali ci ha lasciato ampia descrizione l'ingegner Sutermeister. Alcuni di tali reperti sono conservati nel Museo Civico.
Il Vetusto edificio dell'ospizio era di pura foggia duecentesca ed aveva pareti copiosamente affrescate all'esterno per mano di artisti ignoti. Aveva il fronte sulla statale del Sempione a destra in allineamento con l'attuale chiesetta omonima costruita nel XVII secolo. Prima dell'abbattimento della vecchia costruzione ed esattamente nel 1925 fu possibile eseguire uno "strappo" di alcuni degli affreschi recuperabili. Essi figurano ora parte nel Museo Civico "Guido Sutermeistr", tre presso l'Amministrazione dell'Ospedale Civile ed uno e' rimasto, quasi a ricordarne la primitiva ubicazione, in una parete della chiesetta di San Erasmo dove si conserva anche una pregevole pala di altare attibuita a Benvenuto Tisi, detto il Garofalo.
Gli affreschi della cappella maggiore sono di Antonio Turri.
La chiesetta venne rinnovata e in parte trasformata nello stesso periodo della costruzione del nuovo ospizio, per la munificenza di un illustre legnanese scomparso, il comm. Fabio Vignati, per quasi 10 anni sindaco della citta'.
Una Lapide in granito murata sulla facciata della chiesa contiene due date: il 1677 (alla quale si fa risalire l'epoca di edificazione del tempio) e il 1927 anno in cui termineranno le opere di restauro e di sistemazione della chiesetta che ora e' parrocchia con giurisdizione dell'ospedale civile, sull'ospizio dei vecchi e sul centro di rieducazione per mutilati del lavoro e traumatizzati.
 
 
 
(corso Sempiome angolo Via Candiani)
Istituzione assistenziale risalente a Bonvesin della Riva (fine del 1200) che di certo la riorganizzo' e la benefico'. L'edificio originario - affrescato esternamente - fu sostituito nel 1927 con l'attuale per contribuzione dell'industriale Fabio Vignati (busto nel cortile; sindaco poi podesta' fascista in Legnano nel 1923 1932). 
Luogo di riposo e cura per gli anziani poveri.
Annesso, l'oratorio: piu' volte rimaneggiato, ricostruito nel 1927, dedicato al martire Erasmo (mitico protettore dei marinai sotto il nome di San Elmo). In facciata, targa di bronzo con rilievo della battaglia; all'interno, pala del 1500 con Vergine della Rosa, bambino e San Ambrogio e Magno; con poco fondamento attibuita al Garofalo. In canonica, Processo di San Erasmo: affresco staccato dall'esterno del primitivo ospizio, in mediocre stato.
 
 
 
 
Vi erano scarse notizie sul fondatore dell'ospizio di San Erasmo "fra Bonvesin ke sta in borgo legnian" (come si legge in un antico manoscritto) e dove aveva abitato per quasi tutta la sua vita.
Attraverso alcune sue opere letterarie diffuse una luce intellettuale e libera del nostro medioevo. Fu tra l'altro l'autore di un trattato di galateo "De quinquaginta curialitatibus ad mensam" e di un "tractato dei mesi" con spunti di carattere sociale. Inoltre scrisse alcuni poemetti ed alcune laudi a sfondo religioso. In alcune sue opere espone concetti con una indipendenza di giudizio che meravigliano in un maestro del XIII secolo. Le sue opere sono scritte in un volgare settentrionale indefinito che e' comunque piu' elegante di quello di Pietro di Bascape', il secondo dei piu' antichi poeti di Legnano. Odiatore dei prepotenti, li sferza con la satira arguta e narrando di leggende miracolose evoca il diavolo facendolo discutere con la Vergine, una ardita liberta' di pensiero per quei tempi che forse a Roma gli sarebbe costata il rogo degli eretici.
Anche se visse per la maggior parte della sua vita a Legnano, Bonvesin della Riva era natio a Milano. Come abbiamo detto era un frate umiliato del terzo ordine: de ordine tertio Humiliatorum, dice l'epigrafe, doctor et magister, cioe' dottore in grammatica e maestro. Gli scolari convenivano in casa sua, a Porta Ticinese, nella quale impartiva l'insegnamento, e le sale erano molto opportunamente arredate di cathedra, bancho, asseres,et vassa et utensilia.
Gli scolari non erano puntuali purtroppo al pagamento delle lezioni e gli lasciavano i libri in pegno: ed egli nel testamento del 18 ottobre 1304 lasciava in dono quei libri ai frati dell'ospedale della Colombetta di Milano. L'esser frate umiliato non vietava le nozze: E Bonvicino prese non una moglie, ma due, ed entrambe seppelli'. La prima si chiamava Madonna Benghedisia e doveva avere, al pari del marito, un cuore buono e largo, perche' da un istromento del 2 febbraio 1290 risulta che i frati dell'ospedale della Misericordia, sito a Porta Ticinese, sotto la parrocchia di San Michele della Chiusa, avendo bisogno di 200 lire, libras ducentas tertiolorum, le chiesero ai coniugi che loro le donarono a patto di avere ogni anno, vita durante, dodici moggie di misura di segale e miglio.
Poco dopo Benghedisia mori': e Bonvesin impalmo' madonna Florimonda. Nel testamento del 1304 egli si raccomanda che dicano delle messe per l'anima della prima consorte.
Florimonda doveva essere piu' giovane del frate poeta, alquanto vecchiotto, tantoche' aveva timore che ella passasse a seconde nozze. Infatti lasciando erdi i poveri vergognosi di Milano, pauperes verecundi, assegnava l'usufrutto dei suoi beni alla moglie si custodierit lectum meum, perche' altrimenti statim perveniant mea bona dictis pauperibus. La povera Florimondfa costodi' cosi' bene il letto di Bovensin che vi mori' prima di lui; e il 5 gennaio 1313 il dottore, vecchio ed infermo, sener et eger corpore, pieno di malinconia, detto' il suo ultimo testamento, confermando eredi i poveri vergognosi di Milano, incaricando i frati dell'ospedale della Colombetta di distribuire loro le rendite e i beni.
Ma non parla piu' di nessuna delle due mogli: e raccomanda di dir delle messe solamente per l'anima sua. Racconta del monumento che egli stesso fece erigere nel convento dei frati minori di San Francesco; volo ut corpus meum sepeliatus in monumento quod feci fieri in domo fratum Minorum Mediolani.
Nel suo epitaffio si legge che fu il primo a fare suonare le campane dell'Ave Maria in Milano e nel contado: qui primo fecit pulsari campanas ad Ave maria in mediolani et Comitatu; nel suo ultimo testamento assegnava un lascito ai francescani per sostenere le spese delle campane che si dovevano suonare ai funerali suoi.
Nello stesso epitaffio e' detto che costrui' l'ospedale di Legnano, ma vi e' motivo di credere, secondo i testamenti, che abbia solo finanziato l'ospizio di San Erasmo gia' esistente, tanto che i frati dell'ospizio stesso erano tenuti a pagargli un canone annuo di 100 soldi, per il quale, dopo la sua morte, dovevano cantare una messa tutte le domeniche in suffragio dell'anima sua.
 
 
 
Quando francesco Maria Sforza, ereditato un ducato abbastanza fragile, si accinse con Oldrado Lampugnani a rinsaldarne i confini, Legnano era borgo agricolo con alcune dimore nobiliari, vuoi permanenti, vuoi solo sedi estive di famiglie milanesi.
Tra tutti i cognomi legati a nobili origini, i piu' frequenti, presenti in citta', erano due: primo fra tutti quello dei Lampugnani, possessori gia' dall'anno mille di alcuni terreni e rendite in Legnano. Il secondo casato importante per rango (anche se non per numero di parenti) era quello dei Vismara o "Vicemala",
la cui stirpe era iniziata nell'anno 1043. Di questa dinastia e' testimone prezioso uno stemma ideato da Gian Rodolfo Vismara per la sua dimora in Legnano.
Nella simbologia araldica si vede un mattone (indice di prima pietra di fondazione) con la data A043(non e' 0 ma un cerchio barrato) sorretto da due mani.
A queste due famiglie appartenevano i palazzetti signorili quattrocenteschi che piu' si distinguevano, per nobilta' di materiali ed eleganza di forme, del nostro borgo alquanto spoglio.
Le dimore piu' belle risalenti al XV secolo sono purtroppo andate perdute nel 1800 ed agli inizi del nostro secolo. Abbandonate dagli antichi proprietari, basse come ricettivita' abitativa, talvolta considerate ostacoli agli immancabili allargamenti stradali, scomparvero ignorate dai Legnanesi e dalle autorita' preposte ai beni ambientali, per lasciare posto ad una veramente squallida serie di edifici sia abitativi che industriali.
A titolo riassuntivo ricordiamo la casa di Gian Rodolfo Vismara in via del monastero (ora Corso Italia ove e' sita l'oreficeria Bolchini). Questa dimora, ampliata nel suo lato destro a formare il monastero di S.Chiara, poi pellagrosario, per volonta' di G.Rodolfo, era impostata su due piani di fabbrica. Al piano terra, verso il cortile, vi erano grandi archi a sesto acuto sostenuti da pilastri.
Tutto intorno al cortile un ballatoio sul quale finestre e porte ogivali con bei motivi di cornice in cotto facevano mostra di se'. Quattro camere, delle quali una sala da ballo lunga dodici metri, erano tutte affrescate.
Il motivo comune delle decorazioni era una grande fascia ornamentale arricchita con gli stemmi di tre famiglie nobili (Vismara - Corio - Crivelli) accanto ai ritratti dei membri della famiglia.
Ritratti e stemmi erano alternati con putti seduti a cavalcioni su festoni di foglie. Gli affreschi strappati grazie all'intervento dell'ing. Sutermeister e del pittore G.Turri sono oggi al museo, unico documento della Legnano del 1400. Vi si vedono signorotti e loro consorti, agghindati con vestiti di foggia medicea, con capelli lunghi accuratamente arricciati. Le signore sono ingioiellate con acconciature racchiuse in veli, nastri e spille appariscenti. Alcuni signorotti portano copricapi alla Robin-Hood o a pan di zucchero. Si notano velluti lavorati e motivi rinascimentali a rilievo, giubbini canettati, grandi maniche a sbuffo tagliate sui fianchi. Aggiungasi qualche scollatura femminile audace e tanta ingenuita' rappresentativa, con i personaggi sempre di profilo. I ritratti sono tuttavia molti ed osservati con attenzione ci danno un'idea del tipo di personaggi che si aggiravano per Legnano: Un poco campagnoli, con vestiti molto colorati ed in leggero ritardo sulla moda di Roma o Firenze, la spada al fianco, la sicurezza data dal benessere delle campagne coltivate a vite e dal lavoro dei mulini. Vengono in mente certe gustose ricostruzioni cinematografiche della Verona di Giulietta e Romeo.
L'esterno della casa era in mattoni, con finestre ogivali al piano primo, mentre a piano terra le aperture erano protette da inferiate di notevole spessore. La demolizione ha rispettato solo parte del chiostro del convento annesso alla casa nobiliare. Le colonne in pietra con i capitelli quattrocenteschi di arenaria a sostegno delle arcate sono ancora visibili dal portone di corso Italia; un motivo ricorrente di tutte le dimore "da nobile" edificate in Legnano.
Questi palazzotti infatti si sviluppano tutti con identica fisionomia. In genere sono a due piani e formano un angolo con un lato colonnato al piano terra. A questo angolo, composto dai due corpi della casa principale, corrispondono poi due lati con l'orto e le case rustiche. Si crea cosi' al centro un cortile corredato da pozzo per l'acqua.
Tale tipico impianto architettonico era presente anche nella casa Lampugnani di via Garibaldi n.10. (ex libreria Bizzarri), nella casa Vismara di via Garibaldi n.37, nel maniero Lampugnani di Legnanello edificato da Oldrado II, demolito anch'esso e poi ricostruito in altro luogo ed adibito a museo.
Sempre a cortile chiuso erano anche la piu' tarda casa Corio di via Sempione, ora inglobata da un moderno edificio, tutta affrescata sia all'interno che sulle facciate del cortile, con colonnato su due lati; nonche' la casa Vismara presso la chiesa di S.Agnese poi demolita per far posto all'edificio della Banca di Legnano e dell'Ufficio Postale del 1930, in via Crispi. Queste dimore per lo piu' erano edificate con il mattone forte. Quando il censo dei proprietari non era eccelso, ad alcune file di mattoni si sostituivano ciotoli cavati sul posto, con l'intento poi di intonacare i muri stessi. Questo fenomeno si acui' in particolare modo dopo il 1600. Infatti, con la dominazione spagnola, finirono anche le dinastie dei Lampugnani importanti e dei loro parenti Vismara. Legnano vide affievolirsi i contatti con Milano e pian piano si trasformo' in una semplice comunita' agricola. Molti palazzetti furono lasciati a contadini e massari, che modificando le finestre e gli ambienti, li resero ruderi irriconoscibili.
Da questo declino e travisamento architettonico nacque la non conoscenza dei veri valori artistici degli edifici e la decisione di farli scomparire. Infatti a parte l'edificio lungo il Sempione, demolito e ricostruito a fungere da museo, che fu di Oldrado Lampugnani e del quale si era gia' parlato nella prima parte, a parte un piccolo pezzo della casa Corio, ormai rovinatissima e lasciata volutamente crollare nel 1968 e 1971, non esistono piu' dimore signorili cinquecentesche in Legnano.
Parlare di case e conventi e' quindi esercizio di ricostruzione letterario-storica, significa evocare fantasmi. Unico esempio dell'architettura civile del XV secolo in Legnano rimane una strana costruzione, interna ad un cortile vecchio, prospiciente corso Garibaldi, all'altezza della chiesa di S.Domenico, e denominata da sempre in Legnano cola "La Colombera".
Essa fu concepita come una torricella rettangolare in pianta e con tre soli ambienti, uno al piano terra e due piu' piccoli al primo.
Le dimensioni di circa m.4x8 fanno escludere un uso come abitazione, tanto che il piano terra era in origine aperto a porticato, e l'apertura, sorretta da un architrave, da un lato era sostenuta mediante una colonna in pietra arenaria, di forma ottagonale, ancor oggi visibile inglobata nei nuovi muri di chiusura.
Le pareti dei locali superiori erano completamente affrescate ed una delle due stanze di m. 4x4 porta al centro della parete di fondo un caminetto largo circa m.1. Tra gli svariati affreschi delle pareti (oggi tutti strappati e purtroppo  non ricollocati in luogo) oltre a scene, riprese come soggetti da stampe pubblicate dagli editori "da Legnano", compaiono nel fascione superiore molteplici stemmi e cartigli. Fu proprio grazie a questi cartigli che, nel 1937, l'ing. Sutermeister riusci' a scoprire a chi era appartenuta la casina. Il titolare della proprieta' era un Lampugnani sposato De Sesti (la cui pezza araldica e' il compasso) e piu' precisamente un senatore Giovanni Donato Lampugnani, sposato a Lucia De Sesti, che abitava a Milano.
La casina gli serviva quindi per brevi soggiorni in Legnano, e certamente, stando ai soggetti riprodotti negli affreschi, le riunioni che qui si tenevano dovevano essere fatte in occasione di battute di caccia eseguite nelle brughiere. Anche il piano terra ed alcune parti delle facciate presentavano affreschi molto deteriorati e poi scomparsi. In facciata si aprivano solo una porta ed una finestra ad est e tutto l'edificio assumeva un aspetto piu' di piccola fortezza che di casa. Anche il motivo del cornicione a mattoni sfalsati ricorda un poco quelli dell'antica casa fortificata a sud del castello di S.Giorgio, sita in comune di Canegrate.
Le affrescature di questo piccolo gioiello rinascimentale, ormai unico e orfano in una Legnano  troppo disattenta al suo passato storico, sono ascrivibili ad una mano molto giovane di un pittore Gian Giacomo. Forse quando egli ancora abitava in Milano, era stato contattato dal senatore Lampugnani, perche' gli abbellisse la dimora di caccia. Certo molte ingenuita' pittoriche e la copiature delle stampe dei "da Legnano" pongono in dubbio questa attribuzione. Tuttavia, qualche decennio dopo il 1550 vedremo che la stessa proprieta' verra' in possesso dei pittori Lampugnani di Legnano ( Francesco e Giovanni Battista), i quali eano proprietari di una bella casa demolita (ancora una volta) nel 1970, proprio di fronte alla "Colombera" lungo via Garibaldi ed a fianco della chiesa di San Domenico.
Costruita con lo schema classico ad elle, in modo da formare un cortile quadrato al centro, questa dimora dei pittori Lampugnani presentava  sull'esterno una stupenda serie di finestre ogivali con pregevoli cornici in cotto lavorato. I muri della facciata intonacati a causa della struttura a mattoni irregolari, erano tuttavia ornati con affreschi dedicati, poi scomparsi per corrosione atmosferica.
Le finestre vennero poi in parte salvate e reinserite in facciata moderna. Le stanze interne variamente  affrescate dai pittori Lampugnani stessi,  subirono invece gli insulti del piccone e la totale ignoranza degli ultimi abitanti. Solo alcune scene strappate si sono salvate e restano in custodia di privati.
Sono quindi estremamente esigui  reperti antiche che ci legano al borgo del 1400 - 1500 essendo state numerose ed indiscriminate le demolizioni di cui, per inspiegabili motivi, le sovraintendenze mai si opposero. Eppure se si dovesse fare un bilancio economico culturale, in tutta la storia, mai a Legnano conobbe uno splendore di vita come in quegli anni. Vigne estesissime e feconde, mulini costantemente all'opera non solo per macinare grano altrui, ma per tagliare legna, tornire, fabbricare carta, battere le foglie d'oro e d'argento per gli orafi. (Mulino Vismara 1450 1460), nobilta' ai massimi vertici delle signorie, produzioni artistiche di ottimo livello, sono tema quotidiano del vivere legnanese di allora. La basilica di San Magno rimane oggi unico testimone di una fierezza e cultura incredibilmente affinate.
 
 
Un altro maniero, oltre a quello visconteo di "San Giorgio", esisteva ad un tempo in quel di Legnanello e fu costruito nel XV secolo su una proprieta' acquistata da Oldrado Lampugnani insieme con il suo fratello Maffiolo che aveva sposato una componente della nobile famiglia dei Crivelli, dai consorti Vismara di Dairago. L'atto di acquisto datato 9 maggio 1419 a rogito del notaio Lorenzo Martignoni e' tuttora conservato tra i documenti dell'archivio dell'Ospedale Maggiore di Milano. In tale istrumento si parla di una "Casa Magna in contrada di mezzo a Legnarello vicino alla chiesa". Non e' precisato se si trattasse di un vero e proprio maniero o di una residenza di campagna, tuttavia doveva trattarsi di un edificio di ottima fattura dato che l'Oldrado lo adibi' subito a sua dimora, e lo cedette poi al fratello Maffiolo quando sposo' la Crivelli.  Nel salone che figurava al piano superiore, gli stemmi della famiglia Lampugnani e quello dei Crivelli si fronteggiavano su due pareti ed erano inseriti nella fascia ornamentale che caratterizzava l'intero palazzo.
Il palazzotto e' stato fedelmente riscostruito allorche' venne abbattuto negli anni venti in corso Garibaldi angolo via Mazzini per accordi intervenuti tra la Sovraintendenza ai Monumenti e l'Amministrazione Comunale di allora. L'edificio che ora e' sede del Museo Civico "Guido Sutermeister", riproduce fedelmente ogni particolare architettonico e pittorico l'antico maniero dei Lampugnani compresa la loggetta del primo piano ed il porticato con le stesse colonne provenienti dal maniero. Sono stati anche riportati nel ricostruito fabbricato alcuni affreschi che ornavano l'esterno della "Casa Magna" di Legnanello. Inoltre sono conservati frammenti di "strappi" provenienti dal maniero  ed anche in ottimo stato di conservazione, ed opportunamente restaurati durante il periodo di cui ha diretto il museo la prof.ssa Adriana Soffredi, alcuni rosoni di ritratti di componenti delle famiglie dei Lampugnani e dei Crivelli.
Tra questi un ritratto di dama che doveva essere proprio Giovanna Crivelli, moglie di Maffiolo Lampugnani.
Il Museo Civico e' stato via via arricchito con materiale artistico e con preziosi reperti di epoca romana e pre-romana.
Notevole e' anche la collezione di affreschi del Museo provenienti dalle demolizioni, operate nel ventennio che precedette l'ultima guerra mondiale, di molte case patrizie, tra cui casa Vismara, abbattuta nel 1932, casa Corio demolita nella parte antistante il porticato nel 1930 per ampliare la strada del Sempione, dalla chiesa di Santa Maria del Priorato (via Palestro), della chiesetta Santa Maria Annunziata, che era sita in corso Sempione 47 (vecchia numerazione), della chiesa del Convento di Santa Caterina degli Umiliati (XVI secolo) esistente tra via del Lampugnani e via Diaz ed abbattuta ancor prina che su quel terreno venisse costruito l'ex stabilimento Dell'Acqua.
Ultimamente il Museo Civico e' stato restaurato ed abbellito ed ha trovato una sistemazione molto razionale studiata dal prof. Mirabella Roberti, sovrintendente delle antichita' della Lombardia, la loggetta che accoglie la collezzione degli affreschi. L'edificio del Museo cosi' permette  di conservare ai posteri la memoria dell'antico maniero di Oldrado lampugnani.
A Proposito di questa ricostruzione l'ingegner Guido Sutermeister in una delle "memorie" della Societa' ed Arte e Storia annota: "artisticamente e storicamente e' stato un delitto distruggere tale maniero; Il Comune che nel 1927 fu l'artefice dell'operazione, spese per la ricostruzione piu' del doppio di quanto poteva occorrere per l'acquisto e per un decente ripristino in luogo dello stabile tanto interessante". Un acquarello dell'ottocento dipinto da Gioseppe Pirovano, non contiene identificazioni certe per l'identificazione di quell'angolo di legnano. Forse la casa, secondo una ipotesi avanzata anche dallo studioso Sutermeister, era situata in via Lampugnani. Di conseguenza la facciata della chiesetta sullo sfondo poteva essere una di quella delle tre allora esistenti in via Sempione (anche se non concordavano le linee architettoniche rilevabili) e cioe' nativita' di Santa Maria Vergine, piu' comunemente chiamata "Madonnina", Santa Maria Annunziata, infine la Cappella di Santa Maria della Purificazione (ricostruita nel 1603 ed oggi appartenente all'istituto Barbara Melzi) e della quale ultima si fa cenno in una bolla papale del 1541. Tale bolla sta a confermare l'esistenza di una chiesetta ancor piu' vecchia sul luogo dove ora sorge Santa Maria della Purificazione. Il tempietto, piu' recentemente, e' stato dedicato a Santa Rita.
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Nell'attuale Corso Magenta, gia' via Porta di Sotto, esisteva un tempo un grazioso voltone, ritratto da Giuseppe Pirovano in un dedicato accquarello conservato nel Museo Civico., che collegava il  palazzo di Ottone Visconti alle case della Curia Arcivescovile Milanese noto come "palazzo di Leone da Perego", arcivescovo che ne ordino' la costruzione. Sulla destra, volgendo le spalle al voltone, vi era l'ingresso del palazzo Arcivescovile (oggi sede dell'asilo infantile e che ospito' anche la Famiglia Legnanse) rimasto integro almeno nella parte superiore con la lapide ben conservata. Ai lati figuravano due affreschi uno (a destra) riproduceva una figura sacra e l'altro (a sinistra) lo stemma arcivescovile.
Appunto nel palazzo dirimpetto, quello che ospitava la mensa arcivescovile, sempre in corso Magenta e all'epoca contrassegnato con il  numero civico 2, era installato il famoso camino di Gian Giacomo Lampugnani, trasferito nel 1917 al Museo dove figura oggi nel salone principale. Sul camino sono effigiate le iniziali del pittore e lo stemma araldico di famiglia. E' probabile che il Lampugnani nel periodo in cui curava i lavori e gli affreschi in San Magno avesse abitato appunto in questa casa (abbattuta allorch'e' venne costruito il complesso INA). Attraverso il voltone, l'artista poteva raggiungere al coperto e, senza attraversare via Porta di Sotto, la basilica di San Magno.
 
 
La zona piu' antica di Legnanello doveva essere quella situata lungo il tratto del "Sempione" compreso tra via Lampugnani e l'attuale via Cantoni (un tempo chiamata via Pomponio).
Era questo il XV secolo un rione occupato da un gruppo di famiglie nobili inparentate tra loro e che facevano capo ai cavalieri Lampugnani ed esattamente al ramo propriamente detto dei "cavalieri di Legnanello".
Essi aveva costituito in questa contrada una sorte di roccaforte. particolarmente temuta e difesa da armigeri e "bravi" i quali spesso si rendevano autori di episodi di crudelta'.
Avevano instaurato un vero e proprio pedaggio per chi avesse voluto transitare in quel punto della importante strada carrata che da Milano conduceva verso i confini francesi.
Durante il dominio della dominazione spagnola si erano accentuate le angherie i soprusi dei cavalieri Lampugnani, ribelli al Governo Spagnolo e forti della loro parentela con i Lampugnani ben piu' potenti e proprietari del castello visconteo e dei beni annessi. Gli armigeni facevano capo al maniero che era situato alle spalle della residenza vera e propria dei Lampugnani (nella prospiciente strada del Sempione) ed esattamente lungo il vicolo Scaricatore. L'antico ponte di pietra che collegava Legnanello all'abitato di legnano, collegava con il mulino di Conte Prata. Era chiamato ponte "scaricatore" perche' situato nei pressi di uno sbarramento (scaricatore) che regolava la discesa dell'acqua all'Olonella.
) Nella storia di Legnano, manoscritta nel 1892 dal Pirovano, egli descrisse che era addivenuto popolare il detto "Passaa Lignan e Castelansa, se pol anda' fin in Fransa", per testomoniare come se fosse pericoloso in transito in questo punto obbligato  della grande arteria gia' allora di importanza internazionale. Sui due lati della strada carrata, rimasta caratteristica con le due guide al centro del selciato fino al 1928, allorche' si completo' l'allargamento e la sistemazione della stessa arteria, si trovavano le dimore dei Corio e piu' a est una casa rustica ora demolita  nella quale era stato staccato un affresco raffigurante l'Annunciazione e datato 1492, ora conservato nel Museo Civico.
Anche questa, anticamente, doveva essere abitata da qualche nobile del ramo dei Lampugnani o forse era collegata con la successiva casa che appartenne ad Andrea Lampugnani marito di Isabella Riva. Tra le due case vi era una chiesetta appunto chiamata chiesa dell'Annunciata. Faceva parte delle stesso complesso di edifici l'antica "Ostaria della Madonna" che resta tuttora nello stesso punto di fianco alla Galleria d'Arte Internazionale del pittore Giovanni Cozzi.
Dalla parte opposta della strada nazionale le costruzioni della proprieta' del conte Francesco Melzi (oggi Istituto Barbara Melzi) sono conservate su questo lato cosi' come si rappresentano nel 1880. Di fronte al palazzetto Corio vi e' una chiesetta dalle linee graziose con il caratteristico portico a cancellata in ferro, sorta nel 1603. Vi sono nel prebiterio affreschi dei pittori fratelli Giovanni Battista e Giovanni Francesco Lampugnani.
La chiesetta fu edificata sulle vestigia di una cappella ancor piu' vecchia e che pare fosse stata costruita su invito di San Carlo Borromeo in visita pastorale a Legnanello.
Dell'esistenza di un tempio fin dal XVI secolo nella stessa ubicazione abbiamo trovato una conferma diretta in un documento che abbiamo avuto in riproduzione fotografica, dopo le nostre ricerche, nell'archivio segreto del Vaticano (registro Vaticano 1556, foglio 204 - 1540).
Si tratta di una minuta manoscritta di una bolla papale con la quale l'allora pontefice Paolo III, Alessandro Farnese, concedeva ad Andrea Moroni, nobile legnanese, i benefici gia' tenuti dal defunto rettore Melchiorre Bossi. Il Moroni veniva provvisto della cappellania di Santa Maria della Purificazione nel borgo di Legnano. La Bolla reca la data del 15 dicembre 1547.
E cosi', per altri tecentocinquanta anni la chiesa della Purificazione, era annessa alla proprieta' dell'Istituto Barbara Melzi e dedicata a Santa Rita, fu utilizzata come chiesa parrocchiale; fino a quando cioe' don Gerolamo Zaroli face costruire la chiesa del Redentore su progetto dell'architetto Cecilio Arpesani di Milano e consacrata dall'arcivescovo Cardinal Ferrari il 30 novembre 1902.
L'edificio dove ha sede attualmente l'Istituto delle Suore Canossiane era una vecchia casa di campagna del conti Melzi che avevano la loro residenza abituale in via Borgonuovo in Milano e dove trovo' poi sede l'Accademia Scientifica. La costruzione legnanese e' realizzata secondo la tipica architettura lombarda. Nell'istituto sono conservate pregiate tele dell'1800 romantico autori Boldini, Fattori, Dolci, Hayez. Vi e' inoltre una ricchissima e rara biblioteca con pregevoli prime edizioni, incunaboli, manoscritti e pergamene miniate.
Proseguendo verso est sul Sempione troviamo la chiesetta di Santa Maria Nascente, piu' nota oggi come la chiesa della "Madonnina". Risale al 1600 sul progetto dell'architetto Richini che aveva voluto realizzare una architetture di stile barocco-lombardo.
Nella chiesa si conserva una tela attibuita a Stefano Legnani, detto Legnanino.
Il Cardinal Sfrondati di Cremona che nel luglio del 1586 esegui' per conto del papa Gregorio XIII una inchiesta in seguito al trasferimento della prepositura di Parabiago, descrivendo Legnanello lo defini' "una contrada solo lunga un'archibugiata" cioe' trecento metri circa. E' certo che questo comunque era uno dei due nuclei piu' antichi di Legnano fin dall'epoca romana ed e' il rione che piu' ha conservato rispetto ad altri le sue tradizioni. E' puntuale ogni anno, il 2 febbraio, la festa della Purificazione detta del "caru mi, caru ti", che a un tempo assumeva aspetti folcloristici, ma che ora si e' ridotta a una sagra paesana di minor portata e richiamo. Risulta pero' che la festa della purificazione o della "Scigliora", (dalla voce dialettale,) abbia origini antichissime e cioe' da quando Papa Sergio I introdusse nell'anno 687 la cerimonia della benedizione e distribuzione delle candele che si ripete ancor oggi in occasione di tale festivita'.
Prima della costruzione della chiesa della Purificazione la festa si svolgeva nella piazzetta antistante la ormai scomparsa chiesa longobarda di Santa Maria del Pozzo che si trovava lungo l'attuale via Palestro.
La sagra che aveva sempre avuto la caratteristica dei "firuni" di castagne,si trasferi' lungo la via del Sempione che per l'occasione era invasa da bancarelle di ogni tipo ed era ravvivata da centinaia di sandaline.
La denominazione della festa del "caru mi caru ti" era dovuta ad una tradizione che ai nostri tempi e' scomparsa.
Nel Ottocento e nei primi anni del Novecento era in uso in questo giorno alle coppie di fidanzati scambiarsi la promessa del matrimonio. E puntualmente le novelle spose si davano convegno negli anni successivi con le amiche per lo scambio delle impressioni ed e' restato il detto "caru ti,se mi al savevi....". Quelle per le quali il matrimonio si era rivelato un fallimento aggiungeranno "...mai pu' me maridevi.".
Ai tempi nostri la tradizione della festa del "caru mi, caru ti" viene organizzata ogni anno in collaborazione con la parrocchia del Santo Redentore e la contrada di Legnanello e non mancano le tradizionali bancarelle e i pittoreschi venditori ambulanti di cordoni di castagne affumicate che i ragazzi amano portare al collo andandosene orgogliosi per la via del rione come tanti Radames.
Un'analoga sagra che componente essenziale i "Firuni" e' quella che si ripete in occasione di San mauro nei pressi del santuario della Madonna delle Grazie e che la Famiglia Legnnese tramanda gelosamente conservando anche la tradizione che vuole di "San Mavar, pulenta sul tavar".
Sono questi i ricordi di feste popolari che richiamano una gran folla nei piu' antichi rioni della citta' ed alle quali i nostri padri non rinunciavano. Erano allora felici occasioni per lo scambio delle tradizionali quattro ciarle, davano il modo di consumare qualche bicchiere di vino in piu', dal generoso "Bruschetto" allo "squinzano", dal classico "barbera" (e perche' no) al non meno generoso "vinoi dei colli di San Erasmo".
 
 
Gli affreschi che adornavano le case di nobili famiglie legnanesi furono eseguiti, o venivano attribuiti ad un pittore locale, Gian Giacomo Lampugnani, che si ritiene vissuto tra il 1640 e il 1521.
Era discendente di una famiglia del ceppo dei "Signori di Legnano" e dei "Capitani di Legnanello" proprietari per un lungo periodo del castello di Legnano donato nel 1435 con regolare atto ducale ad Oldrado "in premio e soldo delle sue azioni".
La famiglia Lampugnani ebbe antenati illustri anche a Milano.
Un albero genealogico da ricercarsi) pazientemente elaborato da Guido Sutermeister parte dall'anno 852 per scendere fino ai giorni di oggi.
Tornando al nostro pittore, il quale e' legato al massimo tempio della citta' San Magno che fu eretto sotto la sua cura e che fu poi rimaneggiato nei primi anni del 1500, diremo che era figlio di Pietro Antonio (parte pittore anche lui) ed aveva, oltre al fratello Luca, notaio, altri parenti artisti del pennello.
Giangiacomo era oltre a pittore, esperto architetto, terziario umiliato e protonotario apostolico.
Le opere piu' pregevoli di Giangiacomo Lampugnani figurano appunto nella chiesa di San magno. La nuova chiesa ricostruita al completo sulle vestigia del vecchio tempio dedicato a San Salvatore, venne eseguita nei primi anni del 1500, appunto sotto la direzione di Giangiacomo su un progetto che si ritiene ispirato a disegni del Bramante. Qualcuno e' piu' propenso ad attribuire addirittura al grande architetto l'intera paternita' della costruzione. Il Bramante aveva lavorato a Milano nel 1499, prima cioe' di trasferirsi per lungo tempo a Roma e quindi a Napoli. Molte circostanze fanno ritenere che il Lampugnani si sia appoggiato al Bramante, sia direttamente sia con frequenti contatti avuti con il pittore Foppa che lavoro' per la realizzazione del bramantesco chiostro di Santa Maria delle Grazie in Milano.
E' sintomatica anche l'analogia dell'architettura interna della chiesa di SanMmagno con la basilica di Santa Maria della Piazza di Busto Arsizio, notoriamente di scuola bramantesca.
Sono di Giangiacomo la maggior parte degli affreschi della "Colombera", la "Casa Torre" che appartenne ai Lampugnani, ancor oggi esistente nel rione di San Domenico.
Come affrescatore della chiesa di San Magno, i suoi lavori certi furono: tutti quelli che figurano nella cappella detta appunto "dei cavalieri Lampugnani" (a sinistra di chi entra in chiesa); l'andito dell'ingresso prospiciente il sagrato; l'intero cilindro ottagonale con i relativi pilastri ed archi ed infine la stupenda cupola, affrescata a grottesche.
A proposito degli affreschi di San Magno una curiosita': stando ad un contratto stipulato tra la fabbriceria e Giangiacomo Lampugnani datata 2 aprile 1515, per la decorazione della cupola gli veniva assegnata la somma di 180 lire e 80 lire per il cilindro ottagonale. Probabilmente gli affreschi della cappella Lampugnani dedicata a Santa Agnese, erano stati donati gratuitamente dall'artista o eseguiti in collaborazione con altri familiari-pittori.
L'andito di ingresso fu commissionato nel 1517 da un nobile legnanese dell'epoca, Luigi Fumagalli, che ne pago' tutte le spese.
La casa dei pittori Lampugnani esisteva fino agli anni sessanta in corso Garibaldi a fianco allo slargo della chiesa San Domenico. Con tale nome viene anche indicata in un manoscritto sulla storia di Legnano, autore il prevosto Pozzi. da ricercarsi) La costruzione risaleva al XV secolo e un tempo aveva che affreschi della stessa epoca che sono andati completamente perduti in quanto non eseguiti con perfetta tecnica. La costruzione presentava alcune finestre ogivali in cotto che sono state conservate e inserite nell'attuale nuova costruzione, realizzata con linee architettoniche dall'ingegner Guido Amadeo e che ben si adattano al rione di San Domenico che conserva il vincolo di centro storico.
La casa dei Lampugnani figura oltre che in una citazione sull'enciclopedia tedesca del 1876 di Crowe e Cavalvaselle, anche in un racconto di Gerolamo Calvi, membro dell'accademia di Brera.
Si legge testualmente in quest'ultimo "la casa e' ad un sol piano, ma bastamente estesa. Un tempo era interamente dipinta in chiaro-scuro, ad architettura ed ornamenti con qualche figura, una di esse sedente ne rimaneva visibile nella vela dell'arco della porta e sotto  la qual figura si leggevano ancora delle cifre con la firma Giovanni Lampugnano 1494"... "a sinistra della facciata, come in uno scompartimento staccato, era dipinto a colori discretamente conservato, una specie di tabernacolo bramantesco antico come nel bel mezzo un sant'Antonio Abate protettore di quel  borgo". Non che fosse sant'Antonio il patrono di Legnano. Evidentemente si e' trattato di uno svarione del Calvi. Anche lo storiografo Giuseppe Pirovano in alcuni manoscritti che recano la data del 1880 e conservati nell'archivio del Museo Civico cita la casa di via Garibaldi 24 e rileva che sulla facciata "sono segnati trofei d'arte e di scienza e due ritratti, uno del pittore Giovanni Lampugnani e l'altro del notaio Luca, suo fratello e un san Antonio Abate molto ben dipinto con freschezza e forza di colorito".
Il Pirovano trascuro' di precisare che i due medaglioni figuravano sottogronda disposti ai lati dell'ingresso principale della facciata.
Anche se sbiaditi erano visibili fino al 1920. L'anno successivo deve considersi infauso per la storia dell'Arte di Legnano. Infatti l'Amministrazione Civica emise un'ordinanza che evidentemente, nello spirito, venne emanata a fin dei ben per motivi estetici di molte case troppo trascurate dai relativi proprietari. L'ordinanza infatti inponeva di far "bianche tutte le facciate delle case di Legnano".
Molti proprietari di allora non andarono tanto per il sottile e vennero commessi irreparabili danni al patrimonio artistico di piu' di un edificio legnanese. Tra i dipinti sacrificati all .. estetica delle facciate,  vi furono anche i medaglioni della casa dei pittori Lampugnani che dovevano essere di diamo di 70 cm. circa. Nel 1937 l'ingegner Sutermeister insieme al pittore Prof. Gersam Turri tento' di recuperare i medaglioni con i due ritratti, cautamente raschiando la tinteggiatura che vi era stata sovrapposta.
Non fu piu' possibile trovare tracce dei dipinti. Se ne deve dedurre che, come gli altri nell'interno, non erano affrescati, ma eseguiti sull'intonaco non pretrattato, in chiaro-scuro con colori normali a tempera.
 
 
 
E' rimasto quasi integro, con le vecchie case di almeno un paio di secoli fa, un vicolo che taglia a meta' la zona riconosciuta storica dalla Sovraintendenza (con tanto di vincolo), cioe' la fascia laterale ad ovest di corso Garibaldi. Oggi si chiama via Gigante ma la sua denominazione dello scorso secolo era diversa: via Dello Stallo Aperto, la indicava una mappa del 1859.  La viuzza di dipartiva dall'attuale via Vittoria all'altezza di casa Sesler e con un andamento tortuoso si immetteva lungo l'attuale via De Gasperi per svoltare quindi a sinistra fino ad accordarsi con via Garibaldi (gia' via Contrada Mugiato).
Tanto per restare alla denominazione originaria , ricorederemo che tanto la via della Vittoria si chiamava allora via del Pan di Meliga e l'abitato in Legnano finiva proprio li'. Piu' oltre, verso Castellanza dovevano esserci proprio dei campi coltivati a granoturco che si estendevano oltre la zona collinosa di San Martino fin verso il convento di sant'Angelo attorno al quale le prime case cominciarono a sorgere proprio dopo la meta' dello scorso secolo.
La via del Gigante, degradata poi a vicolo, ha conservato dunque il sapore ottocentesco delle casupole arroccate attorno a residenze  patrizie che sono state le prime a scomparire inghiottite dal progresso e dal fervore edilizio che come la febbre contagiosa aveva colto i Legnanesi toccati dalla foga della industrializzazione ormai imperante.
In questa zona si riconoscono proprio le casupole con i muri sbrecciati, dai quali occhieggiano finestrelle di cotto, porticati di sapore rinascimentale, colonne in sarizzi o qualche artistica ornamentazione che richiama un passato di splendore.
Certo nemmeno via del Gigante resistera' a lungo con le caratteristiche che ha. Ormai gli edifici salvabili con qualche velleita' architettonica degna di conservazione non ve ne sono piu', eccezzion fatta per la gia' ricordata casa della Torre dei pittori Lampugnani o "Colombera" che dir si voglia.
Dagli acquarelli del Pirovano qualche casa del 1400 e del 1500 che si trovava in via del Gigante ci e' stata tramandata nella raffigurazione originaria; e sono queste le uniche testimonianze che ci restano delle vecchie case rinascimentali. Le attuali casupole del vicolo, essendo scomparse quelle residenziali dei signorotti dell'epoca, hanno subito successivi rimaneggiamenti che spesso non permettono nemmeno di riconoscere nella primitiva ubicazione.
Un acquarello del Pirovano ci ripropone ad esempio una casa del 1450 che egli indica in via Gigante n. 5 e ne attribuisce la proprieta' alla famiglia Vannotti. La casa aveva in facciata un affresco del quale se ne e' persa ogni traccia. Si ritiene che fosse abitata e di proprieta', all'epoca del censimento del prevosto Specio (1594), da Cristoforo Lattuada, discendente della famiglia che annoverava tra i suoi componenti un personaggio di notevole statura. Dovrebbe trattarsi di Benedetto Lattuada, stando a un lascito in San Magno che il prevosto Pozzi segnala nel 1644, e che indica con il soprannome del "Gigante". Da qui la curiosa toponomastica assunta dalla che molto tempo prima si chiama via Dello Stallo Aperto, come abbiamo detto.
Ed anche questa denominazione doveva derivare dalla casa che troviamo segnalata dalle Memorie della Societa' Arte e Storia come casa "stalletto" o "stallo aperto". E non e' da escludersi che si tratti della casa effigiata da Giuseppe Pirovano nel suo acquarello, ove ben risalta anche l'affresco di uno dei pittori Lampugnani.
Proprio qui tra queste vestigia della Legnano rinascimentale, troviamo l'essenza vera, genuina, delle costruzioni tipiche. La contrada "Mugiato", come si chiamava l'intera zona attuale rione San Domenico tagliato trasversalmente da Via Stallo Aperto, doveva nel XV e XVI secolo essere suddivisa in proprieta' tra un gruppo di famiglie nobili dell'epoca, stando alle denominazioni del censimento Specio e negli stessi acquarelli tramandataci dal Pirovano: casa Vincimale ( la famiglia Vismara, secondo una denominazione piu' vicino a noi), casa Lampugnani i pittori, casa Bossi (famiglia che diede i natali al notaio Bernardino Bossi), oltre alla gia' ricordata casa Lattuada con varie ramificazioni. Indubbiamente la contrada del Mugiato costituiva uno dei nuclei piu' antichi del centro abitato ed aveva la sua estensione fino alla roggia arcivescovile che tagliava il rione di sbieco per proseguire verso sud in parallelo con il tracciato di corso Magenta.
Pare anzi che questa roggia fosse costruita per difesa del nucleo medioevale del borgo di Legnano che aveva come capisaldi il castello Visconteo a sud, il palazzo Vismara sull'Olonella e al centro il palazzo di Leone da Perego. Non e' escluso che la roggia costituisse un vero e proprio vallo attorno a mura di difesa che si fanno risalire al 1257. Alcuni tratti dell'antico muraglione sono riaffiorati in occasione di scavi per costruire nuovi edifici nel primo 1900.
Forse quando si abbatteranno le vecchie casupole di via Gigante ed altre ancora che restano ai lati di corso Garibaldi, affioreranno frammenti di costruzioni ancor piu' antiche a testimoniare un passato della contrada Mugiato che ci riporta agli albori del medioevo e magari piu' oltre per i collegamenti che si possono trovare con i sepolcreti pre-romani di cosro Garibaldi, riportati alla luce dal terreno ove sorge il Museo Civico.
 
Gia' nel rinascimento nella zona di Legnano si contavano svariate chiese ed alcuni conventi di religiosi, in un numero nettamente superiore in rapporto alla popolazione e rispetto ad altri centri della Lombardia.
Legnano pur essendo in tempi antichi un modesto borgo agricolo, aveva dedicato particolari energie e denari alla costruzione di edifici sacri, Le sue chiese sono imponenti e ricche anche in virtu' di opere di insigni maestri del pennello.
Fin dal medioevo e successivamente nell'umanesimo e nel rinascimento, crebbe il numero dei conventi e delle chiese prioprio in concomitanza con periodi piu' dolorosi e tormentati della storia del borgo.
Le sofferenze dovute a dominazioni, a gravi epidemie e allo spettacolo purtroppo ferquente della morte, rafforzavano negli abitanti il sentimento religioso. Abbiano degli esempi notevoli di questa rifioritura di costruzioni sacre. Dalle chiese di campagna erette presso le prime cascine agricole, alla celebre basilica San Magno, per poi non parlare del santuario della Madonna delle Grazie la cui costruzione duro' mezzo secolo. Questa fui fatta a spese del popolo dopo che il cardinale Federico Borromeo diede l'incarico all'architetto arciverscovile Antonio Barca di redigere il progetto.
Vi sono poi decine e decine di cappelle votive ed immagini sacre collocate sui muri delle prime costruzioni in pietra e mattoni.
Legnano ebbe vari conventi, tra i quali i piu? noti e famosi furono l'Ospizio di San Eramo, i conventi delle suore Clarisse e dei frati minori Oblati, nonche' di altri minori, come il convento di Santa Caterina che sorgeva di fronte all'area della sede dell'istituto tecnico Carlo Dell'Acqua; di Santa Maria del Priorato sull'area posteriore del palcoscenico dell'atttuale Cinema Galleria; il convento del Gesu' (con annesso ospedale) che era posto sull'antica via dei Cambiaghi, oggi via Lega, cioe' quello delle suore di via Palestro; di Santa Agnese, situato presso il mulino della mensa arcivescovile, nella zona di piazza IV novembre di oggi.
C'e' una altra ragione in questa abbondanza di chiese e conventi: la zona aveva sempre subito l'influenza di ecclesiastici fin dal primo periodo medioevale, allorche' gli arcivescovi milanesi avevano esteso i loro possedimenti verso le fertili terre all'imbocco della valle Olona.
Lo stesso castello Visconteo di Legnano in origine (e parliano del XI secolo), doveva essere un convento, poi riscattato dall'arcivescovo e signore di Milano Ottone Visconti al quale non era sfuggita la posizione strategica posta proprio al centro della biforcazione creata dai due rami dell'Olona: ideale per poterne fare un maniero fortificato, vedetta avanzata dei suoi possedimenti milanesi.
Proprio in quel convento esistente sul punto ove ora sorge i  castello visconteo si rifugio' nel 1066 San Arialdo, perseguitato dai simoniaci da lui presi particolarmente di mira durante la campagna tendente a riportare la moralita' tra i corrotti ecclesiastici di allora.
Gli arcivescovi di Milano, che avevano oltre al castello anche altre residenze estive e cascinali in Legnano e nella campagne adiacenti, consideravano questi luoghi e forse la stessa Legnano, un feudo.
Un atto di vendita del 1346 parla della "corte di Legnano" invece di indicare la localita' come "borgo di Legnano".
Gli arcivescovi milanesi avevano fatto costruire vari mulini lungo l'Olona per utilizzarli proprio al centro di una pianura molto adatta per essere coltivata a frumento. Ed ecco infatti che abbiamo le varie denominazioni di luoghi e fabbricati che si riallaciano al dominio degli arcivesoci milanesi: "roggia dell'arcivescovo", "palazzo della mensa arcivescovile", "Mulino arcivescovile".
Tra i conventi che ebbero piu' lunga storia nella vita della plaga, ed in particolare del borgo, ricordiamo quello delle Clarisse di Santa Chiara ed era situato al lato dell'attuale corso Italia in angolo con la via Giolitti di oggi. Fu anche adibito pro tempore ad ospedale in occasione delle pestilenze.
Per disposizione dell'imperatore d'Austria nel 1784 l'ospedaletto annesso al convento fu ampliato ed attrezzato con una cinquantina di letti per essere adibito a pellagrosario. Risulta infatti che fu il primo ospedale specializato per la cura della pellagra nel mondo.
Era stato affidato al dottor Gaetano Strambio di Cislago che effettuo' vari esperimenti riuscendo a trovare un efficace metodo di cura del morbo. Il pellegrosario fu poi soppresso da Francesco Giuseppe. Il convento di Santa Chiara fu fondato nel 1492 dal nobile legnanese Rodolfo Vismara ( o Vicemala), governatore della duchessa di Bari e siniscalco dei duchi di Milano. Pure  lo stesso patrizio aveva gia' fatto erigere nel 1468 un convento per i frati minori osservanti denominato "Santa Maria Degli Angeli".
E' conservata ancora nel museo civico una lapide gotica che testimonia appunto l'anno di inaugurazione del convento che era piu' semplicemente chiamato sant'Angelo.
Stando ad un acquarello del Pirovano il convento doveva avere anche un pronao in stile trecentesco. Il che farebbe ritenere l'esistenza di una precedente costruzione, non provata pero' dal alcun documento. Non si comprende ne' giustifica quindi la caratteristica rotonda che si vede in primo piano nell'acquarello del pittore e storiografo legnanese, cosi' accostata al convento di puro stile rinascimentale. Una relazione datata 1724 per l'arcivescovo milanese a firma di tali padri Zaccaria e Giovan Mario fornisce qualche notizia sul convento: "E' grande 78 pertiche, compresi chiesa, clausura, orto; prato e piazza. E' capace di 27 religiosi. nel dormitorio ci sono 26 stanze; nel professorio 5; in basso 6 stanze per forestieri, cucina, dispensa, cavalli, fuoco comune, cantina, capitolo, refettorio, scuola di filosofia ed altri luoghi per comodo del convento e comunita'. E' ben provveduto di lana e di lino. Vi e' libreria mediocre in quantita' e qualita' di libri".
Proprio nella zona in cui sorgeva il convento e la chiesa (la quale ultima fu poi abbattuta verso la fine del 1700, allorche' il convento venne trasformato in conceria)  nell'effettuare gli scavi per la costruzione del museo affiorarono dal sottosuolo preziosi reperti archeologici del periodo pre-romano, tombe ed oggetti vari che dimostrarono l'esistenza di un grande sepolcreto.
La zona stessa era leggermente sopraelevata rispetto al corso dell'Olona e quindi al riparo dalle inondazioni.
Sant'Angelo nel XVI e XII secolo era considerata la chiesa dei nobili e varie famiglie dell'antico borgo avevano voluto costruirvi delle cripte di famiglia. Vi troviamo ad esempio sepolcri dei Bossi da Ravello, dei vari Lampugnani,Prandoni, Oldrini detti "Badini", Borromei, Cornaggia, Draghetti, Vismara, Crivelli, Crespi, Taverna, Stabbi, Prata, Oriano, Cottica, Bartologni, Galvagni, Molinaro  e di varie casate dei Salmoiraghi, con l'indicazione dei rispettivi soprannomi per distinguerli, come "Sacchettoni" "Senati" e "Bottazzoni". Naturalmente vi erano anche i sepolcri dei religiosi del convento.
L'ingegner Guido Sutermesiter ci ha lasciato, oltre a varie piante della chiesa di sant'Angelo e del convento stesso, anche una meticolosa leggenda di questa antica costruzione monumentale, materiale ora conservato nella biblioteca della Societa' Arte e Storia.
Dalle memorie del prevosto Pozzo si apprende che nel 1640 si poteva ancora vedere nella chiesa del convento in pulpito dal quale aveva predicato San Bernardino da Siena.
A monte del convento, ed esattamente nell'attuale localita' "Baita" di Castellanza, si dipartiva dall'Olona una roggia detta appunto roggia di Sant'Angelo che dopo aver tenuto un tracciato parallelo all'odierno corso Garibaldi, piegava verso sud e terminava, disperdendosi, nel borgo dei Melegazzi (la zona di Sant'Ambrogio oggi).
Il convento di Sant'Angelo, dopo aver subito vari rimaneggiamenti nei primi tre secoli di esistenza, venne soppresso nel 1780 per decreto dell'imperatore Giuseppe II.
Venne adibito da prima a conceria, poi a collegio e nel 1896 fu acquistato per settantamila lire dall'Amministrazione Comunale per farne una sede stabile di una scuola elementare. Da allora l'ex convento mantenne l'attuale destinazione.
Le scuole elementari "Giuseppe Mazzini" restarono ospitate nella vasta costruzione opportunamente adattata e trasformata, fino agli anni sessanta. Sull'area del vecchio edificio e' stato realizzato dall'Amministrazione presieduta dal sinda Accorsi un nuovissimo edificio scolastico.
A distanza di due secoli, nello stesso luogo che ospito' la prima scuola di filosofia istituita da frati minori osservanti (sia pur per uso interno), e' tornata a sorgere una modernissima scuola destinata alle future generazioni di cittadini. Uno dei tanti ritorni alle origini, che ricorrono nella storia di varie istituzioni ed edifici di legnano.
 
 
 
note: L'ex convento di Santa Chiara era situato in corso Italia (gia' Corso Vittorio Emanuele II) nel tratto compreso tra l'attuale via Giolitti e Largo Seprio. Era attiguo alla "Casa Magna" dei nobili Vismara.
 
 
Il complesso dell'ex convento di Santa maria del Priorato fu demolito nel 1940. Era situato in via Palestro angolo XXV aprile, sull'area retrostante l'attuale palcoscenico del tratro del galleria. L'abbattimento venne completato nel 1953.
 
 
Era cara ai vecchi legnanesi la cappelletta che prendeva il nome da una ammonizione scritta sulla facciata: "Dio ti vede".
Era posta al quadrivio tra Legnano, Canegrate, San Giorgio e il Castello. La cappelletta era compresa tra i beni della fabbriceria di Legnanello, la quale verso il 1923 aveva fatto effettuare lavori di restauro.  Pur essendo in territorio di San Magno la cappelletta apparteneva alla parrocchia del Santissimo Redentore in quando  era proprieta' del sacerdote Lodini che morendo nomino' suo erede il parroco di Legnanello don Giacomo Zaroli e da lui pervenne la fabbriceria.
La chiesina fu realizzata attorno al 1895 e le opere murarie vennero affidate al capomastro Antonio Porrini di Parabiago. In quello stesso luogo si ritiene  fosse esistita una precedente edicola votiva sacra, tappa fissa delle rogazioni, cioe' le rituali processioni in uso presso le popolazioni agricole che si svolgevano per tre giorni consecutivi prima dell'Ascensione allo scopo di implorare un buon raccolto. La nuova cappelletta non presentava comunque all'interno opere d'arte degne di nota.
Tra i dipinti, uno ritraeva una Madonna con Bambino tra San Gregorio Magno e San Giovanni Evangelista, quest'ultino con in mano un calice dal quale fuoriusciva un serpente: sul lato destro vi era l'adorazione dei magi e sul lato opposto alcune figure di santi o monaci non identificabili.
La necessita' di ampliare in quel punto la strada che unisce Legnano a Canegrate aveva indotto alcuni anni fa il Comune ad eliminare la cappella. Si commise pero' l'imperdonabile errore di non conservare nulla della vetusta costruzione sacra. Sul posto che ora viene denominato "Dio ti vede" doveva almeno essere lasciato un segno, un qualche elemento della cappella a ricordare alle future generazioni il perche' di quella denominazione, anche in omaggio ad una antica tradizione di fede alimentata per lunghi anni da molti legnanesi
 
 
La sede della residenza comunale era ubicata prima del 1862 in una casa antichissima di proprieta' dei marchesi Cornaggia al lato sud ovest dell'attuale piazza San Magno e piu' precisamente nel punto in cui ora sorge la galleria INA. Fino al 1893 gli uffici comunali si riducevano ad una stanza situata al piano terreno della vecchia casa Cornaggia e successivamente vennero aggiunti due locali al primo piano ed ai quali oltretutto si accedeva da un altro ingresso posto sull'estrema parte destra dell'edificio.
Temporaneamente la residenza municipale, in attesa di una sede piu' dignitosa e definitiva, fu trasferita nel 1862 in piazzale Carroccio (che a quel tempo si chiamava "Piasso dei puii", cioe' piazza dei polli) in un edificio, pure di proprieta' dei marchesi Cornaggia, completamente assunto in locazione del Comune onde ricavarvi anche i locali per le scuole elementari e per la guardia nazionale. Nel 1824 l'amministrazione civica acquisi' una ex filanda appartenente alla ditta E. Kramer & C. che si estendeva da "Piazza Maggiore", come era chiamata allora la piazza San Magno, fino a vicolo Lanino, oggi piazza Europa) e con opportuni adattamenti vennero trasferiti in questo vecchio fabbricato sia gli uffici comunali che le scuole elementari.
L'aumento notevole della popolazione aveva imposto una completa riorganizzazione degli uffici e dei servizi e la soluzione, sia pur provvisoria, venne allora considerata ideale.
Per realizzare il nuovo palazzo Municipale, nei primi anni del 1900 fu indetto un concorso al quale furono invitati i migliori architetti dell'epoca.
Era il 12 settembre 1904 quando il consiglio comunale approvo' il bando di concorso a premi stabilendo  una spesa di realizzazione che non doveva superare le cento mila lire. Il concorso si chiuse il 31 gennaio dell'anno successivo ed undici furono i concorrenti i cui progetti vennero sottoposti ad una apposita commisione tecnica che scelse quello dell'architetto Aristide Malinverni.  Questo aveva proposto un palazzo a tre piani in stile neo lombardo, che rispetto agli altri si staccava per maestosita' di concetto, per la razionalita' interna nonche' per gli ornamenti che richiamavano il passato storico della citta' del Carroccio.
L'architetto Malinverni volle ad esempio che la sala del Consiglio fosse interamente decorata con grafiti con riprodotti gli stemmi delle citta' di tutta Italia. Il cortile con porticato e vestibolo d'ingresso principale con la riproduzione dei bassorilievi che figuravano sul monumento alla battaglia di Legnano, del Butti, completavano l'imponente opera.
La prima pietra dell'edificio fu posta il 10 agosto del 1908 e nell'ottobre dell'anno successivo venne terminata la prima parte del palazzo costruita sull'area libera di fianco alla vecchia casa comunale gia sistemata nella ex filanda.
L'inaugurazione avvenne il 28 novembre 1909 alla presenza del Prefetto senatore Panizzardi. La spesa preventiva in centomilalire, venne superata di ben tre volte. Il Palazzo Comunale, ancor oggi chiamato Malinverni dal nome del progettista costo' infatti complessivamente 346.388 lire e 80 centesimi comprese alcune opere accessorie e l'arredamento della sala del consiglio, della sala giunta e dgli uffici esenziali. In un secondo tempo venne realizzata l'ala prospiciente la via Franco Tosi dalla sala del consiglio fino all'attuale piazza Europa.
Palazzo Malinverni e' da vari anni insufficiente e gia' si pensa ad una nuova e piu' ampia sede in grado di ospitare tutti gli uffici delle varie ripartizioni, alcuni dei quali hanno gia' dovuto essere decentrati nel vicino palazzo Italia, ex casa del Littorio.
 
 
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4.10 Chiesa di Sant Ambrogio in Legnano

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Chiesa di Sant Ambrogio in Legnano
 
Anche per molti legnanesi questo monumento, che era quasi giunto alla completa rovina, resta oggi poco conosciuto. Forse la sua ubicazione nascosta accanto a altri molti ruderi, lo aveva fatto dimenticare. Eo tuttavia rappresenta uno dei centri piu' antichi di culto presenti in Legnano. Senza dubbio il piu' antico di fattura cristiana. Le origini di parte della forma attuale possono essere collocate nel tempo a fianco di quelle del palazzo e delle fortificazioni create in Legnano dall'architetto Leone da Perego attorno al 1520. Subito fuori dalle mura nella braida arcivescovile, al di la' di un grande fossato difensivo in cui era stata deviata l'Olona (roggia) nell'anno 1257 esisteva una piccola chiesa in cui lo stesso arcivescovo Leone era stato sepolto di nascosto e "viliter", in quanto  suoi nemici politici di Milano lo avevano fatto cadere in disgrazia agli occhi del popolo. La piccola costruzione era talmente povera e dimenticata che si dovette giungere all'epoca di San Carlo Borromeo ed alle sue grandi riforme prima che i legnanesi degnassero ancora di attenzione l'edificio. Durante i recenti lavori di restauro si e' avuto modo di scoprire le fondazioni di questo piccolo edificio antico, e con estrema emozione si e' assistito al rinvenimento di una struttura absidale in curva, edificata con i soli ciotoli bianchi del greto dell'Olona.
Questa abside era ridotta ad est e anche i resti dei legnanesi antichi ivi sepolti rispettavano tale giacitura, ad indicare un'usanza altomedioevale. Tuttavia, con grande sorpresa e grazie al lavoro della dott.ssa Cazorzi collaboratrice alla soprintendente dott. Ceresa, ancor a un livello piu' basso e' stata rinvenuta un'ansa di vaso che per fattura e' ascivibile alla fine del V secolo. Questo fatto ci porta in assoluto alla piu' antica basilica di Legnano, di almeno 500 anni piu' vecchia della chiesa di San Salvatore e Magno. Anche le salme inumate a questo livello piu' antico hanno positura verso est, in diffornita' a quelle degli strati superiori che sono rivolte a sud, ad indicare come nel tempo varie usanze e riti si siano sovrapposti facendo mutare l'uso della chiesa stessa.Questa chiesa ci era sconosciuta in assoluto ed e' molto probabile che sia la stessa (poi ampliata a due navate) che venne riattata e poi riedificata all'epoca di San carlo Borromeo.
Il primo documento storico che la menziona come "San Ambrogio" e' un elenco del 1389 steso da Goffredo da Bussero. Nel medesimo elenco ma in data 1304 viene menzionata una chiesa dedicata a San Nazaro gia' scomparsa in quell'anno. Con buona probabilità si trattava di questo edificio, dismesso dopo la tragica fine di Leone da Perego ivi sepolto nel 1257. Le vere e proprie descrizioni del monumento arrivano molto piu' tardi e vanno ascritte alle visitazioni operate nel XVI secolo, sotto San Carlo Borromeo. La chiesina e' definita a due navate di cui una, la meridionale, e' aperta come un portico ed e' piu' alta della parte chiusa. Non e' coperta coi mattoni ma con travi di legno ed assi. Le pareti sono rustiche e non esiste porta. Anche l'altare manca della mensa. Il campanile molto alto si apre direttamente nella chiesina e sopra la porta d'ingresso un coro pensile in legno e' collegato con il porticato. Il pavimento rustico interno e' piu' alto del terreno del porticato a sud. Non esiste segrestia e tabernacolo. Solo una piccola nicchia nel muro del campanile pemrette di posare le specie quando viene celebrata una messa. Con San Carlo Borromeo, l'edificio viene adibito a scuola dei Disciplini, e con tale destinazione, si impongono delle modifiche alle strutture murarie che portano l'edificio ad assumere la forma attuale della prima meta' della navata verso la facciata. Durante i lavori di chiusura del porticato viene ritrovata la salma di Leone in un volto di muro grosso e dentro il tronco. Se qualcosa vale l'italiano, quel "volto" altro non era che la vecchissima abside del V secolo, lasciata lungo il muro della chiesina come reliquato e non piu' usata come sede dell'altare in quanto le nuove officiazioni  medievali avevano fatto apportare  all'abside e al coro della chiesa, ponendo la mensa ad ovest e la porta proprio ad est proprio dove doveva essere stato inumato Leone da Perego vicino alla porta.
In Legnano, nel 1580 la cultura estetica, era costantemente aggiornata dagli eredi di una unica famiglia dei pittori lombardi, i Lampugnani. Costoro erano dentro la cerchia culturale comprendente i nomi piu' importanti in Lombardia in campo artistico e contribuirono alle scelte per l'Impostazione del nuovo edificio. In seguito di persona l'affrescarono adornandolo anche di stupendi quadri ad olio ora restaurati con contributi generosamente offerti da Lions, Soroptimist, Collegio dei capitani del Palio, Famiglia Legnanese, Banca di Legnano. La nuova chiesa fu portataa compimento nell'anno 1613. Essendo la chiesa sede di una scuola di Disciplini, naturalmente doveva essere previsto un coro. Fu infatti reimpostato con maggior ampiezza e dignita' quello che in antico era sopra la porta.
Nel 1618 terminati tutti i lavori edili fu dato ordine di affrescare immediatamente la chiesa a Francesco e Giovan Battista Lampugnani.
Ed e' questo che fa della chiesa di San Ambrogio una vera e propria espressione di arte legnanese del seicento. I due fratelli legnanesi si dedicarono per la prima volta ed alle lunette dipingendoci una serie di putti festanti ancora oggi visibili tra la decorazione neo barocca di un intervento pittorico del 1930. Recenti assaggi hanno messo in mostra la decorazione seicentesca sotto la ridipintura del nostro secolo. Il problema del recupero totale o parziale di queste pitture sara' la prossima discussione con i Sopraintendenti. Altro capolavoro dipinto dai Lampugnani e' la pala dell'altare. Questo grande quadro a olio, ora posto in fondo alla parte settecentesca della chiesa, aveva sostituito l'antica pala dell'altare del XIII e XIV secolo menzionata nelle visitazioni di San carlo. Vi e' rappresentata una madonna con bambino attorniata da San Ambrogio, San Carlo Borroneo e San Francesco. Le figure, molto dolci nelle espressioni, sono inserite in una scenografia con colonnati e cornicioni a volte, che richiamano il gusto bramantesco delle prospettive di fondo interpretato pero' dalla caratteristica ricerca pittorica dei Lampugnani, che senpre mostrano nella composizione una compostezza leonardesca.
La chiesa nel 1700 risultava ancora una volta troppo angusta per il carico di lavoro che la scuola dei Disciplini doveva solgere. Si decise quindi di ampliarla ancora una volta demolendo l'antichissima parete dell'altare risalente a prima del 1257 e allungando tutta la fabbrica sia nella parte della navata che parte dall'antica sagrestia. La pala dei lampugnani venne spostata verso il fondo e circondata da una bella cornice e affresco a mano di Antonio Longoni, pittore che in Legnano opero' anche nella chiesa delle Grazie.
Il risanamento di questa parete e' patrocinato dal contributo della Cariplo che con la guida della Sopraintendenza ai monumenti ha voluto testimoniare la sua attenta partecipazione al salvataggio di antichi capolavori legnanesi. Attorno al 1957 la parte sud-ovest della scuola era stata murata fino agli archi, Con il restauro odierno si sono riaperte di tale ala e la chiesa la chiesa ha riacquistato l'antica sonorita' che aveva in parte perduta. Con la sistemazione appena terminata dai Mascioni dell'organo dei legnanesi Carrera, nel 1886, San Ambrogio riassume forma a livelli artistici elevatissimi in campo musicale. Grazie ai Lions Club e Manifattura di Legnano questo raro capolavoro di una antica cultura legnanese si e' salvato. Anche l'antico ingresso e il portico a fianco del campanile sono stati ripristinati. Essi ci danno l'immagine di quella che era la sistemazione alla fine del 1500  dell'ingresso del quale uscivano le processioni dei Disciplini. Per ultima cosa devono essere menzionati i lavori lunghi, costosi e delicati che ci hanno permesso di isolare dall'umidita' sia le coperture, che le fondazioni e i pavimenti della chiesa. Non vi sono presenti impianti in modo visibile di riscaldamento, semplicencemnte perche' gli stessi sono sotto i marmi del pavimento. L'assemblea dei fedeli o dei partecipanti alle manifestazioni culturali che qui si terranno avranno dal pavimento una sensazione di benessere dovuta all'irragiamento di calore dal basso senza rischio di alterare i dipinti delle volte che saranno restaurati. Anche questa serie di impegnativi lavori ha potuto essere eseguita grazie al notevole impegno ed al patrocinio della Cassa di Risparmo delle Provincie Lombarde. Nuovi impianti elettrici, di allarme, antiincendio, di diffusione sonora si affiancano alle opere lignee restaurate per fare splendere ancora la nostra bella chiesa nella quale ora sappiamo anche molte cose inedite, e che da buona, antica, vecchia signora ha seguito le vicende di Legnano per piu' di 1500 anni. Entrando in chiesa in fondo sulla sinistra si vedono sotto una superficie di vetro, i resti della piu' antica chiesa cristiana di Legnano. Osservate la laipde posta accanto. Li' sotto sono presenti i resti dei nostri avi da noi raccolti durante i restauri. Vi e' una frase scritta in bronzo. Riporta i versi di A. Bosso, 1518, incisi sull'architrave del campanile medioevale di San Magno. Recitano : "pabula vina ceres rivorum copiae templum multaque nobilitas Legnanum illustrant" Pensiamoli con affetto i nostri antenati, ci hanno, nel bene e nel male, trasmesso dai secoli passati, un saper vivere dignitoso ed una cultura dei quali godiamo i frutti di una civilta' preziosa. Qui li ritroviamo con una presenza che e' testimonianza di dedizione a Legnano e alla sua piu' antica chiesa.
Arch. MARCO TURRI
Presidente della Societa' Arte e Storia di Legnano.
 
 
 
 
 
 
Nel ricco panorama dell'arte organaria lombarda dell'Ottocento un posto di rilevante importanza e' occupato dalla bottega legnanese dei Carrera.
La bottega organaria venne fondata da Giovanni Maria Carrera (Canegrate 1753 - Legnano 1818), che apprese l'arte del fabbricar organi da Filippo e Antonio Tronci, famosi organari pistoiesi, e che dopo il 1790 trasferi' il suo laboratorio a Legnano
Gerolamo Carrera (Canegrate 1796 - Legnano 1863), erede e continuatore dell'arte dello zio Giovanni Maria, coadiuvato dai fratelli Giuseppe e Stefano, sara' colui che dara' gran lustro alla casa organaria facendola assurgere a un posto di primissimo piano.
Strumenti dei Carrera sono infatti presenti in varie chiese di Milano e della Lombardia, del Piemonte, della Liguria, dell'Emilia e anche nella cappella del vescovo di Santiago del Cile.
L'importanza e lì'eccezionale perizia dei nostri costruttori e' ampiamente testimoniata e documentata dai lusinghieri articoli apparsi sulle "gazzette" dell'epoca, da riconoscimenti e attestati di stima, nonche' dal contenuto degli atti di collaudo dei loro strumenti sottoscritti dalle personalita' musicali piu' in vista del momento.
I giudizi dei musicisti, compositori, organisti e concertisti di chiara fama quali padre Davide da Bergamo e Vincenzo Petrali, convergevano infatti nell'esaltare l'estetica sonora degli organi Carrera, la solidita' dell'impianto, l'accurata lavorazione del canneggio, la celta dei materiali e soprattutto la loro incontrastata superiorita' nei cosiddeti "registri di concerto".
L'attivita' costruttiva dei fratelli Carrera continuera' e si concludera' con Antonio De Simoni-Carrera (Cerano 1826 - Legnano 1896), nipote , allievo ed erede dei celebri zii legnanesi.
A Legnano sono presenti ben quattro organi documentati dei Carrera: in S.Magno, nella chiesa del Redentore (in origine lo strumento fu pero' costruito per la chiesa della Purificazione), nel Santuario delle Grazie a S.Ambrogio.
Per quest'ultima chiesa , la piu' antica di Legnano, la Fabbriceria di S.Magno, nel 1886, volle affidare al De Simoni-Carrera i lavori di un nuovo organo.
E' questo uno degli ultimi strumenti usciti dalla famosa casa legnanese e per la sua costruzione il De Simoni-Carrera volle impiegare anche del materiale fonico derivato e salvato da organi piu' antichi, ormai demoliti, che costudiva gelosamente nella sua fabbrica.
Nel corso dell'attuale restauro, infatti, nell'organo di S.Ambrogio e' stato rivenuto un nucleo di canne cinquecentesche, probabilmente di scuola antegnatiana, oltre a un altro nucleo di canne di scuola biroldiana.
Tutto questo sta a testimoniare con quale alto senso di rispetto e con quanta considerazione il nostro artefice sapeva salvaguardare cio' che di piu' nobile e pregievole era appartenuto a strumenti di alto lignaggio, lamentevolmente estinti, facendolo rivivere nel nuovo strumento che andava predisponendo.
L'organo venne ultimato nel corso del 1886 e il 22 agosto dello stesso anno fu inaugurato dal famoso organista e compositore milanese Carlo Fumagalli che il 26 agosto redasse anche l'atto di collaudo. Di Carlo Fumagalli, autore tra l'altro di un metodo teorico-pratico per il pianoforte e di molta musica da chiesa, ricorderemo la presenza in S.Ambrogio con due sue composizioni durante il concerto inaugurale del restauro.
Lo strumento riveste una particolare importanza poiche' e' l'unico uscito dalla fabbrica legnanese che si sia conservato inalterato nel tempo, senza aver subito modifiche o manomissioni succesive.
Si tratta di uno strumento di ottima fattura tecnica e di squsita fattura fonica con i peculiari e ben noti requisiti di eleganza, solidita' e personalita'.
Accanto a un tipico "ripieno" Carrera, dall'intonazione classica e di sapore settecentesco, spiccano i "registri di concerto": trombe, tromboni, corno ingese, violoncello, voce umana, flauti, ottavino, la cui robustezza va di pari passo con la dolcezza e la pastosita', dolcezza che raggiunge il suo apice nella delicata sonorita' dei violini e degli altri registri violeggianti di cui, a buon titolo, i Carrera si ritenevano insuperabili. Alla "consolle" di quest'organo prestigioso, per le esigenze di culto, si sono succeduti nell'arco di un settantennio i maestri Beniamino Proverbio ed Eugenio Bonacina, valenti organisti legnanesi che con la loro arte hanno dato modo ai nostri avi e ad alcuni di noi di conoscere, gustare e apprezzare le ineguagliabili sonorita' dell'organo di Antonio De Simoni-Carrera.
All'inizio degli anni Sessanta del nostro secolo l'organo si trovava purtroppo in uno stato di precarieta' e abbandono. La succesiva chiusura al culto della chiesa di S.Ambrogio fini' per ridurre lo storico strumento a una muta, ruggine e polverosa suppellettile.
Per circa un ventennio si e' cercato inutilmente di sensibilizzare le autorita' locali affinche' si facessero carico, seppur parzialmente, del restauro dell'organo che, ancorche' proprieta' della chiesa, costituisce per altro un patrimonio storico e artistico dell'intera citta'.
Si dovette gingere al luglio del 1990 per intraprendere per intraprendere i necessari e urgenti restauri di cui l'organo abbisognava. Grazie a un'encomiabile sensibilita' culturale e a una generosa sponsorizzazione, il Lyons Club Legnano Host e la Manifattura di Legnano misero in grado mons.Giuseppe Cantu' di affidare i lavori di restauro alla famosa casa Mascioni di Cuvio, indicata dal sottoscritto come una tra le piu' valide e idonee allo scopo.
L'organo, completamente smontato, fu trasportato nel laboratorio di Cuvio dove, sotto la direzione di Enrico Mascioni, si e' provveduto alla pulizia generale di tutte le sue componenti, alla sostituzione delle pelli del somiere e del mantice, alla sostituzione delle molle delle valvole, alla revisione delle canne e della meccanica, all'intonazione e alla riaccordatura di tutto il materiale fonico oltre all'applicazione di un moderno elettroventilatore.
Con questo competente e sapiente restauro l'organo di S.Ambrogio e' tornato al suo originario splendore, nuovamente in grado di spiegare nella navata del tempio le molteplici sonorita' che scaturiscono dai suoi raffinati registri.
E' un patrimonio artistico voluto e lasciatoci in eredita' dai nostri avi che noi abbiamo il dovere di conservare e salvaguardare per noi stessi e per le future generazioni.
In qualita' di musicista e come persona sensibile ai valori della cultura e alle bellezze dell'arte non posso che plaudire a questo felice evento manifestando il piu' ampio senso di stima e di considerazione a tutti coloro che hanno desiderato e' reso possibile questo restauro, grazie al quale i legnanesi riacquistano un'autentica opera d'arte.
Mi si permetta inoltre di auspiciare che il restauro dell'organo di S.Ambrogio possa rappresentare il punto di partenza per il successivo recupero degli altri strumenti Carrera, presenti in citta', che costituiscono un incommensurabile patrimonio diarte e di storia di cui Legnano potrebbe un giorno sentirsi giustamente orgogliosa.
 
 
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4.11 Legnano e i suoi monumenti

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Legnano e i suoi monumenti
 
Avevamo prima accennato ad un secondo antico reperto costruito in Legnano con sassi e calce, (naturalmente nelle fondazioni i costruttori usarono anche i pezzi di embrice e mattoni del periodo imperiale romano che è accertato non mancavano sui luoghi di distruzione della più antica città). Questo grande muro venne rivenuto nel 1951 dall'ing. Guido Sutermeister durante gli scavi per costruire i nuovi palazzi INA con la galleria ed il teatro al centro di Legnano, in via Magenta angolo piazza S. Magno. Esso rappresenta la fondazione di una poderosa opera difensiva che era addossata ad una grande fossa nella quale era stata deviata l'acqua dell'Olona, ad ulteriore difesa del nucleo centrale di Legnano. Dunque il centro della Legnano del XI e XII secolo era una vera e propria roccaforte militare. Per meglio capire quali fossero gli abitanti che la frequentavano, ricordiamo in sintesi le precedenti pagine sulla Legnano medioevale. Nel X secolo, in opposizione alle invasioni ungare, si ipotizza la nascita nel centro vicino a S. Salvatore, probabilmente come in quasi tutti i centri vicini di un primo nucleo difensivo.
In genere una torre fortificata al pari di quella romana, verso Castellanza, fungeva da "sala" visto che si facevano scorte annonarie; vi era forse anche un primo accenno di cinta murata. Legnano era prevalentemente in proprietà ai rappresentanti della Chiesa.
L'arcivescovo infeuda queste terre alle soglie dell'XI secolo e si allea al potere militare con Enrico II. Viene anche requisito il Seprio. Nasce cosi la secolare inimicizia con il contado del Seprio e la veste di Legnano come sentinella militare per Milano. Nel 1014 l'Imperatore lascia qui come milites sancti Ambrosii e vassalli arcivescovili Amizio e suo figlio Erlembaldo che sono antenati dei capi Landolfo ed Erlembaldo Cotta segnalati come proprietari di un castello in Legnano assegnato dall'arcivescovo dopo l'infeudamento. Tuttavia in Varese e nel Seprio serpeggia grande ostilità all'arcivescovo e l'Arialdo che, come predicatore, incitava le popolazioni ad allontanarsi dal potere arcivescovile e militare che le opprimevano, fu proprio con un tradimento preso nel castello dei Cotta in Legnano. Certamente il maniero doveva già essere stato munito di sale e opere di fortificazione piiù importanti da Erlembaldo Cotta in aggiunta alla semplice costruzione fatta in difesa dalle incursioni ungare. Nel XII secolo il nome dei Cotta tuttavia scompare. L'arcivescovo rafforza il suo potere feudale su Legnano e, nel 1176 al culmine dei contrasti tra il potere arcivescovile e comunale ed i reclamati diritti dell'imperatore, viene presso questo castello preparata la Battaglia di Legnano. Il carroccio si porta presso la fortificazione legnanese, le armate della Lega qui convergono poichè sia l'appoggio logistico della torre che le scorte alimentari qui tenute consentono l'organizzazione di un esercito per allora di notevoli dimensioni. Inoltre il Seprio infido era ancora una volta alleato contro i Milanesi e la sentinella Legnano, posta alle porte della Valle olona, era qui la vera chiave di volta della difesa milanese. Espletate le famose gesta della battaglia, gli arcivescovi presero Legnano come riferimento fisso per i loro frequenti viaggi non sempre a carattere pacifico e qui vennero edificati, a fianco del castello dei Cotta, una serie di edifici che concorsero a costituire la cosidetta Mensa Arcivescovile.
Non erano vere costruzioni militari, ma case fortificate difese dal castello e dal suo poderoso muro ristrutturato nel XIII secolo. Il più noto a noi di questi palazzi è quello che oggi funge (ricostruito) da Asilo centrale. Esso è detto di Leone da Perego, morto in Legnano nel 1257 e sepolto nella chiesa di S. Ambrogio e di cui parleremo ampiamente in seguito. E' interessante notare che proprio la più appariscente opera di fortificazione venne fatta eseguire nell'agosto 1257 dai capitani e valvassori di Milano, sostenitori dell'arcivescovo e dei nobili, i quali mandarono a scavare una grandissima fossa intorno a Legnano per deviare l'acqua del fiume Olona (Corio vol. I, Milano 1855, p. 494). Tale vallo è proprio quello trovato ai piedi del muraglione del castello dei Cotta, dal Sutermeister. Esso partiva dal mulino arcivescovile a nord dell'Olonella vicino alla chiesa di S. Agnese (più tarda) e, descrivendo un grande arco a ovest di S. Salvatore, si ricongiungeva con l'Olonella e l'Olona all'altezza di quella che oggi è chiamata piazza Carroccio.
Si era così formato uno spazio a forma di fuso allungato da nord a sud completamente circondato d'acqua sull'esterno e difeso da mura notevoli (un metro di spessore) sul lato ovest ove c'era il castello Cotta in forma rettangolare (m. 22 x 6,50) a torrione allungato con varie sale di identiche dimensioni, a ciascun piano, destinate agli armati ed al signorotto. Nell'angolo sud ovest all'altezza di quella che è oggi via XXV Aprile si sono ritrovati i resti di fondazione di un palazzotto addossato all'esterno ai muraglioni difensivi della braida. Forse era il maniero più antico, ma nessuna notizia storica ci aiuta a dare un nome a queste pietre. Esattamente dall'angolo dove trovavasi questo maniero e perpendicolarmente a corso Magenta, la cinta muraria proseguiva fino al palazzo di Leone da Perego e incontrava i muri di quello che oggi è il salone del cinema Ratti, ma che fu (prima di essere svuotato al suo interno) il palazzo nobiliare di Ottone Visconti anch'egli arcivescovo in Milano e successore, nel 1277, di Leone da Perego morto nel 1257. Entrambi i palazzi si affacciano su un cortile ancor oggi esistente, il quale attraverso una serie di passggi sfocia in corso Magenta, su quella che doveva essere la piazza d'armi all'interno delle mura difensive. Il portone d'accesso ai palazzi esiste ancora oggi e anche se i cartelli del Cinema Ratti ed il tempo lo hanno privato del suo primitivo splendore e degli stemmi affrescati, ci mostra tuttora la sobrietà e compostezza delle antiche costruzioni del 1200 - 1300 legnanese, in cotto e belle pietre angolari poste sia sugli spigoli degli edifici che nelle serraglie degli archi, alternate ai mattoni lunghi e sottili tipici di questa epoca. Uscendo dal portone arcivescovile su quella che oggi e via Magenta si trovava alla sinistra un passaggio tra gli edifici e le mura difensive, a forma di portone con la parte superiore ad arco che sosteneva dei vani di abitazione. Questo arco scomparso nel 1818 fungeva da vera e propria porta meridionale della città fortificata e la sua strada prendeva il nome di via Porta di Sotto e si allontanava verso il castello di S. Giorgio. Sulla facciata portava lo stemma di S. Carlo Borromeo che aveva ripreso l'uso di questa braida un poco dimenticata dopo gli anni di Ottone Visconti. Quest'ultimo, dopo Leone da Perego, doveva essere stato il vero artefice delle fortificazioni. Sopra il portone le stanze costituivano un vero e proprio passaggio coperto che metteva in comunicazione il Palazzo di Ottone Visconti (sala Ratti) con il castello dei Cotta, che era integrato ad ovest nei muraglioni e forse con quel maniero dell'XI o XII secolo che esisteva all'angolo sud ovest del quadrilatero difensivo. Del lato nord delle fortificazioni non sappiamo nulla in quanto nessuno scavo importante ha permesso di raggiungere la quota del terreno medioevale (circa metri 1,50 sotto l'attuale piano di piazza S. Magno).
 
 
Il Palazzo di Leone da Perego era ancora sostanzialmente integro nel 1883 (anche se nei secoli rimaneggiato) esso consisteva in una costruzione a due piani di pianta rettangolare con tetto a capanna misurante 33 metri di lunghezza per 10 di larghezza, alto metri 9,50. Era integralmente costruito in mattoni; infatti l'abilità dei fornaciai ereditata dai romani era tornata a fiorire dopo le parentesi barbariche. Possedeva molte finestre bifore con arco ogivale di facciata sempre ricavate con giochi di mattoni speciali sagomati e colonnine centrali in pietra, con davanzale e archetti superlon ricavati in un unico blocco di pietra. La finestra trifora che si vede oggi sopra il portale di ingresso della curia arcivescovile è un moderno tentativo di imitare lo stile duecentesco del palazzo arcivescovile e porta archetti in mattoni e non in pietra monolitica. Una delle finestre originali e invece stata trasportata intera a Milano, e ancora oggi ammirarla al museo civico completa sia di archi che di colonna centrale con il suo elegante capitello a foglie stilizzate. Il motivo di queste finestre ogivali si ritrova in seguito spesso ripetuto a Legnano fino alla metà del 1500. Particolarmente belle erano quelle, ora salvate solo in parte, appartenenti alla ex casa dei pittori Lampugnani in corso Garibaldi che hanno ritrovato collocazione in una facciata moderna edificata sul luogo ove esisteva l'antica casa.
Il palazzo arcivescovile era stato nei secoli trasformato e molte delle sue finestre sia ogivali sia a pieno tondo, nel 1800, risultavano gla murate e sostituite da piùl numerose e normali finestre rettangolari della fine del 1500. Nel suo interno i grandi e lineari saloni del 1250 erano stati frazionati con nuovi muri trasversali più ravvicinati e tutta la costruzione aveva perso la sontuosa semplicità iniziale. Alla testata sud era stata aggiunta una loggetta chiusa con i servizi a caduta sull'orto e sopra le finestre più grandi erano stati aggiunti dei tettucci per meglio riparare la facciata. Il cornicione medioevale infatti era di poco aggetto e formato da due file di mattoni sfalsati che sostenevano e coronavano una terza centrale posta di spigolo a formare motivo decorativo. Il tetto che da questo sporgeva appena, non era stato abitato fino alle trasformazioni del 1500, nelle quali si era visto aprire delle finestre appena sotto il cornicione stesso e nel timpano triangolare delle facciate. Il lato sud del palazzo era contiguo all'altro edificio della mensa arcivescovile ora sala cinematografica Ratti.
Si vede nei precisi rilievi ottocenteschi che i due edifici costituivano un tutt'uno prospettando sul lato est e sud del cortile interno della braida. Sul lato sud del palazzo di Leone da Perego si vede inoltre appena sopra alla suaccennata loggetta, il segno inequivocabile di una aggiunta trecentesca composta da un grande porticato anteriore alla facciata che prospetta sul cortile (a ovest). Questo porticato alzato fino al secondo piano è quello che si vede ancor oggi nella ricostruzione e funge da atrio d'ingresso per l'asilo delle suore di S. Magno.
Attualmente è strutturato con tre archi poggianti su colonne. Nell'angolo destro un antico scalone coperto portava ai piani superiori. I mattoni di facciata presentavano i classici buchi quadrati dei ponteggi antichi distanziati ogni due metri e mezzo in orizzontale ed ogni m. 1,50 in verticale. Nessuna decorazione ad affresco era presente. Probabilmente i saloni erano abbelliti solo con arazzi, stoffe e quadri.
Inoltre le notevoli trasformazioni interne avevano già fatto perdere gli intonaci medioevali nel 1500.
Anche gli affreschi che erano presenti sopra il portone d'ingresso nel 1885 e che vediamo in uno dei numerosi schizzi del maestro Pirovano (sulla destra un'effigie del santo, sulla sinistra lo stemma arcivescovile dei Borromei) sono andati perduti. Ci restano le due belle lapidi con gli stemmi viscontei, una all'interno, l'altra sulla facciata di corso Magenta, più arcaica la prima, più completa la seconda. Diversamente da quanto successe nei confronti del palazzo di Leone che fu completamente demolito e rifatto, indulgendo un po' troppo nella ricerca di ricostruzione di finestre bifore e nell'inserimento di pietre a concio tra i mattoni con tipica scelta di restauro - ricostruzione propria del secolo XIX, il palazzo di Ottone Visconti fu solo svuotato nel suo interno e vi furono rinvenuti dei pregevoli fregi affrescati.
Questi fregi con le raffigurazlonl delle quattro stagioni alternati agli stemmi di Ottone Visconti, ricchi di soggetti animali e puttini, non sono plu visibili poichè la decorazione neoclassica con cui tutto l'interno del maniero venne rifatto per ospitare la sala cinematografica Ratti, ha nascosto le antiche superfici.
L'esterno invece ha mantenuto i materiali antichi in pietra e cotto, è però scomparso l'antico passaggio coperto che passava sopra via Magenta e si è aggiunta una modifica per l'ingresso del cinema. Molte antiche trasformazioni del palazzo ottoniano furono dovute anche a S. Carlo Borromeo, il quale lo fece adibire a carcere per i sacerdoti.
Evidentemente in questa epoca l'Arcivescovado di Milano curava stabili, mulini e rendite terriere, senza peri, trasferirsi in Legnano come residenza saltuaria e tutti gli stabili medioevali persero le loro destinazioni originali. Resta comunque tutta l'antica cadenza dei volumi degli edifici, lo spazio quasi a chiostro dei cortili lastricati in pietra e il vialetto d'accesso che si diparte dal portale d'ingresso. L'antica via di Porta di Sotto, come abbiamo già accennato, si dirigeva verso il castello detto di S. Giorgio. Tale castello era però fuori dallo spazio fortificato e difeso dalla roggia fatta scavare da Leone da Perego; infatti questa iniziava e finiva fra due mulini sempre di proprietà arcivescovile. Il fossato era infatti stato scavato anche per meglio fornire d'acqua i mulini stessi. Il motivo della creazione della via Porta di Sotto era semplice; a sud lungo l'ultima biforcazione dell'Olona, l'arcivescovo possedeva da tempo immemorabile terreni ed anche degli edifici.
 
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4.12 In pensione la "Biloria" con l'ultimo vetturale

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In pensione la "Biloria" con l'ultimo vetturale
 
La cintura di ferro che taglia in due l'abitato di Legnano ha sempre creato seri problemi urbanistici e di viabilità' e molti ancora oggi restano insoluti.
Quando nel 1858, epoca in cui la carrozza regnava sovrana, era stata decisa la costruzione di una ferrovia destinata ad unire Milano al Varesotto con una diramazione per la Svizzera, attraverso il tunnel del Sempione, nessuno si era certo posto quesiti per gli attraversamenti dei paesi e citta' che la strada ferrata avrebbe toccato.
Il secondo tronco Rho Gallarate realizzato nel 1861 fu accolto con grande giubilo dai legnanese che vedevano nel moderno mezzo di trasporto una ulteriore possibilità' di sviluppo delle loro attività' industriali e mercantili.
La ferrovia cosi' come l'autostrada, ha avuto infatti un ruolo determinante per l'economia di tutto il Legnanese. Poi la citta' ebbe con le prime industrie una espansione, quasi imprevista e le case si andavano affiancando alle cascine agricole della periferia con un ritmo sempre piu' rapido.
La "cintura di ferro" creava cosi' i primi seri problemi dilatati anche dall'avvento della motorizzazione.
I passaggi a livello costituivano un intralcio per il movimento tra la zona Est e quella Ovest della citta' che si popolava sempre piu'.
I carri, gli automezzi e le biciclette, per evitare lunghe attese, non avevano altra alternativa del sottopassaggio di via San Bernardino ed in centro, per oltre mezzo secolo, l'attraversamento pedonale, che liberava dalla schiavitu' della sosta dinanzi ai cancelli chiusi, era assicurato da una vecchia passerella di legno con intelaiatura in ferro. Una immagine caratteristica e famigliare. Si trattava di un impianto rozzo, antiestetico che ricordava un po' le "sky-ways" della vecchia Cicago, ma comunque funzionale. Con il colorito epiteto dialettale privo di un preciso significato, la passerella era chiamata "Biloria". Esisteva tra l'edificio nel quale trovano posto il buffet e i servizi viaggiatori e i "cancelli" del passaggio a livello, dalla parte opposta di casa Enrico Mazza, quella del popolare "pruin", famoso tassista di Legnano che e' restato al volante fino ad oltre ottant'anni.
Della "Biloria" abbiamo trovato un'immagine molto riuscita, che ha riferimenti di luogo e tempo attorno agli anni trenta, nel disegno del pittore Aldo Mari.
Qualche anziano legnanese ha un nostalgico ricordo della traballante passerella sulla quale si avventurava da bambino per vedere passare i treni o magari per il gusto matto di farsi investire dal fumo della vaporiera, in mezzo al quale sembrava di essere nel regno dei sogni. Al di la' della stazione, oltre Corso Italia, c'era il Bombaglio, le case operaie del Banfi, la cascina Flora, con le sue torri merlate e, sullo sfondo, l'attuale piazza del Popolo chiamata allora piazza "d'ul Pin Fare'".
A quei tempi non c'era ancora il grave problema dell'attraversamento perche' i treni non transitavano ancora con grande frequenza. Erano lenti ed arrivavano, sbuffavano, scampanavano e sferragliavano ed era impossibile non sentirli lontano un miglio. Il loro fracasso svegliava di soprassalto i due brumisti che sonnecchiavano sui loro lando' in attesa dei viaggiatori in arrivo.
Ma le cose un po' di anni dopo cambiarono. La prima amministrazione che dovette occuparsi seriamente del problema dell'attraversamento della ferrovia fu quella presieduta dal Sindaco Fabio Vignati nel 1922,  che diede l'incarico al giovane geometra Boraschi di studiare una soluzione, che pero' venne accantonata perche' costava troppo per le finanze locali.
Si riaffaccio' durante l'anmministrazione del podestà' avvocato Carlo Balestri e poi ancora con l'avvocato Alfredo carusi quando il problema si era ormai ingigantito. La soluzione dell'attraversamento della ferrovia era ormai un cavallo di battaglia della propaganda podestarile e politica. Per indurlo a rendersi conto della situazione, si ricorda che i legnanesi fecero sostare persino Benito Mussolini in occasione della sua visita in citta' nel 1934 per piu' di un quarto d'ora davanti al passaggio a livello della stazione.
La pratica rimase ugualmente lettera morta anche dopo che nel 1940 venne eliminata la vecchia  "biloria" in fase di convertimento del sistema di alimentazione elettrica della ferrovia con la realizzazione della linea aerea in luogo della terza rotaia.
Sotto il cavalcavia la nuova linea non poteva passare e del resto la "biloria" cominciava a denunciare problemi di staticita' e venne sostituita da un sottopasso ciclo-pedonale.
Finita la guerra, torno' a galla il problema ferroviario, ma il sottopasso centrale sembro' assorbirsi in una soluzione globale che era stata avanzata: lo spostamento della ferrovia ad Ovest dell'abitato, auspice l'allora sindaco Rag. Anacleto Tenconi.
L'amministrazione ferroviaria non era contraria a rettificare la linea liberando Legnano dal problema degli attraversamenti, con la prospettiva di trasformare in una strada di circonvallazione l'attuale sede ma chiedeva al Comune in cambio un contributo finanziario di un miliardo circa. L'onore venne ritenuto allora enorme ed oltretutto si era creato una specie di divisione tra i legnaesi sulla questione:  Chi propendeva per questa soluzione e che invece preferiva la stazione e la ferrovia dove ra, con adeguate opere di attraversamento in corrispondenza di Piazza Monumento, di via Montebello, e in Via San Michele del Carso.
Ebbe allora inizio il tormentato iter per la realizzazione almeno del sottopasso centrale e si tratto' di superare dapprima gli ostacoli urbanistici, poi burocratici ed infine finanziari.
Di questa'opera, destinata, come e' poi avvenuto, a mutare il volto di una intera zona della citta' e favorire lo sviluppo del rione dell'Oltrestazione se ne e' parlato per oltre venti anni. Finalmente nell'ottobre del 1965, durante l'amministrazione presieduta dal ing. Luigi Accorsi, il sottopasso centrale pote' essere inaugurato.  La "cintura di ferro" era finalmente spezzata.  Un nuovo passo avanti verso la Legnano del futuro. E non a caso molti anziani legnanesi in quell'occasione rievocarono al vecchia "biloria" anche se già' relegata tra le memorie del passato. Sulla pagine delle "Cronache Legnanesi" del quotidiano "La Prealpina", illustrato in una ottima rievocazione di Guido Piero Conti, viene pubblicato il riuscito bozzetto di Aldo mari che ci riportava indietro nel tempo: Gente frettolosa che scende e sale per le scalette della "biloria", una sbuffante locomotiva vecchio tipo, un lando' con vetturale (uno degli ultimi rimasti in citta', forse "ul Giuan Cuteleta" in persona)  in attesa dell'apertura dei cancelli, presso la garitta del casellante, contrassegnata con il numero 33. Ed ecco la riaffiora un ricordo "sfocato nel tempo".
Come per tanti angoli della vecchia Legnano.
 
 
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4.13 Nel 1850 a Legnano c'erano 2 ricevitorie postali

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Nel 1850 a Legnano c'erano 2 ricevitorie postali
 
Le poste di Legnano vantano un primato (negativo naturalmente)  negli ultimi due secoli e' l'ufficio pubblico che ha avuto un maggior numero di spostamenti di sede. Anche tra i vecchi legnanesi che piu' ricordano le cose del passato, sono disorientati nel ricostruire dove fosse stata in un certo periodo la sede delle poste; una sede nomade, un ufficio errante, sempre in pena, quasi emblematico di una situazione di carenza e precarieta' che caratterizza in Italia questo servizio pubblico.
Dalla seconda decade del 1800 ad oggi le poste hanno cambiato di sede ben sette volte e quasi sempre ospitate in edifici privati, con la conseguenza di essere legate agli abbattimenti ed alle trasformazioni urbanistiche che ha subito la citta'.
Impresa ardua sarebbe indicare le varie date di una ubicazione dell'altra.
Abbiamo comunque ricostruito che all'inizio del 1800 la regia ricevitoria postale trovo' sede dapprima sull'allora stradone per Legnanello (oggi viale Matteotti) per poi essere trasferita nella zona "piasso' de puii", cioe' in contrada "sopra la piazza" (per restare nelle denominazioni di quei tempi).
La vicinanza con il Sempione, l'arteria lungo la quale si svolgeva il traffico della linea regolare servita da una diligenza a cavalli,aveva fatto ritenere idonea una simile ubicazione. Poi le poste, proseguendo nel loro peregrinare, vennero sballottate dalla "via del Monastero" a Corso Vittorio Emanuele e quindi trasferite in corso Garibaldi all'angolo di via Verdi. E questa fu la sede fino a quel momento piu' razionale e centrale. Quest'ufficio postale fu diretto dalle sorelle Aurora e Gisella Annoni. Un'altra sorella Amalia, detta "Bigiue'" impiegata alla manifattura di Legnano mori' in odore di santita'. Tutti i vecchi la ricordano quando transitava lungo Corso Vittorio Emanuele per recarsi al lavoro:i passeri scendevano a stormo dalle piante e si posavano sulle spalle sulle mani protese, nel cui palmo c'erano briciole di pane.
L'ufficio postale di Legnano ando' poi ad occupare il pian terreno del palazzotto di piazza IV Novembre dove resto' fin al dopoguerra per riprendere il suo contrastato itinerario per essere relegata nel capannone di un ex stabilimento tessile in corso Italia all'angolo con la via De Gasperi. Da qui, per finire, e' andata alla sede nuova, spaziosa, (ma non troppo) forse definitivamente definitiva, dal momento che l'amministrazione pubblica postale ha acquistato i locali.
Ma nella storia delle poste legnanesi si inserisce anche la fugace permanenza di quel  Legnanello di un distaccamento autonomo. Abbiamo persino scovato la busta completa di affrancatura ed annullo, busta che ci ha riportato indietro di oltre mezzo secolo a rievocare una pagina di memorie cittadine del passato.
Nell'aprile del 1850 l'Imperiale Regia Delegazione Provinciale delle Poste di Milano, autorizzava l'apertura di una ricevitoria postale autonoma "in Contrada Legnanello, sulla corsia Sempione".
Cosi' si chiamava l'attuale corso Sempione dopo che Napoleone Buonaparte aveva fatto collegare Milano a Parigi attraverso il passo del Sempione luungo il tragitto Rho, Legnano, Gallarate, Sesto Calende, Arona.
L'ufficio postale era ubicato in una delle case di fronte all'istituto Barbara Melzi che erano appartenute fin dal XVI secolo al nobile Andrea Lampugnani di Legnanello. In quella stessa zona vi era anche l'antica chiesetta di Santa Maria Annunziata.
L'ufficio postale di Legnanello resto' in esercizio soltanto sei mesi, in quanto non aveva fatto registrare il movimento sperato. Gli abitanti della contrada ripresero quindi a fare capo all'ufficio postale di Legnano che era stato aperto fin dal 1826 e che con l'avvento  primi stabilimenti tessili aveva assunto notevole importanza. A quei tempi Legnano contava poco piu' di cinquemila abitanti e due uffici postali forse erano un lusso eccessivo.
La ricevitoria postale di legnanello era stata aperta piu' che altro per la vicinanza con la "Stazione di posta" della gia' ricordata linea del Sempione servita da un postiglione al quale venivano affidati gli effetti postali. Le "Stazioni di posta" erano in genere situate ad una quindicina di chilometri di distanza l'una dall'altra ed non erano da confondersi con gli uffici postali.
Dalla sua soppressione (fine del 1850) un ufficio postale del rione di Legnanello torno' ad esere ripristinato a distanza di 115 anni, esattamente nel 1965, come "Succursale numero uno" dell'ufficio postale principale.
In quei sei mesi di modesta attivita' della ottocentesca ricevitoria postale di Legnanello, l'affrancatura delle lettere avveniva ancora mediante bolli del Regno Lombardo Veneto da trenta centesimi, non dentellati (l'uso del francobollo era stato introdotto da poco in Italia). L'ufficio era dotato di timbro per l'annullo lineare con scritta in corsivo della localita' e sotto ad essa la data: soltanto giorno e mese.
Pare che le buste con l'annullo di Legnanello ne esistano pochissime, al massimo quattro o cinque. Per i collezzionisti un annullo come questo ha un valore espresso in punti. Per i cultori di storia locale, la busta vale un secolo e piu'.
 
Note: Corso Garibaldi negli anni trenta. Visibile sopra il "Salone Centrale" la lapide posta sulla facciata dlla casa dei fratelli Galli Tognotta, gia' di proprieta' dell'ex sindaco Bernardo Bossi, che ricorda la visita di Giuseppe garibaldi (16 giugno 1862) alla citta'. Dal balcone sovrastante il portale lo stesso eroe rivolse alla popolazone un discorso, lanciando per primo l'idea di erigere un monumento a ricordo della vittoria del 1976.
Note: una delle sedi della posta nel 1935 fu in piazza IV novembre in angolo con via Crispi.
 
 
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4.14 Breve guida alla visita delle sale Archeologiche del Museo

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Breve guida alla visita delle sale Archeologiche del Museo
 
Le raccolte archeologiche del Museo Civico di Legnano sono il risultato di una assidua ricerca condotta dall'Ing. G.Sutermeister negli anni tra il 1925 ed il 1964, nel territorio della citta' e nelle zone limitrofe. Grazie all'appassionato studioso, intorno al quale si riuni' ben presto un gruppo di sostenitori che diede vita alla "Societa' Arte e Storia" Legnano, si rese possibile, nel 1928, la costruzione, con l'utilizzo dei resti originali, di un edificio che riprendeva la pianta della dimora quattrocentesca della famiglia Lampugnani che divenne la sede del Museo cittadino.
Al materiale portato a luce direttamente da Sutermeister, in qualita' di Ispettore Onorario della Soprintendenza alle Antichita' della Lombardia, si aggiunsero pezzi provenienti dalla Puglia, dove egli si reco' per lavoro. Dal 1964 in poi la collezione si arricchi' di piccole donazioni o di depositi, oltre ai reperti dell'eta' del Bronzo recuperati nel 1970 dal gruppo dei Subacquei legnanesi nel Lago di Monate.
La sistemazione operata da Sutermeister del materiale archeologico evidenziava principalmente le localita' di provenienza; in quella del 1970 a cura della dottoressa A. Soffredi il criterio che prevalse fu quello cronologico che avvicinava anche materiali di provenienza diversa purche' coevi.
L'attuale esposizione presenta il materiale collocato nelle due sale secondo i seguenti criteri:
Sala della Loggetta - reperti esposti cronologicamente per contesti tombali e per provenienza
Sala della Torre - reperti di eta' romana esposti per tipologia ed uso.
Del materiale archeologico si e' operata una selezione,  destinando al magazzino reperti di provenienza e forme analoghe a quelli esposti, per evitare eccessiva ripetitivita'; si sono riservati all'esposizione materiale utili ad un discorso didattico riferito prevalentemente, ma non esclusivamente, alla storia delle culture del "legnanese".
Il nuovo allestimento esclude per il momento le monete, da valorizzare in altra sede, tranne che per i pochissimi casi in cui esse sono legate a nuclei di materiali esposti. Una parte, purtroppo esigua, delle raccolte e' stata oggetto di restauro secondo le piu' avanzate metodologie.
 
 
La sala conserva oggetti recuperati prevalentemente da necropoli; i reperti di Monete rappresentano la sola testimonianza archeologica proveniente da un contesto abitativo. Percio' i diversi tipi di sepoltura, relativi ad epoche e culture differenti, ci permettono di tracciare, per Legnano e zone limitrofe, il cammino della civilta' a partire dall'eta' eneolitica e ci fanno comprendere e conoscere piu' a fondo la vita degli antichi abitanti della nostra zona.
A partire dall'eta' preistorica si distinguono diversi tipi tombali legati al differente rito del seppellimento del cadavere.
Per l'eta' preistorica e protostorica il rito prevalente e' quello dell'incinerazione, con ossa combuste e ceneri deposte in urne aventi forma e decorazioni varie, contenenti oggetti cari al defunto poste nella terra in fosse semplici e contornate da ciottoli o lastre di pietra.
Per la prima eta' romana ed imperiale il rito diffuso nel legnanese e dintorni e' ancora l'incinerazione con ossa combuste e ceneri deposte variamente e con corredo tombale piu' o meno ricco a seconda del censo e delle possibilita' economiche del defunto e della famiglia: in anfore segate o in cassette cubiche formate da tegole d'argilla, deposte semplicemente nella terra, in sarcofagi e casse litiche di diverse forme, spesso recanti iscrizioni riguardanti il defunto.
Per la tarda eta' romana il rito ormai piu' comune e' quello della inumazione con deposizione del cadavere, sempre con il relativo corredo, in tombe denominate "alla cappuccina", costituite da tegoloni d'argilla disposti a spiovente.
Data la consistenza numerica, delle tombe, sopratutto di quelle romane, viene spontaneo, chiedersi dove fossero ubicati gli abitati relativi a necropoli di tali dimensioni. A questo proposito le testimonianze archeologiche, pertinenti del resto solo ad epoca romana, sono scarse: poche fistule (- condutture) per l'acqua, alcune anfore vinarie ed olearie e un frammento di suspensura (indice quest'ultimo reperto dell'esistenza di un ambiente termale).
Dobbiamo percio' auspicare che future ricerche possano fornirci indicazioni piu' precise.
 
 
Il materiale e' organizzato per tipologia e secondo l'uso.
Viene presentato "l'instrumentum demesticum": la ceramica con le sue classi, contenitori, in vetro per olii e profumi, oggetti d'ornamento e da toilette, utensili per il lavoro quotidiano. Tutti gli oggetti, esposti secondo questo criterio, ci permettono di ricostruire idealmente la vita e sopratutto danno indicazioni abbastanza attendibili sul mondo del lavoro nel territorio legnanese.
 
 
Eneolitico finale 2000 - 1800 a.C.
 
La preistoria, che comprende un arco cronologico dal Paleolitico all'eta' del Bronzo, e' documentata per la prima volta a Legnano con il rinvenimento di alcuni frammenti relativi ad un vaso dell'eneolitico finale, attribuibile alla civilta' di Remedello.
Tale civilta' si diffuse sopratutto in Italia settentrionale, particolarmente nella Valle Padana e prende nome da una delle localita' in cui tali vasi furono rinvenuti.
Caratteristiche di questa "facies" culturale, contraddistinta dal rito funerario della inumazione con cadavere rannicchiato, e' il vaso denominato campaniforme per il suo profilo somigliante ad una campana rovesciata e decorato, nella Valle Padana generalmente a zone, nello stile "internazionale" con fasce orizzontali lisce alternate ad altre compite da rombetti incisi, puntini o linee disposte a lisca di pesce, distribuite regolarmente sulla superficie del vaso. Solitamente la decorazione e' eseguita a pettine. Tale recipiente presenta stretta attinenza con materiale simile della Francia meridionale e della Spagna.
Si trattava probabilmente di un oggetto di importazione, particolarmente pregiato, poiche' si distingue dal resto della ceramica cui si accompagnava, oltre che per l'ornato anche per la finezza dell'impasto.
Dallo studio dei corredi tombali delle necropoli della Valle Padana (Remedello, Fontanella Mantovana etc.), risulta evidente la grande varieta' degli oggetti deposti presso i defunti; tutte le industrie sono rappresentate : selce scheggiata, pietra levigata, osso, corno, tessuti, ornamenti in metallo, ceramica.
Tutti questi manufatti testimoniano gli intensi rapporti commerciali dei "remedelliani" con l'ambiente franco-iberico e mostrano un quadro della civilta' portatrice del vaso campaniforme. La frequenza delle armi nei corredi fa pensare ad un popolo bellicoso, cacciatore: all'agricoltura possono riferirsi invece le asce di pietra levigata.
La varieta' degli oggetti d'ornamento prodotti e acquistati, mette in evidenza una considerevole ricchezza, almeno da parte di alcuni individui, i cui corredi comprendevano manufatti anche in argento.
Gli studiosi ipotizzano percio' una cultura omogenea, legata ad un gruppo etnico a se stante, dedito anche ai commerci, grazie all'utilizzo delle vie fluviali per gli spostamenti.
Nel Museo e' presentata parte di una larga scodella campaniforme rinvenuta in frammenti dall'Ing.Guido Sutermeister tra il 1926 ed il 1928 in localita' "Paradiso" nella zona detta "La Montagnola"; durante i lavori di scavo per la creazione della strada provinciale che unisce Castellanza e Busto Arsizio con Saronno.
 
 
Lago di Monate (Bronzo medio e recente 1600 - 900)
 
Le ricerche di abitati preistorici palafitticoli nel Lago di Monate sono testimoniate a partire dal 1864, anno in cui furono individuate due palafitte a Cadrezzate (Varese), cui venne dato il nome corrispondente alla denominazione delle due localita' dove giacevano le stazioni: "Pozzolo" per la palafitta sud e "Sabbione" per la palafitta nord.
La terza stazione, quella dell'"Occhio", presso Travedona Monate, venne scoperta nel 1876.
I lavori di ricerca proseguirono per alcuni anni successivi ed i materiali, recuperati con la draga, si trovano presso il Museo Giovio di Como ed il magazzino dei Civici Musei di Villa Mirabello di Varese.
Le stazioni vennero poi esplorate dopo il 1970 quando i primi gruppi di sommozzatori sportivi, durante i loro allenamenti, raccolsero alcuni resti. Proprio in quegli anni il gruppo subacquei di Legnano guidato da Luraschi e Pontiggia recupero' dalla palafitte del Sabbione e dall'Occhio il materiale esposto nel Museo.
La Sopraintendenza alle Antichita' della Lombardia autorizzo' quindi dal 1974 il rilievo della topografia nella palafitta dell'Occhio e, tra il 1980/81 quella della stazione del Sabbione, di ampiezza tale da costituire un abitato molto rappresentativo e ricco di informazioni. Le ricerche tuttora in corso hanno permesso di localizzare topograficamente l'area interessata dal complesso preistorico e di delimitare lo specchio lacustre preso in esame stendento sul fondale un reticolo di corde onde mettere in evidenza l'area dello stanziamento palafitticolo.
Ne e' risultata una struttura rettangolare di mt. 140 x 50 che, per comodita' di rilievo e scavo, e' stata suddivisa in 70 quadrati ciascuno di mt. 10 per lato, denominati settori.
Il rilevamento topografico nei settori I - II ha permesso di individuare una struttura di pali assai interessante, forse il confine sud-occidentale dell'abitato.
Il materiale esposto giaceva alla base dei pali dell'impalcatura palafitticola ed e' frammentario perche' e' stato rinvenuto in un contesto abitativo; comprende essenzialmente ciotole e pareti distinte con orlo estroflesso, vasi bitroncoconici, olle con anse a nastro verticale, accette in pietra, punte di freccia, forme per fusione, brassard, pugnaletti e spillone in bronzo.
 
 
Fine XIV - XIII sec a.C.
 
L'area di diffusione della cultura di Canegrate, ascrivibile alla tarda eta' del bronzo, comprende parte della Lombardia occidentale, la provincia di Novara ed il Canton Ticino. Deriva il suo nome dalla localita' di Canegrate, presso Legnano, una delle piu' importanti necropoli.
La cultura di Canegrate e' probabilmente legata a popolazioni di origine Centro-Europea scese in Italia attraverso i valichi svizzeri, come e' testimoniato dall'analisi dei corredi tombali che documentano fitti scambi commerciali con le zone a nord delle Alpi.
Il rito funerario e' caratterizzato dalla cremazione; le ossa combuste e le ceneri erano deposte in un'urna di forma biconico-lenticolare (doppio tronco di cono sovrapposto schiacciato), collocata frequentemente capovolta, in una semplice buca in nuda terra o piu' raramente in un loculo a cassetta di beole e ciottoli. In molti casi l'urna conteneva resti di piu' individui, come e' testimoniato dalla tomba 9, depositata presso il Museo Civico di Milano, che conteneva i resti di ben 5 defunti.
Il corredo comprendeva oggetti di bronzo di carattere ornamentale (armille, orecchini, pendagli, spilloni, torques) ed armi (spade, pugnali, coltelli), elemento caratterizzante di molti corredi. Tale materiale, proveniente dal rogo, appare deformato per effetto termico; e' piu' rara la deposizione di oggetti interi o spezzati ritualmente.
Nell'ambito della ceramica si nota una distinzione tra quella fine e quella grossolana o d'uso domestico. La ceramica "fine" ha impasto depurato, presenta una superficie lisciata, lucida o semilucida di colore nero o terra bruciata; la decorazione consiste in fasci di leggere solcature verticali, oblique e orizzontali, talvolta inframezzate da coppelle con bugne rilevate al centro, di cerchiolini impressi, triangoli a falsa cordicella etc.. La ceramica "domestica" presenta invece impasto grossolano, superficie opaca di colore giallastro o giallo-nerastro.
Le forme comprendono vasi troncoconici e ollette ovoidali, a botticella con labbro esoverso. La decorazione e' generalmente eseguita a colpi di stecca, impressioni a unghiate ed a polpastrello; gli orli sono decorati a tacche. Il materiale presentato nel Museo fu recuperato dall'Ing. Sutermeister in due momenti successivi: nel 1926 e nel 1952, anno quest'ultimo in cui la necropoli fu scavata sistematicamente dal prof. Rittatore Vonwiller per conto della Soprintendenza alle Antichita' della Lombardia.
La maggior parte degli oggetti recuperati e' depositata nei Civici Musei di Milano.
 
 
IX - IV sec. a.C.
 
Durante la prima eta' del ferro nella Lombardia occidentale, fino al corso del Serio, si sviluppa la cultura di Golasecca, che comprende anche il Canton Ticino, la Val Mesolcina e il Piemonte fino al corso della Sesia. Si estende cronologicamente dalla fine dell'eta' del bronzo all'invasione gallica, prende il nome dell'abitato di Golasecca in provincia di Varese; all'uscita del Ticino dal Lago Maggiore, in cui furono rinvenuti i primi sepolcreti e presenta tre zone di maggiore densita' demografica: i dintorni di Como, in cui e' rappresentato tutto l'arco di sviluppo della cultura, la zona immediatamente a Sud del Lago Maggiore (Sesto Calende, Castelletto Ticino, Golasecca) in cui la documentazione copre dal IX all'inizio del V sec. a.C. e la zona dei dintorni di Bellinzona in cui la documentazione copre un arco di tempo dal VI sec. fino agli inizi dell'eta' romana. Grazie allo studio dei reperti ceramici e metallici e' stata divisa dagli studiosi in tre periodi, articolati a loro volta in fasi e sottofasi:
PROTOGOLASECCA      ..... XII - X  sec. a.C.
GOLASECCA IA        ......IX - VIII sec. a.C.
GOLASECCA I B/C     ......VIII - VII sec. a.C.
GOLASECCA II A      ......600 - 550  a.C.
GOLASECCA II B      ......550 - 500  a.C.
GOLASECCA III       ......500 - 350  a.C.
Il rito funerario caratteristico e dominante della cultura e' quello della cremazione; le ossa combuste e le ceneri del defunto venivano deposte in urne, ricoperte da una ciotola-coperchio capovolta, sotterrate nella nuda terra o in un pozzetto rivestito di ciottoli o lastre di pietra. Il corredo e' costituito da ceramiche, bronzi e ferri (armi, oggetti d'ornamento).
La ceramica funeraria si distingue nettamente da quella d'uso domestico per l'impasto meno grossolano e per la decorazione piu' raffinata.
L'urna di forma biconica, con imboccatura svasata, e' solitamente decorata a fasce sovrapposte di motivi geometrici ("denti di lupo", reticoli, linee oblique) impressi "a cordicella" o incisi a stecca; in epoca piu' recente assume forma piu' tondeggiante ed e' decorata da motivi a reticolo e spina di pesce resi a stralucido o da fasce rosse e nere.
Si distinguono, oltre alle urne, coppe, ciotole, tazze e bicchieri.
Per quanto riguarda il corredo bronzeo, elemento caratterizzante risulta la fibula, oggetto metallico per abbigliamento con funzione di spilla di sicurezza. La forma di tale oggetto, e soprattutto la foggia dell'arco, varia nel tempo e quindi assume un ruolo essenziale nell'ambito degli elementi che concorrono a datare un corredo funerario. Oltre alle fibule i corredi comprendono oggetti d'ornamento personale: ganci e passanti per cintura, anelli da dito, armille, pendagli e catenelle da toilette: nettaunghie, nettaorecchie, pinzette etc.; vi sono poi le armi (spade, punte di lancia, coltelli, etc.) e le situle, cioe' vasi metallici di forma troncoconica (secchi) e cui scopo pratico e rituale era quello di contenere e trasportare liquidi.
Il materiale presentato, rinvenuto in occasione dello scavo per la costruzione del Museo, comprende otto tombe a pozzetto a cremazione assegnabili cronologicamente alle ultime fase della cultura, cioe' al Golasecca II e III (VI - IV se. a.C.).
L'abbondanza di rinvenimenti assegnabili al Golasecca IIIA, caratterizzato nella ceramica e nella bronzistica da influenze dell'arte etrusca e la mancanza delle fasi precedenti si puo' mettere in relazione con la grande espansione commerciale etrusca nell'Italia settentrionale durante il V sec. a.C.. Gli etruschi esportano infatti in questo periodo oggetti di lusso, destinati all'aristocrazia celtica dei paesi transalpini. Queste espansioni avvengono tramite la zona degli ultimi stanziamenti golasecchiani la cui funzione e' dunque quella di mediazione.
 
 
IV - I° secolo a.c.
 
La seconda eta' del ferro puo' essere collocata cronologicamente verso i IV sec. a.c. quando gruppi di Celti valicano le Alpi stanziandosi in parte dell'Italia settentrionale e centrale.
Secondo lo storico romano Tito Livio (V, 34) i Celti furono spinti alla migrazione verso l'Italia da un incremento demografico e quindi dalla necessita' di trovare nuove terre da coltivare. Si ipotizza una invasione avvenuta in ondate successive; a Roma i Celti vennero chiamati dai Galli e con il passare del tempo furono del tutto assorbiti nel mondo romano; questo fenomeno e' piu' evidente dopo la 2° guerra punica.
Per quanto riguarda l'Italia Settentrionale, le zone subalpine e la pianura a nord del Po, soprattutto l'odierna Lombardia, furono quelle in cui l'espansione avvenne piu' rapidamente; probabilmente i villaggi celti che si costituirono avevano una economia prevalentemente agricola. In Lombardia le zone degli stanziamenti celtici furono essenzialmente 2: quella compresa tra i fiumi Ticino ed Oglio, abitata da Insubri, con capitale Mediolanum e quella tra i fiumi Oglio e Mincio, abitata dai Ceromani, con capitale Brixia.
La cultura celtica e' denominata La Tene dal luogo del rinvenimento di materiale attendibile a questa civilta', una localita' situata sul lago Neuchatel. Questa cultura, venuta a contatto con quelle locali si modifico' e fuse con essa, assumendo un aspetto tipico che ha indotto gli studiosi a suddividerla in fasi e sottofasi.
LA TENE A: 475 - 375 circa a.c. Antico la Tene
LA TENE B: 375 - 250 circa a.c. Antico la Tene
LA TENE C: 250 - 100 circa a.c. Medio  la Tene
LA TENE D: 100 - 30  circa a.c. Tardo  la Tene
In Lombardia i resti archeologici celtici sono costituiti essenzialmente da necropoli non molto estese; il rito funerario e' l'inumazione, almeno fino al II sec. a.c.. Anche per la civilta' La Tene i corredi tombali hanno fornito utili indicazioni sugli usi e costumi dei Celti. Elementi fondamentali dei corredi gallici sono ceramiche, gli oggetti d'ornamento personale e le armi.
Per quanto concerne la ceramica, il prodotto tipico e' la fiasca-contenitore di liquidi, denominata "vaso a trottola" per analogia, nella forma, con il giocattolo per bambini. Particolare rilievo assume, trattandosi di popolazioni guerriere, la lavorazione del metallo, utilizzato soprattutto per elmi, punte di lancia, coltelli e spade ma che per la fabbricazione delle stipule (secchi di forma tronco conica) per contenere liquidi.
Il materiale presentato al Museo appartiene ad una tomba rinvenuta in una cava di ghiaia in localita' Pontevecchio, a Magenta, ed e' riconducibile cronologicamente al La Tene D, per la tipologia dei bronzi e per i materiali ceramici di imitazione campana. Durante tale periodo la Lombardia subisce sempre maggiori influssi culturali dal mondo romano.
Le sepolture infatti sono caratterizzate dal rito misto dell'inumazione e della incinerazione, da una maggior diffusione del vaso a trottola, da un forte aumento della ceramica che si puo' distinguere in tre gruppi: ceramica locale, fine, spesso imitante le forme di quella campana (patere, scodelle bicchieri), ceramica d'impasto grossolano ( ciotole, scodelle, scodelloni, ollette, coppette), ceramica di importazione o ceramica tipicamente romana (olpi, urne, lucerne).
Nell'ultimo trentennio del I° sec. a.c. i corredi tombali gallici diventano indistinguibili da quelli romani, tuttavia alcune forme di tradizione gallica sopravviveranno, in particolar modo tra la ceramica della nostra zona,  nei corredi romani di via Novara, Cascina Pace, San Giorgio su Legnano, San Lorenzo di Parabiago, Gorla Minore ecc.
 
 
 
L'epoca romana non segna un taglio netto con quella precedente: nelle necropoli perdura  il rito dell'incinerazione, solo piu' tardi si passera' all'inumazione; nei corredi tombali, accanto ai vasi a trottola, di tradizione celtica, compaiono patere e coppe prima in ceramica e vernice nera, poi in ceramica arretina o di imitazione arretina, di tradizione romana, attribuibili particolarmente alla prima eta' imperiale.
Molto ben documentato infatti dai reperti rinvenuti nelle necropoli, e' il periodo compreso tra l'Impero di Augusto e quello di Caligola, cui risalgono le deposizioni di via Novara, via per Castellanza, via Roma, via Fogazzaro ecc. Allo stesso orizzonte cronologico sono riferibili le necropoli dei dintorni di Legnano: Canegrate, San Giorgio su Legnano, San Vittore Olona, San Lorenzo di Parabiago ecc.
Le deposizioni di Inveruno, Ossona e Bienate, pure assegnabili all'epoca menzionata, sono relativamente meno comprese nel territorio legnanese e sono forse in relazione ai rinvenimenti effettuati lungo l'antico percorso che metteva in comunicazione Milano a Novara.
Il materiale reperito nelle necropoli, la notizia dell'esistenza di un resto di muro in via Dandolo, un piccolo frammento di coccio-pesto di via Taramelli e parte di una tubazione fittile, sono le uniche testimonianze disponibili per la formulazione di qualche ipotesi sulla situazione territoriale di Legnano e zona in eta' romana. Secondo l'eminente studioso della storia passata di Legnano, prof. Augusto Marinoni, l'antico termine che designava Legnano, cioe' LENNIANUM sarebbe da ricondurre al nome del fondo di LENNIUS o LAENIUS. Doveva forse trattarsi di un podere sempre piu' abitato fino a divenire un VICUS  provvisto di una propria, benche' modesta, amministrazione. L'ipotesi sul numero consistente degli abitanti del VICUS e' confermata dalle stesse necropoli rinvenute. Di questo abitato altro non si puo' dire se non che doveva forse collocarsi all'incrocio fra uno dei cardini e uno dei decumani della centuriazione di Mediolanum: le attuali via Novara e Sempione.
 
 
I sec. d.c.
 
L'ingegner. Sutermeister vi effettuo' scavi sistematici e recupero di materiale tra il 1927 ed il 1934. Nel 1934 nel fondo dei fratelli Della Vedova in via Marco Polo 3, ad est del paese vennero, a luce 9 tombe a cremazione con relativo corredo. Cinque sepolture conservavano gli oggetti deposti in semplici buche tondeggianti con residui del rogo, una tomba aveva il cinerario sotto forma di anfora, nelle altre tre il corredo era deposto in cassette cubiche formate da tegoloni d'argilla. I corredi tombali presentati nel Museo comprendono: patere in ceramica a vernice nera locale, in ceramica domestica, bicchieri in pareti sottili, balsamari in vetri, olpi; tra questo materiale spicca per raffinatezza un bicchiere di tipo "ACO" decorato da arcate sostenute da colonnine in cui sono collocati alberi; questo bicchiere reca, in rilievo, le lettere "G. R.T. R.U.B.R.I.U.", forse il nome del fabbricante. Seguono poi utensili in ferro d'uso comune; rasoi, cesoie, martellini scalpelli, compassi. Anche poche monete, rinvenute in tali contesti, indicano l'eta' augustea come dato cronologico per queste tombe.
 
 
I sec. d.c.
 
E' la piu' ricca tomba romana dell'inizio dell'impero presentata nel Museo. Fu scoperta nel 1946 dall'Ing. Sutermeister; e' composta da una cassa litica di forma cubica in calcare bianco di Saltrio (esposta nel portico) che conteneva, sopra le ossa combuste del defunto, una lucerna con bollo, due balsamari e una brocchetta. Fuori della cassa, ad est e ovest, erano deposti piu' di 50 oggetti di corredo di fattura pregevole, la maggior parte dei quali perduta durante i lavori nel campo.
Sono rimaste alcune patere e coppette in terra sigillata con bollo in "planta pedis", bicchieri in pareti sottili, due olpi, una delle quali reca graffiti i termini "VIN/OINU" ed infine una "sella plicatilis" in ferro, abbastanza ben conservata. Il tipo di sepoltura, la qualita' della ceramica e il sedile pieghevole, oltre ad indicare per questa tomba la data del I sec d.c., ci segnalano che il defunto deposto nella cassa doveva essere di alto censo e di notevoli possibilita' finanziarie anche se la tomba non reca l'epigrafe con il nome e i titoli del defunto ( come era solito per chi fosse molto facoltoso) ed il corredo comprende come unico oggetto d'uso personale la "sella plicatilis".
 
 
I sec. d.c.
 
Nel 1925 l'ingegner Sustermeister porto' alla luce un importante sepolcreto che annoverata circa 200 tombe ad incinerazione nel terreno situato lungo il tratto di via Novara, delimitato da via Giusti e via Firenze. In base ai dati disponibili non e' stato possibile ricostruire interamente i corredi tombali ma e' necessario evidenziare che le varieta' del materiale recuperato e la fattura pregevole di molti manufatti denotano un certo benessere sociale dei defunti. Si ricorda la presenza, nei corredi, oltre che di vasellame in ceramica grezza e depurata, di piatti e coppe in terra sigillata, bicchieri in pareti sottili, balsamari in vetro, anelli, armille, bottoni, piccoli astucci tubolari in bronzo, specchi di forma circolare, utensili in ferro, prevalentemente rasoi, cesoie, coltelli di forme diverse, chiodi. Il Museo presenta alcuni tra i corredi piu' completi di materiale, proprio per  fornire una esemplificazione della qualita' degli oggetti recuperati.
 
 
I sec. a.c.
 
Anche a San Vittore Olona l'ingegner Sutermeister, in seguito a segnalazioni, effettuo' alcuni scavi per il recupero di materili tra il 1947 e il 1960 in due zone della citta': nel territorio sito lungo il corso del Sempione angolo via Parini e nel fondo di via Concordia 33. Si rinvennero numerose tombe ad incinerazione per lo piu' costituite da anfore segate, appartenenti cronologicamente al I sec. d.c. . I corredi tombali comprendevano olpi, patere in ceramica comune, coppe e patere in terra sigillata, bicchieri in pareti sottili, urnette, balsamari in vetro.  Il Museo presenta un corredo tombale probabilmente completo, deposto in una anfora segata che conteneva ancora i resti delle ossa del defunto.
 
 
eta' di Augusto
 
A San Giorgio su Legnano furono recuperati i corredi provenienti da due sepolcreti esplorati dall'ingegner Sutermeister nel 1925 (nel fondo Vignati) e nel 1952 (nella proprieta' Mezzenzana). Si tratta di sepolture assegnabili cronologicamente alla prima eta' imperiale, comprendenti corredi posti, insieme alle ossa combuste dei defunti, in cassette di tegoloni, anfore segate, cinerari o buche nella nuda terra. I Manufatti non si discostano per tipologia e per cronologia dal materiale presentato e proveniente dalle necropoli di San Lorenzo, San Vittore Olona, via Novara, ecc.
 
 
IV sec. d.c.
 
La tarda eta' romana, che segna una certa continuita' con il periodo precedente, e' documentata in Legnano e dintorni da di sepolcreti, per la verita' non molto consistenti per numero di tombe, e da alcune sepolture isolate rinvenute nella citta' e nelle sue vicinanze. Si tratta prevalentemente di sepolture "alla cappuccina", con rito inumatorio e di altre che invece mantengono l'uso dell'incinerazione e della deposizione in cinerari d'argilla e cassette formate da tegoloni. Il materiale esposto proviene da scavi e recuperi che l'ingegner Sutermeister effettuo' tra il 1925 e il 1926 a Legnano, in localita' "costa di San Giorgio", sito in cui venne  localizzata una piccola necropoli in cui fu usato sia il rito dell'incinerazione che quelle dell'inumazione. I corredi comprendono olpi in ceramica invetriata, ciotole, urne vasellame in ceramica grezza, coltelli cesoie, rasoi, fibbie per cinturoni. Da questa necropoli proviene la tomba alla "cappuccina" ricostruita nel portico. Sempre a Legnano in via Leoncavallo, nei pressi della strada provinciale che porta da Castellanza a Saronno, venne data alla luce un'altra sepoltura alla "cappuccina" il cui corredo comprende i soliti vasi accessori, un coltello-pugnale in ferro, una fibbia per cinturone ed alcune monete illeggibili, A Bienate, tra il 1923 e il 1930, nella zona nord ovest del paese, ad ovest della strada comunale per Busto Arsizio, in prossimita' di via Mazzini, vennero recuperate altre tombe ad incinerazione che, grazie alle monete poste nei corredi, dimostrano che questo sepolcreto ha avuto una fase di utilizzo nel IV sec. d.c. (5 monete di Costanzo II e Magnenzio) ma fu in uso anche durante la prima eta' imperiale (moneta di Claudio II), testimonianza, quest'ultima, di una continuita' di frequentazione della necropoli.
 
 
 
Paolo Diacono (720 circa - 799 circa), un longobardo di Cividale del Friuli, nella sua "Historia Longobardum" afferma che la Scandinavia fu terra di origine del popolo longobardo. Pochi anni prima della nascita di Cristo, gli scrittori romani segnalano la presenza dei longobardi lungo il basso corso dell'Elba. Le fonti romane del I sec. d.c. confermano gli stanziamenti dell'Elba. Si deve ritenere che in base alle risultanze delle ricerche archeologiche, che la presenza longobarda lungo i due lati del fiume Elba preceda di molto le notizie storiche e prosegua fino a tutta la prima meta' del V sec... Nel 489, i Longobardi occupano i territori posti immediatamente a nord di Vienna, in una zona precedentemente abitata dai Rugi (Rugiland). Attorno al 525, ma forse in due riprese (525 e 545), i Longobardi passano il Danubio e si stabiliscono in Pannonia (Ungheria). Nel 568, guidati da Alboino, lasciano la Pannonia per raggungere l'Italia. Il regno longobardo ha termine nel 774 con la discesa in Italia di Carlo Magno.
 
 
 
Nel 568, passate le Alpi Giulie, i Longobardi prendono possesso di Cividale del Friuli. Proseguno la loro marcia occupando Verona, Milano e ponendo l'assedio a Pavia che resiste fino al 572. Contemporaneamente, una parte dell'esercito si spinse verso il sud dell'Italia, lungo la dorsale appenninica, conquistando Spoleto e Benevento. Dopo aver resistito agli attacchi dei Franchi e del Bizantini, sul finire del VI sec, il regno longobardo assume una sua stabile fisionomia. L'Italia Longobarda risulta suddivisa in ducati e gastaldati, i ducati piu' vasti sono quelli di Benevento e di Spoleto; Pavia, in alternanza con Milano, fu la capitale del regno.
 
 
 
Il regno longobardo e' suddiviso in ducati e gastaldati. I primi sono posti sotto la giurisdizione di un duca, i secondi sotto quella diretta del re che, per la tutela dei suoi interessi, pone a capo del territorio un gastaldo. In Italia, durante il regno longobardo si ha la presenza di:
- ARIMANNI (uomini liberi, atti alle armi, padroni dl loro mundio, cioe' della capacita' di rappresentarsi)
- ALDII - (semi-liberi, non solo padroni del loro mundio, quindi devono rientrare nel mundio di un arimanno)
- SERVI - (sono semplicemente delle cose di proprieta' di un arimanno)
Anche le donne longobarde non sono padrone del loro mundio e devono essere rappresentate da un arimanno, del mundio del quale appartiene. Agli antichi "possessores" romani subentrano i maggiorenti longobardi che utilizzano una parte del latifondo in proprieta', laciando ad altri, dietro corresponsione di un contributo, lo sfruttamento della parte restante del territorio. La categoria dei mercanti, con il passare del tempo, acquista sempre maggiore importanza.
 
 
 
Calstelseprio (anticamente Seprium), sorto come fortilizio difensivo nel periodo tardoromano, raggiunse il massimo della sua importanza sotto i Longobardi. Fu la capitale del Seprio Longobardo, un'unita' territoriale che spaziava, probabilmente, dal Monte Ceneri fino a Parabiago e dal lago Maggiore fin quasi a quello di Como. Un anonimo cartografo ravennate, all'inizio del VII sec., segnala la localita' di Sibrium lungo un asse viario che collegava Novara a Como, proseguendo poi per Bergamo e Brescia. Probabilmente nei pressi di castrum, transitava inoltre una strada che da Milano raggiungeva Bellinzona per inoltrarsi, attraverso i passi del San Bernardino e del Lucomagno, nel cuore dell'attuale Svizzera. Durante il regno dell'ultimo re longobardo Desiderio, si coniava il tremisse aureo di Flavia Sebrio. Non si sa, allo stato attuale delle conoscenze, se la Iucidiaria Sepriense fosse retta da un duca o da un gastaldo. I ruderi del castrum e la chiesa di Santa Maria Foris Portas sono testimoni di un glorioso pasato.
 
 
 
Nel 643, Rotari, con l'approvazione dell'Assemblea degli Arimanni, promulga l'editto che da lui prende il nome, mettendo per iscritto le antiche consuetudini longobarde. Dall'Editto di Rotari risulta che la quasi totalita' delle offese venivano composte col pagamento di somme di denaro (guidrigildo). Il codice longobardo venne poi integrato dalle leggi promulgate da alcuni successori di Rotari.
 
 
 
Le sepolture sono ad inumazione con fosse disposte con orientamento est/ovest e contengono (oltre al corpo defunto, deposte in casse lignee o in fosse protette da lastre di marmo, pietra o mattoni), oggetti di corredo. I corredi maschili sono caratterizzati dalla presenza di armi da offesa (spatha, scramasax, punte di lancia e di freccia, giavellotti, ecc.) e da difesa (corazze, elmi e scudi); sono presenti anche speroni, selle, portabandiera. I personaggi piu' eminenti avevano nel corredo tombale anche l'anello-sigillo in oro. I corredi femminili comprendono soprattutto gioielli: collane in pasta vitrea, bracciali in bronzo o in argento, orecchini, aghi crinali, fibule, anelli, ecc. Elementi comuni ad entrambe i tipi i corredi sono le cesoie, i coltelli, le ceramiche e le piccole croci in lamina d'oro. La ceramica annovera soprattutto bicchieri, brocche, otri o vasi a fiasca decorati a stampiglia con motivi geometrici (losanghe, rosette, rombi, ecc.) ed a stralucido. Le crocette in lamine d'oro compaiono nei corredi dopo la conversione dei Longobardi al cristianesimo (VII sec. d.c.) e si trovano nelle tombe piu' ricche; probabilmente venivano cucite sul velo funebre posto sul volto del defunto. Il materiale esposto comprende 2 corredi tombali maschili, provenienti da Inveruno e da Castellanza che presentano la spatha bitagliente, umboni e parti di scudo, una punta di lancia con fori lunati per l'attacco dei vessilli ed i caratteristici vasi decorati a stampiglia ed a stralucido.
 
 
 
Benche' tutto il materiale dell'eta' romana provenga da contesti tombali, e' possibile fare una seriazione tipologica in modo da rendere piu' chiara e comprensibile la funzione ed il relativo utilizzo, cosi' da offrire un quadro il piu' possibile esauriente della vita e delle attivita' delle popolazioni del legnanese e dintorni. Si elencano pertanto di seguito le differenti classi di materiali indicando per ognuna di esse la cronologia, le caratteristiche fondamentali e la loro funzione negli usi dela vita quotidiana.
CERAMICA FINE DA MENSA: vernice nera, terra sigillata, pareti sottili.
- Ceramica a vernice nera
E' una produzione caratterizzata da vasi di modeste dimensioni, interamente o in parte coperti da vernice nera. Le forme ripetono le analoghe produzioni dell'Italia Centrale e Meridionale ma sono fabbricate localmente, in officine stanziate nella Pianura Padana. La piu' antica produzione di vernice nera padana e' localizzata a Spina ed a Adria, a partire dalla fine del IV sec. a.c.; nella zona centrale della Pianura Padana officine sono attive nel II sec. a.c., durante l'eta' Augusteo-Tiberiana ed oltre. Le forme piu' comuni sono patere (piatti) e le coppe.
Terra sigillata
Si tratta di una produzione che sostituisce, a partire del I sec. a.c., come vasellame da tavola, la ceramica a vernice nera. Deriva il nome dal termine latino "sigillum" (figurina), per la decorazione figurata in rilievo, ottenuta per matrice, che compare talvolta sui vasi. Altri tipi di decorazione molto frequenti sui prodotti in terra sigillata sono incisioni, impressioni a stampino, a rotella; le forme comprendono principalmente patere di varie dimensioni, coppe e coppette,, caratterizzate dalla tipica vernice di color rosso-corallino, arancio brillante, applicata per immersione "a tuffo". Molti esemplari, sul fondo, recano il marchio di fabbrica del ceramista. La classificazione tipologica di questa classe ceramica e lo studio delle officine di produzione permette una datazione piuttosto precisa di questo materiale. La prima terra sigillata prodotta in Italia e' denominata "Arretina" dalla citta' di Arezzo che fu il primo centro produttore e raggiunse la massima fioritura nell'eta' di Augusto. Da tale produzione si origina la terra sigillata padana, fabbricata in officine impiantate nella pianura da artigiani immigrati, portatori delle tradizioni arretine che permettono una continuita' di forme e decorazioni mentre la vernice risulta, come gia' per la vernice nera padana di qualita' piu' scadente. Il gruppo arretino da' inizio anche alla "terra sigillata sud-gallica" che, prodotta nella Gallia meridionale dal I al IV sec. d.c., si diffonde anche in Italia Settentrionale e particolarmente nell'area occidentale: e' una produzione caratterizzata da argilla rossiccia, vernice scura e decorazioni complesse; le forme sono sempre piatti e coppe.
Pareti sottili
Tale classe caramica, prodotta dal I sec a.c., al II sec d.c., e' cosi' denominata per lo spessore minimo delle pareti dei vasi; si tratta di recipienti di piccole dimensioni, usati come vasi potori (bicchieri, coppette, ollette). Caratteristiche le decorazioni a rotella o alla "barbotine", cioe' con motivi decorativi applicati, o a pareti sabbiate, eseguiti con getti di sabbia sull'argilla ancora fesca in modo da conferire al vaso un aspetto ruvido.
 
 
 
Si tratta di una classe vastissima di vasellame destinata all'uso domestico quotidiano. Comprende ceramica da fuoco, da mensa, per conservare alimenti o per trasportarli.  E' una produzione di recipienti di forme tradizionali, fabbricati con argilla gossolana, non verniciati e raramente decorati ad incisioni. Tra i vasi da fuoco sono testimoniati i tegami e le urne; spesso, nei corredi tombali a cremazione, l'urna viene utilizzata come vaso cinerario, ricopeto da un tegolone o da una coppa ad uso coperchio. Si ricordano poi i mortai, le olle bianche e con bocca stretta, utilizzate solitamente per conservare alimenti come miele, verdure e frutta. Una categoria importante, da annoverare nell'ambito della ceramica comune e' quella delle olpi, che sostituiscono in eta' romana il vaso a trottola di tradizione celtica ( a partire della seconda meta' del I sec. a.c.). La loro funzione era quella di contenere liquidi. In epoca tardoromana, le olpi sono coperte da una sostanza vetrosa colorata (invetriata) che ne rende lucida la superficie. Tale clase presenta nel tempo variazioni tipologiche.
 
Lucerne.
 
Comunemente prodotte in argilla depurata e fabbricate mediante matrice, piu' raramente ottenute utilizzando il metallo (bronzo, argento), sono destinate all'illuminazione. Sono costituite, nella forma da un serbatoio che conteneva l'olio che veniva versato attraverso un foro al centro del disco,, un beccuccio munito di foro in cui inserire lo stoppino e di una ansa forata per il trasporto e la sospensione. Le lucerne modificano la loro forma e la loro decorazione col passare del tempo e facendo spesso parte dei corredi tombali sono utili per la datazione. Alcune lucerne che recano sul fondo marchi di officina col nome del fabbricante sono classificate nel gruppo detto delle "firmalampen" cioe' lucerne firmate.
 
Vetri
 
Sono i manufatti piu' pregiati del mondo romano sia per la raffinatezza che l'eleganza dell'esecuzione;  anche il loro studio e la loro classificazione tipologica forniscono utili indicazioni per la datazione dei corredi tombali. Tali reperti realizzati in vetro soffiato, tecnica gia' ben collaudata in ambiente fenicio ed utilizzata in Italia a partire del I sec. a.c. , epoca in cui,  gradatamente i vasi in vetro sostituiscono quelli in pareti sottili. La produzione, che fiorira' soprattutto in eta' augustea,  non si limita ai vasi per la mensa ma comprendera' particolarmente balsamari destinati a contenere  olii e profumi, di varie fogge, colore e dimensioni, bastoncini per profumi, coppette, ecc.  Molto raffinati i balsamari a forma di colombina: il loro contenuto veniva versato dopo avere spezzato la coda del recipeinte. In Italia i centri di produzione furono numerosi; in particolare nel Settentrione, oltre all'importante e ben documentata serie di vetri di Aquileia, officine vetrarie devevano essere localizzate nella zona del Lago Maggiore, dove la sabbia lacustre doveva fornire un ottimo materiale per questi manufatti. Le diverse colorazioni dei vetri erano ottenute con l'aggiunta di particolari sostanze all'amalgama: il manganese determina la colorazione violacea e gialla; il rame, il ferro e il cobalto danno il colore blu. I vetri romani, normalmente ottenuti con l'amalgama a base di calce di soda, sono di per se stessi verdastri per la presenza di ferro.
 
SPECCHI ED OGGETTI IN BRONZO
 
Gli specchi, in eta' romana, sono costituiti da una particolare lega in rame, stagno e piombo. Lo specchio comprende una superficie riflettente, non decorata e ornata sul bordo da motivi incisi o forellini, ed da una parte posteriore meno lucida e decorata di solito da solcature concentriche. Si producevano specchi rettangolari e circolari, questi ultimi a bordo rilevato o a superfice riflettente leggermente convessa presentano un manico metallico, mentre si pensa che gli altri fossero forniti di custodia in materiale deperibile, legno o avorio. I reperti in bronzo comprendono oltre ai balsamari, oggetti di ornamento: fibule con arco decorato, anelli digitali con sigillo o con castone di pietra dura o preziosa, bottoni, campanellini, borchie. Sono presenti anche oggetti d'uso comune: astucci, pinzetthe, cucchiaini, forchette, specilli, ecc.
UTENSILI IN FERRO
Numerosa e vasta la produzione di utensili in ferro: coltelli, coltelli-pugnali, compassi, scalpelli, asce, tenaglie e soprattutto cesoie. Questo strumento e' molto diffuso nei corredi tombali nella zona e serviva a tagliare il vello delle pecore; fornisce quindi un'utile indicazione sul mondo del lavoro. Presenti in quantita' massiccia i chiodi di varie forme, spesso posti nelle tombe con funzione rituale, i passanti e le fibbie per cinturoni, i bracciali e gli anelli.
 
ANFORE
Tra i reperti presentati nel Museo le anfore costituiscono una documentazione particolare. Esse infatti testimoniano una produzione ceramica artigianale, ma attestano anche produzione, trasporto e consume delle merci che in esse erano contenute. Queste merci erano essenzialmente costituite da generi alimentari: olio, vino, salse di pesce e conserve. Di qui l'importanza delle ricerche sulle regioni di origine delle singole anfore (arre di produzione), sulle loro forme (tipologie) e sulle epoche in cui furono prodotte (cronologia). Grazie alle anfore e' possibile avere una idea di alcuni degli alimenti fondamentali consumati dagli abitanti di una citta' di un quartiere, di una villa, ecc.
 
RESTAURO DELLA CERAMICA
 
Gli oggetti in ceramica provenienti da vecchi scavi, gia' restaurati in precedenza, hanno richiesto un nuovo intervento.
Il trattamento cosnservativo si e' reso indispensabile in quanto il precedente restauro, oltre ad essere arbitrario perche' sovrapponendosi alla superficie degli oggetti ne alterava la forma e il colore nascondendolo completamente i particolari decorativi e le tracce di lavorazione e d'uso, era anche la causa diretta di ulteriori e progressivi di deterioramento della ceeramica. L'uso del gesso come riempitivo delle lacune e' infatti pericoloso perche' in determinate situazioni ambientali i sali solubili del gesso (solfati di calcio) agiscono sulla funzione cementante dei silicati formatisi durante la cottura, provocandone il deterioramento e di conseguenza lo sfaldamento del corpo ceramico. Inoltre le condizioni ambientali non stabili, il volume del gesso si modifica creando fatture e fessurazioni nella ceramica. Prima delle consuete operazioni, si sono asportati i vecchi materiali inadeguati, che in alcuni casi coprivano completamente la superficie originale rendendola apparentemente uniforme e creando, in un certo senso, un falso storico. Non c'era distinzione tra i frammenti e le parti integranti, la vernice mancnte era sostituita con un altro colore nel tentativo di uniformare ed abbellire tutta la superficie. Si era cosi' voluto eliminare tutti quegli aspetti giudicati fastidiosi dal punto di vista estetico, non tenendo conto che anche questi oggetti fanno ormai parte della storia degli oggetti. Il criterio di intervento da noi adottato utilizza i criteri e le indicazioni dell'Istituto Centrale del Restauro di Roma. L'intervento conservativo ha richiesto le seguenti operazioni:
a) Smontaggio del vecchio restauro con impacchi di acetone.
b) pulitura dei depositi di gesso e di adesivo con bisturi, le incrostazioni di terra e sabbia vengono asportate con il bisturi sugli impasti privi di vernice, vengono invece rimosse con tamponi imbevuti di Tween 20 in soluzione al 2% in acqua distillata dalle superfici che presentano rivestimenti a vernice. L'essicamento avviene a temperature ambiente.
c) I frammenti vengono immersi in una soluzione del 5% di Paraloid b 72 in etanotricloro, nei casi di superfici tendenti a sfaldarsi si procede ad applicazioni localizzate della medesima soluzione. Il consolidamente svolge una doppia funzione: irrobustisce l'impasto ceramico fermandone il deterioramento e fornisce la cosidetta parete d'intervento reversibile, sulle fratture.
d) Ricomposizione dei frammenti ceramici utilizzando il cianocrilato CXV a temperatura ambiente. Questo collante ha caratteristiche di perfetta trasparenza, alto potere adesivo e ottima resistenza termica.
e) Completamento delle parti mancanti con Polyfilla pigmentata con terre naturali. L'integrazione ha una funzione duplice: portante perche' garantisce solidita' al pezzo, estetica perche' offre all'osservatore una superficie continua che ne facilita la lettura della forma. Tuttavia si e' escluso di ricostruire completamente con l'integrazione quegli oggetti nei quali la parte integrata sarebbe stata piu' ampia di quella originale. Le lacune formano una superficie ad un livello leggermente inferiore a quello dell'oggetto, il colore pur rimanendo distinto per lasciare in primo piano le parti autentiche, riprende quello del vaso.
I materiali usati sono reversibili per permettere la possibilita' di un qualsiasi ulteriore intervento che nel corso degli anni si rivelasse piu' avanzato.
 
 
 
Benche' il vetro possa essere considerato un materiale stabile, nel corso del tempo subisce un processo i deterioramento sia superficiale che interno. La forma di alterazione piu' diffusa e' rappresentata dall'iridescenza che provoca una colorazione variegata con effetto iridato alla superficie dell'oggetto vitreo. Il deterioramento del vetro e' dovuto ad agenti esterni, quali l'umidita' e gli acidi contenuti nel terreno di giacitura o semplicemente l'umidita' degli ambienti in cui gli oggetti sono custoditi e da agenti interni legati alla composizione chimica del materiale o a difetti di fabbricazione. Ogni intervento conservativo su oggetti in vetro non puo' che proporsi l'arresto del processo di alterazione chimica che causa il progressivo e irreversibile deterioramento del materiale. Tutavia nessun intervento risultera' efficace nel tempo se non verranno controllate le condizioni igrometriche, termiche e luminose degli ambienti in cui gli oggetti sono custoditi. Il restauro del vetro si presenta particolarmente complesso proprio per la natura del materiale le cui caratteristiche: colore, trasparenza, opacita', lucentezza, iridescenza devono essere rispettate; e anche per la difficolta' di determinare il reale stato di conservazione degli oggetti.
L'intervento conservativo sulle due colombe in vetro provenienti da San Lorenzo, ha richiesto le seguenti operazioni:
a) Rimozione del vecchio restauro eseguito in modo arbitrario e con materiali inadatti (collante, gesso, plastica).
b) Verifica la microscopica dello stato di coesione interna del materiale.
c) Asportazione manuale delle incrostazioni calcaree e dei depositi di terra sulla superficie, con bisturi e compresse imbevute in acqua distillata.
d) Bagni in acqua distillata e successivamente in acetone con rapida asciugatura lontano da fonti dirette di luce e calore.
e) Ricostruzione degli oggetti in frammenti con infiltrazioni di resina trasparente pigmentata in modo da rendere meno evidenti le fratture.
 
 
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4.15 Chiese ed oratori trecenteschi

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Chiese ed oratori trecenteschi
 
Il triste destino subito da tutti i palazzi signorili della Legnano rinascimentale non tralasciò di accomunare alcune chiese ad una demolizione altrettanto miserevole.
Questa sorte toccò, principalmente alle chiese conventuali, le quali subirono le vicende degli ordini monastici stessi. Presenti nella Legnano medioevale e rinascimentale in gran numero le comunità religiose presero a scomparire dalla fine del 1500 in avanti.
Con loro persero di importanza anche i monasteri delle Clarisse (voluto dai Vismara), degli Umiliati di S. Erasmo, dei Frati Minori osservanti dell'antico convento di S. Angelo sorto gia' all'epoca di Leone da Perego; scomparve il convento di S. Caterina edificato lungo via Lampugnani a fianco della braida, il convento di S. Agnese presso l'attuale piazza 4 Novembre, il convento di S. Maria del Priorato, i cui ultimi resti furono demoliti nel 1963. Facendo un esame di tutti questi edifici si finirebbe per cadere in un discorso archeologico. Infatti di loro rimangono solo qualche foto ingiallita, tanti documenti di fondazione, compravendite, donazioni, e nei casi pi— fortunati qualche affresco strappato che ci riempie di stupore, vuoi per la testimonianza di un onorevole passato, vuoi per il messaggio culturale che ancora oggi e' in grado di comunicarci.
Tutti questi conventi costruiti in sasso e mattoni erano dotati di un oratorio o chiesina annessa (spesso solo aule rettangolari di modeste dimensioni) che non sono sopravvissute al nostro secolo devastatore. Elenchiamo quindi solo a titolo di testimonianza: la chiesa di S. Maria del Priorato che ci ha lasciato un affresco con un ecce homo, dai cartigli ed alcuni conci scolpiti; la chiesa di S. Angelo, che vest per molti Legnanesi importanti la funzione di ultima dimora e nella quale su affreschi molto antichi era effigiato il beato arcivescovo Leone da Perego; la chiesa di S. Agnese che, sopravvissuta al suo convento (in piazza 4 Novembre), era stata ai primi del 1400 sconsacrata ed adibita ad uso civile; la chiesa dell'Annunciata posta alla fine di via Corridoni e da lunghi anni in disuso prima della demolizione ed il cui convento era posto lungo il Sempione poco prima della casa Corio dotato di una piccola cappella priva di divisione tra pubblico ed officiante; la chiesa di S. Nazaro in Legnanello posta a fianco della localit… cosidetta La Morta, dove sono state rinvenute le tracce del cimitero dei Legnarellesi; la cappellina di S. Chiara nel convento donato dai Vismara (in corso Italia) ed una chiesa di S. Maria in Legnanello (forse una nuova denominazione per il S.Nazaro che per altro scompare dagli elenchi ufficiali delle chiese dopo il 1500) demolita nel 1940 e posta tra il Sempione e via Galvani.
Dobbiamo purtroppo per esigenze di brevit… tralasciare la descrizione degli edifici scomparsi per i quali si rimanda il lettore ai preziosi scritti dell'ing. Guido Sutermeister pubblicati a cura della Societ… Arte e Storia di Legnano, continuando invece una descrizione dei monumenti rimastici ai quali in ordine d'importanza si deve anteporre a nostra basilica maggiore.
 
 
Chiese minori antiche
 
Certamente non paragonabili, per importanza architettonica ed opere d'arte contenute, alle pi— grandi chiese di S. Magno, S. Ambrogio, Santuario delle Grazie e chiesa di S. Maria nascente sul Sempione, molte piccole cappelle ed oratori della Legnano antica, sono riuscite a giungere integre a noi, nonostante l'assedio loro portato dalla citt… moderna in evoluzione.
In ordine di anzianit… esse sono:
la chiesetta di S. Erasmo, la chiesa di S. Martino, l'oratorio di S. Bernardino, l'oratorio della Purificazione, l'oratorio della Ponzella, l'oratorio della cascina Mazzafame e l'oratorio della cascina Olmina.
Sono tutte aule rettangolari di poche pretese architettoniche. L'origine Š in genere conventuale o si rif… all'ingrandimento di qualche cappellina sacra da lungo tempo preesistente sul luogo.
Vengono adibite come oratori conventuali o, più tardi (Ponzella  Mazzafame - Olmina) come piccole chiese legate ad un complesso rurale in cui si officia la domenica, per non sottoporre i fedeli a troppo lunghi trasferimenti. Le dimensioni oscillano tra i 6-8 metri di larghezza ed i 9-12 metri di lunghezza.
Sono coperte con soffitto piano di legno e solo verso la fine del 1700 furono dotate di piccola sagrestia o fu ampliato il campanile in precedenza costituito da un semplice muro con aperta una finestrella per la campana, sul tipo di quello che possedeva la chiesetta di S. Giorgio al castello di cui abbiamo precedentemente parlato.
Tra tutte la più antica come luogo di culto deve essere stata la chiesetta di S. Martino. Il fatto che sia legata al santo cui vengono dedicati molti mortorietti, che sorga sul luogo più prossimo al teatro delle ultime fasi della battaglia di Legnano, che sia stata usata come mortorietto fino alla fine del 1600, ci induce a ritenerla ingrandimento di una cappellina votiva del XII secolo. Essa Š tuttavia stata rinnovata e la forma antica non traspare pi— dagli attuali muri. I materiali costruttivi di queste chiese sono il legno, il mattone, le tegole, le pavimentazioni in cotto; nessuna opera Š in marmo, eccettuata la soglia; l'altare Š fatto in muratura intonacata con alcune decorazioni in legno dipinto; anche le balaustre erano semplici recinzioni in legno.
Un bell'esempio di questo tipo di altare e balaustra in legno decorato era presente nella chiesetta del castello, come si vede ancora nelle fotografie, ma Š stato stupidamente distrutto in affannose ricerche.
Alle finestre spesso non erano apposti serramenti, ma solo grate con una tenda. Grande semplicit… quindi modestia di materiali. Le opere d'arte da loro contenute sono poche anche se talvolta importanti per la storia di Legnano.
In esse si coglie forse con pi— vigore la forza della fede dei Legnanesi antichi e ci si avvicina alla vera vita del borgo fatto non solo di nobilt…, ma da tanti agricoltori ed artigiani di gusti semplici e con un bilancio non sempre attivo da far quadrare.
Per maggior completezza del discorso facciamo seguire una serie di note riassuntive della storia di ciascuna delle citate chiesette con una breve descrizione.
 
Chiesa di Sant' Erasmo
 
Posto lungo il Sempione a fianco dell'ospedale di Legnano, questo piccolo oratorio (cubiti 14 x 33) Š segnalato negli elenchi del 1300 lasciatici, come gi… accennato, dallo storico Bussero.
Esso era affiancato all'ospizio-convento di S. Erasmo fondato quasi certamente dal padre umiliato Bonvesin della Riva (morto nel 1313, il 5 gennaio).
Prima del grande ospedale-ospizio, di cui si Š gi… parlato nella prima parte di questo libro, una stazione tenuta dai frati, costituiva un'importante struttura di asilo per i viandanti che percorrevano gi… nell'XI secolo, l'antica Strada Magna oggi Sempione.
Questa stazione assunse il compito della cura dei malati e dei vecchi con Bonvesin della Riva e fu quindi ingrandita e dotata, nel 1300, anche di una chiesetta con un altare dedicato a S. Margherita. Il complesso mantenne nei secoli fino al 1925, la funzione di ospedale e di orfanotrofio e ricovero per i vecchi.
Vi era infatti sulla facciata una finestra dotata di una bussola rotante nella quale, le donne, che non intendevano allevare i loro nati, di notte lasciavano i piccoli "esposti" perch‚ le suore li crescessero con carit… cristiana. Veniva data anche una certa quantit… di vino e di pane alle partorienti, e questo uso era richiamato da un affresco vicino alla porta. La facciata dell'edificio duecentesca nelle forme architettoniche, era letteralmente costellata da affreschi aggiunti di volta in volta da donatori o viandanti. Formava un vero e proprio polittico di stili e colori.
Quando nel 1925 venne decisa la demolizione dell'edificio medioevale che ingombrava il Sempione e doveva essere rimodernato per divenire un pi— efficiente ricovero per anziani dotato di convenienti servizi, infermeria e mensa, fu incaricato il pittore Gersam Turri di strappare le affrescature pi— belle che sono ora custodite nel museo civico. Le altre vennero invece distrutte assieme ai muri. La chiesetta-oratorio posta sul fianco venne invece restaurata ed in parte rinnovata. All'edificio trecentesco, gi… rimodernato nel 1490 da Gian Rodolfo Vismara, vennero modificati i muri esterni, rifiniti in paramano e pietra, fu cambiata la facciata settecentesca in lesene di cemento con portale a timpano triangolare e la facciata stessa rifatta in mattoni fu adattata ad uno stile trecentesco un poco falso, con una lunetta sopra il portale ed un rosone cieco al centro della facciata "a capanna".
All'interno oggi troviamo uno degli affreschi strappati dalla facciata dell'ospedale, che testimonia le origini del monumento. Sull'altare Š posto un bellissimo trittico donato da Gian Rodolfo Vismara nel 1492, rappresentante al centro la Madonna col Bambino che tiene in mano una rosa. Sulla sinistra un S. Erasmo e sulla destra S. Magno vescovo benedicente.
Nel 1930 spesso si fece per questa pala riferimento a Benvenuto Tisi detto "il Garofalo" che firmava i suoi quadri ponendo un garofano in basso a destra. Questa attribuzione Š tuttavia azzardata, in quanto il Tisi non ebbe modo di dipingere nel Legnanese e secondariamente i fiori raffiguranti nel quadro sono tutte rose.
Per la composizione delle figure e per il cromatismo, quest'opera ben conservata, si inquadra molto bene nelle produzioni artistiche della Legnano di fine 1400. Potrebbe essere quindi ascrivibile al Cristoforo Lampugnani che dopo il Melchiorre aveva lavorato per i nobili legnanesi.
La cappella maggiore venne affrescata agli inizi del 1800 dal pittore legnanese Antonio Maria Turri.
Sulla facciata laterale nel 1925 Š stata trasportata una lapide in granito con le date 1677 e 1927, alle quali si devono riferire eventuali lavori di ammodernamento.
 
Chiesa di San Martino
 
Come gi… accennato, questa chiesina sorge pi— vicina, tra tutte, alla zona che vide le ultime fasi della battaglia di Legnano. Essa Š posta quasi alla fine di via 29 Maggio sul bordo di quella discendenza del terreno che i Lombardi della Lega avevano scelto come ostacolo difensivo, per attaccare dall'alto il Barbarossa atteso da Castellanza in valle. Tale scoscesit… era stata invece interpretata dai Tedeschi, giunti alle spalle dei Lombardi da Borsano, come un baluardo scelto dai nemici a mo' di impedimento per una propria ingloriosa fuga. lronia della sorte, una vera e propria scelta sbagliata aveva costretto gli Italiani a battersi come leoni per non morire ed aveva cambiato le sorti della battaglia stessa. La dedicazione della chiesina a S. Martino appare antica quanto la battaglia stessa.
La forma della chiesa Š semplice, con un'aula rettangolare sulla quale, nel 1400, fu inserito un ampliamento. L'orientamento originale, nord-sud, venne cos modificato col trasporto della facciata ad ovest. La chiesa Š dotata di una piccola sagrestia con una bella volta a crociera e da un'auletta laterale che doveva costituire locale per riunioni in occasione delle processioni agricole.
Il padre prevosto Pozzo la definisce: chiesa campestre posta fra le vigne tra S. Angelo et la Castellanza, et per quello si vede dalle scritte antiche fu sempre con il nome di Chiericato, et Š antichissima come dalle pitture, et fabrica si vede.
Nel 1700 vennero chiuse le aperture a lato della navata principale che consentivano di vedere l'interno del mortorietto e furono dotate di serramenti anche le due finestrelle quadrate della facciata.
Venne infine costruito un campaniletto con una bella cornice mossa sopra la cella campanaria.
Nel 1977, grazie all'interessamento della contrada di S. Martino, guidata da Sandro Gregori, la chiesetta Š stata restaurata con una nuova pavimentazione (la primitiva era in cotto), si Š provveduto a rivedere la copertura, a pulire gli affreschi, a porre una vetrata artistica nella finestra di facciata, opera di Roberto Maria Mascheroni. E' invece l'artista libanese Elbacha l'autore di un grande mosaico policromo eseguito, sempre con i temi della battaglia di Legnano e della contrada, come pavimentazione marmorea del sagrato della chiesina.
L'antica strada che passava davanti a questa, giungeva un poco pi— a nord vicino alla cosidetta via del Confinante (via Dandolo) ove si trova una seconda chiesina ancor pi— antica, detta di S. Giorgio.
In questa si trovano affreschi databili agli inizi del 1300.
Nel suo intorno furono seppelliti molti morti e soldati (forse anche quelli della battaglia, a giudizio di Sutermeister).
Tutta la zona detta in Galvagno (ricordiamo i reperti romani) dovette dunque per secoli costituire un importante nucleo della Legnano pi— antica. Nella chiesina di S. Martino, ci ricorda il maestro Pirovano, un Joannes Lampugnanus dipinse una bella deposizione con la Madonna e le Pie Donne, di sapore mantegnesco, attorno al 1480.
 
Chiesa di San Bernardino
 
La terza e più— recente (stando agli elenchi delle visitazioni di San Carlo - 1580)  delle piccole chiese di Legnano e' ubicata presso la cascina San bernardino a sud-ovest della citt…, alla fine di via Liguria via Delle Palme.
E' un piccolissimo oratorio (cubiti 8 x 15), in cui si venera un affresco raffigurante la Madonna, edificato a ricordo delle prediche di S. Bernardino nel convento di S. Angelo, nell'anno 1444.
Il prevosto Pozzo ci dice che era più— antica, e nell'anno 1642 fu intrapreso l'uso di celebrare la festa di S. Bernardino, il 20 maggio. L'autore racconta anche l'aneddoto riguardante un malvagio che, passando, ruppe con un'archibugiata, la campana, ma colpito da mala sorte dovette rendere l'anima otto giorni dopo per morte violenta. Subito dopo, la chiesa venne messa a posto da padre Gervaso Crivello e venne per lunghi anni officiata.
Nel 1800 vi si fecero dei lavori e il venerato affresco con la Madonna, il Bambino, e S. Bernardino, fu restaurato in quanto presentava una grave spaccatura dovuta alla caduta di un fulmine sulla chiesetta.
In quella occasione per riparare tutta la costruzione stessa furono abbattute le due ali di muro a fianco dell'affresco e venne ricreato un arco con due porte laterali le quali portavano in una cappella absidale semicircolare aggiunta come coro all'oratorietto.
A proposito dell'affresco  occorre ricordare un fatto curioso, nel 1940 esso fu attribuito dall'ing. Guido Sutermeister a Daniele Crespi detto "il Cerano".
Tale denominazione sempre ripetuta senza osservare il dipinto, ha portato alla comune nomea di "affresco del Cerano. Nel 1970 in occasione della visita da parte del Sovrintendente alle Gallerie di Milano, questa attribuzione fu esclusa, infatti il Cerano era molto più— grandioso nel suoi dipinti, inoltre, mentre il suo modo di ritrarre S. Carlo riproduce sempre il naso adunco originale del Borromeo (lui lo conosceva in vita), il ritratto presente in questa chiesina porta un naso, di grandi dimensioni, ma diritto, esattamente come lo voleva la moda pittorica del 1600. La chiesina inoltre era sotto il patrocinio dei Lampugnani e lo dimostra lo stemma gentilizio sull'acquasantiera all'ingresso. Quando alla fine del 1700 si pose mano alle riparazioni dei danni causati dal fulmine, l'affresco fu ritagliato e coperto da una cornice lignea con lesene e capitelli che sorreggono una trabeazione a mo' di iconostasi sormontata da due angioli.
In questo modo fu rovinato e scomparve il cartiglio con la firma dell'autore. Questo si nota invece presente su un disegno del 1700 che riporta (due volte) la scritta Fancicus Lampugnanus fecit 1644. Con questa dedica cadono tutti i dubbi circa lo stile dell'opera che Š proprio attinente a quello dei fratelli Lampugnani soprattutto paragonandolo alla Pala d'Altare di S. Ambrogio. Ed Š anche più— logico che anticamente i nobili Lampugnani facessero lavorare i loro rinomati artisti, invece di chiamare un concorrente da Milano. Tanto più— che stando alle lettere del Perracino al Cardinal Sfondrati, egli testualmente dice essere una cosa più— fantastica che reale il pensare di poter dare incarichi per pitture private al Procaccini od al Cerano che erano oberati di lavoro per gli enti ecclesiastici più— importanti. Questo ovviamente ci allontana ancor di più— dall'oratorio di S. Bernardino.
Sempre nel 1800 la chiesina fu arricchita di una piccola sagrestia sul lato sinistro, a fianco della torricella del campanile. Al suo interno il pittore Antonio Maria Turri esegu gli affreschi recentemente scoperti dopo l'ultimo restauro degli anni Settanta.
In questa occasione l'intervento della Contrada di S. Bernardino ha permesso di restituire salute fisica al tetto pericolante, ai pavimenti ed ai muri della chiesa.
L'affresco venerato Š stato spostato in fondo all'abside e l'interno della chiesina Š divenuto più— grande per l'afflusso dei fedeli, essendo state modificate le balaustre.
 
Chiesa della Purificazione
 
Legnanello fin dal 700 d.C. era stata una frazione staccata di Legnano; aveva, gi… nel 1300, tre chiese.
La prima che abbiamo gi… visto era quella di S. Erasmo; la seconda era la chiesetta di S. Stefano che per•, sorgeva presso S. Vittore Olona, e quindi Š edificio più— classificabile come non legnanese, la terza era la chiesa di S. Maria o dell'Annunciazione che l'ing. Sutermeister individua presso la localit… La Morta, lungo il Sempione e che, con ogni probabilit…, era dedicata prima ad un S. Nazaro poi scomparso come titolazione dell'altare.
Quest'ultima chiesetta non compare più— negli elenchi ufficiali delle chiese, gi… nel 1530. In sua vece, nei cataloghi, comprirà, 17 anni dopo, un piccolo oratorio presso il convento delle Canossiane della Barbara Melzi che, assumendo il nome di S. Maria della Purificazione, fungerà da chiesa parrocchiale per la frazione di Legnanello fino al 1902, quando verrà poi eretta la basilica in stile neoromanico del Redentore.
La vecchia chiesina di S. Maria tuttavia rimase in piedi (forse sconsacrata) fino al 1940, anno in cui venne allargato il Sempione e l'angolo di via Galvani vide scomparire l'edificio che all'esterno presentava foggie secentesche.
La chiesina della Purificazione benchè strutturata con un semplice oratorio privato, Š tuttavia molto aggraziata nelle forme.
In facciata presenta un bel portico con quattro colonne portanti degli archi coperti da un tettuccio a capanna.
Il rimanente frontone Š decorato con due finestre rotonde circondate da festoni in stucco con fiori e frutta. Al centro una pi— severa finestra rettangolare dona luce alla navata interna. Questa Š unica e rettangolare, terminante con un'abside. Nel presbiterio si trovano pregevoli affreschi dei pittori Lampugnani Francesco e Giovanni Battista.
Attualmente viene usata come cappella privata dall'istituto delle suore Canossiane con la cancellata posta sull'esterno a filo del colonnato sempre chiusa.
Sul suo sagrato, fino alla fine del 1800, si tenne la caratteristica festa legnanese del "Caru mi caru ti"  il giorno 2 febbraio di ogni anno.
Con la creazione della nuova chiesa parrocchiale l'uso fu trasferito in piazza Redentore.
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4.16 Chiesa di San Bernardino

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Chiesa di San Bernardino
 
La terza e più recente (stando agli elenchi delle visitazioni di San Carlo - 1580)  delle piccole chiese di Legnano e' ubicata presso la cascina San bernardino a sud-ovest della città, alla fine di via Liguria via Delle Palme.
E' un piccolissimo oratorio (cubiti 8 x 15), in cui si venera un affresco raffigurante la Madonna, edificato a ricordo delle prediche di S. Bernardino nel convento di S. Angelo, nell'anno 1444.
Il prevosto Pozzo ci dice che era più antica, e nell'anno 1642 fu intrapreso l'uso di celebrare la festa di S. Bernardino, il 20 maggio. L'autore racconta anche l'aneddoto riguardante un malvagio che, passando, ruppe con un'archibugiata, la campana, ma colpito da mala sorte dovette rendere l'anima otto giorni dopo per morte violenta. Subito dopo, la chiesa venne messa a posto da padre Gervaso Crivello e venne per lunghi anni officiata.
Nel 1800 vi si fecero dei lavori e il venerato affresco con la Madonna, il Bambino, e S. Bernardino, fu restaurato in quanto presentava una grave spaccatura dovuta alla caduta di un fulmine sulla chiesetta.
In quella occasione per riparare tutta la costruzione stessa furono abbattute le due ali di muro a fianco dell'affresco e venne ricreato un arco con due porte laterali le quali portavano in una cappella absidale semicircolare aggiunta come coro all'oratorietto.
A proposito dell'affresco  occorre ricordare un fatto curioso, nel 1940 esso fu attribuito dall'ing. Guido Sutermeister a Daniele Crespi detto "il Cerano".
Tale denominazione sempre ripetuta senza osservare il dipinto, ha portato alla comune nomea di "affresco del Cerano. Nel 1970 in occasione della visita da parte del Sovrintendente alle Gallerie di Milano, questa attribuzione fu esclusa, infatti il Cerano era molto più grandioso nel suoi dipinti, inoltre, mentre il suo modo di ritrarre S. Carlo riproduce sempre il naso adunco originale del Borromeo (lui lo conosceva in vita), il ritratto presente in questa chiesina porta un naso, di grandi dimensioni, ma diritto, esattamente come lo voleva la moda pittorica del 1600. La chiesina inoltre era sotto il patrocinio dei Lampugnani e lo dimostra lo stemma gentilizio sull'acquasantiera all'ingresso. Quando alla fine del 1700 si pose mano alle riparazioni dei danni causati dal fulmine, l'affresco fu ritagliato e coperto da una cornice lignea con lesene e capitelli che sorreggono una trabeazione a mo' di iconostasi sormontata da due angioli.
In questo modo fu rovinato e scomparve il cartiglio con la firma dell'autore. Questo si nota invece presente su un disegno del 1700 che riporta (due volte) la scritta Fancicus Lampugnanus fecit 1644. Con questa dedica cadono tutti i dubbi circa lo stile dell'opera che è proprio attinente a quello dei fratelli Lampugnani soprattutto paragonandolo alla Pala d'Altare di S. Ambrogio. Ed è anche più logico che anticamente i nobili Lampugnani facessero lavorare i loro rinomati artisti, invece di chiamare un concorrente da Milano. Tanto più che stando alle lettere del Perracino al Cardinal Sfondrati, egli testualmente dice essere una cosa più fantastica che reale il pensare di poter dare incarichi per pitture private al Procaccini od al Cerano che erano oberati di lavoro per gli enti ecclesiastici più importanti. Questo ovviamente ci allontana ancor di più dall'oratorio di S. Bernardino.
Sempre nel 1800 la chiesina fu arricchita di una piccola sagrestia sul lato sinistro, a fianco della torricella del campanile. Al suo interno il pittore Antonio Maria Turri eseguì gli affreschi recentemente scoperti dopo l'ultimo restauro degli anni Settanta.
In questa occasione l'intervento della Contrada di S. Bernardino ha permesso di restituire salute fisica al tetto pericolante, ai pavimenti ed ai muri della chiesa.
L'affresco venerato è stato spostato in fondo all'abside e l'interno della chiesina è divenuto più grande per l'afflusso dei fedeli, essendo state modificate le balaustre.
 
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4.17 La chiesetta di San Bernardino da un vecchio articolo.

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La chiesetta di San Bernardino da un vecchio articolo.
 
L'iniziativa per il restauro della chiesetta di San Bernardino è partita proprio nell'ambito della Contrada ai primi di maggio del 1972.
L'allora capitano in carica, Galimberti, aveva preso contatti con il Sindaco Ing. Accorsi, l'Amministrazione Comunale ed alcuni esperti di restauri per condurre in porto questa lodevole impresa, che presentava all'epoca grandi difficolta' anche per l'indecisione di alcune persone e dal pessimismo da più parti manifestato.
I contradaioli avevano già raccolto, sempre con l'ausilio del Consiglio di Contrada, una cospicua parte della non indifferente cifra necessaria per la sistemazione della sstruttura esterna della chiesetta e eell'affresco del Cerano. Grazie proprio a questa iniziativa si è potuto procedere ai lavori di restauro più urgenti quali il tetto pericolante, i pavimnti, i muri e la cupola in rame del campanile.
Quest'anno sono iniziati i lavori per la sistemazione dell'area circostante la chiesetta ( pavimentazione esterna con aiuole laterali, cordonatura e vialetti), lavori terminati in questi giorni con una spesa di circa 50 milioni sostenuta dal Comune.
Il restauro non è ancora terminato, ma è recente la notizia dell'approvazione di uno stanziamento di 150 milioni per la sistemazione ambientale dell'area compresa tra lo storico monumento e il cimitero parco. In quest'area verranno realizzati un grande piazzale con panchine ed uno spazio giochi per bambini, tutto questo grazie all'amministrazione comunale e all'interessamento della nostra contrada.
Finalmente si arriverà a quella sistemazione definitiva che San Bernardino si merita.
Il lavoro da svolgere è tanto e gli sforzi che dobbiamo fare per riportare la nostra Chiesetta agli antichi splendori non sono certo semplici e taciti, ma con la buona volontà di tutti i contradaioli arriveremo a realizzare anche questo grande sogno.
Trascriviamo qui di seguito un articolo apparso sul quotidianom"La Prealpina" del 21 maggio 1972 riguardante l'inizio dei lavori per il restauro del Santuario.
"La piccola chiesa di San Bernardino, all'estrema periferia della città, appare quasi all'improvviso, alla svolta della contrada che coduce alla cascina, e chi la vede per la prima volta non può provare un senso di commozione dinanzi alla mistica semplicità della sua architettura  e alla monacale serenità che da essa emana. Purtroppo conosciamo ben poco della sua storia. Sappiamo soltanto che la Chiesetta deve esistere da tempo immemorabile e che venne costruita dai monaci di Sotena (oggi San Giorgio su Legnano) i quali avevano qui, alla Cascinala loro residenza estiva. In Origine, era costituita da un unico grande vano rettangolare, senza il coro e il campanile che furono aggiunti verso la fine  del secolo scorso, e serviva come cappella per i monaci e le famiglie del luiogo che coltivavano i campi intorno alla chiesa. La prima data certa è il 29 gennaio 1564, allorchè il cardinale Carlo Borromeo, ritornando da Dairago a Legnano, dove il giorno precedente aveva consacrato la chiesa di San Magno, volle fermarsi alla Cascina dedicata al Santo predicatore e consacrarne la piccola cappella. Fu questo  straordinario e memorabile avvenimento che diede la fama alla Chiesetta di San Bernardino. E fuu per perpetuarne il ricordo ed esaltare la beatificazione del cardinale Borromeo che il Cerano, celebre pittore dell'epoca, dipinse il famoro affresco. Oggi, questa pregevole opera d'arte è in fase di restauro e si prevede che potrà essere ricollocata nella Chiesetta di San Bernardino fra quindici giorni o al massimo, entro un mese. Ma ancher la stessa chiesa ha bisogno di urgenti lavori di riparazione.-
La Giunta Municipale ha già deliberato con pr0vvedimento del 13 settembre di assegnare alla Parrocchia di San Paolo la somma di lire 225.000 quale contributo straordinario per finanziare la riparazione al tetto della Chiesetta di San Bernardino. Turttavia, altri lavori restano da fare".
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4.18 Chiesa Madonnina

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Chiesa della Madonnina
 
"Della nova chiesa della Nativita' di Maria Vergine".
Nel 1650 il legnanese Prevosto Pozzo descrive sotto questo titolo le cause ed i lavori inerenti all'erezione di una piccola chiesa situata lungo l'attuale corso Sempione in Legnano. Di una chiesa nuova infatti si trattava cominciata il 21 luglio 1641 sotto il patrocinio del cavaliere Gioseffo Lampugnani. Anche se di piccole dimensioni questo edificio rappresenta l'espressione piu' colta in tema di architettura prodotta nella Legnano del 1600, in quanto tutte le costruzioni a lei coeve, risentono ancora l'influenza del 1500.
Prima di addentrarci in una descrizione di fatti Š meglio accennare alla situazione culturale italiana in generale e legnanese in particolare intorno al 1630.
Alla fine del Cinquecento l'Italia si trova presa nel fervore rinnovatore della Controriforma. Non era tanto all'intelletto ed alle sue speculazioni che essa si rivolgeva, quanto al sentimento ed alla fantasia (Spini) aiutata dalle nuove ondate di mecenatismo che in ogni luogo fanno veri idoli degli artisti e degli studiosi. Michelangelo ha fatto scuola. Egli a Roma prese contatto con i resti delle splendide costruzioni romane imperiali, di cui aveva imitato il gusto della spazialita' e della possezza delle forme; aveva fatto suoi gli arcani segreti di quei lontani plasmatori di masse e di spazi, profondendoli nelle sue maestose opere.
Ecco che gli eredi di Michelangelo subito si rifanno al gusto romano anche perche' la maturita' costruttiva di questo secolo e' paragonabile a quella del II-III secolo d.C. Nella Roma pagana, con condizioni economiche paragonabili a quelle seicentesche, si era insinuata la dottrina cristiana, facendo nascere architetture piene di tormenti e di sentimenti forti che ritroviamo nel Seicento questa volta generati da un poco di paganesimo edonistico insinuatosi nel pensiero cristiano. Dice bene la prof.sa Liliana Grassi: "Al sostituirsi dei principi della nuova ricerca naturalistica sperimentale delle teorie platonche del Rinascimento corrispose dunque anche in arte l'adesione a forme figurative in certo senso consorte a tal sorta forma mentis generale". Tre elementi per impediscono al Seicento di ricalcare le vie romano imperiali.
Primo: la presenza degli Spagnoli che con il loro gusto influirono sugli artisti, i quali talvolta si abbandonarono ad eccessi di decorativismo.
Secondo: la sopraggiunta maturit… costruttiva permette, ogni secolo che passa, di usare i materiali a piacimento, maggiormente, avvicinandosi ai limiti dlelle resistenze strutturali fino a rendere piu' snelli i muri e gli appoggi.
Terzo: la divisione politica in tanti staterelli autonomi toglie la maturazione del gusto crescente in un corale moltiplicarsi delle fabbriche, e ci e' causa di architetture tipiche regionali, o spesso solamente cittadine che vediamo intorno a noi. Proprio quest'ultimo punto introduce il discorso sull'ambiente nel quale sorse la chiesa presa in esame. In Lombardia siamo sotto il dominio degli Spagnoli di Filippo IV, tuttavia l'amministrazione e' in mano a nobili milanesi ed il peso delle gabelle di Filippo non e' troppo sentito dato che spesso non vengono pagate. Si vive in un certo benessere che tranne nei periodi della peste consente l'erezione di molteplici edifici, patrocinati dalle famiglie nobili, ad opera di artisti di corte e prettamente lombardi quali Lorenzo Prinago, Buzzi Fabio, ecc. ed il maestro fra questi Francesco Maria Richini .
In Lombardia le istanze barocche erano state preparate dalle classi sociali e dal Piermarini. Il nuovo secolo trov quindi un humus forse piu' che altrove preparato ad accogliere le successive manifestazioni barocche. Nonostante il terreno gia' pronto all'innesto del barocco in Lombardia, non si verific una manifestazione artistica unitaria quale quella piemontese con Guarini e Vitozzi, o quella siciliana, o napoletana che improntarono intiere citta' ed allacciarono discorsi architettonici unici evolventisi dalle citta' principali in provincia con sviluppi spesso equipotenziali, soprattutto grazie al mecenatismo delle corti regali che in codeste regioni erano ben salde al potere ed intervenivano ovunque. Al contrario la Lombardia era in mano a tanti piccoli signorotti che piu' o meno rispettavano il potere centrale, e ognuno si faceva promotore di nuove fabbriche senza che Milano intervenisse con finanziamenti. Ecco dunque crescere fabbriche in leggera anarchia senza un filo conduttore che le unisca.
A Milano, splendore di mezzi e di architetture, in provincia spesso fabbriche plu modeste. Il caso verifica della situazione si vede proprio in Legnano. Nel 1600, Legnano e' un Comune abbastanza agiato; lo testimoniano le sue innumerevoli chiese (tredici) ed i suoi conventi (ben sette). Non solo, ma in essa risiede, come abbiamo visto, una delle piu' importanti famiglie di Lombardia; la famiglia Lampugnani. Discendenti da Odelberto Lampugnano (804) cavaliere dell'imperatore Carlo Magno (archivio storico civico Milano, Famiglie, cart. 819).
Un discendente di Odelberto Lampugnani, Joseffo (il primo importante legnanese possessore del Castello) capitano di sua maesta' e cavaliere jerosolomitano, figlio di Attilio, era in quel tempo molto facoltoso e potente, tanto che lo stesso Filippo IV di Spagna il 28 febbraio del 1647 emise una grida contro di lui (A.S.C., Famiglie, cart. 820) perche' con stuolo di bravi si proteggeva dalle truppe spagnole e non pagava le gabelle per gli eserciti del re.
Proprio in una vigna di costui sorgeva una piccola cappella che sembra essere quella segnalata dallo storico milanese Bussero come presente in Legnano, ma per i fatti, ecco il racconto del prevosto Pozzo di Legnano che, nel 1650. scrive "Storia delle Chiese di Legnano" (Archivio di S. Magno Legnano).
 
"Fra la contrada di Legnarello et l'Hospitale di S. Erasmo vi si vede in questo tempo che io scrivo una picciol capella fatta int volto con una assai vaga  effigie della B. Vergine dipinta con S. Sebastiano, et S. Rocho a lati suoi, oltre che altri santi ne muri latterali in particolare S. Fran.co, S. Joseffo, S. Carlo alla quale vi fu sempre qualche divotione come quella che e' posta sopra la Strada Milanese.
Si accrebbe la divotione a questa cappella, che essendo fuori a caccia il S. Antonio Lampugnano fratello gia' del S. Cavaglier Joseffo sopra i cui beni e' posta, et non so per quale accidente casc da cavallo restando il piede nella staffa, et tirato per terra ivi a quella capeletta si ferm, raccomandandosi sifatto pericolo alla B. Vergine, et restando illeso riconobbe questa gratia da quella che per in memoria della gratia la fece questa capella cancellare con legna di noce, et li fece fabricar avanti un portico, et pur a nostri tempi uno che andava tutto curvo, et li andavano a basso li intestini, con la divotione a questa capella, confessa havere la sanita',. che per si e' alla nova fabrica dedicato impiegandosi per quella di continuo.
L'anno 1638 a 4 del mese di Novembre fu gran concorso a Milano per la solennita' di S. Carlo dovendosi riponere il S. corpo di quello Arcivesc.vo in una mirabil cassa fatta di cristallo et argerno con una solenne processione a spese del Catholico Re Filippo IV nella quale solennit… fu cos copioso il concorso che li portici, botteghe sopra la piazza del domo anco di notte si videro pieni, con l'occasione di questa solennit… si accrebbe la divotione fermandosi molti de passeggieri a questa capella tocchi dallo spirito santo qual voleva in quel loco fosse honorato la Regina de Cieli, et doppo questa solennit… e anche sempre crescendo il concorso in modo che le feste si vedevano venir molti da tutte le parti, professando molti haver havuto delle gratie.
Et una non devo tacer ... del borgo di Busto indemoniata essendo venuta alcune feste ci questa capella con sentimento di conseguir qualche gratia, il giorno de S. S. Innocenti del med. o anno 1638 fu accompagnata cola con molti stridi che mandava, et ivi stette per spatio di tre hore avanti il giorno riempiendo quel contorto di stridi alla fine cadŠ tramortita, et portata nella terra al fuoco non senti altri ritornando alla medema cappella all'hora, et doppo in ricognitione della gratia l'anno seguente nel mese di Aprile Gi Pietro Rontio da Gorla Maggiore pieve di Busto havea un figliolo d'et… d'anni 4 in circa Š questo venne il male della pietra et facendogliela  cavare dal Chirurgo Molt'Albino da Peveranzo presso Carnago rest morto, et quanti erano presenti lo videro spirare, in quel ponto la madre s'invot a questa B. Vergine. et videro in un subito il figliuolo ravivarsi, et vedendo ci rendere le gratie con portar un quadretto del successo, vennero ancoa deponere il fatto. Molti professano delle gratie quali a co nell'ottenere la facolt… di poter fabbricar la nova chiesa si sono esibiti nell'Arciv.to molti anco hanno fatte larghe elemosine, quali essendo arrivate Š qualche somma fu deliberato fabricar una nova chiesa stando che la capelletta fosse troppo vicina alla strada ne si poteva ampliare .
Venne l'Ingeniero Richino, qual in materia di Chiese fu sempre in gran stima, et fatto il modello si eseb a Mons. Cesare Visconte come prefetto deputato sopra le fabriche qual aprov quanto fu messo in carta, et esebito a S. Em.a se ne riport ogni opportuna facolt… con un rescritto della Cancelleria del tenor seguente. Blasius Constantius I.U.D. Prothonotarius Ap.licus Emin. mi ac. Rev.mi D.D. Cesaris S.R.E.  Pbri Cardinalis Montii S. Mediolanens. Eccl.ae Archiepi Vic. Glis.
Ecclesiae sub invocatione Nativitatis B. Virginis Mariae apud vias Legnarelli parochialio Legnani Med.ni Dioces. Construensitum, formam, ac dessignationem hac pictura de Architecti penso judicio, et consilio expressam, et Š Per Ill.mi et Ad. Rev. D. Julio Cesare Vicecomite Prefecto Fabricarum Ecclesiasticarum recognitum, et approbatum atque instrutionibus fabric. Ecclesiasticarum rationibus congruam: Nos approbamus ad eiusdemque praescriptae omnis dessignationis typum formamque istius Ecc. ae instructionem, aedificationemque fieri, et confici his nostris concedimus. In quorum fidem ect. Datum Mediolani ex Pallatio archiepli die 15 mens. Yuli 1641.
  Signatum Blasius Constantius Vic. Glis
  Jo. Da.pta Pellizonus Can.s S. Stefani et Vicecancell. Archieplis. Il 21 luglio del medesimo anno 1641 in giorno di Dominica stando di gi… in fronto gran quantit… di calce, pietre, mattoni il tutto preparato mediante la diligenza del S.r. Cavaglier sopra una vigna contigua a questa capella ove il med.o S.r dava il loco, et sito per la nova chiesa doppo il vespero essendosi di gi… il popolo congregato nella Prepositurale per esser la 3ø Dominica giorno nel quale tutto l'anno (sic) si espone il S. S. mo Sacramento fatta dico la processione, et quello riposto subito s'invi il Popolo, qual era numeroso con anche le schole de Disciplini verso Legnarello alla capelletta, et accostatosi il Prevosto c, il clero al piede della croce che alcuni giorni avanti era piantata al loco per l'altar della nuova chiesa destinato ivi presso era fatta la fossa per il fondamento della nova chiesa medema, et stando preparando un tavolino coperto di tapete di seta sopra di quello si vedeva una pietra quadrata et benedetta nella solita forma del sacerdote Romano fu dal Prevosto posta nel mezo del fondamento della capella maggiore Š dirimpetto dell'altare in quella maniera che si prescrive cantate le litanie al rito romano stando intornzo il numeroso popolo. Il giorno seguente si proseguirono li fondamenti alzandosi la fabrica fuori di terra all'altezza in circa de Br. 8.
Si attendeva d questa abrica, et passando un carro con matteria per servitio della med.a fabrica il 23 agosto del 1641 urt per poco accedimento in una colonnta del portico che avanti a questa capella vi era come gi… dissi, et questa andando a terra li and and tutto il tetto sotto di questo stava unz passaggiero orando alla B. Vergine et benchŠ li venisse parte del med. o tetto con legnami restando intatto et illeso da tal riuna, et la lampada stessa che ardeva nel mezo del med. o portico non si ruppe sotto a tale ruina. Ricortoscendo q. to huomo la salute in simil caso della B. Vergine nel ritorno che fece dalla citt…  venne a deponere il caso. QUesto fu un Gio. della Croce di et… d'anni 31 figliuolo d'un Antonio detto Tortiolo Pontemai Dioces. di Novara, terraposta al principio della Valle d'Antigolo. L'arno seguente cioŠ il 1642 del mese di Aprile si ripigli questa med. a fabrica et in 15 giorni s'alz due pontade intorno, et fu necessario fermarsi principalmente per m esserne pietre cotte, et in breve spatio di tempo il tutto fu in ordine come anco alcune pietre piccate che si fecero condur da Somma si per fortezza della cornice di dentrio, come per ligati nelle stesse mura, oltra legni, et chiave di ferro, quali circondano la fabrica tutta, et si ripigli la fabrica nel mese di luglio sino al coprirla tutta riserbandosi la volta all'anno seguente. Ne sia meraviglia che in tempo si calamitosi si potesse avanzar tanto in questa fabbrica l'assistenza di questi sig.ri fu sempre sin dal principio pi– che ordinaria, et lemosina della legna per cuocere le pietre fu abbondante concorrendovi non solo la terra di Legnano ma anco molte altre, cossi invitati Š sovenir quest'opera da RR. Curati quelle".
Come dice il Pozzo Š dunque un signorotto locale miracolato a far erigere una chiesa  senza il minimo interessamento di Milano. Viene il Richini? Forse, ma ecco che la costruzione, pur se ben plasmata, si trova spaesata lungo il Sempione e vicino a case, conventi, e chiese cinquecentesche che la attorniano ed il discorso architettonico urbanistico unitario tipico di tanti paesi piemontesi o meridionali barocchi qui manca del tutto. All'infuori del documento citato da padre Pozzo, non si sa molto sulle origini della chiesa. Nel testamento del cav. Joseffo (Archivio Ospedale Maggiore di Milano cart. 11) si menziona la di lui patrocinazione della chiesa, un lascito di mille lire, l'obbligo delle Messe e la volont… di essere sepolto in un angolo della chiesa ove infatti si vede una lapide al suo nome che copre una cella sotterranea, in cui sono i corpi dei Lampugnani.
Questa infatti Š, al di la della narrazione favolistica secentesca, la motivazione e la vera funzione dell'edificio. Esso costituisce il mausoleo della famiglia Lampugnani, essendo stato vietato, dopo il concilio di Trento, ai privati trovare sepoltura nelle chiese (i personaggi importanti all'interno della chiesa, quelli minori fuori nel cimitero, es. piazza S. Magno). I Lampugnani non potevano pi– usufruire delle loro tombe sotto il pavimento di S. Magno, avevano quindi dovuto costruirsi una cappella privata, in cui trovare posto per l'eterno riposo ed affinchŠ assumesse un aspetto di chiesa normale avevano istituito un lascito per l'altare, mantenendovi anche un sacerdote per le messe. Sotto il pavimento della chiesa essi si feecero tumulare. (La cellula funeraria ora sigillata fu scoperchiata ventisette anni fa per il rinnovo del paviimento  ma la sbadataggine degli intervenuti ha fatto in modo che non sia stato fatto un rilievo della tomba. Essa viene per descritta come semicircolare, fatta come un coro e nel sedile a gradino sono posti i feretri seduti di due signorotti armati (Joseffo e un collaterale cavaliere Tranquillo Lampugnani) nonche' quella Bianca Lampugnani e sposa al Lampugnani stesso qui sepolta con il suo abito nuziale.
Vi sono poi documenti che descrivono le successive donazioni alla chiesa e trasformazioni in oratorio fino al lascito della stessa da parte di Attilio Lampugnani, nel 1756, all'Ospedale Maggiore di Milano. Inoltre sono segnalati nell'Archivio di Stato di Milano (Fondo Religione, cart. 764) le dotazioni i bilanci, la presenza dei documenti di fondazione (non rintracciati) e l'annessione, probabilmente nel 1700 circa, di una parte posteriore adibita ad oratorio della Confraternita del SS. Sacramento, per la costruzione della quale venne demolita parte della cappella dietro la chiesa.
Nessun riferimento al Richini dunque, se non quello di una perizia calligrafica stesa dalla prof.sa Liliana Grassi circa un disegno della chiesina rintracciato in una cartella dimenticata di documenti ancora da registrare presso l'Archivio dell'Arcivescovado di Milano; pero' bisogna precisare che proprio le cartelle utili che erano presenti in A.S.C. (Localita' foresi, cart. 888) sono andate distrutte. Comunque anche le cartelle all'Archivio di Stato "746 Ingegneri camerali" riguardanti il Richini, non portano riferimenti a Legnano.
Negli elenchi sono indicate le giornate dedicate ai vari lavori lombardi del Richini e non vi Š Legnano, penso per due motivi: primo, il lavoro non era importante, secondo, era fatto da un privato in lotta col potere centrale e quindi tenuto quasi nascosto.
Comunque, proprio nel 1640, F.M. Richini ricevette l'investitura ad ingegnere camerale; quindi e' molto probabile il suo intervento un anno dopo in una fabbrica cosi vicina a Milano.
L'edificio oggi si presenta, in pianta, come formato da un corpo centrale quadrato, i cui spigoli sono stati troncati mediante l'inserzione di lesene racchiudenti finte porte in basso e nicchie con statue nella parte alta. Tali inserzioni vengono a costituire un ottagono con lati alternati lunghi e corti. Nelle pareti di testa e di fondo sono aperti due archi che inseriscono al corpo centrale due cappelle; una per l'organo, l'altra per l'altare. La cappella dell'organo cui si accede dalla facciata, e' coperta con volta a botte e presenta nella lunetta sopra il cornicione una finestra quasi quadrata con voltino curvo che si apre in facciata. La cappella dell'altare maggiore e' coperta da una crociera ribassata e nelle tre lunette si aprono 4 finestre uguali alla precedente.
Quella sopra l'altare e' chiusa in seguito alla chiara aggiunta dell'oratorio. La chiesa e' stata prolungata nel 1700 con un edificio a due piani, con in basso un'aula unica coperta a padiglione ed in alto con stanze per il canonico, a cui si accede mediante una scala inserita in un corpo di muro sulla sinistra della chiesa e che comprende la sacrestia, il vestibolo, il campanile ed un vano secondario. Il vano centrale della chiesa ad ottagono e' coperto con una volta a crociera rialzata al centro, in cui costoloni sembrano riempiti a formare quasi otto vele; quattro grandi e quattro piccole che si riuniscono in un piano ottagono centrale anch'esso con i lati piu' piccoli verso gli spigoli del quadrato di pianta. Nelle lunette piane formate sui fianchi da due dei quattro archi reggenti la volta, si aprono ancora le finestre quasi quadre. Le lesene interne sono tutte in ordine Jonico.
L'imponente cornicione taglia in due l'ambiente, suggerendo un aereo distacco delle coperture. I marmi delle cornici e dell'altare sono aggiunte settecentesche.
Notevoli sono i porta lapidi alla base delle lesene fiancheggianti le quattro porte che, dalla fattura, rivelano origini secentesche.
L'esterno si presenta, tranne per la facciata completamente lisciata, in cotto, l'ottagono viene denunciato sul fianco destro ove l'aggiunta settecentesca rivela la sua entita a causa di profonde crepe che la separano nettamente dal corpo vecchio e grazie alle finestre rettangolari, col bordo non intonacato e con una cornice settecentesca, che si rivelano subito posteriori. Tutte le facciate sono scandite da lesene che le incorniciano con misurata eleganza tagliate a mezzo da un semplice cornicione di cotto che prosegue idealmente quello di facciata. La copertura Š a capanna sulle due cappelle di testa e coda e sul vano centrale Š ottagona con i lati corti. La chiesa si presenta sopraelevata rispetto la strada con un salto di m. 1.80 che la rende pi– slanciata. La facciata non indulge a preziosismi, Š a due ordini: dorico e corinzio, culminata da un timpano in cui le lesene mediane proseguono.
La larghezza della facciata Š maggiore di quella del corpo avanti della chiesa e quasi nasconde a chi entra la sua natura ottagona, dividendosi inoltre in tre parti come se la chiesa fosse a tre campate. Nella parte centrale inferiore Š sistemato il portale fatto con una cornice sormontata da un ovale decisamente posteriore con una Madonna. Sopra il grande cornicione si apre solo la finestra del vano organo quasi quadrata, contornata da una semplicissima cornice che nella parte superiore acquista un'aggraziata linea arcuata; nelle campiture laterali sono rilevate delle cartelle con spigoli sagomati a sguscio. Sopra il complesso che presenta suIIa destra un portico a un fornice con volta a vela (Š un ampliamento del portale poi spostato dalla facciata del 1600 rifatta) si erge un campanile che alla base interna acccusa una notevole vecchiaia, ma all'esterno tradisce un rimaneggiamento settecentesco ed un restauro dei primi del Novecento.
La singolarit… della pianta e la menzione sul Richini mi inducono ad esaminare un altro monumento sicuramente dello stesso architetto: il S. Giuseppe (l607-30) di Milano. Sul S. Giuseppe vi Š una preziosa descrizione del Torre (il Ritratto di Milano - 1674) riguardante l'aspetto e le opere di questa chiesa.
Parlare di attribuzioni Š forse eccessivo, tuttavia per molti caratteri la nostra chiesa della Beata Vergine Maria si avvicina, sia pure come manifestazione artistica di tono minore, alle caratteristiche morfologiche dell'architettura Richiniana. Vediamole.
Il primo: lampante parallelo a quello piantistico o del S. Giuseppe milanese. Una delle peculiarita del barocco fu quella delle trasformazioni delle piante geometriche del Cinquecento a piante cosidette plastiche, sul tipo della ellittica. Vediamo in Piemonte le piante mosse dal Guarini, e le sue volte talvolta incredibili, a Roma il S. Carlo del Borromini, in cui ogni punto di vista fa scoprire nuovi giochi di superfici concave e convesse, o il S. Ivo, in cui alla fantasiosa stellarit… della pianta corrisponde una ancor pi– fantastica cupola impostata su un perimetro trilobato e tricuspidato, ed un esterno scenografico e mai riposante per chi guarda grazie ai suoi continui cambiamenti di piani.
In mezzo a tanto fervore inventivo anche il Richini ebbe la sua intuizione. "Ad osservare i suoi studi si scopre una tendenza a non lasciarsi irretire dal filo di una magia senza confini. Il Richini fissa un asse attorno al quale fa ruotare il suo pensiero, tendenza ad accentuare lo scatto longitudinale e cioŠ allungando sentitamente la cappella lungo l'asse" (Grassi). Infatti le due chiese di Legnano e Milano presentano pianta centrale ottagona, in cui l'asse principale Š stato allungato mediante una cappella d'ingresso ed una abside. Mentre per la chiesa legnanese indulge pi– tipo del S. Remiglio di Milano (1630) di Fabio Mangone Torre ora distrutto, quella di S. Giuseppe si avvicina allo schema del S. Giovanni alle Case Rotte, per delle cappelle radiali del vano abside. Ma se l'impianto generale non Š proprio identico, quasi identici sono i lati corti dell'ottagono centrale. In entrambi i casi infatti si hanno elementi che li staccano dal corpo della chiesa. In Legnano lesene, a Milano lesene e colonne. Vi sono quattro porte nella parte inferiore di tali lati, a Legnano tre finte e una vera, in Milano quattro vere. Sopra le porte in Milano sono sistemate delle nicchie aperte in un vano scala con delle balaustre, in Legnano non essendo possibile per modestia di mezzi e proporzioni costruire i progetti si suppl con nicchie nelle quali furono sistemate quattro severe statue. In tutte e due le chiese troviamo l'ordine jonico tanto caro al Richini. Sopra i capitelli si stendono poderosi cornicioni, i cui respiri non differiscono molto se non in Legnano, per l'esser stato tornato dalle successive decorazioni. Per quanto concerne il vano organo, in entrambi i casi, le proporzioni e le soluzioni sono identiche, persino la porta d'accesso all'organo. Dietro l'organo la finestra quadrata, sopra la volta a botte. Anche il vano absidale, se si escludono le cappellette radiali in Milano, assenti a Legnano per la piccolezza della chiesa, ma segnate mediante un approfondirsi delle pareti tra le lesene, Š risolto in modo uguale con una crociera di volta e tre lunette, nelle quali si aprono finestre del solito tipo.
Un terzo esempio di tale copertura si trova nel S. Carlo ad Arona, in cui per la soluzione Š ingigantita e le finestre sono portate a quattro. Per il vano centrale la somiglianza non Š rispettata. In Milano vi Š una cupola su pennacchi, soluzione ricca ed impegnativa, gi… presente nell'abside del S. Carlo. In Legnano Š una volta a crociera mutata in ottagono con l'inserzione di piccole vele negli spigoli. Al centro vi Š una cartella pure ottagona.
Orbene, questa soluzione si trova in genere in una famosa costruzione del Richini: il palazzo di Brera, infatti in tutti gli incroci dei corridoi sono ricavati dei vani a fianco, in cui le coperture sono molto vicine a Legnano. Le finestrature sono per forma ed ubicazione molto simili nelle tre chiese menzionate, ed in Legnano, presentandosi con la cornice intonacata, annunciano una delle caratteristiche del Richini: fabbrica a mattone nudo con i fori dei ponteggi e le predette sagome intonacate. Anche la finestra in facciata cosi quasi quadrata e con il bordo superiore sagomato Š elemento caro al Richini e presente anche a Milano ed Arona.
La facciata poi, alta ben raccolta nelle lesenature ascendenti, con quel suo sviare la visione ottagona, rivela intenti e gusto uguali. Anche i cornicioni ad un attento esame, rivelano essere quasi identici tranne nelle aggiunte decorative dei timpani milanesi. Sui fianchi ovviamente si torna a notare la differenza di natali delle chiese. In Milano si continuano lesene e capitelli ed i muri sono intonacati, in Legnano ci si limita a costoloni senza capitelli e ad un cornicione in cotto appena accennato, anche se il disegno allungato e gli aggetti dei volumi sono uguali. Un'ultima cosa: nel portale trascurando il sovraportale milanese con le colonne ed il timpano, si pui, notare un uguale senso delle proporzioni nelle cornici che nel caso di Legnano si avvicinano a due tipi di porta presenti nel cortile di Brera, in cui gli spigoli superiori sono stati arrotondati con soluzione nuova tipica del Barocco che avr… molta fortuna nel Settecento.
La chiesa fu sempre benvoluta dai fondatori Lampugnani, i quali la dotarono di buone opere d'arte.
Prima fra tutte la pala (trittico) d'altare dipinta con mano pi– cinquecentesca che barocca, ma in modo squisito da Francesco Lampugnani, legnanese. Rappresenta una Madonna con i classici S. Sebastiano e S. Rocco che riecheggiano quelli posti nella cappella maggiore di S. Magno, ad opera di B. Lanino.
Il dipinto ad affresco con cornice di gesso e ln buone condizioni. Sempre alla mano dei Lampugnani si devono le decorazioni e le figure di S. Francesco e S. Giuseppe poste sulle pareti della cappella dell'altare, che ripetono le interpretazioni di ornato tipiche di questi pittori con i colori blu e grigi gi… splendidamente visti nelle grottesche della cupola della Basilica maggiore di Legnano dipinte dal Gian Giacomo. Nell'aula centrale si vedono ora a destra ai lati destro e sinistro due ricche cornici ovali di marmo nero, in cui si trovavano due tele del pittore Stefano Maria Legnani detto il Legnanino ora trasportate nella cappella dell'altar maggiore della chiesa di S. Maria delle Grazie in Legnano. Esse sono di grandi dimensioni (m. 2 x 2,98) e rappresentano due scene piene di grazia e dolcezza con la nascita e l'assunzione della Madonna ed erano il vero capolavoro della chiesina. Quando vennero trasportate, ci si occup di non lasciare il muro a nudo e venne incaricato nel 1828 il pittore legnanese Beniamino Turri perchŠ ne eseguisse le copie ad affresco all'interno delle cornici.
Queste copie hanno risentito della troppa umidit… proveniente dal tetto ed un maldestro ritocco a tempera, nel 1950 le ha rese quasi irriconoscibili. Per contro molto pi– integro Š il soffitto decorato a stucchi da Daniele Turri con inserite tra i putti e le lesene delle stupende scene ad affresco dipinte dal figlio di Beniamino Turri, MosŠ senior. Questi affreschi unitamente a quelli deterioratissimi della chiesa delle Grazie ed ai quadri ad olio in S. Magno sono le opere pi– belle lasciate a Legnano da questo artista nostro cittadino.
Non mancano nella chiesina della "Madonnina" i marmi preziosi scolpiti, particolarmente cari alla cultura del 1600, tra i quali si distinguono le lapidi funerarie dei Lampugnani mirabilmente lavorate in marmo nero. Gi… abbiamo accennato al fatto che la chiesetta era posta lungo l'antica Strada Magna ora Sempione. Orbene, questa sua particolare ubicazione ed il tipico gusto secentesco di unire l'estetica alla funzionalit… fecero si che essa venisse dotata nel suo esterno di ben tre meridiane poste rispettivamente ad est, a sud ed a sud-ovest. Queste tre meridiane erano ben visibili dalla strada sia andando che venendo da Milano ed erano studiate in modo che quella ad est recepisse le prime luci segnando le albe per poi passare l'indicazione delle ore centrali a quella grande posta a mezzogiorno, la quale a sua volta verso sera era coadiuvata dalla terza verso ovest che segnava i tramonti. La chiesina costituiva quindi un vero orologio solare con le sue mura esterne ed aiutava i viandanti nel loro cammino. Le meridiane erano tutte impostate su scenografie con stemmi, volute, paesaggi e motti latini, ma sono rimasti solo la grafia delle linee delle ore incise nell'intonaco, i colori delle scene sono spariti. Nel 1984, grazie all'intervento del Club Antares di Legnano, della Famiglia Legnanese e della contrada di S. Erasmo, esse sono state restaurate nelle loro parti tecniche di linee equinoziali, solstizii, ore, gnomoni ecc., ma si Š dovuto rinunciare al recupero delle parti decorative perchŠ troppo compromesse.
Percorrendo il Sempione, non con l'automobile (troppo veloce), ma a piedi possiamo ancora oggi rimirare il pregevole effetto di questo "laboratorio solare" unico nel suo genere in tutto il circondario di Legnano.
 
Il Santuario della Madonna delle Grazie ()Da Profilo Storico della citt… di Legnano
Nelle precedenti note riguardanti la chiesa di S. Ambrogio e le sue secolari disavventure edilizie era emerso chiaramente come la piccola societ… legnanese del 1500-1600 fosse piena di iniziative e risorse. Mai paghi del decoro delle loro chiese o cappelle gli abitanti avevano non solo edificato ed abbellito S. Magno, ma anche riedificato ex novo S. Ambrogio alla fine del secolo terminando i lavori verso il 1610. Il medesimo fervore rinnovatore nell'anno 1612, venne dedicato ad una piccola cappella esistente fuori Legnano verso sud, sulla strada che porta a S. Giorgio. Lungo questa antica via che raggiungeva da pi– di mille anni luoghi di inumazione preromani esisteva una costruzione molto piccola risalente a prima della peste del 1575. Era di aspetto rustico e conteneva un affresco raffigurante una Madonna con il bambino ed ai lati le figure di S. Rocco e S. Sebastiano.
Nel 1582-83 gi… alcuni devoti si erano incaricati di costruire un piccolo oratorio a tempio che inglobava la primitiva cappellina, denominandola Nostra Signora delle Grazie, per ricordare i molteplici prodigi attribuiti all'antica Madonna. Buon ultima la guarigione di due ragazzi sordomuti, figli dei molinari vicini al castello di S. Giorgio che, durante un temporale, si erano rifugiati vicino all'affresco, il quale aveva preso a parlare con loro, dicendo di edificare un portichetto.
Evidentemente non paghi della dimensione della chiesa i Legnanesi nel 1610, ripresero a fare sottoscrizioni per modificare ed ingrandire l'edificio.
Queste due date: 1583 e 1610 corrispondono ai periodi di due grandi eventi nella storia di Legnano.
Il primo Š l'anno in cui grazie alle pressioni delle famiglie nobili legnanesi ed alla valorizzazione della chiesa di S. Magno, Legnano prepara il riscatto della Prepositura che riuscir… a sottrarre nel 1584 a Parabiago. Tutta la citt… era quindi tesa ad erigere monumenti ed abbellirsi.
La seconda data 1610 corrisponde all'anno in cui, con il concorso dell'ing. Francesco Maria Richini a Legnano viene rigirato l'orientamento degli ingressi e facciata di S. Magno. Si costruiscono un nuovo portale e contorni marmorei delle finestre nella basilica maggiore. Si progetta l'innalzamento dell'antico campanile romanico. Si sta terminando l'ampliamento della chiesa di S. Ambrogio. PoichŠ l'oratorio di S. Maria delle Grazie, troppo angusto non doveva piacere, fu deliberata una costruzione pi– imponente, ma i disaccordi sulla scelta del luogo, ove impostare la costruzione, fecero si che, solamente nel 1611, il 4 di ottobre, si ponesse la prima pietra nel mezzo delle fondazioni del muro di fondo del coro.
Nel 1612 proseguirono i lavori con le fondazioni della cappella maggiore, del campanile e della sagrestia fino all'altezza delle cappelle laterali mentre nel 1613 vennero elevate le pareti e finiti i muri della cappella maggiore fino al cornicione. Qui cominciarono i guai; infatti nel 1614, posta in opera la volta della maggiore, questa subito croll. Perso un poco di entusiasmo, i Legnanesi rifecero la cupola nel 1615, ma sospesero anche i lavori, facendo chiudere l'arco trionfale con un muro, quasi a formare una chiesa molto pi– piccola.
Nel 1616 e 1617 vennero eseguiti lavori di completamento dell'altare e si fece una porta provvisoria per dire Messa.
Fu quindi ingabbiato il muro con l'affresco venerato del piccolo oratorio preesistente ed il tutto trasportato il giorno 29 ottobre 1617 nella nuova cappella .
Il gi… citato prevosto Pozzo, nelle sue memorie racconta come, la notte della traslazione di questa immagine, alcuni operai, posti a guardia degli arredi interni, poichŠ la chiesa non era finita e sicura dai ladri, ebbero una visione di angeli venuti a genuflettersi davanti all'affresco venerato, e come questo fatto riferito il giorno dopo fosse da tutti molto discusso, ma non spiegato.
Evidentemente il racconto era stato divulgato perchŠ la popolazione accettasse di buon grado la distruzione della cappellina pi– antica e venerasse ancora l'immagine ora spostata. Si era cioŠ violentato l'atavico concetto di luogo sacro, posto da sempre in un certo punto dell'antica strada, e bisognava far superare alla popolazione il senso quasi feticistico di identificare un sito o un muro come evocatori di miracoli .
Inoltre bisognava rimediare al fatto che il crollo del 1614 era stato interpretato come cattivo presagio.
Dopo questa accettazione della nuova chiesa, la popolazione riprese ad edificare, finendo la sagrestia e impostando le fondazioni della navata anteriore e delle cappelle.
Nell'anno 1649 finalmente la fabbrica raggiunse il compimento e furono edificate le cappelle e la volta a botte della navata centrale. In facciata posero un semplice portico con due colonne e tutta la costruzione venne lasciata a mattoni a vista.
Da un punto di vista architettonico il santuario non rappresenta sicuramente un passo importante nella cultura del 1650. Molto pi– incisiva nel disegno delle masse e nelle novit… spaziali sar… la chiesetta della Madonnina fatta eseguire nel 1641 dai Lampugnani.
Con ogni probabilit… furono le difficolt… iniziali costruttive ed il troppo tempo impiegato per l'edificazione (dal 1612 al 1650) ad impedire alla chiesa di S. Maria delle Grazie di divenire un piccolo capolavoro come gi… si era dimostrato, nel 1500, la basilica di S. Magno. Mentre quest'ultima rappresenta piantisticamente un'invenzione pregevole, il santuario delle Grazie tenta di riecheggiare, con quasi quarant'anni di ritardo, la chiesa del Ges– di Roma (1568-1575). Quest'opera sorta per voler del Cardinale A. Farnese per mano prima del Vignola e poi di Gian Battista della Porta, rappresenti, un fondamentale tipo di architettura ricca, lussuosa e movimentata di quel periodo. Esuberante in ogni sua decorazione ed in ogni sovrapporsi di parti architettoniche questo edificio, tipicamente gesuitico, ottiene immediato effetto voluto sull'osservatore: la "suggestione per ricchezza".
Nella facciata coesistono in armonica costruzione, varie forme architettoniche come cappelli frontoni, volute, nicchie con statue, lesenature, finestre, che si inseriscono una nell'altra. Al contrario la pianta Š molto semplice e riproduce una grande navata unica coperta con volta a botte, lungo la quale si sviluppano tra piloni massicci le nicchie delle cappelle. La parte di navata occupata dall'altare viene ricalcata ed evidenziata da una cupola inserita sopra i grandi cornicioni.
Il disegno generale Š quindi molto composto e lascia alla decorazione il compito di arricchire le superfici . scomparso il transetto e lungo le pareti si allineano le cappelle pronte a divenire altari, cui le famiglie nobili potranno lasciare messe e dedicazioni o addirittura innalzare monumenti funebri.
Lo stesso schema piantistico si rivela presente nel santuario della Madonna delle Grazie a Legnano: unica navata con brevi cappelle lungo i fianchi della chiesa. Sopra l'altare una cupola, oltre l'altare ancora una breve cappella destinata a contenere il coro. Se l'impianto Š uguale, non sono per al medesimo livello i materiali usati. Nella chiesa del Ges– si passa da una cappella all'altra in un continuo scandire di colonne, cornici, nicchie di marmo. Qui in Legnano i muri sono lisci ed intonacati, i cornicioni ricavati con mattoni sagomati, sono molto spartani e viene proprio a mancare la "suggestione per ricchezza" che in Roma valorizza l'ambiente della chiesa del Ges–.
Quando il nostro santuario nacque, le idee dei costruttori dovevano essere un poco confuse, e con ogni probabilit… diede un contributo alla confusione anche l'architetto padre Antonio Parea di Novara. Questi inviato a Legnano dal cardinale Federico Borromeo per la scelta del iuogo ove far sorgere la chiesa, come prima soluzione propose un edificio a pianta ottagonale ricavato sezionando gli angoli di un quadrato, coperto da una grande volta a spicchi piani e disuguali sugli spigoli dell'ottagono.
Gli spicchi dovevano riunirsi in una grande lanterna ottagonale al centro della cupola. L'ingresso era ad est e nell'interno sono segnate sei grandi colonne destinate a sorreggere un imponente baldacchino. Forse per timore di accinersi ad una cos complicata struttura a volta, ma anche a causa del fatto che ancora una volta la chiesa sarebbe stata troppo angusta, i Legnanesi iniziarono a costruire un edificio totalmente differente. Fu infatti impostato un semplice quadrato aperto ad est, di lato m. 9 x 9. Sui due fianchi fecero solo le fondazioni, a sinistra della sagrestia, mentre sulla destra scavarono un grande ambiente sotterraneo, con muri spessi circa m. 1,20, raggiungibile con una scala.
Questo ambiente usato come ripostiglio, accoglie le fondazioni in mattoni e sassi del campanile, che lo occupano quasi per met…. Sopra il primo quadrato che costituisce la cappella maggiore fu impostata una volta circolare in mattoni. La prima eseguita croll. Miglior sorte ebbe la seconda. Ad un esame statico essa ancor oggi rivela un'estrema leggerezza e camminandovi sopra la si sente flettere sotto i piedi.
In questa porzione di fabbrica venne sistemato l'altare con il pezzo di muro recante l'affresco venerato.
Per il trasporto di questo dipinto i capomastri avevano costruito una struttura lignea con travi e tiranti imbullonati da passanti metallici, in grado di garantire al muro affrescato la sua integrit…. L'ingabbiatura Š ancora oggi visibile sul retro dell'altare.
La chiesa appena iniziata venne consacrata ed i lavori segnarono il passo. L'architetto Parea si premur di suggerire la continuazione dei lavori in modo da creare una sorta di pianta a croce, in cui la navata centrale fosse affiancata (dopo il transetto) da due navate laterali. Mentre per l'inizio del corpo centrale era scandito da quinte di muro formanti due grandi cappelle laterali, la restante parte delle navate era senza cappelle e divisa da due colonnati.
Questo strano pasticcio era un ripiegamento del Parea, che tentava di riportare a navata centrale una chiesa, di cui i Legnanesi avevano gia tracciato le fondazioni per le cappelle laterali in modo da formare una pianta a croce greca con quattro grandi cappelle attestate su un quadro centrale. Fortunatamente sia il lavoro non troppo ben pensato dei Legnanesi che i suggerimenti dell'architetto Parea non vennero perfezionati. Anzi, nel 1649, su suggerimento dell'ing. Francesco Maria Richini il giovane, autore della chiesa della Madonnina sul Sempione, l'edificio fu risistemato, eliminando le fondazioni gi… gettate per le cappelle, ingrandendo lo spazio della navata centrale coperta poi con una volta a botte.
Sui lati della navata stessa il progettista sistem tre cappelle per parte, di cui quelle al centro pi– grandi (m. 6,90) e coperte con volta a botte le altre (m. 4,90) Tramite piccole volte a crocera. A portare a termine i lavori fu, nel 1650, l'architetto Barca di Ghemme.
Si cre cosi un effetto sia di chiesa a navata unica con cappella ed altari allineati sui lati sia di chiesa a croce greca con il lato dell'altare aperto verso la Ši– antica struttura con volta a cupola. La sensazione all'interno data dai piloni allineati riporta alla chiesa del Ges–. Anche le finestrature nelle cappelle e sopra il cornicione contribuiscono ad allungare l'immagine della chiesa. In facciata venne sistemato un portico sorretto da due colonne. Di esso non Š rimasta traccia poichŠ, nel 1863, fu abbattuto risistemando la facciata stessa troppo aggredita dall'umido.
I Legnanesi la riedificarono nel 1893 in cotto a vista e scandita da lesenature. Vennero mantenute le cornici delle finestrature cieche che ancora richiamavano le linee suggerite dal Richini.
Questa facciata ebbe un portone rettangolare e fu chiuso quello ad arco presente sotto il portico abbattuto (se ne intravede ancora la linea di chiusura sotto gli intonaci). Nel 1936 anche la facciata in cotto era rovinata dalle nebbie e dall'umido delle marcite.
Si pens quindi di ripristinarla in marmo travertino, seguendo le linee architettoniche di quella del 1893, coprendo gli affreschi del pittore MosŠ Turri senior, ed aprendo realmente l'antico finestrone richiniano che campiva la parte superiore centrale.
In questa occasione, sopra la porta d'ingresso, venne ricreato un piccolo portico con un timpano marmoreo sorretto da due colonne, in ricordo sia di quello distrutto sia della leggenda riguardante la Madonna venerata che, parlando ai due ragazzi sordomuti li aveva esortati a chiedere al loro padre di costruire un portichetto davanti all'antica edicola.
Sempre riferendoci alle parti esterne dell'edificio, Š doveroso ricordare che, nel terreno circostante la chiesa, l'anno 1894, vennero edificate due serie di cappelle, una dedicata ai misteri dolorosi, l'altra a quelli gloriosi. Le edicole tutte in muratura di mattoni e sagome cementizie con due colonne ciascuna in arenaria, furono impostate con stile secentesco. Nel riquadro centrale il pittore cremonese Bacchetta ide degli affreschi terminati nel 1895. La grande umidit… esterna tuttavia rese presto marcescenti questi intonaci affrescati tanto che, su invito di mons. Gilardelli, nel 1930, fu dato incarico al pittore Gersam Turri di dipingere nuove scene sui muri ormai bianchi.
Le vigorose scene piene di efficacia emotiva e di tecnica pittorica sono purtroppo anch'esse state aggredite dall'atmosfera poco clemente della zona e rimangono solo in parte integre ove la pioggia o le infiltrazioni nelle edicole non hanno provocato guasti.
In questo decennio la chiesa ha subito alcuni interventi risanatori che sono consistiti principalmente nell'isolamento del tetto, mediante membrane plastiche, dalle piogge e dalle infiltrazioni attraverso le tegole. Nell'ingrandimento della gronda, per protegggre maggiormente la radice dei muri, sono stati sostituiti tutti i canali e le converse con rame e piombo.
Il campanile con la cella campanaria Š stato consolidato, per evitare rotture alle sospensioni delle campane. Tutto intorno all'edificio Š infine stata creata una larga intercapedine, per impedire all'umidit… di ascendere ed infradiciare gli intonaci esterni ed interni gi… troppo compromessi. Infatti anche molte delle affrescature antiche interne sono state aggredite dall'umidit….
Quando nel 1650 la chiesa fu ultimata nelle sue parti murarie, grandi zone dell'interno erano state lasciate con i muri a mattone a vista. Il livello del terreno, su cui la chiesa era stata edificata, si trovava a circa 55 cm. dal pavimento delle attuali cappelle, rialzato nel 1932. Le cappelle della navata e dell'altare maggiore erano state intonacate con calce aerea e sabbia. Questo intonaco originale Š emerso al piede dei pavimenti nel 1983, quando Š stato sostituito quello in cemento posato nel 1930 sopra uno strato di terra e ceneri. La sostituzione si era resa necessaria a causa delle rotture apertesi nel pavimento in cemento e perchŠ, lungo i muri perimetrali, il sottofondo, a contatto con le pareti, induceva umidit… negli intonaci.
Eliminato il pavimento in cemento e portati via i riempimenti di terra sopra il piano antico della costruzione, Š stato creato un vespaio areato appoggiato su muricci e tavelloni isolati dall'umido.
Nei cunicoli del vespaio Š stato anche inserito il sistema di tubazioni del riscaldamento ad aria calda, per uniformare la temperatura ambiente e diminuire la velocit… di immissione aria, ottenendo un maggior confort per i fedeli nonchŠ minor pericolo per le opere d'arte interne.
Il nuovo pavimento Š stato realizzato con granito limbara e rosa Baveno lavorato a cesellario. La durezza del materiale garantir… una durata notevole.
Purtroppo il problema di risanamento sar… molto pi– arduo per le opere artistiche; infatti se Š vero che si Š finalmente fermata l'acqua ascendente e discendente, molto grave Š lo stato attuale di sfioritura delle superfici. Abbiamo gi… accennato come alla nascita venissero intonacate solo le sette cappelle. Su questi intonaci non esisteva praticamente decorazione ad ecccezione della Prima cappellina a sinistra di chi entra, che era dedicata a S. Mauro. Sulle pareti erano stati fatti affreschi molto sommari con decorazioni a cornici e fiori e le immagini di S. Mauro e della Madonna. Queste pitture furono poi coperte nelle trasformazioni del 1893. Altri quadri erano appesi alle pareti e l'unico vero intervento artistico ab origine era stato quello operato sull'altar maggiore.
 
La Cappella dell'Altare Maggiore ()Da Profilo Storico della citt… di Legnano
Il pezzo di muro che formava il supporto dell'antico affresco della Vergine con S. Rocco e S. Sebastiano (dipinto con un gusto pi– quattrocentesco che di fine 1500 e di autore ignoto), era stato posto al centro della parete di fondo della primitiva cappella edificata dai Legnanesi; infatti anche dalla pianta suggerita dall'architetto Parea come ingrandimento della chiesa, l'altare appare appoggiato alla parete cieca del fondo.
Il Parea, nel 1617, inviti, a costruire un coro semicircolare dietro l'altare e tracc, due aperture ai lati dell'altare, ma il suggerimento non fu seguito.
L'altare ligneo venne cosi costruito attorno alla porzione di antico muro e appoggiato alla parete di fondo. Solo nel 1894 quando, mettendosi mano a tutta la chiesa i Legnanesi decisero di edificare una cappella quadrata come coro dietro l'altare e spostare dall'ultima cappella di sinistra (vicino alla sagrestia) il prestigioso organo Carrera per sistemarlo in alto dietro l'altare, anche il muro antico, i gradini e le strutture lignee vennero rimossi e posti al centro dell'antica cappella sotto la cupola.
L'altare molto grande e con al centro l'affresco antico fu completato da due qwadri ad olio di Francesco Lampugnani legnanese, nel 1619. Le due tele raffigurano in basso l'Annunciazione ed in alto la Visitazione di Maria Vergine. Esse sono ancora ben conservate dopo l'ultimo restauro del 1930, anche se l'Annunciazione "soffre" per la protezione in cristallo che non lascia respirare la tela, e mostrano una pittura colta e decisa nel segno, marcata da forti giochi di luce e fondi scuri, tipica del gusto secentesco.
Le strutture lignee dell'altare sono in parte dipinte ed in parte dorate. Tutta la composizione studiata probabilmente dai Lampugnani nella prima met… del secolo XVII misura m. 6 di altezza per m. 3,50 di larghezza. Poggia su un basamento rettangolare arricchito da lesene e mascheroni dorati sugli angoli. Vi sono due alzate per poggiare i candelieri e le urne con le reliquie, nonchŠ il ripiano per le figure in argento dei santi vescovi da esporre nelle feste. Ai lati compaiono due alti angeli di fattura pi– tarda mentre sulla sommit… sono assisi sei angioletti molto ben scolpiti. Alla sommit… della soasa sono poste due figurine della Vergine e S. Elisabetta intagliate a tutto tondo. La mano felice dell'artigiano richiama immediatamente lo stile degli artisti che hanno intagliato l'antico tabernacolo di S. Magno, poi rimosso perchŠ nascondeva la pala del Luini, e cioŠ i fratelli Cojro del 1600.
Nel 1893, quando l'altare di S. Maria delle Grazie fu spostato, si arricch anche di un nuovo tabernacolo cesellato e di un magnifico paliotto in lastra sbalzata e dorata montata su telaio ligneo di ottima fattura. La cappella tuttavia era ancora spoglia e quindi venne deciso di trasportare i due grandi quadri ovali presenti nella chiesa della Madonnina, dipinti da Stefano Maria Legnani, alloggiandoli ai lati dell'altare in grandi cornici di gesso. Al posto dei vuoti sul muro, nella chiesa della Madonnina, vennero eseguite due copie dal pittore Beniamino Turri.
Gi… abbiamo accennato al fatto che, sempre nel 1893, fu rimosso l'organo e posto alle spalle dell'altare. Questo pregevole strumento eseguito dal De Simoni Carrera di Legnano, nel 1884, con un notevole numero di registri, pedaliera, cinquantotto tasti, facciata a venticinque canne, nonostante l'elettrificazione dei mantici e la sostituzione di alcuni registri Š ancora integro nella sua impostazione e dotato di una voce pulita.
La forma della chiesa non si presta molto alla sonorit…; esistono anzi alcuni riverberi d'eco fastidiosi che una volta venivano attenuati dai capocielo, velari e paramenti di stoffa. Oggi eliminati tutti gli addobbi la voce dell'organo Š pi– cruda.
Nel 1890 venne anche aggiunto un pulpito in legno scolpito e dorato che, pur non essendo di fattura eccelsa, era tuttavia un'opera interessante con pannelli intagliati e colonne tortili a sostegno decorate con tralci di edera.
Passava sopra la stupenda balaustra in marmo "macchia vecchia" e nero italico e si affiancava al pilastro di sinistra dell'altare.
Venne smontato e allontanato nel 1960, quando furono fatte spostare anche le balaustre per seguire le nuove disposizioni liturgiche.
 
Le Cappelle ()Da Profilo Storico della citt… di Legnano
Per meglio seguire la descrizione della navata interna, seguiamo l'ordine cronologico delle opere.
I dipinti pi– antichi sono quelli che ornano le cappelle centrali di destra e sinistra. La loro fattura risale all'inizio del 1700. Troviamo a destra la cappella di S. Antonio Abate.
Con la volta a botte ed il fondo lavorato a leggero sfondato, imitante una nicchia, essa mostra un'architettura barocca con colonnati e cornicioni in prospettiva, mentre il soffitto, dipinto a cielo, propone nuvole ed angioli che attorniano la scritta charitas.
Al centro dell'arco d'ingresso alla cappella Š dipinto lo, stemma dei Cornaggia, ricca famiglia presente a Legnano gi… dal 1500. Essi furono evidentemente i donatori all'altare di S. Antonio.
Sopra l'altare, costruito in muratura con sagome piuttosto semplici ma affrescate ed integrate come in un gioco di rilievi reali e pittorici con la prospettiva di fondo, Š posta una grande tela settecentesca di autore ignoto, rappresentante S. Antonio attorniato dagli angeli.
Sulle pareti laterali altre due tele coeve ripropongono fatti inerenti la vita del Santo.
Parimenti la cappella grande dirimpetto, sul lato sinistro, Š dedicata, con il medesimo stile, alla celebrazione della figura di S. Mauro. Il santo gi… da molti secoli venerato in Legnano trov subito una dedicazione in questa chiesa, nel 1650; la primitiva cappella fu tuttavia modificata nel 1700 e a lui venne dedicato uno spazio pi– importante. Da ricordare Š la festa legata a questo protettore della salute; il giorno 15 gennaio i Legnanesi antichi facevano una piccola festa e vendevano davanti alla chiesa i "firuni" di castagne conservate lesse e asciugate nel camino.
Si doveva in quel giorno anche mangiare la polenta accomodata per preservarsi dai mali di stomaco.        
Molto significativo Š il ritrovamento fatto ultimamamente nel grande armadio in legno intagliato, posto nella sagrestia nel 1600. Questa notevole opera di artigianato, datata e firmata, presenta ben dodici scomparti segreti (cassetti o doppi fondi o ante nascoste a prova di ladro). In uno di questi, nel 1981, Š stato rinvenuto un pregevole crocifisso d'argento donato dai Cornaggia alla chiesa, con tanto di pergamena di dedica e un certo numero di incisioni con l'immagine di S. Mauro, che venivano vendute nel 1700 ai fedeli .
Come nella cappella di S. Antonio anche in questa ai lati vi sono due grandi tele, che qui rappresentano scene della vita di S. Mauro.
Le cornici sono attorniate da grandi decorazioni architettoniche ad affresco.
Tutte queste decorazioni ricordano, come stile, la mano dei pittori Bellotti di Busto Arsizio che non solo abbiamo visto presenti in S. Ambrogio (1740), ma sono presenti con un magnifico quadro pi– tardo di Biagio Bellotti (1790) anche in questa chiesa.
Questo quadro raffigurante S. Francesco Saverio Š posto nella prima cappella omonima, a destra di chi entra. La decorazione a stucchi e affreschi attualmente molto rovinata, a causa del tetto marcescente, venne eseguita dai pittori Turri nel 1893; pi– precisamente le pareti ad affresco su encausto sono di MosŠ Turri senior, mentre gli stucchi sono di Elia Turri. La decorazione a frutti e fiori Š invece di Daniele Turri. Molto bello Š l'altare marmoreo (1700) della cappella mentre pi– moderna sembra la balaustra scolpita a colonne quadrate.
L'effetto generale della cappella era estremamente ricco e prezioso nella minuziosit… dei suoi parti.
cOlari. Esso faceva riscontro con l'estrema ricchezza ed eleganza della cappellina di fronte (prima entrando a sinistra). Eseguita anche questa nel 1893 dai fratelli Turri, Š forse pi– completa e preziosa, nel testimoniare l'arte di questa famiglia di pittori legnanesi.
E' stata dedicata a S. Anna e venne donata dalla famiglia Lombardi ritratta nel quadro di destra con S. Anna, che li presenta alla Vergine. Nel quadro di sinistra vi Š la Gloria di S. Anna, al centro un grande quadro con la Vergine, il bambino S. Anna ed altri Santi adoranti. Tutte le tele sono sempre di Mosè Turri. Una particolare menzione va al soffitto di questa cappellina che, lavorato a stucchi ed encausti (ricorda molto quello eseguito dagli stessi fratelli Turri sul soffitto della Madonnina in corso Sempione), venne lodato e riprodotto sulle riviste ed i giornali del tempo. Anche qui l'acqua ha fatto notevoli disastri e sarà… arduo il lavoro di restauro.
Quando, nel 1893, vennero appaltati i lavori di decorazione delle volte della chiesa l'opera dei pittori Turri, autori delle due suaccennate cappelle, venne giudicata eccessivamente cara.
L'incarico generale fu quindi affidato al pittore Bacchetta che eseguì una decorazione molto simile a quella dei bozzetti a colori presentati dai Turri, ma molto più "larga" nelle campiture e nel disegno. Il pittore Bacchetta padre, si dedic alla cupola con l'Ascensione di M. Vergine e a tutta la volta scandita da tre scene centrali e quattro lunette, sopra le finestre, con gli Evangelisti.
Sulla parete di fondo l'artista dipinse due angeli in bianco e nero, su fondo grigio. In generale il Bacchetta si attenne ai toni grigi ed alle cornici settecentesche delle due cappelle laterali.
Fece per ricoprire tutti gli antichi cornicioni in cotto con applicazioni di gesso decorate ad ovuli e rosette. Scomparve cos una delle caratteristiche principali della chiesa secentesca, il mattone lavorato.
L'effetto generale è comunque gradevole, anche se i toni molto grigi conferiscono alla chiesa un aspetto freddo.
Le pitture sia della volta che della cupola sono ben conservate a parte due angoli, in cui l'umidità si è concentrata dal tetto.
Nel 1910, il figlio del pittore Bacchetta riprese alcuni lavori del padre deteriorati ed affresci, nell'occasione le due cappelle vicino alla sagrestia e vicino al campanile.
Quest'ultima e' dedicata a S. Gaetano e presenta notevoli danni.
Rimane salva la sola pala d'altare con S. Gaetano che riceve dalla Vergine il Bambino. Anche le lesene dipinte a putti su fondo dorato sono integre, ma un notevole strato di sporco impedisce di apprezzare la pregevole fattura.
La cappella a fianco della sagrestia è dedicata inveece a S. Giovanni Bosco. Sempre decorata dal Bacchetta figlio, presenta notevoli danni che ne impediscono una buona lettura. In essa aveva trovato posto, fino al 1893, l'organo; poichè questo era sacrificato ed impediva l'accesso alla sagrestia, ne fu decisa la rimozione.
Molte altre cose potrebbero essere ricordate come le acquasantiere a conchiglia del 1600, il pavimento a tarsia marmorea dell'altare, il lavello secentesco nella sagrestia, gli scanni arcivescovili intagliati dell'altar maggiore, la via crucis dipinta da Beniamino Turri, i paliotti dipinti dal pittore Darvino Furrer, i candelabri e le teche d'argento, ma lo spazio a disposizione è troppo breve.
Resta da accennare alla casa canonicale posizionata sul fianco destro della chiesa, molto semplice e spartana, posta su due piani, accoglie sia la casa del sacerdote che quella del sagrestano.
Un passaggio secentesco, a fianco del campanile, dava accesso diretto alla chiesa dalle stanze del pianterreno. Nel passaggio esisteva anche il pozzo per l'acqua. Una tradizione secolare voleva che per il Natale, nella nicchia del pozzo, si preparasse il presepe con le statuine colorate. Oggi tutto questo è scomparso come pure sono cessate le antiche processioni e le solenni celebrazioni alle cappelle del rosario che vedevano centinaia e centinaia di Legnanesi radunarsi attorno al loro santuario. A questi altari e muri una volta ricoperti da quadri ex voto e decorazioni per grazie ricevute si sono rivolte generazioni e generazioni di Legnanesi con il cuore angosciato e sulle labbra una invocazione d'aiuto. Il mondo moderno pass veloce dimentico del silenzio e della pace che il santuario ha sempre serbato per i suoi fedeli.
Chiesa della Madonnina       2
Il Santuario della Madonna delle Grazie Da "Profilo Storico della citt… di Legnano")       7
L-26.doc Da "Profilo Storico della citt… di Legnano")       2
La Cappella dell'Altare Maggiore Da "Profilo Storico della citt… di Legnano")       9
Le Cappelle Da "Profilo Storico della citt… di Legnano")       10
 
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